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Ultimo documento inserito il: 20-2-2017

 

 

Sommario

 

Ultimo documento inserito il: 20-2-2017   1

 

1)    Povertà, redistribuzione di reddito, helicopter money. 1

«Helicopter money», ovvero soldi dalle banche centrali nei conti dei cittadini. Ma è davvero possibile?   1

 

2)    Immigrati. Fine dell’impero occidentale?   1

Vai à   Statistiche Eurostat sulle migrazioni internazionali 1

Il Fatto 18-12-2016   1

Migranti, primo passo indietro della Merkel sull’accoglienza ai migranti: rimpatriati 34 cittadini afghani 1

L’Italia che il premier porta alla Ue   1

Rapporto Immigrazione e Imprenditoria Idos, in Italia il 69,9% dei lavoratoriautonomi è extracomunitario   1

by redazione web13 dic 2016   1

http://www.settimananews.it/  1

L’Italia esporta laureati e importa analfabeti?   1

 

3)    Rapporto cittadini / istituzioni / partiti. Populismi 1

Eurispes, aumenta la fiducia dei cittadini nelle istituzioni 1

 

4)    Costituzione da realizzare. Sindacati e Partiti. 1

 

5)    Moneta fiscale   1

 

 

 


 

I problemi sono tanti. Sono correttamente posti? Come affrontarli?

 


 

1)           Povertà, redistribuzione di reddito, helicopter money.

 
POLITICHE MONETARIE SENZA LIMITI

«Helicopter money», ovvero soldi dalle banche centrali nei conti dei cittadini. Ma è davvero possibile?

·         –di Vito Lops   15 aprile 2016

http://i2.res.24o.it/images2010/Editrice/ILSOLE24ORE/ILSOLE24ORE/2016/04/16/Finanza%20e%20Mercati/ImmaginiWeb/Ritagli/soldi-pioggia-OLYCOM-kQQD--835x437@IlSole24Ore-Web.jpgIl prossimo passo per i Paesi europei, titola oggi il Wall Street Journal, è l’ “Helicopter drop”. Ovvero far piovere soldi dalle banche centrali direttamente nei conti correnti dei cittadini. Suona certamente come una provocazione ma difatti il dibattito sull’ “Helicopter money” è partito e sarà destinato a prendere sempre più piede nei prossimi mesi. L’area euro, infatti, sta vivendo l’effetto combinato di una “deflazione da globalizzazione” e di una “deflazione salariale” derivante da squilibri commerciali tra i Paesi che utilizzano l’euro, creatisi prima del 2008, quando sembrava che il sistema filasse rose e fiori.

Se a questi punti aggiungiamo anche l’esigenza di rimettere in carreggiata il sistema bancario (penalizzato da elevate sofferenze, il fenomeno è più marcato in Italia ma riguarda in realtà l’Unione europea, considerato che le sofferenze sono oltre i 1.000 miliardi di euro, pari al 7,3% del Pil dell’area) scopriamo perché si sta facendo tanta fatica a rimettere l’economia nel giusto sentiero della crescita.

Difatti la Banca centrale europea le sta provando tutte. A marzo 2016 ha potenziato il quantitative easing (l’acquisto di titoli in mano a privati) da 60 a 80 miliardi di euro al mese, ha portato il costo del denaro a zero e il tasso sulle riserve in eccesso depositate a fine giornata dalle banche nel conto che devono avere presso la Bce a -0,4%. Manovre non convenzionali, in linea con quelle di Giappone e Svizzera, che stanno certamente dando fieno alle banche (che in questo momento possono vendere a caro prezzo i titoli di Stato che avevano comprato a sconto qualche anno fa con i soldi della Bce attraverso le aste Ltro, operazione con cui hanno però aiutato i governi e ridotto lo spread con la Germania), svalutando un po’ l’euro.

L’altro lato della medaglia è che però hanno fatto entrare per la prima volta nella storia l’area euro nell’era dei tassi negativi. Quella in cui i bond tedeschi viaggiano sottozero fino a 9 anni, i BTp fino a 2 anni, eccetera. Quella che non fa contenti i risparmiatori (dato che vedono ridursi le remunerazioni nominali sugli investimenti) e i debitori (che con un po’ di inflazione pagherebbero meno in termini reali). Un’era che non fa contenti neppure quei fondi e assicurazioni che hanno venduto negli ultimi anni prodotti con rendimenti minimi garantiti, oggi difficilmente ottenibili (se non con qualche manovra finanziaria un po’ azzardata) senza rischio.

In tutto ciò la domanda (famiglie e imprese) non sta dando segni di clamoroso risveglio. Lo si vede dall’inflazione che a marzo nell’area euro si è attestata a 0, imballata. E lo dicono le prospettive da qui a 5 anni, che danno un’inflazione all’1,4% nel 2021, abbondantemente sotto anche nel medio periodo rispetto all’obiettivo «inferiore ma vicino al 2%» della Bce.

Ed è per questo motivo che si parla con sempre più enfasi di “helicopter money”. Se la cinghia di trasmissione “Bce-banche-famiglie/imprese” non funziona, per far arrivare i soldi a famiglie e imprese secondo alcuni non resterebbe che l’ultima, disperata carta. Quella di bypassare l’intermediazione bancaria e far sì che la Bce versi direttamente soldi nei conti correnti dei cittadini. Certamente degno di nota è il fatto che alcuni membri dell'Eurotower non escludono più l'adozione di una “helicopter money”. C’è poi l’economista Adair Turner che ha presentato al Fondo monetario internazionale una proposta di attuazione delle “Helicopter money”.

In sostanza la proposta è questa: dare più soldi a cittadini e imprese tagliando le tasse. Finanziando questa operazione attraverso creazione di moneta da parte delle banche centrali diretta ad acquisti incrementali di debito pubblico. In poche parole; tornare al concetto di monetizzazione del debito ad opera delle banche centrali. Un'idea originariamente discussa anche tanto temo fa da Milton Friedman (1943) e più recentemente (2003) da Ben Bernanke in relazione alla deflazione giapponese.

«L’Helicopter money, con cui intendiamo un aumento dei deficit di bilancio, può in alcune circostanze essere l'unico modo per stimolare la domanda nominale, e può portare con sé meno rischi per la futura stabilità finanziaria rispetto alle politiche monetarie non convenzionali attualmente dispiegate - scrive Turner -. La prima domanda è fondamentale: vogliamo più domanda nominale? La risposta dovrebbe essere sì, se siamo certi che si trasformerà in un aumento della produzione reale e se riteniamo che un aumento del tasso di inflazione è di per sé desiderabile. Le economie sviluppate oggi stanno cercando di far verificare queste due condizioni, ma presentano tassi di crescita nominali molto bassi, in un contesto depresso dal deleveraging del settore privato a seguito della crisi finanziaria».

«Quindi è auspicabile una crescita del Pil - spiega Turner -. Il problema è che la politica monetaria in entrambe le sue forme, convenzionali e non convenzionali, sta risultando inefficace. La riduzione dei tassi di interesse sottozero non sta stimolando l'offerta di credito e la domanda, in un “bilancio recessione” in cui il settore privato è in deleveraging. Anche tagliare i tassi di interesse a lungo termine attraverso il quantitative easing può essere altrettanto inefficace. Senza dimenticare che tassi di interesse molto bassi e per molti anni, incoraggiano la ricerca di rendimento, e quindi l'innovazione finanziaria e di carry trade, che creano rischi per la stabilità finanziaria. In questo quadro - conclude Turner - l’helicopter money potrebbe essere considerata un’opzione».

Il tema divide esperti ed economisti. Sia per gli effetti, sia per le difficoltà politiche di attuare una misura del genere. E sia perché “helicopter money” di per sè non significa nulla, bisogna invece capire quale tipo di “helicopter money” eventualmente adottare. In Italia c’è l’idea dei certificati di credito fiscali, in un dibattito seguito anche da Econopoly.

«Sebbene non sia una pratica comune, la politica monetaria può trasformarsi in politica fiscale, esempio ne è quando si parla di “helicopter money” - spiega Andrea Monticini, docente all’Università Cattolica di Milano alla Facoltà di Scienze bancarie, assicurative e finanziarie -. Si può ipotizzare, in una versione elementare (ne esistono molte) dell'helicopter money, che ogni primo giorno del mese, tutti i cittadini ricevano un bonifico sul proprio conto corrente, disposto dalla Banca centrale europea, per un elevato ammontare di euro. In altre parole, stiamo parlando di erogare un sussidio per indurre tutti a comprare più beni. Una decisione di questo tipo è solitamente presa da un governo e non dalla banca centrale, sebbene l'effetto prodotto da questa misura economica sia indipendente da chi l'abbia disposta».

«Ci sono almeno due motivi che dovrebbero scoraggiare l'utilizzo dell'helicopter money - argomenta Monticini -. In primo luogo: un governo, a differenza dei membri della banca centrale, è eletto dai cittadini e tra i suoi fini istituzionali rientra il perseguimento di equità nella distribuzione dei redditi. Quindi un governo, meglio di una banca centrale, decide l'ammontare del bonifico (sussidio) destinato ai cittadini rapportandolo ai loro differenti livelli di reddito. In secondo luogo, l'helicopter money, per essere efficace ed indurre un cittadino a consumare di più, dovrebbe avere natura permanente perché, se così non fosse, il sussidio verrebbe in parte risparmiato limitandone, in tal modo, l'impatto sull'economia. Per contro, se il sussidio fosse permanente, verrebbe speso tutto provocando problemi nel medio termine nell'ordinato funzionamento del sistema economico. Anche se la Bce avesse la possibilità teorica di realizzare questa manovra fiscale, per entrambi i motivi sopraesposti l'helicopter money non è auspicabile».

Secondo Andrea Terzi, docente di Politica monetaria all’Università Cattolica del Sacro cuore di Milano «dipende da cosa si intende per helicopter money. Se prendiamo come riferimento la proposta che Adair Turner ha presentato all’Fmi, si tratta di una politica fiscale espansiva realizzata con un'operazione che la “nasconde” e di fatto la sottrae dai bilanci pubblici. A tanto è arrivata la profonda incomprensione delle conseguenze del debito pubblico che siamo arrivati a questo: fare una politica che è diventata un tabù negando di farla. Con l'helicopter money non stiamo parlando di una soluzione economica. Stiamo parlando di una soluzione politica affinché l'Europa realizzi una politica fiscale espansiva evitando l'imbarazzo di dover ammettere di aver sbagliato strategia dal 2008 in poi. Intendiamoci - prosegue Terzi - giudico positivamente che si discuta finalmente di politiche che mettano fine alla repressione della spesa privata che è la logica, pesante conseguenza dei vincoli sui bilanci pubblici nazionali. Ed è ora che si riconosca che la politica monetaria può fare poco o nulla. La politica fiscale espansiva nell'Eurozona è fattibilissima. Il problema è esclusivamente politico. La soluzione più ovvia è un taglio delle imposte concordato, oppure una spesa in infrastrutture gestita da un organo europeo e distribuita pro-quota nei 19 paesi, accompagnata da un'emissione di titoli collocati sul mercato e che la Bce sia disposta a comprare e vendere sul mercato, così come già fa per i debiti nazionali. È una soluzione di gran lunga più semplice e sensata dell'helicopter money».

«E non è detto affatto che l’helicopter money risolva il problema politico - conclude Terzi -. Una delle proposte di helicopter money prevede che la Bce acquisti titoli pubblici non rimborsabili. Mi sembra che sia piuttosto arduo dare un valore di bilancio a titoli di questo tipo. L'operazione espansiva dovrebbe, a mio parere, essere di almeno 300 miliardi in un anno, che è il triplo del capitale dell'Eurosistema, e quindi sollevando ancora un problema politico».

Scettico sull’argomento Matteo Paganini, capo analista di Fxcm Italia. «Attualmente circola una proposta da noi discussa anni addietro, secondo la quale, grazie a trasferimenti diretti sui conti correnti bancari dei cittadini, si possano incrementare i consumi, e con essi rimettere in moto l'intero volàno economico. È possibile che una banca centrale vada a consegnare direttamente denaro ai cittadini, si tratta di distribuire attualmente parte dei futuri introiti derivanti dal signoraggio bancario, il problema è capire quanto ciò possa risultare efficace allo stato dell'arte attuale».

«Partendo dal presupposto - continua Paganini - che una misura monetaria del genere potrebbe essere assimilata ad un mea culpa da parte della Bce su tutta la linea di austerity mantenuta finora, dobbiamo renderci conto che, se si vuole mantenere in piedi il sistema euro, occorre supplire a tutti quei riequilibri naturali che un sistema economico avrebbe sperimentato in un regime di cambi flessibili, situazione all'interno della quale non viviamo attualmente, in quanto l'euro ha imposto una struttura di cambi fissi tra economie profondamente diverse tra di loro. Di necessità virtù dunque. E quando ci si accorge che l'eccessiva austerity (oltre a consumi bloccati abbiamo anche liquidità non utilizzata per investimenti a causa della completa mancanza di fiducia nella ripresa) non è sostenibile senza che il malcontento dilaghi, si può considerare l'opzione che prevede la trasmissione diretta di denaro alla massa».

«L'outcome attuale di tale scenario - conclude Paganini - però risulta debole (cosa che sarebbe stata diversa se si fosse implementato prima dell'inizio delle prime mosse straordinarie da parte della Bce), con meccanismi soltanto potenziali di trasmissione di denaro all'economia reale, una trasmissione che dovrebbe comunque essere prevista per un certo lasso di tempo (non inferiore a 18 mesi), al fine di ristabilire livelli di fiducia sostenibili nel medio periodo. Se il denaro lo spendesse direttamente lo Stato per effettuare incrementi di spesa pubblica e politiche espansive di bilancio finanziandole con moneta stampata anziché tramite l'utilizzo del debito, potrebbe attivarsi qualche miglioramento, ma in regime di cambi fissi la sostanza non cambia, piano piano si arriverebbe ad una potenziale crisi della bilancia dei pagamenti, date le maggiori importazioni che deriverebbero da tali politiche. Una situazione non gestibile, all'interno dell'architettura economico-bancaria attuale».

Tirando le somme: non esiste una sola modalità di “helicopter money”, ovvero di dare soldi a famiglie e imprese bypassando le banche. Le varie proposte sembrano a una prima occhiata stravaganti e inducono a uno scetticismo di fondo. Ciò però non basta per escludere che in futuro si vada in questa direzione. Perché il fatto che se ne parli, e ogni giorno sempre più, sarà pure un segnale che nel bene e nel male potrebbe essere all’orizzonte un profondo cambiamento nel modo di affrontare l’attuale crisi.

twitter.com/vitolops

 


 

 

2)           Immigrati. Fine dell’impero occidentale?

 

 

Il Fatto 18-12-2016

Migranti, primo passo indietro della Merkel sull’accoglienza ai migranti: rimpatriati 34 cittadini afghani

 

Stretta dall'avanzata dei nazionalisti e in calo nei sondaggi, la cancelliera ha autorizzato il viaggio forzato dei 34 che si erano visti respingere la richiesta di asilo. Dopo l'uscita sul burqa, un nuovo segnale di freno all'accoglienza

di Gianni Rosini | 18 dicembre 2016

 

Angela Merkel china la testa e compie il primo passo indietro sulla politica delle porte aperte ai migranti. Quello che sembrava un dogma del programma della cancelliera tedesca, costatole attacchi da parte di opposizioni e di alcune frange del proprio partito (Cdu), è stato abbattuto il 15 dicembre con il primo rimpatrio forzato di 34 cittadini afghani che si sono visti respingere la richiesta di asilo politico. “Accoglieremo centinaia di migranti da Italia e Grecia”, aveva assicurato a fine settembre. Ma la continua ascesa del partito nazionalista Alternative für Deutschland (AfD), in vista delle elezioni di settembre 2017 per il rinnovo del Bundestag, ha convinto Merkel a fare un passo indietro su un tema che le ha causato una perdita di consensi interni. Rimpatri anche da Svezia, Norvegia e Bulgaria, “ma non esiste il rischio di un effetto domino – dice a ilfattoquotidiano.it Francesco Cherubini, ricercatore di Diritto dell’Unione Europea all’Università Luiss Guido Carli di Roma – I rimpatri forzati costano troppo”.

Le elezioni 2017 fanno paura, Angela Merkel mette un freno all’accoglienza

L’accordo di ottobre tra Unione Europea e governo dell’Afghanistan aveva già destato preoccupazione tra coloro che si dichiarano contrari ai rimpatri forzati. Kabul e Bruxelles hanno trovato un punto d’incontro per il rientro degli irregolari. In cambio, anche se l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, ha negato un collegamento tra i due accordi, Bruxelles si è impegnata a stanziare 13,6 miliardi di euro di aiuti per lo sviluppo del Paese asiatico, con la Germania capofila (1,7 miliardi).

Accordi che anche Angela Merkel ha deciso di sfruttare. Con le elezioni per il rinnovo del Parlamento tedesco fissate per il prossimo autunno, il calo di consensi che l’aveva vista scendere fino al 32% e l’ascesa del malcontento cavalcato dal partito nazionalista AfD, dato al 13%, la cancelliera si è vista costretta ad ammorbidire la sua posizione sul tema rifugiati. Dopo la rielezione ai vertici della Cdu, ha dichiarato che cercherà di vietare il burqa in Germania, ha specificato che i criteri per l’accoglienza sono più restrittivi rispetto al passato, con il 35% delle richieste d’asilo che non viene accolta, fino all’ultima decisione di rimpatriare i 34 cittadini afghani. Un cambio di rotta che lascia trasparire una preoccupazione per l’ascesa dei partiti nazional-populisti in tutta Europa che le forze tradizionali non possono più ignorare, neanche il più solido degli esecutivi europei.

“Effetto domino? No, i rimpatri forzati costano troppo”

La decisione del governo tedesco rischierebbe di creare un precedente favorevole a tutti i governi che hanno nella politica anti-immigrazione il loro punto di forza o che devono contrastare le forti opposizioni nazionaliste. Negli ultimi giorni, anche Svezia, Norvegia e Bulgaria hanno rimpatriato un totale di 162 cittadini afghani. “In teoria sì, ma in pratica non credo sia possibile pensare ai rimpatri forzati come a una costante – continua Cherubini – questo per due motivi: sono molto costosi ed è necessario un monitoraggio preciso e continuativo di tutti gli immigrati irregolari presenti nel proprio Paese”. Il ricercatore continua spiegando che un accordo come quello Ue-Afghanistan non stravolge la situazione rispetto al passato: “L’Unione Europea e i singoli Stati hanno accordi sui rimpatri con decine di Paesi – dice Cherubini -, solo che non sono mai riusciti a metterli in atto o non gli è mai convenuto. La percentuale dei rientri in rapporto agli irregolari rilevati è da sempre intorno al 30% e i rimpatri volontari rappresentano la netta maggioranza (solo quest’anno, diecimila afghani sono tornati dall’Europa nel loro Paese, ndr). Il provvedimento del governo tedesco, come quello degli altri esecutivi coinvolti, deve essere letto come un’azione di propaganda politica e non come una formula valida per risolvere l’emergenza immigrazione”.

Twitter: @GianniRosini

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Il Sole 24 Ore del 15-12-2016  
POLITICA 2.0

L’Italia che il premier porta alla Ue

·         –di Lina Palmerini 

 

·         16 dicembre 2016Non è solo l’Italia che ha detto «no» al referendum, quella che porta Gentiloni al suo primo Consiglio Ue. È anche quella di una riforma della Pa a metà, del Jobs act su cui pende un altro referendum, di un Paese ancora senza legge elettorale.

·          

Forse nessuno avrà fatto la domanda diretta a Paolo Gentiloni: quanto durerà il suo Governo? Ma in qualche modo sarà stata chiesta - o data - una rappresentazione della situazione politica che si è creata, di quanto tempo ha davanti questo Esecutivo, delle cose che verosimilmente potrà fare. È vero che ieri sul tavolo del Consiglio Ue c’era la questione dell’immigrazione - ormai al primo punto dell’agenda Ue, prima ancora dell’economia - ma negli scambi (anche tra gli staff) si sarà parlato dell’obiettivo della legge elettorale che si è dato questo Governo e, nel frattempo, della spada di Damocle di un nuovo referendum che pende su una delle riforme più apprezzate da Bruxelles.

Di certo, l’approdo del neo premier al vertice di ieri cambia completamente il registro dialettico delle relazioni tra Italia e Ue. Quelle minacce di veto, quegli strattoni a Juncker o alla Merkel, gli ultimatum e i duelli a distanza vanno via con la prima stagione renziana e troveranno un altro discorso pubblico con Gentiloni. Ma al di là dei toni e delle dichiarazioni, quello su cui l’Europa si orienterà – o si è già orientata – è sui fatti: sullo stallo nel percorso di riforme che era stata la nostra carta sul tavolo di Bruxelles e di Francoforte.

Se si rilegge quella lettera dell’agosto del 2011 inviata a Roma, si vedrà che molte di quelle misure richieste dalla Bce sono rimaste appese: iniziate e non terminate oppure mai cominciate. La riforma della pubblica amministrazione, quella del lavoro, la concorrenza. Solo le nuove pensioni restano in piedi ma con le mille deroghe degli esodati portate avanti fino a oggi, dopo cinque anni dalla legge Fornero. Quello era lo “scambio” possibile tra Italia ed Europa, il prezzo per non finire commissariati e che ha giustificato il vantaggio acquisito con il programma di quantitative easing di Mario Draghi. Nei prossimi mesi sfumerà anche quello e il rischio di un nuovo picco negli interessi sul debito è concreto.

La struttura portante di questi ultimi anni traballa ma è soprattutto il quadro politico che presenta le incertezze di sempre. Non c'è ancora una legge elettorale e quindi è difficile - per gli osservatori europei - capire che Italia ci sarà e quale Governo sarà possibile dopo quello di Gentiloni. È verosimile pensare che a Bruxelles puntino sulle larghe intese, data la pressione dei partiti populisti, dei 5 Stelle e della Lega che restano su posizioni nettamente euroscettiche.

Alla luce di queste incertezze, i prossimi passi in Europa diventano più scivolosi. E la domanda è se tornerà di nuovo il rischio di un commissariamento, l’ipotesi di un nuovo cordone sanitario intorno alla situazione del debito o anche del sistema bancario. Certo è che non solo le prossime elezioni italiane ma soprattutto quelle francesi - e in autunno quelle tedesche - scriveranno uno spartito col quale l'Italia dovrà fare – di nuovo – i conti.

© Riproduzione riservata

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Da  farodiroma.it

Rapporto Immigrazione e Imprenditoria Idos, in Italia il 69,9% dei lavoratoriautonomi è extracomunitario

by redazione web13 dic 2016

 

 

http://www.farodiroma.it/wp-content/uploads/2016/12/thumb_bundle2-32-fare-impresa.650x250_q95_box-00647249-590x260.jpgPer il terzo anno consecutivo, il Centro Studi e Ricerche Idos ha curato e pubblicato il Rapporto Immigrazione e Imprenditoria, con il quale fornisce un’analisi del mondo dell’imprenditorialità immigrata in Italia. Primario scopo dello studio è quello di evidenziare le specificità e le linee di evoluzione di tale, importante, realtà, nonchè di contribuire a delineare le strategie di intervento più adeguate a valorizzarne l’apporto. Alla base dell’iniziativa, si trova una consolidata collaborazione di Idos con la Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa e con MoneyGram, azienda protagonista nel mondo del money transfer. Il Rapporto provvede alla stesura di un primo bilancio dell’esperienza italiana, avviata nel 2012 con il Decreto Crescita 2.0 e meglio definita tramite il programma Start-up Visa e Startup Hub, entrambi introdotti nel 2014. Specifica attenzione è stata dedicata alle rilevanti possibilità di sviluppo che gli imprenditori di origine straniera rappresentano in termini di internazionalizzazione del Sistema Paese.

L’iniziativa imprenditoriale degli immigrati in Italia continua a crescere, è questo che, in primis, si evince dal Rapporto; e si evidenzia sempre più non solo sul piano quantitativo, ma anche per la sua capacità di reazione alla crisi. Risulta utile, tuttavia, partire dal contesto europeo, che vede, secondo l’analisi Idos, il consolidarsi della consapevolezza dell’importanza di politiche e strategie adeguate a sostenere il progressivo sviluppo di tale realtà (soprattutto volte a facilitare il rapporto con le burocrazie nazionali e l’accesso al credito). In Europa, infatti, come si legge nel Rapporto, “l’espansione dell’imprenditorialità immigrata continua a realizzarsi nonostante gli ostacoli più numerosi e complessi che i lavoratori immigrati si trovano ad affrontare specialmente in termini di accesso alle informazioni necessarie e di capacità di rispondere ai requisiti economici e amministrativi previsti dalle procedure, che spesso presuppongono strutturati percorsi di inserimento”. Un recente studio dell’Ocse, citato da Idos, stima che nei Paesi a sviluppo avanzato e nell’Ue l’incidenza media degli autonomi tocchi, tra chi ha maturato un decennio di residenza e chi invece è arrivato di recente, il 12% dei lavoratori immigrati. Dato che resta generalmente più elevato rispetto a quello relativo agli autoctoni, soprattutto nell’Europa centrale e nel Regno Unito. Un’indagine campionaria sulle forze lavoro di Eurostat, inoltre, che fornisce dati omogenei e comparabili sulla situazione occupazionale negli Stati membri, attesta a fine 2015 quasi 2,1 milioni di lavoratori autonomi stranieri, il 52,6% in più rispetto a dieci anni prima (+53,7% in Italia). Tra questi, pari al 6,3% di tutti i lavoratori autonomi attivi nell’Ue a 28 (quasi 33 milioni), prevalgono mediamente i comunitari (52,7%) e i 25-49enni (71,9%).

In Italia, al contrario, i lavoratori autonomi non comunitari rappresentano la netta maggioranza (69,9%) e la prevalenza dei giovani adulti è ulteriormente accentuata (80,2%). Si riduce, però, la quota di quelli che dispongono di lavoratori alle dipendenze (15,8% contro una media del 25,7%). Un elemento che conferma la forte dimensione individuale del quadro italiano e, allo stesso tempo, secondo Idos, indica ampie possibilità di sviluppo. “Nelle grandi aree urbane, e da lì gradualmente anche nei contesti più periferici, l’imprenditorialità immigrata ha saputo rispondere, con grande flessibilità, alla domanda di servizi e prodotti specifici – e variabili – o alle esigenze di segmenti di mercato a basso potere d’acquisto, entrambi solo in parte riconducibili a bisogni peculiari delle collettività immigrate”, si legge nel Rapporto relativamente alla situazione Italiana. In diversi contesti, e soprattutto laddove è andata a compensare le difficoltà di ricambio generazionale in settori poco attrattivi o a rispondere alla crescente domanda di lavoro autonomo e piccole imprese legata a sistemi di produzione sempre più frammentati, l’imprenditorialità immigrata ha svolto, come ricorda Idos, un ruolo rilevante per la salvaguardia complessiva dell’economia locale. Sono più di 550mila le aziende a guida immigrata in Italia (fine 2015), il 9,1% del totale, e producono 96 miliardi di euro di valore aggiunto, il 6,7% della ricchezza complessiva. Inoltre, mentre nell’ultimo quinquennio il numero delle imprese registrate in Italia ha fatto rilevare un calo complessivo dello 0,9%, nello stesso periodo le imprese a guida immigrata sono cresciute di oltre il 21% (+97mila), a fronte di una netta diminuzione delle aziende condotte da autoctoni (-2,6%, -149mila). Principale settore di attività per le imprese a guida immigrata risulta essere il commercio, in cui opera oltre un terzo delle aziende a guida immigrata (200mila, il 36,4% contro il 24,5% delle imprese a guida autoctona). Segue l’edilizia (129mila, 23,4% contro 13,1%), mentre la manifattura, con oltre 43mila aziende, costituisce il terzo comparto di attività (7,9% del totale); entrambe caratterizzate per una forte dimensione artigiana. Sono artigiane, infatti, oltre 4 imprese edili immigrate su 5 (83,2%) e oltre 2 su 3 di quelle manifatturiere (68,4%). “Davanti alle forti difficoltà di ricambio generazionale che attraversano il variegato mondo artigiano, alle prese con la necessità di coniugare tradizione e innovazione, in altri termini, si evidenzia tutta la rilevanza del contributo dell’imprenditorialità immigrata”, continua il Rapporto. In agricoltura, invece, l’imprenditorialità immigrata continua a giocare un ruolo ancora marginale (2,6%), anche in ragione degli elevati costi di rilevazione o avvio di un’azienda agricola. Allargando poi la visione all’insieme dei gruppi nazionali maggiormente protagonisti del panorama imprenditoriale del Paese, i più numerosi risultano essere i marocchini (14,9%), seguiti da cinesi (11,1%) e romeni (10,8%) e, quindi, da albanesi (7,0%), bangladesi (6,5%) e senegalesi (4,4%). La loro iniziativa imprenditoriale continua a concentrarsi nelle aree centro-settentrionali, caratterizzate da un migliore andamento economico-produttivo e da una rete imprenditoriale più diffusa e strutturata; operano al Centro-Nord 8 imprese immigrate ogni 10 (77,3% vs il 66,0% delle aziende autoctone) e quasi un terzo solo in Lombardia (19,1%) e nel Lazio (12,8%). Seguono la Toscana (9,5%) – in cui si rileva anche la più elevata incidenza delle imprese immigrate sul totale (12,6%) –, l’Emilia Romagna (8,9%), il Veneto (8,4%) e il Piemonte (7,4%) e, quindi, la Campania (6,8%), prima regione meridionale di questa graduatoria.

Sulla scia di quanto evidenziato dalla Commissione Europea con l’Action Plan Imprenditoria 2020, l’indicazione di Idos auspica, in conclusione, “l’attuazione di strategie di intervento in grado di promuovere lo sviluppo non solo quantitativo ma anche qualitativo dell’iniziativa imprenditoriale immigrata, all’interno di una prospettiva che ne consideri l’evoluzione in parallelo al resto del tessuto d’impresa nazionale, le quali possano innescare, adeguatamente sostenute e valorizzate, virtuosi processi di sviluppo per l’intero sistema economico-produttivo nazionale”. Lavoro immigrato, quindi, al fianco di quello autoctono, per un completo rilancio dell’imprenditoria italiana. I fattori sui quali intervenire, e di cui ta tanto si parla – dalla pressione fiscale e gli appesantimenti burocratici al consolidamento della struttura di impresa e della vocazione innovativa – restano sempre gli stessi.

 Francesco Luise

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http://www.settimananews.it/

L’Italia esporta laureati e importa analfabeti?

 

di: IDOS

Il 29 novembre 2016 è stato organizzato a Bruxelles, con il sostegno del Parlamento Europeo, un convegno sul volume che l’Istituto di studi politici “S. Pio V” e il Centro studi e ricerche Idos hanno di recente (giugno 2016) pubblicato su Le migrazioni qualificate. Ricerche, statistiche, prospettive. La partecipazione è aperta agli operatori ed esperti della comunità italiana in Belgio, che si uniranno a un gruppo di studio di una trentina di persone in provenienza da tutte le parti d’Italia.

Le migrazioni qualificate: il quadro d’insieme del caso italiano

Si stima che oltre 400.000 laureati italiani siano emigrati all’estero. Invece, sono circa 500.000 i laureati stranieri in Italia e la loro incidenza è pari al 7% sul totale degli oltre 6,5 milioni di laureati residenti in Italia, un valore inferiore rispetto a quello riscontrabile in Francia (10%), in Germania (11%) e nel Regno Unito (17%).

Dall’Italia sta emigrando un numero crescente di laureati e diplomati, mentre è ridotto il numero degli italiani che rimpatriano con questo livello di istruzione. Negli altri paesi europei è più elevato sia il movimento complessivo di laureati e anche il flusso in entrata, cosicché il loro bilancio è positivo. Dal punto di vista quantitativo il bilancio è positivo anche per l’Italia, ma solo se si tiene conto degli stranieri immigrati nel paese, mentre sotto l’aspetto qualitativo sono diversi i fattori negativi.

1.     È scarsa, rispetto ai livelli riscontrabili negli altri paesi dell’Unione Europea, la consistenza dei residenti che in Italia hanno conseguito la laurea, nonostante la titolarità della laurea agevoli notevolmente la collocabilità sul mercato occupazionale.

2.     Nei confronti dei laureati (sia italiani che stranieri) il sistema italiano ha una ridotta capacità di offrire posti di lavoro adeguati e genera il fenomeno dei lavoratori sovraistruiti rispetto alle mansioni assegnate: si trova in tale situazione circa il 20% tra gli occupati italiani e ben il 40% di quelli immigrati.

3.     Non mancano gli inconvenienti di natura organizzativa, specialmente per le fasce più alte dei lavoratori qualificati, come risulta da questa testimonianza: «Se sapesse che cosa significa tentare una carriera scientifica in Italia, nessuna persona sana di mente accetterebbe l’impegno» (dichiarazione della planetologia Amara Graspe, pubblicata sulla rivista La Scienza, luglio 2006).

4.     La maggiore attrattiva dei paesi esteri è dovuta alle migliori opportunità di farsi riconoscere il merito da parte delle strutture pubbliche e delle aziende, di ottenere posti e retribuzioni più soddisfacenti, operare in un contesto organizzativo più efficace e innovativo. L’Italia, pur non sfigurando per numero delle loro pubblicazioni scientifiche, non riesce a gratificare i suoi ricercatori (per cui una buona parte tende ad andare all’estero) né ad attrarre quelli stranieri. Sono in molti a recarsi all’estero anche tra medici, infermieri, avvocati, architetti e ingegneri, una categoria questa particolarmente apprezzata (non a caso i Politecnici di Torino e Milano figurano, per prestigio, tra i primi 50 atenei del mondo).

Il volume dell’Istituto “S. Pio V” e del Centro Studi Idos analizza i vari aspetti del brain drain e brain waste, facendo riferimento a tutte le ricerche condotte e mettendo a disposizione i dati aggiornati.

Dove sono e dove vanno i laureati?

I laureati in partenza dall’Italia vanno a intaccare la disponibilità di personale altamente qualificato già di per sé limitata. Nel 2015 si è stimato che siano emigrati 27.000 diplomati e 24.000 laureati, rispettivamente il 35% e il 30% dei 102.259 connazionali che si sono cancellati dai registri anagrafici dei propri comuni per trasferirsi all’estero. I laureati italiani in partenza erano, mediamente, solo 3.300 in ciascuno degli anni a cavallo tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del nuovo secolo. Va anche tenuto conto che, in generale, essi partono per non ritornare più se non in un ridotto numero di casi, come attestato da numerose indagini, e che è aumentata la tendenza dei giovani a emigrare (6 su 10).

La presenza di laureati stranieri, che nel Centro-Nord ha svolto un ruolo di riequilibrio tra partenze e ingressi, è invece carente nel Meridione. Al Censimento del 2011 solo l’Abruzzo e il Molise non si collocavano al di sotto dell’incidenza media nazionale tra i residenti italiani dei laureati (11,2%), mentre tutte le regioni meridionali erano al di sotto dell’incidenza media dei laureati (10,7%) tra i residenti stranieri. Dai dati Istat risulta che la situazione non è migliorata negli anni successivi. Infatti, nel 2014 è risultato che nessuna regione meridionale supera le incidenze medie nazionali sia per i laureati (11,8% tra i residenti italiani e 9,1% tra quelli stranieri) che per i diplomati (32,1% tra gli italiani e 35,1% tra gli stranieri), con le uniche eccezioni delle regioni Abruzzo e Basilicata, e solo relativamente ai livelli di istruzione degli italiani.

Il Meridione ha una quota di appena il 10,2% di tutti i laureati stranieri residenti in Italia e ciò influisce negativamente sul saldo del movimento di laureati per e dall’estero (il bilancio è, per giunta, aggravato dall’esodo verso il Nord Italia). La quota di laureati stranieri residenti nel Meridione è inferiore a quella di tre regioni prese singolarmente: Emilia-Romagna (12,2%), Lazio (16,1%) e Lombardia (23,2%). Anche nelle altre regioni del Centro e nel Nord Italia l’afflusso di laureati stranieri ha svolto una funzione di riequilibrio dell’esodo degli italiani.

Il mercato occupazionale italiano ha trovato nei lavoratori immigrati un giovamento finanziario oltre che un supporto al mercato occupazionale. Nel 2015 gli occupati stranieri sono risultati 2.365.000 e i disoccupati 465.000. Di essi, attenendosi alla Ricerca continua dell’Istat sulle forze di lavoro, 1.410.000 hanno frequentato solo la scuola d’obbligo (i costi formativi per il bilancio pubblico sarebbero stati, secondo il Rapporto Ocse, di 90.000 dollari a persona, per un totale di 126 miliardi e 90 milioni di dollari), 1.191.000 i diplomati (con costo, sempre secondo il Rapporto Ocse, di 134.000 dollari per persona, per un totale di 154 miliardi e 830 milioni di dollari) e 303.000 i laureati (con il costo di 178.000 dollari per persona per una laurea triennale, per un totale di 53 miliardi e 934 milioni di dollari). Complessivamente, le spese pubbliche per i tre livelli di studio sarebbero state pari a 336 miliardi di dollari (e poco di meno calcolate in euro) se fossero state sostenute in Italia. Bisogna aggiungere 183 miliardi di euro corrispondenti alle spese a carico delle famiglie per crescere i propri figli fino ai 18 anni (con un costo medio, secondo stime elaborate nell’ambito delle associazioni di consumatori, di 61.000 euro per persona). Pertanto, il costo formativo della forza lavoro formatasi all’estero e poi inseritasi nel mercato italiano supera i 500 miliardi di euro, costituisce un notevole beneficio per l’Italia e compensa i costi sostenuti dall’Italia per i suoi cittadini trasferitisi all’estero (nel 2015, 51.000 con la licenza media, 27.000 diplomati e 24.000 laureati nel 2015 per un costo formativo totale di circa 19 miliardi di euro calcolati secondo i parametri contenuti nei rapporti dell’Ocse in precedenza esposti (il costo aumenta se riferito anche agli anni precedenti).

I dati macroeconomici

I dati macroeconomici mostrano che l’Italia è in ritardo rispetto agli altri paesi UE per quanto riguarda i livelli di formazione e di sviluppo:

§  Incidenza dei laureati nella fascia 30-34 anni: 23,9% tra i residenti in Italia contro il 38,0% nella media UE (ben 14 punti percentuali in meno);

§  investimenti in istruzione: 4,1% del PIL contro il 4,9% (tra l’altro, solo il 25% dei manager è laureato contro il 54% nell’UE);

§  investimenti in ricerca e sviluppo: 1,3% del Pil italiano contro il 2,2% nella media UE. I ricercatori in Italia sono 2 volte di meno rispetto alla Francia e al Regno Unito, 3 volte di meno rispetto alla Germania, 9 volte di meno rispetto al Giappone, 13 volte di meno rispetto agli Stati Uniti. Eppure questo è l’ambito dal quale gli italiani emigrano maggiormente (circa un quinto del totale si trova all’estero);

§  lavoratori impiegati nell’ambito della ricerca e dello sviluppo: 4 ogni 1.000 abitanti (circa 250mila), per cui nello Spazio Economico Europeo l’Italia è solo al sesto posto, dopo la Germania, la Francia e il Regno Unito e anche dopo la Svizzera e l’Olanda.

In prospettiva desta preoccupazione sia il fatto che l’Italia sia attardata rispetto ai valori medi europei negli ambiti della formazione e dello sviluppo, sia che, al suo interno, le regioni del Meridione si collochino al di sotto dei valori medi nazionali per quanto riguarda gli indicatori positivi (quali l’occupazione in alta qualifica, l’occupazione in “High Technology” e l’investimento in ricerca e sviluppo), mentre, al contrario, nelle regioni meridionali i valori sono più alti relativamente agli indicatori negativi (quali la marginalità occupazionale, l’insuccesso formativo e la spendibilità lavorativa).

Riflessione conclusiva

Nel panorama europeo l’Italia non si distingue per il numero dei laureati che espatriano (proporzionalmente più elevato in diversi Stati membri) ma piuttosto per la sua scarsa capacità di attrarre personale qualificato dall’estero. Alla perdita rappresentata dai costi sostenuti per la formazione degli emigrati si aggiunge quella per il mancato introito derivante dall’utilizzo dei brevetti depositati all’estero (3,9 miliardi per il periodo 1990-2010 secondo uno studio di “Scienza in rete” per 456 brevetti di ricercatori italiani recatisi all’estero).

Secondo la ricerca dell’Istituto “S. Pio V” e di Idos in Italia occorre insistere maggiormente sui livelli della formazione e dell’occupazione. Le migrazioni qualificate vanno considerate positivamente, a condizione: 1) che la decisione di andare all’estero sia frutto di una libera scelta e non di una costrizione di fatto e 2) che le uscite vengano compensate dalle entrate e in quest’ottica va rivalutata la funzione degli immigrati (per il 50,1% con’istruzione superiore contro il 48,0% degli italiani).


 

3)           Rapporto cittadini / istituzioni / partiti. Populismi

 

Eurispes, aumenta la fiducia dei cittadini nelle istituzioni

Il rapporto per il 2016 evidenzia una crescita di consensi dal 2,4% del 2015 al 7,5% del 2016. Bene anche il rapporto con le forze dell'ordine: la polizia guadagna 10 punti percentuali rispetto all'anno scorso

PIERA MATTEUCCI  28 gennaio 2016

ROMA - Più fiducia nelle istituzioni e nelle forze dell'ordine: cresce il consenso degli italiani nei confronti delle cariche dello Stato e di quanti lavorano per la loro sicurezza del Paese. A dirlo è l'Eurispes, che ha presentato il Rapporto Italia 2016. Anche l'intelligence guadagna punti, mentre cala un po' l'apprezzamento per Papa Francesco, che comunque raggiunge livelli molto più alti rispetto ad altre personalità dell'economia e della politica. Gli italiani hanno paura degli attentati e, per questo, uno su quattro ha cambiato abitudini. E ancora: cresce il popolo di chi mangia 'verde' e di chi sceglie, come miglior amico, un animale domestico.

Istituzioni più amate. Secondo un sondaggio, i consensi per le istituzioni salgono dal 2,4% del 2015 al 7,5% del 2016. Parallelamente dimuisce il numero di chi dichiara diminuita la propria fiducia di ben 22,7 punti percentuali, dal 69,4% al 46,7%. Meno della metà degli italiani.

La fiducia nel presidente della Repubblica Sergio Mattarella è al 52%: in molti apprezzano il suo stile personale (21,8%) o sono convinti che la sua personalità debba emergere (24,6%), anche se non manca chi ritiene che il suo ruolo per ora non è stato incisivo (29,4%).

In
aumento anche il numero di chi ripone fiducia nel nostro governo, dal 18,9% del 2015 al 28,6% di quest'anno (+10%). Tra le novità introdotte dal governo quella dell'ipotesi di riduzione dell'Ires e quella di abolizione dell'Imu raccolgono ampi consensi (rispettivamente 53,4% e 58,6%), insieme all'accorpamento della Forestale nei carabinieri per razionalizzare la spesa pubblica (43,5%, rispetto al 33% dei contrari).

Il
Parlamento torna a crescere in termini di consensi (20%: +10,1% rispetto al 2015). Male il risultato dei partiti, che registrano l'11,9%, mentre la P.a. vanta il 22,6%. La scuola ottiene il 53%, le associazioni di imprenditori il 32,3% e i sindacati il 21,4%. Costante, invece, l'apprezzamento nella magistratura, che si attesta al 35,3%. Il volontariato raccoglie il 73,8% dei consensi, la Chiesa il 52,5%.
 
Balzo in avanti della polizia. Gli italiani si fidano di più di chi tutela la sicurezza dei cittadini rispetto al passato, soprattutto accordano consensi alla polizia, che guadagna ben 10 punti rispetto all'anno scorso. Al primo posto si confermano i carabinieri, che nel 2014 hanno subito un ridimensionamento dei livelli di apprezzamento da parte dei cittadini con un dato al ribasso (69,9%) rispetto alla media ottenuta dal 2010 in poi. Dallo scorso anno l'Arma si è però riposizionata su risultati superiori al 70% (73,4%) e quest'anno è tornata a crescere con il 74% di quanti accordano la propria fiducia. La polizia, dal 2008 al 2013, ha invece vissuto una crescita lenta e costante che l'ha portata a raggiungere il 75% della fiducia dei cittadini. Dopo una flessione, quest'anno si è tornati verso le migliori performance con un aumento di dieci punti percentuali rispetto allo scorso anno che ha fatto assestare la fiducia verso la polizia al 73%.

Nessuna
sorpresa, invece, per la guardia di finanza che, secondo l'Eurispes, mantiene lo stesso grado di consensi raggiunto l'anno passato (66,8%). Lo stesso risultato di stabilità si registra anche per la polizia penitenziaria che passa dal 57,8% dei consensi del 2015 al 57,1% del 2016 con uno scarto percentuale di soli 0,7 punti. Il corpo forestale dello Stato, infine, continua a mostrare di essere molto amato dagli italiani, ancor di più nel 2016 con un risultato in aumento rispetto allo scorso anno: il 70,1% dei consensi (+5,5%).

007, si fida un italiano su 3. Anche l'intelligence guadagna punti, passando dal 62% del 2014 al 64% del 2015. Ancora più evidente, nota il rapporto, l'inversione di tendenza maturata negli ultimi anni se ad essere presi in considerazione sono i risultati delle precedenti indagini. Il tasso di consenso si fermava infatti nel 2012 al di sotto della metà del campione intervistato (40,6%). Il grado di consenso si distribuisce in maniera complessivamente uniforme: il 60,6% tra i giovanissimi, il 62,5% tra i 25-34enni, il 62,6% tra i 35-44enni, il 63,5% tra i 45-64enni e il dato più alto registrato tra gli ultrasessantacinquenni 67,7%. Il livello di istruzione raggiunto mostra un picco di fiducia tra quanti hanno un titolo di studio più basso (75%), seguiti da coloro che sono laureati o hanno conseguito un master (67,3%).

Meno
uscite e più sospetti verso gli altri: paura attentati cambia un italiano su 4. Quasi un quarto degli italiani, il 23,3%, ha modificato le proprie abitudini quotidiane a seguito delle minacce provenienti dall'integralismo islamico. Più in dettaglio, il 17% limita le proprie uscite nei luoghi affollati (cinema, teatri e discoteche), mentre il 16% cerca di utilizzare meno i mezzi pubblici. Maggiore il timore di frequentare stazioni e aeroporti, che vengono evitati da un italiano su cinque (20,1%). Ma ad essersi largamente diffusa, rileva il rapporto, è soprattutto la 'paura dell'altro': in 4 casi su 10 (39,8%), uscendo fuori casa gli italiani si trovano a guardare con maggiore sospetto le persone dai tratti mediorientali. Si evidenzia, infine, che a un maggior livello d'istruzione corrispondono minori timori: solo il 10,7% dei laureati evita posti dove vi è maggiore concentrazione di persone, a fronte del 18,8% dei diplomati, del 21,7% degli aventi la licenza media e del 22,9% di quanti non hanno un titolo di studio o possiedono la licenza elementare. 

Bene Papa Francesco, ma meno di prima. Il gradimento per Bergoglio resta su livelli altissimi se paragonato con altre grandi personalità, sia del mondo della politica che dell'economia, ma la percentuale è in calo. Il rapporto rileva che l'81,6% degli italiani ritiene che Francesco abbia il merito di aver ridato slancio alla Chiesa; percentuale che nel 2014 era del 87,1% e lo scorso anno era salita a 89,6%. "Un calo dovuto forse anche alla sensibilità e all'apertura mostrate verso le questioni etiche e morali, che hanno in qualche modo allontanato la parte più conservatrice dei fedeli", commenta Eurispes.

Invidia, il 'vizio' che blocca l'Italia. È l'invidia il vizio che frena la nostra crescita. Una vera e propria 'sindrome del Palio' che non ci permette di trasformare la nostra potenza in energia. "L'Italia - spiega il presidente dell'Eurispes, Gian Maria Fara - è infatti rallentata da una diffusa e radicata sindrome del Palio di Siena la cui regola principale è quella di impedire all'avversario di vincere, prima ancora di impegnarsi a vincere in prima persona. L'invidia e la gelosia, se volte in positivo, diventano il propellente indispensabile alla crescita e allo sviluppo. Di fatto, nel nostro Paese ciò non accade. Invidia e gelosia si traducono in rancore e denigrazione. Odiamo e denigriamo il nostro vicino più bravo e, invece di impegnarci per raggiungere risultati migliori e superarlo in creatività, efficienza e capacità, spendiamo le nostre migliori energie per combatterlo, per mortificarne i successi, per ostacolarne o addirittura bloccarne il cammino. Insomma un vero e proprio 'spreco di potenza', una filosofia del contro invece che del per".

Coppie
di fatto. La tutela giuridica delle coppie di fatto, indipendentemente dal sesso, va garantita per il 67,6% degli italiani, percentuale in ripresa rispetto al 2015 (64,4%), ma comunque inferiore ai valori registrati nel 2014 (78,6%) e nel 2013 (77,2%). Un segnale, forse, delle preoccupazioni legate ai possibili risvolti che ne conseguono, dalla possibilità di adottare figli per le coppie omosessuali all'utero in affitto. Su questi due temi la quota dei favorevoli si mantiene ben al di sotto del 50%: la possibilità di adottare bambini per le coppie omosessuali registra il 29% dei consensi (rispetto al 27,8% del 2015), mentre in tema di utero in affitto la percentuale dei favorevoli passa dal 49,8% del 2015 al 38,5% del 2016. In parallelo, alla possibilità di contrarre matrimonio tra persone dello stesso sesso si dicono favorevoli il 47,8% degli intervistati, in aumento del 7% rispetto allo scorso anno.

Via dall'Italia. È aumentata del 10% circa, dal 2006 a oggi, la percentuale di italiani che si dicono disposti ad andare a vivere in un altro Paese.Il 'contingente' di connazionali che vorrebbero andar via è costantemente aumentata negli anni. Se nel 2006 erano il 37,8%, nel 2016 sono arrivati al 47,1%, quota superiore a quella di chi non lascerebbe mai l'Italia (42,1%), in notevole diminuzione rispetto al 48,9% dello scorso anno.
L'identikit ci chi vorrebbe andare via rappresenta un uomo (48,4%), di età compresa tra 18 e 24 anni (66,3%), residente nel Nord del paese (53%) o nelle isole (52,3%), in possesso di una laurea (50,1%), senza matrimoni o convivenze in essere (60%), single (57,7%), cassintegrato (75%), in cerca di occupazione (66%) o studente (61,7%). Varie le motivazioni: il lavoro (50,9%) è in testa, mentre il 27,7% lo farebbe per avere maggiori garanzie sul futuro, il 27,1% per beneficiare di un minore costo della vita, il 24,8% per assicurare ai figli maggiori opportunità. E la meta più ambita risulta essere l'Australia (17%), seguita da Regno Unito (15%), Germania (14,6%), Usa (11,9%) e Spagna (10,8%). C'è poi un 41,6% degli italiani che sogna, una volta raggiunta la pensione, di trasferirsi all'estero per godersi il meritato relax. Un fenomeno in crescita negli ultimi anni in cui i paesi con un costo della vita inferiore al nostro hanno accolto numerosi italiani in pensione. Nonostante tutto, però, il 2016 vede una ripresa di fiducia nel nostro Paese: il 71,9% degli italiani pensa che vivere in Italia sia una fortuna, in aumento rispetto al 60,5% dello scorso anno.

Vaccini in calo, colpa della disinformazione. È la disinformazione la causa principale del calo delle vaccinazioni in Italia: secondo il rapporto a diffondere le false percezioni è soprattutto il web. In Italia, dell'80% dei genitori che navigano sulla Rete, il 70% usa le informazioni per prendere decisioni circa la propria salute. Il 16% sfrutta Internet per acquisire indicazioni sulle vaccinazioni. "La validità delle notizie non è sempre attendibile e autorevole - sottolineano gli esperti dell'Eurispes -. Caso emblematico, la presunta correlazione tra il vaccino MPR (morbillo, parotite, rosolia) e l'aumento dei casi d'autismo. In secondo luogo, alla base della contrazione, vi è la percezione stessa dei vaccini, ritenuti inutili, in quanto non si avverte più la gravità di malattie, come morbillo o pertosse, ritenute ormai sconfitte". In Italia diminuisce di un punto percentuale all'anno il tasso di adesione alle vaccinazioni. In alcune regioni il decremento è più evidente: nella Prov. Autonoma di Bolzano la copertura vaccinale obbligatoria cala di circa il 6% rispetto alla media nazionale ( 94%), seguita dalla Valle D'Aosta (-4%). Entrambe le regioni registrano il record negativo anche sul fronte delle vaccinazioni consigliate. Anche alcune regioni del Sud Italia, Campania, Calabria e Sicilia, insieme alle Marche, mostrano una generalizzata disaffezione nei confronti dell'intero programma vaccinale.

Eutanasia, il 60% è favorevole. Il 60% degli italiani (+4,8% rispetto al 2015) è favorevole alla eutanasia, mentre sette italiani su dieci sono contrari al suicidio assistito, ovvero alla scelta di porre termine alla propria vita con l`ausilio di un medico anche in assenza di malattie (+3,5% rispetto al 2015). È quanto emerge da un sondaggio Eurispes contenuto nel Rapporto Italia 2016, presentato oggi. In ascesa, invece, il favore accordato al testamento biologico, che passa dal 67,5% del 2015 al 71,6% del 2016, così come quello nei confronti della pillola abortiva RU-486 (dal 58,1% al 61,3% del 2016). Il 78,8% è favorevole all`utilizzo delle cellule staminali, indice di una significativa consapevolezza degli italiani nei confronti del tema, sebbene il calo di 8 punti percentuali rispetto allo scorso anno. Sull'ipotesi di legalizzare l'hashish e la marjuana si denota una netta apertura rispetto al 2015: il numero di favorevoli passa dal 33% al 47,1% nel 2016. Contrariamente, la legalizzazione della prostituzione perde consensi, passando dal 65,5% dei favorevoli del 2015 al 57,7% del 2016 .

Internet
sì, ma meglio una telefonata. Aumenta il tempo trascorso dagli italiani su Internet grazie agli smartphone, ma il mezzo usato per comunicare con parenti e amici resta principalmente la telefonata. Ricorre mezzo di contatto più tradizionale il 66% degli italiani (-6,4% sul 2015), soprattutto a partire dai 35 anni di età. Secondo il rapporto, l'unica alternativa "numericamente rilevante" è WhatApp con il 29,3% (+11%), minoritari risultano gli sms (2,2%), marginali le e-mail (0,4%) e Skype (0,2%) Sebbene l'Italia non sia ai primi posti in Europa per penetrazione di Internet (il 77% della popolazione è ancora esclusa dalla banda ultralarga), l'indagine Eurispes rivela che navigare sul web è oramai un dato di fatto per la maggior parte degli italiani (81,5%). Chi va online cerca informazioni di proprio interesse (97,8%), usa i social network (68,9%), guarda video su YouTube (66,8%), controlla il proprio conto bancario (61,5%), fa acquisti in Rete (55%).

Più
folto il popolo di chi mangia 'verde'. Italiani sempre più amanti dell'alimentazione vegetale. Secondo il Rapporto, infatti, crescono ancora vegetariani e vegani che nel 2015 rappresentano l'8% della popolazione. In particolare, il 7,1% degli italiani si dichiara vegetariano e il loro numero è in lieve aumento: infatti negli ultimi tre anni la quota di vegetariani in Italia è dapprima diminuito (passando dal 6,5% del 2014 al 5,7% del 2015), poi aumentato di quasi 2 punti percentuali nel 2016. La novità è rappresentata dai vegani che, pur essendo una minoranza della popolazione, appariva in forte calo solo un anno fa (dallo 0,6% del 2014 allo 0,2% del 2015), nel 2016 raggiunge l'1%. Sommando le due pratiche, dunque, si può affermare che l'8% degli italiani segue una dieta esclusivamente 'verde'. La maggior parte di chi ha risposto di essere vegetariano o vegano è mosso da ragioni che hanno a che fare con la salute e il benessere: il 46,7%. Il 30%, invece, dalla sensibilità nei confronti degli animali, mentre poco più del 12% deve la sua scelta alla sensibilità per la tutela ambientale.

Animali amati da quasi metà degli italiani. Gli animali conquistano sempre più cuori: quasi la metà degli italiani vive con un pet (43,3%) e in due case su dieci ce n'è più di uno. Sul primo gradino del podio ancora cani (60,8%) e gatti (49,3%) come compagni preferiti seguiti, con grande distacco, da pesci e tartarughe (entrambi all'8,7%), uccelli (5,4%), conigli (5,2%), criceti (3,1%) e animali esotici (2,1%). A fine classifica si colloca il cavallo che batte i rettili (con l'1,9% contro l'1%) e l'asino (0,4%). L'opzione 'altro' raccoglie il 3,7% delle indicazioni.

Al Centro (23,8%) e nelle Isole (27,5%)  si concentra la maggioranza delle persone che ha un animale domestico. Ma ad accogliere in casa due (13,4%), tre (5,8%) o addirittura più di tre animali da compagnia sono soprattutto gli abitanti del Nord-Ovest (9,9%). Una particolare propensione ad adottare più di tre animali si riscontra anche in Sicilia e Sardegna (8,1%). In una posizione intermedia il Sud, dove quasi il 22% possiede almeno un pet e il 9,4% ne possiede due.


 

 

4)           Costituzione da realizzare. Sindacati e Partiti.

Art. 39. L’organizzazione sindacale è libera. Ai sindacati non può essere imposto altro obbligo se non la loro registrazione presso uffici locali o centrali, secondo le norme di legge. È condizione per la registrazione che gli statuti dei sindacati sanciscano un ordinamento interno a base democratica. I sindacati registrati hanno personalità giuridica. Possono, rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti, stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce.

Art. 49.Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.

 

Sindacati e partiti sono entità costituzionalmente rilevanti. Ma, dal 1948, si son guardati bene dal farsi regolamentare da leggi e norme che impongano, negli statuti, metodi democratici.

I partiti sono stati in grado di imporre leggi “normali” esclusivamente per il finanziamento pubblico.

 


 

5)           Moneta fiscale

 

Certificati di Credito Fiscale e John Maynard Keynes

Pubblicato da keynesblog il 20 luglio 2015 in Economia, Europa

 

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Riceviamo da Biagio Bossone e Marco Cattaneo e volentieri pubblichiamo questo articolo sui Certificati di Credito Fiscale (CCF). In merito a tale proposta, Guido Iodice e Thomas Fazi hanno espresso alcune critiche in un articolo pubblicato da MicroMega Online che riportiamo di seguito all’articolo di Bossone e Carraneo

Keynes e l’Eurozona

In recenti contributi, risultati tra i più letti su alcuni dei maggiori blog internazionali di economia e finanza, chi scrive ha proposto l’introduzione dei Certificati di Credito Fiscale (CCF) quale strumento di rilancio della domanda in economie affette da stagnazione, scarso spazio fiscale e impossibilità di utilizzo della leva monetaria e del tasso di cambio: tipicamente le economie in crisi dell’eurozona.

Riteniamo che le caratteristiche di fondo della manovra che proponiamo ne farebbero il più grande intervento di politica economica di stampo keynesiano che sia stato immaginato dal secondo dopoguerra ad oggi. Non soltanto esso innescherebbe uno stimolo fiscale forte in contesti dominati da alta preferenza per la liquidità e da carenza ormai cronica di ‘animal spirits’, ma sarebbe capace di incidere su aspettative che, in assenza di segnali incisivi di svolta, resterebbero fatalisticamente improntate a pessimismo e impoverimento.

Anche alla luce dei commenti critici ricevuti da lettori di nostre precedenti uscite pubbliche, ci fa particolare piacere poter illustrare i contenuti della nostra proposta ai lettori di Keynes Blog, augurandoci che vorranno anche loro far sentire la loro voce (di consenso o dissenso) sull’idea che stiamo cercando di portare avanti e diffondere. Descriveremo, in primo luogo, la struttura dei CCF e spiegheremo il modo in cui la loro emissione agisce sulla domanda aggregata. Suggeriremo quindi alcune possibili misure di salvaguardia da attivare nel caso in cui gli effetti attesi delle emissioni non raggiungessero l’intensità prevista. Infine, richiameremo le ragioni per le quali riteniamo che chi condivide l’impostazione che il grande maestro di Cambridge ha dato alla comprensione della macroeconomia debba essere a favore della nostra proposta.

I Certificati di Credito Fiscale

In un’economia in cui lo Stato non può aumentare la spesa, proponiamo che lo Stato emetta titoli – i CCF – che conferiscono al portatore il diritto a una riduzione di tasse, tributi e ogni altra obbligazione a favore dello Stato, a partire da due anni dall’emissione dei titoli e pari al valore nominale dei titoli stessi. Discuteremo più oltre il perché dei due anni di differimento. I CCF sono titoli trasferibili, possono essere scambiati in euro e possono quindi dar luogo a spesa immediata. Verosimilmente saranno negoziati a uno sconto sul valore nominale di entità analoga a quello applicato su un comune titolo zero-coupon a due anni. Coloro che vendono i CCF vogliono euro per potere spenderli. Coloro che li comprano acquisiscono il diritto a una riduzione fiscale a scadenza (e dunque a risparmi futuri). Gli intermediari finanziari possono acquistarli a sconto da coloro che vogliono venderli e utilizzarli o per riduzioni fiscali a scadenza o per rivenderli a sconto inferiore e ricavarci un profitto.

Lo Stato assegna CCF di nuova emissione a famiglie e imprese. Molte famiglie vorranno convertirli in euro e spenderli in consumi. Le imprese faranno altrettanto e avranno anche la possibilità di utilizzare il minor carico fiscale per ridurre i prezzi e recuperare competitività, evitando in questo modo che l’effetto espansivo sulla domanda interna crei squilibri nei saldi commerciali esteri.

In un’economia depressa, la spesa stimolata dalle emissioni di CCF avrà un effetto moltiplicativo su reddito e occupazione. Le prospettive di rischio creditizio miglioreranno e accresceranno l’incentivo per le banche a riprendere l’attività di prestito per nuove attività di produzione e investimenti. Il nuovo output genererà nuovo gettito fiscale. Le nostre proiezioni indicano che un’iniezione di CCF pari al 10% del PIL su base annua contribuirebbe a chiudere l’output gap in circa tre anni e che un moltiplicatore del reddito di appena 0,8 (assai più basso delle stime prevalenti) basterebbe per far sì che nei due anni di differimento previsti per la scadenza dei CCF lo Stato incassi introiti sufficienti ad evitare incrementi nel rapporto deficit pubblico / PIL.

I CCF possono operare come una quasi-moneta e nulla vieta che il pubblico possa persino utilizzarli come una valuta parallela all’euro. Questa considerazione è stata fonte di varie incomprensioni e ha indotto alcuni a ritenere che l’emissione di CCF comporti un violazione delle regole dell’euro. Nulla di tutto ciò. I CCF sono titoli fiscali: non sono uno strumento di debito, non costituiscono un trasferimento di reddito e non sono una valuta che lo Stato emette per sostituire l’euro. Il pubblico e il mercato, da parte loro, possono farne l’uso che ritengono – anche come moneta – come è vero per qualsiasi strumento finanziario. L’unica cosa che rileva è che i CCF rendono possibile per lo Stato operare un ampio rilancio immediato della domanda finanziato da una riduzione delle tasse a due anni, in una situazione nella quale nessun altra leva è disponibile. I CCF permetteranno al settore privato di monetizzare e spendere oggi i tagli fiscali previsti a due anni e consentiranno un margine di tempo sufficiente affinché il prodotto nazionale stimolato dalla domanda generi introiti fiscali sufficienti a evitare deficit.

Qual è il rischio che il programma non funzioni?

Nessuno, se l’interpretazione keynesiana della crisi in corso è corretta, come si è dimostrata sin dal 2008, e se l’austerità espansiva si dimostra fallimentare, così come ha ampiamente mostrato di essere.

Inoltre, le emissioni di CCF possono essere accompagnate da misure di salvaguardia, da attivare nel caso in cui la crescita dell’output generasse meno introiti fiscali del previsto:

·         lo Stato può annunciare un impegno a finanziare in CCF una quota (presumibilmente piccola) delle sue spese;

·         ai contribuenti possono essere assegnati nuovi CCF a fronte di nuove tasse (ciò sarebbe equivalente a sostituire aumenti delle tasse con dei swap forzosi CFF-euro);

·         i possessori di CCF possono essere incentivati a ritardare l’utilizzo per sconto fiscale dei CCF giunti a scadenza attraverso il riconoscimento di un aumento del valore facciale dei titoli in loro possesso (il che è equivalente a riconoscere un interesse sotto forma di nuovi CCF);

·         lo Stato può raccogliere capitali in euro dal mercato collocando CCF con scadenze più lunghe al posto dei tradizionali titoli di debito.

Queste misure di salvaguardia avrebbero effetti assai meno pro-ciclici di quelli che impone la UE per assicurare gli obiettivi di bilancio e potrebbero accomodare scarti anche significativi fra i surplus di budget primario ottenuti e gli obiettivi prefissati.

Perché Keynes?

Con i CCF, uno Stato che oggi non può permettersi di fare ulteriore spesa in deficit, sostanzialmente:

1. promette a cittadini e imprese un ampio taglio delle tasse a due anni;

2. riflette questa promesse su titoli che cittadini e imprese potranno scontare e monetizzare oggi stesso per spenderle;

3. conta che nei due anni previsti la nuova spesa genererà output e gettito fiscale sufficiente per coprire il costo della riduzione fiscale.

In altri termini, con i CCF uno Stato che oggi non ha spazio fiscale può effettuare una forma di ‘deficit spending’ che prevede uno spending (da parte del settore privato) immediato e un deficit (del settore pubblico) ritardato che peraltro si auto-riassorbirà per effetto del moltiplicatore della spesa. Lo Stato fa ciò emettendo promesse sulle quali non può essere obbligato a fare default e che non sono cambiali di pagamento da ripagare in euro (al contrario degli IOU).

Una grande manovra di stimolo della domanda indotto dallo Stato con effetti moltiplicativi sul reddito e sull’occupazione: riteniamo che a John Maynard Keynes sarebbe piaciuta. E anche parecchio.

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Moneta vuol dire fiducia: perché i CCF rischiano di non funzionare

di Guido Iodice e Thomas Fazi, da MicroMega online

Marco Cattaneo e Giovanni Zibordi hanno avanzato, in un loro libro edito da Hoepli, la proposta di istituire una forma di “moneta fiscale”, poi rilanciata in un appello promosso da Stefano Sylos Labini e firmato anche da Luciano Gallino e infine meglio esplicitata nell’e-book di MicroMega. I certificati di credito fiscale (CCF) verrebbero emessi dal governo e sarebbero in sostanza dei crediti sulle tasse future (a due anni). Con i CCF, lo Stato potrebbe aumentare la spesa pubblica, ridurre il cuneo fiscale e immettere liquidità nel sistema economico. I CCF sarebbero (quasi-)moneta in più, in modo tale che lo Stato non dovrebbe sostituire parte della sua spesa pubblica in euro con spesa in CCF, ma attivare più spesa grazie a questi ultimi. L’auspicio è che essi vengano percepiti come moneta e utilizzati negli scambi, per lo meno tra imprese e tra imprese e Stato. Secondo i promotori, i CCF si ripagherebbero da soli perché, una volta rimessa in moto l’economia, il PIL tornerebbe a crescere e gli introiti fiscali ad aumentare, coprendo quindi l’ammanco dovuto all’utilizzo finale dei certificati, cioè lo sconto sulle imposte.

Un merito della proposta è che essa esplicitamente riconosce l’impraticabilità e i rischi di un’uscita unilaterale dall’eurozona e pertanto si preoccupa di trovare una soluzione “morbida”. I problemi però sono molteplici. In primo luogo i promotori danno per scontato che l’emissione di questa quasi-moneta non violi i Trattati. Ammesso che sia così, tuttavia è facilmente immaginabile che la Commissione europea chiami lo Stato a rispondere davanti alla Corte di giustizia. L’incertezza sull’esito farebbe precipitare il valore del CCF nei confronti dell’euro, rendendo via via meno efficace il programma. Ammettendo però di superare questo scoglio, un ulteriore problema è costituito dal fatto che i CCF andrebbero sommati allo stock del debito pubblico. Anche qui, i promotori insistono sostenendo che non sia un problema, ma la Commissione potrebbe porre comunque ostacoli che minerebbero la fiducia del pubblico.

In sostanza, i promotori sopravvalutano una affermazione della Modern Money Theory, secondo la quale la moneta legale ha valore perché con essa si pagano le tasse. Se fosse così semplice, allora nessun paese soffrirebbe mai di crisi monetarie e di iperinflazione, né vedremmo economie che ruotano di fatto intorno a valute estere (basti pensare all’Islanda prima della crisi del 2008). Nella realtà la moneta legale, come qualsiasi moneta priva di valore intrinseco, è fiduciaria e quindi ha valore in base alla credibilità di chi la emette. Chi ha una banconota da 100 euro in tasca sa che c’è un impegno, da parte dell’emittente, a fare in modo che essa sia scambiabile tra un mese o un anno con un paniere di prodotti il cui valore reale sarà, nel peggiore dei casi, solo di poco inferiore a quello odierno (è questo il senso del target inflazionistico). O che, se non bassa, l’inflazione sia almeno stabile e perciò prevedibile. Viceversa i cittadini di paesi che sperimentano tassi di inflazione elevati e crescenti per lungo tempo, alla fine, perdono fiducia nella moneta legale esattamente come la perderebbero in un assegno firmato da un noto protestato, e si rivolgono alle monete emesse da soggetti più affidabili (tipicamente gli Stati Uniti). Sia chiaro, non si sta dicendo qui che l’Italia farebbe la fine dello Zimbabwe, ma semplicemente che un dubbio sul valore futuro dei CCF li renderebbe pressoché inservibili come stimolo alla domanda.

Supponendo tuttavia di superare a pieni voti il test dell’incertezza, si pone paradossalmente il problema della possibile tesaurizzazione dei CCF. Per quanto riguarda la parte utilizzata per i trasferimenti, il pubblico potrebbe semplicemente decidere di non spenderli, ma detenerli fino a quando potranno essere usati per pagare le imposte, peraltro l’unico momento in cui il valore dei CCF potrebbe essere considerato sicuro ed uguale a quello facciale. In tal caso, l’effetto moltiplicativo sarebbe nullo e lo Stato si troverebbe con un buco di bilancio imprevisto.

Non vogliamo tuttavia apparire troppo demolitori nei riguardi di questa proposta. Al contrario, essa contiene in nuce qualche buona idea che potrebbe essere effettivamente applicata. L’importante è non cadere nell’illusione di un keynesismo “meccanico” o “idraulico”, nel quale l’immissione di nuova acqua fa girare il mulino dell’economia, checché ne pensino gli agenti economici (per inciso, Keynes non era affatto un keynesiano “idraulico”).

Se la proposta dei CCF è prona alle critiche testé illustrate, a maggior ragione lo è quella immaginata da alcuni in caso i default di uno Stato all’interno dell’eurozona, seguito dall’emissione di “euro-cambiali” che verrebbero utilizzate come liquidità sostitutiva. Il modello spesso richiamato è quello dello Stato della California che nel luglio 2009, di fronte ad una grave crisi delle proprie finanze, emise delle “promesse di pagamento” (Registered Warrants) per pagare i dipendenti pubblici, i fornitori e coloro che vantavano diritti a rimborsi fiscali per 2,37 miliardi di dollari. L’esperimento non fu propriamente un successo: appena pochi giorni dopo l’emissione iniziale, le principali banche si rifiutarono di accettare questi “pagherò” (o come li chiamano gli americani, IOU, che sta per I Owe You, “io ti devo”). Solo dopo ingenti tagli di spesa e aumenti delle imposte decisi dallo Stato, alcune di esse tornarono sui loro passi e ricominciarono ad accettare i Warrants. Se l’operazione ha mostrato i suoi limiti in California, lo Stato con il reddito più alto nel paese più ricco del mondo, la speranza che funzioni in luoghi come i PIIGS è pressoché nulla, sebbene possa rivelarsi l’unica, disperata, opzione se non si vuole uscire dall’euro. In tal caso, si può immaginare che il pubblico possa dare fiducia agli IOU a seguito di un accordo europeo che dia una qualche certezza sul fatto che gli “euro-pagherò” si potranno trasformare in euro “veri” entro un tempo ragionevole. In caso contrario non si capisce come la gente possa dare valore a pezzi di carta che riportano una promessa di pagamento in euro firmati da un governo che ha appena dichiarato la propria insolvenza su debiti in euro.


 


 

Per uscire dalla crisi. Appello a Renzi, al governo e alle forze politiche e sociali per introdurre la Moneta Fiscale a cura di Enrico Grazzini

 

L'emissione gratuita di Moneta Fiscale – un titolo statale che dà diritto a uno sconto fiscale temporalmente differito – è l'unica soluzione per riprendere il controllo della politica monetaria e fiscale, dentro le regole dell'euro ma oltre l'euro, e far ripartire rapidamente l'economia italiana, i redditi e l'occupazione con manovre fortemente espansive senza produrre nuovo debito. 

a cura di 

Questo appello per l'introduzione della Moneta Fiscale è rivolto innanzitutto direttamente al presidente del Consiglio Matteo Renzi e al suo governo, ma anche ai partiti di opposizione e a tutte le organizzazioni sociali responsabili (in primis, sindacati e Confindustria) [1].

Infatti solo il governo - nelle persone di Matteo Renzi, del ministro Pier Carlo Padoan e del ministro Carlo Calenda -, ha ovviamente il potere di emettere i titoli/moneta che proponiamo: ma tutte le forze politiche e sociali innovative e progressive del paese dovrebbero essere fortemente interessate alla Moneta Fiscale. L'emissione e la distribuzione gratuita di titoli di Moneta Fiscale potrebbe infatti fare ripartire rapidamente l'economia italiana, i redditi e l'occupazione in un clima di grande consenso e di soddisfazione sociale.

Questa crisi, prodotta dall'austerità suicida imposta dall'Unione Europea ai paesi dell'eurozona, è causata fondamentalmente dal sottoconsumo, dalla mancanza di domanda e dalla carenza di moneta circolante nell'economia reale. La politica europea ci ha portato nella classica condizione, ben descritta da J. M Keynes, di “trappola della liquidità”. Le risorse produttive, in primis le risorse umane, giacciono inutilizzate e sono sprecate. La disoccupazione dilaga. Solo grazie al rilancio della domanda interna, dei consumi e degli investimenti pubblici e privati diventerà possibile affrontare i nodi strutturali dell'economia italiana (innovazione, produttività, occupazione, competitività, politica industriale, ecc). 

Crediamo che senza la Moneta Fiscale decisa autonomamente dal Parlamento ed emessa dal governo (nel pieno rispetto dei vincoli posti dalla moneta unica e dall'eurozona) l'economia nazionale non uscirà mai dal tunnel in cui è precipitata dall'inizio della crisi globale a causa della disastrosa politica europea di austerità. 

Lo stato dell'Unione 

L'Unione Europea, e in particolare l'Unione Monetaria, si stanno ormai avviando alla disintegrazione perché hanno tradito in gran parte i loro obiettivi originari. La moneta unica doveva costituire la pre-condizione per unire i popoli e le nazioni europee: l'euro invece aumenta drammaticamente le divergenze e la disunione. La moneta unica è diventata lo strumento di egemonia della finanza speculativa sul lavoro produttivo e sugli stati nazionali, di condizionamento dei paesi più forti su quelli più deboli, di dominio dei paesi creditori su quelli debitori (esemplare il caso della Grecia). 

Finalmente il premier Matteo Renzi ha iniziato a denunciare apertamente la politica europea che da troppi anni soffoca l'economia nazionale e dei paesi europei a favore della sola Germania. L'Unione Europea è in realtà diretta da un solo paese, genera divisioni e sottosviluppo e potrebbe bruscamente dissolversi sotto i colpi della speculazione internazionale con il sopraggiungere della prossima crisi. 

Occorre svincolarsi da politiche decise da governi stranieri e da istituzioni non elette e non soggette a controllo democratico. E' il momento di prendere coscienza che occorre riprendere il controllo della politica monetaria e fiscale per una svolta decisa. Occorre fare girare nuovamente il volano dell'economia italiana, ovvero rilanciare innanzitutto la domanda interna e la competitività delle imprese nei confronti dell'estero e della Germania in particolare. Questo si può fare grazie all'emissione di Moneta Fiscale da parte del governo a favore di famiglie, imprese e investimenti pubblici. 

La moneta fiscale - che sostanzialmente attualizza il valore dei futuri proventi fiscali e che inoltre rende questo valore attuale immediatamente convertibile in euro da spendere - è l'unica soluzione viabile e concreta dal momento che rispetta pienamente le regole dell'Eurozona e che soprattutto consente di attuare manovre fortemente espansive senza produrre nuovo debito. Quindi la moneta fiscale è dentro le regole dell'euro ma è prima di tutto e innanzitutto “oltre l'euro”. 

L'architettura deflazionistica dell'euro genera crisi 

Il problema dell'eurozona non consiste solo nelle politiche d'austerità. Il problema dell'eurozona è innanzitutto la moneta unica che aumenta le diseguaglianze tra i paesi e dentro i paesi. L’euro è ormai diventato il simbolo di questa Europa “malata del mondo”. La moneta unica doveva essere il simbolo di maggiore integrazione, di sviluppo e prosperità. In realtà, è diventata il maggiore ostacolo al compimento di questa visione: uno strumento di egemonia e di subordinazione, un fattore permanente di crisi economica che è diventata crisi sociale e che minaccia di diventare grave crisi della democrazia. 

La moneta unica non è una “cosa” o uno strumento neutro. Creata sul modello del marco tedesco, l'architettura dell'euro, così come prevista dal Trattato di Maastricht e dai successivi trattati ulteriormente peggiorativi (vedi il Fiscal Compact), presenta difetti strutturali congeniti: 

1. impone restrizioni artificiali e suicide sui deficit pubblici, e queste impediscono di attuare politiche fiscali anticicliche. In tempo di crisi i governi non possono fare gli investimenti pubblici indispensabili per rilanciare l'economia, e anzi devono tagliare indiscriminatamente la spesa pubblica riducendo quindi automaticamente il PIL e aumentando conseguentemente il rapporto debito/PIL. In tal modo la politica dell'eurozona distrugge attivamente il modello sociale europeo che nei decenni passati ha caratterizzato l'Europa e ha prodotto il successo mondiale dell'economia del vecchio continente sia sul piano economico che sociale; 

2. I debiti pubblici di ciascun paese membro sono denominati in una moneta straniera, ovvero in una moneta (l'euro) che gli stati non controllano. La Banca Centrale Europea, che ha il monopolio sull'emissione della moneta unica europea, per statuto non può coprire i deficit pubblici dei singoli Paesi. Così, caso unico al mondo, i Paesi e i popoli europei sono così lasciati completamente indifesi e alla mercé della speculazione finanziaria internazionale. 

3. I Paesi più deboli non possono svalutare. La moneta unica ha infatti eliminato l’uso del tasso di cambio per il riallineamento della competitività dei paesi membri dell'eurozona. In questo modo si approfondiscono i divari competitivi tra i Paesi dell'eurozona; . 

4. La politica monetaria (tassi di riferimento e offerta di moneta) e il tasso di cambio sono identici per economie fra loro molto diverse per livelli di competitività, inflazione, intensità tecnologica, ecc. La moneta unica è quindi strutturalmente rigida e impone politiche intrinsecamente non adatte alle necessità specifiche di ogni paese dell'eurozona. 

Sul piano politico l'Unione Europea è egemonizzata dal governo tedesco in accordo con pochi altri governi. La UE impone il modello mercantilista tedesco (fondato sul principio del beggar thy neighbour, “frega il tuo vicino”), obbliga a seguire i dogmi dell’austerità teutonica e del pareggio di bilancio pubblico. L'economia dell'eurozona segue regole vincolanti scaturite da una cieca ideologia liberista nella sua versione più rigida, l'ordoliberismo. Le economie nazionali devono sottostare a regole rigide e suicide. L'obiettivo della piena occupazione è sacrificato sull'altare della competitività per affrontare il mercato globale. Tuttavia ironicamente proprio la politica dell'eurozona rende l'Europa sempre meno competitiva. L'economia europea è ormai considerata dalle stesse istituzioni finanziarie il principale fattore di crisi per l'economia globale. 

Le istituzioni europee e finanziarie (Commissione UE, BCE e FMI), non elette e non sottoposte a controllo democratico da parte dei cittadini europei, prevalgono sugli orientamenti dei legittimi governi e dei Parlamenti nazionali democraticamente eletti e sulla volontà dei cittadini. Si procede con il “pilota automatico” a guida tedesca. La politica è sopraffatta dalle regole dettate da istituzioni non elette. Gli stati più deboli sono esautorati. 

Alcuni per risolvere la crisi invocano una maggiore integrazione verso l'unità politica europea a partire dai paesi dell'eurozona. Ma è ingenuo credere che i principali paesi (in particolare Germania e Francia) rinuncino alla loro piena sovranità in campo politico, fiscale, della sicurezza e della politica estera. Gli interessi nazionali – e soprattutto quelli degli stati creditori – prevalgono. Il sistema è quindi in un vicolo cieco e a costante rischio di rottura. 

Il progetto di Moneta Fiscale dentro l'euro ma oltre l'euro 

Il progetto che proponiamo in questo documento è innovativo e radicale ma nello stesso tempo è l’unico concreto e fattibile in tempi ragionevolmente brevi per risolvere questa drammatica crisi. In pratica non esistono alternative concrete altrettanto efficaci rispetto alla Moneta Fiscale (che, come vedremo, non è una vera e propria moneta, ma un titolo statale che dà diritto a uno sconto fiscale temporalmente differito). 

Il progetto di Moneta Fiscale non richiede infatti riforme dei trattati dell’Unione Europea – che sarebbe illusorio richiedere in questo quadro politico e istituzionale -; e non implica neppure l'uscita dell'Italia dall'eurozona. Si evitano così completamente i pericoli e le drammatiche incertezze insiti in una rottura unilaterale della moneta unica. Ancora (necessariamente) dentro l’euro, ma anche oltre l’euro. Il progetto di Moneta Fiscale può essere attuato sia in Italia che negli altri paesi europei in crisi e risolvere i problemi legati alla trappola della liquidità ridando slancio alla domanda aggregata nei singoli paesi. 

La Moneta Fiscale e i Titoli di Sconto Fiscale 

Proponiamo che i governi nazionali emettano in maniera massiccia titoli - denominati Titoli di Sconto Fiscale (TSF) - che diano diritto al loro possessore di ridurre i pagamenti dovuti alla pubblica amministrazione a partire da due anni dalla loro emissione. In altri termini, i TSF emessi oggi potranno essere riscattati fra due anni, dando titolo al portatore di beneficiare di un taglio delle tasse e di altre obbligazioni nei confronti dello stato (tariffe, multe, ecc) per un ammontare equivalente al loro valore facciale. I TSF tuttavia, esattamente come tutti gli altri titoli di stato, come i Bot e i CCT, possono anche essere ceduti immediatamente sul mercato finanziario in cambio di euro. Così incrementano la capacità di spesa dell’economia sin dal momento in cui essi vengono emessi. Il loro valore di mercato sarà analogo a quello di un titolo di stato zero-coupon a due anni. 

Il governo attribuirà i TSF senza corrispettivo, ovvero gratuitamente a cittadini e aziende, e utilizzerà i TSF per i pagamenti della Pubblica Amministrazione. 

Ai cittadini saranno attribuiti in proporzione inversa al reddito, privilegiando ceti sociali disagiati e lavoratori a basso reddito: questo sia per incentivare i consumi che per ovvie ragioni di equità sociale. 

Alle aziende, le assegnazioni saranno attribuite principalmente in funzione dei costi di lavoro da esse sostenute. Saranno tuttavia privilegiati gli operatori in settori maggiormente esposti alla concorrenza internazionale e le aziende che accresceranno maggiormente investimenti ed occupazione. L’attribuzione di TSF alle aziende, correlata ai costi di lavoro sostenuti, ridurrà i costi di lavoro effettivi, ne migliorerà immediatamente la competitività, ed eviterà quindi che l’effetto espansivo sulla domanda interna crei un peggioramento dei saldi commerciali esteri. 

Una quota significativa dei TSF attribuiti nell’ambito del programma complessivo sarà inoltre utilizzata a sostegno di iniziative di pubblica utilità: innanzitutto un Piano del Lavoro finalizzato a realizzare infrastrutture immateriali (ricerca, scuola e università, politica attiva del mercato del lavoro, etc.) e materiali (per esempio, opere di riassetto idrogeologico e del territorio). Inoltre, i TSF potrebbero essere utilizzati dallo stato per programmi di rafforzamento e riqualificazione del welfare, di sostegno ai ceti sociali disagiati, e per il Reddito Minimo. 

La diffusione gratuita dei TSF genererà certamente un ampio e liquido mercato così come esiste il mercato finanziario dei BOT e dei BTP. Venderà chi (individui, aziende) avrà bisogno di liquidità immediata; comprerà chi (individui e aziende), avendo disponibilità in euro, sarà interessato a pagare meno tasse alla scadenza dei TSF. Il tasso di sconto sarà molto contenuto, perché i TSF sono strumenti monetari a breve scadenza completamente garantiti, in quanto riscattabili come crediti fiscali (perfino se lo stato fallisse). 

Le conseguenze della manovra dei TSF 

Lo shock monetario-fiscale renderà nuovamente vitale l'economia nazionale. Le emissioni saranno tarate in modo tale da recuperare l’”output gap” prodotto dalla crisi. Nel caso dell’Italia, potrebbero partire da un livello pari al 3% circa del PIL annuo (circa 40-50 miliardi di euro) e successivamente essere modulate in modo opportuno, così da assicurare alti livelli di occupazione senza però produrre una inflazione superiore al 3-4% e scompensi nei saldi commerciali esteri. 

Partendo dagli attuali livelli di domanda depressa e di disoccupazione massiccia, la spesa del maggior potere d’acquisto farà crescere il PIL in misura più che proporzionale rispetto all’emissione di TSF, intorno al 3-4%. Nel periodo che va dall'emissione dei TSF alla loro maturazione entrerà infatti in funzione il moltiplicatore del reddito. Il valore del moltiplicatore keynesiano risulta particolarmente elevato in caso di forte sottoutilizzo delle risorse e di tassi di interesse tendenti allo zero, come è nella situazione attuale. Numerosi studi - uno per tutti quello di Olivier Blanchard, ex capo-economista del FMI - dimostrano che nelle situazioni di crisi e di trappola della liquidità il moltiplicatore è molto superiore a uno: così ogni euro immesso in circolazione genera un aumento di PIL superiore a uno. Recentemente il premio Nobel Paul Krugman in un post del suo blog ha mostrato che nell'eurozona il moltiplicatore fiscale è stato pari a 1,5 negli anni dal 2009 al 2013
[2]. 

Grazie alla distribuzione gratuita e massiccia di TSF si avvierebbe il circolo virtuoso: più consumi, più investimenti, più occupazione e più reddito, più consumi, ecc, ecc. Non a caso Mediobanca Securities in un report afferma che con i certificati di credito fiscale il Pil crescerebbe del doppio senza squilibrare il bilancio pubblico e la bilancia commerciale
[3]. 

Considerando che il differimento di due anni dall’emissione dei TSF, la crescita del PIL indotta dal moltiplicatore darà luogo a nuovo gettito fiscale che compenserà il costo fiscale dei TSF, evitando d’incrementare deficit e debito pubblico. 

Produrre una forte ripresa economica è particolarmente vitale anche perché i grandi fenomeni migratori non sono gestibili in presenza dei tassi di disoccupazione attuali. L’immigrazione può trasformarsi in una risorsa vitale solo se si verifica nel contesto di un’economia e di un mercato del lavoro in espansione. Rischia, al contrario, di innescare pericolose derive sociali e politiche se si innesta su una situazione di produzione e occupazione stagnante. 

I TSF: oltre l'euro ma dentro i trattati europei 

Sul piano tecnico i titoli/moneta che proponiamo potrebbero essere emessi in tempi brevi dal momento che sono titoli di stato assimilabili ai BOT e ai BTP. 

Sul piano istituzionale la manovra che proponiamo, essendo basata su titoli fiscali, è perfettamente in linea con i trattati europei poiché in campo fiscale ogni stato è completamente sovrano. Inoltre i TSF non sono una forma di debito neppure sul piano contabile. Il governo emittente non s’impegna a rimborsarli in euro ma soltanto a concedere “sconti” e riduzioni di pagamenti fiscali nel momento in cui i TSF vengono riscattati. 

Essendo inoltre i TSF dei titoli di stato, la loro emissione non metterebbe minimamente in discussione il monopolio della BCE sulla moneta unica. L’euro rimarrebbe l’unica moneta con corso legale. Anche se la UE e le istituzioni europee volessero contrastare l’iniziativa dei TSF, difficilmente potrebbero giustificare la loro contrarietà, perché i TSF sono coerenti con i trattati europei. 

In effetti l’emissione di TSF costituisce, per quanto riusciamo a immaginare, l’unica maniera di far crescere l’economia in misura robusta rispettando i vincoli europei relativi al deficit e alla diminuzione del debito pubblico e garantendo pienamente ai mercati il servizio del debito. I mercati valuterebbero positivamente il PIL in ripresa e la cessazione dello spettro del default sui titoli pubblici. 

L’introduzione dei TSF renderebbe più stabile anche il sistema bancario. La ripresa dell’economia ridurrebbe infatti l’enorme minaccia costituita dalle sofferenze bancarie. E' inoltre auspicabile che già fin da subito anche i titoli statali di debito, come i BTP e i BOT, possano godere dell’opzione di conversione in TSF. In questo modo si ridurrebbe enormemente l’oscillazione di valore di mercato dei titoli di debito pubblico, in quanto questi sarebbero comunque riscattabili al loro valore nominale come crediti fiscali. Così si frenerebbe in misura sostanziale la speculazione sui titoli statali di debito. 

Keynes, Corbyn e l'Helicopter Money di Milton Friedman 

La manovra di Moneta Fiscale ha un'ispirazione spiccatamente keynesiana perché utilizza la leva fiscale per contrastare la “trappola della liquidità”. Questo progetto si inspira anche alle proposte di ‘helicopter money’ lanciate dall'economista padre del liberismo Milton Friedman: infatti l’idea è di distribuire gratuitamente potere d’acquisto a cittadini e imprese in via diretta senza intermediazione creditizia. E' chiaro infatti che al momento attuale le banche sia in Europa che in Italia rappresentano più un problema che la soluzione del problema. Le banche soffrono profondamente la crisi e non danno più credito (ovvero moneta/debito) anche perché gli operatori economici non vogliono indebitarsi ulteriormente in un contesto di carenza di domanda. Tocca quindi allo stato intervenire per aumentare la circolazione monetaria emettendo titoli con valore di moneta-credito (fiscale). 

A livello europeo questa proposta di Moneta Fiscale presenta caratteristiche analoghe a quella del “Quantitative Easing per il popolo” avanzata nel nuovo programma dei laburisti inglesi guidati da Jeremy Corbyn. Corbyn propone che la Banca d’Inghilterra stampi moneta per potenziare l’economia investendo in edilizia popolare, infrastrutture e progetti di economia digitale. Il nuovo QE non dovrebbe favorire principalmente i mercati finanziari e le banche private, come finora ha fatto la BCE, ma mirare a sostenere l'economia produttiva e l'occupazione. 

È ovvio che noi non possiamo procedere allo stesso modo dei laburisti inglesi. Infatti non esistono le condizioni perché la BCE proceda verso manovre di tipo helicopter money, che del resto sarebbero forse contrarie al suo statuto. Il progetto di Moneta Fiscale si basa quindi sull’emissione di Titoli di stato da parte del governo, e non di nuova moneta da parte della banca centrale. La manovra qui proposta avrebbe comunque effetti simili (e anzi più radicali ed efficaci) a quella proposta da Corbyn: il rilancio dell'economia non sarebbe affidato solo alla ripresa degli investimenti pubblici. I TSF, distribuitigratuitamente ai cittadini e alle imprese, conferirebbero nuovo potere d’acquisto alle famiglie e alle aziende. E, contrariamente alle forme di QE sin qui sperimentate dalla BCE, la nostra manovra non resterebbe confinata all’economia finanziaria ma ridarebbe ossigeno all’economia reale. 

Uno stato dell’eurozona che decidesse di emettere TSF eserciterebbe la propria sovranità nazionale/fiscale per garantire stabilità e sviluppo in modo da compensare, sia pure parzialmente e pur dentro le regole dell'eurozona, la cessione di sovranità monetaria avvenuta all’atto di creazione della moneta unica. 

Conclusione 

Questo progetto permetterebbe di uscire dalla trappola della liquidità, di ridare fiato all’economia e di creare nuova occupazione in un quadro di stabilità di bilancio pubblico, di equilibrio della bilancia dei pagamenti e di riduzione della moneta fiscale. L’introduzione dei TSF permetterebbe ai paesi dell’Eurozona di evitare il caos del possibile break-up dell’euro che provocherebbe nuove traumatiche crisi economiche, sociali e politiche. 

L’emissione e la distribuzione gratuita dei TSF possono essere decise autonomamente e democraticamente dal Parlamento e dal governo italiano senza la necessità di ottenere preventivamente l’assenso e la collaborazione delle istituzioni europee. L’Italia può e deve uscire dal tunnel della recessione e del debito con le sue sole forze, senza richiedere (peraltro del tutto inutilmente) ai paesi più competitivi, come la Germania, di rivalutare prezzi e salari interni, di peggiorare i loro saldi commerciali o di trasferire risorse finanziarie verso i paesi in difficoltà. 

Si tratta anche di ridare fiato alla democrazia e alla politica, e di riscuotere un vasto consenso popolare per una manovra espansiva e di svolta che possa finalmente raccogliere l’adesione convinta ed entusiasta della maggioranza della società e del mondo produttivo (lavoratori e aziende). Una volta emessa in Italia, la Moneta Fiscale verrebbe rapidamente introdotta anche negli altri Paesi in crisi. L'Eurosistema ridiventerebbe quindi flessibile e meno soggetto alla crisi. 

Per queste motivazioni chiediamo al premier Matteo Renzi, al Presidente del Consiglio che ha già dimostrato di avere il coraggio e l'intelligenza di criticare la politica restrittiva e suicida dell'eurozona, di introdurre rapidamente la moneta fiscale. 

L'appello è aperto alla sottoscrizione di intellettuali, economisti, esponenti politici, forze politiche e sociali, scrivendo a e.grazzini @ alice.it

NOTE

[1] Questa proposta è esposta e approfondita nell'e-book ”Per una moneta fiscale gratuita. Come uscire dall'austerità senza spaccare l'euro” pubblicato su Micromega on line, a cura Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Enrico Grazzini e Stefano Sylos Labini, con la prefazione di Luciano Gallino. L'ebook è stato elaborato sulla base del saggio di Marco Cattaneo e Giovanni Zibordi “Soluzione per L'euro. 200 Miliardi per rimettere in moto l'economia Italiana”, Hoepli, 2014 

[2] Vedi sul blog di KrugmanRemembrance of Forecasts Past” 5 febbraio 2016 

[3] Vedi il report di Mediobanca Securities, Country Update, Italy – Tide turns as recovery starts, 17 November 2015 su www.monetafiscale.it

 


 


 

Le opportunità del quantitative easing

Di Francesco Strocchia

E’ partito il tanto atteso quantitative easing, anche se sotto tale denominazione innovativa si cela una delle più classiche operazioni da sempre utilizzate dalle Banche centrali, già note come operazioni di mercato aperto (open market). Bisogna pensare, a tal punto, che la nuova denominazione sia giustificata dalla unidirezionalità dell’operazione medesima, volta esclusivamente all’acquisto di titoli, come pure dal suo carattere sistematico e strutturale.

Gli effetti sui mercati finanziari sono incontrovertibili, riguardo ai corsi dei titoli acquistati e, pertanto, sui relativi tassi di interesse, inversamente correlati ai primi. A fronte di tali effetti, comunque del tutto prevedibili, quelli sull’economia reale appaiono tuttavia eventuali, posti i limiti attualmente esistenti a livello europeo sui parametri reali del sistema, come previsti dal patto di stabilità e dal fiscal compact. Infatti, a differenza di quanto avvenuto negli USA, dove tali vincoli non sussistono, le ricadute sull’economia reale sono da considerarsi problematiche, mentre da una eccessiva dilatazione della base monetaria, senza sostanziali miglioramenti dei parametri reali del sistema, potrebbero giungere incrementi dei prezzi anche inopportuni.

Il quantitative easing, tuttavia, può rappresentare un’opportunità che dovrebbe incontrare il favore dei tanti che hanno sempre enfatizzato sui debiti pubblici, in particolare su quello italiano, quale causa principale del dissesto economico, pur a fronte della definitiva dimostrazione della fallacia del teorema di Kenneth e Rogoff sull’ipotizzata impossibilità di sviluppo dei sistemi economici ad alto debito.  

L’acquisto di titoli dei debiti pubblici di Stati europei a fronte della creazione di nuova base monetaria potrebbe  in effetti anche consentire l’annullamento di tali titoli per semplice elisione contabile, secondo una permutazione patrimoniale nel bilancio della Bce, il cui quadro ragionieristico dei valori è rappresentato da:

      attività finanziarie per titoli in portafoglio

      passività per biglietti circolanti.

I titoli in portafoglio, infatti, acquisiti a costo nullo, verrebbero stralciati dal bilancio senza sostanziali perdite, pur rinunziando agli interessi ed al rimborso a scadenza, ma operando comunque nell’ambito della funzione istituzionale di governance dell’economia e secondo criteri pro-quota per i singoli Stati,  tenendo anche conto della relativa sostenibilità ed alleggerendo così questi ultimi dai pesanti obblighi di riduzione del debito derivanti dal fiscal compact.

Non si tratta pertanto di un abbattimento di questo con la bacchetta magica, ma solo il potere di farlo da parte di chi può battere moneta, e sarebbe forse l’occasione per provvedervi, con grande soddisfazione di tutti coloro che hanno da sempre indicato nel debito medesimo la causa di tutti i mali.

Ciò, anche se l’operazione, così come delineata, pur non incontrando ostacoli di natura tecnico-contabile, incorrerebbe comunque in implicazioni macroeconomiche, determinando un drenaggio della base monetaria incrementale creata: si riproporrebbe pertanto la valutazione comparativa tra una maggior liquidità del sistema, accompagnata da un determinato ammontare di debiti pubblici, oppure un minor volume di entrambi, ribadendosi, in definitiva, l’aspetto intrinsecamente conflittuale tra sviluppo economico e riduzione dei debiti pubblici, con la necessità di coniugarli in un ambito di sostenibilità.

  14 marzo 2015                                                                                Francesco Strocchia


 

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