HOME     PRIVILEGIA NE IRROGANTO    di Mauro Novelli            

 

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LEOPOLDO FRANCHETTI E SIDNEY SONNINO

 

 

LA SICILIA NEL 1876

 

 

VALLECCHI EDITORE FIRENZE

 

 

LIBRO PRIMO.. I

 

LIBRO SECONDO 2

 

 

 


 

LIBRO PRIMO

 


 

INDICE

 

 

 

Prefazione alla prima edizione

Prefazione alla seconda edizione

 

CAPITOLO I.

CONDIZIONI GENERALI.

I. — Palermo e i suoi dintorni.

§ 1. Primo aspetto

§ 2. Le prepotenze

§ 3. Associazioni per l’esercizio della prepotenza

§ 4. Pazienza dell’universale

§ 5. Caratteri della classe dominante

§ 6. Importanza della violenza nelle relazioni sociali

§ 7. Le fazioni e i loro mezzi di azione

§ 8. L’autorità pubblica

§ 9. Suo isolamento morale

§ 10. Prevalenza dell’autorità morale dei prepotenti sopra quella del Governo

§ 11. Impotenza dell’Autorità pubblica a reprimere gli abusi

§ 12. Inefficacia e danni del sistema degli arbitrii illegali

§ 13. Arbitrii legali. Ammonizione e domicilio coatto. Loro riuscita

§ 14. Inefficacia degli istrumenti usati dall’Autorità pubblica contro i malfattori

§ 15. Forza di polizia indigena. I militi a cavallo.

§ 16. Manca nell’Autorità pubblica unità d’indirizzo. Il personale

§ 17. Il governo centrale non sostiene i suoi funzionari

 

II. — Le provincie infestate dai malfattori.

§ 18. Aspetto generale delle campagne nell’interno dell’Isola

§ 19. Ospitalità

§ 20. Potenza dei briganti e dei malfattori in genere

§ 21. Carattere e modi di procedere dei malfattori

§ 22. Impotenza dei carabinieri e della truppa contro i malfattori

§ 23. La generale impotenza della classe abbiente contro i malfattori, non si può spiegare con la mancanza di mezzi per resistere. Nè con la generale complicità. La semplice osservazione delle relazioni fra cittadini e malfattori non fornisce gli elementi per sciogliere questo problema

§ 24. Propensione quasi generale per i mezzi di repressione arbitrari

§ 25. Manca nella generalità dei Siciliani il sentimento della Legge superiore a tutti ed uguale per tutti

§ 26. Indole esclusivamente personale delle relazioni sociali in Sicilia. Clientele

§ 27. La Mafia

§ 28. Amministrazioni locali

§ 29. Autorità pubblica. Suoi mezzi di azione

§ 30. Carabinieri

§ 31. Militi a cavallo. Loro modi di procedere

§ 32. Guardie di pubblica sicurezza. Truppa

§ 33. Funzionari di pubblica sicurezza. Difficoltà che incontrano per scuoprire i malfattori e per radunare elementi atti a farli comparire in giudizio

§ 34. Indole del personale

§ 35. Prefetti e sotto-prefetti. Loro impotenza contro gli abusi

 

III. — Le provincie tranquille.

§ 36. La pubblica sicurezza nelle provincie orientali dell’Isola

§ 37. Condizioni sociali delle provincie orientali uguali a quelle del rimanente dell’isola

 

CAPITOLO II.

CENNI STORICI.

§ 38. Il feudalismo e i Parlamenti Siciliani

§ 39. La Deputazione del Regno

§ 40. La rappresentanza del Terzo Stato negli antichi Parlamenti Siciliani era illusoria

§ 41. Tentativo di riforme del vicerè Caracciolo (1785)

§ 42. Costituzione politica del 1812. Sua mala riuscita.

§ 43. Condizioni economiche e sociali della Sicilia dopo la Costituzione del 1812

§ 44. Effetti delle sopraddette condizioni. Prevalenza dell’autorità privata

§ 45. Opera ed effetti del regime Borbonico dopo il 1815

§ 46. Effetti della sovrapposizione del sistema di governo italiano sulle condizioni della Sicilia.

 

CAPITOLO III.

LA PUBBLICA SICUREZZA.

I. — Cause e caratteri generali.

§ 47. Cagioni generali e divisione della quistione

§ 48. Perchè i violenti abbiano, in quella parte della Sicilia dove dominano, autorità non solo materiale, ma anche morale

§ 49. Cagioni dell’importanza acquistata dalla classe dei malfattori per mestiere

§ 50. Le condizioni sono specialmente favorevoli in Sicilia per l’esercizio della industria dei malfattori

§ 51. La mafia

 

II. — I malfattori a Palermo e nei suoi dintorni.

§ 52. Caratteri speciali dell’industria del delitto a Palermo e suoi dintorni. Loro cagioni

§ 53. Caratteri speciali delle relazioni fra facinorosi a Palermo e dintorni

§ 54. Facinorosi della classe media

§ 55. L’omertà

§ 56. La classe dominante è cagione prima e fondamento dello stato della pubblica sicurezza in Palermo e dintorni

§ 57. Come sia generalmente possibile in parte della Sicilia valersi dell’aiuto dei malfattori senza dar mandati per delitti

§ 58. Come il predominio della violenza rechi danno alla maggioranza, e nonostante non possa da questa venire distrutto

§ 59. Come la classe dominante sia quasi fatalmente portata a proteggere i malfattori

 

III. — I malfattori in provincia.

§ 60. Condizioni speciali dell’industria dei malfattori in provincia

§ 61. I Briganti

§ 62. I Malandrini

§ 63. Speculazioni dei briganti e malandrini

§ 64. La mafia nelle provincie

§ 65. Relazioni fra malfattori di mestiere e le classi agiate e ricche della popolazione

§ 66. Come il Governo non possa usare l’opera dei Siciliani per distruggere i malfattori in Sicilia

 

IV — I rimedi.

§ 67. Come si presenti in Sicilia il problema del ristabilimento della sicurezza pubblica

§ 68. La Polizia

§ 69. Dualità nell’attuale ordinamento di polizia in Italia

§ 70. I Militi a cavallo

§ 71. I sindaci ufficiali di polizia. Le guardie campestri

§ 72. Il personale addetto alla polizia in Sicilia

§ 73. Necessità di una stretta unità d’azione fra la magistratura inquirente e il personale di polizia

§ 74. L’ordinamento della polizia giudiziaria in Sicilia dovrebbe fondarsi sul pretore

§ 75. Come convenga porre in Sicilia il personale di polizia sotto una stretta dipendenza dell’autorità giudiziaria

§ 76. Come debba mantenersi più rigorosamente il segreto delle denunzie ricevute dall’autorità e quello delle istruzioni penali

§ 77. La giustizia. Il giurì

§ 78. Reticenza dei testimoni al dibattimento pubblico

§ 79. Arbitrio del giudice istruttore per l’arresto e la libertà provvisoria. Legge del 30 giugno 1876

§ 80. Invio delle cause criminali alle corti di Assise del Continente

§ 81. Carceri

§ 82. Ammonizione e domicilio coatto

§ 83. È necessario in Sicilia un personale giudiziario e di polizia con qualità eccezionali

 

CAPITOLO IV.

RELAZIONI ECONOMICHE E AMMINISTRAZIONI LOCALI.

§ 84. Scarsa influenza della legislazione posteriore al 1860 sulla distribuzione della proprietà

§ 85. Aumento negli affari. Suoi effetti

§ 86. Gli avvocati, loro influenza

§ 87. Amministrazioni locali

§ 88. Come la legislazione italiana sancisca e ribadisca nelle provincie meridionali il potere illimitato ed assoluto della classe abbiente su quella povera

§ 89. Come la legislazione e la pratica amministrativa in Italia siano impotenti ad impedire un numero ristrettissimo di persone dall’assicurarsi un predominio assoluto e durevole sulle amministrazioni locali

§ 90. Come in Sicilia sia per regola generale inefficace e dannoso il controllo o la tutela esercitati sulle amministrazioni locali da corpi composti essi stessi di elementi locali

§ 91. Come il Governo sia, coll’attuale sistema amministrativo italiano, impotente a conoscere e reprimere gli abusi nelle amministrazioni locali

§ 92. Perchè il migliorare la legislazione e la pratica di Governo sia insufficiente ad impedire i soprusi non violenti a danno delle classi inferiori, e gli abusi nelle amministrazioni locali

§ 93. Dei mezzi che si potrebbero usare colla speranza di diminuire il numero dei disordini nelle amministrazioni locali e dei soprusi non violenti a danno dei deboli

§ 94. Come la diffidenza e l’antipatia che ispirano i rappresentanti del governo a molti Siciliani, si possano vincere, e con quali mezzi

§ 95. Conviene che i funzionari siano assicurati dell’appoggio del Governo

§ 96. Le opere pubbliche

 

CAPITOLO V.

IL GOVERNO E LE INFLUENZE LOCALI IN SICILIA.

§ 97. Come, per il sistema di governo in vigore in Italia, la classe dominante sia considerata quale interprete dei bisogni dell’intera popolazione

§ 98. Come in Sicilia il fatto non risponda alla teoria di governo ricevuta in Italia

§ 99. Effetti della contradizione fra la teoria e il fatto, sui procedimenti del Governo italiano in Sicilia

§ 100. Come sia impossibile al Governo, nelle condizioni attuali, di conoscere i veri bisogni della Sicilia

§ 101. Di che cosa sia costituita l’opinione pubblica in Sicilia

§ 102. Partiti politici. Gli autonomisti

§ 103. Come l’opinione pubblica siciliana non possa in niun caso servir di guida al Governo italiano

 

CAPITOLO V.

RIMEDI.

§ 104. Riassunto degli effetti delle condizioni sociali siciliane. Doveri che da queste condizioni risultano per il Governo italiano

§ 105. Lo Stato italiano, se vuol rimediare ai mali della Sicilia, deve valersi per governarla degli elementi che gli fornisce la nazione ad esclusione dei Siciliani

§ 106. Come lo Stato in Sicilia debba, prima di qualunque altro scopo, prefiggersi quello di sostituire alla forza privata quella della Legge

§ 107. Quali effetti immediati debba prima ottenere lo Stato italiano per poter poi raggiungere il fine del predominio del Diritto moderno in Sicilia

§ 108. Del personale da adoperarsi dallo Stato in Sicilia

§ 109. Difficoltà di trovare in Italia un personale sufficientemente numeroso colle qualità necessarie per la Sicilia

§ 110. Il tentar di reprimere una sola categoria di disordini non può dare in Sicilia risultato alcuno

§ 111. Della politica parlamentare del Governo

§ 112. Come sia infondata l’asserzione che i Siciliani sieno più difficili a governare che altri popoli

§ 113. Dei provvedimenti eccezionali di pubblica sicurezza

§ 114. Come l’Italia sia tenuta a fare grandissimi sacrifizi pecuniari per migliorare le condizioni materiali della Sicilia

§ 115. Come il Governo abbia obbligo di studiare nelle provincie meridionali ancora più che altrove gli effetti sulla ricchezza delle sue tasse

§ 116. Come la repressione dei disordini descritti nel presente volume sia atta a render possibile e preparare un miglioramento stabile delle condizioni della Sicilia, ma non ad operarlo

Conclusione

 

APPENDICE.

Le Opere pubbliche in Sicilia: estratto della Relazione della Giunta per l’Inchiesta sulle Condizioni della Sicilia, nominata secondo il disposto dell’Articolo 2 della Legge 3 Luglio 1875


 

CONDIZIONI POLITICHE E AMMINISTRATIVE DELLA SICILIA

 

 

 

LEOPOLDO FRANCHETTI

 

 

CONDIZIONI POLITICHE E AMMINISTRATIVE DELLA SICILIA

 

 

«Non ci è altro modo a guardarsi dalle

adulazioni se non che gli uomini intendino

che non ti offendono a dirti il vero».

Machiavelli, Il Principe, cap. XXIII.

Come si debbino fuggire gli adulatori.

 

 

 

 

 


 

Era nostra intenzione, ripubblicando la famosa inchiesta di Leopoldo Franchetti e di Sidney Sonnino, di aggiornarla con delle note nel testo che in certo modo completassero la bella e interessante prefazione che il loro compagno di viaggio e di studi, Enea Cavalieri, ha voluto gentilmente scrivere per questa seconda edizione.

Ma dopo accurato esame del testo, abbiamo invece deciso di sostituire le note, che hanno sempre un carattere frammentario, con un terzo volume sulla Sicilia attuale che è stato affidato al prof. Giovanni Lorenzoni, l’autore dell’importante e documentata relazione sulla Sicilia, che fa parte dell’inchiesta governativa sulle condizioni dei contadini nelle provincie meridionali.


PREFAZIONE ALLA PRIMA EDIZIONE

 

Ricevuti in Sicilia da ogni ordine di persone colla cortesia la più squisita, e con un’ospitalità di cui serberemo sempre memoria, sentiamo il debito di dichiarare fin dalle prime pagine di questo libro, quali sono i concetti che ci hanno guidati nei nostri studi sulle condizioni di quell’Isola.

Noi abbiamo inteso d’indagare le ragioni intime dei fenomeni morbosi che presenta la Sicilia, e di ritrarre un quadro succinto delle sue condizioni sociali, così diverse da quelle di alcune altre regioni del nostro paese. Esprimendo in ogni singolo caso la nostra opinione schiettamente e senza reticenze o falsi riguardi di convenienza, crediamo di dimostrare nel miglior modo possibile la nostra gratitudine verso i Siciliani, e abbiamo fede di giovare all’Isola più coll’esposizione della verità che non coll’adulazione. Non ci siamo lasciati distogliere dal timore di esser tacciati d’arroganza, perchè trattandosi di quistioni che interessano l’avvenire del paese, riteniamo che ogni cittadino abbia lo stretto dovere di dire apertamente la propria opinione.

Convinti che i fenomeni da noi descritti hanno la loro prima origine nelle leggi della Natura, noi, nell’esporli, non intendiamo giudicar nessuno, e tanto meno condannare. Non sappiamo vedere nei Siciliani che altrettanti Italiani, e i mali dell’ultima estremità della Penisola ci fanno provare dolore nel modo medesimo che quelli della nostra provincia natale.

Non pretendiamo certamente che il nostro lavoro sia scevro d’errori. Altri ci confuti o ci corregga, e dalla discussione risulterà la luce. Ma la discussione non sarà mai utile, se prima non ci liberiamo da quella stolta vergogna che spesso, a noi Italiani, ci fa celare le nostre piaghe per parere da più o altrimenti di quel che siamo. «Dalla verità, la libertà; dalla libertà, la verità».

Il nostro voto più caldo è quello d’invogliare qualcuno a rifare le stesse nostre ricerche, e a verificarne i risultati; e vorremmo specialmente indirizzarci ai giovani per incitarli a studiare da vicino nelle varie sue regioni quella terra incognita che è per gl’Italiani l’Italia tutta.

Il presente lavoro porta il nome di soli due autori. Il signor Enea Cavalieri, che fece con noi il giro in Sicilia, e si unì a noi in tutte le ricerche, fu costretto a lasciarci pochi giorni dopo il ritorno, non potendo differire più oltre la sua partenza per un viaggio in paesi lontani, al quale si era già da tempo impegnato. Speriamo che anderà a ritrovarlo al di là dei mari questa espressione del nostro dispiacere per non averlo avuto compagno anche nel dar forma definitiva ai risultati delle nostre comuni indagini.

La Relazione della Commissione d’inchiesta per la Sicilia è venuta fuori quando era già finito il secondo libro di quest’opera, e del primo erano già fissati il concetto e il piano, e molto inoltrata la redazione. Mentre nei nostri apprezzamenti sopra fatti parziali (principalmente fra quelli che sono esposti nel primo libro) abbiamo la soddisfazione di trovarci non di rado d’accordo colla Giunta, non possiamo dire lo stesso dei giudizi generali. Il lettore, dall’esame del lavoro della Giunta e del nostro, potrà riscontrare in che cosa consistano le differenze che ci dividono e formarsi un’opinione.

Firenze, 20 Dicembre 1876.

Gli Autori.

 


 

PREFAZIONE ALLA SECONDA EDIZIONE

 

I.

 

La genesi di questi due volumi va ricercata e nelle condizioni subiettive degli autori, e in quelle oggettive della Sicilia, allora vivacemente ed aspramente discusse sia nel Parlamento sia nel Paese.

Leopoldo Franchetti, Sidney Sonnino, ed io con loro, avevamo quasi contemporaneamente potuto portare innanzi, insieme con gli studi, l’osservazione pratica, durante parecchi viaggi nell’interno ed all’estero, delle differenti conseguenze lasciate lungo le lotte per la conquista delle libertà politiche, dai modi e dalla data di abolizione o di riforma degli ordinamenti feudali, riscontrandovi la più chiara spiegazione sia delle peculiari condizioni nelle quali venivano a trovarsi anche più regioni di un medesimo Stato, sia della contraddizione che talora correva fra il grado di prosperità delle industrie locali, e il benessere dei lavoratori che pure tanto contribuivano a farle vivere; tuttavia eravamo accesi dal desiderio di saperne di più e di spingerci a più larghe visioni almeno in riguardo all’Italia. Mentre dalle Cattedre Universitarie ci si impartivano, con ispirazione abbastanza liberale, le ultime lezioni, eravamo già preoccupati dal pensiero di quelle nostre plaghe, dove, come in alcune dell’Inghilterra, il contadino era poverissimo anche in confronto di un’agricoltura assai progredita, dove il proposito sincero di governare con giustizia e con amore, s’infrangeva più o meno davanti ad ostacoli che sapevano di misterioso, e che esigevano tuttavia una perspicua e fedele rivelazione.

Non che fossimo i soli giovani ad avere siffatte sensazioni; ma per un felice insieme di zelo studioso, di amor patrio e di carità civile, si era radicata in noi la speranza di poter così concorrere a promuovere via via il progresso economico e morale di tutte quelle provincie che il passato malgoverno aveva lasciato in condizioni ben dolorose.

Si aggiunga che nell’Università di Pisa, donde tutti tre siamo usciti, gli studenti solevano infervorarsi così delle questioni del giorno da essersi scissi, nello stesso seno dell’Associazione che avevano costituito, in quasi altrettanti partiti, e così battaglieri, quanti ne aveva la Camera; e anche allora, non senza appassionanti evocazioni retrospettive, agitavano e riagitavano la discussione, sorta già la vigilia della spedizione dei Mille, e resa più ardente dall’infelice esito di quella di Mentana, se il Governo nostro doveva sfidare audacemente ogni più aspra difficoltà internazionale per tentare ancora la conquista di Roma e il compimento dell’unità dell’Italia o se dovevasi pazientare per trarre partito da più opportune circostanze politiche dell’Europa. Le divagazioni su questo tema davano luogo a vere lotte e a pericolosi episodi per le contrastanti tendenze clericali, conservatrici, liberali e radicali; ma Leopoldo Franchetti ed io che più vi fummo coinvolti, anche nelle declamazioni più estreme eravamo indotti a riconoscere un monito salutare, e davanti a certe accuse più violente, ci chiedevamo se non potevasi governar meglio, almeno nel Mezzogiorno e nelle isole. Inoltre molti dei valorosi professori dell’Università, e della Scuola normale di Studi Superiori che le fioriva accanto, nel confabulare famigliarmente con noi degli episodi locali e sugli avvenimenti politici, ci incoraggiavano a dar saggio sollecito della nostra preparazione a servire il paese.

Già s’era giunti alla fine del 1870. Una profonda impressione avevano fatto in Italia le vittorie tedesche contro la Francia, e più ancora le nefandità e le devastazioni che vi fece tener dietro la Comune insediatasi a Parigi. Perfino il Bonghi ebbe a dire poco dopo alla Camera nel combattere alcune nuove imposte, anch’esse più dure pei meno abbienti: «È entrato ormai nella mente e nell’animo di tutti quanti gli uomini di Stato d’Europa che le classi agiate, se vogliono vivere posate e tranquille, e sperare il progresso costante della Società civile, bisogna che si persuadano di aver esse cura d’anime in favore delle classi povere». Anche le assidue letture ci avevano infervorato sempre più di spirito liberale, e affidati ad esso, abbiamo dato più animosi i nostri primi passi nel campo dell’azione. Così Sidney Sonnino pubblicò nel 1874 la sua monografia «sulla Mezzeria in Toscana», tradotta subito in tedesco nella Rivista Italia, diretta dallo Hillebrand, con lo scopo di mettere in piena luce uno dei mezzi atti a sostituire nell’agricoltura alla lotta fra capitale e lavoro, la loro conciliazione mercè un’equa compartecipazione del contadino ai lucri del proprietario. Così Leopoldo Franchetti, fattosi a percorrere successivamente gli Abruzzi, il Molise, la Calabria e la Basilicata, ne espose in alcune lettere al giornale fiorentino La Gazzetta d’Italia le infelici condizioni economiche ed amministrative, facendole risalire all’insufficienza delle provvidenze di Governo([1]). Così io stesso, dopo essermi indugiato sulla fine del 1870, in nome del Comitato per le elezioni politiche di Ferrara, in vivaci polemiche sui temi della legge sulle guarantigie, della miglior forma di Governo, e delle applicazioni da darsi alle dottrine liberali per difendersi dalle utopie socialiste e comuniste, avendo assunta nel 1872 per tre anni l’Amministrazione delle lagune da pesca di Comacchio, mi adoperai a renderla fonte di moralità e di benessere per quelle popolazioni([2]).

Nel frattempo le agitazioni e le accuse partigiane, inasprendo le già profonde divergenze sui metodi di Governo, avevano piombato sempre peggio il Paese e il Parlamento nella confusione e nell’irrequietezza; ed Ernesto Nathan, nostro caro amico personale, ma allora di pura fede mazziniana, obbedendo a concetti etici in lui profondamente radicati, pubblicava in opuscolo un appello per costituire una Lega degli onesti, la quale doveva far argine contro gli intrighi ed i fini loschi dei politicanti di mestiere. Per discutere sull’opportunità di associarsi a lui, Leopoldo Franchetti mi invitò con Sidney Sonnino ad un convegno ospitale nella sua dimora di Firenze.

Le disposizioni dei miei amici erano favorevoli: ma io obiettai subito che era progetto poco pratico, parendomi chiaro che i meno onesti sarebbero stati i più frettolosi a voler far parte della Lega, mentre poi non vedevo come si potesse riescire a respingerli. Alla dubbia influenza di siffatti organismi opposi l’opportunità di continuare quegli sforzi individuali in cui già ci eravamo provati. L’occasione parevami offerta dall’avere il Governo proposto al Parlamento per ben due volte delle leggi eccezionali, cioè più o meno lesive di libertà e di diritti già riconosciuti, ma intese a dare una maggior sicurezza alle persone ed ai loro averi in quelle Provincie dove ce n’era bisogno.

Tutti si appassionavano a discutere sull’efficacia del rimedio, e in quelle regioni dove v’era maggior ragione di temere la sua applicazione, violentissime erano le proteste contro di esso che per lo meno qualificavasi un’offesa ingiustificata e ingiustificabile. Noi dovevamo recarci successivamente sui luoghi e verificarne e studiarne i fenomeni morbosi. Poichè il contratto agrario era tanta parte di tutte le manifestazioni della vita civile ed economica, suggerivo di pigliare a pretesto lo studio dei suoi svariati tipi locali per fare nello stesso tempo, senza destare sospetto, un’indagine minuta intorno le condizioni morali, politiche e sociali della popolazione.

Non mi fu difficile vincere il partito, e, senz’altro, ci siamo chiesti quale regione dovevamo visitare per prima.

Una proposta di legge per provvedimenti eccezionali era già stata presentata nel 1871 quando nella Romagna i reati di sangue si seguivano con una frequenza impressionante, e avevano fatto numerose vittime anche fra i più alti funzionari. Se n’era poi elaborata un’altra assai di recente con l’intendimento di colpire nel vivo il brigantaggio, la camorra e la mafia.

Avevamo dunque dinanzi due indicazioni concrete. Sulle prime il nostro pensiero si rivolse alla Romagna, ma si rinunciò presto ad essa perchè il Parlamento aveva bensì concesso più severe disposizioni pei casi di detenzione, vendita e fabbricazione di armi insidiose, e anche la facoltà di trattenere i vagabondi e i facinorosi a domicilio coatto perfino per cinque anni se recidivi, ma la tranquillità, per buona sorte, era già tornata specialmente ad opera degli stessi cittadini, i quali, nella veste di guardie nazionali, ed anche senza, avevano a gara prestato man forte alle autorità ed ai loro agenti. Che se poco dopo era sopravvenuto l’allarme politico di Villa Ruffi, perchè colà vennero arrestati in massa molti capi dei partiti rivoluzionari che vi si erano dati convegno, il processo seguitone aveva escluso il reato di cospirazione, e certo ormai anche la Romagna poteva ritenersi allora una regione in condizioni normali.

Diverso era il caso della Sicilia.

Fu un giusto risveglio di energia che spinse il Governo a proporre perfino provvedimenti eccezionali pur di ristabilirvi la pubblica sicurezza, e giusto anche fu il suo scrupolo costituzionale di chiedere prima l’assenso della Camera quantunque assai alto salisse il clamore della voce pubblica sulla gravità di quelle condizioni, ma non per questo era da aspettarsi una insurrezione meno accanita da parte della sinistra che, cresciuta di forze con le ultime elezioni, e già vedendosi alla vigilia di giungere al potere, volle subito insinuare che quella era una vendetta contro l’isola per aver essa mandato alla Camera molti più deputati d’opposizione che per lo innanzi. La discussione si fece presto tempestosa ed impressionante, anche perchè da un lato il Ministro dell’interno Cantelli s’era indotto a comunicare parecchi rapporti di Prefetti dove facevansi gravi accuse alla popolazione di sistematico favoreggiamento ai ribaldi, e dall’altro vari deputati mossero rimprovero a più di un funzionario di provocare ed inscenare reati, e di mantenere rapporti coi briganti e con la mafia per servirsene come mezzo di governo. Persone e fatti erano stati in questo senso precisati dal deputato Tajani, già Procuratore del Re a Palermo, con accenni alla responsabilità dell’attuale e dei passati Ministeri; e per quanto non fossero mancate vivacissime proteste, smentite, e una domanda di inchiesta parziale da parte del Lanza per le imputazioni che si facevano risalire a lui, per quanto il Crispi, il Nicotera, il Lacava da sinistra, e il Rudinì, il Lioy e il Codronchi da destra, con altri ancora, ammonissero di non far questione di partito in questione così spinosa, la Camera a voto palese con 220 si contro 203 no approvò l’ordine del giorno puro e semplice, e a scrutinio segreto anche i provvedimenti eccezionali, che tuttavia, secondo un ordine del giorno Pisanelli, dovevano applicarsi solo ai già ammoniti e perseveranti nel mal fare; e, poichè molti deputati, presi da sdegno avevano abbandonato l’aula, il disegno di legge per un’inchiesta generale sulle condizioni sociali ed economiche della Sicilia e sull’andamento dei pubblici servizi raccolse appena 145 voti favorevoli, contro 48 contrari e 12 astenuti.

Se andava da sè che appunto in Sicilia conveniva dar seguito agli studi che avevamo deciso di fare, era anche naturale l’obiezione che ormai stava per provvedervi l’Inchiesta Parlamentare rendendo superflua l’opera nostra. Ma l’obiezione non ci ha trattenuto. Per sanare dei mali bisogna giungere a conoscerli bene, e nessuna superfluità poteva esserci se anche noi svolgevamo indagini in via privata indipendentemente dalle altre più solenni e di carattere pubblico. Era da presumere che la Giunta Parlamentare, coi nove membri che dovevan comporla([3]), avrebbe invitato a sè in corpo Rappresentanze e Delegazioni, fatto incetta di documenti ufficiali e di statistiche, tenuto udienze solenni col sussidio di uno o più stenografi, seguìto insomma procedimenti che lasciassero traccie sindacabili; ma proprio perciò atti a rendere timorosi e perplessi i più dei testimoni; noi invece dovevamo e potevamo cercare l’intimità di conversari riservati, per attingerne rivelazioni, giudizi e voti che giovassero a lumeggiare la psicologia della popolazione e i retroscena della vita civile e dell’interdipendenza economica e sociale delle varie sue classi. C’era da aspettarsi, ed infatti avvenne poscia, che come molti deputati e senatori dell’Isola convenivano con noi in via confidenziale su molte anormalità che pure avevano negato nella discussione parlamentare, così molti privati e molti funzionari non essendo in sospetto delle nostre finalità, si lasciassero andare, insieme con le informazioni sulle condizioni culturali, a rivelazioni incidentali meno prudenti e di ben altro carattere. Inoltre la inclusione nella Legge per l’inchiesta anche delle indagini sulle condizioni sociali si sarebbe risolta, quali erano i più dei membri della Giunta, in un prudente riserbo, poichè allora, anche molti liberali, per la nebulosità in cui la questione sociale rimaneva ancora avvolta, preferivano negarla al discuterla. Noi invece avremmo avuto la nostra coscienza meno preoccupata.

Presa la nostra decisione abbiamo subito pensato alla preparazione necessaria. Anzitutto occorreva che ciascuno raccogliesse quante più lettere di presentazione presso siciliani di diversa condizione ma sempre dimoranti nell’Isola e preferibilmente interessati nell’Agricoltura; infatti alla vigilia della partenza ne contavamo già quaranta che poi si moltiplicarono grazie alla grande cortesia con cui quei signori ci accolsero, e ce ne munirono. Fin da allora ci siamo prefissi di non prendere appunti durante i nostri colloqui, ma di affidarne alla memoria le parti più importanti e redigerne ricordo scritto alla sera aiutandoci scambievolmente. Conservo ancora il mio testo che comprende oltre cinquecento pagine e nel quale si leggono perfino gravissime accuse sulle quali, com’era doveroso, abbiamo conservato un geloso silenzio. Poichè era da prevedere che avremmo passato moltissime notti nei più umili villaggi e nei loro alloggi primitivi, abbiamo pensato ad aggiungere al nostro semplicissimo bagaglio dei letti da campo pieghevoli, ognuno munito di quattro vaschette di rame, rientranti l’una nell’altra per economia di spazio, nelle quali, riempiutele d’acqua, tuffare i piedi del letto prima di coricarci, per isolarlo dagli insetti. Abbiamo pure dovuto preoccuparci dell’eventualità di venire aggrediti dai briganti a scopo di ricatto, e quindi abbiamo deciso di provvedere per noi e per un fidato nostro servo che ci doveva accompagnare, quattro carabine «vetterli» del recentissimo modello a ripetizione, e quattro rivoltelle di grosso calibro, da portare costantemente su noi lungo il viaggio nell’interno.

 

II.

 

Questi ed altri preparativi ci fecero ritardare la partenza, sicchè fummo preceduti di qualche mese dalla Giunta parlamentare: ma ciò giovò a meglio dissimulare il nostro scopo più vero.

Ricordo che alla vigilia di lasciar Roma, mi trovavo con Leopoldo Franchetti nell’appartamento occupato da lui in via S. Sebastianello, quando egli nel maneggiare la sua rivoltella, ne lasciò partire un colpo involontariamente. Il proiettile spense la lampada ch’era già accesa sul tavolo, e andò a conficcarsi nell’opposta parete, a pochi millimetri dal petto di un suo vecchio cameriere che stava attraversando la stanza. Costui ne fu assai spaventato e traendone un triste presagio si provò a scongiurare il suo padrone di non partire. Naturalmente fu vana fatica.

Non solo il preteso presagio fu bugiardo, ma se abbiamo avuto occasione di avvertire molti pericoli perchè scoscesi i sentieri, infide le cavalcature e spesso acconcio agli agguati il solitario nostro cammino, non ci siamo mai trovati di fronte a minaccie concrete. È vero che viaggiavamo con molte precauzioni lasciando sapere il meno possibile i nostri itinerari e le nostre prossime tappe, e scegliendo mulattiere e guide solo all’ultimo momento. Eppure, ecco, secondo una relazione presentata dal Nicotera alla Camera poco dopo la nostra visita, un quadro delle condizioni della sicurezza pubblica in quell’epoca, quale la riconosceva il Governo.

«Cinque bande di audacissimi malfattori a cavallo nelle provincie occidentali commettevano assassinii, sequestri, grassazioni e rapine. Quella di Angelo Rinaldi, cui s’era unito il feroce Bottindari, infestava la provincia di Palermo, facendo qualche escursione nell’altre vicine, ed aveva trovato un sicuro rifugio nel Comune di S. Mauro Castelverde, ove protetto da numerosi manutengoli sfidava le ricerche della forza pubblica. L’altra comandata dal non meno feroce e terribile Domenico Sajeva scorrazzava nella provincia di Girgenti, e, protetta dall’alta mafia, aveva potuto sottrarsi alla giustizia. I superstiti briganti della banda Capraro avevano prescelto a loro capo il sanguinario loro compagno Merlo, per rimeritarlo dell’audacia dimostrata nell’assassinare, quasi alla presenza della forza, nell’abitato di Sambuca l’infelice milite Maggio, uccisore del Capraro, e percorrevano i circondari di Sciacca, di Corleone e di Mazzara commettendo atti di inaudita ferocia. Il bandito Nobile che per lo innanzi si era associato ora all’una ora all’altra banda, unitosi al Marino, aveva finito per costituirsene una propria e taglieggiava la parte occidentale della provincia di Palermo, mentre la parte orientale era infestata dalla comitiva del feroce Leone, la quale spesso irrompeva nel circondario di Mistretta e nella provincia di Caltanissetta. Codeste cinque bande di terribili malfattori avevano sparso lo spavento nelle quiete provincie occidentali dell’Isola ed avevano eseguito, sul cadere del 1875 e nel principio del corrente 1876 diversi sequestri e molti assassinii, tra i quali quello dell’Alberto, del Calzolari, del tenente Soldani, del milite Maggio, di Castellazzo Filippo, dei fratelli Leone ed avevano esterminato le due famiglie Pepe e Giacino in S. Mauro».

Certo ogni banda aveva un’organizzazione complessa e se pure si citavano per nome soltanto quattro o cinque dei suoi componenti, era risaputo che all’occorrenza poteva mostrarsi anche forte di venti e più; ma non per questo non dovevamo temere che qualcuna spingesse l’audacia fino ad aggredirci. Nè ciò contraddiceva al concetto che ce ne siamo andati facendo poi, e che Leopoldo Franchetti ha così bene esposto. Della loro organizzazione, sia stabile, sia periodica od eventuale, le bande solevano giovarsi non contro i forestieri, presumibilmente affatto alieni da ingerenze locali, ma nei loro rapporti coi signori del luogo, che dovevano o rassegnarsi alle loro imposizioni o vedersi combattuti ad oltranza, e anche nei loro rapporti con Ditte e gruppi industriali e commerciali cui assicuravano la loro tutela dietro corrisposta di determinati contributi. Oltre che di ricatti e di rapine, vivevano così di tasse sulla molenda o sulla fabbrica di mattoni o su altre industrie, salvo poi ad affermare sempre meglio all’occasione la pretensione di costituire un nucleo autoritario apparentemente interessato ad integrar l’azione del Governo per la tutela dell’ordine, con episodi di atroci violenze frammisti ad ostentazioni di generosità e di giustizia punitiva. Forse anche per la nostra insignificanza di oscuri viandanti abbiamo potuto affrontare impunemente le visite a Mistretta, a Bivona ed a S. Mauro alle quali la Giunta Parlamentare d’Inchiesta, a malgrado della sua scorta, finì col rinunciare.

Ma se i briganti forse non pensarono nemmeno a tentare un colpo di mano ai nostri danni, noi abbiamo avuto tuttavia ripetutamente la sensazione della loro vicinanza. Talora il nostro piccolo drappello è stato scambiato per una banda, e i carabinieri, a Mistretta ed altrove, e lo stesso Prefetto a Caltagirone, ci confessarono l’errore provocando la nostra più schietta ilarità. Viceversa fin dal nostro primo soggiorno a Palermo, ricevuti dal fratello di un antico aiutante di campo del generale Medici pel quale io avevo una lettera di presentazione, ci sentimmo dire che le loro terre nei pressi di Alia erano visitate frequentemente dai briganti, che il suo fratello ben li conosceva, e che, se ci pungeva curiosità di intervistarli ce ne avrebbe procurato il modo. Declinammo concordi l’offerta per non esporci a quel rimprovero di riconoscerli e di coltivare rapporti con essi che noi stessi facevamo a lui e ad altri siciliani, e, per la stessa ragione, rifiutammo l’offerta che ci venne fatta a Castelbuono di farci entrare furtivamente a S. Mauro nonostante il cordone che un battaglione di bersaglieri vi teneva intorno, nel disegno di sorprendere il brigante Rinaldi che si credeva dovesse far ritorno a quel suo nido naturale, dove già aveva impunemente svernato.

A S. Mauro ci siamo entrati lo stesso, e apertamente, per la scoscesa e pittoresca strada che da Castelbuono vi conduce, e in verità allora le difficoltà, più che per accedervi, erano per uscirne, giacchè i tre punti concessi al passaggio attraverso il cordone militare erano ancor più sorvegliati nel secondo caso. Forse proprio perciò era accaduto che cinque giorni prima, la banda Rinaldi avesse potuto penetrarvi con tutti i suoi cinque uomini confusa fra 50 contadini reduci dal lavoro, e, commesso l’eccidio di tutta la famiglia Pepe, vi avesse affisso uno scritto che diceva «che quella era la giusta punizione di una grande infamia». La spiegazione pare fosse che avendo il padre Pepe, un muratore, attentato all’onestà di una sua nuora, e avendo lo sposo preso seco una ganza, essa nuora, per vendicarsi, propalò che la banda era stata a lungo ricoverata in quella casa, e diede indicazioni per sorprenderla.

Del resto, in un viaggio come il nostro, che nell’interno si svolse insolitamente traverso comunicazioni spesso alpestri e sempre in pessimo stato, emozioni e pericoli non mancarono. Ho sempre vivo il ricordo di una caduta in mare, che mi incolse il 16 aprile, quando ritornati a Palermo, venni pregato dai miei compagni di visitare anche per loro il roccioso isolotto di Ustica e i suoi 212 coatti, mentre essi si fermavano a chiedere chiarimenti a persone già interpellate insieme in precedenza. Il mare si fece assai grosso, l’imbarcazione era primitiva e fragile, e nella difficoltà di accostare, essa si rovesciò e me la cavai con un brutto bagno, che avrebbe potuto essere l’ultimo se non ero discreto nuotatore. Ciò tuttavia non m’impedì di avere poco dopo tre interessanti colloqui: il primo con quel Sindaco, il secondo con un Delegato di P. S., il terzo con un bravo maestro elementare, parente del Sindaco, dal quale generosamente era aiutato a vivere non potendogli bastare le 38 lire mensili nette da ritenuta che riceveva dal Ministero.

 

III.

 

La Giunta Parlamentare d’Inchiesta ottemperò alla Legge 3 luglio 1875 della sua costituzione che le fissava il termine di un anno per presentare al Governo i documenti e la Relazione; ma se ciò fece il 3 luglio 1876, ultimo giorno utile, la pubblicazione non seguì che coi primi del settembre.

Meno solleciti fummo il Franchetti, il Sonnino ed io anzitutto perchè non ci venne dato di recarci insieme nell’isola altro che sul principio del 1876, e solo nel maggio ci siamo disposti al ritorno, pigliandosi una precedenza di qualche giorno il Sonnino, richiamato improvvisamente da circostanze di famiglia. Inoltre troppe ore ci avevano preso le gite ed i colloqui, sicchè occorse rivedere, confrontare e coordinare i nostri affrettati appunti, (nei quali si rispecchiavano moltissime contraddizioni di tendenze, di fatti e di giudizi), prima di accingerci a tracciare le grandi linee riassuntive e di fissar le conclusioni. Subito ci si affacciarono le difficoltà di una tripartizione razionale del comune lavoro, e anche di una sua redazione sociale; e un po’ per questo, ma più ancora perchè era da prevedere che esso avrebbe richiesto non poco tempo, mentre io ero assillato dall’impegno già assunto di un viaggio intorno al mondo, decisi di troncare la mia collaborazione e di partire pel Canada, lasciando ai miei amici il redigere e pubblicare i loro due volumi([4]).

Il volume del Sonnino «I contadini» che doveva figurare come secondo, uscì in luce primo con lo spuntare del dicembre; l’altro «sulle condizioni politiche e amministrative» il 23 di quel mese. Entrambi non avevano quindi potuto leggere la Relazione della Giunta se non quando liberavano le proprie bozze: ma ebbero sempre agio di dichiarare nella prefazione che trovò posto a capo del volume del Franchetti, che mentre avevano la soddisfazione di trovarsi non di rado d’accordo con la Giunta nei loro apprezzamenti sopra fatti parziali (specialmente sopra quelli esposti nel primo volume), non potevano dire lo stesso dei giudizi generali. Di più in una nota al § 131 del volume del Sonnino è anche soggiunto che la diversità di apprezzamenti per la parte agraria va riferita anzitutto all’avere escluso la Giunta l’esistenza in Sicilia di una qualunque questione sociale, mentre egli Sonnino non solo insisteva nel constatarla, ma ne faceva una concausa importantissima dello stato di insicurezza pubblica e di corruzione civile di gran parte della Sicilia. Ora, poichè dei due volumi si è avuto il buon pensiero di fare una seconda edizione, e si è voluto affidare a me l’onore di premettervi una nuova prefazione, spero che non si troverà fuor di luogo che io m’indugi ad istituire un confronto fra le constatazioni delle due Inchieste, pigliando poi in esame taluni importanti scritti successivi che se ne occuparono, e dando conto per ultimo della discussione parlamentare sollevatasi quasi a loro conclusione.

 

IV.

 

Nel leggere la Relazione della Giunta si avverte con sorpresa che essa ha palesemente evitato di parlare dei briganti. Essa riconosce bensì che in Sicilia ricorrono con grande frequenza i reati di sangue, il malandrinaggio nelle campagne e le associazioni di malfattori, ma se pure nel tener parola di quest’ultime, usa anche l’espressione bande (pag. 140), e prima, a proposito del malandrinaggio, attribuisce alle associazioni dei malfattori i ricatti delle persone quantunque eseguiti in rasa campagna, «giacchè è raro che non sieno preparati da lunga mano in conciliaboli di associati e di manutengoli nelle città» (pag. 131), ecco tutti i suoi principali commenti: «È una vera lotta d’intelligenza e di raziocinio che la barbarie sostiene contro la società». «È su questo punto che scattano più calde e più implacabili le accuse e i lamenti contro i poteri pubblici». «....Secondo le deposizioni Pellegrino, Messina e Cesarò le bande dei malfattori ricevono visite e tengono relazioni con la pubblica forza». Così scarsi e scoloriti accenni vanno connessi col proposito della Giunta di spiegare la massima parte dei fenomeni dolorosi della vita siciliana come conseguenza «di una minor preparazione dell’altre provincie italiane all’austero e difficile regime della libertà». Così sfuggono molte colpe e molte responsabilità. E anche altrove la Giunta accenna solo di sfuggita ai reati che pur sono più caratteristici («ricatti audaci come quelli eseguiti l’anno addietro sulle persone del barone Porcari, del barone Sgadari, del Camaroni sequestrato in piena città, agguati in cui cadde la forza pubblica nei poderi del barone Varisano e dei fratelli Cataldi») tutta lieta di constatare che con la sua visita ebbe a coincidere un periodo di tregua iniziatosi mesi addietro, ma costretta a confessare che i più esperti lo ritenevano una delle solite oscillazioni di intensità (pag. 116 e 117). Ma come non considerare il brigantaggio siciliano un gravissimo fenomeno morboso e peculiare dell’isola, quando se ne rintracciano le origini nella reazione contro il feudalismo ferocemente vissuto, quando abbiamo appreso di briganti cresciuti nel mestiere per atavismo, di altri che tali si fecero per isfuggire a quella leva militare la quale prima del 1860 era sconosciuta e nel 1860 venne imposta con rigore eccezionale([5]), quando sapevamo che le bande si formano e si rinnovano così di frequente e in tante plaghe diverse? Sia pure che altri ancora diventarono briganti perchè resi sempre più tristi nella loro intolleranza delle discutibili leggi sull’ammonizione e sul domicilio coatto; che parecchi ruppero con baleni di generosità la fosca sequela dei propri reati; che taluni non negarono preziosi servizi nell’urgenza di qualche movimento politico agli uomini d’ordine ed al Governo, i quali ebbero gran torto nel richiederneli senza sentire in pari tempo la responsabilità di convertirli in buoni cittadini durevolmente. Certo è che ai nostri occhi concretavano il pervertimento morale dell’ambiente, pervertimento che si faceva poi sempre peggiore per la loro triste influenza.

A Ribera abbiamo saputo di un caso che ci dà la misura di questa reciproca azione. Si erano sequestrati due dei sette fratelli che componevano la famiglia Bonifacio. Uno di loro venne rimandato presso di essa per ottenerne il danaro del riscatto; invece egli stesso, i fratelli e gli amici si unirono per dar la caccia ai briganti riuscendo ad ucciderne due e a liberare l’altro fratello. A tutti fu data la medaglia al valore civile, che avevano davvero ben meritata. Senonchè non tardarono ad accorgersi che si tramava la vendetta, e dovendo pur recarsi di frequente nelle campagne pei loro affari si decisero a pagare anch’essi un tributo alla banda per non essere molestati, e presero parte perfino ad un pranzo di riconciliazione.

Può anche darsi che la Giunta si sia lasciata vincere dall’ottimismo per un certo riguardo politico. Gli è infatti che il brigantaggio non potrebbe vivere senza il manutengolismo, e il porre questo nella sua piena luce offende l’amor proprio dei moltissimi che lo praticano e si affannano a giustificarne la vergogna con la mancata tutela del Governo. Noi invece abbiamo preferito ritrarre fedelmente la situazione nella sua crudità, convinti che se pure era raro che il manutengolismo nascesse cosciente, e fosse deliberatamente volontario, rimaneva altrettanto pernicioso allorchè, caso assai più frequente, era conseguenza ultima di una serie di rapporti, superficiali prima e via via più stretti fra briganti e cittadini.

Il Franchetti ce ne ha dato tre esempi abbastanza eloquenti qua e là nei suoi §§ 20 e 21. Io voglio aggiungerne qui un altro non già raccolto da noi nei colloqui di allora, ma che balza fuori vibrante di verità dall’interessante lettura di due volumi di memorie pubblicati a Parigi in francese nel 1830 coi tipi Delafont dal proscritto siciliano Michele Palmieri di Miccichè. L’essere l’episodio seguito tanto prima della nostra visita è una prova di più che il brigantaggio ha vecchie radici naturali nell’Isola e proprio nella sua medesima fisonomia.

«Era un pomeriggio dei primi di luglio. Mio fratello che era intento a scrivere nella sua camera mentre i domestici stavano finendo il loro pasto, si vide dinanzi all’improvviso tre uomini armati di tutto punto che gli fecero molti inchini per attenuare a loro modo l’impressione sgradevole delle loro faccie e della loro apparizione. Signor marchese, gli dissero, non abbiate paura, siamo brava gente e non vogliamo far male a nessuno, ma abbiamo bisogno di denari. Mio fratello, che intuì di non poter fare diversamente, fu loro cortese e lamentò solo di non essere stato prevenuto della visita. I domestici erano stati rinchiusi a chiave, ed altri nove briganti vigilavano fuori a cavallo. Alcuni abitanti di Villalba fecero sapere di volere accorrere a riscossa: ma mio fratello li fece pregare di rimaner tranquilli, ben sapendo che in caso di resistenza, se pure i briganti fossero stati messi in fuga, o presi, od uccisi, c’era da aspettarsi una feroce vendetta, e per lo meno il fuoco ai quattro angoli della proprietà con la distruzione delle messi e dei boschi: egli fece quindi imbandire una gran tavolata e pregò che non fossero troppo esigenti perchè egli non era l’esclusivo padrone. Mangiarono bene e bevvero meglio, poi intascate duecento oncie (circa 2550 lire italiane prebelliche) e fatte molte riverenze, presero la via del ritorno, sfilando per quattro sotto il comando del loro capo Luigi Lana, davanti a mio fratello che se ne stava ad un balcone sovrastante la porta d’ingresso per dar loro il buon viaggio, augurandosi di non più rivederli. Quand’ecco uno tra essi che doveva aver bevuto più degli altri, gli rivolge una sequela di atroci ingiurie rimproverandolo di averli canzonati con un così meschino riscatto. Luigi Lana gli puntò subito contro il fucile, e mentre tutti si tacevano terrorizzati lo freddò, e cadutone il cadavere dal cavallo, si precipitò di sella, estrasse la sciabola, gli tagliò netto il capo e gettatolo in un sacco che tolse dalla sella, lo presentò sanguinante a mio fratello, dicendogli: — Signor Marchese, egli vi aveva mancato di rispetto dopo che voi ci avete così bene accolti da dovervene essere riconoscenti. Tal sia di ognuno che vorrà offendervi come lui. — Mio fratello, in preda alla più viva emozione, pur rifiutando l’orribile presente, dovè ringraziare». Lo scrittore aggiunge che la banda da allora in poi continuò ad essere piena di riguardi pel marchese suo fratello e per gli abitanti di Villalba, ma chissà quali e quanti favori ne ottenne alla sua volta! Certo s’intuisce che lo scrittore non poteva confessarlo pubblicamente se pur ne era informato — ma siffatte subdole ed accortissime arti, meglio ancora della paura, dovevano riescire, in quel tempo come al momento della nostra visita, ad assicurare intorno alle bande brigantesche, quella rassegnazione passiva iniziale che esse sanno far presto degenerare in più o meno aperta complicità.

La Relazione della Giunta d’Inchiesta non vuole che sieno considerati manutengoli coloro che terrorizzati dalle minaccie aderiscono a ricoverare una banda nella propria masseria o s’impegnano al silenzio sui suoi atti ed andamenti o perfino, in caso di ricatto, preferiscono trattare direttamente con essa all’aiutare le ricerche dell’autorità (pag. 46). A ragione il Franchetti osserva che talvolta la paura spinge altresì a dare armi ed informazioni utili ai briganti e che le condizioni di fatto della Sicilia non consentono di trovare un criterio per distinguere il manutengolo che vi obbedisce dal volenteroso e per determinare il momento in cui al timore delle ostilità si frammischia o subentra la speranza di un vantaggio o di un lucro (§ 65). È accaduto così che poco dopo la nostra visita il feroce capobanda Sajeva fosse sorpreso dalla forza mentre in un casino poco discosto da Girgenti prendeva parte unitamente ai suoi compagni ad un lauto pranzo che gli era stato offerto da un barone e da un cavaliere.

Indipendentemente dal manutengolismo, noi abbiamo potuto accertarci, mentre la Relazione della Giunta lo ha escluso, che in Sicilia s’è formato un ambiente favorevole ai briganti, anche perchè in generale perfino i più feroci di essi, si avvantaggiano di una vaga aureola che ha suscitato qualche tratto di generosità, qualche lampo di eroismo, qualche riparazione di ingiustizie da parte di altri. Io debbo confermare, a malgrado di ogni smentita, che più d’una volta abbiamo sentito parlare di loro con simpatia ed ammirazione anche da funzionari dello Stato. Non c’è che da congratularsi dell’indignazione che questa rivelazione ha sollevato, e da augurarsi che prorompa sempre più calda, ma mi sembra eccessivo il volerla smentire; del resto anche nelle Riviste più reputate se n’è scritto con deferente interessamento, e per darne un esempio, ecco un periodo che esalta il loro valore, tolto da un articolo che fu inserito nella Nuova Antologia del febbraio 1877 da Enrico Onofrio, un siciliano molto verosimilmente anche pel nome: «Briganti si aggirano attualmente per le campagne dell’isola, lasciando fama delle loro prodezze. Il più famigerato è Antonino Leone. Furono uccisi per vendetta privata, o per invidia di mestiere, Valvo, Rinaldi, Di Pasquale, Lo Cicero, Capraro di Sciacca. Questi fu ucciso dalla pubblica forza dopo che, abbandonato dai suoi compagni, sostenne da solo due ore di combattimento contro un gran numero di soldati. Valvo fu assalito in una casa dove trovavasi con la sua amante e morì combattendo. Di Pasquale fu ucciso da Leone per odio personale. Botindari trovasi ora in prigione. Egli resistette per parecchie ore contro gli assalitori; abbandonato dai compagni continuò a combattere; ferito gravemente si diede alla fuga, corse per più di due miglia, dopo le quali cadde a terra sfinito. Uomini di tale audacia s’impongono facilmente a popolazioni di intere campagne.... Il brigante siciliano veste cacciatora e calzoni di velluto, è armato di fucili moderni e di rivoltelle delle migliori fabbriche, porta seco una grandissima quantità di munizioni ed un perfetto canocchiale per poter distinguere l’appressarsi del nemico. Il suo compito si riduce ormai al sequestro di ricchi proprietari. Il sequestrato è generalmente trattato nel modo più cortese ed è fornito a tavola di laute vivande».

Se fosse stato vero che la maggioranza dei proprietari siciliani si sottometteva riluttante ai rapporti con le bande, avrebbe dovuto accadere che anche senza dare spettacolo di eroismi individuali, come fecero sulle prime i fratelli Bonifacio a Ribera, essi ricorressero, con risvegli di dignità e di coscienza, alle difese collettive. Il Franchetti è scettico al riguardo anche quando al suo pensiero si affaccia il recente esempio della Romagna (§ 56). È scettica anche la Giunta Parlamentare d’Inchiesta, ma il Franchetti lo è perchè ritiene troppo diffusa e troppo bene organizzata la violenza delittuosa, per rimaner possibile ad un’associazione di privati il formarsi e romperla e sgominarla; invece la Giunta lo è perchè da parte dei cittadini vi è un diritto ad essere difesi dalla forza pubblica, non il dovere di dirigerla e di esporsi per essa. «Se in una data provincia, essa dice, lo Stato sociale è cosiffatto che non assicura nè la vita nè le sostanze nè la famiglia, non si possono imporre ai cittadini quelle attitudini e quelle virtù che sono il risultato di uno stato sociale affatto diverso» (pag. 144).

Ecco davvero un modo insufficiente di intendere le necessità e le responsabilità della vita civile.

 

V.

 

Nell’articolo della Nuova Antologia che ho già citato, Enrico Onofrio dice che in Sicilia comunemente per mafioso s’intende chi ha del coraggio e sa darne le prove. A ragione il Franchetti ha accettato la definizione del mafioso dataci dal Prefetto di Caltanissetta. «È mafioso colui che per un sentimento medioevale crede di poter provvedere alla sicurezza ed incolumità di sè stesso e dei propri averi, mercè il suo valore e la sua influenza personale, indipendentemente dall’azione dell’autorità e della legge». Nella Relazione della Giunta si va anche più oltre, e leggiamo: «La mafia è lo sviluppo e il perfezionamento della prepotenza diretta ad ogni scopo di male, è una solidarietà intuitiva, brutale, interessata che unisce a danno dello Stato, delle leggi e degli organismi regolari, tutti quegli individui e quegli strati sociali che amano trarre l’esistenza e gli agi non già dal lavoro, ma dalla violenza, dall’inganno e dalla intimidazione» (§ 42). Un volume interessante col titolo «La Mafia» venne scritto e pubblicato nel 1904, coi tipi Sandron, dall’Alongi, siciliano che fu a lungo Commissario di Pubblica Sicurezza qua o là per l’isola. Egli dice che la mafia non è una vera setta ma un modo di sentire atavico. Il reagire prontamente alle offese è di tutti in Sicilia, forma anzi la nota dominante del carattere regionale. L’onesto ricorre alla magistratura o anche al duello; il mafioso non si fa scrupolo di spingersi all’insidia o all’agguato. Questo sentimento atavico genera, per affinità morali, delle Associazioni, come suole avvenire tra coloro che hanno una medesima fede politica o tra coloro che esercitano una stessa professione: ma in dati luoghi l’elemento mafioso si organizza pure in sodalizi criminosi (pag. 127). E il prof. Mosca, citato dall’Alongi, osserva alla sua volta che quei doviziosi e quegli altolocati che coltivano questi rapporti non lo fanno già per indispensabile necessità come affermano in ogni occasione alle autorità ed ai loro conoscenti dei centri meno impregnati di mafiosità, ma piuttosto per vanità, per voglia di primeggiare. L’Alongi si pone poi il quesito come fanno i mafiosi, quando non sono legati da statuti ed in organismi, a riconoscersi, e dice che bastano i contatti dei mercati e delle fiere; del resto ben pochi non lo sono.

Base della mafia, secondo ammette la Giunta (pag. 143), «è il manutengolismo perchè essa non potrebbe altrimenti organizzare i suoi ricatti, essere informata del movimento delle forze pubbliche, depositare i prodotti che preleva sui proprietari di terre e di giardini»; viceversa essa Giunta protesta «contro la leggenda di una fitta rete di manutengolismo a disposizione delle bande, avvolgente una larga complicità dalle alte alle basse classi». Eppure si può sostenere facilmente che se molti mafiosi erano ben lungi dal doversi confondere coi briganti, o dall’esserne i manutengoli, tutti i briganti, moltissimi campieri, molti militi a cavallo, senza dire dei privati, erano pure mafiosi e così il manutengolismo agli occhi nostri allargava molto la sua cerchia e con tanta maggiore insidia.

A prima impressione l’accordo fra le due inchieste pare perfetto; senonchè dopo aver definito la mafia con così foschi colori, e in altri momenti con peggiori ancora, la Relazione della Giunta osserva che non si tratta di piaga specialissima alla Sicilia, perchè la mafia «sotto varie forme, con vari nomi, con varia o intermittente intensità si manifesta anche nelle altre parti del Regno, e vi scopre a quando a quando terribili misteri del sottosuolo sociale: le camorre di Napoli, le squadracce di Ravenna e di Bologna, i pugnalatori di Parma, la cocca di Torino, i sicari di Roma (pag. 114)». Meno male che si concede che la mafia in Sicilia abbia base più larga e più profonde radici, ma, a parte l’evidenza di una preoccupazione ottimistica l’assimilazione è tutt’altro che esatta, e corre gran differenza anche fra la camorra, che suol pattuire e ha per iscopo il lucro, e la mafia che è un sentimento congenito o una disposizione datasi che porta all’esercizio di qualsiasi prepotenza con o senza lucro, cumulando specialmente nella vendetta.

Ho detto con o senza lucro. A Palermo un consigliere di Prefettura che poi fu per vario tempo deputato, dopo aver definito più semplicemente la mafia siccome un esercizio di arbitrio individuale che non implica necessariamente l’idea ed il fatto dell’associazione, ha aggiunto che vi è mafia nel senso buono come nel senso cattivo. «Io» disse egli, «sono un mafioso». — Così si comprende subito come alcuni funzionari sieno caduti facilmente in Sicilia nell’imperdonabile peccato di voler combattere e guarire il male col male. Lo stesso Consigliere di Prefettura, mentre riconosceva per vere le imputazioni fatte dal Tajani, anche in piena Camera, al Questore di Palermo Enrico Albanese, e confermateci da lui quando l’abbiamo visitato a Napoli, sosteneva in buona fede che Albanese era un fior di galantuomo e un questore zelantissimo, e soltanto debole di fibra. Proseguendo, ci narrò di aver saputo dal generale Medici che una volta egli chiese all’Albanese se era vero che a Termini Imerese, come gliene era già pervenuta notizia confidenziale, nella notte scorsa fosse stato assassinato un perverso malfattore e bruciato il suo cadavere col petrolio. L’Albanese non negò, ma mentre lasciava supporre, speriamo scherzosamente, ch’egli al volerne bruciato il cadavere non fosse estraneo, e altrettanto faceva il Sottoprefetto di Termini Imerese intanto sopraggiunto, capitò di un sùbito una completa smentita ufficiale, sicchè il Medici, sdegnato, esclamò: «Come potete vantarvi perfino di brutte azioni non commesse?».

Del disordine di moltissime amministrazioni locali la maggior responsabilità è della mafia che si annida in tutti i partiti e vi prospera a spese dell’interesse pubblico. Così avvenne che mentre in Romagna i funzionari dello Stato, nel tempo in cui si volevano applicare provvedimenti eccezionali, si sentivano isolati, in Sicilia non si cessava mai dal circondarli riuscendo a guadagnarne l’animo. Entrambe le inchieste fanno a questo proposito rimprovero al Governo l’averli mutati troppo spesso in armonia non sempre inconsapevole alle influenze della mafia locale. La Relazione della Giunta ammette per lo meno che vi fosse un po’ di vero nell’affermazione che molti Prefetti si sieno esclusivamente occupati di interessi politici con trascuranza degli interessi amministrativi.

Un così doloroso stato di cose esige una più chiara spiegazione. Si è tanto più facilmente indotti ad abusare della autorità di cui si è investiti, quanto più coloro sui quali essa si esercita abusano della libertà a loro concessa; ed è per mantenere le giuste proporzioni fra l’una e l’altra che la Legge, come impera imparziale sui cittadini tutti, contiene anche in sè i freni per chi deve applicarla. Ciò deve intendersi anche rispetto ai rapporti privati perchè nella compagine sociale essi sono sempre un intreccio di esplicazioni dell’autorità e della libertà, ma ha maggiore significato nei rapporti dei funzionari ed agenti dello Stato e delle Amministrazioni locali coi cittadini. Guai a rompere l’equilibrio normale perchè allora la giustizia si vela ed esula, e a poco a poco l’arbitrio e la violenza dappertutto subentrano con una triste vicenda di eccessi passionali e di illegali reazioni che del pari si risolvono in danno di tutti, e ci avviano ad un regime di barbarie. Eppure troppo spesso accade che quando l’ordine è turbato e si vuole ristabilirlo, si è sedotti dal bisogno di procedere con energia e di riescire radicalmente, e quindi si esagera inconsciamente la propria azione e si oltrepassano i limiti della Legge che sono quelli della morale e della giustizia. Non senza ragione fu detto e ripetuto che è questione di combattere abusi ed eccessi, e che la salvezza dello Stato, e anche soltanto la conservazione dell’ordine pubblico, costituiscono una necessità suprema la quale giustifica tutto; ma quelle dovrebbero risultare contingenze proprio inesorabili e sempre transitorie: quindi la sospensione delle libertà e l’offesa ad esse dovrebbero concretarsi in un provvedimento particolare e passeggero nell’indole più intima: anzi, contemporaneamente all’adozione, dovrebbe essere dato pegno di un prossimo ritorno alla legalità.

La teoria è presto enunciata, e nel caso del governo della Sicilia, il marchese Di Rudinì, che pure fu tanto accusato di arbitri e di violenze quando si trovò a reprimere i moti del 1866, trovò una formola felicissima che gli udii ripetere più d’una volta: «Meglio un ricatto di più che una libertà di meno»; ma difficile ed arduo quanto mai è l’applicare la teoria, e vediamo spesso smarrirvisi nonchè le classi dirigenti, proprio il Governo, sopratutto perchè fuorviato da fini politici ed anche per la instabilità sua e dei funzionari dai quali si fa rappresentare. Così, dopo le due Inchieste, mentre nella Camera era stata la Sinistra a muovere le più severe accuse di illegalità ai Ministeri di destra, il Nicotera, Ministro dell’interno con l’avvenimento della Sinistra, persuaso che un allontanamento dall’Isola dei peggiori elementi, comunque ottenuto, dovesse portare un durevole ritorno della pubblica sicurezza, applicò largamente il domicilio coatto senza che nemmeno vi fosse una preventiva contravvenzione all’ammonizione, condizione voluta anche dalla legge per i provvedimenti eccezionali. Ancora una volta fu il Governo a dare l’esempio della violazione della Legge, nè si può dubitare che allora e poi la situazione non ne fu già risanata, ma aggravata — perchè l’esempio non poteva non avere una triste ripercussione nei rapporti fra i cittadini oltre che nell’azione dell’Autorità e della Magistratura. Certo non tutto il patriziato, non tutta la borghesia è da sospettarsi o da rimproverarsi, ma non si può altrimenti spiegare la nostra dolorosa constatazione che le classi dirigenti siciliane, in gran maggioranza, invece di proporsi esse stesse un còmpito di rigenerazione, aumentavano i guai dell’Isola con l’egoistica, subdola e falsa insinuazione presso le Autorità che i propri interessi, sia privati, sia di partito, s’identificavano coi pubblici, specialmente nel campo delle Amministrazioni locali. Qui è da compiacersi che ben altrimenti energica che quella del Relatore della Giunta, sia tuonata la voce ammonitrice del Franchetti, anche se proprio di ciò più amaramente si dolsero e coloro che erano in colpa e coloro che trovarono opportuno di dimostrarsi solidali con essi.

Un esempio scandaloso è intervenuto in quei giorni. La Società di navigazione «La Trinacria» era notoriamente in condizioni di fallimento, eppure il Governo le prodigò allora altri cinque milioni, e gli organi ministeriali giustificarono l’enormità adducendo che proprio in quei momenti la pubblica opinione esigeva dei riguardi per la Sicilia. Quella non poteva essere invece che una sua falsa apparenza, e molto opportunamente il paragrafo 301 del volume deplora che poche persone, assumendo un falso carattere ufficiale, riescissero spesso a farsi credere suoi autorevoli elementi costitutivi. La Giunta pur ammettendo l’imprudenza delle esposizioni del Banco di Sicilia con la Trinacria nota che «l’opinione pubblica di Palermo era unanime nel sostenere quella Società, che aveva assunto quasi carattere nazionale ed aveva saputo quasi identificarsi con l’amor proprio isolano» (pag. 38).

Il Franchetti ha spinto la deferenza verso la Giunta d’Inchiesta, quando ne ha conosciuta la Relazione, fino a riportare integralmente, dopo aver deplorato anche egli le deficienze dell’azione del Governo per le opere pubbliche delle quali era assetata la Sicilia, la parte dove con grande competenza erano esaminati i bisogni della viabilità terrestre e marittima. Si può per altro osservare che entrambe le Inchieste dovevano meglio studiare quali provvedimenti più efficaci, specialmente in fatto di bonifica malarica ed agraria, potevano adottarsi per assicurare una maggior salubrità e prosperità economica all’Isola. Lo stesso dicasi circa la convenienza di promuovere con mezzi essenzialmente educativi l’orientazione delle menti dell’Isola verso la necessità di una vera rigenerazione morale. Contro gli arbitrî, le violenze e le illegalità, scuole, associazioni per la coltura, conferenze, congressi, riviste tecniche e letterarie si dovevano promuovere, in bel coordinamento fra loro, e sotto la guida di un personale di sana ed elevata ispirazione, non inferiore a quello invocato per le amministrazioni locali e per i servizi dello Stato. La Relazione della Giunta lamenta opportunamente una grande negligenza nei riguardi degli Asili Infantili «che troverebbero assai maggiore sviluppo educativo se cadesse sovr’essi l’occhio intelligente e l’amorosa cura delle signore del luogo, certamente colte e gentili» (pag. 89).

Pur troppo il brigantaggio e la mafia non sono le sole rivelazioni di un profondo traviamento della mentalità di molti siciliani. Come prova del mio asserto voglio citare una confidenza che ci venne fatta dal Principe di S.... Egli, pur essendosi affrettato a riconoscere il torto che il brigantaggio faceva alla Sicilia e a deplorare sia la mancanza di coraggio civile da parte dei cittadini nel non combatterlo spontaneamente, sia l’inettitudine di aver lasciato disperdere la banda Capraro dopo l’uccisione del suo capo, si vantò tuttavia con noi di tenere nascosta nell’abitazione di un Barone del quale allora godeva l’ospitalità, una giovinetta da lui fatta scomparire dal paese senza che nessuno del luogo e nemmeno il Barone e i suoi famigliari ne sospettassero nulla.

Mentre qui si rilevano queste gravi sconcordanze, non devesi trascurare di prendere nota che vi è consenso tra la Relazione della Giunta e il volume del Franchetti non solo nell’esposizione dei precedenti storici, ma anche negli apprezzamenti su certi fenomeni ed organismi speciali della vita siciliana coi quali hanno una stretta connessione i briganti e la mafia, per esempio l’abigeato e il contrabbando, il milite a cavallo ed il campiere.

 

VI.

 

Gravi sono anche le sconcordanze della Relazione della Giunta col volume del Sonnino.

Una prima riguarda la divisione della proprietà.

La Relazione ammette di buon grado che la condanna del latifondo esce unanime dal giudizio degli uomini più competenti dell’Isola (pag. 14) e che il beneficio di 20 mila proprietari nuovi recato dalla censuazione siciliana fu turbato dal ritorno, immediato o graduale, di alcuni lotti venduti, che ricostituì nelle mani di un solo proprietario o un latifondo nuovo o l’incremento dei latifondi limitrofi; ma vanta assai gli effetti generali delle leggi di svincolo. Invece il Sonnino, ai paragrafi 84, 85, 86 deplora amaramente i metodi tenuti nella liquidazione di quell’enorme massa di beni. Pubblicatasi poi la Relazione della Giunta, a pag. 334 del volume del Franchetti venne inserita quella nota alla quale ho già accennato, dove si sostiene di nuovo che qualunque potesse essere l’importanza della coltura e della proprietà media e piccola, era caratteristica della Sicilia un grande concentramento della proprietà, tale da determinare le condizioni economiche e sociali. È dunque importantissimo approfondire questo punto.

La Relazione della Giunta potè far tesoro oltre che della Storia dell’Enfiteusi dei terreni ecclesiastici in Sicilia, pubblicata nel 1871, anche di una deposizione del suo autore, il prof. Corleo, che citò perfino il caso di un lotto sminuzzato fra 300 aspiranti; ma da altro lato il Sonnino si fece forte della pubblicazione fatta nel 1875 dal prof. Basile di un volume «I Catasti d’Italia e l’Economia agricola in Sicilia», dove nelle pagine 78, 112, 113 è lamentata la cessazione di un movimento accentuato verso la censuazione della proprietà territoriale, già iniziatosi nel 1824, grazie alla Legge Borbonica del 10 febbraio di quell’anno, che dava diritto ai baroni di assegnare forzosamente ai loro creditori delle terre in pagamento dei propri debiti. Maggior luce venne fatta poco dopo le due Inchieste da una statistica pubblicata dall’ing. G. C. Bertozzi nel volume 4° degli «Annali di Statistica»([6]) che dava come esistenti 20,670 quote enfiteutiche, possedute da 8105 enfiteuti, e per una somma di canoni annui di lire 4,785,565, ma appena il 23 per cento di questa somma riferiva ad enfiteuti possessori di una sola quota per ciascuno; e calcolava che il loro gruppo, che comprendeva i due terzi del totale, abbia avuto solo 27 lotti per ogni 100 censuati mentre gli altri 73 andarono in mano dei pochi che si presero molte quote per ciascuno. Il doppio ordine di fatti, osserva il Bertozzi, prova che un numero grande di quote enfiteutiche dev’essersi concentrato in poche persone, le quali erano già ricche per altre proprietà fondiarie, prova cioè che la ripartizione dei fondi ecclesiastici effettivamente ottenuta con l’enfiteusi era ben lungi dal corrispondere agli intenti della legge; anzi i molti lotti venuti insieme nelle mani dei singoli utenti è da supporre che nella maggior parte dei casi abbiano reintegrato i fondi che i periti avevano diviso in quote, come vien confermato dal gettar l’occhio sugli elenchi nominativi degli enfiteuti con più di una quota e dei Comuni in cui le loro quote si trovano. È poi da dare rilievo al fatto che le maggiori lagnanze del Sonnino concernono l’avere congegnato ed attuato l’alienazione di quella massa di beni senza una decisa preoccupazione di farli pervenire direttamente alla popolazione rurale che li lavorava, defraudatane così mediante le camorre nelle aste, le maliziose interposizioni di nullatenenti, e le sfavorevoli interpretazioni della giurisprudenza.

Benchè qua e là nel suo contesto la Relazione della Giunta vi faccia pure vari fuggevoli accenni, è nelle sue conclusioni che più esplicitamente esclude l’esistenza in Sicilia al tempo dell’Inchiesta di una questione sociale e di una questione politica. Vi si legge che «le ossa di quella razza robusta e vivace, non erano rose, malgrado le avversità del passato, nè da una questione politica nè da una questione sociale». Ora, prescindendo dalla politica, che anche l’Inchiesta privata riduce al preconcetto autonomista di pochi ambiziosi che speravano vantaggi per sè dall’indipendenza più o meno assoluta dell’Isola, quanto alla sociale è strano che la si voglia negare pur convenendo nella presenza di molte condizioni che sogliono generarla e fomentarla. Si può anche concedere che non vi sia un nesso diretto fra i bassi salari o i durissimi patti agricoli col brigantaggio e con la mafia, perchè le loro sedi preferite sono le zone più prosperose dell’Isola e perchè molti dei mali che possono affliggere il contadino siciliano si riscontrano in altre provincie del continente, ma è chiaro che bassi salari e durissimi patti agricoli concorrono a mantenere i contadini in uno stato di pietosa miseria, e che se non il brigantaggio, la misteriosa mafia interviene con le sue violenze ai loro danni quando s’agitano individualmente o collettivamente per migliorare le proprie condizioni. Inoltre la questione sociale può esistere anche indipendentemente da tutto ciò: essa ha radice nella cattiva distribuzione della ricchezza, e negli ostacoli, quali l’oppressione tributaria e l’insufficienza dei servizi pubblici più necessari, con cui una o più classi sociali impediscono ad un’altra di acquistare più largamente, ma si concreta anche in un vago malcontento per il bisogno insoddisfatto di giustizia e di carità in ogni esplicazione della vita; si aderge quindi a valore e significazione morale. Il giudizio definitivo sul diverso apprezzamento l’avevano già dato le sanguinose sollevazioni di Pace, di Collesano, di Bronte, e di molte altre località; ma lo ribadirono anche troppo presto quei Fasci (la cui storia io pure ho già narrato nelle pagine della Nuova Antologia)([7]) i quali a taluni occhi parvero sorgere di un tratto sotto la bacchetta magica di una propaganda artificiosa, ma ebbero invece una paternità immediata nella reazione contro uno spietato sfruttamento, sicchè non si poterono frenare o sciogliere senza repressioni cruente. Nè si dica che poi, sciolti quei Fasci, l’ordine in Sicilia tornò così estesamente da poterli supporre manifestazione non già di una malattia organica e costituzionale, ma di fenomeni morbosi isolati e per sè stanti. Quei Fasci furono sciolti, ma ne sopravvive la tradizione e il senso di disciplina che li rese minacciosi; e la tranquillità che oggi si avverte è dovuta in gran parte alla maggior prosperità economica e conseguentemente al prevalere della domanda di braccia sulla loro offerta e a una certa mitigazione dei patti colonici.

E la Giunta e il Sonnino s’occupano delle Associazioni dei contadini.

La Giunta cita di sfuggita quella di Valle d’Olmo, costituitasi per introdurre migliori pratiche agrarie e per soccorrere quei borghesi che si trovavano, per gli onerosi patti agricoli, in compassionevoli strettezze, tentativo tanto rispettoso degli ordini sociali che la Presidenza ne fu affidata al Conte Tasca d’Almerita, «ricco proprietario e specchiato cittadino» e aggiungerò io, uno dei non pochi patrizi che ci si rivelarono compresi dei loro doveri sociali: poi cita l’Associazione dei borgesi di Villalba che stettero alcuni mesi senza lavorare, piuttosto che consentire ai durissimi patti imposti per gli affitti e le mezzerie da quei proprietari, ma senza usare pertanto nessuna violenza.

Invece il Sonnino include questi medesimi esempi in un apposito capitolo sui mezzi d’azione con cui i contadini possono migliorare la propria sorte; e dopo averli riassunti nell’associazione e nell’emigrazione, distingue le Associazioni in cooperative di produzione e in restrettive della mutua concorrenza. Fra le prime cita quelle di Valledolmo, di Sanfratello e di Mistretta. È noto che questa forma si è andata poi diffondendo assai, e che, mentre e socialismo e clericali le offrirono a gara il loro patronato, in generale non si è molto allontanata dal campo dell’intensificazione della produzione, salvo che nel periodo dell’agitazione dei Fasci. Ma il Sonnino va più oltre, e partendosi dal fatto che già allora, secondo il progetto di un nuovo codice penale, nulla vi era di ingiusto nell’associarsi per alzare i salari, si indusse a ragionare delle società di resistenza e degli scioperi, naturalmente riconoscendone la legittimità quando non ricorrevano a violenze, ma senza tacere che n’era sempre discussa l’opportunità e l’utilità. Quel capitolo può avere irritato assai la generalità dei proprietari siciliani e fors’anche molti di quelli del Continente, ma era più che giustificato dallo spettacolo della miseria nera dei contadini di alcune plaghe, e dopo tutto egli approvava novità già latenti, e che non tardarono ad imporsi anche colà, tanta ne era la giustizia sociale. D’altronde egli, se dimostrava pure che v’erano ragioni impellenti per estendere maggiormente nel campo agrario quelle limitazioni contrattuali il cui principio era già accolto nel nostro Codice Civile e le cui applicazioni nelle legislazioni straniere intanto illustrava, in un altro capitolo faceva appello eloquente all’azione spontanea dei proprietari. Qui mi si permetta di ricordare che anch’io incoraggiai con fervore questa parte del disegno del volume, e che quando nel 1893 il Ministero di Grazia e Giustizia d’allora, d’accordo col Ministro di Agricoltura, Industria e Commercio, istituì una Commissione con l’incarico di studiare e proporre le modificazioni da introdurre nel diritto vigente per quanto si riferiva ai contratti agricoli ed al contratto di lavoro, io che ebbi l’onore di farne parte([8]), alla chiusura delle laboriose discussioni ho voluto dichiarare che «pure affidandosi alla legge, come nelle deliberazioni della Commissione, la tutela del contadino, il modo più legittimo e più efficace di rimediare alle attuali enormità del patto colonico era il riconoscimento da parte dello Stato delle Associazioni di resistenza intese a permettergli di integrare da sè le proprie forze; le quali Associazioni, coi loro procedimenti segreti diventano presto e volentieri un pericolo sociale, ma legittimate e controllate dallo Stato come si è fatto in Inghilterra, possono avere e mantenere il provvido carattere di istituzioni tutrici della indipendenza contrattuale».

 

VII.

 

Se i miei amici si appagarono di dichiarare con brevi parole il loro accordo con la Giunta parlamentare negli apprezzamenti su fatti parziali, ma non nei giudizi generali, lasciando al pubblico di formarsi un’opinione sulle differenze che li dividevano, invece l’on. Bonfadini, Relatore della Giunta (poichè non vi è dubbio che egli stesso si celava sotto l’anonimo), ha voluto dare alla luce un lungo articolo di garbata polemica nei tre numeri del 20, 22 e 23 gennaio 1877 del giornale La Perseveranza di cui era assiduo collaboratore. Nel pigliarli qui in esame, mi accadrà forse di cadere in qualche ripetizione, ma spero che essa non riescirà a detrimento di chiarezza sulla interessantissima contesa.

Il Bonfadini non ha saputo spogliarsi del sentimento della sua superiorità di vecchio parlamentare, e, pure prodigando molti elogi agli autori dell’Inchiesta privata, e concedendo cattedraticamente che con pochi pentimenti di forma e di pensiero si sarebbero evitate le sue critiche, prende a partito prima il Franchetti e poi il Sonnino, ma sempre da un medesimo punto di vista di conservatore, sicchè agli occhi di chi si senta animato da uno spirito liberale quelle critiche si convertono in elogi.

Abbastanza esatto e perspicuo è il seguente riassunto ch’egli fa della sostanza del volume del Franchetti: «La Sicilia è tuttora governata nelle sue manifestazioni sociali dallo spirito medioevale, le cui caratteristiche principali sono due: un’assenza quasi totale della classe media, e la tendenza di tutti a credere l’autorità privata, qualunque ne sia la forma, e più forte e più legittima e più rispettabile che l’autorità del Governo e delle Leggi. Queste, ordinate secondo il sistema italiano di una prevalenza della classe media, non hanno trovato in Sicilia una base razionale su cui esplicarsi, e non hanno servito così altro che a sanzionare nella maggior parte dei casi, con una vernice di liberalismo le prepotenze e gli abusi degli antichi sistemi, lasciando da un lato la classe dominante che ha monopolizzato tutti gli uffici e le pubbliche funzioni a beneficio dei propri interessi e della propria supremazia, e dall’altro una classe sofferente di proprietari e di lavoratori del suolo che non trovano nella legislazione nazionale mezzi legali efficaci per migliorare il proprio stato, e che, se non ora, saranno tratti più tardi a trovare nella solita violenza i soliti scioglimenti della questione sociale».

Il Bonfadini trova giusta l’affermazione che in Sicilia il concetto delle forze e delle relazioni personali prevale sul concetto delle forze di Governo e delle relazioni pubbliche, ma trova esagerato che questo fatto produca una mancanza di sentimento degli interessi pubblici, e cita a suo sostegno sia il buon ordinamento di talune istituzioni di utilità pubblica, specialmente a Palermo ed a Catania, sia i larghi concorsi votati dai Corpi locali per opere pubbliche. Ma l’una cosa non è affatto in opposizione con l’altra: eppoi si tratta di proporzioni e sarebbe occorso analizzare e far cifre prima di concludere.

Più oltre il Bonfadini ammette pure che sia una delle più forti radici dei mali della Sicilia il difettarvi la classe media sulla quale altrove può appoggiarsi il sistema liberale della nuova Italia, ma trova esagerato l’averne tratto la conseguenza che il proletariato sia in balìa della classe abbiente, e lo argomenta dall’essere anzi non pochi i Comuni nei quali gli abbienti si lagnano di essere stati soverchiati nelle elezioni locali; ma è facile che si tratti di casi di reazione naturale, oppure di lotte di partiti amministrativi, e quindi, in quelle vittorie, i proletari se mai non rappresentano che un’etichetta, e per lo meno potrebbe dirsi che furono invocati e capitanati per ben altri interessi dei propri, allo stesso modo che da parte di altri si giungeva ad allearsi perfino con bande brigantesche avversarie fra loro, con la differenza tuttavia che l’imposizione della banda vittoriosa rimaneva per lungo tempo sul partito che l’aveva invocata, e invece i proletari non erano che alleati momentanei presto ricondotti sotto la propria sferza dal partito vincitore.

È scritto negli articoli: «Come conciliare l’asserita simpatia dei siciliani pei briganti con la storia dei ricatti, delle grassazioni, degli scrocchi a cui soprattutto è soggetta la classe dei proprietari, e che li costringe in tanti luoghi e per tanto tempo a vietarsi la soddisfazione e la vista delle loro campagne?». Certo al momento delle due Inchieste, e anche di sovente, vi erano molti signori i quali, per lo sdegno della vita di umiliazione che avrebbero dovuto condurre, si assentavano per lunghi periodi, lasciando alle prese coi briganti il loro gabellotto; ma viceversa, se non la simpatia, il manutengolismo di gabellotti e proprietari aveva proprio la sua prova, come ci venne ripetuto da più fonti autorevoli, nella sicurezza con cui quelli tra loro che non si erano rassegnati ad assentarsi, risiedevano sul luogo con moglie e figli, e giravano senza scorta anche se il territorio era infestato da una banda. Nella provincia di Palermo, e nelle altre zone in condizioni di sicurezza analoghe, ricatti, grassazioni e scrocchi erano vicende clamorose ma non frequentissime perchè verosimilmente riservate agli insofferenti delle tristi imposizioni e negoziazioni; ma non per questo potevano considerarsi per eccezionali, come avrebbe voluto il Bonfadini, specialmente quando e la Giunta Parlamentare, e noi, e la stessa Camera, insieme con le denuncie e deplorazioni della tristissima piaga, ricevevamo denuncie e deplorazioni circa i rapporti che funzionari dello Stato e personale della pubblica forza avevano avuto ed avevano con le bande, delle quali anche si servivano come loro mezzo poliziesco.

Non è vero che il Franchetti, come scrive il Bonfadini, abbia voluto escludere dagli uffici governativi della Sicilia tutti gli impiegati siciliani, e solo perchè gli è risultato che taluno fra essi fosse infido. Non v’è che da rileggere il suo § 105 per accorgersi che non solo egli ammette eccezioni, ma dichiara che gl’impiegati siciliani i quali intendono egualmente lo stato dell’Isola e quello della società moderna saranno istrumenti migliori di qualunque altro. La riserva circa la loro mentalità s’imponeva perchè da impiegati siciliani abbiamo sentito troppo spesso fare l’apologia delle repressioni violente, e, peggio ancora, della mafia ufficiale; vi fu perfino chi lamentò che non si ponessero limiti per legge o per regolamenti locali alle pretese di più alti salari. Così pure a torto si imputa al Franchetti di avere affermato che nell’Isola non v’è la possibilità di governare con l’opera combinata di quei cittadini e dello Stato. Il concetto ch’egli esprime ai paragrafi 103 e 106 corrisponde in ultima analisi a quello più felicemente espresso dal Sonnino al paragrafo 128, che la Sicilia, lasciata a sè, o con una rivoluzione, o col prudente concorso della classe agiata, avrebbe trovato il rimedio ai suoi mali e quindi al disagio dei contadini e dei lavoratori.

Il Bonfadini è costretto invece ad ammettere per giusta l’affermazione del Franchetti e del Sonnino che in Italia l’abolizione del feudalismo lasciò i contadini nelle condizioni di prima, e che nel 1860 furono sovrapposte leggi moderne a costumi medioevali, ma trova esagerata la conseguenza trattane che tutta la legislazione liberale dal 1860 in poi si risolve in polvere negli occhi, e li rimprovera di essersi lasciati soverchiare dall’amore di quella tesi la quale aveva già fatto capolino in altri loro precedenti lavori, che cioè ormai l’Italia trovavasi in presenza di una vera questione sociale già adulta e minacciosa. Questo rimprovero è ben naturale che esca dalla penna di chi nella Relazione della Giunta non trovava nemmeno da sorprendersi della miseria del contadino siciliano perchè peggio di lui vivevano i contadini delle risaie lombarde, i pastori della campagna romana, i cafoni delle balze silane, e tutto scusava con la peregrina osservazione, con la quale potè giustificarsi anche la schiavitù, che le diseguaglianze sociali sono base necessaria della società umana. Eppure attenuarle, addolcirle in ragione dei mille progressi, è anzi farle più provvide.

Comunque, il Bonfadini, nell’insieme del suo importante articolo, anche attraverso le non poche divergenze nelle idealità politiche e sociali, si è venuto sempre più accostando, quando n’ebbe avuto piena conoscenza, agli apprezzamenti di fatto e alle più importanti deduzioni dell’Inchiesta privata, tanto da chiudere l’articolo con queste parole, delle quali i miei amici non possono che essersi altamente compiaciuti: «Della Sicilia dovrà pur troppo occuparsi per un pezzo la nuova generazione politica, alla quale spetta riordinare, col sussidio dell’esperienza, quella patria che la generazione cadente ha tratto dal sepolcro secolare, rinnovandola di spiriti e di vigoria. Se quella dirittura di intenti e quella pertinacia di studi che furono consacrate alla loro recente Inchiesta privata, saranno dagli autori o da altri consacrate al resto delle Provincie italiane, la base dell’avvenire sarà ben presto posata su un terreno sodo, e chi ha fatto l’Italia, potrà con tranquillo animo rassegnarsi a vederla governata ed amministrata dai propri eredi, riservandosi il diritto di quel brontolìo che è innocua protesta dell’onesta vecchiaia contro la gioventù attiva e capace».

 

VIII.

 

Più nobilmente non avrebbero potuto chiudersi nè il casuale contraddittorio nè la voluta polemica che io ho voluto rievocare: ma ben altro tono raggiunsero le recriminazioni contro il Franchetti ed il Sonnino nella maggior parte dei giornali dell’Isola. Non solo si è protestato, ma siccome ebbe a scrivermi il Franchetti quando ero al Messico, si è gridato inferociti contro i due calunniatori, citando concetti e perfino frasi che non erano loro affatto([9]). Anche i giornali del continente trascinati dalla profonda impressione destata ovunque da così gravi rivelazioni, non furono avari di recensioni ispirate naturalmente alle diverse dottrine politiche ed economiche che professavano. La stessa stampa estera volle occuparsene. In Inghilterra, oltre i giornali quotidiani, accolsero notevolissimi articoli la Saturday Review e l’Edimburg’s Review; in Germania la National Zeitung dove l’Hillebrand in un seguito di numeri diè nuova prova della sua grande competenza nel ragionare delle cose italiane([10]). Tra le varie Riviste nostre che si pubblicavano allora, la Nuova Antologia tacque, ma il Giornale degli Economisti, autorevolissima rivista mensile edita in Padova, ospitò nel dicembre parecchie pagine del Luzzatti sul solo volume del Sonnino, perchè l’altro non era ancora uscito in luce, e nel gennaio successivo un ampio raffronto del deputato Morpurgo, appunto sulle due Inchieste, sotto il titolo «La vita siciliana secondo gli ultimi studi».

Il Luzzatti, pure nel suo esame parziale, volle accomunare nei suoi elogi i due giovani «accintisi alla grande e difficile impresa di far conoscere i dolori e le deficienze della Sicilia, che anche nei loro scritti individuali facevano sentire la stessa ispirazione superiore essenzialmente virtuosa e la promiscua nota della collaborazione». Rivelando alcune confidenze fattegli dal Corleo sugli insufficienti risultati della censuazione in Sicilia, afferma anch’egli che quei beni ecclesiastici furono sperperati e trova che valeva meglio che lo Stato li avesse tenuti per sè, perchè ne sarebbe accresciuto il valore con l’aumento naturale della popolazione e si sarebbe potuto ponderare con maggior diligenza il modo di distribuirli a prezzo equo fra la popolazione «in guisa da rialzarne veramente la dignità ed il carattere»; il qual disegno ha per altro il difetto di non tener conto dell’urgenza del problema siciliano e delle difficoltà di una gestione di Stato, anche se transitoria. Più felice egli è quando ricorda la recente inchiesta industriale, della quale aveva gran merito, e interviene nel dissenso fra la Relazione della Giunta e il Sonnino circa il danno che una riforma della Legge sul lavoro dei fanciulli poteva portare alle loro famiglie, aggiungendo che il preferire una soluzione affidata ai progressi della meccanica, non lo eliminerebbe nè lo ritarderebbe. Dice la parte in cui il Sonnino tratta dell’azione dello Stato soverchiamente disinvolta, la sua dottrina sulla proprietà fondiaria poco rispettosa dei principii economici e giuridici, ed alcune proposte sui contratti agrari troppo vincolatrici; al qual proposito promette pel prossimo numero un più disteso articolo del quale non fu saputo mai.

L’on. Morpurgo, nel suo «Quadro della vita siciliana secondo gli ultimi studi» cade in qualche contraddizione. Egli narra per esempio di aver appreso in quegli stessi giorni dalla viva voce di un siciliano che un proprietario facoltoso sequestrato dai briganti, avendo potuto sfuggire loro di mano, mostrò del danaro a un suo campiere, gli fece sentire che il proprio sequestro era uno sfregio anche per lui e così gli lasciò comprendere che voleva essere vendicato. Il campiere si eclissò per qualche tempo e quando tornò, morte violenta aveva già soppresso parecchie persone indiziate di responsabilità nel sequestro; ma riferisce anche di un colloquio con quell’eletto ingegno che fu Matteo Raeli, dal quale s’è lasciato dire senza confutarlo che il persistente travaglio della sicurezza pubblica nella vita siciliana era soltanto un episodio contro il quale era un errore e una fallace illusione il combattere con l’occupazione militare e gli espedienti di polizia: ora, se pure si tratta di un episodio, tragico com’è, prevarranno bensì in un lontano avvenire le tanto più diffuse virtù sanatrici, ma intanto come lasciarlo radicarsi e dilagare?... Ed egli plaude del pari sia alla sollecitudine inquisitrice del Parlamento, sia alla concorrente iniziativa privata così piena di carità civile, e rimane perplesso fra l’una e l’altra esposizione dei termini del problema, fra le une e l’altre proposte di soluzione: dapprima gli pare che la Relazione della Giunta pecchi di soverchio ottimismo, e più oltre si dice tratto a dichiarare che un provvido risveglio non possa essere che questione di tempo: «lasciamo acclimatare i nuovi ordini civili, sperimentare gli uomini e le leggi, agire le virtù dell’esempio, acquistar forza l’opinione nuova e i fattori ond’essa si compone, e il rivolgimento si compirà senza alcun dubbio»; più innanzi poi condanna i timori, i dubbii, i dottrinarismi tradizionali come il peggiore dei pericoli e prosegue: «Il non fare, il lasciar fare sembra già un principio di utilità molto problematica in condizioni sufficientemente normali; l’assurdità di esso non potrebb’essere controversa in mezzo ad una società che deve guadagnare con velocità accelerata il tempo perduto.... Un governo operoso e forte, ecco la formola. Non vi dev’essere in Sicilia alcun bisogno ch’esso non sia pronto a curare, non repressione necessaria che rimanga sospesa o che sia ritardata».

Dolse molto al Franchetti che non si fosse preso in esame diligente e più ampio un lavoro di tanta responsabilità e di tanto interesse per il paese e, nello scrupolo della coscienza, voleva che gliene ragionassi di nuovo. «In fondo in fondo, mi scriveva, mi pare che anche in mezzo alle nostre discussioni vi fosse accordo e che i due volumi sieno un riassunto abbastanza fedele delle nostre triplici impressioni; ma letto il libro, vorrei tu mi scrivessi che ne pensi.... Sono molto impaziente di avere il tuo giudizio». Quando poi gli ebbi inviato qualche appunto critico mi replicò senza indugio: «Convengo in moltissime delle tue osservazioni, anche laddove accenni a trascuratezze di forma e di coordinamento, e a ripetizioni; ma il tempo mi è mancato per far meglio. Era necessario che il libro uscisse prima della nuova discussione parlamentare, e fu principiato a stampare il 27 novembre, quando avevo riveduto appena i tre quarti del manoscritto del primo capitolo. Di più, giunto a discorrere della Pubblica Sicurezza, trovai talmente impaccioso distinguere fra le caratteristiche generali dell’Isola e quelle particolari della Provincia di Palermo che mi decisi a spendere tre o quattro giorni per raffazzonare il già fatto e trarne fuori quello che è adesso la Prima Parte. Nel suggerire i rimedi particolari per ristabilire la Pubblica Sicurezza non ho difatti pensato a fermarmi di più su uno principale se non unico. Può sembrare ch’io abbia divagato nell’esame dei tanti, ma il mio convincimento è (ed ho cercato ripetutamente di esprimerlo) che pochi non basterebbero. Con la proposta che per tutti i delitti aventi connessione fra loro a motivo del fine si abbiano a ricercare, arrestare, e sottoporre a giudizio tutti quanti avessero con quei delitti attinenza lontana o vicina, non mi riferisco già ai parenti, spesso innocui, degli indiziati, ma a coloro in rapporto con questi che potrebbero intimidire i testimoni o fossero sospetti per aver commesso qualche violenza. Arresti su così larga base possono essere di difficile effettuazione, ma non mi pare di avere trasgredito alle raccomandazioni fattemi da te e da Sonnino di evitare per quanto possibile ogni proposta di provvedimenti eccezionali; raccomandazioni che trovarono bensì eco anche nei miei convincimenti, ma non senza riserve come ho esposto nel mio ultimo capitolo. Così mi sono lasciato andare alla proposta di aumentare enormemente le ingerenze dei Prefetti e speravo che fosse studiata meglio e discussa, ma ahimè!, fu un’illusione la mia l’aspettarmi che il nostro lavoro potesse venire seriamente esaminato e discusso».

L’amarezza del Franchetti è da sperarsi che sia venuta mitigandosi con la lettura di successive recensioni, ma specialmente quando nella Rassegna settimanale, una lettera di Antonio Salandra aprì un’ampia discussione sulla esistenza della questione sociale in Italia e sul miglior modo di adoperarsi per la sua soluzione. Con essa portavasi senz’altro in campo aperto la lotta di scuole e di tendenze([11]).

Il futuro Presidente del Consiglio, non ancora deputato, trasse occasione della pubblicazione del volume del Villari Le lettere meridionali e di altri scritti sulla questione sociale in Italia (Firenze, success. Le Monnier), per dar saggio di quella vivace opposizione che com’egli dice egregiamente, doveva riescire gradita all’A., perchè atta a richiamare l’attenzione generale sulle questioni da lui suscitate meglio del tacito consenso che suole essere l’espressione dell’indifferenza più che dell’approvazione. E proseguiva: «Non serve prolungar la disputa sull’esistenza della questione sociale in Italia. Se per questione sociale s’intende esclusivamente la forma che la lotta fra le classi ha assunto presso i popoli nei quali l’industrialismo è più progredito, si può dire che noi non siamo fra questi popoli, non l’abbiamo; ma se per essa s’intende quella condizione di cose che deriva dall’esistenza di una classe di cittadini cui è precluso l’adito a giovarsi dei beni, anche infimi della civiltà, è innegabile che fra noi una questione sociale esiste e gravissima; non importa che il fenomeno col quale si rivela non sia lo sciopero, ma il brigantaggio e l’emigrazione.... Non è giusto rimproverare aspramente al Governo italiano di non aver curato l’adempimento del suo grande dovere di occuparsene. Raffermare l’esistenza politica ed economica dello Stato doveva essere la sua prima e massima preoccupazione.... ed è utilissimo che vi sia ora chi si sforzi a muovere una corrente di opinione che possa costringere Governo e Parlamento al nuovo còmpito».

Il Salandra riduceva a tre le sue osservazioni. 1° Convien guardarsi dal porre troppo in rilievo come nostri speciali alcuni mali che pur sono di tutte le società anche le più civili, e dall’insistere nell’attribuirli più particolarmente ad alcune parti d’Italia, perchè si potrebbe nuocere alla diffusione delle idee di riforma tra i meglio disposti localmente. 2° Se vogliamo che le classi dirigenti italiane riconoscano, come dice il Villari, il sacrosanto dovere di aiutare le classi abbandonate alla miseria ed alla fame, oppresse in mezzo alla libertà, poniamole in grado di farlo elargendo loro una coltura e un’educazione superiore, e non inaspriamole con atti di accusa nè condanniamole senza appello. 3° Il problema sociale è oggi di produzione, non ancora di distribuzione della ricchezza. Hanno diritto a provvedere ad una migliore distribuzione della ricchezza quei popoli soltanto che hanno già risolto il problema di una grande produzione. Per non cadere in un certo Gefühlsocialism (socialismo sentimentale) che pur non suscitando agitazioni pericolose, può cagionare uno spreco di forze intellettuali e morali, bisognerebbe persuadersi che i sagrifizi delle classi abbienti hanno un limite inesorabile, e, per allontanarlo, non c’è che evitare l’abbassamento della loro capacità contributiva.

Riassumo anche le risposte della Rassegna.

1° Affinchè i mali delle varie regioni d’Italia possano venire curati, è assolutamente necessario che vengano prima studiati ed analizzati e da esse e dall’Italia tutta con la maggiore pubblicità: tacendone ed attenuandoli mancherebbe ogni coscienza ed ogni guida per qualunque riforma risanatrice: nè può valer l’obiezione che anche altrove vi sieno malati gravi perchè ciò non impedisce mai al medico coscienzioso di fare il proprio dovere presso il malato al letto del quale si trova; presso altri malati accorrano altri medici. 2° È vero che delle ripetute indagini l’amor proprio locale s’irrita e soffre; ma, lasciando da parte gl’interessati, esso non deve far perdere di vista agli onesti l’interesse del Paese; nè si sa di progressi che a loro sieno stati così impediti. Eppoi perchè irritarsi ed offendersi? non si ha responsabilità dei mali che si sono trovati nascendo. 3° Il risolvere separatamente e precedentemente il problema della produzione della ricchezza da quello della distribuzione, non facilita nè avvantaggia in nulla la soluzione del secondo. In Lombardia il primo non poteva essere svolto più brillantemente; pure ciò non ha fatto avvicinare di un passo alla soluzione del secondo. Non si deve dunque limitarci a considerare ora nella Sicilia e nelle provincie meridionali il problema della produzione della ricchezza, escludendo deliberatamente tutte le ricerche, tutti i tentativi per avvicinarsi allo scioglimento di quello della distribuzione. Attualmente nell’Italia tutta e non solo nelle provincie meridionali il problema sociale va posto così: in qual modo la produzione, specialmente agricola, possa da un lato accrescersi e dall’altro distribuirsi.

Questa risposta discende in linea retta dal convincimento che appunto perchè le diseguaglianze di classe sono una necessità imprescindibile della convivenza e della civiltà umana, non si possono fondare e far sussistere gli ordinamenti sociali nè sul solo egoismo individuale nè sul solo sentimento del sagrifizio. Occorse alquanto tempo prima che il Colaianni ed altri scrittori siciliani di buona fede rendessero giustizia ai due volumi dei miei amici; ma gli è che essi non furono subito conosciuti generalmente. Ce lo spiega un aneddoto che si legge nella prefazione del già citato volume dell’Alongi. Egli narra che nel 1878, discorrendo con un Pretore di malandrinaggio e di mafia lo sentì esclamare: «È la prima volta che trovo un siciliano d’accordo con Sonnino e Franchetti, i quali anzi sono più moderati nei loro giudizi: ma Ella giovane com’è, esagera facilmente l’impressione che ne ha ricevuto». — «Scusi, caro Pretore, soggiunge l’Alongi, io parlo per mia esperienza e mi sono ben guardato dal leggere quelli che tutti chiamano due romanzi fantastici». Ma s’indusse allora a leggerli ed ecco le parole con cui prosegue: «Provai subito un’umiliazione profonda vedendo realmente come quegli egregi signori avevano studiato la Sicilia con affetto e lealtà, ed arrossii ripensando alla critica interessata, sleale, virulenta, con cui ne furono rimeritati da noi che dovevamo loro riconoscenza e stima grandi».

 

IX.

 

Alla Relazione sulla situazione della pubblica sicurezza in Sicilia che il Nicotera presentò alla Camera il 13 dicembre 1876 erano allegate le statistiche comparative della criminalità per ciascuna provincia, durante i primi nove mesi del 1875 e quelli del 1876. Da esse risultava che mentre in tutto il Regno nel primo periodo vi erano stati 1496 omicidi consumati, 1218 mancati, 5206 ferimenti gravi, 1752 grassazioni, 362 estorsioni, violenze e rapine, 21256 furti, nel secondo periodo queste cifre erano rispettivamente 1502, 1199, 5075, 1635, 472, 21078, dunque si ebbe un miglioramento sensibile per tutte le categorie, eccezion fatta per quella delle estorsioni, violenze, e rapine. Invece in Sicilia nel primo periodo si ebbero rispettivamente per le suddette categorie nel primo periodo le cifre di 310, 261, 701, 419, 44, 1898 e pel secondo 372, 319, 920, 525, 64, 2148; cioè in tutte un peggioramento compresa quella pei furti, senza dire che la sproporzione fra Regno e Sicilia era assai sensibile.

All’impressione sconsolata di queste statistiche si aggiunse presto quella di alcuni reati più clamorosi seguiti poco dopo, e nella seduta del 27 novembre se ne dolse vivacemente il deputato di Belmonte, in quella del 7 dicembre il deputato Pellegrini e ad entrambi il Nicotera rispose con asprezza che in Sicilia la pubblica sicurezza non poteva ristabilirsi pel manco di appoggio da parte dei cittadini: come sintomo della situazione si ebbe anche nella metà del gennaio la notizia che alcuni commercianti inglesi che dimoravano nell’Isola pei loro affari s’erano rivolti al proprio Governo chiedendogli di interporsi presso il Governo italiano per una maggior tutela delle loro persone e dei loro averi.

In queste circostanze il marchese Di Rudinì presentò una interrogazione al Presidente del Consiglio, che fu cominciata a svolgere il 23 gennaio, per conoscere le intenzioni del Governo riguardo alle proposte della Giunta Parlamentare d’Inchiesta sulla Sicilia. «So pur troppo, egli esordì, che alcuni vorrebbero cuoprire di un velo misterioso i mali dell’Isola; io credo invece che le stesse amarissime e tumultuose discussioni del 1875 abbiano portato il loro contingente di bene perchè produssero l’inchiesta privata del Franchetti e del Sonnino e quella ufficiale da noi ordinata. Non posso, non debbo discutere qui l’Inchiesta privata. Dirò solo che quantunque ben lontano da certi apprezzamenti, da certi giudizi e da certe sue proposte, lodo il sentimento di amorevolezza che la ispirava e mi piace che privati cittadini abbiano voluto investigare le origini dei mali che travagliano la Sicilia, e soccorrervi coi loro studi e coi loro consigli». Così l’interrogazione sua, le discussioni che vi si collegarono e le risposte del Presidente del Consiglio e di altri Ministri (non del Nicotera, assente per malattia e pel quale parlò il Depretis) non tennero conto che della più blanda Inchiesta ufficiale; in ogni modo una certa autorità anche di quella privata era già apertamente dichiarata e tacitamente consentita.

Dopo ciò la discussione potè procedere più calma e le risposte del Governo venire semplificate. Fu l’on. Morana a tenere più vivacemente la parola: non risparmiò l’Inchiesta privata che rimproverò di soverchie generalizzazioni, di superficiali osservazioni, e di deduzioni paradossali, ma senza darne nessuna dimostrazione; i mali deplorati, disse egli, non son di tutte, ma solo di alcune provincie e sono la conseguenza della storia dell’Isola: ma l’on. Colonna di Cesarò gli rimbeccò che il Franchetti ch’egli non aveva l’onore di conoscere da vicino, in quanto alla mafia non aveva detto che verità, ed anzi gli era parso che avesse scritto sulla falsariga del discorso ch’egli stesso aveva fatto alla Camera nel giugno precedente.

Il Depretis, sbrigatosi facilmente del telegramma da Messina con l’osservazione che il Governo inglese nella sua correttezza ed amicizia non vi aveva fatto seguire nessun passo, fu prodigo riguardo all’interrogazione di affidamenti e di promesse. Per la pubblica sicurezza, che assicurò esser già più tranquillante, ma che a suo avviso era il più grosso problema, avrebbe provveduto con migliori funzionari e con l’unificare l’azione delle forze impiegate a tutelarla. In fatto di viabilità egli ed il Ministro dei Lavori Pubblici presero persino l’impegno, ora per buona fortuna da tempo assolto, per una nuova linea che per Messina e le Calabrie unisse Palermo a Roma; ed in guisa di riparazione degli errori della censuazione ecclesiastica magnificò i vantaggi che i Comuni avrebbero potuto ritrarre da una migliore e più coscienziosa liquidazione della parte di quei beni che loro spettava. Ma fu a proposito della mafia che la seduta si fece più interessante.

L’on. Morana riprendendo la parola, tentò di giustificare la tolleranza dei siciliani per la mafia e di spiegare come, pur costituendo questa a parer suo una minoranza, i galantuomini, che sono gran maggioranza, se ne lasciano imporre, e ricorse all’imagine di un esercito invasore che marciando compatto mantiene sotto il suo terrore disgregato e rassegnato il paese invaso. Non per questo si tacque il Mancini, Ministro di Grazia e Giustizia: «Ho voluto studiare, egli disse, da vecchio criminalista se il fenomeno della mafia da sè solo costituisse reato e quindi potesse diventare oggetto di procedimento penale. Io non debbo e certamente non intendo imporre la mia opinione a nessuno. Spetta ai magistrati di pronunciarsi con piena indipendenza, ma io non posso nascondervi di avere acquistato il convincimento che trattandosi di un’organizzazione latente o manifesta di persone che si propongono di far prevalere la violenza, l’intimidazione e l’inganno, per costringere i cittadini a non usare dei loro diritti o per farli soggiacere a indebite coercizioni, una sana applicazione del codice penale quale oggi esiste potrebbe bastare. Attualmente di questa azione si fa appunto l’esperimento in due giudizi, ed ho disposto che si prosegua fino alla Corte Regolatrice, acciò si stabilisca una massima autorevole per tutti i tribunali. Stabilito e deciso che non si tratta solo di una grande immoralità, ma di un reato preveduto dalla Legge penale, sarà dovere del Governo e del Pubblico Ministero che ne dipende di esercitare un’azione vigorosa per l’applicazione di questa massima».

Se l’on. Di Rudinì aveva posto grande energia nel reclamare i provvedimenti che si dovevano prendere e non furono presi dopo che la Giunta Parlamentare d’Inchiesta nominata con Legge ne aveva fatto diligente enumerazione nella sua Relazione al Parlamento, dal canto suo il Depretis a nome del Governo parlò con tale abilità e acquetò tutti con una così gran dose di buona volontà che l’on. Di Rudinì dovè dichiararsi soddisfatto, e anche l’on. Morana, per disciplina di partito, dovè ritirare una sua mozione intesa a provocare un più ampio dibattito e che pure diceva appena: «La Camera, confidando che il Governo del Re saprà soddisfare alle legittime aspirazioni della Sicilia tutelando energicamente la pubblica sicurezza, continuando nei provvedimenti intesi a rendere più celere ed efficace l’amministrazione della giustizia, sviluppando il progresso economico dell’Isola e dando il maggiore impulso al compimento delle opere pubbliche, passa all’ordine del giorno».

Ahi, quanta distanza corse e corre dalle parole ai fatti!

Ci ispiri tuttavia un po’ di rassegnazione il ricordare che Leopoldo Franchetti, ritratto che ebbe con una acutissima analisi storica e psicologica le condizioni medioevali della società siciliana, e le chine fatali lungo le quali anche i migliori funzionari governativi ne subivano involontariamente la triste influenza, pure riaffermato che spettava al Governo di trasformare le condizioni della Sicilia per la pubblica sicurezza come per il resto, e ch’esso solo poteva farlo in un breve giro di tempo, nell’affacciare l’ipotesi di non essere ascoltato, non per questo volle disperare, e solo constatò mestamente che non si può chiedere alle forze isolane di operare prestamente su di sè quelle trasformazioni che nel rimanente d’Europa hanno richiesto parecchi secoli.

 

XII.

 

Fin qui il Discorso che sono stato pregato di premettere a questa nuova edizione dei due volumi per raccogliere su di essi un altro po’ della luce originaria, e per contribuire alla rivendicazione della loro alta importanza.

Mi si consenta ora di esprimere, a mo’ di epilogo, le impressioni che ho provato nel frequente raffronto che m’è accaduto di istituire nel mio interno fra le condizioni dell’Isola che ci si rivelarono allora, e quelle che corrono oggi.

Il primo posto voglio darlo alla soddisfazione con la quale ho potuto accorgermi che avevamo ben ragione di negare ogni serietà alle preoccupazioni della questione politica come allora veniva formulata, e cioè che vi fosse e si agitasse ancora minaccioso un vero partito autonomista. Già lungo tutto questo cinquantennio, attraverso pure alle più complesse vicende, il sentimento nazionalista si è andato sempre rafforzando nei Siciliani, ma alle nostre parole di fede era riservato il più glorioso trionfo nei giorni in cui essi si associarono con entusiasmo al nostro avventurarci nella terribile guerra, e perseverarono con noi nello sfidarne i paurosi pericoli, nel sopportarne i dolorosi sagrifici, nell’accettarne le parziali disillusioni, perchè al pari di noi compresero la grandezza del successo che ci attendeva. — E ad esso oh quanto eroismo, oh quanto sangue, oh quante altre virtù di Siciliani ha contribuito! Quali si sieno le peripezie che si celino nella storia, l’abbraccio fraterno è stretto per sempre, il vincolo nazionale ci ha fusi in una sacra indissolubile unità!

E di un’altra intensa soddisfazione ho sentito il conforto quando m’è occorso di constatare che se traverso il cinquantennio, il turbamento morale della vita siciliana pur troppo non può dirsi ancora sanato, da altro lato immenso è il progresso materiale dell’isola e dovrà pur avere salutari ripercussioni anche nei costumi la sua popolazione che nel censimento del 1871 era di 2,584,099 anime crebbe a 4,299,313 con quello del 1921 a malgrado della fortissima emigrazione, specialmente nella Libia. I depositi solo nella Cassa di Risparmio del Banco di Sicilia, e solo nel periodo 1909-1922 sono passati da 7 milioni a 405. La produzione agraria dev’essere certo assai aumentata se, da una ventina d’anni, come constata lo Zingali, è stata introdotta la rotazione del grano con la fava sarchiata e concimata con perfosfati, e solo su questo binomio viene ora riversato annualmente un milione di quintali di perfosfato([12]). Gli anni di guerra e dell’immediato dopoguerra non impedirono che anche nel 1922 le esportazioni, che nel Regno figurano tanto al disotto, invece nell’isola superassero le importazioni di oltre 63 milioni, a malgrado della crisi dell’industria zolfifera per cui in quell’anno non si ebbe che il quarto della produzione media e a malgrado la crisi del commercio agrumario che si confida superata con la riapertura dei mercati dell’Europa Centrale e di quelli della Russia.

Io non farò qui un’esposizione dell’odierno risveglio industriale, ma non posso a meno di allietarmi per le grandi promesse insite nell’opera fervorosa della Società Generale Elettrica della Sicilia, della quale è anima l’ing. Enrico Vismara. Egli ha comunicato nel 1923 al Congresso delle Società per il progresso delle scienze ed ora ha pubblicato in un opuscolo([13]) un importantissimo studio che ben fa arguire quanto la Sicilia potrà in breve influire sul bilancio economico dell’Italia. Mercè un bacino artificiale alimentato dalle piene invernali del Simeto e del Salso quei miracoli di intensificazione culturale che nella Piana di Catania sono vanto di pochi ettari, i quali non temono inondazioni e son forniti già di acque irrigue, si potrebbero estendere a tutti i suoi 30,000 ettari, perchè il corso d’acqua estivo che ora è appena della portata di un metro cubo al minuto secondo s’ingrosserebbe a quella di 15 a 20 metri cubi. Se ne gioverebbero anche molti terreni vulcanici della falda meridionale dell’Etna. Opere simili sono progettate per la Piana di Terranuova e per la Piana dei Greci, in questa trasformando in agrumeti ed in orti feracissimi 2500 ettari tuttora di poco o nessun valore. Questi bacini artificiali creerebbero anche forza motrice e darebbero origine a linee elettriche con le quali procedere a una grande diffusione del sollevamento delle acque, non più traverso le norie già assai preziose in Sicilia, ma traverso elettropompe tanto più efficaci. Sono 350,000 gli ettari sotto la quota 100 che così potrebbero irrigarsi sia a mezzo di acque fluenti dall’alto, sia a mezzo di sollevamento dal sottosuolo; il Vismara calcola che ove si proceda a trasformarne anche solo 60,000, si creerebbe oltre un miliardo di lire di maggior valore.

Ma se il mio cuore esultava nella visione di questa nuova ricchezza, dalla quale anche tanta rigenerazione sociale può bene attendersi, era invece oppresso dalla più profonda tristezza nel sentir che purtroppo non avrei potuto ragionarne coi miei due amici. Come non rimpiangere quella reciproca fiducia, quella dolce intimità, quella cara comunanza di lavoro che ci aveva allora, e per lungo tempo ancora, avvinti insieme? Come non ricordare con Sidney Sonnino anche la parte che ebbe poi nei nuovi destini dell’Italia, con Leopoldo Franchetti tutte le generose manifestazioni del nobilissimo animo suo? Io non so se li avevo più amati od ammirati; ma il mio rimpianto si faceva ancor più doloroso quando correvo col pensiero agli efficacissimi servigi che, sopravvivendo essi, anche pel prestigio del proprio passato, avrebbero sempre potuto rendere, in queste difficilissime ore, alla nostra patria.

 

Enea Cavalieri.

 


 

CONDIZIONI POLITICHE E AMMINISTRATIVE

 

 

 

 

Capitolo I.

CONDIZIONI GENERALI

 

 

 

I.

PALERMO E I SUOI DINTORNI

 

 

§ 1. — Primo aspetto.

La prima impressione del viaggiatore che, sbarcato a Palermo, visita la città e i suoi dintorni ed ha occasione di frequentare anche in modo superficiale la parte educata di quella popolazione, è certamente una delle più grate che si possano immaginare. Lasciando pure da parte il clima e l’aspetto della natura, già celebrati in tutte le lingue, in versi ed in prosa, buoni e cattivi, la città colla bellezza delle vie principali, l’aspetto monumentale dei palazzi, l’illuminazione notturna, una delle migliori di Europa, presenta tutte le apparenze del centro di un paese ricco e industrioso. Nell’accoglienza dei forestieri, la squisita cortesia non si limita alle forme esterne. Appena si sia manifestata l’intenzione di inoltrarsi nell’interno dell’Isola, abbondano le lettere di raccomandazione, le offerte di ospitalità che poi si sperimentano non essere semplici complimenti.

Se poi, uscendo dalla città, si girano le campagne che la circondano, s’impongono agli occhi e alla mente segni anche più caratteristici di una civiltà inoltrata. La perfezione della coltura nei giardini d’agrumi della Conca d’oro è proverbiale; ogni palmo di terreno è irrigato, il suolo è zappato e rizzappato, ogni albero è curato come potrebbe esserlo una pianta rara in un giardino di orticoltura. Dove manca il verde cupo degli alberi di agrumi, l’occhio incontra le vigne coi loro filari lunghi e regolari, gli orti piantati di alberi fruttiferi, qualche uliveto, qualche raro pezzetto di terra seminata, e dappertutto, segni del lavoro più accurato, più perseverante, più regolare. Nei primi momenti, il nuovo venuto si lascia andare a quell’incanto di uomini e di cose, e sparisce dalla sua mente la memoria delle notizie e polemiche dei giornali, delle discussioni parlamentari, di tutto il rumore fatto intorno alla questione siciliana. Certamente, s’egli in quel momento s’imbarcasse e tornasse via, riporterebbe a casa, se non la convinzione, almeno il sentimento che tale questione non esiste, e che la Sicilia è il paese del mondo dove la vita è per tutti più facile e più piacevole. Soprattutto, se girando i dintorni, non ha osservato i posti di bersaglieri acquartierati in case rustiche dove sarebbesi aspettato d’incontrare uno spettacolo più patriarcale.

 

 

§ 2. — Le prepotenze.

Ma s’egli si trattiene, se apre qualche giornale, se presta l’orecchio alle conversazioni, se interroga egli stesso, sente a poco a poco tutto mutarglisi d’intorno. I colori cambiano, l’aspetto di ogni cosa si trasforma. Egli sente raccontare che in quel tal luogo è stato ucciso con una fucilata partita di dietro a un muro, il guardiano del giardino, perchè il proprietario lo aveva preso al suo servizio invece di altro suggeritogli da certa gente che s’è presa l’incarico di distribuire gl’impieghi nei fondi altrui, e di scegliere le persone cui dovranno darsi a fitto. Un poco più in là, un proprietario che voleva affittare i suoi giardini a modo suo si è sentita passare una palla un palmo sopra il capo, in via di avvertimento benevolo, dopo di che si è sottomesso. Altrove, a un giovane che aveva avuto l’abnegazione di dedicarsi alla fondazione e alla cura di asili infantili nei dintorni di Palermo, è stata tirata una fucilata. Non era per vendetta, o per rancori; era perchè certe persone, che dominavano le plebi di quei dintorni, temevano ch’egli, beneficando le classi povere, si acquistasse sulle popolazioni un poco dell’influenza ch’esse volevano riserbata esclusivamente a sè stesse. Le violenze, gli omicidii, pigliano le forme più strane. Si narra di un ex-frate che in un paese vicino a Palermo aveva assunto la direzione delle prepotenze e dei delitti, e andava poi a portare gli ultimi conforti della religione a taluni fra coloro che aveva fatto ferire. Dopo un certo numero di tali storie, tutto quel profumo di fiori d’arancio e di limone principia a sapere di cadavere. Gli autori di questi delitti, hanno essi subìto processo e condanna? Quasi nessuno è stato scoperto, e quando si sia arrestato alcuno per sospetto, è stato nel maggior numero dei casi messo in libertà per mancanza di prove, perchè non si sono trovati testimoni a suo carico.

Quali sono le ragioni di questa inaudita potenza di alcuni? Dov’è la forza che assicura l’impunità ai loro delitti? Si chiede se sono costituiti in associazioni, se hanno statuti, pene per punire i membri traditori: tutti rispondono che lo ignorano, molti, che non lo credono. Il paese non è dominato da alcuna setta segreta di malfattori. Non v’ha nulla di misterioso in questi delitti. Molti fra i loro autori sono, è vero, persone pregiudicate, che si nascondono alle ricerche della giustizia. Ma la giustizia è sola a non sapere dove sono. Peraltro, è di notorietà pubblica che il tale o il tal altro, persona agiata, proprietario, fittaiuolo di giardini, magari consigliere nel suo Comune, ha formato ed accresce il suo patrimonio intromettendosi negli interessi dei privati, imponendovi la sua volontà, e facendo uccidere chi non vi si sottometta. Che quest’altro, il quale va passeggiando tranquillamente per le strade, ha più di un omicidio sulla coscienza. La violenza va esercitandosi apertamente, tranquillamente, regolarmente; è nell’andamento normale delle cose. Non ha bisogno di sforzo, di ordinamento, di organizzazione speciale. Fra chi dà il mandato di un delitto, o chi l’eseguisce, spesso non appare traccia di relazione continuata, regolata da norme fisse. Sono persone che avendo bisogno di commettere una prepotenza, e trovando sotto la loro mano, e, per così dire, per la strada, istrumenti adattati al loro fine, ne fanno uso.

Nè pure si può dar nomi di società alle relazioni più o meno fisse o determinate, colle quali sono uniti fra di loro e con certi impresari d’omicidii, i numerosi componenti della classe di latitanti, sospetti, e facinorosi d’ogni specie, che popolano più specialmente le campagne, i paesi e le città della provincia di Palermo([14]). Fra le persone di questa specie, le relazioni sono determinate e regolate da similitudine d’interesse e di condizione, e non abbisognano di regole prestabilite. È vero d’altra parte che coloro i quali si assumono l’accollo della perpetrazione degli omicidii seguono certe norme nella scelta delle persone dalle quali accettano commissioni, e richiedono che la posizione sociale, il carattere, i precedenti del committente sieno tali da dar garanzia. Vogliono essere assicurati che il legame, il quale dal delitto comune nascerà fra mandante e mandatario, non sarà ad esclusivo vantaggio del primo, o a danno esclusivo del secondo. Ma tali norme di condotta e tali garanzie, nascono dalla natura delle cose, non da convenzioni e da statuti.

 

 

§ 3— Associazioni per l’esercizio della prepotenza.

Peraltro non mancano anche le associazioni regolarmente costituite con statuti, regole per l’ammissione, sanzioni penali, ecc., ecc., associazioni destinate all’esercizio della prepotenza e alla ricerca di guadagni illeciti. È impossibile conoscerne il numero e gli oggetti tutti. Così, sono state recentemente scoperte sotto la prefettura Gerra due società dette, l’una dei Mulini, l’altra della Posa.

La prima fu fondata con iscopo apparentemente legale, sotto forma di consorzio fra gli esercenti mulini per la riscossione e il pagamento della tassa del macinato, allorquando questa tassa, prima che fosse introdotto il contatore meccanico, si riscuoteva col sistema degli accertamenti. Aveva realmente per iscopo principale di tenere alto il prezzo della molenda per mezzo del monopolio procurato colla violenza. I soci dichiaravano il loro guadagno medio fino al loro ingresso nella società, e questo veniva loro garantito. La società, regolandosi sugl’interessi comuni, decretava la chiusura dell’uno o dell’altro mulino, e passava agli esercenti di questi l’equivalente del loro guadagno mensile medio. Gli altri soci pagavano alla società una tassa proporzionata ai loro prodotti (un poco più di 5 lire per ogni salma di farina, un poco più di 3 lire per ogni salma di semola prodotta). Il provento di queste tasse in parte serviva a indennizzare gli esercenti i mulini chiusi per ordine della società. Il rimanente, pare venisse diviso fra i soci in proporzione dei loro guadagni. I soci renitenti a pagare la loro tassa, erano puniti prima cogli sfregi, coll’uccisione cioè di animali, coll’incendio di piantagioni, ecc.; se tali avvertimenti non bastavano, venivano ammazzati. Nel medesimo modo erano trattati coloro che la società desiderava avere fra i suoi membri e che vi si rifiutavano. Il terrore sparso da questa associazione era tale che bastava talvolta il consiglio dato a taluno di entrare nella società, per farlo rinunziare in tutta fretta alla propria industria. Un gruppo di pastai che stava trattando con un mulino a vapore per una fornitura di farina a prezzo minore di quello stabilito dalla società, desistette dalle trattative per non porsi in urto con questa.

La società della Posa, fra garzoni mugnai e carrettieri, strettamente connessa con quella dei mulini, aveva per iscopo apparente il mutuo soccorso. Ciascun socio pagava un tanto per ogni salma di farina prodotta nel mulino dov’era impiegato, o trasportata col carro, secondo le professioni. Ai soci era proibito farsi vicendevolmente concorrenza. Il capo destinava chi doveva lavorare, e chi rimanere ozioso. La tassa della Posa era per i garzoni mugnai pagata dai loro padroni; i garzoni carrettieri la pagavano essi stessi; col provento delle tasse si mandava un tarì (L. 0.42) al giorno ai membri della società arruolati nell’esercito, si soccorrevano i vecchi e gl’infermi, e si pagavano gl’impiegati che tenevano l’amministrazione; il rimanente si divideva fra i soci. Gli esercenti mulini dovevano impiegare i membri della società, e pagare la tassa, pena gli sfregi e la morte. Pare inoltre che la società della Posa esigesse una tassa di un tanto per salma di grano depositato presso i magazzini dei sensali di cereali (che a Palermo fanno anche da magazzinieri). I sensali pagavano questa tassa, e se la facevano restituire dai proprietari depositanti. Ambe le società erano in mano a un potente capo mafia che se ne valeva per l’esercizio d’ogni sorta di prepotenze, e specialmente adoperava i membri della seconda per suoi cagnotti, contro quei proprietari d’agrumeti che non accettavano i fittaiuoli e i guardiani da lui proposti, ed in genere contro quelli che pretendessero agire a modo loro in qualunque affare dove a lui piacesse intervenire. Malgrado il bell’impianto dell’amministrazione sociale, i suoi numerosi libri e registri, non sembra che tutti i proventi andassero a vantaggio dei soci; una parte finiva in mano dei faccendieri che, in Roma, sostenevano gl’interessi o l’impunità dell’associazione e dei suoi membri, nei ministeri e altrove.

 

§ 4. — Pazienza dell’universale.

Tutte queste prepotenze sanguinarie si raccontano dai più senz’ira. Spesso nei discorsi di coloro stessi che ne riportano il maggior danno, si sente trasparire una certa simpatia per quei facinorosi ai quali pur debbono l’aver le loro rendite dimezzate, e spesso il non poter tentare, pena la vita, alcuna nuova impresa per quanto ne sperino aumento di ricchezza e d’influenza. Appena, se di quando in quando s’incontra uno, impaziente del giogo, e che s’adira di sentirsi impotente a romperlo ed anche solamente a scuoterlo.

 

§ 5. — Caratteri della classe dominante.

E quella medesima classe abbiente che mostra una pazienza così mansueta di fronte ad un’accozzaglia di malfattori volgari, che riconosce in loro una forza da rispettarsi, e un interesse da tenersi in conto nelle relazioni sociali, si compone in parte della gente in Europa più gelosa dei privilegi e della potenza che dà, in Sicilia, ancora più che altrove, il nome e la ricchezza; più appassionatamente ambiziosa di prepotere; più impaziente delle ingiurie; più aspra nelle gare di potere, d’influenza ed anche di guadagno; più implacabile negli odi, più feroce nelle vendette, così di fronte ai suoi pari come di fronte a quei facinorosi, che sembrano padroni assoluti di tutto e di tutti nella provincia. Si racconta per esempio di un ricco signore siciliano il quale passando in carrozza per una strada dei dintorni di Palermo, si sentì ad un tratto tirare addosso di dietro ad un muro, un 12 o 14 schioppettate e scampò illeso per miracolo. Gli autori del tentato assassinio non furono mai scoperti; però, pochi mesi dopo, sarebbero stati tutti uccisi([15]). Gli stessi mezzi energici ed efficaci sono pronti ai bisogni di ogni interesse e di ogni passione. La storia degli odii ereditari tra famiglie, delle loro rivalità, delle loro gare nel contendersi l’onnipotenza nel loro Comune, fornirebbe argomento ad una biblioteca di tragedie. Poco tempo addietro, in un paese vicino a Palermo scoppiò una specie di guerra civile fra i partiti delle due famiglie che si contendevano il primato: l’uccisione di un membro di un partito era prontamente vendicata con un omicidio a danno del partito contrario. In un anno vi seguirono fino a 35 omicidii.

 

 

§ 6. — Importanza della violenza nelle relazioni sociali.

Sarebbe difficile esagerare l’importanza della parte che hanno gli sfregi, le schioppettate e soprattutto il timore delle schioppettate nelle relazioni d’ogni genere fra persone in Palermo e dintorni. Con questo mezzo, si rende l’ingiuria alla quale non si vuole o non si può rispondere con una sfida a duello; collo stesso si allontanano i concorrenti pericolosi dalle aste pubbliche. Con questo si proteggono e si difendono gli amici e gli aderenti. Con questo i più energici e i più abili si assicurano in tutte le cose e pubbliche e private un dominio assoluto, che non ha altro limite se non le violenze di altri prepotenti suoi pari. Certamente, il timore e la minaccia della violenza non è sempre lì presente alla mente di chi impone e di chi subisce la prepotenza. Talvolta il prepotente stesso non si dubita di esser tale, e si scandalizzerebbe forse a sentirsi dire ch’egli esige cosa contraria al diritto e l’ottiene coll’intimidazione. Anzi, la violenza non è il solo mezzo usato per prepotere. In Palermo, come in ogni altro paese, i codici sono spesso ottimo istrumento a tal uopo; come in ogni altro paese e più ancora, l’uso delle astuzie e dei raggiri non è proscritto. Ciononostante, se si va a ricercare il primo fondamento dell’influenza di chi ha un potere reale, lo si trova quasi inevitabilmente nel fatto o nella fama che quella tale persona ha possibilità, direttamente o per mezzo di terzi, di usare violenza.

Nè potrebbe essere altrimenti: una volta che esiste siffatto stato di relazioni sociali a mano armata, chi vuol godere una certa influenza o, talvolta, solamente esser rispettato nell’onore e negli averi, conviene che abbia a suo comando una forza armata di una certa importanza e faccia sapere che l’ha. Difatti, si sente raccontare che la tale o tal’altra persona influente in politica o nelle amministrazioni locali, ha a suo servizio il tale o tal altro capo mafia di Palermo o di un paese vicino, e per mezzo suo, una parte di quella popolazione di facinorosi per mestiere o per occasione, che infestano la città e i suoi dintorni; il che significa che da un lato egli potrà giovarsi del terrore ispirato da quella gente; che saranno al bisogno usati a suo vantaggio i mezzi i quali già servirono a spargere quel terrore; e che dall’altro, egli, in caso di bisogno, aiuterà e proteggerà questi suoi clienti([16]).

 

 

§ 7. — Le fazioni e i loro mezzi di azione.

In tal modo si formano potenti associazioni d’interesse che s’insinuano e si impongono in tutte le faccende private e pubbliche. Niuno oserà offrire un prezzo per un fondo che qualche loro aderente voglia comprare. Nei Comuni, nelle Opere pie, regolano in buona parte la scelta degli amministratori, dispongono a loro piacere del patrimonio e delle entrate. Insomma sono padroni assoluti e incontrollati di tutto nel campo che si sono riservato, finchè non incontrino qualche altra coalizione non meno forte, ardita o prepotente, che venga a contender loro il dominio. Allora nasce la rivalità, l’odio fra persone o famiglie; seguono le offese e le vendette, le astuzie e le intimidazioni per prevalere in questa o quella elezione. Ciascuna fazione sceglie la sua bandiera nello sterminato arsenale delle quistioni che sono use a dividere i partiti fra di loro nell’Europa civile: pigliano nome di partiti politici, amministrativi, magari religiosi, poco importa, perchè si tratta del solo nome. Ognuna delle parti contendenti cerca di rafforzarsi estendendo le sue alleanze nella riserva inesauribile dei prepotenti, dei latitanti, dei malfattori e degli assassini; e per assicurar la fede degli aderenti antichi come per attrarsene dei nuovi, cerca di crescere in opinione di forza e d’influenza, e di mostrare che i suoi clienti, in ogni loro faccenda o bisogno, sono assicurati di aiuto e protezione non mai rifiutati e sempre efficaci. E così, il capo di ciascun partito, alle prepotenze per conto proprio aggiunge quelle per conto dei clienti; risente come sue le ingiurie da loro sofferte, e fa sue le loro vendette. Il campo dei soprusi e dei rancori va allargandosi all’infinito. Cagione di odio e di guerra sono non più solamente le ambizioni, le prepotenze e le vendette di coloro che da prima diventarono nemici, ma del più infimo gregario di ciascun partito. La lotta s’inasprisce, si estende, s’accende in tutto il Comune e talvolta in quelli vicini. Principia la guerra di stratagemmi, di fucilate, di agguati, che talvolta si trasformano in vere scaramucce. Gli avversari vanno a cercarsi ovunque per l’Isola, come quella mattina in cui i buoni Palermitani furono spaventati, ma non sorpresi, di vedere in una delle piazze più frequentate della loro città, quattro o sei sicari al servizio di uno dei partiti che si dividono un paese distante da Palermo ben trenta chilometri, sparare addosso a uno del partito opposto una salva di colpi di revolver.

 

 

§ 8. — L’autorità pubblica.

Tutto questo accade nell’interno e nelle vicinanze di una gran città. Non siamo in tempo di rivoluzione, niun cataclisma sta sconvolgendo la società. La gente gira tranquillamente per le strade, va ai propri affari o ai propri piaceri; chi si guarda d’intorno vede pur lo stemma d’Italia sulle porte di Corti di Giustizia e di uffizi di polizia. Osserva che per le strade della città sono guardie di pubblica sicurezza e carabinieri; in campagna vede carabinieri e truppa, molta truppa; pattuglie in perlustrazione per tutte le vie. Sente nominare il Prefetto in ufficio, ne sente discutere i meriti e paragonarli a quelli dei suoi sedici o diciassette predecessori venuti in Palermo dal ’61 in poi. Sono gli stessi in Sicilia come nel Continente d’Italia quegli ordinamenti giudiziari ed amministrativi che devono assicurare l’applicazione delle leggi; sono le stesse le leggi, e qualificano per delitti quei fatti, che qui sono pure il fondamento della vita sociale. Ma per prevenire i delitti, per punirli, per mantenere l’ordine e l’osservanza delle leggi di ogni specie, la polizia, la magistratura, l’autorità pubblica insomma, ha bisogno di querele, di denuncie, di testimonianze, del verdetto dei giurati, ha bisogno quasi ad ogni passo della cooperazione dei cittadini.

 

 

§ 9. — Suo isolamento morale.

E qui, l’amministrazione governativa è come accampata in mezzo ad una società che ha tutti i suoi ordinamenti fondati sulla presunzione che non esista autorità pubblica. Gl’interessi di qualunque specie atti a dominare trovano all’infuori di questa autorità i mezzi di difendersi, e di fronte a loro, l’interesse comune, da essa rappresentato, è vinto prima di combattere, e la legge è nel fatto esclusa. I poteri e le influenze, che la legge è precisamente destinata a contrastare, sono più efficaci della organizzazione intesa a farla valere. Il timore della sanzione contro chi fa una denunzia, porta una testimonianza, o presenta una querela a danno di un prepotente di qualunque grado, è più efficace che quello della sanzione penale contro chi rifiuti la sua cooperazione alla giustizia in caso di delitto, o quello del danno materiale di chi subisce un’ingiustizia senza respingerla colle difese fornite dalla legge. Naturalmente, in una società per tal modo costituita, non v’è posto per chi non ha zanne ed artigli. Difatti il maggior numero d’ogni classe e d’ogni ceto è oppresso e soffre, ma per lo più non se ne rende neppur conto.

Perchè l’opinion pubblica è informata a questo sistema sociale extra legale, la massa della popolazione ammette, riconosce e giustifica l’esistenza di quelle forze che altrove sarebbero giudicate illegittime, ed i mezzi che adoperano per farsi valere; sicchè, per chi volesse mettersi dalla parte della legge, si aggiunge al timore delle vendette quello della disopprovazione pubblica, cioè del disonore.

 

 

§ 10. — Prevalenza dell’autorità dei prepotenti sopra quella del Governo.

Ed è così che si commettono i delitti i più palesi, senza che l’autorità pervenga a conoscerne gli autori. Tutti sanno chi sono, dove sono, ciò che fanno e ciò che faranno, e nessuno denunzia, nessuno porta testimonianza; nemmen l’offeso, il quale, se è abbastanza forte od ardito, aspetta di vendicarsi, se no si rassegna e tace. Se per caso la polizia nei primi momenti dopo il reato, a furia di solerzia e di attività, è giunta a scoprir qualche traccia, a ottener qualche denunzia o qualche indizio, tutto svanisce quando s’inizia il processo, i testimoni negano quello che hanno detto, gli accusatori si ritrattano. Di fronte alla evidenza e alla convinzione generale che indicano il colpevole, la legge è impotente a punirlo. Nelle relazioni d’interessi privati, non si osa invocare la legge contro i potenti. I quali però scendono talvolta ad usarne, quando trovano modo di farla servire ai loro fini, e se ne valgono per impadronirsi delle amministrazioni pubbliche, o farne mezzi ed istrumenti della loro preponderanza.

 

 

§ 11. — Impotenza dell’Autorità pubblica a reprimere gli abusi.

L’autorità pubblica vede i disordini, spesso conosce i colpevoli, ed è impotente a reprimere gli uni e a punire gli altri. Simile a un esercito in mezzo a paese nemico, è costretta a diffidar sempre. Se qualcuno del paese le si avvicina e sembra che voglia aiutarla, spesso ha più che mai ragione di temere di essere tratta in un modo o in un altro, a tradire l’interesse pubblico. Non mancano i sottili ritrovati per farle credere vantaggio generale quello di un individuo o di una camarilla, e farle in tal modo volgere a vantaggio di questi la forza e i mezzi che trae dal suo istituto. Un funzionario che, prendendo la sua missione sul serio, cercando in buona fede, senza guardare ad altro, di far prevalere l’interesse generale, pigli un provvedimento savio, realmente utile, se, volendo o no, ha leso qualche interesse potente, si vede ad un tratto sorger contro una tempesta di pubblica opinione, nata non si sa come, venuta non si sa da dove. Da ogni parte si brandiscono sul suo capo tutti i ferri vecchi e rugginosi della fraseologia liberale, i sacri diritti del cittadino, gl’immortali principii, ecc. ecc.; al suo provvedimento sono date le interpretazioni le più assurde, attribuiti i motivi più odiosi; si sente rovesciare addosso una valanga di accuse le più ridicole, le più inverosimili; sente condannare e criticare al medesimo modo dalle medesime persone i suoi errori e i suoi provvedimenti più giusti e lodevoli.

Spersa in mezzo ad una congiura universale di silenzio e d’inganni, trovando oppositori e avversari in coloro stessi nei quali la legge gli impone di trovare alleati e cooperatori, sentendo le armi datele dalla legge spezzarglisi fra le mani e mancarle dappertutto il terreno sotto i piedi, l’autorità cerca intorno a sè qualche sostegno, e si aggrappa al primo che trova; si raccomanda agli arbitrii che le concede la legge, chiede a loro soli la sua salvezza. Così le vien fatto di estenderne l’applicazione il più possibile, di voltare e rivoltare in tutti i versi il testo della legge per scoprire qualche modo nuovo di usarla, e quando non lo trovi sufficiente, di appigliarsi talvolta agli arbitrii all’infuori di essa. Ma questo rimedio disperato non riesce ad altro che a crescere ed inasprire i mali, ed ha per ultimo effetto di attaccare al medico stesso il morbo, che cerca di guarire. Ne fu fatta la triste esperienza soprattutto dal 1860 al 1874, e più che in ogni altro momento, sotto la prefettura militare.

 

 

§ 12. — Inefficacia e danni del sistema degli arbitrii illegali.

È inviato in Palermo un rappresentante del Governo munito dei poteri più estesi sulle forze militari di tutta l’Isola e sull’amministrazione civile della provincia di Palermo, con mandato di fare ogni sforzo per ristabilire l’ordine. Giunge pieno di buona volontà e di desiderio di conseguire il fine prefissogli. Giunto, si guarda intorno, cerca chi possa dargli informazioni, aiutarlo a conoscere le cagioni dei disordini e scuoprirne gli autori, a reprimere gli uni e punire gli altri. Negli uffici governativi, trova ignoranza completa di ciò che egli ha bisogno di conoscere. Nel paese invece, trova organizzazioni potenti che fanno a gara nell’offrirgli di servirlo colla loro profonda cognizione delle condizioni locali nei loro più reconditi particolari e coi loro mezzi di azione pronti e sicuri, senza sembrar di chiedergli altro compenso che l’onore di servirlo. Trova una quantità innumerevole di gente dedita al sangue, pronta ad uccidere per chiunque la paghi. Trova esempi antichi e recenti di repressioni operate da agenti del Governo, ma più somiglianti ad assassinii che a punizioni. In siffatta condizione di cose, è portato, per così dire, fatalmente, ad appoggiarsi sulla sola forza che trovi vicino a sè; riprende le tradizioni non mai del tutto interrotte, del governo Borbonico, permette che si arruolino malandrini nella forza armata governativa, mette loro addosso la divisa, apre loro gli ufficii di pubblica sicurezza; lascia che le amministrazioni locali, e tutti gli organismi pubblici vengano in potere delle persone influenti da cui riceve appoggio.

Messasi in mano a siffatto istrumento, l’autorità governativa si trovò colla sua ignoranza delle circostanze locali, coll’impotenza che ne derivava, di fronte a quella camarilla cui essa stessa aveva fornite armi e che aveva rivestita della propria autorità. E così diventarono nemici pubblici i nemici di questa, interessi pubblici i suoi interessi, e mezzi di governo i mezzi che sono soliti adoperare in Sicilia cotali leghe di persone.

E allora si vide il malandrinaggio stipendiato dal Governo assumere, per così dire, a cottimo l’impresa di assassinare i malviventi non patentati, ed assassinarli ogniqualvolta non si alleasse con loro e non dividesse il provento dei loro delitti. Si videro uomini vestiti di divisa ufficiale commetter delitti per conto proprio, i rappresentanti del Governo costretti a non esaminare tanto da vicino i modi di procedere di istrumenti così pericolosi, e ridotti a chiudere gli occhi sui loro misfatti più orrendi, a coprirli colla autorità del Governo italiano.

Queste mostruosità finirono per essere palesate all’Italia intera, e malgrado i rancori personali, le ire e gl’interessi di partito, che da ogni lato, e da ogni parte della Camera concorsero a scemare l’efficacia della verità, l’effetto fu tale che seguì una trasformazione nell’indirizzo del sistema di governo della Sicilia.

Furono mandati nuovi uomini a regger l’Isola, si principiò a depurare il personale dipendente dal Ministero dell’interno. Si cercò di tornare il più possibile nella legalità e di usare quegli arbitrii soli che le leggi o le loro interpretazioni permettessero: l’ammonizione cioè dei sospetti e il loro invio a domicilio coatto.

 

 

§ 13. — Arbitrii legali. Ammonizione e domicilio coatto. Loro riuscita.

L’ammonizione e il domicilio coatto sono fra le armi le più potenti che un Governo possa usare contro la gente pericolosa all’ordine pubblico. Quando l’autorità di pubblica sicurezza, dietro informazioni dei suoi agenti, abbia luogo di sospettare una persona come autore o complice di prepotenze illegali o di delitti, la sorveglia. Se la sua condotta conferma i sospetti, la denuncia al pretore. Questi, prende informazioni e, se sono conformi alla denuncia, ammonisce la persona indiziata a non dar luogo ad ulteriore sospetto. Da quel momento in poi, gli agenti al servizio della pubblica sicurezza hanno obbligo di seguirne tutti i passi, di conoscere i luoghi dove va, le persone che frequenta. E se giudicano che continui a giustificare i primi sospetti, ne riferiscono ai loro superiori. Laonde nuova denunzia, che se vien giudicata fondata, provoca la condanna per contravvenzione all’ammonizione. Dopo tale sentenza l’ammonito è in piena balìa dell’autorità politica, purchè si lasci arrestare quando viene ricercato. Il prefetto può fare pronunciare contro di lui dal Ministero dell’interno l’invio a domicilio coatto per due anni, se la sentenza di contravvenzione è stata una sola, per cinque, se sono state due. Dopo di che il condannato può, nel fatto, essere eternamente esiliato dal suo paese e segregato dalla società; poichè al suo ritorno in patria può seguire prontamente una nuova ammonizione, poi una prima e una seconda sentenza di contravvenzione, poi un nuovo invio a domicilio coatto, e così di seguito.

Sembra che un Governo il quale abbia a suo arbitrio un’arme così potente, possa, secondo il modo come l’usa, o devastare una provincia, o renderle la sicurezza e la prosperità. Una volta ch’esso abbia determinato contro qual categoria di persone intende adoperarla, se è ben servito, non v’ha delitto tanto nascosto ch’egli non giunga infine a coglierne l’autore, non v’ha testa tanto alta che egli non sia in grado di colpirla.

Ma invece le liste dei numerosi ammoniti ed inviati a domicilio coatto della città di Palermo e suoi dintorni([17]), sono, come del resto anche nel rimanente della Sicilia, empite in gran parte dai nomi di ladruncoli di campagna, di delinquenti minori, di tutta quella minutaglia, che in qualunque paese è portata ad una vita irregolare dalla miseria o dalla pigrizia. Gente la quale è più di fastidio che di pericolo alla società, e che si giunge a render pericolosa con siffatte pene. Se d’altra parte non mancano nomi di assassini pericolosi di basso grado, vi sono rari quelli di quei capi mafia, organizzatori di delitti, arricchiti coll’imporsi negli affari altrui, e diventati spesso col terrore, padroni assoluti di un intero Comune. E vi mancano quasi del tutto i nomi di quei prepotenti di alta sfera che sono cagione, principio e fondamento del vasto sistema di violenze sanguinarie che opprime il paese. V’è come una forza arcana, che protegge le loro persone e regge la loro influenza contro chiunque, e soprattutto contro l’autorità pubblica.

 

 

§ 14. — Inefficacia degli istrumenti usati dall’Autorità pubblica contro i malfattori.

La quale, bendati gli occhi, turate le orecchie, va brancolando in cerca di assassini o di malfattori, che tutti, fuorchè essa, vedono e conoscono. I suoi istrumenti, o sono inefficaci, o la tradiscono. Si dà il caso che mentre carabinieri e truppa vanno perlustrando monti e valli sotto la pioggia e la neve, il capo brigante ricercato stia svernando tranquillamente a Palermo stessa, e non sempre nascosto. Fra gli uffici di pubblica sicurezza, gli stessi uffici giudiziari da un lato e il pubblico dall’altro, v’ha una corrente di relazioni continue e misteriose, contro le quali è vano il segreto più rigoroso. Persone designate per esser colpite da arresto, sono avvertite prima ancora che si firmi il relativo mandato, e la forza che viene per prenderli li trova partiti da tre o quattro giorni o più. Nelle carceri esiste una comunicazione continua fra i carcerati e quelli di fuori. Nella forza armata, dove è fedeltà al dovere è pure ignoranza dei luoghi, delle persone, della lingua. I carabinieri e la truppa, bene spesso non servono ad altro che a farsi ammazzare senza sapere da chi. Si racconta di briganti fattisi scortare dai carabinieri come pacifici viaggiatori, e di un famoso capo brigante che in Palermo passò una serata a conversare amichevolmente al caffè con un ufficiale dei carabinieri il quale non lo riconobbe, e pochi giorni dopo si vide arrivare a casa una paniera di dolci coi complimenti del capo brigante stesso.

 

 

§ 15 — Forza di polizia indigena. I militi a cavallo.

Certamente una forza di polizia indigena non sarebbe esposta a tali errori. Questa forza c’è: i militi a cavallo. Ma con essi si cade nell’inconveniente opposto: conoscono cioè troppo bene coloro che dovrebbero perseguitare ed arrestare, per esserne stati compagni o complici. Reclutati in gran parte in mezzo a quella classe di facinorosi e di malandrini che sono destinati a combattere, vivendo mescolati colla popolazione, nelle proprie case, senza caserme, senza disciplina militare, tenuti solamente a indennizzare pecuniariamente, ma non oltre all’ammontare di una somma determinata chi sia danneggiato da un delitto nel territorio sottoposto alla loro sorveglianza, nulla li sottrae all’influenza delle relazioni locali. Sono sotto la divisa quel ch’erano quando giravano le campagne per conto loro, con questa sola differenza, che l’arme che portano, è loro fornita dal Governo.

 

 

§ 16. — Manca nell’autorità pubblica unità d’indirizzo. Il personale.

È facile intendere quanta energia, quanta oculatezza, quanta unità nell’azione sarebbe necessaria alle autorità costrette ad usare siffatti istrumenti, per porle in grado di supplire all’ignoranza degli uni, e di rendere innocua la malvagità degli altri. Ed invece, tutto concorre a rendere incerta ed inefficace l’azione anche di queste. L’indirizzo del funzionario di pubblica sicurezza spesso contraddice a quello della magistratura. Il personale è talvolta impari all’ufficio. I pretori, fondamento e perno di tutto il meccanismo destinato alla scoperta e alla punizione dei delinquenti, sono in condizione tale da dover essere strumenti dei prepotenti, piuttosto che guardiani o propugnatori della legge. È recente il caso dell’arresto di un vice-pretore e del suo vice-cancelliere per falso in scrittura pubblica; di un pretore che invece di andare sul luogo del delitto, a fare le debite verificazioni sul cadavere di un assassinato, si è fatto portare il corpo fino alla sua residenza, per risparmiarsi due o tre ore di viaggio faticoso e difficile. Un altro ha comprato metà del grano proveniente da un furto commesso nel suo mandamento.

Se dai pretori si risale su su nella gerarchia giudiziaria i racconti che si sentono fare sopra taluni suoi membri, non sono meno sconfortanti. Era nota in Palermo l’intimità di un alto magistrato con tutti i tristi anche legalmente pregiudicati. Costui, per potersi dare senza pericolo alla sua passione per la caccia nei dintorni della città, comprava la protezione dei facinorosi che li infestano, proteggendoli da canto suo, intercedendo per fare loro ottenere il porto d’armi o schivare l’ammonizione, cercando, quando fossero in prigione, di ottenere per loro dalla Procura del re e dalla direzione del carcere tutti i favori possibili. Certamente un caso di questo genere è eccezionale, e sono numerosi i magistrati integerrimi e incorruttibili. Ma è cosa poco rassicurante che un tal fatto abbia potuto prodursi e soprattutto durare un certo tempo. E pur troppo sarebbe inutile negare che una parte della magistratura è troppo facilmente influenzata da pressioni le quali, per quanto possano non aver nulla che fare colla corruzione propriamente detta, non sono perciò meno nocive alla giustizia.

 

 

§ 17. — Il Governo centrale non sostiene i suoi funzionari.

Con siffatti mezzi d’azione e d’informazione, un prefetto di Palermo ha da resistere agl’inganni e alle lusinghe di chi cerca farsi di lui un istrumento, impedire i disordini e i furti nelle amministrazioni locali, le prepotenze dappertutto; ristabilire e mantenere l’ordine pubblico. E neanche può far calcolo sull’aiuto del Governo che l’ha mandato. Pure, l’Italia, annettendosi la Sicilia, ha assunto una grave responsabilità. Qualunque Governo italiano ha l’obbligo di rendere la pace a quelle popolazioni e di far loro conoscere che cosa sia la legge, di sacrificare a questo fine qualunque interesse di partito od altro. Ma invece vediamo i Ministeri italiani d’ogni partito, dare per i primi l’esempio di quelle transazioni interessate che sono la rovina di Sicilia, riconoscere nell’interesse delle elezioni politiche quelle potenze locali che dovrebbero anzi cercar di distruggere, e trattare con loro. Il prefetto stesso deve, per ubbidire ai superiori, imitarli, e così dimenticare il vero fine della sua missione; anzi, nuocergli. Una volta aperta la porta agl’intrighi, si vede a Roma l’influenza del prefetto avversata, spesso vittoriosamente, da quella delle persone che egli ha ufficio di combattere; i loro rapporti creduti talvolta più dei suoi. Gli vien tolto ogni mezzo di agire efficacemente, si vede rifiutare gl’impiegati che egli chiede. Se malgrado tutto ciò egli riesce a operare qualche miglioramento, almeno superficiale, sopraggiunge un cambiamento di Ministero, vengono al potere o vicino al potere persone le quali hanno amicizie, legami, interessi con quelle che il prefetto ha dovuto inimicarsi per fare il suo dovere. Segue la reazione. Sotto colore di politica, gl’impiegati migliori e più coscienziosi sono sacrificati a rancori personali, è distrutta l’opera incominciata, si ricade più basso che mai e, quel che è peggio, si conferma sempre più nel pubblico l’opinione della potenza infallibile e incrollabile nell’Isola e fuori, di quelle persone che la tiranneggiano e la sfruttano a loro profitto.

Per far diversione al sentimento suscitato da un quadro così lugubre, si possono ascoltare i racconti dei fatti che accadono al di là dei monti che contornano la città. Si sente parlare dell’infinita miseria dei più, della ricchezza, della prepotenza di pochi. Si sente dire di campagne e paesi padroneggiati da briganti presenti ad un tempo dappertutto, che eseguiscono le loro vendette con una rapidità ed una crudeltà spaventevole sotto gli occhi di un’intera popolazione, quasi sotto quelli della Forza pubblica, e dei quali pure la Forza non riesce a scoprire traccia in nessun luogo.

Con questa impressione e sotto questi auspici, il viaggiatore lascia Palermo, per inoltrarsi nell’interno dell’Isola.

 

 

 

II.

LE PROVINCE INFESTATE DAI MALFATTORI

 

 

§ 18. — Aspetto generale delle campagne nell’interno dell’Isola.

L’unica linea ferroviaria, che adesso faccia capo a Palermo, è quel tronco che va a perdersi nel centro della Sicilia. Si spera che sarà fra breve congiunto con quello che parte da Girgenti, e, in un tempo più lungo coll’altro che, staccandosi a Catania dalla linea littorale Messina-Siracusa, giunge adesso fino a Caltanissetta. Partendo da Palermo, la linea fino a Termini corre parallelamente al mare, attraverso una campagna incantevole e popolata, stretta per lo più tra le colline e il mare, e piena di giardini di agrumi, di orti piantati d’alberi fruttiferi, di vigne ammirabilmente ben tenute, di uliveti.

Dopo Termini, la linea si interna dentro terra, e a poco a poco vanno diradandosi gli orti, i frutteti, i vigneti, gli uliveti, lasciando posto fra di loro, a spazi sempre più vasti, coperti di grano o d’erba. Vanno diradandosi le abitazioni di campagna. S’incontra ancora di quando in quando qualche raro gruppo di ulivi nel fondo della valle, si scorge qualche casa solitaria sul pendìo di un’altura, poi il vasto deserto della campagna siciliana. A destra della via, il monte San Calogero, erto e nero; a sinistra alte colline verdi di grano e d’erba; in fondo alla valle, sotto la strada erba, grano e pantani. Non un albero, non una casa per rompere la desolata monotonìa di quella solitudine. Alle fermate del treno, si cerca la città, il borgo di cui si sente gridare il nome. Vi si mostra un mucchio di case grigie arrampicate sulla cima di un monte lontano, oppure un sentiero, raramente una strada ruotabile, che sale lungo la falda della vicina collina, sparisce dietro, poi risale serpeggiando un’altra altura, poi sparisce ancora. Quella via porta al paese in due o tre ore di marcia. Le vicinanze della stazione sono sempre deserte, non un villano lungo la barriera, non un vetturino che aspetti gli avventori. Solo la carrozzella o la cavalcatura della posta, qualche mulo o cavallo bardato venuto a cercare il padrone. Il treno riparte, ed il viaggiatore è insensibilmente invaso da quel sentimento che prova chi si trovi in mezzo a cose misteriose e sconosciute; le valli che si aprono sulla strada, poi voltano, e si nascondono dietro un’altura, pare che debbano nascondere cose strane e non mai viste. Egli prova una specie di miraggio morale. Ed intanto, se ha per compagno di viaggio qualche proprietario o qualche grosso fittaiuolo, egli può sentire spiegare come i vasti fondi che il treno va attraversando siano, o dai proprietari, o dai grossi fittuari che li tengono a gabella, dati a coltivare a colonìa, a fitto o altrimenti ad una turba di contadini, fra cui i più ricchi possiedono un asino, un mulo, e talvolta una casupola, e che, dopo aver lavorato il loro campo, giungono all’autunno, senza aver potuto serbare dal raccolto il vitto per l’inverno, devono cercare dal padrone o dall’usuraio un poco di grano per vivere fino alle mèsse ventura, e consumano in tal modo la vita in un’eterna vicenda di debiti e di fatiche. A sentir parlare di quei proprietari e di quei grossi fittaiuoli signori della terra, del bestiame, e talvolta anche degli aratri, padroni nel fatto delle vite dei contadini, poichè sta in loro il farli morir di fame o no, la mente si riporta involontariamente al tempo in cui le campagne siciliane erano coltivate da turbe di schiavi, e agli orrori delle guerre servili in Sicilia sotto la dominazione romana.

Il treno giunge al punto destinato, si scende, sempre in mezzo al deserto: il fabbricato della stazione, uno o due baracconi, poi nulla. A quella stazione fa capo una strada ruotabile importante percorsa da un servizio di vetture pubbliche. Mentre le diligenze attaccano e caricano, tre cavalleggeri e un carabiniere stanno visitando le bardature ai loro cavalli; sopraggiunge una pattuglia di bersaglieri a passo accelerato e si mette in linea. Il nuovo sbarcato si guarda dintorno, e cerca se non stia sbucando altra truppa da qualche altro lato. Egli principia a provare come un’impressione vaga di essere in mezzo a un paese in stato di guerra. Le diligenze sono pronte, i viaggiatori imbarcati, si vedono partire al trotto; dietro, la scorta a cavallo; sui fianchi della strada, i bersaglieri che prendono le scorciatoie. Coloro che, saliti a cavallo vadano seguendo il sentiero per qualche paese vicino, li vedono allontanarsi per la via maestra; sentono diminuire il rumore dei sonagli dei cavalli e degli schiocchi di frusta. Si scorgono le carrozze già fatte piccole per la distanza, salire, giungere faticosamente al culmine di una collina, poi sparire finalmente per l’opposto pendìo, e si riman soli a camminare in mezzo al silenzio della deserta campagna. Allora il nuovo viaggiatore si sente preso da un profondo senso d’isolamento, gli pare che su tutta la contrada nuda e monotona pesi come l’incubo di una potenza misteriosa e malvagia, contro la quale non ha aiuto o difesa fuori di sè stesso e dei compagni venuti secolui d’oltre mare, e si sente subitaneamente preso da una profonda tenerezza per la carabina che porta in traverso della sella.

 

 

§ 19. — Ospitalità.

Però, a questa sensazione d’isolamento spesso non risponde il fatto; chè l’ospitalità siciliana è tale da lasciare in chi l’ha sperimentata la più grata memoria. E conserveremo sempre quella della persona che, dopo averci conosciuti quasi per caso in Palermo, diresse i nostri primi passi nell’interno dell’Isola, e per giornate intere scansò da noi i disagi e i pericoli con una sollecitudine paterna, e con un raffinamento di attenzioni e cortesie commovente.

Il sentiero va su e giù quando sulla roccia quasi nuda e sparsa di sassi, quando in mezzo al grano o all’erba, traversa qualche torrente quasi asciutto, in fondo al quale corre un miserabile rigagnolo d’acqua fra enormi ciotoli. Dalla cima delle alture l’occhio gira d’intorno e sempre lo sguardo si perde fino all’orizzonte in mezzo alla infinita solitudine. Appena se di quando in quando è fermato da qualche colle con alcune vigne, ulivi e mandorli, intorno a un gran casamento contornato da altri più bassi; è il centro di qualche feudo.

Finalmente si vede sul pendìo di una collina qualche piantagione di alberi, alcune casupole sparse qua e là, e, sul culmine, le prime case del paese, basse e nere, e la punta del campanile. In cima alla salita, prima si trovano dei mucchi di letame sparsi alla rinfusa per la china, lavati e mezzo portati via dalle piogge, poi una lunga fila di catapecchie col solo pian terreno. Dagli usci aperti si scorge dentro una lurida stanza, spesso senza finestra, covile comune dell’intera famiglia di un villano e dei suoi animali quando ne ha. Poi s’entra nella parte del paese abitata dai civili.

Veramente si prova una certa curiosità di vedere e conoscere sul teatro della loro potenza quei proprietari e quei gabellotti dall’interesse e dalla volontà dei quali dipende la esistenza di tante migliaia di esseri umani. Si aspetta di vedere intorno a loro tutto l’apparato della potenza feudale, di trovare in loro tutta quella sicurezza di sè stessi, che si addice a chi possiede una forza non discussa nè combattuta. Si aspetta insomma di vedere un ordine di cose ben diverso da quello che s’è lasciato a Palermo e nelle sue vicinanze. Ma basta ben poco tempo per essere disingannati. Si ritrova in provincia la medesima distribuzione di forze che nella capitale, ed i suoi medesimi effetti. La sola differenza fra questa e quella sta nelle forme, in alcune apparenze esteriori, in quelle diversità che, per la natura delle cose, distinguono un gran centro di popolazione e d’interessi, dai paesi di provincia e dalle campagne.

 

 

§ 20. — Potenza dei briganti e dei malfattori in genere.

Se non manca ai signori residenti in provincia l’apparato esterno della forza, manifestato da un numero più o meno grande di campieri armati, addetti alla guardia dei loro fondi e delle loro persone quando vanno in campagna, si scorge quanto poco la realtà risponda alle apparenze appena si venga a discorrere con loro del brigantaggio; e ciò avviene spesso, perchè nell’interno della Sicilia, qualunque conversazione lasciata andare per la sua china dopo pochi minuti cade quasi inevitabilmente in tale soggetto. A questo fan capo tutti i discorsi che hanno relazione cogl’interessi e colle condizioni dell’Isola; l’argomento sempre presente, sempre stringente s’impone alle menti.

E intorno a questo si sentono i racconti e i giudizi più strani e più incredibili. Sarebbe difficile esprimere la sorpresa che prova una persona avvezza ad altre condizioni sociali, nell’assistere alle relazioni regolari che, nelle provincie siciliane infestate dai malfattori, corrono fra la popolazione e l’infinita varietà di facinorosi che, sotto il nome di briganti, di malandrini, di mafiosi, esercitano in vari modi l’industria del delitto. Diverse nella forma e nel fine a seconda delle circostanze, secondo che i malfattori sono più o meno temuti; amichevoli od ostili, queste relazioni sono continue. Si direbbe quasi che il brigantaggio è, in quella condizione di società, un’istituzione regolare e riconosciuta, più o meno volentieri secondo i casi, ma sempre ammessa e tenuta in conto.

Si sente soprattutto parlare di briganti. Pure il numero dei briganti propriamente detti, di fronte a quello dei facinorosi d’ogni specie, è minimo; nei momenti dove più fiorisce il brigantaggio, i capi banda sono tutt’al più cinque o sei in tutta l’Isola. Le loro comitive stabili, più o meno numerose secondo i tempi e le circostanze, non lo sono mai molto. Pure la loro azione si combina in un modo così inestricabile con quella degli altri malfattori di ogni qualità che il distinguerle è impossibile. Il piccolo numero delle bande brigantesche vere e proprie può essere cagione che sia efficace un modo di repressione, piuttosto che un altro. Per il rimanente, parlare di briganti, di malandrini, di mafiosi è tutt’uno; con questa sola distinzione, che dove i malfattori sono riuniti intorno ad un capo famoso, sono più temuti e più potenti.

Nella sterminata solitudine della campagna siciliana i veri padroni sono i malfattori. Stanno a loro discrezione i grandi armenti che vagano pascolando, l’estate su pei monti, l’inverno nelle colline basse e nei piani delle marine, le mèssi mature, le vigne, i mandorli, le case e le ville perse in mezzo al deserto. Basta uno di loro con un mazzo di fiammiferi per distruggere la ricchezza di un uliveto prodotta da secoli. Appartengono a loro la vita e le sostanze dei viandanti che si avventurano isolati per i sentieri e per le strade maestre. Montati su cavalli che non son loro, armati di schioppi e di revolver che non han comprati, giran da signori per i monti e per le valli, per i colli e per le pianure. Se si fermano a una masserìa, a un feudo, s’aprono per loro tutte le porte; il fittaiuolo, il fattore, tutti gl’impiegati si affrettano intorno a loro; la cantina, la dispensa, la scuderia sono messe a loro disposizione. Nelle parti dove sono soliti passare, conoscono tutti e sono da tutti conosciuti; non v’è proprietario il quale si occupi dei suoi fondi, che non pratichi con loro. Abbisognano di armi, di munizioni? non hanno che da chiederne. Fu trovato accanto al cadavere di un brigante ucciso un fucile di prezzo comprato pubblicamente in una delle città dell’Isola da un ricco proprietario. I più bei cavalli sono a loro disposizione. Il proprietario G.... escito in campagna a cavallo s’imbatte in un brigante, il quale gli viene incontro, lo saluta rispettosamente, poi gli chiede il cavallo che monta. Dietro l’osservazione che l’essere il proprietario costretto a tornare in paese a piedi sarebbe considerato dai suoi parenti, amici e aderenti come un insulto, ed esporrebbe il brigante al loro odio e alla loro vendetta, questo si lascia persuadere, e riman convenuto che avrà il cavallo più tardi. Poi, invita il proprietario a entrare in una vicina casa di campagna, dove questo trova i principali capi banda della contrada a tavola; è ricevuto con ogni modo di cortesia, invitato a bere; beve, si trattiene a chiacchiera, e per dimostrare che non prova diffidenza, si leva il revolver di fianco e lo regala a uno di loro. Pochi giorni dopo il cavallo fu mandato in pastura e sparì. Hanno bisogno di denari? Scrivono una lettera a qualche persona facoltosa, ed è ben difficile che s’incontri chi sia tanto ardito da rifiutare. Trovano, dove vogliono, amici, alleati, ricettatori, spie. Nessuno ambisce la gloria pericolosa di rifiutare la proficua alleanza; i malfattori quando abbiano saputo farsi temere, han libera la scelta degli amici. I proprietari, i fittaiuoli, i fattori, tutti gl’impiegati delle aziende agricole sono per la forza delle cose complici e ricettatori dei briganti. Del resto, per avere ovunque intelligenze nelle campagne i malfattori non hanno bisogno di ricorrere all’aiuto di estranei. I proprietari sanno che il miglior modo di garantire il più che sia possibile i loro fondi dai danni del brigantaggio è di affidarli alla custodia di campieri che siano stati un po’ briganti anch’essi, o che abbiano almeno qualche omicidio sulla coscienza, e facciano parte di quella gran lega che, senza regole, senza statuti, senza concerto preventivo, pure unisce al bisogno tutti i facinorosi d’ogni specie.

Il regno dei malfattori non si limita alle campagne. Senza parlare delle continue ed intime relazioni che hanno con Palermo molti fra i facinorosi delle provincie, non sono pochi quelli che abitano nei paesi, esercitano la loro industria e dentro l’abitato, e fuori. Sono in continua relazione coi briganti e i malandrini che scorazzano all’aperto, dànno loro aiuto coll’opera e colle informazioni, e ne ricevono a vicenda. Gli uni e gli altri approfittano delle informazioni e degli aiuti di quei benestanti, che nei paesi sono complici dei malfattori e soci nei loro guadagni. I malfattori della campagna trovano sicuro ricovero ed ospitalità così nei paesi dell’interno come in mezzo alla folla ed alla confusione di Palermo, ed il fatto non è nuovo di briganti, che abbiano abitato per mesi una casa in mezzo a un grosso borgo, senza che l’autorità ne sapesse nulla. In ogni paese trovano notizie sui movimenti dei proprietari contro i quali meditano un ricatto, trovano incettatori di cose e di persone. Una persona sequestrata fu una volta ritrovata in una casa nel centro di un capoluogo di circondario. Ognuno in Sicilia si rammenta ancora come nel 1865 un’accozzaglia di briganti di mestiere e d’occasione di vari paesi, capitanata dal brigante Pugliese, eccitata, informata e guidata da un benestante del paese stesso, entrò di notte sparando fucilate in San Giovanni di Cammarata, contornò una casa, ne forzò l’ingresso, la saccheggiò, ne torturò il vecchio padrone per ottener rivelazione dei denari che potesse tener nascosti, e se ne andò dopo tre ore senza essere seriamente molestata([18]).

 

 

§ 21. — Carattere e modi di procedere dei malfattori.

Tale è in Sicilia la posizione di quegli uomini di ogni carattere e di ogni specie che vivono di ricatti, di grassazioni, di furti di bestiame, di lettere di scrocco. Si sentono sopra di essi gli apprezzamenti i più disparati. Alcuni li descrivono come belve. Molti li dipingono, specialmente se sono briganti veri e propri, come una specie di eroi sul tipo di quelli di Schiller, protettori del debole e dell’oppresso. Al nuovo venuto non avvezzo a quell’ambiente e che senta raccontare i fasti briganteschi, i briganti fanno l’effetto di essere per la massima parte volgarissimi, mascalzoni assolutamente, privi di qualunque sentimento di umanità, dotati quasi tutti di grande ardire, reso del resto abbastanza facile dalla paura generale e dall’aiuto e sostegno che trovano nelle condizioni sociali. Quelli fra loro che diventano capi di comitive sono molto abili nello scegliere gli alleati e i nemici, nel misurare con cura la quantità di danni che posson fare senza provocare una reazione, e nell’assicurare a taluni certi vantaggi in cambio del danno che cagionano. Pare che di quando in quando sorga anche fra di loro qualche tipo di romanzo, qualche uomo ardito e generoso; la cosa non è impossibile in un paese dove la professione di brigante non è considerata come disonorante. Ma uomini siffatti sono piuttosto rari, e sono presto trascinati dalla forza delle circostanze a fare come gli altri, molto più che tutte le loro belle qualità non hanno nell’atto pratico molti effetti, giacchè i loro compagni fanno quel che non fanno loro.

I modi nei quali esercitano la loro industria, sono i più variati. Taluni si stabiliscono in una contrada quasi come un’autorità costituita e riconosciuta, esigono dai proprietari una specie di tassa quasi regolare per mezzo delle lettere di scrocco. Del resto assicurano l’incolumità delle persone e degli averi a coloro contro i quali non hanno ragioni di inimicizia, infliggendo pena pronta e terribile, a quel malfattore estraneo alla compagnia, che venga a far concorrenza nel loro territorio. Aumentano il proprio prestigio col far talvolta a qualche miserabile un leggero benefizio, coll’osservare (non sempre però) scrupolosamente la parola data e col regolarsi secondo norme tutte loro intorno al punto di onore. Altri fanno d’ogni cosa un poco: sequestrano il ricco proprietario e ne esigono una grossa taglia, assassinano il viandante, arrestano le diligenze, spogliano il miserabile mulattiere delle poche lire che ha indosso. Tutti più o meno esercitano il furto di bestiame (abigeato). Sono regolarmente costituiti in banda, oppure girano isolati per la campagna, e quando si tratti di fare un colpo reclutano uomini fra i colleghi dei paesi o delle campagne. Alcuni sono malfattori dichiarati, scorazzano le campagne, e se entrano nei paesi lo fanno quando sono certi di non esser riconosciuti dalla forza pubblica. Altri menano vita regolare in apparenza, hanno una professione, vivono in paese; quando sanno di poter commettere qualche grassazione escono in campagna, consumano il delitto, e la mattina si ritrovano a casa in mezzo alle consuete occupazioni.

Le relazioni fra i membri di questa vasta popolazione di malfattori sono le più varie. Si sente perfino talvolta narrare d’inimicizia fra il tale e il tale altro brigante; spesso un facinoroso ne uccide un altro per rivalità, per vendetta, o in rissa. Ma più generalmente la vasta popolazione dei malfattori siciliani d’ogni specie, forma una gran lega. I più si conoscono fra di loro, almeno di nome; ma pur senza conoscersi sono pronti, quando l’occasione si presenta, ad unirsi e combinarsi al minimo cenno. Vari d’origine e di posizione sociale, vari anche nelle specialità del mal fare, pure si conformano tutti a certe regole tradizionali nate dall’indole stessa delle circostanze e dalle necessità della loro industria.

Frutto di una lunga esperienza mantenuta dall’istinto della conservazione, quest’assieme di regole è diventato come un diritto consuetudinario in vigore nella popolazione dei malfattori siciliani, e si può compendiare in poche norme. Impedire qualunque denunzia contro di loro all’autorità per parte di chiunque, e qualunque impedimento al libero e comodo esercizio del mestiere di malfattori. La sanzione è la vendetta pronta, terribile, eccessiva anche per l’offesa più leggera, che non esita a colpire dieci innocenti per il solo sospetto che fra di loro vi sia un colpevole, pure di imporre alle menti la convinzione che niente è più forte dei malfattori, e che niuno che li ha offesi può sfuggire la pena. I modi di applicazione di quelle regole variano poi all’infinito secondo le circostanze, i luoghi, le persone. In un comune dove l’autorità di pubblica sicurezza minacciava di prendere il sopravvento, i facinorosi del luogo, nella strada principale, all’ora in cui è più frequentata, mentre il delegato stava fermo sull’uscio di una bottega, si strinsero intorno a lui gomito a gomito in un semicerchio impenetrabile appoggiato al muro, e lo uccisero con una pistolettata a bruciapelo. Naturalmente la gente ch’era per la strada non sentì nè vide nulla e nessuno. Un’altra volta, una pattuglia che tornava da una perlustrazione fu ricevuta al suo ingresso nello stesso paese con una volata di schioppettate che ne uccise e ferì alcuni. Contro un impiegato che era sul punto di scuoprire le fila di una associazione di malfattori, fu organizzata una calunnia, cercato di provocare un processo penale, e per tal modo ne fu reso necessario l’immediato trasloco. A San Mauro, il capo brigante Rinaldi, sul semplice sospetto che un proprietario lo avesse denunziato, lo uccide in campagna. Qualche tempo dopo, entra armato con un compagno nel paese dove sta la famiglia di questo, all’Ave Maria in mezzo ai villani che tornano dal lavoro, entra nella casa dove stanno la madre e la sorella dell’ucciso; uccide la madre con una schioppettata, tira la sorella giù per le scale in istrada, e la finisce a coltellate. E ciò a pochi passi dalla casina di società piena di gente, e dalla caserma dei carabinieri; poi se ne va. Il medesimo brigante, alle porte dello stesso paese, uccise con una fucilata uno, per aver detto (in termini più energici però) che si curava poco di lui. Nel medesimo paese, un membro della stessa banda ferisce a morte per rancori personali una persona amata da tutti. Mentre si portava il viatico al moribondo e la campana suonava a morto, e davanti all’uscio di casa stava una folla di gente a piangere, urlare e lamentarsi, l’assassino, uomo basso e smilzo della persona, se ne stava di faccia alla casa del morente appoggiato al muro, colle braccia incrociate e un bastone in mano; tutti lo vedevano e nessuno, in tutta quella folla, osava avvicinarlo. Il paese era occupato militarmente dai bersaglieri. Ventiquattr’ore dopo si venne a raccontare a uno degli ufficiali la presenza di quell’uomo.

I briganti sono talmente sicuri del loro prestigio, della loro autorità sopra tutte le classi della popolazione, sentono talmente di far parte integrante e riconosciuta della società, che spesso non provano il bisogno di esser brutali, e conservano talvolta nei loro atti più violenti, la massima cortesia nelle forme. Un gran proprietario viene a passar qualche giorno in una sua villa. Durante la notte si sente picchiare alla porta. Sono i briganti che protestano di non volergli fare nessun male, ma chiedono solamente di riverirlo e di baciargli la mano. Il proprietario si scusò come potè dal riceverli, e la mattina dopo se ne andò per non più tornare sulle sue terre.

Un altro ricco proprietario era stato sequestrato dai briganti. Mentre si trattava del ricatto, i briganti lo fecero per più giorni girare per monti e dirupi, usando però sempre con lui i modi più cortesi e rispettosi, cucinandogli dei pasti ricercati per quanto lo permettevano le circostanze. Pagato il ricatto, il capo brigante gli chiese dove voleva essere ricondotto. Il signore indicò un paese. Appena fattasi la notte, la banda si incammina con lui, e si ferma nell’immediata vicinanza del paese indicato. Il capo brigante prega il signore di scusarlo se per ragioni che può facilmente capire non lo accompagna fino dentro l’abitato, gli chiede scusa di ciò che gli è stato fatto, allegando le circostanze, la necessità della sua condizione, la durezza dei tempi, ecc., poi ordina ai suoi uomini di scendere da cavallo e di baciar la mano al signore. Egli stesso principia, gli altri gli vengono dietro. Poi dànno la via al proprietario. Questi era libero, e aveva pagato 130,000 lire.

 

 

§ 22. — Impotenza dei carabinieri e della truppa contro i malfattori.

E mentre briganti, malandrini e malviventi vanno signoreggiando le campagne e i paesi, e sono ovunque come a casa propria, i carabinieri e la truppa spersi in mezzo all’Isola, errano in pattuglie, scortano le diligenze e i viandanti, si fanno ammazzare dai briganti, ne uccidono raramente, e non ne arrestano quasi mai. Accade talvolta che alcuno per vendetta di un danno o di un affronto o per cupidigia della taglia, venga, raccomandando il segreto, a svelare all’autorità il nascondiglio dei briganti, ma il caso è raro. Pochi dei briganti che sono uccisi muoiono per opera della Forza pubblica; per lo più sono assassinati da colleghi o rivali. Se una pattuglia perlustrando le campagne si presenta a una masseria e chiede notizie dei briganti, nessuno li conosce, nessuno li ha visti, mentre si sta forse sparecchiando nella stanza vicina la tavola dove hanno mangiato. Ma i briganti sanno subito dove è la Forza, i luoghi dai quali è passata, dove si è fermata, cosa ha chiesto, dove si è diretta partendo, conoscono le imprese che prepara. Ogni parola, ogni gesto sfuggito a un soldato o ad un ufficiale è osservato, studiato e riferito. Esce in campagna un drappello di truppa per fare una recognizione o tentare qualche colpo; si vede passare innanzi un contadino colla zappa, o un ragazzo, un vecchiarello, un mendicante; parrebbe ridicolo arrestarli od anche interrogarli. Qualche ora dopo i soldati arrivano al nascondiglio dei briganti, il fuoco è ancora acceso, ma i briganti sono stati avvisati e sono spariti, se pure la pattuglia prima di giungere non è caduta in un’imboscata, e non ha avuto alcuno dei suoi, uccisi da palle venute non si sa da dove. Se la truppa prepara una spedizione, la prima cura dei capi deve essere che non sia sorpreso il segreto, non solo dal pubblico chè la cosa è naturale così in Sicilia, come in qualunque altro paese, ma spesso nè anche dall’autorità locale, dai militi a cavallo. Sono ben rari coloro che la Forza pubblica può prendere per complici dei suoi progetti. Pare quasi che essa sia una comitiva di malandrini, e che i briganti siano coloro cui è stata affidata la protezione delle persone e delle cose, i difensori della società.

E veramente i briganti sono l’autorità costituita e riconosciuta. Il loro servizio di spionaggio è il solo efficace, le offese fatte a loro sono quelle che portano certa pena. Può darsi che rimanga impunita la resistenza alla pubblica Forza, non quella ad un assalto dei malfattori. L’uomo tanto ardito da resistere, potrà per quella volta costringerli a ritirarsi, ma si assicura per l’avvenire un gravoso ricatto o una schioppettata che gli capiterà un giorno che starà girando le campagne solo o male scortato. Tempo addietro nella provincia di Girgenti, fu sequestrato in campagna un proprietario. Egli aveva cinque fratelli che per caso si trovavano riuniti nel paese; al giungere della notizia del sequestro, questi si armarono, escirono in cerca dei malfattori, e riuscirono a liberare il fratello sequestrato. Ma come non potevano sempre andare in campagna uniti, convenne che per schivar guai entrassero in trattative coi facinorosi del paese cui appartenevano i malandrini combattuti e vinti. Diedero loro un pranzo, pagarono una somma di denaro, si scusarono dell’operato, allegando la necessità ecc. ecc. La somma pagata non fu considerevole; ciò che premeva ai facinorosi era un attestato pubblico che coloro i quali avevan loro resistito, riconoscevano nonostante la loro autorità.

 

 

§ 23. — La generale impotenza della classe abbiente contro i malfattori, non si può spiegare con la mancanza dei mezzi per resistere. Nè con la generale complicità. La semplice osservazione delle relazioni fra cittadini e malfattori non fornisce gli elementi per sciogliere questo problema.

Come hanno potuto i malfattori acquistare un sì strano predominio sugli animi? La mente si affatica lungamente invano intorno a questo problema. Se i proprietari ricevono cortesemente i briganti, li albergano, li rivestono, li armano, non è certo per carità cristiana. Non è per uno spirito di rassegnazione e di umiltà poco verosimile; lo dimostrano gli odii e i rancori implacabili coi quali i signori ingannano i lunghi ozi della loro vita neghittosa nei paesi dell’interno. Non è perchè i Siciliani non sappiano al bisogno unirsi per un dato fine; lo prova la stretta unione fra i membri di ciascuno dei partiti, che in tanti Comuni si contendono il primato di generazione in generazione, lo prova la stessa solidarietà dei malfattori fra di loro. D’altra parte, i mezzi materiali di difesa non mancano. I proprietarii hanno modo di assoldare gente risoluta in loro difesa. Qual’è dunque la ragione della loro mancanza d’unione, della loro impotenza, della loro docilità di fronte alla potente organizzazione del malandrinaggio?

Veramente, a vedere sottomettersi con tanta facilità tutta una classe di persone, cui basterebbe agire d’accordo per tre giorni per fare sparire il brigantaggio, la prima impressione è che questa rassegnazione non sia altro che complicità. Ma anche appoggiandosi sopra questa ipotesi, la mente cerca invano un criterio che la guidi nel giudizio dei fatti. La complicità apparente è universale. Ma in Sicilia l’apparenza di complicità non ha significato. Chi troverà il mezzo di distinguere quella che viene imposta dal terrore, da quella spontanea e lucrosa? Taluni proprietarii per aver rifiutato ospitalità o informazioni ai briganti, hanno avuto il bestiame distrutto, le piantagioni e le case bruciate, sono stati ricattati, assassinati([19]). Ma nel tempo stesso altri si sono arricchiti col manutengolismo, col tener mano ai ricatti, dando informazioni ai briganti, magari prestando il luogo dove rinchiudere il sequestrato. Taluni devono una fortuna considerevole all’industria del ricoverare nel loro fondo il bestiame rubato per curarne poi la vendita o l’esportazione. È incalcolabile il numero di persone d’ogni condizione che impiega in Sicilia l’industria degli abigeati. Una vasta rete di ladri, compari e ricettatori, cuopre tutta l’Isola. Dei capi di bestiame rubati, poniamo, sulla costa settentrionale, trovano chi li nasconde nel suo fondo, posto nel centro dell’Isola, e, al bisogno, chi provvede ad imbarcarli in qualche punto della costa meridionale per l’Africa. Ma d’altra parte è pubblicamente noto che taluni grandi proprietarii sono costretti, loro malgrado, a lasciare ricoverare nel loro fondo, il bestiame rubato dai briganti. Dovrà considerarsi come indizio di manutengolismo, se un proprietario sta tranquillamente in campagna colla famiglia, gira senza scorta dappertutto, e non è mai molestato? Nemmen questo: conviene talvolta ai briganti di non farsi nemico un signore ricco e potente, e rispettarlo senza esiger da lui altro che il silenzio sui loro movimenti, e lo stretto necessario per i loro bisogni. Questo non si può considerare, e non si considera, come manutengolismo, e non v’è proprietario che non sia in questo modo in contatto continuo coi briganti, e che non lo dica apertamente anche alle autorità. E in taluni casi di manutengolismo vero e proprio a fine di lucro, chi è il colpevole, il proprietario, o i suoi fattori ed impiegati? Il proprietario è spesso il primo ad esser vittima del manutengolismo del suo fattore. Questo ha interesse a tenere il padrone lontano dai suoi fondi colla paura. Molto più, ciò che ha apparenza di manutengolismo del proprietario, può essere atto di brigantaggio vero e proprio commesso dai fattori. Le firme dei briganti nelle lettere di scrocco non sono autenticate da notaro. Chi garantisce se sono vere od imitate? Quando i proprietarii, invitati a rendersi presso l’autorità pubblica per affari correnti non rispondono all’invito per timore d’esser sospettati di aver denunziato un malfattore, è probabilmente il solo terrore che li trattiene. Ma chi può dire se il loro silenzio riceve o no il suo compenso all’occasione? Si potrà dire almeno che non è manutengolo il proprietario il quale da parecchi anni non osa uscir dal paese per paura dei briganti o che vien da essi ricattato od anche ucciso? Nemmeno. Ognuno in Sicilia conosce la storia di quei due proprietarii alleati di bande brigantesche ostili fra di loro. Uno di essi fece ricattare l’altro che dovette pagare una grossa taglia. L’altra banda per vendicare lo sfregio fattole nella persona del suo protetto, sequestrò a sua volta il proprietario amico della banda avversa, gl’impose una grossa taglia, lo uccise, e nonostante si prese i denari. Dovrà dirsi manutengolo chi impiega a suo servizio gente facinorosa? Ma il proprietario che non voglia avere i fondi e il bestiame in balìa del primo ladruncolo venuto, deve aver alcuni fra i suoi campieri([20]) che si facciano rispettare, e il modo più efficace per farsi rispettare in buona parte di Sicilia, è l’esser in fama di aver commesso qualche omicidio. Ma il modo di non aver nemica una banda di briganti o qualche altra potente associazione di malfattori dei dintorni è l’avere al proprio servizio una persona, che sia in relazione con loro, che possa trattare con loro per riavere contro competente compenso il bestiame che hanno rubato al padrone. Il loro salario, a quanto dicesi, è talvolta fuor di proporzione col loro ufficio, è la tassa che il proprietario paga alla banda o all’associazione, ed una specie di premio d’assicurazione o di riscatto contro l’abigeato. E chi può dire se quel campiere non è stato da esse imposto al proprietario? I proprietarii dichiarano essi stessi apertamente di essere obbligati a tenere fra i loro impiegati dei facinorosi. Qual’è l’autorità che potrà farne loro un delitto quando il Governo è il primo ad impiegarli al suo servizio? Che cosa sono per la maggior parte i militi a cavallo se non degli antichi malandrini che portano una divisa e, sul berretto, la cifra del re? La mente si affatica invano a cercare i criterii che in una tale condizione di società distinguono il bene dal male, l’innocenza dal delitto. Chi è del tutto innocente, chi è del tutto colpevole? Un atto per il quale in paesi che sono in condizioni diverse non si esiterebbe a mandare un uomo in galera, qui è ammesso, e non si può punire. Ed intanto i briganti diventano capitalisti e hanno relazioni di affari cogli abitanti, dànno bestiame a soccida, diecine di mila lire a mutuo. Intanto stanno formandosi quasi pubblicamente dei patrimoni col manutengolismo e colla complicità negli abigeati. Intanto ciascuno dei partiti avversi nei Comuni, corteggia l’alleanza dei briganti e dei facinorosi; i privati acquistano rispetto, considerazione e influenza quando sia pubblico che sono amici di briganti. Chi potrà dire la parte che hanno i malfattori nella scelta dei fittaiuoli dei feudi, in quella dei compratori dei fondi in vendita, e nella determinazione dei loro prezzi? Chi potrà misurare la loro influenza diretta o indiretta, nelle elezioni municipali, nelle elezioni politiche? Venti o trenta mascalzoni sanguinari con una retroguardia di latitanti erranti per le campagne, e di facinorosi occulti o palesi, sono il fondamento di buona parte delle relazioni sociali più importanti in due terzi di Sicilia.

E si sentono dei Siciliani, specialmente delle classi medie e inferiori, che parlando del brigantaggio dicono apertamente di non veder nulla di anormale nella sua esistenza, di non veder nessuna buona cagione perchè debba cessare. Secondo loro, si tratta di gente che non fa male a nessuno se non è provocata, si contenta d’imporre una tassa ai ricchi, che del resto possono pagarla benissimo, e benefica la povera gente. «Quelli erano briganti chic», ci diceva e ci ripeteva, parlando della banda Capraro, un piccolo impiegato che incontrammo in viaggio. Si racconta perfino in Sicilia che giovani di buona famiglia si sono talvolta uniti a qualche impresa di bande brigantesche famose, senza nessuna mira d’interesse, ma per arditezza giovanile, per acquistare onore facendo prova di coraggio, nel medesimo modo che se si fossero arruolati nell’esercito o fra i volontari per le guerre d’indipendenza. Ad ogni modo, nelle persone di tutte le classi, specialmente se non hanno sofferto dai malfattori danni maggiori degli ordinari, si sente spesso trapelare nella conversazione una certa compiacenza per il tipo brigantesco, una tendenza a farne un tipo da leggenda, un sentimento insomma, che sarebbe abbastanza naturale in un professore di letteratura, ma si spiega difficilmente in proprietari fondiari che hanno masserie e granai combustibili.

Però, questa ammirazione teorica pei briganti non impedisce che la poca sicurezza non provochi, specialmente nella classe ricca, generali lamenti, i quali, nella bocca di chi ebbe a soffrire dal brigantaggio personalmente in modo crudele, diventano aspri ed irosi e si manifestano per lo più sotto forma di duri rimproveri al Governo. Da esso si aspetta, o piuttosto si richiede tutto. Esso in mezzo alla universale cospirazione del silenzio deve pur trovar modo di scuoprire i malfattori e di impadronirsene. Questo disperato cercare di un appoggio fuori di sè stessi non ha nulla che debba sorprendere quando si consideri la inaudita disorganizzazione di tutta la classe che ha qualcosa da conservare di fronte alla disciplina dei malfattori.

 

 

§ 24. — Propensione quasi generale per i mezzi di repressione arbitrari.

Ma ciò che mette lo scompiglio in tutti i concetti di Governo e d’interesse generale che uno si sia formati in paesi regolarmente costituiti, è l’udire gli apprezzamenti e le proposte della grandissima maggioranza dei Siciliani anche della classe colta e specialmente fuori dai grandi centri, sui rimedi atti a ristabilire la sicurezza. Non si sente chiedere che poteri arbitrari senza controllo, senza regola alcuna, senza garanzia di legge, senza quella di intelligenza, nè di moralità nelle persone cui tali arbitrii si vorrebbero affidati. Quelli stessi che riconoscono l’immoralità del personale componente il corpo dei militi a cavallo, e la grandissima difficoltà di depurarlo, chiedono per esso potere arbitrario. Chiedono che si diano in balìa a quest’accozzaglia di malandrini rivestiti le campagne di Sicilia e i loro abitanti con facoltà di estorcere confessioni e denunzie con ogni mezzo ch’essi credano opportuno: le bastonate, le violenze d’ogni genere. Non si rammentano che questi mezzi sono già stati impiegati in Sicilia ed in tempi non tanto lontani da dovere uscire dalle menti; che i membri della classe colta non furono gli ultimi a soffrirne; che allora furono denunziati all’Europa civile, e la fecero inorridire. Abbiamo sentito un proprietario lamentare amaramente il danno che la soppressione della guardia nazionale aveva fatto alla pubblica sicurezza, perchè quando questa esisteva, uno, rivestito della sua divisa, poteva tirare una fucilata a chiunque senza render conto a nessuno. Non pensava che come poteva tirare la fucilata, così poteva riceverla. Le menti non sono in grado di distinguere l’interesse sociale dal loro interesse personale immediato. Vittime di una violenza, chiedono una forza capace di vincere e di distrugger quella, e non vanno più in là. Non chiedono a questa forza garanzie di regolarità e di equità. Sia essa forza armata al servizio loro privato, o del Comune, o dello Stato, siano uomini capaci d’altronde di qualunque disordine, di qualunque delitto, magari briganti, è tutt’uno. E considerando a questo modo la quistione, sono sinceramente persuasi di cercare, non solo il vantaggio loro privato, ma anche quello del pubblico. Non esiste nelle menti della grandissima maggioranza, il concetto di un vantaggio sociale, superiore agli interessi individuali e diverso da questi. Nè possono concepire una forza diretta da siffatto criterio, una legge in somma che, intesa ad un fine generale, ora reca vantaggio, ora danno all’uno od all’altro singolo individuo. Ognuno istintivamente e sinceramente considera l’autorità pubblica in tutte le sue manifestazioni come una forza brutale alleata o nemica dell’una o dell’altra persona per tutti i fini buoni o cattivi.

 

 

§ 25. — Manca nella generalità dei Siciliani il sentimento della Legge superiore a tutti ed uguale per tutti.

Del resto questa mancanza del concetto di una legge e di un’autorità che rappresenti e procuri il vantaggio comune, astrazione fatta dagli individui, si manifesta nelle relazioni di ogni genere fra’ Siciliani. Essi non si considerano come un unico corpo sociale sottoposto uniformemente a legge comune, uguale per tutti e inflessibile, ma come tanti gruppi di persone formati e mantenuti da legami personali. Il legame personale è il solo che intendano. È accaduto a più di un rappresentante dell’autorità che rifiutava un favore richiestogli, allegandone la illegalità, di sentirsi rispondere: «lo faccia per amor mio» e ciò apertamente, senza esitazione, colla massima buona fede. Insomma, nella Società siciliana, tutte le relazioni si fondano sul concetto degl’interessi individuali e dei doveri fra individuo e individuo, ad esclusione di qualunque interesse sociale e pubblico.

 

 

§ 26. — Indole esclusivamente personale delle relazioni sociali in Sicilia. Clientele.

Una siffatta forma di società non è nuova nella storia, e se ne manifestano in Sicilia tutti i sintomi belli e brutti. Da un lato, una fedeltà, una energia nelle amicizie fra uguali e nella devozione da inferiore a superiore, che non conosce limiti, scrupoli o rimorsi. Ma dall’altro, il sistema della clientela spinto alle sue ultime conseguenze. I singoli individui si raggruppano gradatamente intorno ad uno od alcuni più potenti, qualunque sia la cagione di questa potenza: la maggior ricchezza ed energia di carattere o l’astuzia od altro. Gl’interessi loro vanno gradatamente accomunandosi. I più potenti adoperano a vantaggio degli altri la loro forza e la loro influenza, gli altri mettono al servizio di quelli i mezzi di azione meno poderosi di cui dispongono. Ogni persona che abbia bisogno di aiuto per qualunque oggetto, per far rispettare un suo diritto come per commettere una prepotenza è un nuovo cliente. I principali di ogni clientela non potendo concepire un interesse d’indole collettiva all’infuori di quelli della clientela stessa, cercano di arruolare a vantaggio di questa tutte le forze, senza distinzione, che trovano esistenti, e fra le quali nessun concetto d’interesse sociale generale pone una distinzione nella loro mente. Cercano in conseguenza, così l’alleanza dei malfattori come quella dei rappresentanti del potere giudiziario e politico. E per acquistare ciascuna di queste alleanze impiegano i mezzi più adatti. Aiutano il malfattore a sfuggire alle ricerche della giustizia, ne procurano l’evasione se è in carcere, l’assoluzione (e ognuno immagini con quali mezzi) se è sotto processo e non può evadere.

Il malfattore per tal modo salvato diventa un cliente se già non lo era. Il suo braccio è al servizio di quel gruppo di persone, ed in compenso è assicurato della loro protezione. Per procurarsi l’alleanza delle autorità giudiziarie e politiche impiegano la corruzione, l’inganno, l’intimidazione. Se questi mezzi non riescono, trovan modo di far credere alla loro clientela e al volgo che sono riesciti, oppure che hanno trovato nelle sfere superiori del governo gl’istrumenti per punire il funzionario ricalcitrante. Preme troppo ad essi che la loro influenza sia considerata come invincibile e infallibile. Così, quando un Prefetto rifiuti a uno di loro un favore, se poco dopo vien traslocato per una cagione qualunque, affermano a tutti che essi colle loro influenze al ministero lo hanno fatto traslocare in vendetta del favore rifiutato, ed ognuno li crede. Perfino le leggi rigidamente applicate servono talvolta ad accrescere siffatte autorità private. Chi ha ottenuto all’infuori di qualunque intercessione dai tribunali o da qualche amministrazione pubblica la giustizia dovutagli, se ha invocato l’aiuto di qualche protettore, rimane convinto d’esser debitore di ciò che ha ottenuto unicamente all’intervento di quello.

Così nasce un’infinità di associazioni che non possiamo chiamare che clientele, giacchè non hanno della associazione nè la determinazione dei requisiti per farne parte, poichè ogni giorno vi sono membri che escono o entrano, nè la stabilità delle regole e statuti, poichè le relazioni fra i loro membri sono varie quanto possono esserlo quelle fra due privati qualunque. Naturalmente, queste clientele si suddividono in clientele minori. Vi sarà quella fra malfattori, e i principali di questa saranno clienti di persone influenti spesso investite di cariche pubbliche, alle quali fanno capo d’altra parte altre unioni di persone meno influenti, e così di seguito.

 

 

§ 27. — La Mafia.

Così si formano quelle vaste unioni di persone d’ogni grado, d’ogni professione, d’ogni specie, che senza aver nessun legame apparente, continuo e regolare, si trovano sempre unite per promuovere il reciproco interesse, astrazione fatta da qualunque considerazione di legge, di giustizia e di ordine pubblico: abbiamo descritto la mafia, che una persona d’ingegno, profonda conoscitrice dell’Isola ci definiva nel modo seguente: «La Mafia è un sentimento medioevale; Mafioso è colui che crede di poter provvedere alla tutela e alla incolumità della sua persona e dei suoi averi mercè il suo valore e la sua influenza personale indipendentemente dall’azione dell’autorità e delle leggi».

Come fuori di Sicilia sono più conosciute quelle manifestazioni del suo stato sociale, che hanno carattere violento, così sono pure conosciuti più generalmente quegli elementi della mafia che sono cagioni immediate di siffatte manifestazioni. Perciò è generalmente significata con questo nome quella popolazione di facinorosi la cui occupazione principale è d’essere ministri ed istrumenti delle violenze, e coloro che sono con essi in relazioni dirette e continuate. Così si dice: «la mafia del tale o tal altro paese». Siffatta incompleta cognizione del fenomeno non entra per poco nella difficoltà incontrata a spiegarlo ed a scoprirne l’indole, come avremo luogo di manifestarlo più particolarmente nel corso di questo studio.

In siffatta condizione di cose, avviene per necessità che le gare personali a poco a poco ingrossino e diventino divisioni di partiti, e che le divisioni di partiti abbiano tutto il loro fondamento in gare ed ambizioni personali. Se una quistione d’amor proprio o d’interesse divide due delle prime famiglie di un Comune, a poco a poco le altre si aggruppano intorno a quelle, il paese è diviso in due fazioni. Ognuna impiega contro l’altra tutti i mezzi. Dalla violenza al Processo penale o civile, e alla legge elettorale e comunale. Ognuno cerca di tirar dalla sua il pretore, il procuratore del Re, il sotto prefetto. Dove poi non v’ha divisione o lotta, dove la persona preponderante in un Comune è sola e senza rivale, la sua potenza diventa assoluta. Dispone a modo suo dell’amministrazione pubblica e quasi delle sostanze e della vita di tutti.

 

 

§ 28. — Amministrazioni locali.

Con questo concetto dell’interesse generale in tutte le classi della popolazione, ognuno può immaginare che cosa sieno le amministrazioni locali d’ogni genere. Spesso il patrimonio comune diventa preda del partito al potere; gl’impieghi diventano patrimonio degli aderenti di questo; le leggi la cui esecuzione è affidata alle autorità locali, diventano un’arme, un mezzo per operare esazioni a vantaggio del partito vincitore e a danno del vinto. Per citare qualche esempio: le guardie daziarie, scelte dal partito al potere, lasciano passare la roba degli aderenti di questo, e compensano il bilancio comunale gravando la mano su quella dei membri del partito vinto. Ogni anno, alla revisione delle liste elettorali queste sono riempite di nomi di aderenti del partito al potere, non elettori. Le sentenze della Corte d’appello che ne ordinano la cancellazione giungono dopo le elezioni. L’anno seguente principia lo stesso giuoco e così da un anno all’altro il partito al potere vi si mantiene coi voti di persone, cui la legge rifiuta il diritto di votare. Parimente, i pochi Monti frumentari sopravvissuti alla generale rapina, le società cooperative, quelle di mutuo soccorso hanno, salvo poche onorevoli eccezioni, per unico scopo di procurare a chi se n’è impadronito, influenza per sè, guadagni per sè e per i propri aderenti.

Chiunque abbia energia, astuzia, denari, relazioni negli uffici pubblici, insomma qualcosa da dare in cambio della protezione di un più potente di lui, è certo di trovar posto nella clientela dell’uno o dell’altro. Rimangono fuori da tutte, isolati, esposti alle prepotenze di ognuno, coloro che non possono rendersi utili in nessun modo. Tali sono i più fra i contadini, che in generale non possiedono nulla; sono ignoranti e abbrutiti, e non sanno al bisogno prendere uno schioppo e andare ad aspettare al passo una diligenza o un viandante. Tali sono tutti coloro che non hanno nè ricchezza, nè astuzia, nè energia, tutti coloro insomma la cui sola difesa in altro paese sarebbero le leggi. Questi non hanno parte alla protezione di quella specie di diritto consuetudinario in vigore in Sicilia, la cui porzione più conosciuta fuori dell’Isola è quella che obbliga ognuno a proteggere il prossimo contro la legge e la giustizia. Difatti, il facinoroso conosciuto che, per schivare l’ammonizione giudiziaria, abbia bisogno di un certificato di buona fama, trova firme quante ne vuole, dalle persone più considerate. Il miserabile vagabondo inoffensivo, se la vede malamente rifiutare. Citeremo un esempio ancora più caratteristico. Un impiegato inferiore del macinato venuto da pochi giorni dal Piemonte, girando per la campagna per il suo ufficio, vede in un campo cadere un uomo colpito da una fucilata. Spaventato, corre in paese a denunziare il fatto. S’inizia la procedura, si ricerca il colpevole. Dopo pochi giorni viene arrestato quell’impiegato stesso sotto l’imputazione di aver commesso l’omicidio. Si istruisce contro di lui, si trovano testimonianze a suo carico, si è sul punto d’inviarlo alla Corte d’Assise, e ciò mentre tutta la contrada conosceva il nome di chi aveva veramente commesso il delitto, le cagioni che lo avevano spinto a commetterlo, il vantaggio che ne aveva ritratto. Ciò in un paese, dove denunciare un assassino veramente colpevole è infamia. Fortunatamente l’Autorità superiore, avvertita a tempo, intervenne energicamente, e il processo fu rimesso sulla vera strada. Ma convenne trovar modo di traslocare l’infelice impiegato del macinato per sottrarlo al pericolo di essere assassinato.

 

 

§ 29. — Autorità pubblica. Suoi mezzi di azione.

In mezzo a questa società, che si regge tutta all’infuori delle leggi, stanno sparsi qua e là nei capoluoghi delle Provincie, dei Circondari e dei Mandamenti, i rappresentanti del Governo, prefetti, sottoprefetti, ufficiali di sicurezza pubblica, magistrati, coll’incarico di governare le popolazioni per mezzo di quelle leggi stesse, e di farle rispettare se sono offese. Potremmo ripetere qui ciò che già abbiamo detto delle autorità ragionando di Palermo. Come sono simili le relazioni sociali, così lo è pure a Palermo e in provincia, la condizione dell’autorità pubblica e la sua impotenza. E sono pure medesimi i difetti nell’indirizzo di questa, nel suo ordinamento, nella sua composizione. In provincia come a Palermo, le autorità pubbliche, per conoscere i disordini di ogni specie e per ripararvi possono adoperare la popolazione se ci riescono, altrimenti hanno la truppa, i carabinieri, le guardie di pubblica sicurezza, i militi a cavallo.

 

 

§ 30. — Carabinieri.

I carabinieri senza essere più il corpo perfetto sotto tutti gli aspetti, che erano sopratutto nell’antico Piemonte, pure sono sempre degnissimi di rispetto. Ma, forestieri all’Isola, legati da un regolamento di servizio fatto per altre circostanze ed altri paesi, ignoranti, spesso, della lingua, dei luoghi e delle persone, quasi sempre del significato di quella mimica rapida e vivace, di quel girar d’occhi, di quelle intonazioni che formano per i Siciliani un secondo linguaggio determinato, chiaro quanto quello della parola, da loro impiegato per esprimere quelle cose, che non vogliono dichiarare apertamente e che sono in generale le più importanti a conoscersi, non avendo idea dei costumi della popolazione, delle complicatissime relazioni, che legano i malfattori fra di loro e colle altre classi della società, vivono in mezzo alla popolazione isolati come in un deserto, vedono e sentono senza capire, fanno la stessa figura che farebbe una statua della giustizia in mezzo ad una banda di malfattori.

 

 

§ 31. — Militi a cavallo. Loro modo di procedere.

I militi a cavallo non hanno tutte le cagioni d’ignoranza e d’impotenza dei carabinieri. I loro regolamenti e soprattutto la loro pratica di servizio, lasciano il campo aperto all’iniziativa individuale, e d’altra parte le tradizioni del loro corpo, dal 1543 in cui furono creati([21]) in poi, non sono tali da renderli molto rigidi osservatori delle forme legali e delle garanzie che lo Statuto e i codici assicurano ai cittadini. Nessuno è con loro in mezzo ai campi e ai boschi per verificare se osservano le regole della legge, per scuoprire e arrestare i delinquenti. Se talvolta accade loro di ottenere da qualche villano una confessione o una denunzia a suon di bastonate, l’eco di queste giunge talmente indebolito alle orecchie dell’autorità, che passa inosservato da loro. In quanto al pubblico, la gran maggioranza non prova per un tal mezzo di polizia, se usato sulle spalle altrui, tanta antipatia da lamentarsene. Tratti dal seno della popolazione vivono in mezzo ad essa, continuano a farne parte. Nel girare la campagna, se giungono a una masseria, vi trovano, essi e le loro giumente, da bere, da mangiare, da dormire. I briganti non sarebbero ricevuti meglio. La sera arrivano ad un paese, scendono all’osteria, depongono le armi in un canto, si mettono a tavola a bere coi mulattieri, coi barrocciai, colla gente d’ogni specie. Parlano con tutti, salutano tutti, conoscono tutti. Giunge la notizia di una grassazione o di un ricatto. Montano a cavallo, perlustrano la campagna, ma nel più dei casi non vedono, non conoscono, non trovano più nessuno. L’intera contrada è diventata ad un tratto per loro terra incognita. Solamente quando per caso i carabinieri e la truppa siano giunti a sospettare il covo dei briganti, se avvisano i militi per ottenere la tanto desiderata unità di azione, accade talvolta che messasi la spedizione in marcia, contornato il luogo indicato, non trovi più nessuno. In altri termini, in buon numero di casi i militi a cavallo, o perchè hanno paura delle vendette, o perchè dividono il prodotto dei delitti, sono complici dei malfattori almeno col silenzio e coll’inazione. Ciò non toglie che abbiano dati parecchi esempi di bellissime operazioni e di atti di eroismo. Talune sezioni di militi a cavallo composte di elementi puri, hanno purgato per qualche tempo il loro circondario dal malandrinaggio. Ma sono eccezioni.

 

 

§ 32. — Guardie di pubblica sicurezza. Truppa.

Le guardie di pubblica sicurezza depurate negli ultimi anni, hanno reso buoni servigi, ma pochissimo numerose fuori dei grandi centri, la loro utilità è limitata([22]).

La truppa poi residente nell’Isola per un tempo ristretto, per un tempo ancora più ristretto nelle singole località([23]), ignorante delle persone e dei luoghi, comandata da ufficiali la cui specialità non ha nulla che fare col servizio di polizia, deve limitarsi per lo più a mettere il suo coraggio e le sue cognizioni di tattica al servizio delle autorità di pubblica sicurezza e a fare il servizio di scorta e di pattuglie. E nuocciono talvolta all’efficacia ed alla fermezza della sua opera il gran numero di reclute, che non hanno mai visto il fuoco, e l’essere le pattuglie comandate da sott’ufficiali, che non possono esser sempre sostenuti davanti al pericolo da quel sentimento dell’onore e del dovere che animerebbe un ufficiale.

Con siffatti istrumenti, in mezzo a siffatta popolazione, gli impiegati di pubblica sicurezza devono scuoprire ed arrestare i delinquenti, i magistrati devono convincerli e condannarli.

 

 

§ 33. — Funzionari di pubblica sicurezza. Difficoltà che incontrano per scuoprire i malfattori e per radunare elementi atti a farli condannare in giudizio.

Veramente la condizione di un delegato di pubblica sicurezza in Sicilia, soprattutto se in un capoluogo di mandamento senza la vicinanza e l’appoggio di una più alta autorità, non è delle più invidiabili. Sta nel suo ufficio o nella sua casa come in una fortezza in mezzo a paese nemico. Per quanto possano esser numerose le persone che nel segreto dell’animo loro desiderano veder distruggere i malfattori, per quanto possa ricevere talvolta denunzie segrete, pure la forza preponderante dei malfattori s’impone agli animi. Ne resulta che il meglio che egli possa aspettare dalla generalità degli abitanti è una neutralità ostile. Costretto a guardare prima di ogni altra cosa la propria vita, egli è ben fortunato se può avere intorno a sè per proteggerlo dalle sorprese due o tre guardie fidate e coraggiose. Trattandosi di compiere un arresto, non si parla di apparato solenne di forme legali, non si ferma la persona ricercata per la strada intimandole a nome della legge di costituirsi prigioniera; molto meno si va a picchiare alla sua casa: la risposta sarebbe probabilmente una fucilata. È assai rischioso il presentarsi all’uscio di un uomo che non abbia la coscienza netta. Uno di essi sentendo picchiare alla porta di casa, senza guardare chi fosse, tirò una fucilata e uccise il proprio fratello. Gli agenti incaricati di operare un arresto, devono mettersi il mandato di cattura in tasca, avvicinarsi alla persona ricercata, senza che se ne avveda, saltargli addosso come se si trattasse di fare una grassazione, e prima che abbia avuto il tempo di riconoscerli, metterla nella impossibilità di resistere. Non dappertutto la situazione personale dell’ufficiale di pubblica sicurezza è così tesa. Nei capoluoghi di circondario l’ispettore o il delegato si appoggia sull’autorità e responsabilità superiore del sottoprefetto, può disporre di un personale più numeroso. Nei Capiluoghi di provincie, il questore o l’ispettore con autorità maggiore, con personale ancora più numeroso e col prefetto sopra di sè, si trova in posizione ancora più vantaggiosa. Ma per tutti è eguale la difficoltà di scuoprire i delinquenti e di arrestarli in mezzo al silenzio e alla finzione dei più. Potrebbero cercar di sorprendere i delitti in flagrante, facendo sorvegliare strettamente gli ammoniti, se questa sorveglianza fosse possibile; ma con un personale insufficiente, come fare a tener dietro alle centinaia di persone sottoposte all’ammonizione, e che per la maggior parte devono per la loro professione uscire ogni mattina dal paese nella campagna e tornare la sera, quando pure non vi si devono trattenere l’intera settimana? La forza pubblica si perderà molte volte a seguire i passi di qualche ozioso o ladruncolo inoffensivo, mentre l’ammonito pericoloso compie con tutto suo comodo una grassazione o un ricatto. Inoltre chi sorveglierà la gente di libertà, cioè i facinorosi non conosciuti come tali dall’autorità? Il portare armi senza licenza non è un indizio migliore per scuoprire un delinquente. Bisognerebbe che le sole persone innocue ottenessero licenza, e più un facinoroso è temuto, e più si procura facilmente testimonianze favorevoli per ottenerla. Del resto, anche se non l’abbia ottenuta, il malfattore può avere e adoperare il suo schioppo senza che l’autorità ne sappia nulla. Si potrà rovistare la sua abitazione in paese senza trovar traccia d’arme: i carabinieri lo vedranno uscire la mattina dal paese, tranquillo e disarmato. Va a una pagliaia in campagna, piglia il fucile nascosto tra lo strame, va a prender parte alla grassazione o al ricatto, torna a nasconder l’arme e la sera rientra in paese come ne era uscito.

L’ufficiale di pubblica sicurezza è ridotto alle rare e timide denunzie provocate dal desiderio di guadagno o di vendetta, alle rarissime confidenze disinteressate di qualche proprietario ed alle ispirazioni di quella specie d’intuizione che acquista talvolta per la lunga pratica. Ma quando esso sia stato messo con tali mezzi sulle tracce di un colpevole, le difficoltà, gl’impedimenti che separano l’arresto del colpevole dalla sua condanna sono tali da rendere quasi certa l’impunità del delitto. Chiunque faccia una denunzia chiede per prima cosa di non esser compromesso, e che la sua denuncia rimanga un segreto. Se l’ufficiale di pubblica sicurezza che l’ha ricevuta vuol nonostante cercare di ottener la punizione del colpevole rivelato, tutta l’abilità e la solerzia ch’egli potrà esercitare non riesciranno a nulla senza l’opera dei magistrati. Quand’egli sia riescito a sorprendere qualche confessione, a scuoprire degli indizi, a preparare insomma gli elementi del processo, e a mettere insieme le prove della reità, ha fatto poco o nulla per ottenere la condanna. Perchè le deposizioni fatte davanti all’autorità di polizia non hanno valore di testimonianze in giudizio; tutt’al più l’ufficiale di pubblica sicurezza potrà testimoniare di averle udite.

Affinchè il processo possa andare avanti, è forza che il giudice istruttore citi dinanzi a sè il denunciatore, e i testimoni; che questi ripetano davanti a lui ciò che già dissero all’ufficiale di pubblica sicurezza, che le loro deposizioni vengano scritte dal cancelliere, firmate da loro, per essere poi esibite al dibattimento pubblico dove dovranno ripeterle ancora una volta. Chiamati davanti al giudice istruttore, testimoni e denunziatore negano naturalmente di aver detto mai nulla, o se confessano di aver parlato, si ritrattano; gl’indizi, le prove svaniscono per incanto, il processo va all’aria, il magistrato istruttore deve pronunciare o provocare l’ordinanza di non luogo a procedere. Il colpevole è rimesso in libertà con piena facoltà di deliberare fra sè e sè, se gli convenga o no di ammazzare coloro che sospetta di averlo denunziato.

Se l’ufficiale di pubblica sicurezza è riuscito a cogliere gli autori e i testimoni di un reato quasi sul luogo e nel momento del delitto, il successo sarà sempre lo stesso. Egli, è vero, potrà più facilmente scuoprire indizi materiali, dirigere secondo questi le sue interrogazioni, gli sarà più facile incutere timore agl’interrogati. E così, se non sia del tutto inabile, potrà facilmente sorprendere delle contraddizioni nelle risposte, forse anche trar fuori dai più turbati qualche confessione. Ma poi, in questo come in qualunque altro caso, davanti al magistrato istruttore le confessioni sono ritrattate, le contraddizioni rimediate, nasce dalle deposizioni tutto un racconto logico, filato, dal quale resulta che il colpevole è innocente, che i testimoni non hanno visto nè sentito nulla e quasi quasi, che il delitto non è stato commesso. Non v’ha prigione tanto custodita che impedisca le comunicazioni dei carcerati fra di loro e con quelli di fuori, e il romanzo da presentarsi all’istruzione si combina senza difficoltà a traverso le mura e le inferriate.

L’ufficiale di pubblica sicurezza è più fortunato se giunge a tempo per sorprendere una prova di fatto, un corpo del reato che basti a convincere il colpevole. La cosa non è facile. Colla sterminata rete delle complicità e delle connivenze, le tracce materiali di un delitto atte a comprometterne l’autore, spariscono con una rapidità incredibile; però talvolta l’ufficiale di polizia riesce a vincere di prontezza e d’acume gli stessi malfattori. Ma nella sua fretta di sorprendere indizi e prove, egli corre gran pericolo di violare le forme richieste dalla legge, ed allora va incontro ad altri rischi. S’egli, per esempio, richiede i carabinieri di prestare l’opera loro per una perquisizione in una casa di nottetempo, senza le formalità volute dalla legge, i carabinieri si rifiuteranno. S’egli l’eseguisce per mezzo dei suoi sottoposti diretti, egli corre rischio di vedere per lo meno nei considerando della sentenza relativi a quel reato una censura al suo indirizzo.

Ad ogni passo in Sicilia si presenta questa quistione fra la inefficacia della legalità e i pericoli e i danni morali dell’arbitrio. L’impiegato di pubblica sicurezza, dallo spirito del suo ufficio, dalle tradizioni della polizia siciliana, dalla straordinaria difficoltà delle circostanze in cui si trova, è portato a invocare l’arbitrio, chiede una larga applicazione di quelli ammessi dalla legge: l’ammonizione e il domicilio coatto; chiede che si chiudano gli occhi se talvolta per salvare la società da un facinoroso, gira attorno a qualche prescrizione della legge o la viola addirittura. Invece, i magistrati sono in generale animati da altro spirito, informati a tradizioni diverse. E nemmeno a loro si può dar torto. L’uso eccessivo delle ammonizioni ha fatto fino adesso pessima prova. Raramente si è giunti a colpire con queste le persone veramente pericolose. Il numero soverchio delle persone ammonite ne rende la sorveglianza impossibile, ed il provvedimento diventa illusorio. Inoltre, se l’abuso degli arbitrii legali è nocivo, l’uso degli arbitrii illegali è pieno d’infiniti pericoli. Tolto il limite sicuro e determinato della legge, con quale criterio si potran distinguere gli arbitrii leciti, diretti al bene comune, da quelli illeciti, diretti a danno della giustizia e dell’ordine pubblico? Per quanto si possa garantire l’onestà di un ufficiale di pubblica sicurezza, chi garantirà ch’egli è abbastanza furbo per schermirsi dalle infinite astuzie dei malfattori e dei prepotenti, ch’egli non diventerà un istrumento in mano di coloro ch’egli vuole ridurre all’impotenza? La triste esperienza della prefettura militare è fatta per disgustare dalle illegalità. Tutte le soluzioni che si possono dare alla quistione sembrano ugualmente pessime; le leggi sono inefficaci, l’arbitrio pericoloso.

 

 

§ 34. — Indole del personale.

Nè è tale da diminuire l’inefficacia delle une e i pericoli dell’altro, l’indole di buona parte del personale amministrativo e giudiziario mandato in Sicilia. Il personale di pubblica sicurezza per quanto sia stato molto migliorato ultimamente, non offre sempre garanzie sufficienti. D’altra parte però, la magistratura non è sempre all’altezza del proprio ufficio. I pretori soprattutto non sono in grado di sopportare la responsabilità che pesa sopra di loro. Il delicato incaricato d’infliggere le ammonizioni richiederebbe grande intelligenza, indipendenza e coraggio; dall’oculatezza e dall’attività adoperate nei primi atti dell’istruzione dopo un delitto, spesso dipende la scoperta e l’arresto del colpevole. Ma i pretori poveri, mal pagati, siciliani per la massima parte, hanno tutto ciò che occorre per sottostare a tutte le intimidazioni, a tutte le pressioni di ogni genere, e la loro condizione non è tale da ispirar loro quello zelo, quell’attività che non guarda a disagi ed a pericoli per compiere il proprio dovere e raggiungere lo scopo; e pur troppo molto spesso subiscono infatti le pressioni e le intimidazioni, e mettono per tal modo la giustizia al servizio di coloro stessi contro i quali dovrebbe esser diretta. La magistratura superiore, quantunque in posizione più decorosa e più indipendente, è pure talvolta accessibile all’influenza di quella specie d’atmosfera che forma intorno a un tribunale l’opinione della maggioranza delle persone che sono in relazioni sociali coi giudici. Ed a questo risponde una fiaccona, una mollezza eccessiva, la mancanza di quel rigido sentimento del dovere, che solo rende capace la magistratura di far la parte che le spetta in uno Stato libero, quella di fondamento primo della società, di rappresentante cieca ed incrollabile delle leggi e del diritto; una negligenza nel sorvegliare e dirigere tutti i rami e tutti i gradi dell’azienda giudiziaria, che rende sterili le qualità di quelli fra i magistrati che sono all’altezza del loro còmpito([24]).

 

 

§ 35.— Prefetti e sottoprefetti. Loro impotenza contro gli abusi.

A capo delle provincie e dei circondari muniti di siffatto personale, sopra il personale di pubblica sicurezza, accanto alla magistratura, di fronte alla popolazione, stanno i prefetti e sottoprefetti venuti a rappresentare il Governo ed il suo spirito, ad assicurare l’onestà nelle amministrazioni, a conservare l’ordine e la sicurezza pubblica. Il funzionario giunto da un’altra parte d’Italia, ignorante delle condizioni sociali dell’Isola, per farsi un’idea del nuovo ambiente in cui è entrato, si dirige naturalmente ai cittadini. S’egli ha, come è probabile, la mente piena di racconti sul disprezzo del Siciliani per l’autorità e per le leggi, sull’asprezza delle rivalità fra i partiti locali, sul disordine delle amministrazioni locali, egli si aspetta a vedersi, fin dai suoi primi contatti colle persone del paese, aprir davanti, sotto una forma od un’altra, una specie d’inferno. Ed invece, si vede nel più dei casi trattato con ogni maniera di cortesie. Se interroga sulle condizioni del paese, sente bensì lamenti sulla pubblica sicurezza, sulla gravezza delle tasse, spesso sulla ingiustizia o sul poco tatto del suo predecessore; ma per il rimanente, tutto va bene nelle amministrazioni comunali; nelle Opere pie regna l’ordine il più perfetto e l’onestà la più illibata; le varie classi sono nell’unione la più cordiale e formano una vasta famiglia. Del resto, tutti faranno a gara per consigliarlo, per avvertirlo delle difficoltà, dei rischi cui va incontro. Il suo predecessore non ha fatto ottima riuscita perchè ha creduto di doversi appoggiare sopra certe persone, sopra certi interessi, oppure perchè ha urtato certe suscettibilità rispettabili: i Siciliani sono un popolo che ha bisogno di esser preso per il suo verso, di esser ben conosciuto, ed allora il governarlo è facilissimo. Peraltro, egli può far conto sui consigli, sull’aiuto di chi gli parla. Da tutte le parti, il funzionario nuovo venuto si sente fare i medesimi discorsi e le medesime offerte, dare i medesimi avvertimenti. La sola cosa che muti a seconda degli interlocutori, è il nome delle persone di cui deve diffidare e star lontano, Però, quando egli, più o meno edificato da queste manifestazioni secondo che è meno o più furbo, principia a metter mano agli affari correnti, ed a guardare ciò che si fa nei Comuni e nelle altre amministrazioni locali, la scena muta a poco a poco. Sia pure egli tanto fortunato da non trovare una enorme quantità di affari arretrati e i bilanci comunali da parecchi anni lasciati senza revisione dal suo predecessore, troppo assorbito dalle cure della sicurezza pubblica o delle elezioni politiche, le difficoltà non saranno per questo minori. L’apparenza dell’amministrazione sarà diversa secondo i luoghi. Troverà i bilanci di alcuni Comuni sapientemente redatti colle forme e le apparenze della legge rigidamente osservate; ad un esame superficiale nulla tradirà la minima illegalità, il minimo abuso. Altri bilanci invece manifesteranno la più grossolana incapacità ed ignoranza nei loro autori, tutte le prescrizioni della legge saranno state fraintese, e occorrerà un lavoro improbo per ritrovarsi in mezzo a una confusione di cifre senza ordine nè ragione. Ma per quanto possano essere diversi nella forma, sono simili nel maggior numero di essi i disordini e gli abusi. In un grandissimo numero di Comuni è mostruosa l’ingiustizia nella distribuzione delle imposte a vantaggio di chi comanda; le rendite e gli uffici del Municipio servono ad arricchire o sostentare le persone che hanno in mano il Consiglio comunale, i loro parenti, amici, aderenti; le rendite delle Opere pie, i capitali dei Monti frumentari, servono loro ad acquistare nuovi partigiani, e ad assicurarsi gli antichi; le liste elettorali sono l’oggetto di un perenne giuoco di bussolotti. Cogli abili, il funzionario deve lottare di astuzia e di acume per rendere manifeste le irregolarità e le magagne che si nascondono sotto le forme regolari, per eludere gl’infiniti cavilli coi quali cercano di mantenersi entro i limiti della lettera della legge; cogl’ignoranti, deve esercitare facoltà di tutt’altra specie, per fare entrare in menti incolte ed ottuse concetti che queste sono incapaci di comprendere. È accaduto a un sottoprefetto di dover chiamare nel suo ufficio dei sindaci, degli assessori municipali, e far loro durante delle ore la lezione come un maestro di scuola, per far intendere ad essi alcune modificazioni portate da un regolamento alla redazione dei bilanci comunali. Ma si tratti di esperti o di ignoranti, il funzionario cui preme il suo dovere, deve ugualmente accingersi, nel maggior numero dei casi, a combattere disordini, abusi, ingiustizie.

Allora principia per lui la dura prova. Tutti coloro cui l’applicazione della legge toglie un guadagno illecito, un mezzo d’influenza, o scema per poco la reputazione d’onnipotenza e d’infallibilità, e con loro tutti i loro parenti, amici o aderenti, principiano un coro di lamenti e di recriminazioni; s’ordisce una congiura di accuse, al bisogno di calunnie, senza posa. Si cerca l’aiuto di persone influenti a Roma, si reclama l’alleanza del deputato del collegio, quando si sia contribuito alla sua elezione; s’invoca la protezione del senatore più vicino. Il funzionario vede nascere, crescere ed ingigantire intorno a sè la bufera. A meno che sia dotato di una energia sovrumana, cerca istintivamente un sostegno. Se vi ha in paese un partito opposto alle persone che hanno avuti lesi i loro interessi, l’appoggio è bell’e trovato: non occorre cercarlo, si presenta da sè. E sarebbe chieder troppo ad un impiegato il volere che, assalito con tanto accanimento, mal sicuro dell’appoggio dei suoi superiori, egli non si abbandoni nelle braccia che gli si porgono con tanta cordialità, e non accetti l’alleanza offertagli. Da quel momento in poi, per un processo naturale dell’animo umano, qualunque pensiero, per quanto fosse prima dominante nella mente di quel funzionario, ne sparisce a poco a poco per dar luogo alla cura immediata della sua difesa: ed il successo di questa dipende dall’aiuto dei nuovi alleati. Poco a poco è trascinato a fare tutte quelle concessioni, che devono assicurargli questo aiuto, e di concessione in concessione, arriva a tollerare, a favorire, a vantaggio di quelle, le stesse illegalità, per impedire le quali egli ha sollevato contro di sè la tempesta. Da allora in poi egli diventa l’istrumento del partito o della camarilla, che l’ha preso a proteggere. Questa lo porta attorno come un trofeo della sua potenza, ne fa un’arme per i suoi soprusi, e se prima aveva da combattere aspramente ogni giorno per guadagnare e conservare una preponderanza mal sicura, adesso trionfa addirittura e s’impone senza contrasto per mezzo di lui.

Se poi per caso strano il funzionario ha il coraggio piuttosto unico che raro di resistere alle lusinghe come agli assalti, e di tenere alta la bandiera della legge di fronte a tutti; oppure se le persone che ha avuta la sventura di offendere non hanno rivali nel comando, allora la sua posizione è quasi disperata. Se non è siciliano, alle accuse contro la sua persona si aggiunge il lamento che gl’impiegati continentali sono incapaci di capire gl’isolani, non sanno rispettare le loro giuste suscettibilità, sono inatti a governarli. Intanto crescono senza contrasto le pressioni e gl’intrighi presso il Ministero, si sorveglia ogni atto, ogni parola, ogni movimento del perseguitato per coglierlo in fallo. E quando egli ha commesso qualche errore, inevitabile in una situazione così difficile ed esasperante, urli, scandali, contumelie; si grida all’immoralità, alla ingiustizia, si invocano perfino le leggi. Alla fine, il Ministero o per ignoranza del vero stato delle cose o per stanchezza, o per non perdere il voto in Parlamento, o per paura di ciò che crede esser l’opinione pubblica, cede, e trasloca il funzionario. È accaduto però lo strano caso che il Governo resistesse fino all’ultimo, cioè fino alla prima crisi ministeriale. Allora è il ministro nuovo che trasloca l’impiegato. Ma sia stato il trasloco ordinato dal ministro vecchio o nuovo, l’effetto è sempre lo stesso, cresce il disprezzo per il Governo e per i suoi agenti: nel volgo, perchè si conferma sempre più in lui l’idea che il rappresentante dell’autorità non è altro che persona posta dal Governo al servizio della influenza dei potenti del luogo, i quali hanno buoni mezzi di far punire ogni suo atto di insubordinazione; nelle persone influenti e prepotenti, perchè vedono quanto sia loro facile di trionfare della legge e di chi la rappresenta. Se poi un funzionario superiore riesce a rimanere lungo tempo nel suo posto facendosi tollerare, allora il disprezzo cresce più che mai, perchè ciò nel maggior numero dei casi può accadere solamente quando esso o sia tanto privo d’intelligenza da non capir nulla di quanto accade intorno a lui, o si sia lasciato corromper fin da principio, o sia di una debolezza eccessiva.

Chi potrà rimproverare a un funzionario posto in siffatte circostanze s’egli finisce coll’abbandonarsi all’influenza dell’ambiente, e coll’andare avanti a furia d’illegalità, di compromessi? Allora i lamenti, le recriminazioni crescono più che mai: abitanti e funzionari si rimproverano a vicenda le illegalità e le prepotenze, ognuno esagera dal canto suo. Una persona capitata da poco non trova filo per condursi in questo laberinto di vero e di falso, di torti che s’intrecciano, e si sente l’animo tormentato da quell’eterna quistione che pesa continuamente come un incubo sulla mente di chiunque studi le condizioni di Sicilia. Di chi è la colpa? Se da una parte le persone del paese non si curano delle leggi che per trovare i migliori modi di eluderle e di violarne almeno lo spirito, dall’altra non sono pochi nemmeno gli arbitrii e le illegalità dei rappresentanti del Governo. E queste non hanno sempre il fine di avvantaggiare l’interesse pubblico. Sono numerosi gli esempi di funzionari che hanno approfittato della forma che traevano dal loro ufficio per soddisfare rancori personali o avvantaggiare i loro interessi privati. Se gli abitanti, nel massimo numero dei casi, usano ogni mezzo per volgere a loro vantaggio privato i patrimoni dei Comuni e delle Opere pie, lo possono fare spesso per la negligenza e la fiaccona delle autorità incaricate di sorvegliare queste amministrazioni. Nella penuria in cui sono di vie rotabili, i Siciliani vedono talvolta lo Stato spendere inutilmente denari in costruzione di strade che franano appena aperte alla circolazione, e ciò per la scandalosa negligenza del proprio dovere per parte di taluni uffici del genio civile, dove la visita di collaudo si rimette dal capo al suo sottoposto, da questo al suo inferiore, e così di seguito finchè la visita e la verificazione vien fatta da un impiegato d’ordine infimo. Se gl’impiegati in taluni luoghi si lamentano dell’antipatia e dell’astio della popolazione, che li tratta e li considera come se fossero venuti alla coda di un esercito invasore, d’altra parte gli abitanti si lamentano a ragione della mancanza di riguardi di molti funzionari ed ufficiali dell’esercito per i loro costumi, per le loro tradizioni; dell’aperto disprezzo col quale questi trattano la popolazione in mezzo alla quale sono. Gl’impiegati continentali devono fare spesso ai Siciliani quell’impressione che fanno e soprattutto facevano per l’innanzi agli Italiani delle altre provincie i Francesi, quando venivano a denigrare e disprezzare tutto ad alta voce paragonando il nostro paese al loro. E dovrebbe pure esser gran cura di non urtare inutilmente una popolazione, dalla quale pur troppe idee o costumi inveterati si devono per necessità svellere ad ogni costo, perchè incompatibili col sistema di Governo italiano.

Ad ogni modo, di chiunque sia la colpa, il risultato chiaro e certo, è che la legge non si rispetta se non da chi non è abbastanza ardito per violarla; che, per chiunque altro, la legge e l’autorità non sono se non un mezzo per prevalere più sicuramente contro ogni diritto ed ogni giustizia; che quantunque vi siano e leggi e funzionari e tribunali e forza pubblica, il patrimonio pubblico è di chi se lo sa prendere, le vite e le sostanze dei cittadini sono in balìa dei più prepotenti; che per i monti, per le selve, per i campi, per le strade, si ammazza, si ruba, si ricatta, quasi sempre impunemente.

 

 

 

III.

LE PROVINCE TRANQUILLE

 

§ 36. — La pubblica sicurezza nelle provincie orientali dell’Isola.

Tale è lo spirito di quella zona centrale di Sicilia che si estende dal mare Tirreno all’Affricano e comprende le provincie di Palermo, Girgenti e Caltanissetta, la parte occidentale di quelle di Messina e Catania, e buona parte di quella di Trapani. In mezzo a questi orrori si sente raccontare che camminando verso Oriente, si trovano paesi benedetti, dove si può girare le campagne senza timore di essere uccisi o ricattati, far valere i propri diritti, scegliere liberamente un compratore per il proprio fondo, senza essere puniti con una fucilata. Il viaggiatore stanco di ciò che ha veduto e udito, si affretta verso quella terra promessa, giunge alle provincie di Messina, Catania e Siracusa. E trova che ciò che ha udito sopra di esse è vero in gran parte. Nella prima incontra senza dubbio ancora recenti le memorie degli assassinii e delle violenze di una classe di malfattori, che signoreggiò per lungo tempo il capoluogo e i suoi dintorni, ora fortunatamente vinta e distrutta da operazioni di polizia energiche e ben dirette. Sono pure ancora vive le tradizioni del capo brigante Ignazio Cucinotta, che per alcuni anni, fino al 1875, percorse da padrone buona parte della provincia, esercitando il brigantaggio e il contrabbando su larga scala a profitto e colla connivenza di buon numero di cittadini di ogni ceto. Costui eseguiva operazioni di contrabbando all’ingrosso. Operava lo scarico di bastimenti. Si dava appuntamento per la notte e sul punto della costa preventivamente fissato, al numero d’uomini e di barrocci occorrenti per lo scarico. Eseguito questo, non mancavano i proprietarii che fornissero luoghi di ricovero per le merci. Tutto ciò si operava per così dire, pubblicamente. Tutti lo sapevano, meno gl’impiegati di dogana; o piuttosto lo sapevano anch’essi, ma chiudevano un occhio, oppure venivano a transazioni vere e proprie coi contrabbandieri per salvarsi la pelle. Questa banda di malfattori si era accollata, nel territorio dove dominava, la protezione di talune industrie. Così i fabbricanti di mattoni dovevano pagarle una tassa, ma in cambio erano assicurati contro la concorrenza di chiunque volesse imprender la medesima loro industria. Costoro avevano acquistato sulle popolazioni tale predominio, da intromettersi negli affari privati, facendola quasi da autorità pubblica, ma esercitando una tirannia in confronto della quale quella dei Borboni nei tempi peggiori era benefica e giusta([25]). La maggior parte dei componenti quella banda furono presi. Il processo, iniziato in circostanze eccezionalmente favorevoli per essere arrestata la maggior parte della banda, e preventivamente sgominata la mafia messinese, ebbe esito felice, malgrado le intimidazioni subìte dai molti testimoni. La maggior parte degli imputati vennero condannati. Però, il capo, colla connivenza di persone di ogni classe, ha sfuggito e sfugge tuttora alle ricerche dell’autorità. Ridotto alla impotenza, egli continua nonostante a soggiornare nella provincia senza dar molestia ad alcuno. Molti sanno dov’è, e sono in relazione con lui.

Però, dopo la distruzione della mafia di Messina, e il processo della banda Cucinotta, la sicurezza pubblica è tornata in istato normale nella massima parte della provincia. Lo è pure nella maggior parte di quella di Catania, ed in quella di Siracusa; soprattutto in quest’ultima. Sotto questo aspetto, pare impossibile che nello spazio ristretto di un’isola come la Sicilia, possano trovarsi condizioni così diverse come quelle delle provincie occidentali e delle orientali. Parrebbe che le une dovessero esser divise dalle altre da parecchie centinaia di miglia di terra e di mare.

 

 

§ 37. — Condizioni sociali delle provincie orientali uguali a quelle del rimanente dell’Isola.

Ma se, lasciando da parte queste manifestazioni esteriori e derivate, per quanto importanti, ci volgiamo ad esaminare le condizioni sociali in loro stesse, ci ritroviamo pur troppo in paese di conoscenza. Certamente, manca nelle provincie orientali quella classe di malfattori che desola le altre; sono rare le violenze sanguinarie; ma ciò è in gran parte perchè i prepotenti sanno con altri mezzi prevalere a dispetto delle leggi e della giustizia. Da un lato, la classe abbiente ha saputo conservare preziosamente il monopolio della forza ed impedire fino adesso che lo dividessero con lei, servendola, dei facinorosi venuti su dalle classi infime della società; dall’altra parte, la popolazione di ogni classe, o per indole o per tradizione o per qualsiasi ragione è piuttosto portata ad usare l’astuzia che la violenza. Ma gli effetti finali vengono ad esser sempre i medesimi. In questa parte, come in tutte le altre dell’Isola, si adopera la legge soltanto per eluderla: v’è una cospirazione generale e permanente per far sfuggire alla legge coloro che l’hanno offesa se, offendendola, non hanno leso gli interessi di qualcuno fra coloro che prevalgono. Un piccolo numero di persone s’impone all’intera società e ne volge a proprio profitto le ricchezze e la forza. Nel campo delle relazioni private, le prepotenze, usandosi più generalmente da ricco a povero, fanno meno rumore e sono meno conosciute, le frodi di una infinita popolazione di faccendieri, non assumendo la forma di offese aperte e violenti alle leggi, non sollevano scandali e non sono conosciute fuori del luogo dove si commettono. Ma il disordine in tutte le relazioni sociali private e pubbliche qui come nel rimanente dell’Isola è profondo, e si estende a tutto. Ben più, quegli elementi di violenza che nelle provincie orientali dell’Isola sono in piena attività, qui esistono in germe e sono pronti a fiorire alla prima circostanza favorevole. Già in Messina mostrarono i loro frutti, e sono ovunque abbastanza sviluppati perchè, se qualcuno abbia un valido movente a far commettere un omicidio, non peni a trovare il braccio che lo eseguisca. Si sono presentati parecchi casi di uomini della classe abbiente che, volendo dar moglie ai loro figli si sbarazzavano delle drude di questi facendole uccidere. In un Comune della provincia di Siracusa che prima era fra i più tranquilli, da alcuni anni, gli odii si sono inaspriti fra le due famiglie che tengono diviso il paese, ed è già stato commesso un omicidio in circostanze tali, che nel centro della provincia di Palermo non si potrebbe far di meglio. Un sicario, per mandato di una di queste famiglie, uccise un membro dell’altra, mentre era la sera nella casina di società piena di gente, tirandogli dalla strada una fucilata per la finestra. I facinorosi non essendo in questa parte dell’Isola potentemente organizzati come in altre, l’autore e i mandanti del delitto sono stati arrestati. Però, a quanto pare, fu trovato modo di fare assalire per la strada la corriera il giorno che portava il loro processo a Palermo presso la sezione d’accusa della Corte d’appello. Questa fu svaligiata, e le carte del processo portate via.

La vista delle condizioni dell’Isola intera senza distinzione di provincie, ispira un profondo sconforto. L’animo prova una continua vicenda di sdegno e di pietà verso i vari elementi che vanno cozzandosi ciecamente in quella disperata confusione, prova uno smarrirsi e un confondersi di tutti quei criterii e concetti di buon governo che nelle università e nei libri si è imparato a ritenere per sicuri, e un dubbio doloroso che tutti quei principii di giustizia e di libertà, nei quali si era abituati a credere quasi come in una religione, non siano altro che discorsi bene architettati per coprir magagne che l’Italia è incapace di curare, una vernice per lustrare i cadaveri.


 

 

Capitolo II.

CENNI STORICI

 

 

 

§ 38. — Il feudalismo e i Parlamenti Siciliani.

Tale è la prima impressione di chi è venuto dal Continente a visitare la Sicilia. Però, se dopo calmata la prima sorpresa, egli torna colla mente sulle cose vedute e sentite, a cercare il filo che lo conduca attraverso quell’infinita confusione di fatti; se egli ricerca la loro origine nel passato, e, nel presente, le cagioni che li fanno perdurare, li vede gradatamente ordinarsi: ognuno prende il suo posto, e finalmente si spiega dinanzi a lui un quadro che, se non è bello, almeno è chiaro, distinto ed ordinato, e gli dà speranza che si possano forse trovare rimedi a mali, le cui cagioni appariscono tanto evidenti. Noi cercheremo adesso di esporre le ragioni dello stato attuale della Sicilia quali ci sono apparse, e se abbiamo errato nel vedere o nell’apprezzare i fatti, ci consoleremo pensando che non sia stata opera del tutto inutile quella che avrà dato a persone meglio informate e più perspicaci di noi, l’occasione di manifestare innanzi all’Italia quella verità, nella ricerca della quale avremo fallito.

L’anno 1812 trovò la Sicilia in piena feudalità e di diritto e di fatto. La massima parte delle terre erano di Signori feudali laici ed ecclesiastici, la maggior parte dei suoi abitanti anche quando possessori di beni liberi e allodiali,([26]) erano vassalli, cioè sottoposti nelle sostanze, nella libertà e, nel più dei casi anche nella vita, all’arbitrio del Signore. Difatti, la facoltà di tassare i propri vassalli in ogni maniera era, nel fatto, illimitata e duramente abusata dai baroni([27]). Il diritto d’appello ai tribunali regi era nel fatto illusorio([28]). La massima parte dei baroni possedeva sui propri vassalli la giurisdizione civile e criminale alta e bassa o per concessione graziosa, o per usurpazione, o per le vendite fatte di tali diritti specialmente sotto Filippo III e IV di Spagna([29]). Il Parlamento per quanto potesse essere un mezzo di difesa e di resistenza alla nobiltà e al clero di fronte a regnanti stranieri, non era di nessuna garanzia per la gran massa del popolo. Per l’antica costituzione di Sicilia, dice il Palmieri: «l’autorità del Principe era limitata senza che il popolo fosse libero.([30])» Il Parlamento era composto di tre bracci: l’ecclesiastico, il baronale, il demaniale. Nel primo sedevano in virtù del loro ufficio gli arcivescovi, vescovi, abati e priori di jus patronato regio([31]). Nel braccio militare o baronale sedevano in virtù del loro feudo i titolati, baroni, i Signori di vassalli e i feudatari obbligati al servizio militare([32]). Nel braccio demaniale sedevano i procuratori eletti dalle università, città, terre o luoghi, che erano immediatamente sotto il Regio dominio([33]). Ogni università non mandava più di un Procuratore([34]), il quale veniva eletto dal Consiglio del Municipio([35]). Il braccio demaniale era dunque la sola parte del Parlamento che provenisse da elezione e ne formava l’infima minoranza. I membri del braccio ecclesiastico erano 63([36]). Quelli del braccio militare erano 228([37]). Le università componenti il braccio demaniale erano 43 alla metà del secolo XVIII([38]).

Per approvare i sussidi (i quali avevano nome di Donativi), era necessaria la maggioranza dei voti. Però, il braccio ecclesiastico aveva diritto di veto([39]), e doveva concorrere il voto di due bracci([40]). Ma in ogni maniera, il braccio demaniale era in minoranza di fronte ai due altri che avevano interessi analoghi fra loro e che, pure possedendo la quasi totalità delle ricchezze dell’Isola, pagavano la minima parte di quei sussidi che votavano.([41]) Il braccio ecclesiastico discuteva e votava i sussidi e non vi contribuiva, in regola generale, che per un sesto del loro valore([42]). Il braccio baronale, in regola generale, non contribuiva ai sussidi([43]); e pagava solamente le imposte dovute in virtù del diritto feudale al sovrano quale concessore del feudo.

Il Parlamento dunque non era altro che un mezzo che avevano i baroni di farsi valere rimpetto al monarca coi denari del terzo stato, e difatti, la nobiltà era il solo elemento tenuto in conto in Sicilia dal Governo spagnuolo. Fino sotto il Regno del primo Ferdinando Borbone, i vicerè di Sicilia si regolavano colle istruzioni del conte di Olivarès, nelle quali era detto loro: «Coi baroni, siete tutto, senza di essi, non siete nulla([44])».

 

 

§ 39. — La Deputazione del Regno.

Stando le cose in tal modo, il Parlamento stesso e tutti quegli istituti che erano di salvaguardia e di garanzia alla sua autorità, non servivano che ad assicurare la potenza e prepotenza dei baroni([45]). Tale era la tanto vantata Deputazione del Regno: comitato permanente tratto dal seno del Parlamento, composto di dodici membri, quattro per ogni braccio, e che aveva ufficio di sorvegliare l’osservanza dei privilegi dell’Isola, l’applicazione delle Leggi, ossia Capitoli votati dal Parlamento, e di provvedere fra un Parlamento e l’altro, secondo le norme stabilite dal Parlamento stesso, alla riscossione dei donativi votati, e all’impiego di quelli che erano da spendersi nell’Isola([46]).

Del resto non deve neppure esagerarsi la potenza e l’efficacia del Parlamento e della sua Deputazione di fronte al Governo. Il La Lumia nell’opera citata([47]) descrive le arti tradizionali colle quali i vicerè spagnuoli cercavano d’influire sulle deliberazioni del Parlamento. I membri della Deputazione che prima erano eletti dal Parlamento, vennero poi nominati dai Vicerè con questo solo che ne dovessero far parte i capi dei tre bracci.([48]) Ciò nonostante non si può negare che il Parlamento. e sopratutto la Deputazione del Regno non sia stata in alcuni casi efficace salvaguardia dei diritti e privilegi della Sicilia in quanto erano rappresentati da quelli della nobiltà. In più casi, essa si oppose con energia e successo all’imposizione di tasse non votate o votate irregolarmente dal Parlamento([49]). E per l’ultima volta nel 1788, quasi alla vigilia della rivoluzione napoletana del 1799 che cacciò Ferdinando di Borbone da Napoli in Sicilia, questi, avendo voluto applicare una tassa approvata dal solo braccio demaniale, non trovò che tre fra i deputati del Regno i quali accettassero l’incarico di applicarla. Alla opposizione della maggioranza del Parlamento e della Deputazione, corrisposero atti di resistenza nella popolazione, nè si sa come la cosa sarebbe andata a finire, se il re, profugo da Napoli, ridotto al solo appoggio dei Siciliani, non avesse rinunziato alle sue pretese([50]). Però, questa vigilanza ed energia del Parlamento e della sua deputazione, si manifestavano solamente in via eccezionale.

 

 

§ 40. — La rappresentanza del Terzo Stato negli antichi Parlamenti Siciliani era illusoria.

Comunque siasi, questo spirito di resistenza, quando pure si manifestava, era proprio dei soli baroni([51]) e aveva per fine esclusivo il loro vantaggio. Il braccio demaniale era talmente impotente a rappresentare gl’interessi del Terzo Stato, che non ebbe mai nemmanco il pensiero di cercar di difenderli. Nel secolo XVI, il braccio demaniale eleggeva a suoi rappresentanti nobili o dipendenti da nobili;([52]) nel secolo XVIII «le città più distinte si credeano onorate dando la loro procura ai segretari del Vicerè, e le altre solean destinare per loro procuratori i loro avvocati, gente venale per mestiere, vile per abitudine, ambiziosa per necessità([53])». «In Parlamento la passiva docilità del braccio demaniale era assicurata a qualunque volere del Governo([54])».

 

 

§ 41. — Tentativo di riforme del vicerè Caracciolo (1785).

Tali erano le condizioni sociali e politiche della Sicilia in sulla fine del secolo passato. E malgrado il movimento intellettuale che stava manifestandosi a Palermo nella seconda metà del secolo XVIII([55]), nulla accennava che il Terzo Stato, considerato in generale, provasse il bisogno di sollevarsi ad una condizione giuridica migliore. Difatti le riforme iniziate dal Vicerè marchese Caracciolo colle sue circolari del 1785 e le istruzioni del 1787([56]), le quali sancivano la soppressione degli abusi feudali e di parte delle servitù che vincolavano le terre, non trovarono preparate ad approfittarne quelle classi della società, al cui vantaggio eran dirette. La condizione materiale e morale della generalità dei vassalli non era mutata dal tempo in cui erano invalsi gli abusi che ora si cercava di togliere; non erano mutate le condizioni dell’agricoltura e del commercio, e quelle medesime circostanze per le quali tali abusi avevano potuto nascere, furono cagione che non fosse usato da chi avrebbe avuto interesse a liberarsene, l’appoggio offerto dal Governo. Il concetto di siffatte riforme, era stato dai bisogni e dai desiderii di altri popoli in condizioni economiche molto più progredite,([57]) ispirato alla parte intelligente di quei popoli stessi. Costituito da questa in corpo di dottrina, era stato sotto tale forma comunicato alle classi colte degli altri paesi, ma non era in questi ultimi che un bisogno intellettuale di queste classi. Ed infatti il solo a promuovere energicamente l’applicazione delle riforme contenute nelle circolari del Caracciolo, fu colui stesso che le aveva ideate e pochi altri([58]). Dopo un’attuazione vigorosa a tempo della sua amministrazione, esse caddero per la massima parte nell’oblio in mezzo al silenzio e alla indifferenza generale.([59])

 

 

§ 42. — Costituzione politica del 1812. Sua mala riuscita.

Sopravvenne la rivoluzione di Francia, le due occupazioni francesi del Regno di Napoli, il ritiro di Ferdinando Borbone nella Sicilia presidiata da truppe inglesi. Nel Parlamento del 1810 apparvero le prime proposte di riforme. In quello del 1812 fu votata la nuova costituzione politica imitata dall’inglese con due Camere, l’una ereditaria, l’altra elettiva, e l’abolizione della feudalità. Non è qui luogo di esporre tutti i particolari relativi a codesti avvenimenti, nè le violenze e le astuzie della Corte, e sopratutto della Regina.([60]) Le riforme furono ideate, promosse, difese dall’ambasciatore inglese lord Bentinck e da tre o quattro siciliani di mente o di carattere superiori([61]); nè furono capite in mezzo all’ignoranza generale([62]). Il braccio militare le votò moncandole([63]) per subito dopo pentirsene aspramente e querelarsi «della nuova costituzione, perchè aveva tolto ai suoi membri tutte le preminenze e tutti i diritti feudali([64]),» e per cercare con ogni mezzo di conservare nel fatto almeno una parte dell’antica immunità dalle tasse([65]). Il braccio demaniale vedendosi regalare una potenza che non aveva fatto nulla per ottenere, passò dall’ubbidienza la più servile al volere sovrano([66]), all’estremo opposto, non occupandosi neppure di concedere al Ministero i denari per il servizio della Rendita pubblica, votando nuove spese, senza voler accordare nuove entrate.([67]) E parimente, i tre Parlamenti nel 1813 o 1814, eletti in forza della nuova costituzione, presentarono il doloroso spettacolo di una Camera dei Comuni inetta e faziosa, mossa da quella cieca antipatia delle tasse e degli aggravi di ogni genere che è propria delle plebi([68]); ignorante delle necessità della vita di uno Stato al punto di rifiutarsi ostinatamente ad occuparsi dei bilanci per accettarli o rifiutarli([69]); di una Camera dei Pari i quali si mantenevano consentanei allo spirito già dimostrato circa trenta anni prima dalla nobiltà siciliana di fronte alla proposta di riforma tributaria del vicerè Caracciolo([70]), e che erano intenti solamente a vendicarsi dei ministri che avevan loro fatto votare la costituzione e le riforme, e a riprendere il più che fosse possibile di quei privilegi e di quei guadagni ai quali l’anno prima avevano rinunziato([71]). Di modo che se il Governo, la costituzione e tutta l’Isola non andò in sfacelo, fu per l’opera del rappresentante britannico([72]), il quale, coll’esercito inglese di occupazione ai suoi comandi, era in Sicilia re di fatto([73]). Ed in mezzo a tutto questo violento agitarsi a Corte ed in Parlamento d’interessi, d’ambizioni e di rancori di persone e di caste, e prima e dopo lo stabilimento della costituzione, la nazione non diede segno di vita all’infuori dell’elezione delle Camere dei Comuni delle quali abbiamo descritto lo spirito,([74]) di due sedizioni della plebe di Palermo con saccheggio delle botteghe di commestibili([75]), e delle memorie stampate e indirizzi mandati al Governo in favore dell’abolizione dei fedecommessi([76]). Del resto, questo provvedimento, per quanto fosse per recare, coll’andar del tempo, infiniti benefizi all’intera popolazione, nonostante recava vantaggio immediato a un numero ristretto di persone, le quali sole perciò erano capaci di provarne il desiderio e di esprimerlo.

Finalmente il disordine crebbe a tal punto che lo stesso principe di Castelnuovo acconsentì, sulla richiesta di Ferdinando, tornato ormai all’esercizio del potere regio, a por mano ad un progetto di riforma della costituzione([77]).

Ma intanto le sorti di Murat precipitavano in Italia. Il dì 31 maggio 1815, Ferdinando tornava re nei suoi Stati di terraferma, lasciando in Sicilia una Commissione per la rettificazione della costituzione([78]). Poi sopravvennero gli atti sovrani degli 8 e 11 dicembre 1816, che mantenendo la costituzione in parole, la distruggevano nel fatto([79]), e la costituzione politica siciliana del 1812 morì coll’insperata gloria di una morte violenta e lasciò dietro di sè, nelle leggi, l’abolizione della feudalità e altre riforme giuridiche ed economiche d’ogni specie, nel fatto, condizioni economiche e morali circa uguali a quelle che aveva trovate.

 

 

§ 43. — Condizioni economiche e sociali della Sicilia dopo la Costituzione del 1812.

Imperocchè alla riforma economica erano quasi del tutto mancati gli effetti. Ed invero, la libera commerciabilità resa ai beni feudali, e lo scioglimento di diritti promiscui fra Comuni e proprietari erano poco atti a produrre la divisione della proprietà in un paese dove la ricchezza di ogni specie era concentrata nelle mani di coloro che già possedevano la terra e di pochissimi altri, e dove l’assoluta mancanza di commercio non dava luogo a nuove ricchezze di venire in mano ad uomini nuovi. Di modo che, se alcuna parte delle terre liberate dagli antichi vincoli venne venduta da qualche barone dissestato di fortuna, la comprarono o altri baroni o quei pochissimi già locupletati coll’industria dei grandi affitti, e così la ricchezza cambiava mani, senza dividersi gran fatto.

Perlochè, dopo il 1815 come prima del 1812, la popolazione siciliana quasi tutta si divideva in due classi. L’una, poco numerosa, di proprietarii straricchi, almeno riguardo alle condizioni del paese, l’altra, che comprendeva quasi tutta la popolazione, di contadini che non possedevano niente, ed erano miseri al punto di dover giorno per giorno dipendere dai proprietari per il loro pane. All’infuori di queste, erano solamente i pochissimi commercianti delle città, e i pochi proprietari medi e piccoli. Di questi, parte erano già proprietari di beni allodiali, parte possessori di terre date a censo da quei baroni che avevano con tal mezzo cercato di far nascere dei paesi nelle loro signorìe, o di farne coltivar meglio alcune parti. I componenti questa ristrettissima classe media erano i soli cui fosse permesso sperare di giovarsi coll’andar del tempo della libertà di vendere e comprare le terre, perchè a loro soli era possibile di metter da parte tanto capitale da potere imprendere una industria ed arricchirsi.

Per le medesime ragioni durava quasi ovunque la scarsa e pessima coltura del suolo. E valse poco a migliorarla l’abolizione degli usi civici assolutamente angarici, e la redimibilità di quelli provenienti da condominio od altro titolo, abolizione sancita dalla costituzione([80]). Quando pure questo provvedimento avesse potuto essere eseguito, non v’era ragione di coltivare i fondi nuovamente liberati dalla servitù, piuttostochè tanti altri già liberi e pure incolti.

E se furono più efficaci le riforme giuridiche, pure non lo furono molto. Difatti, il potere illimitato dei baroni d’imporre a discrezione a’ loro vassalli tasse, servigi, diritti di monopolio non era sancito solamente dalla pratica feudale, e da quella forza materiale organizzata, di cui disponevano i baroni e lo Stato per farla rispettare, ma era ancora sancito almeno nella massima parte dei casi in quanto, cioè, riguardava i proletari, dalla necessità delle circostanze e dall’indole delle relazioni economiche. Difatti tale potere non riconosciuto dal diritto feudale teorico, era nonostante prevalso come diritto consuetudinario, e come tale si mantenne anche dopo che fu per legge abolito.

Questa era conseguenza necessaria della persistenza delle condizioni economiche dell’epoca feudale. Invero, mancavano nella nazione gli elementi atti a costituire uno stato di diritto diverso e rispondente al concetto che aveva ispirato la nuova legislazione; perchè i contadini continuarono a formare coi baroni la quasi totalità della nazione, ed erano dopo, come prima della abolizione dei diritti feudali, assolutamente, proletari di fronte a una classe di proprietari che, tenendo impiegato nell’agricoltura un capitale minimo o nullo, avevano piena balìa d’imporre al contadino quelle condizioni che a loro piacessero in cambio della terra che gli davano da coltivare.([81]) Di modo che, per ciò che riguardava le prestazioni e servigi, dopo come prima dell’abolizione della feudalità il potere nel padrone d’imporli ai contadini non trovava limite che nella bontà del suo cuore, oppure in quel punto nel quale riducessero il contadino a preferire di morire di fame senza far nulla, piuttosto che lavorando. La sola differenza portata dall’abolizione della feudalità fu che il padrone, in luogo di esigere come prima le prestazioni in forza del suo diritto di dominio eminente e per mezzo del suo tribunale, ora esigeva in forza di contratto, e che il contadino poteva mutar padrone.

Nè maggiormente fu mutata la condizione riguardo alle prelazioni e monopolii. I contadini non trovavano più davanti a sè il diritto del barone di comprare i loro prodotti al prezzo che voleva, nè di proibir loro di venderli finchè non avesse venduti i propri. Ma essendo rimasti i capitali concentrati in pochissime mani, nè essendo cresciuto il commercio per mezzo di persone venute di fuori via, i contadini, costretti subito dopo il raccolto a vendere il grano per far fronte ai loro impegni, non avevano la scelta dei compratori; e il prezzo che veniva stabilito prima dal barone in virtù del suo diritto feudale, era adesso imposto dalla camorra dei pochissimi sensali e commercianti di grano possessori esclusivi del mercato([82]). Anche in questo mutavano o potevano mutare le persone, che approfittavano dei frutti del lavoro del contadino, ma la sua condizione giuridica rimaneva la medesima: per esso il diritto era sempre costituito dalla volontà di quel possessore di capitali che acconsentiva a trattare con lui.

La sola classe di persone che prima dell’abolizione della feudalità fossero in condizioni di fatto tali da poter fondatamente richiedere che queste venissero dal diritto positivo sancite con un miglioramento della loro condizione giuridica, era la scarsissima classe composta dai possessori di beni allodiali e di terreni censiti non troppo angusti, e dai pochissimi altri che col commercio o altrimenti, si erano formati un peculio. Difatti questi furono i soli a profittare delle riforme. Sicuri ormai di non poter essere spogliati del loro guadagno da qualche tassa arbitraria, liberi di far quell’uso che ad essi piacesse delle loro terre, dei loro prodotti e dei loro capitali, trovarono aperto dinanzi a sè il campo dei commerci e delle industrie dell’Isola il quale, quantunque ristretto, era pure più che bastante per il loro piccolo numero. E specialmente l’industria dei grandi affitti (gabelle) diede modo di arricchirsi a parecchi fra loro. Se le condizioni economiche dell’Isola fossero state tali da permettere a molti delle classi miserabili di potere gradatamente migliorare il loro stato, acquistare qualche capitale, e venire ad ingrossare il numero dei possessori di fortune medie e piccole, questi ultimi sarebbero stati il nucleo di quella classe media che avrebbe potuto sollevare la Sicilia a condizioni migliori. Ma rimasti costoro pochi come prima, padroni esclusivi insieme coi baroni delle terre, dei capitali, dei commerci e delle industrie dell’Isola, il tornaconto li portò, piuttostochè a farsi concorrenza fra di loro, a coalizzarsi di fronte alle classi inferiori. Laonde i privilegi e i monopoli tolti dalla legge ai baroni furono dalle condizioni economiche mantenuti, con questa sola differenza, che venne ammessa a parteciparvi la classe media. L’effetto dell’abolizione della feudalità nel campo economico fu dunque questo: che la classe dei possessori esclusivi della terra e dei capitali crebbe un pochino di numero, e che diventò possibile che i fondi dei nobili andati in rovina, venissero in mano di non nobili: divenne più facile alla ricchezza di mutar mani, ma non di dividersi, almeno in modo sensibile; e dopo come prima l’abolizione della feudalità, la popolazione dell’Isola rimase divisa in due parti, disugualissime per numero: restò industria quasi esclusiva dell’Isola l’agricoltura, continuò a mancare quasi assolutamente il commercio. Rimase insomma una condizione economica simile a quella della massima parte dei paesi di Europa tre o quattro secoli or sono.

E naturalmente, alle condizioni economiche rispondevano le morali ed intellettuali. Non essendo venuta di fuori influenza alcuna a combattere negli animi gli effetti dell’antico ed immutato stato materiale dell’Isola, sussistevano le tradizioni dei secoli passati nelle idee, nei sentimenti, nei costumi, nel senso giuridico di tutte le classi della popolazione.

 

 

§ 44. — Effetti delle sopraddette condizioni. Prevalenza dell’autorità privata.

Mancando la preponderanza di numero e d’influenza della classe media, mancò in Sicilia la cagione che aveva provocato quella trasformazione dei costumi e del diritto, della quale la rivoluzione francese è generalmente considerata come tipo. Ed invero, nello stato sociale di cui il diritto feudale è una manifestazione, sono per consenso universale considerate come diritti le volontà e gli interessi sostenuti da una forza materiale sufficente a farli rispettare. Per contro, è carattere proprio della classe media, che ognuno degli individui i quali la compongono non è in grado di far rispettare colla forza i propri interessi. Per modo che, quando per l’accrescersi delle industrie e dei commerci, la varietà degli interessi diventi tale che, per i componenti questa classe, sia più di danno che di vantaggio l’acquistare forze per difendersi coll’associarsi sotto forma di corporazioni di arti e mestieri; quando d’altra parte la classe media sia diventata tanto numerosa, e, per una cagione o per un’altra, tanto influente da poter determinare l’indirizzo del governo del paese, essa è portata dalla forza delle cose a chiedere che siano dall’autorità sociale riconosciuti e sanciti come diritti gli interessi di ciascuno dei suoi membri, in quanto non ledano quelli degli altri che siano appoggiati a titoli simili. Laonde i moderni codici civili, penali e di procedura. I quali, una volta stabiliti in cosiffatte circostanze, non hanno bisogno che vi si uniformi il senso giuridico della nazione, giacchè essi stessi piuttosto si sono uniformati a quello. Quella medesima influenza della classe media, che ha provocato la creazione del codice è cagione che esso non rimanga lettera morta e venga dalla magistratura applicato. Per quanto da cotale applicazione venga talvolta personalmente a soffrire taluno dei membri di quella classe stessa, pure il senso giuridico della maggioranza sancisce la sentenza, e lo obbliga ad accettarla e ad ubbidire.

Ma in Sicilia, nulla di simile. Di più, se da una parte mancava l’elemento sociale che impedisse l’abuso della forza in chi la possedeva, dall’altra tutto, nelle condizioni dell’Isola, portava all’uso della prepotenza nelle relazioni sociali. La mancanza di commercio e d’industria, le scarsissime relazioni col rimanente di Europa,([83]) chiudevano infinite vie allo sfogo dell’attività dei privati. Nè era loro maggiormente aperta la strada all’ambizione nella vita pubblica, giacchè questa non esisteva. In quello stato di cose, l’unico fine che ciascuno potesse proporre alla sua attività od ambizione, era di prevalere sopra i propri pari nell’angusto cerchio di un distretto dell’interno dell’Isola e tutt’al più di Palermo. Laonde le rivalità e gli odii ereditari fra le famiglie, inaspriti di generazione in generazione da nuove offese; e l’amore della vendetta spinto all’estremo.

In quanto ai modi per ottenere questa prevalenza, si riducevano quasi tutti alle prepotenze. Era certamente mezzo efficacissimo per acquistarla l’avanzare gli altri di ricchezze; ma nelle condizioni economiche dell’Isola, non si poteva gran fatto aumentare le proprie rendite col migliorare le colture del proprio feudo e impiantar nuove industrie. Rimaneva solamente il prendersi la ricchezza altrui o almeno scemarla. Per chi volesse prevalere coll’influenza, in un paese dove l’opinione pubblica non poteva esistere, e dove, essendo quasi nulla l’azione del Governo, si poteva dire che non esistesse autorità sociale, giacchè la sola giustizia efficace era quella dei baroni,([84]) il solo modo era la potenza personale. Per ottenerla, i soli mezzi erano la violenza e l’astuzia. In quanta proporzione concorressero l’una e l’altra a costituire la potenza, dipendeva da circostanze accessorie di persone, di luoghi, di costumi, di tradizioni. Ma rimaneva il fatto costante che la preponderanza non risiedeva nell’autorità sociale, bensì in quella persona o in quella unione di persone che sapessero essere più forti. Per modo che, nel massimo numero dei casi, il successo definitivo rimaneva alla forza, qualunque fossero gli elementi che la costituivano. La forza era per tal modo una istituzione di diritto, e l’uso ne diventava legittimo, se non altro, a titolo di difesa. E quantunque dopo il famoso caso di Sciacca nel 1529 le storie non rammentino più guerre private regolari, si può dire che riguardo alle relazioni fra feudatari, il senso giuridico della nazione fosse ancora al principio del secolo, nel punto stesso in cui era stato quello del rimanente d’Europa, quando le guerre private erano una istituzione regolare, e i loro risultati una sorgente di diritti.

Il fatto della soppressione della feudalità poteva mutar poco a questo stato di cose. Fu levata, è vero, ai baroni l’organizzazione legale ed ufficiale dei tribunali e degli armigeri baronali; ma se fu tolto un mezzo, non fu tolta nessuna delle cagioni che rendevano ai potenti utile, possibile e necessario il procurarsi non solo la prevalenza, ma anche la sicurezza per mezzo della loro potenza personale. E certamente la forza e l’energia del Governo che resse la Sicilia durante la breve vita della costituzione del 1812 non fu tale da potere imporre e sostituire la sua volontà e la sua legge all’autorità e alla forza personale. La differenza portata dalla abolizione della feudalità nelle relazioni sociali si ridusse dunque a questo: che come la ricchezza, così la prepotenza diventò accessibile ad un maggior numero, e che quella popolazione di facinorosi, che prima era al servizio dei baroni diventò indipendente; sicchè, per ottenere i suoi servizi bisognò trattare con essa da pari a pari. L’astuzia entrò in maggior proporzione a costituire la forza privata. Ma la forza rimase sempre il mezzo di ottenere in ogni disputa o gara, la vittoria definitiva.

E siccome, qualunque sia il concetto astratto che uno si faccia del diritto, è un fatto costante che la generalità degli uomini in un dato paese ed in una data epoca, considerano come istituzioni di diritto quelle forze d’indole qualsiasi, che non possono essere combattute e vinte, così si può dire che, nel senso giuridico dei Siciliani, immediatamente dopo l’abolizione della feudalità, la forza materiale privata, in quanto prevaleva, costituiva il diritto.

Ne veniva naturalmente che l’istinto della conservazione portasse ognuno ad assicurarsi l’aiuto di uno dei forti, giacchè la forza sociale nel fatto non esisteva, laonde la forza che assumeva la società era quella della clientela. Per modo che la società siciliana, immediatamente dopo l’abolizione della feudalità, aveva tutti i caratteri di quelle dei rimanenti paesi d’Europa nel Medio Evo. Distribuzione disugualissima della ricchezza; mancanza assoluta del concetto di un diritto eguale per tutti; predominio della potenza individuale; carattere esclusivamente personale di tutte le relazioni sociali; il tutto accompagnato, com’era inevitabile, da una grande asprezza negli odii; dalla passione della vendetta; dal concetto che chi non si fa giustizia e non si vendica da sè non ha onore. In un tale stato di cose nulla impediva la massima violenza dei costumi e un sommo disprezzo della vita umana, dove le circostanze locali, le abitudini, le tradizioni vi si prestassero. E difatti sotto questa forma della violenza si manifestò, in una gran parte dell’Isola, la sopra descritta condizione sociale. Nel rimanente, e specialmente nella parte orientale, le medesime cagioni produssero i loro effetti sotto forma differente. Alla violenza brutale, prevalse l’astuzia. Cercheremo più oltre di esporre in quella parte che ci sarà possibile le ragioni di questa differenza nei fenomeni. Ma ad ogni modo la condizione sociale comune a tutta l’Isola era tale che, se nel 1815 la Sicilia invece di tornare sotto il regime di una monarchia assoluta, fosse stata lasciata a sè stessa, e se avesse potuto essere assolutamente isolata dalle influenze di qualunque genere del rimanente dell’universo, non essendovi nella nazione siciliana elemento alcuno in grado di approfittare delle riforme del 1812-15, e in conseguenza di difenderle, queste sarebbero tosto cadute in disuso, e sarebbe invalso nell’Isola un diritto consuetudinario, analogo molto più al feudale che al napoleonico.

 

 

§ 45. — Opera ed effetti del regime Borbonico dopo il 1815.

Stando le cose a quel modo non era delle più facili l’opera di un Governo che avesse voluto continuare e rendere efficace l’opera delle riforme del 1812, anche quando si fosse prefisso esclusivamente siffatto scopo ed avesse potuto disporre di un personale intelligente, onesto, energico e sicuro. Però, molto avrebbe potuto ottenere. Non sarebbero mancati i mezzi, almeno indiretti, per rendere efficace la legislazione economica e giuridica. Ma l’opera loro sarebbe stata lentissima. L’azione del Governo avrebbe però potuto essere più pronta ed efficace a modificare quelle relazioni sociali, che non fossero d’indole esclusivamente economica. Un’amministrazione coscenziosa ed energica della polizia e della giustizia avrebbe potuto sostituire alla preponderanza della forza individuale quella della legge, ed imprimere nelle menti e negli animi il concetto ed il sentimento di un’autorità sociale, e questo sarebbe stato il principio ed il fondamento indispensabile del mutamento delle condizioni generali.

Ma il Governo borbonico fallì quasi del tutto in siffatta impresa. Fu da lui continuata, è vero, la riforma economica nella legislazione. La giustizia e l’amministrazione furono ordinate secondo le forme moderne.([85]) Ma tutti quei provvedimenti influirono poco sulla sostanza delle relazioni economiche e sociali dell’Isola, e ne mutarono più che altro l’apparenza esterna. I loro effetti furono superficiali. Poca fu la divisione della proprietà e della ricchezza malgrado i provvedimenti che la favorirono. Furono poco efficaci a questo fine l’abolizione dei fidecommessi([86]); il diritto concesso ai cadetti degli ex-feudatari di esigere da questi in piena proprietà tanta parte dell’ex-feudo che corrispondesse al capitale della loro vita milizia([87]); la soppressione del diritto di reversione delle doti di Paraggio a favore degli ex-feudi([88]); la liberazione forzosa dei fondi sottoposti a diritti promiscui (ossia servitù di legnatico, pascolo, ecc.) quando fra i titolari di codesti diritti vi fossero Comuni([89]); il valore di queste servitù compensato con tanta parte del fondo prima gravatone([90]), e non più in denari, come era stato stabilito nel 1812([91]); la legge del 10 febbraio 1824 che obbligava i proprietari ad assegnare degli immobili in pagamento di taluni loro debiti.

Ed era difficile che avvenisse altrimenti, rimanendo il commercio e l’industria in condizioni poco dissimili da quelle di prima. Imperocchè, nel periodo dal 1816 al 1860, crebbe, è vero, in modo sensibile l’industria della estrazione degli zolfi, e crebbe pure l’industria della fabbricazione dei vini di Marsala, nata in sul principio del presente secolo. Ma di altre industrie si poteva appena parlare, se si toglie l’estrazione di qualche scarsissimo prodotto minerale, e la fabbricazione del sale marino nei dintorni di Trapani ed in alcuni altri punti della costa. L’agricoltura conservava nella massima parte dell’Isola la sua forma più semplice e primitiva: granicoltura e pastorizia. D’altra parte, mancavano le comunicazioni interne nell’Isola, quelle del Continente erano scarse; durava un sistema di protezionismo commerciale; entrava nella politica del Governo borbonico l’impedire il più possibile i viaggi; ogni manifestazione di attività poteva diventar sospetta.

Per modo che la classe media cresceva, è vero, di numero, specialmente nelle grandi città marittime, dove si concentrava il poco commercio dell’Isola, e nei loro dintorni, dove la vicinanza di un centro popoloso e le facilità maggiori per la esportazione rendevano proficua una coltura del suolo più perfezionata; ma questo accrescersi non era tale da potere imprimere alle relazioni sociali nell’Isola quei caratteri che sono propri della società, dove predomina la classe media. D’altra parte, le condizioni generali dell’agricoltura duravano se non uguali almeno molto somiglianti a quelle di prima. Se la produzione era un poco aumentata, i sistemi di coltura e di contratti agricoli rimanevano gli stessi, e rimanevano come prima di fronte ai grandi proprietari e ai grandi fittaiuoli, i contadini quasi tutti assolutamente proletari e senza speranza di migliorare la loro condizione, fuorchè per qualche caso strano. Le fortune cambiavano è vero di mani più facilmente che sotto il regime feudale, ma era sempre scarsissimo il numero di coloro cui era accessibile la ricchezza.

Non era dunque avvenuto nelle condizioni generali dell’Isola alcun mutamento radicale, atto ad imprimere nuovo carattere alle relazioni sociali, togliendo la preponderanza alla forza e alla prepotenza personale.

Nè era la pratica di governo dei Borboni atta ad operare siffatto mutamento. Autore di una legislazione buona in molte parti, in alcune ottima, questo Governo era il primo a violarla e a toglierle efficacia. Perchè all’atto pratico, il suo fine unico ed esclusivo era la propria conservazione o almeno ciò che considerava come tale. A questa era sacrificata ogni cura di buon governo: paese e popolazione erano considerati come una proprietà materiale, che conveniva ritenersi con ogni mezzo. Laonde, al minimo sospetto di liberalismo o di opposizione qualsiasi, la legge spariva per far luogo alla volontà del Governo. I magistrati non avevano più da applicare i codici, ma da eseguire gli ordini del Ministero. Vi ha chi rammenta ancora come una volta a Favignana, mentre i giudici da esso incaricati di condannare talune persone per una pretesa cospirazione, titubavano per la mancanza di prove, uno di essi dicesse: «colleghi, qui si tratta della toga». E fu pronunziata la sentenza di fucilazione. Era impossibile che il Governo con un siffatto sentimento della giustizia, si limitasse a comandare le sentenze nei processi politici; e difatti, in quelle cause civili dove erano interessate persone influenti a Corte, la sentenza era spesso imposta ai giudici, quando pure il re non ordinava addirittura la sospensione della procedura per decidere la lite a modo suo, o piuttosto della persona favorita. Qualche caso di resistenza di un magistrato ai voleri del Governo, eccitava tanto maggior rumore ed entusiasmo in quanto che era rarissimo. È facile argomentare quale potesse essere lo spirito della magistratura sotto un dispotismo usato in modo così inetto. Qualunque influenza poteva più su di lei che la legge. Taluni magistrati supremi, sommi per ingegno e per dottrina, venivano corrotti pubblicamente. Se tale era lo spirito della magistratura nella capitale, ognuno imagini ciò che poteva essere nelle province. Nella generalità dei casi la legge non esisteva di fronte agl’interessi del Governo, o, quand’egli non fosse implicato nell’affare trattato, di fronte alla ricchezza e all’influenza personale.

Lo spirito dell’amministrazione civile rispondeva a quello della giustizia. La sola tradizione amministrativa era quella di impedire apertamente o con mezzi indiretti qualunque mutamento, che potesse accrescere l’attività delle popolazioni, o favorire in qualunque modo lo spargersi delle idee nuove. Il personale, lasciato per il rimanente a sè stesso, partecipava per la massima parte all’inaudita corruzione di tutta l’amministrazione borbonica. È facile argomentare quale fosse l’effetto di un tal reggimento sulle relazioni sociali e sullo spirito delle popolazioni. Nei casi in cui non era direttamente interessato il Governo, dominava chi fosse in grado coi denari e con l’influenza di assicurarsi l’alleanza degli agenti governativi. Insomma lo Stato non solo usava mezzi inatti a sostituire la legge alla prepotenza individuale, ma nemmeno mostrava di avere siffatto scopo. Alle prepotenze locali era venuta ad aggiungersi quella di un Governo fazioso, potente nei suoi mezzi di azione, ma intenta come le altre ad ottenere fini, che non avevan che fare con l’interesse pubblico. L’autorità sociale sotto il Borbone come sotto la feudalità non era rappresentata in Sicilia.

Ma se dopo l’abolizione della feudalità non era mutata la sostanza delle relazioni sociali, ne era bensì mutata la forma esterna. Avevano cessato di essere istituzioni di diritto la prepotenza dei grandi ed i mezzi di sancirla: le giurisdizioni e gli armigeri baronali. L’istrumento che conveniva adesso di adoperare per i soprusi, era in molti casi l’impiegato governativo o il magistrato. E ad assicurarsi la loro connivenza non bastava la corruzione, conveniva inoltre adoperare una certa arte. La stessa doveva adoperarsi per acquistare o conservare l’influenza su tutti coloro, che la loro condizione economica non rendeva addirittura schiavi. La violenza brutale dovette in parte cedere il posto all’abilità e alla astuzia.

Questo crescere dell’elemento intellettuale nei mezzi di preponderanza ebbe per effetto di aprir la via ad acquistarla ad uomini appartenenti a quella classe, che era quasi sola nell’Isola a possedere dottrina ed una mente esercitata. Vogliamo dire i legali, i quali, importanti già sotto il regime feudale, adesso andarono crescendo sempre d’importanza e d’autorità. La generalità del ceto dei legali godeva riputazione poco buona prima del 1812.([92]) Dopo, si distinguevano in due categorie. Gli avvocati di prim’ordine, dotti, spesso onesti, talvolta coraggiosi di fronte agli arbitrii del potere, e la turba degli avvocatucoli delle città principali, e dei legali dei luoghi di provincia, troppo numerosi per gli scarsi affari giuridici di un paese senza industria e senza commercio, ridotti a cercare un guadagno, procurando di rendersi necessarii ovunque, provocatori di liti, mezzani di corruzione fra gli abitanti e gl’impiegati, intriganti, ambiziosi al bisogno nella loro piccola cerchia, talvolta abili abbastanza per rendersi indispensabili valendosi della ignoranza comune a tutte le classi, e per acquistare influenza nei loro centri. Il loro intervento contribuì ad imprimere sempre maggiormente alle relazioni di ogni genere quel carattere d’astuzia, che rendeva l’opera loro efficace.

Tali erano le nuove forme e i nuovi elementi coi quali duravano le vecchie relazioni sociali in tutta la Sicilia. Ma non perciò era esclusa la violenza almeno nella maggior parte dell’Isola; nulla era venuto ad interrompere le antiche tradizioni, e rimanevano sempre gl’istrumenti per porla in opera. Rimanevano gli antichi armigeri baronali mandati a spasso, oltre a tutti gli uomini, che avevano già commesso reati, od eran pronti a commetterne, e che non potevano non essere numerosissimi in un paese dove era tradizionale la facilità ai delitti di sangue, e la inefficacia della loro repressione. Se non che adesso, i primi come i secondi, esercitavano il mestiere per proprio conto, e chi avesse bisogno dell’opera loro, doveva con loro trattar volta per volta e da pari a pari.

A migliorare la sicurezza pubblica, il Governo borbonico colla sua solita noncuranza della legge e del miglioramento morale dei popoli a lui sottoposti, usò quelle forze che trovò bell’e pronte. Contro i malandrini impiegò i malandrini, e dopo la rivoluzione del 1848 questo sistema, nella ferrea mano del capo della polizia, Manescalco, ebbe successo apparente. L’ordine materiale fu ristabilito. La prepotenza rimase il privilegio di chi era in grado di usarla, senza adoperare violenza aperta. La violenza diventò il monopolio dei facinorosi al servizio del Governo. A questi però tutto era permesso. Se commettevasi un delitto erano liberi di arrestare quante persone volessero, ed a furia di operare arresti, d’infliggere bastonate e al bisogno torture, il vero delinquente alla fine si trovava. Questo ultimo particolare del sistema di governo borbonico è generalmente meno conosciuto. Fu bensì denunziato all’Europa il sistema della tortura usato dal Borbone, ma solo allorquando cominciò a adoperarsi contro accusati politici. Del resto, la legislazione preventiva era terribile. Vi fu un tempo in cui il porto d’armi proibite era punito con la morte.

Comunque siasi, il Governo borbonico non operò nulla per far nascere nei Siciliani il sentimento dell’autorità sociale e della legge. Anzi, se prima il concetto di queste cose si poteva dire che non esistesse,([93]) il regime borbonico sostituì a questo sentimento piuttosto negativo, uno più positivo coll’ispirare per il Governo un odio profondo.

La politica dei Borboni in Sicilia dopo il 1816, fu sempre tale da alienare da loro tutta quella classe di persone che era in grado di concepire opinioni politiche. L’inintelligente tirannia, e la brutale crudeltà a cui fu portato dai sospetti politici sarebbero già bastate a procurargli da tutti coloro che direttamente o indirettamente ne soffrivano od erano esposti a soffrirne, un odio e una inimicizia implacabile. Per neutralizzarne gli effetti, non trovò di meglio che adoperare la sua nota politica di dividere per imperare. L’astio fra Siciliani e Napoletani fu fomentato con ogni mezzo, specialmente col sacrificare gl’interessi e l’amor proprio di quella classe di Siciliani, che era in grado di aspirare al lucro ed all’onore degli impieghi, di quella stessa insomma, contro la quale erano più specialmente dirette le crudeltà e i sospetti pubblici. E fu ottenuto pieno successo: chè nelle menti Siciliane dominio Borbonico e Napoletano diventò una cosa sola.

Naturalmente, in un tale stato di cose, associazioni di idee vecchie e nuove portavano i patriotti di Sicilia a vedere nel vecchio nome di costituzione siciliana il simbolo di tuttociò che era contrario al detestato Governo, e difatti, diventò loro parola d’ordine: indipendenza e costituzione siciliana. Per essi, questa costituzione rappresentava la memoria di libertà secolari, manomesse per la prima volta nel 1816. Non andavano tanto per la sottile nel cercare che cosa fossero queste libertà, fino a qual punto la costituzione del 1812 continuasse le tradizioni di quella dell’epoca feudale, o se piuttosto non fosse diretta a distruggerle addirittura. Per loro, la costituzione feudale, quella del 12 e quella del 48, avevano comune il nome e la dichiarazione generica di privilegi e libertà siciliane. I dotti stessi, che conoscevano quanta differenza di cose cuoprisse quella comunanza di nomi, si sforzavano a fare apparire continua la tradizione da una costituzione all’altra([94]). Ed a ragione, chè allora si trattava di combattere, non di discutere d’economia pubblica e di diritto costituzionale. Allora la parola Costituzione non era altro che un grido di guerra, e molti Siciliani morirono per quello da eroi.

D’altra parte, la quasi totalità dei patrioti Siciliani non era in grado di conoscere con precisione gli effetti che avrebbe portati nella pratica in Sicilia l’applicazione di una costituzione analoga a quelle di altri paesi di Europa. Perchè, nati e cresciuti senza esperienza di libertà in mezzo alle condizioni sociali, speciali dell’Isola, erano per necessità ignoranti delle differenze che correvano fra queste e quelle di altri paesi. Capivano che una costituzione analoga a quella di taluni altri paesi d’Europa avrebbe, nell’Isola come in questi, ugualmente permesso il libero svolgersi delle forze sociali esistenti, ma non potevano capire come queste forze fossero in quella ed in questi diverse, e che, quando la Sicilia avesse ottenuto una costituzione anche identica a quella di altro paese, sarebbe venuta in una condizione di fatto diversissima da quello. Siffatto errore era diviso dai liberali del rimanente d’Europa, ignoranti affatto dello stato dell’Isola. Per modo che gli uni e gli altri, tolti i pochissimi Siciliani, che avevano vissuto lunghi anni in paesi esteri, studiandone e intendendone le condizioni, credevano sinceramente di mirare allo scopo medesimo. E ciò era vero finchè si trattava solamente di distruggere. Ma quando, scacciati i Borboni, fu finita l’opera negativa e si trattò di governare, l’equivoco principiò ad operare i suoi sciagurati effetti. E dal giorno dello ingresso di Garibaldi a Palermo principiò fra i Siciliani e i governanti d’Italia d’ogni partito e d’ogni colore, quel colossale malinteso, che dura pure adesso e durerà chi sa per quanto ancora.

 

 

§ 46. — Effetti della sovrapposizione del sistema di governo italiano sulle condizioni della Sicilia.

Imperocchè il Governo italiano portò in Sicilia un sistema di legislazione (compreso lo Statuto) e di pratica di governo, fondati sulla presunzione della esistenza di una classe media numerosissima. Non è qui il luogo di esaminare quanta parte di questo sistema fosse stata presa bell’e fatta da altri paesi, nè qual prova facesse in altre parti d’Italia. Ad ogni modo, sta il fatto che la caratteristica principale del Governo italiano è che esso cerca l’appoggio e l’aiuto della classe media, per quanto possa accadere a chi lo dirige di perdere talvolta di vista nei particolari questo indirizzo generale.

Se non che un siffatto sistema produce gli effetti proprii di un governo civile in quei paesi solamente dove il numero e la condizione della classe media è tale, che l’infinita varietà dei suoi interessi e delle forme della sua attività rende impossibili o quasi, i monopolii di qualunque specie, monopolii d’influenza, o amministrativi, o commerciali. Tale non era, come abbiamo cercato di mostrarlo, la condizione della Sicilia nel 1860. La scarsissima classe che già prima dominava in gran parte le relazioni d’indole pubblica e privata, venne per la forza delle cose in potere anche della nuova autorità ed influenza conceduta dal Governo, e più crebbe il potere di questa classe, più l’uso che da essa ne veniva fatto assunse il carattere di un monopolio diretto ad esclusivo benefizio di chi lo esercitava. Ne nacquero i disordini di cui abbiamo cercato di dare un’idea nel capitolo precedente, e dei quali primi a soffrire furono i membri di quella classe stessa che n’era cagione. Laonde lamenti dei Siciliani, lamenti del Governo, accuse reciproche ed ugualmente ingiuste. Poichè l’una delle parti aveva in buonissima fede creduto di dare una cosa differente da quella che l’altra, con buona fede non minore, aveva creduto di ricevere. La cosa realmente data o ricevuta, poi, si trovava nel fatto esser diversa e dall’una e dall’altra. La classe che assumeva quell’autorità che dal Governo veniva abbandonata alla popolazione, non era in Sicilia la stessa che in altri paesi dove siffatto abbandono era già stato sperimentato. Per modo che quest’autorità mutò il carattere fino allora attribuitole, almeno in teoria. Insomma, la classe dirigente siciliana ricevette e si tenne una autorità differente da quella che il Governo italiano intendeva concederle, e ciò senza che, in sul momento, nè l’una, nè l’altro si avvedesse del qui pro quo. Quando se ne manifestarono gli effetti, la loro cagione fu cercata altrove, e non sapendo, o piuttosto non osando andare a cercare la radice del male, si è cercato di curarne le manifestazioni esterne con quel successo che ognun sa.

Noi tenteremo adesso di esporre nei loro particolari i modi nei quali le istituzioni e le pratiche del Governo italiano vennero ad assumere, applicate in Sicilia, un carattere speciale, producendo gli effetti già descritti, e la influenza che ebbero a vicenda le istituzioni sulla popolazione, e la popolazione sul carattere che assunsero in Sicilia le istituzioni. Però, prima di inoltrarci nell’ardua discussione delle questioni pratiche di governo, ci fermeremo un momento, e riassumendo parte del fin qui detto, determineremo il punto, al quale abbiamo fino adesso cercato di portare la questione.

Al sopravvenire del Governo italiano, le condizioni della Sicilia in confronto di quelle delle nazioni del centro d’Europa, erano per ogni verso molto più medioevali che moderne. La ricchezza era riunita in poche mani, pochissime erano le fortune medie, la classe che vive del lavoro delle braccia, e che formava la quasi totalità della popolazione, era non solo assolutamente proletaria, ma anche, nella maggior parte dei casi, nella dipendenza personale di chi l’impiegava, e ciò per il carattere speciale dei contratti agricoli([95]). Continuavano le condizioni della produzione già da noi descritte, e rispondevano alla distribuzione della ricchezza. Mancavano quasi del tutto le industrie e i commerci. Il piccolo numero di coloro che disponevano del capitale; la scarsezza, la semplicità, e l’uniformità delle relazioni economiche, davano per forza a queste tutti i caratteri di monopolii senza controllo. Qualunque forma queste assumessero, la forza delle cose portava sempre una coalizione anche non pensata, degli interessi economicamente più forti contro i più deboli. Rispondevano a questa condizione economica le relazioni sociali e lo stato morale delle popolazioni. Nel campo ristrettissimo lasciato all’attività ed all’ambizione di quella classe di persone che era in grado di averne, ogni ambizione diventava una gara, le gare prendevan forma di rivalità, le rivalità producevano odii che poi duravano e andavano esacerbandosi, ed estendendosi d’anno in anno e di generazione in generazione.

L’autorità sociale era sempre mancata, da un lato perchè i Governi o non avevano potuto imporsi o non si erano curati di farlo, dall’altro, perchè mancava una classe media numerosa. Di modo che la potenza individuale vinse, dominò e dette leggi dappertutto. E dall’esser sempre stati i suoi effetti invincibili ed ineluttabili, ne risultò che furono da tutti, sia che ne approfittassero, sia che ne soffrissero considerati come legittimi, e la prepotenza diventò il fondamento di tutte le relazioni sociali e del senso giuridico in ogni classe della popolazione.

Ne seguì che in quelle parti dell’Isola dove la prepotenza aveva forma violenta, si continuò fino al 1860 la tradizione medioevale delle violenze, della facilità al sangue, del niun valore dato alla vita umana.

In ogni modo da siffatto stato di cose risultò che i soli atti ad avere e usare influenza ed autorità di qualunque genere erano i membri della scarsissima classe abbiente insieme con quei pochi che alla mancanza di ricchezza supplivano colla svegliatezza di mente e coll’astuzia, e fra loro, quelli che s’erano acquistata e sapevano conservarsi la preponderanza. Siffatta autorità od influenza non era nè poteva essere usata da essi che a vantaggio loro e dei loro aderenti e a sostegno della loro preponderanza, poichè è inintelligibile per uomini nelle condizioni sociali descritte, perfino il concetto d’interesse pubblico nel senso moderno della parola. Finalmente l’usare siffattamente della loro autorità ed influenza era riconosciuto per cosa legittima dal senso giuridico dell’universale.

Alla classe dirigente di siffatta società, lo Stato italiano affidò:

La guardia della giustizia penale, dell’ordine e della sicurezza pubblica per mezzo del giurì, delle attribuzioni di polizia, dei sindaci, e, (fino al 1874) della Guardia nazionale;

L’amministrazione del patrimonio pubblico e l’autorità d’imporre tasse, coi Consigli provinciali e comunali, le Opere pie, insomma, le amministrazioni locali d’ogni specie;

L’amministrazione del patrimonio pubblico destinato al Credito per mezzo del banco di Sicilia([96]).

Finalmente, si rimise nelle mani loro per conoscere i lamenti, i bisogni, i desiderii dell’intera popolazione dell’Isola. Molto più: nella pratica si sottopose alla loro autorità; perchè deve fare i conti con i desiderii e le domande dei deputati, ai quali dal canto loro conviene appoggiarsi sulla classe influente dell’Isola per non perdere il collegio.

Nell’esporre gli effetti di codesta sovrapposizione delle istituzioni degli Stati moderni sopra condizioni sociali proprie di uno stadio diverso della civiltà, prenderemo principio dai fatti riguardanti la sicurezza pubblica, i quali ancora che non siano comuni a tutta la Isola, pure hanno fatto maggior rumore sul Continente, e si prestano più d’ogni altro alla esposizione minuta degli elementi, che contribuiscono alle condizioni comuni di tutta Sicilia.

Dopo di che, descriveremo gli effetti del sopraccennato sistema di governo sulle amministrazioni locali; sul maneggio dei loro patrimoni; e degli innumerevoli interessi che a loro si riferiscono; il che ci darà occasione di ragionare degli effetti del regime italiano sulle condizioni economiche della Sicilia.

Finalmente parleremo delle relazioni fra la società siciliana e il Governo italiano, e della politica da questi seguìta verso di lei.

E termineremo esponendo quei rimedi che a noi sembrano più atti a portare un miglioramento nello stato dell’Isola.


 

Capitolo III.

LA PUBBLICA SICUREZZA

 

 

 

I.

CAUSE E CARATTERI GENERALI

 

 

§ 47. — Cagioni generali e divisione della quistione.

Quali sono le cause delle tristi condizioni della pubblica sicurezza in una parte di Sicilia? Perchè talune provincie dell’Isola godono la tranquillità più perfetta, mentre altre sono dalla mafia, dal brigantaggio e dal malandrinaggio infestate in modo che gli sforzi fatti dal 1860 in poi per estirparne questi mali sono rimasti vani? La risposta a queste domande è difficile; gli elementi del problema sono numerosi e complicati. Noi cercheremo adesso, secondo le nostre forze, di scioglierlo analizzando minutamente i fenomeni che a questo si riferiscono. Diremo però, fino da ora che, a nostro avviso, la cagione prima dello stato di violenza che regna in una parte di Sicilia sta in quella condizione sociale comune a tutta l’Isola, la quale fa sì che, per una tradizione non interrotta dal Medio Evo fino ai nostri giorni, la potenza personale vi abbia conservata autorità efficace e riconosciuta. Il Governo è impotente a reprimere la violenza perchè, per la stessa indole sua, adopera per governare le forze sociali che gli fornisce l’Isola. La causa poi per la quale la medesima condizione sociale non ha prodotto il predominio della violenza ugualmente in tutta la Sicilia, sta in questo che, per la diversità di certe circostanze locali costanti, la potenza privata ha avuto luogo di manifestarsi e di farsi rispettare per mezzo della violenza in talune parti dell’Isola, e in talune altre no. Apparirà in che consista questa diversità, dall’analisi che siamo per fare dei modi in cui la violenza si esercita.

Oltre alle cagioni adesso accennate, ve ne sono state altre, temporanee, casuali, senza nesso necessario colle condizioni sociali siciliane. Avremo luogo di parlarne nel corso dei nostri ragionamenti. Possiamo però già adesso accennarne due: la liberazione di quasi tutti i carcerati dell’Isola nel 1860, e quell’interregno, che seguì la caduta del Governo borbonico([97]), durante il quale, per l’assenza assoluta di ogni autorità regolare, mancò perfino quel debole freno che oppone adesso il Governo all’esercizio della violenza. Queste cagioni ed altre simili, se sarebbero atte a produrre un dissesto momentaneo nella pubblica sicurezza anche in un paese in condizioni normali, pure non sono tali da non potere esser vinte dalle forze di un governo regolare. Esse, nelle parti di Sicilia dove domina la violenza, non hanno fatto altro che esacerbare uno stato di cose esistente e persistente per altre cagioni.

Siffatte cagioni però non hanno effetti assolutamente identici in tutte quelle parti di Sicilia dove predomina la violenza. Questi effetti, pur sempre uguali fra loro nella loro sostanza, differiscono in taluni particolari a seconda delle circostanze locali, e si possono in modo approssimativo dividere, per quanto abbiamo potuto giudicare, in due categorie di fenomeni: quelli che si manifestano a Palermo e nei suoi dintorni, e quelli che si manifestano nelle altre parti dell’Isola infestate dai malfattori. Noi esporremo adesso, prima i caratteri comuni alle violenze in tutte le parti dell’Isola dove viene esercitata, poi le caratteristiche speciali a ciascuna delle due categorie in cui le abbiamo divise. Finalmente, determinati gli elementi della violenza, risulterà da per sè come il non esistere siffatti elementi in alcune provincie siciliane, sia cagione che in quelle non si eserciti per mezzo di essa la potenza privata.

 

 

§ 48. — Perchè i violenti abbiano, in quella parte della Sicilia dove dominano, autorità non solo materiale, ma anche morale.

Il fatto che prima d’ogni altro colpisce la mente nei racconti che si sentono fare sulla Sicilia e specialmente sopra Palermo, è l’autorità non solo materiale, ma anche morale che vi hanno i violenti. Il timore non basta a renderne ragione. Perchè, se spiega il silenzio perfino degli offesi, non spiega la reprobazione pubblica che cuopre colui il quale ricorra alle autorità costituite per esser difeso da pericolo imminente. Questa ha la sua cagione nella condizione generale degli animi prodotta dallo stato sociale dell’Isola. Difatti, come in ogni società, così in quella che si regge sulla potenza e l’autorità individuale ad esclusione di qualunque altra forza, ogni atto diretto ad indebolire o rompere il legame che tiene insieme compaginata quella società, risveglia negli animi un sentimento analogo a quello designato dai criminalisti col nome di danno mediato, a quel sentimento, cioè, che nelle società fondate sulle basi che reggono i popoli considerati come civili, nasce al commettersi di un delitto. Ci spieghiamo: ciascuna persona interessata al mantenimento di una società qualsiasi nella sua forma attuale, qualunque essa sia, prova istintivamente un sentimento di sdegno e di repulsione per ogni atto che minacci l’esistenza di questa forma di società. Siffatto sentimento diviso da un gran numero di persone organizzate in società, si manifesta sotto forma di opinione e sentimento pubblico, e così gli atti che lo offendono pigliano carattere di disonoranti. Bene è vero che in una società pur fondata sulla forza privata abbondano le persone le quali non approfittano affatto di un cotale ordinamento, anzi, ne ricevono danno. Ma è cosa ormai pur troppo sperimentata, che le classi e le persone le quali hanno da soffrire di un dato ordinamento sociale, se mancano assolutamente di mezzi materiali di difesa contro di quello, non sono in grado di formare da sè un’opinione pubblica, ma la ricevono bell’e fatta da quella parte della società, che è organizzata e forte, e, quel che è più, l’accettano. Costoro diventano capaci di unirsi per formare un’opinione pubblica meno parziale, solamente allorquando o dentro o fuori di loro nasca a favore dei loro interessi una forza capace di farsi rispettare. Abbiamo già detto come il Governo borbonico non abbia portato in Sicilia cotale forza. Dell’italiano parleremo poi. Ad ogni modo, finchè l’opinione pubblica è costituita dal sentimento di quella categoria di persone, la quale ha interesse che l’ordine sociale continui a fondarsi sulla prevalenza della forza privata, ogni azione diretta a sostituire a questa l’autorità sociale, è dall’universale considerata come disonorante.

Non è questo il luogo di dimostrare partitamente i fenomeni psicologici e sociali adesso accennati, nè di analizzare gli elementi della quistione generale alla quale si riferiscono. Tale argomento richiederebbe da sè solo un’opera di non piccolo volume, per la quale del resto gli elementi non mancherebbero, a parer nostro. Ci contentiamo dunque di addurre per prove, i fatti che ci presenta la stessa Sicilia. Pochi, crediamo noi, negheranno che fino al 1860 l’intero ordinamento sociale si fondasse in Sicilia sulla potenza privata, e che in una parte dell’Isola, uno dei mezzi più generalmente usati a farla prevalere fosse, per tradizione immemorabile, la violenza. E niuno, che noi sappiamo, nega che adesso in quella stessa parte dell’Isola e, (per ragioni che esporremo fra poco) specialmente in Palermo e dintorni, sia dall’opinione pubblica considerato come disonorante ricorrere ad altri mezzi che alla forza privata, per sostenere la propria reputazione, vendicare le proprie ingiurie, per reagire insomma contro la violenza.

In siffatte circostanze, la violenza privata non trova contro di sè che altre violenze private, e non incontra nella società alcuna forza collettiva diretta a combatterla. La sola che potrebbe trovarsi dinnanzi, sarebbe quella del Governo quando fosse realmente una forza.

 

 

§ 49. — Cagioni dell’importanza acquistata dalla classe dei malfattori per mestiere.

Se non che la sovrapposizione di una legislazione e di un sistema d’indole moderna ad una società simile a quella di cui abbiamo adesso accennato, la conduce a prendere una forma particolare, e a manifestare fenomeni speciali. Fintantochè era in vigore nell’Isola il sistema feudale, la potenza e la forza materiale erano così in diritto come nel fatto, riservate ad una classe della Società([98]); la violenza veniva usata più specialmente a suo favore, si poteva dire un suo privilegio, e gli esecutori erano più che altro istrumenti a suo servizio. L’uso della violenza era dunque regolarizzato fino ad un certo punto, vi erano violenze riconosciute dal diritto, ed altre no; e, dato quello speciale ordinamento sociale, fondato sulla forza e sull’autorità private, l’andamento della società era normale. Certamente, non mancavano i disordini e le violazioni di quell’ordinamento stesso, il quale per la sua natura medesima è incapace d’impedirli. Era frequente il caso che la prepotenza e la violenza fosse usurpata abusivamente da persone che non avrebbero avuto titolo per usarla. Così, i bravi dei signori, i quali, proibiti o no dalla teoria del diritto, erano ammessi nella pratica, non si astenevano di commettere estorsioni a proprio vantaggio; non mancavano malandrini che esercitassero la loro industria per conto proprio; le violenze fra signore e signore non erano sottoposte a regola alcuna. Ma malgrado queste perturbazioni occasionali, l’uso della forza rimaneva nella massima parte dei casi limitato e sottoposto a certe regole: rimaneva in linea generale il fatto che la società era divisa in due parti: da un lato una classe dominante, dall’altro delle classi dominate; e che il mezzo che avea la prima per dominare, mezzo in gran parte riconosciuto dalla legge anche teorica, era la forza materiale. In siffatta condizione di cose, il diritto positivo rispondeva alle condizioni di fatto e al senso giuridico delle popolazioni. Il che permetteva di sperare che, verificandosi a poco a poco un mutamento nelle circostanze di fatto, vi rispondesse il modificarsi del diritto positivo, dimodochè ne sarebbe risultato un miglioramento spontaneo e lento di tutto l’organismo sociale in tutte le sue forme e manifestazioni.

Ma, cambiato coll’abolizione della feudalità il diritto positivo, cessò del tutto la conformità di questo colle condizioni di fatto e col senso giuridico delle popolazioni. Da un lato il diritto positivo non riconobbe più nè in teoria nè in pratica prepotenze o violenze di nessun genere, e le considerò tutte indistintamente, come delittuose. Questo cambiamento fu compiuto dalla legislazione portata dal Regno d’Italia nel 1860. Dall’altro lato, le condizioni di fatto rimasero immutate, essendo rimasto come prima libero il campo alla prepotenza privata, per l’assoluta impotenza dell’autorità sociale ad imporre le sue leggi con la forza. Per modo che sparì dal sentimento della popolazione perfino quell’oscura distinzione fra atti legali e illegali, che è sempre nelle menti generata da un diritto positivo efficace, per quanto la distinzione da questo sancita sia, al punto di vista della società moderna, iniqua ed ingiustificata. Ne risultò che, sparito qualunque criterio il quale distinguesse delle violenze lecite e delle altre illecite, e rimaste le condizioni di fatto che facevano della violenza il fondamento delle relazioni sociali, queste furono tutte indistintamente ammesse dal senso giuridico delle popolazioni.

D’altra parte, le condizioni di fatto furono bensì modificate dal mutarsi del diritto positivo, fu bensì dato alla società un carattere più democratico col lasciare aperta la via ad ognuno che ne fosse capace, di usare delle forze in essa esistenti. Ma la forza colla quale si reggeva la società, continuando ad essere la prepotenza privata, ne risultò che, dove questa assumeva forma di violenza, la riforma avesse per effetto solamente di aprir la via ad un maggior numero di persone ad usare di questa.

Invero, se da una parte chi era prima in possesso quasi esclusivo della forza materiale si riduceva ad usarne meno([99]), dall’altra, sciolta ormai da ogni vincolo e privilegio l’industria della violenza, ebbe una esistenza e un’organizzazione indipendenti. Il che ebbe per effetto di moltiplicare e variare all’infinito gli oggetti per i quali le violenze si commettevano. Difatti, adesso non si tratta più solamente di delitti commessi per favorire i disegni di questo o di quell’altro grande. I malfattori, pur sempre pronti a servire altrui, lavorano per conto proprio, e la loro industria è una nuova sorgente di delitti molto più numerosi di quelli che i bravi degli antichi baroni e i briganti del tempo passato potessero commettere nel proprio interesse. Di più, l’organizzazione della violenza diventata per tal modo più democratica, è adesso accessibile a molti piccoli interessi che prima non avevano a loro servizio se non il braccio e l’energia di colui cui premevano. Sicchè la soppressione delle forze armate ed in generale dei privilegi baronali ha fatto della violenza una istituzione accessibile quasi ad ogni ceto e ad ogni classe. Questa a noi pare la cagione di quell’infinito intricarsi di violenze in ogni direzione, che mette sulle prime tanta confusione nella mente di chi, per un processo intellettuale quasi istintivo, cerchi di distinguere una classe di oppressori ed una di oppressi. Perchè colui che oggi è prepotente può esser vittima domani, e di uno non più potente di lui. E l’uomo più pacifico può trovarsi nel caso di usar violenza, o per lo meno di fare alleanza, non foss’altro, per la sua legittima difesa, con chi fa mestiere di usarla.

L’importanza acquistata dalla classe indipendente dei facinorosi ebbe per effetto di assicurarle quella autorità morale di cui ogni forza privata che sia in grado di preponderare gode in Sicilia per le ragioni che abbiamo più sopra esposte. In conseguenza, nell’Isola, la classe dei facinorosi si trova in condizione speciale, che non ha nulla che fare con quella dei malfattori in altri paesi per quanto possano essere numerosi, intelligenti e bene organizzati, e si può quasi dire di essa che è addirittura un’istituzione sociale. Giacchè, oltre ad essere un istrumento al servizio di forze sociali esistenti ab antiquo, essa è diventata, per le condizioni speciali portate dal nuovo ordine di cose, una classe con industria ed interessi suoi proprii, una forza sociale di per sè stante.

 

 

§ 50. — Le condizioni sono specialmente favorevoli in Sicilia per l’esercizio dell’industria dei malfattori.

L’essere l’ordinamento della società siciliana fondato sulla prevalenza della forza privata è pure cagione che, laddove questa forza si esercita per mezzo della violenza, i malfattori trovino circostanze specialmente favorevoli per il facile esercizio della loro industria. Difatti, se volgiamo gli occhi alla condizione dei malfattori negli altri paesi, li vediamo isolati in mezzo alla società. Se vogliono unirsi fra loro non basta che s’intendano sul fine da raggiungere; conviene pure che combinino tra di loro un’organizzazione atta a proteggerli o ad assicurarli contro il rimanente della società. Laonde nascono quei statuti che regolano le relazioni fra i membri di ogni associazione di malfattori. Ma invece, il malfattore che sia in mezzo ad una società fondata essa medesima sulla potenza privata, trova quelle norme stesse già in vigore per tutte le relazioni sociali. Affermato ch’egli abbia la sua forza individuale con un delitto, il suo posto è bell’e pronto nella società; quelle garanzie che in altri paesi dovrebbe cercare coll’unirsi con altri suoi simili e collo stabilire accuratamente con loro i reciproci doveri e diritti, egli le trova nei costumi della popolazione. Egli ha così poco bisogno di regolarizzare con norme prestabilite la reciproca responsabilità fra sè ed altri malfattori che anzi, egli ha per complice tutta la popolazione di fronte alle autorità che sono al di fuori di essa. Il delinquente non è denunziato nemmeno dalla sua vittima, e se alcuno lo denunzia è tenuto dall’opinione pubblica per infame.

Per le medesime ragioni, in una siffatta società, la associazione di malfattori, nel senso tecnico della parola, esiste dappertutto in potenza. Basta che due malfattori si conoscano personalmente e s’intendano sopra un dato fine da raggiungere, perchè l’associazione sia bell’e formata senza bisogno d’altre garanzie fra di loro.

Le caratteristiche fin qui descritte sono comuni a tutte le parti di Sicilia dove predomina la violenza e sono cagioni della straordinaria persistenza del suo predominare nella sua forma presente, per mezzo cioè dei malfattori comuni. Però si modificano nei particolari, ed assumono principalmente due forme: la cosiddetta mafia da un lato, il brigantaggio e il malandrinaggio dall’altro. Il distinguerle fra di loro per mezzo di definizioni è molto difficile, per non dire impossibile. Sono vari aspetti del medesimo fatto e differiscono fra di loro solamente per la diversità delle condizioni, in mezzo alle quali si manifestano. Perciò non si può determinare una linea che li divida, ed hanno un vasto campo in comune. Il solo mezzo di dare un’idea chiara delle loro differenze è di descrivere i modi in cui l’una e gli altri si manifestano, e così stiamo per fare. E nell’analizzare le varie maniere in cui si esercita la violenza avremo luogo di esporre come riesca quasi del tutto impotente a reprimerla l’azione del Governo.

 

 

§ 51.— La mafia.

Principieremo colla mafia.

Abbiamo già accennato([100]) come questa parola sia sul Continente usata per lo più in un senso improprio. Si crede generalmente che i fenomeni abbracciati da questo suo significato comune compongano da sè soli un fatto sociale completo, mentre ne sono solamente manifestazioni parziali. Laonde si cerca dentro di essi le loro cagioni per non trovarci invece che una confusione inestricabile di fatti disordinati e spesso contraddicenti fra di loro. Il fatto completo di cui solamente un fenomeno è compreso nel significato comune della parola mafia, è una maniera di essere di una data Società e degli individui che la compongono ed in conseguenza, per esprimersi efficacemente ed in modo da ottenerne un’idea chiara, conviene significarlo non con un sostantivo, ma con un aggettivo. L’uso siciliano, giudice competente di questa materia, lo esprime precisamente coll’aggettivo mafioso, col quale non vien significato un uomo dedito al delitto, ma un uomo che sa far rispettare i suoi diritti, astrazione fatta dei mezzi che adopera a questo fine. E siccome nello stato sociale che abbiamo cercato di descrivere, la violenza spesso è il miglior mezzo che uno abbia di farsi rispettare, così è nato naturalmente che la parola usata in senso immediatamente derivato, venisse ad esprimere uomo dedito al sangue. Laonde il sostantivo mafia ha trovata pronta una classe di violenti e di facinorosi che non aspettava altro che un sostantivo che l’indicasse, ed alla quale i suoi caratteri e la sua importanza speciale nella società siciliana davano diritto ad un nome diverso da quello dei volgari malfattori di altri paesi.

Stabilito in tal modo il significato che noi, in conformità coll’uso siciliano e colla realtà dei fatti, intendiamo dare alla parola «mafioso» e la sua diversità da quello usato generalmente, potremo liberamente per la comodità del discorso e per evitar perifrasi inutili, usare la parola mafia nel suo significato comune e parziale, ed in questo caso lo segneremo in carattere corsivo.

 

 

 

II.

I MALFATTORI A PALERMO E NEI SUOI DINTORNI

 

 

§ 52. — Caratteri speciali dell’industria del delitto a Palermo e suoi dintorni. Loro cagioni.

Per chi abbia un poco seguito durante questi ultimi anni la discussione nel Parlamento e nella stampa sulla questione della pubblica sicurezza in Sicilia, è cosa ormai conosciuta che la mafia ha il suo tipo più perfetto e le sue manifestazioni più energiche in Palermo e nei suoi dintorni. Anzi, a questo proposito, conviene notare che molte descrizioni dove si credono generalmente esposte le condizioni di Sicilia tutta, dovrebbero invece riferirsi esclusivamente a Palermo e a quel territorio che la circonda ed è in relazioni immediate e continue colla città. Nell’analisi che ora cercheremo di fare del fenomeno, terremo dunque più specialmente in vista le sue manifestazioni in codesto angolo dell’Isola.

Le particolarità che a prima vista lo distinguono dalle altre parti di Sicilia dove pure predomina la violenza, sono specialmente le seguenti. Una estrema facilità ai delitti di sangue in gran parte degli abitanti, la quale produce una quantità straordinaria, anche per la Sicilia, di facinorosi per mestiere, avuto riguardo al numero della popolazione e all’estensione del territorio. Questo primo fatto rende possibile l’esistenza delle altre caratteristiche speciali che ci presenta Palermo e i suoi dintorni, cioè, il grandissimo numero dei casi dove questi facinorosi prendono occasione per esercitare la violenza, da relazioni fra persone non appartenenti alla classe dei malfattori e l’infinita varietà degli interessi propri e altrui che fanno valere per mezzo della medesima; il che ha non di rado per effetto che vari mafiosi abbiano interessi opposti, e siano in lotta fra di loro.

La gran facilità al sangue della popolazione della città e dell’agro palermitano, ha, secondo l’opinione generale, la sua origine in talune cagioni che, quantunque siano in parte ipotetiche, pure hanno un gran carattere di verità. Le principali sono: il gran numero di bravi che i signori residenti in Palermo tenevano a loro servizio e i cui discendenti hanno conservato la tradizione di famiglia; la forte mistura di sangue arabo e sopratutto berbero negli abitanti; l’essere stati ad ogni nuova conquista respinti da Palermo nei dintorni tutti gli elementi di resistenza e di malcontento. Inoltre, la popolazione senza mezzi regolari di sussistenza, che abbonda in ogni capitale, sopratutto dove l’industria e il commercio siano scarsi, è stata in Palermo molto accresciuta dopo il 1860 dalla soppressione di molti uffici governativi, che sotto il Borbone avevano sede in Palermo, e sopratutto dalla soppressione dei conventi che assicuravano l’esistenza di un numero infinito di persone in mille maniere, o cogli impieghi nelle loro amministrazioni, o colle elemosine. Non aggiungeremo a queste cagioni quella del clima, giacchè quando si ammettesse, rimarrebbe difficile a spiegare la dolcezza dei costumi della gran massa della popolazione nella provincia di Siracusa. E nemmeno adopereremo la nota figura rettorica del suolo vulcanico: la maggior parte delle popolazioni che abitano le falde dell’Etna sono fra le più tranquille dell’Isola.

La straordinaria agglomerazione dei malfattori ha potuto dare all’industria del delitto in Palermo e suoi dintorni, le caratteristiche speciali cui abbiamo or ora accennato, per essere Palermo un centro importante, avuto riguardo alla Sicilia, di affari di ogni specie. Inoltre, si trova riunito in quella città un gran numero di membri della classe dominante, più che altrove disposti ad usare la violenza per raggiungere i loro fini. Però, giova ripeterlo, qualunque sia l’origine prima delle cagioni che imprimono all’industria del delitto in codesto territorio le sue caratteristiche speciali, queste cagioni sussistono ed operano i loro effetti, perchè da un lato hanno trovato le condizioni sociali cui già accennammo, dall’altro non hanno incontrato forza alcuna, estranea alla società siciliana, che le combattesse.

Difatti, i numerosissimi facinorosi trovandosi in un centro importante di relazioni d’interessi di ogni genere quale può essere una grande città, porto di mare, contornata da un territorio dove predomina la piccola coltura esercitata da affittuari; e d’altra parte vedendosi intorno una popolazione pronta ad accettare come legittima ogni autorità privata in qualunque modo acquistata, pronta a sottomettersi con rassegnazione alla violenza del più forte; assicurati di non trovar mai da combattere nel seno della Società dove vivevano contro alcuna forza sociale che non fosse la violenza; certi dell’impotenza dell’autorità governativa (e ne diremo più sotto la ragione), avevano tutte le circostanze propizie per intromettersi in tutte le faccende, sia per loro esclusivo profitto, sia a vantaggio di chi li compensasse del loro aiuto. E così fecero. La grande quantità delle occasioni di esercitare siffatta industria fa sì che molti trovino la loro convenienza a darcisi, e che il numero dei facinorosi si mantenga, anzi, cresca sempre, e sia per crescere continuamente finchè non sopravverrà una forza estranea alla società siciliana che colla energia nella repressione dei delitti faccia in modo che cessi il tornaconto a prendere il mestiere di commetterli.

 

 

§ 53. — Caratteri speciali delle relazioni fra facinorosi a Palermo e dintorni.

Inoltre, la straordinaria agglomerazione di facinorosi per mestiere in uno spazio relativamente ristretto, è stata cagione che quasi tutti i malfattori di Palermo e dintorni avessero comodo d’incontrarsi e di conoscersi personalmente, in modo che fosse più intima e più efficace che in qualunque altra parte di Sicilia, quella relazione continua e necessaria di cui già cercammo spiegare le cagioni([101]) la quale unisce i malfattori fra di loro.

In conseguenza, vi è molto maggiore che in altre parti dell’Isola, la facilità a formarsi delle associazioni di malfattori vere e proprie. Per citare un esempio, si sono formate colla massima facilità le associazioni di cui abbiamo già parlato, dei Mulini e quella della Posa. Il medesimo esempio ci mostra come queste associazioni godano a siffatte circostanze di una elasticità straordinaria. Gli scopi si moltiplicano, il campo di azione si allarga, senza bisogno che si moltiplichino gli statuti; l’associazione si suddivide per certi scopi, rimane unita per altri. Parte dei suoi membri si dedicano all’industria d’imporre fittaiuoli e guardiani per gli agrumeti, altri a quella delle camorre nelle aste pubbliche, vi è chi si intromette come paciere nelle famiglie e cerca di persuadere ad un parente ricco di pensionare un suo congiunto bisognoso, pena la distruzione delle vigne o degli agrumi, ed ognuno è sempre assicurato del soccorso degli altri per il caso di bisogno, senza che occorra mettersi d’accordo sulle regole di condotta per difendersi dall’autorità.

Del resto l’organizzazione della intiera industria, la disciplina di coloro che l’esercitano è così perfetta, che laddove le imprese non implichino contrasto d’interessi, è difficile determinare a qual punto finisca l’associazione e principino le relazioni ordinarie tra gli esercenti la professione. Questo ordinamento superiore in Palermo e suoi dintorni ci sembra dovuto anche per molto alla parte che hanno nell’industria persone della classe media.

 

 

§ 54. — Facinorosi della classe media.

Imperocchè la città e l’agro palermitano ci presentano un fenomeno a prima vista incomprensibile e contrario alla esperienza generale e alle opinioni ricevute. Ivi l’industria delle violenze è per lo più in mano a persone della classe media. In generale questa classe è considerata come uno elemento d’ordine e di sicurezza, specialmente dov’è numerosa, come lo è infatti in Palermo. Noi stessi abbiamo più sopra notato come il suo scarso numero in Sicilia fosse una delle principali cagioni della condizione dell’Isola([102]). Questa contraddizione però è solamente apparente. Invero, quando la classe media non ha preso in un paese una preponderanza di numero e d’influenza tale da assicurare ad una legislazione uguale per tutti il sopravvento sulla potenza privata, l’osservanza delle leggi, la condotta regolare e pacifica non è più un mezzo di conservare le proprie sostanze e il proprio stato. Ora, la caratteristica essenziale che fa sì che codesta classe sia in generale un elemento d’ordine, è per l’appunto il timore che domina in chi la compone di perder ciò che ha acquistato, e la ripugnanza di correr rischi per acquistare di più. Per modo che, quando per le condizioni sociali da un lato, per l’impotenza dell’autorità dell’altro, il rischio non è maggiore a usar violenza che a non usarla, cessa ogni cagione per i membri della classe media, di sostenere l’ordine. Anzi, per poco che abbiano intelligenza, energia e desiderio di migliorare il proprio stato, (e in quella parte del territorio dove la classe media sarà più numerosa, saranno pure più numerose le probabilità che si trovino nel suo seno uomini dotati di siffatte qualità), niuna industria è per loro migliore di quella della violenza. Perchè portano nell’esercizio di questa tutte le doti che distinguono la loro classe, e, in altri paesi, la fanno prosperare nelle industrie pacifiche: l’ordine, la previdenza, la circospezione; oltre ad una educazione ed in conseguenza una sveltezza di mente superiore a quella del comune dei malfattori. Perciò l’industria delle violenze è, in Palermo e dintorni venuta in mano di persone di questa classe. A quelle deve la sua organizzazione superiore; l’unità dei suoi concetti, la costanza dei suoi modi di agire, la profonda abilità colla quale sa voltare a suo profitto perfino le leggi e l’organizzazione governativa dirette contro il delitto; l’abile scelta delle persone, dalle quali conviene accettare la commissione d’intimidazioni o di delitti; la costanza colla quale osserva quelle regole di condotta, che sono necessarie alla sua esistenza anche nelle lotte che non di rado insorgono fra coloro i quali la praticano.

Tutti i cosiddetti capi mafia sono persone di condizione agiata. Sono sempre assicurati di trovare istrumenti sufficentemente numerosi a cagione della gran facilità al sangue della popolazione anche non infima di Palermo e dei dintorni. Del resto sono capaci di operare da sè gli omicidii. Ma in generale non hanno bisogno di farlo, giacchè la loro intelligenza superiore, la loro profonda cognizione delle condizioni della industria ad ogni momento, lega intorno a loro, per la forza delle cose, i semplici esecutori di delitti e li fa loro docili istrumenti. I facinorosi della classe infima appartengono quasi tutti in diversi gradi e sotto diverse forme alla clientela dell’uno o dell’altro di questi capi mafia, e sono uniti a quelli in virtù di una reciprocanza di servigi, di cui il resultato finale riesce sempre a vantaggio del capo mafia. Il quale fa in quell’industria la parte del capitalista, dell’impresario e del direttore. Egli determina quell’unità nella direzione dei delitti, che dà alla mafia la sua apparenza di forza ineluttabile ed implacabile; regola la divisione del lavoro e delle funzioni, la disciplina fra gli operai di questa industria, disciplina indispensabile in questa come in ogni altra per ottenere abbondanza e costanza di guadagni. A lui spetta il giudicare dalle circostanze se convenga sospendere per un momento le violenze, oppure moltiplicarle e dar loro un carattere più feroce, e il regolarsi sulle condizioni del mercato per scegliere le operazioni da farsi, le persone da sfruttare, la forma di violenza da usarsi per ottenere meglio il fine. È propria di lui quella finissima arte, che distingue quando convenga meglio uccidere addirittura la persona recalcitrante agli ordini della mafia, oppure farla scendere ad accordi con uno sfregio, coll’uccisione di animali o la distruzione di sostanze, od anche semplicemente con una schioppettata di ammonizione. Un’accozzaglia od anche un’associazione di assassini volgari della classe infima della società, non sarebbe capace di concepire siffatte delicatezze, e ricorrerebbe sempre semplicemente alla violenza brutale.

 

 

§ 55. — L’omertà.

Ma questa potente organizzazione della classe dei facinorosi, per quanto sia efficace a far riescire le imprese comuni a parecchi fra di loro, non potrebbe da sè sola bastare a salvare la classe dallo sfacelo nei casi numerosissimi a Palermo e dintorni, dove le imprese dei suoi membri implicano interessi contradittorii, e nei quali adoperano gli uni contro gli altri quelle medesime violenze che usano contro il rimanente della popolazione. Se non che, siccome i malfattori, anche nel contrasto dei loro interessi momentanei, conservano sempre comune e identico per tutti l’interesse al libero e sicuro esercizio della loro industria, la classe dei facinorosi della città e dell’agro palermitano è stata dal sentimento della conservazione portata a promuovere quest’interesse che potremmo chiamare sociale, astrazione fatta dagl’interessi individuali e momentanei dei suoi membri. Laonde è invalso fra di loro un vigoroso spirito di corpo più forte di qualunque odio o rivalità personale. Ora, l’interesse della classe dei facinorosi per mestiere essendosi ormai imposto come il più forte di ogni altro alla Società in Palermo e dintorni, ne è risultato il fatto di cui già ragionammo([103]), che, cioè, questo interesse si è imposto agli animi, all’opinione pubblica insomma, come interesse dell’intera società, e così, le regole che si sono imposte agli animi della popolazione come regole di virtù, di moralità e di onore, sono quelle che favoriscono l’esistenza di codesta classe. Vogliamo parlare di quell’assieme di norme in virtù delle quali è proibito ricorrere alla legge contro la violenza, pena non solo la morte ma anche il disonore. Queste regole sotto il nome di codice dell’omertà sono in Palermo e dintorni più che nel rimanente di Sicilia precise e stringenti nella popolazione, perchè qui l’interesse che colla forza si è imposto materialmente e moralmente è quello di una classe intera, mentre in altre parti dell’Isola, come avremo più sotto occasione di esporlo, si può dare e si dà effettivamente il caso che abbia assunto il predominio sopra l’opinione pubblica la preponderanza di un numero limitato di persone, e perciò il loro interesse individuale fa legge, per modo che contro di loro non sia permessa la denuncia, ma a loro favore sia ammessa dall’opinione pubblica non solo la denuncia, ma la denuncia calunniosa.

Nè può, secondo noi, l’autorità morale del codice dell’omertà attribuirsi a cagione diversa da quella ora accennata: non all’odio tradizionale contro il Governo e la legge, avanzato dal dominio borbonico, perchè più di una volta, una parte della mafia ha cooperato, a suo modo è vero, ma pur cooperato col Governo alla polizia. Nei militi a cavallo, corpo di polizia più o meno sicuro, ma pure corpo di polizia, prepondera nel più dei casi, l’elemento mafioso. E nemmeno si può attribuire tale autorità a un sentimento d’indipendenza e d’insofferenza di ogni giogo per parte della popolazione in generale, il quale, quantunque male inteso, pure sarebbe segno di una certa energia di carattere; giacchè mai nella popolazione si manifestò segno alcuno di sdegno o d’impazienza contro la società dei mulini che aveva imposto col terrore un rialzo fittizio sul prezzo delle farine. E pure sarebbe lungo a contarsi nella storia di Palermo il numero delle sedizioni popolari per il caro prezzo del pane. Ma bisognò che l’autorità facesse conto sulle sue sole forze ed attività per sgominare cogli arresti la società dei mulini, ed ottenere per tal modo da un giorno all’altro un ribasso nel prezzo di molenda di L. 1.50 a salma per le farine, e di L. 2.50 a salma per le semole, e nel prezzo di vendita delle paste di cent. 6 il rotolo.

Riassumendo i ragionamenti fin qui fatti sulle condizioni della sicurezza pubblica in Palermo e dintorni, possiamo dire:

Che le cause occasionali del predominio della violenza in quella regione, sono quelle tradizioni non interrotte e quelle circostanze in parte storiche, le quali imprimendo alla gran massa della popolazione un carattere violento e sanguinario, hanno fatto sì che fosse possibile alla prepotenza di esercitarsi col mezzo della violenza materiale;

Che l’esercizio della violenza vi ha assunto caratteri speciali per l’esistenza e l’organizzazione eccezionalmente perfetta di una classe di facinorosi indipendente e con interessi suoi propri, dovute a cagioni in parte storiche, comuni ad altre province di Sicilia per una parte, e speciali a Palermo e dintorni per l’altra. L’influenza di questa classe ha reagito sopra quei costumi che ne avevano resa possibile l’esistenza, determinandone meglio i caratteri.

Ma la cagione che ha rese efficaci tutte queste cause secondarie, è lo stato sociale comune a tutta la Sicilia, il quale fa sì che la potenza privata sia in grado di predominare nella società, e che quella forza che ha assunto il predominio, sia per consenso generale accettata come legittima. Questo stato è cagione che gli elementi di violenza, appena hanno acquistato una certa importanza, non rimangono isolati, ma diventano un elemento della vita sociale e un istrumento per tutti gl’interessi e tutte le pretese. In quella guisa che una goccia d’olio, cadendo sopra una tavola di marmo, rimane quello che era prima di cadere, e si può facilmente asciugare, ma se sopra un pezzo di carta, principia a imbeverlo, si estende, s’immedesima colla sua materia in modo da fare con esso una cosa sola, e non si può estirpare che con energici reagenti chimici; così in un paese di condizioni diverse dalle siciliane, se vi sono, per esempio, cento malfattori, l’autorità trova dinnanzi a sè cento malfattori e nulla di più. Ma in Sicilia, se non riesce a sopprimerli appena comparsi, e lascia loro il tempo di insinuarsi nelle relazioni sociali, l’autorità trova dinanzi a sè tutta una organizzazione sociale, e per estrarre dalla società l’umore malsano ha necessità di una energia e di una abilità, che sarebbero superflue in circostanze ordinarie.

Certamente, anche le cause occasionali sono elementi necessari delle cattive condizioni della sicurezza. Così, quando il numero delle persone capaci di commettere delitti di sangue fosse limitato, per quanto queste si fossero insinuate nella vita sociale, pure il giorno in cui l’abilità eccezionale di un funzionario o altre circostanze speciali avessero reso possibile all’autorità d’impadronirsi di quelle persone, le violenze cesserebbero. Questo accadde in Messina, dove la massa della popolazione è più mite che nella provincia di Palermo, dopo la cattura della massima parte della banda Cucinotta, e della mafia cittadina sua alleata. Inoltre, dove scarseggiano per l’indole della popolazione le persone capaci di commettere in circostanze ordinarie dei delitti di sangue, la violenza non sarà nelle tradizioni, e non si userà se non quando qualche persona influente o intelligente voglia adoperarla a suo vantaggio, cerchi gl’istrumenti adattati e prepari le circostanze favorevoli. Così avviene attualmente nelle parti tranquille delle province di Catania e di Siracusa. In quelle parti la potenza privata si fa valere con altri mezzi che avremo occasione di analizzare in seguito.

 

 

§ 56. — La classe dominante è cagione prima e fondamento dello stato della pubblica sicurezza in Palermo e dintorni.

Se lo stato morale dell’intera popolazione siciliana fosse solamente proprio di una parte della società, una autorità regolarmente costituita in condizioni ordinarie, potrebbe, pure con grandi sforzi, appoggiandosi sopra forze locali, vincere il male. Ne abbiamo un esempio in Romagna, dove la classe dei malfattori, che pure aveva imposto al senso giuridico delle classi inferiori, specialmente nei centri di popolazione, le regole che sono condizioni della sua esistenza, pure non si era insinuata nella vita delle classi abbienti ed influenti, se si tolgono alcuni individui che si appoggiavano su di essa per amore di popolarità e per sostenere la loro ambizione personale. Ma in Sicilia, nessuna classe può sfuggire agli effetti della costituzione sociale. Diremo più: come lo abbiamo già esposto, per le condizioni speciali dell’Isola, la società vi è tutta ordinata a vantaggio esclusivo della classe abbiente e delle persone che dividono con essa la preponderanza. E questa classe per le medesime cagioni, è pur essa ordinata a vantaggio di coloro che hanno in essa acquistato il predominio. Perciò, come tutte le altre forze sociali, così la violenza riesce in ultima analisi ad utile di quella classe o piuttosto di coloro che in quella classe preponderano, ed in conseguenza fa, in ultimo, capo a loro e sopra di loro si fonda. Molto più dopo che, per il sistema di governo portato nel 1860, quelle stesse persone, che prima per la forza delle cose godevano l’autorità di fatto, ora hanno ricevuto anche l’autorità legale nell’ordine giudiziario, amministrativo e politico.

Difatti, per quanto l’industria della violenza, la sola che per adesso prosperi realmente in Sicilia, abbia acquistato interessi ed in conseguenza ragioni d’essere sue proprie ed indipendenti, pure la forza che le ha permesso di porsi in questa condizione e che la fa sussistere, sta nella classe dominante. Questa, se si mettesse in animo di distruggere siffatta industria, disporrebbe di mezzi materiali e di autorità morale molto superiori al bisogno, e per schiacciare materialmente la classe facinorosa, e per distruggere il suo predominio sull’opinione pubblica per mezzo del proprio. E ciò, indipendentemente da qualunque organizzazione governativa. Nè vale opporre che le transazioni alle quali i membri della classe dominante vengono colla classe facinorosa, i danni che occasionalmente ne ricevono e i loro lamenti, sinceri nella maggior parte dei casi, sulla preponderanza da essa acquistata, provano che quest’ultima ha preso ormai la mano su di loro. Perchè coloro che predominano, se vogliono adoperare la classe facinorosa ai loro fini, devono pur permetterle di curare i suoi interessi particolari e indipendenti. Le relazioni fra la classe dominante e quella dei facinorosi, sono come qualunque altro fatto sociale, un fenomeno complesso, dove i singoli fatti sono non di rado in contraddizione apparente coll’indirizzo generale. Certamente, quelli stessi fra i membri della classe dominante che, per acquistare o mantenere l’influenza loro, sarebbero pronti perfino a dare il mandato per un omicidio, deplorano sinceramente quanto il più zelante questore, i delitti quando non sono commessi a loro vantaggio. Il loro ideale sarebbe di avere istrumenti che eseguissero le violenze per il loro servizio, e niente di più. Ma gl’istrumenti di violenza, nelle condizioni attuali, non possono esistere che come classe di facinorosi indipendente, la quale in conseguenza esercita violenza anche per conto proprio. Coloro che hanno un interesse principale ad aver pronti in caso di bisogno siffatti istrumenti, devono dunque rassegnarsi, pur lamentandolo, al danno secondario dei delitti commessi da questi per conto proprio. Questi delitti rappresentano il prezzo pagato da coloro che predominano per avere sempre a disposizione dei mezzi di violenza. Naturalmente, trovano il prezzo gravoso, e direbbero volentieri come quel giudice in una commedia di Beaumarchais ad una persona che si scandalizza perchè si vendono le cariche nella magistratura: «On ferait bien mieux de nous les donner pour rien. Farebbero meglio a regalarcele».

Noi non sappiamo se vi siano nella classe dominante in Palermo persone che partecipano direttamente ai guadagni che fa la classe dei facinorosi nell’esercizio della sua industria indipendente. Che questa classe mantenga degli agenti perfino a Roma e li mandi su e giù per i Ministeri a spiare, intrigare e intercedere, è indubitato; ma ignoriamo se questi emissari siano faccendieri di bassa sfera, oppure se siano di condizione, se non di carattere, rispettabile. Ad ogni modo, di questi non intendiamo ragionare. Il loro numero necessariamente ristretto rende la loro influenza sulla prosperità di questa classe secondarissima di fronte a quella del ceto dominante in generale. Ed è la parte di quest’ultimo nell’esistenza della industria indipendente dei malfattori, che intendiamo qui analizzare.

 

 

§ 57. — Come sia generalmente possibile in parte della Sicilia valersi dell’aiuto dei malfattori senza dar mandati per delitti.

Il vantaggio che un membro della classe dominante può trarre dall’esistenza del ceto dei malfattori è, nel massimo numero dei casi, indiretto. Ben di rado egli ha bisogno di dare un mandato per omicidio, ed anche per minaccia. Nel corso ordinario della vita, perch’egli possa impunemente imporre la sua volontà, basta la fama ch’egli è alleato colla mafia. Come la mafia è la forza più rispettata, così chi l’adopera è certo di vincere chiunque usi altri mezzi di violenza, e fra coloro che l’adoperano, è sicuro di predominare chi è unito alla frazione più temuta di essa.

Inoltre, la mafia non ha bisogno di adoperare attualmente la violenza o l’intimidazione diretta se non nel minimo numero dei casi in cui usa la sua autorità. Essa ha ormai relazioni d’interesse così molteplici e variate con tutte le parti della popolazione; sono tanto numerose le persone a lei obbligate per la riconoscenza o per la speranza dei suoi servigi, che essa ormai ha infiniti mezzi d’influire all’infuori del timore della violenza, per quanto la sua esistenza si fondi su questa. Di più, quando pure quei suoi altri mezzi non bastino, la riputazione d’efficacia e di inevitabilità delle sue vendette è stabilita talmente bene, che basta la fama ch’essa s’interessi ad un affare perchè ognuno si sottoponga in quello alle sue voglie.

Parimente, la perfetta organizzazione della classe dei facinorosi è cagione che essa possa assumere qualunque impresa per così dire, a cottimo, in modo che chiunque le dà un incarico non abbia da occuparsi dei mezzi che essa adopera per raggiungere il fine desiderato, e possa perfino ignorarli. Può benissimo darsi che sia commesso anche un assassinio nell’interesse di uno che si appoggi sulla mafia, non solo senza che questi lo sappia, ma anche quando sia uomo da riprovarlo ed impedirlo se lo sapesse. Non è che le cose avvengano sempre in questo modo. Più di un membro della classe dominante è direttamente responsabile di aver dato mandato per omicidii o per intimidazioni. Ma molti, e forse la maggior parte non hanno e probabilmente non avranno mai intenzione diretta di far commettere un assassinio; si contentano di conoscere in genere che se ne commettono, e si rassegnano a malincuore alla dura necessità che sia da altri usato siffatto mezzo per raggiungere direttamente o indirettamente i propri fini, od anche, nel risolversi ad approfittare di quella forza che trovano bell’e preparata per servirli, non si rendono ben conto dei mezzi che questa adopera, e non prevedono che saranno forse usati in loro servigio.

Ma se tutti coloro i quali proteggono la mafia non sono complici diretti dei suoi misfatti, tutti, senza eccezione, contribuiscono a porla in grado di commetterli, adoperando tutti i mezzi di cui dispongono per mantenerla in vita prospera e rigogliosa, per proteggere i malfattori e sottrarli alla giustizia. Il dar loro ricovero, il nasconderli dalle ricerche dell’autorità, il dar loro vitto, vesti, armi, sono, fra i mezzi usati, i meno efficaci, e per così dire i più negativi; molto più che questi fatti, considerati isolatamente, caso per caso, si possono in gran parte giustificare col timore di una vendetta. Ma l’alleato della mafia, protegge i malfattori, aiutandoli a fuggire se arrestati, intrigando presso la magistratura o l’autorità coi potenti mezzi di cui dispone per impedire le condanne, sollevando al bisogno la cosiddetta opinione pubblica, per mezzo dei giornali di cui dispone, contro i funzionari che li fanno arrestare, e contro il Governo che sostiene quei funzionari([104]). Certamente i rappresentanti del Governo non di rado prestano il fianco a siffatti attacchi, col non attenersi alle prescrizioni delle leggi; ma è cosa strana che quelle medesime persone le quali accolgono col silenzio, talvolta anco con l’approvazione, certe mostruose illegalità di funzionari governativi, che si distinguono difficilmente da delitti veri e propri, sollevano poi mari e monti quando qualche autorità, pure cogliendo nel segno, abbia commesso qualche violazione delle forme legali non giustificabile, ma spiegabile colla straordinaria difficoltà delle circostanze.

 

 

§ 58. — Come il predominio della violenza rechi danno alla maggioranza, e nonostante non possa da questa venire distrutto.

Certamente, dove domina la violenza, la sola minoranza ne trae maggiori vantaggi che danni; e così nella città e nell’agro palermitano, la gran massa della popolazione è sacrificata alla parte di essa che esercita il delitto; e nella classe dominante stessa, all’infuori del numero limitato di persone che si sono acquistate sul rimanente una preponderanza costante ed assoluta, e sono in relazioni continuate e regolari col principale istrumento di questa, la mafia, tutti gli altri sarebbero in una società di tipo moderno in condizioni materiali e morali molto migliori delle attuali, per quanto adesso possano dalla violenza trarre occasionalmente vantaggi. Eppure, non è prevedibile per parte di nessuna classe della Società una reazione efficace contro l’attuale forma delle relazioni sociali.

Difatti, nel volgo, il senso giuridico e il sentimento dell’onore, quali esistono, si impongono brutalmente. Le persone di quella classe, non sono in grado di imaginare uno stato sociale differente da quello in cui vivono; se capita loro addosso una prepotenza o una coltellata, ne incolperanno magari il loro santo protettore o sè stessi, per essere stati poco svelti o poco vigilanti, oppure si rassegneranno alla forza ineluttabile delle cose. Le persone più colte sono incapaci, anche quando lo desiderino, di reagire contro le forze sociali che li contornano, e di modificarle. Perchè l’organizzazione della società in mezzo alla quale vivono, s’impone a loro. Non solo riesce loro quasi impossibile, di resistere coi mezzi legali alla violenza, ma nemmeno possono sfuggire alla necessità di usarla essi stessi, almeno indirettamente. Se devono provvedere ad un loro interesse di qualche importanza, comprare o vendere terra, derrate, o altro, è ben difficile che non trovino una camorra che si sia impadronita della partita, e in mano alla quale debbano affidarsi. Ora, tutte le camorre per ultima ratio, hanno l’assassinio a protezione del loro monopolio. Se taluno esercita una industria di cui si è impadronita una camorra, il rifiuto di entrare a farne parte e di partecipare in conseguenza, almeno indirettamente, alle sue violenze, è punito colla morte([105]). Così può accadere che una persona che sarebbe disposta a grandissimi sagrifizi per far cessare il dominio della violenza, sia costretta a sostenerlo, a dargli forza e ad associarvisi. A chi entri nella gara delle ambizioni politiche o locali, rimane assolutamente impossibile sottrarsi ai contatti con persone che debbono la loro influenza al delitto. L’uomo che abbia il più grande orrore per la violenza e per il sangue, si trova presto o tardi inevitabilmente costretto a valersi di quell’influenza e di quella autorità che dà la fama di essere in buona relazione con gente potente per il timore che ispira. E dato pure che uno abbia tanta abnegazione da tenersi fuori da qualunque affare o da soffrire i soprusi in quelli indispensabili, da rinunziare a qualunque ambizione di qualsiasi genere, può giungere il momento che, aggredito e minacciato, si veda costretto a ricorrere all’opera dei violenti per proteggere la propria vita. A ricorrere alla legge non può pensare, poichè le probabilità di ricevere una schioppettata per chi faccia una denunzia sono troppo numerose perchè egli vi si esponga facilmente.

Così le circostanze esteriori s’impongono a chiunque, qualunque sia l’indole dell’animo suo. Si è perfino dato il caso di uomini che sul Continente erano ottimi carabinieri, mentre facevano parte di associazioni mafiose palermitane, e arrestavano i ladri e gli assassini, mentre ricevevano ogni giorno la loro quota dei guadagni della associazione, frutto se non di assassinii, almeno del timore di quelli. Non mancano i Palermitani, cui le condizioni di Palermo fanno orrore, e che, pur costretti ad abitarci, sono esposti a dovere, da un momento all’altro, far uso in un modo o in un altro, di quella violenza che vorrebbero sopprimere.

Nè servirebbe l’associarsi contro di essa, chè la Società è troppo perfettamente organizzata nella sua forma attuale, e la violenza si è impadronita troppo bene delle menti e degl’interessi di tutti perchè sia possibile a forze private di trovarne il punto debole per romperla e sgominarla. Un’associazione a questo scopo non avrebbe nemmeno il tempo di formarsi completamente, che già qualcuna delle persone interessate al mantenimento dell’attuale stato di cose, informata con uno degli infiniti mezzi di sorveglianza di cui dispongono, sarebbe in grado con due o tre uccisioni abilmente distribuite di incutere un salutare terrore agli aspiranti riformatori. Non parliamo poi delle calunnie, delle distruzioni di sostanze, dei libelli pubblicati nei giornali. Affinchè riescisse una tale associazione, bisognerebbe che fosse numerosa e composta tutta di persone decise a sacrificare per il loro fine le sostanze, la riputazione, la vita loro e delle famiglie. E questo è impossibile in qualunque paese del globo. Vi sono però casi di resistenza isolati; delle proteste eroiche e continuate, di cui l’ardire stesso ha salvato gli autori, tanto è certo che il loro esempio non è pericoloso, perchè nessuno lo imiterà, e difatti, fino adesso è stato ammirato, ma non seguìto.

 

 

§ 59. — Come la classe dominante sia fatalmente portata a proteggere i malfattori.

Per ciò che riguarda più specialmente la classe dominante, a queste difficoltà materiali si aggiungono le morali, più irrimediabili ancora perchè esistenti nell’animo stesso di coloro, che dovrebbero operare la reazione. Figuriamoci un uomo a cui il nome e la ricchezza permettono di aspirare ad un’alta posizione fra i suoi concittadini. Egli è giovane, ha ingegno, è ambizioso. Gli si presenta un’occasione di acquistare autorità e riputazione: saranno elezioni politiche od amministrative od altro. Un individuo che ha fama d’influente sulla popolazione viene ad offrirgli i suoi servigi; egli sa che altri si appoggiano sopra costui o su di altri simili a lui; sa che l’opinione pubblica non riprova il farlo. Ha ben sentito dire che quest’uomo ha commesso qualche omicidio, ma l’uccidere un uomo non è disonorante, talvolta anzi può esser prova di coraggio e di sentimento d’onore. Quegli omicidii stessi hanno procurato stima e riputazione al loro autore. D’altronde, egli è certo che per conto suo omicidii non ne saranno mai commessi; perchè non userebbe un istrumento simile a quelli che tutti usano? Egli ha ben sentito deplorare le condizioni di pubblica sicurezza di Palermo, le deplora egli stesso, forse ne ha avuto a soffrire nei suoi interessi, ma non percepisce ben distintamente il nesso di queste condizioni coll’atto ch’egli è per fare, ed in ciò, partecipa del resto allo stato di mente di buona parte dei suoi concittadini. Accetta il concorso offerto. Da quel momento in poi, è entrato nella gara delle rivalità e delle ambizioni: nè lui, nè altri può dire dove si fermerà nella scelta dei mezzi; l’abitudine, la passione potrà portarlo anche ad usare gli estremi. La riescita dipenderà dalla sua abilità, dalla sua energia, dalle circostanze; sarà forse di quelli, cui il predominio della violenza, tutti i conti fatti, riesce vantaggioso, ma il caso contrario è più probabile. Ad ogni modo egli è ben difficile che una volta agguantato dal vortice, voglia escirne, o, anche volendo, vi riesca. Perchè la mafia, come qualunque altra classe facinorosa, ha indole e modi di procedere tali, che difficilmente chi abbia avuto relazione con lei, può mai romperli del tutto. Rimane sempre l’addentellato di cui essa ha interesse e occasione di valersi, se non altro ad ogni nuovo arresto d’uno dei suoi membri. Ciò che abbiamo adesso descritto accade in gradi e sotto forme diverse a chiunque della classe dominante voglia approfittare della propria posizione. Parte lo fanno senza conoscere le ultime conseguenze cui vanno incontro, parte, sapendole benissimo. Taluni lo fanno per interesse personale, per esser posti a capo di qualche amministrazione, che fornisca loro guadagni leciti od illeciti; altri invece cercano autorità ed influenza per sincero amore del bene pubblico. Quasi tutti non capiscono che l’usare quei mezzi che si presentano a loro è la cagione prima dei mali che essi stessi deplorano e di cui talvolta sono i primi a soffrire. Se alcuno, superiore per ingegno, profondo conoscitore di altri paesi, lo intende, ed ha ripugnanza a contribuire ad un tale stato di cose, rimane fuori del tutto dagli affari pubblici, ed il più possibile dagli affari privati, spesso va a stabilirsi sul Continente, oppure vi passa buona parte dell’anno; oppure, se per necessità o per attività di mente non riesce a tenersi fuori dagli affari locali, si rassegna ad usar dei mezzi che gli sono imposti con una rabbia mal contenuta, che prorompe alla prima occasione in lamenti amari e spesso molto coraggiosi. Abbiamo avuto occasione di udirli più di una volta. Altri rimangono fuori dagli affari per una specie di ripugnanza istintiva per i mezzi che vedono adoperare: sono stati sul Continente, o nell’esercito, e sentono la differenza degli ambienti senza spiegarsela. Così tutti gli elementi di resistenza o si allontanano o se ne stanno neghittosi.

Ma il sentimento comune a quasi tutti della classe dominante, il quale è, se non l’appoggio, almeno la salvaguardia la più efficace per la classe facinorosa di fronte all’autorità pubblica, è quella passione di cui abbiamo così spesso parlato, di esercitare l’autorità privata, e di provare la sua potenza; passione tradizionale nell’aristocrazia specialmente; e questo fa sì che un signore richiesto della sua alta protezione non la rifiuta mai anche al più feroce assassino. Più il malfattore sarà pericoloso e conosciuto, più sarà grande il rischio che corre di essere arrestato o condannato, maggiore sarà la smania nel signore di affermare la sua potenza, proteggendolo o salvandolo anche quando non vi abbia nessun interesse materiale. Naturalmente, il malfattore così salvato diventa l’uomo del suo protettore nel senso feudale della parola; ha in certo modo ricevuto da lui in feudo la vita, e, d’allora in poi, è pronto ai suoi servizi. E colle tradizioni di violenza ancora in vigore, col piccolo valore dato alla vita dell’uomo, quel signore avrebbe una forza d’animo più che umana, se, ricevendo danno od offesa, non adoperasse per la sua vendetta l’istrumento che ha sotto la mano.

Questo spirito di alta protezione e reciprocamente di clientela che è uno dei più significativi fra i caratteri medioevali e feudali rimasti nella società siciliana, è più speciale alla città di Palermo, perchè è stato ognora ed è pure adesso il centro principale dell’aristocrazia siciliana, ed il luogo dove la sede principale del Governo ha richiamato le gare e le rivalità fra i suoi membri. Quest’ultimo fatto ci sembra pure una delle ragioni per cui le tradizioni di prepotenza e di violenza reciproca siano rimaste più vivaci nei membri della classe dominante residente in Palermo, che in quelli i quali abitavano altrove, specialmente nelle grandi città della costa orientale dell’Isola.

Ad ogni modo, e qualunque ne siano le cagioni, questi sentimenti di prepotenza e questa facilità alla violenza nella classe che è fondamento di tutte le relazioni sociali in Sicilia, fa sì che non solo essa non possa usar la forza che sola avrebbe, di distruggere l’autorità materiale e morale della classe facinorosa, e d’impedire in generale l’uso della violenza, ma ancora ch’essa sia cagione diretta per cui la pubblica sicurezza persista nelle sue condizioni attuali. La forza che deve dar la prima spinta al mutamento di queste condizioni deve dunque essere assolutamente estranea alla società siciliana, e venire di fuori: deve essere il Governo.

Ma il Governo appoggiandosi, come lo abbiamo già detto, e come avremo luogo di dimostrarlo, principalmente su quella classe dominante stessa, si trova in una posizione singolare. Da un lato il suo fine più immediato ed importante è di sopprimere la violenza; dall’altro, per i principii stessi che lo informano, si regge sulla classe dominante, e l’adopera come consigliera e in parte come istrumento nella legislazione e nella pratica di governo. Di modo che ha in mano dei mezzi che sono in contraddizione col suo fine, e conviene che rinunzi o al suo fine, o all’aiuto, e all’appoggio della classe dominante locale. Non avendo fino adesso rinunziato a questo, ha, per necessità, sacrificato quello. Quando ragioneremo delle relazioni del Governo cogli elementi locali e colla sedicente opinione pubblica siciliana, avremo occasione di esporre in particolare, le vie per mezzo delle quali l’influenza di questi elementi agisca sul modo di procedere del Governo. Ma fino da ora possiamo dire che questa influenza e la sua incompatibilità col fine immediato e principale del Governo in Palermo, col ristabilimento cioè della pubblica sicurezza, è fra le prime ragioni della fiaccona e della noncuranza di questo nella ricerca e l’applicazione dei provvedimenti contro il delitto.

Dunque, nelle presenti condizioni di fatto e coll’attuale sistema di governo che si appoggia sulla classe dominante, la cagione prima e il fondamento, non della esistenza, ma della persistenza delle condizioni di pubblica sicurezza in Palermo e dintorni, è la parte diretta ed indiretta che ha in queste condizioni la classe dominante. Oppure, se vogliamo considerare il fatto sotto un altro aspetto: nelle presenti condizioni di fatto e colla partecipazione della classe dominante alle condizioni di pubblica sicurezza in Palermo e dintorni, la cagione prima e fondamentale della persistenza di queste condizioni è il fatto che il Governo si appoggia, per reggere il paese, su questa classe dominante.

Del resto, ciò non è speciale a Palermo e dintorni, ma comune a tutta quella parte di Sicilia in cui lo stato della pubblica sicurezza, considerato al punto di vista di una società moderna, è anormale.

 

 

 

 

III.

I MALFATTORI IN PROVINCIA

 

 

§ 60. — Condizioni speciali dell’industria dei malfattori in provincia.

Il fenomeno dei predominio della violenza è nei suoi elementi essenziali, simile a Palermo e in provincia. Esso vi è ugualmente reso possibile dalle condizioni sociali già descritte. Per le ragioni storiche già esposte, l’esercizio della violenza vi è venuto in mano ad una classe indipendente di facinorosi che ha forza, mezzi di azione, ordinamento, industria ed interessi suoi propri. Questa ha acquistato il predominio coll’affermare la sua potenza con mezzi e per fini suoi propri. Ed una volta acquistata la preponderanza, reagisce a sua volta sui costumi e le condizioni sociali. L’esistenza di questo organismo indipendente e completo di per sè stesso, è assicurata contro la forza dell’autorità governativa per mezzo della protezione o della neutralità benevola della classe dominante, il cui ordinamento si appoggia su di esso. Ma la differenza fra Palermo e la provincia sta in questo: che il campo nel quale si esercita la industria indipendente dei facinorosi è nell’uno e nell’altra diverso; che in conseguenza questa classe assume in provincia caratteri diversi da quelli che ha in Palermo, e perciò la sua influenza sui costumi delle popolazioni ha effetti un poco differenti. Ed assumono pure forma diversa le relazioni che ha con essa la classe dominante.

La descrizione che adesso faremo dei fenomeni che presenta la mafia di provincia, il brigantaggio e il malandrinaggio, sarà dunque resa più facile dall’analisi già fatta, giacchè avremo solamente da esporre le cause locali che imprimono, in provincia, alla industria indipendente dei malfattori la sua forma speciale, e il modo in cui questa forma speciale reagisce sui costumi; finalmente le relazioni con questa industria della classe dominante, in quanto differiscono da quelle già trovate in Palermo.

L’impossibilità già da noi accennata([106]), di stabilire una distinzione netta fra le varie forme dell’industria dei facinorosi, ci costringe, nel descrivere le sue condizioni in provincia, a scegliere per principiare fra tutte le forme che essa industria ivi assume, la più dissimile da quelle che abbiamo viste esistere in Palermo, per poi seguire la gradazione insensibile delle modificazioni che subisce a seconda della infinita varietà delle circostanze in mezzo alle quali si esercita, fino al punto in cui si manifesta con atti identici a quelli della mafia palermitana. Principieremo dunque col brigantaggio e il malandrinaggio.

Lasceremo da parte le origini storiche di questo fenomeno. Esse hanno oramai per noi un interesse secondario dopo la descrizione già da noi fatta nel capitolo secondo, delle cagioni storiche della presente condizione sociale dell’Isola in generale. E ci partiremo dal fatto che nel 1860 esisteva, come in Palermo, così in una parte delle provincie di Sicilia, una classe di persone dedita all’industria del delitto, la quale ebbe dai fatti della rivoluzione occasione di accrescersi. Esporremo più tardi le ragioni per cui questa classe di facinorosi non esista in talune parti della Sicilia, quantunque le condizioni sociali e morali siano simili in tutta l’Isola. Per adesso non abbiamo carico di dimostrare altro, se non che questa classe di persone ha potuto dopo il 1860, come prima e meglio di prima, continuare l’esercizio della sua industria.

L’industria del malfattore in provincia si esercita principalmente per mezzo del brigantaggio e del malandrinaggio, sotto forma di grassazione, lettera di scrocco, abigeato (ossia furto di bestiame) e ricatto. Questi sono, per la natura stessa delle cose, i principali generi di speculazione, perchè da questi soli il malfattore può trarre guadagni costanti e fino a un certo punto sicuri. E ciò a cagione delle condizioni della industria e del commercio nell’interno della Sicilia. Ivi infatti gli interessi sono quasi esclusivamente agricoli. La classe della quale il malfattore è sempre certo di poter trarre guadagni è quella dei proprietari e capitalisti agricoltori. Il fondo sul quale è assicurato di poter sempre prelevare il suo profitto, è la ricchezza agricola sotto tutte le sue forme, i raccolti, gli alberi e i caseggiati rurali, dove ve ne sono, e il bestiame. Le persone sulle quali il malfattore esercita le sue speculazioni devono inevitabilmente stare in campagna o sempre, o spesso, o di quando in quando; giacchè il proprietario o il fittaiuolo deve pur sorvegliare le colture, devono pure i suoi impiegati risiedere sui fondi a loro affidati. La campagna è dunque sede principale della industria dei malfattori provinciali.

Non mancano del tutto, è vero, a questi anche altre materie sulle quali esercitare il loro mestiere, giacchè gl’interessi agricoli per essere principalissimi nell’interno dell’Isola pure non sono i soli; ma gli altri sono troppo poco numerosi e poco considerevoli per dare occasioni a guadagni continuati, e ne parleremo dopo. Oltre alle cagioni adesso descritte, favoriscono l’industria dei malfattori in campagna anche le condizioni topografiche. Il piccolo numero delle case rurali, il terreno nudo d’alberi, leggermente ondulato, permettono al malfattore di sorvegliare uno spazio estesissimo e di riconoscere da lontano così la forza pubblica dall’uniforme, come le persone ch’egli intende assalire, mentre non l’impediscono di nascondersi al bisogno dietro una piega di terreno. D’altra parte, non avendo egli stesso nulla che lo distingua dal pacifico cittadino in un paese dove niuna persona agiata gira la campagna senza schioppo, il vedere da lontano gli giova, l’esser visto non gli nuoce.

In mezzo a queste circostanze di fatto, che del resto non hanno nulla di esclusivamente siciliano, ed anche nella stessa Isola si presentano pure in altre parti, dove la sicurezza pubblica è perfetta, operano i loro effetti quelle condizioni che in una parte della Sicilia favoriscono l’industria dei malfattori. Ci rimane da descrivere sotto quali forme si manifestino, in siffatte circostanze, gli effetti di queste condizioni. E fra queste forme analizzeremo per la prima quella del brigantaggio come la più completa e la più perfetta. Il malandrinaggio verrà dopo.

 

 

§ 61. — I Briganti.

Il brigantaggio si distingue dalle altre forme dell’industria del malfattore in questo, che una banda di briganti ha un’organizzazione fissa, colla sua gerarchia di gradi espressamente definita, colla sua disciplina. Si compone di persone dedite alla professione del delitto violento in campagna ad esclusione di qualunque professione regolare anche apparente, insomma, tengono la campagna, per così dire ufficialmente. Ciò non toglie che ad una comitiva brigantesca non si aggiungano occasionalmente membri temporanei. Ma il nucleo della banda nelle circostanze ordinarie, si compone sempre delle medesime persone.

Il numero dei componenti una banda brigantesca, la necessità in cui sono di girar la campagna per lo più uniti, crea per loro dei bisogni, delle difficoltà e dei pericoli maggiori che quelli dei malandrini, i quali stanno isolati o si uniscono fra di loro o coi briganti solo occasionalmente. E non basta a togliere siffatti inconvenienti il sistema che hanno le bande di disperdersi momentaneamente il più spesso possibile. Ma d’altra parte, la salda organizzazione di ciascuna comitiva, le dà una potenza materiale e in conseguenza un’autorità morale, che fa molto più che compensare i sopraddetti inconvenienti, come apparirà da ciò che stiamo per dire del modo in cui esercitano la loro industria e delle loro relazioni colla popolazione.

Quando uno abbia stabilito la sua reputazione di uomo temibile con qualche delitto in cui abbia dato prova di coraggio o crudeltà; quando abbia acquistato sopra alcuni malfattori abbastanza autorità perchè si sottopongano alla sua direzione, e disponga di qualche intelligenza nella popolazione, ha tutti gli elementi della terribile potenza del capo-brigante: sta nelle sue qualità personali l’acquistarla, e acquistatala, il mantenerla. L’aver sotto di sè dei compagni, gli dà modo di essere informato di ciò che si fa e si dice, di far conoscere le sue intenzioni e di fare eseguire i suoi ordini e le sue vendette in più luoghi nel medesimo tempo, come pure di unire insieme i suoi uomini senza ritardi per le imprese difficili e pericolose. Se egli è capace di mantenere colla sua autorità personale la disciplina nella sua banda, se la sua mente e il suo carattere sono all’altezza della sua posizione, i potenti mezzi di cui dispone, lo pongono in grado di acquistare in breve tempo quella riputazione di onnipotenza e di invincibilità colle quali la sua autorità morale si stabilisce al punto di non aver rivali di nessun genere negli animi della popolazione. Dell’autorità e della forza pubblica non ha bisogno di preoccuparsi, perchè quando fra quelle e sè ha messo la popolazione, il pericolo che vien da loro è tanto remoto che quasi non esiste.

Il suo principale scopo deve essere di apparire sempre il più forte. E per questo, deve usare un finissimo tatto nella scelta degli alleati, dei neutri, dei nemici; trovar modo di essere sempre e prontamente informato di ogni atto, di ogni parola ostile e trarne vendetta pronta, crudelissima; colpire dieci innocenti pur di non lasciar sfuggire un colpevole. Deve, nel misurare e nel distribuire le offese disinteressare il più possibile chiunque si senta tanto potente o sia tanto ardito da non temere di vendicarsi. Deve per quanto sia possibile appoggiarsi sulla classe infima. Questa parte della politica brigantesca, è tanto importante per la prosperità dell’industria, che è diventata tradizionale, e fra i briganti e nella popolazione. La leggenda del brigante benefico passa di generazione in generazione, e non v’ha capo banda di vaglia che non colga qualche occasione di dotare una ragazza povera, o di pagare il debito a un contadino, o di rimproverare pubblicamente un suo sottoposto per aver svaligiato un povero mulattiere, e condannarlo alla restituzione. Ciò non l’impedirà di mangiarsi al bisogno egli e i compagni le capre o il maiale, unica fortuna di un pover’uomo, senza pagarli. Fu denunziato alla truppa il nascondiglio di una banda di briganti per vendetta di un fatto simile; ma il capo-brigante evita per quanto è possibile di farlo, e la cosa gli riesce facile, giacchè per poco egli abbia riputazione, le masserie dei grandi proprietari gli sono sempre aperte. Ad ogni modo, il brigante ha bisogno che si possa raccontar di lui qualche atto generoso, per dare al sentimento che ispira alla popolazione quel colorito superficiale consacrato dalla tradizione.

A misura che egli stabilisce la sua riputazione di onniscienza e di onnipotenza, quel sentimento che viene prodotto in Sicilia da ogni uomo che sappia farsi rispettare colla forza, ma che ha il suo tipo più perfetto in quello ispirato dal brigante, cresce e si conferma senza contrasto possibile. Imperocchè egli può sorvegliare ogni atto, ogni parola, quasi ogni pensiero di ciascuno; la rapidità e l’efficacia delle sue vendette non lascia il tempo di dare il benchè minimo principio ad un accordo per reagire. Per tal modo il pensiero della resistenza non ha nemmeno il tempo di nascere e non si affaccia nemmeno alle menti. Rimane negli animi l’impressione che la forza del brigante è ineluttabile al pari di quelle della natura. Ed è pur troppo un fenomeno costante della mente umana che, per essa, la forza ineluttabile per quanto dannosa e iniqua secondo le idee generalmente ricevute sulle relazioni fra gli uomini, è legittima ed in conseguenza è riconosciuta e rispettata spontaneamente. Tale è il fondamento del sentimento che il brigante ispira, e di cui cercammo di descrivere gli effetti nel capitolo primo. Sono accessorii gli altri elementi come le generosità intermittenti di cui parlavamo or ora, gli atti cavallereschi, intermittenti però anch’essi, come la fedeltà alla parola data, il rispetto a chi faccia prova di arditezza ec., ec.

Nè bisogna credere che malgrado i numerosi atti che contraddicono a queste azioni generose, i briganti le facciano sempre per calcolo. Spesso vi sono spinti senza ragionare da una specie d’istinto di conservazione. Inoltre, quel sentimento generale di cui abbiamo testè ragionato, che ha la sua origine nel rispetto della forza, ed assume la forma di simpatia per il tipo brigantesco leggendario, s’impone, per una specie di contagione morale comunissima, ai briganti stessi. Sono uomini fatti come gli altri e, come quello scultore che si prosternava davanti alla statua di Giove appena datogli l’ultimo colpo di scalpello, essi credono in sè stessi come crede in loro il rimanente della popolazione di ogni classe.

Per un fenomeno analogo, quel colorito di simpatia che assume il sentimento del contadino pel brigante, e che nel contadino è giustificato dalla vista della propria miseria e della ricchezza del padrone e, fino ad un certo punto, dalle intermittenti generosità brigantesche, quel colorito, dico, si comunica anche al sentimento che prova il signore, per quanto in questo non abbia niuna ragione di essere. Il fondamento però è sempre l’impressione della forza ineluttabile del brigante, la quale s’impone a tutte le menti senza distinzione. Già parlammo nel primo capitolo del modo in cui in Sicilia, si sente generalmente parlare dei briganti. Del resto, quelli fra i nostri lettori che abbiano avuto occasione di parlare sul Continente con Siciliani della classe colta, saranno stati probabilmente colpiti del tuono di simpatica indulgenza, e talvolta di ammirazione, colla quale molti fra loro ne discorrono. Alcuni ne parlano in tal modo per interesse personale, perchè traggono guadagni diretti dal brigantaggio, ed hanno interesse che la opinion pubblica non si sollevi al punto di spingere il Governo a misure energiche. Molti lo fanno anche per amor proprio e patriottismo locale. Ma quasi tutti, abbiano essi o no altri moventi, lo fanno sinceramente, perchè dominati da quel sentimento di cui stiamo parlando. Quel proprietario che, richiesto per lettera dai briganti, di formaggi e di denari glie ne portava egli stesso il doppio del domandato, era sinceramente persuaso di fare un’azione bella e generosa, ed avrebbe creduto disonorarsi denunciandoli. E quei briganti agivano probabilmente, non per calcolo, ma per sentimento spontaneo quando, colpiti dall’arditezza e dalla generosità dell’atto, rifiutavano ogni cosa, anche ciò che avevano chiesto ed accettavano solamente alcuni formaggi, per mostrare che gradivano la cortesia. Nè si può dire che quel sentimento che i briganti ispirano spesso anche a coloro che li odiano, sia la simpatia ispirata da caratteri generosi perfino nei nemici. Non è mai stato considerato come atto generoso, od eroico, che noi sappiamo, il vendicarsi di un supposto denunciatore, uccidendo non solo lui, ma la madre e la sorella, e promettendo di uccidere anche i bambini alla prima occasione. Eppure questo fece nel 1876 a San Mauro il Rinaldi che, dopo la morte del brigante Valvo, era considerato in Sicilia come il rappresentante il più perfetto del tipo brigantesco. Il fondamento del sentimento ispirato dai briganti qualunque forma esso assuma, è, non potremmo ripeterlo troppo, il rispetto della forza, nel quale entra naturalmente come elemento principalissimo il timore. Tant’è vero che, quando sia stata dalla pubblica forza sgominata una banda, uccisi o presi i capi e i membri principali più temuti personalmente, i semplici gregari sbandati si vedono spesso rifiutare asilo e vitto perfino dai contadini.

Spiegata in tal modo, l’inaudita potenza dei briganti non ha più nulla che sorprenda; ed è naturale che un capo banda, nel territorio dove predomina, sia la sola autorità riconosciuta, faccia le parti e adempia gli uffici di un Governo regolarmente costituito. Invero, se da un lato riscuote una parte dei prodotti sotto forma di tasse più o meno regolari, dall’altro riserva questo diritto a sè solo, punisce qualunque attentato di un malandrino minore, non autorizzato da lui, con un’energia ed un’efficacia che non sarebbe mai raggiunta da un Governo costituito; e così, mantiene sotto la sua autorità un ordine pubblico relativo, più saldo di ogni altro, perchè fondato sulla forza effettiva.

Le sue relazioni colle persone dalle quali esige tasse, sono regolari e pacifiche quanto e più di quelle di un esattore delle imposte. Quando vuole oggetti o denari, li manda a chiedere all’uno od all’altro proprietario, spesso colle forme le più cortesi, ed il proprietario con forme non meno cortesi ottempera al suo desiderio. Egli per lo più non deve ricorrere per ottenere ciò che gli fa bisogno, nemmeno ad una mezza minaccia. Il brigantaggio si risolve dunque per i proprietari, nelle circostanze ordinarie, ad una tassa, piuttosto grave, ma fino a un certo punto regolare. I furti ingenti di bestiame, i ricatti clamorosi, sono, relativamente alle condizioni della pubblica sicurezza, piuttosto rari, quantunque possa sembrare a persone di altri paesi che si seguano con una rapidità spaventevole. Essi avvengono solamente quando i briganti siano in un bisogno straordinario, o abbiano a vendicarsi di qualche torto più o meno grave contro un proprietario, o quando si presenti un’occasione molto favorevole. Veramente, occasione favorevole è talvolta semplicemente la gran ricchezza del proprietario da ricattare. Per operare siffatti sequestri, si sono viste perfino delle alleanze temporanee fra le principali comitive brigantesche di Sicilia.

 

 

§ 62. — I malandrini.

I malandrini si possono dividere in tre categorie: quelli già ricercati dalla giustizia, e latitanti; quelli solamente sospetti e sorvegliati dalla polizia, finalmente quelli occulti, che menano vita regolare, e non sono nemmanco sospettati dall’autorità. A qualunque di queste tre specie appartengano, l’esercizio dell’industria, è per loro sotto certi rispetti più arduo, sotto certi altri più facile che per i briganti veri e propri. Difatti, per il latitante isolato, il nascondersi, lo sfuggire alle ricerche, il trovar ricovero e mezzi di sussistenza è molto più facile che per una comitiva di persone. Perciò è meno pericoloso per lui che per i briganti l’aver qualche nemico nella popolazione infima. Difatti, si ode di mulattieri e di povera gente svaligiata da malandrini molto più spesso che da briganti. Per il malandrino che, sorvegliato o no dalla polizia, mena vita apparentemente regolare in paese, non esiste la quistione di trovar ricovero sicuro e vitto nelle circostanze ordinarie. Ma d’altra parte il malandrino isolato non gode dei vantaggi che si assicurano vicendevolmente colla loro unità di azione il capo brigante e i suoi uomini; non ha l’autorità di questo sulla popolazione, nè i suoi mezzi per agire con prontezza ed energia. Ma questi danni sono compensati da vantaggi: se i mezzi d’informazione del capo brigante sono più estesi, quelli del malandrino sono più minuti. Salvo casi eccezionali, come quello del Rinaldi, un capo brigante non ha relazioni continuate colla popolazione di un centro abitato, come le hanno generalmente i malandrini isolati, che sono in grado di essere per tal modo informati più minutamente e più prontamente di ogni minimo accidente che li possa interessare. Ma ciò che contribuisce soprattutto alla potenza dei malandrini, è la loro stretta unione.

Non staremo qui a ripetere il già detto sulla forma che le relazioni fra malfattori assumono spontaneamente in Sicilia. Osserveremo solamente che quelle fra i malandrini di provincia differiscono da quelle fra i malfattori di Palermo in questo, che mentre le speculazioni principali di quelli di Palermo, sono d’indole tale da generare spesso opposizioni d’interesse fra di essi, la grassazione, il ricatto e le altre speculazioni principali dei malandrini di provincia essendo invece scopo a sè stesse e mirando al vantaggio esclusivo dei malfattori come tali, non possono implicare opposizione d’interesse fra loro, e perciò rendono quasi sempre possibile la loro stretta unione non solo nel difendersi dall’autorità, ma anche nel compiere le singole operazioni. Le relazioni fra i malandrini di provincia di fronte a quelle fra i malfattori palermitani segnano dunque un passo nell’insensibile gradazione di sfumature che finisce per giungere all’associazione di malfattori nel senso dell’articolo 427 del Codice penale, e talvolta, portandolo le circostanze, ne assumono i caratteri veri e propri. Ad ogni modo, lasciando ora da parte i casi frequentissimi di unione fra più malandrini per una o più imprese particolari, l’unione fra quelli di ciascun vicinato fa sì che siano strettamente legati fra loro quando si tratti degli interessi della professione non solo contro i poteri costituiti, ma anche di fronte al pubblico in generale, e che tutti assumano le vendette di ognuno nell’interesse del mantenimento dell’autorità della intera classe sulle popolazioni. E le occasioni di eseguire tali vendette non mancano mai anche senza essere cercate, in un paese dove quasi ogni persona agiata deve di quando in quando girar la campagna per i suoi interessi. Non sapremmo citare in tal proposito fatto più caratteristico di quello già raccontato, di quei proprietari obbligati a fare ammenda onorevole presso la mafia di un paese per aver liberato colla forza un loro fratello sequestrato dai malandrini. La persona presa di mira dal malandrinaggio potrà scamparla una ed anche più volte con una difesa coraggiosa. Ma messasi una volta in guerra con lui è necessariamente vinta, a meno che mangi, beva, dorma, giri in campagna e in città in mezzo ad uno stretto cerchio di guardie armate e sicure, e badi a non passar pei luoghi dove si possa tirargli una schioppettata e poi avere il tempo di fuggire. Ciò spiega in parte, come un uomo solo con uno schioppo in una strada, faccia così spesso, metter faccia a terra anche a sette od otto persone; se pure questo fatto ha bisogno di spiegazione all’infuori di quella del contagio della paura e della demoralizzazione.

 

 

§ 63. — Speculazioni dei briganti e malandrini.

Con siffatti mezzi diversi nei particolari, uguali nelle caratteristiche fondamentali, i briganti e i malandrini assicurano la loro autorità sulle popolazioni, e per mezzo di questa, i loro mezzi di esistenza e le loro difese contro le ricerche della forza pubblica. Questa autorità dà agio ad essi di operare le loro speculazioni. I modi che tengono gli uni e gli altri sono, per la maggior parte di queste, simili. La lettera di scrocco, la grassazione, il sequestro di persona, l’assassinio puro e semplice si eseguiscono coi medesimi mezzi e nei medesimi modi da una banda di briganti, da due o più malandrini uniti momentaneamente in comitiva, e dal malandrino isolato. Tutti preparano il colpo dietro le informazioni avute, e per mezzo delle intelligenze che mantengono in paese, e si valgono talvolta di queste anche per compierli.

Nei generi di speculazione adesso enumerati i briganti e i malandrini sono ugualmente in grado di non usare gli estranei che come complici molto secondari e principalmente per averne informazioni. Non è che spesso estranei non prendano una parte molto più importante ed all’esecuzione ed ai guadagni di siffatte operazioni; avremo luogo di parlarne fra poco. Ma tale loro partecipazione per l’indole stessa dell’operazione non è necessaria. Non così per l’abigeato. Le circostanze nelle quali si opera mettono il brigante in condizioni diverse da quelle del semplice malandrino. Il capo brigante, per il numero delle sue relazioni in varie provincie dell’Isola, può facilmente allontanare il bestiame rubato dal suo luogo d’origine, magari trattare con qualche commerciante in un porto di mare per farlo esportare. La sua autorità personale lo mette in grado d’imporre a qualche gran proprietario che lo riceva in deposito nelle sue tenute in mezzo ai suoi armenti. Potrà anche, se vorrà, trovare chi lo prenda a soccida. I gregari della banda si valgono del prestigio della loro qualità di brigante per rubare animali per conto proprio, e per trattare la restituzione mediante un compenso in denari. Il malandrino invece, quando non sia di quelli più temuti e che partecipano piuttosto della natura del brigante, non ha generalmente relazioni seguite all’infuori di una cerchia di territorio relativamente ristretta. Non può sempre far conto sull’aiuto dei colleghi per un interesse secondario come quello del furto di qualche capo di bestiame. In conseguenza, s’egli non ha occasione di venderlo, appena rubato, in qualche mercato o fiera, o se non si trova in circostanze specialmente favorevoli per farsi pagare la restituzione dal proprietario, egli è costretto a consegnare gli animali rubati a qualche proprietario o mercante di bestiame, che sia in grado di nasconderlo nei suoi fondi o di trasportarlo lontano, o di commerciarlo, o di adoperarlo nella coltura. L’indispensabile necessità del concorso di siffatte persone per la riuscita dell’abigeato commesso da un malandrino ordinario, fa sì che queste sono in grado di esigere una grande, se non la maggior porzione del provento dell’operazione. Difatti la parte principale in un gran numero di furti di bestiame è tenuta da proprietari o da mercanti che spesso non sono solamente soci nell’operazione, ma committenti e accomandanti.

 

 

§ 64. — La mafia nelle province.

Ma se le speculazioni fin qui enumerate sono le principali dei malfattori in provincia, non sono le sole. Non mancano anche in provincia occasioni di guadagno analoghe a quelle che sono gli oggetti principali dell’industria del malfattore in Palermo e dintorni, e per cagione di questa analogia sono generalmente qualificate per atti di mafia. Nel medesimo modo anche ai malfattori in Palermo e nei dintorni non mancano occasioni di commettere atti di malandrinaggio vero e proprio, come grassazioni, lettere di scrocco, talvolta anche ricatti. Solamente a Palermo come in provincia, i generi di speculazione secondari non essendo sufficenti ad assicurare guadagni continuati, non impiegano generalmente un personale a parte, ma sono occupazioni accessorie di quei malfattori, dei quali abbiamo descritto le caratteristiche principali. Essi in conseguenza traggono la loro forza e la loro autorità dall’esercizio delle speculazioni principali, adoperano poi questa loro forza nell’esercizio delle secondarie. Perciò, il malfattore di provincia, che eseguisce operazioni simili a quelle che fanno l’oggetto principale dell’industria dei facinorosi palermitani, avrà nonostante tutti i caratteri del malandrino; mentre viceversa il mafioso di Palermo e dintorni, anche quando compie atti di malandrinaggio, conserva le sue caratteristiche. Le varietà nell’industria dei malfattori in Sicilia, non si devono dunque, a nostro avviso, distinguere a seconda delle varie speculazioni, colle quali siffatta industria si pratica, bensì, a seconda della qualità delle persone che l’esercitano. E questa qualità stessa è determinata dalle varie circostanze locali, in mezzo alle quali queste persone la esercitano: da un lato, quelle di Palermo e dintorni, o di taluni altri centri di popolazione, in quanto le loro condizioni si ravvicinano a quelle di Palermo, e dall’altro, quelle delle province.

Molto più, l’industria del brigantaggio ha a Palermo uno dei suoi principali centri d’informazione e di azione. A Palermo stessa si combinano molte delle operazioni di brigantaggio da commettersi nell’interno. A Palermo viene a finire buona parte del provento di queste. Insomma uno dei centri del manutengolismo vero e proprio, spontaneo e socio nei guadagni dell’industria, è Palermo. La cosa si spiega facilmente dall’esser questa città soggiorno per buona parte dell’anno di molti importanti proprietari delle terre percorse e dominate dai briganti, centro considerevole di affari e di ricchezze, finalmente sede d’importanti amministrazioni civili, giudiziarie e militari, sui procedimenti e intenzioni delle quali i malfattori hanno necessità di essere minutamente informati, e colle quali hanno continuamente bisogno di avere mezzi di contatto e d’influenza. Queste intime relazioni con Palermo non tolgono però all’industria dei malfattori di provincia i suoi caratteri speciali, nel medesimo modo che una società per la costruzione di ferrovie, o l’escavazione di miniere nell’America Centrale può avere la sede principale della sua amministrazione e dei suoi interessi pecuniari a Londra, senza diventare perciò una società bancaria o commerciale.

L’essere generalmente invalso l’erroneo criterio delle varie specie di speculazioni, per distinguere le varie specie dell’industria facinorosa, si spiega facilmente. Fra i diversi modi nei quali si esercita l’industria dei facinorosi in Sicilia, quelli che hanno prima e più d’ogni altro colpito le menti di chi riflette, parla e scrive dentro e fuori dell’Isola, sono da un lato il brigantaggio e il malandrinaggio, dall’altro i fatti che avvengono a Palermo. Di modo che, da una parte fu dato, e a buon diritto, il nome di brigantaggio e malandrinaggio agli atti simili a quelli che sul Continente erano designati con questi nomi. E dall’altra parte, invalsa nell’uso comune (sempre indeterminato e inesatto) la parola mafia (nel suo significato volgare ed improprio) per designare genericamente gli atti di qualunque specie coi quali si esercita l’industria dei facinorosi in Palermo e dintorni, venne naturalmente fatto di applicare il medesimo nome a quelle speculazioni dei facinorosi in provincia, che avevano una somiglianza formale con quelle di Palermo. La similitudine del nome genera naturalmente nelle menti l’idea della similitudine della cosa, e così accade che a prima vista nasca nella mente, se non il pensiero, almeno l’impressione che in provincia le speculazioni analoghe a quelle che costituiscono l’oggetto e il guadagno principale dei malfattori di Palermo, e per la loro natura e per le persone che praticano, siano una cosa distinta dal brigantaggio e dal malandrinaggio, e si confondano con l’industria della mafia palermitana, mentre è vero precisamente il contrario.

Posta la distinzione fra i facinorosi della città e dell’agro palermitano da un lato, e quelli di provincia dall’altro, senza pretendere di trarre fra le due categorie una linea di demarcazione che non esiste, se ricerchiamo una caratteristica costante che le distingua, troviamo la seguente cui già accennammo. In provincia l’unione fra i malfattori di un territorio per i loro fini immediati esiste quasi sempre, a Palermo no. Le rivalità e le lotte che talvolta avvengono fra bande brigantesche, sono fatti accidentali, che non mutano nulla ai caratteri generali, giacchè nella popolazione dei malfattori, il brigante è l’eccezione, e il malandrino la compone quasi esclusivamente. La necessità già dimostrata di questa unione nei fini immediati per i malandrini fa sì che, anche quando si adoperano nelle relazioni fra le persone estranee alla loro classe, i malandrini di un dato territorio, si mantengono quasi sempre uniti. Il che è, del resto, reso loro molto facile come lo esporremo or ora per l’indole delle relazioni sociali nella maggior parte dei paesi di provincia, dove non esiste gran varietà d’interessi di forza uguale, ma predomina l’interesse di uno, di due, o tutt’al più di tre gruppi di persone.

Questa differenza tra Palermo e le province, insignificante a prima vista, genera una diversità importantissima nei costumi dell’una e delle altre. Difatti, a Palermo, come già lo osservammo, il solo interesse comune che leghi insieme i facinorosi in modo costante, è la conservazione della loro classe come tale, in altri termini la sicurezza nell’esercizio della violenza, qualunque sia il fine al quale è diretta, contro le forze intese a sopprimerla in genere. Le regole di condotta prevalse nella classe dei facinorosi e da loro imposte materialmente o moralmente al rimanente della popolazione, sono quelle che per la natura delle cose hanno efficacia per tutelare l’esercizio della violenza, e, come tutte le altre che hanno carattere sociale, fanno astrazione dagli interessi momentanei ed immediati degli individui, anzi, sono spesso in contraddizione con quelli. Laonde il codice dell’omertà, in Palermo, non ammette eccezioni, e ne soffre nel fatto poche. In provincia invece, l’interesse della classe violenta s’identifica e si confonde con quello di determinate persone. In conseguenza l’interesse, la cui forza predomina, ed il quale per ciò si impone materialmente e moralmente a tutta la popolazione, è quello di determinati individui, che hanno fra di loro interessi comuni, oppure sono divisi in due, o tutt’al più, in tre campi avversarii. Chi adopera la violenza per reagire contro coloro che predominano, se riesce ad avanzarli di forza, piglia il loro posto, se rimane più debole, è vinto e distrutto. Chi adopera le sole leggi, rimane inevitabilmente più debole e ugualmente distrutto, e, se vien dai vincitori dichiarato infame, è per un di più. In conseguenza, ognuno, nella lotta, può usare a suo piacere, in aiuto alla violenza anche le leggi, senza rischio di dar di cozzo contro l’ostacolo fisso ed immutabile della consuetudine e dell’opinione pubblica. Perchè non vi sono altri violenti per reclamare e sancire a nome di un interesse di classe l’applicazione del codice dell’omertà, all’infuori dei componenti e aderenti del partito contrario. Il quale, se sarà più forte, potrà anche darsi il lusso di dichiarare i vinti infami, ma, in fin dei conti non farà che una sola vendetta e per le loro violenze, e per le loro insidie legali; e se sarà vinto, non avrà alcuna influenza sull’opinione pubblica. Sicchè il codice dell’omertà non è sicuro di essere rispettato che nei casi, non molto frequenti, di lotte fra malfattori di mestiere. Non abbiamo ormai bisogno di spiegare il perchè.

In conseguenza, nelle province, le regole dell’omertà, non si sono imposte all’opinione pubblica che in quanto giovano ai più forti; valgono a favore di questi, non contro di loro. Lo prova il fatto molto caratteristico già da noi citato, non di una denuncia, ma di una calunnia giudiziaria commessa dal vero colpevole, uomo temuto, a danno di un meschino impiegato del macinato, colla complicità del silenzio di un’intera popolazione. Lo prova anche meglio l’andamento dell’istruzione del processo cui diede luogo quell’omicidio. Finchè l’istruzione rimase in mano del pretore locale, per la fiaccona o per la poca autorità di questo, o per altre cagioni, gli indizi e le prove si accumulavano addosso all’innocente. Appena l’autorità superiore, avvisata, si mise in moto, mandò sul luogo il sotto-prefetto, il procuratore del re fece sentire che anch’essa era forte, sorsero per incanto le testimonianze a carico del vero colpevole. Del resto senza citar casi tanto estremi, accadono ogni giorno fatti, i quali provano che in provincia, il codice dell’omertà non ha fatto presa sull’animo delle popolazioni nel grado medesimo che a Palermo, e che soffre numerose eccezioni. I ladruncoli che non sono stati ancora buoni ad uccidere uno, sono dai proprietarii denunciati all’autorità, mentre o un brigante, o un malandrino temuto, può, meno rare eccezioni, uccidere chi gli pare senza pericolo di denunzia, neppure per parte dei prossimi parenti della vittima. L’unica volta, crediamo in cui contro il famoso brigante Angiolo Pugliese sia stato, innanzi al suo arresto, presentato lamento all’autorità, fu prima che egli si fosse dato all’esercizio del brigantaggio in Sicilia. E fu portato lamento per la detenzione di un cavallo prestatogli dal proprietario stesso, e che egli, nella sua confessione dichiara non avere avuto intenzione di rubare([107]). Va pure citato il fatto seguente: due partiti si combattevano in un Comune. Un membro dell’uno fu ucciso, per opera dei capi del partito opposto, credettero i congiunti della vittima; i quali da una parte tentarono di fare uccidere alcuni di quel partito, dall’altra porsero querela contro i suoi caporioni accusandoli di mandato per omicidio. E ciò senza scandalizzare punto l’opinion pubblica.

Fra le infinite forme colle quali si esercita in provincia la mafia, parleremo di una sola, di quella cioè che è caratteristica delle condizioni delle campagne siciliane, dove fiorisce l’industria dei malfattori. Vogliamo parlare della protezione delle proprietà e fino a un certo punto anche delle persone, che del resto si esercita da essi anche in Palermo, ma più nelle campagne dell’interno dell’Isola.

In un paese dove la classe dei malfattori ha l’importanza che ha in Sicilia, e dove l’autorità pubblica non ha o non usa forza sufficiente per distruggerla, bisogna pure che si trovi un modus vivendi fra essi ed i privati. Il quale, del resto, giova agli uni come agli altri; perchè se i malfattori usassero fino all’estremo la loro facoltà distruttiva, mancherebbe loro ben presto la materia rubabile. Essi sono in grado d’intenderlo, perchè la loro industria, stabile e regolare da tanti anni, ha tesori di esperienza e di tradizioni, e permette a coloro che la praticano di capire in quali condizioni possa sussistere e prosperare. È dunque invalso un sistema di transazioni e quasi diremmo di tassazioni regolari per parte dei malfattori, il quale pur lasciando luogo a molti disordini, nonostante è più tollerabile che uno stato di guerra aperta e continua. Una delle forme principali di queste transazioni è l’accollo preso dai malfattori stessi della protezione delle cose e delle persone. Già accennammo il modo con cui i capi briganti potenti fanno a proprio profitto le parti di un governo regolare. Ma tal sistema è eccezionale, come è eccezionale nell’industria dei malfattori la forma del brigantaggio. Più generalmente, alcuni fra i malfattori assumon ufficialmente le funzioni di guardiani della sicurezza delle cose e delle persone non solo dai privati, ma anche dai Comuni e perfino dal Governo. Limitandoci per adesso a parlare dei primi; senza ritornare qui sul già detto intorno all’importanza del campiere facinoroso nell’economia agraria siciliana([108]), osserveremo solamente che ciò che fa di questi campieri una istituzione caratteristica ed attissima a dare un’idea netta delle condizioni siciliane, è il fatto che sono in provincia uno dei principali fra gl’infiniti modi delle relazioni continue fra i malfattori di mestiere e le classi agiate e ricche. Cercheremo adesso di analizzare codeste relazioni.

 

 

§ 65. — Relazioni fra i malfattori di mestiere e le classi agiate e ricche della popolazione.

Molte delle cose dette su questo argomento a proposito di Palermo, si possono applicare anche alla provincia. Ma rimangono da aggiungere molti particolari determinati dalla differenza delle circostanze, e che sono atti a dare un’idea sempre più chiara delle condizioni sociali e morali di Sicilia. Già accennammo([109]) come sia impossibile ritrarre dalla semplice osservazione delle relazioni fra cittadini e malfattori, le cagioni dell’impotenza di quelli contro questi. Ci lusinghiamo che l’analisi ormai fatta delle condizioni sociali dell’Isola avrà dato modo al lettore di spiegarsi quali sieno queste ragioni. Quell’analisi medesima ci permette adesso di ragionare con vera cognizione di causa di queste relazioni, e di renderci chiaramente conto del fenomeno del manutengolismo esercitato dalle classi abbienti.

Colui che volesse giudicare il manutengolismo siciliano ed apprezzarne la moralità od immoralità coi criteri ammessi nei paesi dell’Europa centrale, generalmente considerati come in istato normale, si ingolferebbe in una confusione inestricabile di equivoci, dove la sua mente si perderebbe inevitabilmente, e finirebbe o coll’abbandonare la questione come insolubile, o col portare un giudizio parziale ed avventato. In Sicilia, la distinzione fra il manutengolismo moralmente scusabile perchè imposto dal timore di un danno grave, e quello moralmente condannabile perchè provocato dal desiderio di avvantaggiarsene, non ha significato. Tenga in mente il lettore che si tratta qui di un paese dove il criterio del diritto è la forza, dove per circostanze speciali, una classe di malfattori è venuta in possesso di una forza considerevole, e dove in conseguenza le azioni dei malfattori non sono considerate come delitti dal senso giuridico dell’universale, come già cercammo di dimostrarlo, e come lo prova specialmente il già descritto sentimento ispirato dai facinorosi alle popolazioni. Le condizioni di fatto che hanno prodotto nei Siciliani questo modo di sentire il diritto, sussistono ancora, e per tal modo uno dei principali mezzi di promuovere od anche di tutelare i propri interessi materiali e morali (parliamo qui di una porzione della Sicilia) è la forza, cioè i malfattori. Da ciò resulta che, negli animi dei cittadini non è legato il concetto d’immoralità coll’atto di valersi di quelli. Manifestamente, in una siffatta condizione degli animi e delle cose, l’usare i malfattori piuttosto per difendere che per avvantaggiare i propri interessi potrà dipendere da una infinità di cause secondarie, come il carattere più o meno intraprendente di una persona o da circostanze indipendenti dalla volontà umana, o dalle occasioni. Ben più, l’essere amici o nemici dei malfattori potrà dipendere, da una questione avuta con loro per caso, da un malinteso, da un calcolo di tornaconto più o meno falso, ma non da una diversità di concetto sul valore morale della violenza in generale e degli atti dei malfattori in particolare. Tutte le specie di relazioni coi malfattori sono moralmente lecite in modo uguale. Insomma le condizioni di fatto della Sicilia non permettono l’esistenza di un criterio per distinguere il manutengolismo lecito, perchè forzato.

Non è che le teorie giuridiche importate da altri paesi non abbiano colpito le menti di molte persone, e che queste non abbiano accettato il concetto dell’immoralità e dei malfattori. Ma, nelle condizioni attuali, l’opera dei malfattori è così inestricabilmente mescolata colle relazioni sociali, che queste persone non hanno scelta che fra accettar quella o rinunziare a queste. Ed allorquando, (il che accade nella quasi totalità dei casi), non vogliono o non possono scegliere la seconda delle alternative, il concetto dell’immoralità della violenza e dei malfattori rimanendo per loro una teoria contraddetta ad ogni momento dalla pratica della vita, finisce per perdere il suo significato, e rimanere solamente una frase che intendono genericamente e in modo vago, ma senza legame alcuno coll’indirizzo delle loro azioni.

Nè può essere altrimenti, giacchè, data la potenza e l’autorità che hanno adesso i malfattori, chi è con loro in relazioni anche necessarie non può nelle circostanze ordinarie, per quanto abbia tutto un catechismo in testa, provare per essi quella ripulsione dalla quale è nell’animo umano costituito il sentimento dell’immoralità di una persona o di una cosa. Perchè, se uno di cui riconosciamo la forza superiore ci risparmia un danno che potrebbe farci, il sentimento che naturalmente proviamo per lui, è la gratitudine e in conseguenza la simpatia, e non ci viene in testa di pensare ch’egli ha semplicemente fatto il suo dovere. Parimente, se ci vien risparmiato un danno che nulla impediva ci fosse fatto, in che differisce il sentimento che proviamo, da quello che proveremmo se ci fosse addirittura recato un vantaggio? La distinzione fra il danno evitato e il vantaggio recato è fino ad un certo punto artificiale. È giustificatissima quando, prevedendo una gran massa di fatti, si dividano questi all’ingrosso in due categorie. Prendendo i casi estremi, la differenza fra il danno evitato e il vantaggio recato non lascia dubbio nella mente, ma la linea che li divide è impossibile a determinarsi, o piuttosto non esiste nel sentimento umano. Da tutto ciò risulta che in un proprietario delle province di Sicilia infestate dai malfattori, il quale viva della vita ordinaria, non può nascere sentimento di antipatia per i malfattori, meno il caso di gravi danni od insulti ricevuti, e che ancor quando egli voglia sottoporre la sua condotta ad una regola per così dire, meccanica, e transigere coi malfattori solamente per evitare danni, e non per acquistar vantaggi, egli non è in grado di stabilire fra l’una e l’altra cosa una linea di demarcazione nella sua mente. Inoltre, dove i malfattori intervengono e dominano gran parte delle relazioni sociali, quella distinzione fra danno evitato e vantaggio recato che non esiste nelle menti, neppure esiste nel fatto, e d’altronde, l’atto medesimo che salva dall’inimicizia dei malfattori, può recare la loro amicizia con tutti i vantaggi che ci sono inerenti, senza che a procurarli intervenga il fatto di nessuno. Citeremo degli esempi a chiarire o confortare le nostre asserzioni.

Se un brigante temuto, già stato campiere, rispetta i beni del suo antico padrone mosso da un sentimento di deferenza, naturale sopratutto in Sicilia, non si potrà certamente imputare a delitto al proprietario se si lascia rispettare, se approfitta della libertà di girare sicuro gratuitamente le campagne. Ma se questa amicizia gli procura il rispetto altrui, che colpa ne ha esso? Potrassi nemmeno rimproverargli, se tollera, senza trarne guadagno, che quel brigante ricoveri nei suoi fondi il bestiame rubato? Opponendosi, non otterrebbe nulla e se ne farebbe un nemico. E se pure in fondo in fondo quel proprietario provasse un sentimento di gratitudine per quel brigante che potrebbe nuocergli senza pericolo, anzi con suo guadagno, e non lo fa, un tale sentimento nelle circostanze in cui si trova la Sicilia, non solo sarebbe naturale ma anche segno di un’anima ben nata. Chi potrà dire il punto dove i proprietarii finiscono di favorire il malfattore per timore della sua inimicizia e principiano a farlo nella speranza di trar vantaggio dall’amicizia sua? Nessuno, e nemmeno i proprietari stessi. Una volta ottenuta la loro sicurezza con questa preziosa amicizia, è naturale, che presentandosi l’occasione di valersene e compensarsi per tal modo, delle gravi spese che è loro costata, ne approfittino. Trovano la forza bell’e pronta a loro disposizione, come potrebbero non usarne? Molto più che, giova ripeterlo, l’usarne, in Sicilia non è ritenuto disonorante.

I proprietari sono costretti a favorire i briganti non solo in modo negativo fornendo loro ricovero e mezzi di sussistenza, ma talvolta anche positivo, dando armi ed anche informazioni utili al successo delle loro imprese. Taluno diventato per siffatta via amico loro per non averli nemici, otterrà, dall’influenza in tal modo acquistata, guadagni indiretti d’ogni specie. Diremo più. Quelle persone che, impadronitesi di un Comune, arruolano nelle guardie campestri i facinorosi dei dintorni, certamente acquistano con ciò grandissima autorità morale. Inoltre hanno i loro fondi ben guardati mentre sono saccheggiati quelli di chiunque altro. Ma d’altra parte è probabilissimo, per non dire certo, che se quei malfattori fossero stati lasciati a sè stessi, avrebbero fatto i danni medesimi che fanno adesso, più quelli che risparmiano a chi l’impiega.

Malgrado tutto ciò, in molti Siciliani l’impressione delle teorie giuridiche di altri paesi, rinnovata ogni giorno dalla lettura di giornali, talvolta anche di libri, rimane abbastanza profonda; e senza portarli a fare una distinzione impossibile fra manutengolismo forzato o no, pure è cagione che vi sia in loro una tendenza a non adoperare i malfattori senza necessità o almeno a non trarre guadagno pecuniario diretto dalle relazioni con essi combinando insieme con loro atti di brigantaggio e dividendone il provento. Ciò non impedisce certamente ad essi di usare quel mezzo, spesso solo valevole a profitto delle loro ambizioni, dei loro odii ed anche negli affari d’indole economica. E le occasioni di usarlo sono tanto più frequenti, che, per la quasi assoluta mancanza d’industria e di commercio, il solo campo aperto all’attività o al desiderio di guadagni è quello delle gare locali da un lato, e dall’altro, degli accolli di lavori ed altre speculazioni simili, dove la riescita consiste nell’allontanare i concorrenti, al quale scopo l’intimidazione e in conseguenza l’alleanza dei malfattori è mezzo efficacissimo.

Del resto, la ripugnanza ad adoperare i malfattori cresce in proporzione dell’impressione ricevuta dalle teorie giuridiche di fuori, o semplicemente dal sentimento acquistato nel praticare in altri paesi ed in altri ambienti. Vi sono perfino taluni, che per aver soggiornato molto all’estero, e studiato nei libri o servito nell’esercito, provano ripugnanza tale per il genere delle relazioni sociali siciliane che, quando sono in grado di farlo, rimangono sistematicamente fuori di tutto il giro degli affari pubblici e privati, od anche vanno a stabilirsi sul Continente, o per lo meno vi stanno buona parte dell’anno. Peraltro quelle persone stesse contribuiscono indirettamente all’ordine di cose esistente per mezzo delle loro proprietà che sono in mano di fattori o di fittaiuoli, gente simile alla generalità della popolazione.

Ma sono pur molte in Sicilia le persone, sulle quali le teorie giuridiche del Continente non hanno fatto punto presa, e per le quali non esiste distinzione alcuna fra l’approfittare dei malfattori direttamente o indirettamente, a vantaggio della propria ambizione o del proprio patrimonio. Il provento di molti ricatti e di molte grassazioni finisce in gran parte nelle tasche di siffatte persone.

A qualunque di queste categorie appartengano i Siciliani che hanno relazione coi malfattori, è impossibile apprezzare queste relazioni coi criteri morali in vigore in altri paesi. Qualunque popolo nelle medesime circostanze farebbe lo stesso. Queste relazioni dureranno e non si potranno considerare come condannabili al punto di vista della morale astratta finchè durerà la forza dei malfattori.

D’altra parte però i malfattori continueranno ad essere i più forti e si potranno difficilmente distruggere finchè dureranno le relazioni fra loro e i cittadini. Siamo in un circolo vizioso. Se non che abbiamo parlato fino adesso dell’imputabilità del manutengolismo ai Siciliani dal punto di vista della morale astratta, non dell’utilità che può trovare lo Stato italiano a distruggere la potenza dei malfattori siciliani. L’una cosa non ha nulla che fare coll’altra, e quando lo Stato giudichi importare all’interesse pubblico di sopprimere i facinorosi, e per giungere a ciò d’impedire gli atti che ne favoriscono l’esistenza, potrà definire, per quanto la confusione dei fatti lo permette, quegli atti, e sottoporli a sanzione penale. Ma questa è quistione di tornaconto politico, non ha nulla che fare coll’apprezzamento della moralità di un individuo o di una popolazione. Certamente, una sanzione penale regolarmente ed efficacemente applicata, contribuisce potentemente a modificare il senso giuridico di una popolazione, soprattutto in quei luoghi, dove il senso giuridico è solito uniformarsi alla forza. Ma dato che il manutengolismo siciliano si possa nel fatto colpire con sanzioni penali, quando si fosse realmente modificato per mezzo di un codice criminale il senso giuridico di quelle popolazioni, non bisognerebbe pretendere di averle moralizzate. Si sarebbe solamente sostituita la forza di un codice a quella dei prepotenti e dei malfattori, e il senso giuridico della popolazione si sarebbe uniformato alla volontà di quello, nel medesimo modo e per le medesime ragioni che adesso si uniforma alla volontà di questi. Il caso, o, ad ogni modo, circostanze indipendenti dalla volontà della popolazione, avrebbero fatto sì che le regole imposte da quel codice fossero conformi a taluni principii qualificati per morali da taluni popoli, che ritengono sè stessi per civili, ma nulla più.

 

 

§ 66. — Come il Governo non possa usare l’opera dei Siciliani per distruggere i malfattori in Sicilia.

Da tutto ciò risulta che, se lo Stato italiano giudica opportuno di distruggere la forza dei malfattori e della violenza dove predominano in Sicilia, e sostituirvi quella delle sue leggi, la prima condizione per riescire è di non usare l’opera degli abitanti nel ricercare e combattere gli attuali malfattori, se non in quanto possono essere istrumenti ciecamente ubbidienti; e di non seguire i loro consigli intorno alla scelta dei provvedimenti atti ad impedire i malfattori di ripullulare una volta distrutti.

Difatti, lasciando da parte le classi inferiori e limitandoci a ragionare di quella abbiente, non si può chiedere l’opera di coloro che per ottener guadagno o per evitar danni sono in relazione coi malfattori, poichè queste relazioni stesse, ne abbiano essi o no coscenza, sono il primo ostacolo alla distruzione di quelli, ed impediscono soprattutto qualunque unione che si volesse far nascere fra i cittadini contro i facinorosi. Nè manco si possono sperare da questa categoria di persone buoni consigli intorno ai provvedimenti generali e stabili atti a mantener l’ordine; perchè, quantunque molte di esse siano tali da dare il loro avviso col fine sincero di raggiungere l’oggetto proposto, pure non possono conoscere i rimedi opportuni, essendo incapaci di sottrarre le loro menti all’influenza dello stato sociale che le assorbe per tutti i lati.

Riguardo a coloro che, ripugnanti dalle condizioni Siciliane si tengono fuori dal giro degli affari e delle ambizioni, l’opera loro poco può giovare, perchè, rinunziando ad usare le vie comuni, hanno rinunziato alla influenza ed in genere ai mezzi di azione. E son pochi tra essi coloro dei cui consigli si può far profitto, perchè, quantunque provino un sentimento negativo di ripulsione per l’attuale stato del loro paese, pur ben pochi hanno dottrina ed ingegno sufficente per rendersi conto di ciò che dovrebbesi sostituire a questo per rimediarvi.

Rimangono coloro che sono per caso in lotta coi malfattori. Sul loro aiuto per perseguitare questi non si può far conto per cagione dell’impotenza già tante volte accennata, dei privati contro i malfattori. In quanto ai loro consigli, già dicemmo che per il massimo numero di essi l’essere in lotta coi malfattori è quistione, per così dire, di caso fortuito, e non è segno che vi sia differenza alcuna fra il loro stato di mente e d’animo, e quello degli alleati più fedeli dei facinorosi. Saranno pronti ad unirsi coll’autorità pubblica, a suggerirle rimedi, anzi a chiederglieli. Ma saranno quei rimedi soli che le loro menti siano atte a concepire. Insomma, chiedono forza brutale in loro servizio, e nulla più. Ora l’esperienza dimostra che se il Governo non vuol subire esso stesso il contagio delle condizioni dell’Isola invece di guarirlo, se non vuol diventare in Sicilia una mafia di più, esso non può ricorrere per governarla ad altra forza che a quella propria degli Stati d’indole moderna: Una legge comune a tutti e uguale per tutti. Per ciò, esso non può valersi in Sicilia dei suggerimenti nè dell’appoggio morale dei più acerbi nemici della classe facinorosa. Questi non provano quel sentimento sociale, il quale è cagione che si chieda alla autorità pubblica non solo di salvarci da’ danni immediati, ma d’impiegare salvandoci modi tali, che ci assicurino che essa non potrà mai in nessun caso anche lontano, usare a nostro danno quella forza che adesso adopera a nostro vantaggio. Insomma, non provano il bisogno delle garanzie che sono fondamento di quelle forme legali, cui nelle società moderne si sottopone la forza sociale, anche nelle sue manifestazioni violente. Aspettano dal Governo quel medesimo aiuto che altri aspetta dalla banda brigantesca o dalla mafia, colla quale è amico. Quel che sentono dire di altri paesi, influisce certamente sulla loro mente e ha modificato le loro idee in questo senso, che vedono esser vantaggioso che l’ordine pubblico sia mantenuto, e i suoi interessi protetti dalla forza del Governo, piuttostochè dalla tale o tal’altra forza privata; ma non ne capiscono il perchè, nè concepiscono come la forza sociale debba procedere con criteri differenti da quella privata, e tener conto non di un interesse solo ma di tutti, anche a costo che quel singolo interesse non riceva tutta la soddisfazione alla quale avrebbe diritto. Nulla può dare idea della sorpresa o del disinganno che cagiona il sentire persone della classe relativamente colta, della classe che ha in mano il governo del paese, la cui opinione esercita influenza sul Governo centrale, le quali, dopo aver promesso la tanto cercata e tanto desiderata soluzione del problema della pubblica sicurezza siciliana, vengono fuori con proposte d’arbitrii, e nient’altro che arbitrii puri e semplici senza regola nè misura, senza nemmeno la garanzia, nelle persone cui siano affidati, dell’intelligenza e dell’onestà, del sentimento del diritto e dell’interesse generale. Avremo più tardi luogo di studiare la quistione se sia mai ammissibile per parte dell’autorità pubblica in Sicilia l’agire senza assoggettarsi alle forme legali. Certo è che quando pure si possa ammettere l’arbitrio in via transitoria, straordinaria ed eccezionale, questo dovrebbe esser circondato da garanzie, soprattutto informato nel suo esercizio ai criterii di quegli interessi sociali dei quali la generalità dei proprietari colti, specialmente dell’interno della Sicilia non sospetta neppure l’esistenza. Intendasi bene che qui parliamo della generalità, non della totalità dei proprietari siciliani. Le eccezioni sono numerose, ma non abbastanza perchè il carattere generale nel modo di sentire della classe alta e media in Sicilia non sia quale lo abbiamo descritto. Insomma, la società in Sicilia è in quello stadio stesso nel quale era in Firenze quando le sentenze del podestà o del gonfaloniere di giustizia contro quei grandi che avessero commesso delitti erano eseguite popolarmente colla distruzione delle loro case. Con questa differenza però, che in Sicilia non esiste quel Popolo, il quale non era altro che la classe media, industriale e commerciante, la classe che aveva interesse al mantenimento di quell’ordine pubblico relativo che comportavano i tempi, per modo che dalle sentenze del podestà o del gonfaloniere di giustizia, veniva tutelato il suo interesse, come nel suo interesse e per la sua volontà era stato creato l’ufficio del podestà stesso.

Da tutto ciò che precede risulta quanto abbiano torto così quelli che dicono i Siciliani tutti complici e manutengoli volonterosi dei malfattori, come pure quelli che li dichiarano tutti vittime innocenti. Risulta soprattutto quanto sia senza fondamento il giudicare il popolo siciliano più immorale di altri. Non esiste fatto alcuno che dia diritto di affermare che nella popolazione dell’Isola siano in proporzione diversa che altrove quegli elementi psicologici che in una società di tipo moderno spingono gli uomini a quegli atti i quali, secondo i criterii di siffatta società, si qualificano per buoni o per cattivi. Solamente, i medesimi elementi psicologici, producono nelle diverse condizioni di società, atti diversi. La radice dell’errore, sta nel non intender questo. Si mutino prima in Sicilia le condizioni sociali, si assimilino a quelle delle società che si prendono per tipo quando si giudica la Sicilia, si sostituisca insomma la forza della Legge alla forza privata, ed allora solamente si avrà il diritto di chiedere ai Siciliani di contribuire all’ordine pubblico, e di chiamarli immorali se non lo fanno. Ma finchè una forza estranea all’Isola non le avrà fatto subire siffatta trasformazione, il volere che in una Società medioevale prevalgano gli stessi criteri dell’ordine e del disordine, del giusto e dell’ingiusto che in una Società moderna, è inammissibile; la esigenza è ingiustificabile e il giudizio assurdo.

D’altra parte non è meno ingiusto il chiedere alle forze esistenti in una Società medioevale, che esse in Sicilia operino su di sè stesse in un breve giro di tempo quelle trasformazioni che nel rimanente d’Europa hanno richiesto parecchi secoli. La forza che trasformi in poco tempo le condizioni della Sicilia per la pubblica sicurezza come per il resto, deve dunque venire di fuori, cioè dal Governo. Dunque, fintantochè il Governo si appoggerà sugli elementi locali e s’ispirerà da loro per stabilire l’ordine pubblico in quelle parti dell’Isola dove manca, l’opera sua sarà miseramente inefficace, se pure non sarà nociva.

 

 

 

 

IV.

I RIMEDI

 

 

§ 67. — Come si presenti in Sicilia il problema del ristabilimento della sicurezza pubblica.

Fino adesso, nell’analizzare e nel misurare le forze che contribuiscono alle attuali condizioni della pubblica sicurezza in una parte della Sicilia, abbiamo sempre considerata la forza dell’autorità pubblica come uguale se non a zero, almeno ad una quantità infinitamente piccola. Quali sono le cagioni che riducono questa forza a siffatte proporzioni? In qual modo agiscono queste cagioni? Avremo luogo nel capitolo quinto di esporre per quali vie influisca sulla scelta dei provvedimenti riguardanti la pubblica sicurezza in Sicilia e sulla loro applicazione, il fatto che il Governo si appoggia sugli elementi locali e s’ispira da loro. Potremo però fin d’adesso, facendo astrazione da siffatta influenza, analizzare questi provvedimenti quali sono attualmente, e i modi in cui sono attualmente applicati, e cercare in quali parti si adattino alle condizioni della Sicilia e in quali no, e così tentar di scuoprire le cagioni della loro inefficacia. I fatti descritti nel primo capitolo di questo lavoro ci renderanno il còmpito più breve e più facile.

Se si vuole considerare isolatamente la questione amministrativa del ristabilimento dell’ordine pubblico in Sicilia, astrazione fatta dalle condizioni sociali che sono prima cagione delle attuali condizioni della pubblica sicurezza; in altri termini, se si vuole studiare separatamente l’ordinamento della polizia e della giustizia in relazione colle attuali condizioni di pubblica sicurezza di una parte dell’Isola, il problema è determinato da ciò che abbiamo detto finora, e si presenta nei seguenti termini, cioè: Trovare i modi coi quali il Governo italiano possa giungere a prevenire per quanto sia possibile i reati, e quando siano commessi, a scuoprirne gli autori, arrestarli, e procurare che siano condannati e posti nell’impossibilità di nuocere ancora, in un paese dove i delitti sono facili e frequentissimi e non sollevano contro di sè lo sdegno dell’universale; dove i delinquenti potentemente organizzati godono una grande autorità sull’opinione pubblica, ed hanno quasi sempre nella classe media o superiore della Società una o più persone direttamente o indirettamente interessate a sottrarli alla giustizia; dove l’azione dell’autorità pubblica è stata sempre miseramente inefficace, e questa inefficacia è stata cagione che il predominio morale dei delinquenti sia rimasto intero, assoluto e indiscusso, e che coloro stessi fra i cittadini che hanno interesse alla scoperta dei delinquenti abbiano ragione di temerli e li temano al punto di contravvenire alle leggi e d’incorrere piuttosto nelle pene dalla legge minacciate che nella vendetta dei delinquenti stessi; per modo che l’autorità, da un lato non può far conto alcuno sulle informazioni e l’aiuto dei cittadini contro i delinquenti, dall’altro è esposta senza riparo ad essere nelle sue ricerche tratta sopra una falsa via da chi ha interesse ad ingannarla.

Di fronte ad un tale stato di cose, l’esperienza di quindici anni ha ridotto il Governo italiano a un brutto bivio. Perchè da una parte, quando si è conformato alle forme che impongono le legislazioni moderne per la ricerca, l’arresto e la condanna dei delinquenti, ha ottenuto così pochi frutti, che rimasto come prima impotente, e non avendo acquistato autorità morale, ha mantenuto l’onnipotenza dei delinquenti e confermato nello spirito pubblico l’impressione che questi siano la sola autorità veramente costituita. Per modo che gli effetti reagendo sulle cagioni e viceversa, si mantiene un circolo vizioso infrangibile. Dall’altro lato, allorquando il Governo ha soppresso o nelle leggi o nella pratica la garanzia delle forme sopraccennate, esso è sempre o quasi, caduto in mano ad uno degli interessi locali, ne è diventato l’istrumento, e così, non solo non ha impedito i delitti ma se ne è reso complice. Ora, la questione sta nel sapere se tale riescita dell’uno o dell’altro dei due sistemi era inevitabile, oppure se è stata cagionata dai modi tenuti dal Governo per metterli in pratica. Noi cercheremo di chiarirla adesso, studiando l’amministrazione della pubblica sicurezza e della giustizia in Sicilia, e nelle sue istituzioni, e nel modo in cui queste sono state applicate. Tratteremo prima della polizia, poi della giustizia.

 

 

§ 68. — La Polizia.

L’autorità pubblica si trova in Sicilia per la ricerca e l’arresto dei delinquenti, in condizioni molto diverse da quelle dei paesi dove l’ordine pubblico (come è inteso nelle Società moderne), è in stato normale. Difatti, nell’alta Italia per esempio, o in Francia o in altro paese in condizioni analoghe, l’autore di un delitto è conosciuto da un numero di persone ristrettissimo relativamente alla popolazione totale del luogo dove il delitto fu commesso; e la generalità degli abitanti prova un sentimento ostile per il delitto ed il suo autore. Sicchè, per quanto l’indolenza e il timore li renda restii a ricercarlo ed arrestarlo spontaneamente, pure non rifiuteranno nei casi ordinari le informazioni ed anche la loro cooperazione all’autorità pubblica. In Sicilia invece, o almeno in quella parte dove sono comuni i reati, i particolari di ogni delitto, il delinquente, il luogo dove si nasconde, sono noti a quasi tutta la popolazione del vicinato. Ma d’altra parte la popolazione in generale non è disposta ad aiutare l’autorità nè direttamente, nè indirettamente, sicchè rimane libero il campo a coloro che hanno interesse a porla sopra una falsa via. Di più, il numero dei delinquenti per mestiere fra i quali è probabile si trovi l’autore di un delitto, è grandissimo in Sicilia, ristretto nei paesi considerati come in istato normale, sicchè il sorvegliare continuamente i facinorosi noti come tali, può in questi giovare alla scoperta dei colpevoli, in Sicilia molto meno.

D’altra parte, lo stato della viabilità dell’Isola pone la forza pubblica in una condizione speciale di fronte ad una specie importantissima di delitti; quelli cioè che si commettono contro i viandanti. Perchè nei paesi dove la rete stradale è completa o quasi, le occasioni di commettere siffatti reati, si presentano ben di rado fuori delle strade ruotabili, e, come il numero di queste è necessariamente limitato, un sistema ben combinato di perlustrazione permette non solo di prevenirli o di scuoprir presto le tracce dei loro autori, ma anche di sorvegliare le campagne vicine alle strade e render più difficili i delitti contro le persone che attendono alla coltura dei loro fondi. In Sicilia invece i sentieri sono molto più numerosi di quello che sarebbero le strade ruotabili di cui tengono il posto, e possono essere fra un luogo ed un altro quattro o cinque, lontani fra loro, ed ugualmente battuti. Il farli perlustrare tutti diventa dunque difficilissimo, senza parlare della maggior difficoltà di sorvegliare un sentiero che una strada maestra. La sorveglianza materiale delle campagne siciliane non sarebbe realmente efficace che quando si potessero disporre per tutta l’Isola a scacchiera ed a portata di voce gli uni dagli altri, dei pelottoni di truppa ognuno abbastanza numeroso per poter reggere almeno per un momento all’assalto improvviso di una banda di malfattori.

Da tutto ciò risulta che le difficoltà e gli ostacoli per la prevenzione dei delitti, e per la scoperta dei loro autori, sono in Sicilia d’indole diversa che nei paesi considerati come in istato normale; ed in conseguenza, che i modi usati per superarli, sperimentati buoni altrove, possono rimanere in Sicilia inefficaci. Inoltre, possono verificarsi molto più gravi in Sicilia quei loro difetti che altrove sono apparsi leggeri.

Ed invero, se da un lato, la sorveglianza materiale delle campagne ha un’importanza molto più secondaria in Sicilia che altrove, e quella dei facinorosi abituali vi è molto più difficile e meno efficace, dall’altro lato, per ciò che riguarda la scoperta dell’autore di un delitto, la difficoltà in altri paesi sta nel trovare chi conosca fatti che possano giovare alle ricerche; in Sicilia invece la difficoltà sta nel trovare chi parli. Il generale silenzio giunge al punto, che difficilmente e tardi pervenga all’autorità la notizia del semplice fatto di un delitto commesso, mentre altrove il clamore pubblico ne sparge rapidamente la fama.

Di modo che, se rimane pure ufficio importantissimo dei rappresentanti l’autorità il ricercare, dopo ricevuta la notizia di un delitto, le tracce del colpevole, è però molto più essenziale che essi siano in contatto talmente intimo e continuo con ogni classe della popolazione, da poter sempre, anche quando non sia in corso alcuna inquisizione, anche quando le ricerche non siano dirette a nessun fine speciale, approfittare di tutte le occasioni di ricevere rivelazioni, di scuoprire indizi di qualunque genere. Quando un segreto è conosciuto da una intera popolazione, basta usare una certa vigilanza per esser certi di sorprendere in un luogo od in un altro qualche gesto, qualche parola sfuggita che dia mezzo di scoprirlo. Inoltre, l’amore del lucro, o della vendetta od altri infiniti interessi possono non di rado esser tanto forti, da vincere nell’animo di qualche abitante quel sentimento di ripugnanza per far rivelazioni all’autorità, sentimento che come risulta dall’analisi da noi fatta delle condizioni della pubblica sicurezza([110]), è molto meno assoluto che non si creda generalmente, e dipende, più che da ogni altra cagione, dalla riconosciuta impotenza dell’autorità di fronte ai malfattori e dalla potenza di questi, e sparirebbe insieme con questa potenza. Diremo più: l’essere poche le denunzie non dimostra che non sia in molti il desiderio di farne. Anzi, per parte nostra siamo convinti che questo desiderio esiste in molti, e produrrebbe effetti senza il timore delle vendette e della riprovazione di quella specie di opinione pubblica che già analizzammo. Spetta all’autorità l’agire con prudenza e discretezza tali, che il sentimento del timore di una vendetta immediata non faccia tacere chi sarebbe disposto a denunziare. Però le denuncie continueranno ad essere rare come adesso, se l’autorità continua ad aspettarle invece di andarle a cercare.

Se non che un contatto intimo e continuo de’ funzionarii governativi colla popolazione, è reso difficilissimo dalla ripugnanza di questa ad entrare in relazioni d’indole amichevole con essi, specialmente se non sono Siciliani, e se sono impiegati di polizia. Ripugnanza che ha la sua origine nel medesimo fatto che impedisce le denuncie, cioè nella prevalenza morale dei malfattori. Questo sentimento è molto meno universale che non si creda generalmente, ma ha ormai preso la forma di tradizione, s’impone a coloro che spontaneamente non lo proverebbero, ed allontana spesso dai rappresentanti del Governo quelle persone stesse che sarebbero disposte a far rivelazioni, e non le possono fare perchè manca loro l’occasione di comunicare coll’autorità senza eccitare sospetti.

Inoltre, il trar profitto da siffatte rivelazioni è reso molto arduo dalla facilità che hanno i delinquenti di conoscere dove siano dirette le ricerche dell’autorità e di sottrarre a queste le tracce del delitto e di sè stessi appena possano lontanamente sospettarle; facilità dovuta alla complicità stessa dell’intera popolazione. Ciò rende necessaria all’autorità la massima segretezza, rapidità ed energia nell’agire in seguito alle informazioni. Il che implica unità nella direzione e nell’azione.

Il primo provvedimento che una siffatta condizione di cose suggerisce alla mente, è di affidare così la direzione come l’esecuzione in tutto ciò che riguarda la polizia a persone dei luoghi, come più atte di ogni altra a conoscere gl’individui e le località ed a trovar modo di mantenersi in relazioni intime e continue colla popolazione. Ma quelle medesime ragioni che in ogni paese rendono pericoloso l’uso degli elementi locali nella polizia, valgono anche per la Sicilia. Anzi in Sicilia questi pericoli sono molto maggiori che altrove per cagione di quello stato delle cose e degli animi, il quale fa sì che la complicità coi delinquenti, o positiva o negativa, o ultronea o forzata, sia generale. Il partecipare dei funzionari siciliani alla generale condizione morale, e i loro precedenti legami di parentela, amicizia, interesse od altro col rimanente della popolazione possono produrre e producono in moltissimi casi, mali di più d’una specie. La pressione morale dell’ambiente può esser tale da impedirgli di agire energicamente contro i malfattori temuti e in conseguenza simpatici alla popolazione. È probabilissimo il caso che abbiano legami personali coi malfattori, la cosa non deve sorprendere, trattandosi di un paese dove tutti ne hanno: ed allora non solo non li perseguiteranno, ma facilmente daranno loro aiuto. Le loro relazioni colle persone influenti del luogo possono far sì che non solo non ricerchino i delitti fatti nell’interesse di quelli, ma ancora impieghino i poteri che dà loro la Legge a servizio delle loro prepotenze, in modo che in taluni casi gli assassinii o i sequestri di persona per parte dei malfattori, a vantaggio di qualche alto mafioso, si rimpiazzino vantaggiosamente cogli arresti arbitrari per parte degli agenti dell’autorità. Meno sarà stretta la loro disciplina, la loro sorveglianza per parte di autorità che non siano del paese, e più saranno facili ad accadere siffatti inconvenienti. Finalmente, quand’anche si riescisse ad evitarli tutti, rimarrebbe sempre quella mancanza del sentimento della legge e delle garanzie legali, uguali per tutti, che già dicemmo essere a nostro avviso comune alla grandissima maggioranza dei Siciliani. E certamente, un ufficio nell’amministrazione della pubblica sicurezza non è molto atto a far nascere siffatto sentimento negli animi dove non esiste. Quando la polizia in Sicilia fosse in mano di funzionari siciliani, fossero pure onesti, animati del massimo zelo per il bene pubblico, gli arbitrii non troverebbero limite. Non abbiamo bisogno di tornare a dimostrare come siano infiniti e maggiori che in qualunque altro paese i danni che un sistema seguitato di arbitrii cagiona in Sicilia. Lasciamo pure da parte il rischio quasi inevitabile, che nelle attuali condizioni dell’Isola, mancando le garanzie fornite dalle forme legali, la forza pubblica diventi istrumento esclusivo di un interesse locale; pur troppo anche le forme legali, già lo dicemmo, spesso non bastano a schivarlo; questo danno per quanto grande, sarebbe secondario di fronte a quest’altro: che usando un tal sistema, quand’anche si riescisse ad impadronirsi di qualche malfattore, ci si allontana sempre più dallo scopo finale, da quello cioè di ristabilire la pubblica sicurezza durevolmente. E ciò, perchè si mantengono gli animi dell’universale in quelle condizioni stesse che adesso fanno continuamente ripullulare e prosperare i malfattori. Difatti, in un paese dove il criterio del diritto è la forza, e dove a questa si vuol sostituire quegli altri criteri del diritto sui quali si reggono le Società moderne, il modo più diretto e più pronto di riescirvi, è di dare a quelli, che sono diritti, secondo i criterii che si vogliono far prevalere negli animi, la sanzione costante della forza. Potendo disporre di questa, la quistione sta nel constatare quali siano i diritti, a chi spettino, e chi li offenda. Nessun uomo possedendo l’onniscienza, l’infallibilità e l’impeccabilità, non si può affidare all’arbitrio di un uomo lo scoprire questi diritti e il sancirli. L’unico modo che si sia fino adesso scoperto per trovarli colla minor possibile probabilità di errori, è l’osservanza di talune forme, le quali, in conseguenza, sono state sancite per mezzo di leggi. Devono dunque avere la sanzione costante della forza materiale i diritti e le rispettive infrazioni constatati per mezzo di codeste forme legali, se si vuole che negli animi dei Siciliani prevalga a poco a poco il sentimento del diritto come è inteso nelle Società moderne. Se si trattasse di ottenere un risultato passeggero, di sopprimere, per esempio, un certo numero di persone componenti attualmente la classe dei malfattori, sarebbe ammissibile il ricercare se non potrebbe convenire l’uso dell’arbitrio; tratteremo in altro luogo questa quistione. Però, trattandosi non solamente di sopprimere gli attuali malfattori, ma di procurare uno stato di cose tale da impedire che i nuovi, i quali venissero su, trovino le circostanze che hanno favorito quelli di adesso, l’usare l’arbitrio come sistema di governo e di repressione è inefficace e dannoso. Tale sistema può, è vero, secondo il modo in cui si adopera, talvolta impedire talune fra le manifestazioni del male, come accadde quando il Maniscalco dirigeva la polizia; talvolta invece esacerbarlo nelle sue radici e in tutti i suoi fenomeni, come accadde sotto la prefettura militare; potrebbe forse in circostanze eccezionalmente favorevoli sopprimere per un istante tutte le manifestazioni del male, ma il male stesso rimarrebbe quello di prima, quando pure non peggiorasse. Nell’animo delle popolazioni rimarrebbe il sentimento che il diritto è costituito dalla forza materiale senz’altro criterio che la volontà, l’interesse o il capriccio del più forte, sia questo un privato o un rappresentante del Governo. Non crediamo occorra tornare a dimostrarlo dopo tutto ciò che abbiamo detto fino adesso intorno alla sicurezza pubblica in Sicilia.

Dunque, gli elementi locali potranno bensì con profitto essere usati per ottenere informazioni, indizi diretti o indiretti, ma sono fra i meno adattati ad essere adoperati in ogni altro ufficio superiore od inferiore, attinente alla ricerca e all’arresto dei malfattori, a meno che siano sottoposti ad una rigidissima sorveglianza e disciplina che permetta di trar partito dei loro vantaggi, e di rendere inefficaci i loro difetti. Oppure, a meno che siano di quei pochi intelligentissimi, onesti ed energici che, avendo avuto occasione di conoscere le cose del Continente, hanno da quella loro esperienza tratto profitto tale, da sottrarsi del tutto all’influenza delle persone e dei sentimenti dell’Isola. Questi sono istrumenti preziosissimi, superiori a qualunque altro. Siffatti uomini esistono, ma sono ben pochi.

Converrebbe adunque che la gran maggioranza, se non la totalità delle persone impiegate alla ricerca e all’arresto dei delinquenti fossero estranee all’Isola, e converrebbe trovare all’infuori dell’impiego di funzionari isolani qualche altro mezzo per ottenere il contatto continuo dei rappresentanti dell’autorità colle popolazioni, o per lo meno, scuoprire un altro mezzo che conduca al fine che si vuol raggiungere con questo contatto, quello cioè di essere in grado di sorprendere in ogni classe della popolazione i discorsi od altri indizi atti a far rintracciare i delitti e i delinquenti. Per ciò che riguarda il contatto coi cittadini, se la diffidenza per l’autorità impedisce che nasca spontaneamente una gran cordialità di relazioni abituali fra essa e loro, pure non è per l’origine sua tale da impedire ad un funzionario che abbia abilità e tatto, di acquistar la fiducia di molte persone, specialmente della classe agiata, in modo che s’apra dinnanzi a lui un campo di osservazione piuttosto esteso, ed inoltre sia possibile a coloro che gli volessero far denuncie di parlargli senza eccitar la diffidenza altrui, e risvegliare l’attenzione degl’interessati. Inoltre un lungo soggiorno di impiegato nel medesimo luogo, lo porterebbe ad una cognizione così intima delle persone e delle località, da poter trar profitto degl’indizi in apparenza più insignificanti. Ma tutto ciò si riferisce alla scelta del personale ed alle condizioni che gli si dovrebbero fare, e perciò ci contentiamo d’accennarlo, dovendo trattare altrove la questione del personale. Rimane da trovare il modo di tenere informato un funzionario di polizia dei discorsi e degli atti della generalità della popolazione, quando egli non abbia con essa molti contatti. Ma questi, per quanto siano pochi, pure vi sono, e se non si può ottenere che un impiegato solo abbia molte relazioni coi cittadini, la somma totale delle relazioni che possono avere con essi parecchi impiegati e delle informazioni o indizi che ne possono trarre, è considerevole. E quel funzionario il quale riunisse in sè il risultato delle osservazioni di parecchi impiegati di polizia, fosse pure ciascuno di questi nelle condizioni più sfavorevoli per riescire nelle sue ricerche, si troverebbe in possesso di un numero considerevole di fatti e d’indizii più vari, venuti da tutte le parti, e sarebbe per la scoperta dei delinquenti in condizioni di poco inferiori a quelle di quel funzionario, che fosse colla popolazione nelle relazioni più intime e cordiali. I danni della mancanza di queste relazioni sarebbero dunque compensati quando nell’amministrazione della polizia in ogni luogo vi fosse tanta unità d’azione, che tutte le informazioni raccolte da impiegati d’ogni specie, grado od ordine, fossero prontamente riportate ad un solo e medesimo funzionario.

Condotto a questo punto, ci sembra che il problema della ricerca, della scoperta e dell’arresto dei delinquenti in Sicilia si riduca ai termini seguenti:

Trovare un ordinamento ed un personale di polizia tale:

che impiegandosi il minimo numero possibile di elementi locali, e questi strettamente disciplinati, gl’impiegati di polizia di ogni ordine siano pure in grado di approfittare in ogni momento delle possibili occasioni di ricevere rivelazioni e scuoprire indizi di delitti dagli abitanti di ogni rango e qualità, e perciò siano in contatto continuo colla popolazione di ogni ceto, oppure suppliscano alla scarsezza di questi contatti con una unità di direzione tale che le informazioni raccolte da tutti gl’impiegati vengano a riunirsi nella medesima persona;

che possano questi impiegati di polizia, dietro siffatte rivelazioni e indizi, agire colla massima segretezza, rapidità ed energia possibile, compatibilmente colle forme legali necessarie per evitare le ingiustizie e per distruggere nelle popolazioni il sentimento che il diritto consiste nella forza e non nella Legge.

Dunque, sotto ogni aspetto, la questione della scoperta e dell’arresto dei delinquenti in Sicilia, si risolve in quella dell’unità di direzione e dell’abilità, moralità e sicurezza del personale, ed in quella della stabilità degl’impiegati nel medesimo luogo.

Vediamo adesso fino a qual punto queste condizioni siano state ottenute in Sicilia.

 

 

§69. — Dualità nell’attuale ordinamento di polizia in Italia.

Nel Regno d’Italia, gli ordinamenti intesi alla ricerca, scoperta ed arresto dei delinquenti, brevemente riassunti, sono i seguenti.

La competenza della polizia è divisa in due parti: 1a La polizia generalmente chiamata amministrativa, destinata specialmente a prevenire i delitti, oltrechè a vegliare all’applicazione delle leggi e al mantenimento dell’ordine pubblico([111]). 2a La polizia giudiziaria che ha per oggetto di ricercare i reati di ogni genere, di raccoglierne le prove e fornire all’autorità giudiziaria tutte le indicazioni che possono condurre allo scoprimento degli autori, degli agenti principali e dei complici([112]).

Queste due specie di polizia, le quali del resto hanno un vasto campo comune, sono rispettivamente sottoposte alla direzione di due autorità indipendenti l’una dall’altra. La polizia amministrativa è diretta dal ministro dell’interno, e per esso dai prefetti e sottoprefetti([113]), cioè dall’autorità politica. La polizia giudiziaria viene esercitata sotto la direzione e dipendenza del Procuratore generale presso la Corte d’Appello e del Procuratore del Re presso il tribunale correzionale nel quale esercitano le loro funzioni([114]), cioè dell’autorità giudiziaria.

Però queste due autorità indipendenti hanno in comune una gran parte del personale. Difatti sono ad un tempo ufficiali di polizia giudiziaria e ufficiali od agenti di polizia amministrativa: I questori, ispettori, delegati ed applicati di pubblica sicurezza, il sindaco o chi ne fa le veci nei Comuni dove non sia un ufficiale di pubblica sicurezza, le guardie di pubblica sicurezza, le guardie forestali, municipali o campestri([115]) e l’arma dei reali carabinieri. Tutti gli ufficiali ed agenti di pubblica sicurezza sono pure ufficiali di polizia giudiziaria, e i soli ufficiali od agenti di pubblica sicurezza, sono i giudici istruttori ed i pretori([116]).

Riguardo a questi ultimi, per quanto sia importante e necessario all’andamento della procedura penale la loro qualità di ufficiali di polizia giudiziaria([117]), e la loro conseguente dipendenza gerarchica dalle procure regie, è molto più importante ancora, nella parte che prendono alla scoperta e all’arresto dei delinquenti, il loro carattere di magistrati. Difatti, come tali hanno, il giudice istruttore sempre, il pretore in taluni casi, la facoltà di spedire mandati di cattura, comparizione e perquisizione([118]). E nella pratica attuale, per la maggior parte dei casi fanno piuttosto da magistrati che da ufficiali di polizia, come lo vedremo fra poco.

L’esercito fornisce il sussidio della sua forza materiale agli ufficiali ed agenti di polizia così amministrativa come giudiziaria([119]).

Parleremo dopo dell’ammonizione, atto ibrido, che partecipa ai caratteri di provvedimento di polizia amministrativa e di provvedimento giuridico, e del suo accessorio, l’invio a domicilio coatto, provvedimento di polizia amministrativa pura e semplice. Per adesso ci limiteremo all’argomento della scoperta ed arresto dei delinquenti allo scopo di sottoporli a giudizio penale.

Questo ufficio è comune alla polizia giudiziaria e all’amministrativa ed è dalla legge dichiarato scopo, della prima esplicitamente([120]), e della seconda implicitamente([121]), e nel fatto non potrebbe esser diviso per la sua natura stessa fra le due polizie. Abbiamo dunque un medesimo personale, incaricato di un medesimo ufficio, sotto la direzione di due autorità diverse, indipendenti l’una dall’altra. E ciascuna delle due autorità è incapace di raggiungere da per sè sola il suo fine, cioè l’arresto dei delinquenti. Difatti, il diritto di spedire mandati di cattura, comparizione e perquisizione sta nell’autorità giudiziaria ad esclusione della politica([122]). D’altra parte i giudici istruttori e i pretori, ancora che ufficiali di polizia giudiziaria sono, nelle condizioni di fatto attuali, impediti dall’indole e dal numero delle loro occupazioni di provvedere nel maggior numero dei casi alla direzione della polizia vera e propria, alla direzione cioè del lavoro continuato e non interrotto di sorveglianza delle popolazioni e della ricerca di tracce e d’indizi di delitti conosciuti e non conosciuti. Essi potranno scuoprire un delinquente nel corso di un’istruzione in seguito ad interrogatorii di testimoni o d’imputati, e talvolta anche per caso in seguito alla loro cognizione personale delle circostanze locali, ma non possono partecipare in modo regolare all’opera del personale di polizia vera e propria. La quale in conseguenza rimane nel fatto sotto la direzione dell’autorità politica. Di modo che il personale di polizia sotto l’autorità politica locale che lo dirige è quello che nel fatto per la massima parte dei casi ricerca i delitti e i delinquenti. Eppure non ha da sè solo potere non solo per arrestarli, ma neanche per ricercarli ovunque liberamente, giacchè fuori dei casi di flagrante reato([123]) deve ottenere dall’autorità giudiziaria i mandati di cattura e di perquisizione.

Questa divisione di autorità è necessaria. I suoi inconvenienti sono minori di quelli che porterebbe l’assoluto arbitrio dato per gli arresti e le perquisizioni al personale di polizia, e, nelle circostanze ordinarie, probabilmente anche di quelli che porterebbe l’assegnare ad una o più funzioni giudiziarie, il lavoro di polizia vero e proprio. Non è qui luogo di ricercare se, col rendere più intime e continue le relazioni fra le autorità giudiziarie e il personale di polizia per mezzo di leggi, regolamenti e scelta di personale adattato, gli inconvenienti della divisione dei poteri si potrebbero diminuire nelle circostanze ordinarie. Tali non sono quelle dell’Isola che stiamo ora studiando. Ci conviene dunque esaminare adesso gli effetti ottenuti in Sicilia dall’ora esposto ordinamento di polizia, e dal modo in cui vi è stato applicato.

Prima di tutto, al personale di polizia già descritto bisogna aggiungere per la Sicilia il corpo, speciale all’Isola, dei militi a cavallo.

 

 

§ 70. — I Militi a cavallo.

Questo, dopo varie vicende sotto il Governo borbonico e sotto l’italiano, è adesso sottoposto al regolamento del 25 gennaio 1871. A tenore di questo, i militi a cavallo sono agenti di pubblica sicurezza nelle campagne (art. 20). Non hanno però qualità di ufficiali di polizia giudiziaria a norma dell’art. 57, Codice di Procedura Penale. Dipendono dal Ministero dell’Interno e ricevono immediatamente gli ordini dai prefetti, sottoprefetti e questori (art. 37). Possono essere requisiti colle debite forme dalle autorità che hanno diritto di chiedere l’aiuto della forza armata.

Ogni circondario ha una sezione di militi a cavallo. Quello di Palermo però ne ha due, una orientale, l’altra occidentale (art. 2). Ogni sezione si può dire autonoma sotto il proprio comandante (articoli 3 e 25) salva la dipendenza dalle autorità politiche e dal questore, giacchè l’ispettore preposto a tutte le sezioni di militi di ciascuna provincia ha funzioni più che altro amministrative (articoli 30 e 23). Le sezioni nei circondari infestati dai malfattori sono di circa trenta uomini.

I militi a cavallo di ogni grado sono pecuniariamente e solidamente responsabili entro i limiti del rispettivo circondario, delle grassazioni, rapine, furti, (compresi gli abigeati) e dei guasti sulle vie pubbliche e nelle campagne per motivi di sequestro di persone avvenute in campagna (art. 27). Così almeno in teoria. Le somme destinate a cuoprire questa responsabilità sono costituite da cauzioni versate dai comandanti per 5000 lire ciascuno (art. 14) e dalle ritenzioni sulle paghe di tutti i componenti il corpo (art. 32). Il comandante dovrebbe versare per intero la cauzione entro due mesi dalla sua nomina e dovrebbe reintegrarla entro un mese dopo che fosse stata in tutta od in parte alienata, sotto pena della dimissione (art. 15).

Qualunque sia l’ammontare dei danni avvenuti durante un anno in una sezione, e garantiti in teoria, dalla responsabilità dei militi, la somma totale colla quale vengono risarciti non eccede l’ammontare delle ritenute operate durante l’anno sugli stipendi dei componenti la sezione, più l’ammontare della cauzione del comandante, cioè 5000 lire, più quella parte della ritenuta sullo stipendio dell’ispettore che spetta alla sezione. Se siffatta somma è inferiore al valore dei danni da risarcire, ne viene fatta la repartizione per contributo in via amministrativa fra gli aventi diritto senza che questi possano elevare pretese a maggiori compensi (articoli 31 e 32). Da ciò appare quanto sia illusorio il far conto esclusivamente sulla responsabilità pecuniaria per assicurare il fedele adempimento degli uffici dei militi. Se non sono d’altronde trattenuti da un ritegno morale, hanno interesse materiale a favorire qualunque delitto che possa procurar loro un guadagno maggiore dell’ammontare delle ritenute sugli stipendi di un anno e delle cauzioni. Del resto, il risarcimento dovendosi ottenere per via dei tribunali (articoli 28 e 29) è lungo e difficile a conseguirsi. Ed inoltre accade non di rado che il comandante stato scelto non sia in grado di versare la cauzione([124]).

I militi devono portar divisa. Questo articolo è da qualche tempo osservato, almeno nelle sue parti essenziali. Lo era meno l’articolo corrispondente (articolo 12) del regolamento 30 settembre 1863.

I militi a cavallo non sono considerati come militari, non vi è obbligo di saluto fra essi e i militari dell’esercito (art. 42). Non sono accasermati e vivono alle proprie case, sicchè manca affatto nel corpo la disciplina militare e la sorveglianza dei superiori sugli inferiori, anche fuori del tempo in cui sono isolati in perlustrazione([125]).

Attualmente, nei 13 circondari più infestati dai malfattori i militi sono mobilizzati con un soprassoldo di lire 2.95 (se non erriamo), per giorno([126]), ed armati di carabine Remington, armi molto superiori a quelle dei reali carabinieri.

È rimasto lettera morta nel regolamento in discorso il n° 5 dell’art. 8 sui requisiti per l’ammissione nel corpo dei militi. Fino adesso, l’essere di onesta condotta non è stato stimato, nella pratica, requisito necessario per essere arruolati, anzi, buon numero degli attuali militi sono antichi malfattori, e arruolati perchè tali; e naturalmente non hanno rotto ogni relazione cogli antichi colleghi. Ne risulta che quelli fra loro che vorrebbero fare il loro dovere ne sono impediti dagli altri, materialmente e anche moralmente perchè questi fanno prevalere nel corpo lo spirito dell’omertà. Adesso, nel più dei casi, è innegabile che i militi a cavallo sono più utili ai malfattori che all’autorità che li paga e li arma. Naturalmente non mancano le eccezioni. Parecchie brillantissime operazioni sono state eseguite dai militi, ma sono eccezioni.

È egli possibile rendere utile questo corpo locale e trar profitto della sua conoscenza dei luoghi e delle persone depurandone il personale e sottoponendolo a stretta disciplina coll’accasermarlo? Niuno può rispondere con certezza, giacchè l’esperienza non è mai stata fatta. Però le possibilità di riescita sono sufficenti perchè torni il conto a tentarla. Potremmo citare una sezione di militi che, sciolta e ricomposta con persone non legate coi malfattori, tratte per lo più dalla classe media inferiore, contribuì potentemente a migliorare la pubblica sicurezza del circondario. È vero che nello sciogliere l’antica sezione convenne sottoporre all’ammonizione una parte dei suoi componenti, e che la nuova, fra le sue prime operazioni, eseguì l’arresto di una porzione degli altri per grassazioni ed altri delitti commessi dopo il loro licenziamento. L’accasermamento e la stretta disciplina sarebbero necessarie per inculcare nei militi uno spirito di corpo che li garantisse dalle seduzioni di ogni genere alle quali sono esposti da tutte le parti([127]). La responsabilità pecuniaria dovrebbe naturalmente essere del tutto soppressa, giacchè, fare del mantenimento dell’ordine pubblico l’oggetto di una impresa d’indole quasi privata con scopo pecuniario, è adoperare un mezzo in contraddizione col fine([128]).

Si esita attualmente ad operare una depurazione in massa del corpo dei militi per timore di rendere al malandrinaggio il numeroso personale che ora vive dello stipendio in questo corpo. Ma se da un lato ciò dovesse produrre un peggioramento momentaneo nella pubblica sicurezza, dall’altro si acquisterebbe un mezzo di distruggere i malfattori nuovi e antichi, mentre adesso il corpo dei militi non solo non contribuisce a distruggerli, ma anche ne favorisce l’esistenza. Nelle attuali condizioni della Sicilia, l’impiegato di pubblica sicurezza che non lavora efficacemente per l’ordine è quasi inevitabilmente l’alleato dei malfattori e li favorisce, volontariamente o no. È quasi impossibile ch’egli si limiti ad essere semplicemente inutile. Tutto ciò che abbiamo detto fino adesso intorno all’Isola, ci sembra lo dimostri sufficentemente.

 

 

§ 71. — I sindaci ufficiali di Polizia. Le guardie campestri.

Per questa medesima cagione, il dare in Sicilia ai sindaci la qualità di ufficiali, e alle guardie campestri ed altri dipendenti dai sindaci quella di agenti di pubblica sicurezza ci sembra di sommo danno.

Ciò che già dicemmo sulle relazioni sociali nei Comuni dell’interno, ciò che avremo occasione di dire intorno alle amministrazioni comunali, ci dispensa adesso dal dilungarci molto sopra questo argomento. Diremo solamente che il sindaco, nei Comuni divisi in fazioni, è capo, o istrumento del capo di uno dei partiti; nei Comuni sottoposti alla tirannia di uno o di alcuni tutti fra loro d’accordo, è il tiranno del luogo, oppure lo rappresenta. Da questi fatti il lettore trarrà da sè le conseguenze riguardo alla pubblica sicurezza, dopo ciò che già dicemmo altrove. Nei Comuni fuori dell’una e dell’altra delle dette categorie, il sindaco è per lo meno vittima dei malfattori. Accade spesso che i sindaci di taluni Comuni chiamati dall’autorità pubblica non osino presentarsi per timore di essere da quelli sospettati di aver fatte denunzie. Come faranno siffatte persone a rifiutare informazioni ai malfattori stessi se richiesti? Eppure, in virtù dell’art. 5 capov. 3 della legge di pubblica sicurezza del 1865, gli agenti di pubblica sicurezza hanno obbligo, nei luoghi dove manchino altre autorità di polizia, di informare i sindaci di tutti gli avvenimenti interessanti la polizia, ed i carabinieri specialmente avrebbero obbligo siffatto in forza di una decisione del Ministero dell’interno del 3 marzo 1866.

Delle guardie campestri già avemmo occasione di parlare. Nella parte dell’Isola infestata da malfattori, è ben raro che non siano malfattori anch’essi([129]). In generale, si può dire che le guardie campestri rispondono in tutto alle condizioni del Comune cui servono. In parecchi Comuni il brigadiere delle guardie è il più tristo uomo dei contorni, ma è devoto al sindaco, alla famiglia di lui, e naturalmente nessuno in Giunta o in Consiglio oserebbe proporne il licenziamento. Quando l’autorità governativa tentasse di provvedere d’ufficio o d’imporre al Comune il licenziamento degli elementi impuri, i mali del Comune si aggraverebbero rapidamente, le distruzioni di colture, le grassazioni, gli omicidii andrebbero spesseggiando sempre più, e i proprietari, volenti o nolenti, verrebbero a protestare che si andava meglio quando si chiudeva un occhio. Da questo è facile vedere che il personale delle guardie campestri non può non esser sempre pessimo qualunque sia l’autorità incaricata della scelta loro, sia pure la governativa. Imperocchè il Governo deve pure per la scelta degl’individui ricorrere per informazioni alle persone del luogo, ed allora corre grave pericolo di essere «ingannato tristamente con false assicurazioni di moralità e rettitudine a riguardo di persone che agognano non pure a sottrarsi al rigore delle leggi, ma a divenir niente manco che depositari di parte del pubblico potere([130])». In conseguenza, il dare alle guardie campestri autorità di agenti di pubblica sicurezza non può, in regola generale, giovare ad altri che ai malfattori, qualunque sia il sistema di scelta e di nomina. Ben lungi dal dar loro siffatta qualità, converrebbe farli strettamente sorvegliare dalla polizia, laddove si lasciassero sussistere come semplici guardie municipali.

Rimane la quistione se si debbano lasciar sussistere anche in questa qualità. Nello stato attuale della pubblica sicurezza in parte della Sicilia, l’istituzione di un corpo di guardie campestri nominate e dirette dall’autorità comunale, non può, nella migliore ipotesi, essere altro che un modo di pensionare le persone più pericolose per la proprietà campestre, di pagare loro una tassa in cambio della quale si astengano almeno fino a un certo punto, da recar danni se non a tutte, ad una parte delle proprietà. In conseguenza, quando cessasse il sistema di transazioni col quale è stata fino adesso dal Governo amministrata la polizia in Sicilia, e quando si trovasse un modo efficace per impadronirsi dei malfattori, finchè questo mezzo non fosse giunto al suo risultato finale, a quello cioè di toglier via quasi la totalità di quelli esistenti, la soppressione pura e semplice delle guardie campestri, porterebbe vantaggi incomparabilmente maggiori dei danni. A meno che non si giudicasse praticamente opportuno il lasciarle sussistere, come si lasciano aperte certe bettole, ritrovi di malfattori, per dar maggior facilità all’autorità di polizia di conoscere dove deve cercare i facinorosi e le persone pericolose; imperocchè la qualità di guardia campestre sarebbe un indizio che la persona rivestitane dev’esser tenuta d’occhio. Ma se questo vantaggio si verificasse nella pratica insufficente a compensare il danno della facoltà che hanno le guardie campestri municipali di girare ufficialmente la campagna in bande armate, non esiteremmo a proporne la soppressione pura e semplice. Tutt’al più rimarrebbe da studiarsi la opportunità di un corpo di polizia governativa, incaricato specialmente della sorveglianza contro i furti campestri, scelto dal Governo, comune a tutta l’Isola e diviso poi fra i municipi, militarmente disciplinato, composto di elementi anche estranei alla Sicilia, o per lo meno presi indistintamente in tutta l’Isola, e non nel Comune dove devono prestar servizio, e senza dipendenza gerarchica dalle autorità comunali. Queste dovrebbero intervenire nell’azione di questo corpo esclusivamente col fornire informazioni. Noi proponiamo che sia studiato, non ammesso questo provvedimento, il quale ad ogni modo ci sembra d’importanza molto secondaria, come è secondaria di fronte alle attuali condizioni della pubblica sicurezza, la quistione dei furti campestri semplici, non commessi da malfattori di mestiere.

Il fin qui detto intorno alle guardie campestri municipali si applica a più forte ragione alle private. Già dicemmo fra qual razza d’individui siano generalmente scelti alcuni fra i campieri di ciascun feudo. Non esitiamo dunque a proporre che almeno nelle parti di Sicilia infestate dai malfattori, sia per regola generale ed assoluta rifiutato loro il porto d’armi, molto più la qualità di agente di pubblica sicurezza. Il danno immediato che ne riceverebbero taluni privati sarebbe incomparabilmente minore del vantaggio del pubblico, e, a lungo andare, di quei privati stessi. Insomma, proponiamo la soppressione di qualunque forza speciale, comunale o privata diretta contro i ladri campestri semplici e non altrimenti pericolosi. Riguardo alla repressione dei malfattori che esercitano l’abigeato, o pei quali il furto campestre semplice è una industria accessoria, queste forze non sono altro che dannose, e provvederebbe l’ordinamento generale della polizia([131]).

Naturalmente, qualunque riforma e provvedimento intorno ai militi a cavallo, alle guardie campestri municipali e private, è subordinato ad una ricostituzione del rimanente dell’amministrazione della pubblica sicurezza, che la renda realmente efficace, e che metta l’autorità in grado di abbandonare quel sistema di transazioni di cui sono precisamente le manifestazioni più evidenti la qualità del personale dei militi a cavallo e le guardie campestri, a una riforma, insomma, che permetta al Governo di sopprimere la classe dei malfattori, invece di stare eternamente cercando un modus vivendi con lei. Altrimenti questi provvedimenti farebbero molto male, o niun bene.

Adesso, eliminate le precedenti quistioni, esamineremo precisamente come l’ordinamento di pubblica sicurezza del rimanente del Regno, riesca inefficace in Sicilia.

 

 

§ 73. — Il personale addetto alla polizia in Sicilia.

Fino al 1874 è invalso il sistema di mandare in Sicilia il peggior personale amministrativo del Regno, specialmente per la polizia([132]). Non è difficile imaginare quale riescita dovessero fare cotali impiegati in un paese, nel quale sarebbero state necessarie in loro qualità eccezionali, e dove viveva da tempo immemorabile la tradizione di fare la polizia per mezzo dei malfattori. Gl’impiegati di pubblica sicurezza si appoggiarono in regola generale sugli elementi locali, e specialmente sui malfattori, sulla mafia([133]). L’applicazione di questo sistema ha il suo tipo più perfetto dopo il 1860 nell’amministrazione del questore Albanese sotto la prefettura Medici. Abbiamo già cercato di descriverne gli effetti generali e non ci torneremo sopra. L’influenza di siffatto sistema, specialmente sul personale di pubblica sicurezza, anche se questo fosse stato perfetto, non poteva non essere pericolosissima. Fu micidiale sopra un personale già troppo disposto alla debolezza e anche talvolta alla corruzione. La facilità di sgravarsi da cure, pericoli o responsabilità, fece ricercare l’aiuto dei malfattori anche dove sarebbe stato facilissimo farne a meno. Le relazioni continue coi malfattori diedero agio a questi non solo di essere adoperati, ma anche di adoperare gl’impiegati di pubblica sicurezza. La sorveglianza dei superiori sopra siffatte relazioni anche quando si fosse voluta esercitare, era impossibile.

Con modi di procedere e con tradizioni ben diverse, il corpo dei carabinieri rimaneva isolato dal personale direttamente sottoposto alle questure. La infusione di una dose troppo forte di elemento siciliano gli nocque([134]), già esponemmo in tesi generale il perchè([135]), non gli tolse però quello spirito di corpo che lo poneva quasi in antagonismo col personale dipendente dalle questure. Del resto, anche all’infuori di questa circostanza, è opinione espressa da molte persone competenti, che i regolamenti dei carabinieri ne impacciano l’azione in modo da renderla quasi infruttuosa in Sicilia([136]). Non ci avventureremo a portare un giudizio in una questione esclusivamente tecnica come questa, e dove validi argomenti possono probabilmente essere addotti pro e contro siffatti regolamenti; ci contentiamo di constatare il fatto.

I pretori, perno e fondamento dell’ordinamento di polizia, mal scelti e mal pagati, sottostavano a tutte le intimidazioni e le corruzioni delle influenze locali.

In siffatte condizioni, la quistione dell’ordinamento e degl’inconvenienti della divisione di autorità, spariva di fronte a quella del personale. L’amministrazione della pubblica sicurezza, qualunque fossero le leggi che la regolavano, non poteva non esser pessima.

Nel 1874 principiò il miglioramento del personale delle questure e delle autorità politiche dirigenti. Ed allora hanno cominciato a farsi manifesti e stringenti i danni della divisione delle autorità. Non essendo stato migliorato nel medesimo tempo il personale dei pretori, l’iniziativa e l’attività nella persecuzione dei delitti viene ad essere quasi tutta negli agenti del potere esecutivo, e accade non di rado che questi debbano esercitare pressioni sull’autorità giudiziaria, perchè proceda efficacemente contro i delinquenti, con non piccolo danno pubblico presente e futuro. Perchè le popolazioni mancanti del sentimento della Legge, si avvezzano ad associare nelle loro menti l’idea della Legge con quella, non del potere giudiziario, ma dell’esecutivo. Ed acquista fondatamente autorità morale un sistema di pressioni pieno di pericoli, facile ad essere in seguito adoperato per fini dannosi all’interesse pubblico ed anche privato. Insomma il potere esecutivo assume una specie di autorità gerarchica sul giudiziario, in qualità di rappresentante del diritto, e lo fa non per prepotenza, ma costrettovi. Il mezzo col quale si fa prevalere il diritto è in contraddizione col fine.

È facile imaginare quanto riesca difficile in siffatte circostanze agli impiegati di pubblica sicurezza di conciliare l’adempimento del loro ufficio coll’osservanza delle forme legali, secondo le quali il diritto di arrestare senza mandato dell’autorità giudiziaria è concesso loro nel solo caso di flagrante reato. Questa difficoltà sarebbe stata grandissima ovunque, ma è maggiore che altrove in Sicilia, dove le condizioni di fatto sono tali, che un agente dell’autorità non può cogliere un delitto in flagranza se non lo vede compiere coi propri occhi. Difatti, all’infuori di questo, tutti gli altri casi nei quali l’articolo 47([137]) del Codice di Procedura Penale considera un reato come flagrante, si presentano ben di rado in Sicilia. Nel caso di reato poco prima commesso, le tracce del colpevole spariscono così presto in mezzo alla connivenza generale, che può commettersi un omicidio con arma a fuoco in una strada piena di gente senza che gli agenti di polizia possano trovare un minuto dopo sul luogo, altra traccia del delitto che il cadavere della vittima; il clamore pubblico non insegue quasi mai il colpevole, molto meno lo insegue la parte offesa, giacchè l’omicidio si commette sempre per agguato, e la vittima, quando non è freddata sul colpo e si può muovere, pensa piuttosto a sottrarsi a nuovi colpi.

Inoltre è ben difficile che il colpevole si lasci sorprendere in tempo vicino o no al reato, con oggetti valevoli a farnelo presumere autore o complice, giacchè ha troppa facilità di nasconderli o depositarli ovunque voglia. Nè è meno difficile a cogliere in flagranza il reato speciale di banda armata costituita([138]). Bastano ben pochi minuti perchè una banda di briganti nasconda le armi e si faccia vedere in mezzo a pacifici contadini, magari a lavorare la terra con loro. E così accade ogni qualvolta la forza armata abbia lasciato sospettare il suo avvicinarsi.

 

 

§ 73. — Necessità di una stretta unità d’azione fra la magistratura inquirente e il personale di polizia.

Da ciò appare inoltre che, ancora quando fosse il personale dei pretori pari alle circostanze, ciò gioverebbe poco, se non fossero cogl’impiegati di pubblica sicurezza d’ogni genere in relazioni strette e continue, tali insomma che la spedizione dei mandati di cattura, comparizione o perquisizione potesse seguire immediatamente la scoperta, per parte di questi, dei più lievi indizi. Altrimenti la facilità con la quale sono dispersi gl’indizi materiali, e combinate le deposizioni da farsi all’autorità, rende ogni opera infruttuosa. Avvegnachè, se è possibile anche cogli ordinamenti attuali, di ottenere effetti potentissimi in qualche singolo caso concentrando sopra un dato punto tutti gli sforzi del meccanismo di polizia e giudiziario quale è adesso([139]), questi sono per la stessa loro indole eccezionali, perchè si fa servire ad uno scopo parziale, una forza che deve esser sufficiente ad ottenere risultati generali.

Di fronte alla mancanza di unione fra l’azione dell’autorità giudiziaria locale e di quella di polizia, i provvedimenti meglio imaginati recano pochi frutti, è secondario l’inconveniente pure gravissimo della poca unità d’azione fra le varie categorie del personale di pubblica sicurezza, ed il rimediare a questo solamente serve a poco. Difatti, furono limitatissimi i risultati del provvedimento col quale si è cercato di dare unità in tutta l’Isola alla direzione della forza militare contro il malandrinaggio, e di porre in relazioni strette e continue le autorità dirigenti la polizia fra di loro e colla forza militare.

Colle istruzioni per il servizio di repressione del malandrinaggio in Sicilia emanate dai Ministri dell’interno e della guerra in data del 1° settembre 1874([140]) il territorio della Sicilia è diviso a seconda della divisione amministrativa in province e circondari, in zone e sottozone militari, ognuna con un comandante, e tutte sotto la direzione suprema del Comando generale di Palermo, il quale è arbitro della distribuzione delle forze fra le varie zone. In ciascun capoluogo di provincia e di circondario, cioè per ogni zona e sotto-zona, è istituita una Commissione di pubblica sicurezza, composta del prefetto o sotto-prefetto presidente, del comandante della zona o sotto-zona, del comandante i reali carabinieri nella provincia o circondario, e di un segretario, uffiziale di pubblica sicurezza scelto dal prefetto o sotto-prefetto. Queste Commissioni si possono considerare costituite in permanenza, giacchè si devono riunire ogni giorno ed anche più volte al giorno quando ne riconoscano la necessità (paragrafi 1, 2, 3, 5, 6).

Senza entrare a studiare questo provvedimento nei suoi particolari, ci limiteremo alle seguenti osservazioni: Esso ha per unità territoriale il circondario, e si fonda sopra un ordinamento militare di fronte al quale quello della polizia è secondario e ausiliare (vedi specialmente i paragrafi 3, 4, 8, 14, 21)([141]). L’estensione relativamente grande del circondario è cagione che quei vantaggi che si possono aspettare dall’unione fra le autorità di pubblica sicurezza (e in questo caso il Comandante militare della zona o sotto-zona si può considerare come una di esse) sono scemati dalla inevitabile lentezza colla quale le informazioni possono giungere a queste autorità da punti lontani dal capoluogo, e gli ordini tornare ai medesimi. Non intendiamo da ciò conchiudere che si dovesse stabilire una sotto-zona per ogni mandamento, la cosa è praticamente impossibile, e del resto nei paesi non capoluoghi occupati da truppa, l’ufficiale che la comanda può sempre intendersi coll’ufficiale di pubblica sicurezza se vi è. Ci limitiamo a costatare il fatto.

D’altra parte ci sembra difficile l’ottenere che con l’ordinamento in discorso (vedi i già citati paragrafi 3, 4, 8, 14, 21) la base del servizio non sia militare, quantunque nella nota del Ministero dell’Interno 9 settembre 1874([142]), sia detto «che la direzione del servizio, alla cui buona riescita è indispensabile il concorso dell’elemento militare, ma che riposa anzi tutto su di un largo ed intelligente impiego di mezzi di polizia, rimane sempre affidato ai signori prefetti e sotto-prefetti, i quali.... ecc.». E quantunque nell’applicazione dell’ordinamento in discorso le istruzioni ministeriali fossero «eseguite ed attuate con perfetta armonia di vedute cementate da ottimi rapporti personali delle autorità civili e militari([143]),» risulta necessariamente dalla preponderanza dell’elemento militare nel servizio, che questo viene naturalmente ordinato di comune accordo anche colle autorità civili, piuttosto nell’interesse delle operazioni militari contro le bande di malandrini, che nell’interesse delle ricerche di polizia per scuoprire tracce di manutengoli e di colpevoli non palesi. Per poter sorprendere una banda di malandrini in armi, l’opera della polizia è certamente importantissima, ma secondaria e subordinata. Che le cose siano andate generalmente in questo modo lo provano i risultati. Si sono eseguite e si eseguiscono tuttora brillanti operazioni militari contro le bande di malfattori; l’attiva sorveglianza delle pattuglie in perlustrazione impedisce di quando in quando qualche reato, ma il nuovo ordinamento ha giovato ben poco contro la mafia([144]).

Ad ogni modo, quand’anche nel provvedimento ora descritto si fosse data la preponderanza alla polizia, e si fosse resa più rapida la trasmissione delle informazioni e degli ordini, la guerra campale contro il malandrinaggio sarebbe stata più efficace, ma nulla di più sarebbe stato ottenuto, finchè nelle Commissioni dirigenti le operazioni non fosse stato introdotto l’elemento giudiziario. Se non si vogliono sospendere le garanzie sancite dallo Statuto intorno alla libertà individuale e all’inviolabilità del domicilio, la ricerca dei delinquenti in Sicilia non può essere efficace se non quando sia fondata, in ogni unità territoriale non troppo estesa, sull’azione delle autorità locali, giudiziaria e di polizia talmente unite fra di loro da esser quasi confuse. Ciò naturalmente senza pregiudizio dei provvedimenti atti a facilitare la combinazione fra le varie unità territoriali, dell’azione delle forze dirigenti ed esecutive che sono in ciascuna.

Non neghiamo la difficoltà di congegnare un siffatto ordinamento il quale deve unire requisiti fino ad un certo punto contraddittorii. E prima di tutto, in qual modo dovrà disporsi in ogni unità territoriale il servizio di polizia, affinchè l’autorità giudiziaria e quella di polizia vi confondano la loro azione?

L’unità territoriale più adattata per il servizio della polizia giudiziaria ci sembra il mandamento, la cui superficie è generalmente abbastanza ristretta per permettere grandissima rapidità nella trasmissione delle informazioni e nell’esecuzione degli ordini([145]). Inoltre il mandamento è dalle leggi vigenti provvisto dell’organo secondo noi essenziale per il servizio della polizia giudiziaria in Sicilia, cioè il pretore.

 

 

§ 74. — L’ordinamento della polizia giudiziaria in Sicilia dovrebbe fondarsi sul pretore.

Sopra questo funzionario, a noi sembra, dovrebbe fondarsi in Sicilia tutto l’ordinamento della polizia giudiziaria senza pregiudizio naturalmente di una rigorosa unità nella direzione suprema. Nè per ciò occorrerebbe mutare molto la legislazione esistente.

Il pretore è ufficiale di polizia giudiziaria, e ha diritto di richiedere l’aiuto della forza armata([146]). Come magistrato può ricevere querele o denuncie, assumere informazioni, ed in caso d’urgenza, fare tutti gli atti necessari d’istruzione penale anche fuori della sua giurisdizione([147]). Come magistrato, ha diritto che gli ufficiali di polizia giudiziaria gli forniscano tutte le indicazioni riguardanti i delitti commessi([148]). Finalmente il pretore, anche quando la cognizione del reato non sia di sua competenza, deve, nei luoghi dove non risiede il giudice istruttore, procedere senza indugio a tutti gli atti d’istruzione occorrenti all’accertamento del reato e dell’autore di esso([149]). Ma (e qui occorrerebbe una mutazione della legge) la legge non dà al pretore poteri sufficenti per compiere efficacemente questa istruzione preliminare, giacchè, se egli ha facoltà di citare testimoni([150]) non ha quella di spiccare mandato di cattura e neanche di comparizione contro l’imputato, meno il caso di pericolo imminente di fuga([151]). Di più, anche se con mezzi così insufficenti riesce a mandare avanti l’istruzione, se non giunge a compierla in 15 giorni, deve interromperla per mandare gli atti al procuratore del re([152]), il quale li trasmette al giudice istruttore del tribunale correzionale. E tutte queste limitazioni del potere del pretore nell’istruire, si risolvono finalmente in perdita di tempo pura e semplice giacchè nella maggior parte dei casi, il giudice istruttore, valendosi dell’art. 81, capov. 2, del Codice di Proc. Pen. delega al pretore stesso l’incarico di istruire completamente il processo insieme con tutti i suoi poteri([153]). Se dunque, secondo la proposta del commendatore Calenda (vedi la nota) si attribuissero al pretore senza bisogno di delegazione tutti i poteri dell’istruttore, compreso quello di spedire mandato di cattura, il pretore avrebbe per legge, senza che nulla fosse mutato nel fatto all’andamento della procedura penale, tutte le facoltà per dirigere la polizia nelle ricerche di ogni specie di delinquenti, di farli arrestare, e di radunare gli elementi necessari per inviarli al giudizio.

Ma all’atto pratico, sarebbe egli possibile ai pretori di provvedere non solo all’istruzione dei processi, ma anche alla direzione delle indagini di polizia? Le difficoltà sono molte. Prima di tutto, le infinite occupazioni di questi magistrati riguardo alla giurisdizione civile, alla volontaria e ai delitti minori o contravvenzioni di loro giurisdizione vera e propria. Nel 1873 nel Circondario della Corte d’Appello di Palermo, le contestazioni civili portate davanti i pretori furono 13,374([154]); i provvedimenti di giurisdizione volontaria da loro emessi furono 4872([155]), i delitti minori e le contravvenzioni di loro competenza propria furono 12,837([156]), al che conviene aggiungere le 14,190 istruzioni per crimini o delitti compiute nell’anno medesimo([157]), le quali, se venissero adottate le nostre proposte, incomberebbero per la massima parte ai pretori. Quando tornasse realmente il conto a fare del pretore il fondamento della polizia indagatrice, questa difficoltà si potrebbe a parer nostro togliere, dividendo dalla competenza penale la civile, ed affidando questa in ciascun mandamento, sia ad un vice-pretore, sia ad un altro pretore. Ma tolta questa, le difficoltà si affollano, e si complicano da tutte le parti.

 

 

§ 75. — Come convenga porre in Sicilia il personale di polizia sotto una stretta dipendenza dell’autorità giudiziaria.

Se la direzione locale della polizia indagatrice deve stare nel pretore, quali dovranno essere le relazioni con lui dell’autorità locale di pubblica sicurezza? come si potranno conciliare queste relazioni coll’unità nella direzione suprema della polizia in tutta l’Isola o in buona parte di essa?

Perchè il problema sia solubile, occorre, prima di tutto, che venga posto un funzionario di pubblica sicurezza in ogni mandamento. Questo provvedimento è del resto richiesto da tutti i prefetti delle province mal sicure di Sicilia nelle loro già citate relazioni. Per il rimanente, noi sappiamo che le proposte che siamo per fare parrebbero, nelle circostanze ordinarie, per lo meno discutibili, ma, fuori del caso che si voglia sospendere lo Statuto, ci sembra talmente indispensabile per la scoperta e l’arresto dei delinquenti, l’unione fra le autorità locali giudiziarie e di polizia, stretta al punto di farne una potestà sola, che se la pratica dimostra che sia necessario per raggiungere siffatto scopo, il porre l’autorità di pubblica sicurezza del mandamento sotto la dipendenza gerarchica vera e propria del pretore, non esitiamo a proporre di farlo.

Per conciliare la sottoposizione all’autorità giudiziaria dell’impiegato di pubblica sicurezza nel mandamento, colla sua dipendenza dalle autorità superiori di questura, converrebbe che in tutti i gradi della gerarchia fossero simili le relazioni fra i funzionari di pubblica sicurezza e l’autorità giudiziaria rappresentata dai Procuratori del Re presso i tribunali correzionali, e, sopra tutti dal Procuratore Generale alla Corte di Appello presso il quale risiederebbe la questura.

Per ottenere l’unità nella direzione suprema, converrebbe mutare in Sicilia la circoscrizione delle Corti di Appello. E quando si chiarisse impossibile nella pratica il metterne una sola per tutta l’Isola e stabilire in tal modo un ordinamento che provvedesse al possibile estendersi delle cattive condizioni della pubblica sicurezza alle parti attualmente tranquille, almeno togliere dalla dipendenza di quella di Palermo, la tranquilla provincia di Siracusa, e rimpiazzarla coi circondari delle province di Messina e Catania presentemente infestati dai malfattori.

Con un siffatto ordinamento, le istruzioni penali per le quali tutti gli elementi sussistessero nel territorio di un mandamento o nelle sue immediate vicinanze, verrebbero compiute dal pretore. Quando questi elementi fossero sparsi sopra un più vasto territorio, si farebbero dai giudici istruttori sotto la direzione rispettivamente dei procuratori del Re circondariali o della procura Generale secondo i casi. Per le istruzioni penali che venissero sotto la direzione di quest’ultima, rimarrebbe la quistione esclusivamente pratica, se gl’istruttori dovessero esser presi dal Tribunale Correzionale della residenza della Corte d’Appello, oppure dalla sezione d’accusa della Corte stessa, e diventerebbero forse necessarie alcune modificazioni al Libro II, Titolo 3, Capo 1 del Codice di Procedura Penale. Quando nel corso dell’istruzione venissero fuori elementi sparsi sopra un più vasto territorio, il processo si potrebbe trasmettere dall’autorità inferiore alla superiore perchè continuasse l’istruzione in quanto a lei spetterebbe.

Converrebbe inoltre ordinare le relazioni fra i pretori in modo da rendere rapide e continue le comunicazioni fra di loro, e da rendere facile a ciascuno di essi di iniziare istruzioni anche per delitti commessi in mandamenti limitrofi, quando in questo modo si potesse ottenere rapidità maggiore. Quest’ultima sarebbe piuttosto opera di regolamento che di legge, poichè questa ha già provveduto al caso([158]). Per i delitti commessi nelle grandi città comprendenti parecchie preture come Palermo, Catania e Messina, l’ordinamento di polizia si fonderebbe sull’unione del questore e del Procuratore del Re.

Naturalmente il provvedimento che stiamo proponendo, e che viene a mettere l’amministrazione della polizia nell’arbitrio dell’autorità giudiziaria, dovrebbe esser subordinato ad una depurazione radicale di quest’ultima in tutti i suoi gradi, depurazione che le nostre leggi attuali rendono difficilissima, fuorchè per i pretori che sono amovibili in virtù dell’art. 69 dello Statuto.

Ma tolte pure quelle difficoltà, ne rimarrebbero due capitali. Da un lato, è egli possibile togliere all’autorità politica la direzione della pubblica sicurezza? Dall’altro, la qualità di capo di polizia, è essa compatibile in pratica con quella di magistrato?

Evidentemente, coll’ordinamento che proponiamo, l’autorità politica potrebbe bensì richiedere l’opera del personale di pubblica sicurezza, ma il suo servizio sarebbe subordinato a quello dell’autorità giudiziaria, e di più il sottoporre alla suprema autorità giudiziaria di Palermo circondarii dipendenti dall’autorità politica di Catania e Messina complicherebbe ancora più le relazioni, a meno che si modificasse la circoscrizione amministrativa dell’Isola insieme colla giudiziaria. Ma quando il personale giudiziario fosse scelto in modo da poter dirigere efficacemente la polizia indagatrice, l’opera dell’autorità politica nella pubblica sicurezza, si ridurrebbe a ben poco, e sarebbe ausiliare. Per ciò che riguarda gli uffici di bassa polizia e gli annessi provvedimenti amministrativi, i funzionari di pubblica sicurezza potrebbero rimanere sottoposti alle autorità politiche. Per ciò che riguarda i pericoli per la sicurezza dello Stato, congiure politiche ec., pericoli che del resto si presentano ben di rado in Sicilia, basterebbe a parer nostro la continuità delle relazioni fra potere giudiziario e politico. Del resto i fatti di Palermo nel 1866 hanno dimostrato come la dipendenza diretta delle questure dalle autorità politiche sia molto meno efficace di quel che si crede generalmente a scoprir le congiure o a prevenire le rivolte di qualunque genere. Basterebbe dunque che i regolamenti determinassero le relazioni riguardo alla polizia fra le autorità giudiziarie e politiche in modo da renderle intime e continue, e prevedessero il maggior numero possibile di casi di conflitto, a fine di eliminarli e così rendere queste relazioni anche cordiali. D’altronde, già lo vedemmo, la dualità delle autorità soprintendenti alla polizia è inevitabile; e ci sembra che in Sicilia i danni che ne derivano sarebbero minori, quando i poteri di queste due autorità fossero distribuiti come lo proponiamo, invece di esserlo come adesso nel modo inverso.

Riguardo ai pericoli morali che correrebbe la magistratura coll’esser posta alla testa della polizia, ci sembra che non siano molto grandi, quando si tratti della polizia strettamente giudiziaria e della sorveglianza preventiva che essa implica, a condizione naturalmente che il Governo non tentasse mai d’impiegare la polizia per fini politici ed elettorali. Osserveremo peraltro che l’ufficio che noi proponiamo di dare ai magistrati è di semplice sorveglianza, e non implica arbitrii, mentre la legislazione in vigore affida ai pretori l’arbitrio importantissimo dell’inflizione dell’ammonizione. Del resto, per questo, come per tutto il rimanente, molti inconvenienti quando si presentassero, dipenderebbero non dalle istituzioni, ma dal personale. E dal personale giudiziario di ogni grado l’elemento siciliano dovrebbe essere escluso.

D’altra parte, la direzione della polizia locale affidata a un magistrato, sarebbe cagione che avesse minore occasione di manifestarsi quell’ombroso spirito di corpo dei Carabinieri, il quale, per quanto possa talvolta nuocere all’unità di azione, pure ha grandi vantaggi.

Affinchè l’unità nella direzione della polizia mandamentale raggiungesse nella pratica tutta la sua efficacia, sarebbe indispensabile che un medesimo locale racchiudesse la pretura, l’ufficio di pubblica sicurezza e la caserma della forza armata di pubblica sicurezza, guardie, carabinieri od altri. Questa condizione per quanto possa sembrare a prima vista accessoria, è d’importanza capitale per ottenere rapida trasmissione delle informazioni e degli ordini, contatto continuo, segretezza e rapidità nel preparare le operazioni.

Per ciò che riguarda la parte esecutiva del servizio di polizia, la forza armata di pubblica sicurezza destinata al servizio in campagna dovrebbe esser tutta a cavallo. Il radunare informazioni e il seguir tracce di qualunque genere in un paese dove i luoghi abitati sono lontani gli uni dagli altri è assolutamente impossibile senza una grande rapidità di movimenti([159]).

Naturalmente, qualunque sia l’ordinamento della polizia, non è meno necessaria in Sicilia, almeno per adesso, una numerosa forza militare distribuita in modo da esser pronta a qualunque richiesta delle autorità di pubblica sicurezza. Nè è meno indispensabile l’unità di comando di questa truppa in tutta la Sicilia, per poter provvedere rapidamente alla distribuzione della forza nei vari luoghi e nelle varie parti dell’Isola a seconda dei bisogni. Per questa medesima ragione è utilissimo l’ordinamento in zone e sotto-zone, purchè però non abbia una rigidità tale da impedire le autorità locali di polizia di valersi dei soldati senza ricorrere prima al capo-luogo della sotto-zona.

 

 

§ 76. — Come debba mantenersi più rigorosamente il segreto delle denunzie ricevute dall’autorità, e quello delle istruzioni penali.

Ma quando pure i provvedimenti ora proposti ottenessero il loro intento, rimarrebbe da assicurare la segretezza delle denunzie e delle istruzioni penali indispensabile in Sicilia più che altrove. Finchè il segreto non sarà assicurato ai denunciatori, questi saranno rarissimi([160]); e si ode spesso lamentare in Sicilia che denuncie pericolose per i loro autori siano venute a cognizione degli interessati. La segretezza delle istruzioni penali non esiste che di nome. È frequentissimo il caso che taluno riceva avviso del suo imminente arresto a tempo per poter fuggire. Per rimediare a ciò, è necessaria una prudenza molto maggiore dell’attuale nelle autorità quando ricevano denuncie. Tutte le lettere ed altri documenti concernenti rivelazioni non dovrebbero esser conosciuti che dai funzionari per i quali sono assolutamente indispensabili. È necessario che questi funzionari non siano esposti a subire pressioni di specie alcuna che li inducano a palesarle, e perciò il minor numero possibile di loro deve esser siciliano. Conviene che siano soppresse talune formalità, anche se perciò si debba rinunziare alle garanzie contro abusi di altra specie. Si è dato il caso che fosse da alcuni interessati risaputa una denuncia, perchè al suo autore fu fatta firmare la ricevuta della taglia pagatagli in ricompensa dall’autorità. Esso venne ucciso tre giorni dopo. Ma il mezzo principale col quale vengono palesati i segreti degli uffici di polizia e di istruzione è il basso personale di siffatti uffici, quasi tutto composto di Siciliani: uscieri, scrivani ec. Anche se questi impiegati non hanno per conto loro relazioni colla mafia esiste nelle città principali una classe di avvocatucoli, il cui mestiere consiste nell’accattare siffatti segreti. Il solo rimedio sarebbe non lasciare un solo basso impiegato siciliano negli uffizi di pubblica sicurezza ed in quelli dei tribunali, e disporre il servizio in modo da poter fare a meno degli scrivani temporanei.

Naturalmente il bisogno comune a tutta Italia di una riforma nella procedura delle istruzioni penali la quale le renda più rapide, è, più che in ogni altra parte, stringente m Sicilia. Lasciamo agli specialisti il trattare siffatto argomento([161]). Nè ci dilungheremo qui su tutte le riforme particolari colle quali si toglierebbe facilità a commettere taluni delitti o si renderebbe più facile lo scuoprire i colpevoli.

 

 

§ 77. — La giustizia. — Il giurì.

Ma quando pure si fossero arrestati tutti i delinquenti dell’Isola rimarrebbe il farli giudicare e condannare in giudizio pubblico e col giurì. Crescono le difficoltà per far parlare i testimoni, nasce quella di far parlare i giudici. Principieremo col trattare di questi.

Nelle condizioni attuali della Sicilia non esitiamo ad affermare che il giurì, comunque composto, non può che impedire l’azione della giustizia([162]). Non staremo a citare assoluzioni scandalose, numerosissime specialmente in Sicilia; non staremo ad analizzare le statistiche ed a cercarvi per quali specie di reati sia stata pronunziata l’assoluzione e per quali la condanna. Se le relazioni sociali nell’Isola sono realmente quali le abbiamo descritte in questo lavoro, e pochi, crediamo, lo negheranno, è lecito conchiudere senza esitazione che un colpevole, per poco che abbia aderenze, protezioni od influenze di qualunque specie, è certo di essere assoluto. Dove non valgono la corruzione o le intimidazioni, valgono le relazioni d’amicizia, di clientela, di riconoscenza. In ogni caso vale l’opera di quegli avvocati che hanno per industria speciale la fabbricazione dei giurì. Essi s’informano dei particolari più intimi riguardanti ognuno dei giurati, e così scuoprono i modi più opportuni d’influenzarli o corromperli. Una statistica che non segnasse nemmeno una assoluzione, non proverebbe nulla, se non che i colpevoli influenti non sono stati mai sottoposti al giudizio dei giurati, sia perchè la procura del Re, certa di non ottenere testimonianze, ha dovuto perfino rinunziare ad iniziare l’istruzione([163]), sia perchè nel corso della medesima «le prove più palmari si dileguano e sfumano, a così dire, fra le mani dei magistrati, dimodochè le più di tali procedure cominciate sotto ottimi auspici, si chiudono con un non farsi luogo a procedere per mancanza di prove([164]).» La soppressione del giurì in Sicilia recherebbe per tutti i versi infiniti benefizi([165]). Nulla impedirebbe di mantenerlo per quelle cause nelle quali il giudicabile potrebbe giustificatamente temere pressioni governative sui magistrati, per i delitti politici, cioè, e per quelli di stampa.

 

 

§ 78. — Reticenza dei testimoni al dibattimento pubblico.

Ma quand’anche fosse tolto di mezzo il giurì, rimarrebbe la difficoltà di far parlare i testimoni al giudizio pubblico. Questo è il punto del problema di soluzione più difficile ed incerta. Riguardo a questo, rimangono da sperimentare due mezzi con qualche probabilità di buona riuscita: 1° quando si fosse ottenuta una polizia indagatrice realmente efficace, profonda conoscitrice dei luoghi e delle persone e rapida nella sua azione, si potrebbe per tutti i delitti aventi connessione fra di loro per motivo del fine, degli autori, dei complici o d’altro, scuoprire ed arrestare tutte le persone che avessero con questi delitti attinenza lontana o vicina, arrestarle ed istruire contro di loro, in modo che al momento in cui il processo trasmesso alla sezione di accusa della Corte d’appello, ha un principio di pubblicità perchè comunicato agli avvocati della parte civile (quando vi sia) e dell’imputato([166]), rimanessero pochi o punti fuori di carcere per intimidire i testimoni. Veramente, i legami fra i delinquenti sono talmente estesi nelle province malsicure di Sicilia, che, per ottenere siffatto risultato, converrebbe fare un gran colpo, preparato di lunga mano, e per mezzo del quale venisse arrestata la maggior parte dei delinquenti pericolosi dell’Isola. La riescita di una siffatta operazione sarebbe del resto il fine pratico al quale tenderebbero tutte le riforme che stiamo proponendo, e dipenderebbe in gran parte dal mantenimento durante l’istruzione, di quel rigoroso segreto di cui parlavamo or ora.

 

 

§ 79. — Arbitrio del giudice istruttore per l’arresto e la libertà provvisoria. — Legge del 30 giugno 1876.

Ad ogni modo, per ottenere questo effetto sarebbe necessaria una larga facoltà nel magistrato istruttore di rilasciare mandati di cattura, di confermare gli arresti fatti in flagranza di reato e di rifiutare la libertà provvisoria([167]) anche per i delitti o per i crimini che per una ragione od un’altra siano di competenza del Tribunale correzionale. Lo studio di quistioni così difficili e complicate non è compatibile coll’indole generale del presente lavoro. Ma riguardo ai limiti posti all’arbitrio del giudice nel concedere o no la libertà provvisoria, limiti resi più stretti ancora dalle modificazioni portate al Codice di Procedura Penale colla legge del 30 giugno 1876, ci permetteremo solamente di sottoporre un dubbio al lettore. Ha l’esperienza dimostrato che il numero e la complicazione dei controlli, e le limitazioni imposte dalla legge all’arbitrio del magistrato, bastino a compensare i danni prodotti dall’essere il personale giudiziario in parte impari all’ufficio suo, e il servizio della polizia giudiziaria inefficace al punto di prendere per colpevoli gl’innocenti in un grandissimo numero di casi? E più specialmente per ciò che riguarda lo stato di fatto che ha provocato la legge 30 giugno 1876, può una legge generale prevedere e distribuire in categorie l’infinita varietà di circostanze che presentano i processi per delitti non leggerissimi, e stabilire anticipatamente quando il giudice abbia facoltà d’assicurarsi della persona dell’imputato e quando no? Nessuno al mondo potrà certamente criticare la legge in discorso in quelle parti dove all’obbligo sostituisce la facoltà di rilasciare il mandato di cattura (come per esempio nella modificazione portata all’art. 183 del Cod. di Proc. Pen.). Ma dove l’arbitrio del giudice viene ristretto, è forse lecito di temere che sia stato chiesto alla legge di fare ciò di cui sono capaci solamente le persone incaricate d’applicarla. Era senza dubbio indispensabile ed urgente il provvedere agl’inconvenienti che provocarono questa legge, ma il modo efficace di provvedervi ci sembra sia di modificare non la legge, ma il personale giudiziario, il personale e l’ordinamento di polizia. In ogni istituzione politica vi ha un punto dopo il quale la sua riescita non può dipendere altro che dalle qualità delle persone cui n’è affidata l’applicazione, e dove ogni nuovo provvedimento legislativo diventa non solo inutile, ma dannoso. Perchè, volendo sottoporre ad una regola generale e prestabilita fatti infinitamente vari, si corre grave rischio, per schivare un male, di cadere nel male opposto; e soprattutto perchè chi governa, credendo di aver provveduto sufficentemente, si mette l’animo in pace, e lascia sussistere e crescere la cagione vera del male ritenendola per un inconveniente secondario. E a chi dicesse che il fondare un’istituzione sulle qualità di una categoria di funzionari è darle una base incerta e precaria, non potremmo rispondere altro se non che l’aver base incerta e precaria, è natura di tutte le cose umane e delle istituzioni politiche più di qualunque altra, e che le garanzie dei sistemi costituzionali hanno per iscopo di restringere questa incertezza e precarietà, non di toglierle.

 

 

§ 80. — Invio delle cause criminali alle corti di Assise del Continente.

2° Quando, per causa delle leggi vigenti o delle difficoltà pratiche riescisse impossibile il compiere una vasta operazione di polizia giudiziaria che conducesse in potere della giustizia gli autori e i complici della maggior parte dei delitti commessi durante gli ultimi tempi nelle parti di Sicilia infestate dalla mafia, rimarrebbe, per indurre i testimoni a parlare, il mezzo già impiegato nel processo pel furto del Monte di pietà in Palermo. Il mezzo cioè di avocare le cause gravi a Corti d’assise dell’Italia alta o media, togliendo via con una legge il dubbio espresso da alcuni, se sia lecito il sottoporre un processo criminale a giudizio fuori della circoscrizione della Corte di Cassazione dove il delitto fu commesso([168]). Non neghiamo che il provvedimento sia costoso, ma probabilmente pagherebbe le spese.

Ai due provvedimenti adesso proposti per ottenere deposizioni dai testimoni, e soprattutto al primo si potrebbe giustamente obbiettare che, quando pure siano praticabili, essi esigono per tutti i versi un tale sforzo, da non potere essere che temporaneo. Difatti all’operazione di polizia giudiziaria da noi accennata occorrerebbe un numero straordinario di funzionari giudiziari e di polizia, tutti d’intelligenza, d’energia e di onestà eccezionale; ed anche da questi richiederebbe una spesa di forze morali, intellettuali e fisiche la quale non potrebbe durar molto. A questo rispondiamo che basterebbe la riescita di due o tre grandi cause, perchè da un lato fosse tolta di mezzo buona parte dei malfattori e mafiosi, e dall’altro fosse rotto l’incanto del terrore che tien chiusa la bocca a tutti coloro ai quali il predominio dei malfattori reca maggiori danni che vantaggi immediati. Sarebbe in gran parte sciolto il problema della pubblica sicurezza in Sicilia il giorno che fosse entrato negli animi della popolazione la convinzione che la legge e l’autorità pubblica possiede forza materiale maggiore di quella dei malfattori. Allora quello stesso modo di sentire che adesso è a danno dell’autorità, si volterebbe a suo vantaggio. Sparirebbero o scemerebbero molto quelle forze, cagioni di disordine, che sfuggono all’azione diretta di ogni legge. Così perderebbe ogni importanza l’intimidazione. La quale spesso non può cadere sotto alcuna definizione giuridica, ma, coll’arresto dei facinorosi di mestiere, sparirebbe da sè, giacchè, specialmente in Sicilia, non basta di volere intimidire per riescirvi, bisogna esser riconosciuto capace di commettere un delitto violento, od essere pubblicamente in relazione con chi è capace di commetterne. Di più, cresciuta l’efficacia del servizio di polizia, ed il rischio per i delinquenti di essere arrestati e condannati, scemata la garanzia dell’omertà, la repressione sarebbe anche una forza preventiva, e diminuirebbero i delitti per vendette di cose futili in quegli uomini che se non sono già facinorosi per mestiere, non hanno, per parte loro, niuna difficoltà a diventarlo. Ottenuti siffatti risultati, il mantenimento dell’ordine in Sicilia, pur richiedendo maggior sforzo che nel rimanente d’Italia, sarebbe però incomparabilmente più facile che adesso.

 

 

§ 81. — Carceri.

Ma arrestati e condannati i malfattori, non sarebbe ancora del tutto rotta la loro unione nè fiaccata la loro potenza, finchè rimanessero nelle carceri dell’Isola. In Sicilia le comunicazioni fra i carcerati e l’esterno sono continue e facili, e la mafia s’impone al paese anche dalla prigione. Sarebbe dunque essenziale che tutti i condannati al carcere per un tempo non molto breve, fossero colla maggior prontezza, dopo la loro condanna, trasportati nell’alta e media Italia, e che in conseguenza l’amministrazione centrale delle carceri si tenesse sempre al corrente dei processi in corso in Sicilia, onde provvedere locali sufficenti per quanti fossero per esser probabilmente condannati. Le difficoltà per siffatto provvedimento sarebbero solamente pecuniarie e di pratica amministrativa.

 

 

§ 82. — Ammonizione e domicilio coatto.

Qualunque possa essere la efficacia dei provvedimenti da noi proposti sta il fatto che adesso i delinquenti sottoposti a processo sono pochi, e meno i condannati. Nella pratica si è cercato di supplire a questa impotenza coll’uso dell’ammonizione e del suo accessorio l’invio a domicilio coatto([169]). I quali per tal modo sono spesso diretti in Sicilia, ad impadronirsi di quei delinquenti che è stato impossibile condannare per le vie legali, piuttosto che a sorvegliare più efficacemente, ed a porre nell’impotenza di nuocere quelle categorie di persone che per presunzione della legge sono più facili di altre a commettere delitti o contravvenzioni. I primi del resto sono pure fra coloro che la legge sottopone ad ammonizione come diffamati per crimini o per delitti contro le persone e le proprietà([170]).

Se non che, e la legge e il personale incaricato di applicarla sono poco adattati all’uso che principalmente se ne vuole fare in Sicilia.

Lasceremo da parte la definizione dell’ammonizione di valore esclusivamente teorico data dall’art. 47 del Codice Penale([171]), per occuparci delle disposizioni della legge di Pubblica Sicurezza del 20 marzo 1865 modificata in alcuni articoli colla legge del 6 luglio 1871([172]). Secondo questa legge, l’ammonizione s’infligge per tre cagioni principali. S’infligge cioè: 1° Agli oziosi e vagabondi (art. 70 capov. 1)([173]); 2° Ai sospetti per furti di campagna o per pascolo abusivo (art. 97); 3° Ai sospetti come grassatori, ladri, truffatori, borsaiuoli, ricettatori, manutengoli, camorristi, mafiosi, contrabbandieri, accoltellatori, e tutti gli altri diffamati per crimini e delitti contro le persone o la proprietà (art. 105). L’ammonizione è pronunziata dal pretore: contro gli oziosi e vagabondi e i sospetti di furti campestri, sulle denuncie dell’autorità di pubblica sicurezza ch’egli deve verificare, ovvero anche senza denunzia, in seguito della pubblica voce o notorietà (articoli 70, 98); contro i sospetti grassatori ec., e diffamati per crimini o delitti, dietro denuncia dell’autorità di pubblica sicurezza, verificate dal pretore stesso con informazioni assunte (articoli 105 e 106 capov. 1). La contravvenzione all’ammonizione è punita (articoli 71 e 106 capov. 2), colle pene sancite dal Codice Penale per gli oziosi e vagabondi cioè col carcere da tre a sei mesi, più la sorveglianza speciale della polizia. La pena è aggravata in caso di recidiva([174]). Inoltre può essere all’ammonito proibito dal prefetto di abitare in dati luoghi, e può il Ministro dell’Interno inviarlo a domicilio coatto per un termine da sei mesi a due anni, dopo una prima condanna per contravvenzione, e dopo una seconda, per un termine da uno a cinque anni([175]). L’ammonizione quantunque pronunziata da un magistrato, è stata dalla giurisprudenza considerata come provvedimento amministrativo, e perciò inappellabile in via giudiziaria([176]) e non soggetto a ricorso in Cassazione.

È incerta la quistione di competenza per la sentenza di contravvenzione all’ammonizione, essendo la giurisprudenza contradittoria([177]). Talune decisioni l’attribuiscono al pretore, talune altre al tribunale correzionale. Però la Corte di Cassazione di Palermo l’ha dichiarata di competenza del tribunale correzionale.

L’invio a domicilio coatto è provvedimento esclusivamente amministrativo, ma subordinato per legge, alla condanna per contravvenzione all’ammonizione.

Riguardo ai fatti che possono giustificare l’ammonizione, la legge lascia pieno arbitrio al pretore col solo obbligo di prendere informazioni([178]).

Riguardo ai fatti che possono giustificare una sentenza di contravvenzione all’ammonizione, la legge è molto indeterminata in quanto spetta agli ammoniti per oziosità e vagabondaggio e soprattutto agli ammoniti come sospetti di grassazioni, ec. e diffamati per delitti contro la proprietà o le persone. Difatti, in quanto riguarda gli oziosi e vagabondi gli estremi della contravvenzione sono stabiliti, ma molto vagamente dai termini nei quali il pretore deve pronunziare l’ammonizione([179]). Per i sospetti di grassazione, ec. o diffamati per delitti, gli estremi della contravvenzione non sono affatto stabiliti. La giurisprudenza non ammette che si facciano a questa categoria di ammoniti nemmeno i precetti medesimi che agli oziosi e vagabondi s’impongono in virtù dell’art. 70, capov. 1, della legge di Pubblica Sicurezza([180]). Per modo che, secondo la legislazione attuale, le persone più pericolose sono quelle che, per quanto menino vita irregolare e diano luogo a più fondati sospetti, possono più difficilmente essere convinte di contravvenzione all’ammonizione e condannate in conseguenza; essere cioè incarcerate e sottoposte alla sorveglianza della polizia([181]) in virtù dell’alt. 437 del Codice Penale; e inviate a domicilio coatto. Quando poi si pensi che la condanna per contravvenzione è una sentenza pronunciata da un tribunale e in conseguenza subordinata a un certo rigore di prove, non sarà necessario grande sforzo di mente per intendere che la legge, non permettendo che sia data a questa sentenza quando diretta contro i sospetti grassatori ec. e i diffamati per crimini e delitti altra base che una persistenza di sospetti, mette il tribunale incaricato d’infliggerla in una strana posizione: perchè se la pronuncerà, agirà contrariamente alla sua natura di corpo giuridico, se non la pronuncerà, renderà inutili ed illusorie le disposizioni di legge intese a far sorvegliare questa categoria di persone e ad impedirle di commettere reati. Riguardo agli oziosi e vagabondi questi inconvenienti quantunque grandi ancora, sono minori per la maggior precisione della legge. Riguardo alle persone sospette di furti campestri e pascolo abusivo, la difficoltà quasi non esiste per la maggior determinatezza della legge a loro riguardo([182]).

Ora, conviene considerare che in Sicilia le persone che è essenziale di sorvegliare sono i sospetti e i diffamati per crimini e delitti; preme tener d’occhio gli oziosi e vagabondi solamente in quanto sono pericolosi, e si possono comprendere nella precedente categoria. La prevenzione dei delitti minimi, come quelli che vengono generalmente commessi dagli oziosi e vagabondi inoffensivi, e i furti campestri (che nel più dei casi sono una sola e medesima cosa) è un lusso che si possono dare le società in cui la pubblica sicurezza è in ben altre condizioni, e che possono disporre delle loro forze per fini secondari. Le leggi italiane sull’ammonizione sono dunque siffattamente ordinate, che dànno all’autorità in Sicilia i mezzi più efficaci per prevenire quei disordini che sono tollerabili.

Ma gli inconvenienti della legge crescono ancora per il modo della sua applicazione. In Sicilia non si può parlare del caso che le persone da ammonire siano denunziate dalla voce pubblica. Rimane la denuncia delle autorità di pubblica sicurezza fatta in seguito agli indizi che queste, per l’ufficio loro, sono state in grado di raccogliere, seguendo l’individuo passo a passo per delle settimane e dei mesi. Ma queste denunzie non bastano. Il pretore per legge è obbligato a formarsi personalmente una convinzione sull’argomento. Siccome egli non interviene per nulla nel servizio di polizia, egli è costretto a ricercare gli elementi della sua convinzione per altre vie che quelle tenute dagli agenti di pubblica sicurezza, e non ha altro che le testimonianze dei cittadini. Già dicemmo quanto poco numerosi sieno i cittadini capaci di rifiutarsi a firmare un attestato di buona condotta per un malfattore temibile([183]). Chi non lo può ottenere, è il delinquente minore. Ben più: taluni dei capi mafiosi, più noti e più ribaldi di Palermo e dintorni, denunciati per l’ammonizione, trovarono non di rado per perorare la loro causa presso le autorità, persone considerevoli non solo per la loro ricchezza e per la loro influenza nell’Isola, ma anche per la loro posizione ufficiale. Di fronte a tali informazioni, le sole sulle quali, nelle condizioni attuali, il pretore possa fondare la sua convinzione legale, sarà ben difficile che esso infligga l’ammonizione al malfattore più palese, se si rammenta di esser magistrato, per quanto sia onesto, coscenzioso, coraggioso fino all’eroismo, insomma inaccessibile alle influenze di ogni genere.

Ma questo non è il caso per la maggior parte dei pretori di Sicilia, lo abbiamo già detto nel primo capitolo. Ne risulta che essi da un lato non avendo altri limiti al loro arbitrio nello scegliere le persone da ammonire fuorchè quelli imposti dalla loro coscenza, dall’altro essendo sottoposti a pressioni ed influenze di ogni genere, si sfogano ad ammonire sospetti di furti campestri, oziosi e vagabondi inoffensivi, e di quando in quando qualche malfattore che abbia poche aderenze. Quando poi altre influenze riescano a vincere quelle locali ed il pretore principii a distribuire le ammonizioni senza tanti riguardi, si espone a rimetterci la vita, come l’infelice pretore di Alcamo. Del resto, in questa cattiva scelta delle persone da ammonire hanno una gran parte di colpa anche gli ufficiali e gli agenti di pubblica sicurezza per la troppa facilità nel far le denunzie.

Da questa larga e cattiva distribuzione delle ammonizioni sono risultate grandi sofferenze, ingiustamente sofferte da quella classe infima che in Sicilia non ha voce per farsi sentire ed è vittima di tutti. Ed inoltre il gran numero degli ammoniti, rendendo impossibile il sorvegliarli tutti insieme, ha fatto sì che in molti casi l’ammonizione si limitasse a una sorveglianza intermittente dei condannati che fa soffrire gli ammoniti senza avvantaggiare l’autorità.

Del resto, quand’anche le leggi sull’ammonizione, la scelta del personale dei pretori e della pubblica sicurezza, la loro unione e le istruzioni loro impartite fossero tali da impedire per un momento le soverchie ammonizioni, dubitiamo che tali mezzi potessero avere efficacia per lungo tempo. Gli arbitrii di polizia non trovano nelle qualità del personale quelle medesime garanzie che gli arbitrii nei provvedimenti giudiziarii. Il giudice, che di sua autorità ordina un arresto o rifiuta la libertà provvisoria, trova la condanna o l’approvazione del suo provvedimento nel risultato definitivo della procedura. S’egli ha usato il suo arbitrio in modo eccessivo, la sua coscenza, quando l’abbia retta e sensibile, riceve un avvertimento che lo riconduce entro i giusti limiti. Nulla di simile nei provvedimenti di polizia. In questi, nessuna forza morale si oppone a quella tendenza che ha ogni uomo di attenersi ai mezzi più facili per raggiungere il suo intento. Entro un tempo più o meno lungo i pretori più rigidi si troverebbero, senza avvedersene, trascinati dalle forze ineluttabili della natura umana a sbrigarsela con una ammonizione, deve sarebbe stata possibilissima una procedura regolare per delitto poco grave.

Il già detto riguardo alla ammonizione, si deve a più forte ragione dire per il domicilio coatto, quantunque colpisca un numero di persone molto minore. Coll’attuale legge può accadere, ed accade talvolta che porti due anni di domicilio coatto il sospetto di azioni le quali, se fossero giudizialmente provate, procurerebbero al loro autore poche settimane di carcere. Di fatti gli ammoniti per vagabondaggio o per sospetto di furti campestri, in seguito a sentenza di contravvenzione, possono essere e sono talvolta inviati a domicilio coatto per due anni con infinito danno di loro e delle famiglie non solo, ma anche dell’intera società.

Giacchè l’uomo più inoffensivo alla partenza, torna quasi inevitabilmente mafioso e malfattore dal domicilio coatto nelle isole. Nulla potrebbe esser più demoralizzante del genere di vita che vi menano i condannati. La sola regola disciplinare cui siano astretti, è di presentarsi ogni sera all’appello, e di dormire in certi cameroni che la loro indolenza lascia orribilmente sporchi. Durante la giornata sono liberi. Il Governo passa loro un pagliericcio e una coperta che nell’isola di Ustica (la sola sulla quale abbiamo informazioni precise) vengono mutati quattro volte all’anno per esser lavati. Hanno inoltre 60 centesimi al giorno; del resto, sono lasciati interamente a sè stessi. Pochi s’impiegano a lavorar la terra nelle piccole proprietà dell’isola. Gli altri vivono nell’ozio il più assoluto e si dànno al giuoco che, proibito nei cameroni, non si può impedire fuori di essi. Si giuocano i pochi denari che ricevono dalle famiglie e perfino gli abiti. I delitti di sangue sono frequenti. Vorremmo poterci maggiormente dilungare sul doloroso argomento del domicilio coatto. Ma il tempo che ci stringe ci obbliga a venire alle conclusioni intorno a questo e alla ammonizione.

Abbiamo detto che, a parer nostro, sarebbe difficile alla lunga di evitare il rinnovarsi degli attuali inconvenienti nell’uso dell’ammonizione per quanto si cercasse di garantirsene. Ma con ciò non abbiamo inteso dire che si dovesse adesso sopprimerla in Sicilia, e molto meno rimandare a casa i domiciliati coatti. Anzi, riguardo a questi, è spesso tale il pericolo che porta per l’ordine pubblico il loro ritorno in patria dopo lo spirar della pena, che spesso di necessità conviene sorvegliarli strettamente per trovar presto cagione di ammonirli, convincerli di contravvenzione all’ammonizione, poi rinviarli alle isole. Intendiamo dire che, supposto che si voglia a qualunque costo ricondurre la pubblica sicurezza in Sicilia ad uno stato relativamente normale, ottenuto questo fine, o coi mezzi che proponiamo o con altri, e tolti via o resi impotenti i malfattori, l’uso dell’ammonizione e dell’invio a domicilio coatto dovrebbe ridursi ad essere considerato come un espediente eccezionale. Fintantochè non si sia giunti ad un così bel risultato conviene cercare che questi provvedimenti raggiungano in Sicilia il fine che ne giustifica l’uso sopra larga scala: la soppressione cioè di quei malfattori di ogni grado che non si possono condannare per le vie legali; e per questo, i mezzi adattati ci sembrerebbero i seguenti:

Prima di tutto adoperare in Sicilia l’ammonizione e il domicilio coatto contro i soli sospetti di crimini o delitti gravi, ad esclusione dei semplici ladri campestri e degli oziosi e vagabondi inoffensivi. Quando le condizioni del rimanente d’Italia non permettessero di sancire siffatta disposizione con una legge generale, e non si volesse fare una legge speciale per l’Isola, si potrebbe ottenere l’intento per mezzo d’istruzioni ai funzionari competenti. Il derogare ad una legge con istruzioni, potrà sembrare a molti cosa scandalosa, ed è certamente pericoloso; ma da un lato, siffatte istruzioni non allargherebbero, bensì ristringerebbero l’applicazione della legge, e d’altra parte, dietro a tali istruzioni, le autorità farebbero per le ammonizioni ciò che fanno adesso nel caso di molte contravvenzioni minori. Difatti, se gli agenti della pubblica sicurezza dovessero far processo verbale per tutte le contravvenzioni, per esempio all’obbligo di tener la notte lanterne alla porta delle osterie ed altre prescrizioni simili, non rimarrebbe più tempo per correr dietro ai malfattori. E magari, fossero queste sole in Sicilia e in tutta Italia le leggi di cui l’autorità pubblica non cura l’applicazione!

Ristretta in tal modo l’applicazione della legge, si farebbe però più che mai sentire il bisogno di determinare i criteri secondo i quali si dovesse ai sospetti o diffamati infliggere l’ammonizione, o per lo meno la condanna per contravvenzione alla medesima. Ma questo è un caso in cui l’indole stessa del provvedimento costringe a far conto esclusivamente sulle qualità personali di coloro cui ne vien affidata la esecuzione. Riguardo all’ammonizione, una osservazione lunga e paziente delle abitudini dei malfattori, dei luoghi che frequentano di preferenza, può forse in altri paesi, permettere di stabilire a priori qualche criterio benchè molto vago. In Sicilia la cosa è molto più difficile, perchè i malfattori sono generalmente troppo confusi col rimanente della popolazione. Converrebbe fidarsi all’onestà, alla energia e alla perspicacia del pretore locale per infliggere l’ammonizione.

Le medesime ragioni per le quali è impossibile stabilire in una legge i criteri, secondo i quali si deve infliggere l’ammonizione, impediscono pure di stabilire con una regola generale gli estremi della contravvenzione alla medesima. Perchè fosse possibile dare un fondamento giuridico alla sentenza, converrebbe dunque attribuire al pretore facoltà di imporre agli ammoniti quei precetti che per le loro circostanze speciali giudicasse più efficaci a porli nell’impotenza di nuocere, affinchè la contravvenzione, quando si verificasse, fosse costituita da fatti. Anche in questo caso, la garanzia non si può cercare in provvedimenti legislativi, ma nella scelta del personale e nella posizione che gli venga fatta, tale da renderlo per quanto sia umanamente possibile inaccessibile alle pressioni e alle corruzioni locali.

Ad ogni modo, le esigenze dell’ammonizione così ridotta renderebbero più che mai necessaria una larga partecipazione dei pretori alla direzione della polizia indagatrice, affinchè questi potessero farsi un’opinione personale indipendente sul conto delle persone sospette, per mezzo delle loro proprie informazioni ed osservazioni giornaliere, senza dover ricorrere dopo la denuncia dell’autorità di pubblica sicurezza ad una specie d’istruzione fondata sulle informazioni fornite dai cittadini, e fossero per tal modo in grado di sfuggire all’alternativa della quale parlavamo or ora, di dovere o andar contro allo spirito del loro ufficio di magistrati condannando all’ammonizione senza avere adoperato i mezzi indicati dalla legge per formare la loro convinzione sui fatti che la giustificano, oppure lasciare in piena balìa di sè stesse persone pericolose.

Riguardo alla competenza per i giudizi di contravvenzione, vi sono due fini fra loro contraddicenti da conseguire. Da un lato, il lasciar siffatti giudizi in balìa del pretore, è render più grande che mai quel pericolo degli arbitrii di polizia cui accennavamo or ora([184]). Dall’altro, l’affidarli ai tribunali correzionali, lascia il tempo all’imputato di darsi alla latitanza. Si potrebbero conciliare ambedue le cose, dando al tribunale la competenza per il giudizio, e al pretore la facoltà di arrestare l’imputato di contravvenzione nel momento che è presentata al tribunale stesso la denuncia per la medesima. Quando la contravvenzione consistesse nell’infrazione di determinati precetti, il caso di accusa e conseguente arresto non giustificati, sarebbe raro. Per evitare il rischio di troppo lunga prigionìa preventiva, converrebbe nel medesimo tempo trovar modo di distribuire i lavori dei tribunali in maniera che una o più adunanze per settimana, secondo il bisogno sperimentato, fossero consacrate ai processi per contravvenzione all’ammonizione([185]).

Riguardo al genere di vita dei domiciliati coatti nelle isole, il problema è più difficile. È quistione di denari e di colonie penitenziarie in Italia, o in un luogo di deportazione. Non ci dilunghiamo su questo argomento, perchè pur troppo per adesso, ogni proposta sarebbe oziosa.

In ciò che abbiamo detto adesso intorno all’ammonizione, abbiamo proposto di affidare ai pretori straordinario arbitrio di polizia, e ciò dopo aver dichiarato quanto poco valessero a lungo andare contro il loro abuso anche le qualità personali dei funzionari. Ma tutte le nostre proposte si fondano sulla presunzione che allo stato anormale della pubblica sicurezza in Sicilia si voglia ad ogni costo provvedere entro un tempo non troppo lungo, rinunziando assolutamente al sistema delle mezze misure e delle transazioni. Quando ciò non sia, queste e le altre nostre proposte non hanno niun significato, e, faccia o no buona riescita la prova di affidare arbitrii ai pretori o ad altri, stiano gli ordinamenti come adesso o diversamente, poco importa.

 

 

§ 83. —È necessario in Sicilia un personale giudiziario e di polizia con qualità eccezionali.

Ad ogni modo, non solamente quest’ultima nostra proposta, ma tutte quelle da noi fatte, hanno, per condizione indispensabile e per fondamento principalissimo la scelta di un personale di pubblica sicurezza, giudiziario e politico non solo d’intelligenza, di energia, di coraggio e d’onestà eccezionali, ma ancora inaccessibile a qualunque influenza locale, anche alle più lecite. Nè diverso potrebbe essere il fondamento di qualunque proposta diversa che altri facesse. Per dimostrarlo dovremmo riassumere tutto il già detto in questo libro fin dalla prima parola; non crediamo sia necessario il farlo.

È adunque necessario prima di tutto, (già lo dicemmo dimostrandone il perchè) che nell’amministrazione della pubblica sicurezza, come in tutti i gradi della gerarchia giudiziaria, il personale sia estraneo all’Isola, eccettuata una parte della bassa forza di polizia, e anche quella, colle condizioni cui già accennammo. Le difficoltà per imparare il linguaggio, per capire i gesti, per conoscere le abitudini e le persone, le località, si risolvono in una quistione di tempo ed in conseguenza di misura nelle traslocazioni. Non ci fermeremo qui sui mezzi per ottenere siffatto personale, perchè avremo luogo di parlarne a proposito di tutti gli impiegati d’ogni ordine e grado in Sicilia. Diremo solamente che andrebbe scelta con maggior cura quella parte precisamente che adesso è più negletta; i pretori cioè, poichè, almeno a parer nostro, dovrebbero esser la base e il perno di tutto l’ordinamento di polizia e giudiziario in Sicilia.

Ma finchè il personale giudiziario inferiore e superiore, sarà qual’è adesso in gran parte, finchè si potrà dare il caso che una persona contro cui è iniziato processo per mandato di omicidio possa venire a Palermo, fare pubblicamente gli affari suoi con tutto comodo per due o tre giorni, poi, la sera verso le dieci, montare in carrozza a due cavalli, escire di città per una delle porte principali e sparire; ed essere contro di essa rinnovato il mandato di cattura il giorno dopo la sua partenza dal magistrato istruttore invano sollecitato per otto giorni, il parlare di migliorare la pubblica sicurezza o di provvedere a qualunque altro male in Sicilia è uno scherzo di cattivo genere.

Abbiamo finito per adesso coll’argomento della pubblica sicurezza siciliana, e dovremo tornarci solamente quando avremo da parlare del sistema generale di governo tenuto in Sicilia dal 60 fino ad oggi. Per ora ci rimane solamente da parlare delle ragioni le quali, a parer nostro, sono causa che le condizioni sociali e morali, uguali in tutta l’Isola, producano solamente in una parte di essa sulla pubblica sicurezza quegli effetti che abbiamo adesso descritti. Già le abbiamo in massima parte accennate nel corso dei nostri ragionamenti. Adesso ci contenteremo di riassumerle.

Nelle parti dell’Isola dove la sicurezza pubblica è migliore, la generalità della popolazione d’indole molto mansueta, almeno nelle circostanze ordinarie, non basterebbe a fornire un numero di reclute sufficiente alla classe dei facinorosi. In gran parte per questa cagione stessa, manca nella classe dominante di queste province, la tradizione, l’abitudine e la necessità di usare la violenza a sostegno della loro autorità privata. Per la prima di queste cagioni non ebbe occasione di nascere la classe dei facinorosi. Per la seconda non ha avuto luogo di perpetuarsi e soprattutto di fiorire in quei luoghi dove sia nata spontaneamente([186]).

Siccome in tutti i fenomeni sociali la forma influisce sulla sostanza, così è innegabile che il non esservi tradizioni di violenza nelle province delle quali adesso parliamo, influisce sui costumi in generale, dispone meglio le menti ad accettare miglioramenti di ogni genere, e soprattutto rende più agevole l’introdurli ad una forza estranea all’Isola. Ma, quantunque il non esser nelle tradizioni l’uso della violenza, come mezzo di prevalere, faccia sì che sia più difficile che ad alcuno venga in mente d’impiegarla, nonostante, già lo dicemmo, quando alcuno vi si risolvesse, troverebbe gli elementi pronti. Troverebbe istrumenti in quei malfattori che, in numero più o meno grande, si trovano in qualunque paese. Potrebbe adoperarli con libertà e sicurezza per quelle medesime cause che già descrivemmo a proposito delle altre province dell’Isola. Giacchè in qualunque parte di questa, la forza sociale del Governo non ha potuto affermarsi, e la forza privata con qualunque mezzo manifestata, s’impone negli animi nel medesimo modo. In tutta l’Isola, la violenza usata più o meno spesso nell’atto pratico, pure è ritenuta un mezzo legittimo d’imporsi ed in conseguenza di difendersi. Difatti, il colpevole di delitto violento trova nelle parti più tranquille di Sicilia non solo chi lo nasconda e lo soccorra, ma anche chi interceda per lui presso le autorità, gli dia al bisogno falsi attestati di presenza in un dato luogo, e, appoggiato in tal modo, sa farsi temere abbastanza per impedire non di rado i testimoni di parlare e i giurati di condannarlo. Del resto, per questi ultimi, dove non valgono le intimidazioni valgono le arti già descritte di certi avvocati che fioriscono principalmente nelle parti più tranquille dell’Isola. La differenza principale, sotto questo aspetto, fra le parti tranquille e quelle che non lo sono, sta in ciò, che in quelle è possibile una repressione più rapida del male soprattutto se còlto nel suo principio; pur sempre però