HOME   PRIVILEGIA NE IRROGANTO    di Mauro Novelli               BIBLIOTECA


 

 

 

Johann Wolfgang Goethe

 

 

Faust

 

 

 


 

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QUESTO E-BOOK:

TITOLO: Faust

AUTORE: Goethe, Johann Wolfgang : von

TRADUTTORE: Scalvini, Giovita e Gazzino, Giuseppe

CURATORE:

NOTE: I testi faustiani nelle traduzioni ottocentesche di Giovita Scalvini (per la I parte, 1835) e Giuseppe Gazzino (per la II parte, 1857).

DIRITTI D'AUTORE: no

LICENZA: questo testo è distribuito con la licenza

         specificata al seguente indirizzo Internet:

         http://www.liberliber.it/biblioteca/licenze/

TRATTO DA: "Faust",

           di Johann Wolfgang Goethe;

           introduzioni all'opera e alle scene

           di Mario Apollonio;

           note di Renato Maggi;

           traduzione di G. Scalvini (per la I parte)

           e di G. Gazzino (per la II parte);

           collezione "I classici popolari"; 

           Edizioni Bietti;

           Milano, ca 1960

CODICE ISBN: informazione non disponibile

1a EDIZIONE ELETTRONICA DEL: 29 dicembre 2005

INDICE DI AFFIDABILITA': 1

 0: affidabilità bassa

 1: affidabilità media

 2: affidabilità buona

 3: affidabilità ottima

ALLA EDIZIONE ELETTRONICA HANNO CONTRIBUITO:

Ferdinando Chiodo, f.chiodo@tiscalinet.it

REVISIONE:

Marina Pianu, marina.pianu@gmail.com

PUBBLICATO DA:

Claudio Paganelli, paganelli@mclink.it

Alberto Barberi, collaborare@liberliber.it

Informazioni sul "progetto Manuzio"

Il "progetto Manuzio" è una iniziativa dell'associazione culturale Liber Liber. Aperto a chiunque voglia collaborare, si pone come scopo la pubblicazione e la diffusione gratuita di opere letterarie in formato elettronico. Ulteriori informazioni sono disponibili sul sito Internet: http://www.liberliber.it/

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Introduzione

L'edizione elettronica del Progetto Manuzio segue fedelmente nell'ortografia l'edizione del Faust edita da Bietti, se si eccettuano le seguenti modifiche:

* Parte I, capitolo "Studio (I)"

   Ohi, ohi! come vanno  volo quelle vispe ragazzotte.

modificato in:

   Ohi, ohi! come vanno a volo quelle vispe ragazzotte.

* Parte I, capitolo "Giardino"

Non abbiamo fantesca; e spetta a me il far la cucina, spazzare, cucire, lavorar di calzette, e correre qua e là a tutte l'ore [...]

"là" è stato corretto poiché l'accento nell'originale non c'è.

* Parte II, Atto I, scena "Giardino delizioso. Splendido mattino"

Un Altro Cameriere. Io sento i dadi ballarmi in tasca, rò il doppio e del miglior vino.

Un Altro Cameriere. Io sento i dadi a ballarmi in tasca.

modificato in:

Un Altro Cameriere. Io sento i dadi a ballarmi in tasca.

* Parte II, Atto IV, capitolo "La parte anteriore della montagna"

"combattimento" invece di "combattimetno"

 



 

Johann Wolfgang Goethe

 

Faust

 

 

Traduzione di

G. Scalvini (per la I parte)

e di

G. Gazzino (per la II parte)

 

 


PARTE I


 

Prologo sul teatro

Il Direttore, il Poeta del teatro, il Faceto.

 

Il Direttore. Voi due che solete essere il mio consiglio e il mio ajuto, su ditemi: che sperate voi in paese tedesco dalla nostra impresa? Io ho gran desiderio di dare nel talento della moltitudine, da che in ultimo ella vive e lascia vivere. Le travi sono confitte, inchiodate le tavole, ogni cosa in pronto, e ciascuno si promette una lieta e magnifica festa. Già seggono cheti, con sopracciglia inarcate e vogliosi di fare le maraviglie. Ben io so quello che ne rende benevoli i più, e nondimeno io non sono mai stato in più dura irresoluzione. Perché è il vero che costoro non sono gran fatto usi alle squisitezze, ma hanno pur letto tanto che è uno spavento. Come ne usciremo adunque? come troveremo alcuna cosa che abbia novità e nel tempo medesimo non sia sciocca? Ché il vo' pur dire, a me il popolo piace oltremodo quando il veggo traboccarsi a torrenti verso il nostro casotto, e urtando e sbuffando voler di forza insaccarne la porta, come se la fosse quella del cielo. Bello è vederlo nel pieno giorno, prima delle quattro, far serra intorno al botteghino, e come nel dì della fame per pane allo sportello d'un fornajo, per poco non fiaccarsi il collo per un biglietto. E un sì gran miracolo sopra tanta varietà di animi sa farlo il solo poeta. Oh! fammelo, amico mio! fammelo oggi.

Il Poeta. Deh, non mi parlate di quel tuo volgo multiforme, dinanzi al quale fugge e si oscura l'ingegno. Celami all'ondante moltitudine che nostro mal grado ne travolge nella vorticosa sua piena. Oh, lungi da essa! ponimi nelle romite e serene regioni, dove candida gioja può sol fiorire al poeta; dove l'amore e l'amicizia gli vegliano intorno, e gli compartono tutto ciò che più fa beato il nostro cuore.

Ahi, e quello che prorompeva dal petto profondo e quello che mormoravi con timido labbro — quando riprovevole, e quando forse non indegno di lode — egli ti è capricciosamente ingojato dall'istantanea fortuna. E sovente ancora è bisogno del volgere degli anni perché il nostro concetto appaja splendido di bellissima forma. Ciò che subito sfavilla muore rapidamente, ma il semplice e sincero si riserva alla posterità.

Il Faceto. Io vorrei pur una volta non udir parlare della posterità; perché, poniamo ch'io pure non avessi altro nel pensiero che i posteri, chi più darebbe sollazzo a' presenti? ed ei pur vogliono e devono averne. Né mi par poi che un giovane di bel garbo sia da stimarsi nulla perché vive oggi. Chi sa gradevolmente compiacere agli animi altrui non avrà mai a dolersi dei dispetti del volgo; anzi egli si desidera una gran raunanza perché gli verrà meglio fatto di sollevarla. Però siate animoso: mettetevi innanzi come modello; lasciate spaziare la fantasia col suo corteo del senno, degli affetti, delle passioni; ma — date retta — vuoi esservi anche la pazzia.

Il Direttore. Sopra tutto non siatemi scarso di eventi. Viensi per vedere; quello che importa è vedere: date pascolo agli occhi, e quando giugniate a farli ben bene spalancare alla moltitudine, voi siete sicuro del fatto vostro, siete l'amore, siete il vezzo di tutti. Solo col molto attrarrete i molti, perché in una faraggine di cose ciascuno ne raccapezza qualcuna che fa al caso suo. Chi porta molto porta per tutti, e tutti se ne tornano a casa col contento nel cuore. Pagate in ispiccioli; — mescete sapori d'ogni sorta, e un simil manicaretto andrà ad ogni gusto, e voi sarete alzato in cielo. Subito immaginato e subito imbandito. Che vi giova stillarvi il cervello per offerire alcun che d'intero? Il pubblico ve lo mette tosto in minuzzoli.

Il Poeta. Voi non v'accorgete quanto un sì fatto mestiere sia vile; quanto sconvenevole all'artista che ha a cura il suo nome. Gl'imbratti di non so che odierni guastamestieri sono ormai, ben veggo, i vostri modelli.

Il Direttore. Io non mi piglierò a male i vostri rimproveri; che chi voglia fare buon'opera deve pure scegliere gli istrumenti più acconci. Ora avvertite che son legne fradice che vi bisogna schiappare, e considerate un po' per chi vi è domandato di scrivere. Mentre gli uni son qui sospinti dalla noja, gli altri ci vengono pieni zeppi di cibo, e, quel che è peggio, parecchi hanno pur dianzi letto la gazzetta. Tutti tirano sbadati alla nostra volta come n'andassero alle mascherate, e solo la curiosità dà ali ai loro piedi. Le dame si assettano quanto più sanno, e sfoggiate fanno spettacolo di sé per nulla. Ora, che vi state voi sognando in sulla cima del vostro parnaso? E chi è, secondo voi, che ci rallegrerà cotesta brigata? Miratali ben da presso quei nostri mecenati: parte sono di gelo, parte son ceppi: e chi dopo la commedia si promette una partita alle carte, e chi una cosa, chi l'altra; e voi vorrete, poveri pazzi, tribolare le dolci muse per simile stampa di gente? Io vel ridico, pascetela di maraviglie; dategliene giù e giù, e vie più giù, che a questo modo ne verrete a capo. Gli uomini bisogna stordirli, che contentarli è arduo. — Ma che è di voi? patite, o vi agita l'estro?

Il Poeta. Va a cercarti un altro schiavo! Sì, in vero che il poeta dovrà a tuo beneplacito profondere le alte sue facoltà – il maggior dono di cui la natura fosse provvida all'uomo! Ond'è ch'egli agita ogni petto? Ond'è ch'ei regna sulle intrinseche virtù che informano le cose? Non fosse per l'armonia ch'egli spande fuori di sé, e ne ravvolge il creato e lo attira e ricompone nell'anima sua? Mentre la natura trae alla conocchia e con indifferenza torce il perpetuo svolgersi dello stame; e mentre la confusa moltitudine delle esistenze muove discorde in qua e là, e le une cozzano dissonando contro dell'altre, — chi pone ordine in quel fastidioso, interminabile succedersi loro, e le avviva e lega in geniale concordia? Chi richiama l'errante e lo scompagnato ad affratellarsi cogli altri mortali? Chi scioglie le procelle delle passioni? Chi rasserena il rigido pensiero dell'uomo nella sera della vita? Chi sparge i soavi fiori della primavera sul cammino della donna innamorata? Chi intreccia le inutili fronde e ne fa onorevol ghirlanda al merito di ogni maniera? Chi preserva l'Olimpo? chi riconcilia gli Dei? La gran possanza dell'uomo rivelatasi nei poeti.

Il Faceto. E usatele adunque sì belle facoltà, e fate ire innanzi il lavoro poetico al modo di una ventura d'amore. Ben sapete; ci avviciniamo per caso, proviamo non so che allettamento, rimaniamo, e passo passo eccoci avviluppati: alle speranze si mescono le ansietà, alle piene beatitudini seguono le ruine, e prima che ce n'avveggiamo abbiam fatto un romanzo. Orsù, diamo noi pure uno spettacolo su quell'andare. Sol fate di cercare ben addentro alle viscere della vita: tutti la vivono; ma è nota a pochi, e di qualunque lato la sappiate pigliare la è sempre interessante. Voglionci fantasie di ogni colore e non troppa chiarezza; voglionci molti errori temperati da qualche barlume di vero, e ne riesce, senza alcun fallo, un cordiale che ristora ogni petto. E il bel fiore della gioventù vi fa cerchio d'intorno e porge orecchio alle vostre rivelazioni; e ogni tenera anima si sente stillar dentro una soave mestizia: ora è commosso questi ed or quegli; ognuno si ricorda di sé in altrui o scorge nelle vostre finzioni quel ch'egli porta nel cuore. E sono ad un tempo facili al ridere e facili al piangere; ammirano il volo del vostro ingegno, e si dilettano sopra ogni cosa degli apparimenti e degli sfoggi. Nulla contenta l'uom fatto, ma la crescente gioventù piglia ogni cosa in buon grado.

Il Poeta. E tu rendi a me pure i miei anni immaturi; quando il fiume del canto sgorgava rigoglioso e perenne; quando fra me e il mondo era un velo di nubi, — e il calice ancor ravvolto in sul cespo mi era presago di meravigliose fragranze; — quand'io coglieva gl'innumerevoli fiori profusi per ogni valle. Io non aveva nulla, e non pertanto io aveva a pieno; perché io avevo l'amore infaticabile del vero e la soavità dell'illusione. Rendimi il mio selvaggio talento; l'affannata felicità, la forza dell'odio e l'impeto dell'amore, — rendimi la mia giovinezza.

Il Faceto. Della giovinezza, mio buon amico, tu avresti veramente bisogno, se tu fossi d'ogni intorno incalzato dal nemico in battaglia; se la corona, premio della rapida corsa, ti accennasse di lontano la meta o, se, dopo l'impeto vertiginoso della danza, tu dovessi tutta notte gozzovigliare. Ma toccare con lena e leggiadria le docili corde; muovere con piacevole errore verso un segno postoci innanzi da noi a diletto, quest'è, miei dolci vecchi, l'ufficio vostro, e non pertanto noi non vi onoriam meno. Ché la vecchiaja non ci ritorna, come suol dirsi, fanciulli, ma ben ci fa rigodere veramente della fanciullezza.

Il Direttore. Orsù, non più parole, ma fatti; ché mentre voi ve la passate. in complimenti, puossi far cosa profittevole. Che rilevano i tanti cicalecci di quel che si richiede a ben poetare? Nessun fervido estro agiterà mai il petto degli irresoluti; e poiché volete pur dirvi poeti, vi è d'uopo avere la poesia ai cenni vostri. Ormai vi è noto quello che ne bisogna: noi vogliamo ber forte, però mesceteci conforme la voglia, e tosto! Ciò che non si toglie a far oggi non è fatto domani, e mandare in lungo è rare volte da savio. L'uomo risoluto piglia di tratto un partito nel crine, e il tiene e seguita innanzi perchè non può dismettere.

Voi sapete che sulle scene tedesche ciascuno tenta ciò che gli viene in talento; laonde non vogliate oggi perdonare né ad apparati né a macchine; giovatevi del maggiore e del minore luminare del cielo, profondete le stelle; noi abbiamo in pronto e acqua e fuoco e rocce e fiere ed uccelli; squadernate quindi in questa casipola di assi tutta quanta la creazione, e con ponderata velocità calate dal cielo, e attraversando per la terra, discendete all'inferno.

 


Prologo in cielo

 

Il Signore, le Legioni Celesti, indi Mefistofele. I tre Arcangeli precedono.

 

Rafaele. Il Sole risuona, come da antico, fra l'emula armonia delle sfere fraterne, e compie il prescritto suo viaggio coll'andamento della folgore. Il suo aspetto dà vigore agli angeli, ma niuno può scrutare il suo profondo. Le alte, incomprensibili opere del Signore sono splendide come nel primo lor giorno.

Gabriele. E veloce, incomprensibilmente veloce si rivolve nella sua magnificenza la terra. Il luminoso sereno del cielo si alterna coll'immenso orrore della notte; il mare leva spumando le sue larghe correnti sul vertice inaccesso degli scogli; e gli scogli e il mare sono via rapiti nell'eterno, infaticabile corso delle sfere.

Michele. E a gara le procelle fremono dal mare alla terra e dalla terra al mare, e imperversando fecondano intorno intorno le forze generatrici delle cose. Là giù il corrusco sterminio balena innanzi le vie del fulmine. Ma i tuoi messaggieri, o Signore, adorano il placido cammino del tuo giorno.

A Tre. Il tuo aspetto dà vigore agli angeli, ma niuno può scrutare il tuo profondo; e le grandi tue opere sono splendide come nel primo lor giorno.

Mefistofele. Poiché, o Signore, ti ci fai un po' da presso, e domandi come vanno le cose di laggiù, e solevi già un tempo star meco volentieri, — ecco, ti appajo innanzi io pure fra la torma de' tuoi servidori. Scusami, io non saprei dire alte cose; non se avessi a tirarmi addosso le beffe di tutto il corteggio. E il mio piagnisteo ti moverebbe certo a riso, se tu non fossi già di lunga mano svezzato dal ridere. Di Soli e di Mondi non so che me ne dire, e sol veggio come gli uomini stentino e tormentino sè medesimi. Quel deicino del mondo si rimane perpetuamente del medesimo conio, ed è oggidì quello stravagante ch'egli era nel primo suo giorno. Forse ei vivrebbe un po' meglio se tu non gli avessi dato non so che barlume della luce del cielo ch'egli nomina ragione, e non ne usa che per imbestiarsi più di qualunque bestia. In vero egli mi somiglia, con tua buona pace, una di quelle cavallette dalle gambe lunghe, che volano sempre innanzi solo per querelarti? Non è, al parer mio, sepolte nell'erba, cantano la loro vecchia canzoncina: e si giacesse egli pur sempre nell'erba! Ei va a ficcare il naso in ogni letamajo.

Il Signore. Non hai tu altro da dire? e mi verrai tu sempre innanzi solo per querelarti? Non è, al parer mio, nulla in sulla terra che vada bene?

Mefistofele. Nulla, Signore! Al parer mio, tutto ci va, come al solito, fieramente alla peggio. Gli uomini nelle immense loro miserie mi fanno pietà; e invero ti dico che non mi regge ormai più l'animo di tribolare quei meschini.

Il Signore. Conosci tu Faust?

Mefistofele. Il dottore?

Il Signore. Il mio servo.

Mefistofele. Davvero! Egli vi serve a un suo strano modo. Il bere e il mangiare di quel pazzo non sono della terra; e il tumulto della sua mente lo incalza fuor della sua frenesia. Egli dice al cielo: Dammi le tue più lucide stelle; e alla terra: Profondimi le tue delizie; né le cose prossime, né le lontane contentano mai il suo petto altamente affannato.

Il Signore. Se egli mi serve, ancorché il faccia con qualche scompiglio, io non tarderò a farlo camminare alla mia luce, ché quando l'arboscello germoglia ben sa il giardiniero che ne' prossimi anni porterà ricca messe di fiori e di frutti.

Mefistofele. Che ne va, che perderete anche costui? Sol che vogliate darmi licenza di condurlo pian piano per le mie vie.

Il Signore. Quanto egli ha a vivere sopra la terra tanto è concesso a te di fare tue prove. Che l'uomo svia finché va pellegrino.

Mefistofele. Ve ne so grado, però ch'io non me la sono mai presa volentieri co' morti; e specialmente io mi diletto delle guance lucenti e pienotte. Nel fatto di cadaveri io non sono in casa mia; egli m'interviene quel che al gatto col topo.

Il Signore. Or via, ti è lasciato fare. Rimovi quello spirito d'alta sua origine, e se ti riesce di avvilupparlo, volgilo in giù teco per le tue vie. E rimanti vergognato quando tu abbi pure a riconoscere che l'uomo da bene, ancorché paja starsi perplesso, è pur sempre consapevole del buon cammino.

Mefistofele. Egregiamente! solo che l'avrem tosto finita. Non ho un timore al mondo di perdere questa gara; ma se riesco al mio intento, vogliatemi concedere che ne meni trionfo di gran cuore. Polvere egli dovrà mangiare e con gusto, come il famoso mio avolo il serpente.

Il Signore. Di più: tu puoi liberamente apparire nel mondo; ch'io non ebbi mai in odio i simili a te. Di tutti gli spiriti che negano, quegli che mi dà minor noja è il beffardo. L'uomo agevolmente inchina a sonnolenza, e vorrebbe di certo conseguire un perfetto riposo; perciò io gli metto volentieri a' fianchi uno istigatore che lo solleciti, e lo cacci innanzi e lo tenga in faccende con quella instancabilità che è propria de' demoni. — Ma voi, prole purissima del cielo, godetevi beati delle bellezze che si spandono dall'eterno mio fonte. Stringetevi in nodo d'amore coll'universo che sempre vive e rinnova, e alle cose che vedete errare mal ferme nel vano, date norma con pensieri sempre drizzati a un segno. (Il cielo si chiude, e gli Arcangeli vanno a diverse parti.)

Mefistofele (solo). Di tempo in tempo io veggo volentieri questo Antico, e mi guardo dal rompere seco. È proprio bello a un sì gran signore il parlare così alla buona anche col diavolo.


 

Notte. Stanza gotica a volta alta ed angusta

 

Faust inquieto sulla seggiola allo scrittoio.

 

Faust. Oimé, io ho oramai studiato filosofia, giurisprudenza, medicina, e, lasso! anche la grama teologia! e d'ogni cosa sono andato al fondo con cocente fatica. Ed ecco, povero pazzo! ch'io ne so ora quanto innanzi. Mi chiamano maestro, chiamanmi anche dottore, e già da dieci anni io meno, di su e di giù, e per lungo e per traverso, i miei scolari pel naso; oh! veggo manifesto che noi sapremo mai nulla! Ahi, io ne avrò rapidamente consumato il cuore! Per verità io posso di dottrina tutti quanti i cianciatori, dottori, maestri, scrivani o preti, né io sono tormentato da dubbi o da scrupoli; né l'inferno, né il diavolo mi dà paura. Ma, e ogni gioja si è pure partita da me: non più presumo di conoscere alcuna cosa di vero; non più presumo d'insegnare alcuna cosa che mi valga a ravviare e condurre gli uomini al bene. Oltre di che, io non ho né poderi, né oro, né onori, né dignità nel mondo. — Un cane non potrebbe lungamente durare simil vita. — E però io mi sono gettato nella magìa per tentare se mai gli Spiriti volessero di lor bocca rivelarmi alcuni segreti, tal ch'io cessassi una volta questa angoscia d'insegnare quello ch'io non so; conoscessi pur una volta ciò che più intimamente feconda e tiene insieme questo universo, le operose sue forze, e le sementi di tutte le cose, e non facessi più un vergognoso mercato di parole.

Oh, fosse questa l'ultima volta, o Luna, che tu guardi sopra di me travagliato! quante volte dinanzi a questo leggio io ho vegliato tardi nella notte aspettandoti: e tu, mesta amica, sei pur sempre apparsa, a me su libri e su carte! Oh, potessi in sulle cime dei monti aggirarmi per entro la tua amabile luce, starmi sospeso cogli Spiriti in sui burroni, divagarmi, avvolto da' tuoi taciti albori, sui prati, e, sgombro da tutte le vanità della scienza, bagnarmi e rinfrancarmi nella tua rugiada.

Misero! e starommi ancora confitto in questo carcere? in questa maledetta, fetida tana, dove anche il dolce lume del giorno penetra torvo e interrotto per le colorate vetriere; vallato da questo monte di volumi che i vermi rodono e copre la polvere; da questa carta affumicata, stipata fin su sotto la vista: con vasi ed ampolle intorno assettate, e stromenti accatastati, e masserizie de' miei avoli qui dentro calcate! — E questo è il tuo mondo! questo a te pare un mondo!

Su, fuggi! va fuori all'aperto! E non è scorta sufficiente per te questo misterioso libro di mano propria di Nostradamo? Allora tu conoscerai il corso delle stelle, e ammaestrato dalla natura, la tua anima si farà udire potente dentro di te, simile a uno spirito che parli ad un altro spirito. Indarno qui speri che i santi segni ti si rivelino per un torbido meditare. Voi vi aggirate, o Spiriti, intorno a me: rispondetemi se mi udite! (Apre il libro, e affissa il segno del Microcosmo). Oh, vista! Oh, di che viva delizia sono subitamente innondati tutti i miei sensi! Sento corrermi per ogni fibra di quel santo e soave ardore che faceva lieta la mia giovinezza. Fu egli un dio che delineò questi segni? Essi serenano la tempesta della mia mente, empiono di giubilo il mio povero cuore, e mi avvalorano a togliere il velo alle forze arcane della natura. E sono io pure un dio, poiché tanta luce mi folgora d'improvviso nell'intelletto? Miro in queste nitide linee tutta aprirmisi dinanzi all'anima l'operatrice natura; e conosco ora finalmente ciò che suona la parola del savio. “Il mondo degli spiriti non è chiuso, ma sì la tua mente; il tuo cuore è morto! Orsù, discepolo, irrora infaticabile dei raggi del mattino il petto terrestre”. (Contempla il segno.)

Come tutte le cose cospirano ad intessere un tutto; e si avvicendano l'opera e la vita! Come le intelligenze celesti ascendono e discendono, e sporgonsi le auree secchie, e sovr'ali spiranti benedizione calano di cielo in terra, e tutte penetrano e armoniosamente risonano per entro il tutto!

Che spettacolo! Ma, oimé, non altro che uno spettacolo! Dove mi spererò io di raggiungerti, infinita natura? Dove cercherò voi sue mamme? Ubertose fonti di ogni vita, a voi il cielo e la terra stanno sospesi, come due lattanti; e a voi ingordamente anela l'esausto mio petto. Voi scaturite, voi inaffiate, ed io arderò sempre di sete indarno? (Volge dispettosamente il libro, e mira il segno dello Spirito della terra.)

Quai diversi effetti opra in me questo segno! Spirito della terra, tu mi sei più da presso; e già sento ampliarsi le mie forze; già ardo dentro come per vino recente. Mi sento l'ardire di cimentarmi col mondo, di sostenere le gioje e gli affanni che vengono dalla terra; di contrastare alle procelle e di non atterrirmi nello scroscio del naufragio. — Egli si annuvola sopra di me, — la luna impallidisce e si vela, — la lampa vien meno! Si leva un tetro vapore, — rubicondi raggi tremolano intorno al mio capo; e mi piove giù dall'alto non so qual ribrezzo che scuote tutte le mie ossa. Ben sento che tu ti aggiri intorno a me. Spirito supplicato! Su, su, rivelati! — Ahi, che strazio si fa del mio cuore! e che novità di affetti travolge tutti i miei sensi! Ecco l'anima mia si abbandona pienamente a te. Uscirai! uscirai! avesse a costarmi la vita. (Piglia il libro e pronuncia le misteriose parole del segno dello Spirito. Sorge una fiamma rossiccia e lo Spirito apparisce nella fiamma).

Lo Spirito. Chi mi chiama?

Faust (volgendo la faccia). Oh, vista spaventevole!

Lo Spirito. Tu ardi e supplichi di vedermi, di udire la mia voce, di affissare il mio aspetto: la potente preghiera del tuo cuore mi ha vinto: io son qui! — Qual miserabile tremito ti coglie ora, o tu che ti stimi più che mortale? Dov'è il forte invocare dell'anima tua? dove il petto che si edificò dentro un mondo e in sè lo crebbe e nudrì, e con trepida gioja si espanse per sollevarsi sino a noi, — per agguagliare gli spiriti? Dove sei tu, Faust? tu, la cui voce mi è pur risonata fin lassù! dov'è colui che si è animosamente avventato sino a me? Sei tu quegli? tu che, percosso dal mio alito, tremi in ogni tua viscera; timido verme che si storce e si divincola tutto!

Faust. Cederò io a te, forma di fuoco? Sì, io son desso: son Faust, — sono il tuo pari.

Lo Spirito.              Nelle correnti

                            Fervide della vita,

                            Nell'infinita

                            Procella degli eventi,

                            Io sorgo e affondo,

                            Spiro qua e là!

                            Nascita e morte; un mare

                            Senza riva né fondo,

                            Un eterno mutare,

                            Un viver che riposo

                            Non ebbe mai, né avrà.

                            Così sul rumoroso

                            Telajo del tempo di mia man contesta

                            È di Dio la visibile

                            Inconsumabil vesta.

Faust. O tu che scorri l'ampio mondo, Spirito affaccendato, — quanto io mi sento simile a te!

Lo Spirito. (Sparisce.)

Faust (grandemente abbattuto). Non a te? e a chi dunque? Io, immagine di Dio, non pur simile a te? (Si ode picchiare.)

Oh, desolazione! So chi è costui — egli è il mio coadiutore. Ecco mandatami a male la più bella ventura ch'io mi avessi mai. Tanta intensità di visione mi ha da essere distrutta da quest'arido stropiccione! (Wagner entra in veste da camera, berretta da notte e una lucerna in mano. Faust si rivolge dispettosamente da lui.)

Wagner. Scusatemi! — Io vi ho udito recitare; state voi a fortuna leggendo una tragedia greca? Io vorrei pur fare alcun profitto in declamazione, che oggidì è arte di grande effetto sugli animi. Ho udito magnificarla a cielo, e non di rado dire che un commediante potrebbe ammaestrare un parroco.

Faust. Sì certo, quando il parroco fosse un commediante, come ben può alle volte dare il caso.

Wagner. Oimé! l'uomo che si sta perpetuamente intanato nel suo studiolo e a pena vede un po' di mondo nei dì di feste, — e di lontano col cannocchiale; come potrebbe farsi atto a condurre gli uomini con la persuasione?

Faust. Indarno vi assottigliate per saper come, se nol sentite; se il vostro petto è arido, se nulla ne scaturisce che, per certo qual nativo allettamento, faccia forza agli animi degli uditori. Stillatevi a vostra voglia il cervello; raccogliete le reliquie dell'altrui mensa, rimestatele, fatene un intingolo, e tanto soffiate che dal mucchierello delle vostre ceneri si levi una povera fiamma. I fanciulli e le scimie, se assaporate simil sorta di onori, vi ammireranno, ma voi non porrete mai nulla ne' cuori altrui se nulla è nel vostro.

Wagner. Ma egli è pur vero che la bella elocuzione fa principalmente la lode dell'oratore; e il sento io bene, e non sono tuttavia gran fatto innanzi.

Faust. Mirate a buon profitto; e non vogliate imitare il giullare che si gode dello strepito de' suoi sonagli. Poca arte si richiede a un dir sano e sincero. E quando vi sta fortemente a cuore alcuna cosa, vi è forse bisogno di mettervi in cerca di parole? Sì, in verità, quel vostro parlare dipinto, que' ricci, quelle pompose frascherie sono vòte di ristoro come il vento nebuloso che susurra l'autunno per l'aride foglie.

Wagner. O Dio! L'arte è lunga e la vita è breve. Sovente le mie critiche investigazioni mi hanno messo dei fieri spasimi in ogni midolla. Quanto è malagevole l'impossessarsi delle vie per le quali salire alle fonti; e può ben anche venir caso che un povero galantuomo debba andarsene fra que' più prima che sia pur giunto a mezzo il cammino.

Faust. Forse la pergamena è quella sacra sorgente il cui sorso possa ammorzare la nostra sete per sempre? Tu non avrai mai nessun refrigerio se non ti scaturisce dall'anima propria.

Wagner. Scusatemi! egli è pur dolce l'ingolfarci nei secoli andati, rivolgere lo spirito dei tempi, veder quel che un savio pensasse prima di noi, e come noi, allargando la sua sapienza, abbiamo di poi steso un sì alto velo sovr'esso.

Faust. Oh, sì, alto sino alle stelle! Amico mio, i secoli andati sono per noi un libro suggellato con sette suggelli; e quel che voi dite lo spirito dei tempi non è, in ultimo, che lo spirito di alcuni ciarlatori, dal quale i tempi hanno preso sembianza. Se sei sano di mente, non hai che a mettere lo sguardo in quelle farragini per andartene pien di fastidio in ogni dì della tua vita. Egli ti par di vedere un cestone di spazzature, un ripostiglio di masserizie disusate e logore, o, se più vuoi, una commedia di regni e di re, impinzata di pompose sentenze a lor uso, quali si converrebbero maravigliosamente nelle bocche dei burattini.

Wagner. Ma e il mondo? la mente, — il cuore dell'uomo? Ognuno vorrebbe pur conoscerne qualche cosa.

Faust. Sì, quel che gli uomini chiamano conoscere. Chi osa dir pane al pane? 1 pochi che n'ebbero qualche conoscenza, e, stolti! non seppero contenere il loro cuore, anzi sparsero nel volgo quello che delle cose sentivano e intendevano, furono da tempo immemorabile crocifissi od arsi sui roghi. Amico, la notte è molto innanzi, e ne giovi interrompere per ora, ve ne prego.

Wagner. Io avrei pur volentieri vegliato più a lungo in sì dotti ragionamenti. Ma domattina, poiché è domenica di pasqua, vogliate permettermi ch'io vi faccia alcuni quesiti. Mi sono tuffato negli studj; e, nel vero, io ne so molto, ma io vorrei tutto sapere. (Parte.)

Faust (solo). Vedi, come la speranza non diserta mai quel povero cervello che non si nutre se non di scempiezze. Costui scava con mano ingorda il terreno cercando tesori, e giubila tutto se disseppellisce un vermicciuolo.

E la voce di un simil uomo ebbe ardire di risonare qui dove poc'anzi era tutto pieno della presenza degli spiriti? E nondimeno questa volta io ti ringrazio, o miserabilissimo de' mortali, però che tu mi hai sottratto dalla disperazione che già stava per sovvertire il mio intelletto. Ahi, quella visione fu di tanta grandezza ch'io mi sentii tutto rimpicciolire come un nano.

Io che, superbendo della mia divina immagine, già credevo d'affacciarmi allo specchio dell'eterno vero: e vestito il mio mortale ed immerso nello splendore del cielo, già esultavo di me in me medesimo; — io che già sognava di essere da più de' cherubini; ed entrato nelle vive correnti che alimentano l'universo, già risaliva per esse alla prima lor fonte e vi attingeva virtù di creare e godeva della vita degl'immortali, — ahi, che dura ammenda io debbo ora fare della mia tracotanza! Una folgorata parola mi ha impetuosamente ributtato indietro.

Oh, io non mi attenterò più di pareggiarmi a te! Ché, se io ebbi forza di attrarti, io non ebbi forza di ritenerti. In quel beato momento io mi sentiva sì piccolo, e ad un tempo sì grande! — e tu mi hai tremendamente risospinto nella fortunosa condizione dell'uomo. Ora chi mi ammaestrerà? Che fuggirò, o che cercherò io? Obbedirò a quel primo impulso del mio petto? Ahi! coi nostri fatti, non che coi nostri patimenti, noi mettiamo inciampo al corso della nostra vita.

La nostra mente non sorge mai tant'alto verso il suo eterno desiderio, che non porti sempre seco un duro e straniero ingombro che la ritorce alla terra; ma se conseguiamo le prosperità del mondo, allora diam nome d'illusione e di menzogna a quanto val meglio di esse. I nobili sensi che ne avevano levato a quel puro vivere intellettuale intorpidiscono sotto la somma degli affetti terrestri.

Nella stagione delle speranze la fantasia si stende con ali audacissime per l'immenso, ma un breve spazio le è abbastanza, allorché tutte le venture, una dopo l'altra, se n'andarono naufraghe nel gorgo del tempo. La cura vien tosto ad annidarsi nel fondo del cuore, e vi genera segreti terrori; vi si dibatte senza riposo, e vi scompiglia ogni conforto e ogni pace. Ella prende nuove forme continuamente; ed ora è la casa e il podere, ora la donna e il figliuolo; e quando pare acqua, fuoco, pugnale, veleno. Tu tremi di mali che non ti colgono mai; e lamenti del continuo ciò che mai non ti avviene di perdere.

No, io non somiglio a' celesti! io il sento troppo addentro nell'anima; io somiglio al verme che si volge faticosamente nella polvere; e mentre va pascendo per la polvere, il viandante lo calca col piede e lo seppellisce.

E non è forse polvere tutto ciò che in cento spartimenti si addossa a quest'alta parete? non polvere le anticaglie, le stravaganze di mille maniere che in questo regno delle tignuole mi assiepano d'ogni intorno? E potrò io qui trovare quello di cui ho manco? O vorrò forse leggere in mille volumi che gli uomini si sono in ogni tempo tormentati fra loro, e che di quando in quando è apparso qualche felice?

E tu, cranio vôto, a che stai tu sgrignandomi così? Vuoi tu dirmi che un tempo il tuo cervello fu scompigliato come il mio; che tu pure ardesti dell'amore del vero; tu pure cercasti il lucido giorno, e andasti pur sempre aggirandoti in un doloroso barlume? E per verità voi ancora, stromenti, vi fate beffe di me, voi ruote e dentelli e cilindri e manubri. Io stava alla porta, e toccava a voi farmi da chiave. Veramente sono mirabili que' vostri ingegni, ma non sapete alzare il chiavistello. La natura, misteriosa anche nel pieno del giorno, non patisce che alcun mortale tolga mai il suo velo; né per forza di leve o di viti tu puoi condurla a discoprirti quel ch'ella vuol nascondere al tuo intelletto.

Vecchie suppellettili, delle quali io non ho mai fatto uso, voi non siete ora qui se non perché mio padre soleva valersi di voi. E tu pure, antica carrucola, — oh come se' tutta sozza del fumo della lucerna per tanti anni arsa su questo scrittoio! Sarebbe stato pur meglio ch'io avessi sprecato il mio poco, anzi che non averne altro pro che le noje di custodirlo. Indarno tu hai accolta l'eredità de' tuoi padri se non sai goderne: quello di cui non usi è un inutile ingombro, e non puoi nel momento giovarti se non di quelle cose che conduce seco il momento.

Ma perché il mio sguardo si affissa pur sempre a quel luogo? È forse in quell'ampolla qualche fascino per gli occhi? Perché subitamente si sparge intorno a me un amabile sereno, simile a raggio di luna che alita intorno al pellegrino smarrito per la foresta?

Salve, oh, salve tu sola, o ampolla! Devotamente io ti levo di lassù, e ammiro in te il senno e l'arte degli uomini. Essenza che infondi soave sapore: compendio di tutte le forze che delicatamente uccidono, vieni ora in soccorso del tuo signore. Io ti guardo e il mio dolore si disasprisce; ti stringo, e il procelloso fremito della morte a poco a poco si acqueta. Io mi veggo di lunge far cenno di mettermi per l'alto mare; il puro cristallo delle sue acque fiammeggia a' miei piedi, e un nuovo giorno mi alletta a cercare nuove rive.

Un carro di fuoco cala su ali leggiere verso di me. Ecco io mi apparecchio a solcare l'etere immenso, a levarmi per incognite vie verso nuove sfere, verso regioni di attività infaticabile. Ma tu — tu che pur dianzi eri un verme; meriti tu d'esser fatto uno dei beati ed eterni? Sì, purché tu volga risolutamente le spalle a questo amabile sole della terra, purché tu osi squarciare quelle porte, dalle quali ognuno vorrebbe furtivamente ritrarsi. Giunta è stagione da mostrare coi fatti che la dignità dell'uomo non cede alla grandezza degli dei. Non tremare dinanzi a quell'oscuro baratro, sol pieno dei tormenti da noi in nostro danno fantasticati: va franco verso quell'andito, dalla cui bocca sgorgano le fiamme dell'inferno; risolviti con animo sereno al passo tremendo, ancorchè fosse con pericolo di dissiparti nel nulla.

Ora vien giù, nitida, cristallina tazza, alla quale io non ho da tanti anni pensato; esci dalla tua vecchia custodia. Fu un tempo che tu splendevi nei giocondi banchetti de' miei padri e rasserenavi gli ospiti pensosi che ti mandavano in giro con vicendevole invito. Tu mi fai ricordare di assai notti della mia fanciullezza, quando ciascun bevitore era in debito di svolgere in rima il vario e mirabile lavoro delle tue immagini, e tutta vôtarti in un tratto. Ora io non ti porgerò a nessun commensale; né le tue sculture metteranno a prova il mio ingegno. Qui è un liquore che subito inebbria; egli stagna tetro nel tuo fondo. Orsù, sia questa l'ultima mia bevanda! io l'ho preparata, io me la scelgo, e con tutta l'anima la porto in solenne e festivo brindisi al nuovo mattino. (Si pone la tazza alla bocca.)

 

Suono di campane e canto di Cori.

 

Coro di Angeli. Cristo è risuscitato! Sia gioia a' mortali, allacciati nell'affannosa, ereditaria, inevitabile colpa.

Faust. Qual cupo tintinnio, quale allegro concento mi rimuove a forza il nappo dalla bocca? Annunziate già voi, roche squille, la prima festiva ora della Pasqua? E voi, cori, cantate già voi la consolante salmodia che un tempo si diffuse dal labbro degli angeli intorno la notte del sepolcro, testimoniando la nuova alleanza?

Coro di Donne. Noi l'abbiamo con amore sparso di aromati e quivi entro coricato; noi, sue fedeli, l'abbiamo avvolto in mondissimi tessuti, e, lasse! Cristo non è più qui.

Coro di Angeli. Cristo è risuscitato. Beati quelli che hanno amato, quelli che agguerriti sostennero il doloroso e salutare cimento.

Faust. Soavi, angeliche note, a che venite a cercarmi nelle dolorose mie tenebre? Fatevi udire là dove sono uomini meno indurati di me. Ben io intendo il vostro messaggio, ma mi manca la fede; e il miracolo è il figliuolo prediletto della fede. Io non oso levare la mia mente sino alle sedi donde mi viene la propizia novella. E nondimeno, avvezzo dai miei teneri anni a questi suoni, io mi sento riconciliare alla vita. Un tempo, nell'austero riposo della domenica, scendeva sino a me il bacio del divino amore. Dalla piena armonia delle squille mi uscivano non so che incogniti presentimenti, e nell'orazione era un ardente diletto. Un fervore incomprensibilmente santo m'invogliava d'uscir fuori a divagarmi per selve e per prati, ed ivi versando dirottissime lagrime io mi sentiva entrare in un mondo novello. Simili canti annunziavano gli allegri giuochi della gioventù, i festosi diporti della primavera; ed ora queste rimembranze, ravvivando in me il sentimento della fanciullezza, mi rimovono dall'ultimo, irreparabile passo. Oh! tornate a risonare, inni soavi e benedetti! Ecco, le mie lagrime scorrono, e la terra mi ripossiede.

Coro di Discepoli. Il sepolcro ha riassunto la vita, e si è splendidamente levato in alto; egli si gode a lato all'eterna letizia, che tutto sostiene e governa. Ma noi, miseri! rimaniamo in dolore quaggiù in grembo alla terra. Ahi, poiché tu lasci indietro i tuoi ad ardere in desiderio, noi lamentiamo, o maestro, la tua beatitudine.

Coro di Angeli. Cristo è risorto dal seno della dissoluzione. Svelletevi ilari dai vostri ceppi, o voi che operosi lo glorificate: voi che gli testimoniate amore, convivendo da fratelli; che predicate viatori pel mondo la sua parola e promettete la celeste beatitudine; — a voi il maestro è vicino; egli è ivi con voi.

 


 

Dinanzi la porta della città

 

Gente di ogni condizione che escono a diporto.

 

Alcuni operai. E perché di là?

Altri. Noi andiamo alla Casa di caccia.

I primi. Noi, vogliam ire al molino, noi.

Un operajo. Fate a mio modo, venite al Cortile dell'acqua.

Un altro. La via non è dilettevole per là.

I secondi operai. E tu che fai?

Un terzo operajo. Io vo cogli altri.

Un quarto. Venite su a Burgdorfio, che vi troverete fior di fanciulle, birra squisita, e brighe a vostra posta.

Un quinto. E non se' tu ancor sazio? ti prudono per la terza volta le reni? Io non ci vengo; ho in orrore quel luogo.

Una fantesca. No, no! io torno in città.

Un'altra. Noi lo troveremo certamente fra quei pioppi.

La prima. Non è gran fortuna per me. Egli ti starà sempre a lato: egli non danza che teco in sull'aja. E che fa a me il piacer tuo?

La seconda. Oggi, sta sicura, non sarà solo. Mi ha detto che il ricciutello verrebbe seco.

Uno studente. Ohi, ohi! come vanno a volo quelle vispe ragazzotte. Vien via lesto, che vedremo di metterci seco. Birra che frizzi, tabacco che morda e una servetta in gala son quanto va meglio al mio umore.

Alcune signorine. Bel vedere che fanno que' giovani! È proprio una vergogna. Potrebbero stare in compagnia onorevole, e vanno dietro a quelle fantesche.

Secondo studente (al primo). Non correr sì forte! Ne abbiamo due costì dietro tutte leggiadre e attillate. Una è la mia vicina, ed io ne sono tanto o quanto invaghito. Le vanno via chete chete con quei loro passini, ma io so che all'ultimo ne terrebbero in lor compagnia.

Il primo. Oibò! io non vo' stare in soggezione. Su presto che non perdiamo di traccia quelle altre. Quella mano che gira la granata il sabato ti accarezza più soave la domenica.

Un cittadino. No, il nuovo podestà non mi quadra punto. Da che è in carica egli diviene ogni dì più secco e più arrogante. E che ha egli poi fatto insino ad ora per la città? Forse non vassi di male in peggio in ogni cosa? Bisogna abbassar il capo più che mai, e pagare assai più che non fu mai in usanza.

                   Un Pezzente, cantando.

                              Cavalieri, e voi vezzose

                            Dame, tutte ornate e belle,

                            Tutte fresche come rose

                            E lucenti come stelle;

                              Deh, attendete; deh, mirate!

                            Sono un povero pezzente;

                            Qualche aita, deh, mi date;

                            Deh, non dite: Non ho niente.

                              Deh, non piacciavi che invano

                            Io trimpelli il mio lamento;

                            Chi sa dar con larga mano,

                            Prova al core gran contento.

                              Deh, non dite: Un'altra volta;

                            Oggi è dì che ognun festeggia.

                            Faccia anch'io buona ricolta;

                            Anche al pover si proveggia.

Un altro cittadino. In quanto a me nulla mi è più soave nel dì delle feste che lo andar conversando di guerra e di cose guerresche, ora che là dentro in Turchia, lontano da noi, le genti si tagliano a pezzi. E tu ne stai alla finestra centellandone un bicchiere del buono, e guardando le barche che vanno giù a seconda pel fiume; e la sera ti riponi in casa, e benedici la pace di cui gode il paese.

Un terzo. Sì, mio signore; avvenga che può altrove, si fendano pure il capo a lor bel diletto, e mettano a soqquadro ogni cosa, purchè qui tutto continui ad andare all'antica.

Una vecchia (alle signorine). Corbezzoli! che gale! che fiore di gioventù! Chi non ne perderebbe il capo? Su via, un po' men di alterigia! un po' più alla mano, e ben io saprò procurarvi ciò che vi sta a cuore.

Una delle signorine. Vientene, Agata, ch'io non vo' mostrarmi in pubblico con simili streghe. Bene è vero che la notte di sant'Andrea ella mi fece vedere il mio futuro amante.

L'Altra. E a me fece vedere il mio in uno specchio, in abito militare, fra altri leggiadri soldati. Io mi guardo d'attorno, e lo cerco qua e là, ma non mi vien fatto d'incontrarlo.

Soldati.        Sempre ho nell'animo

                   Ardui castelli,

                   Altere vergini

                   D'amor ribelli.

                     Aspro è il travaglio

                   Della tenzone,

                   Ma bello e splendido,

                   Il guiderdone.

                     Le trombe squillano;

                   E sien di morte

                   Nunzie, o di giubilo,

                   Non cura il forte.

                     Il forte godesi

                   Nelle procelle;

                   Castelli cedono,

                   Cedon donzelle;

                     Aspro è il travaglio

                   Della tenzone,

                   Ma bello e splendido

                   Il guiderdone.

                     Ed i soldati

                   Sonsene andati.

 

Faust e Wagner.

 

Faust. I ruscelli e i torrenti si disvolgono sotto il soave, vitale sguardo della primavera. La valle ride del colore della speranza; e il vecchio e debole inverno si va ritraendo sull'ispide cime dei monti. Di lassù ci manda ancora, nella sua fuga, qualche spruzzaglia di gelo sui teneri germogli dei prati. Ma il sole non comporta più alcuno squallore, e tutto vuoi avvivare e abbellire: da per tutto la terra si apparecchia ad aprire il fecondo suo seno. La costiera non è ancor rivestita di fiori, ma in lor vece è quell'adorna varietà di persona. Volgiti indietro da quell'altura a mirare verso la città; e vedi il popolo brulicare in calca fuori dell'oscuro arco della porta. Tutti escono a rifocillarsi al sole; tutti festeggiano la risurrezione del Signore, perché essi pure sono risorti. Ora si sprigionano finalmente dalle grame stanze de' loro abituri, dal tristo tenore de' mestieri e de' traffici, dalla pressura de' soffitti e dalle acute tettoje, dall'angustia e lo storpio delle vie, e dalla notte veneranda delle chiese, — e tutti tornano a rivedere l'amabile luce. Guarda, oh! guarda come rapidamente si spargono per giardini e per campi: come cento sollazzevoli barchette discorrono, quale al lungo e quale al traverso, sul fiume, e come quell'ultimo schifo passa oltre, straccarico sino ad affondare. Su pei lontani sentieri del monte si veggono errare qua e là sfavillando i giocondi colori delle vesti; e già io odo il trambusto del villaggio. Qui è veramente il paradiso del popolo; qui poveri e ricchi giubilano amicamente insieme; e qui io son uomo, qui godo di esser uomo.

Wagner. L'andare a spasso con voi, signor dottore, torna ad onore e a profitto; ma invero io non mi torrei di mescermi da me solo fra simil turba, stante che io sono nemico capitale di tutto ciò che tiene del ruvido e del popolesco. Quel segare de' violini, quello schiamazzare, quel dar ne' birilli, mi squarciano fieramente gli orecchi. Costoro tempestano come se gl'invasasse il demonio, e s'immaginano di cantare e darsi al buon tempo.

 

Contadini sotto il tiglio.

 

ballo e canti.

 

           Il pastorel pel ballo si fe' adorno;

         La ghirlanda de' fiori

         Ei mise al capo, e la nastriera attorno,

         E il giubboncel screziato a più colori:

         Oh, come egli era bello!

         Già sotto il tiglio era gran ragunata,

         E ballavano tutti all'impazzata.

                            Oh, oh! ah, ah!

                            Lìrala tàrala

                            Tìrala là!

         Ed allegro strideva il violoncello.

            Ei si cacciò nel circolo a gran fretta.

         E del gomito colse

         Ruvidamente in una forosetta,

         Che subito stizzita gli si volse,

         E disse: Questi è snello!

         Vien tu pur mo dal monte che sì soffi?

         A me simil donzelli pajon goffi.

                            Oh, oh! ah, ah!

                            Lìrala tàrala

                            Tìrala là!

         Non esser de' begli usi sì novello.

            Faceasi un grande dimenarsi intanto;

         A destra si ballava,

         Ballavasi a mancina e da ogni canto!

         E di man si giocava, e ne volava

         All'aria ogni guarnello.

         Soffiavan forte, al viso avean gli ardori,

         E provavan di strani pizzicori.

                            Oh, oh! ah, ah!

                            Lìrala tàrala

                            Tìrala là!

         E la tenea per l'ànche il cattivello.

            Vergogna! via le mani a casa! O quanti,

         Oimè, già infinocchiate

         Hanno e diserte le credule amanti!

         Con parolette amorose e melate

         Ei la traeva bel bello

         In disparte, e già udivan di lontano

         Sottesso il tiglio fervere il baccano.

                            Oh, oh! ah, ah!

                            Lìrala tàrala

                            Tìrala là!

         E gli strilli e il segar del violoncello.

Un vecchio contadino. È pur bello, signor dottore, che non abbiate oggi a sdegno di uscir fra noi: è bello il vedere un sì gran sapiente prendersi diletto fra la calca del popolo. Toglietevi adunque questo bellissimo boccale che abbiamo empito di fresco. Sporgendolvi, io vi desidero di gran cuore che non vi accheti soltanto la sete; possiate ancora aggiugnere tanti giorni ai vostri giorni quante son gocciole in esso.

Faust. Accetto la cortese offerta, e, rendendone grazie, bevo alla salute di tutti. (Il popolo gli fa cerchio intorno.)

Il vecchio contadino. Da vero avete fatto assai bene ad apparire in così lieto giorno. Voi foste, ben mi rimembro, l'amico nostro anche nei giorni tristi: e molti che son qui vivi furono da vostro padre campati dall'infuriare della febbre ardente, quand'egli mise un termine al contagio. Voi pure, tutto che giovinetto, andavate per le case degli infermi; molti cadaveri n'erano portati fuori, e voi n'uscivate sempre illeso. Siete stato a dure prove, ma al soccorritore è venuto il soccorso da alto.

Tutti. Salute all'uomo provato! Possa egli lungamente ancora soccorrerne!

Faust. Inchinatevi dinanzi a Colui che è lassù, però ch'egli insegna soccorrere, e manda il soccorso. (Egli passa oltre con Wagner.)

Wagner. Qual sentimento debb'essere il tuo, o uomo grande, veggendoti ammirare da tanta moltitudine! Beato colui il quale è sì bene rimeritato delle sue doti. Il padre ti addita al figliuoletto; ognuno chiede di te, e accorre e si affolla intorno a te; i violini ammutiscono e si riposa la danza. Tu te ne vai, e tutti si ritraggono e ti fanno ala: le berrette volano in aria, e per poco non si mettono in ginocchio come se passasse il Santissimo.

Faust. Vieni oltre pochi passi sino a quel macigno, e quivi ci riposeremo della nostra via. Qui spesso io mi sono seduto solo, pensoso, macero dai digiuni e dalle orazioni, e qui, ricco di speranze e fermo nella fede io mi pensava di poter pure colle lagrime, co' gemiti e lo storcermi delle mani impetrar dal Signore la fine di quella mortalità. Ora il plauso di queste genti mi stride all'orecchio, simile ad uno scherno. O potessi tu leggere nel mio animo quanto padre e figlio siano indegni di sì fatto onore! Mio padre era un uomo da bene, ingegno corto, il quale, a fine onesto, ma alla sua guisa, almanaccava, notte e dì, intorno alla natura e l'eterno suo corso. Egli si chiudeva con alcuni addetti nella sua nera officina, e quivi con la scorta di ricette senza fine attendeva a mescere i contrari. Un lione rosso, amante senza ritegno, era maritato al giglio entro un tepido bagno, e quindi ambidue a fuoco scoperto tormentati e affaticati di talamo in talamo. Allora appariva nel vaso la giovinetta regina pezzata di vivi colori, e quella era la medicina, e i pazienti morivano, e niuno domandava chi fosse guarito; in tal modo, con diabolici lattovari, noi abbiamo per valli e per monti fatto a gara con la peste, e vintala di assai negli sterminii. Io medesimo ho dato da bere il veleno alle migliaja. Ei se ne sono iti, e a me è toccato di sopravvivere affinchè l'impudente omicida fosse esaltato.

Wagner. Come potete voi dar luogo a simili affanni? Forse non basta che un uomo da bene eserciti in buona coscienza, e senza preterirne un sol punto, l'arte che gli fu affidata? Se da fanciullo onori tuo padre, tu hai caro di essere ammaestrato da lui; e se da uomo allarghi la scienza, tuo figlio potrà sorgere ancor più alto di te.

Faust. O fortunato chi può sperare di non sommergere in questo pelago di errori! L'uomo sente bisogno di ciò che non sa, e non può far uso di quello che sa. Ma via, non turbiamo con sì tristi pensieri la soavità di quest'ora. Guarda colà come quei casolari sfavillano di mezzo al verde agli ultimi raggi del sole. Egli va oltre e vien meno; il giorno è vissuto. Ma per di là si affretta a rallegrare altre vite. Oh, perché non ho io ali da levarmi alto da terra e tenergli dietro, sempre dietro infaticabilmente? Io vedrei sotto di me il tacito mondo continuamente saettato dai raggi della sera; infocarsi ogni vetta, oscurare le valli, e l'argenteo ruscello mutare in oro le sue correnti. Né la selvaggia montagna coi mille suoi gioghi romperebbe la mia foga, instancabile come il volgersi delle sfere. Già il mare scopre dinanzi ai miei attoniti sguardi i roventi suoi golfi: il luminoso dio pare ormai presso a tuffarvisi, ma io mi sospingo innanzi con maggior impeto, e seguo a bere l'eterna sua luce. Dinanzi a me è il giorno, dietro a me la notte, sul mio capo il cielo, e sotto l'oceano. Soave sogno! e, com'esso, il sole intanto si dilegua. Ahi, non è la corporea che possa gareggiare coll'ali della mente. E nondimeno ogni uomo si sente nascer dentro una naturale vaghezza di muovere in qua e in là, e rigirarsi per l'aria, — quando la lodoletta, svagata per l'azzurra ampiezza del cielo, canta la sua garrula canzone; quando l'aquila con l'ali dilatate va roteando sugli aguzzi vertici dei pini che coronano i monti: e la grua, trasvolando su piagge e su mari, muove desiderosa verso il sito natale.

Wagner. Ho avuto anch'io qualche volta i miei ghiribizzi, ma di simili, in verità, non me ne sono mai andati pel capo. I boschi e i campi vengono leggermente in noja; né io invidierò mai le ali degli uccelli. Ben altrimenti gode il nostro spirito quando va svolazzando di libro in libro e di pagina in pagina. Le notti del verno son fatte dolci e dilettevoli; ci sentiamo andare per la persona non so qual tepore pieno di vita; ed oh! se tu giungi a svolgere una preziosa pergamena, egli par proprio che ti si spalanchi innanzi il paradiso.

Faust. Tu conosci sol uno degli impulsi del cuore, ed oh, non imparar mai a conoscere l'altro! Misero, due anime albergano nel mio petto, e vi si guerreggiano continuamente, e l'una vorrebbe pure svilupparsi dall'altra. L'una con intenso, indomabile amore, si tiene alla terra, e vi si aggrappa duramente cogli organi del corpo; l'altra si leva impetuosa su questo oscuro soggiorno verso le sedi dove abitano gli alti nostri progenitori. Oh, se vi sono spiriti al governo dell'aria, i quali errino fra il cielo e la terra, — deh! uscite dall'auree vostre nubi, e calate a rapirmi seco voi nel giubilo di una nuova esistenza. Sì, in vero! fossi io pur possessore di un mantello fatato, che potesse trasportarmi in regioni sconosciute, ch'io non lo cangerei con più ricchi vestimenti; non con le porpore dei re.

Wagner. Non invocate, deh, quella ben cognita legione, che tempestando, discorre per l'atmosfera e da tutti i lati prepara agli uomini dolori e ruine. Gli spiriti escono addosso a te dal Settentrione, ed ora ti appuntano d'ogni intorno le acute lor zanne, ora ti lambono con lingue rigide come strali: traggono fuori da Levante, e sitibondi pascono il tuo polmone; e se quelli che il Mezzogiorno invia dal deserto, ti addensano intorno al capo afa e bollori, un altro stormo ne viene da Ponente, i quali pajono dapprima recarti ristoro, e poi sommergono te, le tue biade e i tuoi pascoli. Lieti ti danno ascolto perché sempre apparecchiati a mal fare; e lieti ti obbediscono perché godono d'ingannarti. E diconsi ancora inviati del cielo, e bisbigliano con angeliche voci, quando appunto ti mentono. — Ma torniamcene, che già incomincia ad annottare: l'aria fassi rigida, e si leva una folta nebbia. A sera si conosce quanto sia dolce il ricettarsi  in casa. — Ma perché stai tu, e riguardi tutto attonito a quella volta?

Faust. Vedi tu là quel cane nero che corre per le biade e le stoppie?

Wagner. Da un pezzo io il veggo, né mi è parso che sia in esso nulla di singolare.

Faust. Guardalo bene! per chi prendi tu quella bestia?

Wagner. Per un can barbone che alla sua guisa va per la traccia del suo padrone.

Faust. Osservi tu come ei muove in larghe giravolte a chiocciola, e ognora più se ne accosta, proprio come se ci avesse tolti di mira? E s'io non erro, ei lascia dietro di sè sulla via una striscia di fuoco.

Wagner. Io non veggo altro che un barbone nero, io; se non che può darsi che sia fatta qualche illusione ai vostri occhi.

Faust. A me pare ch'egli ordisca intorno a noi come un sottilissimo nodo magico, per quindi allacciarne.

Wagner. Ed io lo veggo saltellarne dattorno tutto timido e sospettoso perché s'accorge d'averci tolto in cambio.

Faust. Egli ristringe più e più i suoi giri: ah, egli è già qui presso.

Wagner. Tu vedi, egli è un cane, e non un fantasma; egli mugola e dubita; si posa in sul ventre e mena la coda: tutte costumanze di cane.

Faust. Te, te! vientene con noi.

Wagner. Egli è una faceta bestiola il can barbone. Stai fermo, ed egli si assetta ad aspettarti; gli fai cenno, e corre da te; se perdi qualcosa ei te la reca; e se butti il bastone nell'acqua, va a guazzo a raccortelo.

Faust. Tu hai ragione; non veggo in lui alcun indizio di spirito, e tutto proviene da addestramento.

Wagner. Quando un cane sia ben addestrato, egli si acquista l'amore anche del savio: e cotesto merita singolarmente la tua grazia; ché a quella sua compitezza ben si vede che egli è creatura degli studenti.

(Entrano per la porta della città.)

 


 

Studio (I)

 

Faust (entrando col barbone). Ho lasciato le praterie ed i campi velati dall'ombre della notte, la quale empie la nostra anima di una segreta riverenza e di non so quali pii presentimenti. Ora veglia in me la parte migliore di mia natura; le mie bieche voglie si riposano, e con esse ogni audacia alle male opere. Mi riarde nel petto l'amore degli uomini; riardemi l'amore di Dio.

Sta cheto, barbone! non correre così in qua e in là! E che vai tu odorando costì presso il limitare? Ti adagia dietro la stufa; ed ecco il più soffice de' miei cuscini. Poiché fuori sulla via del monte ci hai ricreati con balli e con giravolte, sii ora il ben venuto; goditi le mie cure, e sta cheto.

Ah, al soave riardere della lucerna nella nostra povera cella, un dolce sereno si diffonde pure nell'anima nostra, e l'uomo si raffronta con sé medesimo: la ragione ripiglia il suo discorso, e torna a fiorire la speranza. Noi aneliamo di bere alle fontane della vita, — oh, al gorgo profondo dal quale scaturisce ogni nostro refrigerio.

Barbone, non fare quegli urli! il tuo bestiale guaire mal può accordarsi con la santa intonazione che ora mi comprende tutta l'anima. Ben sogliono gli uomini schernire quello che non intendono; e li udiamo mormorare contro il bello e l'onesto che spesse volte son loro di noja: ora vuol forse anche il cane col suo schiattire imitarli? Ma, oimé! che col miglior volere del mondo, io sento già esaurita la contentezza del mio petto. Ah, perché dee così tosto inaridirsene la fonte, prima che sia pur mitigata la nostra sete? Quante volte ho già sperimentato il medesimo! E nonpertanto questo difetto non è senza compenso, poichè, delusi delle cose caduche, noi leviamo la mente alle eterne, e sentiamo bisogno della rivelazione, la quale in niuna cosa splende così bella e mirabile come nelle carte del Nuovo Testamento. Mi prende vaghezza di aprire il testo, e con retto animo tradurre il santo originale nel mio dolce tedesco (apre il volume e si dispone a ciò).

Egli sta scritto: “Nel principio era la parola.” Ecco io sono già impacciato! E chi m'ajuterà ad uscirne? No, io non posso stimare sì alto la parola, e se lo spirito degna illuminarmi mi bisogna tradurre diversamente. Sta scritto: “Nel principio era la mente.” Bada bene al primo verso ve', che la tua penna non precipiti! può egli la mente tutto produrre e informare? Forse starà meglio così: “Nel principio era la possanza.” Ed ecco pur nell'atto ch'io scrivo questo, io mi sento da non so che avvertire che non devo contentarmene. Or sì il cielo mi aiuta da vero! Io prendo per una volta consiglio, e animosamente scrivo: “Nel principio era l'atto."

Barbone! se io devo ricoverarti nella mia stanza, cessa oramai di ululare, cessa di abbajare. Io non so patire intorno a me un tanto scompiglio; e l'uno di noi due ha da sgombrare la cella. Di mal cuore vengo al partito di violare la ragione dell'ospizio; la porta è aperta e sei libero di andartene. Ma che veggo? Son tali cose possibili in natura? E ombra — o è realtà? Ve' come il mio barbone diviene grande e grosso! Egli si leva tremendo, e ornai non ha più forma alcuna di cane. Che razza di spettro mi son io messo in casa! Già già uguaglia un ippopotamo con occhi di fuoco e fauci spaventevoli. Oh, tu sei mio di certo! Per simili spurie generazioni dell'inferno la chiave di Salomone è il caso.

Spiriti (nel corridoio)

         Uno quiv'entro è preso!

         Deh, state fuor che non v'incolga male.

         Come volpe nel laccio

         Che al valico l'è teso,

         Una vecchia, infernale

         Linee sta sbigottita in grande impaccio.

                              Ma lesti, l'ale,

                            Spirti, spiegate,

                            Su svolazzate

                            In qua e in là,

                              E scioglierassi.

                            Vuolsi ajutarlo,

                            Veder di trarlo

                            A libertà.

                              Quel che a lui fassi

                            È di dovere,

                            Che anch'ei piacere

                            Sempre ne fa.

Faust. Primieramente per affrontare la belva mi convien adoperare lo scongiuro dei quattro.

                     Salamandra ha da infocarsi,

                   Ondina volversi,

                   Silfo dissolversi

                   E Coboldc affaticarsi.

Chi non conoscesse gli elementi, né le virtù e qualità loro, non avrebbe nessun dominio sugli spiriti.

                     Salamandra, t'accendi!

                   Ondina, scorri in garrulo ruscello!

                   E tu, Silfo, in un bello

                   Aerio segno splendi!

                   Incubo! Incubo, deh mi porgi aita!

                   Entrami in casa e fammela spedita.

Nessuno dei quattro è nella belva; giacesi immobile, e mi guarda digrignando i denti: non le ho ancora torto un pelo. Or mi udrai scongiurare più forte.

                     Sei tu un de' demoni?

                   Un disertor del maledetto regno?

                   Or mira questo segno,

                   Che paventano e inchinano

                   Le nere legioni.

                   Già gonfia tutto, ed ha irti i peli.

                   Spirito riprovato,

                   Puoi tu la vista affiggere

                   In questo? Egli è il vivente,

                   L'eterno, l'increato,

                   Il diffuso per l'etere,

                   Quel che spietatamente

                   Fu dall'uom trapassato.

Riserratosi tra la stufa e il muro egli continua a gonfiare simile a un elefante; già ingombra ogni spazio e si risolverà tosto in nebbia. Oh, non andarmi ad urtare il soffitto! Ponti a' piè del tuo signore; ben tu vedi ch'io non minaccio invano. Or sì ch'io t'abbrutisco col fuoco sacro! Vien qui, dico: non aspettare la rovente, triplice luce; non ch'io faccia la più terribile delle mie arti.

Mefistofele (mentre la nebbia si dissipa, egli esce di dietro alla stufa nella veste di uno scolastico errante).
A che tanto fracasso? Che posso fare in vostro servigio?

Faust. Ora è dunque il midollo del barbone questo? Uno scolastico errante! Io non so tenermi di ridere a tanta stranezza.

Mefistofele. Buon dì, mio dotto signore. In mia fé che mi avete fatto sudare.

Faust. Come hai tu nome?

Mefistofele. Simile inchiesta mi par frivola troppo in bocca di un sì gran disprezzatore della parola, — di tale che, rifuggendo dalle apparenze, vuoi sempre penetrare all'occulta essenza delle cose.

Faust. Coi galantuomini pari vostri si può d'ordinario arguire dal nome l'essenza; da che siete subito chiariti quando vi udiamo nominare diomosche, o corruttore, o bugiardo. Alle corte: chi sei tu?

Mefistofele. Io mi son parte di quella possanza che vuole continuamente il male, e continuamente produce il bene.

Faust. Che vuol dire questo arzigogolo?

Mefistofele. Sono lo spirito che nega continuamente: ed è ragione; però che quanto sussiste è degno che sia subissato: e sarebbe stato pur meglio che niuna cosa fosse mai uscita ad esistenza. Or dunque tutto ciò che voi uomini dite peccato, distruzione, quel che in somma chiamate male, è mio special elemento.

Faust. Tu di' che sei parte, e nondimeno mi stai innanzi intero.

Mefistofele. Io ti parlo modestamente il vero. Se l'uomo, quella meschina congerie di pazzie, si da ad intendere ch'egli sia un tutto; io son parte della parte che nel principio era in ogni cosa: son parte delle tenebre che partorirono la luce: quella luce che, salita in orgoglio, ora contende la prisca dignità e i campi dello spazio a sua madre la notte. Ma indarno pur sempre, come che vi si affatichi; e impedita lambe le forme dei corpi, scaturisce dai corpi, non abbellisce che i corpi, ed è dai corpi attraversata nella sua via, laonde ho speranza che non durerà lungamente e le bisognerà coi corpi perire.

Faust. Ora conosco il tuo degno ministero. Tu non puoi annullare niuna cosa di grande, e però te la pigli con le minuzie.

Mefistofele. E, per dir vero, io non ho fatto gran lavoro insino a qui; questo non so che cosa, che si oppone perpetuamente al nulla; questo massiccio mondo, per mille prove ch'io abbia fatto, non ho ancor saputo in nessuna guisa azzannarlo. Vi ho adoperato e tremuoti e procelle, e diluvi ed incendi; e terra e mare si ricompongono pur sempre nella quiete di prima. E né pure ho saputo dare alcuno storpio a questa dannata semenza degli uomini e de' bruti! Quanti non ne ho io già seppelliti di costoro! e sempre circola nuovo e prospero sangue; e tutto tira innanzi di modo, ch'io sono talvolta sull'impazzire. E non pur dalla terra, ma dall'acqua e dall'aria si svolgono continuamente migliaja di germi; e dal secco e dall'umido, e dal caldo e dal freddo; e s'io non mi fossi riservata la fiamma, io non potrei dire di nessuna cosa: Questa è mia.

Faust. In tal guisa alla benefica virtù che muove e governa tutte le cose, tu opponi il tuo rigido artiglio, e brancichi malignamente qua e là, e afferri pur sempre il vano. Ponti a far altro, o stravagante figliuolo del Caos.

Mefistofele. Di questo ragioneremo più distesamente con miglior agio. Poss'io andarmene ora?

Faust. Non so perché tu me ne richiegga; ed ora che ho la tua conoscenza, vientene pure a me ogni volta che vuoi. Or eccoti la finestra, eccoti la porta, e se più ti piace, eccoti anche la gola del camino.

Mefistofele. Ho io a dirlo? Evvi un ostacoletto che mi impedisce di uscire, ed è quel piè di strega qua sulla soglia.

Faust. Quel pentagramma ti dà affanno? Or dimmi, mala razza, se questo ora ti attraversa l'uscita, come hai tu potuto entrare? come uno spirito par tuo ha potuto dare nella rete da sé?

Mefistofele. Miralo bene, e vedrai che egli è mal descritto: l'angolo che da in fuori è tanto o quanto aperto.

Faust. Egli è un bell'accidente questo! E tu saresti quindi mio prigioniero? La fortuna me l'ha data in favore.

Mefistofele. Il barbone nel saltar dentro non attese a nulla; ma ora sta di un altro modo; e il diavolo non può andar via.

Faust. E perché non esci per la finestra?

Mefistofele. È legge de' diavoli e degli spettri, che di dove e' si sono cacciati dentro, di là sbuchino fuori. L'entrata è libera, ma l'uscita è d'obbligo.

Faust. Laonde anche l'inferno ha le sue leggi? Io ne son lieto; perocché, chi facesse patto con alcuno di voi, n'andrebbe sicuro, non è vero?

Mefistofele. Tu godresti largamente di quanto ti fosse promesso; non te ne sarebbe carpito un menomissimo che; ma non è lieve cosa a comprendersi; e di ciò pure si vorrà parlare in tempo più comodo. Ora io ti riprego quanto so e posso che tu voglia mettermi fuori.

Faust. Rimanti un altro poco, ch'io voglio che tu mi faccia la ventura.

Mefistofele. Deh, scioglimi, ch'io tornerò fra breve, e tu potrai allora interrogarmi a tua posta.

Faust. Io non ti ho teso gli agguati; ti sei allacciato da te; e chi tiene il diavolo lo custodisca, ché non gli verrà fatto di ripigliarlo così di leggieri.

Mefistofele. Perché ti piace, eccomi disposto a starmene teco; con tal patto ch'io potrò fare le mie arti per tuo dolce passatempo.

Faust. Fa che vuoi; ch'io sto volontieri a vedere: sol bada che coteste tue arti sieno sollazzevoli.

Mefistofele. I tuoi sensi, amico, faranno maggior tesoro in questa breve ora che non altrimenti nel pigro giro di un anno. Quanto i leggiadri miei spiritelli ti canteranno, le belle visioni che ti porranno innanzi non sono ombra e giuoco di magia. Tu t'inebbrierai di odori, delizierai fra sapori e immestirai per dolcissimo struggimento. Non fa bisogno di apparecchi, chè noi siamo già ragunati. Orsù, incominciate.

Spiriti.                  Sparite, oscure vôlte,

                  Archi tetri che velo

                  Fate all'aerio giro!

                  E tu, puro Zaffiro

                  Del luminoso cielo,

                  T'apri e qui entro invia

                  La tua luce più dia.

                  O fossero pur sciolte

                  Quelle nuvole folte!

                  Sfavillan delle stelle

                  Le soavi fiammelle,

                  Ardon benigni Soli;

                  E il bello eterio coro

                  De' celesti figliuoli

                  Move tremoli giri,

                  Pende sull'ali d'oro,

                  E giù arridendo un riso

                  Ritorna al paradiso.

                  Lo stuolo genïale

                  Segue de' bei diletti,

                  Che sì dolci desiri

                  Accendono nei petti. —

                  Tu sgombra i pensier mesti

                  E la leggiadra godi

                  Visione, o mortale. —

                    I volubili nodi

                  Delle discinte vesti

                  Son per le fronde sparsi,

                  Velan l'erba dei prati.

                  Fra i cespugli a celarsi

                  Van gli amanti beati,

                  E come il dolce errore

                  Li seduce del core

                  E il desio li governa,

                  Si promettono eterna

                  Fede ed eterno amore.

                  Fresche ombre, antri segreti,

                  Culte colline, e lieti

                  Pampinosi vigneti!

                  Bruni turgidi grappoli

                  Si stillano dai torcoli.

                  E, odorosi, spumosi,

                  Lieti, nettarei vini

                  In ruscelli traboccano

                  Per sassi prezïosi,

                  Per topazi e rubini.

                  Fuggon l'alte pendici,

                  E alle verdi pianure

                  Si dilagano intorno

                  Le stanze de' viventi,

                  Di alcune ore felici

                  Consolando le cure

                  Assidue delle menti.

                    E del lume del giorno

                  S'inebbriano i volanti,

                  E l'ali infaticate

                  Aprono incontro al sole;

                  Volano alle beate

                  Isole che su l'onde

                  Fan leggiadre carole.

                  Ivi son suoni e canti

                  Di festevoli cori;

                  Ivi son gioconde

                  Danze di danzatori.

                  Ognun suo vario effetto

                  Segue, ognun per l'aperto

                  Coglie facil diletto.

                  E qual move per l'erto

                  Alle montagne vette,

                  Quale a nuoto si mette

                  Nell'immenso dei flutti.

                  Altri per le correnti

                  Erra dell'aria; e tutti

                  Della vita nel giubilo:

                  Tutti sotto i clementi

                  Astri, onde piove amore,

                  Onde piove favore.

Mefistofele. Egli dorme! Assai bene, miei teneri aerei fanciulli; voi me l'avete bellamente sopito con amabile cantilena, e ve ne so grado. — Tu non sei ancora uomo da tener legato il diavolo. Volteggiategli ora d'intorno con giocose immagini di sogni: sommergetelo in un mare d'illusioni. — Se non che per rompere l'incanto di questa soglia io ho pur bisogno del dente di un topo. Ve' non mi occorre scongiurar lungamente; già ne sgambetta uno a questa volta che mi darà subito retta.

Il signore dei sorci e dei topi, delle mosche, delle rane, de' cimici e de' pidocchi, ti comanda di farti in qua e di rodere questo sogliare lì dov'egli te l'ha stropicciato con olio. — Ecco già tu vieni a salti. Or animo al lavoro! La punta che mi dà impaccio è codesto estremo lembo; su, dàlle di un altro morso; ecco fatto. Ora, Faust, sogna a tua posta fino a che ci riveggiamo.

Faust (svegliandosi). Sono io un'altra volta deluso? Dov'è lo stuolo degli spiriti? dove i fantasmi? Fu un bugiardo sogno quel diavolo? ed era veramente un barbone colui che si è trafugato?

 


 

Studio (II)

 

Faust e Mefistofele.

 

Faust. Picchiasi? Avanti! chi viene ora a darmi nuova noia?

Mefistofele. Sono io.

Faust. Avanti!

Mefistofele. Tu devi dirlo tre volte.

Faust. Orsù, avanti!

Mefistofele. Così mi piaci; e noi ce la intenderemo insieme, spero. E già, per cacciarti del capo le fantasticaggini, eccomi a te razzimato come un gentiluomo; con un giubbone di scarlatto listato d'oro, un mantello di rigida seta, la penna del gallo in sul cappello e un aguzzo spadone al fianco; e senza più, ti consiglio che tu faccia il medesimo, e svincolato e fuori d'impaccio, esca meco a sperimentare la dolce vita.

Faust. In qualsivoglia veste io proverò le noje e l'angustia di questo viver mortale. Son troppo vecchio per attendere solo ai piaceri, e troppo giovane perché tacciano in me tutti i desiderj. E che potrà darmi il mondo? “Tu te ne asterrai! Tu ne farai senza!” Quest'è l'eterna canzone che introna gli orecchi di tutti i mortali, stridevolmente ricantataci a tutte l'ore di tutti i dì della vita. Io mi desto con terrore il mattino, e provo una triste voglia di piangere veggendo apparire il giorno, — il quale nel suo corso non adempirà nessuno de' miei desiderj, non uno! Anzi mi scemerà con capricciose sofisticherie insino al presentimento del piacere, e con le mille sue sconce necessità spegnerà nel mio vigile petto ogni virtù di creare. E quando cade la notte, ecco io devo tornare triste e miserabile al mio covile; ed ivi pur nessun riposo mi sarà conceduto e fieri sogni mi spaventeranno. Il dio che abita nel mio petto ben può profondamente agitare le segrete mie viscere; egli signoreggia tutte le mie potenze, ma egli è impotentissimo a nulla muovere che sia fuori di me; e però io incresco a me stesso; la morte mi è desiderabile e odiosa la vita.

Mefistofele. E tuttavia la morte non è sempre la benvenuta come taluno dice.

Faust. Beato quegli al quale ella cinge le tempie di lauri sanguinosi nel giubilo della vittoria; quegli che ella sopisce fra le braccia di una fanciulla dopo i volubili tripudi della danza. Oh, si avvolgesse pur una volta intorno a me il grande Spirito, e cadessi inebbriato ed esanime al suo fulgore!

Mefistofele. E tuttavia fu un tale una tal notte che non seppe mandar giù certa negra bevanda.

Faust. Pare che tu ti diletti dello spionare.

Mefistofele. Io non sono onniscente, ma so assai cose.

Faust. Poiché una soave, insueta armonia mi ha svelto a' miei crudeli proponimenti, e col senso di giorni più lieti ha deluso in me quel poco che ancora mi avanza della mia giovinezza, io quindi maledico tutte le cose che allacciano l'anima con blandimenti e menzogne: e accecandola e adulandola la allettano a durare in questo tristo fondo di miseria! E primieramente sia maladetto il gran pregio nel quale la nostra mente tiene sé medesima. Maladetti gl'inganni dell'apparenza che mai non cessano di sopraffare il nostro intelletto. Maladetto tutto ciò che si maschera di bontà per indurre in noi riverenza; — ciò che ne par bello e santo, — i sogni fallaci del nome e il vento della gloria! Maladetto quanto ne par soave di possedere, donna e figliuolo, servo ed aratro! Maladetto Mammone, che con tesori ne stimola a fatti temerari, o ne adagia per pigre voluttà su morbidi letti! Maladetto il balsamo dei grappoli! maladetti i favori supremi dell'amore! Maladetta la speranza! maladetta la fede! e, sopra ogni cosa, maladetta la pazienza!

 

Coro di Spiriti invisibili.

 

                     Ahi! ahi! con violento

                   Braccio tu l'hai sovverso

                   Il bel mondo:  ei si squarcia, ei si dissolve...

                   Un semideo l'ha in polve —

                   Che tanto un uomo non potea — converso

                   E noi la brulla

                   Ruina sua giù per le morte strade

                   Travolgiamo del Nulla;

                   Noi lamentiam lo spento

                   Fulgor di sua beltade.

                     O tu, che i lassi

                   Mortali tutti di possanza passi,

                   Ricomponi il bel mondo;

                   Nel tuo capace seno

                   Lo ricompon più bello e più giocondo,

                   E con sereno

                   Animo al raggio

                   Di più benigna stella,

                   Ricomincia il vïaggio

                   D'una vita novella;

                   Novelli canti noi

                   Verrem spargendo sui vestigi tuoi.

Mefistofele. Questi sono i miei piccini. Giovani d'anni, ma di sapienza maturi, odili allettarti a un vivere operoso e festevole; a uscire nell'ampio mondo, fuori di questa solitudine ove i sensi intorpidiscono e il sangue ristagna.

Cessa di goderti nella tua tristizia, la quale, simile a un avoltojo, si pasce nelle tue viscere. Fossi tu anche nel consorzio dei pessimi, tu sentiresti pur sempre che sei uomo fra uomini. Né si vuol già dire con ciò che tu abbi a rimescolarti colla ciurmaglia. Io non mi annovero fra' grandi, ma se tu vuoi accompagnarti a me, e meco muovere i tuoi passi nel cammino della vita, io son lieto di acconciarmi teco immantinente; io mi ti fo compagno, o, se l'hai in miglior grado, mi ti fo servitore, mi ti fo schiavo.

Faust. E che dovrò far io in iscambio per te?

Mefistofele. Quanto a ciò non ti si vorrà far fretta.

Faust. No, no; il diavolo è un interessato, e non suol già fare leggermente l'utile altrui per l'amore di Dio. Di' su netto e chiaro le condizioni, ché non è senza pericolo il tirarsi in casa un simil servo.

Mefistofele. Odi: io mi obbligo qui a' tuoi servigi, sarò a tutte l'ore al piacer tuo senza un riposo al mondo; e allorchè ci rivedremo di là tu me ne ricambierai col far meco il medesimo.

Faust. Il di là non mi dà gran noja. Quando tu abbi mandato a rovina questo mondo, venga pure l'altro a sua posta. Da questa terra scaturiscono le mie gioje, e questo sole illumina i miei dolori, e dove io pur giunga a svilupparmi da essi, avvenga allora che vuole e che può. Orsù, non più di questo. Poco mi cale se anche altrove l'uomo ami ed odii, e se vi abbia pure in altre sfere uno insù e uno ingiù.

Mefistofele. Poiché sei di sì buona tempra, tu puoi fare questa prova. Legati a me, e vedrai con quali arti io ti saprò far belli i giorni presenti. Io ti riserbo cose da nessun mortale né vedute né sognate giammai.

Faust. E che puoi tu darmi, tu povero diavolo? seppe mai un tuo pari comprendere l'uomo e gli alti intendimenti dell'anima sua? Tu mi darai cibi che non saziano, fulvo oro che mi discorre dalle mani come liquido mercurio; un gioco al quale non si vince mai; una fanciulla che al mio fianco fa d'occhio al vicino e gli si promette: mi darai la fama cne splende di celeste nume e si dilegua come meteora! — Ma su porgi di codesti tuoi tesori, — frutti che marciscono prima cne sieno colti; alberi che rinnovano e perdono ogni giorno le toglie.

Mefistofele. Io son ricco di simil sorta di beni; né mi sgomenta l'incarico di procacciarteli; ma verrà tempo ancora, mio buon amico, che noi ci staremo oziosamente a godere di cose che non ti parranno ingannevoli.

Faust. Oh se avvenga mai ch'io mi corichi neghittoso nelle morbidezze, sia allora a un tratto la mia fine; se tu puoi tanto aggirarmi e ammaliarmi ch'io mi piaccia di me medesimo, se sai trovare dolcezze che mi facciano inganno, io voglio allora chiudere subitamente i miei giorni. Orsù, io scommetto teco.

Mefistofele. Vada!

Faust. Pon su la mano! E s'io dirò mai al fuggevole istante: "Oh, tu se' bello! dura, tu sei sì bello!" allora tu mi cingerai di catene; allora io inabisserò teco volentieri; allora la campana suoni a morte; allora tu sei sciolto d'ogni servitù; non più il sole misuri il giorno per me; il tempo sia consumato.

Mefistofele. Pensaci bene, perché noi l'avremo in memoria.

Faust. E sarà ragione. Non credere ch'io abbia troppo presunto di me, né parlato spensieratamente. Poiché è mio destino ch'io sia schiavo; che fa a me se tuo o d'altri?

Mefistofele. Or bene, festeggisi oggi un sì bell'accordo, e, come tuo, io ti servirò di mia mano alla mensa. Ma, di grazia, un sol motto! — Dalla vita alla morte, non vorreste farmi una copia di righe?

Faust. Pedante! tu richiedi anche uno scritto? Hai tu a conoscere ora l'uomo e il valore della sua parola? Non ti è abbastanza ch'io abbia con la mia volontariamente disposto dei giorni miei per i secoli dei secoli? Anche uno scritto! — Non travolge il mondo tutte le cose nelle sue voraci correnti? Ed io sarò tenuto in ceppi da una promessa! E, o lasso! questa vanità governa nondimeno tutte le menti: e chi si attenterebbe di sottrarvisi? Felice chi custodisce la fede nel mondo suo cuore; egli non avrà mai a dolersi di alcun sagrificio! Ma una pergamena scritta e suggellata è uno spettro dinanzi al quale non è chi non raccapricci; la parola va a morire nella penna, e cera e cuojo signoreggiano... Che vuoi tu da me, anima infernale? vuoi bronzo, vuoi marmo, vuoi pergamena, vuoi carta? scriverò con lo stilo, con lo scalpello, con la penna? scegli qual più ti piace.

Mefistofele. Come puoi tu dare in simili escandescenze? e che fa al fatto nostro sì gran profluvio di parole? Basta un fogliuzzo qual che egli sia, e ti soscrivi con una goccioletta di sangue.

Faust. Poiché t'ha a contentare, sarà soddisfatto anche a questo capriccio.

Mefistofele. Il sangue è un succhio di virtù singolare.

Faust. Via, non temere ch'io ti disdica mai quello che ti ho promesso: però ch'io non ho patteggiato teco se non ciò appunto che tu sempre il termine de' miei smoderati desideri. Io mi son levato in tanta superbia, che oramai son tatto uno della tua schiera. Più alti spiriti mi hanno sdegnato; la natura si è chiusa dinanzi a me; il filo del pensiero è lacero, e da gran tempo ho a schifo ogni scienza. Saziamo le nostre ardenti passioni nel golfo delle sensualità; e l'inferno prepari i portenti che sa con le arcane sue arti operare; battiamoci dove più incalza la corrente del tempo; voliamo con la ruota della fortuna, e dolore e piacere, conseguimento e sazietà si avvicendino quanto sanno senza riposo. L'uomo non dimostra la sua natura fuorché in un perpetuo affaccendarsi.

Mefistofele. Né a voi è posto termine alcuno. Piacciavi assaporare un po' di tutto: pigliatevi al volo quel che vi si para innanzi, che è l'arte perché faccia buon prò. Sol vuolsi uscire di timidezza e avere le mani pronte.

Faust. Ben sai ch'io non miro già a darmi buon tempo. Io voglio l'ebbrezza, — la vertigine; voglio le voluttà che generano tormento; l'odio che germoglia dall'amore; gl'impedimenti che ne danno alacrità. Il mio petto, guarito oramai dalla febbre della scienza, dee stare aperto a tutti gli affanni. Voglio nel mio profondo sperimentare io solo quanto è ripartito fra tutti i viventi; abbracciare con la mente quanto vi è d'infimo e di sommo nell'umanità; godere di tutti i beni; patire tutti i suoi mali; tanto distendermi da comprenderla tutta in me, farmi essa, insomma, e con essa finalmente naufragare.

Mefistofele. Oh, credi a me, che ho per più migliaja d'anni rimasticato questo duro cibo, credi a me che nessun mortale dalla culla al feretro seppe mai digerire tal vecchio lievito. Abbi fede in uno di noi; questa ampiezza di vita, questo tutto che tu vuoi per te, non si appartiene che a Dio: egli si spazia nell'inestinguibile luce, noi ha sommersi nelle tenebre, e, quanto a voi, umana semenza, — a voi si confà il giorno alternato con la notte.

Faust. Tant'è, io voglio.

Mefistofele. E questo è bello a udire. Se non che sorge un dubbio a darmi noja; il tempo è breve, l'arte è lunga. Or odimi: vuoi tu prendere il mio consiglio? Cercati un poeta il quale con vagabonda fantasia accumuli sul tuo onorato cucuzzolo tutte le più mirabili doti: il coraggio del lione, la velocità del cervo, il bollente animo degl'Italiani e la longanimità de' settentrionali. Egli vorrà studiare il segreto, acciocché tu sii ad un tempo magnanimo ed astuto; e ti innamori coll'improvvido ardore della gioventù, e ti disnamori a tua voglia. E anch'io conoscerei volentieri un tanto personaggio, e gli porrei nome ser Microcosmo.

Faust. E che sono io dunque se non ho mai da poter contentare quel mio lungo, affannosissimo desiderio di essere, come a dire, la somma e la corona di ogni creatura?

Mefistofele. Tu sei alla fin fine — quello che sei. Ponti in capo una parrucca con millantamila ricci, e a' piedi degli zoccoli alti tre gran palmi, e tu rimarrai pur sempre quello che sei.

Faust. Ahi, ben m'avveggio che indarno ho sperato di tesoreggiare in me tutte le eccellenze dell'umana natura: allorché, stanco, io desisto dalle mie ambizioni, sento che non mi è nato dentro nessun novello vigore; io non sono ingrandito di un capello, né più prossimo di un nonnulla all'infinito.

Mefistofele. Mio buon signore, voi vedete le cose come si sogliono ordinariamente vedere da tutt'uomo: ma a noi tocca di usare miglior senno prima che la dolce vita ne s'involi. Chi ha arte ha parte. Che diavolo! mani e piedi e capo e t..., certamente son tuoi; ma ogni cosa di cui io sappia lietamente godere non è forse mia? Se io ho tanto da noleggiare sei cavalli, le forze loro non sono per avventura mie? Io vado a corsa con essi, e sono un valent'uomo, giusto come se avessi ventiquattro gambe io medesimo. Animo dunque: spiana quel tuo grave sopracciglio, ed esci meco diritto nel mondo. Io tel dico: un semplice che dassi alla contemplazione somiglia a una bestia che un cattivo spirito costringe a volgersi in giro sopra una riarsa campagna, mentre d'ogni intorno si stendono verdi e fertili praterie.

Faust. Che vogliam dunque fare?

Mefistofele. Uscir tosto di qui; dare le spalle a questa orribile segreta. Puoi tu dire che tu viva, standoti ad annojare te e i tapini che ti ascoltano? Lascia simil fastidio a messer Pancia che sta lì in sul canto. Perché vorresti affannarti a trebbiare la paglia? Pensa che tu non osi pur dire a' ragazzi quel che meglio ti par di sapere. — Ne odo appunto uno nel corridojo.

Faust. Non mi è possibile accorlo.

Mefistofele. Il povero fanciullo ha aspettato un buon pezzo, e non si vuol rimandarlo così sconsolato. Via, dammi la tua zimarra e il tuo berretto. — Io debbo stare pur bene immascherato da dottore. (Si traveste).

Fidati a me che ho senno. Me ne spaccio in un quarticello d'ora; e tu intanto mettiti ad ordine per la nostra gustosa scorribanda. (Faust esce).

(Mefistofele nella lunga roba di Faust). Va, disprezza la ragione e la scienza, splendidissime fra tutte le doti dell'uomo. Lasciati pigliare agli allettevoli prestigi dello spirito di menzogna, e tu sei irremissibilmente mio. Costui ha sortito una mente che va sempre innanzi irrefrenabile, e nell'impetuosa sua foga trascorre le gioje consentite a' mortali. Io me lo strascinerò dietro per gli sterili andirivieni della vita, e non lo pascerò mai d'altro che di scipitezze. Egli ricalcitrerà, sbalordirà, s'invescerà vie più; e cibi e bevande, ch'io terrò sospesi dinanzi all'avida sua bocca, deluderanno mai sempre l'uomo insaziabile. Indarno egli pregherà per refrigerio; e ancorché non si fosse già dato al Nimico, egli dovrebbe in ogni modo andare a perdizione.

 

Uno Scolaro entra.

 

Lo Scolaro. Io son giunto or ora in città, e vengo con la debita riverenza per udire e conoscere un uomo del quale è sparsa sì onorevol fama nel mondo.

Mefistofele. La vostra cortesia mi rallegra nell'animo. Voi vedete in me un uomo simile a tanti altri. Siete già stato a studio altrove?

Lo Scolaro. Deh, voglia ella darmi avviamento, la ne prego. Ho la migliore volontà del mondo; una sommetta di danari, e vivezza di gioventù. Mia madre era tutta accorata di vedermi partire: ond'io vorrei, ora che son fuori, fare alcun profitto ne' buoni studj.

Mefistofele. E qui siete appunto in luogo da ciò.

Lo Scolaro. Eppure, se ho a dire il vero, io avrei già voglia di andarmene; ch'io non so s'io potrei mai assuefarmi a queste mura e a quest'atrj. È un sito stretto e senz'aria, di dove non si vede né un albero né un fuscello d'erba: e nelle sale, su per le panche, io invero istupidisco, e non odo, non veggo, non intendo più nulla.

Mefistofele. Tutto nasce da abitudine. Così da principio il fantolino abbocca mal volentieri il seno della madre, ma poi vi corre ingordamente, né sa spiccarsene: e tale avverrà a voi inverso le mammelle della sapienza, che ogni dì le appetirete con maggior desiderio.

Lo Scolaro. Oh, io mi sospenderò deliziosamente al suo collo. Sol piacciale additarmi la via ond'io arrivi ad essa.

Mefistofele. Prima che veniamo ad altro, ditemi che facoltà vi siete scelta.

Lo Scolaro. Che so io? io vorrei essere ben addottrinato in ogni cosa: abbracciare l'umano e il divino, la scienza e la natura.

Mefistofele. E qui siete appunto sul buon cammino. Se non che abbiate cura di non divagarvi troppo.

Lo Scolaro. Io non riguarderò a fatiche di alcuna sorta; ma io vorrei pur anche godere alcun poco di libertà, e rallentare alquanto lo spirito ne' bei dì delle feste la state.

Mefistofele. Figliuolo, fate buon uso del tempo, che, oimè, fugge sì rapido. Nondimeno chi ha ordine ha tempo; e perciò io vi consiglio innanzi tutto lo studio della logica. Per esso vi sarà ben addirizzato l'intelletto. Lo vi si allaccerà in un pajo di stivali alla spagnuola affinchè vada guardingo e pian piano per la via maestra del pensiero, e non a zonzo qua e là, e per lungo e per traverso, al modo de' fuochi fatui. Di poi bisognerà spendere parecchi giorni in insegnarvi che quegli atti che a voi par di compiere in un sol tratto, con quella naturalezza onde si mangia e si bee — uno! due! tre! sono in ogni modo necessari. E veramente la fabbrica del pensiero somiglia al telajo del tessitore, dove è da vedersi che una sola spinta del piè fa muovere mille fila; la spola guizza di su e di giù, gli stami invisibilmente s'intessono e si generano infiniti collegamenti alla volta. Or ecco farsi innanzi il filosofo a dimostrarvi che dee appunto esser così, che poiché il primo è stato così e il secondo così, il terzo ancora e il quarto ebbero ad esser così; e dove il primo e il secondo non fossero, del pari non sarebbe mai né il terzo né il quarto; voi intendete. Gli scolari d'ogni paese tengono gran conto di sì fatte argomentazioni, ma niuno è ancora riuscito tesserandolo. Chi vuol conoscere e descrivere alcuna cosa vivente si studia in primo luogo di metterne fuori l'anima; allora egli tiene in mano ad una ad una le parti, e, oh lasso lui! non gli manca se non il nodo vitale. Quest'è ciò che la chimica chiama encheiresis naturae, e si beffa di sé medesima, e non sa come.

Lo Scolaro. Io non ho afferrato bene.

Mefistofele. Tutto vi riuscirà più chiaro, quando abbiate ben appreso a fare le riduzioni e classificazioni convenevoli.

Lo Scolaro. Io sono sì stordito da quanto ella mi dice, che mi par come di sentirmi girar nella testa una ruota di molino.

Mefistofele. Appresso vi converrà darvi immantinente alla metafisica. Per essa verrete alla piena cognizione di cose che non capiranno mai in cervello umano. Se non che, e per ciò che vi cape e ciò che non vi cape, avrete sempre in pronto un parolone. Non perdete d'occhio che in questo primo semestre vi bisogna stare sottilmente sulle regole. Avrete cinque lezioni il dì, e al tocco della campana sederete al banco. Inoltre preparatevi prima ben bene di quello che avete ad udire. Studiate di per voi il manuale a casa acciò veggiate che nulla s'insegna in iscuola che non si legga in esso: e nondimeno scrivete a furia come foste sotto il dettame dello Spirito Santo

Lo Scolaro. Non fa bisogno ch'ella me lo raccomandi molto, ché ben penso quanto debba riuscir profittevole. Chi ha messo il nero in sul bianco può andarsene a casa sicuro come una rôcca.

Mefistofele. Ma su, sceglietevi una facoltà.

Lo Scolaro. Io non saprei accomodarmi alla giurisprudenza.

Mefistofele. Né io saprei darvene gran biasimo, ch'io so il nuovo e il vecchio di questa scienza. Le leggi, simili a un'incurabile pestilenza, si dilatano tacitamente di terra in terra, e si continuano di generazione in generazione: la ragione si trasforma in insensatezza, e il beneficio in tormento. Guai a te, perocché discendi da chi fu prima di te! Della legge nata con noi, di quella, ahi miseri! non è mai fatto parola.

Lo Scolaro. Il suo dire raddoppia la mia avversione. Felice colui ch'ella fa degno de' suoi ammaestramenti. Quasi quasi io torrei a studiare teologia.

Mefistofele. Io non vorrei esservi cagione di errore; ché in sì fatto studio bisogna gran cautela per non torcersi per male vie; ed è sì tutto sparso d'insidie, e sì sottile è il veleno che nasconde, che a gran pena si può discernerlo dal buon nutrimento. A ogni modo anche in teologia date ascolto a un sol maestro, e giurate rigidamente nelle sue parole. In generale, figliuolo, tenetevi alle parole, e senza alcun fatto entrerete per la porta maestra nel santuario della certezza.

Lo Scolaro. Nondimeno nelle parole dee trovarsi un concetto, per quanto io mi so.

Mefistofele. S'intende! ma non bisogna troppo angustiarsene; perché appunto dove manca il concetto, le parole tornano bellamente in acconcio. Per via di parole si disputa alla distesa; con parole si edifica un sistema; le parole sono principal fondamento della fede; e una parola non patisce che le sia levato un iota.

Lo Scolaro. Mi scusi se la tengo a disagio, ma e di un favore ancora mi bisogna pregarla. Non vorrebb'ella dirmi una breve parola anche della medicina? tre anni son sì tosto passati, e il campo è sì vasto, Dio mio! Ma talvolta un sol cenno del dito all'entrata della via, basta a farnela trovar tutta da noi.

Mefistofele (da sé). Io sono oramai infastidito di quest'arido fraseggiare, ed è meglio ch'io torni a me e faccia apertamente da diavolo (Alto).

Facil cosa è penetrare all'essenza della medicina. Voi studierete i piccioli e grandi, per lasciar andare in ultimo ogni cosa come a Dio piace. Indarno vi affannereste per far tesoro di scienza: ciascuno impara quel poco ch'ei può; ma quegli è valente che sa porre le mani sull'occasione, né tardi piange la sua sciocchezza. Voi siete bastevolmente ben piantato, né vi mancherà ardire, credo; e sol che confidiate in voi stesso, ogni anima si confiderà in voi. Imparate specialmente a ben maneggiare le donne: quei loro eterni "ahi! ohimè!" esalati in tanti modi diversi, si vogliono curare tutti in un modo solo; e purché sappiate mezzanamente parer galantuomo, le terrete tutte nel carniere. Vi bisognerà avere un titolo a farle persuase che l'arte vostra è la migliore d'ogni arte, e di primo tratto saranno lecite a voi tutte quelle cosucce che ad altri costano anni ed anni di preghiere e di lusinghe. Sappiate toccar loro il polsicino con bel garbo; indi, con occhiata tra il tenero e il maliziato, avvolgete il braccio intorno al loro agile fianco, come per vedere se fossero troppo stringate.

Lo Scolaro. Questo mi entra meglio; e se ne vede netto il che e il perché.

Mefistofele. Fratello, ogni teorica è sterile, ma lieto e florido l'albero della vita.

Lo Scolaro. Io lo giuro che mi par di sognare. Potrei io venire un'altra volta a sturbarla, per nieglio imbevermi delle sue dottrine?

Mefistofele. Dove io valgo e posso, non sarò mai per mancarvi.

Lo Scolaro. Io non saprei andarmene, se prima non le ponessi innanzi il mio libro de' ricordi. Mi conceda un grazioso segno della sua benevolenza.

Mefistofele. Con tutto 'l cuore. (Scrive, e rende il libro.)

Lo Scolaro (legge). Eritis sicut Deus, scientes bonum et malurn. (Egli chiude rispettosamente il libro, e s'accomiata.)

Mefistofele. Segui solo l'antico detto di mio avolo il serpente, e verrà giorno che il tuo voler somigliare a Dio non ti angoscerà poco.

 

Faust entra.

 

Faust. Dove vassi ora?

Mefistofele. Dove ti aggrada. Visiteremo prima il piccolo mondo, indi il gran mondo. O, quanto ha a riuscirti delizioso questo folleggiare in qua e in là!

Faust. Ohimè! con la mia lunga barba, io non ho né destrezza né arte del vivere. Vedrai che mi andrà ogni cosa al rovescio. Io non seppi mai accomodarmi al mondo, e nell'altrui presenza mi sento così da poco, ch'io sarò continuamente intricato.

Mefistofele. Mio buon amico, non ti dare fastidio di ciò, ché tutto acquisterai coll'uso degli uomini. Fa di avere fiducia in te, e tosto avrai l'arte del vivere.

Faust. Or bene, come ci mettiamo noi in cammino? Hai tu carrozza e cavalli? Hai tu servitori?

Mefistofele. Non abbiamo che a spiegare questo mantello, e ci porterà rapidi per l'aria. né tu pensi già in tale rischioso volo di prender teco gran fardelli. Un pocolino d'aria infiammabile, ch'io ora preparerò, ne solleverà tosto da terra, e purché siamo leggieri, andremo velocemente all'insù. Mi congratulo teco del bello e lieto vivere che ti si apparecchia.

 


 

La cantina di Auerbach in Lipsia

 

Allegra brigata di bevitori.

 

Frosch. Nessun bee? nessun ride? V'insegnerò io a stare ingrugnati a quel modo. Voi solete pigliar fuoco come zolfanelli, ed oggi mi somigliate paglia fradicia.

Brander. Ne hai colpa tu; non intavoli nulla; non sai dire una goffaggine, non una porcheria!

Frosch (versandogli un bicchier di vino sul capo). Eccoti l'uno e l'altro.

Brander. Porco rifatto!

Frosch. Chi così vuole, così abbia.

Siebel. Via di qua gli accattabrighe. Su, canti, e bicchieri in ronda. Beete! Strillate quanto ne avete nella gola! Oh! Uh! Oh!

Altmayer. Ohimè, io sono spacciato! Qua cotone! Quel gaglioffo m'ha squarciate le orecchie.

Siebel. Sol dall'eco della vôlta si apprezza la forza del contrabasso.

Frosch. Senz'altro; e via col diavolo i permalosi. Ah! tara lara là!

Altmayer. Ah! tara lara là!

Frosch. Le strozze sono accordate. (Canta.)

                   Sacro romano impero,

                   Che mai sarà di te?

Brander. Poh! che brutta canzone! oibò, una canzone politica! una nojosissima canzone. Ringraziate ogni sacro romano impero. Per me non mi reputo poco fortunato ch'io non sia né imperatore né cancelliere. E nullameno noi pure non possiamo far senza un capo, e ci bisogna eleggerci un papa. Voi sapete quale specialità dia il tratto alla bilancia, e balzi l'uomo su la santa sede.

Frosch(canta).

                   Ser rosignuolo vola e di' al mio bene

                   Ch'io lo saluto: digli le mie pene.

Siebel. Al tuo bene non un sol saluto; non vo' udirne parlare.

Frosch. Al mio bene saluti e baci; tu non me ne impedirai. (Canta.)

                   Su 'l chiavistello! è bujo d'ogn'intorno!

                   Su 'il chiavistello! veglia l'amoroso.

                   Giù 'il chiavistello! allo spuntar del giorno.

Siebel. Sì, canta, canta a tua voglia, ed amala e lodala! ché tu non tarderai a darmi di che ridere. Ell'ha uccellato me, e farà a te quel medesimo. Io le desidero per amante un folletto, il quale può sollazzarsi seco sur un crocicchio. Un vecchio caprone, quando vien giù dal Blochsberga, può nel suo galoppo darle incontro di cozzo e belarle la buona notte. Un bello e ben creato giovane è troppo buon boccone per simile zitella. Io non ho altro saluto da darle fuorché sassate nei vetri.

Brander (percuotendo la tavola). Zitti, zitti, signori! date retta a me, eppoi dite s'io non sono un uomo. Egli è qui alcuno che patisce d'amore, ed è giusto che io gli dia la buona notte come si convien meglio al suo stato. Attenti! ché la è una canzone nuova di zecca! E cantate di gran lena il ritornello.

(Egli canta). Fu un topo che vivea

                   Di lardo e di farina

                   Senza affanni in cantina,

                   E una pancetta avea

                   Tonda e lustra che in vero

                   Parea 'l dottor Lutero.

                   Or la cuoca ribalda

                   Gli appiattò in una cialda

                   Un velen traditore,

                     Che gli dié tal tormento,

                   Come se avesse drento

                   La rabbia dell'amore.

Coro (giubilando).

                     Come se avesse drento

                   La rabbia dell'amore.

Brander.       Di qua, di là egli corse;

                   Dell'acqua, ovunque n'ebbe,

                   E bebbe e bebbe e bebbe;

                   E graffiò e rose e morse,

                   Menando l'ugna e il dente,

                   Ma non giovò niente.

                   Fe' capriole molte,

                     Dié cento giravolte;

                   Era un foco, un furore,

                   Un rimescolamento,

                   Come se avesse drento

                   La rabbia dell'amore.

Coro.            Come se avesse drento

                   La rabbia dell'amore.

Brander.     Miser! non trova loco,

                   E di bel dì in cucina

                   Ecco viene, e ruina

                   Capovolto nel foco.

                   Oh, pietà! sulle brace

                   Mette un sibilo, e giace

                   E la cuoca, che tratto

                   L'ha a quel partito matto,

                   Pur rise; ed, Oh romore!

                   Disse. Egli manda un vento

                   Come se avesse drento

                   La rabbia dell'amore.

Coro.                     Come se avesse drento

                   La rabbia dell'amore.

Siebel. Ve' come que' ghiottoni se la godono! Bell'onore veramente attossicare i poveri topi.

Brander. Son tanto nella tua grazia?

Siebel. Oh, il pancione! la zucca pelata! il malanno lo fa dolce e manoso, ch'egli vede nel topo sgonfiato il suo ritratto al naturale.

 

Faust e Mefistofele.

 

Mefistofele. Prima di ogni altra cosa bisogna ch'io ti faccia entrare in una sollazzevole brigata, affinchè tu veggia quanto sia facile il darsi lieta vita. Per costoro ogni dì è festa; e con poco cervello e grande ilarità ballano in giro entro un piccolo cerchio come gattini che giuocano con la lor coda: e se non hanno il mal di capo, e l'oste fa loro credenza, ei sono senza fastidi.

Brander. Son giunti di poco in città, te ne avvedi subito da quella loro strana maniera. Non è un'ora che son qui, scommetto.

Frosch. Tu di' bene il vero. Viva la mia Lipsia! Ell'è un piccolo Parigi, e dá l'ultima mano all'uomo.

Siebel. Che pensi tu che siano que' forestieri?

Frosch. Lasciane la cura a me, che con un bicchiere di vino io tiro lor di bocca ogni cosa, come cavare un ragno d'un buco. Penso che sieno nobili, giacché hanno l'aria di scontenti e di superbi.

Brander. Ed io giocherei che son ciarlatani.

Altmayer. Fors'anche.

Frosch. Bada, bada com'io li burlo.

Mefistofele. Queste genterelle non hanno mai alcun sospetto del diavolo; ei le terrebbe pel collare che non se n'avviserebbero.

Faust. Ben trovati, signori.

Siebel. Grazie; e voi siate i ben venuti. (Fra sé guardando di traverso Mefistofele.) Che ha costui che zoppica d'un piede?

Mefistofele. Siete contenti che ci mettiamo a sedere con voi? In cambio del buon vino, che qui certo non è da sperare, noi godremo della buona compagnia.

Altmayer. Siete molto dilicato, pare.

Frosch. Voi venite pur ora da Rippach, non è vero? Siete forse rimasti a cena dal signor Giannotto?

Mefistofele. Non oggi che volevam tirare innanzi. Ma l'abbiam veduto, non ha guari, e ci parlò a lungo de' suoi cugini, e molto ci raccomandò di salutarli in suo nome. (S'inchina verso Frosch.)

Altmayer (piano). Ci sei colto! Tanto sa altri quant'altri.

Siebel. È una volpe vecchia.

Frosch. Sta a vedere com'io gliela fo.

Mefistofele. S'io non m'inganno, noi abbiamo poc'anzi udito cantare in coro molto maestrevolmente. E in vero sotto questa vôlta la voce deve fare un bel rimbombo.

Frosch. Sareste a fortuna un virtuoso?

Mefistofele. Oh, no! la virtù è poca, ma grande il diletto.

Altmayer. Cantateci una canzone.

Mefistofele. Mille, se vi è in grado.

Siebel. Qualcosa di non mai più udito.

Mefistofele. Noi veniamo di Spagna, che è il bel paese del vino e delle canzoni. (Canta.)

           V'era un re che aveva in corte

         Una pulce molto rara...

Frosch. Date ascolto! una pulce! Avete voi ben afferrato ciò? Per me una pulce è tanto o quanto una seccaggine.

Mefistofele (canta).

                     V'era un re che aveva in corte

                   Una pulce molto rara;

                   E quel re l'amava forte;

                   Come un figlio ei l'avea cara.

                     Il re disse: Olà, il sartore!

                   Il sartor venne a gran fretta.

                   Fa una vesta a monsignore,

                   Fagli brache e mantelletta.

Brander. Dite al sartore che guardi bene quel ch'egli si fa; badi specialmente che le brache non facciano una piega, che ne va il collo!

Mefistofele (canta).

                     E fu avvolto in seta e in belli

                   Drappi ad oro ed in broccato;

                   Pien di nastri ebbe gli occhielli,

                   E una croce sul costato.

                     Fu ministro immantinente,

                   E lo sprone ebbe e il tosone;

                   Trasse in corte ogni parente,

                   Qual fu conte e qual barone.

                     Ed in corte pelle pelle

                   Cavalier mordeano e donne;

                   La regina e le sue ancelle

                   N'avean sempre pien le gonne

                     E nessun per buon rispetto

                   Ardia pur grattarsi; noi,

                   Noi mettiam l'ugne di netto

                   Su ogni pulce che ci annoi.

Coro.            Noi mettiam l'ugne di netto

                   Su ogni pulce che ci annoi.

Frosch. Bravo! bravo! è graziosissima.

Siebel. Tal sia d'ogni pulce.

Brander. Appunta le dita e ghermiscile bellamente.

Altmayer. Viva la libertà! Viva il vino!

Mefistofele. Berrei volentieri in onore della libertà, se i vostri vini fossero un po' migliori.

Siebel. Non più, avete a ridircelo ancora?

Mefistofele. Se io non temessi che l'oste l'avesse per male, esibirei a questa onorevole compagnia del migliore della nostra cantina.

Siebel. Eh, date pur qua, ch'io tolgo sopra di me la stizza dell'oste.

Frosch. Porgetecene un bicchiere del prelibato, e diremo gran ben di voi. Solo non vogliate darcene una misera mostra, che s'io ho a giudicare, bisogna che me n'empia ben bene la bocca.

Altmayer (a parte). Son del Reno, cred'io.

Mefistofele. Procurate un succhiello.

Brander. Che ha a fare il succhiello? Voi non avete già le botti alla porta?

Altmayer. Là dentro l'oste tiene una sporta di stromenti.

Mefistofele (prende il succhiello a Frosch). Dite su: che vino desiderate voi?

Frosch. Che intendete di dire? Ne avete una gran varietà?

Mefistofele. Ognuno può scegliere a suo talento.

Altmayer (a Frosch). Ah, ah, tu te ne lecchi già le labbra.

Frosch. Or bene, poiché ho a scegliere, voglio vin del Reno io; che i migliori doni son quelli che ne vengono dalla patria.

Mefistofele (forando l'orlo della tavola al posto di Frosch). Date qua un po' di cera per farne tosto de' turaccioli.

Altmayer. Uh, le son arti da ciurmatori.

Mefistofele (a Brander). E voi?

Brander. Io voglio Sciampagna, e che salti e spumeggi.

Mefistofele (segue a forare, e uno di essi vien turando i fori con turaccioli di cera). Non sempre si possono evitare le cose forestiere: ché il buono ne sta spesso assai discosto! Un pretto Tedesco non può patire alcun Francese, ma bee di buon grado i lor vini.

Siebel (mentre Mefistofele gli si accosta). Se ho a dire il vero, l'agro non mi conferisce; datemene un bicchiere del dolce.

Mefistofele (forando). Per voi scorrerà tosto Tokai.

Altmayer. Ehi, galantuomo, miratemi in viso. Siete sul burlare, non è vero?

Mefistofele. Oh, oh! sarebbe troppo arrischiare con signori di simil fatta! Su via, dite: di che vino posso servirvi?

Altmayer. Di tutti! e speditevi.

Mefistofele (con gesti strani, dopo che ogni foro è fatto e turato).

                     La vite aspra di stecchi

                   Mette l'uve gradite

                   Metton le corna i becchi;

                   Mostoso è il vino ed è legno la vite;

                   E questo duro desco a chi lo fora

                   Ben può dar vino ancora.

                   Molto può al mondo

                   Chi nel profondo

                   Sen di natura vede:

                   Un miracolo è questo: abbiate fede!

                   Ora traete i turaccioli e sguazzate.

Tutti (traendo i turaccioli e raccogliendo i vini ne' bicchieri). Oh, che bella fontana ci scorre qui! (Bevono e ribevono.)

Mefistofele. Sol badate di non versarne gocciola.

Tutti (cantando).

                   Quand'io sguazzo qual porco nel brago

                   È quel bene in che tutto m'appago.

Mefistofele. Ora han la briglia sul collo, i mariuoli. Vedi come trionfano.

Faust. Io me n'andrei volentieri ora.

Mefistofele. Rimani ancora un poco, e vedrai il pieno scoppio della loro bestialità.

Siebel (beve sbadatamente, il vino si sparge sullo spazzo e si muta in fiamma). Salva, salva! fuoco! L'inferno leva fiamma!

Mefistofele (scongiurando la fiamma). Sta cheto, amico elemento. (A Siebel.) Questa volta non fu che una goccia del fuoco di purgatorio.

Siebel. Che è questo? Prendete guardia! o vi costerà caro. Egli pare che non ci conosciate.

Frosch. Fa ch'ei vi si provi un'altra volta!

Altmayer. Per me, direi d'invitarlo con le dolci ad andarsene.

Siebel. E che, signore, avete tanta faccia da venir qui a farci il vostro Hocuspocus?

Mefistofele. Sta zitto, vecchio barile di vino.

Siebel. Gambo di segala! Ora ti fai anche villano!

Brander. Guarda quel che tu di', pezzo di gaglioffo, che pioveranno legnate, sai?

Altmayer (trae dalla tavola un turacciolo e ne zampilla fuoco contro di lui). Ohimè abbrucio! Io abbrucio!

Siebel. Stregoneria! dàgli addosso! Egli è un bandito che ha una taglia sulla testa. (Traggono le coltella e si gettano sopra Mefistofele.)

Mefistofele (con atto grave).

                     Fallaci immagini,

                   Fallaci accenti,

                   I lochi mutino,

                   Mutin le menti;

                     Siate qua e là.

(Essi stanno sbalorditi e si guardano in viso l'un l'altro.)

Altmayer. Dove son io? O, bellissima campagna!

Frosch. Un vigneto! veggo io diritto?

Siebel. E grappoli alla mano!

Brander. Qui sotto questi verdi pampini vedi che ceppo! vedi che grappolone! (Prende Siebel pel naso. Gli altri fanno scambievolmente lo stesso, ed alzano le coltella.)

Mefistofele (come sopra).

                   Fugga l'errore, cada il vel dagli occhi!

                   Così il diavol si burla degli sciocchi.

(Sparisce con Faust; i tavernieri tornano in sé.)

Siebel. Che fu?

Altmayer. Come?

Frosch. Era il tuo naso?

Brander (a Siebel). Ed io ho in mano il tuo!

Altmayer. Che tiro ne ha fatto! io ne ho rotte tutte le ossa. Deh, una seggiola ch'io svengo.

Frosch. Eh via! su dimmi, che avvenne?

Siebel. Dov'è quel mascalzone? S'io lo trovo mai, ti so dire che non m'uscirà vivo dalle mani.

Altmayer. Io l'ho veduto con questi occhi andarsene per la porta della cantina, a cavallo a un barile. Io ho i piè grevi come fosser di piombo. (Volgendosi verso la tavola.) Cappita! non colerebbe forse ancor vino?

Siebel. Ogni cosa fu inganno, bugia e barbaglio.

Frosch. A me parve nullameno ber vino veramente.

Brander. Ma come la fu con quell'uva?

Altmayer. Or venga qualcuno a dirmi che non si dee credere ne' miracoli!

 


 

La cucina di una strega

 

Sopra un basso focolare sta bollendo un gran calderone. Per mezzo il vapore che ne esala veggonsi andare all'insù diverse fantasime. Una gattamammona siede presso il calderone, lo schiuma e ha cura che non trabocchi. Il gattamammone coi gattini le è seduto a canto e si scalda. Dalle pareti e dal soffitto pendono tutti quegli strani arnesi che si convengono a una strega.

 

Faust e Mefistofele.

 

Faust. Io ho schifo di questi pazzi arredi e queste stregherie. Che salute puoi tu promettermi fra sì fatta congerie di frenesie e di sozzure? Ho io bisogno del consiglio di una femmina decrepita? e potrà una sudicia broda levarmi di dosso trent'anni? Oh, me misero se tu non sai altro partito! Io sono già fuori di speranza. Non può la natura provvedere, o non saprebbe un nobile Spirito trovare qualche balsamo?

Mefistofele. Tu torni al tuo senno! Sì veramente, vi è un modo naturale di ringiovanire, ma leggesi in altro libro, ed è uno strano capitolo.

Faust. Io vo' saperlo.

Mefistofele. Or bene: egli è un modo che non richiede né oro, né medico, né incantesimi. Esci lesto alla campagna; datti a zappare e a spaccar legne: contieni te e il tuo animo dentro la siepe del tuo podere; usa cibi semplici e parchi; vivi fra le bestie come bestia, e non avere a sdegno d'ingrassare tu stesso il solco che mieti. In questa guisa, credi a me, tu durerai giovane sino agli ottant'anni.

Faust. Io non sono avvezzo a simil cosa: né mai saprei indurmi a torre la zappa in mano. Un vivere stretto e uniforme non va alla mia natura.

Mefistofele. E perciò proprio questa vecchiaccia! Non potresti lavorare la pozione tu stesso?

Mefistofele. Egli sarebbe un bel passatempo! Per certo ch'io fabbricherei fra tanto mille ponti. Simil pozione non richiede arte e sapere soltanto, ma pazienza ancora. Un placido spirito mette anni e anni a prepararla, e il tempo solo dà virtù a' suoi fermenti. Mirabili e rarissime son tutte le cose che la compongono; e ben ha potuto il diavolo insegnare a costei come la si faccia; ma il diavolo non la può fare. (Scorgendo gli animali.) Vedi che leggiadra famiglia! Quest'è la fantesca; questi il servo. (Alle bestie.) Or non è forse in casa la signora?

Le Bestie.    Di casa fuora

                   Ad un festino

                   Uscita per la cappa del camino.

Mefistofele.         E quanto duran poi.

                   Dite, i bagordi suoi?

Le Bestie.    Tanto che noi

                   Scaldianne un poco

                   Le piote al foco.

Mefistofele (a Faust). Che ti pare di queste gioviali bestiuole?

Faust. Le mi pajono la più sciocca cosa ch'io vedessi a' miei dì.

Mefistofele. A me anzi un simil ragionare riesce gustosissimo.
(Alle bestie.)          Or mi dite anche, bertuccioni sciocchi,

                            Che è quel che nel paiuolo rimestate?

Le Bestie. Egli è una broda lunga da pitocchi.

Il Gatto (s'accosta a Mefistofele e gli si stropiccia intorno).

                     Deh, i dadi fuora

                   Gitta, o signore.

                   E vincitore

                   Fammi in buon'ora.

                     Ahi, poveretto,

                   Vivo in martoro,

                   Ma se avessi oro

                   Avre' intelletto.

Mefistofele. O, quanto la bertuccia si stimerebbe beata, sol che potesse mettere al lotto. (I gattimammoncini stanno intanto giuocando con una grossa palla, e rotolandolasi innanzi.)

Il Gatto.       Quest'è il mondo

                   Che va ratto

                   Ratto a tondo;

                   Ognor tratto

                   Nanzi e 'ndietro,

                   Scende e sale;

                   E risona come vetro.

                   Che è sì frale!

                   Di colori,

                   Di splendori

                   È di fuori

                   Luculento,

                   Ma di drento

                   Pien di vento,

                   Bugio e cieco

                   Come speco,

                   Muccin bello,

                   Ti ritrai;

                   Che se in ello

                   Oimè, intoppi, tu morrai.

                   Tutto gajo

                   È a vedello;

                   Ma d'argiglia

                   Lo fe' il sommo pentolajo,

                   E va in cocci qual stoviglia.

Mefistofele. Che vuoi dire quel crivello?

Il Gatto (levandolo già).

                     Se tu se' ladroncello

                   Io ti conosco, tosto ch'io ti squadro.

(Corre alla gatta e la fa guardare per mezzo il crivello.)

                     Deh, mi squadra costui

                   Per mezzo a' fori sui,

                   E di' senza rispetti s'egli è ladro.

Mefistofele (accostandosi al fuoco). E cotesto calderone?

Gatto e Gatta.

                     O, lo sciocco! o, il gocciolone!

                   Non conosce il calderone.

                   Non conosce la pignatta.

Mefistofele. Che bestial, villana schiatta!

Il Gatto.     Nella seggiola ti assetta,

                   E to' in mano la scopetta.

(Induce Mefistofele a sedere.)

Faust (il quale in questo frattempo stava guardando in uno specchio, ora avvicinandovisi, ora allontanandosene). Che miro? Che angelica forma mi si mostra in quel magico specchio! O, dammi, Amore, le rapidissime tue ali, e ponmi nella dimora di costei! Ahi, quand'io non rimango fermo qui, — quando tento di farmele più da presso, io non la veggio più se non come velata da una nebbia. Bellissima immagine di una donna! E può la donna essere così bella? O in quel caro corpo mollemente disteso vegg'io quanto di più leggiadro fosse mai figurato nel cielo? Avvi nulla in terra che possa pareggiarsegli?

Mefistofele. Certo allorché un Dio, dopo aver sudato sei dì, ha in ultimo detto bravo a sé medesimo, ei non dee aver fatto una goffa cosa. Consola i tuoi occhi per ora in quella vista; ed io ben so dove rintracciarti sì fatta rarità. Beato chi ha la ventura di menarla sposa. (Faust guarda tuttavia nello specchio. — Mefistofele, stendendosi nella seggiola, e agitando la scopetta, segue a dire.) Io seggo qui propriamente come un re sul trono; ho lo scettro in mano, e sol mi manca la corona.

Le Bestie (le quali sinora sono state facendo fra loro ogni più strana gesticolazione, portano con altissime grida una corona a Mefistofele).

                     E anch'ella ti è tratta

                   Innanzi, o signore,

                   Di grazia, la imbratta

                   Di sangue e sudore

(Esse vanno sbadatamente qua e là con la corona, la frangono in due pezzi, coi quali dannosi a saltare attorno.)

                     È in pezzi! or vedere

                   N'è dato e parlare;

                   La vita godere,

                   Udire e rimare!

Faust (dinanzi lo specchio). Ahi, me misero! Io sto per insanire!

Mefistofele (accennando le bestie). Ora quasi comincia a girare il capo anche a me.

Le Bestie.    E quando per sorte

                   La rima è a dovere,

                   Par subito un forte,

                   Un nobil pensiere.

Faust (come sopra). Il mio petto s'accende! Deh, usciamo tosto di qui.

Mefistofele (nella posizione suddetta). Si vuole almeno confessare che costoro sono preti sinceri.

(Il calderone, al quale la gatta non ha atteso, comincia a traboccare; di che nasce una gran fiamma che si volge con impeto su per la gola del camino. La Strega scende a precipizio per mezzo la fiamma, mandando urli spaventevoli.)

La Strega.   Au! au! au! bestie insensate!

                   Brutti porci, ite in mal'ora;

                   La caldaja trascurate,

                   E arrostite la signora!

                   Bestie!

(Accorgendosi di Faust e di Mefistofele.)

                              Chi è lì?

                            Che fate qui?

                            Chi in casa, chi

                            Entrarmi ardì?

                            Or sì, or sì

                            Che sin negli ossi

                            Vi avrò coi rossi

                            Bollor percossi!

(Ella immolla la schiumatoja nel calderone, e spruzza fiamme sopra Faust, Mefistofele ed i Gatti. Questi guaiscono.)

Mefistofele (menando in giro la scopetta e percuotendone ogni vasellame).

                   In pezzi ampolle,

                   Pentole ed olle!

                   Ve' la tua polta

                   Per terra volta.

                   Con gusto matto,

                   Brutta carogna,

                   Viso di fogna,

                   La zolfa io batto.

                   Vuol tal bordone

                   La tua canzone.

(Mentre la Strega dà indietro tutta stizzita e spaventata.) Mi riconosci ora? scheletro! spaventacchio! Riconosci tu il tuo signore e maestro? Non so chi mi tiene ch'io non suoni il bastone anche sulle tue vecchie ossa, e non isfracelli te, e i bambocci tuoi spiriti, quei visi di gatto! Tieni tu oggimai sì poco conto del farsetto rosso? Non hai tu più occhi in capo da conoscere la penna del gallo? Ho io travisata la mia faccia? Ho io a dirlo da me il mio nome?

La Strega. O signore, perdonatemi così villana accoglienza. Ma io non veggo il piè di cavallo. E i vostri due cervi dove son essi?

Mefistofele. A questa volta ne esci netta, che per verità è un buon pezzo che non ci siamo veduti. L'umana cultura, che liscia o lecca tutto il mondo, si è stesa fin sul diavolo. I fantasmi settentrionali son iti in fuga; e dove vedi tu ora corna e code e unghioni? E quanto al piè, com'io non posso sbrogliarmene, e mi farebbe vergogna fra la gente, così da più anni uso polpe posticce, a somiglianza di tanti giovinetti.

La Strega (ballando).

                   Dalla gioja mi gira il cervello;

                   Oh, che onore!  Satan nel mio ostello!

Mefistofele. Donna, non mi dire questo nome.

La Strega. Perché? Che vi ha egli fatto?

Mefistofele. Da gran tempo è registrato al libro delle favole; ma gli uomini non sono pertanto migliori. Si sono disfatti del Maligno, ma i maligni sono rimasti. Chiamami barone, e starà a dovere. Son cavaliere anch'io come altri; né tu metti in forse la nobiltà del mio sangue. Guarda, quest'è la mia arme gentilizia. (Fa un cenno indecente.)

La Strega (ridendo smascellatamente). Ah! ah! le son delle vostre. Voi siete ancora quel furfantaccio che foste sempre.

Mefistofele (a Faust). Amico, tirane profitto. A questo modo si suol trattare con le streghe.

La Strega. Or mi dite che vi bisogna?

Mefistofele. Un buon bicchiere della felice pozione che sai. Ma chieggoti che ce ne dii della più vecchia, chè gli anni raddoppiano la sua virtù.

La Strega. Di tutto cuore. Ne ho qui un fiaschetto del quale gusto di tanto in tanto io medesima, e che non getta più alcun lezzo. Di buon animo ve ne dò un bicchierino. (Piano.) Ma ben sapete che se quest'uomo ne bee senza preparazione, egli non può campare un'ora.

Mefistofele. Va, va; ch'egli è un mio buon amico, e gli farà bel pro. Io gli consento il migliore della tua cucina. Descrivi il tuo circolo: di' su le tue parole, e dagliene un bicchier colmo.

(La Strega forma con atti strambissimi un circolo nel pavimento, e pone in esso parecchie strane cose: i bicchieri dànnosi a sonare, il calderone a mormorare, e fanno musica. In ultimo ella reca un librone, e colloca nel circolo i gattomammoni, i quali le servono di leggìo e tengono le fiaccole. Accenna a Faust di accostarsi a lei.)

Faust (a Mefistofele). No: se tu non mi di' che n'ha a riuscire. Quella robaccia, que' gesti arrovellati, quelle sporcissime ciurmerie mi son note e odiose già troppo.

Mefistofele. Poh! egli è sol per ridere! Non farmi ora lo schifiltoso. Ella dee come medichessa fare un hocuspocus, ancorché la bibita faccia buona operazione. (Fa entrare Faust nel circolo.)

La Strega (leggendo nel libro e declamando con grand'enfasi).

                   Tu capir dei!

                   Dieci di un fanne,

                   Poi tre via danne,

                   Indi due tranne,

                   E ricco sei.

                   Quattro ne sega:

                   Di cinque e sei.

                   Dice la strega,

                   Fa sette ed otto,

                   E tu sei dotto.

                   Nove son uno,

                   Dieci nessuno.

                   E questo delle Fate è l'un vie uno.

Faust. Mi pare che la vecchia farnetichi.

Mefistofele. E a gran fatto non ne è in fine; mel so io; ché il suo libro suona tutto a quel tenore. Vi ho speso sopra gran tempo, perché una pretta contraddizione rimane un mistero inestricabile non meno ai savi che ai pazzi. Amico mio, ell'è arte antica ed arte nuova. In ogni tempo si è costumato nel mondo di spargere l'errore in nome della verità per via di tre e uno, e di uno e tre. Questo si predica imperturbabilmente: di questo si cicala senza fine. E chi vorrebbe attaccarla coi matti? L'uomo, quando ode parole, si ostina a credere ch'esse coprano qualche intendimento.

La Strega (continua):

                     La gran potenza

                   Della scienza

                   A tutto il mondo è oscura.

                   E a chi non pensa

                   Sol si dispensa;

                   Quel l'ottien senza cura.

Faust. Che fandonie vuol venderne costei? Io ne ho mezzo rotto il capo. Egli è come se io udissi centornila pazzi schiamazzare tutti quanti insieme.

Mefistofele. Basta, basta, miserabile sibilla. Da' qua il tuo bevereccio ed empine il gotto sino agli orli. Non può fare alcun danno all'amico mio, ch'egli è uomo molto in là nei gradi, ed è già uso a ber grosso. (La Strega presenta con gran cerimonie la pozione in una tazza, mentre Faust l'alza alla bocca, n'esce una fiammella.)

La Strega. Animo, giù tutta a un fiato. Ancora una gorgata! Ti sentirai tosto ringalluzzare il cuore. Stai a tu per tu col diavolo, e ti fa paura una fiammella? (La Strega scioglie il circolo. Faust ne esce.)

Mefistofele. Or fuori più ratto che possiamo. Tu non devi star quieto.

La Strega. Desidero che buon pro vi faccia quel centello.

Mefistofele. E s'io posso fare alcun servigio a te, non hai che a dirmene un motto alla Valpurba.

La Strega. Togliete questa canzone, e cantatela di quando in quando, che ne proverete effetti singolari.

Mefistofele (a Faust). Orsù, vientene, e lasciati condurre da me. È necessario che tu traspiri affinchè il beveraggio ti faccia buon giuoco dentro e fuori. T'insegnerò di poi a godere di un nobile ozio; e per una allegria che ti sentirai germinare nel petto, conoscerai tosto come l'alato Cupido si agiti e saltelli in qua e in là.

Faust. Deh, lasciami gettare ancora uno sguardo nello specchio. Oh, era pur bella quella immagine!

Mefistofele. No, no: vieni, ché tu vedrai fra poco in carne e in ossa dinanzi a te il modello di tutte le donne. (Fra sé.) Con quel beverone in corpo tu vedrai tosto Elena in ogni femmina.

 


 

Una via

 

Faust, Margherita, passando.

 

Faust. Posso, quella bella signorina, darvi il braccio, e accompagnarvi?

Margherita. Io non sono né bella, né signorina, e so andare a casa da me. (Si scioglie da lui e vassene.)

Faust. In fe' del cielo, l'è una bella fanciulla colei! Non ne ho mai veduto una simile. Ell'è sì modesta, sì ritrosa, ed ha nel tempo medesimo non so che di saporito. Con quella sua boccuccia di rose, quelle sue lucide gotuzze, — oh, io non me la scorderò in tutta la vita! E quel suo gittar gli occhi a terra mi si è profondamente fitto nel cuore. E come le è montata subito la collera! fu proprio una delizia. (Mefistofele entra.)

Faust. Odi, tu mi devi procurare quella fanciulla!

Mefistofele. Che fanciulla?

Faust. Ella se ne va per là or ora.

Mefistofele. Quella? Ella si è spiccata testé dal suo pretonzolo, che l'ha assolta da ogni peccato. Io m'era appiattato presso all'inginocchiatoio, e vi so dire ch'ell'è una povera innocente che va a confessarsi di un nonnulla. Non ho alcun potere su di lei.

Faust. Ell'ha passato quattordici anni.

Mefistofele. Tu parli proprio come Gianni Scapigliato, il quale pensa che il suolo non germogli fiori che per le sue nari; e non vi abbia onore né favore ch'ei non debba piluccarselo. Ma non si può sempre ciò che si vuole.

Faust. Orsù, messer mett'impacci, non mi stia in sulle pedagogherie! — Sai tu quel ch'io ti concludo? Se non mi poni questa sera con la giovane a mezzanotte, io ti rompo il patto.

Mefistofele. Pensate un poco s'egli è fattibile. Mi bisognano almeno quindici dì sol per ispiare l'occasione.

Faust. S'io avessi sole sett'ore a mia posta, io ne disgraderei il diavolo per ridurre al mio piacere simil creaturella.

Mefistofele. Oramai voi parlate quasi come un francese. Ma via, fate buon animo. E che rileva voler godere così di subito? Il godimento non è mai sì bello e soave, come quando tu sii stato lungamente in faccenda, raffazzonando la tua bambola, e rimutandole mille maniere di gale, come si legge in molte novelle italiane.

Faust. Ho buon appetito senza queste salse.

Mefistofele. Or, lasciando il burlare, io vi dico che non si può così in fretta e in furia venire al possesso di quell'amabile figliuola. In questa pratica non è alcun guadagno coll'impeto, e ci bisogna usare scaltrezza.

Faust. Deh, almeno procurami qualche cosa di quell'angioletta. Ponimi nella sua camera; trovami un fazzoletto che sia stato sul suo seno; una sua legaccia; qualcosa insomma che conforti il mio ardore.

Mefistofele. Perché veggiate che il vostro affanno mi tocca nell'animo e che ho buon desiderio di sollevarvene, noi non daremo alcun indugio; e vi metterò pur oggi in camera sua.

Faust. E vedrolla? avrolla?

Mefistofele. No, in vero! Ella sarà da una sua vicina; e tu intanto solo soletto, spirando l'aura piena della sua presenza, assaporerai a tuo bell'agio il pensiero delle tue future delizie.

Faust. Possiam noi andare?

Mefistofele. È ancora per tempo.

Faust. Provvedi qualche regalo per lei (parte).

Mefistofele. Siam già in sui regali? Ottimamente! egli riuscirà senza fallo. Io conosco parecchi bei ripostigli, e molti tesori sepolti da antico, ed or viene in acconcio ch'io dia loro un'occhiata (parte).

 


Sera. Una pulita cameretta

 

 

Margherita (rialzandosi e rannodandosi le trecce). Io darei non so che per sapere chi è quel signore di stamattina. Egli aveva assai bell'aria, e per certo egli è un gentiluomo; lo porta scritto nella fronte. Oltre di che ei non sarebbe stato così temerario (parte).

 

Mefistofele e Faust.

 

Mefistofele. Vien dentro; pian piano! — su, vieni!

Faust (dopo alcun silenzio). Lasciami solo, te ne prego.

Mefistofele (riguardando qua e là). Non tutte le fanciulle son sì ben rassettate (parte).

Faust. Salve, amabile raggio della sera, che penetri in questo santuario! E tu apprenditi al mio petto, soave tormento d'amore; tu che, languendo, ti nutri della rugiada della speranza. Che aura di pace e di contentezza spira d'ogni intorno! Che abbondanza in questa povertà! che beatitudine in questa prigione! (Si getta in un seggiolone di cuojo a canto al letto.) O, accogli me pure! tu che già ricettasti nelle aperte tue braccia i buoni progenitori, nelle lor gioje e nei loro affanni. Quante volte uno stormo di figliuoletti fece corona a questo trono paternale! E qui forse la mia diletta, grata dei doni del Natale, inclinò quella sua florida guancia a baciare piamente l'arida mano dell'avo. Dove io giri gli occhi m'innamora il bell'assetto di questa cameretta. Il puro contento del tuo cuore, o fanciulla, guida la tua mano, e quando distendi il nitido tappeto in sulla tavola, e quando spargendo l'arena descrivi questi bei fregi sul pavimento. Non sei tu nata in cielo, o fanciulla? tu, che di questo tugurio sai fare un paradiso! E qui! (alza una cortina del letto). Che soave tremito mi assale! Io qui potrei volgere lunghe ore... O natura! tu qui entro componevi quel nuovo angelo, e rallegravi di soavi visioni i suoi riposi. Qui giacque la pargoletta, piena il tenero seno dell'ardore della vita; e qui quella divina immagine svolse il purissimo e santo suo tessuto.

E tu! perché sei tu qui? Ahi, affanno! — Che vuoi tu qui? Perché il tuo cuore è aggravato? Povero Faust! io non ti riconosco più.

Che aura è questa che mi spira d'attorno? son io forse affascinato? Poc'anzi io anelavo impaziente al piacere: ed ora mi lascio andare ai teneri vaneggiamenti dell'amore. Mutiamo noi d'animo per ogni mutare dell'aria?

Ed oh, se tutt'a un tratto ella entrasse qui! come ti precipiteresti a far ammenda del tuo oltraggio! Come ti cadrebbe dall'animo ogni orgoglio, e giaceresti ridotto a nulla, a' suoi piedi.

Mefistofele. Presto! io la veggio venire!

Faust. Fuggiamo! fuggiamo! io non vi torno mai più.

Mefistofele. Io ho qui una cassetta di non leggier peso, ch'io son ito a raccogliere so io dove: presto, ponetela nell'armadio, e vi so dire ch'ella ne sarà fuori di sé. Vi ho messo dentro alcune cosucce per guadagnarne altre. A' fanciulli i trastulli.

Faust. Io non so, — debb'io?

Mefistofele. Ne domandate? Vi pensereste forse di serbarvelo per voi quel tesoro? S'ell'è così, io vi consiglio che lasciate stare i dolci amori; serbate il vostro tempo ad altro, che è prezioso, il sapete; e risparmiate a me le inutili fatiche. Ma io voglio credere che non siate così misero! Io mi dò mille impacci, meno le mani e i piedi — (Pone la cassetta nell'armadio e lo riserra a chiave.) Andiamcene! — per porvi la fanciulla nelle braccia: e voi state lì tutto di un pezzo come se aveste indosso la toga del professore, e vi fossero innanzi in persona la fisica e la metafisica. Su andiamo! (partono).

Margherita (con lucerna in mano). Che arsura è qui dentro! come ci sa di chiuso! (apre la finestra). Eppure fuori è fresco anzi che no. Non so, mi par come... — Vorrei che mia madre tornasse tosto a casa. Io tremo tutta dal capo a' piedi. — Oh, io son pur la pazza e timida donnicciuola! (ella si mette a cantare intanto che si spoglia).

                     V'era in Tule un re che tenne

                   Sino al cenere la fe';

                   La sua amante a morir venne

                   E una tazza d'or gli diè.

                     Nulla in pregio ebbe mai tanto

                   La votava a mensa ognor,

                   E in votarla avea di pianto

                   Gli occhi gravidi e d'amor.

                     E quand'ei pur venne a morte

                   Le sue ville numerò,

                   Agli eredi le dié in sorte,

                   Ma la tazza riserbò.

                   Ed a splendido convito

                   Fe' i baroni ragunar

                   Nella sala dell'avito

                   Suo castello sovra il mar.

                     Ivi l'ultime gioconde

                   Stille ei bevve in mezzo a lor;

                   E dall'alto giù nell'onde

                   Gittò il sacro nappo d'or.

                     Ir giù il vide, e le tranquille

                   Acque rompere e sparir.

                   S'oscurâr le sue pupille,

                   Più non bevve il vecchio Sir.

(Apre l'armadio per riporre le vesti e vede la cassetta.)

Com'è capitato qui questo bel forzierino? Io son ben certa ch'io aveva serrato l'armadio. Egli è strano! E che può esservi dentro? Forse che qualcuno l'abbia impegnato a mia madre perché vi prestasse sopra. Qui è un nastro con appesa una chiavicina, ed io son tutta tentata di aprirlo. Che è ciò? Bontà del cielo! Ho io mai veduto simili cose nella mia vita? Una guarnitura! e tale che ogni più gran dama potrebbe metterlasi intorno nelle maggiori solennità. Starebb'ella bene a me questa catenella? E di chi mai saranno tante ricche cose? (se ne adorna e va innanzi lo specchio). Se fossero miei pure gli orecchini! Che bell'aria mi danno! Io pajo tutt'un'altra! Povere fanciulle, che vi giova la vostra bellezza? La è una bella cosa senz'altro la bellezza, ma che conto se ne tiene? Par che vi lodino per compassione; e tutti corron dietro a' danari: i danari solo fanno miracoli. Ahi, noi altri poveretti!

 


Passeggio

 

Faust va e viene pensieroso.

Mefistofele fassegli innanzi.

 

Mefistofele. Per l'amore ributtato! Per gli elementi infernali! Oh, sapessi io qualche più terribile imprecazione!

Faust. Che hai tu? qual dolore ti morde? Ch'io non ho mai veduto simil ceffo a' miei dì.

Mefistofele. Io mi vorrei dar subito al diavolo se non fossi quell'io.

Faust. Sei tu fuor di cervello? Sta bene a te di entrare in bestia così, simile a un imperversato!

Mefistofele. Pensa un po' tu, che quelle belle dorerie provvedute per Ghita son andate in bocca a un prete. Sua madre ebbe, io non so come, a por gli occhi sovr'esse, e subito si sentì tutta rimescolare. La è una buona donna che ha buonissimo naso, poiché l'ha sempre penzolone sul libro delle orazioni. Ella si fece ad annasare ad uno ad uno i giojelli per discernere se fosser cosa sacra o cosa profana, e sentì chiaro all'odore che non portavano con sé gran benedizione. Figliuola, diss'ella, la roba di mal acquisto avviluppa l'anima e contamina il sangue. Consacreremo ogni cosa alla Madre del Signore che ne ristorerà con la manna celeste. La Ghituccia arricciò il naso, e diceva a mezza bocca: Egli è un caval donato; e certamente non dee essere un nemico di Dio chi fa di sì bei regali. La madre mandò per un prete, il quale, intesa quella storiella, e vedute le gioje, disse: Ben pensato, buone donne; chi si astiene guadagna.

Così detto intascò fermagli e collana e anelle e ogni cosa, giusto come fossero state bazzecole; e non ringraziò più o meno di quel che avrebbe fatto d'un cestello pieno di noci. Il cielo ve ne renda il merito, disse ed esse ne rimasero grandemente edificate.

Faust. E Ghita?

Mefistofele. Ghita è tutta sturbata; né sa che si faccia o si voglia. Pensa dì e notte a' giojelli; e più assai a chi li ha recati.

Faust. Il travaglio di quella poveretta mi passa il cuore. Va tosto, e procurale nuovi ornamenti, e più ricchi, che quei primi, vedi, erano dozzinali.

Mefistofele. Oh, sì certo! tutto è balocco da fanciulli per un tanto signore.

Faust. Va, va; fa quel ch'io ti dico. Mettiti attorno alla vicina; cacciatale in casa; non essere un diavolo di stucco, e reca nuovi regali.

Mefistofele. Sì, magnifico signore, di tutto l'animo. (Faust parte.) Un pazzo innamorato come costui farebbe volare in aria a modo di razzi e sole e luna e tutte le stelle per dolce trastullo della sua diva.

 


La casa della vicina

 

 

Marta (sola). Dio perdoni a mio marito; ma egli si è portato meco assai malamente. Se ne va fuori a dirittura pel mondo, e lascia me sola a tribolare sulla paglia. Ed io non gli ho propriamente mai dato un fastidio; e lo amavo, Dio il sa, di cuore (piange). Forse è morto già da un pezzo! — O miseria, miseria! — Avessi almeno la fede della sua morte! (Margherita entra).

Margherita. Signora Marta!

Marta. Che occorre, Ghituzza?

Margherita. A pena io mi reggo sulle gambe! Ecco un'altra cassetta trovata or ora nell'armadio, — di ebano, con entrovi cose preziosissime di più gran valore assai che non fosser le prime.

Marta. Non si vuoi dirlo a tua madre; ch'ella n'andrebbe a portare al confessore anche questa.

Margherita. Ah, vedete! ah, mirate!

Marta (acconciandole intorno le gioje). Va, che tu se' nata vestita.

Margherita. Povera me, che non posso farmi vedere in sì bell'ornamento né per la via, né in chiesa.

Marta. Vientene bene spesso da me, e qui in segreto ti porrai la guarnizione intorno; passeggerai un'oretta su e giù innanzi lo specchio, e ce la godremo. Si offrirà poi un'occasione; verrà una festa; e a passo a passo mostrerai ogni cosa: prima una catenella, poi le perle negli orecchi, e via via. Quella buona donna di tua madre non se ne avvedrà, credo; e potremo anche a un bisogno darle ad intendere qualche filastrocca.

Margherita. Ma e chi può mai aver portate le due cassette? Io temo non ci covi qualche trama sotto. (Si ode picchiare.) Dio mio, sarebbe a caso mia madre?

Marta (spiando dalla gelosia). — È un signore forestiero. — Passi!

Mefistofele (entra). Prendo ardire di venir innanzi addirittura e ne chieggo perdono a queste signore. (Si ritrae rispettosamente dinanzi a Margherita.) Avrei due parole da dire alla signora Marta Schwertlein.

Marta. Son io dessa. Che desidera, signore?

Mefistofele (piano a lei). Ora la conosco, e basta. Ell'ha una visita di molto riguardo, e non voglio sturbarla. Mi perdoni dell'ardimento; tornerò dopo desinare.

Marta. Tu non te lo indovineresti in mille, figliuola; questo signore ti ha tolto per una damigella di conto.

Margherita. Io sono una povera fanciulla. Dio mio! la sua bontà è molta, signore. Questi ornamenti non son miei.

Mefistofele. Oh, non tanto per gli ornamenti, — quanto per quel suo bel portamento, quella nobile sua guardatura. Quanto son lieto di poter rimanere!

Marta. Che reca ella dunque? Son molto desiderosa.

Mefistofele. Io vorrei recare più liete novelle. Spero nullameno ch'ella non me ne vorrà male. Suo marito è morto, e le manda i suoi saluti.

Marta. È morto? quella buon'anima! Ohimè, misera! Mio marito è morto! Io vengo meno.

Margherita. Via, cara signora, non disperatevi.

Mefistofele. Udite la storia lamentevole.

Margherita. Però io non vorrei mai amare ne' miei dì; ché una simil perdita mi affliggerebbe a morte.

Mefistofele. Al piacere sta a lato il dolore, e al dolore il piacere.

Marta. Su, narratemi com'egli chiudesse la sua vita.

Mefistofele. Egli giace in Padova sotterrato in sagrato, vicino a Sant'Antonio. Ivi è il freddo letto nel quale egli dorme per sempre.

Marta. E, non recate voi altro?

Mefistofele. Anzi una grande e grave preghiera; piacciavi di far cantare trecento messe per l'anima sua. Del resto le mie saccocce son vôte.

Marta. Che! non una medaglia? non una gemma? Quel ch'ogni più meschino artigianello salva nel fondo della valigia, in testimonio della sua fede, e vuol piuttosto patirsi la fame, vuol pitoccare...

Mefistofele. Madama, io ne sono dolente sino all'anima. Ma per verità egli non ha scialacquato a sproposito i suoi danari; e inoltre si pentì amaramente de' falli suoi; sì invero, e più ancora deplorò la sua nimica fortuna.

Margherita. È possibile che gli uomini soggiacciano a tante miserie? Io gli dirò certo molti requiem.

Mefistofele. Meritereste proprio di maritarvi presto. Siete una deliziosa creatura.

Margherita. Oh no; egli c'è tempo.

Mefistofele. O sì o no che si usi, lo si fa nullameno.

Marta. Su raccontate.

Mefistofele. Io gli sono stato accanto al letto; ch'io non dirò che fosse propriamente letame, era paglia mezzo fradicia; non pertanto egli finì da buon cristiano, e né pure gli parve che egli pagasse troppo grave scotto. Oh, quanto, sclamava, io devo odiare me medesimo dell'aver a quel modo disertato e moglie e professione. Ohimè, questo pensiero è un coltello al mio cuore. Mi avesse ella almen perdonato in questa vita!

Marta (piangendo). Pover'uomo! sì, sì, io gli ho perdonato da un pezzo.

Mefistofele. Ma, lo sa Iddio, fu più sua colpa che mia.

Marta. Egli mente! Oh, cielo! ha cuor di mentire con un piè nella fossa!

Mefistofele. Sì, certo; egli dava gli ultimi tratti, e narrava ancora fandonie, per quel ch'io me n'intenda. Egli diceva: Io non ho avuto tempo, no, di stare a dondolarmi! mai un'ora di requie io non ho avuto. E prima ebbi a far de' figliuoli, e poi a provveder loro il pane; e pane a rigor di termine, né mai ho potuto mangiarmi il mio boccone in pace.

Marta. A tal segno egli aveva dimenticato la mia gran fede, il mio grand'amore, quel continuo affaccendarmi il giorno e la notte!

Mefistofele. Oh, anzi, egli se ne ricordava ad ogni ora. Egli proseguiva: Quand'io partii da Malta io pregai caldamente per mia moglie e i miei figliuoli, e quindi anche il cielo ne fu propizio in modo che il nostro brigantino prese un legno turco che portava una preziosa mercanzia al gran Sultano. Il valore ebbe ampia ricompensa, e partitosi il bottino fra noi, io n'ebbi, com'era di dovere, la mia bella porzione.

Marta. Come? che n'ha fatto? l'avrebbe forse seppellita?

Mefistofele. Chi può dire quale ora se la porti dei quattro venti? Una vezzosa signorina s'impossessò di lui mentre andava, come forestiero, baloccandosi qua e là per Napoli, e gli portò tanto amore e tanta fede ch'egli se ne sentì sino al beato suo fine.

Marta. Ribaldone! ladro ai suoi propri figliuoli! né povertà, né miserie d'ogni sorta non hanno dunque mai potuto rimoverlo da quella obbrobriosa sua vita!

Mefistofele. Così è; e perciò è morto. Ora, s'io fossi voi, vorrei decorosamente piangerlo un anno, e frattanto andrei guardandomi attorno per vedere ove ricollocassi il mio amore.

Marta. Dio buono! simile a quel mio primo io non ne troverò facilmente un altro nel mondo. Non so se vi potrebb'essere un pazzo più sviscerato di lui; solo ch'egli amava un po' troppo lo andare attorno, e le donne forestiere e i vini forestieri, e quel maledetto giuoco dei dadi.

Mefistofele. Via via, son difettucci che potevate ancora passarglieli, se dal canto suo egli chiudea gli occhi ai vostri. Vi giuro che a simil patto io farei il cambio dell'anello con voi.

Marta. Oh, ella celia, mio signore!

Mefistofele (da sé). Bisogna ch'io mi levi di qui in tempo, ché costei è tal femmina da pigliare in parola anche il diavolo. (A Margherita.) Come sta il cuore?

Margherita. Che vuol ella dire, signore?

Mefistofele (da sé). Bella, innocente creatura! (Alto.) Stieno bene, signore.

Margherita. Stia bene.

Marta. Oh, mi dica un po'. Io vorrei avere una testimonianza del come, del quando e del dove mio marito è morto e fu sepolto. Sono sempre stata in ogni mia cosa accuratissima, e avrei caro che la sua morte fosse annunziata nelle gazzette.

Mefistofele. Sì, mia buona signora; due testimoni bastano in qualsivoglia caso e luogo a mettere in chiaro la verità. Ho meco un accorto compagno ch'io produrrò innanzi il giudice per voi. Lo condurrò qui, se permettete.

Marta. Deh, fate la bontà!

Mefistofele. E saravvi anche la signorina? È un bello ed elegante giovane, che ha molto viaggiato, e in corteggiare le damigelle non ha il suo secondo.

Margherita. Io arrossirò dinanzi a lui.

Mefistofele. Dinanzi a nessun re della terra.

Marta. Vi aspetteremo stasera nel mio giardino, qua dietro la casa.

 


Una via

 

 

Faust e Mefistofele.

 

Faust. Che n'è? Avanzasi? ne verrem presto a capo?

Mefistofele. Bravo! io vi trovo infervorato; e Ghita è vostra fra poco. Stasera la vedrete in casa di Marta la vicina, che per una ruffiana e una strega la è dessa.

Faust. Egregiamente!

Mefistofele. Ma e da noi pure si richiede qualche cosa.

Faust. Un servigio vuole un servigio

Mefistofele. Faremo buon testimonio che le ossa di suo marito riposano in Padova in luogo sacro.

Faust. Capperi, tu se' accorto! avrem dunque da fare il viaggio prima.

Mefistofele. Santa simplicitas! Nulla è da fare; testificate, e non vogliate saperne più innanzi.

Faust. Se non sai trovare altro partito, noi siamo spediti.

Mefistofele. O, uomo da bene! Or cominciate a farvi scrupolo! Sarà forse questa la prima volta nella vostra vita che voi attesterete il falso? E non avete già voi e di Dio e del mondo e dell'uomo date formali definizioni con parole sicure, sfacciate, imperturbabili? quando dicevate: Questo gira i cieli; questo muove la mente, questo il cuore. E nondimeno, a voler mirare un po' a tondo, voi ne sapevate ancor meno di quelle materie — vol nol potete negare — di quello che sappiate ora della morte del signor Schwertlein.

Faust. Tu sei e tu sarai sempre un bugiardo e un sofista.

Mefistofele. Sì, chi non ne sapesse più in là. Perché non andrai tu dimani, senza un rimorso al mondo, a trarre di senno la povera Margherita, giurandole che l'ami dalle viscere dell'anima tua?

Faust. E di cuore glielo giurerò.

Mefistofele. E sia pure! Indi verranno le parole di amore eterno, di fede eterna; di un impulso, ordinato dai cieli, insuperabile, onnipotente. Ora usciranno pur queste dal cuore?

Faust. Cessa... usciranno! — Allorché io sento e al mio sentire, al tumultuare del mio petto io vorrei pur dare un nome, e non gliene trovo alcuno; e allora trascorrendo coll'ansia dell'anima il cielo e la terra, afferro ogni più alta parola; e la fiamma che mi arde io la dico immensa ed eterna! forse ch'io mi trastullo diabolicamente in menzogne?

Mefistofele. Io ho pertanto ragione.

Faust. Odi, e nota ben questo, — né voler più mungermi, te ne prego, il fiato dal polmone. — Chi vuoi avere ragione, purché non gli muoja la lingua in bocca, egli l'avrà indubitabilmente. Ma andiamo, che oramai tu mi hai tolto il capo. Tu hai ragione, perch'io mi sto nelle tue mani.

 


Giardino

 

 

Margherita appoggiata al braccio di Faust,

Marta con Mefistofele, passeggiando su e giù.

 

Margherita. Ben veggo ch'ella vuol usarmi cortesia; si umilia per farmi arrossire. I viaggiatori son soliti a mostrare condiscendenza, e pigliar per bene ogni cosa; ma io so che il mio povero discorso non può intrattenere un uomo di tanta esperienza.

Faust. Un tuo sguardo, una tua parola, mia cara, mi son più soavi, che non tutta la saviezza che può insegnare il mondo. (Le bacia la mano.)

Margherita: Deh, non faccia! come può ella degnarsi di baciare la mia mano, che è sì ruvida e brutta? Ma che non mi tocca fare in casa? E mia madre, per vero, è molto sottile. (Vanno oltre.)

Marta. E voi, mio signore, voi seguitate senza fine a viaggiare?

Mefistofele. Ohimè, le faccende e gli obblighi nostri ci astringono a questo! — Spesso egli è un dolor grande il doversi partire di alcuni luoghi, e nullameno non vi è né via né modo di rimanere.

Marta. Nel fervore degli anni debb'essere pien di diletto quell'andare qua e là senza impacci pel mondo; ma l'età grave vien via a gran passi, e non è finora tornato bene a nessuno il condursi celibe e solo verso il sepolcro.

Mefistofele. Ben dite: e con terrore io veggo dinanzi a me in lontananza quel triste termine.

Marta. Però, mio degno signore, consigliatevi in tempo. (Vanno oltre.)

Margherita. Sì, Sì! lontano dagli occhi, lontano dal cuore. È vostra usanza il corteggiare; ma voi avete amici in quantità che hanno assai miglior senno e accorgimento di me.

Faust. Dolce anima mia! credimi che quel che si vuol dire senno e accorgimento non è le più volte che vanità e cortezza d'ingegno.

Margherita. Come?

Faust. Ah, il candore e l'innocenza saranno sempre ignari di sé medesimi, e del santo lor merito? Ed è pure strano che l'umiltà e la verecondia, preziosissimi son fra i doni della benevole, dispensatrice natura.

Margherita. Pensate a me alcuni istanti, ed io avrò ben tempo di pensare a voi.

Faust. Voi siete sola sovente?

Margherita. Sì; è una piccola famiglia la nostra; e non di meno richiede molta cura. Non abbiamo fantesca; e spetta a me il far la cucina, spazzare, cucire, lavorar di calzette, e correre qua e là a tutte l'ore; e mia madre guarda fil filo ogni cosa. Non propriamente che ve la stringa il bisogno; ché anzi potremmo far più che altri. Mio padre ha lasciato un bell'avere, una casetta e un orticello pochi passi fuor della città. Ora per altro io ho giorni tanto o quanto tranquilli: mio fratello s'è fatto soldato, e la mia sorellina è morta. Io ebbi per quella creatura i miei begli impacci, e tuttavia me gli piglierei ancora tutti di buon animo, tanto io le voleva bene.

Faust. Un angelo ell'era, se somigliava a te.

Margherita. Io l'avevo allevata, ed ella pure mi voleva bene. Mio padre era morto di poco quando ella nacque; e tememmo allora di perdere ancora nostra madre, tant'era ridotta a mal termine; e non si riebbe che passo passo a gran pena. E però dové dimettere il pensiero di allattare quella povera bimba, e la trassi su io da me sola con latte ed acqua, e fu come mia. Io l'aveva tutto 'l dì in braccio, e la trastullava sul mio grembo; e a poco a poco si ravvivò, si abbellì, si fe' grande e briosa.

Faust. Certo tu allora provavi un dolcissimo contento.

Margherita. Ma e assai ore tristi ancora. La culla della piccina era accanto al mio letto, di modo ch'ella non poteva pur muoversi, ch'io non mi destassi. Ed ora bisognava darle a bere, or coricarlami a canto; e quando non voleva chetarsi, levarmi su, e ballarla innanzi o indietro per la camera: e la mattina sul fare del dì andarmene al lavatoio, e poi al mercato, indi correre a casa; e via via ciascun giorno di un modo. A simil vita, caro signore, non si va sempre di buona voglia; nondimeno se ne gusta meglio il mangiare e il dormire. (Vanno oltre.)

Marta. Le povere donne ne capitano spesso assai male; ché ravviare un vecchio scapolo non è cosa facile.

Mefistofele. Non so s'io mi dica che solo una pari vostra potrebbe ridurmi a miglior senno.

Marta. Ditemi schietto, signore; non vi ha mai dato nulla nel genio? non avete ancora collocato in nulla il vostro cuore?

Mefistofele. Dice il proverbio: Casa propria e donna savia valgono più che l'oro e le gemme.

Marta. Voglio dire, se non vi sentiste mai nascer dentro qualche viva propensione.

Mefistofele. Io fui accolto da per tutto assai cortesemente.

Marta. Io voleva dire, se non vi entrò mai alcun serio proposito nel cuore.

Mefistofele. Con le donne non si vuole scherzare.

Marta. Ah, voi non m'intendete!

Mefistofele. Io ne son dolente fuor di misura! Ma io intendo... che la vostra bontà è grande. (Vanno oltre.)

Faust. E tu, mio bell'angelo, tu mi hai tosto riconosciuto, quando io misi il piè nel giardino?

Margherita. Non vedeste? Io chinai gli occhi in terra.

Faust. E tu mi perdoni, non è vero? Io fui ben sfacciato di appressarmiti a quel modo allorché uscivi appena dal duomo.

Margherita. Io rimasi attonita; che mai non m'era occorso simil caso; e non ho mai dato che dire di me. Oimè, io pensava, ha egli forse veduto nel tuo contegno alcun che di sconvenevole, e di poco onesto? Gli è tocco a un tratto la fantasia, proprio come se credesse di aver a fare con una fraschetta? Ma il dirò io? Allora, allora cominciò a parlarmi nell'animo un non so che in favor vostro; ed io era malcontenta di me sentendo ch'io non sapeva essere malcontenta di voi.

Faust. Gioja mia!

Margherita. Via, state un po' cheto! (Coglie un fiore a stella e ne spicca ad una ad una le foglie.)

Faust. Che n'ha a riuscire? un mazzolino?

Margherita. No: egli è un giuoco.

Faust. Come?

Margherita. Oh, andate! Voi vi burlereste di me. (Sfoglia il fiore, e mormora sommessamente.)

Faust. Che vai tu mormorando?

Margherita (con più chiara voce). Egli mi ama — egli non mi ama!

Faust. Cuor dell'anima mia!

Margherita (continuando). Mi ama — non mi ama — mi ama — non mi ama — (spiccando l'ultima foglia con soave gioja). Egli m'ama!

Faust. Sì, mia fanciulla: la parola di quel fiore ti affidi, simile ad una voce che ti scendesse dal cielo. Egli ti ama! E intendi tu, fanciulla, che vuoi dire: Egli ti ama?

Margherita. Io sono atterrita.

Faust. Oh, non tremare! E questi nostri sguardi, questo stringere delle mani ti dicano quello che da nessuna parola può mai essere espresso. — Abbandonarsi pienamente all'amore; inebbriarsi delle sue voluttà; e durare in eterna beatitudine! eterna! Oh, disperazione; s'ella potesse mai aver fine! No, non avrà mai fine! mai fine! (Margherita gli stringe le mani, sciogliesi da lui e fugge via. Egli sta un istante sopra pensiero, indi la segue.)

Marta (venendo innanzi). Si fa notte.

Mefistofele. Sì, e noi ce n'andremo.

Marta. Io vi richiederei di rimanere più a lungo; ma siamo in paese assai maligno. Egli par che nessuno abbia altro da fare che spalancar gli occhi sui passi altrui, e dire de' fatti del vicinato; e benché vi diportiate bene, non c'è verso di scansare le male lingue! E la nostra giovine coppia?

Mefistofele. Se ne son iti a volo su pel viale di là. Sollazzevoli farfalle!

Marta. Pare ch'egli ne sia invaghito.

Mefistofele. Ed ella di lui. Così va il mondo.

 


Un casinetto nel giardino

 

 

Margherita sbalza nel casinetto, celasi dietro la porta, e messasi la punta del dito sulle labbra spia fuori per le fessure.

 

Margherita. Egli viene!

Faust. Ah, birboncella! tu mi stuzzichi, eh! Ti ho pur colta. (La bacia.)

Margherita. Oh, carissimo! io t'amo con tutta l'anima!

(Mefistofele picchia.)

Faust (dando de' piè in terra). Chi è là?

Mefistofele. Un tuo amico.

Faust. Un animale.

Mefistofele. È ben tempo di andarcene, parmi.

Marta (sopraggiungendo). Sì, mio signore, si fa tardi.

Faust. Mi permettete ch'io v'accompagni?

Margherita. Mia madre potrebbemi... Addio!

Faust. Devo dunque andarmene? Addio.

Marta. Buona sera.

Margherita. A ben rivederci presto. (Faust e Mefistofele partono.) Bontà divina! che mente ha quest'uomo! E come pensa a tutto a tutto! Ed io gli sto innanzi tutta vergognosa, e dico di sì ad ogni suo detto. Sono una povera ignorante, e invero non so intendere quel che egli si trovi in me.

 


Foresta e spelonca

 

Faust solo.

 

                   Mente suprema! tu mi desti tutto, — tutto quanto io ti chiesi. E non indarno tu volgesti verso di me la tua faccia cinta di fuoco. Mi desti in regno la splendida natura, e possanza di amarla e di goderne. Né tu mi concedi soltanto di guardare sovr'essa con fredda e torbida maraviglia, ma di mirare nel suo seno profondo come nel petto di un amico. Tu schieri dinanzi a me l'infinita varietà dei viventi, e m'insegni a conoscere i miei fratelli per entro i taciti cespugli, nell'aria e nell'acque. E quando la procella mugghia per la foresta e prostende gli ardui pini, che rovinando, schiantano e spargono a terra tutta la selva soggetta; e le valli cavernose rintronano orrendamente della loro caduta, allora tu mi fai ricoverare nelle spelonche, e quivi riveli me a me medesimo; qui tutte mi si disascondono le occulte maraviglie dell'anima mia. E intanto la luna sorge limpida nel cielo, che si riapre e serena, ed io veggo fuor degli umidi cespugli e su per le ripide balze muovere le ombre argentee dell'età andate, che tacite, aleggiandomi intorno, temperano l'austero diletto della meditazione.

                   Ahi! ed ora io sento che non ci è per l'uomo nessun bene scevro di amarezze. Perché veramente tu mi hai dato quest'animo che mi leva a partecipare delle gioje degli immortali, ma poi tu mi hai messo a' fianchi questo compagno, del quale io non so oramai più far senza; costui che freddo e impudente mi umilia dinanzi a me stesso, e coll'alito di una parola inaridisce e riduce a nulla tutti i tuoi doni. Egli mi tiene accesa nel petto una torbida fiamma, che affannosamente mi caccia verso quella soave bellezza; ond'io trascorro insaziabile dal desiderio al godimento, e dopo il godimento, sospiro il desiderio.

 

Mefistofele entra.

 

Mefistofele. Che è di te? non ti viene ancora in noja cotesta sciocca tua vita? Come puoi tu compiacerti in essa sì a lungo? Che si voglia una volta assaggiarne non disapprovo; ma per passar tosto a cose nuove.

Faust. Io vorrei che tu avessi altro da fare che molestarmi nelle mie ore buone.

Mefistofele. Ehi! se tu dici da senno, io non sarò in gran fastidio per piantarti lì; ché in vero c'è ben poco da guadagnare con un compagno così rustico e lunatico e pazzo come sei tu. Ve', gli si sta tutto 'l dì innanzi con le man piene, e non gli si caverebbe di bocca con le tanaglie quel ch'egli abbia o non abbia in piacere.

Faust. Deh, come la piglia bene pel suo verso costui! Sta a vedere ch'ei vuol essere ringraziato della noia che mi dà.

Mefistofele. Meschinissimo mortale! qual vita, dimmi, sarebbe stata la tua senza di me? Io son quegli che ti ho guarito delle tue dolorose fantasie, e s'io non era, tu te ne saresti già da gran tempo andato dal mondo. Che stai tu qui a intorpidire, annidato nei fessi delle rupi e delle spelonche, come un allocco? O che pastura vai tu aormando carpone sul putrido muschio, fra i sassi ed il guazzo, come un rospo? Oh, bello e dolcissimo passatempo! Va, che pizzichi pur sempre del dottore.

Faust. Un pari tuo potrebb'egli mai comprendere qual nuova forza io mi derivi dall'andarmi così aggirando per queste selvagge solitudini? Oh, se tu potessi solo averne un leggier senso, tu saresti tal demonio da portar invidia alle mie delizie.

Mefistofele. Delizie più che umane! Giacersi a notte oscura sui monti, alla rugiada ed al vento; trascorrere con mente elastica il cielo di giro in giro; gonfiarsi per agguagliare un Dio; inabissare la mente giù nelle cupe viscere della terra! covarsi in petto tutte e sei le giornate della creazione, orgogliosamente godendosi di non so che; e uscito dell'umano, struggersi e risolversi per gran dolcezza nell'immenso, — e allora conchiudere l'alta intuizione (con un gesto) io non so dir come.

Faust. Vergogna!

Mefistofele. Questo non ti va! Sta bene a te, uomo di buona creanza, l'empirti la bocca di quel vergogna. Non si vogliano ai casti orecchi nominare quelle cose di cui i casti cuori non sanno far senza. Ora, alle corte, io non t'invidio già il piacere di vender menzogne a te stesso, di tempo in tempo; ma bada che tu non sei uomo da goderti in ciò lungamente. Tu torni già a vaneggiare come un tempo, e se non sai tosto rilevarti, tu impazzirai, o ti morrai fra breve di affanno o di terrore. Ma basti di questo. La tua dolce amica è là in casa, e tutto intorno a lei è mestizia e travaglio. Tu non le esci mai dal pensiero, mai; e, misera, si strugge a occhi veggenti. Da principio il tuo amore riboccava come un ruscello allo sciogliersi delle nevi; glie l'hai versato nel cuore, ed ecco il tuo ruscello si è riseccato. Or pare a me, che invece di star qui a fare il grande, intronizzato nelle boscaglie, tu faresti assai meglio di andarne a consolare dell'amor suo quella travagliata. Il tempo le par lungo, che è una compassione. E stassi alla finestra guardando le nubi che traggono sulle antiche mura della città. "S'io fossi un uccellino!" così canta tutto il dì, canta mezza la notte. Talvolta è gaja; mesta per lo più; ora sfoga il cuore con dirotte lagrime, pare alquanto acquetarsi; ed arde pur sempre.

Faust. Serpente! serpente!

Mefistofele (da sé). Non è il vero? E già ti allaccio!

Faust. Impudentissimo! levamiti dinanzi, e non nominare mai più quella soave creatura. Non mi riardere nei sensi già mezzo affascinati il desiderio della sua dolce persona.

Mefistofele. Che sarà dunque? Ella crede che te ne sii fuggito, e il sei già in parte.

Faust. Io le son presso; e le fossi pur anche lontano, né io la dimenticherei, né la perderei mai. Sì, io porto invidia al corpo del Signore, allorché le sue labbra lo toccano.

Mefistofele. Egregiamente! Ed io ho spesso invidiato a voi que' due gemelli che pascolano fra le rose.

Faust. Va via, ruffiano!

Mefistofele. Per eccellenza! voi mi svillaneggiate, ed io non so tenermi di ridere. Quel Dio che creò il fanciullo e la fanciulla ben conobbe qual fosse il più nobile di ogni ufficio, sino a cogliere il destro di praticarlo. Su via, gran malanno è il vostro! dovete andare in camera della vostra innamorata, e non per ventura alla morte.

Faust. E che son le delizie del paradiso nelle sue braccia? Io mi riconforterò sul suo petto! — Ma non sentirò io pur sempre la sua gran miseria! Non sono io fuggiasco? non diseredato della mia casa? non un disumano senza scopo né riposo? il quale, simile ad un torrente ha imperversato giù di balza in balza, anelando all'abisso. In margine alla corrente, sul verde declivo dell'alpe, quella infelice aveva posta la sua capanna; erano placidi i suoi sensi; era nel suo cuore infantile innocenza; ed ogni sua cura raccolta nel suo povero ricetto. Ed io che il Signore ha riprovato, io rosi e diradicai e rovinai il monte: io divorai essa e la sua pace... Io la feci vittima all'inferno. Orsù, togliti, o demonio, la tua preda, dammi ajuto a scorciare le mie angosce, e ciò che deve avvenire avvenga subitamente. Aggrava il suo destino sopra di me, e sia d'ambedue una medesima perdizione.

Mefistofele. Come e' ribolle! come e' riarde! Va, e consolala, o gran pazzo che tu sei. Quando un povero cervello non sa di subito ritrovare l'uscita, egli si abbatte, e dice: Io sono spacciato! Viva colui che non cade mai d'animo! Io ti ho già veduto bellamente indiavolato; e or pensa che non è al mondo più sciocca cosa di un diavolo che dassi alla disperazione.

 


Stanza di Ghita

 

Ghita sola all'arcolajo.

 

                   La mia pace è ita; il mio cuore è angosciato; io non avrò mai più bene, mai più.

                   Quand'io non son seco, io son mesta a morte. Il mondo è squallido e pien d'amarezza per me.

                   Il mio povero capo è folle; travolto il mio povero senno.

                   La mia pace è ita; il mio cuore è angosciato; io non avrò mai più bene, mai più.

                   Sol per vederlo io stanco gli occhi alla finestra; e per lui solo esco furtiva di casa.

                   O suo nobile portamento; o leggiadria della sua persona; o suo sorriso, o suoi sguardi!

                   Ed o fascino delle sue parole! o suo toccare di mano!

                   La mia pace è ita; il mio cuore è angosciato; io non avrò mai più bene, mai più.

                   Il mio petto si avventa verso di lui. Oh, osassi gittargli intorno le braccia, e morire!

 


Giardino di Marta

 

Margherita e Faust.

 

Margherita. Promettimi, Enrico!

Faust. Tutto quel ch'io posso!

Margherita. Or dimmi, che stima fai tu della religione? Tu sei savio, buono, e pien d'affetto, ma temo che tu pecchi nella fede.

Faust. Lasciamo star questo, figliuola. Tu sai ch'io ti voglio bene. Io porrei la mia vita per quelli ch'io amo; e per niun modo vorrei rimuovere chicchessia da ciò che a lui par savio di credere.

Margherita. Non va bene, deesi anche credere.

Faust. Deesi?

Margherita. Oh, s'io avessi alcun potere sopra di te! Tu rispetti poco i Santi Sacramenti.

Faust. Io li rispetto.

Margherita. Ma senza frequentarli. Egli è un gran pezzo che non vai alla messa, e che non ti se' confessato. Credi tu in Dio?

Faust. Anima mia! chi osa dire: io credo in Dio? domandane i preti e i sapienti, e la loro risposta ti parrà una derisione: diresti ch'ei volessero farsi giuoco di te.

Margherita. Però tu non ci credi.

Faust. Non mi fraintendere, mio dolce amore! Chi osa nominar Dio, e dire: Io credo in esso? E chi può aver animo che sente, e attentarsi di dire: Io non credo in esso? nel comprenditore e sostentatore di tutte le cose? — E non comprende e sostiene egli te, me, sé medesimo? Non s'inarca lassù il cielo? Non si stende quaggiù salda la terra? E non sorgono amicamente arridendoci dall'alto, le stelle immortali? Non raggia il mio occhio nel tuo occhio? Non tutte le cose si traggono verso la tua mente e il tuo cuore, e vivono e si rivolvono in eterno mistero — visibili od invisibili — intorno a te? E tu riempi di questo ineffabile portento il tuo petto, e se ti senti allora pienamente beata, nominalo come tu vuoi: dillo felicità! dillo cuore! Amore! Dio! Io non ho alcun nome per esso. Sentire è tutto; e non è il nome altro che suono ed ombra che offusca lo splendore che ne viene dal cielo.

Margherita. Belle e savie cose son queste: e a un bel circa dice il medesimo anche il parroco, benché in parte con altre parole.

Faust. Questo dicono tutti i cuori, in tutte le contrade, sotto il vital raggio del giorno; ciascuno in suo linguaggio; e perché non io nel mio?

Margherita. A intenderla così, parrebbe in vero che tu non dicessi male, ma ci rimane pur sempre non so che di torto, perché tu non sei buon cristiano.

Faust. Viscere mie!

Margherita. E da un gran tempo anche mi accora il vederti tener pratica con quell'uomo.

Faust. Che vuoi tu dire?

Margherita. Quell'uomo che hai sempre a lato, m'è odioso fino all'anima. Nessuna cosa a' miei dì mi ha mai trafitta così a dentro nel cuore come il sinistro aspetto di colui.

Faust. Bambola mia, non averne paura.

Margherita. La sua presenza mi rimescola il sangue. Se ne togli costui, io non voglio male ad uomo nato. Ma così com'io sospiro sempre di veder te, così io rabbrividisco tutta dinanzi a quell'uomo, talché ho nell'animo ch'egli sia un furfante. Dio mi perdoni se gli fa torto.

Faust. Voglionci anche di sì fatti nottoloni.

Margherita. Io non saprei farmi con un simil uomo. Ogni volta ch'egli si affaccia alla porta, egli guata subito dentro con non so che viso tra il beffardo ed il corrucciato, e chiaro si vede che niuna cosa lo tocca nel mondo. Egli porta scritto nella fronte che non sa amare anima viva. Io son si gaja al tuo braccio, sì confidente, provo una così soave ebbrezza nell'abbandonarmi a te, e nella sua presenza mi si chiude subito il cuore.

Faust (da sé). O angelo! come tu sei presaga!

Margherita. E tanto io sono sopraffatta di ciò, che quand'egli si raggiugne con noi, mi pare persino ch'io non ti ami più; e al suo cospetto io non potrei di niun modo fare orazione; e ciò mi consuma amaramente il cuore. Quel ch'io provo, tu pure lo provi, di', Enrico?

Faust. Tu ci hai antipatia.

Margherita. È tempo ch'io vada.

Faust. Deh, non potrò io mai riposarmi una breve ora con te; stringere il mio cuore al tuo cuore; mescere anima con anima?

Margherita. Ah, s'io dormissi pur sola, io ti vorrei lasciar aperto l'uscio stanotte. Ma mia madre ha il sonno sì sottile; e s'ella ci avesse a cogliere, io cascherei morta sul fatto.

Faust. Non vi è pericolo, mio bell'angelo! Togli quest'ampolletta; e sol tre gocciole che gliene mesci nella sua bevanda, la sommergeranno in un placido e profondo sonno.

Margherita. Che non farei per l'amor tuo! Non le può far danno, non è vero?

Faust. Cuor mio, vorrei io proportelo se potesse?

Margherita. Sol ch'io ti guardi, mio caro, non so che mi persuade di consentire ad ogni tuo desiderio, e tanto io ho già fatto per te, che ora mai mi rimane ben poco da fare. (Parte.)

Mefistofele entra.

 

Mefistofele. La babbuina! se n'è ella ita?

Faust. Tu hai fatto la spia, eh?

Mefistofele. Ho teso un poco gli orecchi, e ho udito ad un di presso ogni cosa. Il dottore fu catechizzato, e gli farà buon frutto, spero. Sta molto a cuore alle fanciulle che il lor caro giovane sia un semplice e dabbene all'antica, perché elle pensano: S'egli condiscende in questo, sarà condiscendente anche verso di noi.

Faust. Tu non puoi, mostruosa creatura, comprendere come quella candida e soave anima, tutta accesa della sua fede, che solo può condurla a salvazione, piamente s'affanni in pensare ch'ella dee tenere per perduto l'uomo che le è caro sopra ogni cosa.

Mefistofele. O sensibile, strasensibile amante! una femminetta ti mena per il naso.

Faust. Sozzo innesto di fango e di fuoco!

Mefistofele. E la è anche buona fisionoma: e nella mia presenza ella prova, non sa ella che, io ho sul volto la maschera, trappole e inganni covano sotto; io mi sono in sua fé qualche mal genio; e, Dio la salvi, forse forse il diavolo. Orsù, stanotte...?

Faust. Che ne fa a te?

Mefistofele. Ci ho il mio divertimento anch'io.

 


Alla fontana

 

Ghita e Bettina con brocche.

 

Bettina. Hai udito di Barbarina?

Ghita. Nulla ho udito: sai ch'io non vado gran fatto fuori.

Bettina. Certo, me l'ha detto oggi Sibilla. Ella ci è finalmente incappata. Ecco come finiscono con la lor boria.

Ghita. Che è ciò?

Bettina. È pazza! Quando desina ella dà da mangiare a due.

Ghita. Ohimè!

Bettina. Le sta bene. Da sì gran tempo impazziva dietro quel rompicollo! Seco alle passeggiate, seco a' diporti in contado, seco ai balli; e da per tutto voleva essere da più dell'altre; ed egli la veniva ammorbidendo col regalarla sempre a pasticcetti, vino e altro. Ella si paoneggiava stimandosi un gran che di bellezza, ed era ita sì innanzi che non si facea punto vergogna di accettare ogni suo presente. Ma dàlle, dàlle, moine, carezze, baci, e il bel fiorellino fu colto.

Ghita. Povera figliuola!

Bettina. Le ne hai compassione tu! Quando la sera noi stavamo a filare, egli non c'era verso che nostra madre ne lasciasse andar giù. Ma ella si stava soavemente col suo bel giovane in sulla panca a lato alla porta, e le ore erano sempre corte troppe per essi. Ora dovrà umiliarsi, e la vedremo andare alla chiesa col camicione delle penitenti.

Ghita. Egli certo la sposerà.

Bettina. Sarebbe un bel pazzo! Per un giovane lesto com'egli è, è buona stanza per ogni paese. Egli si è già dileguato.

Ghita (andando verso casa). Ohimè, ed io ho potuto un tempo far tanti schiamazzi al fallo di qualche povera fanciulla! ho potuto senza carità alzare la voce contro! Io non finiva mai di dire de' peccati altrui; e per gravi che mi paressero io li aggravava vie più, né sapeva darmene pace; — e beata me! diceva e insuperbiva scioccamente; ed ora son io stessa nel peccato fin sopra i capegli.

 


Luogo solitario a piè degli spaldi

 

                   In una nicchia della muraglia è una devota immagine della Mater dolorosa, e dinanzi ad essa alcune ampolle di fiori.

 

 

Ghita (pone fiori freschi nelle ampolle). Deh, inchina, o Addolorata, benignamente il tuo aspetto sopra di me, e vedi il mio affanno.

         Con la spada nel cuore, e oppressa d'immense angosce, tu alzi gli occhi verso il morto tuo Figlio.

         E li alzi al Padre su in cielo, e gli mandi i tuoi gemiti, perché soccorra al suo e al tuo strazio.

         Ahi, chi comprende il dolore che mi trafigge addentro nell'anima? Tu sola, o Madre, conosci le ansietà del mio povero cuore; e tu sola sai i miei terrori e il mio struggimento.

         Dove ch'io vada, oh, me misera! io porto qui meco nel seno tutti i miei guai; e non appena io son sola, io piango e piango, e piango che il cuore mi fende nel petto.

         Ho irrigato delle mie lagrime i vasi dinanzi la mia finestra, quando sull'alba io colsi per te questi fiori.

         Il sereno raggio del mattino appariva nella mia camera, ed io già sedeva sul letto travagliata da' miei gran mali.

         Abbi misericordia! salvami dall'ignominia e dalla morte. Deh, inchina, o Addolorata, benignamente il tuo aspetto sovra di me, e vedi il mio affanno.

 


Notte. Via dinanzi la porta di Ghita

 

Valentino soldato, fratello di Ghita.

 

Un tempo, quand'io mi trovava a far gozzoviglia, fra gli schiamazzatori e i millantatori, e chi metteva in cielo questa e chi quella fanciulla, inaffiando a prova di gran bicchieri le lodi, io mi stava zitto ad udirli, e coi gomiti posati in sulla mensa lasciava sfogare quelle loro spampanate. Indi lisciatami, sorridendo, la barba, e dato di mano a un colmo bicchiere io dicevo: Bello è quel che piace! Ma avvi in tutta la contrada una fanciulla che possa paragonarsi alla mia Ghituccia? che sia sol degna di allacciare le scarpe a mia sorella? E allora udivi un subito tintinnire di tazze, e grida di allegrezze. Egli ha ragione: viva la Ghituccia; il fiore delle belle, lo specchio delle fanciulle! E le tazze e i viva andavano in volta, e quei primi spacciatori di lodi ammutolivano. Ed ora! — ahi, è tal dolore da stracciarsene i capelli, da dare del capo nelle muraglie! Ora, ogni mascalzone potrà farmi onta coi motteggi, e arricciare malignamente il naso; ed io dovrò infingermene, e star cheto come un fallito dinanzi il creditore; io dovrò sudare per una leggiera parola pur detta a caso; e ancorché io sfracellassi a tutti costoro il capo di mia mano, io non potrei dire a nessuno: Tu te ne menti.

Chi viene per di là? chi quatto quatto rade il muro a questa volta? S'io non m'immagino sono in due. Oh, se è desso, io lo concio pel dì delle feste; egli non mi scapperà vivo dalle mani.

 

Faust e Mefistofele.

 

Faust. Quale tu vedi lassù fuor della finestra della sagrestia spargersi il lume della lampada eterna, e più più fioco venir meno, e le tenebre addensarsi d'ogni intorno, tale si annotta nell'anima mia.

Mefistofele. Ed io anzi muojo di voglia come il mucino che s'inerpica di nascosto su per la scala a canto al fuoco, e poi va via stropicciandosi alla parete. Provo anch'io non so che rimordimenti di coscienza, sol che non avessi addosso un po' del pizzicore de' ladri, e un po' della fregola de' gatti. Io mi sento andare per tutte le membra un soave solletico pensando alla magnifica notte della Valpurga. Essa riviene posdomani, e si sa allora perché si veglia.

Faust. Quel luccichìo ch'io veggo colà è forse il tesoro di cui mi dicevi? e verrà su presto?

Mefistofele. Tu godrai tosto di porre le mani sul forziere. Vi ho guardato dentro non è guari con la coda dell'occhio, ed è pieno di bei talleri del leone.

Faust. E non un vezzo? non un anello? nulla da ornarne l'amor mio?

Mefistofele. Sì, bene; io vi ho visto ancora non so che cosa a modo di un fil di perle.

Faust. Ne son lieto; ché mi piange il cuore quando vado da lei colle mani vôte.

Mefistofele. Non vi dovrebbe increscere di godere qualche cosa a scrocco. Ora io voglio, sotto questo bellissimo stellato, farvi udire un miracolo dell'arte. Zitto ch'io le spippolo una canzone morale che la farà girare affatto. (Egli canta sulla chitarra.)

                     Bella Cate, viso adorno,

                   Or che spunta appena il giorno,

                   A che vai girando attorno

                   Alla porta del tuo amore?

                     Torna a casa, Cate bella;

                   Abbi l'occhio alla gonnella;

                   Tu là dentro andrai zitella,

                   Non zitella verrai fuore.

                     State all'erta, o sempliciotte!

                   Oimè, quando v'han sedotte,

                   Buona notte, buona notte,

                   Ei vi dan delle canzone.

                     Bella Cate, abbi cervello;

                   Chiuso a' piè tienti il guarnello:

                   Niun lo tocchi se l'anello

                   Pria nel dito non ti pone.

Valentino (facendosi innanzi). Che vai tu zimbellando costà? Poffare il cielo! maladetto cacciatopi! Al diavolo prima lo stromento; poi al diavolo il cantore.

Mefistofele. La chitarra è in pezzi! non vale più a nulla.

Valentino. Ora sarà una spaccatura nel capo.

Mefistofele (a Faust). Dottore, non date indietro. Animo! statemi a fianco, e lasciatevi guidare da me. Fuori durindana, e menate di punta! Io paro.

Valentino. Para questa.

Mefistofele. Perché no?

Valentino. E quest'altra!

Mefistofele. Messer sì.

Valentino. In mia fe' che qui combatte il diavolo. Che è questo mai? Io ne ho già il braccio intormentito.

Mefistofele (a Faust). Ferite!

Valentino (cade). Ohimè!

Mefistofele. Il babbeo è ammansato! Or diamla a gambe. Ci bisogna dileguarci in fretta, ch'io odo già levarsi intorno un rumore spaventevole. Io son bene di qualche autorità, ma in quanto alla corte di giustizia la è un'altra minestra.

Marta (al balcone). Fuori! fuori!

Margherita (al balcone). Qua un lume!

Marta (come sopra). S'ingiuriano, s'azzuffano, schiamazzano, combattono.

Popolo. Qui n'è già uno morto.

Marta (uscendo nella via). Son già fuggiti gli assassini?

Ghita (uscendo nella via). Chi giace qui?

Popolo. Il figliuolo di tua madre.

Margherita. O gran Dio! che disgrazia!

Valentino. Io muojo; quest'è presto detto, e più presto fatto. A che, o donne, state lì a piangere e a strillare? Venitemi intorno, e ascoltatemi. (Tutti gli fanno circolo.)

Vedi, Ghita mia! tu sei ancor giovane, tu sei ancora poco accorta, e fai male i fatti tuoi. Io tel dico in confidenza; tu sei oramai una sgualdrina, e però studiati a fare il tuo mestiere come si dee.

Ghita. O fratello! Dio mio! Che vuoi tu dire?

Valentino. Non trarre ora in ballo il nostro signore Iddio. Pur troppo quel che è fatto è fatto, e oramai ciò che dee essere sarà. Tu ti sei data furtivamente ad uno e ti darai tosto a molti altri, e allorché avrai fatto il piacere di una dozzina tu farai leggermente il piacere di tutta la città.

Quando l'ignominia nasce, ell'è da prima recata nel mondo nascosamente; le si avviluppa intorno al capo e gli orecchi il velo della notte, anzi si vorrebbe poterla affogare. Ma, poiché è cresciuta e s'è fatta grande, allora ella va attorno nuda di bel mezzodì, e non è pertanto più bella. Quanto più il suo aspetto divien brutto e abbominevole, tanto ella cerca più sfacciatamente lo splendore del giorno.

Io ho già innanzi a me il tempo nel quale ogni uomo da bene si scanserà, sguajata, da te come dal cadavere di un appestato, e il cuore ti si smarrirà nel petto quando un di loro ti guarderà pure negli occhi. Tu non porterai più catenella d'oro; non più apparirai in chiesa dinanzi l'altare; non più col bel collare delle trine ti compiacerai nella danza. Tu andrai a rimpiattarti in qualche miserabile ospizio fra gli accattoni e gli storpi; e ancorché Dio ti perdonasse lassù, tu sarai pur sempre maledetta sopra la terra.

Marta. Raccomandatevi alla misericordia del Signore. Volete aggravarvi l'anima anche di questi improperj?

Valentino. Oh, potess'io gittarmi su quel tuo vecchio carcame, mezzana svergognata, ch'io spererei d'impetrarmi così il perdono d'ogni mio peccato.

Margherita. O, fratel mio! Che inferno mi fai patire!

Valentino. Io tel dico; rasciuga le lagrime. Quel dì che tu hai gittato dopo le spalle l'onore, tu mi hai quel dì mortalmente ferito tu stessa. Or morendo io salgo a Dio come si conviene a un soldato e a un valoroso. (Muore.)

 


Duomo. Messa solenne, organo e canti

 

 

Ghita fra la moltitudine. Uno Spirito Malefico dietro di lei.

 

Lo Spirito Malefico. Dove sono andati, Ghita, quei giorni, quando piena d'innocenza venivi innanzi l'altare, e in quel tuo libriccino, che ora contamini, balbuzzivi le tue orazioni, col cuore parte a Dio e parte nei trastulli della fanciullezza? Ghita! dov'è la tua mente? e quale de' tuoi misfatti ti sta ora nel cuore? Preghi tu per l'anima di tua madre, che tu hai con sì lunghi spasimi addormentata per sempre? E di chi è quel sangue sparso là sulla tua soglia? E qui nelle tue viscere che è ciò che vien crescendo, e si muove pur ora? Ahi, fieri presentimenti! che sarà di lui? — Che sarà di te?

Ghita. Oh, misera! misera! Potess'io sottrarmi dai pensieri, che mio malgrado mi vanno tumultuosamente per l'anima!

Coro.          Dies irae, dies illa

                   Solvet saeculum in favilla.

(Suono d'organo.)

Lo Spirito Malefico. Tu inorridisci! Le trombe squillano! i sepolcri rendono i morti! E il tuo cuore, suscitato dalla quiete delle ceneri ai tormenti dell'inferno, trema miseramente.

Ghita. Oh, foss'io fuori di qui! Quell'organo par come che mi tolga il respiro! quei canti squarciano profondamente il mio cuore!

Coro.          Judex ergo cum sedebit

                   Quidquid latet adparebit,

                   Nil inultum remanebit.

Ghita. Ohimè, io affogo! I pilastri mi si serrano contro; la vôlta mi pesa sul capo! — Aria!

Lo Spirito Malefico. Nasconditi! Il peccato e l'ignominia non rimangono nascosti. Aria, tu dici? Luce? Guai, guai a te!

Coro.          Quid sum miser tum dicturus?

                   Quem patronum rogaturus?

                   Cum vix justus sit securus.

Lo Spirito Malefico. I glorificati ritorcono da te le loro facce; i mondi di cuore inorridiscono di stenderti la mano. Ahi, te trista!

Coro.                   Quid sum miser tum dicturus?

Ghita. Signora, la vostra ampolletta da odore. (Sviene.)

 


La notte di Valpurga

 

Montagne dello Harz, paese di Scirke ed Elend.

 

Faust e Mefistofele.

 

Mefistofele. Non ti vien voglia di un manico di granata? Io per me mi desidero il più nerboruto dei becchi; che da qui a lassù è da camminare ancor molto.

Faust. Finch'io mi sento bene in gambe ho abbastanza di questo nocchioso bastone. E che giova voler accorciare la via? Io godo dell'andarmi aggirando per le tortuosità della valle, e inerpicarmi quindi su per le rupi d'onde si versano l'eterne sorgenti dei ruscelli; questo mi alleggerisce la noja di una simile andata. Già le betulle si ravvivano all'alito di primavera, e par che se ne senta anche il pino; — e perché non ne verrebbe vigore anche alle nostre membra?

Mefistofele. In verità io non ne ho un sentore al mondo; sono una natura invernale, e vorrei piuttosto neve e ghiaccio sul mio cammino. Guarda come sorge lenta la luna fra quegli infuocati vapori! Come è mesto il lume della sua logora faccia! Fa sì poco chiaro che a ciascun passo vai a dare del capo in un albero o in una rupe. Però non ti rincresca ch'io domandi in nostro ajuto un fuoco fatuo. Ne veggo appunto uno colà che mena attorno giocondamente la sua fiammella. Olà, amico, poss'io pregarti di venirne verso di noi? Che vuoi tu starti colà ad ardere indarno? Vien qua, in buon'ora, e fanne lume su per la salita.

Il Fuoco Fatuo. Per buon rispetto io m'ingegnerò di correggere il mio leggier naturale; ma ben sapete che noi abbiamo per costume di andare a zigzag.

Mefistofele. Eh, eh! egli si studia di contraffare gli uomini. Va via dritto in nome del diavolo, o ch'io ammorzo d'un soffio quel tuo picciol guizzo di vita.

Il Fuoco Fatuo. Voi siete quassù il padrone, ben me n'avveggo, e farò come saprò meglio il piacer vostro. Ma badate che in questo dì la montagna ha addosso gl'incanti e la pazzia, e se un fuoco par mio deve insegnarvi il cammino, non avete a guardarla troppo pel sottile.

 

Faust, Mefistofele e il Fuoco Fatuo, cantando a vicenda.

 

         Nel paese de' sogni, nel regno

         Degl'incanti or mettiamo i vestigi.

         Fatti onore, dimostra l'ingegno,

         Ben ne guida per l'ombre e i prestigi,

         Sì che ratto usciam fuori all'aperto

         Su lo sterile giogo deserto.

                     Ve' come rapidi

                   Indietro fuggono

                   Arbor dopo arbori

                   Ve' come i vertici

                   De' monti girano,

                   Come traballano,

                   E si dirupano!

                   Come i lunghissimi

                   Nasi degli orridi

                   Macigni russano,

                   Come trombettano!

            Giù per sassi e verdi clivi

         Si devolvon freddi rivi.

         Odo io 'l fremer de' torrenti?

         O il rombar odo de' venti?

         O son gemiti d'amanti?

            Son concenti di quei belli

         Di che il ciel spiegava l'ali

         O son giubili, o son canti?

         Vêr la terra, e da fratelli

         Visser gli angeli e i mortali?

            Soave all'anima

         Speme m'infondono,

         E desir trepidi!

            Mi torna il giovine

         Tempo nel cor;

         Gli spirti tremano

         Ebbri d'amor.

            E le strane arcane note

         L'eco mesta ripercote

         Via per l'erta, come oscuro

         Suon de' secoli che furo.

   Gufi! Allocchi! non odi? e pavoncelle.

E civette ogni intorno! E le ghiandaje

Son tutte deste anch'elle?

Son salamandre qui per le prunaje?

O che pance! o che gambe!

E le radici in forma di serpenti

Su per gli scogli vanno

Vagando e per le ghiaje;

E ne annodan di strambe

Maravigliose, e danno

Subitani spaventi.

Giù dall'arbor viventi

Corron triboli e rovi,

E dov'è che il piè movi

T'avviluppi, t'impacci,

Sei colto in mille lacci.

   Topi dipinti di color diversi

Van per le felci della landa in frotte,

E luccioloni volan per la notte

Con tai folgori quai mai non vedèrsi.

Ora dal vento spersi,

Or addensati sul cammin malvagio,

Ne addoppiano il disagio.

   Ma su, dimmi: Stiam noi, o andiam noi?

Tutto tutto qui il monte si gira

Con le rupi e cogli arbori suoi.

O, che giochi ne fan! Mira mira

Immillarsi i volubili fochi

E gonfiare e scoppiare! O, che giochi!

Mefistofele. Tienti saldo al lembo del mio mantello. Qui su a mezzo la costa è una roccia da dove vedrai con tua gran maraviglia come Mammone arda per tutta la montagna.

Faust. Che strano chiarore si accende colaggiù alle falde, e s'interna fin entro le più profonde gole del monte! Là sorge un fumo, colà esalano pingui zolfi; e da quel lato balena fuori dai vapori una luce che, trasformandosi, ora discorre per l'aria in sottili filamenti, ed ora prorompe a guisa di grandi polle d'acqua. Ivi se ne va via serpendo per la valle, diramata in cento rigagnoli, e là oltre, s'ingorga e frange giù tra i macigni. Qui da presso piovigginano scintille, simili a sparnicciata arena d'oro. — Ma guarda, come quella petrosa giogaja si affuoca tutta lunghesso la cima!

Mefistofele. Non ti pare che il nostro Mammone abbia superbamente illuminato la sua reggia per simil festa? O tua gran ventura che hai veduto questo! Parmi già udire il furibondo accorrere dei convitati.

Faust. Come imperversa la procella per l'aria! e che fieri buffi mi da dietro nella coppa!

Mefistofele. Ghermisci i vecchi scheggi di quella rupe, che il turbine non ti rovini giù nel profondo. Una grossa nebbia raddensa la notte. Odi risonare di grandi scrosci la foresta, e i gufi svolazzare di qua e di là pieni di spavento! Odi scheggiarsi le colonne di questi palagi di eterna verdura; — odi il cigolare e il frangersi dei rami; il violento squassarsi dei tronchi, lo svellersi e lo squarciarsi delle radici! E rami e tronchi e ceppi s'intralciano, si avviluppano, si dirompono, e mirando vanno giù ad accatastarsi nei fondi declivi del monte, dove fra i loro rottami ulula e sibila il vento. Odi tu voci su in alto? — di lontano? — da presso? Sì certo tutta la montagna risona di un tempestoso magico canto!

 

Streghe in coro.

Traggono al Broken le Streghe in masnade.

 

           La stoppia è gialla ed è verde la biada.

         Sovra la cima è il solenne ridotto;

         Là siede Uriano sul sasso dirotto.

         Vassi per greppe, per bronchi e per stecchi.

         Le streghe t-o, putano i becchi.

Voce.          La vecchia Baùbo, vien sola soletta;

         Sur una scrofa ella monta alla vetta.

Coro.          Onore, onore a chi onor si conviene!

                   Onore a Baùbo, a madonna che viene.

                   O, che mirabil scrofa cavalca!

                   E che codazzo di streghe! che calca!

Voce.          Tu che via festi?

Voce.                             Passaimene presso

                   All'Inselstaino. Ivi dentro d'un fesso

                   È una civetta; — nessuno la tocchi!

                   Volli guatarvi, e m'ha fatto un par d'occhi!

Voce. Perché sì forte? Deh, va in tua mal'ora!

Voce. E m'ha graffiata che sanguino ancora!

Coro di Streghe.

         La via è larga, per tutti v'è loco:

         Questo affollarsi è un orribile gioco!

         Scopa ti pettina, forca ti stroppia;

         Affoga il bambolo, la madre scoppia.

StregoniSemicoro.

         Il nostro andare è un andar di lumaccia;

         Ve' come innanzi ogni donna si caccia!

         Che quando a casa del diavolo vassi

         Le donne han sempre su noi mille passi.

L'Altro Semicoro.

         Cotesto è grande sottilizzamento:

         Se in mille vanci le femmine drento,

         Ancor che vadan più ratte che sanno,

         D'un salto gli uomini drento ci vanno.

Voce (all'insù).

         Vien su! Ti sferra dai sassi se puoi.

Voce (all'ingiù).

         Noi volentier su verremmo con voi

         Siam lindi e lucidi, garbo abbiam molto;

         Ma tutto è indarno; il salire n'è tolto.

Ambo i Cori.

         Le stelle fuggono, l'aer s'abbonaccia,

         La luna vela la mesta sua faccia.

         Ronzando i magici festivi cori

         Sprizzan per l'ombre infiniti fulgori.

Voce (all'ingiù).

         Aspetta, aspetta! Deh, siimi cortese!

Voce (all'insù).

         Laggiù chi grida tra l'orride scese?

Voce (all'ingiù).

         Teco mi togli! deh, teco mi togli!

         Da trecent'anni vo su per gli scogli

         Né posso al sommo condurmi; e starei

         Pur volontieri lassù co' par miei!

Ambo i Cori.

         Porta la scopa, la forca, il bastone;

         Per l'aer valica ratto il caprone.

         Se per salir non sai oggi aver ali,

         Tu se' spacciato, in eterno non sali.

Semistrega (all'ingiù).

         Io, da gran tempo per sorger mi affanno

         O quanto gli altri già innanzi mi stanno!

         Senza riposo è la tresca de' piedi,

         E son pur sempre quaggiù, come vedi.

Coro di Streghe.

         Le streghe tiran vigor dagli unguenti;

         Per vela un cencio puoi spargere ai venti;

         E buona barca di un truogolo fai.

         Chi non vola oggi non vola giammai.

Ambo i Cori.

         E quando sòrti sarem su l'altura

         Radiam col volo la vasta pianura;

         Tutta copriam la campagna via via

         Col nostro stormo di stregoneria. (Si calano.)

Mefistofele. Vedi l'affollarsi, l'urtarsi, il rimescolarsi che costoro fanno. E strillano e mugolano e cinguettano e ronzano e zufolano; e sfolgorano e sfavillano, e putono ed ardono! Oh, il grandissimo indiavolio! Tienti bene stretto a me che non ci smarriamo nella folla. Olà, dove sei tu?

Faust (di lontano). Qui!

Mefistofele. Po'! già trasportato fin là? Or via, qui mi convien fare da padrone di casa. Largo! il cavalier Volante! su largo, graziosa marmaglia! Fate strada! Qua, dottore, afferrami, e d'un salto vediam di gettarci fuori di questo scompiglio, ch'io medesimo mal so reggere a tante mattezze! Quindi poco discosto splende non so che cosa di un lume così nuovo, ch'io mi sento trarre verso quel prunajo. Vientene, vientene! facciamo di guizzare fin là.

Faust. O viluppo di contraddizioni che tu se'! Ma va, fa di me il piacer tuo. Gran senno è il nostro veramente! C'inerpichiamo sul Brocken per godere della Valpurga, e nel bello dello spasso ne piace star soli.

Mefistofele. Eh via, mira là quelle fiamme tutte screziate! Sono una briosa combriccola; e ben sai che in piccola compagnia l'uomo non è solo.

Faust. Io nondimeno n'andrei più volentieri lassù. Già veggo levarsi la vampa, e avvolgersi il fumo; — ed oh, come tutti traggono in calca verso il Maligno! Là certo vi si deono sciogliere molti enigmi.

Mefistofele. E del pari molti enigmi vi si avviluppano. Or tu lascia fervere il gran mondo; e noi c'incantucceremo qui in pace; che già per antico l'uomo gode di comporsi un suo piccolo mondo nel gran mondo. Veggo colà alcune giovani stregoncelle tutte nude, ed altre vecchie che fanno gran senno a coprirsi. Or tu sii cortese per amor mio, e per poca fatica avrai gran diletto. Odo risonare non so che istrumenti. Che maledetto baccano! Ma bisogna assuefarvisi. Vien via meco, vieni: egli non c'è scampo. Io vo innanzi e t'introduco alla lor compagnia: e tu mi avrai nuovo obbligo di nuovi servigi. Ehi, che ne dici, amico? Ti par egli un picciol luogo questo? Tendi l'occhio in là, a pena ci vedi in fondo. Un centinajo di fuochi ardono tutti in fila, e vi si balla, vi si ciancia, vi si cuoce, vi si bee, vi si fa all'amore. Or mi di' se potremmo star meglio altrove?

Faust. Come vogliam noi introdurci a costoro? Pensi tu di darti per mago o per diavolo?

Mefistofele. Veramente io ho per uso di andare incognito. Se non che ne' dì di gala ognuno sta sull'onorevole, e mostra i suoi ordini. Io non ho la giarrettiera che mi segnali, ma quassù è in gran riverenza il piè di cavallo. — Vedi tu là quella lumaca? Ella vien via strisciando lenta lenta, e col menare intorno delle corna ha già avuto qualche fumo di me; ond'io non riuscirei a celarmi dove pure lo volessi. Su, vientene; andremo di fuoco in fuoco; tu sei l'amoroso ed io il dimandante. (Ad alcune persone sedute intorno a carboni mezzo spenti.) Che fate voi costì in un angolo, miei vecchi signori? Molto vi loderei se vi vedessi darvi buon tempo nel bel mezzo del trambusto e dell'allegra gioventù; ché ognuno ha tempo di covar le ceneri in casa.

Un Generale.

         Il mondo è ingrato, e vivere in affanno

         Per l'util della patria è gran follia;

         Il popol fa quel che le donne fanno;

         I giovani vezzeggia e i vecchi oblia.

Un Ministro.

         Il mondo di dì in dì cade più in basso,

         E per me son co' vecchi: i vecchi onoro;

         Che quando noi facevam alto e basso,

         I popoli godean l'età dell'oro.

         Noi pur non fummo gonzi veramente,

Un Nuovo Ricco.

         E del ladro anche avemmo un cotal poco;

         Ma la fortuna si mutò repente,

         Allor che più parea farne buon gioco.

Un Autore.

         Da chi, da chi i buon libri oggi son letti!

         O che crassa ignoranza! o che cervelli!

         Quanto ai leggiadri nostri giovinetti

         Non fur mai visti simil saputelli.

Mefistofele (apparendo a un tratto un vecchione).

         Il nuovissimo dì certo è vicino:

         Addio bel monte! addio leggiadra corte!

         Conciossiachè io sono al lumicino,

         Così anche il mondo è vecchio e in fin di morte.

Strega Rigattiera. Signori miei, non passino oltre a quel modo; non lascino fuggire l'occasione. Veggano, veggano che fiore di mercante! Qui v'è di tutto; e son nullameno tutte cose rarissime e senza eguali in terra; tutte famose per qualche gran malanno recato, quando che fosse, agli uomini e al mondo. Io non ho in bottega un pugnale dal quale non sia grondato sangue, non una tazza che non abbia dato a bere un segreto veleno, e distrutte le più robuste complessioni; non un ornamento che non lasciasse una donna da bene; non una spada che non rompesse un'alleanza, o non trafiggesse l'avversario alle spalle.

Mefistofele. Madonna, voi conoscete male i tempi. Quelle cose vostre sanno dell'antico, e ciò che è stato è stato. Provvedetevi, in buon'ora, di novità, che le novità sole possono allettarci.

Faust. Io son mezzo fuori di me. Questa in ultimo non è che una fiera!

Mefistofele. La turba trae tutta insieme all'insù. Tu credi di sospingere e sei sospinto.

Faust. Dimmi, chi è colei?

Mefistofele. Mirala bene! Ell'è Lilith.

Faust. Chi?

Mefistofele. La prima moglie di Adamo. Guardati dalla sua bella capigliatura, quell'unico ornamento di cui faccia pompa; che dove ell'abbia allacciato con essa alcun giovane, nol lascia andare così di leggieri.

Faust. Vedine qua due a sedere: la vecchia con la giovine a canto; e par ch'ell'abbiano già saltato ben bene.

Mefistofele. Stanotte son senza requie; e già rientrano in ballo. Su, lesti! veggiam di pigliarcele.

Faust (ballando con la giovine).

           Una volta un bel sogno fec'io:

         Vedea un melo, e sovresso due belli

         Tondi pomi; men venne desìo,

         E sul melo salii per avelli.

La Bella.

           Il desio delle tonde pomelle,

         Figli d'Eva, in voi nasce con voi.

         Molto godo che anch'io d'assai belle

         N'ho in giardino; le cogli se vuoi.

Mefistofele (con la vecchia).

           Una volta un mal sogno fec'io:

         Vedea un'arbore fessa per mezzo;

         E nell'arbore...;

         Benché... gli feci buon vezzo.

La Vecchia.

           Me le inchino umilissimamente,

         Cavaliere dal piè di cavallo.

         Son quell'arbore, ho... patente,

         ..., se a schifo non ballo.

Proctofantasmista. Maledetta ciurmaglia! Che pazze licenze son queste? Non ve l'abbiamo noi già provato e riprovato le mille volte? Uno spirito non deve mai stare compostamente in sui piedi; ed ecco voi ballate in tutto alla guisa di noi uomini!

La Bella (danzando). Che borbotta costui del nostro ballare?

Faust (danzando). Eh, egli si ficca da per tutto. Quand'altri balla bisogna ch'egli lo commenti e lo giudichi; e se non può bisbeticare su ciascun passo, egli è come se il passo non fosse fatto. Sovra tutto poi gli monta la stizza, quando ne vede ire innanzi. Se vi piacesse di volgervi continuamente in giro, come suol fare egli nel suo vecchio molino, forse troverebbe che ogni cosa sta a perfezione, specialmente se  tratto tratto voleste fargli un profondo salamelecche.

Proctofantasmista. E ancora siete lì? Egli è insopportabile! Orsù, sparite! Noi abbiamo dilucidato ogni cosa, noi! La plebaglia de' diavoli non vuol freno né regole. Noi siam pieni di senno, e vanno attorno per Tegel non so che spettri. Quanti anni or sono che noi ci travagliamo a dissipare sì fatti errori! e il mondo non è ancor bene stenebrato. Egli è veramente insopportabile!

La Bella. Vattene dunque, e non ci rompere più il capo con le tue ciance.

Proctofantasmista. Spiriti, io ve lo dico in faccia; io non so patire uno spirito soverchiatore; il mio spirito non soverchia mai. (Continua la danza.) Oggi, ben veggo, non ne verrai a capo in nessun modo; ma io sono pur sempre disposto a fare un viaggio, e spero ancora, prima ch'io sloggi dal mondo, di dare lo sfratto ai diavoli ed ai poeti.

Mefistofele. Egli va dritto dritto a sedersi in una pozzanghera, ché quest'è il suo quotidiano refrigerio, e quando le mignatte si sieno ben bene sfogate in succhiargli le natiche, egli è ad un tempo guarito degli spiriti e dello spirito. (A Faust, che è uscito di ballo.) Perché hai tu lasciato andare quella vezzosa fanciulla che danzando ti cantava sì dolcemente?

Faust. Ah! nel bel mezzo del canto le è schizzato di bocca un topolino rosso.

Mefistofele. Egli è assai semplice; e non bisogna stare così sulle sottigliezze: bastiti che il topo non fosse bigio. Chi può darsi fastidio di simili baje sul buono di appicare l'uncino?

Faust. Poi vidi...

Mefistofele. Che?

Faust. Mefisto, vedi tu là lontano una bella e smorta fanciulla, che si sta tutta sola in disparte? Ella si ritrae lenta lenta, e all'andare direbbesi che avesse i piedi ne' ceppi. In verità a me pare ch'ella somigli alla buona Margherita.

Mefistofele. Deh, lascia andare! ché non ne esce alcun bene. La è una figura magica, inanimata, un idolo. Male ne piglia a chi le si pone innanzi: quell'assiderato suo sguardo assidera il sangue, e l'uomo n'è rapidamente convcrtito in sasso. Tu hai certo udito narrare di Medusa.

Faust. Veramente son gli occhi di un morto, che non furono chiusi da una mano benevola. Quello è il seno che Ghita mi ha conceduto; quello il soave corpo di lei!

Mefistofele. Quello è tutto stregoneccio, o pazzo che sei, da lasciarti così subito affascinare! Sappi che a ciascuno ella sta innanzi in forma della donna ch'egli ama.

Faust. Che dolcezza! — ed oh, che struggimento! Io non so levarmi da quella vista. Ed è pure strano quel nastricello rosso posto come per vezzo intorno al suo bel collo, non più largo del dosso di un coltello.

Mefistofele. Tu di' il vero; e il veggo io pure. Ella potrebbe anche portare il suo capo sotto l'ascella, però che Perseo gliel'ha reciso. E tu andrai sempre così pazzo delle illusioni! Orsù, vientene là in vetta a quel poggio, che ti ricreerai come se tu fossi a Vienna nel Prater; e s'io non ho le traveggole, ivi è veramente un teatro. Ehi! che è quel che si prepara costà?

Servibilis. Si ricomincia subito. Una nuova farsa e l'ultima delle sette; ché tante appunto noi sogliamo darne quassù. Essa fu scritta da un dilettante, e sarà recitata da dilettanti. Signori, io mi vi scuso se sparisco, ma io mi diletto di alzare il sipario.

Mefistofele. Piacemi di trovarvi sul Blocksberg; che qui siete in luogo degno di voi.


 

sogno

della notte di Valpurga

ovvero

le auree nozze

di oberon e Titania

intermezzo.

Il Direttore del Teatro.

         Noi di Midingo siamo gli strioni

         Ch'oggi abbiam festa, e qui appariam da sezzo.

         Acquosa valle ed orridi burroni

         L'unica scena son dell'intermezzo.

Messaggiero.

         Se cinquant'anni in tutti son rivolti

         Auree le nozze diconsi fra noi;

         Ma se son lieti i cor, sereni i volti,

         Io auree nozze dico e prima e poi.

Oberon.

         Se meco siete, o spirti, orsù scoprite,

         Che giunto è tempo, il vostro aerio coro;

         Titania ed Oberon non han più lite;

         Novello amor li stringe a nozze d'oro.

Puch.

         Ecco vien Puche di traverso e a sesta

         Gira nel ballo il piè radendo il suolo.

         Cent'altri spirti fan per l'aer festa,

         Ma il più bello è Ariel del bello stuolo.

Ariel.

         A' begl'inni Arïel la bocca scioglie

         E quai son note più sincere avanza;

         Qualche insoave fior talvolta ei coglie,

         Ma fior sovente d'immortal fragranza.

Oberon.

         Sposi, che avete il cuor pien di rancori,

         Fate profitto dell'esempio nostro;

         Se v'è in desio tornar ai dolci amori,

         Ite ver borea l'un, l'altro ver ostro.

Titania.

         La moglie ha il capo pien di grilli, e forte

         Sbuffa il duro marito? Ambo gli afferra,

         Quella al merigge, porta questo al norte,

         Ed interpon fra lor mezza la terra.

Orchestra. (T.)

         Becchi di mosche e nasi di zanzare,

         E pance di cicale allo scoverto;

         Ranocchi in fronde e grilli per le ghiare

         Son le viole e i flauti del concerto.

Solo.

         Come una bolla tonda di sapone,

         La cornamusa or vien dal sacco enfiato,

         Odi il suo rantolar, bada al bordone

         Che manda fuor dal naso rincagnato.

Spirito (che va formandosi).

         Ventre di botta e denti di tignuola

         E pie' di ragno e alucce al mammoletto;

         Se mai fuor non n'uscisse una bestiuola,

         Fuor n'uscirà un rimbombo, un poemetto.

Una coppia amorosa.

         Per la melata e i roridi fioretti

         Sai dare un passettino, un salterello.

         In ver non senza garbo mi sgambetti,

         Ma non ti levi mai per l'aria snello.

Viaggiatore curioso.

         Siam noi di carneval? son veri dei

         Che per qui vanno o liete mascherate?

         O gioia! io potrò dir: Cogli occhi miei

         Vidi il bello Oberon, re delle Fate.

Ortodosso.

         Corna né branche egli non ha, né coda!

         E che fa questo a me? Che se gli Dei

         Di Grecia eran demoni, ed ei li loda:

         Io vi concludo ch'è un demonio anch'ei.

Artista del nord.

         Or l'opre mie non son che esperienze,

         Non son che bozze, e un far di fantasia;

         Ma quando visto avrò Roma e Firenze,

         Nessun mi andrà di par nell'arte mia.

Purista.

         Oimè, il malanno infra costor mi ha messo

         Mai tal pazzie non vidi! E delle Fate

         In tanto innumerevole consesso

         Non più di due ne scerno incipriate.

Strega giovane.

         Cipria e gonnella molto stanno bene

         A corpi attempatelli ed a crin bianchi;

         Nuda del capro mio premo le rene,

         E mostro giovin petto e colmi fianchi.

Matrona.

         A noi, che dame siam, starebbe male

         Contendere con voi di simil sfoggi.

         Voi pure il tempo toccherà con l'ale,

         Diman sarete quel che noi siam oggi.

Maestro di cappella.

         Becchi di mosche e nasi di zanzare,

         Non vi affollate a quelle nude intorno;

         Ranocchi in fronde e grilli per le ghiare,

         Su state in tuono in sì mirabil giorno.

Banderuola volta da un lato.

         O bel consorzio che fa il cor giocondo!

         Qui vaghe spose son, qui garzonetti

         De' quai non vede i più leggiadri il mondo,

         Illustre sangue tutti, e spirti eletti.

Banderuola volta dall'altro lato.

         E se non s'apre il suolo e questa sora

         E vana gente tutta non ingoja,

         Mi getterò in inferno in mia malora.

         Meglio l'inferno assai che tanta noja.

Xenie.

         Con forbicine taglienti e pungenti

         Insetti siamo, accorsi a questo spasso

         Per rendere gli onor convenïenti

         A nostro babbo sommo Satanasso.

Hennings.

         Ve' quello stormo come s'affaccenda,

         E punge e morde e assai fa del dottore;

         E di lor tresche usciti, per ammenda,

         Anco verranti a dir c'hanno buon core.

Musagete.

         Grato m'è assai l'andar per le confuse

         Carole del Blosberg; che in veritate.

         Anzi che i cori dell'aonie Muse,

         Son abile a guidar quei delle Fate.

Ci-devant Genio del Tempo.

         Se qual cosa esser vuoi tienti alle terga

         Di quei che sanno. Nel mantel mi piglia!

         Per l'ampio suo cocuzzolo il Blosberga

         Al Parnaso alemanno s'assomiglia.

Viaggiatore Curioso

         Chi è costui che sta così in sul grande

         Con la testa alta e coi passi spediti?

         Ei fruga e annasa da tutte le bande.

         “Gli è un che dà la caccia ai gesuiti.”

Grua.

         Io pesco volentier nell'acque chiare,

         E nelle torbe pesco parimente;

         Così tu vedi andarne a pare a pare

         Qui co' dimoni la devota gente.

Mondano.

         Tutto a' devoti, io non vi dico baja,

         Ne' lor andirivieni è buon veicolo;

         E sul Blosberga, senza che si paja,

         Hanno fondato più d'un conventicolo.

Ballerino.

         Parmi, o di là sen vien per la foresta

         Novello coro? Odo da lunge il lieto

         Tamburellare. Oh, state! egli è la mesta

         Canzon del monachino infra il canneto.

Maestro da ballo.

         Ciascun mena le gambe a saltelloni,

         E come meglio sa si disimpaccia:

         Balla il bilenco, ballano i buzzoni;

         Chi scuoter non sa i piè, scuote le braccia.

Violinista.

         Sol di quei salti il mascalzon s'adira.

         Che profittar vorria dell'aria bruna.

         Tutte le bestie qui, come la lira

         Solea d'Orfeo la cornamusa aduna.

Dogmatico.

         Le mie opinïon non mi son smosse

         Mai da sofisti, né da criticanti;

         Se fosse ver che il diavol non vi fosse,

         Io non vedrei quassù diavoli tanti.

Idealista.

         Ben questa volta in me la fantasia

         Ha preso il sopravvento alla ragione;

         Perché, se è ver che tutto quanto io sia,

         Oggi son anche un pazzo da bastone.

Realista.

         Ahi, l'entità s'è fatta il mio tormento;

         Ed oggimai m'è andata nelle rene;

         Quassù la prima volta ecco mi sento

         Tutto tremar su' piedi; — oh, chi mi tiene!

Soprannaturalista.

         Beato me che simil visïoni

         Mi son concesse! Poi che da quest'irti

         Cipigli di fantasmi e di demoni

         M'è dato argomentarne i buoni spirti.

Scettico.

         Seguendo le fiammelle ognuno estima

         Che per la traccia v'ha di gran tesoro.

         Or poiché Zweifel con Teufel rima

         Dove potrei me' star che infra costoro?

Maestro di cappella.

         O di ranocchi matto gracidare!

         O grilli, dilettanti senza onore!

         Becchi di mosche, nasi di zanzare,

         Far non sapete al canto altro tenore?

I Lesti.

         Noi, turba grande sanssouci

         Destri e faceti a tutti facciam festa;

         Or che sui piè star non possiamo eretti.

         Mirabilmente andiam sopra la testa.

I Goffi.

         Oimè i bei desinari, oimè le gaje

         Cene, oimè il tempo che non fa ritorno

         Strutte danzando abbiam sin le tomaje,

         Ed a piè nudi or sgambettiamo attorno.

Fuochi fatui.

         Noi siamo del padul novella prole,

         A questa altezza sorti dalla gora;

         E belli già splendiam nelle carole;

         Tanto avanzar si puote in poco d'ora.

Stella cadente.

         Simile a stella lucida ed accesa

         Io caddi giuso dall'eteree vette;

         E qui nell'erba sto lunga distesa.

         Oh, chi sovra le gambe mi rimette?

I Massicci.

         Largo, largo! su, fatevi da fianco!

         Spianansi l'erbe sotto le gravi orme!

         Spiriti e' sono, ma gli spiriti anco

         Han goffe membra spesso e ventre enorme.

Puch.

         Via non andate attorno sì panciuti!

         Elefantuzzi mi parete al passo;

         Il sollazzevol Puch fra tanti arguti

         Spirti si paja il più milenso e crasso.

Ariel.

         Se a voi benevol diede ali natura,

         Ed ali dié l'ingegno e il cor gentile,

         Meco poggiate al monte ove la pura

         Olezza infra i roseti aura d'aprile.

Orchestra pianissimo.

         Squarciansi in ciel le nubi, e lento lento

         Alle valli la nebbia si raccoglie;

         Nei rami l'aura, e nelle canne il vento,

         E la volubil vision si scioglie.

 


Tempo triste

 

 

Faust e Mefistofele.

 

Faust. Nella miseria! Disperata! Lungamente tapina sovra la terra, ed ora prigioniera! Quella soave anima, gettata come un malfattore in un carcere, è riservata a tormenti spaventevoli! fin là! fin là! — Perfido, indegnissimo spirito, e tu mi hai tenuto nascosto ogni cosa! — Sta, sta qui ora! Torci minaccioso in qua e in là que' tuoi occhi diabolici! Statti, e insultami della tua insoffribile presenza! Prigioniera! In rovina irreparabile! Data in preda ai mali spiriti, e alla spietata giustizia degli uomini! E tu intanto mi allettavi a schifosi dissipamenti, mi celavi le sue crescenti miserie, e la lasciavi priva di ogni soccorso perire.

Mefistofele. Non è la prima.

Faust. Cane! belva abbominevole! Oh, mutalo, infinita sapienza, muta quell'abbiettissimo nella sua prima! forma di cane; tornalo qual egli era, quando si dilettò di saltarmi innanzi la notte; di voltolarsi a' piedi del pacifico viandante, per gittarsegli di poi sulle spalle, allorché lo avesse stramazzato. Travolgilo nella prediletta sua forma, talché si strascini sul ventre dinanzi a me nella polvere, ed io lo pesti coi piedi, il reprobo! Non è la prima! Oh, miseria! miseria! Nessun'anima umana potrà mai concepire come più di una creatura sia cotesta in tanta profondità di mali, — come la prima, contorcendosi negli spasimi della morte, non bastasse a riscattare tutte le altre dinanzi all'infinita misericordia. A me l'affanno di quest'unica strazia profondamente il cuore, e tu sogghigni placidissimo sul destino delle migliaja.

Mefistofele. Ecco, noi siamo di bel nuovo fuori dei gangheri. Quest'è il termine dove il senno degli uomini si smarrisce, e dà in pazzie. Perché vuoi tu fare comunanza con noi, se sei inetto a tenerci dietro? Vuoi volare e non sai se non ti girerà il capo. Dimmi, ci siamo noi cacciati intorno a te, o tu intorno a noi?

Faust. Non digrignare così contro di me quegli ingordi tuoi denti! Mi fai ribrezzo! — Eccelso, ineffabile Spirito, tu che hai degnato di apparirmi, tu che discerni il mio cuore e l'anima mia, perché mi hai tu dato alle mani di questo ignominioso, il quale si pasce di mal fare e giubila nello sterminio?

Mefistofele. Hai tu finito?

Faust. Salvala, o guai a te! Sul tuo capo la più spaventevole delle maledizioni per migliaja d'anni.

Mefistofele. Io non posso sciogliere i ceppi del Vendicatore, né disserrare i suoi chiavistélli — Salvala — Or chi l'ha, dimmi, precipitata? Io o tu?

(Faust guarda torbidamente qua e là.)

Vai tu cercando la folgore? Gran fortuna che non fosse conceduta a voi miserabili mortali. Infrangere chi ti si fa innocentemente incontro, è il modo con che i tiranni si disfogano ne' loro frangenti.

Faust. Conducimi a lei, e saprò io liberarla!

Mefistofele. E il pericolo al quale ti metti? Ben sai che giace tuttavia sulla città il sangue che tu hai scelleratamente versato di tua mano. Spiriti vendicatori si aggirano sul sepolcro del trucidato, e spiano il ritorno dell'assassino.

Faust. Questo ancora ho da udire da te? Mostro, sopra di te la morte e la perdizione di un mondo! Guidami a lei, dico, e la libera.

Mefistofele. Io ti sarò scorta, e quanto posso fare, odi. Ho io ogni podestà in cielo ed in terra. Offuscherò i sensi del carceriere, e tu intanto impossessati delle chiavi, e traggila fuori da te; ché non può esser fatto che per mano dell'uomo. Io veglierò. I cavalli magici saranno in pronto, e vi rapirò meco lontano ambidue. Tanto io posso.

Faust. Su, e via!

 


Notte. Campagna aperta

 

 

Faust e Mefistofele avventandosi innanzi su neri cavalli.

 

Faust. Che è ciò che si lavora colà intorno a quelle forche?

Mefistofele. Non so che vi bolla, né che vi si macchini.

Faust. Vanno in su, vanno in giù; si curvano, si gettano a terra.

Mefistofele. È un ridotto di streghe.

Faust. Spargono e consacrano.

Mefistofele. Innanzi! innanzi!

 


Prigione

 

Faust con un mazzo di chiavi e una lucerna, dinanzi una porticciuola di ferro.

 

Mi prende un insolito tremore; le miserie dell'umanità si aggravano tutte sul mio petto. Ella abita qui, chiusa fra quest'umide mura, e il suo delitto fu l'illusione di un cuore innocente. Tu esiti accostandoti a lei! Tu tremi di rivederla! Su, entra! Il tuo sgomento le tiene la mannaja sul collo.

(Pone la mano sul chiavistello. Si ode cantare di dentro.)

Quella bagascia di mia madre mi ha ucciso; quel manigoldo di mio padre mi ha mangiato; e mia sorellina piccina ha deposte le mie ossa in un sito rimoto, al rezzo. Là io mi son mutato in un bell'uccellino del bosco. Vola via, vola via!

Faust (schiudendo la porta). Ella non presente che quegli ch'ell'ama sta ascoltandola; ch'egli sente lo stridere delle sue catene e il fremito della paglia su cui giace. (Egli entra.)

Margherita (nascondendosi nel suo covaccio). Oimè! oimè vengono! Orribile morte!

Faust (sottovoce). Taci! taci! io vengo a liberarti.

Margherita (traendosegli innanzi). Deh, se tu sei uomo, abbi pietà della mia miseria!

Faust. Sta cheta! Con le tue strida desterai i custodi. (Piglia le catene per iscioglierle.)

Margherita (in ginocchioni). Carnefice! chi ti ha dato questo potere sopra di me? Tu vieni a prendermi di mezzanotte. Abbi pietà, e lasciami vivere. Verrai domani sull'alba; ahi, sarà già per tempo domani sull'alba! (Si leva in piedi.) Sono ancora così giovane, così giovane! e già devo morire! Ed io ero anche bella, e di qui è nata ogni mia rovina! Allora l'amor mio era vicino a me, ma oh, adesso egli è lontano. La mia ghirlanda è straziata, e i fiori ne sono sparsi.

— Non mi afferrare così ruvidamente; deh, abbimi qualche riguardo! Che ti ho fatto io? Non voler che io pianga e supplichi indarno! Sai ch'io non ti ho mai veduto nella mia vita!

Faust. Ahi, io non so sostenere tanto affanno!

Margherita. Tu vedi, io son tutta in tuo potere. Sol lascia ch'io allatti prima il mio figliuolino. Io l'ho accarezzato e baciato tutta notte; poi me l'hanno tolto per tormentarmi, ed ora dicono ch'io l'ho ucciso. Oh, io non sarò mai più lieta! Essi cantano non so che canzoni sopra di me, il che non è da gente da bene. Una vecchia novella finisce così, — chi ha insegnato loro ad applicarla ad altri?

Faust (gittandosele ai piedi). Quegli che ti ama sta ai tuoi piedi, per iscioglierti dalle tue dolorose catene.

Margherita (gittandosi a terra presso di lui). Sì, inginocchiamoci a pregare i Santi. Guarda! sotto quegli scaglioni, lì sotto il limitare sobbolle l'inferno. Odi con che orrendo furore strepita lo spirito maligno.

Faust (alto). Ghita! Ghita!

Margherita (stando attenta). Fu la voce dell'amico mio! (Sbalza in piedi. Le sue catene cadono.) Dov'è? L'ho udito chiamarmi. Io son libera, e nessuno potrà ritenermi! Voglio sospendermi al suo collo; voglio giacere sul suo petto. Egli ha chiamato Ghita! e stava sulla soglia. Ho riconosciuto l'amabile suono della sua voce fra gli urli furibondi dell'inferno e gli scherni atroci dei demoni.

Faust. Sì, son io!

Margherita. Sei tu! Oh, dillo, dillo un'altra volta. (Afferrandolo.) È lui! è lui! Tutti i miei dolori sono dissipati. Dov'è il carcere? dove i ceppi? Sei tu! Tu vieni a salvarmi! — Sono salva! — Ecco la via dove ti ho veduto la prima volta; quell'è il felice giardino dove Marta ed io ti abbiamo aspettato.

Faust (sforzandosi di condurla fuori). Vien via! Vien via!...

Margherita. Oh, statti! ch'io sto pur volentieri dove tu stai. (Lo vezzeggia amorosamente.)

Faust. Ti affretta! Ogni poco che tu indugi può costarne assai caro.

Margherita. E come? tu non sai più baciarmi? Da sì poco tempo, amor mio, sei diviso da me, ed hai già disimparato a baciarmi? Perché son io sì turbata nelle tue braccia? E, fu un tempo che una tua parola, un tuo sguardo m'inondava l'anima di celeste dolcezza; e tu allora mi baciavi come se tu volessi soffocarmi. Baciami! o ti bacio io! (Lo abbraccia.) Ahi! ahi! le tue labbra son fredde — mute! Dov'è l'amor tuo? Chi ti ha tolto a me? Chi mi ha involato il tuo amore? (Si rivolge da lui.)

Faust. Vieni! Seguimi! fatti animo, mia cara! Io ti accarezzerò e bacerò con mille volte più di ardore che non ho mai fatto; ma seguimi, per pietà! Di questo solo ti supplico.

Margherita (volgendosi a lui). E sei tu adunque? Sei tu da vero?

Faust. Son io, sì! Vientene meco!

Margherita. Tu sciogli i miei ceppi; tu mi riprendi nel tuo grembo. E non hai tu ribrezzo di me? Sai tu, amor mio, chi tu vuoi liberare?

Faust. Vieni! vieni! Già la notte si dirada.

Margherita. Ho ucciso mia madre; ho affogato il mio figliuolo. Il mio! — non era egli dato a te ed a me? a te pure. Sei tu da vero? A pena io mel credo. Dammi la tua mano! — non è sogno — la tua cara mano! Ma oimè, ell'è umida! asciugala. Mi par come che sia intrisa di sangue. Dio mio! che hai tu fatto? Riponi la spada; te ne prego.

Faust. Lascia stare il passato, Ghita, ché tu mi uccidi.

Margherita. No, bisogna che tu sopravviva. E ti dirò ora come tu hai a disporre le sepolture; ne avrai cura domattina per tempo. Darai a mia madre il miglior posto, e stretto al suo fianco tu porrai mio fratello; e porrai me un poco da parte, ma non troppo discosto! E il mio figliuolino Io porrai sul mio seno, alla destra. Ahi, nessun altro vorrà giacere al mio lato! — Coricarmi vicino a te, oh, era pur soave, era pur delizioso! Ma non mi verrà mai più fatto. Ora mi par come di avventarmi a forza verso di te, e che tu mi respinga indietro; e tuttavia sei tu, e a vederti pari sì buono ed amoroso.

Faust. Poiché conosci che son io, su vieni meco!

Margherita. Là fuori?

Faust. Nell'aperto.

Margherita. Là fuori è la mia fossa, la morte sta in agguato — e tu dici, vieni? Per di là vassi in luogo di eterno riposo; non un passo più lontano. — Te ne vai tu, Enrico? Oh, potessi venir teco!

Faust. Tu lo puoi, sol che tu voglia. La porta è aperta.

Margherita. Non oso uscire; non ho più nulla da sperare. E che giova il fuggire? Essi stanno spiandomi. Ed è pur miserabile di dover mendicare, e sopra più con una triste coscienza! È pur miserabile l'andare errando agli stranieri! E inoltre mi ripiglierebbero.

Faust. Io sarò sempre teco.

Margherita. Presto! presto! Salva il tuo povero figliuolo. Va! segui il sentiero lungo il ruscello, all'insù — oltre il ponte, nel bosco — a sinistra, dov'è la cateratta, — nello stagno. Presto afferralo! egli si ajuta per levarsi su; vedi, si dibatte ancora! Salvalo, salvalo!

Faust. Torna in te, infelicissima! Un sol passo e sei libera.

Margherita. O, fossimo al di là del monte! Là mia madre siede su un sasso — mi prende un gelo al capo! — là mia madre siede su un sasso, e crolla la testa. Ella non accenna, né guarda, e il suo capo è aggravato. Lassa, ha dormito tanto che non si sveglia più. Ha dormito perché noi potessimo godere. Erano giorni beati quelli!

Faust. Poiché non valgono né preghiere, né esortazioni, io vedrò di rapirti di qui a forza.

Margherita. Lasciami! No, non patirò che mi sia fatta violenza. Non pormi addosso così quelle tue mani micidiali! Fu già un tempo ch'io feci tutto per l'amor tuo.

Faust. Si fa giorno! Mia cara! mia cara!

Margherita. Giorno! Sì, fassi giorno! Sorge l'ultimo giorno. Doveva essere il giorno delle mie nozze. Non dire a nessuno che tu sii già stato con Ghita. Povera mia ghirlanda! Or tutto è finito! Noi ci rivedremo, ma non alla danza. Il popolo si affolla silenzioso: e la piazza e le vie mal possono capirne la gran moltitudine. La campana dà il segno; il giudice spezza la verga. Oh, come mi afferrano e mi annodano! Già sono sospinta sullo scanno insanguinato! e già tremola sul collo di ciascheduno il fendente che tremola sul mio. Il mondo è tutto muto, simile ad un sepolcro.

Faust. Oh, non foss'io mai nato!

Mefistofele (apparisce dentro). Su! o siete perduti. Quante vane paure! quanto titubare e taccolare! I miei cavalli rabbrividiscono e già albeggia il mattino.

Margherita. Chi si leva su dalla terra! Colui! colui! Mandalo fuori! che vien egli a fare nel luogo santo? Egli mi vorrebbe seco!

Faust. Tu dei vivere!

Margherita. Giudicio di Dio! io m'abbandono in te.

Mefistofele (a Faust). Vieni, vieni! o ch'io ti pianto lì con lei.

Margherita. Padre del cielo, io son tua! Salvami! E voi angeli! voi beate legioni, accampatevi intorno a me, e siate in mia custodia! Enrico! io inorridisco di te.

Mefistofele. È giudicata!

Voce (dall'alto). È salvata!

Mefistofele (a Faust). Via  meco, tu! (Sparisce con Faust.)

Voce (nell'interno, che si dilegua lontano). Enrico! Enrico!

 


PARTE II

 

ATTO PRIMO


Un luogo ameno

 

Faust, sdraiato sull'erba fiorita, affranto, inquieto, avido di sonno.

 

crepuscolo.

Ronda di spiriti e di apparizioni graziose che gli svolazzano intorno.

 

Ariele (canto accompagnato dalle arpe eolie). Quando il cielo in primavera dona ai campi la pioggia, e le bionde spiche allietano gli sguardi degli uomini, stuoli di silfi gentili volano colà ove sono dolori da lenire, arrecando a tutti, senza distinzione, il vigore e la vita. Ogni misero che gema oppresso dalla sventura, sia esso reo od innocente, ha diritto alla loro pietà. Ecco, o aerei silfi, che aleggiate intorno al suo capo, una bella occasione per fare onore al vostro nome. — Calmate l'ardente inquietudine dell'animo suo; sviate da esso l'acuto strale del cocente rimprovero che lo tortura, e sgombrate la sua coscienza dai terrori onde s'affanna l'umana esistenza. Provvedete solleciti affinchè i quattro periodi, che la notte beata attraversa sul suo carro, scorrano soavemente per lui. E dapprima adagiategli la fronte su guanciali di rose, poi la bagnate nell'acqua di Lete; fate che le sue membra intorpidite ritrovino la salute nella calma di questo sonno in braccio al quale s'avvia verso la nuova aurora; indi compirete la più cara delle opere vostre, riaprendogli le pupille alla santa luce del giorno.

Coro (a una, a due, a diverse voci che s'alternano). Quando la sera s'avanza molle di vapori, e profuma il fresco soffio dell'aria che bacia i fiori e fa ondeggiare lievemente i prati, susurrategli gentili parole, e, cullandolo come un fanciullo, addormentate i suoi sensi e la tristezza del suo cuore. Indi posando amorosamente le vostre dita sulle sue palpebre abbassate, chiudete loro ogni spiraglio alla morente luce del giorno.

Ma ecco la notte. Gli astri scintillano gli uni accanto degli altri; l'etere è tutto soffuso di splendori irradianti, di bagliori fosforescenti, che strisciano davvicino, brillano allo zenit, si riflettono nelle acque trasparenti del lago, o tremolano in seno all'oscurità. La luna si leva calma e serena, distendendo il suo impero sulle valli e sulle acque; larga, luminosa, rotonda, essa appare in cielo come suggello della felicità, della pace e della voluttà del riposo che arreca al mondo. Ma anche le ore sono fuggite, e con esse i dolori ed i piaceri. Fa core! rinasci alla vita, e attendi in pace un nuovo giorno. Non vedi che il suolo verdeggia, che le colline ammantandosi di folti cespugli preparano freschi ed ombrosi recessi a chi ha bisogno di riposo, e che travolte come polvere si agitano nell'aria le sementi delle messi?

Se vuoi che la vita ti si riveli in tutta la sua magnificenza, volgi gli sguardi al sole. Coraggio! Tu non sei avvinto che a mezzo; il sonno è una fragile scorza. Gettala, e svegliati! Mentre l'uomo volgare sciupa il suo tempo a chieder consigli, e nel far calcoli, colui che ha mente profonda e cuore magnanimo, che sa misurare le difficoltà e cogliere il momento, può accingersi ad ogni più ardua impresa.

(Uno scoppio fragoroso annuncia la venuta del sole.)

Ariele. Attenti tutti al sonoro rintocco! Già ai piccoli silfi dell'aria ogni rumore che accompagna l'aurora appare più chiaro e distinto. Ecco un nuovo sole che sorge; s'aprono cigolando davanti ad esso le porte delle rocce e dei monti. Febo ha già ripreso la sua rapida corsa, ed il suo carro di luce traccia solchi abbaglianti. Che fragori scoppiano da questo fuoco sfolgoreggiante! È un rombo, un tuono che offende i sensi, fa socchiudere gli occhi e stordisce gli orecchi, poiché il meraviglioso è incomprensibile! O silfi, fuggite, rimpiattatevi in fondo in fondo alle rose madide di rugiada, entro gli spechi, sotto il fogliame. Se questo scroscio vi rintrona d'appresso, perdete l'udito.

Faust. Ti saluto, eterno crepuscolo, con tutto il rinnovato mio vigore vitale che fa battere sì forte i miei polsi. O terra, anche tu questa notte eri salda al posto, ed ora respiri, tu pure rinvigorita, ai miei piedi. Già tu cominci ad avvilupparmi di voluttà, e ridesti e ravvivi in me il forte proposito di tendere sempre, senza posa, verso un'alta esistenza. — II mondo già si sprigiona dai vapori da cui era ancora avvolto; la foresta freme di una vita molteplice e sonora; la nebbia ora s'innalza in leggere nubi dalla valle, ora vi si stende sopra in flutti ondeggianti. Intanto la celeste luce penetra negli imi profondi; rami e tronchi ebri di rugiada, si slanciano fuori dell'abisso vaporoso ove dormivano sepolti. I colori spiccano un dopo l'altro sul fondo, ove dai fiori, dalle foglie gocciolano tremule perle; il mondo intorno a me diviene un paradiso.

Alza la testa, e guarda lassù! — Le vette gigantesche delle montagne annunciano già l'ora solenne; ad esse è dato di godere prima di noi dell'eterna luce che scende più tardi al basso. Un novello splendore invade i verdeggianti giardini delle Alpi; a poco a poco si è infiltrato dappertutto, ha invaso ogni cosa. — Ahimè! gli occhi sono vinti dal dolore, m'è forza ritorcere lo sguardo.

Avviene così allorquando la speranza ineffabile, dopo avere nell'intensità della sua forza raggiunto il sublime del desiderio, trova spalancate le porte della sua realizzazione; ma ecco che dagli eterni baratri irrompe un oceano di fiamme. Noi restiamo stupefatti; venivamo per accendere la face della vita, e siamo avvolti da un torrente di fuoco. E qual fuoco! È fuoco d'amore o d'odio che ci avvince fra lacci di dolore e di voluttà, e ci costringe ad abbassare di nuovo i nostri sguardi verso la terra, per nasconderci nel velo della nostra primitiva innocenza?

Volgiamo dunque le spalle al sole! La cascata che rumoreggia sulle rocce, io la contemplo con estasi sempre maggiore. Precipitando di balzo in balzo, va a dipartirsi in mille torrenti, slanciando nell'aria continui spruzzi di schiuma. Ma con quale stupenda vaghezza di mezzo a questo frastuono sorge e si disegna la variopinta curva dell'arcobaleno! Ora si stacca in tutta la sua purezza, ora si fonde nell'aria, spargendo all'intorno una frescura vaporosa. Non è questa l'imagine dell'indole umana? Mèditavi sopra, e capirai meglio: la rifrazione di quei colori ti da l'idea della vita.

 


Il palazzo imperiale. La sala del trono

 

 

Il Consiglio di Stato in attesa dell'imperatore. — Fanfare.

Cortigiani in abbigliamenti sfarzosi e svariati.

L'Imperatoresul trono; alla sua destra l'Astrologo.

 

L'Imperatore. Salute a' miei cari e fedeli vassalli, che da presso o da lontano siete qui convenuti. Veggo a' miei fianchi il saggio, ma non il matto. Che n'è del mio buffone?

Un Giovane Gentiluomo. Proprio dietro lo strascico del tuo manto, rotolò giù dalla scala, sicchè si dovette trasportare di là quella enorme massa di carne. Non si sa se era morto o ubbriaco fracido.

Un Secondo Gentiluomo. Con una prontezza invero prodigiosa, un altro si è subito presentato a surrogarlo, vestito d'abiti così ricchi, che ognuno rimase stupito. Le guardie incrociando le alabarde si studiano impedirgli d'entrare. Nondimeno, eccolo già qui quel folle temerario!

Mefistofele (inginocchiandosi ai piedi del trono). Chi è colui che sempre maledetto è sempre il benvenuto? Qual è la cosa che ardentemente desiderata, si rifiuta sempre? Quale quella che ciascuno ama prendere sotto la sua protezione? Che v'ha che sia oggetto di biasimo e di acerbe accuse? Quale nome tu devi guardarti d'invocare, e quale ama ciascuno sentir proferire? Chi è che si accosta ai gradini del tuo trono, e chi se ne allontana da se stesso?

L'Imperatore. Pel momento bando alle parole; gli enigmi qui sono inopportuni; è affare per questi signori. Spiegati chiaro e mi farai piacere. Il mio vecchio buffone se n'è andato, io temo, pel gran viaggio. Prendi il suo posto e siedi al mio fianco.

(Mefistofele sale i gradini del trono, e va a collocarsi a sinistra dell'Imperatore.)

Mormorii nella folla. Un nuovo buffone? Nuovo tormento! Da dove viene? Come mai s'è introdotto qui? Quell'altro è bello e ito! Era una ruina! Una botte! Questi è un zolfanello!

L'Imperatore. Così dunque, diletti vassalli, partiti da lontane o da vicine contrade, siate i benvenuti. Una stella benefica vi ha guidati; gli astri ci promettono felicità e salute. Ma, ditemi, come mai noi stiamo qui a tener consiglio in questi giorni che, liberi d'ogni cura, noi dovremmo passare nei più dolci gaudii? Tuttavia, poiché avete creduto bene di farlo, sia pure così!

Il Cancelliere. La più sublime virtù circonda d'un sacrato nimbo la fronte dell'imperatore; v'è cosa ch'egli solo sa esercitare degnamente: la giustizia! È ciò che tutti gli uomini amano, desiderano, esigono, di cui non possono senza danno essere privi, ed a lui solo spetta accordarla al popolo. Ma, ahimè! A che serve l'intelligenza, la mente, la bontà del cuore, la prontezza della mano, se lo Stato è consumato da una febbre ardente, se il male genera il male? Chiunque dall'alto di queste vette abbassa lo sguardo sopra questo vasto reame, quasi sognasse penosamente, lo scopre in balia di mostri schifosi, vi vede regnare legalmente l'illegalità, e svolgersi una continua sequela di errori. Questi invola un armento, quegli una donna, altri il calice, la croce, i candelabri dell'altare, e sano e salvo ne mena vanto per anni ed anni. I querelanti s'affollano nella sala di udienza del tribunale, ove il giudice si pavoneggia impettito, mentre rumoreggia il torrente della rivolta che ingrossa ed irrompe con crescente furore. Chi fa a fidanza con complici, può davvero gloriarsi della sua infamia e de' suoi delitti; e là dove l'innocente è solo a difendersi, si sente proclamare colpevole. È così che tutti cercano di dilaniarsi e di distruggere ogni sorta di diritto. Dopo ciò, come è possibile che si sviluppi quel senso che ci dovrebbe solo guidare verso il bene? L'uomo di buone intenzioni finisce quasi sempre per lasciarsi sopraffare dall'adulazione e trascinare alla corruzione; un giudice che non può punire, diventa l'alleato del colpevole. Il quadro è dipinto in nero, eppure mi duole di non aver potuto trovare tinte ancora più tetre (pausa).

I colpi di Stato sono inevitabili, poiché in quell'atmosfera di delitti e di sofferenze, la stessa Maestà finirebbe ad essere a sua volta vittima di tale jattura.

Il gran mastro dell'esercito. Quale tramestio in questi giorni tumultuosi! Si ammazza e si è ammazzati; non v'è chi ascolti il comando. Il borghese trincierato in casa, il cavaliere nel suo nido di roccia sembrano, congiurati contro di noi, tenere in serbo le forze per loro stessi. Il soldato mercenario, perduta la pazienza, reclama irosamente la sua paga, e se noi non gli dovessimo più nulla, se la svignerebbe immediatamente. Rifiutare ciò che tutti domandano è come frugacchiare in un nido di vespe. Il regno intanto di cui dovrebbero esser il sostegno, è deserto e devastato. È loro permesso di farvi gazzarra e di smaniarvisi furiosamente; mezzo il mondo è spacciato. Vi sono ancora dei re laggiù, ma nessuno vuole accorgersi che si tratta precisamente di loro.

Il Tesoriere. Andate dunque a fidarvi degli alleati! Gli ajuti che ci erano stati promessi, ci sono mancati, come l'acqua che abbandona il rigagnolo; e ahimè; sire, in quali mani è ne' tuoi Stati caduta la proprietà! Ovunque vi rechiate, voi trovate nuovi ospiti i quali intendono vivere indipendenti, e cui bisogna contentarsi di guardare e lasciar fare a loro talento. Abbiamo abdicato tanto, che non ci resta più un solo dei nostri diritti. Ormai non si può più contare nemmeno sui partiti di qualunque specie sieno; alleati o nemici, la loro simpatia o il loro odio ci tornano egualmente indifferenti. I Guelfi al pari dei Ghibellini per non essere molestati si nascondono. Chi mai oggi pensa a venire in ajuto al suo vicino? Ognuno ha abbastanza da fare per sé. Le miniere d'oro sono franate, si raspa la terra, si fanno risparmi, si raggranellano gruzzoli, e le nostre casse rimangono sempre vuote.

Il Maresciallo. Io pure, ahi lasso! sono colpito dal flagello! Noi ci proponiamo ogni giorno delle economie, ed ogni giorno spendiamo dippiù. Intanto la mia inquietudine va sempre crescendo. Manco male che finora il cuoco non ha sofferto. I cinghiali, i cervi, le lepri, i capriuoli, i tacchini, i polli, le oche e le anitre, la nostra parte dei balzelli e le rendite sicure, si riscuotono ancora discretamente; ma il vino ci fa difetto. Una volta nelle nostre cantine s'ammonticchiavano le botti riempite delle migliori qualità, ma la sete insaziabile dei nostri signori ne ha succhiato fino l'ultima goccia. Anche il consiglio municipale ha dovuto aprire le sue sale; gl'invitati diedero l'abbrivo al nappo, all'orciuolo di stagno... ed eccoli sotto la tavola..E sono io che paga, che debbo soddisfare tutti. Coll'ebreo non si può trattare; egli mette in campo ogni sorta di usuraje pretese, le quali ci fanno divorare anticipatamente le risorse delle annate future; i majali non ingrassano più; tutto è impegnato, persino la materassa del nostro letto, ed il pane che ci si ammannisce è un pane mangiato in erba.

L'Imperatore (a Mefistofele, dopo un momento di riflessione). E tu, buffone, non conosci miserie da spifferarmi a tua volta?

Mefistofele. Io? no, di certo. Come potrei vederne in mezzo all'aureola di gloria che circonda te e i tuoi? Potrebbe venir meno la fiducia là dove la Maestà impera assolutamente, ove il potere è sempre all'erta per disperdere i nemici, ove la buona volontà rinvigorita dal senno e da una molteplice attività è sempre pronta? Chi mai là dove splendono simili astri, si periterebbe a cospirare in favore del male e dell'oscurantismo?

Mormorii. È un furfante che sa assai bene il suo mestiere; — s'insinua col mentire; — indovino già ciò che vi sta sotto; — salterà fuori un progetto.

Mefistofele. V'è alcuno a questo mondo a cui non manchi o questa o quella cosa? Qui ciò che manca è il denaro. A dire il vero il pavimento non ne è seminato, ma la sapienza sa scovarlo dal seno delle montagne, dalle più grandi profondità, dai fondamenti delle muraglie ove è riposto dell'oro vergine e monetato. Chi lo trarrà fuori alla luce del sole? Sarà la forza della natura e dello spirito in un uomo eletto.

Il Cancelliere. Natura, spirito! — Parole da non usarsi con cristiani, perché sono ciò che v'ha di più pericoloso al mondo; per simili discorsi si abbruciano gli atei. La natura è peccato, e demonio lo spirito; da essi nasce il dubbio, loro deforme ermafrodito! Finiamola adunque con queste eresie! — Dagli antichi Stati imperiali due sole caste sono uscite che hanno degnamente difeso il trono: i santi e i cavalieri. Essi resistono ad ogni procella, e per ricompensa si dividono tra loro la Chiesa e lo Stato. Una resistenza è prodotta dai volgari sentimenti di taluni che hanno smarrito l'intelletto, e cioè gli eretici e gli stregoni. Sono essi che corrompono le città e le campagne. A te piacciono questi cuori corrotti che hanno affinità coi pazzi! Ed ecco la gente che vorresti introdurre in questa nobile assemblea colle tue celie svergognate!

Mefistofele. Io qui fiuto il dottore. Ciò che non toccate è per voi lontano cento leghe; ciò che non possedete, è come se non esistesse per voi; ciò che sfugge alla vostra mente lo chiamate falso; ciò che voi non pesate, non ha peso; e la moneta se non è battuta da voi non ha valore.

L'Imperatore. Con tutto questo non si ripara ai nostri bisogni. A che miri tu colle tue omelie quaresimali? Ne ho abbastanza dei se e dei ma. Ci manca il denaro, trovacelo!

Mefistofele. Troverò ciò che chiedi, ed anche più. Per me è facile di certo; ma ciò che è facile si ottiene con difficoltà. Quanto brami dorme riposto; tutto il talento sta nel saperlo dissotterrare. Come bisogna adoperarsi? Riflettete che al tempo del flagello, quando turbe d'uomini invadevano come un torrente il paese, e s'imponevano alla popolazione, tutti presi dallo spavento nascondevano, chi qua, chi là, i loro oggetti preziosi. È quanto accadde ai bei tempi della potente Roma, e che continuò sino ai nostri giorni. Tutti questi tesori giacciono sepolti sotto al suolo, e il suolo è proprietà del sovrano; a lui spetta adunque il bottino.

Il Tesoriere. Per un pazzo non si esprime tanto male. Affé, che è questo il diritto dell'antico imperatore.

Il Cancelliere. Satana vi circuisce con lacci d'oro. È un affare sospetto!

Il Maresciallo. Purché la corte acquistasse la sospirata ricchezza, sarei disposto a chiudere un occhio su di molte cose.

Il gran mastro dell'esercito. Il matto non è sciocco, promettendo a ciascuno ciò che ciascuno desidera; il soldato non domanda donde viene.

Mefistofele. E se credete che io voglia ingannarvi, ecco un uomo a cui rivolgervi. Consultate l'astrologo; ei sa leggere nei pianeti la sorte riservata ad ogni ora. Or bene, parla; svelaci ciò che il cielo annunzia.

Mormorii