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Miguel de Cervantes Saavedra
DON CHISCIOTTE DELLA MANCIA
Note critiche
a
cura di Laura Barberi
Il
Don Chisciotte della Mancia fu pubblicato da Miguel de Cervantes
Saavedra (Alcala' de Henares, 1547 - Madrid 1616) in due fasi distinte: una
prima parte, scritta probabilmente tra il 1598 e il 1604, vide le stampe nel
1605, mentre una seconda parte uscì nel 1615 dopo che, in seguito al
successo e quindi alle numerose ristampe della prima edizione, un non meglio
identificato Alonso Fernandez de Avellaneda aveva pubblicato l'anno prima il Secondo
tomo della vita dell'ingegnoso hidalgo Don Chisciotte della Mancia: opera
di imitazione chiaramente non dovuta alla penna del Cervantes che proprio per la
preoccupazione di vedere il proprio personaggio sfruttato da altri autori
accelerò la scrittura della seconda e ultima parte delle sue avventure.
In
entrambe le edizioni la vicenda ruota intorno ai viaggi nell'est della Spagna
compiuti dal protagonista, Don Chisciotte appunto, che tre volte lascia il suo
villaggio d'origine in cerca di imprese cavalleresche da compiere per emulare
gli eroi di quella letteratura cortese della quale è da sempre avido
lettore e che gli hanno fatto perdere la nozione della realtà,
facendogli immaginare di essere egli stesso un cavaliere errante. Ognuna di
queste tre sortite (salidas) ha proprie peculiarità: le prime due
"uscite" sono contenute nella prima parte, l'ultima nella seconda
parte.
Il
romanzo inizia con la presentazione del protagonista, Alonso Chisciana, un
nobiluomo (hidalgo) di campagna ormai cinquantenne, che vive in un
piccolo paese della Mancia e che dopo anni di letture di libri cavallereschi
impazzisce e comincia a pensare che tutto ciò che ha letto corrisponda
al vero e che egli debba ripetere le gesta dei cavalieri erranti alla ricerca
di fama e di gloria. Perciò si dota dell'armatura dei suoi avi (ma la
sua visiera è di cartone), ribattezza il suo magro cavallo Ronzinante,
sceglie per sé come nome di battaglia quello di Don Chisciotte della Mancia ed
elegge a sua dama una contadina del luogo alla quale cambia il nome in Dulcinea
del Toboso. Così dà inizio al suo vagabondaggio. Questa prima
sortita solitaria è però destinata a breve durata, visto che,
dopo qualche disavventura e una buona dose di legnate inflittegli da chi ha
sfidato, viene ritrovato alquanto malconcio da un suo compaesano che lo
riconduce a casa. Qui viene assistito dalla nipote, dal curato e dal barbiere,
i quali, ritenendo responsabili della follia del loro amico i libri
cavallereschi della sua biblioteca, ne bruciano la quasi totalità. Nel
frattempo Don Chisciotte si rimette e si decide immediatamente ad una seconda
uscita (capp. VII - LII); prima però si sceglie uno scudiero, un
contadino del paese - Sancio Panza - attratto dalla possibilità di
guadagni e dalla promessa di ottenere un'isola da governare. E così si
forma una delle coppie più celebri della storia della letteratura: il
cavaliere alto, magro e allampanato in sella al suo Ronzinante, e lo scudiero
basso e tondo in groppa al suo somaro. Seguono alcune delle avventure
più celebri del romanzo tra le quali la battaglia contro i mulini a
vento, scambiati da Don Chisciotte per dei giganti e quindi sfidati a duello.
Dopo una serie di comiche peripezie che li vedono quasi sempre avere la peggio,
i due si dividono perché Don Chisciotte chiede a Sancio di recapitare una
lettera d'amore a Dulcinea. Durante il viaggio egli però incontra il
barbiere e il curato e gli rivela dove si trovi Don Chisciotte e insieme,
attraverso uno stratagemma, riescono a riportarlo a casa.
La
terza uscita di Don Chisciotte è al centro della seconda parte del
romanzo, edita nel 1615. Al ritorno nel suo villaggio Don Chisciotte apprende
che è stato pubblicato un libro che narra le sue avventure, ma le
descrive in modo molto poco glorioso, ragion per cui il nobiluomo si decide ad
una terza sortita proprio per affermare i suoi ideali di giustizia, di
cortesia, di difesa degli oppressi tanto derisi nel libro appena pubblicato.
Numerose vicende si susseguono, ma il nostro protagonista ha sempre la peggio,
anche perché, oramai divenuto famoso, è vittima delle beffe di coloro
che incontra e lo riconoscono come il folle che si crede un cavaliere errante.
Motivo distintivo, infatti, della seconda parte del romanzo è il fatto
che non è più tanto Don Chisciotte a trasformare la realtà
secondo la sua immaginazione, quanto piuttosto i personaggi intorno a lui,
incluso Sancio, a volerlo convincere a compiere stramberie per poterne poi
ridere. Anche questa sortita si conclude comunque con un ritorno al villaggio,
qui Don Chisciotte si ammala preso da una forte febbre che lo tiene a letto. La
malattia lo rinsavisce, ma proprio allora muore.
Il
Don Chisciotte è un'opera di una complessità
straordinaria, sia a livello tematico che stilistico, e di conseguenza molte
sono state le interpretazioni datene, anche di segno opposto tra loro.
L'universalità dei personaggi creati dal Cervantes ha poi spesso indotto
i critici a decontestualizzare storicamente il romanzo e a leggerlo quasi come
opera loro contemporanea. E' possibile però ricondurre le varie analisi
critiche fondamentalmente a due tipi di letture: da un lato quella
"giocosa", il cui massimo sostenitore è forse l'Auerbach che
nel suo Mimesis sottolinea come la follia del Chisciotte altro non sia
che gioco, parodia, comicità, riconducibile alla follia erasmiana;
dall'altro l'interpretazione "tragica", storicamente affermatasi
durante il Romanticismo, che vede invece nell'hidalgo un campione
dell'idealismo costretto a scontrarsi con una prosaica realtà priva di
ogni eroismo. Ad ognuna di queste interpretazioni è possibile muovere
delle obiezioni visto che in realtà entrambi i toni, quello della
gaiezza e quello della melanconia, pervadono la narrazione e troppo riduttivo
sarebbe cercare di affermare una visione critica definitiva; come per l'Amleto
di Shakespeare continueranno a susseguirsi le più svariate letture.
Ciò
che invece è importante sottolineare e verso cui dovrebbe concentrarsi
l'attenzione del lettore, è la modernità stilistica dell'opera
(il che spiega anche come mai il dibattito critico anche nel corso del
Novecento si sia appassionato a questo romanzo), che partendo dalla letteratura
cortese-cavalleresca, dalla letteratura pastorale, dal romanzo picaresco, dalla
novellistica, abbia unito tutte queste esperienze per creare qualcosa di
assolutamente originale ed unico, definito da molti come il primo romanzo
moderno. La stratificazione dei piani narrativi, per esempio, con diversi
narratori che rimandano l'uno all'altro: Cervantes dichiara infatti di rifarsi
ad un manoscritto arabo di un certo Cide Hamete Benengeli per la narrazione
delle gesta di Don Chisciotte, nella seconda parte del romanzo poi si parla
spesso del libro pubblicato, nella finzione, sulle avventure dell'hidalgo
e che lo mette così in cattiva luce, espediente attraverso il quale
Cervantes non lesina critiche al libro veramente pubblicato apocrifo nel 1614
con protagonista il suo folle cavaliere. In proposito si è parlato di un
vero e proprio gioco di specchi attraverso il quale viene demolita la
concezione univoca della realtà, sostituita da numerose prospettive che
ci forniscono un quadro sfuggente, contraddittorio, in eterno equilibrio tra reale,
appunto, e irreale. Letteratura e vita, teatro e vita nel Don Chisciotte
si mischiano: i mulini a vento diventano dei giganti, le locande dei castelli,
i montoni degli eserciti nemici, etc. Ogni cosa può essere soggetta a
diversi punti di vista, il che fa perdere chiaramente l'esatta concezione della
realtà. Sarebbe così testimoniata dal Cervantes la crisi di
fiducia del suo tempo nelle acquisizioni rinascimentali quali l'armonioso equilibrio tra la natura e l'uomo,
la fiducia nell'agire umano guidato dalla razionalità. Nel suo romanzo
regnano invece la confusione, l'incertezza, il disinganno: una "scissione
tra coscienza e vita" che perdura ancora oggi e che rende il Don
Chisciotte così attuale.
La storia di
Don Chisciotte
della Mancha
di
Miguel de
Cervantes Saavedra
PROLOGO
Sfaccendato lettore, potrai credermi senza che te
ne faccia giuramento, ch'io vorrei che questo mio libro, come figlio del mio
intelletto, fosse il più bello, il più galante ed il più
ragionevole che si potesse mai immaginare; ma non mi fu dato alterare l'ordine
della natura secondo la quale ogni cosa produce cose simili a sé. Che poteva
mai generare lo sterile e incolto mio ingegno, se non se la storia d'un figlio
secco, grossolano, fantastico e pieno di pensieri varii fra loro, né da verun
altro immaginati finora? E ben ciò si conviene a colui che fu generato
in una carcere, ove ogni disagio domina, ed ove ha propria sede ogni sorta di
malinconioso rumore. Il riposo, un luogo delizioso, l'amenità delle
campagne, la serenità dei cieli, il mormorar delle fonti, la
tranquillità dello spirito, sono cose efficacissime a render feconde le
più sterili Muse, affinché diano alla luce parti che riempiano il mondo
di maraviglia e di gioia. Avviene talvolta che un padre abbia un figliuolo
deforme e senza veruna grazia, e l'amore gli mette agli occhi una benda, sicché
non ne vede i difetti, anzi li ha per frutti di buon criterio e per vezzi, e ne
parla cogli amici: come di acutezze e graziosità. Io però, benché
sembri esser padre, sono padrino di don Chisciotte, né vo' seguir la corrente,
né porgerti suppliche quasi colle lagrime agli occhi, come fan gli altri, o
lettor carissimo, affinché tu perdoni e dissimuli le mancanze che scorgerai in
questo mio figlio. E ciò tanto maggiormente perché non gli appartieni
come parente od amico, ed hai un'anima tua nel corpo tuo, ed il tuo libero
arbitrio come ogni altro, e te ne stai in casa tua, della quale sei padrone
come un principe de' suoi tributi, e ti è noto che si dice comunemente: sotto
il mio mantello io ammazzo il re. Tutto ciò ti disobbliga e ti
scioglie da ogni umano ricordo, e potrai spiegar sulla mia storia il tuo
sentimento senza riserva, e senza timore d'essere condannato per biasimarla, o
d'averne guiderdone se la celebrerai.
Vorrei per altro, o lettor mio, offrirtela;
pulita e ignuda, senza l'ornamento di un prologo, e spoglia dell'innumerabil
caterva degli usitati sonetti, epigrammi, od elogi che sogliono essere posti in
fronte ai libri; e ti so dire che sebbene siami costato qualche travaglio il
comporla, nulla mi diede tanto fastidio quanto il fare questa prefazione che
vai leggendo. Più volte diedi di piglio alla penna per iscriverla, e
più volte mi cadde di mano per non sapere come darle principio. Standomi
un giorno dubbioso con la carta davanti, la penna nell'orecchio, il gomito sul
tavolino, e la mano alla guancia, pensando a quello che dovessi dire, ecco
entrar d'improvviso un mio amico, uomo di garbo e di fino discernimento, il
quale, vedendomi tutto assorto in pensieri, me ne domandò la cagione. Io
non gliela tenni celata, ma gli dissi che stava studiando al prologo da mettere
in fronte alla storia di don Chisciotte, e ci trovavo tanta difficoltà,
che m'ero deliberato di non far prologo, e quindi anche di non far vedere la
luce del giorno alle prodezze di sì nobile cavaliere.
— “Come volete voi mai, soggiuns'io, che non mi
tenga confuso il pensare a tutto ciò che sarà per dirne
quell'antico legislatore che chiamasi volgo, quando vegga che dopo sì
lungo tempo da che dormo nel silenzio della dimenticanza, ora che ho tant'anni
in groppa, esco fuori con una leggenda secca come un giunco marino, spoglia
d'invenzione, misera di stile, scarsa di concetti, mancante di ogni erudizione
e dottrina, senza postille al margine, e senz'annotazioni al fine del libro, di
che vedo ricche le altre opere, tuttoché favolose e profane, e zeppe di
sentenze di Aristotele, di Platone, e di tutto lo sciame dei filosofi, onde ne
avviene che restano meravigliati i lettori, e tengono gli autori nel più
gran conto di dottrina, di erudizione, di eloquenza? Citando la divina
Scrittura si fanno credere altrettanti santi Tommasi e nuovi Dottori della
Chiesa, conservando in ciò un sì ingegnoso decoro che in una riga
ti rappresentano un innamorato perduto, e nell'altra ti fanno un sermoncino
cristiano, ch'è una consolazione l'udirli o il leggerli! Deve di tutto
ciò essere spoglio il mio libro, poiché non ho che citare nel margine, o
che annotare nel fine, né so di quali autori mi valga il comporlo; e
così non posso affibbiarveli, come da tutti si pratica, per le lettere
dell'abbiccì, cominciando con Aristotele, e terminando con Senofonte e
Zoilo o Zeusi, benché l'uno sia stato un maldicente, l'altro un pittore. Ha pur
il libro mio da mancare di sonetti al principio, almeno di quelli composti da
duchi, marchesi, conti, vescovi, dame o poeti celebratissimi; benché se
pregassi di ciò due o tre miei amici bottegai, io so che me li
darebbero, e tali da non poter essere superati da quelli dei più celebri
della nostra Spagna. Insomma, signore e amico mio, soggiunsi, io mi risolvo a
lasciar il signor don Chisciotte sepolto negli archivi della Mancia, finché il
cielo faccia comparir chi lo adorni delle tante qualità che gli mancano,
trovandomi io incapace di rimediarvi, attesa la mia insufficienza e la mia
scarsa erudizione, ed anche perché sono naturalmente infingardo e lento
nell'indagare autori che dicano quello che so dire da me medesimo senza la lor
dettatura. Di qui ha origine la sospensione e l'umore in cui mi trovaste; e ben
deve bastare per mettermi a tale stato tutto ciò che da me avete
inteso.”
All'udir queste cose il mio amico si diede una
palmata nella fronte, proruppe in un alto scoppio di ridere, e disse: Per
bacco, fratello, che termino al presente di togliermi da un inganno in cui son
vissuto da che vi conosco; giacché vi ho tenuto mai sempre per uomo giudizioso
e prudente in tutte le vostre azioni, ed ora m'avveggo, che voi ne siete
lontano quanto il cielo dalla terra. Com'è mai possibile che cose di
sì poco momento e di sì facile rimedio abbiano tal possa da
confondere e sviare un ingegno sì maturo com'è il vostro, a cui
sì agevole riesce il togliere e superare molto maggiori
difficoltà? Ciò deriva in fede mia, non da mancanza di
abilità, ma da infingardaggine, e da poco buon raziocinio. Volete la
prova di ciò? Statemi attento e vedrete come in un aprire e chiuder
d'occhio io svento tutte le vostre difficoltà, e vengo a rimediare a
tutte le mancanze; dalle quali dite essere tenuto sospeso e avvilito per modo che
vi ritraete dal dare al mondo il vostro famosissimo don Chisciotte, lume e
specchio di tutta la errante cavalleria. — “Or via, lo interruppi sentendo le
sue parole: in qual modo divisate voi di riempire il vôto del mio timore e di
ridurre a chiarezza il caos della mia confusione? — Al che soggiuns'egli: —
“Quanto al primo imbarazzo in cui vi trovate a cagione de' sonetti, epigrammi
ed elogi che mancano in fronte al vostro libro, e ch'è di mestieri che
portino i nomi di personaggi gravi e titolati, è facile il rimediare.
Prendetevi voi stesso la briga di comporli; poscia battezzateli voi medesimo
col nome che più vi talenta attribuendoli al prete Gianni dell'India od
all'imperatore di Trebisonda, i quali so essere opinione che abbiano avuto il
vanto di poeti celebratissimi. Che se ciò non è vero, e sorgesse
per avventura qualche pedante o baccelliere, che mordendovi le calcagna
impugnasse questa verità, non per questo a voi, convinto di menzogna,
taglierebbero la mano che ha segnato nomi cotanto illustri. E quanto al citare
in margine libri ed autori ai quali attribuir le sentenze e i detti che vi
piacesse d'inserire nella vostra storia, basta che voi vi facciate cadere in
acconcio alcune sentenze che sappiate a memoria, o che vi costino poca fatica a
cercarle. Per esempio, trattando di libertà e schiavitù:
Non bene pro toto libertas venditur
auro;
ed al margine citate Orazio, o chi
l'ha detto. Se parlerete del potere della morte:
Pallida mors
æquo pulsat pede
Pauperum tabernas regumque turres.
Se dell'amicizia, o dell'amore che il Signore
comanda di portare a' nemici, eccovi la divina Scrittura che vi somministra le
parole di Dio stesso: Ego autem dico vobis: Diligite inimicos vestros. Trattando
de' cattivi pensieri ricorrete al Vangelo: De corde exeunt cogitationes
malæ. Se dell'incostanza degli amici, Catone vi somministrerà
il suo distico:
Donec eris
felix, multos numerabis amicos;
Tempora si fuerint nubila, solus
eris.
E di tal guisa latinizzando, od in tal'altra
maniera, sarete tenuto per grammatico, ciò che procura oggigiorno non
poco onore e guadagno. Per ciò che spetta alle annotazioni da porsi al
fine del libro, potete sbarazzarvene a questo modo. Se nominate nella vostra
opera qualche gigante, supponetelo il gigante Golia: questo solo (che poco vi
costa) v'apre il campo ad un'ampia annotazione dicendo: Il Gigante Golia fu
un Filisteo il quale venne ucciso con un gran colpo di pietra dal pastore
Davide nella valle di Tèrebinto, secondo ciò che si legge nel
libro dei Re nel capitolo ove vedrete che questo sta scritto. Per mostrarvi
poi uomo erudito nelle umane lettere, ed anche cosmografo, fate in modo che
nella vostra storia si nomini il fiume Tago, e qui si aprirà il campo ad
un'altra famosa annotazione dicendo: Al fiume Tago diede il nome un re delle
Spagne, nasce nel tal luogo, e muore nel mare Oceano, bagnando le mura della
famosa città di Lisbona, e credesi abbia le arene d'oro, ecc. Dovendo
parlar di ladroni, vi dirò la storia di tanti, ma celebrati dal maggior
numero: che se tanto vi riuscirà di fare non avrete conseguito poco.”
Io me ne stavo ascoltando con profondo silenzio
ciò che mi si dicea dall'amico, e tanto poterono sopra di me le sue
ragioni che, senza altro dire, gliele menai tutte buone: anzi le feci servire
di fondamento a questo prologo, nel quale riscontrerai, o delicato lettore, il
retto discernimento dell'amico mio, e la buona ventura nell'essermi a questi
tempi avvenuto in sì utile consigliere quando trovavami irresoluto e
indeciso. Tu n'avrai certo gran compiacenza nel leggere così ingenua e
così pura la storia del famoso don Chisciotte della Mancia, il quale,
per la fama che corre fra tutti gli abitanti del distretto del Campo di
Montiello, fu l'innamorato più casto, ed il più valente cavaliere,
che da tanti anni in qua comparisse in que' dintorni; né io voglio esagerarti
il servigio che ti fo nel darti a conoscere sì celebre e onorato
campione. Bramo però d'incontrare il tuo gradimento per la conoscenza
che ti farò fare anche del famoso Sancio Pancia suo scudiere, nel quale,
a mio avviso, troverai congiunte tutte le disgrazie scudierili che s'incontrano
sparse nella caterva degli inutili libri di cavalleria. Dio ti conservi in
salute, e non mi porre in dimenticanza. Sta sano.
CAPITOLO I
DELLA CONDIZIONE E DELLE OPERAZIONI DEL RINOMATO IDALGO DON
CHISCIOTTE DELLA MANCIA.
Viveva, non ha molto, in una terra della Mancia,
che non voglio ricordare come si chiami, un idalgo di quelli che tengono lance
nella rastrelliera, targhe antiche, magro ronzino e cane da caccia. Egli
consumava tre quarte parti della sua rendita per mangiare piuttosto bue che
castrato, carne con salsa il più delle sere, il sabato minuzzoli di
pecore mal capitate, lenti il venerdì, coll'aggiunta di qualche
piccioncino nelle domeniche. Consumava il resto per ornarsi nei giorni di festa
con un saio di scelto panno di lana, calzoni di velluto e pantofole pur di
velluto; e nel rimanente della settimana faceva il grazioso portando un vestito
di rascia della più fina. Una serva d'oltre quarant'anni, ed una nipote
che venti non ne compiva convivevano con esso lui, ed eziandio un servitore da
città e da campagna, che sapeva così bene sellare il cavallo come
potare le viti. Toccava l'età di cinquant'anni; forte di complessione,
adusto, asciutto di viso; alzavasi di buon mattino, ed era amico della caccia.
Vogliono alcuni che portasse il soprannome di Chisciada o Chesada, nel
che discordano gli autori che trattarono delle sue imprese; ma per verosimili
congetture si può presupporre che fosse denominato Chisciana; il
che poco torna al nostro proposito; e basta soltanto che nella relazione delle
sue gesta non ci scostiamo un punto dal vero.
Importa bensì di sapere che negli
intervalli di tempo nei quali era ozioso (ch'erano il più dell'anno),
applicavasi alla lettura dei libri di cavalleria con predilezione sì
dichiarata e sì grande compiacenza che obbliò quasi intieramente
l'esercizio della caccia ed anche il governo delle domestiche cose: anzi la
curiosità sua, giunta alla manìa d'erudirsi compiutamente in tale
istituzione, lo indusse a spropriarsi di non pochi dei suoi poderi a fine di
comperare e di leggere libri di cavalleria. Di questa maniera ne recò
egli a casa sua quanti gli vennero alle mani; ma nissuno di questi gli parve
tanto degno d'essere apprezzato quanto quelli composti dal famoso Feliciano de
Silva, la nitidezza della sua prosa e le sue artifiziose orazioni gli
sembravano altrettante perle, massimamente poi quando imbattevasi in certe
svenevolezze amorose, o cartelli di sfida, in molti dei quali trovava scritto: La
ragione della nissuna ragione che alla mia ragione vien fatta, rende sì
debole la mia ragione che con ragione mi dolgo della vostra bellezza. E
similmente allorché leggeva: Gli alti cieli che la divinità vostra
vanno divinamente fortificando coi loro influssi, vi fanno meritevole del
merito che meritatamente attribuito viene alla vostra grandezza.
Con questi e somiglianti ragionamenti il povero
cavaliere usciva del senno. Più non dormiva per condursi a penetrarne il
significato che lo stesso Aristotele non avrebbe mai potuto deciferare, se a
tale unico oggetto fosse ritornato tra i vivi. Non gli andavano gran fatto a
sangue le ferite che dava e riceveva don Belianigi, pensando che di buon
diritto nella faccia e in tutta la persona avessero ad essergli rimaste
impresse e vestigia e cicatrici, per quanto accuratamente foss'egli stato
guarito; ma nondimeno lodava altamente l'autore perché chiudeva il suo libro
con la promessa di quella interminabile avventura. Fu anche stimolato le molte
volte dal desiderio di dar di piglio alla penna per compiere quella promessa; e
senz'altro l'avrebbe fatto giungendo allo scopo propostosi dal suo modello; se
distratto non l'avessero più gravi ed incessanti divisamenti. Ebbe a
quistionar più volte col curato della sua terra (uomo di lettere e
addottorato in Siguenza) qual fosse stato miglior cavaliere o Palmerino d'Inghilterra,
o Amadigi di Gaula; era peraltro d'avviso mastro Nicolò, barbiere di
quel paese, che niuno al mondo contender potesse il primato al cavaliere del
Febo, e che se qualcuno poteva competer con lui, questi era solo don Galeorre
fratello di Amadigi di Gaula, da che nulla fu mai d'inciampo alle sue ardite
imprese; e non era sì permaloso e piagnone come il fratello, a cui poi
non cedeva sicuramente in valore. In sostanza quella sua lettura lo
portò siffattamente all'entusiasmo da non distinguere più la
notte dal dì, il dì dalla notte; di guisa che pel soverchio
leggere e per il poco dormire gli s'indebolì il cervello, e addio buon
giudizio. Altro non presentavasi alla sua immaginazione che incantamenti,
contese, battaglie, disfide, ferite, concetti affettuosi, amori, affanni ed
impossibili avvenimenti: e a tal eccesso pervenne lo stravolgimento della
fantasia, che niuna storia del mondo gli pareva più vera di quelle
ideate invenzioni che andava leggendo. Sosteneva egli che il Cid Rui Diaz era
stato bensì valente cavaliere, ma che dovea ceder la palma all'altro
dall'ardente spada, il quale d'un solo manrovescio avea tagliati per mezzo due
feroci e smisurati giganti. Più gli piaceva Bernardo del Carpio per
avere egli ucciso in Roncisvalle l'incantato Roldano, valendosi dell'accortezza
d'Ercole allorché soffocò fra le sue braccia Anteo figlio della Terra.
Celebrava il gigante Morgante perché discendendo egli da quella gigantesca
genìa, che non dà che scostumati e superbi, pure egli solo
porgevasi affabile e assai ben creato. Dava però a Rinaldo di Montalbano
sopra ad ogni altro la preferenza, e segnatamente quando lo vedeva uscire dal
suo castello, a far man bassa, di quanto gli capitava alle mani, derubando in
Aglienda quell'idolo di Maometto che era tutto d'oro secondoché riferisce la
sua storia. Avrebbe egli sacrificata la sua serva, e di vantaggio pur la nipote
alla smania che tenea d'ammaccare a furia di calci il traditor Ganelone.
In fine perduto affatto il giudizio, si ridusse
al più strano divisamento che siasi giammai dato al mondo. Gli parve
conveniente e necessario per l'esaltamento del proprio onore e pel servigio
della sua repubblica di farsi cavaliere errante, e con armi proprie e cavallo
scorrere tutto il mondo cercando avventure, ed occupandosi negli esercizii
tutti dei quali aveva fatto lettura. Il riparare qualunque genere di torti, e
l'esporre sé stesso ad ogni maniera di pericoli per condursi a glorioso fine,
doveano eternare fastosamente il suo nome; e figuravasi il pover'uomo d'essere
coronato per lo meno imperadore di Trebisonda in merito del valore del suo
braccio. Immerso in tali deliziosi pensieri, ed alzato all'estasi dalla
straordinaria soddisfazione che vi trovava, si diede la più gran fretta
onde porli ad esecuzione. Applicossi prima di tutto a far lucenti alcune arme
di cui si erano valsi i bisavoli suoi, e che di ruggine coperte giacevano
dimenticate in un cantone: le ripulì e le pose in assetto il meglio che
gli fu possibile, poi s'accorse ch'era in esse una essenziale mancanza, perocché
invece della celata con visiera, eravi solo un morione; ma; supplì a
ciò la sua industria facendo di cartone una mezza celata, che unita al
morione pigliò l'apparenza di celata intera. Egli è vero che per
metterne a prova la solidità trasse la spada, e vi diede due colpi col
primo dei quali, in un momento solo, distrusse il lavoro che l'aveva tenuto
occupato una settimana; né gli andò allora a grado la facilità
con cui la ridusse in pezzi; ma ad oggetto che non si rinnovasse un tale
disastro, la rifece consolidandola interiormente con cerchietti di ferro, e
restò così soddisfatto della sua fortezza che senza metterla a
nuovo cimento rinnovando la prova di prima, la ebbe in conto di celata con
visiera di finissima tempra.
Si recò da poi a visitare il suo ronzino,
e benché avesse più quarti assai d'un popone e più malanni che il
cavallo del Gonella — che tantum pellis et ossa fuit — gli parve
che non gli si agguagliassero né il Babieca del Cid, né il Bucefalo di
Alessandro. Impiegò quattro giorni nell'immaginare con qual nome dovesse
chiamarlo, e diceva egli a sé stesso che sconveniva di troppo che un cavallo di
cavaliere sì celebre non portasse un nome famoso; e andava perciò
ruminando per trovarne uno che spiegasse ciò che era stato prima di
servire ad un cavaliere errante, e quello che andava a diventare. Era ben
ragionevole che cambiando stato il padrone, mutasse nome anche la bestia, ed
uno gliene fosse applicato celebre e sonoro; e quindi dopo aver molto fra sé
proposto, cancellato, levato, aggiunto, disfatto e tornato a rifare sempre
fantasticando, stabilì finalmente di chiamarlo Ronzinante, nome a quanto
gli parve, elevato e pieno di una sonorità che indicava il passato esser
suo ronzino, e ciò ch'era per diventare, vale a dire, il più
cospicuo tra tutti i ronzini del mondo.
Stabilito con tanta sua soddisfazione il nome al
cavallo, s'applicò fervorosamente a determinare il proprio, nel che
spese altri otto giorni, a capo dei quali si chiamò don Chisciotte. Da
ciò, come fu detto già prima, trassero argomento gli autori di
questa verissima storia, che debba essa chiamarsi indubitamente Chisciada e
non Chesada, come ad altri piacque denominarla. Si risovvenne il nostro
futuro eroe che il valoroso Amadigi non erasi limitato a chiamarsi Amadigi
semplicemente, ma che affibbiato vi aveva il nome del regno e della patria, per
sua più grande celebrità, chiamandosi Amadigi di Gaula. Dietro
sì autorevole esempio, come buon cavaliere decise d'accoppiare al
proprio nome quello pur della patria, e chiamarsi don Chisciotte della Mancia,
con che, a parer suo, spiegava più a vivo il lignaggio e la patria, e
davale onore col prendere da lei il soprannome.
Rese
di già lucide l'arme sue, fatta del morione una celata, stabilito il
nome al ronzino, e confermato il proprio, si persuase che altro a lui non
mancasse se non se una dama di cui dichiararsi amoroso. Il cavaliere errante
senza innamoramento è come arbore spoglio di fronde e privo di frutta;
è come corpo senz'anima, andava dicendo egli a sé stesso. — Se per
castigo de' miei peccati, o per mia buona ventura m'avvengo in qualche gigante,
come d'ordinario intraviene ai cavalieri erranti, ed io lo fo balzare a primo
scontro fuori di sella, o lo taglio per mezzo, o vinto lo costringo ad
arrendersi, non sarà egli bene d'avere a cui farne un presente? laonde
poi egli entri, e ginocchioni dinanzi alla mia dolce signora così
s'esprima colla voce supplichevole dell'uomo domato: — Io, signora,
sono il gigante Caraculiambro, dominatore dell'isola Malindrania, vinto in
singolar tenzone dal non mai abbastanza celebrato cavaliere don Chisciotte
della Mancia, da cui ebbi comando di presentarmi dinanzi alla signoria vostra,
affinché la grandezza vostra disponga di me a suo talento. Oh! come si
rallegrò il nostro buon cavaliere all'essersi così espresso! ma
oh quanto più si compiacque poi nell'avere trovato a chi dovesse
concedere il nome di sua dama! — Soggiornava in un paese, per quanto credesi,
vicino al suo, una giovanotta contadina di bell'aspetto, della quale egli era
stato già amante senza ch'ella il sapesse, né se ne fosse avvista
giammai, e chiamavasi Aldolza Lorenzo; e questa gli parve opportuno chiamar
signora de' suoi pensieri. Dappoi cercando un nome che non discordasse gran
fatto dal suo, e che potesse in certo modo indicarla principessa e signora, la
chiamò Dulcinea del Toboso perché del Toboso appunto era nativa. Questo
nome gli sembrò armonioso, peregrino ed espressivo, a somiglianza di
quelli che allora aveva posti a sé stesso ed alle cose sue.
CAPITOLO II
DELLA PRIMA PARTITA CHE FECE L'NGEGNOSO DON CHISCIOTTE DALLA SUA
TERRA.
Fatti questi apparecchi, non volle differire
più oltre a dar esecuzione al suo divisamento, affrettandolo a
ciò la persuasione che il suo indugio lasciasse un gran male nel mondo;
sì numerose erano le ingiurie che pensava di dover vendicare, i torti da
raddrizzare, le ingiustizie da togliere, gli abusi da correggere, i debiti da
soddisfare. Senza dunque far parola a persona di quanto aveva divisato, e senza
essere veduto da alcuno, una mattina del primo giorno (che fu uno dei
più ardenti) del mese di luglio, armato di tutte le sue armi salì
sopra Ronzinante, si adattò la sua malcomposta celata, imbracciò
la targa, prese la lancia, e per la segreta porta di una corticella uscì
alla campagna, ebro di gioia al vedere con quanta facilità aveva dato
principio al suo nobile desiderio. Ma non appena si vide all'aperto, gli
sopravvenne un terribile pensiero, che per poco non lo fece desistere dalla
cominciata impresa; risovvenendosi allora ch'egli non era armato cavaliere, e
che quindi conformemente alle leggi di cavalleria, né potea né dovea condursi a
battaglia contro verun cavaliere di questo mondo: oltre di che, quand'anche
già fosse stato cavaliere novizzo avrebbe dovuto portare armi bianche senza
impresa nello scudo finché non la guadagnasse col proprio valore. Questi
pensieri lo fecero titubante nel suo proposito; ma più d'ogni ragione
potendo in lui la pazzia, propose seco stesso di farsi armar cavaliere dal
primo in cui s'imbattesse, ad imitazione di altri molti che di tal guisa si
regolarono, come aveva letto nei libri che a tale lo avevano condotto. Quanto
alla bianchezza dell'arme pensò di forbirle al primo villaggio per modo
che vincessero l'ermellino; e con questo s'acquetò e proseguì il
suo viaggio senza calcar altra via che quella ove fosse piaciuto al suo cavallo
di condurlo, tenendo per fermo che in ciò consistesse la forza delle
avventure.
Così camminando il nostro novello
venturiero parlava fra sé e diceva: “Chi può dubitare che nei tempi avvenire
quand'esca alla luce la vera storia delle famose mie gesta, il savio che la
scriverà, accingendosi a dar conto di questa mia prima uscita sì
di buon'ora, non cominci in questa maniera? — Aveva appena per l'ampia e
spaziosa terra il rubicondo Apollo stese le dorate fila dei suoi vaghi capelli,
e appena i piccoli dipinti augelli con le canore lor lingue avevano salutato
con dolce melliflua armonia lo spuntare della rosea Aurora, la quale
abbandonando le morbide piume del geloso marito mostravasi per le porte e
finestre del Mancego orizzonte a' mortali, quando il famoso don Chisciotte
della Mancia, lasciate le oziose piume, salì sul famoso suo cavallo
Ronzinante, e cominciò a scorrere l'antica e celebre campagna di
Montiello… (ed era il vero, da che battea quella strada) poi soggiunse
esclamando; “Oh età fortunata, o secolo venturoso in cui vedranno la
luce le famose mie imprese, degne di essere incise in bronzi, scolpite in
marmi, e dipinte in tele per eterna memoria alla posterità! O tu savio
incantatore, chiunque tu sia per essere, a cui sarà dato in sorte
d'essere il cronista di questa peregrina storia, priegoti non obliare il mio
buon Ronzinante, perpetuo compagno in ogni mio viaggio e vicenda.” Talora
prorompeva come se fosse stato innamorato da vero: “Ah principessa Dulcinea,
signora di questo prigioniero mio cuore, gran torto mi avete fatto col darmi
commiato comandandomi altresì ch'io non osi mai più comparire al
cospetto della vostra singolare bellezza. Vi scongiuro, signora mia, di
rammentarvi di questo cuore che v'è schiavo, e che tanto soffre per amor
vostro!” Andava egli a questi infilzando altri spropositi, alla maniera di
quelli che aveva appresi dai suoi libri imitandone a tutta sua possa il
linguaggio; e intanto procedeva sì lento, e il sole, alzandosi, mandava
un ardor sì cocente, che avrebbe potuto diseccargli il cervello, se pur
gliene fosse rimasto alcun poco.
A questo modo viaggiò tutto quel giorno
senza che gli avvenisse cosa degna d'essere ricordata; del che disperavasi,
bramando avidamente che gli si offerisse occasione da cimentare il valor del
suo braccio. Alcuni autori affermano che la prima sua avventura fu quella del
Porto Lapice: altri dicono quella dei mulini da vento: quello però che
ho potuto riconoscere, e che trovai scritto negli annali della Mancia si
è ch'egli andò errando per tutto l'intiero giorno, e che
all'avvicinarsi della notte sì egli come il suo ronzino, si trovarono
spossati e morti di fame. Che girando l'occhio per ogni parte per vedere se gli
venisse scoperto qualche castello o abituro pastorale ove ricovrarsi e trovar
di che rimediare a' suoi molti bisogni, vide non lungi dal cammino pel quale
andava, un'osteria, che gli fu come vedere una stella che lo guidasse alla
soglia, se non alla reggia della felicità. Affrettò il passo, e
vi giunse appunto sul tramontare del giorno. Stavano a caso sulla porta due
giovanotte di quelle che si chiamano da partito, le quali andavano a Siviglia
con alcuni vetturali che avevano divisato di passar ivi la notte. Siccome tutto
ciò che pensava o vedeva o fantasticava il nostro avventuriere, tutto
dentro di lui pigliava forma e sembianza della pazzia che le sue letture gli
avevano fitta in capo; così appena scorse l'osteria, gli fu d'avviso di
vedere un castello colle sue quattro torri, con capitelli di lucido argento,
con ponte levatoio sovrastante a profondo fosso, e fornito di tutte quelle
altre appartenenze che sogliono essere attribuite a siffatte abitazioni.
Avviatosi dunque all'osteria o castello, secondo che a lui pareva, e giuntovi
da vicino, raccolse le briglie e fermò Ronzinante, attendendo che
qualche nano si facesse dai merli a dar segno colla tromba che arrivava al
castello un cavaliere. Ma vedendo poi che tardavano; e che Ronzinante smaniava
di far capo nella stalla, s'accostò alla porta dell'osteria sulla quale
stavano le due mal costumate ragazze, che a lui sembrarono due molto vaghe
donzelle, ovvero due galanti signore che vagassero a bel diporto.
Avvenne che un porcaio per raccozzare un branco
di porci (che con sopportazione così appunto si chiamano) suonò
un corno al cui segnale tutti son usi di unirsi; e questo fece pago il
desiderio di don Chisciotte, immaginandosi egli che un nano annunziasse
così la sua venuta. Con gioia ineffabile s'accostò quindi alla
porta e alle signore, le quali vedendo avvicinarsi un uomo armato a quel modo
con lancia e targa, spaventate, si volsero per cacciarsi nell'osteria. Ma don
Chisciotte, arguendo dalla lor fuga la paura che le incalzava, alzò la
sua visiera di cartone, e facendo vedere la sua secca e polverosa faccia, disse
loro con gentil modo e con voce tranquilla: “Non fuggano le signorie vostre, né
paventino d'oltraggio alcuno, da che l'ordine cavalleresco da me professato
divieta di far torti a chicchessia, massimamente poi a donzelle d'alto
lignaggio, quali la presenza vostra vi fa conoscere.” Le due giovani lo
andavano osservando, e cercavano di vedergli bene la faccia, che poco si
scopriva di sotto alla trista visiera; ma quando s'intesero chiamar donzelle,
nome sì opposto alla loro professione, non poterono contenersi dal
ridere, in modo che don Chisciotte se ne risentì, e disse loro: “Quanto
un dignitoso contegno s'addice alle belle, tanto sta male che prorompano per
lieve cagione in tali risate; non per questo ve ne rimprovero, ma ciò vi
dico solo per desiderio che siate di animo benigno verso di me, ché il mio
è tutta volontà di servirvi.” Il linguaggio non inteso dalle
donne e la trista figura del nostro cavaliere accresceano in esse le rise e in lui
la collera; e la cosa sarebbe andata oltre se in quel momento non usciva
l'oste, che per essere molto grasso era anche molto pacifico. Il quale al
vedere quella contraffatta figura, armata d'armi tra loro così
discordanti, com'erano le staffe lunghe, la lancia, la targa ed il corsaletto,
fu per mettersi a ridere anch'egli non meno delle due giovani; ma tenendolo in
qualche rispetto una macchina fornita di tante munizioni, pensò di
parlargli garbatamente e gli disse: “Se la signoria vostra, signor cavaliere,
domanda di essere alloggiata, dal letto in fuori (ché non ve n'ha pur uno in
questa osteria) troverà in tutto di che soddisfarsi abbondevolmente.”
Vedendo don Chisciotte la gentilezza del governatore della fortezza (che tale a
lui rassembrarono e l'oste e l'osteria) rispose: “A me, signor castellano, ogni
cosa mi basta, perché miei arredi son l'armi, e mio riposo il combattere.”
L'oste s'immaginò che don Chisciotte gli avesse dato il nome di
castellano per averlo creduto un sempliciotto Castigliano mentre era
invece di Andalusia, e di quelli della riviera di San Lucar, non dissimile a
Caco nei ladronecci, e non meno intrigatore d'uno studente o d'un paggio: e
quindi gli rispose in questo modo: “A quanto dice la signoria vostra, i suoi
letti debbon essere dure pietre, e il suo dormire una continua veglia: e se
così è, ella abbia pure per certo che qui troverà le
più opportune occasioni da non poter chiuder occhio per un anno intiero,
non che per una sola notte.”
Ciò detto fu a tenere la
staffa a don Chisciotte, il quale smontò con grande stento e fatica,
come colui che in tutto quel giorno era ancora digiuno, e raccomandò
subito all'oste d'avere la più gran cura del suo cavallo che era la
miglior bestia che fosse al mondo. L'oste lo squadrò, e non gli parve
quella gran cosa che don Chisciotte diceva, però allogatolo nella
stalla, si recò subito a ricevere i comandi dell'ospite suo. Questi si
lasciava disarmare dalle donzelle già rappattumate con lui, ma benché
gli avessero tolto di dosso la corazza e gli spallacci, non trovaron elleno via
né verso di aprirgli la goletta, né di levargli la contraffatta celata, che
tenea assicurata con un legaccio verde; e volendogliela levare, bisognava
toglierne i nodi, al che don Chisciotte si rifiutò risolutamente. Se ne
rimase pertanto tutta quella notte con la celata, ciò che rendeva la
più ridicola e strana figura che immaginar si possa. Mentre poi lo
venivano disarmando (immaginando egli che quelle femmine scostumate fossero
principali signore o dame di quel castello) disse loro con singolar gentilezza:
“Cavalier non vi fu mai
Dalle donne ben servito
Come il prode don Chisciotte
Quando uscì dal patrio lito.
Pensâr dame al suo destino,
Principesse al suo Ronzino!
o piuttosto Ronzinante; perché questo, signore,
è il nome del mio cavallo, ed il mio proprio è don Chisciotte
della Mancia. Io veramente avevo divisato di non appalesarmi se non per qualche
impresa da me condotta a glorioso fine in servigio vostro; ma la
necessità di accomodare al presente proposito quella vecchia romanza di
Lancilotto fu causa che voi lo abbiate saputo fin d'ora. Tempo verrà per
altro in cui le signorie vostre mi comanderanno, ed io loro obbedirò; e
sarà allora che il valor del mio braccio vi proverà il desiderio
che ho di servirvi.” Le allegre giovani non avvezze a simili ragionamenti, non
risposero parola, ma gli domandarono solamente se desiderava mangiar qualche
cosa. — Qualunque cosa, rispose don Chisciotte, giacché mi pare che ne sia ben
tempo.
Avvenne
che per essere venerdì non eravi in quell'osteria se non se qualche
pezzo di un pesce chiamato Abadescio in Castiglia, Merluzzo in
Italia, nell'Andalusia Baccagliao, e altrove Curadiglio e Trucciola,
né altro v'era da potergli dare. “Se vi sono molte trucciuole, disse don
Chisciotte, potranno servire in luogo di una truccia grande, poiché a me tanto
fanno otto reali quanto una pezza da otto, e potrebbe anche darsi che queste
trucciole fossero come il vitello ch'è migliore della vacca, e il
capretto che è più saporito del caprone: sia però come si
voglia, mi si porti tantosto, perché la fatica e il peso dell'arme non si
possono sostenere quando il ventre non è ben governato” Gli fu posta la
tavola presso la porta dell'osteria al fresco, e l'oste gli recò una
porzione del più mal bagnato e peggio cotto merluzzo, ed un pane tanto
nero ed ammuffato quanto le sue arme. Fu argomento di grandi risate il vederlo
mangiare; poiché avendo tuttavia la celata e alzata la visiera, nulla potea
mettersi in bocca colle proprie mani se da altri non gli era pôrto, e
perciò una di quelle sue dame si mise ad eseguire quell'ufficio. Ma in
quanto al dargli da bevere, non fu possibile, né avrebbe bevuto mai se l'oste
non avesse bucata una canna, e postagliene in bocca una dell'estremità,
non gli avesse per l'altra versato il vino; e tutto questo egli comportò
pazientemente, purché non gli avessero a rompere i legacci della celata. In
questo mezzo giunse per sorte all'osteria un porcaio, il quale al suo arrivare
suonò un zuffoletto di canna quattro o cinque volte. Allora don Chisciotte
finì di persuadersi che trovavasi in qualche famoso castello, ove era
servito con musica; che i pezzi di merluzzo eran trote; che il pane era
bianchissimo; dame quelle femmine di partito; l'oste governatore del castello:
e quindi chiamava ben avventurosa la sua risoluzione e il suo viaggio.
Ciò per altro che molto lo amareggiava si era di non vedersi ancora
armato cavaliere, sembrandogli di non potersi esporre giuridicamente ad alcuna
avventura senza avere da prima con buona forma ricevuto l'ordine della cavalleria.
CAPITOLO III
DEL GENTIL MODO CON CUI DON CHISCIOTTE FU ARMATO CAVALIERE.
Travagliato da questo pensiero
accelerò il fine della scarsa cena che quella taverna gli aveva
somministrata; poi chiamato a sé l'oste, si chiuse con lui nella stalla, ed ivi
buttandosegli ginocchioni dinanzi, gli disse: “Non mi leverò mai di qua,
o valoroso cavaliere, se prima io non ottenga dalla vostra cortesia un dono che
mi fo ardito a chiedervi, il quale ridonderà a gloria vostra ed a
vantaggio del genere umano.” L'oste, che vide l'ospite a' piedi suoi, e
udì questa fanfaluca, stavasene confuso guardandolo senza saper che fare
o che dirgli; né mai per pregar che facesse ottenne che si rizzasse, finché non
gli ebbe promesso di fare quanto gli chiederebbe. “Meno attendermi non dovea
dalla vostra magnificenza, o mio signore, riprese don Chisciotte; ed ora vi
dico che il dono che intendo di chiedervi, e che già mi vien conceduto
dalla liberalità vostra, si è che domani mattina mi abbiate ad
armar cavaliere. Questa notte io veglierò l'arme nella chiesetta di
questo vostro castello; e domani mattina, come ho detto, darem compimento a
quello che tanto desidero, affinché mi sia lecito scorrere le quattro parti del
mondo, cercando avventure in favore dei bisognosi, com'è debito della
cavalleria, e de' cavalieri erranti qual mi sono io, il desiderio è
tutto volto a simile imprese.”
L'oste, il quale, come si è
detto, era volpe vecchia, ed aveva già qualche sospetto che l'ospite suo
avesse dato volta al cervello, se ne persuase intieramente nel sentirlo
così ragionare: e per aver da ridere in quella notte si risolse di
secondarne l'umore. Gli disse pertanto che quel suo divisamento era indizio
della più fina prudenza, e che una tale sua inclinazione era tutta
propria e connaturale a cavalieri di quell'alta portata, ch'egli mostrava di
essere, e di cui faceva testimonianza la sua galante presenza; indi aggiunse
ch'egli stesso nei primi anni di sua giovinezza erasi dedicato a
quell'onorevole esercizio, recandosi a tal fine in varie parti del mondo,
cercando avventure, e visitando Perceli di Malaga, l'isola di Riarano, il
Compasso di Siviglia, l'Azzoghescio di Segovia, l'Oliviera di Valenza, Rondigli
di Granata, la spiaggia di San Lucar, il porto di Cordova, le Ventiglie di
Toledo, e molti altri paesi. Che quivi egli aveva esercitata la leggerezza de'
suoi piedi e la pieghevolezza delle sue mani, occupandosi in ogni maniera di
ribalderie; facendo cioè continui torti, sollecitando molte vedove, svergognando
non poche donzelle, ingannando molti pupilli, e finalmente rendendosi noto a
quante curie e tribunali ha la Spagna; da ultimo poi esser venuto a starsene in
quel suo castello dove si viveva colla propria e colla roba altrui, prestando
ricovero a tutti i cavalieri erranti d'ogni qualità e condizione,
unicamente per la molta affezione che ad essi portava, e per la speranza che
nel prender commiato, dovessero dividere con lui ciò che avevano, in
ricambio delle sue buone intenzioni. Soggiunse poi che in quel castello non
v'era chiesetta in cui vegliar l'arme, giacché l'avea demolita per
rifabbricarla di nuovo, ma che sapea benissimo che in caso di necessità
poteasi far quell'ufficio ove più tornasse in acconcio, e che quindi
potea quella notte vegliarle in un andito del castello; e la mattina, col
favore del cielo, sariensi compiute le debite cerimonie, di maniera che egli si
trovasse armato cavaliere, e tal cavaliere qual verun altro nel mondo. Gli
domandò inoltre se aveva seco denari: ma don Chisciotte rispose di non
aver nemmanco un quattrino, non avendo mai letto che alcun cavaliere errante
portasse denari con sé. A ciò l'oste rispose che egli viveva in errore,
mentre supposto pure che di ciò non si facesse menzione alcuna nelle
storie, gli scrittori l'aveano omesso, giudicando che non bisognasse notare una
cosa sì evidente e sì necessaria quanto è questa di non
andar mai senza denari e biancherie di bucato; e non doversi perciò
dubitare che non ne fossero ben provveduti. Avesse quindi per fermo e incontrastabile,
che tutti gli erranti cavalieri, dei quali son pieni cotanti libri, portavano
seco una borsa molto ben provveduta per tutto quello che loro potesse avvenire,
e che in oltre recavano seco biancherie, ed una cassettina piena d'unguenti per
le ferite che riceveano; poiché nei campi e nei deserti dov'essi combattevan e
rimanevan feriti, non si trovava sempre chi all'istante imprendesse la loro
cura, a meno che qualche savio incantatore loro affezionato non li volesse
soccorrere, facendo giungere a volo per l'aria in una nube, o una donzella od
un nano con una tazza piena d'acqua di tal virtù, che a gustarne per una
goccia guarivano dalle piaghe e dalle ferite come se non avessero mai avuto
alcun male. Ma potendo anche mancare questo soccorso, i cavalieri antichi
trovarono sempre assai necessario che i loro scudieri avessero seco denari, ed
altre indispensabili cose, come a dire fili e unguenti per medicarsi; e quelli
che mancavano di scudieri (ciò che assai di rado avveniva) portavano
eglino stessi siffatte cose in bisacce tanto sottili che quasi non si
scorgevano, mettendole sulla groppa del cavallo come se fossero oggetti di
maggiore importanza; giacché fuori di simile necessità non fu mai
costume dei cavalieri erranti di portar seco bisacce. Però lo
consigliava caldamente ed anche glielo comandava come a figlioccio qual era o
stava per essere, che in avvenire non viaggiasse mai senza denari e senza le
suggerite precauzioni, poiché quando meno se lo pensava conoscerebbe col fatto
quanto gli gioverebbe l'esserne provveduto. Promise don Chisciotte di fare
quanto gli era consigliato dopo di che fu deciso ch'egli vegliasse l'arme in un
vasto cortile che stava a lato di quell'osteria.
Raccolte che l'ebbe tutte, le pose
sopra una pila che giaceva a canto di un pozzo; ed imbracciata la targa, e
presa la lancia, misesi a passeggiar loro dinanzi col miglior garbo del mondo,
avendo cominciato il passeggio all'avvicinarsi della notte. L'oste
informò quanti ritrovavansi nell'albergo della pazzia dell'ospite suo, della
veglia che faceva all'arme e della fiducia in cui era di dover essere armato
cavaliere. Parve a tutti mirabile quel nuovo genere di pazzia, e fattisi ad un
luogo donde potevano spiare quello che il nuovo arrivato facesse, videro che
con decorosa gravità talor passeggiava, e talvolta appoggiato alla sua
lancia tenea l'occhio fisso all'arme sue senza levarnelo per buon tratto di
tempo. Si fece poi notte del tutto, ma la luna mandava così gran luce,
da poter quasi gareggiare coll'astro che gliela prestava; di modo che ciascuno
vedeva benissimo tutto ciò che il novello cavaliere faceva. In questo
mezzo saltò in capo ad uno dei vetturali che stavano nell'osteria di
abbeverare i suoi muli, e gli fu perciò mestieri di levar dalla pila l'arme
di don Chisciotte; il quale vedendo costui, con alta voce esclamò: “Oh
tu qual sia, ardito cavaliere che osi por mano sull'arme del più
valoroso errante che abbia giammai cinto spade, pon mente a quello che fai, e
non toccarle se non vuoi pagare colla vita il fio del tuo grave ardimento.” Il
vetturale non si curò di quelle ciancie (e questo fu gran male per lui
che poi dovette curare la propria salute), e prendendo le cinghie
dell'armatura, la scagliò gran tratto lontano da sé. Quando don
Chisciotte ciò vide levò gli occhi al cielo, e volto il pensiero,
per quanto parve, a Dulcinea sua signora, disse: “Soccorretemi, signora mia,
nel primo cimento che presentasi a questo mio petto vassallo vostro; deh non
manchi a me in questo primo incontro il favor vostro e la vostra difesa!”
Proferendo queste ed altre tali filastrocche, deposta la targa, alzò a
due mani la lancia, e dato con essa un gran colpo sulla testa a quel vetturale,
lo stramazzò così malconcio, che se un altro gliene accoccava non
avria più avuto bisogno di medico che il risanasse. Ciò fatto,
raccolse l'arme sue, e ricominciò a passeggiare colla stessa
tranquillità di prima.
Di lì a non molto, essendo ignaro del
fatto, perché il vetturale giaceva tuttavia fuor di sé, un altro ne
sopravvenne, avvisandosi, come il primo, di abbeverar i suoi muli. Anche costui
tolse l'arme onde sbarazzare la pila; ma l'irato don Chisciotte, senza proferir
parola o chieder favore a chicchessia, getta una seconda volta la targa, e
alzata la lancia, senza romperla, della testa del vetturale ne fece più
di tre, giacché la spaccò in quattro parti. Accorse al rumore tutta la
gente che trovavasi nell'osteria e cogli altri anche l'oste. Come don
Chisciotte li vide imbracciò la targa; e posto mano alla spada
così imprese a dire: “O donna di beltà, vigore e sostegno
dell'affievolito mio cuore, ora è il tempo che tu rivolga gli occhi
della tua grandezza a questo cavalier tuo prigione, a cui è imminente
così perigliosa ventura!” E tanto lo accese il fervore con cui pronunziò
queste parole, che non l'avriano fatto retrocedere tutti i vetturali del mondo.
I compagni dei feriti, vedendoli pesti a quel modo, cominciarono da lontano a
mandare sopra don Chisciotte una pioggia di pietre, ed egli andavasi parando
alla meglio colla targa, e non osava scostarsi dalla pila per non abbandonare
le arme. L'oste gridava forte che nol maltrattassero, avendo già fatto
saper loro ch'era un pazzo, e che un pazzo la passerebbe netta quand'anche li
ammazzasse tutti. Don Chisciotte dal canto suo con più alta voce li
chiamava tutti codardi, e traditori aggiungendo che il signor del castello era
un vile e malnato cavaliere, dacché tollerava che si trattassero a quel modo i
cavalieri erranti: e buon per lui ch'egli non era per anche armato cavaliere,
altrimenti gli avrebbe fatto pagar il fio del suo tradimento. “Di voi poi,
ribalda e bassa canaglia, non fo verun conto: scagliate, accostatevi,
oltraggiatemi quanto potete, che ben avrete il guiderdone che si conviene alla
vostra stolida audacia.” Proferì queste parole d'un modo sì risoluto
e sì franco che mise uno spavento terribile negli assalitori: i quali
tra per questo, e per le persuasioni dell'oste, cessarono dal colpirlo, e si
ristette pur egli dal tentar di ferire, tornando alla veglia dell'arme sue con
la stessa tranquillità e col sussiego di prima.
Non parvero punto piacevoli all'oste le burle di
questo suo ospite, e quindi si decise di finirla di quel suo malaugurato
desiderio di essere armato cavaliere, prima che non avvenisse di peggio.
Accostatosi a lui pertanto si scolpò di quanto gli era stato fatto da
quella bassa gente, che senza sua saputa era arrivata a tanto eccesso, e lo
assicurò che a suo tempo ne pagherebbero il fio. Gli ripeté, come gli
aveva detto già prima, che in quel castello non trovavasi chiesetta, la
quale per altro non era necessaria, mentre ciò che importava per essere
armato cavaliere consisteva nello scapezzone e nella piattonata per quanto egli
sapeva del cerimoniale dell'ordine; e che ciò potea farsi anche in mezzo
ad una campagna. Aggiunse che egli aveva adempito già all'obbligo di
vegliar l'arme, giacché bastavano due ore sole, ed egli ne aveva vegliate
già più di quattro. Se ne persuase don Chisciotte, e gli disse
ch'era pronto ad obbedirlo, e che s'affrettasse a compiere ogni cosa colla
maggior prestezza possibile: perché se un'altra volta fosse assalito quand'egli
si trovasse già armato cavaliere, aveva deciso di non lasciar in quel
castello persona viva, tranne coloro che da lui fosse comandato di rispettare,
ai quali per amor suo perdonerebbe la vita. Impaurito il castellano da tale
protesta e da quanto aveva veduto, andò subito a prendere un libro in
cui registrava il fieno e l'orzo che dava ai vetturali, e facendosi recare da
un ragazzo un pezzo di candela, seguito dalle due già dette donzelle,
venne alla volta di don Chisciotte. Gli comandò allora di mettersi
ginocchione e leggendo il suo manuale, a modo come se recitasse qualche divota
orazione, a mezza lettura alzò la mano, e gli diede un gran
scappellotto, poi colla sua medesima spada una gentil piattonata, mormorando
fra i denti come uno che recitasse qualche preghiera. Fatto ciò,
comandò a una di quelle dame che gli cingesse la spada, la qual cosa
essa eseguì con molta disinvoltura e buon garbo, che veramente era difficile
contenersi dal ridere a ogni passo della cerimonia: ma le prodezze che avevano
veduto eseguire dal novello cavaliere mettevan freno agli scherzi. Nel
cingergli la spada, la buona signora gli disse: “Dio faccia che la signoria
vostra riesca il più fortunato de' cavalieri, e ch'abbia gloria in ogni
cimento.” Don Chisciotte allora la richiese del suo nome per sapere a cui fosse
tenuto di tanto favore, divisando di farla partecipe dell'onore che meritar si
potesse mediante il valore del suo braccio. Rispose ella con molta modestia,
che chiamavasi la Tolosa, figliuola d'un ciabattino originario di Toledo, il
quale faceva il suo mestiere nelle botteguccie di Sancio Bienaia, e che lo
avrebbe servito e tenuto per signore dovunque avesse avuto la sorte d'avvenirsi
in lui. La replicò don Chisciotte che gli facesse favor per l'avvenire
di pigliarsi il don, chiamandosi donna Tolosa; ed essa glielo promise.
Lo stesso colloquio tenne con l'altra donzella, che gli mise lo sprone; la
domandò del suo nome, ed essa rispose che chiamavasi Molinara, e ch'era
figliuola d'un onorato mugnaio d'Antechera. A questa pure domandò don
Chisciotte il favor che chiamar si facesse donna Molinara, offrendosele ad ogni
suo servigio e favore. Compiute poscia colla più gran fretta le
cerimonie non mai vedute prima d'allora, don Chisciotte non volle tardare pur
un momento a mettersi a cavallo per andare in traccia di venture. Posta quindi
senza indugio la sella a Ronzinante vi salì sopra, ed abbracciando il
suo albergatore gli disse le cose più strane del mondo (ringraziandolo
senza fine del favore di averlo armato cavaliere), e tali che non sarebbe
possibile riferirle a dovere. L'oste, oltremodo voglioso di vederlo fuori
dell'osteria, rispose con non minore ampollosità, ma con più
brevi parole, e senza chiedergli pagamento dell'alloggio lasciollo andare alla
sua buon'ora.
CAPITOLO IV
DI CIO' CHE ACCADDE AL NOSTRO CAVALIERE QUANDO USCI' DALL'
OSTERIA.
Era sullo spuntare dell'alba allorché don
Chisciotte uscì dell'osteria, contento e vispo, e tanto gioioso nel vedersi
già armato cavaliere, che il giubilo si diffondeva sino alle cigne del
suo cavallo. Ma tornandogli a mente i consigli dell'ospite suo, cioè di
fornirsi delle cose più necessarie, sopra tutto di danari e di
biancherie, s'avvisò di tornare a casa per provvedersi di quelle e
singolarmente d'uno scudiere, designando valersi di un contadino suo vicino,
povero e carico di famiglia, ma tutto a proposito per servire agli scudierili
offici della cavalleria. Con questa intenzione dunque avviò Ronzinante
verso il proprio paese; e la buona bestia, come se avesse già fiutata la
stalla, si mise ad andare così rapidamente che parea non toccasse la
terra coi piedi. Non avea fatto molto cammino, allorché dal folto di un bosco
che stava alla destra, gli parve di sentir certe voci come di persona che si
lamentasse. Non le ebbe appena sentite che disse: “Quai grazie non deggio alla
sorte pel favor che m'imparte nell'offrirmi sì tosto occasione da
esercitare i doveri di mia professione, e cogliere il frutto dei buoni miei desideri?
Partono senza dubbio tai voci da alcuno o da alcuna che ha bisogno del mio
soccorso e del mio favore.” Volgendo pertanto le redini guidò Ronzinante
a quella parte donde gli parve che le voci venissero, ed inoltrato di pochi
passi nel bosco vide una cavalla legata ad una quercia, ed un ragazzo di circa
quindici anni, che, spogliato ignudo dal mezzo in su e legato ad un
grand'albero, metteva i lamenti da lui sentiti. E pur troppo n'aveva cagione,
perché un vigoroso contadino lo stava percotendo con una correggia di cuoio, ed
accompagnava ogni colpo con una riprensione e con un consiglio, dicendogli:
“Modera la tua lingua, e non ti perdere in frascherie.” Rispondeva il ragazzo:
“Nol farò più, signor mio, ve lo giuro per la passione di nostro
Signore, non lo farò più, e vi prometto che d'ora innanzi
avrò sempre gran cura del vostro bestiame.” Don Chisciotte a tal vista
gridò con voce sdegnosa: “Scortese cavaliere! è gran vergogna
prendersela con chi non è atto a difendersi; monta sul tuo cavallo,
prendi la lancia (che una ne stava appoggiata alla quercia ov'era legata la
cavalla) che io ti farò conoscere qual codardia sia quella che stai
commettendo.” Il contadino che si vide addosso quella figura carica d'arme, e
che già gli faceva balenar quasi la lancia sulla faccia, si tenne per
morto, e gli rispose con sommesse parole: “Signor cavaliere, questo ragazzo che
sto castigando, è un garzone che mi serve a guardare un branco di pecore
che tengo in questi dintorni; ma è disattento per modo che ne va perduta
una ogni giorno; e quando io lo punisco della sua trascuraggine o della sua
furfanteria, egli mi calunnia dicendo che così lo tratto per avarizia e
per defraudarlo del suo salario: ma giuro al cielo e sull'anima mia che egli
mente. — Mente dinanzi a me? malvagio villano, disse don Chisciotte; pel sole
che c'illumina ch'io a pena mi tengo che io non ti passi da banda a banda con
questa lancia: pagalo sul fatto e senza osar di replicare, o giuro per Dio che
ti polverizzo qui sui due piedi! scioglilo immantinente.” Il contadino
chinò la testa, e senza proferir parole sciolse il ragazzo, a cui don
Chisciotte domandò quanto gli doveva il suo padrone; e questi gli
rispose essergli debitore di nove mesi in ragione di sette reali per mese. Don
Chisciotte fece il conto, e trovò che il credito del ragazzo ammontava a
settantatre reali; e disse al villano che gli dovesse sborsare sul momento se
non volea morire per la sua mala fede. L'atterrito contadino rispose che attesa
l'angustia in cui trovavasi, e pel giuramento già fatto (si noti che non
avea ancora giurato) non ascendeva a tanto quel credito, dovendosi scontare tre
paia di scarpe ch'egli aveva somministrate al garzone, ed un reale da lui speso
per fargli cavar sangue due volte mentre era ammalato. “Tutto questo, soggiunse
don Chisciotte, va bene, ma la spesa delle scarpe e dei salassi servirà
a compensarlo delle frustate che senza sua colpa gli hai date; che se egli
ruppe il cuoio delle scarpe che gli pagasti, tu gli hai levata la pelle del
corpo; e se hai pagato un barbiere che gli cavasse sangue quando era infermo,
tu glielo cavasti poi sano, e però egli non ti è debitore di
nulla. — Il male si è, signor cavaliere, che non ho meco danari, rispose
il villano; ma venga Andrea a casa mia, e gli pagherò il suo avere un
reale sopra l'altro. — Io andarmene con lui? disse il giovine, sarei pure il
bel pazzo! neppure per sogno; che, quando mi avesse da solo, egli mi
scorticherebbe come un san Bartolomeo. — Nol farà, no, replicò
don Chisciotte; basta che io gliel comandi ed egli mi obbedirà, e quando
lo giuri per la legge di cavalleria di cui è insignito, io lo
lascierò andar libero, e gli entrerò mallevadore per la
esecuzione di sue promesse. — Badi bene, vossignoria, soggiunse il giovinetto,
a quello che dice, perché il mio padrone non è altrimenti cavaliere, né
ha ricevuto mai verun ordine di cavalleria, ma è Giovanni Aldudo il
ricco, abitante di Chintanare. — Non importa, rispose don Chisciotte; possono
gli Aldudi essere cavalieri; e poi, ciascuno è figlio delle proprie azioni.
— E ciò è incontrastabile, soggiunse Andrea; ma questo mio
padrone di quali opere è figlio, negando, com'egli fa, la mercede de'
miei travagli e de' miei sudori? — Non mi rifiuto di soddisfarti, no, fratello
Andrea, ripigliò il contadino; compiaciti di seguitarmi, e ti giuro per
tutti gli ordini di cavalleria ch'esistono al mondo di pagarti, come ho
proposto, e profumatamente, reale sopra reale. — Non servono profumi, disse don
Chisciotte, pagagli i reali che gli devi, e ciò mi basta; e bada bene di
mantenere quanto hai giurato, perciocché in caso diverso, ti giuro in fe' del
giuramento medesimo che tornerò per punirti, e saprò ben
ritrovarti, quand'anche ti nascondessi sotterra più che una lucertola. E
se vuoi sapere chi sia quegli che tel comanda, affinché più ti stringa
il dovere dell'obbedienza, sappi che io sono il valoroso don Chisciotte della
Mancia, disfacitore dei torti e punitor delle ribalderie. Addio, non ti cada di
mente la più rigorosa esecuzione di quanto hai promesso e giurato sotto
pena del pronunziato castigo.” Ciò detto spronò Ronzinante, e in
breve si tolse alla loro vista.
Il contadino lo seguitò cogli occhi e
quando fu uscito del bosco, sì che più nol vedea, si volse di
nuovo al suo famiglio Andrea, e gli disse: “Venite, figliuol mio, che voglio
pagarvi ciò che vi debbo, e come mi ha imposto quel disfacitore dei
torti. — Oh quanto farà bene vossignoria, disse Andrea, ad obbedire i
comandi di quel buon cavaliere, a cui auguro mille anni di vita, perché in fede
mia egli è tale da tornare, e da farvi mantenere la parola se vi
saltasse in capo di mancargli. — Ed io giuro di nuovo di volergli obbedire,
disse il villano; ma per l'amor che ti porto, voglio accrescere il debito mio
verso di te, e di poi pagarti una somma maggiore.” E così presolo pel
braccio lo legò di nuovo alla quercia, e lo caricò di tante
frustate, che lo lasciò quasi morto. “Chiama, signor Andrea mio, diceva
allora il contadino, chiama il disfacitore dei torti e vedrai se potrà
disfar questo: benché non mi pare di averlo compiuto, e mi vien voglia di
scorticarti vivo come temevi.” All'ultimo non di meno lo slegò, e gli
diede licenza d'andare pel suo giudice, affinché eseguisse la sentenza da lui
proferita. Andrea si partì di là in gran pianto, giurando che
andrebbe in traccia del valoroso don Chisciotte della Mancia per informarlo a
puntino di ciò ch'era occorso, affinché gliela facesse pagar molto cara;
ma dopo tutto questo il giovine se n'andò piangendo, ed il padrone
restò facendo le più gran risate.
E così, disfece quel torto il valoroso don
Chisciotte: il quale soddisfattissimo dell'avvenuto, e sembrandogli d'aver dato
felicissimo cominciamento a' suoi cavallereschi esercizi, andava camminando
verso la propria terra, contento pienamente di sé medesimo; e dicea a bassa
voce: “Ben ti puoi chiamar fortunata sopra quante vivono in terra, o sopra le
belle, bella Dulcinea del Toboso, da che t'è toccato in sorte di aver
soggetto a' voleri tuoi e pronto a qualunque tuo servigio sì valoroso e
celebre cavaliere com'è e sarà don Chisciotte della Mancia; il
quale (e ne vola già fama pel mondo) ha ricevuto l'ordine di cavalleria,
ed oggi ha disfatto il più gran torto che mai fosse immaginato dalla
giustizia, e compìto dalla crudeltà! Oggi ho io tolta di mano la
frusta ad un nemico spietato che senza motivo alcuno batteva un dilicato
fanciullo!” Giunse frattanto ad un luogo dove la strada si divideva in quattro;
e gli vennero a mente quei crocicchi dove i cavalieri erranti solevan pensare
per quale via avessero da mettersi. Per imitarli ristette da prima alquanto, ma
poscia, dopo aver ben riflettuto, lasciò andare la briglia a Ronzinante,
abbandonando la sua alla volontà del cavallo: il quale, seguendo il
naturale desiderio, si dirizzò alla volta della propria stalla. Compite
due miglia all'incirca, scoprì don Chisciotte una gran torma di gente;
mercanti (come si seppe dappoi) di Toledo, che andavano a Murcia per comperar
seta. Erano sei, ognuno col suo parasole, e loro tenevano dietro quattro
servitori a cavallo e tre vetturali a piedi. Non li scorse appena don
Chisciotte, che si figurò di avere alle mani una nuova ventura, e
voglioso com'era d'imitare pienamente i casi letti nei libri suoi, volle
cogliere quella buona occasione per rinnovarne uno che volgeva nell'animo. Con
bel garbo adunque si strinse ben nelle staffe, impugnò la lancia, si
avvicinò la targa al petto, e piantatosi nel mezzo della strada, stette
attendendo che quei cavalieri erranti, com'egli gli giudicava, arrivassero. E
quando gli si furono appressati, alzò la voce, e con grande ardimento si
fece a dire: “Tutto il mondo si fermi, se tutto il mondo non confessa che non
avvi nell'universo una donzella più vaga della imperadrice della Mancia,
della senza pari Dulcinea del Toboso.” Al suono di queste parole ed alla vista
della strana figura che le proferiva, quei mercanti ristettero, e subitamente
si accorsero della sua follia, ma vollero star a vedere chi andasse a colpire
la confessione che da loro si domandava. Però uno di essi, uomo
d'allegro umore, gli rispose: “Signor cavaliere, noi non conosciamo questa
celebre signora da voi menzionata; fate che la vediamo, e s'ella porta il
fregio di quella singolare bellezza, di cui voi le date vanto, ben volentieri e
senza opposizione di sorta, confesseremo la verità che da noi
richiedete. — S'io ve la facessi vedere, replicò don Chisciotte, qual
merito avreste voi nel confessare una verità così manifesta?
Ciò che importa si è che senza vederla abbiate a confessare, a
giurare, ad affermare, a sostenere; e ricusandolo, vi sfido meco a battaglia,
gente vile e superba. Avanzatevi uno ad uno, come esige l'ordine di cavalleria,
od unitevi tutti a combattermi in una volta, com'è trista costumanza de'
pari vostri, che qui v'attendo a piè fermo, né ho dubbio alcuno di
vincervi, sostenuto dalla ragione che mi avvalora. — Signor cavaliere, rispose
un mercante, vi supplico a nome di tutti questi principi che vedete, che non
vogliate costringerci ad aggravare le nostre coscienze confessando una cosa da
noi non veduta né intesa; e tanto maggiormente ve ne preghiamo, quanto che
ciò tornerebbe a pregiudizio delle imperatrici e regine dell'Alcaria e
dell'Estremadura: o almeno la signoria vostra degnisi di farci vedere il
ritratto di cotale signora; che foss'egli piccolo come un granellino, noi dal
filo di questo poco raccogliendo il gomitolo della sua grande bellezza, saremo
con questo soddisfatti e tranquilli, e la signoria vostra contenta e appagata;
e di più, quand'anche scorgessimo dal ritratto, che fosse guercia da un
occhio, e dall'altro le colasse zolfo o cinabro, con tutto ciò, per
mostrarci a vossignoria compiacenti, diremmo tutto ciò che potesse
tornarle a genio. — Non le cola, canaglia infame, rispose don Chisciotte
avvampante di collera, non le cola altro che ambra e zibetto tra la bambagia; e
non è né guercia, né gobba, anzi è più dritta che non
è un fuso di Guadarrama; ma voi pagherete il fio della grave bestemmia
con cui oltraggiaste una tanta prodigiosa bellezza quant'è quella della
mia signora.” Nel proferire queste parole, abbassò la lancia, portandola
con tanta furia contro colui che aveva parlato, che mal per lui se Ronzinante
non inciampava, e non cadeva a mezzo il cammino. Precipitò Ronzinante, e
il suo padrone rotolò buona pezza per la campagna, né poté rialzarsi
giammai per quanto si sforzasse, tanto impaccio gli davano la lancia, la targa,
gli sproni e la celata, in un col peso della sua vecchia armatura. E mentre
attendeva a cercar di rizzarsi, ma senza riuscirvi, tuttavia gridava: “Non
fuggite, o codardi, o schiavi! attendetemi, ché non per mia colpa ma del
cavallo sono qui disteso.” Uno di quei vetturali, che doveva esser uomo di poco
buon cuore, nel sentire le smargiasserie di quel povero caduto non poté
tollerarle senza fargli provare fino alle costole il suo risentimento; e
perciò avvicinatosi a lui, prese la lancia, e fattala in pezzi, con uno
di questi cominciò a battere tanto duramente il nostro don Chisciotte,
che, a dispetto e in onta delle arme sue, lo macinò come grano al
molino. Gli gridavano gli altri ad alta voce che desistesse, che lo lasciasse;
ma colui era sì invelenito che non si tolse da quel gioco finché non
ebbe soddisfatta la collera; e raccolti gli altri pezzi della lancia, non
cessò mai se prima non gli ebbe ridotti a schegge sopra l'infelice caduto.
A fronte di tanta tempesta di percosse che gli piovevan addosso, don
Chisciotte, non che tacere, minacciava il cielo e la terra e que' malandrini,
come egli ora chiamava i mercanti. Si stancò finalmente il vetturale, e
tutti proseguirono il loro cammino, avendo di che occuparsi nel raccontare la
bastonatura del pover'uomo, lasciato malconcio e fracassato. Egli, dappoiché si
vide solo, tornò a tentar di rialzarsi; ma se questo non gli era stato
possibile mentre era sano e gagliardo, come riuscirvi allora pesto a quel modo?
E nondimeno si reputava felice parendogli che quella fosse sventura da
cavaliere errante, ed attribuendola a sola colpa del suo cavallo: ma ad ogni
modo non poteva rizzarsi in piedi, tanto il corpo suo era fracassato dalle
ricevute percosse!
CAPITOLO V
ANCORA DELLA DISGRAZIA AVVENUTA AL NOSTRO CAVALIERE.
Conoscendo poi don Chisciotte che non potea
muoversi da sé solo, pensò di ricorrere al suo consueto rimedio, che era
di meditare intorno a qualche passo de' libri suoi; e la bile gli ridusse nella
memoria quello di Baldovino e del marchese di Mantova, quando Carlotto lo
abbandonò ferito sopra una montagna; storia nota ai bambini, non
isconosciuta ai giovani, celebrata e creduta dai vecchi, ma con tutto questo
non punto più vera dei miracoli di Maometto. Gli parve che questa
calzasse appuntino allo stato in cui si trovava, e perciò mostrando di
provare un dolore gravissimo, cominciò a voltarsi per terra, ripetendo
con fioca voce quello appunto ch'è fama dicesse il ferito cavaliere del
bosco.
Dove stai, vaga signora,
Che non duolti del mio mal?
O il mio mal da te s'ignora
O sei falsa e disleal.
E di questo passo andava proseguendo la canzone
sino a quei versi che dicono:
O di Mantova
marchese,
O mio zio e
signor carnal.
Ma volle la sorte che in quel momento passasse di
là un contadino del suo paese e vicino suo, che tornava dal mulino dove
aveva condotta una soma di grano. Vedendo egli un uomo steso in terra a quel
modo, se gli fece dappresso, gli domandò chi fosse, e che male avesse,
che tanto si lamentava. Don Chisciotte credette senza alcun dubbio che colui
fosse il marchese di Mantova suo zio; però invece di ogni risposta
proseguì la romanza colla quale lo informava della sua sventura e degli
amori del figlio dell'imperatore con la sua sposa, nel modo appunto che si
canta nella canzone. Il contadino meravigliato di quelle stranezze, gli
levò la visiera, già pesta dalle percosse, e si diede a nettargli
la faccia ch'era tutta coperta di polvere; né gliela ebbe appena nettata che
subito lo conobbe, e gli disse: “Signor Chisciada (così soleva chiamarsi
quand'aveva buon giudizio, e prima di cambiarsi da tranquillo idalgo in
cavaliere errante), chi trattò per tal modo vossignoria?” Egli non
rispondeva, ma ad ogni domanda ripigliava la sua canzone. Laonde il buon uomo
con tutta la possibile diligenza gli trasse la corazza e gli spallacci per
conoscere s'era stato ferito; ma non trovò né sangue né segno alcuno.
Procurò pertanto di rizzarlo da terra, e con molta fatica giunse a metterlo
attraverso del suo giumento, sembrandogli più agiata cavalcatura.
Raccolse l'arme tutte, fino alle schegge della lancia, e le buttò in un
fascio sopra Ronzinante, poi preso questo per la cavezza, s'incamminò
verso la sua Terra, non senza grande apprensione nel sentire gli spropositi che
dicea don Chisciotte; il quale tutto confuso e mal reggendosi sull'asino,
talmente era pesto! di tanto in tanto mandava sospiri che giugnevano al cielo.
Il villano gli domandò di nuovo che mal si sentisse; ma pareva che il
diavolo a bella posta gli riducesse alla memoria le avventure tutte che avevano
somiglianza con quella sua. Perocché dimenticandosi di Baldovino a quel punto
si risovvenne del moro Aben-Darraez quando il castellano d'Antechera, Rodrigo
di Narvaez, lo prese e lo menò prigioniero al proprio castello. Di
maniera che domandandolo ancora il villano dello stato suo, e come si sentisse
della persona, gli rispose colle stesse parole con cui il prigioniero
Aben-Darraez avea risposto a Rodrigo di Narvaez, applicando a sé stesso quanto
avea letto nella Diana di Giorgio di Montemaggiore. Il contadino
strabiliava sentendo tante bestialità e finalmente avvedutosi che il suo
vicino avea dato volta al cervello, si diede a punzecchiare il suo asino per
tornar presto al paese, e togliersi con ciò dal malincuore che gli
procurava don Chisciotte co' suoi vaneggiamenti. Questi intanto così
proruppe: “Sappia la signoria vostra, signor don Diego di Narvaez, che la
vezzosa Scriffa, di cui ho parlato, è di presente la vaga Dulcinea del
Toboso per amor della quale io feci e faccio e farò le più famose
gesta di cavalleria che siensi finora vedute, o si veggano, o si debbano mai
vedere nel mondo.” A tutto questo soggiunse il contadino: “Oh la Signoria
vostra s'inganna! meschino di me! io non sono altrimenti Rodrigo di Narvaez, né
il marchese di Mantova, ma sibbene Piero Alonso vicino suo; né vossignoria
è Baldovino o Aben-Darraez, ma l'onorato idalgo signor Chisciada. — Io
sono chi sono, rispose don Chisciotte, e so molto bene che non solo posso
essere quello che ho detto, ma sì anche tutti i dodici paladini di
Francia, ed eziandio tutti i nove della Fama, perché le prodezze che fecero o
tutti insieme o ciascuno da sé non supererebbero mai quelle che posso fare da
solo.” Con queste e somiglianti smargiasserie giunsero alla Terra sul far della
notte, e il contadino giudicò savio partito l'attendere che il buio
crescesse un poco affinché non fosse veduto il bastonato idalgo così
infelice cavaliere. Entrò finalmente nel paese, e fu all'abitazione di
don Chisciotte, la quale era tutta sossopra. Vi si trovava il curato ed il
barbiere, ch'erano grandi amici di don Chisciotte, ai quali la serva con alta
voce stava dicendo: “Che ne sembra a vostra signoria, signor dottore Pietro
Perez (così chiamavasi il curato) della disgrazia del mio padrone? Sono
già passati sei giorni da che né egli si vede, né il suo ronzino, né la
targa, né la lancia, né l'armatura; poveraccia di me! credo fermamente, e
com'è certo ch'io sono nata per morire, che questi maledetti libri di
cavalleria ch'egli ha, e legge continuamente, l'abbiano fatto uscir di
cervello; che ora ben mi sovviene d'averlo inteso dire più volte,
parlando fra sé medesimo, che bramava di farsi cavaliere errante e di andare
pel mondo in cerca di avventure. Così ne li portasse o Satanna, o
Barabba cotesti libri, che hanno guasto e sconvolto il più fino cervello
che vantar potesse la Mancia.” La nipote poi proseguiva dicendo le stesse cose,
e aggiungeva di più: “Sappia, signor maestro Nicolò (questo era
il nome del barbiere) che mille volte è avvenuto al mio signor zio di
spendere nella lettura di questi maledetti libri due notti e due giorni
continui; a capo dei quali gettavali poi da banda, e impugnata la spada andava
a pigliarsela colle pareti finché stanco e spossato, dicea d'avere ammazzato
quattro giganti grandi come quattro torri, volea che fosse sangue delle ferite
da lui ricevute in battaglia il sudore che lo copriva per la soverchia fatica.
Dava allora di piglio ad un gran boccale d'acqua fresca, e se la beveva sin
all'ultima goccia, con che risanava e rimettevasi in tranquillità;
affermando che quell'acqua era una bevanda preziosissima, dono del savio
Eschifo, celebre incantatore e amico suo. Ah! debbo accusare me stessa di tanto
male; ché se avessi informate le signorie vostre delle follie del mio signor
zio, ci avrebbero posto rimedio prima che fosse giunto a questo termine; e quei
suoi scomunicati libri li avrebbero dati alle fiamme: ché molti ne ha
certamente degni di essere abbruciati come i libri degli eresiarchi.” — “Sono
anch'io dello stesso avviso, soggiunse il curato, e vi giuro in fede mia, che
non passerà dimani senza averne fatto un auto-da-fé, dannandogli
tutti al fuoco, affinché non diano occasione a qualche altro di fare ciò
che il mio povero amico debbe aver fatto.”
Don Chisciotte ed il contadino udiron siffatti
discorsi; laonde quest'ultimo convinto intieramente della malattia del suo
vicino, si diede a gridare: “Facciano largo le signorie al signor Baldovino, e
al signor marchese di Mantova che arriva ferito pericolosamente; facciano largo
al signor moro Aben-Darraez che trae seco prigione il prode Rodrigo di Narvaez
castellano di Antechera.” A queste parole uscirono tutti e conobbero gli uni
l'amico, le altre il padrone e lo zio, che non aveva per anche potuto smontare
dall'asino, tanto era malconcio. Corsero ad abbracciarlo, ma incontanente egli
disse: “Fermatevi tutti, ch'io vengo malamente ferito per colpa del mio
cavallo; mettetemi nel mio letto, e chiamate, se è possibile, la savia
medichessa Urganda, affinché vegga che sorta di ferite son queste mie. — Oh
guardate mo, disse allora la serva, se il cuore mi diceva di che piede zoppica
il mio padrone! E venga in buon'ora la signoria vostra, che da noi sole sapremo
guarirla senza che la signora Urganda se ne ingerisca né punto né poco. Siano
pur maledetti, lo ripeto una e mille altre volte, questi libri di cavalleria
che han condotto vossignoria a sì tristo partito.” Quindi lo adagiarono
subito sul letto, e cercatolo in ogni parte del corpo non trovarono che fosse
punto ferito. Don Chisciotte poi disse loro ch'egli era a quella guisa
malconcio per essere stramazzato col suo cavallo Ronzinante combattendo a
fronte di dieci giganti dei più forti e ardimentosi che trovar si
potessero sulla terra. “Ve' ve', disse il curato, anche giganti in ballo! per
fede mia, non son chi sono se dimani prima che giunga la notte io non li do
tutti alle fiamme.” Fecero mille domande a don Chisciotte, ma egli nient'altro
rispondeva se non che gli portassero da mangiare, e lo lasciassero dormire,
poiché di questo più che d'ogni altra cosa aveva molto bisogno.
Così seguì; e il curato frattanto più a lungo
domandò il contadino come gli fosse avvenuto di trovar don Chisciotte.
L'altro lo informò d'ogni cosa, ed anche delle stranezze che gli aveva
sentito dire quando lo trovò, e poi lungo il cammino: donde si accrebbe
nel curato la voglia di fare quello che fece nel giorno seguente, cioè
di chiamare a sé il suo amico barbiere maestro Nicolò, e di venirne con lui
alla casa di don Chisciotte.
CAPITOLO VI
DEL BELLO E GRANDE SCRUTINIO CHE FECERO IL CURATO E IL BARBIERE
ALLA LIBRERIA DEL NOSTRO INGEGNOSO IDALGO.
Mentre che don Chisciotte dormiva, il curato
domandò alla nipote le chiavi della stanza dove trovavansi i libri,
cagione di tanti malanni; ed essa gliela diede di buona voglia. Quindi
entrarono tutti e con essi anche la serva; e trovarono da più di cento
volumi grandi assai, ben legati, ed altri di picciola mole. Non li ebbe appena
veduti la serva che uscì frettolosa della stanza, poi tornò
subito con una scodella d'acqua benedetta e con lo asperges dicendo: “Prenda la
signoria vostra, signor curato, e benedica questa stanza affinché non resti qui
alcuno degl'incantatori dei quali sono zeppi, cotesti libri, e non ci facciano
addosso qualche incantesimo per vendetta di quello che noi vogliam fare di loro
cacciandoli dal mondo.” La semplicità della serva mosse a riso il
curato; ed ordinò al barbiere che glieli venisse porgendo uno alla volta
per conoscere di che trattassero, potendo essere che qualche opera non
meritasse la pena del fuoco. “No, no, disse la nipote, non si dee perdonare ad
alcuno di essi, mentre tutti sono concorsi a questo danno: il più savio
partito sarebbe gittarli dalla finestra nell'atrio, farne un mucchio ed
appiccarvi il fuoco; o per evitare il fastidio del fumo sarebbe anche meglio
fatto trasportarneli in corte ed ivi incendiarli.” Lo stesso disse la serva,
sì grande era in ambedue la smania di veder morti quegl'innocenti; ma non
v'assentì il curato senza leggerne almeno i titoli. Il primo pertanto
che maestro Nicolò gli porse fu quello dei Quattro libri d'Amadigi di
Gaula. “Sembra, disse il curato, che qui vi stia qualche mistero, da che, a
quanto intesi dire, questo fu il primo libro di cavalleria stampato in Ispagna,
e gli altri tutti che di poi gli tennero dietro pigliarono da lui principio ed
origine. Laonde mi pare che come capo di mala setta si debba dare alle fiamme
senza veruna remissione. — Signor no, soggiunse il barbiere, ché mi fu detto
che questo è il migliore di quanti di simil fatta furono composti; e
perciò, come unico nella sua specie, può meritare perdono. —
È vero, disse il curato, e perciò gli si preservi la vita per
ora. Vediamo quest'altro che gli sta a canto. — Sono, disse il barbiere, le Prodezze
di Splandiano figliuolo legittimo di Amadigi di Gaula. In verità che
qui non ha da giovare al figlio la bontà del padre: prendete, signora
serva, aprite questa finestra, gittatelo in corte, e con esso diasi principio
alla catasta che a suo tempo sarà poi consumata dal fuoco.” La serva
obbedì con molto piacere; e per tal modo il buon Splandiano volò
nella corte attendendo pazientemente il fuoco da cui era minacciato. “Tiriamo
innanzi, disse il curato. — Questo che viene, soggiunse il barbiere, è Amadigi
di Grecia, e per quanto mi pare, quelli che stanno da questa parte sono
tutti del lignaggio degli Amadigi. — E bene, replicò il curato, vadano
tutti in corte; che per poter abbruciare la regina Pintichiniestra ed il pastor
Darinello con le sue egloghe e coi lambiccati concettini del suo autore,
brucerei con essi il padre che m'ha generato se mi venisse dinanzi in figura di
cavaliere errante. — Sono del medesimo sentimento, soggiunse il barbiere. — Ed
io pure, replicò la nipote. — Quand'è così, disse la
serva, vadano in corte; e preseli tutti insieme, che erano molti, per
risparmiar la fatica di far la scala, li gettò dalla finestra. — Che
è cotesto grosso volume, domandò il curato? — È, rispose
il barbiere, don Ulivante di Laura. — L'autore di questo libro,
soggiunse il curato, è quello stesso che compose il Giardino dei
Fiori; e in fede mia che non saprei dire quale dei due sia più
veritiero, o piuttosto manco bugiardo; so bene che anderà in corte per
le sue scimunitaggini e per la sua arroganza. — Questo che gli vien dietro,
è Florismarte d' Ircania, disse il barbiere. — Ah! qui trovasi il
signor Florismarte? replicò il curato: oh sì, sì,
s'affretti d'andare in corte a dispetto del suo straordinario nascimento e
delle sue immaginate avventure, che altro non meritano la durezza e
l'infecondità del suo stile: alla corte, signora serva, vada egli
insieme con quest'altro. — Oh tutto ciò, signor mio, molto mi va a
sangue, rispose ella; e contentissima eseguiva quanto le si ordinava. — Questi
è il Cavaliere Platir, disse il barbiere. — È libro di
antica data, rispose il curato, né trovo in lui cosa alcuna che gli possa
ottenere perdono; senza più s'accompagni cogli altri;” e così fu
fatto. Fu aperto un altro libro, e si trovò che era intitolato il Cavaliere
della Croce. “In grazia del santo nome che porta gli si potrebbe perdonare
la sua ignoranza; ma suol dirsi che talvolta il diavolo s'asconde dietro la
croce; perciò vada alle fiamme. Prese il barbiere un altro libro e
disse: — Questo è lo Specchio della Cavalleria. — Ah! lo conosco
molto bene, rispose il curato; ecco qua il signor Rinaldo Montalbano cogli
amici e compagni suoi più ladri di Caco, e i dodici paladini col loro
storico veritiero Turpino! In verità che sarei per condannarli soltanto
ad eterno bando non per altro se non perché hanno avuto gran parte nella
invenzione del celebre Matteo Boiardo, donde ha poi ordita la sua tela il
cristiano poeta Lodovico Ariosto; al quale, se qui si trovasse, e parlasse un
idioma diverso dal suo proprio, non porterei rispetto, ma se fosse nel suo
linguaggio originale, me lo riporrei sopra la testa. — Io lo tengo in italiano,
disse il barbiere, ma non l'intendo. — Non è neppur bene che da voi sia
inteso, rispose il curato; e perdoniamo per ora a quel signor capitano che lo
ha tradotto in lingua castigliana, togliendogli gran parte del nativo suo
pregio; ma così avverrà a tutti coloro che si impegnano a
tradurre libri poetici, mentre per quanto studio vi pongano, per quanta
attitudine vi abbiano, non potranno mai darceli tali quali essi nacquero.
Giudico pertanto che questo, e gli altri libri tutti che troveremo, e che
trattano di simili cose di Francia, si raccolgano e si pongano in deposito
entro un pozzo senz'acqua finché sia deciso ponderatamente quale dovrà
essere il loro destino. Questo non vale per Bernardo del Carpio che qui
si trova, né d'un altro chiamato Roncisvalle, i quali se capitano nelle
mie mani hanno da passare in quelle della serva, e da queste senza nessuna
remissione alle fiamme.”
Il barbiere assentì pienamente al curato,
riconoscendo che egli era un buon cristiano, e sì affezionato alla
verità che non si sarebbe scostato da essa per tutto l'oro del mondo.
Aprendo un altro libro vide ch'era Palmerino d'Uliva; poi subito dopo Palmerino
d'Inghilterra; laonde il curato soggiunse: “Si rompa in minute parti questa
uliva, e sia consunta dal fuoco per modo che non ne resti nemmen la cenere; ma
venga, come cosa unica, conservata questa palma d'Inghilterra, e si formi per
essa una cassettina pari a quella che trovò Alessandro fra le spoglie di
Dario, e la destinò per custodia delle opere del poeta Omero. Questo
libro, signor compare, merita la più grande considerazione prima per
essere pregevolissimo in sé stesso; poi perché corre fama che ne sia stato
autore un re di Portogallo fornito di gran saggezza. Hanno il pregio di gran
merito e di sommo artifizio le avventure del castello di Miraguarda, vivaci ed
evidenti ne sono i discorsi che mantengono il decoro di chi parla, e sono posti
con gran proprietà e avvedimento; conchiudo pertanto (avuto però
riguardo al vostro savio parere, maestro Nicolò) che questo e Amadigi di
Gaula evitino il fuoco; poi gli altri tutti, senza più esami o riserve,
siano bruciati. — Oibò, signor compare, replicò il barbiere,
ch'io tengo qui il famoso don Belianigi. — Rispetto a questo
libro, rispose il curato, la seconda, terza e quarta parte abbisognano d'una
buona dose di rabarbaro che li purghi dalla disordinata collera che hanno, e fa
di mestieri tagliar fuori tutto ciò che vi si trova intorno al castello
della Fama, ed altre sconvenienze di maggior momento; e perciò se gli
conceda quel lungo termine che suol darsi a chi abita oltremare per emendarsi
ed ottenere quindi misericordia o giustizia; frattanto custoditelo in casa
vostra, compare, e non permettete che si legga da nessuno. — Sono ben contento”
rispose il barbiere; e senza stancarsi di leggere altri libri di cavalleria,
comandò alla serva che pigliasse i più grandi e li gettasse in
corte. Né 'l disse già ad una stupida o ad una sorda, ma a chi aveva
più voglia di dar quei libri alle fiamme che di non fare una tela per
grande e fina che fosse stata: e perciò pigliandone otto in una volta,
li gettò fuori della finestra. Ma per averne presi molti ad un tempo
avvenne che uno ne cadde appié del barbiere il quale s'invogliò di
conoscere che fosse, e lesse: Istoria del famoso cavaliere Tirante il
Bianco. “Oh poffare di me! sclamò il curato; ed è pur
possibile che qui si trovi Tirante il Bianco? A me, a me, compare, che io conto
d'aver trovato in esso un tesoro da rendermi beato; ed una fonte perenne di
trattenimento: qui si legge la storia di don Kirieleisonne da Montalbano,
valoroso cavaliere, e di suo fratello Tommaso; poi il cavaliere Fonseca, e la
battaglia del forte Detriano con l'Alano, e le sottigliezze d'ingegno della
donzella Piacerdimiavita, con gli amori e gl'intrighi della vedova Riposata, e
finalmente la signora imperatrice innamorata d'Ippolito suo scudiero. Ad onore
della verità mi convien dire, signor compare, che questo supera ogni
altro libro del mondo in quanto allo stile. Qui poi i cavalieri mangiano,
dormono, muoiono sopra il loro letto; fanno il loro testamento prima di morire,
e vi si riscontrano tante e tante altre cose delle quali non si fa neppur menzione
in altri simili libri. Contuttociò colui che lo scrisse (perché senza
necessità scrisse tante scempiaggini) meriterebbe la galera a vita;
recatelo a casa vostra; e vedrete di per voi stesso se io m'inganno. — Non mi
oppongo, disse il barbiere, ma che farem noi di questi altri piccoli libri che
rimangono? — Questi, rispose il curato, non debbono essere libri di cavalleria,
ma piuttosto di poesia; ed aprendone uno vide che era la Diana di Giorgio di
Montemaggiore. Disse allora (supponendoli tutti dello stesso genere):
Questi non meritano, come gli altri, d'esser dati alle fiamme, perché non
recano, né recheranno giammai il danno de' libri di cavalleria, ma sono libri
da passatempo senza pregiudizio di alcuno. — O signore, soggiunse la nipote, il
miglior partito sarà di mandarli come gli altri al fuoco, perché non
sarebbe gran meraviglia, che riuscendoci di risanare il mio signor zio dalla
malattia cavalleresca, egli si desse a leggere questi libri, e quindi gli
venisse il capriccio di farsi pastore, e di andarsene per boschi e per prati
cantando e sonando, o, ciò che sarìa peggio, diventar poeta; che,
a quanto si dice, è un'altra malattia insanabile e contagiosa. — Questa
ragazza parla del miglior senno, disse il curato, e quindi sarà ben
fatto di togliere dinanzi al nostro amico siffatto pericolo di ricadere. E
giacché abbiamo cominciato dalla Diana di Montemaggiore, stimo che non vada
abbruciata, purché se ne levi quanto appartiene alla savia Felicia e all'Acqua
incantata, con quasi tutti i versi, sicché le resti la sua prosa eccellente, e
l'onore di essere stato il primo libro di questa specie. — Questo che viene,
disse il barbiere, è la Diana chiamata Seconda del Salmantino;
e di quest'altro che porta lo stesso titolo, n'è l'autore Gil Polo.
Quanto a quella del Salmantino, disse il curato, accompagni ed accresca pure il
novero de' condannati alla corte; quello di Gil Polo si custodisca gelosamente
come se derivasse da Apollo medesimo. Ma passi innanzi, signor compare, e
affrettiamoci, che si va facendo tardi.
— Questi, disse il barbiere aprendo un altro
volume, sono i Dieci libri della fortuna di Amore composti da Antonio di
Lofraso poeta sardo.
Per quanto vale il giudizio mio, disse il curato,
da che Apollo è Apollo, muse le muse, e poeti i poeti, non fu composto
giammai libro tanto grazioso e spropositato a un tempo medesimo quanto questo;
per la sua invenzione è il migliore e il più singolare di quanti
n'uscirono mai alla luce del mondo, e chi non lo ha letto può far conto
di non aver letto mai produzione veramente gustosa: datelo qua, compare, che
sono più contento d'aver trovato questo libro che se qualcuno mi avesse
regalata una veste di raso di Firenze.
Con somma compiacenza lo mise da banda, e il
barbiere proseguì leggendo il Pastore a' Iberia, le Ninfe di
Henares, i Rimedii della gelosia.
— Altro non occorre per questi,
disse il curato, se non consegnarli al braccio secolare della servente; e non
me ne domandate la ragione, che non finirei mai più.
— Questo che viene è il Pastore di
Filida, disse il barbiere.
— Non è un pastore, disse il curato, ma un
cortigiano valente: sia custodito come una gioia preziosa.
— Questo gran volume che lo segue, s'intitola,
disse il barbiere, Tesoro di varie poesie.
— Se non fossero in numero
sì grande, soggiunse il curato, sarebbero tenute in assai maggior conto,
e bisogna purgar questo libro scartandone le bassezze che vi sono frammischiate
al molto suo bello: sia custodito, e perché è mio amico il suo autore, e
per riverenza ad altre più preziose opere da lui composte.
— Questo, seguitò il barbiere, è il
Canzoniere di Lopez Maldonado.
— Anche l'autore di questo
libro, disse il curato, è mio grande amico. I versi ch'egli recita
sogliono destare l'ammirazione di chi li ascolta, e la soavità della
voce con cui li modula è un incantesimo. Nelle egloghe è alquanto
prolisso: ma il buono non fu mai troppo: si serbi cogli altri che già si
sono messi da canto. Ma che libro è questo che gli sta sì vicino?
— La Galatea di Michele Cervantes, disse
il barbiere.
— Già da molti anni è mio grande
amico questo Cervantes, soggiunse il curato, e so che egli si intende
più di sventure che di versi. Convengo che se gli può concedere
qualche lode nell'invenzione; ma egli sempre propone e poi non conclude mai: attenderemo
la seconda parte che ci promette, e forse, migliorando, si meriterà quel
perdono che per ora gli vien rifiutato; ma fin a tanto che si vegga come
andrà a terminar la faccenda tenetelo custodito in casa vostra, signor
compare.
— Ne sono soddisfattissimo, rispose il barbiere.
Qui seguono tre libri uniti insieme: Araucana di don Alonzo
d'Erciglia; l'Austriada di Giovanni Rufo Giurato di Cordova; e
il Monserrato di Cristoforo di Viruez, poeta di Valenza
— Non esistono, disse il curato, libri di verso
eroico scritti in lingua castigliana più pregiati di questi, e possono
stare in competenza coi più illustri d'Italia: si custodiscano come le
più preziose gioie poetiche, che vanti la Spagna.
Si stancò il curato di vedere altri libri,
e senza far nuovi esami ordinò che tutti in un fascio fossero
abbruciati; ma il barbiere uno ne teneva aperto ch'era intitolato: Le
lagrime d'Angelica.
Il
curato vedendolo disse: “Lo avrei pianto se fosse stato per mio ordine dato
alle fiamme, poiché il suo autore fu uno dei più celebri poeti del mondo,
non tanto nelle opere sue originali spagnuole, quanto nelle eccellenti sue
traduzioni di alcune favole di Ovidio.”
CAPITOLO VII
DEL SECONDO VIAGGIO DEL NOSTRO BUON CAVALIERE DON CHISCIOTTE
DELLA MANCIA.
“Olà, cominciò intanto a gridare
don Chisciotte; olà valorosi cavalieri; qui fa d'uopo mettere a prova la
forza del vostro braccio, che gli uomini di corte se ne portano l'onore del
torneo.” Per accorrere a quello schiamazzo fu interrotto lo squittinio dei
libri che restavano ancora da esaminare, e tiensi per certo che andassero al
fuoco senza esser veduti né intesi la Carolea e il Leone di Spagna con
le Geste dell'Imperadore, composti da don Luigi de Avila, che
doveano trovarsi indubitatamente fra quelli che restavano, e forse che
sottraevansi a sì rigorosa sentenza se il curato li avesse veduti.
Quando si recarono da don Chisciotte lo trovarono
già fuori del letto che prorompeva nelle solite sue strida e pazzie,
menando manrovesci da ogni parte, e tenendo sì spalancati gli occhi come
se non avesse mai dormito. Lo abbracciarono e a viva forza lo rimisero a letto;
e da poi che si pose un po' in calma, voltosi al curato gli disse: “Non v'ha
dubbio, signor arcivescovo Turpino, che non ricada a gran vergogna di noi altri
dodici Paladini di lasciar cogliere la palma di questo torneo ai cavalieri
cortigiani, mentre noi venturieri colto avevamo nei tre dì antecedenti
l'onore della vittoria. — Si dia pace la signoria vostra, signor compare, disse
il curato, che piacendo a Dio cambieremo le cose, e quello che oggi si perde si
guadagnerà dimani; attenda intanto a risanarsi, che per quanto mi pare,
ella debb'essere affaticata oltremodo, se pure non è ferita
pericolosamente. — Ferito no, disse don Chisciotte, ma sibbene macinato e
pesto, perché quel bastardo di don Roldano mi fracassò a bastonate con
un troncone di quercia, mosso da invidia, vedendo ch'io solo mi posso
contraporre alla sua valentìa; io per altro non sarò Rinaldo di
Montalbano se levandomi di questo letto non gliene farò pagar il fio a
dispetto dei suoi incantamenti; ma intanto recatemi da mangiare, che è
quanto mi occorre al presente, e si lasci poi a me la cura di compiere le mie
vendette.” Così fu fatto: gli diedero da sfamarsi, dopo di che egli si
addormentò di nuovo, lasciandoli tutti sempre più meravigliati
delle sue pazzie. In quella stessa notte la serva abbruciò nella corte
quanti libri trovavansi per la casa, di maniera che n'arsero molti anche di
quelli che meritavano d'essere custoditi perpetuamente negli archivi; ma nol
permise il loro destino, né l'indolenza del revisore, verificandosi così
quel proverbio, che talvolta patisce il giusto per il peccatore. Uno de rimedî
che il curato e il barbiere pensarono intanto di porre in opera per guarire la
malattia dell'amico, fu di trasportarlo in un'altra stanza e di murare quella
dei libri affinché non trovandoli più al suo svegliarsi, tolta la causa,
cessassero anche gli effetti, dicendogli poi che un incantatore aveva portato
seco la stanza con quanto in essa si conteneva; e tutto ciò fu eseguito
con ogni sollecitudine. Dopo due giorni si levò don Chisciotte e la
prima cosa fu di andare a vedere i suoi libri; ma non trovando più la
stanza dove l'aveva lasciata, si mise a cercarla per ogni parte. Giunto ove
soleva essere la porta, tentava il muro colle mani e volgeva e rivolgeva gli
occhi da per tutto, senza mai proferire parola; finalmente dopo buona pezza
domandò alla serva da qual parte si trovava la camera dove stavano i
suoi libri. La serva, già ben avvertita di ciò che doveva
rispondergli, gli disse: “Di quale camera mi parla, e che va cercando
vossignoria? Qua non v'è più camera, non vi sono in casa
più libri, il diavolo ne portò seco ogni cosa. — Non era il
diavolo, no, soggiunse la nipote, ma un incantatore; il quale venne di notte
tempo sopra una nuvola dopo la partenza di vossignoria, e smontando da un
serpente su cui arrivò cavalcioni, entrò nella stanza, né so che
cosa vi facesse, ma certo è che poco dopo uscì a volo dal tetto,
lasciando la casa piena di fumo; e quando noi siamo andate per vedere
ciò ch'era seguito, non abbiamo più trovato né libri, né stanza;
e solo ci ricordiamo amendue che quel tristo vecchio nell'andarsene disse ad
alta voce di aver fatto quel danno che poi si vedrebbe per l'inimicizia che
portava al padrone di quei libri e di quella stanza, e soggiunse che si
chiamava il savio Mugnatone. — Frestone avrà detto,
replicò don Chisciotte: — Non so dire, riprese la serva, se si chiamasse
Frestone o Fritone e posso soltanto affermare che in tone terminava
il suo nome. — Così è per lo appunto, disse don
Chisciotte: è costui un savio incantatore, mio grande e dichiarato
nemico. Egli mi odia perché la sua negromanzia gli fa prevedere che io debbo
col tempo combattere in singolare tenzone con un cavaliere da lui protetto, e
vincerlo senza ch'egli lo possa salvare. Per questo egli a tutto suo potere
procura di farmi dispetto: ma io gli dico che mal potrà contrastarmi né
opporsi a quello che il cielo ha ordinato. — E chi ne dubita? disse la nipote.
Tuttavolta chi obbliga mai vossignoria, signor zio, a impacciarsi in siffatte
brighe? Non sarebbe miglior consiglio di restarsene pacificamente in casa
anziché andar pel mondo a cercar miglior pane che di frumento, senza riflettere
che tanti vanno per lana e tornano spelacchiati? — O nipote mia, rispose don
Chisciotte, quanto v'ingannate: prima che alcuno mi tratti come voi dite,
pelerò il mento a quanti mai si figurassero di torcermi pur un capello.”
Si tacquero ambedue le donne, vedendo ch'egli già avvampava di sdegno.
Fatto sta, che per quindici giorni don Chisciotte rimase in casa tranquillo,
senza dar segno veruno di ricadere nei suoi primi vaneggiamenti; e in quei
giorni s'intrattenne parlando molto piacevolmente col curato, col barbiere e
coi suoi compari, sostenendo però che il mondo aveva sopratutto bisogno
dei cavalieri erranti, e che in lui risuscitasse l'antica cavalleria. Qualche
volta il curato si opponeva, qualche altra gli menava buoni i suoi detti,
perché se diversamente si fosse regolato, non sarebbesi giammai accordato con
lui.
Intanto don Chisciotte venne sollecitando un
villano suo vicino, uomo dabbene (se pure così può dirsi di chi
è povero) ma con poco sale in zucca. Tanto gli disse, e tanto lo
persuase a furia di promesse, che il povero villano si determinò di
andarsene con lui e di servirlo in qualità di scudiere. Gli dicea fra le
altre cose, che si disponesse a tenergli dietro di buona voglia, perché poteva
talvolta accadergli che un girar di mano lo rendesse signore di un'isola, ed
egli ve lo lascerebbe governatore. Con queste e altre tali promesse Sancio
Pancia (così chiamavasi quel contadino) abbandonò la moglie e i
figliuoli, e si dedicò a servire il vicino suo, da scudiere. Si diede
gran pensiero don Chisciotte per ammassare danari, e vendendo una cosa,
impegnandone un'altra, e manomettendole tutte, ne raccolse una quantità
conveniente. Si provvide d'una rotella che domandò in prestito a un suo
vicino, e rassettata il meglio che poté la sua rotta celata, avvisò il
suo scudiere Sancio del giorno e dell'ora in cui divisava di mettersi in
viaggio, affinché si provvedesse di tutto ciò che credeva occorrere,
raccomandandogli specialmente che portasse con sé un paio di bisacce. Rispose
Sancio che lo farebbe, e che anzi pensava di menarne seco un suo bravissimo
asino, perché non era atto a camminar molto a piedi. Riguardo all'asino stette
un poco dubbioso don Chisciotte, cercando di ridursi nella memoria se mai
cavaliere errante si fosse fatto seguire dallo scudiere asinalmente, né gli
sovvenne d'alcun esempio: pur si decise di permettergli che lo conducesse, con
animo di accomodarlo d'una più onorevole cavalcatura, togliendola al
primo scortese cavaliere in cui s'imbattesse. Fece provvista di biancheria, e
di tutto ciò che poté avere alla mano, a tenore del consiglio già
ricevuto dall'oste. Finalmente ordinata ogni cosa, Pancia senza dire addio alla
moglie ed ai figliuoli, e don Chisciotte senza accomiatarsi dalla serva e dalla
nipote, si partirono una notte dal loro villaggio, non veduti da alcuno, e
tanto si affrettarono a camminare che all'apparire del giorno si tennero per
sicuri di non essere raggiunti quand'anche alcuno avesse voluto seguirli.
Viaggiava Sancio Pancia sopra il suo giumento a guisa d'un patriarca, colle
bisacce in groppa e la borraccia all'arcione, e con gran desiderio di vedersi
governatore dell'isola che gli avea promessa il padrone. A don Chisciotte parve
bene di battere la strada stessa che aveva tenuta nel suo primo viaggio,
cioè la campagna di Montiello, scorrendola ora con assai minore disagio;
perché, essendo di prima mattina, i raggi del sole non lo ferivano in faccia,
né gli davano noia. In questo, Sancio Pancia gli disse: “Badi bene la signoria
vostra, signor cavaliere errante, di non porre in dimenticanza l'isola che mi
ha promesso ch'io saprò governarla per grande che possa essere.” Al che
rispose don Chisciotte: “Hai da sapere, amico Sancio, che fu usanza degli
antichi cavalieri erranti di fare i loro scudieri governatori delle isole o
regni da loro conquistati, ed io sono risoluto che non si perda per me
così lodevole consuetudine. Ho divisato anzi di superarla; e dove gli
altri attendevano che i loro scudieri giungessero alla vecchiaia dopo aver
sostenuti i più penosi travagli per decorarli d'un titolo di conte o per
lo meno di marchese di qualche vallone o provincia di assai poco momento,
potrebbe accadere, se noi viviamo, che fra sei giorni io conquistassi un regno
da cui fossero dipendenti altri regni, e giudicassi a proposito di coronarti re
di uno di essi; né credere impossibile questa cosa, poiché vicende sì
prodigiose e impensate intravengono a noi cavalieri; con poca fatica, se la
fortuna mi arride, io sarò forse per darti cosa di gran lunga maggiore
di quella che ti prometto. — A questo modo, rispose Sancio Pancia, s'io
diventassi re, mercé uno di questi miracoli annunziati dalla signoria vostra,
per lo meno la mia diletta Giovanna Gutierre arriverebbe ad essere regina, e
infanti i figliuoli miei. — E chi potrebbe dubitarne, rispose don Chisciotte? —
Io sono che ne dubito, replicò Sancio Pancia; perciocché, anche quando
piovessero i regni dal cielo in terra nessuno potrebbe star bene in testa a
Giovanna Gutierre. Sappia, signore, che non vale due soldi come regina; per
contessa potrebb'essere il caso! ma seguane ciò che il ciel ne dispone.
— Raccomandala al Signore, o Sancio, rispose don Chisciotte, ch'egli la
beneficherà nel modo che potrà tornarle di maggior suo vantaggio;
ma non tenerti così da poco da non meritare almeno un grado di
governatore. — Non mi terrò per tale, no, signor mio, rispose Sancio, e
tanto più trovandomi per vostra bontà con siffatto padrone, che
saprà darmi tutto quello che mi starà bene e potrà essere
adattato alla mia capacità.
CAPITOLO VIII
DEL FORTUNATO COMPIMENTO CHE DIEDE IL VALOROSO
DON CHISCIOTTE ALLA SPAVENTEVOLE E NON MAI IMMAGINATA AVVENTURA DEI MULINI DA
VENTO CON ALTRI SUCCESSI DEGNI DI GLORIOSA MEMORIA.
Ed ecco intanto scoprirsi da trenta o
quaranta mulini da vento, che si trovavano in quella campagna; e tosto che don
Chisciotte li vide, disse al suo scudiere: “La fortuna va guidando le cose
nostre meglio che noi non oseremmo desiderare. Vedi là, amico Sancio,
come si vengono manifestando trenta, o poco più smisurati giganti? Io
penso di azzuffarmi con essi, e levandoli di vita cominciare ad arricchirmi
colle loro spoglie; perciocché questa è guerra onorata, ed è un
servire Iddio il togliere dalla faccia della terra sì trista semente. —
Dove, sono i giganti? disse Sancio Pancia. — Quelli che vedi laggiù,
rispose il padrone, con quelle braccia sì lunghe, che taluno d'essi le
ha come di due leghe. — Guardi bene la signoria vostra, soggiunse Sancio, che
quelli che colà si discoprono non sono altrimenti giganti, ma mulini da
vento, e quelle che le paiono braccia sono le pale delle ruote, che percosse
dal vento, fanno girare la macina del mulino. — Ben si conosce, disse don
Chisciotte, che non sei pratico di avventure; quelli sono giganti, e se ne
temi, fatti in disparte e mettiti in orazione mentre io vado ad entrar con essi
in fiera e disugual tenzone.” Detto questo, diede de' sproni a Ronzinante,
senza badare al suo scudiere, il quale continuava ad avvertirlo che erano
mulini da vento e non giganti, quelli che andava ad assaltare. Ma tanto s'era
egli fitto in capo che fossero giganti, che non udiva più le parole di
Sancio, né per avvicinarsi arrivava a discernere che cosa fossero realmente;
anzi gridava a gran voce: “Non fuggite, codarde e vili creature, che un solo
è il cavaliere che viene con voi a battaglia.” In questo levossi un po'
di vento per cui le grandi pale delle ruote cominciarono a moversi; don
Chisciotte soggiunse: “Potreste agitar più braccia del gigante Briareo,
che me l'avete pur da pagare.” Ciò detto, e raccomandandosi di tutto
cuore alla Dulcinea sua signora affinché lo assistesse in quello scontro, ben
coperto colla rotella, e posta la lancia in resta, galoppando quanto poteva,
investì il primo mulino in cui si incontrò e diede della lancia
in una pala. Il vento in quel mentre la rivoltò con sì gran furia
che ridusse in pezzi la lancia, e si tirò dietro impigliati cavallo e
cavaliere, il quale andò a rotolare buon tratto per la campagna.
S'affrettò Sancio Pancia a soccorrerlo quanto camminava il suo asino, e
quando il raggiunse lo trovò che non si poteva movere; così
fieramente era stramazzato con Ronzinante. “Dio buono! proruppe Sancio, non
diss'io alla signoria vostra che ponesse mente a ciò che faceva, e che
quelli erano mulini da vento? Li avrebbe riconosciuti ognuno che non ne avesse
degli altri per la testa. — T'acqueta, amico Sancio, rispose don Chisciotte; le
cose della guerra sono più delle altre soggette a continuo cambiamento;
massimamente perché stimo, e così senza dubbio dev'essere, che il savio
Frestone, il quale mi svaligiò la stanza e portò via i libri,
abbia cangiati questi giganti in mulini per togliermi la gloria di restar
vincitore; sì dichiarata è l'inimicizia ch'egli mi porta! ma alla
fine dei conti non potranno prevalere le male sue arti contro la bontà
della mia spada. — Faccia il signore quello che sia per il meglio,” rispose
Sancio Pancia, e l'aiutò ad alzarsi ed a montare sopra a Ronzinante che
stava mezzo spallato.
Quindi proseguendo il ragionamento
sulla seguìta vicenda si avviarono a Porto Lapice, dove don Chisciotte
diceva che non sarebbero mancate avventure, per esser luogo di gran passaggio:
se non che gli dava gran pensiero quel trovarsi privo della lancia; e facendone
parola collo scudiere, gli disse: “Ben mi sovviene di aver letto che un
cavaliere spagnuolo, chiamato Diego Perez di Vargas, essendosegli rotta in un
combattimento la spada strappò da una quercia un pesante ramo, o forse
il tronco, e con esso operò tai prodigi in quel giorno e
schiacciò tanti Mori, che gli fu posto il soprannome di Schiaccia; e
per tal guisa sì egli che i suoi discendenti si chiamarono da quel
giorno in poi Vargas e Schiaccia. Ciò ti dico perché dalla
prima quercia o rovere in cui m'abbatta, voglio staccare un ramo sì
forte come se lo figura la mia immaginazione, e tentare con esso tali prodezze
che tu abbia a chiamarti ben avventuroso che ti sia dato in sorte di vederle e
di essere testimonio a cose che mai saranno credute. — Alla buon'ora, disse
Sancio, io credo quanto vossignoria mi dice: ma di grazia, si raddrizzi un
cotal poco, che sembra ch'ella pieghi soverchiamente da questo lato; forse per
effetto della sua caduta. — Così è veramente, rispose don
Chisciotte, e se non mi lagno del dolore che sento, egli è perché non
è lecito ai cavalieri erranti il dolersi per nessuna ferita, quand'anche
uscissero loro le budella dal corpo. — Se la cosa è a questo modo non so
che replicare, rispose Sancio; ma sa Dio che io non troverei punto sconveniente
che vossignoria si lagnasse quando è addolorata nella persona. Io per
me, le dico che mi lagnerò di ogni piccolo male, se già non
s'intende che al pari dei cavalieri erranti anche i loro scudieri si debbano
astenere dal lamentarsi.” Non lasciò di ridere don Chisciotte della
semplicità del suo scudiere, e gli dichiarò che potea lamentarsi
a suo grado, e comunque gli tornasse in acconcio, non avendo letto negli ordini
di cavalleria proibizione alcuna sopra di ciò. Sancio avvertì il
padrone che si avvicinava l'ora del pranzo, ed esso gli rispose che non ne avea
voglia per allora ma che mangiasse pure a suo grado. Ottenuta questa licenza,
Sancio si accomodò il meglio che poté sopra il suo giumento, e cavando
dalle bisacce la provvisione di cui le aveva riempite, andava dietro al suo
padrone camminando e mangiando molto posatamente; e di tanto in tanto attaccava
la borraccia alla bocca con soddisfazione sì grande da mettere invidia
anche nel meglio provveduto oste di Malaga: e così bevendo a quel modo
erangli uscite di mente le promesse del suo padrone, né gli pareva più
faticosa professione; ma piuttosto una specie di passatempo andare cercando
avventure, per quanto pericolose si fossero.
In fine passarono quella notte in
mezzo agli alberi, da uno dei quali staccò don Chisciotte un ramo secco,
che gli potea in qualche modo servire di lancia, appiccandovi il ferro di
quella spezzata che gli era rimasto. Non dormì in tutta la notte un
momento solo, tenendo sempre il pensiero alla sua signora Dulcinea per non
iscostarsi un puntino da ciò che aveva letto nei libri suoi, che i
cavalieri passassero le notti vegliando nelle foreste e nei deserti,
trattenendosi colla memoria delle loro signore. Non la passò però
in questo modo lo scudiero Sancio Pancia, che avendo lo stomaco pieno e non
già d'acqua di cicoria, consumò la notte intiera, in un sonno
solo, e se il suo padrone non lo avesse chiamato, non lo avrebbero potuto
svegliare i raggi del sole che lo ferivano nel viso, né il canto dei molti
uccelli che giocondamente salutavano il nascere del nuovo giorno. Nell'alzarsi
stese la mano alla sua borraccia, e trovandola assai più leggiera di
prima se ne afflisse molto, sembrandogli che la strada allora battuta non
dovesse condurlo sì tosto dove poter di nuovo riempirla. Don Chisciotte
non volle assaggiar nulla, perché, come s'è detto, erasi già
pasciuto delle dolci rimembranze della sua diva.
Ripigliarono quindi la strada di
Porto Lapice, ed alle ventitré ore lo scoprirono. “Qui, disse don Chisciotte
nello scorgerlo, qui, Sancio Pancia, fratello mio, possiamo attenderci venture
a dovizie e di ogni nostra soddisfazione; ma sta bene avvertito che per quanto
tu mi vegga in pericolo, non dei metter mano alla spada in mia difesa, salvo se
vedessi chiaramente che fosse canaglia o gente vile quella che mi assalisse; in
tal caso tu puoi darmi aiuto; ma se fossero cavalieri non ti è lecito né
concesso a verun patto immischiarti, vietandolo le leggi della cavalleria sino
a tanto che tu pure non sarai armato cavaliere. — Si assicuri, signore, rispose
Sancio, che in questo ella sarà obbedita esattamente, e tanto più
che sono pacifico di natura mia, e nemico di mettermi in romori e in contese:
vero è bensì che trattandosi di difendere la mia persona, non
farò gran caso di queste leggi, mentre e le divine e le umane permettono
a ciascuno di contrastare a chi gli vuol nuocere. — Né io ti contraddico,
rispose don Chisciotte, ma in quanto al soccorrermi contro cavalieri devi
tenere in freno la tua naturale impetuosità. — Ed io replico, soggiunse
Sancio, che obbedirò a questo precetto con tanta fedeltà ed
esattezza come a quello della domenica.”
Stando in questi ragionamenti videro
in lontananza due frati dell'ordine di San Benedetto a cavallo di due
dromedari; che così si potevano chiamare le mule da essi cavalcate.
Avevano gli occhiali da viaggio, ed i loro parasoli, ed erano seguiti da un cocchio,
con l'accompagnamento di quattro o cinque persone a cavallo, e di due
mulattieri a piedi. Stava nel cocchio (come poi si venne a sapere) una signora
biscaina diretta a Siviglia, dove trovavasi suo marito in procinto di passare
alle Indie con molta mercanzia; i frati però non erano della comitiva,
benché viaggiassero molto a lei da vicino. Non li vide appena don Chisciotte
che disse al suo scudiere: “O ch'io m'inganno; o debb'essere questa la
più famosa avventura che siasi giammai veduta; perché da quel gruppo o
mucchio nero che là si scorge, io arguisco che debbono essere
incantatori i quali ne menano prigioniera qualche principessa in quel cocchio;
ed io devo ad ogni modo impedire così gran torto. — Quest'è ben
peggio che i mulini a vento, disse Sancio: guardi bene, signore, che quelli
sono frati dell'Ordine di san Benedetto, e che sarà quella una carrozza
di gente che viaggia al solito: badi bene a quello che dico, e stia avvertita
su ciò che vuol fare, né si lasci accecare dal diavolo. — Te l'ho
già detto, rispose don Chisciotte, che tu non t'intendi d'avventure:
ciò che io ti dico è vero, e te lo proverà ora l'effetto.”
Intanto fattosi innanzi si mise nel mezzo della strada ove i frati dovevano
passare, e condottosi al punto da poter essere da loro inteso, sclamò
con voce sonante: “Genti diaboliche e scomunicate, lasciate andar libere
sull'istante le alte principesse che ne menate a forza prigioniere in quel
cocchio, altrimenti preparatevi a ricevere subita morte per giusto castigo
delle malvagie vostre opere.” Tirarono i frati la briglia alle mule, e si
fermarono, colti dal più grande stupore, sì per la strana figura
di don Chisciotte, come per le cose che diceva; poi gli risposero: “Signor
cavaliere, noi non siamo gente né diabolica, né scomunicata, ma due religiosi
dell'ordine di San Benedetto che andiamo pei fatti nostri; né ci è noto
che in questa carrozza ci siano, o no principesse rapite. — A me,
replicò don Chisciotte, non la darete ad intendere colle vostre
melliflue parole, che io ben vi conosco, malaugurata canaglia,” poi senza
attendere altra risposta, abbassata la lancia, spronò Ronzinante, e con
sì gran furia andò incontro al frate più vicino, che se
non si lasciava cader dalla mula, l'avrebbe fatto stramazzar in terra, o morto,
o bruttamente ferito. Il secondo religioso, che vide il mal giuoco fatto al
compagno, batté furiosamente la mula, e si diede a fuggire per la campagna
colla rapidità del vento. Quando Sancio Pancia vide il frate disteso in
terra, smontò con prestezza dall'asino, e cominciò di botto a
spogliarlo. Sopraggiunsero in questo punto due servitori dei frati e
domandandogli perché rubasse i vestiti, Sancio rispose che quello era uno
spoglio che se gli apparteneva legittimamente come bottino della vittoria
guadagnata dal suo padrone don Chisciotte. I servitori che non sapevano di
siffatte burle, né s'intendevano di bottini o di vittorie, vedendo don
Chisciotte impegnato a parole con quelli che seguitavano il cocchio, diedero
tante percosse a Sancio che stramazzatolo in terra fuori di sentimento, non gli
lasciarono pelo sul mento e senz'aspettare un istante fecero rizzare il frate
tutto tremante e avvilito e senza colore in viso; il quale, come si vide
rimesso a cavallo, s'indirizzò alla volta del suo compagno, che molto da
lontano stava osservando e attendendo come dovesse finire tanta battaglia. E
senz'altro indugio seguitarono il loro viaggio facendosi tanti segni di croce
che se il demonio stesso li avesse inseguiti sarebbero stati ancor troppi.
Stava don Chisciotte, come s'è detto, ragionando con la signora del
cocchio, e le diceva: “La vostra bellezza, signora mia, può ormai
disporre di sé medesima a suo senno, poiché la superbia di questi vostri
assassini giace abbattuta al suolo mercé il valore del mio braccio; e perché
non abbiate a penar per sapere il nome del vostro liberatore siavi noto ch'io
mi chiamo don Chisciotte della Mancia, cavaliere errante, venturiero e
prigioniero della vezzosa senza pari Dulcinea del Toboso. In guiderdone del
benefizio che avete ricevuto da me altro da voi non chieggo, se non che
n'andiate al Toboso, e presentandovi per parte mia dinanzi a questa signora, le
diate contezza di quanto ho operato per ridonarvi la libertà.” Uno
scudiero tra quelli che seguitavano il cocchio, e che era biscaino, stava
ascoltando tutto ciò che diceva don Chisciotte, e vedendo ch'egli non
permetteva alla carrozza di proseguire pel suo cammino, ma l'obbligava a dar
volta verso il Toboso, afferratagli la lancia, si fece a dirgli in cattivo
castigliano e peggior biscaino: “Va, cavaliere, col tuo malanno: ti giuro per
chi m'ha messo al mondo che se tu non lasci andar questo cocchio ti ammazzo da
biscaino che sono.” Comprese benissimo don Chisciotte quant'egli avea detto, e
con molta gravità gli rispose: “Se tu fossi cavaliere, che nol sei,
vilissima creatura, il tuo temerario ardimento avrebbe a quest'ora trovato il
meritato castigo.” Al che replicò il biscaino: “Io non sono cavaliere?
Giuro a Dio che tu menti come cristiano. Se porti lancia e cingi spade vedrai
quanto presto il gatto te la graffierà via! biscaino in terra idalgo in
mare, idalgo pel diavolo! e mente chi porta altra opinione. — Or la vedremo,
rispose don Chisciotte; e gittando la lancia in terra sfoderò la spada,
imbracciò la rotella ed assalì il Biscaino con animo determinato
a privarlo di vita. Il Biscaino che sel vide venire addosso a quel modo,
avrebbe voluto smontar dalla mula (che per essere delle più triste non
poteva fidarsene troppo) ma non riuscendo cominciò ad adoperare la
spada. Volle la sorte che trovandosi assai presso al cocchio ebbe
opportunità di dare di piglio a un guanciale che gli servì di
scudo, dopo di che vennero l'un contro l'altro a battaglia come due arrabbiati
nemici. I circostanti facevano ogni potere per acchetarli, ma non vi riuscivano;
perché il biscaino bestemmiando affermava che avrebbe ammazzato chiunque gli
avesse impedita la zuffa, quand'anche fosse stata la sua padrona medesima. La
signora del cocchio, maravigliata e impaurita per ciò che vedea,
ordinò al cocchiere di scostarsi alquanto, e da lungi si pose ad
osservare lo inviperito combattimento. Il Biscaino diede sì solenne
fendente a don Chisciotte sopra una spalla, che se non lo avesse difeso la
rotella lo pariva in due sino alla cintola. Il dolore di sì pericolosa ferita
fece gettare uno strido a don Chisciotte, esclamando: “O Dulcinea, signora
dell'anima mia, fiore della bellezza date aita a questo vostro cavaliere, che
per mostrarsi obbligato alla somma vostra bontà si trova in sì
mortale cimento.” Il dir questo, lo stringere la spada, il coprirsi con la
rotella, l'assaltare di nuovo il Biscaino fu un punto solo; ed erasi risoluto
di azzardare un colpo affatto decisivo. Il Biscaino che tutto previde e conobbe
la determinazione di don Chisciotte oltremisura infuriato, pensò di fare
lo stesso sopra di lui. Però fattosi scudo del suo guanciale, lo attese
a piè fermo, non potendo indurre la mula a verun movimento; come quella
che stracca e non avvezza a burle di questa sorta, non poteva muovere un passo.
Erasi, come già s'è detto, mosso don Chisciotte contro l'accorto
Biscaino con la spada alzata, divisando di partirlo per mezzo; e con la stessa
risoluzione il Biscaino aveva alzata egli pure la spada difeso dal guanciale. I
circostanti stavano impauriti ad attendere l'esito dei colpi terribili coi
quali l'un l'altro si minacciavano; e la signora del cocchio e le sue ancelle
facevano mille voti e preghiere ai santi ed ai santuari tutti di Spagna
affinché Dio liberasse lo scudiere e loro stesse con lui, dal pericolo in cui
si trovavano tutti.
— Ma il male si è che l'autore
della presente storia lasciò a questo punto sospeso il racconto,
scusandosi col dire che intorno alle imprese di don Chisciotte non trovò
scritto più di quello che sin qui è riportato. Vero è
però che il secondo autore di quest'opera non volle credere che storia
sì autorevole fosse caduta in oblìo, né si poté persuadere che vi
fossero nella Mancia ingegni tanto da poco da non conservare negli archivi loro
qualche foglio che trattasse dei fatti di un cavaliere cotanto illustre. Con
questa persuasione pertanto non disperò di trovare il fine di sì
piacevole istoria; ed infatti, col favore del cielo, la scoperse poi nella
maniera che si dirà nel capitolo seguente.
CAPITOLO IX
COME FINISSE LA MARAVIGLIOSA BATTAGLIA DEL PRODE BISCAINO COL
VALOROSO MANCEGO.
Noi abbiamo lasciato il valoroso Biscaino e il
celebre don Chisciotte colle spade nude ed alzate in atto di scagliare
furiosissimi colpi e tali, che se coglievano in pieno si sarebbero i
combattenti sparati in due da cima a fondo a guisa di melagrane; ma fu appunto
a questo passo sì decisivo che l'autore troncò la sua piacevole
istoria, senza farci sapere dove avremmo potuto ritrovare quello che le
mancava. Ciò produsse in me un gran dispiacere; perché la soddisfazione
del poco che ne avea letto, mi tornava in amarezza, pensando quanto sarebbe
difficile rinvenire quel molto che mi pareva mancasse a così dilettevole
racconto. Sembravami cosa impossibile e contraria ad ogni buona costumanza, che
a sì gran cavaliere fosse mancato qualche savio che avesse pigliato
l'incarico di scrivere le inaudite sue imprese; mentre non mancò a
nessuno dei cavalieri erranti, di quelli, come dice la gente, che van cercando
avventure. E in fatti ciascuno di essi teneva presso di sé uno o due savi a
ciò deputati, i quali non pure scrivevano le loro gesta ma ne mettevano
in luce altresì i più minuti pensieri e le più recondite
bagattelle; né dovea il nostro cavaliere, essere tanto disgraziato che gli
mancasse quello di cui poterono vantarsi un Platir, e tanti altri simili a lui.
Io non potea dunque indurmi a credere che sì bella storia fosse rimasta
tronca e storpiata, e ne incolpavo il tempo consumatore e divoratore di ogni
cosa, immaginandomi che la tenesse occulta o l'avesse consunta. In oltre per
essersi trovate fra i suoi libri molte opere di autori moderni, come il Disinganno
di gelosia, e le Ninfe ed i Pastori di Henàres, sembravami che
dovesse anche la storia sua propria esser recente; e che perciò se non
era stata scritta potrebbe raccogliersi almeno dalla memoria delle persone del
suo villaggio e dei paesi circonvicini.
Questo pensiero mi scaldava la fantasia, e
facevami sempre più desideroso di saper con ogni leal verità la
intiera vita e i prodigi del nostro famoso spagnuolo don Chisciotte della
Mancia, luce e specchio della mancega cavalleria, ed il primo che
nell'età nostra e in tempi sì disgraziati si applicasse
all'esercizio ed al travaglio dell'arme cavalleresche, a disfar torti, a
soccorrere vedove, a difender fanciulle, di quelle s'intende, che armate dello
scudiscio sui loro palafreni andavano di monte in monte e di valle in valle con
tutta la loro verginità; e se non era qualche malvagio cavaliere o
villano armato o smisurato gigante che le oltraggiasse, benché nel corso di
ottant'anni alcune non dormissero mai una volta al coperto, pur sembrerebbero
morte intatte come la madre che le aveva partorite. Dico dunque e per questo e
per molti altri rispetti, che il nostro don Chisciotte è degno di
memorabili ed eterne lodi; le quali a me pure sono dovute per averne con tanta
cura ricercata la dilettevole vita. Ringraziato sia il cielo e la buona
fortuna, senza il cui favore al mondo sarebbe mancato lo squisito diletto che
potrà gustare per quasi due ore chiunque voglia leggere con qualche
attenzione. Or ecco in qual maniera mi riuscì di scoprirla.
Trovandomi un giorno nella strada di
Alcanà in Toledo, capitò un giovanotto a vendere scartafacci
vecchi ad un mercante di seta ed io che ho per costume di leggere ogni pezzo di
carta, anche di quelle che ritrovo per via, tratto da questo mio istinto presi
uno degli scartafacci che il ragazzo vendeva, e vidi che era scritto in
caratteri che riconobbi essere arabici. Ma non sapendo leggerli, mi posi in
attenzione per vedere se passasse per quella strada qualche Morisco
spagnolizzato né mi fu difficile ritrovare siffatto interprete; perciocché
andandomene in cerca ne avrei trovati anche di quelli per una lingua più
antica e più santa. In fine la sorte me ne presentò uno al quale spiegai
il mio desiderio nell'atto di consegnargli il libro, egli lo aperse, e
leggendone un poco si mise a ridere. Gli domandai perché ridesse ed egli mi
rispose che era per causa di una annotazione scritta in un margine. Lo pregai
che mi facesse sapere; che cosa diceva ed egli, ridendo ancor più
soggiunse: “In questo margine è scritto così: Si dice che
questa Dulcinea del Toboso, nominata sì spesso nella presente opera,
avesse miglior mano di ogni altra donna della Mancia nell'insalare i porci. Quando
intesi dire Dulcinea del Toboso rimasi attonito e fuori di me,
persuadendomi immantinenti che in quegli scartafacci si contenesse la storia di
don Chisciotte. Con questa bella idea nella mente, pregai subito subito il
morisco che mi leggesse il principio del libro; ed egli assecondando il mio
desiderio, e traducendo l'arabico in castigliano, disse, che stava scritto: Storia
di don Chisciotte della Mancia, scritta da Cid Hamet Ben-Engeli, storico arabo.
Durai molta fatica a dissimulare il contento che provai nel sentire il
titolo di quel libro; e togliendolo di mano al setaiuolo, comprai dal ragazzo
tutti i fogli e gli scartafacci per mezzo reale: che se quegli avesse potuto
conoscere a fondo il mio desiderio, me li avrebbe fatti pagare anche sei reali.
Ridottomi con quel Morisco nel chiostro della
chiesa maggiore, lo ricercai che mi traducesse in lingua castigliana tutto
ciò che riguardava don Chisciotte, senza farvi la menoma alterazione,
offrendogli quella mercede che avesse chiesta. A prezzo di cinquanta libbre
d'uve passe e di due staia di grano mi promise di farne una buona e fedel
traduzione, ed in tempo assai breve; ond'io per agevolar quest'affare e non
lasciarmi sfuggir di mano sì bella fortuna, lo condussi a casa mia, dove
in poco più di un mese e mezzo tradusse la storia al modo stesso come
qui vien riportata.
Trovavasi nel primo scartafaccio dipinta al
naturale la battaglia di don Chisciotte col Biscaino, e in attitudine, come
parla il libro, di tener la spada in aria, l'uno coperto colla rotella, e l'altro
col guanciale; e la mula del Biscaino espressa al vivo per modo da scorgere
anche a un tiro di balestra ch'era mula da vetturino. A piede del Biscaino
stava scritto: don Sancio d'Aspezia, ché doveva esser questo il
suo nome, e in un altro cartello leggevasi a piè di Ronzinante: don
Chisciotte. Vedevasi Ronzinante dipinto meravigliosamente tutto lungo,
stirato, estenuato, debole con il filo della schiena, sì asciutto ed
etico dichiarato a tal punto, che mostrava a tutta evidenza con quanta
ponderazione e proprietà gli fosse stato posto il nome di Ronzinante. A
lui dappresso stava Sancio Pancia, che tenea l'asino pel capestro, ed appié
dello stesso eravi la iscrizione: Sancio Zanca, essendo ciò
derivato perché teneva, a quanto mostrava la dipintura, una grossa pancia,
statura piccola, stinchi lunghi, ond'è che fu chiamato Panza e Zanca;
ed appunto con questi due soprannomi vien talvolta menzionato nella storia.
Avrei da notare alcune altre minuzie, ma sono di
poca importanza, e non risguardano la relazione veritiera della storia, che non
può essere cattiva se contien verità; e se pure vi fosse qualcosa
da opporre alla veracità sua, non potrà ciò derivare se
non se dall'essere arabo l'autore che l'ha scritta, essendo la bugia assai
propria di quella nazione; benché, come dichiarata nemica nostra, è da
credere che abbia detto piuttosto poco che troppo. Ed io sono appunto di questo
avviso, perciocché quando doveva quell'autore impegnar la sua penna nelle lodi
di sì buon cavaliere, sembra anzi che maliziosamente ne taccia; cosa mal
eseguita e peggio pensata, dovendo gli storici avere la verità per primo
scopo, e non lo spirito di parzialità: e l'interesse, il timore, l'odio
e l'affezione non debbono sviarli dal sentiero della verità, la cui
madre è la storia emula del tempo, deposito delle azioni umane
testimonio del passato, esempio e specchio del presente, e ammaestramento per
l'avvenire. Ed io so che in questa si troverà tutto ciò che
d'aggradevole puossi desiderare; e se vi mancasse qualche cosa di buono
sarà per colpa del cane del suo scrittore, non per mancanza mai del
soggetto. In fine, la sua seconda parte, stando attaccati alla traduzione,
cominciava in questa maniera:
Inalberate le taglienti spade quei valorosi e
inveleniti combattenti pareva che minacciassero il cielo, la terra e l'abisso:
sì eccessivi erano l'ardire e lo sdegno di cui avvampavano. Il primo a
scaricare il suo colpo fu l'inviperito Biscaino, e fu sì grave e furioso
che se non avesse piegata per aria la spada, bastava quel solo a dar fine a
sì acerba contesa e ad ogn'altra ventura del nostro cavaliere; ma la
buona sorte, che lo riserbava a fatti più luminosi, piegò la
spada del suo nemico in guisa che sebbene cadesse sull'omero sinistro, non gli
produsse altro male che di lasciarlo disarmato interamente da quel lato,
tagliandogli gran parte della celata, e con essa metà dell'orecchio.
Tutto questo cadde per terra con ispaventevol rovina, e don Chisciotte rimase
malconcio. Deh, chi sarà mai che possa pienamente descrivere la rabbia
ch'entrò allora nel cuore del nostro Mancego vedendosi a tale ridotto?
Basti dire che si rizzò nuovamente sopra le staffe, e prendendo la spada
a due mani tempestò con sì gran furia sopra il Biscaino,
cogliendo in pieno sul guanciale e sulla testa che ad onta della sua buona
difesa, come se gli fosse caduta sul capo una montagna, cominciò a
perdere il sangue per le narici, per la bocca e per gli orecchi, ed a barellar
con la mula, da cui sarebbe caduto se non si fosse aggrappato strettamente al
collo. Gli uscirono però i piedi dalle staffe, poi sciolse anche le
braccia; laonde la mula impaurita pel terribile colpo, si pose a correre per la
campagna e a tirar calci, e dopo alquanto barcollare stramazzò insieme
col suo padrone. Stavasi don Chisciotte con molta gravità guardandolo,
ma come lo scorse a terra smontò da cavallo, e lestamente a lui
appressatosi, nel presentargli la punta della spada agli occhi, gli disse che
s'arrendesse, o che gli verrebbe troncata la testa. Il Biscaino tutto confuso
non potea risponder parola, e sarebbe finita male per lui, tanto il furore
aveva acciecato don Chisciotte, se le signore del cocchio, che fino a questo
punto aveano veduto con grande spavento quella contesa, non gli fossero corse
incontro, e non lo avessero pregato con ogni istanza che per grazia e per loro
intercessione donasse la vita a quel povero scudiero. E don Chisciotte con tono
grave e maestoso rispose: “Sono assai soddisfatto, belle signore, di
compiacervi, ma a patto però che questo cavaliere mi dia parola di
recarsi al Toboso, di presentarsi per parte mia alla signora Dulcinea, e di
lasciarla arbitra del suo destino.” Le impaurite e sconsolate signore, senza
cercare d'intendere, quello che don Chisciotte volesse dire, e senza domandare
chi fosse questa Dulcinea, gli promisero che lo scudiere avrebbe eseguito a
puntino i comandi suoi. “Ebbene, soggiuns'egli, sulla fede di questa promessa
io non gli farò altro male, benché se lo abbia assai meritato.”
CAPITOLO X
DEI GRAZIOSI RAGIONAMENTI CHE PASSARONO TRA DON CHISCIOTTE E IL
SUO SCUDIERO SANCIO PANCIA.
Il povero Sancio erasi intanto alzato di terra,
malconcio per le percosse ricevute dai servitori dei frati; e guardando con
grande attenzione alla battaglia del suo padrone don Chisciotte, pregava Dio in
cuor suo che gli piacesse di dargli vittoria, affinché guadagnasse qualche
isola di cui lo facesse governatore, siccome gli aveva promesso. Vedendo poi
terminata la zuffa, e che il suo padrone tornava a salire su Ronzinante, gli
andò a tenere le staffe, e prima ch'egli montasse se gli pose
ginocchioni davanti, e presagli la mano gliela baciò, e gli disse:
“Piacciavi, signor mio don Chisciotte, di darmi il governo dell'isola guadagnata
in questa crudele battaglia: che, per grande che essa debba essere, io mi
reputo da tanto di saperla reggere così bene come ogn'altro che mai
governasse isole al mondo.” Al che don Chisciotte rispose: “Bada bene, fratello
Sancio, che quest'avventura e le altre siffatte, non sono avventure da isole,
ma da venire solamente alle mani, e dove altro non si guadagna che finirla o
colla testa rotta, o con un orecchio di meno; abbi pazienza, che mi si
offriranno altre avventure, per le quali ti farò salire non pure al grado
di governatore, ma ad altro più elevato d'assai.” Aggradì Sancio
le belle promesse del suo padrone, e ribaciandogli la mano e la falda della
corazza, volle assisterlo a salire sopra Ronzinante; poi montato anch'egli
sull'asino, cominciò a tener dietro al padrone, che di passo veloce
assai, e senza far altre parole con le signore del cocchio, si cacciò in
un bosco vicino.
Lo seguitava Sancio facendo trottare il giumento
il più che potesse; ma Ronzinante correva sì presto, che il
povero scudiere, vedendosi restar addietro, cominciò a gridare che lo
aspettasse. Don Chisciotte tirò a sé le redini finché fu raggiunto
dall'affaticato compagno, che tosto si fece a dirgli: “Parmi, signore, che noi
dovremmo ricoverarci in qualche chiesa, poiché essendo rimasto sì
rovinato quell'uomo con cui siete venuto a battaglia, è ben facile che
ne sia informata la Santa Hermandada, e che ci vogliano metter prigione: ché se
questo accade, noi avremo a sudare un po' troppo prima di essere scarcerati. —
Taci là, disse don Chisciotte: e dove hai tu visto o letto che un
cavaliere errante sia stato soggetto alla giustizia per quanti omicidi abbia
fatti? — Io non so di omicidi, rispose Sancio, né mai ho messo mano in vita mia
nel sangue di alcuno; so bene che la Santa Hermandada veglia a punire coloro
che van facendo zuffe e quistioni, e in altre cose non m'intrametto. — Non ti
dar pensiero di questo, rispose don Chisciotte, ch'io ti trarrei dalle mani dei
Caldei quando occorresse; non che da quelle della Hermandada; ma dimmi piuttosto:
vedesti mai cavaliere sopra tutta la faccia della terra più valoroso di
me? Leggesti mai nelle storie che altri abbia mostrato più
intrepidità nell'attaccare, più coraggio nel persistere,
più destrezza nel ferire, più grande astuzia nell'atterrare? — Sia
pur vero questo, rispose Sancio, da che io non ho letto giammai storia alcuna,
non sapendo né leggere, né scrivere; ma quello che posso affermare si è
che non ho servito in vita mia padrone più ardimentoso di vossignoria; e
piaccia a Dio che questo sì grande coraggio non vada a finire in quel
modo che dissi poc'anzi. Ora quello di che sono a pregare la signoria vostra si
è che prenda cura di medicarsi, mentre veggo che va perdendo il sangue
da questa orecchia; e giacché tengo nella bisaccia dei fili e dell'unguento
bianco… — Tutto questo sarebbe inutile, rispose don Chisciotte, se mi fosse
dato d'avere un'ampolletta del balsamo di Fierabrasse, ché con una sola goccia
avremmo risparmiato il tempo e le medicine. — Che ampolla e che balsamo
è questo? disse Sancio Pancia. — È un balsamo, replicò don
Chisciotte, la cui ricetta ho a memoria; ed è tale che l'uomo non deve
più temere che alcuna ferita lo conduce a morire, per grande che sia;
perciò quando io n'abbia, e te lo dia, se tu mi vedessi in qualche
battagliata tagliato a mezzo, come suole spesso avvenire, altro non hai da fare
che prendere quella parte del corpo che fosse caduta per terra, e con molta
diligenza, prima che il sangue si rapprenda, congiungerla all'altra rimasta
sopra la sella; avvertendo però di commetterle ugualmente e al loro
giusto punto: ciò fatto mi vedrai rimesso perfettamente in salute. — Se
così è, disse Pancia, io rinuncio da questo momento al governo
della promessa isola, ed altro non domando in ricompensa de' miei molti e buoni
servigi, se non che la signoria vostra mi dia la ricetta di questo licore
prezioso, ch'io credo bene che costerà più di due reali l'oncia;
né altro mi occorre per passare questa sciagurata vita senza fastidi. Ora
ditemi, quanto si può spendere a comporlo? — Se ne possono far tre
bocce; rispose don Chisciotte, con meno di tre reali. — Corpo della vita mia,
replicò Sancio, e perché non si affretta la signoria vostra a farlo, e
ad insegnarmene il modo? — Taci, amico, rispose don Chisciotte, che ti metterò
eziandio a parte di segreti di più alta importanza, e ti farò
più larghi favori; ma per ora medichiamoci, perché l'orecchio mi duole
assai più del bisogno.”
Sancio trasse allora dalle bisacce fili ed
unguento, ma quando s'accorse don Chisciotte che la sua celata era rotta stette
per perdere il cervello, e posta la mano alla spada, e alzando gli occhi al
cielo: “Fo giuramento, disse, a Dio e ai suoi Evangeli di condurre la vita come
il marchese di Mantova quando giurò di vendicare la morte del nipote suo
Baldovino, cioè di non sedere a mensa preparata, né di coabitar colla
moglie, ed altro che ora non mi sovviene, ma che tutto ripeto però
coll'intenzione, finché io non prenda vendetta di colui che mi oltraggiò
così indegnamente.” Sentendolo parlare in tal guisa, Sancio gli disse:
“Badi la signoria vostra, signor don Chisciotte, che se il cavaliere
adempì i comandi che ebbe da lei, di presentarsi cioè dinanzi
alla signora Dulcinea del Toboso avrà fatto ogni suo dovere, né merita
ulterior pena, purché non diventi reo di nuova colpa. — Tu parli e giudichi
assai rettamente, rispose don Chisciotte; e quindi annullo il giuramento per
ciò che riguarda il prender vendetta di lui, ma lo faccio e di nuovo il
confermo quanto al condurre la vita che ho detto, finché mi riesca di togliere
a forza un'altra celata simile, e del pregio di questa a qualche cavaliere: né
ti dar a credere, o Sancio, che sia questo un mio capriccio; che anzi
m'uniformo all'esempio di molti altri poiché accadde il medesimo appunto a
Sacripante per causa dell'elmo di Mambrino.
— Deh, non si perda la signoria vostra in questa
storia di giuramenti che fanno gran danno alla salute, replicò Sancio, e
recano molto pregiudizio alla coscienza: e poi ella favorisca dirmi: se
corressero per avventura molti giorni senza ch'ella trovasse cui togliere la
celata, che cosa faremo allora? Vorrà ella servire al giuramento a
dispetto di tanti inconvenienti e disagi, come sarà il dormire vestito
ed alla scoperta, ed altre mille penitenze contenute nelle proteste di quello
sciocco vecchio del marchese di Mantova, che ora la signoria vostra vorrebbe
avvalorare? Rifletta, mio signor padrone, rifletta che queste strade non sono
battute da uomini armati, ma soltanto da vetturali e da carrettieri, i quali
non portano celate, anzi non le hanno nemmeno sentite nominare in tutto il
corso della loro vita.
— In ciò t'inganni d'assai, disse don
Chisciotte, perché noi non andremo più di due ore per questi crocicchi
di strade senza incontrarci in armenti più numerosi di quelli che
andarono all'assedio di Albracca e alla conquista di Angelica la bella.
— Sia pur così, disse Sancio, piaccia a
Dio che la cosa termini in bene, e che giunga il tempo di guadagnare
quest'isola che già mi costa sì cara, e poi voglio morire
subitamente.
— Te l'ho già detto, o Sancio, che non te
ne devi pigliar fastidio, perché quando mancasse un'isola, resta il regno di
Danimarca o quello di Sobradisa, che ti calzeranno a proposito come anello al
dito ed hai gran motivo di rallegrartene essendo essi posti in terraferma; ma
rimettiamo queste cose a suo tempo, e guarda se nelle tue bisacce hai di che
rifocillarci ambidue, poi andremo in traccia di qualche castello in cui passare
la notte e poter fare il balsamo di cui ti ho parlato; perché ti giuro in
coscienza mia che mi sento gran dolore all'orecchio.
— Ho qua una cipolla, un po' di formaggio e
qualche tozzo di pane, disse Sancio; ma questi non sono cibi adattati a
sì valoroso cavaliere com'è vossignoria.
— T'inganni a partito, rispose don Chisciotte
sappi che i cavalieri erranti si recano ad onore di non mangiar mai in un mese,
e quando mangiano pigliano tutto ciò che vien loro offerto; della qual
cosa tu saresti bene assicurato se avessi lette tante storie quante ne lessi
io. Né mai vi ho trovato notizia che i cavalieri erranti mangiassero, se non
per caso, e in alcuni sontuosi banchetti ai quali erano invitati: negli altri
giorni se ne stavano, affatto digiuni, quantunque però non sia da
credere che potessero passarsela senza mangiare e senza servire agli altri bisogni
della vita perché in fatto eran uomini come noi; ma egli è da tenersi
per fermo, che viaggiando nella maggior parte della loro vita per foreste e per
deserti e senza cuoco, l'ordinario loro cibo fosse di rustiche vivande, appunto
come quelle che tu adesso mi offri; di maniera che non ti rincresca di
ciò che a me aggrada, né ti pensare di cambiare l'ordine delle cose nel
mondo, né di far uscire l'errante cavalleria fuor del suo centro.
— Perdonimi la signoria vostra, disse Sancio, che
siccome io non so leggere, né scrivere, come altra volta le ho notificato, non
ho cognizione delle pratiche della professione cavalleresca: quindinnanzi
farò provvista nelle bisacce d'ogni sorta di frutta secche per vostra
signoria ch'è cavaliere, e per me, che nol sono, provvederò altre
cose di animali e di maggior sostanza.
— Non dico, replicò don Chisciotte, che
sia obbligo de' cavalieri erranti di non mangiare se non le frutta che tu vai
nominando, ma voglio inferire che il loro più consueto nutrimento debba
consistere in quelle, e in certe erbe da essi e da me ben conosciute, e che si
trovano per le campagne.
— Per verità, è molto opportuna
la cognizione di siffatte erbe, perché mi figuro che verrà qualche
giorno in cui bisognerà approfittarne. Così dicendo cavò
dalle bisacce le cose già dette, e mangiarono amendue in buona pace e
compagnia.
Desiderosi poscia di cercare ove alloggiar quella
notte, terminarono prestamente il loro povero ed asciutto desinare, e montati
di nuovo a cavallo, affrettaronsi di giungere a qualche paese prima che
annottasse: ma col tramontare del sole mancò in essi la speranza di
arrivare dove desideravano, e trovandosi prossimi ad una capanna di caprai,
pensarono di passar la notte in quel sito.
Quanto
spiacque a Sancio altrettanto invece si rallegrò il suo padrone di poter
dormire a ciel scoperto; parendogli che ogni volta che ciò gli avveniva,
fosse, come a dire, un guadagnarsi una buona prova della sua cavalleria.
CAPITOLO XI
DI QUELLO CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE CON ALCUNI CAPRAI.
Non avrebbero que' caprai potuto accogliere don
Chisciotte con maggior cortesia; ed avendo Sancio allogati alla meglio
Ronzinante e il giumento, tenne dietro all'odore di certi pezzi di capra che
bollivano al fuoco in una pentola. Egli avrebbe voluto vedere se trovavansi al
punto di essere trasportati dalla pentola allo stomaco, ma se ne astenne,
perché i caprai li levarono dal fuoco. Distesero in terra alquante pelli di
pecora, allestirono con gran celerità la loro rustica mensa, e
chiamarono ambidue gli stranieri a convito colle dimostrazioni più vive
del buon cuore che avevano. Si assisero intorno alle pelli sei di quei
mandriani, avendo prima con rozze cortesie pregato don Chisciotte che sedesse
sopra di un trogolo arrovesciato a tal uopo. Si pose don Chisciotte a sedere, e
restò Sancio in piedi per dar da bere al padrone in una scodella di
corno. Vedendolo stare così ritto, ritto, il padrone gli disse: “Perché
tu conosca, o Sancio, il bene che in sé racchiude la cavalleria e quanto tutti
coloro che si esercitano in questo ministero possano sapere di essere
prestamente onorati e stimati nel mondo, voglio che tu segga qui al fianco mio
e in compagnia di questa buona gente facendoti una stessa cosa con me, che sono
il tuo padrone e il natural tuo signore; e che mangi nel mio piatto e beva nel
mio bicchiere; perché si può dire della cavalleria errante ciò
che dell'amore, che adegua ogni disuguaglianza... — Gran mercé,
disse Sancio: ma io dichiaro a vossignoria, che dove trovassi da mangiare a mio
gusto io mangerei assai meglio in piedi e da me solo, che seduto a lato d'un
imperatore: anzi per dire la verità, mi sa molto meglio quello che
mangio in un cantuccio della mia casa senza tante smorfie e tanti riguardi,
fosse anche soltanto pane e cipolla, che i galli d'India di altre tavole, dove
bisogna masticar adagio, bever poco, pulirsi spesso, non istarnutire né tossire
se ne vien voglia, né far altre cose lecite nella solitudine e nella
libertà. Perciò, signor mio, questi onori che da vossignoria mi
vengono impartiti per essere suo ministro e attinente alla cavalleria errante,
e per essere suo scudiero, li tramuti in altre cose di mio maggior bisogno e
profitto; che questi, benché si intendano da me ricevuti, li rinunzio da oggi
sino alla fine del mondo. — Contuttociò devi sederti, disse don
Chisciotte, perché chi si umilia vien da Dio Signore esaltato: e presolo per un
braccio l'obbligò a stargli a lato per forza.
Non giungeano i caprai ad intendere quel gergo di
scudieri e di cavalieri erranti: però mangiavano e tacevano tenendo gli
occhi sui loro convitati, i quali con molta disinvoltura ingozzavano bocconi
grossi come un pugno. Dopo mangiata la capra si pose in tavola una gran
quantità di ghiande abbrustolite, e con esse una mezza forma di cacio
più duro di un pezzo di smalto. Non istava frattanto oziosa la scodella
di corno, ma andava attorno or vuota, or piena, come la secchia che girando
sulla rotella trae l'acqua dal pozzo, di modo che ben presto fu vuotato uno dei
fiaschi che erano in mostra. Dopo che don Chisciotte ebbe il ventre bene
pasciuto, prese una manata di ghiande, e guardandola attentamente, così
si fece a dire: “Età fortunate, secoli avventurosi quelli che furono
chiamati dagli antichi secoli d'oro! e non già perché quell'oro, tanto
stimato da questa nostra età di ferro, si conquistasse allora con minor
fatica, ma perché da quelli che viveano allora ignoravansi le due parole Tuo
e Mio. Comuni a tutti eran le cose in quell'età
innocentissima; nessuno avea d'uopo per alimentarsi se non se di alzare la mano
e di cogliere dalle robuste quercie quel frutto saporoso e maturo che loro
offrivano liberalmente. Le limpide fonti e gli scorrevoli ruscelli, dolci ed
abbondanti acque somministravano. Nelle fessure delle rupi e nel vôto degli
alberi stabilivano la repubblica loro le diligenti ingegnose api, offrendo
senza premio veruno a qualunque rustica o gentil mano il frutto del dolcissimo
loro lavoro. I grandi sugheri fornivano larghe e leggiere scorze per coprire le
abitazioni fabbricate sopra rustiche travi, unicamente per difenderle dalla
inclemenza del cielo. Tutto in quel tempo era pace, tutto amicizia, tutto
concordia; né ancora il pesante vomero del curvo aratro aveva ardito di aprire
e investigare le viscere della prima nostra madre, perché senza essere forzata
da chicchesia porgeva da ogni banda del fertile e spazioso suo seno quanto
poteva nutrire, sostenere e dilettare i figli che allora la possedevano. Le
vaghe e semplici pastorelle andavano scorrendo di valle in valle e di collina
in collina coi capelli negletti, senza industriose trecce, senza più
vesti di quelle necessarie a coprire ciò che in ogni tempo
l'onestà comandò di celare. Non erano superfluamente adorni gli
abiti come quelli dei nostri giorni che tinti vanno della porpora di Tiro, né
usavasi della seta in tante guise martirizzata. Erano allora le vesti tessute
semplicemente con alcune foglie di verdi rombici e di ellera; e di questo
apparivano così pompose e composte, come oggidì le dame di corte
con tutte le rare e peregrine invenzioni insegnate dalla oziosa
curiosità. Allora gli amorosi concetti dell'anima appalesavansi con
quella semplicità colla quale nascevano, né conoscevasi quel giro
artifizioso di parole che li rende ora pericolosi, né si sapeva che cosa fosse
la frode; e nella verità e nel candore non frammischiavasi la malizia o
l'inganno. La giustizia esercitava i suoi diritti senza che osassero recarle
offesa l'interesse o il favore, dai quali ai nostri giorni è contaminata
e avvilita: e non conosceva la legge che cosa fosse arbitrio di giudici, perché
non eravi allora materia di giudicare o di domandare sentenza. Le oneste
donzelle se ne andavano, come dissi, dovunque loro piaceva sole e signore di sé
stesse senza timore che l'altrui seduzione o sfacciataggine potessero
macchiarle; se alcune perdevansi n'era colpa la propria loro volontà. Ma
ora in questi nostri detestabili tempi nessuna giovane è sicura quando
anche fosse custodita in un labirinto simile a quello di Creta; che anche
là per i pertugi e per l'aria, per opera di una maledetta istigazione
penetra l'amoroso contagio, e ne sovverte ogni buon principio. Ad oggetto
pertanto di accorrere alla loro sicurezza, procedendo i tempi e crescendo ogni
dì più la malizia, si è istituito l'ordine de' cavalieri
erranti, che difende le donzelle, tutela le vedove, e soccorre gli orfani, e
tutti indistintamente coloro che han bisogno d'aiuto. Io sono di quest'ordine,
caprai fratelli, ed aggradisco la cordiale accoglienza che faceste a me e al
mio scudiere; e quantunque per legge naturale siano obbligati tutti i viventi a
dar favore agli erranti cavalieri, tuttavia conoscendo io che voi, senza sapere
tale obbligo vostro, mi avete sì cortesemente accolto e favorito;
è ben giusto che vi manifesti nella miglior guisa ch'io sappia, il mio
gradimento.”
Tutta questa lunga diceria (che poteasi molto
bene intralasciare) fu proferita dal nostro cavaliere perché le ghiande che gli
furono poste innanzi, gli fecero tornar in mente l'età dell'oro, e gli
suggerirono di fare quell'inutile ragionamento ai caprai, i quali, senza mai
aprir bocca, attoniti e meravigliati lo stettero ascoltando. Taceva anche
Sancio, ma attendeva a ingollar ghiande, visitando il secondo otre ch'era
sospeso ad un ramo di sughero, affinché il vino si conservasse più
fresco. Terminò la cena prima che don Chisciotte avesse finito di
ragionare, ed uno de' caprai si mise a dire: “Affinché la signoria vostra,
signor cavaliere errante, possa raccontare con maggior fondamento che qui
è stata accolta con tutto buon cuore, vogliamo darle trattenimento e
piacere con farle udire il canto di un nostro compagno, che non tarderà
molto a venire. Egli è giovane di buon giudizio e molto innamorato, e
sopratutto sa leggere e scrivere, e suona il ribecchino sì bene, che
più non si potrebbe desiderare.” Appena il capraio ebbe ciò
detto, che s'udì suonare quello strumento, e di lì a poco giunse
il suonatore, ed era un giovane di ventidue anni e di assai buona grazia. I
compagni suoi gli domandarono se aveva cenato, e rispose che sì; laonde
colui che già prima aveva parlato di lui, gli disse: “Dunque, Antonio,
potrai compiacerti di cantare un poco, affinché questo nostro signor ospite
vegga che si trova chi sa di musica anche tra i monti e le selve. Lo abbiamo
informato della tua molta bravura, e desideriamo che tu gliene dia prova per
non farci apparir menzogneri: ti prego per quanto sei buono a sederti ed a
cantare la canzonetta degli Amori che compose il Benefiziato tuo zio, che
piacque tanto in tutto il nostro paese.
— Oh volentieri,” rispose il giovane; e senza
farsi pregare altrimenti, si mise a sedere sul tronco di una recisa quercia, ed
accordato il suo ribecchino, cominciò di là a poco il suo canto
con assai gentil grazia in questa guisa:
“Tu m'adori, Olalla, ed io mel so, benché tu non
me l'abbia detto, nemmanco cogli occhi, mute lingue degli amori.
“Dacché scorsi che tu m'hai letto nel cuore, io
confido che mi ami; però che amor conosciuto non fu mai infelice.
“Vero è bene che tu spesse volte mi desti
indizio d'avere alma di bronzo e cuor di macigno nel bianco seno;
“Ma in mezzo alle ripulse ed agli onesti
rimprocci, tal fiata anche la speranza mi ha pur mostrato il lembo della sua
veste.
“E quindi a te costante si volge la mia fede, la
quale né per austero contegno vien meno, né per gentilezza piglia baldanza.
“Ma se amore è cortesia, da quella che tu
mi mostri io argomento quale debba essere il fine delle mie speranze.
“E se mai servitù può render
benevolo un cuore, quella ch'io ti presto avvalora la mia fiducia.
“Tu certo vedendomi ti sarai accorta ch'io nei
dì del lavoro spesse volte m'indosso l'abito della festa.
“Perocché sapendo che Amore e Gala vanno per uno
stesso cammino, io ho voluto sempre apparirti pomposamente vestito.
“Taccio le danze fatte per te, e le canzoni che
tu mi sentisti cantar la mattina quando cantano i galli.
“Taccio con quante lodi io celebrai la tua
bellezza; le quali comunque veraci m'attiraron lo sdegno di alcune altre
fanciulle.
“E la Teresa del Berocal un giorno mentr'io ti
lodava mi disse: Tal pensa adorare un angelo e adora invece una scimmia;
“Illuso dai molti gioielli, dalle chiome posticce
e da mentite bellezze che ingannano lo stesso Amore.
“Io la chiamai mentitrice; ed ella se ne
adontò. Suo cugino levossi a difenderla, e già sai quello che
l'uno e l'altro facemmo.
“Né l'amor ch'io ti porto è spensierato,
né io t'amo con perversa intenzione.
“La Chiesa ha serici nodi da legar l'anime: piega
il tuo collo a quel giogo, e vedrai s'io son presto a sottomettervi il mio.
“Ma se tu ricusi, io giuro pel mio santo
benedetto di non uscir più di queste montagne se non per rendermi
cappuccino.”
Così terminò il capraio il suo
canto, e quantunque don Chisciotte lo pregasse di continuare, nol
consentì Sancio Pancia come colui che aveva molto maggior voglia di
dormire che di ascoltare canzoni. Disse perciò al suo padrone: “Oramai
converrà che la signoria vostra stabilisca dove intende di passar questa
notte, perché il lavoro a cui queste buone genti attendono tutto il giorno, non
permette di passar la sera fra i canti. — Ah, ah, t'intendo, rispose don
Chisciotte, e mi accorgo che le tue visite agli otri vogliono ricompensa di
sonno più che di musica. — Non è cosa che dispiaccia ad alcuno,
rispose Sancio; sia lodato il cielo. — Nol nego, replicò don Chisciotte,
e prendi pure il tuo comodo; ma agli uomini della mia professione, meglio
s'addice il vegliare che l'abbandonarsi al sonno; innanzi tutto però
sarà bene medicarmi un'altra volta questo orecchio; che mi duol
più che mai. Obbedì Sancio, e uno de' caprai vedendo la ferita,
gli disse di non darsene pensiero, giacché gli applicherebbe un rimedio che
facilmente lo guarirebbe. Prese infatti alcune foglie di ramerino, di cui vi
era grand'abbondanza in quei monti, le masticò, e mischiatovi un po' di
sale, gliene applicò all'orecchio, e lo fasciò con gran
diligenza, accertandolo che non abbisognerebbe di altre medicine, e disse la
verità.
CAPITOLO XII
DEL RACCONTO CHE FECE UN CAPRAIO A QUELLI CHE CONVERSAVANO CON
DON CHISCIOTTE.
Stando in questi ragionamenti, giunse un altro
garzone di quelli che soleano portar provvigioni dal villaggio; e disse ai
caprai: “Sapete, o compagni, quello che v'è di nuovo nel paese? — Come
vuoi tu che il sappiamo? rispose uno di loro. — Vi dirò dunque,
proseguì il garzone, che morì stamane quel famoso pastore studente
che si chiamava Grisostomo, e si bisbiglia sia morto per l'amore che portava a
quella indiavolata ragazza di Marcella, figlia di Guglielmo il ricco, colei che
va vestita da pastorella per queste balze. — Per Marcella, dicesti? soggiunse
uno di loro. — Sì, per cagione di lei, riprese il capraio; e il peggio
si è che col suo testamento ordinò di sotterrarlo come un Moro,
in campagna, appié del monte dov'è situata la fontana del Sughero,
perché ivi, a quanto si dice, Marcella fu da lui veduta la prima volta (ed
affermano che lo dicesse egli stesso); altro ancora ordinò che gli
abbati del luogo asseriscono non doversi eseguire, perocché odora di
gentilità. Ma Ambrogio, quel suo grande amico che gli fu compagno
studente e che al pari di lui si travestì da pastore, sostiene per lo
contrario doversi eseguire compitamente ogni cosa a tenore delle ordinazioni di
Grisostomo. Quindi tutta la popolazione è sossopra: ma per quello che se
ne dice si farà poi quanto è voluto da Ambrogio e da tutti gli
altri pastori suoi amici. Dimani lo vengono a seppellire con pompa nel luogo
già detto; che sarà, senza dubbio, uno spettacolo commovente. Io
per me non tralascerei d'andare a vederlo, quand'anche sapessi di non doverne
ritornare la sera. — Noi tutti faremo lo stesso, dissero i caprai, e caveremo a
sorte a cui tocchi di rimaner qui a custodire le capre. — Dici bene o Pietro,
soggiunse uno di loro; ma non sarà necessario di ricorrere alla sorte,
mentre io mi tratterrò qui guardiano per tutti; né lo attribuite a
virtù, o a mia poca curiosità, giacché non mi permetterebbe di
camminare quello spino che l'altro giorno mi si conficcò in questo
piede. — Comunque sia, non lasciamo di essertene grati,” soggiunse Pietro.
Don Chisciotte pregò Pietro che gli
dicesse chi fosse il giovane morto e chi la pastorella; e Pietro rispose che
altro non ne sapeva se non che il morto era figliuolo di un idalgo assai ricco
abitante di un borgo di quelle montagne, il quale dopo avere passati molti anni
studiando in Salamanca erasi ripatriato con riputazione di aver molto imparato
e letto moltissimo. Dicevano specialmente che possedesse la scienza delle
stelle, e di ciò che fanno colassù in cielo il sole e la luna,
perché ne prediceva puntualmente le crisi — Eclissi si chiama, e non crisi,
l'oscurarsi di questi due lumi maggiori, disse don Chisciotte. Ma Pietro,
che non la guardava così pel sottile, proseguì il suo racconto
dicendo che indovinava anche quale sarebbe stato l'anno fertile e quale lo stile
— Sterile, dovete dire, soggiunse ancora don Chisciotte. — Sterile o
stile, rispose Pietro, è tutt'uno. Aggiungo che tali predizioni
arricchirono assai suo padre e gli amici suoi che gli davano fede, perché
seguivano i suoi consigli quando diceva: Seminate ceci in quest'anno e non
orzo: quello che viene darà un'abbondante ricolta d'olio: non se ne
raccoglierà una goccia sola nei tre seguenti. — Questa scienza
chiamasi Astrologia, disse don Chisciotte. — Io non so come si chiami,
replicò Pietro, mi è noto bensì che egli sapea tutto
questo e assai più ancora. Finalmente non passarono molti mesi dopo il
suo ritorno da Salamanca ed ecco che un bel dì egli comparve vestito da
pastore, con verga e pelliccia invece degli abiti da studente che solea
portare; e insieme con lui si vestì da pastore un altro suo grande
amico, chiamato Ambrogio, già suo compagno di studi. Ma mi dimenticava
di farvi sapere che il defunto Grisostomo fu molto valente in comporre canzoni,
per modo che faceva laudi da cantarsi nella notte di Natale, e rappresentazioni
per la festività del Corpus Domini, eseguite poi da' ragazzi del
nostro paese; e si diceva che erano bellissime. Ricordami che quando gli
abitanti del villaggio videro così in un subito travestiti da pastori
que' due studenti, restarono meravigliati, non sapendo immaginare qual causa
indotti gli avesse a cangiamento sì strano. Era già morto intanto
il padre di Grisostomo, ed egli tra di mobile e di terreni, oltre non piccola
quantità di bestiame e una somma considerabile di contante, si
trovò erede di una buona sostanza. Di tutto ciò restò egli
assoluto padrone: e in verità che meritava ogni bene, per essere fedel
compagnone, caritatevole ed amico dei buoni: aveva inoltre una faccia come una
benedizione. Si riseppe di poi non per altro aver lui mutato abito, che per
seguitare a sua voglia in queste deserte campagne la pastorella Marcella, di
cui lo sventurato Grisostomo s'era invaghito.
“Ora poi trovo a proposito di farvi anche sapere
chi sia questa ribalda, di cui forse, anzi senza forse, non avrete sentito cosa
più trista in tutto il tempo della vostra vita, benché foste vissuti
più anni che non è vissuta la Sarna. — Dite Sara,
replicò don Chisciotte, non potendo soffrire le storpiature dei nomi
che il capraio veniva facendo. — La Sarna, rispose Pietro, è
più viva; ma se voi, signore, mi andrete interrompendo ad ogni passo,
non la finiremo in un anno. — Perdonate, amico, disse don Chisciotte, io v'ho
interrotto per la somma differenza che corre tra Sarna (rogna) e Sara,
ma voi avete ragione dicendo ch'è più viva la Sarna che
Sara: proseguite la vostra storia, che non interromperò
più il discorso. — Dico dunque, mio signore amatissimo, soggiunse il
capraio, che fu nella nostra terra un contadino ancora più ricco del
padre di Grisostomo, che si chiamava Guglielmo, al quale il cielo oltre le
molte ed ampie ricchezze, diede una figliuola, la cui madre, che fu una delle
più onorate donne che si ritrovassero in questi contorni, morì
nel metterla in luce. Mi pare di vederla tuttavia la donna con quella sua
faccia, che da una parte pareva il sole e dall'altra la luna; ed era sopratutto
buon'amica dei poverelli, donde io tengo per fermo che sia presentemente a
godere nel cielo un'eterna felicità. Il dolore della morte di sì
buona moglie condusse a morire anche il marito Guglielmo, lasciando Marcella
bambina e ricchissima, sotto la custodia di un suo zio sacerdote e beneficiato
della nostra terra. Crebbe la ragazza in tanta bellezza che ben ne facea
ricordare di quella di sua madre ch'era pur molta: anzi pronosticavano che la
figlia doveva superarla; e fu così veramente; perché giunta tra i
quattordici e i quindici anni, chiunque la vedeva ringraziava Dio di averla
creata sì bella, ed i più ne restavano presi e ne impazzavan
d'amore. Suo zio la tenea custodita e appartata dal mondo; e nondimeno la fama
della sua avvenenza si diffuse per modo, che tanto per questa, quanto per le
sue grandi ricchezze, molti non solo dei nostri paesi, ma anche di luoghi
lontani, e persone di grande stato, pregavano, sollecitavano e importunavano lo
zio che loro la desse per moglie. Egli però (che era un buon cristiano
davvero) tuttoché non avesse altro desiderio che di maritarla, come la vide
pervenuta all'età conveniente, non volle pigliare veruna deliberazione
senza averne prima il suo parere; lontano del tutto dal vagheggiar
l'amministrazione del ricco suo patrimonio, e sdegnando di trarne alcun
vantaggio coll'indugiare questo accasamento. Vi so dire, o signore, che questa
era la voce comune a giusto encomio di quel buon sacerdote: e sappiate che in
questi paesi piccoli si parla di tutto, e si fanno, occorrendo, dei giudizî
temerari; di maniera che dovete essere certo quanto lo sono io medesimo, che
quel religioso fosse di egregio carattere, poiché tutti credevano di dover dire
bene di lui e specialmente quelli della campagna. — Quest'è vero, disse
don Chisciotte, e tirate innanzi ché il racconto è interessante, e voi,
buon Pietro, lo fate di assai buona grazia. — Non mi manchi il vostro
compatimento, e quest'è quello che desidero.
“Sappiate dunque, che sebbene il buon zio facesse
alla nipote l'offerta dei molti che la chiedevano in sposa e le facesse
conoscere le buone qualità di ciascuno indistintamente, pregandola di
eleggere quello che più le piacesse, null'altro rispondea la giovane se
non che per allora non aveva intenzione di maritarsi; e che conoscendosi ancora
giovane assai, non si tenea ancor tanto da poter sostenere i gravi pesi del
matrimonio. Credendo a queste scuse, che in apparenza sembravano giuste,
lasciava lo zio d'importunarla, sperando che coll'avanzare in età ella
saprebbe poi scegliersi uno sposo di pieno suo gradimento. Diceva egli (a buon
diritto il dicea) che i giovani non devono essere costretti dai genitori ad
accasarsi contro lor grado. Ma intanto ecco all'improvviso, e quando meno altri
l'avrebbe pensato, la schizzinosa Marcella divenuta solitaria pastorella, e,
senza farne motto alcuno al tutore né a verun altro, per non esser
disapprovata, darsi a vivere nella campagna con altre giovinette di questo
paese, ed accignersi a guardare da sé stessa il suo bestiame. Quando ella si
fece vedere da tutti, ed apparve pubblicamente la sua bellezza, non vi saprei
dire quanti giovani cittadini e villani, preso il vestito di Grisostomo, le
andassero dietro, e le dicessero amorose parole per queste campagne. Uno di
costoro, come già vi ho detto, fu il nostro defunto, il quale, non che
amarla, potea dirsi che l'adorasse. Niuno supponga che l'avvenente Marcella,
per essersi data a quella vita libera e sciolta da ogni riguardo, si
allontanasse per un momento da quanto esigono il più savio contegno e la
più rigorosa onestà; ché anzi tale e tanta si è la
custodia in che tiene sé stessa, che fra i molti che la vagheggiano e la
importunano non fu mai chi siasi vantato, o chi possa ora vantarsi di avere
avuto da lei la menoma speranza di conseguire i suoi desiderî. Perocché sebbene
non fugga, né si sottragga alla compagnia e al conversare con i pastori, anzi
li tratti con affabilità e gentilezza, tostoché le scoprono le loro
benché giuste e oneste intenzioni di matrimonio, essa li allontana da sé un
tratto di balestra. Questa sua condotta reca al nostro paese danno maggiore che
se vi fosse entrata la pestilenza; perché la sua affabilità e bellezza
costringe i cuori che le si affezionano a portarle servitù ed amore; ma
i suoi rifiuti e il suo disinganno li conduce al partito della disperazione, né
sanno che dirle se non chiamarla ad alta voce ingrata e crudele, con
somiglianti altri nomi che fan testimonio della sua buona condotta. E se voi
per avventura rimaneste qui, o signore, un qualche giorno, udireste risuonare
queste valli dei lamenti di quelli che anche senza speranza le stanno
d'attorno. Non è molto di qui lontano il luogo dove trovansi forse due
dozzine di altissimi faggi, e non ve ne ha pur uno che non abbia inciso nella
corteccia il nome di Marcella, e tale ve n'ha altresì che nella cima
porta una corona intagliata nello stesso albero, volendo con ciò
significare che Marcella è degna di essere incoronata sopra tutte le
altre belle. Qua sospira un pastore, di là si lamenta un altro; da
questo lato risuonano canzoni amorose, dall'altro elegie disperate; passa
taluno la intiera notte appoggiato a qualche quercia o balza, dove poi senza
chiudere gli occhi piangenti, si trova assorto ne' suoi pensieri la seguente mattina
al levare del sole. Evvi tal altro che senza dar tregua o posa ai sospiri suoi
innalza al pietoso cielo i lamenti, giacendo steso sopra l'ardente arena nel
più cocente meriggio della state; e di questo e di quello, e di tutti
insomma, libera e sciolta trionfa Marcella. Noi, che la conosciamo, stiamo a
vedere a qual termine debba riuscire tanta sua alterezza e chi abbia ad essere
quell'avventurato a cui riesca domare sì terribile orgoglio, e trionfar
di una bellezza sì peregrina. Siccome non si può rivocare in
dubbio tutto quello che vi ho narrato, così credo anche pienamente vero
quanto riferì il nostro pastore intorno alla causa della morte del
nostro Grisostomo. Vi consiglio per tanto, o signore, che non tralasciate
d'intervenire domani a' suoi funerali che sarà uno spettacolo singolare,
avendo Grisostomo avuto molti amici; né più di mezzo miglio di qua
distante si è il luogo dove sarà sotterrato. —
V'interverrò per certo, disse don Chisciotte, e vi ringrazio del diletto
che mi procacciaste col racconto di avvenimento tanto curioso. — Eppure,
replicò il capraio, io vi confesso di non conoscere nemmanco la
metà dei casi occorsi agli amanti di Marcella: ma potrebb'essere che
domani c'incontrassimo in qualche pastore che per disteso ce li raccontasse; intanto
sarà bene che ve n'andiate a riposare al coperto, perché il dormire a
ciel sereno potrebbe inasprirvi la ferita, sebbene la medicina applicatavi sia
di tale efficacia da togliere ogni timore di verun sinistro accidente.”
Sancio
Pancia, che già malediceva in suo cuore la diceria del capraio,
eccitò a tutto suo potere il padrone perché si ritirasse nella capanna
di Pietro. Vi si recò don Chisciotte, ma spese la maggior parte della
notte nel pensare alla sua signora Dulcinea, imitando gli innamorati di Marcella.
Sancio si coricò meglio che poté fra Ronzinante ed il giumento, e
dormì non come un amante sventurato, ma come un uomo pesto da una furia
di battiture.
CAPITOLO XIII
IN CUI SI FINISCE IL RACCONTO DELLE VICENDE DI MARCELLA CON
ALTRI AVVENIMENTI.
Ma appena cominciò pei balconi d'oriente a
spuntare il giorno, che cinque tra i sei caprai levatisi, furono a svegliar don
Chisciotte, dicendogli che era tempo di andare a vedere il famoso funerale di
Grisostomo, e ch'eglino gli sarebbero compagni di viaggio. Don Chisciotte che
altro non bramava, levossi, ed ordinò subito a Sancio di sellar
Ronzinante, e mettere la bardella al giumento. Sancio obbedì
prontamente, e tutti si posero in via.
Non aveano camminato un quarto di
lega quando all'attraversar d'un viottolo videro venire alla lor volta sei
pastori vestiti con pelliccie nere, portando in testa una ghirlanda tessuta di
cipresso e di oleandro. Teneva ognuno di essi in mano un grosso bastone di
sorbo, e li seguitavano due gentiluomi a cavallo vestiti sfarzosamente da viaggio,
con tre servitori a piedi. Quando furono insieme, reciprocamente si fecero
cortesi saluti; domandaronsi a vicenda qual parte fossero diretti, e poiché
tutti si avviavano al luogo del funerale, procedettero in numerosa compagnia.
Uno di quelli che era a cavallo, parlando col suo compagno, disse: — Parmi,
signor Vivaldo, che sarà bene impiegato il tempo che occuperemo in
assistere a questo famoso mortorio; che tale sarà certamente
considerando quello che ci hanno detto cotesti uomini delle tanto straordinarie
cose toccanti sì il pastore defunto come la pastorella omicida. — Sono
io pure dello stesso avviso, rispose Vivaldo, e vi assicuro che a tale oggetto
consacrerei, occorrendo, ben quattro giorni non che uno solo. Domandò
loro don Chisciotte che cosa aveano inteso dire di Marcella e di Grisostomo; e
quel medesimo viaggiatore rispose che incontratisi quella mattina in alcuni
pastori, e chiestili della cagione di quel funereo abbigliamento, uno di essi
avea raccontata la stravaganza e la bellezza di una pastorella, nominata
Marcella, e gli amori di molti che la vagheggiavano, con la morte di quel
Grisostomo che recavansi a veder sotterrare. Infine, egli replicò il
racconto fatto poco prima da Pietro a don Chisciotte.
Da questo passarono ad altro discorso, chiedendo
colui che si chiamava Vivaldo a don Chisciotte, perché andasse armato a quella
foggia in sì pacifica terra. A cui don Chisciotte rispose: “La
professione a cui mi son dato non mi consente né mi permette di vestire
altrimenti. Il passo agiato, i piaceri, il riposo son fatti soltanto pei
delicati cortigiani; ma il travaglio, la inquietudine e l'arme s'inventarono e
sono proprie di quelli che vengono chiamati dal mondo cavalieri erranti, dei
quali io, benché indegno, sono il minore di tutti.” — Non lo ebbero appena
sentito parlare in questo modo che lo tennero per uomo scemo; e per
accertarsene maggiormente e conoscere il genere della sua pazzia, tornò
a domandargli Vivaldo che cosa fosse un cavaliere errante.
“Non hanno le signorie loro, rispose
don Chisciotte, letto mai gli annali e le storie di Inghilterra, che narrano le
celebri imprese del re Arturo, comunemente nel nostro volgare castigliano
chiamato il re Artus? il quale è tradizione universale in
tutta la Gran Brettagna che non morì, ma che per arte magica fu
convertito in corvo, e che risalendo col volger dei tempi sul trono
riprenderà il suo scettro? E in prova di questo non si è mai dato
il caso che nessun Inglese dopo di allora uccidesse un corvo. Al tempo dunque
di questo buon re fu istituito quel famoso ordine di cavalleria, chiamato della
Tavola rotonda, e vi accaddero, cosa vera, gli amori che si raccontano
di don Lancillotto del Lago con la regina Ginevra, dei quali fu consapevole e
mezzana quell'ornatissima matrona, chiamata donna Chintagnona. Nacque su tal
fondamento quella canzone sì celebre, e cantata sì di frequente
nella nostra Spagna:
Non fu al mondo cavaliere
Dalle dame tanto amato
Quanto il prode Lancillotto
Di Bretagna ritornato:
con quel sì dolce e soave progresso de' suoi amori e delle sue
formidabili imprese. Da allora in qua si andò poi sempre più
dilatando quell'ordine di cavalleria per diverse parti del mondo, e in esso si
resero celebri e conosciuti per le loro gesta il valoroso Amadigi di Gaula con
tutti i figli e nipoti suoi fino alla quinta generazione, ed il prode
Felismarte d'Ircania, il non mai celebrato abbastanza Tirante il Bianco, e
colui che quasi fino ai nostri giorni abbiamo veduto, trattato ed udito,
l'invincibile e valente cavaliere don Belianigi di Grecia. Questo, o signori,
è l'essere vero cavaliere errante, questo è l'ordine di
cavalleria da me poc'anzi accennato, nella quale, come prima d'ora v'ho detto,
io, benché peccatore, ho fatto la professione, e mi esercito allo stesso modo
dei cavalieri soprannarrati. Io dunque me ne vado errando per queste solitudini
e deserti in traccia di avventure, con deliberato animo di offrire il mio
braccio e la mia persona ai cimenti più perigliosi che mi presenti la
sorte per soccorrere i deboli, ed ognuno cui fia necessario il mio ministerio.”
Uditi tali ragionamenti, finirono di
assicurarsi quei passeggeri che don Chisciotte era uscito dal senno, e
conobbero il genere di follia che lo dominava, di che restarono meravigliati
come accadeva a tutti coloro che per la prima volta se ne accorgevano. Vivaldo,
come uomo di molto buon senso e faceto, per rallegrare il cammino che ancor
rimaneva al sito del mortorio, diede eccitamento ai pazzi discorsi di don
Chisciotte, dicendogli: “Sembrami, signor cavaliere errante, che vossignoria
siasi dedicata ad una delle più rigorose professioni di tutto il mondo,
e sono di avviso che non sia altrettanto stretta quella dei Certosini. — Ben
potrebbe essere altrettanto stretta, rispose il nostro don Chisciotte; ma sono
a due dita dal porre in dubbio s'ella sia altrettanto necessaria al mondo;
perché, se debbo dire il vero, il soldato che eseguisce gli ordini del suo
capitano non fa meno del capitano stesso il quale comanda: e voglio inferire
che i religiosi con tutta pace e tranquillità implorano il cielo
propizio alla terra: ma noi soldati e cavalieri, noi mettiamo in esecuzione
ciò che essi domandan pregando, poiché difendiam la terra col valore
delle nostre braccia e col filo delle nostre spade; né già in luogo
chiuso, ma a cielo scoperto, esponendoci agli ardori più cocenti ed
insoffribili della state, non meno che ai più rigidi geli del verno.
Così possiamo chiamarci ministri di Dio qui in terra; e siamo le braccia
per le quali si eseguisce la sua giustizia; e siccome le cose della guerra e quanto
ha relazione con esse non possono effettuarsi se non con sudori, affanni ed
eccessivi travagli, perciò ne segue che chi la professa si affatica
senza confronto più di coloro che tranquilli e riposati pregano Dio di
soccorrere chi è da poco e meschino. Non voglio dire, né mi passa pur
pel pensiero, che sia meritoria egualmente la condizione del cavaliere errante,
come quella del religioso claustrale; ma intendo concludere, per quel molto che
soffro, che sia molto più travagliosa, affamata, assetata, piena di
miserie, stracciata e pidocchiosa; mentre non v'ha dubbio, che i cavalieri
erranti, i quali già furono, non abbiano passato in mezzo ai guai il
corso della loro vita. E se alcuni giunsero a divenire imperadori mercé il
valore del loro braccio, affé che lo guadagnarono a prezzo di sangue e di
sudore, e se a quelli che salirono a sì alto grado fossero mancati
incantatori e savii per prestar loro ogni aiuto, vi so ben dire che sarebbero
rimasti defraudati nei loro desiderî ed ingannati a partito nelle loro
speranze. — Sono della vostra opinione ancor'io, replicò il passaggero,
ma una cosa che fra molte altre mi sembra mal fatta de' cavalieri erranti, si
è che quando stanno per mettersi in qualche evidente pericolo della
vita, sul punto più importante non si sovvengono mai di raccomandarsi a
Dio, come dovrebbe pur fare ogni buon cristiano in simiglianti pericoli; ed
invocano in cambio le loro signore con tanto fervore e con sì gran
devozione come se fossero altrettante deità: cosa che a mio parere
pizzica di gentilesimo. — Non può essere altrimenti, rispose don
Chisciotte: e quel che diversamente operasse, sarebbe in mala ventura; mentre
è pratica e costumanza dell'errante cavalleria che il cavaliere nel
cimentarsi a qualche gran fatto d'arme debba tenersi presente la sua signora, a
lei dolcemente e con amorosa intenzione rivolgere gli occhi, e a lei chiedere
soccorso e favore nel dubbioso evento che va ad incontrare; e quand'anche non
v'abbia chi lo ascolti, è almeno obbligato a proferire alcune parole fra
i denti con le quali di tutto cuore se le raccomandi, di che abbiamo nelle
storie innumerevoli esempi. Né perciò s'ha da intendere che debbano
tralasciare di raccomandarsi a Dio, che resta loro tempo ed agio di farlo nel
corso della ventura. — Ad onta di tutto questo, replicò il passaggero,
mi resta uno scrupolo, ed è che sovente ho letto come vengano a parole
fra loro due erranti cavalieri, e che d'una in un'altra si accendono, sbuffano,
voltano i cavalli, pigliano il campo, e prima di venire a scontrarsi, alla
metà della corsa si raccomandano alle loro signore; ciò che poi
suole accadere in simili incontri si è che uno cade rovescione dal suo
cavallo, passato fuor fuora dalla lancia nemica, e l'altro, se non s'attiene
alla chioma, stramazza egli pure sul fatto. Ora, domando io, come poté quello
ch'è morto trovar tempo da raccomandarsi a Dio in uno scontro tanto
precipitoso? Sarebbe stato assai meglio che le parole indirizzate nella sua
carriera alla signora, le avesse rivolte a chi è tenuto di volgerle ogni
buon cristiano; tanto più ch'io mi penso che non tutti i cavalieri
erranti abbiano signore alle quali raccomandarsi; perché non tutti saranno
innamorati. — Ciò non può essere, rispose don Chisciotte, e
ripeto che non può essere che siavi errante cavaliere senza la dama,
mentre è sì proprio e naturale a loro di essere innamorati come
al cielo di brillare di stelle: ed io sono sicurissimo che non vi ha notizia di
alcun cavaliere errante senza amori: nel qual caso non sarebbe egli tenuto per
legittimo cavaliere, ma per bastardo; e si direbbe che entrò nella
fortezza della cavalleria, non per la porta, ma per le muraglie a guisa di
ladro e d'assassino. — Eppure a fronte di tutto ciò, soggiunse il
passaggero, sembrami, se male non mi ricordo, di aver letto che don Galaorre,
fratello del valoroso don Amadigi di Gaula, non trovò donna a cui
dichiarar sua signora ed a cui raccomandarsi, e non pertanto fu tenuto in gran
conto, e meritò il grado e l'onore di celebre e valoroso cavaliere.
Rispose don Chisciotte: “Signor mio, un fiore non fa primavera; e poi io so che
segretamente era innamoratissimo, e per sopra più avea una naturale
inclinazione ad amare tutte le donne che gli andavano a grado; ma in sostanza
è poi provatissimo ch'egli ne ebbe una sola dominatrice della sua
volontà, cui raccomandavasi bene spesso, e in gran segretezza, perché si
pregiò di essere cavaliere segreto. — Se dunque è cosa
essenziale, soggiunse l'altro, che ogni cavaliere errante sia innamorato,
dobbiamo perciò concludere che lo sia pure la signoria vostra, come uno
della professione; e s'ella non ambisce di essere tanto segreto quanto don
Galaorre, la prego con ogni istanza, anche a nome di quanti sono in questa
compagnia, che ci palesi il nome, la patria, la qualità e la bellezza
della sua signora; la quale, senza dubbio, avrà caro che il mondo intero
sappia ch'è amata e servita da un cavaliere di sì alta portata,
come vostra signoria mostra di essere.” A questo punto don Chisciotte
mandò un profondo sospiro e disse: “Io non posso affermare se alla mia
dolce nemica piaccia o no che si sappia dal mondo ch'ella è da me
servita; so dir solamente, rispondendo a quello di cui tanto caldamente son
richiesto, che il suo nome è Dulcinea, la sua patria è il Toboso,
villaggio della Mancia, e la sua condizione debb'esser per lo meno quella d'una
principessa, essendo signora e regina mia; sovrumana poi è la sua
bellezza, giacché sono veri e reali in lei tutti gl'impossibili e chimerici
attributi della perfezione che i poeti attribuiscono alle loro amanti; e sono
oro i capelli, è un eliso la fronte, archibaleni le ciglia, due soli gli
occhi, rose le guancie, coralli i labbri, perle i denti, alabastro il collo,
avorio le mani, neve la bianchezza...” — Il lignaggio, la prosapia, e l'origine
desideriamo saperne, disse Vivaldo.” Al che don Chisciotte rispose: “Non
è costei degli antichi Curzi, Cai, o Scipioni romani; né dei moderni
Colonna e Orsini; né dei Moncada e Recheseni di Catalogna; né dei Rebelle e
Viglianuova di Valenza, dei Palafox, Nuzze, Roccaberti, Coreglie, Lune, Magona,
Urèe, Eoz e Guerree di Aragona; dei Zerde Maurichi, Mendoza e Guzmani di
Castiglia, degli Alencastri, Paglie e Menossi di Portogallo; ma discende da
quelli del Toboso della Mancia, lignaggio moderno bensì, ma pur tale da
dar principio alle più illustri famiglie de' secoli avvenire. Né vi sia
chi osi contraddirmi se non a patto di quello che Zerbino appié del trofeo
delle armi d'Orlando scrisse in quei termini:
Nessun le muova,
Che star non possa con Orlando a prova.
— Sebbene il mio casato sia de' Caccioppini di
Laredo, disse allora il passeggiero, non oserei di porlo a petto di quello del
Toboso della Mancia, ad onta che mi sia ignoto interamente. — Come ignoto?
replicò don Chisciotte.
Stavansene gli altri tutti ascoltando con somma
attenzione questi discorsi in forza dei quali fino gli stessi caprai e pastori
conobbero che il nostro don Chisciotte era pazzo dichiarato, il solo Sancio
Pancia tenea per vero quanto dicevasi dal suo padrone, sapendo chi egli era, ed
avendolo conosciuto fin dal suo nascere. Metteva tutt'al più qualche
dubbio nel credere tante rare cose intorno alla bella Dulcinea del Toboso,
mentre da che era al mondo, non aveva mai udito nominare una tal principessa,
benché fosse vissuto sempre vicinissimo al Toboso.
Viaggiavano pertanto trattenendosi in questi
colloqui allorché videro discendere dalla sommità di due alte montagne
circa venti pastori, tutti vestiti con pellicce di lana nera, e coronati di
ghirlande, che poi si conobbe essere di tiglio e di cipresso Sei di costoro
portavano una bara coperta con fiori e con rami di varie sorta; ed uno de'
caprai ciò vedendo si fece a dire: “Quelli che vengono da quella parte
trasportano il corpo di Grisostomo, ed il sito dov'egli comandò di essere
seppellito è alle falde di quella montagna.” Allora affrettaronsi tutti
a raggiungerli, e arrivarono appunto quando quelli che venivano avevano deposta
la bara e già quattro pastori con acuti picconi di ferro stavano
scavando la sepoltura ai piedi dell'alpestre balza. Fecero gli uni agli altri
cortese accoglimento, e mettendosi don Chisciotte coi suoi compagni ad
esaminare la bara, vide in essa giacere coperto un corpo morto inghirlandato di
fiori, in abito da pastore, dell'età, a quanto pareva, di trent'anni, e
tuttoché morto, mostrava di avere avuto un bell'aspetto ed una gagliarda
complessione. D'intorno a lui sulla bara stavano alquanti libri e molte carte
aperte e suggellate.
Quelli che si trovavano presenti, come gli altri
che stavano scavando la sepoltura, senza distrarsi dalle loro incombenze
serbavano un maraviglioso silenzio, finché uno di quelli che aveva portato il
defunto disse ad un altro: “Esamina bene, o Ambrogio, se questo è il
sito indicato da Grisostomo, giacché bramo che si adempia con ogni esattezza quanto
egli comandò col suo testamento.
— È appunto questo, rispose Ambrogio,
avendomi qui lo sventurato amico raccontata parecchie volte la storia delle sue
disgrazie. Qui, mi diceva, fu dove per la prima volta giunsi a
vedere quella nemica del genere umano; qui le dichiarai per la prima volta la
mia intenzione tanto onesta quanto il mio amore; e fu in questo luogo dove
l'ultima volta Marcella disingannandolo, finì di metterlo alla
disperazione, ond'è ch'egli pose fine alla dolorosa tragedia della
infelice sua vita. Qui dunque in memoria di tante sventure amò egli di
esser sotterrato nel seno dell'eterno oblìo. Volgendosi poscia a don
Chisciotte ed ai passeggieri, proseguì dicendo: “Questa spoglia che
state pietosamente mirando fu già albergo di un'anima in cui il cielo
aveva posta gran parte di sue ricchezze; questo è il corpo di
Grisostomo, che unico fu nell'ingegno, solo nella cortesia, inarrivabile nella
gentilezza, fenice nell'amicizia, splendido senza misura, grave senza albagia,
di allegro umore senza bassezza, e finalmente primo in tutto ciò che vi
può essere di buono, e senza pari in tutto ciò che può
darsi di sventurato. Amò e fu abborrito, adorando fu discacciato, porse
voti a una fiera, percosse un marmo, corse dietro ad un'ombra, parlò a
chi non voleva udirlo, si fece servo all'ingratitudine; e fu suo premio
diventar preda della morte in mezzo al cammino della vita, rapitagli da una
femmina ch'egli tentava di rendere così immortale nella memoria de'
pastori, come ne farebbero prova queste carte che qui vedete, s'egli non
m'avesse ingiunto di darle alle fiamme tostoché avrò posta sotterra la
sua mortale spoglia.
— Voi sareste ben più crudele, disse
Vivaldo, dello stesso loro signore se le abbruciaste, non essendo ragionevole
l'eseguire i voleri di chi nei comandi suoi non serba ragionevolezza. Sarebbe
stato da rimproverarsi Cesare Augusto se avesse consentito che fosse eseguita
la volontà spiegata dal divin Mantovano nel suo testamento;
perciò, o Ambrogio, giacché dovete pur dare il corpo dell'amico vostro
alla terra, non vogliate abbandonare alla obblivione i suoi scritti: che s'egli
ordinò come offeso, staria male. che voi obbediste come indiscreto. Nel
preservare questi fogli voi renderete eterna la crudeltà di Marcella, e
servirà di esempio ai posteri affinché evitino di cadere in simili
disavventure. Io, e quanti qui siamo, già conosciamo la storia di questo
amante, e vostro disperato amico; ci son noti i legami che a lui vi stringono,
e palese ci è pure la causa della sua morte e la volontà da lui
dichiarata nel terminare della vita. Dalla sua compassionevole storia si
potrà conoscere a qual grado fosse giunta la crudeltà di
Marcella, l'amore di Grisostomo, la grandezza della leale vostra amicizia, e
qual fine possano attendersi quelli che si abbandonano ciecamente ai terribili
funesti effetti di un amore non corrisposto. Pervenne ieri notte a nostra
notizia la morte di Grisostomo, e che qui dovevasi sotterrarlo, e ciò
mosse la nostra curiosità, e la compassione ci ha fatto torcere dal
proposto sentiero per condurci a vedere co' nostri proprî occhi quanto, pur
raccontato, ci era stato cagione di tanto cordoglio. In guiderdone pertanto di
questa nostra afflizione, e del desiderio che avemmo di porgere rimedio a
questa sciagura; vi preghiamo, o prudente Ambrogio, od almeno io ve ne supplico
per parte mia che non si mandino alle fiamme queste carte, e se non altro,
lasciate che una sola io ne conservi.” E senza attendere la risposta;
allungò la mano, e prese alcuni di que' fogli che gli erano più
da vicino.
Vedendo ciò Ambrogio, gli disse;
“Consentirò per sola urbanità di lasciarvi, o signore, que' fogli
che avete presi; ma ch'io tralasci di dare al fuoco gli altri che restano, me
ne consigliate inutilmente.” Vivaldo che bramava di vedere il loro contenuto,
ne aperse uno sul fatto, e ne lesse il titolo: Lamento di un disperato.
Lo udì Ambrogio e disse: Quest'è l'ultimo scritto di
quell'infelice; e perché sia conosciuto, signore, a qual segno erano giunte le
sue disgrazie leggetelo ad alta voce, che ne avrete il tempo, mentre che noi
attendiamo a scavare la sepoltura.
— Così farò ben volentieri, disse
Vivaldo; e siccome gli astanti tutti avevano un ugual desiderio, se gli fecero
attorno, ed egli a chiara voce lesse lo scritto che diceva così:
CAPITOLO XIV
DOVE SI RECITA LA DISPERATA CANZONE DELL' INFELICE PASTORE,
CON ALTRI INASPETTATI AVVENIMENTI.
CANZONE DI GRISOSTOMO.
“Poiché brami, o crudele, che si pubblichi di
bocca in bocca e d'uno in altro paese l'eccesso del tuo acerbo rigore,
“Farò che lo stesso inferno comunichi al
triste mio petto un suon di dolore che muti l'accento ordinario della mia voce.
“E pari al desiderio che ho di far manifesto il
mio dolore e l'opere tue sarà l'accento della spaventevole mia voce,
alla quale per maggior tormento seguiteranno anche i brani delle mie viscere.
“Ascolta pertanto e presta attento orecchio al
suono, non già armonioso, ma aspro, che dal fondo del triste petto,
mosso da cupo disinganno si esala per mio giusto sollievo e per tua confusione.
“Così il ruggir del leone, lo spaventoso
ulular del lupo, il fischio terribile del serpente, l'orrendo grido di qualche
mostro, l'auguroso gracchiar della cornacchia, il fracasso del vento che agita
il mare, l'implacabile muggito del toro già vinto, il gemito lamentevole
della vedova tortorella, il sinistro canto del gufo, e i tristi suoni di tutta
la negra falange infernale,
“Escano fuori con la dolente mia anima commisti
fra loro in tal suono, che tutti i sentimenti ne rimangano confusi; poiché a
fare manifesto l'affanno che strazia, è bisogno di insoliti modi.
“A questi suoni così misti e confusi non
faranno eco né le dorate sabbie del Tago, né gli uliveti del famoso Beti;
bensì sulla cima delle alte roccie e dei profondi burroni si stenderanno
i miei lamenti con morta lingua ma con vive parole;
“Ovvero in oscure valli o per aride piaggie prive
d'ogni umana conversazione, e dove il sole non mostrò mai la sua luce, o
fra la velenosa moltitudine di fiere che vivono nelle sterminate pianure.
“E mentre pei selvaggi deserti l'eco
ripeterà i miei affanni e il tuo rigore, che non ha pari nel mondo, per
qualche mercede alla breve mia vita s'andran diffondendo su tutta quanta la
terra.
“Il dispregio uccide; il sospetto o vero falso
abbatte la pazienza; la gelosia uccide con più forte rigore; una lunga
assenza è grande pena; e contra il timore dell'oblìo non è
scudo nessuna speranza di migliore destino.
“In tutto questo è certa inevitabile
morte; ma io (inudito prodigio!), io vivo geloso, spregiato, assente e certo di
quei sospetti che mi uccidono, e nell'obblìo dove si ravviva il mio
fuoco.
“E in mezzo a sì gran numero di tormenti
non giunge il mio sguardo a vedere pur l'ombra della speranza; né io disperato
me ne do alcun pensiero; anzi per vivere sempre nel mio dolore, giuro di
tenermi sempre lontano da lei.
“Potrebbe mai l'uomo nel tempo stesso sperare e
temere? o sarìa dunque buon consiglio sperare mentre le cagioni di
temere sono più che mai certe?
“Quando la dura gelosia mi sta dinanzi, potrei io
forse chiudere gli occhi, mentre io la veggo a traverso di mille ferite aperte
nell'anima mia?
“Chi non aprirebbe le porte alla disperazione
quando vede scopertamente l'indifferenza altrui, e i sospetti (oh amaro
convincimento!) convertiti in veri fatti, e la limpida verità cambiata
in menzogna?
“O gelosia, fiera tiranna del regno d'amore,
armami di ferro le mani, dammi, o dispregio, una corda. Ma ohimé! che con
crudele vittoria la vostra rimembranza soverchia il mio patimento.
“Or finalmente io muoio, e per non avere alcuna
speranza di felicità né in vita né in morte voglio persistere nei miei
pensieri.
“Dirò che non s'inganna chiunque bene ama,
e che quell'anima è libera sopra le altre, la quale è più
schiava di amore.
“Dirò che la mia costante nemica ha l'anima
bella al pari del corpo; che la sua indifferenza nasce da propria mia colpa, e
che per mezzo dei mali a cui si sottopone, amore mantiene in pace il suo regno.
“Ed in questa opinione accelerando con un duro
laccio il miserando passo a cui mi ha condotto la sua indifferenza,
commetterò al vento il mio corpo e la mia anima senza alloro o palma di
gloria avvenire.
“E tu che con tanta crudeltà fai evidente
la cagione che mi sforza a gittar di tal modo l'aborrito mio vivere;
“Poiché questa profonda piaga del mio cuore
apertamente ti mostra com'io m'offerisco lieto al tuo rigore:
“Se mai per caso tu mi giudichi degno che il
chiaro cielo dei tuoi begli occhi nella mia morte si turbi, nol lasciare che
ciò accada, io te ne prego; né cerco che tu mi dia verun compenso per
queste spoglie dell'anima mia.
“Anzi nel funesto momento il tuo riso faccia
conoscere che tu della mia morte ti allegri. Se non che è troppa
semplicità il porgere a te questo consiglio, mentre so che tu ti fai
gloria di accelerare il fine della mia vita.
“Sorga dunque, che già n'è tempo,
dal profondo abisso Tantalo colla sua sete, sorga Sisifo coll'immane peso del
suo macigno, Tizio conduca il suo avoltoio, né Issione qui manchi colla sua
ruota, né le cinquanta sorelle intente alla perpetua loro fatica;
“E tutti insieme riversino il loro mortale
supplizio nel mio petto, e con bassa voce (se tanto s'aspetta a chi muor
disperato) cantino triste esequie e dolorose a questo mio corpo a cui
sarà negato anche il mortorio.
“E il triforme custode dell'inferno con mille
altre chimere e mille mostri facciano un doloroso accompagnamento; perocché non
mi pare che veruna altra pompa convenga meglio di questa a chi muor per amore.
“E tu, disperata canzone, non prorompere in
pianto abbandonando la mia lugubre compagnia; anzi, poiché la cagione d'onde
nascesti colla mia sventura aumenta la sua felicità, fa di non esser
triste nemmeno nella sepoltura.”
Piacque sommamente a tutti la canzone di
Grisostomo, benché quello da cui fu letta dicesse che non gli sembrava concorde
con quanto gli avevano raccontato della modestia e bontà di Marcella,
mentre Grisostomo nella sua canzone si querelava di gelosie, di sospetti e di
assenza, ciò che tornava a pregiudizio del buon nome della giovane.
Ambrogio, come colui che era stato a parte dei più reconditi pensieri
del suo amico, rispose: “A cancellar questo dubbio sappiate che quando fu
scritta la canzone da questo infelice, trovavasi egli lontano da Marcella, la
quale a bella posta erasi allontanata da lui per vedere se l'assenza potesse
guarirlo. E siccome tutto reca afflizione ad un amante lontano, perciò
si tormentava Grisostomo con sognate gelosie, e teneva gl'immaginarii sospetti
come verità indubitate; egli è d'altra parte verissimo quanto si
dice comunemente della bontà di Marcella; che dalli essere un po'
crudele ed arrogante in fuori, di niun'altra colpa potrebbe tacciarla la stessa
invidia. — Così è,” rispose Vivaldo; e mentre stavasi egli per
leggere un altro de' fogli sottratto alle fiamme, ne venne distolto da una
meravigliosa visione (che tale gli parve) e fu questa: che dalla sommità
di quella montagna, appié della quale si stava scavando la sepoltura, compârve
la giovine Marcella adorna di sì grande bellezza da avanzarne di gran
lunga la fama. Quelli che fin allora non la avevano veduta, la stavano
osservando con ammirazione e silenzio, e gli altri che erano accostumati ad
averla sott'occhio, restaron eglino pure sì meravigliati come se la
vedessero allora per la prima volta. Ambrogio tosto che la riconobbe, con segni
di animo irritato le disse: “Vieni forse a vedere, o fiero basilisco di queste
montagne, se al tuo apparire versino sangue le ferite di questo miserabile a
cui la tua crudeltà tolse la vita? o ti rechi tu qui ad insuperbirti per
la riuscita delle tue detestabili imprese? oppur a bearti, nuovo spietato
Nerone, da quell'altura nell'incendio della divampante sua Roma, ed a calpestar
temeraria questo sfortunato cadavere, come la ingrata figlia quello di
Tarquinio suo padre? Dichiara, orsù, senza ritardo qual fine qui ti
conduce, o quello che di più tu ti compiaci; che sapend'io come
Grisostomo non tralasciò mai di obbedirti ciecamente vivendo,
farò che anche in morte ti obbediscano quelli che si vantarono d'essergli
amici. — Qua non mi conduce, o Ambrogio, veruno dei fini da te immaginati,
rispose Marcella, ma la sola mia determinata volontà di far conoscere a
ognuno quanto a torto io sia incolpata della disperazione e della morte di
Grisostomo. Prego dunque quanti qui stanno di prestarmi attenzione, che non mi
sarà d'uopo d'impiegare gran tempo, né di spendere molte parole, a far
sì che chiunque ha buon senso si persuada della verità che
esporrò.
“M'impartì il cielo, a detto vostro,
bellezza tanto singolare che vi trovate costretti, anche a vostro malgrado, di
dovermi amare; e sostenete ch'io perciò sono in dovere di ricambiarvi
con altrettanto affetto. Il naturale mio intendimento mi persuade che amabile
è tutto il bello, ma non trovo però che ne venga di conseguenza
che l'oggetto amato debba amare chi l'ama; e tanto più che potrebbe
accadere che l'amatore del bello fosse brutto, ond'è che toccando al
brutto d'essere abborrito cade male in acconcio il dire: Ti amo
perché sei bella, e tu devi amar me benché brutto. Ma posto anche il caso
che dall'una all'altra parte v'abbia uguale bellezza, non è per questo
ch'eguale debba essere in ambedue la inclinazione, perché tutte le bellezze non
innamorano, e talune piacciano a vederle, ma non legano la volontà. Che
se le bellezze tutte innamorassero e incatenassero, si troverebbero confuse e
fuor di sentiero le volontà, non sapendo a quale specialmente
applicarsi. Perché essendo innumerabili gli oggetti adorni di bellezza,
infiniti sarebbero eziandio i desiderî; ed, a quanto ho inteso dire, il vero amore
si concentra in un solo oggetto, e nasce da libera volontà, non da
violenza. Ciò essendo (come io pure credo che sia), perché volete ch'io
pieghi a forza la volontà mia per questo solo che voi dite d'amarmi?
Rispondetemi. Se in luogo di crearmi bella m'avesse il cielo fatta nascere
brutta, sarebb'egli stato giusto che io mi fossi doluta di voi che certamente
non mi avreste amata? Oh quanto vi starebbe bene il considerare che io non mi
sono fatta bella da per me stessa, e che qualunque siasi la bellezza mia,
è il cielo che me l'ha data in dono, senza che io l'abbia o chiesta o
voluta! E siccome non può accusarsi la vipera del veleno che porta seco,
benché con quello uccida, perché lo ha dalla natura, così nemmen io
merito di esser censurata per esser bella, mentre la bellezza è
nell'onesta femmina come fuoco lontano, o come spada remota, che né quello
abbrucia, né questa ferisce chi non s'accosta. L'onore e la virtù sono
gli ornamenti dell'anima, senza de' quali il corpo, benché sia avvenente non
deve però sembrar tale; e se l'onestà è una delle
virtù che più adornano e abbelliscono l'anima e la persona,
perché mai dovrà spogliarsene una giovane amata a cagione della sua
bellezza, per secondare la inclinazione di colui che procura di farle perdere
sì pregievole qualità? Io nacqui libera, e per vivere tale ho
scelto la solitudine della campagna; gli alberi di questi boschi sono i
compagni miei; mio specchio le chiare acque di questi rivi, e mi contento di
comunicare agli alberi ed alle acque i miei pensieri: fate conto ch'io sia
fuoco lontano, e spada rimota. Ho disingannati colle mie parole quelli che
innamorai con la vista: e se è vero che i desiderî alimentansi di
speranze, non avendone io data mai nessuna né a Grisostomo, né a verun altro,
ben si può dire che non fu la crudeltà mia quella che gli ha
perduti ma la loro ostinazione. Se poi qualcuno volesse imputarmi che oneste
erano le inclinazioni di lui, e che perciò io fossi obbligata di
corrispondergli, dichiaro che quando in questo sito medesimo, dove ora state
scavando il suo sepolcro, mi scoprì la rettitudine delle sue intenzioni,
io gli risposi che ero deliberata di vivere in una perpetua solitudine, e che
la sola terra cogliesse il frutto delle conversazioni e le spoglie della mia
bellezza. Che se, adonta di sì chiaro disinganno, gli piacque ostinarsi
contro la speranza, navigar contro il vento, qual meraviglia ch'egli sia
naufragato nel golfo della sua imprudenza? Se io lo avessi tenuto a parole
sarei stata falsa: se avessi accondisceso a' suoi voleri avrei mancato al
migliore mio divisamento. Egli disingannato ostinossi, e senza essere odiato si
diede alla disperazione. Vedete per tanto se sarebbe ragionevole l'incolparmi
di quanto egli sofferse. Si dolga chi fu ingannato; si disperi colui che si trovò
deluso nelle promesse speranze; mi accusi chi può dire di essere stato
sedotto da me; ma nessuno mi dica crudele né micidiale di un uomo cui nulla ho
promesso, che da me non fu mai ingannato, né ebbe mai accoglimenti e carezze.
Non volle finora Iddio rendermi amante per destino, ed io sarò sempre
scusata se amar non voglio per elezione. Serva questa lezione di disinganno a
tutti coloro che mi vanno sollecitando ad amarli, e sappiano che se alcuno per
me avesse a morire, non morrà per colpa di gelosia o di disprezzo;
mentre chi non ama veruno non può dar gelosia a veruno, e non debbono i
disinganni tenersi in conto di sdegni o disprezzi. Chi trova in me una fiera,
un basilisco, un essere pregiudizievole e tristo; chi mi chiama ingrata, non mi
serva, non mi segua chi mi tien per crudele; perché questa crudele, questa
sconoscente, questa ingrata, questo basilisco non li chiamerà, non
cercherà mai di loro, né amerà mai d'averli vicino. Che se
Grisostomo cadde vittima della sua intolleranza e del suo sconsigliato amore,
perché ho io ad essere incolpata di un procedere che non declinò punto
né poco dalla onestà e dal riguardo? Se io conservo fra queste romite
piante la mia purità, qual ragione ha mai di dolersi chi vorrebbe che io
la perdessi conversando cogli uomini? Io, come sapete, ho ricchezze mie
proprie, né bramo quelle degli altri: libera è la mia condizione, e non
voglio rendermi soggetta a chicchesia: non amo, né odio alcuno; non inganno
questo, né istigo quello; non burlo uno, né mi do buon tempo con l'altro;
l'onesta conversazione con le abitatrici di queste selve, e la custodia delle
mie capre formano il soggetto dei miei passatempi; tra questi dirupi si
confinano i miei desiderî e se da essi si allontanano, non fanno che per
contemplare la bellezza del cielo: cose tutte che guidano l'anima alla
felicità cui unicamente anela.”
Nel profferire queste ultime parole
senz'attendere o udire risposta alcuna, volse a tutti le spalle, e si
cacciò nel più folto d'una selva alla cima di un monte, lasciando
stupiti tutti, tanto dalla saviezza del ragionamento quanto dalla bellezza che
l'adornava. Alcuni feriti dagli strali de' suoi begli occhi mostravano di
volerla seguitare rifiutando di mettere a profitto quel disinganno che avevano
udito: ma don Chisciotte che se ne avvide, sembrandogli che fosse questa
un'occasione di mettere in campo la sua cavalleria soccorrendo le donzelle che
ne han d'uopo, posta la mano sull'impugnatura della sua spada disse con voce
alta e ben intesa dai circostanti: “Non vi sia persona (qualunque possa essere
il suo stato e la sua condizione,) che ardisca di tener dietro alla vezzosa
Marcella, o sappia che incontrerà il furibondo mio sdegno. Essa
provò abbastanza con chiare ragioni, che poca o nessuna colpa se le
può dar per la morte di Grisostomo, e che è affatto aliena dal
condiscendere alle brame di veruno dei suoi amanti; e perciò trovo
giusto, che invece di essere inseguita o perseguitata le sia dovuto onore ed
estimazione da tutti i buoni di questo mondo, nel quale essa sola oramai fa professione
di sì onesti principî”
O fosse per le minacce di don Chisciotte, o
perché Ambrogio raccomandò allora che si compiesse l'ufficio funebre
all'amico, nessuno de' pastori si mosse, né di là si tolse prima che,
scavato il sepolcro e abbruciate le carte di Grisostomo, avessero sotterrato il
suo corpo non senza larghissimo pianto. Chiusero la sepoltura con un grosso
sasso, fin tanto che fosse pronto il marmo che, a quanto disse Ambrogio,
stavasi lavorando, e sopra il quale dovea leggersi il seguente epitaffio:
“Giace qui la misera e fredda spoglia
d'un amante che fu pastore d'armenti e finì per colpa d'amore.
“Egli morì sotto i colpi di una bella
schifiltosa ed ingrata per la quale amore va ampliando il suo imperio.”
Furono poi sparsi sopra la sepoltura fiori e
ramoscelli di varie piante, e, dato sfogo alla condoglianza coll'amico
Ambrogio, di là si partirono. Lo stesso fecero Vivaldo e il suo
compagno; e don Chisciotte si divise da' suoi ospiti e dai passeggieri, i quali
però lo pregarono di andar con loro sino a Siviglia, perché in ogni
strada e quasi in ogni angolo avrebbe potuto trovar avventure piucché in verun
altro paese. Don Chisciotte rese grazie all'avvertimento, e si mostrò
obbligato della buona volontà che avevano di favorirlo; ma soggiunse che
per allora né potea né dovea recarsi a Siviglia, mentre era suo debito di
snidare da quelle montagne tutti gli assassini de' quali correa voce che
fossero piene zeppe. Persuasi di questa sua eroica risoluzione, non lo
importunarono di vantaggio, ma preso da lui nuovamente commiato lo lasciarono e
proseguirono il loro viaggio, ragionando tuttavia sulla storia di Marcella e di
Grisostomo, siccome ancora sulle pazzie di don Chisciotte. Questi intanto,
mosso in traccia di Marcella, voleva esibirsi intieramente a' suoi servigi, ma
non poté poi eseguire questo suo disegno, secondoché nella continuazione di
questa verace storia trovasi scritto.
CAPITOLO XV
SI NARRA LA DISGRAZIATA AVVENTURA DI DON CHISCIOTTE CON CERTI
IMBESTIALITI IANGUESI.
Lasciò scritto il savio Cide Hamete
Ben-Engeli che quando don Chisciotte si divise dagli ospiti suoi e dagli altri
tutti che furono presenti alla sepoltura di Grisostomo, egli ed il suo scudiere
s'internarono nel bosco medesimo in cui videro entrare Marcella, e dopo averla
ben due ore per ogni dove cercata senza poterla rinvenire, si trovarono in un
prato di molle erbetta, sul quale scorreva un ruscello fresco e piacevole
tanto, che loro fu forza di trattenersi colà nelle ore del mezzogiorno.
Smontarono don Chisciotte e Sancio, e lasciando il giumento e Ronzinante a
libero pascolo per il prato, votarono le bisacce, e senza complimenti e in
fratellevole compagnia padrone e servitore diedero fondo a quel poco che in
esse trovarono. Non si era curato Sancio di mettere le pastoie a Ronzinante,
conoscendolo sì mansueto e nemico delle brighe da non pigliarsi fastidi
di tutte le cavalle che mai potessero essere ne' pascoli di Cordova. Ma
l'avversa fortuna e il demonio che sempre non dorme, volle che fosser allora in
quella valle un branco di chinee di Galizia appartenenti a certi Ianguesi, che
usano fermarsi a meriggiare quietamente in quei luoghi ove le erbe e le acque
offrono alle loro bestie nutrimento e fresco opportuno; e tale appunto era il
sito dove allora trovavasi don Chisciotte. Avvenne dunque, che saltò il
grillo a Ronzinante di pascolare con le signore chinee, e subito che le
fiutò, cambiando il naturale suo passo e costume, senza torsi licenza
dal suo padrone, prese un trotto grazioso verso di loro: ma ne fu accolto a
calci e morsicature, per modo che di lì a non molto gli fecero cadere la
sella: ed il peggio fu poi che i vetturali avendo veduta la violenza con cui
Ronzinante s'era cacciato tra le loro chinee, accorsero coi bastoni ed a furia
di percosse lo distesero a terra tutto malconcio. Don Chisciotte e Sancio che
videro malmenar così Ronzinante, frettolosi ed ansanti lo raggiunsero e
don Chisciotte disse a Sancio: “Non mi pare, amico Sancio, che costoro abbian
aspetto di cavalieri, ma di bassa gente e di razza assai trista: e questo ti
dico affinché sappi che tu puoi aiutarmi a far la dovuta vendetta del torto
usato a Ronzinante sotto ai propri nostri occhi. — Che diamine di vendetta
possiamo noi fare, rispose Sancio mentre coloro sono più di venti, e noi
siamo due soli, o forse uno e mezzo al più? — Io valgo per cento,
replicò don Chisciotte: e senz'altro dire cacciò mano alla spada,
e andò alla volta di quei Ianguesi; e Sancio fece lo stesso, mosso
dall'esempio del suo padrone. Alla bella prima don Chisciotte colpì uno
di loro in maniera che gli forò un casaccone di cuoio che indossava, gli
squarciò quasi la metà di una spalla. Quella gente che si vide
così maltrattare da quei due uomini soli, essendo eglino in sì in
gran numero, dieder di piglio alle loro stanghe, e avendoli circondati,
cominciarono con gran furia a riveder loro le costole. Alla seconda bastonata
Sancio precipitò, e dopo lui don Chisciotte, né gli valse destrezza o
coraggio; e manco male ch'egli cadde appié di Ronzinante, il quale non s'era per
anche rizzato: dal che si vede che brutta riuscita fanno le stanghe in mani
villane e arrabbiate. Accorgendosi i Ianguesi della brutal opera da loro
commessa caricaron le bestie colla grande celerità, e proseguirono la
loro strada lasciando i due venturieri al partito più tristo che dir si
possa. Il primo a risentirsi fu Sancio Pancia, che trovandosi vicino al suo
signore, con voce ammalata e dogliosa gli disse: “Signor don Chisciotte! ahi
signor don Chisciotte! — Che vuoi tu, Sancio fratello mio? rispondeva don
Chisciotte con voce parimenti debole e addolorata. — Bramerei, se fosse
possibile, disse Sancio Pancia, che vossignoria mi desse due sorsi di quella
bibita di Fleo Blas se ne ha qui alla mano che potrebbe forse essere tanto
buona per le ossa peste come per le ferite. — Ah tapino di me! se qui l'avessi,
che ci mancherebbe adesso per guarire? rispose don Chisciotte. Io ti giuro, o
Sancio in parola di cavaliere errante, che non passeranno due giorni, se
altrimenti non dispone la sorte, che ne avrò in abbondanza, o ch'io non
potrò più valermi delle mie mani. — E quando crede vossignoria,
replicò Sancio Pancia, che potremo valerci dei piedi? — Altro non so
dirti, rispose il macinato cavaliere, se non che non saprei stabilire il numero
dei giorni; ma debbo ascrivere ogni cosa a mia colpa; perché io non dovea
metter mano alla spada contro uomini che non erano cavalieri al pari di me.
Tengo per fermo che in pena d'aver contravvenuto alle leggi della cavalleria,
abbia permesso il nume delle battaglie che mi arrivasse un tale castigo; ma ora
tu devi, fratello Sancio, stare avvertito su ciò che sono per dirti,
perché è così importante per la salute di entrambi. Quando il
torto ci sarà fatto da simigliante canaglia, non aspettarti mai ch'io
metta mano alla spada contro di loro, perché nol farò in modo alcuno, ma
impugna la tua spada, e gastigali a tuo talento; e se poi sopraggiungessero
cavalieri in loro aiuto e difesa, allora accorrerò io, e li
offenderò con ogni mia possa, che già avrai veduto mille segni e
per mille esperienze fin dove s'estende il valore di questo forte mio braccio.”
(Egli era prosontuoso per la vittoria riportata sopra il valente Biscaino). A
Sancio non piacque veramente il consiglio del suo padrone e perciò non
si astenne da replicare: “Signore, io son uomo pacifico, riposato, prudente, e
so dissimulare qualunque ingiuria, poiché ho moglie e figliuoli da mantenere e
da educare; e d'ora innanzi sia per sempre avvisata la signoria vostra a cui
non posso far comando, che non porrò mano alla spada per verun modo né
contro a villano né contro a cavaliere; e giuro al cielo, che da qui in avanti
perdono quante offese mi furono o mi saranno fatte e quelle che già
ricevetti e che sarò per ricevere da persona alta o bassa, ricca o
povera, cittadina o plebea, senza eccettuare stato e condizione di sorta
alcuna.”
Come don Chisciotte ciò intese, rispose:
“Oh quanto pagherei di poter parlare un po' riposato, e che mi si mitigasse il
dolore di questa costola tanto quanto bastar potesse, o Pancia, per farti conoscere
il tuo errore! Senti sempliciotto: se il vento della fortuna, avverso finora,
voltandosi in nostro favore, soffiasse nella vela del nostro desiderio, sicché
potessimo senza opposizione di sorta prender porto in alcuna delle isole che ti
ho promesso, che saria di te, qualora dopo averla conquistata io te ne facessi
assoluto signore; e tu te ne rendessi indegno per non essere cavaliere, e per
non amare di esserlo, e non aver valore o l'intenzione di vendicare i tuoi
torti e difendere il tuo dominio? Perocché devi sapere che nei regni e nelle
provincie di nuova conquista gli animi dei nazionali non sono mai tanto
tranquilli né tanto affezionati al novello dominatore, che non gli resti
sospetto, di qualche congiura diretta ad alterar di nuovo le cose od a
rimettere in piedi quelli di prima. Rendesi dunque necessario, che il nuovo
possessore abbia senno acconcio a saper governare, e valore per offendere e per
difendersi in qualunque occasione. — Vorrei avere avuto quel buon giudizio,
rispose Sancio, e quella bravura descritta da vostra signoria nel fatto che ci
è occorso presentemente; ma le giuro da povero diavolo che sono, che ho
più bisogno di empiastri che di ragionamenti. Tenti vossignoria, se
può, di rialzarsi e aiuteremo Ronzinante, benché non lo meriti, per
essere stato egli la causa principale di tutta questa rovina. — Ah!
sclamò don Chisciotte, non avrei mai pensato questo di Ronzinante; lo
ebbi sempre in conto di persona morigerata e pacifica al pari di me; si suol
dire pur bene che a conoscer uno ci vuole gran tempo, e che in questa vita non
avvi cosa sicura. — Chi avrebbe mai detto, soggiunse Sancio, che a quei colpi
di spada dati dalla signoria vostra a quello sventurato passeggero, dovesse
tener dietro per la posta una sì terribile tempesta di bastonate qual fu
quella che si scaricò sopra le nostre spalle? — Le tue possono essere
avvezze a simiglianti burrasche, replicò don Chisciotte, ma alle mie,
cresciute nella bambagia e nella tela d'Olanda, è ben evidente che debba
riuscire senza paragone più dolorosa questa disgrazia; e se non fosse
perché mi figuro... che dico mai mi figuro? perché sono certissimo che tutti
questi malanni vanno uniti indispensabilmente all'esercizio delle armi, credo
sicuramente che io ne morrei qui di rabbia e di veleno.” A questo
replicò lo scudiere: — Se tali disavventure sono proprie della
cavalleria, favorisca ella dirmi se vengono spesso spesso, oppure se hanno
certi tempi determinati; perché (a quanto vedo) dopo due di queste avventure,
noi non saremmo al caso di sostenere la terza a meno che il signore, per sua
divina misericordia, non ci soccorra validamente. — Sappi, amico Sancio,
replicò don Chisciotte, che la vita dei cavalieri erranti va soggetta a
mille pericoli ed infortunii; ma eglino sono poi anche sempre nella
possibilità di diventar re, imperatori, come si vede molti, la storia
dei quali è a piena mia cognizione. Potrei qui farti minuto racconto (se
mi venisse un po' meno il dolore) di alcuni che unicamente pel valore del
braccio salirono agli alti gradi che ti ho detto, benché siansi trovati e prima
e poi in diverse afflizioni e miserie. Ti sia d'esempio il valoroso Amadigi di
Gaula, che si vide in potere del suo mortale nemico Arcalao, l'incantatore, da
cui si crede che mentre n'era prigione ricevesse, legato ad una colonna in un
cortile, più di dugento frustate con le redini del suo cavallo. Avvi un
anonimo accreditato non poco, il quale racconta che essendo preso il cavaliere
di Febo, mediante un trabocchetto che si sprofondò sotto a' suoi piedi
in un certo castello, trovossi nel cadere in una profonda buca sotterra con
piè e mani legate, e quivi gli fu applicato un serviziale di acqua
gelata con rena, che ne stette quasi per morire; e ciò sarebbe avvenuto
se non fosse stato soccorso in tempo da un gran savio suo amico. Posso dunque
ancor io, se tanto sofferse gente di sì gran merito, tollerare i torti
che testé ci vennero fatti, mentre quelli da tali altri patiti furono molto
più gravi. E devi sapere, o Sancio, che l'uomo non è punto
disonorato, quando altri lo ferisce con istrumenti che vengono causalmente alle
mani; come si può vedere nel codice dei duelli, dove con espresse parole
sta scritto: che se il calzolaio colpisce un altro con la forma che tiene in
mano benché sia di fatto ch'essa è di legno, non per questo si
può dire che sia stato bastonato colui che ne rimase colpito. Ciò
ti dico affinché tu non creda che per essere noi rimasti fracassati e malconci
nella passata scaramuccia, ci sia stato usato un affronto; perché le arme che
avevano con loro quegli uomini, e colle quali ci han macinati, erano alla fin
fine le loro stanghe, e nessuno, ch'io mi ricordi, avea stocco, spada o
pugnale. — A me non diedero tempo di fare tanti esami, rispose Sancio, perché
ebbi appena posto mano alla mia tizona, ed essi mi sventolarono le spalle coi
loro bastoni per modo che mi levarono la vista dagli occhi e la forza dai
piedi, e mi stramazzarono qui dove sono tuttora, e dove non mi dà alcun
fastidio il pensare se fu affronto o no l'essere bastonato, bensì il
dolore delle percosse che mi restano tanto stampate nella memoria quanto nelle
spalle. — Hai con tutto questo da sapere, fratello Pancia, replicò don
Chisciotte, che non v'è reminiscenza la quale non venga cancellata dal
tempo, né dolore a cui la morte non metta fine. — E qual maggiore sventura,
replicò Pancia, di quella che ha bisogno del tempo per essere cancellata
dalla memoria, o della morte per esser tolta? Se la presente nostra disgrazia
fosse di quelle che si guariscono con qualche poco di empiastro, non vi saria
tanto male; ma io vado pensando che non basteranno gli empiastri di un intiero
spedale al nostro risanamento. — Non ti affliggere per questo, ma tenta, Sancio
mio, di vincere la sventura, ch'io pure farò lo stesso; e vediamo
intanto come sta Ronzinante; che, a quanto mi sembra, non toccò al
poveretto la parte minore di questa nostra disavventura. — Di lui non mi
meraviglio rispose Sancio, essendo egli pure cavaliere errante mi meraviglio
bene che il mio asino l'abbia scappata colle costole sane, quando noi l'abbiamo
finita colle costole rotte. — La ventura lascia sempre un uscio aperto al
rimedio nelle disgrazie, disse don Chisciotte; e voglio con ciò inferire
che questa bestiuola potrà per ora fare le veci di Ronzinante,
portandomi di qua fino a qualche castello dove curare le mie ferite. Né io mi
recherò a disonore l'usare di tale cavalcatura, avendo letto che quel
buon vecchio Sileno, aio e pedagogo del giovane Dio della letizia, quando
entrò nella città delle cento porte se n'andava a proprio talento,
cavalcando un bellissimo asino. — Sarà vero, disse Sancio, ch'egli se
n'andasse come dice vossignoria, ma passa una gran differenza dal cavalcare un
asino allo starvi sopra come un sacco di cenci.” E don Chisciotte: — Le ferite
che si ricevono nelle battaglie recano più onore che vergogna;
perciò amico Pancia, non replicar oltre, ma, come ti ho detto poc'anzi,
alzati il meglio che puoi, stendimi nella maniera che ti sembra più
acconcia attraverso del tuo giumento, e partiamci da questo luogo prima che ci
colga la notte, e ci vengano ad assassinare in questo deserto. — Eppure io
intesi dire da vostra signoria, replicò Pancia, che è proprio de'
cavalieri erranti il dormire in boscaglie e in deserti per la maggior parte
dell'anno, e che se lo recano a gran ventura. — Ciò avviene, disse don
Chisciotte, quando non possono fare diversamente, o quando sono innamorati: e
questo è tanto vero, che vi fu un cavaliere il quale se ne stette sopra
una balza esposto alla sferza del sole, all'ombra, ed alle inclemenze del cielo
per due anni interi senza saputa della sua signora: ed uno di questi fu Amadigi
quando facendosi chiamare Beltenebro, si mise a stare nella balza di
Pegnapobre, non so se ott'anni od otto mesi, che di ciò non mi sovviene
precisamente; fatto sta ch'egli vi dimorò, facendo la penitenza di non
so quale rabbuffo avuto dalla signora Oriana. Ma lasciamo questo da parte, ed
allestisci il giumento e Ronzinante, prima che altro ci avvenga di male.
— Non ci mancherebbe altro, soggiunse Sancio; e
prorompendo con trenta ahi, con sessanta sospiri, e con cento e venti invettive
ed imprecazioni contro chi a tale lo aveva condotto, si alzò, ma rimase
alla metà dell'impresa gobbo gobbo, come un arco turchesco, senza che
gli potesse riuscire mai di raddrizzarsi bene. Ad onta di tanto travaglio mise
all'ordine il suo asino, ch'era sviato alquanto mercé la rovinosa
libertà di quel giorno. Fece pure che si levasse Ronzinante, il quale se
avesse avuto lingua per querelarsi non avrebbe risparmiato sicuramente né Sancio
né il suo padrone. Finalmente, Sancio accomodò don Chisciotte sopra
l'asino, fece precedere Ronzinante e guidando la bestia per il capestro si
diresse poco più poco meno, dove gli sembrava essere la strada maestra:
e la sorte, che andava guidando di bene in meglio le cose loro, dopo il viaggio
appena di una lega gli scoperse dinanzi un'osteria che a suo dispetto, ma per
soddisfazione di don Chisciotte, dovea essere un castello. Persisteva Sancio a
dirla un'osteria, e il suo padrone un castello; e tanto durò la controversia
che vi giunsero prima di averla terminata, e vi entrò Sancio, senz'altro
contrastare, con tutto l'accompagnamento.
CAPITOLO XVI
DI QUELLO CHE ACCADDE ALL'INGEGNOSO IDALGO DON CHISCIOTTE
NELL'OSTERIA CH'EGLI VOLEA PURE CHE FOSSE CASTELLO.
L'oste che vide don Chisciotte posto attraverso
dell'asino, domandò a Sancio che male avesse. Sancio rispose essere cosa
di niente; ch'era caduto da un masso e si era ammacate un poco le costole.
Aveva l'oste una moglie d'indole diversa da quelle che sogliono esercitare tal
professione, naturalmente caritativa e compassionevole delle altrui miserie. Si
applicò ella a medicare l'ammalato, e volle pure che la aiutasse una sua
figlia, nubile, giovane e di buona grazia. Serviva nella stessa osteria una giovanotta
asturiana con viso schiacciato, colla collottola spianata, col naso un po'
storto, guercia da un occhio e ammalaticcia dall'altro; ma la sua gagliardia di
corpo contrabilanciava tutti questi difetti. Non era alta sette palmi, e le
spalle alquanto aggobbate la costringevano a guardare a basso più di
quello che avrebbe voluto. Anche questa ragazza garbata aiutò l'altra,
ed ambedue allestirono un cattivo letto per don Chisciotte in un sito che
mostrava di avere già servito da pagliaio molti anni, e dove tuttavia
stavasi un vetturale il cui letto poco discosto da quello del nostro cavaliere
errante, era fatto colle bardelle, ossia coperte dei muli, e contuttociò
era migliore di quello di don Chisciotte, formato da due tavole mal piallate e
mal collocate su due panche disuguali; un materasso che per leggerezza pareva
un'imbottita ripiena di palle da balestra, che sarebbersi credute pietre se da
qualche sdrucitura non si fosse veduto che veramente era lana; due lenzuola di
cuoio di targhe così sfilate che avrebbe potuto numerarne i fili
chiunque avesse avuto tal voglia. In questo tristissimo letto entrò don
Chisciotte, e l'ostessa e sua figlia gli applicarono empiastri dal capo ai
piedi, facendo lume Maritorna, che così chiamavasi l'Asturiana. Vedendo
l'ostessa nell'ungerlo, che don Chisciotte avea molte lividure sparse per il
corpo, si avvisò che ciò fosse proceduto piuttosto da percosse
che da caduta. — Non sono state percosse, disse Sancio, ma la natura del monte
scabroso e pieno di pietre, ciascuna delle quali impresse il suo segno; e poi
soggiunse: Piaccia alla signoria vostra di fare che avanzi un po' di stoppa,
che vi sarà altro sito bisognoso, perché io pure mi sento addolorato
alquanto nei lombi. — Se così è, disse l'ostessa, convien dire
che siate voi pure caduto. — Eh non è questo, rispose Sancio, ma il
batticuore che mi assalì quando vidi precipitare il padrone mi ha
prodotto una scossa sì grande da rendermi tanto addolorata tutta la
persona come se mi avessero bastonato con mille bastoni. — Questo può essere,
soggiunse la ragazza mentre anche a me accadde le molte volte di sognare di
cader dall'alto di una torre senza arrivar mai abbasso; e svegliandomi trovarmi
sì pesta e macinata come se la caduta fosse stata realmente vera. — Qui
sta il guaio, o signora, rispose Sancio Pancia, che io senza far sogni di
sorta, ma standomi desto come sono presentemente, mi trovo tutto coperto di
lividure come il mio signor padrone.
— Come si chiama egli questo cavaliere? gli
domandò l'asturiana Maritorna.
— Don Chisciotte della Mancia, rispose Sancio, ed
è cavaliere venturiero dei più celebri e valorosi che da molto
tempo in qua siensi veduti al mondo.
— Che significa cavaliere venturiero? soggiunse
la serva
— Siete voi sì bambina al mondo, rispose
Sancio, che nol sapete? Vi sia dunque noto, sorella mia, che cavaliere
venturiero è uno che in due parole si vede bastonato e imperatore: oggi
è la più sventurata e la più bisognosa creatura del mondo,
e avrà dimani due o tre corone di regni da regalare al suo scudiere
— Ma come mai dunque, disse l'ostessa, non
possedete almeno qualche contea?
— È troppo presto, rispose Sancio; perché
da un mese soltanto andiamo cercando avventure, e non ne abbiamo finora
incontrata alcuna che potesse darci un sì gran bene: e poi le tante
volte l'uomo trova altra cosa da quella che cerca. Ma in verità che se
il mio signor don Chisciotte guarisce da questa ferita, cioè, caduta, ed
io non ne rimango storpiato, in verità che non rinunzierei alle mie speranze
pel maggiore titolo di Spagna.”
Stava don Chisciotte ascoltando con somma
attenzione questi discorsi; e rizzandosi meglio che poté nel suo letto, prese
la mano dell'ostessa, e disse: — Credetemi, bella signora, che vi potete
chiamare ben fortunata di alloggiare in questo vostro castello la mia persona,
la quale è siffatta che se io non la lodo, gli è perché si suol
dire che la propria lode avvilisce; ma vi dirà il mio scudiere chi io mi
sia, e vi assicuro intanto che terrò scolpito nella memoria il favore
che mi avete impartito, e ve ne sarò grato finché mi duri la vita.
Così piacesse agli alti destini che amore non mi tenesse soggetto e
incatenato cotanto alle sue leggi, ed agli occhi di quell'ingrata vezzosa (e
qui ne borbottò il nome fra i denti) che quelli di questa vaga ragazza
già sarebbero dominatori della mia libertà!”
Stavansene confuse l'ostessa, la figlia e
Maritorna udendo i ragionamenti dell'errante cavaliere, ch'esse intendevano né
più né meno, come se avesse parlato greco. Si accorsero nondimeno che
quelle dovean essere parole di cortesia e gentilezza, ma non assuefatte a
simigliante linguaggio lo stavano guardando con ammirazione, sembrando loro che
fosse un uomo diverso dagli altri. Perciò ringraziatolo con gentilezza
da osteria, lo lasciarono; e l'asturiana Maritorna si diede a curar Sancio che
non n'avea men bisogno del suo padrone.
Fra Maritorna e il vetturale, nominato poc'anzi,
erano corse già da gran tempo promesse di matrimonio: ma perché il
padrone di lei si opponeva, avevano ordinato che in quella notte sarebbero
fuggiti insieme; al qual fine la fantesca, quando i padroni dormissero,
verrebbe ad avvertirne il suo fidanzato. Il duro, angusto e mal accomodato
letto di don Chisciotte trovavasi il primo in quella stalla o porcile, e ad
esso vicino stava quello di Sancio, che consisteva in una stuoia da camera ed
in una coperta piuttosto di canavaccio cimato che di lana. Succedeva a questi
due letti quello del vetturale, composto, come si è detto, delle
bardelle e dei fornimenti dei due migliori muli da lui condotti, che in tutti
erano dodici, castagni, grassi e belli, essendo costui uno dei più
doviziosi mulattieri di Arèvalo, per quanto ci fa sapere l'autore di
questa storia, il quale ne parla minutamente per averlo assai ben conosciuto,
credendosi da taluno che fosse anche un poco suo parente. Oltre di che Cide
Hamete Ben Engeli fu uno storico ricercatore attentissimo e molto esatto in
tutte le sue cose; e ciò apparisce ad evidenza mentre non ha omessa
alcuna particolarità benché minuta e di poco momento. Laonde potranno
gli storici d'importanza pigliarlo ad esempio in luogo di tessere sì
brevemente, come fanno, le altrui gesta, di maniera che appena si cominciano a
leggere sono già belle e finite, tacendo o per malizia o per ignoranza,
quello ch'è più sostanziale. Benedetto sia mille volte l'autore
di Tablante, di Ricamonte, e colui che riferisce le imprese del Conte
Tomiglia! Con quanta esattezza descrivono ogni cosa!
Ora il vetturale poich'ebbe visitate le sue
bestie, governatele per la seconda volta, si distese sopra le sue coperte e
diessi ad attendere che venisse da lui Maritorna. Stavasene di già
Sancio in letto impiastrato, e tuttoché tentasse di prender sonno, non lo
lasciava riposare il dolore delle costole; e don Chisciotte; egualmente
afflitto della sua macinatura, se ne stava cogli occhi aperti come una lepre.
In tutta l'osteria regnava alto e profondo silenzio, né vi era altro lume fuor
quello di un lampione appeso in mezzo al portico. Questa maravigliosa quiete e
i pensieri nei quali occupavasi il nostro cavaliere intorno agli avvenimenti
che incontransi ad ogni passo nei libri, autori di sua disgrazia, lo condussero
ad immaginare una delle più strane pazzie che potesse creare mente
umana. Si figurò egli di essere giunto ad un famoso castello (giacché
gli pareano castelli tutte le osterie dove alloggiava); che la figlia dell'oste
fosse figliuola del castellano, e che vinta dalla gentilezza di lui e
perdutamente innamorata, gli aveva promesso di sottrarsi ai suoi genitori e di
venire a trovarlo in quella medesima notte. Con tale chimera ch'egli si
fabbricava come cosa reale, cominciò ad affliggersi pensando al
periglioso cimento in cui dovea trovarsi la sua fedeltà; e fermamente si
propose nel suo cuore di non commettere torto alcuno ed offesa alla sua signora
Dulcinea del Toboso: tuttoché se gli presentasse dinanzi la stessa regina
Ginevra con Chintagnona sua dama. Avendo fitti in pensiero questi spropositi,
arrivò il tempo e l'ora (per lui ben disgraziata) in cui sopraggiunse
l'Asturiana, la quale con tacito e guardingo passo entrò nel luogo, dove
i tre già mentovati se ne stavano a letto, per cercare il suo vetturale.
Giunse appena alla porta che don Chisciotte la sentì, e levatosi a
sedere sul letto, ad onta dei suoi empiastri e del dolore delle costole, stese
le braccia per accogliere la vezzosa donzella. L'Asturiana che tutta
rannicchiata e cheta andava colle mani cercando l'amante suo, venne ad
incontrarsi nelle mani di don Chisciotte, il quale l'afferrò strettamente
pei polsi, e tirandola a sé, la fece sedere sopra il suo letto senza ch'ella
osasse aprir bocca. Portava Maritorna certi smanigli con pallottole di vetro
che furono tenute da don Chisciotte in conto di preziose perle orientali; la
vesta, come che fosse di tela assai ruvida, egli se la credette di finissima
stoffa; i capelli che poteano dirsi crini di cavallo, gli parvero fili di
lucidissimo oro di Arabia, atti ad oscurare col loro splendore il sole
medesimo; ed il fiato, che mandava certamente aliti d'insalata fredda ed
indigesta, parve a lui odore soave di aromi; insomma egli se la dipinse nella
fantasia simile affatto ad una principessa di cui aveva letto nei libri, che
andò a visitare un cavaliere ferito. Sembrandogli pertanto di avere
presso di sé la dea della bellezza, e tenendosela vicina, cominciò a
dirle con voce bassa ed armoniosa: — Ah quanto bramerei, bella e possente
signora, di trovarmi in situazione da poter compensare la bontà suprema
di cui mi onorate! ma la rea fortuna, che mai non si stanca di perseguitare i
buoni, mi ha ridotto qui in questo letto sì pesto e malconcio come
sapete; e vi si aggiunge anche cosa di molto maggiore importanza, ed è
la fedeltà che promisi alla senza pari Dulcinea del Toboso, unica
signora dei miei più reconditi pensieri.” Stavasene Maritorna in grande
affanno, e sudava a sentirsi tenere sì stretta da don Chisciotte, e
senza intendere e senza por mente a ciò ch'egli andava dicendo,
procurava di liberarsene, né profferiva parola. Il vetturale frattanto, che non
dormiva, era stato ascoltando tutto ciò che don Chisciotte diceva alla
sua Maritorna; e mosso da gelosia, si accostò quatto quatto al letto di
lui per vedere dove andavano a finire quelle dicerie ch'egli non potea ben
comprendere; e quando si accorse che la serva faceva ogni sua possa: per
isvincolarsi, e che don Chisciotte si adoperava altrettanto per trattenerla,
non piacendogli per niente la burla, inalberò il braccio, e
lasciò cadere un pugno sì terribile sopra le scarne ganasce
dell'innamorato cavaliere che gli fece insanguinare tutta la bocca; né contento
di questo gli montò sopra le costole e lo pestò bene coi piedi.
Il letto, che era debole e sopra un fondamento mal fermo, non potendo sostenere
l'aggiunta del vetturale precipitò, e con rumore sì forte che
svegliò l'oste; il quale immaginò subito che ciò fosse
avvenuto per colpa di Maritorna; massimamente che avendola chiamata ad alta
voce non gli aveva punto risposto. Si alzò con questo sospetto, e acceso
tosto un lume si condusse fin là donde era venuto il fracasso. La serva,
vedendo il padrone, il quale era uomo bestiale, tutta spaventata e fuori di sé
andò a cacciarsi nel letto di Sancio Pancia che dormiva, e vi si
nicchiò facendosi come in un gomitolo. Entrò l'oste dicendo: —
Dove sei, sciagurata? Scommetto che questo strepito è per colpa tua.”
Svegliossi Sancio in questo punto, e sentendosi quel gruppo quasi a ridosso, e
pensando che fosse qualche folletto, cominciò a mazzicar co' pugni
dall'una parte e dall'altra, cogliendo con non so quanti Maritorna; la quale,
vinta dal dolore ne ricambiò Sancio in maniera da fargli perdere il
sonno per molte notti. Vedendosi egli trattato a quel modo senza sapere da chi,
e alzandosi alla meglio che poté, si accapigliò con Maritorna, e
cominciò fra loro la più accanita e graziosa zuffa del mondo.
Laonde il vetturale che al lume del candeliere dell'oste vide il maltrattamento
della sua bella, lasciato don Chisciotte, corse a prestarle il necessario
soccorso; e l'oste fece lo stesso, ma con diversa intenzione, perch'egli vi andò
risoluto di gastigare la serva, tenendola indubitatamente per l'autrice di
tutto quello scompiglio. E qua come suol dirsi, il gatto al topo, il topo al
gatto, ed il gatto alla corda, e la corda al palo: il vetturale bastonava
Sancio, Sancio la serva, la serva lui, l'oste la serva, e tutti menavano
così alla presta che non restava un momento di pausa. Fu poi da ridere
che all'oste si spense il lume, e rimasti perciò tutti all'oscuro, si
percuotevano sì pazzamente e alla cieca, che dove giungevan le mani non
restava niente di sano.
Trovavasi a caso in quella notte nell'osteria un
bargello di quelli che si chiamano della Santa Hermandada antica di Toledo; il
quale, udito quello straordinario fracasso, toltosi l'archibugio, entrò
all'oscuro dove infuriava ancora la zuffa, dicendo: — Alto là, alla
giustizia! alto là, al bargello di campagna! Il primo in cui
s'incappò fu l'ammaccato don Chisciotte, che giaceva supino, e fuori di
sentimento sul rovinato suo letto, e scossolo così a tastoni per la
barba, rinnovava le grida: — Alto là, alla giustizia! Vedendo che punto
non si movea, né dava alcuna voce, si avvisò che fosse morto, e che gli
altri compagni lo avessero ammazzato, e con tale sospetto rinforzò la
voce dicendo: — Chiudasi la porta dell'osteria, e nessuno ne esca, perché qui
è stato ucciso un uomo. Questa voce mise terrore in tutti, ed ognuno
lasciò la zuffa indecisa com'era quando la voce si fece sentire. L'oste
si tirò nella sua camera, il vetturale si ravvolse nelle sue coperte, la
serva tornò al suo giaciglio, e i soli sventurati don Chisciotte e
Sancio non si poterono muovere dal luogo ove erano. Intanto il bargello
lasciò andare la barba di don Chisciotte, ed uscì in traccia di
un lume per vedere ed arrestare i delinquenti: ma non gli riuscì di
trovarlo, perché l'oste maliziosamente aveva già spento il lampione, di
maniera che gli bisognò cercar del focolare, dove con molto stento e
perdita di tempo accese un'altra candela.
CAPITOLO XVII
SEGUITANO GLI INNUMEREVOLI TRAVAGLI CHE IL VALOROSO DON CHISCIOTTE
COL SUO BUONO SCUDIERE SANCIO PANCIA SOFFERSE NELL' OSTERIA, DA LUI PER SUO
DANNO CREDUTA UN CASTELLO.
Don Chisciotte s'era intanto riavuto alcun poco,
e con quel filo di voce con cui aveva il giorno innanzi chiamato il suo
scudiere quando trovavasi steso in terra nella valle delle stanghe, lo
cominciò a chiamare, dicendo: — Sancio, amico, dormi tu? dormi tu, amico
Sancio? — E come diavolo posso io dormire, meschino di me! rispose Sancio pieno
di malanni e di dispetto, quando mi sembra di aver avuto attorno in questa
notte i demonii tutti dell'inferno! — Ah! non dici male, rispose don
Chisciotte; perché, o che io ho perduto il senno, o che questo castello
è incantato; mentre hai a sapere… ma prima giurar mi devi di custodire
finch'io sia morto, come il più gran segreto, ciò che ora sono
per dirti, — Lo giuro, rispose Sancio. — Questo ti dico, riprese allora don
Chisciotte, perché sono nemico di togliere l'onore a chicchesia. — Ripeto,
soggiunse Sancio, e lo giuro che custodirò il segreto fin dopo il fine dei
giorni di vossignoria; e piaccia a Dio che io possa manifestarlo dimani. — Mi
porto io dunque sì male verso di te, Sancio, replicò don
Chisciotte che mi vorresti veder morto così presto? — Non è per
questo, rispose Sancio, ma perché son nemico del serbar segrete lungo tempo le
cose, e non vorrei poi che per troppo serbarle mi s'infradicissero sullo
stomaco. — Avvengane che può, disse don Chisciotte, io mi fido del pari
e sul tuo amore e sulla tua cortesia. Devi dunque sapere che mi accadde in questa
notte una delle avventure più strane che si possano mai immaginare; e,
per dir breve, sappi che poco fa venne da me la figliuola del signore di questo
castello, la più graziosa e vaga donzella che possa trovarsi in gran
parte del mondo. Che ti potrei dire della gentilezza di sua persona? del suo
fino discernimento? e di altre occulte qualità, che io per mantenere la
fede dovuta alla mia signora Dulcinea del Toboso, lascio passare inosservate e
sotto silenzio! Mi limiterò a dirti che invidioso il cielo di tanto bene
offertomi dalla fortuna, e forse (com'è più credibile) per essere
questo castello incantato; mentre io mi intratteneva con lei in dolci ed
amorosi colloquii, venne, senza ch'io la vedessi, o potessi comprendere donde
venisse, una mano attaccata al braccio di uno straordinario gigante, e mi
affibbiò un pugno sì forte alle ganasce, che le tengo tutte
intrise di sangue; poi mi pestò di tal fatta che mi trovo peggio di ieri
quando i vetturali per colpa di Ronzinante ci fecero quell'affronto che sai.
Ora io vado congetturando che la bellezza di questa donzella sia data in
custodia di qualche incantato Moro, e non debba essere per me. — Né tampoco per
me, rispose Sancio, perché sono stato fracassato da quattrocento Mori in
maniera che le percosse delle stanghe, al confronto, furono proprio uno
zucchero. Ma, dicami, signore, come chiama ella buona e rara ventura codesta
che ci ha lasciati così malconci? E manco male per vossignoria che ha
avuto tra le mani quella bellezza incomparabile che or ora mi ha descritta; ma
io ho ricevuto le maggiori bastonate che avessi mai in tempo di vita mia! Venga
il canchero a me ed alla madre che mi ha partorito che non sono cavaliere
errante, né penso di esserlo mai, eppure a me tocca sempre la maggior parte
delle disgrazie! — Dunque tu ancora sei stato pesto? rispose don Chisciotte. —
Non le ho detto che sì! che maledetti siano tutti i diavoli
dell'inferno, rispose Sancio, — Non ti affliggere, amico mio, disse don
Chisciotte, che io comporrò tosto il prezioso balsamo con cui risaneremo
in un batter d'occhio.”
Intanto il bargello, che già aveva acceso
il lume, venne per riconoscere colui che credeva morto: e come Sancio lo vide
entrare in camera con una cuffia in capo, con una lucerna accesa e con una
ciera da far paura, domandò al suo padrone: — Sarebbe questi, o signore,
quel mago moro che torna a ricominciare la solfa? — Non può essere il
moro costui, rispose don Chisciotte, perché l'incantatori sono invisibili. — Se
non si fanno vedere, si fanno però sentire, disse Sancio, e lo possono
attestar le mie spalle. — Potrebbero farne fede anche le mie, rispose don
Chisciotte; ma questo non è indizio bastevole per credere che costui che
si vede sia desso.” Intanto si accostò loro il bargello, e trovandoli in
sì pacifica conferenza tra loro ne restò meravigliato. Vero
è bensì che don Chisciotte stavasene tuttavia colla bocca
all'insù, senza potersi movere; tanto era pesto e coperto d'impiastri!
Accostatosi al letto il bargello gli disse: — Come va, buon galantuomo? — Io
parlerei con più rispetto, rispose don Chisciotte, s'io fossi voi:
usansi forse in questa terra di tali confidenze coi cavalieri erranti?”
Sentendosi il bargello maltrattare da un uomo di così triste apparenza,
gli venne la mosca al naso, e alzando la lucerna con tutto l'olio che conteneva
la scagliò sulla testa del povero don Chisciotte, sfregiandola
bruttamente, e poi se ne andò pe' fatti suoi lasciando tutti all'oscuro.
Disse allora Sancio Pancia: — Signore, costui senza dubbio è il Moro; e
pare ch'egli custodisca per gli altri il tesoro, e per noi le bastonate e le
lucernate. — Così è, rispose don Chisciotte; ma non conviene far
caso di questi incantamenti, né pigliarne collera; perché essendo invisibili e
fantastici non avremmo contro cui vendicarci realmente. Alzati Sancio, se puoi,
e chiama il castellano di questa fortezza, e procura che qui mi si rechi un po'
d'olio, vino, sale e ramerino onde comporre il balsamo salutare, che in
verità credo di averne ora sommo bisogno perché mi esce molto sangue
dalla ferita riportata da questa fantasima.
Si levò Sancio tutto addolorato nelle
ossa, e s'avviò tentone alla camera dell'oste; ed essendosi incontrato
nel bargello, che stava ascoltando come la passasse il suo nemico gli disse: —
Signore, chiunque voi siate, fatemi il favore e la grazia di darmi un po' di
ramerino, di olio, di sale e di vino, de' quali ho necessità per curare
uno dei migliori cavalieri erranti che sieno al mondo, il quale giace ferito
pericolosamente sopra quel letto per mano dell'incantato Moro che trovasi in
questa osteria.” Il bargello ad udire queste parole, lo tenne per pazzo, e
poiché cominciava già a farsi giorno, aprì la porta della
osteria, e chiamato l'oste, fecegli sapere quanto da quel pover'uomo si
domandava. L'oste gli somministrò quanto voleva, e Sancio recò
ogni cosa a don Chisciotte, che si teneva la testa fra le mani, lamentandosi
del dolore arrecatogli dalla lucernata, la quale gli aveva prodotto due
enfiagioni assai rilevanti; ma quello che pensava fosse sangue non era altro
che un sudore promosso dall'angoscia pei passati tormenti. In sostanza prese
egli que' semplici, e ne formò un composto meschiandoli e facendoli
bollire insieme per lungo tempo, e sin tanto che gli parve compita la
manipolazione. Chiese poscia di un'ampolletta da riporvi il suo balsamo, ma non
essendone alcuna nell'osteria, deliberossi di metterlo in un vasetto di stagno,
di cui l'oste gli fece dono; poi vi recitò sopra più di ottanta
paternostri, altrettante avemmarie, salve, credo, accompagnando ogni parola con
segni in forma di benedizione, trovandosi a tutto presente Sancio, l'oste, il
bargello, ma non già il vetturale, che attendeva a governare le sue
bestie con tutta pace. Fatto questo, volle egli sperimentare la virtù di
quel balsamo, da lui immaginato prezioso, e trangugiò gran parte di
quello che non potendo capire nel vasetto di stagno restava nella pignatta dove
lo aveva composto; forse un mezzo boccale. Ma non l'ebbe appena inghiottito che
cominciò a recere di maniera che nulla gli restò nello stomaco, e
per l'angoscia e per gli schianti del vomito, diede in un sudore copiosissimo,
sicché pregò gli astanti che lo coprissero bene e lo lasciassero solo.
Così fecero, ed egli dormì più di tre ore. Dopo le quali
si svegliò, e sentendosi alleggerito molto nel corpo, e molto meno
addolorato nelle ossa, si tenne per risanato in grazia della bravura sua nel
comporre il balsamo di Fierabrasse; e già pensava che avrebbe potuto per
l'efficacia di quel rimedio cimentarsi senza verun riguardo in ogni rissa,
battaglia o pericolo per grande che potesse essere; Sancio Pancia, ascrivendo
egli pure a prodigio il miglioramento del suo padrone, lo pregò che gli
desse quello ch'era rimasto nella pignatta, e che non era poco. Glielo concesse
don Chisciotte di buona voglia, e Sancio presa tosto la pignatta con ambe le
mani, con buona fede e con miglior disposizione, vi avvicinò la bocca,
ed ingolò quanto vi si trovava. Lo stomaco però di lui non era
sì delicato come quello del suo padrone, e in conseguenza tanti e tali
furono gli affanni, gli stringimenti e i sudori sofferti prime di recere, che
credette di esser giunto all'ultima ora della sua vita; e vedendosi così
malconcio ed a sì tristo partito, malediceva il balsamo e quel ladrone
che glielo aveva insegnato. Vedendolo don Chisciotte sì male andato gli
disse: — Io credo, o Sancio, che tanto male ti avvenga per non essere tu armato
cavaliere; giacché stimo che quel liquore non sia punto giovevole a coloro che
tali non sono. — Se vossignoria sapeva questo, replicò Sancio, (venga il
malanno a me ed ai miei parenti), perché consentì ella ch'io ne
ingoiassi?” Ma intanto la bibita diventò operativa, e cominciò il
povero scudiero a versare da ambedue i canali con sì gran precipizio che
se ne imbrattarono la stuoia su cui giaceva, il canevaccio con cui si copriva.
Sudava e trasudava con tali parosismi e accidenti che pareva prossimo ad uscir
di questa vita. Durò tanto la burrasca quasi due ore; né si trovò
poi nel ben essere del suo padrone, ma sì fracassato e pesto da non
potersi reggere in piedi.
Don Chisciotte sentendosi, come si è
detto, alleggerito e sano, divisò di partire in traccia di avventure,
sembrandogli che ogni indugio fosse tempo tolto al bene del mondo e di quelli
che avevano bisogno del suo favore e della sua difesa, e più lo animava
allora la provata efficacia del suo balsamo. Vinto adunque da un tal desiderio,
sellò egli stesso Ronzinante, e mise le bardelle al giumento del suo
scudiero, cui pure prestò assistenza per vestirsi e montar sulla bestia.
Salì poscia a cavallo, ed accostatosi ad un angolo dell'osteria, ne
tolse una pertica, pensando di servirsene in vece di lancia. Stavanlo guardando
quanti si trovavano in quel luogo, che erano da più di venti persone, e
gli tenea gli occhi addosso anche la figliuola dell'oste, ed egli pure miravala
fisamente traendo di tanto in tanto un sospiro che parea gli uscisse dal
profondo delle viscere, ciò che ascrissero i circostanti al dolore che
doveva sentire nelle costole, a giudizio almeno di quelli che lo avevano veduto
tutto impiastrato la notte innanzi. Montati ambedue a cavallo, mettendosi don
Chisciotte sulla porta dell'osteria, chiamo l'oste, e con voce riposata e grave
gli disse: — Molti e molto grandi, signor castellano, sono i favori che ho
ricevuti in questo vostro castello, e ve ne resterò obbligatissimo per
tutto il corso della mia vita, e se posso compensarvene col vendicarvi di
qualche superbo che vi abbia fatto alcun torto, voi già sapete che il
debito mio è di sostenere i deboli, di vendicare le ingiurie e di punire
i temerarii. Badate se avete che comandarmi in tale proposito, e basterà
una vostra parola ch'io vi prometto, per l'ordine di cavaliere da me ricevuto
di rendervi soddisfatto e compensato a vostro intiero piacere.” L'oste gli
rispose con altrettanto contegno: — Signor cavaliere, non ho bisogno di
impegnare vossignoria a vendicare verun mio torto, poiché occorrendo, lo so
fare da me medesimo; bensì ho bisogno ch'ella mi paghi del guasto fatto
la scorsa notte nella mia osteria e così pure della paglia e della biada
somministrata alle sue bestie, come ancora della cena e del letto. — Osteria si
è questa? replicò don Chisciotte. — Ed onoratissima, rispose
l'oste. — Io dunque sono, soggiunse don Chisciotte, vissuto finora in grande
inganno, mentre protesto e giuro che l'ho giudicata un castello, e non
certamente degl'infimi. Ora, poiché non è altrimenti castello, ma
osteria, ciò che si può far per adesso si è che mi
dispensiate dal pagarvi, perché io non posso contravvenire agli ordini dei
cavalieri erranti, i quali so di certo (non avendo letto finora così in
contrario) che non pagarono mai né alloggio né altro nelle osterie ove
capitarono per caso; ma ognuno è obbligato ad accordargli in guiderdone
dell'intollerabile travaglio che soffrono in cercar avventure di notte e di
giorno, d'inverno e di estate, a piedi e a cavallo, con sete e con fame, con
caldo e con freddo, esposti a tutte le inclemenze del cielo e ai disagi della
terra. — Ciò poco mi importa, rispose l'oste; vossignoria mi paghi
quanto mi è dovuto, e lasciamo andare le ciarle e la cavalleria, ch'io
non m'intrigo di altro che di riscuotere il mio. — Tu sei un imbecille e
spregievole ostiere, replicò don Chisciotte; e dando degli sproni a
Ronzinante colla sua lancia abbassata, uscì dell'osteria senza poter
essere trattenuto da chicchesia, e si dilungò un buon tratto di strada
non badando se fosse seguito dal suo scudiere. L'oste che lo vide partire senza
aver pagato, arrestò Sancio Pancia, il quale dichiarò che non
pagherebbe né più né meno del suo padrone; giacché essendo egli, com'era
infatti, scudiere di cavaliere errante, valeva per lui come pel suo padrone la
stessa regola di non pagare negli alberghi e nelle osterie. Ciò mosse
grande ira nell'oste, il quale minacciollo che se non pagasse l'avria concio
per modo che gli sarebbe assai rincresciuto. A ciò Sancio rispose che,
per la legge della cavalleria ricevuta dal suo padrone, non avrebbe pagato un
quattrino quand'anche gliene dovesse costar la vita, non volendo essere causa
che si perdesse quell'utile e antico costume de' cavalieri erranti, né dar
motivo agli scudieri avvenire di lagnarsi di lui che avesse trasandato un
così giusto privilegio.
Volle la cattiva stella dello sventurato Sancio
che fra coloro che colà trovavansi, fossero quattro battilana di
Segovia, tre merciai del porto di Cordova e due di Siviglia, gente allegra e
dabbene, ma pronta sempre alle burle; i quali come se un medesimo spirito
gl'instigasse e movesse, accostaronsi a Sancio e lo fecero smontare dall'asino;
uno poi di essi andò a prendere la coperta del letto dell'oste, sulla
quale distesero lo scudiere; quindi alzati gli occhi, e vedendo che il soffitto
era troppo basso al loro bisogno, deliberarono di uscir nel cortile che aveva
per coperchio il cielo, ed ivi posto Sancio in mezzo al copertoio, cominciarono
a sbalzarlo in alto, e togliendosi lo spasso che alcuni si prendono di qualche
cane nella stagione di carnovale. Furono sì alte le strida del povero
sobbalzato, che giunsero all'orecchio del suo padrone; il quale, fermatosi ad ascoltare
con grande attenzione, credette che fosse per accadere qualche nuova avventura,
ma poi conobbe che quegli che gridava era il suo scudiero. Volta la briglia, e
col pesante galoppo del suo Ronzinante, ritornò nell'osteria, e
trovandola chiusa la girò tutt'intorno per vedere se ne scoprisse
l'ingresso; ma giunto alla muraglia della corte, che non era troppo alta,
scoperse il cattivo giuoco che facevasi del povero Sancio. Lo vide calare e
salire per aria con tanta grazia e prestezza, che se non fosse stato coll'animo
inviperito ne avrebbe riso egli stesso. Provò di arrampicarsi dal
cavallo sul muro, ma non gli fu possibile, tanto era ancora pesto e malconcio,
però d'in sul cavallo, cominciò a scagliare tante villanie e
tanti vituperii contro a quelli che facevano balzar Sancio, che non è
possibile scriverli: e nondimeno coloro senza curarsi de' fatti suoi, e in
mezzo alle risa continuarono a mandar Sancio in aria; il quale divenuto
volatore ora gridava, ora minacciava, ora pregava, ma tutto questo poco giovò,
perché non lasciarono il giuoco se non quando ne furono stanchi. Allora gli
ricondussero nel cortile il suo asino, e ve lo posero sopra coprendolo ben bene
col suo gabbano; e la compasionevole Maritorna, vedendolo affannato a quel
modo, gli porse un boccale di acqua attinta allora allora dal pozzo. Lo
pigliò Sancio, ed appressatolo alla bocca si ristette dal bere per
ascoltare il suo padrone che ad alta voce esclamava: — Sancio, figliuolo, non
bever acqua no, figliuolo, non beverla che ne resterai morto; guarda qua il
preziosissimo balsamo (e gliene mostrava il vasetto) per la cui virtù
risanerai, bevendone due sole goccie” A queste parole Sancio voltò gli
occhi come di traverso, e rispose con voce ancor più sonora: — Si è
forse dimenticata vossignoria ch'io non sono cavaliere? e vuol ella che io
abbia a recere il resto delle viscere avanzatemi da questa notte? tengasi il
suo liquore con tutti i malanni, e mi lasci quieto.” Il proferire queste parole
e il mettersi a bere fu un punto solo; ma poiché al primo sorso si accorse che
quella era acqua se ne astenne, e pregò Maritorna che gli portasse del
vino, ciò ch'ella fece ben volentieri, pagandolo di sua propria borsa;
perché ad onta de' suoi traviamenti, era per altro una buona cristiana. Bevuto
ch'ebbe, Sancio, diede delle calcagne al suo asino, e spalancando la porta
dell'osteria quant'era larga, ne uscì contentissimo di non aver pagato
neppure un quattrino, e di aver così vinta la prova alle spese
però dei suoi soliti mallevadori, cioè delle proprie spalle. Vero
è che l'oste ne ritenne le bisacce in pagamento del suo credito, di che
Sancio non si accorse, tanto era fuori di sé! Voleva anche l'oste, subito che
lo vide uscito fuori, assicurar con buone stanghe la porta dell'osteria, ma nol
consentirono quelli della coperta; gente da non fare il menomo conto di don
Chisciotte quand'anche fosse stato realmente uno de' cavalieri erranti della
Tavola Rotonda.
CAPITOLO XVIII
DOVE RACCONTASI I DISCORSI CHE PASSARONO TRA SANCIO PANCIA E DON
CHISCIOTTE CON ALTRE AVVENTURE DEGNE DI ESSERE RICORDATE.
Sancio raggiunse il padrone, ma sì debole
e svenuto che gli mancava sino la lena di far andare il giumento. Vedendolo
rovinato a quel modo don Chisciotte gli disse: — Ora, Sancio mio caro, mi
confermo nell'opinione che quel castello, ovvero osteria, fosse certamente
incantato, perché non poteano essere altro che fantasime o gente dell'altro
mondo coloro che si presero così indegno passatempo della tua persona. E
tanto più lo credo quanto che mentre io stava presso al muro della
corte, guardando gli atti della tua funesta tragedia, non mi fu possibile di
salirvi, e nemmanco smontare da Ronzinante, ché certo mi avevano incantato. Ti
giuro da cavaliere che sono, che se avessi potuto saltar la muraglia, ti avrei
vendicato in modo che quei poltronacci e malandrini avrebbero dovuto ricordarsi
eternamente di cotale burla, a costo anche di contravvenire alle leggi della
cavalleria; le quali, come altre volte ti dissi, non permettono al cavaliere di
cimentarsi contro chi non è tale, a meno che non si tratti di salvare la
propria vita, in caso di urgente e grave necessità. — Io pure mi sarei
vendicato se lo avessi potuto, disse Sancio, fossi o no armato cavaliere; ma io
non era da tanto; e tengo per indubitato che quelli che mi conciarono a quel
modo, non fossero fantasime né uomini incantati, come dice vossignoria, ma
uomini in carne ed ossa come siamo noi e come son tutti; e mentre che mi
sbalzavano per aria, io li sentii chiamarsi per nome; uno nomavasi Pietro
Martinez, un altro Tenorio Hernandez, e il nome e cognome dell'oste era
Giovanni Palomecche il mancino; e si persuada, mio signore, che il non aver
potuto saltar sulla muraglia né smontare da cavallo, dovette provenire da ben
altra cagione che da incantesimi; quello poi che so io con tutta chiarezza si
è che queste venture che andiamo cercando, ci condurranno a tanti
malanni, che giungeremo a non saper più qual sia il nostro piè
destro; e il consiglio migliore e più sicuro, secondo il mio poco intendimento,
sarebbe che noi ritornassimo alla nostra terra, ora ch'è il tempo della
mietitura del grano, e là badassimo alle nostre faccende, senza altro
girare e passare dal pero al fico, ovvero dalla padella alle brage. — Tu
conosci ben poco, rispose don Chisciotte: le cose della cavalleria! Taci ed
abbi sofferenza; che verrà il giorno in cui vedrai cogli occhi tuoi
propri quanto onore ci ridonderà dall'esercizio di questa professione; e
dimmi di grazia: qual maggiore contento può agguagliare a quello di
vincere una battaglia e trionfare di un suo nemico? Nessuno senza dubbio. —
Così sarà, rispose Sancio, giacché io non m'intendo di queste
cose; ma intanto daché siamo diventati cavalieri erranti, od almeno vossignoria
(che io non sono tale da essere collocato in quel numero,) altra battaglia non
si è vinta tranne quella di Biscaino, ed anche allora ne partì la
signoria vostra con mezz'orecchia e mezza celata di meno: dopo di essa tutto
è proceduto a bastonate e a pugna, ed io, in aggiunta, sono stato
sbalzato in aria col copertoio da persone incantate delle quali non posso
pigliar vendetta; e perciò non so ancora sin dove arrivi il gusto di
vincere il nemico, com'ella dice. — Questo è il rammarico che sento io,
e che provar dèi tu pure, o Sancio, rispose don Chisciotte, ma
procurerò da qui innanzi di aver alle mani una spada costrutta con tale
maestria, che chi la porta non possa mai andar soggetto ad incanti: potrebbe
anche avvenire che il caso mi facesse padrone di quella di Amadigi quando si
chiamava il cavaliere dell'ardente spada, che fu una delle migliori che
mai cingesse cavaliere al mondo, e che oltre alle qualità che ti ho
narrate tagliava come un rasoio, né v'aveva armatura, fosse pur quanto si vuole
incantata e forte, che le resistesse. — Io sono fortunato per modo, disse
Sancio, che quand'anche ciò fosse, e riuscisse alla signoria vostra di
avere una spada siffatta, si troverebbe poi ch'essa gioverebbe solo ai
cavalieri armati, come avvenne del balsamo; e gli scudieri se ne anderebbero
tuttavia alla malora. — Non temere di questo, replicò don Chisciotte,
che il cielo non sarà teco sì rigoroso.”
Andavano viaggiando don Chisciotte e il suo
scudiere intrattenendosi in questi discorsi, quando don Chisciotte vide che
sulla strada da loro battuta veniva un grande e folto polverio; laonde volto a
Sancio, gli disse; “Quest'è il giorno, o Sancio, in cui s'ha da
conoscere a qual bene mi riserba la sorte; e il valore del mio braccio, ed in
cui ho da operare meraviglie degne di essere registrate nel libro della fama
pei secoli tutti avvenire. Vedi tu, o Sancio, quel polverio che colà si
solleva? Sappi che dentro vi è chiuso un esercito poderosissimo,
composto di varie nazioni e di gente innumerabile venuta da diverse parti. — Se
questo è vero, saranno due eserciti, replicò Sancio; perché anche
dalla parte opposta sollevasi un polverio.” Voltosi don Chisciotte a guardare,
vide ch'era vero, e rallegrandosi oltremisura, pensò che fossero due
eserciti che venissero ad incontrarsi ed a battersi in mezzo a quella spaziosa
pianura, poiché sempre avea piena zeppa la fantasia di quelle battaglie,
incantamenti, avventure, contrattempi, amori e disfide che si raccontano nei
libri di cavalleria; e quanto egli parlava, pensava o faceva, era tutto di
siffatte fantasie.
Il polverio da lui visto, proveniva da due gran
branchi di pecore e di montoni che venivano a quella volta da due parti; ma per
la fitta polvere non era possibile ravvisare che così fossero veramente.
Con tanta fermezza sostenea don Chisciotte ch'erano eserciti che lo credette
anche Sancio, e gli disse: — Signore, e che facciamo noi? — Che? disse don
Chisciotte; prestare assistenza e favore ai più deboli e bisognosi. Hai
da sapere Sancio, che questo che ci viene di fronte lo conduce e lo guida il
grande imperatore Alifanfarone, signore della grande isola Taprobana;
quest'altro che ci viene alle spalle, è quello del suo nemico re dei
Garamanti Pentapolino detto dal braccio ignudo, perché entra sempre in
battaglia col braccio destro scoperto. — E perché si odiano tanto questi due
signori? domandò Sancio. — Si odiano, rispose don Chisciotte, perché
questo Alinfanfarone è un furibondo pagano, innamorato della figlia di
Pentapolino ch'è assai bella ed oltremodo graziosa signora; ma come
cristiana, suo padre non vuole farla moglie di un pagano, se costui non
abbandona la legge del suo falso profeta Maometto, e non abbraccia la vera. —
Quand'è così, disse Sancio, io voglio assistere Pentapolino che
merita lode, e mi tengo obbligato ad aiutarlo per quanto posso. — Farai
l'obbligo tuo, Sancio, disse don Chisciotte, perché in simili battaglie non
occorre di essere armato cavaliere. — Questo va bene, replicò Sancio, ma
dove nasconderemo intanto questo mio asino per ricuperarlo dopo la battaglia?
perché non credo che nessuno finora usasse mai di mettersi a combattere con
siffatta cavalcatura. — Rifletti saviamente, soggiunse don Chisciotte, e quello
che può fare si è di abbandonarlo alla sorte: si perda o no,
nulla importa, perché dopo la vittoria avremo tanti cavalli al nostro comando,
anche Ronzinante corre pericolo ch'io nol cambii con qualch'altro. Ma attento
che ti voglio dar conto de' più notabili cavalieri di questi due
eserciti; e perché tu meglio li vegga e li esamini, seguimi sopra questa
collina, d'onde si scopriranno anche meglio.”
Vi salirono, si posero sopra un'altura, d'onde
avrebbero potuto discernere che quelli non erano già eserciti ma
armenti, se il polverio ch'essi levavano, non avesse loro impedita la vista. Ad
onta di questo don Chisciotte, vedendo colla sua fantasia ciò che non
vedevano gli occhi né in fatto esisteva, con alta voce, cominciò a dire:
— Quel cavaliere che vedi là coll'arme gialle che porta nello scudo un
leone coronato schiavo a piè di una donzella, è il valoroso
Laurcalco signore del ponte d'argento; l'altro che ha l'arme coi fiori d'oro, e
che porta nello scudo tre corone d'argento in campo azzurro, è il temuto
Micocolembo gran duca di Chirozia; l'altro che ha le membra gigantesche, che
sta alla mano dritta, è l'ardito Brandabarbarano di Boliche, signore
delle tre Arabie che viene armato di una pelle di serpente, e tiene per iscudo
una porta, che, a quanto si dice, è una di quelle del tempio fatto
precipitare da Sansone allorché morendo si vendicò dei nemici. Ma volgi
l'occhio a quest'altra parte, e vedrai dinnanzi e alla fronte di quest'altro
esercito il sempre vincitore e non mai vinto Timonello di Carcassona, principe
della nuova Biscaia, che viene coll'armatura divisa in quarti azzurri, verdi,
bianchi e gialli, e porta sullo scudo un gatto d'oro in campo leonato col motto
che dice Miau, ch'è il principio del nome della sua signora: la
quale per quanto si dice, è la senza pari Miaulina, figlia del duca
d'Alfegnincheno dell'Algarvia; l'altro che carica e opprime la schiena di
quella grande alfana, coll'arme bianche come la neve e collo scudo bianco senza
insegna veruna, è un cavaliere novello francese, chiamato Pietro Papin,
signore delle baronie di Utricche; l'altro che batte i fianchi colle armate
calcagna a quel veloce e chiazzato daino, e porta l'arme delle pelli azzurre,
è il poderoso duca di Nerbia Espantafilando del Bosco, che ha per
impresa nello scudo uno sparviere con un motto in castigliano, che dice
così: Rastrea mi suerte, e che significa: Investiga la mia
sorte.”
A questo modo andò nominando molti e molti
cavalieri dell'uno e dell'altro immaginario squadrone, dando a tutti arme, e
colori, imprese e motti, trasportato dalla immaginazione della sua non
più vista pazzia; e senza interrompere proseguì dicendo: — Questo
squadrone di fronte è composto di nazioni fra loro diverse; si
raccolgono in essi di quelli che beono le dolci acque del famoso Xanto; i
montanari che calcano i massilici campi; quelli che cribrano il finissimo oro
dell'Arabia Felice; quelli che godono delle celebri e fresche acque del chiaro
Termodonte; quelli che per molte e diverse strade deviano le acque
dell'aurifero Pattolo; quelli di Numidia mal fidi nelle loro promesse; i
Persiani rinomati nell'uso degli archi e delle frecce; i Parti, i Medi che
combattono fuggendo; gli Arabi erranti; gli Sciti crudeli non meno che i
bianchi; gli Etiopi dalle labbra forate, e infinite altre nazioni, le cui facce
conosco e vedo, e tuttoché non mi sovvenga bene come si chiamino. Vengono in
quest'altro squadrone quelli che bevono le cristalline onde del Beti
ombreggiato da ulivi; quelli che si rendono tersi e lindi i volti col liquore
del sempre ricco e dorato Tago; quelli che godono delle salutari acque del
divino Genil; quelli che vantano ne' tartesii campi abbondanti pascoli; quelli
che vivon felici nei campi elisi di Xeres; i ricchi e di bionde spighe coronati
Manceghi; quelli vestiti di ferro, antiche reliquie del sangue goto; quelli che
si bagnano nel Pisuerga famoso pel suo corso tranquillo; quelli che pascono il
loro armento nelle pianure del tortuoso Guadiana, celebrato per lo nascosto suo
corso; quelli che tremano pel freddo del selvoso Pireneo e per le bianche vette
dell'alto Apennino; e finalmente quanti in seno chiude l'Europa intera.”
Oh di quante provincie parlò egli mai!
quante nazioni si fece a schierare, dando a ciascuno con mirabile
celerità gli attributi lor proprii, tutto ebro e invasato da quanto avea
letto nei menzogneri suoi libri! Sancio Pancia era attonito e sbalordito, né
apriva mai bocca; solo voltavasi di quando in quando per vedere se comparivano
i cavalieri e i giganti nominati dal suo padrone. E non vedendo nessuno, si
volse a lui, e gli disse: — Maledetto quell'uomo, quel gigante, quel cavaliere
che di quanti vossignoria ha nominati io vegga apparire: qua vi sarà
forse qualche incantesimo come nella scorsa notte. — Che dici tu? rispose don
Chisciotte; non odi il nitrir dei cavalli, lo squillare delle trombe, il batter
dei tamburi? — Io non sento altro, rispose Sancio, se non che un gran belare di
pecore e di montoni;” e ciò era vero, perché già si erano molto
avvicinate le mandre. — La tema, disse don Chisciotte, t'ingombra per modo, che
tu né odi, né vedi a dovere; e in verità che uno degli effetti della
paura è quello di sconvolgere i sentimenti, e di presentare le cose
diverse affatto da quello che or sono. Ora se sei così dappoco,
ritirati, e lasciami solo, che io solo basto a rendere vittoriosa la parte da
me protetta e assistita.” E detto questo spronò Ronzinante, e colla
lancia in resta, discese dalla collina come un fulmine. Sancio gridava: — Torni
addietro la signoria vostra, signor don Chisciotte, che giuro a Dio ch'ella va
ad investire tante pecore e tanti montoni: torni addietro, per la vita di mio
padre, che pazzia fa ella mai? Guardi bene che non v'ha gigante, né cavaliere!
né gatto, né arme, né scudi divisi o interi, né palle azzurre, né indemoniate;
ma che fa ella mai? Ah poveretto di me!” Non per questo don Chisciotte mutava
proposito, anzi andava gridando: — Olà, cavalieri tutti che militate
sotto agli stendardi del prode Pentapolino dal braccio ignudo, seguitemi quanti
siete, e vedrete com'io presto saprò vendicarlo del suo nemico
Alifanfarone di Taprobana.” Pronunziate appena queste parole, si cacciò
in mezzo allo squadrone delle pecore, e cominciò ad investirle con tanto
furore e con tanta animosità, come se veramente fosse andato ad
affrontare un capitale nemico. I pastori ed i guardiani della mandra gridavano
e replicavano che non facesse: ma poiché videro inutile il loro schiamazzo
dieder di piglio ai sassi, e cominciarono a salutarlo con pietre grosse come un
pugno. Don Chisciotte, non curandosi punto delle sassate, scorreva qua e
colà dicendo: — Ove sei, superbo Alifanfarone, vieni a misurarti meco,
che sono un solo cavaliere e bramo da solo provar le tue forze e toglierti la vita
in pena delle offese che mediti contro al valoroso Pentapolino Garamanta.
Capitò in questo certa mandorla liscia liscia di fiume che gli
seppellì due costole nel corpo. Si tenne egli per morto, o almeno per
ferito pericolosamente, ma sovvenendosi del suo liquore, trasse di subito il
suo orciuolo e lo pose alla bocca mandando giù il balsamo nello stomaco.
Non avea appena ingoiato quanto gli parea necessario, che eccoti un'altra
grossa mandorla la quale gli colpì la mano e il vasetto sì
dirittamente, che questo andò in mille pezzi, e gli uscirono di bocca
tre o quattro denti mascellari, e poi gli furono malamente peste due dita della
mano. Tanto furono gagliardi il primo e il secondo colpo, che il povero
cavaliere dovette stramazzare giù dal cavallo. Accostaronsi allora i
pastori, e credendolo spacciato, raccolsero in fretta la loro mandra, e
caricate le bestie morte ch'erano più di sette, si diedero a fuggire
senza cercar altro.
Sancio era stato guardando dall'altura le pazzie
del suo padrone, e per dispetto strappavasi i peli della barba, e malediceva
l'ora e il momento in cui la trista sua sorte glielo avea fatto conoscere. Ma
poiché lo vide caduto in terra e ch'erano fuggiti i pastori, scese dal pendio,
e se ne corse a lui, che quantunque non fosse affatto fuori di sé, trovavasi
però ad assai tristo partito. “Non gliel diss'io, signor don Chisciotte,
cominciò poi, che tornasse addietro; e che quelli che andava ad
investire non erano eserciti, ma branchi di montoni? — Questa, risposegli don
Chisciotte, è tutta mal'opera di quel ladrone incantatore mio nemico.
Sappi, o Sancio, ch'è facile assai a costoro di farci apparire
ciò che loro piace; ed è questo il maligno che mi perseguita.
Costui invidiando la gloria che avrei riportata nel vincere questa battaglia,
ha trasformato gli squadroni dei nemici in branchi di pecore; e per
convincertene fa una cosa, te ne scongiuro, Sancio, monta sul tuo asino,
seguili cautamente, e vedrai che quando saranno di poco di qua lontani,
rivestiranno le primitive loro forme, e lasciando quelle di montoni ti
appariranno uomini fatti e perfetti della qualità che poc'anzi ti ho
minutamente descritta.... Ma no, deh non andare in questo momento, che ho gran
bisogno della tua assistenza e de' tuoi servigi. Accostati e vedi quanti mascellari
mi mancano, che temo purtroppo di averli perduti tutti.” Si appressò
Sancio, e sì davvicino da mettergli quasi gli occhi in bocca: ma fu
quello il momento in cui il balsamo fece la sua operazione nello stomaco di don
Chisciotte, e mentre Sancio inchinavasi per guardargli in bocca cominciò
a recere con tanta veemenza come se fosse uscita un'archibugiata e gittò
nella barba del compassionevole suo scudiere quanto avea nello stomaco. —
Madonna santa! esclamò Sancio; anche questa mi tocca? Ah questo infelice
fu certamente ferito a morte, poiché vomita sangue per la bocca.” Riflettendo
poi meglio al sapore, al colore, e all'odore, conobbe che non era sangue, ma il
balsamo del vasetto che gli avea veduto bere, e fu sì forte la nausea
che il prese, che rivoltandosi a lui pure lo stomaco, vomitò le budella
sopra il suo padrone, sicché amendue rimasero molto bene inaffiati. Corse
Sancio al suo asino per trarre dalle bisacce con che ripulirsi e medicare il
padrone; ma non ritrovandole più fu quasi per dare la volta al cervello.
Tornò alle imprecazioni, e propose in cuor suo di abbandonare il
padrone, e di ritornarsene al proprio paese, a costo di perdere il salario
dovutogli per la servitù prestata, e la speranza del governo dell'isola
promessa. Allora si rizzò don Chisciotte, e postasi la mano sinistra
alla bocca, perché non gli uscisse il resto dei denti, prese coll'altra le
redini di Ronzinante, che non erasi scostato un punto solo dal suo padrone
(tanto era leale e costumato!) e si recò là dove trovavasi il suo
scudiere che stava col petto appoggiato al suo asino, e con la mano alla
guancia come un uomo assorto in gravi pensieri. Vedendolo don Chisciotte a
quella guisa, e immerso nella maggiore tristezza, gli disse: — Sappi, o Sancio,
che un uomo non è da più di altro uomo, quando non fa più
di un altro: tutte queste burrasche che ci intervengono, sono segnali che
presto ha da rasserenarsi il cielo, e debbonsi cangiar in bene le cose, poiché
non è possibile che il bene ed il male sieno di eterna durata. Laonde poiché
il male persiste già da gran tempo, è da credere che sia per
cominciare il bene; né devi dunque accuorarti per le disgrazie che mi
succedono, e delle quali tu non sei punto partecipe. — E come no? rispose
Sancio; quello che ieri fu trabalzato con la coperta non era il figliuol di mio
padre? e le bisacce che adesso mi trovo mancare con tutto quel poco che
contenevano, di chi non erano se non mie? — E che, Sancio, disse don
Chisciotte, ti furono tolte le tue bisacce? — E come mi sono state rubate! rispose
Sancio. — Dunque, replicò don Chisciotte, oggi non avremo di che
mangiare! — E così sarebbe, replicò Sancio, se questi prati non
fossero forniti di quelle erbe che vossignoria dice di conoscere, e colle quali
si pascono nelle dure necessità i cavalieri erranti sventurati al pari
della signoria vostra. — Per altro, rispose don Chisciotte, io adesso gradirei
piuttosto un pezzo di pane o di focaccia con due teste di aringhe che
quant'erbe descrive Dioscoride, fosse pure quello illustrato dal dottor Laguna.
— Pazienza! monta sul tuo asino, Sancio mio buono, e seguimi, ché Dio ci
provvederà di ciò che ne abbisogna; e tanto più quantoché
ora travagliamo per seguirlo degnamente, non mancando egli di dar cibo alle
mosche dell'aria, né ai vermicelli della terra, né al minuto pesce delle acque;
ed è sì pietoso che fa risplendere il sole tanto per i buoni
quanto per i malvagi, e manda la pioggia per i giusti e per gli empii. —
Vossignoria, disse Sancio, sarebbe meglio riuscito a far il predicatore che il
cavaliere errante. — Seppero, rispose don Chisciotte, e debbono sapere di tutto
gli erranti cavalieri; e qualcuno di loro nei secoli scorsi fermavasi a
predicare in mezzo ad un campo reale, come s'egli fosse stato fatto dottore
nella università di Parigi, la lancia giammai fu avversa alla penna, né
la penna alla lancia. — Sia pur come dice vossignoria, rispose Sancio, ma
partiamo ora di qua, e procuriamo di trovar un alloggio per questa notte, e
piaccia a Dio che sia dove non si abbiano copertoi, né sbalzatori, né fantasime,
né Mori incantati; che se vi sono io mando ogni cosa al diavolo e alla befana.
— Raccomandati al Signore, figliuol mio, disse don Chisciotte, e drizza il
cammino ove più ti piace, che per questa volta lascio a te lo scegliere
l'alloggio a tuo modo; ma dammi la mano e tasta col dito, e guarda bene quanti
denti e quanti mascellari mi mancano da questa banda diritta della guancia
superiore, che qua sento dolermi.” Vi pose Sancio le dita, e dopo tastato,
disse: — Quanti mascellari solea tenere da questa banda vossignoria? — Quattro,
rispose don Chisciotte, ad eccezione del dente occhiale, tutti interi e sani. —
Badi bene la signoria vostra a quello che dice, rispose Sancio. — Dico quattro,
seppur non erano cinque, soggiunse don Chisciotte, perché in tutto il corso
della mia vita non mi fu levato dente mascellare di bocca, né alcuno mi
è mai caduto, né si è guastato per tarlo. — In questa parte
inferiore, disse Sancio, vossignoria non ha più che due mascellari e
mezzo, e nella superiore né mezzo, né intero, ma è tutta rasa come la
palma della mano. — Meschino di me! Disse don Chisciotte, sentendo le triste
nuove che davagli il suo scudiere. Avrei voluto piuttosto che mi avessero
spezzato un braccio, purché non fosse stato quello con cui adopero la spada;
perché ti dico il vero, Sancio mio, che la bocca senza mascellari è come
un mulino senza macina, e in molto maggior conto deesi tenere un dente che un
diamante. Ah, siamo soggetti a tutto noi che professiamo il faticoso ordine
della cavalleria! Sbrigati, sbrigati, amico, incomincia la strada, ed io ti
seguirò a tuo piacere.” Così fece Sancio, e continuò la
sua via in cerca di qualche alloggio. Andavano adagio perché il dolore delle
ganasce dava gran tormento a don Chisciotte, e Sancio intanto studiavasi di trattenerlo
con parole e di divertirlo, e tra gli altri ragionamenti venne in acconcio
quello che si leggerà nel seguente capitolo.
CAPITOLO XIX
DEI PRUDENTI DISCORSI CHE TENNE SANCIO COL SUO PADRONE ‑
DELL'AVVENTURA DI UN CORPO MORTO CON ALTRI FAMOSI SUCCESSI.
“I malanni, diceva Sancio al suo padrone, che ci
sono avvenuti ne' giorni addietro, mi do a credere che altro non sieno stati
fuorché la pena del peccato commesso dalla signoria vostra in contravvenzione
agli ordini della cavalleria; perché ella non ha adempiuto il giuramento che
già fece di non mangiare a tavola già apparecchiata, né di
trattenersi con la regina, con tutto quello che segue e che vossignoria
giurò di osservare finché non possedesse l'elmo di Malandrino, o come si
chiama il Moro, che non ne ricordo troppo bene. — Hai ragione, o Sancio,
rispose don Chisciotte, e a dirti il vero ciò m'era uscito di mente, ed
appunto in castigo della mia smemoratezza, e perché tu non me n'hai fatto cenno
prima di adesso ti è accaduta la disgrazia del copertoio; ma io ne
farò l'emenda, perché la cavalleria offre modo di riordinare ogni cosa.
— Ma io, rispose Sancio, avrei per avventura fatto qualche giuramento? — Non
importa che tu abbia o no giurato, replicò don Chisciotte; poiché tu ci
hai in qualche maniera partecipato, non puoi restare tranquillo; ma comunque
sia, sarà adesso ben fatto il pensare all'ammenda. — Se così
è, disse Sancio, badi bene, vossignoria, a non tornarsi a dimenticare di
ciò come del giuramento, che non saltasse il grillo un'altra volta alle
fantasime di venire a pigliarsi spasso con me, ed anche con vossignoria se la
trovano pertinace.”
Stando in questi e simiglianti discorsi furono
colti dalla notte, alla metà della strada senza sapere o scoprire ove
ricovrarsi, quello poi che più importa si è che morivano di fame
perché colla perdita delle bisacce era mancata tutta la dispensa e la
vettovaglia. Per colmo di disdetta venne ad offrirsi una nuova avventura, che
tale potea questa volta chiamarsi davvero senza alcun artifizio. La notte era
sopraggiunta molto più oscura dell'ordinario; ma ad onta di ciò
proseguivano il viaggio, credendo Sancio che lungo una strada maestra
dovrebbero trovare pur qualche osteria a poca distanza. Camminando dunque in
mezzo alle tenebre lo scudiere affamato e il padrone con ismania di mangiare,
videro per lo stesso cammino avanzarsi alla volta loro una gran quantità
di lumi, i quali sembravano stelle che si movessero. S'impaurì Sancio a
quella vista, e don Chisciotte non mancò di averne qualche apprensione.
L'uno tirò la cavezza, e l'altro la briglia; se ne stettero guardando
attentamente ciò che potessero essere, e videro che i lumi si
avvicinavano sempre più, e quanto più s'appressavano, tanto
più sembravano grandi. Sancio cominciò a tremare come se fosse
nell'argento vivo; e si drizzarono a don Chisciotte i capelli della testa; ma
poi rincorandosi un cotal poco, disse: “Questa, senza dubbio, o Sancio,
debb'essere grandissima e pericolosissima avventura, in cui sarà
necessario ch'io spieghi tutto il mio valore e la mia bravura. — Povero me!
rispose Sancio, e se a caso fosse questa un'avventura di fantasime, come mi
pare che sieno, chi avrà mai tante costole da sopportarla? — Sieno
fantasime quanto vogliono ch'io non permetterò mai che ti sia toccato un
pelo della barba; che se altra volta si presero di te quella burla, fu perché
non ho potuto saltare la muraglia della corte; ma ora ci troviamo in campagna
aperta, e qua potrò a mio talento adoperare la spada. — Ma se la
incantano, come fecero la volta passata, disse Sancio, che gioverà
trovarsi in campo aperto o serrato? — Con tutto questo, replicò don
Chisciotte, ti prego, Sancio mio, a stare di buon'animo, perché la sperienza ti
farà conoscere quanto io possa contare su questo mio braccio. —
Cercherò io pure, piacendo a Dio, disse Sancio, di sostenermi;” e
traendosi amendue da una parte della strada, tornarono a guardare attentamente
che cosa potessero essere quei tanti lumi ambulanti.
Poco appresso scoprirono molti uomini
incamiciati, la cui spaventevole visione finì di sbigottire affatto il
povero Sancio Pancia, il quale cominciò a sbattere i denti com'uno che
è preso dalla quartana: e lo sbattere dei denti e il tremar delle membra
crebbero a dismisura quando scorsero venti persone con sacco indosso, tutti a
cavallo, con torce accese in mano. Dietro a loro veniva una lettiga coperta a
lutto, accompagnata da altri sei a cavallo, vestiti essi pure con abito nero
lungo sino ai piedi delle mule (che così le giudicarono per il posato
loro andare), e procedevano mormorando non so che fra loro con voce bassa e
lamentevole. Visione sì strana a quell'ora, e in quel luogo deserto era
ben sufficiente per mettere spavento non solo nel cuore di Sancio, ma in quello
ancora del suo padrone. Con tutto ciò, mentre Sancio non sapea quasi
più come tirare il fiato, il contrario avveniva a don Chisciotte, alla
cui fantasia si offrì al vivo in quel punto che fosse una delle
avventure trovate nei suoi libri. Si figurò che la lettiga fosse una
bara ove dovesse essere qualche malferito od estinto cavaliere, la cui vendetta
era riserbata a lui solo; e senz'altre parole mise la lancia in resta, si
assicurò bene in sella e con animo risoluto postosi in mezzo alla strada
per dove gl'incamiciati doveano necessariamente passare, quando se li vide
vicini, disse a gran voce: — Fermatevi, cavalieri ignoti, e fatemi sapere chi
siete, donde venite, a qual parte andate, e che cosa rinchiudasi in quella
bara. Per quanto sembra, o avete fatto, o avete ricevuto qualche affronto; ed
è necessario ch'io 'l sappia o per punirvi del male forse da voi fatto,
o per vendicarvi del torto che poteste avere sofferto per colpa altrui. — Noi
abbiamo fretta, rispose uno degli incamiciati, lontana è l'osteria, né
ci resta agio di trattenerci per darvi conto di tutto quel che domandate;” e
dato degli sproni alla mula, passò innanzi. Si adontò don
Chisciotte di quella risposta, e pigliando la mula per la briglia la
spaventò in modo che, inalberatasi, fece cadere per le groppe chi vi era
sopra.
Un servitore che andava a piedi, vedendo cadere
in terra l'incamiciato cominciò a dire mille ingiurie a don Chisciotte,
il quale indispettito, senz'attender altro, mettendo in resta il lancione,
buttò a terra uno di cotesti vestiti a bruno che restò malamente
ferito; ed investendo poi gli altri con meravigliosa prestezza assalì,
vinse e sbaragliò: pareva che in quel momento fossero nate le ali a
Ronzinante; tanto marciava leggiero e baldanzoso! Tutti gl'incamiciati erano
gente pavida, disarmata, e quindi con somma facilità e in un momento
senza altre zuffe, si posero a fuggire per la campagna con le torce accese, che
sembravano tante maschere di quelle che sogliono correre nelle allegre e
festevoli notti del carnevale. Essendo poi ravvolti e imbacuccati ne' lunghi
loro abiti e zimarre non potevano affrettare il passo, e perciò don
Chisciotte, senza esporsi a pericolo di sorta alcuna, li bastonò tutti e
li fece fuggire a loro malgrado; e tanto più che tutti si persuasero
ch'egli non fosse altrimenti un uomo, ma un demonio venuto per impossessarsi
del cadavere che portavano nella lettiga. Sancio se ne stava guardando ogni
cosa, maravigliato dell'ardimento del suo padrone, e dicea fra se stesso:
— Questo mio padrone è certamente valoroso
e forte come si vanta!” Stava una torcia per terra vicino al primo ch'era
caduto colla mula, ed a quel lume poté essere ravvisato da don Chisciotte, che
accostandosi gli appuntò al viso il lancione, e gl'intimò che si
arrendesse se non voleva essere ammazzato. Il povero caduto, rispose: — Io mi
sono già arreso mentre non posso movermi, che mi è stata rotta
una gamba; e supplico la signoria vostra, se è cavaliere cristiano, che
non mi uccida, perché commetterebbe un gran sacrilegio essendo io chierico e
già pervenuto ai primi ordini. — E chi diamine vi ha qui condotto, disse
don Chisciotte, se siete un ecclesiastico? — Chi? rispose il caduto; la mala
mia sorte. — Ma un'altra peggiore ve ne sta sopra, disse don Chisciotte, se non
rispondete puntualmente a quanto vi domando. — Servirò vossignoria molto
volentieri, rispose colui; ed ella saprà che quantunque io le abbia
detto di essere chierico, non sono che baccelliere, e mi chiamo Alfonso Lopez
nativo di Alconvendas; vengo dalla città di Baeza con altri undici sacerdoti,
che sono quelli che fuggirono colle torce accese, e siamo diretti alla
città di Segovia per accompagnare un corpo morto che giace in quella
lettiga; ed è il corpo di un cavaliere mancato di vita in Baeza dove
stette depositato per qualche tempo, e adesso, come dico, ne portiamo le ossa
al suo sepolcro ch'è in Segovia sua patria. — E chi lo ammazzò?
domandò don Chisciotte. — Dio che gli mandò una febbre maligna,
rispose il baccelliere. — A questo modo, soggiunse don Chisciotte, nostro
Signore mi ha disobbligato dal pensiero di vendicare la sua morte, il che avrei
fatto se fosse stato ucciso da qualcun altro; ma essendo mancato di vita per la
causa che mi adducete, non vi è altro che starsene cheti e stringersi
nelle spalle; che già si farebbe lo stesso se si trattasse della morte
mia. Bramo per altro che sappia vostra riverenza ch'io sono il cavaliere della
Mancia, chiamato don Chisciotte, e che il mio dovere e il mio esercizio
consistono nello andare per lo mondo raddrizzando torti, e vendicando soperchierie.
— Non posso intendere, disse il baccelliere, come raddrizzate i torti, mentre
di diritto ch'io era mi lasciate qui storto con rotto una gamba, la quale non
si raddrizzerà mai più finché io vivrò; e quella
soperchieria da cui mi avete salvato consiste nel ridurmi a modo da
ricordarmene per tutta la vita; ah! è stata ben grande la mia sventura
nell'abbattermi in voi che andate cercando le avventure. — Non accadono tutte
le cose a un modo, risponde don Chisciotte: il male è stato, signor
baccelliere Alfonso Lopez, a venire come faceste di notte vestito con quel
camiciotto, con torce accese, bisbigliando, e così messo a bruno che
propriamente sembravate una figura d'altro mondo, né io ho potuto dispensarmi
dallo eseguire il dover mio assaltandovi; ed avrei fatto lo stesso quand'anche
avessi saputo che foste i diavoli dell'inferno; che tali vi ho giudicati, e
tali mi sembrate anche adesso. — Poiché mi riserbò la sorte a questo
destino, disse il baccelliere, supplico vossignoria, signor cavaliere errante,
che avendomi posto a sì mal partito, mi diate almeno aiuto a liberarmi
da questa mula che mi tiene imprigionata una gamba tra la staffa e la sella. —
Dovevate aspettare a dirmelo domani, rispose don Chisciotte; e fin quando
volevate occultarmi la vostra disgrazia?” Chiamò allora Sancio ad alta
voce, ma egli non si prese molto pensiero di obbedirlo essendo occupato a
svaligiare una mula che portava un carico di cose da mangiare, provvisione
indispensabile per quella buona gente. Egli avea formato del suo gabbano una
specie di sacco, e andava riempiendolo di tutto quanto vi poteva capire: il che
eseguito, e caricato il suo asino andò a vedere di che abbisognasse il
padrone, ed allora aiutò egli pure il signor baccelliere a sciogliersi
dalla oppressione in che lo teneva la mula, e ponendovelo sopra gli
consegnò anche la torcia. Don Chisciotte gli disse che tenesse la strada
presa da' suoi compagni, ai quali chiedesse in suo nome perdono della offesa
ricevuta da lui, benché senza sua colpa. Sancio pure gli disse: — Se a sorte
volessero sapere quei signori chi è stato il valoroso che li ha conci a
quel modo, dirà vossignoria ch'è stato il famoso don Chisciotte
della Mancia, il quale con altro nome si chiama il Cavaliere della Trista
Figura.” Andò pe' fatti suoi il povero baccelliere, e don
Chisciotte, rimasto inoperoso, dimandò a Sancio per qual cagione si
fosse indotto piuttosto in questa che in altre circostanze ad appellarlo il Cavaliere
della Trista Figura. — Rispondo subito, disse Sancio; perché stando io
rimirandola al lume di questa torcia, che porta ora con sé quel disgraziato
passeggero, ho veduto che vossignoria è da poco in qua diventato la
più trista figura che mi sia mai caduta sott'occhio; il che da me si
attribuisce o alla stanchezza o alla fatica di tanti combattimenti, ovvero alla
mancanza dei denti mascellari. — Non è questa no, la cagione, rispose
don Chisciotte, ma perché al savio ch'è incaricato di scrivere la storia
delle mie imprese sarà parso ben fatto ch'io prenda qualche nome
appellativo, come lo prendevano tutti i cavalieri miei antecessori, che uno si
chiamava quello dell'Ardente Spada, l'altro quello dell'Unicornio, ovvero
quello delle Donzelle o quello della Fenice, questi il Cavaliere
del Grifo, l'altro quel della Morte, e con questi nomi ed
insegne erano conosciuti per tutto il circolo della terra. Dico per questo, che
il savio predetto ti avrà posto in bocca e in pensiero poco fa che tu mi
chiamassi il Cavaliere della Trista Figura, come appunto io diviso di
chiamarmi per l'avvenire; e perché mi calzi meglio un tal nome, farò
dipingere (ove mi presenti l'opportunità) nel mio scudo una assai trista
figura.
— Non occorre, signor mio, gittare inutilmente
tempo e denari per dipingere una brutta figura; basta che la signoria vostra
faccia vedere il suo volto, e senz'altre brighe o bisogno di pittura nello
scudo lo chiameranno quello della Trista Figura, perché le protesto, o
signore, e mi creda che le dico il vero (sia detto per burla) che la fame e la
mancanza dei mascellari le rendono il muso tanto deforme, che potrà far
meno assolutamente di spendere nella pittura.” Rise don Chisciotte degli
scherzi di Sancio; ma contuttociò propose seco medesimo di chiamarsi con
quel nome quando fosse riuscito a far dipingere il suo scudo o rotella come
avea immaginato; e poi gli disse: — Comprendo, Sancio, ch'io resto scomunicato
per aver posto mano violentemente in cosa sacra, secondo quel testo: Si quis
suadente diabolo, etc., benché io, a dir vero, non misi loro addosso le
mani, ma questo lancione, poi io non credetti di offendere i sacerdoti o cose
di chiesa, che rispetto e adoro come cattolico e fedel cristiano, ma fantasime
e visioni dell'altro mondo. E ad ogni modo, mi sovviene quanto accadde al Cid
Ruy Diaz quando ruppe la sedia dell'ambasciadore di quel re dinanzi a Sua
Santità il papa, che per questa cosa lo scomunicò; e nondimeno in
quel giorno il buon Rodrigo di Vivar si portò da onorato e valoroso
cavaliere.”
Quando il baccelliere Alonso Lopez sentì
toccar questa corda andò pe' fatti suoi senza replicare parole. Bramava
don Chisciotte di vedere se il corpo che giaceva nella lettiga fosse ridotto in
ossa o altrimenti, ma Sancio non vi acconsentì dicendogli: — Signore,
ella ha posto fine a questa pericolosa avventura con la maggior sicurezza di
tutte le altre da me vedute. Questa gente, benché sconfitta e posta in
iscompiglio, potrebbe darsi che vergognandosi di essere state vinta da una sola
persona, tornasse addietro e ci desse di che fare. Il giumento è
all'ordine; la montagna vicina; la fame è pronta; non resta dunque se
non che ci ritiriamo senza perder tempo, e come suol dirsi: vada il morto alla
sepoltura e il vivo alla focaccia.” Fattosi dinanzi al suo asino, pregò
il suo padrone che lo seguitasse, e sembrando a don Chisciotte che Sancio
avesse ragione, lo seguì senz'altre parole. Internatisi pochi passi si
trovarono fra due colline, in un'ampia e romita valle dove smontarono, e Sancio
alleggerì il giumento, e sedutosi sopra la verde erbetta con la salsa
della fame pranzarono, fecero merenda e cenarono a un punto stesso, e
reficiarono il loro stomaco mercé delle fredde vivande che i signori chierici
del defunto (i quali di rado si trovano alla sprovvista) si portavano bene
condizionate sopra la loro mula. Successe però un'altra disgrazia, che
Sancio tenne per la peggiore di tutte, e fu che mancò e vino ed acqua da
porre alla bocca. Stimolati dalla sete, e vedendo che quel prato in cui si
trovavano era coperto da erba tutta fresca e minuta, Sancio disse quello che si
leggerà nel seguente capitolo.
CAPITOLO XX
DELLA GIAMMAI VEDUTA ED INTESA AVVENTURA CHE NON FU TERMINATA
CON TANTO POCO PERICOLO DA FAMOSO CAVALIERE DEL MONDO, CON QUANTO POCO
FU SUPERATA DAL VALOROSO DON CHISCIOTTE DELLA MANCIA.
“In questi dintorni, per l'indizio che ce ne
danno queste freschissime erbe, deve, senza dubbio, trovarsi o una fonte o un
ruscello che le inverdisca; e sarà bene, diceva Sancio, che camminiamo
un poco; ché noi troveremo certamente il mezzo di estinguere la sete orribile
che ci crucia e ci strazia assai più della fame.”
Piacque a don Chisciotte il consiglio, e
prendendo egli per le redini Ronzinante, e Sancio, il suo asino pel capestro,
dopo averlo caricato degli avanzi della cena, si posero a camminare a tastone
qua e là per lo prato, poiché l'oscurità della notte non lasciava
loro discernere cosa alcuna. Non ebbero fatto duegento passi, quando giunse
loro all'orecchio un gran rumore d'acqua che pareva precipitasse da qualche
balza. Questo rumore grandemente li rallegrò; e fermatisi per accertarsi
d'onde partiva, un altro ne udirono d'improvviso, ma di natura tale che fece
obbliare l'allegrezza dell'acqua scoperta, specialmente a Sancio che per sua
natura era timido e di poco cuore. Consisteva in certe botte a battuta,
accompagnate da stridore di ferri e catene, che frammisto al furioso rombazzo
dell'acqua, avrebbe messo paura in ogni altro cuore che non fosse stato quello
di don Chisciotte. Era, come si è detto, oscura la notte, e il caso li
portò fra alberi altissimi, le cui fronde, mosse dal vento, producevano
un altro mormorio piacevole e pauroso ad un tempo; di qualità che
tutt'insieme la solitudine, il sito, l'oscurità, il susurro delle acque,
lo stormir delle foglie, tutto cagionava orrore e spavento. E tanto più
poi considerando che né le botte cessavano, né il vento taceva, né il giorno
era vicino, né oltre a questo sapevano in che luogo si trovassero.
Don Chisciotte però, animato
dall'intrepido suo cuore, salì sopra Ronzinante, e imbracciando la
rotella dié di piglio al suo lancione, dicendo: — Sancio mio, hai da sapere che
io nacqui per favore del cielo in questa età nostra di ferro per fare
rivivere quella dell'oro o l'età dorata siccome noi siamo soliti
nominarla. Quegli son io a cui riserbati sono i perigli, le alte imprese ed i
memorabili avvenimenti; quegli son io cui si aspetta di far rinascere i tempi
della Tavola Rotonda, dei dodici paladini di Francia, dei nove della Fama;
quegli per cui debbono essere obbliati del tutto i Platiri, i Tablanti, gli
Olivanti, i Tiranti, i Febi ed i Belianigi con tutta la caterva de' famosi
cavalieri erranti della antica età, facendo in questa nella quale mi
trovo tanto grandi azioni, tanto straordinarie cose e fatti d'arme da oscurarne
i più celebri finora uditi.
Poni ben mente, fedele ed accorto scudiere mio,
alle tenebre di questa notte, al suo silenzio profondo, al sordo e confuso
rombare di questi alberi, allo strepitoso mormorare di quell'acqua che siam
venuti cercando, e che sembra precipitarsi dagli alti monti della luna, ai
colpi incessanti che ci feriscono con tanta pena gli orecchi; cose tutte qui
raccolte, ognuna delle quali saria bastante da per sé sola metter tema, paura e
spavento nel petto istesso del dio Marte, e tanto più dunque in quello
di chi non è avvezzo a così fatti avvenimenti ed incontri. Or
bene; tutte queste cose che io ti vengo mettendo in considerazione, sono
incentivo e stimolo all'animo mio; e già il cuore mi si gonfia nel petto
pel desiderio che ho di affrontare quest'avventura per quanto pericolosa si mostri;
perciò restringi un poco le cinghie a Ronzinante, poi rimanti con Dio,
ed aspettami qua non più di tre giorni; compiti i quali, se non mi
rivedi, torna alla nostra terra, e giunto che vi sarai, ti prego per favore e
per grazia di recarti al Toboso, dove dirai alla incomparabile signora mia
Dulcinea, che il cavaliere suo schiavo è morto per essersi accinto ad
imprese che lo rendessero degno di chiamarsi suo prigioniere.”
Quando Sancio sentì parlare in tal guisa
il padrone, si mise a piangere colla maggior commozione del mondo, e gli disse:
— Signore, io non so perché mai vossignoria voglia mettersi a sì
tremendo cimento; adesso è notte, qua non si trova anima viva, e noi
possiamo andare per un'altra strada e schivare il pericolo, a costo di camminare
tre giorni senza trovare una goccia d'acqua per bere; e poiché non v'è
chi ci vegga, meno vi sarà chi ci accusi codardi e poltroni. Sovvengomi
di aver sentito parecchie volte predicare il curato della nostra terra, ben
conosciuto da vossignoria, e dire che chi si espone nel pericolo, nel pericolo
cade; né è bene stuzzicare il cane che dorme e mettersi in un cimento da
cui l'uomo non possa uscire se non per mero prodigio; e le basti quello che ha
fatto il cielo preservandola dall'essere, come avvenne a me, sbalzato per aria
colla coperta, e concedendole vittoria sopra quei tanti nemici che
accompagnavano il morto; e quando tutto questo non bastasse a movere l'indurato
suo cuore, lo mova almeno il pensiero che tosto vossignoria si sarà di
qua allontanata, a me uscirà l'anima per la paura e mi resterò
qua tutto basito. Sono partito dal mio paese, ho abbandonato la moglie e i
figliuoli per venir a servirla, pensando di dover diventarne da più e
non da meno: ma siccome il soprappiù rompe il sacco, così mi
veggo tolte le speranze quando io le nutriva più vive, di pervenire al
governo di quella malaugurata isola infelicissima che le tante volte mi fu
proposta da vossignoria; e in cambio e in compenso ora ella si determina di
abbandonarmi in un sito così appartato dal genere umano? La prego per
carità, padrone mio, di non lasciarmi desolato e deserto, o se non vuole
la signoria vostra desistere, rimetta per lo meno il suo viaggio fino alla
mattina; che per le cognizioni ch'io ho preso sin da quando era pastore, non
possono mancare tre ore all'alba; perché la bocca dell'Orsa minore sta sopra la
testa della croce e fa la mezzanotte in braccio sinistro. — Come puoi tu
Sancio, disse don Chisciotte, vedere dove sia questa linea né dove questa bocca
o questa collottola che vai dicendo, mentre la notte è sì oscura,
che non si scorge pur una stella nel cielo? — La cosa è com'io l'ho
detta, rispose Sancio, e la paura ha molti occhi e giunge a vedere fino
sotterra allo stesso modo come vede fino al cielo; ed è il fatto che
poco ci manca allo spuntare del giorno. — Manchi quello che può mancare,
replicò don Chisciotte, non si dirà mai di me verun tempo che
lagrime o preghiere tolto mi abbiano dall'eseguire il debito di cavaliere;
perciò pregoti, Sancio, che altro tu non soggiunga, perché Dio che mi ha
posto in cuore di imprendere senza ritardo una non più veduta e
ardimentosa avventura, mi guiderà a salvezza e conforterà il tuo
dolore; assetta bene le cinghie a Ronzinante, e rimanti qui, che, vivo o morto,
presto sarò a te di ritorno.” Vedendo Sancio la decisa volontà
del padrone, e le sue lagrime, i suoi consigli e i suoi prieghi essere
inefficaci, si avvisò di correre all'astuzia per tentar pure ch'egli
aspettasse il giorno; e così nello stringere le cinghie al cavallo, con
avvedutezza e senza fare il menomo strepito legò colla cavezza del suo
asino i piedi di dietro di Ronzinante, di maniera che quando don Chisciotte si
accinse di partire gli fu impossibile perché il cavallo si moveva soltanto a
salti. Vedendo Sancio il buon successo dell'arte usata, disse: — Ecco, o
signore, che il cielo commosso dalle mie lagrime e dalle mie preghiere ha
disposto che Ronzinante non possa moversi, e se ella perfidierà a voler
che cammini a furia di sproni e di percosse, sarà uno stancare la fortuna
e, come suol dirsi, dar delle pugna all'aria.” Disperavasi don Chisciotte, e
più che spronava il cavallo meno lo faceva muovere; laonde senza
sospettare della legatura, tenne per il più savio partito di mettersi in
quiete ed attendere che facesse giorno e che Ronzinante potesse moversi; né mai
pensando che quell'inciampo provenisse dalla malizia di Sancio, gli disse: —
Poiché, o Sancio, Ronzinante non può muoversi, sono contento di
aspettare lo spuntar dell'alba, benché io pianga questo tempo che ho da perdere
fin ch'ella sorga. — Qui non c'è da piangere, rispose Sancio, perché io
intratterrò vossignoria col racconto di qualche novella finché si fa
giorno, se pure non volesse ella piuttosto smontare e mettersi un po' a dormire
su quest'erba, alla maniera de' cavalieri erranti, per trovarsi più
agile domattina e più forte a sostenere l'incomparabile avventura che
nuovamente lo aspetta. — Che parli tu di scendere o di riposare? disse don
Chisciotte. Son io forse di que' cavalieri che cercano riposo prima di
affrontare i pericoli? Dormi tu, che sei nato per dormire, o fa quello che ti
piace, ch'io mi applicherò a quanto esige la circostanza in cui mi
ritrovo. — Non si adiri per questo vossignoria, rispose Sancio, che io non ho
parlato a tal fine.” Ed accostandosi a lui pose una mano sull'arcione dinanzi e
l'altra sul posteriore per modo che abbracciò la coscia sinistra del suo
padrone, senza osare di staccarsi un puntino da lui; e ciò fece per lo
spavento da cui fu colto udendo nuovo strepito con nuovo alternar di percosse.
Don Chisciotte gli disse che raccontasse qualche novella per trattenerlo
secondo la sua promessa; e Sancio rispose che fatto l'avrebbe se glielo
permettesse la paura di quello che sentiva. — Contuttociò, soggiunse, mi
sforzerò a contare una storia, che se potrò dirla, e me la
lasciano dire, sarà trovata la più bella del mondo. Stiami
attento vossignoria, e do principio.
“Era ciò ch'era, il bene non viene per
tutti e il male per chi ne va in cerca; ed avverta vossignoria che gli antichi
non principiavano le loro favole all'impazzata, ma fu una sentenza di Caton
Zonzorino romano, che dice: E venga il malanno a chi se lo va a
buscare, che qui torna a proposito come anello al dito, e tanto più
a proposito quantoché vossignoria dovrebbe star qui fermo e non andar in cerca
di guai; anzi piuttosto mutiamo strada, da che nessuno ci obbliga a seguire
questa ch'è piena di tanti spauracchi.
— Prosegui il tuo racconto, disse don Chisciotte,
e lascia il pensiero a me della strada da battere.
— Dico pertanto, proseguì Sancio, che in
un paese della Estremadura vi era un pastore capraio, dir m'intendo di quelli
che guardano capre, il qual pastore capraio, come sto raccontando, chiamavasi
Lope Ruiz, e questo Lope Ruiz era innamorato di una pastorella, nominata
Torralva, la qual pastorella nominata Torralva, era figliuola di un ricco
pastore, e questo ricco pastore...
— Se tu vai narrando a questo modo la tua
novella, disse don Chisciotte, e vuoi ripetere due volte tutto quello che dici,
non ti basteranno due giorni: raccontala di seguito e da uomo di giudizio, o
diversamente non dir altro.
— Nella stessa maniera che la racconto, rispose
Sancio, si raccontano nel mio paese tutte le novelle, né io so fare altrimenti,
né mi pare ben fatto che vossignoria mi costringa di prendere nuove usanze.
— Dilla come t'è a grado, rispose don
Chisciotte, e seguita pure, giacché vuol la mia stella che io resti ad
ascoltarti.
— Ora dunque, o signore dell'anima mia,
proseguì Sancio, come di già le ho detto, questo pastore era
innamorato di Torralva, ch'era una giovane piuttosto rozza e selvatica, ed
aveva un poco dell'uomo, perché le spuntavano un po' di mustacchi, che mi
sembra propriamente di averli sott'occhio.
— La conoscesti tu? disse don Chisciotte.
— Io veramente non la ho conosciuta, rispose
Sancio, ma chi mi ha fatto questo racconto, mi assicurò che questa cosa
era indubitabile e che, facendone io ad altri il racconto, potrei affermare e
giurare di averla veduta tal quale. Ora dàlli un giorno, dàlli un
altro, il diavolo che non dorme e che va imbrogliando ogni cosa, fece in modo
che l'affetto che portava il pastore alla giovane si cambiasse in odio e trista
volontà; e ciò nacque (a quanto ne sparsero le male lingue) da un
poco di gelosia che ella gli diede, e tale che passando il segno produsse tanto
odio nel pastore verso di lei, che per non vederla si tolse da quel paese per
andare dove i suoi occhi non la vedessero più. La Torralva che si vide
sprezzata da Lope, cominciò a volergli bene più che mai.
— Questo è naturale istinto nelle donne,
disse don Chisciotte, sprezzar chi le ama, e amar chi le odia; ma tira pure
innanzi, o Sancio.
— Accadde, disse Sancio, che il pastore
eseguì ciò che avea determinato di fare, e mettendosi alla testa
delle sue capre, s'incamminò verso le campagne della Estremadura con
intenzione di passare nel regno di Portogallo. La Torralva che lo seppe, gli
tenne dietro a piedi scalzi da lontano, portando in mano un bordone ed al collo
un paio di bisaccie nelle quali aveva posto, a quanto vien detto, un pezzo di
specchio, un mezzo pettine, e non so che vasetto di empiastri pel viso; ma si
portasse pure quello che meglio le pareva, ch'io non voglio stare adesso a
cercarne conto; il fatto si è che il pastore arrivò colla sua
mandra al passaggio del fiume Guadiana, il quale era sì gonfio in quella
stagione che non si trovava né barca né battello, né battelliere per tragittare
né lui né la sua mandra. Di che provò molto fastidio, perché già
le pareva di avere alle calcagna la Torralva ad annoiarlo colle sue preghiere e
colle sue lagrime: andò nondimeno guardando finché trovò un
pescatore che aveva una barca tanto piccola che appena potea capirvi una
persona e una capra, ma con tutto questo fece contratto con lui perché lo tragittasse
colle trecento capre che conduceva con sé. Entrò il pescatore nella
barchetta e tragittò una capra; tornò e ne tragittò
un'altra; ritornò ancora e tornò a tragittarne un'altra... Tenga
conto vossignoria delle capre che il pescatore va tragittando, perché se una
gliene scappa di mente terminerà la novella, e non sarà possibile
di proseguirla. Io proseguo dunque il racconto, e dico, che la riva opposta del
fiume era piena di fango e sdrucciolevole molto, sicché tardava il pescatore ad
andare e tornare; contuttociò tornò per tragittare un'altra capra
e poi un'altra e un'altra poi...
— Fa conto che sieno passate tutte, disse don
Chisciotte e non ti perdere a dire così pel minuto ogni andata ed ogni
ritorno, ché non finiresti di farle passare in un anno.
— Quante ne sono passate finora? disse Sancio.
— Come diavolo vuoi tu ch'io lo sappia? rispose
don Chisciotte.
— Ah! poveretto di me, disse Sancio, la ho pure
avvertita di tenerne esatto conto, e adesso come farò ad andare avanti?
— E come può darsi ciò? rispose don
Chisciotte; tanto essenziale è a questa istoria di saper per l'appunto
quante capre erano passate, che sbagliandone il numero non possa andar avanti
la storia?
— No, signore, a verun patto, rispose Sancio;
perché come io dimandando a vossignoria quante capre erano passate, ella mi
rispose che non lo sapeva, così in quel punto stesso scappò a me
di mente quanto mi restava da raccontare, ch'era pure fino e gustoso!
— Dunque, disse don Chisciotte, è compita
la storia?
— Compita come mia madre, rispose Sancio.
— Per dirti il vero, replicò don
Chisciotte, tu mi hai sciorinato uno de' più nuovi racconti, istorie o
novelle che si possano immaginare al mondo, ed una forma di raccontarlo e di
finirlo come la tua non ha esempio, ma altro non dovea attendermi dal tuo bel
modo di ragionare; e poi non me ne maraviglio perché questi colpi che non cessano
mai debbono averti turbato l'intelletto.
— Sarà vero, rispose Sancio, ma io so che
niente si può aggiungere alla mia istoria che termina dove comincia a
perdersi il conto del passaggio delle capre.
— Non importa, replicò don Chisciotte;
vediamo se Ronzinante si può movere.”
Tornò a dar degli sproni, e quello a far
nuovi salti senza movere un passo: tanto bene l'avea Sancio legato. Frattanto,
o per il freddo della mattina che s'accostasse, o perché Sancio avesse mangiato
a cena qualche cosa di lenitivo, o perché naturalmente fosse chiamato
(ciò ch'è più verosimile) gli venne voglia di fare
ciò ch'altri non potea fare per lui; ma tanto grande era la sua paura
che non osava scostarsi un passo dal suo padrone. E poiché gli era impossibile
di non servire alla sua stringente necessità, per conciliare ogni cosa,
levò via la mano diritta dell'arcione di dietro, e sciolto di cheto un
cappio scorsoio con cui teneva allacciati i calzoni, alzò il meglio che
poté la camicia per fare le sue occorrenze. Ma parendogli poi di non poterne
riuscire senza far qualche strepito che lo tradisse, cominciò a
stringere i denti e a raggricchiarsi nelle spalle, trattenendo il fiato il
più che poteva; e tuttavolta non valse a impedire che nascesse un cotal
rumore diverso da quello che gli aveva messa già tanta paura. Lo
sentì don Chisciotte, e disse: — Sancio, che strepito è questo? —
Nol so, rispos'egli; qualche altra novità, perché le avventure e le
disavventure non vengono mai sole:” e nel dire queste parole il povero Sancio
si trovò libero del fardello che gli aveva recato tanto fastidio.
Siccome don Chisciotte avea sì perfetto il senso dell'odorato come
quello dell'udito, e Sancio gli era sì vicino e tanto immedesimato che
quasi per la linea retta salivano in su i vapori, non poté impedire che questi
non gli entrassero per le narici; si affrettò di turarle bene con due
dita, e parlando così nel naso, disse: — Parmi, Sancio, che tu abbia
gran paura. — Per l'appunto, diss'egli; ma donde arguisce vossisignoria ch'io
tema più adesso che prima? — Perché adesso più che prima mandi un
odore che non è d'ambra, rispose don Chisciotte. — Così
può ben essere, replicò Sancio; ma non è mia la colpa,
bensì della signoria vostra che mi fa seguitarla in ore insolite e per
queste strade deserte. — Tirati in là tre o quattro passi, amico, (disse
don Chisciotte senza levar le dita dal naso) e da qui innanzi ricordati di quel
rispetto ch'è dovuto alla mia persona, né la molta domestichezza
trapassi in noncuranza. — Scommetterei, disse Sancio, che vossignoria crede
ch'io abbia fatto qualche cosa fuor del dovere. — Meglio sarà non
rimescolare questa faccenda, rispose don Chisciotte.
In questi somiglianti ragionamenti, padrone e
scudiere passarono la notte; ma vedendo Sancio che il giorno si avvicinava, cheto
cheto slegò Ronzinante e si allacciò di nuovo i calzoni. Quando
Ronzinante si trovò sciolto, benché di natura non punto furioso, parve
che si risvegliasse, e cominciò a battere i piedi, che di corvette (con
buona pace) non ne sapeva far troppe. Vedendo don Chisciotte che Ronzinante si
moveva, l'ebbe per buon augurio e come un segnale di doversi accingere alla
pericolosa avventura. L'alba intanto finì di spuntare e scorgendosi
distintamente le cose, vide don Chisciotte che trovavansi allora tra alti castagni,
l'ombra dei quali era molto opaca, e sentì pure che non cessava il
rumore dei colpi. Senz'altro indugio die' degli sproni a Ronzinante, e tornando
a prendere commiato da Sancio, gli ordinò di aspettarlo in quel sito tre
giorni al più, come gli aveva detto già prima; dopo il qual tempo
se non lo avesse riveduto, tenesse per certo che il cielo avea disposto ch'egli
lasciasse la vita in quella perigliosa avventura. Tornò a ripetergli
l'ambasciata che far dovea da sua parte alla sua signora Dulcinea, e che quanto
al pagamento dovuto ai servigi suoi non si prendesse pensiero, mentre avea
fatto il suo testamento prima di partire dal paese, in vigore del quale si
troverebbe compensato di ciò che gli doveva a titolo di salario secondo
il tempo che aveva impiegato a servirlo; ma se per favore del cielo uscisse
vittorioso da quel pericolo, tener per cosa fuor d'ogni dubbio il possedimento
dell'isola che gli avea promessa.
Sancio si mise di nuovo a piangere, udendo le
sconsolate parole del suo buon signore, e deliberossi di non abbandonarlo fino
al termine, qualunque fosse per essere, di quella ventura. — Da queste lagrime
e da questa onorata risoluzione di Sancio Pancia cava l'autore della presente
istoria argomento per credere ch'egli fosse uomo ben nato, o almeno cristiano
vecchio. Quell'affezione commosse anche il suo padrone, ma non sì
però che mostrasse debolezza alcuna; anzi dissimulando alla meglio
cominciò a camminare verso il luogo da cui gli parve che partisse il
rumore dell'acqua e dei colpi. Sancio seguitavalo a piedi tenendo al solito per
la cavezza il giumento perpetuo compagno della sua prospera e contraria
fortuna; ed essendosi buona pezza inoltrati fra quei castagni e le altre
ombrose piante giunsero in un praticello sotto un'alta balza da cui precipitava
un grandissimo volume d'acqua. Stavano pure a pie' della balza pochi rustici
casolari mal costrutti, che sembravano rovine di edifizî anziché case,
dall'interno dei quali si accorsero che partiva il formidabile fracasso di
quelle botte che pur non cessavano.
Si spaventò Ronzinante al rumore
dell'acqua e dei colpi, e don Chisciotte, facendogli carezze, a poco a poco lo
avviò verso le case, raccomandandosi di tutto cuore alla sua signora, e
supplicandola che in quella terribile giornata ed impresa non gli mancasse di
favore, e nel tempo medesimo si mise sotto la protezione del cielo. Sancio
procurava di non istargli lontano allungando quanto poteva il collo e gli occhi
tra le gambe di Ronzinante per vedere la causa di quel fracasso che incuteva sì
gravi sospetti e spaventi. E dopo un altro centinaio di passi allo svoltar di
una roccia apparve chiara e patente la causa (ché altra non poteva essere) di
quanto la scorsa notte gli avea tenuti sì altamente sospesi e impauriti.
Procedeva dunque (se hai voglia, o lettore, di venirne a cognizione) da sei
magli di gualchiere i quali coll'alternare dei colpi producevano tanto
strepito. Quando don Chisciotte conobbe ciò ch'era ammutolì e
parve basito da capo a piedi. Sancio lo guardò, e si accorse che tenea
la testa china, confessando di essere stato troppo corrivo. Don Chisciotte
ancora guardò Sancio, e vide che avea gonfie le gote per la voglia di
ridere con evidente segno di dar presto in un grande scoppio. Ciò, ad
onta del suo rincrescimento, lo sforzò a ridere egli medesimo. E Sancio,
veduto che il suo padrone lo secondava, proruppe in tali scrosci che dovette
stringersi i fianchi colle pugna per non iscoppiarne davvero. Quattro volte si
ristette, ed altrettante tornò a ridere con la veemenza di prima, lo che
fece poi incollerire don Chisciotte, in cui si accrebbe la stizza, vedendo che
Sancio in atto di quasi deriderlo, ripeteva le parole: Hai da sapere, amico
Sancio, ch'io nacqui per favore del Cielo in questa età di ferro per far
rivivere quella dell'oro: quegli son io cui son riserbati i pericoli, le grandi
imprese, gli strepitosi avvenimenti; e qui tornava a ripetere quanto il
padrone aveva detto la prima volta che uditi si erano gli spaventevoli colpi.
Ma don Chisciotte vedendo che Sancio si burlava di lui, montò in tanta
furia che, alzato il lancione, gli diede con esso due sì grandi
picchiate che se, come le ricevette nelle spalle, gli fossero arrivate alla
testa, non avrebbe riscosso altro salario, ma sarebbe toccato ai suoi eredi.
Conoscendo Sancio che quella beffa gli costava troppo cara, e temendo che il
suo padrone non andasse anche più avanti, gli disse umilmente: — Si
quieti la signoria vostra, ché le giuro ch'io burlava. — E se tu burli, io
faccio davvero, rispose don Chisciotte; vien qua, ser burlone, pare a te che se
questi non fossero stati magli di gualchiere, ma una nuova pericolosa ventura,
io non avessi però mostrato cuore bastante, da imprenderla e
gloriosamente condurla a fine? Sono io forse obbligato per essere cavaliere, di
conoscere e distinguere ogni fracasso e sapere quali sono quelli di gualchiera
o d'altro? E potrebbe anche darsi (com'è in fatti) che io non avessi
vedute altre gualchiere, mentre tu ne avevi già vedute altrove, per
essere un villano nato e allevato tra queste basse cose. Del resto, fa se puoi,
che questi sei magli si trasformino in sei giganti; che vengano uno per volta,
o tutti uniti, meco a battaglia, e se io non li farò tutti volare in
aria, allora ti permetterò di farti beffe della mia persona. — Non vada
altro avanti, signor mio, replicò Sancio, che confesso di essermi troppo
abbandonato alla mia allegrezza; ma dicami la signoria vostra; ora che ci siamo
rappacificati (e Dio la faccia uscire da tutte le avventure che fossero per
accaderle sano e salvo com'è uscito da questa) dicami non fu cosa da
ridere o da raccontare la gran paura che abbiamo provata, od almeno quella che
ho provata io; mentre, so benissimo che la signoria vostra non conosce né sa
che cosa sia paura? — Non voglio negare, rispose don Chisciotte, che la non sia
cosa da ridere; non però è degna da raccontarsi, che tutti
pigliar non sanno le cose pel giusto verso. — Ben seppe, rispose Sancio, la
signoria vostra pigliare pel giusto verso il lancione, drizzandomelo alla testa
e misurandolo sulle mie spalle; e sien grazie al Signore, ch'io sono stato a
tempo di schermirmene, ma tutto andrà a luogo suo, ché intesi dire: chi
ti fa piangere ti vuol bene; oltreché sogliono i grandi signori far seguitare
il regalo di un paio di calzoni ad un rabbuffo dato ai loro servitori. Non so
poi quello che loro soglion donare dopo averli bastonati; ma potrebbe essere
che i cavalieri erranti compensassero le bastonate col donativo d'isole o regni
nella terraferma. — Potrebbe accadere, disse don Chisciotte, che quanto dici venisse
ad esser vero: perdono il passato, poiché sei ragionevole, e non ignori che
l'uomo non è padrone d'infrenare i primi suoi impeti; sta per altro
avvertito da qui in avanti di una cosa, ed è di astenerti da far meco
molte parole, poiché in quanti libri di cavalleria ho letti, e sono infiniti,
non ho trovato che alcuno scudiere ciarlasse tanto col suo padrone quanto tu: e
in verità che questo non pure è tuo, ma anche mio mancamento:
tuo, perché mostri di far di me poca stima; mio, perché non mi faccio stimare
come dovrei. Gandalino, scudiere di Amadigi di Gaula, perché non era ciarlone,
diventò conte d'Isola-ferma, e leggesi di lui che parlava sempre col suo
padrone tenendo il cappello in mano, col capo chino e col corpo piegato (more
turchesco). Non ti parlerò di Gasabal, scudiere di don Galaorre,
sì taciturno, che per farci comprendere l'eccellenza del suo
meraviglioso silenzio una volta sola si fa menzione del suo nome in tutta
quella tanto grande quanto vera istoria. Da ciò poi tu devi inferire, o
Sancio, ch'uopo è conoscere la differenza che passa tra padrone e
servitore, tra signore e suddito, tra cavaliere e scudiere; e d'ora innanzi
dobbiamo reciprocamente trattarci con più rispetto senza pigliarne
collera, perché in qualunque modo io mi adiri con te, ci andresti a perdere; la
mercede ed i benefizi che ti ho promesso li avrai a suo tempo; e se non li
conseguissi mai, per lo meno non perderai il salario, siccome ti ho
significato. — Vossignoria dice benissimo, soggiunse Sancio, ma bramerei sapere
(dato il caso che il premio non arrivasse mai, e ch'io dovessi restare
unicamente al salario) qual era il guadagno di uno scudiere dei cavalieri
erranti a quei tempi? oppure si accordavano eglino a mese o a giorni come i
manovali dei muratori? — Non credo, rispose don Chisciotte, che quegli scudieri
servissero per salario, né per ottenere una qualche grazia; e s'io ti ho
assegnato un salario nel testamento, che suggellato lasciai in casa mia, fu per
quello che potesse accadere; mentre non so come si regoli l'affare della
cavalleria in questi nostri calamitosi tempi, né vorrei per sì poco
avventurare la mia eterna salute nell'altro mondo; ed amo che tu sappia, o
Sancio, che non si può dare stato più pericoloso di quello della
errante cavalleria. — E questo è vero, disse Sancio, mentre il solo
rumore de' magli d'una gualchiera può mettere sossopra ed avvilire il
cuore di un cavaliere sì valoroso com'è vossignoria. Stia pur
certo che da qui innanzi non aprirò più bocca per ischerzare
sulle cose che appartengono a lei, ma solo per darle onore, come a mio padrone
e naturale signore. — Regolandoti a questo modo, replicò don Chisciotte,
vivrai sopra la faccia della terra; perché dopo i padri si hanno a rispettare i
padroni come se fossero i genitori medesimi.”
CAPITOLO XXI
RACCONTASI LA SOMMA VENTURA E IL RICCO CONQUISTO DELL'ELMO DI
MAMBRINO
CON ALTRI SUCCESSI DEL NOSTRO INVINCIBILE CAVALIERE.
Erasi intanto messa una pioggia minuta, e Sancio
avrebbe desiderato di ricoverarsi nelle gualchiere; ma don Chisciotte avea presa
loro sì grande avversione che non volle entrarvi a verun patto; e
però piegando alla diritta, si misero a battere la strada stessa del
giorno innanzi, Dopo un poco di tempo don Chisciotte scorse un uomo a cavallo
che portava in testa una cosa rilucente come l'oro; ed appena l'ebbe veduto che
rivoltosi a Sancio, così gli disse:
— Io credo, o Sancio, che non diasi proverbio che
non sia vero, perché tutti contengono sentenze tratte dalla sperienza, madre di
tutto il sapere. Verissimo è poi quello che dice: dove una porta si
serra, un'altra se ne apre. Ti dico questo perché la fortuna nella scorsa notte
ci serrò la porta da noi ricercata, ingannandoci coi magli delle
gualchiere, un'altra ce ne spalanca presentemente offrendoci una migliore e
più certa ventura; e mia sarà la colpa se non saprò
approfittarne, che qui non avrebbe luogo lo scusarmi allegando o la mia
ignoranza di quello che fossero le gualchiere o l'oscurità della notte.
Ti dico questo, perché se non m'inganno, si avanza ver noi un uomo che porta in
testa l'elmo di Mambrino per cui io feci il giuramento a te noto. — Pensi bene
la signoria vostra a quello che dice, e più ancora a quello che fa,
rispose Sancio; ché non vorrei che fossero nuovi magli di gualchiere che finissero
di gualchierare e manomettere i nostri sentimenti. — E che diavolo vai tu
dicendo? replicò don Chisciotte; non v'ha forse gran differenza da un
elmo alle gualchiere? — Io non so nulla, replicò Sancio, ma davvero che
s'io potessi parlare come facevo ne' giorni scorsi, io le direi tali e tante
ragioni da far toccare con mano alla signoria vostra ch'ella s'inganna nella
sua supposizione. — Come può esser ciò, sciocco e vigliacco che
sei? lo interruppe don Chisciotte; dimmi: non vedi tu quel cavaliere che ci viene
incontro sopra un cavallo leardo rotato, e che porta in testa un elmo d'oro? —
Quello che veggo e discerno, rispose Sancio, altro non è se non un uomo
che cavalca un asino bigio simile al mio, e che porta sul capo qualche cosa che
riluce. — Quello appunto è l'elmo di Mambrino, disse don Chisciotte:
mettiti da una banda, e lasciami solo con lui, e vedrai che senza far una
parola e senza perdere un momento di tempo io do fine a quest'avventura, e
divengo possessore dell'elmo da me tanto ardentemente desiderato. — Io sono
dispostissimo a ritirarmi, replicò Sancio; ma piaccia a Dio, ripeto, che
quello sia elmo e non gualchiera. — Ti ho già detto, fratello Sancio,
che nemmeno per celia tu devi menzionar mai le gualchiere, disse don
Chisciotte, ch'io fo voto... e non vado innanzi per non passarti l'anima.”
Sancio tacque per la paura che il suo padrone non adempisse con tutte le forme
il voto che stava per pronunziare.
Del resto poi l'elmo, il cavallo e il cavaliere
veduti da don Chisciotte consistevano in questo. In quelle vicinanze erano due
villaggi, l'uno dei quali era sì piccolo, che non si avea né barbiere né
speziale. Quindi il barbiere del villaggio più grande serviva anche gli
abitanti dell'altro; nel quale trovandosi allora un infermo bisognoso di essere
salassato, ed un uomo che avea d'uopo di radersi, il barbiere cavalcava per
questo effetto a quella volta portando seco un bacino di ottone. Ora poiché
durante il viaggio avea cominciato a piovere, non volendo egli guastarsi il
cappello, che forse era nuovo, si pose il bacino sopra la testa, il quale per
essere pulito riluceva molto lontano. Cavalcava egli un asino bigio, come
Sancio avea detto, e fu per ciò che comparve agli occhi di don
Chisciotte un cavallo rotato, montato da un cavaliere con elmo d'oro; perché
tutte le cose che vedeva le adattava alle sue strane cavallerie, e a' suoi
erranti pensieri. Quando adunque egli vide che il disgraziato cavalier barbiere
stavagli poco lontano, senza venire a discorso alcuno gli si fece incontro di
carriera aperta col lancione in resta e con intenzione di passarlo da banda a
banda; poi venutogli ancor più da presso, senza ritenere il furioso suo
corso, gli disse: — Difenditi, o prigioniera creatura, ovvero dammi
volontariamente quello che a giusto diritto mi si compete. — Il barbiere
sopraffatto improvvisamente da quella fantasima, per sottrarsi al colpo della
lancia non trovò partito migliore che lasciarsi cader giù
dall'asino; e non ebbe appena toccato terra che si alzò più
veloce di un daino, e si mise a fuggire per quella campagna, sì
rapidamente che il vento non lo avrebbe raggiunto... Lasciò in terra il
bacino, di cui si contentò don Chisciotte, dicendo che il pagano era un
uomo accorto, ed imitato aveva il castoro, il quale suol lasciarsi addietro
ciò che l'istinto naturale gli insegna essere desiderato dal cacciatore
che lo insegue.
Comandò a Sancio che raccogliesse l'elmo;
il quale presolo in mano, disse: — Oh corpo di Bacco! il bacino è buono
e vale un reale da otto come un maravedis; poi lo consegnò al padrone
che se lo pose sul fatto in testa, girandolo attorno e cercando la visiera; ma
come non la trovava, disse: — Certo che il pagano per cui si fabbricò la
prima volta questa famosa celata, dovette avere una testa ben grossa, e il
peggio si è che manca la metà. Quando Sancio sentì che il
bacino era creduto celata non poté contenersi dal ridere, ma si ristette ben
presto ricordandosi la collera del suo padrone. — Di che ridi tu, Sancio?
domandò don Chisciotte. — Rido, rispos'egli, considerando la gran testa
che aveva il pagano, padrone di questo elmetto; il quale poi somiglia ad un
bacino di barbiere per modo che non vi corre la più piccola differenza.
— Sai tu ciò ch'io ne penso, o Sancio? questa gran rarità di
quest'elmo incantato sarà, per qualche straordinario accidente,
pervenuta alle mani di chi non seppe né conoscere né apprezzare il suo merito;
e senza por mente a ciò che si facesse, vedendola d'oro purissimo, ne
avrà fuso una metà per approfittarsi del ricavato, e d'altra metà
avrà fatto questo che sembra appunto bacino come tu dici; ma sia pure
quale si voglia, ché io che pienamente lo conosco, non fo il menomo caso di
questa sua trasformazione, e nel primo villaggio dove io mi avvenga in un
fabbro saprò rassettarlo di tal maniera che diverrà quasi migliore,
e non avrà ad invidiare quello che il dio delle fucine fabbricò
al dio delle battaglie; frattanto ne userò come posso, che sempre vale
più che niente, od almeno varrà a difendermi da qualche colpo di
pietra. — Purché, disse Sancio, non sia la pietra slanciata con una fionda,
come ci fu tirata nella battaglia dei due eserciti quando ruppero a vossignoria
i mascellari e l'orciuolo che contenea quel benedettissimo beverone che mi ha
fatto recere le budella. — Non mi dà gran fastidio, replicò don
Chisciotte, che l'orciolo sia rotto, perché già sai che n'ho la ricetta
a memoria. — Me ne ricordo ancor io, rispose Sancio, ma mi colgano mille
malanni se ne assaggio una goccia, fossi pure agli estremi della mia vita. Ora
sappia vossignoria che voglio con tutti i miei cinque sentimenti guardarmi bene
e dal ferire e dal rimanere ferito; e quanto all'essere un'altra volta
sobbalzato in aria colla coperta non dico niente: perché somiglianti disgrazie
non si possono sempre prevedere, e se vengono, non c'è che da stringere
le spalle, ritenere il fiato, chiudere gli occhi e lasciarsi guidare dove vuol
condurci la fortuna, e dove la coperta sbalza. — Tu sei mal cristiano, mio
Sancio, disse don Chisciotte, udendolo in tal guisa parlare, perché non
dimentichi mai ingiuria che ti sia stata fatta; ma sappi ch'è proprio di
un petto poco nobile e generoso il fermarsi sopra cose di sì poco
momento. Qual piede ti restò zoppo? qual costola fracassata? qual testa
rotta, che tu non debba mai cancellare dalla memoria una burla? ché, a
considerarla bene, fu burla e passatempo; e se io non l'avessi riconosciuta
tale sarei pur ritornato sul luogo per fare le tue vendette con maggior danno
di quello che fecero i Greci vendicando la rapita Elena, la quale se vivesse a
questi tempi, o se la mia Dulcinea fosse vissuta ai suoi, non avrebbe per certo
quella tanta reputazione di bellezza ch'essa ha!” Qui trasse un sospiro che
andò sino alle nuvole, e Sancio disse: — Facciamo pur conto che sia
stata una burla, giacché non può esserne mai vera vendetta; del resto so
ben io che cosa è il far da burla, e il far da vero, né quanto è
seguìto mi uscirà mai di mente, come non si leverà
più dalle spalle... Ma lasciamo andar questo, e dicami la signoria
vostra; che faremo noi di questo cavallo leardo rotato così somigliante
ad un asino bigio, lasciato qui in abbandono da quel Martino, che buttato in
terra dalla signoria vostra, e fuggitosene giù fino al villaggio non ha
certo più voglia di tornar addietro a riprenderselo? Per la mia barba,
signore, ch'egli ha l'aria di un buon cavallo! — Io non piglierò mai il
costume, disse don Chisciotte, di spogliare quelli che restano da me vinti, né
è stile della cavalleria torre loro i cavalli e lasciarli andare a
piedi, quando però non fosse che il vincitore avesse perduto il suo nel
cimento, mentre lice in tal caso prendersi quello del vinto come guadagnato in
battaglia onorata e in guerra giusta; tu dunque, o Sancio, devi lasciare questo
cavallo, od asino che sia, come più ti piace, in piena libertà,
perché quando il suo padrone ci vegga allontanati, venga a ripigliarselo a suo
talento. — Dio sa, replicò Sancio, quanto grande è la voglia
ch'io ho di menarlo via, od almeno di cambiarlo col mio che non mi par tanto
buono! Sono veramente troppo rigorose le leggi della cavalleria se vietano pur
anche di cambiare un asino per un altro; e dicami almeno se potessi cambiarne i
fornimenti? — Non sono di ciò ben sicuro, rispose don Chisciotte, e in
caso di dubbio e finché me ne informi con esattezza tu puoi barattarli se hai estrema
necessità. — Tanto estrema, rispose Sancio, che se dovessero servire per
mio proprio uso non potrei averne maggior bisogno.” Dopo di ciò,
autorizzato dalla detta licenza, fece mutatio capparum, e mise il
suo giumento in punto di piena lindura, migliorando in terzo e in quinto. Fatto
questo, mangiarono gli avanzi della provvisione tolta ai preti; bevettero
dell'acqua delle gualchiere, né si voltarono mai per guardarle, in tanto odio
le avevano per la passata paura. Incantata poi, come suol dirsi, la nebbia,
mandata via la malinconia, salirono a cavallo, e fedeli all'usanza degli
erranti cavalieri, senza prefiggersi un determinato cammino, si misero in
viaggio all'arbitrio di Ronzinante, che colla volontà del padrone
signoreggiava eziandio quella dell'asino da cui era seguitato con fratellevole
amore. Trovaronsi quindi senza volerlo sulla strada maestra, per la quale
avviaronsi alla ventura senz'altro divisamento.
Cammin facendo disse il padrone: — Mi permette,
vossignoria, ch'io parli alcun poco con lei? Ché dappoi che ella m'ha fatto
quell'aspro comando di silenzio, mi sono putrefatte nello stomaco più di
quattro cose; ma una sola che tengo adesso sulla cima della lingua non vorrei
che la andasse a male. — Dilla, rispose don Chisciotte, ma sii breve, che un
discorso lungo non può mai dar piacere. — Io dico dunque, o signore,
ripigliò Sancio, che da alcuni giorni in qua ho considerato quanto poco
si guadagna e si avanza andando in traccia di queste avventure che vossignoria
va cercando per questi deserti e crocicchi di strade, dove anche superando e
vincendo le più pericolose, non vi ha né chi le vegga, né chi le sappia;
e così restano in perpetuo silenzio con pregiudizio della intenzione di
vossignoria e del loro intrinseco merito. Sembrami pertanto che sarebbe savio
partito (salvo il miglior parere della signoria vostra), che andassimo a
servire qualche imperadore od altro gran principe, il quale sia in guerra, nel
cui servigio voi, signore, possiate mostrare il valore della persona, le grandi
forze e l'eminente giudizio di cui siete fornito. E la ragione di questo
sì è che, viste tante prodezze da quel signore a cui servigio ci
fossimo applicati, ci darebbe egli una remunerazione conforme ai meriti di
ognuno di noi, allora non mancherebbe chi scrivesse le imprese della signoria
vostra a perpetua memoria, nulla dicendo delle mie, perché ecceder non debbano
i confini scudiereschi; benché so dire che se si usasse di scrivere nella
cavalleria imprese di scudieri, tengo per fermo che non resterebbero senza onore
anche le mie. — Non dici male, rispose don Chisciotte, ma prima di venire a
questo termine, è necessario di andare pel mondo e meritarsi
celebrità, cercando avventure, conducendone talune a glorioso fine,
cogliendo quella fama e riputazione che si otterrebbe nel servigio di qualche
gran monarca, e diventando cavaliere sì noto che appena i ragazzi lo
abbiano veduto entrare per la porta della città, tutti lo seguitino e se
gli aggirino d'intorno, gridando: Questi è il cavaliere del Sole o
della Serpe, o di qualche altra insegna, sotto la quale egli abbia
compiute grandi imprese: Questi è, dicono, quel
cavaliere che vinse in singolar tenzone il gigantaccio Brocabruno di estrema
forza; questi è colui che ha disfatto al gran Mamalucco di Persia il
lungo incantamento in cui giacque per quasi novecentanni e così di
mano in mano vadano celebrando le imprese mie. Il frastuono dei ragazzi e del
popolo chiamerà alla finestra del real suo palagio il re di quel suo
regno, ed egli, come vegga il cavaliere, conoscendolo alle arme od alla insegna
posta sullo scudo, sarà forzato a dire: Su via, i cavalieri tutti che
stanno nella mia corte vadano ad incontrare il fiore di ogni cavalleria che si
appressa. A tal comando usciranno tutti, ed egli medesimo discenderà
fino alla metà della scala, e lo abbraccerà strettissimamente
dandogli la pace e baciandolo in bocca: dopo di che presolo per la mano lo
condurrà all'appartamento della signora regina dove il cavaliere
vedrà per la prima volta l'infanta, che ha da essere una delle
più belle e compite donzelle che mai si possano trovar sopra la terra.
Poi succederà incontanente ch'essa ponga gli occhi sul cavaliere ed egli
sopra di lei; e sembrino l'una all'altra cosa più divina che umana, e
senza saper come né perché, hanno da trovarsi entrambi presi ed avviluppati
nell'inestricabile rete d'amore, con gran tormento dei loro cuori per non
sapere trovare il modo di scoprirsi i loro affanni ed i loro sentimenti. Di
là lo guideranno senza dubbio a qualche appartamento del palazzo riccamente
addobbato, dove, spogliatolo delle arme, in farsetto poi apparirà molto
più vago. Venuta la sera si assiderà a tavola col re, colla
regina e colla infanta. Sparecchiate le tavole, entrerà a quel punto un
brutto e piccolo nano seguìto da una dama fra due giganti, la quale
proporrà una certa avventura ordita da un antichissimo savio; e colui
che la condurrà a fine glorioso sarà tenuto pel miglior
cavaliere del mondo. Ordinerà il re che si cimentino gli astanti tutti,
ma nessuno vi riuscirà ad eccezione dell'ospite cavaliere con grande
accrescimento della sua fama, di che sarà gioiosissima la infanta, e si
terrà per contenta e compensata anche soverchiamente di aver posti e
collocati i suoi pensieri in sì alta parte. Il meglio sì è
poi che questo re, o principe, o quello che e' sarà, troverassi
impegnato in un'accanita guerra con un altro potente suo pari, e l'ospite
cavaliere, dopo alcuni giorni di dimora in quella Corte, gli domanderà
licenza di poter servire. Il re con molta affabilità gliene darà
il consenso, e il cavaliere gli bacerà la mano in pegno di gratitudine
pel ricevuto favore. Poi la notte medesima egli prenderà commiato
dall'infanta sua donna attraverso all'inferriata di una finestra della stanza
di lei che riesce nel giardino: per la quale già più volte le
avrà parlato, essendo di tutto mezzana e consapevole la cameriera di cui
l'infanta intieramente si fida. Sospirerà il cavaliere; essa ne
verrà meno; la cameriera le apporterà dell'acqua, molto
affliggendosi, perché sorge ormai il mattino, e non vorrebbe per l'onore della
sua signora che la cosa si discoprisse. Finalmente la giovine principessa
ritornata in sé, stenderà per l'inferriata le sue candide mani al
cavaliere, il quale le bacerà mille e mille volte e le bagnerà di
lagrime. Quindi comporranno fra loro due come possono farsi sapere i buoni o
cattivi successi, e l'infanta lo pregherà di affrettare possibilmente il
ritorno, ed egli lo prometterà con molti giuramenti: poi le
bacerà di nuovo le mani; e finalmente si accommiaterà da lei con
tanto sentimento, che sarà presso a lasciarvi la vita. Ecco ch'egli si
ritira allora nelle sue stanze, dove si abbandona sul suo letto, ma non
può chiudere occhio pel dolore della partenza, si alza assai di buon'ora
e va per prendere commiato dal re, dalla regina e dall'infanta. Compiuti coi
due primi i suoi doveri, viene il cavaliere a sapere che la infanta è
indisposta e non può ricevere la sua visita: non dubita che ciò
non proceda dall'amarezza della loro divisione, e n'ha trafitto il cuore per
modo da renderne quasi a tutti manifesta la causa. La damigella mezzana a tutto
è presente, nota ogni cosa, e ne dà contezza alla sua signora,
che l'ascolta piangendo e le dichiara che una delle sue maggiori afflizioni
è di non sapere chi sia il suo cavaliere, se di stirpe reale o no. Viene
assicurata dalla donzella che tanta cortesia, gentilezza e valore come quella
del suo cavaliere non può capire se non in anima reale e di alta
portata. Si consola la bella afflitta, e sforzasi di celare al padre i
movimenti del cuore; però due soli giorni dopo si fa vedere in pubblico.
Partito è già il cavaliere; guerreggia; vince il nemico del re;
ritorna alla Corte; rivede la sua signora, s'accorda con lei di chiederla in
moglie al suo padre per guiderdone dei prestati servigi. Il re per non sapere
chi egli sia gliela nega, ma ad onta di ciò, o rubata o in qualsiasi
altro modo la infanta diventa sposa del cavaliere, e il genitore lo ascrive a
sua gran fortuna, venendo a sapere ch'egli è figliuolo di un valoroso re
di non so qual regno, perché credo che non esista nella mappa della terra.
Muore il padre, l'infanta n'è erede, e in due parole il cavaliere
diventa re. Ecco il momento in cui sono largamente compensati e lo scudiere e
tutti quelli che lo aiutarono a salire a sì alto stato; marita lo
scudiere colla damigella della infanta, che dovrà essere indubitatamente
quella che fu la mezzana de' suoi amori, e che sarà figlia di
nobilissimo duca.
— Oh! quest'è appunto quello che io bramo,
ed a questo mi attengo, disse Sancio, perché già tutte queste meraviglie
le ha da operare vossignoria, chiamato il cavaliere della Trista Figura. — Non
ne dubitare, o Sancio, replicò don Chisciotte; perché nella stessa
maniera e per lo medesimo giro di avvenimenti testé da me riferito, pervennero
e pervengono tuttavia gli erranti cavalieri a farsi re e imperadori. Resta ora
a cercare qual re dei cristiani o dei pagani sia in guerra ed abbia una figlia
vezzosa; ma tempo verrà da applicarsi anche a questo, poiché, come
dissi, è necessario che l'acquistarsi fama sia prima del comparire alla
Corte. Un'altra cosa pure mi manca, ed è che dato il caso che il re si
trovi in guerra, ed abbia una bella figliuola, e ch'io m'abbia acquistata una
incredibile fama per tutto l'universo, non so come potrei provare di essere di
stirpe reale, o almeno cugino germano di imperadore. Il re non mi
concederà certamente in isposa la figlia se prima non è chiarito
pienamente questo punto, benché le mie celebri imprese mi dieno titolo
sufficiente a questo e a meglio; e da ciò nasce in me il timore di non
conseguire quel bene pel cui possesso ho tanto provato il valore del mio
braccio. Vero è per altro ch'io discendo da conosciuto lignaggio, che ho
siffatti possedimenti che posso esigere cinquecento soldi di riparazione; e potrebbe
essere che il savio da cui sarà scritta la istoria mia innalzasse la mia
parentela e la mia discendenza per modo da costituirmi quinto o sesto nipote di
re. Hai da sapere, o Sancio, che v'hanno al mondo due sorta di lignaggi: l'uno
che riconosce e fa derivare la discendenza da principi e monarchi consunti a
poco a poco dal tempo e finiti in punta come piramidi; l'altro che trae il suo
principio da gente bassa e va innalzandosi a grado a grado fino alla gran
signoria; di guisa che in questo solo consiste la diversità, che gli uni
furono e più non sono; e gli altri sono quelli che non furono. Io potrei
essere uno di questi; che quando si avesse rivangato ben bene, si troverebbe la
mia derivazione celebrata e famosa da poter soddisfare il re e determinarlo a
divenire mio suocero; ad ogni modo poi la infanta mi amerà così
fortemente, che in onta al suo genitore, benché sapesse con sicurezza ch'io
fossi figlio di un acquaiolo, mi riceverebbe per suo signore e suo sposo: e qui
entra benissimo il caso di rapirla e condurla dove meglio mi sarà in
grado; ché poi il tempo o la morte metterà fine allo sdegno de' suoi
parenti.
— In verità che qui calza a proposito,
disse Sancio, quel detto di alcune persone di poca coscienza: non domandare per
grazia quello che puoi ottenere per forza; benché più opportuno sarebbe
il dire: è meglio essere uccello di campagna che di gabbia. Dico questo,
perché se il signor re, suocero di vossignoria, non vorrà degnarsi di
concederle la figliuola in isposa, non c'è altra cerimonia che rubarla e
portarsela via: v'è però il guaio che finché non sarà
conclusa la pace per godere il regno tranquillamente, il povero scudiere se ne
starà a muso secco; se pure la damigella mezzana destinata a diventare
sua moglie, non seguisse nella fuga la infanta, facendosi compagna della trista
sorte, finché il cielo altramente disponga; e così, potrebbe benissimo
darsi che venisse concessa per legittima sposa. — Non ci può essere a
questo opposizione di sorta, disse don Chisciotte. — Quando sia così,
rispose Sancio, non c'è che mettersi nelle mani del Domeneddio, e
lasciar che la vada come la deve andare. — Faccia pur Dio, soggiunse don
Chisciotte, come io bramo, ed a quel modo che ti abbisogna, e sia furfante chi
per tale si tiene. — Lo sia pure, disse Sancio, ché quanto a me sono cristiano
vecchio, e per essere conte questo mi basta. — Ed anche te n'avanza, rispose
don Chisciotte; né ti nuocerebbe punto di non esser tale; perché, essendo io il
re, posso darti nobiltà senza che ti sia d'uopo comperarla o guadagnarla
coi tuoi servigi; fatto ch'io ti abbia conte diventi subito cavaliere, e dicano
quello che vogliono, dovranno pur darti titolo di signoria, per quanto loro ne
pesi. — E son certo, ripigliò Sancio, che sosterrei bene il mio grado;
perché quando io fui donzello di una confraternita e ne indossavo il sacco,
dicevasi che mi sarebbe stato bene quello di prevosto della confraternita
stessa. Ora quale apparirò mai quando mi vedranno addosso un zimarrone
ducale, oppure quando sarò rivestito d'oro e di perle come si usa dai
conti stranieri? Scommetto che per vedermi verrà la gente da cento e
più leghe lontano. — Farai bella comparsa, disse don Chisciotte, ma
sarà necessario che tu ti faccia radere la barba più spesso;
perché avendola così folta, irsuta ed aggruppata, se non la radi ogni
due giorni per lo meno, si conoscerà lungi un'archibugiata chi sei. — E
che ci vuole, disse Sancio, a far questo, se non che chiamare un barbiere e
tenerlo salariato al proprio servigio in casa? Se occorrerà ben lo farò
io, e gli ordinerò di venirmi anche dietro come se fosse il cavallerizzo
di un grande di Spagna. — E come sai tu, disse don Chisciotte, che i grandi si
fanno seguitare dai loro cavallerizzi? — Glielo dirò, rispose Sancio:
negli anni passati stetti per un mese alla Corte, e vidi che andando a diporto
un signore assai piccolo, il quale dicean però che era assai grande, un
uomo a cavallo lo seguitava dovunque andasse o voltasse, in modo che parea la
sua coda. Ho domandato perché quell'uomo non andava a fianco dell'altro, ma gli
stava dietro perpetuamente e mi fu risposto che era il suo cavallerizzo, e che
si usava dai grandi di farsi seguitare a quel modo; e questa cosa non poté
uscirmi più dalla memoria. — Hai ragione, disse, don Chisciotte, e puoi
benissimo farti seguire dal tuo barbiere, perché le costumanze non vennero
poste in uso tutte in una volta, né d'un tratto, e poi tu essere il primo conte
che si faccia andar dietro il proprio barbiere, massimamente che è
così di maggior confidenza il farsi rader la barba che l'insellare un
cavallo. — Quanto alla faccenda del barbiere ci penserò io, disse
Sancio, e vossignoria intanto procuri di diventar re e di sollevarmi al grado
di conte. — Ciò sarà fatto, rispose don Chisciotte; e alzando gli
occhi vide ciò che si racconterà nel seguente capitolo.
CAPITOLO XXII
DON CHISCIOTTE LIBERA MOLTI DISGRAZIATI CH'ERANO A LORO MALGRADO
CONDOTTI DOVE NON AVREBBERO VOLUTO ANDARE.
Cide Hamete Ben-Engeli, autore arabo e mancego,
racconta in questa sua gravissima, altisonante, minima, dolce, immaginosa
istoria, che mentre passavano tra il famoso don Chisciotte della Mancia e il
suo scudiero Sancio Pancia i ragionamenti riferiti nel fine del capitolo
ventesimoprimo, don Chisciotte alzò gli occhi e vide che per la strada
da lui battuta venivano dodici uomini a piedi legati pel collo come
paternostri, ad una gran catena di ferro, e colle mani strettamente rinchiuse
tra ferree catene.
Erano accompagnati da due uomini a cavallo e da
due a piedi. Quelli a cavallo portavano lo schioppo a ruota, e quelli a piedi
aste e spade. Poiché Sancio li vide si fece subito a dire: — Quest'è un
branco di galeotti, gente forzata del re, che va in galera. — Come?
domandò don Chisciotte, gente forzata? è possibile che il re
faccia forza a nessuno? — Non dico questo, rispose Sancio, ma quella è
gente condannata per misfatti a servire il re nelle galere per forza. —
Insomma, replicò don Chisciotte, questa ad ogni modo è gente che
va per forza e non di sua volontà. — Così è, disse Sancio.
— Ed appunto perché la cosa è così, soggiunse don Chisciotte,
è di necessità che adempiendo gli obblighi della mia professione
io impedisca la violenza e dia ai miserabili soccorso e favore. — Avverta
vossignoria, disse Sancio, che la giustizia rappresentata dal re in persona non
fa violenza o torto a siffatta gente, ma punisce in essi le loro bricconerie.”
In questo furono sopraggiunti dalla banda dei
galeotti, e don Chisciotte si fece a chiedere cortesemente chi li guidava la
ragione o le ragioni per le quali quella gente era condotta a quel modo. Una
delle guardie a cavallo rispose che erano galeotti, gente di sua maestà
che passava alla galera, e ch'egli nulla avea più che dirgli, né a lui
doveva importare di saper altro. — Con tutto ciò, disse don Chisciotte,
vorrei sapere la causa della disgrazia di ognuno in particolare;” e
continuò allora con altre non meno officiose richieste per indurgli a
dare quel conto che domandava; e tanto seppe insistere che una guardia a
cavallo gli disse: — Benché abbiamo qui il registro ed il certificato della
sentenza di ciascuno di questi disgraziati, non è adesso il tempo di
trarli fuori e di leggerli; e voi, signore, dimandate conto a loro stessi che
lo saprete, se vorranno; e senza dubbio, perché questa è gentaglia cui
piace fare e dir cose da furfanti.” Con tal permissione, che don Chisciotte
sarebbesi tolta da sé quand'anche gliel'avessero negata, si accostò al
branco dei galeotti, e domandò al primo per qual peccato era condotto a
quella maniera; ed esso gli rispose che andava a quel modo per essere
innamorato. — Non per altra cagione? replicò don Chisciotte; oh, se
l'amore conducesse in galera, egli è un gran pezzo ch'io vi starei
vogando. — I miei amori, disse il galeotto, non furono di quella tempra che
suppone la signoria vostra, perché si volsero ad un paniere di biancheria, e
sì strettamente me lo abbracciai che non l'avrei lasciato sicuramente di
mia volontà se la giustizia non me l'avesse tolto per forza: fui colto
sul fatto; non fu bisogno di mettermi alla tortura; si chiuse il processo; mi
ricamarono le spalle con cento frustate, colla giunta della condanna di tre
anni al remo, e così terminò il fatto. — Che significa al remo?
domandò don Chisciotte. — Al remo vuol dire alla galera, rispose il
galeotto; il quale era un giovinastro dell'età di ventiquattr'anni
all'incirca, e disse ch'era nativo di Pietrachita.
Fece don Chisciotte al secondo la stessa domanda;
ma quegli non rispose parole, come uomo estremamente afflitto e malinconico.
Rispose il primo per lui, e disse: — Costui, o signore, va per canarino, e vale
a dire per musico o per cantore. — Possibile, replicò don Chisciotte,
che si mandino alle galere i musici o cantori? — Per lo appunto, soggiunse il
galeotto, da che non si può far peggio che cantare sulla corda. —
All'opposto io intesi dire, replicò don Chisciotte, che l'uomo cantando
si solleva alquanto dai guai. — E qui accade il rovescio, ripigliò il
galeotto, perché chi canta a quel modo una sola volta piange in tutto il
rimanente della sua vita.— Non giungo ad intendervi, disse don Chisciotte;” ma
una delle guardie soggiunse: — Signor cavaliere cantar sulla corda nel
gergo di questa gente non santa, significa confessar sul tormento; e
di fatto fu posto al tormento questo delinquente, egli confessò allora
il suo delitto, ch'era di essere ladro di bestiame; e la sua confessione gli
portò la condanna di sei anni di galera oltre il corredo di dugento
frustate applicategli sulle spalle. Egli se ne sta pensoso ed afflitto perché
gli altri ladri che sono tuttora prigioni, e questi dai quali è
accompagnato, lo maltrattano furiosamente e lo vilipendono, ché non seppe
persistere e negare; dicendo essi che tante lettere ci vanno a pronunziare un sì
come un no; mentre fortunato è quel reo che ha sulla propria lingua
la vita o la morte, e non può esser convinto né da testimonianze altrui
né da prove: né, a quanto mi sembra, la intendono male. — Anch'io la intendo a
questo modo, rispose don Chisciotte; e passò al terzo cui fece come gli
altri la sua domanda; il quale subitamente e con molta disinvoltura rispose: —
Io vado per dieci anni in galera perché non ebbi dieci ducati al mio comando. —
Te ne darò venti ben volentieri, disse don Chisciotte, per liberarti da
questa disgrazia. — La vostra esibizione, disse il galeotto, mi giova tanto
quanto i danari ad un uomo che sta per morir di fame in mezzo al mare, e non sa
dove provvedersi il vitto. Se avessi potuto avere a tempo i venti ducati che
adesso mi offrite, mi sarebbe stato facile di ungere la penna del cancelliere,
e di ravvivare l'ingegno del procuratore per modo che oggi passeggerei
tranquillamente la piazza di Zoccodovar in Toledo invece di battere questa
strada menato così come un cane; ma Dio è grande; pazienza e
basta.”
Passò don Chisciotte al quarto, ch'era
uomo di venerabile aspetto, con barba bianca che gli discendeva fino alla
cintura; il quale nell'udirsi domandare la cagione di questo suo stato, si pose
a piangere, né rispose parole; ma il quinto condannato gli servì
d'interprete, e disse: — Quest'onorevole uomo se ne va alla galera per
quattr'anni dopo essere stato condotto per le strade pomposamente vestito a
cavallo. — Questo vuol dire, soggiunse allora Sancio Pancia, che è stato
posto alla berlina. — Così è appunto, replicò il galeotto,
e la colpa che lo fece degno di tal castigo si è essere stato messaggere
d'amore e stregone. — Quanto alla prima accusa, disse don Chisciotte, non
è materia da poterne parlar qui utilmente; ma stimo che ogni bene
ordinata repubblica dovrebbe aver cura che quell'officio fosse esercitato da
gente abile e discreta, ed io forse ne parlerò una qualche volta a chi
potrà recarvi il rimedio opportuno. Il dolore per altro che mi reca la
vista di un uomo sì venerabile sottoposto per tal cagione a sì
grave castigo, è mitigato in gran parte sentendo che fu anche
fattucchiere. So nondimeno che non vi sono stregherie nel mondo che possono
forzare la volontà, come credono alcuni sempliciotti, e che il libero arbitrio
non ha in noi chi 'l predomini, né avvi erba od incanto cui sia soggetto; e so
ancora che quello in cui si adoprano alcune donnicciuole semplici, ed alcuni
furbi vituperosi si è l'ammannire alcune misture o veleni capaci di far
perdere agli uomini il senno, dando ad intendere che siano atti a far amare per
forza, quando, come ho detto, egli è impossibile sforzare la
volontà. — Così è per lo appunto, disse il vecchio; e
certo quanto all'essere io stato stregone me l'hanno apposto falsamente; ma
questo buon desiderio non impedisce ch'io sia ora condotto donde non ho
speranza ritornare mai più, vecchio ed infermo come sono.” A questo
punto egli si dié a piangere, e Sancio n'ebbe sì gran compassione, che
cavò dal seno un reale da quattro e glielo diede per limosina.
Don Chisciotte passò avanti, e
domandò ad un altro qual fosse il suo delitto, ed egli rispose con
più arroganza d'ogni altro. — Io mi trovo qui per avere sì
fattamente alterato e confuso l'albero genealogico e i gradi di parentela della
mia propria famiglia e di qualche altra, che il più sottile abbachista
non avrebbe saputo trarsi d'impaccio. Tanto fu provato, non ebbi protezione; mi
mancarono i denari, e mi vidi in procinto di essere strozzato. Ebbi la condanna
di sei anni di galera, mi vi sottometto e lo riconosco per castigo della mia
colpa; sono giovane, e durando la vita, si metterà rimedio ad ogni cosa.
Se vossignoria, signor cavaliere, può dar qualche cosa per soccorrere
questi poveretti, ne sarà compensato dal cielo, e noi qui in terra non
cesseremo giammai dal pregare nelle nostre orazioni per la sua vita e salute,
che gli auguriamo altrettanto durevole quanto lo merita a giudicar
dall'aspetto.” Portava costui un abito da studente, ed una delle guardie disse
altresì che era un gran parlatore, e sapeva assai il latino.
Dopo tutti questi veniva un uomo di bella
presenza, dell'età di trent'anni, se non che negli sguardi pareva
accavallare l'un occhio coll'altro. Era incatenato in maniera diversa dagli
altri, perché aveva a' piedi una catena sì grande che gli si aggirava
attorno per tutto il corpo, ed al collo aveva un gran cerchio di ferro dal
quale per due anelli due verghe anch'esse di ferro discendevano fino
all'estremità delle braccia; e quivi con altri anelli innestandosi i due
cerchi di ferro impedivano ch'egli potesse né mettere le mani alla bocca, né
abbassare la testa per farla arrivare alle mani. Domandò don Chisciotte
per qual ragione era incatenato quell'uomo sì strettamente e in modo
tanto più duro degli altri. La guardia gli rispose che ciò era
perché riuniva in sé solo più delitti che tutti gli altri, ed era
inoltre sì temerario e furfante che non si assicuravano che non fuggisse
loro dalle mani ad onta di sì grandi precauzioni. — Che delitti mai, disse
don Chisciotte, può aver egli commesso da meritarsi una pena maggiore
della condanna in galera? — Corrono dieci anni oggimai, replicò la
guardia, ch'egli può considerarsi come il capitano degli assassini: ma
invece di quanto se ne potesse mai dire, vi basti sapere che questo buon uomo
è il famoso Gines di Passamonte, che chiamasi con altro nome Ginesuccio
di Parapiglia. — Signor commissario, disse allora il galeotto, non vada per le
lunghe e non istia a metter fuori nomi e soprannomi: Gines mi chiamo e non
Ginesuccio; è Passamonte il mio casato e non Parapiglia, come ella dice;
ed ognuno faccia i conti prima sopra sé stesso che agli altri. — Non parlare
con tanta arroganza, replicò il commissario, ladrone più grande
di quei della Marca, se non vuoi che ti faccia chiudere la bocca a tuo marcio
dispetto. — Ben mi pare, rispose il galeotto, che l'uomo si regoli secondo le
circostanze; ma potrebbe accadere che venisse un giorno in cui vi fosse
qualcuno che sapesse se veramente mi chiamo Ginesuccio di Parapiglia o no! — E
così non ti chiami forse, o furfante? disse la guardia. — Così
sogliono chiamarmi, rispose Gines; ma farò in modo da non essere
così chiamato nell'avvenire, se pure mi dovessi strappare a pelo a pelo
la barba, e mi intendo ben io! Signor cavaliere, se ha qualche cosa da darci,
ce la dia e se ne vada; che ella ci infastidisce con le sue noiose ricerche dei
fatti altrui; e se vuol sapere di me, le sia noto ch'io sono Gines di
Passamonte, la cui vita è stata scritta da queste due dita. — In questo
dice la verità, soggiunse il commissario: ha scritto la sua istoria egli
stesso, e in modo che nulla resta a bramarsi, e lasciò in prigione il
libro in pegno per dugento reali. — E penso di ricuperarlo, disse Gines,
quand'anche ci stesse per dugento ducati. — Di tanto pregio è questo
libro? disse don Chisciotte. — Tale è il suo merito, rispose Gines, che
non esito a crederlo superiore a Lazzariglio di Tormes ed a quanti altri di tal
genere sono stati o saranno scritti. Posso assicurare vossignoria che contiene
verità sì graziose e divertenti, che nessuna invenzione potrebbe
mai star loro a petto. — E com'è intitolato questo libro? domandò
don Chisciotte. — Vita di Gines Passamonte, gli rispos'egli stesso. —
È terminato? proseguì a dimandargli. — Come può esser
terminato, lo interruppe Gines, se la mia vita non è ancora finita? Il
libro comincia dalla mia nascita fino al punto in cui quest'ultima volta vengo
condotto in galera. — Ah! vi siete stato altre volte? disse don Chisciotte. —
Per servire a Dio e al re ci sono stato un'altra volta per quattr'anni, e so
molto bene, proseguì Gines, di qual sapore sia il biscotto e il
corbacchione, né assai mi pesa il ritornarvi, perché potrò ivi a mio
grand'agio terminare il mio libro a cui restano molte cose da aggiungere, e
nelle galere di Spagna v'è più ozio ancora di quello che occorra;
benché ho già pronta nella memoria ogni cosa. — Tu m'hai l'aria d'uomo
d'ingegno, disse don Chisciotte. — E disgraziato, soggiunse Gines: perché le
sventure perseguitano sempre gli ingegni. — Perseguitano i furfanti, soggiunse
il commissario. — Le ripeto signor commissario, riprese Passamonte, ch'ella
tenga più la lingua a sé, perché non le fu dato questo comando affine
ch'ella maltrattasse noi poveretti, pensi per guidarci e condurci dove sua
maestà comanda; che se no corpo di... Ma basta; potrebbe venire un
giorno in cui le macchie, come suol dirsi, andassero al bucato: però
ognuno stia cheto, viva bene, parli con giudizio, e andiamo al nostro viaggio
che la cosa comincia a putire.” Il commissario alzò il bastone per
battere Passamonte in risposta delle sue minaccie; ma don Chisciotte si
frammise, pregando che nol maltrattasse, perché era piuttosto da ammirare che
un uomo con le mani legate a quel modo tenesse sciolta sì bene la
lingua; e volgendosi a tutti gli incatenati disse: — Da quanto mi avete fatto
sapere, fratelli carissimi, sono venuto a conoscere chiaramente che quantunque
vi abbiano castigati per le vostre colpe, voi però non andate volentieri
a soffrire il castigo, anzi di molto mal animo e contro il vostro deciso
volere; e forse è vero altresì che l'uno per essersi perduto di
animo nella torture, l'altro per non avere avuto danaro, e quale per poco
favore, quale per poco senno dei giudici, a tutti insomma per non aver potuto
far valere le vostre ragioni siete ora condotti a patire contro giustizia.
Tutto ciò mi si affaccia in modo che mi dice, mi persuade e mi sforza a
mostrarvi il fine per cui il cielo mi ha messo al mondo, e mi fece professare
l'ordine di cavalleria che esercito, ed il voto che ho fatto di soccorrere i
bisognosi e di sollevare gli oppressi contro i prepotenti. Ma perché la
prudenza insegna di non adoperare la forza dove le buone maniere potrebbero
conseguire lo stesso effetto, voglio prima pregare queste signore guardie e il
signor commissario che si compiacciano di sciogliervi da quei ceppi e lasciarvi
andare alla buona ventura, che non mancherà al re di trovare chi lo
serve in migliori occasioni, sembrandomi assai mal fatto porre in
ischiavitù quelli che furono fatti liberi da Dio e dalla natura.” Volto
poscia alle guardie, proseguì di tal guisa: — Si aggiunge, signore
guardie, che nulla hanno commesso queste povere genti contro voi; lasciate
dunque che ciascuno se ne vada col suo peccato, che Dio nel cielo non obblia né
la punizione dei delinquenti né il premio dei buoni; né conviene che gli onesti
uomini si facciano carnefici degli altri uomini dai quali non ricevettero verun
danno. Vi comando dunque mansuetamente e con quiete che a ciò vi
risolviate, perché facendolo ve ne sarò grato: ma in caso diverso vi
costringeranno a farlo per forza questa lancia e questa spada mercé il valore
del mio braccio.
— Vossignoria, disse il commissario, mi riesce
molto più grazioso che non credevo! Vuol ella che lasciamo andar liberi
i forzati del re, come se ci trovassimo autorizzati a farlo da noi, od ella
potesse comandarcelo? Vada la signoria vostra in buon'ora per la sua strada, e
si raddrizzi il bacino che ha sulla testa, né stia cercando il quinto piede nel
gatto.
— Tu sei il gatto, il sorcio e il furfante,
rispose don Chisciotte; e, detto fatto, lo investì con tanta furia e
celerità che senza potersi porre in difesa, lo fece cadere in terra
malferito con un colpo di lancia. Fu quella caduta una grande fortuna pel
nostro cavaliere; perché costui era quello che portava lo schioppo a ruota. Le
altre guardie restarono attonite e trasecolate; ma riavutesi poi da quel primo
sbigottimento, quelle a cavallo posero mano alla spada, e le altre a piedi alle
armi con asta, e andarono contro don Chisciotte che li aspettava con gran
posatezza. L'avrebbe egli senza dubbio passata assai male, se i galeotti,
vedendo l'occasione che loro si offriva di riacquistare la libertà, non
avessero allora cominciato a procurarsela, tentando di rompere la catena che li
teneva avviticchiati sì strettamente. La mischia divenne sì
grande, che le guardie volendo in un medesimo tempo e attendere ai galeotti che
si andavano sciogliendo, e rintuzzare don Chisciotte che le assaliva, non
seppero fare cosa alcuna che profittasse. Sancio tosto pensò alla
liberazione di Gines di Passamonte, che fu il primo perciò a mettersi in
campo libero e sciolto; e cacciatosi addosso al commissario caduto, gli tolse
la spada e lo schioppo; poi appuntandolo or all'uno or all'altro, senza sparare
giammai, non lasciò che restasse pur una guardia in quel luogo, ma tutte
la diedero a gambe sì per la paura dello schioppo di Passamonte, come
per le pietre che loro scagliavano addosso i galeotti già liberati.
Sancio si rattristò del successo perché
conobbe assai bene che i fuggitivi avrebbero partecipato il caso alla Santa
Ermandada, la quale sonando campane a martello sarebbesi affrettata di
inseguire i delinquenti; e comunicando al padrone il sospetto, pregollo a
togliersi di là per imboscarsi in una montagna vicina.
— Tu parli bene, disse don Chisciotte; ma so io
quello che si conviene di fare presentemente: e chiamando a sé i galeotti tutti
che erano sparsi chi di qua, chi di là, e che avevano svaligiato il
commissario fino a lasciarlo in camicia, se gli fecero tutti d'attorno per
sentire ciò che comandasse. Egli disse:
— È proprio di persone ben nate mostrarsi
riconoscenti de' benefizî ricevuti e l'ingratitudine è una delle cose
più abborrite in faccia al cielo. Ciò dico perché già
vedeste, signori, col fatto quanto avete da me ottenuto, ed ora in compenso
desidero, anzi è mio volere che pigliando questa catena che vi ho tolta
dal collo, ve ne andiate incontanente alla città del Toboso, ed ivi
presentandovi dinanzi alla signora Dulcinea del Toboso, le facciate sapere che
il suo cavaliere, quello della Trista Figura, v'invia, e se le raccomanda; poi
le darete conto esatto e fedele di questa famosa avventura, con tutte le sue
minute notizie fino al momento in cui io vi feci riavere la bramata
libertà, e ciò adempiuto potrete andarvene pei fatti vostri
liberamente.” Rispose per tutti Gines di Passamonte a questo modo:
— Ciò che mi domandate, signore e
liberatore nostro, è assolutamente impossibile che sia eseguito da noi,
perché non possiamo andarcene uniti per le strade; anzi ci converrà
andare ad uno ad uno, soli e divisi, ciascuno per le sue, procurando di
nasconderci nelle viscere della terra per non essere colti dalla giustizia che
manderà da per tutto a cercare di noi. Ciò che può fare la
signoria vostra, ed è ragione che faccia, si è cambiare questa
ambasciata alla signora Dulcinea del Toboso in alquante avemmaria e credo, che
noi reciteremo secondo la sua intenzione; e questa cosa potrà farsi di
notte o di giorno, fuggendo o standoci fermi, in pace o in guerra; ma il
credere che noi vogliamo tornare in terra di Egitto, cioè alle miserie
di prima, portando la nostra catena al Toboso, è come credere che adesso
sia di notte quando sono le dodici del giorno; e il volere da noi questo egli
è come domandar pere all'olmo. — Ah corpo di..., esclamò don
Chisciotte infuriato, figliuolo di una pessima donna, signor Ginesuccio di
Parapiglia, o come tu ti chiami, giuro al cielo che vi andrai tu solo con la
coda tra le gambe e colla tua catena sulle spalle.”
Passamonte che non era uomo da tenerla sì
facilmente (tanto più ch'erasi accorto della inesperienza di don
Chisciotte nella commessa pazzia di dargli la libertà) vedendosi trattar
male ed a quel modo, fece d'occhio a' compagni suoi, ed eglino allargandosi
cominciarono a gittare un tal diluvio di sassi sopra don Chisciotte, che non
gli bastava coprirsi colla rotella; ed il povero Ronzinante non obbediva
più allo sprone come fosse stato un cavallo di bronzo. Sancio si
cacciò dietro al suo asino e così si difese dal nugolo di sassate
che piovevangli addosso. Don Chisciotte non poté schermirsene in modo che una
delle pietre non lo colpisse con tanta violenza che lo precipitò a
terra. Caduto appena, lo studente gli fu addosso, gli tolse di capo il bacino,
e con questo gli diede tre o quattro colpi sopra le spalle, ed altrettanti ne
diede in terra, di modo che lo fece in mille pezzi. Gli rubarono una casacca
che portava sopra le arme, volevano pure togliergli le mezze calzette, se i
cosciali non l'avessero impedito. Rubarono a Sancio il gabbano, lasciandolo in
farsetto, e divisero tra loro le spoglie di quel conflitto prendendo ognuno la
parte sua con premura indicibile onde scappare dalle mani della giustizia,
senza pensare alla catena che erano incaricati di presentare alla signora
Dulcinea del Toboso. Rimasero soli l'asino, Ronzinante, Sancio e don
Chisciotte; l'asino colla testa bassa e tutto stordito, scuotendo di tanto in
tanto gli orecchi, e temendo che ricominciasse la tempesta delle sassate;
Ronzinante disteso in terra a canto del suo padrone per un'altra sassata che lo
aveva colto; Sancio senza gabbano ed in paura della giustizia; e don Chisciotte
sdegnato assai di vedersi corrisposto sì ingratamente da coloro cui
tanto bene avea fatto.
CAPITOLO XXIII
DI QUELLO
CHE ACCADDE AL FAMOSO DON CHISCIOTTE IN SIERRA MORENA, E CHE FU UNA DELLE
PIÙ RARE AVVENTURE CHE SI RACCONTANO IN QUESTA VERA ISTORIA.
Don Chisciotte vedendosi a sì tristo
partito disse al suo scudiere: — Ho inteso sempre a dire, o Sancio, che il far
bene ai vigliacchi è un lavare la testa all'asino. Se avessi badato alle
tue insinuazioni non mi troverei ora in tanta sventura; ma al fatto non
v'è rimedio: bisogna aver pazienza e starsene meglio avvertiti per
l'avvenire. — Vossignoria sarà tanto avvertita quanto io sono turco,
rispose Sancio; ma poiché ella dice che se avesse badato a' miei consigli non
ci troveremmo in tanto malanno, mi creda a quello che le dico presentemente, e
scapperemo da un'altra peggiore disgrazia; perché le so dire che contro la
Santa Ermandada non si dà cavalleria; e che essa conta meno di due
maravedis tutti i cavalieri erranti del mondo. E già mi pare di sentirmi
fischiare negli orecchi le sue saette.
— Tu sei codardo per tua natura, disse don
Chisciotte: ma perché tu non possa accusarmi di ostinazione, né dire che io non
bado mai alle tue insinuazioni, voglio ascoltarti per questa volta, e
così mi sottrarrò da quella tempesta che tu paventi; lo fo
però a condizione che vivo o morto tu non debba mai dire a nessuno ch'io
mi sia ritirato o sottratto da un tal pericolo per timore, ma unicamente per
condiscendere a' prieghi tuoi; altrimenti facendo, tu mentirai; e adesso per
allora, ed allora per adesso rispondo alla mentita, e dichiaro, che menti e
mentirai tutte le volte che ti scappi detto ciò che a mio svantaggio tu
pensi. Né replicarmi parola, sai; che al solo pensar che ora mi sottraggo a
nuovo pericolo, e specialmente a questo dove pare che io mostri non so qual
ombra di paura, per poco è che non mi deliberi di aspettar qui io solo,
non pure la giustizia di cui tu parli e che ti atterrisce tanto, ma i fratelli
tutti di tutte le dodici tribù d'Israello e i sette fratelli Maccabei, e
i gemelli Castore e Polluce, e quante sbirraglie, e quanti bargelli sono al
mondo. — Signore, rispose Sancio, il ritirarsi non è fuggire, e quando
il pericolo è maggiore della speranza non è da accorto
l'attenderlo, ma è da savio il prevenire oggi il dimani, né avventurare
il tutto in un giorno solo; e sappia vossignoria che quantunque zotico e villano
io m'intendo un poco di quel che si chiama saper vivere, né ella si penta di
avere accolto il mio consiglio, ma monti sopra il suo Ronzinante; e se mai non
può, io sono qua ad aiutarla, e mi segua, poiché il mio poco cervello
pare che mi suggerisca che adesso abbiamo più bisogno dei piedi che
delle mani.” Salì don Chisciotte senza aggiungere parola, e, montato
Sancio sopra il suo asino, entrarono in quella parte di Sierra Morena ch'era la
più vicina, avendo Sancio l'intenzione di attraversarla tutta intera e
portarsi al Viso, o ad Almodovar del Campo, e stare nascosto alquanti giorni
fra quelle rupi per non essere colti dalla Santa Ermandada se mai li venisse
cercando. Prese anche più animo vedendo che in mezzo al parapiglia coi
galeotti avea potuto salvare la vettovaglia che stava sull'asino, ciò
che egli ascrisse a miracolo dopo le ruberie sofferte.
Pervennero in quella sera nel bel mezzo delle
interne balze di Sierra Morena, dove giudicò don Chisciotte di restare
la prima notte non solo, ma eziandio alcuni giorni, od almeno fin tanto che
durassero le provvigioni. Pernottarono dunque in quelle balze e tra sugheri; ma
la fatalità che secondo la fallace credenza di chi non professa la vera
fede, regola le sorti tutte degli uomini, volle che Gines di Passamonte, il
famoso mariuolo e ladro scappato dalle catene per l'opera e per la pazzia di
don Chisciotte, per sottrarsi alla Santa Ermandada, di cui temeva a ragione,
pensasse pure di appiattarsi tra quelle montagne. Volle dunque la
fatalità che il timore e la ventura sua lo trassero a quel sito medesimo
dove trovavansi don Chisciotte e Sancio in ora da poterli riconoscere, ma
pensò di lasciarli dormire. Se non che i tristi sono sempre ingrati, e
si abbandonano dove la necessità li conduce, e pensano al presente
dimenticandosi dell'avvenire; e però Gines, briccone di pessime
intenzioni, deliberò di rubar l'asino a Sancio Pancia, non curandosi di
Ronzinante avendolo per un mobile da non potersi né impegnare né vendere.
Mentre Sancio era immerso nel sonno egli ne menò dunque il giumento, e
prima di giorno già era lontano da non essere più raggiunto.
Comparve l'aurora rallegrando la terra, ma recando a Sancio la più viva
amarezza per la scoperta mancanza del suo asino; e trovandosene derubato, si
mise a piangere sì dirottamente che svegliò don Chisciotte coi
suoi singulti e con queste lamentevoli voci: — Ahi, figlio delle mie viscere,
nato sotto il mio proprio tetto, delizia dei miei figliuoli, gioia di mia
moglie, invidia dei miei vicini, sollievo delle mie afflizioni e sostegno della
mia persona, perché con ventisei maravedis ch'io con te guadagnava ogni giorno
facea metà delle spese per la mia famiglia!...” Don Chisciotte che lo
sentì a piangere, e poi ne conobbe la causa, consolò Sancio alla
meglio che poté pregandolo di aver pazienza, e promettendogli di rilasciargli
un viglietto con cui gli sarebbero dati tre asini dei cinque ch'egli avea
lasciati in casa sua. Si racconsolò allora Sancio, rasciugò le
lagrime, finirono i singhiozzi, e gradì il bene che gli facea don
Chisciotte, il quale non fu appena internato in quelle montagne, che già
gli si era allargato il cuore, parendogli di essere giunto in un sito
inesauribile di avventure quali appunto egli andava cercando. Stava
richiamandosi alla memoria i prodigiosi avvenimenti occorsi ai cavalieri
erranti in tali solitudini e luoghi selvaggi, e andavasene immerso in questi
pensieri, ed ebro e tratto fuori di sé di null'altro si rammentava; né Sancio
(poiché gli parve di essere sicuro dalle persecuzioni della giustizia), davasi
altro pensiero che di pascere lo stomaco coi rimasugli di quanto avea tolto ai
poveri chierici, che accompagnavano il morto. A tal modo Sancio seguitando il
padrone traeva di quando in quando da un sacco, che invece dell'asino era
carico sopra Ronzinante, di che empiersi la pancia, contento della sua sorte,
senza curarsi di nuove avventure. Ma in questo mezzo alzò gli occhi, e
vide che il suo padrone tentava di levar qualche cosa da terra colla punta del
suo lancione. Si affrettò Sancio ad aiutarlo, ed arrivò al punto
in cui alzava un cuscinetto cui stava legato un valigiotto, ambedue mezzo
fracidi e disfatti. Disse il padrone a Sancio che esaminasse quel fardello; e
Sancio obbedì, e ad onta che fosse assicurato con catena chiusa da un
lucchetto, per le parti rotte e fracide vide quanto conteneva, cioè:
quattro camicie di tela d'Olanda fina ed altra biancheria non meno candida che
finissima, e aggomitolato in un moccichino un buon monticello di scudi d'oro.
Quando Sancio li ebbe scoperti esclamò: — Benedetto sia il cielo che ci
offre finalmente una avventura da cui trarremo profitto; e frugando allora
ancor più trovò un libricciuolo di memorie riccamente guernito.
Questo lo volle don Chisciotte, dicendo a Sancio che serbasse i denari per suo
proprio uso. Sancio gli baciò la mano per tanto favore, e togliendo dal
valigiotto la biancheria la unì alla vettovaglia che seco portava. Come
don Chisciotte ebbe osservata ogni cosa: — Sembrami, disse, o Sancio, (e non
è possibile che sia altramente), che qualche passeggiero smarrita la via
sarà entrato in queste gore, e qui lo avranno assaltato i malandrini, i
quali poi lo avranno altresì sotterrato in questo recondito sito. —
Ciò non può essere, rispose Sancio, perché se fossero stati
malandrini non avriano lasciato qui il danaro. — È vero, soggiunse don
Chisciotte; dunque non saprei indovinare donde tal cosa procedesse; ma attendi,
e vedremo se in questo libretto di memorie v'è scritto cosa alcuna
d'onde possiamo conoscere ciò che muove la nostra curiosità. Lo
aperse, e trovatovi per la prima cosa un sonetto scritto in bel carattere, lo
lesse ad alta voce perché lo sentisse anche Sancio, e questo n'era il concetto:
“O Amore ha penuria di senno, od è
eccesivamente crudele; ovvero non è la mia pena commisurata al motivo
che mi condanna al più duro genere di tormento.
Ma Amore è Dio, nessuno l'ignora, ed
è ben ragionevole che un Dio non sia crudele: or chi è dunque
colui che impone cotesto dolore ch'io soffro ed adoro?
Se dico che sei tu, o Filli, m'inganno; perocché
tanto male non può capire in tanto bene: né viene dal cielo questa
rovina.
Tra breve mi toccherà di morire; questo
è il più certo; perché ad un male di cui ignota è la
cagione, miracolo sarebbe il trovar medicina.”
— Nemmeno per questo, disse Sancio, si può
chiarire l'imbroglio, se non fosse, che tenendo dietro ad un filo si
può arrivare a conoscere il gomitolo di questa faccenda. — Di che filo
parli tu? disse don Chisciotte. — Sembrami, rispose Sancio, che vossignoria
abbia nominato filo. — Filli ho detto, rispose don Chisciotte, e questo,
senza dubbio, si è il nome della dama di cui si duole l'autore di questo
sonetto; e per Bacco, o che debb'essere uno sperimentato poeta, o ch'io poco me
ne intendo. — E che? disse Sancio, ella s'intende di queste composizioni? —
Più di quanto non credi, rispose don Chisciotte, e lo conoscerai per
prove allorché recherai una lettera scritta da un capo all'altro in versi alla
mia signora Dulcinea del Toboso: perché voglio che tu sappia, o Sancio, che
tutti gli erranti cavalieri della passata età erano gran poeti e
cantori, mentre queste due abilità (o grazie, per parlare più
acconciamente), sono annesse agli innamorati erranti, quantunque non possa
negarsi che le canzoni de' passati cavalieri erano quasi sempre più
spiritose che belle. — Legga vossignoria quel che resta, disse Sancio, e
troveremo di che soddisfarci.” Voltò la carta don Chisciotte, e disse —
Quest'è prosa, e sembrami che sia una lettera. — Lettera missiva?
domandò Sancio. — Il suo principio indica amori, rispose don Chisciotte.
— Legga dunque la signoria vostra, replicò Sancio, e legga forte, che a
me vanno a sangue le cose che trattano di amori. — Quanto mi piaci! disse don
Chisciotte; e leggendola forte trovò che in essa così stava scritto:
La tua fallace promessa e la mia
certa sventura mi trascinano in luogo donde ti arriveranno le nuove della mia
morte prima che le ragioni delle mie querele. Tu, ingrata, mi posponesti a chi
possiede più di me, non però più di me il merita: ma se la
virtù fosse stimata ricchezza, non invidierei le fortune degli altri, né
piangerei le sventure mie proprie. Quello che la tua bellezza avea fatto lo
distrussero i tuoi portamenti. La prima mi fece credere che fossi un angelo;
questi mi hanno fatto conoscere che sei donna. Restati in pace, sola cagione
della tempesta in cui si trova il mio cuore; e piaccia al cielo che rimangano
nascoste ad ognuno le frodi del tuo sposo, perché tu non abbia a pentirti di
quanto facesti; ed io non prenda vendetta di quello che non vorrei.
Terminata questa lettura, don Chisciotte disse: —
Tanto dalla lettera quanto dai versi può argomentarsi soltanto che lo
scrittore fu un amante disperato; e voltando e rivoltando quasi tutto il
libretto trovò degli altri versi, alcuni che si potevano leggere ed
altri no. Il contenuto loro non era se non querele, lamenti, differenze, gioie
e disgusti, favori e sdegni, ricevuti gli uni con allegrezza, gli altri con
pianto. Frattanto che don Chisciotte squadernava il libro, Sancio visitava il
valigiotto con somma diligenza frugandone ogni angolo affinché nulla scappasse
dalle sue perquisizioni: tanto lo avean reso avido gli scudi trovati, che
passavano i cento. Non trovò nulla più: ma tuttavia gli parve che
non fossero stati senza un buon perché lo sbalzamento nella coperta, il vomito
del beveraggio, la benedizione delle stanghe, le spuntate del vetturale, il
latrocinio delle bisacce, la perdita del gabbano, il furto dell'asino, e tutta
la fame, sete ed affanni che avea sofferti in servigio del suo buon padrone; sembrandogli
che di tutto lo compensassero le cose allora trovate.
Gran desiderio rimase nel Cavaliere della
Trista Figura di sapere chi fosse il padrone del fardello, conghietturando
dal sonetto e dalla lettera, dalle monete d'oro e dalle fine camicie, che
dovesse essere un ricco innamorato, condotto a quella disperata risoluzione
dagli sdegni e dai mali trattamenti della sua signora. Ma non vedendosi alcuno
in quelle deserte e dirupate balze da cui averne contezza, non si curò
di altro che di seguitar la sua via lasciandosi condurre a voglia di
Ronzinante, dove cioè la povera bestia potesse andare; sempre con la
immaginaria fiducia che non gli potesse mancare fra quei dirupi qualche nuova e
strana ventura. Proseguendo adunque il cammino immerso in questi pensieri vide
sulla cima di una montagnuola che se gli offriva allo sguardo un uomo che
andava saltando di masso in masso e di macchia in macchia con gran leggerezza.
Gli parve nella sua fantasia che fosse seminudo, colla barba negra e folta, coi
capegli rabuffati, i piè scalzi, nude le gambe, e con un paio di calzoni
che pareangli di velluto lionato, ma stracciati per modo da mostrare da molte
parti le carni. Avea scoperta la testa, e benché apparisse solo di tratto in
tratto, il cavaliere della Trista Figura osservò e notò
minutamente ogni cosa; ma quantunque tentato avesse di seguitarlo, nol poté
fare perché la debolezza di Ronzinante gli vietava di valicare per quei
precipizi; e tanto più che il suo passo era di natura assai limitato e
flemmatico. Ora si figurò don Chisciotte che costui fosse il padrone del
cuscinetto e del valigiotto, e propose fra sé di volerlo raggiungere
quand'anche avesse dovuto aggirarsi per un anno intero tra quelle balze.
Ordinò a Sancio che pertanto battesse da una parte la montagna, mentre
egli se n'andrebbe per la opposta via; che forse in tal guisa raggiungerebbe
quell'uomo che gli era sparito dinanzi agli occhi.
— Non posso, rispose Sancio, perché scostandomi
da vossignoria mi entra addosso una paura che mi dà mille batticuori, e
mi rappresenta mille visioni; e ciò le serva di avviso, perché da qui in
avanti io non mi allontanerò un dito solo da lei. — Sia quello che vuoi,
disse don Chisciotte, ed io sono contentissimo che tu ti possa valere del mio
coraggio, che non ti mancherà se bene ti mancasse l'anima nel corpo;
seguimi dunque a poco a poco, o come potrai, e spia dappertutto cogli occhi.
Noi ci aggireremo per questa montagnuola, e forse c'imbatteremo nell'uomo da
noi veduto, il quale certamente sarà il padrone di tutto quello che
abbiamo trovato. Al che Sancio rispose: — In questo caso saria molto meglio che
non lo andassimo cercando, perché se lo troviamo, ed è veramente il
padrone del denaro, è cosa evidente ch'io gliene dovrei fare la
restituzione; però il meglio sarebbe lasciare in disparte queste inutili
diligenze, e che io possedessi il danaro in buona fede sin tanto che per
qualche altro modo men curioso e men sottile si scopra il vero padrone; perché
questo accadrà probabilmente quando i danari saranno spesi tutti, ed allora
il re ce ne farebbe franchigia. — In ciò t'inganni, o Sancio, rispose
don Chisciotte, in questo dubbio siamo obbligati a cercare il padrone ed a
restituire: e quando non lo trovassimo, il dubbio in cui siamo ch'egli sia
desso già basta; per altro, amico Sancio, non ti dar pena per cercare di
lui, ché ne andrò io sulle tracce.” Ciò detto, spronò
Ronzinante, e Sancio lo seguì a piedi e carico per colpa di Ginesuccio
di Passamonte; ed avendo trascorsa una parte della montagna trovarono in un
ruscello caduta morta e mezzo mangiata dai cani e bezzicata dai corvi una mula
colla sella e briglia, ciò che li confermò maggiormente nel
sospetto che colui che fuggiva fosse il padrone della mula e del valigiotto.
Standola osservando udirono un fischio, come quello che si usa da pastore che
guardi la mandra, e comparve nel tempo stesso alla mano sinistra una buona
quantità di capre, e dietro di esse veder si fece il capraio che le
custodiva, e che era un uomo attempato. Don Chisciotte lo chiamò tosto
pregandolo che si calasse dov'eglino si trovavano; ed esso gridando
domandò a lui chi lo aveva condotto in quel luogo poche volte o non mai
calpestato da piede umano, ma sol da capre o da lupi, ovvero da altre fiere di
quegli antri. Sancio rispose che scendesse che di tutto gli avrebbero dato
conto. Scese il capraio, e arrivato dove stavasi don Chisciotte:
— Io scommetto che voi, signori, andate guardando
cotesta mula da nolo che vedete morta laggiù in quel burrone: ebbene
sappiate che sono già sei mesi da che ella è costà. Ora
ditemi, signori: avete forse incontrato il suo padrone?
— Non ci siamo incontrati in alcuno, rispose don
Chisciotte, ma trovato abbiamo un cuscinetto ed un valigiotto poco di qua
lontano.
— Io pure li ho veduti, rispose il capraio, ma
non volli toccarli, e neppur ad essi accostarmi temendo di qualche disavventura
o di essere tenuto per ladro; perché il diavolo è fino, e salgono dal
sotto in su delle cose che ci fanno intoppare e cadere senza che se ne sappia
il come od il quando.
— Così dico ancor io, rispose Sancio, che
veduto ho il valigiotto, e me ne stetti lontano, fate conto come un tiro di
pietra, e l'ho lasciato dov'era, e se ne giace ove stava, perché io non voglio
immischiarmi nelle cose che non m'importano.
— Sapete voi, buon uomo, disse don Chisciotte,
chi ne sia il padrone?
— Questo solo vi so dire, rispose il capraio, che
corrono sei mesi all'incirca da che un giovane ben fatto e di giusta statura
giunse ad una capanna di pastori lontana forse tre miglia da questo sito.
Cavalcava egli la stessa mula che vedete là morta, ed avea seco il
cuscinetto e la valigia che dite di avere trovati senza toccarli.
Domandò a noi caprai quale fosse la parte più recondita e
silvestre di questa Sierra, e noi gli abbiamo risposto essere questa dove ora
ci troviamo: e ciò è vero, perché se vi penetraste per mezza
lega, non ne saprete più uscire: ed anzi mi maraviglio che fin qui vi
siate potuti condurre, non essendovi né strada né guida che aiutare vi possa.
Ora sappiate che udendo il giovane la nostra risposta, voltò le redini,
e si avviò alla parte da noi accennatagli, lasciandoci tutti contenti
della sua bella presenza e del suo buon garbo, ma attoniti nel tempo medesimo
della sua domanda e della fretta con cui s'incamminò verso la Sierra. Da
quel punto in poi non lo abbiamo più veduto; se non che dopo alcuni
giorni, incontratosi egli per istrada in uno dei nostri pastori, se gli
accostò, gli diede di molte pugna e calci, e poi se ne andò alla
volta dell'asina del pastore che portava la vettovaglia, tolse quanto pane e
cacio aveva, e fatto questo, sparì via, si può dire, in un lampo
rinselvandosi nella Sierra. Quando noi caprai avemmo questa notizia siamo
andati a cercarlo per quasi due giorni nei luoghi più romiti, e
finalmente lo trovammo nascosto nel vano di un vecchio sughero. Egli si fece
incontro a noi con grande cortesia, col vestito tutto lacero, sfigurato nella
faccia ed abbronzato dal sole per modo che lo abbiamo appena riconosciuto: se
non che ci siamo assicurati ch'egli era quel desso considerando le vesti
così lacere che avevamo prima vedute e le notizie che di lui ci erano
state date. Ci salutò con gentilezza, e in poche ma succose parole ci
disse che non facessimo le meraviglie del suo stato, perché così era
obbligato di fare per compiere una certa penitenza impostagli pe' suoi peccati.
Lo pregammo a volerci dire chi egli fosse, ma si rifiutò costantemente;
gli abbiamo detto che quando avesse bisogno di sostentamento, senza il quale
non potea certamente campare, ci facesse sapere dove dovessimo andarlo a
trovare, perché con tutta la premura e l'affetto gliel'avremmo portato e che,
se ne anche questo gli piaceva, lo avremmo condotto ai nostri casolari; e se
tuttavia non le piacevano le nostre offerte, ci chiedesse almeno quello di cui
aveva bisogno, ma si astenesse dall'usar violenza ai pastori come avea fatto.
Egli gradì molto le nostre esibizioni, ci chiese perdono dell'accaduto,
e promise di domandarci sempre quanto avesse bisogno per amor di Dio senza far
molestia ad alcuno. Quanto al soggiorno non volle pure cangiarlo, e sul finire
del suo discorso proruppe in sì tenero pianto che solo chi fosse stato
di sasso avrebbe potuto ritenersi dal piangere insieme con lui. Noi
consideravamo qual egli era la prima volta, e quale ci si parava allora dinanzi,
perché, come dissi, era un giovine di maniere belle e garbate, e i suoi cortesi
e ragionati discorsi lo dimostravano persona ben nata e di squisita educazione:
e quantunque noi siamo zotici, la sua gentilezza era tanta che ne restavamo
confusi. Sappiate dunque che nel più bello del suo discorso egli
ammutolì, fissò gli occhi in terra per buono spazio di tempo, e
noi ce ne stavamo cheti e sospesi attendendo ove andasse a finire quella sua
stupidità. Molto ci doleva di vederlo a quel tristo partito, per che ben
ci accorgemmo che quel suo aprire gli occhi a grande stento, quel tenerli
sempre fissi in terra senza rimuoverli un punto, poi chiudergli un'altra volta
stringendo le labbra e inarcando le ciglia, era manifesto indizio di qualche
movimento di pazzia che lo cogliesse proprio in quel momento. Egli purtroppo ci
fece conoscere che non ci eravamo in questo ingannati; ma poi levatosi con gran
furia da terra ove si era gittato, venne alle prese col primo che gli era da
vicino con tal furore che lo avrebbe ammazzato a pugni e a morsi se non glielo
avessimo tolto di mano. In mezzo a questi eccessi esclamava: “Ah disleale
Fernando! Qua, qua mi pagherai il torto che mi hai fatto; queste mani ti
strapperanno quel cuore dove albergano tutte le scelleraggini, e principalmente
la frode e l'inganno.” A queste aggiungeva altre dichiarazioni che
miravano tutte ad aggravare quel Fernando trattandolo di traditore e di sleale.
Noi tutti rammaricati gli togliemmo dalle mani il nostro fratello, ed egli
scostandosi senza proferir più parole, andò ad imboscarsi fra
questi carpini e questi vinchi sì rapidamente che ci rese impossibile il
seguitarlo. Si può conghietturare che la pazzia lo assalisca ad
intervalli, e che da qualcuno chiamato Fernando abbia ricevuto qualche gran
torto che lo condusse a tanta disperazione; e questo pare tanto più
verosimile quanto che alcuna volta egli si è lasciato trovare sulla
strada per chiedere ai pastori di essere condotto a mangiare, ed altre volte,
quando viene assalito dalla frenesia, se lo toglie per forza senza curare le
nostre spontanee offerte, assalendoci a furia di percosse. Quando torna in sé
riceve ogni cosa per amore di Dio e cortesemente e piacevolmente ringrazia non
senza spargere molte lagrime. E per dirvi, o signori, ogni cosa,
proseguì il capraio, ieri io con quattro altri pastori, due famigli e
due amici miei ci siamo proposti di cercarne finché ci riesca di trovarlo e di
condurlo o per amore o per forza alla terra d'Almodovar, ch'è otto leghe
di qua lontano; perché vogliamo ch'ivi si assoggetti ad una cura, s'è
male da potersi guarire; e così sapremo chi sia quando avrà
qualche lucido intervallo; e se avrà parenti li renderemo consapevoli
della sua disgrazia. Ecco il conto che ho potuto darvi di ciò che mi
domandaste, ed accertatevi che il padrone delle cose da voi trovate è
appunto colui che vedeste passare con tutta velocità stracciato e quasi
nudo:” perché già don Chisciotte gli avea detto di averlo veduto saltar
per quelle balze.
Restò maravigliato assai don Chisciotte del
racconto del capraio, ed aumentandosi in lui la voglia di sapere chi fosse quel
forsennato, propose fra sé medesimo di cercarne conto pur egli per tutta quella
montagna, non lasciandosi addietro né grotta né angolo fin che ciò gli
riuscisse. La sorte lo favorì in questo meglio di quello che pensava o
sperava; perché proprio in quel punto fra la spaccatura di una montagna, che
metteva in quella dov'eglino si trovavano, comparve il giovane medesimo che
andava parlando fra sé, ma in modo da non poter essere inteso né da vicino né
da lontano. Il suo vestito era quale fu già descritto, e più
avvicinandosi a don Chisciotte, questi poté osservare che portava un collare di
ambra tutto stracciato, d'onde tanto più si persuase che non potrebbe
essere di bassa condizione chi portava sì nobili contrassegni. Raggiunti
che furono dal giovine, li salutò con voce alterata e rauca, ma
però assai cortesemente. Don Chisciotte gli rese il saluto con non
minore creanza, e sceso da Ronzinante, con modo affabile e gaio andò a
gittarglisi al collo, e se lo tenne sì a lungo e sì strettamente
fra le braccia come se lo avesse conosciuto da lunga mano. L'altro, che
chiamare si potrebbe lo Stracciato d'infelice aspetto come don
Chisciotte era il Cavalier della Trista Figura, dopo avere raccolti gli
abbracciamenti, scostò da sé alquanto don Chisciotte, e, postagli una
mano sopra le spalle, gli fissò gli occhi addosso come se cercasse di
persuadersi di conoscerlo, maravigliato non tanto di vedere la figura, la
statura e le armi di don Chisciotte quanto del modo con cui stava attentamente
a guardarlo. In fine primo a parlare, seguìti gli abbracciamenti, fu il
cavaliere stracciato, e disse ciò che sarà riferito qui avanti.
CAPITOLO XXIV
SEGUITA L'AVVENTURA DI SIERRA MORENA.
La storia dice che don Chisciotte ascoltava con
grandissima attenzione lo sventurato cavaliere della Sierra, il quale
seguitò in questo modo il suo ragionamento: — Certamente, o signore,
chiunque voi siate, che io non vi conosco, aggradisco le dimostrazioni vostre e
la cortesia meco usata, e vorrei trovarmi nel caso di mostrarvi a prove di
fatti più che di parole la mia gratitudine pei vostri buoni offici; ma
la sorte non vuole ch'io possa con altro che col buon volere corrispondere alle
opere pietose che mi vengono impartite.
— La mia, rispose don Chisciotte, è di
servirvi: e tanto è ciò vero quanto che erami determinato di non
iscostarmi da queste montagne senza vedervi ed intendere da voi l'origine di
quel profondo dolore che il vostro straordinario modo di vivere appalesa;
perché se vi ha rimedio atto a sanarlo, io lo adopererò con ogni
diligenza; se poi la vostra sventura è del novero di quelle che non
possono ricevere consolazione, e mi farò compagno vostro nel piangerla,
e cercherò di addolcirla in ogni modo: ch'è pur qualche sollievo
all'afflitto il ritrovare chi si unisca nell'afflizione con lui! Se dunque vi
pare che meriti di essere gradita la mia buona intenzione, con ogni
amorevolezza, vi supplico, o signore, per la molta cortesia che dimostrate in
voi stesso, e vi scongiuro al tempo medesimo, per la cosa che più vi è
o vi fu cara al mondo, che mi facciate sapere chi voi siete, e la causa che vi
ha tratto a vivere ed a morire in queste solitudini a guisa di un bruto, stando
in esse così fuori di voi stesso, come dimostrano il vostro vestito ed
il vostro portamento. Vi giuro, seguitò a dire don Chisciotte, per
l'ordine di cavalleria che ho ricevuto, benché indegno peccatore, e per la mia
professione di cavaliere errante, che se in questo mi compiacerete, io
sarò a servirvi con quell'ardore a cui mi obbliga l'esser mio, o
rimediando alla vostra disgrazia, s'ella ha rimedio, od accompagnandomi a voi
per deplorarla, siccome vi ho già promesso.”
Il cavaliere del Bosco sentendo parlar in tal
modo quello della Trista Figura, altro non facea che guardarlo e tornarlo a
guardare da capo a fondo, e dopo averlo tanto osservato soggiunse: — Se hanno
di che darmi a mangiare, me lo diano per amore di Dio, ed io dopo essermi
sfamato farò quanto mi si comanda in segno di gratitudine a così
buone intenzioni.” Trassero allora, Sancio dalla sua dispensa, e il capraio dal
suo zaino, quanto bastava per saziare l'appetito dello Stracciato; il quale non
lasciava che un boccone aspettasse l'altro, inghiottendoli prima di masticarli;
e mentre stava divorando, nessuno proferiva parola. Terminato ch'ebbe lo invitarono
a seguitarli, e lo condussero in un verde praticello che giaceva dietro ad una
balza a poca distanza. Ivi si assise egli sull'erba, e gli altri fecero lo
stesso, e tutto si eseguì senza che alcuno dicesse parola, finché lo
Stracciato, dopo essersi posto al suo luogo, disse: — Se bramate, o signori,
che brevemente io vi faccia palese le immensità delle mie disgrazie, mi
dovete promettere che non interromperete né con domande né altrimenti il filo
della funesta mia istoria; perché contravvenendo a ciò, subito che
aprirete la bocca, la narrazione resterà a quel punto interrotta.”
Questo discorso richiamò alla memoria di don Chisciotte la novella che
gli aveva raccontata il suo scudiere, lasciandola sospesa quando non gli seppe
dire il numero delle capre che aveano passato il fiume. Ma tornando al nostro
Stracciato, proseguì egli dicendo: — Questa dichiarazione l'ho premessa
pel desiderio di non trattenermi a lungo nel racconto delle mie disavventure;
perché il richiamarle alla memoria altro non fa che aggiungere peso a peso:
quanto meno m'interrogherete, tanto più presto io giungerò al
fine; ma vi assicuro però che non lascerò di riferirvi ogni cosa
che importi per soddisfare compiutamente la vostra curiosità.” Glielo promise
don Chisciotte in nome di tutti, ed egli di ciò assicurato
cominciò nella seguente maniera il racconto:
“Il mio nome è Cardenio, la mia patria una
città delle migliori dell'Andalusia, nobile il mio lignaggio, doviziosi
i miei genitori, sì grande la mia disavventura, che debbono averne
pianto e i genitori e i parenti senza poterne temperare l'amarezza colle loro
molte ricchezze; poiché valgono assai poco i favori della fortuna per tener
fronte alle sciagure che Dio ci manda. Nella detta provincia trovavasi un cielo
in cui amore posta avea tutta la gloria ch'io avessi potuto desiderare: tale si
era la bellezza di Lucinda, donzella pari a me nella nobiltà e nelle
ricchezze, ma però di me più avventurata, e meno costante di
quello che si conveniva alle mie onorate intenzioni. Ho amato questa Lucinda,
la ho desiderata ed adorata sino dai miei teneri anni, e fui da lei corrisposto
con quella semplicità e con quel buon cuore ch'erano proprî
dell'età sua. Note ai genitori erano le nostre intenzioni, né se ne
mostravano scontenti; perché conoscevano che ne sarebbe derivato un maritaggio
predisposto già dalla eguaglianza della nostra condizione e delle nostre
fortune. Crebbe coll'età l'amore in entrambi, sicché parve al padre di
Lucinda di essere obbligato per molti buoni rispetti a negarmi l'ingresso della
sua casa, imitando così i genitori dell'infelice Tisbe tanto da' poeti
cantata. Una tale proibizione aggiunse fiamma a fiamma, desiderio a desiderio;
mentre impose bensì silenzio alle nostre lingue, ma non valse ad
impedire il linguaggio della penna; la quale, più libera della voce,
suol far conoscere a chi 'l brama ciò che l'animo in sé rinchiude; e
tanto più che spesso addiviene che la presenza dell'oggetto amato
conturba e infrena la più libera intenzione e la lingua più
ardimentosa. Oh cielo! quanti biglietti non le scrissi io! Quanto non ne
riportai deliziose ed oneste risposte! Quante canzoni ho composto, e quanti
amorosi versi, nei quali l'anima dichiarava e trasfondeva i suoi sentimenti,
dipingeva gli accesi suoi desiderî, ricordava le passate cose e ricreava la sua
volontà! Finalmente sentendomi struggere e consumare nella brama di
vederla, determinai di mettere in opera e compire ad un punto ciò che
giudicai necessario per conseguire il premio da me bramato e meritato, chiedendola
al padre per legittima mia sposa siccome feci. Mi rispos'egli che gradiva la
mia volontà di onorare lui e far onore a me stesso colle nozze proposte;
ma che vivendo il mio genitore, toccava a quello per giusto diritto il fare
questa dimanda; perché se non vi consentisse pienamente e con ogni sua
soddisfazione, Lucinda non era donna da essere pigliata né data di furto. Io
gradii quella buona intenzione, sembrandomi ch'egli parlasse ragionevolmente, e
sperando che sarebbe di leggeri andato lo stesso mio padre a fargliene la
proposizione.
“Volai infatti al genitore per dirgli ciò
ch'io desiderava; ed all'entrare nella stanza lo trovai che avea una lettera
aperta in mano, la quale mi diede prima ch'io gli facessi parola alcuna e mi
disse: — Conoscerai, Cardenio, da questa lettera il desiderio che nutre il
duca Riccardo d'impartirti molto favore. — Questo duca Riccardo, come
dovete sapere voi altri signori, è un grande di Spagna che tiene il suo
Stato nel sito più florido dell'Andalusia. Presi e lessi la lettera; era
scritta con sì grande istanza ch'io stesso avrei giudicato sconveniente
che mio padre rifiutasse di eseguire quello di cui era richiesto: e diceva che
mi trovassi di subito dove egli trovavasi, perché bramava che fossi compagno (e
non servo) del suo primogenito; e che toglieva sopra di sé di pormi in
condizione corrispondente alla stima che mi professava. Ammutolii nel leggere
quella carta, e più ancora quando intesi dirmi da mio padre: — Di qui
a due giorni partirai, Cardenio, al servigio del duca, e ringrazia Iddio che ti
va aprendo la strada per giungere al grado che meriti, ed a queste parole
aggiunse altri consigli dettati da paterna affezione. Arrivò il tempo di
mia partenza; parlai una notte con Lucinda; le feci sapere l'avvenuto,
rendendone informato anche suo padre, e supplicandolo che non accasasse sua
figlia finché io non avessi veduto quello che Riccardo di me disponeva. Egli me
lo promise, e ne ebbi da lei la conferma tra mille giuramenti, e tra svenimenti
ed affanni per la nostra separazione. Passai appresso il duca, il quale mi
accolse e mi trattò sì onorevolmente che fin d'allora cominciai
ad essere invidiato, sembrando ai vecchi suoi dipendenti che potessero tornare
a loro discapito i benefizi dei quali egli mi ricolmava. Ma quegli che
mostrò più di ogni altro affezione alla mia persona fu il
secondogenito del duca per nome Fernando, giovane di buon garbo, gentile, di
sentimenti liberali ed innamorato, il quale in poco tempo mi si palesò
tanto amico che dicevano tutti che l'affetto per me del fratello maggiore,
benché fosse grande e manifesto, non poteva paragonarsi però colla
bontà straordinaria con cui mi trattava don Fernando. Or, come non si
dà segreto fra veri amici, e fra e me don Fernando non eravi già
una semplice dimestichezza, ma vera amicizia, così egli mi
confidò i suoi più riposti pensieri, e specialmente un suo
innamoramento che gli era cagione di grandi inquietudini. Amava egli una
contadina vassalla del padre suo, figliuola di agiate persone, sì bella,
ritirata, giudiziosa ed onesta, che quanti la conoscevano non sapevan decidere
quale fosse la migliore fra tante sue qualità. Queste speciose doti
della vezzosa contadina ridussero a tale i desideri di don Fernando, che per
poter venire a capo dei suoi disegni e meritarsi la tenerezza di lei le promise
di farla sua sposa, giudicando impossibile il persuadernela in altra maniera.
Io, vinto dall'amicizia, procurai distoglierlo da questa sua determinazione
accampando le più sode ragioni, e sottoponendogli esempi opportuni; ma
vedendo che tutto era indarno, mi determinai di palesare ogni cosa al duca
Riccardo suo padre. Don Fernando, come sagace e giudizioso, si pose in sospetto
e in timore di questo; sembrandogli che nella mia qualità di leal
servidore non avrei dovuto tener celata cosa di tanto pregiudizio all'onore del
duca mio signore, e per distormene e trarmi in inganno, mi disse che non
trovava alcun rimedio più efficace a bandire la memoria di tanta
bellezza che lo teneva soggetto, se non allontanarsene per alcuni mesi; e che quindi
egli bramava di recarsi meco a casa di mio padre, facendo credere al duca che
andava a vedere ed a far acquisto di leggiadri cavalli, che si trovan nella mia
patria, la quale produce i migliori che esistano. Appena lo intesi dir questo,
mosso dalla mia affezione avrei approvato il suo divisamento quand'anche non
fosse stato molto lodevole, considerando la buona occasione ch'esso mi dava di
rivedere la mia Lucinda. Aderii dunque al suo parere, e secondai il suo
proponimento, dicendogli che lo mandasse ad effetto con ogni celerità,
perché infatti la lontananza non manca di produrre notabili effetti anche sui
fermi divisamenti. Ma quando egli mi tenne questo discorso, aveva già
(come seppi di poi) ingannata la contadina colla promessa del matrimonio, e
cercava un'occasione di salvamento, paventando il risentimento del duca suo
padre se fosse venuto in cognizione delle sue follie. Nei giovani suole l'amore
non essere che un semplice appetito, il quale mirando unicamente al diletto,
termina, soddisfatto che sia, e poi cangiasi in un sentimento che non
può oltrepassare il termine che natura gli impose: termine che non si
dà nel vero amore: e per queste ragioni anche don Fernando
intiepidì ben presto nel suo affetto, e se fingeva da prima di allontanarsi
per rimediarvi, ora procurava da vero di andarsene per non esser tenuto ad
osservare la sua promessa. Ebbe la permissione dal duca il quale ordinò
anche a me d'accompagnarlo; e così arrivammo alla mia patria dov'egli fu
da mio padre accolto in quel modo che si conveniva ad un suo pari. Io rividi
Lucinda, e si riaccesero i miei desideri, che mai non s'erano né spenti né
indeboliti, e ne feci per mia sventura consapevole don Fernando, sembrandomi
che la legge della molta amicizia che mi dimostrava, mi vietasse di occultargli
la menoma cosa.
Gli lodai la bellezza, il brio ed i talenti di
Lucinda, e ciò feci di tal maniera che i miei encomi mossero in lui il
desiderio di conoscere una donzella adorna di doti sì peregrine. Io
stesso, per estremo mio danno, secondai le sue brame, facendogliela vedere una
sera al chiarore di un lume dalla finestra da cui solevamo parlarci. Vedutala,
quantunque in semplice abbigliamento, la giudicò superiore a quante
bellezze avess'egli mai conosciute; ammutolì, divenne, per così
dire, stupido e tutto assorto, e in fine innamorato sì ardentemente come
vedrete nella seconda narrazione delle mie sventure. Per accendere maggiormente
la sua passione (che mi teneva celata, non palesandola se non al cielo), volle
la sorte che gli venisse alle mani un biglietto di lei con cui mi eccitava a
domandarla a suo padre in isposa; ed era lo scritto sì rettamente
concepito in ogni parte, così pieno di onestà e di amore, che
dopo averlo letto egli mi disse che nella sola Lucinda vedeva uniti quanti
pregi di bellezza e d'intendimento mai si trovarono sparsi in tutte le altre
donne.
Debbo confessare ad onore del vero che conoscendo
quanto giustamente don Fernando profondeva le sue lodi a Lucinda, mi era
altrettanto grave di sentirle dalla bocca di lui, e sin d'allora cominciai
ragionevolmente a temerne e ad esserne geloso. Non passava momento ch'egli non
amasse di ragionare con me di Lucinda, ed era egli quello che cominciava il
discorso, cercando pretesti per introdurlo: il che mi era grave; non perché
temessi o dubitassi della bontà e della fede di Lucinda, ma perché la
mia sorte mi facea sin d'allora temere quello appunto ch'ella voleva che
dovesse poi avvenirmi. Procurava sempre don Fernando di avere alle mani le
lettere ch'io le scriveva e le risposte di lei sotto pretesto di ammirare il
suo finissimo discernimento, ed avvenne che avendomi chiesto Lucinda un libro
di cavalleria da leggere, di cui molto si compiaceva, ed era quello di Amadigi
di Gaula...” Don Chisciotte appena sentì nominar libri di cavalleria, lo
interruppe: — Se mi avesse fatto sapere vossignoria che la signora Lucinda era
affezionata ai libri di cavalleria, non le saria stato d'uopo di altre
esagerazioni per farmi conoscere la elevatezza del suo intelletto, perché non
lo avrebbe avuto così eccellente com'ella, o signore, me l'ha dipinto,
se non avesse assaporate sì stupende letture, né ora occorre impiegare
meco altre parole per descrivermi la sua avvenenza, l'ingegno ed il merito; che
solo per la sua predilezione la tengo per la più bella e più
preziosa donna del mondo. Avrei però desiderato, o signore, che le
aveste fatto conoscere unitamente ad Amadigi di Gaula, quell'ottimo uomo
di don Rogel di Grecia, che so io quanto la signora Lucinda sarebbesi
compiaciuta di Daraida e di Garaia, e delle avvedutezze del pastore Darinello e
degli ammirabili versi delle sue bucoliche, ch'egli rappresentava con grazia,
con bell'ordine, con disinvoltura; ma verrà tempo che si potrà
correggere siffatto errore, né assai ci vuole per farne l'ammenda, bastando che
vossignoria voglia venir meco alla mia terra, dove le potrò dare
più di trecento libri che sono la consolazione dell'anima mia e il
trattenimento della mia vita, se pure mi saranno rimasti salvi; perché debbo
temer la malignità dei tristi e invidiosi incantatori. Mi perdoni la
signoria vostra se ho mancato alla promessa di non interrompere il suo
ragionamento; ma udendo così di cavalleria e di cavalieri erranti tanto
sarebbe possibile a me l'astenermi dal parlarne, quanto a' raggi del sole il
non riscaldare e a quelli della luna il non inumidire. Mi perdoni, ripeto, la
signoria vostra e prosegua pure; che ciò più di tutto importa
presentemente.”
Mentre don Chisciotte stava facendo questo
discorso, Cardenio teneva la testa chinata sul petto, come uomo immerso in profondi
pensieri; e ad onta che per ben due volte don Chisciotte lo stimolasse a
seguitare la sua istoria, egli né alzava il capo né rispondeva parole. Solo
dopo qualche tempo si alzò e disse: — Non mi può uscire dal
pensiero, né vi sarà al mondo chi me ne stolga, né chi mi dia ad
intendere altrimenti; e sarebbe un balordo chi credesse o volesse far creder il
contrario: sì certamente quel briccone del maestro Elisabatte era amato
dalla regina Madassima... — Oh questo poi, no, corpo... (sclamò
sommamente incollerito don Chisciotte dando in bestemmie), è questa una
grande malignità, o per meglio dire furfanteria. La regina Madassima
è stata una possente signora, e non è lecito presumere che
sì gran principessa siasi avvilita con un medicacrepature; e chi sostiene
il contrario, mente come il più gran gaglioffo: ed io glielo
proverò a piedi e a cavallo, armato e disarmato, di notte e di giorno, e
come più gli aggrada.” Cardenio lo andava attentamente guardando;
già sul punto di abbandonarsi alla sua frenesia non trovavasi più
in grado di proseguire la sua istoria; né più avrebbe voluto ascoltarla
don Chisciotte, disgustatissimo di ciò che aveva inteso della regina
Madassima. Strano caso! tanto interesse egli si prese per questa principessa, che
di più non avrebbe potuto mostrarne se fosse veramente stata la sua
naturale signora: a tal grado gli aveano ottenebrato il cervello que'
scomunicati libri! Ma intanto Cardenio che già ritornava nella sua
pazzia, sentendosi trattare da mentitore e da gaglioffo con altre gentilezze
siffatte se ne adontò, e, dato piglio ad un sasso che si trovò
aver vicino, lo scagliò nel petto a don Chisciotte sì fortemente,
che il colpo lo fece cadere all'indietro. Sancio Pancia che vide conciare il
padrone in quel modo, andò contro il pazzo con le pugna serrate; ma fu
da Cardenio ricevuto in maniera che d'un sol colpo se lo gittò a' piedi,
e montatogli sopra gli ammaccò molto bene le costole. Il capraio, che si
accingeva alla difesa di Sancio, corse il medesimo rischio, ed il pazzo
dappoiché li ebbe macinati e pesti ambedue, fuggì velocemente per la
montagna. Si levò Sancio, e con la bile che lo accendeva per vedersi
immeritamente maltrattato a quel modo, se la prese col capraio che non lo
avesse in tempo avvertito che a quell'uomo tornava la pazzia ad intervalli,
dicendo che se questo avessero saputo egli e il suo padrone sarebbero stati in
sull'avviso per potersene difendere. Rispose il capraio che gliel'avea
già detto, e che se non lo avea capito dovea imputare a sé solo lo
colpa. Replicò Sancio, e tornò a replicare il capraio, e il fine
delle repliche si fu di pigliarsi per la barba e darsi di tali pugna, che se
don Chisciotte non si frametteva si sarebbero fatti in pezzi. Diceva Sancio,
già venuto alle mani col capraio: — Deh! lasci, signor cavaliere della
Trista Figura, che con costui, ch'è villano come sono io, e non è
armato cavaliere, io possa combattendo a tu per tu soddisfarmi a mia voglia
della offesa che mi ha fatto. — Quest'è vero, rispondeva don Chisciotte;
ma so io ch'egli non è punto colpevole di ciò ch'è
successo. Con questo li persuase e li acchetò, e tornò poi a
domandare al capraio se fosse possibile di rinvenire Cardenio; giacché lo
stimolava un gran desiderio di sapere il fine della sua istoria. Il capraio
replicò quanto gli aveva già detto, di non sapere cioè
certamente dove si nascondesse; ma che se girato avesse molto a lungo tra que'
dirupi, lo avrebbe ritrovato senza dubbio di nuovo, o savio o pazzo.
CAPITOLO XXV
DELLE STRANE COSE AVVENUTE IN SIERRA MORENA AL VALOROSO CAVALIERE
DELLA MANCIA
E COME IMITASSE LA PENITENZA DI BELTENEBRO.
Don Chisciotte si partì dal capraio, e
montando di nuovo sopra Ronzinante ordinò a Sancio di seguitarlo:
ciò ch'egli fece di mala voglia. E già penetravan nel più
aspro della montagna, e Sancio si sentiva morire dalla voglia di parlare col
suo padrone, ma per non trasgredire i suoi ordini avrebbe voluto ch'egli
rompesse il silenzio pel primo. Finalmente non potendo più oltre gli
disse: — Signor don Chisciotte, m'impartisca vossignoria la sua benedizione, e
mi dia la sua licenza, che bramo tornarmene subito a casa mia appresso a mia
moglie e i miei figliuoli coi quali potrò almeno parlare e far tutto
quello che mi andrà a sangue; perché è lo stesso, signor don
Chisciotte, che tormi la vita a volermi condurre così taciturno tra
questi deserti e di notte e di giorno, senza permettere ch'io parli quando me
ne viene la voglia. Manco male se gli animali parlassero ora come facevano al
tempo di Chisopet, che almeno chiacchererei col mio asino di ciò che mi
viene in testa, e così tollererei la mia trista sorte. Ella è
dura cosa e insoffribile questo andar cercando avventure per tutto il tempo
della vita, e non trovare mai altro che bastonate, sbalzamenti di coperte,
sassate, ladronecci e pugna, e dover inoltre tenersi cucita la bocca senza osar
di dire ciò che si ha nel cuore, e restar mutoli sempre. — T'intendo,
Sancio, rispose don Chisciotte, tu muori di voglia che io ti levi l'interdetto
che ho posto alla tua lingua; tienlo per tolto e parla a tuo senno, a
condizione però che non s'intenda fatta questa grazia se non fin tanto
che andremo per queste balze. — Basta per ora ch'io parli, disse Sancio, che
Dio sa quello che di poi sarà per accadere; e cominciando a godere del
beneficio del salvacondotto, disse: — Che importava a vossignoria di prendersi
tanto impegno per quella regina Magimassa, o come si chiama? e che
importava che quell'abate fosse suo innamorato o non lo fosse? Se la
signoria vostra ci avesse passato sopra, da che ei non era giudice competente,
sono certo che il pazzo avrebbe tirato innanzi la istoria, né sarebbe venuta la
sassata, né il pugno, e poi un qualche sgrugnone in aggiunta. — In fede mia,
Sancio, rispose don Chisciotte, che se tu sapessi come so io quanto onorata ed
alta signora si fu la regina Madassima, loderesti sommamente la mia tolleranza
nell'aver lasciato dar corso a quelle bestemmie; che certo è gran
bestemmia il dire od il pensare che una regina siasi abbassata ad amare un
chirurgo. Il fatto si è che quel maestro, non abate come tu dici, ma
Elisabatte, di cui parlò il pazzo, fu un uomo prudente e di molto savi
consigli, aio e medico della regina; e l'immaginare solamente che sieno corse
fra loro parole amorose è sproposito degno di sommo gastigo; anzi
affinché tu vegga che Cardenio non seppe ciò che si dicesse, considera
ch'egli era allora già preso da nuovo accesso di pazzia. — E
perciò dico, rispose Sancio, che non si dovea fare il menomo caso della
parola di un matto; perché se la buona sorte non avesse aiutato la signoria
vostra, e il sasso invece di colpirla nel petto le fosse arrivato alla testa,
ci saremmo trovati contenti assai d'aver voluto proteggere quella signora, che
possa esser colta da mille cancri col suo malanno! — Se è obbligato ogni
cavaliere errante, soggiunse don Chisciotte, a sostener l'onor delle femmine di
qualunque sorta si sieno, così contro gli uomini di senno come contro i
pazzi, quanto più non dovea esserlo io in favore di sì alta donna
qual fu la regina Madassima, cui porto speciale affezione per l'eccellenti sue
qualità? Sappi che, lasciando da parte la sua grande bellezza, ella fu
dotata di singolare prudenza e di somma costanza nel tollerare le traversie che
in gran numero l'hanno percossa; e che i consigli e la compagnia del maestro
Elisabatte le furono giovevoli assai e di gran conforto per sostenere i suoi
travagli con prudenza e pazientemente. Ma di qui trasse argomento il volgo
ignorante e malintenzionato di dire e pensare ch'ella ne fosse innamorata.
Mentono costoro, te lo ripeto, e mentiranno altre ducento volte tutti quelli
che ciò pensassero e si facesser lecito di dirlo. — Io né lo dico né lo
penso, rispose Sancio: se ne stiano dove sono, e se la sbrighino fra di loro
come lor pare e piace: quanto a me, io bado alle cose mie, né ho costume di
mettere il naso nei fatti degli altri; perché s'egli hanno o no fatto all'amore
ne avranno reso conto a Dio: io per me vengo dalle mie vigne, e non so e non
amo saper niente d'altrui vita: perocché, dice il proverbio: chi compra e
mente, nella borsa se lo sente: e tanto più che io sono nato nudo, nudo
sono, nulla perdo o guadagno. E poi se anche passarono fra loro degli amori che
importa a me? Alcuni pensano ad un modo, altri ad un altro tutto contrario; e
chi può turare la bocca alla gente? Non la risparmiano a Domeneddio! —
Santa Maria! sclamò don Chisciotte, quanti spropositi vai masticando! e
come entrano, Sancio mio, con l'argomento in questione queste tue filastrocche?
Deh, non cercar malanni, taci, e quind'innanzi attendi ad assettare il tuo
asino, né impicciarti in cose che non ti appartengono. Ora ascolta bene con
tutti i cinque sentimenti del tuo corpo: sappi che quanto ho fatto, sto
facendo, e sarò per fare, è concorde perfettamente colla ragione,
ed è uniforme in tutto, alle regole della cavalleria, le quali io
conosco meglio di quanti cavalieri la professano sulla terra. — Dica, di grazia
signore, rispose Sancio: sta egli nelle regole della cavalleria che ci andiamo
a perdere fra queste montagne senza guida o strada sicura, cercando di un pazzo
che, quando lo avremo ritrovato, si metterà forse in testa di compiere
l'opera cominciata, non intendo della sua istoria, ma della testa di
vossignoria e delle mie costole, rompendomele tutte quante? — Taci, te lo ripeto
ancora, o Sancio, disse don Chisciotte; perché dei sapere che mi porta in
questi luoghi non tanto il desiderio di trovare il pazzo, quanto quello di
compiere un'impresa che renda immortale il mio nome per tutto il mondo: e
sarà tale da farmi pervenire a quell'apice di perfezione cui possa
aspirare il più segnalato cavalier errante. — È pericolosa molto
questa sua impresa? domandò Sancio Pancia. — No, rispose il cavaliere
della Trista Figura: sebbene la sorte potrebbe poi far sì che noi
tentassimo una cosa e ne riuscisse un'altra opposta: ma tutto può
dipendere dalla tua diligenza. — Dalla mia diligenza? disse Sancio. —
Sì, ripigliò don Chisciotte, perché se sollecito sei a tornare di
là dove penso inviarti, terminerà presto la pena mia e presto
comincierà la mia gloria. E perché non è ben fatto ch'io ti tenga
più a lungo in curiosità, senza sapere ove mirino le mie
determinazioni, bramo, o Sancio, che tu sappia che il famoso Amadigi di Gaula
fu uno dei più perfetti cavalieri erranti; ma errai dicendo che fu
uno, fu il solo, il primo, l'unico, il signore di quanti vissero al suo
tempo nel mondo: e malanno e mal mese abbiano don Belianigi, e quanti hanno
detto ch'egli lo uguagliò in qualche cosa, perché s'ingannano a partito
e lo giuro. Aggiungo poi che quando un pittore vuol meritarsi celebrità
nell'arte sua, egli procura d'imitare gli originali degli altri pittori che
portano il vanto dell'eccellenza; e la stessa regola vale per tutti gli offici
o esercizi che servono di ornamento alle repubbliche: così ha da fare e
fa chi aspira ad acquistar riputazione di tollerante e prudente, imitando
Ulisse nella cui persona e ne' cui travagli Omero ci offre un vivo ritratto di
prudenza e di tolleranza, allo stesso modo che Virgilio nella persona di Enea
ci mostra il valore di un figlio pietoso e la sagacità di un valoroso ed
accorto capitano. Questi eroi vennero a noi dipinti quali non furono veramente,
ma quali avrebbero dovuto essere per tramandare ai posteri un esempio delle
loro virtù: e per tal modo Amadigi fu il nord, la stella, il sole dei
valorosi ed innamorati cavalieri; e lui dobbiamo con gran diligenza imitare noi
tutti quanti militiamo sotto le bandiere di Amore e della cavalleria. Dopo
tutto ciò io trovo, Sancio mio, che il cavaliere errante che più
lo somiglierà sarà il più vicino alla perfezione di
cavalleria; ed una delle cose nelle quali egli mostrò più
prudenza, valore, tolleranza e fermezza ed amore si fu quando si ritirò
sdegnato dalla signora Oriana a far penitenza nella Pegnapobre, cambiando il
proprio nome in quello di Beltenebro, nome certo significativo e adattato alla
vita che volontariamente avea scelta. Io conosco che mi è assai
più agevole d'imitarlo in tagliare a mezzo giganti, troncar teste a
serpenti, ammazzare idre, sperperare eserciti, fracassare armate e disfare
incantamenti: e poiché questi luoghi sono tanto a proposito per mandare ad
effetto simiglianti risoluzioni, non debbo trascurare l'occasione che mi
offrono al presente i loro ricettacoli.
— In somma, disse Sancio, che
è ciò che ha determinato di fare la signoria vostra in questo
deserto? — Non tel dissi? rispose don Chisciotte: voglio imitare Amadigi,
facendo quivi il disperato, il pazzo, il furioso; e così batterò
anche le tracce del famoso Roldano allorché trovò scolpito presso una
fonte che Angelica, la bella, si era avvilita a farsi moglie di Medoro: che
diventò pazzo di afflizione, svelse gli alberi, intorbidò le
acque delle chiare fonti, ammazzò pastori, manomise mandre di armenti,
incendiò capanne, rovinò case, strascinò cavalli, e fece
mille altre bestialità degne di eterna fama e scrittura. E poiché io non
intendo d'imitare Roldano, od Orlando, o Rotolando (che portava tutti e tre
questi nomi) a parte a parte ma alla meglio in quelle che mi sembreranno
più essenziali: e potrebbe anche darsi che io volessi contentarmi della
sola imitazione di Amadigi, che senza estendere gli effetti della pazzia a
danno di alcuno, col solo piangere ed angustiarsi acquistò tanta fama
che nulla più. — Mi pare, disse Sancio, che que' cavalieri fossero provocati,
ed abbiano avuto un motivo di fare queste pazzie e queste penitenze; ma quale
ragione ha mai la signoria vostra di volere diventar matto? quale signora l'ha
fatto andare in collera? quale indizio ebb'ella mai per temere che la signora
Dulcinea del Toboso lo abbia posposto a qualche moro o cristiano? — Qui sta il
punto, rispose don Chisciotte e qui sta l'acutezza del mio divisamento! Non
v'è né merito né grazia in un cavaliere errante se impazzisce per
qualche giusto motivo: il sublime si è impazzare senza un perché al
mondo, e far conoscere alla mia signora che io mi conduco a tal passo senza
causa e senza motivo; e poi, non ne avrei io un'ampia causa nella mia lunga
lontananza dalla sempre mia signora Dulcinea del Toboso? che come già
udisti da quei pastori di Ambrogio, chi sta lontano porta seco tutti i mali e
timori. No, amico Sancio, non perdere il tempo a sconsigliarmi dall'eseguire
sì rara, sì felice, sì inaudita imitazione; io sono pazzo
e debbo restar pazzo finché tu ritornerai a me colla risposta di una lettera
che penso d'inviare col tuo mezzo alla mia signora Dulcinea: e se tale
sarà la risposta quale si conviene alla mia fede avrà fine la mia
pazzia e la mia penitenza; e se mi addivenisse il contrario, allora impazzirò
davvero, e come tale non sarò più capace di sentire affanni; ed
in qualunque maniera ch'essa risponda, io uscirò dal conflitto e dal
travaglio in cui mi lascerai godendo del bene, se bene mi apporterai, o non
sentendo il male per essere pazzo, se male mi recherai. Ma dimmi Sancio, hai tu
tenuto buon conto dell'elmo di Mambrino? Ho veduto che tu lo hai raccolto da
poi che quell'ingrato lo fece in pezzi; dal che si conobbe la finezza della sua
tempra.” Sancio rispose: — Viva Dio, signor cavaliere dalla Trista Figura, che
non posso tollerare pazientemente, né lasciar correre cosa alcuna di quelle che
dice vossignoria: perché da quanto sembrami di poter concludere dalle cose di
cavalleria che ho intese fin qui di conquistare regni ed imperi, di regalare
isole, di concedere grazie e grandezze, com'è costume dei cavalieri
erranti, debbo persuadermi che sieno tutte un vento, e bugie e menzogne, o come
voglia chiamarle. Ed in fatti chi sentisse a dire che un bacino da barbiere
fosse l'elmo di Mambrino, e che chi lo dice non si avvedesse del proprio errore
dopo quattro giorni, non penserebbe che costui debb'essere un uomo che ha
perduto il giudizio? Il bacino io lo tengo nel sacco tutto ammaccato, e lo
porto per rassettarlo quando sarò a casa mia, e per usarne a farmi la
barba, se pur Dio mi darà tanta grazia da poter un dì rivedere
mia moglie e i miei figliuoli. — Bada bene, o Sancio, che io ti giuro per quel
medesimo, per cui giurasti tu stesso, che tu hai il più corto
intendimento di ogni altro scudiere del mondo. è possibile che in tanto
tempo che meco vai girando non ti sii persuaso che tutte le cose dei cavalieri
erranti che sembrono chimere, cose fantastiche e pazzie o cose fatte a
rovescio, non sono poi tali in realtà, e soltanto lo appaiono perché le
vicende che passano fra di noi sono regolate da una caterva d'incantatori che
cambiano e sfigurano tutto quello che ci appartiene; e lo trasformano a loro
capriccio, e secondo che li move la intenzione di favorirci o di annientarci?
Questa è la ragione per cui quello che a te sembra il bacino di un
barbiere a me pare l'elmo di Mambrino, e altrui apparirà altra cosa, e
fu esimio provvedimento del Savio, che favorisce la mia persona, il fare che
sembri bacino a tutti ciò ch'è veramente e realmente elmo di
Mambrino; perché essendo cosa di gran pregio, tutto il mondo si armerebbe
contro di me per tôrla dalle mie mani; ma giudicandolo un bacino di barbiere
non se ne curano. E ne fa prova colui che lo ammaccò tutto, lasciandolo
in terra senza portarlo seco, come certamente avrebbe fatto se avesse
conosciuta la importanza sua. Custodiscilo, amico, che non mi è duopo
valermene per adesso, perché mi debbo prima spogliare di tutte queste armi e
restare nudo come son nato, per attenermi al genere di penitenza usato da
Orlando, o a quello d'Amadigi.”
Con questi ragionamenti giunsero appié di un'alta
montagna, che, quasi masso tagliato, sorgeva isolata fra le molte altre che la
circondavano. Scorreva d'intorno alle sue falde un ruscello piacevole per un
prato sì verde e fiorito che rendeva più vaga l'amenità
del luogo coperto tutto di alberi silvestri e di piante e di fiori. Scelse
questo sito il cavaliere dalla Trista Figura per fare la sua penitenza, e
perciò volgendo attorno lo sguardo, cominciò a dire ad alta voce,
come se fosse uscito di senno: — È questo il luogo, o cieli, ch'io
deputo e scelgo per piangere la dissavventura in cui voi medesimi mi avete
posto: è questo il sito ove le mie lagrime accresceranno le acque di
questo ruscello, ed i miei profondi ed incessanti sospiri agiteranno continuamente
le frondi di questi montani alberi in testimonio della pena che soffre
l'affannato mio cuore! O voi, qualunque vi siate, silvestri numi, che tenete la
vostra sede in questo inimitabile luogo, udite le querele di uno sventurato
amante, cui lunga assenza e timore d'immaginate gelosie hanno tratto a
lamentarsi fra sì selvaggi recessi, ed a dolersi del crudele stato a cui
lo condusse quella ingrata e vezzosa che in sé raccoglie le perfezioni tutte
della bellezza! O voi Napee e Driadi, che siete accostumate ad abitare tra le
catene di questi monti, piaccia al cielo che la tranquillità vostra non
sia turbata giammai da Satiri leggeri e petulanti, affinché mi aiutiate a
deplorare la mia disavventura, o non isdegniate almeno di udirla! O Dulcinea
del Toboso, giorno della mia notte, gloria della mia pena, tramontana dei
viaggi, stella della mia ventura, (così secondi il cielo ogni tua
brama), ti prego di considerare il luogo e lo stato cui mi ha condotto la tua
lontananza, e di pietosamente concedermi quanto si dee alla fede! O arbori
solitari che sarete compagni del mio ritiro, date segno col susurrare dei
vostri rami che non vi è discara la mia presenza! O tu, scudiere mio,
dolce compagno nei miei avventurosi e contrari eventi, imprimi bene nella tua
mente ciò che qui vedrai operare, affinché tu possa poi farne racconto
esatto e fedele alla sola cagione del mio soffrire!”
Detto questo, smontò da
Ronzinante, e in un momento gli tolse il freno e la sella, e dandogli una
spalmata in sulle groppe gli disse: “Libertà ti concede colui che l'ha
perduta, o destriero tanto celebre per le opere tue, quanto sventurato pel tuo
destino: vattene ove più ti aggrada, che già porti scritto nella
fronte che non ti superò in agilità l'Ippogriffo di Astolfo, né
il rinomato Frontino che tanto costò a Bradamante.” Sancio vedendo tutto
questo disse: — Sia benedetto adesso chi mi ha tolto la briga di levare la
bardella al leardo, che certo non gli saria mancato di bastone, in vece di lodi
per magnificarlo; ma se qua si trovasse, io non avrei acconsentito che alcuno
lo sbardellasse, né ciò sarebbe occorso perché a lui non toccavano le
regole generali d'innamorato né di disperato, mentre io, suo padrone, non mi
sarei trovato a sì tristo partito per essere amante. In verità,
signor cavaliere dalla Trista Figura, che se sono certe la mia partenza e la
pazzia di vossignoria, sarebbe cosa ben fatta metter di nuovo la sella a
Ronzinante, perché supplisse alla mancanza del mio leardo; e così io
affretterei la mia partenza e il ritorno. Se debbo viaggiare a piedi non so
quando potrò arrivare, né quando ritornerò; poiché, a dir vero,
io sono un cattivo camminatore. — Sia come si voglia, disse don Chisciotte, non
mi dispiace, o Sancio, di approvare il tuo consiglio, e soggiungo che partirai
di qui a tre giorni: perché intanto potrai essere testimonio di tutto quello
ch'io farò e dirò rispetto alla mia diva, alla quale ne darai
un'esatta relazione. — E che più mi resta a vedere, disse Sancio, oltre
a ciò che ho veduto? — Questo è appena il principio, rispose don
Chisciotte, ed ora vedrai quello che mi resta a fare: lacererò i miei
vestiti, disperderò l'arme qua e là, batterò la testa per
questi massi, con altre simili cose che ti faranno trasecolare. — Per amore di
Dio, disse Sancio, guardi bene la signoria vostra quello che fa nel dare la
testa tra questi massi, perché potrebbe essere che ella urtasse in tal masso e
in tal punto, che con la prima botta finisse la macchina di questa sua
penitenza. Io sarei piuttosto di parere che se vossignoria giudica indispensabile
il dare della testa per queste pietre, e senza di ciò non sarebbe
compiuta la sua opera, si contentasse, (poiché tutto è finzione e cosa
contraffatta e da burla) si contentasse, ripeto, di batterla nell'acqua od in
altra cosa morbida come la bambagia, e lasciasse a me il carico di far sapere
alla sua signora che vossignoria la batteva nella punta di un sasso più
duro di un diamante. — Son grato, amico Sancio, alla tua buona intenzione; ma
devi sapere che quanto mi accingo a fare qui non è cosa da burla ma
vera, perché in altro modo sarebbe contravvenire agli ordini di cavalleria che
ci comandano di non mentire a verun patto sotto pena di ripulsa; e il fare una
cosa per un'altra è lo stesso che mentire. Le testate ch'io darò
per queste balze debbono essere vere, stabili ed efficaci, senza contrassegno
veruno di sofisticheria; e perciò sarà necessario che tu qui mi
lasci delle fila per curarmi, giacché ora appunto vuol la mia disdetta che ci
manchi il balsamo da noi perduto. — E peggio è stato, soggiunse Sancio,
il rubamento del mio asino, perché con esso si sono smarrite anche le fila e
tante altre cose; prego poi vossignoria a non volersi ricordare di quel
maledetto beverone, ché al solo sentirlo rammemorare mi viene da recere quanto
ho nello stomaco; e più di tutto la supplico a considerare come passati
i tre giorni che mi ha prescritti per veder le sue pazzie, che già le do
per vedute e giudicate; e ne dirò maraviglie alla sua signora. Ora ella
scriva pure la lettera, e si sbrighi sollecitamente perché ardo d'impazienza di
ritornare a trarre vossignoria da questo purgatorio in cui la lascio. —
Purgatorio lo chiami, o Sancio? disse don Chisciotte; meglio faresti chiamarlo
inferno; e peggio ancora, se vi ha cosa di peggio — Chi è all'inferno,
rispose Sancio, nulla est retentio, per quanto ho inteso dire. — Non
giungo a comprendere che cosa significa retentio disse don Chisciotte. —
Retentio vuol dire, soggiunse Sancio, che chi va all'inferno più
non può uscirne; e l'andrebbe così anche per me se non portassi
gli sproni per tener desto Ronzinante, ma purché io arrivi al Toboso, mi
farò innanzi alla signora Dulcinea, e le darò tal ragguaglio
delle prodezze e delle pazzie che vossignoria ha fatte, e delle altre che
starà facendo che la renderà più pieghevole di un guanto
se pur la trovassi più consistente di un sughero; volerò poi come
uno stregone con una risposta dolce e melliflua, e trarrò la signoria
vostra da questo purgatorio, che sembra inferno e non lo è, perché vi è
la speranza, come ho detto, che manca a chi sta nell'inferno; né crederò
di trovare in ciò opposizione.— Questo è vero, disse il cavaliere
dalla Trista Figura; ma come faremo a scrivere la lettera? — Ed anche la
cambiale per avere gli asini? soggiunse Sancio.— Non mancherà nulla,
disse don Chisciotte; e saria ben fatto, mancandoci carta, che la scrivessi
alla maniera degli antichi, sopra foglie d'alberi o sopra una tavoletta di
cera, benché anche questa, come la carta, sarà qui difficile a
ritrovare. Ma ora mi sovviene... e si potrà bene e più che bene
scriverla nel libricciuolo di memorie che fu di Cardenio, e tu poi ti piglierai
pensiero di farla trascrivere sopra un foglio di carta con buon carattere nel
primo luogo dove siavi un maestro di scuola: o te la copierà in ogni
caso un sagrestano; ma non farla trascrivere da alcun notaio, che costoro hanno
tutti un carattere indiavolato, sicché non la potrebbe poi leggere Satanasso. —
E chi la firmerà? disse Sancio. — Le lettere di Amadigi di Gaula non
furono mai sottoscritte, rispose don Chisciotte. — Va tutto bene, soggiunse
Sancio; ma il mandato risguardante gli asini bisognerà pure che sia
firmato per forza, e se questo viene trascritto d'altra mano, diranno
ch'è falsa la firma, ed io resterò un balordo e non avrò
nulla.— Il mandato avrà la sua firma nel detto libricciuolo, e mia
nipote che conosce la mia mano non metterà difficoltà di sorta ad
eseguirlo: e rispetto alla lettera amorosa la sottoscriverai in questo modo: Vostro
insino alla morte il cavaliere dalla Trista Figura: e poco importerà
che sia di mio pugno, perché mi risovviene che Dulcinea non sa né leggere né
scrivere, né in tutto il corso della sua vita ha veduto giammai caratteri o
lettere mie: i miei amori ed i suoi sono stati sempre platonici, non andarono
mai al di là di semplici occhiate, ed anche queste assai di rado; ed
oserei giurare con verità che in dodici anni ch'io l'amo più che
la luce di questi miei occhi, che hanno da ridursi in polvere, non l'ho veduta
quattro volte, e potrebbe esser anche che in queste quattro volte ella non
siasi meco incontrata cogli occhi una volta sola: sì grande è la
riservatezza e la custodia con cui Lorenzo Corucuelo suo genitore e sua madre
Aldonza Nogale se l'hanno educata!
— Come, come, disse Sancio, la figlia di Lorenzo
Corucuelo è la signora Dulcinea chiamata con altro nome Aldonza Lorenzo?
— È dessa appunto, replicò don
Chisciotte; ed è quella che merita di essere signora dell'universo
intero. — La conosco pienamente, disse Sancio, e so dire ch'ella lavora
così bene con un palo di ferro come ogni più robusto bifolco del
nostro paese: oh! è una donna di merito grande e grossa, senza paura di
chicchessia, e tale da cavare i peli tutti della barba ad ogni cavaliere
errante o che sia per errare, e che la tenga per sua signora! Corpo di mia nonna!
che bocca che ha, che voce! Le so dire che si è posta un giorno in cima
al campanile del villaggio a chiamare certi suoi famigli che se ne stavano in
un maggese di suo padre, e sebbene si trovassero più di una mezza lega
discosti la sentirono così bene come se fossero stati a' piedi del
campanile; e dopo tutto questo ha la prerogativa di non essere schizzinosa,
anzi scherza con tutti, è di affabilità straordinaria, ed ogni
cosa le serve di trastullo e di passatempo. Ora concludo, signor cavaliere
dalla Trista Figura, che non pure vossignoria può e deve fare delle
pazzie per lei, ma con ogni ragione può disperarsi altresì ed
impiccarsi; che non vi sarà certamente, chi sapendolo, non approvi ogni
cosa che ella farà per quanto strana possa essere; oh! io non veggo
l'ora di trovarmi in viaggio, solo per avere il piacere di risalutarla; che
sono ormai moltissimi giorni che non la vedo, e potrebbe anche essere accaduta
qualche alterazione nelle sue fattezze; cosa tanto facile in una donna che si
espone al sole e all'aria senza riguardi. Confesso poi a vossignoria, signor
don Chisciotte, una verità, ed è che io sono vissuto finora in
grande errore, figurandomi di buona fede che la signora Dulcinea dovesse esser
qualche principessa di cui foss'ella amante, o qualche persona tale da
meritarsi i ricchi donativi che vossignoria le ha inviati, come sarebbe a dire,
quello del vinto Biscaino, dei galeotti, e quegli altri molti numerosi come le
vittorie da vossignoria guadagnate sino da quando io non era ancora suo scudiero:
metto in fine tutta la mia attenzione a riflettere che quando tutti i
prigionieri ed i vinti che vossignoria ha mandati e posti ginocchione dinanzi
Aldonza Lorenzo, cioè la signora Dulcinea del Toboso, o che le
manderà in avvenire, potessero ritrovarla che pettinasse del lino, o
trebbiasse del grano in sull'aia, io non vorrei che prendessero vergogna di
loro stessi nel vederla, o ch'ella si facesse beffe e disprezzasse il dono. —
Io t'ho già detto prima d'ora le molte e molte volte, o Sancio, replicò
don Chisciotte, che sei un gran ciarlone; e benché il tuo ingegno sia ottuso,
pure di quando ti fai acuto e satirico. Affinché però tu conosca quanto
sei ignorante e quanto io sia ragionevole, voglio che tu ponga attenzione ad un
breve racconto che sono per farti.
Tu dei sapere che una vedova bella,
giovane, libera, ricca e soprattutto allegra, s'invaghì una volta di un
garzone gagliardo e corpacciuto. Venne il suo padrone a sapere la tresca, e
disse un giorno alla vedova a modo di amichevole riprensione: Sono
maravigliato, o signora, e non senza molta ragione che una donna di tante
qualità come voi siasi innamorata di un giovane di vile estrazione ed
ignorante come una bestia, quando sono in questa città tanti giovani
belli, ricchi e garbati, fra i quali potreste scegliere a pieno vostro talento,
come da un paniere le pere, e dire liberamente: voglio questo e non quello.
Rispose la vedova con bel garbo e disinvoltura: vossignoria va molto errato e
pensa molto all'antica se crede che la mia scelta sia caduta sopra un idiota ed
un immeritevole, mentre per ciò che bisogna a me egli è
meritevolissimo e ne sa più assai di Aristotele. Lo stesso si può
dire di me, o Sancio: tanto vale per quello che io mi sono prefisso Dulcinea
del Toboso, quanto la più alta principessa del mondo, mentre io trovo in
essa raccolte le qualità e i meriti tutti che vengono celebrati da'
poeti nelle cospicue signore che sono il soggetto delle loro lodi. Credi tu che
le Amarilli, le Fillidi, le Silvie, le Diane, le Galatee, le Alicide, ed altre
delle quali sono zeppi i libri, i romanzi, le botteghe de' barbieri e i teatri
delle commedie, fossero veramente in carne ed ossa, dame di coloro che le
celebrarono? No certamente: ma i più se le fingono per materia alle loro
poetiche composizioni, e per essere creduti innamorati od uomini che meritano
di esserlo; ed a me basta credere che la buona Aldonza Lorenzo sia bella ed
onesta, poco importandomi del lignaggio; perché a giudicare i meriti della
donna amata questa considerazione non c'entra, e in conseguenza io la tengo in
conto della più grande principessa del mondo. Devi sapere, o Sancio, se
lo ignori, che due sole cose muovono più che le altre ad amare, e sono
la molta bellezza e la buona riputazione; ed ambedue queste si trovano unite
perfettamente in Dulcinea, perché non ha chi la uguagli nell'essere formosa, e
poche le stanno a paro nella riputazione. Per dir breve insomma io me la
immagino tale che nulla le manchi; e me la dipinge la mia fantasia quale la
bramo in bellezza e in fama: sicché Elena non se le avvicina, né le sta a petto
Lucrezia, né verun'altra delle donne celebrate dall'antichità, greche,
barbare o latine. Dica ognuno ciò che gli pare, che se venissi ripreso
dagli ignoranti non verrò condannato dagli assennati. — Io dico che vossignoria
ha ragione, rispose Sancio, e ch'io sono un asino: benché non so perché la mia
bocca nomini asino quando non istà bene ricordare la fune in casa
dell'impiccato: ma lasciamo questi discorsi, e vossignoria scriva la sua
lettera.” Don Chisciotte trasse il libro delle memorie, e fattosi in disparte
si pose a scrivere; poi nel terminare la lettera chiamò Sancio, e gli
disse che gliela volea leggere perché la ritenesse a memoria se per caso la
perdesse nel viaggio, avendo ragione di temere tutto dalla sua disdetta. Cui
Sancio rispose: — La scriva vossignoria due o tre volte nel libro, e mi dia
quello ch'io lo porterò con tutte le cautele, ed egli è
propriamente pazzia il solo immaginare ch'io possa tenere cosa alcuna nella
memoria, la quale è così debole, che mi dimentico talvolta sino
il mio nome; con tutto ciò me la legga pure, che me ne compiacerò
assai, perché mi figuro che sarà come stampata. — Ascolta, disse don
Chisciotte; ella dice così:
LETTERA DI DON CHISCIOTTE A DULCINEA DEL TOBOSO.
“Sovrana ed alta signora!
Il ferito di punta d'assenza, ed il piagato nelle
tele del cuore, dolcissima Dulcinea del Toboso, t'invia quella salute che
affatto a lui manca. Se mi dispregia la tua bellezza, se il tuo merito non si
rivolge a favorirmi, se gli sdegni tuoi sono il mio annichilimento ad onta che
sia esemplare la mia sofferenza, non mi prometto di sostenermi più a
lungo in questa infelicità; che oltre all'essere aspra fuor di misura,
minaccia di essere di una intollerabile lunghezza. Sancio, mio fedele scudiere
ti darà piena relazione, o bella ingrata, o adorata nemica mia, dello
stato in cui per tua colpa mi trovo. Se ti piacerà di porgermi aita
sarò tuo; se no, fa pure quanto ti è a grado, che col terminare
di mia vita io avrò soddisfatto alla tua crudeltà e al mio
desiderio.
Tuo fino alla morte.
Il cavaliere dalla Trista Figura”
— Per l'anima di mio padre, disse Sancio udendo
la lettera, che questa è la più gran lettera ch'io abbia mai
intesa. Oh corpo di Bacco! come la signoria vostra chiaramente dice ciò
che desidera, e come ci affibbia maravigliosamente nella sottoscrizione Il
Cavaliere dalla Trista Figura! Dico il vero: vossignoria è lo stesso
diavolo in persona, né vi ha cosa ch'ella non sappia.— Tutto questo è
necessario, replicò don Chisciotte, per adempiere compiutamente il
carico che mi sono imposto. — Su via, disse Sancio, scriva in quest'altra carta
l'ordine per i tre asini e lo firmi nettamente sicché non succedano
difficoltà. — Ben volentieri, disse don Chisciotte: e quando ebbe finito
di scrivere lesse quanto segue.
“Piacerà a vossignoria per questa prima di
asini, signora nipote, di consegnare a Sancio Pancia mio scudiere, tre dei
cinque che ho lasciati in mia casa affidati alle sue cure; i quali tre asini
gli si daranno per altrettanti qua ricevuti di contante, e ritirandone la
ricevuta saranno ben consegnati.
Fatta nelle viscere di Sierra Morena nel giorno
17 di agosto dell'anno corrente.”
— Va bene, disse Sancio, ed ora la sottoscriva
vostra signoria. — Non occorre, disse don Chisciotte; basta soltanto ch'io vi
apponga la mia cifra, che per tre asini e per trecento ancora è
bastante. — Io mi rimetto a lei, rispose Sancio, ed ora mi permetta che vada a
sellare Ronzinante, e vossignoria si apparecchi a darmi la sua benedizione che
ho divisato di partire subito subito senza vedere le pazzie che ella ha da
fare, ma dirò di averne veduto a far tante che nulla più. —
Almeno, o Sancio, io desidero, ed anzi è necessario che tu mi vegga
ignudo a fare una o due dozzine di pazzie, che le farò in meno di una
mezz'ora: perché avendole tu vedute cogli occhi tuoi potrai nelle altre che
vorrai aggiungere di più giurare in buona coscienza; e posso assicurarti
che non ne dirai tante quante sono quelle che penso mandare ad effetto. — Per
amore di Dio, mio signore, non faccia ch'io la vegga ignudo, perché non potrei
per gran compassione trattenermi dal piangere; e dopo il pianto che ho sparso
nella scorsa notte pel mio asino, ho ancora sì gran male alla testa, che
non mi trovo ora in grado di sgorgare nuove lagrime. Se vuole vossignoria ch'io
vegga alcune delle sue pazzie le faccia bello e vestito, sien brevi, e come
più le torna a comodo; ma già non occorrono con me queste
cerimonie; e tanto più che questo farebbe ritardare il mio ritorno a
lei, che dovrà seguire col recarle nuove quali le brama e le merita. Io
la prevengo che se mai la signora Dulcinea non mi rispondesse a dovere, giuro
per tutti i miei santi avvocati che le caverò dallo stomaco una buona
risposta a calci e a pugna; perché come si può tollerare che un
cavaliere errante tanto celebre come la signoria vostra impazzisca senza verun
motivo, e non per altro che per una?... Non me lo lasci dire la signora...
ch'io son tale da non tenerla fra i denti, tuttoché ciò sia molto
prudente. Ella non mi conosce bene: che se sapesse chi io mi sia, tremerebbe a
sentirmi nominare.
— Affé, Sancio, disse don Chisciotte, tu non sei
troppo più savio di me. — Non sono tanto pazzo, bensì più
iracondo: ma lasciamo a parte queste cose, e mi dica di grazia: di che si
ciberà ella fino al mio ritorno? pensa forse di andare alla strada come
Cardenio? — Non ti pigliare siffatte brighe, rispose don Chisciotte, perché
quand'anche fossi fornito di vettovaglie non mangerei se non erbe e frutta di
questi prati e di questi alberi: giacché il merito della mia risoluzione non
consiste nel pascere il ventre, ma nel patire.” A questo rispose Sancio: — Sa
ella, vossignoria, di che temo io? temo di non saper trovare la via da
tornarmene a lei per essere questo un luogo troppo fuori dell'abitato e
deserto! — Poni mente a' segnali; che io avrò cura di non allontanarmi
da questi contorni, disse don Chisciotte, ed anzi procurerò di mettermi
nelle alture di queste balze per veder se ti scopro quando ritornerai: e poi,
la più diritta sarà, affinché tu non erri e non ti scosti dal
cammino, che io ti fornisca di queste ginestre, che, come vedi, qua non ne
mancano, e tu le spargerai come segnali ad ogni tanti passi, finché ti troverai
in campagna aperta, ed esse ti serviranno di guida al ritorno, a guisa del filo
usato da Perseo nel labirinto. — Così farò, rispose Sancio;” e
tagliandone alcune e domandata la benedizione al suo signore, prese da lui
licenza non senza sparger molte lagrime l'uno e l'altro. Montò Sancio su
Ronzinante, che gli fu raccomandato dal padrone come un altro se stesso, e si
pose subito in viaggio spargendo di tanto in tanto i rami delle ginestre, a
tenore del consiglio datogli dal suo signore; e così se n'andò
benché don Chisciotte lo pregasse da capo che stesse a vedere qualche sua
segnalata pazzia.
Non si era Sancio scostato cento passi, che
tornato indietro disse a don Chisciotte: “Capisco o signore, ch'ella disse
benissimo che per poter giurare senza aggravio della coscienza di averla veduta
a fare delle pazzie, sarà bene che gliene vegga a far una, quantunque
una potesse dirsi anche quella della sua risoluzione di restarsene qua
solitario. — Non tel diss'io? soggiunse don Chisciotte: attendi: attendi, o
Sancio, che in un momento te le farò vedere.” E trattisi immantinente
gli abiti diede due sgambettate, e fece due capriole con le gambe per aria; e
Sancio, volte le redini a Ronzinante, si mostrò contento e soddisfatto
di poter giurare che avea veduto di fatto una delle pazzie del padrone. Noi lo
lasceremo adesso andare per la sua strada, fino al suo ritorno che sarà
in breve.
CAPITOLO XXVI
CONTINUAZIONE DELLE PRODEZZE CHE FECE LO INNAMORATO DON
CHISCIOTTE IN SIERRA MORENA.
E continuando il racconto di ciò che fece
il cavaliere dalla Trista Figura quando si trovò solo, dice la storia
che dopo avere fatto i capitomboli, e rivoltatosi mezzo ignudo e mezzo vestito,
e dopo aver veduto che Sancio s'era partito senza curarsi di essere presente a
nuove pazzie, salì sopra la vetta di un alto masso, ed ivi tornò
a volgere in pensiero ciò che altre volte aveva ideato, ma senza averne
mai pigliata una ferma deliberazione. Pensava se fosse stato per lui più
a proposito l'imitare le straordinarie follie di Orlando o le celebri
malinconie di Amadigi; e ragionando fra sé medesimo così diceva: — Se
Orlando fu cavaliere sì degno, come tutti vogliono far credere, che
meraviglia? alla fine dei conti egli era incantato, né avrebbe potuto essere
ucciso da chicchesia se non cacciandogli un sottilissimo spillo nella pianta di
un piede; per questo poi usava di portare sempre le scarpe con sette suola di
ferro, benché ciò poco gli giovasse a fronte di Bernardo del Carpio, il
quale, avvedutosi, lo soffocò in Roncisvalle colle proprie braccia. Ma
senza parlare del suo valore passiamo a considerarne la pazzia, che fu
verissima in lui per avere saputo degli amori di Angelica con certo Medoro,
moretto, ricciuto di capelli e paggio di Agramante.
Ora s'egli tenne questo fatto per vero, o se la
sua signora gli fe' sì grave torto, non è gran cosa ch'egli abbia
dato in frenesia: ma io come potrò imitarlo nelle follie se manco della
causa che in lui si mosse? io potrei giurare che la mia Dulcinea del Toboso non
vide mai in tutta la sua vita alcun moro vivo e parlante, e che essa è
innocente come una bambina; e le farei offesa manifesta se altrimenti
presupponendo mi applicassi al genere di pazzia professata da Orlando Furioso.
Veggo pure dall'altra parte che Amadigi di Gaula, senza perdere il giudizio e
senza farneticare, si meritò tanta celebrità d'innamorato da non
aver pari; e quello che fece, secondo che la istoria racconta, il fece solo per
vedersi rifiutato dalla sua signora Oriana, la quale gli avea comandato di non
comparirle dinanzi finché a lei non fosse piaciuto: per la qual cosa si
ritirò nel Pegnapobre in compagnia di un eremita, ed ivi non
lasciò di piangere, finché piacque al cielo di trarlo dai suoi travagli
e dalle sue infelicità. Se questo è vero, come è
verissimo, perché debbo io darmi fastidio collo spogliarmi adesso ignudo ed
importunare questi alberi che non mi recarono danno alcuno? E perché
intorbiderò la limpid'onda di questi ruscelli che debbono somministrarmi
di che estinguere la sete allorché io n'abbia d'uopo? Viva pure la memoria di
Amadigi, e don Chisciotte della Mancia lo imiti in tutto per quanto si
può: e si dirà di lui ciò che si disse dell'altro, che se
non operò gran meraviglie seppe però morire per intraprenderle: e
se io non sono né disprezzato né discacciato dalla mia Dulcinea,
basterà, come ho detto, che me ne stia lontano da lei. Orsù
dunque, mano all'opera: tornatemi a mente, o gesta di Amadigi, ed insegnatemi
ciò che debbo eseguire per imitarvi: la maggiore delle sue occupazioni
era il fare orazione, e così farò anch'io.” Si mise allora don
Chisciotte a pregare, valendosi per rosario di certe gallozze di sughero che
infilzò a dieci a dieci. Gli doleva di non trovare un altro eremita che
lo confessasse e con cui consolarsi: e però limitavasi a passeggiare pei
prati scrivendo e intagliando nelle cortecce degli alberi e nella minuta arena
molti versi analoghi alla sua tristezza ed alle lodi della sua Dulcinea. Quelli
che si trovarono interi e si poterono leggere non furono che i seguenti.
“Alberi, erbe e piante; che siete in questi
luoghi sì elevati verdeggianti e splendidi, se non vi diletta il mio
male, ascoltate le mie sante querele. Il mio dolore non mi nuoca per quanto sia
terribile; poiché in premio del soggiorno qui pianse don Chisciotte la
lontananza da Dulcinea del Toboso.
E questo è il luogo dove il più
leale amante della sua donna si nasconde, venuto a tanta sventura senza saper
come o perché. Un amore avverso lo travaglia e si piglia giuoco di lui; e
però don Chisciotte sparse qui tante lagrime da empirne una botte
piangendo la lontananza da Dulcinea del Toboso.
Mentre egli andava cercando avventure per aspre
roccie maledicendo un cuore più aspro di quelle, senza trovare fra i
rischi e balze altro mai che infortunii, lo sferzò Amore tanto
aspramente che don Chisciotte qui pianse la lontananza da Dulcinea del Toboso!”
Produsse non poche risate in quelli che trovarono
i versi riferiti l'aggiunta del Toboso al nome di Dulcinea, perché si
figurarono che don Chisciotte si fosse immaginato che nominando Dulcinea e
omettendo il Toboso non sarebbesi intesa a dovere quella canzone: e mal non si
apposero, poiché lo confessò egli stesso di poi. Occupavasi egli nel
sospirare e nel chiamare i fauni e i silvani di quei boschi, e le ninfe delle
fonti, e la dolorosa ed umida Eco che gli rispondessero, lo ascoltassero e
dessero a lui conforto. Andava cercando erbe per sostentarsi nella lontananza
di Sancio, il quale, se come stette tre giorni avesse tardato tre settimane, il
cavaliere dalla Trista Figura sarebbe rimasto sì sfigurato che non lo
avrebbe riconosciuto sua madre. Ma sarà ora cosa opportuna di lasciarlo
occupato nei suoi pensieri e nelle sue poesie per passare al racconto di
ciò che avvenne a Sancio Pancia nella sua ambasceria.
Giunto che egli fu alla strada maestra si pose in
camino verso il Toboso, e il giorno dopo pervenne all'osteria dove gli era
accaduta la disgrazia della coperta. Non n'ebbe egli appena scorta la insegna
che, sembrandogli di vedersi un'altra volta sbalzato per aria, non volle
entrare, benché già fosse l'ora del pranzo, a confortarsi con qualche
vivanda calda, mentre era già buona pezza che non ne avea mangiato se
non di fredde. La necessità per altro lo sforzò ad avvicinarsi,
ma nell'atto ch'egli stava in una dura incertezza, uscirono fuori dell'osteria
due persone dalle quali fu riconosciuto, e l'uno disse all'altro:
— Signor dottore, quell'uomo a cavallo non
è quel Sancio Pancia che la serva del cavaliere dalle avventure ci disse
ch'era andato a servire il suo padrone in qualità di scudiere?
— Per lo appunto, rispose il dottore; e quello
è il cavallo del nostro don Chisciotte;” e lo riconobbero pienamente,
essendo l'uno il curato, l'altro il barbiere del suo villaggio, coloro stessi
che fatto aveano lo squittinio e il gran giudizio dei libri. E tosto come si
furono accertati ch'egli era Sancio con Ronzinante, ansiosi di avere nuove di
don Chisciotte se gli avvicinarono, ed il curato lo chiamò per nome
dicendogli:
— Amico Sancio Pancia, dov'è rimasto il
vostro padrone?
Sancio sul fatto li conobbe, e si propose di
tener celato il luogo e lo stato in cui avea lasciato il padrone, sicché
rispose, trovarsi occupato il suo signore in un certo luogo e in certo affare
di somma importanza che non potea loro palesare.
— Sia pure, Sancio, soggiunse il barbiere; e
così se voi non ci dite dove si trova, giudicheremo, come già ne
corre il sospetto, che lo abbiate ammazzato o rubato, poiché vi vediamo sul suo
cavallo: ditemi dunque dove sta il padrone di questo cavallo, o ve ne faremo
pentire.
— Non servono minacce, replicò Sancio; ché
io non son uomo che ammazzi né assassini alcuno, e lascio che ciascuno finisca
come vuole la sua fortuna, o piuttosto come vuol Dio. Il mio padrone sta
facendo penitenza in cima di una montagna perché così gli piace di
fare;” e poi alla distesa e senza interrompimenti raccontò loro come lo
avea lasciato, le avventure ch'erano accadute, e ch'egli portava una lettera
alla signora Dulcinea del Toboso, ch'era la figliuola di Lorenzo Corucuelo, di
cui don Chisciotte era innamorato morto. Stupirono quei due di ciò che
raccontava Sancio; e tuttoché già sapessero il netto della pazzia di don
Chisciotte e di qual natura fosse ella, ogni volta che ne sentivano le
stravaganze, trovavano nuovo argomento da inarcare le ciglia. Chiesero a Sancio
la permissione di leggere la lettera che portava alla signora Dulcinea del
Toboso. Egli rispose che stava scritta in un libro di memorie, e che il padrone
gli aveva ordinato di farla trascrivere nel primo luogo in cui arrivasse.
Soggiunse il curato che se gliela facesse vedere la copierebbe egli stesso in
bel carattere. Sancio mise la mano in seno cercando il libricciuolo, ma nol
trovò, né potea trovarlo se lo avesse cercato mille anni, perché don
Chisciotte lo avea ancora presso di sé, non avendolo consegnato a Sancio che si
era scordato di domandarglielo. Quando Sancio si accorse di non aver il
libricciuolo impallidì, e tastandosi da per tutto il corpo finì
di persuadersi che non lo aveva; e senz'altro dire cominciò a strapparsi
la barba, e si diede una mezza dozzina di così forti sgrugnate nel
mustaccio e nel naso che restò tutto insanguinato. Vedendo questo il
curato ed il barbiere gli domandarono che gli fosse avvenuto di tristo da
portarsi a sì gran disperazione. “Che mi poteva accadere di peggio, rispose
Sancio, dell'avere perduto da un momento all'altro tre asini, ognuno de' quali
era grande come un castello?
— Come può esser questo? replicò il
barbiere.
— Perdei il libretto di memorie, rispose Sancio,
dove stava la lettera per Dulcinea ed un ordine firmato dal mio padrone, con
cui comandava a sua nipote che mi desse tre degli asini da lui lasciati in
casa: e a questo proposito contò loro come gli era stato rubato il suo.
Lo racconsolò il curato, e gli disse che rivedendo il padrone potea
farsi rinnovare il mandato, e farselo scrivere in carta a parte com'era uso e
costume, perché nessuno avrebbe accettato e pagato un ordine scritto in un
libro di memorie. Sancio si consolò in grazia di questo consiglio, e li
assicurò che quando la cosa fosse in questi termini, non gli dava molto
pensiero la perdita della lettera di Dulcinea, perch'egli la sapea quasi a
memoria, e potrebbe dettarla di nuovo a loro beneplacito.
— Fatecela dunque sentire, disse il barbiere, e
noi ne allestiremo dopo una copia. Cominciò Sancio a grattarsi la testa
per richiamarsi nella memoria la lettera, ed ora si poneva sopra un piede, ora
sopra un altro, ora guardava la terra ed ora il cielo, e dopo essersi
rosicchiato mezza l'unghia di un dito, tenendo sospesi quelli che aspettavano di
pur sentirla, passato non piccol tratto di tempo disse:
— Il diavolo se ne porti quello ch'io mi ricordo
di quella lettera: mi pare per altro che principiasse appunto così: Alta
e tramenata signora.
— Non avrà detto tramenata, ma sovrumana
o sovrana signora.
— Oh appunto così, disse Sancio. Ora se
male non mi sovviene, proseguiva... se male non mi sovviene... non mi
sovviene... il piagato è privo di sonno ed il ferito bacia le mani a
vossignoria ingrata e sconoscente bella: e non so che dicesse di
sanità o d'infermità che le mandava; e andava discorrendo
così all'incirca finché terminava: vostro fino alla morte il
cavaliere dalla Trista Figura.” Si godettero assai di avere una prova della
buona memoria di Sancio, e ne lodarono, pregandolo che recitasse la lettera
altre due volte per impararla a mente eglino stessi, e poi scriverla in una
carta a miglior agio. Tornò Sancio a ridirla tre volte, e replicò
altrettante volte tremila bestialità facendo sapere in aggiunta le cose
del suo padrone, ma tacendo sempre l'avventura della coperta occorsagli appunto
in quella osteria nella quale perciò non fu possibile indurlo ad
entrare. Disse di più che allora quando il suo padrone ricevuto avesse
riscontri favorevoli dalla sua signora Dulcinea del Toboso si sarebbe messo in
viaggio per tentare di essere imperadore, o per lo meno monarca: ciò che
aveano concertato insieme con lui, ed era molto facile a verificarsi per essere
sì sterminato il valore della sua persona e la forza del suo braccio:
che ciò accadendo, volea dargli moglie, perché già a quel momento
sarebbe rimasto vedovo (ché altrimenti ciò non poteva essere), ed avea
stabilito dargli in consorte una donzella della imperatrice, erede di un vasto
e dovizioso stato di Terraferma senza isole né isolotti di cui non si curava.
Tuttociò era detto da Sancio con tanta fermezza (soffiandosi il naso di
tanto in tanto) e con sì poco giudizio, che que' due tornarono a farne
le maraviglie, riflettendo alla pazzia sì strabocchevole di don
Chisciotte, che avea fatto dar vôlta anche al cervello di quel pover uomo. Non
si curarono di fargli conoscere l'errore in cui si trovava, giacché non vi
essendo pericolo della sua coscienza, era meglio lasciarvelo persistere, ed
aver così maggior diletto in udire le sue sciempiaggini; e però si
fecero a dirgli che pregasse Dio per la salute del suo padrone, mentre era
facile ad accadere che in progresso di tempo divenisse imperadore, com'egli
diceva, od arcivescovo per lo meno, od altro dignitario siffatto. A' quali
rispose Sancio:
— Signori, se la fortuna rivoltasse le cose in
maniera che al mio padrone non venisse in testa di essere imperadore, ma
arcivescovo, domando io in questo caso che cosa sogliono dare gli arcivescovi
ai loro scudieri?
— Costumano di dare, rispose il curato, qualche
beneficio semplice od una cura od una sacristania che porta una ricca rendita,
oltre ai rilievi incerti che sogliono valere altrettanto.
— Per conseguire questo si renderà
necessario, replicò Sancio, che lo scudiere non sia ammogliato, e sappia
almeno risponder messa; e se ciò è io sono ben disgraziato,
mentre io mi trovo ammogliato e non conosco la prima lettera dell'alfabeto. Che
sarà di me se al mio padrone tocca il capriccio di esser arcivescovo e
non imperadore, com'è uso e costume dei cavalieri erranti?
— Non vi date pena per questo, amico Sancio,
disse il barbiere, che pregheremo il vostro padrone e lo consiglieremo, anzi
gli faremo coscienza affinché diventi imperadore e non arcivescovo; e ci
sarà facile la riuscita essendo egli più valoroso che letterato.
— Pare così anche a me, rispose Sancio,
benché vi so dire ch'egli è abile in tutto; e quello che penso di fare
dal canto mio è di raccomandarlo a nostro Signore, affinché lo conduca a
quelle parti ov'egli possa trovarsi in grado di ricolmarmi di molte beneficenze.
— Il vostro parlare, disse il curato, è da
uomo da senno, e le vostre azioni da buon cristiano; ma quello che importa di
fare presentemente si è di cavare il vostro padrone da quella inutile
penitenza la quale dite che sta facendo, e di pensare al modo con cui dobbiamo
contenerci... Ma egli è ormai tempo di desinare, e però
sarà bene intanto che ce n'entriamo in questa osteria.” Sancio disse
ch'entrassero pure che li attenderebbe di fuori, e loro farebbe poi sapere la
causa per cui non volea seguitarli, e li pregava soltanto che gli facessero
portar fuori qualche cosa da mangiare per lui ed un poco di biada per
Ronzinante.
Entrarono dunque essi soli e lo lasciarono sulla
strada, ed il barbiere di lì a poco gli portò da mangiare, avendo
intanto ben maturato fra loro come arrivare allo scopo che si erano proposto.
Trovò il curato un consiglio molto confacevole al gusto di don
Chisciotte ed a quel fine ch'essi cercavano, e disse tosto al barbiere che avea
pensato di vestirsi egli stesso in abito di donzella errante, e che procurasse
il barbiere di vestirsi nella miglior maniera da scudiere; poi così
travestiti andrebbero dove stavasi don Chisciotte, fingendo il curato di essere
una donzella afflitta e bisognosa di una grazia ch'egli come valoroso cavaliere
errante non potea rifiutarsi di concederle, e la grazia sarebbe di seguitarla
dov'essa lo condurrebbe a disfare un torto fattole da malnato cavaliere;
supplicandolo nel tempo stesso che non la obbligasse a togliersi il velo che le
copriva la faccia, né la domandasse dell'esser suo, finché non le avesse fatta
la chiesta vendetta. E diceva il curato che senza dubbio don Chisciotte
prestando fede, uscirebbe di Sierra Morena, e così ricondotto al suo
paese, dove ogni via avrebbero tentata per ritrovare un qualche rimedio da
guarirlo dalle sue strane pazzie.
CAPITOLO XXVII
DEL MODO CON CUI IL CURATO E IL BARBIERE GIUNSERO A CAPO DEL
LORO DISEGNO,
CON ALTRE COSE DEGNE DI ESSERE RIPORTATE IN QUESTA GRANDE ISTORIA.
La invenzione del curato piacque tanto al
barbiere, che la mandarono tosto ad effetto. Chiesero in prestito dalla ostessa
una zimarra ed un velo, lasciandole in pegno la veste nera di cui si serviva il
curato. Il barbiere si fece una finta barba colla coda di un bue grigia e
rossiccia in cui l'oste solea piantare il suo pettine. Mossa la ostessa a
curiosità domandò perché si provvedessero di quelle cose. Il
curato in poche parole la informò della pazzia di don Chisciotte e
ch'essi volevano travestirsi, colla intenzione di cavarlo dalla montagna dove
si ritrovava. L'oste e l'ostessa allora a poco a poco compresero che il pazzo
era quel loro ospite fabbricatore del balsamo, e padrone dello scudiere
sbalzato in aria; e fecero al curato il racconto di tutto l'occorso senza
tacere ciò che Sancio occultava con sì gran gelosia. Intanto
l'ostessa abbigliò il curato in modo che sembrava una donna, e gli pose
addosso una zimarra di panno con guernimento di fasce di velluto nero e
trinciate, ed un busto di velluto con tutti gli orli di raso bianco; vestiti
che ricordavano il tempo del re Bamba. Non volle il curato acconciature di
testa, ma si coprì il capo con un berretto di pannilino imbottito di cui
servivasi in letto la notte, e si cinse la fronte con un legaccio di taffettà
nero facendosi con un altro una specie di maschera sotto la quale nascose ben
bene la barba e tutta la faccia. Si mise il cappello che per essere grande
assai faceva le veci d'un ombrellino, poi ravviluppandosi nel suo gabbano si
mise a seder sulla sua mula come sogliono cavalcare le donne; ed il barbiere
montò sopra la sua con la barba che gli andava sino alla cintura tra
rossa e bianca siccome quella che, come si è detto, era fatta della coda
di un bue rossiccio. Si accommiatarono da tutti e dalla buona Maritorna, che
promise di recitare un rosario, tuttoché peccatrice, affinché il Signore
favorisse così difficile e cristiana impresa com'era quella a cui
s'accingevano. Non fu appena uscito dall'osteria il curato che soprapreso da
uno scrupolo, non forse l'essersi travestito a quella foggia disdicesse ad un
sacerdote, benché avesse a cogliere un gran frutto, pregò il barbiere di
cambiarsi travestimento. Parevagli più adatto che egli fingesse di
essere la donzella bisognosa, riserbando a sé le parti da scudiere, mentre non
avrebbe così profanata la sua dignità; dichiarando che se vi si
rifiutava, egli avrebbe desistito dall'impresa, checché fosse per avvenire a
don Chisciotte.
In questa Sancio li sopraggiunse, e vedendoli
travestiti a quel modo non poté contenersi dal ridere. Il barbiere aderì
al desiderio del curato che dopo il travestimento gl'insegnò come
dovesse contenersi e parlare a don Chisciotte per persuaderlo e costringerlo a
seguitarlo, lasciando il soggiorno da lui scelto per compiere quella inutile penitenza.
Lo assicurò il barbiere che avrebbe fatto ogni cosa per l'appunto, anche
senza avere avuta la lezione, ma non volle subito travestirsi riserbandosi a
farlo giunti che fossero dove stavasi don Chisciotte; e perciò tenne a
parte i suoi panni. Il curato si adattò la barba, e proseguirono il
viaggio, guidati da Sancio Pancia, il quale diede loro contezza delle avventure
del pazzo ritrovato nella montagna, tacendo però l'affare del valigiotto
e di ciò che conteneva, perché nella sua zotichezza non mancava di
astuzia.
Arrivarono il giorno seguente al luogo dove erano
sparsi i segnali dei rami che doveano guidar Sancio al padrone, e quando li
conobbe disse loro che quello era l'ingresso, e che poteano cominciare a
travestirsi, posto che giudicavano che ciò fosse per tornar utile alla
libertà del suo padrone. Questa dichiarazione di Sancio fu in
conseguenza dell'avergli detto il curato ed il barbiere che mercé il concertato
travestimento tolto avrebbero il suo padrone dalla trista vita che si era
prescelta, raccomandandogli di non palesarli mai e di fingere sempre di non
conoscerli.
E qualora (come era ben naturale) gli domandasse
se avesse recapitata la lettera a Dulcinea, lo assicurasse di averlo fatto, ma
che non sapendo essa leggere gli aveva risposto a voce, dicendogli che gli
comandava sotto pena d'incorrere nella sua disgrazia, di andarne subito a lei
per cosa d'importantissima urgenza. Erano persuasi che un comando di Dulcinea,
congiuntamente a ciò che aveano essi divisato di fare, potrebbe ricondurlo
a miglior condizione di vita; ed assicurarono Sancio che in questa guisa
avrebbero posto il suo padrone sulla vera strada di farsi imperadore e monarca;
perché quanto al diventare arcivescovo non era da pensarci. Ascoltò
Sancio ogni cosa, se la impresse ben bene in testa, ringraziandoli vivamente
della premura che si davano, affinché il suo padrone diventasse imperadore e
non arcivescovo, essendo egli convinto che per compensare largamente gli
scudieri fossero più a proposito gli imperadori che gli arcivescovi
erranti. Soggiunse eziandio che sarebbe opportuno ch'egli li precedesse recando
a don Chisciotte la risposta della sua signora, stimando che ciò
basterebbe a farlo partire di là senza ch'eglino si prendessero altre
brighe. Persuasi di questo, deliberarono di aspettarlo fino a tanto che
ritornasse colle nuove d'aver ritrovato il suo padrone. S'internò egli
dunque nella montagna, lasciando il curato ed il barbiere in un sito dove
scorreva un piacevole ruscello cui facevano grata e fresca ombra collinette
amene ed arbori frondosi.
Il giorno in cui vi arrivarono era uno dei
più caldi del mese di agosto, che in quelle parti suol essere cocente
assai, e l'ora le tre della sera, ciò che rendeva il luogo
piacevolissimo, e niente noioso il tempo necessario ad attendere il ritorno di
Sancio. Standosene ambedue seduti all'ombra udirono una voce che senza essere
accompagnata da alcuno stromento, dolce e ben modulata dava un suono
eccellente; del che non poco si maravigliarono, giacché quelli non parevano
luoghi da sentirvisi canti così soavi. E nel vero, quantunque si soglia
dire che per le selve e pei campi si trovano pastori atti a melodie
maravigliose, sono però queste piuttosto fantasie di poeti che
verità. Si accrebbe in loro la maraviglia quando si accorsero che i
versi cantati non erano propri di gente rustica, ma di cittadini coltissimi;
nella quale opinione li confermò vie più il canto seguente:
“Chi m'ha rapita la mia pace? — Il Dispetto.
Chi raddoppia il mio dolore? — La Gelosia.
Chi mette a prova la mia tolleranza? — L'Assenza.
E così al mio affanno non è alcun
rimedio, poiché me ne tolgono ogni speranza, Dispetto, Gelosia e Assenza.
Chi mi cagiona questo dolore? — Amore.
Chi contrasta alla mia felicità? —
Fortuna.
Chi permette il mio affanno? — Il Cielo.
E così debbo apparecchiarmi a morire di
questo male, poiché al mio danno congiurano Amore, Fortuna, il Cielo.
Chi può mitigar la mia sorte? — Morte.
E chi ottiene felicità in amore? —
L'Incostanza.
E chi ne guarisce gli affanni? — La Follia.
E così non è buon consiglio voler
guarire la passione quando i rimedi ne sono Morte, Incostanza, Follia.”
L'ora, il tempo, la solitudine, la voce e la
maestria del cantore cagionarono ammirazione e diletto nei due che lo intesero,
e che non fecero il più piccolo movimento per attendere se altra cosa si
udiva; ma poiché il silenzio si protraeva assai lungamente, pensarono di andare
in traccia di sì bravo cantore. Li distolse però dal farlo la
voce medesima che sentir si fece cantando di nuovo così:
“Santa amicizia che lasciando la tua apparenza
nel mondo, con leggiere ali salisti lieta all'empireo soggiorno fra le anime
benedette nel cielo;
Donde quando ti aggrada ci mostri la vera pace
coperta di un velo, a traverso del quale traspar l'ardore delle buone opere che
si fanno malvage;
Lascia, deh! il cielo all'amicizia, e non
permettere che l'inganno vesta le tue sembianze, così distruggendo ogni
sincera intenzione.
Se tu non le strappi la tua maschera, ben tosto
il mondo si vedrà nel caos della primitiva discorde confusione.”
Un profondo sospiro dié fine a quel canto; e il
curato e il barbiere rinnovarono la loro attenzione sperando che ripigliasse:
ma udendo che la musica erasi convertita in singulti e dolorosi lamenti
procurarono di sapere chi fosse questo infelice la cui voce era tanto delicata
quanto n'erano dolorosi i sospiri; né andò guari che girando dietro la
punta di un masso si avvennero in un uomo della statura e della figura
descritta da Sancio quando fece il racconto dell'avventura di Cardenio. Questo
uomo, veduti che li ebbe, non fece alcun atto di maraviglia né punto si mosse;
ma si presentò loro innanzi come tutto assorto in gravi pensieri, con la
testa inchinata al petto e senza mirarli, benché côlto all'improvviso. Il
curato che sapeva dire acconciamente quattro parole (poiché non ignorava la sua
disavventura, ed ai ricevuti contrassegni lo riconobbe), se gli
avvicinò, e con brevi e molto prudenti detti lo pregò di
abbandonare una vita infelice per non perderla fra quegli orrori; ciò
che sarebbe stato il maggiore di tutti i mali. Era quello per Cardenio un
lucido intervallo, quieto di quegli accessi furiosi che sì di frequente
lo traevano fuori di sé medesimo; e perciò vedendo quei due in vesti non
usate dagli abitatori di quelle solitudini, non lasciò di mostrarne
qualche stupore, che in lui si accrebbe sentendosi parlare dei casi suoi come
di cosa conosciuta pubblicamente: e ciò è quello che fatto aveva
il curato col suo discorso. Rispose pertanto in questa maniera: — Conosco assai
bene, o signori, chiunque voi siate, che il cielo che soccorre i buoni e talor
anche i malvagi, a me v'invia senza il mio merito in questi luoghi deserti e
lontani dal commercio degli uomini; e comprendo che il fine a cui foste mandati
si è di persuadermi con vere e sode ragioni che io debba abbandonare il
presente mio tenore di vita: ma voi non sapete che togliendomi io dalle mie
presenti sciagure incapperei in altre molto peggiori. Mi terrete perciò
qual uomo che assai debolmente ragiona, e quel che peggio sarebbe, di poco sano
intendimento: né mi maraviglierei se ciò credereste, perché veggo io
stesso che la rimembranza continua delle mie disgrazie è di tal possa e
tende siffattamente a perdermi che senza ch'io valga a impedirla, rimango qual
pietra onninamente priva di ragione e di buon senso. Di ciò anche
m'avveggo quando taluni mi dicono e mostrano i segni delle cose da me fatte
durante i formidabili accessi che mi predominano, sicché non mi resta che
dolermi inutilmente e maledire senza pro la sventura mia, e scolparmi alla
meglio coll'accusarne la causa, rendendola palese a chi si invoglia di esserne
istrutto: ché certamente gli uomini di buon senno non potranno maravigliarsi
che da cagione sì brutta nascano pessimi effetti: e se non vi potranno
rimediare non me ne faranno colpevole per lo meno, convertendo anzi in
commiserazione delle mie disgrazie lo sdegno in loro provocato dagli accessi
della mia follia. Pertanto se voi, signori, vi siete qui condotti colla stessa
intenzione di altri che ci vennero, prima di mettere in campo le vostre sagge
persuasioni, pregovi di porgere orecchi al racconto delle mie disavventure,
perché quando le abbiate intese vi persuaderete che inutilmente procaccereste
di temperare l'amarezza di un male incapace di raddolcimento.”
Quei due non d'altro desiderosi che d'intendere
dalla propria sua bocca la cagione per cui trovavasi a sì dolente
partito, lo pregarono che loro ne facesse il racconto, offrendosi di non
impiegar l'opera loro se non in ciò che credesse opportuno egli stesso a
suo ristoro e rimedio. Con questa fiducia l'infelice cavaliere cominciò
la dolente sua storia, ripetendola quasi con le stesse parole fin dove l'avea
pochi dì prima condotta quando ne avea fatto a don Chisciotte e al
capraio il racconto, che troncò poi ad un tratto per causa del maestro
Elisabatte, e dell'avere voluto don Chisciotte sostenere il decoro della
cavalleria, siccome ci ha fatto sapere la istoria. Volle dunque la buona
ventura che a quel punto non fosse côlto dall'accesso della pazzia ed avesse
campo di poterne compire la narrazione: e quindi arrivato al passo del
biglietto trovato da don Fernando nel libro di Amadigi di Gaula, soggiunse
Cardenio, che lo teneva a memoria perfettamente, e ch'era così
concepito:
“Lucinda a Cardenio.
“Vo tutto giorno scoprendo i vostri meriti i
quali mi obbligano e sforzano ad accrescere la mia stima per voi. Se volete
disobbligarmi conservando sempre disobbligato il mio onore, vi si offre
opportuna occasione di farlo. Ho un padre che conosce voi ed ama teneramente
sua figlia; e che senza contrariare la mia volontà sarà per
condiscendere alla vostra domanda, la quale non potrà essere che di
giustizia e di dovere. Ciò eseguirete sempre che sia verace la stima che
dite di professarmi e di cui non dubito.”
“Questo biglietto m'indusse a domandare Lucinda
in isposa, come già vi ho detto; ed il biglietto medesimo convinse
Fernando di che sano discernimento e lodevole contegno fosse dotata Lucinda,
fiore dell'età nostra; e lo fece risolvere a intraprendere l'ultima mia
rovina. Dissi a don Fernando stesso le difficoltà che moveva il padre
della giovane, il quale bramava che il mio gliela domandasse per mia consorte,
del che io non osava pregarlo temendone un rifiuto, non già perché non
gli fossero note le qualità, la bontà, la virtù e bellezze
di Lucinda, ch'era tale da illustrare qualunque altro casato di Spagna; ma
perché io ben sapeva com'egli bramava che non mi accasassi sì presto, e
stessi a vedere ciò che di me disponesse il duca Riccardo. In somma
risposi che non mi avventurava di farlo sapere a mio padre sì per questo
riguardo come per molti altri che mi rendevano timido, senza sapere nemmen io
quali si fossero; se non che mi pareva difficile assai il conseguire quanto io
bramava. A tutto ciò mi rispose don Fernando, che s'incaricava egli
stesso di parlarne al mio genitore, e persuaderlo a conferire con quello di
Lucinda. O Mario ambizioso! O Catilina crudele! O Silla scellerato! O Galalone
imbrogliatore! O traditore Vellido! O Giuliano vendicativo, facinoroso! Che
mal'azione ti ha fatta un infelice che con sì candida fede ti scoperse i
segreti e le gioie del proprio cuore? In che ti offese egli mai? Che parole ti
ha egli proferite o quai consigli ti ha dati che non mirassero al maggior lustro
del tuo onore ed al tuo profitto? Ma e di che mi querelo io mai sventurato che
sono! mentre quando i maligni influssi traggono sopra un infelice la corrente
delle disgrazie e gli piombano addosso con ogni violenza e furore, non vi
è forza sopra la terra che le allontani né industria umana che le possa
prevenire! Chi sarebbesi immaginato che don Fernando avesse voluto pagare di
tanta ingratitudine i miei servigi e la mia fiducia? E che mentre poteva
ottenere tutto quello che avesse voluto far suo, dovesse proprio mettersi in
capo di rapirmi la mia sola agnelletta, e non ancora da me posseduta! Ma
lasciamo a parte tali riflessioni come superflue e senza profitto veruno, e
ritorniamo all'interrotto filo della disgraziata mia istoria. Dico dunque che
parendo a don Fernando incomoda la mia presenza, stabilì d'inviarmi a
suo fratello maggiore, con pretesto di chiedergli danari per sei cavalli, che a
fine di riuscire più agevolmente nell'indegno suo proposito, egli
comprò nel giorno medesimo in cui gli si offrì la opportunità
di parlare a mio padre. Poteva io antivedere un tradimento? Doveva io
immaginarlo? No, certamente: che anzi con grandissima soddisfazione mi sono
esibito di partire sull'istante, contento della compera ch'egli aveva fatta. In
quella notte parlai con Lucinda, e le feci sapere ciò ch'erasi
concertato fra me e don Fernando, e che sperasse lieta fine ai nostri buoni ed
onesti desiderii. Ella (che al pari di me non nutriva il menomo sospetto di don
Fernando) mi raccomandò di tornare al più presto, perché
confidava che le nostre brame non tarderebbero ad essere contentate se non
quanto i nostri parenti tardassero ad abboccarsi fra loro. Non so qual pensiero
le venisse in quel punto, ma nel finire quelle parole i suoi occhi si empierono
di lagrime, la sua voce si estinse. Pareva che volesse dirmi ancora più
cose, e che un gruppo le stringesse la gola per modo che ne rimase impedita.
Questo nuovo accidente e sì inusitato, mi
destò la più grande maraviglia perché ogni volta che la buona
sorte, e l'accortezza mia ci concedevano alcun colloquio, seguiva questo colla
più viva gioia e soddisfazione, ben lungi dall'esservi immischiate
lagrime, sospiri, gelosie, sospetti o timori. Io non faceva che gioire del
fortunato destino che me l'aveva concessa amante e signora; io portava al cielo
la sua bellezza, il suo merito ed il suo discernimento che mi rendeano
estatico, ed essa me ne compensava con un perfetto ricambio, lodando in me
tutto ciò che, come innamorata, le sembrava degno di encomio.
C'intertenevamo parlando di alcune faccenduole de' nostri vicini e conoscenti,
né mai aveva io osato più in là, che a prendere quasi a forza una
delle sue belle e bianche mani e accostarla alle mie labbra, per quanto lo
permetteva la ristrettezza di una bassa inferriata che ci divideva. La notte
poi che precedette al giorno della mia partenza fu amareggiata dai suoi pianti
e sospiri; dopo di che fuggì lasciandomi pensieroso ed attonito per
avere veduti in lei indizî sì tristi e sì nuovi di afflizione.
Tuttavolta non volendo distruggere io stesso le mie speranze, attribuii ogni
cosa all'amore, ed alla forza di quel dolore che suol produrre la lontananza
della persona amata. In fine io mi partii malinconico e pensieroso, coll'anima
piena di ombre e fantasmi, senza sapere di che sospettassi o potessi temere:
chiari presentimenti del tristo evento e della sciagura che mi erano
apparecchiati!
Giunsi al luogo dov'ero diretto; consegnai le
lettere al fratello di don Fernando, e n'ebbi buona accoglienza, ma contro ogni
mio desiderio m'impose di attendere otto giorni; e frattanto mi confinò
in luogo appartato da non poter esser veduto dal duca suo padre; perché il
fratello suo gli scriveva di mandargli una certa somma senza saputa del padre
stesso; tutte invenzioni, giacché non sarebbero punto mancati danari al
fratello per accelerare la mia partenza. Fui in sull'orlo di non obbedire,
sembrandomi impossibile di vivere per tanti giorni diviso da Lucinda: e tanto
più quanto che io l'aveva lasciata, come dissi, in grande tristezza.
Prevalse ad onta di ciò il dovere di leale servidore, ed ho obbedito,
tuttoché conoscessi che ne andava a scapitare la mia salute; ma, scorsi quattro
giorni dopo il mio arrivo, giunse un uomo in traccia di me, e mi
consegnò una lettera che con istringimento di cuore conobbi dalla
soprascritta essere di Lucinda. L'apersi tremante, tenendo per fermo non per
altro dovermi ella scrivere che per parteciparmi cosa importante assai mentre
poche volte il faceva quando io l'era vicino. Chiesi al messo, prima di
leggerla, chi gliel'aveva consegnata, e il tempo che impiegato avea per
raggiungermi; ed egli mi rispose che passando a caso per una strada della
città all'ora del mezzogiorno una bella signora lo chiamò da un
balcone cogli occhi pieni di lagrime e all'infretta gli disse: — Fratello, se
siete cristiano come l'aspetto vostro dimostra, vi prego per amor di Dio che vi
rechiate sull'istante al luogo ed alla persona che sono indicati in questa
soprascritta, e che sono notissimi. Ciò eseguendo vi acquistereste
merito verso Dio; e perché possiate farlo con minore vostro disagio tenete per
voi quanto sta involto nel fazzoletto. — Ciò dicendo me lo gittò
dalla finestra, e vi trovai legati cento reali, questo anello d'oro che ho
meco, e la lettera che vi ho consegnata. Senza attendere alcuna risposta la
signora si allontanò dalla finestra, dopo avere veduto che la lettera ed
il fazzoletto erano stati da me raccolti, e dopo altresì che io l'ebbi
con cenni assicurata che avrei eseguiti i comandi suoi. Ben compensato com'io fui
dell'impegno di ricapitare la lettera, e scorgendo dalla soprascritta che voi
eravate quello a cui era diretta, perché vi conosco assai bene, per
soprappiù vinto dalle lagrime di quella bella signora, determinai di non
fidarmi di chicchessia, e di venire a ricapitarvela io stesso; e in sedici ore,
da che mi fu consegnata, ho fatto il viaggio che sapete esser di diciotto
leghe.” Mentre così mi parlava il grato e nuovo corriere, io stava
ascoltandolo colla più viva attenzione, e mi tremavano le gambe in modo
che appena potevo reggermi in piedi. Aperta la lettera, questa così
diceva:
“La parola datavi da don Fernando di parlare con
vostro padre perché conferisse col mio fu da esso adempita assai più per
sua propria soddisfazione che per vostro profitto. Sappiate, o signore, ch'egli
mi ha dimandata in isposa; e mio padre mosso dall'eminente onore ch'egli crede
ricevere da don Fernando vi acconsentì, ed è ciò tanto
vero quanto che fra due giorni seguirà il matrimonio così segreto
e solitario che testimonii ne saranno unicamente il cielo e qualche domestico.
Immaginate quale io sia rimasta! Pensate se vi convenga il venire; s'io poi vi
ami o no, lo dimostrerà l'esito. Piaccia a Dio che questa lettera arrivi
alla vostra mano prima che la mia si trovi sforzata da congiungersi a quella di
un uomo che sa mantenere sì male la promessa fede.”
Questo fu in sostanza il contenuto della lettera
che mi determinò a pormi subito in viaggio senz'attendere altra risposta
ed altri danari, avendo allora chiaramente compreso che don Fernando mi aveva
inviato al fratello non per la compera dei cavalli, ma per eseguire un
premeditato disegno. Mi nacquero le ali ai piedi: lo sdegno che aveva concepito
contro don Fernando, e il timore di perdere la gemma guadagnata con la
servitù e con l'amore di tanti anni, mi fecero volare; sicché nel giorno
dopo giunsi al mio paese all'ora e al tempo ch'era conveniente per parlare a
Lucinda. Entrai in città con segretezza, lasciando la mula con cui feci
il viaggio in casa di quel buon uomo che mi aveva recata la lettera; e mi
favorì la sorte per modo che potei parlare con Lucinda, la quale
trovavasi all'inferriata, testimonio dei nostri amori. Ci riconoscemmo
entrambi; non però in quel modo con cui essa avrebbe dovuto ricevermi.
Chi è mai che vantar possa di avere penetrato e conosciuto il confuso
immaginare e la mutabile condizione di una donna? Certamente nessuno. Parlo a
tal modo perché non mi vide Lucinda appena che mi disse: — Cardenio, io vo a
farmi sposa: mi attendono in sala il traditore don Fernando e l'avaro mio
genitore con altri che saranno testimoni di mia morte e non già di mie
nozze. Non turbarti, amico, ma cerca di essere presente a questo sagrifizio; il
quale se io non potrò distornare con quanto sarò per dire, tengo
ascoso un pugnale che vincerà la soperchieria e la violenza, mettendo
fine alla vita e dando principio alla pubblica conoscenza di quell'amore che ti
ho giurato e che giuro di mantenerti.” Io le risposi turbato e in gran fretta,
temendo che mi mancasse il tempo. “Signora, il fatto renda veritiere le tue
dichiarazioni; che se un pugnale hai pronto a fine di provarne la
verità, io porto al fianco una spada per difenderti o per trafiggere me
stesso quando nemica mi si mostrasse la sorte.”
Non credo che possa avere intese tutte queste
parole perché la chiamarono tosto, essendo attesa allo sposalizio. Venne la
notte della tristezza; ottenebrossi il sole delle mie gioie, restarono gli
occhi miei privi di luce e senza facoltà il mio intelletto. Io non mi
attentava di entrare nella sua casa, né altrove potea rivolgermi, ma
riflettendo quanto importasse la mia presenza per le conseguenze di tanto
evento, mi rincorai e vi entrai. Io conoscea tutti gl'ingressi e le uscite, e
tra questo e pel sordo rumore che vi si faceva, potei procurarmi senz'essere scoperto,
un nascondiglio nella sala dietro le tende di una finestra le quali mi
lasciavano agio di vedere quanto si stava eseguendo. Chi potrà dire come
mi tremasse il cuore in quel nascondiglio? Chi le cose buone e ree da me
immaginate? Furono tali e tante che né si possono dichiarare, né bene sta che
siano dette. Ora sappiate che lo sposo entrò nella sala col suo
ordinario vestito, senz'alcuna pompa, avendo per padrino un cugino di Lucinda,
né altri testimoni vi erano fuorché i servitori di casa. Poco appresso
uscì da una galleria Lucinda accompagnata da sua madre e da due
donzelle, adorna ed acconcia come si conveniva alla sua bellezza, alla sua
condizione, e ad una donna che dir si poteva la perfezione della gentilezza e
del gusto. Sospeso e quasi fuori di me medesimo non ebbi agio di esaminare
particolarmente il suo vestito; solo mi accorsi che il colore era incarnato e
bianco. Abbagliavami lo splendore delle gioie che le adornavano il capo, vinte
però dalla bellezza de' suoi lunghi e biondi capelli; né essa splendeva
meno dei doppieri che ardevano in quella sala fatale. O memoria, mortale nemica
della mie quiete! a che mi vai ora rappresentando la incomparabile perfezione
di quella mia adorata nemica? Non sarà meglio, o crudele memoria, che tu
mi faccia risovvenire e mi sottoponga invece quanto ella fece in quel punto,
perché io, irritato da sì manifesta offesa, mi accinga non dirò a
vendicarmi, ma a lasciare questa misera vita! Non vi annoiate, o signori, per
queste mie digressioni, ché la mia pena non è di quelle che possano
essere narrate succintamente e in fretta, anzi ogni sua circostanza mi sembra
che meriti un lungo ragionamento. — Rispose a queste parole il curato, che ben
lungi dall'annoiarsi in udirlo, ciascuno di loro provava gran diletto nel sentire
le minute particolarità che egli raccontava, giudicandole tali da
meritarsi di non essere passate sotto silenzio, ma piuttosto ascoltate con
somma attenzione non altrimenti che tutto il racconto. — Dico adunque,
soggiunse Cardenio, che standosene tutti in sala arrivò il curato della
parrocchia, e prendendo la mano dei due fidanzati per compiere ciò che
conviene in tal atto, disse: “Volete voi, signora Lucinda, prendere il signor
Fernando, che sta qui presente, per vostro legittimo sposo come comanda la santa
Madre Chiesa?” Io allungai il collo e trassi la testa fuori delle tende, e con
estrema attenzione, e con cuore agitato mi feci ad udire ciò che
rispondesse Lucinda, attendendo dalle sue parole la sentenza della mia morte o
la conferma della mia vita. Ma perché non mi bastò l'animo di farmi
vedere a quel punto e sclamare: “Ah Lucinda, Lucinda! guarda quello che fai,
considera ciò che mi devi, pensa che sei mia e che non puoi darti ad
altri! Avverti che il pronunziare un sì, e il farmi perdere la
vita dovrà essere un punto solo. E tu, traditore don Fernando, ladro
della mia gloria, morte della mia vita! che brami? che pretendi? Considera che
non puoi da cristiano raggiungere lo scopo dei tuoi desideri perché mia sposa
è Lucinda, ed io sono suo consorte.” Ma folle che io sono! Presentemente
che lungi mi trovo dal pericolo, dico che avrei dovuto fare ciò che non
feci; e dopo avermi lasciato rubare un sì prezioso pegno, maledico il
ladro che me lo ha tolto e di cui potevo prendere vendetta se avessi avuto cuore
di farlo, come l'ho adesso di querelarmi. Ma sì, allora fui scimunito e
codardo, ed ora mi sta bene vivere svergognato, pentito e pazzo per tutto il
resto dei giorni miei! Il sacerdote attendeva la risposta di Lucinda, che
stette buona pezza prima di darla; e poi, quando io credeva che traesse il
pugnale per essere consentanea a sé stessa, o che sciogliesse la lingua per far
sentire qualche verità e manifestare un inganno che ridondasse a
profitto mio, sento che dice con voce fioca e tremante: Sì, lo voglio.
Ripete don Fernando il medesimo, e postole in dito l'anello restano uniti
con indissolubil nodo. Se non che mentre lo sposo era per abbracciare la sposa,
questa, recandosi una mano al cuore, cadde svenuta fra le braccia della madre.
Pensate come io mi restassi conoscendo in quel sì perdute le mie
speranze, fallaci le promesse e le parole di Lucinda, ed impossibile di
ricuperare in verun tempo un bene che in quel punto io aveva per sempre
totalmente perduto! Senza consiglio, in ira al cielo, fatto nemico della terra
che mi sosteneva, l'aere direi quasi, negava l'alito ai miei sospiri, e l'acqua
l'umore alle lagrime ed io ardeva tutto di sdegno e di gelosia.
Lo svenimento di Lucinda mise in tutti il
terrore. Sua madre le allentò alcun poco i vestiti che le ricoprivano il
seno, perché avesse alcun refrigerio; donde fu veduto che tenea nascosto un
viglietto, di cui subito si impossessò don Fernando, facendone lettura
al chiarore di uno di quei doppieri. Poteva appena averlo letto che si assise
appoggiando ad una mano la guancia, e mostrando per tal guisa di essere assorto
in grave pensiero senza darsi premura alcuna di apprestare (come facevano gli
altri) i soccorsi dell'arte alla sua sposa affinché rinvenisse. Vedendo io il
generale sconvolgimento della gente di casa mi avventurai di uscire, fossi o no
per essere riconosciuto, con determinazione di dare, se mi avessero veduto, in
sì straordinari eccessi che il mondo tutto venisse a conoscere lo sdegno
che mi traeva fuor di me stesso per vendicarmi del perfido don Fernando, e nel
tempo medesimo della incostanza di quella svenuta traditrice: ma la mia
fatalità che mi tiene in vita per opprimermi di maggiori mali (se pur
è possibile che di maggiori me ne possano accadere), dispose che in quel
momento mi abbandonasse oltre misura il discernimento, che da poi ho perduto; e
perciò senza prendere vendetta de' miei maggiori nemici (il che mi
sarebbe facilmente riuscito mentre nessuno pensava a me), risolvetti di
prenderla contro me stesso e di punirmi della pena debita degli altri.
Determinai di essere più rigoroso nel gastigar me stesso, di quello che
sarei stato contro di loro, se pure gli avessi uccisi, perché una repentina
morte termina presto la pena, ma quella che si estende in molti tormenti,
uccide continuamente senza però liberar dalla vita. Mi tolsi finalmente
da quella casa, e recatomi presso colui che teneva in custodia la mia mula, la
feci sellare, e senza dirgli addio salitovi sopra, uscii dalla città,
non osando, come un altro Lot, di volgere la testa a mirarla. Quando mi vidi
solo in campagna, al primo imbrunire della notte, la quale coll'oscurità
e col silenzio m'invitava al pianto e alle querele, senza verun riguardo o
timore di essere inteso e conosciuto, alzai la voce e sciolsi la lingua alle
più forti maledizioni contro Lucinda e contro don Fernando, come se per
tal modo potessi vendicarmi dall'offesa che mi aveano fatta. Chiamai Lucinda
ingrata, menzognera, sconoscente, e sopratutto interessata, dacché l'opulenza
del mio nemico le avea tanto accecato l'intelletto ch'ella sdegnò di
esser mia per darsi invece all'uomo a cui la fortuna erasi mostrata più
liberale. Pure in mezzo alle esecrazioni io andava cercando qualche sua difesa,
dicendo a me stesso che non era a stupire se una giovane cresciuta nella casa
paterna, accostumata mai sempre ad essere obbediente, si fosse lasciata piegare
a compiacere altrui sposando un personaggio sì cospicuo, sì
ricco, e fornito di sì gran nobiltà; mentre rifiutandolo, potea
giudicarsi che le mancasse il discernimento e che portasse amore ad un altro;
cosa che suol tornare in pregiudizio della buona opinione e della fama delle
fanciulle. D'altra parte io diceva in contrario, che quand'ella avesse fatto
sapere ch'io ero suo sposo, sarebbesi conosciuto che non avea poi scelto
sì male da meritarsi castigo; mentre prima che se le fosse offerto don
Fernando non poteano bramare certamente i suoi genitori (quando avessero
bilanciati colla ragione i loro desideri) uno sposo di me più adatto
alla loro figliuola. Io aggiungeva che ella stessa, prima di avventurarsi
all'estrema necessità di dover dare la sua mano, avrebbe potuto dire che
io le avea già data la mia, perché sarei allora volato a confermare per
vera la sua finzione. Conchiusi finalmente che il poco amore, la inferma
ragione, la molta ambizione e il desiderio di grandeggiare fecero che Lucinda
si dimenticasse delle parole colle quali mi avea ingannato, trattenuto e
sostenuto nelle mie speranze e nelle oneste mie brame. Sfogandomi a questo modo
e con tanta perturbazione di animo ho viaggiato tutto il restante della notte,
e sull'apparire del giorno mi trovai all'ingresso di queste montagne per le
quali andai errando tre giorni senza direzione o strada prefissa di sorta
alcuna, finché giunsi non so in qual parte di queste solitudini, in un prato,
ed ivi domandai ad alcuni pastori quale fosse il recesso di queste balze
più aspro e più solitario. Mi diressero eglino dove io loro avea
chiesto, e mi v'incamminai risoluto di perdere la vita. Penetrando tra queste
solitudini morì la mia mula di stanchezza e di fame, o, come credo
più vero, per non voler sostenere più oltre il peso inutile di
mia persona. Restai a piedi privo di forze, sfinito di fame senza curarmi di
rinvenire chi mi porgesse soccorso, e mi rimasi non so per quanto tempo in tale
situazione steso in terra senza più sentire bisogno di cibo. Alcuni
caprai mi si accostarono e mi diedero senza dubbio da mangiare; ed istrutti
dello stato in cui mi trovava, furono testimoni di tante e tanto strane pazzie
da me dette e fatte, che mi giudicarono uomo fuori del senno. Io medesimo me ne
sono convinto, poiché mi sento sì fiacco e pesto, e cado in eccesso di
frenesia, stracciandomi i vestiti di dosso, mettendo le più alte strida
tra questi deserti, maledicendo la mia trista ventura, e ripetendo invano
l'adorato nome della mia nemica, senza mirare ad altro che a terminare i miei
giorni con voci da disperato. Quando poi torno in me stesso mi trovo sì
debole e rovinato che posso movermi appena. Io soglio abitare ordinariamente
nella cavità di un sughero capace di questo mio misero corpo, e i vaccai
e i caprai che scorrono queste montagne, mossi da spirito di carità, mi
sostentano, lasciando qualche cibo sparso per le strade e pei massi dove suppongono
che io possa passando trovarlo: e per tal guisa, benché mi manchi il giudizio,
la naturale necessità mi fa conoscere il cibo, e mi fa nascere la
volontà di prenderlo.
Altre volte, quando mi trovano in buon senno,
essi mi narrano che io assalgo altrui per le strade e che tolgo le vivande
forzatamente ai pastori che le portano dalle loro capanne, quantunque di buon
grado volessero offrirmele. Passo in questa maniera la mia misera vita, finché
piacerà al cielo di condurla al suo ultimo fine o di fare in modo che si
cancelli in me la memoria della bellezza e del tradimento di Lucinda, e della
offesa di don Fernando: che se ciò avvenisse mai mentre pur sono vivo,
io tornerei a ragionar sensatamente; ma dove questo non sia possibile, non mi
resterà che far voti al cielo perché abbia pietà di quest'anima,
non sentendomi io tanto coraggio o forza di trarre il corpo da quelle angustie
in cui di mio proprio volere l'ho posto.
Ecco, o signori, la storia dolente della mia
disgrazia. Ditemi ora: si può ella narrare con minor dolore di quello
che in me avete veduto? Ora non vi date punto fastidio o nel consigliarmi o nel
persuadermi ch'io mi appigli a quel rimedio che la ragione potrebbe indicarvi
come il più atto a guarirmi, ch'io ne trarrei quel profitto che
può produrre una medicina ordinata dal medico ad un infermo che si
rifiuta di prenderla. Non cerco salute senza Lucinda; e poiché piace a lei di
essere d'altri, mentre è o dovrebbe esser mia, piacerà a me di
essere vittima della sventura, quando avrei potuto vivere felice in sua
compagnia. Ha voluto essa colla sua incostanza la perdita mia, ed io
appagherò le sue brame procurando di perdermi; e sarà esempio ai
posteri che a me solo mancò fin quello che rimane ai più grandi
sventurati, ai quali suole recare alleviamento la impossibilità di
ottenere l'oggetto amato; mentre anzi è per me sorgente di nuovi mali e
di maggiori fatalità, perché io porto opinione che non si possa finirla
neppure colla morte.”
Qui
pose termine Cardenio al suo lungo ragionamento e alla sua tanto dolente quanto
amorosa istoria. Mentre si disponeva il curato a dirgli alcuna parola di
consolazione, tacer lo fece una voce che gli giunse all'orecchio, e che con
espressioni di dolore diceva ciò che si leggerà nel seguente
capitolo.
CAPITOLO XXVIII
RACCONTASI LA NUOVA E PIACEVOLE AVVENTURA
SUCCESSA AL CURATO ED AL BARBIERE NELLA MONTAGNA MEDESIMA.
Ho più volte pensato quanto dovettero
essere felici ed avventurosi i tempi nei quali visse al mondo l'arditissimo
cavaliere don Chisciotte della Mancia; il quale per aver presa l'onorata
deliberazione di far rivivere tra le genti il perduto e quasi estinto ordine
della errante cavalleria, è cagione che godiamo in questa nostra misera
età di qualche lieto trattenimento, non solo gustando le dolcezze della
sua verace istoria, ma ben anche i racconti e gli episodî che in quella
s'incontrano, non men dilettevoli e complicati della istoria medesima: la
quale, proseguendo ora il suo pettinato, torto ed innaspato filo, ci fa sapere
che mentre il curato disponevasi a consolare Cardenio, gli tolse di farlo una
voce venutagli agli orecchi: “Oh Dio! diceva, sarebbe possibile che io avessi
trovato luogo che servir potesse di sepolcro al pesante carico di questo corpo
che a mio dispetto sostengo? L'ho trovato sì; ché non può
ingannarmi nelle mie speranze la solitudine di queste montagne. Ahi sventurata!
quanto meglio d'ogni vivente mi faranno dolce compagnia queste balze per
isfogare col cielo la sciagura che sì mi opprime. No, non vi è
più sopra la terra persona da cui si possa sperare consiglio negli
incerti eventi, alleggiamento nelle querele, e rimedio nei mali!” Il curato ed
i suoi compagni udirono queste parole; e sembrando loro, com'era infatto, che
non fosse lontano chi si lamentava, si misero tosto a cercarne; né andarono più
che venti passi, ed ecco dietro un masso videro seduto a piè d'un
frassino un giovane in abito di contadino, del quale non iscôrsero subito il
volto, giacché teneva la testa bassa per lavarsi i piedi nelle acque di un
ruscelletto ch'ivi scorreva.
Vi giunsero eglino sì chetamente che non
furono da lui sentiti, né ad altra cosa quegli ponea mente se non al suo
lavacro, discoprendo due piedi di tanta bianchezza che parevano pezzi di
cristallo misti alle pietre sulle sponde di quel ruscello. Ne ammirarono la candidezza
e la bellezza, sembrando loro che non fossero fatti per calpestar zolle, né per
camminare fra l'aratro ed i buoi, come pareva richiedere l'abito di cui il
giovane era vestito. Accortosi pertanto di non essere stato veduto, il curato
che precedeva gli altri fece motto ai compagni che si mettessero in agguato,
celandosi dietro un macigno ivi presso. Ciò tutti eseguirono, stando
attenti ad ogni atto di quel garzone, il quale portava una piccola zimarra
bigia con una cintura bianca ed un paio di calzoni larghi di panno nero, con
una montera del panno medesimo. I suoi calzoni erano rimboccati su fino
a mezzo la gamba che parea di alabastro. Terminato che ebbe di lavarsi i piedi,
trasse un asciugatoio che teneva sotto la montera e se li
asciugò; poi volendo sollevarsi dal volto i capegli, alzò la
testa e scoperse una bellezza sì incomparabile, che Cardenio disse al
curato con bassa voce: — Poiché non è Lucinda, non è questa
nemmeno persona umana e pare divina. Il garzone si trasse la montera, e
scuotendo la testa fece mostra di una pomposa treccia di biondi capelli, tale
da movere invidia ai raggi del sole. Si avvisarono da tutto ciò, quello
che parea un contadino dover essere invece una delicata fanciulla, e la
più bella che avessero sino a quel punto veduta. Cardenio
dichiarò ai suoi compagni che non altri fuori che questa incognita
avrebbe potuto disputare la palma dell'avvenenza alla sua Lucinda. Bionde
trecce non pur le coprivano le spalle, ma ondeggiavano per ogni banda, di modo
che i soli piedi se le scoprivano: tali erano e tante! Adoprava per pettinarsi
due mani che se i piè nell'acqua erano sembrati pezzi di cristallo,
quelle pareano fiocchi di neve appena caduta: cose tutte che eccitavano nei tre
astanti il più vivo desiderio di conoscere chi ella fosse. Si
determinarono in fine di lasciarsi vedere; e nel movimento che fecero per
rizzarsi, la vezzosa giovane sollevò la testa, e spartendo con le
gentili sue dita i capelli sugli occhi che n'erano coperti osservò
d'onde venisse il rumore. Non ebbe appena vedute quelle persone che
balzò in piedi, e senza più badare a calzarsi, né a raccoglier le
trecce, pigliando prestamente un involto che aveva dappresso, si mise a fuggire
tutta turbata e confusa. Ma dopo appena sei passi tollerare non potendo le
delicate sue piante l'asprezze delle pietre, cadde in terra; di che i tre amici
volarono a darle assistenza, e il curato fu il primo a dirle: — Fermatevi,
signora, chiunque voi siate, che noi tutti non siamo qui se non per assistervi;
né vogliate fuggire per cagion nostra, poiché né lo potranno fare i vostri
piedi, né potremo noi acconsentirvi.” A tutto ciò non rispondeva ella
parola alcuna ma stava confusa ed attonita; se non che il curato fattosi
più vicino e presala per la mano, proseguì dicendo: — Quello che
la vostra povera veste vorrebbe celare, è scoperto dai vostri capelli
che manifestano non essere lievi le cagioni che tanta bellezza nascosero sotto
abito sì mal confacente, e che vi hanno trascinata in solitudini
sì remote come è questa dove fu per noi gran ventura trovarvi, se
non per rimedio dei vostri mali, almeno per darvi un qualche utile consiglio:
ché niuna sventura tanto opprime o conduce a tali estremità (quando non
manchi la vita) da non comportare un consiglio suggerito con purissima intenzione.
Coraggio dunque, mia signora, o signor mio o quello che più vi piace di
essere, calmate l'agitazione che vi ha prodotto il vederci, e partecipateci la
vostra buona o trista fortuna, che in tutti noi uniti o in ciascuno di noi in
particolare troverete soccorso alle vostre sventure.”
Mentre che il curato ragionava in tal
modo, stavasene la travestita giovane come stupefatta, guardando ognuno di loro
senza mover labbro o proferire parola; alla foggia di quel contadino il quale
d'improvviso scorga cosa da lui per lo addietro né immaginata né vista. Ma
ripigliando il curato a parlarle con nuove ragioni atte a poterla persuadere,
in fine mandò essa un profondo sospiro, ruppe il silenzio e disse: —
Poiché non giovò a celarmi la solitudine di queste balze, e i miei sciolti
e scomposti capelli torrebbero fede ad ogni menzogna, inutile mi sarebbe
fingere più oltre ciò che, quand'anche fosse creduto, lo sarebbe
forse più per gentilezza che per altro rispetto. Dopo questo, o signori,
io mi professo tanto obbligata alle offerte vostre che mi trovo costretta di
soddisfare interamente alle domande che ora mi fate. Ho gran timore per altro
che il racconto che sono per farvi, abbia da produrre in voi noia non meno che
compassione, non essendo rimedio per sanare le mie afflizioni, né alleviamento
per mitigarle; ma perché intanto non iscapiti la mia riputazione nel giudizio
che potreste formare di me, vedendomi femmina giovine, sola, travestita, cose
tutte le quali congiunte ed anche separate possono screditarmi, vi paleserò
quanto avrei desiderato di non iscoprire ad alcuno.” Tutto questo fu detto
dall'avvenente giovane con lingua così spedita, e con accento
così soave, che gli astanti mirarono in lei non meno il suo
discernimento che la sua bellezza: e venendole allora ripetute le richieste e
le preghiere di affrettarsi a mantenere la sua promessa, ella senz'altro
lasciarsi pregare, si rassettò le calze, con onesta disinvoltura,
raccolse i capelli, si pose a sedere su di un sasso, e, fattosi cerchio de' tre
viandanti, e sforzandosi di ritenere una lagrima che le spuntava dagli occhi,
con chiara e riposata voce così cominciò la sua istoria:
“In quest'Andalusia vi è una terra da cui
prende titolo un duca che è uno di quelli che fra noi si chiamano
grandi. Ha questi due figliuoli, il maggiore erede del suo Stato, ed anche, a
quanto sembra, de' suoi buoni costumi; ed il minore non so di che possa esser
erede se non se dei tradimenti di Vellido e delle cabale di Galalone. Sono
vassalli di questo potente i miei genitori, di basso lignaggio ma doviziosi per
modo che se pari alla fortuna fosse il loro nascimento né resterebbe ad essi
che desiderare, né io avrei temuto di trovarmi avviluppata nelle presenti mie
sventure, le quali procedono dal non esser eglino di nobile stirpe. Veramente non
è tanto abbietta la loro condizione da doversene vergognare, ma non
è tanto alta da ingannarmi se credo che non d'altronde proceda la
sciagura mia che dalla bassezza di questo loro stato. In sostanza sono eglino
gente di villa e alla buona senza meschianza di alcuna razza sconveniente, e
come suol dirsi, sono cristiani vecchi e stantii, e colle loro fortune e col
loro buon tratto vanno ogni dì più acquistando credito di
onoratissima gente e di non volgari persone. La ricchezza e la nobiltà,
di cui facevano maggior conto, consisteva nel vantarsi ch'io fossi loro
figliuola; e non avendo fuori di me in famiglia altri eredi, ed essendo
genitori amorosissimi, potea risguardarmi come una giovane bene avventurata. Io
era lo specchio in cui si miravano, il bastone della loro vecchiaia, l'unica
meta dei loro voti, che per essere sempre santi e preziosi, venivano dal canto
mio e colla grazia del cielo sempre assecondati. Per tale ragione come io
signoreggiava sul loro cuore, così disponevo delle loro facoltà;
da me riceveano legge i dipendenti; passava per le mie mani il conto del
seminato e del raccolto; quello dei mulini, dell'olio e dei tini; quello del
bestiame grosso e minuto; quello degli alveari e delle api; in fine io era la
dominatrice di tutto ciò che può possedere un dovizioso abitatore
delle campagne qual è mio padre; e ne avea egli sì grande
soddisfazione che non la saprei significare con parole. Una parte della
giornata, dopo avere ordinate le faccende dei mandriani e dei soprastanti, ed
assettati altri affari, io la occupavo in esercizî convenienti alle donzelle,
cucire, ricamare, filare; o se talvolta me ne astenevo, era per applicarmi alla
lettura di qualche libro di divozione o per toccar l'arpa, addottrinandomi
l'esperienza che la musica rimette gli animi scomposti e alleggerisce i mali
dello spirito. Questo era il tenore di vita che io passava in casa paterna: che
se esso da me vi è raccontato minutamente, nol fo già per
ostentazione, né per farvi sapere che posseggo ricchezze e fortune, ma perché
sappiate che senza mia colpa caddi da felicissimo stato nella miseria in cui mi
vedete. Io conducevo dunque i miei giorni in tante e sì varie
occupazioni, e in ritiro sì rigoroso che ben poteva agguagliarsi a
quello di un monastero; perché non veduta, a quanto io credeva, da altri che
dalle persone di casa, andavo ad ascoltar la messa assai di buon'ora,
accompagnata da mia madre o da altre serventi; e tanto chiusa in me stessa, che
vedevo appena quella terra ch'io calcava coi piedi. Ad onta di tutto questo gli
occhi dell'amore, o della curiosità per dir meglio (ai quali non possono
assomigliarsi quelli di lince) fecero che si volgesse sopra di me l'attenzione
di don Fernando, figlio minore di quel duca da me poc'anzi menzionato.”
Non ebbe la narratrice pronunziato appena il nome
di don Fernando, che Cardenio cambiò di colore in viso, e
cominciò a sudare con alterazione sì grande, che il curato e il
barbiere temettero in lui un accesso di pazzia, poiché già sapevano che
soleva esserne assalito di tanto in tanto. Cardenio però non altro fece
che trasudare e stette quieto, guardando senza battere palpebra la contadina,
pensando chi volesse essere; ed ella, senza punto avvedersi dei moti di
Cardenio, proseguì la sua istoria.
“Non mi ebbe Fernando quasi veduta, e tosto
(secondo che ebbe egli a dire da poi) restò tanto preso di me quanto lo
provarono le sue successive dimostrazioni. Voglio tacere le tante diligenze
usate da lui per palesarmi la sua volontà. Subornò tutta la gente
di mia famiglia; diede e offrì regali e favori ai miei parenti; si
facevano feste, allegrezze ogni giorno lungo la strada dov'io abitavo; le
serenate impedivano a tutti il sonno; innumerabili erano i biglietti che, senza
saper come, mi giungeano alle mani e contenevano detti amorosi ed offerte, dove
i giuramenti erano sempre in maggior numero delle parole. Io non mi sentivo
però commossa e intenerita; anzi s'indurava il mio cuore come contro a
mortale nemico: e quanto egli faceva per piegarmi a suo favore produceva in me
un effetto contrario. Non mi offendeva però la gentilezza di don
Fernando, e lungi dall'avere a sdegno le sue premure io provava non so quale
soddisfazione nel vedermi amata e riputata a quel modo da sì gran
cavaliere; né mi rincresceva di leggere le mie lodi nei suoi scritti; che per
quanto noi altre donne manchiamo di bellezza, ci è però sempre di
grande compiacenza il sentirci riputate per belle: non pertanto opponevasi a
tutto l'onestà mia, aiutata da continui consigli dei miei genitori, che
già conoscevano molto bene le intenzioni di don Fernando, il quale non
avea omai più riguardo che il suo amore fosse a tutto il mondo palese.
Mi dicevano che nella mia sola virtù stava l'onore e la riputazione
loro; che considerassi quanta disuguaglianza era da me a don Fernando, e che
avrei un dì conosciuto apertamente, come le intenzioni di lui, checché
ne dicess'egli, erano volte assai più a contentare sé stesso che al mio
vantaggio: che se io volessi mettere un valido ostacolo alle sue insidie,
eglino mi avrebbero subito fatta sposa a chi mi piacesse, scegliendo un partito
tanto fra i principali della nostra terra come fra i circonvicini, mentre
questo non poteva mancare alle loro ricchezze ed alla mia buona riputazione. In
forza di queste sicure promesse e delle verità che mi esponevano, io
accrebbi la mia fermezza, né volli rispondere giammai parola che dar potesse a
don Fernando la più lontana speranza di venire a capo delle sue brame.
Tutte le precauzioni della mia vigilanza, interpretate da lui come spregi,
furono altrettanti incentivi ad infiammare i suoi perversi desideri, ché altro
nome non merita l'amore che fingeva di portarmi: il quale se fosse stato verace
amore, non sarei ora qui a parlarvene in questo luogo. Seppe finalmente don
Fernando che i miei genitori avevano divisato di maritarmi per fargli perdere
ogni speranza di possedermi, o almeno perché io avessi più attente
guardie per custodirmi: e questa nuova o questo sospetto fu la cagione che egli
si determinasse a fare ciò che sono ora per narrarvi.
Standomi una notte nella mia stanza con una sola
cameriera, senza che io sapessi immaginar il come, e ad onta di ogni riguardo e
di ogni scrupolosa precauzione, nella solitudine e nel silenzio del mio ritiro
me lo vidi comparire dinanzi. Riavuta ben tosto dallo stupore in cui mi fece
cadere quell'improvvisa apparizione, mentre egli con dolci parole accompagnate
da lagrime e da sospiri cercava di acquistar fede alle sue fallaci proteste
d'amore, raccolsi gli smarriti miei spiriti, e con quanto coraggio era in me
gli dissi: “Se come, o signore, mi trovo fra le vostre braccia, fossi tra le
zanne di un fiero leone e non potessi liberarmene se non a condizione di far
cosa contraria alla mia onestà, già non sarebbe possibile che io
m'inducessi a commetterla. Sono vostra vassalla, non però vostra
schiava: e tanto io stimo altamente me stessa, contadina ed umile, quanto voi
potete stimarvi per essere signore e cavaliere. Tutto questo vi dico perché non
isperiate mai di ottenere da me quella corrispondenza di affetto che è
riserbata soltanto a colui che potrà esser mio legittimo sposo. — Se
altro non brami, bellissima Dorotea (è questo il nome della sventurata
che vi favella), se altro non brami disse lo sleale cavaliere, ecco che ti do
la mano in pegno della solenne promessa di essere tuo, e ne chiamo in
testimonio il cielo dinanzi al quale nulla si nasconde, e quella immagine santa
di nostra Signora che hai qui da canto.”
Quando Cardenio intese ch'ella chiamavasi Dorotea
cominciò a turbarsi di nuovo confermandosi nella prima sua opinione: ma
non volle interrompere il racconto per vedere se concorreva con ciò che
sapeva egli stesso; soltanto disse: — Che! Dorotea vi chiamate, o signora?
Altre volte udii parlare di qualcuna che portava cotesto nome, e le cui sventure
somigliavano molto alle vostre: continuate che a suo tempo udirete da me cose
le quali vi recheranno non so se più meraviglia o dolore.” Dorotea pose
mente alle parole di Cardenio ed ai suoi strani e laceri vestiti, e pregollo
che se alcuna cosa sapesse della sua vicenda gliela partecipasse senza indugio,
perché se la fortuna le avea lasciata qualche prerogativa era questa un cuore
capace di sostenere qualunque nuovo disastro da cui fosse assalita. — Farete, o
signora, soggiunse Cardenio, che non vi venga poi meno il coraggio quando vi
dirò quello che penso, se sarà vero quanto ora suppongo: ma a
ciò resta tempo; e a voi non può importare che io mi affretti a
parlarne. — Sia pure ciò che si voglia, rispose Dorotea, io seguito la
mia narrazione col dirvi che don Fernando recatasi in mano un'immagine santa
che trovavasi nella mia stanza, la volle per testimonio dei nostri sponsali, e
con parole efficacissime e con giuramenti straordinari protestò di
essere mio consorte. Stette fermo nel proposto suo ad onta che fosse da me
avvertito che badasse bene a quello ch'egli faceva, e ponesse mente allo sdegno
che ne avrebbe suo padre quando sapesse che si fosse accasato con una villana
sua vassalla; che non lo accecasse la mia qual si fosse bellezza, perché non
bastava questa a scolparlo dal commesso errore, e che se bramava farmi alcun
bene, per l'amore che mi portava, mi lasciasse correre un destino conforme al
mio stato, perché i maritaggi disuguali non godono della pace, né durano lungo
tempo con quella soddisfazione con cui cominciano. A tutte queste riflessioni
altre ne aggiunsi delle quali non mi sovviene; ma non per questo egli
desistette. Debbo però confessarvi che io cominciai poi a dire fra me:
Veramente non sarei io la prima che per via del matrimonio fosse salita da
basso ad alto stato; né don Fernando sarebbe il primo a cui o bellezza o
prepotente affetto avesse fatto contrarre un maritaggio non confacevole alla
sua grandezza. Pareami quindi che non fosse bene ostinarsi a rigettare quella
grandezza che la fortuna mi offeriva, e alla quale don Fernando voleva
legittimamente innalzarmi; mentre irritandolo con persistente ripulsa potevo
espormi a pericolo molto grave. Vinta pertanto da queste considerazioni, e
dalle preghiere e dai giuramenti che don Fernando veniva ripetendo dinnanzi
all'immagine già detta, e col testimonio della cameriera, dichiarai di
accettarlo come legittimo sposo. Sventurata! da quel momento parve che si
spegnesse tutto l'ardore dell'animo suo. Il giorno che successe alla notte della
mia miseria cominciò ad apparire, ma non tanto presto, quanto don
Fernando bramava. Io dico questo perché si affrettò a lasciarmi sola: e
mediante le arti della mia cameriera, la cui malizia le avea dato l'adito a
entrare, prima del giorno uscì dalla mia stanza; non senza ripetere
(benché non più con calore e coll'asseveranza di prima) i suoi
giuramenti, in pegno dei quali mi lasciò un ricco anello che di sua mano
mi pose in dito. Partì, ed io rimasi non so dire se mesta od allegra: so
dire bensì che tutta io era confusa, pensosa e quasi fuori di me. Il
tradimento di ricevere don Fernando nella mia stanza fu opera, come dissi,
della mia cameriera; pur non ebbi allora il coraggio di rimproverarla, non
sapendo decidere se bene o male fosse stato l'accaduto. Dissi a don Fernando
che collo stesso mezzo potrebbe venire quando voleva a trovarmi, finché poi si
potesse far pubblico il nostro matrimonio: ma egli non ritorno più, né
mi fu dato di rivederlo, né in istrada, né in chiesa per oltre un mese in cui
mi tenni occupata di questo solo pensiero, sapendo pure che egli trovavasi
presso alla mia terra, e che il più dei giorni andava alla caccia;
esercizio cui era sommamente affezionato. Furono affannosi ed infausti i giorni
e le ore da me impiegate nelle indagini, e cominciai a buon diritto a temere
della fede datami, ed a rimproverare la cameriera della sua temerità con
parole da essa non prima intese. So quanto ebbe a costarmi l'infrenare le
lagrime e il conservare il volto composto, affinché non mi chiedessero i
genitori donde nascesse tanto mio rammarico, e non fossi costretta ad essere
con loro menzognera. Ma un punto solo distrusse insieme colle speranze i
riguardi e le circospezioni; e questo punto fu allora che si sparse per il
paese la voce che don Fernando in una città vicino erasi fatto sposo ad
una donzella bellissima, quanto si può mai dire, e di nobilissimi
genitori, quantunque di fortune non tanto grandi da poter aspirare a sì
nobile maritaggio. Fu detto che si chiamava Lucinda, e aggiunsero altre
circostanze degne di maraviglia dalle quali fu accompagnato quell'imeneo.”
Udì Cardenio il nome di Lucinda, ed altro
non fece che stringersi nelle spalle, mordersi le labbra, inarcare le ciglia,
ed indi a poco lasciarsi cadere dagli occhi due fiumi di pianto, ma non si
lasciò Dorotea per questo di proseguire il suo racconto dicendo:
“Pervenne alle orecchie mie la novella, e invece di gelarmisi il cuore
udendola, m'accese così gran collera e tal furore che fui tentata di
andar per le strade pubblicando ad alta voce la slealtà e il tradimento
di don Fernando; ma frenai per allora lo sdegno col proposito di operare in
quella notte ciò che poi posi ad effetto; e fu d'indossare queste vesti
cedutemi da un bifolco allevato in casa di mio padre, a cui resi nota
interamente la mia sventura, pregandolo di accompagnarmi alla città dove
io sperava di trovare il mio nemico. Dopo essersi egli molto opposto al mio
ardito divisamento, vedendomi irremovibile, protestò che mi sarebbe
compagno, com'egli disse, fino in capo del mondo. Raccolsi e rinchiusi subito
in un involto di tela un abito di donna e qualche gioia e qualche danaro per
tutto ciò che potesse accadere, e nel silenzio di quella notte e senza
far motto alla cameriera traditrice, mi allontanai dalla casa paterna, accompagnata
dal servo e da una folla di pensieri, mettendomi in viaggio a piedi, e portata
a volo dal desiderio di giungere alla città, se non per distruggere
ciò che credea già compito, per chiedere almeno a don Fernando
con qual cuore si fosse condotto a sì nera azione. Vi pervenni in due
giorni e mezzo, chiesi tosto contezza dei parenti di Lucinda; ed uno da me
interrogato mi disse più di quanto avrei voluto sapere. M'indicò
la casa di Lucinda; informandomi nel tempo stesso di ciò ch'era accaduto
nel maritaggio di lei: cosa tanto pubblica nella città che in ogni
circolo se ne parlava. Soggiunse che la notte in cui Fernando si fece sposo a
Lucinda, dopo aver ella pronunziato il sì di essere sua sposa,
era caduta in uno svenimento, e che essendole dallo sposo medesimo slacciate le
vesti sul petto perché rinvenisse, vi trovò una carta scritta da lei
stessa in cui dichiarava di non poter essergli sposa per aver già sposato
Cardenio. Seppi che questo Cardenio era uno dei principali cavalieri della
città, e che Lucinda pronunziò soltanto quel sì per
non mancare di obbedienza ai suoi genitori. Infatti si disse che da quel
biglietto appariva la risoluzione di lei di darsi la morte dopo le cerimonie
degli sponsali, per certi motivi ch'essa allegava, aggiungendosi che la
conferma di quanto avea scritto si ebbe nel ritrovarle ascoso fra le vesti un
pugnale. Le quali cose tutte udite da don Fernando furon cagione che parendogli
di essere stato deriso e sprezzato dalla giovane, si scagliasse egli medesimo
contro di lei con quel pugnale prima ancora che rinvenisse; e l'avrebbe ferita
se i genitori e gli altri circostanti non l'avessero trattenuto. Si disse
ancora che don Fernando si tolse di là immantinenti, e che Lucinda non
si risentì sino al giorno seguente, rendendo allora consapevoli gli
autori della sua vita di essere realmente sposa di questo Cardenio da me
nominato poc'anzi. Seppi in oltre che questo Cardenio, secondo che si diceva,
era presente al maritaggio di lei con don Fernando, e che vedendola sposata
(ciò che non avrebbe mai creduto), fuggì disperatamente dalla
città, lasciando una lettera in cui dichiarava il torto fattogli da
Lucinda e la sua determinazione di ritirarsi in luoghi lontani e rimoti dal
commercio umano. Tutte queste cose erano sparse per la città, e ne
parlava ognuno, e crebbero a dismisura i discorsi quando si seppe che Lucinda
fuggita dalla casa paterna erasi allontanata dalla città, né sapevasi
per dove avesse rivolti i suoi passi. Allora ogni speranza in me venne meno, e
mi sembrò fortuna di non aver trovato don Fernando piuttosto che
trovarlo ammogliato, parendomi di non veder chiusa del tutto la porta alla mia
salvezza, e confidando che forse il cielo gli avesse impedito quel secondo
matrimonio per richiamarlo al primitivo dovere e ricordargli ch'era cristiano e
che aveva maggior obbligo all'anima sua che ai rispetti del mondo. Immersa in
tetri pensieri io mi consolava senza vera cagione di conforto, nutrendo lunghe
e vane speranze per sostenere una vita che già abborrisco.
Niuna ragione poteva rendere plausibile un mio
più lungo soggiorno in quella città, poiché non mi veniva fatto
di ritrovarvi don Fernando; e frattanto mi giunse all'orecchio un pubblico
bando in cui promettevasi gran premio a chi mi rinvenisse, dando i contrassegni
della età e del vestito medesimo che io portava. Intesi vociferarsi
altresì che mi avea strappata dalla casa paterna il servitore che mi
seguiva; il che mi punse nel più vivo del cuore, conoscendo allora
quanto io aveva scapitato nella riputazione, poiché non contenti di ascrivermi
a colpa la fuga di casa mia, immaginavano che ne fosse cagione un soggetto
basso e indegno de' miei buoni pensieri. Altro non bisognò a persuadermi
di lasciar tosto quella città in compagnia d'un solo servitore, il quale
presto cominciò a farmi sospettare della fedeltà che mi aveva
giurata. Entrammo in quella notte nel più folto di questi boschi col
timore di essere sopraggiunti: ma un male chiama l'altro, come suol dirsi, ed
il termine di una disgrazia spesso è principio di un'altra maggiore: e
così a me successe; poiché il servitore ch'erasi fino allora conservato
fedele e sicuro, quando mi vide in queste solitudini dove nessuno avrebbe
potuto aiutarmi da lui, non si vergognò di tenermi tali parole delle
quali fremo ancora e arrossisco. Il giusto cielo mi diede vigore per sostenere
contro le sue vili impertinenze le mie giuste intenzioni; e quando egli mi si
avvicinò risoluto di essere violento, poiché le finte preghiere non gli
erano valse, con poca fatica e con lievi forze io lo feci cadere in un
precipizio dove lo lasciai non so se morto o vivo; poi, con quella prestezza
che una subita paura suol infondere, m'internai tra queste balze senz'altro
pensiero o disegno che di ascondermi e di fuggire da mio padre e dalle mani di
coloro che vanno cercandomi per comando di lui. Corrono non so quanti mesi da
che vi sono, e qui trovai un custode di armenti che mi prese al suo servizio in
un villaggio posto nel cuore di queste montagne, cui ho servito come bifolco
durante questo tempo, procurando di starmene sempre tra i campi per celare
questi capelli, che ora senza pensarlo mi hanno scoperta rendendo vana ogni
industria ed ogni premura mia anche verso il mio nuovo padrone.
Avvedutosi anche costui che io non era uomo,
diede ricetto nel suo cuore a quella stessa malvagia intenzione da cui era
colto il mio primo servo: e non potendo liberarmi anche da lui come da quello,
ho creduto in fine più savio partito celarmi di nuovo fra questi massi,
e tornai ad inselvarmi ed a cercare senza opposizione di chicchessia di poter
invocare con sospiri e con lagrime il soccorso del cielo alle mie disavventure
affinché mi concedesse mezzo e favore onde sottrarmene. Sono disposta adesso a
lasciare la vita fra queste solitudini sicché non rimanga memoria di una
infelice che senza sua colpa avrà dato argomento che si parli tanto di
lei e tanto si mormori sì nel suo che negli altri paesi.”
CAPITOLO XXIX
SEGUITA LA NARRAZIONE, ED INDI TRATTASI DEL
GRAZIOSO ARTIFIZIO E DEL MODO USATO PER TOGLIERE IL NOSTRO INNAMORATO CAVALIERE
DALLA SUA ASPRISSIMA PENITENZA.
“Tale, o signori, è la veridica istoria
della mia tragedia: considerate, e giudicate ora se i sospiri che avete uditi,
le parole che avete intese e le lagrime che scaturirono dagli occhi miei,
potevano avere una legittima causa: e ponendo mente alla qualità della
mia disgrazia, vedrete che riesce vana ogni consolazione, quando il male non
abbia rimedio. Vi prego soltanto (ciò che potrete facilmente eseguire, e
lo dovrete) di consigliarmi dove potrei passare la vita senza che mi opprima il
timore e l'angoscia di essere colta da quelli che mi vanno cercando. Ciò
da voi chieggo, perché quantunque io sappia che il grande amor che mi portano i
miei genitori potrebbe rendermi sicura di essere da loro ben ricevuta, tanta
però è la vergogna che mi assale pensando di presentarmi loro in
modo tanto diverso della loro aspettazione, che reputo migliore partito
fuggirne eternamente la vista piuttosto che trovarmi dinanzi a loro, sapendo
che non ravvisano più in me l'impronta di quella illibatezza su cui
dovevano riposare.”
Tacque dopo avere ciò detto, col volto
acceso da un rossore che palesava ben chiaramente il sentimento e la vergogna
che celava nel cuore. Le sue parole produssero in chi l'aveva intesa non so se
più rammarico o maraviglia: e sebbene volesse il curato cercare di
consolarla e darle consiglio, Cardenio lo prevenne dicendo. — E che, o signora?
voi siete la bella Dorotea, l'unica figliuola del ricco Clenardo?” Restò
maravigliata Dorotea nel sentir il nome di suo padre pronunziato da un uomo di
sì bassa apparenza, e perciò gli disse: — Chi siete voi,
fratello, cui è noto il nome del padre mio, mentre se mal non m'appongo,
non so finora d'averlo palesato nell'intero corso del racconto di mie sventure?
— Sono, rispose Cardenio, quell'infelice che, secondo le vostre parole, fu
chiamato da Lucinda suo sposo: sono lo sventurato Cardenio ridotto a mal punto
da colui che guidò voi pure in sì terribile fatalità:
quello son io tratto da Fernando alla condizione che vedete, lacero, ignudo,
spoglio di ogni umano conforto, e ciò ch'è peggio,
coll'intelletto sì guasto, che appena di quando in quando mi concede il
cielo di poterne far uso. Sì, Dorotea, quello son io che mi trovai
presente alle ingiustizie di don Fernando, e aspettai quel sì con
cui Lucinda promise di essergli sposa. Son io colui che non aspettai il
successo dello svenimento, né ciò che derivar potesse dal foglio
trovatole in seno. Come incapace di sopportare tante sventure congiunte
insieme, uscii allora da quella casa lasciando una lettera al mio ospite che la
facesse pervenire alle mani di Lucinda; e volai tosto tra queste solitudini
deliberato di terminarvi la mia vita, che dopo quel momento io detesto come un
nemico mortale. Non piacque alla sorte di appagare il mio desiderio,
contentandosi di recare offesa al mio intelletto; forse per riserbarmi alla
buona ventura d'incontrarmi in voi; poiché se è vero, come non dubito,
tutto quello che raccontaste, potrebbe essere che ci riserbasse il cielo a
qualche migliore avvenimento in compenso dei sofferti disastri. La mia speranza
non è mal fondata; perché se Lucinda non può farsi sposa a don
Fernando per essere mia, né don Fernando con lei per essere vostro, avendone
essa fatta dichiarazione così solenne, possiamo ragionevolmente
confidare di vederci restituito dal cielo ciò che è nostro e che
non fu né alienato né distrutto. E poiché abbiamo ora questa consolazione
fondata non già sopra vane speranze o sopra fantastici pensieri, vi
supplico, o signora, di appigliarvi ad altre risoluzioni, giacché penso di
così fare io pure attendendo fortuna migliore. Giuro in tanto in fede di
cavaliere e di cristiano di non mai abbandonarvi finché non vi vegga unita a
don Fernando; e se con sode ragioni condurre io non lo potrò al proprio
dovere, prometto di usare della libertà che mi concede l'esser
cavaliere, sfidandolo a giusto duello pel torto che vi usa (senza parlare delle
offese ch'egli ha fatte a me pure, e delle quali lascio la cura al cielo);
insomma io voglio essere in terra l'unico vostro soccorso.”
Ciò che disse Cardenio terminò di
compiere la maraviglia in Dorotea, e non sapendo rendergli grazie convenienti a
tanta offerta, volle gettarseli a' piedi. Non consentì Cardenio, e il
curato rispose per ambidue, approvando il lodevole ragionare di Cardenio; e
soprattutto pregandolo, consigliandolo, persuadendolo che se ne andassero uniti
al suo paese, dove si sarebbe cercato rimedio alle cose delle quali eglino
abbisognavano, e dove avrebbero potuto indagare di don Fernando, e pensare al
modo di ricondurre Dorotea ai suoi genitori, ovvero di prendere que' partiti
che fossero creduti più opportuni. Aggradirono Cardenio e Dorotea il
consiglio, ed accettarono l'offerta amichevole. Il barbiere, ch'era restato
sospeso e taciturno sopra quanto avea inteso, fece anch'egli il suo piccolo
ragionamento, e si offerse con non minor cuore del curato a tutto ciò
che valesse a servirli. Fece nel tempo stesso una breve narrazione della causa
che colà li aveva tratti, e delle stranezze e delle pazzie di don
Chisciotte, e come ne stavano attendendo lo scudiere ch'era andato a cercarlo.
Allora Cardenio si ricordò come di un sogno, della quistione avuta con
don Chisciotte, e la raccontò agli astanti senza saper loro spiegare
qual motivo l'avesse prodotta. Stando in questi ragionamenti s'intese da lungi
la voce di Sancio Pancia, il quale non avendoli rinvenuti dove li aveva
lasciati, li chiamava altamente. Gli andarono incontro, e chiedendogli di don
Chisciotte, fece egli sapere di averlo trovato coperto della sola camicia,
spossato, pallido, mezzo morto di fame, sospirando per la sua signora Dulcinea;
e che avendogli detto ch'ella gli comandava che di là si partisse per
recarsi al Toboso dove lo stava aspettando, rispose ch'era deliberato di non
comparire davanti alla sua bellezza, se non avea fatte prima prodezze tali che
lo rendessero degno della sua grazia; e che se a ciò non avesse
adempito, correva pericolo di non arrivare giammai ad essere imperatore,
siccome era obbligo suo, e neppure arcivescovo, ch'era il meno a cui potesse
aspirare; e perciò pensassero eglino al modo di trarlo da questa
intricata situazione. Il curato rispose che non se ne pigliasse fastidio,
mentre l'avrebbero essi fatto partire di là a suo marcio dispetto.
Partecipò allora a Cardenio ed a Dorotea il divisamento suo per
rimediare alla pazzia di don Chisciotte od almeno per ricondurlo al suo paese;
e Dorotea che doveva in ciò avere gran parte, promise che senza dubbio
avrebbe saputo e potuto sostener la persona di una giovane sventurata con
più verità del barbiere; e che tanto più ciò le
sarebbe agevole quanto che aveva seco i vestiti per comparire tale
naturalmente. Soggiunse che a lei lasciassero l'incarico di fingere quanto
fosse d'uopo all'oggetto, perocché avendo studiato molti libri di cavalleria,
sapeva benissimo la condotta delle donzelle infelici quando chieggono favori ai
cavalieri erranti. — Altro non abbisogna, disse il curato, se non che ci
accingiamo all'opera; che senza dubbio la sorte ci si mostra favorevole, poiché
d'improvviso a voi, signori miei, si è incominciato ad aprire una porta
per rimedio alle vostre sventure, ed a noi si renderà facile il
conseguire quello di cui abbisogniamo.” Trasse allora Dorotea dall'involto che
seco avea una zimarra di ricco tessuto ed appariscente, ed un mantellino di
seta verde; cavò da una cassetta un collare ed altre gioie con cui si
adornò in un momento per modo che sembrava una doviziosa e nobil
signora. Disse che avea recati seco quei monili, ed altri ancora, da casa sua
per ciò che le potesse occorrere, ma che non ne avea fatto uso perché
non erasele offerta mai un'opportuna occasione. Tutti rimasero soddisfatti
della sua buona grazia, leggiadria e bellezza, riprovando assai don Fernando
che avesse vilipesa una giovane di tanti pregi.
Quello che più di ogni altro fece le
maraviglie fu Sancio Pancia, parendogli (come era realmente) di non avere
veduto creatura più bella in tutto il corso della sua vita; e
domandò al curato con viva premura che gli facesse sapere chi fosse
quella sì rara signora, e che così andasse cercando per quei
luoghi disabitati ed alpestri. — Questa bella signora, fratello Sancio,
è, rispose il curato, per nulla dirne, l'erede per linea retta mascolina
del gran regno di Micomicone, la quale viene a cercare del vostro padrone per
domandargli un favore, ed è che le disfaccia un torto ossia un'offesa
che le fece un gigante furbo; e si è questa principessa partita
dall'interno della Guinea, chiamata dalla fama che rende celebre il vostro
padrone per tutto il mondo. — Fortunata ricerca e felice ritrovamento, disse a
tal punto Sancio Pancia, e più ancora se il mio padrone è
avventurato a segno da disfare questa ingiuria e drizzar questo torto,
ammazzando l'indegno gigante che dice vossignoria e lo ammazzerà in un
fiato, sapete, quando non sia un qualche fantasima; perché il mio signore non
ha sopra le fantasime alcuna podestà. Ma di una cosa fra le altre debbo
supplicare la signoria vostra, signor curato, ed è che per distogliere
il mio padrone dall'idea di farsi arcivescovo (di che temo molto) vossignoria
lo consigli a sposarsi con questa principessa, e così si metterà
fuori del caso di ricevere gli ordini arcivescovili; donde egli giugnerà
facilmente ad essere imperatore, ed io al conseguimento di ciò che
desidero. Io ci ho studiato sopra, ed ho veduto assai chiaramente e trovato che
per nulla mi sta bene che il mio padrone divenga arcivescovo; perché io non
sono fatto per la chiesa avendo moglie; e se mi trovassi costretto di andare ad
ottenere dispense per campare mercé le rendite ecclesiastiche con questa
benedetta moglie e figliuoli, sarebbe un non finirla mai più.
Perciò, signore, il punto sta qui, che il mio padrone si mariti con
questa donna, che non so finora come si chiami, e per questo non le dico il suo
nome. — Si chiama, rispose il curato, principessa Micomicona, perché chiamandosi
Micomicone il suo regno, è chiaro che il suo nome debba essere
Micomicona. — Di ciò non vi è dubbio, rispose Sancio, perché ho
veduti molti a prendere il nome e sopranome della terra in cui nacquero,
chiamandosi don Pietro di Alcala, Giovanni di Ubeda e Diego di Vagliadolid; e
lo stesso deve usarsi là nella Guinea, prendendosi le regine il nome dai
loro regni. — Così debb'essere, disse il curato, e per quanto riguarda
il matrimonio del vostro padrone, ci metterò del mio quanto posso.”
Sancio rimase di ciò tanto contento quanto il curato era pieno di
maraviglia della sua semplicità, e di vedere quanto aveva fitti nel capo
gli stessi spropositi del suo padrone, dandosi perfino a credere fermamente che
egli potesse diventare un imperadore.
Erasi messa intanto Dorotea sopra la mula del
curato; e il barbiere s'era aggiustato al viso la coda di bue a foggia di
barba, e raccomandarono a Sancio che li guidasse dove trovavasi don Chisciotte,
avvertendo che non dicesse di conoscere il curato e il barbiere, perché da
ciò dipendeva che il suo padrone diventasse imperadore.
Il curato però né Cardenio vollero andar
con loro, affinché don Chisciotte non si richiamasse alla memoria la quistione
avuta con Cardenio; e il curato perché stimò che la presenza loro fosse
inutile affatto. Perciò li lasciarono andare innanzi ed essi gli
andavano seguitando a piedi a poco a poco. Non lasciò il curato di
avvertire Dorotea di quanto dovea fare, ed ella rispose che stesse di buon
animo, perché eseguirebbe ogni cosa appuntino come esigevano ed insegnavano i
libri di cavalleria. Avevano fatti appena tre quarti di lega quando scoprirono
don Chisciotte fra certi intricati cespugli, ed era in quel momento vestito,
benché non armato.
Tostoché Dorotea lo vide, avendole detto Sancio
che quegli era don Chisciotte, diede fortemente di sprone alla mula, e la
seguitò il ben barbato barbiere. Arrivata a lui, lo scudiere si
gettò a terra, e andò a ricevere in braccio Dorotea, la quale
smontando con molta disinvoltura corse tosto ad inginocchiarsi dinanzi a don
Chisciotte; e benché egli tentasse con ogni sforzo di farla levare, essa senza
muoversi così gli disse: — Non mi leverò di qua, o valoroso e
bravo cavaliere, se prima la vostra bontà e cortesia non mi concede un
favore, il quale ridonderà in onore e pregio della vostra persona, e a
prò della più sconsolata e oltraggiata donzella che il sole abbia
mai veduta; e se il valore del vostro braccio corrisponde al clamore
dell'immortale vostra fama, siete obbligato a dare assistenza a questa
sfortunata che da tanto lontani paesi viene all'odore del vostro celebrato
nome, cercando rimedio alle sue dissavventure. — Io non vi farò veruna
risposta, o bella signora, disse don Chisciotte, né sentirò cosa alcuna
toccante le vostre vicende, finché non vi alziate da terra.— No, non mi
alzerò, o signore, ripigliò la sconsolata donzella, se non mi
concedete prima il favore che vi chieggo. — Ve lo concedo, e prometto di fare
ogni cosa per voi, replicò don Chisciotte, quando non ne derivi danno o
disonore al mio re, alla mia patria, ed a colei che tiene le chiavi di questo
cuore e della mia libertà. — Ciò non sarà certamente, mio
buon signore, soggiunse la giovane dolente.” Sancio frattanto disse piano piano
all'orecchio del suo padrone: — Può la signoria vostra senza pensarvi
concederle il favore che domanda, perché è cosa da nulla, trattandosi
solo di ammazzare un gigantaccio; e questa che lo chiede è l'alta
principessa Micomicona, regina del gran regno Micomicone di Etiopia. — Sia
quale si vuol essere, rispose don Chisciotte, io farò quello cui sono
obbligato, e ciò che mi detta la coscienza conforme alla mia
professione; poi volgendosi alla donzella disse: — La vostra grande bellezza si
alzi che io le concederò il favore che dimanderà. — Quello che
richieggo si è, disse la donzella, che la magnanima vostra persona mi
segua sul momento dove io sarò per condurla, e mi prometta di non
impegnarsi in altra avventura, né in veruna domanda, finché non mi abbia
vendicata di un traditore che contra ogni diritto divino ed umano mi usurpa il
regno. — Replico che ve lo prometto, rispose don Chisciotte; e potete, o
signora, da quindinnanzi dar bando alla malinconia che vi opprime, e fare che
riprendano nuovo spirito e nuova forza le vostre illanguidite speranze, che con
l'assistenza di Dio e mercé il valore del mio braccio voi vi vedrete presto
restituita al vostro regno, e seduta sul trono del vostro antico stato, ad onta
e a dispetto dei poltroni che vi si opponessero; e diasi tantosto mano
all'opera, che dall'indugio, come si dice, nasce talvolta il pericolo.” La
bisognosa donzella fece ogni sua possa per baciargli le mani; ma don
Chisciotte, che amava di esser tenuto un ben creato e cortese cavaliere, non lo
permise, la fece anzi alzare da terra e l'abbracciò con molta affabilità
e bel costume; poi ordinò a Sancio che guardasse se erano ben assettate
le cinghie a Ronzinante, e lo armasse sul fatto di tutto punto. Sancio
calò giù l'armatura che a guisa di trofeo stava pendente da un
arbore, e, riviste le cinghie, armò il suo padrone in men ch'io nol
dico. Il quale vedutosi armato: — Andiamo, disse, nel nome di Dio a dar favore
a questa alta signora.” Stavasene tuttavia ginocchioni il barbiere facendo ogni
sforzo per trattenere le risa ed occupandosi con ogni studio a impedire che gli
cadesse la barba: che se caduta gli fosse, andato sarebbe a vuoto il loro
disegno lodevolissimo: e vedendo ch'era già concesso il favore, e che la
diligenza di don Chisciotte andava accelerandone il compimento, levossi, e
presa l'altra mano della sua signora, l'aiutarono in due a montare sulla mula.
Don Chisciotte salì subito sopra Ronzinante, e il barbiere si
rassettò sulla sua cavalcatura, restando Sancio a piedi, ciò che
gli fece tornare in mente la dolorosissima perdita del suo asino; ma già
tollerava ogni cosa pazientemente; perché se il suo padrone, come a lui pareva
certissimo, era non pur sulla strada, ma prossimo a diventar imperatore, egli
stava per accasarsi con quella principessa, divenendo per lo meno re di
Micomicone. Gli dava un po' di fastidio il pensiero che quel regno fosse in
terra dei Negri, e che i suoi vassalli dovessero essere tutti negri; ma poi
nella sua fantasia trovò buon rimedio dicendo seco medesimo: — Che
importa a me che i miei vassalli sieno negri? Io non avrò altra briga
che quella di trasportarli sulle navi in Ispagna, dove potrò venderli e
me li pagheranno a contanti, e con questi potrò comprarmi qualche titolo
o carica con cui vivere riposatamente in tutto il corso della mia vita. Oh s'io
dormissi e non fossi capace a un bisogno di vendere, per esempio, un trenta
mila vassalli! Affé di Dio che li saprò metter a profitto come mi
tornerà meglio: e sieno pur negri che io li farò diventar bianchi
e gialli: vengano, vengano che io me ne lecco le dita.” Immerso in queste sue
fantasie andava egli sì veloce e contento che non sentiva l'incomodo di
camminare a piedi.
Stavansi Cardenio ed il curato ad osservare
questi avvenimenti con attenzione tenendosi ascosi fra i cespugli, né sapeano
come fare per accompagnarsi cogli altri nel viaggio. Ma il curato che era uomo
che la sapea lunga, immaginò sul fatto come venire a capo dei suoi
desideri. Egli trasse una forbice che portava in un astuccio, e tagliò
con gran prestezza la barba a Cardenio, poi lo vestì con un suo cappotto
bigio e un collaretto nero, restando egli in calze e farsetto. Compariva
perciò Cardenio tanto differente da quello che pareva prima, che non
avrebbe conosciuto più sé medesimo se si fosse guardato in uno specchio.
Fatto ciò, quantunque gli altri avessero viaggiato nel mentre ch'ei si
travestivano, giunsero facilmente sulla strada maestra prima di loro, perché le
balze e i cattivi passi di quei luoghi facevano che camminassero più
velocemente i pedoni che le persone a cavallo. In effetto presto si trovaron al
piano appié della montagna, ed uscitone fuori anche don Chisciotte coi
compagni, il curato si pose a mirarlo con molta gravità, come chi cerca
di rammentarsi qualcuno e di riconoscerlo; e dopo averlo buona pezza osservato
se gli fece incontro a braccia aperte, dicendogli con sonora voce:
— Sia il ben trovato lo specchio della
cavalleria, il buon compatriotta don Chisciotte della Mancia, il fiore e
l'esempio della gentilezza, la difesa e il rifugio dei bisognosi, la quinta
essenza dei cavalieri erranti.”
Nel dire questo teneva abbracciato il ginocchio
della gamba sinistra di don Chisciotte, il quale attonito di ciò che
vedeva e sentiva dire e fare da quell'uomo, si pose a guardarlo con attenzione,
e lo conobbe finalmente, restando come trasecolato a tal vista. Fece con gran
forza per voler ismontare: ma il curato nol permise a niun modo, per lo che
disse don Chisciotte:
“Me lo permetta vossignoria, signor curato, che
non si conviene che io mi stia a cavallo quando se ne sta a piedi una sì
rispettabile persona come la signoria vostra.
— Nol consentirò a patto alcuno, rispose
il curato: se ne resti a cavallo la vostra grandezza, poiché a cavallo compie
gloriosamente le maggiori imprese e avventure che siensi nell'età nostra
vedute; ché a me, benché indegno sacerdote, basterà montare in groppa di
una delle mule di questi signori che viaggiano colla signoria vostra, se
però lo comportano, ed anche farò conto di cavalcar Pegaso o di
mettermi sopra il daino o l'alfana cavalcati dal famoso Muzaracche, che stassene
attualmente incantato nella gran caverna Zulema lontano assai poco dalla gran
Compluto.
— Io non aveva posto mente a ciò, signor
curato, replicò don Chisciotte, ma credo bene che la principessa mia
signora comanderà per amor mio al suo scudiere che dia alla signoria vostra
la sella della sua mula, poiché egli potrà accomodarsi sulla groppa,
quando però la mula sia abituata a due cavalcatori.
— Credo che porterà, rispose la
principessa, e immagino ancora che non abbisognerà domandarlo due volte
al signor mio scudiere, ch'egli è sì gentile e costumato da non
permettere che un ecclesiastico se ne vada a piedi quando può andare a
cavallo.
— Così sia, rispose il barbiere, e
smontando sul fatto offerse la sella al curato che accettò senza farsi
molto pregare: ma volle la mala sorte che mentre il barbiere volea montar sulle
groppe, la mula ch'era vetturina (e questo basta ch'era cattiva) tirò
due calci all'aria sì impetuosi, che se avesse colto maestro
Niccolò nel petto o nella testa, gli avrebbe fatto maledire l'ora in cui
si era messo in traccia di don Chisciotte. Tale e tanta però fu la sua
paura che stramazzò, e la sua barba si svelse: laonde per non essere
scoperto fu presto a coprirsi la faccia con ambe le mani, e dolersi come se gli
si fosser rotti i denti. Quando vide don Chisciotte quel gruppo di barba senza
ganasce e senza che lo scudiere fosse per ciò insanguinato, disse:
— Viva il cielo che questo è un gran
miracolo! gli fu strappata la barba dal viso come se l'avesse avuta posticcia!”
Il curato, scorgendo il pericolo di tutta la sua
invenzione, affrettossi immantinente a raccorla colà dove maestro
Niccolò era caduto, e mettendosi la testa di lui fra le gambe, gliela
appiccò di nuovo, sussurrando certe parole che disse essere opportune da
recitare all'uopo di attaccar barbe come si sarebbe veduto. Riattaccata dunque
che la ebbe si discostò, e lasciò lo scudiere sì ben
barbato e sano com'era prima, della qual cosa rimase don Chisciotte
maravigliato oltre misura; e pregò il curato che a tempo e luogo
gl'insegnasse le magiche parole, perché certamente la loro virtù doveva
estendersi ad altri mali. Rispose il curato che così era per lo appunto;
e promise che gli avrebbe insegnato questo ed altri segreti. Stabilirono dunque
che cavalcasse il curato, e che poi ognuno si desse il cambio di tanto in tanto
finché giugnessero all'osteria la quale trovavasi a due leghe di là.
Saliti tutti e tre a cavallo, cioè don
Chisciotte, la principessa e il curato, restando Cardenio, il barbiere e Sancio
Pancia a piedi, don Chisciotte disse alla donzella:
— La grandezza vostra, signora mia, mi conduca
per la strada che brama.” E prima ch'ella desse risposta il curato soggiunse:
— Verso qual regno vuole guidarci la signoria
vostra? Mi immagino verso il regno di Micomicone, poiché credo che non
vorrà andare altrove, se io pure ho qualche intelligenza di queste
cose.”
Dorotea che stavasene sull'avviso di tutto,
comprese che avea da rispondere affermativamente, e perciò disse:
— Appunto, o signore, io debbo dirigermi verso
quel regno.
— Se così è, disse il curato, fa di
mestieri che attraversiamo la mia terra, e moverà per quella parte la
signoria vostra prendendo la via di Cartagena, dove potrà imbarcarsi con
la buona ventura: e se avrà prospero vento, mare tranquillo e senza
burrasche, si troverà ella in poco meno di nove anni a vista del gran
lago Meone, voglio dire Meotide, che giace distante dal regno della grandezza
vostra poco più di cento giornate.
— Parmi, soggiuns'ella, che vossignoria si inganni
perché non sono ancora due anni da che me ne sono partita, e ad onta che non
abbia avuto la sorte di navigare con prospero vento, pur sono giunta a vedere
ciò cui miravano le ardenti mie brame, il signor don Chisciotte della
Mancia, le cui gesta maravigliose mi si resero note subito che ebbi posto il
piede in Ispagna; e furono esse che m'indussero a farne ricerca per mettermi
sotto le ali della sua protezione affidando la giustizia della causa al suo
braccio invincibile.
— Basta, basta, cessino le mie lodi, disse a tal
punto don Chisciotte, giacché son nemico dichiarato di ogni adulazione: e
sebbene in questo vossignoria non mi aduli, nondimeno restano offesi i miei
orecchi da somiglianti discorsi. Ciò di che posso assicurarvi, signora
mia, si è che ad ogni costo io mi adoprerò a favorir la vostra
causa, se anche ne andasse la vita; ma riservando ciò a miglior tempo,
prego il signor curato che mi faccia sapere la cagione che a queste parti il
condusse così solo, senza servitore, e con vestiti sì leggeri che
al vederli io ne spasimo.
— Risponderò brevemente, disse il curato,
perché saprà la signoria vostra, signor don Chisciotte, ch'io e maestro
Niccolò, nostro amico e barbiere, che ce ne andavamo a Siviglia a
riscuotere certo danaro mandatomi da un tal mio parente che da molti anni
passò nelle Indie, e non erano meno di sessantamila pezzi duri, né sono
bagattelle: ora sappia che passato ieri per questi luoghi quattro assassini ci
assalirono spogliandoci di ogni cosa e perfino delle barbe, e ce le strapparono
in modo che convenne metterne al barbiere una posticcia, e conciarono assai
male anche questo giovinotto (ed accennò Cardenio) che qua vedete; ed il
peggio si è che corre voce in questi dintorni, che quelli che ci
assalirono furono galeotti, i quali quasi in questo medesimo sito furono
liberati per opera di un uomo sommamente valoroso che li ha sciolti in onta al
commissario ed alle guardie che li custodivano. Costui dovea certamente esser
uomo privo di senno, o qualche furfante come loro, o una persona senz'anima e
senza coscienza, poiché volle mettere il lupo nell'ovile, la volpe fra le
galline, la mosca nel mele; e così frodare la giustizia, opporsi al re
suo signore naturale, facendo fronte ai suoi giusti comandi, privare le galere
delle braccia occorrenti, rimettere in movimento la Santa Ermandada, che da
molto tempo se ne stava in riposo, e commettere in fine un'azione che
tornerà a danno dell'anima sua ed a grave pregiudizio della sua
persona.”
Avea Sancio fatta sapere al curato ed al barbiere
l'avventura dei galeotti condotta a fine dal suo padrone con tanta gloria, e
per questo andava il curato ripetendola con tratti ben forti per vedere
ciò che ne facesse o dicesse don Chisciotte, il quale cangiavasi di
colore ad ogni parola, né osava dire ch'egli era stato il liberatore di quella
buona gente.
— Questi, conchiuse il curato, furono quelli che
ci hanno assassinato; ma Dio perdoni a colui ch'è stato causa che non
fossero strascinati al meritato supplizio.”
CAPITOLO XXX
DELL'ARTIFIZIO USATO DALLA BELLA DOROTEA CON ALTRE COSE
PIACEVOLI E DI TRATTENIMENTO.
Le parole del curato non erano ancora finite, che
Sancio disse: — Vi protesto da galantuomo, signor curato, ch'è stato il
mio padrone che ha fatta questa bella prodezza, né mi giovò punto di
dirgli e di ripetergli che badasse a quello che faceva, e che era peccato di
dare la libertà ai galeotti, perché erano tutti condannati come
grandissimi bricconi.” Disse allora don Chisciotte: — Non si appartiene per
nulla a noi erranti cavalieri di investigare e conoscere se gli afflitti,
incatenati ed oppressi ne' quali c'incontriamo, sieno tratti in quel modo, e si
trovano in quelle angustie per delitti commessi od altrimenti; bensì
è debito nostro di soccorrerli come bisognosi, guardando unicamente a
quello che soffrono, e non alle furfanterie delle quali fossero macchiati e
colpevoli. Io m'incontrai in un branco di gente tribolata e tapina, ed
esercitai verso di essa quello che mi comanda la religione che professo: ci
pensi chi ci ha da pensare, e a chi ciò sembrasse malfatto, salva la
santa dignità del signor curato e la sua onorevole persona, dico
ch'è un ignorante del debito di cavalleria, che mente come malnato, e
che son pronto a provarglielo colla spada o come più gli tornasse a grado.”
Ciò detto stringevasi le staffe, e già calava il morione, perché
il bacino del barbiere, o com'egli diceva, l'elmo di Mambrino, lo portava
appeso all'arcione per farlo racconciare dal maltrattamento che avea sofferto
dai galeotti.
Dorotea che aveva intendimento e
molto buon garbo, come quella cui era noto il pazzo umore di don Chisciotte,
vedendo che tutti, non eccettuato lo stesso Sancio Pancia, si facevano beffe di
lui, non volle essere a meno degli altri e gli disse: — Signor cavaliere, si rammenti
la signoria vostra il favore che mi ha promesso: ella per essere fedele alla
sua parola non dee occuparsi di altra avventura per urgente che sia; si calmi,
ché se stato fosse a cognizione del signor curato che i galeotti ebbero
libertà mercé quell'invitto suo braccio, avrebbesi fatto tre cuciture
alla bocca e tre volte sarebbesi morsicato la lingua, anziché proferire parola
che possa tornare in aggravio di vossignoria. — Giuro, disse il curato, che
così saria passata la cosa, e piuttosto mi sarei anche pelata una delle
mie basette. — Io la farò finita, signora mia, rispose don Chisciotte,
rintuzzerò la giusta collera che già nel mio petto erasi
concitata, e mi conserverò quieto e pacifico, finché abbia adempiuto con
voi il contratto dovere: ma in compenso di tale mia determinazione vi supplico
narrarmi se non vi dispiace, la vostra sventura, e quali e quante sieno le
persone delle quali debbo darvi compita e intera satisfazione. — Lo farò
ben volentieri, rispose Dorotea, quando però non v'infastidisca di udire
un racconto di miserie e di sciagure. — “Ciò non può accadere, o
signora mia, rispose don Chisciotte. E Dorotea soggiunse: — Poiché così
è, mi prestino ora attenzione le signorie vostre.” Cardenio e il
barbiere se le posero accanto desiderosi di udire come la giudiziosa Dorotea
fingesse la sua istoria; e lo stesso fece Sancio che rispetto a lei vivea
nell'inganno medesimo del suo padrone. Essa, dopo essersi bene assettata in
sella, e premesso un poco di tossire con altri graziosi gesti, cominciò
con molto bel garbo a parlare nella seguente maniera:
“Bramo prima di tutto che sappiano le signorie
vostre, padroni miei, che il mio nome si è...” e qui s'interruppe un
cotal poco per essersi dimenticato il nome che le avea posto il curato: ma egli
fu pronto ad aiutarla dicendo: — Non è meraviglia, signora mia, che la
grandezza vostra si turbi e s'imbarazzi nel racconto delle sue dissavventure;
ché suole alcune volte accaderne di tali che tolgono la memoria a coloro che
vengono da esse percossi, per modo che si dimentichino sino del proprio nome,
come accade a vossignoria, la quale non si ricorda più che si chiama la
regina Micomicona, legittima erede del gran regno di Micomicone; ma ora
chiamata a sé stessa potrà la signoria vostra far tornare alla sua travagliata
memoria tutto quello che ci vorrà raccontare. — Quest'è vero,
rispose la donzella, e abbiate di certo che di qui innanzi non sarà
duopo rammentarmi cosa veruna, perché io condurrò a buon termine la
verace mia istoria. Proseguo intanto a dirvi che il re mio padre, che si
chiamava Trinacrio il saggio, fu esperto assai nella così detta arte
magica, per la quale previde che mia madre chiamata la regina Sciaramaglia
doveva morire prima di lui, e ch'egli poco dopo sottoposto sarebbe alla stessa
sorte, di maniera che io era destinata a restar orfana di padre e di madre. Il
buon uomo non era tanto per questo travagliato, quanto per sapere
infallantemente che uno smisurato gigante, signore di una grande isola quasi
confinante col nostro regno, chiamato Pantafilando dalla Fosca Vista (giacché
quantunque abbia gli occhi a suo luogo e dritti, guarda sempre al rovescio come
se fosse guercio, e questo fa per ispaventare chi lo mira), quando avesse
notizia della mia orfanezza invaderebbe con esercito poderoso il regno mio per
appropriarselo tutto senza lasciarmi pur una terra dove ritirarmi. Giunse
egualmente a sapere che io poteva sottrarmi da tanta sventura se avessi voluto
accasarmi con lui, ma prevedeva che non avrei acconsentito a sì
disuguale matrimonio, e in ciò disse il vero, perché neppure mi
passò per mente di farmi sposa non solo con quel gigante, ma neppure con
verun'altro per smisurato che fosse. Però mi diceva mio padre che dopo
la sua morte, quand'io vedessi che Pantafilando cominciasse ad invadere il mio
regno, mi astenessi da ogni difesa, perché era lo stesso che annichilarmi: che
anzi gli lasciassi in pieno potere il regno se volevo sottrarre alla morte me e
i miei buoni fedeli vassalli; giacché non era possibile difendermi dalla
diabolica forza del gigante se non se dirigendomi in compagnia di alcuni fedeli
miei verso le Spagne dove avrebbero avuto rimedio i miei mali, trovando un
cavaliere errante, la cui fama in quel tempo sarebbesi dilatata per tutto
questo regno, ed il quale dovea chiamarsi, se mal non mi oppongo, don Azote, o
don Gigote. — Dovete dire don Chisciotte, signora, soggiunse a questo punto
Sancio Pancia, o con altro nome il cavaliere dalla Trista Figura. — Questo
è vero, ripigliò Dorotea: e disse anche di più, che dovea
essere di alta corporatura, secco nel viso, e che dal lato destro sotto
all'omero manco, e quivi accanto, aver dovea un neo bigio con certi peli a
guisa di setole.” Don Chisciotte ciò udendo disse al suo scudiere: —
Vien qua figliuolo Sancio, assistimi a spogliarmi, che voglio vedere se il
cavaliere sono io da quel savio re profetizzato. — E perché vuole spogliarsi
vossignoria? disse Dorotea. — Per vedere se ho cotesto neo ricordato da vostro
padre, rispose don Chisciotte. — Non serve che vossignoria si spogli, disse
Sancio, ch'io so benissimo ch'ella ne ha uno di questa fatta in mezzo al filo
della schiena, ch'è segno di essere uomo forte. — Ciò basta,
disse Dorotea; perché cogli amici non si deve cercare il pelo nell'uovo, e
trovisi nell'omero o sulla spina poco importa: basta che il neo vi sia, e sia
poi ove si vuole che tutto è una medesima carne. Il mio buon genitore
senza dubbio colse nel segno appuntino, ed io non vado errata nel raccomandarmi
al signor don Chisciotte, essendo l'uomo predetto dal padre mio, perché i segnali
del viso vengono accompagnati dalla celebrità che vanta questo cavaliere
non pure in Ispagna, ma eziandio per tutta la Mancia; perché appena sbarcata in
Ossuna intesi a parlare di tante sue prodezze che il cuore m'indovinò
lui essere quel desso ch'io andava cercando. — Ma come sbarcò
vossignoria in Ossuna, domandò don Chisciotte, se non è porto di
mare?” Prima che Dorotea rispondesse, il curato prese la parola e disse: — Dee
la signora principessa aver voluto dire che sbarcò in Malaga, ma poi fu
in Ossuna la prima volta che sentì parlare di vossignoria. — Così
volli dire per l'appunto, soggiunse Dorotea. — E questo è credibile,
soggiunse il curato; e ora prosegua la maestà vostra. — Non occorre che
io dica altro, ripigliò Dorotea, se non che la mia sorte fu sì
felice che mi avvenni nel signor don Chisciotte, ond'è che già mi
tengo regina e dominatrice di tutto il mio regno, avendomi egli promesso per
sua cortesia e magnificenza di venir meco dovunque lo condurrò: né sarà
altrove che a fronte di Pantafilando dalla Fosca Vista, perché lo uccida, e mi
faccia restituire ciò che m'ha usurpato contro ogni diritto: e
cederà tutto ciò come desideriamo, essendo questa la profezia del
savio Trinacrio mio buon padre, il quale lasciò scritto altresì
in lettere greche e calde, che io non so leggere, che se questo cavaliere della
profezia dopo aver tagliata la testa al gigante volesse farsi mio sposo, io lo
accettassi senza replicare parola, dandogli il possesso del mio regno
congiuntamente a quello della mia persona. — Che ti sembra, amico Sancio? disse
don Chisciotte a tal passo; l'odi tu? non tel diss'io? noi già abbiamo
un regno da comandare, e una regina da fare nostra sposa. — Così
è veramente, soggiunse Sancio, e sarebbe un gran furfante quello che non
facesse un tal matrimonio subito dopo aver tagliate le canne della gola al
signor Pantafilando. Cospetto! forse che la regina non è bella?
Così fossero tutte le pulci del mio letto!” Nel dire questo
spiccò due salti di allegrezza, poi corse a tenere per le redini la mula
cavalcata da Dorotea; fattala fermare si buttò ginocchioni dinanzi a
lei, supplicandola che le porgesse la mano per baciargliela in prova che
già la teneva per sua regina e signora.
Chi poteva tra gli astanti trattenersi dal ridere
vedendo la pazzia del padrone e la dabbenaggine del servitore? Dorotea gli
porse la mano, promettendogli di farlo gran signore del suo regno quando le si
concedesse tanto bene dal cielo, e ne potesse godere. Sancio rese grazie con
tali e tante espressioni che fecero rinnovare universalmente le risa. “Questa,
o signori, seguitò poi Dorotea, è la mia istoria, né altro mi
resta a dirvi se non che di tutta la gente che trassi meco dal regno mio, altri
non mi rimase che questo barbato scudiere, perché si annegarono gli altri per una
gran burrasca che ci colse a vista del porto. Egli ed io prendemmo terra, si
può dire per miracolo, sopra due tavole dell'infranto legno; e miracolo
e mistero può ben chiamarsi il corso della mia vita, come avete sentito.
Se in qualche parte del mio racconto mi avete trovata noiosa o di poco buon
garbo, incolpatene, come ben disse il signor curato al principio della mia
narrazione, gli straordinari e non interrotti travagli che tolgono la memoria a
chi li patisce. — Non toglieranno però a me, alta e valorosa signora,
disse don Chisciotte, la memoria di affrontare, come ho promesso, in servigio
vostro i pericoli, per grandi e inusitati che sieno; e vi confermo nuovamente
quanto promisi, e giuro di seguitarvi sino in capo al mondo, purché arrivi a
cimentarmi col vostro nemico cui, coll'assistenza del cielo e di questo mio
braccio, troncherò la superba testa con questa che non voglio dir buona
spada, poiché Gines Passamonte m'ha rubata la mia.” Queste ultime parole le
pronunziò fra' denti, e proseguì poi: — Dopo di aver recisa
quella testa e posta voi nel pacifico possedimento del vostro Stato, sarete
libera di disporre della vostra persona come vi sarà più in
grado; perché avendo io impegnata la memoria, prigioniera la volontà,
perduto l'intendimento per quella... ed altro non dico: no, non è
possibile ch'io volga il pensiero a maritaggi neppure per sogno, quando anche
fosse con l'unica Fenice.” Parve a Sancio sì male ciò che da
ultimo disse il suo padrone del non voler pigliar moglie, che montato in gran
collera alzò la voce e disse: — Giuro per Satanasso, che vossignoria,
signor don Chisciotte, non ha un'oncia di cervello. Com'è possibile
ch'ella rifiuti di accasarsi con sì alta principessa come si è
questa? Suppone ella forse che la fortuna le possa offrire ogni quarto d'ora di
simiglianti venture? è forse più bella la signora Dulcinea? No
per certo, nemmeno per metà, e sto quasi per dire che non è degna
di baciare le scarpe a questa che ci sta ora davanti. Se vossignoria vorrà
pescare tartufi nel mare andrà in fumo la contea che aspetto: eh! si
mariti, si mariti sul fatto, faccia il diavolo quel che sa fare, acchiappi
questo regno che le viene a bocca baciata da vobis vobis, e quando
è diventato re mi faccia marchese o contestabile, e poi crepi chi
avrà invidia del nostro bene.” Don Chisciotte sentendo proferire
sì grosse bestemmie contro la sua signora Dulcinea non poté tollerare;
ed alzando il lancione, senza rispondere a Sancio una sola parola, e senza
dirgli questa bocca è mia, gli diede due sì forti bastonate che
il poveretto stramazzò quanto era lungo, e se Dorotea con un grido non
lo pregava di trattenersi, lo avrebbe sicuramente lasciato morto. — Pensi tu,
gli disse poi, manigoldo villano, di potermi a tuo talento mettere le mani
davanti, e che il tuo ufficio sia sempre quello di offendermi ed il mio di
perdonarti? Non farti a crederlo, vigliacco scomunicato, che tale ben sei per
avere oltraggiato la senza pari signora Dulcinea. Non sai, zotico e ad un tempo
furbo e bifolco, che io non varrei nemmeno contro una pulce se colei non
infondesse valore al mio braccio? Dimmi volpone della lingua di vipera, e chi
pensi tu che abbia guadagnato questo regno, tagliata la testa a questo gigante,
e te fatto marchese (che tutto questo lo do per faccenda bella e finita) se non
se il volere di Dulcinea, servendosi del mio braccio per istrumento delle sue
imprese? Essa combatte in me, in me riporta vittoria; ed io vivo e respiro in
lei, e da lei mi viene vigore ed assistenza. Ah furfante! ah ingrato! ecco di
qual maniera poiché ti sollevai dalla polvere e ti vidi diventato signore
titolato, corrispondi a chi ti imparte i benefizi!”
Non era Sancio così malconcio
da non sentire ciò che gli diceva il padrone; però alzandosi alla
meglio si pose dietro al palafreno di Dorotea, e di là si fece a
rispondergli: — Favorisca dirmi vossignoria: se ella ha deliberato di non
pigliare per moglie questa gran principessa, è così evidente che
non diverrà padrone del suo regno: e non essendolo che favori mi potrà
mai impartire? Questo è il mio dolore: eh! si faccia sposo alla prima
con questa regina, ora che l'abbiamo qui come piovuta dal cielo; e poi chi le
impedisce di non poter tornare alla signora Dulcinea? poiché vi debbono pur
esser stati nel mondo dei re che tennero questo modo: e quanto poi alla
bellezza, non dico parole, ma se ho da confessare il vero, mi sembrano belle
ambedue, tuttoché io non abbia veduta per anco la signora Dulcinea. — Come,
disse don Chisciotte, fellone bestemmiatore? Non mi hai tu recato testé una sua
ambasciata? — S'intende, rispose Sancio, che non ho avuto agio di conoscerne i
pregi particolarmente e a puntino; però nel suo tutt'insieme mi par
bella. — Ora ti compatisco, disse don Chisciotte, e ti chieggo scusa del
dispiacere che ti ho fatto; ma non è in potere degli uomini il
raffrenare i primi movimenti. — Questo lo veggo pur troppo, rispose Sancio; e
in me il primo movimento è sempre quello di chiacchierare, e non posso
intralasciare di far sentire quanto mi viene sulla lingua. — Con tutto
ciò, rispose don Chisciotte, guarda, o Sancio, come parli; perché tante
volte torna la gatta al lardo che... di più non dico. — Ho inteso,
rispose Sancio; ma il signore vede gl'inganni, e sarà giudice di chi
farà maggior male, o io nel non parlar bene, o vossignoria nel non operarlo.
— Basta così, disse Dorotea: or via, Sancio, baciate la mano al vostro
padrone, chiedetegli scusa, e siate quind'innanzi meglio avvertito
nell'impartire le vostre lodi ed i vostri biasimi; né dite male della signora
Dulcinea del Toboso, che non conosco se non per dichiararmele serva, e poi
abbiate fidanza in Dio che non vi mancherà uno stato da vivere da
principe.” Se ne andò Sancio a capo chino a dire a don Chisciotte che
gli porgesse la mano; ei gliela stese con molta gravità, e, presala, la
baciò e, baciata che la ebbe, don Chisciotte gli diede la sua
benedizione, ordinandogli di appartarsi alcun poco con lui per conferire
d'importantissimi affari. Obbedì Sancio, e condottisi in disparte
ambedue, don Chisciotte gli disse: — Da poi che ritornasti non ebbi agio di
chiederti di molte particolarità intorno all'ambasceria da te eseguita;
ma giacché la sorte ci offre tempo e luogo, non mi toglierai tu il bene che dee
in me derivare dalle novelle felici che sarai per darmi. — Domandi vossignoria
ciò che brama, rispose Sancio, che saprò dare principio e fine a
ogni cosa; ma la supplico, signor mio, di non essere da qui innanzi tanto
vendicativo. — Perché dici tu questo, o Sancio? gli domandò don
Chisciotte. — Lo dico, rispose, perché le bastonate or ora ricevute sono
più per la quistione che il diavolo suscitò fra noi due nella
scorsa notte, che non per quello che dissi in offesa della signora Dulcinea,
ch'è da me amata e venerata come una reliquia, benché tale non sia, ma
per la considerazione ch'ella è cosa tutta affatto della signoria
vostra. — Non torniamo, disse don Chisciotte, a cotali cimenti che
m'inquietano; io ti ho perdonato frattanto, e sai bene che si suol dire: a
nuovo peccato nuova penitenza.”
Mentre si trattenevano in questi discorsi videro venir
per la strada da loro battuta un uomo portato da un asino, e quando fu vicino
sembrò loro che fosse un zingaro: ma Sancio Pancia, che al solo vedere
asini sentiva fuggirsegli l'anima dagli occhi, appena vide quell'uomo, e subito
riconobbe esser egli Gines di Passamonte, e dal filo dello zingaro
ritrovò il gomitolo del suo asino, ch'era quel desso cavalcato da
Passamonte; il quale per non essere conosciuto e poter vendere l'asino, erasi
travestito da zingaro, il cui linguaggio e altre molte cose sapea, come se
fosse derivato da quella schiatta. Lo vide Sancio e il conobbe, e non lo ebbe
appena adocchiato e riconosciuto, che sclamò: — Ah Ginesiglio ladrone!
rendimi la mia gioia e il mio vanto, abbandona il mio asino, lascia il mio
bene, fuggi, scappa malandrino, restituisci la roba che non è tua.” Non
vi era d'uopo di tante parole né di tante ingiurie, poiché Gines alla prima
smontò, e pigliando un trotto che molto somigliava ad un andar di
carriera si allontanò e sparve in un baleno dagli occhi di tutti. Sancio
si avvicinò al suo asino, ed abbracciandolo strettamente gli disse: —
Come stai, ben mio, asino degli occhi miei, compagno mio?” e con questo lo
accarezzava e lo baciava proprio come avrebbe potuto baciare una persona.
L'asino stava cheto e lasciavasi baciare ed accarezzare da Sancio senza
rispondere alcuna parola. Intanto arrivò tutta la brigata, e ad uno ad
uno tutti fecero a Sancio le congratulazioni più vive per aver ritrovato
il suo asino, e don Chisciotte specialmente, il quale gli disse che non per
questo annullava l'ordine dei tre poledri, della qual cosa gliene rese Sancio
vivissime grazie.
Mentre questi due fra loro
s'intertenevano disse il curato a Dorotea ch'ella aveva spiegata molta bravura
sì nella narrazione come nel farla sì breve, e nell'averla
configurata sul modello dei libri di cavalleria. E la giovine rispose che molti
di quei libri avea letti per passatempo, ma che ignorava del tutto dove fossero
le provincie ed i porti di mare, che perciò avea detto a capriccio di
essere sbarcata in Ossuna. — Me ne accorsi, replicò il curato, e
perciò entrando a parlare per voi tutto ho aggiustato. Ma non è
ella strana cosa a vedere quanto facilmente questo sventurato cittadino si beve
tutte queste invenzioni e menzogne, solo perché veston lo stile e la
somiglianza delle scempiaggini contenute ne' libri suoi? — Sì, disse
Cardenio; è cosa tanto singolare che volendo inventarla non so quale
ingegno sarebbe sì acuto da trovare ed ordire così bene tante
singolarità. — V'ha anche di più, disse il curato; che dalle
semplicità in fuori dette da questo cittadino nelle materie della sua
pazzia, negli altri propositi la discorre con sodi ragionamenti, e mostra di
avere un intendimento chiaro e a portata di tutti, di maniera che se non gli
toccano le sue cavallerie non vi sarà chi nol tenga per un uomo sensato
perfettamente.”
Intanto che andavano trattenendosi in siffatti
discorsi, proseguì don Chisciotte i suoi, e disse a Sancio: — Lasciamo,
amico Pancia, ogni risentimento fra noi, e rappacifichiamoci, e dimmi ora senza
amarezza o rancore di sorta alcuna: dove e come trovasti tu Dulcinea? che
faceva? che le hai tu detto? che ti ha risposto? che cosa notasti nel suo
sembiante alla lettura della mia lettera? chi te l'ha copiata? Aggiungi quel
più che nel caso presente è degno di sapersi e di domandare per
esserne soddisfatti: il tutto senza bugie o menzogne per compiacermi, e senza
omissioni che mi possano dispiacere. — Signore, volendo io dire la
verità avete da sapere, rispose Sancio, che nessuno mi ha copiata la
lettera perché io non portai lettera alcuna.” — Ed è per lo appunto come
tu dici, soggiunse don Chisciotte, perché il libro delle memorie dove la
scrissi lo trovai presso di me due giorni dopo la tua partenza; di che provai
un'amarezza grandissima, non sapendomi figurare come tu potessi regolarti
utilmente trovandoti senza lettera; ed ho sempre supposto che te ne saresti
tornato addietro per averla.” — Così avrei fatto, rispose Sancio, se non
l'avessi avuta a mente per la lettura che me ne fece vossignoria; di modo che
la recitai ad un sagrestano che me la copiò dalla testa parola per
parola, soggiungendomi che in tutto il corso della sua vita, benché avesse
vedute lettere amorose, non ne aveva udito né letto una tanto pregievole come
quella. — L'hai tu, disse don Chisciotte, tuttavia presente alla memoria? — No,
signore, rispose Sancio, perché recitata che la ebbi, vedendo che ad altro non
poteva servire me la sono dimenticata; e se qualche cosa me ne ricordo, egli
è quello della tramenata, voglio dire della sovrana signora; e l'ultimo:
“vostro fino alla morte il cavaliere dalla Trista Figura,” e in mezzo a queste
due cose vi ho posto più di trecento “anime, vite e occhi miei.”
CAPITOLO XXXI
DEI PIACEVOLI RAGIONAMENTI CHE SEGUIRONO TRA DON CHISCIOTTE
E LO SCUDIERE SANCIO PANCIA CON ALTRI SUCCESSI.
Tutto questo non mi dispiace, proseguì don
Chisciotte. Ma ci arrivasti? e in che si occupava quella regina della bellezza?
Certamente tu la trovasti intenta a infilzare un vezzo di perle, o a ricamare
qualche impresa d'oro per questo cavaliere suo prigioniero. — La ho trovata,
rispose Sancio, che vagliava del grano in una corte di casa sua. — Fa conto,
disse don Chisciotte, che i granelli di quel frumento toccati dalle sue mani
diventano altrettanti grani di belle perle. Ponesti ben mente, o amico, se il
grano fosse del gentile o del grosso? — Era ravanese, rispose Sancio. — Io ti
accerto, disse don Chisciotte, che vagliato dalle sue mani avrà dato
pane del più saporito: ma andiamo innanzi. Quando le presentasti la mia
lettera la baciò ella? se la mise sopra la testa? fece qualche singolare
dimostrazione degna di tanta lettera? Di' su: come si è contenuta nel
cerimoniale?
— Quando io stava per presentargliela, rispose
Sancio, era ella molto incalorita a dimenare quella parte del grano che era
restata nel vaglio e mi disse: “Mettete, amico, quella lettera sopra a quel
sacco, non ho tempo di leggerla finché non abbia terminato di vagliare tutto il
grano che qua vedete. — Prudente signora! disse don Chisciotte; ciò fece
per aver campo di leggerla a suo grand'agio, e di prendersene consolazione.
Continua frattanto, o Sancio, e rispondimi: Mentre compiva siffatte faccende
quai colloqui passarono fra lei e te? quali dimande ti fece sul conto mio? e tu
che le rispondesti? non indugiare; dammi notizie di tutto, né omettere alcuna
benché menoma circostanza. — Nulla mi ha ella domandato, disse Sancio; ma le
feci sapere ben io in qual modo vossignoria stava facendo penitenza per
servigio di lei: ignudo dalla cintura in su, passeggiando nell'interno di
queste montagne come uomo salvatico, dormendo sulla nuda terra, senza mai
mangiare un boccone a tavola apparecchiata, senza mai farsi radere la barba,
piangendo e maledicendo la sua fortuna. — Errasti, lo interruppe don
Chisciotte, nell'asserire ch'io malediceva la mia fortuna; che la benedico
anzi, e la benedirò in tutto il corso della mia vita, avendomi fatto
degno di amare una sì alta signora, come è Dulcinea del Toboso. —
È vero, rispose Sancio: ella è tanto alta che in fede mi sorpassa
d'un buon palmo. — E che è questo, Sancio? disse don Chisciotte: ti
misurasti forse con lei? — Appunto, rispose Sancio; e ciò feci allora
quando aiutandola a mettere un sacco di grano sopra un asino, ci accostammo
tanto che ho potuto riconoscere ch'ella era oltre un palmo più grande di
me. — Ma dimmi: non è egli vero, replicò don Chisciotte, che ella
accompagna la sua alta statura coll'ornamento di mille milioni di grazie
dell'animo? Non mi negherai, o Sancio, una cosa: quando ti trovasti sì
accanto a lei non sentisti un odore sabeo, una fragranza aromatica; un non so
che di prezioso che non saprei distinguere con nome suo proprio, ma che pure si
ravvicina a quell'olezzo e a quell'odore che si sente nella bottega di un
elegante profumiere? — Quello che so dire, rispose Sancio, si è che io
le ho sentito un tanfo di pesce secco: e questo proveniva dall'essere molto
sudata, e tanto che le grondava giù un succidume piuttosto puzzolente. —
Questo è impossibile, rispose don Chisciotte, ma forse che tu eri allora
infreddato o mandavi cattivo odore tu stesso; perché io so benissimo la fragranza
che getta quella rosa tra le spine, quel giglio dei prati, quell'ambra
liquefatta. — Può darsi tutto questo, rispose Sancio, perché molte volte
mi accorgo che mando da per me quel tanfo istesso che mi è parso allora
che provenisse dalla signora Dulcinea; né è da maravigliarsi che un
diavolo somigli ad un altro. — Or bene, disse don Chisciotte, e quando
terminò di vagliare il grano e di mandarlo al mulino, che fece dopo
letta la lettera? — Non la lesse, rispose Sancio, perché disse che non sapeva
né leggere né scrivere anzi la stracciò in minutissimi pezzi, dicendo
che non la volea dare a leggere a chicchessia, affinché non si divulgassero i
suoi segreti per lo paese, e che le bastava quanto avea da me inteso riguardo
all'amore che le porta vossignoria, e alla penitenza che sta facendo per lei.
Mi ordinò finalmente che le dicessi che le baciava le mani, che avea
voglia molto maggiore di vederla che di scriverle; e che perciò lo
supplicava e gli comandava che, vista la presente, senza indugiare un momento,
si partisse da queste brutte montagne, né facesse altre pazzie, ma si avviasse
subito al Toboso, sempre che non la ritenessero affari di somma importanza,
perché avea gran desiderio di vedere vossignoria. Le dirò che le
scapparono molte risa quando intese che ella si chiama il cavaliere della
Trista Figura; ed avendole io chiesto se erasele presentato il Biscaino da lei
malconcio, mi rispose che sì, e che lo ha riconosciuto per un uomo molto
dabbene; e la stessa dimanda le feci riguardo ai galeotti, ma mi assicurò
che fino a quel punto non erano comparsi. — Tutto finora cammina a dovere,
disse don Chisciotte; ma dimmi per vita tua: di quale gioia ti fece dono quando
prendesti da lei commiato in ringraziamento delle nuove che di me le recasti?
Sai che è costumanza usitata fra i cavalieri e dame erranti di regalare
agli scudieri, alle donzelle o ai nani che recano novelle delle loro signore, o
alle dame quelle dei loro cavalieri, qualche ricca gioia in attestato di
aggradimento delle loro ambascerie.
— Può essere che sia così, disse
Sancio, ed io tengo questa per buona usanza; ma la osservarono forse nei tempi
antichi, mentre ora si usa regalare invece un pezzo di pane e di formaggio, e
questo fu il donativo che mi porse la signora Dulcinea dalle muraglie della
corte quando le annunziai che io voleva partire; ed anche per maggior
contrassegno le dirò ch'era formaggio pecorino. — Ah, essa è
liberale estremamente! disse don Chisciotte: e se non ti diede un gioiello
d'oro sarà ciò derivato per non averlo alle mani, ma ci è
sempre tempo, e quando la vedrò io farò in modo che ti regali
quanto ho detto. Ma sai tu, Sancio, di che sono io adesso trasecolato? Del tuo
andare e tornare quasi per aria, poiché non hai impiegati tre interi giorni tra
l'andata e il ritorno da qui al Toboso, ch'è la distanza di trenta
leghe, di maniera che io debbo supporre che quel savio negromante che veglia
sopra le cose mie, e mi è amico, e senza la cui attenta e continua
assistenza io non potrei mai riuscire buono e perfetto cavaliere errante, non
avrà mancato di prestarti in tutto il viaggio grandi soccorsi senza che
punto te ne avvedessi. Vi hanno dei savî che prendono un cavaliere errante
addormentato nel proprio letto, e senza sapere il come e il donde, egli trovasi
poi lontano nella seguente mattina più di mille leghe dal luogo dove si
mise a passar la notte: o se così non fosse non potrebbero i cavalieri
erranti assistersi vicendevolmente nei loro pericoli come fanno ogni giorno.
Occorre talvolta che uno stia nelle montagne dell'Armenia combattendo con
qualche dragone o con qualche fiera fantasima o con qualche esimio cavaliere,
ed avendo la peggio nella battaglia trovasi al punto di morte; ma quando meno
sel crede, eccoti comparire portato da una nuvola o da un carro di fuoco
qualche altro cavaliere amico venuto in poche ore dall'Inghilterra; e aiutato
da lui, resta libero dalla morte, e trovasi la notte in casa a lieta e gradita
cena; eppure erano distanti l'uno dall'altro ben tremila leghe; ma tutto
ciò si opera per via della industria e dell'arte di questi savî
incantatori che hanno in custodia cavalieri sì valorosi. Per tutte
queste cose io non ho, Sancio mio buono, veruna difficoltà a credere che
in sì breve spazio di tempo tu sia andato e tornato di qua al Toboso, e
ripeto che indubitamente qualche savio dee averti fatto viaggiare per aria
senza che tu te ne sia accorto.
— Così debbe essere andata la faccenda,
disse Sancio, perché in fede mia Ronzinante marciava come si fosse stato
l'asino di un zingaro, e pareva che avesse l'argento vivo negli orecchi.
— E come ne aveva dell'argento vivo! disse don
Chisciotte, e aggiungivi ancor una legione di demonï, che sono genti che
marciano e fanno marciare senza stancarsi mai. Ma lasciamo tutto questo da
parte: che ti sembra ch'io debba ora fare rispetto al comando di Dulcinea di
andarla a vedere? Perché sebbene io conosca da per me stesso che sono in
obbligo di obbedire al comando, veggo però che mi si rende
impossibile l'adempierlo a cagione del favore che promisi a cotesta principessa
che con noi si accompagna, e le leggi di cavalleria vogliono ch'io attenda alla
data parola piucché al mio gusto particolare. Da una parte mi stimola e
tormenta il desiderio di vedere la mia signora; d'altra parte sono forzato e
chiamato dalla promessa fede e dalla gloria che mi riprometto da questa
impresa. Miglior partito sarà ch'io mi dia la più gran fretta nel
viaggio; così raggiungerò subito questo gigante, e troncatogli al
mio arrivo il capo, e posta la principessa nel possesso del suo regno,
darò volta subito subito per condurmi a vedere il bel sole che illumina
i miei sensi; e farò tali scuse che sarà tenuta per buona ventura
la mia tardanza, vedendo che ogni cosa torna in aumento della gloria di
Dulcinea; perché quanto ho conquistato, sono per conquistare, e
conquisterò col mezzo dell'arme nel corso della mia vita, tutto io
riconosco dal favore che la mia buona signora m'imparte, e dall'essere io cosa
sua.
— Ah poveretto me! disse Sancio: quanto male la
pensa vossignoria! Mi dica, signore, si propone ella dunque di fare inutilmente
un sì gran viaggio, e di trascurare e perdere l'occasione di un
sì ricco e nobile matrimonio com'è questo, la cui dote è
un regno? E non riflette ella che a quanto intesi dire è un regno di più
di ventimila leghe di circuito, abbondantissimo di tutte le cose necessarie
alla vita umana, e più esteso e cospicuo dei regni del Portogallo e
della Castiglia congiunti insieme? Taccia per amor del cielo; si vergogni di
ciò che ha detto; accolga il mio consiglio, mi perdoni e si mariti nel primo
luogo dove si trovi il curato, ed anzi lo faccia qui, che abbiamo appunto il
curato il quale potrà sposarla a suo piacere. Avverta che io sono in
età da poter dare dei buoni consigli, e che qui cade a proposito quello
che dice: meglio un passero in mano che una grue nell'aria; e s'altri ti
dà l'anello, tu porgi il dito.
— Tu mi consigli al maritaggio, rispose don
Chisciotte, perché io divenga re, ucciso che abbia il gigante e quindi possa
darti il promesso guiderdone; ma ti dico che senza ammogliarmi potrò
soddisfare con somma facilità al tuo desiderio, e prima di accingermi
alla battaglia, farò che sia sottoscritta una convenzione per cui,
riuscendomi la vittoria, mi si conceda una parte del regno da poterla dare a
chi più mi piace; ed in tal caso a chi vuoi tu che io la doni se non a
te?
— E chi ne dubita? rispose Sancio: ma avverta la
signoria vostra di sceglierla vicina al mare, perché se non mi piacesse il
soggiorno io possa imbarcare i miei negri vassalli, e valermene come ho detto;
e non si prenda ella per ora veruna briga di andar a vedere la signora
Dulcinea, ma si accinga all'impresa di dare la morte al gigante, e concludiamo
quest'affare, dal quale in fede mia v'è da sperar grande onore e
profitto.
— Certamente, o Sancio, disse don Chisciotte, che
tu dici il vero, e bisognerà che mi appigli al tuo consiglio di
seguitare cioè la principessa prima di vedere Dulcinea. Ti avverto
però di non fare parola a chicchessia, e nemmeno a quelli che sono con
noi di ciò che abbiamo discusso e conchiuso; perché si vede che Dulcinea
stassene riguardata a modo da non volere che si rendano palesi i pensieri suoi;
e quindi sarebbe assai male che io ovvero altri in vece mia, li scoprisse.
— Ma come dunque, replicò Sancio, la
signoria vostra ordina ai vinti dal valore del suo braccio che vadano tutti a
mettersi innanzi alla signora Dulcinea, aggiungendo alle sottoscrizioni del suo
nome che la ama e che è il suo innamorato? e di più perché trova
ella necessario che coloro che ci vanno debbano porsi in ginocchio dinanzi a
lei, e significarle che si recano per comando di vossignoria ad offrire
servitù, non restando in questo modo nascosi i pensieri di ambedue
gl'innamorati?
— Quanto sei semplice! disse don Chisciotte: non
ti avvisi tu, Sancio, che tutto ciò ridonda a suo maggior esaltamento?
Hai da sapere che nel nostro ordine di cavalleria è grande onore per una
dama avere molti cavalieri erranti che la corteggiano, senz'altra intenzione
che di dedicarle servitù, perché essa è quella che è, e
senza sperare altro compenso dei molti e retti desiderî se non che degnisi di
accettarli per i suoi cavalieri?
— Questa maniera di amare, disse Sancio, è
propria soltanto (per quanto intesi alla predica) dell'amore che si dee portare
a Dio per sé solo, senza badare a speranza di bene o timore di danno; benché io
mi contenterei di servirlo ed amarlo per qual si fosse cagione.
— Non ho mai veduto un villano più furbo
di te, disse don Chisciotte, perché tu m'improvvisi alle volte certi
ragionamenti che pare proprio che tu li abbia studiati.
— Eppure in fede mia, io non so nemmeno leggere,
rispose Sancio.
In questa mastro Niccolò li chiamò
ad alta voce, perché aspettassero un poco, volendo i compagni fermarsi a bere
ad una fontana ivi trovata. Don Chisciotte si fermò, e n'ebbe Sancio
grandissimo piacere per vedersi liberato dalla necessità di dire tante
bugie col timore di poter essere scoperto dal suo padrone; perché quantunque
gli fosse noto che Dulcinea era una contadina del Toboso, non l'aveva egli però
mai veduta. Erasi frattanto Cardenio vestito dell'abito che Dorotea portava
indosso la prima volta in cui fu scoperta: non molto ricco a dir vero, ma
tuttavia migliore de' cenci dai quali egli era prima coperto. Si assisero tutti
presso alla fonte, e con quello che il curato seco recò dalla osteria
soddisfecero assai parcamente alla fame.
Nel tempo che ivi si trattenevano, passò
un ragazzo il quale facendosi a guardarli ad uno ad uno con grande attenzione,
di lì a poco si accostò a don Chisciotte, ed abbracciandogli le
ginocchia si mise a piangere dirottamente dicendo:
— Ah signor mio! non mi ravvisa la signoria
vostra? mi osservi bene che io sono quell'Andrea servitore che fu da lei
liberato dall'arbore a cui stava legato.” Don Chisciotte lo riconobbe, e
prendendolo per la mano e rivoltosi ai circostanti si mise a dire:
— Perché comprendano le signorie vostre quanto
importa ch'esistano al mondo cavalieri erranti che disfacciano i torti e gli
insulti fatti dai temerarî e malvagi, sappiano che passando io per un bosco negli
scorsi giorni intesi certe grida come di persona afflitta e bisognosa. Accorsi
all'istante, spinto dal mio dovere, a quella parte da cui mi pareva che uscisse
un lamento, e trovai legato a una quercia questo ragazzo che ora mi compiaccio
di poter mostrare, perché sarà testimonio di quanto dico, incapace di
mentire in verun modo. Ripeto che stava egli legato a una quercia ignudo dal
mezzo in su, ed un villano, che poi seppi essere il suo padrone, gli dava non
poche frustate con le redini di una cavalla. Nol vidi appena che gli domandai
la causa di sì atroce procedere, e colui mi rispose che lo conciava a
quel modo, perché essendo suo servitore gli mandava a male siffattamente le sue
robe da tenerlo per ladro piuttosto che per disattento. Disse allora il ragazzo:
— Signore, egli non mi frustava per altro che per
avergli domandato il mio salario.
— Il padrone, continuò don Chisciotte,
soggiunse non so quali sue parole o discolpe che quantunque da me intese, non
furono ricevute per buone. In fine lo feci slegare ed ho obbligato il villano a
condurlo seco ed a pagarlo un reale sopra l'altro profumatamente. Non è
egli vero tutto questo, figliuolo Andrea? Notasti tu con quale impero io
comandai, e quanto umilmente promise il tuo padrone di fare quanto gl'imposi?
Rispondi, non turbarti, non dubitare; racconta il successo a questi signori,
affinché si vegga e si consideri quanto giovi che vi abbiano dei cavalieri
erranti lungo le grandi strade.
— È verissimo tutto ciò che ha
detto la signoria vostra, rispose il ragazzo; ma la fine poi dell'affare fu
tutto al rovescio di quello ch'ella s'immagina.
— Come al rovescio? replicò don
Chisciotte: non fosti pagato da quel villano?
— Non solo non mi ha fatto alcun pagamento,
soggiunse il ragazzo, ma in vece, poiché la vide uscita del bosco e restammo
soli, mi tornò a legare alla medesima quercia, e mi diede di nuovo tante
frustate che restai un san Bartolommeo scorticato. Ad ogni sua frustata
aggiungeva per maggior scherno: “Va a chiamare ora il tuo gran cavaliere” quasi
beffandosi di vossignoria, e colla aggiunta di parole sì spropositate
che ne avrei riso io pure se non avessi sentito sì gran dolore. In
sostanza mi acconciò di maniera che dovetti stare finora in uno spedale
per farmi curare; della qual mia disgrazia la signoria vostra ha tutta la
colpa, perché se avesse seguitato il suo cammino, e non fosse venuto dove non
era chiamato, né si fosse frammesso nei fatti altrui, il mio padrone sarebbesi
contentato di darmi una o due dozzine di staffilate, avrei avuto il pagamento
di tutto ciò che mi doveva, e sarei rimasto in libertà: ma perché
vossignoria si pose senza titolo ad oltraggiarlo, e lo villaneggiò
inconvenientemente, così lo prese la più fiera collera, e non
potendola sfogare sopra di lei, quando si vide solo, scaricò sul mio
dosso tanta tempesta che non sarò più buono a cosa alcuna se
vivessi mille anni.
— Il male è proceduto, disse don
Chisciotte, dall'essermi tolto di là prima che colui t'avesse pagato
compiutamente, dovendomi bene esser noto per inveterata sperienza che nessun
contadino mantiene la parola quando vegga che l'adempierla non fa al caso suo:
ti sovverrà per altro, o Andrea, che giurai di andarlo a cercare per
ritrovarlo, quand'anche fosse stato nel ventre di una balena, se non ti avesse
pagato.
— Questo è verissimo, replicò
Andrea, ma non mi giovò uno zero.
— Or ora vedrai, disse don Chisciotte, quanto
importasse quel giuramento; e nell'atto stesso si alzò all'infretta
ordinando a Sancio di mettere la briglia a Ronzinante che stava pascolando
mentr'essi mangiavano.” Dorotea gli domandò che cosa pensasse di fare:
ed egli rispose che volea andar a cercar conto di quel villano per castigarlo
della sua temerità, e fare che pagasse Andrea fino all'ultimo maravedis,
a dispetto ed a vergogna di quanti villani si trovassero al mondo. Essa allora
gli fece riflettere che nol potea fare, dovendo egli mantener la promessa di
non frammettersi in veruna impresa se non avea prima compìta la sua, e
sapere meglio di ogni altro che tanta collera andava raffrenata sino al ritorno
dal suo regno.
— È vero, è vero, rispose don
Chisciotte, ed è perciò necessario che Andrea tolleri fino al mio
ritorno come voi dite, o signora; ma gli giuro e prometto di nuovo che non mi
darò più pace, finché io non lo abbia vendicato e fatto pagare.
— Io non mi curo di questi giuramenti, disse
Andrea, e vorrei piuttosto aver danari per fare il viaggio sino a Siviglia che
quante vendette si possono fare al mondo: mi dia, se lo può, qualche
cosa da mangiare, e resti in pace vossignoria con tutti i cavalieri erranti,
che faccia Dio che possano errare verso sé medesimi, come hanno errato verso di
me.” Sancio cavò dalla sua saccoccia un pezzo di pane e un altro di
cacio, e dandoli al ragazzo gli disse:
— Prendi, fratello Andrea; noi tutti sentiamo
compassione della tua disgrazia.
— Come ci avete dunque parte anche voi? disse
Andrea.
— Questa porzione di pane e di cacio
che ti do presentemente, disse Sancio, sa il cielo quanto mi può costare;
perché tu devi sapere, amico, che noi altri scudieri di cavalieri erranti
andiamo soggetti a molta fame, a molti malanni, ed a qualche altra cosa che si
sente molto meglio che si dica.”
Andrea tolse il pane ed il cacio, e vedendo che
altro non gli davano, abbassò la testa e si mise, come suol dirsi, la
via tra le gambe. Nell'atto di partirsi disse a don Chisciotte:
— Signor cavaliere errante, se un'altra volta mi
trova, quand'anche mi vedesse fare in pezzi, per amor di Dio non mi aiuti, ma
mi lasci col mio malanno, che non sarà mai tanto grande quanto quello
che potrà provenirmi dai soccorsi di vossignoria.”
Volea alzarsi don Chisciotte a conciarlo per le
feste, ma egli si mise a correre in maniera che a nessuno bastò l'animo
di tenergli dietro. Svergognato sommamente restò don Chisciotte per la
istoria di Andrea e durarono grande fatica gli astanti a trattenersi dal ridere
per non vederlo dare nelle furie.
CAPITOLO XXXII
TRATTASI DI CIÒ CHE ACCADDE NELLA OSTERIA A DON
CHISCIOTTE ED AI SUOI SEGUACI.
Levaronsi dopo aver terminato di mangiare, e
montarono sulle loro cavalcature; e nel dì seguente senza che occorresse
cosa alcuna degna di considerazione, giunsero all'osteria, con spavento e
stupore di Sancio, il quale non poté fare a meno di entrarvi sebbene ciò
fosse contro ogni sua volontà. L'oste, l'ostessa, la sua figlia e
Maritorna vedendo arrivare don Chisciotte gli uscirono incontro a riceverlo con
dimostrazioni di molta allegria ed egli corrispose loro con gravità e
con apparenti segni di gratitudine. Ordinò che gli allestissero un
letto, raccomandando che fosse migliore di quello dell'altra volta: al che
l'ostessa rispose che se pagasse meglio di allora sarebbe servito da principe.
Don Chisciotte soggiunse che così appunto farebbe; e però gliene allestirono
uno più usabile nello stesso stanzone di prima, ed egli subito vi si
coricò trovandosi tanto privo di forze quanto di buon giudizio.
Non erasi egli appena addormentato che l'ostessa
si accostò al barbiere, e presolo per la barba gli disse: — Per la vita
mia che voi non metterete più a profitto la mia coda per farvi la barba,
e me la dovrete subito restituire.” Il barbiere non gliela voleva rendere
benché ella la tirasse a sé: ma il curato gli disse che poteva dargliela,
giacché non vi era più bisogno di quella finzione, potendo egli farsi
vedere alla scoperta da don Chisciotte, col dirgli che quando fu spogliato dai
ladri galeotti era venuto a rifugiarsi in quella osteria; e se domandasse dello
scudiero della principessa, gli rispondesse che l'avea preceduta per avvisare i
suoi sudditi che essa era in cammino alla loro volta, accompagnata dal comune
liberatore. Allora il barbiere diede volentieri la coda all'ostessa, e gli
altri restituirono quanto ella aveva loro prestato per conseguire la liberazione
di don Chisciotte.
Tutta la gente dell'osteria fece le
più alte maraviglie sì della bellezza di Dorotea, come della
leggiadra figura del pastore Cardenio. Il curato ordinò che si
apprestasse quanto avessero per cibarsi, e l'oste colla speranza di miglior
paga allestì un conveniente desinare. Dormiva don Chisciotte frattanto,
e si avvisarono di non isvegliarlo perché sarebbegli per allora più
giovato il dormire che il mangiare. Sul finir del pranzo, essendo presenti
l'oste, l'ostessa, sua figliuola, Maritorna, e quanti vi erano in
quell'osteria, ragionarono intorno alle pazzie di don Chisciotte ed al misero
stato in cui lo avevano ritrovato. Raccontò l'ostessa ciò che gli
era avvenuto col vetturale, poi dando un'occhiata se a sorte eravi Sancio, e
non lo vedendo, narrò per intiero l'istoria dello sbalzamento per aria
colla coperta di che risero tutti moltissimo. Avendo poi detto il curato che i
libri di cavalleria letti da don Chisciotte gli avevano guasto il cervello,
soggiunse l'oste: — Non so come possa esser questo, perché in verità non
avvi miglior lettura al mondo, ed io qui ne tengo due o tre con altre istorie
che hanno data veramente la vita non pur a me solo ma ben anche a molti altri.
Nei giorni di festa e alla stagione delle messi si raccolgono sul mezzogiorno
molti segatori, fra i quali ve ne ha sempre qualcuno che sa leggere, e che ne
prende uno, e noi gli facciamo cerchio in più di trenta, e ne stiamo
ascoltando con gran piacere la lettura mandando al diavolo la malinconia. Posso
dire di me, che quanto sento raccontare i terribili e furiosi colpi tirati da
questi cavalieri, mi viene la frega di fare altrettanto, starei giorno e notte
sempre ad udirli. — Ed io né più né manco, disse l'ostessa, ché non godo
un'ora di quiete se non allora che voi ve ne state ascoltando queste letture,
le quali vi tengono tanto assorto che dimenticate di borbottare. — Questo
è vero, soggiunse Maritorna; e in fede mia che io ci ho il più
gran gusto a sentire, per esempio, che un cavaliere e una dama riposano sotto un
alloro. — E a voi che ne sembra, bella giovane? disse il curato rivolgendosi
alla figlia dell'oste. — Nol so, o signore, rispose ella, in coscienza mia: io
pure li sento leggere, e in verità ad onta che non li intenda ne provo
diletto; per altro non mi vanno a sangue quei colpi che piacciono tanto a mio
padre, ma m'interessano i lamenti dei cavalieri quando si trovano lontani dalle
loro signore, e mi commovono fino a farmi piangere di compassione. — Di maniera
che, buona giovane, disse Dorotea, se piangessero per cagion vostra, voi non
indugereste ad apprestare loro il rimedio? — Non so quello che farei, rispose
la ragazza, e posso dire soltanto che tra quelle signore ve ne sono alcune
tanto crudeli che meritano dai cavalieri il nome di tigri, di leonesse ed altri
siffatti. Dio buono! non so come possa darsi gente così spietata e di
sì poca coscienza, che per non voler consolare un uomo di onore lo
lascino morire o diventar matto, ed io non arriverò mai a capire perché
facciano tanto le schizzinose: se le proposizioni dei cavalieri sono oneste si
facciano con essi spose, ché questo debb'essere l'unico loro scopo. — Taci,
disse l'ostessa, che tu ti mostri un po' troppo infarinata di tali faccende, e
non si conviene alle donne saperne e parlarne tanto. — Non ho creduto,
soggiunse la giovane, potermi dispensare dal rispondere poiché fui interrogata.
— Orsù, signor oste, disse il curato, portatemi questi libri, che bramo
vederli. — Oh! ben volentieri,” rispos'egli; ed entrando nella sua stanza cavò
fuori una vecchia valigia chiusa con una catenuzza, ed aprendola vi
trovò tre libri grandi ed alquanti fogli manoscritti di bel carattere e
li portò tutti al curato. Il primo libro apertosi era Don Cirongilio
di Tracia, l'altro Felice Marte d'Ircania, ed il terzo La
Storia del gran capitano Gonzalo Fernandez di Cordova con la Vita di
Diego Garzia di Parades. Quando il curato ebbe letto il titolo dei due
primi, si volse al barbiere, e disse: — Qui ci vorrebbero la nipote e la serva
del nostro amico. — Non importa, rispose il barbiere; ché so pur io gittarli in
corte e metterli sotto il camino dove ci sarà un buon fuoco. — E che?
vorrebbe forse vostra signoria bruciare i miei libri? disse l'oste. — Io
brucierei, disse il curato questi due solamente, cioè quello del don
Cirongilio e quello di Felice Marte. — Ma, replicò l'oste, sono forse
questi libri eretici o flemmatici, che li volete abbruciare? — Scismatici
dovete dire, soggiunse il barbiere, e non flemmatici. — Questo io voleva dire,
replicò l'oste; ma se pur ne vuole vossignoria bruciare qualcuno, cada
la scelta su quello del gran capitano o su quello di Diego Garzia, perché gli
altri mi sono tanto cari che lascerei bruciare un figliuolo anziché permettere
ch'altri desse alle fiamme alcuno di essi.
— Fratello, disse il curato, questi due libri
sono bugiardi e pieni zeppi di spropositi e di chimere, laddove quello del gran
capitano è storia vera, e racconta i fatti del Gonzalo Fernandez di
Cordova che meritò per le sue molte e grandi imprese di essere chiamato
da tutti il gran Capitano, sopranome celebre, luminoso e
conveniente a lui solo. Quanto poi a Diego Garzia di Parades egli fu un
cavaliere dei principali della città di Trusciglio nella Estremadura,
guerriero valorosissimo e dotato dalla natura di tanta forza che fermava con un
sol dito la ruota di un mulino nella sua maggiore furia; e postosi con uno
spadone in mano all'ingresso di un ponte impedì ad un esercito
innumerabile l'andare innanzi, e fece in oltre tali altre prodezze, che se in
vece di scriverle egli stesso colla modestia di chi parla di sé, altri le
avesse scritte senza verun riguardo e da uomo disappassionato, avrebbero
oscurato quelle degli Ettori, degli Agilli e dei Rolandi. — Oh ella è
pur bella, disse l'oste, e voi fate le maraviglie perché fu ritenuta una macina
da mulino col dito? Legga, per Bacco, la signoria vostra ciò che ho
letto io medesimo di Felice Marte d'Ircania, che con un solo manrovescio
tagliò per mezzo cinque giganti, come se fossero stati di ricotta, o
come tanti di quei fratini che fanno i ragazzi di baccelli o di fave fresche.
Un'altra volta assalì un grandissimo e poderosissimo esercito, composto
di un milione e seicentomila soldati, armati tutti da capo a piedi, e li
sbaragliò, e li fece fuggire tutti come tante mandre di pecore. E dove
lasciamo noi il buon don Cirongilio di Tracia? Fu sì animoso e valente
che navigando, come leggesi nel libro della sua istoria, per un fiume, ed
essendo uscito dall'acqua un drago di fuoco, nol vide egli appena che gli saltò
in groppa, e gli strinse con ambedue le mani la gola per modo che sentendosi il
drago in procinto di essere strozzato, non trovò altro scampo che
piombare al fondo del fiume strascinando seco il cavaliere che non per questo
si volle staccare da lui: e quando poi furono abbasso egli si trovò in
un palazzo e in un giardino sì vago ch'era maravigliosa cosa a vederli;
ed ivi il drago si trasformò in un vecchio decrepito, da cui tali e
tante cose gli furono dette che non si potrebbero sentire di più. Deh
non si opponga vossignoria, ché se ella leggesse queste imprese impazzirebbe
per lo piacere; e venga il canchero al gran Capitano e al signor don Diego
Garzia.”
Dorotea ciò udendo, disse a Cardenio con
voce sommessa:— Manca poco al nostr'oste di fare a seconda parte di don
Chisciotte. — A me pure sembra così, rispose Cardenio; perché agl'indizî
che ci porge, egli tiene per indubitato che quanto raccontano quei suoi libri,
sia stato né più né meno come vi è scritto, né tutti i
predicatori del mondo gli farebbero credere il contrario. — Badate bene, fratel
mio, tornò a dire il curato, che non vi furono al mondo giammai né
Felice Marte d'Ircania, né don Girongilio di Tracia, né gli altri cavalieri dei
quali trattano i libri di cavalleria, tutti composti e immaginati da oziosi
cervelli, intenti solo, come voi stesso diceste, a dare passatempo agli
sfaccendati, quali sono i vostri segatori quando li leggono. Io vi giuro con
asseveranza che mai non furono al mondo siffatti cavalieri, né si diedero mai
cotali prodezze e tali spropositi. — A me non si vendono lucciole per lanterne,
come io non sapessi quanti diti ha una mano, o dove mi duole la scarpa; e non
si creda la signoria vostra d'ingannarmi perché, viva il cielo, so distinguere
il nero dal bianco. è ben singolare ch'ella voglia persuadermi che il
contenuto di questi buoni libri sia un impasto di menzogne, quando sono belli e
stampati con licenza dei signori del Consiglio reale; come se quelle fossero
persone da permettere che si stampassero tante battaglie, tanti incantesimi e
tante bugie da far perdere il giudizio. — Io già vi ho detto,
replicò il curato, che ciò si fa ad oggetto di dare trattenimento
ai nostri oziosi pensieri, e nello stesso modo che si permettono nelle ben
regolate repubbliche i giuochi degli scacchi, di pallacorda e del trucco per
passatempo di quelli che non vogliono, non debbono, o non possono lavorare: e
per questa stessa ragione si permette la stampa di tali libri, stimando,
com'è di verità, che non possa darsi uomo di sì crassa
ignoranza che tenga per veritiera alcuna delle istorie che vi si leggono. Se mi
fosse poi lecito e mel concedesse chi adesso mi ascolta, io direi ciò
che dovrebbero contenere i libri di cavalleria per essere buoni e per riescire
di piacere e di profitto ad un tempo: spero però che potrò una
qualche volta conferire con chi trovasi in caso di rimediarvi; e frattanto
credete, signor oste, a ciò che vi ho detto; prendetevi i vostri libri,
pensateci voi per ciò che vi si appartiene alla verità od alle bugie
che contengono che buon pro vi faccia; e voglia Dio che non camminiate sul
piede su cui cammina il vostro ospite don Chisciotte. — Oh questo poi no,
rispose l'oste, ch'io non sarò mai così pazzo da farmi cavaliere
errante, conoscendo assai chiaramente che non si usa oggidì ciò
che si usava nei vecchi tempi, nei quali si dice che andavano vagando pel mondo
questi erranti cavalieri.”
Sancio, ch'erasi trovato presente alla
metà di questo discorso, restò molto confuso e pensoso sentendo
che non erano in uso ai dì presenti i cavalieri erranti, e che i libri
tutti di cavalleria erano solo una serie di balordaggini e di menzogne. Propose
in cuor suo di attendere per vedere dove andava a parare il viaggio del suo
padrone, perché se non vedesse probabile la felicità ch'egli sperava, faceva
disegno di abbandonarlo, e di tornarsene con sua moglie e i suoi figliuoli agli
usati lavori.
L'oste andava già a riporre il valigiotto
ed i libri; ma il curato gli disse: “Aspettate che voglio vedere che cosa
contengono questi fogli scritti con sì bel carattere.” L'oste li
cavò fuori, e dandoli al curato, questi trovò che erano otto
fogli manoscritti, con questo titolo: NOVELLA DEL CURIOSO INDISCRETO. Scorso
che n'ebbe un tratto soggiunse: — Non mi dispiace il titolo di questa novella,
e mi viene voglia di leggerla tutta:” al che l'oste rispose: — Può
leggerla vostra riverenza, perché le dico che essendo stata letta da altri
forastieri, se ne trovarono contenti assai, e me l'hanno con una grande istanza
richiesta; ma non aderii alle loro domande, perché una volta o l'altra potrebbe
ritornare colui che dimenticò qui la valigia, ed è giusto che
ogni cosa gli sia restituita: e benché vi confessi che me ne dorrà
assai, voglio nondimeno fargliene la restituzione, perché quantunque oste sono
però buon cristiano. — Avete ogni ragione, amico mio, disse il curato:
ma ad onta di tutto ciò se la novella mi piace mi dovrete permettere di
copiarla. — Ben volentieri, rispose l'oste.” Mentre così fra loro la
discorrevano, Cardenio erasi tolta la novella, ed aveva cominciato a leggere;
sembrandogli di trovarla quale il curato se l'era immaginata, lo pregò
che egli la leggesse in modo da essere inteso da tutti. — Lo farò
volentieri, soggiunse il curato, e sarà forse meglio occupare adesso il
tempo a leggere piuttosto che dormire.” Disse allora Dorotea: — Sarà per
me un dolce riposo il gustare di un qualche racconto, perché non ho ancora
l'animo tanto quieto da poter dormire. — Orbene, ripigliò il curato,
voglio leggerla per curiosità se non altro, e forse che vi sarà
qualche cosa che ci piaccia.” Maestro Nicolò pregollo pur con ogni
istanza, e così fece Sancio Pancia; e vedendo il curato che avrebbe data
soddisfazione a tutti nell'atto che si sarebbe egli pure intertenuto
piacevolmente, disse: — Poiché così volete, porgetemi tutti attenti
orecchio che la novella comincia nella seguente maniera.
CAPITOLO XXXIII
SI RACCONTA LA NOVELLA DEL CURIOSO INDISCRETO.
A Firenze, città celebre e
ricca d'Italia nella provincia di Toscana, vivevano Anselmo e Lotario, due
cavalieri ricchi e di nobile stirpe, tanto amici fra loro che quanti li
conoscevano li chiamavano per eccellenza ed antonomasia i due amici.
Erano senza moglie, giovani di una medesima età e di eguali
inclinazioni, donde formavasi un perfetto vincolo di mutua affezione: né altra
differenza si può dire che fosse fra loro se non che Anselmo era
inclinato ai passatempi amorosi più di Lotario, il cui principale
diletto consistea nella caccia. Ma l'uniformità degli animi faceva che
intralasciasse Anselmo i piaceri proprî per attenersi a quei di Lotario se
l'occasione lo richiedeva; e n'avea egli da Lotario un perfetto ricambio, a
modo che non camminava oriuolo con tanta regolarità, quanto la concorde
volontà di questi due amici. Era Anselmo perdutamente invaghito di una
donzella bellissima, che deliberò col parere di Lotario, senza cui a
nulla determinato sarebbesi, di chiederla in isposa a' suoi genitori siccome
fece. L'ambasciata fu eseguita da Lotario, ed egli concluse il maritaggio con
soddisfazione sì grande dell'amico che in breve si trovò al
possesso della tanto amata donzella: e Camilla (che così chiamavasi) era
sì contenta di avere Anselmo in isposo che non si rimanea di renderne
grazie al cielo cui dichiaravasi debitrice di tanta felicità.
Nei primi giorni delle nozze, che sono giorni di
letizia, continuò Lotario secondo l'usato a frequentare la casa del suo
amico Anselmo, il quale era sempre sollecito in fargli onore e festeggiarlo.
Passate poi le prime allegrezze dello sposalizio e rallentata la frequenza
delle visite e gratulazioni, cominciò Lotario con maturo consiglio ad
allontanarsi dalla casa di Anselmo, sembrandogli (con quel riguardo ch'è
proprio dell'uomo prudente) che non debbano essere così frequenti le
visite in casa degli amici come quando sono ancora nubili. Perocché quantunque
sia vero che la buona e leale amicizia non può né dee nutrire sospetto
alcuno, è però sì geloso l'onore nell'ammogliato, che
sembra possa ricever ombra dagli stessi fratelli nonché dagli amici.
Notò Anselmo il contegno di Lotario, e
gliene fece gravi doglianze, dicendogli che se avesse potuto sospettare che il
matrimonio dovesse portargli l'alienazione dell'amico, non si sarebbe mai
accasato; ed aggiunse che se la loro buona corrispondenza mentr'egli era nubile
avea fatto meritare ad essi un nome sì dolce come quello di essere
chiamati i due amici, non volesse adesso che per soverchia
circospezione, non fondata sopra verun motivo, andasse a dileguarsi un nome
sì prezioso e sì caro. Lo supplicava perciò, se pure
questa parola poteva usarsi fra loro, che tornasse a divenire padrone di casa
sua frequentandola come prima, assicurandolo che la sua sposa Camilla non avea
altro piacere né altra volontà che quella del marito; e che avendo ella
saputo quale fosse il tenore della loro amicizia, molto affliggevasi di essere
innocente cagione che si raffreddasse. A tutte queste e a molte altre ragioni
che Anselmo addusse a fine di persuadere Lotario a ripigliare la consueta
frequenza in sua casa, rispose l'amico con sì gran prudenza, discrezione
e maturo consiglio, che Anselmo restò soddisfatto della sua buona
intenzione, e stabilirono d'accordo che Lotario andasse a pranzo da Anselmo due
giorni soltanto ogni settimana, e nei dì delle feste. Benché poi
così avessero convenuto fra loro, Lotario avea fra sé stabilito di non
oltrepassare i confini che conveniva all'onore del suo amico, la cui
riputazione stavagli a cuore più della sua propria. Diceva egli, e
diceva molto bene, che il marito cui aveva concessa il cielo bella consorte,
dovea usar grande attenzione nella scelta degli amici che la visitavano in
casa, e così pure nel conoscere con quali amiche conversava la moglie;
perché quello che non si fa né si concerta nelle piazze, nei templi, nelle
pubbliche feste o in mezzo ad altre solennità (luoghi che non sempre
possono i mariti interdire alle loro mogli), si stabilisce e si agevola in casa
dell'amica o della parente, nella quale più che in altri si mette
fiducia. Sosteneva però Lotario ch'era necessario al marito di avere un
qualche amico che lo rendesse avvertito delle mancanze che potessero seguire in
suo discapito, accadendo talvolta che il soverchio amore portato dal marito
alla moglie non gli lasci conoscere o dire a fine di non isdegnarla, che faccia
ella o intralasci di fare alcune cose, il fare o non fare le quali sarebbe per
ridondarle in discapito o in vitupero: al che, se in tempo un amico lo avverte,
si può rimediare assai facilmente. Ma dove troverassi amico sì
prudente, sì leale, sì veritiero come lo avrebbe voluto Lotario?
Io non so scorgerlo che in Lotario solo, il quale con ogni premura e diligenza
prendeva il più vivo interesse per l'onore di Anselmo, e procurava di
diminuire od accorciare i giorni stabiliti per le visite alla casa di lui,
affinché il volgo ozioso e la maldicenza non trovassero di che mormorare
vedendo un giovane ricco, gentiluomo e costumato, fornito di molte
qualità pregievolissime, entrare in casa di una donna sì bella
com'era Camilla. Quantunque potesse bastare il suo carattere e la bontà
sua ad infrenare le malediche lingue, tuttavia non voleva esporre a verun
pericolo la sua riputazione né quella dell'amico, e quindi la maggior parte dei
giorni stabiliti li occupava Lotario in altre cose che facea supporre
indispensabili; ed in tal guisa con le lagnanze dell'uno e con i pretesti
dell'altro passava il tempo. Un giorno in cui andavano passeggiando amendue per
un prato fuori della città, Anselmo tenne a Lotario il seguente
ragionamento:
— Credevi tu forse, amico Lotario, che ai
benefizî che Dio mi ha impartiti col farmi nascere figlio di tai genitori quali
furono i miei, e versando in favore mio con prodiga mano i doni della natura e
della fortuna, io corrispondere non potessi con gratitudine pari al bene
ricevuto, ed a quello principalmente di darmi te per amico e Camilla in isposa,
gioie amendue che apprezzo se non quanto dovrei, almeno quanto posso? Eppure a
malgrado di questi vantaggi che sogliono essere quel tutto che rende contenti
gli uomini, io sono il più disgraziato e malcontento uomo del mondo. E
la ragione di questo si è che da alcuni giorni in qua mi solletica e
tormenta un desiderio sì strano e sì fuor del comune che mi
maraviglio di me medesimo, e m'incolpo e meco stesso mi adiro, e procuro di
tacerlo e vorrei nasconderlo anche a me stesso; ma poiché sento che mi sarebbe
impossibile tenerlo pienamente segreto, voglio deporlo nel tuo cuore,
confidando che se con quella diligenza e premura che formano il carattere del
vero amico, ti studierai di darmi rimedio, io presto mi troverò liberato
dall'angustia che ora mi cruccia; e la mia contentezza, per opera tua,
arriverà al grado cui giunse la mestizia prodotta dalla mia stravaganza.
Lotario stavasene stupito delle parole di
Anselmo, né sapeva a che dovesse riuscire così lungo preambolo; e benché
si studiasse d'indovinare qual desiderio potesse sconvolgere siffattamente
l'amico, andava sempre a colpire assai lungi dal vero.
Per liberarsi adunque dall'angustia che una tale
sospensione gli causava, disse che faceva troppo manifesta offesa alla sua
leale amicizia mendicando parole per iscoprirgli i suoi più segreti
pensieri, mentre doveva sicuramente promettersi da lui o consigli per
infrenarli, o rimedio per conseguire i bramati effetti. — Ciò è
vero, rispose Anselmo, e con questa certezza ti confido, amico Lotario, che la
cosa che tanto mi affanna si è il pensare se Camilla mia sposa sia
sì buona e perfetta come io la stimo, e non posso conoscere questa verità
se non provandola in modo che un esperimento di fatto mi renda chiare le doti
del suo buon carattere, come il fuoco mostra quelle dell'oro. E ciò
deriva da una opinione che quella sola moglie si possa dir virtuosa la quale,
posta alla prova, non si piega alle lagrime ed alle importunità dei
solleciti amanti. Perché diceva: come loderemo la bontà di una donna se
nessuno la persuade a diventare cattiva? che merito ha ella mai dello starsi
ritirata e guardinga se le manca occasione di darsi bel tempo? se sa che il
marito cogliendola in atto d'infedeltà, le toglierebbe la vita?
Perciò quella ch'è buona per timore o perché le manca occasione
di essere altrimenti, io non voglio averla in quel conto in cui terrei quella
che stimolata e cinta da insidie uscisse dal cimento con la corona della vittoria.
E per queste e per molte altre ragioni che potrei dirti ad accreditare ed
avvalorare la mia opinione, io desidero che Camilla mia sposa passi per la
trafila di queste difficoltà, e si affini e si esperimenti col fuoco dei
sollecitatori e con gli stimoli di chi fornito di meriti procuri d'interessarla
ed accenderla. S'ella come ne sono sicuro, riporterà in questa battaglia
la palma, io mi terrò senza pari nella fortuna; dirò ch'è
adempiuto il mio desiderio, e ch'io appunto trovai nella moglie la donna forte,
di cui dice il Savio: Chi la troverà? Che se poi avvenga il
contrario, mentre avrò la più grande compiacenza di essere stato
indovino, soffrirò senza rammarico tutto l'amaro di quella trista
esperienza. Ora, avvertendoti che inutilmente ti adopereresti a distogliermi
dalla risoluzione di appagare questo mio desiderio, devi, amico Lotario,
disporti ad essere lo strumento di questa prova tanto da me desiderata, e io ti
aprirò a tal uopo il campo per modo che nulla ti manchi di quanto può
esserti necessario. M'induce fra le altre cose a fidarmi di te la certezza, che
se Camilla vacillasse nella sua virtù, saprai lealmente astenerti
dall'approfittare della sua debolezza, e il mio onore non riceverà
alcuna macchia. Se brami pertanto che io viva una vita veramente degna di
questo nome, ti accingerai senza indugio colla diligenza e colla lealtà
che di te mi prometto, alla battaglia che ti propongo.”
“Questo fu il tenore del ragionamento che Anselmo
fece a Lotario, il quale prestò attenzione sì intensa che se non
fosse scritto ciò che rispose sarebbesi detto che non aprì mai
bocca. Vedendo però che Anselmo avea terminato di parlare, dopo essere
stato buon tempo guardandolo, come se mirasse cosa a lui sconosciuta, e per cui
gliene derivassero ammirazione e spavento, gli disse: — Io mi fo a credere,
amico Anselmo, che tutto questo tu me l'abbi detto per burla; ché altrimenti
non ti avrei permesso di proseguire, poiché col non darti orecchio non saresti
andato tanto innanzi col tuo lungo discorso. E quasi mi pare, o che tu non
conosci me, o che da me tu non sei conosciuto: ma ciò veramente non
è, sapendo io benissimo che tu sei Anselmo, come tu sai che io sono
Lotario. Ma di questo sventuratamente mi accorgo che tu non sei l'Anselmo di
prima, e ch'io non sono più tenuto da te quell'amico ch'io sono; tali
cose dicesti e richiedesti da me! Perché i buoni hanno da mettere alla prova i
loro amici e servirsi di loro, come disse un Gentile usque ad aras, volendo
con ciò inferire che non si debba far uso della loro opera in cose che
offendano la giustizia. Che se portò siffatta opinione dell'amicizia un
Gentile, quanto più essa non dee prevalere in un cristiano, il quale sa
che l'amicizia divina debb'essere anteposta alla umana qualunque ella sia? E
quand'anche l'amico andasse tant'oltre da preferire gl'interessi del suo amico
ai riguardi verso il cielo, ciò non ha da essere per cose lievi e di
poco momento, ma solo quando si tratti dell'onore e della vita dell'amico suo.
Ora dimmi, Anselmo; quale di queste cose hai tu in pericolo ch'io debba, per
compiacerti, imprender opera sì detestabile come quella che mi comandi?
Tu adesso mi chiedi, a quanto mi sembra, che io metta ogni premura e
sollecitudine a farti perdere onore e vita perdendo la mia nel tempo medesimo;
essendo di tutta evidenza ch'io ti levo la vita nel porre ogni mio studio per
involarti l'onore, perché l'uomo privo di questo è peggio che morto: e
divenendo io lo strumento, come tu vuoi che io sia, di tanto tuo danno, non
vengo forse a restare disonorato e quindi uomo senza vita? Ascolta, amico
Anselmo, e non interrompermi finché abbia terminato di dirti tutto ciò
che mi si faccia alla mente sopra il tuo desiderio, e resterà poi tempo
a te di replicare ed a me di ascoltarti. — Molto mi piace la tua proposta!
rispose Anselmo; di' pur ciò che vuoi. Lotario proseguì: —
“Sembrami, Anselmo, che tu la pensi alla foggia dei Mori, i quali non si
possono convincere dell'errore della loro setta con la autorità della
sacra Scrittura, né con ragioni dedotte dalla speculazione dell'intelletto o
fondate sopra articoli di fede, ma conviene loro sottoporre esempi di fatto;
facili, intelligibili, dimostrativi, indubitabili con quasi matematiche
dimostrazioni che non si possono negare, come sarebbe questa: “Se da due parti
eguali si levano due parti eguali, quelle che restano sono ancora eguali.” E
poiché non bastano le sole parole a farli capaci nemmanco di queste
verità, conviene fargliele toccar con mano, e porgliele dinanzi agli
occhi; né questo pure è sufficiente a persuaderli della verità
della religione nostra. Mi veggo ora costretto a dovermi condur teco al modo
medesimo, perché il capriccio che in te nacque, è strano cotanto e tanto
lontano da tutto ciò che ha pur ombra di ragionevole, che sembrami tempo
perduto l'occuparmi a provarti la tua semplicità (ché non voglio per ora
darle altro nome), e starei quasi per abbandonarti alla tua follia in pena del
tuo mal desiderio, se non me lo vietasse l'amicizia che ti professo; la quale
non consente ch'io ti abbandoni in un manifesto pericolo di perderti. Ed
affinché ad evidenza tu lo vegga, dimmi Anselmo: non mi hai tu prescritto che
io debba tentar una donna che vive appartata dal mondo? insidiare un'onesta?
offrire doni ad una disinteressata? importunare una prudente? Quest'è
ciò che m'hai detto di fare: ora sei tu certo di avere una moglie
riservata, onesta disinteressata e prudente, che cosa vai tu cercando? e se ti
credi che possa uscire vittoriosa da tutte le seduzioni, siccome ne
uscirà senza dubbio, di quali più preziosi titoli pensi tu allora
onorarla oltre a quelli che già possiede? o come potrà essa
diventar migliore dopo questa vittoria di quello che già è di
presente? O tu dunque non la reputi quale vai dicendo, o non sai quello che
dimandi. Se non la tieni nel conto che la vuoi far credere, tu non puoi
desiderare cotesta prova se non forse per avere occasione di vendicarti dei
suoi mali diporti: ma se ella è veramente qual mostri di crederla,
sarà così imprudente il far esperienza sulla verità stessa,
perché confermata che sia, nulla si accresce alla stima che per lo innanzi se
le dovea. Egli è dunque incontrastabile che il tentare cose dalle quali
può ridondare danno piuttosto che vantaggio, è da uomini di poco
senno e da temerarî: e più lo è quando estendono il loro tentativo
a quelle azioni alle quali nessuno li eccita o li sforza, facendo scorgere ben
da lontano che il loro divisamento nasce da manifesta pazzia. Non si tentano le
cose difficili se non per onore di Dio e del mondo, o per servire ad entrambi
congiuntamente. Quelle in servigio di Dio sono le azioni che fecero i santi, i
quali impresero a vivere vita di angeli sotto spoglie umane: le altre che
s'imprendono pei riguardi del mondo sono le navigazioni, lo scorrere paesi e
climi diversi, ed il trattare genti straniere, ad oggetto di acquistare di
quelli che si chiamano beni di fortuna; e quelle finalmente che si intentano
per Dio e pel mondo congiuntamente, sono le imprese dei valorosi soldati; i
quali, vista appena nel muro nemico aperta la breccia non maggiore del foro
fattovi da una palla, subito senza pensare in verun modo all'evidente pericolo
che sovrasta, portati dal desiderio di trionfare per la fede, per la patria,
pel sovrano, affrontano animosamente mille morti che li stanno attendendo.
Queste sono le cose che sogliono sperimentarsi, ed il farlo ridonda ad onore, a
gloria e vantaggio, tuttoché sieno piene d'inconvenienti e pericoli: ma in
quella che dici di voler imprendere e riconoscere, non può averci gloria
il Signore, né sono per derivartene beni di fortuna e lode umana: e se pure
riescissi a talento tuo non perciò te ne troveresti più contento,
o riputato di quello che sei presentemente; ma nel caso opposto dovresti cadere
nella miseria più grande che immaginar tu possa. A nulla ti gioverebbe
che ignota restasse ad ogni altro la tua sventura, mentre basterebbe che ella
fosse nota a te solo, e già n'avresti afflizione e tormento. Per
confermarti una tal verità voglio recitarti un'ottava del celebre poeta
Luigi Tansillo, che leggesi nel fine della sua prima parte delle Lagrime di
S. Pietro, ed è la seguente:
“Crebbe il
dolore e crebbe la vergogna
Nel cor di
Piero all'apparir del giorno,
E benché non vegg'altri, si vergogna
Di sé medesmo, di ciò c'ha
d'intorno;
Che al
magnanimo spirto non bisogna
La vista altrui per arrossir di
scorno:
Ma di lor si vergogna talor ch'erra,
Sebben nol vede altro che cielo e
terra.”
Tu dunque non potrai celare il tuo segreto
rammarico, mentre ti tradirà il continuo tuo pianto: che se non ti
usciranno lagrime dagli occhi, ti sgorgherà sangue dal cuore, nella
stessa guisa con cui piangeva quel semplice dottore del quale racconta il
nostro poeta, che fece la prova del vaso da cui con saggio avviso si astenne il
prudente Rinaldo: e ben che sia quella una finzione poetica, racchiude
però in sé stessa molti segreti morali degni di essere considerati e
imitati. Oh quanto mai con ciò che sono per dirti finirai di convincerti
del grande errore che vorresti commettere! Dimmi, Anselmo: se il cielo e la
buona fortuna ti avessero fatto padrone e legittimo posseditore di un diamante
finissimo il cui merito e la cui singolarità fossero celebrati altamente
da quanti gioiellieri veduto l'avessero, e che la loro voce unanime si fosse
accordata a proclamarlo fra i diamanti perfetto in bontà e finezza, sino
al segno cui estendere mai si possa la natura di una tal pietra, e tu medesimo
lo credessi senza saperne nulla in contrario sarebb'ella cosa ben fatta che ti
nascesse la brama di pigliare quel diamante, porlo fra l'incudine ed il
martello, ed ivi provare a furia di colpi se egli sia così duro e fino
come fu detto? E posto il caso che la pietra resistesse al folle tuo
sperimento, non perciò acquisterebbe un più grande valore od una
maggiore celebrità. E se si rompesse? sarebbe perduta ogni cosa,
sì per certo, e ne avrebbe guadagnata il suo padrone la taccia di vero
balordo. Fa tuo conto, Anselmo amico, che Camilla è diamante finissimo,
tale sì nella tua che nella estimazione degli altri; e non vi ha ragione
di cimentarlo ad essere infranto, perché quantunque si rimanga qual è
intatto, non può acquistare un pregio maggiore di quello che già
possiede: e se si pregiudicasse o cedesse, pensa quale ti rimarresti senza di
lei, e con quanta ragione dovresti dolerti di te medesimo per essere stato tu
stesso cagione della sua e della tua perdita. Considera che non v'è
gioia al mondo di sì alto valore come la moglie casta e onorata, e che
tutto l'onore delle mogli consiste nel buon concetto che godono
nell'universale: e poiché Camilla tua sposa è tale da essere, come sai,
un modello di bontà, non rendere, te ne prego, dubbiosa una
verità così bella! Non conviene esporre la donna a cimenti da
farla inciampare e cadere; anzi si dee sgombrarle il cammino da ogni intoppo,
affinché velocemente corra a raggiungere la sua perfezione, che consiste
nell'essere virtuosa. Raccontano i naturalisti che l'ermellino ha una pelle
bianchissima, e che quando i cacciatori lo vogliono pigliare, usano di cacciarlo
verso certi luoghi da loro appositamente infangati; dove il mondo animale
arrivando si ferma e si lascia pigliare piuttostoché insozzare la sua
bianchezza, la quale da lui è pregiata più che la libertà
stessa e la vita. L'onesta e casta consorte è l'ermellino, e la
virtù di lei è più tersa della neve: ma chi vuol che sia
gelosamente custodita dee valersi di un modo diverso da quello che con
l'ermellino si tiene. Non deesi porle sott'occhio il fango dei regali e della
servitù di importuni amanti; perché forse, e senza forse non è
capace di sostenersi da se medesima e superare quelli impedimenti; ma bisogna
allontanargliegli e metter davanti la limpidezza della virtù, e la
bellezza che in sé contiene la buona riputazione. Puossi altresì
paragonare la fida moglie ad uno specchio di cristallo lucido e senza macchia,
il quale si appanna e si oscura se alito il tocchi. La fida moglie esige la
riserva e la stima con cui si custodisce e si pregia un vago giardino ricco di
fiori e di rose, il cui padrone non permette che alcuno lo prema col piede o
gli dia il guasto, ma soltanto che da lontano e diviso da rastrelli di ferro si
goda della sua fragranza e simmetria.
Voglio per ultimo riferirti quello che sentii
già in una commedia moderna, opportuno al nostro discorso. Un vecchio
prudente consigliava il genitore di una donzella che la facesse vivere ritirata
e ben custodita, e tra l'altre cose gli diceva: “La donna è fragile come
il vetro; nessuno provi se può rompersi; perché potrebbe accader cosa
che poi gli increscesse: mentre la rottura è possibile ma non
così il raggiustarla.” Tale è l'opinione comune, ed è ben
fondata, giacché se vi sono delle Danai nel mondo vi sono anche delle pioggie
d'oro.
Tutto ciò che fin qui, o Anselmo, ti ho detto, appartiene
unicamente a te; resta ora che ti sottoponga quello che risguarda la persona
mia: e se sarò diffuso nel mio ragionamento, perdonami ed accusane il
labirinto in cui entrasti, e dal quale bramo di farti uscire. Tu mi tieni in
conto di amico, e vuoi togliermi l'onore: opera contraria all'amicizia: né a
ciò stai contento; ma vuoi che io te disonori. Ella è cosa
evidente che tu mi vuoi togliere l'onore; perché quando Camilla si vegga da me
stimolata, come tu vuoi, è certo che ha da tenermi in conto di uomo
disonorato, da che tenterò cosa tanto contraria all'obbligo
dell'amicizia nostra. Non è poi da revocarsi in dubbio che a te io lo
tolga, perché mancando il rispetto a Camilla, in lei io mancherò di
rispetto a te stesso. Il marito della donna traviata, benché inconsapevole, pur
si macchia del traviamento di lei, e ne rimane vituperato. Colui poi che sa i
reprensibili portamenti di sua moglie, è in certo modo guardato con
occhio di disprezzo, anziché di compatimento, benché si conosca che quella
sventura in lui deriva non per sua colpa, ma per la depravazione della sua
trista compagna. Voglio anche dirti la ragione che a buon diritto fa tenere
disonorato il marito della trista moglie, benché non sappia che ella sia tale,
né perciò sia egli consapevole, né le abbia dato il menomo impulso a
traviare. Non istancarti di udirmi, perché tutto dee ridondare a tuo vantaggio.
Iddio quando creò il nostro primo padre Adamo nel paradiso terrestre,
dice la divina scrittura, che lo fece cadere in un sonno profondo, e mentre se
ne stava dormendo gli cavò una costola dal lato sinistro di cui
formò la nostra prima madre Eva. Adamo poi appena svegliato, disse:
“Questa è carne della mia carne ed osso dell'ossa mie.” E dio
pronunziò queste parole: “Per amore di costei l'uomo abbandonerà
suo padre e sua madre, e saranno due in una medesima carne.” Così venne
instituito il sacramento del matrimonio, annodato con lacci che la sola morte
può sciogliere. Tanta forza e virtù sì grande ha in sé
questo sacramento che unisce due persone diverse in una medesima carne: e
massimamente risplende la sua potenza nelle buone famiglie, dove benché il
marito e la moglie abbiano due anime, non tengono che una volontà sola.
Ora, siccome la carne della sposa è una cosa medesima con quella dello
sposo, le mancanze che la deturpano, si trasfondono nella carne del marito;
benché da lei (come si è detto) non siasi dato motivo a tanto male. E
siccome un dolore di piede o di qualche altro si voglia membro è sentito
da tutto il corpo per essere tutto di una medesima carne; così è
partecipe il marito nel disonore della moglie per essere una cosa stessa con
lei. Pon mente, o Anselmo, al pericolo cui ti esponi, né voler turbare la
quiete in seno a cui se ne vive la tua buona consorte: avverti che ti porta
troppo scarso guadagno ciò che vai ad avventurare; e che quello che
perderai sarà di sì grande rilievo da non saperlo dire: che a me
mancherebbero le espressioni a tal uopo. Se quanto ho detto non vale a
rimoverti dal tuo sconsigliato proposito, cerca un altro strumento del tuo disonore
e della tua disgrazia, ch'io non voglio esserlo a patto di perdere la tua
amicizia, ch'è la perdita più grande che immaginare mai si
possa.”
Ciò detto, si tacque il
prudente e virtuoso Lotario, ed Anselmo restò sì confuso e
pensoso, che per buono spazio di tempo non poté proferire parola, ma finalmente
soggiunse. — Volli, amico Lotario, ascoltarti con l'attenzione che vedesti, e
nelle tue ragioni e negli esempi e nelle comparazioni ebbi campo di ammirare il
tuo molto discernimento e la vera amicizia che a me ti stringe; e veggo e
confesso nel tempo medesimo, che se al tuo parere non mi appiglio e persisto
nel mio, rinunzio al mio bene, e m'immergo in un torrente di calamità.
Hai da sapere però ch'io sono attaccato presentemente da quella
infermità a cui sogliono andar soggette alcune donne incinte, per la
quale si trovano forzate a cibarsi di terra, gesso, carbone, e di altre benché
peggiori cose; ed è perciò necessario di usare di qualche
artifizio affinché risanino. Conviene dunque che tu leggermente e
simultaneamente cominci a stimolare Camilla che non debbe essere sì
debole da cadere ai primi incitamenti: mi appagherà questo sperimento
solo; e tu avrai servito al dovere dell'amicizia non pure dandomi la vita, ma
convincendomi che illeso è il mio onore. E devi tenerti obbligato a far
questo per una sola ragione, ed è che essendo io deciso di mettere in
pratica questa prova, non dei permettere ch'io renda palese ad altri la mia
follia, con danno dell'onor mio, la cui custodia ti è tanto a cuore. Né
importa se Camilla avrà per qualche tempo una sinistra opinione di te;
perché presto riconoscendosi in lei per opera nostra la integrità che
speriamo, le potrai scoprire l'artifizio di cui ci siamo valsi, e riacquisterai
tutta intera la sua stima. Poiché dunque sì poco tu avventuri, e tanta
soddisfazione puoi darmi, non puoi per nessuna ragione persistere nel tuo
rifiuto: perché, come dissi, cominciata appena quest'opera, darei per vinta la
causa. Vedendo Lotario la risoluta volontà di Anselmo, e non avendo
più né esempi, né ragioni da addurgli, a fine di evitare un peggior male
determinò di contentarlo e di fare ciò che potesse, fermo per
altro nel proposito suo di condurre questo affare in modo che senza mettere a
cimento Camilla, Anselmo ne rimanesse soddisfatto; e gli rispose perciò
che tenesse segreto ad ogni altro il suo divisamento, e che darebbe principio
all'impresa ogni volta che egli volesse.
L'abbracciò teneramente Anselmo, come se
da lui ricevesse un favore; e si accordarono che l'opera cominciasse nel giorno
seguente, al qual fine avrebbe avuto Lotario libero campo di parlare con
Camilla da solo a sola, anzi Anselmo gli avrebbe somministrato gioie e danari
da offrirle per tentarla. Lo consigliò di fare allegre serenate, di
scrivere molte poesie per lodarla, e che s'egli non voleva prendersi siffatta
briga, se l'avrebbe tolta egli stesso. A tutto si offrì Lotario, ma con
intenzione ben diversa da quella di Anselmo; ed essendosi così convenuti
si recarono a casa dove trovarono Camilla, che stava non senza affanno
attendendo lo sposo che tardato avea in quel giorno più dell'usato.
Si portò poi Lotario alla sua abitazione,
e rimase Anselmo nella propria, tanto contento quanto Lotario pensieroso, non
sapendo in qual modo dirigersi per condurre a buon fine una sì mal
immaginata impresa. Si applicò pertanto a pensare in quella notte al
modo d'ingannare Anselmo senza offendere Camilla, e recossi nel seguente giorno
a pranzo presso l'amico, la cui moglie assai piacevolmente lo accolse come
colei che stimava una grande fortuna per suo marito l'avere un tale amico.
Finito il pranzo e sparecchiata la tavola, Anselmo disse a Lotario che se ne
restasse con Camilla, mentre egli dovea andare per un affare molto importante,
e che sarebbe ritornato fra un'ora. Lo pregò Camilla che si rimanesse, e
Lotario si offerse a tenergli compagnia; ma non diede ascolto Anselmo né
all'uno né all'altra; pregò l'amico che stesse aspettandolo, avendo egli
a trattare con lui di cose di molto rilievo: disse a Camilla che non si scostasse
da Lotario sino al suo ritorno: in fine seppe fingere sì bene e la
necessità e l'importanza di doversi assentare, che nessuno avrebbe
potuto avvedersi della simulazione. Partì Anselmo e restarono a tavola
Camilla e Lotario, mentre i servitori di casa pranzavano. Lotario si
trovò nello steccato a seconda dell'umore dell'amico suo, e con a fronte
un nemico il qual vincere poteva con la sola sua bellezza uno squadrone di
armati cavalieri. Non è a dire se vi fosse per Lotario ragione di
temere! Appoggiò il gomito sul bracciuolo della sedia, sostenendo una
guancia colla mano aperta, e pregando Camilla a perdonargli la poca
civiltà, le domandò licenza di togliersi un po' di riposo sin al
ritorno di Anselmo. Rispose Camilla che avrebbe avuto riposo più agiato
sul letto che non su una sedia, e quindi lo pregò a coricarsi: le rese
grazie Lotario, ed ivi se ne rimase a dormire finché tornò Anselmo, il
quale supponendo che avessero avuto ambedue il tempo e di parlare e di dormire,
era impaziente che Lotario si svegliasse per uscire con lui e domandargli conto
dell'avvenuto. Tutto seguì conforme al suo desiderio: si svegliò
Lotario; uscirono insieme. Anselmo lo interrogò, e rispose Lotario, non
essergli paruto cosa ben fatta discoprirsi alla prima così del tutto, e
ch'erasi perciò limitato a lodare la somma bellezza di Camilla, con
dirle che tutta la città ammirava il suo ingegno e la sua avvenenza.
Questo essergli sembrato ottimo principio per introdursi nella sua buona
grazia, e per indurla ad ascoltarlo con lieto animo un'altra volta, valendosi a
ciò fare dell'artifizio medesimo che suol usar lo spirito maligno quando
imprende a trarre in inganno qualcheduno. Di tutto ciò si compiacque
Anselmo, e proseguì coll'assicurar Lotario che avrebbegli pôrta ogni
giorno eguale occasione, ancorché non si partisse di casa, in modo che non
potesse Camilla mai sospettare il suo artifizio. Passarono molti giorni nei
quali Lotario fece supporre ad Anselmo che avea parlato a Camilla (quando per
verità era stato con lei taciturno), senza poter trarre da lei il menomo
segno ch'ella fosse disposta a declinare del proprio dovere, e neppure avere
ombra di speranza; che anzi avea minacciato di lamentarsi di lui col marito se
persistesse nel suo tentativo. — Va bene, disse Anselmo; fin qua ha fatto Camilla
resistenza contro le sole parole; fa mestieri conoscere adesso come si regoli a
fronte dei fatti. Ti darò domani duemila scudi d'oro da offrirle e
donarle, ed altrettanti ne avrai per comprare rare gioie colle quali adescarla;
che le donne, massimamente le belle, sogliono affezionarsi, per quanto sieno
caste, a simil genere di adornamenti ed alle comparse brillanti. Resistendo
essa a tal prova io ne rimarrò soddisfatto compiutamente, né ti
darò altra molestia.” Rispose Lotario che avendo già cominciato
egli avrebbe condotta quell'impresa al suo termine, benché prevedesse di
uscirne svergognato e vinto.
Ricevette nel dì successivo i duemila
scudi, e con essi duemila confusioni, non sapendo che dirsi per nuovamente
mentire; stabilì però di fargli credere ch'era Camilla sì
contraria ai regali ed alle promesse come alle parole, e che non occorreva
proseguire oltre perché era tempo perduto. Ma la sorte che guidava diversamente
le cose, fece che avendo Anselmo lasciati soli Lotario e Camilla, come altre
volte solea, si rinchiuse nelle sue camere e dal pertugio della serratura,
guardando e ascoltando, si accorse che in più di una mezz'ora Lotario
non disse mai parola a Camilla, né gliela avrebbe detta se si fosse trattenuto
un secolo intero con lei. Si avvide allora che tutto era finzione e menzogna
quanto l'amico gli aveva fatto credere delle risposte di Camilla, e per
assicurarsene uscì dall'appartamento, e chiamato a parte Lotario gli
domandò che c'era di nuovo, e di che umore se ne stava Camilla. Rispose
Lotario che non voleva spingere oltre l'affare, giacché rispondeva sì
sdegnosa e con asprezza sì grande che più non gli dava il cuore
di soggiungere una sola parola. — Ah, disse Anselmo, ah Lotario, Lotario,
quanto male corrispondi al tuo dovere ed alla mia confidenza! Io ti sono stato
guardando finora pel pertugio di questa serratura, e mi assicurai che tu non
dicesti parola a Camilla; ciò che mi prova che tu le hai da dire ancora
la prima. Ora se così va la faccenda, né va altrimenti ché tu m'inganni,
perché vuoi togliermi artifiziosamente la via di conseguire il mio intento?”
Altro non disse Anselmo: ma questo bastò per lasciare confuso e sdegnato
Lotario; il quale, come punto nell'onore per essere stato scoperto menzognero,
giurò ad Anselmo che da quel momento in poi si toglieva proprio carico
il soddisfarlo, e non mentirgli, come vedrebbe in effetto se gli tenesse
l'occhio sopra a suo talento; e tanto più quanto che non sarebbe stato
necessario di usare veruna diligenza; perché il partito da lui preso per
soddisfarlo, tolto gli avrebbe qualunque sospetto. Anselmo gli dié credenza, e
per offrirli opportunità più certa e meno paurosa, stabilì
di allontanarsi di casa per otto giorni, recandosi da un suo amico in una villa
poco lontana dalla città, da cui finse di essere mandato a chiamare con
estrema premura per iscusare con Camilla la sua partenza. Disgraziato e
imprudente Anselmo! e che t'accingi a fare? che vai tu cercando? quali ordini
da te si danno? Guardi che operi contro te medesimo cercando il tuo disonore e
volendo la tua perdizione. Buona è la tua sposa Camilla, tu godi
tranquillamente del merito suo, nessuno te ne turba il possedimento, le brame
di lei si confinano alle pareti domestiche, tu sei il suo cielo in terra,
l'unico suo desiderio; il compimento delle sue brame e la misura della sua
volontà uniformata colla tua interamente e con quella del cielo: ora se
la miniera del suo onore, della sua bellezza, della onestà e della
ritiratezza ti fornisce senza veruna tua fatica quante ricchezze mai puoi
bramare, perché vuoi tu scavar nelle viscere della terra, e cercare nuove vene
e nuovo tesoro non più veduto mettendo ogni cosa in pericolo? Perché non
pensi piuttosto che a chi cerca l'impossibile è spesse volte e con
ragione negato anche il possibile. Però un poeta diceva: Io vo cercando
nella morte la vita, nella malattia la sanità; nella prigione la
libertà, nella chiusura l'uscita, nel traditore la lealtà: ma
l'avverso mio destino d'accordo col cielo ha decretato, che poiché cerco
l'impossibile, anche il possibile mi sia negato.
Andò Anselmo il dì seguente alla
campagna, lasciando detto a Camilla che Lotario verrebbe ogni giorno a pranzare
con lei durante la sua lontananza, e che lo tenesse in conto della sua persona
medesima. Si afflisse Camilla, come prudente ed onesta consorte, al ricevere
quell'ordine, e rispose che non le pareva ben fatto che altri occupasse il
posto del marito assente; e che se a ciò s'induceva stimando che non
sapesse ella porsi alla testa della famiglia, ne facesse in tale occasione la
prova, e conoscerebbe per esperienza ch'era capace e di questo e di molto
più. Le replicò Anselmo che così aveva stabilito, e
ch'ella fosse contenta di obbedirlo. Disse Camilla che si sarebbe sottomessa ad
ogni modo al suo volere. Partì Anselmo, e Lotario fu il giorno seguente
a casa dell'amico, dove Camilla lo ricevette con onorevole e conveniente
accoglienza, mettendo però ogni studio per non restarsi con lui da sola
a solo. Aveva essa a tal fine ordinato che stessero i servi e le cameriere da
vicino, e specialmente una donzella, chiamata Leonella, da lei molto amata per
essere cresciute insieme fin da fanciulle, e per averla seco condotta quando si
accasò con Anselmo. Nei primi tre giorni nulla le disse Lotario,
tuttoché ne avesse avuto grand'agio quando si sparecchiava la tavola, e si
affrettavano i domestici di andarsene a pranzo, perché così ordinava
Camilla. Aveva raccomandato a Leonella di pranzare prima di lei e di non
iscostarsele poi un momento; ma essa che aveva il pensiero a cose di sua maggior
soddisfazione, non obbediva fedelmente la padrona, che anzi la lasciava sola
come se le fosse stato ordinato. L'onestà però di Camilla e la
gravità e la compostezza della sua persona erano tali da infrenare la
lingua di Lotario: ma intanto ch'egli per le molte virtù di Camilla era
costretto a dover tacere, cominciò a contemplare a parte a parte la
estrema bellezza e bontà di lei, capaci d'innamorare non solo chi ha un
cuore di carne, ma una statua di marmo. Coll'opportunità che gli
offrivano il tempo e il luogo avea campo a considerare quanto era degna di
essere amata; ed in breve accorgendosi che al cospetto di tanta bellezza la sua
virtù mal reggeva, cominciò a desiderare di ritirarsi lontano
dalla città dove l'amico più nol trovasse, né fosse possibile a
lui di più riveder Camilla; ma il diletto che provava nel riguardarla lo
distoglieva tosto di tal pensiero. Faceva forza e combatteva seco medesimo al
fine di scacciare e non sentire il contento che gli recava il mirare Camilla:
incolpava sé solo della sua follia, chiamavasi malvagio amico e cattivo
cristiano; faceva paragone fra sé ed Anselmo, conchiudendo essere assai
più riprovevole la pazzia e la confidenza di Anselmo che la sua poca
fedeltà; e se avesse potuto scolparsi verso Dio con sì vero fondamento
come verso gli uomini, non avrebbe temuto castigo per la sua colpa. Insomma la
bellezza e la bontà di Camilla, congiuntamente alla occasione che
l'ignorante marito gli aveva pôrta, diedero il crollo alla lealtà di
Lotario. Quindi senza por mente ad altro fuorché a quello cui lo faceva
inclinare il proprio piacere, dopo tre giorni di continuo conflitto contro sé
stesso cominciò a parlare amorosamente a Camilla; la quale vedendo il
grave turbamento e udendo le affettuose sue espressioni ne restò attonita,
ed altro non fece che partirsi dal sito ove trovavasi per entrare nelle proprie
camere senza rispondergli una sola parola. Lotario non perdé la speranza che
sempre nasce congiuntamente all'amore; anzi incalorì maggiormente per
modo che la buona donna per torgli occasione stabilì d'inviare in quella
notte medesima come fece, un suo servitore ad Anselmo con un biglietto del
seguente tenore.
CAPITOLO XXXIV
CONTINUA LA NOVELLA DEL CURIOSO INDISCRETO.
“Come suol dirsi che mal conviene all'esercito
essere senza il suo generale, ed alla fortezza senza il suo castellano,
così porto opinione che disconvenga alla donna maritata e giovine
starsene senza il marito, qualora da giustissime cagioni non sia impedito. Io
mi trovo tanto afflitta di non avervi presso di me, e tanto incapace di
tollerare la vostra assenza, che se non accelerate il vostro ritorno,
sarò costretta di ritirarmi in casa de' miei genitori, se pur restar
dovesse la vostra senza custode; poiché colui che per tale lasciaste, se vi
rimase con questo titolo, mi pare che attenda più a voler contentare i
suoi capricciosi desiderî, che alla vostra riputazione. Essendo voi uomo
prudente, non credo di dover altro soggiungere, ed anche sta bene ch'io non
dica di più.”
Questa lettera ricevuta da Anselmo lo
assicurò che Lotario aveva cominciata l'impresa, e che l'animo di
Camilla era quale egli desiderava. Lietissimo dunque rispose alla moglie che
non facesse novità in casa di sorta alcuna, perché tornerebbe presto
assai. Stupì Camilla della risposta di Anselmo che la mise in maggior
confusione di prima, mentre non avea coraggio di starsene in casa e meno ancora
di recarsi presso i suoi genitori. Restando, vedeva posta a cimento
l'onestà sua; partendo, si opponeva ai comandi di suo marito. Finalmente
si appigliò al partito peggiore, di non partirsi, proponendo seco stessa
di non sottrarsi alla presenza di Lotario a fine di non provocare le dicerie
dei domestici; e già rincrescevale di avere scritta al marito quella
lettera: non forse potesse dargli cagione di credere che per avere Lotario
notata in lei qualche scostumatezza avesse ardito mancarle del riguardo dovuto.
Posta però da lei ogni fiducia nel proprio contegno, si affidò al
cielo ed alla rettitudine delle sue intenzioni, ripromettendosi di resistere
tacendo a tutto ciò che Lotario fosse per dirle, senza farne alcuna
altra comunicazione al marito per non metterlo in qualche cimento o in qualche
tribolazione. Andava poi a poco a poco cercando maniera per iscolpare Lotario
verso Anselmo, quando le domandasse per qual motivo si fosse indotta a
scrivergli quella lettera; e con tali risoluzioni più onorate che
prudenti, dié retta un altro giorno ai discorsi di Lotario, il quale seppe
essere tanto seducente che la fermezza di Camilla cominciò a vacillare,
e l'onestà sua ebbe a durare molta fatica per non palesare la
compassione destata in lei dalle lagrime e dalle dichiarazioni del nuovo
amante. Il quale tanto insistette, e tanto seppe assalirla, ora lodando la sua
bellezza ora piangendo e pregando, che finalmente Camilla si trovò
innamorata di lui quanto egli era di lei: e tutti e due dimenticarono Anselmo.
— Esempio è questo che ad evidenza ci mostra che la fuga sola trionfa
dell'amore, e che nessuno dee porsi in lotta con sì poderoso nemico,
perché a vincere le umane sue forze nulla meno ci vuole che forze divine. La
sola Leonella fu partecipe del segreto della padrona, perché non poterono
celare a lei i due infelici amici e novelli amanti il loro segreto. Del resto
Lotario non palesò a Camilla il disegno di Anselmo, per non iscapitare
nell'amor suo, lasciandole credere che fosse tutta spontanea la sua affezione
verso di lei, e non per altrui sollecitazione.
Tornò dopo pochi giorni Anselmo, e corse
tantosto a vedere Lotario e lo trovò in casa: si abbracciarono entrambi;
e Anselmo domandò all'altro notizie della sua vita o della sua morte. —
Quello ch'io posso dirti, rispose Lotario, sì è che tu possiedi
una consorte che a buon diritto può essere esempio e corona di tutte le
mogli dabbene: furono sparse al vento le mie parole; non valsero le offerte: i
presenti non vennero accettati, si schernirono le finte mie lagrime: a dir
breve, come Camilla accumula in sé ogni bellezza, ogni attrattiva, così
parimenti ha in sé unite l'onestà, il contegno, la circospezione, e le
virtù tutte che possono rendere lodevole ed esemplare una moglie
onorata. Riprenditi, amico, i danari tuoi che qui gli ho intatti, perché la
integrità di Camilla sdegna sì bassi oggetti, come sono le
promesse e i donativi: chiamati soddisfatto, o Anselmo, né spingere oltre le
prove; e poiché valicasti a piede asciutto il mare delle difficoltà e
dei sospetti che si sogliono e si possono avere delle mogli, non voler entrare
nel profondo pelago di nuovi inconvenienti, né ti venga mai voglia di sperimentare
con piloto novello la bontà e la fortezza del naviglio che ti dié in
sorte il cielo. Fa tuo conto di trovarti in sicuro porto; e quivi attendi
tranquillamente l'estremo fine, da cui non evvi mortale che possa sottrarsi.”
Soddisfattissimo rimase Anselmo delle parole di Lotario, e le tenne per
pronunziate da un oracolo: ma lo pregò a non desistere dall'impresa,
quand'anche non fosse che per curiosità unicamente e per passatempo,
dispensandosi però da allora in avanti di usare di certe straordinarie
attenzioni delle quali erasi valso sino a quel momento. Bramava che componesse
qualche sonetto per Camilla sotto il nome di Clori, impegnandosi egli di farle
supporre che egli si fosse innamorato di una dama cui avesse posto quel nome
per poterle dar quelle lodi che si convenivano all'onestà sua; anzi se
mai non avesse voluto prendersi la briga di comporlo, disse che lo avrebbe
fatto egli stesso. “Questo non occorrerà, soggiunse Lotario, non
essendomi tanto avverse le muse che non vengano a visitarmi una qualche volta
fra l'anno; fa pur supporre a Camilla ciò che dicesti intorno ai miei
finti amori, che io comporrò i versi; i quali, se mancheranno di merito
conveniente al soggetto, conterranno per lo meno il meglio che possa escire
dalla mia penna.
Restarono in tal modo accordati insieme
l'indiscreto e l'amico traditore; e tornato a casa Anselmo chiese a Camilla
quello ch'ella meravigliavasi che non le avesse tuttavia domandato: cioè
che le dicesse su qual fondamento si era determinata a scrivergli la lettera da
noi riferita. Rispose che erale sembrato di essere guardata da Lotario con
maggior libertà di quello che faceva mentre si trovava egli in casa; ma
che poi se n'era disingannata, e portava opinione che tutto fosse una semplice
fantasia, mentre Lotario sottraevasi già dal vederla e dal trovarsi da
solo a sola. Le rispose Anselmo che non dovea nutrire il menomo sospetto
essendo noto a lui che Lotario era amante di una donzella delle più
distinte della città, da lui celebrata sotto il nome di Clori; oltre di
che ella dovea riposare sulla lealtà di lui e sulla grande amicizia che
passava fra loro due. Se Camilla non fosse stata già avvertita da
Lotario, gli amori di Clori non essere altro che una sua finzione con Anselmo
per potersi occupare talora in questa guisa a lodarla, ella sarebbe certamente
caduta nella disperata rete della gelosia, ma conoscendo la verità della
cosa, vi passò sopra con indifferenza. Standosene un giorno tutti e tre
a tavola, Anselmo pregò Lotario che recitasse alcuna delle poesie da lui
composte in lode della sua amata Clori, perché non essendo conosciuta da
Camilla, potea dire liberamente ciò che più gli venisse a grado.
— Tuttoché, disse Lotario, essa la conoscesse, nulla io sarei per celare,
perché se un amante nel lodare la bellezza della sua signora, la taccia di
crudele, nulla toglie a ciò che le debbe: sia però come si
voglia, vi dirò che ho composto ieri un sonetto per la ingratitudine di
questa Clori, ed eccolo:
“Nelle tacite ore della notte, quando il dolce
sonno occupa i mortali, io al cielo ed a Clori fo noto in parte i miei molti
affanni.
“E quando il sole si mostra per le rosee porte
d'oriente con sospiri e accenti interrotti rinnovo l'antico lamento.
“E quando dallo stellato suo seggio invia il sole
i suoi raggi diritti alla terra, cresce il mio pianto e si raddoppiano i
gemiti.
“Torna poi la notte, ed io mi riconduco alle mie
triste querimonie: ma sempre per mio duro destino trovo sordo il cielo, sorda
Clori.”
Piacque il sonetto a Camilla, ma riuscì
molto più grato ad Anselmo che ne fece alte lodi, e trattò la
dama da crudele eccessivamente perché non corrispondeva a sì grande
amore. A questo passo soggiunse Camilla:— È poi vero tutto quello che
dai poeti innamorati si dice? — Come poeti, rispose Lotario, non sono veritieri
allo scrupolo, e come innamorati non sanno mai esprimere pienamente quello che
sentono. — Di ciò non vi ha dubbio, replicò Anselmo, il quale
menava buona ogni cosa a Lotario per fargli trovar credito appresso Camilla,
che tanto poco curavasi dell'artifizio di Anselmo quanto grandemente era
innamorata di Lotario. In tal guisa per la soddisfazione che provava del felice
andamento delle sue cose, e più ancora per la certezza che a lei erano
diretti gli scritti di Lotario, e ch'essa era la vera Clori, lo pregò che
se avesse a mente qualch'altro sonetto od altri versi, li recitasse. — Ne so un
altro, rispose Lotario: temo però che non sia così buono o per
meglio dire che sia peggiore del primo. Giudicatelo voi:
“Ben so di morire; e se altri non mi dà
fede, più certa è la mia morte; così è più
certo altresì ch'io ti cadrò, o bella ingrata, ai piedi, anziché
pentirmi di amarti.
“E s'io fossi nella regione dell'obblio, privo di
vita, di gloria e d'ogni favore, allora potrebbe vedersi nell'aperto mio core
come vi sta scolpito l'avvenente tuo aspetto.
“è questa una reliquia ch'io custodisco
contro il male a cui mi mena la mia costanza, che dal tuo rigore piglia maggior
forza.
“Sventurato chi naviga sotto oscuro cielo, per
mare ignoto e pericoloso, senza stelle e senza porto!”
“Anselmo lodò questo secondo sonetto come
avea fatto del primo, ed andava aggiungendo in tal maniera anello ad anello
alla catena che ad ogni momento più rinforzava la sua infamia: perché
quanto più lo assicurava Lotario della integrità dell'onor suo,
tanto maggiormente lo rendeva disonorato.
In tal guisa i passi tutti che si facevano da
Camilla per cacciarsi ognor più nel fondo del suo vituperio, la
sollevavano nel giudizio del marito all'apice della virtù e della buona
fama! In questo avvenne che trovandosi Camilla da sola a sola colla sua
donzella, le disse: — Ho vergogna, Leonella mia, di me stessa pensando come
presto ho concesso a Lotario il pieno possedimento della mia volontà; ed
ho ragione di temere che abbia egli a disistimarmi per avermi trovata
così pieghevole a' suoi desideri. — Ciò non dee affliggervi punto
né poco, signora mia, rispose Leonella. Non vi è ragione di temere lo
scapito nella opinione, quando quello che presto si concede sia realmente buono
in sé stesso, e degno di estimazione: dicendosi oltre a ciò per vecchio
proverbio, che chi dona presto dona due volte. — Ma si suole anche dire,
soggiunse la padrona, che quello che costa poco, si stima meno. — Non fa
ciò al proposito vostro, ripigliò Leonella, perché l'amore (a
quanto ne intesi dire) vola talvolta e tal'altra cammina, con questo corre,
tardo è con quell'altro; chi ne resta intiepidito semplicemente, e chi
abbruciato; ferisce l'uno, uccide l'altro: comincia ad un punto la carriera dei
desiderî, e nell'atto medesimo la termina; suole nella mattina porre l'assedio
ad una fortezza, e la sera ha fatto seguirne la resa, non vi essendo forza
alcuna che gli resista. Ora se così va la cosa, che mai vi atterrisce, o
di che temete? Non si turbi l'intelletto vostro con vani e scrupolosi fantasmi;
ma accertatevi invece che siete stimata da Lotario al modo stesso con cui egli
è apprezzato da voi, e la soddisfazione che mostra per la vostra
condiscendenza vi prova che in lui non fa che accrescersi la estimazione e l'affetto.
Maravigliossi Camilla delle parole della sua
cameriera, e la tenne per pratica nelle cose di amore più di quello che
non avrebbe creduto: e lo ebbe a confessare colei stessa, scoprendo a Camilla
che amoreggiava un giovane bennato della stessa città; del che
però n'ebbe turbamento la padrona temendo allora che il suo onore fosse
troppo male raccomandato nella confidenza che aveva data a Leonella. Si
impegnò anzi a conoscere se le cose fossero tra loro ite più
oltre dei ragionamenti, e Leonella con poca vergogna e con molta franchezza
rispose di sì: perché il mal contegno delle padrone toglie la vergogna
alle serventi. Altro non poté fare Camilla se non se pregare Leonella che
tacesse all'amante ciò che sapeva di lei, e trattasse segretamente le
cose sue affinché non pervenissero a cognizione di Anselmo né di Lotario.
Leonella il promise, ma si condusse poi in modo da avvalorare il timore
concetto dalla padrona di vedersi posta a cimento per colpa della serva nella
riputazione: e ciò si accrebbe dopoché la disonesta e ardita Leonella,
vedendo impegnata Camilla in un illecito amore, si era arditamente permesso di
fare entrar in casa il suo amante, sulla certezza che quand'anche fosse veduto
da lei, non avrebbe osato di farne motto ad alcuno: ecco il danno che corre,
fra gli altri, nei traviamenti delle padrone: elle si rendono schiave delle
loro serve, e trovansi costrette a tenerne celato ogni difetto. Ma le
precauzioni non bastarono a mantenere il segreto, e Lotario si accorse un
giorno che alcuno era uscito dalla casa di Anselmo. Non conoscendo chi si fosse
costui, lo credette da prima un fantasima; ma vedendolo camminare e avvolgersi
nel mantello, e coprirsi e fuggire studiatamente gli sguardi, lasciò
quel suo semplice sospetto per farne sottentrare un altro da cui provenuta
sarebbe la comune rovina se Camilla non vi avesse posto rimedio. Lotario si
fece a credere che l'uomo da lui veduto uscire in ora sì straordinaria
vi fosse entrato non già per amore di Leonella (ché non gli sovvenne a
quel punto ch'ella nemmeno fosse al mondo), ma di Camilla: perché il primo a
perdere la stima di una donna è sempre colui che l'ha fatta traviare.
Parve poi che in tale circostanza mancasse a Lotario interamente il giudizio, e
usciti gli fossero di mente tutti i suoi prudenti discorsi; perché senza farne
pur uno di buono o sensato, e senz'altro volerne sapere, prima che Anselmo si
levasse da letto, fuori di sé per la gelosa rabbia che gli squarciava le
viscere, morendo di voglia di vendicarsi di Camilla, che torto veruno non gli avea
fatto, recossi da lui e gli disse: — Sappi Anselmo, che corrono molti giorni da
che sono in lotta meco medesimo, facendomi violenza per non palesarti
ciò che non è possibile né giusto che a te si celi. Ti sia noto
dunque che la tua Camilla ha rinunziato ad ogni sentimento di virtù e di
dovere, di che tu medesimo potrai chiarirti seguitando i miei consigli. Fingi
di allontanarti, come altre volte facesti, e nasconditi invece nella tua
guardaroba, al che ti daranno comodità e le tappezzerie e gli arnesi che
vi si trovano, dov'ella ha promesso di ricevermi alla prima occasione; e
così ci assicureremo tutti e due de' suoi pensieri. Sospeso, attonito e
maravigliato rimase Anselmo delle cose dettegli da Lotario, perché tenendo
Camilla per vincitrice dei finti assalti di Lotario, cominciava già a
godere della gloria del suo trionfo. Se ne stette taciturno buon tempo e cogli
occhi fissi in terra, indi rispose: — Tu hai eseguito, o Lotario, il dovere di
amico, di che non ho mai dubitato; ed io voglio seguire in tutto i tuoi
consigli; a te dunque mi affido, e tu custodisci il segreto con quella gelosia
ch'è necessaria in un caso tanto impensato.” Promise Lotario: ma partito
che fu di casa si pentì interamente di ciò che aveva fatto,
considerando che avrebbe potuto vendicarsi di Camilla senza valersi di un mezzo
sì crudele e disonorato. Malediceva il suo proprio giudizio, vituperava
la sua imprudente risoluzione, né sapeva di qual mezzo valersi per distruggere
il già fatto, o per escirne mercé un ragionevole partito. Si decise al
fine di palesare il tutto a Camilla; e siccome occorreva di non perder tempo,
procacciò il mezzo di trovarla sola in quello stesso giorno. Poiché essa
lo vide, ed ebbe occasione di potergli parlare liberamente, gli disse: —
Sappiate, amico Lotario, che io ho un tormento al cuore che me lo agita di
maniera da farmelo scoppiare nel petto; e debb'essere maraviglia se ciò
non avviene, essendo giunta la impudenza di Leonella al segno di conversare con
l'amante suo quasi intera la giornata con tanto danno della mia riputazione
quando potrà considerarlo chi lo vede escire di casa mia in ore
sì inusitate: e il peggio sì è che non posso farle
rimprovero, né castigarla, essendo essa a parte dei miei errori, ciò che
mi costringe a tacere de' suoi, per lo che io pavento di una qualche
disgrazia.” Credeva Lotario al principio di un tale discorso che fosse questo
un artifizio di Camilla per gettare sopra Leonella il suo proprio peccato: ma
vedendola piangere, averne pena e chiedergli rimedio, conobbe essere lei
veritiera, donde rimase confuso, e più che mai pentito di ciò che
aveva fatto: tuttavolta rispose a Camilla che non si crucciasse punto mentre
egli avrebbe saputo metter freno alla temerità di Leonella. — Le
scoprì poi tuttociò che la furiosa rabbia della gelosia gli aveva
fatto confessare ad Anselmo, e quanto avevano deliberato fra loro.
Domandò perdono di sì furiosa pazzia e implorò consiglio
per rimediarvi onde uscir libero dall'intricato labirinto in cui s'era
follemente gettato. Si spaventò Camilla al discorso di Lotario, e con
molto sdegno e con giustissime riflessioni biasimò e vituperò
sì indegno procedere e sì inconsiderata risoluzione. Ma siccome
la donna ha naturalmente, piucché uomo anche astuto, pronti compensi, trovò
sul fatto il modo di accorrer ad un pericolo che pareva inevitabile. Non
ispiegò affatto il suo divisamento, ma l'avvertì di fare in
maniera che mentre Anselmo stavasene celato nella camera, egli ci entrasse
chiamato da Leonella, e che rispondesse a quanto gli fosse ella per dire, e
sempre in modo come se non fosse dal marito inteso. Insisté vivamente Lotario
perché gli discoprisse per intiero le sue intenzioni per potersi prestare colla
più grande esattezza in tutto ciò che si credesse da lei
necessario. — Torno a dirvi, disse Camilla, che altro non avete a fare che
rispondermi a quanto vi dimanderò; né volle dargli anticipato conto di
ciò che le pareva opportuno, temendo di trovarlo renitente al suo
disegno. Posto ordine a tutto, Lotario si separò, e Anselmo nel
dì seguente, col pretesto di recarsi dal suo amico alla campagna, finse
di partirsi, ma andò invece a nascondersi: e lo poté fare a suo grande
agio, avendogliene offerta Camilla e Leonella sicura opportunità. Si
rinserrò dunque nella guardaroba con quel batticuore che ognuno
può immaginarsi. Rese già certe Camilla e Leonella che stavasene
ascoso Anselmo, si avvicinarono alla guardaroba, e appena postovi il piede
Camilla, traendo un profondo sospiro, disse: — Leonella mia! non saria meglio
che prima di porre ad esecuzione ciò che ti voglio celare, affinché tu
non ti accinga a farmi veruna opposizione, io prendessi il pugnale di Anselmo
che ti ho chiesto, e con questo trafiggessi questo infame mio petto? Ma no, che
non è ragione ch'io paghi la pena dell'altrui colpa: voglio prima di
tutto sapere ciò che in me hanno veduto gli arditi e disonesti occhi di
Lotario, per renderlo temerario a segno di scoprirmi un suo tanto reo
desiderio, come si è quello che ardì palesare in oltraggio del
suo amico e del mio onore. Fatti, Leonella, alla finestra, e chiamalo, che dee
senza dubbio trovarsi in istrada, aspettando di poter mandare ad effetto le sue
prave intenzioni: sarà però prima eseguita la mia, quanto
crudele, onorata altrettanto. — Ah! signora, rispose la sagace ed avvertita
Leonella, e che pensate voi di fare con questo pugnale? Divisate forse di
spegnere con esso la vostra o la vita di Lotario? Considerate che in ogni modo
ne scapiterà la vostra riputazione e la vostra fama: vi sta meglio
dissimulare l'offesa e non accogliere un sì perfido uomo a quest'ora,
qui, sole: non vi dimenticate che siamo deboli donne; ch'egli è uomo e
risoluto, cieco e trasportato dalla passione, e che potreste riceverne qualche
oltraggio. Male si abbia il signor Anselmo mio padrone che ha concessa tanta
libertà a quell'uomo indegno in casa sua: ma se, come sembrami che
vogliate fare, lo ammazzerete, che faremo noi da poi che egli sia morto? — Che
faremo? rispose Camilla; lasceremo che Anselmo lo sotterri, poiché sarà
giusto che tenga per riposo la fatica che farà per seppellire la propria
sua infamia. Chiamalo, finiscila, che ogni indugio alla dovuta vendetta
sembrami oltraggio della lealtà che debbo al mio sposo.”
Tutto ciò era inteso da Anselmo, ed ogni
parola che diceva Camilla lo faceva cambiare di opinione; ma quando la
sentì decisa di ammazzare Lotario, si credette obbligato a discoprirsi
affinché non succedesse tanta disgrazia. Lo ritenne però la brama di
veder dove andasse a finire una sì ferma ed onesta risoluzione,
proponendosi di uscir fuora a tempo da impedirne l'effetto. Fu colta frattanto
Camilla da un forte svenimento: e Leonella, posandola sopra un letto che quivi
trovavasi, cominciò a piangere dirottamente, ed a dire: — Ahimè
sventurata, se per mia somma disgrazia mi morisse adesso fra le braccia il
fiore dell'onestà del mondo, la corona delle mogli onorate, l'esempio
della castità!” e a queste aggiungeva altre dichiarazioni, tali che
chiunque l'avesse udita, tenuta avrebbe lei per la più dolente e leale
donzella del mondo, e la sua padrona per una novella perseguitata Penelope.
Poco tardò a risentirsi Camilla, e disse: — E perché non vai tu,
Leonella, a chiamare il più traditore amico che siasi veduto al mondo?
Affrettati, cammina, corri, vola; non si ammorzi il mio sdegno colla tardanza,
né finisca in sole minacce ed invettive la vendetta che voglio prendermi di
costui. — Vado a chiamarlo, signora mia, disse Leonella, ma voi dovete darmi
prima di tutto questo pugnale; che non voglio lasciarvi in pericolo di far cosa
per la quale abbiano poi a piangere tutta la loro vita quelli che vi amano. —
Vattene pur sicura, Leonella mia, rispose Camilla, perché sebbene io ti paia
ardita e poco avveduta nella difesa dell'onor mio, nol sarò al segno di
Lucrezia che si ammazzò senz'avere commessa veruna colpa, e senz'avere
tolta prima la vita a chi fu cagione della sua disgrazia. Morrò
sì; ma vendicata di colui che mi astrinse a piangere innocente.” Molto
si fece pregare Leonella prima di andare a chiamar Lotario: vi si indusse
alfine, e mentre tardava a tornare, restò Camilla dicendo fra sé: —
Quanto sarebbe mai stato meglio che avessi da me allontanato Lotario, come feci
altre volte invece che dargli adito di tenermi per disonesta e ribalda col
tardare a disingannarlo! Sarebbe stato senza dubbio assai meglio; ma se fatto
lo avessi io non mi terrei vendicata, né risarcito sarebbe l'onore di mio
marito se da per sé stesso, conosciuto il torto, rientrato egli fosse ne' suoi
doveri. Paghi il traditore colla vita il concepimento di un pensiero sì
disonesto; conosca il mondo (se a caso arriva a saperlo) che Camilla non pure
serbò fedeltà allo sposo, ma si vendicò eziandio di colui
che osò pensare di offenderlo... Or non sarebbe più savio partito
dar conto di ogni cosa ad Anselmo?... ma nella lettera che gli scrissi quando
era in villa non gli diedi io qualche cenno?... Egli soverchiamente buono non
procurò rimedio al male, e riposando sulla fede dell'amico, non poté né
volle credere che cercasse di offendere il suo onore; né l'ho creduto io
medesima per molti giorni, né gli darei credenza giammai, se non fosse giunta a
tale la sua temerità da non poter essere più rivocata in dubbio
dagli offerti regali, dalle costanti promesse e dalle perfide e continue sue
lagrime. Ma che vo io fantasticando? ha duopo forse una forte risoluzione di
qualche consiglio? No, certamente, il traditore si avanzi, e se ne faccia
vendetta: entri il falso e perfido uomo, venga, muoia, finiamola; poi ne accada
che può. Pura io mi abbandonai in potere di colui che il cielo mi fece
sposo, e pura mi voglio conservare con lui.” E dicendo questo passeggiava per
quella stanza col pugnale sguainato, in tal modo che pareva uscita di senno; e
non già una donna inspirata dall'onore, ma un disperato bravaccio.
Anselmo, coperto dalle tappezerie dietro le quali
era ascoso, ogni cosa sentiva con somma sua ammirazione, e gli sembrava di
avere avute prove abbastanza luminose senza cercarne di vantaggio, e già
bramava che Lotario non comparisse per tema di qualche sinistro; stava per
uscire ad abbracciare la buona moglie ma non fu in tempo, perché in
quell'istante tornò Leonella conducendo Lotario per mano. Quando lo vide
Camilla, segnò col pugnale una striscia sulla terra dinanzi a lui e gli
disse: — Considera ciò che sto per dirti, Lotario: se per avventura tu
osassi passare questo segno che vedi, od anche solo accostarviti, al punto che
io ti vegga a ciò determinato, io mi trapasso il petto con questo
pugnale di cui sono armata; e innanzi che tu ti accinga a dirmi una sola parola
voglio che mi ascolti; che ti resterà poi tempo a soggiungere quello che
più vorrai. Prima di tutto voglio che tu mi dica se conosci Anselmo mio
marito, e in che opinione lo tieni; in secondo luogo voglio sapere egualmente
se tu conosci me: rispondimi, non turbarti, né vi pensare molto perché non ti
domando cose difficili.” Non era stato Lotario sì poco accorto da non
comprendere i divisamenti di Camilla sino da quando gl'insinuò la prima
volta d'indurre Anselmo a nascondersi, e secondò per tanto la sua
intenzione con tanta prudenza che fecero vestire a quella menzogna l'apparenza
della più candida verità. Rispose a Camilla in tal modo:
— Non mi avvisai, o bella Camilla, che tu mi
avessi fatto venir qua per domandarmi cose tanto lontane dal proposito per cui
ne vengo; e ben sai che tanto più è grave ogni indugio quanto
più si crede vicino il conseguimento del bene sperato: ma affinché tu
non creda che io rifiuti di rispondere alle tue inchieste, dico che conosco il
tuo sposo Anselmo, che ci conosciamo ambedue sino dai nostri più teneri
anni: mi dispenso dal parlare sulla importanza della nostra amicizia che ti
è sì nota da non potermi scusare del torto che l'amore mi
costringe ad usargli; ma l'amore è poderosa discolpa dei più
grandi errori! io poi conosco te e ti tengo in quel concetto medesimo ch'egli
ti tiene; e se ciò non fosse, pensi tu che per oggetto meno prezioso di
te mi sarei indotto a mancare a ciò che debbo a me stesso, ed a tradire
quelle sante leggi dell'amicizia che non possono essere violate se non da un
potente nemico com'è l'amore? — Se ciò confessi, rispose Camilla,
o nemico mortale di tutto ciò che merita di essere amato, come
osi tu comparire dinanzi a chi sai ch'è lo specchio dove si mira
quell'uno di cui tu dovresti guardare per conoscere quanto a torto l'offendi?
Ah infelice me! Forse qualche atto da me inavvertito ti ha incoraggiato nel tuo
perverso disegno: perché senza di ciò, quando fu mai che le tue
preghiere abbiano ottenuta parola o indizio per cui avesse potuto nascere in te
raggio alcuno di speranza di vedere soddisfatti gl'infami tuoi desiderî? quando
mai le tue amorose espressioni non furono ributtate e riprese da me con la
più grande asprezza e severità? quando vedesti da me credute le
tue molte promesse, od accolti i tuoi grandiosi regali? Pur incolpo me stessa della
tua temerità, perché senza dubbio qualche involontario mio sguardo
alimentò la tua impertinenza, ed ora saprò io castigarmi e
portare la pena che merita la tua colpa. E perché tu vedessi che divenendo io
verso di me spietata non era possibile non esserlo ad un tempo verso di te
ancora, testimonio ti volli del sacrificio che ho deciso di fare all'offeso
onore di così reputato marito da te oltraggiato col torto più
grande che immaginare si possa, ed all'onore di me che non mi sono
sottratta alle occasioni col riguardo da me dovuto, se pure alcuna te ne
offersi per favorire ed avvalorare le tue male intenzioni. Ti replico dunque
che il sospetto che alcuna mia inavvertenza ti abbia fatto nascere pensieri
sì riprovevoli, è quello che mi addolora, e che mi fa desiderare
di punirmi colle proprie mie mani, e non altrimenti, perché venendo castigata
da altrui renderei pubblica maggiormente la mia colpa. Ora prima che questo
avvenga voglio che meco muoia chi darà compìta soddisfazione al
desiderio di vendetta che nutro, e che può e dee compiersi
eziandio dalla disinteressata giustizia, senza riguardo veruno a chi mi
guidò a sì disperato partito.” Ciò dicendo con una forza e
destrezza incredibile assalì Lotario col nudo pugnale, e con tale
apparenza di trafiggergli il petto che dubitò egli medesimo della
intenzione di lei, e fu costretto a valersi della sua industria e della sua
lestezza per non rimanerne ferito, mentre essa, deliberata di spingere la
finzione sino all'estremo, vedendo che non potea ferire Lotario, o fingendo di
non poterlo, disse: — Giacché la sorte non vuol dare intera soddisfazione al
giusto mio desiderio, non potrà divietarmi almeno che in parte io nol
compia:” e liberata da Lotario la mano con cui teneva afferrato il pugnale ne
drizzò la punta sopra l'ascella dal lato manco presso alla spalla, ove
sapea che la ferita sarebbe leggiera, e subito si lasciò cadere in terra
come svenuta.
Stavano Leonella e Lotario tutti sospesi ed
attoniti di tale avvenimento, e dubitavano tuttavia della verità di quel
fatto, vedendo Camilla stesa in terra e bagnata nel proprio sangue. Si
affrettò Lotario con molta celerità, impaurito e privo quasi di
respiro, a trarle il pugnale di mano, e nel vedere che di nessuna conseguenza
era la sua ferita, si calmò in lui lo spavento e altamente
trasecolò della sagacità, della prudenza e del molto
discernimento della leggiadra donna. Allora per fare egli pure la parte sua
proruppe in un doglioso e lungo lamento sulla misera spoglia di Camilla, come
se fosse defunta, maledicendo altamente non pure sé stesso ma chi lo aveva
trascinato a quel tristo punto, sapendo di essere inteso dal suo amico Anselmo,
aggiungeva espressioni da rendere sé più degno di compassione che non
Camilla, tutto che fosse giudicata estinta. Leonella la prese fra le braccia e
l'adagiò sul letto, e confortandosi ad alta voce che tuttavia non fosse
morta, pregò Lotario che si desse premura di far venire in gran
segretezza chi la curasse. Gli chiedea consiglio nel tempo sul modo da tenersi
per informare Anselmo della ferita di sua moglie se per avventura tornasse
prima che fosse risanata. Rispos'egli, che dicessero ciò che loro
tornava più a grado non trovandosi più in caso di porger utile
consiglio ad altri. Le fece però premura di ristagnarle il sangue,
poiché egli volea recarsi in luogo di non essere più veduto da niuno: e
con dimostrazione di grave e insanabile dolore partì da quella casa, e
quando si vide solo e sottratto agli sguardi di ognuno, non cessò di
farsi mille segni di croce, attonito e trasecolato delle arti usate da Camilla,
e del contegno sì naturale di Leonella sua cameriera. Rifletteva alla
sicurezza che aveva riportato Anselmo di possedere nella moglie una seconda
Porzia, e bramava di trovarsi con esso lui per celebrare uniti insieme la menzogna
e la verità più simulata che immaginare si possa. Leonella
frattanto ristagnò il sangue alla sua padrona che non era più di
quello che occorreva per accreditare il suo inganno, e lavando la ferita con
poco vino la fasciò il meglio che seppe, dicendo, mentre la curava, tali
cose che bastato avrebbero anche senz'altre prove a persuader Anselmo, che
possedeva in Camilla il simulacro dell'onestà. Alle parole di Leonella
aggiunse le sue Camilla tacciandosi di codarda e di vigliacca per esserle
mancato il cuore nel maggior uopo di togliersi una vita che tanto abborriva.
Domandava consiglio alla sua donzella per decidersi se dovesse palesare o no
l'avvenuto al suo amato consorte; ed essa era colle sue risposte di avviso che
glielo celasse, per non metterlo nella necessità di vendicarsi contro
Lotario; il che non poteva accadere senza pericolo di lui e detrimento del suo
buon nome. Rispondeva Camilla che accoglieva il consiglio sembrandole molto
prudente, ma che in ogni modo conveniva dar ragione ad Anselmo di quella ferita
che non gli si poteva occultare: al che rispose Leonella che nemmeno per gioco
volea per questo suggerirle una menzogna.
— Ed io, sorella, ripigliò allora Camilla,
come potrò regolarmi? io che non arrischierei d'inventare e sostenere
una menzogna se ne andasse la vita? Ora se non sappiamo trovare partito da
sottrarcene, gli paleserò dunque candidamente la verità, né
vorrò mai che mi colga egli in bugia.
— Non ve ne prendete pena, o signora; da qui a
dimani, rispose Leonella penserò io al modo da tenere con lui, e chi sa
che trovandosi la ferita in quel sito non si possa coprirla per modo che egli
non la veda, mentre io spero che il Cielo si compiacerà di dar favore ai
nostri tanto giusti ed onorati pensieri. Datevi pace, signora mia, procurate di
calmare il vostro turbamento affinché il padrone non vi trovi agitata, e
lasciate poi il resto a mio carico; e ripeto che vi affidiate al Cielo che
sempre aiuta le buone intenzioni.”
Attentissimo
erasene stato Anselmo ad ascoltare ed a vedere la rappresentazione della
tragedia della morte del proprio suo onore, la quale fu eseguita con sì
maravigliosi ed efficaci effetti da quei personaggi, che parvero trasformati
nella verità medesima di ciò che fingevano. Bramava
eccessivamente la notte e che gli si offrisse opportunità di uscire di
casa per abboccarsi col suo buon amico Lotario a fine di congratularsi con lui
della margarita preziosa che aveva trovata coll'essersi assicurato della
bontà della sua sposa. Si presero cura quelle donne di dargli luogo ed
agio da poter uscire, ed egli cogliendo il tempo andò fuori e
volò a Lotario cui diede innumerevoli abbracciamenti; né sarebbe
possibile riferire le espressioni del suo contento e le lodi date alla sua
Camilla. Lotario udì ogni cosa senza poter dar segno di grande
contentezza, standogli sulla coscienza l'inganno in cui si ritrovava l'amico, e
quanto fosse da lui amaramente oltraggiato e benché Anselmo non vedesse in
Lotario un ricambio di giubilo, credeva che ciò derivasse dall'avere
lasciata Camilla ferita e dall'esserne stato egli la causa. Perciò fra
le altre cose gli disse che non dovesse temere per conto di Camilla, da che la
ferita era lieve; che perciò vivesse tranquillo, e quindi innanzi
partecipasse alle sue contentezze, perché la sua industria lo aveva sollevato
all'apice della tanto desiderata felicità. Mostrò eziandio
desiderio che in altro non dovevano intertenersi che in comporre poesie in lode
a Camilla col mezzo delle quali eterna vivesse ne' vegnenti secoli la sua
memoria. Lodò Lotario il divisamento, e disse che avrebbe data tutta la
mano per parte sua alla fabbricazione di sì illustre edifizio: e con
ciò rimase Anselmo il più saporitamente ingannato di ogni altro
marito del mondo. Egli stesso condusse per mano Lotario a casa sua credendolo
l'istrumento della sua gloria, quando all'opposto vi conduceva la cagione della
rovina di sua riputazione. Camilla lo ricevette con apparenze nemiche, ma in
fatto con cuore amoroso e contento. Durò alcun tempo l'inganno, finché a
capo di pochi mesi la fortuna rivoltò la ruota, e recò
apertamente in luce la malvagità fino allora celata, con grande
artifizio, avendo ad Anselmo costato la vita la sua impertinente
curiosità.
CAPITOLO XXXV
CHE TRATTA DELLA VALOROSA E SMISURATA
BATTAGLIA CHE FECE DON CHISCIOTTE CON ALQUANTI OTRI DI VINO ROSSO; E DOVE SI
DÀ FINE ALLA NOVELLA DEL CURIOSO INDISCRETO.
Il fine della novella era vicino
quando dal camerone in cui era passato a dormire don Chisciotte, escì
Sancio Pancia tutto scompigliato sclamando: “Accorrete, signori, presto,
presto, accorrete a soccorrere il mio padrone che trovasi impegnato nella
più accanita e fiera battaglia che abbiano veduto mai questi miei occhi.
Viva Dio! ch'egli diede una coltellata al gigante nemico della signora
principessa Micomicona, e gli tagliò la testa netta netta come se fosse
propriamente stata una rapa. — Che vieni tu, Sancio a raccontarci? disse il
curato, lasciando di leggere ciò che restava della novella: hai tu
perduto il cervello? come può essere, se il gigante sta lontano di qua
due mila leghe?” Udirono in questo un grande strepito da dove stava don
Chisciotte, il quale con quanto fiato aveva in petto gridava: “Fermati ladrone,
malandrino, poltronaccio, che ti ho già preso, e a nulla ti varrà
la tua scimitarra:” e con ciò pareva che tirasse gran colpi nelle
pareti. Disse Sancio a quel punto: — A che serve le vostre signorie si
trattengano ad ascoltare il fracasso? entrino, entrino a partire la battaglia,
e a dare aiuto al mio padrone; quantunque non vi sarà forse bisogno,
perché senz'alcun dubbio, il gigante è già ammazzato, e adesso
renderà conto a Dio della sua mala vita passata. Ho veduto io stesso
correre il sangue per terra e la testa tagliata è caduta da una banda:
ed oh che gran testa! pareva un otre di vino. — Voglio esser morto, disse
allora l'oste, se don Chisciotte, o don diavolo, non colpì con qualche
coltellata alcuni degli otri pieni di vino rosso i quali stavano presso al
capezzale del suo letto, e il vino uscitone sarà quello che par sangue a
cotesto balordo.” Entrò subito nel camerone seguìto dagli altri
tutti, e vi trovarono don Chisciotte nell'arnese più strano del mondo.
Stava in camicia, con in testa un berrettino dell'oste rosso, unto e bisunto;
teneva ravvolta al braccio sinistro la coperta del letto, quella stessa che
Sancio odiava non senza il suo gran perché; portava la spada sfoderata nella
mano diritta colla quale tirava colpi spietati, esprimendosi come se realmente
fosse venuto alle mani con qualche gigante: e il più bello si è
che non aveva ancora gli occhi aperti, e dormendo sognava di essere alle prese
col gigante. Era sì scaldata la sua immaginazione nell'avventura alla
quale credeva di andare, che gli fece sognare di essere pervenuto al regno di
Micomicone, e di essere già impegnato nel conflitto col suo nemico e
così freneticando avea dati tanti colpi contro gli otri, credendo di
averli drizzati contro il gigante, che tutto quello stanzone si era fatto un
lago di vino. Vedendo l'oste come andava la cosa, ne pigliò sì
gran rabbia che andò colle pugna serrate alla volta di don Chisciotte, e
gli diede tanti sorgozzoni, che se Cardenio e il curato non lo avessero
distaccato con violenza, gli finiva di buon senno la guerra del gigante. Ad
onta di tutto ciò non risvegliavasi il povero cavaliere; ed allora il
barbiere, cavata dal pozzo una gran secchia di acqua fredda, gliela
gettò addosso tutto ad un tratto, con che don Chisciotte cominciò
ad aprire gli occhi; ma non ancora tornò in cervello per modo che
potesse conoscere lo stato in cui si trovava. Dorotea non volle restar presente
al combattimento del suo campione né a quello del suo nemico. Sancio andava
cercando la testa del gigante da per tutto, e non trovandola mai disse: — Per
fermo che questa è una casa incantata; perché l'altra volta che mi sono
trovato in questo sito in cui sono adesso, mi diedero molte morsicature e molte
percosse senza sapere da chi venissero, e senza che potessi vedere alcuno; ed
ora non so più trovare questa testa che ho veduto tagliar cogli occhi
miei proprî mentre il busto buttava un fiume di sangue. — Che sangue e che
fiume di' tu, nimico di Dio? disse l'oste: non vedi, ladrone, che il sangue e
il fiume altro non sono che questi miei otri tutti forati, e il vino rosso che
scorre per questo camerone? Che io possa veder nuotare nell'inferno l'anima di
chi li ha bucati! — Io non ne so niente, rispose Sancio, e dirò solo che
sono sfortunato a segno che s'io non trovo quella testa n'andrà in fumo
la mia contea dileguandosi come sale nell'acqua:” e con ciò Sancio stava
assai peggio svegliato, che il suo padrone addormentato: tanto lo avevano reso
ubbriaco le promesse di don Chisciotte! L'oste si disperava nel vedere la
flemma dello scudiere e la malefica pazzia del padrone; e giurava che la cosa
non sarebbe ita come la volta passata quando ne andarono via senza pagare.
Protestò che loro non sarebbero valsi i privilegi della cavalleria per
dispensarsi l'uno e l'altro dal soddisfare; ma si preparassero ad indennizzarlo
sino anche delle animelle degli otri rotti. Il curato tenea don Chisciotte per
mano, il quale credendo di aver compìta l'impresa e di trovarsi dinanzi
alla principessa Micomicona s'inginocchiò appié del curato, e gli disse:
— Ben può la grandezza vostra, potente e bella signora, vivere da oggi
in avanti sicura che non le recherà più verun danno questa
malnata creatura; ed io sino da questo punto sciolto mi trovo dalla parola
datavi, avendola coll'aiuto di Dio, e mercé l'assistenza di quella per cui vivo
e respiro, pienamente adempita. — Nol dissi io? soggiunse Sancio, ciò
udendo, eh non era già io imbriaco! vedete voi come il mio padrone ha
messo in sale il gigante? non v'ha più dubbio; io sono già
investito della mia contea.
Chi mai poteva contenersi dal ridere
trovandosi presente agli spropositi del padrone e del servitore? Tutti ne
facevano il più grande schiamazzo, eccetto l'oste che si dava al
diavolo. In fine tanto fecero il barbiere, Cardenio e il curato, che con molto
sudore riposero in letto don Chisciotte, il quale fiacco e rifinito
ripigliò un sonno profondo. Lo lasciarono dormire, e si recarono alla
porta dell'osteria a consolare Sancio che disperavasi di non aver trovata la
testa del gigante: ma ebbero poi assai più che fare per acchetar l'oste
desolatissimo della repentina morte degli otri suoi: e la ostessa gridava con
voce disperata: “In mal punto e in mal'ora entrò in casa mia questo
cavaliere errante; che mille demoni se lo avessero portato via! ahi quanto caro
mi costa! l'altra volta se n'è partito senza pagarmi lo stallaggio, la
cena, il letto, la paglia e la biada per lui e pel suo scudiere con un ronzino
e un giumento, e tutto col pretesto di essere un cavaliere venturiero. Venga il
malanno a lui e alle tariffe della cavalleria per le quali questi signori non
pagano mai un maravedis. Per colpa di costoro è venuto qua quest'altro
signorino che mi portò via la mia coda, e me la restituì
sì mal concia e dipelata, che mio marito non potrà più
valersene come solea: e finalmente per compir l'opera mi ha rotto gli otri e
versato il vino: che versato io possa vedere tutto il suo sangue! Oh non si
pensi ora di scapparla netta, che giuro per le ossa di mio padre e per gli anni
di mia madre che l'hanno da pagare maravedis sopra maravedis, e non mi chiamerei
come mi chiamo, né sarei figlia di chi sono.” Queste ed altre cose diceva
l'ostessa inviperita, ed era in ciò secondata dalla sua buona serva
Maritorna, la figliuola sola taceva sorridendo di tanto in tanto.
Il curato rimediò ad ogni
cosa, promettendo di compensare i danni il meglio che avesse potuto sì
degli otri come del vino, e singolarmente del pregiudizio della coda di cui
ella faceva tanto gran conto. Dorotea consolò Sancio dicendogli che
quando fosse provato a tutta evidenza che il suo padrone ammazzato avesse il
gigante, e si vedesse ella pacifica posseditrice del suo regno lo investirebbe
della maggior contea che fosse al mondo. Sancio si sentì rinascere, ed
assicurò la principessa che egli aveva veduta la tronca testa del gigante,
ed in prova di ciò che asseriva, dichiarò che aveva una barba che
gli arrivava fino alla cintola, e che se questa benedetta testa non si trovava,
era perché quanto succedeva in quella osteria era tutto un'incantagione, di che
protestava di aver avute certissime prove l'altra volta che vi si fermò
ad alloggiare. Dorotea disse di credergli, ma non che se ne pigliasse fastidio,
mentre sarebbe andato a dovere e al modo da lui desiderato. Tranquillizzato che
fu ognuno, il curato bramò di terminare la lettura della novella,
vedendo che vi mancava assai poco. Cardenio, Dorotea e gli altri tutti lo
pregarono che la finisse, ed egli per contentare gli altri ad un tempo e sé
stesso continuò come segue:
“Accadde pertanto che la piena fiducia che
riponeva Anselmo nella bontà di Camilla, lo faceva vivere una vita
contenta e senza pensieri, mentr'ella per dar colore all'inganno facea mal viso
a Lotario, acciocché Anselmo credesse il contrario dell'amore che gli portava:
e perché la finzione avesse sempre più apparenza di verità, facea
Lotario scorgere la sua ripugnanza di recarsi a lei perché le sue visite non
erano gradite: ma il tradito Anselmo tenevasi molto raccomandato affinché
questa cosa non succedesse; ed in tal guisa era egli stesso il fabbro del suo
disonore quando credeva di avere assicurata la propria felicità.
Frattanto Leonella nel veder favoriti gli amori suoi, giunse al segno di
abbandonarvisi senza riserbo alcuno, fidandosi di essere protetta dalla
padrona. Finalmente sentì Anselmo una notte camminare per la stanza di Leonella,
e recandosi per veder chi fosse, si accorse che qualcuno gl'impediva di aprirne
la porta: ma tanto si adoperò che riescì a vedere un uomo che
dalla finestra saltava in strada, voleva correre per raggiungerlo e
riconoscerlo, ma non gli riuscì né l'una né l'altra cosa, perché
Leonella lo trattenne dicendogli: Calmatevi, signore, non vi alterate né
inseguite colui che saltò dalla finestra: egli è mio sposo.” Non
volle Anselmo prestarle fede, che anzi accecato dalla collera trasse un pugnale
per ferire Leonella, intimandole di palesargli il vero o l'ucciderebbe. Essa
fuori di sé per timore e senza sapere ciò che si dicesse, così
parlò: — Non mi uccidete, o signore, che vi rivelerò cose
d'importanza più grandi assai di quello che voi non credereste. — Palesale
all'istante, disse Anselmo, o tu sei morta. — Sarà impossibile il farlo
subito, disse Leonella, poiché io sono fuori di me stessa, datemi tempo sino a
dimani, e sentirete un racconto che resterete preso di meraviglia: assicuratevi
intanto che colui che saltò dalla finestra è un giovine di questa
città da cui io ebbi promessa che sarà mio sposo.” Si
acchetò Anselmo ciò udendo, e le concesse il termine chiesto, non
immaginando mai di sentire colpevole Camilla, poiché riposava con piena fiducia
e tranquillità sulla sua virtù. Lasciò pertanto chiusa
Leonella nel suo appartamento, da cui egli partì, avendole intimato che
uscita non sarebbe se prima svelato non avesse ogni cosa. Si recò sul
fatto a vedere Camilla, ed a farle sapere l'avvenuto con la cameriera, e la
promessa di lei di palesargli cose grandi e importanti. Non è mestieri
dire se siasi o no turbata Camilla: sì grande fu lo spavento che la
colse, credendo veracemente (ed era da crederlo), che Leonella volesse scoprire
ad Anselmo la sua mancanza di fede, che non ebbe cuore di attendere per vedere
se vero o fallace si fosse il sospetto di lei; e quando le parve che Anselmo si
fosse addormentato, in quella notte medesima pose in un involto le sue gioie e
i denari, e senza essere veduta da chicchessia fuggì di casa e si
recò a quella di Lotario. Lo informò del successo, gli chiese
asilo di sicurezza e gli propose una fuga con lui per condursi in luogo fuori
di pericolo di essere smascherati da Anselmo. La confusione in cui Camilla pose
Lotario fu tale ch'egli non seppe risponder parole e nemmeno risolversi a verun
partito: ma si decise in fine di condurre Camilla ad un monastero in cui era
abbadessa una sua sorella. Piacque a Camilla, il partito, e colla
celerità ch'esigeva la circostanza, Lotario le fu scorta, ed egli
medesimo uscì subito della città senza dar conto ad alcuno della
sua partenza. Venuto il giorno né essendosi Anselmo accorto che Camilla gli si
era tolta da lato, pel gran desiderio di sapere ciò che Leonella gli avea
a dire, si alzò e recossi dov'ella stava rinserrata. Entrò nella
stanza, ma non rinvenne più la donzella: bensì due lenzuola
annodate alla finestra, prova evidente ch'erasi calata in istrada e fuggita.
Tornò sconsolatissimo per far palese a Camilla l'avvenimento ma non
trovandola né in letto né per tutta la casa, ne rimase fuori di sé. Chiese di
lei a tutti i domestici, e nessuno gliene seppe dar conto, e cercando di
Camilla gli venne fatto di vedere ch'erano aperti gli armadi suoi, e che vi
mancava il meglio delle sue gioie. Allora si persuase che Leonella non era
altrimenti la cagione della sua disgrazia; e tal quale egli si ritrovava e
senza terminare di vestirsi, dolente e tapino recossi dal suo amico Lotario per
metterlo al fatto di ciò che eragli occorso; ma quando non lo
trovò ed invece intese dai domestici ch'erasi tolto di casa nella scorsa
notte seco portando quanto avea di danaro, fu sul punto di perdere affatto il
sentimento. Per dir breve, ritornandosene a casa non vi trovò pur uno
dei domesti suoi, ma ogni cosa abbandonata e deserta. Non sapea che pensare,
che dirsi, che fare, ed era sul punto di dare in follia. Si vedeva in un
istante rimasto senza moglie, senz'amico, senza domestici, abbandonato, a parer
suo, dal Cielo che lo copriva, e quello che peggio era, senza onore perché la
fuga di Camilla gli distruggeva anche questo. Si determinò alfine, dopo
lunga irresoluzione, di recarsi alla villa appresso quel suo amico dove aveva
fatto soggiorno, quando aveva dato campo egli stesso agli altri di macchinare la
sua disavventura. Chiuse le porte di casa, montò a cavallo, e con
affannoso respiro si pose in viaggio; ma non giunse alla metà del
cammino, quando oppresso dall'affanno gli fu forza smontare per legar ad un
arbore il suo cavallo, al cui tronco lasciossi cadere mettendo i più
dogliosi sospiri; e qui si trattenne fino al declinare del giorno, quando vide
venire dalla città un uomo a cavallo, e pregatolo a soffermarsi un
istante, le domandò quali nuove correvano in Firenze. “Le più
strane, rispose il cittadino, che da molto siensi intese in quella
città; perché pubblicamente si dice che Lotario, quel grande amico di
Anselmo, il ricco abitante a San Giovanni, se ne fuggì nella passata
notte con Camilla moglie del detto Anselmo, la quale in fatti è sparita.
Questo disse una servente di Camilla che fu colta nella notte che calavasi
giù da una finestra della casa di Anselmo con due lenzuola aggruppate. A
me non è noto per disteso come sia passato l'affare, e so soltanto che
la maraviglia è universale nella città per tale avvenimento,
poiché nessuno poteva attendersi un simil fatto dalla grande amicizia che
passava fra quei due, e che giunta era a sì alto grado, a quanto ne
dicono, ch'erano chiamati i due amici. — Sapreste per avventura, disse
Anselmo, a qual parte siansi avviati Lotario e Camilla? — Neppure per sogno,
disse il cittadino, tuttoché la giustizia per trovarli abbia fatte le
più diligenti perquisizioni. — Andatevene pur con Dio, signore, gli
disse Anselmo. — E con Dio restatevi,” soggiunse il cittadino partendo.
Ricevute a questo modo sì dolorose novelle, trovossi Anselmo in procinto
di perdere non pure il cervello, ma ben anche la vita. Si levò, come
poté, e giunse a casa dell'amico, il quale era ignaro tuttavia della sua
disgrazia, ma come lo vide così spossato e sparuto, si avvisò che
qualche grave sciagura gli fosse accaduta. Chiese Anselmo senz'altro di essere
posto a letto, e che gli desse l'occorrente per iscrivere; fu servito del
tutto, e lasciato solo (perché così volle) e colla porta della camera
serrata. In tale solitudine cominciò il pensiero della sua sventura ad
accendergli talmente la fantasia, che chiaramente conobbe dai sintomi mortali
che lo assaltavano, d'esser vicino a perdere la vita, e si decise allora di
rendere a tutti palese la causa della strana sua morte: ma datosi appena a
scrivere, prima di stendere sulla carta quanto bramava gli mancò il
respiro, e rimase morto, vittima del dolore prodottogli dalla sua indiscreta
curiosità.
“Vedendo la seguente mattina il padrone di casa
ch'era già tardi, e che Anselmo non chiamava, si determinò di
entrare nella sua stanza per sapere se erasi liberato dalla piccola
indisposizione. Così fece, ma con ispavento lo vide steso colla bocca
all'ingiù, colla metà della persona sul letto e coll'altra
metà sul tavolino sopra il quale stava la carta scritta ed aperta
tenendo egli tuttavia in mano la penna. Si accostò l'amico avendolo
prima chiamato e preso per mano; ma non sentendosi rispondere, e trovandolo
freddo freddo conobbe che già non era più in vita. Stupito e
doglioso all'estremo, chiamò i suoi servitori per riconoscere la
disgrazia avvenuta ad Anselmo, e tolto quel foglio che riconobbe di pugno del
suo amico, vide ch'era così concepito:
“Un folle ed indiscreto desiderio mi ha privato
di vita. Se le nuove della mia morte perverranno a Camilla le sia noto che le
perdono non essendo essa obbligata a cose soprannaturali, né io avrei dovuto
esigerle da lei. Poiché sono stato io medesimo il fabbro del mio disonore, non
ho di che...”
“Fin qui scrisse Anselmo: dal che si
ebbe a dedurre che a quel punto, senza poter compire lo scritto, mancata gli
fosse la vita. Nel giorno seguente diede lo sconsolato amico ragguaglio del
tragico fine di Anselmo ai parenti suoi, i quali seppero altresì qual
era il monastero in cui si trovava Camilla. Anche questa sciagurata era quasi
giunta al punto di accompagnare lo sposo nel suo viaggio all'eternità; e
ciò non per le nuove ricevute della morte di lui, ma per aver risaputo
che il suo amico Lotario se n'era fuggito. Dicesi che quantunque rimasta vedova
non volle però uscire dal monastero; e non volle nemmanco farsi monaca,
finché dopo alquanti mesi le giunsero nuove che Lotario era morto in battaglia
data in quel tempo dal signor di Lautrec al gran capitano Gonzalo Fernandez di
Cordova nel regno di Napoli, dove erasi recato il troppo tardi pentito amico.
Quando ciò pervenne a notizia di Camilla, si determinò a fare la
sua professione, ma terminò in breve la esistenza in seno alla
più cupa tristezza e malinconia. Questo fu il fine della luttuosa
istoria fine causato da un insensato principio.”
— Mi è piaciuta moltissimo questa novella,
disse il curato, ma non so darmi a credere che il fatto sia vero; ma se poi
è finzione, male immaginò l'autore, non essendo verosimile che
siavi marito sì sciocco da cimentarsi a sì disgustosa sperienza
come fece Anselmo. Sarebbe probabile il caso tra un amante ed una amata, ma tra
marito e moglie è impossibile: non mi dispiace però il modo con
cui è stata scritta.”
CAPITOLO XXXVI
SI RACCONTANO ALTRI VARI AVVENIMENTI SUCCESSI NELL'OSTERIA.
— Evviva! gridò l'albergatore d'in su la
porta dell'osteria; vedo da quella parte avanzarsi una buona comitiva di gente:
se sono diretti a questa vôlta noi faremo un gaudeamus.
— Che genti sono? disse Cardenio.
— Quattr'uomini, rispose l'oste, a cavallo con
lancie e targhe, tutti con maschera nera, ed accompagnano una donna vestita di
bianco che ne viene sopra una sella donnesca, col viso coperto di nero; poi
altri due servitori a piedi.
— Sono molto vicini? dimandò il curato.
— Tanto, rispose l'oste, da essere
quasi arrivati.”
Ciò udendo Dorotea si coperse il viso, e
Cardenio entrò nel camerone di don Chisciotte, e quasi subito dopo
arrivarono nell'osteria tutte le persone già annunciate dall'oste.
Smontati da cavallo i quattro che erano di figura
molto gentili e assai bene in assetto, andarono ad aiutare la dama a discendere
dalla sua sella; e presala uno di essi fra le sue braccia l'adagiò sopra
una sedia, che stavasi all'ingresso della stanza dov'erasi ritirato Cardenio.
In questo mentre nessuno di loro erasi levata la maschera, né pronunziato avea
parola eccettuata però la donna, che nell'atto di sedere mandò un
profondo sospiro, e si lasciò cadere le braccia come persona inferma e
desolata. Frattanto i servitori a piedi posero in istalla i cavalli, e dietro a
loro andò il curato, desideroso di sapere che gente era quella che
siffatto arnese vestiva, e guardava sì rigoroso silenzio. Si rivolse ad
uno dei domestici, gliene chiese conto, ed ebbe questa risposta;
— In fede mia, o signore, io non saprei dirvi chi
sia questa gente; mi pare bensì che sia di gran nobiltà, e colui
singolarmente che prese la signora fra le sue braccia, siccome vedeste; e dico
questo perché tutti gli altri lo rispettano ed eseguiscono esattamente ogni suo
comando.
— E chi è la signora?
domandò il curato.
— Neppure in questo posso
compiacervi, rispose il servo, giacché durante tutto il viaggio non le ho mai
veduta la faccia; bensì la ho sentita molte volte a mandar certi lamenti
che pareva che ne dovesse morire: non è poi da farsi maraviglia se noi
servitori non sappiamo più di quello che vi ho detto, non essendo se non
due giorni che io e il mio compagno venimmo per caso a questo servizio, mentre
avvenendosi in noi per istrada, fummo da loro persuasi e pregati che li
seguitassimo sino in Andalusia coll'offerta di darci un buon pagamento.
— Né avete inteso il nome di alcuno di essi?
domandò il curato.
— No, certamente, rispose il giovane, perché
marciano tutti sì taciturni ch'è uno stupore; né si ode fra loro
altro che sospiri e singhiozzi della povera signora, sì dirotti che
movono tutti noi a gran compassione. Noi crediamo senz'altro che dovunque la
menino vi sia condotta per forza, ed a quanto apparisce dal suo vestito, essa
è monaca, o sta per entrare in un monastero, il che è forse
più probabile; ma perché forse il ritiro non le andrà a sangue,
verrà di qui tanta sua disperazione.
— Tutto questo può darsi, disse il
curato:” e lasciandoli tornò a Dorotea, la quale avendo inteso i sospiri
della signora velata, mossa naturalmente a compassione se le accostò e
disse:
— Che male vi sentite, signora mia? S'egli fosse
mai della natura di quelli che possono per uso e sperienza di donne essere
curati, io mi offro ben volentieri ad assistervi.
Taceva costantemente la sconsolata donna, e
benché Dorotea le reiterasse le offerte, proseguiva a serbare un rigoroso
silenzio, finché arrivò quel cavaliere velato a cui il servo affermava
che obbedivano gli altri tutti, e disse a Dorotea: “Non vogliate disturbarvi, o
signora, ad offerire nulla a questa straniera, perché ha in costume di non
aggradire ciò che si fa per suo bene; né la eccitate a rispondervi, a
meno non vi piaccia udir qualche menzogna dalla sua bocca.
— Non ne ho mai proferito una sola, disse allora
colei che sino a quel punto avea taciuto; ed anzi la mia disgrazia deriva
dall'essere io veritiera e nemica del mentire; ne allego testimonio voi stesso,
che dal candore di quella verità che vive sulle mie labbra, traete
adesso argomento di essere falso e mendace.” Udì Cardenio queste parole
chiaramente e distintamente, come quello che stavasi molto vicino a chi le
proferiva, mentre n'era diviso dalla sola porta della stanza di don Chisciotte.
E non le ebbe appena sentite che esclamò: “Dio grande! che sento io mai?
qual voce mi giunge all'orecchio?” A queste parole si volse la signora con
grande agitazione, né vedendo chi le proferiva, si alzò in piedi
avviandosi per entrare nella stanza; ma il cavaliere si oppose, né lasciolla
muovere un passo. Cadde a lei pel gran turbamento e scompiglio il velo che le
copriva il volto, e lasciò scorgere una incomparabile bellezza ed un
celeste sembiante, benché scolorito e impaurito. Andava cercando avidamente cogli
occhi ogni angolo di quei luoghi con sì grande ansietà che
sembrava persona fuori del senno; e questi movimenti produssero molta
afflizione in Dorotea non meno che in quanti la stavano guardando, senza
poterne indovinar la cagione. La teneva il cavaliere con molta forza immobile
per le spalle, e trovandosi tutto affacendato, non poté impedire che la
maschera gli cadesse, come cadde in effetto, lasciando scoperto il sembiante.
Alzò gli occhi in quel punto Dorotea, che teneva abbracciata la signora
incognita, e vide che quello che sforzavasi a rattenerla, era il suo sposo don
Fernando. L'ebbe conosciuto appena che traendo dall'intimo del petto un lungo e
dolentissimo: Oimé!” cadde svenuta: e se non fosse stato il barbiere, che la
sostenne trovandosele appresso, sarebbe stramazzata sul suolo. Si
affrettò il curato a torle dal viso il velo che la copriva per
ispruzzarla di acqua affinché rinvenisse, né l'aveva appena scoperta che fu
riconosciuta da don Fernando, il quale al vederla restò come uomo morto.
Non per questo si staccò egli da Lucinda, che pur voleva allontanarla
siccome quella che avea riconosciuto Cardenio nel sospirare, ed egli lei.
Cardenio ancora avea udito il doloroso oimé di Dorotea quando cadde svenuta, e
credendo che fosse proceduto dalla sua Lucinda, escì fuori tutto
convulso dalla stanza, ed il primo in cui si avvenne fu don Fernando, il quale
teneva tuttavia stretta fra le braccia Lucinda. Fu allora che don Fernando
conobbe Cardenio; egli, Lucinda, Cardenio e Dorotea restarono tutti mutoli e
sospesi, non potendo comprendere lo spettacolo che loro stava dinanzi. Tacevano
e si guardavano l'un l'altro: Dorotea don Fernando, don Fernando Cardenio,
Cardenio Lucinda e Lucinda Cardenio. Prima a rompere il silenzio fu Lucinda
che, volto il parlare a don Fernando, così gli disse:
“Lasciatemi, don Fernando, lasciatemi
una volta che bene sapete chi mi son io; lasciate che mi appoggi all'olmo di
cui sono vite, dal cui sostegno non hanno potuto rimovermi le
importunità, le minacce, le promesse, le lusinghe, i regali. Considerate
per quali disusate ed a noi ascose vie mi vien dal Cielo posto innanzi il vero
mio sposo e già sapete per mille pericolose sperienze che la sola morte
potrà cancellarlo dalla mia memoria: decidetevi una volta per sì evidenti
disinganni a convertire (giacché non potete far altra cosa) l'amore in rabbia,
l'affezione in disprezzo e finite, con ciò di togliermi questa misera
vita, ma sappiate che io la perderò volentieri purché ciò mi
accada dinanzi al mio sposo; che la mia morte gli sarà prova
incontrastabile del candore di quella fede che gli ho serbata e gli
serberò fino all'ultimo respiro.”
Era frattanto rinvenuta Dorotea, ed
avea inteso tutto ciò che erasi detto da Lucinda, di maniera che conobbe
bene chi ella fosse; e vedendo che don Fernando la teneva tuttavia fra le
braccia, né le rispondeva parola, ella sforzandosi quanto poteva, si
alzò per gittarsi ai suoi piedi, e spargendo un fiume di belle e dolenti
lagrime così prese a dirgli: “Se i raggi di questo sole che voi tenete
ecclissato fra le braccia non vi abbagliassero gli occhi, avreste veduto, o
signore, che quella che sta ginocchioni ai vostri piedi è la sfortunata
Dorotea, che tale sarà finché a voi non piaccia di mutar la sua sorte.
“Sì, sono io quell'umile contadina che
piacque alla vostra bontà di sollevare all'altezza di potere chiamarsi
vostra. Quella sono io che rinserrata fra i cancelli dell'onestà visse
contenta, finché vinta dai vostri scongiuri e da quei sentimenti che parevano
sì amorosi e sinceri aprì la porta del suo ritiro, e vi rese
signore della sua libertà: dono da voi sì male accolto come
chiaramente dimostrano il luogo e il modo del presente incontro fra noi! Non
vorrei, mio signore, che sospettaste di trovarmi qui trascinata sui passi del
mio disonore; ma lo sono su quelli del vivo cruccio e dell'afflizione che in me
produsse il vedermi da voi dimenticata. Voi voleste che divenissi vostra e lo
voleste per modo che vi rende impossibile di non essere mio. Considerate una
volta che lo sviscerato amore che vi porto, può essere degno compenso
della bellezza e della nobiltà per cui mi abbandonaste. La vezzosa
Lucinda, essendo voi mio, essere non può vostra sposa, perché già
è sposa di Cardenio; e vi sarà molto più facile, se ben riflettete,
ridurre la vostra volontà ad amare chi vi adora, che non è
tentare di ridurre ad amarvi chi vi abborrisce tuttoché da voi sia amata. Voi
avete sollecitata e vinta la mia resistenza; vi era pienamente palese la mia
condizione; vi è noto per quali promesse io mi arresi alla vostra
volontà; né potete trovar pretesto per accusarmi di avervi ingannato.
Ora se così è, com'è senza dubbio, e se voi siete
cristiano non meno che cavaliere, perché volete con tante difficoltà
indugiare a rendere felice il fine come fu il principio? E se non mi amate per
ciò che sono (che sono vostra vera e legittima sposa) amatemi almeno ed
accoglietemi per vostra schiava, che mi terrò per contenta, solo che io
vi possa essere vicina, né permettete col vostro abbandono e col vostro
disprezzo che si accresca danno al mio disonore; non funestate la vecchiezza ai
miei genitori, che non lo meritano i servigi da loro come buoni vassalli
prestati alla vostra casa in ogni tempo; e se vi sembra di avvilire il vostro
sangue meschiandolo al mio, considerate che poca o nessuna nobiltà evvi
al mondo che non abbia battuto lo stesso sentiero, e che quella che portano
seco le mogli non accresce il pregio delle illustri discendenze: tanto
più che la vera nobiltà consiste nella virtù, e se di
questa voi vi spogliate negandomi ciò che giustamente mi dovete, io
resterò con maggiori diritti di nobiltà di quelli che voi non
abbiate. Ciò che vi dico per ultimo, mio signore, si è che,
vogliate o non vogliate, io sono vostra sposa. Ne fanno fede le vostre parole,
che non sono né possono essere mendaci, se pur volete poter vantarvi di quella
nobiltà per cui mi vilipendete; ne fan fede la vostra sottoscrizione e
il testimonio del Cielo da voi chiamato ad assistere alle vostre promesse. E
dopo tutto questo non tacerà la vostra stessa coscienza, ma vi
rimorderà in mezzo al corso dei vostri passatempi, facendovi presenti le
verità che vi ho esposte, ed avvelenando ogni vostro contento.”
Queste ed altre ragioni disse l'afflitta Dorotea
con tal sentimento e collo spargimento di tante lagrime che fece piangere gli
stessi compagni di don Fernando ivi presenti. La ascoltò don Fernando
senza interromperla, finché, terminate le parole, essa cominciò a
mandare tanti singhiozzi e sospiri che sarebbe stato cuor di bronzo quello che
a vista di sì intenso dolore non ne fosse rimasto intenerito. Lucinda la
stava guardando, tocca non meno dall'affanno di Dorotea che maravigliata del
suo grande discernimento e della sua bellezza; e cercava di avvicinarsele per
dirle qualche parola di consolazione, ma non glielo permettevano le braccia di
don Fernando che tuttavia la tenevano stretta. Pieno di confusione e di
stupore, dopo avere per buona pezza mirato Dorotea con somma attenzione, egli
aprì le braccia, e mettendo in libertà Lucinda disse: “Vincesti,
bella Dorotea, vincesti, né è possibile di resistere a tante
virtù che concorrono a difenderti.” Lucinda dopo il sofferto svenimento
sarebbe caduta per debolezza quando fu lasciata libera da don Fernando, ma
trovandosele a lato Cardenio, ch'erasi messo a tergo di don Fernando, per non
essere conosciuto, posposto ogni timore e cimentandosi ad affrontare ogni
evento, si prestò a sostenerla, ed accogliendola fra le sue braccia le
disse: — Se gradisce e se vuole il pietoso Cielo ch'io possa gustar qualche
riposo, o leale, costante ed unica signora mia, non credo che tu possa
chiamarti più sicura di quello che sei mentre ti accolgono queste
braccia che in altro tempo ti avrebbero stretta quando le necessarie
solennità mi avessero dato dritto di chiamarti mia sposa.” A questo
discorso fissò Lucinda gli occhi sopra Cardenio, ed avendo cominciato a
riconoscerlo prima per la voce e poi per la vista, quasi fuori di se stessa e
senza riguardo ai circostanti se gli gittò colle braccia al collo, ed
unendo il suo al viso di lui gli disse: “Voi sì, signore, voi siete il
padrone di questa prigioniera creatura in onta all'avversa sorte e in onta alle
minaccie di questa mia vita che solo per voi si sostiene.” Strano spettacolo si
fu questo per don Fernando e per tutti gli altri restando ognuno maravigliato
di tanti immaginati successi. Sembrò a Dorotea che don Fernando avesse
perduto il colore del viso, e che facesse moto per vendicarsi di Cardenio
portando la mano alla spada. Un tale sospetto la mosse con indicibile
celerità ad abbracciargli le ginocchia e tenendolo stretto per modo da
non lasciargli adito a moversi, senza intermettere il pianto un momento solo
proruppe: “Che meditate voi di fare, unico rifugio mio, in tale impensato
avvenimento? Avete ai vostri piedi la vostra sposa, e quella che vorreste fosse
vostra sta fra le braccia di suo marito. Credete voi cosa giusta o possibile il
disfare ciò che dal Cielo si è fatto? Non è forse miglior
consiglio sollevare alla vostra altezza colei che, esempio di virtù e di
fermezza, vi sta qui dinanzi bagnando di amoroso pianto il viso e il petto del
vero suo sposo? Vi prego, per quanto v'ha in cielo di sacro, e per onore di voi
stesso vi supplico che il presente sì chiaro disinganno non solo non
accresca lo sdegno vostro, ma lo diminuisca per modo da permettere con quiete e
tranquillamente che questi due amanti vivano uniti senza ostacolo per tutto il
tempo che loro concederà il Cielo. Sarà questa la più alta
prova della generosità ond'è fornito il nobile ed illustre vostro
cuore, e conoscerà il mondo che la ragione prevale in voi ad ogni
passione.”
Frattanto che parlava a questa
maniera Cardenio, benché tenesse abbracciata Lucinda, non perdeva di vista don
Fernando, deliberato se mai facesse qualche moto in suo pregiudizio, di
difendersi e di offendere anche quei tutti che se gli palesassero nemici a
costo della propria vita. In questo mentre gli amici di don Fernando, il curato
e il barbiere che furono presenti ad ogni cosa, intervennero a rendere la scena
più grave, né vi mancò quel buon uomo di Sancio Pancia. Si fecero
tutti attorno a don Fernando supplicandolo di aver compassione delle lagrime di
Dorotea, e che vero essendo (come non dubitavano) ciò che da lei era
stato esposto, non la lasciasse delusa nelle sue giuste speranze.
Gl'insinuarono di considerare che non già per caso, siccome parea, ma
per disposizione particolare del Cielo trovaronsi uniti tutti dove meno
potevano pensarlo; tenesse per fermo che la morte sola avrebbe potuto dividere
Lucinda da Cardenio, e che se pure li separasse il filo di una tagliente spada,
eglino avrebbero avuta per felicissima la loro morte. Soggiunse il curato che
negl'irrimediabili eventi era proprio dell'uomo saggio, sforzando e vincendo se
stesso, spiegare un generoso cuore e concorrere per quanto stesse da lui a far
sì che potessero i due sposi goder di quel bene che veniva loro
impartito dal Cielo. Considerasse la bellezza di Dorotea cui poche o forse
nessuna potevano uguagliarsi; riflettesse alla sua umiliazione ed all'estremo
amore che gli portava; e sopra ogni altra cosa badasse che vantandosi cavaliere
e cristiano, doveva innanzi tutto mantenere a lei la parola; e che ciò
eseguendo servirebbe al dovere verso Dio, e n'avrebbe la piena approvazione
delle genti dabbene, le quali conoscono e sanno ch'è prerogativa della
bellezza, benché sia collocata in bassa persona (quando però abbia per
compagna la onestà) di poter sollevarsi e compararsi a qualunque
altezza, senza nota di biasimo in chi la solleva e la adegua a sé; e che non
può ascriversi a colpa il seguire le proprie inclinazioni quando si
compiono senza offesa del Cielo. Aggiunse a queste tante e tali altre ragioni
che il cuore di don Fernando, derivato veramente da nobil sangue, si
piegò, e si lasciò vincere dalla forza della verità, la cui
luce tutto lo veniva occupando: e la prova che diede di essersi arreso e di
avere accettato il proposto consiglio si fu il chinarsi, l'abbracciar Dorotea e
prorompere in queste parole: “Alzatevi, signora mia, che non è dovere
che stiasi prostesa ai miei piedi quella che dee stare scolpita nel mio cuore;
e se non vi ho provata finora la verità dei miei detti, ciò forse
avvenne per suprema disposizione, affinché riconoscendosi da me il tenore della
fede con cui mi amate, possiate voi ricevere un corrispondente ricambio di
stima e di affetto. Quello di che vi prego si è che non mi rinfacciate
il mio sconsigliato procedere e la mia ingratitudine, perché quell'impulso che
m'indusse a volervi per mia sposa, quel medesimo poi mi aveva strascinato a
tentare di non esser vostro. In prova che ciò sia vero volgetevi e
mirate gli occhi della già contenta Lucinda, e troverete in essi la
discolpa di tutti i miei falli; e giacché ella pervenne al colmo dei suoi
desiderî, ed io in voi ho trovato chi compirà i miei interamente, viva
ella sicura e contenta lunghi e felici anni col suo Cardenio, ch'io
pregherò genuflesso il Cielo che mi conceda lo stesso colla mia
Dorotea.” Così dicendo reiterò gli abbracciamenti, ed era tanto
commosso che a gran fatica impedì che le lagrime non dessero maggior dimostrazione
del suo amore e del suo pentimento. Non era ciò da temersi per quelle di
Lucinda e di Cardenio, e per quelle di quasi tutti gli altri che erano quivi
presenti, da che tante ne fecero piovere dagli occhi, gli uni pel loro
particolare contento, gli altri per l'altrui felicità che sembrava
essere ivi accaduta qualche sciagura. Piangeva lo stesso Sancio, ma ebbe a
confessare di poi che non per altro piangeva egli se non se per vedere che
Dorotea non era più, come si figurava, la regina Micomicona, dalla quale
attendevasi tanti benefizi. Durò qualche tempo unitamente alle lagrime
la generale maraviglia, dopo di che Cardenio e Lucinda si posero ginocchioni
dinanzi a don Fernando ringraziandolo del favore da lui ricevuto, e ciò
con sì obbliganti espressioni che don Fernando non seppe rispondere, ma
li rialzò e li abbracciò con molta affezione e con singolare
cortesia. Domandò poscia a Dorotea com'erasi recata in quel luogo
sì discosto dal suo paese, ed ella brevemente e con bel garbo
narrò quanto aveva riferito a Cardenio; di che n'ebbero sì grande
soddisfazione don Fernando e i compagni suoi, che avrebbero desiderato che non
terminasse il racconto sì presto: tanta era la grazia con cui esponeva
Dorotea la storia delle sue passate disavventure. Finito ch'ebbe di parlare,
narrò don Fernando ciò che eragli avvenuto nella città
dopo di aver trovato in seno a Lucinda il foglio con cui dichiarava di essere
già sposa a Cardenio; disse ch'era stato sul punto di ucciderla se i
parenti di lei non gli avessero impedito di compiere il suo tristo disegno; e
che quindi se ne partì pieno di risentimento e di dispetto deciso di
vendicarsi a tempo più opportuno; che gli pervenne a notizia essersi
sottratta Lucinda dalla casa paterna senza che alcuno sapesse dove si fosse diretta:
e che finalmente a capo di alcuni mesi egli seppe in modo da non dubitarne
ch'erasi ritirata in un monastero, determinata di restarvi per tutta la sua
vita, se non avesse potuto farsi sposa a Cardenio: che avendo ciò
risaputo, egli con quei tre cavalieri, se ne andò al luogo di sua dimora
senza farle sapere il suo arrivo, temendo che ciò potesse renderla
più guardinga: che un giorno veduto aperto il convento, lasciò
due dei compagni suoi di guardia alla porta, ed egli penetrò con l'altro
nel monastero in traccia di Lucinda: e trovatala appunto nel chiostro, mentre
stava parlando ad una monaca, impadronendosi di lei (senza darle adito a verun
tentativo per sottrarsi da loro), seco la condussero in luogo dove poi
pensarono il modo di partirsi senza opposizione di chicchesia; e che tutto
ciò eseguirono a mano salva, per esser situato il monastero molto lungi
dall'abitato. Soggiunse che Lucinda perdette i sentimenti tosto che si vide in
loro potere: che altro dopo d'allora non fece che piangere e sospirare senza
proferire parola alcuna, e che finalmente accompagnati così dal silenzio
e dal pianto, erano giunti a quell'osteria, dove pareagli di aver trovato il
paradiso e dove finalmente avevano trovato un termine tutte le disavventure.
CAPITOLO XXXVII
CONTINUA LA STORIA DELLA CELEBRE PRINCIPESSA MICOMICONA CON
ALTRE GRAZIOSE AVVENTURE.
Sancio aveva ascoltato tutto ciò con molto
dolore dell'anima sua, vedendo svanire le speranze di tante promesse, e la
bella Micomicona essersi trasformata in Dorotea e in don Fernando il gigante,
mentre che il suo padrone saporitamente dormiva senza verun pensiero delle cose
che venivano accadendo. Non poteva Dorotea assicurare se stessa se fosse vero o
sognato il bene allora posseduto: lo stesso dubbio occupava anche Cardenio e
Lucinda; e rendeva grazie al cielo don Fernando per l'ottenuto favore di essere
uscito da un intricato labirinto, che lo metteva a cimento di perdere l'anima e
la riputazione. Finalmente quanti trovaronsi nell'osteria erano contenti e
giulivi del successo che avevano avuto casi sì difficili e disperati. Il
curato, come persona accorta, lodava tanti avvenimenti, e felicitava ciascuno
particolarmente pel conseguito bene ma chi giubilava sopratutti era l'ostessa
per la sicurtà riportata da Cardenio e dal curato di essere poi
risarcita dei danni e delle perdite a lei procurate da don Chisciotte. Il solo
Sancio, come già si è detto, era lo sconsolato, il malgiunto:
quindi andò al suo padrone appena fu svegliato, e con malinconico viso
disse: — Può bene vossignoria, signor cavaliere dalla Trista Figura,
dormire a suo beneplacito senza pensiero di dover ammazzare nessun altro
gigante, né di restituire la principessa al suo regno, perché non c'è
altro da fare. — E ben te lo credo, rispose don Chisciotte, perché ho dato al
gigante una sì straordinaria e sanguinosa battaglia che non darò
mai più l'eguale in tutto il corso della mia vita, mentre con un solo
man rovescio, taf, gli ho buttata in terra la testa, e fu in sì gran
copia il sangue sparso che ne correvan torrenti come se fosse stata acqua. — E
come se fosse stato vino rosso, potrebbe dire molto meglio la signoria vostra,
soggiunse Sancio; poiché voglio che ella sappia, se pur lo ignora, che il
gigante morto non era altro che un otre forato, il sangue fior di vino rosso, e
la testa... la testa è il malanno che se ne porta ogni cosa. — Che
diamine vai tu dicendo, pazzo che sei? replicò don Chisciotte; hai tu perduto
il cervello? — Si levi vossignoria, disse Sancio, e vedrà la bella
prodezza che ha fatta, e quello che dovremo poi pagare all'oste. Vedrà
in oltre la regina trasformata in una semplice dama chiamata Dorotea, con altri
avvenimenti che se vorrà riflettere bene la faranno maravigliare. — Non
me ne maraviglierei punto, replicò don Chisciotte, perché se ben ti
ricordi, l'altra volta ti dissi che quanto qui succedeva era tutto opera
d'incantesimo, e non sarebbe da stupire gran fatto se lo stesso ci accadesse
presentemente. — Vorrei darvi fede, rispose Sancio, se l'essere io sbalzato per
aria colla coperta fosse stata cosa da incanto, ma fu vera e reale, e ho veduto
io coi miei propri occhi l'oste istesso di adesso, il quale teneva un capo
della coperta, e mi sbalzava alto al cielo con gran lestezza e velocità,
e più rideva quanto più gli riusciva di cacciarmi in alto. Dove
si conoscono le persone colle quali si ebbe che fare, quanto a me, benché
indegno peccatore, credo che non vi sia incantesimo di sorta alcuna, ma un grande
macinamento e una molto mala ventura. — Orsù a queste inezie non
è da pensare adesso, replicò don Chisciotte: dammi i vestiti, e
lasciami uscire, ché voglio vedere io stesso gli avvenimenti e le
trasformazioni che tu mi narri.”
Sancio gli diede i panni, e nel tempo che si
vestiva, il curato raccontò a don Fernando ed agli altri le pazzie di
don Chisciotte e l'artifizio usato per cavarlo dalla montagna, dov'erasi
intestato di voler restare per immaginati sdegni della sua signora. Fece palesi
nel tempo stesso le avventure narrate da Sancio, di che non poco si divertirono
e risero, parendo loro quello che pure sembrava agli altri, cioè che il
genere della sua pazzia fosse il più strano che trovar si potesse in
cervello uscito dai gangheri. Disse inoltre il curato che non potendo oramai
andar oltre col suo disegno, era necessario inventarne un altro per tentare di
ricondurre don Chisciotte al suo paese. Cardenio propose di seguitare la
finzione sperando che Lucinda farebbe e rappresenterebbe a sufficienza il personaggio
di Dorotea. “No, disse don Fernando, non lo permetto, anzi bramo che Dorotea
prosegua la sua invenzione, ch'io mi darò tutto il pensiero di trovare
il rimedio per questo povero cavaliere, quando il suo paese non sia di qua
molto lontano. — Non lo è più di due giornate, gli risposero, ed
egli: — Anche se fossero quattro le camminerei volentieri per desiderio di
condurre a fine una buon'opera.”
Intanto uscì fuori don Chisciotte armato
di tutto punto, con in testa l'elmo di Mambrino, tuttoché ammaccato, con la
rotella al braccio e con in mano il suo tronco o lancione. Don Fernando e non
meno di lui tutti gli altri restarono attoniti e maravigliati vedendo la strana
figura di quest'uomo, quel viso sì lungo, secco e giallo, la
sproporzione delle sue armi e il suo grave contegno. Se ne stettero cheti per
sentire ciò che dicesse, ed egli posti gli occhi con molto sussiego e
gravità sopra la bella Dorotea, parlò in questa maniera:
— Sono informato, vezzosa signora, da questo mio
scudiere come la grandezza vostra si è ridotta al niente, e fu distrutta
la vostra condizione, perché di regina e padrona che solevate essere, vi siete
trasformata in una privata donzella. Se ciò è avvenuto per ordine
del re Negromante vostro padre, immaginando che non poteste da me avere il
necessario e debito aiuto dico ch'egli va errato di grosso, né conosce come
dovrebbe le storie cavalleresche, perché se le avesse attentamente lette e
considerate presentemente e per sì lungo tempo come ho fatt'io, avrebbe
trovato ad ogni passo che tanti altri cavalieri di reputazione più
scarsa della mia hanno condotto a fine imprese assai più difficili di
questa: e sappiate che non sono scorse molte ore da che io mi trovai a cimento
con il gigante, e… Ma sarà meglio passarla in silenzio per non essere
tacciato di menzognero: lo dirà il tempo che tutto discopre, e quando
noi meno ci penseremo. — Voi avete cozzato con due otri, e non già con
un gigante, soggiunse l'oste a tal punto.” Don Fernando gli accennò di
tacere non volendo che s'interrompesse in modo alcuno il ragionamento di don
Chisciotte, il quale proseguì a questo modo: “Dico in fine, alta
e desiderata signora, che se per la da me enunciata cagione vostro padre ha
operato una tale metamorfosi nella vostra persona, voi non gli avete a prestare
credenza alcuna, non vi essendo pericolo al mondo che non sia superabile dalla
mia spada; colla quale atterrando la testa del vostro nemico, io fra brevi
giorni porrò sulla vostra una corona.”
Tacque don Chisciotte aspettando la risposta
della principessa: la quale avendo inteso che don Fernando voleva che ella
proseguisse la finzione, finché don Chisciotte fosse ricondotto al suo paese,
con molta grazia e gentilezza così soggiunse: — Qualunque sia colui che
vi ha detto, valoroso cavaliere dalla Trista Figura, ch'io mi sono cangiata e
tolta dall'essere mio, non vi disse la verità perché la stessa ch'io era
ieri sono anche oggidì; vero è peraltro che un qualche
cambiamento hanno in me prodotto certi tratti di mia buona sorte, che fu la
migliore ch'io mi potessi desiderare; ma non ho lasciato però di essere
quella di prima e di conservare la stessa fiducia nel valore del vostro
invincibile ed invulnerabile braccio di cui intendo valermi: perciò,
signor mio, la bontà vostra restituisca l'onore al padre che mi ha
generata; ed anzi lo tenga in conto d'uom saggio, prudente e avveduto, avendo
egli trovato mercé la sua scienza, via sì facile e sicura per prestare
rimedio alla mia disgrazia; né io dubiterò mai che se non fosse stato
per mezzo vostro, non sarei giunta a godere della presente sì fortunata
sorte, di che quanti son qui, tutti mi sono testimonî: resta adesso che dimani
mattina ci mettiamo in cammino, poiché oramai è troppo inoltrato questo
giorno: il rimanente del buon successo io lo rimetto nelle mani della
provvidenza e del vostro buon cuore.” Parlò a questo modo la valente
Dorotea; dopo di che don Chisciotte si rivolse a Sancio, e tutto sbuffante di
collera si fece a dirgli: “Ora sì mi converrà dirti, Sanciuzzo
mio caro, che sei il più gran furfante che si trovi in Ispagna; dimmi,
ladrone vagabondo, non mi hai tu or ora fatto credere che questa principessa
erasi trasformata in una donzella che si chiama Dorotea e che la testa che io
credeva di aver tagliata al gigante era il malanno che ne porta ogni cosa, con
la giunta di altre infinite bestialità che mi avvolsero nella maggior
confusione in cui fossi mai trovato nel corso della mia vita? Ah corpo di… (e
guardò il cielo stringendo i denti), che starei per isbranarti affinché
dal tuo esempio imparassero a non essere bugiardi quanti scudieri di cavalieri
erranti saranno quind'innanzi al mondo. — Si calmi vossignoria, mio signore,
rispose Sancio, che potrei bene essermi ingannato per quello che risguarda il
cambiamento della signora principessa Micomicona; ma per quanto si appartiene
alla testa del gigante, o almeno al foramento degli otri e dell'essere vino
rosso il creduto sangue, non mi sono, viva Dio, ingannato; perché gli otri se
ne stanno là forati presso il capezzale del suo letto, e il vino rosso
ha allagato tutta la camera: e s'ella non lo crede si accorgerà al
friggere delle uova; voglio dire che lo vedrà quando qui il signor oste
le domanderà il pagamento dei danni sofferti; e in quanto poi all'altro
particolare della signora regina, non vi è certamente chi più di
me si allegri fino al cuore che essa seguiti ad esser tale, perché ci ho la mia
parte come ogni altro. — Ora sì, o Sancio disse don Chisciotte, che ti
conosco per un scimunito! ti perdono, e basta. — Basta d'avanzo, disse don
Fernando, né di ciò più si parli: e poiché la signora principessa
vuol differire la partenza a dimani, poco restando di questa giornata,
così si faccia, e passiamo intanto questa notte in buona compagnia,
finché nasca il nuovo giorno, in cui noi tutti ci faremo seguaci al signor don
Chisciotte, perché vogliamo essere testimonî delle valorose e inaudite gesta
che egli ha da compiere nel corso di questa impresa che ha tolta a suo carico.
— Quello son io che ho debito di servirvi e di accompagnarvi, rispose don
Chisciotte, e molto mi è grato il favore che mi s'imparte e la buona
opinione in cui mi veggo tenuto; e per certo la manterrò, o mi
costerà la vita, e più ancora se più possa darsi.”
Passarono allora fra don Chisciotte e don Fernando molti gentili e cortesi
complimenti che vennero interrotti dall'arrivo nell'osteria di un passeggiero,
il quale sembrava agli arnesi un cristiano tornato recentemente dalla terra dei
Mori. Portava una casacca di panno turchino con le falde corte, con mezze
maniche e senza collare, erano azzurri anche i suoi calzoni e dello stesso
panno; era coperto da un berrettino bene assettato in testa, ed aveva un paio
di borzacchini alla moresca, e ad armacollo una scimitarra damaschina. Lo
seguitava una donna seduta sopra un giumento, vestita alla moresca, coperta con
un velo che le scendeva giù dal capo, ed era attaccato ad una cuffia di
brocato: aveva un giubbone in dosso che arrivava fino a terra. Era l'uomo di
robusto e gradevole aspetto, dell'età di quarant'anni o poco più;
brunotto di colore, con lunghe basette e con barba molto aggiustata, di maniera
che se fosse stato meglio vestito si sarebbe potuto arguire che fosse
personaggio di qualche importanza. Domandò, entrando nella osteria, una
stanza ed essendogli stato risposto che non ve n'era alcuna in libertà,
mostrò di averne dispiacere, ed appressandosi a quella che al vestito
pareva un'Araba la invitò a smontare, ricevendola fra le sue braccia.
Lucinda, Dorotea, l'ostessa e Maritorna, curiose di vedere quel vestito nuovo
per loro, si fecero intorno alla forestiera; e Dorotea, che fu sempre graziosa,
costumata e prudente, sembrandole che sì la donna come il compagno suo
fossero in molta angustia per non trovar una stanza per loro soli, disse: — Non
vi prendete pensiero, signora mia, per la mancanza di quei comodi dei quali voi
abbisognate, come avvien pur troppo spesso nelle osterie; che se vi piacesse di
prendere qualche riposo in compagnia di noi altre (accennando Lucinda) forse
che in tutto il vostro viaggio non avrete trovato una più cordiale e
cortese accoglienza.” A tutto questo nulla rispose l'incognita e coperta donna,
né altro fece che alzarsi di dove era seduta, e incrocicchiate le mani sul
petto ed abbassata la testa, si chinò in segno di gratitudine. Il suo
silenzio e gli atti suoi la fecero credere senza dubbio una Mora, e che non
sapesse intendere i cristiani. Sopraggiunse in questo lo schiavo ch'erasi prima
occupato in altre faccende, e vedendo che stavano le donne tutte facendo
cerchio alla sua compagna, e che nulla ella rispondeva a quanto le dicevano,
così parlò: — Signore, questa donzella intende soltanto la nostra
lingua, né altra ne sa parlare, e perciò né ha risposto né risponde alle
vostre dimande; —Nulla noi le chiediamo, disse Lucinda, se non che la invitiamo
a passare questa notte in nostra compagnia esibendole una parte del luogo in
cui riposeremo noi stesse, ed offrendoci con quell'affetto e cortesia che
obbligano a compiacere gli stranieri tutti che ne hanno bisogno, e specialmente
le persone del nostro sesso. — Vi bacio le mani, signora mia, rispose lo
schiavo, e per lei e per me, e apprezzo grandemente, siccome debbo, il favore
offertoci, che molto grande debb'essere se viene da persone sì
ragguardevoli come sembra che siate voi. — Ditemi, o signore, soggiunse allora
Dorotea: questa straniera è ella cristiana o mora? Poiché e il suo abito
e il silenzio fanno supporre che sia quale noi non vorremmo che fosse. — Mora
disse lo schiavo, e nell'arnese e nel corpo, ma cristiana nell'anima, avendo un
vivo desiderio di farsi tale. — Non è dunque battezzata? replicò
Lucinda. — Non la è finora, rispose lo schiavo, perché non se ne ebbe
opportunità, da che si tolse da Algeri sua patria, né si trovò
sin qui in un frangente sì vicino alla morte che obbligasse a
battezzarla prima di essere appieno istrutta delle cerimonie tutte comandate
dalla santa nostra religione: ma se a Dio piace adempirà quanto prima a
questo sacro dovere e con la solennità che si convien alla sua
condizione, ch'è assai maggiore di quello che può apparire dal
suo e dal mio vestimento.”
Queste risposte fecero nascere negli
astanti tutti la brama di sapere chi fosse la mora e lo schiavo; ma nessuno si
permise per allora di progredire nelle dimande, conoscendo che quello era tempo
da procurare ad ambedue qualche riposo, piuttosto che rendersi loro importuni
con soddisfazione della propria curiosità. Dorotea dunque la prese per
mano, se la fece sedere vicina, e la pregò che si togliesse il velo dal
viso. Essa mirò lo schiavo, come se gli domandasse di farle sapere che cosa
voleasi da lei, e quello che dovesse ella fare. Le disse egli in lingua araba
che domandavano che si scoprisse, e che così facesse. Alzò colei
il velo e lasciò scorgere un sembiante sì vago, che Dorotea la
trovò più bella di Lucinda, e questa più di Dorotea, e
conobbero i circostanti tutti che se v'era chi agguagliare potesse la bellezza
delle due sopradette, dovea darsene il vanto alla Mora, non mancando anche chi
la considerasse alcun poco prevalente; e siccome la bellezza ha prerogative e
grazie per cattivarsi gli animi e rendere soggetta la volontà,
così si unirono tutti nel desiderio di servire e di accarezzare la
vezzosissima Mora. Domandò don Fernando allo schiavo come essa si
chiamasse, ed egli rispose: “Chiamasi Lela Zoraida;” ma avendo la Mora compreso
la dimanda fatta allo schiavo si affrettò a dire con molta grazia “No,
no, Zoraida: Maria, Maria,” dando con ciò a conoscere che si chiamava
Maria e non Zoraida Queste parole ed il vivo affetto con cui ella le
accompagnò, commossero l'animo dei circostanti, e delle donne
singolarmente che sono di loro natura tenere e compassionevoli. Lucinda
l'abbracciò con molta affezione, dicendole: “Sì, sì,
Maria, Maria;” cui rispose la Mora: — Sì, sì, Maria, Zoraida
macange,” che significa no. Ma intanto era sopraggiunta la notte, e,
d'ordine dei compagni di don Fernando, l'oste aveva imbandita una cena la
migliore che si potesse ottenere. Arrivato il momento, si assisero tutti a una
lunga tavola a guisa di quelle usate nei tinelli domestici, non essendovene né di
tonde, né di quadre nell'osteria. Vi fecero sedere nel primo posto don
Chisciotte, volendo la principessa Micomicona, per essere il suo difensore le
stesse a lato; indi seguitavanli Lucinda e Zoraida; don Fernando e Cardenio
erano dirimpetto a loro; poscia lo schiavo e gli altri cavalieri; ed accanto
alle signore il curato e il barbiere. Cenarono tutti in grande allegria,
accresciuta dal vedere che don Chisciotte, lasciando di prendere cibo, e mosso
dallo spirito stesso che lo spinse al lungo ragionamento quando cenò coi
caprai, così si fece a parlare: “Veramente, quando ben si considera,
signori miei, grandi e inaudite cose si veggono da quelli che professano
l'ordine della errante cavalleria. E chi sarà mai infatti ch'entrando in
questo punto per la porta di questo castello, e vedendoci come ora ci troviamo,
giudichi e creda che noi siamo quelli che noi siamo in effetto? Chi potrebbe
dire a questa signora che mi sta a fianco, sia la famosa regina da noi tutti
venerata, e che io sia quel cavaliere dalla Trista Figura, di cui suona
sì altamente la fama? Non si deve rivocare in dubbio ormai che
quest'arte e questo esercizio non sia superiore a quanti ne trovarono gli
uomini e tanto più si ha da tenere in pregio quanto più va
soggetto a cimenti inauditi. Si tolgano a me innanzi coloro che hanno detto che
le lettere sono da tenere in maggior pregio delle armi; che sia chi esser si
voglia, certamente non sa quello che gli esca di bocca. A sostegno delle loro
ragioni asseriscono costoro che i travagli dello spirito eccedono quelli del
corpo, e che le armi si esercitano solamente col corpo, come se fossero
esercizio da facchini alle quali basti esser dotato di gran vigoria, e come se
non provasse angustie infinite l'animo del guerriero che trovasi alla testa di
un esercito o difende un'assediata città collo spirito non meno che col
corpo. Ed in fatti riflettasi che con le sole forze materiali non è
possibile giungere a conoscere o congetturare i divisamenti dell'inimico, i
suoi disegni, gli stratagemmi, le difficoltà, o premunirsi contro i
temuti danni: cose tutte proprie unicamente dell'intelletto, e nelle quali non
può né punto né poco parte veruna del corpo. Ora se le armi vogliono
l'opera dello spirito come le lettere, vediamo presentemente quale dei due
spiriti soffra maggiormente travaglio se quello del letterato o quello del
guerriero. Ciò risulterà ad evidenza quando si ponga mente agli
effetti ed al fine a cui ognuno di loro s'incammina; perché quello scopo
è certo da tenersi in maggior conto ché vôlto è a fine più
nobile e più cospicuo. La mira cui tendono le umane lettere (non intendo
parlare ora delle divine, il cui soggetto è quello di condurre le anime
al cielo; ché ad un fine sì augusto nessun altro può andare del
parti) è la retta amministrazione della giustizia distributiva, il dare
il suo a ciascheduno, il prestarsi colla più grande premura e diligenza
affinché sieno eseguite a dovere le buone leggi: assunti a vero dire grandi,
nobili e degni di essere celebrati altamente. Non sono però oggetti di
quella celebrità che merita l'esercizio delle armi; le quali hanno per
iscopo e per fine la pace, ch'è il maggior bene che possa essere dagli
uomini desiderato nella presente vita. Ed infatti le prime felici novelle
diffuse per lo mondo e ricevute da tutti gli uomini, furono quelle che recarono
gli angeli nella notte della natività, quando cantavano dall'alto delle
sfere: “Sia gloria nei cieli e pace nella terra agli uomini di buona
volontà:” ed il saluto che insegnò il migliore maestro del cielo
e del mondo ai suoi diletti e colleghi fu che all'entrare in qualche abitazione
dicessero: “Sia pace in questa casa” e molte altre forme insegnò loro,
come: “Vi do la mia pace; vi lascio la mia pace; sia la pace con voi:” come il
miglior tesoro che da così gran mano potesse donarsi; gioiello senza il
quale non si può godere di alcuna felicità in terra né in cielo.
Questa pace è il vero fine della guerra; poiché arme e guerra sono una
medesima cosa. Posta la verità che la pace dia fine alla guerra, e che
prevale per sì augusto titolo all'oggetto cui mirano le lettere,
passiamo ora al confronto delle fatiche materiali che stanno a carico dell'uomo
di lettere con quelle che sono proprie dell'uomo d'arme e veggasi quali siano
di maggior peso.”
A
questa guisa e con tanto sodo ragionare andava proseguendo don Chisciotte il
discorso in modo che condusse gli astanti a non considerarlo più come
pazzo: anzi perché i più erano cavalieri, ai quali sono predilette le
armi, lo ascoltavano assai volentieri; ed egli proseguì in questa maniera:
“Dico ora dunque che gli esercizi corporali del letterato sono questi:
principalmente la povertà, non già perché tutti sono poveri, ma
per supporre il peggio di siffatta condizione. E dicendo povertà, sembrami
che non si possa dire nulla che più vivamente dipinga la sua infelice
fortuna: perché il povero nulla ha di buono. Sostiene il letterato la
povertà soffrendo la fame, il freddo, la nudità colla giunta di
tanti e tanti altri disagi; ma ad onta di tutto ciò non è a sì
disperato partito che egli non mangi, benché un po' più tardi del
costume, approfittando se non altro di quello che avanza ai ricchi, che
è il più grande avvilimento a cui possono condursi i letterati, e
che si dice vivere allo scrocco; né manca poi al letterato il modo di sottrarsi
al freddo andandosi se non altro a scaldare a qualche braciere o all'altrui
camino, per la qual cosa se non caccia da sé i brividi interamente, li mitiga
almeno, e finalmente dorme coperto la notte. Non voglio estendermi ad altre
minutezze, come sarebbe a dire l'essere senza camicia e senza scarpe, l'avere
il vestito logoro e spelato, e quel divorare con tanta ingordigia quando per
buona sorte venga il letterato ammesso a qualche banchetto. Ma battendo costoro
la strada aspra e difficoltosa che ho dipinta, qua inciampando, cadendo di
là, costà rimettendosi, e tornando quivi a cadere, pervengono pur
finalmente a conseguire l'oggetto proposto: ed in fatti abbiamo veduto che
molti letterati, dopo essere passati per queste scilli e per queste cariddi,
portati a volo da una propizia fortuna, riescirono finalmente a poter governare
e comandare nel mondo; mutata la fame in sazietà, in refrigerio il
freddo, la nudità in ricchi vestiti, il letto di stuoia in morbide piume
ed in sontuosi damaschi; premio giustamente attribuito al merito loro.
Contrapposte però dopo tutto questo, e messe a paragone le corporali
loro fatiche con quelle del guerriero, restano di gran lunga al disotto, come
ora m'impegno di dimostrare.”
CAPITOLO XXXVIII
CONTINUA IL SINGOLARE DISCORSO DI DON CHISCIOTTE SOPRA LE ARMI E
LE LETTERE.
Don Chisciotte ripigliò il suo
ragionamento, dicendo: Poiché abbiamo considerato l'uomo di lettere dal lato
della povertà e delle sue conseguenze, vediamo adesso se più
ricco è il soldato, e conosceremo che non avvi chi di lui sia più
povero nella povertà stessa; mentre egli non ha che una misera paga, e
questa pure tardi o non mai gli viene corrisposta, né gli rimane se non quello
che si procaccia con le sue mani con notabile pericolo della vita o della
coscienza. Tanta suol essere talora la sua nudità che un collare
trinciato e logoro gli serve di vestito e di camicia, e nel verno in campagna
aperta suole difendersi dalle inclemenze del cielo col solo fiato che gli esce
di bocca; il quale movendo da un corpo vôto, mi fo a credere che debba essere
freddo contro tutte le regole della madre natura. Quando poi sopraggiunge la
notte, per ristoro di tanti disagi gli è bello apparecchiato un letto;
il quale non dirà mai che sia angusto, mentre può pigliarsi lo
spazio di terra a lui occorrente, e voltarsi e rivoltarsi senza temere che le
lenzuola si vadano raggomitolando. Aggiungasi a ciò l'obbligo rigoroso
di non mancare ai doveri del suo esercizio; e in premio di tutto questo nel
giorno della battaglia, gli porranno sulla testa una laurea di fila per curarlo
da qualche ferita che il lascerà malconcio per sempre. O se ciò
non avvenga, e lo conservi e vivo e sano il pietoso Cielo, rimarrà
povero come prima: e per migliorare un pochino la sua condizione ci vorranno
tanti rischi, che l'uscirne sano è un prodigio. Tutto il contrario
accade dei letterati; i quali o a dritto o a torto sanno trovarsi compensi; e
così maggiore è la fatica del soldato, e molto minore la speranza
del premio. A tutto questo si potrebbe rispondere esser più facile
premiare duemila uomini di lettere che trentamila soldati, perché quelli si
premiano con ufficî che debbono per necessità appartenere ad uomini
studiosi, mentre ai soldati bisogna far parte delle cose proprie del padrone
cui servono: ma ciò avvalora ancor più la mia proposizione Ma
lasciamo da parte questa difficoltà ch'è un labirinto di molto
difficile uscita, e ritorniamo a trattare della preminenza fra le armi e le
lettere; argomento tutt'ora indeciso. Dicono alcuni che senza lettere non si
potrebbe sostenere le armi; perché ha sue leggi anche la guerra, e, tanto
è dir leggi, come lettere e letterati. A ciò rispondono le armi,
ché le leggi non potrebbero sostenersi senza di loro, mentre colle armi si
difendono le repubbliche, si conservano i regni, le città vengono
custodite, hanno sicurezza le strade, i corsari sono scacciati dal mare. Ora
è manifesto altresì che debbesi avere una più grande
estimazione a quella cosa che ha maggior prezzo. Costa tempo, veglie, fame,
nudità, giramenti di capo, indigestioni di stomaco ed altri malanni di
questa fatta, oltre a quelli da me riferiti, l'arrivare ad una eminente
celebrità nelle lettere; ma per giungere al vanto di buon soldato, oltre
tutto quello che soffre il letterato, le difficoltà si accrescono
incomparabilmente, per essere ad ogni passo in procinto di perdere la vita.
Qual cosa può mai arrivare ad un uomo di lettere, che somigli a quanto
prova il soldato allorché senta, per esempio, che l'inimico sta minando il sito
dove egli si trova, né per questo può di là togliersi, né fuggire
il pericolo che gli sovrasta? Niente altro gli è permesso fuorché
avvertirne il suo capitano, affinché accorra con qualche contromina, standosi
però egli fermo al suo posto con pericolo di volare al cielo senz'ale o
di sprofondarsi senza volerlo. E se questo sembra pericolo di poco momento,
vediamo se non ve n'abbia un maggiore nell'investirsi che fanno due galere in
mezzo al mare, dove il soldato chiuso in brevissimo spazio si vede dinanzi
tanti ministri di morte quanti sono i cannoni della parte contraria, non
più lontani della lunghezza di una lancia; e vede che lo sdrucciolare di
un piede lo farebbe andar a visitare i profondi seni di Nettuno: e a fronte di
tutto questo, intrepido ed infiammato dall'onore che lo stimola, si fa
bersaglio a tanto fuoco di artiglieria e procura di balzare per sì
tremendo passo nel vascello nemico. Ciò poi che reca maggior meraviglia
si è che caduto uno appena di dove non potrà più rialzarsi
sino alla fine del mondo, un altro va ad occupare il suo posto; se pur cada, un
altro vi succede senza dar tempo al tempo della loro morte: valore e ardimento
il più grande che possa darsi tra tutti i pericoli della guerra! Oh
benedetti pure quei secoli nei quali non si conosceva la furia spaventevole
degli infernali strumenti di artiglieria, l'inventore dei quali io reputo che
ora trovi nell'inferno il premio della sua diabolica invenzione; per la quale
fe' sì che un infame e codardo braccio dia morte ad un valoroso cavaliere!
Ora dunque, ciò tutto considerato, io sto per dire che mi pesa fino
all'anima di avere intrapreso questo esercizio di cavaliere errante in
età sì detestabile, come quella in cui viviamo; perché quantunque
nessun pericolo mi metta spavento, inorridisco al pensare che poca polvere e
poco piombo possano spegnere quelle celebrità a cui potrebbero
sollevarmi per tutto il circolo della terra il valore del mio braccio e il filo
della mia spada. Ma faccia il cielo ciò che di me ha disposto; ché tanto
io godrò della estimazione degli uomini, se arriverò a dar fine
alle imprese cui aspiro, quanto più i pericoli ai quali mi
cimenterò saranno grandi e maggiori di quelli affrontati dai cavalieri
erranti dei passati secoli.”
Fece don Chisciotte questo lungo ragionamento nel
tempo che gli altri stavano cenando, dimenticandosi di mangiare pur un boccone,
tuttoché Sancio, gli avesse insinuato di cenare anche egli e che avrebbe poi
trovato tempo per discorrerla a suo piacimento. Venne in tutti coloro che udito
lo avevano nuova compassione, considerando che un uomo, il quale sembrava avere
intendimento sì retto e sì giudizioso ragionare, lo perdesse poi
sì disgraziatamente se trattavasi della sua sciagurata e folle
cavalleria. Soggiunse il curato che aveva avuto molte buone ragioni in tutto
ciò che aveva detto in favore delle armi, e ch'egli quantunque uomo di
lettere e dottore, acconsentiva all'opinione di lui. Terminarono di cenare,
levarono le tovaglie, e mentre l'ostessa, sua figlia e Maritorna assettavano il
camerone di don Chisciotte della Mancia, dove avevano stabilito che in quella
notte si raccogliessero le donne sole, don Fernando pregò lo schiavo
arrivato colà con Zoraida di raccontargli le sue avventure. Rispose lo
schiavo che farebbe di buon grado ciò che gli si dimandava, benché
temesse di non riuscire così a dilettarli come forse s'immaginavano. Ne
mostrarono gradimento il curato e tutti gli altri, che di nuovo gliene fecero
istanza, ed egli vedendosi pregare da tanti disse non dovevano usarsi preghiere
dove si poteva comandare. “Stiensi dunque, soggiunse, attente le signorie loro
e udranno una narrazione veritiera, senza alcuna di quelle menzogne che
sogliono in tali racconti frammischiarsi con curioso e studiato artifizio.”
Quindi sedettero tutti, e vedendo egli che ognuno taceva aspettando quello che
a dire si accingesse, con voce gradevole e riposata cominciò nel modo
che segue il suo racconto.
CAPITOLO XXXIX
VITA ED AVVENTURE DELLO SCHIAVO.
“C'è nelle montagne di Leone una terra
donde trasse origine il mio lignaggio, cui fu più favorevole e benigna
la natura che la fortuna, benché a fronte della povertà di quei popoli
godesse mio padre la riputazione di ricco: e tale sarebbe stato realmente se
tanto si fosse curato di mantenere le sue sostanze, quanto dava opera a
mandarle a male. Il carattere di uomo liberale e generoso procedeva in lui
dall'essere stato ascritto alla milizia in tempo della sua giovinezza; perché
la professione del soldato rende splendido il misero, e prodigo il liberale: e
se v'ha chi tra l'armi sia spilorcio, può considerarsi come un mostro
che di rado apparisce. Oltrepassava mio padre i confini della
liberalità, e cominciava ad eccedere nel modo che nuoce all'uomo che ha
moglie e figliuoli, i quali gli hanno a succedere nel nome e nell'essere. Tre
ne aveva egli tutti maschi e tutti in età da potersi eleggere da sé
stessi uno stato. Vedendo egli che, per quanto diceva, non potea ripararsi
dalla sua mala inclinazione, volle togliere da sé lo strumento e la causa che
lo avrebbe reso scialacquatore, e ciò fece spropriandosi della sua
facoltà. Un giorno chiamati tutti e tre i suoi figli nelle sue stanze,
loro parlò presso a poco nel seguente modo: “Figli miei, per dirvi che
siete cari al mio cuore altro non mi è duopo se non se chiamarvi col
dolce nome di miei figli: ma per dimostrarvi poi che non vi amo, basti che io
vi dichiari che mando in rovina il patrimonio ch'io dovrei presentarvi:
affinché però conosciate quind'innanzi che voglio amarvi da padre, e che
non voglio distruggere come padrigno quello che vi appartiene, mi sono
determinato di appigliarmi insieme con voi ad un partito da me pensato e
disposto con maturo consiglio, son già molti giorni. Voi tutti vi
trovate in età da poter fare scelta di uno stato, o per lo meno da poter
eleggervi un esercizio che anche nell'avvenire vi arrechi onore e profitto. Io
dunque voglio distribuire in quattro parti la mia facoltà; tre ne
darò a voi perché ognuno abbia la sua, e riterrò la quarta per me
affine di sostenermi nel resto dei giorni che piacerà al Cielo
lasciarmi. Bramerei però che ognuno, avuta la sua parte, seguisse una
delle strade che sono per indicarvi. Avvi nella nostra Spagna un proverbio, a
parer mio molto vero, come sono tutti quelli che consistono in brevi sentenze dedotte
da lunga e prudente sperienza, ed è questo: Chiesa, Mare, o Casa reale,
come se dicesse: chi vuol acquistare ricchezze segua o lo stato ecclesiastico,
o la via del mare esercitando il traffico, oppure vada a servire nella casa del
re, perché si suol dire: Vale più un nonnulla che sia dato da un re, che
ogni grazia di un signore particolare. Ciò vi dico perché bramerei, anzi
è mio volere che uno di voi si applicasse alle lettere, un altro alla
mercatura, ed il terzo al servigio del re nella guerra, essendo troppo difficile
il poterlo servire nel suo palagio; e poi quantunque la guerra non dia molte
ricchezze, suole procacciare molto valore e molta fama. Fra otto giorni io
darò scrupolosamente a ciascuno di voi la parte sua in danari, ed
intanto voi ditemi, se vi piace, di applicarvi al partito ed al consiglio che
testé vi ho proposto.”
Ordinando egli a me, maggiore di età che
rispondessi pel primo, cominciai dal dirgli che non rinunziasse alle sue
facoltà se prima non se ne fosse valso a proprio talento, essendo noi altri
giovani troppo per utilmente amministrarle; e passai poi a concludere che avrei
servito al suo desiderio, perché la mia inclinazione mi portava all'esercizio
delle armi, servendo così ed a Dio ed al re mio signore. Lo stesso gli
fu risposto dal secondo fratello, il quale scelse di portarsi alle Indie, seco
recandosi quanto gli fosse toccato in parte. Il minore, a quanto io reputo,
più sensato degli altri, disse che amava di abbracciare lo stato
ecclesiastico, e d'andar a compiere in Salamanca gli studi già
cominciati. Terminato che avemmo di accordarci e di scegliere i rispettivi
nostri esercizî, ci abbracciò tutti il nostro genitore, ed in brevissimi
giorni diede esecuzione a quanto ci aveva promesso consegnando ad ognuno la
parte sua, che, per quanto mi sovviene, furono tremila ducati in contante; ed
acquistato avendo un nostro zio la intera facoltà, n'eseguì il
pagamento in effettivo danaro, affinché la sostanza non uscisse dal ceppo della
famiglia. Ci licenziammo tutti e tre dal nostro buon padre in un medesimo
giorno; e parendo a me che fosse poco umana cosa lasciare un vecchio genitore
con facoltà sì meschina, l'obbligai a togliersi duemila ducati
del mio, bastandomi il rimanente per provvedermi quant'erami duopo ad esercitar
il mestiere del soldato. Mosse il mio esempio li due miei fratelli; sicché
diede ognuno di essi al padre mille dei suoi ducati: e così li restarono
quattromila ducati in contante; in aggiunta ai tremila che sembrava loro valer
potesse la facoltà ritenutasi in beni stabili. Venne l'istante del
nostro distacco da lui e da quel nostro zio, e ciò fu non senza amarezza
e pianto comune; e la madre pregavaci che le facessimo sapere, sempreché ne
avessimo l'opportunità, ogni nostro avvenimento fortunato od avverso che
fosse. Fatta questa promessa, ed abbracciatici tutti ed avuta la paterna
benedizione, l'uno si diresse a Salamanca, l'altro si volse a Siviglia, ed io
presi la via di Alicante; avendo saputo che colà era pronta alla vela
una nave diretta a Genova con un carico di lana. Saranno ventidue anni da che
mi tolsi dalla casa del padre; nel corso dei quali, tuttoché io abbia scritte
alcune lettere, nulla più seppi né di lui né dei miei fratelli, e
brevemente vi narrerò adesso ciò che mi avvenne in questo tratto di
tempo.
Imbarcandomi in Alicante arrivai a Genova con
prospero viaggio, e di là mi portai a Milano dove mi provvidi d'arme e
di ogni foggia di guerresco ornamento; e di là mi piacque di andare ad
arruolarmi negli eserciti del Piemonte: se non che poi avendo inteso, cammin
facendo verso Alessandria della Paglia, che il gran duca d'Alba passava nelle
Fiandre, cangiai risoluzione, e mi posi al servigio di lui nelle guerre che
fece. Mi trovai presente alla morte dei conti d'Eguemon ed Hornos, e giunsi ad
essere alfiere d'un celebre capitano di Gualdalasciara, chiamato Diego
d'Urbino. Dopo qualche tempo ch'io militava nelle Fiandre s'ebbero nuove della
lega fatta dalla Santità di Pio V, di felice memoria, con Venezia e
Spagna contro il nemico comune ch'è il Turco; il quale a quel tempo
stesso, armata mano, aveva tolta la famosa isola di Cipro ai Veneziani: perdita
deplorabile e disgraziata. Seppi senza poterne dubitare che il generale di
questa lega doveva essere il serenissimo don Giovanni d'Austria fratello
naturale del nostro buon re don Filippo, e divulgossi tosto il grandissimo
apprestamento di guerra che si faceva. E tanto quella notizia m'incitò e
commosse l'animo, che per desiderio di trovarmi nella giornata che con grande
impazienza era attesa da tutti, sebbene io avessi fondate, e posso dire, quasi
certe speranze di essere promosso nella prima occasione al grado di capitano,
tutto abbandonai ad oggetto di portarmi in Italia; e volle la mia buona sorte
che il signor don Giovanni d'Austria fosse di recente arrivato a Genova per indi
passare a Napoli per unirsi coll'armata dei Veneziani, siccome poi fece a
Messina. Nella giornata più avventurosa che abbiano avute le armi
cristiane, io salii al grado di capitano di fanteria, e più che ai miei
meriti ho dovuto un tal posto alla mia buona fortuna; ma io solo fui poi lo
sfortunato in quel giorno che riescì per la cristianità sì
felice, essendosi disingannato il mondo intero dell'errore in cui stava che i
Turchi fossero invincibili in mare. In quel giorno dunque in cui l'orgoglio e
la superbia ottomana rimasero fiaccati, tra tanti avventurati che vi furono
(perché sorte migliore ebbero i Cristiani che caddero estinti, degli altri che
vivi e vincitori uscirono della battaglia), io mi trovai infelicissimo. In
cambio di riportare una navale corona, come sarebbe avvenuto ai tempi di Roma,
nella notte che seguitò al dì della vittoria, mi trovai colle
catene ai piedi e coi ceppi alle mani; ed ecco in qual modo. Avendo l'ardito e
fortunato Ucciali re d'Algeri investita e presa la capitana di Malta, dove non
sopravvissero se non tre cavalieri, anch'essi gravemente feriti, accorse per
darle aiuto la capitana di Giannandrea Doria, dove io mi trovava colla mia
compagnia. Facendo ciò che m'indicava il dovere in somigliante
occasione, io saltai nella galea nemica, la quale, allontanandosi da quella da
cui era investita, impedì ai miei soldati di seguitarmi, e per tal modo
io restai solo in mezzo a nemici tanto numerosi che si rese inutile ogni mia
resistenza. In fine carico di ferite mi arresi, e poiché siccome avrete
già inteso dire, o signori, l'Ucciali si pose in salvo coll'intera sua
squadra, io venni quindi a restare in suo potere, e fui solo doglioso fra tanti
contenti, e solo schiavo fra tanti tolti alle catene; che furono quindicimila i
Cristiani che ricuperarono in quel dì memorando la libertà dopo
essere stati vogatori al servigio dell'armata turchesca. Mi condussero a
Costantinopoli dove il gran signore Selim fece generale di mare il mio padrone
per avere dati contrassegni di bravura nella battaglia, riportato avendo a
prova del suo valore lo stendardo della religione di Malta. Mi trovai in
Navarino nell'anno secondo, che fu del settantadue, vogando nella capitana dei Tre
fanali. Io potei vedere e notare l'occasione quivi perduta di prender nel porto
tutta l'armata turchesca; perché i levantini e i giannizeri che lo
equipaggiavano, tenevano per indubitato di essere investiti dentro al porto
medesimo, ed avevano pronte le robe e i passamachi (che sono le loro scarpe)
per fuggire per terra senz'aspettare l'assalto: sì grande timore avevano
essi della nostra armata. Dispose però il Cielo altrimenti, non
già per colpa o disattenzione del generale che comandava ai nostri, ma
per i peccati della cristianità, e perché vuole e permette Iddio che
abbiamo sempre sopra di noi qualche ministro delle sue vendette. L'Ucciali
dunque poté ritirarsi a Modone, ch'è un'isola presso Navarino, e
lasciando in terra le milizie, fortificò la bocca del porto standosene
inerte fino al ritorno del signor don Giovanni. In questo viaggio avvenne il
conquisto della galea, chiamata la Presa, capitano della quale era un
figlio del famoso corsaro Barbarossa. Fu essa pigliata dalla capitana di
Napoli, chiamata la Lupa; comandata da quel fulmine di guerra, dal padre
dei soldati, dal fortunato e non mai vinto capitano don Alvaro de Bazan,
marchese di santa Croce: né voglio omettere di far sapere ciò che
avvenne nel conquistare la Presa. Era sì crudele il figlio
di Barbarossa, e faceva sì mal trattamento de' suoi prigionieri, che
vedendo gli schiavi al remo che la galera, la Lupa, andava per
abbordarli, e che loro era già addosso, tutti abbandonarono il remo e
presero il loro capitano che stavasene all'albero fra la poppa e la corsia,
gridando che si vogasse a tutto potere; e gettandolo da un banco all'altro, e
da poppa a prora, gli diedero tanti morsi che discosto un passo dall'albero
piombò l'anima sua all'inferno: conseguenza, come si è detto,
della crudeltà con cui trattava, e dell'odio che tutti gli portavano. Ritornammo
a Costantinopoli, e nell'anno successivo si venne a sapere che il signor don
Giovanni aveva conquistato Tunisi, tolto ai Turchi quel regno e messovi in
possesso Muley Hamet, troncando la speranza di rimontare sul trono a Muley
Hamida, il più valoroso Moro che il mondo abbia veduto.
Il sultano sentì al vivo una tanta perdita
ma usando sagacità propria di tutti quelli della sua casa,
stipulò la pace coi Veneziani, che più di noi n'erano desiderosi;
e l'anno seguente 1574, assalì la Goletta ed il Forte che don Giovanni
aveva lasciati mal difesi presso Tunisi. In mezzo a tanti avvenimenti, io
condannato al remo, non avevo speranza alcuna di riacquistare la
libertà, od almeno non mi attendeva di conseguirla col mezzo del mio
riscatto, essendo risoluto di non far sapere a mio padre la mia disavventura.
La Goletta si arrese ed anche il Forte; contro le quali piazze eranvi
settantacinquemila soldati turchi pagati, e più di quattrocentomila tra
Mori ed Arabi di tutte le nazioni dell'Africa, e con essi tante munizioni e tanti
strumenti di guerra e tanti guastatori, che colle mani gettando pugni di sabbia
avriano potuto seppellirle. La prima a cedere fu la Goletta tenuta fin allora
per inespugnabile: e non si perdette già per colpa dei suoi difensori, i
quali fecero prodigi di valore, ma perché l'esperienza fece conoscere quanto
facilmente potevansi alzare trincee in quella deserta arena, dove a due palmi
sotterra si trovò l'acqua che i Turchi non seppero discoprire a due
canne di profondità. Con molti sacchi di sabbia levarono dunque le
trincee tant'alto che sormontavano le mura della fortezza, e tirandovi a
cavalieri toglievano agli assediati ogni mezzo atto alla propria difesa. Fu
universale opinione che i nostri non avrebbero dovuto chiudersi nella Goletta,
ma attendere in campagna aperta lo sbarco dei nemici: ma questo è un
ragionare proprio di chi è lontano ed ha poca sperienza di simil fatti;
perché se solo settemila soldati erano alla difesa e della Goletta e del Forte,
come potevano in sì piccolo numero, per quanto essi fossero valorosi,
uscire in campagna e cimentarsi in confronto di sì grande
quantità di nemici? E come può non restare soccombente una
fortezza priva di ogni soccorso, tanto più se viene assediata da una
moltitudine di accaniti nemici, e nel loro stesso paese? Parve però a
molti, ed a me pare ancora, che fosse gran mercé del Cielo e fortuna della
Spagna il precipitare che fece quella officina, centro di malvagità, e
quella voragine o spugna fatta per assorbire un'infinita quantità di
danari, che si disperdevano senza profitto e senza altro oggetto che di
conservare la memoria del conquisto fattone dalla felicissima memoria
dell'invittissimo Carlo V; quasi che a farla eterna, com'è, e sempre
sarà, fosse stato necessario che avesse ad essere sostenuta da quelle
pietre. Si arrese eziandio il Forte, fu guadagnato palmo a palmo dai Turchi,
mentre i soldati che n'erano alla difesa pugnarono con tanta gagliardia e con
tanto valore, che in ventidue assalti generali sostenuti restaronvi estinti
più di venticinquemila nemici. Non fecero prigione uom sano dei trecento
che vi rimasero: prova evidente ed indubitabile di lor gagliardia e costanza, e
del distinto merito con cui si erano difesi. Si arrese a patti un piccolo forte
o torre situata alla metà dello stagno, comandata da don Giovanni
Zinochera, cavaliere di Valenza e famoso soldato, e si fece prigione don Pietro
Portocarrero, generale della Goletta, il quale adoperato aveva ogni industria
per difenderla; e tanto dolore gli arrecò il perderla, che ne
morì mentre lo conducevano prigioniero a Costantinopoli. Restò
eziandio in ischiavitù il generale del Forte, che chiamavasi Gabrio
Serbelloni, cavaliere milanese, grande ingegnere e soldato valorosissimo.
Perirono in queste due fortezze molti ragguardevoli personaggi, uno dei quali
fu Pagano Doria cavaliere dell'abito di San Giovanni, di animo generoso; di che
n'è stata prova la sua liberalità da esso usata a favore del suo
fratello il famoso Andrea Doria: e ciò che rese più lagrimevole
la sua morte si fu l'essere stato ucciso da alcuni Mori, ai quali si era
affidato, poiché vide perduto il forte, e che se gli offrirono di condurlo in
abito di Moro a Tabarca, ch'è un piccolo porto e casa tenuta dai
Genovesi in quella riviera, ed ove si esercitano nella pesca del corallo.
Troncarono la testa al Capo dei Mori, e la offrirono di poi al generale
dell'armata turchesca, il quale rese sempre più vero il nostro proverbio
castigliano: che quantunque piaccia il tradimento, si aborrisce sempre il
traditore; che il generale fece appiccare chi gli recò quel presente per
non averglielo portato vivo. Fra i Cristiani che rimasero vittime del Forte,
uno si fu don Pietro d'Aghillar, nativo di non so qual paese d'Andalusia,
già alfiere nel forte stesso, soldato di molta considerazione e di raro
intelletto, e che aveva altresì molta grazia e spontaneità nella
poesia. Io aggiungo questa particolarità perché il suo destino lo trasse
alla mia galea e al mio banco e lo fece schiavo del mio stesso padrone. Prima
che noi salpassimo da quel porto compose questo cavaliere due sonetti a foggia
di epitaffi, uno per la Goletta, e un altro per il Forte, e in verità
che ve li voglio recitare avendoli a memoria, persuadendomi che potranno recare
diletto piuttosto che noia.
Quando lo schiavo nominò don Pietro
d'Aghillar, don Fernando guardò i suoi compagni, e tutti tre se ne
sorrisero: e quando parlò dei sonetti disse uno di loro: “Prima che
vossignoria li reciti, favorisca dirmi ciò ch'è avvenuto di
questo don Pedro. — È a mia cognizione, rispose lo schiavo, che dopo due
anni passati in Costantinopoli, fuggì in abito d'Arnauta con un greco
esploratore, ma non so se abbia ricuperato la libertà, lo che
però credo avvenuto, giacché dopo oltre un anno ho veduto il greco in
Costantinopoli, ma non mi venne fatto di domandargli l'esito di quel viaggio. —
Gli andò bene il tentativo, rispose il cavaliere. Sappiate che questo
don Pietro è mio fratello, e trovasi al presente in patria sano, ricco
ed ammogliato con tre figliuoli. — Sia lode al Cielo, disse lo schiavo, pel
favore che gli ha concesso, non essendovi quaggiù alcun contento che a
quello si agguagli di ricuperare la libertà perduta. — E c'è di
più, replicò il cavaliere, che so a memoria i sonetti composti da
mio fratello. — Li faccia sentire la signoria vostra, disse lo schiavo, che li
reciterà meglio di me. — Ben volentieri: quello per la Goletta è
il seguente:
“Alme felici che, sciolte dal mortale incarico,
saliste dalla bassa terra all'altezza del cielo:
“Voi che accese di zelo e di nobile sdegno
provaste la forza de' vostri corpi; e del vostro e dell'altrui sangue
imporporaste i flutti del mare o la polve dei campi:
“La vita prima del valore venne meno alle
affaticate vostre braccia, le quali morendo ottennero la vittoria nell'atto
stesso che rimanevano vinte:
“E in questa misera caduta mortale acquistaste
tra le mura e la spada la rinomanza del mondo e la gloria eterna de' cieli.”
— Tal quale lo so io pure, disse lo
schiavo.
— Quello per il Forte, se male non mi appongo,
soggiunse il cavaliere, è così concepito:
“Dal mezzo di questa rocca e di questi bastioni
rovesciati e distrutti, le sante anime di tremila soldati salirono vive al
miglior soggiorno.
“Avevano prima esercitata invano la forza delle
vigorose loro braccia, finché stanchi e pochi resero la vita sotto la spade.
“Ecco il suolo a cui attaccano mille ricordanze
lagrimevoli de' secoli andati e del tempo presente.
“Ma non mai dal suo duro seno salirono al cielo
alme più pure, né mai sostennero corpi più valorosi.”
Piacquero i sonetti, e si rallegrò lo
schiavo per le nuove ricevute del suo camerata; poi proseguendo il racconto
disse: “Pigliata la Goletta ed il Forte, i Turchi diedero commissione che si
smantellasse la prima, non occorrendo tal precauzione per l'altro rimasto
sì maltrattato da non lasciare quasi più parte alcuna da mandar a
terra. Per accelerare questa operazione minarono da tre lati, ma da nessuna
parte riuscì loro di far saltare in aria quello che pareva più
debole, cioè le vecchie muraglie. Si smantellò con molta
facilità quanto era tuttavia in piedi delle nuove fortificazioni fatte
dal Fratino: in fine l'armata tornò a Costantinopoli vincitrice e
trionfante, e dopo pochi mesi passò fra gli estinti l'Ucciali il mio
padrone, soprannominato Ucciali Fartax, che significa in lingua turchesca, il
rinnegato tignoso, perché era coperto di tigna; ed è costume
dei Turchi di pigliare un soprannome o da qualche loro particolare difetto, o
da qualche virtù di cui vadano adorni: e ciò deriva dal non
esservi tra loro se non quattro nomi di famiglie le quali discendono dalla casa
ottomana, e le altre, siccome ho detto, lo prendono sempre o da virtù o
da difetti loro propri. Questo tignoso vogò al remo, schiavo del gran
Signore, pel corso di quattordici anni; pervenuto poi oltre i trentaquattro,
per avere comodità di vendicarsi di uno schiaffo ricevuto da un Turco,
rinnegò la sua fede. Sì grande fu il suo valore che senza
ricorrere ai turpi mezzi ed a quelle indirette vie per le quali i più
arrivano ad essere favoriti dal Gran Signore, salì sul trono di Algeri e
poi fu generale di mare, ch'è la terza dignità che si conferisce
in quell'impero. Era calabrese di nazione e buon uomo, trattando con grande
umanità i suoi schiavi, che ascesero al numero di tremila; i quali poi,
siccome ordinò col suo testamento, andarono ripartiti tra il Gran
Signore (erede di quanti muoiono, e compartecipe insieme coi figli della
sostanza che lasci il defunto) e tra i suoi rinnegati. Io toccai in sorte ad un
rinnegato veneziano, ch'essendo piloto di una nave era stato fatto prigioniero
dall'Ucciali il quale lo amava sopra tutti gli altri suoi garzoni e
riuscì poi il più crudele rinnegato che sia stato giammai.
Chiamavasi Azanaga; accumulò grandi ricchezze, e montò sul trono
di Algeri. Ivi l'ho io seguìto partendo da Costantinopoli alquanto
contento di trovarmi sì vicino alla Spagna, non già perché avessi
intenzione di far sapere a veruno l'infelice mia sorte, ma per non so quale
speranza che in Algeri potesse riuscirmi ciò che in Costantinopoli m'era
sempre fallito, dove avevo tentate infinite maniere di fuggire, ma tutte
invano. Pensavo di rintracciare in Algeri altri mezzi di secondare gli ardenti
miei voti, non avendo perduto giammai la speranza di riacquistare la libertà:
e quando io vedeva mal riuscire l'intento da me immaginato, senza cadere di
animo andavo studiando nuovi mezzi che alimentavano le mie speranze, tuttoché
fossero deboli e inefficaci. A questo tristo modo io conducevo la vita,
rinserrato in una prigione che i Turchi chiamano bagno, in cui stanno
imprigionati gli schiavi cristiani, sì quelli che sono di
proprietà del re, come gli altri che appartengono a private persone, e
quelli che chiamano dell'Almazen, ch'è lo stesso che dire, schiavi
del Consiglio, i quali servono la città nei lavori pubblici e in
altri offizî. Molto difficilmente ottengono questi tali la libertà,
perché appartenendo al comune e non ai particolari padroni, non si sa con chi
trattare pel loro riscatto, se pure n'avessero i mezzi. In quei bagni dunque
dove alcuni signori privati tenevano custoditi gli schiavi che miravano alla
loro liberazione, io mi trovava, ed erano in mia compagnia anche alquanti
schiavi del re i quali non sogliono escire colla ciurmaglia al lavoro se non
quando comincia a perdersi la speranza del riscatto, o quando si crede che
l'aumento delle fatiche possa farli più solleciti a comperarsi la
libertà; nel qual caso, raddoppiano per costoro i lavori penosi, come a
dire il far legna sulle montagne, ch'è insopportabile travaglio. Stavami
dunque frammischiato con questi schiavi da riscatto: ed essendosi saputo il mio
grado di capitano, ad onta che avessi dichiarato ch'io era povero e che dovevo
quel posto a mille fatiche, mi collocarono nel numero dei cavalieri e della
gente da molto prezzo. Mi posero una catena più per segnale di riscatto
che per custodia, e a questo modo io passava la vita tra quegli orrori con
molti altri cavalieri, e gente di qualità di cui si teneva certa la
liberazione. Quello che più di tutto mi pesava sul cuore non era
già la fame o la nudità da cui quasi sempre eravamo tutti
travagliati, ma sibbene l'essere testimonio continuamente alle non più
vedute e inaudite crudeltà che si esercitavano dal padrone contro i
Cristiani. Ogni giorno ne faceva appiccar qualcheduno, un altro impalare, ed un
altro tagliar gli orecchi, e tutto ciò per cause di sì lieve
momento e così fuor di ragione che dicevano i turchi stessi essere
ciò per suo capriccio, e non per altro che per covar anima di fiera a
danno del genere umano. La indovinò con costui un solo soldato spagnuolo
chiamato Saavedra, il quale benché avesse fatto cose che rimarranno lungamente
scolpite nella memoria di quelle genti per riacquistare la sua libertà,
non gli diede, né mai dar gli fece un colpo di bastone, né gli disse mai
un'aspra parola; anche pel più leggiero de' suoi mancamenti noi avevamo
gran timore che lo facesse impalare: timore da cui era colto egli pure. Se il
tempo non mancasse io potrei contarvi molte imprese di questo soldato che vi desterebbero
maraviglia: ma bisogna pur ch'io continui il mio racconto.
Vi dirò pertanto che le finestre di un
ricco Moro riuscivano sopra il cortile della nostra prigione, e potevano (come
d'ordinario sono quelle dei Mori) piucché finestre chiamarsi pertugi; tuttavia
erano fornite d'inferriate grosse e strettissime. Accadde che un giorno mentre
io stava in una loggia della nostra prigione con altri tre compagni
esercitandoci a saltare colle catene per ingannare il tempo, ed eravamo soli
per essere gli altri Cristiani al lavoro, alzando per caso gli occhi, vidi che
sporgeva in fuori da quelle sì strette inferriate una canna, a capo di
cui stava legato un pannilino; e la canna dimenavasi e movevasi quasi invitando
di andare a pigliarla. Uno dei miei compagni andò a mettersi sotto alla
canna per vedere se la calavano, o ciò che ne volessero fare: ma non vi
fu appena sotto che la canna venne alzata e mossa da destra a sinistra per
modo, come se chi la tenea avesse voluto dire, no, colla testa. Toltosi
di là il cristiano, tornò quella ad essere abbassata: ed avendo
un altro dei miei compagni fatto lo sperimento medesimo, riuscì come il
primo. Si provò un terzo, ma con eguale successo. Vedendo questo volli
io pure tentar la mia sorte, e non mi fui collocato appena disotto la canna,
che questa fu lasciata cadere e venire ai piedi miei dentro al bagno.
Affrettatomi a sciorre il pannilino vi trovai un nodo, dentro cui erano dieci
ziani, moneta d'oro basso usata dai Mori ed equivalente a dieci dei nostri
reali. Non occorre dirvi quale allegrezza n'abbia io provata; fu sì
grande quanto la maraviglia in pensare da chi potesse derivare quel benefizio a
me con tanta evidenza specialmente diretto. Presi il denaro, che giugnea molto
a proposito; feci in pezzi la canna, me ne ritornai alla loggetta; poi volgendo
gli occhi alla finestra, vidi che ne usciva una mano bianchissima che l'aperse
e poi la rinchiuse rapidamente. Di qui conoscemmo od almeno immaginammo che da
qualche donna che in quella casa viveva, quel benefizio si dovesse da noi
riconoscere; ed in segno ch'era da noi aggradito facemmo alquante riverenze
alla moresca, piegando la testa, chinando la persona e portando le braccia sul
petto. Di lì a poco uscì dalla stessa finestra una piccola croce
fatta di canne che tantosto si ritirò. Abbiamo dovuto congetturare a
quest'indizio che in quella casa stesse rinchiusa qualche schiava cristiana che
avesse voluto a quel modo beneficarci; se non che la bianchezza della mano e le
smaniglie ch'erano attortigliate al braccio ci tolsero da tale supposizione
immaginandoci in vece ch'essere potesse qualche cristiana rinnegata; ché
sogliono elleno essere prese per legittime mogli dai loro padroni, e l'hanno
per gran ventura, essendo tenute in maggior conto delle nazionali.
Ma noi andavamo a cogliere ben lungi dal vero; e
dopo d'allora nostro unico trattenimento era guardare qual porto di sicurezza
la finestra da cui era comparsa la stella di quella canna. Scorsi quindici
giorni senza che più comparisse; né la mano, né verun altro segnale; e
quantunque durante quell'intervallo di tempo cercassimo con ogni diligenza di
sapere chi vivesse in quella casa, e se in essa vi fosse qualche Cristiana
rinnegata, non ci venne fatto di scoprire se non che era abitata da un ricco e
principalissimo Moro che chiamavasi Agi-Morato, già castellano della
Patta, carica molto considerevole appresso quelle genti. Quando noi disperavamo
di veder piovere mai più da quel pertugio altri ziani, ci ricomparve
inattesa la canna ed altro pannilino attaccatovi con nodo più grosso, in
un momento che il bagno era rimasto vuoto come la prima volta. Come allora vi
andammo tutti e tre successivamente, restando io l'ultimo di tutti; ma la canna
si piegò per me solo. Sciolto il nodo, vi trovai quaranta scudi d'oro
spagnuoli ed una lettera scritta in arabo, con una croce nell'alto dello
scritto. Baciai la croce, pigliai gli scudi, tornai alla loggetta, facemmo
tutti il nostro saluto, ricomparve la mano, ed io diedi segno che avrei letta
la lettera, e incontanente si chiuse la finestra. Confuso e lieto restò
ognuno di noi per quella inattesa avventura; ma perché nessuno intendeva
l'arabo, la difficoltà di trovare chi lo leggesse andava di pari passo
col desiderio di poterne conoscere il contenuto. In fine io mi determinai di fidarmi
di un rinnegato nativo di Murcia che mi dimostrava una leale amicizia, il quale
tenea certificati della sua bontà da tutti i nostri compagni (come
sogliono procacciarsi i rinnegati quando hanno intenzione di ritornare fra'
Cristiani), ciò che c'impegnava a riporre in lui la nostra fiducia;
tanto più che se i Mori gli avessero trovati indosso tali scritti lo
avrebbero bruciato vivo. Erami noto che possedeva egli assai bene l'arabo, non
solo per parlare ma anche per iscrivere in quell'idioma; tuttavia prima di
aprirgli il mio cuore lo pregai che mi leggesse quel foglio facendogli credere
di averlo trovato in una buca della mia nicchia. L'aprì egli e lo stette
guardando per qualche tempo, indi si mise a leggere borbottando fra' denti. Gli
domandai se lo intendeva, ed egli mi rispose che lo leggeva molto bene, e che
me lo dichiarerebbe parola per parola purché gli dessi penna e carta. Ebbe
tosto quanto desiderava, si pose a tradurlo a poco a poco, e disse sul terminar
del suo lavoro: — Quanto qui leggerete tradotto è ciò che
contiene la lettera parola per parola, avvertendovi che dove sta scritto Lela
Marien vuol significare Maria Vergine nostra signora.” Prendemmo il foglio ed
era del tenore che segue:
“Quando io era bambina mio padre aveva una
schiava la quale m'insegnò nella mia lingua il rito cristiano, e molte
cose mi disse di Lela Marien. Morì la Cristiana, ed io so che non
andò al fuoco, ma con Alà; perché due volte la vidi dopo la sua
morte, e mi disse che fuggissi in terra cristiana a vedere Lela Marien che
molto mi amava. Io non saprei in che modo andarvi, e da questa finestra ho
veduto molti Cristiani, ma nessuno fuori di te mi parve cavaliere. Io son molto
bella e ragazza, ed ho molti denari da portar meco; guarda tu di far in maniera
che possiamo fuggire. Se ti piacerà tu diverrai mio marito; e, non
volendo, non importa, perché Lela Marien me lo troverà. Ciò ti
scrivo, ma guarda bene a cui dai a leggere questa carta, né fidarti di Moro
alcuno, che tutti sono traditori. Bada che mi dà gran pensiero la
segretezza, perché se mio padre giugnesse a scoprire che ti scrivo mi
getterebbe in un pozzo, e mi coprirebbe di pietre. Io porrò un filo
nella canna, tu attaccavi la risposta, e se non hai chi la scriva in arabo
fammelo sapere con contrassegni, che Lela Marien mi concederà la grazia
d'intenderti. Essa e Alà ti conservino, e questa croce che bacio e
ribacio, avendomi così ordinato la schiava.”
Considerate, o signori, se v'era ogni ragione di
maravigliarci o rallegrarci del contenuto di questa lettera; e tali infatti
furono la gioia e la maraviglia nostra, che il rinnegato s'accorse che quella
lettera non era trovata a caso, ma ch'era realmente diretta ad alcuno di noi.
Ci chiese dunque che se il suo sospetto non era vano, ci fidassimo di lui e
tutto se gli rendesse palese, essendo egli pronto a cimentare la vita per la
nostra libertà. Detto questo, cavò dal seno un crocifisso di
metallo che teneva nascosto, e spargendo copiose lagrime giurò per lo
Dio rappresentato da quell'immagine, in cui egli, tutto che peccatore indegno,
bene e fedelmente credeva, di conservarsi leale e segreto in tutto che gli
volessimo palesare, sembrandogli che per opera di quella che aveva scritta la
lettera avessimo egli e noi tutti a ricuperare la libertà, e così
trovarsi egli ancora in possesso di quanto ardentemente bramava, cioè di
rimettersi nel grembo della santa Chiesa sua madre, dalla quale come membro
infetto stava diviso per sua ignoranza e per suo peccato. Accompagnò il
rinnegato con tante lagrime e con segni di gran pentimento le sue proteste, che
noi tutti concordemente ci siamo persuasi d'informarlo del fatto, e
perciò ogni cosa seppe da noi. Gli mostrammo il finestrino da cui
compariva la canna, ed egli notando la casa, ci assicurò che avrebbe
fatto in modo di sapere chi vi abitasse. Parve altresì che bisognasse
allestire una risposta al biglietto della Mora, il rinnegato scrisse sul fatto
ciò che io andava dettando, e furono le parole che ora vi riporterò
fedelmente perché nessuno dei punti essenziali di questo avvenimento mi
uscì di memoria, né mai mi uscirà finché avrò vita. In
conclusione ecco la mia risposta alla Mora:
“Il vero Alà ti conservi, signora mia, e
quella benedetta Marien ch'è la vera madre di Dio, la quale ti pose in
cuore il desiderio di rifuggirti in paese cristiano, portandoti singolare
affezione. Pregala tu che si degni di farti sapere in qual modo potrai mandare
ad effetto l'opera ch'essa ti comanda; poiché è opera buona: ed ella ti
esaudirà senza dubbio. Io mi offro anche per parte di tutti i cristiani
compagni di secondare i tuoi desiderî quand'anche dovesse andarne la vita. Non
intralasciare di scrivermi e parteciparmi tutto quello che delibererai di fare,
ed io ti risponderò sempre con esattezza; che il grande Alà ci ha
fatto conoscere uno schiavo cristiano, il quale parla e scrive la tua lingua
sì bene, come potrai comprendere da questa lettera: in tal maniera senza
verun timore puoi farci sapere ogni tuo desiderio. Ti fo promessa da buon cristiano
di prenderti, giunti che saremo come tu accenni in terra cattolica, per mia
legittima sposa; e tu sai che i Cristiani meglio che i Mori adempiono le
promesse. Alà e Marien sua madre ti custodiscano signora mia.”
Scritta e suggellata la lettera, attesi due
giorni finché gli schiavi, come al solito, fossero usciti del bagno, e mi recai
tosto all'usato terrazzino per vedere se compariva la canna, che in fatti non
tardò molto a farsi vedere. Non mi si presentò appena, che senza
esaminare chi fosse che la facea comparire mostrai la lettera come per fare
intendere che volevo attaccarla al filo pendente dalla canna. Vi legai la mia
carta e indi a poco a poco tornò a farsi vedere la nostra stella con la
bianca bandiera di pace, il picciolo fazzoletto. Lo lasciò cadere, io lo
raccolsi, e sciolto il nodo vi trovai oltre cinquanta accrescimenti di
consolazione a me ed a' miei compagni confermandoci di ricuperare la
libertà. Tornò in quella notte medesima il nostro rinnegato, e ci
riferì di avere saputo che in quella casa abitava il Moro già
detto, il quale chiamavasi Agi-Morato, ricchissimo quanto potesse mai dirsi;
che aveva una sola figliuola erede dell'intiera sua facoltà; e che per
la città correva voce essere essa la più bella fra le donne di Barberia,
sì che molti dei viceré che vi arrivavano chiesta l'aveano in moglie, ma
ella non avea voluto mai maritarsi; e seppe ancora che ebbe una schiava
cristiana la quale da poco era morta. Tutta questa relazione confrontavasi col
contenuto della lettera. Ci ponemmo allora a consiglio col rinnegato intorno al
modo che era da prescegliersi per trarre la Mora di casa sua e farci tutti suoi
compagni nella fuga in terra cristiana; e fu preso il partito di aspettare il
secondo scritto di Zoraida, che così si chiamava quella che presentemente
vuol essere nominata Maria. Conoscevamo chiaramente che non da altri che da lei
partir poteva lo scioglimento delle difficoltà che si opponevano al
nostro divisamento. Adottato questo consiglio, ci ripeté il rinnegato di star
di buon'animo, perché egli a costo di perdere la vita ci procurerebbe la
libertà.
Passarono quattro giorni senza che uscissero gli
schiavi dal bagno, il che fu cagione che per altrettanto spazio di tempo non
comparisse la canna; a capo dei quali giorni, trovandosi il bagno deserto,
comparve il pannilino sì pregno che prometteva un felicissimo parto.
Piegossi verso di me direttamente la canna ed il pannilino, e vi trovai
un'altra lettera con cento scudi d'oro effettivi. Era presente il rinnegato cui
demmo a leggere la lettera, dopo esserci ritirati nella nostra stanza, ed era
concepita nei termini seguenti:
“Io non so, signor mio, quale partito indicarti
per la nostra fuga in Ispagna, né Lela Marien me lo ha fatto sapere ancorché
glielo abbia dimandato. Tutto quello che potrò fare si è calar
giù da questo mio finestrino una gran quantità di danari in oro.
Procura tu con essi il riscatto dei tuoi amici. Uno di loro vada poi in terra
di Cristiani, comperi una barca e torni a prendere i suoi compagni, ed io mi
troverò nel giardino di mio padre ch'è situato subito fuori della
porta di Bab-Azoun presso la marina; donde soglio soggiornare la state intera
in compagnia del padre e dei miei servitori. Di notte tempo potrai venire a
prendermi con tutta sicurezza e condurmi alla barca; ma bada bene che devi
essere mio marito, perché in caso diverso pregherò Marien che ti
punisca. Se non hai di chi fidarti che vada a comperare la barca, fa di
riscattarti tu stesso, e vattene solo, che ritornerai più avvertitamente
e più presto d'ogni altro, essendo cavaliere e cristiano. Procura
d'informarti dov'è situato il giardino, e di farmi sapere quando ti
trovi solo nel bagno, ed io ti darò molto denaro. Alà ti
conservi, signor mio.”
Era questo il contenuto della seconda lettera;
sentita la quale ognuno si offrì a voler essere riscattato promettendo
di andare e ritornare fedelmente; ed io pure mi offersi a tutto questo. Il
rinnegato a tutto si oppose, protestando di non voler consentire che uno solo
di noi procurasse il proprio riscatto finché non lo avessimo tutti insieme. La
sperienza gli aveva insegnato quanto difficilmente i liberati mancassero alla
parola data mentre erano schiavi. Soggiunse che già molti altri esempi
vi erano di schiavi che dovevano tornare in servigio dei loro compagni, e più
non tornarono; perciocché la libertà ricuperata ed il timore di perderla
nuovamente, cancellava a tutti dalla memoria qualsivoglia grande obbligo. E
raccontò in prova un fatto recente stranissimo, dicendo in conclusione
che il danaro disposto pel riscatto del Cristiano dovesse darsi a lui per
comperare una barca in Algeri, ciò ch'egli effettuerebbe fingendo di
essere mercante che avesse affari in Teutano e in quella costa, dopo di che
troverebbe agevolmente modo di farci fuggire tutti dal bagno e di prenderci
tutti con lui. Oltre di che disse, se la Mora, come faceva credere,
somministrerà il contante pel riscatto di tutti, allora essendo voi
liberi potrete imbarcarvi anche di bel mezzogiorno; ed aggiunse la maggiore
difficoltà che gli si parava dinanzi essere quella, che i Mori vietano
ai rinnegati il posseder barche qualora non sia un gran vascello, temendo che
quello che fa l'acquisto (s'è Spagnuolo singolarmente) nol faccia per
altro che per rifuggirsi in terre cristiane. Ci assicurò nondimeno che toglierebbe
anche questo inciampo, facendo che un Moro di Tanger partecipasse con lui
nell'interesse della barca e nel guadagno delle mercanzie, e con questo ripiego
verrebbe ad essere padrone della barca, lo che riuscendogli assicurava
dell'esito il più fortunato dell'impresa.
Benché
a me ed a' compagni miei paresse miglior partito quello d'inviare a Majorca per
la compera di essa barca; come consigliato aveva la Mora, non abbiamo nulla
ostante osato di contraddirgli, temendo che una nostra opposizione ci
scoprisse, e ci mettesse a pericolo di perderci affatto, rendendo anche palese
quanto aveva fatto Zoraida per la quale avremmo tutti dato la vita. Ci
determinammo perciò di metterci nelle mani di Dio ed in quelle del
rinnegato, rispondendo in quello stesso momento a Zoraida che avremmo seguito
il suo consiglio avendolo considerato sì buono come se le fosse venuto
da Lela Marien, e che dipendeva da lei sola il ritardo o la celerità
dell'esecuzione del nostro tentativo. Mi offersi nuovamente di esserle sposo; e
dopo tutto questo un altro giorno in cui era nel bagno l'usata solitudine, in
più riprese col mezzo della canna e del pannilino ci fece essa arrivare
duemila scudi in oro ed una lettera in cui diceva che al primo sciuma (che
è il giorno di venerdì) sarebbesi recata al giardino di suo
padre, e che innanzi alla nostra fuga ci avrebbe somministrati altri danari;
aggiungendo che se non bastassero ancora, glielo facessimo sapere che essa ci
avrebbe forniti di quanto le avessimo chiesto, come colei che teneva la chiave
del tesoro di suo padre, sì grande che, per quanto ella ne levasse non
sarebbe mai possibile avvedersene. Ebbe tantosto il rinnegato da noi
cinquecento scudi per comperar la barca: ottocento servirono pel mio riscatto,
dando il danaro ad un mercante di Valenza che trovavasi allora in Algeri, ed il
quale mi comperò dal re, guarentendo sulla sua persona che col primo
vascello procedente da Valenza sarebbe pagato il mio riscatto. Così fu
mestieri di regolarsi perché se avesse sborsato il danaro sul fatto, avrebbe
destato nel re il sospetto che già da molto tempo fosse stato in Algeri
l'occorrente per liberarmi, e che il mercante lo avesse trattenuto per qualche
suo fine. Era infatti sì cavilloso il mio padrone, che non mi avventurai
ad alcun patto di fare così tosto lo sborso. Il giorno innanzi al
venerdì in cui la bella Zoraida doveva recarsi al giardino, ci diede
altri mille scudi, e c'informò della sua partenza, pregandomi che,
seguìto il riscatto mio, m'istruissi della situazione del giardino di
suo padre, e cercassi ad ogni modo l'occasione di vederla. Le risposi
brevemente che farei quanto essa mi ordinava, e che ci raccomandasse tutti a
Lela Marien con le orazioni che la schiava le avea insegnate: fatto ciò,
si pose ordine al riscatto dei tre nostri compagni per agevolare la fuga dal
bagno, ed anche per ovviare che non vedendosi liberati, mentre io già lo
era, o mormorassero o fossero consigliati dal maligno spirito a qualche atto
pregiudizievole a Zoraida. Tuttoché a liberarmi da ogni timore bastasse la piena
cognizione delle loro qualità, non volli avventurare in modo alcuno la
buona riuscita di sì grande affare, e quindi li feci riscattare colla
stessa cautela usata pel conto mio; consegnando al mercante la somma occorrente
perché con cuore sicuro offrire potesse la necessaria sua guarentigia. Nulla
però abbiamo scoperto a lui del nostro segreto, perché troppo grande era
il pericolo che ne poteva provenire.
CAPITOLO XL
SEGUITA LA STORIA DELLO SCHIAVO.
“Quindici giorni appena erano passati e
già il nostro rinnegato avea comperata una barca atta a contenere
più di trenta persone; colla quale per meglio assicurare e dar colore
all'astuzia, fece viaggio ad una terra chiamata Sargello, a trenta leghe da
Algeri dalla parte d'Orano, dove si fa gran traffico di fichi e di uve passe.
Due o tre volte ripeté quel viaggio in compagnia del Tagarino sopraccennato.
Tagarini chiamano in Barberia i Mori di Aragona, e quei di Granata sono detti
Mudeschiari e nel regno di Fez i Mudeschiari si chiamano Elchi, genti delle
quali si vale il re nella guerra più che d'ogni altro. Ogni volta che
passava con la sua barca, dava fondo in una cala, non lontana due tiri di
balestra dal giardino dove Zoraida abitava, ed ivi a suo grand'agio fermavasi
il rinnegato coi giovani Mori, che vogavano al remo, od a dire l'Azala, o
come a provarsi di fare da scherzo ciò che pensava poi di fare
daddovero. Con tale pretesto recavasi al giardino di Zoraida, chiedeva delle
frutta, e suo padre gliele dava senza conoscerlo; ma benché cercasse ogni modo
di parlare a Zoraida, e farsi riconoscere per colui che di mia commissione
doveva condurla in terra dei Cristiani, e dirle che vivesse sicura e di buon
animo, non gli fu possibile farlo, perché le More non si lasciano veder mai né
da Mori né da Turchi a meno che non sieno loro mandati dal marito o dal padre.
è bensì loro permesso di trattare cogli schiavi cristiani
più di quello che si converrebbe, ed a me sarebbe doluto che il
rinnegato le avesse parlato, perché forse l'avrebbe posta in somma apprensione,
vedendo che il suo affare andava per le bocche di costoro; ma Iddio che
disponeva le cose altrimenti non favorì questo buon desiderio del nostro
rinnegato; il quale vedendo che con tanta sicurezza si andava e tornava da
Sargello da potervi dar fondo ad ogni suo piacere, e conoscendo che il Tagarino
suo compagno si uniformava pienamente ai voleri suoi, ed inoltre ch'io era
già riscattato, sicché nessun'altra cosa mancava fuorché cercare alcuni
pochi cristiani i quali vogassero al remo, mi disse che scegliessi quelli che
doveano seguitarmi, e che li tenessi pronti al primo venerdì prefisso
alla nostra partenza.
Perciò m'accordai con dodici Spagnuoli,
tutti uomini capacissimi al remo, e di quelli che avevano libera l'uscita dalla
città; né fu poco ritrovarne tanti in quella occasione, essendovi in
corso venti vascelli che avevano assoldata tutta la gente abile al navigare; né
si sarebbero trovati neppure questi se il loro padrone avesse avuto pronta al
corso la galera che si stava per lui costruendo in Astigliero. Ai marinai
null'altro io dissi; se non che il primo venerdì sera se ne uscissero
accortamente uno per volta, e si avviassero al giardino di Agi-Morato, e che
quivi mi attendessero. Li avvisai uno per uno, commettendo loro che non
facessero sapere ad altri cristiani, coi quali per caso si fossero incontrati,
di avere avuta da me la posta in quel luogo.
Usata una tale avvertenza, mi restava di
adempiere ad altra cosa da me dovuta, ed era di partecipare a Zoraida come
passavano le cose, perché se ne stesse sull'avviso né concepisse timore nel
vedersi assalita da noi prima del tempo che figurar si potesse che la barca dei
Cristiani fosse di ritorno. Io mi determinai allora di recarmi al giardino per
tentare di abbordarmi con lei. Col pretesto pertanto di raccogliere alcune erbe
vi fui un giorno prima della partenza, ed il primo in cui mi avvenni fu il
padre suo, il quale mi parlò nella lingua usata in tutta la Barberia ed
anche in Costantinopoli tra gli schiavi ed i Mori, e che non è dialetto
né moro, né castigliano, né di verun'altra nazione, ma un miscuglio d'ogni
linguaggio con cui c'intendiamo tutti fra noi. Dico dunque che mi
domandò in tal favella che cosa cercassi in quel suo giardino, e di chi
fossi schiavo. Risposi ch'io era schiavo di Arnaute Mami, (e ciò dissi
per essermi noto che gli professava gran amicizia) e che andavo cercando alcune
erbe per fargli una saporita insalata. Mi chiese s'io ero un uomo da riscatto,
e quanto ne voleva per me il mio padrone.
Stavamo in questi ragionamenti, quando
uscì dalla casa posta sul giardino la bella Zoraida, la quale non mi
aveva veduto da molto tempo; e siccome le More non usano gran riserbo nel
mostrarsi ai cristiani; né tampoco gli schivano, come già dissi, non si
ritrasse per la mia presenza, né oppose la minima difficoltà a
raggiungermi, quando suo padre che la vide da lungi, la chiamò, e le
impose che ci venisse dappresso. Sarebbe ora inutile se mi accingessi a
descrivere la sua molta bellezza, la leggiadria e il singolare e ricco vestito
con cui l'amata Zoraida si mostrò ai miei occhi: voglio dirvi soltanto,
che pendevano dal suo bianchissimo collo, dalle trecce e dagli orecchi tante e
sì ricche perle da superare il numero de' suoi capelli. Nel collo dei
piedi, ch'erano scoperti secondo il costume di quel paese, aveva due carcadi
(che così chiamansi in moresco le smaniglie, o cerchietti dei piedi) di
oro purissimo con sì grande quantità di diamanti legati in essi,
che mi disse da poi ella stessa, che erano valutati oltre diecimila doble dal
padre suo; e le smaniglie che aveva alle mani valevano altrettanto. Erano
infinite e di gran valore le perle, perché la maggior gala delle More consiste
in ricche perle, ed in catenelle d'oro; ed è perciò che si
trovano fra i Mori piucché appresso le altre nazioni siffatti ornamenti. Il
padre di Zoraida aveva fama di possedere le più singolari gioie che
fossero in Algeri, e più di dugentomila scudi spagnuoli, delle quali
cose tutte era padrona questa che presentemente è signora mia. Si può
conghietturare da ciò che le è rimasto dopo le tante sofferte
traversie, quanto cogli ornamenti testé descritti paresse bella, e quale essa
fosse nella sua proprietà.
A dir breve Zoraida mi comparve perfetta in ogni
sua parte, od almeno mi sembrò più leggiadra di ogni altra da me
finora veduta; e pensando altresì a tutti gli obblighi ch'io le aveva,
sembravami avere dinanzi una deità discesa dal cielo in terra per mio
bene e per mia felicità. Poiché ci ebbe raggiunti, le disse suo padre
ch'io era uno schiavo del signor Arnaute Mami, e che venivo a cogliere per lui
l'insalata. Sciolse ella la lingua, ed in quel misto linguaggio da me poc'anzi
accennato, mi domandò se io era cavaliere, e perché non procuravo il mio
riscatto. Le risposi ch'erami già riscattato, e che avevo una chiara
prova dell'amore del mio padrone nel prezzo che sborsato aveva per la mia
libertà, consistente in mille e cinquecento zoltani. Al che
rispose:
— In verità che se tu fossi stato schiavo
di mio padre avrei voluto che ne chiedesse due volte tanti, perché voi altri
cristiani sempre mentite, e vi fate assai poveri per ingannare i Mori. —
Potrebbe ciò anche darsi, o signora mia, le rispos'io, ma io sono stato
veritiero costantemente e col mio padrone e con quanti vi sono al mondo. — E
quando sei tu di partenza? disse Zoraida. — Io credo che sarà dimani,
diss'io; giacché vi è qui un vascello francese che dimani appunto si
mette alla vela, ed io penso di approffittarmi della occasione. — Non sarebbe
meglio, disse Zoraida, attendere i vascelli di Spagna, ed imbarcarsi su di essi
piuttosto che su quelli dei Francesi che ti sono nemici? — No, rispos'io. Se vi
fosse qualche probabile congettura che fosse per arrivare un vascello
spagnuolo, io lo aspetterei; ma partirò così dimani, perché il
desiderio che ho di rivedere la patria e le persone che amo, è sì
grande, che non mi lascia attendere nuova occasione comunque potesse essere
migliore. — Tu devi essere ammogliato nel tuo paese, disse Zoraida e brami per
ciò di rivedere la moglie. — Non sono ammogliato, risposi, bensì
ho dato la mia parola di divenir marito al mio arrivo. — È bella, la
donna cui desti la tua parola? soggiunse Zoraida. — È sì bella,
io le risposi, che nulla, nulla le manca per essere tale, e per dirvi la
verità a voi somiglia moltissimo.”
Di ciò non poté fare meno di ridere suo
padre, e disse:
— Guarda bene o cristiano, che debb'essere dotata
di somma bellezza chi vuol somigliare alla mia figliuola, che è la
più bella di tutto questo regno: se non lo credi osservala attentamente,
e confesserai che dico il vero.”
Ci serviva spesso d'interprete il padre di
Zoraida in questa nostra conversazione, come colui che meglio intendeva; perché
sebbene parlasse ella la lingua bastarda che, siccome dissi, colà si
usa, faceva conoscere i suoi sentimenti più a cenni che a parole.
Standoci in questi e simili discorsi
sopravenne un moro correndo, e disse ansante che quattro Turchi, saltata la
chiusa del giardino, andavano rubando le frutta ancora immature. Trasalì
a tale annunzio il vecchio e Zoraida non meno di lui; perché è comune e
connaturale ai Mori il temere dei Turchi e dei soldati singolarmente, i quali
sono assai prepotenti, e sogliono trattarli peggio che schiavi. In fine disse a
Zoraida suo padre: — Figlia, ritirati in casa, e rinchiuditi mentre io vo a
parlare con questi cani, e tu, cristiano, raccogli le tue erbe in buon'ora, e
tornati con l'aiuto di Alà al tuo paese.” Io m'inchinai; si recò
egli in traccia dei Turchi, e mi lasciò solo con Zoraida che fece le
viste di andarsene dove le aveva detto suo padre; ma appena s'internò
esso fra gli alberi del giardino, ch'ella rivolgendosi a me cogli occhi pieni
di lagrime, mi disse:
— Atameji, cristiano, atameji?, che
significa: “Te ne vai tu, cristiano, te ne vai?”. Io le risposi: — Sì,
me ne vado ma non certamente senza di te; attendimi ai primi albori, e non
atterrirti della nostra venuta, che ti condurremo sana e salva in terra di
cristiani.”
Io le dissi questo in maniera che m'intese bene,
ed io lei; e passandomi essa un braccio al collo con lenti passi
cominciò ad avviarsi in mia compagnia verso la sua abitazione. Volle la
sorte (che poteva essere assai disgraziata se il Cielo non avesse altrimenti
disposto) che andando ambedue noi nel modo sopraindicato, e tenendomi essa
avvicinato e stretto, suo padre, che già tornava dopo avere discacciati
i Turchi, ci vide in quel modo appunto, e noi pure ci accorgemmo di esser da
lui veduti. Zoraida non levò per questo il suo braccio dal mio collo; ed
anzi quasi a me si abbandonò appoggiando la sua testa al mio petto, e
piegando alquanto le ginocchia, mostravasi come colta da svenimento: ed io
allora assecondando il suo prudente consiglio mi recai come in atto di
sostenerla contro mia voglia.
Suo padre ci raggiunse correndo, e nel vedere sua
figlia a quel modo le domandò che avesse; ma non gli dando ella risposta
alcuna, soggiunse: “Ah ella sviene pel subitaneo spavento recatole da questi
cani.” In ciò dire staccandola da me la strinse al suo seno, ed ella
traendo un lungo sospiro e con gli occhi umidi di pianto, ritornò a dire:
Ameji, cristiano, ameji. “Vattene, cristiano, vattene.” Le disse suo
padre: — Non serve, o figlia, che parta il cristiano; egli nulla non ti ha
fatto di male, e i Turchi sono già partiti; non avere più timore
che nessuna cosa debb'ora affannarti, perché ti replico, che i mariuoli sono
tornati donde erano venuti.
— Signore, diss'io al padre suo, i Turchi le
infusero spavento, come voi dite; ma poiché essa rinviene, e mi comandò
di partire non voglio darle fastidio; restatevi in pace, e con vostra permissione
tornerò se occorra, a cogliere erbe in questo giardino; che, a quanto ne
dice il mio padrone, gli somministra la più saporita insalata che egli
possa mai desiderare.
— Te ne potrai tornare ogni volta che ti sia in
grado, rispose Agi-Morato, perché mia figliuola non ti disse di andartene per
aver avuto molestie da alcun cristiano, ma piuttosto credendosi di parlare coi
Turchi, e fors'anche perché tu non perdessi tempo a raccorre gli erbaggi.”
Con ciò io tolsi da amendue licenza, ed
essa (a quanto sembrava) coll'anima che le fuggiva dal seno, se n'entrò
con suo padre, restando io nel giardino che visitai da per tutto a mia voglia.
Osservai diligentemente gl'ingressi e le uscite, il sito della casa, e la
opportunità di cui mi poteva prevalere per compiere il nostro disegno.
Fatto questo, me ne tornai, e diedi contezza al rinnegato ed ai compagni miei
di ciò che mi era avvenuto.
Mi pareva mill'anni di poter arrivare a godere
senza timore del bene che mi offeriva la sorte col possesso della bella
Zoraida; e finalmente passò il tempo, e arrivò il giorno ed il
punto da noi tanto desiderato, ed attenendoci tutti al consiglio ed alle disposizioni
prese, dopo le più mature considerazioni da noi fatte, avemmo il buon
successo da noi bramato; perché il venerdì seguente al giorno in cui io
parlai colla bella Zoraida, il rinnegato sull'imbrunire della notte diede fondo
colla barca quasi di rimpetto al sito dove ella trovavasi. Di già i
cristiani che dovevano vogare erano pronti e nascosti per diverse parti di quei
contorni. Stavansene tutti sospesi e lieti attendendomi, desiderosi d'investire
la barca che avevano sott'occhio, non conoscendo il disegno del rinnegato, e
credendo che da noi si dovesse guadagnare la libertà colla forza, e
coll'uccidere i Mori, che stavano dentro la barca stessa. Avvenne dunque che
quando mi feci vedere coi compagni miei, tutti quelli ch'erano nascosti si unirono
a poco a poco a noi; e ciò accadde mentre la città era chiusa, né
si vedeva persona in tutta quella campagna.
Trovandoci tutti riuniti ci nacque il dubbio se
fosse miglior consiglio far prima uscire Zoraida od ammazzare prima tutti i
Mori Bagarini, che nella barca dormivano: e standoci a questo modo incerti
arrivò il nostro rinnegato, e domandò per qual causa restavamo
noi neghittosi, essendo già l'ora opportuna che i Mori tutti erano
disattenti ed i più di essi eziandio addormentati. Gli esponemmo le
nostre difficoltà, ed egli rispose che sopra tutto importava di
impadronirsi subito del vascello, il che poteva farsi agevolmente e senza verun
pericolo; e che subito, dopo saremmo volati a prender Zoraida. Piacque ad
ognuno il partito, e senza più perder tempo, servendoci egli di guida,
arrivammo al vascello, e saltandovi dentro egli il primo mise mano ad una
scimitarra dicendo in moresco: “Nessuno di voi si muova, o sarà ucciso.”
Frattanto eranvi già entrati tutti i
Cristiani. I Mori, gente pusillanime, udendo il loro Arraèz o comandante
parlar a quel modo, ne concepirono alto spavento, e senza più si
lasciarono in silenzio legar le mani dai Cristiani, che minacciavano in oltre,
se alzassero la voce, di passarli a fil di spada. Ciò eseguitosi, e
rimasta la metà dei nostri a far loro la guardia, gli altri tutti
insieme al rinnegato, che era la loro guida, si avviarono al giardino di
Agi-Morato, e volle la buona sorte che recandoci ad aprire la porta, trovassimo
facilità sì grande come se non fosse stata chiusa; di maniera che
con molta quiete e silenzio arrivammo alla casa senza esser sentiti di
chicchessia.
Stava la bellissima Zoraida aspettandoci alla
finestra, e come sentì venir gente, domandò a bassa voce
s'eravamo Nazzareni, volendo dire se eravamo cristiani. Io le risposi che
sì, e che scendesse. Quando ella mi riconobbe, non perdette un momento,
e senza soggiungere parola, scese, aprì la porta e mostrossi a tutti
sì leggiadra e sì riccamente vestita che non saprei con parole
manifestarlo. Non la vidi appena, che le presi una mano e la baciai e ribaciai;
il rinnegato fece lo stesso, ed anche i miei due compagni; gli altri che non
sapevano punto come passasse la cosa, imitarono il nostro esempio, di maniera
che fu un ringraziarla di tutti, e riconoscerla signora della nostra
libertà. Le chiese il rinnegato in lingua moresca se fosse nel giardino
suo padre. Ella rispose che v'era, e che stava dormendo.
— Sarà necessario svegliarlo,
replicò il rinnegato, e condurlo con noi con quanto vi ha di prezioso in
questo vostro giardino.
— No, no, diss'ella: non s'ha punto da toccare
mio padre; né v'è in questa casa più di quello ch'io porto meco,
e già è tanto da farvi tutti ricchi e contenti. Aspettate un poco
e vedrete.”
Detto questo, rientrò in casa dicendo che
subito sarebbe ritornata, e che noi frattanto stessimo cheti senza alzar alcun
rumore. Io dimandai al rinnegato ciò ch'ella avea detto: egli me lo
significò, ed io risposi non doversi fare se non ciò che a
Zoraida piacesse ed intanto essa comparve di nuovo strascinando seco un
forziere pieno di monete d'oro.
Volle la mala fortuna che si destasse in quel
punto suo padre, e sentisse l'andirivieni che si faceva per lo giardino; laonde
affacciatosi alla finestra, e conosciuto che quanti vi si trovavano erano tutti
cristiani, si pose a gridar quanto poteva nella sua lingua: “cristiani,
cristiani, ladri, ladri;” a queste grida ci trovammo tutti in grandissima e
spaventevole confusione; ma il rinnegato vedendo il nostro pericolo, e quanto
importava l'uscir salvi da tal frangente, a gran fretta salì con alcuni
dei nostri, dove stavasi Agi-Morato non avendo io osato di abbandonare Zoraida,
che quasi fuori di sentimento erasi lasciata cadere fra le mie braccia. In
conclusione tutti i nostri si diedero sì bene le mani d'attorno che
scesero in un baleno con Agi-Morato menandolo con le mani legate, e con un
fazzoletto alla bocca che non gli lasciava proferire parola; e minacciaronlo
che un solo suo movimento gli sarebbe costato la vita. Quando sua figlia lo
vide chiuse gli occhi, e il padre rimase spaventato, ignorando che ella si
trovasse tra le nostre mani di suo consenso. Siccome era soprattutto necessario
in quel punto il fuggire, entrammo in barca assai prestamente e accortamente,
ed ivi ci attendevano quelli che vi erano rimasti i quali tutti temevano di
qualche nostra sventura.
Erano scorse appena due ore della notte
ch'eravamo già imbarcati, ed allora si sciolsero al padre di Zoraida le
mani, e gli fu levato il fazzoletto dalla bocca; ma il rinnegato tornò a
dirgli che una parola sola gli avrebbe fatto perdere la vita. Vedendo egli
quivi la figliuola cominciò teneramente a sospirare, e maggiormente
quando si accorse ch'io la teneva strettamente abbracciata, e che ella senza
fare difesa alcuna, né si doleva, né altrimenti tentava di ritrarsi da me.
Taceva dunque, ma taceva trattenuto dalle minacce del rinnegato. Trovandosi
alfine Zoraida nella barca, e vedendo che davasi de' remi in acqua e che suo
padre e gli altri Mori se ne stavano legati, disse al rinnegato che da me
ottenesse il favore di sciogliere quei Mori, e di liberare suo padre, perché
ella si annegherebbe piuttosto che avere per sua colpa dinanzi a sé schiavo
quel genitore da cui tanto fu amata. Il rinnegato lo disse a me, ed io
acconsentii; ma egli mi fe' riflettere che ciò non doveva farsi, poiché
lasciando liberi i Mori, avrebbero chiamato aiuto di terra, e messo sossopra la
città tutta, donde potevano uscir barche leggere a fine di impedire la
nostra fuga; e tutto quello che si sarebbe potuto fare si era di ridonar loro
la libertà pervenuti che fossimo alla prima terra di cristiani. Fu da
tutti adottato un tale consiglio del quale si persuase anche Zoraida.
Quindi con lieto silenzio e con sollecita
diligenza ognuno dei nostri vogatori diede di piglio al remo, e raccomandandoci
a Dio di pieno cuore cominciammo navigare verso l'isola di Majorca, ch'è
la terra dei cristiani più vicina. Non fu possibile continuare questo
cammino pel vento contrario e pel mare un po' burrascoso, e ci bisognò
pigliar terra alla volta di Orano, non senza nostro rincrescimento, giacché
temevamo di essere scoperti da quei di Sargello, città discosta da
Algeri sole sessanta miglia. Temevamo eziandio d'incontrarci in alcuna
galeotta, di quelle che si staccano d'ordinario da Tetuano; benché ognuno si
persuadesse che l'imbattersi in qualche galea di mercanti, purché non fosse di
quelle che vanno in corso, non ci avrebbe certamente nuociuto, anzi poteva
esserci vantaggioso dandoci occasione di acquistare un legno più
acconcio al nostro viaggio.
Durante la navigazione teneva Zoraida chinata la
testa fra le mani per non vedere suo padre, ed io sentiva che continuamente
invocava Lela Marien che la aiutasse. Avevamo navigato per trenta miglia,
quando apparve il giorno, e ci trovammo a tre soli tiri di archibugio da una
terra deserta in cui alcuno non ci potea scoprire. Contuttociò a forza
di remi ne cacciammo un poco più in mare che era tornato alquanto
tranquillo, ed avendo corse quasi due leghe, si ordinò la voga ai
quartieri finché si avesse mangiato un poco, poiché la barca era bene
provveduta di vettovaglie. I vogatori rifiutarono il cibo dicendo che non era
quello il tempo da riposare, ma si ristorassero quelli che non erano al remo,
mentr'eglino non lo avrebbero lasciato a patto veruno. Così si fece, ed
in questo cominciò a soffiare un vento sì furioso che ci astrinse
a far subito vela, lasciando i remi ed a drizzare ad Orano, non essendo
possibile fare altro viaggio. Tutto ciò fu eseguito con grande
celerità, ed in tal guisa si fecero a vela otto miglia all'ora senz'aver
altro timore fuori che quello d'incontrarci in qualche corsaro. Apprestammo di
che mangiare ai Mori Bagarini che furono racconsolati dal rinnegato, il quale
li assicurò che non erano altrimenti schiavi, e che alla prima occasione
sarebbero lasciati andar liberi. Lo stesso fu detto anche al padre di Zoraida
il quale rispose: “Ogni altra cosa io potrei sperare o attendermi dalla vostra
liberalità, o cristiani, eccetto che di vedermi ridonata la
libertà; né dovete tenermi sciocco a segno di crederlo, che non vi
sareste esposti a tanto pericolo con questa intenzione; sapendo sopratutto chi
mi son io, e qual prezzo potete sperare. Anzi se volete venire a patti subito
vi offro quanto possedo per riacquistare la libertà mia e quella di mia
figliuola, la quale è la più grande e la miglior parte dell'anima
mia.” Ciò detto, si mise a piangere sì amaramente che tutti ci
mosse a compassione, e costrinse Zoraida ad alzare gli occhi.
Vedendolo ella ne sentì commozione
sì viva, che si tolse da me, e corse ad abbracciarlo; ed accostando il
dolente viso di lui al suo, sì dirotto, sì tenero, sì
compassionevole era il loro pianto che mossero noi tutti a lagrimare con essi.
Quando il padre si avvide che Zoraida era adorna di vestiti e carica di molte
gioie le disse in suo linguaggio:
— Che vuol dir ciò, figlia mia? Iersera
prima che c'intervenisse sì terribile sciagura tu portavi i tuoi
casalinghi vestiti, e adesso ti veggo raffazzonata delle migliori vesti che
tieni quando è prospera la fortuna? Come n'avesti il tempo? o qualcosa
ti ha persuasa a cambiamento siffatto? Dammi risposta, che io mi trovo
più sbalordito di questo che della stessa disgrazia in cui sono
fatalmente caduto.”
Tutto ciò che il padre diceva alla figlia
(la quale nulla rispondeva) ci era dichiarato dal rinnegato. Scoprì poi
il padre in un lato della barca quel forziere dove solea Zoraida tenere le sue
gioie. Egli sapeva benissimo che rimasto era in Algeri, e che non lo aveva
trasportato nel giardino. Restò quindi assai confuso, e le chiese come
quel forziere fosse venuto alle nostre mani, e che cosa vi si rinchiudesse.
Rispose allora il rinnegato senza aspettare che Zoraida parlasse: “Non ti dar
pensiero, o signore, di chiedere conto a tua figlia di tali cose, mentre tu
verrai al chiaro di tutto con una sola ch'io ti risponda, e questa si è
che tua figliuola è cristiana: ch'ella è stata la lima delle
nostre catene, e la liberatrice della nostra schiavitù. Ella si parte
spontanea da questi paesi, e sì contenta e soddisfatta, quanto mi vo
figurando, di vedersi in questo suo nuovo stato, quanto può esserlo
colui che dalle tenebre esce alla luce, dalla morte alla vita, dalla pena alla
gioia.
— È vero, o figlia mia, quanto dice
costui? soggiunse il Moro.
— È vero, rispose Zoraida.
— Dunque, replicò il vecchio, tu sei
cristiana, e quella sei che diede il padre in potere dei suoi nemici?”
Zoraida rispose:
— Io quella non sono che a sì malaugurato
partito ti ha posto; pur sappi che non ebbi mai desiderio di abbandonarti, né
di farti male, ma di fare a me solamente del bene.
— E qual'è, figliola, questo bene che ti
sei procurata? soggiunse il padre.
— Domandalo, rispose ella, a Lela Marien che
meglio di me saprà dirtelo.”
Non ebbe il Moro ciò appena inteso che in
un baleno si lasciò cadere in mare caporovescio, e sarebbesi senza
dubbio affogato, se le lunghe sue vesti non lo avessero tenuto un cotal poco a
galla dell'acqua. Zoraida mise un grido; ognuno si affrettò al suo
aiuto, e presolo pel giubbone mezzo affogato, e già privo di senso, lo
ritraemmo dal mare.
Era Zoraida sì addolorata, che proruppe
nel pianto più tenero e disperato. Lo rivoltammo colla bocca
all'ingiù, come se fosse morto, rigettò molt'acqua, e
tornò in sé dopo alcune ore, nel corso delle quali essendosi mutato il
vento, ci trovammo nella necessità di nuovamente drizzare la prora verso
terra, facendo forza coi remi per non investirla. Per nostra buona fortuna
giungemmo ad un seno di mare allato ad un piccolo promontorio, dai Mori
chiamato Cava-rumia, che significa nella nostra lingua la mala donna
cristiana. è tradizione tra i Mori che si trova colà
sepolta cotesta Cava che fu cagione della perdita della Spagna, perché Cava nel
loro idioma significa donna cattiva e rumia cristiana: ed è
tenuto per mal augurio l'essere costretti a dar ivi fondo; né questo fanno mai
senza un assoluto bisogno. Per noi invece è stata quella Cava un
porto di sicurezza contro il mare fatto assai burrascoso.
Lasciammo le nostre sentinelle in terra senza
abbandonare mai il remo. Si mangiò di quello che il rinnegato avea
provveduto, e si fecero le più calde preghiere a Dio ed alla Madonna
affinché ci si dessero aiuto e favore per poter condurre felicemente a fine la
nostra impresa. Si ordinò ad istanza di Zoraida di sbarcare a terra suo
padre e gli altri Mori tutti che stavano legati, non potendo a patto alcuno il
pietoso suo cuore tollerare di vedersi dinanzi legato il padre, e schiavi
quelli del suo paese. Ebbe da noi promessa che ciò sarebbe fatto al
momento della nostra partenza, poiché dal lasciare i prigionieri in quel luogo
disabitato non ne veniva alcun pericolo a noi. Non furono poi infruttuose le
nostre preci: anzi il Cielo le accolse facendo spirare un vento favorevole,
rendendo tranquillo il mare, e invitandoci a riprendere l'incominciato viaggio.
Si slegarono allora da noi i Mori, e ad uno ad uno furono fatti scendere in
terra, di che mostravano grande stupore; ma quando si venne allo sbarco del
padre di Zoraida, ch'era tornato in sé interamente egli ci disse: “Perché
credete, o cristiani, che questa rea femmina si rallegri ora che voi mi
ridonate la libertà? Pensate forse che ciò proceda dalla
pietà che sente di me? No, no: essa ne gode, perché le riesce importuna
la mia presenza a voler mandare ad effetto i pravi suoi desiderî: né manco crediate
ch'ella siasi mossa a mutar religione per parerle più sana la vostra che
la sua. No: ella a ciò si è decisa perché sa che nel vostro paese
il vivere licenzioso e senza freno si usa più che nel nostro.”
Volgendosi poscia a Zoraida, mentre da me e da un altro cristiano era tenuto a
gran forza che non desse in eccessi: “Figlia indegna e sconsigliata, le disse,
tu dunque vai forsennata e cieca in mano di questi cani, nostri naturali
nemici? Maledetto sia il punto in cui ti generai, e maledetti i benefizî e gli
agi nei quali ti ho allevata!”
Ma vedendo noi che egli non avrebbe finito
sì presto, ci affrettammo a metterlo a terra di dove proseguì
colle maledizioni e le querele, pregando Maometto di muover Alà a
mandarci tutti dispersi e distrutti nel fondo del mare.
Date le vele ai venti, né potendo più
udire le molte sue grida, osservammo che cosa facesse. Si svelse i peli della
barba, strappossi i capelli e voltolossi per terra. Una volta sforzò la
voce in modo che l'abbiamo inteso dire: “Ritorna, amata figliuola, ritorna a
terra che tutto io perdono; lascia a coloro il denaro e le gioie, torna a
consolare l'infelice tuo padre, che privo di te morrà su questa arena
deserta.” E tutto questo era inteso da Zoraida, la quale piangeva amaramente
senza potere altro dire a suo padre se non che: “Piaccia ad Alà, padre
mio, a Lela Marien, che mi ha voluto cristiana, di consolarti nella tua
afflizione: sa bene Alà che io non potevo far altrimenti, e che questi
cristiani furono obbligati dalla mia volontà! perché quando anche non
avessi voluto seguitarli, e avessi voluto rimanermene in casa mia, ciò
mi sarebbe stato impossibile; tanto l'anima mia era bramosa di mandare ad
effetto quest'opera che a me pare ottima quanto da te, o caro padre, è
tenuta per trista.”
Così si sfogava senza che il genitore
potesse più udirla, e già era sparito dagli occhi nostri.
Consolando io allora Zoraida, ci applicammo al viaggio intrapreso, cui dava
ogni favore un prospero vento, di maniera che si tenne per certo da noi di trovarci
nella mattina del giorno seguente alle spiagge di Spagna. Siccome di rado o non
mai interviene che il bene sia disgiunto da qualche male che lo turba e
sconvolge, così vollero o la nostra cattiva sorte, o forse le
maledizioni scagliate dal Moro contro sua figlia (che sempre debbono temersi
qualunque sia il padre che le proferisca) vollero, dico, che trovandoci
già nell'alto, ed essendo ormai scorse tre ore della notte, viaggiando a
vele spiegate e coi remi legati, mercé la facilità del vento che risparmiava
la fatica di adoperarli, scorgemmo al chiarore della luna presso di noi un
vascello che a piene vele, tenendo un poco a forza il timone, ci si
attraversava dinanzi, ed era così vicino che ci obbligò ad
ammainare per non investirlo; ed esso per egual modo fece forza col timone per
lasciarci liberamente passare.
Eransi i navigatori posti a bordo del vascello
per domandar chi fossimo, e dove eravamo diretti, e da qual parte venivamo; ed
essendoci fatte queste dimande in lingua francese, disse il nostro rinnegato:
“Nessuno risponda perché questi certamente sono corsari francesi e di quelli
che ne fanno quanto mai possono.” Per questo avvertimento nessuno fiatò,
ed essendo passato un poco avanti il vascello, in modo ch'era rimasto
sottovento, spararono d'improvviso due pezzi di artiglieria, amendue, io credo,
con palle incatenate poiché una troncò il nostro albero per mezzo
precipitandolo in mare unitamente alla vela, e immediatamente dopo, una palla
venne a colpire a mezzo la nostra barca, di modo che tutta la sgominò
senza però uccidere alcuno.
Vedendo noi che a poco a poco andavamo calando a
fondo cominciammo a domandare soccorso con alte grida, ed a pregare quei del
vascello che ci accogliessero a fine di non restar annegati. Ammainarono tosto,
e gittando in mare lo schifo vi entrarono dentro dodici Francesi bene armati
con archibugio, e con torce accese, e in tal guisa giunsero alla nostra barca,
dove scorgendo il picciol numero che noi eravamo e l'immediato pericolo di
annegarci, ci accolsero, dichiarando che quanto ci era avvenuto traeva origine
dalla scortesia di non aver dato loro alcuna risposta. Il nostro rinnegato
prese il forziere in cui stavano riposte le ricchezze di Zoraida, e lo
gittò in mare senz'essere osservato da alcuno. In fine passammo tutti nel
vascello dei Francesi i quali, dopo essersi informati di tutto ciò che
volevano saper da noi, come se stati fossero nostri capitali nemici, ci
spogliarono di ogni nostro avere, togliendo a Zoraida sino i cerchietti che
aveva ai piedi.
A me non recava tanta pena il vederla spogliata
di tante ricchissime e preziose gioie, quanto il raccapriccio di vederla
esposta a qualche peggiore oltraggio: ma l'avidità però di quelle
genti non si estende che al denaro, né questa è sazia se non giunge sino
ad appropriarsi gli abiti degli stessi schiavi, quando possono sperare da essi
qualche profitto. Proposero poscia alcuni tra loro di ravvolgerci tutti in una
vela e di gittarci in mare; perché divisando di approdar a qualche porto di
Spagna e di farsi credere Bretoni, temevano di esser castigati se ci portavano
vivi con loro. Il capitano però ch'era colui che avea spogliata la mia
amata Zoraida, e che pur dovea essere il più pietoso, dichiarò
che trovavasi pago della conseguita preda, né voleva toccare alcun porto di
Spagna; ma passare a dirittura e di notte lo stretto di Gibilterra, e
tornarsene, se avesse potuto, alla Roccella donde egli era partito. Vennero
quindi in risoluzione di accordarci il loro schifo e tutto l'occorrente per la
corta navigazione che restavaci a fare: ciò ch'eseguirono il dì
seguente rimpetto alle spiagge di Spagna, la cui vista ci rallegrò di
maniera che più non ci rammentavamo delle nostre disgrazie e della
nostra povertà come se nulla ci fosse avvenuto: sì grande era il
nostro contento per la libertà riacquistata.
Poteva essere il mezzogiorno all'incirca quando
ci fecero entrare nello schifo somministrandoci due barili d'acqua e poco
biscotto: e il capitano, mosso da non so qual spirito di compassione, diede
quaranta scudi d'oro a Zoraida nel momento del suo imbarco, né permise che i
suoi soldati le togliessero gli abiti che tuttavia le vedete ora indosso.
Entrati nello schifo rendemmo loro grazie del ricevuto benefizio, mostrandoci
più contenti che dogliosi. Si scostarono essi proseguendo il loro
viaggio allo stretto; e noi, senz'avere altra mira fuorché quella di approdare
alla prima terra che ci si parasse dinanzi, ci affrettammo a vogare in modo che
sul tramontare del sole la vedemmo sì vicina, che sperammo di giungervi
prima che s'inoltrasse molto la notte.
Non essendo allora alcun chiarore di luna, e
facendosi oscuro il cielo, e non sapendo per soprappiù dove ci dovessimo
fermare, ci parve prudente di non toccar terra come avrebbero pur voluto alcuni
dei nostri, dicendo che vi approdassimo quand'anche fosse in uno scoglio o in
altro luogo fuori dell'abitato, mentre noi saremmo usciti da ogni timore; e
tanto più che sogliono frequentare quelle acque i corsari di Teutano, i
quali pernottano in Barberia, e si trovano sul far del giorno alle coste di
Spagna, di dove, fatta per lo più qualche preda, tornano a dormire nelle
proprie loro case. Tra le diverse opinioni quella che allora prevalse, fu che
ci accostassimo a poco a poco, e che permettendo la bonaccia del mare,
sbarcassimo dove fosse più agevole il farlo. Così seguì; e
prima ancora della mezzanotte ci trovammo alle falde di una montagna altissima,
la quale non era sì presso al mare da non concederci poco terreno in
pianura dove sbarcare comodamente.
Sbarcati, baciammo il terreno, e con lagrime di
perfetta gioia rendemmo grazie al Signore per gl'incomparabili benefizî che ci
aveva impartiti nel nostro viaggio. Tolte le vettovaglie ch'erano nella barca,
le traemmo a terra, e salimmo gran parte di quella montagna, tuttavia col cuore
non affatto tranquillo, perché non sapevamo ancora se fossimo veramente in
terra di cristiani.
Venne il giorno (a quanto ci parve) tardi assai
più di quello che da noi si bramasse, e salimmo sul colmo della montagna
per veder se di là si scoprisse qualche villaggio o albergo pastoreccio;
ma per quanto spalancassimo gli occhi non ci venne fatto di vedere né persona,
né cammino, né altra meta cui drizzarci. Non ci stancammo però di
proseguire le nostre indagini, persuasi di dover finalmente trovare chi
c'indicasse una qualche via: ma ciò che a me dava grande afflizione si
era il veder camminare a piedi Zoraida per sì aspri sentieri. La tolsi,
è vero, qualche volta sulle mie spalle, ma più che sollievo
sentiva essa rammarico della fatica che io faceva per lei, né volle che la
sostenessi a patto veruno; e perciò tenuta da me per la mano essa veniva
pazientemente viaggiando sforzandosi eziandio di parer lieta.
Avendo camminato poco più di un quarto di
lega venne ai nostri orecchi il suono di un campanellino, chiaro segno che
là appresso eravi qualche mandra, e perciò stando ognuno all'erta
per vedere se si scopriva alcun uomo, c'incontrammo a piè d'un sughero
in un pastore giovanetto che spensieratamente tranquillo stava con un coltello
intagliando un bastone. Gli demmo voce ed egli alzando la testa si rizzò
in piè prestamente, e (per quanto di poi ci ha detto) i primi che se gli
presentarono dinanzi furono il rinnegato e Zoraida, alla cui vista credette che
gli fossero addosso tutti quelli di Barberia. Si diede alla fuga, e si
cacciò velocemente nel più folto del bosco, dove con grandi
strida si mise ad esclamare: “I Mori sono in paese; i Mori, i Mori, all'arme!”
Restammo a tai voci tutti confusi, né sapevamo a
qual partito appigliarci; ma considerando che le grida del pastore potevano
mettere sossopra il vicinato, e che la cavalleria che stava di guardia alla
costa potea venire sul fatto a riconoscere ciò che fosse, ci accordammo
che il rinnegato si togliesse gli abiti di turco, e vestisse una giubba o
casacca da schiavo, che gli fu somministrata da uno dei nostri restando questi
in camicia. In tal modo raccomandandoci a Dio, ci drizzammo per la strada
additata dal pastore, temendo ad ogni momento di vederci sorpresi dalla
cavalleria. Né fu vano il timore, perché non passarono due ore che usciti da
quei luoghi scoscesi e pieni di cespugli, e giunti in una pianura scoprimmo da
cinquanta soldati che correndo chetamente a mezzo galoppo venivano alla volta
nostra. Vedutili appena, noi gli abbiamo attesi a piè fermo, e quando ci
raggiunsero e videro che in vece dei Mori che cercavano, si presentava loro un
cristiano meschinello, restarono trasognati, ed uno di essi ci chiese se a caso
fossimo noi quelli per cui cagione avean gridato all'armi. Sì, gli
diss'io, e volendo cominciare a dargli alcun conto di dove noi venivamo, e chi
eravamo, uno dei cristiani compagni nostri conobbe dalla ginetta colui che
fatta ci aveva la dimanda, e disse senza darmi luogo a proferire più una
sola parola:
“Sieno grazie al Signore che a sì buona
parte ci ha condotti! Se io non m'inganno punto, la terra in cui ci troviamo
è quella di Valez-Malaga; e se gli anni di mia schiavitù non mi
hanno fatto perdere la memoria della vostra persona, voi, o signore, che
dimandate conto di noi, siete don Pietro di Bustamante mio zio.”
Appena ebbe ciò pronunziato lo schiavo
cristiano, che colui scese di cavallo, ed abbracciando il giovane, gli disse:
“Cugino dell'anima e della vita mia, io ben ti conosco; già ti abbiamo
pianto per morto io e tua sorella e tua madre e tutti i tuoi che vivono; e
faccia il Signore che godano adesso della consolazione di rivederti! noi
sapevamo che tu eri in Algeri, come attestano in fatti gli abiti tuoi e quelli
dei tuoi compagni, ed ora mi pare che la tua libertà possa dirsi un
miracolo:
— Così è per lo
appunto, rispose il giovane: e tempo verrà che vi racconterò gli
eventi per disteso.”
Tosto che gli altri soldati si assicurarono che
noi eravamo schiavi cristiani smontarono di cavallo, ed ognuno c'invitava a
salire sul suo per condurci in città di Valez-Malaga, discosta una mezza
lega. Andarono alcuni di essi a levare la barca dal suo sito per condurla alla
città; altri si misero in groppa ai cavalli, e Zoraida fu posta sul
cavallo dello zio del cristiano. Accorse a riverirci un popolo numeroso che
seppe il nostro arrivo per mezzo di alcuno che ci precorse e non faceansi
già meraviglie nello scorgere schiavi liberati, né schiavi mori (perché
tutta la gente di quella costa è solita a vedere e gli uni e gli altri),
ma sì erano attoniti della bellezza di Zoraida, la quale attiravasi
l'ammirazione di tutti dopo un viaggio sì disastroso, manifestando
grande letizia per vedersi in terra di cristiani senz'altro timore di sinistra
fortuna. Queste circostanze le avevano aggiunto grazie così attraenti,
che se l'affezione non m'ingannava io avrei osato dire ch'era ella la
più leggiadra creatura che potesse trovarsi, od almeno che io avessi
giammai veduta.
Ci recammo alla chiesa per render grazie al
Signore del ricevuto benefizio, ed entrata che vi fu Zoraida, disse tosto
ch'erano ivi delle facce che rassomigliavano a quella di Lela Marien. Le
dicemmo ch'erano sue immagini, ed alla meglio il rinnegato le diede a conoscer
ciò che significavano, affinché le adorasse, come se ognuna di esse
fosse veracemente quella stessa Lela Marien che le era apparsa. Ella che ha un
giusto discernimento ed un comprendere molto facile e sottile, intese
pienamente quanto le venne accennato intorno a quei pii simulacri. Di là
ci divisero per farci alloggiare in varie case della città; ma il
rinnegato, Zoraida ed io fummo accolti in casa dei genitori del cristiano,
gente fornita mezzanamente de' beni di fortuna, e che ci trattò con
sì grande amorevolezza come se fossimo stati loro figliuoli.
Per sei giorni ci siamo trattenuti in
Valez, a capo dei quali dato buon conto dal rinnegato di sé medesimo, recossi
egli alla città di Granata per convertirsi e per entrare nel grembo
santissimo della Chiesa col mezzo della Santa Inquisizione. Gli altri cristiani
liberati passarono tutti dove più tornò loro in acconcio, e
restammo soli Zoraida ed io, senz'avere altro che le monete ch'ella ricevette
dalla cortesia del Francese, e colle quali comperai questo asinello su cui
è qui arrivata. Tenendole io finora luogo di padre e di scudiere, ma non
di sposo, drizziamo i nostri passi a vedere se vivo è mio padre, ovvero
se alcuno dei miei fratelli sia stato dalla fortuna più di me favorito:
tuttoché mi sembri che nessuna maggior buona sorte possa agguagliarsi al possedimento
che il Cielo ora mi concede della vaga Zoraida, che da me si valuta al di sopra
di ogni altra fortunata ventura. La pazienza con cui ella soffre i disagi,
conseguenze della povertà, e la brama che mostra di esser fatta
cristiana me la rendono ammirabile sopra ogni credere, e m'impegnano a
fedelmente servirla e ad esserle compagno per tutto il corso della mia vita. La
soddisfazione che m'inebria nel vedermele unito di cuore e di volontà,
non è da altra cosa turbata fuorché dal dubbio angoscioso in cui sono,
se troverò in patria un conveniente ricetto per lei, o se il tempo e la
morte abbiano operato tali cambiamenti nelle fortune e nella vita di mio padre
e de' miei fratelli che io non incontri appena chi mi conosca, se mai essi
più non esistono.
Ho
terminata la mia istoria, o signore, la quale se sia riuscita importante e
peregrina potranno giudicarlo i vostri sani intelletti, altro non sapendo io
dire se non che ne feci il racconto il più brevemente che ho potuto per
timore di non esservi a noia; timore che mi ha costretto ad omettere molte
altre minute particolarità.”
CAPITOLO XLI
SI RACCONTANO ALTRI AVVENIMENTI SUCCEDUTI NELL'OSTERIA,
E MOLTE COSE DEGNE DI ESSERE RIFERITE.
A queste parole, già tacendo lo schiavo,
don Fernando soggiunse: — La singolarità e la novità dei vostri
successi agguagliano il merito della esposizione dell'importante racconto, in
cui tutto è peregrino e raro, e pieno di avvenimenti che recano
maraviglia, e tengono sospesi gli animi di chi li ascolta; ed è
sì grande il piacere da noi provato, che quando bene dovesse coglierci
il nuovo giorno mentre dura la narrazione, avremmo nondimeno piacere che la
ricominciasse.” Ciò detto, don Fernando e gli altri tutti offerirongli
la loro servitù in tutto quello che potessero; e ciò con parole e
dichiarazioni sì amorevoli e veritiere che il capitano ne attestò
la più sincera e viva gratitudine. Gli offerse don Fernando, qualora gli
fosse piaciuto di accompagnarsi a lui, che avrebbe impegnato il marchese suo
fratello ad essere il padrino al battesimo di Zoraida, ed oltracciò che
si toglieva egli a proprio carico di rimandarlo al proprio paese colla decenza
dovuta alla sua persona. Tutto fu dallo schiavo aggradito, senza però
accettare alcuna di tante liberali offerte.
Sopraggiunse la notte, ed allorché si fece oscura
arrivò all'osteria un cocchio unitamente ad alcuni uomini a cavallo.
Chiesero alloggio, ma rispose l'ostessa che non eravi nell'osteria un palmo
solo di luogo disoccupato. — Comunque sia, disse uno di quelli che stavano a
cavallo, e ch'era già entrato, debb'esservi alloggio pel signor giudice
ch'è qui con noi.” Si turbò l'ostessa a tal nome, e disse: —
Signore, dovete sapere che non ho letti: se ne porta seco qualcuno sua
signoria, il signor giudice (che sarà facil cosa che l'abbia) entri alla
buon'ora, che per lo comodo di sua signoria cederemo mio marito ed io la nostra
camera. — Sia pur così” rispose lo scudiere. In questo mentre era
già uscito del cocchio un uomo, che dall'abito che portava lasciò
conoscere l'ufficio e la carica che sosteneva; perché la sua lunga zimarra con
maniche gonfie indicava essere egli un giudice, come il suo servitore avea
detto. Conduceva per mano una giovane che pareva dell'età intorno di
sedici anni, vestita da viaggio, e sì galante, sì vigorosa,
sì leggiadra che fece ammirarsi da tutti. Se non si fossero trovate
colà Dorotea, Lucinda e Zoraida, sarebbesi detto che difficilmente
poteva vedersi bellezza eguale a quella di questa nuova straniera.
Trovossi presente don Chisciotte all'entrare del
giovane, e della giovane e non li vide appena che disse: “Può la
signoria vostra avanzarsi con sicurezza e passeggiare a sua voglia per questo
castello, perché quantunque angusto e male in ordine, non sarà mai che
siavi ristrettezza o disagioso sito nel mondo che non faccia luogo alle armi e
alle lettere; e molto maggiormente se le armi e le lettere sieno guidate dalla
bellezza, come ora lo sono per mezzo della signoria vostra in questa vezzosa
donzella, cui debbono non pure aprirsi e spalancarsi i castelli, ma ritirarsi
le rupi e dividersi ed abbassarsi le montagne per farle degna accoglienza.
Entri, io ripeto, la signoria vostra in questo paradiso, che qui troverà
stelle e soli che accompagneranno quel cielo che la signoria vostra seco
conduce: troverà quivi l'arme al loro apice di perfezione, e la bellezza
negli estremi del vero merito.”
Restò trasognato il giudice al
ragionamento di don Chisciotte, e si mise ad esaminarlo di proposito,
maravigliandosi non meno delle sue parole che della sua figura. Senza aprir
bocca, tornò ad esaminarlo di nuovo, quando gli comparvero innanzi
Lucinda, Dorotea e Zoraida, tratte colà dall'avere sentito dall'ostessa
l'arrivo degli ospiti e della leggiadra donzella che avevano curiosità
di vedere e di accogliere. Don Fernando, Cardenio e il curato fecero a essa
giovane un'accoglienza ancor più compita e cortese. Il signor giudice
entrò confuso sì per quello che vedeva, come per quello che
sentiva dire: ed intanto le dive dell'osteria davano la benvenuta alla vezzosa
ragazza. In fine conobbe il giudice molto bene che distinte e nobili dovevan
essere le persone che là si trovavano; ma la disposizione, la faccia e
gli arnesi di don Chisciotte lo avrebbero fatto dare in pazzia. Dopo di avere
egli ricambiate le comuni e cortesi offerte da esso lui praticate, e fatto
esame degli agi che offerire potesse quell'albergo, si decise a ciò che
già prima era stato disposto, cioè a lasciare che le donne tutte
si raccogliessero nel camerone, e che gli uomini se ne stessero al difuori,
come in atto di far loro la guardia. Fu molto pago il giudice, che sua
figliuola (ch'era la donzella) dimorasse con quelle signore, al che condiscese
essa pur volentieri; e valendosi dell'angusto letto dell'oste, e della
metà di quello che seco recava il giudice, si accomodarono tutti in
quella notte meglio che avessero immaginato.
Lo schiavo, che nell'osservare il giudice si
sentì battere fortemente il cuore, presentendo che fosse quegli il
fratello suo, domandò ad uno dei servi che lo accompagnavano, come si
chiamasse e di qual paese foss'egli. Il servitore rispose che chiamavasi
dottore Giovanni Perez di Viedma, che avea sentito dire essere una terra delle
montagne di Leone. Col fondamento di questa informazione, e di ciò che
veduto aveva, terminò lo schiavo di persuadersi che quegli fosse quel
suo fratello che per consiglio del padre doveva avere battuta la strada delle
lettere. Baldanzoso e contento chiamò a parte don Fernando, Cardenio e
il curato, e raccontò loro il fatto, assicurandoli che quel giudice
doveva esser il fratel suo. Il servo avendogli anche detto che passava giudice
alle Indie nel tribunale del Messico, e seppe inoltre che quella ragazza era
sua figlia, nel cui parto era morta la madre, ch'egli era ricco per essergli
rimasta la dote della moglie per la sopravvivenza della figliuola. Chiese tosto
consiglio sulla maniera di aversegli a discoprire a fine di assicurarsi prima
se, fattosi conoscere, fosse per essere rifiutato come povero, od accolto con
buon viso come fratello. “Lasciatene il pensiero a me, disse il curato, che non
mi cade neppur in pensiero che non dobbiate, signor capitano, essere il bene
accolto; tanto più che il merito e la prudenza nel fratello vostro
tralucono col non averci qua dato alcun segno di tracotanza o d'ingratitudine,
o di non saper valutare come ben si conviene gli scherzi della fortuna. — Con
tutto ciò, soggiunse il capitano, non vorrei darmegli a conoscere
così all'improvviso, ma bene a rilento. — V'ho già detto, rispose
il curato, ch'io lo disporrò in modo che ne resteremo soddisfatti.
Era frattanto la cena in ordine, e tutti si
assisero a tavola, ad eccezione dello schiavo e delle vezzose donne che
cenarono nella loro camera. Il curato rivoltosi al giudice, si mise a dirgli: —
Ebbi, o signor giudice, a conoscere un tale che portava lo stesso nome di
vossignoria a Costantinopoli, dove trovavasi schiavo da alcuni anni addietro,
ed era uno dei più valorosi soldati e capitani che vantasse la fanteria
spagnuola; ma in pari al merito ed al valore egli aveva la sfortuna.
— E come, signor mio, domandò il giudice,
come chiamavasi egli?
— Ruy Perez di Viedma, rispose il curato; ed era
nativo di un paese delle montagne di Leone. Mi raccontò egli quanto
avvenne col padre e coi suoi fratelli, che in verità se non lo avessi
conosciuto per uomo veritiero, avrei tenuta la sua narrazione nel numero di
quelle che si fanno dalle vecchie al fuoco nella stagione d'inverno. Ci fece
credere che suo padre avendo tre figli avea divisa fra loro la sua
facoltà accompagnandola con consigli migliori di quelli di Catone, e vi
so dire che quello che scelse il partito dell'armi si portò
valorosamente cotanto, che senz'altro mezzo, fuorché quello del proprio merito,
giunse in pochi anni al grado di capitano di fanteria, e doveva esser presto
maestro di campo. Ma là dove aveva tutta la ragione di giudicar
favorevole la fortuna, quivi gli si mostrò appunto nemica; poiché
perdette la libertà nella giornata fortunatissima in cui venne da tanti
ricuperata, e ciò fu nella battaglia di Lepanto, come io la perdei alla
Goletta. Dopo differenti successi ci trovammo compagni in Costantinopoli; e di
là passò egli in Algeri dove mi è noto che gli accadde uno
dei più strani casi che sieno avvenuti nel mondo.”
Qui proseguì il curato la istoria, e
raccontò brevemente al giudice quello che con Zoraida era accaduto al
fratello di lui. Teneva il giudice gli orecchi tesi, e prestava tanta
attenzione, quanta non ne aveva forse mai dimostrata nell'esercizio della sua
carica. Il curato dipinse al vivo quel punto in cui furono dai Francesi
spogliati i cristiani, che trovavansi nella barca, e la povertà a cui
erano ridotti la vezzosa Mora ed il suo camerata, aggiungendo che non sapeva
quale ne fosse poi stato il destino, cioè se fossero giunti in Ispagna,
o se i Francesi li avessero condotti in Francia.
Quanto si narrava dal curato era tutto inteso dal
capitano, che stava poco da loro discosto, e notava i movimenti tutti di suo
fratello; il quale vedendo già che il curato era giunto al termine del
suo racconto, dopo un sospiro esclamò:
— Ah signore, voi non sapete di quale
importanza sono per me le cose che raccontaste; esse mi costringono a spargere
quelle lagrime che contro ogni mia voglia mi vedete cadere dagli occhi! Quel
capitano sì valoroso da voi menzionato debb'essere stato mio fratello
maggiore, il quale come più gagliardo, e di pensieri più elevati
di me e di un altro mio fratello minore, scelse l'onorato e degno esercizio
delle armi, che fu una delle due strade proposteci da nostro padre, come
appunto vi disse il vostro camerata, nella verace sua storia. Io ho seguitato
il cammino delle lettere per mezzo delle quali, col favore del Cielo, e mercé
la mia diligenza, sono salito al grado in cui mi vedete. Mio fratello minore
trovasi al Perù tanto ricco che ha non pure pagata la parte toccatagli,
ma di più ha somministrato a mio padre con che soddisfare la sua
liberalità; ed io pure soccorso da lui, mi trovai nel caso di sostenermi
con decoro e con fasto, e di farmi onore cogli studi fino a giungere al posto
ora da me occupato. Vive tuttavia mio padre, non altro desideroso che di aver
contezza del suo figliuolo maggiore, e dimanda a Dio con incessanti preghiere
che la morte non arrivi a chiudergli gli occhi se prima non rivegga quelli del
suo figliuolo; il quale mi maraviglio, come, essendo fornito di sì buon
senno, siasi dimenticato di dare ragguaglio a suo padre delle sue tribolazioni
e disavventure; che se fossero state note o ad esso o ad alcuno di noi, non
avrebbe avuto bisogno di aspettare il miracolo della canna per ottener il suo
riscatto. Quello che ora mi angustia si è la difficoltà di sapere
se i pirati francesi gli abbiano ridonata la libertà o lo abbiano ucciso
per nascondere il furto da loro commesso: e tutto questo sarà cagione
ch'io non prosegua più il mio viaggio con quell'animo lieto con cui l'ho
intrapreso, ma immerso nella malinconia e nella tristezza. O mio buon fratello,
e chi sa mai dove ti trovi adesso! oh come mi affretterei a raggiungerti e a
liberarti dai tuoi affanni ancorché ne avessi a patire io altrettanti! Chi
sarà mai che rechi al nostro vecchio genitore la novella che tu sei
vivo? Se pur ti trovassi nelle più segrete carceri di Barberia, trarre
te ne saprebbero le sue ricchezze, le mie e quelle del fratel nostro. Ah bella
e generosa Zoraida, chi potrà compensare degnamente i benefizi da te
impartiti a quell'infelice? Perché non poss'io trovarmi presente al rinascere
della tua bell'anima e a quelle nozze che avrebbero recato a noi il più
alto contento?”
In queste ed in simiglianti espressioni
disfogavasi il giudice, pieno di tanta compassione per le nuove ricevute di suo
fratello, che tutti gli astanti lo accompagnavano colla commozione inspirata
dal suo cordoglio. Vedendo allora il curato proceder ogni cosa a seconda delle
loro brame, non volle tenerlo più a lungo in pena, ma levatosi di
tavola, entrò dove stava Zoraida, e, presala per mano uscì fuori
accompagnato da Lucinda, Dorotea e dalla figlia del giudice. Stava aspettando
il capitano per vedere ciò che divisasse di fare il curato, e questi,
presolo per l'altra mano, se ne ritornò con ambidue dove trovavasi il
giudice unitamente agli altri cavalieri, e disse: “Cessi, mio signor giudice,
il vostro pianto, e gioisca il cuor vostro quanto mai sa bramar di gioire,
poiché avete dinanzi il vostro buon fratello e la vostra buona cognata. Questi
che vi presento è il capitano Viedma, e questa è la bella e
virtuosa Mora che tanto lo ha beneficato. I francesi dei quali vi ho detto, lo
ridussero alla povertà che vedete e con ciò aprirono libero campo
alla generosità del vostro bel cuore.”
Corse il capitano ad abbracciare il fratello, il
quale da prima con ambe le mani lo allontanò un poco da sé per meglio
raffigurarlo e rassicurarsi, ma quando si riconobbero si strinsero al seno, e
si baciarono spargendo pianto sì tenero di allegrezza che la maggior
parte dei circostanti ne fu indicibilmente commossa. Credo che sia molto
più agevole pensare che scrivere ciò che si dissero ambidue i
fratelli, ed i sentimenti che dispiegaronsi a vicenda. Domandaronsi l'un
l'altro con ansiosa curiosità ogni passato successo, e fecero vedere
nella pienezza sua la leale e perfetta amicizia dei due buoni fratelli ed
amici, Zoraida fu lodata e festeggiata dal giudice, il quale offerse loro di
entrare a parte di ogni suo avere, e volle che Zoraida ricevesse gli
abbracciamenti di sua figliuola. La bella cristiana e la vezzosissima Mora
confusero le loro lagrime con quelle di tutti gli astanti.
Stavasene attento a tutto ciò don
Chisciotte senza proferir parola, considerando sì straordinari successi,
e tutti attribuendoli alle chimere della errante cavalleria. Concertarono
finalmente che il capitano e la bella Mora si recassero col fratello a Siviglia
per consolar il padre coll'aspetto del suo caro figliuolo, e per affrettare quanto
fosse possibile le nozze e il battesimo di Zoraida. Era necessaria tanta
sollecitudine, non potendo il giudice intralasciare il suo viaggio; anzi gli
bisognava imprenderlo fra un mese colla flotta che facea vela da Siviglia per
la nuova Spagna; e gli sarebbe stato di troppo discapito il perdere quella
opportunità. In fine ognuno rimase lieto e contento; ed essendo allora
oltrepassata la mezzanotte, si risolsero di ritirarsi e di riposare per poche
ore. Don Chisciotte si offerse di fare la guardia al castello per impedire che
qualche gigante o qualche malvagio incantatore venisse ad assalirli, invidioso
del gran tesoro di bellezze che ivi si richiudevano. Queglino che lo
conoscevano gli attestarono il loro gradimento, e diedero contezza al giudice
dello strano umore di don Chisciotte, di che rise anche egli.
Il
solo Sancio Pancia si disperava che tanto s'indugiasse l'andar a letto, e fu
egli l'unico che si adagiò meglio di ogni altro coricandosi sopra i
fornimenti del suo asino, che tanto gli costarono come si dirà
più avanti. Ritiratesi dunque le signore nella loro stanza, ed
accomodatisi gli altri alla meglio, don Chisciotte uscì dell'osteria per
far sentinella al castello siccome aveva promesso. Avvenne poi che, già
essendo vicina a comparire l'alba, giunse all'orecchio delle donne una voce
sì intonata e sì armoniosa che le obbligò tutte a
prestarle attenzione, e Dorotea specialmente che era svegliata e presso cui
stavasene donna Chiara di Viedma, la figlia del giudice. Nessuno potea
indovinare chi fosse la persona che cantava sì bene, ed era una voce
sola senza accompagnamento di stromento alcuno. Sembrava talora che cantasse
nel cortile, altra volta nella stalla. In tale incertezza venne Cardenio alla
porta della camera, e disse: — Chi non dorme ascolti che sentirà la voce
di un vetturino, il quale canta in modo che fa stupore. — Noi lo udiamo
già, o signore, rispose Dorotea.” Con questo, Cardenio partì, e
stando Dorotea ad ascoltare intese che la canzone era questa:
CAPITOLO XLII
STORIA GRADEVOLE DEL VETTURINO, CON ALTRI AVVENIMENTI SUCCESSI
NELL'OSTERIA.
“Io son nocchiero d'Amore, e nel profondo suo
pelago navigo senza speranza d'afferrar mai nessun porto.
“Vo seguitando una stella che da lontano mi
splende più bella e più rilucente di quante ne vide mai Palinuro.
“Ignoro dov'ella mi guidi; e così navigo
confuso coll'anima tutta in lei sola, né d'altro pensiero occupata.
“Importuni riguardi e non usata onestà
sono le nubi nelle quali s'avvolge allorché mi sforzo di affissarmi in lei.
“O Chiara, brillante stella, il cui raggio mi
consuma, il punto in cui tu sarai velata al mio sguardo, sarà il punto
della mia morte!”
Quando il cantore arrivò a questo passo,
parve a Dorotea che fosse mal fatto che Chiara ancora non godesse di sì
bella voce, e perciò scuotendola la chiamò dicendo: — Perdonami,
o giovinetta, se ti risveglio, ma desidero che tu pure gusti di una voce tanto
soave, quale non avrai forse più udita.” Chiara svegliossi, ma
sonnacchiosa ancora non intese ciò che Dorotea le dicesse, e tornando a
domandarglielo ella ripeté il già detto. Chiara cominciò allora a
starsene attenta; ma non ebbe appena uditi due versi, che la colse un tremito
sì grande come se la quartana l'avesse assalita, anzi abbracciando
strettamente Dorotea le disse:
— Deh! mia buona ed amorosa signora, perché mai
mi avete svegliata? Il maggior bene che la fortuna potesse farmi per ora si era
di tenermi chiusi gli occhi e l'udito per non veder né sentire questo
sventurato cantore!
— Che dici tu, mia buona fanciulla?
replicò Dorotea; bada bene che colui che canta è un condottiero
di mule.
— Egli è un signore che ha vassalli,
rispose Chiara, ed è sì padrone di questa anima mia, che nessuno
potrà discacciarnelo mai, a meno che non si stanchi egli medesimo di restarne
al possesso.”
Rimase maravigliata Dorotea di ciò che
intese dalla giovane, sembrandole che la qualità delle sue espressioni,
e il suo giudizio fossero superiori all'età che dimostrava, e
perciò le soggiunse:
— Voi parlate in modo, o buona ragazza, che non
vi so intendere; dichiaratevi più apertamente e rispondetemi: Che
significa ciò che dite di anima e di vassalli, e di questo musico, la
cui voce v'inquieta tanto? Ma no, tacete per ora, ché la brama di conoscere la
causa delle vostre inquietudini non mi tolga il piacere che provo
nell'ascoltare il cantore, il quale già ricomincia con nuovi versi e con
altro tono.
— Fate ciò che vi aggrada, rispose Chiara,
ma per nulla sentire ella si turò gli orecchi con ambe le mani, del che
non poco si maravigliò Dorotea, la quale stando attenta al cantore
udì che proseguiva nel modo seguente:
“O mia dolce speranza, che vincendo insuperabili
ostacoli, seguiti la via che tu medesima ti hai trovata ed aperta, non
ismarrirti comunque ti trovi presso all'ultimo passo.
“Non sono de' peritosi gli onorati trionfi e la
vittoria; né coloro conseguono la felicità i quali non contrastano alla
fortuna, e tutti i lor sentimenti commettono all'ozio.
“Ben è ragionevole e giusto che Amore
venda a caro prezzo le sue glorie, poiché non ha il mondo miglior tesoro: ed
è manifesto che tiensi a vile ciò che a vil pregio s'aquista.
“L'amorosa perseveranza compie talvolta cose
impossibili: però sebbene io mi sia proposto un fine malagevolissimo,
non dispero per ciò di levarmi dalla terra al cielo!”
Qui ebbe fine il canto, e qui cominciarono nuovi
singhiozzi di Chiara; donde si accrebbe in Dorotea il desiderio di saper quello
che prima le aveva già domandato. Chiara, temendo allora di essere udita
da Lucinda, abbracciò Dorotea strettamente, poi le accostò la
bocca all'orecchio per modo che parlare poteva con tutta sicurezza di non
essere da altri sentita, e disse:
— Questi che canta signora mia, è
figliuolo di un cavaliere del regno di Aragona e signore di due terre, il quale
abitava rimpetto alla casa di mio padre quand'era alla corte; e benché mio
padre tenesse le finestre di case impannate di tela nell'inverno, e con gelosie
nella state, nondimeno questo cavaliere che andava allo studio, mi vide, non
saprei bene dirvi se in chiesa od altrove. Egli si è di me invaghito, e
me lo fece conoscere dalle finestre di casa sua con tanti indizi e con tante
lagrime ch'io gli ebbi a dar fede e ad amarlo, senza sapere io stessa quello
che mi volessi. Fra i segnali che mi faceva, uno era quello di avvicinare le
sue mani e di unirle, significandomi in tal maniera che desiderava di accasarsi
meco: e quantunque mi compiacessi meco di quel suo desiderio, io non sapea
però a cui confidarmi, perché sono sola e priva di madre. Senza dir
parola ad alcuno io mi limitava a corrispondergli alzando un tal poco
l'impannata o le gelosie, e, quando mio padre trovavasi fuori di casa, mi
lasciavo appieno vedere, e di questo egli faceva tal festa, che ne pareva fuor
di sé stesso. Giunse intanto il tempo della partenza di mio padre, ed egli lo
seppe, ma non da me, perché non glielo potei mai dichiarare. Cadde infermo, a
quanto intesi, per afflizione di animo, né potei vederlo il giorno della nostra
partenza per torre da lui commiato, almeno cogli occhi. Ma dopo due giorni di viaggio,
nell'entrare in una osteria lontana di qui una giornata, io lo vidi alla porta
vestito da vetturino sì naturalmente, che sarebbe stato impossibile il
ravvisarlo se non lo avessi avuto troppo bene scolpito al vivo nel cuore. Lo
riconobbi, e ne provai ammirazione e contento; ed egli mi osservò di
nascosto del genitore, ai cui sguardi sempre a gran cura s'invola quando passa
dinanzi a me nelle strade o nelle osterie dove arriviamo. Io conosco bene la
sua nobile condizione, e considerando che l'amore che mi porta, lo induce a
viaggiare a piedi e con tanto suo disagio, ciò è cagione ch'io mi
muoia di ambascia, e porti sempre gli occhi dove restano le orme dei piedi
suoi.
Non so veramente con quale intenzione mi tenga
dietro, né come abbia potuto sottrarsi dalla casa del suo genitore che lo ama
eccessivamente per non aver alcun altro erede e perch'egli è degnissimo
di essere amato, come vossignoria si persuaderà bene, vedendolo. Mi
è noto che tutto quello ch'egli canta, è parto del suo proprio
ingegno, avendo inteso dire ch'è un bravissimo studente e poeta, e so
dirvi di più che ogni volta che io lo veggo o l'odo cantare, tremo
tutta, ed un gran batticuore mi conturba, pensando che mio padre potrebbe
riconoscerlo ed avvedersi dei nostri amori. Non gli ho detto mai una sola
parola; e non pertanto lo amo sì vivamente che sembrami di non poter
vivere senza di lui. Eccovi, o signora, quanto io posso dire di questo cantore,
la cui voce vi recò sì gran diletto; e basti essa sola per
provarvi che non è egli già un vetturino, ma dominatore di cuori,
e signore di vassalli siccome vi ho detto.
— Non proseguite, signora Chiara, disse Dorotea
dandole allora infiniti baci, non proseguite, vi ripeto, e attendete il nuovo
giorno, che spero nel cielo d'incamminare le cose vostre per modo da condurle a
quel termine fortunato che loro si addice.
— Ah signora, qual fine si può sperare mai
essendo il padre suo tanto ricco e tanto grande, che gli sembrerà ch'io
non possa divenire non pure la sposa, ma nemmeno la serva di suo figlio? Io poi
non lo vorrei per mio marito senza l'assenso di suo padre, per quanto v'ha di
più prezioso al mondo. Altro non bramerei adesso se non che questo
giovane ritornasse a casa sua, né mi seguitasse; che forse più non
vedendolo nel nostro lungo viaggio, mi si allevierebbe la pena che mi affligge
tanto; ma pur troppo anche questo immaginato rimedio mi sarà di poco
sollievo! Non so che voglia significare questo mio stato, né come io abbia
concepito sì grande amore essendo ambedue noi e così giovani e
probabilmente pari di età; poiché per quanto dice mio padre, io
compirò i sedici anni al giorno del san Michele venturo.”
Dorotea non seppe contenersi dal ridere sentendo
Chiara parlare così all'infantile, e le disse:
— Riposiamoci, signorina, il poco tempo che credo
ci avanzi di questa notte, e al nuovo giorno o troveremo qualche rimedio, o io
non sono quella che sono.” Con questo tornarono a dormire, e nell'osteria
regnava un gran silenzio. Erano svegliate la sola figlia dell'oste e Maritorna,
le quali conoscendo l'umore di don Chisciotte, e sapendo che stava fuori
dell'osteria armato e a cavallo facendo la sentinella, si misero in capo di
fargli una burla, od almeno di passare un poco di tempo piacevolmente a spese
della sua pazzia.
La cosa andò in questo modo. In tutta
l'osteria non v'era finestra che riescisse sopra la strada, ma un buco solo per
cui solevano gettar fuori la paglia. Si posero a questo buco le due
semidonzelle, e videro don Chisciotte a cavallo appoggiato al suo lancione,
gettando di tanto in tanto sì dogliosi e profondi sospiri che per ognuno
di essi pareva dovesse uscirgli l'anima dal petto. Udirono inoltre che con
tenera, gentile e amorosa voce così stava fra sé dicendo:
“O mia signora Dulcinea del Toboso, estremo di
tutte le bellezze, apice del più fino discernimento, archivio delle
più brillanti grazie, deposito dell'onestà, idea insomma di tutto
ciò che vi ha di utile, di onesto e di dilettevole al mondo, in che si
occuperà di presente la tua signoria? Ti passerebbe forse dinanzi alla
mente questo cavaliero tuo schiavo, che tanti perigli per solo desiderio di
servirti, e di spontanea sua volontà va ad affrontare? Dammi tu nuove di
lei, o pianeta dalle tre facce, che forse con invidia ora la stai mirando
nell'atto che passeggia per qualche galleria dei suoi sontuosi palagi, o mentre
appoggiato il seno a qualche indorata finestra, se ne sta considerando come
possa, salva la sua onestà e grandezza, allegerire le procelle che per
sua colpa questo incatenato mio cuore va sopportando, e qual compenso dee dare
in premio alle mie pene, e quale tranquillità ai miei travagli, e
finalmente quale vita alla mia morte e quale ricompensa alla mia
servitù! E tu, o sole, che stai insellando con gran fretta i destrieri
tuoi per affrettarli di vedere la mia signora, ti supplico che al primo mirarla
tu la saluti da parte mia; ma guardati bene di non darle la pace nel viso
quando la rimiri e la inchini, ch'io ne avrei molto maggior gelosia che tu non
avesti per quella leggera, ingrata, che tanto ti fece sudare e correre per le
pianure di Tessaglia o per le sponde del Peneo; ché ora non mi sovviene
chiaramente quale sia stato il corso che tu pure facesti come geloso ed
innamorato.”
Era don Chisciotte giunto a questo
passo del suo doglioso ragionamento, quando la figlia dell'ostessa comincio a
far zi zi ed a dirgli: “Mio signore, se le piace, qua, qua, si accosti.”
A questa voce don Chisciotte si volta, e al chiarore della luna, la quale
splendeva in tutta la sua pienezza, vede ch'era chiamato da quel buco che a lui
parve una finestra colle inferriate d'oro, come sogliono essere quelle dei
sontuosi castelli, qual egli s'immaginava che fosse quell'osteria. Gli fece
sognare all'istante la pazza fantasia che la vezzosa figliuola della signora
del forte castello, vinta una seconda volta dall'amore suo, tornasse ad
importunarlo; e con questo pensiero, per non mostrarsi ingrato e scortese,
voltò le redini a Ronzinante ed appressatosi al buco, e veduto le due
giovani, disse: “Sommamente mi duole, belle signore mie, che posto abbiate le
vostre mire amorose sopra un oggetto che non può corrispondervi come
sarebbero degne le vostre qualità e la molta gentilezza che vi adorna;
ma di ciò incolpar non dovete un infelice cavalier errante che trovasi
nella circostanza di non poter obbligar la sua volontà ad altri fuorché
a quella che veduta appena dagli occhi suoi acquistò sul cuore di lui un
assoluto predominio. Perdonatemi, mie buone signore, ritiratevi nel vostro
appartamento, né mi costringete, mostrandovi a me affezionate, a divenire
maggiormente scortese. Se da me voi volete cosa che possa appagare i desideri
vostri, ma che però non sia amore, vi giuro per l'assente mia nemica di
concedervela sull'istante, sebbene mi domandaste una ciocca dei capelli di
Medusa ch'erano tanti serpenti ovvero gli stessi raggi del sole rinchiusi in
una caraffa.
— Nulla occorre di tutto questo, disse a tal
punto Maritorna.
— Ebbene, rispose don Chisciotte, e di che
abbisogna adunque, o saggia matrona, la signoria vostra?
— Che mi porgiate una sola delle vostre belle
mani, disse Maritorna, per potere isfogare sopra di essa le ardenti brame che a
questo buco mi hanno tratta con sì grave pericolo del mio onore, mentre
se fossi scoperta dal padre, l'orecchio sarebbe il pezzo più grande che
rimanesse intero nel duro mio sacrifizio.
— Vorrei vedere anche questa, rispose don
Chisciotte; ma dovrà questo genitore prima pensarci bene se non
vorrà condursi al più disgraziato fine che immaginar mai si possa
per aver osato di porre le mani sulle delicate membra della sua istessa
innamorata figliuola.”
Si persuase dopo di ciò Maritorna che don
Chisciotte avrebbe pôrta senza dubbio la chiesta mano, e proponendo tra sé
medesima quello che dovesse fare, discese dal buco, nella stalla, prese il
capestro del giumento di Sancio Pancia, e con molta lestezza tornò al
buco, quando appunto don Chisciotte si era rizzato in piedi sopra la sella di
Ronzinante, per arrivare alla inferriata, dov'egli pensava che stesse la ferita
donzella. Nel porgere la mano, disse:
— Prendete, o signora mia, questa mano, o a
meglio dire, questa destra punitrice di tutt'i malfattori; prendete,
replicò, questa mano che non fu tocca da verun'altra donna, e nemmeno da
quella che tutto signoreggia il mio corpo. Né già ve la porgo perché la
baciate, ma per darvi campo di ammirare la tessitura dei nervi, l'aggregato dei
muscoli, la larghezza e la capacità delle vene, ed affinché da questi
esami riconosciate quale debb'essere la gagliardia del braccio cui sta attaccata.
— Ora la vedremo, disse Maritorna; e facendo un
cappio scorsoio al capestro, glielo mise al polso della mano, poi
allontanandosi dal buco legò fortemente la corda al chiavistello
dell'uscio del pagliaio.
Don Chisciotte che sentì nella mano la
ruvidezza della fune, disse:
— Sembrami che la signoria vostra, bella matrona,
più mi grattugi, che non mi accarezzi la mano: non la maltrattate a
questo modo, ch'essa non è punto colpevole del male che vi fa la mia
volontà, né è giusto che sì piccola parte sostenga tutto
il peso del vostro sdegno; avvertite che chi ama non si vendica mai tanto
aspramente.”
Ma tutte queste ciarle di don Chisciotte non
erano intese da alcuno; poiché quando Maritorna l'ebbe legato, presto si tolse
di là colla compagna scoppiando dalle risa, e lasciandolo impastoiato in
modo da riescirgli impossibile il potersi sciorre. Stava egli dunque, come si
è detto, ritto su Ronzinante, col braccio dentro il buco, e legato il
polso della mano al chiavistello dell'uscio, coll'affannoso pensiero che se Ronzinante
fosse sguizzato di sotto ai suoi piedi dall'una parte o dall'altra, sarebbe
rimasto egli penzolone appiccato pel braccio; e perciò non osava di fare
il più piccolo movimento; benché avrebbe dovuto essere persuaso che la
naturale flemma, quiete e tranquillità di Ronzinante lo avrebbero
lasciato là senza moversi anche per un secolo intero. Ma finalmente
trovandosi così legato, ed essendo già partite le dame,
cominciò a pensare che tutto accadesse per via d'incantesimo, come la
volta passata quando quel malefico moro del vetturale lo bastonò
acerbamente in quel castello medesimo. Malediceva pertanto il suo poco
discernimento, perché essendogli quel castello riuscito sì mal soggiorno
la prima volta, non avrebbe dovuto avventurarsi di entrarvi una seconda.
è legge invariabile dell'errante cavalleria, che quando un'avventura
qualunque non risponda alla prova, il cavaliere che l'ha tentata considerandola
come cosa a lui interdetta, dee lasciarne ad altri l'incarico, e non è
tenuto a mettervisi da capo.
Con tutto ciò andava stirando il braccio
per vedere se potesse distaccarsi, ma era sì strettamente accappiato che
inutile se gli rendeva qualunque sperimento. Vero è bensì che
tirava pian piano affinché Ronzinante non si movesse, e quantunque tentasse di
sedere o di adagiarsi sulla sella, non poteva far di meno di restarsene in
piedi per non istrapparsi la mano. Oh allora sì che avrebbe dato
qualunque prezzo per aver quella spada di Amadigi che spezzava ogni incanto!
Malediceva la sorte che teneva preso a tale incantagione un cavaliere, da cui
il mondo poteva aspettarsi tante nobili imprese: e chiamava a gran voce il suo
buon Sancio Pancia, il quale sepolto nel sonno e prosteso sopra la bardella del
suo asino non ricordavasi nemmeno della madre che l'aveva partorito.
Chiamò in aiuto i savî Ligargeo e Alchiffo, e invocò la sua buona
amica Urganda perché lo soccorressero. Finalmente giunse l'istante in cui si
trovò sì disperato e rabbioso che mugghiava come un toro, e non
isperava neppur col nascere del nuovo giorno di vedere la fine di tanta
miseria, che supponeva eterna atteso il suo incantamento. Tanto più
ciò teneva per certo in quanto che vedeva Ronzinante non muoversi né
punto né poco; e credeva che senza mangiare, bere e dormire, egli ed il suo
cavallo avrebbero dovuto restare colà finché cessato non fosse il
maligno influsso dell'avversa stella, o finché qualche altro più savio
incantatore non giugnesse a disfare la stregoneria.
S'ingannò di molto nelle sue molte
fantasie; perché cominciò appena ad apparire il sole che arrivarono
all'osteria quattro uomini a cavallo molto ben vestiti portando i loro
archibusi sopra gli arcioni. Picchiarono forte alla porta, che stava tuttavia
chiusa, e don Chisciotte, il quale immaginavasi di far tuttavia la sentinella, sentendoli,
con alta ed arrogante voce disse loro:
— Cavalieri, scudieri, o chiunque voi siate,
picchiar non dovete alla porta di questo castello, e dovete pur sapere che a
quest'ora quelli che vi si rinchiudono, stanno dormendo e non usano di aprire
la fortezza se prima il sole non è tutto alzato; allontanatevi dunque ed
attendete che il giorno s'inoltri, che conosceremo allora se sia giusto o no
che vi sia aperto.
— Che diamine di fortezza, disse uno di loro, o
di castello è mai codesto da obbligarci a queste cerimonie? Se siete
l'oste ordinate che ci aprano, che noi siamo passeggieri e non vogliamo se non
dare la biada alle nostre cavalcature, e passare avanti perché abbiamo gran
fretta.
— Sembra a voi, o cavalieri, disse don
Chisciotte, che io abbia ciera da oste?
— Non so di che v'abbiate ciera, rispose un
altro; dico bene che vi scappano di bocca spropositi bestiali chiamando
castello quest'osteria.
— È un castello, soggiunse don Chisciotte,
e dei migliori di questa provincia, e rinserra persone che hanno tenuto scettro
in mano e corona in testa.
— Direbbesi meglio al rovescio, disse un
passeggiero; lo scettro in testa e in mano la corona; e sarà probabile
che qua dentro si trovi qualche compagnia di commedianti, i quali sogliono
avere scettri e corone senza fine. In questa piccola e romita osteria io non
crederò mai che possano aver albergo persone degne di scettro e di
corona.
— Poco v'intendete, disse don Chisciotte, delle
cose del mondo, e vedesi bene che ignorate gli avvenimenti proprî della errante
cavalleria.”
Cominciavano
gli altri ad inquietarsi di quel colloquio con don Chisciotte, e quindi
tornarono a picchiare con tanta furia che si svegliò l'oste, e con esso
tutti gli altri che stavano dormendo, curiosi di sapere chi battesse con
sì poca creanza. Avvenne in questo che saltò il grillo ad uno
delle cavalcature dei quattro passeggieri di andar a fiutar Ronzinante, il
quale malinconioso e triste colle orecchie basse sosteneva senza muoversi il
suo stirato signore; e come quello che in sostanza era di carne, tuttoché
sembrasse fatto di legno, non poté a meno di non iscuotersi, né lasciar di
fiutare egli pure chi gli faceva carezze. Mossosi alquanto il cavallo, si
mossero in conseguenza gli appaiati piedi di don Chisciotte, sotto ai quali
mancata essendo la sella avrebbe dovuto precipitar se non fosse stato col
braccio legato. Ciò gli causò sì acuto spasimo, che
già ne faceva spacciata la mano, e rimase tanto vicino a terra, che
già la toccava colle punte dei piedi; ma anche questo era peggio per
lui, mentre sentendo che poco gli mancava per poggiarvi fermamente, stiravasi e
facea d'ogni sua possa per giugnervi. Pareva uno di coloro i quali posti al
tormento della corda, si trovano talvolta calati sì abbasso che
accrescono eglino stessi il loro strazio nello stirarsi che fanno, colla
fiducia di porre piede sicuro in terra per poco che vadan ancora distendendo la
vita.
CAPITOLO XLIII
SEGUITANO INAUDITI SUCCESSI NELL'OSTERIA.
E tali furono all'ultimo le strida che
mandò don Chisciotte, che spalancando la porta dell'osteria uscì
l'oste atterrito per vedere chi urlava sì forte; e lo stesso fecero
quelli che stavano di fuori. Maritorna, svegliatasi a tanto frastuono,
immaginandosi quello che poteva essere, si recò al pagliaio, e sciolse
senz'essere veduta da chicchessia il capestro che sosteneva don Chisciotte, per
lo che egli stramazzò sull'istante a vista dei passeggieri e dell'oste,
i quali appressatisi a lui gli chiesero che cosa avesse e perché gridasse.
Egli, senza rispondere parola, si tolse la fune dal polso, e rizzatosi
montò presto sopra Ronzinante, imbracciò la targa, intestò
il lancione, e pigliando buono spazio del campo, tornò a mezzo galoppo
dicendo:
“A qualunque si sia che dirà che io sia
stato con giusta causa incatenato (sempreché la mia signora principessa
Micomicona mi conceda di farlo) io do una mentita, lo accuso e lo disfido.”
Rimasero fuori di sé i nuovi viandanti nell'udire le rodomontate di don
Chisciotte; ma l'oste fece in loro cessare la maraviglia narrando chi egli
fosse, e dicendo che non doveano farne alcun caso per essere egli fuor di
cervello. Chiesero allora se mai fosse giunto a quella osteria un giovane della
età di quindici anni all'incirca, in abito di vetturino, e diedero i
contrassegni personali, quei medesimi dell'amante di donna Chiara. Rispose
l'oste che aveva tali e tanti forastieri che gli era mancato il tempo di
abbadare a quello che domandavano: ma avendo uno di loro veduto il cocchio in
cui era venuto il giudice, disse:
“Egli deve ritrovarsi qui senz'altro, essendo
quello il cocchio a cui si dice che sempre tien dietro; uno di noi si fermi
alla porta, ed entrino gli altri a fare diligente ricerca: e sarebbe anche ben
fatto che uno girasse attorno all'osteria acciocché non fuggisse scavalcando le
muraglie della corte:
— E così si farà, rispose uno di
costoro: ed entrando due degli altri, uno rimase alla porta, e l'altro si mise
a girare qua e là; e tutto questo era osservato dall'oste, che non
sapeva indovinare lo scopo di tante diligenze, quantunque le sospettasse
rivolte alla ricerca di quel giovinetto di cui prima gli avevano dato i
contrassegni.
Andava di già allontanandosi l'aurora e
tanto per tal cagione quanto pel grande strepito fatto da don Chisciotte si
erano tutti svegliati e si alzavano, e Dorotea e donna Chiara singolarmente, le
quali avevano passato una pessima notte l'una pel batticuore di aver l'amante
così da vicino e l'altra per la smania di rivederlo. Don Chisciotte, che
si accorse di non essere curato da chicchessia, né che alcuno rispondeva alle
sue dimande, sbuffava di collera e di dispetto: e se avesse trovato che le
leggi della sua cavalleria dessero licenza ad un cavaliere errante di
cimentarsi in qualche impresa, mentre avea dato la sua parola e la fede di non
imprenderne alcuna se non dopo avere adempiuto alla precedente promessa,
avrebbe assalito tutti, e si sarebbe fatto dar ragione a mal grado di loro.
Sembrandogli che ciò non gli fosse lecito, né ch'egli potesse accingersi
a nuovi cimenti finché non avesse rimessa la regina Micomicona sul suo seggio,
gli fu forza aspettar di vedere dove mirassero le diligenze usate dai
passeggieri, uno dei quali trovò il giovane ricercato che dormiva
accanto di un vetturale, ben lontano dal pensare ch'altri cercasse di lui, e
meno ancora di poter essere discoperto. Quell'uomo lo prese per un braccio, e
si fece a dirgli: “In verità, signor don Luigi, che si addice molto bene
ad un pari vostro l'abito che vestite; e questo letto su cui dormite è
veramente appropriato ai molti agi nei quali foste allevato!” Si fregò
gli occhi il giovane, tuttavia sonnacchioso, e avendo fisamente guardato l'uomo
che così lo teneva, e conosciuto per un servo di suo padre, gliene venne
tale paura da non aver cuore, o non potere in effetto dire una sola parola per
buon tratto di tempo; ma il servo proseguì dicendo:
— Altro qui non occorre di fare, o signor don
Luigi, se non che vi contentiate di ritornarvene a casa vostra, quando non vi
piaccia che passi all'altro mondo il vostro genitore; perché ad altro fine
certamente nol può condurre l'affanno in cui l'ha gettato la vostra
fuga.
— Ma, disse don Luigi come seppe mio padre che io
mi era diretto a questa parte e sotto questo abito?
— Uno studente, rispose il servitore, a cui
confidaste le vostre risoluzioni, gli ha svelata ogni cosa, mosso dalla
compassione che gli fece vostro padre quando si accorse di avervi perduto. Egli
spedì quattro dei suoi servitori in traccia vostra, e qui ci troviamo
tutti disposti a servirvi, assai più contenti di quello che immaginar
mai si possa per le nuove felici che arrecheremo al nostro padrone col fargli
rivedere un oggetto sì caro al suo cuore.
— In quanto a ciò, soggiunse don Luigi,
non accadrà se non quello che io sarò per risolvere, o che
verrà ordinato dal Cielo.
— Qual altra volontà, replicò il
servitore, potete voi avere mai, o come può disporre il Cielo altrimenti
se non se che ve ne ritorniate, non essendo possibile che diversamente si
faccia?”
Furono intesi tutti questi discorsi dal vetturino
il quale stava accanto di don Luigi; e rizzandosi, corse a dar conto
dell'avvenuto a don Fernando, a Cardenio e agli altri tutti ch'eransi
già alzati. Narrò loro siccome quell'uomo dava del don a
quel ragazzo; quale era il dialogo tra loro seguìto, e come il servitore
volea ricondurlo a suo padre, al che il giovane con quella bella voce di cui il
Cielo lo aveva dotato, cercava di contraddire. Nacque in tutti un vivo
desiderio di sapere più accertatamente chi egli si fosse, e di mettersi
alla sua difesa quando altri volesse usargli violenza; e a tal effetto si
recarono dove stava egli disputando coi servi.
In questo uscì Dorotea dalla sua stanza e
dietro a lei donna Chiara, tutta turbata. Dorotea, appressatasi a Cardenio, gli
raccontò brevemente la storia del cantore e di donna Chiara, ed egli la
informò della venuta dei servitori di suo padre. Non parlò
sì piano che non lo udisse donna Chiara, la quale rimase sì
attonita, che se Dorotea non fosse stata in tempo per sostenerla, cadeva senza
dubbio svenuta. Cardenio disse a Dorotea che ritornasse con Chiara nella
stanza, mentre egli avrebbe procurato di rimediare ad ogni cosa; ed esse lo
obbedirono.
Già tutti quei quattro ch'erano venuti in
traccia di don Luigi, entrati nell'osteria, lo circondavano e persuadevano che
senza indugiare un istante solo tornasse a consolare suo padre.
Rispondeva egli che non potea in nessun modo
partire se prima non avesse dato fine ad un interesse nel quale erano impiegati
l'anima, l'onore e la vita sua. Non per questo lasciavano di sollecitare i servi,
protestando che non sarebbero ritornati senza di lui, e che, volesse o non
volesse, lo avrebbe costretto a seguirli.
— Non farete altrimenti, replicò don
Luigi, a meno che non siate disposti a portarmene senza vita; che
quest'è ad ogni modo quello che deve accadere, qualunque sia il mezzo
che si usi da voi per farmi partire.”
Erano frattanto accorsi a tale contrasto tutti
quelli che si trovavano nell'osteria, e specialmente Cardenio, don Fernando e i
loro compagni, il giudice, il curato, il barbiere e don Chisciotte, cui parve
non essere più necessario di far la guardia al castello. Cardenio al
quale era nota la sventura del giovinetto, domandò a quelli che lo
volevano ricondurre a casa, perché volessero costringerlo a ciò contra
il proprio suo sentimento.
— Ci obbliga a questo, rispose uno dei quattro,
il dare la vita a suo padre che arrisica di perderla per la lontananza di
questo cavaliere.”
Don Luigi allora disse: — Non è luogo
questo da rendere palesi le cose mie; sono uomo libero; tornerò se
così mi piaccia, ma in caso diverso nessuno di voi mi può
costringere colla forza.
— La forza vi verrà fatta dalla ragione,
uno soggiunse, e quando essa non basti con vossignoria, basterà a
convincere noi per servire all'officio che qua ci ha tratti, e che siamo in
obbligo di adempiere.
— Prendiamo quest'affare dalla sua radice,
soggiunse a tal punto il giudice.” Il servo che lo riconobbe, perché abitava
vicino a casa sua, rispose:
— Non conosce vossignoria, signor giudice, che
questo cavaliere è figlio del suo vicino, e che si tolse dalla casa
paterna in arnese affatto disdicevole alla sua condizione? l'osservi bene, e lo
raffigurerà senza dubbio.”
Si fece il giudice a guardarlo con attenzione, e
riconosciutolo, lo abbracciò, dicendogli:
— Che fanciullaggini sono queste, signor don
Luigi, e quali cause vi hanno indotto a questa risoluzione ed a vestire abito
tanto sconveniente alla nobile vostra famiglia?”
Spuntarono le lagrime agli occhi del giovinetto,
e non poté rispondere parola al giudice, il quale intimò ai quattro
servi di tranquillizzarsi, perché ogni cosa terminerebbe in bene: poi prendendo
per mano don Luigi, seco lo trasse in disparte, chiedendogli che cosa volesse
significare quel suo travestimento.
Mentre gli andava facendo questa ed altre
interrogazioni si udirono alte grida alla porta dell'osteria; e nascevano dalla
fuga tentata da due degli ospiti che vi avevano alloggiato alla notte, i quali
mentre tutti erano intenti a voler sapere che cosa si volessero quei quattro,
tentavano di andarsene senza pagare. L'oste però, che badava assai
più ai proprî che ai fatti degli altri, fermatili alla porta aveva
chiesto loro il pagamento del debito, accompagnando la dimanda con sì
offensive espressioni che quei due gli rispondevano colle pugna; e tanto lo
maltrattavano che il povero uomo era costretto a domandare aiuto gridando.
L'ostessa e la sua figliuola non videro uomo più a proposito per quella
circostanza di don Chisciotte, cui la giovine si mise a dire:
— Soccorra, signor cavaliere, col valore che Dio
le ha concesso, il povero mio padre; che due tristi uomini lo bastonano come un
asino.”
Qui don Chisciotte rispose posatamente e con
molta flemma:
— Vaga donzella, non posso aderire alle vostre
suppliche, essendomi vietato di frammettermi in altre avventure fintanto che io
non dia compimento a quella per cui ho impegnata la mia parola. Vi dirò
per altro come si potrebbe fare perché io mi prestassi a servirvi. Correte, e
dite a vostro padre che sostenga la battaglia quanto più può e
alla meglio, e che non si dia per vinto finché io avrò chiesto alla
principessa Micomicona la licenza di soccorrerlo; e s'ella me lo concede,
tenete per certo che io lo trarrò salvo dal suo pericolo.
— Oh meschina di me: disse allora Maritorna, che
si trovava presente: prima che ottenga vossignoria questa licenza il mio
padrone sarà andato già all'altro mondo.
— Fate ch'io impetri questa licenza, rispose don
Chisciotte, e poco importerà ch'egli sia a questo o all'altro mondo,
giacché io saprei cavarlo anche dal mondo di là, o per lo meno lo
vendicherò per tal modo di chi ve lo avesse mandato, che voi, signora,
ne otterrete più che mezzana soddisfazione.”
Nel dire questo gli apparì Dorotea, ed
egli volò alle sue ginocchia, chiedendo con cavalleresche ed errantesche
parole che piacesse alla grandezza sua di dargli licenza di accorrere in aiuto
del castellano di quella fortezza, il quale trovavasi in un terribile
frangente. La principessa gliela accordò volentieri, ed egli
imbracciando ben tosto la targa e mettendo mano alla spada corse alla porta del
castello, dove gli ospiti continuavano a mazzicare furiosamente l'oste. Vi
giunse appena, che sbigottì e ristette, ed in vano Maritorna e l'ostessa
lo rimproverarono di questa sua indolenza, e lo istigavano a soccorrere l'una
il padrone e l'altra il marito. — Mi fermo, disse don Chisciotte, perché non mi
è lecito di metter mano alla spada contro gente abbietta; ma chiamate
qui il mio scudiere Sancio Pancia, che a lui può convenire questa difesa
e vendetta.”
Ciò seguiva alla porta dell'osteria dove
le pugna ed i sorgozzoni fioccavano sempre a danno del povero oste e con rabbia
di Maritorna, dell'ostessa e di sua figlia, che disperavasi di vedere la
codardia di don Chisciotte, e il pessimo stato di quel povero uomo. Ma qui lasciamolo,
che non mancherà chi lo soccorra; e se ciò non fosse, soffra e
taccia chi si crede da più di quello che comportano le sue forze.
Torniamo adesso a cinquanta passi addietro a conoscere ciò che don Luigi
rispose al giudice, che in disparte come dicemmo, chiedevagli ragione della sua
venuta a piedi e in abito sì sconveniente. Il giovanetto dunque,
prendendolo strettamente per mano, quasi per provargli che da qualche gran
doglia era punto nel cuore, e spargendo in copia le lagrime, così si
espresse:
— Signor mio, altro non vi so dire se non che dal
momento in cui il Cielo dispose, e la vostra vicinanza permise, ch'io vedessi
donna Chiara vostra figliuola e signora di questo mio cuore, da quel momento
cominciai a farla dominatrice della mia volontà: e se la vostra nol
vieta, vero signore e padre mio, in questo giorno medesimo ella debbe essere
mia sposa. Per lei ho abbandonato la casa paterna; per lei ho vestito
quest'abito a fine di seguitarla dovunque ne vada, come la saetta mira allo
scopo e il marinaro alla tramontana; e tutto ciò senza palesarle il mio
amore e soltanto lasciandole da lontano vedere le mie lagrime. La ricchezza e
la nobiltà dei miei genitori vi è nota, e vi è noto ch'io
sono l'unico loro erede. Se vi sembra che questi sieno titoli bastevoli per
determinarvi a rendermi felice, ricevetemi tosto in luogo di figlio: e se mai
non piacesse a mio padre per qualche suo disegno il bene che ho saputo
procurarmi, considerate che il tempo è più efficace a produrre
cambiamenti nelle cose, che la volontà degli uomini.”
Tacque, ciò detto, l'innamorato giovane; e
il giudice restò sospeso, confuso e trasognato in udirlo, sì pel
modo e pel buon giudizio con cui gli aperse il suo cuore, com'anche per
trovarsi in tali circostanze da non sapere a qual partito appigliarsi in
sì repentino ed inatteso evento. Null'altro dunque gli rispose, se non
che si desse pace e procurasse di trattenere i servi per quella giornata a fine
di guadagnar tempo, e intanto considerare e conoscere quale fosse per loro il
più savio consiglio. Gli baciò don Luigi affettuosamente le mani
che bagnò del suo pianto, il che intenerire poteva un cuore di marmo non
che quello del giudice; il quale come uomo assennato, scorgeva pienamente
l'utilità di quel matrimonio per sua figliuola qualora avesse potuto
concorrervi l'assenso del padre: ma s'immaginava pur troppo che questi avrebbe
voluto un collocamento di molto maggiore importanza.
In questo mentre eransi gli ospiti
già rappacificati coll'oste, e gli aveano pagato il suo conto, a
ciò indotti più che dalle minacce, dalle persuasive e buone
ragioni di don Chisciotte. I servi di don Luigi attendevano il fine della sua
conferenza col giudice e le risoluzioni che ne piglierebbe. Il demonio
frattanto, che mai non dorme, fece ch'entrasse in questo punto nell'osteria il
barbiere, a cui don Chisciotte avea tolto l'elmo di Mambrino, e Sancio Pancia
rubati i fornimenti dell'asino per cambiarli con quelli del suo. Guidando
costui in istalla il suo giumento vide Sancio che stava assettando non so che
cosa della bardella, e avendolo tosto riconosciuto fu tanto ardito di
affrontarlo con queste parole: “Ah ladrone infame! t'ho pur colto una volta: rendimi
il mio bacino e la mia bardella e tutti i fornimenti che m'hai rubato.” Sancio
assalito così all'impensata, e sì bruttamente vituperato,
afferrò la bardella con una mano, e diede coll'altra al barbiere uno
sgrugnone sì forte che uscire gli fece il sangue dalle gengive. Non per
questo lasciò il barbiere la bardella che avea già afferrata, e
alzando la voce per modo che tutti coloro ch'erano nell'osteria lo intesero,
cominciò chiaramente ad esclamare: “Al re! alla giustizia! io son qua
per farmi rendere il mio, e questo assassino da strada mi vuol morto.”
— Menti per quanta gola tu hai, rispose Sancio,
io non sono un assassino, e questo è bottino che a me di diritto mi
appartiene per averlo guadagnato in guerra giusta il mio signor don
Chisciotte.” Stava questi presente alla zuffa, e godeva quanto mai si
può dire vedendo come ben si portava ad offesa e a difesa il suo
scudiere: e parendogli che si mostrasse uomo di vaglia, proponeva in cuor suo
di armarlo cavaliere alla prima occasione che se gli presentasse, non senza
gran guadagno di tutto l'ordine della errante cavalleria. Fra le altre cose
dette dal barbiere nel fervor della zuffa, ecco le più osservabili:
— Signori, questa bardella è mia
com'è vero che dovrò morire: la conosco come se l'avessi partorita
io medesimo: qua nella stalla sta il mio asino che non mi lascerà
mentire: se non credete a me, o signori, provategliela, e se non gli sta
dipinta voglio essere un infame: e di più vi dico, che in quel
malaugurato giorno in cui mi fu tolta la bardella, mi fu rubato ancora un
bacino d'ottone nuovo, di cui io non mi era ancora servito, e che valeva
più di uno scudo a gittarlo via.” Allora non poté don Chisciotte fare a
meno di non rispondere, e mettendosi in mezzo ai due, dividendoli e depositando
la bardella sul terreno alla vista di tutti perché apparisse la verità
chiaramente, soggiunse:
— Affinché veggano le signorie vostre coi propri
occhi l'errore in cui versa questo dabben uomo, chiamando bacino quello
ch'è, e sarà sempre, l'elmo di Mambrino toltogli in guerra
giusta, e passato in poter mio con lecito e legittimo possesso, io voglio che
qua sia recato. Non mi intrammetto in ciò che alla bardella si
appartiene, né su questo punto altro so dire se non che il mio scudiere Sancio
mi domandò licenza di levare i fornimenti del cavallo di questo vinto
codardo per adornare con essi il suo proprio; io glieli ho lasciati ed egli li
prese: e se ora di fornimenti si sono trasformati in bardella, questa
sarà una delle mutazioni tanto frequenti nelle cose della cavalleria.
Ora tu, Sancio figliuolo, corri e porta qua l'elmo che quello scioccone chiama
bacino.
— Deh, padron mio, rispose Sancio, cerchiamo una
prova a nostro favore diversa da questa che mette in campo la signoria vostra,
giacché tanto il bacino è l'elmo di Mambrino, come è sella da
cavaliere la costui bardella.
— Eseguisci il mio comando, replicò don
Chisciotte, che quanto avviene in questo castello non ha poi tutto a procedere
per via d'incantamenti.”
Andò Sancio a prendere il bacino, e lo
recò al padrone, il quale tosto come lo vide, lo prese in mano e disse:
— Considerino le signorie vostre con qual fronte
questo scioccone può dire che bacino sia questo, e non l'elmo da me
annunziatovi. Giuro per l'ordine della cavalleria che professo che questo
è l'elmo stesso che io ho conquistato, né vi ho fatto finora la minima
mutazione.
—
Di ciò non v'ha dubbio, disse Sancio, perché dal punto in cui il mio
padrone lo prese non lo usò che in una sola battaglia, e fu quando
ridonò la libertà ai malfattori incatenati. E certo se non fosse
stato per questo bacinelmo egli non l'avrebbe allora passata bene; tali e tante
furono le pietre che gli piovvero addosso in quel combattimento.”
CAPITOLO XLIV
SCIOGLIESI IL DUBBIO SULL'ELMO DI MAMBRINO E SULLA
BARDELLA; E SI NARRA LA SINGOLARE AVVENTURA DEGLI SGHERRI DI CAMPAGNA E DEL
MIRABILE CORAGGIO DEL NOSTRO DON CHISCIOTTE.
“Qual è dunque, disse
il barbiere, l'opinione delle signorie vostre intorno questi galantuomini, che
vanno perfidiando che questo non sia un bacino, ma un elmo? — A chi sostenesse
il contrario, disse don Chisciotte, direi a tutte prove che come cavaliere
mente, e come scudiere mille volte mente per la gola e arcimente.”
— Allora il nostro barbiere maestro
Nicola, conoscendo a fondo l'umore di don Chisciotte, volle maggiormente
incitarlo, e rendere più clamorosa la burla, perché tutti ne facessero
gran risate, e perciò voltosi all'altro barbiere, gli disse:
— Signor barbiere, o chiunque
voi siate, siavi noto che io esercito la vostra medesima professione; che
corrono da oltre venti anni da che vi sono matricolato, e che conosco uno per
uno gl'istrumenti tutti della barbieria. Oltre a ciò fui soldato nella
mia prima età, e so molto bene che cosa sia elmo, morione, celata con
buffa ed ogni altro arnese della milizia, e intendo di sapere dar conto dei
diversi generi di armature e di armi, e dico (salvo però un miglior
parere, e rimettendomi sempre al più sano giudizio) che questo mobile
ora tenuto da cotesto buon signore, non solo non è bacino da barbiere,
ma tanto è lontano dall'esserlo, quanto il bianco dal nero, e dalla
verità la menzogna: sostengo però che quantunque questo sia un
elmo, non è un elmo intiero. — E così è per lo appunto,
disse don Chisciotte, perché gli manca la metà, ch'è il mento. —
E così è,” soggiunse il curato indovinando già le
intenzioni del suo amico barbiere.
Lo stesso affermarono
Cardenio, don Ferdinando, i compagni suoi ed anche il giudice, se non avesse
avuto l'animo vôlto a più gravi pensieri per l'affare di don Luigi,
avrebbe egli pure aiutato a dar colore alla beffa; ma trovavasi sì
concentrato in sé stesso che poco o nulla in fatto vi prendea parte.
— Dio m'aiuti! disse a tal punto il
corbellato barbiere, com'è dunque possibile che genti fornite di onore
sostengano che questo non sia un bacino, ma un elmo? questa è cosa che
farebbe impazzire un'intera università comunque fosse sapiente! Or bene,
se questo bacino è un elmo, per la stessa ragione anche questa bardella
sarà una sella da cavallo, come ha detto questo signore.
— A me sembra bardella, disse don
Chisciotte, ma ho già dichiarato che non voglio pronunziare giudizio
sopra di ciò.
— Eppure, soggiunse don Fernando, non
v'ha che il signor don Chisciotte che possa decidere, e ognuno di noi si
sottomette a lui in affari di cavalleria.
— Io vi giuro, o signori,
disse don Chisciotte, che tali e tante e sì strane cose mi sono avvenute
in questo castello nelle due volte che vi ho alloggiato, che non mi permetto di
rispondere risolutamente sopra quanto qui avviene, persuaso che qui sempre
abbia luogo qualche incantesimo. La prima volta mi ha dato molto che fare un
Moro incantato che vi soggiornava, e la passò assai male anche Sancio
mio fedele seguace; in questa notte medesima poi rimasi appiccato quasi due ore
per questo braccio senza saper come o perché m'incogliesse tanta sventura; e
però sarebbe, a parer mio, troppo rischioso ogni giudizio pronunziato in
mezzo a sì grande confusione di cose. Ho già fatto risposta intorno
al dubbio se questo sia un bacino od un elmo, ma non oso definire se
quest'altro sia bardella o fornimento da cavallo, e rimetto la decisione al
saggio parere delle signorie vostre, ché forse per non esser ascritte alla
cavalleria errante, com'io lo sono, non avranno forza contro le loro persone
gl'incantamenti che predominano nel castello, e potranno giudicare delle cose
come sono realmente, e non già come a me appariscono.”
— Non si può negare,
replicò don Fernando, che il signor don Chisciotte non abbia parlato con
molta saviezza rimettendo in noi la decisione di questo caso; e affinché
ciò proceda colla dovuta regolarità io raccoglierò
segretamente il voto di tutti questi signori, e darò poi chiara e piena
notizia di quanto giudicheranno.”
Tutto ciò dava da ridere a
quelli che conoscevano l'umore di don Chisciotte; ma chi non n'era informato
sembrava che tutto fosse una vera pazzia, ed erano specialmente di questo
avviso don Luigi e i quattro suoi servitori, non meno che gli altri tre
passeggieri giunti per caso a quell'osteria, e che avevano ciera da sgherri di
campagna, come erano in fatto. Quegli che più d'ogni altro ne
trasecolava, era il nuovo barbiere, il quale vedeva d'innanzi ai suoi occhi
trasformato il suo bacino nell'elmo di Mambrino, e pensava che in ricchi
fornimenti da cavallo avesse poi a cambiarsi anche la sua bardella. Tutti
facevano grande schiamazzo nel vedere in qual modo si andavano da don Fernando
raccogliendo le voci dall'uno e dall'altro parlando loro all'orecchio affinché
dichiarassero se fosse bardella o fornimento da cavallo quella gioia che aveva
occasionata una sì tumultuosa discussione. Raccolti da lui i voti di
coloro che conoscevano don Chisciotte, disse ad alta voce:
— Il fatto sta, mio galantuomo, che
io sono annoiato di raccogliere tanti pareri mentre ad ogni dimanda ch'io
faccio mi si risponde essere uno sproposito l'asserire che questa sia bardella
di giumento piuttosto che fornimento da cavallo, e di cavallo di razza; e
però dovete avere pazienza, perché a dispetto di voi, e del vostro
asino, questo è fornimento da cavallo e non è bardella, e voi per
parte vostra adduceste prove assai deboli a sostegno della vostra opinione.
— Dio non mi faccia salvo,
disse il barbiere, se tutte le signorie vostre riveritissime non s'ingannano, e
così comparisca l'anima mia al tribunale di Dio, come questa è
bardella e non fornimento da cavallo; ma così vanno le leggi; come... e
non dico di più; né sono già briaco, ma digiuno ancora, se pur
non m'avviene pei miei peccati.”
Non movevano meno alle risa
l'insistenza del barbiere che gli spropositi di don Chisciotte, il quale disse
a tal punto:
— Altro non resta da fare se non che
ognuno si prenda ciò che è suo, e a chi Dio l'ha data san Pietro
la benedica.” Uno de' quattro servitori di don Luigi, soggiunse: — A meno che
questa non sia burla già ordita, io non mi darò a credere mai che
uomini di sì retto discernimento, come sembrano essere quelli che qui si
trovano, abbiano cuore di sostenere che questo non è bacino; e quella
non è bardella; ma poiché veggo che si ostinano in affermarlo, mi
persuado che sotto ci covi qualche arcano, perché al corpo di... (e fu quasi
per bestemmiare) non vi sarà al mondo chi mi dia ad intendere che questo
non sia bacino da barbiere e questa non sia bardella da asino. — Potrebbe anche
darsi, disse il curato, che fosse da asina. — Tanto fa, il servitore soggiunse,
che in questo non istà l'essenza del fatto, ma sibbene che sia o no
bardella, come le signorie vostre sostengono.”
Udendo questo uno degli sgherri di campagna,
ch'era allora entrato ed avea inteso il tenore della controversia, pieno di
rabbia e di stizza, perché venuta eragli la noia, si fece a dire: — Tanto
è questa bardella, quanto mio padre; e chi dice o ha detto diversamente
dev'essere briaco. — Menti come villano infame, rispose don Chisciotte, ed
alzando il lancione, che non si lasciava mai uscire di mano, gli misurò
un colpo sì giusto sopra la testa, che se lo sgherro non se ne fosse
schermito, sarebbe morto disteso. Il lancione dando in terra si ruppe in pezzi
e gli altri sgherri che videro maltrattare il loro compagno, levaron la voce
domandando che tutti dessero mano alla Santa Hermandada. L'oste, ch'era pure
della consorteria, si affrettò a dar di piglio all'archibuso e alla
spada, e si pose dal lato dei suoi compagni; i servitori di don Luigi tolsero
in mezzo il loro padrone perché in tanto scompiglio non iscappasse; il barbiere
vedendo che la casa era sossopra, afferrò la sua bardella, e Sancio fece
il medesimo; don Chisciotte impugnata la spada, attaccò allora la
sbirraglia. Don Luigi intimava ai suoi servi che lo lasciassero che voleva
accorrere alla difesa di don Chisciotte; Cardenio e Fernando si eran uniti per
sostenerlo nella zuffa; il curato strillava; strillava l'ostessa; sua figlia
affliggevasi; Maritorna piangeva; Dorotea era confusa; Lucinda era attonita;
donna Chiara sbigottita. Il barbiere bastonava Sancio, e questi dava al
barbiere un perfetto ricambio. Don Luigi colpì con un pugno sì
forte uno dei suoi servidori che gli fece uscire il sangue di bocca, perché
aveva ardito pigliarlo per un braccio affinché non fuggisse; il giudice lo
difendeva; don Fernando calcava coi piedi uno sgherro e calpestavalo alla
peggio; l'oste tornava a rinforzare le grida domandando che fosse aiutata la Santa
Hermandada. Tutto era confusione nell'osteria, né altro vi dominava che pianti,
strida, schiamazzi, rimescolamenti, paure, disgrazie, coltellate, sorgozzoni,
bastonate, calci e spargimenti di sangue. In mezzo a questo caos ed a questa
confusione di tante cose, don Chisciotte si risovvenne della discordia
universale seguita nel campo di Agramante, e quindi si fece a dire con un tuono
di voce per cui ne rimbombò l'osteria tutta:
— Ognuno si fermi; si rimettano tutte
le spade nel fodero; tutti si acchetino, e mi ascoltino tutti quanti hanno cara
la propria vita.”
A questa voce terribile tutti
arrestaronsi, ed egli proseguì a dire:
— Non vel diss'io, già, o miei
signori, che questo castello è incantato, e che senza dubbio qualche
legione di demonî vi fa soggiorno? Bramo che vediate coi vostri propri occhi in
prova del mio detto com'è venuta e trapiantata fra noi la Discordia che
un tempo sconvolse il campo di Agramante; osservate, o signori, in qual modo
qua si combatte per lo brando, là per lo cavallo, colà per
l'aquila, costà per l'elmo; e tutti pugniamo e nessuno sa quello che si
faccia. Orsù vengano le signorie vostre, signor giudice e signor curato:
faccia l'uno la parte del re Agramante e l'altro quella del re Sobrino; e
attengano di rappacificarci: perché viva Dio, è pure una grande
ribalderia che tanta gente di sì alta portata come noi siamo, si
ammazzino per cause tanto frivole.”
Gli sgherri che non capivano le frasi
di don Chisciotte, e si trovavano malconci da don Fernando, da Cardenio e dai
compagni loro, non voleano darsi pace; il barbiere avrebbe voluto finirla,
perché nella zuffa si era guasta tutta la barba e la bardella; Sancio come leal
servidore, obbedì alla voce del suo padrone; si acchetarono pure i
quattro servi di don Luigi vedendo che loro tornava conto di così fare,
e l'oste solo andava susurrando, che dovessero castigarsi le insolenze di quel
matto, il quale ad ogni tanto metteva in iscompiglio tutta la sua osteria.
Finalmente lo strepito cessò; la bardella restò per sella da cavallo
sino al giorno del giudizio, il bacino per elmo, e l'osteria per castello nella
immaginazione di don Chisciotte.
Rimessa la tranquillità negli
animi, e fattisi tutti amici a persuasione del curato e del giudice, tornarono
i servi di don Luigi ad insistere che se n'andasse con loro. Frattanto il
giudice si consigliò col curato, con don Fernando e con Cardenio intorno
al partito che dovesse prendere nella sua difficile circostanza, informandoli
di quanto era passato fra lui e don Luigi. In fine accordaronsi nel dire che
don Fernando si facesse conoscere dai servi di don Luigi, e loro significasse
di avere deciso che il giovane si recasse con lui nell'Andalusia, dove avrebbe
trovato, presso il marchese suo fratello, quell'accoglienza che dovuta era al suo
merito ed alla sua condizione; poiché si vedeva il giovinetto disposto a
lasciarsi mettere in pezzi piuttosto che tornarsene in quel modo e in
quell'abito in casa del padre. Riconosciuta la nobiltà di don Fernando
dai quattro servi ed intesa la volontà di don Luigi, stabilirono che tre
di loro portassero a suo padre la nuova dell'avvenuto, e che restasse l'altro
al servizio senza mai allontanarsene, fino a tanto che venissero altre
disposizioni rispetto a lui.
A questo modo si assopì
quell'incendio per l'autorità del re Agramante e per la prudenza del re
Sobrino: ma vedendosi il nemico della concordia e l'odiatore della pace
sprezzato e deriso, e che poco frutto acquistato avesse nel porre tutti in
sì confuso laberinto, imprese di tentare altri scompigli, suscitando di
bel nuovo quistioni e inquietudini. Si acchetarono gli sgherri per avere
conosciuto la qualità delle persone colle quali erano venuti a contesa,
e si ritirarono dalla zuffa immaginando benissimo che qualunque fosse stato il
successo ne andavano eglino a perdere. Uno di costoro per altro (e fu quello
macinato e pesto da don Fernando) si risovvenne che fra gli ordini che seco
recava, uno ne aveva per don Chisciotte, contro cui il tribunale avea decretato
l'arresto per la libertà ch'egli avea data ai galeotti: disgrazia
già preveduta da Sancio.
Con questo pensiero, volle lo sgherro
rendersi prima certo se i contrassegni rispondevano alla figura di don
Chisciotte; e tratta fuori una pergamena trovò tutto quello ch'egli
andava cercando. Misesi a leggere adagio (come inesperto lettore), e ad ogni
parola guardava don Chisciotte, confrontando i segni del mandato con lui
stesso; e accertatosi ch'egli era veramente quel desso, tenendo tutt'ora nella
sinistra l'ordine dell'arresto, con la dritta pigliò don Chisciotte pel
collare sì fortemente che non poteva nemmeno tirare il fiato, e
gridò: “Date mano alla Santa Hermandada; e perché si conosca la
ragionevolezza del fatto, si legga quest'ordine, e si vegga che contiene la
commissione di legare questo assassino da strada.” Il curato lesse l'ordine: e
vide esser vero quanto lo sgherro asseriva.
Ma il cavaliere errante vedendosi
maltrattato a sì crudel modo da quel villano malandrino, raccolse quante
forze poté mai avere, strinse con ambe le mani lo sgherro per la gola sì
fortemente che avrebbe perduta la vita s'altri non accorreva in suo aiuto.
L'oste che doveva per necessità unirsi al partito della sbirraglia,
accorse ad aiutarla; l'ostessa, che vide il marito involto in una zuffa,
tornò a gridare, e così fece Maritorna e la figliuola, chiedendo
mercede al cielo ed agli astanti. Sancio vedendo quello che accadeva, disse:
“Viva Dio, ch'è vero quanto si va dicendo dal mio padrone circa
l'incantesimi di questo castello, non essendo possibile di vivervi un'ora sola
in quiete.”
Don Fernando allontanò lo
sgherro da don Chisciotte, e con piacere di entrambi sviticchiò loro le
mani, colle quali si erano così fieramente abbrancati. Ad onta di tutto
ciò insisteva la sbirraglia a voler prigione il colpevole, e lo
domandarono ad alta voce, così esigendo il servigio del re e della
giustizia, contro quel ladro ed assassino di strada. Don Chisciotte si mise a
rider nel sentirsi così chiamare, e con molta gravità, disse
loro:
— Ascoltate, gentaglia vile e
malnata: chiamate voi dunque assaltare alla strada il donare la libertà
a uomini incatenati, il lasciar andare i prigioni, il soccorrere i miserabili,
il rizzare i caduti, il dare aiuto ai bisognosi? Oh gente infame e degna per lo
basso e vile vostro intendimento che il Cielo non vi renda mai capaci di
conoscere il valore che in sé racchiude l'errante cavalleria, né vi faccia mai
aprir gli occhi sull'errore e sulla ignoranza in cui siete mancando del
rispetto che pur dovreste alla presenza, anzi pure all'ombra di qualsivoglia cavaliere
errante! Ditemi, ladroni in quadriglia, e non già sgherri ma assassini
da strada (con permissione del tribunale) ditemi: chi fu quell'ignorante che
sottoscrisse l'ordine di arresto contro un cavaliere della mia portata? e non
seppe che i cavalieri erranti vanno esenti da ogni procedura giudiziale, e che
la loro legge è la spada, il tribunale il loro ardimento e le
prammatiche del foro la loro volontà? Chi fu il mentecatto, ripeto, cui
non sia noto che nessuna nobiltà di cittadino è fornita di tante
preminenze ed esenzioni quanto ne gode quella acquistata da ogni cavaliere
errante nel giorno in cui si arma cavaliere e si dedica al duro esercizio della
cavalleria? Quando mai in fatti è avvenuto che un cavaliere errante
pagasse dazio, gabella, tassa, porto o tragitto? o polizza al sarto? o scotto
al padrone del castello dov'egli alloggiasse? qual re si rifiutò mai di
averlo seco alla mensa? Quale si è quella donzella che non siasi
affezionata a lui? e finalmente qual cavaliere errante fu, è, o
sarà mai al mondo cui manchi l'animo per dare egli solo quattrocento
bastonate a quattrocento sgherri cui saltasse in capo di offenderlo?
Tali cose dicea don Chisciotte; e il
curato frattanto attendeva a persuadere la sbirraglia ch'egli era un vero
pazzo, di che ne erano prove le opere e le parole; e che in conseguenza
desistessero dalla impresa, perché se pure lo avessero arrestato, bisognava poi
rimetterlo in libertà a titolo di pazzia. Ma colui che teneva l'ordine
dell'arresto, rispose che non erano eglino i giudici competenti della pazzia di
don Chisciotte, e ch'era suo preciso dovere di eseguire i comandi dei superiori
arrestandolo; salvo poi a chi spetta, di rimetterlo in libertà.
— Va bene tutto questo, rispose il
curato ma ora nol dovete arrestare, né si lascerà egli prendere per
quanto lo creda. In sostanza tanto seppe dire il curato, e tante pazzie fece
don Chisciotte che sarebbero stati più di lui pazzi gli sgherri a non
valutare le sue follie. In conseguenza credettero miglior consiglio di rappacificarsi
con lui, e di farsi eziandio mediatori della pace fra il barbiere e Sancio
Pancia, che stavano tuttavia in accanita baruffa. Gli sgherri dunque, come
membri della giustizia, composero la lite all'amichevole per modo che ognuna
delle parti ne rimase se non contenta, soddisfatta in parte almeno, ordinando
che si cambiassero le bardelle e non le cinghie né le cavezze; quanto poi
all'elmo di Mambrino, il curato sottomano e senza che don Chisciotte se ne
avvedesse, diede al barbiere otto reali, e n'ebbe la ricevuta colle solite
dichiarazioni a reciproca ed eterna cauzione.
Posto fine in tal modo a queste
risse, ch'erano le più importanti e principali, restava che i servitori
di don Luigi si persuadessero di partire in tre, restando il quarto in
compagnia di don Fernando dovunque gli fosse piaciuto di condurlo. Ma la
fortuna che avea cominciato a volger propizia, si mostrò a tal punto
molto benigna; perché aderirono i servitori a tutto ciò che bramava don
Luigi, di che n'ebbe donna Chiara sì gran giubilo che le traspariva dal
volto in modo da essere conosciuto da ognuno. Zoraida tuttoché non comprendesse
ancora bene gli avvenimenti, si rattristava e si rallegrava secondo gl'indizi
degli altri sembianti, e sopra tutto quello del suo Spagnuolo, dal quale non
distaccava mai gli occhi, perché lo teneva fitto nel cuore. L'oste che aveva
notata molto la ricompensa data dal curato al barbiere, domandò il
pagamento della sua polizza per l'alloggio di don Chisciotte, e per la rottura
degli otri in un colla perdita del vino, giurando che Ronzinante non sarebbe
uscito dall'osteria e neppure l'asino di Sancio se prima non foss'egli restato
soddisfatto interamente di ogni suo avere. Il curato trovò ripiego ad
ogni cosa, e don Fernando pagò l'oste, benché anche il giudice si fosse
di buon volere a ciò offerto.
A questo modo tutti restarono in pace, e così d'accordo
che non pareva più che in quell'osteria avesse signoreggiato la
discordia che sovvertì il campo del re Agramante, com'erasi cacciato in
testa don Chisciotte, ma sì bene la pace e la quiete che regnò ai
tempi di Ottaviano Augusto. Di tutto il successo fu universale opinione che si
dovesse ringraziare il buon animo e la molta eloquenza del curato, non meno che
la liberalità incomparabile di don Fernando.
CAPITOLO XLV
DELLA MANIERA STRAVAGANTE CON CUI FU INCANTATO DON CHISCIOTTE
DELLA MANCIA
CON ALTRI CELEBRI AVVENIMENTI.
Trovandosi don Chisciotte sbarazzato da tanti
litigi, siccome pure lo scudiere de' suoi, trovò ben fatto di proseguire
l'incominciato suo viaggio, per metter fine alla grande avventura a cui era
stato prescelto. Si pose dunque ginocchioni dinanzi a Dorotea, la quale non gli
permise che proferisse parola sino a tanto che non si fosse rizzato in piedi;
ed egli per obbedirla si alzò e le disse:
— È comune proverbio, o bella signora, che
la diligenza scaccia la mala ventura, ed in molti e gravi affari mostrò
la sperienza che la sollecitudine del negoziante guida a buon termine il piato
dubbioso. Non può aversi maggior prova di questa verità quanto in
fatto di guerra, dove la straordinaria celerità previene i disegni
dell'inimico, ed accelera la vittoria prima che la parte avversaria si acconci
alla difesa. Tutto ciò io metto nella vostra considerazione, alta e
preziosa signora, perché sembrami che la nostra dimora in questo castello sia
infruttuosa e potrebbe diventare di tanto pregiudizio da accorgercene pur
troppo coll'andare del tempo; imperocché chi sa mai se per occulti e diligenti
esploratori non abbia risaputo il gigante vostro nimico ch'io vado a distruggerlo,
ed usando del benefizio del tempo non voglia munirsi in qualche inespugnabile
castello o fortezza contro cui non potesse avere consueta efficacia la mia
avvedutezza, né la forza dell'infaticabile mio braccio? Perciò, mia
signora, prevenghiamo, come vi ho detto, colla nostra diligenza i disegni suoi,
e senz'altro ripigliamo il cammino, perché il vedervi restituita nella pristina
grandezza non da altro dipende che dal venire presto a cimento col vostro
nimico.”
Tacque don Chisciotte, ed attese con molta
gravità la risposta della bella infanta, la quale con garbo signorile e
adattato allo stile di don Chisciotte, gli rispose in questa guisa:
— Aggradisco, signor cavaliere, il desiderio che
dimostrate di proteggermi nella mia grande sciagura, appunto come cavaliere
dedicatosi a proteggere gli orfani e i bisognosi. Voglia il Cielo che il mio e
il vostro desiderio si compiano perché abbiate occasione di conoscere che al
mondo vivono donne che sanno riconoscere i benefizi. Quanto poi alla mia
partenza segua pure all'istante; io non ho altro volere che il vostro;
disponete di me liberamente e come vi piace, mentre quella che una volta
affidò a voi la difesa di sua persona, ed ha rimesso nelle vostre mani
il riacquisto del proprio impero, non dee farsi lecito di contrastare a
ciò che dalla prudenza vostra venga disposto.
— Or bene, disse don Chisciotte,
poiché una tanta signora sì fattamente con me si umilia, io non voglio
perdere l'occasione di rialzarla a sedere una volta sull'ereditario suo trono.
Si vada tosto, ché il desiderio m'è di sprone al cammino, solendosi
dire: che l'indugio talvolta partorisce pericolo. E giacché non fu creato
ancora dal Cielo, né vide tuttavia l'inferno chi mi spaventi o mi renda
codardo, metti, o Sancio, la sella a Ronzinante, allestisci il tuo giumento e
il palaferno della regina, togliamo licenza dal castellano, e da questi
signori, e partiamoci immediatamente.”
Sancio che tutto ascoltava, disse, dimenando la
testa:
— Ah signore, signore v'è più male
nel villaggio che il pastore non pensa, con sopportazione delle donne dabbene.
— Che male, disse don Chisciotte, o che villaggio
o pastore vai tu rimestando, villan manigoldo?
— Se vossignoria va in collera, rispose Sancio,
io metterò la lingua nel sacco, e lascerò di dire quello a cui
sono obbligato come buon scudiere, e come deve spiegarsi col suo padrone un
leal servitore.
— Di' pur ciò che vuoi, replicò don
Chisciotte, purché non ti metta in capo d'incutermi timore; ché se tu l'hai,
diportati da quello che sei, ed io che non l'ho mi regolo da mio pari.
— Non è già per questo, poveraccio
di me! disse Sancio; ma perché io tengo per cosa sicura che questa signora che
si chiama regina del gran regno Micomicone tanto sia regina come la madre che
mi ha fatto: perché se tal fosse davvero non si affratellerebbe con queste
persone in maniera che certo non si conviene ad una grande costumata signora.”
Arrossì Dorotea a queste parole,
ricordandosi che Sancio l'avea veduta a stretto colloquio con don Fernando, di
cui egli non sapeva ch'essa era sposa: però non trovando ella opportuna
risposta, egli proseguì il suo discorso dicendo:
— Questo, signor padrone, le dico; perché se dopo
aver fatto viaggi lunghi e pericolosi, e passato male notti e peggiori giorni,
dovessimo cogliere il frutto che abbiamo già colto in quest'osteria, non
c'è ragione alcuna che io mi affretti a insellare Ronzinante, a mettere
la bardella al giumento e ad allestire il palafreno; e sarebbe più savio
partito non muoverci di qua; e porti pazienza chi ha bisogno del nostro aiuto.”
Non è possibile descrivere la bile da cui fu preso don Chisciotte per le
temerarie espressioni del suo scudiere; fu sì grande che con voce
soffocata e interrotta, schizzando vivo foco dagli occhi, disse:
— Ah villanaccio, furfante, animale senza
ragione, idiota, insolente, temerario, mormoratore, audace, così osi
parlare in presenza mia di tante inclite dame, e nella tua confusa testa hai
osato di concepire tali inverecondie e indegnità in loro aggravio?
Togliti al mio cospetto, mostro di natura, depositario di menzogne, ricettacolo
di cabale, granaio di furfanterie, inventore di malvagità, pubblicatore
d'infamie, nimico del rispetto dovuto alle reali persone: vattene e non
comparire mai più al mio cospetto sotto pena della mia indignazione.”
Detto questo inarcò le ciglia,
gonfiò le guance, guardò di ogni intorno e diede col piè
destro un colpo in terra, segni tutti dell'ira che lo rodeva nel cuore. A tali
furiose parole e spaventevoli gesti Sancio rimase sì attonito ed
impaurito che avrebbe voluto che la terra se gli aprisse di sotto ai piedi e lo
avesse inghiottito vivo; né seppe altro fare, che volger le spalle e togliersi
dinanzi all'irata faccia del suo padrone. L'accorta Dorotea, la quale conoscea
a fondo l'umore di don Chisciotte, per ammorzare tanta collera così si
fece a dirgli:
— Non arrovellate, signor cavaliere dalla Trista
Figura, per le scimunitaggini proferite dal vostro buono scudiere, mentre
fors'egli non le ha dette senza fondamento; oltre di che il suo retto giudizio
e la sua religiosa coscienza tolgono qualunque sospetto di malvagia intenzione.
Si dee credere senza mover dubbio alcuno che in questo castello (a quanto
signor cavaliere, ne dite) tutto avvenga e proceda per via d'incantesimi; e
potrebbe darsi che Sancio per arte diabolica avesse veduto quanto asserì
a detrimento della mia buona fama.
— Giuro per tutte le potenze del Cielo e per la
vita di Dulcinea, rispose don Chisciotte, che la grandezza vostra ha dato
proprio nel segno, e che qualche maligna visione si affacciò a quel
poveraccio di Sancio, e gli fece scorgere ciò che sarebbe stato
impossibile che fosse da lui veduto senz'opera d'incantesimo; mentre io sono
pienamente convinto della bontà e semplicità di questo
disgraziato, e non ho bisogno della testimonianza di alcuno.
— La cosa passa appunto così; e
così sarà eziandio in avvenire, disse don Fernando; e dee
perciò la signoria vostra, signor don Chisciotte perdonargli e
ricondurlo al grembo della sua buona grazia sicut erat in principio, e
prima che le fantasime lo facessero uscir di cervello.” Rispose don Chisciotte
che gli perdonava. Allora il curato gli ricondusse Sancio, il quale gli venne
in atto di somma umiltà, e inginocchiatosi, prese la mano al suo padrone
che gliela porse, e dopo essersela lasciata baciare gl'impartì la
benedizione, e gli disse:
— Ora finirai di convincerti, Sancio figliuolo,
esser vero quanto altre volte ti ho detto, cioè che le cose tutte che
passano in questo castello seguono solo per incanto.
— Così crederò, rispose Sancio, eccettuato
però l'affare dello sbalzamento della coperta ch'è succeduto per
le vie ordinarie.
— Non crederlo, rispose don Chisciotte, perché,
se così fosse stato, io ti avrei vendicato allora e lo farei adesso di
bel nuovo; ma né il potei né lo posso non sapendo verso cui esercitare la
vendetta dell'offesa che hai patita.”
Bramarono tutti di venire al fatto della coperta,
e l'oste raccontò loro punto per punto il volo di Sancio Pancia. Ognuno
scoppiava dalle risa, e Sancio intanto s'irritava talmente, che gli sarebbe
venuta un'altra volta la mosca sul naso, se non fosse stato nuovamente
assicurato dal suo padrone che tutto era seguito per incantesimo. Con tutto
ciò l'imbecillità di Sancio non giunse mai a tale di persuadersi
che ciò fosse vero; ma ritenne per invariabile e pura verità di
essere stato sbalzato in aria per opera d'uomini in carne e in ossa, e non già
per sognate od immaginate fantasime, come il suo padrone credeva e affermava.
Erano già scorsi due giorni che la
illustre comitiva alloggiava nell'osteria; e parendo che fosse ormai tempo di
partirsene, pensarono come senza obbligar Dorotea e don Fernando ad accompagnar
don Chisciotte alla sua terra nativa per seguitare l'invenzione di liberare la
regina Micomicona, potessero il curato e il barbiere venire a capo di guarirlo
dalle sue pazzie. Il modo concertato fu questo: un carradore di buoi, il quale
si abbatté per sorte a passar per quella strada, fu da essi accordato perché lo
conducesse seco, e acconciarono di vincastri commessi a griglia una specie di
gabbia capace di contenervi agiatamente don Chisciotte.
Fatto ciò don Fernando e i suoi compagni e
i servitori di don Luigi e la sbirraglia e l'oste, tutti di commissione e per
consiglio del curato si coprirono la faccia, trasfigurandosi chi in uno e chi
in altro modo, sicché don Chisciotte dovesse crederli gente diversa da quella
veduta fino allora nel supposto castello. Tutti entrarono poi con alto silenzio
dove egli stava dormendo; e gli si accostarono mentre egli non sospettando in
verun modo ciò ch'era per accadergli, tranquillamente sognava. Lo
ghermirono, e gli legarono strettamente le mani e i piedi con tanta celerità
che quando si svegliò già gli era impossibile il moversi; ma
rimase attonito e fuori di sé nel vedersi dinanzi figure così insolite e
strane.
Cadde tosto dove la stravolta sua fantasia lo
portava, e credette che tutte quelle figure fossero fantasime abitatrici di
quel castello, e ch'egli se ne stesse senza verun dubbio incantato, né potesse
mutare di sito, né difendersi: il tutto per lo appunto seguì come avea
pensato che dovesse succedere il curato macchinatore di quel complotto. Il solo
Sancio, tra tutti quelli ch'erano presenti, restava perfettamente in cervello e
nello stato di prima; e benché poco gli mancasse per cadere nella
infermità del suo padrone, pure conobbe chiaramente chi erano quelle
contraffatte figure, ma non osò di aprir bocca, finché veduto non avesse
dove andava a finir quell'assalto e quella prigionia del padrone. Questi non
moveva sillaba aspettando l'esito della sua disgrazia; il quale fu questo, che
recata ivi la gabbia ve lo rinchiusero dentro, e vi conficcarono dei legni
sì fortemente che non li avrebbe mai potuti spezzare. Lo portarono sopra
le spalle, e nell'uscire dalla stanza si udì una voce spaventosa che
facea gran rimbombo, ed era mandata fuori dal barbiere, non già quello
della bardella, ma l'altro; diceva:
— O cavaliere dalla Trista Figura, non ti
rincresca di andare così prigioniero, che ciò è necessario
perché abbia un più sollecito fine l'avventura in cui ti ha posto il tuo
sommo valore. Questa avrà termine quando il furibondo Leone mancego con
la candida Colomba tobosina si uniranno insieme, ed avranno le loro alte
cervice umiliate sotto il blando giogo matrimoniale; e da questo inaudito
consorzio usciranno alla luce del mondo i bravi leoncini che imiteranno gli
artigli sbranatori del valoroso genitore. Avverrà tutto questo prima che
il seguace della fuggitiva ninfa compia due volte il giro delle rilucenti
immagini col rapido e naturale suo corso. E tu, il più nobile e
obbediente scudiere che cingesse mai spada, o avesse barba al mento ed olfato
al naso, non atterrirti, né ti dolere se vedi esserti così tolto dinanzi
il fiore della errante cavalleria; presto, se al fabbricatore dell'universo sia
grado, ti vedrai sublimato a tanta altezza che non conoscerai più te
medesimo, e non riusciranno vane le promesse che ti fece il tuo padrone. Da
parte della maga Mentironiana ti assicuro che sarai pagato del tuo salario, e
ciò vedrai in effetto; ma seguita intanto le pedate del valoroso e
incantato cavaliere perché conviene che tu vada al posto dove ambedue dovete
trovarvi. Restatevene, addio; io torno nella mia cupa caverna.”
Nell'annunziare la profezia il barbiere alzava
più che mai la voce, e andava poscia diminuendola con sì tenero
accento che quelli pure che erano a parte della burla poco mancava che non
credessero essere vero quanto ascoltavano. Le udite parole racconsolarono don
Chisciotte il quale ne comprese a puntino tutto il significato, e specialmente
la promessa che gli era fatta di unirsi in santo e debito matrimonio con
l'amata sua Dulcinea del Toboso, dal cui grembo fortunato sarebbero usciti i
leoncini, i quali sarebbero stati figliuoli per eterna e perpetua gloria della
provincia della Mancia. Tenendo ciò per infallibile diede un grido,
mandò un lungo sospiro, e disse:
— O qualunque ti sia, che sì gran bene,
hai pronosticato, procurami, te ne prego, dal savio incantatore che regge i
miei destini la grazia che non mi lasci perire in questa prigione dove ora mi
rinserrano sino a tanto che io non vegga compite sì liete e tanto
incomparabili ed alte promesse, quante sono quelle che mi vengono fatte. Se a
tal favore ei discende io mi ascriverò a gloria la pena di questo
carcere, e a dolce alleggiamento le catene che mi tengono avvinto; né
già terrò per duro campo di battaglia il letto sul quale ora mi
trovo steso, ma piuttosto per soffice origliere e per talamo avventuroso. Per
quanto appartiene al conforto di Sancio Pancia mio scudiere, confido nella
bontà e nel suo onesto procedere, che non mi abbandonerà negli
eventi di prospera o rea fortuna. Accadendo che o per sua o per mia mala sorte
non gli potessi donare l'isola che gli ho promesso, o fargli altro equivalente
benefizio, non avrà egli mai ad esser frodato del suo salario, avendo io
già ordinata nel mio testamento la sua mercede, se non conforme ai suoi
molti e leali servigi, in proporzione almeno alla mia facoltà.”
Sancio
Pancia s'inginocchiò e gli baciò a capo chino le mani: né avrebbe
potuto baciargliene una sola; poiché ambedue erano strettamente legate insieme.
Le fantasime alzarono di peso la gabbia, la trasportarono e la accomodarono
sopra il carro.
CAPITOLO XLVI
ANCORA DELLA STRAVAGANTE MANIERA CON CUI FU INCANTATO DON
CHISCIOTTE.
“Lessi già, disse don Chisciotte, quando
si vide ingabbiato a quel modo e messo sopra il carro, molte e gravi istorie di
cavalieri erranti, ma non ho letto, né veduto, né udito mai che sieno stati in
tal guisa condotti gli incantati cavalieri, né colla lentezza propria di questi
infingardi e melensi animali. Furono sempre portati per aria con incredibile
rapidità, rinchiusi in qualche nube oscura o di color cinerognolo,
ovvero sopra qualche carro, ippogrifo od altro simigliante animale. Non posso
intendere com'io abbia a vedermi trascinato adesso da un carro tirato da buoi:
ma chi sa che la cavalleria e gli incanti dei nostri tempi non abbiano preso
una piega diversa da quelli degli antichi! Potrebbe anche darsi che essendo io,
come lo sono, nuovo cavaliere nel mondo ed il primo che ha risuscitato
l'esercizio già disusato della errante cavalleria, siensi per la stessa
ragione inventati nuovi generi di incantesimi e nuove forme di condurre gli
incanti: che te ne sembra, Sancio, figliuolo?
— Non saprei che rispondere, disse Sancio, perché
non so un'acca delle scritture cavalleresche; per altro ardirei affermare e
giurare ancora che tutte le visioni alle quali noi andiamo incontro non sono
pienamente cattoliche.
— Altro che cattoliche, che Iddio ci aiuti,
rispose don Chisciotte! Come possono esserlo mai se non si tratta che di
demoni, i quali hanno pigliati corpi fantastici per operare siffatte
stravaganze e guidarmi a sì deplorevole situazione? E se tu voi
conoscere in fatto una tale verità, toccali, palpali, e vedrai che non
hanno corpo se non se d'aria, e non sono che mere apparenze.
— Viva Dio, replicò Sancio, io li ho
toccati, o signore, e questo diavolo qui, il quale cammina con tanta prestezza,
ha una carne soda come una pietra; e in questo ancora è differente da
quello che ho inteso dire dei diavoli, perché io so che essi puzzano di zolfo e
di altri pessimi odori, ma costui dà una eccellente fragranza d'ambra,
che si sente mezza lega lontano.” Sancio indicava così don Fernando; il
quale, come dilicato signore, solea mantenersi olezzante della persona.
— Non farne punto le maraviglie, amico Sancio,
rispose don Chisciotte, perché ti assicuro che anche i diavoli tengono dei
profumi, e ne sogliono portare seco; ma non possono tramandarli a noi per
essere spiriti: o se pure ne tramandano, non sono mai grati, ma fetidi e
puzzolenti; e la ragione si è perché portano seco l'inferno dovunque
vanno, e non debbono trovar mai sollievo di sorta alcuna dai loro tormenti;
laonde, poiché il grato olezzo è una cosa che soddisfa e diletta, non
è possibile mai che ne sieno in possesso: e se pare a te, come dici, che
questo demonio odori di ambra, o tu certamente t'inganni o egli vuole
ingannarti affinché tu nol tenga per un demonio.”
Passarono tutti questi colloqui tra padrone e
servitore; e temendo don Fernando e Cardenio che Sancio non colpisse nel segno
rispetto alla loro invenzione, di cui lo vedevano già entrato in
sospetto, determinarono di affrettare la partenza. Chiamando perciò a
parte l'oste, gl'imposero che insellasse Ronzinante e mettesse la bardella al
giumento di Sancio, il che egli tosto eseguì. Aveva frattanto il curato
patteggiato cogli sgherri perché accompagnassero don Chisciotte sino alla sua
terra, contribuendo loro un tanto per giorno. Cardenio attaccò da un
lato dell'arcione della sella di Ronzinante la targa e dall'altro il bacino,
poi con cenni comandò a Sancio che montasse sul suo asino, e che
prendesse Ronzinante per la briglia, e collocò ai due lati del carro due
sgherri coi loro archibusi. Prima che il carro si movesse uscirono fuori
l'ostessa, sua figlia e Maritorna, per prender licenza da don Chisciotte,
fingendo di piangere per compassione della sua disgrazia. Egli disse loro:
— Non piangete, no, mie buone signore, che tutte
queste avversità sono così consuete alla professione ch'io
esercito: e se non mi accadessero tante traversie non porterei il vanto di
famoso cavaliere errante, perché ai cavalieri di poco conto e di poca
celebrità non avvengono di simiglianti sciagure, non essendovi al mondo
chi mai li rammenti: sono riservate ai valorosi, come a coloro che sono
invidiati da molti principi e da tanti cavalieri che tentano nuocere ai
meritevoli con i mezzi più indiretti e maligni. La virtù sola
è ad onta di ciò sì possente che da per sé, e a dispetto
di quanta negromanzia fosse mai saputa dal suo primo inventore Zoroastro sino a
noi, riuscirà salva da ogni pericolo, e darà di sé così
chiara luce al mondo come la dà il sole al cielo. Perdonatemi, belle
dame, se per qualche mia trascuraggine vi avessi apportato dispiacere; che di animo
deliberato non so di averne mai fatto alcuno; e pregate Dio che uscire mi
faccia da questa prigione, dove mi ha posto un qualche incantatore perverso. Se
un giorno n'escirò libero non mi fuggiranno giammai dalla memoria i
favori da voi ricevuti in questo castello, e vi mostrerò la mia
gratitudine col servirvi e ricompensarvi come meritate.”
Nel tempo che le supposte dame del castello
conversavano con don Chisciotte, il curato e il barbiere si accommiatarono da
don Fernando e dai compagni suoi, dal capitano, da suo fratello e da tutte
quelle contente signore, e specialmente da Dorotea e da Lucinda; e si
abbracciarono tutti promettendosi a vicenda di darsi notizie dei loro successi.
Don Fernando indicò al curato dove potesse scrivergli per informarlo
come la sarebbe finita in riguardo a don Chisciotte, assicurandolo che gli
sarebbe riuscito graditissimo l'averne le nuove; e ch'egli poi gli avrebbe dato
ragguaglio di tutto ciò che potea soddisfarlo così rispetto al
suo maritaggio, come al battesimo della bella Zoraida, all'affare di don Luigi
ed al ritorno di Lucinda in seno alla sua famiglia. S'impegnò il curato
di eseguire con ogni esattezza quanto gli veniva raccomandato, reiteraronsi gli
abbracciamenti una e più volte: e rinnovaronsi reciprocamente le gentili
offerte. L'oste si accostò al curato, e gli consegnò alcune carte
dicendogli di averle trovate nella fodera del valigiotto dove stava la Novella
del curioso indiscreto, e che non essendo più tornato il suo padrone
a ricuperarle, se le recasse pure con sé, non facendone egli verun caso per non
saperle ben decifrare. Le aggradì il curato, e spiegandole sull'istante
vide che in fronte degli scritti leggevasi: Novella di Ricometto e
Cortadiglio. Immaginando che si trattasse di qualche piacevole storietta,
ed avendo molto gradito l'altra del Curioso indiscreto, suppose che
anche questa lo avrebbe soddisfatto, potendo darsi che fossero state composte
ambedue da un medesimo autore: la tenne dunque custodita, riserbandosi di farne
la lettura a tempo più opportuno.
Montò a cavallo, e così pure il
barbiere suo amico, ambedue involti nei loro pappafichi per non essere
così presto riconosciuti da don Chisciotte. Camminavano dietro il carro
coll'ordine seguente: prima era il carro guidato dal suo carradore; ai due lati
lo accompagnavano gli sgherri, come si è detto, coi loro archibusi:
veniva poi Sancio Pancia sopra il suo asino, tenendo la briglia di Ronzinante;
ed ultimi erano il curato ed il barbiere a cavallo delle loro grandi e poderose
mule colle facce tutte coperte, e con grave e serioso contegno adattandosi al
tardo passo dei buoi. Stava don Chisciotte seduto nella gabbia colle mani
legate, coi piedi distesi ed appoggiato alle grate, sì taciturno e
paziente come se non fosse stato uomo di carne, ma statua di pietra. Con
lentezza e in silenzio viaggiarono per oltre due leghe, finché giunsero ad una
valle che parve al carradore sito opportuno per prendere qualche riposo e
pascere i buoi. Lo disse al curato; ma il barbiere fu di avviso che
seguitassero il cammino ancora alcun poco, sapendo egli che dietro a un
poggetto che scorgevasi poco discosto, vi era altra valle fornita di erba molto
migliore. Fu accolto il consiglio del barbiere, e continuarono il viaggio.
Intanto volgendosi addietro il curato, vide sei o
sette uomini a cavallo bene assettati e vestiti, i quali presto raggiunsero il
convoglio perché marciava colla lentezza dei buoi. Uno di costoro, ch'era un
canonico di Toledo e il padrone di tutti gli altri che lo accompagnavano,
vedendo la ben ordita processione del carro, degli sgherri, di Sancio, di
Ronzinante, del curato, del barbiere, e più di ogni altro, di don
Chisciotte, ingabbiato ed imprigionato, non poté a meno di non domandare che
cosa significasse il condurre un uomo a quel modo; benché si fosse immaginato,
nel vedere la sbirraglia, che dovesse essere colui un qualche facinoroso o
assassino di strada, od altro cattivo soggetto così castigato dalla
Santa Hermandada. Quello tra gli sgherri cui venne fatta la dimanda rispose:
— Signore, neppure noi sappiamo che voglia
significare un tal modo di condurre questo cavaliere, né alcuno meglio di lui
stesso ve lo potrà dire.”
Udì don Chisciotte il discorso, e
soggiunse:
— Di grazia, le signorie vostre, signori
cavalieri, sono elleno versate e perite in materia di errante cavalleria? Se lo
sono io darò lor conto delle mie disgrazie, ma in caso diverso non
perderò il mio tempo in inutili ciarle.” Si erano già avanzati in
questo mentre il curato ed il barbiere (vedendo don Chisciotte in discorso coi
passeggieri) a fine di rispondere eglino in modo che non si scoprisse il loro
artifizio. Il canonico a cui don Chisciotte aveva indirizzato il discorso,
rispose:
— Se ho da dirvi il vero, o fratello, io tengo
più sulle dita i libri della cavalleria delle Sommele di Villapando, e
perciò se questa è la difficoltà che voi potreste avere,
essa è tolta, e parlate.
— Lodato sia Iddio, replicò don
Chisciotte, poiché siete conoscitore di questi affari io bramo, signor
cavaliere, che voi sappiate ch'io me ne vo strascinato in questa gabbia per
invidia e frode d'incantatori maligni, essendo che la virtù è
più perseguitata dai tristi che amata dai buoni. Cavaliere errante sono
io, ma non già di quel novero che non merita che la fama ne renda eterno
il nome per celebrità, ma sì bene di quelli che a dispetto e in
onta dell'invidia medesima e di quanti maghi creò la Persia, bracmani
l'India, ginnosofisti l'Etiopia, ha da collocar il suo nome nel tempio
dell'immortalità perché serva d'esempio e di specchio dei vegnenti secoli
agli erranti cavalieri, e segni loro il cammino per salir all'apice ed alla
gloriosa altezza delle armi.”
Disse il curato a tal punto:
— È vero quanto si espone dal signor don
Chisciotte della Mancia, il quale va incantato sopra questo carro non per
veruna sua colpa, ma bensì per mala intenzione di quelli che odiano la
virtù ed invidiano il merito. Questi è il signor cavaliere dalla
Trista Figura, se l'avete inteso mai a nominare, le cui valorose imprese e
strepitosi fatti resteranno scolpiti in duri bronzi ed eterni marmi, comunque
l'invidia adoperi ogni sua possa per oscurare la sua gloria e la
malignità per tenerla celata.”
Quando il canonico sentì il prigioniero ed
il libero a parlare in tal guisa fu per farsi un segno di croce, né sapea
credere a sé stesso quello che gl'interveniva; e così anche tutti i
compagni. Sancio Pancia, che si era avvicinato, ed avea inteso il discorso, per
aggiungervi le frange, disse:
— Signori, o mi vogliano bene o mi ributtino per
quello che sto per dire, è tutt'uno. Tanto è vero che il signor
don Chisciotte mio padrone sia incantato quanto è vero che la madre di
voi altri abbia me partorito. Egli se ne sta perfettamente in cervello, mangia,
beve e serve ad altre sue bisogne come il resto degli altri uomini, e come
faceva ieri prima che lo ingabbiassero: e se così è perché mai
vogliono farmi credere adesso che egli sia incantato? Ho inteso dire da molti
che gli incantati non mangiano, non dormono, non parlano; ma il mio padrone, se
non viene interrotto, parla più che trenta avvocati.”
Voltandosi poscia verso il curato,
proseguì dicendo: — Ah signor curato, signor curato, cred'ella forse che
io non l'abbia conosciuta? Pensa vossignoria che quantunque io sia cheto non
indovini dove vadano a finire questi nuovi incantesimi? Sappia bene ch'io la
raffiguro per quanto ella si copra bene la faccia, e sappia che io pure la
intendo per quanto si sforzi di avviluppare i suoi imbrogli; in fine, dove
regna la invidia non può vivere la virtù, né dove sta la miseria
può aver luogo la liberalità. Maledetto sia il diavolo, che se
non fosse per colpa di sua riverenza sarebbe a quest'ora il mio padrone ammogliato
colla regina Micomicona, ed io sarei conte per lo meno; che altro non avrei
potuto aspettarmi dalla bontà del mio signore dalla Trista Figura e dal
merito della mia leale servitù. Io comprendo pur bene da tutto questo,
quanto sia vero il proverbio: Che la ruota della fortuna gira più che
una macchina da mulino; e quelli che ieri si trovavano in posto eminente,
oggidì non hanno di che mangiare. Mi duole per i miei figliuoli, mi
duole per la mia moglie, che quando potevano e dovevano sperare di vedermi
ritornare già fatto governatore o viceré di qualche isola o regno, mi
vedranno entrare in casa fatto mozzo di stalla. Tutte queste cose signor curato
mio, non le dico per altro né che per pregare quanto più posso la vostra
Riverenza ch'ella si rechi a coscienza il mal governo che fa di questo mio buon
padrone; e badi bene che Dio Signore nell'altra vita non le dimandi conto della
sua prigionia, e non le imputi a colpa se il mio signor don Chisciotte non
soccorre i bisognosi, e non fa tutto quel bene che farebbe qualora fosse fuori di
questa gabbia.
— Oh bella davvero: disse a questo punto il
barbiere; voi pure, o Sancio, siete dello stesso avviso del vostro padrone?
Viva il cielo che vo' vedendo che bisognerà tenere voi pure incantato al
pari di lui in una gabbia, poiché pizzicate della sua pazzia, e andate
così goffamente immaginando di dover essere governatore di un'isola.
— Io, rispose Sancio, non sono pazzo per nessun
conto, ma galantuomo; e so che il mio padrone potrebbe conquistare tante isole
da non trovare a chi darle; e guardi bene come parla vossignoria, signor
barbiere, perché tutto non consiste al mondo nel fare delle barbe, e passa gran
differenza da un Pietro a un Giovanni: ciò perché ci conosciamo tutti, e
a me non si vendono lucciole per lanterne; e per quello che riguarda
l'incantesimo del mio padrone, Dio sa la verità: ma lasciamo questa
cosa, che tanto più puzza, quanto più si rimescola.”
Non volle rispondere il barbiere perché Sancio
non iscoprisse colla semplicità sua quello che tanto premeva di
nascondere agli altri. Con questo fine il curato avea detto al canonico che
camminasse un poco più, che gli svelerebbe l'arcano dell'ingabbiato con
altre cose di sua soddisfazione. Lo compiacque il canonico, e andò
innanzi co' suoi compagni e con lui, prestando attento orecchio a quanto il
curato gli diceva sulla condizione, vita, pazzia e costumi di don Chisciotte;
sull'origine e della causa delle sue stravaganze, e di tutto il seguito degli
avvenimenti sino al punto dell'averlo rinchiuso in quella gabbia, per
ricondurlo al suo paese e tentare qualche rimedio affine di sanarlo. Fecero
nuovamente le meraviglie il canonico e i suoi servitori nell'udire la peregrina
istoria di don Chisciotte; e quando l'ebbero ascoltata per intero, disse il
canonico:
— Trovo per verità, signor curato, dal
canto mio che sono di grande pregiudizio alla repubblica i così detti
libri di cavalleria: e tuttoché anch'io istigato da un falso piacere li abbia
conosciuti quasi tutti, non mi avvenne però mai di poterne leggere un
solo dal principio al fine, trovandoli presso a poco tutti di una stessa pasta,
né avendo l'uno merito maggiore dell'altro. Parmi che questo genere di libri e
di composizioni cada nella classe delle favole così dette Milesie, che
sono racconti spropositati i quali mirano a dilettare e non a dare
insegnamento, a differenza degli apologhi che dilettano ed ammaestrano ad un
tempo stesso. Se il fine principale di simiglianti opere è quello di
ricrear l'animo, non so come possano giugnere a conseguirlo, essendo piene di
tante stoltezze fuori d'ogni proporzione o credibilità. E infatti che
vaghezza mai o quale proporzione di parti col tutto può spiegare un
libro od una favola, dove un giovinotto di sedici anni dà un colpo a un
gigante grande come una torre, e lo partisce in due come se fosse pasta di
zucchero? E che si può credere quando ci vengono a dipingere una
battaglia, raccontandoci che i due nemici contano da parte loro un milione di
combattenti? Che diremo noi della facilità che ha una regina o
imperatrice di darsi in balia di un errante e sconosciuto cavaliere? Qual
ingegno mai, se non è barbaro e incolto del tutto, potrà restare
soddisfatto leggendo che una gran torre piena di cavalieri solca da sé sola il
mare come nave, guidata da prospero vento, ed oggi pernotta in Lombardia, e dimani
trovasi allo spuntar del dì nelle terre del Pretegianni dell'Indie, e in
altre ancora, che non furono mai scoperte da Tolomeo né vedute da Marco Polo?
Né alcuno mi dica che gli autori di tanti libri scrivono ogni cosa per mera
finzione, e che non sono punto tenuti alle leggi ordinarie; giacché tanto
è più vaga la finzione quanto più al vero si avvicina, e
tanto più gradita riesce quanto ha più in sé del dubbioso e del
possibile. Le favole debbono associarsi al discernimento dei loro lettori ed
essere scritte in modo che rendendo facili gl'impossibili, appianando le
difficoltà, tenendo in sospeso gli animi, rendano il lettore o
maravigliato o soddisfatto, e lo occupino in modo che la maraviglia vada di
pari passo col diletto; né potrà mai conseguire un tal fine chi si
scosta dalla verisimiglianza e dalla imitazione della natura in cui consiste la
perfezione di uno scrittore. Non ho mai veduto libro di cavalleria che non
somigli ad una chimera o ad un mostro piuttostoché a proporzionata figura.
Oltre a ciò duro n'è quasi sempre lo stile, incredibili le
imprese, lascivi gli amori, malaccorte le cortesie, eterne le battaglie,
sciocchi i ragionamenti, spropositati i viaggi; tutto in somma è alieno
da ogni ragionato artifizio e degno di essere bandito dal mondo cristiano, come
pericolosa inutilità.”
Lo stava ascoltando il curato con somma
attenzione, parendogli uomo di grande intendimento, e che avesse ragione in
tutto ciò che diceva. Gli rispose pertanto che avendo egli pure in odio
i libri di cavalleria avea dato alle fiamme quelli che possedea don Chisciotte,
i quali erano molti; del che non poco rise il canonico, il quale a fronte di
tutto il male che ne avea detto, trovava però in essi una cosa buona ed
era questa, che possono prestar materia ad un uomo di vaglia di farsi onore,
dando libero corso alla penna per descrivere naufragi, tormenti, incontri e
battaglie; per dipingere un capitano valoroso in tutte le parti che si
ricercano ad essere tale; per mostrarlo prudente nell'antivedere le astuzie dei
suoi nemici od oratore eloquente nel persuadere o sconsigliare i suoi soldati,
maturo nel consiglio, veloce nell'eseguire, e valente sì nel difendersi
come nell'assalire. Opportuna può essere, seguitò a dire, la
pittura o di un lamentevole e tragico avvenimento, o di un lieto e inatteso
accidente: qua vedesi descritta una bellissima dama, onesta, avveduta e
ritirata: là un cavaliere cristiano di gentile costume; altrove uno
sfacciato e barbaro prepotente o un principe cortese, pieno di valore ed
accorto, e rappresentare si può bontà e lealtà di vassalli
o grandezze e premi di signori. Ha l'autore opportunità di mostrarsi
astrologo, cosmografo, musico, conoscitore delle materie di stato, politico, e
talvolta si può offrire l'occasione di farsi credere anche negromante,
se così gli piaccia. Può egli mettere in mostra le accortezze di
Ulisse, la pietà di Enea, il valore di Achille, le sventure di Ettore, i
tradimenti di Sinone, l'amistà di Eurialo, la magnanimità di
Alessandro, la valentia di Cesare, la lealtà e clemenza di Traiano, la
fedeltà di Zopiro, la prudenza di Catone, e tutte quelle azioni
finalmente che possono rendere perfetto un personaggio illustre, ora in un solo
raccogliendole, ora dividendole in molti. Facendo tutto questo con istile
piacevole e con ingegnosa invenzione che miri possibilmente al vero,
comporrà l'autore una tela tessuta di varî e bei lacci, che nel suo
insieme mostrerà tale perfezione e bellezza da conseguire miglior fine
di ogni scritto, cioè l'utile insieme e il diletto.
La libera composizione di siffatte opere apre
finalmente il campo all'autore di farsi conoscere epico, lirico, tragico,
comico, con le parti tutte che si rinchiudono nelle dolcissime e gradite
scienze della poesia e dell'oratoria: ché l'epica si può dettare in prosa
non meno che in verso.
CAPITOLO XLVII
SEGUITA A RAGIONARE IL CANONICO IN MATERIA DI LIBRI DI
CAVALLERIA,
CON ALTRE COSE DEGNE DEL SUO MOLTO TALENTO.
— Vossignoria, signor canonico, disse il curato,
ha ogni ragione: e perciò io trovo che sono degni di riprensione tutti
coloro che fino al presente hanno composte siffatte opere senza aver riguardo a
verun sano ragionamento né all'arte o alle regole colle quali avrebbero potuto
diventar celebri nella prosa come lo sono nel verso i principi della poesia
greca e latina.
— Io pure, riprese a dire il canonico, ebbi
qualche tentazione di comporre un libro di cavalleria con tutte le avvertenze
dette pocanzi; e se ho a dirvi il vero ne ho anche scritto oltre cento carte: e
per conoscere se l'effetto corrispondesse alla mia opinione, le ho comunicate a
persone amanti di tali letture, dotte e sensate, ed eziandio ad ignoranti che
si dilettano di sentire spropositi e rodomontate, ed ho conseguito da tutti
un'approvazione pienissima. Ad onta di ciò non ho proseguito la mia
opera, sì perché parvemi tutta aliena dalla mia professione, sì
per avere sperimentato che il numero degli scimuniti sormonta quello dei
prudenti, ed è poi più aggradevole il conseguire lode dai pochi
che sanno, che non beffe dai molti che non sanno; non voglio però
sottomettermi all'incerto giudizio del volgo leggero ch'è per la gran
parte formato dei leggitori di opere di questa fatta. Quello poi che mi fece
dimettere assolutamente il pensiero di condurre a termine il mio lavoro fu un
ragionamento che feci meco medesimo, nato dalle commedie che oggidì si
rappresentano, e dissi: Se quelle che ora sono in pregio, tanto le fantastiche
quanto le tratte dalla storia, sono per la maggior parte un ammasso di
spropositi e cose senza capo e senza coda, e nondimeno il volgo le gusta e le
approva come buone: se gli autori che le compongono, e i recitanti che le
mettono in pubblico, sostengono che così dee farsi, perché così e
non altrimenti le brama il volgo; e se quelle nelle quali si ammira una
ragionata condotta, conforme l'arte prescrive, piacciono solo ad alquanti
intelligenti, mentre gli altri tutti non si trovano al caso di conoscerne
l'intrinseco merito; in conseguenza di tutto ciò anche il mio libro
verrebbe considerato una superfluità dopo che mi sarei bruciate le
ciglia per attenermi ai riferiti precetti, e avrei gettato tempo e fatica.
Benché siami accinto talvolta di persuadere agli attori che s'ingannano nella
loro opinione, e che maggiore sarà il concorso esponendo commedie
composte secondo le regole dell'arte, anziché spropositate, pure li ho
ritrovati tanto ostinati e insistenti nella loro opinione che niun argomento
per evidente che fosse, sarebbe valso a farli cangiare di proposito. Sovviemmi
che parlai un giorno ad uno di questi pertinaci in tal modo: Ditemi di grazia,
non vi ricordate che, pochi anni sono, si consegnarono alle scene di Spagna tre
tragedie composte da un famoso poeta di questi regni, che furon ammirate da
quanti le udirono, tanto semplici come dotti, tanto nobili come plebei, e
produssero più danari ai commedianti quelle tre sole che trenta delle
migliori che d'allora in qua si sieno mai recitate?
— Vossignoria certamente, soggiunse l'attore cui
io parlava, intende rammentare la Isabella, la Fillide e l'Alessandra.
— Questo appunto, io replicai; e considerate bene s'erano in esse osservati
i precetti dell'arte, e se, attesa la loro regolarità, mancassero di
effetto e di riuscire ben gradite dal pubblico. Il difetto non istà
dunque nel volgo che dimandi spropositi, ma in quelli che recitare non sanno
altra cosa; non fu sproposito la Ingratitudine vendicata, né la Numanzia,
né lo furono il Mercadante innamorato, né la Nemica favorevole, come
ancora alcune altre commedie composte da giudiziosi poeti con gloria del nome
loro, e guadagno di quelli che le hanno eseguite. Aggiunsi a queste altre cose,
in forza delle quali, per quanto mi parve, restò il recitante un poco
confuso, e non però soddisfatto, né sifattamente convinto, che mutasse
opinione.
— Ha versato vossignoria, signor canonico, disse
il curato allora, in argomento che risvegliò in me un vecchio rancore
contro le commedie di oggigiorno, non minore di quello che porto ai libri di
cavalleria: ciò nasce dal considerare che, in conformità alla
dottrina di Tullio, dovendo essere la commedia specchio della vita umana,
esempio dei costumi e immagine della verità, trovo in vece che quelle
che ora si recitano, essere specchi di spropositi, esempi di scioccherie e
immagini di disonestà. E infatti, quale più grand'errore
può darsi quanto il vedere al primo atto un bambino in fasce e rivederlo
nel secondo uomo di già cresciuto e maturo? Chi può tollerare che
ci si dipinga un vecchio spaccone e un giovine poltrone, uno scudiere rettorico
e un consigliere scimunito, un re servitore ed una principessa fante di
un'osteria? Che dirò poi intorno alla osservanza del tempo in cui
possono o potevano accadere le azioni che si dànno al pubblico? Ho
veduto commedie moderne nelle quali cominciava in Europa la prima giornata, era
in Asia la seconda, e la terza aveva fine nell'Africa; di maniera che se in
quattro giornate fosse stata divisa, la quarta terminata sarebbe in America, e
così rappresentata si sarebbe in tutte le quattro parti del mondo. Se la
imitazione è l'oggetto principale della commedia, com'è possibile
che possa restare soddisfatto verun anche mezzano ingegno, quando fingendosi
un'azione avvenuta ai tempi del re Pipino o di Carlomagno nel tempo stesso che
vi fanno eglino la principal figura, si voglia poi introdurre l'imperatore
Eraclio ch'entra colla croce in Gerusalemme, e fa il conquisto della Santa casa
con Goffredo il Buglione, quando grandissima disparità di anni tra l'uno
e l'altro correva? Fondandosi talvolta la commedia sopra finti soggetti, si
vuole attribuirle verità di storia col frammischiarvi fatti avvenuti a
differenti persone e in tempi diversi, e ciò non già con tracce
verosimili, ma con evidenti ed inescusabili errori. Il peggio poi si è
che si trovano ignoranti, i quali dicono che questo è il meglio, e
sostengono che, diversamente volendo, la sarebbe una sofisticheria. E facendoci
a parlare delle commedie spirituali che diremo noi? Quanti falsi miracoli non
si fingono in esse, e quante cose apocrife e malintese, attribuendo i portenti
di un santo ad un altro! Tuttociò torna a pregiudizio della
verità, ad oltraggio della storia e a vitupero degl'ingegni spagnuoli,
perché gli stranieri che si applicano con somma esattezza alle leggi della
commedia, ci tengono in conto di barbari e d'ignoranti, scorgendo nelle nostre
assurdità e gli spropositi che per noi si commettono. Né basterebbe
già per discolparci l'asserire che il fine principale a cui mirano le
ben regolate repubbliche, permettendo che si rappresentino commedie, è
d'intertenere il popolo con qualche lecito passatempo, e togliere così
gli animi dalle grame voglie che l'ozio suole produrre, e che dove questo fine
sia conseguito, non occorre parlare di leggi, né vincolare ad esse gli autori e
gli attori. Risponderò a questi tali che verrebbesi a raggiungere
cotesto fine molto meglio e senza confronto con le buone commedie piuttostoché
con le cattive, perché la rappresentazione di una bene ordinata commedia, oltre
al divertire lo spettatore cogli scherzi, lo rimanda addottrinato dalle
verità, maravigliato dagli avvenimenti, illuminato dai ragionamenti,
ammaestrato dal magistero e dagli esempli, sdegnato contro il vizio ed
innamorato della virtù. Tutti questi effetti può risvegliare la
buona commedia nell'animo dell'uditore, sia pur egli zotico e ignorante; ed
è quasi impossibile che la commedia la quale in sé contenga tutte queste
parti, non possa rallegrare, trattenere e rendere soddisfatti più
dell'altre che ne mancano, quali sono quelle che d'ordinario noi vediamo sulle
scene. Né la colpa è dei poeti che le compongono, perché ve n'ha taluno
il quale sa benissimo che scrive male e conosce per eccellenza ciò che
dovrebbe fare; ma dicono (e dicono il vero) che non sarebbero comperate da chi
le recita se non fossero di un falso gusto; per la qual cosa il poeta cerca di
adattarsi al volere e al capriccio del commediante che gli dee pagare la sua
opera. Fanno di ciò prova le infinite commedie composte da un
felicissimo ingegno di questi regni con sì grande vaghezza, con
sì bel garbo, con versi di sì acconcia eleganza, con sì
gravi sentenze, e finalmente con tanta facondia e altezza di stile, che
meritano una celebrità universale: costretto però questo poeta a
conformarsi al piacere dei commedianti non poté cogliere in tutte, come in
alcune, il vero punto della perfezione. Alcuni scrittori compongono senza
pensare a ciò che si fanno, e sì sciaguratamente che, terminata
la rappresentazione, sono obbligati i commedianti a fuggire ed a nascondersi
per tema di essere castigati. Ora cesserebbero tutti questi disordini e molti
altri che da me si tacciono se si trovasse alla corte una persona intelligente
e saggia, la quale assumesse di prendere in esame le commedie tutte che si
compongono: e non solo quelle che sono scritte per la corte, ma quelle tutte
che voglionsi rappresentare nel restante della Spagna. Questo è il
segreto per ottenere una riforma del teatro. Se poi ad un altro, od al revisore
stesso si desse l'incarico di esaminare i libri di cavalleria che di nuovo si
componessero, potrebbe per certo riuscirne taluno della perfezione testé
accennata da vossignoria, arricchendo in questo modo la nostra lingua
dell'aggradevole e prezioso tesoro della eloquenza, ed ottenendo che alla luce
dei libri nuovi restassero oscurati i vecchi, con onesto passatempo non pure
degli oziosi, ma sì che anche delle persone dabbene, non essendo
possibile che l'arco stia sempre teso, né che l'umana fiacchezza possa
sostenersi senza una qualche lecita ricreazione.”
Erano arrivati a tal passo del loro ragionamento,
quando raggiunti furono dal barbiere, che disse al curato:
— Questo è il sito, o signore, da me poco
fa indicatovi come opportuno a riposarci ed a far pascere abbondantemente e
rinfrescare i buoi.
— Così appunto pare anche a me, rispose il
curato: e significando al canonico ciò che divisava di fare, volle egli
pure restarne in loro compagnia, allettato dal prospetto di una valle
giocondissima che gli stava dinanzi agli occhi. A tal fine e per compiacer se
stesso e per godere della conversazione del curato cui erasi affezzionato, e per
sapere minutamente le prodezze di don Chisciotte, ordinò ad alcuno dei
servi suoi che se n'andassero all'osteria (ch'era poco discosta) e
provvedessero di che mangiare per tutti, giacché designava di trattenersi in
quel sito.
Frattanto vedendo Sancio che poteva parlare al
suo padrone senza la perpetua vicinanza del curato e del barbiere, che gli
erano sospetti, si accostò alla gabbia dove stavasi rinserrato e gli
disse:
— Signor mio, per iscarico della mia coscienza
voglio dire ciò che passa intorno all'incantamento di vossignoria.
Sappia che questi due che vengono col viso coperto, sono il curato ed il
barbiere del nostro paese, e mi figuro che abbiano divisato di condurlo a
questo modo per la invidia che provano della gran nominanza a cui pervenne la signoria
vostra colle sue prodezze. Per ciò poi, signor padrone, voi non siete
incantato, ma ingannato e imbalordito: e per prova di questo io fo adesso alla
signoria vostra una domanda e s'ella mi risponde, come tengo per fermo che
debba rispondermi, toccherà con mano che questo è tutto un
inganno.
— Interroga, Sancio mio garbatissimo, come meglio
ti piace, disse don Chisciotte, ché io ti risponderò appuntino: ma
quanto alla tua opinione che sieno il curato ed il barbiere nostri patriotti
quelli che ci accompagnano, benché così ti possa parere, non ti dare
però a credere a verun patto che così sia realmente e quello che
hai da sapere e da intendere è solo che se ad essi rassomigliano, come
tu asserisci, ciò proviene perché riesce agevole agli incantatori il prendere
le forme che più loro tornano a genio: e preso avranno quelle dei nostri
amici per avvilupparti in un labirinto di fantasie dalle quali non ti potresti
mai trarre quand'anche tu possedessi il filo di Teseo. L'avranno inoltre anche
fatto perché si confonda la mente mia, né sappia trovar l'origine di questa mia
fatalità; perché se mi dici da un canto che sono accompagnato dal curato
e dal barbiere del nostro paese, mi trovo dall'altro rinserrato in una gabbia,
eppure io so benissimo che forze umane (a meno che non fossero soprannaturali),
non sarebbero state giammai sufficienti per ingabbiarmi. E che vuoi tu mai
ch'io dica o pensi, se non che il modo del mio incantesimo vince quant'altri ne
lessi mai in tutte le storie che trattano dei cavalieri erranti? Ora tu ben
puoi darti pace e levarti dal capo che sieno quello che dici, perché tanto lo
sono essi quanto io sono turco. Se fuori di questo altra cosa ti resta da
dimandarmi, fammi pure le tue interrogazioni, che io seguiterò a
risponderti anche sino a dimani.
— Madonna mi aiuti! sclamò Sancio; e fu
sull'orlo di aggiungervi una bestemmia: è egli possibile che la signoria
vostra sia di cervello sì duro e sì mancante di midollo che non
si conosca ad evidenza che io non dico se non la pura verità, e che la
malizia e non l'incanto è la principale cagione di questa disgrazia? Ma
poiché ella è pure così, io voglio accingermi a provarle
evidentemente ch'ella non è incantato altrimenti; e se non mi crede, il
Signore sia quello che uscire la faccia di questo malanno e la conduca anche in
braccio della mia padrona Dulcinea quando men se lo pensa.
— Finisci di scongiurarmi, disse don Chisciotte,
e chiedimi ciò che brami, che io, ripeto, ti risponderò per filo
e per segno.
— Questo è quello che voglio,
replicò Sancio: ora la cosa che io desidero di sapere si è
ch'ella mi dica senz'aggiungere o levar sillaba, ma con netta e leale
verità, come spero che sarà per fare e come la dicono tutti
quelli che professano l'esercizio delle armi, sull'esempio di vossignoria, vero
cavaliere errante...
— Ti replico, rispose don Chisciotte, che non
mentirò mai, e finiscila di tirarmi giù per le lunghe.
— Dico, soggiunse Sancio, che sono certissimo
della bontà e della lealtà del mio padrone, e per questo (facendo
ciò al caso nostro) gli chiedo, parlando con riverenza, se per caso dopo
che vossignoria sta qui ingabbiato le è venuto mai voglia di
alleggerirsi o per dinanzi o per di dietro?
— Non comprendo; disse don Chisciotte, che cosa
sia questo alleggerirsi: spiegati meglio se vuoi ch'io ti risponda a
dovere.
— È possibile che non intenda la signoria
vostra che cosa ciò voglia dire? Eppure questo è quello che fanno
tutti i bimbi appena spoppati e i ragazzi delle scuole. Farò più
chiaramente la mia dimanda: non le viene mai il prurito di fare ciò che
uno non può fare per un altro?
—
Ora t'intendo, Sancio: sì sì, molte volte, disse don Chisciotte,
e l'ho anche adesso questo prurito: anzi cavami, Sancio mio da questo pericolo,
che credo certo di aver cominciato.
CAPITOLO XLVIII
TRATTASI DEGLI ASSENNATI RAGIONAMENTI TENUTI DA SANCIO PANCIA
COL SUO SIGNOR DON CHISCIOTTE.
— Ah! disse Sancio, ho colto nel segno, e
quest'è quello che io bramava sapere quanto mi è cara la vita.
Ora mi dica: potrebbe negare vossignoria ciò che suol dirsi comunemente
quando una persona si trova di malavoglia: Io non so che cosa abbia quel tale
che non mangia, non beve, non dorme, né risponde a proposito alle dimande
sì, che pare proprio un incantato? Da questa maniera di dire ne viene la
conseguenza che coloro che né mangiano, né bevono, né dormono, né fanno i
bisogni naturali, sono gli incantati ma non già quelli che sentono i
naturali pruriti, come vossignoria, che beve se le dànno da bere, mangia
quando ha da mangiare, e risponde a chi la interroga.
— Tu dici il vero, o Sancio, rispose don
Chisciotte, ma io ti ho già detto che si trovano molte specie
d'incantesimi; e potrebbe darsi che col variare dei tempi fossero succeduti
molti cambiamenti, e che gl'incantati di questa nostra età facciano tutto
quello che faccio io, quantunque per i tempi addietro non lo facessero: e devi
sapere che contro l'uso dei tempi nulla c'è da sofisticare. Io so e
resto convinto di essere incantato, e questo basta per tranquillità
della mia coscienza, ché mi affliggerei se pensassi di non esserlo, e mi
vedessi rinchiuso in questa gabbia impoltronito e codardo, defraudando del
dovuto soccorso coloro che in questo momento possono aver bisogno di me.
— Contuttociò per altro, rispose Sancio,
io dico che per un soprappiù e per una particolare mia soddisfazione
sarebbe ben fatto che la signoria vostra s'ingegnasse di uscire di questa
gabbia, al che io le darei ogni aiuto, e che poi tentasse di montare sopra
Ronzinante, il quale sembra pur egli incantato, tanto sta malinconioso ed
afflitto. Fatto questo, noi farem prova di andare un'altra volta a cercare
nuove avventure; e se ci riuscissero male, ci resterà sempre tempo di
tornare nella gabbia maledetta, dove prometto in fede di buono e leale scudiere
di rinchiudermi unitamente alla signoria vostra, se per caso foss'ella tanto
disgraziata, o io sì dappoco che mi mancasse l'animo di eseguire quanto
suggerisco.
— Sono contento di fare quello che dici, fratello
Sancio, replicò don Chisciotte; e quando tu vegga l'occasione di mettermi
in libertà, io farò a modo tuo: ma tu vedrai quanto t'inganni
nella vera conoscenza della mia disgrazia.”
S'intertennero il cavaliere errante e il mal
errante scudiere in siffatti ragionamenti, finché arrivarono ove già
smontati li attendevano il canonico, il curato e il barbiere. Staccò il
carradore i buoi e lasciolli andare al pascolo a loro piacimento per quel verde
ed ombroso luogo, la cui frescura invitava a goderne non tanto le persone
incantate come don Chisciotte, quanto le accorte e bene avvertite come il suo
scudiere. Pregò questi il curato che lasciasse uscire alcun poco di
gabbia il suo padrone, perché se non lo permettesse non sarebbe rimasta
sì asciutta quella prigione quanto esigeva la decenza d'un tanto cavaliere
qual'era il suo padrone. Comprese il curato l'oggetto della dimanda, e gli
disse che ben volentieri lo avrebbe compiaciuto s'egli si fosse costituito
garante che il suo padrone vedendosi in libertà non farebbe delle sue, e
non anderebbe in parte dove poi fosse impossibile raggiungerlo.
— Guarentisco io che non fuggirà, rispose
Sancio.
— Io pure fo lo stesso per tutto quel che potesse
succedere, disse il canonico, quand'egli mi dia parola da cavaliere di non
iscostarsi da noi, finché non glielo permettiamo.
— Sì, do la mia parola, rispose don
Chisciotte, che stava con gli orecchi tesi ascoltando ogni cosa, e tanto
più quanto che colui ch'è incantato come sono io, non ha
libertà di disporre a piacere della sua persona, perché l'incantatore
può fare che non si muova da un luogo all'altro in tre secoli; e poi se
fuggisse lo farebbe tornar indietro volando.”
Allora il canonico si fece dare la mano, benché
don Chisciotte le tenesse ambedue legate, e sulla sua fede e parola fu cavato
fuori dalla gabbia colla più viva soddisfazione. La prima cosa ch'ei
fece fu lo stirarsi tutto il corpo; poi andò a visitare il suo
Ronzinante, e dandogli due palmate sulla groppa, gli disse:
— Ripongo ancora le mie speranze nel Cielo, o
vero specchio dei palafreni, che presto giugneremo ambedue alla meta dei nostri
desiderî, tu portando il tuo signore, ed io montando sopra di te ed esercitando
l'officio per cui Dio mi ha mandato al mondo.”
Ciò detto, si appartò alcun poco
con Sancio, poi ritornò dove gli altri lo attendevano, molto più
lieto di prima, e con vivissima brama di eseguire quanto gli fosse ordinato dal
suo scudiere. Lo guardava il canonico, e maravigliavasi della stranezza delle
sue pazzie. Nelle proposte e risposte egli dimostrava un retto discernimento,
ma usciva affatto dal seminato (come altre volte si disse), soltanto quando
trattavasi di cose di cavalleria. Mosso pertanto il canonico da compassione, e
dopo essersi tutti posti a sedere sul prato, aspettando il cibo, così
prese a dire:
— È egli possibile, signor cavaliere, che
sì gran potere abbia avuto sopra vossignoria la trista e oziosa lettura
dei libri di cavalleria da averle tolto il giudizio per modo da farle credere
di essere incantato, con altre cose di tal natura tanto lontane dal probabile
come lo è la menzogna dalla verità? E come può darsi mai
umano intelletto, il quale si persuada che sia vissuta al mondo una
infinità di Amadigi e una moltitudine di cavalieri e tanti imperadori di
Trebisonda e tanti Felismarti d'Ircania, e tanti palafrenieri, e tante erranti
donzelle, serpi, fantasime, giganti, e inaudite avventure, e tante specie
d'incantesimi e battaglie e furiosi incontri, e tanta bizzaria di vestiti, e
tante principesse innamorate, e tanti scudieri, conti e nani, e tante lettere e
tanti concetti amorosi, e tante gagliarde donne, finalmente tante e sì
spropositate cose come sono quelle che nei libri di cavalleria si contengono?
Io so dire di me che leggendoli, quando considero che sono tutte bugie e
frivolezze, mi dànno qualche piacere; ma se richiamo alla mente quello
che sono in realtà, butto contro alla muraglia il migliore ch'io mi
abbia, e lo gitterei anche sul fuoco come ben meritevole di tanto castigo.
Giunge questa razza di opere sino all'ardire di turbare gli ingegni dei
giudiziosi e ben nati cittadini; di che n'è prova lo stato presente di
vossignoria, che hanno ridotto a tale da essere necessario di rinchiuderla in
una gabbia, conducendola sopra un carro tirato da buoi, come si trascina un
qualche leone o una qualche tigre da paese a paese per farvi sopra guadagno col
mostrarli alla gente. Eh via, signor don Chisciotte, combatta le sue opinioni,
rimettasi alla ragione, e si valga in suo pro di quella discrezione di cui lo
ha favorito il Cielo, impiegando il felicissimo suo talento in altre letture
che tornino a giovamento della sua coscienza e ad ingrandimento del suo onore.
Che se per secondare una inclinazione spontanea si sente portata ad occuparsi
nella lettura di prodezze e di opere di cavalleria, legga nella Sacra Scrittura
il Libro dei Giudici e vi riscontrerà verità maravigliose
e fatti stupendi tanto, quanto magnanimi. Vantano poi un Viriato la Lusitania,
Roma un Cesare, Cartagine un Annibale, un Alessandro la Grecia, un conte
Fernando Gonzales la Castiglia, un Cid la Valenza, un Gonzalo Fernandez
l'Andalusia, un Diego Garzia di Parades la Estremadura, Xeres un Garzia di
Perez de Vargas, e un Garcilasso Toledo, e un don Manuel di Leone Siviglia, le
cui mirabili gesta leggendo, potrà procacciarsi trattenimento,
istruzione, diletto e ammirazione nel considerare il merito d'ingegni
grandemente elevati. Questa sì che sarà lettura degna del suo
retto discernimento, signor don Chisciotte mio, e ne verrà erudito nella
storia, innamorato della virtù, ammaestrato nella bontà,
migliorato nei costumi, valoroso senza temerità, ardito senza audacia; e
tutto ciò ad onore di Dio, e ad utilità sua particolare, non meno
che ad onore e gloria della Mancia, di dove per quanto ho inteso, la signoria
vostra trasse la sua origine.”
Stette don Chisciotte attentissimo ad ascoltare
il ragionamento del canonico, e quando vide che avea terminato, dopo averlo
lungamente guardato in volto, gli disse:
— Sembrami, signor canonico, che il suo discorso
tenda a farmi credere che non abbiano avuto mai esistenza al mondo i cavalieri
erranti e che i libri tutti di cavalleria sieno falsi, bugiardi, nocivi ed
inutili alla repubblica. Ella aggiunge ch'io ho fatto male nel leggerli e
peggio nel prestarvi fede, e più male ancora nell'imitarli, intrapreso
avendo di farmi seguace della durissima professione della errante cavalleria da
essi insegnata; e nega che siano mai vissuti gli Amadigi o di Gaula, o di
Grecia, o verun altro di quei cavalieri dei quali vanno piene le istorie.
— Così per lo appunto, come va ripetendo
la signoria vostra, rispose il canonico.” Don Chisciotte allora soggiunse.
— Vossignoria disse altresì che mi avranno
recato molto danno siffatti libri coll'avermi fatto uscire di senno e ridotto
ad essere rinserrato in una gabbia, e che sarebbe per me più saggio
partito di farne l'ammenda, cambiando lettura ed applicandomi a quella di libri
più utili, e da poterne trarre più istruzione e diletto.
— Così è, disse il canonico.
— Sappia, replicò don
Chisciotte, che io tengo per fermo che ella e non io sia il pazzo e l'incantato,
avendo proferite tante bestemmie contro una verità sì ricevuta
nel mondo, e tenuta per tanto sincera, che chi la negasse, come fa vossignoria,
si meriterebbe la pena medesima che dic'ella di statuire a quei libri quando li
legge e le vengono a noia. La ragione di questo si è che lo accingersi a
dimostrare a chicchessia che non furono al mondo Amadigi, né tutti gli altri
cavalieri di ventura, dei quali vanno piene zeppe le storie, sarebbe lo stesso
come voler provare che il sole non illumini, il gelo non agghiacci, né la terra
ci sostenga: e di fatto, quale sottile ingegno può mai darsi
quaggiù che giunga a persuadere altrui che non sia vero ciò che
accadde nel tempo di Carlomagno alla infanta Florida con Guy di Borgogna, e ciò
che raccontasi di Fierabrasse sul ponte di Mantible? Giuro a Dio che tutto
questo è tanto vero, com'è chiaro giorno in quest'ora. Che s'ella
spaccia ogni cosa come menzogna, sarà falso per la stessa ragione che
sieno stati mai Ettore, Achille, la guerra di Troia, i dodici Paladini di
Francia e il re Artù d'Inghilterra, il quale vive tuttora ma trasformato
in corvo, ed è atteso di momento in momento il suo ritorno al suo regno.
Bisognerà osare egualmente di asserire che bugiarda sia la storia di
Guerino il Meschino e quella della conquista di Santo Griale; che sieno
apocrifi gli amori di don Tristano e della regina Isotta, e quelli di Ginevra
con Lancilotto, benché viva tuttora chi quasi ricordasi di avere conosciuta la
matrona Chintagnona, che fu la miglior mescitrice di vino che mai avesse la
Gran Bretagna: ed è ciò tanto vero che mi diceva una mia nonna da
parte di padre, ogni volta che essa vedeva una qualche matrona vestita con
manto: “Quella, nipotino mio, pare proprio la matrona Chintagnona;” dal che
arguisco, che la dovette conoscere di persona o averne almeno veduto qualche
ritratto. Chi negare potrà mai che vera sia la storia di Pietro e della
bella Magalona, quando fino ai dì nostri si vide nell'armeria del re il
bischero con cui si voltava il cavallo di legno che portava per aria il
valoroso Pietro: bischero da considerarsi più grande di un timone da
carretta? Non vedesi ancora accanto a questo bischero la sella di Babieca, ed
in Roncisvalle il corno di Orlando, lungo quanto una trave? Da tali fatti
dobbiamo concludere necessariamente che vissero i dodici Paladini, che v'ebbe
un Pietro, un Cid ed altri cavalieri di tal genere, di quello cioè che
dicono le genti che va cercando venture. Se non si vuole concedermi neppur
questo, domando io: non è verità forse che fu cavaliere errante
il valoroso Lusitano Giovanni di Merlo, il quale recossi in Borgogna e venne a
singolare tenzone nella città di Ras col famoso signor di Ciarnì,
chiamato Mossen Pierre, e dopo nella città di Basilea con Mosè
Enrico di Remestan, riuscendo trionfante da ambedue queste imprese e carico di
gloria e celebrità? Che dirò io delle avventure e delle disfide
che incontrarono in Borgogna i valorosi spagnuoli Pietro Parba e Gutierre
Chisciada (dal cui lignaggio per linea retta maschile io discendo) i quali
trionfarono dei figli del conte di San Polo? Mi si neghi adesso che don
Fernando di Guevara andasse in Germania a cercar avventure, e così
però che venisse a sanguinosa battaglia con messer Giorgio cavaliere
della casa del duca d'Austria! Dicasi che sono state burle le giostre di Suero
Chignones del Passo, le gesta di don Mossen Luigi di Falces contra don Gonzalo
di Gusman, cavaliere castigliano, e tante e tante altre imprese compite da
cavalieri cristiani di questi o dei regni stranieri, sì autentiche e vere
che, torno a dire, chi si facesse a negarle mancherebbe affatto di senso comune
e di ogni maniera di buon ragionare.”
Restò il canonico maravigliato di udire
come don Chisciotte andasse affastellando verità e menzogne; e vedendo
la piena cognizione che aveva delle cose spettanti alla sua errante cavalleria,
gli rispose:
— Negare non posso, signor don Chisciotte, che
contengono verità alcune delle cose dette da vossignoria, e quelle in
ispecial modo che risguardano i cavalieri spagnuoli. Concederò che sieno
vissuti i dodici Paladini di Francia, ma non crederò mai che abbiano
fatte quelle cose che l'arcivescovo Turpino scrive di loro; mentre la
verità può consistere nell'essere eglino stati bravi cavalieri e
scelti dai re di Francia, e da loro chiamati Pari per essere tutti eguali nel
valore, nella condizione e nel coraggio: che se pure non lo erano in fatto,
ragione vuole che si creda che lo fossero, sussistendo allora una tal qual
religione alla foggia della nostra di San Jacopo o di quella di Calatrava, i
cui seguaci si suppone che debbano essere cavalieri valorosi, intraprendenti e
bennati: e come dicesi presentemente, cavaliere di san Giovanni o
d'Alcantara, diceano a quel tempo, cavaliere dei dodici Paladini;
perché furono dodici Pari i trascelti per lo esercizio della religione
militare: quanto poi al Cid, non v'ha dubbio che vi è stato, siccome
ancora Bernardo del Carpio, ma per ciò che riguarda le loro prodezze si
narrano infinite esagerazioni. Finalmente per quanto spetta al bischero, che dice
vossignoria essere stato usato dal conte Piero e che attualmente sta accanto
alla sella di Babieca nell'armeria del re, io confesso il difetto mio di essere
sì ignorante o tanto corto di vista che sebbene abbia veduto la sella,
non mi venne mai fatto di scorgervi il bischero, quantunque tanto smisurato
quanto vossignoria lo ha descritto.
— Ed io vi dico che vi è sicuramente,
replicò don Chisciotte, e per maggiore contrassegno affermerò
ch'è riposto in una tasca di vacchetta perché la muffa non lo guasti.
—
Tutto può essere, rispose il canonico, io però giuro che non mi
ricordo di averlo veduto: ma concediamo pur che vi sia, non per questo mi
obbligherò a credere che siano vissuti tanti Amadigi, né tanta turba di
cavalieri come si racconta, né v'è ragione che un uomo delle
qualità che voi possedete, sì pieno di onore e dotato di
sì fino discernimento si dia a credere che sieno vere tante e sì
strane pazzie, come sono quelle che stanno scritte negli spropositati libri di
cavalleria.
CAPITOLO XLIX
DI ALTRE CONTROVERSIE SEGUITE FRA DON CHISCIOTTE ED IL CANONICO,
E DI ALTRI SUCCESSI.
— Voi le dite grosse davvero! sclamò don
Chisciotte. E che? i libri che s'imprimono colla licenza del re e
coll'approvazione dei suoi delegati, e che con generale soddisfazione vengono
letti e celebrati dai grandi e dai piccoli, dai poveri e dai ricchi, dai
letterati e dagli ignoranti, dai plebei e dai nobili, e finalmente da ogni
qualità di persone, qualunque ne sia il loro stato, hanno da essere
bugiardi? E non varrà a difenderli quella tanta limpidezza di
verità di cui sono rivestiti, facendoci conoscer il padre, la madre, la
patria, i parenti, delle persone, e il tempo e il luogo delle prodezze narrate,
punto per punto, giorno per giorno, secondo che furono eseguite da uno o da
più cavalieri? Taccia vossignoria, né pronunci sì grosse
bestemmie, ma dia retta a quello a cui la consiglio come prudente; e se si vuol
persuadere li legga, e vedrà quale diletto ne ricaverà. Per
provarle poi col fatto quanto io espongo, mi risponda se può darsi
più vivo piacere di quello dell'immaginare di vedersi innanzi un gran
lago di pece che bolle a ricorsoio ed in cui vanno nuotando e guizzando in qua
e in là e lucertole e serpenti e tante altre sorti di feroci e spaventevoli
bestie! Dal bel mezzo del lago mi pare di udire una triste voce che dice: O tu,
cavaliere qualunque ti sia, che stai mirando il lago terribile, se giunger
brami a vedere il bene che è di sotto a queste nere onde non saresti
degno di mirare le alte meraviglie che in queste acque si ascondono; mostra
l'ardimento del coraggioso tuo cuore, balza in mezzo al suo nero e ribollente
liquore, perché altri ne rinchiudono e contengono i sette castelli delle sette
Fate, che giacciono sotto questa nerezza! Intesa appena dal cavaliere del Lago
la voce terribile, senza altre riflessioni e senza por mente al pericolo che va
ad affrontare, e senza nemmeno alleggerirsi del peso delle forti sue armi,
raccomandandosi a Dio e alla sua signora, si precipita in mezzo al bollente
lago, e quando né pensa né sa quale debba essere il suo porto, si trova in
mezzo a floridi campi in confronto dei quali nulla sono gli Elisi. Ivi scorge
più trasparente il cielo e più rilucente il sole; e gli si offre
alla vista una deliziosa foresta, rivestita di alti e frondosi arbori che colla
loro verdura consolano gli occhi: ivi sorprendono l'udito col canto dolcissimo
ed innocente piccioli ed infiniti dipinti augelli che per gl'intrecciati rami
vanno saltellando. Scopresi in poca distanza un ruscello le cui fresc'onde
somiglianti a liquidi cristalli, vanno scorrendo sulla minuta rena, che quasi
gareggia coll'oro forbito e colle più candide perle. Ammirasi da altra
parte una fonte artifiziosa di variato diaspro e di liscio marmo formata; ed
altrove una ne sorge dove i minuti nicchi delle telline con le torte variopinte
case e con chiocciole in bel disordine collocate mostrano fra loro
frammischiati pezzi bellissimi di cristallo e di contraffatto smeraldo
componenti uno svariato lavoro, di maniera che la natura sembra vinta
dall'arte, sua imitatrice. In altro canto si eleva un forte castello, o superbo
palagio, le cui muraglie sono di oro massiccio, i merli di diamanti, di
giacinti le porte, e di stupenda archittettura costrutto, che sebbene la
materia che lo compone sia tutta diamanti e carbonchi e rubini e perle e oro e
smeraldi, è nondimeno vinta assai dal lavoro. Resta poi a vedersi dopo
sì grandi maraviglie altra cosa che più di tutte esilara e
rallegra, ed è l'uscita dalle porte del castello di un gran numero di donzelle,
i cui vaghi e ricchi vestiti se fossero da me descritti come li troviamo nelle
storie, sarebbe un non finirla mai più! Ecco là l'ardito
cavaliere che, balzato nel lago, è preso per mano da quella delle
donzelle che sembra la più speziosa, la quale seco lo guida, senza
dischiuder le labbra, dentro la ricca torre o castello. Dov'egli è
profumato e rivestito di sottilissimo bisso, e riceve un largo manto, il cui
valore è quanto quello di una bella città, ed anche più.
Che descrizione può mai darsi più deliziosa di quando leggiamo
che la donzella predetta ed un'altra sua compagna lo conducono in una sala dove
stanno apparecchiate le tavole così simetricamente disposte da restarne
egli stupefatto e trasecolato? Oh il bell'istante quando gli danno nelle mani
un'acqua tutta ambra, e di rarissimi fiori distillata! quando lo assidono sopra
una sedia di avorio! quando tutte le donzelle amorosamente lo servono serbando
un rispettoso silenzio! quando gli apprestano tanti diversi cibi e tanto
saporitamente conditi, che l'appetito non sa più per quale decidersi! E
poi che diremo di quella musica che durante il pranzo soavemente risuona da per
tutto senza sapere donde proceda? Quando è terminato il mangiare, e
sparecchiate le tavole, resta il cavaliere appoggiato sulla sua sedia
ripulendosi i denti a suo bell'agio ed entra intanto alla impensata per la
porta della sala un'altra donzella molto più vaga delle altre, e si
asside allato di lui, ed imprende a narrargli che un castello si è
quello dov'egli si trova, e ch'ella vi sta incantata, con altre cose che fanno
stupire il cavaliere, e destano ammirazione, in tutti quelli che leggono la sua
istoria. Non vo' dilungarmi da vantaggio, perché dal poco che ho detto si
può inferire che qualunque parte si legga di ogni storia di un cavaliere
errante, debb'essa produrre stupore o diletto; e credami vossignoria, come
altra volta le ho detto, legga questi libri, e vedrà dileguarsi ogni
melanconia che la opprimesse, e rendersi migliore la sua condizione comunque
affannosa. Se deggio parlare di me, io posso affermare che dal tempo in cui mi
sono applicato all'esercizio della errante cavalleria mi trovo valoroso,
cortese, liberale, gentile, generoso, splendido, audace, piacevole, paziente,
sopportatore di fatiche, di prigionie, d'incanti: e tuttoché io mi sia veduto
poco fa rinserrato in una gabbia come un pazzo, penso, nondimeno, mercé il
valore del mio braccio e col favore del Cielo, che mi vedrò fra pochi
giorni re di qualche regno, dove mi si aprirà il campo di mostrare la
grandezza e la magnanimità del generoso mio cuore. Io ho osservato, o
mio signore, che il povero resta inabile a poter palesare la virtù della
liberalità con chicchesia: benché egli la possegga in grado eminente.
Quella gratitudine che consiste nel solo desiderio è cosa morta; e
questa è la ragione per cui io vorrei che la fortuna mi presentasse
senza indugio qualche opportunità di poter diventare un imperatore,
poiché io mostrerei il mio animo beneficando gli amici. Allora sì, ch'io
avrei specialmente a cuore questo poveretto di Sancio Pancia mio scudiere,
ch'è il più buon uomo del mondo, e a cui io vorrei regalare una
contea, che gli ho promessa da molto tempo, benché qualche volta io dubiti
ch'egli sia per essere poi da tanto da governare il suo nuovo Stato.”
Udì Sancio queste ultime parole del suo
padrone, e gli disse: “Procuri pure vossignoria, signor don Chisciotte, di
regalarmi questa contea tante volte da lei promessa quante da me desiderata, e
posso assicurarla che mi trovo capacissimo a governarla: e quando anche nol
fossi, ho sentito a dire che vi sono degli uomini i quali prendono in appalto
gli Stati dei gran signori, pagandone un tanto all'anno, e si danno la briga di
governare essi, e frattanto se ne sta il padrone a panciolle godendo la rendita
senza pigliarsi pure un fastidio. Io mi regolerò a questo modo, né
guarderò le cose per lo minuto, ed anzi, preso ch'io abbia il governo,
comincierò dall'abbandonarlo un poco per volta, finché poi lo
rinuncerò affatto per godermi le mie entrate come un duca, e ci pensi
chi ci vuol pensare.”
— Questo, fratello Sancio, disse il canonico, si
riferisce unicamente al godimento delle rendite; ma l'amministrazione della
giustizia appartiene tutta al signore dello Stato, ed è qui dove fa
duopo sfoggiare l'abilità ed il giusto discernimento, e principalmente
la buona intenzione di fare le cose con rettitudine: che se ciò manca al
principio, andranno sempre errati il mezzo ed il fine; ed è per questo
che suol aiutare Iddio il buon desiderio del semplice ed opporsi al cattivo
dell'uomo falso ed astuto.
— Io non m'intendo di queste filosofie, rispose
Sancio Pancia, e solo posso ripetere che sia pure presta a venire la contea,
che già mi tengo da tanto da saperla ben governare, avendo tant'animo
quanto un altro, e tanto corpo quanto un altro, anche più grande di me:
e tanto sarei re del mio Stato come ciascun uomo del suo, ed essendolo, farei
quello che fosse di mio volere; e facendo le cose di mia volontà, farei
quello che mi piacerebbe, io mi troverei uomo contento; trovandomi uomo
contento, non mi resterebbe cosa da desiderare; e non restandomi cosa da
desiderare, non occorre altro: venga lo Stato e addio e a rivederci, come disse
quel cieco all'altro che non ci vedeva.
— Questa non è cattiva filosofia, come voi
dite, o Sancio, replicò il canonico; con tutto ciò vi sarebbe
molto da dire intorno a queste contee.”
Soggiunse allora don Chisciotte:
— In somma io non saprei che cosa più
occorrere possa, e mi rimetto all'esempio del grande e non mai abbastanza
lodato Amadigi di Gaula, che fece conte dell'Isola Ferma il suo proprio
scudiere. Per i meriti stessi posso ben io senza scrupolo di coscienza eleggere
conte Sancio Pancia, ch'è uno dei migliori scudieri che mai vantasse
cavaliere errante.”
Restò attonito il buon canonico dei regolari
spropositi (se li spropositi aver possono regolarità) che don Chisciotte
aveva detto; del modo con cui aveva dipinta la ventura del cavaliere del Lago;
della impressione fatta in lui dalle menzogne dei libri che aveva letti: lo
rendevano poi stupito soprattutto le sciocchezze di Sancio che con tanto
coraggio desiderava di pervenire alla contea promessagli dal suo padrone.
Ma erano già di ritorno colla vettovaglia
i servitori del canonico, i quali aveano condotto le cavalcature all'osteria
per riposare. Apprestaronsi le tavole, o per meglio dire si distese un tappeto
sopra la verde erbetta del prato, dove si assise la brigata all'ombra degli
alberi più frondosi, né si volle prescegliere altro sito affinché i
carradori non perdessero la opportunità per lo pasto dei loro buoi.
Mangiavano tutti di buona voglia, quando
inaspettatamente udirono un gran fracasso ed un suono di campanello che veniva
dalle folte macchie vicine. Videro nel tempo istesso uscire da quei cespugli
una bella capra che aveva la pelle chiazzata di nero, bianco e bigio, e dietro
a questa un capraio chiamandola, e alla sua usanza invitandola, che si fermasse
e ritornasse al branco. La fuggitiva capra, corse alla volta della gente quasi
domandasse aiuto, e si fermò. La raggiunse il capraio, e prendendola per
le corna la sgridò dolcemente come se fosse stata capace d'intenderlo,
dicendole così:
— Ah vagabonda vagabonda, schiazzata schiazzata
che sei! e com'è che oggi zoppichi? Non ti spaventano i lupi, figliuola?
Mi dirai tu che no, mia vezzosa? Ma veramente, quale stupore? tu sei femmina e
non puoi startene quieta; che maledetta sia la condizione tua e di tutte quelle
che t'imitano. Tornati, amica, tornati se non contenta, sicura almeno nella tua
stalla e colle tue compagne; ché sei tu che le devi guardare ed essere a loro
guida; ma se ti sbranchi che sarà mai di loro?”
Le parole del capraio erano un piacere di quanti
le udivano, ma singolarmente del canonico, che replicò:
— Via, via, fratello, acchetatevi un poco, né
vogliate darvi sì gran fretta per obbligar la capra a tornarsi al suo
gregge, che essendo ella femmina, come voi dite, ha da seguitare naturale suo
istinto per quanto voi vi sforziate ad opporvele. Pigliate questo boccone,
bevete un poco per ammorzare la collera, e riposerà frattanto la capra.”
Così dicendo gli porse sulla punta del
coltello un pezzo di coniglio freddo. Lo prese il capraio, si mostrò
grato, bevette alquanto, e deposto ogni dispetto disse:
— Non vorrei che per avere io parlato con questa
bestia come se fosse una creatura ragionevole, le signorie vostre mi avessero
in conto di scimunito, perché in verità non furono senza un'arcana
ragione le parole che ho dette; io sono un villano, è vero, ma so bene
come si dee procedere cogli uomini e colle bestie.
— Lo credo senza verun dubbio, soggiunse il
curato, perché la sperienza mi ammaestra che le montagne producono uomini di
sapere ed anche nelle capanne pastoreccie alberga la filosofia.
— Se non altro accolgono, replicò il
capraio, uomini sperimentati; e perché tenghiate per vera questa mia sentenza,
e la tocchiate con mano, quantunque io vegga di trovarmi a convito senza essere
invitato, pure se non vi dispiacesse ascoltarmi, vorrei alle brevi raccontarvi
una istoria che confermerebbe ciò che questo signore (accennando il
curato) ha detto.”
Rispose don Chisciotte:
— Supponendo che la vostra istoria contenga in sé
l'apparenza di un'avventura cavalleresca, io, quanto a me, ne ascolterò
ben volentieri, e vi ascolteranno eziandio questi signori: cominciate dunque,
amico mio, che noi tutti vi presteremo ogni attenzione.
— Tranne però la mia persona, disse
Sancio, che me ne vado con questo poco di cibo a quel fiumicello perché voglio
prenderne una corpacciata da restarne satollo per tre giorni interi: tanto
più che ho udito dire dal mio signor don Chisciotte, che lo scudiere del
cavaliere errante ha da mangiare quando può a crepapancia, potendo
accadergli di entrare in una selva sì folta da non saperne uscire in sei
giorni; e se l'uomo non è sfamato, o non ha le bisacce ben provvedute,
può restarsene, come qualche volta accade, simile ad un pezzo di carne
di mummia.
— Tu cogli nel segno, o Sancio, don Chisciotte
soggiunse: vattene dove ti piace, e mangia a sazietà, che io mi trovo
già empiuto, e non mi resta altro che pascere lo spirito, lo che
farò ascoltando la storia di questo buon uomo.
— Faremo lo stesso noi pure, disse il canonico, e
pregò il capraio a dare principio a quanto aveva promesso. Il capraio
diede due palmate sui fianchi alla capra che tenea per le corna dicendole:
— Statti vicina a me, chiazzata, che avremo poi
tempo di ritornare al nostro gregge.”
Parea
che la capra lo intendesse, perché nell'assidersi che fece il padrone, si
distese accanto a lui agiatamente, e lo guardò in faccia come se volesse
stare attenta alle parole del capraio, il quale cominciò così la
sua narrazione.
CAPITOLO L
IL RACCONTO DEL CAPRAIO A DON
CHISCIOTTE ED AI SUOI COMPAGNI.
A tre leghe da questa valle si trova una Terra
picciola ma delle più ricche di questi contorni, nella quale viveva un
contadino sì avventurato, che quantunque le ricchezze si tirino dietro
gli onori, era egli però più pregiato per le virtù che lo
adornavano che per le possedute dovizie. Quello che formava sopra ogni altra
cosa la sua felicità, si era l'avere una figliuola di singolare
bellezza, di raro giudizio, graziosa e piena di virtù; di maniera che
egli, che la conosceva e la custodiva, non poteva a meno di non essere contento
nel veder i doni speciosi dei quali il cielo e la natura l'aveano arricchita.
Era bella fin da bambina. Nell'età di sedici anni cominciò a
spargersi la fama di tanti pregi per tutte le terre circonvicine: ma che dico
io per le circonvicine, quando si estese alle città più lontane,
penetrò fino nelle reggie e si rese nota ad ogni genere di persone, che
da ogni parte accorrevano a vederla come cosa rara o immagine prodigiosa? Era
custodita dal genitore, o a meglio dire era essa custode di sé medesima.
Le dovizie del padre e la leggiadria della
figliuola mossero molti così del paese come forestieri a domandarla in
isposa; ma egli stavasene dubbioso, né sapeva determinarsi a cui dovesse
concederla. Fra i molti pretendenti io fui quell'uno al quale diedero molte e
grandi speranze l'essere conosciuto pienamente dal padre suo, del suo stesso
paese, di buona stirpe, in età florida, ricco di sostanze e dotato di
buon ingegno. La chiese un altro del paese medesimo, il quale potendo gareggiar
meco nelle stesse qualità tenne in bilancia la volontà del padre,
cui pareva bene accasata la figliuola con ognuno di noi due. Per uscire di sua
incertezza stabilì di significare a Leandra (è questo il nome di
colei che mi rende infelice) ch'essendo ambedue noi eguali nel merito amava
ch'ella scegliesse a sua voglia. Cosa degna d'essere imitata dai genitori tutti
che vogliono dare uno stato ai loro figliuoli. Non dico già che essi
debbano lasciar loro l'arbitrio di seguitare il proprio capriccio, ma non vietare
di scegliere tra molti buoni partiti quello che loro più aggrada. Non so
dire per chi inclinasse Leandra; ma il padre ci teneva dubbiosi mettendo in
campo la soverchia gioventù della figlia con espressioni generali che né
lui obbligavano, né tampoco noi altri disobbligavamo.
Il mio rivale chiamasi Anselmo, io Eugenio e
ciò vi dico perché vi sieno palesi i nomi delle persone che sono gli
attori di una tragedia, il cui fine è tuttora pendente, ma già
è certissimo che dovrà essere infelicissimo. In questo tempo ritornò
al paese certo Vincenzo dalla Rocca figlio di un povero contadino dello stesso
luogo il quale aveva militato in Italia e in altre parti. Lo tolse dalla sua
casa un capitano, che si abbatté a passare di qua colla sua compagnia
quand'egli contava l'età di dodici anni; e tornò il giovane dopo
altri dodici splendidamente vestito da soldato, pieno di guernimenti di
cristallo e di sottili collane di acciaio. Oggi si adornava ad una foggia,
domani ad un'altra, sempre però con molta bella apparenza e con poca spesa.
I contadini che sono maliziosi naturalmente, gli posero gli occhi addosso,
scandagliarono con esattezza le sue gale e le sue gioie, e si accorsero che i
suoi vestiti non erano più di tre, ma che egli dava loro tante e
sì varie forme che potevan parere infiniti. Non vi maravigliate se vi
trattengo intorno ai vestiti, giacché formano essi gran parte della presente
istoria.
Soleva egli sedersi sul muricciuolo ch'è
sotto il palazzo grande della nostra piazza; e quivi, raccontando le sue
prodezze, faceva stare ognuno a bocca aperta per ascoltarlo. Non v'era paese
nel mondo che non avesse veduto, né battaglia dove non si fosse trovato: aveva
ammazzati più Mori che non sono in Marocco e in Tunisi, e fatte, a suo
dire, più singolari disfide che Gante e Luna, Diego Garcia de Parades e
mille altri che nominava; e di tutte era uscito vittorioso senza aver perduta
mai una sola goccia di sangue. Mostrava poi cicatrici, che quantunque non si
potesse distintamente conoscere che cosa fossero, le millantava come archibugiate
avute in differenti incontri e fazioni. Finalmente con insolita arroganza dava
del tu ai pari suoi e a tutti coloro che lo conoscevano, e diceva che
non aveva altro padre che il braccio, altro lignaggio che le sue azioni, e che
quantunque soldato, al re medesimo non la cedeva. Aggiungasi a tanta sua
arroganza che egli conosceva un pocolino la musica e sapeva pizzicare una
chitarra in modo che, secondo alcuni, la faceva parlare.
Ma questa non era la sola sua dote, poiché
componeva anche in poesia, e ad ogni bagatella che accadesse nel paese, faceva
una canzone lunga una lega e mezzo. Questo soldato che vi ho dipinto, questo
Vincenzo dalla Rocca, questo bravo, questo galante, questo musico, questo poeta
fu parecchie volte veduto ed ammirato da Leandra da una finestra della sua casa
ch'era posta di rimpetto alla piazza. L'orpello dei suoi vaghi vestiti giunse
ad innamorarla, e l'ammagliarono le sue canzoni, di ognuna delle quali
disseminava venti e più copie. Le arrivarono all'orecchio le imprese
ch'egli di sé medesimo raccontava, e finalmente (avendo il demonio così
disposto) s'innamorò di lui prima ch'egli avesse l'animo a vagheggiarla.
Siccome nelle galanterie non ve n'ha alcuna che più facilmente si compia
di quella in cui la donna è d'accordo, così accadde che
speditamente convennero Leandra e Vincenzo del loro amore: e prima che alcuno
di noi potesse sospettar nemmeno della forza delle sue brame, essa le aveva di
troppo compite, abbandonando la casa dell'amato e solo suo genitore, ed
allontanandosi dal paese in compagnia del soldato.
Estrema fu la maraviglia di tutto il paese e di
quelli a cui fu noto il successo; io restai affatto fuori di me, Anselmo
attonito, doglioso il padre, svergognati i parenti. Ma furono incrocichiate le
strade, visitati ovunque i boschi e le macchie, ed a capo di tre giorni si
trovò la capricciosa Leandra in una grotta, deserta e senz'alcuna delle
gioie che aveva rubate nella casa paterna.
Fu ricondotta all'afflitto padre, e le fu chiesto
conto del suo trascorso. Confessò senza velo di essere stata indotta in
inganno da Vincenzo dalla Rocca, il quale con promessa di farla sua sposa, la
rapì alla casa paterna promettendole che l'avrebbe condotta in Napoli,
una delle più ricche e deliziose città del mondo; ed essa mal
consigliata e peggio ingannata gli aveva dato fede. Vincenzo guidata l'aveva
nelle gole di una dirupata montagna, e poi lasciatala in quella grotta dove fu
rinvenuta. Disse e affermò che il soldato senza farle altra offesa
l'aveva spogliata e fuggito si era, abbandonandola a sé medesima. Questo
alleviò in parte il dolore dello sconsolato padre a cui nulla pesavano
le perdute ricchezze, quando ricuperava incontaminata la figlia.
Lo stesso giorno in cui ricomparve Leandra, suo
padre la rinserrò nel monastero di una città qui vicina,
aspettando che il tempo distruggesse in parte la mala opinione ch'erasi
meritata. E valse appo alcuni a scolparla la molto giovanile età; ma
altri persistevano a dire che, dotata com'era di precoce ingegno, aveva con
quel fatto mostrata pur troppo la sua inclinazione. Rinchiusa Leandra nel
chiostro, Anselmo rimase cogli occhi ciechi per non avere cosa che guardandola
gli piacesse, ed i miei pure restarono nelle tenebre, e privi di ogni sorta di
contentezza. Con l'assenza di Leandra cresceva la nostra tristezza, andava
scemando la nostra tolleranza, maledicevamo le seduzioni e gli sforzi del
soldato, ed era da noi detestata la poca riserbatezza della donzella.
Finalmente Anselmo ed io prendemmo di concerto la risoluzione di abbandonare il
paese, e di venircene in questa valle dove col pascere un branco di pecore, di
cui egli è padrone, ed un branco di capre, che sono mie, noi passiamo la
vita tra queste piante, cantando per obblìo od alleviamento dei nostri
amori, ora le lodi, ora i biasimi della vaga Leandra, e sospirando fra noi
soli, o soli comunicando col cielo le nostre querele.
A nostro esempio molti altri pretendenti della
giovinetta sono venuti ad abitar in queste montagne, e vi si esercitano come
noi, e tanti sono essi che sembra trasformato questo sito nella pastorale
Arcadia: sì esso è popolato di pastori e di greggi, né v'ha
angolo che non risuoni del nome della nostra tiranna. Questi la maledice, la
chiama quegli volubile, inconsiderata, inonesta: uno la condanna per facile e
per leggera; altri la assolve e le perdona, e tal altro la incolpa e vitupera:
chi celebra la sua bellezza, chi maledice la sua indole: in fine tutti la
detestano e tutti l'adorano, e tanto distendesi la follìa che v'ha chi
si sdegna di lei senz'averle parlato mai, e chi si lamenta e prova la rabbiosa
infermità della gelosia.
Non avvi cavità di rupe o margine di
ruscello, od ombra di arbore non occupati da qualche pastore che racconta ai
venti le sue sventure; l'eco, dovunque può, ripete il nome di Leandra,
Leandra risuonano le montagne; Leandra vanno mormorando le fonti; e Leandra ci
ha tutti incantati, aspettando senza speranza, e temendo senza conoscere la
cagione del nostro timore.
Tra tanti ubbriachi di amore quello che meglio di
ogn'altro si conduce e che spiega buon giudizio è il mio rivale Anselmo,
il quale avendo tante ragioni di lamentarsi, duolsi però unicamente
della lontananza, e al suono di un ribecchino, che gli risponde per eccellenza,
esprime le sue querele con versi nei quali mostra il felice suo ingegno. Io mi
appiglio al più agevole partito, e a parer mio più sicuro, ed
è quello di condannare la leggerezza delle donne, la loro incostanza, le
loro vuote promesse, e finalmente il poco loro discernimento nell'eleggere a
cui debbono volgere i desideri e gli affetti.
Questi
miei sensi hanno dato cagione, o signori, alle parole ch'io indirizzava alla
capra accorsa fra voi, la quale, siccome femmina, poco si può stimare,
benché sia la migliore del mio gregge. Sarò stato troppo prolisso nel
mio racconto, ma non sarei corto in servirvi se vi piacesse di arrivare alla
mia capanna, ch'è qua vicina, dove potrò offerirvi latte e cacio
saporito, con varie e mature frutte non meno alla vista che al gusto assai
dilettose.”
CAPITOLO LI
RACCONTASI LA QUISTIONE CH'EBBE DON CHISCIOTTE COL CAPRAIO E LA
RARA VENTURA DEI DISCIPLINANTI, DA LUI POSTA A TERMINE CON FORTUNATO SUCCESSO,
MA CON NON POCA FATICA.
La novella del capraio piacque ad ognuno che lo
udì, e specialmente al canonico; il quale con istraordinaria attenzione
notando lo stile e parendogli degno di qualsivoglia uomo di Corte, si persuase
di quello che gli aveva detto il curato, che anche le montagne producono uomini
addottrinati. Tutti fecero mille offerte ad Eugenio, ma quello che più
di ogni altro si mostrò liberale fu don Chisciotte, che gli disse:
— Tenete per certo, fratello capraio, che se io
mi trovassi nella possibilità di dar opera a qualche avventura, mi
porrei subito in cammino per farvi cosa gradita, e trarrei di monistero (dove
senza dubbio sarà contro sua voglia) Leandra a dispetto dell'abbadessa,
e di quanti volessero oppormisi. Io la metterei alla vostra intera
disposizione, ma a patto che eseguiste fedelmente le leggi della cavalleria, le
quali comandano che a niuna donzella si faccia torto; spero per altro in Dio
che non avrà sì gran possa la forza di un incantatore maligno da
estendersi oltre il confine di ciò che far potrebbe un meglio
intenzionato incantatore, e frattanto vi lascio nella fiducia di ottenere la
mia protezione ed il mio aiuto, com'è debito della professione mia, il
cui scopo è sempre di prestar favore ai bisognosi e agli oppressi.”
Lo mirò il capraio, e scorgendolo
sì malvestito e di sì brutta guardatura ne fece tra sé le
meraviglie, e disse al barbiere che gli era vicino:
— Signore, e chi è quest'uomo di figura
sì stravagante che usa di questo linguaggio?
— E chi può esser egli, rispose il
barbiere, se non il famosissimo don Chisciotte della Mancia, il disfacitore di
ogni ingiustizia, il raddrizzatore di torti, il rifugio delle donzelle, lo
spavento dei giganti, il trionfatore delle battaglie?
— A vostro dire, rispose il capraio, costui si
assomiglia a quelli che son descritti nei libri dei cavalieri erranti: ma io
porto opinione o che voi, mio signore, burliate, o che questo gentiluomo abbia
molto guasto il cervello.
— Tu sì che sarai un insolente furfante,
soggiunse subito don Chisciotte, tu sarai il pazzo, l'insensato, non io che ho
più giudizio di quella sozza di madre che ti ha partorito.”
E in ciò dire tutto infuriato e sbuffante,
dato di piglio ad un pane che aveva dinanzi, lo scagliò con tanta rabbia
sulla faccia al capraio che gli ammaccò tutto il naso. Egli, che non era
uomo da prendersi a giuoco, vedendosi maltrattato da senno, senza riguardo
alcuno o al tappeto o alla tovaglia o agli altri commensali, saltò
addosso a don Chisciotte con furia, e strettogli il collo con ambe le mani, lo
avrebbe sicuramente soffocato se Sancio Pancia non fosse sopraggiunto in
quell'istante, e assaltando il capraio di dietro alle spalle non lo avesse
rovesciato sulla mensa con grande rovinìo di piatti e di bicchieri, e di
quant'altro vi si trovava. Don Chisciotte, che si vide libero, gli si
avventò contro, e il povero uomo già tutto insanguinato nel viso
e pesto per le percosse di Sancio, andava carpone per ritrovare qualche
coltello di tavola e fare una sanguinosa vendetta.
Il canonico ed il curato si frapposero, ma il
barbiere fece in modo che il capraio poté mettersi sotto don Chisciotte, sul
quale diluviarono allora tanti sgrugnoni che la faccia del povero cavaliere era
tutta inondata di sangue, non meno che quella del suo avversario. Scoppiavano
dalle risa il canonico ed il curato, e gli sgherri saltavano per lo contento,
ed aizzavano l'uno contro l'altro come si fa dei cani quando sono alle prese.
Il solo Sancio Pancia vedevasi alla disperazione non potendo svincolarsi da due
servitori del canonico che gl'impedivano di aiutare il padrone.
Infine mentre stavano tutti in festa, ad
eccezione dei due combattenti che l'uno l'altro si macinavano assai, si
udì un suono di tromba sì lugubre che ognuno si rivolse alla
parte donde sembrava che il suono movesse. Quello che più degli altri
ebbe a turbarsi fu don Chisciotte, il quale benché stesse tuttavia sotto il
capraio, e si ritrovasse più che mezzanamente pesto, disse:
— Fratello diavolo, che altro non puoi essere
avendo avuto tanta vigoria da superare le mie forze, priegoti che facciamo
tregua per un'ora e non più perché il funesto rimbombo di quella tromba
che ai nostri orecchi risuona sembra che m'inviti a qualche nuova avventura.”
Il capraio che già era stanco di ammaccare
e di essere ammaccato, lo lasciò tosto, e don Chisciotte balzò in
piedi, e volgendo la faccia donde il rumore procedeva, vide che discendevano da
un pendìo molti uomini vestiti di bianco al modo dei Disciplinanti.
Aveva il Cielo negata ai terreni la
necessaria rugiada, e perciò in ogni luogo di quei contorni si facevano
processioni, preghiere e discipline, domandando al Signore che concedesse
pietosamente la pioggia, e a tale effetto la gente di un vicino paese recavasi
processionalmente ad un devoto romitaggio, che in una collina fra quelle valli
era posto.
Don Chisciotte che vide gli abiti stravaganti,
dimenticò di averli tante e tant'altre volte avuti sott'occhio,
s'immaginò che fosse qualche avventura, e subito si credette obbligato a
provocarla, come cavaliere errante. Lo confermò di più in questa
sua fantasia un'immagine che portavano vestita a bruno, e che egli sognò
poter essere una qualche nobile matrona, condotta per forza da indegni e arditi
malandrini. Corse dunque al suo Ronzinante che stava al pascolo, e in un batter
di occhi lo infrenò, domandò la sua lancia a Sancio, montò
a cavallo, imbracciò il suo scudo, e disse ad alta voce ai circostanti:
— Ora, valorosi compagni miei, vedrete quanto
importi che abbianvi al mondo cavalieri che professino l'ordine della errante
cavalleria: ora, dico, vedrete posta in libertà quella buona signora che
costoro conducono prigioniera, e conoscerete in qual conto tener si debbano gli
erranti cavalieri.”
Nel dir questo diede delle calcagna
ai fianchi di Ronzinante (mancando egli di sproni), e a pien galoppo (ché non
leggesi in tutta questa vera istoria che Ronzinante fosse mai corso a carriera
aperta) andò ad incontrare i Disciplinanti.
Tentarono il curato, il canonico ed il barbiere
di trattenerlo, ma inutilmente, né valsero a farlo tornare addietro le voci che
dava Sancio, esclamando:
— Dove va ella, signor don Chisciotte? Che
diavolo tiene ella nel corpo che la muove ad offesa della nostra fede
cattolica? Guardi bene (oh povero me!) che quella è una processione di
Disciplinanti, e che la signora che portano sulla barella, è l'immagine
della benedetta Vergine addolorata: guardi bene a quello che fa, signor don
Chisciotte, che prende dei granchi a secco.”
Inutilmente si affaticava Sancio perché il suo
padrone andava già risoluto per raggiungere la processione e liberare la
signora vestita a bruno. Egli non udiva parola alcuna; e se pure la avesse
udita non sarebbe retrocesso quando anche glielo avesse comandato il re.
Raggiunta la processione, trattenne il suo Ronzinante, che avea già
voglia di riposarsi, e con rauca e turbata voce si fece a sclamare:
— O voi, che
non dovete essere certo genti dabbene poiché tenete i volti coperti fermatevi
ed ascoltate quello che vi voglio dire.”
I primi a fermarsi furono quelli che portavano la
immagine santa; e intanto uno di quei chierici che cantavano le litanie,
vedendo lo strano arnese di don Chisciotte, la magrezza di Ronzinante ed ogni
suo atto sì proprio a movere o alle risa o al dispetto, gli rispose
dicendo:
— Signor fratello, se qualche cosa ci ha a dire,
dicalo presto perché i miei fratelli vanno macerando le carni colle discipline,
e noi non possiamo né dobbiamo fermarci ad ascoltar le sue ciarle quando non
siano tanto brevi da essere proferite in un fiato.
— Le proferirò in un fiato, replicò
don Chisciotte, ed eccovi tutto: lasciate andare libera sul fatto quella signora
le cui lagrime e il cui mesto sembiante dànno chiara mostra che la
conduciate contro sua voglia, e che fatto le abbiate qualche notabile torto;
perocché non consentirò mai che alcuno di voi muova un passo più
innanzi senza porre la dama nella libertà ch'ella merita.”
A tali parole avvisandosi tutti che don
Chisciotte dovesse essere qualche pazzo, cominciarono a ridere e a farne beffe;
ma ciò mise il colmo alla sua furia e senz'aggiunger una sola parola
trasse la spada, e si diresse alla volta della barella. Uno di quelli che la
portavano, lasciando il peso ai compagni, andò incontro a don Chisciotte
inalberando una forcina, o bastone forcuto, che serviva di sostegno a quel peso
quando di tratto in tratto fermavansi a riposare; ma ricevendo un gran colpo
che gli avventò don Chisciotte fu il bastone spezzato in due parti.
Allora col tronco che gli restò in mano il Disciplinante aggiustò
sì gran colpo alla spalla del cavaliere errante dal lato della spada,
che non potendo difendersi colla targa contro la forza villana stramazzò
mezzo rovinato.
Sancio Pancia, tutto ansante venne a raggiungerlo
e vedendolo in terra gridò al suo offensore che non lo colpisse di
più, essendo un povero cavaliere incantato che non avea fatto male ad
alcuno in tutto il tempo di vita sua. Ciò che trattenne il Disciplinante
non fu però lo schiamazzo di Sancio, ma il vedere che don Chisciotte non
moveva più piede né mano. Già tutti credevano che fosse morto,
sicché legossi presto la veste alla cintola, e si diede a fuggire per la campagna
come un daino.
A questo punto arrivarono tutti gli altri della
compagnia di don Chisciotte, ed allora i Disciplinanti che formata avean la
processione e che li videro venir correndo e con seco gli sgherri coi loro
archibusi, si fecero dattorno alla carretta, ed alzati i cappucci ed impugnate
le discipline, i chierici coi candelieri stavano pronti a schermirsi
dall'assalto, e decisi di tenersi sulla difesa od anche di offendere, potendo i
loro aggressori; se non che la fortuna condusse l'affare impensatamente a buon
termine.
Il curato fu conosciuto da un altro curato ch'era
nella processione, e questa reciproca riconoscenza portò la calma dei
due timorosi agitati squadroni. Il primo curato dié conto al secondo in due
parole dell'umore di don Chisciotte, ed allora l'altro e con lui tutta la turba
dei Disciplinanti passarono a vedere se il povero cavaliere fosse realmente
morto. Sancio intanto nella sua disperazione era venuto a gettarsi sul corpo
del suo padrone, e credendolo egli pure spacciato, prorompeva nel più
dolente e insieme ridicolo pianto del mondo. Standogli sopra tutto
scompigliato, così cominciò il suo lamento:
— Ah fiore della cavalleria, che da una bastonata
sola vedesti rompere il corso dei tuoi anni bene impiegati! ah decoro della tua
stirpe, onore e gloria di tutta la Mancia ed anche di tutto il mondo, che ormai
privo di te per la tua morte resterà pieno di malfattori senza timore di
essere castigati delle loro furfanterie! ah generoso più di tutti gli
Alessandri, che per soli otto mesi di servitù mi avevi donata l'isola
più grande che si trovi bagnata e circondata dal mare! ah umile coi
superbi e arrogante cogli umili, affrontatore di pericoli, sopportatore di
affronti, innamorato senza avere chi amassi, imitatore dei buoni, flagello dei
tristi, nemico dei gaglioffi! oh in fine, cavaliere errante, che è tutto
quello che si può umanamente dire!...”
A questi gemiti di Sancio, don Chisciotte si
riscosse un poco e la prima parola che gli uscì di bocca fu questa:
— Quegli che da voi vive assente, dolcissima
Dulcinea, si trova soggetto a miserie anche maggiori di queste. Aiutami, amico
Sancio, a mettermi sopra il carro incantato ché non mi trovo più in
grado di stringermi sulla sella di Ronzinante, poiché ho questa spalla tutta
sconquassata.
— Lo farò volentieri, signor mio, rispose
Sancio, e torneremo al nostro paese in compagnia di questi signori, i quali
vogliono il vostro bene: giunti a casa disporremo in buona regola ogni cosa per
poi uscire un'altra volta in campagna, e tenteremo nuove imprese che ci
apportino maggior profitto con più credito e più fama.
— Saviamente parli, rispose don Chisciotte;
sarà prudente così attendere che cessi il maligno influsso di
stelle che ora predomina.”
Il canonico ed il curato fecero eco alle sue
risoluzioni, ed essendosi eglino pigliato grande spasso della semplicità
di Sancio, posero don Chisciotte nel carro come prima era venuto. La
processione tornò a riordinarsi, e seguitò il suo viaggio; il
capraio tolse licenza da tutti; la sbirraglia non volle andar più oltre;
il curato pagò agli sgherri quanto era loro dovuto: ed il canonico
pregò il curato che lo tenesse avvertito se don Chisciotte fosse per
guarire dalle sue pazzie o vi persistesse, e con questo si licenziò per
proseguire il suo viaggio. Infine si separarono tutti e andarono ai loro
luoghi, restando soli il curato, il barbiere, don Chisciotte, Sancio Pancia, e
il buon Ronzinante, che tutto sofferiva colla tolleranza del suo padrone. Il
carradore attaccò i buoi, e adagiò don Chisciotte sopra un fascio
di fieno, e coll'usata lentezza continuò il cammino che indicava il
curato, ed a capo di sei giorni pervennero al villaggio di don Chisciotte dove
entrarono di bel mezzogiorno.
Era una domenica ed in quell'ora trovavasi piena
di gente la piazza per mezzo alla quale lentamente passò il carro.
Traevano tutti a vedere che cosa vi fosse in così stravagante arnese, e
restarono maravigliati nello scorgervi il loro compatriota; un ragazzo corse
frettoloso a informare la serva e la nipote, che il loro zio e padrone se ne
tornava magro, macilente, giallo e disteso sopra un mucchio di fieno in un
carro tirato dai buoi. Fu cosa molto degna di compassione l'udire le grida che
alzarono quelle buone donne, e le maledizioni che scagliarono contro quei
detestabili libri di cavalleria, mentre per gran dolore si ripercuotevano la
faccia: e tutto questo si rinnovò al rientrar che fece in casa sua don
Chisciotte.
Alla novella diffusasi di questo ritorno accorse
anche la moglie di Sancio Pancia, la quale sapeva bene che il marito era al
servizio di don Chisciotte in qualità di scudiere. Appena vide Sancio,
la prima cosa che gli chiese si fu se l'asino stesse bene, e Sancio le rispose
che si portava meglio del suo padrone.
— Ringrazio il Signore, soggiuns'ella, che tanto
bene mi ha fatto: ora ditemi di grazia, buon amico, che cosa avete portato
dalle vostre scorrerie? Che zimarra avete comperato da regalarmi? Dove sono le
scarpettine per i vostri figliuoli?
— Nulla di tutto questo, moglie mia cara, disse
Sancio, ma ti ho portato cose di molto maggiore importanza e utilità.
— Oh questo sì mi piace,
soggiunse la moglie: ora fa presto ch'io vegga queste cose d'importanza e di
molta utilità, amico mio che rallegrerò questo mio cuore afflitto
e sconsolato per tanti secoli della tua lontananza.
— Te le mostrerò a casa,
moglie mia, disse Sancio, e contentati per adesso. Se a Dio piace che usciamo
un'altra volta in campagna a cercare avventure, tu ben presto mi vedrai conte o
governatore di un'isola, e non già di quelle da pochi soldi, ma delle
migliori che si possano trovare in Terraferma.
— Lo voglia pure la Provvidenza, disse la moglie,
ché ne abbiamo estremo bisogno; ma informami che cosa vogliono dire queste
isole ch'io non m'intendo.
— Il mele non è fatto per la bocca
dell'asino, rispose Sancio, ma tu lo vedrai a suo tempo, e resterai
maravigliata a sentirti dare della signoria per la testa da tutti i tuoi vassalli.
— Ch'è ciò che tu di' dunque,
Sancio mio, di signorie, di isole, di vassalli? replicò Giovanna Pancia;
ché quest'era il cognome della moglie di Sancio, non perché gli fosse parente,
ma perché usano nella Mancia le mogli portare il cognome dei loro mariti.
— Non t'affannare, Giovanna cara, a voler
conoscere tante cose in un fiato; e ti basti sapere che ti dico la
verità, e cuciti la bocca. Così alla sfuggita ti dirò al
più, che non vi è al mondo maggiore diletto dell'essere scudiere
di un cavaliere errante che vada cercando avventure; è vero che la
maggior parte di queste non riescono come si vorrebbe: perché, di cento le
novantanove vanno a finire a rovescio, ed io lo so per mia particolare
sperienza, essendo stato una volta per causa delle venture sbalzato per aria
con una coperta, ed altra volta molto ben bastonato: nulladimeno è una
bella cosa aspettar le buone fortune, attraversare montagne, penetrare nelle
foreste, calpestare i precipizî, visitare castelli, alloggiare in osterie senza
pagare un solo maravedis.”
Passavano questi discorsi tra Sancio Pancia e
Giovanna sua moglie nel tempo che la serva e la nipote accolsero don
Chisciotte.
Lo spogliarono, e fecero che si coricasse
nell'antico suo letto. Le guardava egli cogli occhi spaventati, né giugneva mai
a concepire dove allora si trovasse. Il curato pregò la nipote di
attender quanto potesse a compiacere lo zio e di rendersegli accetta, e che
stesse bene all'erta che un'altra volta non iscappasse, narrando per disteso
quanto era costato il ricondurlo a casa sua. Fu a questo punto che le donne
alzarono di nuovo le grida al cielo, e rinnovarono le maledizioni contro i
libri di cavalleria, pregando di cuore Iddio che piombare facesse pel centro
dell'abisso gli autori di tante menzogne e di tanti spropositi
Finalmente restarono confuse e con gran timore di
vedere lo zio ed il padrone, tostoché fosse migliorato un poco, alla stessa
condizione di prima: ed avvenne appunto quello che si aspettavano.
Ma l'autore di questa istoria, ad onta che con
diligenza abbia cercato di raccogliere le imprese fatte da don Chisciotte nella
sua terza peregrinazione, non poté conseguire il suo intento, almeno con prove
di autentici scritti, e restò unicamente registrato dalla fama negli
annali della Mancia che la terza volta che partì don Chisciotte di casa
sua se n'andò a Saragozza, dove si trovò presente ad una famosa
giostra fattasi in quella città, e che ivi seguirono cose degne del suo
valore e del suo singolare intelletto.
Non poteva poi saperne il fine, né gli sarebbe
mai più venuto a notizia se la buona sorte non gli avesse fatto
conoscere un vecchio medico che possedeva una cassetta di piombo; trovata, a
quanto diss'egli, tra le rovine di un antico eremitaggio che si andava
restaurando.
Erano in questa cassetta alcune pergamene scritte
con lettere gotiche in versi castigliani, le quali contenevano molte prodezze
di don Chisciotte, e davan notizia della bellezza di Dulcinea del Toboso, della
figura di Ronzinante, della fedeltà di Sancio Pancia e della sepoltura
del medesimo don Chisciotte, con diversi epitaffi ed elogi della sua vita e
costumi. Quelli che si sono potuti leggere e mettere in netto furono gli
appiedi registrati dal fide-degno compilatore di sì nuova e
inaudita istoria. Ora l'autore non dimanda ai suoi lettori in premio
dell'immenso lavoro che gli costò l'investigazione e gli esami in tutti
gli archivii manceghi, se non che quanto egli manda alla luce ottenga lo stesso
credito che sogliono concedere le discrete persone ai libri di cavalleria, i
quali vanno pel mondo con tanta alta riputazione. Egli si terrà,
ciò concesso, per soddisfatto e contento, prenderà coraggio nel
far sbucar fuori altri documenti, se non tanto veridici, almeno di altrettanto
merito nella invenzione e di gratissimo passatempo.
Le prime parole che si leggevano nelle pergamene
trovate nella cassetta di piombo erano le seguenti:
GLI ACCADEMICI DELL'ARGAMASSIGLIA PAESE DELLA
MANCIA
IN VITA E IN MORTE
DEL VALOROSO DON CHISCIOTTE DELLA MANCIA
HOC
SCRIPSERUNT.
———
IL MONICONGO, ACCADEMICO DELL'ARGAMASSIGLIA
SULLA SEPOLTURA DI DON CHISCIOTTE.
SONETTO.
L'Arcitonante, che di spoglie ornata
La Mancia
fe' più che Giasone Creta:
Il gran
senno, che giunse a eccelsa meta
Dovunque
terra e cielo si dilata;
Del braccio il nerbo, la cui fama è stata
Celebre
dal Catai fino a Gaëta;
La
più terribil musa e più faceta,
Che fosse
a scolpir versi in bronzo usata:
Colui che dietro si lasciò
Amadigi,
Che a Galaor poco discosto giacque
Da sua
bravura e dall'amor condotto;
Colui che scordar fece i Belianigi,
E a cui su Ronzinante errar già piacque,
A questa fredda lapide sta sotto.
La storia di
Don Chisciotte
della Mancha
di
Miguel de
Cervantes Saavedra
LIBRO SECONDO
Viva Dio! grande al certo dev'essere
l'ansietà con cui stai di presente attendendo, lettore illustre o plebeo
che tu ti sia, questo Prologo, immaginandoti di trovarvi vendette, contese,
vituperi a carico dell'autore del secondo don Chisciotte: intendo dire di
quello che dicono essere stato generato in Tordessiglia e venuto alla luce in
Taragona. Ma in verità che non mi talenta di darti una tale
soddisfazione; mentre tuttoché le offese vadano suscitando la collera anche nei
più deboli cuori, questa regola dee patire eccezione nel caso mio. Tu
avresti voluto che io a quell'autore avessi dato dell'asino, dello scimunito,
del temerario. Ciò non mi passa neppure in pensiero: sia punito egli
della stessa sua colpa: se la mangi col proprio suo pane, e con ciò
abbia fine ogni contesa. Quello che mi aveva provocato un tantino al
risentimento, si fu ch'egli mi trattò da vecchio storpio, quasiché fosse
stato in mia mano l'impedire che il tempo non iscorresse per me, o come se la
mia storpiatura fosse effetto di mal costume, quando provenne da una cagione
sì eminente per celebrità da non vantarne l'uguale i passati, i
presenti, e fors'anco i secoli avvenire.
Se non risplendono le mie ferite agli occhi di
chi le osserva, acquistano però pregio dalla cognizione che ognuno ha
della loro origine. Al soldato è molto più glorioso il cadere
estinto sul campo, che l'essere debitore della libertà alla fuga; ed io
sento così al vivo la verità di questo principio, che se mi
venisse adesso proposto e reso facile l'impossibile, presceglierei le ferite
dalle quali fui ricoperto nella prodigiosa giornata a tutti nota, piuttosto che
il non aver riportata ferita alcuna per non esservi intervenuto. Le cicatrici
che può mostrare il soldato nella faccia o nel petto, sono marchi segnalati
che lo innalzano al più alto onore, e gli dànno diritto di
aspirare agli elogi più giusti. Deesi poi avvertire che non è la
canizie che scrive, ma l'intelletto; il quale si rende più maturo collo
scorrere della nostra età. Seppi eziandio che il mio avversario mi
taccia d'invidioso, e che trattandomi da ignorante definisce che cosa è
l'invidia; la quale, potendo essere di due nature, io protesto con candore di
animo che non la riconosco se non inquanto sia onesta, nobile e volta ad una
lecita emulazione. Se così è (come non si può rivocare in
dubbio), non mi cadde in mente, né ho mai osato di perseguitare verun
ecclesiastico, e meno ancora se aggiunga egli ai suoi titoli quello di essere
ministro del Sant'Offizio. Se si è voluto prendere di mira un tale si
è commesso grosso sproposito, mentre di questo tale da me si tengono in
alto pregio l'ingegno e le opere, e le continuate virtuose sue fatiche formano
il più giusto soggetto della mia ammirazione.
Protesto poi al critico autore tutta la mia
gratitudine per avere egli deciso che sono le mie novelle più satiriche
che esemplari, ma tuttavia buone, e che non avrebbero potuto esserlo, se non vi
si trovasse un poco di ogni cosa. Sembrami che abbia anche detto ch'io sono
assai scarso d'ingegno, e che egli è bene che io mi circoscriva nei
termini della modestia, e ciò per non accrescere afflizione
all'afflitto. Debbo credere che sia soverchiamente grande la modestia che
investe anche quel signore, il quale non osa comparir in campo alla scoperta,
ma vela il suo nome e mente eziandio la patria, quasi che fosse un reo di lesa
maestà. Se ti avviene, o leggitore, per avventura di riconoscerlo, digli
da parte mia che non me ne tengo per offeso, poiché so bene quali sono le
tentazioni del demonio, e che una delle più pericolose quella si
è di mettere in testa ad un uomo di essere da tanto di comporre e
stampare un libro con cui guadagnar tanta fama quanti danari, e tanti danari
quanta fama. In prova di ciò mi sarà grato che scherzosamente tu
gli racconti la Novelletta seguente:
Fu già un pazzo in Siviglia che stavasi
incaponito nel più curioso sproposito ed argomento in cui sia mai
incorso pazzo al mondo. E questo era, che portando seco una canna appuntata
alla sua estremità, se gli veniva trovato un qualche cane per istrada od
altrove, con un piede ne teneva compressa al suolo una zampa e gli alzava
l'altra colla mano; poi adattavagli alla meglio la canna in un certo buco, in
cui soffiando lo faceva diventare rotondo come una palla. Compìto il
giuoco, e date al cane due leggere spalmate sul ventre, lo lasciava andar
libero, dicendo ai circostanti, che sempre erano molti: Credono ora le signorie
loro che basti poca fatica per gonfiare un cane?
Ed ora stimano forse le signorie vostre che costi
poco travaglio la composizione di un libro? Ma se non bastasse la evidenza di
questo racconto, farai, amico lettore, sentire quest'altro che tratta
egualmente di un pazzo e di un cane.
Viveva in Cordova un altro pazzo che usava portare
sulla testa un pezzo di marmo, od un mattone grosso e pesante, e scontrandosi
in qualche cane sbandato, gli andava accosto e gli lasciava piombare addosso
quel peso. Inferociva il cane, e mettendo latrati ed urli la dava quanto poteva
alle gambe. Avvenne che fra i cani ai quali egli fece quel brutto regalo, uno
ne trovò di un berettaio che lo teneva molto caro. Cadde la pietra, e
colse sulla testa il povero animale, che mezzo schiacciato assordò tutti
coi latrati. Fu veduto ed udito dal padrone, che, tolta una lunga misura di
legno, raggiunse il pazzo, né gli lasciò osso sano, dicendogli ad ogni
bastonata: Furfante indegno, col mio povero bracco tu te la prendi? Non ti
accorgesti, manigoldo che il mio cane era un bracco?
E reiterando il nome di bracco più
e più volte, lasciò finalmente andare il pazzo tutto macinato
dalle percosse. Posto costui in avvertenza da questo esempio, non uscì
di casa per oltre un mese: a capo del quale tornò a farsi vedere collo
stesso divisamento di prima, e portando anche una pietra più grande.
Quando però abbattevasi in qualche cane lo guardava fissamente, e non
osando scaricare la pietra, diceva a sé stesso: Guardate; che questo
è bracco! In effetto, qualunque si fosse il cane in cui
s'incontrava, fosse pure un côrso o cagnolino gentile, diceva sempre ch'era bracco,
e in tal modo si astenne in progresso dal più avventare altre
pietre.
Ora forse potrebbe avvenire a cotesto storico che
non osasse far mostra del proprio ingegno col dare alla luce libri, che, privi
essendo di merito, riescono più duri delle pietre. Infine quanto alla
minaccia che mi fa il critico, che il suo libro toglierà al mio ogni
guadagno, non me ne do il menomo fastidio, perché attenendomi al famoso
intermezzo della Perendenga, gli rispondo: Viva per me il ventiquattro
mio signore, e Dio per tutti. Abbastanza è per me se vive lunghi
anni l'alto conte di Lemos, la cui pietosa e ben conosciuta liberalità
mi sostiene a dispetto della nemica fortuna, e se mi conserva la suprema sua
generosità l'illustrissimo don Bernardo di Sandoval e Roscias di Toledo.
Mi manchino pure tutte le stamperie del mondo, ed escano pure alla luce contro
di me più libri che non sono le parole colle quali sono composte le
canzoni di Menico Revulgo. Questi due principi, senza essere stimolati da
veruna mia adulazione né da altra maniera di plauso, ma condotti unicamente
dalla loro bontà, si sono impegnati a darmi favore e ad impartirmi
beneficenze, e ciò mi costituisce avventurato e dovizioso più
assai che se la fortuna mi avesse per altro cammino portato all'apice della
felicità. Può il povero vantare onore, non già il vizioso:
la nobiltà può essere appannata dalla miseria, ma non oscurata
affatto. Siccome poi la virtù di per sé stessa risplende, tuttoché non
faccia uscire il suo lume se non attraverso di inconvenienti e di opposizioni,
viene quindi tenuta nel più alto pregio dai nobili ed elevati ingegni, e
per conseguente assai favorita.
Null'altro dirai al critico, o leggitore, né a te
altro io voglio soggiungere, se non avvertirti di considerare che questa
seconda parte del don Chisciotte, che ora ti offro, è lavoro del
medesimo artefice, ed è della tempra stessa della prima; e che in essa
ti presento don Chisciotte sino all'ultimo della sua storia, e finalmente morto
e sepolto.
Mi
sono a tale partito condotto affinché non siavi chi ardisca di uscire in campo
con nuove falsificazioni, da che sono anche soverchie le passate; e basta poi
che un discreto uomo abbia fatte gustare un poco queste giudiziose pazzie senza
ravvolgervisi per entro eternamente. L'abbondanza delle cose, benché sieno
buone, fa loro perdere il pregio; e vanno sino a mercarsi estimazione le
meschine quando se ne faccia economia. Mi dimenticavo di prevenirti, o lettore,
che puoi attenderti quanto prima il Persile che da me va compiendosi, ed
altresì la seconda parte della Galatea.
CAPITOLO I
ESPERIMENTI DEL CURATO E DEL BARBIERE SOPRA LA MALATTIA DI DON
CHISCIOTTE.
Cid Hamet Ben-Engeli nella seconda parte di
questa istoria, e nella terza uscita di don Chisciotte, racconta che il curato
ed il barbiere lasciarono scorrere un mese prima che si facessero vedere da
lui, per non ridurgli alla memoria le passate cose. Non per questo mancarono di
visitare sua nipote e la serva, raccomandando loro di blandirlo molto, e di
fargli mangiare cose confortative e appropriate al cuore e al cervello, dal cui
sovvertimento doveva credersi che procedesse tutta la sua disgrazia; e furono
assicurati da ambedue che si sarebbero data la più viva premura,
scorgendo già nel padrone un qualche segno che ei ritornava nel suo
pieno giudizio. I due amici n'ebbero molto contento, avvisandosi di essersi
attenuti al più sano consiglio col ricondurlo come incantato sul carro
tirato dai buoi, siccome si è detto nell'ultimo capitolo della prima
parte di questa altrettanto grande che veridica istoria. E così si
determinarono di visitarlo e di conoscere se fosse reale quel miglioramento da
loro tenuto quasi per impossibile; ma nel tempo stesso convennero di non
toccare punto alcuno della errante cavalleria per non correre pericolo di
riaprire una ferita ancor troppo fresca.
Si recarono dunque a fargli visita in casa, e lo
trovarono seduto nel suo letto con indosso una camiciuola di rovescio verde, ed
in capo un berrettino rosso di quei di Toledo; ed era sì secco ed
allungato e stecchito che pareva proprio una mummia. Ebbero da lui cortese
accoglienza, ed avendolo interrogato di sua salute ne ricevettero giudiziose ed
acconce risposte. Versò il tema dei loro discorsi intorno a quella che
si denomina Ragione di Stato, e intorno alla maniera di governare, emendando il
tal abuso, riprovando il tal altro, promovendo la riforma del tal costume,
sbandendone un'altra e costituendosi ognuno dei tre qual novello legislatore,
quasi moderno Licurgo e fervente Solone, rinnovavano a parole il governo della
cosa pubblica come se avessero posto lo Stato in un crogiuolo, e cavatone fuora
un altro a loro senno più bello e perfetto. Parlò don Chisciotte
sugli argomenti tutti discussi con tanta saggezza, che i due esaminatori si
persuasero fermamente lui essere guarito affatto dalla vecchia pazzia.
— Ha la Maestà sua adempite le parti di
prudentissimo guerriero nell'aver messi a tempo i suoi Stati in difesa sicché
non possa coglierlo alla impensata l'inimico; ma se accettato avesse un mio
consiglio, insinuato io le avrei di valersi di un provvedimento che da sua
Maestà fino adesso non fu mai considerato.”
Appena il curato ciò intese, disse tra sé
medesimo:
— Dio ti tenga sopra la sua santa mano, povero
don Chisciotte, che già mi sembra di vederti piombare dall'alto vertice
della tua pazzia al profondo abisso della tua semplicità.”
Ma il barbiere, ch'era venuto nel pensiero stesso
del curato, domandò a don Chisciotte qual era il provvedimento ch'egli
reputava sì utile; probabilmente, soggiunse, potrà aggiugnersi al
novero dei molti impertinenti consigli che si sogliono dare ai principi.
— Il mio, signor barbitonsore, non sarà
già impertinente, ma appartenente, replicò don Chisciotte.
— Non parlò con mala intenzione, rispose
il barbiere, ma perché la sperienza ci ammaestra che la maggior parte dei
disegni che si assoggettano a sua Maestà, si riduce a cose impossibili o
spropositate, da riuscir poi in danno del re e del regno.
— Il mio, replicò don Chisciotte, non
è però impossibile né spropositato, ma il più giusto e il
più agevole e pronto che potesse cadere in mente di qualsiasi ministro
di Stato.
— Non indugi più a dirlo, signor don
Chisciotte, soggiunse il curato.
— Io non vorrei, ripigliò don Chisciotte,
esporlo adesso qua, e che poi domani mattina pervenuto fosse agli orecchi dei
signori consiglieri, ed altri cogliesse il frutto ed il premio dell'opera mia.
— Quanto a me, disse il barbiere, se questa sua
risposta mi riguarda, giuro in faccia agli uomini e a Dio che non mi
uscirà di bocca una sola delle parole di vossignoria né con re, né con
Rocco, né con uomo terreno; giuramento che appresi dalla canzone del curato, il
quale nel Prefazio con questa formola avvisò il re di chi gli aveva
rubate le cento doble e la mula dell'ambio.
— Io non so di tante storie, disse don
Chisciotte, ma essendo certo della onestà del signor barbiere, tengo per
valido il suo giuramento.
— Quando nol fosse, soggiuse il curato, io
garentisco per lui che non parlerà più di un muto, sotto pena di
sottostare al pagamento di quanto sarà giudicato con definitiva
sentenza.
— E chi dà guarentigia per vossignoria,
signor curato? disse don Chisciotte.
— Il mio ministero, rispose il curato, che
m'impone di guardare il segreto gelosamente.
— Or bene, soggiunse allora don Chisciotte; e che
altro occorre se non che sua Maestà comandi per pubblico banditore che
abbiano in un dato giorno a trovarsi uniti alla corte tutti i cavalieri erranti
che sono dispersi per la Spagna? Ché quando ne comparisse niente più di
una mezza dozzina, già basterebbero per distruggere l'immensa
potestà del Turco.
Mi onorino le vostre signorie della loro attenzione,
ed accompagnino il mio ragionamento. Sarebbe forse novità che un solo
cavaliere errante avesse sbaragliato un esercito di dugentomila combattenti,
come se tutti insieme fossero stati di paste dolci e soltanto con una gola? E
in prova di questo favoriscano dirmi: quante storie non abbondano elleno di
siffatte maraviglie? Vivesse di presente almeno (venga malanno a me, che ad
altri non lo vo' augurare!) il famoso don Belianigi o alcuno degli innumerevoli
discendenti da Amadigi di Gaula, che se oggidì si trovasse alcuno di
quel lignaggio, e venisse alle prese col Turco, in verità che non lo
manderebbe al prete per la penitenza: ma Dio Signore avrà cura del suo
popolo, e farà uscir in campagna taluno che se non avrà la
gagliardia dei trapassati cavalieri erranti, non sarà al certo inferiore
ad essi nel coraggio; e Dio m'intende, e non dico altro.
— Ahi, ahi, sclamò la nipote a questo
punto, ch'io possa morire se al mio buon zio non è tornato il capriccio
di riprendere l'esercizio della cavalleria errante!”
Cui don Chisciotte:
— Cavaliere errante sono, e cavaliere errante
morrò, se ne venga il Turco o se ne vada, e con quante forze gli pare; e
torno a dire che Dio m'intende.”
Soggiunse allora il barbiere:
— Supplico le signorie vostre a permettermi di
raccontare loro un piccolo caso occorso in Siviglia che per cadere ora
perfettamente a proposito mi viene voglia di non tacerlo.”
Glielo permisero don Chisciotte e il curato;
tutti gli prestarono attenzione, ed egli cominciò in questa guisa:
“Viveva nella casa dei pazzi in Siviglia un uomo
collocatovi dai suoi parenti perché giudicato fuori di senno; era addottorato
nei canoni in Ossuna, ma lo fosse pur anche stato in Salamanca, come alcuni
dicono, fatto sta ch'era pazzo. A capo di molti anni da che viveasi rinchiuso
si persuase di essere ritornato savio e giudizioso, e con tale supposizione
egli scrisse all'arcivescovo, supplicandolo con grande istanza e con molto bene
accomodate parole che lo facesse trarre dalla miseria in cui viveva, poiché per
la misericordia del Signore aveva ricuperato il senno: soggiungendo che
l'ingordigia dei parenti, i quali gli usurpavano gli averi suoi, era la sola
cagione per cui lo teneano rinserrato, e voleasi che in onta al vero foss'egli
trattato da pazzo infino alla morte.
Persuaso l'arcivescovo dalle molte sue lettere
prudenti e assennate, spedì un suo cappellano perché s'informasse dal
rettore della casa se vero fosse quanto il dottore scriveva, e venisse eziandio
a ragionamento col pazzo, e lo rendesse pure alla libertà quando
sembrato gli fosse da vero ritornato in buon cervello. L'ordine fu puntualmente
eseguito dal cappellano, ed il rettore lo assicurò che pazzo tuttavia
era quell'uomo; il quale, quantunque parlasse talvolta come persona di buon
discernimento, pure non la finiva senza dare nei più madornali
spropositi ch'erano tanti e sì grandi da far cadere al confronto gli
attimi della sua saggezza; della qual cosa avrebbe egli potuto far prova
passando col pazzo ad un colloquio.
Volle infatti il cappellano porsi a discorso col
pazzo per più di un'ora, nel corso della quale non gli uscì di
bocca parola meno che ragionevole, anzi si espresse con sì grande
antivedimento che il cappellano trovossi obbligato a tenere il pazzo per uomo
ricondotto alla sana ragione.
Tra le altre cose dette una si fu che il rettore
lo guardava bieco per non perdere i regali che gli faceano i parenti suoi
sollecitandolo a disseminare la voce ch'egli era pazzo benché avesse dei lucidi
intervalli; che il maggior nemico che avesse a sua disgrazia si era la pingue
sua facoltà; che gli voleano male per solo fine di usurpargliela; e
avvalorando l'inganno, rendevano dubbiosa la grazia fattagli da Dio signore di
restituirlo al pristino stato di sana mente. Infine parlava egli in maniera che
faceva sospettare del rettore, dell'avidità e barbarie dei parenti; e
appariva sì saggio che il cappellano si determinò di menarlo
seco, affinché l'arcivescovo lo vedesse, e toccasse con mano la verità
del fatto.
Con questa persuasione il cappellano indusse il
rettore a consegnare al dottore i vestiti coi quali era entrato nell'ospedale.
Il rettore disse al cappellano che tenesse gli occhi aperti perché il dottore
senza dubbio veruno era ancora pazzo. A nulla servirono gli avvertimenti, e
convenne obbedire, poiché l'arcivescovo così comandava. Si restituirono
al dottore i suoi abiti ch'erano nuovi e decenti; ed egli come si vide vestito
da uomo sciolto da ogni apparenza di pazzia, supplicò il cappellano che
per atto di carità gli desse permissione di andare a pigliar commiato
dai pazzi già suoi colleghi. Gli disse il cappellano che in ciò
gli volea essere compagno anche per vedere i pazzi che si trovavano
nell'albergo. In effetto montarono all'alto accompagnati da alcuni individui
che si trovavano presenti, ed appressatisi ad una gabbia dove stava un pazzo
furioso, benché allora tranquillo, gli disse il dottore:
— Fratello, datemi i vostri comandi, che me ne vo
adesso a casa mia, da che piacque alla infinita pietà e misericordia di
Dio Signore di farmi, senza mio merito, ritornare il mio buon giudizio: io sono
già sano e guarito, ché al potere di Dio nulla è impossibile: ora
sperate anche voi, ed abbiate in lui confidenza, poiché avendo a me restituita
la sanità, a voi pure la ridonerà se in lui confiderete; io mi
prenderò cura di farvi capitare qualche cosa da mangiare, e ve ne
ciberete, mentre, come uomo sperimentato, io giudico che tutte le vostre pazzie
procedano dall'avere lo stomaco digiuno ed il cervello pieno di vento: datevi
animo, sforzatevi all'allegria che l'avvilimento delle disgrazie, col consumare
la salute, ci va affrettando la nostra ultima ora.”
Un altro pazzo che rinchiuso era in un'altra
carcere dirimpetto a quella del furioso se ne stava ascoltando il discorso del
dottore e rizzandosi sopra una vecchia stuoia, dove tutto ignudo giaceva,
dimandò con sonora voce chi era colui che se ne partiva sano e in
cervello.
— Sono io, rispose il dottore: quello io sono, o
fratello, che me ne vado, non essendo oramai più necessario qui il mio
soggiorno: e rendo infinite grazie al Cielo per così segnalato favore.
— Guardate bene quello che dite, o dottore, né vi
lasciate ingannare dal demonio, replicò il demente: non movete passo e
restatevene in santa pace dove siete, che così vi risparmierete
l'incomodo del ritorno.
— Io so che mi sento guarito, replicava il
dottore, né occorrerà più andare e tornare innanzi e indietro.
— Voi guarito? soggiunse il pazzo; oh la vedremo!
andate pure con Dio, ma io giuro a Giove, la cui maestà rappresento su
questa bassa terra che per questo peccato solo che oggi si commette nella
città di Siviglia, col lasciarvi uscire di questa casa come se
già foste guarito, voglio darle sì terribile castigo che
abbiasene a ricordare nei secoli dei secoli amen. E non sai tu, dottorello
imbecille, che sta in mio potere il farlo, essendo io, come ti ho detto altre
volte, Giove tonante che tiene in sua mano le fulminatrici saette colle quali
soglio minacciare e posso incenerire l'universo? In un modo solo per altro io
darò castigo a questo ignorante popolo; e lo farò col negare la
pioggia alla città, al suo distretto e ai contorni per tre anni da
computarsi dal giorno e dal punto in cui ho proferita questa minaccia: tu
libero, tu risanato, tu in cervello, e io pazzo, io infermo, io fra i ceppi?
che io possa restare morto se non interdico la pioggia! Alle voci e alle
dichiarazioni del pazzo ponevano gli astanti somma attenzione; ma il nostro
dottore voltosi al cappellano e prendendolo per mano, gli disse:
— Non abbia paura la signoria vostra e non faccia
conto dell'espressione di questo pazzo,
perché se egli è Giove che nega la pioggia, io che sono Nettuno,
padre e nume delle acque, farò piovere ogni volta che me ne venga il
destro e ne conosca il bisogno.
Qui il cappellano:
— Non sarà bene per altro, signor Nettuno
mio, il provocare lo sdegno del signor Giove: resti vossignoria nella sua
abitazione, che ciò vedremo un altro giorno a più comodo ed agio.
Fecero grandi risate il rettore e gli astanti,
del che prese molto collera il cappellano, ma intanto al povero dottore furono
tolti di nuovo i vestiti e restò all'ospedale, e così termina
l'istorietta.”
— E questo è dunque il racconto, disse al
barbiere don Chisciotte, che per cadere bene in acconcio ella non ha potuto far
meno di esporci? Ah, signor barbitonsore, è pure un gran cieco colui che
non vede per la tela di uno staccio! Ed è egli possibile che non conosca
vossignoria come i paragoni che si fanno da ingegno a ingegno, da valore a
valore, da bellezza a bellezza, da prosapia a prosapia sono sempre odiosi e
male accetti? Io, signor barbiere mio, non sono Nettuno il nume delle acque, né
pretenderei di essere tenuto per savio se tale non fossi; né altro fo che
affaticarmi per far conoscere al mondo l'errore in cui giace di non rinnovare a
proprio vantaggio il felicissimo tempo in cui campeggiava l'ordine della
errante cavalleria; ma non merita di godere sì eccelso bene la depravata
età nostra come era fruito nei tempi nei quali gli erranti cavalieri
pigliavano sopra di sé la difesa dei regni, la protezione delle donzelle, il
soccorso degli orfani e dei pupilli, il castigo dei superbi e l'esaltamento
degli umili. La maggior parte dei cavalieri d'oggidì fanno più
vistoso sfarzo dei damaschi, dei broccati e delle ricche tele di cui si
vestono, che della maglia di cui dovrebbero armarsi; non v'è più
un cavaliere che dorma pei campi esposto al rigore del cielo, e armato da capo
a piedi più non si trova chi senza levare i piè dalle staffe,
appoggiato alla sua lancia si contenti di dormicchiare a foggia degli antichi
cavalieri eroi: nessuno oggimai più si trova che uscendo di questo bosco
si metta per quella montagna, e di là si conduca alla infeconda e
deserta spiaggia di un oceano il più delle volte procelloso e agitato,
ove trovando un piccolo legno senza remi, vele, alberi e sarte, entri con
intrepido cuore, abbandonandosi alle onde implacabili del mare profondo che ora
lo innalzano alle stelle, ed ora lo cacciano giù nell'abisso; ed
affrontando la implacabile burrasca, si trovi scostato dal luogo del suo
imbarco per tremila leghe: sicché poi trasportato in rimote e incognite terre,
cose gli accadono degne di essere scritte non in pergamene, ma in bronzi.
Ora la infingardaggine trionfa della diligenza,
l'ozio del travaglio, il vizio della virtù, l'arroganza del valore e la
teorica della pratica delle armi che furono e risplendettero nell'età
dell'oro e dell'errante cavalleria. E chi fosse di contrario avviso mi risponda
per un poco: chi fu mai più onesto e valoroso del celebre Amadigi di
Gaula? chi più assennato di Palmerino d'Inghilterra? chi più
accomodato e manieroso di Tirante il Bianco? chi più galante di Lisvarte
di Grecia? chi più feritore e ferito di don Belianigi? chi più intrepido
di Perion di Gaula? chi più affrontatore di pericoli di Felismarte
d'Ircania? chi più sincero di Splandiano? chi più precipitoso di
don Zeriongilio di Tracia? chi più bravo di Rodomonte? chi più
prudente del re Sobrino? chi più ardimentoso di Rinaldo? chi più
invincibile di Roldano? e chi più avvenente e gentile di Ruggero? Tutti
questi e molti altri cavalieri dei quali potrei parlare, furono, signor curato
mio, cavalieri erranti, luce e gloria della cavalleria. Questi ovvero altri a
loro simili vorrei che fossero quelli da me prescelti; che tali essendo ne
avrebbe ottimo servigio la Maestà sua, risparmierebbe molte spese, e al
Turco toccherebbe di strapparsi la barba pelo a pelo. Eh! appoggiato a queste
vere dottrine non voglio io starmene a casa mia, se anche il cappellano non
viene a trarmene fuori: e se Giove, come disse il Barbiere, non farà
piovere, sono qua io che darò pioggia quando me ne venga la voglia: e
dico questo perché sappia quel caro signor bacino da barba ch'è da me
ben inteso.
— In verità, signor don Chisciotte, rispose
il barbiere, che io non dissi per offenderla, né dee vossignoria aversene punto
a male.
— Se io debba o no avermene a male, ciò a
me si appartiene, replicò don Chisciotte.
A tal passo soggiunse il curato:
— Non avendo io sinora quasi mai favellato, non
vorrei restarmene con uno scrupolo che mi rode e carica la coscienza, e che
nasce da quanto pronunziò il signor don Chisciotte: posso parlare o no?
— Su questo e su altri più importanti
soggetti, rispose don Chisciotte, può liberamente spiegarsi il signor
curato e faccia pur noti i suoi dubbi, che non è bene lo starsene cogli
scrupoli sulla coscienza.
— Poiché mel concede, rispose il curato, dico che
il mio scrupolo consiste nel non potermi persuadere a verun patto che tutta la
caterva degli erranti cavalieri testé riferiti da vossignoria sieno stati
realmente e veracemente persone in carne ed ossa al mondo: e piuttosto crederei
che tutto fosse finzione, favola, menzogne e sogni raccontati da uomini desti,
o per meglio dire mezzo addormentati.
— Questo è un altro sproposito, rispose
don Chisciotte, in cui caddero molti che non ebbero per vera l'esistenza di
questi cavalieri nel mondo, ed io più volte in diversi luoghi e in
differenti occasioni ho procurato d'illuminare i ciechi, e di trarli da questo
universale inganno. Non vi sono qualche volta riuscito, ma talora sì
bene, perché ho appoggiato alla verità le mie dimostrazioni:
verità tanto incontrastabile, che sto per dire di avere veduto cogli
occhi miei propri che Amadigi di Gaula era un uomo di alta statura, di bianca
carnagione nel viso, di bellissima barba, tuttoché nera, di guardatura tra il
mansueto e il feroce, di poche parole, restìo nello sdegnarsi e facile a
deporre l'ira. E come qui ho disegnato Amadigi, potrei, a parer mio, dipingere
e far conoscere di persona quanti cavalieri erranti si trovano nelle istorie
del mondo. Questa perfetta mia cognizione dell'essere loro deriva dal
fondamento di ciò che di essi mi ha tramandato la storia particolare;
dalle imprese colle quali si segnalarono, ed infine dalle stesse loro
qualità ricavare si può per filosofica induzione la fisonomia, il
colore e sino la statura loro.
— Di che grandezza crede vossignoria,
mio signor don Chisciotte, domandò il barbiere, che debba essere stato
il gigante Morgante?
— Quanto ai giganti, rispose don Chisciotte,
variano le opinioni se sieno o no stati al mondo: ma la Sacra Scrittura, che
non può un attimo discrepare dalla verità ci fa sapere che vi
furono, raccontandoci la storia di quel filisteaccio di Golia ch'era alto sette
cubiti e mezzo, il che costituisce una smisurata grandezza. Anche nell'isola di
Sicilia si sono trovati stinchi e spalle sì grandi da dovere concludere
necessariamente che furono giganti quelli dei quali formavano parte, e ch'erano
grandi come alte torri: verità alla quale conduce una induzione
geometrica ed infallibile. Non saprei asserire con certezza quanto grande fosse
Morgante; ma io credo che non debba essere stato molto smisurato; perché trovo
osservabile nella storia, in cui si fa menzione particolare dell'eroiche sue
gesta, che molte volte dormiva al coperto: e potendo stare in abitazioni
coperte dal tetto è cosa evidente che non fosse sterminata la sua
persona.
— Così è per lo appunto, disse il
curato, il quale pigliava gusto a sentirlo dare in sì grossi svarioni: e
gli dimandò allora come la intendesse rispetto alle facce di Rinaldo di
Montalbano, di Orlando e dei dieci Paladini di Francia, poiché furono tutti
erranti cavalieri.
— Quanto a Rinaldo, rispose don Chisciotte,
ardisco dire che fosse largo di faccia, rosso di colore, cogli occhi irrequieti
e un po' in fuora, puntiglioso e collerico soverchiamente, amico dei ladri e
della gente perduta; quanto a Roldano o Rotolando od Orlando (ché tutti questi
nomi gli dànno le istorie) sono di avviso, e mi confermo, che fu di
statura media, largo di spalle, con le gambe un po' torte, brunetto il viso, di
barba castagniccia, peloso nel corpo, di guardatura feroce, riservato in
parlare, ma fornito di cortesia e di bel costume.
— Se Orlando non fu di migliore presenza di
quella ora descritta da vossignoria, replicò il curato, non fa
maraviglia, che Angelica la bella, lo rifiutasse per appigliarsi alla
gentilezza, al brio ed alla buona grazia di cui dovea essere dotato il moretto
imberbe al quale si abbandonò: ed ebbe ragione di amare piuttosto la
piacevolezza di Medoro, che la rustichezza di quel paladino.
— Questa tale Angelica, rispose don Chisciotte, o
signor curato, fu una donzella di poco buon odore, vagabonda, capricciosetta, e
lasciò il mondo tanto pieno delle sue impertinenze quanto della fama
della sua bellezza; disprezzò mille signori, mille valorosi, mille
prudenti, e si contentò di un paggetto zerbinello senz'altri averi od
altro nome che quello che poté dargli la affezione mostrata, da lei al suo
amico. E il cantore della bellezza il famoso Ariosto, non osando o non volendo
cantare ciò che avvenne a quella signora dopo di essersi data
obbrobriosamente in preda all'amante, che certo non dovettero essere cose molto
oneste, lasciò a mezzo la storia col dire:
E come del Catai ricevè 'l scettro
Fors'altri canterà con miglior plettro.
È certo che questo linguaggio dee
considerarsi come una profezia, tanto più che i poeti si sogliono anche
chiamare vaticinatori: e questa è verità incontrastabile, perché
d'indi in poi un celebre poeta dell'Andalusia pianse e cantò le sue
lagrime, come un altro famoso ed unico poeta castigliano cantò e mise a
cielo la sua bellezza.
— Mi dica, signor don Chisciotte, soggiunse qui
il barbiere: non vi fu mai alcun poeta che abbia composto qualche satira contro
questa signora Angelica fra quei tanti che celebrarono i suoi meriti?
— Io sono di opinione, rispose don Chisciotte,
che se Sacripante o Roldano fossero stati poeti avrebbero ben bene lavato il
capo a quella donzella; giacché è proprio e connaturale ai poeti
sdegnati e non accolti dalle finte o vere loro dame (cioè da quelle che
trascelsero per arbitre della volontà loro) di togliersene vendetta con
satire e con libelli; vendetta certamente indegna di un animo generoso; ma non
seppi sin ora che sia stata scritta contro la signora Angelica poesia alcuna
infamante, tuttoché ella avesse posto il mondo sossopra.
—
Miracolo!” disse il curato; ma in questo udirono che la nipote e la serva, che
già aveano lasciata a mezzo la conversazione, gridavano forte verso la
corte, e tutti accorsero a quel rumore.
CAPITOLO II
NARRASI IL NOTABILE CONTRASTO SEGUITO TRA SANCIO
PANCIA, LA NIPOTE E LA SERVA DI DON CHISCIOTTE; CON ALTRI GRAZIOSI SUCCESSI.
La storia racconta che le voci sentite da don
Chisciotte, dal curato e dal barbiere partivan dalla serva; la quale
incollerita e lottando con Sancio Pancia, che voleva ad ogni costo ed a suo
dispetto entrare a veder don Chisciotte, dicevagli:
— Che vuoi tu, animalaccio, in casa nostra?
vattene per le tue, vagabondo, ché tu sei quello, e non altri che disvia il
padrone e lo conduce al precipizio.” Rispondeva Sancio:
— Serva del diavolo, il disviato e il malgiunto
sono io e non già il tuo padrone? egli fu che mi ha fatto girare per
questi mondi, e voi altre la sbagliate del doppio; egli fu che mi ha tolto di
casa mia con mille pretesti, e mi ha promesso un'isola che sto sempre
aspettando.
— Che le maledette isole ti possano affogare,
Sancio birbone, rispose la nipote: e che cosa sono queste isole? sono forse
qual che cosa da mangiare? ghiottone goloso che sei.
— Non da mangiare, ma da governare e da reggere
meglio che quattro città e quattro magistrature, rispose Sancio.
— Con tutto questo, disse la serva, qua non entrerai
tu, sacco di ribalderie, balla di tutte le malizie: vattene a governare la casa
tua, a lavorare le tue terre; e finisci di pretender isole od isolotti.”
Si prendeano grande solazzo il curato e il
barbiere nell'udire le baruffe che facevano quei due; ma don Chisciotte per
timore che Sancio non incominciasse a snocciolar giù un mucchio di
scioccherie maliziose, od a toccare certi punti disdicevoli alla sua
riputazione, lo chiamò a sé, obbligando la serva a tacere e a lasciargli
libero l'ingresso. Entrò Sancio, e sì il curato come il barbiere
presero commiato da don Chisciotte, della cui guarigione disperarono, vedendo
fino a qual segno stava ancor fitto nei suoi stravolti pensieri, e quanto fosse
imbevuto nelle scioccaggini delle sue malerranti cavallerie; e perciò
disse il curato al barbiere:
— Voi vedrete, compare, che quando meno ce
l'aspettiamo il nostro idalgo esce un'altra volta in cerca di avventure.
— Io non ne dubito punto, rispose il barbiere; ma
non mi fa tanta maraviglia la pazzia del cavaliere, quanto la balordagine dello
scudiere; a cui pare così certo il fatto dell'isola, che niuna cosa ne
lo potrebbe disingannare.
— Dio lo risani, disse il curato; noi intanto
stiamcene ad osservare, e vedremo dove vada a parare questa macchina di
spropositi di tal cavaliere e di tale scudiere, che paiono stampati in una
medesima forma; sicché sembra che senza le balorderie del servitore non
vagliano un'acca le pazzie del padrone.
— Così è, disse il barbiere, ma io
bramerei di saper i discorsi che terranno fra loro presentemente.
— Io sono certo, rispose il curato, che la nipote
e la serva ce li faranno sapere; ché non sono esse tali da tralasciar di
appagare la loro curiosità.”
Frattanto don Chisciotte si rinchiuse con Sancio
nel suo appartamento, e trovandosi tutti e due soli disse a Sancio:
— Molto mi pesa che tu mi vai incolpando di
averti tolto di casa tua per le mie peregrinazioni: noi siamo usciti insieme;
scambievole fu la nostra colleganza e la nostra varia fortuna; una medesima
mutabilità di vicende abbiamo corso egualmente; e se tu fosti una volta
sbalzato in aria colla coperta, io cento volte fui bastonato; ed in ciò
solo ho io avuta una parte maggiore della tua.
— Quest'era ben di dovere, rispose Sancio, perché
a detta di vossignoria, vanno le sventure più attaccate ai cavalieri
erranti che agli scudieri
— Tu sei in errore, Sancio mio, disse don
Chisciotte: giusta il detto: Quando caput dolet...
— Non intendo altro linguaggio che il mio,
replicò Sancio.
— Ho voluto dire, soggiunse don Chisciotte, che
quando duole la testa, dolgono anche tutti gli altri membri; e perciò
essendo io il tuo padrone e signore, sono la tua testa, e te parte di me per
essere mio servidore; e perciò dei provar dolore del mio male siccome
debbo io sentirlo del tuo.
— A questo modo, disse Sancio, la dovrebbe
essere; ma quando io membro ero sbalzato in aria sulla coperta, stava la mia
testa dietro le muraglie della corte vedendomi a volare senza provar dolore di
sorta alcuna; e se sono obbligati i membri a dolersi del male della testa, era
la testa in dovere di dolersi del male dei membri.
— Vuoi forse con ciò inferire, o Sancio,
disse don Chisciotte, che io non sentissi dolore in quel frangente? se
ciò tu credi, non dirlo né pensarlo nemmeno, perché io provavo nello
spirito maggiore tormento che tu nel corpo: ma lasciamo da parte questo
discorso, che verrà tempo di ponderarlo, e facciamoci a quello che
importa più. Dimmi, amico Sancio: che si dice di me in questa terra? In
che opinione mi tiene il volgo? che pensano di me gl'idalghi, e che i
cavalieri? che dicono del mio valore? delle mie prodezze? della mia cortesia?
che si discorre circa l'assunto da me preso di risuscitare e restituire nel
mondo il già smarrito ordine di cavalleria? Bramo, o Sancio, che tu mi
dica per disteso ciò che intorno a tale proposito ti giunse
all'orecchio, e senz'alterazione alcuna sì in bene che in male, dovendo
i fedeli vassalli dire la verità ai loro padroni con perfetta
schiettezza, senza ombra di quella cortigianeria che accresce e diminuisce le
cose per vani rispetti. Voglio che tu sappia, Sancio mio, che se agli orecchi
dei principi giungesse la verità ignuda e senza il manto
dell'adulazione, questi sarebbero altri secoli, e le passate età
verrebbero reputate di ferro in confronto della nostra, sicché potremmo dire
che viviamo nell'età dell'oro; e vàlgati, o Sancio, questo
avvertimento, perché limpidamente e colla più retta intenzione tu abbia
a farmi sapere in tutta la purità le cose che sai, e che ti ho
dimandate.
— Adempirò ben volentieri i suoi comandi,
signor mio, rispose Sancio, a condizione però che non debba vossignoria
sdegnarsi della mia relazione, poiché ella vuole ch'io dica le cose nude nude,
senza aggiungere panni che le ricoprano.
— Oh non mi adonterò in modo alcuno,
rispose don Chisciotte, e tu ben puoi, Sancio, liberamente parlare senza giri
viziosi di espressioni figurate.
— Dico dunque per primo capo, Sancio soggiunse,
che il volgo tiene vossignoria per un solennissimo matto, e tiene me, non che
altro, per uno stolido. Gl'idalghi sono tutti d'accordo a protestare che non si
contiene vossignoria nei confini della sua condizione, e che si ha arrogato il Don,
e si è fatto cavaliere con poche viti e pochi solchi di terra, e con
uno straccio dinanzi ed un altro di dietro. Dicono i cavalieri che spiace loro
che gl'idalghi attentino alla loro preminenza, e specialmente quegl'idalghi scuderili
che danno il nero di fumo alle scarpe, e rattoppano i buchi delle calzette
nere con seta verde.
— Questo, disse don Chisciotte, non mi risguarda,
andando sempre io bene vestito e non mai rappezzato; rotto potrebb'essere il
mio abito, ma per colpa più dell'armi che della troppa vecchiezza.
— In quanto poi, seguitò Sancio, al
valore, alla cortesia, alle prodezze ed all'assunto preso da vossignoria
variano i pareri. Gli uni dicono: pazzo ma grazioso! altri: valoroso ma
sfortunato! taluni: cortese ma impertinente! e di questo trotto vanno tirando
fuori tante cose da non lasciare né a vossignoria né a me osso sano.
— Considera, mio buon Sancio, rispose don
Chisciotte, che ove in eminente grado virtù risiede, ivi piomba la
persecuzione; e pochi o niuno dei celebri personaggi delle andate età si
sottrassero all'acuto morso della calunnia o della più fina malizia.
Giulio Cesare coraggiosissimo, prudentissimo, valorosissimo capitano, fu
tacciato di ambizione e di poca nettezza nei vestiti, ed eziandio nel costume.
Alessandro, che meritò il sopranome di Grande per le sue imprese, venne
accusato di essere stato una qualche volta ubbriaco. Di Ercole celebratissimo
per le tante sue fatiche, raccontasi che fu intemperante ed effemminato. Si
mormora di don Galaorre, fratello di Amadigi di Gaula, che fosse un
accattabrighe smodato; e di suo fratello che fosse un piagnone: di maniera che,
o Sancio, fra tante calunnie ad offesa dei buoni possono aver luogo alcune
anche ad offesa mia purché sieno limitate a ciò che mi hai riferito.
— Qui sta il punto, al corpo di mio padrone,
replicò Sancio.
— Ma v'è di peggio? domandò don
Chisciotte.
— Resta la coda da scorticare, disse Sancio e
quello che ho detto sino adesso, è stato rose e fiori; ma se brama saper
vossignoria appuntino tutte le calunnie delle quali ella è fatta
bersaglio, condurrò qui chi gliene potrà dire per disteso, e
senza che ne manchi un briciolo. Sappia che rimpatriò ieri a sera il
figliuolo di Bartolomeo Carrasco, il quale ritorna dallo studio di Salamanca
fatto baccelliere, ed essendo io stato da lui per dargli il ben venuto, mi
disse che già la storia della signoria vostra si leggeva su per i libri
col titolo: L'ingegnoso idalgo don Chisciotte della Mancia, ecc. Aggiunse
ch'io vi sono ricordato col medesimo mio nome di Sancio Pancia, e così
pure la signora Dulcinea del Toboso, colla giunta di altri segretuzzi fra noi
due soli, che io mi sono fatti mille segni di croce per lo stupore che possano
essere venuti a notizia di chi li ha scritti.
— Scommetterei, o Sancio, disse don Chisciotte,
che l'autore della nostra istoria debb'essere stato qualche savio incantatore;
ché a costoro nulla è nascosto di quello che imprendono a scrivere.
— E come che costui è stato mago o
incantatore! replicò Sancio; poiché per quello che ne dice il detto
baccelliere Sansone Carrasco, l'autore dell'istoria si chiama Cide Hamete
Berengena.
— Questo è nome di Moro, rispose don
Chisciotte.
— Può darsi, soggiunse Sancio, poiché
intesi dire comunemente che i Mori sono amici delle erbe berengane
— Tu devi andar errato o Sancio, disse don
Chisciotte, sul sopranome di questo Cide che in arabico vuol dire signore.
— Potrebbe anche essere, replicò Sancio;
ma se brama vossignoria che faccia venir qui il baccelliere io andrò in
un fiato a cercarlo.
— Ne avrò grande soddisfazione, disse don
Chisciotte, che mi ha posto in confusione tutto quello che mi hai detto, né
mangerò boccone che mi piaccia sinché io non abbia le più esatte
e le più ampie informazioni.
— Ed io corro in traccia di lui,” disse Sancio.
Partì
dunque dal suo padrone, andò a trovare il baccelliere, col quale
tornò di lì a poco e seguirono poi fra loro i seguenti
graziosissimi ragionamenti.
CAPITOLO III
DEL RIDICOLO DISCORSO TENUTO DA DON CHISCIOTTE, SANCIO PANCIA E
IL BACCELLIERE SANSONE CARRASCO.
Don Chisciotte era rimasto assorto in gravi
pensieri aspettando il baccelliere Sansone Carrasco da cui attendeva il
ragguaglio di ciò che di lui si narrasse nel libro annunziatogli da
Sancio Pancia. Non potea persuadersi che la sua istoria avesse veduto la luce
del mondo, mentre la sua spada era tuttavia intrisa e grondante del sangue dei
nemici ch'egli s'immaginava di avere ammazzati; e se con tutto ciò
volava per ogni dove la storia delle grandi sue gesta cavalleresche, questo
dovea avvenire solo per incantesimo di qualche savio o amico o nemico: amico
per ingrandirle ed innalzarle sopra le più segnalate di cavalier
errante; nemico per annichilarle e metterle al disotto delle più vili
che fossero state mai scritte di inglorioso scudiere. Dopo tutto questo andava
fra sé stesso dicendo:
“Eppur delle imprese degli scudieri non si
è mai usato di fare menzione in iscritto, e quand'anche vi fosse una
tale istoria, dovendosi riferirla ad errante cavaliere, dovrebbe essere per
necessità eloquentissima, alta, insigne, magnifica, veritiera.” Lo
consolavano un poco queste riflessioni, ma si trovava poi sconfortato pensando
che n'era Moro l'autore, poiché aveva il nome di Cide, né dai Mori attender
poteasi verità alcuna, essendo tutti imbrogliatori, falsarii e lunatici.
Temeva che non si fosse parlato degli amori suoi colla più rigorosa decenza,
e che ne avesse quindi a ridondare pregiudizio ed oltraggio alla onestà
della sua signora Dulcinea del Toboso; almeno bramava che fosse stata posta in
chiaro lume la sua fedeltà e il decoro che aveale gelosamente serbato,
sprezzando per tale suo idolo, regine, imperatrici e donzelle di ogni
condizione, e infrenando gl'impulsi suoi naturali.
Stando così in queste ed in altre molte
immaginazioni, giunsero a lui Sancio e Carrasco, il quale molto cortesemente fu
accolto da don Chisciotte. Il baccelliere, quantunque si chiamasse Sansone, non
era molto alto di statura, ma volpe fina, di colore macilento e di scaltrito
giudizio. Contava l'età di ventiquattr'anni, aveva faccia tonda, naso
schiacciato e bocca grande: indizi tutti di un uomo malizioso e amico delle
galanterie e degli scherzi: ed egli ne diede subito una chiara prova allorché,
vedendo don Chisciotte, se gl'inginocchiò dinanzi e gli disse:
— Mi dia la grandezza vostra a baciare le mani,
signor don Chisciotte della Mancia, che per l'abito di San Pietro ch'io porto
indosso, quantunque io non abbia ricevuto che i soli primi quattr'Ordini, giuro
che vossignoria è uno dei più famosi cavalieri erranti che sieno
stati o possano mai trovarsi in tutta la rotondità della terra. Benedetto
sia Cid Hamet Ben Engeli che lasciò scritta la istoria delle prodezze di
vossignoria, e più benedetto ancora sia quel dotto curioso che si
pigliò la fatica di recarle dall'arabo nel nostro idioma castigliano:
affinché ne avessero le genti universale trattenimento.”
Lo fece rizzare don Chisciotte, e così gli
rispose:
— È egli vero dunque che corre per lo
mondo la mia istoria e che la compose un Moro incantatore?
— Tanto è vero, signor mio, disse Sansone,
che porto opinione che al dì d'oggi siano già stampati più
di dodicimila esemplari di questo libro; e se non crede a me dicanlo il
Portogallo e Barcellona e Valenza dove furono impressi. Corre poi fama che se
ne stia facendo una impressione anche in Anversa, e a me pare certissimo, che
non si darà nazione né lingua in cui non si abbia a tradurlo.
— Una delle cose, disse don Chisciotte a tal
punto, che debbono recare più consolazione ad uomo virtuoso ed eminente,
quella si è di vedersi vivente stampato in diversi idiomi, ed arricchito
e di celebrità e di buon nome nelle lingue degli uomini: dissi di buon
nome, perché in caso diverso, nessun genere di morte sarebbe peggiore del suo
tormento.
— Se si tratta di alto nome e celebrità,
rispose il baccelliere, vossignoria toglie la palma a tutti i cavalieri
erranti: perché il Moro nel proprio idioma, e il Cristiano nel suo, si diedero
la più viva premura di rappresentar molto al naturale la sua gagliardia,
lo strepitoso suo coraggio nell'affrontar i pericoli, la sofferenza nelle
traversie, la tolleranza sì nelle contrarie vicende come nelle percosse
ricevute, e la onestà e la continenza negli amori platonici di
vossignoria colla signora donna Dulcinea del Toboso.
— Giammai, replicò allora don Chisciotte,
ho inteso chiamare col Donna la mia signora Dulcinea del Toboso, ma Signora
semplicemente, ed in questo comincia a sbagliar la istoria
— Questa non è obbiezione di alcuna
importanza, rispose Carrasco.
— No per certo, don Chisciotte soggiunse; ma
dicami la signoria vostra, signor baccelliere: quali sono le mie prodezze di
cui si è creduto di far maggior conto in cotesta opera?
— Variano in ciò le opinioni, rispose il
baccelliere, a seconda dei gusti diversi. Alcuni sogliono preferire la ventura
dei mulini da vento che sembrarono alla signoria vostra giganti e briarei;
altri quella delle gualchiere; questi prediligono la descrizione dei due
eserciti che poi erano due branchi di montoni: altri tiene in gran pregio la
ventura del morto ch'era condotto a seppellire in Segovia: uno sostiene che va
sopra ogn'altra la liberazione dei galeotti; un altro che nessuna sta a petto
di quella dei due giganti benedettini colla questione del valoroso Biscaino.
— Favorisca dirmi, Sancio soggiunse: si parla mai
della ventura dei mulattieri ianguesi, quando il nostro buon Ronzinante
s'invogliò di procacciarsi anch'egli avventure?
— Nulla, rispose Sansone, ha ommesso quel savio:
racconta ogni cosa con fedeltà, con esattezza, né tacque neppure le
capriole che fece il buon Sancio sulla coperta.
— Io non ho fatto capriole sulla coperta, rispose
Sancio, ma per aria, e furono più del bisogno.
— A quanto mi figuro, disse don Chisciotte, non
vi è storia al mondo che non abbia il suo pro e contra, quelle
massimamente che trattano di cavalleria, le quali non possono essere sempre
piene di fortunati avvenimenti.
— Con tutto ciò, replicò il
baccelliere, dicono alcuni che hanno letta la istoria che avrebbero desiderato
di vedere dall'autore poste in dimenticanza le bastonate infinite date in
diversi incontri al signor don Chisciotte.
— Queste sono verità, disse Sancio, e non
potevano essere trascurate da chi racconta.
— Poteano per altro tacerle per giustizia, disse
don Chisciotte, perché le azioni dalle quali non viene cangiata od alterata la
storia possono passarsi sotto silenzio quando tendono a mettere in discredito
il protagonista; e per mia fede che non fu Enea sì pietoso come cel
dipinge Virgilio, né sì prudente Ulisse come ci viene descritto da
Omero.
— Dice benissimo, vossignoria, soggiunse Sansone;
ma altro si è lo scrivere poeticamente, altro il farlo storicamente;
è lecito al poeta raccontare o vantare le cose non già quali
furono ma quali avrebbero dovuto essere, mentre lo storico invece ha da
scriverle non già come avrebbero dovuto essere, ma quali realmente
furono senz'alterare in un punto solo la verità o con mutazioni o con
aggiunte.
— Se è obbligo che questo signor autore
Moro racconti il vero, disse Sancio, egli è indubitato che dee fra le
bastonate del mio padrone far menzione anche di quelle da me ricevute, mentre
non furono a sua signoria macinate giammai le spalle senza che fosse pesto
anche a me tutto il corpo: né è da farsene maraviglia, perché come dice
il medesimo mio padrone, le membra hanno da partecipare nel dolore della testa.
— Tu sei un furbo, Sancio volpone, rispose don
Chisciotte; e in verità che non ti manca memoria quando ti giova
l'averla.
— Se anche mi sforzassi, disse Sancio, a volermi
dimenticare delle bastonate ricevute, non mel permetterebbero le lividure
ancora fresche fresche sulle mie costole.
— Taci, Sancio, don Chisciotte soggiunse, e non
interrompere il signor baccelliere, ché io lo prego di mettermi al fatto di
tutto quello che di me si dice nella riferita mia istoria.
— E di me ancora, disse Sancio, ché dicono che
sono uno dei suoi principali personagli.
— Personaggi (soggiunse Sansone) e non
personagli, dovete dire, amico Sancio.
— Oh! mancava anche quest'altro rinfacciatore di
bocaboli, soggiunse Sancio: seguiti pure ad emendarmi che non la finiremo mai
più.
— Dio non mi dia bene, rispose il baccelliere, se
voi non siete il secondo personaggio di quella istoria; ed avvi taluno cui
vanno a sangue i vostri ragionamenti anche più di quelli di ogn'altro
ivi introdotto, tuttoché vi sia chi vi taccia di soverchia credulità nel
tenere per vero il governo di quell'isola promessavi dal signor don Chisciotte
qui presente.
— Splende il sole per dar luce anche alle
più riposte muraglie, disse don Chisciotte; e quando Sancio sarà
avanzato in età, mercé la sperienza degli anni diverrà più
accorto e più idoneo di quello che presentemente non sia per esercitare
la carica di governatore.
— Oh povero me! soggiunse Sancio, se non sapessi
governare un'isola con gli anni che ho indosso, non ne sarei più capace
se vivessi gli anni di Matusalemme: il male si è che questa benedetta
isola è stata trattenuta non si sa dove, non già che manchi a me
buona testa per governarla.
— Rimettiti nel signore, disse don Chisciotte,
che fa tutto per lo bene e per lo meglio, non movendosi foglia di arbore senza
il voler di Dio.
— E questo è vero, disse Sansone, ché se
Dio vorrà non mancheranno a Sancio mille isole da governare, non che una
sola.
— Ho veduto una qualche volta, disse Sancio, dei
governatori, che, a quanto mi pare, non valgono la suola delle mie scarpe, e
con tutto ciò si rende loro ogni omaggio, e sono serviti in argento.
— Questi tali, replicò Sansone, non sono
già governatori d'isole, ma di altri più manuali governi: chi
è destinato a reggere isole dee per lo meno sapere grammatica.
— Di grama mi par di sapere qualcosa, ma
di tica confesso che non me intendo punto né poco; ma lasciando l'affare
del governo nelle mani di Dio, il quale disporrà di me a suo
beneplacito, soggiungo, signor baccelliere Sanson Carrasco, che mi piace
moltissimo che l'autore dell'istoria abbia fatto menzione di me in maniera che
le cose da lui narrate intorno alla mia persona non sieno tali da infastidire i
lettori. Da vecchio cristiano che sono, e da buono scudiere vi giuro che se
avesse colui detto cose di me meno che proprie ci avrebbero sentiti i sordi!
— Questo sarebbe far miracoli, rispose Sansone.
— Miracoli o non miracoli, rispose Sancio, guardi
ognuno come parla e come scrive delle persone, e non dia di piglio alla penna
per raccontare fantasticamente e a suo capriccio i fatti altrui.
— Una delle accuse apposte a quella istoria,
disse il baccelliere, si è che il suo autore vi ha inserita una novella
intitolata il Curioso indiscreto non perché sia dispregievole e priva di
buon senso, ma perché mal si conviene in quel luogo, non avendo punto che fare
colla storia di sua signoria il signor don Chisciotte.
— Io rinnegherei me stesso, replicò
Sancio, quando vedo a questo modo immischiati i cavoli con le sporte.
— Oh adesso sì ch'io sostengo, disse don
Chisciotte, che non sia stato un savio l'autore della mia istoria, ma sì
bene qualcuno di questi ignoranti cicaloni che senza verun proposito si
accingono a scrivere, esca quello che vuol uscire; e si può
rassomigliarlo ad Orbaneia, il pittore di Ubeda, che interrogato di quello che
dipingesse rispose: quello che verrà fuori, ed una volta dipinse
un gallo sì sconciamente che bisognò scrivervi sotto con
caratteri gotici: questo è un gallo. Così per appunto
accadrà della storia mia cui sarà necessario appiccare un buon commento
perché sia intesa.
— Non vi sarà bisogno, rispose Sansone,
perché ha il merito di tanta chiarezza che non v'è mai un passo
difficoltoso. L'hanno tra le mani i fanciulli, dai giovani è letta,
è intesa dagli adulti, ne fanno elogio i vecchi, ed è infine
sì trita e nota e divulgata presso ogni sorta di gente, che appena
s'imbattono in un magro ronzino, e subito gridano: ecco là
Ronzinante; e i paggi specialmente sono coloro ai quali più che ad
ogni altro va a sangue la sua lettura. Non havvi anticamera di signore dove non
si trovi un don Chisciotte: uno lo piglia se un altro lo lascia, e se lo rubano
dalle mani; e per dire tutto in un fiato procura questa istoria il più
dilettevole e innocente trattenimento che finora si sia trovato, non riscontrandovisi,
mai neppure per ombra una licenziosa parola od una proposizione meno che
cattolica.
— Se fosse scritta altrimenti, disse don
Chisciotte, potrebbe tacciarsi a buon diritto di menzognera; e gli storici che
non si attengono alla verità, meritano di essere dati alle fiamme come i
fabbricatori di monete false. Non posso poi immaginare per qual motivo l'autore
si sia condotto ad inserirvi novelle straniere alla narrazione, quando le cose
spettanti a me gli potevano bastar a dovizia. Egli doveva attenersi al proverbio:
della paglia e del fieno, ecc., e in verità col solo manifestar i
miei pensamenti, i miei sospiri, le mie lagrime, gli onesti miei desiderî e le
mie ardite prodezze, aveva largo campo di comporre un volume molto maggiore, o
di tale grandezza da equivalere nella mole alle opere tutte scritte dal
Tostato. Insomma io penso signor baccelliere mio, che per comporre storie o
libri di qualsivoglia natura, siavi d'uopo di un gran giudizio e di maturo
discernimento: e che sia proprio unicamente di alti ingegni lo scrivere opere
graziose e leggiadre. Il più difficile personaggio in una commedia
è quello di chi fa la parte dello sciocco; perché non deve essere uno
stolto da vero chi si propone di parer tale. La storia è come una cosa
sacra: debb'essere vera; dov'è la verità v'è Iddio Signore
quanto alla verità: ciò null'ostante vi sono taluni che scrivono
libri sine fine, e li cavano dal loro cervello sì
spensieratamente come se fossero paste fritte.
— Non trovasi, disse il baccelliere, libro
sì sciagurato che in sé non contenga qualche cosa di buono.
— Non mi oppongo, soggiunse don Chisciotte, ma
sovente accade che taluno che godea un'alta riputazione per i suoi scritti
finché li tenne presso di sé, la perdette poi nel darli alle stampe, o se non
altro la oscurò di assai
— Questo nasce, riprese Sansone, perché si
conoscono i difetti dei libri tostoché si può fare su di essi matura
ponderazione; e tanto più si vanno scrutinando quanto più grande
è la fama degli autori che gli hanno composti. Gli uomini chiari per
sommo ingegno, i grandi poeti, gli storici illustri, o sempre o per lo
più, sono invidiati da quelli che attendono solo a scardassare le opere
altrui senz'aver essi dato mai una pagina sola alla luce del mondo.
— Ciò non dee recar maraviglia, disse don
Chisciotte, essendovi molti teologi non atti alla predicazione, ma esperti a
conoscere gli errori e i mancamenti di quelli che predicano.
— La cosa cammina per lo appunto come voi dite, o
signor don Chisciotte, soggiunse Carrasco: ma io vorrei che tali censori
fossero più indulgenti e meno scrupolosi, e non istessero ad appuntare
qualche macchiuzza nel chiarissimo sole di quell'opera della quale mormorano:
che se aliquando bonus dormitat Homerus, pongano mente al molto tempo in
cui stette desto l'autore per dare la sua fatica alla luce colle minori macchie
che avesse potuto: e forse potrebbe anche esser che quello che ad alcuni suona
male, fosse alcuna ombra aggiunta per accrescer il bello, come que' nèi
che talvolta rendono più gustosa la vaghezza di un viso. Tengo dunque
per fermo che molto avventura chi espone uno scritto alla critica del mondo,
essendo impossibile comporlo tale da render soddisfatti e contenti quelli tutti
che lo leggeranno.
— Il libro che tratta della mia persona, disse
don Chisciotte, pochi avrà per certo appagato.
— Anzi al contrario, lo interruppe Carrasco; che
siccome stultorum infinitus est numerus, così infiniti sono
quelli che l'hanno assaporato. Non è mancato però chi ascrisse a
difetto di memoria dell'autore l'essersi dimenticato di far sapere chi fosse il
ladro che rubò il leardo a Sancio, perocché ei racconta che l'asino fu
rubato, e poi di lì a poco vediamo che Sancio lo vien cavalcando senza
che se ne sappia il come. Lo accusano similmente di avere omesso di dar conto
dell'uso fatto da Sancio di quei cento scudi che trovò nel valigiotto in
Sierra Morena, i quali scudi non sono più rammentati; mentre molti
bramerebbero sapere che cosa Sancio ne fece e come li consumò: e questo
dicono ch'è uno dei principali difetti dell'opera.”
Sancio rispose:
— Io, signor Sansone, non mi sento voglia
d'investigar o di rifare conti... oh Dio! mi coglie in questo punto uno
svenimento da cui se non posso ripararmi con un po' di buon vino vecchio corro
a rischio di ammalarmi o di crepare: oh vi so dire che ne ho un barile a casa
di perfetto ai vostri comandi, ed intanto penso di andarvi, ché la mia cara
moglie mi aspetta: quando mi sarò ristorato lo stomaco tornerò
qua e darò a vossignoria e a tutto il mondo quegli schiarimenti che
più vorranno così rispetto alla perdita del giumento come
all'impiego de' cento scudi.”
Senz'aspettare
altre risposte od aggiunger parola, se n'andò Sancio a casa di filo. Don
Chisciotte pregò vivamente il baccelliere che stesse a far penitenza
seco, e il baccelliere accettò l'invito e restò. Si aggiunse al
pranzo consueto un paio di piccioni, e a tavola si ragionò di cose
toccanti la cavalleria. Carrasco secondò l'umore di don Chisciotte.
Finito il desinare dormirono un pochetto; Sancio intanto tornò, e fu
ripigliato l'interrotto ragionamento.
CAPITOLO IV
VENGONO SCIOLTI DA SANCIO PANCIA I DUBBII PROMOSSI DAL
BACCELLIERE SANSONE CARRASCO E RESTANO SODDISFATTE LE SUE DOMANDE; CON LA
GIUNTA Dl ALTRI SUCCESSI DEGNI DI ESSERE SAPUTI E RACCONTATI.
Sancio tornò a casa di don Chisciotte; e
ripigliando l'interrotto discorso, si fece a dire:
— Quanto a quello che il signor Sansone disse che
si desiderava di sapere da chi o come o quando siami stato rubato il giumento,
rispondo: La stessa notte in cui scappando dalla Giustizia siamo entrati in
Sierra Morena, dopo la sventurata avventura dei galeotti e l'altra del morto
ch'era portato a Segovia, il mio padrone ed io ci siamo internati tra certe
macchie, dove egli appoggiato alla sua lancia ed io sopra il mio leardo,
stanchi e pesti in conseguenza delle passate scaramuccie, cominciammo a
riposarci come se fossimo coricati su quattro sprimacciati guanciali. Io dormii
sì profondamente che non so chi sia stato colui che a suo grand'agio
mettendo quattro puntelli ai quattro angoli della bardella, mi lasciò
là cavalcioni, e mi trasse di sotto il leardo senza che io abbia potuto
accorgermene.
— Non vi è difficoltà in questo, né
questa è novità, disse don Chisciotte, mentre lo stesso
intervenne a Sacripante allorché trovandosi all'assedio di Albracca gli fu,
mediante la stessa invenzione, cavato di sotto le gambe il cavallo dal famoso
ladro Brunello
— Comparve il giorno, soggiunse Sancio, e nel
destarmi non ebbi appena data intenzione di muovermi, che spostati i puntelli,
diedi uno stramazzone in terra: guardai dell'asino e più non lo vidi.
Piansi allora dirottamente, e feci un lamento sì lungo che manca una
bella cosa all'opera se l'autore lo ha ommesso. A capo di alcuni giorni poi,
trovandomi colla signora principessa Micomicona, io riconobbi il mio asino
ch'era cavalcato da Gines di Passamonte in abito di zingaro; quell'imbroglione
e quel gran furbo a cui dal mio padrone e da me erano state tolte le catene dai
piedi e dalle mani.
— L'errore non consiste in questo, replicò
Sansone; ma in ciò, che prima che fosse trovato da Sancio il giumento,
dice l'autore che Sancio, cavalcava il leardo medesimo.
— A questo poi altro non so rispondere, disse
Sancio se non che o lo storico è caduto in errore, o è stata
trascuratezza dello stampatore.
— Così debb'essere indubitamente, disse
Sansone; ma come furono impiegati i cento scudi?
— Sono sfumati, rispose Sancio, ed io li ho
consumati a benefizio mio, di mia moglie e dei miei figliuoli: e questi scudi
sono stati la cagione che mia moglie sopportò pazientemente i viaggi e
le corse da me fatte servendo al signor don Chisciotte: ché se dopo sì
lungo tempo fossi tornato a casa colle mani vôte e senza asino, la mala ventura
mi avrebbe colto: e se c'è chi voglia altro sapere dei fatti miei,
eccomi qua pronto a rispondere anche al re in persona: né serve che alcuno si
dia la frega di mettere la sua pezzuola per sapere se abbia io portato, o non
abbia portato, se abbia speso o non speso, ché se si avessero a pagare con
denaro le bastonate che mi hanno regalate in questi viaggi, quando anche si
valutassero a quattro maravedis per una, non avrei la metà del mio
credito colla giunta di altri cento scudi. Si metta ognuno le mani al petto, né
gli venga il ruzzo di giudicar il nero per bianco: perché ognuno segue la sua
natura, ed il più delle volte anche peggio.
— Sarà mio pensiero, disse Carrasco, che
l'autore della istoria, se la ristamperà, non lasci d'inserirvi
quant'ora ha detto il buon Sancio, che sarà un notevole accrescimento di
perfezione.
— Evvi altro da emendare in questa leggenda,
signor baccelliere? domandò don Chisciotte.
— Debb'esservi sicuramente qualcosa, rispos'egli;
non però più importante delle riferite.
— E per ventura, disse don Chisciotte, promette
l'autore anche una seconda parte?
— Mai sì, rispose Sansone: dice
però che non l'ha ritrovata, né egli sa a cui volgersi per trovarla, e
noi dubitiamo se uscirà o no alla luce del mondo: tanto più che
non riuscirono mai buone le seconde parti: altri sostengono che quanto si
è scritto di don Chisciotte già è abbastanza; e certi
uomini poi di umore più gioviale che saturnino, dicono: vengano pure
delle altre chisciottate: combatta don Chisciotte e chiacchieri Sancio Pancia,
e avvenga ciò che piace, che noi saremo contenti.
— E quale è lo scopo dell'autore? disse
don Chisciotte.
— Quale? rispose Sansone: tosto che egli trovi la
storia che va cercando con intento animo, la darà alle stampe più
colla speranza di farne guadagno che di acquistarne lode.
— In questo caso, disse Sancio, l'autore non
guarda che al denaro e all'interesse, e sarà maraviglia che gli riesca
cosa degna di lode, perché non farà che imbastire e rimbastire, come fa
il sarto alla vigilia di Pasqua: quelle fatture che si compongono in fretta,
non riescono mai belle e perfette: oh badi bene, il signor Moro o chi egli si
sia, a quello che fa, che io e 'l mio padrone gli potremmo dare sì
abbondante materia di avventure e di successi varî fra loro da comporre non una
sola seconda parte, ma cento; e badi il dabben uomo che noi non ce ne stiamo
qui colle mani alla cintola, ma se ci verrà a ferrare il piede, si
accorgerà da quale noi zoppicchiamo; quello poi che so dire si è
che se il mio padrone si attenesse al mio consiglio, noi a quest'ora saremmo
già in campagna a disfar nuove offese, e a raddrizzar torti,
com'è lodevole costume di tutti i buoni cavalieri erranti.”
Non aveva Sancio finite queste parole, che Ronzinante
mandò fuori un acuto nitrito da cui trasse don Chisciotte felicissimo
augurio, e deliberossi di uscir fuori un'altra volta in nuova campagna fra tre
o quattro giorni. Partecipando al baccelliere la sua risoluzione, gli
domandò consiglio per dove cominciare dovesse la sua prima giornata; ed
egli rispose che era di avviso che se ne andasse alla volta del regno di
Aragona e nella città di Saragozza, dove tra non molto doveva farsi una
solennissima giostra per la festività di san Giorgio, nella quale avrebbe
potuto acquistar fama sopra tutti i cavalieri aragonesi; e ciò sarebbe
lo stesso come superare i cavalieri tutti del mondo. Aggiunse che sarebbe a
onoratissima e valorosissima la sua risoluzione, e lo avvertì a tenersi
più riserbato nell'avventurarsi ai pericoli perché la sua vita non era
sua, ma di tutti quelli che ne aveano d'uopo per essere soccorsi e difesi nelle
loro sventure.
— Questo è quello che qualche volta mi fa
uscire dei gangheri, disse Sancio a tal punto; perché il mio padrone assale cento
uomini armati con quella facilità con cui un ragazzo goloso si getta
addosso ad una mezza dozzina di frittelle. Corpo del mondo! signor baccelliere,
ha da esservi il suo tempo di combatter e quello di ritirarsi, e non sempre si
ha da gridare San Jacopo e avanti Spagna; e ciò tanto più
quantoché io intesi dire, e dal mio padrone medesimo, se ben mi ricordo, che il
valore sta in mezzo agli estremi che sono la codardia e la temerità: ora
se così è, mi pare che l'uomo non debba né mettersi a fuggire
senza ragione, né cimentarsi quando n'abbia il capriccio. In fine faccio
avvertito il mio padrone che se vuole che io lo segua, ciò debb'essere a
patto che nelle zuffe ha ad entrare egli solo, e che io non debbo aver altro
obbligo fuori quello di tener conto della sua persona in ciò che si
appartiene alla pulitezza e al buon servigio: ché in queste gli porterò
l'acqua cogli orecchi; ma s'inganna poi a partito se crede che io debba cacciar
mano alla spada, se pur fosse contro villani malandrini, e contro la vile ciurmaglia.
A me, signor Sansone mio, non passa neppur in pensiero di acquistar fama di
valoroso, ma bastami il nome del migliore e del più leale scudiere che
abbia servito mai cavaliere errante; e se il mio signor don Chisciotte,
obbligato dai miei molti e buoni servigi, vorrà regalarmi una delle
molte isole che sua signoria dice di dover conquistare fra poco, io
l'avrò per buona retribuzione; e in caso che non me la dia vi so dire
che sono al mondo ancor io, e che l'uomo non ha da vivere sulle speranze che gli
dànno gli uomini, ma nella confidenza in Dio; e può forse
accadere che mi riesca più saporito il pane sgovernato che quello di
governatore. E non potrebbe il diavolo apparecchiarmi in questi governi qualche
trabocchetto da farmi inciampare e cadere e rompere i mascellari? Oh io nacqui
Sancio, e Sancio voglio morire: e se a fronte di tutto questo piacesse al
cielo, senza mio molto fastidio o risico, di offrirmi per caso qualche isola od
altra simile cosa, non sarei già sì balordo da rifiutarla; ché
dice il proverbio: se altri ti dà la giovenca, e tu mettile la corda al
collo; e quando ti arriva il bene, portalo in casa tua.
— Voi, fratello Sancio, disse Carrasco, avete
parlato come uomo da cattedra; confidate pure in Dio e nel signor don
Chisciotte, che egli vi donerà un regno nonché un'isola.
— Tanto mi fa l'uno come l'altra, rispose Sancio;
e so dire al signor Carrasco che se il mio padrone darà un regno a me
non lo avrà messo per questo in un sacco rotto; ed io già mi ho
tastato il polso ben bene, e mi trovo forte quanto basta per mettermi alla
testa di regni ed al governo d'isole; cosa che ho già replicamente detto
al mio padrone.
— State, o Sancio, sopra voi stesso, disse
Sansone, ché gli offìci mutano i costumi; e potrebbe accadere che trovandovi
fatto governatore non conosciate più la madre che vi ha partorito.
— Questo si ha da dire, rispose Sancio, a chi
è nato nei deserti, e non ha l'anima unta con quattro dita di sugna da
cristiano vecchio come la tengo io: né io sono uomo a cui si possa dare
meritamente la taccia d'ingrato verso chicchessia.
— Piaccia a Dio che sia così, disse allora
don Chisciotte e ne avremo la prova quando venga l'ora del governo, e che
già mi pare di averlo dinanzi agli occhi...”
Ciò detto, pregò il baccelliere che
s'egli era poeta volesse comporgli qualche verso che trattasse del commiato che
pensava pigliar dalla sua signora Dulcinea del Toboso, coll'avvertenza di
cominciare ogni riga con una lettera del nome di lei, di maniera che, unendo la
prima lettera d'ogni verso, si leggesse Dulcinea del Toboso. Il baccelliere
rispose che quantunque non fosse uno dei rinomati poeti viventi in Ispagna (i
quali, a parer suo, non oltrepassavano il numero di tre e mezzo), non
lascerebbe di comporre in tal metro, se non che la sua composizione trovato
avrebbe grandi ostacoli a cagion che le lettere contenute in quel nome erano
diciassette, e componendo quattro castigliane di quattro versi sopravvanza una
lettera, e se di cinque (che si chiamano decine o ridondiglie) mancavano tre
lettere; contuttociò procurerebbe d'incastrare una lettera dove meglio
credesse per modo che nelle quattro castigliane si racchiudesse il nome di
Dulcinea del Toboso.
— Così debb'essere assolutamente, disse
don Chisciotte: che se il nome non è patente e a pennello, ogni altra
donna potrebbe credere che la poesia fosse composta per lei.”
Così convennero, e la partenza fu
stabilita tra otto giorni. Don Chisciotte prescrisse al baccelliere di non
parlarne a nessuno, specialmente al curato ed al barbiere, nonché alla serva ed
alla nipote, affinché non si opponessero a così onorata e valorosa
risoluzione. Carrasco promise di obbedirlo; e con questo si tolse licenza da
don Chisciotte, pregandolo che lo informasse di tutti i suoi o avventurosi o
disgraziati successi quando ne avesse opportunità. Si separarono, e
Sancio andò a metter in pronto ogni cosa per la terza uscita in
campagna.
CAPITOLO V
DELL'ACCORTA E GRAZIOSA CONVERSAZIONE TENUTA DA SANCIO PANCIA
CON TERESA SUA MOGLIE, E DI ALTRI AVVENIMENTI DEGNI DI FELICE RICORDANZA.
Entrando il traduttore di questa istoria a
trascrivere il presente quinto capitolo, dichiara che lo tiene per apocrifo;
giacché Sancio Pancia parla qui d'un modo troppo diverso da quello che lo
scarso suo ingegno poteva promettere, e dice cose sì ponderate e sottili
da parergli impossibile che le sapesse. Non volle per questo lasciar di
tradurlo per non mancare al suo dovere, e quindi prosegue nel seguente modo:
Giunse Sancio a casa sua con sì grande
giubilo e festa che a un tiro di balestra Teresa sua moglie si accorse della
sua letizia e gli disse:
— Che rechi tu di buono, amico Sancio, ché sei
così lieto?
— Moglie mia, le rispose, se piacesse a Dio
vorrei non essere così contento come ti sembro.
— Non intendo, marito mio, replicò ella, né
so concepir perché tu dica che brameresti, piacendo a Dio, non essere contento
come apparisci; per quanto io sia balorda non so che vi sia chi non goda di
esser contento.
— Sappi, Teresa, rispose Sancio, che la mia gioia
proviene dall'essermi determinato di tornare al servigio del mio padrone don
Chisciotte, il quale è ora deliberato d'uscire una terza volta in
campagna a cercar avventure. Io voglio seguirlo costretto dalla
necessità ed anche dalla speranza che mi consola nel pensar se potessi
trovare altri cento scudi come i già inghiottiti; ma mi sconforta l'idea
di dovermi divider da te e dai miei figliuoli, che se a Dio piacesse di darmi
da mangiare a piede asciutto e in casa mia senza farmi girare per catapecchie e
per precipizî (ché lo potrebbe fare con poca spesa e col solo volerlo), egli
è di tutta evidenza che questa mia allegrezza sarebbe più stabile
e vera, quando adesso è mista al dolore di dovervi abbandonare. Ho
dunque detto bene che avrei un gran gusto, se Dio volesse, di non essere
contento.
— Gran che, Sancio mio, gli rispose donna; da che
sei divenuto membro di cavaliere errante tu parli in maniera raggirativa, tanto
che nessuno ti può capire.
— Basta che m'intenda Dio, moglie mia, rispose
Sancio, ch'egli è l'intenditore di tutte le cose; e non andiamo
più in là. Ricordati, sorella, che bisogna tener bene in ordine
in questi tre giorni il nostro asino, affinché sia poi atto a portare l'arme:
tu raddoppia la dose del suo mangiare, esamina la bardella e le cose tutte,
perché noi non anderemo già a nozze, ma sì bene a dare una
giravolta per lo mondo, a contrastare con giganti e con visioni e con
fantasime, ad udire fischi, ruggiti, mugghi e belamenti: e tutto ciò
sarebbe ancora uno zucchero se non si dovesse venir alle prese con Janguesi e
con Mori incantati.
— Credo bene, marito mio replicò Teresa
che gli scudieri erranti non mangino il pane senza grandi sudori, e sta sicuro
che io raddoppierò le mie preghiere al Signore perché presto ti liberi
da sì trista condizione.
— Ti protesto moglie cara, Sancio soggiunse, che
s'io non pensassi che fra poco sarò governatore di un'isola vorrei
cadere morto se di qua mi movessi.
— Oh questo poi no, marito mio, replicò
Teresa; viva la gallina se anche ha la pipita: vivi tu, e venga il canchero a
quanti governi vi sono al mondo: sei uscito dal ventre di tua madre senza
governo, sei vissuto sino adesso senza governo, e senza governo te ne andrai e
sarai messo in sepoltura quando Dio vorrà; e poi tanti e tanti vivono a
questo mondo senza aver alcun governo, e per questo tralasciano forse di passar
avanti e di stare tra i viventi? La più buona salsa che si trova
è la fame; quando questa non manca i poveri mangiano sempre con
appetito: per altro statti bene all'erta, o Sancio, e se per caso otterrai
questo tuo benedetto governo non dimenticare che hai moglie e figliuoli:
ricordati che Sancetto ha ormai quindici anni compiti, ed è tempo che
cominci andare alla scuola se il suo signor zio prete lo ha da incamminare al
sacerdozio: ricordati che Maria Sancia tua figliuola capiterà male se
non le daremo marito; e che mi va dicendo il cuore, che tanto ella ha voglia di
maritarsi quanto l'hai tu del tuo governo, e al fine dei fini è sempre
cosa prudente ed ottima che una ragazza sia accasata, o bene o male, perché non
si perda altrimenti.
— Ti do la mia parola, rispose Sancio, che se la
fortuna vuole ch'io mi guadagni qualche governuccio mariterò Maria
Sancia sì altamente che non la potranno arrivare se non con chiamarla signora.
— A ciò non consento io, o Sancio, rispose
la moglie: maritala con un suo pari, che questo è il meglio: se cambia
gli zoccoli in pianelle e la zimarra di panno bigio in grandiglia e gammurra di
seta, e se di una Mariuzza e di un tu si faccia la donna o la signora
tale, la nostra ragazza non saprà più di essere a questo
mondo, darà a ogni passo in ciampanelle, e farà presto conoscere
il filo della sua grossa tela.
— Taci, sciocca, interruppe Sancio; ché le
difficoltà non potranno durare più di due o tre anni, e poi la
signoria e la gravità le calzeranno come dipinte; e quando anche
ciò non fosse, che importa egli? diventi signora, e seguane quello che
si vuole, ché non serve altro.
— Misurati, Sancio, col tuo stato, rispose
Teresa, e non dimenticarti il proverbio che dice: Al figlio del tuo vicino
nettagli il naso e piglialo per tuo. Oh la sarebbe una bella cosa l'accasare la
nostra Maria con un gran conte o con un gran cavaliere, che venendogli poi
qualche altra fantasia la facesse entrare in un guscio di noce, chiamandola
villana, figlia di un rompizolle, di una pelarocche! io non lo
permetterò finché mi staranno occhi aperti, sai; ché io non ho
già allevato la mia figliuola perché abbia ad avere disgusti di questa
sorta. Pensa, Sancio, a portare danari, e lascia poi a me di maritarla: abbiamo
Lope Toccio, il figliuolo di Giovanni Toccio, giovane gagliardo e sano, che
conosciamo molto bene, e che non guarda la ragazza di mal occhio; con questo,
ch'è nostro uguale, sarebbe assai bene maritata, e noi la avremmo sempre
dinanzi agli occhi e saremmo tutti una cosa, padri e figli, nipoti e generi, e
la benedizione del Signore sarebbe sempre in casa nostra: e questo saria pur
meglio che farla sposa in qualche corte o in qualche gran palazzo dove non
trovi chi la intenda o chi sia inteso da lei.
— Ma dimmi un poco, moglie di Barabba, o bestia
che sei, replicò Sancio: e perché mai opponi senza ragione alcuna ch'io
mariti mia figliuola con chi possa darmi dei nipoti che ti chiamino signoria?
Teresa cara, io ho sentito a dire da' miei antenati, che quello che non sa
profittare della sorte quando gli si presenta, ha da dolersi di se stesso se le
scappa di mano; e sarebbe pur mal fatto che noi non le aprissimo la porta ora
che vi sta picchiando; e lasciamoci condurre dal vento prospero che adesso
soffia. (Per questa maniera di dire, e per ciò che più sotto si
esprime da Sancio, dichiarò il traduttore di questa storia di tenere per
apocrifo il presente capitolo). E non ti pare egli, animalaccia,
continuò Sancio, che sarà una buona fortuna se io sarò
preposto a qualche governo, che dandoci buoni proventi ci tolga dal fango, e se
potrò maritare Maria Sancia con chi mi va più a genio? Allora
sentirò a chiamarti donna Teresa Pancia, e allora tu potrai sederti in
chiesa sopra i tappeti, i guanciali e gli arazzi a dispetto e a vergogna delle
mogli degli idalghi del paese... Ma no, no; restati pur sempre nel tuo guscio
né darti pensiero alcuno di alzarti, e statti a tuo luogo come i santi delle
muraglie; e non facciamo altre parole intorno a questo... già la
Sancetta dev'esser contessa, di' pure tu quello che ti pare.
— Tu non sai quello che ti vai cianciando,
replicò Teresa: a fronte di tante tue belle parole io sostengo che
questa tale contea condurrà nostra figliuola sul carro della malora; fa
pure a modo tuo, e fa che sia anche duchessa o principessa, che tutto
sarà sempre contro la mia volontà ed il mio consenso. Eh,
fratello mio, io non ho mai saputo scostarmi dalla mia condizione, e non posso
soffrir le alture senza fondamento: Teresa mi chiamarono nel battesimo, nome
semplice e schietto, senza giunte o ricami di donni e di donne: Cascascio
si chiamò mio padre, e per esser tua moglie sono chiamata Teresa Pancia,
che di giusta ragione dovrebbero chiamarmi Teresa Cascascio: ma tutto serve al costume,
e mi contento di questo nome senza che vi appiccichino un don che
sarebbe per me un peso insopportabile. E poi non voglio mai dare di che dire a
chi mi vedesse andar vestita alla contessìle od alla governatorile,
ché subito direbbero: Guardate in che albagia monta quella misera
femminuccia: ieri aveva appena tanto pennacchio di stoppa da poter filare, ed
oggi va alla messa coperta la testa colla falda del gamurrito in cambio di
velo, e vuol comparire con faldiglia e con bottoni e in tono di gravità
come se noi non sapessimo chi ella è! Se Dio mi lascia i miei sette
sentimenti o cinque, o quelli che insomma che ho, non m'indurrò mai a
farmi metter in canzone: va pur tu, fratello, ad esser governo o
isolo, e monta tu in superbia a tuo piacimento, ma giuro per lo secolo che
ha indosso mia madre, che né io né tua figliuola moveremo un passo fuori del
nostro paese. La moglie onorata dee stare in casa facendo conto di avere le
gambe rotte; e l'onesta figliuola ha da far consistere il suo divertimento nel
lavorare per la famiglia. Va dunque tu a tua voglia col tuo don Chisciotte per
le buone venture e lascia noi qui colle nostre male venture, che se ne saremo
degne, il Signore migliorerà il nostro stato. Non vi sarà ragione
che si abbia a mettere la giunta del don, che non hanno portato mai nostro
padre né i nostri avi.
— Ora sì, replicò Sancio, che io
suppongo che tu abbia in corpo qualche spirito folletto. Che Dio m'aiuti, come
sei tu andata infilzando tanti spropositi senza né capo né coda? Che hanno qui
a fare i Cascasci, i bottoni, i proverbi e l'albagia con quello ch'io dico?
Vien qua, mentecatta e ignorante (ché ben posso darti cotesti nomi da che non
intendi ciò che ti dico, e volgi le spalle alla fortuna); s'io avessi
detto che mia figliuola avesse a precipitare da una torre o ad andare vagando
per lo mondo come la infanta donna Uracca, ti darei ragione di non accogliere i
miei disegni; ma se in due sole parole o in meno di un aprire o serrare gli
occhi te le pianto addosso un don o una signora, e la tolgo dalle
stoppie, e la pongo in gravità ed a sedere su di uno strato con
più guanciali di velluto che non ebbero in uso i Mori della stirpe degli
Almohadi di Marocco, perché non hai tu da volere quello che voglio io?
— Sai tu perché? rispose Teresa, per causa del
proverbio che dice: Chi ti cuopre ti scuopre. Sul povero passa tutto senza
osservazione, ma il ricco è minutamente considerato; e se il tale ricco
fu povero un giorno, oh allora sì che si mormora e si maledice; e non
fanno altro che dire le male lingue, che se ne trovano a monti per le strade e
come sciame di pecchie.
— Badami, Teresa, rispose Sancio, e senti quello
che ti voglio dire, e che non l'avrai forse più inteso in tutto il tempo
della tua vita; e in questo punto, sai, non parlo di mia testa, oibò,
sono tutte sentenze del padre predicatore che predicò la passata
quaresima in questo paese.
Se male non ricordo egli così la
discorreva: tutte le cose che ci sono presenti, e si mirano cogli occhi, stanno
impresse nella memoria con forza molto maggiore delle passate. (Questo discorso
che Sancio va facendo è il secondo motivo per cui il traduttore tiene
per apocrifo questo capitolo, perché eccede la capacità sua).
Seguitò dunque dicendo:
Donde nasce egli che quando ci si presenta una
persona bene composta e vestita con isfarzo e con un gran codazzo di servitori,
sembra che ci troviamo obbligati quasi a forza di portarle rispetto? e tuttoché
ci torni a memoria l'umile condizione in cui l'abbiamo veduta precedentemente,
quella primitiva bassezza, sia ella proceduta da povertà o da oscura
prosapia, non avendo esistenza, non è più, e resta unicamente
quello che ci vediamo dinanzi. Se quel tale cui sollevò la fortuna dal
fondo di sua abbiezione (son le parole proprie del predicatore) all'apice della
prosperità, fosse ben creato, liberale e cortese, né si mettesse e
disputare sul conto di quelli che vantano antica nobiltà, non è
egli vero, Teresa, che non si troverebbe chi si rammentasse del primiero suo
essere? Sarebbe anzi riverito pel suo stato presente a meno che non incappasse
in qualche invidioso contro il cui morso non vale fortuna per prospera che sia.
— Marito mio, io non t'intendo punto, disse
Teresa; fa quello che ti pare e piace, né mi rompere altro la testa colle tue
rettoriche; e se sei risolto a fare quello che dici...
— Risoluto hai a dire, moglie mia,
interruppe Sancio, e non risolto.
— Non ti mettere a disputare con me,
marito mio, replicò Teresa, che io parlo come Dio vuole e non amo
fantasticarmi, e soggiungo che se ti sta fitto in testa il governo, almeno
conduci con te tuo figlio Sancetto per ammaestrarlo anche lui a governare,
essendo ben fatto che i figliuoli sieno eredi, e si istruiscano dell'officio del
genitore.
— Subito che sarò nominato governatore,
disse Sancio, manderò a prenderlo per le poste, e ti manderò dei
danari, che certo non mi mancheranno, poiché sempre si trova chi ne dà a
prestito ai governatori quando ne sono senza; e allora lo vestirai in modo che
non gli resti ombra di quello che era, ed apparisca quello che dovrà
essere.
— Manda pur tu il denaro ch'io lo vestirò,
e sarà bello come una palma, disse la moglie.
— Restiamo intesi, rispose Sancio, che nostra
figliuola ha da essere contessa.
— Il giorno in cui la vedrò contessa,
replicò Teresa, fo conto di seppellirla; ma torno a dire che tu farai
quello che più ti andrà a garbo, perché si sa bene che noi altre
donne nasciamo con l'obbligo connaturale di obbedire ai nostri mariti, fossero anche
tanti stivali.”
Dopo questo discorso si pose a piangere sì
dirottamente come se già si vedesse dinanzi morta e seppellita Sancetta.
Sancio la racconsolò, assicurandola che dovendo farla contessa,
indugerebbe il più che potesse; e così terminò il lungo
colloquio, e tornò Sancio a rivedere don Chisciotte per disporre con lui
ogni cosa per la partenza.
CAPITOLO VI
CIÒ CHE SEGUÌ TRA DON CHISCIOTTE, LA SUA NIPOTE, E
LA SERVA: UNO DEI PIÙ IMPORTANTI CAPITOLI DI TUTTA L'ISTORIA.
Tra Sancio Pancia e sua moglie Teresa Cascascio
seguiva il riferito colloquio, e intanto non se ne stavano già oziose la
nipote e la serva di don Chisciotte, che per mille indizi venivano accorgendosi
che lo zio e padrone divisava già di far la terza uscita in campagna, e
di tornare all'esercizio della sua (come esse dicevano) malerrante cavalleria.
Procuravano di distorlo, con ogni miglior modo da quell'infausto pensiero; ma
tutto era un predicare al deserto, e il batter su di un ferro freddo.
Contuttociò fra i molti ragionamenti con lui tenuti, gli disse la serva:
— In verità, padron mio, che se
vossignoria non tiene piè fermo restando a casa sua, e se si conduce per
monti e per valli come anima in pena, cercando queste avventure, che a me
paiono invece disgrazie, io farò lagnanze tanto clamorose che
giungeranno a Dio e al re, il quale vi porrà rimedio.”
Don Chisciotte rispose:
— Serva, non so che sarà per rispondere
Iddio né tampoco la maestà del re alle tue querimonie; so unicamente che
se io fossi re mi disobbligherei dal rispondere a quella infinita
quantità di memoriali impertinenti che tuttogiorno gli vengono
presentati: ché uno dei più grandi travagli che hanno i re, fra
gl'infiniti, quello si è di essere obbligati ad ascoltare tutti, e
rispondere a tutti; e per conto mio bramerei che non gli venisse recata
molestia alcuna.”
Soggiunse la serva: — Signore, dica di grazia: in
corte di sua maestà non vi sono cavalieri?
— Ve n'ha, e molti, rispose don Chisciotte, ed
è ciò ben ragionevole, perché servano di ornamento alla grandezza
dei principi e di pomposa mostra della maestà regia.
— E non potrebbe vossignoria, replicò
l'altra, essere uno di quelli che a piè fermo servono al re e alle
signore standosi in corte?
— Rifletti, amica mia, rispose don Chisciotte,
che non tutti i cavalieri possono essere cortigiani, né tutti i cortigiani
possono o debbono essere cavalieri erranti. V'hanno al mondo cavalieri di ogni
sorta, e benché siamo tutti di una pasta, corre tra gli uni e gli altri una
essenziale differenza. I cortigiani senz'uscire dagli appartamenti né dal
limitare della corte scorrono il mondo tutto col solo tener gli occhi sopra una
mappa, senza veruna spesa, né patir caldo o freddo o fame o sete; ma noi altri,
che siamo veri cavalieri erranti, misuriamo col compasso de' nostri piedi tutta
la terra, esposti al sole, al freddo, al vento, alla inclemenza del cielo, di
notte e di giorno, a piedi e a cavallo: né conosciamo già solamente i
nemici per descrizione, ma nel loro essere reale: e ci mettiamo contro di loro
senz'alcun riguardo a pericolo od a circostanza, e senza perderci in
bagattelle, né facendo conto veruno delle leggi regolatrici delle disfide, come
a dire: se la lancia ovvero la spada dell'avversario sia troppo lunga, se porti
seco reliquie o testimonî, o qualche celato inganno, e se hassi a partire e
ridurre a pezzi il sole ovvero no, con altre cerimonie di simil natura che a te
son ignote, e ch'io pienamente conosco. Devi sapere in aggiunta che il buon
cavaliere errante, tuttoché trovisi a petto di dieci giganti la cui testa non
pure tocchi, ma sormonti le nubi, i quali giganti abbiano in vece di gambe due
grandissime torri, colle braccia somiglianti ad alberi di poderose navi, ed
ognuno degli occhi loro sia come una gran ruota di mulino, ed arda più
che un forno da vetri, non ha da concepirne il menomo ribrezzo: anzi con
disinvoltura ed intrepido cuore li deve assalire e combattere, e vincerli e
sbaragliarli se fosse possibile in un attimo, benché portassero armature
formate di conchiglie di un certo pesce che dicono essere più duro che
se fossero di diamanti, e in luogo di spade portassero taglienti coltelli di
acciaio damaschino, o mazze ferrate con punte pure di acciaio, come più
di due volte m'è avvenuto di vederne. Dico tutto questo, serva mia, perché
tu vegga quale differenza passa tra gli uni e gli altri cavalieri e sarebbe
mestiere che principe non vi fosse da cui non fosse tenuta in maggior
estimazione questa seconda, o, a meglio dire, questa prima specie di cavalieri
erranti, leggendosi nelle loro istorie esservene stato taluno fra loro che
salvò non un solo, ma molti regni.
— Ah! signor zio, entrò a dir la nipote a
tal punto, badi bene che quanto ella dice intorno ai cavalieri erranti è
favola e mera invenzione, e meriterebbero le storie loro (se non fossero prima
bruciate) che fosse soprapposto a ciascuna un sambenito, od altro
segnale atto a farle conoscere come infami e guastatrici dei buoni costumi.
— Per quel Dio che mi tiene in vita, che che se
tu non mi fossi nipote in dritta linea, come figlia della mia stessa sorella,
ti darei tale castigo per le bestemmie da te proferite, che avesse a rendersi
palese al mondo tutto. Come può esser mai che una tristanzuola che sa
appena dimenare dodici piombini da reticelle, osi muovere lingua a censurare le
storie dei cavalieri erranti? Che ne direbbe se ti udisse il signor Amadigi?
Benché sono certo che anch'egli ti darebbe generoso perdono, avendo portato il
vanto del più umile e cortese cavaliere dei giorni suoi, ed anche di
celebre difensore delle donzelle. Potrebbe darsi però che qualcuno ti
avesse sentita, e che te ne ridondasse gravissimo danno; poiché non tutti sono
cortesi né circospetti, ma all'opposto ve n'ha di codardi e malcostumati, né
tutti quelli che s'intitolano cavalieri lo sono interamente; ché alcuni sono di
oro, altri di alchimia, ed hanno di cavaliere sol l'apparenza, ma non reggono
poi al paragone della verità. Si dànno certi uomini di bassa
portata e vili che impazziscono per apparire cavalieri; e cavalieri vi sono
che, quantunque sublimi, fanno tutto il possibile per comparire uomini bassi,
si alzano i primi mediante l'ambizione e la virtù; questi si abbassano o
colla dappocaggine o col vizio, ed è quindi necessario grande sforzo
d'ingegno per distinguere questi generi di cavalieri tanto eguali nel nome e
tanto dissimili nelle azioni.
— Poffar il mondo! disse la nipote: tanto
è dotto il mio signor zio, che in caso di bisogno potrebbe montare in
pulpito, o andarsene a predicar per le strade; e con tutto ciò cade in
una cecità sì perfetta, ed in pazzia tanto evidente che si
dà a credere di essere valoroso mentre è vecchio, di avere gran
forza mentr'è infermo, di drizzare torti mentre è curvato dagli
anni, e soprattutto di essere cavaliere non lo essendo; perché quantunque gli
idalghi possano diventar cavalieri, ciò per altro non accade mai ai
poveri.
— Hai gran ragione, o nipote, in
quello che dici, rispose don Chisciotte, e potrei aggiugner cose intorno ai
lignaggi che ti fariano stupire, ma per non immischiare il divino coll'umano mi
taccio. Considerate per altro mie buone amiche; a quattro sorta di stirpi (e
statemi attente), possono ridursi tutte le razze o famiglie che si trovano al
mondo: quelle che partirono da bassi principî, e si estesero dilatandosi in
modo da pervenire a una somma grandezza; quelle che riconobbero grandi
principî, e si andarono conservando e si conservano tuttavia quali erano nella
loro primitiva origine: quelle che ad onta de' grandi cominciamenti terminarono
in una punta come piramide, che rispetto alla sua base e fondamento può
considerarsi un niente; quelle finalmente, e sono il maggior numero, nelle
quali, né buon principio si riconosce, né mezzo mediocre e perciò
finiranno senz'alcuna riputazione, come si è il lignaggio della gente
plebea ed ordinaria. Quanto alle prime che partirono da bassi principî, e si
alzarono alla grandezza che tutt'ora conservano, sia d'esempio la casa
Ottomana, che da un umile e basso pastore che l'ha fondata, pervenne all'apice
in cui la veggiamo. Del secondo lignaggio ch'ebbe principio nella grandezza e
la conserva senz'aumentarla, servano di esempio molti principi, che tali sono
per eredità, e la custodiscono senz'accrescerla o diminuirla,
contenendosi pacificamente entro i confini dei loro Stati. Mille poi sono gli
esempi di quelli che cominciarono grandi e terminarono in punta; perché tutti i
Faraoni, i Tolomei d'Egitto, i Cesari di Roma con tutta la caterva (se pure se
le può dar questo nome) d'infiniti principi, monarchi, signori medi,
assirî, persiani, greci e barbari, tutti questi lignaggi e signorie finirono in
punta, e si risolsero in nulla, così eglino, come quelli che diedero
loro l'origine, perché invero non sarà possibile trovare a' dì
nostri veruno dei loro discendenti; o se fosse possibile, li vedremmo ridotti
nel più basso ed umile stato. Non voglio aggiunger nulla intorno al
lignaggio plebeo, se non che serve egli unicamente ad accrescere il numero dei
viventi che non possono ambire verun'altra fama ed elogio, né aspirare ad altra
grandezza. Da tutto quello che ho detto, intendo che abbiate ad inferirne,
scioccherelle mie, come sia grande la confusione che corre tra i lignaggi; e
che appariscono grandi ed illustri quelli soltanto che tali si mostrano per la
virtù, le ricchezze e la liberalità di chi li possiede. Dissi
virtù, ricchezze e liberalità, perché il grande che fosse vizioso
sfoggerebbe il vizio in grado eminente, ed il ricco non liberale sarebbe un
miserabile avaro; infatti, chi tiene ricchezze non è già felice
per possederle, ma per consumarle col farne buon uso. Al cavaliere che trovasi
in povertà non altro resta per mostrarsi cavaliere veracemente, se non
che essere virtuoso, usando affabilità, costumatezza, cortesia,
compostezza e buon garbo, e lungi da lui debbe starsene la superbia, l'arroganza,
la mormorazione. Metta sua opera in farsi conoscere caritativo, ché con soli
due maravedis dati di buona voglia ad un povero, si mostrerà liberale
quanto colui che fa limosina a tocco di campana; né vi sarà chi adorno
veggendolo delle virtù già dette, tuttoché nol conosca, nol tenga
in conto di uomo d'illustre condizione; ma ben sarebbe prodigio che ottenesse
tal credito, chi fosse sfornito di qualità sì cospicue.
La lode è stata sempre il premio della
virtù, e gli uomini virtuosi furono sempremai celebrati. Due sono le
strade, figliuole mie, che guidano al possedimento delle ricchezze e
dell'onore; l'una è quella delle lettere, l'altra quella dell'armi. Io
l'arme tratto più che le lettere, e nacqui ad esse inclinato sotto
gl'influssi del pianeta Marte: di sorte che mi è ormai quasi
indispensabile di battere un tale cammino, e questo debbo calcare a dispetto di
tutto il mondo, e sarebbe gettata al vento ogni vostra cura per indurmi a non
voler ciò che mi costringono a voler i cieli, e dispone la fortuna, e
ragione domanda, e soprattutto esige l'espressa mia volontà. Ho piena
cognizione delle innumerabili traversie che sono annesse alla errante
cavalleria, ma noti per egual modo mi sono gl'infiniti beni che da essi
derivano: angusto il sentiero della virtù, vasto e spazioso quello del
vizio, ed i loro fini sono assai differenti; mentre quello del vizio dilatato e
aggrandito finisce in morte, e l'altro della virtù stretto e travaglioso
finisce in vita, e non già in vita che termina ma in quella che non ha
più fine. Ricordo quello che disse il nostro valoroso poeta castigliano:
“Per questi aspri sentieri si va alla sede
dell'eternità, d'onde, chi una volta vi arriva, non declina mai
più.”
— Ahi! meschina di me, disse la nipote, che il
mio signore e poeta, sa di ogni cosa e di ogni cosa s'intende. Possa io morire
se non sa fabbricare una casa come una gabbia, sol che si metta in testa di
voler esercitare l'arte di muratore.
— Io ti assicuro, nipote, rispose don Chisciotte,
che se questi pensieri cavallereschi non occupassero tutti i miei sensi, non vi
sarebbe cosa che da me non si facesse, né bizzarra manifattura che non uscisse
dalle mie mani, e massimamente gabbie e stuzzicadenti.”
La
povera serva era rimasta a bocca aperta, udendo la lunga tiritera di don
Chisciotte.
In
questo picchiarono alla porta, e domandandosi chi era, rispose Sancio Pancia:
“Son io.” Appena la serva l'ebbe conosciuto, che andò a rimpiattarsi per
non vederlo: a tal segno era da lei abborrito! Gli aprì la porta la
nipote, ed egli andò incontro a braccia aperte al suo padrone don
Chisciotte, che con lui si chiuse in camera dove seguì fra loro un altro
colloquio di non minore importanza di quello già riferito.
CAPITOLO VII
DI CIÒ CHE SEGUÌ TRA DON CHISCIOTTE ED IL SUO
SCUDIERE, CON ALTRI FAMOSISSIMI AVVENIMENTI.
Appena la serva ebbe veduto Sancio in conferenza
segreta con don Chisciotte, e subito s'immaginò che dalla loro consulta
dovesse venire la determinazione di fare una terza uscita in campagna. Si
racconciò dunque un poco, e copertasi del suo velo la testa andò
in traccia del baccelliere Sansone Carrasco, sembrandole che per esser buono
parlatore ed amico recente del suo padrone, potrebbe riuscire a distorlo da
così strano sproposito. Trovollo che stava passeggiando nel cortile di
casa sua, e al primo vederlo si gettò ai suoi piedi tutta affannata e in
sudore. Carrasco che la vide sì dogliosa e sconvolta, le domandò
subito:
— Che v'ha di nuovo, mia buona donna? che gran
motivo v'ha di vedervi tanto agitata che pare abbiate a lasciare la vita da un
momento all'altro?
— Nient'altro, mio signor Sansone, rispose, se
non che il mio padrone se n'esce ed esce indubitamente.
— E da che parte n'esce? gli si è rotta
forse qualche parte del corpo?
— Niente affatto, ma egli esce per la porta della
sua pazzia, rispose la serva; e voglio dire, signor baccelliere dell'anima mia,
ch'egli vuole adesso uscire di nuovo in campagna, che sarà la terza
volta, andando a cercare pel mondo quello ch'egli chiama venture, benché io non
sappia concepire perché si serve di questo male adattato nome. La prima volta
lo ricondussero a casa attraverso ad un giumento e fracassato dalle bastonate;
la seconda venne su di un carro tirato da buoi e rinserrato in una gabbia, dove
egli s'immaginava di essere incantato: e arrivò il pover'uomo sì
malconcio che non lo avrebbe conosciuto la madre che lo partorì, era
smunto, giallastro, cogli occhi concentrati nelle ultime cavità del
cervello, e tale che per farlo tornare in sé un cotal poco, mi bisognò
mandare a male più di seicento ova, come ben lo sa Dio, il mondo e le
mie galline, che non mi daranno mai una mentita.
— Ne sono certissimo, rispose il baccelliere,
poiché sono sì buone, sì grasse e sì ben costumate che non
direbbero una cosa per un'altra se pure scoppiassero: in sostanza, signora
serva, non c'è più di questo? né altro disordine è
successo se non che si dubita che il signor don Chisciotte, voglia andarsene
per la terza volta?
— Niente altro, rispose la serva.
— Ebbene, soggiunse il baccelliere, non ve ne
date fastidio: andatevene a casa vostra tranquilla, preparatemi qualche cosa
calda da asciolvere, e intanto per la strada recitate l'orazione di
sant'Apollonia, se la sapete, ch'io vi raggiungerò or ora, e vi farò
vedere maraviglie.
— Meschina di me! replicò la serva: mi
suggerisce vossignoria ch'io reciti l'orazione di sant'Apollonia? sarebbe buona
se il mio padrone avesse male di denti, ma il suo male consiste in una
infermità del cervello.
— So quello che dico, signora serva; andate, né
vi mettete a piatire con me, rispose Carrasco, perché sapete bene ch'io sono
baccelliere in Salamanca, né occorre di più.”
Con questo la serva andò via, e il
baccelliere si recò subito in traccia del curato per conferire su quelle
cose che a suo tempo saranno riferite.
Stavano intanto rinchiusi insieme in una camera
don Chisciotte e Sancio, e passavano fra loro i discorsi che con molta
esattezza e con veridica relazione racconta la storia. Disse Sancio al suo
padrone:
— Signore, ho rilotta mia moglie a
permettere ch'io seguiti vossignoria dove mi vorrà menare.
— Ridotta hai a dire, o Sancio, risposegli
don Chisciotte, e non già rilotta.
— Due o tre volte, replicò Sancio, se ben
mi ricordo, ho pregato vossignoria che non si faccia a correggere i miei
vocaboli quando ella già intende abbastanza quello che voglio dire; e se
non l'intende, dice: Sancio, o diavolo, spiegati meglio, e allora se non
saprò farmi capire potrà correggermi, che io sono sempre tocile.
— Ecco che non t'intendo, o Sancio, disse don
Chisciotte, e non so che voglia significare io sono tocile.
— Sempre tocile, vuol dire, rispose
Sancio, sono sempre così.
— T'intendo ora manco, replicò don
Chisciotte.
— Se non può intendermi, rispose Sancio,
io non so come spiegarmi meglio, che Dio ci aiuti.
— Ah! ah! la indovino ora, rispose don
Chisciotte: tu vuoi dire che sei docile, pieghevole, che ascolterai quello che
ti dirò, e che metterai a profitto le mie lezioni.
— Che io caschi morto, disse Sancio, se
vossignoria non mi aveva pur bene inteso da prima; ma si è goduto a
confondermi per cavarmi di bocca qualche scempiaggine.
— Potrebbe anche essere, soggiunse don
Chisciotte: ma in sostanza, e che dice Teresa?
— Teresa dice, rispose Sancio, che io leghi bene
il mio dito con vossignoria; che carta canta e villan dorme: patti chiari,
amici cari; è meglio un tien tieni che cento piglia piglia; e a questi
proverbî io soggiungo che il consiglio della moglie è poco, ma colui che
non lo piglia è sciocco.
— Sono del tuo stesso avviso, disse don
Chisciotte, e tira pur innanzi così, amico Sancio, che oggi tu sputi
perle.
— La conclusione si è, replicò
Sancio, che, come la signoria vostra sa meglio di me, noi siamo tutti mortali;
che oggi abbiamo gli occhi aperti e domani chiusi; e tanto se ne va l'agnello
come il montone: e nessun vi è al mondo che possa contare su di un'ora
sola di vita oltre ai confini che ha stabilito Domeneddio, perché la morte
è sorda, e quando viene a picchiare la porta della nostra vita ha sempre
gran fretta; non vagliono a tenerla indietro preghiere, forza, scettri o mitre,
come tutti sanno e come disse il padre predicatore dal pulpito.
— Questo è tutto vero, soggiunse don
Chisciotte, ma non vedo dove tu voglia adesso riuscire.
— Voglio riuscire, disse Sancio, che vostra
signoria mi assegni un salario certo per ogni mese, che resterò al suo
servigio, e che questo salario, mi venga pagato sulle sue rendite, perché non
voglio stare in aspettativa di favori che giungono o tardi o male o non mai;
finalmente voglio sapere quale sarà il mio guadagno, poco o molto che
sia, che la gallina comincia a covare su di un uovo solo; e molti pochi fanno
un assai; e quando si guadagna qualche cosa non si perde niente: è vero
che se succedesse (cosa che né credo né spero) che vossignoria mi desse l'isola
che mi ha promesso, non sarei così ingrato, né guarderei tanto pel
sottile da non voler far stimare l'entrate dell'isola per iscontare dal mio
salario gatta per tempo.
— Amico Sancio, rispose don Chisciotte, suole
talora essere sì buona la gatta come la topa.
— Capisco, disse Sancio, e scommetto che io aveva
in bocca ratta e non gatta, ma già non importa perché
vossignoria mi ha ben inteso.
— E tanto inteso, rispose don Chisciotte, che
sono giunto a penetrare il più intimo dei tuoi pensieri, e so a che fine
li esponi, e a che cosa tiri con tanti tuoi proverbî. Sappi, Sancio, che ti
assegnerei a dirittura il salario, se in qualche storia di cavalieri erranti
avessi trovato pur un esempio che m'indicasse o mostrasse, almeno per
congettura, il guadagno che gli scudieri faceano o in un mese o in un anno: ma
ho lette tutte o quasi tutte cotali istorie, e non mi sovviene di avere trovato
che alcun cavaliere errante abbia mai assegnato salario determinato allo
scudiere: so bene questo che servivano tutti a mercede, e che quando se lo
pensavano meno (se la sorte era ai loro padroni favorevole) trovavansi premiati
col dono di qualche isola o con altra cosa equivalente, o la finivano per lo
meno con un titolo e con una signoria.
Se con tali speranze e fondamenti ti piace
tornare al mio servigio, sia alla buon'ora, ma pensare ch'io debba scomporre in
qualsiasi modo l'ordine e le costumanze antiche della cavalleria, è un
pensar l'impossibile. Ora dunque tornati, Sancio caro, a casa tua, e significa
alla tua Teresa il mio animo: se a te ed a lei piace di restare con me a
mercede bene quidem; in caso diverso amici come prima, che se non
mancherà da mangiare nella colombaia, non vi mancheranno mai colombe; e
pensa bene, figliuol mio, che più vale una buona speranza che un cattivo
possesso, e più un buon avere che una mala piaga. Io uso di questo
linguaggio figurato per farti vedere che so anch'io come tu sfoggiare proverbî,
ma poi concludo che se rifiuti di servirmi a mercede e di correre la mia stessa
sorte, restati pure con Dio che ti faccia santo, ché a me non mancheranno
scudieri più obbedienti, più solleciti e non tanto importuni e
ciarlatori come tu sei.”
Quando Sancio udì la ferma risoluzione del
suo padrone, gli parve che il cielo s'annuvolasse, e gli caddero le ali del
cuore; giacché aveva creduto per certo che il suo padrone non potesse e non
volesse partire senza di lui per tutto l'oro del mondo. Stava dunque pensoso e
sospeso, quando entrò Sansone Carrasco, seguìto dalla serva e
dalla nipote, desiderose di udire con quali argomenti volesse provarsi a
distogliere il lor signore dal proponimento di tornare in traccia di avventure.
Sansone, volpe vecchia famosa, appena arrivato abbracciò don Chisciotte
come la volta passata, e con alta voce gli disse:
— Oh fiore della errante cavalleria! o luce
risplendente delle armi! oh specchio della nazione spagnuola! piaccia
all'onnipossente Iddio che la persona o le persone che frapporranno ostacolo o
sturberanno la tua terza uscita in campagna, non trovino nel labirinto dei loro
desiderî la via di uscirne, né giungano mai al compimento delle lor brame.”
E voltosi alla serva le disse:
— Potete signora serva, tralasciare di recitar
l'orazione di sant'Apollonia, poiché è determinazione precisa delle
costellazioni che il signor don Chisciotte torni a metter in esecuzione i suoi
alti e nuovi divisamenti, ed io aggraverei soverchiamente la mia coscienza se
non intimassi a cotesto cavaliere, e non mi facessi a persuaderlo di non tenere
più a lungo neghittosa e inceppata la forza del valoroso suo braccio e
la eccellenza dell'animo suo valentissimo, mentre pregiudicherebbe ritardando,
il drizzamento dei torti, la difesa degli orfani, l'onore delle donzelle, il
favore delle vedove, il sostegno delle maritate, ed altre cose di simile natura
che toccano, appartengono, dipendono e vanno annesse all'ordine dell'errante
cavalleria. Orsù, signor don Chisciotte mio bello e bravo, pongasi la
signoria vostra nella grandezza della sua carriera oggi piuttosto che dimani, e
se qualcuno vi fosse che non lo volesse seguire, eccomi qua a supplire colla
mia persona e con ogni mio avere; poiché terrei per ventura mia felicissima, se
necessario si rendesse, che io avessi a servire la magnificenza vostra anche
nella qualità di scudiere.”
Don Chisciotte a tal passo si volse a Sancio e
gli disse:
— Non te l'ho io detto che avevano a
sopravvanzarmi gli scudieri? Guarda un poco la persona che mi si offre, e
vedrai che l'inaudito baccelliere Sansone Carrasco, perpetuo trastullo e
rallegratore dei cortili delle scuole salamanticesi, sano di sua persona, agile
di sue membra, taciturno, e che sa tollerare fame e sete, è posseditore
delle qualità tutte che si richiedono ad essere buono scudiero di
cavaliere errante. Non sia però mai che io per compiacere a me stesso
rovesci la colonna delle lettere, o rompa il vaso delle scienze, o strappi la
palma eminente delle buone e liberali arti: rimangasi in patria sua il novello
Sansone, e col dar lustro a lei onori nel tempo stesso la canizie dei suoi
antenati, che io mi adatterò a qualsivoglia scudiere, giacché Sancio non
si degna più di venire con me.
— Sì, che mi degno, rispose Sancio
intenerito e con qualche lagrima agli occhi, e seguitò a questo modo:
“Non sarà mai che si dica, o signore, per
colpa mia, pane mangiato e compagnia disfatta; io non discendo da razza di
gente ingrata, e tutto il mondo e i miei paesani spezialmente sanno di che
razza furono i Pancia, e quale la mia progenie: e c'è di più
ch'io ho conosciuto e penetrato per le sue buone opere il desiderio che ha la
signoria vostra di beneficarmi; che se io mi sono impuntigliato di sapere con
qualche precisione quanto dovrei guadagnare in conto di salario, ciò non
è stato altro che per compiacere mia moglie, la quale, quando si
è fitta in capo una cosa, non v'è cerchio che tanto stringe la
botte come ella tenacemente stringe altrui a voler quello che vuole; ma
finalmente l'uomo ha da esser uomo, e donna la donna.
E giacché sono un uomo, e non lo posso negare,
voglio esserlo in casa mia ad ogni patto: dunque non resta altro se non che la
signoria vostra faccia il suo testamento col codicillo ordinato a modo che non
possa esser rinvocato, e mettiamoci subito in viaggio, affinché non ne soffra
l'anima del signor Sansone, che dice essere mosso per coscienza a persuadere
alla signoria vostra questa terza uscita in campagna: io mi offro nuovamente a
servirla con ogni fedeltà e formula regale sì bene e nel miglior
modo che mai scudiere al mondo abbia servito errante cavaliere nei presenti e
nei passati secoli.”
Restò il baccelliere maravigliato nel
sentire il parlare di Sancio Pancia; mentre tuttoché avesse letta la prima
parte della istoria del suo padrone, non avrebbe pensato mai che sì
grazioso foss'egli com'era quivi dipinto. Sentendolo a parlare e a dire:
testamento e codicillo ordinato a modo che non possa essere rinvocato; invece
di: testamento e codicillo che non possa essere rivocato; prestò
credenza a tuttociò che avea letto, e tenne Sancio per uno dei solenni
scimuniti dei nostri tempi.
Disse tra sé: Due pazzi di simil tempra, come
padrone e servitore, non si vedranno mai più!
Finalmente Sancio e don Chisciotte si
abbracciarono rassodando la loro amicizia, e col parere e coll'approvazione del
gran Carrasco, ch'era allora l'oracolo, si stabilì che la partenza
seguirebbe dopo tre giorni, e che intanto si appresterebbe l'occorrente al
viaggio, e si provvederebbe una celata con buffa che don Chisciotte
trovò necessario di portar seco ad ogni costo.
Sansone gliela offerì, perché sapeva che
un suo amico non si sarebbe rifiutato di dargliene una che aveva, tuttoché la
ruggine l'avesse resa più nera che bianca.
Sono indicibili le maledizioni che la serva e la
padrona scagliarono contro il baccelliere; si strappavano i capelli, si
graffiavano il viso, ed alla foggia delle prefiche di un tempo si querelavano
della partenza del loro signore e padrone come se trattato si fosse della vera
sua morte.
Sansone intanto persuadeva don Chisciotte a
partire un'altra volta per mandare ad esecuzione quanto narrerà la
storia più innanzi, e tutto per consiglio del curato e del barbiere coi
quali egli si era benissimo inteso. Nei detti tre giorni dunque don Chisciotte
e Sancio misero in assetto ciò che parve loro opportuno, ed essendosi
pacificati Sancio con sua moglie, e don Chisciotte colla nipote e colla serva,
sull'imbrunire della notte, senz'essere veduti da chi che sia, tranne il
baccelliere che volle accompagnarli mezza lega circa fuori del paese, si
avviarono al Toboso.
Era don Chisciotte sopra il suo Ronzinante, e
Sancio, sopra il suo antico giumento colle bisacce ben provvedute per la
bucolica, e con una borsa di danari che don Chisciotte gli avea data pei futuri
bisogni. Sansone abbracciò il cavaliere, e lo pregò a volergli
dare in avvenire le nuove della sua buona o trista ventura per averne
consolazione nel primo caso, o per contristarsene se gli accadesse male, e
ciò conformemente alle leggi dell'amicizia.
Promise
don Chisciotte, Sansone tornò a casa, e i due viaggiatori pigliarono il
cammino verso la grande città del Toboso.
CAPITOLO VIII
RACCONTASI CIÒ CHE ACCADDE A DON CHISCIOTTE RECANDOSI A
VEDERE LA SIGNORA DULCINEA DEL TOBOSO.
Benedetto sia pure il potente Allah (dice Hamet
Ben-Engeli al principio di quest'ottavo capitolo) benedetto sia Allah, ripete
tre volte: e dice che gli dà questa benedizione per veder già
usciti in campagna don Chisciotte e Sancio. Per la qual cosa tutti i lettori di
questa dilettevole istoria possono contare che da questo momento hanno
principio le nuove imprese e le nuove graziosissime bizzarrie di don Chisciotte
e del suo scudiere. Vuole lo storico che debbano porsi in dimenticanza le
trascorse cavallerie dell'ingegnoso idalgo, e che si ponga mente a quelle che
sono ora per accadere, e che hanno il loro cominciamento sulla strada del
Toboso, come le altre lo ebbero sui campi di Montiello. E veramente non
è gran cosa quello ch'egli domanda a petto di ciò che promette
narrare; lo che udiremo più avanti.
Rimasero soli don Chisciotte e Sancio, ed appena
Sansone si fu allontanato da loro, Ronzinante cominciò a mandar nitriti
e il giumento a soffiare e a ragliare; e ciò fu tenuto da entrambi,
cavaliere e scudiere, in conto di felicissimo augurio. Per confessare la
verità i soffiamenti e i ragli dell'asino vincevano di gran lunga il
nitrire del ronzino, e per tale cagione si avvisò Sancio che la sua
ventura dovesse superare quella del padrone; fondandosi non so se
nell'astrologia giudiziaria (che tace la storia su questo punto) o sopra una
volgar credenza che quando una bestia inciampi o cada al primo uscire di casa
sia mal augurio; perché dall'inciampare o cadere altro non se ne può
cavare che la scarpa rotta o le costole fracassate; e benché sciocco non
pensava egli fuor di proposito. Don Chisciotte gli disse:
— Amico Sancio, si avanza la notte a gran passi,
e con oscurità più grande di quella che ci bisogna per giungere
col giorno al Toboso, dov'io sono determinato di recarmi prima di accingermi a
verun'altra avventura. Piglierò quivi la benedizione e la buona licenza
dalla senz'eguale Dulcinea, e con questa permissione penso e tengo per certo di
dare felice compimento ad ogni più pericolosa avventura; ché nessuna
cosa rende sì fortunati al mondo i cavalieri erranti quanto il favore
delle loro dame.
— Così credo anch'io, rispose Sancio;
trovo però difficile che vossignoria possa abboccarsi con lei, o almeno
vederla in luogo dove poterne ottenere la benedizione, se già non gliela
desse dalle muraglie della corte dove io la ho veduta la prima volta quando le
ho portato la lettera contenente le pazzie e le stravaganze che si facevano da
vossignoria nel bel mezzo di Sierra Morena.
— Parvero a te dunque muraglie di una corte,
disse don Chisciotte, quelle per le quali vedesti la sua non mai abbastanza
lodata gentilezza e beltà? Eh bada bene che debbono essere state
gallerie, corridoi o logge od altre magnifiche stanze di sontuoso e reale
palagio.
— Può essere tutto questo, rispose Sancio,
ma a me parvero muraglie, quando la memoria non mi tradisca.
— Sia com'esser si voglia, replicò don
Chisciotte, andiamocene a quella parte; purch'io in qualche modo la vegga, sia
per muraglie o per finestre o per fessure o per balaustri di giardini;
qualunque sarà il raggio del sole di sua bellezza che colpisca gli occhi
miei, resterà illuminato il mio intelletto, e acquisterà forza il
mio cuore di modo che sarò unico e senza pari nel senno e nella bravura.
— In verità signor padrone mio, rispose
Sancio, che questo sole della signora Dulcinea del Toboso quando l'ho veduto io
non era tanto luminoso da mandar fuori raggi di sorta alcuna: ma ciò
sarà stato perché attendendo allora la sua signora a vagliare quel grano
di cui le ho già detto, la molta polvere che ne esciva le avrà
posto come una nuvola dinanzi al viso, e glielo avrà oscurato tutto.
— E che? disse don Chisciotte, tu continui
tuttavia, o Sancio, nel dire, nel credere, nel pensare, nel perfidiare che la
mia signora Dulcinea vagliasse grano, quando questo è un esercizio
straniero del tutto a ciò che operano ed operar debbono le persone di
alto grado, riserbate a sublimi occupazioni, e tali che mostrino a tiro di
balestra la loro grandezza. Si vede bene che tu non conosci quei versi del
nostro poeta nei quali si dipingono gli esercizi che intrattenevano dentro le
loro abitazioni di cristallo quelle quattro ninfe che alzarono la testa di
sopra alle onde del Tago diletto, e si assisero a lavorare in verde e fiorito
prato quelle ricchissime tele descritteci dall'ingegnoso autore, che tutte
erano di oro conteste e di seta e di perle. A questo e non a diverso lavoro
doveva certamente essere intenta la mia signora allorché tu la vedesti; quando
però la invidia che porta qualche malefico incantatore alle cose mie non
alteri e trasfiguri tutto quello che più mi piace. Io arrivo a dubitare
che in quella istoria che dicesi impressa delle mie geste gloriose, se per caso
ne fu autore un qualche savio a me nemico, non abbia registrato una cosa per
l'altra, confondendo con una verità mille menzogne, e facendosi piacere
di raccontare altre azioni diverse da quelle ch'esige il proseguimento di una
veracissima narrazione. Oh invidia, radice d'infiniti mali e tarlo delle
virtù! Tutti i vizi seco si traggono, o Sancio, un non so che di
diletto, ma non altro che dispiaceri, rabbie e rancori trae seco l'invidia.
— Questo è quello che dico ancora io,
rispose Sancio, e penso che in quella leggenda o istoria di cui ci ha parlato
il baccelliere Carrasco, il mio povero onore vada alla peggio, vilipeso e
rimenato, come si suol dire, per le strade; eppure posso giurare che io non ho
detto mai male di alcun incantatore, e che non ho tante facoltà da essere
invidiato da alcuno: non negherò di essere un poco malizioso, e che
qualche volta non mi manca un tantino di furberia, ma poi tutto è
coperto dal mantello della semplicità sempre naturale e non mai
artifizioso. E se anche non avessi altro merito fuor quello di essere un
perfetto cattolico, seguace fedele di ciò che tiene e crede la Chiesa
santa cattolica romana, e mortal nimico, come sono, di tutti i Giudei,
dovrebbero gli scrittori usare con me indulgenza, né maltrattarmi nei loro
scritti: ma alla fin fine dicano tutto quello che vogliono, ché io sono venuto
al mondo nudo, nudo presentemente mi trovo, né posso perdere o far guadagno, mi
mettano o no su per i libri, o mi mandino attorno per lo mondo di mano in mano;
e non m'importa un fico secco che si scapriccino sulle mie spalle.
— Quello che tu dici, o Sancio, somiglia, disse
don Chisciotte, a quanto intravenne ad un celebre poeta dei nostri giorni, il
quale avendo composta una maliziosa satira contro le donne di allegra vita
tralasciò di nominare una, della quale potevasi dubitare se tale o no
fosse realmente; e vedendo ella di non essere nella lista colle altre, se ne
querelò col poeta, chiedendogli quale diversità avesse notata in
lei per non metterla nel novero delle ricordate, e che pensasse a tirare in
lungo la satira, ed a collocarvela se non voleva avere altrimenti di che
pentirsi. La compiacque il poeta, e ve la inserì in modo del tutto
indegno di una signora, ma essa rimase soddisfatta di sentirsi rammentata
benché fosse con sua ignominia. È anche simile a questo il caso di quel
Greco che appiccò il foco al famoso tempio di Diana, una delle sette
maraviglie del mondo, solamente perché si eternasse il suo nome nei secoli
futuri e benché siasi comandato ad ogni scrittore di non menzionarlo mai, né di
farlo passare in verun altro modo alla posterità, sicché non ottenesse
il suo fine, tuttavia si seppe che Erostrato era il suo nome. Si confà
egualmente a questo proposito l'avvenuto al grande imperatore Carlo V con un
cavaliere romano. Bramò l'imperatore di vedere quel celebratissimo
tempio della Ritonda, che anticamente era chiamato Panteon, ossia Tempio di
tutti gli Dei, e meglio oggi si chiama di tutti i Santi; edifizio rimastoci il
più conservato di quanti altri alzò la gentilità in Roma e
quello che più di tutti mostra la fama della grandiosità e
magnificenza dei suoi fondatori. È costrutto in forma di un mezzo
arancio, di grande altezza e assai arioso, senza altra luce fuorché quella di
una finestra, o a meglio dire un occhio tondo che ha sulla cima. E da
quell'apertura stette l'imperatore contemplando quell'edifizio accompagnato da
un cavaliere romano che andavagli dichiarando la eccellenza e le
particolarità tutte di sì augusta mole e sì memorabile
architettura. Alzatisi un cotal poco, il cavaliere disse all'imperatore: “Mille
volte, sacra Maestà, mi venne la tentazione di abbracciarmi colla
maestà vostra, e di precipitarmi congiuntamente a lei da questo pertugio
per eternare al mondo il mio nome. — Vi ringrazio rispose l'imperatore, che non
abbiate posto ad effetto sì perverso proponimento, e vi metterò
d'ora innanzi in istato che non possiate darmi più questa sorta di prova
di vostra lealtà: anzi vi comando né di parlarmi, né di trovarvi mai
più dove io sia; e dopo queste parole gli fece un presente ricchissimo,
e non volle più sapere di lui. Da tutte queste cose io intendo inferire,
o Sancio, che il desiderio di acquistar fama è operativo in mille
maniere. Chi ti dai tu a credere che indotto abbia Orazio Coclite a gittarsi
con tutte le armi dal ponte nella profondità del Tevere? chi
abbruciò a Muzio Scevola la mano? chi spinse Curzio a precipitarsi nella
voragine ardente che apparve schiusa in mezzo a Roma? chi in onta di tutti i
presagi di funesti avvenimenti mosse Cesare al passaggio del Rubicone? E
venendo a più vicini esempi, chi crivellando le navi
lasciò in secco e isolati i valorosi Spagnuoli condotti dal
rinomatissimo Cortez alla scoperta del Nuovo Mondo? Tutte queste ed altre
grandi e straordinarie imprese sono, furono e saranno sempre frutto di quel
desiderio che hanno gli uomini di conseguire rinomanza come premio a parte
della immortalità che meritano i fatti più strepitosi. Noi
però cristiani, cattolici ed erranti cavalieri dobbiamo anelare
più alla gloria delle vegnenti età (che eterna vive nell'eteree
celesti regioni) che alla vanità della rinomanza che acquistasi nel
presente transitorio mondo: rinomanza che per molto che duri va a perire colla
distruzione del mondo medesimo, il quale ha il prestabilito suo fine; ed
è per questo, o Sancio, che noi non dobbiamo operare se non secondo i
dettami della cristiana religione che da noi si professa. Nella morte dei
giganti punire intendiamo la superbia; nella generosità e cuor forte ha
il suo castigo l'invidia; nella compostezza e tranquillità dell'animo
l'ira; nella parsimonia dei cibi e nella veglia la gola e il sonno; nella
lealtà che serbiamo a quelle da noi costituite arbitre dei nostri
pensieri, trovano punizione la ingiuria e la disonestà; e lo ha la
infingardaggine nel peregrinare per lo mondo cercando le occasioni che ci
possono far essere non solo veri cristiani, ma anche celebri cavalieri. Questi,
o Sancio, sono i mezzi pei quali si giunge all'apice della gloria che seco si
trae la buona fama.
— Quanto espose vossignoria, disse Sancio, fu da
me inteso benissimo, contuttociò bramerei che la signoria vostra mi asciolvesse
un dubbio che in questo punto mi viene in mente.
— Sciogliesse vuoi dire, Sancio, soggiunse
don Chisciotte; spiega questo tuo dubbio ché io ti dirò quello che
sento.
— Mi dica un poco vossignoria, continuò
Sancio: questi Juni e Agosti e tutti questi cavalieri prodezzosi che ha
nominati, e che ora sono morti, dove si trovano presentemente?
— I pagani, rispose don Chisciotte, sono
all'inferno senza dubbio: ed i cristiani, avendo servito fedelmente alla
religione, o stanno in purgatorio o in paradiso.
— Va bene, replicò Sancio, ma mi dica
adesso: i sepolcri dove stanno i corpi di tutti questi gran signori, sono
eglino illuminati da lampade di argento, o le pareti delle loro cappelle sono
elleno guarnite di grucce, vesti di morto, capelliere, gambe ed occhi di cera?
e se non hanno di queste cose quali sono in vece i loro trofei?”
Cui don Chisciotte:
— Erano per la maggior parte templi sontuosissimi
i sepolcri dei Gentili: le ceneri del corpo di Giulio Cesare furono poste su di
una piramide marmorea di smisurata grandezza, che oggidì chiamasi in
Roma la Guglia di san Pietro; all'imperatore Adriano servì di sepolcro
un castello tanto grande quanto un grosso paese, cui fu posto il nome Moles
Adriani, ed è oggidì il castello Sant'Angelo in Roma; la
regina Artemisia seppellì suo marito Mausolo in un sepolcro tenuto per
uno delle sette maraviglie del mondo: ma nessuna di queste celebri sepolture,
né molte altre ch'ebbero i Gentili, portarono adornamenti di grucce o di altre
offerte e contrassegni da far credere santi quelli che vi si richiudevano.
— Ci siamo, rispose Sancio, e mi dica ancora: che
vale di più, resuscitare un morto od ammazzare un gigante?
— La risposta è chiara, disse don
Chisciotte: vale assai più il far rivivere uno ch'è morto.
— Vossignoria è in trappola, disse Sancio:
dunque chi risuscita i morti, ridona la vista ai ciechi, drizza gli zoppi e
risana gl'infermi, e chi ha dinanzi al sepolcro lampade che ardano, e la cappella
piena di gente divota che adora ginocchioni le sue reliquie, si meriterà
e a questo mondo e nell'altro una fama molto maggiore di quella che lasciarono
dietro a sé quanti imperatori pagani e cavalieri erranti mai vissero.
— Confesso egualmente che questo è vero,
rispose don Chisciotte.
— Per conseguenza, Sancio riprese a dire, questa
fama, queste grazie, queste prerogative, come si dice, sono proprie dei corpi e
delle reliquie dei santi che con approvazione e licenza della nostra santa
madre Chiesa hanno a sé lampade, candele, grucce, vesti da morto, pitture,
capelliere, occhi e gambe coi quali accrescono la divozione e aggrandiscono la
cristiana loro fama. Portano i re sulle loro spalle i corpi dei santi o baciano
le loro reliquie o i pezzetti delle loro ossa, e con questi arricchiscono i
loro oratori e gli altari più sontuosi.
— E che vuoi tu che io inferisca da quanto vai
dicendo, o Sancio? soggiunse don Chisciotte.
— Voglio che vossignoria conosca, continuò
Sancio, che a noi sarebbe meglio metterci per la strada di diventare santi, e
così per la più corta otterremmo quella fama cui vossignoria
pretende; ed avverta che ieri o ier l'altro (ché non essendo da molto tempo si
può parlare con questi termini) beatificarono due frati agli Scalzi, e
adesso si tiene per gran ventura il poter toccare e baciare le catene dalle
quali il loro corpo era cinto e tormentato, e sono in molto più alta
venerazione di quella che la gente porta alla spada di Roldano, la quale dicono
che sta nell'armeria del re nostro signore, che Dio conservi. Ora dunque signor
mio, vale assai più essere umile fraticello di qualche Ordine, che
valoroso ed errante cavaliere; e possono più presso Dio due dozzine di
discipline che duemila colpi di lancia, comunque sieno diretti contro giganti o
fantasime o visioni.
— Tutto questo è vero, rispose don
Chisciotte, ma non possiamo tutti esser frati, e molte sono le strade per le
quali il Signore guida i suoi alle regioni del cielo: la cavalleria è
una religione, e v'hanno nel paradiso cavalieri che sono santi.
— Sarà forse vero, rispose Sancio, ma io
ho sentito dire che vi sono in cielo più frati che cavalieri erranti.
— Per lo appunto, perché maggiore è il
numero dei frati che quello dei cavalieri.
— Eppure molti sono gli erranti, disse Sancio.
— Molti sì, rispose don Chisciotte, pochi
però quelli che meritano il nome di cavalieri.
In questi e simiglianti ragionamenti consumarono
quella notte ed il seguente giorno senza che loro accadesse cosa degna di
essere notata, il che non poco dispiacque a don Chisciotte. Finalmente il
giorno dopo in sul fare della notte scoprirono la gran città del Toboso,
alla cui veduta si riscosse tutto don Chisciotte e si contristò Sancio,
perché non sapeva dove fosse l'abitazione di Dulcinea che non aveva mai veduta,
come pure non la conosceva il suo padrone: e perciò l'uno per vederla
l'altro per non averla veduta mai, erano agitatissimi, né sapeva Sancio come
regolarsi quando il suo signore gli avesse dati i suoi comandi. Volle alla fine
don Chisciotte che si entrasse nella città famosa sul declinare del
giorno, e per aspettare questo momento si trattennero ambedue in un querceto
vicino al Toboso. Venuto il determinato punto vi misero piede, e allora
successero cose che possono dirsi propriamente cose.
CAPITOLO IX
SI RACCONTA QUELLO CHE STA SCRITTO NEL PRESENTE CAPITOLO.
Il punto della mezzanotte, poco più poco
meno, fu quello in cui don Chisciotte e Sancio lasciarono il monte ed entrarono
nel Toboso. Regnava un profondo silenzio, perché riposavano gli abitanti tutti
a gambe distese come suol dirsi. Non era molto oscura quella notte che Sancio
avrebbe desiderata oscurissima, per trovare fra le tenebre la discolpa delle
sue stoltezze, e non altro udivasi per tutto il paese, che latrati di cani i
quali intronavano gli orecchi di don Chisciotte e mettean turbamento nel cuor
dello scudiere. Di tanto in tanto qua ragliava un asino, là disgrugnava
un porco, qua miagolavano i gatti; e questi diversi susurri s'ingrandivano pel
silenzio notturno, ciò che l'innamorato cavaliere considerava come
funesto presagio.
Con tutto questo, egli disse a Sancio: “Sancio
figliuolo, guidami al palazzo di Dulcinea, che potrebbe forse essere che la
trovassimo desta.
— A che razza di palazzo debbo io guidarla, corpo
del sole, rispose Sancio, mentre il luogo in cui io la ho veduta altro non era
che una meschina casupola?
— Forse ch'ella, rispose don Chisciotte,
trovavasi allora in qualche appartamento del suo castello, per starsi a diporto
da sola a sola colle sue donzelle, com'è costumanza delle grandi signore
e principesse. — Or bene, disse Sancio, giacché vuole la signoria vostra a mio
dispetto che sia castello la casa della sua signora Dulcinea, le par questa
un'ora da trovarne aperto l'ingresso? E sarebb'egli conveniente che dessimo
grandi scampanellate perché ci sentissero e ci aprissero, mettendo in
iscompiglio e in rumore tutta la gente? Andiamo noi forse a bussare alla porta
di una donna di mal affare, dove ognuno arriva, picchia ed entra a ogni ora per
tardi che sia?
— Troviamo prima il palazzo, replicò don
Chisciotte, e ti dirò poi quello che sarà bene di fare: ed
avverti, Sancio, o che l'occhio m'inganna o che quella mole e quell'ombra che
di qui si scopre dee venire dal palazzo di Dulcinea.
— Vossignoria sia la guida, rispose Sancio, e forse
sarà com'ella dice; benché quando anche io lo vedessi cogli occhi e lo
toccassi con le mani lo crederei come credo che adesso sia giorno.”
Andò innanzi don Chisciotte, ed avendo
camminato ducento passi urtò nella mole che produceva quell'ombra, ed
era un gran campanile che tosto riconobbe non essere altrimenti castello, ma
appartenere alla chiesa principale del paese. Disse a Sancio:
— Noi abbiamo dato nella croce.
— Lo veggo anch'io, rispose Sancio, e piaccia a
Iddio che non diamo nella sepoltura; ché non è buon segno andare a
quest'ora per i cimiteri, e tanto più quanto che ho detto a vossignoria,
se male non mi sovviene, che la casa di questa signora, è situata in una
straduccia che non ha uscita.
— Che tu sia maledetto, scimunitaccio, disse don
Chisciotte: e dove trovasti tu che i castelli e i palazzi reali sieno
fabbricati in istraducce senza uscita?
— Signore, rispose Sancio, ogni paese ha i suoi
usi particolari, e forse che qua nel Toboso si costuma di fabbricare i palazzi
e i grandi castelli in viottoli angusti; e pertanto la signoria vostra mi
conceda di ricercare per questi sentieri o chiassuoli che incontro; e potrebbe
darsi che trovassi in qualche angolo questo palazzo; che possa vederlo mangiato
dai cani, tanto si fa stentare e tribolare!
— Parla con rispetto, o Sancio, di ciò che
si appartiene alla mia signora, disse don Chisciotte, e facciamo in pace la
festa, né gettiamo la corda dietro la secchia per avere il mal anno e la mala
Pasqua.
— Io starò quieto e zitto,
rispose Sancio, ma come potrò sopportare che pretenda vossignoria ch'io
per aver visitato una volta sola la casa della nostra padrona, sia obbligato di
tenerla sempre a memoria di trovarla di mezzanotte, quando vossignoria non la
trova benché l'abbia veduta milioni di volte?
— Tu vuoi, Sancio, farmi dare alla disperazione,
disse don Chisciotte: ma rispondimi, furfante che sei; non t'ho io detto
più e più fiate che in tutto il corso della mia vita non ho
veduto mai la senza pari Dulcinea, né ho mai in tempo alcuno posto piede sulle soglie
del suo palazzo, e che ne sono innamorato per quella gran fama che ha di bella
e di giudiziosa?
— Questa è la prima volta che ciò
imparo, rispose Sancio, e soggiungo che non avendola veduta la signoria vostra
nemmeno io la ho veduta mai.
— Non può essere questa cosa,
replicò don Chisciotte, ché per lo meno mi hai detto di averla veduta
che stava vagliando il grano quando mi recasti la risposta della lettera che le
mandai col tuo mezzo.
— Non badi a questo, o signore, rispose Sancio,
perché voglio che ella sappia che la mia visita e la risposta che le ho portata
furono così per udita; ma in verità ne so tanto della signora
Dulcinea quanto di astrologia.
— Sancio, Sancio, replicò don Chisciotte,
tempo è di burlare, e tempo è in cui le burle cadono male a
proposito. Per avere io detto che non vidi né parlai alla signora dell'anima
mia tu non devi dedurne di non averla tu stesso veduta e di non averle parlato,
mentre la cosa è al rovescio, e tu bene lo sai.”
Stavano ambidue in questi discorsi quando si accorsero
che passava, per dove si trovavano, un uomo con due mule, e lo giudicarono un
contadino a causa del rumore che faceva l'aratro che le mule strascinavano.
Alzato costui prima del giorno andava pei suoi lavori, cantando allegramente la
nota canzone:
“Mal rispose un dì, o Francese,
Roncisvalle alle tue imprese.”
— Ch'io sia ammazzato, o Sancio, disse don
Chisciotte, se buona ventura non incontriamo in questa notte! Non odi tu quello
che va cantando questo villano?
— Io sento benissimo, rispose Sancio: ma che ha
che fare con noi Roncisvalle? Sarebbe tutt'uno anche se cantasse la canzone di
Calaino.”
In questo li raggiunse il contadino, cui disse
don Chisciotte:
— Mi sapreste insegnare, o amico, che Dio vi dia
ogni bene, dove sieno situati i palagi della senza pari principessa donna
Dulcinea del Toboso?
— Signore, rispose il garzone, io sono forestiere
e da pochi giorni soltanto venuto ad abitare in questo paese al servizio di un
ricco forese per i lavori della campagna. Nella casa qua dirimpetto stanno di
abitazione il curato ed il sagrestano, e tutti e due forse, od almeno qualcuno
di loro, saprà dar conto alle signorie vostre di questa principessa,
perché tengono la lista di tutti quanti gli abitanti del Toboso: per altro
scommetterei che in tutto il paese non abita una sola principessa; ma
bensì parecchie dame di alto grado, ciascuna delle quali può
dirsi principessa in casa sua.
— Appunto una di queste, disse don Chisciotte,
debb'essere, o amico, quella di cui ricerco.
— Che così sia, replicò il
contadino, ma io vi saluto ché l'alba è già vicina.” Diede degli
sproni alle sue mule, e non volle sentire altre dimande. Vedendo Sancio il suo
padrone starsene sospeso e assai mal contento, gli disse:
— Signore, si avanza il giorno a gran passi; e
non sarà ben fatto che il sole ci colga qui per le strade; sarebbe
meglio uscire di questa città, e che vossignoria s'internasse in qualche
bosco vicino, che intanto ritornerò io qua di bel giorno, e fiuterò
allora per ogni angolo sino a tanto che mi venga fatto di trovare la casa o
torre o palazzo della mia padrona. Sarei ben disgraziato se non mi riuscisse di
trovarla, ma trovandola parlerò con sua signoria, e le farò
sapere per minuto che la signoria vostra se ne sta aspettando i comandi per
vederla senza pregiudizio del suo onore e della sua riputazione.
— Hai proferite, o Sancio, disse don Chisciotte,
mille sentenze nel giro di poche parole: lodo il consiglio che ora mi hai dato,
e lo abbraccio. Seguimi, figliuol mio, e andiamo a cercare dove inselvarci, che
tu poi ritornerai come dici a investigare della mia signora, ed a parlare con
lei dalla cui gentilezza e discrezione mi riprometto più che miracolosi
favori.”
Era Sancio in sulle brage per l'impazienza di
trascinare il padrone fuori del paese, e in questo modo non comparire
menzognero nella risposta che da parte di Dulcinea recata gli aveva a Sierra
Morena. Partirono dunque immediatamente, e s'internarono due miglia lontani in
una foresta o bosco, dove s'inselvò don Chisciotte intanto che Sancio
tornava alla città per parlare con Dulcinea.
In
questa ambasceria accaddero cose che domandano nuova attenzione e credenza.
CAPITOLO X
DELL'ARTE USATA DA SANCIO PER INCANTARE LA SIGNORA DULCINEA CON
ALTRI AVVENIMENTI ALTRETTANTO GIOCOSI CHE VERI.
Entrando l'autore di questa grande istoria a
raccontare ciò che si legge nel presente capitolo, dichiara che vorrebbe
passarlo sotto silenzio, pensando ch'altri forse non vorrà dargli fede;
mentre le pazzie di don Chisciotte giunsero non solo all'eccesso, ma
sormontarono ogni immaginazione. Finalmente, benché con molta ripugnanza e
timore, le scrisse veracemente, senza togliere od aggiungere all'istoria un
atomo di verità, e senza essere infrenato per verun modo dalle accuse
che gli si potessero fare di falso e di menzognero.
E saggiamente si avvisò egli; perché la
verità si assottiglia ma non si rompe, e sta sopra alla bugia come
l'olio sull'acqua.
Proseguendo dunque la sua istoria dice che non si
ebbe don Chisciotte cacciato appena nella foresta o querceto o selva presso il
gran Toboso, che ordinò a Sancio di tornare alla città e di non
comparirgli più d'innanzi senz'avere prima parlato alla sua signora da
parte di lui, chiedendole che le piacesse di concedere al suo prigioniero
cavaliere di vederla, e che si degnasse d'impartirgli la sua benedizione, mercé
la quale potesse riportare felicissimi successi in tutti gli assalti e nelle
più ardue imprese. S'incaricò Sancio di questi comandi, e di
portare una risposta più favorevole ancora della prima volta.
— Vanne, figliuolo, replicò don
Chisciotte, e non ismarrirti quando ti vedrai dinanzi alla luce del sole di
quella bellezza alla quale t'invio. Oh te felice sovra ogni altro scudiere del
mondo! Tieni ogni più minuta cosa a memoria; non trascurare di por mente
al modo con cui ti riceve, se muta colore nel sentir l'imbasciata; se si altera
o si turba nell'udire il mio nome: se si rimuove inquieta qualora ti accolga
seduta su morbidi origlieri in tutta la sua autorità; se stando ritta,
ora sopra l'uno ora sopra l'altro piede si appoggi; se ti ripete la sua
risposta due o tre volte; se la cangia di aspra in dolce, di severa in amabile;
se porta le nivee mani ai capegli per rassettarli comunque non iscomposti e
disordinati; e finalmente guarda bene, o figliuolo, tutti i suoi movimenti ed
azioni, ché dalla esattezza e precisione delle tue risposte io
indovinerò bene il più intimo del suo cuore rispetto alla mia
amorosa servitù. Hai da sapere, o Sancio, se tu lo ignori, che fra gli
amanti, le azioni e i movimenti esterni, quando trattasi della loro fiamma,
sono indubitati forieri che recano le nuove di ciò che sente l'anima nel
suo interno. Partiti, amico: auspice ti sia una avventura più fortunata
di quella che a me tocca e ti secondino migliori eventi di quelli che tra il
timore e la speranza mi tratterranno intanto in questa misera solitudine in cui
ora mi lasci.
— Andrò e tornerò presto, disse
Sancio, e frattanto tenga vossignoria allegro quel suo povero cuoricino, che
adesso debb'essere piccolo piccolo come una noccioletta, e consideri che si
suol dire che un animo forte scaccia la mala ventura: e che dove non vi
è carne secca non vi sono neppure stanghe per appenderla; e che per
ordinario la lepre salta dove meno si pensa. Dico queste cose perché se nella
notte scorsa non abbiamo trovati i palazzi e i castelli della mia signora,
adesso ch'è giorno, spero che li troverò o da una banda o dall'altra,
e trovati che io li abbia lasci pur far a me.
— È indubitato, o Sancio, disse don
Chisciotte, che calzano tanto a proposito i proverbi tuoi quanto Dio mi concede
migliore ventura nelle mie brame.
Detto questo, Sancio batté il suo asino,
voltò le spalle, e don Chisciotte rimase sul suo ronzino, abbandonato a
se stesso, tenendo il piè nelle staffe ed appoggiata alla lancia la sua
persona ingombra di tristezza e di confuse idee; nelle quali lo lasceremo per
tener dietro al suo scudiere.
Pensieroso ed incerto egli si allontanò
dunque dal confuso padrone e appena uscito dal bosco, voltando la faccia e non
vedendo più don Chisciotte, smontò dal leardo, e seduto
appiè di un albero cominciò a ragionar tra sé a questo modo:
“Sappiamo ora, fratello Sancio, per dove va
vossignoria? Va forse in cerca dell'asino smarrito? No certamente; e che va
dunque a cercare? Vado cercando, come se fosse cosa da nulla, una principessa,
e in lei il sole della beltà, anzi tutto il cielo unito in lei sola. E
dove pensi trovar questo che tu dici o Sancio? Dove? nella gran città
del Toboso. Va bene; ma da parte di chi vai tu a fare questa ricerca? Da parte
del famoso cavaliere don Chisciotte della Mancia che disfà torti,
dà da mangiare a chi ha sete e dà da bere a chi ha fame: tutto
questo va a maraviglia. E sai tu, Sancio, dove sia la casa di costei? Il mio
padrone dice che dee soggiornare in reali palazzi o in superbi castelli. Ma
l'hai tu vista una qualche volta? Oibò: né io né il mio padrone
l'abbiamo veduta mai. E ti sembra prudente e ben consigliata questa tua
impresa? Se quei del Toboso venissero a sapere che tu sei qua con intenzione di
andare a mettere sossopra le loro principesse e ad inquietare le loro dame non
potrebbero anche romperti le costole a furia di bastonate e non lasciarti osso
sano? In verità che ne avrebbero tutta la ragione quando non
riflettessero che io sono mandato, e che ambasciatore non porta pena. Non ti
fidare no, Sancio, di questo, perché la gente mancega è buona e onorata,
ma molto collerica, non soffre torti da chi che sia, e si sa levare le mosche
dal naso; viva Dio, che se arriva ad accorgersi di qualche cosa, guai a te,
Sancio! guarda la gamba: oh insomma io non voglio andar a cercar tre piedi al
montone per secondare i capricci degli altri; e poi sarà tanto difficile
trovare la Dulcinea al Toboso quanto un baccelliere a Salamanca: ah è
stato il diavolo che mi ha posto in questi intrighi, è stato il diavolo
sicuramente!” A questo modo, andava Sancio fantasticando fra sé, ma poi ne
cavò una conclusione, e tornò a dirsi: “A tutto si rimedia
fuorché all'osso del collo scavezzato, e la morte non la si scappa quando l'ora
è arrivata. Per mille contrassegni che ho notati, questo mio padrone
è già fin d'ora un pazzo da corda ed io sono forse più pazzo
di lui perché lo servo e lo seguito. Se è vero il proverbio: dimmi con
chi vai e ti dirò chi sei; e l'altro: non come nasci, ma come ti pasci;
e s'egli è pazzo, come è veramente, perché piglia una cosa per
un'altra, giudica il bianco per nero, e il nero per bianco, come si è
veduto quando disse che i mulini da vento erano giganti, che le mule dei frati
erano dromedari, che i branchi di montoni erano eserciti di nemici e tante
altre mellonaggini, non sarà poi adesso molto difficile il fargli
credere che una contadina, la prima che troverò per istrada, sia la
principessa Dulcinea: se non lo crederà io lo giurerò; se egli
giurerà il contrario, ed io tornerò a giurare affermando; e se
perfidierà io perfidierò più di lui, e gli starò
sempre al di sopra comunque vada la faccenda: chi sa che a questo modo non lo
riduca a non incaricarmi mai più di questa sorta di ambascerie; e forse
che sentendo le mie disgustose risposte, penserà che qualche malvagio
incantatore, di quelli che tiene per suoi nemici, abbia barattata la figura per
fargli del male e portargli gran nocumento.”
Immaginato da Sancio questo spediente, mise in
tranquillità il suo spirito, e tenne per ben finito il suo servigio: per
la qual cosa rimase ozioso sino alla sera, perché don Chisciotte doveva credere
indispensabile un tanto ritardo per andare e ritornare dal Toboso.
Tutto gli successe sì bene, che mentre si
alzava per ritornare a cavalcare il suo giumento vide venire dal Toboso alla
volta sua tre contadine sopra tre asini o asine (l'autore non lo dichiara,
benché sia più probabile il creder che fossero asine, come cavalcatura
usata dalle contadine, ma siccome ciò poco importa, così è
superfluo perdere il tempo in questa disputa).
Come Sancio vide le tre contadine andò di
gran trotto a ritrovare il suo signor don Chisciotte che stavasene sospiroso
facendo mille amorosi lamenti.
Quando don Chisciotte vide Sancio, gli disse:
— Che rechi, amico Sancio? Segnerò io
questo giorno con bianca o nera pietra?
— Sarà meglio, disse Sancio, se
vossignoria sprona adesso il suo Ronzinante, ed esce in campagna, andrà
incontro alla sua signora Dulcinea del Toboso, la quale viene per farle visita
in compagnia di due sue donzelle.
— Santo Dio! sclamò don Chisciotte, che
dici tu mai, o Sancio amico? Guarda bene di non ingannarmi, né voler cangiare
le mie vere tristezze in false consolazioni.
— Che profitto ne ricaverei io dall'ingannare
vossignoria, disse Sancio, massimamente quando siamo così vicini per
iscoprire la verità? Sproni pur Ronzinante, e venga meco, e vedrà
avanzarsi la principessa nostra padrona vestita in gala come va una pari sua.
Ella e le sue donzelle sono tutte oro, portando grandi mazzi di perle, tutte
diamanti, tutte rubini, tutte tele di broccato delle più sopraffine, ha
i capelli sciolti giù per le spalle come altrettanti raggi del sole che
vanno scherzando col vento; e vengono tutte e tre a cavallo sopra tre cananee
pezzate che non si può vedere la più bella cosa.
— Chinee tu vuoi dire, o Sancio. — Poca
differenza ci corre, rispose, da cananea a chinee, ma vengano sopra quello che
si vuole, hanno tutto lo sfarzo delle più galanti signore che mai si
possa desiderare, e specialmente la principessa Dulcinea mia signora che rende
tutti attoniti per lo stupore.
— Andiamocene, Sancio figliuolo, riprese don
Chisciotte, e in guiderdone di tali quanto inattese altrettanto felici novelle,
ti prometto il maggiore spoglio che io farò nella mia prima ventura: e
se questo non ti bastasse, ti dono la razza che faranno in quest'anno quelle
tre cavalle che tu sai bene essere vicine a dar prole nel prato della
comunità del nostro paese.
— Accetto il dono della razza, rispose Sancio,
mentre non è cosa molto sicura se lo spoglio della prima ventura
riescirà buono o no.
In questo uscirono dalla selva, e scoprirono poco
discosto le tre contadine. Don Chisciotte spalancò gli occhi per quanto
lunga e larga la via del Toboso, e non vedendo se non le tre contadine si
turbò tutto, e domandò a Sancio se le aveva lasciate fuori della
città.
— Come fuori della città? rispose; ha ella
forse gli occhi nella calottola che non vede che sono queste che si avanzano
verso di noi, tutti risplendenti come il sole di bel mezzodì?
— Io non iscorgo, disse don Chisciotte, se non
tre povere contadine a cavallo di tre asini.
— Oh ora sì che il diavolo vuole la burla,
replicò Sancio: è egli possibile che tre chinee, o come si
chiamano, bianche come un fiocco di neve sembrino asini a vossignoria? Viva Dio
che sarei uomo da strapparmi questa barba a pelo a pelo se questa cosa fosse
vera.
— Ed io ti replico, soggiunse don Chisciotte, che
tanto è vero che asine o asini sono quelle, come è vero ch'io
sono don Chisciotte e tu Sancio Pancia: o per lo meno a me sembrano tali.
— Signor mio, disse allora Sancio, non si lasci
scappare queste parole, si freghi bene gli occhi, venga a far riverenza alla
dominatrice di tutti i suoi sentimenti ch'è ormai vicina; e appena detto
questo, smontato dal leardo, arrivò presso al giumento di una di quelle
tre contadine, e presolo per la cavezza e buttatosi ginocchioni a terra disse:
— Regina e principessa e duchessa della bellezza,
vostra altierezza e bellezza si compiaccia di ricevere nella vostra grazia e
bontà il vostro prigioniero cavaliere che è qua diventato un
marmo, tutto attonito e senza polsi per trovarsi dinanzi alla magnifica vostra
presenza: io sono Sancio Pancia suo scudiere, ed egli è l'afflitto
cavaliere don Chisciotte della Mancia chiamato con altro nome il cavaliere
dalla Trista Figura.”
Anche don Chisciotte si era intanto posto
ginocchione accanto a Sancio e con occhi spalancati e con turbato viso stava
guardando colei che da Sancio si appellava regina e signora; ma siccome non
ravvisava in essa altro che una rozza villana, ed anche non bella, perché il
viso era tondo e schiacciato, stavasene sospeso e confuso senz'osare di aprire
bocca.
Le contadine erano sbalordite vedendo quei due
uomini tanto fra di loro differenti, inginocchiati per modo da impedire all'una
e all'altra di poter continuare la loro strada.
Rompendo per tanto il silenzio quella che era la
trattenuta, con mala maniera e con molta stizza si fece a dire:
— Si tolgano via di qua in malora, e mi lascino
passar oltre, che noi tutte abbiamo fretta.” Cui Sancio rispose:
— Oh principessa! oh signora universale del
Toboso! e che? il vostro magnanimo cuore non s'intenerisce vedendo prosteso
dinanzi alla sublime vostra presenza la colonna e il puntello della errante
cavalleria?”
Sentendo questo una delle altre due, disse: Arri
in là, asina del mio suocero: oh guardate un poco questi signorotti che
non hanno altro di meglio che di togliersi a scherno le contadine: credono
forse che noi poverette non siamo da tanto da strapazzarli? Vadano pei fatti
loro, e lascino andar noi per la nostra strada che si troveranno più
contenti.
— Levati, Sancio, disse allora don Chisciotte,
ché ben mi avviso che implacabile è meco la sorte, ed ha chiusa ogni
strada al conforto per questa afflitta anima che ho nelle carni; e tu, o apice
del merito il più singolare, confine dell'umana gentilezza, unico
rimedio di questo angustiato cuore che ti adora, credi pure che un malefico
incantatore mi perseguita, ed ha velati con nubi e cateratte gli occhi miei,
trasformando per queste sole luci infelici la tua senza pari bellezza e sembianza
in quella di una rozza contadina, e fors'anche ha cambiato il mio viso in
quello di qualche fantasima per renderlo detestabile agli occhi tuoi: ma, deh,
non mi negare un tenero amoroso sguardo, compiacendoti di vedere nella
sommessione e nell'inginocchiamento che da me si fa dinanzi alla tua
contraffatta bellezza, l'umiltà con cui quest'anima mia ti adora.
— Oh che sì, rispose la contadina, che
vossignoria s'è proprio imbattuta in donna a cui piaccia sentire le
parole amorose! si levino di qua, e ci lascino andare pei fatti nostri, che
sarà meglio.”
Sancio si fece in disparte, e lasciò la
strada libera, allegrissimo di vedersi così ben riuscito da tanto
intrico.
Non si vide appena in libertà la villana a
cui era toccato di rappresentare senza sua voglia Dulcinea, che pungendo la sua
cananea con il pungolo che stava a capo di un suo bastone, cominciò a
correre alla volta del prato a più potere: ma l'asina non volendo
tollerare la punta del bastone che la molestava più del solito, cominciò
a far corvette in maniera che stramazzò la signora Dulcinea quanto era
lunga.
Don Chisciotte, veduto questo accorse a rizzarla,
e Sancio a rassettare ed a cinghiare la bardella ch'era andata sotto alla
pancia dell'asina. Accomodata la bardella, e volendo don Chisciotte portare
colle braccia la sua incantata signora sulla giumenta, la signora balzata in
piedi, lo sollevò da quest'incarico, giacché tirandosi un poco indietro,
pigliò una corsa, e poste ambe le mani sulla groppa dell'asina vi
saltò su col suo colpo leggero più che falcone, e come se fosse
stata uomo, rimase a cavalcioni. Sancio disse in quell'istante:
— Viva Dio, che la signora nostra padrona
è più snella di un gatto, e può essere maestra di ginetta
al più pratico cordovese o messicano; ha trapassato di un salto sopra
l'arcione della sella, e fa correre la chinea senza sproni come se fosse una
capra salvatica; e non sono di manco le sue donzelle che tutte corrono come il
vento.”
E dicea il vero, perché subito che Dulcinea fu
sull'asino, le sue compagne la seguitarono, e si misero a correre senza mai
voltare la testa indietro per oltre una mezza lega. Don Chisciotte la
seguitò coll'occhio, e quando più non la vide, voltosi a Sancio
gli disse:
— Sancio mio, e che ti sembra dell'odio che mi
portano gl'incantatori? Guarda sin dove arriva la malizia e l'astio che mi
hanno giurato, privandomi della soddisfazione che avrebbe potuto darmi il
vedere la mia signora nel suo vero essere. Insomma io nacqui per diventare il
modello degli sfortunati e per essere il bersaglio e la mira a cui stanno
rivolte le freccie dell'avversa fortuna. Hai da notare, o Sancio, che non si
contentarono già questi traditori di trasfigurar Dulcinea per modo ch'io
non la potessi più ravvisare, ma vollero anche mutarla e trasfigurarla
in forma sì vile e sì brutta come era quella contadina, e le
tolsero sin anche il distintivo proprio delle grandi signore, che è la
gratissima fragranza di ambra e di fiori di cui sempre olezzano. E questo ti
dico, perché quando io volli aiutare Dulcinea a risalire sulla chinea (come tu
dici, benché a me parve asina) mi fece sentire un'esalazione di agli crudi che
mi appestò e attossicò tutto.
— Ah canaglie! sclamò Sancio a tal punto,
ah incantatori di mal augurio! ah maligni! che potessi vedervi infilzati per la
gola come tante sardelle: voi la sapete lunga, voi potete tutto quello che
volete, e operate oltre ogni immaginazione, non dovea bastarvi, o ribaldi, di
avere cambiate le perle degli occhi della mia signora in stangulioni di
sughero, e i suoi capelli d'oro purissimo nelle setole della coda di un bue
rosso, e finalmente tutte le sue bellissime fattezze in brutte e schifose senza
impacciarvi anche nell'odorato? per toglierci così di fermarci a
scoprire le vere bellezze sotto la deforme apparenza. Ma a dire il vero, io non
ho scoperta in Dulcinea bruttezza alcuna: all'opposto una beltà che
riceveva maggiori gradi e carati di perfezione da un neo grazioso vicino al
labbro diritto in forma di un mustacchino, con sette o otto peli biondi come
fila di oro, e lunghi più di un palmo.
— Ma un neo con peli sì lunghi,
replicò don Chisciotte mi pare una deformità.
— Posso assicurare, vossignoria, rispose Sancio,
che in lei parevano proprio nati tutti per mettere il colmo alla bellezza.
— Lo credo, amico mio, soggiunse don Chisciotte,
perché nulla fu posto dalla natura in Dulcinea che non sia perfetto e ben
collocato. Ma dimmi un poco, o Sancio: quella che a me parve bardella, e che tu
rassettasti al suo luogo, era sella delle ordinarie o sella da donna?
— Era sella alla ginetta, rispose Sancio, con una
coperta da campagna, e sì ricca e sì bella che valea mezzo un
regno.
— E ch'io non vedessi, o Sancio, tutto questo?
disse don Chisciotte. Ora sì che ripeto e torno a dire, e dirò
mille volte ch'io sono il più sfortunato uomo che partorisse mai donna
al mondo.”
Durava fatica il volpone di Sancio a contenere le
risa sentendo le scioccherie del padrone sì sonoramente da lui
corbellato.
Finalmente
dopo molti altri ragionamenti, rimontarono sulle loro cavalcature avviandosi a
Saragozza, dove pensavano di arrivare a tempo da intervenire ad una
solennità che in quella città illustre suol farsi ogni anno. Ma
prima che vi giugnessero accaddero cose che meritano di essere scritte e lette,
attesa la molto loro singolarità e novità, come vedrassi
più avanti.
CAPITOLO XI
DELLA STRANA VENTURA CHE SUCCESSE AL VALOROSO DON CHISCIOTTE
COLLA CARRETTA DELLA MORTE.
Don Chisciotte proseguiva tutto pensoso il suo
viaggio, considerando la trista burla che gli avevano fatta gl'incantatori
trasformando la sua signora Dulcinea nella brutta figura di una contadina; né
sapea immaginarsi il modo che dovesse tenere per restituirla alla primitiva sua
forma. Questi pensieri lo traevano tanto fuori di sé, che senza avvedersene
lasciò andar la briglia a Ronzinante: il quale approfittando della
libertà che gli era concessa, fermavasi ad ogni passo a pascere la verde
erbetta di cui abbondavano quelle campagne.
All'ultimo poi Sancio lo trasse da quel suo
concentramento, dicendogli:
— Signore, la malinconia non è fatta né
per le bestie né per gli uomini: ma se questi vi si abbandonano disperatamente,
diventano bestie. Torni in sé vossignoria, ripigli la briglia di Ronzinante, si
faccia coraggio, si desti e spieghi quella gagliardìa che è tutta
propria dei cavalieri erranti. Che diamine è questo? Che avvilimento
è quello di vossignoria? Siamo noi qua, o in Francia? Il diavolo si
porti quante Dulcinee si trovano al mondo, ché la salute di un solo cavaliere
errante deve andare innanzi agl'incanti ed alle trasformazioni tutte del mondo.
— Taci, Sancio, rispose don Chisciotte con voce
fiacca: taci, ripeto, né proferire bestemmie contro quella incantata signora,
mentre io solo sono cagione della sua disavventura: la trista sua sorte
è opera dell'invidia che mi portano i malevoli.
— Così diceva anch'io, rispose Sancio: chi
la vide una volta e la vede adesso, con qual cuore potrà tralasciare di
piangere?
— Tu puoi ben parlare in tal guisa, soggiunse don
Chisciotte, poiché la vedesti nel più perfetto ed intero stato di sua
bellezza; né l'incanto si estese ad ottenebrare la tua vista, né a celarti la
sua leggiadrìa; contro me solo e contro i miei propri occhi rivolse la
sua forza il veleno dell'incantagione. Per altro io conobbi, o Sancio, che non
mi dipingesti fedelmente le sue prerogative, perché, se male non mi ricordo,
dicesti che gli occhi suoi sembravano perle ma erano piuttosto da cheppia che
da signora. Quelli di Dulcinea, per quanto mi sovviene, debbono essere di verde
smeraldo e grandi, e servono loro di ciglia due archi celestiali; levale dunque
queste perle dagli occhi e passale ai denti, perché t'ingannasti fuori d'ogni
dubbio prendendo gli occhi pei denti.
— Tutto può darsi, rispose Sancio, mentre
io rimasi tanto confuso al mirare la sua bellezza, quanto vossignoria
all'aspetto della sua bruttezza; ma rimettiamo ogni cosa nella mano di Dio che
solo conosce tutte le azioni che hanno a succedere in questa valle di lagrime
da noi abitata, dove non saprei dire se si muova foglia la quale non sia
avvelenata da malvagità, da imbrogli e da ribalderie. Di una cosa poi mi
duole piucché d'ogni altra, signor mio, ed è il pensare al partito da
prendersi allorché la signoria vostra resterà vincitore di qualche
gigante o di altro cavaliere, e gli comanderà che vadi a presentarsi
davanti alla bellezza della signora Dulcinea. Dove la troverà mai questo
povero gigante, o questo povero e vinto cavaliere? A me pare di vederli girare
come tanti storditi qua e là pel Toboso cercando la nostra signora
Dulcinea; e poi se anche la incontreranno in mezzo alla strada sarà come
se avessero le traveggole.
— Potrebbe anche darsi, o Sancio, rispose don
Chisciotte, che non si estendesse l'incantesimo a togliere la conoscenza di
Dulcinea ai vinti giganti e cavalieri che io costringerò di presentarsi
a lei. Faremo una prova se la veggano o no con uno o due dei primi ch'io vincerò,
ordinando loro di tornare a darmi conto di ciò che sarà
precisamente accaduto.
— Mi persuade, disse Sancio, la risoluzione che
prende la vossignoria, e con sì bell'artifizio noi potremo conoscere
quanto desideriamo: e se così è che Dulcinea si trasformi
unicamente dinanzi a vossignoria, la disgrazia sarà più di lei
che nostra. Intanto purché la signora Dulcinea goda buona salute e viva in
buona letizia, noi altri ce la passeremo alla meglio, cercando le nostre
venture e lasciando al tempo che faccia le sue; ch'esso è il medico
più valente a sanare queste e più gravi infermità.”
Si accingea don Chisciotte a rispondere un'altra
volta a Sancio, quando ne lo sturbò una carretta che attraversava il
cammino, carica dei più strani personaggi e figure che possano mai
immaginarsi. Colui che guidava le mule, e faceva l'ufficio di carrettiere, avea
ciera di brutto demonio: ed era la carretta scoperta tutta senza cielo, né
graticcia alcuna al di sopra.
La prima figura che apparve agli occhi di don
Chisciotte fu quella della Morte sotto umane sembianze; accanto ad essa era un
angelo con due grandi ale dipinte; stava da un lato un imperadore portando in
testa una corona che pareva d'oro; appiè della Morte era situato quel
nume che si chiama Cupido, senza benda agli occhi, ma con arco, frecce e
turcasso.
Eravi pure un cavaliere armato di tutto punto,
eccetto che non portava morione o celata, ma un cappello adorno di piume di
vari colori; e con questi vi erano altri personaggi, di vestiti e sembianti tra
loro diversi.
Si sbigottì alquanto don Chisciotte a
questa repentina comparsa, e tremò il cuore a Sancio, ma il primo presto
presto si rallegrò credendo che gli si presentasse qualche nuova e
inaudita ventura; e su questa supposizione, e con animo deliberato di cimentarsi
a qualsivoglia pericolo, postosi dinanzi alla carretta con alta e minacciosa
voce si fece a dire:
— Carrettiere, cocchiere, o demonio qual tu ti
sia, rispondimi; chi sei? dove vai? che gente è quella che guidi in
questa che pare piuttosto la barca di Caronte che una carretta?”
Tranquillamente rispose il Diavolo fermandosi:
— Signore, noi siamo commedianti della compagnia
dell'Angelo il Cattivo, e nel paese posto dietro quella collina abbiamo fatta
stamane, in cui cade la ottava del Corpus Domini, la rappresentazione della Dieta
della Morte, e dobbiamo rifarla questa sera al tardi nel paese ch'è
qua vicino. Per la prossimità e per risparmiare la fatica di spogliarci
e di rivestirci, andiamo cogli abiti stessi che usiamo nel recitare, e questo
giovane rappresenta la Morte, quello un Angelo; quella donna, ch'è la
moglie dell'autore, è la Regina; quegli che vedete là fa da
Soldato; questi da Imperadore, ed io da Demonio; e sono io una delle principali
figure della rappresentazione, perché in questa compagnia sostengo le prime parti:
se altro desidera da noi sapere la signoria vostra ce lo domandi, che io le
risponderò con tutta esattezza, perché essendo io il Demonio so e
m'intendo di tutto.
— In fede di errante cavaliere, rispose don
Chisciotte, che alla comparsa di questo carro mi figurai subito che offerta mi
si sarebbe qualche grande occasione, ma dico adesso che conviene toccare con
mano le apparenze per illuminarsi bene nelle venture. Andate in pace, buone
genti, fate la vostra festa, e se valgo a servirvi lo farò di buon cuore
e di buona voglia, perché fino da ragazzo io fui affezionato alle maschere, e
nella mia gioventù solevo intervenire alle commedie con gran piacere.”
Tra questi discorsi volle la sorte che arrivasse
uno della compagnia vestito da Mattaccino con molti sonagli; e portava sulla
punta di un bastone, tre vesciche di vacca rigonfie. Accostatasi questa
maschera a don Chisciotte cominciò a schermire col bastone e a dar in
terra dei gran colpi colle vesciche, facendo ad un tempo gran salti e gran
rumore con quei sonagli; di che si spaventò Ronzinante per modo che don
Chisciotte non lo poté più reggere a patto alcuno, e non sentendo
più il freno, si mise a correre per la campagna con tale velocità
da non potersi mai supporre in una bestia ch'era un sacco di ossa. Sancio, che
conobbe il pericolo in cui trovavasi il suo padrone, saltò giù
dal leardo e corse ad assisterlo; ma quando il raggiunse egli era già in
terra, e accanto a lui il cavallo che stramazzato era insieme col suo padrone:
solito fine delle bizzarrie e delle prodezze di Ronzinante.
Intanto che Sancio lasciata aveva la sua
cavalcatura per aiutare don Chisciotte, quel demonio di ballerino dalle
vesciche, saltato sopra il leardo cominciò a percuoterlo quanto poteva
con quel suo singolare strumento. Lo spavento ed il fracasso, piucché il dolore
dei colpi, lo fecero volare per la campagna fin là dove seguire doveva
la festa.
Guardava Sancio la gran carriera del suo leardo e
la caduta del suo padrone, e stava irresoluto a quale dei due dovesse prima
porgere aiuto: ma come leale scudiere e buon servidore sentì con maggior
efficacia il debito verso il padrone che l'affetto pel suo asino, quantunque
ogni volta che vedeva alzarsi nell'aria le vesciche e poi cadere sulle groppe
dell'animale, fossero per lui le angosce della morte: avrebbe voluto che
piombassero quei colpi sulle pupille degli occhi suoi piuttostoché sul
più corto pelo della coda del suo giumento. In questa perplessa
tribolazione egli raggiunse don Chisciotte, il quale trovavasi pesto più
di quello che avesse voluto, e Sancio aiutandolo a montare su Ronzinante, gli
disse:
— Signore, il Demonio ha portato via l'asino.
— Che demonio? domandò don Chisciotte.
— Quello dalle vesciche, rispose Sancio.
— Lo raggiungerò ben io, replicò
don Chisciotte, quand'anche si rinserrasse nelle più profonde ed oscure
grotte dell'inferno: seguimi, Sancio, ché la carretta va adagio, e con le mule
di essa ti compenserò della perdita della tua bestia.
— Non si pigli questa briga, rispose Sancio, e
rattemperi vossignoria la sua collera; la rattemperi, le ripeto; ché, a quanto
mi sembra, il Diavolo ha lasciato ora il leardo, e già torna verso di
noi.”
Così era infatti, perché essendo il
Diavolo caduto insieme coll'asino, per non essere da meno di don Chisciotte e
di Ronzinante, il Diavolo s'era messo ad andare coi suoi piedi, e tornò
l'asino spontaneamente al suo padrone.
— Con tutto questo, disse don Chisciotte,
sarà ben fatto castigare la temerità di quel Diavolo in alcun
altro di quelli della carretta, foss'anche lo stesso Imperadore.
— Si tolga di capo questa idea, replicò
Sancio, ed accolga il mio consiglio: non se la pigli mai contro i recitanti,
poiché questa è gente che trova sempre molto favore; ed io ho veduto uno
di costoro portarsela fuori netta, quantunque avesse commessi due omicidî.
Sappia vossignoria, che siccome sono brigate allegre e di passatempo, ognuno le
favorisce, le difende, le protegge, e massimamente quelle della Compagnia del
re e titolate, che tutti nel loro abito e attillatura paiono tanti principi.
— Sia com'essere si voglia, disse don Chisciotte,
non permetterò che il commediante Demonio vada vantando la sua
soperchieria, quand'anche sia protetto da tutto il genere umano.”
Nel dire questo, si volse alla carretta che stava
già presso al villaggio, e con sonora voce esclamò:
— Fermatevi, aspettate, turba buffona
impertinente, che voglio insegnarvi come si hanno a trattare le bestie che
servono di cavalcatura agli scudieri dei cavalieri erranti.”
Sì grande era lo schiamazzo di don Chisciotte
che fu presto inteso da quelli della carretta; i quali arguendo dalle parole
l'intenzione di chi le proferiva, cacciarono tosto fuori dalla carretta la
Morte, e dietro a lei l'Imperadore, il Demonio carrettiere e l'Angelo, senza
che restasse indietro la Regina e il dio Cupido, e caricatisi tutti di pietre
si posero in ischiere aspettando di fare a don Chisciotte un magnifico
ricevimento coi loro sassi. Don Chisciotte che li vide posti in sì
formidabile squadrone, colle braccia inalberate e in atto di fargli piovere
addosso un monte di pietre, tirò le redini a Ronzinante, e stette
perplesso sul modo di eseguire la nuova prodezza col minore pericolo della sua
propria persona.
Sopravvenne Sancio sul fatto, e vedendo don
Chisciotte così apparecchiato all'assalto, gli disse:
— Sarebbe grande pazzia, o signore, il mettersi a
questa impresa; consideri vossignoria, signor mio, che contro piena di torrente
e furia di frombola non vi ha difesa al mondo, e meglio sarebbe cacciarsi e
rinchiudersi in una campana di bronzo; e poi consideri ch'è più
temerità che valore che un uomo solo assalga tutto un esercito dove
combatte la morte, sono in arme gl'imperadori e dànno aiuto gli angeli
buoni e cattivi. Se queste considerazioni non persuadono vossignoria a far alto,
la persuada senz'altro il sapere di certo che fra tutti quelli che stanno
quivi, tuttoché rassembrino principi, re e imperadori, non v'è un solo
cavaliere errante.
— Sancio, tu hai dato nel punto, disse don
Chisciotte, e non occorre di più per rimovermi dalla mia opinione. Io
non posso né debbo metter mano alla spada, come tante altre volte dissi, contro
chi non sia armato cavaliere; tocca a te se vuoi pigliarti vendetta del torto
che al tuo leardo si è fatto; ed intanto ti presterò opportuno
soccorso colle parole e col consiglio.
— Qua non c'è da pigliar vendetta di
sorta, o signore, rispose Sancio, mentre non è da buon cristiano il
volere rifarsi delle offese ricevute: e tanto più che impetrerò
il mio asino che anch'egli rimetta le sue ragioni nella mia volontà,
ch'è quella di terminare tranquillamente i giorni che il cielo mi
concede di vita.
— Poiché, replicò don Chisciotte,
così hai risolto, o Sancio buono, o Sancio discreto, o Sancio cristiano,
o Sancio sincero, abbandoniamo siffatte fantasime, volgiamci a cercare migliori
e più importanti avventure, ché veggo già apparecchiarsene in
questi luoghi e in quantità e più ammirabili.
Detto
questo, voltò la briglia e Sancio andò a ripigliare il suo asino.
La Morte e tutto lo squadrone volante tornò alla carretta, e questo fu
il termine fortunato che ebbe il formidabile caso della Carretta della Morte,
grazie al salutare consiglio dato da Sancio al suo padrone, cui nel dì
seguente accadde poi un'altra avventura con un innamorato errante cavaliere di
non minore importanza della già riferita.
CAPITOLO XII
DELLA STRANA AVVENTURA ACCADUTA A DON CHISCIOTTE COL VALOROSO
CAVALIERE DAGLI SPECCHI.
La notte che successe al giorno in cui avevano
incontrato la Carretta della Morte don Chisciotte e il suo scudiere la
passarono sotto alcuni alti e ombrosi alberi, dove per consiglio di Sancio don
Chisciotte mangiò della provvigione che trovavasi nella credenza portata
dall'asino. Durante la cena disse Sancio al suo padrone:
— Sarei pure stato balordo se avessi scelto per
mancia lo spoglio della prima ventura che fosse stata effettuata da
vossignoria, piuttostoché la razza delle tre cavalle! oh è meglio uccelletto
in mano che aquila al volo.
— Contuttociò, disse don Chisciotte, se
tu, o Sancio, mi avessi lasciato combattere come era mia volontà, ti
sarebbe toccato in ispoglio almeno almeno la corona d'oro dell'imperadore, e le
dipinte ali di Cupido, ch'io gliele avrei strappate di forza, e te le avrei
date.
— Le corone, disse Sancio, degl'imperadori di
teatro non furono mai di oro fino, ma di orpello o di stagno.
— Ciò è vero, replicò don
Chisciotte, perché sarebbe cosa malfatta che gli ornamenti teatrali fossero
fini, ed anzi va bene che sieno finti e apparenti come la stessa commedia. Io
poi bramo, o Sancio, che tu sia amico della commedia tenendola in grazia tua, e
così pure quelli che la rappresentano, perché servono tutti di
giovamento alla repubblica. Costoro ci pongono ad ogni tratto dinanzi agli
occhi uno specchio in cui veggonsi al vivo le azioni dell'umana vita, e non
avvi paragone più atto a rappresentare quello che siamo, o che dovremmo
essere, quanto la commedia e i commedianti. Né ti opporre, o amico Sancio, ma
dimmi: non hai tu veduto rappresentar qualche commedia in cui s'introducono re,
imperadori, pontefici, cavalieri, ed altri differenti personaggi, uno dei quali
fa lo smargiasso, un altro l'imbrogliatore, questi il mercadante, quegli il soldato,
un altro il semplice contegnoso, quell'altro l'innamorato morto; e poi
terminata la commedia e spogliati gli abiti, tutti i recitanti restano eguali?
— Sì, signore, ne ho veduti molto bene,
disse Sancio.
— Ora sappi, disse don Chisciotte, che lo stesso
avviene nella commedia e nel traffico di questo mondo; in cui taluno fa da
imperadore, tal altro da papa e da mille altre comparse che possono essere
nella commedia introdotte; ma giungendo al fine, ch'è quando termina la
vita, la morte toglie a ciascuno l'abito che lo rendeva diverso dagli altri, e
tutti restano eguali nella sepoltura.
— Bel paragone! sclamò Sancio; ma egli non
è poi tanto nuovo ch'io non l'abbia sentito mille e mille volte, come
quello del giuoco degli scacchi, che mentre dura la partita ogni pezzo ha il
suo offizio, ma terminata che sia, tutti si mescolano, si uniscono, si mutano e
si cacciano in una borsa; ch'è lo stesso come la comparazione della vita
che termina nella sepoltura.
— Tu vai ogni giorno, o Sancio, disse don
Chisciotte, diventando meno semplice e più giudizioso.
— Batti e ribatti, rispose Sancio, ha da restarmi
inchiodata bene in testa un poco della sapienza di vossignoria, poiché anche i
terreni che sono sterili e senza umore nutritivo, a forza di mettervi buon
letame, e di coltivarli, vengono a produrre buone frutta; e voglio inferire da
questo che il conversare colla signoria vostra è stato il letame che
ingrassò lo sterile terreno dell'infecondo mio ingegno; e la
sollevazione del mio spirito la ripeto dal tempo in cui sono al suo servigio e
converso con lei; e per tutte queste cose spero che un giorno darò
frutta degne di benedizione, e tali che punto non isconvengano né sdrucciolino
fuori dalla strada delle buone creanze che vossignoria ha ora aperta al mio
intelletto.”
Si mise a ridere don Chisciotte delle studiate
espressioni di Sancio, e gli sembrava anche vero ciò che dicea de' suoi
progressi, perché parlava di tanto in tanto a modo che lo faceva restare
maravigliato, quantunque non si possa dissimulare che il più delle volte
coi suoi discorsi di opposizione o alla cortigianesca precipitasse dal colmo
della sua semplicità, nel profondo della sua ignoranza. Quello in che si
mostrava più elegante e memorativo era una profusione di proverbi,
cadessero o no in acconcio al soggetto di cui trattavasi, come si andrà
osservando nel corso di questa istoria.
In tali e altri ragionamenti passarono gran parte
della notte. Finalmente s'invogliò Sancio di lasciarsi cadere le
cateratte sugli occhi (come soleva dir egli quando volea dormire), e
però, levata all'asino la bardella, lo lasciò in pienissima
libertà di andarsene al pascolo per lo prato. Non tolse la sella a
Ronzinante per essere espresso comando del suo padrone che nel tempo in cui
battessero la campagna, o dormissero allo scoperto, non lo sfornisse mai:
vecchia costumanza stabilita e osservata dai cavalieri erranti. Levare la
briglia e attaccarla all'arcione della sella, pazienza! ma togliere la sella al
cavallo? guai! Così fece Sancio, e la libertà dell'asino poté
essere comune a Ronzinante la cui amicizia per l'asino fu sì unica e
sì stretta che la fama ne corre per tradizione da padre a figliuolo; e
l'autore di questa veridica istoria ne fece capitoli a parte, che non ha
inseriti soltanto per voler essere geloso custode della decenza e decoro dovuto
a narrazioni sì eroiche. Ben è il vero che alcuna volta si
dimentica di tale suo proposito e scrive che subito che le due bestie potevano
avvicinarsi andavano grattandosi l'una coll'altra, e che quando eran molto
stracche, Ronzinante cacciava il suo collo a posare su quello del leardo per
modo che ne riusciva un mezzo braccio dall'altra parte, e fissando ambedue gli
occhi a terra stavansene a quel modo per tre giorni, o almeno fino a tanto che
la fame non li spingeva a cercarsi altrove alimento.
Soggiungo una cosa ancora e non più, ed
è che l'autore ha lasciato scritto che nell'amicizia erano queste bestie
da compararsi a Niso ed Eurialo, a Pilade ed Oreste: e se ciò è
vero, resta luogo ad osservare con istupore, quanto stabile dovette essere la
colleganza dei due pacifici animali, a confusione degli uomini che tanto male
si conducono gli uni con gli altri. Non v'è amico per l'amico, e le
canne si cambiano in lance.
Né sembri a taluno che l'autore abbia deviato dal
diritto sentiero paragonando l'amicizia di quelle due bestie con l'amicizia
degli uomini; perché gli uomini hanno appreso dalle bestie molti e molto
importanti insegnamenti; come sarebbe a dire dalle cicogne il cristere, dai
cani la gratitudine, dalle grue la vigilanza, dalle formiche la provvidenza,
dagli elefanti l'onestà, e la lealtà dal cavallo.
Finalmente Sancio si addormentò sotto un
sughero, e don Chisciotte se ne stette sonniferando disotto d'un'altissima
quercia. Breve intervallo di tempo era scorso quando don Chisciotte fu desto da
un rumore che udì dietro a sé, e levandosi impaurito e postosi ad
ascoltare ed a vedere di dove procedesse, scoprì che erano due uomini a
cavallo, uno dei quali abbandonando la sella, diceva all'altro:
— Smonta, amico, e leva il freno ai cavalli, che
a parer mio, qui trovasi abbondevolmente dell'erba pel loro pascolo, e qui sono
la solitudine ed il silenzio che abbisognano agli amorosi miei pensamenti.”
Il proferir queste parole ed il distendersi sulla
terra fu tutto uno; ma nell'atto che si coricava, le armi che aveva indosso
fecero rumore: dal che don Chisciotte argomentò che dovesse essere un
qualche cavaliere errante.
Accostatosi a Sancio che dormiva, lo riscosse, e
con poca fatica lo svegliò, poi a bassa voce gli disse:
— Fratello Sancio, abbiamo qui una ventura.
— Dio ce la mandi buona! rispose Sancio. E dove
sta, signor mio, la signoria di questa signora ventura?
— Dove? mi domandi, replicò don
Chisciotte. Volgiti, guarda e vedrai quivi prosteso un cavaliere errante, ch'io
penso non debba essere soverchiamente allegro, poiché lasciatosi cadere
giù da cavallo, si distese per terra con non dubbi segni di animo irato;
e nel cadere rumoreggiarono le sue armi.
— E in che trova vossignoria, disse Sancio, che
questa sia un'avventura?
— Non voglio dire, don Chisciotte rispose, che
sia del tutto una ventura, ma principio di essa, ché così le avventure
hanno principio. Ma stattene attento: a quanto pare, egli va accordando un
liuto o una viola, ed al tossire e allo spurgarsi che fa, indovino ch'egli si
apparecchia a cantare un poco.
— In fede mia ch'è vero, rispose Sancio:
oh sarà per certo un cavaliere innamorato.
— Non avvi alcuno degli erranti che non lo sia,
soggiunse don Chisciotte, e stiamolo a sentire, ché da questo filo scopriremo
il gomitolo dei suoi pensieri: la lingua parla per l'abbondanza del cuore.”
Voleva Sancio replicare al padrone, quando la
voce del cavaliere del Bosco, che non era né molto cattiva né molto buona,
glielo impedì, e standosene tutti e due in attenzione udirono che il suo
canto diceva presso a poco così:
“Datemi, o mia signora, una via da seguire sempre
il vostro volere; ed io conformerò a quello il voler mio per modo, che
mai non me ne allontanerò pur d'un punto.
“Se v'è a grado che tacendo de' miei
martirî io muoia, e voi abbiatemi già fin d'ora per morto; o se volete
ch'io ne parli di un modo inusato, farò che Amore stesso pigli a
parlarne per me.
“Io, a prova de' contrari, son fatto di molle
cera e di duro diamante, e accomodo l'animo mio alle leggi d'Amore.
“Molle qual è o forte, io vi offro il mio
cuore: voi tagliate od imprimetevi quello che più vi piace, ché io giuro
di custodirlo eternamente.”
Con un ahi tratto, per quanto sembrava,
dall'intimo del cuore, diè fine al suo canto il cavaliere dal Bosco, e
di lì a poco con dogliosa e compassionevole voce proruppe:
— Oh la più bella e la più ingrata
donna dell'orbe! come sarà egli possibile, serenissima Casildea di Vandalia,
che ti piaccia di vedere consunto e sfinito in continue peregrinazioni ed in
aspri e crudeli travagli questo tuo schiavo cavaliere? Non basta a te ch'egli
abbia costretto a dichiararti per la più bella donna del mondo i
cavalieri tutti della Navarra, tutti quei di Leone, tutti i Tartesii, i
Castigliani tutti, e finalmente tutti i cavalieri della Mancia?
— Oh questo poi no, disse don Chisciotte a tal
punto: io sono cavaliere della Mancia, e non mai feci tal confessione, né posso
né devo farla a pregiudizio della bellezza della mia dama. Tu vedi, o Sancio,
che quel cavaliere delira: ma ascoltiamo, che forse si spiegherà un poco
più.
— Sentiamolo pure, rispose Sancio, ma egli ha
ciera da querelarsi per un mese a di lungo.”
Così non passò la cosa, perché avvedutosi
il cavaliere dal Bosco che qualcuno stava favellando vicino a lui, senza
più continuar nel suo lamento, si alzò e con sonora e cortese
voce, disse:
— Chi è là? Che gente siete? siete
fra i contenti o fra i miseri?
— Fra gl'infelici, rispose don Chisciotte.
— Dunque venite a me, soggiunse quello dal Bosco,
e in me troverete l'affanno e la tribolazione stessa in persona.”
Udendosi don Chisciotte rispondere sì
teneramente e con sì alta cortesia, si avvicinò a lui, e Sancio
ancora. Il dolente cavaliere prese don Chisciotte per un braccio dicendogli:
— Sedete qua, signor cavaliere, che per
conoscervi tale e per accorgermi che professate la errante cavalleria bastami
avervi ritrovato in questo luogo dove la solitudine e la serenità sono e
compagni e piume naturali e veri soggiorni dei cavalieri erranti.
Cui don Chisciotte:
— Cavaliere son io, e della professione che dite,
e tuttoché abbiano sede lor propria nell'anima mia le afflizioni, le sciagure e
gli affanni! non per questo mi rifiuto di sentire compassione per le sventure
altrui. Dal tenore del vostro canto, che ho inteso, sono convinto che le vostre
sono afflizioni innamorate: voglio dire che nascono dall'amore che vi accende
per la bella ingrata che ricordate nei vostri sospiri.”
Stando in questo colloquio trovavansi già
seduti sul nudo terreno in santa pace e in amichevole compagnia, come se allo
spuntare dell'alba non avessero a maltrattarsi a vicenda.
— Signor cavaliere, domandò a don
Chisciotte quello dal Bosco, sareste voi per avventura innamorato?
— Lo sono per fatalità mia, rispose don
Chisciotte, benché i danni che ci derivano dai ben collocati affetti nostri
debbano più propriamente chiamarsi favori che danni.
— Questo è pur troppo vero, replicò
quello dal Bosco, quando però non ci ottenebrassero alcuna volta la
ragione o l'intelletto quegli sdegni che col moltiplicarsi vestono le sembianze
della vendetta.
— Giammai, rispose don Chisciotte, fui io
sdegnato contro la mia signora.
— Oh no certamente, soggiunse Sancio che gli era
accanto, perché la mia padrona è simile ad una piacevole asinella, e
più morbida di un pane di burro.
— È costui il vostro scudiere?
domandò quello dal Bosco.
— Per lo appunto, rispose don Chisciotte.
— Non mi è mai più accaduto,
replicò quello dal Bosco, di udire che lo scudiero abbia ardito di
frammettersi nei ragionamenti del suo signore; ed il mio che pur
è qui grande e grosso, non osa mai di aprire bocca quando io favello.
— Oh bella! disse Sancio; oh gran novità!
ho parlato, posso parlare e non parlare davanti ad un altro tanto quanto...
tanto più la puzza quanto più...”
Lo scudiere del cavaliere dal Bosco prese allora
Sancio per un braccio e gli disse:
— Andiamo, amico, noi altri due soli in un
appartato luogo dove potremo discorrercela insieme scudierilmente, e lasciamo
questi nostri padroni che si discervellino colle istorie dei loro amori, le
quali scommetterei che non finiranno sino a dimani.
— Andiamo alla buon'ora, disse Sancio, e
racconterò a vossignoria chi sono io, e voi deciderete se io sono uomo
da essere così posto in un fascio con gli scudieri ciarloni.”
Si
ritirarono amendue, e passò tra loro un ragionamento che riuscì
tanto saporito quanto serio fu stato quello dei loro padroni.
CAPITOLO XIII
SEGUITA L'AVVENTURA DEL CAVALIERE DAL BOSCO, E SI DESCRIVE IL
GIUDIZIOSO, NUOVO E SOAVE COLLOQUIO SEGUITO FRA I DUE SCUDIERI.
Stavansi appartati cavalieri e scudieri, questi
raccontandosi i fatti loro, e quelli le loro amorose vicende. L'istoria ci
dà prima il ragionamento seguito fra i servitori, e passa indi a quello
dei padroni; e narra che, scostatisi alquanto, lo scudiere del cavaliere dal
Bosco così disse a Sancio:
— È pure una travagliata vita, signor mio,
quella che noi passiamo vantando il bel titolo di scudieri dei cavalieri
erranti! Ben si può dire con verità che noi mangiamo veramente il
pane col sudore del nostro volto, ch'è una delle maledizioni fulminate
da Dio contro i nostri primi padri.
— Si può anche dire, soggiunse Sancio, che
lo mangiamo col gelo dei nostri corpi; perché chi è che patisce
più caldo e più freddo dei miserabili scudieri della errante
cavalleria? E manco male se almeno mangiassimo, perché più tollerabili
sono le disgrazie a corpo bene pasciuto; ma il peggio si è che passiamo
talvolta uno o due giorni senza romper il digiuno, e dobbiamo contentarsi di
qualche boccone dell'aria che soffia.
— Pazienza ancora per ciò, rispose quello
dal Bosco, poiché possiamo sperare di esser compensati; mentre se non è
sfortunato all'ultimo segno il cavaliere errante, al cui servizio lo scudiere
si trova, avrà questi in guiderdone per lo meno il fortunato governo di
qualche isola o di una contea di molta importanza.
— Io, replicò Sancio, ho protestato al mio
padrone che mi contento del governo di un'isola; ed egli è tanto nobile
e tanto prodigo che molte e molte volte me l'ha promessa.
— Io, disse quello dal Bosco, mi chiamerei pago
della mia servitù ottenendo un canonicato, e mel promise già il
mio padrone.
— Se il vostro padrone, soggiunse Sancio,
è cavaliere alla ecclesiastica, egli potrà dar luogo a questa
sorta di mercedi coi suoi buoni scudieri, ma il mio è unicamente laico,
sebbene mi ricordo che certe savie persone consigliavano (a parer mio
pessimamente) che cercasse di diventar arcivescovo; ma egli non ismontò
dalla pretensione di essere imperadore: io tremai ch'egli non si volgesse agli
affari di chiesa, non trovandomi al caso di assumere benefizi per questo mezzo,
perché voglio confessare a vossignoria che quantunque io sembri uomo da
proposito, pure sarei una vera bestia per le cose ecclesiastiche.
— In verità, disse quello dal Bosco che
vossignoria è in errore, mentre i governi isolani non sono tutti di
buona data; alcuni se ne trovano rivoltosi, altri poveri, taluni malinconici, e
finalmente anche il meglio istituito e ben conformato si trae dietro il pesante
carico di pensieri e di disturbi che si mette sulle spalle quel meschino cui un
tal governo tocchi in sorte. Molto meglio sarebbe che noi, che professiamo
questa maledetta servitù, ci ritirassimo a casa nostra, ed ivi ci
occupassimo in più grati esercizi, come sarebbe la caccia e la pesca;
mentre, e quale fia mai sì povero scudiere al mondo che non abbia nella
sua stalla un ronzino, un paio di levrieri ed una canna da pescare? e queste
cose già sono sufficienti per occuparsi bene nel suo paese.
— Veramente io ho tutte queste cose, eccettuato
il ronzino, rispose Sancio, ma in sua vece ho un asino al mio comando che vale
il doppio del cavallo del mio padrone: mala pasqua Dio mi dia se volessi
barattarlo con lui se bene mi dessero in aggiunta quattro staia di frumento; e
non creda vossignoria che io esageri, perch'è di pelame leardo; e quanto
ai levrieri, non ho paura che mi manchino, giacché ve n'ha più del
bisogno nel mio paese, e riesce più gustosa la caccia quando si fa a
spese degli altri.
— Egli è infallibile, rispose
quello dal Bosco, signor scudiere, ch'io ho proposto e determinato meco
medesimo di abbandonare le scioccherie di questi nostri cavalieri, e di
ritirarmi al mio paese per attendere alla educazione de' miei figliuoletti, che
ne tengo tre che sono tre perle orientali.
— Ed io ne ho due, disse Sancio, che possono
presentarsi al papa in persona, e specialmente una ragazza che, se piace a Dio,
farò contessa a dispetto di sua madre.
— E che età ha ella, disse quello dal
Bosco, questa signorina che si alleva per contessa?
— Quindici
anni, due più due meno, rispose Sancio; ma è di statura alta come
una lancia, di freschezza tale da non invidiare una mattina di aprile, ed ha
una forza da facchino.
— Queste sono qualità, replicò
l'altro, che non solo possono farle meritare di essere contessa, ma anche di
diventare ninfa del bosco verde.
— Prego Dio, disse Sancio, che per tornare a
vedere la mia figliuola mi cavi di peccato mortale, ch'è tutt'uno come
cavarmi da questo pericoloso offizio di scudiere nel quale sono incappato per
la seconda volta; allettato e vinto da una borsa di cento scudi che ho trovata
un giorno nel bel mezzo di Sierra Morena. Anche adesso il diavolo mi mette
dinanzi gli occhi un'altra borsa piena di dobloni, ché mi pare ad ogni poco di
poter trovarla, abbracciarla, e portarla a casa mia: e allora darò
denari a censo, avrò rendite, e vivrò come un principe. Per quel
poco di tempo che io vo sperando in questi pensieri mi diventano facili e
sopportabili i travagli che patisco con questo mentecatto del mio padrone che
ha più del pazzo che del cavaliere.
— Per questo, rispose quello dal Bosco, si suol
dire che il soverchio rompe il coperchio; e giacché si tratta di cavalieri
pazzi credo che non vi sia alcuno più pazzo del mio; perché è di
quelli che dicono: le brighe e i fastidi degli altri ammazzano l'asino. Oh
prima che un cavaliere che ha perduto il giudizio lo ricuperi vi vuol ben
altro!
— È forse innamorato? dimandò
Sancio.
— Sì, disse quello dal Bosco, di una certa
Calsidea di Vandalia, la più crudele, ma la più compita signora
che possa darsi nel mondo; ma non zoppica solo dal piede della crudeltà,
che ci cova qualche altro imbroglio... Basta, se ne vedranno gli effetti.
— Non v'è strada sì piana che non
abbia i suoi intoppi, rispose Sancio: io credeva di esser solo a servire un
pazzo, or veggo che la pazzia ha più clientele che la discrezione; ma se
è vero il detto che ai miseri è un sollievo l'avere dei compagni
nelle miserie, io posso consolarmi con vossignoria che serve un padrone tanto
balordo quanto è il mio.
— Balordo, ma valoroso, rispose quello dal Bosco,
e più poco di buono che sciocco e imprudente.
— Oh il mio non è così, rispose
Sancio; e posso assicurarvi che non ha mente da cattivo; è un bestione
di buona pasta, non fa male ad alcuno, fa del bene a tutti, non ha alcuna
malizia, e un fanciullo gli darà ad intendere che sia notte a mezzogiorno;
e per questa sua semplicità voglio a lui tanto bene quanto al mio caro
leardo, né ho coraggio di abbandonarlo, comunque vada facendo ogni giorno
spropositi da non perdonarsi.
— Contuttociò, o fratello e signor mio,
disse quel dal Bosco, se un cieco guida un altro cieco vanno a pericolo tutti e
due di cadere nella fossa. Più savio partito mi pare quello di ritirarci
a tempo e di tornarcene agli oggetti veri del nostro amore; ché quelli che
vanno in traccia di avventure non sempre le trovano buone.”
Sancio sputava spesso, per quanto parea, un certo
genere di saliva attaccaticcia e alquanto secca; e che sentito e notato dal
caritatevole boschericcio scudiere gli disse:
— Sembrami, che per i tanti discorsi da noi
tenuti fin qui ci si incollino le lingue al palato; ma io vi rimedierò
con qualche cosa che porto all'arcione del mio cavallo: questi distaccano la
saliva, e sono molto opportuni.”
Dette queste parole, si alzò, e lasciato
Sancio solo per un momento, tornò poi subito recando seco una borraccia
di vino ed un pasticcio lungo un mezzo braccio; né questa è esagerazione
perch'era di un coniglio tanto grande che Sancio al vederlo credette che fosse
qualche capretto o becco. Quando Sancio si vide dinanzi questa provigione,
disse:
— E queste cose porta con sé vossignoria?
— E che? si credeva, rispose l'altro, ch'io fossi
qualche scudiere fallito? Io porto sulle groppe del mio cavallo una provvigione
più grande di quella che trae seco un generale quando va alla guerra.”
Mangiò Sancio senza farsi pregare, e mandò
giù bocconi al buio grossi come nodi di pastoie. Disse poi:
— Oh vossignoria sì, ch'è scudiere
fedele e regale, andante e restante, magnifico e grande come lo fa vedere il
presente banchetto, che se non è comparso qua per l'arte d'incanto,
almeno lo pare; e non è come son io, poveretto disgraziato, che non
porto nelle mie bisacce se non un po' di formaggio tanto duro, che si potrebbe
con un tocco accoppare un gigante; e gli fanno compagnia quattro dozzine di
carrube ed altrettante di nocciuole, e tutto questo in forza della
povertà del mio padrone, e dell'essersi egli cacciato in testa che
l'ordine a cui appartiene (quello cioè dell'errante cavalleria) non
abbia da mantenersi e sostentarsi se non con frutta secche e con erbe della
campagna.
— Per fede mia, fratello, replicò l'altro,
ch'io non ho lo stomaco fatto per bagattelle, o pere salvatiche, o per le
radicchie dei monti. Restino colle loro opinioni e colle loro leggi
cavalleresche i nostri padroni, e mangino come loro piace, che io porto con me
della carne fredda, e questa borraccia attaccata all'arcione della sella per
tutto quello che potesse occorrere, e sono a lei sì devoto e amoroso che
pochi intervalli trascorrono senza ch'io le dia mille abbracci.”
E nel dir questo pose la borraccia in mano a Sancio,
il quale, alzandola bene all'aria, la portò alla bocca, e se ne stette
guardando per un quarto d'ora le stelle. Terminato che ebbe di tracannare,
lasciò cadere la testa da un lato, e mandando un gran sospiro disse:
— O signore, mi dice per quanto ha di più
caro, questo vino è egli di città reale?
— Oh il bevitore sapiente! sclamò quello
dal Bosco: in verità ch'è appunto tale, ed ha molti anni di
anzianità.
— Quale maraviglia è la vostra? disse
Sancio: non saprò dunque io conoscere che vino sia? E non vi pare,
signor scudiere, che io sia uomo da sapere distinguere i vini anche col solo
annasarli? Ve ne saprei dire la patria, la stirpe, il sapore, la durata, e la
volta che hanno da dare con tutte le circostanze annesse e connesse: né
c'è punto da stupirsi mentre io vanto dal lato di mio padre i due
più solenni bevitori che da molti anni in qua contasse la Mancia; ed in
prova di questo, sentite un curioso caso che è loro accaduto. Fu dato da
assaggiare ad ambedue del vino di una botte per avere il loro parere sulla
qualità e bontà, o difetti di gusto e di odore. Uno lo
pregustò appena colla punta della lingua, e l'altro l'annasò
soltanto. Decise il primo che il vino sapeva di ferro: il secondo che sapeva di
cordovano. Sosteneva il padrone che la botte era nuova e nettissima, e che quel
tal vino non avea alcun acconcime da cui avesse potuto venirgli sapore o di
ferro o di cordovano. Con tutto ciò i due gran beoni stettero forti nel
loro proposito. Passò qualche tempo, si vendette il vino, e quando
nettarono la botte trovarono nel fondo di essa una piccola chiave attaccata ad
una correggia di cordovano. Ora vegga vossignoria se chi procede da cotal razza
può essere giudice competente in questa materia.
— Ed è appunto per questo che io ripeto,
soggiunse quello dal Bosco, che noi tralasciamo di andare cercando venture, e
poiché abbiamo focacce non andiamo in cerca di stiacciate, e torniamcene alle
nostre capanne. A buon conto io resterò al servigio del mio padrone fino
a tanto che arrivi a Saragozza, e poi ognuno saprà quello che
avrà a fare.”
Tanto in fine andarono ciarlando e bevendo i due
buoni scudieri, che per necessità giunse il sonno a legare le loro
lingue e a temperare la loro sete; che lo smorzarla affatto sarebbe stato
impossibile. Attaccatisi entrambi alla quasi vôta borraccia, con i bocconi
mezzo masticati in bocca si addormentarono; e noi lasceremo per ora che
riposino in pace per raccontare ciò che seguì tra il cavaliere
dal Bosco e quello dalla Trista Figura.
CAPITOLO XIV
SEGUITA L'AVVENTURA DEL CAVALIERE DAL BOSCO.
Prosegue l'istoria narrando che dopo molti altri
ragionamenti, il cavaliere dal Bosco disse a don Chisciotte:
— Finalmente, signor cavaliere, bramo che voi
sappiate che il mio destino, o a meglio dir la mia elezione, mi trasse ad
innamorarmi della senza pari Casildea di Vandalia; senza pari la chiamo perché
non ha chi la ragguagli sì nella perfetta grazia come nella bellezza.
Questa Casildea di cui vi ragiono compensò i miei retti pensieri e le
oneste mie brame obbligandomi, come fece la matrigna di Ercole, in molti e
diversi cimenti; promettendomi sempre, al superarne di uno, che al fine
dell'altro avrei ottenuto quello a cui tendevano le mie mire. Per tal modo si
sono andate succedendo le mie imprese a segno di diventare innumerabili, né io
so ancora quale sarà l'ultima che darà principio al compimento
delle mie brame. Mi comandò una volta che andassi a sfidare a tenzone
quella famosa gigantessa di Siviglia, chiamata la Giralda, il cui valore e
fortezza la fa credere di bronzo, e che senza cambiar mai di luogo può
contarsi per la più mobile e volubile donna di questo mondo.
Andai, la vidi, la vinsi, e la ridussi a starsene
ferma e a segno; perché pel corso di più che una settimana altri venti
non soffiarono fuor quello di tramontana. Altra volta mi fece comando che
andassi a pigliare di peso le pietre portate dai bravi tori di Guisando,
impresa più da facchino che da cavaliere. Comandò altra volta che
mi precipitassi e sprofondassi nella fogna di capra (pericolo inaudito e
spaventosissimo!), e che le dessi conto preciso di ciò che rinserrasi in
quella oscura profondità: fermai la Giralda, portai le pietre dei tori
di Guisando, mi precipitai nella fogna, trassi alla luce quello che rinchiudevasi
nell'abisso; ma rimasero più morte di prima le mie speranze, ed i suoi
comandi e i suoi sdegni più vivi che mai. In fine mi comandò che
scorressi le province tutte di Spagna, e obbligassi tutti i cavalieri erranti
che vanno per quelle vagando, a confessare che in bellezza ella è la
sola e la prima sopra quante altre vivono oggidì, e che io sono il
più valoroso ed il meglio innamorato cavaliere dell'orbe. Per adempiere
a questo nuovo comando ho già percorsa la maggior parte della Spagna, e
ho trionfato di molti e molti cavalieri che hanno avuto ardire di contraddirmi.
Quello poi di cui mi pregio e vanto, e che rende immortali le mie palme si
è l'aver avuto vittoria in singolare tenzone di quel sì famoso
cavaliere don Chisciotte della Mancia, e costrettolo a confessare che la mia
Casildea è più bella della sua Dulcinea; e con questa sola
vittoria fo conto di aver vinto tutti i cavalieri del mondo, poiché quel don
Chisciotte di cui ragiono, aveva superati gli altri ed essendo da me debellato,
la sua gloria, la sua fama, il suo onore si sono trasferiti nella persona mia.
Tanto è maggiore il trionfo di vincitore quanto più il vinto
è tenuto in celebrità, ond'è che vanno ormai per mio
conto, e sono mie tutte le sue innumerabili imprese.”
Rimase stupefatto don Chisciotte udendo le parole
del cavaliere dal Bosco, e stava per dargli una mentita, e già la teneva
sulla punta della lingua, ma si astenne il meglio che poté per fargli
confessare di propria bocca le sue bugie: in fine così gli disse e con
molta gravità.
— Niente oppongo alle vittorie testé vantate da
vossignoria, signor cavaliere, sopra la maggior parte dei cavalieri erranti di
Spagna ed anche del mondo intero: ma dubito assai che abbiate vinto don
Chisciotte della Mancia; ma forse così avrete creduto ingannandovi una
gran somiglianza, benché pochi sieno che si rassembrino a lui.
— Come no? replicò quello dal Bosco: per
lo cielo che ci sta sopra che io ho combattuto con don Chisciotte, e l'ho vinto
e sconfitto. È un uomo alto di corporatura, secco di viso, snello, di
membra robuste, canuticcio, di naso aquilino e alquanto piegato, con basette
nere, grandi e cadenti; campeggia sotto il nome di cavaliere dalla Trista
Figura, conduce per suo scudiere un contadino chiamato Sancio Pancia, opprime i
lombi e regge il freno di un famoso cavallo chiamato Ronzinante, ed in fine ha
per signora della sua volontà una tale Dulcinea del Toboso, chiamata un
tempo Aldonsa Lorenzo, come la mia, che per chiamarsi Casilda ed essere nativa
di Andalusia, la nomino adesso Casildea di Vandalia. Se tutti questi
contrassegni non bastano per avvalorare la verità, ho qui al mio fianco
una spada che saprà dare piena fede alla incredulità stessa.
— Tranquillizzatevi, signor cavaliere, disse don
Chisciotte, e ascoltate quello che voglio dirvi. Dovete sapere che quel don
Chisciotte, di cui ragionate, è il miglior amico che io abbia al mondo,
e tale che asserire potrei francamente essere egli un altro me stesso. Per
tutti i segnali che mi avete dati sì esatti e veridici resto convinto
che altri non sia se non se lui medesimo colui che voi asserite di aver
superato: veggo per altra parte cogli occhi miei proprî, e tocco con mano non
esser ciò possibile, quando non fosse che avendo egli molti incantatori
nemici, ed uno specialmente che d'ordinario il perseguita, non avesse costui
pigliata a prestito la sua figura per lasciarsi vincere, e così
defraudarlo della fama da lui guadagnatasi mercé quelle illustri cavallerie che
l'hanno reso conosciutissimo per tutta la terra scoperta. In conferma di questo
voglio che sappiate ancora, che questi tali incantatori nemici suoi
trasformarono, non ha guari, la figura e persona della bella Dulcinea del
Toboso in una rozza e vile contadina, e al modo stesso avranno operato anche la
trasformazione di lui. Se tutto ciò non bastasse per farvi capace della
verità che vi ho detta, eccovi presente lo stesso don Chisciotte in
persona che lo sosterrà coll'arme alla mano, a piedi o a cavallo o in
qualunque altro modo che più vi piacesse.”
In ciò dire si rizzò in piedi, e
impugnò la spada aspettando che risoluzione prendesse il cavaliere dal
Bosco; il quale con tono egualmente grave rispose a questo modo:
— A buon pagatore non dolgono i pegni: colui che
una volta, o signor don Chisciotte, ebbe possanza per vincervi trasformato,
può molto ben confidare di vincervi nella vostra propria figura: ma
perché sta male che i cavalieri vengano a tenzone all'oscuro come fanno gli
assassini e gli sgherri, attendasi il giorno, e sia testimonio il sole delle
nostre azioni: sia intanto condizione della battaglia, che il vinto debba
rimanere soggetto alla volontà del vincitore, sicché possa questi
disporre di lui a sua voglia, sempre però entro i confini che si
convengono ai cavalieri d'onore.
— Sono più che contento di questo patto,
ed accetto,” rispose don Chisciotte.
Dette queste parole andarono dove stavano i loro
scudieri, e li trovarono russanti e sdraiati in quella stessa postura in cui il
sonno li aveva sorpresi. Li svegliarono, comandarono loro che tenessero in
punto i cavalli, perché al nascere del sole doveano venire tutti e due a
sanguinoso, singolare e terribile combattimento. Sancio rimase attonito e
spasimato a questa intimazione, temendo per la vita del suo padrone, attese le
prodezze che aveva udite narrare dell'altro. Senza fare altre ciarle se ne andarono i due
scudieri a trovar le loro bestie, che già tutti e tre i cavalli e il
leardo eransi fiutati, e stavano insieme.
Nel cammino quello dal Bosco disse a Sancio.
— Avete a sapere, o fratello, che i combattenti
dell'Andalusia quando sono padrini di qualche battaglia non rimangono mai
oziosi con le mani a cintola intanto che i loro appadrinati combattono; e dico
questo per avvertirvi che mentre saranno alle prese i nostri, noi per egual
modo abbiamo ad azzuffarci insieme e a darci in testa se ci riesce.
— Questo costume, signor scudiere, rispose
Sancio, potrà correre nei vostri paesi, ed aver luogo con gli smargiassi
e gli sgherri, ma non è applicabile neppure per ombra agli scudieri dei
cavalieri erranti: almanco io non ho mai sentito dal mio padrone a far parola
di tali usanze, eppure egli sa a mente e di punto in punto tutte le regole
della errante cavalleria. E poi sia pure verità e legge espressa che
abbiano a menare le mani fra loro gli scudieri intanto che i padroni
combattono, io non mi ci adatterò sicuramente, e piuttosto
pagherò la pena inflitta agli scudieri pacifici, la quale non dovrebbe
oltrepassare le due libre di cera, ed anche la pagherò volentieri,
perché importerà assai meno delle fila che potrei consumare in medicarmi
la testa, che già mi pare di vedere partita in due; e c'è anche
una ragione di più che mi rende impossibile il combattere, ed è
quella che io non porto spada, né l'ho portata in vita mia.
— A questo si rimedia facilmente, disse quello
dal Bosco: io tengo con me due sacchetti di grossa tela della stessa misura:
voi piglierete l'uno ed io l'altro, e combatteremo a sacchettate con arme
eguali.
— Oh s'ella è a questo modo, sia in
buon'ora, rispose Sancio, perché invece di ferire serviranno a sbatterci la
polvere di dosso.
— Non deve essere a tal modo, replicò
l'altro, poiché dentro ai sacchetti, per impedire che vadano sventolando, si
deve mettere mezza dozzina di pietre lisce e pelate, che tanto pesi l'una
quanto l'altra, e in questa maniera ci potremo sacchettare senza farci gran
male.
— Corpo di mio padre! sclamò allora
Sancio, e volete voi riempirli di quelle lisce cipolle, di quei bioccoli di
bambagia scardassata che possono fracassarci la testa e macinarci tutte quante
le ossa? Sappiate, amico e compagno mio, che quand'anche fossero i sacchetti
pieni di bozzoli di seta io non intendo né voglio menar le mani; combattano
pure i nostri padroni, e male si abbiano, ma noi badiamo a bere ed a vivere
allegramente, e lasciamo al tempo la briga di farci terminare la vita quando
sarà matura senza cercare di abbreviarla con questi loro falsi gusti e
appetiti.
— Non posso essere del vostro avviso,
replicò quello dal Bosco, e bisogna combattere almeno per una mezz'ora.
— E io dico di no, rispose Sancio, che non voglio
esser ingrato e discortese a chi mi ha dato da mangiare e da bere senza che vi
sia stato fra noi il più piccolo segno di collera e di amarezza. Chi
diamine ha da essere colui che venga così in secco a menar le mani?
— A questo, rispose quello di dal Bosco,
rimedierò io facilmente, ed eccovi il modo: prima di cominciar il
combattimento io mi accosterò pian pianino a vossignoria, e vi
darò tre o quattro schiaffi tali da farvi cadere ai miei piedi; voi vi
sveglierete alla collera se anche foste addormentato come un ghiro.
— Ed io, rispose Sancio, a questo rimedio
avrò un controrimedio che non sarà da manco del vostro.
Prenderò un buon bastone, e prima che vi riesca di farmi andare in
collera, vi addormenterò a colpi di bastonate, in modo che non vi
sveglierete se non al mondo di là, dov'è noto abbastanza ch'io
non mi lascio pestare il muso da chicchessia. Eh badi ognuno a quello che fa,
ed io consiglierei che lasciassimo dall'una e dall'altra parte dormire le
nostre collere, ché uno non sa l'animo di un altro, e qualche volta accade che
chi va per lana torna invece tosato, e Dio benedice la pace, e ha in odio la
contesa; e se un gatto imbestialito è chiuso, diventa un leone; ed io
che sono un uomo, Dio sa in che cosa potrei cambiarmi: in fine protesto a
vossignoria, signor scudiere, che starà a vostro carico tutto il male e
tutto il danno che fosse per risultare da tal contrasto.
— Ho inteso, replicò quello di dal Bosco,
e vedremo dimani come andrà a finire questa faccenda.”
In questo mentre già cominciavano a
garrire sugli albori mille sorta di vaghi augelletti, e nei lieti e vari loro
canti pareva si congratulassero e salutassero la fresca aurora che per le porte
e pei balconi dell'oriente veniva scoprendo la vaghezza del suo sembiante, e
scuotendo dai capelli una pioggia di perle, nel cui soave liquore l'erbe
inumidite sembrava che germogliassero, e facessero nascere manna; rideano le
fonti, mormoravano i ruscelli, si rallegravano le selve, e per la sua venuta si
smaltavano i prati.
Ma appena il chiarore della mattina permise di
potere vedere e distinguere le cose, il primo soggetto che si presentò
agli occhi di Sancio Pancia fu il naso dello scudiere di dal Bosco, il quale
era sì grande che facea ombra a quasi tutta la persona. Dicon che
veramente fosse di strabocchevole misura, curvo nel mezzo, pieno tutto di
porri, di colore pavonazzo come quello dei marignani, e che arrivava due dita
sotto la bocca. La grandezza, il colore, i porri, l'incurvamento gli rendeano
sì deforme il viso, che Sancio veggendolo incominciò a battere le
mani e a dimenare i piedi come fanciullo che farnetica, proponendo in cuor suo
di lasciarsi dare dugento schiaffi piuttosto che incollerirsi e venire alle
prese con quella fantasima.
Anche don Chisciotte guardò il suo
competitore, e vide ch'erasi posto già la celata, e avea mandata
giù la visiera, per modo che non poteva riconoscerlo in volto, e
notò unicamente ch'era uomo membruto e di statura non molto alta.
Portava di sopra all'arme una sopravveste o casacca di una tela che sembrava di
oro finissimo, su cui erano sparse molte lune di risplendenti specchi che la
rendevano eccessivamente bella e vistosa. Sulla celata sventolavano in gran
quantità piume verdi, gialle e bianche; e la lancia che stava appoggiata
ad un arbore, era grandissima e molto grossa e di un ferro acciaiato per oltre
un palmo.
Vide e notò ogni cosa, e dalle minute sue
osservazioni arguì che quel campione doveva esser uomo di grandi forze,
ma non per questo gli entrò in cuore lo spavento come a Sancio, che anzi
con garbato modo si fece a dire all'incognito cavaliere dagli Specchi:
— Se l'ardente desìo di combattere non vi
impedisce, signor cavaliere, di essere cortese, vi prego che alziate un poco la
visiera, affinché io possa vedere se le forme del vostro sembiante a quelle
corrispondano della vostra persona.
— Vinto o vincitore che usciate di questa
impresa, signor cavaliere, rispose quello dagli Specchi, vi resterà
largo spazio di tempo per vedermi; ma se adesso mi rifiuto di soddisfarvi, egli
è unicamente perché sembrami di far torto notabile alla bella Casildea
di Vandalia gettando via il tempo che occorre per alzare la visiera prima di
astringervi a confessare quanto voi sapete che da me si pretende.
— Intanto che montiamo a cavallo, soggiunse don
Chisciotte, potreste almeno dirmi se io sono quel don Chisciotte che pretendete
di aver vinto.
— A questo vi rispondiamo, disse quello dagli
Specchi, che rassomigliate come uovo ad altr'uovo al cavaliere che io vinsi; ma
avendomi voi assicurato ch'egli è perseguitato da incantatori, non
oserei affermare che siate quello o nol siate.
— Non m'occorre di più, replicò don
Chisciotte, a persuadermi del vostro inganno; ma per cavarvene di tutto punto
avanzino ora i nostri cavalli, che in meno tempo che impieghereste in alzarvi
la visiera, se mi assistano Dio, la mia signora e 'l mio braccio, io
vedrò il vostro volto, e voi conoscerete in effetto se io non sono quel
vinto don Chisciotte che supponete.”
E senz'altre parole montarono a cavallo, e don Chisciotte
voltò le redini a Ronzinante per prendere il largo che conveniva nel
campo, e volgersi ad incontrare il suo avversario: e così fece quello
dagli Specchi. Era appena scostato don Chisciotte venti passi, che si
udì chiamare da quello dagli Specchi, ed incontrandosi ambedue, gli
disse:
— Rammentatevi, signor cavaliere, che il patto
della nostra tenzone si è, come già vi ho detto, che il vinto
debba stare a discrezione del vincitore.
— Me ne rammento, rispose don Chisciotte; ben
inteso per altro che ciò che verrà imposto e comandato al vinto
abbia ad essere limitato al dovere e al decoro della cavalleria.
— Questo s'intende,” rispose l'altro.
Si offerse in quel mentre alla vista di don
Chisciotte lo straordinario naso dello scudiere, e non n'ebbe minor maraviglia
di Sancio, tanto che lo tenne per qualche mostro o per uomo nuovo e di quelli
che più non si usano al mondo. Sancio che vide muoversi il padrone per
pigliare la carriera, non volle restarsene da solo a solo col nasuto, temendo
che un solo colpo di quel gran naso avesse a terminare la quistione fra loro e
gittarlo in terra morto o per la forza della percossa o per l'effetto dello
spavento. Se ne andò pertanto dietro al suo padrone, preso avendo lo
staffile che serviva per Ronzinante; e quando gli parve che fosse tempo di
voltarsi disse a Don Chisciotte:
— Supplico vossignoria, signor mio, che prima che
torni ad incontrare il nemico ella mi aiuti a montare sopra quell'albero, di
dove potrò vedere con tutto il mio comodo, meglio che standomi in terra,
il gagliardo incontro di vossignoria con questo cavaliere.
— Io credo piuttosto, o Sancio, disse don
Chisciotte, che tu brami salire sul palco per vedere la festa dei tori senza
pericolo.
— Se debbo confessare la verità,
replicò Sancio, il formidabile naso di quello scudiere mi riempie di
stupore e di paura, né mi arrisico di stargli accanto.
— Per verità quel naso è tanto
smisurato, soggiunse don Chisciotte, che se non fossi quello che sono mi
metterei io pure in apprensione, e però vieni pur qua che ti
assisterò a montare sull'albero.”
Nel tempo che si trattenne don Chisciotte, perché
Sancio montasse sopra un sughero, quello dagli Specchi prese il campo che gli
sembrò più a proposito, e credendo che don Chisciotte avesse
fatto lo stesso, senza aspettar suono di trombe od altro segnale, tirò
la briglia al suo cavallo (che non era né più leggiero né di migliore
portata di Ronzinante), e di mezzano trotto venne ad azzuffarsi col suo nemico.
Avvicinatosi alquanto poté accorgersi che don
Chisciotte stava aiutando Sancio a montare, sicché ritenne la briglia, e si
fermò a mezzo il corso, della qual cosa il cavallo fu gratissimo, perché
non potea andare innanzi.
Don Chisciotte, cui parve che il suo nemico gli
venisse incontro volando, spronò sì fortemente i malconci fianchi
di Ronzinante, e siffattamente lo fece correre, che la istoria racconta quella
essere stata l'unica volta in cui fu veduto andar di galoppo, atteso che in
tutte le altre non furono mai altri che trotti belli e buoni. Con questa non
più veduta furia raggiunse quello dagli Specchi, il quale benché
piantasse nel corpo del suo cavallo gli sproni sino al bottone non gli
riuscì di poterlo far muovere né manco un solo dito dal luogo dove aveva
posta la meta al suo corso.
Colto l'avversario in sì difficile
circostanza, imbarazzato molto dal suo stesso cavallo, ed occupato dalla lancia
che non poté o non seppe a tempo mettere in resta, don Chisciotte non si
curò punto di questi inconvenienti, ma a man salva e senza pericolo di
sorta assalì quello dagli Specchi con sì gran furia, che a suo
marcio dispetto lo fece stramazzare a terra per le groppe del suo cavallo. Tale
si fu la caduta, che non movendo né piè né mani diede manifesti segni di
essere rimasto morto.
Appena Sancio lo vide a terra, sdrucciolò
giù dal sughero, e con grande velocità raggiunse il suo padrone,
il quale smontando da Ronzinante fu sopra a quello dagli Specchi, e levandogli
i cappii dell'elmo per vedere se fosse morto, o per fargli prendere una boccata
d'aria se a caso vivesse ancora, vide... chi potrà dire ciò che
vide, senza ingenerare maraviglia e terrore in chi ascolta? Vide, dice
l'istoria, lo stesso volto, la medesima figura, l'aspetto istesso, la stessa
fisonomia, la medesima effigie, l'identica prospettiva del baccelliere Sansone
Carrasco. Lo riconobbe appena che sclamò ad alta voce:
— Corri qua, Sancio, e guarda quello che si
può guardare e non credere! fa presto, figliuol Sancio, e considera di
quanto è capace la magia, e quanto possano gli stregoni e gli
incantatori.”
Arrivò Sancio, e non sì tosto
conobbe il volto del baccelliere, che prese a farsi mille segni di croce ed a
chiamare tutti i santi. L'atterrato cavaliere non dava segni di vita, e Sancio
disse a don Chisciotte:
— Sono di parere, signor mio, che vossignoria
ficchi e cacci per la bocca la spada in corpo a costui che pare Sanson
Carrasco, perché forse le riuscirà in questo modo di ammazzar qualcuno
dei suoi nemici incantatori.
— Non dici male, soggiunse don Chisciotte, perché
di nemici io non manco: e sfoderava già la spada per mandare ad effetto
l'avvertimento e il consiglio di Sancio, quando arrivò ansante lo
scudiere del vinto, spoglio di quel gran naso per il quale era paruto sì
brutto, e esclamò:
— Guardi bene quello che fa, signor don
Chisciotte, ché questo che tiene a' suoi piedi è il baccelliere Sansone
Carrasco suo amico ed io sono il suo scudiere.”
Vedendolo Sancio senza la deformità di
prima, gli disse:
— E dov'è il naso?
Cui rispose:
— L'ho qua in tasca; e mettendo la mano alla
diritta cavò fuori un naso di pasta e verniciato per maschera. Lo
guardò Sancio una e più volte, e tutto trasecolato disse:
— Santa Maria, aiutami! costui non è egli
Tommaso Zeziale mio vicino e compare!
— E come lo sono, rispose lo snasato scudiere: io
sono Tommaso Zeziale vostro compare ed amico, Sancio Pancia mio caro, e vi
dirò poi gli imbrogli, gl'intrighi, i pretesti che mi hanno qua
strascinato; ma intanto supplicate il vostro padrone che non tocchi, maltratti,
ferisca, o uccida il cavaliere dagli Specchi che sta disteso ai suoi piedi,
perché è infallibilmente l'ardito e malconsigliato baccelliere Sansone
Carrasco nostro paesano.”
Durante questi discorsi tornò in sé quello
dagli Specchi, ed accortosene don Chisciotte, gli appuntò tosto la spada
ignuda agli occhi, e gli disse:
— Cavaliere, siete morto se non confessate che la
senza pari Dulcinea del Toboso porta il vanto della bellezza sulla vostra
Casildea di Vandalia, e se non giurate (purché vita vi resti dopo questa
battaglia e caduta), di recarvi alla città del Toboso e presentarvi
dinanzi a lei da mia parte perché faccia di voi il suo volere. Se vi
lascierà arbitro della vostra volontà dovrete tornare in traccia
di me, seguitando l'orma delle mie prodezze, per darmi conto di quanto avrete con
lei convenuto: patto ch'è conforme al nostro accordo prima della
tenzone, e che non eccede i limiti della cavalleria.
— Confesso, disse il vinto cavaliere, che
più vale una scarpa sdrucita e sudicia della signora Dulcinea del
Toboso, che i capegli malpettinati, benché puliti, di Casildea; e prometto di
andare e di ritornare dalla sua presenza alla vostra, e di darvi esatto e
particolare ragguaglio di quanto m'imponete.
— Dovete eziandio confessare, soggiunse don
Chisciotte, che il cavaliere da voi altra volta vinto non fu, né poté essere
don Chisciotte della Mancia, ma un altro che lo somigliava, come io confesso e
credo che voi, sebbene sembriate il baccelliere Sansone Carrasco, nol siate
già ma un altro che a lui somigli, e che i miei nemici vi facciano
apparire tale perché io trattenga e temperi l'impeto del mio sdegno, ed usi in
modo assai mite la gloria del mio trionfo.
— Confesso e credo, rispose il rinato cavaliere,
ogni cosa, e credo e giudico e sento al modo stesso che da voi si crede, si
giudica e si sente, ma intanto concedetemi, vi prego, ch'io possa alzarmi, se
però potrò farlo dopo questa orribile stramazzata.”
Lo aiutarono a levarsi don Chisciotte e Tommaso Zeziale
scudiere, dal quale Sancio Pancia non distoglieva mai gli occhi, e gli faceva
mille dimande, e riceveva brevi risposte, ma pur tali da assicurarlo che
veramente fosse quel Tommaso Zeziale che diceva di essere.
Dopo tutto questo, l'apprensione di Sancio per le
parole dette dal suo padrone, che gli incantatori avessero trasformata la
figura del cavaliere dagli Specchi in quella del baccelliere Carrasco, dubbia
gli rendeva quella reale verità che co' suoi propri occhi stava
guardando. In fine restarono nel loro inganno padrone e servo; e quello dagli
Specchi e il suo scudiere in valigia e colla testa rotta, se ne andarono con
intenzione di cercarsi ricovero in qualche luogo per apprestare rimedio alle
costole fracassate.
Tornaron
don Chisciotte e Sancio sulla strada di Saragozza, dove li lascia l'istoria per
dare più minuto ragguaglio del cavaliere dagli Specchi e del suo nasuto
scudiere.
CAPITOLO XV
DOVE SI NARRA CHI FOSSE IL CAVALIERE DAGLI SPECCHI E IL SUO
SCUDIERE.
Don Chisciotte andava lieto e superbo della
vittoria riportata contro un cavaliere sì gagliardo come figuravasi che
fosse quello dagli Specchi, e mercé le sue cavalleresche promesse aspettavasi
di saper se tuttavia durasse l'incantamento della sua signora; poiché il
cavaliere, vinto com'era, sotto pena di decadere dalla cavalleria dovea dargli
conto di ciò che seguìto fosse con essa; ma don Chisciotte
pensava ad una cosa, e ad un'altra quello dagli Specchi: se pure questi di
altro veramente occupavasi allora che di applicar empiastri al malmenato suo
corpo.
Racconta dunque l'istoria che quando il
baccelliere Sansone Carrasco consigliò don Chisciotte a restituirsi
all'esercizio delle sue cavallerie, ciò fu per essere da prima entrato
in consulto col curato e col barbiere sui mezzi opportuni per ridurlo a
starsene in casa sua quieto e tranquillo senza che si sconvolgesse più
oltre il cervello colle sue malcercate avventure. Da questo consiglio era
risultato un voto unanime ed un parere particolare di Carrasco che si lasciasse
a don Chisciotte eseguire la nuova uscita, poiché il ritenerlo pareva
impossibile, e che intanto Sansone lo sorprendesse per istrada sotto figura di
cavaliere errante, e venisse a battaglia con lui. Immaginavano che sarebbe
agevole il vincerlo ed il fermare tra loro il patto e l'accordo che il vinto
rimanesse a discrezione del vincitore.
A questo modo don Chisciotte debellato avrebbe
dovuto ricevere dal baccelliere-cavaliere la legge di tornarsene a casa sua,
coll'obbligo di non iscostarsene più nel corso di due anni; o sino a
tanto che non gli fosse comandato altramente: ciò che egli in tal caso
avrebbe fatto per non contravvenire alle leggi della cavalleria. Speravano poi
che durante la sua reclusione avrebbe a poco a poco dimenticate le sue follie e
ricuperato eziandio il buon giudizio.
Carrasco accettò l'impegno, e si
offrì a lui per iscudiere Tommaso Zeziale, compare e vicino di Sancio
Pancia, uomo faceto e spensierato. Si armò Sansone, come si è
veduto, e Tommaso Zeziale soprappose il naso da maschera al naturale suo naso
per non esser conosciuto dal suo compare quando si vedessero, e con questo
proposito tennero ambedue lo stesso cammino di don Chisciotte, e giunsero quasi
a trovarsi nell'occasione dell'avventura della Carretta della Morte. Finalmente
s'incontrarono nel bosco dove successe quanto il discreto lettore con sua
maraviglia ha letto. Se non fossero state le stravaganti fantasie di don
Chisciotte, il quale si persuase non essere baccelliere il baccelliere, il
signor baccelliere si sarebbe posto nella impossibilità di diventar mai
più licenziato, mentre mancò il nido dov'egli credeva di trovare
gli uccelli.
Tommaso Zeziale, che vide riuscir così
male l'impresa, disse al baccelliere:
— Per certo signor Sansone Carrasco, che siamo
stati pagati di buona moneta: costa poco lo immaginare e l'accingersi ad un
cimento, ma il più delle volte accade che sul più bello tutto
sfumi via. Don Chisciotte è pazzo, noi siamo savi; ma don Chisciotte
è ora sano ed allegro, e vossignoria è tutto macinato e
malconcio: vediamo adesso chi sia più pazzo, se quegli che non
può non esserlo, o quello che si fa tale per elezione?
Sansone rispose:
— La differenza che corre fra queste due sorta di
pazzi si è, che colui ch'è pazzo contro sua voglia lo sarà
sempre mai, e colui che lo diventa per bizzarria lascierà di esserlo
quando gli aggradirà.
— Se così è, disse Tommaso Zeziale,
io fui pazzo per elezione quando volli farmi scudiere di vossignoria; e
perciò voglio adesso cessare di esserlo e tornarmene a casa mia.
— Ciò a te sta bene, rispose Sansone, ma
sarebbe lo stesso che a voler asciugare il mare immaginandosi che io pensassi
di tornarmene a casa senza prima aver macinato don Chisciotte a furia di
bastonate. Non mi curerò più di andare in traccia di lui per
fargli riacquistare il suo buon giudizio, ma per secondare la mia impazienza di
vendicarmi; né in questo momento il gran dolore delle mie costole mi lascia
fare più placidi ragionamenti.”
Andavano tutti e due così discorrendo
insieme finché giunsero ad un paese dove fu ventura trovare un chirurgo che si
accinse a medicare il disgraziato Sansone. Tommaso Zeziale andò pei
fatti suoi, e lasciò il baccelliere solo e tutto occupato a trovar modo
di fare le sue vendette.
L'istoria tornerà a parlare di lui a suo
tempo, non potendo ora lasciare di prendere parte nelle allegrezze del valoroso
don Chisciotte.
CAPITOLO XVI
CIÒ CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE CON UN GIUDIZIOSO
CAVALIERE DELLA MANCIA.
Don Chisciotte con l'allegria già
descritta, e tutto pieno d'ardire proseguiva la sua giornata, immaginando per
la passata vittoria, di essere il cavaliere errante più valoroso che in
quella età potesse vantare il mondo. Dava egli già per compite e
condotte a fortunato fine quante altre avventure fosse quindi innanzi per
incontrare. Valutava poco gl'incanti e poco gl'incantatori; erasi dimenticato
affatto delle innumerevoli bastonate che nel corso delle sue cavallerie aveva
ricevute, e di quella sassata che fracassati gli aveva i denti, e dell'ingrato
animo dei galeotti e della audacia dei Janguesi. Andava ripetendo tra sé
medesimo che se avesse conosciuto arte, via o maniera per trarre d'incanto la
sua signora Dulcinea non avrebbe avuto invidia alla maggior ventura, o
superata, o che fosse per superare il più avventuroso cavaliere errante
degli scorsi secoli. Stava assorto intieramente in sé e giubilante, quando
Sancio gli disse:
— Non è egli da stupirsi che io abbia
sempre davanti agli occhi lo smisurato e sproporzionato naso di mio compare?
— E tu, Sancio, disse don Chisciotte, avresti mai
creduto che il cavaliere dagli Specchi fosse stato il baccelliere Carrasco, e
il suo scudiere Tommaso Zeziale tuo compare?
— Su questo punto non so che mi dire rispose
Sancio: so unicamente che i contrassegni che mi ha dati di casa mia, di mia
moglie e de' miei figliuoli non mi potevano venire da altri che da lui stesso
in persona, il viso poi, levato il naso, era propriamente quello di Tommaso
Zeziale, come l'ho veduto più volte nel mio paese e da vicino a casa
mia, ed il tono della voce era il suo.
— Vien qua, caro Sancio mio, e ragioniamo un
poco, disse don Chisciotte. Quale motivo mai avrebbe potuto indurre il
baccelliere Carrasco a venire a tenzone con un cavaliere errante mio pari,
armato di arme offensive e difensive? Sono stato io forse mai un suo nemico?
gli ho dato io mai occasione di odiarmi? sono io suo rivale, o fa egli la
professione delle armi per invidiare la celebrità che mi fregia, ora che
le tratto con tanta fortuna?
— Ma come spiegheremo noi mai, replicò
Sancio la perfetta somiglianza di quel cavaliere, sia chi diavolo esser si
voglia, col baccelliere Carrasco, e quella del suo scudiere con Tommaso
Zeziale, mio compare? E se ciò è per incantesimo, come ha detto
vossignoria, non v'erano due altri a cui poter somigliare?
— È tutto artifizio e disegno,
rispose don Chisciotte, dei maghi malefici dai quali sono perseguitato; e
costoro, prevedendo che io restare doveva vincitore nella zuffa, si accordarono
a fare che il vinto cavaliere vestisse le sembianze del mio amico il
baccelliere Carrasco, acciocché l'amicizia che a lui mi stringe, si mettesse
tra il filo della mia spada ed il rigore del mio braccio, raddolcisse il giusto
risentimento del mio cuore, e a questo modo rimanesse la vita a colui che con
cabale e falsità procurava di toglierla a me. E in prova di questo, tu
sai pure, o Sancio, per quella sperienza che ti lascerà né mentire né
ingannare, quanto riesca facile agl'incantatori cambiar uno in altro sembiante,
facendo di un brutto un bello, di un bello un brutto; mentre non sono ancora
due giorni che cogli occhi tuoi propri osservasti la bellezza e la gagliardia
della senza pari Dulcinea in tutta la pienezza delle naturali sue forme, ed a
me toccò di vederla nella bruttezza e bassezza di una zotica contadina
colle cateratte agli occhi, ed esalante un pessimo fiato dalla bocca. Appunto
perché il perverso incantatore osò di fare sì rea trasformazione,
nulla vi è da stupire che abbia operato quella di Sansone Carrasco e
l'altra del tuo compare, a fine di tormi la gloria di un bel trionfo:
contuttociò mi consolo, perché finalmente qualunque sia stata la figura
che mi si presentò innanzi, è incontrastabile che io rimasi
vincitore del mio nemico.
— Dio, rispose Sancio, sa la verità di
ogni cosa.”
La coscienza gli diceva che la
trasformazione di Dulcinea altro non era fuorché un intrigo e artifizio suo;
quindi non potevano persuaderlo le chimere del suo padrone; ma d'altra parte
non doveva tirare in lungo il colloquio per non lasciarsi sfuggir parola che
chiarisse il padrone stesso di quell'imbroglio ch'egli aveva ordito.
Stavano in questi ragionamenti quando
furono raggiunti da un viaggiatore che venia dietro a loro per la medesima
strada sopra una cavalla bellissima, coperto di un gabbano verde di panno fino,
con gherone di velluto lionato e con montiera dello stesso velluto. I
fornimenti della cavalla erano da campagna e alla ginetta con colore pavonazzo
e verde; portava una scimitarra moresca pendente da una larga cintura trapunta
d'oro, ed i borzacchini erano dello stesso lavoro: gli sproni non erano dorati
ma coperti da una vernice verde, sì tersi e bruniti che facendo rilievo
al lavoro del vestito apparivano più belli ancora che se fossero stati
d'oro purissimo. Questo signore salutò cortesemente don Chisciotte e
Sancio, e spronando poi la cavalla se ne passava a dilungo, ma don Chisciotte
così gli rivolse la parola:
— Gentil signore, se vossignoria batte questa
medesima strada e non ha gran fretta, sarebbe per noi un favore distinto se
gradisse la compagnia nostra.
— Siate certo, o signore, rispose subito quel
passeggero, che non mi sarei scostato da voi se non avessi temuto che il vostro
destriere non si fosse commosso alla presenza della mia cavalla.
— Può sicuramente, signor mio, disse
allora Sancio, può tirare la briglia alla sua cavalla perché il nostro
è un modello di onestà e di continenza incomparabile, e non si
conta una scappata da lui commessa; e sappia che una mera volta ch'ebbe a
incapparvi, il mio signore ed io abbiamo fatta per lui la penitenza: non si dia
dunque fastidio per questo.”
Tirò allora il passeggero a sé la briglia,
maravigliandosi dell'arnese e del sembiante di don Chisciotte, il quale andava
senza celata perché Sancio la portava, come se fosse valigiotto, all'arcione
dinanzi la bardella del leardo. Ma se grande attenzione metteva quello dal
verde gabbano in guatare don Chisciotte, molto maggiore ne metteva questi nel
considerar l'altro, che sembravagli di un aspetto da forte e da valoroso.
Mostrava una età di circa cinquant'anni, era alquanto canuto e col viso
aquilino, e la guardatura era un misto di gravità e di allegria; in fine
l'abito e l'attillatura lo faceano credere uomo d'importanza. Il giudizio
all'incontro che il passeggero fece di don Chisciotte si fu ch'egli non si
fosse mai imbattuto in uomo di tale portatura e stranezza.
Osservava la lunghezza del suo cavallo, la
grandezza del suo corpo, il suo volto smunto e giallastro, le armi, la statura,
la figura: un ritratto insomma non mai veduto in quelle terre da lungo tempo.
Notava don Chisciotte l'attenzione con cui era guardato, e dalla sospensione in
cui stava il passeggero indovinò il suo desiderio; e siccome era molto
inchinevole a far piacere a tutti, senza aspettare di essere dimandato di
alcuna cosa, fu il primo a dirgli:
— Non mi meraviglio punto che la mia figura
riesca un po' strana a vossignoria, per esser nuova e fuori del costume, e che
muova perciò la vostra attenzione; ma cesserà la maraviglia
quando io vi dica, come vi dico, ch'io sono un cavaliere di quelli che si dice
dal mondo che vanno cercando avventure. Mi allontanai dalla patria, impegnai la
mia roba, rinunziai ad ogni benefizio, e mi posi in braccio della fortuna
perché facesse di me il suo piacere: volli far rivivere la morta errante
cavalleria; e corre non poco tempo da che con vicendevoli, buoni e tristi
successi, qua inciampando, là cadendo, qua precipitandomi, là
rizzandomi, ho compito in gran parte i miei desideri soccorrendo vedove, difendendo
donzelle, favorendo maritate, orfani e pupilli, proprio e naturale offizio dei
cavalieri erranti, e così per le mie molte e valorose e cristiane
prodezze meritato mi sono di andar nominato in quasi tutte o nella maggior
parte delle nazioni del mondo. Stanno impressi trentamila volumi della mia
istoria, e se le cose procedono di questo passo se ne stamperanno trentamila
migliaia, quando il Cielo non vi rimedii: per tutto dire in poche, anzi in una
parola sola, le notifico che io sono don Chisciotte della Mancia, chiamato per
nome il cavaliere dalla Trista Figura, e tuttoché sconvenga la lode nella
propria bocca, mi è forza pronunziare talvolta la mia, sottintendendosi
già che non siavi presente alcuno ad ascoltarla. Dopo tutto ciò,
o signore, né questo cavallo, né questa lancia, né questo scudo, né lo
scudiere, né questo fascio d'arme, né il gialliccio del mio volto, né la mia
stenuata magrezza vi potranno quindi innanzi recar maraviglia avendo ora saputo
chi sono e la professione che io esercito.”
Tacque dopo avere detto ciò don
Chisciotte, e quello dal verde gabbano, tardando molto a rispondere, pareva che
non trovasse la via di farlo: ma dopo un corto silenzio gli disse:
— Colpiste nel segno, o signor cavaliere,
coll'indovinare dalla mia sospensione il mio desiderio, ma non vi è
riuscito di togliere affatto la maraviglia in me cagionata dall'avervi veduto.
Voi supponete, per quanto dite, che l'avermi fatto sapere chi siete debba
avermela tolta, ma diversamente passa la cosa, e vi dirò anzi che adesso
più che mai resto stupito e sbalordito. Com'è possibile che si
dieno oggidì cavalieri erranti nel mondo, e che corrano impresse le
istorie di vere cavallerie? Non mi posso persuadere che siavi più sulla
terra a questi nostri tempi chi dia favore a vedove, difenda donzelle, onori
maritate, soccorra orfanelli: né l'avrei mai creduto se con questi occhi veduto
non lo avessi in vossignoria. Benedetto sia il Cielo, mentre con la istoria che
voi mi assicurate essere in luce delle vostre luminose e veraci cavallerie,
saranno poste in profonda oblivione quelle innumerevoli dei sognati erranti
cavalieri, delle quali è pieno il mondo con discapito dei buoni costumi
e con iscredito e pregiudizio delle istorie vere e lodevoli.
— Vi ha molto di che discorrere rispose don
Chisciotte; in quanto all'essere finte o no le istorie dei cavalieri erranti.
— Avvi forse chi dubiti, soggiunse l'altro, che
false non sieno tutte quante?
— Io sono che ne dubito, rispose don Chisciotte;
ma lasciamo per ora la discussione di questo argomento: ché se resteremo in
compagnia, confido in Dio di convincere la signoria vostra che ha fatto male ad
andare dietro la corrente di quelli che le suppongono favolose.”
Queste ultime parole di don Chisciotte fecero
sospettare a quello dal gabbano verde che dovesse essere un qualche mentecatto,
e ne attendeva la conferma da qualche suo nuovo discorso. Prima che passassero
ad altro, don Chisciotte lo richiese dell'esser suo giacché aveva anch'egli
dato conto della propria condizione e della sua vita. Quello dal gabbano verde
rispose:
— Io, signor cavaliere dalla Trista
Figura, sono un cittadino nato in un paese dove, a Dio piacendo, oggi faremo il
nostro pranzo. Io sono più che mezzanamente ricco, mi chiamo don Diego
di Miranda, e passo la vita in compagnia di mia moglie, dei miei figliuoli e
degli amici miei. Mi divertono la caccia e la pesca, ma non mantengo né
falcone, né levrieri, e mi contento di qualche starnotto piacevole e di qualche
donnoletta ardita. Possedo circa sei dozzine di libri quali in volgare, quali
in latino, alcuni di storia, altri di divozione. Quelli di cavalleria non hanno
ancora oltrepassata la soglia della porta di casa mia; mi dilettano più
i profani che i divoti, sempreché sieno di onesto trattenimento e scritti con
eleganza, e che la loro invenzione desti nell'animo ammirazione: benché di tal
genere pochi ne conti la Spagna. Una qualche volta mi piace di banchettare in
casa degli amici, ma più mi diletta di convitarli in casa mia,
specialmente quella gente ch'è educata, di buon garbo e non misera. Odio
la mormorazione, né la soffro mai in mia presenza; non mi piace d'investigare i
fatti altrui, né di osservarli con occhio di lince; ascolto ogni giorno la
messa: fo parte coi poveri degli averi miei senza far vana mostra delle buone
opere per non macchiare il mio cuore di ipocrisia e di vanagloria (nemici che
con piacevole insidia dominano spesso le anime men avvertite); e non lascio
niun mezzo d'insinuare la pace dove regnasse la discordia. Ho Nostra Donna in
particolar divozione, e confido sempre nella misericordia infinita di Dio
Signore.”
Attentissimo stava Sancio alla narrazione di quel
viaggiatore, sembrandogli buono e santo il suo sistema di vita, e che chi lo
avesse adottato, avrebbe potuto arrivare a far miracoli. E perciò, smontato
dal suo leardo, si affrettò a porsegli dalla parte diritta, e con devoto
cuore, e quasi con lagrime gli baciò i piedi reiteratamente. Il
viaggiatore gli dimandò allora:
— Fratello, che state voi facendo?
che significan questi baci?
— Mi lasci fare, Sancio rispose, perché
vossignoria mi pare il primo santo della ginetta che io abbia veduto mai in
tutto il corso della mia vita.
— Non sono altrimenti un santo,
rispose, ma dite piuttosto un peccatore indegno: tu sì, fratello, che
devi essere buono per quella tua semplicità che dimostri.”
Continuò Sancio nelle sue
balordaggini per modo da promuovere le risa nel suo padrone, e da trarlo da una
profonda melanconia non senza cagionar maraviglia nel viaggiatore don Diego.
Gli chiese don Chisciotte quanti figli avesse, e gli disse che una delle cose
nelle quali riponeano il sommo bene gli antichi filosofi mancanti del
conoscimento del vero supremo Essere, era non già l'aver beni della
natura e della fortuna, ma il possedere molti amici, e l'avere molti e buoni figliuoli.
— Io, signor don Chisciotte, rispose
don Diego, ho un figliuolo solo, e mi
riputerei compiutamente felice se non ne avessi alcuno, e ciò vi dico
non perch'egli sia un tristo, ma perché non è fornito di quella intera
bontà che io vorrei. Conterà intorno a diciott'anni: sei ne
impiegò in Salamanca imparando le lingue greca e latina; e quando volli
che passasse a studiare altre scienze, lo trovai così incapricciato
nello studio della poesia (se pure essa merita il nome di scienza) che non
m'è possibile condurlo ad applicarsi alle leggi a seconda del mio
desiderio, e neppure a quello della regina delle scienze, la teologia. Era
unico mio voto ch'egli coronasse con altri meriti l'onore del suo lignaggio,
poiché viviamo in un secolo in cui s'impartisce dai nostri re largo premio alle
virtuose e buone lettere, ma queste se alla virtù non si accompagnino,
diventano perle tra le sozzure. Egli consuma le intiere giornate a esaminare se
bene o male in un tal verso dell'Iliade siasi spiegato Omero, se il tale
epigramma di Marziale sia esente o no da disonestà; se abbiansi ad
intendere in un modo piuttostoché in un altro i tali versi di Virgilio; in
conclusione tutte le sue occupazioni si confinano nei riferiti poeti, e in
altri ancora, come in Orazio, Persio, Giovenale e Tibullo, non facendo molto
conto dei poeti moderni: ed a fronte del mal genio che mostra di avere per la
romanzesca poesia volgare, si lambicca il cervello in fare una glosa in quattro
versi che inviatigli vennero da Salamanca e che credo sieno fatti per una
giostra letteraria.
A tutto questo don Chisciotte
rispose:
— Signore, i figli sono parte delle
viscere dei loro genitori, e si hanno perciò ad amare, buoni o tristi
che sieno, nella maniera stessa che si porta affetto a chi diede la vita.
Debbono i padri sin dall'infanzia condurli sul sentiero della virtù,
della civiltà e dei buoni e cristiani costumi, affinché fatti grandi, sieno
il bastone della vecchiaia dei genitori e la gloria della posterità.
Quanto al costringerli ad applicarsi allo studio di una piuttosto che di
un'altra scienza, io non giudico che questa sia cosa ben fatta, sebbene il
consiglio non sarà mai dannoso; ma quando non si ha da studiare pro
pane lucrando, quando sia fortunato lo studente per modo di aver genitori
che a ciò non lo astringano, sarei di avviso che si lasciasse libero il
corso a quella tra le scienze cui spiegasse maggiore inclinazione; ed abbenché
più dilettevole che utile sia lo studio della poesia, non è
però tra quelli che rechino disonore a chi vi si esercita. La poesia,
signor mio, è a mio parere come una tenera donzella di poca età e
di bel costume, che si vuole arricchita, resa tersa, ed adorna da molte altre
donzelle, le quali sono appunto le altre scienze tutte di cui deve valersi il
poeta e con cui presidiarsi; non ha poi da essere tramenata questa giovanetta
né prostituita per le strade, per le piazze, né pei cantoni dei gran palagi:
essa è fatta di un'alchimia di tal virtù che chi saprà
maneggiarla a dovere la convertirà in oro purissimo di inestimabile
valore. Ora quell'uno che la possede ha da tenerla a freno, né lasciarla mai
trascorrere in turpi satire o in indegni componimenti, non ha da essere mai
venale, se già non fosse destinata a poemi eroici, a dolenti tragedie o
a commedie allegre od artifiziose; e non si dee lasciar maneggiare da' buffoni
o dal volgo ignorante incapace di conoscere e di apprezzare i tesori che in
essa si ascondono. Né crediate, signor mio, che io per volgo m'intenda
unicamente parlare della gente plebea ed abbietta; ma sia pure un signore od un
principe, quando è ignorante sarà sempre una parte del volgo.
Colui pertanto che coi requisiti che ho esposto tratterà e
scriverà poeticamente, avrà il guiderdone di vedere il suo nome
adorno di celebrità e di stima presso le colte nazioni tutte. Quanto poi
concerne la poesia romanzesca e volgare di cui mi dite che non si diletta punto
il vostro figliuolo, a me pare ch'egli in ciò prenda errore, ed eccone
la ragione. Il grande Omero non iscrisse latinamente essendo greco, né scrisse
in greco Virgilio essendo latino. Tutti gli antichi poeti composero nella
lingua succhiata da loro col latte né andarono accattando le straniere per
ispiegare l'altezza dei loro concetti. Ciò posto, ne viene di
conseguenza, che comune alle nazioni tutte debbe essere sì lodevole
costumanza, e che non abbia a tenersi in minore stima un poeta alemanno perché
scrive nel proprio idioma, di un castigliano o biscaino perché compone nel suo
linguaggio nativo. Il vostro figliuolo, per quanto sembrami d'indovinare, non
dee essere nemico della volgare poesia ma dei poeti che sono meramente volgari
e digiuni di altre lingue e scienze che li adornino e sveglino e dieno impulso
al loro genio. Ma anche in ciò potrebbe egli andare errato, perché
opinione si è fondatissima che il poeta nasce; vale a dire che il poeta
esce tale di sua natura dal grembo della madre; e con quell'attitudine che Dio
gli ha concessa senza studio od artifizio compone cose che rendono veritiero
quel detto: est Deus in nobis, ecc. Aggiungo ancora che il poeta nato,
il quale chiami l'arte a soccorimento, migliorerà di assai, e si
renderà superiore a quel poeta, che tale pretende di essere perché
è conoscitore dell'arte; e la ragione è questa: l'arte prevalere
non può alla natura, ma sì bene accrescerle perfezione, di
maniera che frammischiata la natura all'arte e l'arte alla natura, si
avrà un poeta per ogni conto perfetto. Sia conclusione del mio ragionamento
che lasci vossignoria battere al suo figliuolo quella via cui la sua stella lo
chiama, ed essendo egli oggidì un valoroso studente, ed avendo fatti con
grande felicità i primi passi nella carriera delle scienze e in quella
delle lingue, sarà per mezzo di esse in grado di salire da per se stesso
all'apice delle lettere umane. Oh esse stanno pur bene in un uomo di cappa e
spada! gli recano tanto lustro ed onore quanto le mitre ai vescovi, e quanto le
guarnacche ed i lucchi ai periti giureconsulti! Riprendete vostro figliuolo se
spende il tempo in satire pregiudizievoli all'onore altrui, inceneritele,
castigatelo; ma se scrive sermoni alla foggia di quelli di Orazio per
correggere i vizî in generale, in questo caso dategli pure ogni lode. Lice al
poeta scrivere contro l'invidia e percuotere gl'invidiosi, e lo stesso faccia
degli altri vizî, purché non accenni persone in particolare, e non prenda mai
esempio da coloro i quali, purché possano dire una malignità, corrono
volentieri il pericolo di essere esiliati nel Ponto. Sarà nei suoi versi
casto il poeta se lo sarà nei costumi; la penna è la lingua
dell'anima; quali saranno i concetti che andranno in lui germogliando, tali
riusciranno gli scritti; e quando i re ed i principi veggano collocata in
prudenti, virtuosi e gravi uomini la scienza maravigliosa della poesia, li
avranno in somma estimazione; li renderanno opulenti, e saranno coronati colle
foglie dell'arbore che non è mai colpito dal fulmine, in segno che non
hanno a ricevere offesa da chicchessia coloro che portano cinta la fronte di
corone tanto onorate.”
Rimase attonito don Diego dal gabbano verde
sentendo il ragionamento di don Chisciotte, e quasi andava perdendo l'opinione
già concepita di essersi accompagnato ad un pazzo.
Verso la metà del discorso, Sancio che non
trovava il dialogo quadrare al suo gusto, si era appartato per andar a dimandar
un po' di latte ad alcuni pastori, che stavan là presso mungendo le loro
pecore. Voleva don Diego che si continuassero i ragionamenti, soddisfatto estremamente
del giudizio e del sano intendimento di don Chisciotte; ma questi, alzando la
testa, vide che per la strada veniva un carro carico di bandiere reali.
Credendo che questa fosse una nuova ventura chiamò Sancio con sonora
voce perché venisse a recargli la celata. Sancio lasciò i pastori, con
gran fretta batté il suo asino e raggiunse il padrone, cui accadde un'altra
ventura stupenda e veramente stravagantissima.
CAPITOLO XVII
DIMOSTRASI L'ULTIMO PUNTO ED ESTREMO A CUI GIUNSE
E POTÉ GIUGNERE L'INAUDITO ANIMO DI DON CHISCIOTTE, CON L'AVVENTURA DEI LEONI
CONDOTTA A FORTUNATO FINE.
La storia racconta che quando don Chisciotte
chiamò Sancio perché gli recasse l'elmo, Sancio stava comprando una
ricotta dai pastori, e che sollecitato dalla soverchia fretta del suo padrone,
non sapendo che farne o dove riporla perché non andasse a male, avendola
già pagata, pensò di nasconderla dentro la celata del padrone
stesso.
Con questa buona compera recossi dunque a
ricevere i comandi, ed arrivato appena, gli disse don Chisciotte:
— Dammi, amico, quella celata perché o poco io
m'intendo di venture, o ciò che adesso discopro è cosa che dee
obbligarmi a mettere tosto mano all'arme.” Quando quello dal gabbano verde lo
udì, distese tosto gli occhi per tutte le bande, ed altro non iscoperse
fuorché un carro che si avanzava alla volta loro con due o tre piccole
bandiere, indizio che traeva con sé danaro di ragione del re: e lo disse subito
a don Chisciotte. Questi non gli diede punto credenza, standogli fitto in testa
che quanto andava accadendo non potea essere che venture e più che
venture, e quindi rispose:
— Uomo avvisato mezzo salvato; io non perdo nulla
ad apparecchiarmi, sapendo per esperienza che ho nemici visibili ed invisibili;
né so quando, né dove, né in qual tempo, né sotto quali forme vengano ad
assalirmi.”
Voltosi a Sancio gli strappò di mano la
celata, e questi gliela porse tal quale, non avendo in sul momento saputo dove
riporre la ricotta che vi era dentro. Don Chisciotte la pigliò, e senza
badare ad altro se la mise prestamente in testa; ma quando la ricotta
restò così stretta e spremuta, cominciò il siero a
grondare per tutto il viso e lungo tutta la barba di don Chisciotte, il quale
ne ebbe sì gran paura, che disse a Sancio.
— Che vuol dir questo, o Sancio, che mi par che
la testa mi si intenerisca, e mi si liquefacciano le cervella? Io sudo tutto da
piedi alla testa; ma se è sudore, questo non è figlio già
di paura, e convien credere che sia molto terribile la ventura che sta per
accadermi: dammi qua di che asciugarmi ché il copioso sudore m'innonda.”
Sancio tacque, gli diede il fazzoletto, e
ringraziò il Cielo che il padrone non si fosse accorto del fatto. Si
nettò don Chisciotte, e poi si cavò la celata per vedere meglio
da che procedesse l'infreddamento della sua testa. Scorgendovi dentro quella
paniccia bianca, la fiutò e disse:
— Al corpo della mia signora Dulcinea del Toboso
che questa è ricotta che tu ci hai posto, scudiero traditore, indegno,
balordo.” Con molta flemma e simulazione rispose Sancio:
— Se è ricotta, vossignoria me la
favorisca che io me la mangierò: ma no, se la mangi pure il demonio, che
sarà stato quello che costà l'avrà posta. E come mai avrei
io potuto avere tanto ardire d'insudiciare l'elmo di vossignoria? Quando mai mi
ha ella conosciuto di una tempera tanto perfida? Oh in fede mia che da quanto
vo vedendo, decido che debbo aver anch'io degli incantatori che mi perseguitano
come creatura e membro della signoria vostra; e costoro avranno qua nascosto
queste immondezze per cimentare la sua tolleranza e per farmi ammaccare le
costole secondo il solito; ma in verità che questa volta hanno fatto il
salto in fallo, poiché basta a mia difesa il buon discernimento del mio
padrone, il quale avrà bene considerato che io non tengo né latte, né
ricotte, né altra equivalente cosa, e che se ne avessi le caccerei nello
stomaco piuttosto che nella celata.
— Tutto può darsi,” disse allora don
Chisciotte.
Don Diego dal gabbano verde poneva mente ad ogni
cosa, e stavasene attonito; e allora specialmente che don Chisciotte, dopo
essersi asciugata la testa, il viso, la barba, si ficcò di nuovo in capo
la celata, e strettosi bene sulle staffe, prendendo la spada, e schermendo
colla lancia, disse:
— Venga ora quello che sa venire, ché io stommi a
piè fermo con cuore da cimentarmi contro Satanasso in persona.”
A questo punto giunse il carro colle bandiere,
accompagnato unicamente da un carrettiere a cavallo di una mula, e da un uomo
seduto dinanzi al carro.
Fattosi don Chisciotte innanzi,
disse:
— Dove andate, fratelli? che carro
è questo? che v'è rinchiuso? che bandiere sono queste?”
Cui rispose il carrettiere:
— Questo carro è mio, e vi stanno dentro
due terribili leoni ingabbiati che il generale di Orano manda alla corte perché
sieno presentati a sua Maestà: le bandiere sono del re nostro signore in
segno che tutto quello che qui si trova è suo.
— Sono grandi i leoni? domandò don
Chisciotte.
— Grandi per modo, rispose l'uomo che stava alla
porta del carro, che non vi ha memoria che dall'Africa alla Spagna ne sieno
passati mai di maggiori: io ne sono il custode, ne ho avuti tanti altri, ma
come questi nessuno: sono maschio e femmina; il maschio è in questa
prima gabbia, e la femmina in quella di dietro, ed ambedue stanno adesso affamati
non avendo mangiato ancora nella giornata; però si scosti vossignoria,
che debbo affrettarmi di arrivare al sito da farli mangiare.
Disse don Chisciotte sogghignando:
— Leoncini a me? A me leoncini? e a quest'ora? oh
la vedremo bella! si accorgeranno i signori che qua li mandano se io sia uomo
cui possano fare spavento i leoni. Smontate pure, buon uomo, e poiché voi siete
il lioniere, aprite queste gabbie, fate uscire queste bestie, ed io in mezzo a
questa campagna darò a divedere chi sia don Chisciotte della Mancia a
vergogna e a dispetto degl'incantatori che me li fanno comparir dinanzi.
— Ah ci siamo, ci siamo! disse allora fra sé
quello dal gabbano verde; si è adesso fatto conoscere il nostro buon
cavaliere. Oh la ricotta gli ha senz'altro fatta la testa tenera e stemperato
il cervello!”
Sancio in questo se gli accostò e gli
disse:
— Signore, la prego in nome di Dio di fare in
modo che il mio signor don Chisciotte non si azzuffi con questi leoni, ché se
ciò succede noi restiamo tutti sbranati.
— Folle è dunque a tal segno il vostro
padrone, rispose don Diego, che voi dobbiate credere che se la voglia pigliare
con sì feroci animali?
— Non è mica che sia matto, rispose
Sancio, ma arrisicato.
— Io farò che nol sia, replicò
l'altro; ed accostandosi a don Chisciotte, il quale stava stimolando il custode
perché aprisse le gabbie, così gli disse:
— Signor cavaliere, i cavalieri erranti si hanno
a cimentar ad imprese che promettano buon successo, e non già a quelle
che sono affatto disperate; e la ragione si è perché quella bravura che
entra nella giurisdizione della temerità sente più di pazzia che
di fortezza. Questi leoni non vengono contro la signoria vostra, che nemmen se
lo sognano, ma vanno pel loro viaggio per essere presentati a sua
Maestà, e sarebbe pur malfatto il trattenerli e l'impedire la loro
strada.
— Vada vossignoria, rispose don Chisciotte, a
custodire il suo starnotto piacevole e la sua donnoletta ardita, e lasci
compiere ad ognuno l'officio suo: questo è il mio, ed a me si aspetta il
conoscere se questi leoni vengano contro di me.”
Voltosi poscia al custode, gli disse:
— Al corpo di... don mascalzone, che se tu indugi
ancora un momento ad aprire la gabbia io t'inchiodo sul carro con questa
lancia.”
Il carrettiere che vide la determinazione di
quell'armata fantasima, disse impaurito:
— Signor mio, mi permetta per atto di
carità che io stacchi queste mule dal carro, e che mi metta con esse in
salvo, prima che si cavino fuora i leoni, perché se me le sbranano io resto
precipitato per tutta la vita mia, come colui che non ha altri capitali che
questo carro e queste mule.
— Ah uomo senza fede, rispose don Chisciotte,
smonta, stacca, fa quello che tu vuoi; ben presto conoscerai che inutilmente
resisteresti, e che avresti potuto risparmiare gl'inganni.”
Smontò il carrettiere, staccò le
mule in fretta, e il custode disse ad alta voce.
— Mi sieno testimoni quanti sono qua presenti che
contro mia volontà, e costretto dalla forza, io apro le gabbie e metto
in libertà i leoni: protesto adesso che qualunque male e danno
sarà fatto da queste bestie, andrà e correrà per conto di
chi n'è causa, con la giunta del mio salario e di quanto fosse di
ragione: signori, si pongano in salvo prima che io apra, ché quanto a me io sono
certo di non patire alcuna offesa.”
Don Diego tornò allora a persuadere don
Chisciotte che non facesse tanta pazzia, e che era un voler tentare Dio il
commettere sì enorme bestialità; al che rispose ch'egli sapeva
quello che si faceva. Replicava il primo, che guardasse bene che commetteva un
fallo enorme.
— Ora, signore, disse don Chisciotte, se
vossignoria non vuole essere presente a questa che a suo parere sembra
tragedia, sproni la sua cavalla, e si metta in salvo.”
Anche Sancio tornò alle preghiere, e lo
supplicò colle lagrime agli occhi che desistesse da un'impresa a
paragone della quale erano bazzecole ed un zucchero quello dei mulini a vento,
quella spaventosa delle gualchiere, e finalmente tutte le prodezze fatte nel
corso della sua vita.
— Osservi bene, mio signore, diceva Sancio, che
qua non sono incanti, né cosa che gli somigli, e che io ho veduti con questi
occhi tra i legni e le fessure della gabbia un'ugna di leone vero e da quella
sola congetturo che quel leone ch'è padrone di quell'ugna, dovrà
essere più grande di una montagna.
— La paura te lo farà, rispose don
Chisciotte, parer maggiore per lo meno di un mezzo mondo. Ritirati, Sancio,
lasciami; e se qua morrò tu sai già quale sia la nostra antica
convenzione: te n'andrai a Dulcinea, né dico altro.”
Aggiunse a queste poche altre parole, ma bastanti
a togliere ogni speranza di poterlo rimovere dalla sua pazza risoluzione.
Avrebbe voluto opporsi don Diego dal verde gabbano; ma considerate la
ineguaglianza dell'arme, non gli pareva savio partito di prendersela con un
mentecatto, quale lo aveva conosciuto allora di tutto punto.
Tornando don Chisciotte ad affrettare il lionero
e reiterando le minacce, indusse don Diego a dare di sprone alla cavalla, e
Sancio al leardo, e il carrettiere alle mule, e procurarono tutti di scostarsi
dal carro prima che i leoni uscissero fuori.
Piangeva Sancio la morte del povero padrone,
tenendo per indubitato che questa dovesse sull'istante seguire fra le zanne del
leone; malediceva la sua sorte, e chiamava disgraziata quell'ora in cui gli
cadde in pensiero di tornare a servirlo; ma non per piangere e mettere querele
intralasciava di battere l'asino affinché si allontanasse dal carro.
Ora vedendo il custode che già i fuggitivi
erano fuori di pericolo, tornò a protestare e ad intimare a don
Chisciotte le cose tutte che dianzi avea dette. Gli rispose questi che ogni
cosa era da lui ben intesa, né si curasse punto di altre intimazioni e
proteste; mentre tutto sarebbe inutile, ma che non frammettesse alcun ritardo.
Mentre il lionero apriva la prima gabbia stette
considerando don Chisciotte se fosse miglior consiglio imprendere la pugna a
piedi od a cavallo, ma stabilì di accingervisi a piedi temendo che
Ronzinante spaventar si potesse alla vista dei leoni. Balzò pertanto a
terra, buttò via la lancia, imbracciò lo scudo, e sguainando la
spada con maraviglioso coraggio e con forte cuore si pose dinanzi al carro, non
senza raccomandarsi con tutta l'anima a Dio e a Dulcinea del Toboso sua
signora.
È da sapersi che giunto l'autore della
presente verissima istoria a questo passo, così esclama:
“Oh forte, oh sopra ogni encomio animoso don
Chisciotte della Mancia, specchio in cui possono mirarsi i valorosi tutti
dell'orbe! Oh secondo e novello Manuel di Leone che fu onore e vanto dei
cavalieri di Spagna, quali parole troverò io per narrare sì
terribile prodezza? Come potrò io renderla credibile ai secoli futuri? E
quale sarà la lode di cui tu non sii degno per quanto sia un'iperbole
sopra tutte le iperboli? Tu a piedi, tu solo, tu intrepido, tu magnanimo, con
una spada sola, e non di quelle taglienti del Perriglio, con uno scudo né
troppo risplendente né di acciaio il più terso, tu stai intrepido
attendendo i due più furiosi leoni che abbiano mai prodotto le selve
dell'Africa? Sieno le tue prodezze medesime quelle che ti dieno lode, o
valoroso mancego, ché io qui le lascio mancandovi le parole atte a
magnificarle.”
Qui faceva punto la riferita apostrofe
dell'autore, e passava poi innanzi ripigliando il filo dell'istoria e dicendo
che il lionero veduto don Chisciotte già in positura, e che gli era pur
forza lasciar libera l'uscita al leone maschio, se non voleva cadere nella
indegnazione del pazzo ed ardimentoso cavaliere, spalancò a dirittura la
prima gabbia dove stava rinchiuso.
Il leone comparve di straordinaria grandezza e di
spaventevole aspetto. La prima cosa ch'e' fece, fu rivoltolarsi per la gabbia
dove giacea, distendere le zanne e stirarsi tutto; spalancò poscia la
bocca e sbadigliò lungamente buttando fuora quasi due palmi di lingua;
si fregò gli occhi, si lavò il muso e fatto questo, pose la testa
fuori della gabbia e guardò d'ogni intorno con un paio d'occhi che
sembravano brace di fuoco: guardatura e gesti da spaventare la stessa
temerità. Ma don Chisciotte non si ritrasse, bramando che ormai saltasse
giù dal carro, e venisse seco alle mani colle quali facea disegno di
sbranarlo in mille pezzi. A sì alto eccesso giunse quella sua non mai
vista pazzia! Ma il generoso leone, più prudente che arrogante, nulla
curandosi di puerilità e di bravate, dopo avere guardato in qua, in
là, come si è detto, voltò le spalle e presentò a
don Chisciotte la parte deretana, e con grande quiete e tranquillità si
rimise in gabbia.
Vedutosi questo da don Chisciotte comandò
al lionero che gli desse delle bastonate, e lo irritasse per cavarnelo fuori di
nuovo.
— Oh questo non farò io, rispose il
custode, ché stuzzicandolo sarei il primo sbranato; si contenti vossignoria,
signor cavaliere, di ciò che ha fatto, che è stato un andare
sopra ogni genere di bravura, e non voglia tentare un'altra fortuna: aperta
è la porta al leone, e dipende da lui l'uscire o lo starsene, ma poiché
non uscì finora, non uscirà più in tutto il giorno.
Rifletta vossignoria che la grandezza del suo coraggio si è a quest'ora
sperimentata abbastanza, e che niun valoroso combattente, a quanto io so, fu
obbligato mai a fare più che sfidare il nemico ed attenderlo in campo
aperto: se il nemico non viene è sua la infamia, e chi lo aspetta ha per
sé la palma della vittoria.
— Hai detto la verità, rispose don
Chisciotte; chiudi, amico, la gabbia, e fammi testimonianza nelle forme
migliori che per te si possano di quanto mi hai veduto operare; cioè,
come tu apristi la gabbia al leone, ed io lo stetti aspettando, ma che non
è uscito fuori; come tornai ad aspettarlo, ma che tornò in gabbia
volontario, e che la finì col porsi a dormire: tu hai detto bene che io
non posso fare di più, e male abbiano gl'incantesimi, e Dio protegga la
ragione, la verità e la vera cavalleria: chiudi, come ti ho detto, ché
intanto fo segno ai fuggitivi e agli assenti perché tornino ed odano dalla tua
bocca la mia prodezza.”
Il custode fece quanto gli domandò don
Chisciotte: il quale ponendo allora sulla punta della lancia il fazzoletto con cui
erasi nettato il viso per la pioggia della ricotta, cominciò a chiamare
quelli che tuttavia attendevano a fuggire, rivoltando di quando in quando la
testa e seguitando le tracce di don Diego dal gabbano verde.
Quando Sancio vide il segno del fazzoletto,
disse:
— Possa io essere impiccato se il mio padrone non
ha vinto le belve feroci: ed ecco ch'egli ci chiama.”
Si fermarono tutti, e conobbero che quegli che
dava il segno era don Chisciotte; e scemata alquanto la paura, a poco a poco
ritornarono e si accostarono tanto da poter udire chiaramente la sua voce.
Si ravvicinarono finalmente al carro, e giunti
che vi furono, disse don Chisciotte al carrettiere:
— Torna, fratello, a riattaccare le tue mule e
continua il tuo viaggio; e tu Sancio, dàgli due scudi d'oro, uno per
lui, uno pel custode dei leoni, in premio di essersi qua trattenuti per conto
mio.
— Li darò volentieri, Sancio rispose: ma
che n'è seguìto dei leoni? sono morti o vivi?”
Allora il lionero raccontò per minuto e
colle sue pause il fine della contesa, esagerando il meglio che seppe e poté il
valore di don Chisciotte, della cui presenza intimorito il leone né volle né
osò uscire della gabbia, ad onta di averne lasciata per buona pezza
aperta la porta.
Aggiunse che dopo di aver detto al cavaliere che
sarebbe un tentar Dio l'irritare di nuovo il leone perché uscisse per forza,
egli volea che pur venisse irritato, e che mal suo grado e in onta alla
risoluta sua volontà, permesso avea che si tornasse a chiudere la
gabbia.
— Che te ne pare mio caro Sancio? disse don
Chisciotte: vi sono eglino incanti, che possano stare a petto della vera
bravura? Potranno bene gl'incantatori togliermi la ventura, ma l'anima ed il
valore? sarà impossibile.”
Sancio sborsò gli scudi; il carrettiere
attaccò le mule; il lionero baciò le mani a don Chisciotte per la
ricevuta mercede, e gli promise di raccontare la seguita memorabile prodezza
allo stesso re quando giugnesse a rivederlo alla Corte.
— Se a caso, disse don Chisciotte, la
Maestà sua dimandasse chi l'ha compita, gli direte che fu il cavaliere
dei Leoni, mentre quind'innanzi intendo che in questo nome si cangi, converta e
muti il soprannome che sin qui ho portato di cavaliere dalla Trista Figura: in
ciò mi uniformo alla costumanza antica dei cavalieri erranti che si cangiavano
i nomi quando voleano e quando loro tornava più il conto.”
Il carro proseguì il suo cammino, e don
Chisciotte, Sancio e quegli dal verde gabbano seguitarono il loro, né
quest'ultimo per lungo spazio di tempo aprì bocca.
Stavasene tutto intento ad osservare e notare i
fatti e le parole di don Chisciotte, sembrandogli che foss'egli o un accorto
pazzo o un pazzo che tirasse al savio. Non era ancora a sua cognizione la Prima
Parte di questa istoria; ché se letta l'avesse, cessata tosto sarebbe la
maraviglia che gli cagionavano i fatti e le parole, ed avrebbe saputo di qual
genere di pazzia si trattava.
Ora la sua ignoranza dei fatti precedenti
tenevalo incerto nei suoi giudizi, e poneva mente ai discorsi uditi, ora
giudiziosi, eleganti e bene espressi, ora spropositati, temerari e balordi.
Egli dicea fra sé: “Che pazzia più grande
può darsi del mettersi in testa la celata piena di ricotta, e
dell'immaginarsi che gli incantatori gli avessero intenerita la testa? Quale
maggiore temerità e irragionevolezza del voler combattere per forza
contro ai leoni?” Lo trasse don Chisciotte dal suo soliloquio dicendogli:
— Chi mai vi sarebbe che non pensasse, o signore,
che vossignoria non mi abbia per uomo inconseguente o folle? e non sarebbe da
stupirsi, perché le mie azioni non possono in apparenza produrre diversa
opinione, tuttavia desidero che vossignoria sappia non essere io sì
scemo com'ella crede. Fa bella mostra di sé gagliardo cavaliero agli occhi del
principe dando nel mezzo di uno steccato una buona lanciata con esito felice a
toro infuriato: fa bella mostra cavaliere rivestito di risplendenti armi nel
passare la lizza in lieta giostra dinanzi a dame: fanno bella mostra i
cavalieri tutti che in militari esercizi (o che tali rassembrino) trattengano e
rallegrino, e, se lice dirlo, onorino le Corti dei loro re; ma sorvola sopra
tutti l'errante cavaliere che pei deserti, per le solitudini, pei crocicchi,
per le selve e per i monti vada cercando perigliose venture con determinato
animo di condurle a felice e fortunato termine solo per acquistarsi fama
gloriosa e immortale. Più stimabile certamente l'errante cavaliere che
soccorre una vedova in qualche inabitato luogo, del cavaliere cortigiano che
amoreggia una donzella nella città. Ogni cavaliere adempia ciò
che gl'impone l'esercizio suo proprio; serva il cortigiano le dame, e renda
collo sfarzo la Corte del suo re più pomposa; dia sostenimento a
gentiluomo meschino convitandolo alla sua mensa, concerti giostre, mantenga tornei,
mostrisi grande, liberale, magnifico e buon cristiano soprattutto, e
compirà in questo modo le impostesi obbligazioni. L'errante cavaliere
scorra le più remote parti del mondo; penetri nei più intricati
laberinti, cimenti l'impossibile ad ogni passo, resista negli spopolati deserti
ai raggi cocenti del sole nel cuor della state, e nel verno alla dura
inclemenza dei venti e dei ghiacci: non lo spaventino leoni, non lo
atterriscano fantasime, non faccia conto d'incantatori; che il cercare questi,
l'assalir quelle e il vincere tutti sono suoi precipui e veri esercizi. Io
dunque, come quello cui toccò in sorte d'esser nel novero della errante
cavalleria, tralasciare non posso di affrontare quanto sembrami della
giurisdizione del mio officio; e perciò m'affrontai ai leoni, tuttoché
conoscessi esser questa eccessiva temerità; mentre so benissimo che cosa
è valore, il quale è una virtù posta fra i due viziosi
estremi, la codardia e la temerità. Fia però minor male che il
valoroso si innalzi ad essere temerario che abbassarsi alla codardia; e siccome
è molto più facile che il prodigo diventi uomo prode di quello
che il valente codardo. Mi creda, vossignoria, che è da tenersi
più in conto chi pecca nel troppo che nel poco, e suona meglio
all'orecchio di chi ascolta il tale cavaliere è temerario e
ardito, che il tal cavaliere è timido e codardo.”
— Io dico, signor don Chisciotte, rispose allora
don Diego, che quanto ha esposto e fatto vossignoria va scrupolosamente del
paro colla ragione; e penso che se le ordinanze e le leggi della errante
cavalleria si perdessero, registrate si troverebbero nel petto della signoria
vostra come in proprio loro deposito e archivio: ma affrettiamoci ché la sera
è vicina, e passiamo al mio contado e alla mia casa dove riposerete
alquanto dalle fatiche, che se non abbatterono il corpo hanno certamente di
soverchio occupato lo spirito, il che talvolta ridonda in istanchezza del
primo.
—
Tengo per distinto favore l'offerta vostra, o signor cavaliere,” rispose don
Chisciotte; e dando degli sproni con più gagliardìa del solito a
Ronzinante giunse la comitiva intorno alle due della sera al contado ed alla
casa di don Diego Miranda, chiamato da don Chisciotte il cavaliere dal gabbano
verde.
CAPITOLO XVIII
DI QUELLO CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE NEL
CASTELLO O CASA DEL CAVALIERE DAL VERDE GABBANO CON ALTRI STRAORDINARI
SUCCESSI.
Don Chisciotte trovò la casa di don Diego
di Miranda larga quanto le principali del contado. Un'arme di rozza pietra
stava sopra la porta della strada; la canova riusciva nel cortile, e la cantina
sotto il portico con varie botti all'intorno, che per essere fatte al Toboso
gli rinfrescarono la memoria della sua incantata e trasformata Dulcinea.
Sospirando, e senza por mente a ciò che si dicesse, o avere riguardo a
chi era presente, proruppe: