HOME     PRIVILEGIA NE IRROGANTO    di Mauro Novelli             

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            STORIA D'ITALIA

                                                  

            Francesco Guicciardini

                                                  

                                                  

                                                  

                                                 Lib.1, cap.1

                                                  

                                                 Proposito e fine dell'opera. Prosperità d'Italia intorno al 1490. La politica di Lorenzo de' Medici ed il desiderio di pace de' príncipi italiani. La confederazione de' príncipi e l'ambizione de' veneziani.

                                                  

                                                 Io ho deliberato di scrivere le cose accadute alla memoria nostra in Italia, dappoi che l'armi de' franzesi, chiamate da' nostri príncipi medesimi, cominciorono con grandissimo movimento a perturbarla: materia, per la varietà e grandezza loro, molto memorabile e piena di atrocissimi accidenti; avendo patito tanti anni Italia tutte quelle calamità con le quali sogliono i miseri mortali, ora per l'ira giusta d'Iddio ora dalla empietà e sceleratezze degli altri uomini, essere vessati. Dalla cognizione de' quali casi, tanto vari e tanto gravi, potrà ciascuno, e per sé proprio e per bene publico, prendere molti salutiferi documenti onde per innumerabili esempli evidentemente apparirà a quanta instabilità, né altrimenti che uno mare concitato da' venti, siano sottoposte le cose umane; quanto siano perniciosi, quasi sempre a se stessi ma sempre a' popoli, i consigli male misurati di coloro che dominano, quando, avendo solamente innanzi agli occhi o errori vani o le cupidità presenti, non si ricordando delle spesse variazioni della fortuna, e convertendo in detrimento altrui la potestà conceduta loro per la salute comune, si fanno, poca prudenza o per troppa ambizione, autori di nuove turbazioni.

                                            Ma le calamità d'Italia (acciocché io faccia noto quale fusse allora lo stato suo, e insieme le cagioni dalle quali ebbeno l'origine tanti mali) cominciorono con tanto maggiore dispiacere e spavento negli animi degli uomini quanto le cose universali erano allora piú liete e piú felici. Perché manifesto è che, dappoi che lo imperio romano, indebolito principalmente per la mutazione degli antichi costumi, cominciò, già sono piú di mille anni, di quella grandezza a declinare alla quale con maravigliosa virtú e fortuna era salito, non aveva giammai sentito Italia tanta prosperità, né provato stato tanto desiderabile quanto era quello nel quale sicuramente si riposava l'anno della salute cristiana mille quattrocento novanta, e gli anni che a quello e prima e poi furono congiunti. Perché, ridotta tutta in somma pace e tranquillità, coltivata non meno ne' luoghi piú montuosi e piú sterili che nelle pianure e regioni sue piú fertili, né sottoposta a altro imperio che de' suoi medesimi, non solo era abbondantissima d'abitatori, di mercatanzie e di ricchezze; ma illustrata sommamente dalla magnificenza di molti príncipi, dallo splendore di molte nobilissime e bellissime città, dalla sedia e maestà della religione, fioriva d'uomini prestantissimi nella amministrazione delle cose publiche, e di ingegni molto nobili in tutte le dottrine e in qualunque arte preclara e industriosa; né priva secondo l'uso di quella età di gloria militare e ornatissima di tante doti, meritamente appresso a tutte le nazioni nome e fama chiarissima riteneva.

                                            Nella quale felicità, acquistata con varie occasioni, la conservavano molte cagioni: ma trall'altre, di consentimento comune, si attribuiva laude non piccola alla industria e virtú di Lorenzo de' Medici, cittadino tanto eminente sopra 'l grado privato nella città di Firenze che per consiglio suo si reggevano le cose di quella republica, potente piú per l'opportunità del sito, per gli ingegni degli uomini e per la prontezza de' danari, che per grandezza di dominio. E avendosi egli nuovamente congiunto con parentado, e ridotto a prestare fede non mediocre a' consigli suoi Innocenzo ottavo pontefice romano, era per tutta Italia grande il suo nome, grande nelle deliberazioni delle cose comuni l'autorità. E conoscendo che alla republica fiorentina e a sé proprio sarebbe molto pericoloso se alcuno de' maggiori potentati ampliasse piú la sua potenza, procurava con ogni studio che le cose d'Italia in modo bilanciate si mantenessino che piú in una che in un'altra parte non pendessino: il che, senza la conservazione della pace e senza vegghiare con somma diligenza ogni accidente benché minimo, succedere non poteva. Concorreva nella medesima inclinazione della quiete comune Ferdinando di Aragona re di Napoli, principe certamente prudentissimo e di grandissima estimazione; con tutto che molte volte per l'addietro avesse dimostrato pensieri ambiziosi e alieni da' consigli della pace, e in questo tempo fusse molto stimolato da Alfonso duca di Calavria suo primogenito, il quale malvolentieri tollerava che Giovan Galeazzo Sforza duca di Milano, suo genero, maggiore già di venti anni, benché di intelletto incapacissimo, ritenendo solamente il nome ducale fusse depresso e soffocato da Lodovico Sforza suo zio: il quale, avendo piú di dieci anni prima, per la imprudenza e impudichi costumi della madre madonna Bona, presa la tutela di lui e con questa occasione ridotte a poco a poco in potestà propria le fortezze, le genti d'arme, il tesoro e tutti i fondamenti dello stato, perseverava nel governo; né come tutore o governatore, ma, dal titolo di duca di Milano in fuora, con tutte le dimostrazioni e azioni da principe. E nondimeno Ferdinando, avendo piú innanzi agli occhi l'utilità presente che l'antica inclinazione o la indegnazione del figliuolo, benché giusta, desiderava che Italia non si alterasse; o perché, avendo provato pochi anni prima, con gravissimo pericolo, l'odio contro a sé de' baroni e de' popoli suoi, e sapendo l'affezione che per la memoria delle cose passate molti de' sudditi avevano al nome della casa di Francia, dubitasse che le discordie italiane non dessino occasione a' franzesi di assaltare il reame di Napoli; o perché, per fare contrapeso alla potenza de' viniziani, formidabile allora a tutta Italia, conoscesse essere necessaria l'unione sua con gli altri, e specialmente con gli stati di Milano e di Firenze. Né a Lodovico Sforza, benché di spirito inquieto e ambizioso, poteva piacere altra deliberazione, soprastando non manco a quegli che dominavano a Milano che agli altri il pericolo dal senato viniziano, e perché gli era piú facile conservare nella tranquillità della pace che nelle molestie della guerra l'autorità usurpata. E se bene gli fussino sospetti sempre i pensieri di Ferdinando e di Alfonso d'Aragona, nondimeno, essendogli nota la disposizione di Lorenzo de' Medici alla pace e insieme il timore che egli medesimamente aveva della grandezza loro, e persuadendosi che, per la diversità degli animi e antichi odii tra Ferdinando e i viniziani, fusse vano il temere che tra loro si facesse fondata congiunzione, si riputava assai sicuro che gli Aragonesi non sarebbono accompagnati da altri a tentare contro a lui quello che soli non erano bastanti a ottenere.

                                            Essendo adunque in Ferdinando, Lodovico e Lorenzo, parte per i medesimi parte per diversi rispetti, la medesima intenzione alla pace, si continuava facilmente una confederazione contratta in nome di Ferdinando re di Napoli, di Giovan Galeazzo duca di Milano e della republica fiorentina, per difensione de' loro stati; la quale, cominciata molti anni innanzi e dipoi interrotta per vari accidenti, era stata nell'anno mille quattrocento ottanta, aderendovi quasi tutti i minori potentati d'Italia, rinnovata per venticinque anni: avendo per fine principalmente di non lasciare diventare piú potenti i viniziani; i quali, maggiori senza dubbio di ciascuno de' confederati ma molto minori di tutti insieme, procedevano con consigli separati da' consigli comuni, e aspettando di crescere della altrui disunione e travagli, stavano attenti e preparati a valersi di ogni accidente che potesse aprire loro la via allo imperio di tutta Italia: al quale che aspirassino si era in diversi tempi conosciuto molto chiaramente; e specialmente quando, presa occasione dalla morte di Filippo Maria Visconte duca di Milano, tentorono, sotto colore di difendere la libertà del popolo milanese, di farsi signori di quello stato; e piú frescamente quando, con guerra manifesta, di occupare il ducato di Ferrara si sforzorono. Raffrenava facilmente questa confederazione la cupidità del senato viniziano, ma non congiugneva già i collegati in amicizia sincera e fedele: conciossiacosaché, pieni tra se medesimi di emulazione e di gelosia, non cessavano di osservare assiduamente gli andamenti l'uno dell'altro, sconciandosi scambievolmente tutti i disegni per i quali a qualunque di essi accrescere si potesse o imperio o riputazione: il che non rendeva manco stabile la pace, anzi destava in tutti maggiore prontezza a procurare di spegnere sollecitamente tutte quelle faville che origine di nuovo incendio essere potessino.

                                                  

                                                 Lib.1, cap.2

                                                  

                                                 Morte di Lorenzo de' Medici. Morte di papa innocenzo VIII ed elezione di Alessandro VI. La politica amichevole di Piero de' Medici verso Ferdinando d'Aragona ed i primi timori di Lodovico Sforza.

                                                  

                                                 Tale era lo stato delle cose, tali erano i fondamenti della tranquillità d'Italia, disposti e contrapesati in modo che non solo di alterazione presente non si temeva ma né si poteva facilmente congetturare da quali consigli o per quali casi o con quali armi s'avesse a muovere tanta quiete. Quando, nel mese di aprile dell'anno mille quattrocento novantadue, sopravenne la morte di Lorenzo de' Medici; morte acerba a lui per l'età, perché morí non finiti ancora quarantaquattro anni; acerba alla patria, la quale, per la riputazione e prudenza sua e per lo ingegno attissimo a tutte le cose onorate e eccellenti, fioriva maravigliosamente di ricchezze e di tutti quegli beni e ornamenti da' quali suole essere nelle cose umane la lunga pace accompagnata. Ma e fu morte incomodissima al resto d'Italia, cosí per l'altre operazioni le quali da lui, per la sicurtà comune, continuamente si facevano, come perché era mezzo a moderare e quasi uno freno ne' dispareri e ne' sospetti i quali, per diverse cagioni, tra Ferdinando e Lodovico Sforza, príncipi di ambizione e di potenza quasi pari, spesse volte nascevano.

                                            La morte di Lorenzo, preparandosi già ogni dí piú le cose alle future calamità, seguitò, pochi mesi poi, la morte del pontefice; la vita del quale, inutile al publico bene per altro, era almeno utile per questo, che avendo deposte presto l'armi mosse infelicemente, per gli stimoli di molti baroni del regno di Napoli, nel principio del suo pontificato, contro a Ferdinando, e voltato poi totalmente l'animo a oziosi diletti, non aveva piú, né per sé né per i suoi, pensieri accesi a cose che la felicità d'Italia turbare potessino. A Innocenzio succedette Roderigo Borgia, di patria valenziano, una delle città regie di Spagna, antico cardinale, e de' maggiori della corte di Roma, ma assunto al pontificato per le discordie che erano tra i cardinali Ascanio Sforza e Giuliano di san Piero a Vincola, ma molto piú perché, con esempio nuovo in quella età, comperò palesemente, parte con danari parte con promesse degli uffici e benefici suoi, che erano amplissimi, molti voti di cardinali: i quali, disprezzatori dell'evangelico ammaestramento, non si vergognorono di vendere la facoltà di trafficare col nome della autorità celeste i sacri tesori, nella piú eccelsa parte del tempio. Indusse a contrattazione tanto abominevole molti di loro il cardinale Ascanio, ma non già piú con le persuasioni e co' prieghi che con lo esempio; perché corrotto dall'appetito infinito delle ricchezze, pattuí da lui per sé, per prezzo di tanta sceleratezza, la vicecancelleria, ufficio principale della corte romana, chiese, castella e il palagio suo di Roma, pieno di mobili di grandissima valuta. Ma non fuggí, per ciò, né poi il giudicio divino né allora l'infamia e odio giusto degli uomini, ripieni per questa elezione di spavento e di orrore, per essere stata celebrata con arti sí brutte; e non meno perché la natura e le condizioni della persona eletta erano conosciute in gran parte da molti: e, tra gli altri, è manifesto che il re di Napoli, benché in publico il dolore conceputo dissimulasse, significò alla reina sua moglie con lacrime, dalle quali era solito astenersi eziandio nella morte de' figliuoli, essere creato uno pontefice che sarebbe perniciosissimo a Italia e a tutta la republica cristiana: pronostico veramente non indegno della prudenza di Ferdinando. Perché in Alessandro sesto (cosí volle essere chiamato il nuovo pontefice) fu solerzia e sagacità singolare, consiglio eccellente, efficacia a persuadere maravigliosa, e a tutte le faccende gravi sollecitudine e destrezza incredibile; ma erano queste virtú avanzate di grande intervallo da' vizi: costumi oscenissimi, non sincerità non vergogna non verità non fede non religione, avarizia insaziabile, ambizione immoderata, crudeltà piú che barbara e ardentissima cupidità di esaltare in qualunque modo i figliuoli i quali erano molti; e tra questi qualcuno, acciocché a eseguire i pravi consigli non mancassino pravi instrumenti, non meno detestabile in parte alcuna del padre.

                                             

                                            Tanta variazione feciono per la morte di Innocenzio ottavo le cose della chiesa. Ma variazione di importanza non minore aveano fatta, per la morte di Lorenzo de' Medici, le cose di Firenze; ove senza contradizione alcuna era succeduto, nella grandezza del padre, Piero maggiore di tre figliuoli, ancora molto giovane, ma né per l'età né per l'altre sue qualità atto a reggere peso sí grave, né capace di procedere con quella moderazione con la quale procedendo, e dentro e fuori, il padre, e sapendosi prudentemente temporeggiare tra' príncipi collegati, aveva, vivendo, le publiche e le private condizioni amplificate, e, morendo, lasciata in ciascuno costante opinione che per opera sua principalmente si fusse la pace d'Italia conservata. Perché non prima entrato Piero nella amministrazione della republica che, con consiglio direttamente contrario a' consigli paterni né comunicato co' cittadini principali, senza i quali le cose gravi deliberare non si solevano, mosso dalle persuasioni di Verginio Orsino parente suo (erano la madre e la moglie di Piero nate della famiglia Orsina), si ristrinse talmente con Ferdinando e con Alfonso, da' quali Verginio dependeva, che ebbe Lodovico Sforza causa giusta di temere che qualunque volta gli Aragonesi volessino nuocergli arebbono per l'autorità di Piero de' Medici congiunte seco le forze della republica fiorentina. Questa intelligenza, seme e origine di tutti i mali, se bene da principio fusse trattata e stabilita molto segretamente, cominciò quasi incontinente, benché per oscure congetture, a essere sospetta a Lodovico, principe vigilantissimo e di ingegno molto acuto. Perché dovendosi, secondo la consuetudine inveterata di tutta la cristianità, mandare imbasciadori a adorare, come vicario di Cristo in terra, e a offerire di ubbidire il nuovo pontefice, aveva Lodovico Sforza, del quale fu proprio ingegnarsi di parere, con invenzioni non pensate da altri, superiore di prudenza a ciascuno, consigliato che tutti gli imbasciadori de' collegati entrassino in uno dí medesimo insieme in Roma, presentassinsi tutti insieme nel concistorio publico innanzi al pontefice, e che uno di essi orasse in nome comune, perché da questo, con grandissimo accrescimento della riputazione di tutti, a tutta Italia si dimostrerebbe essere tra loro non solo benivolenza e confederazione, ma piú tosto tanta congiunzione che e' paressino quasi un principe e un corpo medesimo. Manifestarsi, non solamente col discorso delle ragioni ma non meno con fresco esempio, l'utilità di questo consiglio; perché, secondo che si era creduto, il pontefice ultimamente morto, preso argomento della disunione de' collegati dall'avergli con separati consigli e in tempi diversi prestato l'ubbidienza, era stato piú pronto ad assaltare il regno di Napoli. Approvò facilmente Ferdinando il parere di Lodovico; approvoronlo per l'autorità dell'uno e dell'altro i fiorentini, non contradicendo ne' consigli publici Piero de' Medici, benché privatamente gli fusse molestissimo, perché, essendo uno degli oratori eletti in nome della republica e avendo deliberato di fare illustre la sua legazione con apparato molto superbo e quasi regio, si accorgeva che, entrando in Roma e presentandosi al pontefice insieme con gli altri imbasciadori de' collegati, non poteva in tanta moltitudine apparire agli occhi degli uomini lo splendore della pompa sua: la quale vanità giovenile fu confermata dagli ambiziosi conforti di Gentile vescovo aretino, uno medesimamente degli eletti imbasciadori; perché aspettandosi a lui, per la degnità episcopale e per la professione la quale negli studi che si chiamano d'umanità fatta avea, l'orare in nome de' fiorentini, si doleva incredibilmente di perdere, per questo modo insolito e inaspettato, l'occasione di ostentare la sua eloquenza in cospetto sí onorato e sí solenne. E però Piero, stimolato parte dalla leggierezza propria parte dall'ambizione di altri, ma non volendo che a notizia di Lodovico Sforza pervenisse che da sé si contradicesse al consiglio proposto da lui, richiese il re che, dimostrando d'avere dappoi considerato che senza molta confusione non si potrebbeno eseguire questi atti comunemente, confortasse che ciascuno, seguitando gli esempli passati, procedesse da se medesimo: nella quale domanda il re, desideroso di compiacergli, ma non tanto che totalmente ne dispiacesse a Lodovico, gli sodisfece piú dell'effetto che del modo; conciossiacosaché e' non celò che non per altra cagione si partiva da quel che prima avea consentito che per l'instanza fatta da Piero de' Medici. Dimostrò di questa subita variazione maggiore molestia Lodovico che per se stessa non meritava l'importanza della cosa, lamentandosi gravemente che, essendo già nota al pontefice e a tutta la corte di Roma la prima deliberazione e chi ne fusse stato autore, ora studiosamente si ritrattasse, per diminuire la sua reputazione. Ma gli dispiacque molto piú che, per questo minimo e quasi non considerabile accidente, cominciò a comprendere che Piero de' Medici avesse occultamente intelligenza con Ferdinando: il che, per le cose che seguitorono, venne a luce ogni dí piú chiaramente.

                                             

                                                 Lib.1, cap.3

                                                  

                                                 La vendita dei castelli di Franceschetto Cibo nel Lazio a Verginio Orsino. L'indignazione del pontefice e gli incitamenti di Lodovico Sforza. Questi cerca distogliere dall'amicizia per Ferdinando d'Aragona Piero de' Medici. Confederazione di Lodovico co' veneziani e col pontefice. Suoi pensieri di maggiormente assicurarsi con armi straniere.

                                                  

                                                 Possedeva l'Anguillara, Cervetri e alcun'altre piccole castella vicine a Roma Franceschetto Cibo genovese, figliuolo naturale di Innocenzio pontefice, il quale andato, dopo la morte del padre, sotto l'ombra di Piero de' Medici fratello di Maddalena sua moglie, a abitare in Firenze, non prima arrivò in quella città che, interponendosene Piero, vendé quelle castella per quarantamila ducati a Verginio Orsino: cosa consultata principalmente con Ferdinando, il quale gli prestò occultamente la maggiore parte de' danari, persuadendosi che a beneficio proprio risultasse quanto piú la grandezza di Verginio, soldato, aderente e parente suo, intorno a Roma si distendesse. Perché il re, considerando la potenza de' pontefici essere instrumento molto opportuno a turbare il regno di Napoli, antico feudo della chiesa romana, e il quale confina per lunghissimo spazio col dominio ecclesiastico, e ricordandosi delle controversie le quali il padre e egli aveano molte volte avute con loro, e essere sempre parata la materia di nuove contenzioni, per le giurisdizioni de' confini, per conto de' censi, per le collazioni de' beneficii, per il ricorso de' baroni, e per molte altre differenze che spesso nascono tra gli stati vicini né meno spesso tra il feudatario e il signore del feudo, ebbe sempre per uno de' saldi fondamenti della sicurtà sua che da sé dependessino o tutti o parte de' baroni piú potenti del territorio romano: cosa che in questo tempo piú prontamente facea, perché si credea che appresso al pontefice avesse a essere grande l'autorità di Lodovico Sforza, per mezzo del cardinale Ascanio suo fratello. Né lo moveva forse meno, come molti credettono, il timore che in Alessandro non fusse ereditaria la cupidità e l'odio di Calisto terzo pontefice, suo zio; il quale, per desiderio immoderato della grandezza di Pietro Borgia suo nipote, arebbe, subito che fu morto Alfonso padre di Ferdinando, se la morte non si fusse interposta a' consigli suoi, mosse l'armi per spogliarlo del regno di Napoli, ricaduto, secondo affermava, alla chiesa; non si ricordando (tanto poco può spesso negli uomini la memoria de' benefici ricevuti) che per opera di Alfonso, ne' cui regni era nato e cui ministro lungo tempo era stato, aveva ottenuto l'altre degnità ecclesiastiche e aiuto non piccolo a conseguire il pontificato. Ma è certamente cosa verissima che non sempre gli uomini savi discernono o giudicano perfettamente: bisogna che spesso si dimostrino segni della debolezza dello intelletto umano. Il re, benché riputato principe di prudenza grande, non considerò quanto meritasse di essere ripresa quella deliberazione, la quale, non avendo in qualunque caso altra speranza che di leggierissima utilità, poteva partorire da altra parte danni gravissimi. Imperocché la vendita di queste, piccole castella incitò a cose nuove gli animi di coloro a quali o apparteneva o sarebbe stato utile attendere alla conservazione della concordia comune. Perché il pontefice, pretendendo che, per la alienazione fatta senza saputa sua, fussino, secondo la disposizione delle leggi, alla sedia apostolica devolute, e parendogli offesa non mediocremente l'autorità pontificale, considerando oltre a questo quali fussino i fini di Ferdinando, empié tutta Italia di querele contro a lui, contro a Piero de' Medici e contro a Verginio; affermando che, per quanto si distendesse il potere suo, opera alcuna opportuna a ritenere la degnità e le ragioni di quella sedia non pretermetterebbe. Ma non manco se ne commosse Lodovico Sforza, al quale erano sempre sospette l'azioni di Ferdinando; perché, essendosi vanamente persuaso, il pontefice co' consigli di Ascanio e suoi aversi a reggere, gli pareva perdita propria ciò che si diminuisse della grandezza d'Alessandro. Ma soprattutto gli accresceva la molestia il non si potere piú dubitare che gli Aragonesi e Piero de' Medici, poi che in opere tali procedevano unitamente, non avessino contratta insieme strettissima congiunzione; i disegni de' quali, come pericolosi alle cose sue, per interrompere, e per tirare a sé tanto piú con questa occasione l'animo del pontefice, lo incitò quanto piú gli fu possibile alla conservazione della propria degnità, ricordandogli che si proponesse innanzi agli occhi non tanto quello che di presente si trattava quanto quello che importava l'essere stata, ne primi dí del suo pontificato, disprezzata cosí apertamente da' suoi medesimi vassalli la maestà dí tanto grado. Non credesse che la cupidità di Verginio o l'importanza delle castella, non che altra cagione avesse mosso Ferdinando, ma il volere, con ingiurie che da principio paressino piccole, tentare la sua pazienza e il suo animo: dopo le quali, se queste gli fussino comportate, ardirebbe di tentare alla giornata cose maggiori. Non essere l'ambizione sua diversa da quella degli altri re napoletani, inimici perpetui della chiesa romana; per ciò avere moltissime volte quegli re perseguitati con l'armi i pontefici, occupato piú volte Roma. Non avere questo medesimo re mandato due volte contro a due pontefici gli eserciti, con la persona del figliuolo, insino alle mura romane? non avere quasi sempre esercitato inimicizie aperte co' suoi antecessori? Irritarlo di presente contro a lui non solo l'esempio degli altri re, non solo la cupidità sua naturale del dominare, ma di piú il desiderio della vendetta per la memoria delle offese ricevute da Calisto suo zio. Avvertisse diligentemente a queste cose, e considerasse che, tollerando con pazienza le prime ingiurie, onorato solamente con cerimonie e nomi vani, sarebbe effettualmente dispregiato da ciascuno e darebbe animo a piú pericolosi disegni; ma risentendosene, conserverebbe agevolmente la pristina maestà e grandezza, e la vera venerazione dovuta da tutto il mondo a' pontefici romani. Aggiunse alle persuasioni offerte efficacissime ma piú efficaci fatti, perché gli prestò prontissimamente quarantamila ducati, e condusse seco, a spese comuni ma perché stessino fermi dove paresse al pontefice, trecento uomini d'arme: e nondimeno, desideroso di fuggire la necessità di entrare in nuovi travagli, confortò Ferdinando che disponesse Verginio a mitigare con qualche onesto modo l'animo del pontefice, accennandogli che altrimenti gravissimi scandoli da questo lieve principio nascere potrebbono. Ma piú liberamente e con maggiore efficacia ammuní molte volte Piero de' Medici che, considerando quanto fusse stato opportuno a conservare la pace d'Italia che Lorenzo suo padre fusse proceduto come uomo di mezzo e amico comune tra Ferdinando e lui, volesse piú tosto seguitare l'esempio domestico, avendo massime a pigliare l'imitazione da persona stata di tanto valore, che, credendo a consigli nuovi, dare a altri cagione, anzi piú tosto necessità, di fare deliberazioni le quali alla fine avessino a essere perniciose a ciascuno; e che si ricordasse quanto la lunga amicizia tra la casa Sforzesca e quella de' Medici avesse dato all'una e all'altra sicurtà e riputazione, e quante offese e ingiurie avesse fatte la casa di Aragona al padre e a' maggiori suoi e alla republica fiorentina, e quante volte Ferdinando, e prima Alfonso suo padre, avessino tentato di occupare, ora con armi ora con insidie, il dominio di Toscana.

                                            Ma nocevano piú che giovavano questi conforti e ammunizioni, perché Ferdinando, stimando essergli indegno il cedere a Lodovico e a Ascanio, dagli stimoli de' quali si persuadeva che la indegnazione del pontefice procedesse, e spronato da Alfonso suo figliuolo, confortò secretamente Verginio che non ritardasse a ricevere, per virtú del contratto, la possessione delle castella, promettendo difenderlo da qualunque molestia gli fusse fatta; e da altra parte, governandosi con le naturali sue arti, proponeva col pontefice diversi modi di composizione, confortando nondimeno Verginio occultamente a non consentire se non a quegli per i quali, sodisfacendo al pontefice con qualche somma di danari, avesse a ritenersi le castella. Onde Verginio, preso animo, ricusò poi piú volte di quegli partiti i quali Ferdinando, per non irritare tanto il pontefice, faceva instanza che egli accettasse. Nelle quali pratiche vedendosi che Piero de' Medici perseverava di seguitare l'autorità del re, e essere vana ogni diligenza che per rimuovernelo si facesse, Lodovico Sforza, considerando seco medesimo quanto importasse che dagli inimici suoi dipendesse quella città, il temperamento della quale soleva essere il fondamento principale della sua sicurtà, e perciò parendogli che gli soprastessino molti pericoli, deliberò alla salute propria con nuovi rimedii provedere; conciossiaché gli fusse notissimo il desiderio ardente che avevano gli Aragonesi che e' fusse rimosso dal governo del nipote: il quale desiderio benché Ferdinando, pieno in tutte le azioni di incredibile simulazione e dissimulazione, si fusse sforzato di coprire, nondimeno Alfonso, uomo di natura molto aperta, non si era mai astenuto di lamentarsi palesemente della oppressione del genero, dicendo, con maggiore libertà che prudenza, parole ingiuriose e piene di minaccie. Sapeva oltre a questo Lodovico che Isabella moglie di Giovan Galeazzo, giovane di virile spirito, non cessava di stimolare continuamente il padre e l'avolo che, se non gli moveva la infamia di tanta indegnità del marito e di lei, gli movesse almanco il pericolo della vita al quale erano esposti, insieme co' propri figliuoli. Ma quel che piú angustiava l'animo suo era il considerare essere sommamente esoso il suo nome a tutti i popoli del ducato di Milano, sí per molte insolite esazioni di danari che avea fatte come per la compassione che ciascheduno aveva di Giovan Galeazzo legittimo signore; e benché egli si sforzasse di fare sospetti gli Aragonesi di cupidità di insignorirsi di quello stato, come se essi pretendessino appartenersi a loro per l'antiche ragioni del testamento di Filippo Maria Visconte, il quale aveva instituito erede Alfonso padre di Ferdinando, e che per facilitare questo disegno cercassino di privare il nipote del suo governo, nondimeno non conseguitava con queste arti la moderazione dell'odio conceputo, né che universalmente non si considerasse a quali sceleratezze soglia condurre gli uomini la sete pestifera del dominare. Però, poi che lungamente s'ebbe rivolto nella mente lo stato delle cose e i pericoli imminenti, posposti tutti gli altri pensieri, indirizzò del tutto l'animo a cercare nuovi appoggi e congiunzioni; e a questo dimostrandogli grande opportunità lo sdegno del pontefice contro a Ferdinando e il desiderio che si credeva che avesse il senato viniziano che si scompigliasse quella confederazione per la quale era stata fatta molti anni opposizione a' disegni suoi, propose all'uno e all'altro di loro di fare insieme, per beneficio comune, nuova confederazione. Ma nel pontefice prevaleva allo sdegno e a qualunque altro affetto la cupidità sfrenata della esaltazione de' figliuoli, i quali amando ardentemente, primo di tutti i pontefici che per velare in qualche parte la infamia loro solevano chiamargli nipoti, gli chiamava e mostrava a tutto il mondo come figliuoli; né se gli presentando per ancora opportunità di dare per altra via principio allo intento suo, faceva instanza di ottenere per moglie di uno di loro una delle figliuole naturali di Alfonso, con dote di qualche stato ricco nel regno napoletano: dalla quale speranza insino non restò escluso prestò piú gli orecchi che l'animo alla confederazione proposta da Lodovico; e se in questo desiderio gli fusse stato corrisposto non si sarebbe, per avventura, la pace d'Italia cosí presto perturbata. Ma benché Ferdinando non ne fusse alieno, nondimeno Alfonso, il quale aborriva l'ambizione e il fasto de' pontefici recusò sempre di consentirvi; e perciò, non dimostrando che dispiacesse loro il matrimonio ma mettendo difficoltà nella qualità dello stato dotale, non sodisfacevano ad Alessandro: per il che egli alterato si risolvé di seguitare i consigli di Lodovico, incitandolo la cupidità e lo sdegno e in qualche parte il timore; perché agli stipendi di Ferdinando era non solo Verginio Orsino, il quale, per gli eccessivi favori che aveva da' fiorentini e da lui e per il seguito della fazione guelfa, era allora molto potente in tutto il dominio ecclesiastico, ma ancora Prospero e Fabrizio principali della famiglia de' Colonnesi; e il cardinale di san Piero in Vincola, cardinale di somma estimazione, ritiratosi nella rocca d'Ostia, tenuta da lui come da vescovo ostiense, per sospetto che il pontefice non insidiasse alla sua vita, era di inimicissimo di Ferdinando, contro al quale aveva già concitato prima Sisto pontefice suo zio e poi Innocenzio, amicissimo diventato. Ma non fu già pronto come si credeva il senato viniziano a questa confederazione; perché, se bene gli fusse molto grata la disunione degli altri, lo ritardavano la infedeltà del pontefice, sospetta già ogni dí piú a ciascuno, e la memoria delle leghe fatte da loro con Sisto e con Innocenzio suoi prossimi antecessori, perché dall'una ricevettono molestie assai senza comodo alcuno, e Sisto, quando piú ardeva la guerra contro al duca di Ferrara, alla quale prima gli aveva concitati, mutata sentenza, procedé con l'armi spirituali, e pigliò l'armi temporali insieme col resto d'Italia contro a loro. Ma superando tutte le difficoltà appresso al senato, e privatamente con molti de' senatori, la industria e la diligenza di Lodovico, si contrasse finalmente, del mese di aprile l'anno mille quattrocento novantatré, tra il pontefice, il senato veneto e Giovan Galeazzo duca di Milano (espedivansi in nome suo tutte le deliberazioni di quello stato) nuova confederazione a difensione comune e a conservazione nominatamente del governo di Lodovico; con patto che i viniziani e il duca di Milano fussino tenuti a mandare subito a Roma, per sicurtà dello stato ecclesiastico e del pontefice, dugento uomini d'arme per ciascuno, e a aiutarlo con questi, e se bisogno fusse con maggiori forze, all'acquisto delle castella occupate da Verginio.

                                            Sollevorno questi nuovi consigli non mediocremente gli animi di tutta Italia, poiché il duca di Milano rimaneva separato da quella lega, la quale piú di dodici anni aveva mantenuta la sicurtà comune, imperocché in essa espressamente si proibiva che alcuno de' confederati facesse nuova collegazione senza consentimento degli altri: e perciò, vedendosi rotta con ineguale divisione quella unione in cui consisteva la bilancia delle cose, e ripieni di sospetto e di sdegno gli animi de' príncipi, che si poteva altro che credere che in detrimento comune avessino a nascere frutti conformi a questi semi? Però il duca di Calavria e Piero de' Medici, giudicando essere piú sicuro alle cose loro il prevenire che l'essere prevenuti, udirono con grande inclinazione Prospero e Fabrizio Colonna, i quali, confortati occultamente al medesimo dal cardinale di San Piero a Vincola, offerivano di occupare all'improviso Roma con le genti d'arme delle compagnie loro e con gli uomini della fazione ghibellina, in caso che gli seguitassino le forze degli Orsini e che il duca si accostasse prima in luogo che, fra tre dí poi che e' fussino entrati, potesse soccorrergli. Ma Ferdinando, desideroso non di irritare piú, ma di mitigare l'animo del pontefice e di ricorreggere quel che insino a quel dí imprudentemente si era fatto, rifiutati totalmente questi consigli, i quali giudicava partorirebbono non sicurtà ma travagli e pericoli molto maggiori, deliberò di fare ogni opera, non piú simulatamente ma con tutto il cuore, per comporre la differenza delle castella; persuadendosi che, levata quella cagione di tanta alterazione, avesse con piccola fatica, anzi quasi per se stessa, Italia nello stato di prima a ritornarsi. Ma non sempre per il rimuovere delle cagioni si rimuovono gli effetti i quali da quelle hanno avuto la prima origine. Perché, come spesso accade che le deliberazioni fatte per timore paiono, a chi teme, inferiori al pericolo, non si confidava Lodovico d'avere trovato rimedio bastante alla sicurtà sua; ma dubitando, per i fini del pontefice e del senato viniziano diversi da' suoi, non potere fare lungo tempo fondamento nella confederazione fatta con loro, e che per ciò le cose sue potessino per vari casi ridursi in molte difficoltà, applicò i pensieri suoi piú a medicare dalle radici il primo male che innanzi agli occhi se gli presentava, che a quegli che di poi ne potessino risultare; né si ricordando quanto sia pernicioso l'usare medicina piú potente che non comporti la natura della infermità e la complessione dello infermo, e come se l'entrare in maggiori pericoli fusse rimedio unico a' presenti pericoli, deliberò, per assicurarsi con le armi forestiere, poi che e nelle forze proprie e nelle amicizie italiane non confidava, di tentare ogni cosa per muovere Carlo ottavo re di Francia ad assaltare il regno di Napoli, il quale per l'antiche ragioni degli Angioini appartenersegli pretendeva.

                                             

                                                 Lib.1, cap.4

                                                  

                                                 Il reame di Napoli fino a Ferdinando ed i diritti di successione della casa d'Angiò. Ambizione di Carlo VIII sul reame e sollecitazioni di Lodovico Sforza. Disposizione contraria all'impresa de' grandi del regno di Francia. Patti conclusi fra Carlo VIII e Lodovico Sforza. Considerazioni dell'autore.

                                                  

                                                 Il reame di Napoli, detto assurdamente nelle investiture e bolle della chiesa romana, della quale è feudo antichissimo, il regno di Sicilia di qua dal Faro, fu, come occupato ingiustamente da Manfredi, figliuolo naturale di Federigo secondo imperadore, conceduto in feudo insieme con l'isola della Sicilia, sotto titolo delle Due Sicilie, l'una di qua l'altra di là dal Faro, insino nell'anno mille dugento sessantaquattro, da Urbano quarto pontefice romano a Carlo conte di Provenza e di Angiò, fratello di quello Lodovico re di Francia che, chiaro per la potenza ma piú chiaro per la santità della vita, meritò di essere ascritto dopo la morte nel numero de' santi. Il quale avendo con la possanza dell'armi ottenuto effettualmente quello di che gli era stato conferito il titolo con l'autorità della giustizia, si continuò dopo la morte sua il regno di Napoli in Carlo suo figliuolo, chiamato dagli italiani, per distinguerlo dal padre, Carlo secondo; e dopo lui in Ruberto suo nipote. Ma essendo dipoi, per la morte di Ruberto senza figliuoli maschi, succeduta Giovanna figliuola di Carlo duca di Calavria, il quale giovane era morto innanzi al padre, cominciò presto a essere dispregiata, non meno per l'infamia de' costumi che per la imbecillità del sesso, l'autorità della nuova reina. Da che essendo nate in progresso di tempo varie discordie e guerre, non però tra altri che tra i discendenti medesimi di Carlo primo, nati di diversi figliuoli di Carlo secondo, Giovanna, disperando di potersi altrimenti difendere, adottò per figliuolo Lodovico duca di Angiò, fratello di Carlo quinto re di Francia, quello a cui, per avere, con fare piccola esperienza della fortuna, ottenuto molte vittorie, dettono i franzesi il sopranome di saggio. Il quale Lodovico, passato in Italia con potentissimo esercito, essendo prima stata violentemente morta Giovanna e trasferito il regno in Carlo chiamato di Durazzo, discendente similmente di Carlo primo, morí di febbre in Puglia, quando era già quasi in possessione della vittoria: in modo che agli Angioini non pervenne di questa adozione altro che la contea di Provenza, stata posseduta continuamente da' discendenti di Carlo primo. Ebbe nondimeno da questo l'origine il diritto, col quale poi e Lodovico d'Angiò figliuolo del primo Lodovico e in altro tempo il nipote del medesimo nome, stimolati da' pontefici quando erano discordi con quegli re, assaltorono spesso, benché con poca fortuna, il regno di Napoli. Ma a Carlo di Durazzo era succeduto Ladislao suo figliuolo; il quale essendo mancato, l'anno mille quattrocento quattordici, senza figliuoli, pervenne la corona a Giovanna seconda, sua sorella, nome infelice a quel reame e non meno all'una e all'altra di loro, non differenti né di imprudenza né di lascivia di costumi. Perché, mettendo Giovanna il governo del regno nelle mani di quelle persone nelle mani delle quali metteva impudicamente il corpo suo, si ridusse presto in tante difficoltà che, vessata dal terzo Lodovico con l'aiuto di Martino quinto pontefice, fu finalmente costretta, per ultimo sussidio, a adottare per figliuolo Alfonso re di Aragona e di Sicilia: ma venuta non molto poi con lui in contenzione, annullata sotto titolo di ingratitudine l'adozione, adottò per figliuolo e chiamò in soccorso suo il medesimo Lodovico per la guerra del quale era stata necessitata di fare la prima adozione; e cacciato con l'armi Alfonso di tutto il regno, lo conservò mentre visse pacificamente, e morendo senza figliuoli instituí erede (come fu fama) Renato duca d'Angiò e conte di Provenza, fratello di Lodovico figliuolo suo adottivo, morto per avventura l'anno medesimo. Ma dispiacendo a molti de' baroni del regno la successione di Renato, essendosi divulgato che 'l testamento era stato falsamente fabricato dai napoletani, fu da una parte de' baroni e de' popoli chiamato Alfonso. Da questo ebbono origine le guerre tra Alfonso e Renato, le quali molti anni afflissono sí nobile regno, fatte da loro piú con le forze del reame medesimo che con le proprie; da questo, per le volontà contrarie, sorsono le fazioni, non ancora al dí d'oggi al tutto spente, degli aragonesi e angioini; variando eziandio nel corso del tempo i titoli e i colori della ragione, perché i pontefici, seguitando piú le sue cupidità o le necessità de' tempi che la giustizia, le investiture diversamente concederono. Ma essendo delle guerre tra Alfonso e Renato rimasto vincitore Alfonso, principe di maggiore potenza e valore, e morendo poi senza figliuoli legittimi, non fatta memoria di Giovanni suo fratello e successore ne' regni di Sicilia e di Aragona, lasciò per testamento il regno di Napoli, come acquistato da sé e però non appartenente alla corona di Aragona, a Ferdinando figliuolo suo naturale. Il quale, se bene quasi incontinente dopo la morte del padre fu assaltato, con le spalle de' principali baroni del regno, da Giovanni figliuolo di Renato, nondimeno con la felicità e virtú sua non solamente si difese, ma afflisse in modo gli avversari che mai piú in vita di Renato, il quale sopravisse piú anni al figliuolo, ebbe né da contendere con gli Angioini né da temerne. Morí finalmente Renato, e non avendo figliuoli maschi fece erede in tutti gli stati e ragioni sue Carlo figliuolo del fratello, il quale morendo poco di poi senza figliuoli lasciò per testamento la sua eredità a Luigi undecimo re di Francia; a cui non solo ricadde come a supremo signore il ducato di Angiò, nel quale, perché è membro della corona, non succedono le femmine, ma con tutto che 'l duca dell'Oreno, nato di una figliuola di Renato, asserisse appartenersi a sé la successione degli altri stati, entrò in possessione della Provenza; e poteva, per vigore del testamento medesimo, pretendere essergli applicate le ragioni che gli Angioini avevano al reame di Napoli: le quali essendo, per la sua morte, continuate in Carlo ottavo suo figliuolo, incominciò Ferdinando re di Napoli ad avere potentissimo avversario, e si presentò grandissima opportunità a chiunque di offenderlo desiderava. Perché il regno di Francia era in quel tempo piú florido d'uomini, di gloria d'arme, di potenza, di ricchezze e di autorità in tra gli altri regni, che forse dopo Carlo magno fusse mai stato; essendosi ampliato novellamente in ciascuna di quelle tre parti nelle quali, appresso agli antichi, si divideva tutta la Gallia. Conciossiaché, non piú che quaranta anni innanzi a questo tempo, sotto Carlo settimo, re per molte vittorie ottenute con gravissimi pericoli chiamato benavventurato, si fussino ridotte sotto quello imperio la Normandia e il ducato di Ghienna, provincie possedute prima dagli inghilesi; e negli ultimi anni di Luigi undecimo la contea di Provenza, il ducato di Borgogna e quasi tutta la Piccardia; e dipoi aggiunto, per nuovo matrimonio, alla potenza di Carlo ottavo il ducato di Brettagna. Né mancava nell'animo di Carlo inclinazione a cercare d'acquistare con l'armi il regno di Napoli, come giustamente appartenente a sé, cominciata per un certo istinto quasi naturale insino da puerizia e nutrita da' conforti di alcuni che gli erano molto accetti; i quali empiendolo di pensieri vani gli proponevano questa essere occasione di avanzare la gloria de' suoi predecessori, perché, acquistato il reame di Napoli, gli sarebbe agevole il vincere lo imperio de' turchi. Le quali cose, essendo già note a molti, dettono speranza a Lodovico Sforza di potere facilmente persuadergli il suo desiderio; confidandosi oltre a questo non poco nella introduzione che aveva nella corte di Francia il nome sforzesco, perché ed egli sempre e prima Galeazzo suo fratello aveano, con molte dimostrazioni e offici, continuata l'amicizia cominciata da Francesco Sforza loro padre: il quale, avendo, trenta anni innanzi, ricevuto in feudo da Luigi undecimo, l'animo del quale re aborrí sempre le cose d'Italia, la città di Savona e le ragioni che e' pretendeva avere in Genova, dominata già dal suo padre, non era giammai da altra parte mancato a lui ne' suoi pericoli né di consiglio né di aiuto. E nondimeno Lodovico, parendogli pericoloso l'essere solo a suscitare movimento sí grande, e per trattare la cosa in Francia con maggiore credito e autorità, cercò, prima, di persuadere il medesimo al pontefice non meno con gli stimoli dell'ambizione che dello sdegno; dimostrandogli che, o per favore de' príncipi italiani o per mezzo dell'armi loro, non poteva né di vendicarsi contro a Ferdinando né di acquistare stati onorati per i figliuoli avere speranza alcuna. E avendolo trovato pronto, o per cupidità di cose nuove o per ottenere dagli Aragonesi, per mezzo del timore, quei che di concedergli spontaneamente recusavano, mandorono secretissimamente in Francia uomini confidati a tentare l'animo del re e di coloro che erano intimi ne' consigli suoi: i quali non se ne mostrando alieni, Lodovico, dirizzatosi in tutto a questo disegno, vi mandò, benché spargendo nome d'altre cagioni, scopertamente imbasciadore Carlo da Barbiano conte di Belgioioso. In quale, poi che per qualche dí, e con Carlo in privata udienza e separatamente con tutti i principali, ebbe fatto diligenza di persuadergli, introdotto finalmente un giorno nel consiglio reale, presente il re, dove oltre a' ministri regi intervennono tutti i signori e molti prelati e nobili della corte, parlò, secondo si dice, in questa sentenza:

                                            - Se alcuno, per qual si voglia cagione, avesse, cristianissimo re, sospetta la sincerità dell'animo e della fede con la quale Lodovico Sforza, offerendovi eziandio comodità di danari e aiuto delle sue genti, vi conforta a muovere l'armi per acquistare il reame di Napoli, rimoverà facilmente da sé questa male fondata suspicione se si ridurrà in memoria l'antica divozione avuta in ogni tempo da lui, da Galeazzo suo fratello e prima da Francesco suo padre, a Luigi undecimo padre vostro, e poi continuamente al vostro gloriosissimo nome; e molto piú se e' considererà di questa impresa potere risultare a Lodovico gravissimi danni senza speranza di alcuna utilità, e a voi tutto il contrario; al quale uno regno bellissimo della vittoria perverrebbe, con grandissima gloria e opportunità di cose maggiori, ma a lui non altro che una giustissima vendetta contro alle insidie e ingiurie degli Aragonesi: e da altra parte, se tentata non riuscisse, non per questo diventerebbe minore la vostra grandezza. Ma chi non sa che Lodovico, fattosi esoso a molti e divenuto in dispregio di ciascuno, non arebbe in caso tale rimedio alcuno a' suoi pericoli? E però, come può essere sospetto il consiglio di colui che ha, in qualunque evento, le condizioni tanto ineguali e con tanto disavvantaggio dalle vostre? Benché le ragioni che vi invitano a fare cosí onorata espedizione sono tanto chiare e potenti per se stesse che non ammettono alcuna dubitazione, concorrendo amplissimamente tutti i fondamenti i quali nel deliberare l'imprese principalmente considerare si debbono: la giustizia della causa, la facilità del vincere, il frutto grandissimo della vittoria. Perché a tutto il mondo è notissimo quanto siano efficaci sopra il reame di Napoli le ragioni della casa d'Angiò, della quale voi siete legittimo erede, e quanto sia giusta la successione che questa corona pretende a' discendenti di Carlo; il quale, primo del sangue reale di Francia, ottenne, con l'autorità de' pontefici romani e con la virtú dell'armi proprie, quel reame. Ma non è già minore la facilità a conquistarlo che la giustizia. Perché chi è quello che non sappia quanto sia inferiore di forze e di autorità il re di Napoli al primo e piú potente re di tutti i cristiani? quanto sia grande e terribile per tutto il mondo il nome de' franzesi? e di quanto spavento siano l'armi vostre a tutte le nazioni? Non assaltorono giammai il reame di Napoli i piccoli duchi d'Angiò che non lo riducessino in gravissimo pericolo. È fresca la memoria che Giovanni figliuolo di Renato aveva in mano la vittoria contro al presente Ferdinando, se non glien'avesse tolta Pio pontefice, e molto piú Francesco Sforza, che si mosse, come ognuno sa, per ubbidire a Luigi undecimo vostro padre. Che faranno adunque ora l'armi e l'autorità di tanto re, essendo massime cresciute le opportunità e diminuite le difficoltà che ebbono Renato e Giovanni, poi che sono uniti con voi i príncipi di quegli stati che impedirono la loro vittoria, e che possono con somma facilità offendere il regno di Napoli? il papa per terra, per la vicinità dello stato ecclesiastico; il duca di Milano, per l'opportunità di Genova, a assaltarlo per mare. Né sarà in Italia chi vi si opponga; perché i viniziani non vorranno esporsi a spese e a pericoli, né privarsi della amicizia che lungo tempo co' re di Francia hanno tenuta, per conservare Ferdinando inimicissimo del nome loro; e i fiorentini non è credibile che si partino dalla divozione naturale che hanno alla casa di Francia, e se pure volessino opporsi, di che momento saranno contro a tanta possanza? Quante volte ha, contro alla volontà di tutta Italia, passate l'Alpi questa bellicosissima nazione, e nondimeno, con inestimabile gloria e felicità, riportatone tante vittorie e trionfi! E quando fu mai il reame di Francia piú felice, piú glorioso, piú potente che ora? e quando mai gli fu sí facile l'avere pace stabile con tutti i vicini? le quali cose se per l'addietro concorse fussino, sarebbe stato pronto, per avventura, il padre vostro a questa medesima espedizione. Né sono manco accresciute agli inimici le difficoltà che a voi l'opportunità, perché è ancora potente in quel reame la parte angioina, sono gagliarde le dipendenze di tanti príncipi e gentiluomini scacciati iniquamente pochissimi anni sono, e perché sono state sí aspre le ingiurie fatte in ogni tempo da Ferdinando a' baroni e a' popoli, a quegli ancora della fazione aragonese. Tanto è grande la sua infedeltà, tanto immoderata l'avarizia, tanto orribili e sí spessi gli esempli della crudeltà sua e di Alfonso suo primogenito, che è notissimo che tutto il regno, concitato da odio incredibile contro a loro e nel quale è verde la memoria della liberalità, della bontà, della magnanimità, dell'umanità, della giustizia de' re franzesi, si leverà con allegrezza smisurata alla fama della vostra venuta; in modo che la deliberazione sola del fare la impresa basterà a farvi vittorioso. Perché come i vostri eserciti aranno passati i monti, come l'armata marittima sarà congregata nel porto di Genova, Ferdinando e i figliuoli, spaventati dalla coscienza delle loro sceleratezze, penseranno piú a fuggirsi che a difendersi. Cosí con somma facilità arete recuperato al sangue vostro uno regno, che, se bene non è da agguagliare alla grandezza di Francia, è pure regno amplissimo e ricchissimo, ma da apprezzare molto piú per il profitto e per i comodi infiniti che ne perverranno a questo reame: i quali racconterei tutti, se non fusse notorio che maggiori fini ha la generosità franzese, che piú degni e piú alti pensieri sono quegli di sí magnanimo, di sí glorioso re, diritti non allo interesse proprio ma all'universale grandezza di tutta la republica cristiana. E a questo che maggiore opportunità? che piú ampia occasione? quale sito piú comodo, piú atto a fare la guerra contro agli inimici della nostra religione? Non è piú largo, come ognuno sa, in qualche luogo, che settanta miglia il mare che è tra il regno di Napoli e la Grecia: dalla quale provincia, oppressata e lacerata da' turchi, e che non desidera altro che vedere le bandiere de' cristiani, quanto è facile l'entrare nelle viscere di quella nazione! percuotere Costantinopoli, sedia e capo di quello imperio! E a chi appartiene piú che a voi, potentissimo re, volgere l'animo e i pensieri a questa santa impresa? per la potenza maravigliosa che Iddio v'ha data, per il cognome cristianissimo che voi avete, per l'esempio de' vostri gloriosi predecessori; i quali usciti tante volte armati di questo regno, ora per liberare la chiesa d'Iddio oppressa da' tiranni ora per assaltare gli infedeli ora per recuperare il sepolcro santissimo di Cristo, hanno esaltato insino al cielo il nome e la maestà de' re di Francia. Con questi consigli, con queste arti, con queste azioni, con questi fini, diventò magno e imperadore di Roma quello gloriosissimo Carlo; il cui nome come voi ottenete, cosí vi si presenta l'occasione d'acquistare la gloria e il cognome. Ma perché consumo io piú tempo in queste ragioni? come se non sia piú conveniente e piú secondo l'ordine della natura il rispetto del conservare che dell'acquistare! Perché chi non sa di quanta infamia vi sarebbe, invitandovi massime sí grandi occasioni, il tollerare piú che Ferdinando vi occupi uno regno tale? stato posseduto per continua successione poco manco di dugento anni da' re del vostro sangue, e il quale è manifesto giuridicamente aspettarsi a voi? Chi non sa quanto appartenga alla degnità vostra il recuperarlo? quanto pietoso il liberare quegli popoli che adorano il glorioso nome vostro, che di ragione sono vostri sudditi, dalla tirannide acerbissima de' catelani? È adunque l'impresa giustissima, è facilissima, è necessaria. È non meno gloriosa e santa, e per se stessa e perché vi apre la strada alle imprese degne di uno cristianissimo re di Francia: alle quali non solo gli uomini, ma Dio è quello, o magnanimo re, che tanto apertamente vi chiama, Dio è quello che vi mena, con sí grandi e sí manifeste occasioni, proponendovi, innanzi al principiarla, somma felicità. Imperocché quale maggiore felicità può avere principe alcuno che le deliberazioni dalle quali risulta la gloria e la grandezza propria siano accompagnate da circostanze e conseguenze tali che apparisca che elle si faccino non meno per beneficio e per salute universale, e molto piú per l'esaltazione di tutta la republica cristiana? -

                                            Non fu udita con allegro animo questa proposta da' signori grandi di Francia, e specialmente da coloro che per nobiltà e opinione di prudenza erano di maggiore autorità; i quali giudicavano non potere essere altro che guerra piena di molte difficoltà e pericoli, avendosi a condurre gli eserciti in paese forestiero e tanto lontano dal regno di Francia, e contro a inimici molto stimati e potenti. Perché grandissima era per tutto la fama della prudenza di Ferdinando, né minore quella del valore di Alfonso nella scienza militare; e si credeva che, avendo regnato Ferdinando trenta anni e spogliati e distrutti in vari tempi tanti baroni, avesse accumulato molto tesoro. Consideravano il re essere poco capace a sostenere da sé solo un pondo sí grave; e, nel maneggio delle guerre e degli stati, debole il consiglio e l'esperienza di coloro che avevano fede appresso a lui piú per favore che per ragione. Aggiugnersi la carestia di danari, de' quali si stimava avesse a bisognarne grandissima quantità; e doversi ridurre nella memoria ciascuno l'astuzie e gli artifici degli italiani, e rendersi certo che non solo agli altri ma né a Lodovico Sforza, notato non che altro in Italia di poca fede, potesse piacere che in potestà di uno re di Francia fusse il reame di Napoli. Onde e il vincere sarebbe difficile, e piú difficile il conservare le cose vinte. Però Luigi padre di Carlo, principe che aveva sempre seguitato piú la sostanza che l'apparenza delle cose, non avere mai accettato le speranze propostegli d'Italia, né tenuto conto delle ragioni pervenutegli del regno di Napoli, ma sempre affermato che il mandare eserciti di là da' monti non era altro che cercare di comperare molestie e pericoli, con infinito tesoro e sangue del reame di Francia. Essere, volendo procedere a questa espedizione, innanzi a ogni cosa necessario comporre le controversie co' re vicini: perché con Ferdinando re di Spagna cagioni di discordie e di sospetti non mancavano; e con Massimiliano re de' romani e con Filippo arciduca d'Austria suo figliuolo erano molte non solo emulazioni ma ingiurie; gli animi de' quali non si potrebbono riconciliare senza concedere a essi cose dannosissime alla corona di Francia, e non di meno si riconcilierebbono piú con le dimostrazioni che con gli effetti: perché quale accordo basterebbe a assicurare che, sopravenendo all'esercito regio qualche difficoltà in Italia, non assaltassino il regno di Francia? né doversi sperare che in Enrico settimo re di Inghilterra non avesse forza maggiore l'odio naturale degli inghilesi contro a' franzesi che la pace fatta con lui pochi mesi avanti; perché era manifesto avervelo tirato, piú che altra causa, il non corrispondere gli apparati del re de' romani alle promesse con le quali l'avea indotto a porre il campo intorno a Bologna. Queste e altre simili ragioni si allegavano da' signori grandi, parte tra loro medesimi parte col re, a dissuadere la nuova guerra: tra i quali la detestava, piú efficacemente che alcun altro, Iacopo Gravilla, ammiraglio di Francia, uomo al quale la fama inveterata in tutto il regno di essere savio conservava l'autorità, benché gli fusse alquanto stata diminuita la grandezza. E nondimeno si porgeva in contrario con grande avidità l'orecchio da Carlo: il quale, giovane d'anni ventidue, e per natura poco intelligente delle azioni umane, era traportato da ardente cupidità di dominare e da appetito di gloria, fondato piú tosto in leggiera volontà e quasi impeto che in maturità di consiglio; e prestando, o per propria inclinazione o per l'esempio e ammonizioni paterne, poca fede a' signori e a' nobili del regno, poi che era uscito della tutela di Anna duchessa di Borbone sua sorella, né udendo piú i consigli dell'ammiraglio e degli altri i quali erano stati grandi in quel governo, si reggeva col parere di alcuni uomini di piccola condizione, allevati quasi tutti a servigio della persona sua; de' quali quegli di piú favore veementemente ne lo confortavano, parte, come sono venali spesso i consigli de' príncipi, corrotti da' doni e da promesse fatte dallo imbasciadore di Lodovico, che non lasciò indietro diligenza o arte alcuna per farsi propizii quegli che erano di momento a questa deliberazione, parte mossi dalle speranze propostesi, chi d'acquistare stati nel regno di Napoli chi di ottenere dal pontefice degnità e entrate ecclesiastiche. Capo di tutti questi era Stefano di Vers, di nazione di Linguadoca, di basso legnaggio, ma nutrito molti anni nella camera del re, e da lui fatto siniscalco di Belcari. A costui aderiva Guglielmo Brissonetto; il quale, di mercatante diventato prima generale di Francia e poi vescovo di San Malò, non solo era preposto all'amministrazione delle entrate regie, che in Francia dicono sopra le finanze, ma unito con Stefano, e per sua opera, aveva già grandissima introduzione in tutte le faccende importanti, benché di governare cose di stato avesse piccolo intendimento. Aggiugnevansi gli stimoli di Antonello da San Severino principe di Salerno, e di Bernardino della medesima famiglia principe di Bisignano, e di molti altri baroni sbanditi del reame di Napoli; i quali, ricorsi piú anni prima in Francia, avevano continuamente incitato Carlo a questa impresa, allegando la pessima disposizione, piú presto disperazione, di tutto il regno, e le dipendenze e il seguito grande che avere in quello si promettevano. Stette in questa varietà di pareri sospesa molti giorni la deliberazione, essendo non solo dubbio agli altri quello che s'avesse a determinare ma incerto e incostante l'animo di Carlo; perché, ora stimolandolo la cupidità della gloria e dello imperio ora raffrenandolo il timore, era talvolta irresoluto, talvolta si volgeva al contrario di quello che pareva che prima avesse determinato. Pure ultimatamente, prevalendo la sua pristina inclinazione e il fato infelicissimo d'Italia a ogni contradizione, rifiutati del tutto i consigli quieti, fu fatta, ma senza saputa di altri che del vescovo di San Malò e del siniscalco di Belcari, convenzione con lo imbasciadore di Lodovico. Della quale stettono piú mesi occulte le condizioni, ma la somma fu che, passando Carlo in Italia o mandando esercito per l'acquisto di Napoli, il duca di Milano fusse tenuto a dargli il passo per il suo stato, a mandare con le sue genti cinquecento uomini d'arme pagati, permettergli che a Genova armasse quanti legni volesse, e a prestargli, innanzi partisse di Francia, dugentomila ducati; e da altra parte il re si obligò alla difesa del ducato di Milano contro a ciascuno, con particolare menzione di conservare l'autorità di Lodovico, e a tenere ferme in Asti, città del duca di Orliens, durante la guerra, dugento lancie, perché fussino preste a' bisogni di quello stato: e o allora o non molto dipoi, per una scritta sottoscritta di propria mano, promesse, ottenuto che avesse il reame di Napoli, concedere a Lodovico il principato di Taranto.

                                            Non è certo opera perduta o senza premio il considerare la varietà de' tempi e delle cose del mondo. Francesco Sforza padre di Lodovico, principe di rara prudenza e valore, inimico degli Aragonesi per gravissime offese ricevute da Alfonso padre di Ferdinando, e amico antico degli Angioini, nondimeno, quando Giovanni figliuolo di Renato, l'anno mille quattrocento cinquantasette, assaltò il regno di Napoli, aiutò con tanta prontezza Ferdinando che da lui fu principalmente riconosciuta la vittoria; mosso non da altro che da parergli troppo pericoloso al ducato suo di Milano che di uno stato cosí potente in Italia i franzesi tanto vicini si insignorissino: la quale ragione aveva prima indotto Filippo Maria Visconte che, abbandonati gli Angioini favoriti insino a quel dí da lui, liberasse Alfonso suo inimico; il quale, preso da' genovesi in una battaglia navale presso a Gaeta, gli era stato condotto, con tutta la nobiltà de' regni suoi, prigione a Milano. Da altra parte Luigi padre di Carlo, stimolato spesse volte da molti, e con non leggiere occasioni, alle cose di Napoli, e chiamato instantemente da' genovesi al dominio della loro patria stata posseduta da Carlo suo padre, aveva sempre recusato di mescolarsi in Italia, come cosa piena di spese e difficoltà e all'ultimo perniciosa al regno di Francia. Ora, variate l'opinioni degli uomini ma non già forse variate le ragioni delle cose, e Lodovico chiamava i franzesi di qua da' monti, non temendo da uno potentissimo re di Francia, se in mano sua fusse il regno di Napoli, di quello pericolo che il padre suo, valorosissimo nell'armi, aveva temuto se l'avesse acquistato uno piccolo conte di Provenza; e Carlo ardeva di desiderio di fare guerre in Italia, preponendo la temerità di uomini bassi e inesperti al consiglio del padre suo, re di lunga esperienza e prudente. Certo è che Lodovico fu medesimamente confortato a tanta deliberazione da Ercole da Esti duca di Ferrara, suo suocero; il quale, ardendo di desiderio di recuperare il Polesine di Rovigo, paese contiguo e molto importante alla sicurtà di Ferrara, statogli occupato da' viniziani, nella guerra dieci anni innanzi avuta con loro, conosceva essere unica via di poterlo ricuperare che Italia tutta si turbasse con grandissimi movimenti. Ma e fu creduto da molti che Ercole, benché col genero simulasse benivolenza grandissima, nondimeno in secreto l'odiasse estremamente, perché, essendo in quella guerra tutto 'l resto d'Italia che aveva prese l'armi per lui molto superiore a viniziani, Lodovico, il quale già governava lo stato di Milano, mosso da' propri interessi, costrinse gli altri a fare la pace, con condizione che a' viniziani rimanesse quel Pulesine; e però, che Ercole, non potendo con l'armi vendicarsi di tanta ingiuria, cercasse vendicarsi col dargli pestifero consiglio.

                                             

                                             

                                                 Lib.1, cap.5

                                                  

                                                 Pubbliche dichiarazioni di fiduciosa sicurezza e segrete preoccupazioni di Ferdinando d'Aragona. Sua azione per allontanare da sé il pericolo e per riconciliarsi col pontefice e con Lodovico Sforza. Il re di Francia compone le sue divergenze co' re di Spagna, col re de' romani e con l'arciduca d'Austria. L'investitura di Lodovico Sforza a duca di Milano. Ambasciata di Perone di Baccie al pontefice, al senato veneziano ed a' fiorentini. Piero de' Medici di fronte alle richieste del re di Francia. Comincia a vacillare la congiunzione fra il pontefice e Ferdinando d'Aragona.

                                             

                                            Ma essendo già incominciata, benché da principio con autori incerti, a risonare in Italia la fama di quello che oltre a' monti si trattava, si destorono vari pensieri e discorsi nelle menti degli uomini: perché a molti, i quali la potenza del regno di Francia, la prontezza di quella nazione a nuovi movimenti e le divisioni degli italiani consideravano, pareva cosa di grandissimo momento; altri, per la età e per le qualità del re, e per la negligenza propria a' franzesi e per gli impedimenti che hanno le grandi imprese, giudicavano questo essere piú tosto impeto giovenile che fondato consiglio, il quale, poi che fusse alquanto ribollito, avesse leggiermente a risolversi. Né Ferdinando, contro al quale tali cose si macchinavano, dimostrava d'averne molto timore, allegando essere impresa durissima: perché, se e' pensassino assaltarlo per mare, troverebbono lui proveduto d'armata sufficiente a combattere con loro in alto mare, i porti bene fortificati e tutti in sua potestà, né essere nel regno barone alcuno che gli potesse ricevere come era stato ricevuto Giovanni d'Angiò dal principe di Rossano e da altri grandi; l'espedizione per terra essere incomoda, sospetta a molti e lontana, avendosi a passare prima per la lunghezza di tutta Italia, di maniera che ciascuno degli altri arebbe causa particolarmente di temerne, e forse piú di tutti Lodovico Sforza, benché, volendo dimostrare che fusse proprio di altri il pericolo comune, simulasse il contrario, perché, per la vicinità dello stato di Milano alla Francia, aveva il re maggiore facoltà e verisimilmente maggiore cupidità di occuparlo. E essendogli il duca di Milano congiuntissimo di sangue, come potere almeno assicurarsi Lodovico che il re non avesse in animo liberarlo dalla sua oppressione? avendo massime pochi anni innanzi affermato palesemente che non comporterebbe che Giovan Galeazzo suo cugino fusse conculcato sí indegnamente. Non avere tale condizione le cose aragonesi che la speranza della debolezza loro dovesse dare a' franzesi ardire d'assaltarle, essendo egli bene ordinato di molta e fiorita gente d'arme, abbondante di bellicosi cavalli, di munizioni, di artiglierie e di tutte le provisioni necessarie alla guerra, e con tanta copia di danari che senza incomodità potrebbe quanto gli fusse necessario augumentarle; e oltre a molti peritissimi capitani preposto al governo degli eserciti e armi sue il duca di Calavria suo primogenito, capitano di fama grande e di virtú non minore, e esperimentato per molti anni in tutte le guerre d'Italia. Aggiugnersi alle forze proprie gli aiuti pronti de' suoi medesimi, perché non essere da dubitare gli mancasse il soccorso del re di Spagna, suo cugino e fratello della moglie, sí per il vincolo doppio del parentado come perché gli sarebbe sospetta la vicinità de' franzesi alla Sicilia. Queste cose si dicevano da Ferdinando publicamente, magnificando la sua potenza e estenuando quanto poteva le forze e l'opportunità degli avversarii; ma, come era re di singolare prudenza e di esperienza grandissima, intrinsecamente gravissimi pensieri lo tormentavano, avendo fissa nell'animo la memoria de' travagli avuti, nel principio del regno suo, da questa nazione. Considerava profondamente dovere avere la guerra con inimici bellicosissimi e potentissimi, e molto superiori a sé di cavalleria, di peditato, d'armate marittime, di artiglierie, di danari e d'uomini ardentissimi a esporsi a ogni pericolo per la gloria e grandezza del proprio re; a sé, per contrario, sospetta ogni cosa, pieno il regno quasi tutto o di odio grande contro al nome aragonese o di inclinazione non mediocre a rebelli suoi, del resto la maggiore parte cupida per l'ordinario di nuovi re, e nella quale avesse a potere piú la fortuna che la fede, ed essere maggiore la riputazione che il nervo delle sue cose; non bastare i danari accumulati alle spese necessarie per la difesa, e empiendosi per la guerra ogni cosa di ribellione e di tumulti annichilarsi in uno momento l'entrate. Avere in Italia molti inimici, niuna amicizia stabile e fidata; perché chi non era stato offeso, in qualche tempo, o dalle armi o dalle arti sue? Né di Spagna, secondo l'esempio del passato e le condizioni di quel regno, potere aspettare altri aiuti a' suoi pericoli che larghissime promesse e fama grandissima di apparati ma effetti piccolissimi e tardissimi. Accrescevangli il timore molte predizioni infelici alla casa sua, venutegli a notizia in diversi tempi, parte per scritture antiche ritrovate di nuovo parte per parole d'uomini, incerti spesso del presente ma che si arrogano certezza del futuro; cose nella prosperità credute poco, come cominciano a apparire l'avversità credute troppo. Angustiato da queste considerazioni, e presentandosegli maggiore senza comparazione la paura che le speranze, conobbe non essere altro rimedio a tanti pericoli che o il rimuovere, quanto piú presto si poteva, con qualche concordia, la mente del re di Francia da questi pensieri o levargli parte de' fondamenti che lo incitavano alla guerra. Perciò, avendo in Francia imbasciadori, mandativi per trattare lo sposalizio di Ciarlotta figliuola di don Federigo suo secondo genito col re di Scozia, il quale, per essere la fanciulla nata di una sorella della madre di Carlo e allevata nella sua corte, si maneggiava da lui, dette loro sopra le cose occorrenti nuove commissioni; e vi deputò, oltre a questi, Cammillo Pandone, statovi altre volte per lui: affine che, tentando privatamente i principali con premi e offerte grandi, e proponendo al re, quando altrimenti non si potesse mitigarlo, condizione di censo e altre sommissioni, si sforzasse di ottenere da lui la pace. Né solo interpose tutta la diligenza e autorità sua per comporre la differenza delle castella comperate da Verginio Orsino, la cui durezza si lamentava essere stata causa di tutti i disordini, ma ricominciò col pontefice le pratiche del parentado trattato prima tra loro. Ma il principale suo studio e diligenza si indirizzò a mitigare e ad assicurare l'animo di Lodovico Sforza, autore e motore di tutto il male, persuadendosi che a cosí pericoloso consiglio piú il timore che altra cagione lo conducesse. E però, anteponendo la sicurtà propria allo interesse della nipote e alla salute del figliuolo nato di lei, gli offerse, per diversi mezzi, di riferirsi in tutto alla sua volontà, delle cose di Giovan Galeazzo e del ducato di Milano: non attendendo al parere d'Alfonso, il quale, pigliando animo dalla timidità naturale di Lodovico, né si ricordando che alle deliberazioni precipitose si conduce non meno agevolmente il timido per la disperazione che si conduca il temerario per la inconsiderazione, giudicava che l'aspreggiarlo con spaventi e con minaccie fusse mezzo opportuno a farlo ritirare da questi nuovi consigli. Composesi finalmente, dopo varie difficoltà, procedute piú da Verginio che dal pontefice, la differenza delle castella; intervenendo alla composizione don Federigo, mandato a questo effetto dal padre a Roma: convennono che Verginio le ritenesse, ma pagando al pontefice tanta quantità di danari per quanti l'aveva prima comperate da Franceschetto Cibo. Conchiusesi insieme lo sposalizio di madama Sances figliuola naturale di Alfonso in don Giuffré figliuolo minore del pontefice, inabili tutt'a due per l'età alla consumazione del matrimonio: le condizioni furono che don Giuffré andasse fra pochi mesi a stare a Napoli, ricevesse in dote il principato di Squillaci con entrata di ducati diecimila l'anno, e fusse condotto con cento uomini d'arme agli stipendi di Ferdinando: donde si confermò l'opinione, avuta da molti, che quel che aveva trattato in Francia il pontefice fusse stato trattato principalmente per indurre col timore gli Aragonesi a queste convenzioni. Tentò di piú Ferdinando di confederarsi con lui a difesa comune; ma interponendo il pontefice molte difficoltà, non ottenne altro che una promessa occultissima, per breve, di aiutarlo a difendere il regno di Napoli, in caso che Ferdinando promettesse a lui di fare il medesimo dello stato della Chiesa. Le quali cose espedite, si partirono, licenziate dal papa, del dominio ecclesiastico le genti d'arme che i viniziani e il duca di Milano gli aveano mandate in aiuto. Né cominciò Ferdinando con minore speranza di felice successo a trattare con Lodovico Sforza, il quale con arte grandissima, ora mostrandosi malcontento della inclinazione del re di Francia alle cose d'Italia come pericolosa a tutti gli italiani, ora scusandosi per la necessità la quale, per il feudo di Genova e per la confederazione antica con la casa di Francia, l'aveva costretto a udire le richieste fattegli, secondo diceva, da quel re, ora promettendo, qualche volta a Ferdinando qualche volta separatamente al pontefice e a Piero de' Medici, di affaticarsi quanto potesse per raffreddare l'ardore di Carlo, si sforzava di tenergli addormentati in questa speranza, acciocché, innanzi che le cose di Francia fussino bene ordinate e stabilite, contro a lui qualche movimento non si facesse: e gli era creduto piú facilmente perché la deliberazione di fare passare il re di Francia in Italia era giudicata sí mal sicura ancora per lui, che non pareva possibile che finalmente non se n'avesse, considerato il pericolo, a ritirare.

                                            Consumossi tutta la state in queste pratiche, procedendo Lodovico in modo che, senza dare ombra al re di Francia, né Ferdinando né il pontefice né i fiorentini delle sue promesse si disperavano né totalmente vi confidavano. Ma in questo tempo si gittavano in Francia sollecitamente i fondamenti della nuova espedizione, alla quale, contro al consiglio di quasi tutti i signori, era ogni dí maggiore l'ardore del re: il quale, per essere piú espedito, compose le differenze che aveva con Ferdinando e con Isabella, re e reina di Spagna, príncipi in quello tempo molto celebrati e gloriosi per la fama della prudenza loro, per avere ridotti di grandissime turbolenze in somma tranquillità e ubbidienza i regni suoi, e per avere nuovamente, con guerra continuata dieci anni, recuperato al nome di Cristo il reame di Granata, stato posseduto da' mori di Affrica poco manco di ottocento anni; per la quale vittoria conseguirono dal pontefice, con grande applauso di tutti i cristiani, il cognome di re cattolici. Fu espresso in questa capitolazione, fermata molto solennemente e con giuramenti prestati in publico dall'una parte e dall'altra ne' templi sacri, che Ferdinando e Isabella (reggevasi la Spagna in nome comune) né direttamente né indirettamente gli Aragonesi aiutassino, parentado nuovo con loro non contraessino, né in modo alcuno per difesa di Napoli a Carlo si opponessino; le quali obligazioni egli per ottenere, cominciando dalla perdita certa per speranza di guadagno incerto, restituí senza alcuno pagamento Perpignano con tutta la contea di Rossiglione, impegnata molti anni innanzi a Luigi suo padre da Giovanni re di Aragona padre di Ferdinando: cosa molestissima a tutto il regno di Francia, perché quella contea, situata alle radici de' monti Pirenei e però, secondo l'antica divisione, parte della Gallia, impediva agli spagnuoli l'entrare in Francia da quella parte. Fece per la medesima cagione Carlo pace con Massimiliano re de' romani e con Filippo arciduca d'Austria suo figliuolo, i quali avevano seco gravissime cagioni, antiche e nuove, di inimicizia, cominciate perché Luigi suo padre, per l'occasione della morte di Carlo duca di Borgogna e conte di Fiandra e di molti altri paesi circostanti, aveva occupato il ducato di Borgogna, il contado di Artois e molte altre terre possedute da lui. Donde essendo nate gravi guerre tra Luigi e Maria figliuola unica di Carlo, la quale poco dopo la morte del padre si era maritata a Massimiliano, era ultimamente, essendo già morta Maria e succeduto nell'eredità materna Filippo figliuolo comune di Massimiliano e di lei, fattasi, piú per volontà de' popoli di Fiandra che di Massimiliano, concordia tra loro; per stabilimento della quale a Carlo figliuolo di Luigi fu Margherita sorella di Filippo sposata e, benché fusse di età minore, condotta in Francia: dove poi che fu stata piú anni, Carlo repudiatala, tolse per moglie Anna, alla quale, per la morte di Francesco suo padre senza figliuoli maschi, apparteneva il ducato di Brettagna; con doppia ingiuria di Massimiliano, privato in uno tempo medesimo del matrimonio della figliuola e del proprio, perché prima per mezzo di suoi procuratori aveva sposato Anna. E nondimeno, impotente a sostentare da se stesso la guerra, ricominciata per cagione di questa ingiuria, né volendo i popoli di Fiandra, i quali, per essere Filippo pupillo, con consiglio e autorità propria si reggevano, stare in guerra col regno di Francia; e vedendo posate l'armi contro a' franzesi da' re di Spagna e di Inghilterra, consentí alla pace: per la quale Carlo restituí a Filippo Margherita sua sorella, ritenuta insino a quel dí in Francia, e insieme le terre del contado di Artois, riservandosi le fortezze ma con obligazione di restituirle alla fine di quattro anni; al quale tempo Filippo, divenuto di età maggiore, poteva validamente confermare l'accordo fatto. Le quali terre, nella pace fatta dal re Luigi, erano state concordemente riconosciute come per dote di Margherita predetta.

                                            Stabilissi, per esser renduta al regno di Francia la pace da tutti i vicini, la deliberazione della guerra di Napoli per l'anno prossimo; e che in questo mezzo tutte le provisioni necessarie si preparassino, sollecitate continuamente da Lodovico Sforza. Il quale (come i pensieri degli uomini di grado in grado si distendono), non pensando piú solo a assicurarsi nel governo ma sollevato a piú alti pensieri, aveva nell'animo, con l'occasione de' travagli degli Aragonesi, trasferire in tutto in sé il ducato di Milano: e per dare qualche colore di giustizia a tanta ingiustizia, e fermare con maggiori fondamenti le cose sue a tutti i casi che potessino intervenire, maritò Bianca Maria sorella di Giovan Galeazzo e sua nipote a Massimiliano, succeduto nuovamente per la morte di Federico suo padre nello imperio romano; promettendogli in dote in certi tempi quattrocentomila ducati in pecunia numerata, e in gioie e in altri apparati ducati quarantamila. E da altro canto Massimiliano, seguitando in questo matrimonio piú i danari che il vincolo della affinità, si obligò di concedere a Lodovico, in pregiudicio di Giovan Galeazzo nuovo cognato, l'investitura del ducato di Milano, per sé, per i figliuoli e per i discendenti suoi; come se quello stato, dopo la morte di Filippo Maria Visconte, fusse di legittimo duca sempre vacato: promettendo di consegnargli, al tempo dell'ultimo pagamento, i privilegi, spediti in forma amplissima.

                                            I Visconti, gentiluomini di Milano, nelle parzialità sanguinosissime che ebbe Italia de' ghibellini e de' guelfi, cacciati finalmente i guelfi, diventorno (è questo quasi sempre il fine delle discordie civili), di capi di una parte di Milano, padroni di tutta la città; nella quale grandezza avendo continuato molti anni, cercorono, secondo il progresso comune delle tirannidi (perché quello che era usurpazione paresse ragione), di corroborare prima con legittimi colori e dipoi di illustrare con amplissimi titoli la loro fortuna. Però, ottenuto dagli imperadori, de' quali Italia cominciava già a conoscere piú il nome che la possanza, prima il titolo di capitani poi di vicari imperiali, all'ultimo Giovan Galeazzo, il quale, per avere ricevuto la contea di Virtus da Giovanni re di Francia suo suocero, si chiamava il conte di Virtú, ottenne da Vincislao re de' romani, per sé e per la sua stirpe mascolina, la degnità di duca di Milano; nella quale gli succederono, l'uno dopo l'altro, Giovan Maria e Filippo Maria suoi figliuoli. Ma finita la linea mascolina per la morte di Filippo, benché egli avesse nel testamento suo instituito erede Alfonso re d'Aragona e di Napoli, mosso dall'amicizia grandissima la quale, per la liberazione sua, aveva contratta seco, e molto piú perché il ducato di Milano, difeso da principe sí potente, non fusse occupato da' viniziani, i quali già manifestamente v'aspiravano, nondimanco Francesco Sforza, capitano in quella età valorosissimo né minore nell'arte della pace che della guerra, aiutato da molte occasioni che allora concorsono, e non meno dall'avere stimato piú il regnare che l'osservanza della fede, occupò con l'armi quel ducato come appartenente a Bianca Maria sua moglie, figliuola naturale di Filippo; ed è fama che e' potette ottenerne poi, con non molta quantità di danari, l'investitura da Federigo imperatore, ma che, confidando di potere con le medesime arti conservarlo con le quali l'aveva guadagnato, la dispregiò. Cosí senza investitura continuò Galeazzo suo figliuolo, e continuava Giovan Galeazzo suo nipote: onde Lodovico, in uno medesimo tempo scelerato contro al nipote vivo e ingiurioso contro alla memoria del padre e del fratello morti, affermando non essere stato alcuno di essi legittimo duca di Milano, se ne fece come di stato devoluto allo imperio investire da Massimiliano, intitolandosi per questa ragione non settimo ma quarto duca di Milano. Benché queste cose alla notizia di pochi, mentre visse il nipote, trapassorono. Soleva oltre a questo dire, seguitando l'esempio di Ciro fratello minore di Artoserse re di Persia, e confermandolo con l'autorità di molti giurisconsulti, che precedeva Galeazzo suo fratello, non per l'età ma per essere stato il primo figliuolo che fusse nato al padre comune poi che era diventato duca di Milano: la quale ragione insieme con la prima, benché taciuto l'esempio di Ciro, fu espressa ne’ privilegi imperiali; a' quali, per velare, benché con colore ridicolo, la cupidità di Lodovico, fu in lettere separate aggiunto non essere consuetudine del sacro imperio concedere alcuno stato a chi l'avesse prima con l'autorità di altri tenuto, e perciò essere stati da Massimiliano disprezzati i prieghi fatti da Lodovico per ottenere l'investitura per Giovan Galeazzo, che aveva prima dal popolo di Milano quel ducato riconosciuto. Il parentado fatto da Lodovico accrebbe la speranza a Ferdinando che e' s'avesse a alienare dalla amicizia del re di Francia, giudicando che l'essersi aderito e il somministrare a uno emulo, e per tante cagioni inimico, quantità cosí grande di danari, fusse per generare diffidenza tra loro, e che Lodovico, preso animo da questa nuova congiunzione, avesse piú arditamente a discostarsene: la quale speranza Lodovico nutriva con grandissimo artificio, e nondimeno (tanta era la sagacità e destrezza sua) sapeva in uno tempo medesimo dare parole a Ferdinando e agli altri d'Italia, e bene intrattenersi col re de' romani e con quello di Francia. Sperava similmente Ferdinando che al senato viniziano, al quale aveva mandato imbasciadori, avesse a essere molesto che in Italia, dove tenevano il primo luogo di potenza e di autorità, entrasse uno principe tanto maggiore di loro: né conforti e speranze da' re di Spagna gli mancavano, i quali soccorso potente gli promettevano, in caso che con le persuasioni e con l'autorità non potessino questa impresa interrompere.

                                            Da altra parte si sforzava il re di Francia, poiché aveva rimosso gl'impedimenti di là da monti, rimuovere le difficoltà e gli ostacoli che potessino essergli fatti di qua. Però mandò Perone di Baccie, uomo non imperito delle cose d'Italia, dove era stato sotto Giovanni d'Angiò; il quale, significata al pontefice, al senato viniziano e a' fiorentini, la deliberazione fatta dal re di Francia per recuperare il regno di Napoli, fece instanza con tutti che si congiugnessino con lui; ma non riportò altro che speranze e risposte generali, perché, essendo la guerra non prima che per l'anno prossimo disegnata, ricusava ciascuno di scoprire tanto innanzi la sua intenzione. Ricercò medesimamente il re gli oratori de' fiorentini, mandati prima a lui, con consentimento di Ferdinando, per escusarsi della imputazione si dava loro di essere inclinati agli Aragonesi, che gli fusse promesso passo e vettovaglia nel territorio loro all'esercito suo, con pagamento conveniente, e di mandare con esso cento uomini d'arme, i quali diceva chiedere per segno che la republica fiorentina seguitasse la sua amicizia: e benché gli fusse dimostrato non potersi senza grave pericolo fare tale dichiarazione se prima l'esercito suo non era passato in Italia, e affermato che di quella città si poteva in ogni caso promettere quanto conveniva alla osservanza e devozione che sempre alla corona di Francia portata aveva, nondimeno erano con impeto franzese stretti a prometterlo, minacciando altrimenti di privargli del commercio che la nazione fiorentina aveva grandissimo di mercatanzie in quel reame: i quali consigli, come poi si manifestò, nascevano da Lodovico Sforza, guida allora e indirizzatore di tutto quello che per loro con gli italiani si praticava. Affaticossi Piero de' Medici di persuadere a Ferdinando queste dimande importare sí poco alla somma della guerra, che e' potrebbe giovargli piú che la republica e egli si conservassino in fede con Carlo, per la quale arebbono forse opportunità di essere mezzo a qualche composizione. Allegava, oltre a questo, il carico grandissimo e l'odio il quale contro a sé si conciterebbe in Firenze se i mercatanti fiorentini fussino cacciati di Francia; e convenire alla buona fede, fondamento principale delle confederazioni, che ciascuno de' confederati tollerasse pazientemente qualche incomodità perché l'altro non incorresse in danni molto maggiori. Ma Ferdinando, il quale considerava quanto si diminuirebbe della riputazione e sicurtà sua se i fiorentini si separassino da lui, non accettava queste ragioni, ma si lamentò gravissimamente che la costanza e la fede di Piero cominciassino cosí presto a non corrispondere a quel che di lui s'avea promesso; donde Piero, determinato di conservarsi innanzi a ogni cosa l'amicizia aragonese, fece allungare con varie arti la risposta da' franzesi instantemente dimandata, rimettendosi in ultimo che per nuovi oratori si farebbe intendere l'intenzione della republica.

                                            Nella fine di quest'anno cominciò la congiunzione fatta tra il pontefice e Ferdinando a vacillare: o perché il pontefice aspirasse, con introdurre nuove difficoltà, a ottenere da lui cose maggiori o perché si persuadesse di muoverlo con questo modo a ridurre il cardinale di San Piero a Vincola all'ubbidienza sua; il quale egli, offerendo per sicurtà la fede del collegio de' cardinali, di Ferdinando e de' viniziani, desiderava sommamente che andasse a Roma, essendogli sospetta molto la sua assenza, per la importanza della rocca d'Ostia (perché intorno a Roma teneva Ronciglione e Grottaferrata), per molte dependenze e autorità grande che aveva nella corte, e finalmente per la natura sua desiderosa di cose nuove e l'animo pertinace a correre prima ogni pericolo che allentare uno punto solo delle sue deliberazioni. Scusavasi efficacissimamente Ferdinando di non potere piegare a questo il Vincola, insospettito tanto che qualunque sicurtà gli pareva inferiore al pericolo; e si lamentava della sua mala fortuna col pontefice, che sempre attribuisse a lui quel che veramente procedeva da altri; cosí avere creduto che Verginio per i conforti e co' danari suoi avesse comperato le castella, e nondimeno la compera essere stata fatta senza sua partecipazione, ma essere bene egli stato quello che aveva disposto Verginio all'accordo, e che a questo effetto l'aveva accomodato de' danari che si pagorono in ricompensa delle castella. Le quali scuse mentre che 'l pontefice non accetta, anzi con acerbe e quasi minatorie parole si lamenta di Ferdinando, pareva che nella reconciliazione fatta tra loro non si potesse fare stabile fondamento.

                                             

                                                 Lib.1, cap.6

                                                  

                                                 Il re di Francia allontana dal regno gli oratori di Ferdinando d'Aragona. Morte di Ferdinando. Giudizio dell'autore sul re. Confederazione fra il pontefice e Alfonso d'Aragona. Tentativi di riconciliazione di Alfonso con Lodovico Sforza e contegno di questo. Sollecitazioni degli ambasciatori del re di Francia per ottenere da' fiorentini assicurazione d'alleanza o, almeno, di benevoli aiuti all'esercito francese. Richiesta al pontefice d'investitura di Carlo VIII a re di Napoli. Risposta del pontefice. Risposta del governo di Firenze agli oratori del re di Francia. Sdegno del re contro Piero. Neutralità di Venezia.

                                             

                                            Incominciò in tale disposizione degli animi, e in tale confusione delle cose tanto inclinate a nuove perturbazioni, l'anno mille quattrocento novantaquattro (io piglio il principio secondo l'uso romano), anno infelicissimo a Italia, e in verità anno principio degli anni miserabili, perché aperse la porta a innumerabili e orribili calamità, delle quali si può dire che per diversi accidenti abbia di poi partecipato una parte grande del mondo. Nel principio di questo anno, Carlo, alienissimo dalla concordia con Ferdinando, comandò agli oratori suoi che, come oratori di re inimico, si partissino subito del reame di Francia; e quasi ne' medesimi dí morí per uno catarro repentino Ferdinando, soprafatto piú da' dispiaceri dell'animo che dall'età. Fu re di celebrata industria e prudenza, con la quale, accompagnata da prospera fortuna, si conservò il regno, acquistato nuovamente dal padre, contro a molte difficoltà che nel principio del regnare se gli scopersono, e lo condusse a maggiore grandezza che forse molti anni innanzi l'avesse posseduto re alcuno. Buono re, se avesse continuato di regnare con l'arti medesime con le quali aveva principiato; ma in progresso di tempo, o presi nuovi costumi per non avere saputo, come quasi tutti i príncipi, resistere alla violenza della dominazione o, come fu creduto quasi da tutti, scoperti i naturali, i quali prima con grande artificio aveva coperti, notato di poca fede e di tanta crudeltà che i suoi medesimi degna piú presto di nome di immanità la giudicavano. La morte di Ferdinando si tenne per certo che nocesse alle cose comuni; perché, oltre che arebbe tentato qualunque rimedio atto a impedire la passata de' franzesi, non si dubita che piú difficile sarebbe stato fare che Lodovico Sforza della natura altiera e poco moderata d'Alfonso s'assicurasse che disporlo a rinnovare l'amicizia con Ferdinando, sapendo che ne' tempi precedenti era stato spesso inclinato, per non avere cagione di controversie con lo stato di Milano, a piegarsi alla sua volontà. E trall'altre cose è manifesto che, quando Isabella figliuola d'Alfonso andò a congiugnersi col marito, Lodovico, come la vide, innamorato di lei, desiderò di ottenerla per moglie dal padre; e a questo effetto operò, cosí fu allora creduto per tutta Italia, con incantamenti e con malie, che Giovan Galeazzo fu per molti mesi impotente alla consumazione del matrimonio. Alla qual cosa Ferdinando arebbe acconsentito, ma Alfonso repugnò; donde Lodovico, escluso di questa speranza, presa altra moglie e avutine figliuoli, voltò tutti i pensieri a trasferire in quegli il ducato di Milano. Scrivono oltre a questo alcuni che Ferdinando, parato a tollerare qualunque incomodo e indegnità per fuggire la guerra imminente, aveva deliberato, come prima lo permettesse la benignità della stagione, andare in sulle galee sottili per mare a Genova, e di quivi per terra a Milano per sodisfare a Lodovico in tutto quello desiderasse, e rimenarne a Napoli la nipote; sperando che, oltre agli effetti delle cose, questa publica confessione di riconoscere in tutto da lui la salute avesse a mitigare l'animo suo: perché era noto quanto egli con sfrenata ambizione ardesse di desiderio di parere l'àrbitro e quasi l'oracolo di tutta Italia.

                                            Ma Alfonso, subito morto il padre, mandò quattro oratori al pontefice; il quale, facendo segni di essere alla prima inclinazione dell'amicizia franzese ritornato, aveva ne' medesimi dí, per una bolla sottoscritta dal collegio de' cardinali, promesso, a requisizione del re di Francia, al vescovo di San Malò la degnità del cardinalato e condotto a' stipendi comuni col duca di Milano Prospero Colonna, soldato prima del re, e alcuni altri condottieri di gente d'arme: e nondimeno si rendé facile alla concordia, per le condizioni grandi le quali Alfonso, desiderosissimo di assicurarsi di lui e d'obligarlo alla sua difesa, gli propose. Convennono adunque palesemente che tra loro fusse confederazione a difesa degli stati, con determinato numero di gente per ciascuno; concedesse il pontefice a Alfonso l'investitura del regno, con la diminuzione del censo ottenuta per Ferdinando, durante solo la vita sua, dagli altri pontefici, e mandasse uno legato apostolico a incoronarlo; creasse cardinale Lodovico figliuolo di don Enrico fratello naturale d'Alfonso, il quale fu poi chiamato il cardinale d'Aragona; pagasse il re incontinente al pontefice ducati trentamila; desse al duca di Candia stati nel regno d'entrata di dodicimila ducati l'anno e il primo de' sette uffici principali che vacasse; conducesselo per tutta la vita del pontefice a' soldi suoi con trecento uomini d'arme, co' quali fusse tenuto servire parimente l'uno e l'altro di loro; a don Giuffré, che quasi per pegno della fede paterna andasse a abitare appresso al suocero, concedesse, oltre alle cose promesse nella prima convenzione, il protonotariato, uno medesimamente de' sette uffici; e entrate di benefici del regno a Cesare Borgia figliuolo del pontefice, promosso poco innanzi dal padre al cardinalato, avendo, per rimuovere lo impedimento di essere spurio, a' quali non era solito concedersi tale degnità, fatto con falsi testimoni provare che era figliuolo legittimo di altri. Promesse di piú Verginio Orsino, il quale col mandato regio intervenne a questa capitolazione, che 'l re aiuterebbe il pontefice a ricuperare la rocca d'Ostia, in caso che il cardinale di San Piero a Vincola di andare a Roma ricusasse, la quale promessa il re affermava essere stata fatta senza suo consentimento o saputa; e giudicando che in tempo tanto pericoloso fusse molto dannoso l'alienarsi quello cardinale, potente nelle cose di Genova, le quali stimolato da lui disegnava tentare, e perché forse in agitazione sí grave s'arebbe a trattare di concili o di materie pregiudiciali alla sedia apostolica, interpose grandissima diligenza per accordarlo col pontefice: al quale non sodisfacendo in questa cosa condizione alcuna se il Vincola non ritornava a Roma, e essendo il cardinale ostinatissimo a non commettere mai la vita propria alla fede, tali erano le parole sue, di catelani, restò vana la fatica e il desiderio d'Alfonso. Perché il cardinale, poi che ebbe simulatamente dato speranza quasi certa di accettare le condizioni che si trattavano, si partí all'improvviso una notte, in su uno brigantino armato, da Ostia, lasciata bene guardata quella rocca; e soprastato pochi dí a Savona e poi in Avignone, della quale città era legato, andò finalmente a Lione, dove poco innanzi si era trasferito Carlo, per fare con piú comodità e maggiore riputazione le provisioni per la guerra, alla quale già publicava volere andare in persona; e da lui ricevuto con grandissima festa e onore, si congiunse con gli altri che la turbazione d'Italia procuravano.

                                            Né mancava Alfonso, essendogli diventato buon maestro il timore, di continuare con Lodovico Sforza quel che era stato cominciato dal padre, offerendogli le medesime sodisfazioni; il quale egli, secondo il costume suo, si ingegnava di pascere con varie speranze, ma dimostrando essere costretto a procedere con grandissima destrezza e considerazione acciocché la guerra disegnata contro ad altri non avesse principio contro a lui. Ma da altra parte non cessava di sollecitare in Francia le preparazioni; e per farlo con maggiore efficacia e stabilire meglio tutti i particolari di quel che s'avesse a ordinare, e acciocché non si ritardasse poi l'esecuzione delle cose deliberate, vi mandò, dando voce fusse chiamato dal re, Galeazzo da San Severino marito di una sua figliuola naturale, il quale era di grandissima fede e favore appresso a lui.

                                            Per i consigli di Lodovico, mandò Carlo al pontefice quattro oratori, con commissione che nel passare per Firenze facessino instanza per la dichiarazione di quella republica: Eberardo di Ubigní capitano di nazione scozzese, il generale di Francia, il presidente del parlamento di Provenza e il medesimo Perone di Baccie che l'anno precedente v'avea mandato. I quali, secondo la loro istruzione ordinata principalmente a Milano, narrorono nell'uno luogo e nell'altro le ragioni le quali il re di Francia, come successore della casa di Angiò e per essere mancata la linea di Carlo primo, pretendeva al reame di Napoli, e la deliberazione di passare l'anno medesimo personalmente in Italia, non per occupare cosa alcuna appartenente ad altri ma solo per ottenere quello che giustamente se gli aspettava; benché per ultimo fine non avesse tanto il regno di Napoli quanto il potere poi volgere l'armi contro a' turchi, per accrescimento e esaltazione del nome cristiano. Esposono a Firenze quanto il re si confidava di quella città, stata riedificata da Carlo magno e favorita sempre dai re suoi progenitori, e frescamente da Luigi suo padre, nella guerra la quale, sí ingiustamente, fu fatta loro da Sisto pontefice, da Ferdinando prossimamente morto e da Alfonso presente re. Ridusseno alla memoria i comodi grandissimi i quali, per il commercio delle mercatanzie, nella nazione fiorentina del reame di Francia pervenivano, dove era bene veduta e carezzata non altrimenti che se fusse del sangue franzese; col quale esempio, del regno di Napoli, quando fusse signoreggiato da lui, i medesimi benefici e utilità sperare potevano: cosí come dagli Aragonesi giammai altro che danni e ingiurie ricevute non avevano: ricercando volessino fare qualche segno di essere congiunti seco a questa impresa; e quando pure per qualche giusta causa impediti fussino, concedessino almanco passo e vettovaglia per il dominio loro, a spese dell'esercito franzese. Queste cose trattorono con la republica. A Piero de' Medici privatamente ricordorono molti benefici e onori fatti da Luigi undecimo al padre e a' maggiori suoi: avere ne' tempi difficili fatto molte dimostrazioni per conservazione della grandezza d'essi, onorato, in testimonio di benivolenza, le insegne loro con le insegne proprie della casa di Francia; e da altro canto Ferdinando, non contento d'avergli apertamente perseguitati con l'armi, essersi sceleratamente mescolato nelle congiure civili, nelle quali era stato ammazzato Giuliano suo zio e ferito gravemente Lorenzo suo padre. Al pontefice, ricordato gli antichi meriti e la continua divozione della casa di Francia verso la sedia apostolica, delle quali cose erano piene tutte le memorie antiche e moderne, la contumacia e spesse inubbidienze degli Aragonesi, domandorono la investitura del regno di Napoli nella persona di Carlo, come giuridicamente dovutagli; proponendo molte speranze e facendo molte offerte quando fusse propizio a questa impresa, la quale non meno per le persuasioni e autorità sua che per altra cagione era stata deliberata. Alla quale domanda rispose il pontefice che, essendo la investitura di quello reame conceduta da tanti suoi antecessori successivamente a tre re della casa di Aragona, perché nella investitura fatta a Ferdinando nominatamente si comprendeva Alfonso, non era conveniente concederla a Carlo, insino a tanto che per via di giustizia non fusse dichiarato che egli avesse migliori ragioni; alle quali la investitura fatta a Alfonso pregiudicato non avere, perché, per questa considerazione, vi era stato specificato che ella s'intendesse senza pregiudicio di persona. Ricordò il regno di Napoli essere di dominio diretto della sedia apostolica, l'autorità della quale non si persuadeva che il re, contro allo instituto de' suoi maggiori, che sempre ne erano stati precipui difensori, volesse violare, come violerebbe assaltandolo di fatto. Convenire piú alla sua degnità e bontà, pretendendovi ragione, cercarla per via della giustizia, la quale, come signore del feudo e solo giudice di questa causa, si offeriva parato ad amministrargli; né dovere uno re cristianissimo ricercare altro da uno pontefice romano, l'ufficio del quale era proibire, non fomentare, le violenze e le guerre tra i príncipi cristiani. Dimostrò, quando bene volesse fare altrimenti, molte difficoltà e pericoli, per la vicinità di Alfonso e de' fiorentini, l'unione de' quali seguitava tutta la Toscana, e per la dependenza dal re di tanti baroni, gli stati de' quali insino in sulle porte di Roma si distendevano; e si sforzò nondimeno di non tagliare loro interamente la speranza, con tutto che in se medesimo di non partire dalla confederazione fatta con Alfonso determinato avesse.

                                            A Firenze era grande la inclinazione inverso la casa di Francia, per il commercio di tanti fiorentini in quello reame, per l'opinione inveterata, benché falsa, che Carlo magno avesse riedificata quella città, distrutta da Totila re de' goti; per la congiunzione grandissima avuta per lunghissimo tempo da' maggiori loro, come da guelfi, con Carlo primo re di Napoli e con molti de' suoi discendenti, protettori della parte guelfa in Italia; per la memoria delle guerre che prima Alfonso vecchio e dipoi, l'anno mille quattrocento settantotto, Ferdinando, mandatovi in persona Alfonso suo figliuolo, aveva fatte a quella città: per le quali cagioni tutto 'l popolo desiderava che 'l passo si concedesse. Ma non meno lo desideravano i cittadini piú savi e di maggiore autorità nella republica, i quali essere somma imprudenza riputavano il tirare nel dominio fiorentino, per le differenze di altri, una guerra di tanto pericolo, opponendosi a uno esercito potentissimo e alla persona del re di Francia; il quale entrava in Italia co' favori dello stato di Milano e, se non consentendo, almanco non contradicendo il senato viniziano. Confermavano il consiglio loro con l'autorità di Cosimo de' Medici, stato stimato nell'età sua uno de' piú savi uomini d'Italia; il quale nella guerra tra Giovanni d'Angiò e Ferdinando, benché a Ferdinando aderissino il pontefice e il duca di Milano, aveva sempre consigliato che quella città non si opponesse a Giovanni. Riducevano in memoria l'esempio di Lorenzo padre di Piero, il quale in ogni romore della ritornata degli Angioini aveva sempre avuto il medesimo parere; le parole usate spesso da lui, spaventato dalla potenza de' franzesi poi che questo re medesimo aveva ottenuto la Brettagna: apparecchiarsi grandissimi mali agli italiani se il re di Francia conoscesse le forze proprie. Ma Piero de' Medici, misurando piú le cose con la volontà che con la prudenza e prestando troppa fede a se stesso, e persuadendosi che questo moto s'avesse a risolvere piú tosto in romori che in effetti, confortato al medesimo da qualcuno de' ministri suoi corrotto, secondo si disse, da' doni di Alfonso, deliberò pertinacemente di continuare nell'amicizia aragonese: il che bisognava che, per la grandezza sua, tutti gli altri cittadini finalmente acconsentissino. Ho autori da non disprezzare che Piero, non contento della autorità la quale aveva il padre ottenuta nella republica, benché tale che secondo la disposizione sua i magistrati si creavano, da' quali le cose di maggiore momento non senza il parere suo si deliberavano, aspirasse a piú assoluta potestà e a titolo di principe; non misurando saviamente le condizioni della città, la quale, essendo allora potente e molto ricca, e nutrita, già per piú secoli, con apparenza di republica, e i cittadini maggiori soliti a partecipare nel governo piú presto simili a compagni che a sudditi, non pareva che senza violenza grande avesse a tollerare tanta e sí subita mutazione: e perciò, che Piero, conoscendo che a sostentare questa sua cupidità bisognavano estraordinari fondamenti, era, per farsi uno appoggio potente alla conservazione del nuovo principato, immoderatamente ristrettosi con gli Aragonesi e determinato di correre con loro la medesima fortuna. E accadde per avventura che, pochi dí innanzi che gli oratori franzesi arrivassino in Firenze, erano venute a luce alcune pratiche, le quali Lorenzo e Giovanni de' Medici, giovani ricchissimi e congiuntissimi a Piero di sangue, alienatisi, per cause che ebbono origine giovenile, da lui, avevano, per mezzo di Cosimo Rucellai fratello cugino di Piero, tenute con Lodovico Sforza, e per introduzione sua col re di Francia, le quali tendevano direttamente contro alla grandezza di Piero; per il che, ritenuti da' magistrati, furono con leggierissima punizione rilegati nelle loro ville, perché la maturità de' cittadini, benché non senza molta difficoltà, indusse Piero a consentire che contro al sangue proprio non si usasse il giudicio severo delle leggi: ma avendolo certificato questo accidente che Lodovico Sforza era intento a procurare la sua ruina, stimò essere tanto piú necessitato a perseverare nella prima deliberazione. Fu adunque risposto agli oratori con ornate e reverenti parole ma senza la conclusione desiderata da loro, dimostrando da una parte la naturale divozione de' fiorentini alla casa di Francia e il desiderio immenso di sodisfare a cosí glorioso re, dall'altra gli impedimenti: perché niuna cosa era piú indegna de' príncipi e delle republiche che non osservare la fede promessa, la quale senza maculare espressamente non potevano consentire alle sue dimande; conciossiacosaché ancora non fusse finita la confederazione la quale, per l'autorità del re Luigi suo padre, era stata fatta con Ferdinando, con patto che dopo la morte sua si distendesse ad Alfonso, e con espressa condizione di essere non solo obligati alla difesa del regno di Napoli ma a proibire il passo per il territorio loro a chi andasse a offenderlo. Ricevere somma molestia di non potere deliberare altrimenti, ma sperare che 'l re, sapientissimo e giustissimo, conosciuta la loro ottima disposizione, attribuirebbe quel che non si prometteva agli impedimenti, tanto giusti. Da questa risposta sdegnato, il re fece partire subito di Francia gl'imbasciadori de' fiorentini e scacciò da Lione, secondo il consiglio di Lodovico Sforza, non gli altri mercatanti ma i ministri solo del banco di Piero de' Medici, acciocché a Firenze si interpretasse lui riconoscere questa ingiuria dalla particolarità di Piero non dalla universalità de' cittadini.

                                            Cosí dividendosi tutti gli altri potentati italiani, quali in favore del re di Francia quali in contrario, soli i viniziani deliberavano, standosi neutrali, aspettare oziosamente l'esito di queste cose; o perché non fusse loro molesto che Italia si perturbasse, sperando per le guerre lunghe degli altri potersi ampliare l'imperio veneto, o perché, non temendo per la grandezza loro dovere essere facilmente preda del vincitore, giudicassino imprudente consiglio il fare proprie senza evidente necessità le guerre d'altri: benché e Ferdinando non cessasse continuamente di stimolargli e che il re di Francia, l'anno dinanzi e in questo tempo medesimo, v'avesse mandato imbasciadori, i quali avevano esposto che tra la casa di Francia e quella republica non era stata altro che amicizia e benivolenza e da ogni banda amorevoli e benigni uffici, dove fusse stata l'occasione; la quale disposizione il re desideroso di augumentare, pregava quello sapientissimo senato che all'impresa sua volesse dare consiglio e favore. Alla quale esposizione avevano prudente e brevemente risposto: quel re cristianissimo essere re di tanta sapienza e avere appresso a sé tanto grave e maturo consiglio, che troppo presumerebbe di se medesimo chiunque ardisse consigliarlo; soggiugnendo che al senato viniziano sarebbono gratissime tutte le sue prosperità, per l'osservanza avuta sempre a quella corona: e perciò essergli molestissimo di non potere co' fatti corrispondere alla prontezza dell'animo, perché per il sospetto nel quale gli teneva continuamente il gran turco, che aveva cupidità e opportunità grandissima di offendergli, la necessità gli costrigneva a tenere sempre guardate con grandissima spesa tante isole e tante terre marittime vicine a lui, e ad astenersi sopratutto da implicarsi in guerre con altri.

                                             

                                                 Lib.1, cap.7

                                                  

                                                 I preparativi del re di Francia per la spedizione contro il reame di Napoli e quelli di Alfonso per la difesa del reame. Aperte manifestazioni d'inimicizia di Alfonso verso Lodovico Sforza. Piani di guerra e progetti di Alfonso. Il papa, con l'aiuto di Alfonso, prende la rocca di Ostia, tenuta dalle genti del card. della Rovere. Lodovico Sforza, affermando al papa e a Piero de' Medici la sua inclinazione alla pace, li rende indecisi negli aiuti ad Alfonso. Accordi per la comune difesa fra il pontefice e il re di Napoli. Condotta e propositi de' Colonnesi.

                                             

                                            Ma molto piú che le orazioni degli imbasciadori e le risposte fatte loro importavano le preparazioni marittime e terrestri le quali già per tutto si facevano. Perché Carlo aveva mandato Pietro di Orfé, suo grande scudiere, a Genova, la quale città il duca di Milano, con le spalle della fazione Adorna e di Giovan Luigi dal Fiesco, signoreggiava, a mettere in ordine una potente armata di navi grosse e di galee sottili; e faceva oltre a questo armare altri legni ne' porti di Villafranca e di Marsilia: onde era divulgato nella sua corte disegnarsi da lui di entrare nel reame di Napoli per mare, come già contro a Ferdinando aveva fatto Giovanni figliuolo di Renato. E in Francia benché molti credessino che, per l'incapacità del re e per le piccole condizioni di quegli che ne lo confortavano e per la carestia de' danari, avessino finalmente questi apparati a diventare vani; nondimeno per l'ardore del re, il quale nuovamente, con consiglio de' suoi piú intimi, aveva assunto il titolo di re di Jerusalem e delle due Sicilie (era questo allora il titolo de' re napoletani), si attendeva ferventemente alle provisioni della guerra, raccogliendo danari, riordinando le genti d'arme e ristrignendo i consigli con Galeazzo da San Severino, nel petto del quale tutti i segreti e tutte le deliberazioni di Lodovico Sforza si rinchiudevano. E da altra parte Alfonso, il quale non aveva mai pretermesso di prepararsi per terra e per mare, giudicando non essere piú tempo a lasciarsi ingannare dalle speranze date da Lodovico e dovere piú giovare lo spaventarlo e il molestarlo che l'affaticarsi per assicurarlo e mitigarlo, comandò all'oratore milanese che si partisse da Napoli, richiamò quello che per lui risedeva a Milano, e fece prendere la possessione e sequestrare l'entrate del ducato di Bari, stato posseduto da Lodovico molti anni per donazione fattagli da Ferdinando. Né contento a queste piú presto dimostrazioni di aperta inimicizia che offese, voltò tutto l'animo ad alienare dal duca di Milano la città di Genova; cosa nelle agitazioni presenti di grandissima importanza, perché per la mutazione di quella città si acquistava grandissima facilità di perturbare contro a Lodovico il governo di Milano, e il re di Francia si privava della opportunità di molestare per mare il regno di Napoli. Però, convenutosi secretamente con Pagolo Fregoso cardinale, che era già stato doge di Genova, e il quale era seguitato da molti della medesima famiglia, e con Obietto dal Fiesco, capi tutt'a due di seguito grande in quella città e nelle sue riviere, e con alcuni degli Adorni, tutti per diverse cagioni fuorusciti di Genova, deliberò di tentare con armata potente di rimettergli dentro, solito a dire che con le prevenzioni e con le diversioni si vincevano le guerre. Deliberò medesimamente di andare con valido esercito personalmente in Romagna, per passare subito nel territorio di Parma; dove, chiamando il nome di Giovan Galeazzo e alzando le sue bandiere, sperava che i popoli del ducato di Milano contro a Lodovico tumultuassino. E quando bene in queste cose trovasse difficoltà, giudicava essere utilissimo che la guerra si incominciasse in luogo lontano dal suo reame; stimando alla somma del tutto importare assai che i franzesi fussino sopragiunti in Lombardia dalla vernata, come quello che, esperimentato solamente nelle guerre d'Italia, nelle quali gli eserciti, aspettando la maturità dell'erbe per nutrimento de' cavalli, non solevano uscire alla campagna prima che alla fine del mese di aprile, presupponeva che, per fuggire l'asprezza di quella stagione, sarebbono necessitati fermarsi nel paese amico insino alla primavera; e sperava che in questa dilazione potesse facilmente nascere qualche occasione alla sua salute. Mandò ancora imbasciadori in Costantinopoli, a dimandare aiuto, come in pericolo comune, a Baiseto ottomano principe de' turchi, per quello che della intenzione di Carlo di passare in Grecia, vinto che avesse lui, si divulgava; il quale pericolo sapeva non essere da Baiseto disprezzato, perché, per la memoria delle espedizioni fatte ne' tempi passati in Asia contro agli infedeli dalla nazione franzese, non era piccolo il timore che i turchi avevano delle armi loro.

                                            Le quali cose mentre che da ogni parte si sollecitano, il papa mandò le genti sue a Ostia, sotto il governo di Niccola Orsino conte di Pitigliano, porgendogli aiuto Alfonso per terra e per mare; e avendo presa senza difficoltà la terra e cominciato a percuotere con l'artiglierie la rocca, il castellano, per interposizione di Fabrizio Colonna e consentendo Giovanni della Rovere prefetto di Roma fratello del cardinale di San Piero in Vincola, dopo non molti dí la dette, con patto che il pontefice non perseguitasse, né con le censure né con l'armi, il cardinale né il prefetto, se non gli fussino date da loro nuove cagioni; e a Fabrizio, in cui mano il cardinale aveva lasciato Grottaferrata, fu permesso che, pagando al papa diecimila ducati, continuasse di possederla con le medesime ragioni.

                                            Ma Lodovico Sforza, al quale il cardinale aveva, quando passò da Savona, manifestato quel che occultamente, per consiglio e mezzo suo, trattava Alfonso co' fuorusciti di Genova, dimostrato a Carlo quanto grande impedimento ne risulterebbe a' disegni suoi, lo indusse a ordinare di mandare a Genova dumila svizzeri e a fare passare subito in Italia trecento lancie, acciocché sotto il governo di Obigní, il quale, ritornato da Roma, si era per comandamento del re fermato a Milano, fussino pronte e ad assicurare la Lombardia e a passare piú avanti se la necessità o l'occasione lo ricercassino; congiugnendosi con loro cinquecento uomini d'arme italiani, condotti nel tempo medesimo agli stipendi del re sotto Giovanfrancesco da San Severino conte di Gaiazzo, Galeotto Pico conte della Mirandola e Ridolfo da Gonzaga, e cinquecento altri i quali era obligato a dargli il duca di Milano. E nondimeno Lodovico, non pretermettendo le solite arti, non cessava di confermare al pontefice e a Piero de' Medici la disposizione sua alla quiete e sicurtà d'Italia, dando ora una speranza ora un'altra che presto dimostrazione evidente n'apparirebbe. Non può quasi essere che quello che molto efficacemente si afferma non faccia qualche ambiguità, eziandio negli animi determinati a credere il contrario: però, se bene alle promesse sue non fusse piú prestata fede, non era perciò che per quelle in qualche parte non s'allentassino le imprese deliberate. Perché al pontefice e a Piero de' Medici sarebbe sommamente piaciuto il tentare le cose di Genova, ma perché per questo lo stato di Milano direttamente si offendeva, il papa, richiesto da Alfonso delle galee e di unire seco in Romagna le sue genti, concedeva che le genti si unissino per la difesa comune in Romagna ma non già che passassino piú avanti, e delle galee faceva difficoltà, allegando non essere ancora tempo a mettere Lodovico in tanta disperazione; e i fiorentini, richiesti di dare ricetto e rinfrescamento all'armata regia nel porto di Livorno, stavano sospesi per il medesimo rispetto e perché, essendosi scusati dalle dimande fatte dal re di Francia sotto pretesto della confederazione fatta con Ferdinando, malvolentieri si disponevano, insino che la necessità gli costrignesse, a fare piú oltre che per virtú di quella fussino tenuti.

                                            Ma non comportando piú le cose maggiore dilazione, finalmente l'armata, sotto don Federigo ammiraglio del mare, partí da Napoli; e Alfonso in persona raccolse l'esercito suo nell'Abruzzi per passare in Romagna. Ma gli parve necessario, innanzi procedesse piú oltre, di essere a parlamento col pontefice, desideroso del medesimo, per stabilire tutto quello che fusse da fare per la salute comune: però, il terzodecimo dí di luglio, si convennono insieme a Vicovaro terra di Verginio Orsino, dove dimorati tre dí si partirono molto concordi. Deliberossi in questo parlamento, per consiglio del pontefice, che la persona del re non passasse piú avanti, ma che dello esercito suo, quale il re affermava essere poco manco di cento squadre d'uomini d'arme, contando venti uomini d'arme per squadra, e piú di tremila tra balestrieri e cavalli leggieri, si fermasse seco una parte ne confini dell'Abruzzi, verso le Celle e Tagliacozzo, per sicurtà dello stato ecclesiastico e del suo; e che Verginio rimanesse in terra di Roma per fare contrapeso a' Colonnesi, per il sospetto de' quali stessino fermi in Roma dugento uomini d'arme del papa e una parte de' cavalli leggieri del re; e che in Romagna andasse, con settanta squadre, col resto della cavalleria leggiera e con la maggiore parte delle genti ecclesiastiche, date solo per difesa, Ferdinando duca di Calavria (era questo il titolo de' primogeniti de' re di Napoli), giovane di alta speranza, menando seco, come moderatori della sua gioventú, Giovaniacopo da Triulzi governatore delle genti regie e il conte di Pitigliano, il quale dal soldo del papa era passato al soldo del re, capitani di esperienza e di riputazione: e pareva molto a proposito, avendosi a passare in Lombardia, la persona di Ferdinando, perché era congiunto di stretto e doppio parentado a Giovan Galeazzo, marito d'Isabella sua sorella e figliuolo di Galeazzo fratello di Ippolita, la quale era stata madre di Ferdinando. Ma una delle piú importanti cose che tra il pontefice e Alfonso si trattassino fu sopra i Colonnesi, perché per segni manifesti si comprendeva che aspiravano a nuovi consigli: imperocché, essendo stati Prospero e Fabrizio agli stipendi del re morto e da lui ottenuto stati e onorate condizioni, non solamente, morto lui, Prospero, dopo molte promesse fatte ad Alfonso di ricondursi seco, si era condotto, per opera del cardinale Ascanio, a comune col pontefice e col duca di Milano, né voluto poi consentire che tutta la sua condotta nel pontefice, che ne lo ricercava, si riducesse; ma Fabrizio, il quale aveva continuato negli stipendi di Alfonso, vedendo lo sdegno del papa e del re contro a Prospero, faceva difficoltà di andare col duca di Calavria in Romagna se prima con qualche modo conveniente non si stabilivano e assicuravano le cose di Prospero e di tutta la famiglia de' Colonnesi. Questo era il colore delle loro difficoltà, ma in segreto, amendue tirati dall'amicizia che avevano grande con Ascanio, il quale, partitosi pochi dí innanzi di Roma per sospetto del papa, si era ridotto nelle loro terre, e da speranza di maggiori premi, e molto piú per dispiacere che 'l primo luogo con Alfonso e piú ampia partecipazione delle sue prosperità fusse di Verginio Orsino, capo della fazione avversa, si erano condotti agli stipendi del re di Francia: il che per tenere occulto, insino a tanto giudicassino di potere sicuramente dichiararsi soldati suoi, simulando desiderio di convenire col pontefice e con Alfonso, i quali faceano instanza che Prospero, pigliando la medesima condotta da loro, perché altrimenti non potevano essere sicuri di lui, lasciasse i soldi del duca di Milano, trattavano continuamente con loro, ma per non conchiudere movevano ora una ora un'altra difficoltà nelle condizioni che erano proposte. Nella quale pratica era tra Alessandro e Alfonso diversità di volontà: perché Alessandro, desideroso di spogliargli delle castella le quali in terra di Roma possedevano, aveva cara l'occasione di assaltargli; e Alfonso, non avendo altro fine che di assicurarsi, non inclinava alla guerra se non per ultimo rimedio, ma non ardiva di opporsi alla sua cupidità. Però deliberorno di costrignergli con l'armi, e si stabilí con che forze e con che ordine; ma fatta prima esperienza se fra pochi dí si potessino comporre le cose loro.

                                             

                                                 Lib.1, cap.8

                                                  

                                                 La spedizione dell'armata di Alfonso d'Aragona contro Genova; tentativi contro la riviera di levante e loro fallimento. La spedizione dell'esercito di Alfonso in Romagna e le prime difficoltà incontrate. Piero de' Medici fa unire truppe soldate da' fiorentini all'esercito aragonese. Azione del pontefice e di Alfonso presso il senato veneziano, presso i re di Spagna e presso Baiset. Nuovi intrighi di Lodovico Sforza.

                                                  

                                            Trattavansi queste e molte altre cose da ogni parte; ma finalmente dette principio alla guerra d'Italia l'andata di don Federigo alla impresa di Genova, con armata senza dubbio maggiore e meglio proveduta che già molti anni innanzi avesse corso per il mare Tirreno armata alcuna; perché ebbe trentacinque galee sottili, diciotto navi e piú altri legni minori, molte artiglierie, e tremila fanti da porre in terra. Per i quali apparati, e per avere seco i fuorusciti, si era mossa da Napoli con grande speranza della vittoria; ma la tardità della partita sua, causata dalle difficoltà che hanno comunemente i moti grandi, e in qualche parte dalle speranze artificiose date da Lodovico Sforza, e dipoi l'essere soprastata, per soldare insino al numero di quattromila fanti, ne porti de' sanesi, aveva fatto difficile quel che tentato uno mese prima sarebbe stato molto facile. Perché avendo gli avversari avuto tempo di fare potente provisione, era già entrato in Genova il baglí di Digiuno con dumila svizzeri soldati dal re di Francia, e già in ordine molte delle navi e delle galee le quali in quel porto si armavano; arrivatavi similmente una parte de' legni armati a Marsilia; e Lodovico, non perdonando a spesa alcuna, v'avea mandato Guasparri da San Severino detto il Fracassa e Antonio Maria suo fratello con molti fanti; e per aiutarsi non meno della benivolenza de' genovesi medesimi che delle forze forestiere, stabilito, con doni con provisioni con danari con promesse e con vari premi l'animo di Giovan Luigi dal Fiesco fratello di Obietto, degli Adorni e di molti altri gentiluomini e popolari, importanti a tenere ferma alla sua divozione quella città; e da altra parte chiamato a Milano, da Genova e delle terre delle riviere, molti seguaci de' fuorusciti. A questi provedimenti, potenti per se stessi, aggiunse molto di riputazione e di fermezza la persona di Luigi duca di Orliens, il quale, ne' medesimi dí che l'armata aragonese si scoperse nel mare di Genova, entrò per commissione del re di Francia in quella città, avendo prima parlato in Alessandria sopra le cose comuni con Lodovico Sforza; il quale (come sono piene di oscure tenebre le cose de' mortali) l'aveva ricevuto lietamente e con grande onore, ma come pari, non sapendo quanto presto in potestà di lui avesse a essere costituito lo stato e la vita sua. Queste cose furono cagione che gli aragonesi, che prima avevano disegnato di presentarsi con l'armata nel porto di Genova, sperando che i seguaci de' fuorusciti facessino qualche sollevazione, mutato consiglio, deliberorno d'assaltare le riviere; e dopo qualche varietà di opinione, in quale riviera o di levante o di ponente fusse da cominciare, seguitato il parere di Obietto, che si prometteva molto degli uomini della riviera di levante, si dirizzorno alla terra di Portovenere; alla quale terra, perché da Genova vi erano stati mandati quattrocento fanti e gli animi degli abitatori confermati da Gianluigi dal Fiesco che era venuto alla Spezie, dettono piú ore invano la battaglia, in modo che, perduta la speranza di espugnarla, si ritirorno nel porto di Livorno per rinfrescarsi di vettovaglie e accrescere il numero de' fanti; perché intendendo le terre della riviera essere bene provedute, giudicavano necessarie forze maggiori. Dove don Federigo, avuta notizia l'armata franzese, inferiore alla sua di galee ma superiore di navi, prepararsi per uscire del porto di Genova, rimandò a Napoli le navi sue, per potere con la celerità delle galee piú espeditamente dagl'inimici discostarsi, quando unite le navi e le galee andassino ad assaltarlo; restandogli nondimeno la speranza di opprimergli se le galee dalle navi, o per caso o per volontà, si separassino.

                                            Camminava in questo tempo medesimo con l'esercito terrestre il duca di Calavria verso Romagna, con intenzione di passare poi, secondo le prime deliberazioni, in Lombardia; ma per avere il transito libero né lasciarsi impedimenti alle spalle, era necessario congiugnersi lo stato di Bologna e le città d'Imola e di Furlí; perché Cesena, città suddita immediatamente al pontefice, e la città di Faenza suddita a Astore de' Manfredi, piccolo fanciullo, soldato e che si reggeva sotto la protezione de' fiorentini, erano per dare spontaneamente tutte le comodità all'esercito aragonese. Dominava Furlí e Imola, con titolo di vicario della Chiesa, Ottaviano figliuolo di Ieronimo da Riario, ma sotto la tutela e il governo di Caterina Sforza sua madre: con la quale avevano trattato, già piú mesi, il pontefice e Alfonso di condurre Ottaviano a' soldi comuni, con obligazione che comprendesse gli stati suoi; ma restava la cosa imperfetta, parte per difficoltà interposte da lei per ottenere migliori condizioni, parte perché i fiorentini, persistendo nella prima deliberazione di non eccedere contro al re di Francia le obligazioni le quali avevano con Alfonso, non si risolvevano di concorrere a questa condotta, alla quale era necessario il consenso loro, perché il pontefice e il re ricusavano di sostenere soli questa spesa, e molto piú perché Caterina negava di mettere in pericolo quelle città se insieme con gli altri i fiorentini alla difesa degli stati del figliuolo non si obligavano. Rimosse queste difficoltà il parlamento che ebbe Ferdinando, mentre che per la via della Marecchia conduce l'esercito in Romagna, con Piero de' Medici, al Borgo a San Sepolcro, perché nel primo congresso gli offerse, per commissione d'Alfonso suo padre, che usasse e sé e quell'esercito a ogni intento suo, delle cose di Firenze di Siena e di Faenza; donde diventata ardente in Piero la prima caldezza, ritornato a Firenze, volle, benché dissuadendolo i cittadini piú savi, che si prestasse il consenso a quella condotta, perché con somma instanza n'era stato pregato da Ferdinando: la quale essendosi fatta a spese comuni del pontefice d'Alfonso e de' fiorentini, si congiunsono, pochi dí poi, la città di Bologna, conducendo nel medesimo modo Giovanni Bentivogli, sotto la cui autorità e arbitrio si governava; al quale promesse il pontefice, aggiugnendovisi la fede del re e di Piero de' Medici, di creare cardinale Antonio Galeazzo suo figliuolo, allora protonotario apostolico. Dettono queste condotte riputazione grande all'esercito di Ferdinando, ma molto maggiore l'arebbono data se con questi successi fusse entrato prima in Romagna; ma la tardità di muoversi del regno e la sollecitudine di Lodovico Sforza aveva fatto che non prima arrivò Ferdinando a Cesena che Obigní e il conte di Gaiazzo, governatore delle genti sforzesche, con parte dello esercito destinato a opporsi agli aragonesi essendo passati senza ostacolo per il bolognese, entrorono nel contado d'Imola. Perciò, interrotte a Ferdinando le prime speranze di passare in Lombardia, fu necessario fermare la guerra in Romagna: dove, seguitando l'altre città la parte aragonese, Ravenna e Cervia, città suddite a' viniziani, non aderivano a alcuno; e quel piccolo paese il quale, contiguo al fiume del Po, teneva il duca di Ferrara non mancava di qualunque comodità alle genti franzesi e sforzesche.

                                            Ma né per le difficoltà riscontrate nella impresa di Genova né per lo impedimento sopravenuto in Romagna la temerità di Piero de' Medici si raffrenava. Il quale essendosi con secreta convenzione, fatta senza saputa della republica col pontefice e con Alfonso, obligato a opporsi scopertamente al re di Francia, non solo aveva consentito che l'armata napoletana avesse ricetto e rinfrescamento nel porto di Livorno e comodità di soldare fanti per tutto il dominio fiorentino, ma non potendo piú contenersi dentro a termine alcuno, operò che Annibale Bentivoglio figliuolo di Giovanni, il quale era soldato de' fiorentini, con la compagnia sua, e la compagnia di Astore de' Manfredi, si unissino con l'esercito di Ferdinando, subito che entrò nel contado di Furlí; al quale fece inoltre mandare mille fanti e artiglierie. Simile disposizione appariva continuamente nel pontefice: il quale, oltre alle provisioni dell'armi, non contento d'avere con uno breve esortato prima Carlo a non passare in Italia e a procedere per la via della giustizia e non con l'armi, gli comandò poi per un altro breve le cose medesime sotto pena delle censure ecclesiastiche; e per il vescovo di Calagorra nunzio suo in Vinegia, dove al medesimo effetto erano gli oratori di Alfonso, e benché non con dimande cosí scoperte quelli de' fiorentini, stimolò molto il senato viniziano che, per beneficio comune d'Italia, s'opponesse con l'armi al re di Francia, o almeno a Lodovico Sforza vivamente facesse intendere avere molestia di questa innovazione: ma il senato, facendo rispondere per il doge non essere ufficio di savio principe tirare la guerra nella casa propria per rimuoverla della casa di altri, non consentí di fare, né con dimostrazioni né con effetti, opera alcuna che potesse dispiacere a niuna delle parti. E perché il re di Spagna, ricercato instantemente dal pontefice e da Alfonso, prometteva di mandare la sua armata con molta gente in Sicilia, per soccorrere quando bisognasse il regno di Napoli, ma si scusava non potere essere sí presta per la difficoltà che aveva di danari; il pontefice, oltre a certa quantità mandatagli da Alfonso, consentí che e' potesse convertire in quest'uso i danari riscossi con l'autorità della sedia apostolica, sotto nome della crociata, in Ispagna, che spendere contro ad altri che contro agli inimici della fede cristiana non si potevano. A' quali opprimere tanto alieno era il pensiero loro che Alfonso, oltre a altri uomini mandati prima al gran turco, vi mandò di nuovo Cammillo Pandone; con cui andò, mandato secretamente dal pontefice, Giorgio Bucciardo genovese, che altre volte papa Innocenzio v'avea mandato: i quali, onorati da Baiseto eccessivamente e espediti quasi subito, riportorono promesse grandi di aiuti; le quali, benché confermate poco poi da uno imbasciadore mandato da Baiseto a Napoli, o per la distanza de' luoghi o per essere difficile la confidenza tra i turchi e i cristiani, effetto alcuno non partorirono.

                                            Nel quale tempo Alfonso e Piero de' Medici, non essendo prosperi i successi dell'armi né per mare né per terra, si ingegnorono di ingannare Lodovico Sforza con l'astuzie e arti sue; ma non già con migliore evento della industria che delle forze. È stata opinione di molti che a Lodovico, per la considerazione del pericolo proprio, fusse molesto che 'l re di Francia acquistasse il regno di Napoli, ma che il disegno suo fusse, poiché avesse fatto sé duca di Milano e fatto passare l'esercito franzese in Toscana, interporsi a qualche concordia; per la quale, riconoscendosi Alfonso tributario della corona di Francia, con assicurare il re dell'osservanza, e smembrate forse da' fiorentini le terre le quali tenevano nella Lunigiana, il re se ne ritornasse in Francia: e cosí, restando sbattuti i fiorentini e diminuito il re di Napoli di forze e d'autorità, egli, diventato duca di Milano, avesse conseguito tanto che gli bastasse a essere sicuro, senza incorrere ne' pericoli imminenti dalla vittoria de' franzesi. Avere sperato che Carlo, sopravenendone massime la vernata, avesse a trovare qualche difficoltà la quale il corso della vittoria gli ritenesse; e attesa la impazienza naturale de' franzesi, l'essere il re male proveduto di danari, e la volontà di molti de' suoi aliena da questa impresa, si potesse facilmente trovare mezzo di concordia. Quel che di tale cosa sia la verità, certo è che, se bene nel principio Lodovico si fusse per separare Piero de' Medici dagli Aragonesi grandemente affaticato, cominciò poi occultissimamente a confortarlo a perseverare nella sua sentenza, promettendogli di operare o che 'l re di Francia non passerebbe o che, passando, ritornerebbe presto, e innanzi che avesse tentato cosa alcuna di qua da' monti: né cessava, per mezzo dello oratore suo risedente in Firenze, fare seco spesso, questa instanza, o perché cosí fusse veramente la sua intenzione o perché, determinato già alla rovina di Piero, desiderasse che e' procedesse tant'oltre contro al re che non gli restasse luogo di reconciliazione. Deliberato adunque Piero, con saputa d'Alfonso, di fare noto questo andamento al re di Francia, chiamò uno dí a casa sua, sotto colore di essere indisposto della persona, lo imbasciadore milanese, avendo prima ascoso quello del re, che era in Firenze, in luogo donde comodamente i ragionamenti loro udire potesse. Quivi Piero, repetute con parole distese le persuasioni e le promesse di Lodovico, e che per l'autorità sua era stato pertinace a non consentire le dimande di Carlo, si lamentò gravemente che egli con tanta instanza sollecitasse la sua passata, conchiudendo che, poi che i fatti non corrispondevano alle parole, era necessitato a risolversi di non si ristrignere in tanto pericolo. Rispondeva il milanese non dovere Piero dubitare della fede di Lodovico, se non per altro perché almeno era similmente a lui pernicioso che Carlo pigliasse Napoli, confortandolo efficacemente a perseverare nella medesima sentenza, perché partendosene sarebbe cagione di ridurre se stesso e Italia tutta in servitú. Del quale ragionamento l'oratore franzese dette subito notizia al suo re, affermando che era tradito da Lodovico: e nondimeno non partorí questa astuzia l'effetto il quale il re Alfonso e Piero avevano sperato; anzi, rivelato dai franzesi medesimi a Lodovico, rendé piú ardente lo sdegno e l'odio conceputo prima contro a Piero, e la sollecitudine di stimolare il re di Francia che non consumasse piú il tempo inutilmente.

                                             

                                             

                                                 Lib.1, cap.9

                                                  

                                                 Paurosi prodigi e terrore in Italia per la venuta de' francesi. Improvvisa incertezza del re di Francia per l'opposizione della corte alla spedizione in Italia. Incitamenti del cardinale di San Pietro in Vincoli. Il passaggio delle Alpi pel Monginevra e l'entrata in Asti di Carlo VIII. Suo ritratto fisico e morale.

                                                  

                                                 E già non solo le preparazioni fatte per terra e per mare ma il consentimento de' cieli e degli uomini pronunziavano a Italia le future calamità. Perché quegli che fanno professione d'avere, o per scienza o per afflatto divino, notizia delle cose future, affermavano con una voce medesima apparecchiarsi maggiori e piú spesse mutazioni, accidenti piú strani e piú orrendi che già per molti secoli si fussino veduti in parte alcuna del mondo. Né con minore terrore degli uomini risonava per tutto la fama essere apparite, in varie parti d'Italia, cose aliene dall'uso della natura e de' cieli. In Puglia, di notte, tre soli in mezzo 'l cielo ma nubiloso all'intorno e con orribili folgori e tuoni; nel territorio di Arezzo, passati visibilmente molti dí per l'aria infiniti uomini armati in su grossissimi cavalli, e con terribile strepito di suoni di trombe e di tamburi; avere in molti luoghi d'Italia sudato manifestamente le immagini e le statue sacre; nati per tutto molti mostri d'uomini e d'altri animali; molte altre cose sopra l'ordine della natura essere accadute in diverse parti: onde di incredibile timore si riempievano i popoli, spaventati già prima per la fama della potenza de' franzesi, della ferocia di quella nazione, con la quale (come erano piene l'istorie) aveva già corso e depredato quasi tutta Italia, saccheggiata e desolata con ferro e con fuoco la città di Roma, soggiogato nell'Asia molte provincie; né essere quasi parte alcuna del mondo che in diversi tempi non fusse stata percossa dall'armi loro. Dava solamente agli uomini ammirazione che in tanti prodigi non si dimostrasse la stella cometa, la quale gli antichi reputavano certissimo messaggiere della mutazione de' regni e degli stati.

                                            Ma a' segni celesti, predizioni, pronostichi e prodigi accresceva ogni dí piú la fede l'appropinquarsi degli effetti; perché Carlo, continuando nel suo proposito, era venuto a Vienna città del Dalfinato, non potendo rimuoverlo dal passare personalmente in Italia né i prieghi di tutto il regno né la carestia di danari, che era tale che e' non ebbe modo a provedere a' presenti bisogni se non con lo impegnare, per non molta quantità di danari, certe gioie prestategli dal duca di Savoia, dalla marchesana di Monferrato e da altri signori della corte. Perché la pecunia che aveva raccolta prima, delle entrate di Francia, e quella che gli era stata prestata da Lodovico, n'aveva spesa parte nelle armate di mare, nelle quali si collocava da principio speranza grande della vittoria, parte, innanzi si movesse da Lione, donata inconsideratamente a varie persone; né essendo allora i príncipi pronti a estorquere danari da' popoli, come dipoi, conculcando il rispetto di Dio e degli uomini, ha insegnato l'avarizia e le immoderate cupidità, non gli era facile l'accumularne di nuovo. Tanto piccoli furono gli ordini e i fondamenti di muovere una guerra cosí grave! guidandolo piú la temerità e l'impeto che la prudenza e il consiglio. Ma come spesso accade che, quando si viene a dare principio all'esecuzione delle cose nuove, grandi e difficili, benché già deliberate, si rappresentano pure all'intelletto degli uomini le ragioni le quali si possono considerare in contrario; essendo il re in procinto di partirsi, anzi camminando già verso i monti le genti d'arme, sorse uno grave mormorío per tutta la corte, mettendo in considerazione chi le difficoltà ordinarie di tanta impresa, chi il pericolo della infedeltà degli italiani, e sopra tutti gli altri di Lodovico Sforza, ricordando l'avviso venuto da Firenze delle sue fraudi (e per avventura tardavano ad arrivare certi danari che s'aspettavano da lui): in modo che non solo contradicevano audacemente (come interviene quando pare che 'l consiglio si confermi dall'evento delle cose) quegli che avevano sempre dannata questa impresa; ma alcuni di coloro che ne erano stati principali confortatori, e tra gli altri il vescovo di San Malò, cominciorno non mediocremente a vacillare: e ultimatamente, pervenuto agli orecchi del re questo romore, fece movimento tale in tutta la corte e nella mente sua medesima, e tale inclinazione di non procedere piú oltre, che subito comandò che le genti si fermassino; e perciò molti signori i quali già erano in cammino publicandosi essere deliberato che piú non si passasse in Italia, se ne ritornorono alla corte. E andava (come si crede) innanzi facilmente questa mutazione, se 'l cardinale di San Piero a Vincola, fatale instrumento, e allora e prima e poi, de' mali d'Italia, non avesse con l'autorità e veemenza sua riscaldato gli spiriti quasi addiacciati, e ridirizzato l'animo del re alla deliberazione di prima; riducendogli non solo in memoria le ragioni le quali a sí gloriosa espedizione eccitato l'aveano, ma proponendogli innanzi agli occhi con gravissimi stimoli la infamia la quale per tutto il mondo dalla leggiera mutazione di cosí onorato consiglio gli perverrebbe. E per che cagione avere adunque, con la restituzione delle terre del contado d'Artois, indebolito da quella parte le frontiere del regno suo? per che cagione, con tanto dispiacere non meno della nobiltà che de' popoli, avere aperto al re di Spagna, dandogli la contea di Rossiglione, una delle porte di Francia? Solere consentire simili cose gli altri re o per liberarsi da urgentissimi pericoli o per conseguirne grandissime utilità. Ma quale necessità, quale pericolo avere mosso lui? quale premio aspettarne? quale frutto risultargliene se non l'avere comperato con carissimo prezzo una vergogna molto maggiore? Che accidenti essere nati, che difficoltà sopravenute, che pericoli scopertisi, dopo l'avere publicato la impresa per tutto il mondo? e non piú tosto crescere manifestamente ognora la speranza della vittoria? essendo già restati vani i fondamenti in su i quali gli inimici aveano posta tutta la speranza della difesa: perché e l'armata aragonese, rifuggita vituperosamente, dopo avere data invano la battaglia a Portovenere, nel porto di Livorno, non potere fare piú frutto alcuno contro a Genova, difesa da tanti soldati e da armata piú potente di quella; e l'esercito di terra, fermatosi in Romagna per la resistenza di piccolo numero di franzesi, non avere ardire di passare piú innanzi. Che farebbono come corresse la fama per tutta Italia che il re con tanto esercito avesse passato i monti? che tumulti si susciterebbono per tutto? In che sbigottimento si ridurrebbe il pontefice come dal proprio palagio vedesse l'armi de' Colonnesi in sulle porte di Roma? in che spavento Piero de' Medici, avendo inimico il sangue suo medesimo, la città devotissima del nome franzese e cupidissima di recuperare la libertà oppressa da lui? Non potere cosa alcuna ritenere l'impeto del re insino a' confini del regno di Napoli, dove accostandosi sarebbono i medesimi tumulti e spaventi, né altro per tutto che o fuga o ribellione. Temere forse che avessino a mancargli i danari? i quali, come si sentisse lo strepito dell'armi sue, il tuono orribile di quelle impetuose artiglierie, gli sarebbono portati a gara da tutti gli italiani; e se pure alcuno si mettesse a resistere, le spoglie le prede le ricchezze de' vinti gli nutrirebbono l'esercito: perché in Italia, assuefatta per molti anni piú alle immagini delle guerre che alle guerre vere, non era nervo da sostenere il furore franzese. Però, quale timore quale confusione quali sogni quali ombre vane essere entrate, nel petto suo? Dove essere perduta sí presto la sua magnanimità? dove quella ferocia con la quale, quattro dí prima, si vantava di vincere tutta Italia unita insieme? Considerasse non essere piú in potestà propria i consigli suoi; troppo oltre essere andate le cose, per l'alienazione delle terre, per gl'imbasciadori uditi mandati e scacciati, per tante spese fatte, per tanti apparati, per la publicazione fatta per tutto, per essere già condotta la sua persona quasi in sull'Alpe. Strignerlo la necessità, quando bene la impresa fusse pericolosissima, a seguitarla; poi che tra la gloria e l'infamia, tra il vituperio e i trionfi, tra l'essere o il piú stimato re o il piú dispregiato di tutto il mondo, non gli restava piú mezzo alcuno. Che dunque dovere fare a una vittoria, a uno trionfo già preparato e manifesto?

                                            Queste cose, dette in sostanza dal cardinale ma, secondo la sua natura, piú con sensi efficaci e con gesti impetuosi e accesi che con ornato di parole, commossono tanto l'animo del re che, non uditi piú se non quegli che lo confortavano alla guerra, partí il medesimo dí da Vienna, accompagnato da tutti i signori e capitani del reame di Francia, eccetto il duca di Borbone, al quale commesse in luogo suo l'amministrazione di tutto il regno, e l'ammiraglio e pochi altri deputati al governo e alla guardia delle provincie piú importanti; e passando in Italia per la montagna di Monginevra, molto piú agevole a passare che quella del Monsanese, e per la quale passò anticamente ma con incredibile difficoltà Annibale cartaginese, entrò in Asti il dí nono di settembre dell'anno mille quattrocento novantaquattro, conducendo seco in Italia i semi di innumerabili calamità, di orribilissimi accidenti, e variazione di quasi tutte le cose: perché dalla passata sua non solo ebbono principio mutazioni di stati, sovversioni di regni, desolazioni di paesi, eccidi di città, crudelissime uccisioni, ma eziandio nuovi abiti, nuovi costumi, nuovi e sanguinosi modi di guerreggiare, infermità insino a quel dí non conosciute; e si disordinorono di maniera gli instrumenti della quiete e concordia italiana che, non si essendo mai poi potuta riordinare, hanno avuto facoltà altre nazioni straniere e eserciti barbari di conculcarla miserabilmente e devastarla. E per maggiore infelicità, acciocché per il valore del vincitore non si diminuisseno le nostre vergogne, quello per la venuta del quale si causorno tanti mali, se bene dotato sí amplamente de' beni della fortuna, spogliato di quasi tutte le doti della natura e dell'animo.

                                            Perché certo è che Carlo, insino da puerizia, fu di complessione molto debole e di corpo non sano, di statura piccolo, di aspetto, se tu gli levi il vigore e la degnità degli occhi, bruttissimo, e l'altre membra proporzionate in modo che e' pareva quasi piú simile a mostro che a uomo: né solo senza alcuna notizia delle buone arti ma appena gli furno cogniti i caratteri delle lettere; animo cupido di imperare ma abile piú a ogn'altra cosa, perché aggirato sempre da' suoi non riteneva con loro né maestà né autorità; alieno da tutte le fatiche e faccende, e in quelle alle quali pure attendeva povero di prudenza e di giudicio. Già, se alcuna cosa pareva in lui degna di laude, risguardata intrinsicamente, era piú lontana dalla virtú che dal vizio. Inclinazione alla gloria ma piú presto con impeto che con consiglio, liberalità ma inconsiderata e senza misura o distinzione, immutabile talvolta nelle deliberazioni ma spesso piú ostinazione mal fondata che costanza; e quello che molti chiamavano bontà meritava piú convenientemente nome di freddezza e di remissione di animo.

                                             

                                                 Lib.1, cap.10

                                                  

                                                 L'armata aragonese di nuovo contro Genova. Sconfitta di Obietto dal Fiesco a Rapallo. Rinuncia di don Federigo d'Aragona ad ogni altra impresa d'importanza contro le riviere.

                                                  

                                                 Ma il dí medesimo che il re arrivò nella città di Asti, cominciando a dimostrarsigli con lietissimo augurio la benignità della fortuna, gli sopravennono da Genova desideratissime novelle. Perché don Federigo, poiché ritiratosi da Portovenere nel porto di Livorno ebbe rinfrescata l'armata e soldato nuovi fanti, ritornato nella medesima riviera, pose in terra Obietto dal Fiesco con tremila fanti; il quale, occupata senza difficoltà la terra di Rapalle, distante da Genova venti miglia, cominciò a infestare il paese circostante; il quale principio non essendo di piccola importanza, perché nelle cose di quella città è, per la infezione delle parti, pericolosissimo ogni quantunque minimo movimento, non parve a quegli di dentro da comportare che per gli inimici si facesse maggiore progresso. Però, lasciata una parte delle genti alla guardia della città, si mossono col resto, per terra, alla volta di Rapalle i fratelli Sanseverini e Giovanni Adorno, fratello di Agostino governatore di Genova, co' fanti italiani, e il duca di Orliens con mille svizzeri in sulla armata di mare nella quale erano diciotto galee, sei galeoni e nove navi grosse; i quali, unitisi tutti presso a Rapalle, assaltorono con impeto grande gli inimici che avevano fatto testa al ponte che è tra 'l borgo di Rapalle e uno stretto piano il quale si distende insino al mare. Combatteva per gli aragonesi oltre alle forze proprie il vantaggio del sito, per l'asprezza del quale piú che per altra munizione sono forti i luoghi del paese; e perciò il principio dell'assalto non si dimostrava felice per gli inimici, e già i svizzeri, essendo in luogo inabile a spiegare la loro ordinanza, cominciavano quasi a ritirarsi: ma concorrevano tumultuosamente da ogni banda molti paesani seguaci degli Adorni, i quali tra quegli sassi e monti asprissimi sono attissimi a combattere; e essendo oltre a questo nel tempo medesimo infestati gli aragonesi per fianco dall'artiglierie dell'armata franzese, accostatasi al lito quanto poteva, cominciorono a sostenere difficilmente l'impressione degli inimici; e essendo già spuntati dal ponte, sopragiunsono avvisi a Obietto, in favore del quale i suoi partigiani non si erano mossi, appropinquarsi Gianluigi dal Fiesco con molti fanti: per il che, dubitando di non essere assaltati dalle spalle, si messono in fuga, e Obietto il primo, secondo l'uso de' fuorusciti, per la via della montagna; restando, parte nel combattere parte nel fuggire, morti di loro piú di cento uomini, uccisione senza dubbio non piccola secondo le maniere del guerreggiare le quali a quello tempo in Italia si esercitavano. Furono medesimamente fatti molti prigioni, tra i quali Giulio Orsino, che, soldato del re, avea con quaranta uomini d'arme e alcuni balestrieri a cavallo seguitata l'armata, e Fregosino figliuolo del cardinale Fregoso e Orlandino della medesima famiglia. Assicurò al tutto questa vittoria le cose di Genova: perché don Federigo, il quale, subito che ebbe posti i fanti in terra, si era, per non essere costretto a combattere nel golfo di Rapalle con l'armata inimica, allargato in alto mare, disperandosi di potere fare per allora piú frutto alcuno, ritirò un'altra volta l'armata nel porto di Livorno: e benché quivi di nuovi fanti si provedesse, e disegni vari avesse di assaltare qualche altro luogo delle riviere, nondimeno, come per i princípi avversi delle imprese si perde e l'animo e la riputazione, non tentò piú cosa alcuna di momento; lasciando giusta cagione a Lodovico Sforza di gloriarsi che aveva con la industria e consigli suoi scherniti gli avversari, perché non altro avere salvato le cose di Genova che la tardità della mossa loro, procurata con l'arti sue e con le speranze vane che aveva date.

                                             

                                                 Lib.1, cap.11

                                                  

                                                 L'esercito di Carlo VIII. Perfezione delle artiglierie francesi. Altre ragioni che rendevano formidabile l'esercito francese. Diversità fra le milizie italiane e l'esercito di Carlo.

                                                  

                                                 Ma a Carlo era andato subito in Asti Lodovico Sforza e Beatrice sua moglie, con grandissima pompa e onoratissima compagnia di molte donne nobili e di forma eccellente del ducato di Milano, e insieme Ercole duca di Ferrara: dove trattandosi delle cose comuni, fu deliberato che il piú presto che si poteva si movesse l'esercito. E acciocché questo piú sollecitamente si facesse, Lodovico, che non mediocremente temeva che sopravenendo i tempi aspri non si fermassino per quella vernata nelle terre del ducato di Milano, prestò di nuovo danari al re, il quale n'aveva necessità non mediocre: e nondimeno, scoprendosegli quel male che i nostri chiamano vaiuolo, soggiornò in Asti circa a uno mese, distribuito l'esercito in quella città e nelle terre circostanti. Il numero del quale, per quel che io ritraggo, nella diversità di molti, per piú vero, fu, oltre ai dugento gentiluomini della guardia del re, computati i svizzeri i quali prima col baglí di Digiuno erano andati a Genova, e quella gente che sotto Obigní militava in Romagna, uomini d'arme mille secento, de' quali ciascuno ha secondo l'uso franzese due arcieri, in modo che sei cavalli sotto ogni lancia (questo nome hanno i loro uomini d'arme) si comprendono; seimila fanti svizzeri; seimila fanti del regno suo, de' quali la metà erano della provincia di Guascogna, dotata meglio, secondo il giudicio de' franzesi, di fanti atti alla guerra che alcuna altra parte di Francia: e per unirsi con questo esercito erano state condotte per mare a Genova quantità grande di artiglierie da battere le muraglie e da usare in campagna, ma di tale sorte che giammai aveva veduto Italia le simiglianti.

                                            Questa peste, trovata molti anni innanzi in Germania, fu condotta la prima volta in Italia da' viniziani, nella guerra che circa l'anno della salute mille trecent'ottanta ebbono i genovesi con loro; nella quale i viniziani, vinti nel mare e afflitti per la perdita di Chioggia, ricevevano qualunque condizione avesse voluta il vincitore se a tanto preclara occasione non fusse mancato moderato consiglio. Il nome delle maggiori era bombarde, le quali, sparsa dipoi questa invenzione per tutta Italia, si adoperavano nelle oppugnazioni delle terre; alcune di ferro alcune di bronzo, ma grossissime in modo che per la macchina grande e per la imperizia degli uomini e attitudine mala degli instrumenti, tardissimamente e con grandissima difficoltà si conducevano, piantavansi alle terre co' medesimi impedimenti, e piantate, era dall'uno colpo all'altro tanto intervallo che con piccolissimo frutto, a comparazione di quello che seguitò da poi, molto tempo consumavano; donde i difensori de' luoghi oppugnati avevano spazio di potere oziosamente fare di dentro ripari e fortificazioni: e nondimeno, per la violenza del salnitro col quale si fa la polvere, datogli il fuoco, volavano con sí orribile tuono e impeto stupendo per l'aria le palle, che questo instrumento faceva, eziandio innanzi che avesse maggiore perfezione, ridicoli tutti gli instrumenti i quali nella oppugnazione delle terre avevano, con tanta fama di Archimede e degli altri inventori, usati gli antichi. Ma i franzesi, fabricando pezzi molto piú espediti né d'altro che di bronzo, i quali chiamavano cannoni, e usando palle di ferro, dove prima di pietra e senza comparazione piú grosse e di peso gravissimo s'usavano, gli conducevano in sulle carrette, tirate non da buoi, come in Italia si costumava, ma da cavalli, con agilità tale d'uomini e di instrumenti deputati a questo servigio che quasi sempre al pari degli eserciti camminavano, e condotte alle muraglie erano piantate con prestezza incredibile; e interponendosi dall'un colpo all'altro piccolissimo intervallo di tempo, sí spesso e con impeto sí veemente percotevano che quello che prima in Italia fare in molti giorni si soleva, da loro in pochissime ore si faceva: usando ancora questo piú tosto diabolico che umano instrumento non meno alla campagna che a combattere le terre, e co' medesimi cannoni e con altri pezzi minori, ma fabricati e condotti, secondo la loro proporzione, con la medesima destrezza e celerità.

                                            Facevano tali artiglierie molto formidabile a tutta Italia l'esercito di Carlo; formidabile, oltre a questo, non per il numero ma per il valore de' soldati. Perché essendo le genti d'arme quasi tutte di sudditi del re, e non di plebe ma di gentiluomini, i quali non meramente ad arbitrio de' capitani si mettevano o rimovevano, e pagate non da loro ma da i ministri regi aveano le compagnie non solo i numeri interi ma la gente fiorita e bene in ordine di cavalli e d'armi, non essendo per la povertà impotenti a provedersene, e facendo ciascuno a gara di servire meglio, cosí per lo istinto dell'onore, il quale nutrisce ne' petti degli uomini l'essere nati nobilmente, come perché dell'opere valorose potevano sperare premi, e fuora della milizia e nella milizia, ordinata in modo che per piú gradi si saliva insino al capitanato. I medesimi stimoli avevano i capitani, quasi tutti baroni e signori o almanco di sangue molto nobile, e quasi tutti sudditi del regno di Francia; i quali, terminata la quantità della sua compagnia, perché, secondo il costume di quel reame, a niuno si dava condotta piú di cento lancie, non avevano altro intento che meritare laude appresso al suo re, donde non aveano luogo tra loro né la instabilità di mutare padrone, o per ambizione o per avarizia, né le concorrenze con gli altri capitani per avanzargli con maggiore condotta. Cose tutte contrarie nella milizia italiana, dove molti degli uomini d'arme, o contadini o plebei, e sudditi a altro principe, e in tutto dipendenti dai capitani co' quali convenivano dello stipendio, e in arbitrio de' quali era mettergli e pagargli, non aveano, né per natura né per accidente, stimolo estraordinario al bene servire; e i capitani, rarissime volte sudditi di chi gli conduceva e che spesso aveano interessi e fini diversi, pieni tra loro di emulazione e di odii, né avendo prefisso termine alle condotte e interamente padroni delle compagnie, né tenevano il numero de' soldati che erano loro pagati, né contenti delle condizioni, oneste mettevano in ogni occasione ingorde taglie a’ padroni; e instabili al medesimo servigio passavano spesso a nuovi stipendi, sforzandogli qualche volta l'ambizione o l'avarizia o altri interessi a essere non solo instabili ma infedeli. Né si vedeva minore diversità tra i fanti italiani e quegli che erano con Carlo: perché gl'italiani non combattevano in squadrone fermo e ordinato ma sparsi per la campagna, ritirandosi il piú delle volte a i vantaggi degli argini e de' fossi; ma i svizzeri, nazione bellicosissima, e la quale con lunga milizia e con molte preclarissime vittorie aveva rinnovata la fama antica della ferocia, si presentavano a combattere con schiere squadre, ordinate e distinte a certo numero per fila, né uscendo mai della sua ordinanza si opponevano agli inimici a modo di un muro, stabili e quasi invitti, dove combattessino in luogo largo da potere distendere il loro squadrone: e con la medesima disciplina e ordinanza, benché non con la medesima virtú, combattevano i fanti franzesi e guasconi.

                                             

                                                 Lib.1, cap.12

                                                  

                                                 I Colonnesi, occupata la rocca di Ostia, si dichiarano apertamente per il re di Francia. Scarsa fortuna dell'esercito aragonese in Romagna.

                                                  

                                                 Ma mentre che 'l re impedito dalla infermità si stava in Asti, nacque nel paese di Roma nuovo tumulto; perché i Colonnesi, i quali, benché Alfonso avesse accettate tutte le dimande immoderate che avevano fatte, si erano, subito che Obigní fu entrato con le genti franzesi in Romagna, deposta la simulazione, dichiarati soldati del re di Francia, occuporno la rocca d'Ostia, per trattato tenuto da alcuni fanti spagnuoli che v'erano a guardia. Costrinse questo caso il pontefice a querelarsi della ingiuria franzese con tutti i príncipi cristiani, e specialmente co' re di Spagna e col senato viniziano, al quale, benché invano, domandò aiuto, per l'obligo della confederazione contratta l'anno precedente insieme; e voltatosi con animo costante alle provisioni della guerra, citati Prospero e Fabrizio, a' quali fece poi spianare le case che avevano in Roma, e unite le genti sue e parte di quelle d'Alfonso sotto Verginio, in sul fiume del Teverone appresso a Tivoli, le mandò in sulle terre de' Colonnesi, i quali non avevano altre genti che dugento uomini d'arme e mille fanti. Ma dubitando poi il pontefice che l'armata franzese, la quale era fama dovere andare da Genova al soccorso d'Ostia, non avesse ricetto a Nettunno, porto de' Colonnesi, Alfonso, raccolte a Terracina tutte le genti che il pontefice ed egli avevano in quelle parti, vi pose il campo, sperando di espugnarlo agevolmente; ma difendendolo i Colonnesi francamente, e essendo passata senza opposizione nelle terre loro la compagnia di Cammillo Vitelli da Città di Castello e de' fratelli, soldati di nuovo dal re di Francia, il pontefice richiamò a Roma parte delle sue genti che erano in Romagna con Ferdinando.

                                            Le cose del quale non continuavano di procedere con quella prosperità la quale pareva che si fusse dimostrata da principio. Perché arrivato a Villafranca tra Furlí e Faenza, e di quivi prendendo il cammino per la strada maestra verso Imola, l'esercito inimico, che era alloggiato appresso a Villafranca, essendo inferiore di forze, si ritirò tra la selva di Lugo e Colombara presso al fossato del Genivolo, alloggiamento per natura molto forte, luogo d'Ercole da Esti, del dominio del quale aveva le vettovaglie; onde tolta a Ferdinando, per la fortezza del sito, la facoltà d'assaltargli senza gravissimo pericolo, partito da Imola, andò ad alloggiare a Toscanella appresso a Castel San Piero nel territorio bolognese; perché desiderando di combattere, cercava, con la dimostrazione di andare verso Bologna, mettere gli inimici, per non gli lasciare libero l'andare innanzi, in necessità di condursi in alloggiamenti non tanto forti: ma essi dopo qualche dí, approssimatisi a Imola, si fermorono in sul fiume del Santerno tra Lugo e Santa Agata, avendo alle spalle il fiume del Po, e in alloggiamento molto fortificato. Alloggiò Ferdinando, il dí seguente, vicino a loro a sei miglia, in sul fiume medesimo appresso a Mordano e Bubano, e l'altro dí con l'esercito ordinato in battaglia si presentò vicino a uno miglio; ma poi che per spazio di qualche ora gli ebbe aspettati indarno nella pianura, comodissima per la sua larghezza a combattere, essendo di manifesto pericolo l'assaltargli a quello alloggiamento, andò ad alloggiare a Barbiano villa di Cotignuola, non piú verso la montagna, come insino ad allora aveva fatto, ma per fianco agli inimici; avendo sempre il medesimo intento di costrignergli, se avesse potuto, a uscire degli alloggiamenti cosí forti. Era paruto che insino a questo dí le cose del duca di Calavria fussino procedute con maggiore riputazione, perché e gli inimici avevano apertamente ricusato il combattere, difendendosi piú con la fortezza degli alloggiamenti che con la virtú dell'armi, e in qualche riscontro fatto tra i cavalli leggieri erano piú tosto gli aragonesi rimasti superiori; ma essendo poi continuamente augumentato l'esercito franzese e sforzesco, per il sopravenire delle genti che da principio erano restate indietro, cominciò a variarsi lo stato della guerra. Perché il duca, raffrenato l'ardore suo dai consigli de' capitani che gli erano appresso, per non si commettere se non con vantaggio alla fortuna, si ritirò a Santa Agata, terra del duca di Ferrara; dove, essendo diminuito di fanti e in mezzo delle terre ferraresi, e partita già quella parte delle genti d'arme della Chiesa la quale aveva rivocata il pontefice, attendeva a fortificarsi; ma soprasedutovi pochi dí, avuta notizia aspettarsi di nuovo nel campo degl'inimici dugento lancie e mille fanti svizzeri mandati dal re di Francia subito che e' fu arrivato in Asti, si ritirò nella cerca di Faenza, luogo tralle mura di quella città e uno fosso, il quale lontano circa uno miglio della terra e circondandola tutta rende quel sito molto forte; per la ritirata del quale gli inimici venneno nell'alloggiamento, abbandonato da lui, di Santa Agata. Dimostrossi certamente animoso l'uno esercito e l'altro quando vedde l'inimico inferiore, ma quando le cose erano quasi pareggiate, ciascuno fuggiva il tentare la fortuna; perché (quel che rarissime volte accade che uno medesimo consiglio piaccia a due eserciti inimici) pareva a' franzesi e agli sforzeschi ottenere l'intento per il quale si erano mossi di Lombardia se impedivano che gli aragonesi non passassino piú innanzi, e il re Alfonso, riputando acquisto non piccolo che i progressi degli inimici insino alla vernata si ritardassino, aveva commesso espressamente al figliolo e ordinato a Gianiacopo da Triulzi e al conte di Pitigliano che non mettessino senza grande occasione in potestà della fortuna il regno di Napoli, che era perduto se quell'esercito si perdeva.

                                             

                                                 Lib.1, cap.13

                                                  

                                                 Visita di Carlo VIII a Giovan Galeazzo Sforza infermo nel castello di Pavia. Notizia a Carlo giunto a Piacenza della morte di Giovan Galeazzo. Lodovico Sforza assume i titoli e le insegne del ducato di Milano. Sospetti e voci intorno alla morte di Giovan Galeazzo. Il re di Francia dopo nuove incertezze delibera di continuare l'impresa.

                                                  

                                                 Ma non bastavano questi rimedi alla sua salute, perché Carlo, non ritenendo l'impeto suo né la stagione del tempo né alcun'altra difficoltà, subito che ebbe recuperata la sanità, mosse l'esercito. Giaceva nel castello di Pavia, oppresso di gravissima infermità, Giovan Galeazzo duca di Milano suo fratello cugino (erano il re e egli nati di due sorelle figliuole di [Lodovico secondo] duca di Savoia); il quale il re, passando per quella città e alloggiato nel medesimo castello, andò benignissimamente a visitare. Le parole furono generali per la presenza di Lodovico, dimostrando molestia del suo male, e confortandolo a attendere con buona speranza alla recuperazione della salute; ma l'affetto dell'animo non fu senza grande compassione cosí del re come di tutti coloro che erano con lui, tenendo ciascuno per certo la vita dello infelice giovane dovere, per le insidie del zio, essere brevissima. E si accrebbe molto piú per la presenza di Isabella sua moglie; la quale, ansia non solo della salute del marito e di uno piccolo figliuolo che aveva di lui, ma mestissima oltre a questo per il pericolo del padre e degli altri suoi, si gittò molto miserabilmente, nel cospetto di tutti, a' piedi del re, raccomandandogli con infinite lacrime il padre e la casa sua di Aragona: alla quale il re, benché mosso dall'età e dalla forma dimostrasse averne compassione, nondimeno, non si potendo per cagione cosí leggiera fermare un movimento sí grande, rispose che essendo condotta la impresa tanto innanzi era necessitato a continuarla.

                                            Da Pavia andò il re a Piacenza, dove essendosi fermato sopravenne la morte di Giovan Galeazzo, per la quale Lodovico che l'avea seguíto ritornò con grandissima celerità a Milano. Dove da' principali del consiglio ducale, subornati da lui, fu proposto che, per la grandezza di quello stato e per i tempi difficili i quali in Italia si preparavano, sarebbe cosa molto perniciosa che il figliuolo di Giovan Galeazzo di età d'anni cinque succedesse al padre, ma essere necessario avere uno duca che fusse grande di prudenza e d'autorità; e però doversi, dispensando, per la salute publica e per la necessità, alla disposizione della legge, come permettono le leggi medesime, costrignere Lodovico a consentire che in sé si trasferisse per beneficio universale la degnità del ducato, peso gravissimo in tempi tali: col quale colore, cedendo l'onestà all'ambizione, benché simulasse fare qualche resistenza, assunse la mattina seguente i titoli e le insegne del ducato di Milano; protestato prima segretamente riceverle come appartenenti a sé per l'investitura del re de' romani.

                                            Fu publicato da molti la morte di Giovan Galeazzo essere proceduta da coito immoderato, nondimeno si credette universalmente per tutta Italia che e' fusse morto non per infermità naturale né per incontinenza, ma di veleno; e Teodoro da Pavia, uno de' medici regi, il quale era presente quando Carlo lo visitò, affermò averne veduto segni manifestissimi. Né fu alcuno che dubitasse che se era stato veleno non gli fusse stato dato per opera del zio, come quello che, non contento di essere con assoluta autorità governatore del ducato di Milano e avido, secondo l'appetito comune degli uomini grandi, di farsi piú illustre co' titoli e con gli onori, e molto piú per giudicare che alla sicurtà sua e alla successione de' figliuoli fusse necessaria la morte del principe legittimo, avesse voluto trasferire e stabilire in sé la potestà e il nome ducale; dalla quale cupidità fusse a cosí scelerata opera stata sforzata la sua natura, mansueta per l'ordinario e aborrente dal sangue. E fu creduto quasi da tutti questa essere stata sua intenzione insino quando cominciò a trattare che i franzesi passassino in Italia, parendogli opportunissima occasione di metterla a effetto in tempo nel quale, per essere il re di Francia con tanto esercito in quello stato, avesse a mancare a ciascuno l'animo di risentirsi di tanta sceleratezza. Credettono altri questo essere stato nuovo pensiero, nato per timore che 'l re, come sono subiti i consigli de' franzesi, non procedesse precipitosamente a liberare Giovan Galeazzo da tanta soggezione, movendolo o il parentado e la compassione della età o il parergli piú sicuro per sé che quello stato fusse nella potestà del cugino che di Lodovico; la fede del quale non mancavano persone grandi appresso a lui che continuamente si sforzassino fargli sospetta. Ma l'avere Lodovico procurata l'anno precedente l'investitura, e fatto poco innanzi alla morte del nipote espedirne sollecitamente i privilegi imperiali, arguisce piú presto deliberazione premeditata e in tutto volontaria che subita e quasi spinta dal pericolo presente.

                                            Soprastette alcuni dí Carlo in Piacenza non senza inclinazione di ritornarsene di là da' monti, perché la carestia de' danari e il non si scoprire per Italia cosa alcuna nuova in suo favore lo rendevano dubbio del successo; e non meno il sospetto conceputo del nuovo duca, del quale era fama, che se bene quando partí da lui gli avesse promesso di ritornare, che piú non ritornerebbe. Né è fuora del verisimile che, essendo quasi incognita appresso agli oltramontani la sceleratezza di usare contro agli uomini i veleni, frequente in molte parti d'Italia, Carlo e tutta la corte, oltre al sospettare della fede, avesse in orrore il nome suo; anzi si riputasse gravemente ingiuriato che Lodovico, per potere fare senza pericolo una opera cosí abominevole, avesse la sua venuta in Italia procurata. Deliberossi pure finalmente l'andare innanzi, come continuamente sollecitava Lodovico, promettendo di ritornare al re fra pochi giorni; perché e il soprasedere del re in Lombardia, né meno il ritornarsene precipitosamente in Francia, era del tutto contrario alla sua intenzione.

                                             

                                                 Lib.1, cap.14

                                                  

                                                 Incitamenti di Lorenzo e di Giovanni de' Medici a Carlo VIII perché s'accosti a Firenze. Aumenta lo sdegno di Carlo contro Piero de' Medici. L'esercito francese passa l'Appennino. Gli svizzeri di Carlo prendono Fivizzano compiendo stragi. Le fortezze di Serezana e di Serezanello. Malumore in Firenze contro Piero de' Medici. Questi consegna fortezze de' fiorentini a Carlo. L'esercito aragonese si ritira dalla Romagna e la flotta dal porto di Livorno.

                                                  

                                            Al re, il dí medesimo che si mosse da Piacenza, venneno Lorenzo e Giovanni de' Medici; i quali, fuggiti occultamente delle loro ville, facevano instanza che 'l re si accostasse a Firenze, promettendo molto della volontà del popolo fiorentino inverso la casa di Francia, e non meno dell'odio contro a Piero de' Medici. Contro al quale era, per nuove cagioni, augumentato non poco lo sdegno del re: perché avendo mandato da Asti uno imbasciadore a Firenze a proporre molte offerte se gli consentivano il passo e in futuro si astenevano dall'aiutare Alfonso, e in caso perseverassino nella prima deliberazione, molte minaccie; e avendogli, per fare maggiore terrore, commesso che se subito non si determinavano si partisse; gli era stato, cercando scusa del differire, risposto che, per essere i cittadini principali del governo, come in quella stagione è costume de' fiorentini, alle loro ville, non potevano dargli risposta certa cosí subito, ma che per uno imbasciadore proprio farebbono presto intendere al re la mente loro.

                                            Non era mai stato nel consiglio reale messo in disputazione che fusse piú tosto da dirizzarsi con l'esercito per il cammino il quale, per la Toscana e per il territorio di Roma, conduce diritto a Napoli che per quello che, per la Romagna e per la Marca, passato il fiume del Tronto, entra nell'Abruzzi; non perché non confidassino di cacciare le genti aragonesi, le quali con difficoltà resistevano a Obigní, ma perché pareva cosa indegna della grandezza di tanto re e della gloria delle armi sue, essendosi il pontefice e i fiorentini dichiarati contro a lui, dare causa agli uomini di pensare che egli sfuggisse quel cammino perché si diffidasse di sforzargli; e perché si stimava pericoloso il fare la guerra nel reame di Napoli lasciandosi alle spalle inimica la Toscana e lo stato ecclesiastico: e si deliberò di passare l'Apennino piú tosto per la montagna di Parma, come Lodovico Sforza, desideroso di insignorirsi di Pisa, aveva insino in Asti consigliato, che per il cammino diritto di Bologna. Però l'antiguardia, della quale era capitano Giliberto monsignore di Mompensieri della famiglia di Borbone, del sangue de' re di Francia, seguitandola il re col resto dell'esercito, passò a Pontriemoli, terra appartenente al ducato di Milano, posta al piè dello Apennino in sul fiume della Magra; il quale fiume divide il paese di Genova, chiamato anticamente Liguria, dalla Toscana. Da Pontriemoli entrò Mompensieri nel paese della Lunigiana, della quale una parte ubbidiva a' fiorentini, alcune castella erano de' genovesi, il resto de' marchesi Malespini; i quali, sotto la protezione chi del duca di Milano chi de' fiorentini chi de' genovesi, i loro piccoli stati mantenevano. Unironsi seco in quegli confini i svizzeri che erano stati alla difesa di Genova, e l'artiglierie venute per mare a Genova e dipoi alla Spezie; e accostatosi a Fivizano, castello de' fiorentini, dove gli condusse Gabriello Malaspina marchese di Fosdinuovo loro raccomandato, lo presono per forza e saccheggiorno, ammazzando tutti i soldati forestieri che vi erano dentro e molti degli abitatori: cosa nuova e di spavento grandissimo a Italia, già lungo tempo assuefatta a vedere guerre piú presto belle di pompa e di apparati, e quasi simili a spettacoli, che pericolose e sanguinose.

                                            Facevano i fiorentini la resistenza principale in Serezana, piccola città stata da loro molto fortificata; ma non l'avevano proveduta contro a inimico cosí potente come sarebbe stato necessario, perché non v'avevano messo capitano di guerra d'autorità né molti soldati, e quegli già ripieni di viltà per la fama sola dello approssimarsi l'esercito franzese: e nondimeno non si riputava di facile espugnazione, massimamente la fortezza; e molto piú Serezanello, rocca molto munita, edificata in sul monte sopra Serezana. Né poteva dimorare l'esercito in questi luoghi molti dí, perché quel paese sterile e stretto, rinchiuso tra 'l mare e il monte, non bastava a nutrire tanta moltitudine; né potendo venirvi vettovaglie se non di luoghi lontani, non potevano essere a tempo al bisogno presente. Da che parea che le cose del re potessino facilmente ridursi in non piccole angustie; perché, se bene non gli potesse essere vietato che, lasciatasi indietro la terra o la fortezza di Serezana e Serezanello, assaltasse Pisa, o per il contado di Lucca, la quale città per mezzo del duca di Milano aveva occultamente deliberato di riceverlo, entrasse in altra parte del dominio fiorentino, nondimeno malvolentieri si riduceva a questa deliberazione, parendogli che se non espugnava la prima terra che se gli era opposta, si diminuisse tanto della sua riputazione che tutti gli altri piglierebbono facilmente animo a fare il medesimo. Ma era destinato che, o per beneficio della fortuna o per ordinazione di altra piú alta potestà (se però queste scuse meritano le imprudenze e le colpe degli uomini), a tale impedimento sopravenisse rimedio subito: imperocché in Piero de' Medici non fu né maggiore animo né maggiore costanza nelle avversità che fusse stata o moderazione o prudenza nelle prosperità.

                                            Era continuamente moltiplicato il dispiacere che la città di Firenze aveva da principio ricevuto dall'opposizione che si faceva al re, non tanto per essere stati di nuovo sbandeggiati i mercatanti fiorentini di tutto il reame di Francia quanto per il timore della potenza de' franzesi, cresciuto eccessivamente come si intese l'esercito avere cominciato a passare l'Apennino, e dipoi la crudeltà usata nella occupazione di Fivizano. E però da ciascuno era palesemente detestata la temerità di Piero de' Medici, che senza necessità, e credendo piú a se medesimo e al consiglio di ministri temerari e arroganti ne' tempi della pace, inutili ne' tempi pericolosi, che a' cittadini amici paterni, da' quali era stato saviamente consigliato, avesse con tanta inconsiderazione provocato l'armi d'un re di Francia, potentissimo e aiutato dal duca di Milano; essendo massime egli imperito delle cose della guerra, e Pisa, città d'animo inimico, non fortificata e poco proveduta di soldati e di munizioni, e cosí tutto il resto del dominio fiorentino mal preparato a difendersi da tanto impeto, né si dimostrando degli aragonesi, per i quali erano esposti a tanto pericolo, altro che 'l duca di Calavria, impegnato con le sue genti in Romagna per la opposizione solo di una piccola parte dell'esercito franzese; e perciò la patria loro, abbandonata da ognuno, restare in odio smisurato e in preda manifesta di chi aveva con tanta instanza cercato di non avere necessità di nuocere loro. Questa disposizione, già quasi di tutta la città, era accesa da molti cittadini nobili a' quali sommamente dispiaceva il governo presente, e che una famiglia sola s'avesse arrogato la potestà di tutta la republica; e questi, augumentando il timore di coloro che da se stessi temevano e dando ardire a coloro che cose nuove desideravano, avevano in modo sollevato gli animi del popolo che già cominciava molto a temersi che la città facesse tumultuazione; incitando ancora piú gli uomini la superbia e il procedere immoderato di Piero, discostatosi in molte cose dai costumi civili e dalla mansuetudine de' suoi maggiori: donde quasi insino da puerizia era stato sempre odioso all'universalità de' cittadini, e in modo che è certissimo che il padre Lorenzo, contemplando la sua natura, si era spesso lamentato con gli amici piú intimi che l'imprudenza e arroganza del figliuolo partorirebbe la ruina della sua casa. Spaventato adunque Piero dal pericolo il quale prima aveva temerariamente disprezzato, mancandogli i sussidi promessi dal pontefice e da Alfonso, occupati per la perdita d'Ostia, per l'oppugnazione di Nettunno e per il timore dell'armata franzese, si risolvé precipitosamente d'andare a cercare dagl'inimici quella salute la quale piú non sperava dagli amici; seguitando, come pareva a lui, l'esempio del padre, il quale, essendo l'anno mille quattrocento settantanove, per la guerra fatta a' fiorentini da Sisto pontefice e da Ferdinando re di Napoli, ridotto in gravissimo pericolo, andato a Napoli a Ferdinando, ne riportò a Firenze la pace publica e la sicurtà privata. Ma è senza dubbio molto pericoloso il governarsi con gli esempli se non concorrono, non solo in generale ma in tutti i particolari, le medesime ragioni, se le cose non sono regolate con la medesima prudenza, e se, oltre a tutti gli altri fondamenti, non v'ha la parte sua la medesima fortuna. Con questa determinazione partito da Firenze, ebbe, innanzi che arrivasse al re, avviso che i cavalli di Pagolo Orsino e trecento fanti mandati da' fiorentini per entrare in Serezana erano stati rotti da alcuni cavalli de' franzesi corsi di qua dalla Magra, e restati la maggiore parte o morti o prigioni. Aspettò a Pietrasanta il salvocondotto regio, dove andorno per condurlo sicuro il vescovo di San Malò e alcun'altri signori della corte; dai quali accompagnato entrò in Serezana il dí medesimo che il re col resto dell'esercito si uní con l'antiguardia, la quale accampata a Serezanello batteva quella rocca, ma non con tale progresso che avessino speranza di espugnarla. Introdotto innanzi al re, e da lui raccolto benignamente piú con la fronte che con l'animo, mitigò non poco della sua indegnazione col consentire a tutte le sue dimande, che furono alte e immoderate: che le fortezze di Pietrasanta e di Serezana e Serezanello, terre che da quella parte erano come chiave del dominio fiorentino, e le fortezze di Pisa e del porto di Livorno, membri importantissimi del loro stato, si deponessino in mano del re; il quale per uno scritto di mano propria s'obligasse a restituirle come prima avesse acquistato il regno di Napoli: procurasse Piero che i fiorentini gli prestassino dugentomila ducati, e gli ricevesse il re in confederazione e sotto la sua protezione: delle quali cose, promesse con semplici parole, si differisse a espedirne le scritture in Firenze, per la quale città il re intendeva di passare. Ma non si differí già la consegnazione delle fortezze, perché Piero gli fece subito consegnare quelle di Serezana, di Pietrasanta e di Serezanello, e pochi dí poi fu per ordine suo fatto il medesimo di quelle di Pisa e di Livorno; maravigliandosi grandemente tutti i franzesi che Piero cosí facilmente avesse consentito a cose di tanta importanza, perché il re senza dubbio arebbe convenuto con molto minori condizioni. Né pare in questo luogo da pretermettere quel che argutamente rispose a Piero de' Medici Lodovico Sforza, che arrivò il dí seguente all'esercito: perché scusandosi Piero che, essendo andatogli incontro per onorarlo, l'avere Lodovico fallito la strada era stato cagione che la sua andata fusse stata vana, rispose molto prontamente: - Vero è che uno di noi ha fallito la strada, ma sarete forse voi stato quello. - Quasi rimproverandogli che per non avere prestata fede a' consigli suoi fusse caduto in tante difficoltà e pericoli. Benché i successi seguenti dimostrorno avere fallito il cammino diritto ciascuno di loro, ma con maggiore infamia e infelicità di colui il quale, collocato in maggiore grandezza, faceva professione di essere con la prudenza sua la guida di tutti gli altri.

                                            La deliberazione di Piero non solo assicurò il re delle cose della Toscana ma gli rimosse del tutto gli ostacoli della Romagna, dove già declinavano molto gli aragonesi. Perché (come è difficile a chi appena difende se stesso dagli imminenti pericoli provedere nel tempo medesimo a' pericoli degli altri), mentre che Ferdinando sta sicuro nel forte alloggiamento della cerca di Faenza, gli inimici ritornati nel contado d'Imola, poiché con parte dell'esercito ebbono assaltato il castello di Bubano, ma invano, perché per il piccolo circuito bastava poca gente a difenderlo, e per la bassezza del luogo il paese era inondato dall'acque, preseno per forza il castello di Mordano, con tutto che assai forte e proveduto copiosamente di soldati per difenderlo; ma fu tale l'impeto dell'artiglierie, tale la ferocia dell'assalto de' franzesi che, benché nel passare i fossi pieni di acqua non pochi d'essi v'annegassino, quegli di dentro non potettono resistere: contro a' quali talmente in ogni età, in ogni sesso, incrudelirono che empierono tutta la Romagna di grandissimo terrore. Per il quale caso Caterina Sforza disperata d'avere soccorso s'accordò, per fuggire il pericolo presente, co' franzesi, promettendo all'esercito loro ogni comodità degli stati sottoposti al figliuolo. Donde Ferdinando, insospettito della volontà de' faventini e parendogli pericoloso lo stare in mezzo d'Imola e di Furlí, tanto piú essendogli già nota l'andata di Piero de' Medici a Serezana, si ritirò alle mura di Cesena, dimostrando tanto timore che per non passare appresso a Furlí condusse l'esercito per i poggi, via piú lunga e difficile, accanto a Castrocaro castello de' fiorentini; e pochi dí poi, come ebbe inteso l'accordo fatto da Piero de' Medici, per il quale partirono da lui le genti de' fiorentini, si dirizzò al cammino di Roma. E nel tempo medesimo don Federigo, partito del porto di Livorno, si ritirò con l'armata verso il regno di Napoli; dove cominciavano a essere necessarie ad Alfonso per la difesa propria quelle armi le quali aveva mandate con tanta speranza ad assaltare gli stati d'altri, procedendo non meno infelicemente in quelle parti le cose sue. Perché, non gli succedendo la oppugnazione tentata di Nettunno avea ridotto l'esercito a Terracina, e l'armata franzese, della quale erano capitani il principe di Salerno e monsignore di Serenon, si era scoperta sopra Ostia: benché, publicando di non volere offendere lo stato della Chiesa, non poneva gente in terra né faceva segno alcuno di inimicizia col pontefice, con tutto che 'l re avesse pochi dí innanzi recusato di udire Francesco Piccoluomini cardinale di Siena mandatogli legato da lui.

                                             

                                                 Lib.1, cap.15

                                                  

                                                 Piú vivo sdegno de' fiorentini contro Piero de' Medici per i patti conclusi col re di Francia. Lodovico Sforza ottiene l'investitura di Genova. Si impedisce a Piero de' Medici di entrare nel palazzo della signoria. Tumulto del popolo e fuga di Piero da Firenze. La precedente potenza della casa de' Medici in Firenze. I pisani si rivendicano in libertà col consenso di Carlo VIII. Contrari consigli del cardinale di San Piero in Vincoli ai pisani.

                                                  

                                            Ma pervenuta a Firenze la notizia delle convenzioni fatte da Piero de' Medici, con tanta diminuzione del dominio loro e con sí grave e ignominiosa ferita della republica, si concitò in tutta la città ardentissima indegnazione; commovendogli oltre a tanta perdita l'avere Piero, con esempio nuovo né mai usato da' suoi maggiori, alienato, senza consiglio de' cittadini, senza decreto de' magistrati, una parte tanto notabile del dominio fiorentino: perciò e le querele erano acerbissime contro a lui e per tutto si udivano voci di cittadini che stimolavano l'un l'altro a recuperare la libertà; non avendo ardire quegli che con la volontà aderivano a Piero di opporsi, né con le parole né con le forze, a tanta inclinazione. Ma non avendo facoltà di difendere Pisa e Livorno, se bene non si confidassino di rimuovere il re dalla volontà d'avere quelle fortezze, nondimeno, per separare i consigli della republica da' consigli di Piero, e perché almeno non fusse riconosciuto dal privato quel che al publico apparteneva, gli mandorno subito molti imbasciadori, di quegli che erano malcontenti della grandezza de' Medici; e perciò Piero, conoscendo questo essere principio di mutazione dello stato, per provedere alle cose sue innanzi nascesse maggiore disordine, si partí dal re, sotto colore di andare a dare perfezione a quello gli aveva promesso. Nel quale tempo e Carlo partí da Serezana per andare a Pisa, e Lodovico Sforza, ottenuto, con pagare certa quantità di danari, che la investitura di Genova, conceduta dal re pochi anni innanzi a Giovan Galeazzo per lui e per i discendenti, si trasferisse in sé e ne' discendenti suoi, se ne ritornò a Milano; ma con l'animo turbato contro a Carlo, per avere negato di lasciare a guardia sua, secondo diceva essergli stato promesso, Pietrasanta e Serezana: le quali terre, per farsi scala alla ardentissima cupidità che aveva di Pisa, domandava, come tolte ingiustamente, pochissimi anni innanzi, da' fiorentini a' genovesi.

                                            Ritornato Piero de' Medici a Firenze trovò la maggiore parte de' magistrati alienata da lui e sospesi gli animi degli amici di piú momento, perché contro al consiglio loro aveva tutte le cose imprudentemente governate; e il popolo in tanta sollevazione che volendo egli il dí seguente, che fu il dí nono di novembre, entrare nel palagio nel quale risedeva la signoria, magistrato sommo della republica, gli fu proibito da alcuni magistrati che armati guardavano la porta, de' quali fu il principale Jacopo de' Nerli, giovane nobile e ricco. Il che divulgato per la città, il popolo subito tumultuosamente pigliò l'armi concitato con maggiore impeto perché Paolo Orsini co' suoi uomini d'arme, chiamato da Piero, s'approssimava: donde egli, che già alle sue case ritornato era, perduto d'animo e di consiglio, e inteso che la signoria l'aveva dichiarato rebelle, si fuggí con grandissima celerità di Firenze, seguitandolo Giovanni cardinale della Chiesa romana e Giuliano suoi fratelli, a' quali similmente furono imposte le pene ordinate contro a i rebelli; e se ne andò a Bologna. Ove Giovanni Bentivogli, desiderando in altrui quel vigore di animo il quale non rappresentò poi nelle sue avversità, mordacemente nel primo congresso lo riprese che, in pregiudicio non solo proprio ma non meno per rispetto dell'esempio di tutti quegli che opprimevano la libertà delle loro patrie, avesse cosí vilmente e senza la morte di uno uomo solo abbandonata tanta grandezza. In questo modo, per la temerità di uno giovane, cadde per allora la famiglia de' Medici di quella potenza la quale, sotto nome e con dimostrazioni quasi civili, aveva, sessanta anni continui, ottenuta in Firenze: cominciata in Cosimo suo bisavolo, cittadino di singolare prudenza e di ricchezze inestimabili e però celebratissimo per tutte le parti della Europa, e molto piú perché con ammirabile magnificenza e con animo veramente regio, avendo piú rispetto alla eternità del nome suo che alla comodità de' discendenti, spese piú di quattrocentomila ducati in fabriche di chiese di monasteri e d'altri superbissimi edifici, non solo nella patria ma in molte parti del mondo; del quale Lorenzo nipote, grande di ingegno e di eccellente consiglio, né di generosità dell'animo minore dell'avolo, e nel governo della republica di piú assoluta autorità, benché inferiore assai di ricchezze e di vita molto piú breve, fu in grande estimazione per tutta Italia e appresso a molti príncipi forestieri, la quale dopo la morte si convertí in memoria molto chiara, parendo che insieme con la sua vita la concordia e la felicità d'Italia fussino mancate.

                                            Ma il dí medesimo nel quale si mutò lo stato di Firenze, essendo Carlo nella città di Pisa, i pisani ricorsono a lui popolarmente a domandare la libertà, querelandosi gravemente delle ingiurie le quali dicevano ricevere da' fiorentini; e affermandogli alcuni de' suoi, che erano presenti, essere domanda giusta perché i fiorentini gli dominavano acerbamente, il re, non considerando quello che importasse questa richiesta e che era contraria alle cose trattate in Serezana, rispose subito essere contento: alla quale risposta il popolo pisano, pigliate l'armi e gittate per terra de' luoghi publici le insegne de' fiorentini, si vendicò cupidissimamente in libertà. E nondimeno il re, contrario a se medesimo né sapendo che cose si concedesse, volle che vi restassino gli ufficiali de' fiorentini a esercitare la solita giurisdizione; e da altra parte lasciò la cittadella vecchia in mano de' pisani, ritenendo per sé la nuova che era di importanza molto maggiore. Potette apparire in questi accidenti di Pisa e di Firenze quel che è confermato per proverbio comune, che gli uomini, quando si approssimano i loro infortuni, pérdono principalmente la prudenza, con la quale arebbono potuto impedire le cose destinate: perché e i fiorentini sospettosissimi in ogni tempo della fede de' pisani, aspettando una guerra di tanto pericolo, non chiamorono a Firenze i cittadini principali di Pisa, come per assicurarsene solevano fare, di numero grande, in ogni leggiero accidente; né Piero de' Medici, appropinquandosi tante difficoltà, armò di fanti forestieri la piazza e il palagio publico, come in sospetti molto minori si era fatto molte altre volte: le quali provisioni arebbono fatto impedimento grande a queste mutazioni. Ma in quanto alle cose di Pisa, è manifesto che a' pisani, inimicissimi per natura del nome fiorentino, dette animo principalmente a questo moto l'autorità di Lodovico Sforza, il quale aveva tenuto prima pratiche occulte a questo effetto con alcuni cittadini pisani sbanditi per delitti privati; e il dí medesimo Galeazzo da San Severino, il quale da lui era stato lasciato appresso al re, concitò il popolo a questa tumultuazione, mediante la quale Lodovico si persuadeva il dominio di Pisa avergli presto a pervenire, non sapendo tale cosa dovere, dopo non molto tempo, essere cagione di tutte le sue miserie. Ma è medesimamente manifesto che, comunicando la notte dinanzi alcuni pisani quel che avevano nell'animo di fare al cardinale di San Piero in Vincola, egli, il quale insino a quel dí non era forse mai stato autore di quieti consigli, gli confortò con gravi parole che considerassino non solamente la superficie e i princi*pi delle cose ma piú intrinsecamente quel che potessino in processo di tempo partorire. Essere desiderabile e preziosa cosa la libertà, e tale che meriti di sottomettersi a ogni pericolo quando, almeno in qualche parte, s'ha speranza verisimile di sostentarla. Ma Pisa, città spogliata di popolo e di ricchezze, non avere facoltà di difendersi dalla potenza de' fiorentini; e essere fallace consiglio il promettersi che l'autorità del re di Francia avesse a conservargli; perché quando bene non potessino piú in lui i danari de' fiorentini, come verisimilmente potrebbono, atteso massime le cose trattate a Serezana, non avere sempre i franzesi a stare in Italia, perché per gli esempli de' tempi passati si poteva facilmente giudicare il futuro; e essere grande imprudenza l'obligarsi a un pericolo perpetuo sotto fondamenti non perpetui, e per speranze incertissime pigliare con inimici tanto piú potenti la guerra certa, nella quale non si potevano promettere gli aiuti d'altri perché dependevano dall'altrui volontà e, quel che era piú, da accidenti molto vari; e quando bene gli ottenessino, non per questo fuggirebbono ma sarebbono piú gravi le calamità della guerra, vessandogli nel tempo medesimo i soldati degli inimici e aggravandogli i soldati degli amici, tanto piú acerbe a tollerare quanto conoscerebbono non combattere per la libertà propria ma per l'imperio alieno, permutando servitú a servitú; perché niuno principe vorrebbe implicarsi, se non per dominargli, ne' travagli e nelle spese d'una guerra, la quale, per le ricchezze e per la vicinità de' fiorentini, che mentre che avessino spirito non cesserebbono mai di molestargli, sostenere se non con grandissime difficoltà non si potrebbe.

                                             

                                                 Lib.1, cap.16

                                                  

                                                 Carlo VIII in marcia verso Firenze si ferma a Signa con intenzioni ostili. Precauzioni de' fiorentini e nascosti preparativi di difesa. Entrata di Carlo in Firenze. Eccessive esigenze di Carlo ed eccitazione degli animi de' fiorentini. Piero de' Medici, invitato da Carlo, si consiglia co' veneziani che lo confortano a non muoversi da Venezia. Sdegnose parole di Pier Capponi a Carlo e patti conclusi fra questo e i fiorentini.

                                                  

                                            Fermossi dipoi Carlo a Signa, luogo propinquo a Firenze a sette miglia, per aspettare, innanzi che entrasse in quella città, che alquanto fusse cessato il tumulto del popolo fiorentino, il quale non aveva deposte l'armi prese il dí che era stato cacciato Piero de' Medici; e per dare tempo a Obigní, il quale, per entrare con maggiore spavento in Firenze, aveva mandato a chiamare, con ordine che lasciasse l'artiglierie a Castrocaro e licenziasse dagli stipendi suoi i cinquecento uomini d'arme italiani che erano seco in Romagna e insieme le genti d'arme del duca di Milano, in modo che de' soldati sforzeschi non lo seguitò altri che 'l conte di Gaiazzo con trecento cavalli leggieri: e per molti indizi si comprendeva essere il pensiero del re di indurre i fiorentini col terrore delle armi a cedergli il dominio assoluto della città; né egli sapeva dissimularlo con gli imbasciadori medesimi i quali piú volte andorno a Signa per risolvere seco il modo dello entrare in Firenze, e per dare perfezione alla concordia che si trattava. Non è dubbio che 'l re, per l'opposizione che gli era stata fatta, aveva contro al nome fiorentino grandissimo sdegno e odio conceputo; e ancora che e' fusse manifesto non essere proceduta dalla volontà della republica, e che la città se ne fusse seco diligentissimamente giustificata nondimeno non ne restava con l'animo purgato; indotto, come si crede, da molti de' suoi, i quali giudicavano non dovere pretermettersi l'opportunità di insignorirsene, o mossi da avarizia non volevano perdere l'occasione di saccheggiare sí ricca città: e era vociferazione per tutto l'esercito che per l'esempio degli altri si dovesse abbruciare, poiché primi in Italia di opporsi alla potenza di Francia presunto avevano. Né mancava tra i principali del suo consiglio chi alla restituzione di Piero de' Medici lo confortasse, e specialmente Filippo monsignore di Brescia, fratello del duca di Savoia, indotto da amicizie private e da promesse; in modo che, o prevalendo la persuasione di questi, benché il vescovo di San Malò consigliasse il contrario, o sperando con questo terrore fare inclinare piú i fiorentini alla sua volontà, o per avere occasione di prendere piú facilmente in sul fatto quello partito che piú gli piacesse, scrisse una lettera a Piero e gli fece scrivere da Filippo monsignore, confortandolo ad accostarsi a Firenze, perché per l'amicizia stata tra i padri loro e per il buono animo dimostratogli da lui nella consegnazione delle fortezze, era deliberato di reintegrarlo nella pristina autorità. Le quali lettere non lo trovorono, come il re aveva creduto, in Bologna, perché Piero, mosso dalla asprezza delle parole di Giovanni Bentivogli e dubitando non essere perseguitato dal duca di Milano e forse dal re di Francia, era per sua infelicità andato a Vinegia; dove gli furno mandate dal cardinale suo fratello, il quale era restato a Bologna.

                                            In Firenze si dubitava molto della mente del re, ma non vedendo con quali forze o con quale speranza gli potessino resistere, avevano eletto per manco pericoloso il riceverlo nella città, sperando pure d'avere in qualche modo a placarlo; e nondimeno, per essere proveduti a ogni caso, avevano ordinato che molti cittadini si empiessino le case occultamente d'uomini del dominio fiorentino, e che i condottieri i quali militavano agli stipendi della republica entrassino, dissimulando la cagione, con molti de' loro soldati in Firenze, e che ciascuno nella città e ne' luoghi circostanti stesse attento per pigliare l'armi al suono della campana maggiore del publico palagio. Entrò dipoi il re con l'esercito, con grandissima pompa e apparato, fatto con sommo studio e magnificenza cosí dalla sua corte come dalla città; e entrò, in segno di vittoria, armato egli e il suo cavallo, con la lancia in sulla coscia: dove si ristrinse subito la pratica dell'accordo, ma con molte difficoltà. Perché, oltre al favore immoderato prestato da alcuni de' suoi a Piero de' Medici e le dimande intollerabili che si faceano di danari, Carlo scopertamente il dominio di Firenze dimandava, allegando che, per esservi entrato in quel modo armato, l'aveva, secondo gli ordini militari del regno di Francia, legittimamente guadagnato; dalla quale domanda benché finalmente si partisse, voleva nondimeno lasciare in Firenze certi imbasciadori di roba lunga, (cosí chiamano in Francia i dottori e le persone togate), con tale autorità che, secondo gli instituti franzesi, arebbe potuto pretendere essersegli attribuita in perpetuo non piccola giurisdizione; e pel contrario i fiorentini erano ostinatissimi a conservare intera, non ostante qualunque pericolo, la propria libertà: donde, trattando insieme con opinioni tanto diverse, si accendevano continuamente gli animi di ciascuna delle parti. E nondimeno niuno era pronto a terminare le differenze con l'armi, perché il popolo di Firenze, dato per lunga consuetudine alle mercatanzie e non agli esercizi militari, temeva grandemente, avendo intra le proprie mura uno potentissimo re con tanto esercito, pieno di nazioni incognite e feroci; e a' franzesi faceva molto timore l'essere il popolo grandissimo e l'avere dimostrato, in quegli dí che fu mutato il governo, segni maggiori d'audacia che prima non sarebbe stato creduto, e la fama publica che, al suono della campana grossa, quantità d'uomini innumerabile di tutto il paese circostante concorresse. Nella quale comune paura levandosi spesso romori vani, ciascuna delle parti per sua sicurtà tumultuosamente pigliava l'armi, ma niuna assaltava l'altra o provocava.

                                            Riuscí vano al re il fondamento di Piero de' Medici, perché Piero, sospeso tra la speranza datagli e il timore di non essere dato in preda agli avversari, domandò sopra le lettere del re consiglio al senato viniziano. Niuna cosa è certamente piú necessaria nelle deliberazioni ardue, niuna da altra parte piú pericolosa, che 'l domandare consiglio; né è dubbio che manco è necessario agli uomini prudenti il consiglio che agli imprudenti; e nondimeno, che molto piú utilità riportano i savi del consigliarsi. Perché chi è quello di prudenza tanto perfetta che consideri sempre e conosca ogni cosa da se stesso? e nelle ragioni contrarie discerna sempre la migliore parte? Ma che certezza ha chi domanda il consiglio d'essere fedelmente consigliato? Perché chi dà il consiglio, se non è molto fedele o affezionato a chi 'l domanda, non solo mosso da notabile interesse ma per ogni suo piccolo comodo, per ogni leggiera sodisfazione, dirizza spesso il consiglio a quel fine che piú gli torna a proposito o di che piú si compiace; e essendo questi fini il piú delle volte incogniti a chi cerca d'essere consigliato, non s'accorge, se non è prudente, della infedeltà del consiglio. Cosí intervenne a Piero de' Medici, perché i viniziani, giudicando che l'andata sua faciliterebbe a Carlo il ridurre le cose di Firenze a' suoi disegni, il che per lo interesse proprio sarebbe stato loro molestissimo, e però consigliando piú tosto se medesimi che Piero, efficacissimamente lo confortorno a non si mettere in potestà del re, il quale da lui si teneva ingiuriato; e per dargli maggiore cagione di seguitare il consiglio loro gli offersono d'abbracciare le cose sue e di prestargli, quando il tempo lo comportasse, ogni favore a rimetterlo nella patria: né contenti di questo, per assicurarsi che allora di Vinegia non si partisse, gli posono, se è stato vero quel che poi si divulgò, segretissime guardie.

                                            Ma in questo mezzo erano in Firenze da ogni parte esacerbati gli animi e quasi trascorsi a manifesta contenzione, non volendo il re dall'ultime sue domande declinare, né i fiorentini a somma di danari intollerabile obligarsi, né giurisdizione o preminenza alcuna nel loro stato consentirgli. Le quali difficoltà, quasi inesplicabili se non con l'armi, sviluppò la virtú di Piero Capponi, uno di quattro cittadini diputati a trattare col re, uomo di ingegno e d'animo grande, e in Firenze molto stimato per queste qualità, e per essere nato di famiglia onorata e disceso di persone che avevano potuto assai nella republica. Perché essendo un dí egli e i compagni suoi alla presenza del re, e leggendosi da uno secretario regio i capitoli immoderati i quali per ultimo per la parte sua si proponevano, egli con gesti impetuosi, tolta di mano del secretario quella scrittura la stracciò innanzi agli occhi del re, soggiugnendo con voce concitata:

                                            - Poiché si domandano cose sí disoneste, voi sonerete le vostre trombe e noi soneremo le nostre campane. - Volendo espressamente inferire che le differenze si deciderebbono con l'armi; e col medesimo impeto, andandogli dietro i compagni, si partí subito della camera. Certo è che le parole di questo cittadino, noto prima a Carlo e a tutta la corte perché pochi mesi innanzi era stato in Francia imbasciadore de' fiorentini, messono in tutti tale spavento, non credendo massime che tanta audacia fusse in lui senza cagione, che richiamatolo, e lasciate le dimande alle quali si ricusava di consentire, si convennono insieme il re e i fiorentini in questa sentenza: che rimesse tutte le ingiurie precedenti, la città di Firenze fusse amica, confederata e in protezione perpetua della corona di Francia: che in mano del re, per sicurtà sua, rimanessino la città di Pisa, la terra di Livorno, con tutte le loro fortezze: le quali fusse obligato a restituire senza alcuna spesa a fiorentini subito che avesse finito l'impresa del regno di Napoli, intendendosi finita ogni volta che avesse conquistata la città di Napoli o composto le cose con pace o con tregua di due anni o che per qualunque causa la persona sua d'Italia si partisse, e che i castellani giurassino di presente di restituirle ne' casi sopradetti, e in questo mezzo il dominio, la giurisdizione, il governo, l'entrate delle terre fussino de' fiorentini, secondo il solito; e che le cose medesime si facessino di Pietrasanta, di Serezana e di Serezanello, ma che, per pretendere i genovesi d'avere ragione in queste, fusse lecito al re procurare di terminare le differenze loro o per concordia o per giustizia, ma che non l'avendo terminate nel soprascritto tempo, le restituisse a' fiorentini: che 'l re potesse lasciare in Firenze due imbasciadori, senza intervento de' quali, durante la detta impresa, non si trattasse cosa alcuna appartenente a quella; né potessino nel tempo medesimo eleggere senza sua partecipazione capitano generale delle genti loro: restituissinsi subito tutte l'altre terre tolte o ribellatesi da' fiorentini, a' quali fusse lecito recuperarle con l'armi in caso recusassino di ricevergli: donassino al re per sussidio della sua impresa ducati cinquantamila fra quindici dí, quarantamila per tutto marzo e trentamila per tutto giugno prossimi: fusse perdonato a' pisani il delitto della ribellione e gli altri delitti commessi poi: liberassinsi Piero de' Medici e i fratelli dal bando e dalla confiscazione, ma non potesse accostarsi Piero per cento miglia a i confini del dominio fiorentino, il che si faceva per privarlo della facoltà di stare a Roma, né i fratelli per cento miglia alla città di Firenze. Questi furono gli articoli piú importanti della capitolazione tra il re e i fiorentini; la quale, oltre all'essere stipulata legittimamente, fu con grandissima cerimonia publicata nella chiesa maggiore intra gli offici divini; dove il re personalmente, a richiesta del quale fu fatto questo, e i magistrati della città, promessono l'osservanza con giuramento solenne, prestato in sull'altare principale, presente la corte e tutto il popolo fiorentino. E due dí poi partí Carlo di Firenze, dove era dimorato dieci dí, e andò a Siena; la quale città, confederata col re di Napoli e co' fiorentini, aveva seguitato la loro autorità, insino a tanto che l'andata di Piero de' Medici a Serezana gli costrinse a pensare da se stessi alla propria salute.

                                             

                                                 Lib.1, cap.17

                                                  

                                                 Carlo VIII da Siena, di governo libero ma turbata dalle fazioni, s'incammina verso Roma. Timori del senato veneziano e del duca di Milano per i buoni successi di Carlo. Titubanze del pontefice mentre l'esercito francese s'avvicina a Roma. Sottili accordi fra gli Orsini e il re di Francia. Entrata di Carlo in Roma. Patti e riconciliazione fra il pontefice e Carlo.

                                                  

                                                 La città di Siena, città popolosa e di territorio molto fertile, e la quale otteneva in Toscana, già lungo tempo, il primo luogo di potenza dopo i fiorentini, si governava per se medesima, ma in modo che conosceva piú presto il nome della libertà che gli effetti, perché distratta in molte fazioni o membri di cittadini, chiamati appresso a loro ordini, ubbidiva a quella parte la quale secondo gli accidenti de' tempi e i favori de' potentati forestieri era piú potente che l'altre; e allora vi prevaleva l'ordine del Monte de' nove. In Siena dimorato pochissimi dí, e lasciatavi gente a guardia, perché per essere quella città inclinata insino a' tempi antichi alla divozione dello imperio gli era sospetta, si indirizzò al cammino di Roma; insolente piú l'un dí che l'altro per i successi molto maggiori che non erano giammai state le speranze, e, essendo i tempi benigni e sereni assai piú che non comportava la stagione, deliberato di continuare senza intermissione questa prosperità, terribile non solo agli inimici manifesti ma a quegli o che erano stati congiunti seco o i quali non l'avevano provocato in cosa alcuna. Perché, e il senato viniziano e il duca di Milano, impauriti di tanto successo, dubitando, massime per le fortezze ritenute de' fiorentini e per la guardia lasciata in Siena, che i pensieri suoi non terminassino nello acquisto di Napoli, incominciorno per ovviare al pericolo comune a trattare di fare insieme nuova confederazione; e gli arebbono data piú tosto perfezione se le cose di Roma avessino fatto quella resistenza che fu sperato da molti.

                                            Perché la intenzione del duca di Calavria, col quale s'erano unite presso a Roma le genti del pontefice e Verginio Orsino col resto dell'esercito aragonese, fu di fermarsi a Viterbo per impedire a Carlo il passare piú innanzi; invitandolo oltre a molte cagioni l'opportunità del luogo, circondato dalle terre della Chiesa e propinquo agli stati degli Orsini. Ma tumultuando già tutto 'l paese di Roma, per le scorrerie che i Colonnesi facevano di là dal fiume del Tevere e per gl'impedimenti che per mezzo d'Ostia si davano alle vettovaglie, le quali solevano condursi a Roma per mare, non ebbe ardire di fermarvisi: dubitando oltre a questo della mente del pontefice, perché, insino quando intese la variazione di Piero de' Medici, aveva cominciato a udire le domande franzesi, per le quali andò allora a Roma a parlargli il cardinale Ascanio, essendo andato prima per sicurtà sua il cardinale di Valenza a Marino, terra de' Colonnesi; e benché Ascanio si partisse senza certa risoluzione, perché nel petto d'Alessandro la diffidenza della mente di Carlo e il timore delle sue forze insieme combattevano, nondimeno come Carlo fu partito di Firenze si ritornò di nuovo a' ragionamenti dell'accordo, per i quali il pontefice mandò a lui i vescovi di Concordia e di Terni e maestro Graziano suo confessore, trattando di comporre insieme le cose sue e quelle del re Alfonso. Ma era diversa la intenzione di Carlo, risoluto di non concordare se non col pontefice solo: però mandò a lui.. monsignore della Tramoglia e... di Gannai presidente del parlamento di..., e vi andorno per la medesima cagione il cardinale Ascanio e Prospero Colonna; i quali non prima arrivati che Alessandro, quale si fusse la causa, mutato proposito, messe subito il duca di Calavria con tutto l'esercito in Roma, e fatti ritenere Ascanio e Prospero gli fece custodire nella Mole d'Adriano detta già il Castello di Crescenzio, oggi Castello Sant'Angelo, dimandando loro la restituzione d'Ostia: nel quale tumulto furono dalle genti aragonesi fatti prigioni gli oratori franzesi, ma questi il pontefice fece subito liberare, né molti dí poi fece il medesimo d'Ascanio e di Prospero, costringendogli nondimeno a partirsi da Roma subitamente. Mandò dipoi al re, il quale si era fermato a Nepi, Federigo da San Severino cardinale, cominciando a trattare solamente delle cose proprie; e nondimeno con l'animo molto ambiguo: perché ora di fermarsi alla difesa di Roma deliberava, e però permetteva che Ferdinando e i capitani attendessino ne' luoghi piú deboli a fortificarla; ora parendogli cosa difficile il sostenerla, per essere le vettovaglie marittime da quegli che erano in Ostia interrotte e per il numero infinito di forestieri pieni di varie volontà e per la diversità delle fazioni tra i romani, inclinava a partirsi di Roma, e però aveva voluto che nel collegio ciascuno de' cardinali gli promettesse per scrittura di mano propria di seguitarlo; ora, spaventato dalle difficoltà e da' pericoli imminenti a qualunque di queste deliberazioni, voltava l'animo all'accordo. Nelle quali ambiguità mentre che sta sospeso i franzesi correvano di qua dal Tevere tutto il paese, occupando ora una terra ora un'altra, perché non si trovava piú luogo niuno che resistesse, niuno piú che non cedesse all'impeto loro; seguitando l'esempio degli altri insino a quegli che avevano cagioni grandissime di opporsi, insino a Verginio Orsino, astretto con tanti vincoli di fede d'obligazione e d'onore alla casa d'Aragona, capitano generale dell'esercito regio, gran conestabile del regno di Napoli, congiunto a Alfonso con parentado molto stretto, perché a Gian Giordano suo figliuolo era maritata una figliuola naturale di Ferdinando re morto, e che da loro aveva ricevuto stati nel reame tanti favori. Dimenticatosi di tutte queste cose, né meno dimenticatosi che dagli interessi suoi le calamità aragonesi avevano avuto la prima origine, consentí, con ammirazione de' franzesi non assueti a queste sottili distinzioni de' soldati d'Italia, che restando agli stipendi del re di Napoli la sua persona, i figliuoli convenissino col re di Francia; obligandosi dargli, nello stato teneva nel dominio della Chiesa, ricetto passo e vettovaglie, e dipositare Campagnano e certe altre terre in mano del cardinale Gurgense, che promettesse restituirle subito che l'esercito fusse uscito dal territorio romano: e nel medesimo modo convennono congiuntamente il conte di Pitigliano e gli altri della famiglia Orsina. Il quale accordo come fu fatto, Carlo andò da Nepi a Bracciano, terra principale di Verginio, e a Ostia mandò Luigi monsignore di Ligní e Ivo monsignore di Allegri con cinquecento lancie e con dumila svizzeri, acciocché passando il Tevere e uniti coi Colonnesi che correvano per tutto, si sforzassino d'entrare in Roma; i quali per mezzo de' romani della fazione loro speravano a ogni modo di conseguirlo, con tutto che per i tempi diventati sinistri le difficoltà fussino accresciute. Già Civitavecchia, Corneto e finalmente quasi tutto il territorio di Roma era ridotto alla divozione franzese; già tutta la corte, già tutto il popolo romano, in grandissima sollevazione e terrore, chiamavano ardentemente la concordia: però il pontefice, ridotto in pericolosissimo frangente e vedendo mancare continuamente i fondamenti del difendersi, non si riteneva per altro che per la memoria di essere stato de' primi a incitare il re alle cose di Napoli, e dipoi, senza essergliene stata data cagione alcuna, avere con l'autorità co' consigli e con l'armi fattagli pertinace resistenza; onde meritamente dubitava dovere essere del medesimo valore la fede che e' ricevesse dal re che quella che il re aveva ricevuta da lui. Accresceva il terrore il vedergli appresso con autorità non piccola il cardinale di San Piero in Vincola e molti altri cardinali inimici suoi; per le persuasioni de' quali, per il nome cristianissimo de' re di Francia, per la fama inveterata della religione di quella nazione, e per l'espettazione, che è sempre maggiore, di quegli che sono noti per nome solo, temeva che 'l re non voltasse l'animo a riformare, come già cominciava a divulgarsi, le cose della Chiesa: pensiero a lui sopra modo terribile, che si ricordava con quanta infamia fusse asceso al pontificato, e averlo continuamente amministrato con costumi e con arti non disformi da principio tanto brutto. Alleggerissi questo sospetto per la diligenza e efficaci promesse del re, il quale desiderando sopra ogni cosa accelerare l'andata sua al regno di Napoli, e però non pretermettendo opera alcuna per rimuoversi l'impedimento del pontefice, gli mandò di nuovo imbasciadori il siniscalco di Belcari, il marisciallo di Gies e il medesimo presidente di Gannai: i quali, sforzandosi di persuadergli non essere l'intenzione del re di mescolarsi in quello che apparteneva all'autorità pontificale né domandargli se non quanto fusse necessario alla sicurtà del passare innanzi, feciono instanza che e' consentisse al re l'entrare in Roma; affermando questo essere sommamente desiderato da lui, non perché e' non fusse in sua potestà l'entrarvi con l'armi ma per non essere necessitato di mancare a lui di quella riverenza la quale avevano a' pontefici romani portata sempre i suoi maggiori; e che, subito che il re fusse entrato in Roma, le differenze state tra loro si convertirebbono in sincerissima benivolenza e congiunzione. Dure condizioni parevano al pontefice spogliarsi innanzi a ogni cosa degli aiuti degli amici, e rimettendosi totalmente in potestà dello inimico riceverlo prima in Roma che stabilire seco le cose sue; ma finalmente, giudicando che di tutti i pericoli questo fusse il minore, consentite queste dimande, fece partire di Roma il duca di Calavria col suo esercito, ma ottenuto prima per lui salvocondotto da Carlo perché sicuramente potesse passare per tutto lo stato ecclesiastico. Ma Ferdinando, avendolo magnanimamente rifiutato, uscí di Roma per la porta di San Sebastiano, l'ultimo dí dell'anno mille quattrocento novantaquattro, nell'ora propria che per la porta di Santa Maria del popolo vi entrava con l'esercito franzese il re, armato, con la lancia in sulla coscia, come era entrato in Firenze; e nel tempo medesimo il pontefice, pieno di incredibile timore e ansietà, si era ritirato in Castel Sant'Angelo, non accompagnato da altri cardinali che da Batista Orsino e da Ulivieri Caraffa napoletano. Ma il Vincola, Ascanio, i cardinali Colonnese e Savello e molt'altri non cessavano di fare instanza col re, che rimosso di quella sedia uno pontefice pieno di tanti vizi e abominevole a tutto 'l mondo se ne eleggesse un altro, dimostrandogli non essere meno glorioso al nome suo liberare dalla tirannide d'uno papa scelerato la Chiesa d'Iddio che fusse stato a Pipino e a Carlo magno suoi antecessori liberare i pontefici di santa vita dalle persecuzioni di coloro che ingiustamente gli opprimevano. Ricordavangli questa deliberazione essere non manco necessaria per la sicurtà sua che desiderabile per la gloria: perché, come potrebbe mai confidarsi nelle promesse di Alessandro, uomo per natura pieno di fraude, insaziabile nelle cupidità, sfacciatissimo in tutte le sue azioni e, come aveva dimostrato l'esperienza, di ardentissimo odio contro al nome franzese? né che ora si riconciliava spontaneamente ma sforzato dalla necessità e dal timore? Per i conforti de' quali e perché il pontefice, nelle condizioni che si trattavano, recusava di concedere a Carlo Castel Sant'Angelo per assicurarlo di quello gli promettesse, furono due volte cavate l'artiglierie del palagio di San Marco, nel quale Carlo alloggiava, per piantarle intorno al castello. Ma né il re aveva per sua natura inclinazione a offendere il pontefice, e nel consiglio suo piú intimo potevano quegli i quali Alessandro con doni e con speranze s'aveva fatti benevoli. Però finalmente convennono: che tra 'l pontefice e il re fusse amicizia perpetua e confederazione per la difesa comune: che al re per sua sicurezza si dessino, per tenerle insino all'acquisto del reame di Napoli, le rocche di Civitavecchia, di Terracina e di Spuleto; benché questa non gli fu poi consegnata: non riconoscesse il pontefice offesa o ingiuria alcuna contro a cardinali, né contro a' baroni sudditi della Chiesa, i quali aveano seguitato le parti del re: investisselo il pontefice del regno di Napoli: concedessegli Gemin ottomanno fratello di Baiset, il quale dopo la morte di Maumet padre comune, perseguitato da Baiset (secondo la consuetudine efferata degli ottomanni, i quali stabiliscono la successione nel principato col sangue de' fratelli e di tutti i piú prossimi) e perciò rifuggito a Rodi e di quivi condotto in Francia, era finalmente stato messo in potestà di Innocenzio pontefice; donde Baiset, usando l'avarizia de' vicari di Cristo per instrumento a tenere in pace lo imperio inimico alla fede cristiana, pagava ciascun anno, sotto nome delle spese che si facevano in alimentarlo e custodirlo, ducati quarantamila a' pontefici, acciocché fussino manco pronti a liberarlo o a concederlo a altri príncipi contro a sé. Fece instanza Carlo d'averlo per facilitarsi col mezzo suo l'impresa contro a' turchi, la quale, enfiato da vane adulazioni de' suoi, pensava, vinti che avesse gli aragonesi, di incominciare. E perché gli ultimi quarantamila ducati mandati dal turco erano stati tolti a Sinigaglia dal prefetto di Roma, che il pontefice e la pena e la restituzione di essi gli rimettesse. A queste cose si aggiunse che 'l cardinale di Valenza seguitasse, come legato apostolico, tre mesi, il re, ma in verità per statico delle promesse paterne. Fermata la concordia, il pontefice ritornò al palagio pontificale in Vaticano; e da poi, con la pompa e cerimonie consuete a ricevere i re grandi, ricevé il re nella chiesa di San Piero; il quale, avendogli, secondo il costume antico, genuflesso baciati i piedi e dipoi ammesso a baciargli il volto, intervenne un altro giorno alla messa pontificale, sedendo il primo dopo il primo vescovo cardinale; e secondo il rito antico dette al papa, celebrante la messa, l'acqua alle mani. Delle quali cerimonie il pontefice, perché si conservassino nella memoria de' posteri, fece fare pittura in una loggia del Castello di Santo Angelo. Publicò di piú a instanza sua cardinali il vescovo di San Malò e il vescovo di Umans della casa di Luzimborgo, né omesse dimostrazione alcuna d'essersi seco sinceramente e fedelmente reconciliato.

                                             

                                                 Lib.1, cap.18

                                                  

                                                 Favore delle popolazioni del reame di Napoli per i francesi. Alfonso d'Aragona abbandona l'autorità di re a favore del figliuolo Ferdinando e fugge a Mazari in Sicilia. Ferocia dei francesi al Monte di San Giovanni.

                                                  

                                                 Dimorò Carlo in Roma circa uno mese, non avendo per ciò cessato di mandare gente a' confini del regno napoletano: nel quale già ogni cosa tumultuava in modo che l'Aquila e quasi tutto l'Abruzzi aveva, prima che 'l re partisse di Roma, alzate le sue bandiere, e Fabrizio Colonna aveva occupato i contadi d'Albi e di Tagliacozzo; né era molto piú quieto il resto del reame. Perché subito che Ferdinando fu partito da Roma cominciorono i frutti dell'odio che i popoli portavano ad Alfonso ad apparire, aggiugnendosi la memoria di molte acerbità usate da Ferdinando suo padre; donde, esclamando con grandissimo ardore delle iniquità de' governi passati e della crudeltà e superbia d'Alfonso, il desiderio della venuta de' franzesi palesemente dimostravano; in modo che le reliquie antiche della fazione angioina, benché congiunte con la memoria e col seguito di tanti baroni stati scacciati e incarcerati in vari tempi da Ferdinando, cosa per sé di somma considerazione e potente instrumento ad alterare, facevano in questo tempo, a comparazione dell'altre cagioni, piccolo momento: tanto senza questi stimoli era concitata e ardente la disposizione di tutto il regno contro ad Alfonso. Il quale, intesa che ebbe la partita del figliuolo da Roma, entrò in tanto terrore che, dimenticatosi della fama e gloria grande la quale con lunga esperienza aveva acquistato in molte guerre d'Italia, e disperato di potere resistere a questa fatale tempesta, deliberò di abbandonare il regno, rinunziando il nome e l'autorità reale a Ferdinando, e avendo forse qualche speranza che rimosso con lui l'odio sí smisurato, e fatto re uno giovane di somma espettazione, il quale non aveva offeso alcuno e quanto a sé era in assai grazia appresso a ciascuno, allenterebbe per avventura ne' sudditi il desiderio de' franzesi: il quale consiglio, se forse anticipato arebbe fatto qualche frutto, differito a tempo che le cose non solo erano in veemente movimento ma già cominciate a precipitare, non bastava piú a fermare tanta rovina. È fama eziandio (se però è lecito tali cose non del tutto disprezzare) che lo spirito di Ferdinando apparí tre volte in diverse notti a Iacopo primo cerusico della corte, e che prima con mansuete parole dipoi con molte minaccie gli impose dicesse ad Alfonso, in suo nome, che non sperasse di potere resistere al re di Francia, perché era destinato che la progenie sua, travagliata da infiniti casi e privata finalmente di sí preclaro regno, si estinguesse. Esserne cagione molte enormità usate da loro, ma sopra tutte quella che, per le persuasioni fattegli da lui quando tornava da Pozzuolo, nella chiesa di San Lionardo in Chiaia appresso a Napoli aveva commessa: né avendo espresso altrimenti i particolari, stimorono gli uomini che Alfonso l'avesse in quel luogo persuaso a fare morire occultamente molti baroni, i quali lungo tempo erano stati incarcerati. Quel che di questo sia la verità, certo è che Alfonso, tormentato dalla coscienza propria, non trovando né dí né notte requie nell'animo, e rappresentandosegli nel sonno l'ombre di quegli signori morti, e il popolo per pigliare supplicio di lui tumultuosamente concitarsi, conferito quel che aveva deliberato solamente con la reina sua matrigna, né voluto, a' prieghi suoi, comunicarlo né col fratello né col figliuolo, né soprastare pure due o tre dí soli per finire l'anno intero del suo regno, si partí con quattro galee sottili cariche di molte robe preziose; dimostrando nel partire tanto spavento che pareva fusse già circondato da' franzesi, e voltandosi paurosamente a ogni strepito come temendo che gli fussino congiurati contro il cielo e gli elementi; e si fuggí a Mazari terra in Sicilia, statagli prima donata da Ferdinando re di Spagna.

                                            Ebbe il re di Francia, all'ora medesima che si partiva di Roma, avviso della sua fuga. Il quale come fu arrivato a Velletri, il cardinale di Valenza fuggí occultamente da lui: della quale cosa benché il padre facesse gravi querele, offerendo d'assicurare il re in qualunque modo volesse, si credette fusse stato per suo comandamento, come quello che voleva fusse in sua facoltà l'osservare o no le convenzioni fatte con lui. Da Velletri andò l'antiguardia a Montefortino, terra posta nella campagna della Chiesa e suddita a Iacopo Conte barone romano; il quale, condotto prima agli stipendi di Carlo, si era di poi, potendo piú in lui l'odio de' Colonnesi che l'onore proprio, condotto con Alfonso: il quale castello battuto dall'artiglierie, benché fortissimo di sito, presono i franzesi in pochissime ore, ammazzando tutti quegli che v'erano dentro eccetto tre suoi figliuoli con alcuni altri che rifuggiti nella fortezza, come veddono dirizzarvisi l'artiglierie, s'arrenderono prigioni. Andò dipoi l'esercito al Monte di San Giovanni, terra del marchese di Pescara, posta in su i confini del regno nella medesima campagna, la quale forte di sito e di munizione non era meno munita di difensori, perché vi erano dentro trecento fanti forestieri e cinquecento degli abitatori dispostissimi a ogni pericolo, in modo si giudicava non si dovesse espugnare se non in ispazio di molti dí. Ma i franzesi avendolo battuto con l'artiglierie poche ore, gli dettono, presente il re che vi era venuto da Veroli, con tanta ferocia la battaglia che, superate tutte le difficoltà, l'espugnorono per forza il dí medesimo: dove, per il furore loro naturale e per indurre con questo esempio gli altri a non ardire di resistere, commessono grandissima uccisione; e dopo avervi esercitato ogn'altra specie di barbara ferità incrudelirono contro agli edifici col fuoco. Il quale modo di guerreggiare, non usato molti secoli in Italia, empié tutto il regno di grandissimo terrore, perché nelle vittorie, in qualunque modo acquistate, l'ultimo dove soleva procedere la crudeltà de' vincitori era spogliare e poi liberare i soldati vinti, saccheggiare le terre prese per forza e fare prigioni gli abitatori perché pagassino le taglie, perdonando sempre alla vita degli uomini i quali non fussino stati ammazzati nello ardore del combattere.

                                             

                                                 Lib.1, cap.19

                                                  

                                                 Le truppe aragonesi si ritirano a Capua. Gianiacopo da Triulzio, durante l'assenza di Ferdinando, stringe accordi per la resa con Carlo VIII. Parole di Ferdinando ai napoletani. Partenza di Ferdinando da Napoli. Verginio Orsini e il conte di Pitigliano fatti prigioni dai francesi. Entrata di Carlo in Napoli.

                                                  

                                                 Questa fu quanta resistenza e fatica avesse il re di Francia nel conquisto d'un regno sí nobile e sí magnifico, nella difesa del quale non si dimostrò né virtú né animo né consiglio, non cupidità d'onore non potenza non fede. Perché il duca di Calavria, il quale dopo la partita da Roma si era ritirato in su i confini del reame, poiché richiamato a Napoli per la fuga del padre ebbe assunto, con le solennità ma non già con la pompa né con la letizia consuete, l'autorità e il titolo reale, raccolto l'esercito, nel quale erano cinquanta squadre di cavalli e seimila fanti di gente eletta e sotto capitani de' piú stimati d'Italia, si fermò a San Germano per proibire che gli inimici non passassino piú innanzi, invitandolo l'opportunità del luogo, cinto da una parte di montagne alte e aspre, dall'altra di paese paludoso e pieno di acque, e a fronte il fiume del Garigliano (dicevanlo gli antichi Liri), benché in quel luogo non sí grosso che qualche volta non si guadi; donde per la strettezza del passo è detto meritamente San Germano essere una delle chiavi delle porte del regno di Napoli: e mandò similmente gente in sulla montagna vicina, alla guardia del passo di Cancelle. Ma già l'esercito suo, incominciato a impaurire del nome solo de' franzesi, non dimostrava piú vigore alcuno, e i capitani, parte pensando a salvare se medesimi e gli stati propri, come quegli i quali della difesa del regno si diffidavano, parte desiderosi di cose nuove, cominciavano a vacillare non meno di fede che di animo; né si stava senza timore, essendo il reame tutto in grandissima sollevazione, che alle spalle qualche pericoloso disordine non nascesse. Però soprafatto il consiglio dalla viltà, come espugnato il Monte di San Giovanni intesono avvicinarsi il marisciallo di Gies col quale erano trecento lancie e una parte de' fanti, si levorno vituperosamente da San Germano, e con tanto timore che lasciorno abbandonati per il cammino otto pezzi di grossa artiglieria, e si ridussono in Capua: la quale città il nuovo re, confidandosi nell'amore de' capuani verso la casa d'Aragona e nella fortezza del sito, per avere a fronte il fiume Volturno che è quivi molto profondo, sperava difendere; e nel tempo medesimo, non distraendo le sue forze in altri luoghi, tenere Napoli e Gaeta. Seguitavano dietro a lui di mano in mano i franzesi ma sparsi e disordinati, facendosi innanzi piú tosto a uso di cammino che di guerra, andando ciascuno dove gli paresse dietro all'occasione di predare, senza ordine senza bandiere senza comandamento de' capitani, e alloggiando il piú delle volte una parte di loro, alla notte, ne' luoghi donde la mattina erano diloggiati gli aragonesi.

                                            Ma né a Capua si dimostrò maggiore virtú o fortuna. Perché, poi che Ferdinando v'ebbe alloggiato l'esercito, il quale dopo la ritirata da San Germano era molto diminuito di numero, inteso per lettere della reina essere in Napoli nata, per la perdita di San Germano, sollevazione tale che non vi andando lui si susciterebbe qualche tumulto, vi cavalcò con piccola compagnia, per rimediare con la presenza sua a questo pericolo; avendo promesso di ritornare a Capua il dí seguente. Ma Gianiacopo da Triulzi, al quale commesse la cura di quella città, aveva già occultamente chiesto al re di Francia uno araldo per avere facoltà di andare sicuro a lui; il quale come fu arrivato, il Triulzio con alcuni gentiluomini capuani andò a Calvi, dove il dí medesimo era entrato il re, non ostante che per molti altri della terra, disposti a osservare la fede a Ferdinando, con altiere parole contradetto gli fusse. A Calvi subito introdotto innanzi al re, cosí armato come era andato, parlò in nome de' capuani e de' soldati: che vedendo mancate le forze di difendersi a Ferdinando, al quale mentre vi era stata speranza alcuna avevano servito fedelmente, deliberavano di seguitare la fortuna sua quando fussino accettati con oneste condizioni; aggiugnendo che non si diffidava di condurre a lui la persona di Ferdinando, purché volesse riconoscerlo come sarebbe conveniente. Alle quali cose il re rispose con gratissime parole accettando l'offerte de' capuani e de' soldati, e la venuta eziandio di Ferdinando, pure che e' sapesse non avere a ritenere parte alcuna benché minima del reame di Napoli ma a ricevere stati e onori nel regno di Francia. È dubbio quel che inducesse a tanta trasgressione Gianiacopo da Triulzi, capitano valoroso e solito a fare professione d'onore. Affermava egli di essere andato con volontà di Ferdinando per tentare di comporre le cose sue col re di Francia, dalla quale speranza essendo del tutto escluso, e manifesto non si potere piú difendere con l'armi il regno di Napoli, gli era paruto non solo lecito ma laudabile provedere in uno tempo medesimo alla salute de' capuani e de' soldati. Ma altrimenti sentirono gli uomini comunemente, perché si credette averlo mosso il desiderare la vittoria del re di Francia, sperando che occupato il regno di Napoli avesse a volgere l'animo al ducato di Milano; nella quale città essendo egli nato di nobilissima famiglia, né gli parendo avere appresso a Lodovico Sforza, o per il favore immoderato de' Sanseverini o per altro rispetto, luogo pari alle virtú e meriti suoi, si era totalmente alienato da lui: per la quale cagione molti avevano sospettato che prima, in Romagna, avesse confortato Ferdinando a procedere piú cautamente che forse qualche volta non consigliavano l'occasioni.

                                            Ma in Capua, già innanzi al ritorno del Triulzio, ogni cosa aveva fatto mutazione: andato a sacco l'alloggiamento e i cavalli di Ferdinando, le genti d'armi cominciate a disperdersi in vari luoghi, e Verginio e il conte di Pitigliano con le compagnie loro ritiratisi a Nola, città posseduta dal conte per donazione degli Aragonesi, avendo prima mandato a chiedere per sé e per le genti salvocondotto da Carlo. Ritornava al termine promesso Ferdinando, avendo, col dare speranza della difesa di Capua, quietati secondo il tempo gli animi de' napoletani, né sapendo quel che dopo la partita sua fusse accaduto. Era già vicino a due miglia quando, intendendosi il ritorno suo, tutto il popolo per non lo ricevere si levò in arme, mandatigli di consiglio comune incontro alcuni della nobiltà a significargli che non venisse piú innanzi, perché la città, vedendosi abbandonata da lui, andato il Triulzio governatore delle sue genti al re di Francia, saccheggiato da' soldati propri l'alloggiamento suo e i cavalli, partitisi Verginio e il conte di Pitigliano, dissoluto quasi tutto l'esercito, era stata necessitata per la salute propria di cedere al vincitore. Donde Ferdinando, poiché insino con le lacrime ebbe fatta invano instanza di essere ammesso, se ne ritornò a Napoli, certo che tutto 'l regno seguiterebbe l'esempio de' capuani: dal quale mossa la città d'Aversa, posta tra Capua e Napoli, mandò subito imbasciadori a darsi a Carlo. E trattando questo medesimo già manifestamente i napoletani, deliberato l'infelice re di non repugnare all'impeto tanto repentino della fortuna, convocati in sulla piazza del Castelnuovo, abitazione reale, molti gentiluomini e popolari, usò con loro queste parole: - Io posso chiamare in testimonio Dio e tutti quegli a' quali sono stati noti per il passato i concetti miei, che io mai per cagione alcuna tanto desiderai di pervenire alla corona quanto per dimostrare a tutto il mondo gli acerbi governi del padre e dell'avolo mio essermi sommamente dispiaciuti, e per riguadagnare con le buone opere quello amore del quale essi per le loro acerbità si erano privati. Non ha permesso l'infelicità della casa nostra che io possa ricôrre questo frutto molto piú onorato che l'essere re, perché il regnare depende spesso dalla fortuna ma l'essere re che si proponga per unico fine la salute e la felicità de' popoli suoi depende solamente da se medesimo e dalla propria virtú. Sono le cose nostre ridotte in angustissimo luogo, e potremo piú presto lamentarci noi d'avere perduto il reame per la infedeltà e poco valore de' capitani e eserciti nostri che non potranno gloriarsi gl'inimici d'averlo acquistato per propria virtú; e nondimeno non saremmo privi del tutto di speranza se ancora qualche poco di tempo ci sostenessimo, perché e da' re di Spagna e da tutti i príncipi d'Italia si prepara potente soccorso, essendosi aperti gli occhi di coloro i quali non avevano prima considerato lo incendio, il quale abbrucia il reame nostro, dovere, se non vi proveggono, aggiugnere similmente agli stati loro; e almeno a me non mancherebbe l'animo di terminare insieme il regno e la vita con quella gloria che si conviene a uno re giovane, disceso per sí lunga successione di tanti re, e all'espettazione che insino a ora avete tutti avuta di me. Ma perché queste cose non si possono tentare senza mettere la patria comune in gravissimi pericoli, sono piú tosto contento di cedere alla fortuna, di tenere occulta la mia virtú, che per sforzarmi di non perdere il mio regno essere cagione di effetti contrari a quel fine per il quale avevo desiderato di essere re. Consiglio e conforto voi che mandiate a prendere accordo col re di Francia, e perché possiate farlo senza macula dell'onore vostro, v'assolvo liberamente dall'omaggio e dal giuramento che pochi dí sono mi faceste; e vi ricordo che con l'ubbidienza e con la prontezza del riceverlo vi sforziate di mitigare la superbia naturale de' franzesi. Se i costumi barbari vi faranno venire in odio l'imperio loro e desiderare il ritorno mio io sarò in luogo da potere aiutare la vostra volontà, pronto a esporre sempre la propria vita per voi a ogni pericolo; ma se lo imperio loro vi riuscirà benigno, da me non riceverà giammai questa città né questo reame travaglio alcuno. Consolerannosi per il vostro bene le miserie mie, e molto piú mi consolerà se io saprò che in voi resti qualche memoria che io, né primogenito regio né re, non ingiuriai mai persona; che in me non si vidde mai segno alcuno di avarizia, segno alcuno di crudeltà; che a me non hanno nociuto i miei peccati ma quegli de' padri miei; che io sono deliberato di non essere mai cagione che, o per conservare il regno o per recuperarlo, abbia a patire alcuno di questo reame; che piú mi dispiace il perdere la facoltà di emendare i falli del padre e dello avolo che il perdere l'autorità e lo stato reale. Benché esule e spogliato della patria e del regno mio, mi riputerò non al tutto infelice se in voi resterà memoria di queste cose, e una ferma credenza che io sarei stato re piú presto simile ad Alfonso vecchio mio proavo che a Ferdinando e a questo ultimo Alfonso. -

                                            Non potette essere che queste parole non fussino udite con molta compassione, anzi certo è che a molti commossono le lagrime; ma era tanto esoso in tutto il popolo e quasi in tutta la nobiltà il nome de' due ultimi re, tanto il desiderio de' franzesi, che per questo non si fermò in parte alcuna il tumulto, ma subito che esso fu ritirato nel castello, il popolo cominciò a saccheggiare le stalle sue, che erano in sulla piazza: la quale indegnità non potendo egli sopportare, accompagnato da pochi corse fuori con generosità grande a proibirlo; e potette tanto nella città già ribellata la maestà del nome reale che ciascuno, fermato l'impeto, si discostò dalle stalle. Ma ritornato nel castello, e facendo abbruciare e sommergere le navi le quali erano nel porto, poi che altrimenti non poteva privarne gl'inimici, incominciò per qualche segno a sospettare che i fanti tedeschi, che in numero cinquecento stavano alla guardia del castello, pensassino di farlo prigione: però con subito consiglio donò loro le robe che in quello si conservavano. Le quali mentre che attendono a dividere, egli, avendo prima liberati di carcere, eccetto il principe di Rossano e il conte di Popoli, tutti i baroni avanzati alla crudeltà del padre e dell'avolo, uscito del castello per la porta del soccorso, montò in sulle galee sottili che l'aspettavano nel porto, e con lui don Federigo e la reina vecchia, moglie già dell'avolo, con Giovanna sua figliuola; e seguitato da pochissimi de' suoi navigò all'isola d'Ischia, detta dagli antichi Enaria, vicina a Napoli a trenta miglia: replicando spesso con alta voce, mentre che aveva innanzi agli occhi il prospetto di Napoli, il versetto del salmo del profeta che contiene essere vane le vigilie di coloro che custodiscono la città la quale da Dio non è custodita. Ma non se gli rappresentando oramai altro che difficoltà, ebbe a fare in Ischia esperienza della sua virtú, e della ingratitudine e infedeltà che si scuopre contro a coloro i quali sono percossi dalla fortuna; perché non volendo il castellano della rocca riceverlo se non con uno compagno solo, egli come fu dentro se gli gittò addosso con tanto impeto che con la ferocia e con la memoria dell'autorità regia, spaventò in modo gli altri che in potestà sua ridusse subito il castellano e la rocca.

                                            Per la partita di Ferdinando da Napoli ciascuno cedeva per tutto, come a uno impetuosissimo torrente, alla fama sola de' vincitori, e con tanta viltà che dugento cavalli della compagnia di Ligní andati a Nola, dove con quattrocento uomini d'arme si erano ridotti Verginio e il conte di Pitigliano, gli feceno senza ostacolo alcuno prigioni; perché essi, parte confidandosi nel salvocondotto il quale avevano avviso da i suoi essere stato conceduto dal re, parte menati dal medesimo terrore dal quale erano menati tutti gli altri, senza contrasto s'arrenderono; donde furno condotti prigioni alla rocca di Mondracone, e messe in preda tutte le genti loro.

                                                 Avevano in questo mezzo trovato Carlo in Aversa gl'imbasciadori napoletani mandati a dargli quella città. A' quali avendo conceduto con somma liberalità molti privilegi e esenzioni, entrò il dí seguente, che fu il vigesimo primo di febbraio in Napoli, ricevuto con tanto plauso e allegrezza d'ognuno che vanamente si tenterebbe di esprimerlo, concorrendo con esultazione incredibile ogni sesso ogni età ogni condizione ogni qualità ogni fazione d'uomini, come se fusse stato padre e primo fondatore di quella città; né manco degli altri, quegli che, o essi o i maggiori loro, erano stati esaltati o beneficati dalla casa d'Aragona. Con la quale celebrità andato a visitare la chiesa maggiore, fu dipoi, perché Castelnuovo si teneva per gl'inimici, condotto a alloggiare in Castelcapuano, già abitazione antica de' re franzesi: avendo con maraviglioso corso di inaudita felicità, sopra l'esempio ancora di Giulio Cesare, prima vinto che veduto; e con tanta facilità che e' non fusse necessario in questa espedizione né spiegare mai uno padiglione né rompere mai pure una lancia, e fussino tanto superflue molte delle sue provisioni che l'armata marittima, preparata con gravissima spesa, conquassata dalla violenza del mare e traportata nell'isola di Corsica, tardò tanto ad accostarsi a' liti del reame che prima il re era già entrato in Napoli. Cosí per le discordie domestiche, per le quali era abbagliata la sapienza tanto famosa de' nostri príncipi, si alienò, con sommo vituperio e derisione della milizia italiana e con gravissimo pericolo e ignominia di tutti, una preclara e potente parte d'Italia dallo imperio degli italiani allo imperio di gente oltramontana. Perché Ferdinando vecchio, se bene nato in Ispagna, nondimeno, perché insino dalla prima gioventú era stato, o re o figliuolo di re, continuamente in Italia, e perché non aveva principato in altra provincia, e i figliuoli e i nipoti, tutti nati e nutriti a Napoli, erano meritamente riputati italiani.

                                                  

                                                 Lib.2, cap.1

                                                  

                                                 I pisani avversi al dominio de' fiorentini chiedono aiuti a Siena a Lucca a Venezia e a Lodovico Sforza. Aspirazione di questo al dominio di Pisa. Burgundio Lolo, pisano, denuncia a Carlo in Roma il malgoverno de' fiorentini nella sua città. Risponde in difesa de' fiorentini Francesco Soderini. Subdola condotta di Carlo verso i fiorentini. Aiuti del duca di Milano a' pisani.

                                                  

                                            Mentre che queste cose si facevano in Roma e nel reame napoletano, crescevano in altra parte d'Italia le faville d'uno piccolo fuoco, destinato a partorire alla fine grandissimo incendio in danno di molti, ma principalmente contro a colui che per troppa cupidità di dominare l'avesse suscitato e nutrito. Perché, ancoraché il re di Francia si fusse convenuto in Firenze, che tenendo lui Pisa insino all'acquisto di Napoli, la giurisdizione e l'entrate appartenessino a' fiorentini, nondimeno, partendosi da Firenze, non aveva lasciato provisione, o posto ordine alcuno, per la osservanza di tale promessa; in modo che i pisani, a' quali inclinava il favore del commissario e de' soldati lasciati dal re alla guardia di quella città, deliberati di non ritornare piú sotto il dominio fiorentino, avevano cacciati gli ufficiali e tutti i fiorentini che v'erano rimasti, alcuni n'aveano incarcerati, occupate le robe e tutti i beni loro, e confermata totalmente con le dimostrazioni e con l'opere la ribellione. Nella quale per potere perseverare non solo mandorono imbasciadori al re, da poi che fu partito da Firenze, che difendessino la causa loro, ma disposti a fare ogni opera per ottenere aiuto da ciascuno, ne mandorono, incontinente che furno ribellati, a Siena e a Lucca; le quali città, essendo inimicissime al nome fiorentino, non potevano con animi piú allegri la pisana ribellione avere udito, e perciò insieme gli proveddono di qualche quantità di danari, e i sanesi vi mandorono subito alcuni cavalli. Tentorono medesimamente i pisani, mandati oratori a Vinegia, l'animo di quel senato; dal quale, benché ricevuti benignamente, non riportorono speranza alcuna. Ma il principale fondamento facevano nel duca di Milano, perché non dubitavano che, sí come era stato autore della loro ribellione, sarebbe disposto a mantenergli; il quale, benché a' fiorentini dimostrasse altrimenti, attese in segreto a mettere loro animo con molti conforti e offerte, e persuase occultamente a' genovesi che provedessino i pisani d'armi e di munizioni, e che mandassino uno commissario in Pisa e trecento fanti. I quali, per la inimicizia grande che avevano co' fiorentini, nata dal dispiacere che ebbono dell'acquisto di Pisa, e quando poi comperorono, a tempo di Tommaso Fregoso loro doge, il porto di Livorno il quale essi possedevano, e accresciuta ultimatamente quando i fiorentini tolsono loro Pietrasanta e Serezana, non solo furono pronti a queste cose ma avevano già occupata la maggiore parte delle terre le quali i fiorentini nella Lunigiana possedevano, e già sotto pretesto d'una lettera regia, ottenuta per la restituzione di certi beni confiscati, nelle cose di Pietrasanta si intromettevano. Delle quali azioni querelandosi i fiorentini a Milano, il duca rispondeva non essere in sua potestà, secondo i capitoli che aveva co' genovesi, di proibirle, e sforzandosi di sodisfare loro con le parole e dando varie speranze, non cessava d'operare co' fatti tutto il contrario; come quello che sperava, non si recuperando Pisa per i fiorentini, avere facilmente a ridurla sotto il suo dominio, il che per la qualità della città e per l'opportunità del sito ardentissimamente desiderava: cupidità non nuova in lui ma incominciata insino quando, cacciato da Milano poco dopo la morte di Galeazzo suo fratello, per sospetto che ebbe di lui madonna Bona madre e tutrice del piccolo duca, vi stette confinato molti mesi. Stimolavalo oltre a questo la memoria che Pisa, innanzi venisse in potestà de' fiorentini, era stata dominata da Giovan Galeazzo Visconte primo duca di Milano; per il che e stimava essergli glorioso recuperare quel che era stato posseduto da' suoi maggiori e gli pareva potervi pretendere colore di ragione, come se a Giovan Galeazzo non fusse stato lecito lasciare per testamento, in pregiudicio de' duchi di Milano suoi successori, a Gabrielmaria suo figliuolo naturale Pisa, acquistata da sé ma con le pecunie e con le forze del ducato di Milano. Né contenti i pisani d'avere levato la città dalla ubbidienza de' fiorentini attendevano a occupare le terre del contado di Pisa; le quali quasi tutte seguitando, come quasi sempre fanno i contadi, l'autorità della città, riceverono ne' primi dí della ribellione i loro commissari, non si opponendo da principio i fiorentini, occupati, insino non composono col re, in pensieri piú gravi, e aspettando, dopo la partita sua di Firenze, che il re, obligato con sí publico e solenne giuramento, vi provedesse. Ma poiché da lui si differiva il rimedio, mandatavi gente, recuperorno, parte per forza parte per accordo, tutto quello che era stato occupato, eccetto Cascina, Buti e Vicopisano: nelle quali terre i pisani, non essendo potenti a resistere per tutto, avevano ristrette le forze loro.

                                            Né a Carlo in secreto era molesto il procedere de' pisani, la causa de' quali aveva fautori scopertamente molti de' suoi, indotti alcuni da pietà, per la impressione già fatta in quella corte che e' fussino stati dominati acerbamente, altri per opporsi al cardinale di San Malò il quale si dimostrava favorevole a' fiorentini; e sopra tutti il siniscalco di Belcari, corrotto con danari da' pisani ma molto piú perché, malcontento dell'essersi augumentata troppo la grandezza del cardinale, cominciava, secondo le variazioni delle corti, a essere discordante da lui, per la medesima ambizione per la quale, per avere compagnia a sbattere gli altri, l'aveva prima fomentato: e questi, non avendo rispetto a quello che convenisse all'onore e alla fede di tanto re, dimostravano essergli piú utile tenere i fiorentini in questa necessità e conservare Pisa in quello stato, almeno insino a tanto che avesse acquistato il regno di Napoli. Le persuasioni de' quali prevalendo appresso a lui, e però sforzandosi di nutrire l'una parte e l'altra con speranze varie, introdusse, mentre era in Roma, gl'imbasciadori de' fiorentini a udire in presenza sua le querele che gli facevano i pisani; per i quali parlò Burgundio Lolo cittadino di Pisa, avvocato concistoriale nella corte di Roma, lamentandosi acerbissimamente, i pisani essere stati tenuti, ottantotto anni, in sí iniqua e atroce servitú che quella città, la quale aveva già con molte nobilissime vittorie disteso lo imperio suo insino nelle parti dell'Oriente, e la quale era stata delle piú potenti e piú gloriose città di tutta Italia, fusse, per la crudeltà e avarizia de' fiorentini, condotta all'ultima desolazione. Essere Pisa quasi vota d'abitatori, perché la maggiore parte de' cittadini, non potendo tollerare sí aspro giogo, l'aveva spontaneamente abbandonata; il consiglio de' quali essere stato prudentissimo, avere dimostrato le miserie di coloro i quali v'aveva ritenuti l'amore della patria, perché per l'acerbe esazioni del publico e per le rapine insolenti de' privati fiorentini erano rimasti spogliati di quasi tutte le sostanze; né avere piú modo alcuno di sostentarsi, perché con inaudita empietà e ingiustizia si proibiva loro il fare mercatanzie, l'esercitare arti di alcuna sorte eccetto le meccaniche, non essere ammessi a qualità alcuna d'uffici o d'amministrazioni nel dominio fiorentino, eziandio di quelle le quali alle persone straniere si concedevano. Già incrudelirsi da' fiorentini contro alla salute e le vite loro; avendo, per spegnere in tutto le reliquie de' pisani, fatto intermettere la cura di mantenere gli argini e i fossi del contado di Pisa, conservata sempre dai pisani antichi con esattissima diligenza, perché altrimenti era impossibile che per la bassezza del paese, offeso immoderatamente dalle acque, ogn'anno non fussino sottoposti a gravissime infermità. Per queste cagioni cadere per tutto in terra le chiese e i palagi e tanti nobili edifici publichi e privati, edificati con magnificenza e bellezza inestimabile da' maggiori loro. Non essere vergogna alle città preclare se dopo il corso di molti secoli cadevano finalmente in servitú, perché era fatale che tutte le cose del mondo fussino sottoposte alla corruzione; ma la memoria della nobiltà e della grandezza loro dovere piú presto generare nella mente de' vincitori compassione che accrescere acerbità e asprezza, massime che ciascuno aveva a considerare, potere anzi dovere, a qualche tempo, accadere a sé quel medesimo fine che è destinato che accaggia a tutte le città e a tutti gl'imperi. Non restare a' pisani piú cosa alcuna dove potesse distendersi piú la empietà e appetito insaziabile de' fiorentini, ed essere impossibile sopportare piú tante miserie; e perciò avere tutti unitamente determinato d'abbandonare prima la patria, d'abbandonare prima la vita, che ritornare sotto sí iniquo, sotto sí empio dominio. Pregare il re con le lacrime, le quali egli s'immaginasse essere lacrime abbondantissime di tutto il popolo pisano prostrato miserabilmente innanzi a' suoi piedi, che si ricordasse con quanta pietà e giustizia avesse restituita a' pisani la libertà usurpata ingiustissimamente; che, come costante e magnanimo principe, conservasse il beneficio fatto loro, eleggendo piú tosto d'avere il nome di padre e di liberatore di quella città che, rimettendogli in tanto pestifera servitú, diventare ministro della rapacità e della immanità de' fiorentini. Alle quali accusazioni con non minore veemenza rispose Francesco Soderini vescovo di Volterra, il quale fu poi cardinale, uno degli oratori de' fiorentini, dimostrando il titolo della sua republica essere giustissimo, perché avevano, insino nell'anno mille quattrocento quattro, comperato Pisa da Gabriel Maria Visconte legittimo signore; dal quale non prima stati messi in possessione, i pisani avernegli violentemente spogliati ; e però essere stato necessario cercare di ricuperarla con lunga guerra, della quale non era stato manco felice il fine che fusse stata giusta la cagione, né manco gloriosa la pietà de' fiorentini che la vittoria: conciossiaché, avendo avuta occasione di lasciare morire per se stessi i pisani consumati dalla fame, avessino, per rendere loro gli spiriti ridotti all'ultime estremità, nell'entrare con l'esercito in Pisa, condotto seco maggiore quantità di vettovaglia che d'armi. Non avere in tempo alcuno la città di Pisa ottenuto grandezza in terra ferma, anzi, non avendo mai, non ch'altro, potuto dominare Lucca città tanto vicina, essere stata sempre rinchiusa in angustissimo territorio; e la potenza marittima essere stata breve, perché per giusto giudicio di Dio, concitato per molte loro iniquità e scelerate operazioni, e per le lunghe discordie civili e inimicizie tra essi medesimi, era, molt'anni prima che fusse venduta a' fiorentini, caduta d'ogni grandezza e di ricchezze e d'abitatori, e diventata tanto debole che e' fusse riuscito a ser Iacopo d'Appiano, notaio ignobile del contado di Pisa, di farsene signore, e dopo averla dominata piú anni lasciarla ereditaria a' figliuoli. Né importare il dominio di Pisa a'fiorentini se non per l'opportunità del sito e per la comodità del mare, perché l'entrate le quali se ne traevano erano di piccola considerazione, essendo le esazioni sí leggiere che di poco sopravanzavano alle spese che per necessità vi si facevano; con tutto che la piú parte si riscotesse da' mercatanti forestieri, e per beneficio del porto di Livorno. Né essere, circa le mercatanzie arti e uffici, legati i pisani con altre leggi che fussino legate l'altre città suddite de' fiorentini; le quali, confessando essere governate con imperio moderato e mansueto, non desideravano mutare signore, perché non avevano quella alterigia e ostinazione la quale era naturale a' pisani, né anche quella perfidia che in loro era tanto notoria che fusse celebrata per antichissimo proverbio di tutta la Toscana. E se quando i fiorentini acquistorono Pisa molti pisani spontaneamente e subito se ne partirono, essere proceduto dalla superbia loro, impaziente ad accomodare l'animo alle forze proprie e alla fortuna, non per colpa de' fiorentini, i quali gli avevano retti con giustizia e con mansuetudine, e trattati talmente che sotto loro non era Pisa diminuita né di ricchezze né d'uomini; anzi avere con grandissima spesa ricuperato da' genovesi il porto di Livorno, senza il quale porto quella città era restata abbandonata d'ogni comodità ed emolumento: e con l'introdurvi lo studio publico di tutte le scienze e con molt'altri modi, ed eziandio col fare continuare diligentemente la cura de' fossi, essersi sempre sforzati di farla frequente d'abitatori. La verità delle quali cose era sí manifesta che con false lamentazioni e calunnie oscurare non si poteva. Essere permesso a ciascuno il desiderare di pervenire a migliore fortuna, ma dovere anche ciascuno pazientemente tollerare quello che la sorte sua gli ha dato; altrimenti confondersi tutte le signorie e tutti gl'imperi, se a ciascuno che è suddito fusse lecito il cercare di diventare libero. Né riputare necessario a' fiorentini l'affaticarsi per persuadere a Carlo, cristianissimo re di Francia, quel che appartenesse a lui di fare; perché, essendo re sapientissimo e giustissimo, si rendevano certi non si lascerebbe sollevare da querele e calunnie tanto vane e si ricorderebbe da se stesso quel ch'avesse promesso innanzi che l'esercito suo fusse ricevuto in Pisa, quel che sí solennemente avesse giurato in Firenze; considerando che quanto un re è piú potente e maggiore tanto gli è piú glorioso l'usare la sua potenza per conservazione della giustizia e della fede.

                                            Appariva manifestamente che da Carlo erano con piú benigni orecchi uditi i pisani, e che per beneficio loro desiderava che, durante la guerra di Napoli, l'offese tra tutte due le parti si sospendessino, o che i fiorentini consentissino che il contado tutto si tenesse da lui, affermando che, acquistato che avesse Napoli, metterebbe subito a esecuzione le cose convenute in Firenze; il che i fiorentini, essendo già sospette loro tutte le parole del re, costantemente recusavano, ricercandolo con grande instanza dell'osservanza delle promesse. A' quali per mostrare di sodisfare, ma veramente per fare opera d'avere da loro innanzi al tempo debito i settantamila ducati promessigli, mandò, nel tempo medesimo partí da Roma, il cardinale di San Malò a Firenze, simulando co' fiorentini di mandarlo per sodisfare alle dimande loro; ma in segreto gli ordinò che, pascendogli di speranza insino che gli dessino i danari, lasciasse finalmente le cose nel grado medesimo: della quale fraude se bene i fiorentini avessino non piccola dubitazione, nondimeno gli pagorono quarantamila ducati, de' quali il termine era propinquo; ed egli, ricevuto che gli ebbe, andato a Pisa, promettendo di restituire i fiorentini nella possessione della città, se ne ritornò senza avere fatto effetto alcuno; scusandosi d'avere trovati i pisani sí pertinaci che l'autorità non era stata sufficiente a disporgli, né avere potuto costrignergli, perché dal re non aveva ricevuta questa commissione, né a sé, che era sacerdote, essere stato conveniente pigliare deliberazione alcuna della quale avesse a nascere effusione di sangue cristiano. Forní nondimeno di nuove guardie la cittadella nuova, e arebbe fornito la vecchia se glien'avessino consentito i pisani: i quali crescevano ogni dí d'animo e di forze, perché il duca di Milano, giudicando essere necessario che in Pisa fusse maggiore presidio e un condottiere di qualche esperienza e valore, v'aveva, benché coprendosi, con le solite arti, del nome de' genovesi, mandato Lucio Malvezzo con nuove genti. Né recusando occasione alcuna di fomentare le molestie de' fiorentini, acciocché fussino piú impediti a offendere i pisani, condusse Iacopo d'Appiano signore di Piombino e Giovanni Savello, a comune co' sanesi, per dare loro animo a sostenere Montepulciano; la quale terra essendosi nuovamente ribellata da' fiorentini a' sanesi, era stata accettata da loro senza rispetto della confederazione che avevano insieme.

                                             

                                             

                                                 Lib.2, cap.2

                                                  

                                                 Discorso di Paolantonio Soderini intorno all'ordinamento interno di Firenze. Discorso di Guidantonio Vespucci sul medesimo argomento. Autorità di Gerolamo Savonarola in Firenze. Ordinamento della repubblica.

                                                  

                                                 Né erano in questo tempo i fiorentini in minore ansietà e travaglio per le cose intestine; perché, per riordinare il governo della republica, avevano, subito dopo la partita da Firenze del re, nel parlamento, che secondo gli antichi costumi loro è una congregazione della università de' cittadini in sulla piazza del palagio publico, i quali con voci scoperte deliberano sopra le cose proposte dal sommo magistrato, costituita una specie di reggimento che, sotto nome di governo popolare, tendeva in molte parti piú alla potenza di pochi che a partecipazione universale. La qual cosa essendo molesta a molti che s'avevano proposta nell'animo maggiore larghezza, e concorrendo al medesimo privata ambizione di qualche principale cittadino, era stato necessario trattare di nuovo della forma del governo. Della quale consultandosi un giorno tra i magistrati principali e gli uomini di maggiore riputazione, Pagol'Antonio Soderini, cittadino savio e molto stimato, parlò, secondo che si dice, cosí:

                                            - E' sarebbe certamente, prestantissimi cittadini, molto facile a dimostrare che, ancora che da coloro che hanno scritto delle cose civili il governo popolare sia manco lodato che quello di uno principe e che il governo degli ottimati, nondimeno, che per essere il desiderio della libertà desiderio antico e quasi naturale in questa città, e le condizioni de' cittadini proporzionate all'egualità, fondamento molto necessario de' governi popolari, debba essere da noi preferito senza alcuno dubbio a tutti gli altri: ma sarebbe superflua questa disputa, poi che in tutte le consulte di questi dí si è sempre con universale consentimento determinato che la città sia governata col nome e con l'autorità del popolo. Ma la diversità de' pareri nasce, che alcuni nell'ordinazione del parlamento si sono accostati volentieri a quelle forme di republica con le quali si reggeva questa città innanzi che la libertà sua fusse oppressa dalla famiglia de' Medici; altri, nel numero de' quali confesso di essere io, giudicando il governo cosí ordinato avere in molte cose piú tosto nome che effetti di governo popolare, e spaventati dagli accidenti che da simili governi spesse volte resultorono, desiderano una forma piú perfetta, e per la quale si conservi la concordia e la sicurtà de' cittadini, cosa che né secondo le ragioni né secondo l'esperienza del passato si può sperare in questa città se non sotto uno governo dependente in tutto dalla potestà del popolo ma che sia ordinato e regolato debitamente: il che consiste principalmente in due fondamenti. Il primo è che tutti i magistrati e uffici, cosí per la città come per il dominio, siano distribuiti, tempo per tempo, da uno consiglio universale di tutti quegli che secondo le leggi nostre sono abili a partecipare del governo; senza l'approvazione del quale consiglio leggi nuove non si possino deliberare. Cosí non essendo in potestà di privati cittadini, né d'alcuna particolare cospirazione o intelligenza, il distribuire le degnità e le autorità, non ne sarà escluso alcuno né per passione né a beneplacito d'altri, ma si distribuiranno secondo le virtú e secondo i meriti degli uomini; e però bisognerà che ciascuno si sforzi, con le virtú co' costumi buoni col giovare al publico e al privato, aprirsi la via agli onori; bisognerà che ciascuno s'astenga da' vizi, dal nuocere ad altri, e finalmente da tutte le cose odiose nelle città bene instituite: né sarà in potestà d'uno o di pochi, con nuove leggi o con l'autorità d'un magistrato, introdurre altro governo, non si potendo alterare questo se non di volontà del consiglio universale. Il secondo fondamento principale è che le deliberazioni importanti, cioè quelle che appartengano alla pace e alla guerra, alla esaminazione di leggi nuove, e generalmente tutte le cose necessarie alla amministrazione d'una città e dominio tale, si trattino da' magistrati preposti particolarmente a questa cura, e da uno consiglio piú scelto di cittadini esperimentati e prudenti che si deputi dal consiglio popolare; perché non cadendo nello intelletto d'ognuno la cognizione di queste faccende, bisogna sieno governate da quegli che n'hanno la capacità; e ricercando spesso prestezza o secreto, non si possono né consultare né deliberare con la moltitudine. Né è necessario alla conservazione della libertà che le cose tali si trattino in numeri molto larghi, perché la libertà rimane sicura ogni volta che la distribuzione de' magistrati e la deliberazione delle leggi nuove dependino dal consentimento universale. Proveduto adunque a queste due cose, resta ordinato il governo veramente popolare, fondata la libertà della città, stabilita la forma laudabile e durabile della republica. Perché molte altre cose, che tendono a fare il governo del quale si parla piú perfetto, è piú a proposito differire ad altro tempo, per non confondere tanto in questi princípi le menti degli uomini, sospettosi per la memoria della tirannide passata, e i quali, non assuefatti a trattare governi liberi, non possono conoscere interamente quello che sia necessario ordinare alla conservazione della libertà: e sono cose che, per non essere tanto sostanziali, si differiscono sicuramente a piú comodo tempo e a migliore occasione. Ameranno ogni dí piú i cittadini questa forma di republica, ed essendo per la esperienza ogni dí piú capaci della verità, desidereranno che il governo continuamente sia limato e condotto alla intera perfezione: e in questo mezzo si sostenterà mediante i due fondamenti sopradetti. I quali quanto sia facile ordinare, e quanto frutto partorischino, non solo si può dimostrare con molte ragioni ma eziandio apparisce chiarissimamente per l'esempio. Perché il reggimento de' viniziani, se bene è proprio de' gentil'uomini, non sono però i gentil'uomini altro che cittadini privati, e tanti in numero e di sí diverse condizioni e qualità che egli non si può negare che e' non partecipi molto del governo popolare, e che da noi non possa essere imitato in molte parti; e nondimeno è fondato principalmente in su queste due basi, in sulle quali quella republica, conservata per tanti secoli insieme con la libertà l'unione e la concordia civile, è salita in tanta gloria e grandezza. Né è proceduta dal sito, come molti credono, l'unione de' viniziani, perché e in quel sito potrebbono essere, e sono state qualche volta, discordie e sedizioni, ma dall'essere la forma del governo sí bene ordinata e bene proporzionata a se medesima che per necessità produce effetti sí preziosi e ammirabili. Né ci debbono manco muovere gli esempli nostri che gli alieni, ma considerandogli per il contrario: perché il non avere mai la città nostra avuto forma di governo simile a questo è stato causa che sempre le cose nostre sono state sottoposte a sí spesse mutazioni, ora conculcate dalla violenza delle tirannidi ora lacerate dalla discordia ambiziosa e avara di pochi ora conquassate dalla licenza sfrenata della moltitudine; e dove le città furono edificate per la quiete e felice vita degli abitatori, i frutti de' nostri governi le nostre felicità i nostri riposi sono stati le confiscazioni de' nostri beni, gli esili, le decapitazioni de' nostri infelici cittadini. Non è il governo introdotto nel parlamento diverso da quegli che altre volte sono stati in questa città, i quali sono stati pieni di discordie e di calamità, e dopo infiniti travagli publici e privati hanno finalmente partorito le tirannidi; perché, non per altro che per queste cagioni oppresse, appresso a nostri antichi, la libertà il duca di Atene, non per altro l'oppresse ne' tempi seguenti Cosimo de' Medici. Né si debbe averne ammirazione: perché, come la distribuzione de' magistrati e la deliberazione delle leggi non hanno bisogno quotidianamente del consenso comune ma dependono dall'arbitrio di numero minore, allora, intenti i cittadini non piú al beneficio publico ma a cupidità e fini privati, sorgono le sette e le cospirazioni particolari, alle quali sono congiunte le divisioni di tutta la città, peste e morte certissima di tutte le republiche e di tutti gli imperi. Quanto è adunque maggiore prudenza fuggire quelle forme di governo le quali, con le ragioni e con l'esempio di noi medesimi, possiamo conoscere perniciose! e accostarsi a quelle le quali, con le ragioni e con l'esempio d'altri, possiamo conoscere salutifere e felici! Perché io dirò pure, sforzato dalla verità, questa parola: che nella città nostra, sempre, un governo ordinato in modo che pochi cittadini vi abbino immoderata autorità sarà un governo di pochi tiranni; i quali saranno tanto piú pestiferi d'un tiranno solo quanto il male è maggiore e nuoce piú quanto piú è moltiplicato, e, se non altro, non si può, per la diversità de' pareri e per l'ambizione e per le varie cupidità degli uomini, sperarvi concordia lunga: e la discordia, perniciosissima in ogni tempo, sarebbe piú perniciosa in questo, nel quale voi avete mandato in esilio un cittadino tanto potente, nel quale voi siete privati d'una parte tanto importante del vostro stato, nel quale Italia, avendo nelle viscere eserciti forestieri, è tutta in gravissimi pericoli. Rare volte, e forse non mai, è stato assolutamente in potestà di tutta la città ordinare se medesima ad arbitrio suo: la quale potestà poiché la benignità di Dio v'ha conceduta, non vogliate, nocendo sommamente a voi stessi e oscurando in eterno il nome della prudenza fiorentina, perdere l'occasione di fondare un reggimento libero, e sí bene ordinato che non solo, mentre che e' durerà, faccia felici voi ma possiate promettervene la perpetuità; e cosí lasciare ereditario a' figliuoli e a' discendenti vostri tale tesoro e tale felicità, che giammai né noi né i passati nostri l'hanno posseduta o conosciuta. -

                                            Queste furono le parole di Pagolantonio. Ma in contrario Guidantonio Vespucci, giurisconsulto famoso e uomo di ingegno e destrezza singolare, parlò cosí:

                                            - Se il governo ordinato, prestantissimi cittadini, nella forma proposta da Paolantonio Soderini producesse sí facilmente i frutti che si desiderano, come facilmente si disegnano, arebbe certamente il gusto molto corrotto chi altro governo nella patria nostra desiderasse. Sarebbe perniciosissimo cittadino chi non amasse sommamente una forma di republica nella quale le virtú i meriti e il valore degli uomini fussino sopra tutte l'altre cose riconosciuti e onorati. Ma io non conosco già come si possa sperare che uno reggimento collocato totalmente nella potestà del popolo abbia a essere pieno di tanti beni. Perché io so pure che la ragione insegna, che l'esperienza lo dimostra e l'autorità de' valent'uomini lo conferma, che in tanta moltitudine non si truova tale prudenza tale esperienza tale ordine per il quale promettere ci possiamo che i savi abbino a essere anteposti agli ignoranti, i buoni a' cattivi, gli esperimentati a quegli che non hanno mai maneggiato faccenda alcuna. Perché, come da uno giudice incapace e imperito non si possono aspettare sentenze rette cosí da uno popolo che è pieno di confusione e di ignoranza non si può aspettare, se non per caso, elezione o deliberazione prudente o ragionevole. E quello che ne' governi publici gli uomini savi, né intenti ad alcuno altro negozio, possono appena discernere noi crediamo che una moltitudine inesperta imperita composta di tante varietà d'ingegni di condizioni e di costumi, e tutta dedita alle sue particolari faccende, possa distinguere e conoscere? Senza che, la persuasione immoderata che ciascuno arà di se medesimo gli desterà tutti alla cupidità degli onori, né basterà agli uomini nel governo popolare godere i frutti onesti della libertà, ché aspireranno tutti a gradi principali, e a intervenire nelle deliberazioni delle cose piú importanti e piú difficili; perché in noi manco che in alcuna altra città regna la modestia del cedere a chi piú sa, a chi piú merita. Ma persuadendoci che di ragione tutti, in tutte le cose, dobbiamo essere eguali, si confonderanno, quando sarà in facoltà della moltitudine, i luoghi della virtú e del valore; e questa cupidità distesa nella maggiore parte farà potere piú quegli che manco sapranno o manco meriteranno, perché essendo molto piú numero aranno piú possanza, in uno stato ordinato in modo che i pareri s'annoverino non si pesino. Donde che certezza arete voi che, contenti della forma la quale introdurrete al presente, non disordinino presto i modi, prudentemente pensati, con nuove invenzioni e con leggi imprudenti? alle quali gli uomini savi non potranno resistere. E queste cose sono in ogni tempo pericolose in un governo tale, ma saranno molto piú ora, perché è natura degli uomini, quando si partono da uno estremo nel quale sono stati tenuti violentemente, correre volonterosamente, senza fermarsi nel mezzo, all'altro estremo. Cosí chi esce da una tirannide, se non è ritenuto, si precipita a una sfrenata licenza; la quale anche si può giustamente chiamare tirannide, perché e un popolo è simile a un tiranno quando dà a chi non merita, quando toglie a chi merita, quando confonde i gradi e le distinzioni delle persone; ed è forse tanto piú pestifera la sua tirannide quanto è piú pericolosa l'ignoranza, perché non ha né peso né misura né legge che la malignità, che pure si regge con qualche regola con qualche freno con qualche termine. Né vi muova l'esempio de' viniziani, perché in loro e il sito fa qualche momento e la forma del governo inveterata fa molto, e le cose vi sono ordinate in modo che le deliberazioni importanti sono piú in potestà di pochi che di molti; e gl'ingegni loro, non essendo per natura forse cosí acuti come sono gli ingegni nostri, sono molto piú facili a quietarsi e a contentarsi. Né si regge il governo viniziano solamente con quegli due fondamenti i quali sono stati considerati, ma alla perfezione e stabilità sua importa molto lo esservi uno doge perpetuo, e molte altre ordinazioni, le quali chi volesse introdurre in questa republica arebbe infiniti contradittori; perché la città nostra non nasce al presente, né ha ora la prima volta la sua instituzione. Però, repugnando spesso alla utilità comune gli abiti inveterati, e sospettando gli uomini che sotto colore della conservazione della libertà si cerchi di suscitare nuova tirannide, non sono per giovargli facilmente i consigli sani; cosí come in uno corpo infetto e abbondante di pravi umori non giovano le medicine come in uno corpo purificato. Per le quali cagioni, e per la natura delle cose umane, che comunemente declinano al peggio, è da temere che quello che sarà in questo principio ordinato imperfettamente, in progresso di tempo in tutto si disordini, piú che da sperare che o col tempo o con le occasioni si riduca alla perfezione. Ma non abbiamo noi gli esempli nostri senza cercare di quegli d'altri? ché mai il popolo ha assolutamente governata questa città che ella non si sia piena di discordie, che ella non si sia in tutto conquassata, e finalmente che lo stato non abbia presto avuto mutazione: e se pure vogliamo ricercare per gli esempli d'altri, perché non ci ricordiamo noi che il governo totalmente popolare fece in Roma tanti tumulti che se non fusse stata la scienza e la prontezza militare sarebbe stata breve la vita di quella republica? perché non ci ricordiamo noi che Atene, floridissima e potentissima città, non per altro perdé l'imperio suo, e poi cadde in servitú di suoi cittadini e di forestieri, che per disporsi le cose gravi con le deliberazioni della moltitudine? Ma io non veggo per quale cagione si possa dire che nel modo introdotto nel parlamento non si ritruovi interamente la libertà, perché ogni cosa è riferita alla disposizione de' magistrati, i quali non sono perpetui ma si scambiano, né sono eletti da pochi: anzi, approvati da molti, hanno, secondo l'antica consuetudine della città, a essere rimessi ad arbitrio della sorte: però, come possono essere distribuiti per sette o per volontà di cittadini particolari? Aremo bene maggiore certezza che le faccende piú importanti saranno esaminate e indiritte dagli uomini piú savi piú pratichi e piú gravi, i quali le governeranno con altro ordine con altro segreto con altra maturità che non farebbe il popolo, incapace delle cose, e talvolta, quando manco bisogna, profusissimo nello spendere, talvolta ne' maggiori bisogni tanto stretto che spesso, per piccolissimo risparmio, incorre in gravissime spese e pericoli. È importantissima, come ha detto Pagolantonio, la infermità d'Italia, e particolarmente quella della patria nostra: però che imprudenza sarebbe, quando bisognano i medici piú periti e piú esperti, rimettersi in quegli che hanno minore perizia ed esperienza. E da considerare in ultimo che in maggiore quiete manterrete il popolo vostro, piú facilmente lo condurrete alle deliberazioni salutifere a se stesso e al bene universale, dandogli moderata parte e autorità; perché rimettendo a suo arbitrio assolutamente ogni cosa, sarà pericolo non diventi insolente, e troppo difficile e ritroso a’ consigli de' vostri savi e affezionati cittadini. -

                                            Arebbe ne' consigli, ne' quali non interveniva numero molto grande di cittadini, potuto piú quella sentenza che tendeva alla forma non tanto larga del governo se nella deliberazione degli uomini non fusse stata mescolata l'autorità divina, per la bocca di Ieronimo Savonarola da Ferrara, frate dell'ordine de' predicatori. Costui, avendo esposto publicamente il verbo di Dio piú anni continui in Firenze, e aggiunta a singolare dottrina grandissima fama di santità, aveva appresso alla maggiore parte del popolo vendicatosi nome e credito di profeta; perché, nel tempo che in Italia non appariva segno alcuno se non di grandissima tranquillità, avea nelle sue predicazioni predetto molte volte la venuta d'eserciti forestieri in Italia, con tanto spavento degli uomini che e' non resisterebbono loro né mura né eserciti: affermando non predire questo e molte altre cose, le quali continuamente prediceva, per discorso umano né per scienza di scritture ma semplicemente per divina revelazione. E aveva accennato ancora qualche cosa della mutazione dello stato di Firenze; e in questo tempo, detestando publicamente la forma deliberata nel parlamento, affermava la volontà di Dio essere che e' s'ordinasse uno governo assolutamente popolare, e in modo che non avesse a essere in potestà di pochi cittadini alterare né la sicurtà né la libertà degli altri: talmente che, congiunta la riverenza di tanto nome al desiderio di molti, non potettono quegli che sentivano altrimenti resistere a tanta inclinazione. E però, essendosi ventilata questa materia in molte consulte, fu finalmente determinato che e' si facesse uno consiglio di tutti i cittadini, non vi intervenendo, come in molte parti d'Italia si divulgò, la feccia della plebe ma solamente coloro che per le leggi antiche della città erano abili a partecipare del governo; nel qual consiglio non s'avesse a trattare o a disporre altro che eleggere tutti i magistrati per la città e per il dominio, e confermare i provedimenti de' danari, e tutte le leggi ordinate prima ne' magistrati e negli altri consigli piú stretti. E acciocché si levassino l'occasioni delle discordie civili, e si assicurassino piú gli animi di ciascuno, fu per publico decreto proibito, seguitando in questo l'esempio degli ateniesi, che de' delitti e delle trasgressioni commesse per il passato circa le cose dello stato non si potesse riconoscere. In su' quali fondamenti si sarebbe forse costituito un governo ben regolato e stabile se si fussino, nel tempo medesimo, introdotti tutti quegli ordini che caddono, insino allora, in considerazione degli uomini prudenti: ma non si potendo queste cose deliberare senza consenso di molti, i quali per la memoria delle cose passate erano pieni di sospetto, fu giudicato che per allora si costituisse il consiglio grande, come fondamento della nuova libertà; rimettendo, a fare quel che mancava, all'occasione de' tempi e quando l'utilità publica fusse, mediante la esperienza, conosciuta da quegli che non erano capaci di conoscerla mediante la ragione e il giudicio.

                                             

                                                 Lib.2, cap.3

                                                  

                                                 Carlo VIII s'impadronisce di Castelnuovo di Castel dell'Uovo e della rocca di Gaeta. Prima della resa di Castel dell'Uovo chiama a sé don Federigo d'Aragona e fa proposte di stati nel regno di Francia a favore di Ferdinando. Risposta di Federigo. Ferdinando da Ischia dove s'era ritirato si reca in Sicilia. Morte di Gemin ottomanno, fratello del gran turco, consegnato a Carlo da Alessandro VI.

                                                  

                                            Travagliavano in maniera tale le cose di Toscana. Ma in questo mezzo il re di Francia, acquistato che ebbe Napoli, attendeva, per dare perfezione alla vittoria, a due cose principalmente: l'una, a espugnare Castelnuovo e Castel dell'Uovo, fortezze di Napoli le quali si tenevano ancora per Ferdinando, perché con piccola difficoltà aveva ottenuta la Torre di San Vincenzio, edificata per guardia del porto; l'altra, a ridurre a ubbidienza sua tutto il reame: nelle quali cose la fortuna la medesima benignità gli dimostrava. Perché Castelnuovo, abitazione de' re, posto in sul lito del mare, per la viltà e avarizia de' cinquecento tedeschi che v'erano a guardia, fatta leggiera difesa, s'arrendé, con condizione che n'uscissino salvi, con tutta la roba che essi medesimi potessino portarne; nel quale essendo copia grandissima di vettovaglie, Carlo, senza considerazione di quello che potesse succedere, le donò ad alcuni de' suoi; e Castel dell'Uovo, il quale, fondato dentro al mare in su un masso già contiguo alla terra, ma separatone anticamente per opera di Lucullo, si congiugne con uno stretto ponte al lito poco lontano da Napoli, battuto continuamente dall'artiglierie franzesi, benché potessino offendere la muraglia ma non il vivo del masso, si convenne dopo non molti dí d'arrendersi, in caso che fra otto dí non fusse soccorso. E a' capitani e alle genti d'arme, mandate in diverse parti del reame, andavano incontro, parecchie giornate, i baroni e i sindichi delle comunità, facendo a gara tra loro d'essere i primi a ricevergli, e con tanta o inclinazione o terrore di ciascuno che i castellani delle fortezze quasi tutti senza resistenza le dettono; e la rocca di Gaeta, che era bene proveduta, combattuta leggiermente, s'arrendé a discrezione. In modo che in pochissimi dí, con inestimabile facilità, tutto il regno si ridusse in potestà di Carlo: eccetto l'isola d'Ischia, e le fortezze di Brindisi e di Galipoli in Puglia, e in Calavria la fortezza di Reggio, città posta in sulla punta d'Italia all'incontro di Sicilia, tenendosi la città per Carlo; e la Turpia e la Mantia le quali da principio rizzorono le bandiere di Francia, ma recusando di stare in dominio d'altri che del re, il quale l'aveva donate ad alcuni de' suoi, mutato consiglio ritornorono al primo signore. E il medesimo fece poco dipoi la città di Brindisi, alla quale non avendo Carlo mandato gente, anzi per negligenza non solo non espediti ma appena uditi i sindici suoi mandati a Napoli per capitolare, ebbono quegli che erano per Ferdinando nelle fortezze facoltà di ritirare spontaneamente la città alla divozione aragonese: per il quale esempio la città di Otranto che aveva chiamato il nome di Francia, non v'andando alcuno a riceverla, non continuò nella medesima disposizione.

                                            Andorono, da Alfonso Davalo marchese di Pescara in fuora, il quale, lasciato in Castelnuovo da Ferdinando, l'aveva, come si accorse della inclinazione de' tedeschi ad arrendersi, seguitato, e due o tre altri che per avere Carlo donati gli stati loro s'erano fuggiti in Sicilia, tutti i signori e baroni del reame a fare omaggio al nuovo re. Il quale, desideroso di stabilire totalmente per via di concordia sí grande acquisto, aveva, innanzi che ottenesse Castel dell'Uovo, chiamato a sé sotto salvocondotto don Federigo, il quale per essere dimorato piú anni nella corte del padre, e per la congiunzione del parentado avuta col re, era grato a tutti i signori franzesi; al quale offerse di dare a Ferdinando, in caso rilasciasse quello che gli restava nel reame, stati ed entrate grandi in Francia, e a lui dare ricompenso abbondante di tutto quello vi possedeva. Ma essendo nota a don Federigo la deliberazione del nipote, di non accettare partito alcuno se non restandogli la Calavria, rispose con gravi parole: che poi che Dio la fortuna e la volontà di tutti gli uomini erano concorse a dargli il reame di Napoli, che Ferdinando, non volendo fare resistenza a questa fatale disposizione, né riputandosi vergogna il cedere a un tanto re, voleva non manco che gli altri stare a sua ubbidienza e divozione, pure che da lui gli fusse conceduta qualche parte del reame, accennando della Calavria, nella quale stando, non come re ma come uno de' suoi baroni, potesse adorare la clemenza e la magnanimità del re di Francia; al cui servigio sperava d'avere qualche volta occasione di dimostrare quella virtú che la mala fortuna gli aveva vietato di potere per la salute di se medesimo esercitare. Questo consiglio non potere essere a Carlo di maggiore gloria, e simile a' consigli di quegli re memorabili appresso all'antichità, i quali con tali opere aveano fatto immortale il nome loro e conseguito appresso a' popoli gli onori divini; ma non essere consiglio manco sicuro che glorioso, perché, ridotto Ferdinando alla sua divozione, arebbe il regno stabilito, né arebbe a temere della mutazione della fortuna, della quale era proprio, ogni volta che le vittorie non s'assicuravano con moderazione e con prudenza, maculare con qualche caso inopinato la gloria guadagnata.

                                            Ma parendo a Carlo che il concedere parte alcuna del reame al suo competitore mettesse tutto il resto in manifestissimo pericolo, don Federigo si partí discorde da lui; e Ferdinando, poiché furono arrendute le castella, se n'andò con quattordici galee sottili male armate, con le quali s'era partito da Napoli, in Sicilia, per essere parato a ogni occasione, lasciato a guardia della rocca d'Ischia Inico Davalo fratello d'Alfonso, uomini amendue di virtú e di fede egregia verso il suo signore. Ma Carlo, per privare gl'inimici di quello ricettacolo, molto opportuno a turbare il reame, vi mandò l'armata, che finalmente era arrivata nel porto di Napoli; la quale, trovata la terra abbandonata, non combatté la rocca, disperandosi per la fortezza sua di poterla ottenere: però deliberò il re far venire altri legni di Provenza e da Genova per pigliare Ischia, e assicurare il mare infestato qualche volta da Ferdinando. Ma non era pari alla fortuna la diligenza o il consiglio, governandosi tutte le cose freddamente e con grandissima negligenza e confusione: perché i franzesi, diventati per tanta prosperità piú insolenti che 'l solito, lasciando portare al caso le cose di momento, non attendevano ad altro che al festeggiare e a' piaceri; e quegli che erano grandi appresso al re, a cavare privatamente della vittoria piú frutto potevano, senza considerazione alcuna della degnità o dell'utilità del suo principe.

                                            Nel qual tempo morí in Napoli Gemin ottomanno, con sommo dispiacere di Carlo, perché lo reputava grandissimo fondamento alla guerra la quale aveva in animo di fare contro allo imperio de' turchi; e si credette, molto costantemente, che la sua morte fusse proceduta da veleno, datogli a tempo terminato dal pontefice, o perché avendolo conceduto contro alla sua volontà, e per questo privatosi de' quarantamila ducati che ciascuno anno gli pagava Baiset suo fratello, pigliasse per consolazione dello sdegno che chi ne l'aveva privato non ricevesse di lui comodità, o per invidia che e' portasse alla gloria di Carlo; e forse temendo che avendo prosperi successi contro agl'infedeli volgesse poi i pensieri suoi, come, benché per interessi privati, era stimolato continuamente da molti, a riformare le cose della Chiesa: le quali, allontanatesi totalmente dagli antichi costumi, facevano ogni dí minore l'autorità della cristiana religione, tenendo per certo ciascuno che avesse a declinare molto piú nel suo pontificato; il quale, acquistato con pessime arti, non fu forse giammai, alla memoria degli uomini, amministrato con peggiori. Né mancò chi credesse, perché la natura facinorosa del pontefice faceva credibile in lui qualunque iniquità, che Baiset, come intese il re di Francia prepararsi a passare in Italia, l'avesse, per mezzo di Giorgio Bucciardo, corrotto con danari a privare Gemin della vita. Ma non cessando per la sua morte Carlo, il quale piú con prontezza d'animo che con prudenza e consiglio procedeva, di pensare alla guerra contro a' turchi, mandò in Grecia l'arcivescovo di Durazzo di nazione albanese, perché gli dava speranza di suscitare, per mezzo di certi fuorusciti, qualche movimento in quella provincia. Ma nuovi accidenti lo costrinsono a volgere l'animo a nuovi pensieri.

                                             

                                                 Lib.2, cap.4

                                                  

                                                 Preoccupazioni e timori di Lodovico Sforza e di Venezia per la nuova condizione politica d'Italia. Preoccupazioni del pontefice e di Massimiliano. Confederazione tra il pontefice il re de' romani i re di Spagna i veneziani e il duca di Milano. Carlo VIII continua a non tener fede ai patti concordati co' fiorentini. Principia il malcontento nei sudditi del reame di Napoli contro i francesi.

                                                  

                                                 E detto di sopra che la cupidità d'usurpare il ducato di Milano, e la paura che aveva degli Aragonesi e di Piero de' Medici, indussono Lodovico Sforza a procurare che 'l re di Francia passasse in Italia; per la venuta del quale, poiché ebbe ottenuto il suo ambizioso desiderio, e che gli Aragonesi furono ridotti in tante angustie che con difficoltà poteano la propria salute sostentare, cominciò a presentarsigli innanzi agli occhi il secondo timore molto piú potente e molto piú giusto che 'l primo, cioè la servitú imminente a sé e a tutti gli italiani se alla potenza del re di Francia il reame di Napoli s'aggiugnesse. Però aveva desiderato che Carlo trovasse nel dominio de' fiorentini maggiore difficoltà; e veduto essergli stato facilissimo il congiugnersi quella republica, e che con la medesima facilità aveva superato l'opposizione del pontefice, e che senza intoppo alcuno entrava nel regno di Napoli, gli pareva ogni dí tanto maggiore il suo pericolo quanto riusciva maggiore e piú facile il corso della vittoria de' franzesi. Il medesimo timore cominciava a occupare l'animo del senato viniziano; il quale, essendo perseverato nella prima deliberazione di conservarsi neutrale, si era con tanta circospezione astenuto non solo da i fatti ma da tutte le dimostrazioni che lo potessino fare sospetto di maggiore inclinazione all'una parte che all'altra che, avendo eletti imbasciadori al re di Francia Antonio Loredano e Domenico Trivisano, non però prima che quando intese che aveva passato i monti, aveva tardato tanto a mandargli che 'l re prima di loro era arrivato in Firenze. Ma vedendo poi l'impeto di tanta prosperità, e che il re come un folgore, senza resistenza alcuna, per tutta Italia discorreva, cominciò a riputare pericolo proprio il danno alieno e a temere che alla ruina degli altri avesse a essere congiunta la sua; e massime che l'avere Carlo occupata Pisa e l'altre fortezze de' fiorentini, lasciata guardia in Siena e fatto poi il medesimo nello stato della Chiesa, pareva segno pensasse piú oltre che solamente al regno napoletano. Però prontamente prestò gli orecchi alle persuasioni di Lodovico Sforza; il quale, subito che a Carlo cederono i fiorentini, aveva cominciato a confortare che insieme con lui rimediassino a' pericoli comuni. E si crede che se Carlo, o in terra di Roma o nell'entrata del regno di Napoli, avesse riscontrato in qualche difficoltà, arebbono prese l'armi congiuntamente contro a lui. Ma la vittoria succeduta con tanta celerità prevenne tutte le cose che si trattavano per impedirla. E già Carlo, insospettito degli andamenti di Lodovico, avea, dopo l'acquisto di Napoli, condotto Gian Iacopo da Triulzio con cento lancie e con onorata provisione, e congiuntisi con molte promesse il cardinale Fregoso e Obietto dal Fiesco; questi per instrumenti potenti a travagliare le cose di Genova, quello per essere capo della parte guelfa in Milano e avere l'animo alienissimo da Lodovico: al quale similmente recusava di dare il principato di Taranto, allegando non essere obligato se non quando avesse conquistato tutto il reame. Le quali cose essendo molestissime a Lodovico, fece ritenere dodici galee che per il re si armavano a Genova, e proibí che alcuni legni per lui non vi si armassino; da che il re si lamentò essere proceduto che e' non avesse tentato di nuovo con maggiore apparato di espugnare Ischia.

                                            Crescendo adunque da ogni parte continuamente i sospetti e gli sdegni, e avendo l'acquisto tanto súbito di Napoli rappresentato al senato viniziano e al duca di Milano il pericolo maggiore e piú propinquo, furono necessitati a non differire di mettere in esecuzione i loro pensieri: alla quale deliberazione gli faceva procedere con maggiore animo la compagnia potente che avevano; perché al medesimo non era manco pronto il pontefice, impaurito sopramodo de' franzesi; né manco pronto Massimiliano Cesare, al quale, per molte cagioni che aveva di inimicizia con la corona di Francia e per le ingiurie gravissime ricevute da Carlo, furono in ogni tempo piú che a tutti gli altri molestissime le prosperità franzesi. Ma quegli ne' quali i viniziani e Lodovico maggiore e piú fermo fondamento facevano erano Ferdinando e Isabella re e reina di Spagna; i quali essendosi poco innanzi, non per altro effetto che per riavere da lui la contea di Rossiglione, obligati a Carlo a non gli impedire l'acquisto di Napoli, s'avevano astutamente insino ad allora lasciata libera la facoltà di fare il contrario: perché (se è vero quel che essi publicorono) fu apposta ne' capitoli fatti per quella restituzione una clausula di non essere tenuti a cosa alcuna che il pregiudicio della Chiesa concernesse; con la quale eccezione inferivano che se 'l pontefice, per l'interesse del suo feudo, gli ricercasse ad aiutare il regno di Napoli, era in potestà loro il farlo senza contravenire alla fede data e alle promesse. Aggiunsono poi che, per i medesimi capitoli, era proibito loro l'opporsi a Carlo in caso constasse quel reame appartenersi a lui giuridicamente. Ma quale sia di queste cose la verità, certo è che subito che ebbono recuperate quelle terre non solo cominciorno a dare speranza agli Aragonesi di aiutargli, e a fare occultamente instanza col pontefice che non abbandonasse la causa loro, ma avendo nel principio confortato il re di Francia, con moderate parole e come amatori della gloria sua e mossi dal zelo della religione, a voltare piú tosto l'armi contro agl'infedeli che contro a' cristiani, continuavano nel confortarlo al medesimo, ma con maggiore efficacia e con parole piú sospette quanto piú procedeva innanzi quella espedizione: le quali perché avessino piú autorità, e per nutrire con maggiore speranza il pontefice e gli Aragonesi, e nondimeno da altra parte spargendo fama di pensare solamente alla custodia della Sicilia, preparavano di mandarvi per mare una armata, che vi arrivò dopo la perdita di Napoli; benché con apparato, secondo il costume loro, maggiore nelle dimostrazioni che negli effetti, perché non condusse piú che ottocento giannettari e mille fanti spagnuoli. Con queste simulazioni erano proceduti insino a tanto che l'avere i Colonnesi occupata Ostia, e le minaccie che dal re di Francia si facevano contro al pontefice, dettono loro piú onesta occasione di mandare fuora quel che aveano conceputo nell'animo: la quale abbracciando prontamente, feciono da Antonio Fonsecca loro imbasciadore protestare apertamente al re, quando era in Firenze, che secondo l'ufficio di príncipi cristiani piglierebbono la difensione del pontefice e del regno napoletano, feudo della Chiesa romana; e già avendo cominciato a trattare co' viniziani e col duca di Milano di collegarsi, intesa che ebbono la fuga degli Aragonesi, gli sollecitavano con grandissima instanza a intendersi con loro, per la sicurtà comune, contro a' franzesi. Però finalmente, del mese di aprile, nella città di Vinegia, dove erano gli imbasciadori di tutti questi príncipi, fu contratta confederazione tra il pontefice il re de' romani i re di Spagna i viniziani e il duca di Milano; il titolo e la publicazione della quale fu solamente a difesa degli stati uno dell'altro, riserbando luogo a chiunque volesse entrarvi con le condizioni convenienti. Ma giudicando tutti necessario di operare che 'l re di Francia non tenesse il reame di Napoli, fu ne' capitoli piú secreti convenuto: che le genti spagnuole venute in Sicilia aiutassino Ferdinando di Aragona alla recuperazione di quel reame, il quale con speranza grande della volontà de' popoli trattava di entrare nella Calavria, e che i viniziani nel tempo medesimo assaltassino con l'armata loro i luoghi marittimi; sforzassesi il duca di Milano, per impedire se di Francia venisse nuovo soccorso, di occupare la città di Asti, nella quale con piccole forze era rimasto il duca di Orliens; e che a' re de' romani e di Spagna fusse data dagli altri confederati certa quantità di danari, acciocché ciascuno di loro rompesse con potente esercito la guerra nel regno di Francia.

                                            Desiderorno oltre a queste cose i confederati che tutta Italia fusse unita in una medesima volontà, e perciò feceno instanza che i fiorentini e il duca di Ferrara entrassino nella medesima confederazione. Ricusò il duca, richiestone innanzi che la lega si publicasse, di pigliare l'armi contro al re; e da altra parte, con cautela italiana, consentí che don Alfonso suo primogenito si conducesse col duca di Milano con cento cinquanta uomini d'arme, con titolo di luogotenente delle sue genti. Diversa era la causa de' fiorentini, invitati alla confederazione con offerte grandi, e che aveano giustissime cagioni di alienarsi dal re: perché, publicata che fu la lega, Lodovico Sforza offerse loro in nome di tutti i confederati, in caso vi entrassino, tutte le forze loro per resistere al re, se ritornando da Napoli tentasse di offendergli, e di aiutargli come prima si potesse alla recuperazione di Pisa e di Livorno; e da altra parte il re, disprezzate le promesse fatte in Firenze, né da principio gli aveva reintegrati nella possessione delle terre né dopo l'acquisto di Napoli restituite le fortezze, posponendo la fede propria e il giuramento al consiglio di coloro che, favorendo la causa de' pisani, persuadevano che i fiorentini, subito che ne fussino reintegrati, si unirebbono con gli altri italiani; a' quali si opponeva freddamente il cardinale di San Malò, benché avesse ricevuti molti danari, per non venire per causa loro in controversia con gli altri grandi. Né solo in questa ma in molte altre cose aveva dimostrato il re non tenere conto né della fede né di quello che gli potesse, in tempo tale, importare l'aderenza de' fiorentini; in modo che, querelandosi gli oratori loro della ribellione di Montepulciano, e facendo instanza che, come era tenuto, costrignesse i sanesi a restituirlo, rispose, quasi deridendo: - Che poss'io fare se i sudditi vostri per essere male trattati si ribellano? E nondimeno i fiorentini, non si lasciando traportare dallo sdegno contro alla propria utilità, deliberorno di non udire le richieste de' collegati; sí per non provocare di nuovo contro a sé, nel ritorno del re, l'armi franzesi, come perché potevano sperare piú la restituzione di quelle terre da chi l'aveva in mano; e perché confidavano poco in queste promesse, sapendo di essere esosi a' viniziani per l'opposizioni fatte in diversi tempi alle imprese loro, e conoscendosi manifestamente che Lodovico Sforza v'aspirava per sé.

                                            Nel quale tempo era già la riputazione de' franzesi cominciata a diminuire molto nel regno di Napoli, perché occupati da' piaceri, e governandosi a caso, non avevano atteso a cacciare gli aragonesi di quegli pochi luoghi che si tenevano per loro, come, se avessino seguitato il favore della fortuna, sarebbe succeduto facilmente. Ma molto piú era diminuita la grazia: perché se bene a' popoli il re molto liberale e benigno dimostrato si fusse, concedendo per tutto il reame tanti privilegi ed esenzioni che ascendevano ciascuno anno a piú di dugentomila ducati, nondimeno non erano state l'altre cose indirizzate con quell'ordine e prudenza che si doveva; perché egli, alieno dalle fatiche e dall'udire le querele e i desideri degli uomini, lasciava totalmente il peso delle faccende a' suoi, i quali, parte per incapacità parte per avarizia, confusono tutte le cose: perché la nobiltà non fu raccolta né con umanità né con premi, difficoltà grandissima a entrare nelle camere e udienze del re, non fatta distinzione da uomo a uomo, non riconosciuti se non a caso i meriti delle persone, non confermati gli animi di coloro che naturalmente erano alieni dalla casa d'Aragona, interposte molte difficoltà e lunghezze alla restituzione degli stati e de' beni della fazione angioina e degli altri baroni che erano stati scacciati da Ferdinando vecchio, fatte le grazie e i favori a chi gli procurava con doni e con mezzi straordinari, a molti tolto senza ragione a molti dato senza cagione, distribuiti quasi tutti gli uffici e i beni di molti ne' franzesi, donate con grandissimo dispiacere loro quasi tutte le terre di dominio (cosí chiamano quelle che sono solite a ubbidire immediatamente a' re), e la maggiore parte a' franzesi; cose tanto piú moleste a' sudditi quanto piú erano assuefatti a' governi prudenti e ordinati de' re aragonesi, e quanto piú del nuovo re promesso s'aveano. Aggiugnevasi il fasto naturale de' franzesi, accresciuto per la facilità della vittoria, per la quale tanto di se stessi conceputo aveano che teneano tutti gl'italiani in niuna estimazione; la insolenza e impeto loro nell'alloggiare, non manco in Napoli che nell'altre parti del regno dove erano distribuite le genti d'arme, le quali per tutto facevano pessimi trattamenti: in modo che l'ardente desiderio che avevano avuto gli uomini di loro era già convertito in ardente odio; e per contrario, in luogo dell'odio contro agli Aragonesi era sottentrata la compassione di Ferdinando, l'espettazione avutasi sempre generalmente della sua virtú, la memoria di quel dí che con tanta mansuetudine e costanza avea, innanzi si partisse, parlato a' napoletani. Donde e quella città e quasi tutto il reame non con minore desiderio aspettavano occasione di potere richiamare gli Aragonesi che pochissimi mesi innanzi avessino desiderato la loro distruzione. Anzi già cominciava a essere grato il nome tanto odioso d'Alfonso, chiamando giusta severità quella che, insino quando vivente il padre attendeva alle cose domestiche del regno, solevano chiamare crudeltà, e sincerità d'animo veridico quella che molt'anni avevano chiamata superbia e alterezza. Tale è la natura de' popoli, inclinata a sperare piú di quel che si debbe e a tollerare manco di quel ch'è necessario, e ad avere sempre in fastidio le cose presenti; e specialmente degli abitatori del regno di Napoli, i quali tra tutti i popoli d'Italia sono notati di instabilità e di cupidità di cose nuove.

                                             

                                                 Lib.2, cap.5

                                                  

                                                 Deliberazioni di Carlo VIII per la confederazione degli stati italiani. Carlo prima della partenza da Napoli distribuisce le cariche e gli uffici. Ardore del re e della corte di ritornare in Francia. Trattative fra Carlo e il pontefice per l'investitura del regno di Napoli. Carlo dopo aver assunto il titolo e le insegne reali parte da Napoli. Gli Orsini chiedono invano d'esser lasciati in libertà. Il pontefice per evitare d'incontrarsi con Carlo si reca a Orvieto e, quindi, a Perugia. Nuovi tentativi de' fiorentini di riavere le fortezze. Carlo prende, ma per breve tempo, in protezione Siena.

                                             

                                            Aveva il re, insino innanzi si facesse la nuova lega, quasi stabilito di ritornarsene presto in Francia; mosso piú da leggiera cupidità e dal desiderio ardente di tutta la corte che da prudente considerazione, perché nel reame restavano indecise innumerabili e importanti faccende di príncipi e di stati, né avea la vittoria avuta perfezione, non essendo conquistato tutto il regno. Ma inteso che ebbe essere fatta contro a sé confederazione di tanti príncipi, commosso molto di animo, consultava co' suoi quel che in tanto accidente fusse da fare; affermandosi verissimamente per ciascuno essere già molte età che tra i cristiani non si era fatta unione tanto potente. Per consiglio de' quali fu principalmente deliberato che si accelerasse la partita, dubitando che quanto piú si soprastava tanto piú si accrescessino le difficoltà, perché si darebbe tempo a' collegati di fare preparazioni maggiori (e già era fama che per ordine loro passerebbe in Italia numero grande di tedeschi, e si cominciava a vociferare della persona di Cesare); che 'l re provedesse che di Francia passassino con prestezza in Asti nuove genti, per conservare quella città e per necessitare il duca di Milano ad attendere a difendere le cose proprie, e perché fussino pronte a passare piú innanzi quando il re giudicasse che cosí fusse necessario. E fu nel medesimo consiglio deliberato di affaticarsi con ogni diligenza e con offerte grandissime per separare il pontefice dagli altri collegati, e per disporlo a concedere [a Carlo] la investitura del regno di Napoli; la quale benché a Roma avesse convenuto di concedere assolutamente, avea insino a quel dí ricusato di concedere, eziandio con dichiarazione che per questa concessione non si facesse pregiudicio alle ragioni degli altri. Né in tanto grave deliberazione, e tra sí importanti pensieri, cadde la memoria delle cose di Pisa; perché desiderando, per molti rispetti, che in potestà sua fusse il disporne, e dubitando che dal popolo pisano non gli fusse con l'aiuto de' collegati tolta la cittadella, vi mandò per mare, insieme con gli imbasciadori pisani che erano appresso a lui, seicento fanti di quegli del regno suo. I quali, come arrivorono in Pisa, presa la medesima affezione che avevano presa gli altri lasciati in quella città, e mossi da cupidità di rubare, andorono con le genti de' pisani, da' quali ebbono danari, a campo al castello di Librafatta; dove i pisani, de' quali era capitano Lucio Malvezzo, essendosi accampati non molti dí prima, preso animo per avere i fiorentini mandata una parte delle genti verso Montepulciano, inteso dipoi approssimarsi gl'inimici si erano levati innanzi dí: ma ritornativi di nuovo con questo presidio franzese l'espugnorono in pochi dí; essendo stato l'esercito fiorentino, il quale ritornava per soccorrerla, impedito dalla grossezza dell'acque a passare il fiume del Serchio, né avendo avuto ardire di pigliare il cammino allato alle mura di Lucca, per la disposizione del popolo lucchese, concitato molto in favore della libertà de' pisani. Con le genti de' quali, dopo l'acquisto di Librafatta, scorsono i franzesi, che si riserborono Librafatta, per tutto il contado di Pisa, come inimici manifesti de' fiorentini; a' quali, quando si querelavano, non rispondeva altro Carlo se non che, come fusse arrivato in Toscana, osserverebbe loro le cose promesse, confortandogli che questa breve dilazione senza molestia tollerassino.

                                            Ma non era a Carlo sí facile la deliberazione del partirsi com'era pronto il desiderio, perché non aveva tanto esercito che, diviso in due parti, potesse senza pericolo contro alla opposizione de' confederati condurlo in Asti, e che fusse bastante a difendere, in tanti movimenti che si preparavano, facilmente il regno di Napoli. Nelle quali difficoltà fu costretto, e perché il regno non rimanesse spogliato di difensori diminuire delle provisioni opportune alla sua salute, e per non mettere se in pericolo sí manifesto non vi lasciare quel potente presidio che sarebbe stato di bisogno. Però deliberò lasciarvi la metà de' svizzeri e una parte de' fanti franzesi, ottocento lancie franzesi, e circa a cinquecento uomini d'arme italiani, condotti a' soldi suoi parte sotto il preletto di Roma parte sotto Prospero e Fabrizio Colonna e Antonello Savello, tutti capitani beneficati da lui nella distribuzione che fece di quasi tutte le terre e stati del regno; e massimamente i Colonnesi, perché a Fabrizio aveva conceduto i contadi d'Albi e di Tagliacozzo, posseduti prima da Verginio Orsino, e a Prospero il ducato di Traietto e la città di Fondi con molte castella, che erano della famiglia Gaetana, e Montefortino con altre terre circostanti, tolte alla famiglia de' Conti: con le quali genti pensava che in ogni bisogno si unissino le forze di quegli baroni i quali, per la sicurtà propria, erano necessitati di desiderare la sua grandezza, e sopra tutti del principe di Salerno, restituito da lui all'ufficio dell'ammiraglio, e del principe di Bisignano. Luogotenente generale di tutto il regno diputò Giliberto di Mompensieri, capitano piú stimato per la grandezza sua e per essere del sangue reale che per proprio valore; e diputò oltre a lui vari capitani in molte parti del regno, a' quali tutti aveva donato stati ed entrate: e di questi furono i principali Obigní al governo della Calavria, fatto da lui gran conestabile; a Gaeta il siniscalco di Belcari, al quale aveva dato l'ufficio del gran camarlingo; nell'Abruzzi Graziano di Guerra, valoroso e riputato capitano. A queste genti promesse di mandare danari e presto soccorso, ma non lasciò altra provisione che l'assegnamento di quegli che giornalmente si riscotessino dell'entrate del regno. Il quale già vacillava, cominciando a risorgere in molti luoghi il nome aragonese: perché Ferdinando era, ne' dí medesimi che 'l re voleva partire da Napoli, smontato in Calavria, accompagnato dagli spagnuoli venuti in sull'armata nell'isola di Sicilia; a cui concorseno subito molti degli uomini del paese, e se gli arrendé incontinente la città di Reggio, la fortezza della quale si era sempre tenuta in nome suo; e nel tempo medesimo si scoperse ne' liti di Puglia l'armata viniziana, della quale era capitano Antonio Grimanno, uomo in quella republica di grande autorità. Ma non per questo, né per molti altri segni dell'alterazione futura, si rimosse o pure si ritardò in parte alcuna la deliberazione del partirsi; perché, oltre a quello a che gli persuadeva forse la necessità, era incredibile l'ardore che il re e tutta la corte avevano di ritornarsene in Francia: come se il caso che era stato bastante a fare acquistare tanta vittoria fusse bastante a farla conservare. Nel quale tempo si tenevano per Ferdinando l'isola d'Ischia e l'isole di Lipari, membro, benché propinque alla Sicilia, del regno di Napoli, Reggio recuperato nuovamente; e nella medesima Calavria, Terranuova e la fortezza, con alcun'altre fortezze e luoghi circostanti; Brindisi, dove si era fermato don Federigo, Galipoli, la Mantia e la Turpia.

                                            Ma innanzi che 'l re partisse si trattorono tra il pontefice e lui varie cose, non senza speranza di concordia; per le quali andò dal pontefice al re, e dipoi ritornò a Roma, il cardinale di San Dionigi, e dal re a lui Franzi monsignore: perché il re desiderava sommamente la investitura del regno di Napoli; desiderava che il pontefice, se non voleva essere congiunto seco, almeno non aderisse cogli inimici suoi, e che si contentasse di riceverlo in Roma come amico. Alle quali cose benché il pontefice da principio prestasse orecchi, nondimeno, avendo l'animo alieno da confidarsi di lui, e perciò non volendo separarsi da' collegati, né concedergli la investitura, non la reputando mezzo sufficiente a fare fedele reconciliazione, interponeva all'altre dimande varie difficoltà; e a quella della investitura, benché il re si riducesse ad accettarla senza pregiudicio delle ragioni d'altri, rispondeva volere che prima si vedesse giuridicamente a chi di ragione apparteneva: e da altra parte, desiderando di proibire con l'armi che 'l re non entrasse in Roma, ricercò il senato viniziano e il duca di Milano che gli mandassino aiuto; i quali gli mandorono mille cavalli leggieri e dumila fanti, e promessono mandargli mille uomini d'arme; con le quali genti aggiunte alle forze sue sperava potere resistere. Ma, parendo poi loro troppo pericoloso il discostare tanto le genti dagli stati propri, né avendo ancora in ordine tutto l'esercito disegnato, ed essendo parte delle genti occupate alla impresa di Asti, e riducendosi oltre a ciò in memoria la infedeltà del pontefice, e l'avere, quando passò Carlo, chiamato in Roma con l'esercito Ferdinando e poi fattolo partire, mutato consiglio, cominciorono a persuadergli che piú tosto si riducesse in luogo sicuro che, per sforzarsi di difendere Roma, esporre la sua persona a sí grave pericolo; atteso che quando bene il re entrasse in Roma se ne partirebbe subito, senza lasciarvi gente alcuna. Le quali cose accrebbono la speranza del re di potere venire seco a qualche composizione.

                                            Partí adunque il re da Napoli il vigesimo dí di maggio; ma perché prima non aveva assunto con le cerimonie consuete il titolo e le insegne reali, pochi dí innanzi si partisse ricevé solennemente nella chiesa catedrale, con grandissima pompa e celebrità secondo il costume de' re napoletani, le insegne reali, e gli onori e i giuramenti consueti prestarsi a' nuovi re; orando in nome del popolo di Napoli Giovanni Ioviano Pontano. Alle laudi del quale, molto chiarissime per eccellenza di dottrina e di azioni civili e di costumi, détte quest'atto non piccola nota; perché essendo stato lungamente segretario de' re aragonesi e appresso a loro in grandissima autorità, precettore ancora nelle lettere e maestro d'Alfonso, parve che, o per servare le parti proprie degli oratori o per farsi piú grato a' franzesi, si distendesse troppo nella vituperazione di quegli re, da' quali era sí grandemente stato esaltato: tanto è qualche volta difficile osservare in se stesso quella moderazione e quegli precetti co' quali egli, ripieno di tanta erudizione, scrivendo delle virtú morali, e facendosi, per l'universalità dello ingegno suo in ogni specie di dottrina, maraviglioso a ciascuno, aveva ammaestrato tutti gli uomini. Andorono con Carlo ottocento lancie franzesi e dugento gentil'uomini della sua guardia, il Triulzio con cento lancie tremila fanti svizzeri mille franzesi e mille guasconi; e con ordine che in Toscana seco si unissino Cammillo Vitelli e i fratelli con dugento cinquanta uomini d'arme, e che l'armata di mare se ne ritornasse verso Livorno.

                                            Seguitorono il re, non con altra guardia che data la fede di non partirsi senza licenza, Verginio Orsino e il conte di Pitigliano. La causa de' quali, perché si querelavano non essere stati fatti giustamente prigioni, era stata prima commessa al consiglio reale; innanzi al quale avevano allegato che al tempo che s'arrenderono era già stato agli uomini mandati da loro non solo conceduto per la bocca propria del re il salvocondotto, ma eziandio ridotto in scrittura e sottoscritto dalla sua mano; e che avendone ricevuto avviso da' suoi che aspettavano l'espedizione de' secretari, avevano, sotto questa fidanza, al primo araldo che andò a Nola, alzato le bandiere del re, e al primo capitano, il quale aveva seco pochissimi cavalli, consegnato le chiavi: non ostante che, avendo con loro piú di quattrocento uomini d'arme, avessino facilmente potuto resistere. Raccontavano l'antica divozione della famiglia degli Orsini, la quale avendo sempre tenuta la parte guelfa, aveano, e loro e chiunque era mai nato o nascerebbe di quella casa, scolpito nel cuore il nome e il segno della corona di Francia. Da questo essere proceduto l'avere con tanta prontezza ricevuto il re negli stati loro di terra di Roma. E perciò non convenire né essere giusto, né attesa la fede data dal re né attese l'opere loro, che e' fussino ritenuti prigioni. Ma non meno prontamente si rispondeva per la parte di Ligní, dalle cui genti erano stati presi a Nola: il salvocondotto, benché deliberato e sottoscritto dal re, non intendersi perfettamente conceduto insino a tanto non fusse corroborato col sigillo regio e con le soscrizioni de' secretari, e dipoi consegnato alla parte. Questo essere in tutte le concessioni e patenti il costume antichissimo di tutte le corti, acciocché si potesse moderare quel che dalla bocca del principe, o per la moltiplicità de' pensieri e delle faccende o per non essere stato informato pienamente delle cose, inconsideratamente fusse caduto. Né avere questa fidanza mosso gli Orsini ad arrendersi a sí piccolo numero di gente ma la necessità e il timore, perché non rimaneva loro facoltà né di difendersi né di fuggirsi, essendo già tutto 'l paese circostante occupato dall'armi de' vincitori; ed essere falso quel che aveano allegato de' meriti loro, i quali quando fussino affermati da altri doverebbono essi medesimi per l'onore proprio negare, perché era manifestissimo a tutto il mondo che, non per volontà ma per fuggire il pericolo, partendosi nell'avversità dagli Aragonesi da' quali nelle prosperità aveano ricevuti grandissimi benefici, apersono al re le terre loro. Dunque, essendo agli stipendi degli inimici e di animo alienissimo dal nome franzese, né avendo ricevuta perfettamente sicurtà alcuna, essere stati per giusta ragione di guerra fatti prigioni. Queste cose si dicevano contro agli Orsini, le quali essendo sostentate dalla potenza di Ligní e dall'autorità de' Colonnesi, i quali per l'antiche emulazioni e diversità delle fazioni apertamente gli impugnavano, non era stata mai data sentenza ma deliberato che seguitassino il re: benché data speranza di liberargli, come fusse arrivato in Asti.

                                            Ma il pontefice, benché per l'averlo i collegati confortato a partirsi, non fusse stato senza inclinazione di riconciliarsi con Carlo, col quale continuamente trattava, nondimeno, prevalendo finalmente il sospetto conceputo di lui, con tutto che al re avesse dato qualche speranza di aspettarvelo, due dí innanzi che egli entrasse in Roma, accompagnato dal collegio de' cardinali e da dugento uomini d'arme mille cavalli leggieri e tremila fanti, e messo sufficiente presidio in Castel Santo Angelo se ne andò a Orvieto; lasciato legato in Roma il cardinale di Santa Anastasia a ricevere e onorare il re; il quale, entrato per Trastevere per sfuggire Castel Santo Angelo, andò ad alloggiare nel borgo, rifiutato l'alloggiamento offertogli per commissione del pontefice nel palagio di Vaticano. Da Orvieto il pontefice, come intese il re approssimarsi a Viterbo, benché gli avesse di nuovo data speranza di convenire seco in qualche luogo comodo tra Viterbo e Orvieto, se ne andò a Perugia, con intenzione, se Carlo si dirizzava a quel cammino, di andare ad Ancona, per potere con la comodità del mare ridursi in luogo totalmente sicuro. E nondimeno il re, benché sdegnato molto con lui, rilasciò le fortezze di Civitavecchia e di Terracina, riserbandosi Ostia, la quale, alla partita sua d'Italia, lasciò in potestà del cardinale di San Piero a Vincola vescovo ostiense: passò medesimamente per il paese della Chiesa come per paese amico; eccetto che l'antiguardia, ricusando gli uomini di Toscanella di alloggiarla nella terra, entratavi dentro per forza, la messe a sacco con uccisione di molti.

                                            Dimorò poi il re, senza alcuna cagione, sei giorni in Siena, non considerando, né per se stesso né per essergli instantemente ricordato dal cardinale di San Piero in Vincola e dal Triulzio, quanto fusse pernicioso il dare tanto tempo agli inimici di provedersi, e di unire le forze loro. Né ricompensò perciò la perdita del tempo con l'utilità delle deliberazioni. Perché in Siena si trattò la restituzione delle fortezze de' fiorentini, dal re alla partita sua di Napoli efficacemente promessa, e poi nel cammino piú volte confermata; per la quale i fiorentini, oltre a essere parati a pagargli trentamila ducati che restavano della somma convenuta in Firenze, offerivano di prestargliene settantamila, e mandare seco insino in Asti Francesco Secco loro condottiere con trecento uomini d'arme e dumila fanti: in modo che la necessità che aveva il re di danari, l'essergli molto utile l'augumentare l'esercito suo, il rispetto della fede e del giuramento reale, indusse quasi tutti quegli del consiglio a confortare efficacemente la restituzione, riservandosi Pietrasanta e Serezana, quasi come instrumento a volgere alla divozione sua piú agevolmente l'animo de’ genovesi. Ma era destinato che in Italia rimanesse accesa la materia di nuove calamità. Ligní, giovane e inesperto, ma che era nato d'una sorella della madre del re e molto favorito da lui, mosso o da leggierezza o da sdegno che i fiorentini si fussino accostati al cardinale di San Malò, impedí questa deliberazione, non allegando altra ragione che la compassione de' pisani, e disprezzando gli aiuti de' fiorentini, per essere (come diceva) l'esercito franzese potente a battere tutte le genti di guerra italiane unite insieme; e a Ligní acconsentiva monsignore di Pienes, perché sperava ch'il re gli concedesse il dominio di Pisa e di Livorno.

                                            Trattossi ancora in Siena del governo di quella città; perché molti degli ordini del popolo e de' riformatori, per deprimere la potenza dell'ordine del Monte de' nove, instavano che, introdotta una forma nuova di governo, e levata la guardia tenuta dal Monte de' nove al palagio publico, vi restasse una guardia di franzesi sotto la cura di Ligní: la quale offerta benché nel consiglio regio, come cosa poco durabile e impertinente al tempo presente, rifiutata fusse, nondimeno Ligní, il quale vanamente disegnava di farsene signore, ottenne che Carlo pigliasse in protezione con certi capitoli quella città, obligandosi alla difesa di tutto lo stato possedevano; eccetto che di Montepulciano, del quale disse non volere né per i fiorentini né per i sanesi intromettersi; e la comunità di Siena, con tutto che di questo non si facesse menzione nella capitolazione, elesse, con consentimento di Carlo, Ligní per suo capitano, promettendogli ventimila ducati per ciascun anno, con obligazione di tenervi un luogotenente con trecento fanti per guardia della piazza: che vi lasciò di quegli che erano con l'esercito franzese. La vanità delle quali deliberazioni presto apparí, perché non molto dipoi l'ordine de' nove, vendicatasi con l'armi la solita autorità, cacciò di Siena la guardia, e licenziò monsignore di Lilla che Carlo v'aveva lasciato per suo imbasciadore.

                                             

                                                 Lib.2, cap.6

                                                  

                                                 I preparativi de' collegati contro i francesi. Intimazioni e minacce di Lodovico Sforza al duca d'Orliens che si fortifica in Asti. Il duca d'Orliens occupa Novara. Fazione di Vigevano.

                                                  

                                                 Ma già le cose di Lombardia non mediocremente travagliavano; perché da' viniziani e da Lodovico Sforza, il quale aveva ne' medesimi dí ricevuto da Cesare con grandissima solennità i privilegi della investitura del ducato di Milano, e prestato, agli imbasciadori che gli aveano portati, publicamente l'omaggio e il giuramento della fedeltà, si facevano grandissime provisioni per impedire a Carlo la facoltà di ritornarsene in Francia, o almeno per assicurare il ducato di Milano, per il quale egli aveva ad attraversare per tanto spazio di paese: e a questo effetto, avendo ciascun di loro riordinato le sue genti, avevano, parte a comune parte in proprio, condotto di nuovo molti uomini d'arme, e dopo varie difficoltà ottenuto che Giovanni Bentivogli, preso lo stipendio comune da loro, aderisse alla lega, con la città di Bologna. Armava ancora a Genova Lodovico, per sicurtà di quella città, dieci galee a spese sue proprie, e quattro navi grosse a spese comuni del papa de' viniziani e sue; e intanto, per eseguire quello che era obligato per i capitoli della confederazione, alla espugnazione di Asti, aveva mandato a soldare in Germania dumila fanti, e voltato a quella espedizione Galeazzo da San Severino con settecento uomini d'arme e tremila fanti: promettendosene con tanta speranza la vittoria che, come era per natura molto insolente nelle prosperità, per schernire il duca d'Orliens, mandò a ricercarlo che in futuro non usurpasse piú il titolo di duca di Milano, il quale titolo avea dopo la morte di Filippo Maria Visconte assunto Carlo suo padre; non permettesse che nuove genti franzesi passassino in Italia; facesse ritornare quelle che erano in Asti di là da' monti; e che per sicurtà dell'osservanza di queste cose depositasse Asti in mano di Galeazzo da San Severino, del quale il suo re poteva confidare non meno di lui, avendo l'anno dinanzi in Francia ammessolo nella confraternita e ordine suo di San Michele: magnificando, oltre a questo, con la medesima iattanza le forze sue, le provisioni de' collegati per opporsi al re in Italia, e gli apparati che faceano il re de' romani e i re di Spagna per muovere la guerra di là da' monti. Ma poco moveva Orliens la vanità di queste minaccie. Il quale, subito che aveva avuto notizia trattarsi di fare la nuova confederazione, aveva atteso a fortificare Asti, e con grande instanza sollecitato che di Francia venissino nuove genti; le quali, essendo state dimandate dal re che venissino in soccorso proprio, cominciavano con prestezza a passare i monti: e perciò Orliens, non temendo degli inimici, uscito alla campagna, prese nel marchesato di Saluzzo la terra e la rocca di Gualfinara, posseduta da Antonio Maria da San Severino; donde Galeazzo, che prima aveva prese alcune piccole castella, si ritirò con l'esercito ad Anon, terra del ducato di Milano vicina ad Asti, non avendo né speranza di potere offendere né timore di essere offeso. Ma la natura di Lodovico, inclinatissima a implicarsi prontamente in imprese che ricercavano grandissime spese, e per contrario alienissima, benché nelle maggiori necessità, dallo spendere, fu cagione di mettere lo stato suo in gravissimi pericoli; perché per la scarsità de' pagamenti erano venuti pochissimi de' fanti alamanni, e per la medesima strettezza le genti che erano con Galeazzo ogni giorno diminuivano: e per contrario, sopravenendo continuamente gli aiuti di Francia, i quali, per essere chiamati al soccorso della persona del re, passavano con grande prontezza, il duca d'Orliens aveva già insieme trecento lancie tremila fanti svizzeri e tremila guasconi: e benché da Carlo gli fusse stato precisamente comandato che, astenendosi da ogni impresa, stesse preparato a potere, quando fusse chiamato, farsegli incontro, nondimeno, come è difficile il resistere agli interessi propri, deliberò di accettare l'occasione d'occupare la città di Novara, nella quale offerivano di metterlo due Opizini Caza, l'uno cognominato nero l'altro cognominato bianco, gentil'uomini di quella città; a' quali era molto odioso il duca di Milano, perché a loro e a molti altri novaresi aveva, con false calunnie e con giudici ingiusti, usurpato certi condotti di acque e possessioni. Però Orliens, composta la cosa con loro, accompagnato da Lodovico marchese di Saluzzo, passato di notte il fiume del Po al ponte a Stura, giurisdizione del marchese di Monferrato, fu con le sue genti da' congiurati, senza alcuna resistenza, ricevuto in Novara, donde avendo subito fatto scorrere parte delle sue genti insino a Vigevano, si crede che se con tutto l'esercito fusse sollecitamente andato verso Milano si sarebbono suscitati grandissimi movimenti: perché, intesa la perdita di Novara, si veddono molto sollevati a cose nuove gli animi de' milanesi; e Lodovico, non manco timido nell'avversità che immoderato nelle prosperità (come quasi sempre è congiunta in uno medesimo subietto la insolenza con la timidità), dimostrava con inutili lagrime la sua viltà; né le genti che erano con Galeazzo, nelle quali sole consisteva la sua difesa, restate indietro, si dimostravano in luogo alcuno.

                                            Ma non essendo sempre note a' capitani le condizioni e i disordini degli inimici, si perdono spesso nelle guerre bellissime occasioni: né anche pareva verisimile che contro a uno principe tanto potente potesse succedere sí subita mutazione. Orliens, per stabilire l'acquisto di Novara, si fermò all'espugnazione della rocca, la quale il quinto dí convenne d'arrendersi se infra uno dí non fusse soccorsa; per il quale intervallo di tempo ebbe spazio il Sanseverino di ridursi con le sue genti in Vigevano, e il duca, che per riconciliarsi gli animi de' popoli aveva, per bando publico, levati molti dazi che prima aveva imposti, di accrescere l'esercito. E nondimeno Orliens, accostatosi con le sue genti alle mura di Vigevano, presentò la battaglia agli inimici; i quali erano in tanto terrore che ebbono inclinazione d'abbandonare Vigevano, e passare il fiume del Tesino per il ponte che v'avevano fatto in sulle barche. Ma ritiratosi Orliens a Trecas, poi che essi recusavano di combattere, cominciorono le cose di Lodovico Sforza a prosperare, sopravenendo continuamente all'esercito suo cavalli e fanti, perché i viniziani, contenti che a loro rimanesse quasi tutto il peso di opporsi a Carlo, consentirono che Lodovico richiamasse parte delle genti che avea mandate in parmigiano, e gli mandorono oltre a ciò quattrocento stradiotti; talmente che a Orliens fu tolta la facoltà di passare piú innanzi, e avendo fatto correre di nuovo cinquecento cavalli insino a Vigevano, uscendo fuora ad assaltargli i cavalli degli inimici, riceverono quegli di Orliens grave danno. Andò dipoi il Sanseverino, già superiore di forze, a presentargli la battaglia a Trecas; e ultimamente, raccolto tutto l'esercito, nel quale oltre a soldati italiani erano arrivati mille cavalli e dumila fanti tedeschi, alloggiò appresso a un miglio a Novara, ove Orliens si era con tutte le genti ritirato.

                                             

                                                 Lib.2, cap.7

                                                  

                                                 A Poggibonsi Gerolamo Savonarola incita inutilmente Carlo VIII a restituire le terre ai fiorentini. Contrastanti promesse del re ai pisani ed ai fiorentini. Carlo manda parte delle truppe contro Genova. Saccheggio di Pontremoli.

                                                  

                                                 La nuova della ribellione di Novara sollecitò Carlo, che era a Siena, ad accelerare il cammino; e perciò, per fuggire qualunque occasione che lo potesse ritardare, avendo notizia che i fiorentini, ammuniti da' pericoli passati e insospettiti perché Piero de' Medici lo seguitava, benché ordinassino di riceverlo in Firenze con grandissimi onori, empievano per sicurtà loro la città d'armi e di genti, passò a Pisa per il dominio fiorentino, lasciata la città di Firenze alla mano destra. Al quale si fece incontro, nella terra di Poggibonzi, Ieronimo Savonarola, e interponendo, come era solito, nelle parole sue l'autorità e il nome divino, lo confortò con grandissima efficacia a restituire le terre a' fiorentini; aggiugnendo alle persuasioni gravissime minaccie, che se e' non osservava quel che con tanta solennità, toccando con mano gli evangeli e quasi innanzi agli occhi di Dio, avea giurato, sarebbe presto punito da Dio rigidamente. Fecegli il re, secondo la sua incostanza, quivi, e il dí seguente in Castelfiorentino, varie risposte: ora promettendo di restituirle come fusse arrivato in Pisa, ora allegando in contrario della fede data, perché affermava di avere, innanzi al giuramento prestato in Firenze, promesso a' pisani di conservargli in libertà; e nondimeno dando continuamente agli oratori de' fiorentini speranza della restituzione, come a Pisa fusse arrivato. In Pisa fu di nuovo questa materia proposta nel consiglio reale; perché accrescendosi ogni dí piú la fama degli apparati e dell'unirsi appresso a Parma le forze de' collegati, si cominciavano pure a considerare le difficoltà del passare per Lombardia, e però erano desiderati da molti i danari e gli aiuti offerti da' fiorentini. Ma a questa deliberazione furono contrari i medesimi che in Siena l'avevano contradetta, allegando che, se pure avessino, per l'opposizione degli inimici, qualche disordine o qualche difficoltà di passare per Lombardia, era meglio d'avere in sua potestà quella città, dove potrebbono ritirarsi, che lasciarla in mano de' fiorentini; i quali, come avessino ricuperate quelle terre, non sarebbono di maggiore fede che fussino stati gli altri italiani: soggiugnendo che, per la sicurtà del reame di Napoli, era molto opportuno il tenere il porto di Livorno; perché succedendo al re il disegno di mutare lo stato di Genova, come era da sperare, sarebbe padrone di quasi tutte le marine, dal porto di Marsilia insino al porto di Napoli. Potevano certamente nell'animo del re, poco capace di eleggere la piú sana parte, qualche cosa queste ragioni: ma molto piú potenti furono i prieghi e le lagrime de' pisani, i quali popolarmente, insieme con le donne e co' piccoli fanciulli, ora prostrati innanzi a' suoi piedi ora raccomandandosi a ciascuno, benché minimo, della corte e de' soldati, con pianti grandissimi e con urla miserabili deploravano le loro future calamità, l'odio insaziabile de' fiorentini, la desolazione ultima di quella patria, la quale non arebbe causa di lamentarsi d'altro che d'avergli il re conceduta la libertà e promesso di conservargliene; perché questo, credendo essi la parola del re cristianissimo di Francia essere parola ferma e stabile, aveva dato loro animo di provocarsi tanto piú l'inimicizia de' fiorentini. Co' quali pianti ed esclamazioni commossono talmente insino a' privati uomini d'arme, insino agli arcieri dell'esercito e molti ancora de' svizzeri, che andati in grandissimo numero e con tumulto grande innanzi al re, parlando in nome di tutti Salazart uno de' suoi pensionari, lo pregorono ardentemente che, per l'onore della persona sua propria, per la gloria della corona di Francia, per consolazione di tanti suoi servidori parati a mettere a ogn'ora la vita per lui, e che lo consigliavano con maggiore fede che quegli che erano corrotti da' danari de' fiorentini, non togliesse a' pisani il beneficio che egli stesso aveva loro fatto; offerendogli che, se per bisogno di danari si conduceva a deliberazione di tanta infamia, pigliasse piú presto le collane e argenti loro, e ritenesse i soldi e le pensioni che ricevevano da lui. E procedette tanto oltre questo impeto de' soldati che uno arciere privato ebbe ardire di minacciare il cardinale di San Malò, e alcuni altri dissono altiere parole al marisciallo di Gies e al presidente di Gannai, i quali era noto che consigliavano questa restituzione: in modo che 'l re, confuso da tanta varietà de' suoi, lasciò la cosa sospesa, tanto lontano da alcuna certa resoluzione che, in questo tempo medesimo, promettesse di nuovo a' pisani di non gli rimettere giammai in potestà de' fiorentini e agli oratori fiorentini, che aspettavano a Lucca, facesse intendere che quello che per giuste cagioni non faceva al presente farebbe subito che e' fusse arrivato in Asti; e però non mancassino di fare che la loro republica gli mandasse in quel luogo imbasciadori.

                                            Partí da Pisa, mutato il castellano e lasciata la guardia necessaria nella cittadella, e il medesimo fece nelle fortezze dell'altre terre. Ed essendo acceso per se stesso da incredibile cupidità all'acquisto di Genova, e stimolato da' cardinali San Piero a Vincola e Fregoso e da Obietto del Fiesco e dagli altri fuorusciti, i quali gli davano speranza di facile mutazione, mandò da Serezana con loro a quella impresa, contra 'l parere di tutto il consiglio, che biasimava il diminuire le forze dell'esercito, Filippo monsignore con cento venti lancie e con cinquecento fanti, che nuovamente per mare erano venuti di Francia; e con ordine che le genti d'arme de' Vitelli, che per essere rimaste indietro non potevano essere a tempo a unirsi seco, gli seguitassino, e che alcuni altri fuorusciti con genti date dal duca di Savoia entrassino nella riviera di ponente, e che l'armata di mare, ridotta a sette galee due galeoni e due fuste, della quale era capitano Miolans, andasse a fare spalle alle genti di terra. Era intanto l'avanguardia, guidata dal marisciallo di Gies, arrivata a Pontriemoli; la qual terra, licenziati trecento fanti forestieri che vi erano a guardia, si arrendé subito per i conforti del Triulzio, con patto di non ricevere offesa né nelle persone né nella roba: ma vana fu la fede data da' capitani, perché i svizzeri, entrativi impetuosamente dentro, per vendicarsi che quando l'esercito passò nella Lunigiana vi erano stati, per certa quistione nata a caso, uccisi dagli uomini di Pontriemoli circa quaranta di loro, saccheggiorono e abbruciorono la terra, ammazzati crudelmente tutti gli abitatori.

                                             

                                                 Lib.2, cap.8

                                                  

                                                 L'esercito francese e quello dei collegati di fronte, a Fornovo. Dubbi e dispareri nell'esercito de' collegati. Incertezze in quello di Carlo.

                                                  

                                                 Nel qual tempo si raccoglieva sollecitamente nel territorio di Parma l'esercito de' collegati, in numero di dumila cinquecento uomini d'arme ottomila fanti e piú di dumila cavalli leggieri, la maggiore parte albanesi e delle provincie circostanti di Grecia; i quali, condotti in Italia da' viniziani, ritenendo il nome medesimo che hanno nella patria, sono chiamati stradiotti. Del quale esercito il nervo principale erano le genti de' viniziani, perché quelle del duca di Milano, avendo egli voltate quasi tutte le sue forze a Novara, non ascendevano alla quarta parte di tutto l'esercito. Alle genti venete, tra le quali militavano molti condottieri di chiaro nome, era preposto sotto titolo di governatore generale Francesco da Gonzaga, marchese di Mantua, molto giovane, nel quale, per essere stimato animoso e cupido di gloria, la espettazione superava l'età; e con lui proveditori due de' principali del senato, Luca Pisano e Marchionne Trivisano. I soldati sforzeschi comandava, sotto il medesimo titolo di governatore, il conte di Gaiazzo, confidato molto al duca ma che, non pareggiando nell'armi la gloria di Ruberto da Sanseverino suo padre, aveva acquistato nome piú di capitano cauto che di ardito; e con lui commissario Francesco Bernardino Visconte, principale della parte ghibellina in Milano, e perciò opposito a Gianiacopo da Triulzi. Tra' quali capitani e altri principali dell'esercito consultandosi se e' fusse da andare ad alloggiare a Fornuovo, villa di poche case alle radici della montagna, fu deliberato, per la strettezza del luogo, e forse (secondo divulgorono) per dare facoltà agli inimici di scendere alla pianura, di alloggiare alla badia della Ghiaruola, distante da Fornuovo tre miglia: la quale deliberazione dette luogo di alloggiare a Fornuovo all'avanguardia franzese, che avea passata la montagna molto innanzi al resto dell'esercito, ritardato per lo impedimento dell'artiglieria grossa, la quale con grandissima difficoltà si conduceva per quella montagna aspra dello Apennino; e sarebbe stata condotta con difficoltà molto maggiore se i svizzeri, cupidi di scancellare l'offesa fatta all'onore del re nel sacco di Pontriemoli, non si fussino con grandissima prontezza affaticati a farla passare. Arrivata l'avanguardia a Fornuovo, il marisciallo di Gies mandò uno trombetta nel campo italiano a domandare il passo per l'esercito in nome del re, il quale, senza offendere alcuno e ricevendo le vettovaglie a prezzi convenienti, voleva passare per ritornarsene in Francia; e nel tempo medesimo fece correre alcuni de' suoi cavalli per prendere notizia degli inimici e del paese, i quali furono messi in fuga da certi stradiotti che mandò loro incontro Francesco da Gonzaga: in sulla quale occasione, se le genti italiane si fussino mosse insino all'alloggiamento de' franzesi, si crede che arebbono rotta facilmente l'antiguardia, e rotta questa non poteva piú farsi innanzi l'esercito regio. La quale occasione non era ancora fuggita il dí seguente, benché il marisciallo, conosciuto il pericolo, avesse ritirato i suoi in luogo piú alto; ma non ebbono i capitani italiani ardire d'andare ad assaltargli, spaventati dalla fortezza del sito dove s'erano ridotti, e dal credere che l'antiguardia fusse piú grossa, e forse piú vicino il resto dell'esercito. Ed è certo che, in questo dí, non erano ancora finite di raccorsi insieme tutte le genti viniziane; le quali avevano tardato tanto a unirsi tutte nell'alloggiamento della Ghiaruola che è manifesto che se Carlo non avesse soggiornato tanto per il cammino, come in Siena in Pisa e in molti luoghi soggiornò, senza bisogno, sarebbe passato innanzi senza impedimento o contrasto alcuno. Il quale, unito alla fine con l'antiguardia, alloggiò il dí prossimo con tutto l'esercito a Fornuovo.

                                            Non aveano creduto mai i príncipi confederati che il re, con esercito tanto minore, ardisse di passare per il cammino diritto l'Apennino; e però si erano da principio persuasi che egli, lasciata la piú parte delle genti a Pisa, se n'andrebbe col resto in sull'armata marittima in Francia: e dipoi inteso che pure seguitava il cammino per terra, avevano creduto che egli, per non si appropinquare al loro esercito, disegnasse di passare la montagna per la via del borgo di Valditaro e del monte di Centocroce, monte molto aspro e difficile, per condursi nel tortonese, con speranza d'avere a essere rincontrato dal duca d'Orliens nelle circostanze d'Alessandria. Ma come si vedde certamente che egli si dirizzava a Fornuovo, l'esercito italiano, che prima, per i conforti di tanti capitani e per la fama del piccolo numero degl'inimici, era molto inanimito, rimesse qualche parte del suo vigore, considerando il valore delle lancie franzesi, la virtú de' svizzeri a' quali senza comparazione la fanteria italiana era tenuta inferiore, il maneggio espedito dell'artiglierie, e, quel che muove assai gli uomini quando hanno fatto contraria impressione, l'ardire inaspettato de' franzesi d'approssimarsi loro con tanto minore numero di gente. Per le quali considerazioni raffreddati eziandio gli animi de' capitani, era stato messo in consulta tra loro quel che s'avesse a rispondere al trombetto mandato dal marisciallo; parendo, da una parte, molto pericoloso il rimettere a discrezione della fortuna lo stato di tutta Italia, dall'altra, che e' fusse con grande infamia della milizia italiana dimostrare di non avere animo d'opporsi all'esercito franzese, che tanto inferiore di numero ardiva di passare innanzi agli occhi loro. Nella quale consulta essendo diversi i pareri de' capitani, dopo molte dispute determinorono finalmente dare della domanda del re avviso a Milano, per eseguire quello che quivi concordemente dal duca e dagli oratori de' confederati fusse determinato. Tra' quali consultandosi, il duca e l'oratore veneto che erano piú propinqui al pericolo concorsono nella medesima sentenza: che all'inimico, quando voleva andarsene, non si doveva chiudere la strada, ma piú presto, secondo il vulgato proverbio, fabbricargli il ponte d'argento; altrimenti essere pericolo che la timidità, come si poteva comprovare con infiniti esempli, convertita in disperazione, non si aprisse il cammino con molto sangue di quegli che poco prudentemente se gli opponevano, Ma l'oratore de' re di Spagna, desiderando che senza pericolo de' suoi re si facesse esperienza della fortuna, instette efficacemente, e quasi protestando, che non si lasciassino passare, né si perdesse l'occasione di rompere quell'esercito, il quale se si salvava restavano le cose d'Italia ne' medesimi anzi in maggiori pericoli che prima; perché tenendo il re di Francia Asti e Novara, ubbidiva a' comandamenti suoi tutto il Piemonte, e avendo alle spalle il reame di Francia, reame tanto potente e tanto ricco, i svizzeri vicini e disposti ad andare a' soldi suoi in quel numero volesse, e trovandosi accresciuto di riputazione e d'animo, se l'esercito della lega, tanto superiore al suo, gli desse cosí vilmente la strada, attenderebbe a travagliare Italia con maggiore ferocità: e che a' suoi re sarebbe quasi necessario fare nuove deliberazioni, conoscendo che gl'italiani o non volevano o non avevano animo di combattere co' franzesi. Nondimeno, prevalendo in questo consiglio la piú sicura opinione, determinarono scriverne a Vinegia, dove sarebbe stato il medesimo parere.

                                            Ma già si consultava indarno: perché i capitani dell'esercito, poiché ebbono scritto a Milano, considerando essere difficile che le risposte arrivassino a tempo, e quanto restasse disonorata la milizia italiana se si lasciasse libero il transito a' franzesi, licenziato il trombetto senza risposta certa, deliberorono come gli inimici camminavano d'assaltargli; concorrendo in questa sentenza i proveditori viniziani, ma piú prontamente il Trivisano che il collega. Da altra parte si facevano innanzi i franzesi, pieni di arroganza e d'audacia, come quegli che, non avendo trovato insino ad allora in Italia riscontro alcuno, si persuadevano che l'esercito inimico non s'avesse a opporre, e quando pure s'opponesse avere senza fatica a metterlo in fuga: tanto poco conto tenevano dell'armi italiane. Nondimeno, quando cominciando a calare la montagna scopersono l'esercito alloggiato con numero infinito di tende e di padiglioni, e in alloggiamento sí largo che, secondo il costume d'Italia, poteva dentro a quello mettersi tutto in battaglia, considerando il numero degli inimici sí grande, e che se non avessino avuto volontà di combattere non si sarebbono condotti in luogo tanto vicino, cominciò a raffreddarsi in modo tanta arroganza che arebbono avuto per nuova felice che gli italiani si fussino contentati di lasciargli passare; e tanto piú che, avendo Carlo scritto al duca d'Orliens che si facesse innanzi per incontrarlo, e che il terzo dí di luglio si trovasse con piú genti potesse a Piacenza, e da lui avuto risposta che non mancherebbe d'esservi al tempo ordinatogli, ebbe poi nuovo avviso dal duca medesimo che l'esercito sforzesco opposto a lui, nel quale erano novecento uomini d'arme mille dugento cavalli leggieri e cinquemila fanti, era sí potente che senza manifestissimo pericolo non poteva farsi innanzi, essendo massime necessitato a lasciare parte della sua gente alla guardia di Novara e d'Asti. Però il re, necessitato a fare nuovi pensieri, commesse a Filippo monsignore di Argenton, il quale, essendo stato poco innanzi imbasciadore per lui appresso al senato viniziano, aveva nel partirsi da Vinegia offerto al Pisano e al Trivisano, già diputati proveditori, d'affaticarsi per disporre l'animo del re alla pace, che mandasse un trombetto a detti proveditori, significando per una lettera d'avere desiderio per beneficio comune di parlare con loro; i quali accettorono di ritrovarsi seco, la mattina seguente, in luogo comodo tra l'uno e l'altro esercito. Ma Carlo, o perché in quello alloggiamento patisse di vettovaglie o per altra cagione, mutato proposito, deliberò di non aspettare quivi l'effetto di questo ragionamento.

                                             

                                                 Lib.2, cap.9

                                                  

                                                 Le posizioni de' due eserciti. La battaglia di Fornovo e le sue vicende; il pericolo corso dal re di Francia. Tanto i veneziani quanto i francesi si attribuiscono la vittoria. Confutazione di voci diffusesi intorno al contegno di Lodovico Sforza. Carlo giunge ad Asti senza perdite per quanto incalzato da truppe nemiche. Il fallimento del tentativo dei francesi contro Genova.

                                                  

                                                 Era la fronte degli alloggiamenti dell'uno e dell'altro esercito distante manco di tre miglia, distendendosi in sulla ripa destra del fiume del Taro, benché piú presto torrente che fiume, il quale nascendo nella montagna dello Apennino, poi che ha corso alquanto per una piccola valle ristretta da due colline, si distende nella pianura larga di Lombardia insino al fiume del Po. In sulla destra di queste due colline, scendendo insino alla ripa del fiume, alloggiava l'esercito de' collegati, fermatosi, per consiglio de' capitani, piú presto da questa parte che dalla ripa sinistra onde aveva a essere il cammino degli inimici, per non lasciare loro facoltà di volgersi a Parma; della quale città, per la diversità delle fazioni, non stava il duca di Milano senza sospetto, accresciuto perché il re si era fatto concedere da' fiorentini insino in Asti Francesco Secco, la cui figliuola era maritata nella famiglia de' Torelli, famiglia nobile e potente nel territorio di Parma. Ed era l'alloggiamento de' collegati fortificato con fossi e con ripari, e abbondante d'artiglierie: innanzi al quale i franzesi, volendo ridursi nello astigiano, e però passando il Taro accanto a Fornuovo, erano necessitati di passare, non restando in mezzo tra loro altro che 'l fiume. Stette tutta la notte l'esercito franzese con non mediocre travaglio, perché per la diligenza degli italiani, che facevano correre gli stradiotti insino in sullo alloggiamento, si gridava spesso all'arme nel campo loro, che tutto si sollevava a ogni strepito, e perché sopravenne una repentina e grandissima pioggia mescolata con spaventosi folgori e tuoni e con molte orribili saette, la quale pareva che facesse pronostico di qualche tristissimo accidente; cosa che commoveva molto piú loro che l'esercito italiano, non solo perché, essendo in mezzo delle montagne e degli inimici, e in luogo dove avendo qualche sinistro non restava loro speranza alcuna di salvarsi, erano ridotti in molto maggiore difficoltà, e perciò avevano giusta cagione d'avere maggiore terrore, ma ancora perché pareva piú verisimile che i minacci del cielo, non soliti a dimostrarsi se non per cose grandi, accennassino piú presto a quella parte dove si ritrovava la persona d'un re di tanta degnità e potenza.

                                            La mattina seguente, che fu il dí sesto di luglio, cominciò a l'alba a passare il fiume l'esercito franzese, precedendo la maggior parte dell'artiglierie seguitate dall'antiguardia; nella quale il re, credendo che contro a quella avesse a volgersi l'impeto principale degl'inimici, aveva messo trecento cinquanta lancie franzesi, Gianiacopo da Triulzio con le sue cento lancie, e tremila svizzeri che erano il nervo e la speranza di quello esercito, e con questi a piede Engiliberto fratello del duca di Cleves e il baglí di Digiuno che gli aveva condotti: a' quali aggiunse il re a piede trecento arcieri e alcuni balestrieri a cavallo delle sue guardie, e quasi tutti gli altri fanti che aveva seco. Dietro all'avanguardia seguitava la battaglia, in mezzo della quale era la persona del re armato di tutte armi in su uno feroce corsiere; e appresso a lui, per reggere col consiglio e con l'autorità sua questa parte dell'esercito, monsignore della Tramoglia, capitano molto famoso nel regno di Francia. Dietro a questi seguitava la retroguardia condotta dal conte di Fois, e nell'ultimo luogo i carriaggi. E nondimeno il re, non avendo l'animo alieno dalla concordia, sollecitò, nel tempo medesimo che il campo cominciò a muoversi, Argentone che andasse a trattare co' proveditori veneti; ma essendo già, per la levata sua, tutto in arme l'esercito italiano e deliberati i capitani di combattere, non lasciava piú la brevità del tempo e la propinquità degli eserciti né spazio né comodità di parlare insieme: e già cominciavano a scaramucciare da ogni parte i cavalli leggieri, già a tirare da ogni parte orribilmente l'artiglierie, e già gli italiani, usciti tutti degli alloggiamenti, distendevano i loro squadroni preparati alla battaglia in sulla ripa del fiume. Per le quali cose non intermettendo i franzesi di camminare, parte in sul greto del fiume, parte, perché nella stretta pianura non si potevano spiegare l'ordinanze, per la spiaggia della collina, ed essendo già la avanguardia condotta al dirimpetto dell'alloggiamento degli inimici, il marchese di Mantova, con uno squadrone di seicento uomini d'arme de' piú fioriti dell'esercito e con una grossa banda di stradiotti e d'altri cavalli leggieri e con cinquemila fanti, passò il fiume dietro alla retroguardia de' franzesi; avendo lasciato in sulla ripa di là Antonio da Montefeltro, figliuolo naturale di Federigo già duca d'Urbino, con uno grosso squadrone, per passare, quando fusse chiamato, a rinfrescare la prima battaglia; e avendo oltre a ciò ordinato che, come si era cominciato a combattere, un'altra parte della cavalleria leggiera percotesse negli inimici per fianco, e che il resto degli stradiotti, passando il fiume a Fornuovo, assaltasse i carriaggi de' franzesi: i quali, o per mancamento di gente o per consiglio (come fu fama) del Triulzio, erano restati senza guardia, esposti a qualunque volesse predargli. Da altra parte, passò il Taro con quattrocento uomini d'arme, tra' quali era la compagnia di don Alfonso da Esti, venuta in campo, perché cosí volle il padre, senza la sua persona, e con dumila fanti il conte di Gaiazzo, per assaltare l'antiguardia franzese; lasciato similmente in sulla ripa di là Annibale Bentivoglio con dugento uomini d'arme, per soccorrere quando fusse chiamato: e a guardia degli alloggiamenti restorono due grosse compagnie di gente d'arme e mille fanti, perché i proveditori viniziani volleno riserbarsi intero, per tutti i casi, qualche sussidio. Ma vedendo il re venire sí grande sforzo addosso al retroguardo, contro a quello che si erano persuasi i suoi capitani, voltate le spalle all'avanguardia, cominciò ad accostarsi con la battaglia al retroguardo, sollecitando egli, con uno squadrone innanzi agli altri, tanto il camminare che quando l'assalto incominciò si ritrovò essere nella fronte de' suoi tra' primi combattitori. Hanno alcuni fatto memoria che non senza disordine passorono il fiume le genti del marchese, per l'altezza delle ripe e per gli impedimenti degli alberi e degli sterpi e virgulti, da' quali sono vestite comunemente le ripe de' torrenti; e aggiungono altri che i fanti suoi, per questa difficoltà e per l'acque del fiume ingrossate per la pioggia notturna, arrivorono alla battaglia piú tardi, e che tutti non vi si condussono ma ne restorono non pochi di là dal fiume. Ma come si sia, certo è che l'assalto del marchese fu molto furioso e feroce, e che gli fu corrisposto con simigliante ferocia e valore: entrando da ogni parte nel fatto d'arme gli squadroni alla mescolata e non secondo il costume delle guerre d'Italia, che era di combattere una squadra contro a un'altra e in luogo di quella che fusse stracca o che cominciasse a ritirarsi scambiarne un'altra, non facendo se non all'ultimo uno squadrone grosso di piú squadre: in modo che 'l piú delle volte i fatti d'arme, ne' quali sempre si faceva pochissima uccisione, duravano quasi un giorno intero, e spesso si spiccavano cacciati dalla notte senza vittoria certa d'alcuna delle parti. Rotte le lancie, nello scontro delle quali caddono in terra da ogni parte molti uomini d'arme, molti cavalli, cominciò ciascuno a adoperare con la medesima ferocia le mazze ferrate gli stocchi e l'altre armi corte, combattendo co' calci co' morsi con gli urti i cavalli non meno che gli uomini; dimostrandosi certamente nel principio molto egregia la virtú degli italiani, per la fierezza massime del marchese, il quale, seguitato da una valorosa compagnia di giovani gentiluomini e di lancie spezzate (sono questi soldati eletti tenuti fuora delle compagnie ordinarie a provisione), e offerendosi prontissimamente a tutti i pericoli, non lasciava indietro cosa alcuna, che a capitano animosissimo appartenesse. Sostenevano valorosamente sí feroce impeto i franzesi, ma essendo oppressati da moltitudine tanto maggiore cominciavano già quasi manifestamente a piegarsi, non senza pericolo del re, appresso al quale pochi passi fu fatto prigione, benché combattesse fieramente, il bastardo di Borbone: per il caso del quale sperando il marchese avere il medesimo successo contro alla persona del re, condotto improvidamente in luogo di tanto pericolo senza quella guardia e ordine che conveniva a principe sí grande, faceva con molti de' suoi grandissimo sforzo di accostarsegli. Contro a' quali il re, avendo intorno a sé pochi de' suoi, dimostrando grande ardire si difendeva nobilmente, piú per la ferocia del cavallo che per l'aiuto loro. Né gli mancorono in tanto pericolo quelli consigli che sogliono, nelle cose difficili, essere ridotti alla memoria dal timore perché vedendosi quasi abbandonato da' suoi, voltatosi agli aiuti celesti, fece voto a san Dionigi e a san Martino, reputati protettori particolari del reame di Francia, che se passava salvo con l'esercito nel Piemonte andrebbe, subito che fusse ritornato di là da' monti, a visitare con grandissimi doni le chiese dedicate al nome loro, l'una appresso a Parigi l'altra a Torsi; e che ciascuno anno farebbe, con solennissime feste e sacrifici, testimonianza della grazia ricevuta per opera loro: i quali voti come ebbe fatti, ripreso maggiore vigore, cominciò piú animosamente a combattere sopra le forze e sopra la sua complessione. Ma già il pericolo del re aveva infiammato talmente quegli che erano manco lontani che, correndo tutti a coprire con le persone proprie la persona reale, ritenevano pure indietro gli italiani; e sopravenendo in questo tempo la battaglia sua che era restata indietro, uno squadrone di quella urtò ferocemente gli inimici per fianco, da che si raffrenò assai l'impeto loro. E si aggiunse che Ridolfo da Gonzaga, zio del marchese di Mantova, condottiere di grande esperienza, mentre che i suoi confortando e dove apparisse principio di disordine riordinando, e ora in qua ora in là andando, fa l'ufficio di egregio capitano, avendo per sorte alzato l'elmetto, ferito da uno franzese con uno stocco nella faccia e caduto a terra del cavallo, non potendo in tanta confusione e tumulto e nella moltitudine sí stretta di ferocissimi cavalli aiutarlo i suoi, anzi cadendogli addosso altri uomini e altri cavalli, piú tosto soffocato nella calca che per l'armi degli inimici perdé la vita: caso certamente indegno di lui, perché e ne' consigli del dí dinanzi e la mattina medesima, giudicando imprudenza il mettere, senza necessità, tanto in potestà della fortuna, avea contro alla volontà del nipote consigliato che si fuggisse il combattere. Cosí variandosi con diversi accidenti la battaglia, né si scoprendo piú per gli italiani che per i franzesi vantaggio alcuno, era piú che mai dubbio chi dovesse essere vincitore; e però, pareggiata quasi la speranza e il timore, si combatteva da ogni parte con ardore incredibile, riputando ciascheduno che nella sua mano destra e nella sua fortezza fusse collocata la vittoria. Accendeva gli animi de' franzesi la presenza e il pericolo del re, perché non altrimenti, appresso a quella nazione, per inveterata consuetudine, è venerabile la maestà de' re che si adori il nome divino, l'essere in luogo che con la vittoria sola potevano sperare la loro salute; accendeva gli animi degli italiani la cupidità della preda, la ferocia e l'esempio del marchese, l'avere cominciato a combattere con prospero successo, il numero grande del loro esercito per il quale aspettavano soccorso da molti de' suoi; cosa che non speravano i franzesi, perché le genti loro o erano mescolate tutte nel fatto d'arme o veramente aspettavano a ogn'ora di essere assaltate dagli inimici. Ma è grandissima (come ognuno sa) in tutte l'azioni umane la potestà della fortuna, maggiore nelle cose militari che in qualunque altra, ma inestimabile immensa infinita ne' fatti d'arme; dove uno comandamento male inteso, dove una ordinazione male eseguita, dove una temerità, una voce vana, insino d'uno piccolo soldato, traporta spesso la vittoria a coloro che già parevano vinti; dove improvisamente nascono innumerabili accidenti i quali è impossibile che siano antiveduti o governati con consiglio del capitano. Però in tanta dubietà, non dimenticatasi del costume suo, operò quello che per ancora non operava né la virtú degli uomini né la forza dell'armi. Perché avendo gli stradiotti, mandati ad assaltare i carriaggi de' franzesi, cominciato senza difficoltà a mettergli in preda, e attendendo a condurre chi muli chi cavalli chi altri arnesi di là dal fiume, non solo quell'altra parte degli stradiotti che era destinata a percuotere i franzesi per fianco, ma quegli ancora che già erano entrati nel fatto d'arme, vedendo i compagni suoi ritornarsene agli alloggiamenti carichi di spoglie, incitati dalla cupidità del guadagno, si voltorono a rubare i carriaggi; l'esempio de' quali seguitando i cavalli e i fanti, uscivano per la medesima cagione a schiere della battaglia: donde mancando agli italiani non solo il soccorso ordinato ma inoltre diminuendosi con tanto disordine il numero de' combattenti, né movendosi Antonio da Montefeltro, perché, per la morte di Ridolfo da Gonzaga che aveva la cura, quando fusse il tempo, di chiamarlo, niuno lo chiamava, cominciorno a pigliare tanto di campo i franzesi che niuna cosa piú sostentava gli italiani, che già manifestamente declinavano, che 'l valore del marchese; il quale combattendo fortissimamente sosteneva ancora l'impeto degli inimici, accendendo i suoi, ora con l'esempio suo ora con voci caldissime, a volere piú tosto essere privati della vita che dell'onore. Ma non era piú possibile che pochi resistessino a molti; e già moltiplicando addosso a loro da ogni parte i combattitori, mortine già una gran parte e feritine molti, massime di quegli della compagnia propria del marchese, furno necessitati tutti a mettersi in fuga per ripassare il fiume: il quale per l'acqua piovuta la notte, e che con grandine e tuoni piovve grandissima mentre si combatteva, era cresciuto in modo che dette difficoltà assai a chi fu costretto a ripassarlo. Seguitornogli i franzesi impetuosamente insino al fiume, non attendendo se non ad ammazzare con molto furore coloro che fuggivano senza farne alcuno prigione, e senza attendere alle spoglie e al guadagno; anzi si udivano per la campagna spesse voci di chi gridava: - Ricordatevi, compagnoni, di Guineguaste. - È Guineguaste una villa in Piccardia presso a Terroana, dove, negli ultimi anni del regno di Luigi undecimo, l'esercito franzese, già quasi vincitore in una giornata tra loro e Massimiliano re de' romani, disordinato per avere cominciato a rubare, fu messo in fuga. Ma nel tempo medesimo che da questa parte dell'esercito con tanta virtú e ferocia si combatteva, l'avanguardia franzese, contro alla quale il conte di Gaiazzo mosse una parte de' cavalli, si presentava alla battaglia con tanto impeto che, impauriti, vedendo massime non essere seguitati da' suoi, si disordinorono quasi per loro medesimi, in modo che essendo già morti alcuni di loro, tra i quali Giovanni Piccinino e Galeazzo da Coreggio, ritornorono con fuga manifesta al grosso squadrone. Ma il marisciallo di Gies, vedendo che oltre allo squadrone del conte era in sulla ripa di là dal fiume un altro colonnello di uomini di arme ordinato alla battaglia, non permesse a' suoi che gli seguitassino: consiglio che dapoi ne' discorsi degli uomini fu da molti riputato prudente, da molti, che consideravano forse meno la ragione che l'evento, piú presto vile che circospetto; perché non si dubita che se gli avesse seguitati, il conte col suo colonnello voltava le spalle, empiendo di tale spavento tutto 'l resto delle genti rimaste di là dal fiume che sarebbe stato quasi impossibile a ritenerle che non fuggissino. Perché il marchese di Mantova, il quale, fuggendo gli altri, ripassò con una parte de' suoi di là dal fiume, piú stretto e ordinato che e' potette, le trovò in modo sollevate che, cominciando ognuno a pensare di salvare sé e le sue robe, già la strada maestra per la quale si va da Piacenza a Parma era piena d'uomini di cavalli e di carriaggi che si ritiravano a Parma: il quale tumulto si fermò in parte con la presenza e autorità sua, perché mettendogli insieme andò riordinando le cose. Ma le fermò molto piú la giunta del conte di Pitigliano, il quale, in tanta confusione dell'una parte e dell'altra, presa l'occasione se ne fuggí nel campo italiano, dove confortando, ed efficacemente affermando che in maggiore disordine e spavento si trovavano gl'inimici, confermò e assicurò assai gli animi loro. Anzi fu affermato quasi comunemente che, se non fussino state le parole sue, che o allora o almeno la notte seguente, si levava con grandissimo terrore tutto l'esercito. Ritirati gli italiani nel campo loro, da coloro in fuora che menati (come interviene ne' casi simili) dalla confusione e dal tumulto, e spaventati dalle acque grosse del fiume, erano fuggiti dispersi in vari luoghi, molti de' quali scontrandosi nelle genti franzesi sparse per la campagna, furono ammazzati da loro, il re co' suoi andò a unirsi all'antiguardia, che non si era mossa del luogo suo; dove consigliò co' capitani se e' fusse da passare subito il fiume per assaltare agli alloggiamenti suoi l'esercito inimico, e fu consigliato dal Triulzio e da Cammillo Vitelli, il quale, mandata la compagnia sua dietro a coloro che andavano all'impresa di Genova, avea con pochi cavalli seguitato il re per ritrovarsi al fatto d'arme, che si assaltassino: il che piú efficacemente di tutti confortava Francesco Secco, dimostrando che la strada che si vedeva da lontano era piena d'uomini e di cavalli, che denotava o che fuggissino verso Parma o che, avendo incominciato a fuggire, se ne tornassino al campo. Ma era pure non piccola la difficoltà di passare il fiume, e la gente, che parte avea combattuto parte stata armata in sulla campagna, affaticata in modo che per consiglio de' capitani franzesi fu deliberato che s'alloggiasse. Cosí andorno ad alloggiare alla villa del Medesano in sulla collina, distante non molto piú d'uno miglio dal luogo nel quale si era combattuto; ove fu fatto l'alloggiamento senza divisione o ordine alcuno, e con non piccola incomodità, perché molti carriaggi erano stati rubati dagli inimici.

                                            Questa fu la battaglia fatta tra gl'italiani e franzesi in sul fiume del Taro, memorabile perché fu la prima che, da lunghissimo tempo in qua, si combattesse con uccisione e con sangue, in Italia; perché innanzi a questa morivano pochissimi uomini in uno fatto d'arme. Ma in questa, se bene dalla parte de' franzesi ne morirono meno di dugento uomini, degli italiani furno morti piú di trecento uomini d'arme, e tanti altri che ascesono al numero di tremila uomini; tra' quali Rinuccio da Farnese, condottiere de' viniziani, e molti gentiluomini di condizione: e rimase in terra per morto, percosso di una mazza ferrata in su l'elmetto, Bernardino dal Montone, condottiere medesimamente de' viniziani, ma chiaro piú per la fama di Braccio dal Montone suo avolo, uno de' primi illustratori della milizia italiana, che per propria fortuna o virtú. E fu piú maravigliosa agli italiani tanta uccisione perché la battaglia non durò piú di una ora, e perché, combattendosi da ogni parte con la fortezza propria e con l'armi, s'adoperorno poco l'artiglierie. Sforzossi ciascuna delle parti di tirare a sé la lama della vittoria e dell'onore di questo giorno. Gl'italiani, per essere stati salvi i loro alloggiamenti e carriaggi, e per il contrario l'averne i franzesi perduti molti e tra gli altri parte de' padiglioni propri del re; gloriandosi, oltre a questo, che arebbono sconfitti gl'inimici se una parte delle genti loro, destinata a entrare nella battaglia, non si fusse voltata a rubare; il che essere stato vero non negavano i franzesi. E in modo si sforzorono i viniziani d'attribuirsi questa gloria che, per comandamento publico, se ne fece per tutto il dominio loro, e in Vinegia principalmente, fuochi e altri segni d'allegrezza; né seguitorono nel tempo avvenire piú negligentemente l'esempio publico i privati, perché nel sepolcro di Marchionne Trivisano, nella chiesa de' frati minori, furno alla sua morte scritte queste parole: - che in sul fiume del Taro combatté con Carlo re di Francia prosperamente. - E nondimeno, il consentimento universale aggiudicò la palma a' franzesi: per il numero de' morti tanto differente, e perché scacciorono gl'inimici di là dal fiume, e perché restò loro libero il passare innanzi, che era la contenzione per la quale proceduto si era al combattere.

                                            Soggiornò il dí seguente il re nel medesimo alloggiamento, e in questo dí si seguitò, per mezzo del medesimo Argenton, qualche parlamento con gl'inimici: e però si fece tregua insino alla notte: desiderando, da una parte, il re la sicurtà del passare, perché, sapendo che molti dell'esercito italiano non avevano combattuto e vedendo stargli fermi nel medesimo alloggiamento, gli pareva il cammino di tante giornate per il ducato di Milano pericoloso, con gl'inimici alla coda; e da altra parte, non si sapeva risolvere, per il debole consiglio il quale, disprezzati i consigli migliori, usava spesso nelle sue deliberazioni. Simile incertitudine era negli animi degli italiani: i quali, benché da principio fussino molto spaventati, si erano rassicurati tanto che la sera medesima della giornata ebbono qualche ragionamento, proposto e confortato molto dal conte di Pitigliano, d'assaltare la notte il campo franzese, alloggiato con molto disagio e senza fortezza alcuna d'alloggiamento: pure, contradicendo molti degli altri, fu come troppo pericoloso posto da parte questo consiglio.

                                            Sparsesi allora fama per tutta Italia che le genti di Lodovico Sforza, per ordine suo secreto, non avevano voluto combattere, perché essendo sí potente esercito de' viniziani nel suo stato non avesse forse manco in orrore la vittoria loro che de' franzesi, i quali desiderasse che non restassino né vinti né vincitori, e che, per essere piú sicuro in ogni evento, volesse conservare intere le forze sue; il che s'affermava essere stato causa che l'esercito italiano non avesse conseguita la vittoria: la quale opinione fu fomentata dal marchese di Mantova, e dagli altri condottieri de' viniziani per dare maggiore riputazione a se medesimi, e accettata volentieri da tutti quegli che desideravano che la gloria della milizia italiana si accrescesse. Ma io udi' già da persona gravissima, e che allora era a Milano in grado tale che aveva notizia intera delle cose, confutare efficacemente questo romore, perché avendo Lodovico voltate quasi tutte le forze sue all'assedio di Novara, non aveva tante genti in sul Taro che fussino di molto momento alla vittoria; la quale arebbe ottenuta l'esercito de' confederati se non gli avessino nociuto piú i disordini propri che il non avere maggiore numero di gente, massime che molte delle viniziane non entrorono nella battaglia. E se bene il conte di Gaiazzo mandò contro agli inimici una parte sola, e quella freddamente, potette procedere perché era tanto gagliarda l'antiguardia franzese che e' conobbe essere di molto pericolo il commettersi alla fortuna; e in lui, per l'ordinario, arebbono dato piú ammirazione l'azioni animose che le sicure. E nondimeno non furono al tutto inutili le genti sforzesche, perché, ancora che non combattessino, ritennono l'antiguardia franzese che non soccorresse dove il re, con la minore e molto piú debole parte dello esercito, sosteneva con gravissimo pericolo tutto il peso della giornata. Né è questa opinione confermata, se io non mi inganno, piú dall'autorità che dalla ragione. Perché, come è verisimile che se in Lodovico Sforza fusse stata questa intenzione, non avesse piú presto ordinato a' capitani suoi che dissuadessino l'opporsi al transito de' franzesi? conciossiaché, se il re avesse ottenuta la vittoria non sarebbono state piú salve che l'altre le genti sue, tanto propinque agli inimici, ancora che non si fussino mescolate nella battaglia; e con che discorso, con che considerazione, con che esperienza delle cose, si poteva promettere che, combattendosi, avesse a essere tanto pari la fortuna che il re di Francia non avesse a essere né vinto, né vincitore? Né contro al consiglio de' suoi si sarebbe combattuto, perché le genti viniziane, mandate in quello stato solamente per sicurtà e salute sua, non arebbono discrepato dalla volontà de' suoi capitani.

                                            Levossi Carlo con l'esercito, la seguente mattina innanzi giorno, senza sonare trombette, per occultare il piú poteva la sua partita; né fu per quel dí seguitato dall'esercito de' collegati, impedito, quando bene avesse voluto seguitarlo, dall'acque del fiume, ingrossato tanto la notte per nuova pioggia che non si potette, per una grande parte del dí, passarlo. Solamente, declinando già il sole, passò, non senza pericolo per l'impeto dell'acque, il conte di Gaiazzo con dugento cavalli leggieri; co' quali seguitando le vestigie de' franzesi, che camminavano per la strada diritta verso Piacenza, dette loro, massime il prossimo dí, molti impedimenti e incomodità: e nondimeno essi, benché stracchi, seguitorono, senza disordine alcuno e senza perdere un uomo solo, il suo cammino; perché le vettovaglie erano assai abbondantemente somministrate dalle terre vicine, parte per paura di non essere danneggiate parte per opera del Triulzio, il quale, cavalcando innanzi a questo effetto, co' cavalli leggieri, moveva gli uomini ora co' minacci ora con l'autorità sua, grande in quello stato appresso a tutti ma grandissima appresso a' guelfi; né l'esercito della lega, mossosi il dí seguente alla partita de' franzesi, e poco disposto, massime i proveditori viniziani, a rimettersi piú in arbitrio della fortuna, s'accostò loro mai tanto che n'avessino uno minimo disturbo. Anzi, essendo il secondo dí alloggiati in sul fiume della Trebbia poco di là da Piacenza, ed essendo, per piú comodità dell'alloggiare restate tra il fiume e la città di Piacenza dugento lancie i svizzeri e quasi tutta l'artiglieria, la notte il fiume per le pioggie crebbe tanto che, nonostante l'estrema diligenza fatta da loro, fu impossibile che o fanti o cavalli passassino se non dopo molte ore del dí, né questo senza difficoltà benché l'acqua fusse cominciata a diminuire: nondimeno non furono assaltati né dall'esercito inimico che era lontano, né dal conte di Gaiazzo, che era entrato in Piacenza per sospetto che e' non vi si facesse qualche movimento: sospetto non al tutto senza cagione, perché si crede che se Carlo, seguitando il consiglio del Triulzio, avesse spiegate le bandiere e fatto chiamare il nome di Francesco, piccolo figliuolo di Giovan Galeazzo, sarebbe nata in quello ducato facilmente qualche mutazione; tanto era grato il nome di colui che avevano per legittimo signore e odioso quello dell'usurpatore, e di momento il credito e l'amicizie del Triulzio. Ma il re, essendo intento solamente al passare innanzi, non voluto udire pratica alcuna, seguitò con celerità il suo cammino; con non piccolo mancamento, da' primi dí in fuora, di vettovaglie, perché di mano in mano trovava le terre meglio guardate, avendo Lodovico Sforza distribuiti, parte in Tortona, sotto Guasparri da San Severino cognominato il Fracassa, parte in Alessandria, molti cavalli e mille dugento fanti tedeschi levati dal campo di Novara; ed essendo i franzesi, poi che ebbono passata la Trebbia, stati sempre infestati alla coda dal conte di Gaiazzo, che aveva aggiunto a' suoi cavalli leggieri cinquecento fanti tedeschi che erano alla guardia di Piacenza: non avendo potuto ottenere che gli fussino mandati dall'esercito tutto il resto de' cavalli leggieri e quattrocento uomini d'arme, perché i proveditori viniziani, ammuniti dal pericolo corso in sul fiume del Taro, non vollono consentirlo. Pure i franzesi, avendo quando furno vicini ad Alessandria preso il cammino piú alto verso la montagna, dove ha meno acqua il fiume del Tanaro, si condusseno senza perdita d'uomini o altro danno, in otto alloggiamenti, alle mura d'Asti; nella quale città entrato il re alloggiò la gente di guerra in campagna, con intenzione di accrescere il suo esercito, e fermarsi tanto in Italia che avesse soccorso Novara; e il campo della lega che l'aveva seguitato insino in tortonese, disperato di potergli piú nuocere, s'andò a unire con la gente sforzesca intorno a quella città: la quale pativa già molto di vettovaglie, perché dal duca di Orliens e da' suoi non era stata usata diligenza alcuna di provederla, come, per essere il paese molto fertile, arebbono potuto fare abbondantissimamente; anzi, non considerando il pericolo se non quando era passata la facoltà del rimedio, avevano atteso a consumare senza risparmio quelle che vi erano.

                                            Ritornorono, quasi ne' medesimi dí, a Carlo i cardinali e i capitani i quali, con infelice evento, avevano tentato le cose di Genova. Perché l'armata, presa che ebbe, nella prima giunta, la terra della Spezie, s'indirizzò a Rapalle, il qual luogo facilmente occupò; ma uscita del porto di Genova una armata di otto galee sottili di una caracca e di due barche biscaine, pose di notte in terra settecento fanti, i quali senza difficoltà presono il borgo di Rapalle con la guardia de' franzesi che v'era dentro; e accostatasi poi all'armata franzese che s'era ritirata nel golfo, dopo lungo combattere presono e abbruciorono tutti i legni, restando prigioni il capitano, e fatti piú famosi con questa vittoria quegli luoghi medesimi ne' quali l'anno precedente erano stati rotti gli aragonesi. Né fu questa avversità de' franzesi ristorata da quegli che erano andati per terra: perché, condotti per la riviera orientale insino in val di Bisagna e a' borghi di Genova, trovandosi ingannati dalla speranza che avevano conceputa che in Genova si facesse tumulto, e intesa la perdita dell'armata, passorno quasi fuggendo per la via de' monti, via molto aspra e difficile, in valle di Pozzeveri, che è all'altra parte della città; donde, con tutto che di paesani e di genti mandate in loro favore dal duca di Savoia molto ingrossati fussino, s'indirizzorono con la medesima celerità verso il Piemonte: né è dubbio che se quegli di dentro non si fussino astenuti da uscire fuora, per sospetto che la parte Fregosa non facesse novità, che gli arebbono interamente rotti e messi in fuga. Per il quale disordine, i cavalli de' Vitelli che si erano condotti a Chiavari, inteso il successo di coloro co' quali andavano a unirsi, se ne ritornorono tumultuosamente né senza pericolo a Serezana; e dalla Spezie in fuora, l'altre terre della riviera ch'erano state occupate da' fuorusciti richiamorono subito i genovesi: come similmente fece nella riviera di ponente la città di Ventimiglia, che ne' medesimi dí era stata occupata da Pol Battista Fregoso e da alcuni altri fuorusciti.

                                             

                                                 Lib.2, cap.10

                                                  

                                                 Vicende di guerra tra francesi e ispano - aragonesi nel reame di Napoli. Ritorno di Ferdinando d'Aragona in Napoli. Terre che si ribellano ai francesi. I veneziani occupano alcuni punti delle Puglie. La resa di Castelnuovo a Ferdinando. Patti di resa di Castel dell'Uovo. Morte di Alfonso d'Aragona.

                                                  

                                                 Travagliavasi in questo tempo medesimo, ma con fortuna piú varia, non meno nel reame di Napoli che nelle parti di Lombardia; perché Ferdinando attendeva, poi che ebbe preso Reggio, alla recuperazione de' luoghi circostanti, avendo seco circa seimila uomini, tra quegli che e del paese e di Sicilia volontariamente lo seguitavano, e i cavalli e fanti spagnuoli de' quali era capitano Consalvo Ernandes di casa d'Aghilar, di patria cordovese, uomo di molto valore ed esercitato lungamente nelle guerre di Granata: il quale, nel principio della venuta sua in Italia, cognominato dalla iattanza spagnuola il gran capitano per significare con questo titolo la suprema potestà sopra loro, meritò, per le preclare vittorie che ebbe poi, che per consentimento universale gli fusse confermato e perpetuato questo sopranome, per significazione di virtú grande e di grande eccellenza nella disciplina militare. A questo esercito, il quale aveva già sollevato non piccola parte del paese, si fece incontro, appresso a Seminara terra vicina al mare, Obigní con le genti d'arme franzesi, che erano rimaste alla guardia della Calavria, e con cavalli e fanti avuti da' signori del paese i quali seguitavano il nome del re di Francia; ed essendo venuti alla battaglia, prevalse la virtú de' soldati di ordinanza ed esercitati all'imperizia degli uomini poco esperti, perché non solo gli italiani e siciliani, raccolti tumultuariamente da Ferdinando, ma eziandio gli spagnuoli erano gente nuova e con poca esperienza della guerra: e nondimeno si combatté per alquanto spazio di tempo ferocemente, perché la virtú e l'autorità de' capitani, che non mancavano d'ufficio alcuno appartenente a loro, sosteneva quegli che per ogn'altro conto erano inferiori. E sopra gli altri Ferdinando, combattendo come si conveniva al suo valore, ed essendogli stato ammazzato il cavallo sotto, sarebbe senza dubbio restato o morto o prigione se Giovanni di Capua fratello del duca di Termini, il quale, insino da puerizia suo paggio, era stato nel fiore della età molto amato da lui, smontato del suo cavallo non avesse fatto salirvi sopra lui, e con esempio molto memorabile di preclarissima fede e amore esposta la propria vita, perché fu subito ammazzato, per salvare quella del suo signore.

                                            Fuggí Consalvo a traverso de' monti a Reggio, Ferdinando a Palma, che è in sul mare vicina a Seminara; dove montato in sull'armata si ridusse a Messina, cresciutagli per le cose avverse la volontà e l'animo di tentare di nuovo la fortuna; conciossiaché non solo gli fusse noto il desiderio che tutta la città di Napoli aveva di lui, ma ancora da molti de' principali della nobiltà e del popolo fusse occultamente chiamato. Però temendo che la dilazione e la fama della rotta avuta in Calavria non raffreddasse questa disposizione, raccolti, oltre alle galee che aveva condotte d'Ischia e quelle quattro con le quali s'era partito da Napoli Alfonso suo padre, i legni dell'armata venuta di Spagna, e quanti piú potette raccorne dalle città e da' baroni di Sicilia, si mosse del porto di Messina, non lo ritardando il non avere uomini da armargli, come quello che, non avendo forze convenienti a tanta impresa, era necessitato d'aiutarsi non meno con le dimostrazioni che con la sostanza delle cose. Partí adunque di Sicilia con sessanta legni di gaggia e con venti altri legni minori, e con lui Ricaiensio catelano, capitano dell'armata spagnuola, uomo nelle cose navali di grande virtú ed esperienza; ma con tanti pochi uomini da combattere che nella maggiore parte non erano quasi altri che i destinati al servigio del navigare. In questo modo erano piccole le forze sue, ma grande per lui il favore e la volontà de' popoli. Perciò arrivato alla spiaggia di Salerno, subito Salerno la costa di Malfi e la Cava alzorno le sue bandiere. Volteggiò di poi due giorni sopra a Napoli, aspettando, ma indarno, che nella terra si facesse qualche tumulto, perché i franzesi, prese presto l'armi e messe buone guardie ne' luoghi opportuni, repressono la ribellione che già bolliva; e arebbono rimediato a tutti i loro pericoli se avessino arditamente seguitato il consiglio di alcuni di loro i quali, congetturando i legni aragonesi essere male forniti di combattenti, confortavano Mompensieri che, ripiena l'armata franzese, che era nel porto, di soldati e d'uomini atti a combattere, assaltasse con essa gl'inimici. Ma Ferdinando, il terzo dí, disperato che nella città si facesse alterazione, si allargò in mare per ritirarsi a Ischia: onde i congiurati, considerando che per essere la congiurazione quasi scoperta era diventata causa propria la causa di Ferdinando, ristrettisi insieme e deliberati di fare della necessità virtú, mandorono segretamente uno battello a richiamarlo; pregandolo che, per dare piú facilità e animo a chi voleva levarsi in suo favore, mettesse in terra o tutta o parte della sua gente. Però di nuovo ritornato sopra a Napoli, il dí seguente a quello nel quale fu fatta la giornata in sulla ripa del fiume del Taro, si accostò al lito con l'armata, per porre in terra alla Maddalena, luogo propinquo a Napoli a uno miglio, dove entra in mare il picciolo piú presto rio che fiumicello chiamato Sebeto, incognito a ciascuno se non gli avessino dato nome i versi de' poeti napoletani. Il che vedendo Mompensieri, non manco pronto a procedere con audacia quando era necessario il timore che fusse stato pronto a procedere con timore quando era necessaria, il dí dinanzi, l'audacia, uscí fuora della città con quasi tutti i soldati per vietargli lo scendere in terra: il che fu cagione che avendo i napoletani tale opportunità quale appena arebbono saputa desiderare si levorono subito in arme, fatto il principio di sonare a martello dalla chiesa del Carmino vicina alle mura della città, e successivamente seguitando tutte l'altre, e occupate le porte, cominciorono scopertamente a chiamare il nome di Ferdinando. Spaventò questo subito tumulto i franzesi in modo che, non parendo loro sicuro lo stare in mezzo tra la città già ribellata e le genti inimiche, e manco sperando di potere per quella via donde erano usciti ritornarvi, deliberorno, attorniando le mura della città (cammino lungo montuoso e molto difficile), entrare in Napoli per la porta contigua a Castelnuovo. Ma Ferdinando, in questo mezzo entrato in Napoli, e messo con alcuni de' suoi a cavallo da' napoletani, cavalcò per tutta la terra con incredibile allegrezza di ciascuno; ricevendolo la moltitudine con grandissime grida, né si saziando le donne di coprirlo dalle finestre di fiori e d'acque odorifere, anzi molte delle piú nobili correvano nella strada ad abbracciarlo e ad asciugargli dal volto il sudore.

                                            E nondimeno non si intermettevano per questo le cose necessarie alla difesa, perché 'l marchese di Pescara, insieme co' soldati che erano entrati con Ferdinando e con la gioventú napoletana, attendeva a sbarrare e a fortificare le bocche delle vie donde i franzesi potessino assaltare da Castelnuovo la terra. I quali, poiché furono ridotti in sulla piazza del castello, feciono ogni sforzo per rientrare nello abitato della città; ma essendo molestati con balestre e artiglierie minute, e trovata a tutti i capi delle strade sufficiente difesa, sopravenendone la notte, si ritirorono nel castello, lasciati i cavalli, che furono tra utili e inutili poco manco di dumila, in sulla piazza, perché nel castello non era né capacità di ricevergli né facoltà di nutrirgli. Rinchiusonvisi dentro, con Mompensieri, Ivo d'Allegri riputato capitano e Antonello principe di Salerno, e molt'altri franzesi e italiani di non piccola condizione; e benché per qualche dí facessino spesse scaramuccie in sulla piazza e intorno al porto, e traessino alla città con l'artiglierie, nondimeno, ributtati sempre dagl'inimici, restorno esclusi di speranza di potere da se stessi recuperare quella città. Seguitorono subito l'esempio di Napoli Capua, Aversa, la rocca di Mondragone e molte altre terre circostanti, e si voltò la maggiore parte del reame a nuovi pensieri: tra' quali il popolo di Gaeta, avendo prese l'armi con maggiore animo che forze, per essere comparite innanzi al porto alcune galee di Ferdinando, fu con molta uccisione superato da' franzesi che v'erano a guardia, i quali con l'impeto della vittoria saccheggiorono tutta la terra. E nel tempo medesimo l'armata viniziana accostatasi a Monopoli, città di Puglia, e posti in terra gli stradiotti e molti fanti, gli dette la battaglia per terra e per mare; nella quale Pietro Bembo, padrone di una galea viniziana, fu morto da quelli di dentro di uno colpo d'artiglieria. Prese finalmente la città per forza, e la rocca gli fu data per timore dal castellano franzese che vi era dentro; e di poi ebbe per accordo Pulignano.

                                            Ma Ferdinando era intento ad acquistare Castelnuovo e Castel dell'Uovo, sperando che presto avessino ad arrendersi per la fame, perché a proporzione del numero degli uomini che vi era dentro vi era piccola provisione di vettovaglie; e attendendo continuamente a occupare i luoghi circostanti al castello, si sforzava di mettergli del continuo in maggiore strettezza. Perché i franzesi, non potendo stare sicura nel porto l'armata loro, che era di cinque navi quattro galee sottili una galeotta e uno galeone, l'aveano ritirata tra la Torre di San Vincenzio, Castel dell'Uovo e Pizzifalcone che si tenevano per loro, e tenendo le parti dietro a Castelnuovo, dove erano i giardini reali, si distendevano insino a Cappella; e fortificato il monasterio della Croce, correvano insino a Pié di Grotta e San Martino. Contro a' quali Ferdinando, avendo presa e messa in fortezza la cavalleria e fatte vie coperte per la Incoronata, occupò il monte di Sant'Ermo e dipoi il poggio di Pizzifalcone, tenendosi per i franzesi la fortezza posta in sulla sommità; alla quale per levare il soccorso, perché pigliandola arebbono potuto infestare di luogo eminente l'armata degli inimici, assaltorno le genti di Ferdinando il monasterio della Croce, ma ricevuto nell'accostarsi danno grande dall'artiglierie, disperati di ottenerlo per forza, si voltorono a ottenerlo per trattato, infelice a chi ne fu autore. Perché avendo uno moro che vi era dentro promesso fraudolentemente al marchese di Pescara, stato già suo padrone, di metterlo dentro, e perciò condottolo una notte in su una scala di legno appoggiata alle mura del monasterio a parlare seco, per stabilire l'ora e il modo di entrare la notte medesima, fu quivi con trattato doppio ammazzato con una freccia di una balestra che gli passò la gola. Né fu alle cose di Ferdinando poco importante la mutazione, prima di Prospero e poi di Fabbrizio Colonna; i quali, benché durante l'obligazione della condotta col re di Francia, passorono, quasi subito che ebbe recuperato Napoli, agli stipendi suoi, scusandosi non gli essere stati fatti a' tempi debiti i pagamenti promessi, e che Verginio Orsino e il conte di Pitigliano erano stati, con poco rispetto de' meriti loro, molto carezzati dal re: ragione che a molti parve inferiore alla grandezza de' benefici ricevuti da lui. Ma chi sa se quello che ragionevolmente doveva essere il freno a ritenergli fusse lo stimolo a fargli fare il contrario: perché quanto erano maggiori i premi che possedevano tanto fu, per avventura, piú potente in loro, poiché vedevano cominciare già a declinare le cose franzesi, la cupidità del conservargli. Ristretto in questo modo il castello, e serrato il mare da' navili di Ferdinando, cresceva continuamente il mancamento delle vettovaglie; e si sostentava solo con la speranza d'avere soccorso per mare, di Francia; perché Carlo, subito che era giunto in Asti, mandato Perone di Baccie, aveva fatto partire, dal porto di Villafranca appresso a Nizza, un'armata marittima che portava dumila tra guasconi e svizzeri e provedimento di vettovaglie; fattone capitano monsignore di Arbano, uomo bellicoso ma non esperimentato nel mare. La quale, condottasi insino all'isola di Ponzo, avendo scoperta all'intorno l'armata di Ferdinando che aveva trenta vele e due navi grosse genovesi, subito si messe in fuga; e seguitata insino all'isola dell'Elba, avendo perduta una navetta biscaina, si rifuggí con tanto spavento nel porto di Livorno che e' non fu in potestà del capitano ritenere che la piú parte de' fanti non scendessino in terra, e dipoi contro alla volontà sua andassino in Pisa. Per la ritirata di questa armata, Mompensieri e gli altri, stretti dalla carestia delle vettovaglie, patteggiorno di dare a Ferdinando il castello, dove erano stati assediati già tre mesi, e di andarsene in Provenza, se infra trenta dí non fussino soccorsi, salvo la roba e le persone di tutti quegli che v'erano dentro; e per l'osservanza dettono statichi Ivo di Allegri e tre altri a Ferdinando. Ma non si poteva, in tempo sí breve, sperare soccorso alcuno se non dalle genti medesime che erano nel regno. Però monsignore di Persí, uno de' capitani regi, avendo seco i svizzeri e una parte delle lancie franzesi, e accompagnato dal principe di Bisignano e da molti altri baroni, si mosse verso Napoli. La venuta del quale presentendo Ferdinando, mandò loro incontro a Eboli il conte di Matalona, con uno esercito la maggiore parte tumultuario, raccolto di confidati e d'amici: il quale, benché molto maggiore di numero, riscontratosi con gli inimici al lago Pizzolo vicino a Eboli, subito come si accostorono si messe in fuga senza combattere, restando nel fuggire prigione Venanzio figliuolo di Giulio da Varano signore di Camerino: ma perché non furono seguitati molto da' franzesi, si ridussono, ricevuto pochissimo danno, a Nola e dipoi a Napoli. Seguitorono i vincitori l'impresa del soccorrere le castella, e con tanta riputazione per la vittoria acquistata, che Ferdinando ebbe inclinazione d'abbandonare un'altra volta Napoli. Ma ripreso animo per i conforti de' napoletani, mossi non meno dal timore proprio, causato dalla memoria della ribellione, che dall'amore di Ferdinando, si fermò a Cappella; e per proibire che gli inimici non si accostassino al castello, finita una tagliata grande già cominciata dal monte di Santo Ermo insino a Castello dell'Uovo, providde di artiglierie e di fanti tutti i poggi insino a Cappella e sopra a Cappella: in modo che, con tutto che i franzesi, i quali erano venuti per la via di Salerno a Nocera per la Cava e per il monte di Pié di Grotta, si conducessino in Chiaia presso a Napoli, nondimeno essendo ogni cosa bene difesa, e dimostrandosi valorosamente Ferdinando e molestandogli molto l'artiglierie, massimamente quelle che erano piantate in sul poggio di Pizzifalcone, il qual poggio è imminente a Castel dell'Uovo, e dove già furono le delicatezze e le suntuosità tanto famose di Lucullo, non potettono passare piú innanzi né accostarsi a Cappella, né avendo facoltà di soggiornarvi, perché la natura, benignissima a quella costiera di tutte l'altre amenità, gli ha dinegato l'acque dolci, furono costretti a ritirarsi piú presto che non arebbono fatto, lasciati nel levarsi due o tre pezzi d'artiglieria e parte delle vettovaglie condotte per mettere nelle castella, e se ne andorono verso Nola: a' quali per opporsi, Ferdinando, lasciato assediato il castello, si fermò con le sue genti nel piano di Palma presso a Sarni. Ma Mompensieri, privato per la partita loro di ogni speranza di essere soccorso, lasciati in Castelnuovo trecento uomini, numero proporzionato non meno alla scarsità delle vettovaglie che alla difesa, e lasciato guardato Castel dell'Uovo, montato di notte, insieme con gli altri che erano dumila cinquecento soldati, in su' legni della sua armata, se ne andò a Salerno: non senza gravissime querele di Ferdinando, il quale pretendeva non gli essere stato lecito, pendente il termine dello arrendersi, partirsi con quelle genti di Castelnuovo se nel tempo medesimo non gli consegnava quello e Castel dell'Uovo; e perciò non fu senza inclinazione, seguitando il rigore de' patti, di vendicarsi, col sangue degli statichi, di questa ingiuria e del mancamento di Mompensieri, perché al termine convenuto non furono arrendute le castella. Ma passato il tempo circa a uno mese, quegli che erano rimasti in Castelnuovo, non potendo piú resistere alla fame, si arrenderono con condizione che fussino liberati gli statichi; e quasi ne' dí medesimi patteggiorno, per la medesima cagione, quegli che erano in Castel dell'Uovo, di arrendersi il primo dí della prossima quadragesima, se prima non fussino soccorsi.

                                            Morí quasi circa a questo tempo a Messina Alfonso di Aragona, nel quale, asceso al regno napoletano, si era convertita in somma infamia e infelicità quella gloria e fortuna per la quale, mentre era duca di Calavria, fu molto illustrato per tutto il nome suo. È fama che poco innanzi alla morte avea fatto instanza col figliuolo di ritornare a Napoli, ove l'odio già avuto contro a lui era quasi convertito in benivolenza; e si dice che Ferdinando, potendo piú in lui, come è costume degli uomini, la cupidità del regnare che la riverenza paterna, non meno mordacemente che argutamente gli rispose, che aspettasse insino a tanto che da sé gli fusse consolidato talmente il regno che egli non avesse un'altra volta a fuggirsene. E per corroborare Ferdinando le cose sue con piú stretta congiunzione col re di Spagna, tolse per moglie, con la dispensa del pontefice, Giovanna sua zia, nata di Ferdinando suo avolo e di Giovanna sorella del prelato re.

                                             

                                                 Lib.2, cap.11

                                                  

                                                 Le milizie de' veneziani e di Lodovico Sforza assediano Novara. Carlo VIII assolda nuovi svizzeri. Timori e provvedimenti de' collegati per gli appoggi della duchessa di Savoia a Carlo. Intimazione del pontefice a Carlo ed ironica risposta di questo. Patti conclusi tra Carlo e i fiorentini.

                                                  

                                                 Ma mentre che l'assedio si teneva con vari progressi, come è detto, intorno alle castella di Napoli, l'assedio di Novara si riduceva in grande strettezza; perché e il duca di Milano v'aveva intorno potente esercito, e i viniziani l'avevano soccorso con tanta prontezza che rare volte è memoria che in impresa alcuna perdonassino manco allo spendere: in modo che, in breve tempo, si ritrovorono nel campo de' collegati tremila uomini d'arme tremila cavalli leggieri mille cavalli tedeschi e cinquemila fanti italiani. Ma quello in che consisteva la fortezza principale dell'esercito erano diecimila lanzechenech (cosí chiamano volgarmente i fanti tedeschi), soldati dal duca di Milano, la maggiore parte, per opporgli a' svizzeri; perché, non che altro, non sosteneva il nome loro la fanteria italiana, diminuita maravigliosamente di riputazione e di ardire dopo la venuta de' franzesi. Governavangli molti valorosi capitani, tra i quali era di maggiore nome Giorgio di Pietrapanta nativo d'Austria; il quale, essendo pochi anni innanzi soldato di Massimiliano re de' romani, aveva, con laude grande, tolto in Piccardia la terra di Santo Omero al re di Francia. Né solo era stato sollecito il senato viniziano a mandare molta gente a quello assedio ma ancora, per dare maggiore animo a' suoi soldati, aveva di governatore fatto capitano generale del loro esercito il marchese di Mantova, onorando la fortezza dimostrata da lui nel fatto d'arme del Taro; e con esempio molto grato e degno d'eterna laude, non solo accresciuto le condotte a quegli che s'erano portati valentemente, ma a' figliuoli di molti de' morti nella battaglia date provisioni e vari premi, e statuito le doti alle figliuole. Attendevasi con questo esercito sí potente allo assedio, perché era il consiglio de' collegati, i quali di questo si riferivano principalmente alla volontà di Lodovico Sforza, di non tentare, se non erano necessitati la fortuna della battaglia col re di Francia, ma fortificandosi allo intorno di Novara, ne' luoghi opportuni, proibire che vettovaglie non v'entrassino, sperando che, per esservene dentro piccola quantità e bisognarvene assai, non si potesse molti giorni sostenere: perché, oltre al popolo della città e i paesani che v'erano rifuggiti, v'aveva il duca d'Orliens, tra franzesi e svizzeri, piú di settemila uomini di gente molto eletta. Però Galeazzo da San Severino con l'esercito duchesco, deposto eziandio ogni pensiero della oppugnazione della città poi che era tanto copiosa di difensori, era alloggiato alle Mugne, luogo in sulla strada maestra molto opportuno a impedire le provisioni che venissino da Vercelli; e il marchese di Mantova con le genti viniziane, avendo in sulla giunta sua preso per forza alcune terre circostanti, e pochi dí poi il castello di Brione che era di qualche importanza, aveva fornito Camariano e Bolgari, luoghi tra Novara e Vercelli: e per impedire piú comodamente le vettovaglie avevano distribuito l'esercito in molti luoghi intorno a Novara, e fortificato gli alloggiamenti di tutti.

                                                 Da altra parte il re di Francia, per essere piú propinquo a Novara, s'era da Asti trasferito a Turino; e ancora che spesso andasse insino a Chieri, preso dall'amore d'una gentildonna che vi abitava, non si intermettevano per questo le provisioni della guerra, sollecitando continuamente le genti che passavano di Francia, con intenzione di mettere in sulla campagna dumila lancie franzesi. Ma con non minore studio s'attendeva a sollecitare la venuta di diecimila svizzeri, a soldare i quali era stato mandato il baglí di Digiuno; disegnando, subito che e' fussino arrivati allo esercito, fare lo sforzo possibile per soccorrere Novara, ma senza quegli non avendo ardire di tentare cosa alcuna memorabile. Perché il regno di Francia, potentissimo in questo tempo di cavalleria e instruttissimo di copia grande d'artiglierie e di grandissima perizia di maneggiarle, era debolissimo di fanteria propria; perché ritenute l'armi e gli esercizi militari solo nella nobiltà, era mancata nella plebe e negli uomini popolari l'antica ferocia di quella nazione, per avere lungamente cessato dalle guerre e datisi all'arti e a' guadagni della pace: conciossiaché molti de' re passati, temendo dell'impeto de' popoli, per l'esempio di varie congiurazioni e rebellioni che erano accadute in quel reame, avevano atteso a disarmargli e alienargli dagli esercizi militari. E però i franzesi, non confidando piú della virtú de' fanti propri, si conducevano timidamente alla guerra se nell'esercito loro non era qualche banda di svizzeri. La quale nazione, in ogni tempo indomita e feroce, aveva circa venti anni innanzi augumentato molto la sua riputazione; perché essendo assaltati con potentissimo esercito da Carlo duca di Borgogna, quello che per la potenza e per la fierezza sua era al regno di Francia e a tutti i vicini di grandissimo terrore, gli avevano in pochi mesi dato tre rotte e nell'ultima, o mentre combatteva o nella fuga (perché fu oscuro il modo della sua morte) privatolo della vita. Per la virtú loro adunque, e perché con essi non avevano i franzesi emulazione o differenza alcuna, né per propri interessi causa di sospettarne, come avevano de' tedeschi, non conducevano altri fanti forestieri che svizzeri, e usavano in tutte le guerre gravi l'opera loro; e in questo tempo piú volentieri che negli altri, per conoscere che il soccorrere Novara, circondata da tanto esercito e contro a tanti fanti tedeschi, che guerreggiavano con la medesima disciplina che i svizzeri, era cosa difficile e piena di pericoli.

                                                 È posta in mezzo tra Turino e Novara la città di Vercelli, membro già del ducato di Milano ma conceduta da Filippo Maria Visconte, nelle lunghe guerre che ebbe co' viniziani e co' fiorentini, ad Amideo duca di Savoia, perché s'alienasse da loro; nella quale città non era ancora entrata gente d'alcuna delle parti, perché la duchessa, madre e tutrice del piccolo duca di Savoia, e d'animo totalmente franzese, non aveva voluto scoprirsi per il re insino che non fusse piú potente, dando in questo mezzo parole grate e speranza al duca di Milano. Ma come il re, ingrossato già di gente, si trasferí a Turino città del medesimo ducato, consentí che in Vercelli entrassino de' suoi soldati; donde e a lui, per l'opportunità di quel luogo, era accresciuta la speranza di potere, come fussino arrivati tutti suoi sussidi, soccorrere Novara, e i confederati cominciavano a starne con non piccola dubitazione. E però, per stabilire con maggiore maturità come in queste difficoltà si avesse a procedere, andò all'esercito Lodovico Sforza, e con lui Beatrice sua moglie che gli era assiduamente compagna non manco alle cose gravi che alle dilettevoli; alla presenza del quale, e, come fu fama, per consiglio suo principalmente, fu dopo molte disputazioni conchiuso unitamente da' capitani: che per maggiore sicurtà di tutti l'esercito veneto si unisse con lo sforzesco alle Mugne, lasciando sufficiente guardia in tutti i luoghi vicini a Novara che fussino opportuni all'ossidione: che Bolgari s'abbandonasse, perché essendo vicino tre miglia a Vercelli, era necessario, se i franzesi vi fussino andati potenti per espugnarlo, o lasciarlo ignominiosamente perdere o, contro alle deliberazioni già fatte, andare a soccorrerlo con tutto l'esercito: che in Camariano, distante per tre miglia all'alloggiamento delle Mugne, si accrescesse il presidio; e che, fortificato il campo tutto con fossi e con ripari e con copia grande d'artiglierie, si pigliassino giornalmente l'altre deliberazioni secondo che insegnassino gli andamenti degl'inimici; non omettendo di dare il guasto e tagliare tutti gli alberi insino quasi alle mura di Novara, per dare incomodo e agli uomini e al saccomanno de' cavalli, de' quali nella città era grande moltitudine.

                                                 Queste cose deliberate, e fatta la mostra generale di tutto l'esercito, Lodovico Sforza se ne tornò a Milano, per fare piú prontamente le provisioni che di dí in dí fussino necessarie. E per favorire anche con l'autorità e con l'armi spirituali le forze temporali, operorono, i viniziani ed egli, che 'l pontefice mandasse uno de' suoi mazzieri a Carlo, a comandargli che fra dieci dí si partisse d'Italia con tutto l'esercito, e fra altro termine breve levasse le genti sue del regno di Napoli; altrimenti, che sotto quelle pene spirituali con le quali minaccia la Chiesa comparisse a Roma innanzi a lui personalmente; rimedio tentato altre volte dagli antichi pontefici, perché, secondo che si legge, non con altre armi che queste Adriano, primo di quel nome, costrinse Desiderio re de' longobardi, che con esercito potente andava a perturbare Roma, a ritirarsi da Terni, dove già era pervenuto, a Pavia. Ma mancata la riverenza e la maestà che dalla santità della vita loro ne' petti degli uomini nascevano, era ridicolo sperare da costumi e esempli tanto contrari gli effetti medesimi. Però Carlo, deridendo la vanità di questo comandamento, rispose che, non avendo il pontefice voluto quando tornava da Napoli aspettarlo in Roma, dove era andato per baciargli divotamente i piedi, si maravigliava che al presente ne facesse tanta instanza: ma che per ubbidirlo attendeva ad aprirsi la strada, e lo pregava che, acciocché invano non pigliasse questa incomodità, fusse contento d'aspettarvelo.

                                                 Conchiuse in questo tempo il Carlo, in Turino, con gli imbasciadori de' fiorentini nuovi capitoli, non senza molta contradizione di quegli medesimi che altre volte gli avevano impugnati: a' quali dette maggiore occasione di contradire, che, avendo i fiorentini, dopo l'avere ricuperato l'altre castella delle colline di Pisa perdute nella ritornata di Carlo, posto il campo a Ponte di Sacco, e ottenutolo per accordo salve le persone de' soldati, erano stati contro alla fede data ammazzati nell'uscire quasi tutti i fanti guasconi che v'erano co' pisani, e usate contro a' morti molte crudeltà. Il che, se bene fusse avvenuto contro alla volontà de' commissari fiorentini, i quali con difficoltà grande ne salvorono una parte, ma per opera d'alcuni soldati, i quali stati prima prigioni dell'esercito franzese erano stati trattati molto acerbamente, nondimeno nella corte del re questo caso, interpretandosi dagli avversari loro per segno manifesto di animo inimicissimo al nome di tutti i franzesi, accrebbe difficoltà alla pratica dell'accordo: il quale pure finalmente si conchiuse, prevalendo a ogn'altro rispetto non la memoria delle promesse e del giuramento prestato solennemente ma la necessità urgente di danari e del soccorrere alle cose del regno di Napoli. Convennesi adunque in questa sentenza: che senza alcuna dilazione fussino restituite a' fiorentini tutte le fortezze e le terre che erano in mano di Carlo, con condizione che e' fussino obligati di dare infra due anni prossimi, quando cosí piacesse al re, e ricevendone conveniente ricompenso, Pietrasanta e Serezana a' genovesi, in caso venissino alla ubbidienza del re; sotto la quale speranza gl'imbasciadori de' fiorentini pagassino subito i trentamila ducati della capitolazione fatta in Firenze, ma ricevendo gioie in pegno per sicurtà del riavergli in caso non si restituissino per qualunque cagione le terre loro: che fatta la restituzione, prestassino al re sotto l'obligazione de' generali del reame di Francia (è questo il nome di quattro ministri regi che ricevono l'entrate di tutto il regno) settantamila ducati, pagandogli per lui alle genti che erano nel regno di Napoli, e intra gli altri una parte a' Colonnesi in caso non fussino accordati con Ferdinando; di che al re, benché avesse già dell'accordo di Prospero qualche indizio, non era pervenuta ancora la intera certezza: che non avendo guerra in Toscana, mandassino nel reame, in aiuto dell'esercito franzese, dugento cinquanta uomini d'arme; e in caso che avessino guerra in Toscana, ma non altra che quella di Montepulciano, fussino obligati a mandargli ad accompagnare insino nel regno le genti de' Vitelli, che erano nel contado pisano, ma non fussino obligati a tenervegli piú oltre che tutto il mese di ottobre: che a' pisani fussino perdonati tutti i delitti commessi, e data certa forma alla restituzione delle robe tolte, e fatte alcune abilità appartenenti all'arti e agli esercizi: e che per sicurtà dell'osservanza si dessino per statichi sei de' principali cittadini di Firenze, a elezione del re, per dimorare certo tempo nella sua corte. Il quale accordo conchiuso, e pagati col pegno delle gioie i trentamila ducati, che furono subito mandati per levare i svizzeri, furono espedite le lettere e i comandamenti regi a' castellani delle fortezze, che le restituissino immediate a' fiorentini.

                                             

                                                 Lib.2, cap.12

                                                  

                                                 Condizioni difficili de' francesi in Novara. Segrete pratiche di concordia fra il re di Francia e il duca di Milano. Patti di pace proposti al re di Francia e discussione di essi nel consiglio del re. Carlo VIII, fatta la pace col duca di Milano, ritorna in Francia.

                                                  

                                                 Ma le cose dentro a Novara diventavano ogni dí piú dure e piú difficili, con tutto che la virtú de' soldati fusse grande, e grandissima, per la memoria della ribellione, l'ostinazione de' novaresi a difendersi; perché erano già diminuite le vettovaglie talmente che la gente cominciava a patire molto de' cibi necessari: e benché Orliens, poiché si vidde ristretto, avesse mandate fuora le bocche inutili, non era tanto rimedio che bastasse; anzi de' soldati franzesi e de' svizzeri, poco abili a tollerare queste incomodità, incominciavano a infermarsene ogni dí molti. Onde Orliens, oppresso anche egli di febbre quartana, con messi spessi e lettere sollecitava Carlo a non prolungare il soccorso; il quale, non essendo ancora insieme tante genti che fussino abbastanza, non poteva essere sí presto che alla necessità sua cosí urgente sodisfacesse. Tentorono nondimeno i franzesi piú volte di mettere di notte in Novara vettovaglia, condotta da grosse scorte di cavalli e di fanti, ma scoperti sempre dagl'inimici furno costretti a ritirarsi, e qualche volta con danno non piccolo di coloro la conducevano. E per chiudere da ogni parte a quegli di dentro la via delle vettovaglie, il marchese di Mantova assaltò il monasterio di San Francesco propinquo alle mura di Novara, ed espugnatolo vi messe in guardia dugento uomini d'arme e tremila fanti tedeschi: donde gli eserciti si sgravorono di molte fatiche, restando assicurata la strada per la quale si conducevano le loro vettovaglie e serrata la via della porta di verso il monte di Biandrana, che era la via piú facile a entrare in Novara. Espugnò di piú il dí seguente il bastione fatto da' franzesi alla punta del borgo di San Nazaro, e la notte prossima tutto il borgo e l'altro bastione contiguo alla porta; nel quale messe la guardia, e fortificò il borgo: dove il conte di Pitigliano, che era stato condotto da' viniziani con titolo di governatore, ferito d'uno archibuso appresso alla cintura, stette in grave pericolo di morte. Per i quali progressi il duca d'Orliens, diffidandosi di potere piú difendere gli altri borghi, i quali quando si ritirò in Novara aveva fortificati, fattovi mettere fuoco, la notte seguente ridusse tutti i suoi alla guardia solamente della città, sostentandosi nella estremità della fame con la speranza del soccorso, che gli cresceva; perché essendo pure cominciati ad arrivare i svizzeri, l'esercito franzese, passato il fiume della Sesia, era uscito ad alloggiare in campagna un miglio fuora di Vercelli, e messa guardia in Bolgari aspettava il resto de' svizzeri, credendosi che come fussino arrivati si andrebbe subitamente a soccorrere Novara: cosa piena di molte difficoltà, perché le genti italiane erano alloggiate in forte sito e con gagliardi ripari, e il cammino da Vercelli a Novara era cammino copioso d'acque, e difficile per i fossi molto larghi e profondi de' quali è pieno il paese; e tra Bolgari, guardato da' franzesi, e l'alloggiamento degli italiani era Camariano, guardato da essi. Per le quali difficoltà non appariva nell'animo del re né degli altri molta prontezza. E nondimeno, se tutto il numero de' svizzeri fusse arrivato piú presto, arebbono tentata la fortuna della battaglia: l'evento della quale non poteva essere se non molto dubbio per ciascuna delle parti. E però, conoscendosi il pericolo da tutti, non mancavano continuamente tra il re di Francia e il duca di Milano secrete pratiche di concordia; benché con poca speranza, per la diffidenza grande che era tra loro, e perché l'uno e l'altro, per mantenersi in maggiore riputazione, dimostrava di non averne desiderio.

                                                 Ma il caso aperse uno altro mezzo piú espedito a tanta conclusione. Perché essendo in quegli medesimi dí morta la marchesana di Monferrato, e trattandosi di chi dovesse pigliare il governo di un piccolo figliuolo che aveva lasciato, al quale governo aspiravano il marchese di Saluzzo e Costantino fratello della marchesana morta, uno degli antichi signori di Macedonia, occupata molti anni innanzi da Maumeth ottomanno, il re, desideroso della quiete di quello stato, mandò, per ordinarlo secondo il consenso de' sudditi, Argenton a Casale Cervagio; dove essendo similmente andato, per condolersi della medesima morte, un maestro di casa del marchese di Mantova, nacque, tra questi due, ragionamento del beneficio che riporterebbe ciascuna delle parti della pace; il quale ragionamento procedé tanto avanti che, avendo Argenton, per conforto suo scritto sopra il medesimo a' proveditori viniziani, ripetendo le cose cominciate a trattare con loro insino in sul Taro, essi prestando orecchi e comunicando co' capitani del duca di Milano, finalmente tutti concordi mandorono a ricercare il re, il quale era venuto a Vercelli, che deputasse alcuni de' suoi, acciocché in qualche luogo comodo si conducessino a parlamento con quegli i quali sarebbono deputati da loro: il che avendo il re consentito, si congregorno il dí seguente, tra Bolgari e Camariano, per i viniziani il marchese di Mantova e Bernardo Contarino proveditore de' loro stradiotti, per il duca di Milano Francesco Bernardino Visconte, e per il re di Francia il cardinale di San Malò, il principe d'Oranges, il quale passato nuovamente di qua da' monti aveva per commissione del re la cura principale di tutto l'esercito, il marisciallo di Gies, Pienes e Argenton. I quali essendosi convenuti insieme piú volte; e inoltre andati, in diversi dí, alcuni di essi, dall'uno esercito all'altro, si ristrignevano principalmente le differenze alla città di Novara: perché il re, non ponendo difficoltà nell'effetto della restituzione ma nel modo, per minore offesa dell'onore proprio faceva instanza che, in nome del re de' romani, diretto signore del ducato di Milano, si dipositasse in mano d'uno di quegli capitani tedeschi che erano nel campo italiano; ma i collegati instavano si rilasciasse liberamente. Né si potendo questa e l'altre difficoltà che accadevano risolvere cosí presto come arebbono avuto di bisogno quegli che erano in Novara, ridotti tanto allo estremo che già per la fame, e per le infermità causate da quella, vi erano morti circa dumila uomini della gente di Orliens, fu fatto tregua per otto dí; dando facoltà a lui e al marchese di Saluzzo di andare con piccola compagnia a Vercelli, ma con promessa di ritornare dentro con la medesima compagnia se la pace non si facesse: per sicurtà del quale, avendo a passare per le forze degli inimici, il marchese di Mantova andò a una torre presso a Bolgari, in potestà del conte di Fois. Né arebbeno i soldati, i quali restorono in Novara, lasciatolo partire se da lui non avessino avuta la fede che, fra tre dí, o vi ritornerebbe o che essi arebbono per opera sua facoltà d'uscirsene; e dal marisciallo di Gies, che era andato a Novara per condurlo fuora, un suo nipote per statico: perché erano consumati non solo i cibi consueti al vitto umano ma eziandio gli immondi, da' quali gli uomini in tanta estremità non si erano astenuti. Ma come il duca d'Orliens fu arrivato al re si prolungò la tregua per pochi dí, con patto che tutta la gente sua uscisse di Novara, lasciando la terra in potestà del popolo, sotto giuramento di non la dare ad alcuna delle parti senza il consentimento comune; e che nella rocca rimanessino per Orliens trenta fanti, a' quali fusse dal campo italiano giornalmente mandata la vettovaglia. Cosí uscirono di Novara tutti i soldati, accompagnati, insino che furono in luogo sicuro dal marchese di Mantova e da Galeazzo da San Severino, ma tanto indeboliti e consumati dalla fame che non pochi di loro morirono appena arrivati a Vercelli e gli altri restorno inutili a adoperarsi in questa guerra. E in quegli dí medesimi arrivò il baglí di Digiuno col resto de' svizzeri; de' quali se bene non n'avesse dimandati piú che diecimila, non aveva potuto proibire che alla fama de' danari del re di Francia non concorressino quasi popolarmente, in modo che ascendevano al numero di ventimila: de' quali la metà si congiunse col campo che era appresso a Vercelli, l'altra metà si fermò discosto dieci miglia, non si giudicando totalmente sicuro che tanta quantità di quella nazione stesse insieme nel medesimo esercito. La cui venuta se fusse stata qualche dí prima arebbe facilmente interrotte le pratiche dell'accordo, perché nell'esercito del re erano, oltre a questi, ottomila fanti franzesi, dumila svizzeri di quegli che erano stati a Napoli, e le compagnie di mille ottocento lancie; ma essendo la materia tanto avanti, e già abbandonata Novara, non si intermessono i ragionamenti; con tutto che il duca di Orliens facesse opera efficace in contrario, e che nella sua sentenza molti altri concorressino. E perciò erano ogni dí i deputati nel campo italiano a praticare col duca di Milano, ritornatovi nuovamente per trattare da se medesimo cosa di tanta importanza, benché in presenza continuamente degli imbasciadori de' collegati; e finalmente i deputati ritornorono al re, riportando, per ultima conclusione di quello in che si poteva convenire: che tra il re di Francia e il duca di Milano fusse perpetua pace e amicizia, non derogando per questo il duca all'altre sue confederazioni; consentendo che la terra di Novara gli fusse restituita dal popolo e rilasciatagli la rocca da' fanti, e si restituissino la Spezie e gli altri luoghi occupati da ciascheduna delle parti: che al re fusse lecito armare a Genova, suo feudo, quanti legni volesse, e servirsi di tutte le comodità di quella città, eccetto che in favore degl'inimici di quello stato; e che per sicurtà di questo i genovesi gli dessino certi statichi: che 'l duca di Milano gli facesse restituire i legni perduti a Rapallo e le dodici galee ritenute a Genova, e gli armasse di presente a spese proprie due caracche grosse genovesi, le quali, insieme con quattro altre armate in nome suo, disegnava di mandare al soccorso del regno di Napoli; e che l'anno futuro fusse tenuto a dargliene tre nel modo medesimo: concedesse passo alle genti che 'l re mandasse per terra al medesimo soccorso, ma non passando per lo stato suo piú che dugento lancie per volta; e in caso che il re ritornasse a quella impresa personalmente dovesse il duca seguitarlo con certo numero di genti: avessino i viniziani facoltà d'entrare fra due mesi in questa pace, ed entrandovi ritirassino l'armata loro del regno di Napoli né potessino dare soccorso alcuno a Ferdinando; il che quando non osservassino, se il re volesse muovere loro la guerra fusse obligato il duca ad aiutarlo, per il quale si acquistasse tutto quello che si pigliasse dello stato de' viniziani: pagasse il duca, per tutto marzo prossimo, ducati cinquantamila a Orliens per le spese fatte a Novara; e de' danari prestati al re quando passò in Italia lo liberasse d'ottantamila ducati, gli altri, ma con termine piú lungo, gli fussino restituiti: fusse assoluto dal bando avuto dal duca, e rendutogli i suoi beni, il Triulzio; e il bastardo di Borbone preso nella giornata del Taro, e Miolans che era stato preso a Rapalle e tutti gli altri prigioni, fussino liberati: che il duca facesse partire di Pisa il Fracassa il quale poco innanzi v'aveva mandato, e tutte le genti sue e de' genovesi; né potesse impedire la recuperazione delle terre a' fiorentini: deponesse infra un mese il castelletto di Genova nelle mani del duca di Ferrara, che chiamato, per questo, dall'uno e dall'altro era venuto nel campo italiano; il quale l'avesse a guardare due anni a spese comuni, obligandosi con giuramento di consegnarlo, eziandio durante il tempo predetto, al re di Francia in caso che 'l duca di Milano non gli osservasse le promesse; il quale, conchiusa che fusse la pace, avesse a dare subito statichi al re per sicurtà di deporre al tempo convenuto il castelletto. Queste condizioni, riferite al re dai suoi che l'avevano trattate, furono da lui proposte nel suo consiglio; nel quale, variando gli animi di molti, monsignore della Tramoglia parlò in questa sentenza:

                                                 - Se nella presente deliberazione non si trattasse, magnanimo re, se non d'accrescere con opere valorose nuova gloria alla corona di Francia, io mi moverei per avventura piú lentamente a confortare che la persona vostra reale si esponesse a nuovi pericoli; ancora che l'esempio di voi medesimo vi dovesse consigliare in contrario, perché non mosso da altro che dalla cupidità della gloria deliberaste, contro a' consigli e contro a' prieghi di quasi tutto il vostro reame, di passare l'anno precedente in Italia al conquisto del regno di Napoli: ove avendo con tanta fama e onore avuto sí prospero successo la impresa vostra, è cosa manifestissima che oggi non viene solo in consulta se s'ha a rifiutare l'occasione d'acquistare onori e gloria nuova, ma se s'ha a deliberarsi di disprezzare e di lasciare perdere quella che con sí gravi spese e con tanti pericoli avete conseguita, e convertire l'onore acquistato in grandissima ignominia, ed essere voi quello che riprendiate e condanniate le deliberazioni fatte da voi medesimo. Perché poteva la Maestà Vostra senza alcuno carico suo starsene in Francia, né poteva quello che al presente sarà attribuito da tutto il mondo a somma timidità e viltà essere allora attribuito ad altro che a negligenza, o alla età occupata ne' piaceri. Poteva la Maestà Vostra, subito che fu giunta in Asti, con molto minore vergogna sua ritornarsene in Francia, dimostrando che a lei le cose di Novara non attenessino; ma ora, poiché fermata qui con l'esercito suo ha publicato d'essersi fermata per liberare dallo assedio Novara e, per questo, fatto venire di Francia tanta nobiltà, e con intollerabile spesa condotti tanti svizzeri, chi può dubitare che, non la liberando, la gloria vostra e del vostro reame non si converta in eterna infamia? Ma ci sono piú potenti o (se ne' petti magnanimi de' re non può essere maggiore né piú ardente stimolo che la cupidità della fama e de la gloria) almanco piú necessarie ragioni: perché la ritirata nostra in Francia, consentendo per accordo la perdita di Novara, non vuole dire altro che la perdita di tutto il regno di Napoli, che la distruzione di tanti capitani, di tanta nobiltà franzese, rimasta sotto la speranza vostra, sotto la fede data da voi di presto soccorrergli, alla difesa di quel reame; i quali resteranno disperati del soccorso come intenderanno che voi, trovandovi in sulle frontiere d'Italia con tanto esercito, con tante forze, cediate agl'inimici. Dependono in grande parte, come ognuno sa, dalla riputazione i successi delle guerre; la quale quando declina, declina insieme la virtú de' soldati diminuisce la fede de' popoli annichilansi l'entrate deputate a sostenere la guerra, e per contrario cresce l'animo degl'inimici alienansi i dubbii e augumentansi in infinito tutte le difficoltà. Però mancando, con nuova sí infelice, all'esercito nostro il suo vigore, e diventando maggiori le forze e la riputazione degl'inimici, chi dubita che presto sentiremo la ribellione di tutto il regno di Napoli? presto la disfazione del nostro esercito? e che quella impresa, cominciata e proseguita con tanta gloria, non ci arà partorito altro frutto che danno e infamia inestimabile? Perché chi si persuade che questa pace si faccia con buona fede dimostra di considerare poco le condizioni delle cose presenti, dimostra di conoscere poco la natura di coloro co' quali si tratta; essendo facile a comprendere che, come aremo voltate le spalle all'Italia, non ci sarà osservata cosa alcuna di quelle che si capitolano, e che in cambio di darci gli aiuti promessi sarà mandato soccorso a Ferdinando; e quelle genti medesime che si glorieranno d'averci fatto vilmente fuggire d'Italia andranno a Napoli ad arricchirsi delle spoglie de' nostri. La quale ignominia io tollererei piú facilmente se per alcuna probabile cagione si potesse dubitare della vittoria. Ma come può nascere in alcuno questo sospetto che, considerando la grandezza del nostro esercito, l'opportunità che abbiamo del paese circostante, si ricordi che, stracchi della lunghezza del cammino, assediati delle vettovaglie, pochissimi di numero e in mezzo di tutto il paese inimico, combattemmo sí ferocemente contro a grossissimo esercito in sul fiume del Taro? il quale fiume corse quel dí con grande impeto, piú grosso di sangue degli inimici che d'acqua propria; aprimmoci col ferro la strada, e vittoriosi cavalcammo otto giorni per il ducato di Milano, che tutto ci era contrario? Abbiamo al presente il doppio piú cavalleria e tanti piú fanti franzesi che allora non avevamo, e in cambio di tremila svizzeri n'abbiamo ora ventiduemila: gl'inimici, se bene augumentati di fanti tedeschi, si può dire che a comparazione nostra siano poco augumentati, perché la cavalleria loro è quasi la medesima, sono i medesimi capitani; e battuti una volta con tanto danno da noi, ritorneranno con grande spavento a combattere. E forse i premi della vittoria sono sí piccoli che abbino a essere vilipesi da noi? e non piú presto tali che debbiamo cercare di conseguirgli con qualunque pericolo? Perché non si combatte solamente la conservazione di tanta gloria acquistata, la conservazione del regno di Napoli, la salute di tanti vostri capitani e di tanta nobiltà, ma sarà posto in mezzo della campagna lo imperio di tutta Italia; la quale, vincendo qui, sarà per tutto preda della vittoria nostra: perché, che altre genti che altri eserciti restano agli inimici? nel campo de' quali sono tutte l'armi tutti i capitani che hanno potuto mettere insieme. Un fosso che noi passiamo, un riparo che noi spuntiamo, ci mette in seno cose sí grandi: lo imperio e le ricchezze di tutta Italia, la facoltà di vendicarci di tante ingiurie. I quali due stimoli, soliti ad accendere gli uomini pusillanimi e ignavi, se non moveranno la nazione nostra bellicosa e feroce potremo dire certamente esserci mancata piú presto la virtú che la fortuna; la quale ci ha arrecato occasione di guadagnare in sí piccolo campo, in sí poche ore, premi tanto grandi e tanto degni che né piú grandi né piú degni n'aremmo saputo noi medesimi desiderare. -

                                                 Ma in contrario il principe di Oranges parlò cosí:

                                                 - Se le cose nostre, cristianissimo re, non fussino ridotte in tanta strettezza di tempo, ma fussino in grado che ci dessino spazio d'accompagnare le forze con la prudenza e con la industria, e non ci necessitassino, se vogliamo perseverare nell'armi, a procedere impetuosamente e contro a tutti i precetti dell'arte militare, sarei ancora io uno di quegli che consiglierei che si rifiutasse l'accordo; perché in verità molte ragioni ci confortano a non l'accettare, non si potendo negare che il continuare la guerra sarebbe molto onorevole e molto a proposito delle cose nostre di Napoli. Ma i termini ne' quali è ridotta Novara e la rocca, dove non è da vivere pure per un giorno, ci costringono, se la vogliamo soccorrere, ad assaltare gl'inimici subitamente; e quando pure, lasciandola perdere, pensiamo a trasferire in altra parte dello stato di Milano la guerra, la stagione del verno che si appropinqua, molto incomoda a guerreggiare in questi luoghi bassi e pieni di acqua, la qualità del nostro esercito il quale, per la natura e moltitudine sí grande de' svizzeri, se non sarà adoperato presto potrebbe essere piú pernicioso a noi che agl'inimici, la carestia grandissima de' danari per la quale è impossibile il mantenerci qui lungamente, ci necessitano, non accettando l'accordo, a cercare di terminare presto la guerra: il che non si può fare altrimenti che andando a dirittura a combattere con gl'inimici. La qual cosa, per le condizioni loro e del paese, è tanto pericolosa che e' non si potrà dire che il procedere in questo modo non sia somma temerità e imprudenza: perché l'alloggiamento loro è tanto forte per natura e per arte, avendo avuto tempo sí lungo a ripararlo e a fortificarlo, i luoghi circostanti, che gli hanno messo in guardia sono sí opportuni alla difesa loro e sí bene muniti, il paese per la fortezza de' fossi e per l'impedimento dell'acque è sí difficile a cavalcare, che chi disegna d'andare distesamente a trovargli, e non d'accostarsi loro di passo in passo con le comodità e co' vantaggi e (come si dice) guadagnando il paese e gli alloggiamenti opportuni a palmo a palmo, non cerca altro che avventurarsi con grandissimo e quasi certissimo pericolo. Perché con quale discorso, con quale ragione di guerra, con quale esempio di eccellenti capitani, si debbe egli impetuosamente assaltare un esercito sí grosso che sia in uno alloggiamento sí forte, e sí copioso d'artiglierie? Bisogna, chi vuole procedere altrimenti che a caso, cercare di diloggiargli del forte loro, col prendere qualche alloggiamento che gli soprafaccia o con l'impedire loro le vettovaglie; delle quali cose non veggo se ne possa sperare alcuna se non procedendo maturamente e con lunghezza di tempo, il quale ciascuno conosce che abilità abbiamo di aspettare: senza che, la cavalleria nostra non è né di quel numero né di quel vigore che molti forse si persuadono, essendone, come ognuno sa, ammalati molti, molti ancora, e con licenza e senza licenza, ritornatisene in Francia, e la maggiore parte di quegli che restano, stracchi per la lunga milizia, sono piú desiderosi d'andarsene che di combattere; e il numero grande de' svizzeri, che è il nervo principale del nostro esercito, ci è forse cosí nocivo come sarebbe inutile il piccolo numero. Perché chi è quello che, esperto della natura e de' costumi di quella nazione e che sappia quanto sia difficile, quando sono tanti insieme, il maneggiargli, ci assicuri che non faccino qualche pericoloso tumulto, massime procedendo le cose con lunghezza? nella quale, per cagione de' pagamenti ne' quali sono insaziabili, e per altri accidenti, possono nascere mille occasioni di alterargli. Cosí restiamo incerti se gli aiuti loro ci abbino a essere medicina o veleno; e in questa incertitudine come possiamo noi fermare i nostri consigli? come possiamo noi risolverci a deliberazione alcuna animosa e grande? Nessuno dubita che piú onorevole sarebbe, piú sicura per la difesa del regno di Napoli, la vittoria che l'accordo; ma in tutte le azioni umane, e nelle guerre massimamente, bisogna spesso accomodare il consiglio alla necessità, né, per desiderio di ottenere quella parte che è troppo difficile e quasi impossibile, esporre il tutto a manifestissimo pericolo; né è manco ufficio del valoroso capitano fare operazione di savio che d'animoso. Né è stata l'impresa di Novara principalmente impresa vostra, né appartiene se non per indiretto a voi che non pretendete diritto al ducato di Milano; né fu la partita vostra da Napoli per fermarsi a fare la guerra nel Piemonte ma per ritornare in Francia, a fine di riordinarvi di danari e di genti, da potere piú gagliardamente soccorrere il regno di Napoli: il quale, in questo mezzo, col soccorso dell'armata partita da Nizza, con le genti vitellesche con gli aiuti e co' danari de' fiorentini, si intratterrà tanto che potrà facilmente aspettare le potenti provisioni che, ricondotto in Francia, voi farete. Non sono già io di quegli che affermi che il duca di Milano osserverà questa capitolazione; ma essendovi da lui e da' genovesi dati gli ostaggi, e depositando il castelletto secondo la forma de' capitoli, n'arete pure qualche arra e qualche pegno. Né sarebbe però da maravigliarsi molto che egli, per non avere a essere sempre il primo percosso da voi, desiderasse la pace; né hanno per sua natura le leghe, dove intervengono molti, tale fermezza o tale concordia che non si possa sperare d'averne a raffreddare o a disunire dagli altri qualcuno: ne' quali ogni piccola apertura che noi facessimo, ogni piccolo spiraglio che ci apparisse, aremmo la vittoria facile e sicura. Io finalmente vi conforto, re cristianissimo, all'accordo, non perché per se stesso sia utile o laudabile ma perché appartiene a' príncipi savi, nelle deliberazioni difficili e moleste, approvare per facile e desiderabile quella che sia necessaria o che sia manco di tutte l'altre ripiena di difficoltà e di dispiacere. -

                                                 Ripigliò il duca d'Orliens le parole del principe di Oranges, e con tanta acerbità che, trascorrendo l'uno e l'altro impetuosamente dalle parole calde alle ingiuriose, Orliens, presenti tutti, lo smentí; e nondimeno la inclinazione della maggiore parte del consiglio e quasi di tutto l'esercito era che s'accettasse la pace, potendo tanto in tutti, e non meno nel re che negli altri, la cupidità del ritornarsene in Francia che impediva il conoscere il pericolo del regno di Napoli, e quanto fusse ignominioso il lasciare perdere innanzi agli occhi propri Novara, e la partita d'Italia con condizioni, per la incertitudine della osservanza, cosí inique: la quale deliberazione fu con tanta caldezza favorita dal principe di Oranges che molti dubitorono che a requisizione del re de' romani, al quale era deditissimo, non riguardasse meno all'interesse del duca di Milano che a quello del re di Francia. Ed era grande appresso a Carlo la sua autorità, parte per lo ingegno e valore suo, parte perché facilmente da' príncipi sono riputati savi quegli consigli che si conformano piú alla loro inclinazione. Fu adunque stipulata la pace, la quale non prima giurata dal duca di Milano, il re, tutto intento al ritorno di Francia, se ne andò subito a Turino; sollecitato anche al partirsi da Vercelli perché quella parte de' svizzeri che era nel campo suo, per assicurarsi d'avere lo stipendio per tre mesi interi, come dicevano avere sempre osservato seco Luigi undecimo, con tutto che e' non fusse stato loro promesso, e che non avessino militato tanto tempo per lui, trattavano di ritenere o il re o i principali della sua corte: dal quale pericolo benché liberatosi con la súbita partita, nondimeno, avendo essi fatto prigioni il baglí di Digiuno e gli altri capi che gli avevano condotti fu alla fine necessitato d'assicurargli, con statichi e con promesse, della dimanda la quale facevano. Da Turino il re, desideroso di stabilire la pace fatta, mandò al duca di Milano il marisciallo di Gies il presidente di Gannai e Argenton, per indurlo a parlamento seco, il che egli dimostrava di desiderare ma dubitare di qualche fraude; e o per questo sospetto, o forse studiosamente interponendo difficoltà per non ingelosire gli animi de' collegati, o per ambizione di condurvisi come non inferiore al re di Francia, proponeva di fare l'abboccamento in mezzo di qualche riviera, in sulla quale, essendo stabilito un ponte o con le barche o con altra materia, restasse tra loro uno steccato forte di legname: nel qual modo si erano altre volte abboccati insieme i re di Francia e di Inghilterra, e altri príncipi grandi di ponente. Il che essendo ricusato dal re come cosa indegna di sé, e avendo ricevuto da lui gli statichi, mandò Perone di Baccie a Genova, per ricevere le due caracche promessegli e per armarne a spese proprie quattro altre, per soccorrere le castella di Napoli; le quali era già certificato non avere ricevuto il soccorso dell'armata mandata da Nizza, e perciò avere convenuto di arrendersi se fra trenta dí non fussino soccorse: disegnando mettervi su tremila svizzeri, e congiugnerle con l'armata ritiratasi a Livorno e con alcuni altri legni che s'aspettavano di Provenza, i quali senza le navi grosse genovesi non sarebbono stati bastanti a questo soccorso, essendo già ripieno il porto di Napoli di grossa armata; perché, oltre a' legni condottivi da Ferdinando, vi avevano i viniziani mandate venti galee e quattro navi di quella che aveva espugnato Monopoli. Mandò ancora il re Argenton a Vinegia per ricercargli che entrassino nella pace; e dipoi prese il cammino di Francia, con tanta celerità e ardore, egli e tutta la corte, d'esservi presto che, non che altro, non volesse soprasedere in Italia pochi dí per aspettare che i genovesi gli dessino gli statichi promessi, come senza dubbio non si partendo cosí presto fatto arebbono: e cosí, alla fine d'ottobre dell'anno mille quattrocento novantacinque, si ritornò di là da' monti, simile piú tosto, non ostante le vittorie ottenute, a vinto che a vincitore; lasciato in Asti, la quale città simulò d'avere comperata dal duca d'Orliens, governatore Gianiacopo da Triulzi con cinquecento lancie franzesi, le quali quasi tutte, fra pochi dí, di propria autorità lo seguitorono; né avendo lasciato al soccorso del regno di Napoli altra provisione che l'ordine delle navi che si armavano a Genova e in Provenza, e l'assegnamento degli aiuti e de' danari promessigli da' fiorentini.

                                                  

                                                 Lib.2, cap.13

                                                  

                                                 Manifestazione del male detto da' francesi: “di Napoli”, e dagli italiani: “francese”. Suo luogo d'origine e sua diffusione.

                                                  

                                                 Né pare, dopo la narrazione dell'altre cose, indegno di memoria che, essendo in questo tempo fatale a Italia che le calamità sue avessino origine dalla passata de' franzesi, o almeno a loro fussino attribuite, che allora ebbe principio quella infermità che, chiamata da' franzesi il male di Napoli, fu detta comunemente dagli italiani le bolle o il male franzese; perché, pervenuta in essi mentre erano a Napoli, fu da loro, nel ritornarsene in Francia, diffusa per tutta Italia: la quale infermità o del tutto nuova o incognita insino a questa età nel nostro emisperio, se non nelle sue remotissime e ultime parti, fu massime per molti anni tanto orribile che, come di gravissima calamità, merita se ne faccia menzione. perché scoprendosi o con bolle bruttissime, le quali spesse volte diventavano piaghe incurabili, o con dolori intensissimi nelle giunture e ne' nervi per tutto il corpo, né usandosi per i medici, inesperti di tale infermità, rimedi appropriati ma spesso rimedi direttamente contrari e che molto la facevano inacerbire, privò della vita molti uomini di ciascuno sesso e età, molti diventati d'aspetto deformissimi restorono inutili e sottoposti a cruciati quasi perpetui; anzi la maggiore parte di coloro che pareva si liberassino ritornavano in breve spazio di tempo nella medesima miseria; benché, dopo il corso di molti anni, o mitigato lo influsso celeste che l'aveva prodotta cosí acerba, o essendosi per la lunga esperienza imparati i rimedi opportuni a curarla, sia diventata molto manco maligna; essendosi anche per se stessa trasmutata in piú specie diverse dalla prima. Calamità della quale certamente gli uomini della nostra età si potrebbono piú giustamente querelare se pervenisse in essi senza colpa propria: perché è approvato, per consentimento di tutti quegli che hanno diligentemente osservata la proprietà di questo male, che o non mai o molto difficilmente perviene in alcuno se non per contagione del coito. Ma è conveniente rimuovere questa ignominia dal nome franzese, perché si manifestò poi che tale infermità era stata traportata di Spagna a Napoli, né propria di quella nazione ma condotta quivi di quelle isole le quali, come in altro luogo piú opportunamente si dirà, cominciorono, per la navigazione di Cristofano Colombo genovese, a manifestarsi, quasi in questi anni medesimi, al nostro emisperio. Nelle quali isole, nondimeno, questo male ha prontissimo, per benignità della natura, il rimedio; perché beendo solamente del succo d'un legno nobilissimo per molte doti memorabili, che quivi nasce, facilissimamente se ne liberano.

                                             

                                                 Lib.3, cap.1

                                                  

                                                 Lodi generali al senato veneziano ed al duca di Milano per aver essi liberato l'Italia dai francesi. Lodovico Sforza mantiene fede solo ad alcune delle condizioni di pace. Fa spogliare delle scritture riguardanti i patti conclusi con Carlo VIII l'oratore fiorentino. Ambizione de' veneziani e dello Sforza al dominio di Pisa. Restituzione della terra e delle fortezze di Livorno ai fiorentini. Entraghes malgrado le lettere del re non consegna Pisa ai fiorentini ed impedisce che essi se ne impadroniscano.

                                                  

                                                 La ritornata poco onorata del re di Francia di là da' monti, benché proceduta piú da imprudenza o da disordini che da debolezza di forze o da timore, lasciò negli animi degli uomini speranza non mediocre che Italia, percossa da infortunio tanto grave, avesse presto a rimanere del tutto libera dallo imperio insolente de' franzesi; onde risonavano per tutto le laudi del senato viniziano e del duca di Milano che, prese l'armi, con savia e animosa deliberazione, avessino vietato che sí preclara parte del mondo non cadesse in servitú di forestieri: i quali se, acciecati dalle cupidità particolari, non avessino, eziandio con danno e infamia propria, corrotto il bene universale, non si dubita che Italia reintegrata co' consigli e le forze loro nel pristino splendore, sarebbe stata per molti anni sicura dall'impeto delle nazioni oltramontane. Ma l'ambizione, la quale non permesse che alcuno di loro stesse contento a' termini debiti, fu cagione di rimettere presto Italia in nuove turbazioni, e che non si godesse il frutto della vittoria che ebbono poi contro all'esercito franzese, che era rimasto nel regno di Napoli; la quale vittoria la negligenza e i consigli imprudenti del re lasciorono loro facilmente conseguire, essendo il soccorso disegnato da lui, quando si partí d'Italia, restato vano, perché né le provisioni dell'armata né gli aiuti promessi da' fiorentini ebbono effetto.

                                                 Non era Lodovico Sforza condisceso con sincera fede alla pace con Carlo, perché ricordandosi, come è natura di chi offende, delle ingiurie che gli avea fatte si persuadeva non potere piú sicuramente commettersi alla sua fede, ma il desiderio di ricuperare Novara e di liberare dalla guerra lo stato proprio l'avevano indotto a promettere quello che non aveva in animo di osservare. Né si dubitò che alla pace fatta con questa simulazione fusse intervenuto il consentimento del senato viniziano, desideroso d'alleggerirsi senza infamia sua della spesa smisurata la quale per la loro republica si sosteneva intorno a Novara. E nondimeno Lodovico, per non si partire subito cosí impudentemente, ma con qualche colore, dalla capitolazione, adempié quello che e' non poteva negare che fusse in arbitrio suo: dette gli statichi, fece liberare i prigioni pagando del suo proprio le taglie loro, restituí i legni presi a Rapalle, rimosse di Pisa il Fracassa, il quale non poteva dissimulare che fusse stipendiario suo; e infra 'l mese convenuto ne' capitoli, consegnò il castelletto di Genova al duca di Ferrara, che andò in persona a riceverlo. Ma da altra parte lasciò in Pisa Luzio Malvezzo con non piccolo numero di gente, come soldato de' genovesi; permesse che andassino nel regno di Napoli due caracche che a Genova s'erano armate per Ferdinando, scusandosi che, per averle egli soldate innanzi si conchiudesse la pace, non si consentiva a Genova il negargliene; impedí occultamente che i genovesi gli dessino gli ostaggi; e, quello che fu di maggiore momento alla perdita delle castella di Napoli, poi che 'l re ebbe finito d'armare le quattro navi, ed egli proveduto alle due alle quali era tenuto, operò che i genovesi dimostrando timore ricusassino ch'elle si armassino di soldati del re, se prima non ricevevano da lui sufficiente sicurtà di non se le appropriare, né di tentare con esse di mutare il governo di Genova: delle quali cavillazioni facendo il re per uomini propri querela a Lodovico, ora rispondeva avere promesso di dare le navi ma non obligatosi che le si potessino fornire di gente franzese, ora che il dominio che aveva di Genova non era assoluto, ma limitato con tali condizioni che in potestà sua non era il costringergli a fare tutto quello che gli paresse, e specialmente le cose che essi pretendessino essere pericolose allo stato e alla città propria; le quali escusazioni per corroborare piú, operò che il pontefice comandasse a' genovesi e a lui, sotto pena delle censure, che non lasciassino cavare di Genova legni di alcuna sorte al re di Francia. Onde restò vano questo soccorso, aspettato con sommo desiderio da' franzesi che erano nel reame di Napoli. Come similmente restorono vani i danari e gli aiuti promessi da' fiorentini. Perché dopo l'accordo fatto a Turino essendo partito subito con tutte le espedizioni necessarie Guidantonio Vespucci, uno degli oratori che erano intervenuti a conchiuderlo, e passando senza sospetto per il ducato di Milano perché la republica fiorentina non si era dichiarata inimica di alcuno, fu per commissione del duca ritenuto in Alessandria, toltegli tutte le scritture, ed egli condotto a Milano; dove intesa la capitolazione e le promesse de' fiorentini, fu deliberato da' viniziani e dal duca essere bene di non lasciare perire i pisani, i quali, subito che il re di Francia era partito da Pisa, avevano per nuovi imbasciadori raccomandate a Vinegia e a Milano le cose loro: movendosi amendue, con consenso del pontefice e degli oratori degli altri confederati, sotto pretesto di impedire i danari e le genti che i fiorentini doveano, riavendo Pisa e l'altre terre, mandare nel regno di Napoli: e perché, essendo congiunti al re di Francia, potrebbono, diventati piú potenti per la recuperazione di quella città e liberatisi da quello impedimento, nuocere in molti modi alla salute d'Italia.

                                                 Ma si movevano principalmente per la cupidità d'insignorirsi di Pisa; alla quale preda, disegnata molto prima da Lodovico, incominciavano medesimamente a volgere gli occhi i viniziani, come quegli che, per essere dissoluta l'antica unione degli altri potentati e indebolita una parte di coloro che solevano opporsegli, abbracciavano già co' pensieri e con le speranze la monarchia d'Italia: alla quale cosa pareva che fusse molto opportuno il possedere Pisa, per cominciare con la comodità del porto suo, in quale si giudicava che difficilmente potessino, non avendo Pisa, conservarsi lungo tempo i fiorentini, a distendersi nel mare di sotto, e per fermare con la comodità della città un piede di non piccola importanza in Toscana. Nondimeno erano stati piú pronti gli aiuti del duca di Milano; il quale, intrattenendosi nel tempo medesimo con varie pratiche co' fiorentini, aveva ordinato che Fracassa, sotto colore di faccende private, perché avea possessioni in quello contado, andasse a Pisa, e che i genovesi vi mandassino di nuovo fanti: attendendo in questo mezzo i viniziani a confortare i pisani con promesse di mandare loro aiuto, per il che avevano mandato a Genova uno secretario a soldare fanti e a confortare i genovesi a non abbandonare i pisani; ma il mandargli a Pisa eseguivano lentamente, perché, mentre che la cittadella era tenuta per il re e, molto piú, mentre che il re era in Italia, non giudicavano essere da fare molto fondamento in quelle cose.

                                                 E da altra parte i fiorentini, intese le nuove convenzioni fatte dagli oratori loro col re a Turino, avevano augumentato l'esercito loro, per potere, subito che arrivassino l'espedizioni regie, costrignere i pisani a ricevergli: le quali mentre ritardano, per l'arrestamento fatto del loro imbasciadore, preso il castello di Palaia, poseno il campo a Vico Pisano. L'oppugnazione del qual castello riuscí vana: parte perché i capitani, o con cattivo consiglio o perché giudicassino non avere gente sufficiente a porre il campo dalla parte di verso Pisa, massime avendovi i pisani fatto uno bastione in luogo rilevato assai vicino alla terra, s'accamporono dalla banda di sotto verso Bientina, luogo poco opportuno a nuocere a Vico, e dove stando restava aperto il cammino da Pisa e da Cascina agli assediati; parte perché Pagolo Vitelli con la compagnia sua e de' fratelli, ricevuti tremila ducati da' pisani, v'entrò alla difesa, dicendo avere lettere dal re e comandamento dal generale di Linguadoca, fratello del cardinale di San Malò, il quale infermo era rimasto a Pietrasanta, di difendere, insino che altro non gli fusse ordinato, Pisa e il suo contado: ed era certamente cosa maravigliosa che in uno tempo medesimo i pisani fussino difesi dalle genti del re di Francia e aiutati similmente da quelle del duca di Milano e nutriti di speranze da' viniziani, con tutto che e quel senato e il duca fussino in manifesta guerra col re. Per il soccorso delle genti de' Vitelli si difese facilmente Vico Pisano, e con danno non piccolo del campo de' fiorentini, il quale alloggiava in luogo sí scoperto che era molto offeso dall'artiglierie state condotte in Vico da' pisani; in modo che, dopo esservi dimorato molti dí, fu necessario che i capitani disonoratamente se ne levassino. Ma essendo arrivate poi l'espedizioni regie, le quali duplicate erano state mandate occultamente per diverse vie, furno subito restituite a' fiorentini la terra e le fortezze di Livorno e del porto, da Saliente luogotenente di monsignore di Beumonte, al quale il re l'aveva date a guardia; e monsignore di Lilla, deputato commissario a ricevere da' fiorentini la ratificazione dell'accordo fatto a Turino e a fare eseguire la restituzione, cominciò a trattare con Entraghes, castellano della cittadella di Pisa e delle rocche di Pietrasanta e di Mutrone, per stabilire seco il dí e il modo del consegnarle.

                                                 Ma Entraghes, indotto o dalla medesima inclinazione che ebbono in Pisa tutti i franzesi o da secrete commissioni che avesse da Ligní, sotto 'l cui nome e come dependente da lui era, quando il re partí da Pisa, stato proposto a questa guardia, o stimolato dall'amore portava a una fanciulla figliuola di Luca del Lante cittadino pisano, perché non è credibile lo movessino solamente i danari, de' quali poteva sperare di ricevere maggiore quantità da' fiorentini, cominciò a interporre varie difficoltà; ora dando interpretazione fuora del vero senso alle patenti regie, ora affermando d'avere avuto da principio comandamento di non le restituire se non riceveva contrasegni occulti da Ligní: sopra le quali cose essendosi disputato qualche dí, fu necessario a' fiorentini fare nuova instanza col re, il quale ancora era a Vercelli, che facesse provisione a questo disordine, nato con tanta offesa della degnità e utilità propria. Dimostrò il re molestia grande della disubbidienza d'Entraghes, però non senza indegnazione comandò a Ligní che lo costrignesse a ubbidire; con intenzione di mandare, con questo ordine e con nuove patenti, e con lettere efficaci del duca d'Orliens del quale esso era suddito, un uomo d'autorità: ma potendo piú la pertinacia di Ligní e i favori suoi che il poco consiglio del re, fu prolungata l'espedizione per qualche dí, e alla fine mandato con essa non un uomo d'autorità ma Lanciaimpugno privato gentiluomo; col quale andò Cammillo Vitelli, per condurre nel reame di Napoli, con parte de' danari che avevano a sborsare i fiorentini, le genti sue, le quali, subito che arrivorono le patenti regie, s'erano unite con l'esercito loro. Non partorí questa espedizione frutto maggiore che avesse partorito la prima, benché 'l castellano avesse già ricevuto dumila ducati da' fiorentini per sostentare, insino alla risposta del re, i fanti che erano alla guardia della cittadella, e che a Cammillo fussino stati pagati tremila ducati perché aveva impedito che, altrimenti, le lettere regie si presentassino. Perché il castellano, il quale, secondo che si credé, aveva ricevute per altra via occultamente da Ligní commissioni contrarie, dopo cavillazione di molti dí, giudicando che i fiorentini, per essere in Pisa oltre agli uomini della terra e del contado mille fanti forestieri, non fussino bastanti a sforzare il borgo di San Marco, congiunto alla porta fiorentina contigua alla cittadella, alla fronte del quale aveano prima, di suo consentimento, lavorato uno bastione molto grande, e cosí potersi da sé conseguire l'effetto medesimo senza privarsi di tutte l'escusazioni appresso al re, fece intendere a' commissari fiorentini che si presentassino con l'esercito alla porta predetta, il che non potevano fare se non espugnavano il borgo, perché se i pisani non volessino mettergli dentro d'accordo, gli sforzerebbe ad abbandonarla, essendo sottoposta quella porta all'artiglierie della cittadella, in modo che contro alla volontà di chi v'era dentro non si poteva difendere. Però andativi con grande apparato, e con grande ardire e accesa disposizione di tutto il campo, che alloggiava a San Rimedio luogo vicino al borgo, assaltorono con tale valore da tre bande il bastione, della disposizione del quale e de' ripari aveano informazione da Pagolo Vitelli, che molto presto messono in fuga quegli che lo difendevano; e seguitandogli entrorono alla mescolata con essi nel borgo, per un ponte levatoio che si congiugneva col bastione, ammazzando e facendo prigioni molti di loro. Né è dubbio che col medesimo impeto e senza avere aiuto dalla cittadella arebbono nel tempo medesimo, per la porta dove già erano entrati alcuni de' loro uomini d'arme, acquistata Pisa, perché i pisani messi in fuga niuna resistenza faceano; ma il castellano, vedendo le cose riuscire a fine contrario di quello che aveva disegnato, cominciò a tirare con l'artiglierie alle genti de' fiorentini: dal quale improviso accidente sbigottiti i commissari e i condottieri, essendo già dall'artiglierie stati morti e feriti molti soldati, tra' quali Pagolo Vitelli ferito in una gamba, disperati di potere con l'opposizione della cittadella pigliare in quel dí Pisa, fatto sonare a raccolta, feciono ritirare le genti, restando in potestà loro il borgo acquistato, benché fra pochi giorni fussino necessitati di abbandonarlo, perché battuti continuamente dall'artiglierie della cittadella danno grandissimo vi ricevevano; e si ritirorno verso Cascina, attendendo che provisioni facesse piú il re contro a sí manifesta contumacia de' suoi medesimi.

                                                  

                                                  

                                                 Lib.3, cap.2

                                                  

                                                 Difficoltà create a' fiorentini da' potentati della lega. Lotta di fazioni in Perugia e nell'Umbria. Vani tentativi di Piero de' Medici per avere aiuti sufficienti ad entrare in Firenze. Verginio Orsino passa al soldo del re di Francia.

                                                  

                                                 Le quali mentre che s'aspettano, non mancavano da altre parti a' fiorentini nuovi e pericolosi travagli, suscitati principalmente da' potentati della lega. I quali, a fine di interrompere l'acquisto di Pisa e di costrignergli a separarsi dalla confederazione del re di Francia, confortorono Piero de' Medici che con l'aiuto di Verginio Orsino, il quale fuggito del campo de' franzesi il dí del fatto d'arme del Taro era tornato a Bracciano, tentasse di ritornare in Firenze; cosa facile a persuadere all'uno e all'altro, perché a Verginio era molto a proposito, in qualunque evento fusse per avere questo conato, raccorre co' danari d'altri i suoi antichi soldati e partigiani e rimettersi in sulla riputazione dell'armi; e a Piero, secondo il costume de' fuorusciti, non mancavano varie speranze, per gli amici che aveva in Firenze, ove anche intendeva dispiacere a molti de' nobili il governo popolare, e per gli aderenti e seguaci assai che per la inveterata grandezza della famiglia sua avea in tutto il dominio fiorentino. Credettesi che questo disegno avesse avuto origine a Milano, perché Verginio quando fuggí da' franzesi era andato subito a visitare il duca, ma si stabilí poi in Roma, ove fu trattato molti dí appresso al pontefice dall'oratore veneto e dal cardinale Ascanio, il quale procedeva per commissione di Lodovico suo fratello. E furono i fondamenti e le speranze di questa impresa che, oltre alle genti che metterebbe insieme Verginio de' suoi antichi soldati, e con diecimila ducati i quali Piero de' Medici aveva raccolti del suo proprio e dagli amici, Giovanni Bentivoglio, soldato de' viniziani e del duca di Milano, rompesse nel tempo medesimo la guerra da' confini di Bologna, e che Caterina Sforza, i figliuoli della quale erano agli stipendi del duca di Milano, desse dalle città di Imola e di Furlí, che confinano co' fiorentini, qualche molestia; e si promettevano non vanamente avere disposti al desiderio loro i sanesi, accesi dall'odio inveterato contro a' fiorentini e dalla cupidità di conservarsi Montepulciano, la quale terra non si confidavano di potere sostenere da loro medesimi. Perché, avendo pochi mesi innanzi, con le forze proprie e con le genti del signore di Piombino e di Giovanni Savello soldati comunemente dal duca di Milano e da essi, tentato d'insignorirsi del passo della palude delle Chiane, il quale da quella banda era confine tra i fiorentini e loro per lungo tratto, e a questo effetto cominciato a lavorare appresso al ponte a Valiano uno bastione, per battere una torre de' fiorentini posta in sulla punta del ponte di verso Montepulciano, era riuscito tutto il contrario; perché i fiorentini, commossi dal pericolo della perdita di questo ponte, che gli privava della facoltà di molestare Montepulciano, e dava adito agli inimici d'entrare ne' territori di Cortona e d'Arezzo e degli altri luoghi che dall'altra parte della Chiana appartengono al dominio loro, mandatovi potente soccorso sforzorono il bastione cominciato da' sanesi, e per stabilirsi totalmente il passo fabricorno appresso al ponte, ma di là dalla Chiana, un bastione capacissimo d'alloggiarvi molta gente: con l'opportunità del quale, scorrendo insino alle porte di Montepulciano, infestavano medesimamente tutte le terre che i sanesi tenevano da quella parte. E a questo successo s'era aggiunto che, poco poi che fu passato il re di Francia, avevano rotto appresso a Montepulciano le genti de' sanesi e fatto prigione Giovanni Savello loro capitano. Speravano inoltre Verginio e Piero de' Medici d'ottenere ricetto e qualche comodità da' perugini: non solo perché i Baglioni, i quali con l'armi e col seguito de' partigiani dominavano quasi quella città, erano congiunti a Verginio, seguitando ciascuno di loro il nome della fazione guelfa, e perché con Lorenzo padre di Piero, e poi con Piero mentre era in Firenze, avevano tenuto strettissima amicizia e stati favoriti sempre contro a' movimenti degl'inimici, ma ancora perché, essendo sottoposti alla Chiesa, benché piú nelle dimostrazioni che negli effetti, si credeva che in questo che non apparteneva principalmente allo stato loro avessino a cedere alla volontà del pontefice, aggiugnendovisi massimamente l'autorità de' viniziani e del duca di Milano.

                                                 Partiti adunque con queste speranze Verginio e Piero de' Medici di terra di Roma, persuadendosi che i fiorentini, divisi tra loro medesimi e assaltati col nome de' confederati da tutti i vicini, potessino con fatica resistere, poi che ebbono soggiornato qualche dí tra Terni e Todi e in quelle circostanze, dove Verginio attendendo ad abbassare per tutto la fazione ghibellina traeva da' guelfi danari e aiuto di genti, si pose a campo in favore de' perugini a Gualdo, terra posseduta dalla comunità di Fuligno ma venduta prima per seimila ducati dal pontefice a' perugini, accesi non tanto dal desiderio di possederla quanto dalla contenzione delle parti, per le quali tutte le terre circostanti si trovavano allora in grandissimi movimenti. Perché pochi dí innanzi gli Oddi, fuorusciti di Perugia e capi della parte avversa a' Baglioni, aiutati da quegli di Fuligno di Ascesi e d'altri luoghi vicini che seguitavano la parte ghibellina, erano entrati in Corciano, luogo forte vicino a Perugia a cinque miglia, con trecento cavalli e cinquecento fanti; per il quale accidente essendo sollevato tutto il paese, perché Spoleto Camerino e gli altri luoghi guelfi erano favorevoli a' Baglioni, gli Oddi pochi dí dopo entrorono una notte furtivamente in Perugia, e con tanto spavento de' Baglioni che già perduta la speranza del difendersi cominciavano a mettersi in fuga: e nondimeno perderono, per uno inopinato e minimo caso, quella vittoria che non poteva torre piú loro la possanza degl'inimici. Perché essendo già pervenuti senza ostacolo a una delle bocche della piazza principale, e volendo uno di loro, che a questo effetto aveva portato una scure, spezzare una catena, la quale secondo l'uso delle città faziose attraversava la strada, impedito a distendere le braccia da' suoi medesimi che calcati gli erano intorno, gridò con alta voce: - addietro, addietro - acciocché allargandosi gli dessino facoltà di adoperarsi; la quale voce, replicata di mano in mano da chi lo seguitava e intesa dagli altri come incitamento a fuggire, mésse senza altro scontro o impedimento in fuga tutta la gente, non sapendo alcuno da chi cacciati o per quale cagione si fuggissino: dal quale disordine preso animo e rimessisi insieme gli avversari, ammazzatine nella fuga molti di loro, e preso Troilo Savello, il quale per la medesima affezione della parte era stato mandato in aiuto degli Oddi dal cardinale Savello, seguitorno gli altri insino a Corciano, e lo recuperorno con l'impeto medesimo; né saziati per la morte di quegli che erano stati uccisi nel fuggire ne impiccorono in Perugia molti degli altri, con la crudeltà che tra loro medesimi usano i parziali. Da' quali tumulti essendo nate molte uccisioni nelle terre vicine per conto delle parti, sollecite ne' tempi sospetti a sollevarsi, o per sete d'ammazzare gl'inimici o per paura di non essere prevenuti da loro, i perugini concitati contro a' fulignati avevano mandato il campo a Gualdo; dove avendo data la battaglia invano, diffidatisi di poterlo ottenere con le loro forze, accettorono gli aiuti di Verginio, il quale si offerse loro acciocché al nome della guerra e delle prede concorressino piú facilmente i soldati. E nondimeno, stimolati da lui e da Piero de' Medici di aiutare scopertamente la impresa loro, o almeno di concedere qualche pezzo d'artiglieria e il ricetto per le genti loro a Castiglione del Lago, che confina col territorio di Cortona, e comodità di vettovaglie per l'esercito, non consentivano alcuna di queste dimande, ancora che delle cose medesime facesse instanza grandissima in nome del duca di Milano il cardinale Ascanio, e il pontefice con brevi veementi e minatori lo comandasse; perché essendo stati, dopo l'occupazione di Corciano, aiutati da' fiorentini con qualche somma di danari, i quali di piú avevano a Guido e a Ridolfo principali della casa de' Baglioni costituita annua provisione, e condotto a' suoi stipendi Giampagolo figliuolo di Ridolfo, si erano ristretti con loro: alieni oltre a questo dalla congiunzione del pontefice, perché temevano che il favore suo fusse inclinato agli avversari, o che per occasione delle loro divisioni aspirasse a rimettere in tutto quella città sotto l'ubbidienza della Chiesa.

                                                 Nel quale tempo Pagolo Orsino, che con sessanta uomini d'arme della compagnia vecchia di Verginio era stato molti dí a Montepulciano e dipoi trasferitosi a Castello della Pieve, teneva per ordine di Piero de' Medici trattato nella città di Cortona; con intenzione di metterlo a effetto come le genti di Verginio, il numero e la bontà delle quali non corrispondeva a' primi disegni, s'accostassino: nella quale dilazione essendosi scoperto il trattato che si teneva, per mezzo d'uno sbandito di bassa condizione, cominciorono a mancare parte de' loro fondamenti, e da altra parte a dimostrarsi maggiori ostacoli. Perché i fiorentini, solleciti a provedere a' pericoli, lasciati nel contado di Pisa trecento uomini d'arme e dumila fanti, avevano mandati ad alloggiare presso a Cortona dugento uomini d'arme e mille fanti sotto il governo del conte Rinuccio da Marciano loro condottiere; e perché le genti de' sanesi non potessino unirsi con Verginio, come tra loro si era trattato, avevano mandato al Poggio Imperiale che è a' confini del sanese, sotto il governo di Guidobaldo da Montefeltro duca d'Urbino, condotto poco innanzi da loro, trecento uomini d'arme e mille cinquecento fanti, e aggiuntivi molti de' fuorusciti di Siena per tenere quella città in maggiore terrore. Ma Verginio, poiché ebbe dato piú battaglie a Gualdo, dove fu ferito d'un archibuso Carlo figliuolo suo naturale, ricevuti, come si credette, in secreto danari da' fulignati, ne levò il campo senza menzione alcuna dello interesse de' perugini; e andò ad alloggiare alle Tavernelle e dipoi al Panicale nel contado di Perugia, facendo nuova instanza che si dichiarassino contro a' fiorentini: il che non solo gli fu negato, anzi, per la mala sodisfazione che avevano delle cose di Gualdo, costretto quasi con minaccie a uscirsi del territorio loro. Però, essendo prima Piero ed egli andati con quattrocento cavalli all'Orsaia villa propinqua a Cortona, sperando che in quella città, la quale per non essere danneggiata da' soldati non aveva voluto ricevere dentro le genti d'arme de' fiorentini, si facesse qualche movimento, poiché veddeno ogni cosa quieta passorono le Chiane, con trecento uomini d'arme e tremila fanti, ma la piú parte gente male in ordine per essere stati raccolti con pochi danari; e si ridusseno nel sanese presso a Montepulciano, tra Chianciano, Torrita e Asinalunga: dove soprastettono molti dí senza fare fazione alcuna, eccetto che qualche preda e correrie, perché le genti de' fiorentini, passate le Chiane al ponte a Valiano, si erano messe all'opposito nel Monte a Sansovino e negli altri luoghi circostanti. Né da Bologna, secondo la intenzione che era stata loro data, si faceva movimento alcuno; perché il Bentivoglio, determinato di non si implicare per gli interessi d'altri in guerra con una republica potente e vicina, ancoraché consentisse farsi molte dimostrazioni da Giuliano de' Medici, il quale venuto a Bologna cercava di sollevare gli amici che essi erano soliti di avere nelle montagne del bolognese, non volle muovere l'armi, non ostante gli stimoli de' collegati, interponendo varie dilazioni e allegando varie scuse. Anzi tra i collegati medesimi non era totalmente la medesima volontà: perché al duca di Milano era grato che i fiorentini avessino travagli tali che gli rendessino manco potenti alle cose di Pisa; ma non gli sarebbe stato grato che Piero de' Medici, offeso da lui sí gravemente, ritornasse in Firenze, se bene egli, per dimostrare di volere per l'avvenire dependere del tutto dalla sua autorità, avesse mandato a Milano il cardinale suo fratello; e i viniziani non volevano abbracciare soli questa guerra: aggiugnendosi oltre a questo l'essere intenti, il duca e loro, alle provisioni per cacciare i franzesi del reame di Napoli. Perciò mancando a Piero e a Verginio non solo le speranze le quali s'avevano proposte ma ancora i danari per sostentare le genti, diminuiti assai di fanti e di cavalli, si ritirorono al Bagno a Rapolano nel contado di Chiusi, città suddita a' sanesi. Dove fra pochi dí, tirando Verginio il suo fato, arrivorono Cammillo Vitelli e monsignore di Gemel, mandati dal re di Francia per condurlo a' soldi suoi e menarlo nel reame di Napoli; dove il re, intesa l'alienazione de' Colonnesi, desiderava di servirsene: il quale partito, non ostante la contradizione di molti de' suoi, che lo consigliavano o che si conducesse co' confederati, che ne lo ricercavano con grande instanza, o che ritornasse al servigio aragonese, fu accettato da lui; o perché sperasse di ricuperare piú facilmente con questo mezzo i contadi di Albi e di Tagliacozzo, o perché, ricordandosi delle cose intervenute nella perdita del regno e vedendo essere grande appresso a Ferdinando l'autorità de' Colonnesi suoi avversari, si diffidasse di potere piú ritornare seco nell'antica fede e grandezza, o pure lo movesse, secondo che affermava egli, la mala sodisfazione che aveva de' príncipi confederati per avergli mancato delle promesse fattegli al favore di Piero de' Medici. Fu adunque condotto con secento uomini d'arme per lui e per gli altri di casa Orsina, ma nondimeno con obligo di mandare Carlo suo figliuolo in Francia per sicurtà del re (questi sono i frutti di chi ha già fatta sospetta la fede propria); e ricevuti i danari, attendeva a prepararsi per andare insieme co' Vitelli nel regno.

                                                  

                                                 Lib.3, cap.3

                                                  

                                                 Nuove vicende della lotta tra francesi ed aragonesi nel reame di Napoli. La fortuna francese declina in Calabria. Carlo VIII consuma in divertimenti il tempo a Lione. Ricusa proposte fatte avanzare da' veneziani per decidere le cose del reame di Napoli.

                                                  

                                                 Dove, e innanzi alla perdita delle castella e poi, si era con vari accidenti, in vari luoghi, continuamente travagliato e travagliava. Perché avendo da principio fatta testa Ferdinando nel piano di Sarni, i franzesi ritiratisi da Pié di Grotta si erano fermati a Nocera, vicini agli inimici a quattro miglia; dove essendo le forze dell'uno e l'altro esercito assai del pari consumavano il tempo inutilmente a scaramucciare, non facendosi cosa alcuna memorabile: eccetto che, essendo stati condotti con trattato doppio per entrare nel castello di Gifone, vicino alla terra di Sanseverino, circa a settecento cavalli e fanti di Ferdinando, vi rimasono quasi tutti o morti o prigioni; ma essendo sopravenute in aiuto di Ferdinando le genti del pontefice, i franzesi diventati inferiori si discostorono da Nocera: onde quella terra insieme con la sua fortezza fu presa da Ferdinando, con uccisione grande de' seguaci de' franzesi. Aveva in questo tempo Mompensieri atteso a provedere le genti, uscite seco di Castelnuovo, di cavalli e d'altre cose necessarie alla guerra; le quali riordinate, unito con gli altri venne ad Ariano, terra molto abbondante di vettovaglie: e Ferdinando da altra parte, essendo meno potente degli inimici, si fermò a Montefoscoli; per temporeggiarsi, senza tentare la fortuna, insino a tanto che da' confederati avesse maggiore soccorso. Prese Mompensieri la terra e dipoi la fortezza di San Severino, e arebbe fatti senza dubbio maggiori progressi se non l'avesse impedito la difficoltà de' danari; perché non essendogliene mandati di Francia, né avendo facoltà di cavarne del regno, e perciò non potendo pagare i soldati, e stando per questa cagione l'esercito malcontento e massimamente i svizzeri, non faceva effetti pari alle forze che avea. Consumoronsi con queste azioni, per l'uno e l'altro esercito, circa a tre mesi. Nel quale tempo e nella Puglia guerreggiava con gli aiuti del paese don Federico, con cui era don Cesare d'Aragona, essendogli oppositi i baroni e i popoli che seguitavano la parte franzese; e nell'Abruzzi Graziano di Guerra, molestato dal conte di Popoli e da altri baroni aderenti a Ferdinando, si difendeva con valore grande; e il prefetto di Roma, che dal re aveva la condotta di dugento uomini d'arme, molestava dagli stati suoi le terre di Montecasino e il paese circostante. Ma piú importanti erano le cose della Calavria, dove era declinata alquanto la prosperità de' franzesi, essendo ammalato Obigní di lunga infermità, la quale gli interroppe il corso della vittoria. Con tutto che quasi tutta la Calavria e il Principato fussino a divozione del re di Francia, Consalvo, rimesse insieme le genti spagnuole e i paesani amici degli aragonesi, i quali per l'acquisto di Napoli erano augumentati, aveva prese alcune terre, e manteneva vivo in quella provincia il nome di Ferdinando: dove per i franzesi erano le medesime difficoltà, per mancamento di danari, che nello esercito. Nondimeno essendosi ribellata da loro la città di Cosenza, la recuperorno e saccheggiorno. Né in tante necessità e pericoli de' suoi provisione alcuna di Francia compariva: perché il re, fermatosi a Lione, attendeva a giostre a torniamenti e a piaceri, deposti i pensieri delle guerre; affermando sempre di volere di nuovo attendere alle cose d'Italia ma non ne dimostrando co' fatti memoria alcuna. E nondimeno, avendogli riportato Argentone da Vinegia che il senato viniziano aveva risposto non pretendere d'avere inimicizia seco, non avendo pigliate l'armi se non dopo l'occupazione di Novara, né per altro che per la difesa del duca di Milano loro collegato, e però giudicare essere superfluo il riconfermare l'amicizia antica con nuova pace, e che da altra parte gli aveva fatto offerire per terze persone di indurre Ferdinando a dargli di presente qualche somma di danari e costituirgli censo di cinquantamila ducati l'anno, lasciandogli per sicurtà in mano Taranto per certo tempo, il re, come se avesse il soccorso preparato e potente, ricusò di prestarvi orecchi: con tutto che, oltre alle difficoltà d'Italia, non fusse a' confini della Francia senza molestia; perché Ferdinando re di Spagna, venuto personalmente a Perpignano, aveva fatto correre delle sue genti in Linguadoca, facendo prede e danni assai e continuando con dimostrazione di maggiore moto; ed era morto nuovamente il delfino di Francia, unico figliuolo del re: tutte cose da farlo piú facilmente, se in lui fusse stata capacità di determinarsi alla pace o alla guerra, inclinare a qualche concordia.

                                                  

                                                 Lib.3, cap.4

                                                  

                                                 Intimazione del re di Francia al castellano di Pisa d'osservare gli ordini suoi riguardo alla consegna della fortezza. Il castellano consegna la fortezza a' pisani. I pisani distruggono la fortezza e si rivolgono al re de' romani e a diversi stati d'Italia per aiuti. I pisani si pongono sotto la protezione de' veneziani. Il senato li riceve in protezione. Esaltazione in Milano della sapienza e dell'ingegno di Lodovico Sforza. Per opera di questo le fortezze di Serezana e Serezanello son consegnate a' genovesi anziché a' fiorentini.

                                                  

                                                 Nella fine di questo anno si terminorono le cose della cittadella di Pisa. Perché il re, intesa la ostinazione del castellano, vi aveva ultimatamente mandato, con comandamenti minatori e aspri non solo a lui ma a tutti i franzesi che vi erano dentro, Gemel, e non molto poi Bonò cognato del castellano, acciocché dimostratagli per persona confidente la facoltà che aveva di cancellare con l'ubbidienza gli errori commessi, e da altra parte i pregiudici ne' quali incorrerebbe perseverando nella disubbidienza, si disponesse piú facilmente a eseguire i comandamenti del re; e nondimeno egli, continuando nella contumacia medesima, disprezzò le parole di Gemel: il quale vi soprasedé pochissimi dí, per la commissione che aveva dal re d'andare con Cammillo Vitelli a Verginio. Né la venuta di Bonò, il quale ritardò molti dí perché per ordine del duca di Milano fu ritenuto a Serezana, rimosse il castellano dalla sua ostinazione; anzi tirato Bonò nella sentenza sua, si convenne co' pisani, interponendosi tra loro Luzio Malvezzi in nome del duca: per virtú della quale convenzione consegnò a' pisani, il primo dí dell'anno mille quattrocento novantasei, la cittadella di Pisa, ricevuti da loro per sé dodicimila ducati e ottomila per distribuire a' soldati che vi erano dentro; de' quali danari, non essendo i pisani potenti a pagargli, n'ebbono quattromila da' viniziani quattromila da i genovesi e lucchesi e quattromila dal duca di Milano: il quale nel tempo medesimo, governandosi con le sue arti, benché poco credute, trattava simulatamente di ristrignersi co' fiorentini in ferma amicizia e intelligenza, ed era già restato d'accordo con gli oratori loro delle condizioni. Non pareva per ragione alcuna verisimile che né Ligní né Entraghes né alcuno altro avessino usata tanta trasgressione senza volontà del re, essendo massime in non piccolo detrimento suo; perché la città di Pisa, se bene Entraghes avesse capitolato che restasse suddita della corona di Francia, rimaneva manifestamente a divozione de' confederati, e per non avere effetto la restituzione si privavano i franzesi che erano nel regno di Napoli del soccorso molto necessario delle genti e de' danari promessi nella capitolazione di Turino. E nondimeno i fiorentini, i quali con somma diligenza osservorono i progressi di tutte queste cose, ancoraché da principio molto ne dubitassino, restorono finalmente in credenza che tutto fusse proceduto contro alla volontà del re: cosa da parere incredibile a ciascuno che non sapesse quale fusse la sua natura e le condizioni dello ingegno e de' costumi suoi, e la piccola autorità che egli riteneva co' suoi medesimi, e quanto si ardisca contro a uno principe che sia diventato contennendo.

                                                 I pisani, entrati nella cittadella, la distrusseno subito popolarmente insino da' fondamenti; e conoscendo di non avere forze sufficienti a difendersi per se stessi, mandorono in un tempo medesimo imbasciadori al papa al re de' romani a' viniziani al duca di Milano a' genovesi a' sanesi e a' lucchesi, dimandando soccorso da tutti, ma con maggiore instanza da' viniziani e dal duca di Milano; nel quale aveano avuto prima inclinazione di trasferire liberamente il dominio di quella città, parendo loro d'essere costretti di non avere per fine principale tanto la conservazione della libertà quanto il fuggire la necessità di ritornare in potestà de' fiorentini, e sperando in lui piú che in alcuno altro, per avergli incitati alla rebellione, per la vicinità, e perché, non avendo dagli altri collegati riportato altro che speranze, avevano ottenuti da lui pronti sussidi. Ma il duca, benché ne ardesse di desiderio, era stato sospeso ad accettarla per non sdegnare gli altri confederati, nel consiglio de' quali si erano cominciate a trattare le cose de' pisani come causa comune; ora confortandogli a differire ora proponendo che la dedizione si facesse piú tosto palesemente in nome de' Sanseverini, per iscoprirla effettualmente per sé quando giudicasse il tempo opportuno: pure, partito che fu d'Italia il re di Francia, parendogli alleggerito il bisogno che aveva de' collegati, deliberò d'accettarla. Ma era ne' pisani cominciata a raffreddarsi questa inclinazione, per la speranza grande che già aveano di essere aiutati dal senato viniziano; ed era anche dimostrato loro da altri potere piú facilmente conservarsi con l'aiuto di molti che restrignendosi a uno solo, e proposta con questo modo maggiore speranza di mantenere la libertà: le quali considerazioni potendo piú poiché ebbono ottenuta la cittadella, si sforzavano di aiutarsi co' favori di ciascuno. Alla quale intenzione era molto opportuna la disposizione degli stati d'Italia: perché i genovesi per odio de' fiorentini, i sanesi e i lucchesi per odio e per timore, erano per porgergli sempre qualche sussidio, e per farlo piú ordinatamente trattavano di convenirsi con obligazioni determinate a questo effetto; e i viniziani e il duca di Milano, per la cupidità di insignorirsene, non erano per comportare che e' ritornassino sotto il dominio fiorentino; e giovava loro appresso al pontefice e gli oratori de' re di Spagna il desiderio della bassezza de' fiorentini, come troppo inclinati alle cose franzesi. Però uditi in ciascuno luogo benignamente, e ottenuta da Cesare per privilegio la confermazione della libertà, riportorono da Vinegia e da Milano quelle medesime promesse di conservargli in libertà che avevano prima, di comune consentimento, fatte loro, per aiutargli a liberarsi da' franzesi; e il pontefice, in nome e di consenso di tutti i potentati della lega, gli confortò, per un breve, al medesimo, promettendo che da tutti sarebbono difesi potentemente: ma il soccorso efficace fu da' viniziani e dal duca di Milano, questo augumentandovi le genti che prima v'aveva, quegli mandandovene non piccola quantità. Nella quale cosa se avessino tutt'a due continuato, non arebbono avuto i pisani necessità di aderire piú all'uno che all'altro di loro, donde si sarebbe forse piú facilmente conservata la concordia comune. Ma accadde presto che il duca, alienissimo sempre dallo spendere e inclinato da natura a procedere con simulazioni e con arte, né parendogli che per allora potesse pervenire in lui il dominio di Pisa, cominciando a somministrare parcamente le cose che dimandavano i pisani, dette loro occasione di inclinare piú l'animo a' viniziani, i quali senza risparmio alcuno gli provedevano. Onde procedette che, non molti mesi poi che i franzesi avevano lasciata la cittadella, il senato viniziano, pregatone con somma instanza da' pisani, deliberò di accettare la città di Pisa in protezione, piú tosto confortandonegli che dimostrando essergli molesto Lodovico Sforza, ma senza comunicarne con gli altri confederati, benché da principio gli avessino confortati a mandarvi gente: i quali, ne' tempi seguenti, allegorono essere restati disobligati dalla promessa fatta a' pisani d'aiutargli, poi che senza consenso loro avevano convenuto particolarmente co' viniziani.

                                                 È certissimo che né il desiderio di conservare ad altri la libertà, la quale nella propria patria tanto amano, né il rispetto della salute comune, come allora e dappoi con magnifiche parole predicorono, ma la cupidità sola di acquistare il dominio di Pisa, fu cagione che i viniziani facessino questa deliberazione; per la quale non dubitavano dovere in breve tempo adempiere il desiderio loro con volontà de' pisani medesimi, i quali eleggerebbono volentieri di stare sotto l'imperio veneto per assicurarsi in perpetuo di non avere a ritornare nella servitú de' fiorentini. E nondimeno questa cosa fu piú volte disputata nel senato lungamente, ritardandosi la inclinazione quasi comune per l'autorità di alcuni senatori de' piú vecchi e di maggiore riputazione, che molto efficacemente contradicevano; affermando che 'l farsi propria la difesa di Pisa era cosa piena di molte difficoltà, per essere quella città distante molto per terra da' loro confini e molto piú distante per mare, non potendo essi andarvi se non per ricetti e porti di altri, e con lunga circuizione di tutti a due i mari da' quali è cinta Italia; e però non si potere senza gravissime spese difendere dalle molestie continue de' fiorentini. Essere verissimo che quello acquisto sarebbe molto opportuno allo imperio veneto, ma doversi prima considerare le difficoltà del conservarlo, e molto piú le condizioni de' tempi presenti e che effetti potesse partorire questa deliberazione: perché essendo tutta Italia naturalmente sospettosa della grandezza loro, non potrebbe se non estremamente dispiacere a tutti uno augumento tale, il che facilmente partorirebbe maggiori e piú pericolosi accidenti che molti per avventura non pensavano; ingannandosi non mediocremente coloro che si persuadevano che gli altri potentati avessino oziosamente a comportare che allo imperio veneto, formidabile a tutti gli italiani, si aggiugnesse l'opportunità sí grande del dominio di Pisa; i quali se bene non erano potenti come per il passato a vietarlo con le forze proprie, avevano da altra parte, poi che agli oltramontani era stata insegnata la strada del passare in Italia, maggiore occasione di opporsi loro col ricorrere agli aiuti forestieri; a' quali non essere dubbio che prontamente ricorrerebbono e per odio e per timore, essendo vizio comune degli uomini volere piú tosto servire agli strani che cedere a' suoi medesimi. E come potersi credere che 'l duca di Milano, solito a permettere tanto di sé ora alla cupidità e alla speranza ora al timore, e movendolo al presente non meno lo sdegno che l'emulazione che ne' viniziani si trasferisse quella preda che avea con tante arti procurata per sé, non fusse piú presto per conturbare di nuovo Italia che sopportare che Pisa fusse occupata da loro? E benché con le parole e consigli suoi dimostrasse altrimenti, potersi molto agevolmente comprendere non essere questa la verità del cuore suo ma insidie, e per fini non sinceri artificiosi consigli: in compagnia del quale essere prudenza il sostentare quella città, se non per altro, per interrompere che i pisani non si dessino a lui; ma farsi propria questa causa e tirare addosso a sé tanta invidia e tanto peso non essere savio consiglio. Doversi considerare quanto fussino contrari questi pensieri dall'opere nelle quali si erano affaticati tanti mesi, e continuamente s'affaticavano; perché non altre cagioni avere mosso quel senato a pigliare l'armi, con tante spese e pericoli, che 'l desiderio d'assicurare sé e tutta Italia, da' barbari: a che avendo con sí gloriosi successi dato principio, e nondimeno essendo appena il re di Francia ripassato di là da' monti, e tenendosi ancora per cui con uno esercito potente la maggiore parte del regno di Napoli, che imprudenza che infamia sarebbe, quando era il tempo di stabilire la libertà e la sicurtà d'Italia, spargere semi di nuovi travagli! che potrebbeno facilitare al re di Francia il ritornarvi, o al re de' romani l'entrarvi, che forse, come era noto a ciascuno, non avea, per quello che pretendeva contro allo stato loro, maggiore e piú ardente desiderio di questo. Non essere la republica veneta in grado che fusse costretta ad abbracciare consigli pericolosi o farsi incontro alle occasioni immature, anzi niuno in Italia potere piú aspettare l'opportunità de' tempi e la maturità delle occasioni. Perché le deliberazioni precipitose o dubbie convenivano a chi aveva difficili o sinistre condizioni, o a chi stimolato dalla ambizione e dalla cupidità di fare illustre il nome suo temeva non gli mancasse il tempo, non a quella republica, che collocata in tanta potenza degnità e autorità era temuta e invidiata da tutto 'l resto d'Italia, e la quale essendo a rispetto de' re e degli altri príncipi quasi immortale e perpetua, ed essendo sempre il medesimo nome del senato viniziano, non aveva cagione di affrettare innanzi al tempo le sue deliberazioni; e appartenere piú alla sapienza e gravità di quel senato, considerando, come era proprio degli uomini veramente prudenti, i pericoli che si ascondevano sotto queste speranze e cupidità, e piú i fini che i princípi delle cose, rifiutati i consigli temerari, astenersi, cosí nell'occasione di Pisa come nell'altre che s'offerivano, da spaventare e irritare gli animi degli altri, almeno insino a tanto che Italia fusse meglio assicurata da' pericoli e sospetti degli oltramontani; e avvertire sopratutto di non dare causa che di nuovo vi entrassino, perché l'esperienza aveva dimostrato, in pochissimi mesi, che tutta Italia quando non era oppressa da nazioni straniere seguitava quasi sempre l'autorità del senato viniziano, ma quando erano barbari in Italia, in cambio di essere seguitato e temuto dagli altri, bisognava che insieme con gli altri temesse le forze forestiere.

                                                 Queste e simili ragioni erano, oltre alla cupidità del numero maggiore, superate ancora dalle persuasioni di Agostino Barbarico doge di quella città, la cui autorità era divenuta sí grande che, eccedendo la riverenza de' dogi passati, meritava piú tosto nome di potenza che di autorità; perché, oltre all'essere stato con felici successi in quella degnità molti anni e l'avere molte preclare doti e ornamenti, aveva, procedendo artificiosamente, conseguito che molti senatori che volentieri si opponevano a quegli che, per la fama d'essere prudenti per la lunga esperienza e per l'avere ottenute le degnità supreme, erano nella republica di maggiore estimazione, congiuntisi a lui, seguitavano comunemente, piú tosto a uso di setta che con gravità o integrità senatoria, i suoi consigli. Il quale, cupidissimo di lasciare, con l'ampliazione dello imperio, chiarissima la memoria del suo nome, né terminando l'appetito della gloria l'essersi sotto il suo principato l'isola di Cipri, mancati i re della famiglia Lusignana, aggiunta al dominio viniziano, era molto inclinato che si accettasse qualunque occasione di accrescere il loro stato. Però, opponendosi a coloro che nella causa pisana consigliavano il contrario, dimostrava con efficacissime parole quanto fusse utile e opportuno a quel senato l'acquistare Pisa, e quanto importante il reprimere con questo mezzo l'audacia de' fiorentini; per opera de' quali aveano, nella morte di Filippo Maria Visconte, perduta l'occasione di insignorirsi del ducato di Milano, e che per la prontezza de' danari avevano, nella guerra di Ferrara e nelle altre imprese, nociuto piú loro che alcun altro de' potentati maggiori. Ricordava quanto rare fussino sí belle occasioni, con quanta infamia si perdessino, e quanto pungenti stimoli di penitenza seguitassino chi non l'abbracciava: non essere le condizioni d'Italia tali che gli altri potentati potessino per se stessi opporsegli; e manco essere da temere che per questa o indegnazione o timore ricorressino al re di Francia, perché né il duca di Milano che l'aveva tanto ingiuriato ardirebbe mai di confidarsene, né muovere l'animo del pontefice questi pensieri, né potere piú il re di Napoli, quando bene avesse ricuperato il regno suo, udire il nome franzese. Né l'entrare loro in Pisa, benché molesto agli altri, essere accidente sí impetuoso, né tanto propinquo il pericolo, che per questo s'avessino gli altri potentati a precipitare a' rimedi che s'usano nell'ultime disperazioni; perché nelle infermità lente non si accelerano le medicine pericolose, pensando gli uomini non dovere mancare tempo a usarle: e se in questa debolezza e disunione degli altri d'Italia essi per timidità rifiutassino tanta occasione, aspettarsi vanamente di poterlo fare con maggiore sicurtà quando gli altri potentati fussino ritornati nel pristino vigore e assicurati dal timore degli oltramontani. Doversi, per rimedio del troppo timore, considerare che l'azioni mondane erano sottoposte tutte a molti pericoli, ma conoscere gli uomini savi che non sempre viene innanzi tutto quello di male che può accadere, perché, per beneficio o della fortuna o del caso, molti pericoli diventano vani, molti sfuggirsene con la prudenza e con la industria; e perciò non doversi confondere, come molti poco consideratori della proprietà de' nomi e della sostanza delle cose affermano, la timidità con la prudenza, né riputare savi coloro che, presupponendo per certi tutti i pericoli che sono dubbi e però temendo di tutti, regolano, come se tutti avessino certamente a succedere, le loro deliberazioni. Anzi non potersi in maniera alcuna chiamare prudenti o savi coloro che temono del futuro piú che non si debbe. Convenirsi molto piú questo nome e questa laude agli uomini animosi, imperocché conoscendo e considerando i pericoli, e per questo differenti da' temerari che non gli conoscono e non gli considerano, discorrono nondimeno quanto spesso gli uomini, ora per caso ora per virtú, si liberano da molte difficoltà: dunque, nel deliberare, non chiamando meno in consiglio la speranza che la viltà, né presupponendo per certi gli eventi incerti, non cosí facilmente come quegli altri l'occasioni utili e onorate rifiutano. Però, proponendosi innanzi agli occhi la debolezza e la disunione degli altri italiani, la potenza e la fortuna grande della republica viniziana, la magnanimità e gli esempli gloriosi de' padri loro, accettassino con franco animo la protezione de' pisani, per la quale perverrebbe loro effettualmente la signoria di quella città, uno senza dubbio degli scaglioni opportunissimi a salire alla monarchia di tutta Italia.

                                                 Ricevette adunque il senato per publico decreto in protezione i pisani, promettendo espressamente di difendere la loro libertà. La quale deliberazione non fu da principio considerata dal duca di Milano quanto sarebbe stato conveniente, perché non essendo escluso per questo di potervi tenere delle sue genti gli era grato avere compagni allo spendere, e disegnando per avarizia diminuire del numero de' soldati che vi teneva non riputava alieno dal beneficio suo che Pisa, in uno tempo medesimo, fusse cagione di spese gravi a' viniziani e a' fiorentini; persuadendosi oltre a ciò che i pisani, per la grandezza e per la vicinità dello stato suo e per la memoria dell'opere fatte da lui per la loro liberazione, gli fussino tanto dediti che avessino sempre a preporlo a tutti gli altri. Accresceva questi disegni e speranze fallaci la persuasione, nella quale poco ricordandosi della varietà delle cose umane si nutriva da se stesso, d'avere quasi sotto i piedi la fortuna, della quale affermava publicamente essere figliuolo: tanto era invanito de' prosperi successi, ed enfiato che per opera e per i consigli suoi fusse passato il re di Francia in Italia, attribuendo a sé l'essere suto privato Piero de' Medici, poco ossequente alla sua volontà, dello stato di Firenze, la ribellione de' pisani da' fiorentini, e l'essere stati cacciati del regno di Napoli gli Aragonesi suoi inimici; e che poi, avendo mutata sentenza, fusse per i consigli e autorità sua proceduta la congiunzione di tanti potentati contro a Carlo, la ritornata di Ferdinando nel regno di Napoli, e la partita del re di Francia d'Italia con condizioni indegne di tanta grandezza; e che insino nel capitano che aveva in custodia la cittadella di Pisa avesse potuto piú la sua o industria o autorità che la volontà e i comandamenti del proprio re. Con le quali regole misurando il futuro, e giudicando la prudenza e lo ingegno di tutti gli altri essere molto inferiore alla prudenza e ingegno suo, si prometteva d'avere a indirizzare sempre ad arbitrio suo le cose d'Italia e di potere con la sua industria circonvenire ciascuno: la quale vana impressione non dissimulandosi né per lui né per i suoi, né con parole né con dimostrazioni, anzi essendogli grato che cosí fusse creduto e detto da tutti, risonava Milano il dí e la notte di voci vane, e si celebrava per ciascuno, con versi latini e volgari e con publiche orazioni e adulazioni, la sapienza ammirabile di Lodovico Sforza, dalla quale dependeva la pace e la guerra d'Italia; esaltando insino al cielo il nome suo e il cognome del Moro: il quale cognome, impostogli insino da gioventú, perché era di colore bruno e per l'opinione che già si divulgava della sua astuzia, ritenne volentieri mentre durò lo imperio suo.

                                                 Né fu minore l'autorità del Moro nelle altre fortezze de' fiorentini che fusse stata in quella di Pisa, parendo che ad arbitrio suo si governassino in Italia non meno gli inimici che gli amici. Perché se bene il re udite le querele gravissime fattegli dagli imbasciadori de' fiorentini se ne fusse commosso gravemente, e perché almanco fussino restituite loro l'altre avesse mandato, con nuove commissioni e con lettere di Ligní, Ruberto di Veste suo cameriere, nondimeno, non essendo appresso agli altri in maggiore prezzo l'autorità sua che ella fusse appresso a se medesimo, fu tanta l'audacia di Ligní, il quale a molti affermava non procedere cosí senza volontà del re, che per le commissioni sue, aggiunte alla mala volontà de' castellani, furono poco stimati i comandamenti regi. Però il bastardo di Bienna, il quale per ordine e sotto nome di Ligní teneva la guardia di Serezana, poiché ebbe condottevi le genti e i commissari de' fiorentini per riceverne la possessione, la consegnò per prezzo di venticinquemila ducati a' genovesi; e il medesimo fece, ricevuta certa somma di danari, il castellano di Serezanello: essendone stato autore e mezzano il Moro. Il quale, opposto a' fiorentini, benché sotto nome de' genovesi, il Fracassa con cento cavalli e quattrocento fanti, impedí che e' non ricuperassino tutte le altre terre che avevano perdute in Lunigiana; delle quali, con l'occasione delle genti mandate per ricevere Serezana, avevano recuperato una parte. E poco dipoi Entraghes, sotto la custodia del quale erano anche le fortezze di Pietrasanta e di Mutrone, e in cui mano era similmente venuta Librafatta, ritenutasi questa, la quale non molti mesi poi concedette a' pisani, vendé quelle per ventiseimila ducati a' lucchesi, come precisamente ordinò il duca di Milano: il quale aveva prima desiderato che le conseguissino i genovesi, ma mutata poi sentenza elesse gratificarne i lucchesi, acciocché avessino cagione d'aiutare piú prontamente i pisani, e per congiugnersigli piú mediante questo beneficio. Le quali cose significate in Francia, con tutto che 'l re se ne dimostrasse alterato con Ligní e facesse sbandire Entraghes di tutto il reame, nondimeno ritornando Bonò, che oltre a essere stato partecipe de' danari de' pisani aveva trattato in Genova la vendita di Serezana, furono accettate le sue giustificazioni; e raccolto gratamente uno imbasciadore de' pisani, mandato insieme con lui a persuadere di volere essere sudditi fedeli della corona di Francia, e a prestare il giuramento della fedeltà: benché non molto poi, apparendo vane le sue commissioni, fusse licenziato. Né a Ligní fu imposta altra pena che, per segno di escluderlo dal favore regio, toltagli la facoltà di dormire, secondo che era consueto, nella camera del re, alla quale fu presto restituito; rimanendo in contumacia solamente, benché per non molto lungo tempo, Entraghes: potendo in queste cose, oltre alla natura del re e gli altri mezzi e favori, la persuasione, non falsa, che i fiorentini fussino necessitati a non si separare da lui; perché essendo manifesta per tutto la cupidità de' viniziani e del duca di Milano, si teneva per certo che e' non arebbono consentito che essi fussino reintegrati di Pisa, quando bene avessino acconsentito di collegarsi con loro alla difesa d'Italia. Alla quale cosa cercavano di indurgli cogli spaventi e co' minacci, non tentando però per allora altro contro a loro, ma bastandogli, con le genti che avevano messe in Pisa, mantenere viva quella città e non gli lasciare perdere interamente il contado.

                                                  

                                                 Lib.3, cap.5

                                                  

                                                 Ferdinando d'Aragona minacciato dalla venuta di nuove truppe nemiche. Aiuti de' veneziani e degli altri confederati a Ferdinando. Nuove vicende della guerra. Equilibrio delle forze avversarie.

                                                  

                                                 Perché il pericolo del regno di Napoli da ogn'altra cura gli divertiva: atteso che Verginio, raccolti al Bagno a Rapolano e poi nel perugino, dove dimorò qualche giorno, molti soldati, andava con gli altri della casa Orsina verso lo Abruzzi; e al medesimo cammino andavano con la compagnia loro Cammillo e Pagolo Vitelli. A' quali denegando di dare vettovaglie il castello di Montelione fu da loro messo a sacco; da che spaventate l'altre terre della Chiesa donde avevano a passare, non si ritenendo per i gravi comandamenti fatti in contrario dal pontefice, concedevano loro per tutto alloggiamento e vettovaglie. Per il che, e molto piú perché si affermava che di Francia veniva per mare nuovo soccorso, parendo che le cose franzesi fussino per ricevere nel reame di Napoli grande augumento, né potendo Ferdinando, il quale era senza danari e con molte difficoltà, sostenere senza maggiori aiuti tanto peso, fu costretto di pensare per la difesa sua a nuovi rimedi.

                                                 Non avevano gli altri potentati da principio compreso Ferdinando nella loro confederazione; e ancora che, da poi che ebbe ricuperato Napoli, i re di Spagna avessino fatto instanza che e' vi fusse ammesso, i viniziani l'avevano recusato, persuadendosi le sue necessità essere mezzo atto al disegno che già facevano che in potestà loro pervenisse una parte di quel reame. Però Ferdinando, privato d'ogn'altra speranza, perché di Spagna non aspettava nuovi sussidi né volevano gli altri collegati sottomettersi a tanta spesa, convenne col senato viniziano, promettendo l'osservanza per ciascuna delle parti il pontefice e gli oratori de' re di Spagna in nome de' suoi re, che i viniziani mandassino nel regno in soccorso suo il marchese di Mantova loro capitano, con settecento uomini d'arme cinquecento cavalli leggieri e tremila fanti, e vi mantenessino l'armata di mare la quale allora vi avevano, ma con patto di potere rivocare questi sussidi ogni volta che per difesa propria n'avessino di bisogno; e gli prestassino per le necessità presenti quindicimila ducati: e perché fussino assicurati di recuperare le spese farebbono, che Ferdinando consegnasse loro Otranto, Brindisi e Trani, e consentisse ritenessino Monopoli e Pulignano che avevano ancora in mano, ma con condizione di dovergli restituire quando ne fussino rimborsati; ma non potessino allegare che, o per conto della guerra o della guardia o delle fortificazioni che vi facessino, passassino la somma di dugentomila ducati. I quali porti, per essere nel mare di sopra, e perciò molto opportuni a Vinegia, accrescevano assai la loro grandezza: la quale, non avendo piú chi se gli opponesse, né essendo uditi piú, dopo la protezione accettata de' pisani, i consigli di coloro che arebbono voluto che a' venti che sí prosperi si dimostravano le vele piú lentamente si spiegassino, cominciava a distendersi per tutte le parti d'Italia; perché, oltre alle cose del regno di Napoli e di Toscana, avevano di nuovo condotto Astore signore di Faenza e accettata la protezione del suo stato, il quale era molto accomodato a tenere in timore i fiorentini, la città di Bologna e tutto il resto di Romagna. A questi aiuti particolari de' viniziani si aggiugnevano altri aiuti de' confederati, perché il pontefice i viniziani e il duca di Milano mandavano in soccorso di Ferdinando alcune altre genti d'arme, soldate comunemente; benché il duca, non partitosi ancora in tutto dalla simulazione di non contrafare allo accordo di Vercelli, non ostante che per consiglio suo si indirizzasse la maggiore parte di queste cose, ricusando che nelle condotte o in altre apparenze si usasse il nome suo, si era convenuto di pagare occultamente ciascuno mese per il soccorso del reame diecimila ducati.

                                                 L'andata degli Orsini e de' Vitelli fermò le cose dello Abruzzi, le quali erano in manifesto movimento contro a' franzesi, essendosi già ribellato Teramo e Civita di Chieti, e dubitandosi che l'Aquila, città principale di quella regione, non facesse il medesimo; la quale avendo eglino confermata nella divozione franzese, e avendo recuperato per accordo Teramo e saccheggiata Giulianuova, quasi tutto l'Abruzzi seguitava il nome de' franzesi: in modo che le cose di Ferdinando parevano per tutto il regno in manifesta declinazione. Perché la Calavria quasi tutta era in potestà di Obigní, con tutto che la sua lunga infermità, per la quale s'era fermato in Ghiarace, desse comodità a Consalvo di tenere, con le genti spagnuole e con le forze di alcuni signori del paese, accesa la guerra in quella provincia; Gaeta con molte terre circostanti ubbidiva a' franzesi; il prefetto di Roma con la compagnia sua e con le forze del suo stato, recuperate le castella di Montecasino, infestava Terra di Lavoro da quella banda; e Mompensieri, con tutto che molto lo impedisse a usare le forze sue il mancamento de' danari, costrigneva Ferdinando a rinchiudersi ne' luoghi forti, oppressato dalla medesima necessità di danari e di molte altre provisioni, ma fondato interamente in sulla speranza del soccorso viniziano; il quale, perché la convenzione tra loro era stata fatta poco innanzi, non poteva essere cosí presto come sarebbe stato di bisogno. Tentò Mompensieri di occupare per trattato Benevento, ma Ferdinando avutone sospetto vi entrò subitamente con le sue genti. Accostoronsi i franzesi a Benevento, alloggiando al ponte a Finocchio, e avendo preso Fenezano, Apice e molte terre circostanti. Ne' quali luoghi mancando loro le vettovaglie, e approssimandosi il tempo di riscuotere la dogana delle pecore della Puglia, entrata delle piú importanti del reame di Napoli, perché era solita ascendere ciascuno anno a ottantamila ducati, che tutti si riscotevano nello spazio quasi di uno mese, Mompensieri, per privare gli inimici di questa comodità e non meno per l'estremo bisogno delle sue genti, si voltò al cammino di Puglia, della quale regione una parte si teneva per sé un'altra ne tenevano gli inimici; né molto dietro a lui Ferdinando, intento a impedire piú presto, con qualche arte o diligenza, i progressi degli inimici che a combattere, insino a tanto che i soccorsi suoi non arrivassino. Nel quale tempo giunse a Gaeta un'armata franzese di quindici legni grossi e sette minori, in sulla quale si erano imbarcati a Savona ottocento fanti tedeschi condotti delle terre del duca di Ghelleri, e quelli svizzeri e guasconi che prima il re aveva ordinato che fussino portati in sulle navi grosse che si doveano armare a Genova; alla quale armata l'armata di Ferdinando, che era sopra a Gaeta per impedire che non vi entrassino vettovaglie, essendo per mancamento di danari male proveduta delle cose necessarie, avea dato luogo: in modo che, essendo entrata nel porto sicuramente, i fanti posti in terra presono Itri e altre terre circostanti, e fatte per il paese molte prede speravano di ottenere Sessa, per opera di Giovambatista Caracciolo che prometteva di mettergli occultamente dentro; ma don Federigo, il quale essendosi ridotto con le genti che lo seguivano intorno a Taranto era poi stato mandato da Ferdinando al governo di Napoli, avutane notizia, entratovi subito, fece prigioni il vescovo e certi altri consci del trattato.

                                                 Ma in Puglia, ove era ridotta la somma della guerra, procedevano le cose con varia fortuna; perché l'uno e l'altro esercito, distribuitosi per l'asprezza del tempo per le terre, né alcuno in una sola, per la incapacità d'esse, ma in piú, attendeva con correrie e cavalcate grosse a predare i bestiami, usando piú tosto industria e celerità che virtú d'arme. In Foggia si era fermato Ferdinando con parte delle sue genti, messe le altre parte in Troia e parte in Nocera: ove intendendo che, tra San Severo, nella quale terra alloggiava con trecento uomini d'arme Verginio Orsino, venuto a unirsi con Mompensieri, e la terra di Porcina ove era Mariano Savello con cento uomini d'arme, si era ridotta quantità quasi infinita di pecore e di altre bestie, si mosse con secento uomini d'arme ottocento cavalli leggieri e mille cinquecento fanti, e arrivato, all'alba del dí, innanzi a San Severo, fermatosi quivi con gli uomini d'arme per resistere a Verginio se si movesse, fece correre i cavalli leggieri, che allargandosi per tutto il paese predorno circa sessantamila bestie; ed essendo uscito fuora della Porcina Mariano Savello a molestargli lo costrinsono a ritirarsi, perduti trenta uomini d'arme. Questo danno e la vergogna ricevuta fu cagione che Mompensieri, raccolte tutte le sue genti, andò verso Foggia per recuperare la preda e l'onore perduto: dove, succedendogli piú di quello che da principio aveva disegnato, scontrò tra Nocera e Troia ottocento fanti tedeschi, venuti prima per mare a' soldi di Ferdinando, i quali partitisi da Troia, dove era il loro alloggiamento, andavano, piú per propria temerità che per comandamento del re, e contro al consiglio di Fabrizio Colonna che alloggiava medesimamente a Troia, per unirsi a Foggia con Ferdinando; i quali, non potendo salvarsi né con la fuga né con l'armi, né volendo arrendersi, furono combattendo tutti ammazzati, non lasciata perciò la vittoria senza sangue agli inimici. Presentossi poi Mompensieri con l'esercito ordinato a combattere innanzi a Foggia, ma non lasciando Ferdinando uscire fuori altri che i cavalli leggieri, andorono ad alloggiare al bosco della Incoronata, dove stati due dí con difficoltà di vettovaglie, e riavuta la maggiore parte delle bestie predate, di nuovo tornorno innanzi a Foggia, e alloggiati quivi una notte ritornorno il dí prossimo a San Severo, non avendo condotta tutta la preda riavuta, perché nel ritornarsene ne fu tolta loro una parte da' cavalli leggieri di Ferdinando. Cosí, disperdendosi le bestie, cavò l'una parte e l'altra delle entrate della dogana piccolissima utilità.

                                                 Andorno pochi dí poi i franzesi, cacciati dalla penuria delle vettovaglie, a Campobasso che si teneva per loro, dal quale luogo presono per forza la Coglionessa o vero Grigonisa, terra vicina, dove da' svizzeri, contro alla volontà de' capitani, fu usata crudeltà tale che se bene si empiesse il paese di spavento alienò da loro gli animi di molti: e Ferdinando, attendendo a difendere il meglio poteva le cose sue e aspettando la venuta del marchese di Mantova, riordinava intanto le genti, con sedicimila ducati che gli aveva mandati il pontefice e con quegli che aveva potuti raccorre da sé. Nel qual tempo si unirono con Mompensieri i svizzeri, e gli altri fanti che erano venuti per mare a Gaeta; e da altra parte il marchese di Mantua, entrato nel regno e venuto a Capua per la via di San Germano, avendo per il cammino prese, parte per forza parte per accordo, molte terre benché di piccola importanza, si uní, circa il principio di giugno, col re a Nocera; dove don Cesare d'Aragona condusse le genti che erano state intorno a Taranto. Cosí ridotte in luoghi vicini quasi tutte le forze de' franzesi e di Ferdinando, superiori le franzesi di fanti l'italiane di cavalli, pareva molto dubbio l'evento delle cose, non si potendo discernere a quale delle due parti fusse per inclinare la vittoria.

                                                  

                                                 Lib.3, cap.6

                                                  

                                                 Carlo VIII, anche per sollecitazioni di altri, torna a pensare alle cose d'Italia. Deliberazioni del consiglio regio e preparativi per una nuova spedizione in Italia. Timori e azione politica di Lodovico Sforza. Indugi frapposti alla spedizione dal cardinale di San Malò. Scarsi aiuti mandati da Carlo in Italia.

                                                  

                                                 Nella quale incertitudine mentre che si sta, il re di Francia, da altra parte, trattava delle provisioni di soccorrere i suoi. Perché, come ebbe intesa la perdita delle castella di Napoli, e che per non essere state restituite le fortezze a' fiorentini mancavano alle sue genti i danari e i soccorsi loro, svegliato dalla negligenza con la quale pareva fusse ritornato in Francia, cominciò di nuovo a voltare l'animo alle cose d'Italia; e per essere piú espedito da tutto quello che lo potesse ritenere, e per potere, dimostrandosi grato de' benefici ricevuti ne' suoi pericoli, ricorrere di nuovo piú confidentemente all'aiuto celeste, andò in poste a Torsi e poi a Parigi per sodisfare a' voti fatti da sé, il dí della giornata di Fornuovo, a san Martino e a san Dionigi; donde ritornato con la medesima diligenza a Lione, si riscaldava ogni dí piú in questo pensiero; al quale era per se stesso inclinatissimo, attribuendosi a grandissima gloria l'avere acquistato un reame tale, e primo di tutti i re di Francia dopo molti secoli avere personalmente rinnovata in Italia la memoria dell'armi e delle vittorie franzesi; e persuadendosi che le difficoltà le quali aveva avute nel ritornare da Napoli fussino procedute piú da' disordini suoi che dalla potenza o dalla virtú degl'italiani, il nome de' quali non era piú, nelle cose della guerra, appresso a franzesi in alcuna estimazione. E l'accendevano ancora gli stimoli degli oratori de' fiorentini, del cardinale di San Piero in Vincola e di Gian Iacopo da Triulzi, ritornato per questa cagione alla corte; in compagnia de' quali facevano la medesima instanza Vitellozzo e Carlo Orsino e dipoi il conte di Montorio, mandato per il medesimo effetto da' baroni che seguitavano le parti franzesi nel regno di Napoli; e ultimatamente vi andò da Gaeta per mare il siniscalco di Belcari, il quale dimostrava speranza grande di vittoria in caso che senza piú dilazione si mandasse il soccorso e, per contrario, che le cose di quel reame essendo abbandonate non potevano sostenersi lungamente; e oltre a questi una parte de' signori grandi, stati prima alieni dalle imprese d'Italia, confortavano il medesimo, per la ignominia che del lasciare perdere l'acquisto fatto risultava alla corona di Francia, e molto piú per il danno che tanta nobiltà franzese si perdesse nel reame di Napoli. Né si raffrenavano questi concetti per i movimenti i quali si dimostravano per i re di Spagna dalla parte di Perpignano, perché essendo apparati maggiori in nome che in fatti, e le forze di quegli re piú potenti alla difesa de' regni propri che all'offesa de' regni d'altri, si giudicava sufficiente rimedio l'avere mandate a Nerbona e nell'altre terre che sono alle frontiere di Spagna molte genti d'arme, non senza compagnia sufficiente di svizzeri.

                                                 Però convocati dal re nel consiglio tutti i signori e tutte le persone notabili che si trovavano nella corte, fu deliberato che con piú celerità che si potesse tornasse in Asti il Triulzio con titolo di luogotenente regio e con lui ottocento lancie dumila svizzeri e dumila guasconi, e che poco dopo lui passasse i monti con altre genti il duca di Orliens, e finalmente con tutte l'altre provisioni la persona del re; il quale passando potente, non si dubitava che aderirebbono alla volontà sua gli stati del duca di Savoia e de' marchesi di Monferrato e di Saluzzo, opportuni molto a fare la guerra contro al ducato di Milano; e che, dal cantone di Berna infuora, il quale aveva promesso al duca di Milano di non lo offendere, tutti i cantoni de' svizzeri andrebbono agli stipendi suoi con grandissima prontezza. Le quali deliberazioni procederono con maggiore consentimento per l'ardore del re; il quale, innanzi che entrasse nel consiglio, avea pregato strettamente il duca di Borbone che con efficaci parole dimostrasse essere necessario il fare potentissimamente la guerra, e poi nel consiglio, ribattuto con la medesima caldezza l'ammiraglio, il quale seguitato da pochi aveva, non tanto contradicendo direttamente quanto proponendo molte difficoltà, cercato di intepidire per indiretto gli animi degli altri: e affermava il re palesemente che in potestà sua non era di fare altra deliberazione, perché la volontà di Dio lo costrigneva a ritornare in Italia personalmente. Fu deliberato nel medesimo consiglio che trenta navi, tra le quali una caracca grossissima detta la Normanda e un'altra caracca grossa della religione di Rodi, passassino dalla costa del mare Oceano ne' porti di Provenza, dove si armassino trenta tra galee sottili e galeoni, per mettere con sí grossa armata nel reame di Napoli soccorso grandissimo di gente di vettovaglie di munizioni e di danari; e nondimeno che, non aspettando che questa fusse in ordine, si mandasse subito qualche navile carico di gente e di vettovaglie. Oltre a tutte le quali cose fu ordinato che a Milano andasse Rigault maestro di casa del re: perché il duca, benché non avesse dato le due caracche né permesso l'armarsi per il re a Genova, e restituito solamente i legni presi a Rapalle ma non le dodici galee state tenute nel porto di Genova, si era sforzato di scusarsi con la inubbidienza de' genovesi, e tenuto continuamente con varie pratiche uomini suoi appresso al re; al quale aveva di nuovo mandato Antonio Maria Palavicino, affermando che era disposto a osservare l'accordo fatto, dimandando gli fusse prorogato il tempo di pagare al duca d'Orliens i cinquantamila ducati promessi in quella concordia. Dalle quali arti benché riportasse piccolo frutto, essendo notissima al re la mente sua, sí per l'altre azioni sí perché, per lettere e istruzioni sue che erano state intercette, era venuto a luce essere da lui stimolati continuamente il re de' romani e i re di Spagna a muovere la guerra in Francia, nondimeno, sperandosi che forse il timore lo indurrebbe a quello da che era aliena la volontà, fu commesso a Rigault che, non disputando della inosservanza passata, gli significasse in potestà sua essere di cancellare la memoria dell'offese cominciando a osservare, rendendo le galee concedendo le caracche e permettendo l'armare a Genova; e gli soggiugnesse la deliberazione della passata del re, la quale sarebbe con gravissimo suo danno se, mentre gli era offerta la facoltà, non ritornasse a quella amicizia la quale il re si persuadeva che egli piú tosto per sospetti vani che per altra cagione avesse imprudentemente disprezzata.

                                                 Già la fama degli apparati che si facevano, trapassata in Italia, aveva dato molta alterazione a' collegati; e sopra tutti Lodovico Sforza, essendo il primo esposto all'impeto degl'inimici, si ritrovava in grandissima ansietà, inteso massime che, dopo la partita di Rigault dalla corte, il re con parole e dimostrazioni molto brusche aveva licenziato tutti gli agenti suoi. Per il che, rivoltandosi nella mente la grandezza del pericolo, e che tutti i travagli della guerra si riducevano nel suo stato, si sarebbe facilmente accomodato alle richieste del re se non l'avesse ritenuto il sospetto, per la coscienza dell'offese fattegli, per le quali era generata da ogni parte tale diffidenza, che e' fusse piú difficile trovare mezzo di sicurtà per ciascuno che convenire negli articoli delle differenze; perché togliendosi alla sicurezza dell'uno quel che si consentisse per assicurare l'altro, niuno voleva rimettere nella fede di altri quel che l'altro recusava di rimettere nella sua. Cosí stringendolo la necessità a prendere quel consiglio che gli era piú molesto, per cercare almeno d'allungare i pericoli, continuò con Rigault l'arti medesime che aveva usate insino allora; affermando molto efficacemente che farebbe ubbidire i genovesi ogni volta che il re desse nella città di Avignone sicurtà sufficiente per la restituzione delle navi, e che ciascuna delle parti promettesse, dando ostaggi per l'osservanza, che cose nuove in pregiudicio dell'altra non si tentassino: la quale pratica, continuata molti dí, ebbe finalmente, per varie cavillazioni e difficoltà che si interponevano, l'effetto medesimo che avevano avuto l'altre. Ma Lodovico non consumando questo tempo inutilmente mandò, mentre pendevano questi ragionamenti, uomini al re de' romani per indurlo a passare in Italia con l'aiuto suo e de' viniziani; e a Vinegia mandò imbasciadori a ricercargli che per provedere al pericolo comune concorressino a questa spesa, e che mandassino verso Alessandria i sussidi che fussino necessari per opporsi a' franzesi: il che da loro fu offerto di fare prontissimamente. Ma non mostrorno già la medesima facilità nella passata del re de' romani, poco amico alla loro republica, rispetto a quello possedevano in terra ferma appartenente allo imperio e alla casa di Austria; né si contentavano che a spese comuni si conducesse in Italia un esercito che in tutto dependesse da Lodovico: nondimeno, continuando Lodovico di farne instanza perché, oltre all'altre ragioni che lo movevano, le forze sole de' viniziani nello stato di Milano gli erano sospette, dubitando quel senato che egli, il quale sapevano essere grandemente impaurito, non si precipitasse a riconciliarsi col re di Francia, prestò finalmente il suo consentimento, e mandò per la cagione medesima a Cesare imbasciadori. Temevano ancora i viniziani e il duca che i fiorentini, come il re avesse passato i monti, non facessino nella riviera di Genova qualche movimento; però ricercorono Giovanni Bentivogli che con trecento uomini d'arme, co' quali era condotto da' confederati, assaltasse da' confini di Bologna i fiorentini, promettendogli che nel tempo medesimo sarebbono molestati da' sanesi e dalle genti che erano in Pisa, e offerendogli di obligarsi, in caso che occupasse la città di Pistoia, a conservarvelo: di che benché il Bentivoglio desse loro speranza, nondimeno, avendone l'animo molto lontano, e temendo non poco della venuta de' franzesi, mandò occultamente al re a scusarsi delle cose passate per la necessità del sito nel quale è posta Bologna, e a offerire di volere dependere da lui, e di astenersi per rispetto suo da molestare i fiorentini.

                                                 Ma non bastava la volontà del re, benché ardentissima, a mettere a esecuzione le cose deliberate, con tutto che l'onore proprio e i pericoli del regno di Napoli ricercassino prestissima espedizione; perché il cardinale di San Malò, in cui mano era oltre al maneggio delle pecunie la somma di tutto il governo, benché apertamente non contradicesse, differiva tanto, con allungare i pagamenti necessari, tutte l'espedizioni che provisione alcuna a effetto non si conduceva; mosso, o per parergli migliore mezzo a perpetuare la sua grandezza, non facendo spesa alcuna che non appartenesse o all'utilità presente o a' piaceri del re, non avere cagione di proporre ogni dí difficoltà di cose e necessità di danari, o perché, come molti dubitavano, corrotto da premi e da speranze, avesse secreta intelligenza o col pontefice o col duca di Milano: né a questo rimediavano i conforti e i comandamenti del re, pieni qualche volta di sdegno e di parole ingiuriose, perché conoscendo quale fusse la sua natura gli sodisfaceva con promesse contrarie agli effetti. E cosí, cominciata a ritardarsi per opera sua la esecuzione delle cose disegnate, si turborono quasi in tutto per uno accidente inaspettato che sopravenne. Imperocché alla fine del mese di maggio il re, quando ciascuno aspettava che non molto poi si movesse per passare in Italia, deliberò di andare a Parigi: allegando che, secondo il costume degli antichi re, voleva innanzi si partisse di Francia pigliare licenza con le cerimonie consuete da san Dionigi e, nel passare da Torsi, da san Martino; e che avendo disposto di passare in Italia abbondantissimo di danari, per non si ridurre nelle necessità nelle quali era stato l'anno dinanzi, bisognava che inducesse l'altre città di Francia ad accomodarlo di danari con l'esempio della città di Parigi, dalla quale non otterrebbe essere accomodato se non vi andasse personalmente; e che approssimandosi in là, farebbe piú sollecite a cavalcare le genti d'arme che si movevano di Normandia e di Piccardia: affermando che innanzi alla partita sua spedirebbe il duca d'Orliens, e che in termine di un mese sarebbe ritornato a Lione. Ma si credette che la piú vera e principale cagione fusse l'essere egli innamorato in camera della reina, la quale poco avanti era andata a Torsi con la sua corte. Né potettono i consigli de' suoi né gli stretti prieghi, e quasi lagrime, degl'italiani rimuoverlo da questa deliberazione; i quali gli dimostravano quanto fusse dannoso il perdere il tempo opportuno alla guerra, massime in tanta necessità de' suoi nel regno napoletano, e quanto fusse perniciosa la fama che volerebbe per Italia che e' si fusse allontanato quando doveva approssimarsi: variarsi per ogni piccolo accidente, per ogni leggiero romore, la riputazione delle imprese; ed essere molto difficile il ricuperarla quando è cominciata a declinare, quando bene si facessino poi effetti molto maggiori di quegli che gli uomini prima si erano promessi. I quali ricordi disprezzando, ed essendo soprastato un mese di piú a Lione, si mosse a quel cammino, non avendo espedito altrimenti il duca d'Orliens ma solo mandato in Asti con non molta gente il Triulzio, non tanto per le preparazioni della guerra quanto per stabilire nella sua divozione Filippo monsignore, succeduto nuovamente, per la morte del piccolo duca suo nipote, nella ducea di Savoia. Né si fece, innanzi alla partita sua, per le cose del regno altra provisione che di mandare con vettovaglie sei navi a Gaeta, dando speranza che presto le seguiterebbe l'armata grossa; e di provedere per mezzo di mercatanti a Firenze, benché tardi, quarantamila ducati per fargli pagare a Mompensieri: perché i svizzeri e i tedeschi avevano protestato che, non essendo pagati innanzi alla fine di giugno, passerebbono nel campo degli inimici. Rimasono a Lione il duca d'Orliens, il cardinale di San Malò e tutto il consiglio, con commissione di accelerare le provisioni: alle quali se il cardinale era proceduto lentamente in presenza del re, procedeva molto piú lentamente essendo assente.

                                                  

                                                 Lib.3, cap.7

                                                  

                                                 Nuove vicende della guerra nel reame di Napoli. Declina di nuovo la fortuna de' francesi. Vittoria di Consalvo in Calabria. Resa di Atella. Continui progressi degli aragonesi. Morte di Ferdinando e successione di Federico. Continuano gli indugi nella spedizione francese in Italia.

                                                  

                                                 Ma non potevano le cose del reame di Napoli aspettare la tardità di questi rimedi, essendo ridotta la guerra in termine, per gli eserciti congregati da ogni banda e per molte difficoltà che da tutt'a due le parti si scoprivano, che era necessario che senza piú dilazione si terminasse la guerra. Aveva Ferdinando, poiché ebbe unite seco le genti viniziane, presa la terra di Castelfranco; dove si unirno seco con dugento uomini d'arme Giovanni Sforza signore di Pesero e Giovanni da Gonzaga fratello del marchese di Mantova condottieri de' confederati, in modo che in tutto erano nel campo suo mille dugento uomini d'arme mille cinquecento cavalli leggieri e quattromila fanti; e i franzesi nel tempo medesimo si erano accampati a Circello, propinquo a dieci miglia a Benevento. Appresso a' quali accostatosi Ferdinando a quattro miglia, si pose a campo a Frangete di Monteforte; il quale luogo perché era bene proveduto non presono al primo assalto. Levoronsi i franzesi da Circello per soccorrerlo ma non arrivorono a tempo, essendosi per timore del secondo assalto arrenduti, lasciata la terra a discrezione, i fanti tedeschi che lo guardavano: la qual cosa parendo avversa a' franzesi sarebbe stata cagione della loro felicità se, o per imprudenza o per mala fortuna, non avessino perduta tanta occasione. Perché (cosí confessa quasi ciascuno) arebbeno quel dí facilmente rotto l'esercito inimico: perché, occupata la maggiore parte nel sacco di Frangete, non attendeva a' comandamenti de' capitani; i quali, vedendo che già tra i franzesi e l'alloggiamento loro non era in mezzo altro che una valle, si sforzavano con grandissima diligenza di mettergli insieme. Conobbe Mompensieri sí grande occasione, conobbela Verginio Orsino; de' quali l'uno comandava, l'altro, dimostrando la vittoria certa, pieno di lagrime pregava, che non tardassino a passare la valle mentre che nell'alloggiamento italiano era piena ogni cosa di confusione e di tumulto, mentre che i soldati, attendendo parte a rubare parte a portare via le cose rubate, non udivano l'imperio de' capitani. Ma Persí, uno de' principali, dopo Mompensieri, dell'esercito, mosso o da leggierezza giovenile o, come piú si credette, da invidia della sua gloria, allegando il disavvantaggio del passare la valle salendo sotto i piedi quasi degli inimici, e il sito forte del loro alloggiamento, e confortando scopertamente i soldati a non combattere, impedí cosí salutifero consiglio; e si crede che istigati da lui, i svizzeri e i tedeschi, domandando danari, tumultuorono. Però Mompensieri, costretto a ritirarsi, ritornò intorno a Circelle; ove dandosi il dí seguente la battaglia, Camillo Vitelli, mentre che allato alle mura fa egregiamente l'ufficio di capitano e di soldato, percosso nella testa da uno sasso terminò la vita sua: per il quale caso i franzesi, non espugnato Circelle, ne levorono il campo e se ne andorno verso Arriano; disposti nondimeno i capitani a tentare, se n'avessino avuta occasione, la fortuna della giornata. Al quale consiglio era in tutto contrario il consiglio dell'esercito aragonese; stando massime fermi, specialmente i proveditori viniziani, in questa sentenza perché, sapendo che gli inimici cominciavano a patire di vettovaglie e che erano senza danari, e vedendosi procedere in lungo i soccorsi di Francia, speravano che giornalmente avessino a crescere i sinistri e le incomodità loro, e che in altre parti del regno avessino medesimamente ad avere maggiori molestie, perché nello Abruzzi, dove nuovamente Annibale figliuolo naturale del signore di Camerino, andato volontariamente a servire Ferdinando con quattrocento cavalli a spese proprie, avea rotto il marchese di Bitonto, si aspettava con trecento uomini d'arme il duca di Urbino, condotto di nuovo da' collegati: la fortuna de' quali e le condizioni maggiori egli seguitando, aveva abbandonato la condotta de' fiorentini, alla quale era obligato ancora per piú di uno anno, scusandosi che per essere feudatario della Chiesa non poteva non ubbidire a' comandamenti del pontefice. Però, andando Graziano di Guerra per opporsegli, assaltato nel piano di Sermona dal conte di Celano e dal conte di Popoli con trecento cavalli e con tremila fanti paesani, gli messe in fuga.

                                                 Ma con la perdita della occasione del vincere intorno a Frangete era cominciata a declinare manifestamente la fortuna de' franzesi, concorrendo in uno tempo medesimo quasi infinite difficoltà; inopia estrema di danari carestia di vettovaglie odio de' popoli discordia de' capitani disubbidienza de' soldati e la partita di molti dal campo, parte per necessità parte per volontà, perché né del reame aveano avuto facoltà di cavare se non pochi danari, né di Francia erano stati di quantità alcuna proveduti, essendo stata troppo tarda la provisione de' quarantamila ducati mandati a Firenze; di maniera non potevano, per questo e per la vicinità di molte terre sostentate dalla propinquità degli inimici, fare i provedimenti necessari per avere le vettovaglie; e l'esercito era pieno di disordini, essendo indeboliti gli animi de' soldati, e i svizzeri e i tedeschi dimandando ogni dí tumultuosamente di essere pagati, e nocendo molto a tutte le deliberazioni la contradizione continua di Persí a Mompensieri. Costrinse la necessità il principe di Bisignano a partirsi con le sue genti, per andare alla guardia del proprio stato, per timore delle genti di Consalvo; e molti de' soldati del paese alla giornata si sfilavano, perché oltre al non avere ricevuti mai danari erano maltrattati da' franzesi e da' svizzeri nella divisione delle prede e nella distribuzione delle vettovaglie. Per le quali difficoltà, e sopratutto per la strettezza del vivere, era l'esercito franzese necessitato ritirarsi a poco a poco di uno luogo in uno altro, il che diminuiva grandemente la riputazione sua appresso a' popoli; e benché gli inimici gli andassino continuamente seguitando non perciò speravano d'avere facoltà di combattere, come sopratutto Mompensieri e Verginio desideravano, perché per non essere sforzati a combattere alloggiavano sempre in luoghi forti e ove non potessino essere impedite le sue comodità. Co' quali andando a unirsi Filippo Rosso condottiere de' viniziani, con la sua compagnia di cento uomini d'arme, era stato rotto dalle genti del prefetto di Roma. Finalmente, essendo i franzesi alloggiati sotto Montecalvoli e Casalarbore presso ad Arriano, Ferdinando, accostatosi loro per tanto spazio quanto è il tiro di una balestra ma alloggiando sempre in sito forte, gli ridusse in necessità grande di vettovaglie, e gli privò medesimamente dell'uso dell'acqua. Donde deliberati di andarsene in Puglia, dove speravano avere comodità di vettovaglie, e temendo, nella propinquità degl'inimici, delle difficoltà che facilmente sopravengono agli eserciti che si ritirano, levatisi tacitamente al principio della notte, camminorono, innanzi si fermassino, venticinque miglia. Seguitògli la mattina Ferdinando, ma disperandosi di potere aggiugnergli si accampò a Giesualdo; la quale terra, avendo già sostenuto quattordici mesi l'assedio di... famosissimo capitano, fu da lui espugnata in uno giorno solo: cosa che ingannò molto i franzesi, perché avendo deliberato di fermarsi in Venosa, terra forte di sito e molto abbondante di vettovaglie, la credenza che ebbono che Ferdinando non cosí presto pigliasse Giesualdo fu cagione che perdessino tempo in Atella, la quale terra aveano presa e la saccheggiavano; onde innanzi partissino, sopragiunti da Ferdinando, che preso Giesualdo accelerò il cammino, benché battessino una parte de' suoi trascorsa innanzi al campo, non potendo ridursi a Venosa vicina a otto miglia, si fermorono in Atella, con intenzione di aspettare se da parte alcuna venisse soccorso, e sperando, per la vicinità di Venosa e di molte altre terre circostanti che si tenevano per loro, poterne ricevere comodità di vettovaglie. Accampovvisi subito Ferdinando, intento tutto a impedirle loro, poiché vedeva presente la speranza di ottenere la vittoria senza pericolo e senza sangue, e perciò attendendo a fare all'intorno molte tagliate e a insignorirsi delle terre vicine. Ma le difficoltà de' franzesi gli rendevano ogni dí le cose piú facili. Perché i fanti tedeschi, non avendo, poi che furono levati del suo paese, ricevuto pagamento se non per due mesi, ed essendo passati tutti i termini invano aspettati, se n'andorono nel campo di Ferdinando; onde crescendo a lui la facoltà di infestare piú gli inimici e di piú distendervisi, vi si conducevano piú difficilmente le vettovaglie che venivano da Venosa e dall'altre terre circostanti. Né in Atella era tanto da vivere che bastasse a sostentare molti dí i franzesi, perché vi era piccola quantità di grano; e avendo gli aragonesi rovinato uno molino, il quale era in sul fiume che corre propinquo alle mura, pativano anche di macinato: non si alleggerendo le incomodità presenti per la speranza del futuro; poi che da parte alcuna non appariva segno di soccorso.

                                                 Ma l'avversità che sopravenne in Calavria messe in ultima ruina le cose loro. Perché avendo Consalvo, per l'occasione della infermità lunga di Obigní per la quale molti de' suoi erano andati all'esercito di Mompensieri, preso piú terre in quella provincia, si era ultimatamente, con gli spagnuoli e con molti soldati del paese, fermato a Castrovillole; dove avendo notizia che a Laino erano il conte di Meleto e Alberigo da San Severino e molti altri baroni con numero di gente quasi pari, e che ingrossando continuamente, disegnavano, come fussino piú potenti, d'andare ad assaltarlo, deliberò di prevenire, sperando di opprimergli incauti per la sicurtà che avevano dal sito del loro alloggiamento, perché il castello di Laino è posto in sul fiume [Sapri] che divide la Calavria dal Principato, e il borgo è dall'altra parte del fiume; nel quale alloggiando erano guardati dal castello contro a chi venisse ad assaltargli per il cammino diritto, e tra Laino e Castrovillole erano Murano e alcun'altre terre del principe di Bisignano che si tenevano per loro. Ma Consalvo, con diverso consiglio, partí con tutta la sua gente da Castrovillole poco innanzi alla notte, e uscendo della strada diritta prese il cammino largo, ancora che molto piú lungo e difficile perché s'avevano a passare alcune montagne, e condotto in sul fiume avviò la fanteria alla via del ponte che è tra 'l castello di Laino e il borgo; il qual ponte, per la medesima sicurtà, era guardato negligentemente: egli con la cavalleria, passato il fiume a guazzo due miglia piú alto, arrivò innanzi dí al borgo, e trovato gli inimici senza scolte e senza guardia gli ruppe in uno momento, pigliando undici baroni e quasi tutta la gente, perché fuggendo inverso il castello percotevano nella fanteria che aveva già occupato il passo del ponte. Da questa onorata opera, la quale fu la prima delle vittorie che ebbe Consalvo nel regno di Napoli, ricuperate alcune altre terre di Calavria, e augumentate le forze, andò con seimila uomini a unirsi col campo che era intorno ad Atella; al quale erano arrivati, pochi dí innanzi, cento uomini d'arme del duca di Candia soldato de' confederati, perché egli col resto della compagnia era rimasto in terra di Roma.

                                                 Per la venuta di Consalvo si strinse piú l'assedio, perché Atella fu circondata da tre parti, ponendosi da una le genti aragonesi dall'altra le viniziane e dalla terza le spagnuole; donde s'impedivano le vettovaglie che vi venivano, correndo massime per tutto gli stradiotti de' viniziani, i quali presono molti franzesi che ne conducevano da Venosa; né avevano piú quegli di dentro facoltà di andare al saccomanno se non a ore straordinarie e con grosse scorte: il che anche fu tolto del tutto loro, perché essendo uscito in sul mezzo dí Paolo Vitelli con cento uomini d'arme, tirato dal marchese di Mantova in uno aguato, ne perdé parte. Cosí perdute tutte le comodità, si ridussono in ultimo in tanta strettezza che non potevano, eziandio con le scorte, usare per i cavalli l'acqua del fiume, e dentro mancava l'acqua necessaria alle persone; in modo che, vinti da tanti mali e abbandonati d'ogni speranza, avendo già sopportato l'assedio trentadue dí, necessitati ad arrendersi, impetrato salvocondotto, mandorono Persí, Bartolomeo d'Alviano e uno de' capitani svizzeri a parlare a Ferdinando, col quale venneno in queste convenzioni: che l'offese si levassino tra le parti per trenta dí, non potendo nel detto tempo partirsi d'Atella alcuno degli assediati; a' quali fusse dí per dí conceduta dagli aragonesi la vettovaglia necessaria: fusse lecito a Mompensieri significare al suo re l'accordo fatto, e non avendo soccorso fra trenta dí, lasciasse Atella e tutto quello che nel regno di Napoli era in sua potestà, con tutte l'artiglierie che v'erano dentro, salve le persone e le robe de' soldati; con le quali fusse libero a ciascuno di andarsene, o per terra o per mare, in Francia; e agli Orsini e agli altri soldati italiani, di ritornarsene con le sue genti dove volessino fuora del regno: che a' baroni e agli altri che avevano seguitata la parte del re di Francia fusse, in caso che andassino fra quindici dí a Ferdinando, rimessa ogni pena e restituito tutto quello possedevano quando si principiò la guerra. Il quale termine poi che fu passato, Mompensieri con tutti i franzesi e con molti svizzeri e gli Orsini furno condotti a Castello a mare di Stabbia: disputandosi se Mompensieri, come luogotenente generale del re e superiore a tutti gli altri, fusse obligato a fare restituire, come allegava Ferdinando, tutto quello che nel reame di Napoli si possedeva in nome del re di Francia; perché Mompensieri pretendeva non essere tenuto se non a quello che era in potestà sua di restituire, e che l'autorità sua non si distendeva a comandare a' capitani e a' castellani, che nella Calavria nell'Abruzzi a Gaeta, e in molte altre terre e fortezze, l'aveano ricevute in custodia dal re e non da lui. Sopra che poi che si fu disputato alcuni dí, furono condotti a Baia, simulando Ferdinando di volergli lasciare partire: dove, sotto colore che ancora non fussino a ordine i legni per imbarcargli, furno sopratenuti tanto, che sparsi tra Baia e Pozzuolo, per la mala aria e per molte incomodità, cominciorno a infermarsi; talmente che e Mompensieri morí, e del resto della sua gente, che erano piú di cinquemila uomini, ne mancorno tanti che appena se ne condusseno cinquecento salvi in Francia. Verginio e Paolo Orsini, a requisizione del pontefice già deliberato di tôrre gli stati a quella famiglia, furono rinchiusi in Castello dell'Uovo, e le loro genti, guidate da Giangiordano figliuolo di Verginio e da Bartolomeo d'Alviano, furono per ordine del medesimo svaligiate nell'Abruzzi dal duca d'Urbino; e Giangiordano e l'Alviano, i quali prima per comandamento di Ferdinando, lasciate le genti nel cammino, erano ritornati a Napoli, furno incarcerati; benché l'Alviano, o per industria sua o per secreto consentimento di Ferdinando, da cui era stato molto amato, ebbe facoltà di fuggirsi.

                                                 Dopo la vittoria di Atella Ferdinando, dividendo per la recuperazione del resto del regno l'esercito in varie parti, mandò a campo a Gaeta don Federico e Prospero Colonna; e nell'Abruzzi, ove già l'Aquila era ritornata alla divozione aragonese, Fabrizio Colonna: egli, presa per forza la rocca di Sanseverino, e fatto per terrore degli altri decapitare il castellano e il figliuolo, andò a campo a Salerno; ove il principe di Bisignano, andato a parlargli, accordò per sé per il principe di Salerno per il conte di Capaccio e per alcuni altri baroni, con condizione di possedere i loro stati ma che Ferdinando, per sua sicurtà, tenesse per certo tempo le fortezze: il quale accordo fatto, andorno a Napoli. Né fu nello Abruzzi fatta molta difesa, perché Graziano di Guerra, che vi era con ottocento cavalli, non avendo piú facoltà di difendersi, si ridusse a Gaeta. In Calavria, della quale la maggiore parte si teneva per i franzesi, ritornò Consalvo; dove benché da Obigní fusse fatta qualche resistenza, nondimeno, ultimatamente ridotto in Groppoli, ed essendo perdute Manfredonia e Cosenza, stata prima saccheggiata da' franzesi, privato d'ogni speranza, consentí di lasciare tutta la Calavria, e gli fu conceduto il ritornarsene per terra in Francia. Certo è che molte di queste cose procederono per la negligenza e imprudenza de' franzesi: perché Manfredonia, ancora che fusse forte e posta in paese abbondante da potersi facilmente provedere di vettovaglie, e che 'l re v'avesse lasciato al governo Gabriello da Montefalcone, avuto da lui in concetto d'uomo valoroso, nondimeno dopo breve assedio fu costretto ad arrendersi per la fame; altri, potendosi difendere, si arrenderono o per viltà o per l'animo debole a sostenere le incomodità degli assedi; alcuni castellani, trovate le rocche bene provedute, avevano nel principio vendute le vettovaglie, in modo che presentandosi gli inimici erano necessitati ad arrendersi subito. Dalle quali cose perdé, nel reame di Napoli, il nome franzese quella riputazione che gli aveva data la virtú di colui che lasciato da Giovanni d'Angiò a guardia di Castel dell'Uovo, lo tenne dopo la vittoria di Ferdinando molti anni, insino a tanto che l'essere consumati del tutto gli alimenti lo costrinse ad arrendersi.

                                                 Cosí non mancando quasi altro alla recuperazione di tutto il regno che Taranto e Gaeta e alcune terre tenute da Carlo de Sanguine, e il monte di Santo Angelo, donde don Giuliano dell'Oreno infestava con somma laude i paesi circostanti, Ferdinando, collocato in somma gloria e in speranza grande di avere a essere pari alla grandezza de' suoi maggiori, andato a Somma, terra posta nelle radici del monte Vesevo, dove era la reina sua moglie, o per le fatiche passate o per disordini nuovi infermò sí gravemente che, portato già quasi senza speranza di salute a Napoli, finí fra pochi dí la vita sua, non finito l'anno dalla morte d'Alfonso suo padre: lasciato, per la vittoria acquistata, e per la nobiltà dell'animo e per molte virtú regie le quali in lui non mediocremente risplendevano, non solo in tutto il suo regno ma eziandio per tutta Italia, grandissima opinione del suo valore. Morí senza figliuoli, e però gli succedette don Federigo suo zio, avendo quel reame veduto in tre anni cinque re. Al quale, venuto subito dall'assedio di Gaeta, la reina vecchia sua matrigna consegnò Castelnuovo; benché per molti si dubitasse non lo volesse ritenere per Ferdinando re di Spagna, suo fratello. Nel quale accidente si dimostrò egregia verso Federigo non solo la volontà del popolo di Napoli ma eziandio de' príncipi di Salerno e di Bisignano e del conte di Capaccio; i quali in Napoli furono i primi che chiamorono il nome suo e, allo scendere suo di nave, i primi che, fattisigli incontro, lo salutorno come re: contenti molto piú di lui che del re morto, per la mansuetudine del suo ingegno, e perché già era nata non piccola suspizione che Ferdinando avesse in animo, come prima fussino stabilite meglio le cose sue, di perseguitare ardentemente tutti coloro che in modo alcuno si fussino dimostrati fautori de' franzesi. Donde Federigo, per riconciliarsegli interamente, restituí a tutti liberamente le loro fortezze.

                                                 Ma non riscaldorono già questi disordini, succeduti con tanta ignominia e tanto danno, né l'animo né gli apparati del re di Francia. Il quale, non si sapendo sviluppare da' piaceri, soprastette quattro mesi a ritornare a Lione; e benché da lui fusse molto spesso in questo tempo fatta instanza a' suoi che erano rimasti a Lione che si sollecitassino le provisioni marittime e terrestri, e che già il duca d'Orliens si fusse preparato a partirsi, nondimeno, per le medesime arti del cardinale di San Malò, le genti d'arme, espedite tardi de' pagamenti, camminavano verso Italia lentamente, e l'armata, che s'aveva a unire a Marsilia, sí oziosamente si ordinava che i collegati ebbono tempo di mandare, prima a Villafranca, porto amplissimo appresso a Nizza, dipoi insino alle Pomiche di Marsilia, un'armata, la quale a spese comuni avevano unita in Genova, per impedire che legni franzesi non andassino nel reame, e alla tardità causata principalmente dal cardinale di San Malò si dubitava non si aggiugnesse qualche cagione piú occulta, nutrita con molta diligenza e arte nel petto del re da quegli i quali, per varie cagioni, si sforzavano di rimuovere l'animo suo dalle cose d'Italia. Perché si sospettava che per se medesimo avesse dispiacere della grandezza del duca d'Orliens, al quale per la vittoria sarebbe pervenuto il ducato di Milano; e gli era oltre a questo persuaso non essere sicuro il partirsi di Francia se prima non facesse qualche composizione co' re di Spagna: i quali, dimostrando desiderio di riconciliarsi seco, gli avevano mandato imbasciadori a proporre tregua e altri modi di concordia. Consigliavanlo ancora molti che aspettasse il parto propinquo della reina, perché non conveniva alla prudenza sua, né all'amore che e' doveva portare a' popoli suoi, esporre la persona propria a tanti pericoli se prima non avesse un figliuolo al quale appartenesse tanta successione: ragione che diventò piú potente per il parto della reina, perché fra pochi dí morí il figliuolo maschio che di lei era nato. Cosí, parte per la negligenza e poco consiglio del re, parte per le difficoltà artificiosamente interposte da altri, si differirno tanto le provisioni che ne seguitò la distruzione delle sue genti con la perdita totale del regno di Napoli: e sarebbe succeduto il medesimo de' confederati suoi d'Italia se per se stessi non avessino costantemente difese le cose proprie.

                                                  

                                                 Lib.3, cap.8

                                                  

                                                 Colloqui e accordi di Lodovico Sforza con Massimiliano Cesare. Massimiliano Cesare in Italia. Fedeltà de' fiorentini ai francesi e consigli politici del Savonarola. Vicende della guerra de' fiorentini per riconquistare Pisa. Morte di Piero Capponi. Maggiori aiuti de' veneziani a Pisa e minore fiducia de' pisani in Lodovico Sforza.

                                                  

                                                 È detto di sopra che, per paura degli apparati franzesi, si era cominciato, piú per sodisfazione di Lodovico Sforza che de' viniziani, a trattare di fare passare Massimiliano Cesare in Italia; col quale, mentre durava il medesimo timore, fu convenuto che i viniziani e Lodovico gli dessino per tre mesi ventimila ducati ciascuno mese perché menasse seco un certo numero di cavalli e di fanti. La quale convenzione come fu fatta, Lodovico, accompagnato dagli oratori de' collegati, andò a Manzo, luogo di là dalle Alpi a' confini di Germania, ad abboccarsi seco; nel quale luogo avendo parlato lungamente, ed essendosi il medesimo dí ritirato di qua dall'Alpi a Bormi, terra del ducato di Milano, Cesare il dí seguente, sotto specie di andare cacciando, si trasferí nel luogo medesimo: ne' quali colloqui di due dí avendo Cesare stabilito con loro il tempo e il modo del passare, se ne tornò in Germania per sollecitare l'esecuzione di quel che s'era deliberato. Ma raffreddando intanto il romore delle preparazioni franzesi, in modo che a questo effetto non pareva piú necessario il farlo passare, Lodovico disegnò di servirsi, ad ambizione, di quello che prima aveva procurato per propria sicurtà. Però continuando di sollecitarlo a passare, né volendo i viniziani concorrere a promettergli trentamila ducati, i quali dimandava oltre a' primi sessantamila che gli erano stati promessi, si obligò egli a questa dimanda; tanto che finalmente passò Cesare in Italia, poco innanzi alla morte di Ferdinando: la quale intesa quando era già vicino a Milano, ebbe qualche pensiero di favorire che il regno di Napoli pervenisse in Giovanni figliuolo unico del re di Spagna, suo genero; ma essendogli dimostrato da Lodovico che questo, essendo molesto a tutta Italia, disunirebbe i confederati e conseguentemente faciliterebbe i disegni del re di Francia, non solo se ne astenne ma favorí con lettere la successione di Federigo.

                                                 La passata sua in Italia fu con pochissimo numero di gente, dando voce che prestamente passerebbe insino alla somma la quale era obligato di menare; e si fermò a Vigevano. Ove in presenza di Lodovico e del cardinale di Santa Croce, mandatogli legato dal pontefice, e degli altri oratori de' collegati, fu ragionato che andasse nel Piemonte, per pigliare Asti e separare dal re di Francia il duca di Savoia e il marchese di Monferrato: i quali, come membri dependenti dallo imperio, ricercò che andassino a parlare seco in qualche terra del Piemonte; ma essendo le forze sue da disprezzare né corrispondendo gli effetti all'autorità del nome imperiale, né alcuno di essi consentí di andare a lui, né dell'impresa d'Asti v'era speranza che avesse a succedere prosperamente. Fece similmente instanza che andasse a lui il duca di Ferrara, il quale sotto nome di feudatario dello imperio possedeva le città di Modona e di Reggio, offerendogli per sicurtà sua la fede di Lodovico suo genero; il quale ricusò di andarvi, allegando cosí convenire all'onore suo, per tenere ancora in diposito il castelletto di Genova. Però Lodovico, il quale stimolato dalla sua antica cupidità e dal dispiacere che Pisa, tanto desiderata da sé, cadesse con pericolo di tutta Italia in potestà de' viniziani desiderava sommamente di interrompere questa cosa, confortò Cesare che andasse a quella città; persuadendosi, con discorso pieno di fallacie, che i fiorentini, impotenti a resistere a lui e alle forze de' collegati, si rimoverebbono per necessità dalla congiunzione del re di Francia, né potrebbono ricusare di dare arbitrio a Cesare che, se non per concordia almeno per via di giustizia, terminasse le differenze loro co' pisani; e che in sua mano si deponesse Pisa con tutto il contado: alle quali cose egli sperava con l'autorità sua di fare consentire i pisani, e che i viniziani, concorrendovi massime la volontà di tutti gli altri confederati, non si opporrebbono a una conclusione la quale si dimostrava con tanto beneficio comune e onestissima per sua natura. Perché, essendo Pisa anticamente terra di imperio, pareva non appartenesse ad altri che a Cesare la cognizione delle ragioni di quegli che vi pretendevano; e deposta Pisa in mano di Cesare, sperava Lodovico, con danari e con l'autorità che aveva con lui, che facilmente glien'avesse a concedere. Questo parere, proposto nel consiglio sotto colore che, poi che al presente cessava il timore della guerra [de'] franzesi, era da usare la venuta di Cesare per indurre i fiorentini a unirsi con gli altri confederati contro al re di Francia, piaceva a Cesare, malcontento che la venuta sua in Italia non partorisse effetto alcuno, e perché, avendo, per i concetti suoi vastissimi, e non meno per i suoi disordini e smisurata prodigalità, sempre necessità di danari, sperava che Pisa avesse a essere instrumento di cavarne, o da' fiorentini o da altri, grandissima quantità. Ma fu medesimamente approvato da tutti i confederati, come cosa molto utile alla sicurtà d'Italia; non contradicendo anche l'oratore veneto, perché quello senato se bene si accorgeva a che fine tendessino i pensieri di Lodovico si confidava facilmente d'interrompergli, e sperava che per l'andata di Cesare potesse facilmente acquistarsi a' pisani il porto di Livorno, il quale unito a Pisa pareva che privasse d'ogni speranza i fiorentini di potere giammai piú ricuperare quella città.

                                                 Avevano prima i collegati fatto molte volte instanza a' fiorentini che s'unissino con loro e, nel tempo che piú temevano della passata de' franzesi, data speranza di obligarsi a operare talmente che Pisa ritornasse sotto il dominio loro; ma essendo sospetta a' fiorentini la cupidità de' viniziani e di Lodovico, né volendo leggiermente alienarsi dal re di Francia, non avevano udito con molta prontezza queste offerte. Movevagli inoltre la speranza d'avere, per la passata del re, a recuperare Pietrasanta e Serezana, le quali terre non potevano sperare di ottenere da' confederati; e molto piú perché, facendo giudicio piú da' meriti loro e da quello che tolleravano per il re che dalla sua natura o consuetudine, si persuadevano d'avere a conseguire, per mezzo della sua vittoria, non solo Pisa ma quasi tutto il resto di Toscana: nutriti in questa persuasione dalle parole di Ieronimo Savonarola, il quale continuamente prediceva molte felicità e ampliazioni di imperio, destinate dopo molti travagli a quella republica, e grandissimi mali che accadrebbono alla corte romana e a tutti gli altri potentati d'Italia; al quale benché non mancassino de' contradittori, nondimeno dalla maggiore parte del popolo gli era prestata fede grande, e molti de' principali cittadini, chi per bontà chi per ambizione chi per timore, gli aderivano. In modo che essendo i fiorentini disposti a continuare nell'amicizia del re di Francia, non pareva senza ragione che i confederati tentassino di ridurgli con la forza a quello da che con la volontà erano alieni; e si giudicava impresa non difficile, perché erano odiati da tutti i vicini, non potevano sperare aiuto dal re di Francia, conciossiacosaché avendo abbandonato la salute de' suoi medesimi era credibile avesse a dimenticarsi quella degli altri, e le spese gravissime con la diminuzione dell'entrate, sopportate già tre anni, gli avevano talmente esausti che non si credeva potessino tollerare lunghi travagli.

                                                 Perché e questo anno medesimo avevano continuata sempre la guerra co' pisani: nella quale erano stati vari gli accidenti, e memorabili piú per la perizia dell'armi dimostrata in molte opere militari da ciascuna delle parti, e per l'ostinazione con la quale le cose si trattavano, che per la grandezza degli eserciti o per la qualità de' luoghi intorno a quali si combatteva, che erano castella ignobili e in sé di piccolo momento. Perché avendo le genti de' fiorentini, poco poi che la cittadella fu data a' pisani e innanzi che a Pisa sopravenissino gli aiuti de' viniziani, preso il castello di Buti e accampatisi a Calci, e innanzi lo pigliassino, per assicurarsi delle vettovaglie, cominciato a fabricare un bastione in sul monte della Dolorosa, furono i fanti che vi erano a guardia, per la negligenza loro, rotti dalle genti de' pisani; e poco dipoi, essendo Francesco Secco con molti cavalli alloggiato nel borgo di Buti, acciocché le vettovaglie potessino andare sicuramente a Ercole Bentivogli, il quale con la fanteria de' fiorentini era intorno alla piccola fortezza del monte della Verrucola, assaltato allo improviso da fanti usciti di Pisa, ed essendo in luogo difficile a adoperarsi i cavalli, ne perdé non piccola parte. Per i quali successi parendo piú prospere le cose de' pisani, e con speranza di procedere a maggiore prosperità perché già cominciavano ad arrivare gli aiuti de' viniziani, Ercole Bentivoglio che alloggiava nel castello di Bientina, inteso che Giampaolo Manfrone condottiere de' viniziani era con la prima parte delle genti loro arrivato a Vico Pisano, vicino a Bientina a due miglia, simulando timore, e ora uscendo in campagna ora, come si scoprivano le genti venete, ritirandosi in Bientina, poiché lo vedde ripieno d'audacia e di inconsiderazione, lo condusse con grande astuzia un giorno in un aguato, dove lo ruppe con perdita della piú parte de' fanti e de' cavalli, seguitandolo insino alle mura di Vico Pisano: ma perché la vittoria non fusse del tutto lieta, quando volleno ritirarsi, Francesco Secco, il quale quella mattina si era unito con Ercole, fu morto da uno archibuso. Sopravenneno poi l'altre genti de' viniziani, tra' quali erano ottocento stradiotti e con loro Giustiniano Morosino proveditore; per il che essendo i pisani molto superiori, Ercole Bentivoglio, peritissimo del sito del paese, non volendo mettersi in pericolo né abbandonare del tutto la campagna, alloggiò in luogo fortissimo tra il castello di Pontadera e il fiume dell'Era, con l'opportunità del quale alloggiamento raffrenò assai l'impeto degli inimici: i quali in tutto questo tempo non presono altro che il castello di Buti, ottenendolo a discrezione; e attendevano a predare tutto il paese co' loro stradiotti, de' quali trecento che avevano fatta una cavalcata in Val d'Era furono rotti da genti mandate loro dietro da Ercole. Ed erano i fiorentini nel tempo medesimo infestati da' sanesi; i quali, presa l'occasione de' travagli che avevano nel contado di Pisa e stimolati da' collegati, mandorono il signore di Piombino e Giovanni Savello a campo al bastione del ponte a Valiano; ma intendendo sopravenire il soccorso guidato da Renuccio da Marciano si ritirorono tumultuosamente, lasciatavi parte dell'artiglierie. Per il che i fiorentini, assicurate le cose da quella banda, voltorono Renuccio con le genti in quel di Pisa; in modo che, essendo quasi pareggiate le forze, si ridusse la guerra alle castella delle colline: le quali per essere affezionate a' pisani, procedevano piú tosto le cose con disavvantaggio de' fiorentini. E accadde anche che i pisani, entrati per trattato nel castello di Ponte di Sacco, svaligiorono una compagnia d'uomini d'arme e feceno prigione Lodovico da Marciano, benché per sospetto delle genti de' fiorentini che erano vicine subito l'abbandonassino; e per impadronirsi meglio delle colline, importanti molto per le vettovaglie che di quivi a Pisa si conducevano e perché interrompevano a' fiorentini il commercio del porto di Livorno, fortificorono la piú parte di quelle castella; delle quali fu, per accidente estraordinario, nobilitato Soiano. Perché, essendovi andato il campo de' fiorentini con intenzione d'espugnarlo il dí medesimo, e però avendo fatto guastare tutti i passi del fiume della Cascina e messo in sulla riva le genti d'arme in battaglia, acciocché gli inimici non potessino soccorrerlo, mentre che Piero Capponi, commissario de' fiorentini, procura di fare piantare l'artiglieria, percosso da uno degli archibusi della terra nella testa, perdé la vita subitamente; fine, per la ignobilità del luogo e per la piccola importanza della cosa, non conveniente alla sua virtú. Donde il campo si levò senza tentare altro; essendo anche in questo tempo stati necessitati i fiorentini a mandare gente in Lunigiana, al soccorso della rocca della Verrucola, molestata da' marchesi Malaspini con l'aiuto de' genovesi; donde facilmente gli scacciorono.

                                                 Erano state per qualche mese potenti le forze de' pisani, perché oltre agli uomini della terra e del contado, diventati già per lungo uso bellicosi, v'avevano i viniziani e il duca di Milano molti cavalli e fanti; benché assai piú numero fussino quegli de' viniziani. Cominciorono poi a diminuirsi, per non avere i debiti pagamenti, le genti tenutevi dal duca; e però i viniziani vi mandorono di nuovo cento uomini d'arme e sei galee sottili con provisione di frumenti, non perdonando a spesa alcuna necessaria alla sicurtà di quella città e opportuna a tirare a sé la benivolenza de' pisani. I quali si alienavano ogni dí piú con gli animi dalla divozione del duca di Milano, infastiditi e dalla strettezza sua allo spendere e provedergli e dalle sue variazioni; perché ora si dimostrava ardente nelle cose loro ora procedeva freddamente; talmente che, quasi insospettiti della sua volontà, attribuivano a lui che 'l Bentivoglio, secondo la commissione avuta da' collegati, non fusse cavalcato a' danni de' fiorentini; massime che si sapeva essergli mancato da lui in grande parte dei pagamenti, o per avarizia o perché gli fussino grate le molestie ma non la totale oppressione de' fiorentini. Per le quali operazioni aveva gittato da se medesimo nelle cose di Pisa i fondamenti contrari alla propria intenzione, e al fine per il quale era autore che si deliberasse nel consiglio de' collegati l'andata di Cesare a Pisa.

                                                  

                                                 Lib.3, cap.9

                                                  

                                                 Massimiliano Cesare chiede a' fiorentini che sia a lui rimessa la questione con Pisa. I veneziani mandano nuove genti a Pisa. Risposta de' fiorentini a Massimiliano Cesare. Colloquio de' legati fiorentini col duca di Milano.

                                                  

                                                 La quale poi che fu deliberata, Cesare mandò due imbasciadori a Firenze, a significare che alla impresa, quale aveva in animo di fare potentemente contro agl'infedeli, aveva giudicato necessario passare in Italia per pacificarla e assicurarla; e per questa cagione ricercava i fiorentini che si dichiarassino insieme con gli altri confederati alla difensione d'Italia, e quando pure avessino l'animo diverso da questo, che manifestassino la loro intenzione. Volere, per la cagione medesima e per quello che si apparteneva alla autorità imperiale, conoscere le differenze tra loro e i pisani; e però desiderare che insino a tanto fussino udite da lui le ragioni di tutti si sospendessino l'offese, come era certo che farebbono i pisani, a' quali aveva comandato il medesimo; affermando con umane parole essere parato ad amministrare giustizia indifferentemente. Alla quale esposizione, commendato con parole onorevoli il proposito di Cesare e dimostrato d'avere fede grandissima nella sua bontà, fu risposto che per imbasciadori, quali subito gli manderebbono, farebbono intendere particolarmente la mente loro.

                                                 Ma in questo tempo i viniziani, per non lasciare a Cesare o al duca di Milano facoltà di occupare Pisa, vi mandorono di nuovo, con consentimento de' pisani, Annibale Bentivoglio loro condottiere con cento cinquanta uomini d'arme, e poco poi nuovi stradiotti e mille fanti; significando al duca avervegli mandati perché la loro republica, amatrice delle città libere, voleva aiutare i pisani alla recuperazione del contado loro: con l'aiuto delle quali genti i pisani finirono di recuperare quasi tutte le castella delle colline. Per i quali benefici e per la prontezza de' viniziani nelle dimande loro che erano molte, ora di gente ora di danari ora di vettovaglie e di munizioni, era la volontà de' pisani diventata tanto conforme a quella de' viniziani che, trasportata in essi quella confidenza e amore che e' solevano avere nel duca di Milano, desideravano sommamente che quel senato continuasse nella difesa loro; e nondimeno sollecitavano la venuta di Cesare, sperando, con le genti che erano in Pisa e con quelle menava seco, avere facilmente a conseguire Livorno.

                                                 Da altra parte i fiorentini, che oltre all'altre difficoltà erano stretti in quel tempo da gravissima carestia, stavano con molto timore, vedendosi soli a resistere alla potenza di tanti príncipi; perché in Italia non era alcuno che gli aiutasse, e per lettere degli oratori che avevano in Francia erano stati certificati che dal re, al quale avevano fatto grandissima instanza d'essere in tanti pericoli soccorsi almeno di qualche quantità di danari, non si poteva sperare sussidio alcuno. Solamente cessava loro la molestia di Piero de' Medici, perché il consiglio de' collegati fu di non usare in questo moto il nome e il favore suo, avendo per esperienza compreso che i fiorentini per questo timore diventavano piú uniti alla conservazione della propria libertà. Né cessava Lodovico Sforza, sotto specie d'essere geloso della salute loro e malcontento della grandezza de' viniziani, di confortargli efficacemente a rimettersi in Cesare, dimostrando molti pericoli e spaventi, e proponendo non restare altro modo a trarre di Pisa i viniziani; donde seguiterebbe subito la loro reintegrazione, come cosa molto necessaria alla quiete d'Italia, e desiderata per questa cagione da' re di Spagna e da tutti gli altri confederati. E nondimeno i fiorentini, né mossi dalla vanità di queste insidiose lusinghe né spaventati da tante difficoltà e pericoli, deliberorono di non fare con Cesare dichiarazione alcuna, né rimettere in suo arbitrio le ragioni loro se prima non erano restituiti alla possessione di Pisa; perché non confidavano né della volontà né della autorità sua, essendo noto che non avendo da se stesso né forze né danari procedeva come pareva al duca di Milano, né si vedendo ne' viniziani disposizione o necessità di lasciare Pisa: però con franco animo attendevano a fortificare e provedere quanto potevano Livorno, e a ristrignere insieme tutte le genti loro nel contado di Pisa. E nondimeno, per non si dimostrare alieni dalla concordia e sforzarsi di mitigare l'animo di Cesare, gli mandorono imbasciadori, essendo egli già arrivato a Genova, per rispondere a quello che avevano esposto gli oratori suoi in Firenze: la commissione de' quali fu di persuadergli non essere necessario di procedere ad alcuna dichiarazione, perché per la divozione che si portava al nome suo si poteva promettere della republica fiorentina tutto quello desiderasse; ricordare che al proposito santissimo che egli aveva di quietare Italia niuna cosa era piú opportuna che il restituire subito Pisa a' fiorentini, perché da questa radice nascevano tutte le loro deliberazioni che erano moleste a lui e a' confederati, e perché Pisa era cagione che qualcun altro aspirasse allo imperio d'Italia e perciò procurasse di tenerla in continui travagli; con le quali parole, benché non si esprimesse altrimenti, erano significati i viniziani; né convenire alla sua giustizia che chi era stato spogliato violentemente fusse, contro alla disposizione delle leggi imperiali, astretto a fare compromesso delle sue ragioni se prima non era reintegrato nella sua possessione: conchiudendo che, avendo da lui questo principio, la republica fiorentina, non gli restando causa di desiderare altro che la pace con ciascuno, farebbe tutte quelle dichiarazioni che a lui paressino convenienti; e confidandosi pienamente della sua giustizia rimetterebbe in lui prontamente la cognizione delle sue ragioni. La quale risposta non sodisfacendo a Cesare, desideroso che innanzi a ogni cosa entrassino nella lega, ricevendo la parola da lui della reintegrazione alla possessione di Pisa infra uno termine conveniente, non ebbono, dopo molte discussioni, da lui altra risposta se non che, in sul molo di Genova, quando già entrava in mare, rispose loro che dal legato del pontefice che era in Genova intenderebbono la sua volontà: dal quale rimessi al duca, che da Tortona, insino dove aveva accompagnato Cesare, era ritornato a Milano, andorono a quella città. E avendo già dimandata l'udienza, sopragiunseno commissioni da Firenze, dove si era saputo il progresso della loro legazione, che senza cercare altra risposta se ne tornassino alla patria: però venuti all'ora deputata innanzi al duca, convertirono la dimanda della risposta in significargli che, ritornandosene a Firenze, non avevano ricusato d'allungare il cammino per fargli, innanzi che uscissino del suo stato, riverenza, come conveniva all'amicizia che teneva seco la loro republica.

                                                 Aveva il duca, presupponendo che avessino a dimandargli la ­risposta, per ostentare, come faceva spesso, la sua eloquenza e le sue arti e prendersi piacere dell'altrui calamità, convocato tutti gli oratori de' collegati e tutto il suo consiglio; ma restando maravigliato e confuso di questa proposta, né potendo celare il suo dispiacere, gli dimandò che risposta avessino avuta da Cesare. Alla quale dimanda, replicando essi che, secondo le leggi della loro republica, non potevano con altro principe trattare le sue commissioni che con quello al quale erano destinati imbasciadori, rispose tutto turbato: - Dunque, se noi vi daremo la risposta per la quale sappiamo che Cesare v'ha rimesso a noi, non la vorrete udire? - Soggiunseno non essere vietato loro l'udire né potere vietare che altri non parlasse. Replicò: - Siamo contenti di darvela, ma non si può fare questo se non esponete a noi quello che esponeste a lui. - E replicando gli oratori non potere, per le medesime ragioni, ed essere superfluo, perché era necessario che Cesare avesse significata la loro proposta a quegli a' quali aveva commesso che in nome suo facessino la risposta, non potendo egli né con parole né con gesti dissimulare lo sdegno, licenziò e gli oratori e tutti coloro che aveva congregati: ricevuta in sé parte di quella derisione che aveva voluta fare agli altri.

                                                  

                                                 Lib.3, cap.10

                                                  

                                                 Felice sbarco a Livorno di granaglie per i fiorentini. Contraria fortuna di Massimiliano Cesare nel tentativo d'impadronirsi di Livorno. Massimiliano Cesare con pochissima dignità del nome imperiale abbandona la Toscana e l'Italia e si ritira in Germania. Lodovico Sforza ritira le sue genti da Pisa.

                                                  

                                                 Cesare in questo mezzo, partito del porto di Genova con sei galee che i viniziani avevano nel mare di Pisa, e con molti legni de' genovesi abbondanti d'artiglieria ma non d'uomini da combattere, perché non v'erano altro che mille fanti tedeschi, navigò insino al porto della Spezie e di quivi andò per terra a Pisa; ove raccolti cinquecento cavalli e mille altri fanti tedeschi che avevano fatto il cammino per terra, deliberò con queste genti e con quelle del duca di Milano e con parte delle viniziane andare a campo a Livorno, con intenzione di assaltarlo per terra e per mare, e che l'altre genti de' viniziani andassino a Ponte di Sacco, acciocché il campo de' fiorentini, che non era molto potente, non potesse o molestare i pisani o dare soccorso a Livorno. Ma niuna impresa spaventava i fiorentini meno che quella di Livorno, proveduto sufficientemente di gente e d'artiglierie, e ove aspettavano di dí in dí soccorso di Provenza; perché non molto prima, per accrescere le forze sue con la riputazione nella quale allora erano in Italia l'armi de' franzesi, avevano con consentimento del re di Francia soldato monsignore di Albigion, uno de' suoi capitani con cento lancie e mille fanti tra svizzeri e guasconi, acciocché per mare passassino a Livorno, in su certe navi che per ordine loro erano state caricate di grani per sollevare la carestia che ne era per tutto il dominio fiorentino. La quale deliberazione, fatta con altri pensieri e ad altri fini che per difendersi da Cesare, se bene ebbe molte difficoltà, perché e Albigion con la sua compagnia già condotto alle navi ricusò d'entrare in mare e de' fanti se ne imbarcorono solamente seicento, nondimeno fu tanto favorita dalla fortuna che né maggiore né piú opportuna provisione si sarebbe potuta desiderare; conciossiacosaché, il dí medesimo che uno commissario pisano, mandato innanzi da Cesare con molti fanti e cavalli per fare ponti e spianare le vie per l'esercito che aveva a venire, si presentò a Livorno, i legni di Provenza, che erano cinque navi e alcuni galeoni, e con essi una nave grossa di Normandia, la quale il re mandava per rinfrescare Gaeta di vettovaglie e di gente, si scopersono sopra Livorno, co' venti tanto prosperi che, non se gli opponendo l'armata di Cesare perché fu costretta dal tempo ad allargarsi sopra la Meloria (scoglio famoso, perché già appresso a quello furono in una battaglia navale afflitte in perpetuo da' genovesi le forze de' pisani), entrorono nel porto senza ricevere alcuno danno; eccetto che uno galeone carico di grano, separato dal resto dell'armata, fu preso dagl'inimici. Détte questo soccorso, sí opportuno, grande ardire a quegli che erano in Livorno, e confermò grandemente l'animo de' fiorentini, parendo loro che l'essere giunto cosí a tempo fusse segno che dove in favore loro mancassino le forze umane avesse a supplire l'aiuto divino: come molte volte in quegli dí, nel maggiore terrore degli altri, aveva, predicando al popolo, affermato il Savonarola.

                                                 Ma non cessò per questo il re de' romani d'andare col campo a Livorno: dove mandati per terra cinquecento uomini d'arme e mille cavalli leggieri e quattromila fanti, egli andò in sulle galee insino alla bocca dello Stagno che è tra Pisa e Livorno. E avendo assegnata l'oppugnazione d'una parte della terra al conte di Gaiazzo, che era stato mandato con lui dal duca di Milano, e postosi egli dall'altra, benché il primo dí s'accampasse con molta difficoltà per la molestia grande datagli dall'artiglierie di Livorno, cominciò, come colui che desiderava, la prima cosa, insignorirsi del porto, accostate le genti innanzi dí dalla banda della Fontana, a battere con molti cannoni il Magnano, il quale quegli di dentro avevano fortificato, e rovinato, come veddeno porre il campo da quella parte, il Palazzotto e la torre dal lato di mare, come cosa da non potersi guardare e abile a fare perdere la torre nuova; e nel medesimo tempo, per battere dalla parte di mare, aveva fatto appressare al porto l'armata sua, perché le navi franzesi, poiché ebbono poste in terra le genti e scaricato parte de' grani, essendo finiti i noli loro, non ostante i prieghi fatti in contrario, si erano partite per ritornare in Provenza, e la normanda per seguitare il cammino suo verso Gaeta. L'oppugnazione fatta al Magnano, per combattere poi la terra eziandio per mare, riusciva di poco frutto, per esservi munito in modo che l'artiglierie poco offendevano, e quegli di dentro spesso uscivano fuora a scaramucciare. Ma era destinato che la speranza cominciata col favore de' venti avesse col beneficio pure de' venti la sua perfezione; perché levatosi uno temporale gagliardo conquassò in modo l'armata che la nave grimalda genovese, che aveva portata la persona di Cesare, combattuta lungamente da' venti, andò a traverso, dirimpetto alla rocca nuova di Livorno, con tutti gli uomini e artiglierie che vi erano sopra, e il medesimo feceno alla punta di verso Santo Iacopo due galee venete; e gli altri legni dispersi in vari luoghi patirno tanto che non furno piú utili per la impresa presente: per il quale caso ricuperorono quegli di dentro il galeone, venuto prima in potestà degl'inimici.

                                                 Per il naufragio dell'armata ritornò Cesare a Pisa; dove, dopo molte consulte, diffidandosi per tutti di potere piú pigliare Livorno, si deliberò di levarne il campo e fare la guerra da altra parte. Però Cesare andò a Vico Pisano, e fatto ordinare uno ponte sopra Arno tra Cascina e Vico e uno sopra il Cilecchio, quando si credeva dovesse passare, partitosi allo improviso se ne ritornò per terra verso Milano; non avendo fatto altro progresso in Toscana che avere saccheggiato, quattrocento cavalli de' suoi, Borgheri castello ignobile nella Maremma di Pisa. Scusava questa subita partita per accrescersegli continuamente le difficoltà, non si sodisfacendo alle sue spesse dimande di nuovi danari, né consentendo i proveditori veneti che la maggiore parte delle genti loro uscisse piú di Pisa per sospetto conceputo di lui, né gli avevano i viniziani pagato interamente la porzione de' sessantamila ducati; onde, lodandosi molto del duca di Milano, si lamentava gravemente di loro. A Pavia, dove egli si trasferí, fu fatta nuova consulta; e benché avesse publicato volere tornarsene in Germania, consentiva di soprastare in Italia tutta la vernata con mille cavalli e dumila fanti, in caso che ogni mese se gli pagassino ventiduemila fiorini di Reno; della quale cosa mentre che s'aspetta risposta da Vinegia andò in Lomellina, nel tempo che era aspettato a Milano: essendogli, come ne' tempi seguenti dimostrorno meglio i suoi progressi, fatale di non entrare in quella città. Di Lomellina, mutato consiglio, tornò a Cusago propinquo a sei miglia a Milano, donde inopinatamente, senza saputa del duca e degli oratori che vi erano, se n'andò a Como; e quivi inteso, mentre desinava, che il legato del papa, al quale aveva mandato a dire che non lo seguitasse, era arrivato, levatosi da mensa, andò a imbarcarsi con tanta celerità che appena il legato ebbe spazio di parlargli poche parole alla barca; al quale rispose essere necessitato di andare in Germania ma che prestamente ritornerebbe. E nondimeno, poiché per il lago di Como fu condotto a Bellasio, avendo inteso che i viniziani consentivano a quello che si era trattato a Pavia, détte di nuovo speranza di ritornare a Milano; ma pochissimi giorni poi, procedendo con la sua naturale varietà, lasciata una parte de' suoi cavalli e de' fanti, se ne andò in Germania: avendo, con pochissima degnità del nome imperiale, dimostrata la sua debolezza a Italia, che già lungo tempo non aveva veduti imperadori armati.

                                                 Per la partita sua Lodovico Sforza, disperato di potere piú, se non venivano nuovi accidenti, tirare Pisa a sé né cavarla di mano de' viniziani, ne levò tutte le genti sue, pigliando per parte di consolazione del suo dispiacere che i viniziani restassino soli implicati nella guerra co' fiorentini; da che si persuadeva che la stracchezza dell'uno e dell'altro potesse col tempo porgergli qualche desiderata occasione. Per la partita delle quali genti i fiorentini, restati piú potenti nel contado di Pisa che gli inimici, recuperorono tutte le castella delle colline; e perciò i viniziani, essendo costretti per impedire i loro progressi a fare nuove provisioni, aggiunsono a quelle che vi erano tante genti che in tutto v'aveano quattrocento uomini d'arme settecento cavalli leggieri e piú di dumila fanti.

                                                  

                                                 Lib.3, cap.11

                                                  

                                                 Resa di Taranto a' veneziani. Il re di Francia progetta d'impadronirsi di Genova. Il pontefice dichiara confiscati gli stati degli Orsini. Guerra con gli Orsini e patti che la concludono. Presa di Ostia. Consalvo accolto trionfalmente in Roma e dal pontefice.

                                                  

                                                 Risolveronsi in questo mezzo nel reame di Napoli quasi tutte le reliquie della guerra de' franzesi: perché la città di Taranto con le fortezze, oppressata dalla fame, si arrendé a viniziani che l'avevano assediata con la loro armata, i quali dopo averla ritenuta molti dí, ed essendo già nato sospetto che se la volessino appropriare, la restituirono finalmente a Federigo, instandone assai il pontefice e i re di Spagna; ed essendosi inteso a Gaeta che la nave normanda, avendo combattuto sopra Porto Ercole con alcune navi de' genovesi che aveva incontrate, seguitando dipoi il suo cammino, vinta dalla tempesta del mare era andata a traverso, i franzesi che erano in quella città, alla quale il nuovo re era tornato a campo, ancora che, secondo che era la fama, avessino provisione da sostenersi qualche mese, giudicando che alla fine il re loro non sarebbe piú sollecito a soccorrergli che e' fusse stato a soccorrere tanta nobiltà e tante terre che si tenevano per lui, accordorono con Federigo per mezzo di Obigní, il quale per alcune difficoltà nate nella consegnazione delle fortezze di Calavria non era ancora partito da Napoli, di lasciare la terra e la fortezza, avendo facoltà di andarne salvi per mare in Francia con tutte le robe loro.

                                                 Per il quale accordo essendo il re di Francia alleggierito de' pensieri di soccorrere il reame, e da altra parte acceso dagli stimoli del danno e dell'infamia, deliberò di assaltare Genova, sperando nella parte che v'aveva Batistino Fregoso, stato già doge di quella città, e nel seguito che aveva il cardinale di San Piero in Vincola in Savona sua patria e in quelle riviere; e pareva gli aggiugnesse opportunità l'essere in questo tempo discordi Gianluigi dal Fiesco e gli Adorni, e universalmente i genovesi malcontenti del duca di Milano per essere stato autore che nella vendita di Pietrasanta i lucchesi fussino stati preferiti a loro e perché, avendo poi promesso di farla ritornare nelle loro mani e usata a questo, per mitigare lo sdegno conceputo, l'autorità de' viniziani, gli aveva pasciuti molti mesi di vane speranze. Il timore di questa deliberazione del re costrinse Lodovico, il quale per le cose di Pisa era quasi alienato da' viniziani, a unirsi di nuovo con loro, e a mandare a Genova quegli cavalli e fanti tedeschi che Cesare aveva lasciati in Italia: a' quali se non fusse sopravenuta questa necessità non sarebbe stata fatta alcuna provisione.

                                                 Le quali cose mentre che si trattano, il pontefice, parendogli di avere opportunità grande d'occupare gli stati degli Orsini poiché i capi di quella famiglia erano ritenuti a Napoli, pronunziò nel concistorio, Verginio e gli altri, rebelli, e confiscò gli stati loro, per essere andati, contro a' suoi comandamenti, agli stipendi de' franzesi; il che fatto, assaltò, nel principio dell'anno mille quattrocento novantasette, le terre loro, avendo ordinato che i Colonnesi, da piú luoghi dove confinano con gli Orsini, facessino il medesimo. Fu questa impresa confortata assai dal cardinale Ascanio per l'antica amicizia sua co' Colonnesi e dissensione con gli Orsini, e consentita dal duca di Milano; ma molesta a' viniziani i quali desideravano di farsi benevola quella famiglia; e nondimeno, non potendo con giustificazione alcuna impedire che il pontefice proseguisse le sue ragioni, né essendo utile l'alienarselo in tempo tale, consentirono che il duca d'Urbino soldato comune andasse a unirsi con le genti della Chiesa, delle quali era capitano generale il duca di Candia e legato il cardinale di Luna pavese, cardinale dependente in tutto da Ascanio. E il re Federigo vi mandò in aiuto suo Fabrizio Colonna. Questo esercito, poi che se gli furono arrendute Campagnano e l'Anguillara e molte altre castella, andò a campo a Trivignano; la quale terra, difesasi per qualche dí francamente, si dette a discrezione: ma mentre si difendeva, Bartolomeo d'Alviano uscito di Bracciano roppe, otto miglia appresso a Roma, quattrocento cavalli che conducevano artiglierie nel campo ecclesiastico; e un altro dí, essendo corso presso alla Croce a Montemari, mancò poco che non pigliasse il cardinale di Valenza, il quale, uscito di Roma a cacciare, fuggendo si salvò. Preso Trivignano, andò il campo all'Isola, e battuta con l'artiglierie una parte della rocca la conseguí per accordo. E si ridusse finalmente tutta la guerra intorno a Bracciano; dove era collocata tutta la speranza della difesa degli Orsini, perché il luogo, prima forte, era stato bene munito e riparato, e fortificato il borgo, alla fronte del quale avevano fatto un bastione; e dentro, difensori a sufficienza sotto il governo dello Alviano: che, giovane ancora ma di ingegno feroce e di celerità incredibile, ed esercitato nelle armi, dava di sé quella speranza alla quale non furono nel tempo seguente inferiori le sue azioni. Né il pontefice cessava di accrescere ogni dí il suo esercito, al quale aveva di nuovo aggiunto ottocento fanti tedeschi, di quegli che avevano militato nel reame di Napoli. Combattessi per molti dí da ogni parte con grande contenzione, avendo quegli di fuora piantate da piú luoghi l'artiglierie né mancando quegli di dentro di provedere e riparare per tutto con somma diligenza e franchezza: furono nondimeno, dopo non molti dí, costretti ad abbandonare il borgo; il quale preso, gli ecclesiastici dettono un assalto feroce alla terra, ma benché avessino già poste le bandiere in sulle mura furono sforzati a ritirarsi con molto danno: nella quale battaglia fu ferito Antonello Savello. Dimostrorono quegli di dentro la medesima virtú in uno altro assalto, ributtando con maggiore danno gli inimici, de' quali furono tra morti e feriti piú di dugento; con laude grandissima dell'Alviano a cui s'attribuiva principalmente la gloria di questa difesa, perché e dentro era prontissimo a tutte le fazioni necessarie e fuori con spessi assalti teneva in quasi continua molestia, e di dí e di notte, l'esercito degli inimici. Accrebbe le laudi sue perché, avendo ordinato che certi cavalli leggieri corressino da Cervetri, che si teneva per gli Orsini, un dí insino in sul campo, uscito fuora per l'occasione di questo tumulto, messe in fuga i fanti che guardavano l'artiglieria, della quale condusse alcuni pezzi minori in Bracciano. E nondimeno, battuti e travagliati il dí e la notte, cominciavano a sostentarsi principalmente con la speranza del soccorso; perché Carlo Orsino e Vitellozzo, congiunto per il vincolo della fazione guelfa a gli Orsini, i quali, ricevuti danari dal re di Francia per riordinare le compagnie loro dissipate nel regno di Napoli, erano passati in Italia in su' legni venuti di Provenza a Livorno, si preparavano per soccorrer