PRIVILEGIA NE IRROGANTO di Mauro
Novelli
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Decameron
di Giovanni Boccaccio
COMINCIA IL LIBRO CHIAMATO
DECAMERON, COGNOMINATO PRENCIPE GALEOTTO, NEL QUALE SI CONTENGONO CENTO NOVELLE
IN DIECI DI' DETTE DA SETTE DONNE E DA TRE GIOVANI UOMINI.
Umana cosa è aver
compassione degli afflitti: e come che a ciascuna persona stea bene, a coloro
è massimamente richiesto li quali già hanno di conforto avuto
mestiere e hannol trovato in alcuni; fra quali, se alcuno mai n'ebbe bisogno o
gli fu caro o già ne ricevette piacere, io sono uno di quegli. Per
ciò che, dalla mia prima giovinezza infino a questo tempo oltre modo
essendo acceso stato d'altissimo e nobile amore, forse più assai che
alla mia bassa condizione non parrebbe, narrandolo, si richiedesse, quantunque
appo coloro che discreti erano e alla cui notizia pervenne io ne fossi lodato e
da molto più reputato, nondimeno mi fu egli di grandissima fatica a
sofferire, certo non per crudeltà della donna amata, ma per soverchio
fuoco nella mente concetto da poco regolato appetito: il quale, per ciò
che a niuno convenevole termine mi lasciava un tempo stare, più di noia
che bisogno non m'era spesse volte sentir mi facea. Nella qual noia tanto
rifrigerio già mi porsero i piacevoli ragionamenti d'alcuno amico le sue
laudevoli consolazioni, che io porto fermissima opinione per quelle essere
avvenuto che io non sia morto.
Ma sì come a Colui
piacque il quale, essendo Egli infinito, diede per legge incommutabile a tutte
le cose mondane aver fine, il mio amore, oltre a ogn'altro fervente e il quale
niuna forza di proponimento o di consiglio o di vergogna evidente, o pericolo
che seguir ne potesse, aveva potuto né rompere né piegare, per sè
medesimo in processo di tempo si diminuì in guisa, che sol di sè
nella mente m'ha al presente lasciato quel piacere che egli è usato di
porgere a chi troppo non si mette né suoi più cupi pelaghi navigando;
per che, dove faticoso esser solea, ogni affanno togliendo via, dilettevole il
sento esser rimaso .
Ma quantunque cessata sia
la pena, non per ciò è la memoria fuggita de'benefici già
ricevuti, datimi da coloro à quali per benivolenza da loro a me portata
erano gravi le mie fatiche: ne passerà mai, sì come io credo, se
non per morte. E per ciò che la gratitudine, secondo che io credo,
trall'altre virtù è sommamente da commendare e il contrario da
biasimare, per non parere ingrato ho meco stesso proposto di volere, in quel
poco che per me si può, in cambio di ciò che io ricevetti, ora
che libero dir mi posso, e se non a coloro che me atarono alli quali per
avventura per lo lor senno o per la loro buona ventura non abbisogna, a quegli
almeno a qual fa luogo, alcuno alleggiamento prestare. E quantunque il mio
sostenta mento, o conforto che vogliam dire, possa essere e sia à
bisognosi assai poco, nondimeno parmi quello doversi più tosto porgere
dove il bisogno apparisce maggiore, sì perché più utilità
vi farà e si ancora perché più vi fia caro avuto.
E chi negherà questo, quantunque egli si sia, non molto
più alle vaghe donne che agli uomini convenirsi donare? Esse dentro
à dilicati petti, temendo e vergognando, tengono l'amorose fiamme
nascose, le quali quanto più di forza abbian che le palesi coloro il
sanno che l'hanno provate: e oltre a ciò, ristrette dà voleri,
dà piaceri, dà comandamenti de'padri, delle madri, de'fratelli e
de'mariti, il più del tempo nel piccolo circuito delle loro camere
racchiuse dimorano e quasi oziose sedendosi, volendo e non volendo in una
medesima ora , seco rivolgendo diversi pensieri, li quali non è
possibile che sempre sieno allegri. E se per quegli alcuna malinconia, mossa da
focoso disio, sopravviene nelle lor menti, in quelle conviene che con grave
noia si dimori, se da nuovi ragionamenti non è rimossa: senza che elle
sono molto men forti che gli uomini a sostenere; il che degli innamorati uomini
non avviene, sì come noi possiamo apertamente vedere. Essi, se alcuna
malinconia o gravezza di pensieri gli affligge, hanno molti modi da alleggiare
o da passar quello, per ciò che a loro, volendo essi, non manca l'andare
a torno, udire e veder molte cose, uccellare, cacciare, pescare, cavalcare,
giucare o mercatare: de'quali modi ciascuno ha forza di trarre, o in tutto o in
parte, l'animo a sè e dal noioso pensiero rimuoverlo almeno per alcuno
spazio di tempo, appresso il quale, con un modo o con altro, o consolazion
sopraviene o diventa la noia minore.
Adunque, acciò che
in parte per me s'ammendi il peccato della fortuna, la quale dove meno era di
forza, sì come noi nelle dilicate donne veggiamo, quivi più avara
fu di sostegno, in soccorso e rifugio di quelle che amano, per ciò che
all'altre è assai l'ago e '1 fuso e l'arcolaio,intendo di raccontare
cento novelle, o favole o parabole o istorie che dire le vogliamo, raccontate
in diece giorni da una onesta brigata di sette donne e di tre giovani nel
pistelenzioso, tempo della passata mortalità fatta, e alcune canzonette
dalle predette donne cantate al lor diletto.
Nelle quali novelle
piacevoli e aspri casi d'amore e altri fortunati avvenimenti si vederanno
così né moderni tempi avvenuti come negli antichi; delle quali le
già dette donne, che queste leggeranno, parimente diletto delle
sollazzevoli cose in quelle mostrate e utile consiglio potranno pigliare, in
quanto potranno cognoscere quello che sia da fuggire e che sia similmente da
seguitare: le quali cose senza passamento di noia non credo che possano
intervenire. Il che se avviene, che voglia Idio che così sia; a Amore ne
rendano grazie, il quale liberandomi dà suoi legami m'ha conceduto il
potere attendere à lor piaceri.
Comincia la Giornata prima
del Decameron, nella quale dopo la dimostrazione fatta dall'autore, per che
cagione avvenisse di doversi quelle persone, che appresso si mostrano, ragunare
a ragionare insieme, sotto il reggimento di Pampinea si ragiona di quello che
più aggrada a ciascheduno.
Giornata prima -
Introduzione
Quantunque volte,
graziosissime donne, meco pensando riguardo quanto voi naturalmente: tutte
siete pietose, tante conosco che la presente opera al vostro iudicio
avrà grave e noioso principio, sì come è la dolorosa
ricordazione della pestifera mortalità trapassata, universalmente a ciascuno
che quella vide o altramenti conobbe dannosa, la quale essa porta nella fronte.
Ma non voglio per ciò che questo di più avanti leggere vi
spaventi, quasi sempre sospiri e tralle lagrime leggendo dobbiate trapassare.
Questo orrido cominciamento vi fia non altramenti che a' camminanti una
montagna aspra e erta, presso alla quale un bellissimo piano e dilettevole sia
reposto, il quale tanto più viene lor piacevole quanto maggiore è
stata del salire e dello smontare la gravezza. E sì come la
estremità della allegrezza il dolore occupa, così le miserie da
sopravegnente letizia sono terminate.
A questa brieve noia (dico
brieve in quanto poche lettere si contiene) seguita prestamente la dolcezza e
il piacere quale io v'ho davanti promesso e che forse non sarebbe da
così fatto inizio, se non si dicesse, aspettato. E nel vero, se io
potuto avessi onestamente per altra parte menarvi a quello che io desidero che
per così aspro sentiero come fia questo, io l'avrei volentier fatto: ma
ciò che, qual fosse la cagione per che le cose che appresso si
leggeranno avvenissero, non si poteva senza questa ramemorazion dimostrare,
quasi da necessità constretto a scriverle mi conduco.
Dico adunque che già
erano gli anni della fruttifera incarnazione del Figliuolo di Dio al numero
pervenuti di milletrecentoquarantotto, quando nella egregia città di
Fiorenza, oltre a ogn'altra italica bellissima, pervenne la mortifera
pestilenza: la quale, per operazion de' corpi superiori o per le nostre inique
opere da giusta ira di Dio a nostra correzione mandata sopra i mortali,
alquanti anni davanti nelle parti orientali incominciata, quelle d'inumerabile
quantità de' viventi avendo private, senza ristare d'un luogo in uno
altro continuandosi, verso l'Occidente miserabilmente s'era ampliata.
E in quella non valendo
alcuno senno né umano provedimento, per lo quale fu da molte immondizie purgata
la città da oficiali sopra ciò ordinati e vietato l'entrarvi
dentro a ciascuno infermo e molti consigli dati a conservazion della sanità,
né ancora umili supplicazioni non una volta ma molte e in processioni ordinate,
in altre guise a Dio fatte dalle divote persone, quasi nel principio della
primavera dell'anno predetto orribilmente cominciò i suoi dolorosi
effetti, e in miracolosa maniera, a dimostrare. E non come in Oriente aveva
fatto, dove a chiunque usciva il sangue del naso era manifesto segno di
inevitabile morte: ma nascevano nel cominciamento d'essa a' maschi e alle
femine parimente o nella anguinaia o sotto le ditella certe enfiature, delle quali
alcune crescevano come una comunal mela, altre come uno uovo, e alcune
più e alcun' altre meno, le quali i volgari nominavan gavoccioli. E
dalle due parti del corpo predette infra brieve spazio cominciò il
già detto gavocciolo mortifero indifferentemente in ogni parte di quello
a nascere e a venire: e da questo appresso s'incominciò la
qualità della predetta infermità a permutare in macchie nere o
livide, le quali nelle braccia e per le cosce e in ciascuna altra parte del
corpo apparivano a molti, a cui grandi e rade e a cui minute e spesse. E come
il gavocciolo primieramente era stato e ancora era certissimo indizio di futura
morte, così erano queste a ciascuno a cui venieno.
A cura delle quali
infermità né consiglio di medico né virtù di medicina alcuna pareva
che valesse o facesse profitto: anzi, o che natura del malore nol patisse o che
la ignoranza de' medicanti (de' quali, oltre al numero degli scienziati,
così di femine come d'uomini senza avere alcuna dottrina di medicina
avuta giammai, era il numero divenuto grandissimo) non conoscesse da che si
movesse e per consequente debito argomento non vi prendesse, non solamente
pochi ne guarivano, anzi quasi tutti infra 'l terzo giorno dalla apparizione
de' sopra detti segni, chi più tosto e chi meno e i più senza
alcuna febbre o altro accidente, morivano.
E fu questa pestilenza di
maggior forza per ciò che essa dagli infermi di quella per lo comunicare
insieme s'avventava a' sani, non altramenti che faccia il fuoco alle cose
secche o unte quando molto gli sono avvicinate. E più avanti ancora ebbe
di male: ché non solamente il parlare e l'usare cogli infermi dava a' sani
infermità o cagione di comune morte, ma ancora il toccare i panni o
qualunque altra cosa da quegli infermi stata tocca o adoperata pareva seco
quella cotale infermità nel toccator transportare.
Maravigliosa cosa è
da udire quello che io debbo dire: il che, se dagli occhi di molti e da' miei
non fosse stato veduto, appena che io ardissi di crederlo, non che di
scriverlo, quantunque da fededegna udito l'avessi. Dico che di tanta efficacia
fu la qualità della pestilenzia narrata nello appiccarsi da uno a altro,
che non solamente l'uomo all'uomo, ma questo, che è molto più,
assai volte visibilmente fece, cioè che la cosa dell'uomo infermo stato,
o morto di tale infermità, tocca da un altro animale fuori della spezie
dell'uomo, non solamente della infermità il contaminasse ma quello infra
brevissimo spazio uccidesse. Di che gli occhi miei, sì come poco davanti
è detto, presero tra l'altre volte un dì così fatta
esperienza: che, essendo gli stracci d'un povero uomo da tale infermità
morto gittati nella via publica e avvenendosi a essi due porci, e quegli
secondo il lor costume prima molto col grifo e poi co' denti presigli e
scossiglisi alle guance, in piccola ora appresso, dopo alcuno avvolgimento,
come se veleno avesser preso, amenduni sopra li mal tirati stracci morti
caddero in terra.
Dalle quali cose e da assai
altre a queste simiglianti o maggiori nacquero diverse paure e immaginazioni in
quegli che rimanevano vivi, e tutti quasi a un fine tiravano assai crudele era
di schifare e di fuggire gl'infermi e le lor cose; e così faccendo, si
credeva ciascuno medesimo salute acquistare.
E erano alcuni, li quali
avvisavano che il viver moderatamente e il guardarsi da ogni superfluità
avesse molto a così fatto accidente resistere; e fatta brigata, da ogni
altro separati viveano, e in quelle case ricogliendosi e racchiudendosi, dove
niuno infermo fosse e da viver meglio, dilicatissimi cibi e ottimi vini temperatissimamente
usando e ogni lussuria fuggendo, senza lasciarsi parlare a alcuno o volere di
fuori di morte o d'infermi alcuna novella sentire, con suoni e con quegli
piaceri che aver poteano si dimovano. Altri, in contraria oppinion tratti,
affermavano il bere assai e il godere e l'andar cantando attorno e sollazzando
e il sodisfare d'ogni cosa all'appetito che si potesse e di ciò che
avveniva ridersi e beffarsi esser medicina certissima a tanto male; e
così come il dicevano mettevano in opera a lor potere, il giorno e la
notte ora a quella taverna ora a quella altra andando, bevendo senza modo e
senza misura, e molto più ciò per l'altrui case faccendo,
solamente che cose vi sentissero che lor venissero a grado o in piacere E
ciò potevan far di leggiere, per ciò che ciascun, quasi non
più viver dovesse, aveva, sì come se', le sue cose messe in
abbandono; di che le più delle case erano divenute comuni, e così
l'usava lo straniere, pure che ad esse s'avvenisse, come l'avrebbe il proprio
signore usate; e con tutto questo proponimento bestiale sempre gl'infermi
fuggivano a lor potere.
E in tanta afflizione e
miseria della nostra città era la reverenda autorità delle leggi,
così divine come umane, quasi caduta e dissoluta tutta per li ministri e
esecutori di quelle, li quali, sì come gli altri uomini, erano tutti o
morti o infermi o sì di famigli rimasi stremi, che uficio alcuno non
potean fare; per la qual cosa era a ciascun licito quanto a grado gli era
d'adoperare. Molti altri servavano, tra questi due di sopra detti, una mezzana
via, non strignendosi nelle vivande quanto i primi né nel bere e nell'altre
dissoluzioni allargandosi quanto i secondi, ma a sofficienza secondo gli
appetiti le cose usavano e senza rinchiudersi andavano a torno, portando nelle
mani chi fiori, chi erbe odorifere e chi diverse maniere di spezierie, quelle
al naso ponendosi spesso, estimando essere ottima cosa il cerebro con cotali
odori confortare, con ciò fosse cosa che l'aere tutto paresse dal puzzo
de' morti corpi e delle infermità e delle medicine compreso e
puzzolente.
Alcuni erano di più
crudel sentimento, come che per avventura più fosse sicuro, dicendo
niuna altra medicina essere contro alle pestilenze migliore né così
buona come il fuggir loro davanti; e da questo argomento mossi, non curando
d'alcuna cosa se non di se' , assai e uomini e donne abbandonarono la propia
città, le propie case, i lor luoghi e i lor parenti e le lor cose, e
cercarono l'altrui o almeno il lor contado, quasi l'ira di Dio a punire le
iniquità degli uomini con quella pestilenza non dove fossero procedesse,
ma solamente a coloro opprimere li quali dentro alle mura della lor
città si trovassero, commossa intendesse; o quasi avvisando niuna
persona in quella dover rimanere e la sua ultima ora esser venuta.
E come che questi
così variamente oppinanti non morissero tutti, non per ciò tutti
campavano: anzi, infermandone di ciascuna molti e in ogni luogo, avendo essi
stessi, quando sani erano, essemplo dato a coloro che sani rimanevano, quasi
abbandonati per tutto languieno. E lasciamo stare che l'uno cittadino l'altro
schifasse e quasi niuno vicino avesse dell'altro cura e i parenti insieme rade
volte o non mai si visitassero e di lontano: era con sì fatto spavento
questa tribulazione entrata né petti degli uomini e delle donne, che l'un
fratello l'altro abbandonava e il zio il nipote e la sorella il fratello e
spesse volte la donna il suo marito; e (che maggior cosa è e quasi non
credibile), li padri e le madri i figliuoli, quasi loro non fossero, di
visitare e di servire schifavano.
Per la qual cosa a coloro,
de' quali era la moltitudine inestimabile, e maschi e femine, che infermavano,
niuno altro sussidio rimase che o la carità degli amici (e di questi fur
pochi) o l'avarizia de' serventi, li quali da grossi salari e sconvenevoli
tratti servieno, quantunque per tutto ciò molti non fossero divenuti: e
quelli cotanti erano uomini o femine di grosso ingegno, e i più di tali
servigi non usati, li qual niuna altra cosa servieno che di porgere alcune cose
dagl'infermi addomandate o di riguardare quando morieno; e, servendo in tal
servigio, se molte volte col guadagno perdeano.
E da questo essere
abbandonati gli infermi da' vicini, da' parenti e dagli amici e avere
scarsità di serventi, discorse uno uso quasi davanti mai non udito: che
niuna, quantunque leggiadra o bella o gentil donna fosse, infermando, non
curava d'avere a' suoi servigi uomo, egli si fosse o giovane o altro, e a lui
senza alcuna vergogna ogni parte del corpo aprire non altrimenti che a una
femina avrebbe fatto, solo che la necessità della sua infermità
il richiedesse; il che, in quelle che ne guerirono, fu forse di minore
onestà, nel tempo che succedette, cagione. E oltre a questo ne seguio la
morte di molti che per avventura, se stati fossero atati , campati sarieno; di
che, tra per lo difetto degli opportuni servigi, li quali gl'infermi aver non
poteano, e per la forza della pestilenza, era tanta nella città la
moltitudine che di dì e di notte morieno, che uno stupore era a udir
dire, non che a riguardarlo. Per che, quasi di necessità, cose contrarie
a' primi costumi de' cittadini nacquero tra quali rimanean vivi.
Era usanza (sì come
ancora oggi veggiamo usare) che le donne parenti e vicine nella casa del morto
si ragunavano e quivi con quelle che più gli appartenevano piagnevano; e
d'altra parte dinanzi alla casa del morto co' suoi prossimi si ragunavano i
suoi vicini e altri cittadini assai, e secondo la qualità del morto vi
veniva il chericato; ed egli sopra gli omeri se' suoi pari, con funeral pompa
di cera e di canti, alla chiesa da lui prima eletta anzi la morte n'era
portato. Le quali cose, poi che a montar cominciò la ferocità
della pestilenza tutto o in maggior parte quasi cessarono e altre nuove in lor
luogo ne sopravennero. Per ciò che, non solamente senza aver molte donne
da torno morivan le genti, ma assai n'erano di quelli che di questa vita senza
testimonio trapassavano; e pochissimi erano coloro a' quali i pietosi pianti e
l'amare lagrime de' suoi congiunti fossero concedute, anzi in luogo di quelle
s'usavano per li più risa e motti e festeggiar compagnevole; la quale
usanza le donne, in gran parte proposta la donnesca pietà per la salute
di loro, avevano ottimamente appresa. Ed erano radi coloro, i corpi de' quali
fosser più che da un diece o dodici de' suoi vicini alla chiesa
acompagnati; li quali non gli orrevoli e cari cittadini sopra gli omeri
portavano, ma una maniera di beccamorti sopravenuti di minuta gente, che
chiamar si facevan becchini, la quale questi servigi prezzolata faceva, sottentravano
alla bara; e quella con frettolosi passi, non a quella chiesa che esso aveva
anzi la morte disposto ma alla più vicina le più volte il
portavano, dietro a quattro o a sei cherici con poco lume e tal fiata senza
alcuno; li quali con l'aiuto de' detti becchini, senza faticarsi in troppo
lungo uficio o solenne, in qualunque sepoltura disoccupata trovavano più
tosto il mettevano.
Della minuta gente, e forse
in gran parte della mezzana, era il ragguardamento di molto maggior miseria
pieno; per ciò che essi, il più o da speranza o da povertà
ritenuti nelle lor case, nelle lor vicinanze standosi, a migliaia per giorno
infermavano; e non essendo né serviti né atati d'alcuna cosa, quasi senza
alcuna redenzione, tutti morivano. E assai n'erano che nella strada pubblica o
di dì o di notte finivano, e molti, ancora che nelle case finissero,
prima col puzzo de lor corpi corrotti che altramenti facevano a' vicini sentire
se' esser morti; e di questi e degli altri che per tutto morivano, tutto pieno.
Era il più da' vicini
una medesima maniera servata, mossi non meno da tema che la corruzione de'
morti non gli offendesse, che da carità la quale avessero a' trapassati.
Essi, e per se' medesimi e con l'aiuto d'alcuni portatori, quando aver ne
potevano, traevano dalle lor case li corpi de' già passati, e quegli
davanti alli loro usci ponevano, dove, la mattina spezialmente, n'avrebbe
potuti veder senza numero chi fosse attorno andato: e quindi fatte venir bare,
(e tali furono, che, per difetto di quelle, sopra alcuna tavole) ne portavano.
Né fu una bara sola quella
che due o tre ne portò insiememente, né avvenne pure una volta, ma se ne
sarieno assai potute annoverare di quelle che la moglie e 'l marito, di due o
tre fratelli, o il padre e il figliuolo, o così fattamente ne
contenieno. E infinite volte avvenne che, andando due preti con una croce per
alcuno, si misero tre o quatro bare, dà portatori portate, di dietro a
quella: e, dove un morto credevano avere i preti a sepellire, n'avevano sei o
otto e tal fiata più. Né erano per ciò questi da alcuna lagrima o
lume o compagnia onorati; anzi era la cosa pervenuta a tanto, che non
altramenti si curava degli uomini che morivano, che ora si curerebbe di capre;
per che assai manifestamente apparve che quello che il naturale corso delle
cose non avea potuto con piccoli e radi danni a' savi mostrare doversi con
pazienza passare, la grandezza de'mali eziandio i semplici far di ciò
scorti e non curanti.
Alla gran moltitudine
de'corpi mostrata, che a ogni chiesa ogni dì e quasi ogn'ora concorreva
portata, non bastando la terra sacra alle sepolture, e massimamente volendo
dare a ciascun luogo proprio secondo l'antico costume, si facevano per gli
cimiterii delle chiese, poi che ogni parte era piena, fosse grandissime nelle quali
a centinaia si mettevano i sopravegnenti: e in quelle stivati, come si mettono
le mercatantie nelle navi a suolo a suolo, con poca terra si ricoprieno infino
a tanto che la fossa al sommo si pervenia.
E acciò che dietro a
ogni particularità le nostre passate miserie per la città
avvenute più ricercando non vada, dico che, così inimico tempo
correndo per quella, non per ciò meno d' alcuna cosa risparmiò il
circustante contado, nel quale, (lasciando star le castella, che erano nella
loro piccolezza alla città) per le sparte ville e per li campi i
lavoratori miseri e poveri e le loro famiglie, senza alcuna fatica di medico o
aiuto di servidore, per le vie e per li loro colti e per le case, di dì
e di notte indifferentemente, non come uomini ma quasi come bestie morieno. Per
la qual cosa essi, così nelli loro costumi come i cittadini divenuti
lascivi, di niuna lor cosa o faccenda curavano; anzi tutti, quasi quel giorno
nel quale si vedevano esser venuti la morte aspettassero, non d'aiutare i
futuri frutti delle bestie e delle terre e delle loro passate fatiche, ma di
consumare quegli che si trovavano presenti si sforzavano con ogni ingegno. Per
che adivenne i buoi, gli asini, le pecore, le capre, i porci, i polli e i cani
medesimi fedelissimi agli uomini, fuori delle proprie case cacciati, per li
campi (dove ancora le biade abbandonate erano, senza essere, non che raccolte
ma pur segate) come meglio piaceva loro se n'andavano. E molti, quasi come
razionali , poi che pasciuti erano bene il giorno, la notte alle lor case senza
alcuno correggimento di pastore si tornavano satolli.
Che più si
può dire (lasciando stare il contado e alla città ritornando) se
non che tanta e tal fu la crudeltà del cielo, e forse in parte quella
degli uomini, che infra 'l marzo e il prossimo luglio vegnente, tra per la
forza della pestifera infermità e per l'esser molti infermi mal serviti
o abbandonati né lor bisogni per la paura ch'aveono i sani, oltre a centomilia
creature umane si crede per certo dentro alle mura della città di Firenze
essere stati di vita tolti, che forse, anzi l'accidente mortifero, non si saria
estimato tanti avervene dentro avuti? 0 quanti gran palagi, quante belle case,
quanti nobili abituri per adietro di famiglie pieni, di signori e di donne,
infino al menomo fante rimaser voti! O quante memorabili schiatte, quante
ampissime eredità, quante famose ricchezze si videro senza successor
debito rimanere! Quanti valorosi uomini, quante belle donne, quanti leggiadri
giovani, li quali non che altri, ma Galieno, Ipocrate o Esculapio avrieno
giudicati sanissimi, la mattina desinarono co' lor parenti, compagni e amici,
che poi la sera vegnente appresso nell'altro mondo cenaron con li lor passati!
A me medesimo incresce
andarmi tanto tra tante miserie ravolgendol: per che, volendo omai lasciare
star quella parte di quelle che io acconciamente posso schifare, dico che,
stando in questi termini la nostra città, d'abitatori quasi vota,
addivenne, sì come io poi da persona degna di fede sentii, che nella
venerabile chiesa di Santa Maria Novella, un martedì mattina, non
essendovi quasi alcuna altra persona, uditi li divini ufici in abito lugubre
quale a sì fatta stagione si richiedea, si ritrovarono sette giovani
donne tutte l'una all'altra o per amistà o per vicinanza o per parentado
congiunte, delle quali niuna il venti e ottesimo anno passato avea né era minor
di diciotto, savia ciascuna e di sangue nobile e bella di forma e ornata di
costumi e di leggiadra onestà. Li nomi delle quali io in propria forma
racconterei, se giusta cagione da dirlo non mi togliesse, la quale è
questa: che io non voglio che per le raccontate cose da loro, che seguono, e
per l'ascoltare nel tempo avvenire alcuna di loro possa prender vergogna,
essendo oggi alquanto ristrette le leggi al piacere che allora, per le cagioni
di sopra mostrate, erano non che alla loro età ma a troppo più
matura larghissime; né ancora dar materia agl'invidiosi, presti a
mordere"' ogni laudevole vita, di diminuire in niuno atto l'onestà
delle valorose donne con isconci parlari. E però, acciò che
quello che ciascuna dicesse senza confusione si possa comprendere appresso, per
nomi alle qualità di ciascuna convenienti o in tutto o in parte intendo
di nominarle: delle quali la prima, e quella che di più età era,
Pampinea chiameremo e al seconda Fiammetta, Filomena la terza e la quarta
Emilia, e appresso Lauretta diremo alla quinta e alla sesta Neifile, e l'ultima
Elissa non senza cagion nomeremo.
Le quali, non già da
alcuno proponimento tirate ma per caso in una delle parti della chiesa
adunatesi, quasi in cerchio a seder postesi, dopo più sospiri lasciato
stare il dir de' paternostri, seco delle qualità del tempo molte e varie
cose cominciarono a ragionare.
E dopo alcuno spazio,
tacendo l'altre, così Pampinea cominciò a parlare: - Donne mie
care, voi potete, così come io, molte volte avere udito che a niuna
persona fa ingiuria chi onestamente usa la sua ragione. Natural ragione
è, di ciascuno che ci nasce, la sua vita quanto può aiutare e
conservare e difendere: e concedesi questo tanto, che alcuna volta è
già addivenuto che, per guardar quella, senza colpa alcuna si sono
uccisi degli uomini. E se questo concedono le leggi, nelle sollecitudini delle
quali è il ben vivere d'ogni mortale, quanto maggiormente, senza offesa
d'alcuno, è a noi e a qualunque altro onesto alla conservazione della
nostra vita prendere quegli rimedii che noi possiamo? Ognora che io vengo ben
raguardando alli nostri modi di questa mattina e ancora di più a quegli
di più altre passate e pensando chenti e quali li nostri ragionamenti
sieno, io comprendo, e voi similemente il potete prendere, ciascuna di noi di
se medesima dubitare: né di ciò mi maraviglio niente, ma maravigliomi
forte, avvedendomi ciascuna di noi aver sentimento di donna, non prendersi per
voi a quello di che ciascuna di voi meritamente teme alcun compenso . Noi
dimoriamo qui, al parer mio, non altramente che se essere volessimo o dovessimo
testimonie di quanti corpi morti ci sieno alla sepoltura recati o d'ascoltare
se i frati di qua entro, de' quali il numero è quasi venuto al niente,
alle debite ore cantino i loro ufici, o a dimostrare a qualunque ci apparisce,
né nostri abiti, la qualità e la quantità delle nostre miserie.
E, se di quinci usciamo, o veggiamo corpi morti o infermi trasportarsi dattorno,
o veggiamo coloro li quali per li loro difetti l'autorità delle publiche
leggi già condannò ad essilio, quasi quelle schernendo, per
ciò che sentono gli essecutori di quelle o morti o malati, con
dispiacevoli impeti per la terra discorrere, o la feccia della nostra
città, del nostro sangue riscaldata, chiamarsi becchini e in strazio di
noi andar cavalcando e discorrendo per tutto, con disoneste canzoni
rimproverandoci i nostri danni. Né altra cosa alcuna ci udiamo, se non: - I
cotali son morti - , e - Gli altrettali sono per morire -; e, se ci fosse chi
fargli, per tutto dolorosi pianti udiremmo.
E, se alle nostre case
torniamo, non so se a voi così come a me adiviene: io, di molta
famiglia, niuna altra persona in quella se non la mia fante trovando, impaurisco
e quasi tutti i capelli addosso mi sento arricciare; e parmi, dovunque io vado
o dimoro per quella, l'ombre di coloro che sono trapassati vedere, e non con
quegli visi che io soleva, ma con una vista orribile, non so donde il loro
nuovamente venuta, spaventarmi.
Per le quali cose, e qui e
fuori di qui e in casa mi sembra star male; e tanto più ancora quanto
egli mi pare che niuna persona, la quale abbia alcun polso e dove possa andare,
come noi abbiamo, ci sia rimasa altri che noi. E ho sentito e veduto più
volte, ( se pure alcuni ce ne sono) quegli cotali, senza fare distinzione
alcuna dalle cose oneste a quelle che oneste non sono, solo che l'appetito le
cheggia, e soli e accompagnati, e di dì e di notte, quelle fare che
più di diletto lor porgono. E non che le solite persone, ma ancora le
racchiuse ne' monisteri, faccendosi a credere che quello a lor si convenga e
non si disdica che all'altre, rotte della obedienza le leggi, datesi a' diletti
carnali, in tal guisa avvisando scampare, son divenute lascive e dissolute.
E se così è
(che essere manifestamente si vede) che faccian noi qui? che attendiamo? che
sognamo? perché più pigre e lente alla nostra salute, che tutto il
rimanente de' cittadini, siamo? reputianci noi men care che tutte l'altre? o crediam
la nostra vita con più forti catene esser legata al nostro corpo che
quella degli altri sia, e così di niuna cosa curar dobbiamo, la quale
abbia forza d'offenderla? Noi erriamo, noi siamo ingannate; che
bestialità è la nostra se così crediamo; quante volte noi
ci vorrem ricordare chenti e quali sieno stati i giovani e le donne vinte da
questa crudel pestilenza, noi ne vedremo apertissimo argomento.
E perciò,
acciò che noi per ischifaltà o per traccuttaggine non cadessimo
in quello, di che noi per avventura per alcuna maniera, volendo, potremmo
scampare ( non so se a voi quello se ne parrà che a me ne parrebbe), io
giudicherei ottimamente fatto che noi, sì come noi siamo, sì come
molti innanzi a noi hanno fatto e fanno, di questa terra uscissimo; e, fuggendo
come la morte i disonesti essempli degli altri, onestamente a' nostri luoghi in
contado, de' quali a ciascuna di noi è gran copia, ce ne andassimo a
stare; e quivi quella festa, quella allegrezza, quello piacere che noi
potessimo, senza trapassare in alcuno atto il segno della ragione, prendessimo.
Quivi s'odono gli
uccelletti cantare, veggionvisi verdeggiare i colli e le pianure, e i campi
pieni di biade non altramenti ondeggiare che il mare, e d'alberi ben mille
maniere, e il cielo più apertamente, il quale, ancora che crucciato ne
sia, non per ciò le sue bellezze eterne ne nega, le quali molto
più belle sono a riguardare che le mura vote della nostra città.
Ed evvi oltre a questo l'aere assai più fresco, e di quelle cose che
alla vita bisognano in questi tempi v'è la copia maggiore, e minore il
numero delle noie. Per ciò che, quantunque quivi così muoiano i
lavoratori come qui fanno i cittadini, v'è tanto minore il dispiacere
quanto vi sono, più che nella città, rade le case e gli abitanti.
E qui d'altra parte, se io ben veggio, noi non abbandoniam persona, anzi ne
possiamo con verità dire molto più tosto abbandonate; per
ciò che i nostri, o morendo o da morte fuggendo, quasi non fossimo loro,
sole in tanta afflizione n'hanno lasciate.
Niuna riprensione adunque
può cadere in cotal consiglio seguire; dolore e noia e forse morte, non
seguendolo, potrebbe avvenire. E per ciò, quando vi paia, prendendo le
nostre fanti e con le cose oportune faccendoci seguitare, oggi in questo luogo
e domane in quello quella alle grezza e festa prendendo che questo tempo
può porgere, credo che sia ben fatto a dover fare; e tanto dimorare in
tal guisa, che noi veggiamo (se prima da morte non siam sopragiunte ) che fine
il cielo riserbi a queste cose. E ricordivi che egli non si disdice più
a noi l'onesta mente andare, che faccia a gran parte dell'altre lo star
disonestamente.
L'altre donne, udita
Pampinea, non solamente il suo consiglio lodarono, ma disiderose di seguitarlo
avevan già più particularmente tra se' cominciato a trattar del
modo, quasi, quindi levandosi da sedere, a mano a mano dovessero entrare in
cammino. Ma Filomena, la quale discretissima era, disse: - Donne, quantunque
ciò che ragiona Pampinea sia ottimamente detto, non è per
ciò così da correre a farlo, come mostra che voi vogliate fare.
Ricordivi che noi siamo tutte femine, e non ce n'ha niuna sì fanciulla,
che non possa ben conoscere come le femine sien ragionate insieme e senza la
provedenza d'alcuno uomo si sappiano regolare. Noi siamo mobili, riottose, sospettose,
pusillanime e paurose; per le quali cose io dubito forte, se noi alcuna altra
guida non prendiamo che la nostra, che questa compagnia non si dissolva troppo
più tosto, e con meno onor di noi, che non ci bisognerebbe; e per
ciò è buono a provederci avanti che cominciamo.
Disse allora Elissa:
- Veramente gli uomini sono
delle femine capo e senza l'ordine loro rare volte riesce alcuna nostra opera a
laudevole fine; ma come possiam noi aver questi uomini? Ciascuna di noi sa che
de' suoi son la maggior parte morti, e gli altri che vivi rimasi sono, chi qua
e chi là in diverse brigate, senza saper noi dove, vanno fuggendo quello
che noi cerchiamo di fuggire; e il prender gli strani non saria convenevole;
per che, se alla nostra salute, vogliamo andar dietro, trovare si convien modo
di sì fattamente ordinarci che, dove per diletto e per riposo andiamo,
noia e scandalo non ne segua.
Mentre tralle donne erano
così fatti ragionamenti, e ecco entrar nella chiesa tre giovani non per
ciò tanto che meno di venticinque anni fosse l'età di colui che
più giovane era di loro; ne quali né perversità di tempo né
perdita d'amici o di parenti né paura di se medesimi avea potuto amor, non che
spegnere, ma raffreddare. De' quali, l'uno era chiamato Panfilo, e Filostrato
il secondo, e l'ultimo Dioneo, assai piacevole e costumato ciascuno; e andavano
cercando per loro somma consolazione, in tanta turbazione di cose, di vedere le
loro donne, le quali per ventura tutte e tre erano tra le predette sette, come
che dell'altre alcune ne fossero congiunte parenti d'alcuni di loro. Né prima
esse agli occhi corsero di costoro, che costoro furono da esse veduti; per che
Pampinea allor cominciò sorridendo:
- Ecco che la fortuna a'
nostri cominciamenti è favorevole, e hacci davanti posti discreti
giovani e valorosi, li quali volentieri e guida e servidor ne saranno, se di
prendergli a questo uficio non schiferemo.
Neifile allora, tutta nel
viso divenuta per vergogna vermiglia, per ciò che l'una era di quelle
che dall'un de giovani era amata, disse:
- Pampinea, per Dio, guarda
ciò che tu dichi; io conosco assai apertamente niuna altra cosa che
tutta buona dir potersi di qualunque s'è l'uno di costoro, e credogli a
troppo maggior cosa che questa non è sofficienti; e similmente avviso
loro buona compagnia e onesta dover tenere non che a noi, ma a molto più
belle e più care che noi non siamo. Ma, per ciò che assai
manifesta cosa è loro essere d'alcune che qui ne sono innamorati, temo
che infamia e riprensione, senza nostra colpa o di loro, non ce ne segua se gli
meniamo.
Disse allora Filomena:
- Questo non monta niente:
là dove io onestamente viva né mi rimorda d'alcuna cosa la coscienza,
parli chi vuole in contrario; Iddio e la verità l'arme per me
prenderanno. Ora, fossero essi pur già disposti a venire, ché veramente,
come Pampinea disse, potremmo dire la fortuna essere alla nostra andata
favoreggiante.
L'altre, udendo costei
così fattamente parlare, non solamente si tacquero ma con consentimento
concorde tutte dissero che essi fosser chiamati e loro si dicesse la loro
intenzione e pregassersi che dovesse loro piacere in così fatta andata
lor tener compagnia. Per che senza più parole Pampinea, levatasi in
piè, la quale a alcun di loro per consanguinità era congiunta,
verso loro, che fermi stavano a riguardarle, si fece e, con lieto viso
salutatigli, loro la lor disposizione fe' manifesta, e pregogli per parte di
tutte che con puro e fratellevole animo a tener loro compagnia si dovessero
disporre. I giovani si credettero primieramente essere beffati; ma, poi che
videro che da dovero parlava la donna, rispuosero lietamente se' essere
apparecchiati; e senza dare alcuno indugio all'opera, anzi che quindi si
partissono, diedono ordine a ciò che a fare avessono in sul partire. E
ordinatamente fatta ogni cosa opportuna apparecchiare, e prima mandato
là dove intendevan d'andare, la seguente mattina, cioè il
mercoledì, in su lo schiarir del giorno, le donne con alquante delle lor
fanti e i tre giovani con tre lor famigliari, usciti della città, si
misero in via; né oltre a due piccole miglia si dilungarono da essa, che essi
pervennero al luogo da loro primieramente ordinato. Era il detto luogo sopra
una piccola montagnetta, da ogni parte lontano alquanto alle nostre strade, di
varii albuscelli e piante tutte di verdi fronde ripiene piacevoli a riguardare;
in sul colmo della quale era un palagio con bello e gran cortile nel mezzo, e
con logge e con sale e con camere, tutte ciascuna verso di se' bellissima e di
liete dipinture raguardevole e ornata, con pratelli da torno e con giardini
maravigliosi e con pozzi d'acque freschissime e con volte piene di preziosi
vini: cose più atte a curiosi bevitori che a sobrie e oneste donne. Il
quale tutto spazzato, e nelle camere i letti fatti, e ogni cosa di fiori, quali
nella stagione si potevano avere, piena e di giunchi giuncata, la vegnente
brigata trovò con suo non poco piacere.
E postisi nella prirna
giunta a sedere, disse Dioneo, il quale oltre a ogni altro era piacevole
giovane e pieno di motti:- Donne, il vostro senno, più che il nostro
avvedimento ci ha qui guidati. Io non so quello che de' vostri pensieri voi
v'intendete di fare; li miei lasciai io dentro dalla porta della città
allora che io con voi poco fa me ne uscì fuori; e per ciò, o voi
a sollazzare e a ridere e a cantare con meco insieme vi disponete (tanto, dico,
quanto alla vostra dignità s'appartiene), o voi mi licenziate che io per
li miei pensieri mi ritorni e steami nella città tribolata.-
A cui Pampinea, non d'altra
maniera che se similmente tutti i suoi avesse da se' cacciati, lieta rispose:
- Dioneo, ottimamente
parli: festevolmente viver si vuole, né altra cagione dalle tristizie ci ha
fatto fuggire. Ma, per ciò che le cose che sono senza modo non possono
lungamente durare, io, che cominciatrice fui de' ragionamenti da' quali questa
così bella compagnia è stata fatta pensando al continuare della
nostra letizia, estimo che di necessità sia convenire esser tra noi
alcuno principale, il quale noi e onoriamo e ubbidiamo come maggiore, nel quale
ogni pensiero stea di doverci a lietamente viver disporre. E acciò che
ciascun pruovi il peso della sollecitudine insieme col piacere della
maggioranza, e per conseguente, d'una parte e d'altra tratto, non possa, chi
nol pruova, invidia avere alcuna, dico che a ciascun per un giorno
s'attribuisca e '1 peso e l'onore; e chi il primo di noi esser debba nella
elezion di noi tutti sia; di quelli che seguiranno, come l'ora del vespro
s'avvicinerà, quegli o quella che a colui o a colei piacerà, che
quel giorno avrà avuta la signoria; e questo cotale, secondo il suo
arbitrio, del tempo che la sua signoria dee bastare, del luogo e del modo nel
quale a vivere abbiamo ordini e disponga.
Queste parole sommamente
piacquero e ad una voce lei per reina del primo giorno elessero; e Filomena,
corsa prestamente ad uno alloro, per ciò che assai volte aveva udito
ragionare di quanto onore le frondi di quello eran degne e quanto degno d'onore
facevano chi n'era meritamente incoronato, di quello alcuni rami colti, ne le
fece una ghirlanda onorevole e apparente, la quale messale sopra la testa, fu
poi mentre durò la lor compagnia manifesto segno a ciascuno altro della
real signoria e maggioranza.
Pampinea, fatta reina,
comandò che ogni uom tacesse, avendo già fatti i famigliari de'
tre giovani e le loro fanti, che eran quattro, davanti chiamarsi, e tacendo
ciascun, disse:
- Acciò che io prima
essemplo dea a tutte voi, per lo quale, di bene in meglio procedendo, la nostra
compagnia con ordine e con piacere e senza alcuna vergogna viva e duri quanto a
grado ne fia, io primieramente costituisco Parmeno, famigliar di Dioneo, mio
siniscalco, e a lui la cura e la sollecitudine di tutta la nostra famiglia
commetto e ciò che al servigio della sala appartiene. Sirisco, famigliar
di Panfilo, voglio che di noi sia spenditore e tesoriere e di Parmeno seguiti i
comandamenti. Tindaro al servigio di Filostrato e degli altri due attenda nelle
camere loro, qualora gli altri, intorno a' loro ufici impediti, attendere non
vi potessero. Misia mia fante, e Licisca, di Filomena, nella cucina saranno
continue e quelle vivande diligentemente apparecchieranno che per Parmeno loro
saranno imposte. Chimera, di Lauretta, e Stratilia, di Fiammetta, al governo
delle camere delle donne intente vogliamo che stieno e alla nettezza de' luoghi
dove staremo; e ciascuno generalmente, per quanto egli avrà cara la
nostra grazia, vogliamo e comandiamo che si guardi, dove che egli vada, onde
che egli torni, che egli oda o vegga, niuna novella, altro che lieta, ci rechi
di fuori.
E questi ordini
sommariamente dati, li quali da tutti commendati furono, lieta drizzata in
piè disse:
- Qui sono giardini, qui
sono pratelli, qui altri luoghi dilettevoli assai, per li quali ciascuno a suo
piacer sollazzando si vada, e come terza suona, ciascun qui sia, acciò
che per lo fresco si mangi.
Licenziata adunque dalla
nuova reina la lieta brigata, li giovani insieme colle belle donne, ragionando
dilettevoli cose, con lento passo si misono per uno giardino, belle ghirlande
di varie frondi faccendosi e amorosamente cantando.
E poi che in quello tanto
fur dimorati quanto di spazio dalla reina avuto aveano, a casa tornati,
trovarono Parmeno studiosamente aver dato principio al suo uficio, per
ciò che, entrati in sala terrena, quivi le tavole messe videro con
tovaglie bianchissime e con bicchieri che d'ariento parevano, e ogni cosa di
fiori di ginestra coperta; per che, data l'acqua alle mani, come piacque alla
reina, secondo il giudicio di Parmeno tutti andarono a sedere.
Le vivande dilicatamente
fatte vennero e finissimi vini fur presti; e senza più chetamente li tre
famigliari servirono le tavole. Dalle quali cose, per ciò che belle e
ordinate erano rallegrato ciascuno, con piacevoli motti e con festa mangiarono.
E levate le tavole (con ciò fosse cosa che tutte le donne carolar
sapessero e similmente i giovani e parte di loro ottima mente e sonare e
cantare), comandò la reina che gli strumenti venissero; e per
comandamento di lei Dioneo preso un liuto e la Fiammetta una viuola,
cominciarono soavemente una danza a sonare. Per che la reina coll'altre donne,
insieme co' due giovani presa una carola, con lento passo, mandati i famigliari
a mangiare, a carolar cominciarono; e quella finita, canzoni vaghette e liete
cominciarono a cantare.
E in questa maniera stettero
tanto che tempo parve alla reina d'andare a dormire: per che, data a tutti la
licenzia, li tre giovani alle lor camere, da quelle delle donne separate, se
n'andarono, le quali co' letti ben fatti e così di fiori piene come la
sala trovarono, e simigliantemente le donne le loro; per che, spogliatesi,
s'andarono a riposare.
Non era di molto spazio
sonata nona, che la reina, levatasi, tutte l'altre fece levare, e similmente i
giovani, affermando esser nocivo il troppo dormire di giorno; e così se
n'andarono in uno pratello, nel quale l'erba era verde e grande né vi poteva
d'alcuna parte il sole; e quivi sentendo un soave venticello venire, sì
come volle la lor reina, tutti sopra la verde erba si puosero in cerchio a
sedere, a' quali ella disse così:
- Come voi vedete, il sole
è alto e il caldo è grande, né altro s'ode che le cicale su per
gli ulivi; per che l'andare al presente in alcun luogo sarebbe senza dubbio
sciocchezza. Qui è bello e fresco stare, e hacci, come voi vedete, e
tavolieri e scacchieri, e puote ciascuno, secondo che all'animo gli è
più di piacere, diletto pigliare. Ma se in questo il mio parer si
seguisse, non giucando, nel quale l'animo dell'una delle parti convien che si
turbi senza troppo piacere dell'altra o di chi sta a vedere, ma novellando (il
che può porgere, dicendo uno, a tutta la compagnia che ascolta diletto)
questa calda parte del giorno trapasseremo. Voi non avrete compiuta ciascuno di
dire una sua novelletta, che il sole fia declinato e il caldo mancato, e
potremo dove più a grado vi fia andare prendendo diletto; e per
ciò, quando questo che io dico vi piaccia (ché disposta sono in
ciò di seguire il piacer vostro), faccianlo; e dove non vi piacesse,
ciascuno infino all'ora del vespro quello faccia che più gli piace. Le
donne parimente e gli uomini tutti lodarono il novellare.
- Adunque, disse la reina,
se questo vi piace, per questa Giornata prima voglio che libero sia a ciascuno
di quella materia ragionare che più gli sarà a grado.
E rivolta a Panfilo, il
quale alla sua destra sedea, piacevolmente gli disse che con una delle sue
novelle all'altre desse principio. Laonde Panfilo, udito il comandamento,
prestamente, essendo da tutti ascoltato, cominciò così.
Giornata prima - Novella
prima
Ser Cepperello con una
falsa confessione inganna uno santo frate, e muorsi; ed essendo stato un
pessimo uomo in vita, è morto reputato per santo e chiamato san
Ciappelletto.
Convenevole cosa è,
carissime donne, che ciascheduna cosa la quale l'uomo fa, dallo ammirabile e
santo nome di Colui il quale di tutte fu facitore le dea principio. Per che,
dovendo io al nostro novellare, sì come primo, dare cominciamento,
intendo da una delle sue maravigliose cose incominciare, acciò che,
quella udita, la nostra speranza in lui, sì come in cosa impermutabile,
si fermi e sempre sia da noi il suo nome lodato.
Manifesta cosa è
che, sì come le cose temporali tutte sono transitorie e mortali,
così in se' e fuor di se' essere piene di noia e d'angoscia e di fatica
e ad infiniti pericoli soggiacere; alle quali senza niuno fallo né potremmo
noi, che viviamo mescolati in esse e che siamo parte d'esse, durare né
ripararci, se spezial grazia di Dio forza e avvedimento non ci prestasse. La
quale a noi e in noi non è da credere che per alcuno nostro merito discenda,
ma dalla sua propia benignità mossa e da prieghi di coloro impetrata
che, sì come noi siamo, furon mortali, e bene i suoi piaceri mentre
furono in vita seguendo, ora con lui etterni sono divenuti e beati; alli quali
noi medesimi, sì come a procuratori informati per esperienza della
nostra fragilità, forse non audaci di porgere i prieghi nostri nel
cospetto di tanto giudice, delle cose le quali a noi reputiamo opportune gli
porgiamo.
E ancora più in
questo lui verso noi di pietosa liberalità pieno discerniamo, che, non
potendo l'acume dell'occhio mortale nel segreto della divina mente trapassare
in alcun modo, avvien forse tal volta che, da oppinione ingannati, tale dinanzi
alla sua maestà facciamo procuratore, che da quella con etterno essilio è
scacciato; e nondimeno esso, al quale niuna cosa è occulta, più
alla purità del pregator riguardando che alla sua ignoranza o allo
essilio del pregato, così come se quegli fosse nel suo conspetto beato,
esaudisce coloro che 'l priegano. Il che manifestamente potrà apparire
nella novellala quale di raccontare intendo; manifestamente dico, non il
giudicio di Dio, ma quel degli uomini seguitando.
Ragionasi adunque che
essendo Musciatto Franzesi di ricchissimo e gran mercatante in Francia cavalier
divenuto e dovendone in Toscana venire con messer Carlo Senzaterra, fratello
del re di Francia, da papa Bonifazio addomandato e al venir promosso, sentendo
egli gli fatti suoi, sì come le più volte son quegli de'
mercatanti, molto intralciati in qua e in là e non potersi di leggiere
né subitamente stralciare, pensò quegli commettere a più persone;
e a tutti trovò modo; fuor solamente in dubbio gli rimase cui lasciar
potesse sofficiente a riscuoter suoi crediti fatti a più borgognoni.
E la cagion del dubbio era
il sentire li borgognoni uomini riottosi e di mala condizione e misleali; e a
lui non andava per la memoria chi tanto malvagio uom fosse, in cui egli potesse
alcuna fidanza avere che opporre alla loro malvagità si potesse.
E sopra questa
essaminazione pensando lungamente stato, gli venne a memoria un ser Cepperello
da Prato, il qual molto alla sua casa in Parigi si riparava. Il quale, per
ciò che piccolo di persona era e molto assettatuzzo, non sappiendo li
franceschi che si volesse dire Cepperello, credendo che cappello, cioè
ghirlanda, secondo il loro volgare, a dir venisse, per ciò che piccolo
era come dicemmo, non Ciappello, ma Ciappelletto il chiamavano; e per
Ciappelletto era conosciuto per tutto, là dove pochi per ser Cepperello
il conoscieno.
Era questo Ciappelletto di questa
vita: egli, essendo notaio, avea grandissima vergogna quando uno de' suoi
strumenti (come che pochi ne facesse) fosse altro che falso trovato; de' quali
tanti avrebbe fatti di quanti fosse stato richiesto, e quelli più
volentieri in dono che alcun altro grandemente salariato. Testimonianze false
con sommo diletto diceva, richiesto e non richiesto; e dandosi a que' tempi in
Francia a' saramenti grandissima fede, non curandosi fargli falsi, tante
quistioni malvagiamente vincea a quante a giurare di dire il vero sopra la sua
fede era chiamato. Aveva oltre modo piacere, e forte vi studiava, in commettere
tra amici e parenti e qualunque altra persona mali e inimicizie e scandali, de'
quali quanto maggiori mali vedeva seguire tanto più d'allegrezza
prendea. Invitato ad un omicidio o a qualunque altra rea cosa, senza negarlo
mai, volenterosamente v'andava; e più volte a fedire e ad uccidere
uomini colle propie mani si trovò volentieri. Bestemmiatore di Dio e de'
santi era grandissimo; e per ogni piccola cosa, sì come colui che
più che alcun altro era iracundo. A chiesa non usava giammai; e i
sacramenti di quella tutti, come vil cosa, con abominevoli parole scherniva; e
così in contrario le taverne e gli altri disonesti luoghi visitava volentieri
e usavagli.
Delle femine era
così vago come sono i cani de' bastoni; del contrario più che
alcun altro tristo uomo si dilettava. Imbolato avrebbe e rubato con quella
conscienzia che un santo uomo offerrebbe. Gulosissimo e bevitore grande, tanto
che alcuna volta sconciamente gli facea noia. Giuocatore e mettitor di malvagi
dadi era solenne. Perché mi distendo io in tante parole? Egli era il piggiore
uomo forse che mai nascesse. La cui malizia lungo tempo sostenne la potenzia e
lo stato di messer Musciatto, per cui molte volte e dalle private persone, alle
quali assai sovente faceva ingiuria, e dalla corte, a cui tuttavia la facea, fu
riguardato.
Venuto adunque questo ser
Cepperello nell'animo a messer Musciatto, il quale ottimamente la sua vita
conosceva, si pensò il detto messer Musciatto costui dovere essere tale
quale la malvagità de' borgognoni il richiedea; e perciò,
fattolsi chiamare, gli disse così:
- Ser Ciappelletto, come tu
sai, io sono per ritrarmi del tutto di qui, e avendo tra gli altri a fare co'
borgognoni, uomini pieni d'inganni, non so cui io mi possa lasciare a
riscuotere il mio da loro più convenevole di te; e perciò, con
ciò sia cosa che tu niente facci al presente, ove a questo vogli
intendere, io intendo di farti avere il favore della corte e di donarti quella
parte di ciò che tu riscoterai che convenevole sia.
Ser Ciappelletto, che
scioperato si vedea e male agitato delle cose del mondo e lui ne vedeva andare
che suo sostegno e ritegno era lungamente stato, senza niuno indugio e quasi da
necessità costretto si diliberò, e disse che volea volentieri.
Per che, convenutisi
insieme, ricevuta ser Ciappelletto la procura e le lettere favorevoli del re,
partitosi messer Musciatto, n'andò in Borgogna dove quasi niuno il
conoscea; e quivi, fuor di sua natura, benignamente e mansuetamente
cominciò a voler riscuotere e fare quello per che andato v'era, quasi si
riserbasse l'adirarsi al da sezzo.
E così faccendo,
riparandosi in casa di due fratelli fiorentini, li quali quivi ad usura
prestavano e lui per amor di messer Musciatto onoravano molto, avvenne che egli
infermò; al quale i due fratelli fecero prestamente venire medici e
fanti che il servissero e ogni cosa opportuna alla sua santà
racquistare.
Ma ogni aiuto era nullo,
per ciò che 'l buono uomo, il quale già era vecchio e
disordinatamente vivuto, secondo che i medici dicevano, andava di giorno in
giorno di male in peggio, come colui ch'aveva il male della morte; di che li
due fratelli si dolevan forte.
E un giorno, assai vicini
della camera nella quale ser Ciappelletto giaceva infermo, seco medesimi
cominciarono a ragionare:
- Che farem noi- diceva
l'uno all'altro- di costui? Noi abbiamo dei fatti suoi pessimo partito alle
mani, per ciò che il mandarlo fuori di casa nostra così infermo
ne sarebbe gran biasimo e segno manifesto di poco senno, veggendo la gente che
noi l'avessimo ricevuto prima, e poi fatto servire e medicare così
sollecitamente, e ora, senza potere egli aver fatta cosa alcuna che dispiacere
ci debba, così subitamente di casa nostra e infermo a morte vederlo
mandar fuori. D'altra parte, egli è stato sì malvagio uomo che
egli non si vorrà confessare né prendere alcuno sacramento della Chiesa;
e, morendo senza confessione, niuna chiesa vorrà il suo corpo ricevere,
anzi sarà gittato a' fossi a guisa d'un cane. E, se egli si pur
confessa, i peccati suoi son tanti e sì orribili che il simigliante
n'avverrà, per ciò che frate né prete ci sarà che 'l
voglia né possa assolvere; per che, non assoluto, anche sarà gittato a'
fossi. E se questo avviene, il popolo di questa terra, il quale sì per
lo mestier nostro, il quale loro pare iniquissimo e tutto 'l giorno ne dicon
male, e sì per la volontà che hanno di rubarci, veggendo
ciò, si leverà a romore e griderrà: - Questi lombardi
cani, li quali a chiesa non sono voluti ricevere, non ci si vogliono più
sostenere - ; e correrannoci alle case e per avventura non solamente l'avere ci
ruberanno, ma forse ci torranno oltre a ciò le persone; di che noi in
ogni guisa stiam male, se costui muore.
Ser Ciappelletto, il quale,
come dicemmo, presso giacea là dove costoro così ragionavano,
avendo l'udire sottile, sì come le più volte veggiamo avere
gl'infermi, udì ciò che costoro di lui dicevano; li quali egli si
fece chiamare, e disse loro:
- Io non voglio che voi di
niuna cosa di me dubitiate né abbiate paura di ricevere per me alcun danno. Io
ho inteso ciò che di me ragionato avete e son certissimo che così
n'avverrebbe come voi dite, dove così andasse la bisogna come avvisate;
ma ella andrà altramenti. Io ho, vivendo, tante ingiurie fatte a
Domenedio che, per farnegli io una ora in su la mia morte, né più né
meno ne farà. E per ciò procacciate di farmi venire un santo e
valente frate, il più che aver potete, se alcun ce n'è, e
lasciate fare a me, ché fermamente io acconcerò i fatti vostri e i miei
in maniera che starà bene e che dovrete esser contenti.
I due fratelli, come che
molta speranza non prendessono di questo, nondimeno se n'andarono ad una
religione di frati e domandarono alcuno santo e savio uomo che udisse la confessione
d'un lombardo che in casa loro era infermo; e fu lor dato un frate antico di
santa e di buona vita e gran maestro in Iscrittura e molto venerabile uomo, nel
quale tutti i cittadini grandissima e spezial divozione aveano, e lui menarono.
Il quale, giunto nella
camera dove ser Ciappelletto giacea e allato postoglisi a sedere, prima
benignamente il cominciò a confortare, e appresso il domandò
quanto tempo era che egli altra volta confessato si fosse. Al quale ser
Ciappelletto, che mai confessato non s'era, rispose:
- Padre mio, la mia usanza
suole essere di confessarmi ogni settimana almeno una volta, senza che assai
sono di quelle che io mi confesso più; è il vero che poi ch'io
infermai, che son presso a otto dì, io non mi confessai, tanta è
stata la noia che la infermità m'ha data.
Disse allora il frate:
- Figliuol mio, bene hai
fatto, e così si vuol fare per innanzi; e veggio che, poi sì
spesso ti confessi, poca fatica avrò d'udire o di domandare.
Disse ser Ciappelletto:
- Messer lo frate, non dite
così; io non mi confessai mai tante volte né sì spesso, che io
sempre non mi volessi confessare generalmente di tutti i miei peccati che io mi
ricordassi dal dì ch'i' nacqui infino a quello che confessato mi sono; e
per ciò vi priego, padre mio buono, che così puntualmente d'ogni
cosa mi domandiate come se mai confessato non mi fossi. E non mi riguardate
perch'io infermo sia, ché io amo molto meglio di dispiacere a queste mie carni
che, faccendo agio loro, io facessi cosa che potesse essere perdizione della anima
mia, la quale il mio Salvatore ricomperò col suo prezioso sangue.
Queste parole piacquero
molto al santo uomo e parvongli argomento di bene disposta mente; e poi che a
ser Ciappelletto ebbe molto commendato questa sua usanza, il cominciò a
domandare se egli mai in lussuria con alcuna femina peccato avesse. Al qual ser
Ciappelletto sospirando rispose:
- Padre mio, di questa
parte mi vergogno io di dirvene il vero, temendo di non peccare in vanagloria.
Al quale il santo frate
disse:
- Dì sicuramente,
ché il ver dicendo né in confessione né in altro atto si pecco' giammai.
Disse allora ser
Ciappelletto:
- Poiché voi di questo mi
fate sicuro, e io il vi dirò: io son così vergine come io
uscì del corpo della mamma mia.
- Oh benedetto sia tu da
Dio!- disse il frate- come bene hai fatto! e, faccendolo, hai tanto più
meritato, quanto, volendo, avevi più d'arbitrio di fare il contrario che
non abbiam noi e qualunque altri son quegli che sotto alcuna regola sono
costretti.
E appresso questo il
domandò se nel peccato della gola aveva a Dio dispiaciuto; al quale,
sospirando forte, ser Ciappelletto rispose del sì, e molte volte;
perciò che con ciò fosse cosa che egli, oltre a' digiuni delle
quaresime che nell'anno si fanno dalle divote persone, ogni settimana almeno tre
dì fosse uso di digiunare in pane e in acqua, con quello diletto e con
quello appetito l'acqua bevuta avea, e spezialmente quando avesse alcuna fatica
durata o adorando o andando in pellegrinaggio, che fanno i gran bevitori il
vino; e molte volte aveva disiderato d'avere cotali insalatuzze d'erbucce, come
le donne fanno quando vanno in villa; e alcuna volta gli era paruto migliore il
mangiare che non pareva a lui che dovesse parere a chi digiuna per divozione,
come digiunava egli.
Al quale il frate disse:
- Figliuol mio, questi
peccati sono naturali e sono assai leggieri; e per ciò io non voglio che
tu ne gravi più la conscienzia tua che bisogni. Ad ogni uomo addiviene,
quantunque santissimo sia, il parergli dopo lungo digiuno buono il manicare, e
dopo la fatica il bere.
- Oh! - disse ser
Ciappelletto- padre mio, non mi dite questo per confortarmi; ben sapete che io
so che le cose che al servigio di Dio si fanno, si deono fare tutte nettamente
e senza alcuna ruggine d'animo; e chiunque altri menti le fa, pecca.
Il frate contentissimo
disse:
- E io son contento che
così ti cappia nell'animo, e piacemi forte la tua pura e buona
conscienzia in ciò. Ma, dimmi: in avarizia hai tu peccato, disiderando
più che il convenevole, o tenendo quello che tu tener non dovesti?
Al quale ser Ciappelletto
disse:
- Padre mio, io non vorrei
che voi guardaste perché io sia in casa di questi usurieri: io non ci ho a far
nulla; anzi ci era venuto per dovergli ammonire e gastigare e torgli da questo
abbominevole guadagno; e credo mi sarebbe venuto fatto, se Iddio non m'avesse
così visitato. Ma voi dovete sapere che mio padre mi lasciò ricco
uomo, del cui avere, come egli fu morto, diedi la maggior parte per Dio; e poi,
per sostentare la vita mia e per potere aiutare i poveri di Cristo, ho fatte
mie picciole mercatantie, e in quelle ho desiderato di guadagnare, e sempre co'
poveri di Dio quello che ho guadagnato ho partito per mezzo, l'una metà
convertendo né miei bisogni, l'altra metà dando loro; e di ciò
m'ha sì bene il mio Creatore aiutato che io ho sempre di bene in meglio
fatti i fatti miei.
- Bene hai fatto,- disse il
frate - ma come ti se' tu spesso adirato?
- Oh!- disse ser
Ciappelletto- cotesto vi dico io bene che io ho molto spesso fatto. E chi se ne
potrebbe tenere, veggendo tutto il dì gli uomini fare le sconce cose,
non servare i comandamenti di Dio, non temere i suoi giudici? Egli sono state
assai volte il dì che io vorrei più tosto essere stato morto che
vivo, veggendo i giovani andare dietro alle vanità e vedendogli giurare
e spergiurare, andare alle taverne, non visitare le chiese e seguir più
tosto le vie del mondo che quella di Dio.
Disse allora il frate:
- Figliuol mio, cotesta
è buona ira, né io per me te ne saprei penitenzia imporre. Ma, per
alcuno caso, avrebbeti l'ira potuto inducere a fare alcuno omicidio o a dire
villania a persona o a fare alcun'altra ingiuria?
A cui ser Ciappelletto
rispose:
- Ohimè, messere, o
voi mi parete uom di Dio: come dite voi coteste parole? o s'io avessi avuto
pure un pensieruzzo di fare qualunque s'è l'una delle cose che voi dite,
credete voi che io creda che Iddio m'avesse tanto sostenuto? Coteste son cose
da farle gli scherani e i rei uomini, de' quali qualunque ora io n'ho mai
veduto alcuno, sempre ho detto: - Va che Dio ti converta -
Allora disse il frate:
- Or mi dì, figliuol
mio, che benedetto sia tu da Dio: hai tu mai testimonianza niuna falsa detta
contro alcuno o detto mal d'altrui o tolte dell'altrui cose senza piacer di
colui di cui sono?
- Mai, messere, sì,-
rispose ser Ciappelletto- che io ho detto male d'altrui; per ciò che io
ebbi già un mio vicino che, al maggior torto del mondo, non faceva altro
che battere la moglie, sì che io dissi una volta mal di lui alli parenti
della moglie, sì gran pietà mi venne di quella cattivella, la
quale egli, ogni volta che bevuto avea troppo, conciava come Dio vel dica.
Disse allora il frate:
- Or bene, tu mi di' che
se' stato mercatante: ingannasti tu mai persona così come fanno i
mercatanti?
- Gnaffe,- disse ser
Ciappelletto- messer sì; ma io non so chi egli si fu, se non che uno,
avendomi recati danari che egli mi dovea dare di panno che io gli avea venduto,
e io messogli in una mia cassa senza annoverare, ivi bene ad un mese trovai
ch'egli erano quattro piccioli più che essere non doveano; per che, non
rivedendo colui e avendogli serbati bene uno anno per rendergliele, io gli
diedi per l'amor di Dio.
Disse il frate:
- Cotesta fu piccola cosa;
e facesti bene a farne quello che ne facesti.
E, oltre a questo, il
domandò il santo frate di molte altre cose, delle quali di tutte rispose
a questo modo. E volendo egli già procedere all'assoluzione, disse ser
Ciappelletto:
- Messere, io ho ancora
alcun peccato che io non v'ho detto.
Il frate il domandò
quale; ed egli disse:
- Io mi ricordo che io feci
al fante mio un sabato dopo nona spazzare la casa, e non ebbi alla santa
domenica quella reverenza che io dovea.
- Oh!- disse il frate-
figliuol mio, cotesta è leggier cosa.
- Non,- disse ser
Ciappelletto- non dite leggier cosa, ché la domenica è troppo da
onorare, però che in così fatto dì risuscitò da
morte a vita il nostro Signore.
Disse allora il frate: - O
altro hai tu fatto?
- Messer sì,-
rispose ser Ciappelletto- ché io, non avvedendomene, sputai una volta nella
chiesa di Dio.
Il frate cominciò a
sorridere e disse:
- Figliuol mio, cotesta non
è cosa da curarsene: noi, che siamo religiosi, tutto il dì vi
sputiamo.
Disse allora ser
Ciappelletto:
- E voi fate gran villania,
per ciò che niuna cosa si convien tener netta come il santo tempio, nel
quale si rende sacrificio a Dio.
E in brieve de' così
fatti ne gli disse molti, e ultimamente cominciò a sospirare, e appresso
a piagner forte, come colui che il sapeva troppo ben fare quando volea.
Disse il santo frate:
- Figliuol mio, che hai tu?
Rispose ser Ciappelletto:
- Ohimè, messere,
ché un peccato m'è rimaso, del quale io non mi confessai mai, sì
gran vergogna ho di doverlo dire; e ogni volta ch'io me ne ricordo piango come
voi vedete, e parmi essere molto certo che Iddio mai non avrà
misericordia di me per questo peccato.
Allora il santo frate
disse:
- Va via, figliuol, che
è ciò che tu dì? Se tutti i peccati che furon mai fatti da
tutti gli uomini, o che si debbon fare da tutti gli uomini mentre che il mondo
durerà, fosser tutti in uno uom solo, ed egli ne fosse pentuto e
contrito come io veggio te, si è tanta la benignità e la
misericordia di Dio che, confessandogli egli, gliele perdonerebbe liberamente;
e per ciò dillo sicuramente.
Disse allora ser
Ciappelletto, sempre piagnendo forte:
- Ohimè, padre mio,
il mio è troppo gran peccato, e appena posso credere, se i vostri
prieghi non ci si adoperano, che egli mi debba mai da Dio esser perdonato.
A cui il frate disse:
- Dillo sicuramente, ché io
ti prometto di pregare Iddio per te.
Ser Ciappelletto pur
piagnea e nol dicea, e il frate pur il confortava a dire. Ma poi che ser
Ciappelletto piagnendo ebbe un grandissimo pezzo tenuto il frate così
sospeso, ed egli gittò un gran sospiro e disse:
- Padre mio, poscia che voi
mi promettete di pregare Iddio per me, e io il vi dirò. Sappiate che,
quando io era piccolino, io bestemmiai una volta la mamma mia- ; e così
detto ricominciò a piagnere forte.
Disse il frate:
- O figliuol mio, or parti
questo così grande peccato? Oh! gli uomini bestemmiano tutto 'l giorno
Iddio, e sì perdona egli volentieri a chi si pente d'averlo bestemmiato;
e tu non credi che egli perdoni a te questo? Non piagner, confortati, ché
fermamente, se tu fossi stato un di quegli che il posero in croce, avendo la
contrizione ch'io ti veggio, sì ti perdonerebbe egli.
Disse allora ser
Ciappelletto:
- Ohimè, padre mio,
che dite- voi? La mamma mia dolce, che mi portò in corpo nove mesi il
dì e la notte e portommi in collo più di cento volte! troppo feci
male a bestemmiarla e troppo è gran peccato; e se voi non pregate Iddio
per me, egli non mi sarà perdonato.
Veggendo il frate non
essere altro restato a dire a ser Ciappelletto, gli fece l'assoluzione e
diedegli la sua benedizione, avendolo per santissimo uomo, sì come colui
che pienamente credeva esser vero ciò che ser Ciappelletto avea detto.
E chi sarebbe colui che nol
credesse, veggendo uno uomo in caso di morte dir così? E poi, dopo tutto
questo, gli disse:
- Ser Ciappelletto,
coll'aiuto di Dio voi sarete tosto sano; ma se pure avvenisse che Iddio la
vostra benedetta e ben disposta anima chiamasse a se', piacev'egli che 'l
vostro corpo sia sepellito al nostro luogo?
Al quale ser Ciappelletto
rispose:
- Messer sì; anzi
non vorre' io essere altrove, poscia che voi mi avete promesso di pregare Iddio
per me; senza che io ho avuta sempre spezial divozione al vostro ordine. E per
ciò vi priego che, come voi al vostro luogo sarete, facciate che a me
vegna quel veracissimo corpo di Cristo, il qual voi la mattina sopra l'altare
consecrate; per ciò che (come che io degno non ne sia) io intendo colla
vostra licenzia di prenderlo, e appresso la santa e ultima unzione,
acciò che io, se vivuto son come peccatore, almeno muoia come cristiano.
Il santo uomo disse che
molto gli piacea e che egli dicea bene, e farebbe che di presente gli sarebbe
apportato; e così fu.
Li due fratelli, li quali
dubitavan forte non ser Ciappelletto gl'ingannasse, s'eran posti appresso ad un
tavolato, il quale la camera dove ser Ciappelletto giaceva divideva da
un'altra, e ascoltando leggiermente udivano e intendevano ciò che ser
Ciappelletto al frate diceva; e aveano alcuna volta sì gran voglia di
ridere, udendo le cose le quali egli confessava d'aver fatte, che quasi
scoppiavano, e fra se' talora dicevano:
- Che uomo è costui,
il quale né vecchiezza né infermità né paura di morte alla qual si vede
vicino, né ancora di Dio dinanzi al giudicio del quale di qui a picciola ora
s'aspetta di dovere essere, dalla sua malvagità l'hanno potuto
rimuovere, né far ch'egli così non voglia morire come egli è
vivuto?
Ma pur vedendo che
sì aveva detto che egli sarebbe a sepoltura ricevuto in chiesa, niente
del rimaso si curarono.
Ser Ciappelletto poco
appresso si comunico', e peggiorando senza modo, ebbe l'ultima unzione; e poco
passato vespro, quel dì stesso che la buona confessione fatta avea, si
morì. Per la qual cosa li due fratelli, ordinato di quello di lui
medesimo come egli fosse onorevolmente sepellito, e man datolo a dire al luogo
de' frati, e che essi vi venissero la sera a far la vigilia secondo l'usanza e
la mattina per lo corpo, ogni cosa a ciò opportuna disposero.
Il santo frate che confessato
l'avea, udendo che egli era trapassato, fu insieme col priore del luogo, e
fatto sonare a capitolo, alli frati ragunati in quello mostrò ser
Ciappelletto essere stato santo uomo, secondo che per la sua confessione
conceputo avea; e sperando per lui Domenedio dover molti miracoli dimostrare,
persuadette loro che con grandissima reverenzia e divozione quello corpo si
dovesse ricevere. Alla qual cosa il priore e gli altri frati creduli
s'accordarono; e la sera, andati tutti là dove il corpo di ser Ciappelletto
giaceva, sopr'esso fecero una grande e solenne vigilia; e la mattina, tutti
vestiti co' camici e co' pieviali, con libri in mano e con le croci innanzi,
cantando, andaron per questo corpo e con grandissima festa e solennità
il recarono alla lor chiesa, seguendo quasi tutto il popolo della città,
uomini e donne. E nella chiesa postolo, il santo frate che confessato l'avea,
salito in sul pergamo, di lui cominciò e della sua vita, de' suoi
digiuni, della sua virginità, della sua simplicità e innocenzia e
santità maravigliose cose a predicare, tra l'altre cose narrando quello
che ser Ciappelletto per lo suo maggior peccato piagnendo gli avea confessato,
e come esso appena gli avea potuto mettere nel capo che Iddio gliele dovesse
perdonare, da questo volgendosi a riprendere il popolo che ascoltava, dicendo:
- E voi, maledetti da Dio,
per ogni fuscello di paglia che vi si volge tra' piedi bestemmiate Iddio e la
Madre, e tutta la corte di paradiso.
E oltre a queste, molte
altre cose disse della sua lealtà e della sua purità; e in brieve
colle sue parole, alle quali era dalla gente della contrada data intera fede,
sì il mise nel capo e nella divozion di tutti coloro che v'erano che,
poi che fornito fu l'uficio, colla maggior calca del mondo da tutti fu andato a
baciargli i piedi e le mani, e tutti i panni gli furono in dosso stracciati,
tenendosi beato chi pure un poco di quegli potesse avere; e convenne che tutto
il giorno così fosse tenuto, acciò che da tutti potesse essere
veduto e visitato. Poi, la vegnente notte, in una arca di marmo sepellito fu
onorevolmente in una cappella, e a mano a mano il dì seguente vi
cominciarono le genti ad andare e ad accender lumi e ad adorarlo, e per
conseguente a botarsi e ad appiccarvi le imagini della cera secondo la promession
fatta.
E in tanto crebbe la fama
della sua santità e divozione a lui, che quasi niuno era, che in alcuna
avversità fosse, che ad altro santo che a lui si botasse, e chiamaronlo
e chiamano san Ciappelletto; e affermano molti miracoli Iddio aver mostrati per
lui e mostrare tutto giorno a chi divotamente si raccomanda a lui.
Così adunque visse e
morì ser Cepperello da Prato e santo divenne come avete udito. Il quale
negar non voglio essere possibile lui essere beato nella presenza di Dio, per
ciò che, come che la sua vita fosse scelerata e malvagia, egli
potè in su l'estremo aver sì fatta contrizione, che per avventura
Iddio ebbe misericordia di lui e nel suo regno il ricevette; ma, per ciò
che questo n'è occulto, secondo quello che ne può apparire ragiono,
e dico costui più tosto dovere essere nelle mani del diavolo in
perdizione che in paradiso. E se così è, grandissima si
può la benignità di Dio cognoscere verso noi, la quale non al
nostro errore, ma alla purità della fede riguardando, così
faccendo noi nostro mezzano un suo nemico, amico credendolo, ci esaudisce, come
se ad uno veramente santo per mezzano della sua grazia ricorressimo. E per
ciò, acciò che noi per la sua grazia nelle presenti
avversità e in questa compagnia così lieta siamo sani e salvi
servati, lodando il suo nome nel quale cominciata l'abbiamo, lui in reverenza
avendo, né nostri bisogni gli ci raccomandiamo, sicurissimi d'essere uditi.
E qui si tacque.
Giornata prima - Novella
seconda
Abraam giudeo, da Giannotto
di Civignì stimolato, va in corte di Roma; e veduta la malvagità
de' cherici, torna a Parigi e fassi cristiano.
La novella di Panfilo fu in
parte risa e tutta commendata dalle donne; la quale diligentemente ascoltata e
al suo fine essendo venuta, sedendo appresso di lui Neifile, le comandò
la reina che, una dicendone, l'ordine dello incominciato sollazzo seguisse. La
quale, sì come colei che non meno era di cortesi costumi che di bellezza
ornata, lietamente rispose che volentieri, e cominciò in questa guisa.
Mostrato n'ha Panfilo nel
suo novellare la benignità di Dio non guardare a' nostri errori, quando
da cosa che per noi veder non si possa procedano; e io nel mio intendo di
dimostrarvi quanto questa medesima benignità, sostenendo pazientemente i
difetti di coloro li quali d'essa ne deono dare e colle opere e colle parole
vera testimonianza, il contrario operando, di se' argomento d'infallibile
verità ne dimostri, acciò che quello che noi crediamo con
più fermezza d'animo seguitiamo.
Sì come io, graziose
donne, già udii ragionare, in Parigi fu un gran mercatante e buono uomo,
il quale fu chiamato Giannotto di Civignì, lealissimo e diritto e di
gran traffico d'opera di drapperia; e avea singulare amistà con uno
ricchissimo uomo giudeo, chiamato Abraam, il qual similmente mercatante era e
diritto e leale uomo assai. La cui dirittura e la cui lealtà veggendo
Giannotto, gl'incominciò forte ad increscere che l'anima d'un
così valente e savio e buono uomo per difetto di fede andasse a
perdizione. E per ciò amichevolmente lo cominciò a pregare che
egli lasciasse gli errori della fede giudaica e ritornasse alla verità
cristiana, la quale egli poteva vedere, sì come santa e buona, sempre
prosperare e aumentarsi; dove la sua, in contrario, diminuirsi e venire al
niente poteva discernere.
Il giudeo rispondeva che
niuna ne credeva né santa né buona fuor che la giudaica, e che egli in quella
era nato e in quella intendeva e vivere e morire; né cosa sarebbe che mai da
ciò il facesse rimuovere. Giannotto non stette per questo che egli,
passati alquanti dì, non gli rimovesse simiglianti parole, mostrandogli,
così grossamente come il più i mercatanti sanno fare, per quali
ragioni la nostra era migliore che la giudaica. E come che il giudeo fosse
nella giudaica legge un gran maestro, tuttavia, o l'amicizia grande che con
Giannotto avea che il movesse, o forse parole le quali lo Spirito Santo sopra
la lingua dell'uomo idiota poneva che sel facessero, al giudeo cominciarono
forte a piacere le dimostrazioni di Giannotto; ma pure, ostinato in su la sua
credenza, volger non si lasciava.
Così come egli
pertinace dimorava, così Giannotto di sollecitarlo non finava giammai,
tanto che il giudeo, da così continua instanzia vinto, disse:
- Ecco, Giannotto, a te
piace che io divenga cristiano, e io sono disposto a farlo, sì veramente
che io voglio in prima andare a Roma, e quivi vedere colui il quale tu
dì che è vicario di Dio in terra, e considerare i suoi modi e i
suoi costumi e similmente dei suoi fratelli cardinali; e se essi mi parranno
tali che io possa tra per le tue parole e per quelli comprendere che la vostra
fede sia migliore che la mia, come tu ti se' ingegnato di dimostrarmi, io
farò quello che detto t'ho; ove così non fosse, io mi
rimarrò giudeo come io mi sono.
Quando Giannotto intese
questo, fu in se' stesso oltremodo dolente, tacitamente dicendo:
-Perduta ho la fatica, la
quale ottimamente mi parea avere impiegata, credendomi costui aver convertito;
per ciò che, se egli va in corte di Roma e vede la vita scelerata e
lorda de' cherici, non che egli di giudeo si faccia cristiano, ma, se egli
fosse cristiano fatto, senza fallo giudeo si ritornerebbe - .
E ad Abraam rivolto disse:
- Deh, amico mio, perché
vuoi tu entrare in questa fatica e così grande spesa, come a te
sarà d'andare di qui a Roma? senza che, e per mare e per terra, ad un
ricco uomo come tu se', ci è tutto pien di pericoli. Non credi tu trovar
qui chi i1 battesimo ti dea? E, se forse alcuni dubbi hai intorno alla fede che
io ti dimostro, dove ha maggiori maestri e più savi uomini in quella,
che son qui, da poterti di ciò che tu vorrai o domanderai dichiarire?
Per le quali cose al mio parere questa tua andata è di soperchio. Pensa
che tali sono là i prelati quali tu gli hai qui potuti vedere e puoi, e
tanto ancor migliori quanto essi son più vicini al pastor principale. E
perciò questa fatica, per mio consiglio, ti serberai in altra volta ad
alcuno perdono, al quale io per avventura ti farò compagnia.
A cui il giudeo rispose:
- Io mi credo, Giannotto,
che così sia come tu mi favelli, ma, recandoti le molte parole in una,
io son del tutto (se tu vuogli che io faccia quello di che tu m'hai cotanto
pregato) disposto ad andarvi, e altramenti mai non ne farò nulla.
Giannotto, vedendo il voler
suo, disse:
- E tu va con buona
ventura- ; e seco avvisò lui mai non doversi far cristiano, come la
corte di Roma veduta avesse; ma pur, niente perdendovi, si stette.
Il giudeo montò a
cavallo e, come più tosto potè, se n'andò in corte di
Roma, là dove pervenuto dà suoi giudei fu onorevolmente ricevuto.
E quivi dimorando, senza dire ad alcuno per che andato vi fosse, cautamente
cominciò a riguardare alle maniere del papa e de' cardinali e degli
altri prelati e di tutti i cortigiani; e tra che egli s'accorse, sì come
uomo che molto avveduto era, e che egli ancora da alcuno fu informato, egli
trovò dal maggiore infino al minore generalmente tutti
disonestissimamente peccare in lussuria, e non solo nella naturale, ma ancora
nella soddomitica, senza freno alcuno di rimordimento o di vergogna, in tanto
che la potenzia delle meretrici e de' garzoni in impetrare qualunque gran cosa
non v'era di picciol potere. Oltre a questo, universalmente gulosi, bevitori,
ebriachi e più al ventre serventi a guisa d'animali bruti, appresso alla
lussuria, che ad altro, gli conobbe apertamente.
E più avanti
guardando, in tanto tutti avari e cupidi di denari gli vide, che parimente
l'uman sangue, anzi il cristiano, e le divine cose, chenti che elle si fossero,
o a' sacrifici o a' benefici appartenenti, a denari e vendevano e comperavano,
maggior mercatantia faccendone e più sensali avendone che a Parigi di
drappi o di alcun'altra cosa non erano, avendo alla manifesta simonia "
procureria " posto nome, e alla gulosità "sustentazioni
", quasi Iddio, lasciamo stare il significato de' vocaboli, ma la
'ntenzione de' pessimi animi non conoscesse, e a guisa degli uomini a' nomi
delle cose si debba lasciare ingannare. Le quali cose, insieme con molte altre
le quali da tacer sono, sommamente spiacendo al giudeo, sì come a colui
che sobrio e modesto uomo era, parendogli assai aver veduto, propose di tornare
a Parigi, e così fece. Al quale, come Giannotto seppe che venuto se
n'era, niuna cosa meno sperando che del suo farsi cristiano, se ne venne, e
gran festa insieme si fecero; e, poi che riposato si fu alcun giorno, Giannotto
il domandò quello che del santo padre e de' cardinali e degli altri
cortigiani gli parea.
Al quale il giudeo
prestamente rispose:
- Parmene male, che Iddio
dea a quanti sono; e di coti così che, se io ben seppi considerare,
quivi niuna santità, niuna divozione, niuna buona opera o essemplo di
vita o d'altro in alcuno che cherico fosse veder mi parve; ma lussuria,
avarizia e gulosità, fraude, invidia e superbia e simili cose e piggiori
(se piggiori essere possono in alcuno) mi vi parve in tanta grazia di tutti
vedere, che io ho più tosto quella per una fucina di diaboliche
operazioni che di divine. E per quello che io estimi, con ogni sollecitudine e
con ogni ingegno e con ogni arte mi pare che il vostro pastore, e per consequente
tutti gli altri, si procaccino di riducere a nulla e di cacciare del mondo la
cristiana religione, là dove essi fondamento e sostegno esser dovrebber
di quella.
E per ciò che io
veggio non quello avvenire che essi procacciano, ma continuamente la vostra
religione aumentarsi e più lucida e più chiara divenire,
meritamente mi par di scerner io Spirito Santo esser d'essa, sì come di
vera e di santa più che alcun'altra, fondamento e sostegno. Per la qual
cosa, dove io rigido e duro stava a' tuoi conforti e non mi volea far
cristiano, ora tutto aperto ti dico che io per niuna cosa lascerei di cristian
farmi. Andiamo adunque alla chiesa: e quivi, secondo il debito costume della
vostra santa fede, mi fa battezzare.
Giannotto, il quale
aspettava dirittamente contraria conclusione a questa, come lui così
udì dire fu il più contento uomo che giammai fosse. E a Nostra
Dama di Parigi con lui insieme andatosene, richiese i cherici di là
entro che ad Abraam dovessero dare il battesimo.
Li quali, udendo che esso
l'addomandava, prestamente il fecero: e Giannotto il levò del sacro
fonte e nominollo Giovanni; e appresso a gran valenti uomini il fece
compiutamente ammaestrare nella nostra fede la quale egli prestamente apprese,
e fu, poi buono e valente uomo e di santa vita.
Giornata prima - Novella
terza
Melchisedech giudeo, con
una novella di tre anella, cessa un gran pericolo dal Saladino
apparecchiatogli.
Poiché, commendata da tutti
la novella di Neifile, ella si tacque, come alla reina piacque, Filomena
così cominciò a parlare.
La novella da Neifile detta
mi ritorna a memoria il dubbioso caso già avvenuto ad un giudeo. Per
ciò che già e di Dio e della verità della nostra fede
è assai bene stato detto, il discendere oggimai agli avvenimenti e agli
atti degli uomini non si dovrà disdire; e a narrarvi quella
verrò, la quale udita, forse più caute diverrete nelle risposte
alle quistioni che fatte vi fossero. Voi dovete, amorose compagne, sapere che,
sì come la sciocchezza spesse volte trae altrui di felice stato e mette
in grandissima miseria, così il senno di grandissimi pericoli trae il
savio e ponlo in grande e in sicuro riposo. E che vero sia che la sciocchezza
di buono stato in miseria altrui conduca, per molti essempli si vede, li quali
non fia al presente nostra cura di raccontare, avendo riguardo che tutto '1
dì mille essempli n'appaiano manifesti. Ma che il senno di consolazione
sia cagione, come promisi, per una novelletta mosterrò brievemente.
Il Saladino, il valore del
qual fu tanto che non solamente di piccolo uomo il fe' di Babillonia soldano,
ma ancora molte vittorie sopra li re saracini e cristiani gli fece avere,
avendo in diverse guerre e in grandissime sue magnificenze speso tutto il suo
tesoro, e, per alcuno accidente sopravvenutogli bisognandogli una buona
quantità di danari, né veggendo donde così prestamente come gli
bisognavano aver gli potesse, gli venne a memoria un ricco giudeo, il cui nome
era Melchisedech, il quale prestava ad usura in Alessandria, e pensossi costui
avere da poterlo servire quando volesse; ma sì era avaro che di sua
volontà non l'avrebbe mai fatto, e forza non gli voleva fare; per che,
strignendolo il bisogno, rivoltosi tutto a dover trovar modo come il giudeo il
servisse, s'avvisò di fargli una forza da alcuna ragion colorata. E
fattolsi chiamare e familiarmente ricevutolo, seco il fece sedere e appresso
gli disse:
- Valente uomo, io ho da
più persone inteso che tu se' savissimo e nelle cose di Dio senti molto
avanti; e per ciò io saprei volentieri da te quale delle tre leggi tu
reputi la verace, o la giudaica o la saracina o la cristiana.
Il giudeo, il quale
veramente era savio uomo, s'avvisò troppo bene che il Saladino guardava
di pigliarlo nelle parole per dovergli muovere alcuna quistione, e pensò
non potere alcuna di queste tre più l'una che l'altra lodare, che il
Saladino non avesse la sua intenzione. Per che, come colui al qual pareva
d'aver bisogno di risposta per la quale preso non potesse essere, aguzzato lo
'ngegno, gli venne prestamente avanti quello che dir dovesse, e disse:
- Signor mio, la quistione
la qual voi mi fate è bella, e a volervene dire ciò che io ne
sento, mi vi convien dire una novelletta, qual voi udirete.
Se io non erro, io mi
ricordo aver molte volte udito dire che un grande uomo e ricco fu già, il
quale, intra l'altre gioie più care che nel suo tesoro avesse, era uno
anello bellissimo e prezioso; al quale per lo suo valore e per la sua bellezza
volendo fare onore e in perpetuo lasciarlo né suoi discendenti, ordinò
che colui de' suoi figliuoli appo il quale, sì come lasciatogli da lui,
fosse questo anello trovato, che colui s'intendesse essere il suo erede e
dovesse da tutti gli altri essere come maggiore onorato e reverito.
E colui al quale da costui
fu lasciato il simigliante ordinò né suoi discendenti e così fece
come fatto avea il suo predecessore; e in brieve andò questo anello di
mano in mano a molti successori; e ultimamente pervenne alle mani ad uno, il
quale avea tre figliuoli belli e virtuosi e molto al padre loro obedienti, per
la qual cosa tutti e tre parimente gli amava. E i giovani, li quali la
consuetudine dello anello sapevano, sì come vaghi d'essere ciascuno il
più onorato tra' suoi ciascuno per se', come meglio sapeva, pregava il
padre, il quale era già vecchio, che, quando a morte venisse, a lui
quello anello lasciasse.
Il valente uomo, che
parimente tutti gli amava, né sapeva esso medesimo eleggere a qual più
tosto lasciar lo dovesse, pensò, avendolo a ciascun promesso, di
volergli tutti e tre sodisfare; e segretamente ad uno buono maestro ne fece
fare due altri, li quali sì furono simiglianti al primiero, che esso
medesimo che fatti gli avea fare appena conosceva qual si fosse il vero. E
venendo a morte, segretamente diede il suo a ciascun de' figliuoli. Li quali,
dopo la morte del padre, volendo ciascuno la eredità e l'onore occupare,
e l'uno negandolo all'altro, in testimonianza di dover ciò
ragionevolmente fare ciascuno produsse fuori il suo anello. E trovatisi gli
anelli sì simili l'uno all'altro che qual di costoro fosse il vero non
si sapeva conoscere, si rimase la quistione, qual fosse il vero erede del
padre, in pendente, e ancor pende.
E così vi dico,
signor mio, delle tre leggi alli tre popoli date da Dio padre, delle quali la
quistion proponeste: ciascuno la sua eredità, la sua vera legge e i suoi
comandamenti dirittamente si crede avere e fare; ma chi se l'abbia, come degli
anelli, ancora ne pende la quistione.
Il Saladino conobbe costui
ottimamente essere saputo uscire del laccio il quale davanti a' piedi teso gli
aveva; e per ciò dispose d'aprirgli il suo bisogno e vedere se servire
il volesse; e così fece, aprendogli ciò che in animo avesse avuto
di fare, se così discretamente, come fatto avea, non gli avesse
risposto.
Il giudeo liberamente
d'ogni quantità che il Saladino richiese il servì; e il Saladino
poi interamente il soddisfece; e oltre a ciò gli donò grandissimi
doni e sempre per suo amico l'ebbe e in grande e onorevole stato appresso di
se' il mantenne.
Giornata prima - Novella
quarta
Un monaco, caduto in peccato
degno di gravissima punizione, onestamente rimproverando al suo abate quella
medesima colpa, si libera dalla pena.
Già si tacea
Filomena, dalla sua novella espedita, quando Dioneo, che appresso di lei
sedeva, senza aspettare dalla reina altro comandamento, conoscendo già,
per l'ordine cominciato, che a lui toccava il dover dire, in cotal guisa
cominciò a parlare.
Amorose donne, se io ho
bene la 'ntenzione di tutte compresa, noi siam qui per dovere a noi medesimi
novellando piacere; e per ciò, solamente che contro a questo non si
faccia, estimo a ciascuno dovere essere licito (e così ne disse la
nostra reina, poco avanti, che fosse) quella novella dire che più crede
che possa dilettare; per che, avendo udito per li buoni consigli di Giannotto
di Civignì Abraam aver l'anima salvata Melchisedech per lo suo senno
avere le sue ricchezze dagli agguati del Saladino difese, senza riprensione
attender da voi, intendo di raccontar brievemente con che cautela un monaco il
suo corpo da gravissima pena liberasse.
Fu in Lunigiana, paese non
molto da questo lontano, uno monistero già di santità e di monaci
più copioso che oggi non è, nel quale tra gli altri era un monaco
giovane, il vigore del quale né la freschezza né i digiuni né le vigilie
Potevano macerare. Il quale per ventura un giorno in sul mezzodì, quando
gli altri monaci tutti dormivano, andandosi tutto solo dattorno alla sua
chiesa, la quale in luogo assai solitario era, gli venne veduta una giovinetta
assai bella, forse figliuola d'alcuno de' lavoratori della contrada, la quale
andava per gli campi certe erbe cogliendo; né prima veduta l'ebbe, che egli
fieramente assalito fu dalla concupiscenza carnale.
Per che, fattolesi
più presso, con lei entrò in parole e tanto andò d'una in
altra, che egli si fu accordato con lei e seco nella sua cella ne la
menò, che niuna persona se n'accorse. E mentre che egli, da troppa
volontà trasportato, men cautamente con lei scherzava, avvenne che
l'abate, da dormir levatosi e pianamente passando davanti alla cella di costui,
sentì lo schiamazzio che costoro insieme faceano; e per conoscere meglio
le voci, chetamente s'accostò all'uscio della cella ad ascoltare e
manifestamente conobbe che dentro a quella era femina e tutto fu tentato di
farsi aprire; poi pensò di voler tenere in ciò altra maniera e,
tornatosi alla sua camera, aspettò che il monaco fuori uscisse.
Il monaco, ancora che da
grandissimo suo piacere e diletto fosse con questa giovane occupato, pur
nondimeno tuttavia sospettava; e parendogli aver sentito alcuno stropiccio di
piedi per lo dormentorio, ad un piccolo pertugio pose l'occhio e vide
apertissimamente l'abate stare ad ascoltarlo e molto bene comprese l'abate aver
potuto conoscere quella giovane essere nella sua cella. Di che egli, sappiendo
che di questo gran pena gli dovea seguire, oltre modo fu do lente; ma pur,
senza del suo cruccio niente mostrare alla giovane, prestamente seco molte cose
rivolse, cercando se a lui alcuna salutifera trovar ne potesse; e occorsegli
una nuova malizia, la quale al fine imaginato da lui dirittamente pervenne. E
faccendo sembiante che esser gli paresse stato assai con quella giovane, le
disse:
- Io voglio andare a trovar
modo come tu esca di qua entro senza esser veduta; e per ciò statti
pianamente infino alla mia tornata.
E uscito fuori e serrata la
cella colla chiave, dirittamente se n'andò alla camera dello abate, e
presentatagli quella, secondo che ciascuno monaco faceva quando fuori andava,
con un buon volto disse:
- Messere, io non potei
stamane farne venire tutte le legne le quali io avea fatte fare, e
perciò con vostra licenzia io voglio andare al bosco e farlene venire.
L'abate, per potersi
più pienamente informare del fallo commesso da costui, avvisando che
questi accorto non se ne fosse che egli fosse stato da lui veduto, fu lieto di
tale accidente, e volentier prese la chiave e similmente li die' licenzia. E,
come il vide andato via, cominciò a pensar qual far volesse più
tosto, o in presenza di tutti i monaci aprir la cella di costui e far loro
vedere il suo difetto, acciò che poi non avesser cagione di mormorare
contra di lui quando il monaco punisse, o di voler prima da lei sentire come
andata fosse la bisogna. E, pensando seco stesso che questa potrebbe essere tal
femina o figliuola di tale uomo, che egli non le vorrebbe aver fatta quella
vergogna d'averla a tutti i monaci fatta vedere, s'avvisò di voler prima
veder chi fosse e poi prender partito; e chetamente andatosene alla cella, quel
la aprì ed entrò dentro e l'uscio richiuse.
La giovane, vedendo venire
l'abate, tutta smarrì, e temendo di vergogna cominciò a piagnere.
Messer l'abate, postole l'occhio addosso e veggendola bella e fresca, ancora
che vecchio fosse, sentì subitamente non meno cocenti gli stimoli della
carne che sentiti avesse il suo giovane monaco, e fra se' stesso
cominciò a dire: - Deh, perché non prendo io del piacere quando io ne
posso avere, con ciò sia cosa che il dispiacere e la noia, sempre che io
ne vorrò, sieno apparecchiati? Costei è una bella giovane, ed
è qui che niuna per sona del mondo il sa; se io la posso recare a fare i
piacer miei, io non so perché io nol mi faccia. Chi saprà? ai
più; io estimo che egli sia gran senno a pigliarsi del bene, quando
Domenedio ne man da altrui -. E così dicendo, e avendo del tutto mutato
proposito da quello per che andato v'era, fattosi più presso alla
giovane, pianamente la cominciò a confortare e a pregarla che non
piagnesse; e, d'una parola in altra procedendo, ad aprirle il suo desiderio
pervenne.
La giovane, che non era di
ferro né di diamante, assai agevolmente si piegò a' piaceri dello abate;
il quale, abbracciatala e baciatala più volte, in sul letticello del
monaco salitosene, avendo forse riguardo al grave peso della sua dignità
e alla tenera età della giovane, temendo forse di non offenderla per
troppa gravezza, non sopra il petto di lei salì, ma lei sopra il suo
petto pose, e per lungo spazio con lei si trastullò.
Il monaco, che fatto avea
sembiante d'andare al bosco, essendo nel dormentorio occultato, come vide
l'abate solo nella sua cella entrare, così tutto rassicurato,
estimò il suo avviso dovere avere effetto; e veggendol serrar dentro,
l'ebbe per certissimo. E, uscito di là dov'era, chetamente n'andò
ad un pertugio, per lo quale ciò che l'abate fece o disse, e udì
e vide. Parendo allo abate essere assai colla giovanetta dimorato, serratala
nella cella, alla sua camera se ne tornò; e dopo al quanto, sentendo il
monaco e credendo lui esser tornato dal bosco, avvisò di riprenderlo
forte e di farlo incarcerare, acciò che esso solo possedesse la
guadagnata preda; e fattoselo chiamare, gravissimamente e con mal viso il
riprese e comandò che fosse in carcere messo.
Il monaco prontissimamente
rispose:
- Messere, io non sono
ancora tanto all'ordine di san Benedetto stato, che io possa avere ogni
particularità di quello apparata; e voi ancora non m'avavate mostrato
che i monaci si debban far dalle femine priemere, come dà digiuni e
dalle vigilie; ma ora che mostrato me l'avete, vi prometto, se questa mi
perdonate, di mai più in ciò non peccare, anzi farò sempre
come io a voi ho veduto fare.
L'abate, che accorto uomo
era, prestamente conobbe costui non solamente aver più di lui saputo, ma
veduto ciò che esso aveva fatto. Perché, dalla sua colpa stessa rimorso,
si vergognò di fare al monaco quello che egli, sì come lui, aveva
meritato. E perdonatogli e impostogli di ciò che veduto aveva silenzio,
onestamente misero la giovinetta di fuori, e poi più volte si dee
credere ve la facesser tornare.
Giornata prima - Novella
quinta
La marchesana di
Monferrato, con un convito di galline e con alquante leggiadre parolette,
reprime il folle amore del re di Francia.
La novella da Dioneo raccontata,
prima con un poco di vergogna punse i cuori delle donne ascoltanti e con onesto
rossore né loro visi apparito ne diedon segno; e poi quella, l'una l'altra
guardando, appena del ridere potendosi astenere, sogghignando ascoltarono. Ma
venuta di questa la fine, poiché lui con alquante dolci parole ebber morso,
volendo mostrare che simili novelle non fosser tra donne da raccontare, la
reina verso la Fiammetta, che appresso di lui sopra l'erba sedeva, rivolta, che
essa l'ordine seguitasse le comandò. La quale vezzosamente e con lieto
viso a lei riguardando incominciò.
Sì perché mi piace
noi essere entrati a dimostrare con le novelle quanta sia la forza delle belle
e pronte risposte, e sì ancora perché quanto negli uomini è gran
senno il cercar d'amar sempre donna di più alto legnaggio ch'egli non
è, così nelle donne è grandissimo avvedimento il sapersi
guardare dal prendersi dello amore di maggiore uomo ch'ella non è,
m'è caduto nell'animo, donne mie belle, di mostrarvi, nella novella che
a me tocca di dire, come e con opere e con parole una gentil donna se' da
questo guardasse e altrui ne rimovesse
Era il marchese di
Monferrato, uomo d'alto valore, gonfaloniere della Chiesa, oltre mar passato in
un general passaggio da' cristiani fatto con armata mano. E del suo valore
ragionandosi nella corte del re Filippo il Bornio, il quale a quel medesimo
passaggio andar di Francia s'apparecchiava, fu per un cavalier detto non essere
sotto le stelle una simile coppia a quella del marchese e della sua donna; però
che, quanto tra' cavalieri era d'ogni virtù il marchese famoso, tanto la
donna tra tutte l'altre donne del mondo era bellissima e valorosa.
Le quali parole per
sì fatta maniera nell'animo del re di Francia entrarono, che, senza mai
averla veduta, di subito ferventemente la cominciò ad amare e propose di
non volere, al passaggio al quale andava, in mare entrare altrove che a Genova;
acciò che quivi, per terra andando, onesta cagione avesse di dovere
andare la marchesana a vedere, avvisandosi che, non essendovi il marchese, gli
potesse venir fatto di mettere ad effetto il suo disio.
E secondo il pensier fatto
mandò ad esecuzione; per ciò che, mandato avanti ogni uomo, esso
con poca compagnia e di gentili uomini entrò in cammino; e avvicinandosi
alle terre del marchese, un dì davanti mandò a dire alla donna
che la seguente mattina l'attendesse a desinare. La donna, savia e avveduta,
lietamente rispose che questa l'era somma grazia sopra ogni altra e che egli
fosse il ben venuto. E appresso entrò in pensiero che questo volesse
dire, che un così fatto re, non essendovi il marito di lei, la venisse a
visitare; né la 'ngannò in questo l'avviso, cioè che la fama
della sua bellezza il vi traesse. Nondimeno, come valorosa donna dispostasi ad
onorarlo, fattisi chiamare di que' buoni uomini che rimasi v'erano, ad ogni
cosa opportuna con loro consiglio fece ordine dare, ma il convito e le vivande
ella sola volle ordinare. E fatte senza indugio quante galline nella contrada
erano ragunare, di quelle sole varie vivande divisò a' suoi cuochi per
lo convito reale.
Venne adunque il re il
giorno detto, e con gran festa e onore dalla donna fu ricevuto. Il quale, oltre
a quello che compreso aveva per le parole del cavaliere, riguardandola, gli
parve bella e valorosa e costumata, e sommamente se ne maravigliò e
commendolla forte, tanto nel suo disio più accendendosi, quanto da
più trovava esser la donna che la sua passata stima di lei. E dopo alcun
riposo preso in camere ornatissime di ciò che a quelle, per dovere un
così fatto re ricevere, s'appartiene, venuta l'ora del desinare, il re e
la marchesana ad una tavola sedettero, e gli altri secondo la lor
qualità ad altre mense furono onorati.
Quivi essendo il re
successivamente di molti messi servito e di vini ottimi e preziosi, e oltre a ciò
con diletto talvolta la marchesana bellissima riguardando, sommo piacere avea.
Ma pure, venendo l'un messo appresso l'altro, cominciò il re alquanto a
maravigliarsi, conoscendo che quivi, quantunque le vivande diverse fossero, non
per tanto di niuna cosa essere altro che di galline. E come che il re
conoscesse il luogo, là dove era, dovere esser tale che copiosamente di
diverse salvaggine avervi dovesse, e l'avere davanti significata la sua venuta
alla donna spazio l'avesse dato di poter far cacciare; non pertanto, quantunque
molto di ciò si maravigliasse, in altro non volle prender cagione di
doverla mettere in parole, se non delle sue galline, e con lieto viso rivoltosi
verso lei disse:
- Dama, nascono in questo
paese solamente galline senza gallo alcuno
La marchesana, che
ottimamente la dimanda intese, parendole che secondo il suo disidero Domenedio
l'avesse tempo mandato opportuno a poter la sua intenzion dimostrare, al re
domandante, baldanzosamente verso lui rivolta, rispose:
- Monsignor no, ma le femine,
quantunque in vestimenti e in onori alquanto dall'altre variino, tutte
perciò son fatte qui come altrove.
Il re, udite queste parole,
raccolse bene la cagione del convito delle galline e la virtù nascosa
nelle parole; e accorsesi che invano con così fatta donna parole si
gitterebbono, e che forza non v'avea luogo; per che così come
disavvedutamente acceso s'era di lei, così saviamente era da spegnere
per onor di lui il mal concetto fuoco. E senza più motteggiarla, temendo
delle sue risposte, fuori d'ogni speranza desinò; e, finito il desinare,
acciò che col presto partirsi ricoprisse la sua disonesta venuta,
ringraziatala dell'onor ricevuto da lei, accomandandolo ella a Dio, a Genova se
n'andò.
Giornata prima - Novella
sesta
Confonde un valente uomo
con un bel detto la malvagia ipocresia de' religiosi.
Emilia, la quale appresso
la Fiammetta sedea, essendo già stato da tutte commendato il valore e il
leggiadro gastigamento della marchesana fatto al re di Francia, come alla sua
reina piacque, baldanzosamente a dire cominciò.
Né io altresì
tacerò un morso dato da un valente uomo secolare ad uno avaro religioso
con un motto non meno da ridere che da commendare.
Fu adunque, o care giovani,
non è ancora gran tempo, nella nostra città un frate minore
inquisitore della eretica pravità, il quale, come che molto s'ingegnasse
di parere santo e tenero amatore della cristiana fede, sì come tutti
fanno, era non men buono investigatore di chi piena aveva la borsa, che di chi
di scemo nella fede sentisse. Per la quale sollecitudine per avventura gli
venne trovato un buono uomo, assai più ricco di denari che di senno, al
quale, non già per difetto di fede, ma semplicemente parlando, forse da
vino o da soperchia letizia riscaldato, era venuto detto un dì ad una
sua brigata se' avere un vino sì buono che ne berrebbe Cristo.
Il che essendo allo
inquisitore rapportato, ed egli sentendo che gli suoi poderi eran grandi e ben
tirata la borsa, cum gladiis et fustibus impetuosissimamente corse a formargli
un processo gravissimo addosso, avvisando non di ciò alleviamento di
miscredenza nello inquisito, ma empimento di fiorini nella sua mano ne dovesse
procedere, come fece. E fattolo richiedere, lui domandò se vero fosse
ciò che contro di lui era stato detto. Il buono uomo rispose del
sì , e dissegli il modo. A che lo 'nquisitore santissimo e divoto di san
Giovanni Boccadoro disse:
- Dunque hai tu fatto
Cristo bevitore e vago de' vini solenni, come se egli fosse Cinciglione o
alcuno altro di voi bevitori ebriachi e tavernieri? E ora, umilmente parlando,
vuogli mostrare questa cosa molto essere leggiera. Ella non è come ella
ti pare; tu n'hai meritato il fuoco, quando noi vogliamo, come noi dobbiamo,
verso te operare.
E con queste e con altre
parole assai, col viso dell'arme, quasi costui fosse stato epicuro negante la
etternità delle anime, gli parlava. E in brieve tanto lo spaurì
che il buono uomo per certi mezzani gli fece con una buona quantità
della grascia di san Giovanni Boccadoro ugner le mani (la quale molto giova
alle infermità delle pestilenziose avarizie de' cherici, e spezialmente
de' frati minori, che denari non osan toccare) acciò ch'egli dovesse
verso lui misericordiosamente operare.
La quale unzione, sì
come molto virtuosa, avvegna che Galieno non ne parli in alcuna parte delle sue
medicine, sì e tanto adoperò, che il fuoco minacciatogli di
grazia si permutò in una croce; e, quasi al passaggio d'oltremare andar
dovesse, per far più bella bandiera, gialla gliele pose in sul nero. E
oltre a questo, già ricevuti i denari, più giorni appresso di se'
il sostenne, per penitenzia dandogli che egli ogni mattina dovesse udire una
messa in Santa Croce e all'ora del mangiare avanti a lui presentarsi, e poi il
rimanente del giorno quello che più gli piacesse potesse fare.
Il che costui
diligentemente faccendo, avvenne una mattina tra l'altre che egli udì
alla messa uno evangelio, nel quale queste parole si cantavano: - Voi
riceverete per ogn'un cento, e possederete la vita etterna - ; le quali esso
nella memoria fermamente ritenne, e, secondo il comandamento fattogli, ad ora
di mangiare davanti allo inquisitore venendo, il trovò desinare. Il quale
lo 'nquisitore domandò se egli avesse la messa udita quella mattina. Al
quale esso prestamente rispose:
-Messer sì.
A cui lo 'nquisitore disse:
- Udisti tu in quella cosa
niuna della quale tu dubiti o vogline domandare?
- Certo- rispose il buono
uomo- di niuna cosa che io udissi dubito, anzi tutte per fermo le credo vere.
Udìne io bene alcuna che m'ha fatto e fa avere di voi e degli altri
vostri frati grandissima compassione, pensando al malvagio stato che voi di
là nell'altra vita dovrete avere.
Disse allora lo
'nquisitore:
- E qual fu quella parola,
che t'ha mosso ad aver questa compassion di noi?
Il buono uomo rispose:
- Messere, ella fu quella
parola dello evangelio, la qual dice: - Voi riceverete per ogn'un cento-
. Lo inquisitore disse:
- Questo è vero; ma
perché t'ha per ciò questa parola commosso?
- Messere,- rispose il
buono uomo - io vel dirò: poi che io usai qui, ho io ogni dì
veduto dar qui di fuori a molta povera gente, quando una e quando due
grandissime caldaie di broda, la quale a' frati di questo convento e a voi si
toglie sì come soperchia, davanti; per che, se per ogn'una cento vene
fieno rendute di là, voi n'avrete tanta che voi dentro tutti vi dovrete
affogare.
Come che gli altri, che
alla tavola dello inquisitore erano, tutti ridessono, lo 'nquisitore sentendo
trafiggere la lor brodaiuola ipocresia, tutto si turbò; e se non fosse
che biasimo portava di quello che fatto avea, un altro processo gli avrebbe
addosso fatto, per ciò che con ridevol motto lui e gli altri poltroni
aveva morsi; e per bizzarria gli comandò che quello che più gli
piacesse facesse, senza più davanti venirgli.
Giornata prima - Novella
settima
Bergamino, con una novella
di Primasso e dello abate di Clignì, onestamente morde una avarizia
nuova venuta in messer can della Scala.
Mosse la piacevolezza
d'Emilia e la sua novella la reina e ciascun altro a ridere e a commendare il
nuovo avviso del crociato. Ma, poi che le risa rimase furono e racquetato
ciascuno, Filostrato, al qual toccava il novellare, in cotal guisa cominciò
a parlare.
Bella cosa è,
valorose donne, il ferire un segno che mai non si muti, ma quella è
quasi maravigliosa, quando alcuna cosa non usata apparisce di subito, se
subitamente da uno arciere è ferita. La viziosa e lorda vita de'
cherici, in molte cose quasi di cattività fermo segno, senza troppa
difficultà dà di se' da parlare, da mordere e da riprendere a
ciascuno che ciò disidera di fare; e per ciò, come che ben
facesse il valente uomo che lo inquisitore della ipocrita carità de'
frati, che quello danno a' poveri che converrebbe loro dare al porco o gittar
via, trafisse, assai estimo più da lodare colui del quale, tirandomi a
ciò la precedente novella, parlar debbo; il quale messer Cane della
Scala, magnifico signore, d'una subita e disusata avarizia in lui apparita
morse con una leggiadra novella, in altrui figurando quello che di se' e di lui
intendeva di dire; la quale è questa.
Sì come chiarissima
fama quasi per tutto il mondo suona, messer Cane della Scala, al quale in assai
cose fu favorevole la fortuna, fu uno de' più notabili e de' più
magnifici signori che dallo imperadore Federigo secondo in quasi sapesse in Italia.
Il quale, avendo disposto
di fare una notabile e maravigliosa festa in Verona, e a quella molte genti e
di varie parti fossero venute, e massimamente uomini di corte d'ogni maniera,
subito (qual che la cagion si fosse) da ciò si ritrasse, e in parte
provedette coloro che venuti v'erano e licenziolli. Solo uno, chiamato
Bergamino, oltre al credere di chi non lo udì presto parlatore e ornato,
senza essere d'alcuna cosa proveduto o licenzia datagli, si rimase, sperando
che non senza sua futura utilità ciò dovesse essere stato fatto.
Ma nel pensiero di messer Cane era caduto ogni cosa che gli si donasse vie
peggio esser perduta che se nel fuoco fosse stata gittata; né di ciò gli
dicea o facea dire alcuna cosa.
Bergamino dopo alquanti
dì, non veggendosi né chiamare né richiedere a cosa che a suo mestier
partenesse e oltre a ciò consumarsi nello albergo co' suoi cavalli e co'
suoi fanti, incominciò a prender malinconia; ma pure aspettava, non
parendogli ben far di partirsi. E avendo seco portate tre belle e ricche robe,
che donate gli erano state da altri signori, per comparire orrevole alla festa,
volendo il suo oste esser pagato, primieramente gli diede l'una, e appresso,
soprastando ancora molto più, convenne, se più volle col suo oste
tornare, gli desse la seconda; e cominciò sopra la terza a mangiare,
disposto di tanto stare a vedere quanto quella durasse e poi partirsi.
Ora, mentre che egli sopra
la terza roba mangiava, avvenne che egli si trovò un giorno, desinando
messer Cane, davanti da lui assai nella vista malinconoso. Il qual messer Can
veggendo, più per istraziarlo che per diletto pigliare d'alcun suo
detto, disse:
- Bergamino, che hai tu? tu
stai così malinconoso! dinne alcuna cosa.
Bergamino allora, senza
punto pensare, quasi molto tempo pensato avesse, subitamente in acconcio de'
fatti suoi disse questa novella:
- Signor mio, voi dovete
sapere che Primasso fu un gran valente uomo in gramatica e fu oltre ad
ogn'altro grande e presto versificatore, le quali cose il renderono tanto
ragguardevole e sì famoso che, ancora che per vista in ogni parte
conosciuto non fosse, per nome e per fama quasi niuno era che non sapesse chi
fosse Primasso.
Ora avvenne che, trovandosi
egli una volta a Parigi in povero stato, sì come egli il più del
tempo dimorava, per la virtù che poco era gradita da coloro che possono
assai, udì ragionare d'uno abate di Clignì, il quale si crede che
sia il più ricco prelato di sue entrate che abbia la Chiesa di Dio, dal
papa in fuori; e di lui udì dire maravigliose e magnifiche cose in tener
sempre corte e non esser mai ad alcuno, che andasse là dove egli fosse,
negato né mangiare né bere solo che quando l'abate mangiasse il domandasse. La
qual cosa Primasso udendo, sì come uomo che si dilettava di vedere i
valenti uomini e signori, diliberò di volere andare a vedere la
magnificenza di questo abate e domandò quanto egli allora dimorasse
presso a Parigi. A che gli fu risposto che forse a sei miglia ad un suo luogo;
al quale Primasso pensò di potervi essere, movendosi la mattina a buona
ora, ad ora di mangiare.
Fattasi adunque la via
insegnare, non trovando alcun che v'andasse, temette non per isciagura gli
venisse smarrita, e così potere andare in parte dove così tosto
non troveria da mangiare; per che, se ciò avvenisse, acciò che di
mangiare non patisse disagio, seco pensò di portare tre pani, avvisando
che dell'acqua ( come che ella gli piacesse poco) troverebbe in ogni parte. E
quegli messisi in seno, prese il suo cammino, e vennegli sì ben fatto
che avanti ora di mangiare pervenne là dove l'abate era. Ed entrato
dentro andò riguardando per tutto, e veduta la gran moltitudine delle
tavole messe e il grande apparecchio della cucina e l'altre cose per lo
desinare apprestate, fra se' medesimo disse: - Veramente è questi
così magnifico come uom dice - . E stando alquanto intorno a queste cose
attento, il siniscalco dello abate (per ciò che ora era di mangiare)
comandò che l'acqua si desse alle mani; e, data l'acqua, mise ogni uomo
a tavola. E per avventura avvenne che Primasso fu messo a sedere appunto dirimpetto
all'uscio della camera donde l'abate dovea uscire per venire nella sala a
mangiare.
Era in quella corte questa
usanza, che in su le tavole né vino né pane né altre cose da mangiare o da bere
si ponea giammai, se prima l'abate non veniva a sedere alla tavola Avendo
adunque il siniscalco le tavole messe, fece dire all'abate che, qualora gli
piacesse, il mangiare era presto.
L'abate fece aprir la
camera per venire nella sala, e venendo si guardò innanzi, e per ventura
il primo uomo che agli occhi gli corse fu Primasso, il quale assai male era in
arnese e cui egli per veduta non conoscea; e come veduto l'ebbe, incontanente
gli corse nello animo un pensier cattivo e mai più non statovi, e disse
seco: « Vedi a cui io do mangiare il mio!>> E tornandosi addietro,
comandò che la camera fosse serrata e domandò coloro che appresso
lui erano, se alcuno conoscesse quel ribaldo che a rimpetto all'uscio della sua
camera sedeva alle tavole. Ciascuno rispose del no.
Primasso, il quale avea
talento di mangiare, come colui che camminato avea e uso non era di digiunare,
avendo alquanto aspettato e veggendo che lo abate non veniva, si trasse di seno
l'un de' tre pani li quali portati avea, e cominciò a mangiare. L'abate,
poi che alquanto fu stato, comandò ad uno de' suoi famigliari che
riguardasse se partito si fosse questo Primasso.
Il famigliare rispose:
- Messer no, anzi mangia
pane, il quale mostra che egli seco recasse.
Disse allora l'abate:
- Or mangi del suo, se egli
n'ha, ché del nostro non mangerà egli oggi.
Avrebbe voluto l'abate che
Primasso da se' stesso si fosse partito, per ciò che accomiatarlo non
gli pareva far bene. Primasso, avendo l'un pane mangiato, e l'abate non
vegnendo, cominciò a mangiare il secondo; il che similmente all'abate fu
detto, che fatto avea guardare se partito si fosse.
Ultimamente, non venendo
l'abate, Primasso, mangiato il secondo, cominciò a mangiare il terzo; il
che ancora fu allo abate detto, il quale seco stesso cominciò a pensare
e a dire: « Deh questa che novità è oggi che nell'anima m'è
venuta? che avarizia? chente sdegno? e per cui? Io ho dato mangiare il mio,
già è molt'anni, a chiunque mangiare n'ha voluto, senza guardare
se gentile uomo è o villano, povero o ricco. o mercatante o barattiere
stato sia, e ad infiniti ribaldi con l'occhio me l'ho veduto straziare, né mai
nello animo m'entrò questo pensiero che per costui mi c'è oggi
entrato. Fermamente avarizia non mi dee avere assalito per uomo di picciolo
affare, qualche gran fatto dee essere costui che ribaldo mi pare, poscia che così
mi s'è rintuzzato l'animo d'onorarlo>>.
E, così detto, volle
sapere chi fosse, e trovato ch'era Primasso, quivi venuto a vedere della sua
magnificenzia quello che n'aveva udito, il quale avendo l'abate per fama molto
tempo davante per valente uom conosciuto, si vergognò; e, vago di fare
l'ammenda, in molte maniere s'ingegnò d'onorarlo. E appresso mangiare,
secondo che alla sufficienza di Primasso si conveniva, il fe' nobilmente
vestire e, donatigli denari e un pallafreno, nel suo arbitrio rimise l'andare e
lo stare. Di che Primasso contento, rendutegli quelle grazie le quali
potè maggiori, a Parigi, donde a piè partito s'era,
ritornò a cavallo.
Messer Cane, il quale
intendente signore era, senza altra dimostrazione alcuna ottimamente intese
ciò che dir volea Bergamino, e sorridendo gli disse:
- Bergamino, assai
acconciamente hai mostrati i danni tuoi, la tua virtù e la mia avarizia
e quel che da me disideri; e veramente mai più che ora per te da
avarizia assalito non fui; ma io la caccerò con quel bastone che tu
medesimo hai divisato.
E fatto pagare l'oste di
Bergamino, e lui nobilissimamente d'una sua roba vestito, datigli denari e un
pallafreno, nel suo piacere per quella volta rimise l'andare e lo stare.
Giornata prima - Novella
ottava
Guglielmo Borsiere con
leggiadre parole trafigge l'avarizia di messer Erminio de' Grimaldi.
Sedeva appresso Filostrato
Lauretta, la quale, poscia che udito ebbe lodare la 'ndustria di Bergamino e
sentendo a lei convenir dire alcuna cosa, senza alcun comandamento aspettare,
piacevolmente così cominciò a parlare.
La precedente novella, care
compagne, m'induce a voler dire come un valente uomo di corte similemente e non
senza frutto pugnesse d'un ricchissimo mercatante la cupidigia; la quale,
perché l'effetto della passata somigli, non vi dovrà perciò
essere men cara, pensando che bene n'addivenisse alla fine.
Fu adunque in Genova, buon
tempo è passato, un gentile uomo chiamato messere Ermino de' Grimaldi,
il quale (per quello che da tutti era creduto) di grandissime possessioni e di
denari di gran lunga trapassava la ricchezza d'ogni altro ricchissimo cittadino
che allora si sapesse in Italia. E sì come egli di ricchezza ogni altro
avanzava che italico fosse, così d'avarizia e di miseria ogni altro misero
e avaro che al mondo fosse soperchiava oltre misura; per ciò che, non
solamente in onorare altrui teneva la borsa stretta, ma nelle cose opportune
alla sua propria persona, contra il general costume de' genovesi che usi sono
di nobilmente vestire, sosteneva egli, per non spendere, difetti grandissimi, e
similmente nel mangiare e nel bere. Per la qual cosa, e meritamente, gli era
de' Grimaldi caduto il soprannome e solamente messer Ermino Avarizia era da
tutti chiamato.
Avvenne che in questi tempi
che costui, non spendendo, il suo multiplicava, arrivò a Genova un
valente uomo di corte e costumato e ben parlante, il quale fu chiamato
Guiglielmo Borsiere, non miga simile a quelli li quali sono oggi, li quali, non
senza gran vergogna de' corrotti e vituperevoli costumi di coloro li quali al
presente vogliono essere gentili uomini e signor chiamati e reputati, sono
più tosto da dire asini nella bruttura di tutta la cattività de'
vilissimi uomini allevati, che nelle corti. E là dove a que' tempi soleva
essere il lor mestiere e consumarsi la lor fatica in trattar paci, dove guerre
o sdegni tra gentili uomini fosser nati, o trattar matrimoni, parentadi e
amistà, e con belli motti e leggiadri ricreare gli animi degli
affaticati e sollazzar le corti, e con agre riprensioni, sì come padri,
mordere i difetti de' cattivi, e questo con premi assai leggieri; oggidì
in rapportar male dall'uno all'altro, in seminare zizzania, in dire
cattività e tristizie, e, che è peggio, in farle nella presenza
degli uomini, in rimproverare i mali, le vergogne e le tristezze vere e non
vere l'uno all'altro, e con false lusinghe gli animi gentili alle cose vili e
scelerate ritrarre, s'ingegnano il lor tempo di consumare; e colui è
più caro avuto, e più da' miseri e scostumati signori onorato e
con premi grandissimi essaltato, che più abominevoli parole dice o fa
atti: gran vergogna e biasimevole del mondo presente, e argomento assai
evidente che le virtù ,di qua giù dipartitesi, hanno nella feccia
de' vizi i miseri viventi abbandonati.
Ma, tornando a ciò
che io cominciato avea, da che giusto sdegno un poco m'ha trasviata più
che io non credetti dico che il già detto Guiglielmo da tutti i gentili
uomini di Genova fu onorato e volentieri veduto. Il quale, essendo dimorato
alquanti giorni nella città e avendo udite molte cose della miseria e
della avarizia di messer Ermino, il volle vedere.
Messer Ermino aveva
già sentito come questo Guiglielmo Borsiere era valente uomo, e pure
avendo in se', quantunque avaro fosse, alcuna favilluzza di gentilezza, con
parole assai amichevoli e con lieto viso il ricevette, e con lui entrò
in molti e vari ragionamenti, e ragionando il menò seco, insieme con
altri genovesi che con lui erano, in una sua casa nuova, la quale fatta avea
fare assai bella; e, dopo avergliele tutta mostrata, disse:
- Deh, messer Guiglielmo,
voi che avete e vedute e udite molte cose, saprestemi voi insegnare cosa alcuna
che mai più non fosse stata veduta, la quale io potessi far dipignere
nella sala di questa mia casa?
A cui Guiglielmo, udendo il
suo mal conveniente parlare, rispose:
- Messere, cosa che non
fosse mai stata veduta non vi crederrei io sapere insegnare, se ciò non
fosser già starnuti o cose a quegli somiglianti; ma, se vi piace, io ve
ne insegnerò bene una che voi non credo che vedeste giammai.
Messere Ermino disse:
- Deh, io ve ne priego,
ditemi quale è dessa- ; non aspettando lui quello dover rispondere che
rispose.
A cui Guiglielmo allora
prestamente disse:
- Fateci dipignere la
Cortesia.
Come messere Ermino
udì questa parola, così subitamente il prese una vergogna tale,
che ella ebbe forza di fargli mutare animo quasi tutto in contrario a quello
che infino a quella ora aveva avuto, e disse:
- Messer Guiglielmo, io la
ci farò dipignere in maniera che mai né voi né altri con ragione mi potrà
più dire che io non l'abbia veduta e conosciuta.
E da questo dì
innanzi (di tanta virtù fu la parola da Guiglielmo detta) fu il
più liberale e il più grazioso gentile uomo e quello che
più e cittadini e forestieri onorò che altro che in Genova fosse
a' tempi suoi.
Giornata prima - Novella
nona
Il re di Cipri, da una
donna di Guascogna trafitto, di cattivo valoroso diviene.
Ad Elissa restava l'ultimo
comandamento della reina; la quale, senza aspettarlo, tutta festevole
cominciò.
Giovani donne, spesse volte
già addivenne che quello che varie riprensioni e molte pene date ad
alcuno non hanno potuto in lui adoperare, una parola molte volte per accidente,
non che ex proposito, detta l'ha operato. Il che assai bene appare nella
novella raccontata dalla Lauretta, e io ancora con un'altra assai brieve ve lo
intendo dimostrare; perché , con ciò sia cosa che le buone sempre possan
giovare, con attento animo son da ricogliere, chi che d'esse sia il dicitore.
Dico adunque che né tempi
del primo re di Cipri, dopo il conquisto fatto della Terra Santa da
Gottifrè di Buglione, avvenne che una gentil donna di Guascogna in
pellegrinaggio andò al Sepolcro, donde tornando, in Cipri arrivata, da
alcuni scelerati uomini villanamente fu oltraggiata. Di che ella senza alcuna
consolazion dolendosi, pensò d'andarsene a richiamare al re; ma detto le
fu per alcuno che la fatica si perderebbe, perciò che egli era di
sì rimessa vita e da sì poco bene, che, non che egli l'altrui
onte con giustizia vendicasse, anzi infinite con vituperevole viltà a
lui fattene sosteneva; in tanto che chiunque avea cruccio alcuno, quello col
fargli alcuna onta o vergogna sfogava.
La qual cosa udendo la
donna, disperata della vendetta, ad alcuna consolazione della sua noia propose
di voler mordere la miseria del detto re; e andatasene piagnendo davanti a lui,
disse:
- Signor mio, io non vengo
nella tua presenza per vendetta che io attenda della ingiuria che m'è
stata fatta, ma in sodisfacimento di quella ti priego che tu m'insegni come tu
sofferi quelle le quali io intendo che ti son fatte, acciò che, da te
apparando, io possa pazientemente la mia comportare; la quale, sallo Iddio, se
io far lo potessi, volentieri la ti donerei, poi così buon portatore ne
se'.
Il re, infino allora stato
tardo e pigro, quasi dal sonno si risvegliasse, cominciando dalla ingiuria
fatta a questa donna, la quale agramente vendicò, rigidissimo
persecutore divenne di ciascuno che contro all'onore della sua corona alcuna
cosa commettesse da indi innanzi.
Giornata prima - Novella
decima
Maestro Alberto da Bologna
onestamente fa vergognare una donna, la quale lui d'esser di lei innamorato
voleva far vergognare.
Restava, tacendo già
Elissa, l'ultima fatica del novellare alla reina, la quale, donnescamente cominciando
a parlare, disse.
Valorose giovani, come né
lucidi sereni sono le stelle ornamento del cielo e nella primavera i fiori de'
verdi prati, così de' laudevoli costumi e de' ragionamenti piacevoli
sono i leggiadri motti. Li quali, per ciò che brievi sono, molto meglio
alle donne stanno che agli uomini, in quanto più alle donne che agli
uomini il molto parlare e lungo, quando senza esso si possa fare, si disdisce,
come che oggi poche o niuna donna rimasa ci sia, la quale o ne 'ntenda alcuno
leggiadro o a quello, se pur lo 'ntendesse, sappia rispondere: general vergogna
e di noi e di tutte quelle che vivono. Per ciò che quella virtù
che già fu nell'anime delle passate hanno le moderne rivolta in
ornamenti del corpo; e colei la quale si vede indosso li panni più
screziati e più vergati e con più fregi, si crede dovere essere
da molto più tenuta e più che l'altre onorata, non pensando che,
se fosse chi addosso o in dosso gliele ponesse, uno asino ne porterebbe troppo
più che alcuna di loro; né per ciò più da onorar sarebbe
che uno asino.
Io mi vergogno di dirlo,
per ciò che contro all'altre non posso dire che io contro a me non dica:
queste così fregiate, così dipinte, così screziate, o come
statue di marmo mutole e insensibili stanno, o sì rispondono, se sono
addomandate, che molto sarebbe meglio l'avere taciuto; e fannosi a credere che
da purità d'animo proceda il non saper tra le donne e co' valenti uomini
favellare, e alla loro milensaggine hanno posto nome onestà, quasi niuna
donna onesta sia se non colei che colla fante o colla lavandaia o colla sua
fornaia favella: il che se la natura avesse voluto, come elle si fanno a
credere, per altro modo loro avrebbe limitato il cinguettare.
E il vero che, così
come nell'altre cose, è in questa da riguardare e il tempo e il luogo e
con cui si favella; per ciò che talvolta avviene che, credendo alcuna
donna o uomo con alcuna paroletta leggiadra fare altrui arrossare, non avendo
bene le sue forze con quelle di quel cotale misurate, quello rossore che in
altrui ha creduto gittare sopra se' l'ha sentito tornare. Per che, acciò
che voi vi sappiate guardare, e oltre a questo acciò che per voi non si
possa quello proverbio intendere che comunemente si dice per tutto, cioè
che le femine in ogni cosa sempre pigliano il peggio, questa ultima novella di
quelle d'oggi, la quale a me tocca di dover dire, voglio venerenda ammaestrate;
acciò che come per nobiltà d'animo dall'altre divise siete,
così ancora per eccellenzia di costumi separate dall'altre vi dimostriate.
Egli non sono ancora molti
anni passati, che in Bologna fu un grandissimo medico e di chiara fama quasi a
tutto 'l mondo, e forse ancora vive, il cui nome fu maestro Alberto. Il quale,
essendo già vecchio di presso a settanta anni, tanta fu la
nobiltà del suo spirito che, essendo già del corpo quasi ogni
natural caldo partito, in se' non schifò di ricevere l'amorose fiamme;
perché avendo veduta ad una festa una bellissima donna vedova, chiamata,
secondo che alcuni dicono, madonna Malgherida de' Ghisolieri, e piaciutagli
sommamente, non altrimenti che un giovinetto, quelle nel maturo petto
ricevette, in tanto che a lui non pareva quella notte ben riposare che il
dì precedente veduto non avesse il vago e dilicato viso della bella
donna.
E per questo
incominciò a continuare, quando a piè e quando a cavallo, secondo
che più in destro gli venia, la via davanti alla casa di questa donna.
Per la qual cosa ed ella e molte altre donne s'accorsero della cagione del suo
passare, e più volte insieme ne motteggiarono di vedere uno uomo,
così antico d'anni e di senno, innamorato, quasi credessero questa
passione piacevolissima d'amore solamente nelle sciocche anime de' giovani e
non in altra parte capere e dimorare.
Per che, continuando il
passare del maestro Alberto, avvenne un giorno di festa che, essendo questa
donna con molte altre donne a sedere davanti alla sua porta e avendo di lontano
veduto il maestro Alberto verso loro venire, con lei insieme tutte si proposero
di riceverlo e di fargli onore, e appresso di motteggiarlo di questo suo
innamoramento; e così fecero. Per ciò che, levatesi tutte e lui
invitato, in una fresca corte il menarono, dove di finissimi vini e confetti
fecer venire; e al fine con assai belle e leggiadre parole come questo potesse
essere, che egli di questa bella donna fosse innamorato, il domandarono,
sentendo esso lei da molti belli, gentili e leggiadri giovani essere amata.
Il maestro, sentendosi
assai cortesemente pugnere, fece lieto viso e rispose:
- Madonna, che io ami,
questo non dee esser maraviglia ad alcuno savio, e spezialmente voi,
però che voi il valete. E come che agli antichi uomini sieno
naturalmente tolte le forze le quali agli amorosi esercizi si richieggiono, non
è per ciò lor tolta la buona volontà né lo intendere
quello che sia da essere amato, ma tanto più dalla natura conosciuto,
quanto essi hanno più di conoscimento che i giovani. La speranza la
quale mi muove che io vecchio ami voi amata da molti giovani, è questa:
io sono stato più volte già là dove io ho veduto
merendarsi le donne e mangiare lupini e porri; e come che nel porro niuna cosa
sia buona, pur men reo e più piacevole alla bocca è il capo di
quello, il quale voi generalmente, da torto appetito tirate, il capo vi tenete
in mano, e manicate le frondi, le quali non solamente non sono da cosa alcuna,
ma son di malvagio sapore. E che so io, madonna, se nello eleggere degli amanti
voi vi faceste il simigliante? E se voi il faceste, io sarei colui che eletto
sarei da voi, e gli altri cacciati via.
La gentil donna insieme
coll'altre alquanto vergognandosi disse:
- Maestro, assai bene e
cortesemente gastigate n'avete della nostra presuntuosa impresa; tuttavia il
vostro amor m'è caro, sì come di savio e valente uomo esser dee;
e per ciò, salva la mia onestà, come a vostra cosa ogni vostro piacere
m'imponete sicuramente.
Il maestro, levatosi co'
suoi compagni, ringraziò la donna, e ridendo e con festa da lei preso
commiato, si partì. Così la donna, non guardando cui
motteggiasse, credendo vincere, fu vinta: di che voi, se savie sarete, ottimamente
vi guarderete.
Giornata prima -
Conclusione
Già era il sole
inchinato al vespro, e in gran parte il caldo diminuito, quando le novelle
delle giovani donne e de' tre giovani si trovarono esser finite. Per la qual
cosa la loro reina piacevolmente disse:
- Omai, care compagne,
niuna cosa resta più a fare al mio reggimento per la presente giornata,
se non darvi reina nuova, la quale di quella che è a venire, secondo il
suo giudicio, la sua vita e la nostra ad onesto diletto disponga; e quantunque
il dì paia di qui alla notte durare, perciò che chi alquanto non
prende di tempo avanti non pare che ben si possa provedere per l'avvenire, e
acciò che quello che la reina nuova dilibererà esser per
domattina opportuno si possa preparare, a questa ora giudico doversi le
seguenti giornate incominciare. E perciò a reverenza di Colui a cui
tutte le cose vivono e consolazione di noi, per questa seconda giornata
Filomena, discretissima giovane, reina guiderà il nostro regno.
E così detto, in
piè levatasi e trattasi la ghirlanda dello alloro, a lei reverente la
mise; la quale essa prima e appresso tutte l'altre e i giovani similmente
salutaron come reina e alla sua signoria piacevolmente s'offersero.
Filomena, alquanto per
vergogna arrossata veggendosi coronata del regno e ricordandosi delle parole
poco avanti dette da Pampinea, acciò che milensa non paresse, ripreso
l'ardire, primieramente gli ufici dati da Pampinea riconfermò, e dispose
quello che per la seguente mattina e per la futura cena fare si dovesse, quivi
dimorando dove erano; e appresso così cominciò a parlare:
- Carissime compagne,
quantunque Pampinea, per sua cortesia più che per mia virtù,
m'abbia di voi tutti fatta reina, non sono io per ciò disposta nella
forma del nostro vivere dovere solamente il mio giudicio seguire, ma col mio il
vostro insieme; e acciò che quello che a me par di fare conosciate, e
per consequente aggiugnere e menomar possiate a vostro piacere, con poche
parole ve lo intendo di dimostrare. Se io ho ben riguardato alle maniere oggi
da Pampinea tenute, egli me le pare avere parimente laudevoli e dilettevoli
conosciute; e per ciò infino a tanto che elle, o per troppa continuanza
o per altra cagione, non ci divenisser noiose, quelle non giudico da mutare.
Dato adunque ordine a
quello che abbiamo già a fare cominciato, quinci levatici, alquanto
n'andrem sollazzando, e come il sole sarà per andar sotto, ceneremo per
lo fresco, e, dopo alcune canzonette e altri sollazzi, sarà ben fatto
l'andarsi a dormire. Domattina, per lo fresco levatici, similmente in alcuna
parte n'andremo sollazzando, come a ciascuno sarà più a grado di
fare, e, come oggi avem fatto, così all'ora debita torneremo a mangiare,
balleremo, e da dormire levatici, come oggi state siamo, qui al novellar torneremo,
nel quale mi par grandissima parte di piacere e d'utilità similmente
consistere.
È il vero che quello
che Pampinea non potè fare, per lo esser tardi eletta al reggimento, io
il voglio cominciare a fare, cioè a ristrignere dentro ad alcun termine
quello di che dobbiamo novellare e davanti mostrarlovi, acciò che
ciascuno abbia spazio di poter pensare ad alcuna bella novella sopra la data
proposta contare; la quale, quando questo vi piaccia, sia questa: che, con
ciò sia cosa che dal principio del mondo gli uomini sieno stati da
diversi casi della fortuna menati, e saranno infino alla fine, ciascun debba
dire sopra questo: chi, da diverse cose infestato, sia, oltre alla sua
speranza, riuscito a lieto fine.
Le donne e gli uomini
parimente tutti questo ordine commendarono e quello dissero di seguire. Dioneo
solamente, tutti gli altri tacendo già, disse:
- Madonna, come tutti
questi altri hanno detto, così dico io sommamente esser piacevole e
commendabile l'ordine dato da voi; ma di spezial grazia vi chieggio un dono, il
quale voglio che mi sia confermato per infino a tanto che la nostra compagnia
durerà, il quale è questo: che io a questa legge non sia
costretto di dover dire novella secondo la proposta data, se io non
vorrò, ma quale più di dire mi piacerà. E acciò che
alcun non creda che io questa grazia voglia sì come uomo che delle
novelle non abbia alle mani, infino da ora son contento d'esser sempre l'ultimo
che ragioni.
La reina, la quale lui e
sollazzevole uomo e festevole conoscea e ottimamente si avvisò questo
lui non chiedere se non per dovere la brigata, se stanca fosse del ragionare,
rallegrare con alcuna novella da ridere, col consentimento degli altri
lietamente la grazia gli fece.
E da seder levatasi, verso
un rivo d'acqua chiarissima, il quale d'una montagnetta discendeva in una valle
ombrosa da molti arbori fra vive pietre e verdi erbette, con lento passo se
n'andarono. Quivi, scalze e colle braccia nude per l'acqua andando,
cominciarono a prendere vari diletti fra se' medesime. E appressandosi l'ora
della cena, verso il palagio tornatesi, con diletto cenarono.
Dopo la qual cena, fatti
venir gli strumenti, comandò la reina che una danza fosse presa, e
quella menando la Lauretta, Emilia cantasse una canzone, dal leuto di Dioneo
aiutata. Per lo qual comandamento Lauretta prestamente prese una danza, e
quella menò , cantando Emilia la seguente canzone amorosamente:
Io son sì vaga della
mia bellezza,
che d'altro amor giammai
non curerò, né credo
aver vaghezza.
Io veggio in quella,
ogn'ora ch'io mi specchio,
quel ben che fa contento lo
'ntelletto,
né accidente nuovo o
pensier vecchio
mi può privar di si
caro diletto.
Qual altro dunque piacevole
oggetto
potrei veder giammai,
che mi mettesse in cuor
nuova vaghezza?
Non fugge questo ben,
qualor disio
di rimirarlo in mia
consolazione;
anzi si fa incontro al
piacer mio
tanto soave a sentir, che
sermone
dir nol poria, ne prendere
intenzione
d'alcun mortal giammai,
che non ardesse di cotal
vaghezza.
E io, che ciascun'ora
più m'accendo,
quanto più fiso gli
occhi tengo in esso,
tutta mi dono a lui, tutta
mi rendo,
gustando già di
ciò ch'el m'ha promesso,
e maggior gioia spero
più da presso
sì fatta, che
giammai
simil non si sentì
qui di vaghezza.
Questa ballatetta finita,
alla qual tutti lietamente aveano risposto, ancor che alcuni molto alle parole
di quella pensar facesse, dopo alcune altre carolette fatte, essendo già
una particella della brieve notte passata, piacque alla reina di dar fine alla
Giornata prima; e, fatti i torchi accendere, comandò che ciascuno infino
alla seguente mattina s'andasse a riposare; per che ciascuno, alla sua camera
tornatosi, così fece.
Finisce la giornata prima
del Decameron
Incomincia la seconda
giornata, nella quale. sotto il reggimento di Filomena, sl ragiona di chi, da
diverse cose infestato, sia, oltre alla sua speranza, riuscito a lieto fine.
Giornata seconda -
Introduzione
Già per tutto aveva
il sol recato colla sua luce il nuovo giorno e gli uccelli, su per gli verdi
rami cantando piacevoli versi, ne davano agli orecchi testimonianza, quando
parimente tutte le donne e i tre giovani levatisi ne'giardini se n'entrarono e
le rugiadose erbe con lento passo scalpitando, d'una parte in un'altra, belle
ghirlande faccendosi, per lungo spazio diportando s'andarono. E sì come
il trapassato giorno avean fatto, così fecero il presente: per lo fresco
avendo mangiato, dopo alcun ballo s'andarono a riposare, e da quello appresso
la nona levatisi, come alla loro reina piacque, nel fresco pratello venuti, a
lei dintorno si posero a sedere.
Ella, la quale era formosa
e di piacevole aspetto molto, della sua ghirlanda dello alloro coronata,
alquanto stata e tutta la sua compagnia riguardata nel viso, a Neifile
comandò che alle future novelle con una desse principio; la quale, senza
scusa alcuna fare, così lieta cominciò a parlare.
Giornata seconda - Novella
prima
Martellino, infignendosi
attratto, sopra santo Arrigo fa vista di guarire, e, conosciuto il suo inganno,
è battuto, e poi, preso e in pericolo venuto d'esser impiccato per la
gola, ultimamente scampa.
Spesse volte, carissime
donne, avvenne che chi altrui s'è di beffare ingegnato, e massimamente
quelle cose che sono da reverire, s'è colle beffe e talvolta col danno di
sé solo ritrovato. Il che, acciò che io al comandamento della reina
ubbidisca e principio dea con una mia novella alla proposta, intendo di
raccontarvi quello che prima sventuratamente, e poi fuori di tutto il suo
pensiero assai felicemente, ad un nostro cittadino avvenisse.
Era, non è ancora
lungo tempo passato, un tedesco a Trivigi, chiamato Arrigo, il quale, povero
uomo essendo, di portar pesi a prezzo serviva chi il richiedeva; e, con questo,
uomo di santissima vita e di buona era tenuto da tutti. Per la qual cosa, o
vero o non vero che si fosse, morendo egli, adivenne, secondo che i trivigiani
affermano, che nell'ora della sua morte le campane della maggior chiesa di
Trivigi tutte, senza essere da alcuno tirate, cominciarono a sonare. Il che in
luogo di miracolo avendo, questo Arrigo esser santo dicevano tutti; e concorso
tutto il popolo della città alla casa nella quale il suo corpo giaceva,
quello a guisa d'un corpo santo nella chiesa maggiore ne portarono, menando
quivi zoppi attratti e ciechi e altri di qualunque infermità o difetto
impediti, quasi tutti dovessero dal toccamento di questo corpo divenir sani.
In tanto tumulto e
discorrimento di popolo, avvenne che in Trivigi giunsero tre nostri cittadini,
de'quali l'uno era chiamato Stecchi, l'altro Martellino e il terzo Marchese,
uomini li quali, le corti de'signori visitando, di contraffarsi e con nuovi
atti contraffacendo qualunque altro uomo li veditori sollazzavano. Li quali
quivi non essendo stati giammai, veggendo correre ogni uomo, si maravigliarono,
e udita la cagione per che ciò era, disiderosi divennero d'andare a
vedere. E poste le lor cose ad uno albergo, disse Marchese:
- Noi vogliamo andare a
veder questo santo; ma io per me non veggio come noi vi ci possiam pervenire,
per ciò che io ho inteso che la piazza è piena di tedeschi e
d'altra gente armata, la quale il signor di questa terra, acciò che
romor non si faccia, vi fa stare; e oltre a questo la chiesa, per quello che si
dica, è sì piena di gente che quasi niuna persona più vi
può entrare.
Martellino allora, che di
veder questa cosa disiderava, disse:
- Per questo non rimanga;
ché di pervenire infino al corpo santo troverrò io ben modo.
Disse Marchese:
- Come?
Rispose Martellino:
- Dicolti. Io mi
contraffarò a guisa d'uno attratto, e tu dall'un lato e Stecchi
dall'altro, come se io per me andar non potessi, mi verrete sostenendo,
faccendo sembianti di volermi là menare acciò che questo santo mi
guarisca; egli non sarà alcuno che veggendoci non ci faccia luogo, e
lascici andare. A Marchese e a Stecchi piacque il modo; e, senza alcuno indugio
usciti fuori dello albergo, tutti e tre in un solitario luogo venuti,
Martellino si storse in guisa le mani, le dita e le braccia e le gambe, e oltre
a questo la bocca e gli occhi e tutto il viso, che fiera cosa pareva a vedere;
né sarebbe stato alcuno che veduto l'avesse, che non avesse detto lui veramente
esser tutto della persona perduto rattratto. E preso così fatto da
Marchese e da Stecchi, verso la chiesa si dirizzarono, in vista tutti pieni di
pietà, umilemente e per lo amor di Dio domandando a ciascuno che dinanzi
lor si parava, che loro luogo facesse; il che agevolmente impetravano; e in
brieve, riguardati da tutti, e quasi per tutto gridandosi -fa luogo, fa luogo-,
là pervennero ove il corpo di santo Arrigo era posto; e da certi gentili
uomini, che v'erano dattorno, fu Martellino prestamente preso e sopra il corpo
posto, acciò che per quello il beneficio della sanità
acquistasse.
Martellino, essendo tutta
la gente attenta a vedere che di lui avvenisse, stato alquanto,
cominciò, come colui che ottimamente far lo sapeva, a far sembiante di
distendere l'uno dediti, e appresso la mano, e poi il braccio, e così
tutto a venirsi distendendo. Il che veggendo la gente, sì gran romore in
lode di santo Arrigo facevano che i tuoni non si sarieno potuti udire.
Era per avventura un
fiorentino vicino a questo luogo, il quale molto bene conoscea Martellino, ma
per l'essere così travolto quando vi fu menato non lo avea conosciuto;
il quale, veggendolo ridirizzato e riconosciutolo, subitamente cominciò
a ridere e a dire:
- Domine, fallo tristo! chi
non avrebbe creduto, veggendol venire, che egli fosse stato attratto da dovero?
Queste parole udirono
alcuni trivigiani, li quali incontanente il domandarono:
- Come! Non era costui
attratto?
A'quali il fiorentino
rispose:
- Non piaccia a Dio! egli
è sempre stato diritto come è qualunque di noi, ma sa meglio che
altro uomo, come voi avete potuto vedere, far queste ciance di contraffarsi in
qualunque forma vuole.
Come costoro ebbero udito
questo, non bisognò più avanti; essi si fecero per forza innanzi
e cominciarono a gridare:
- Sia preso questo
traditore e beffatore di Dio e de'santi, il quale, non essendo attratto, per
ischernire il nostro santo e noi, qui a guisa d'attratto è venuto.
E così dicendo il
pigliarono, e giù del luogo dove era il tirarono, e presolo per li
capelli e stracciatigli tutti i panni in dosso, gli cominciarono a dare delle
pugna e de'calci; né parea a colui esser uomo, che a questo far non correa.
Martellino gridava mercé per Dio e quanto poteva s'aiutava; ma ciò era
niente: la calca gli multiplicava ogni ora addosso maggiore.
La qual cosa veggendo
Stecchi e Marchese, cominciarono fra sé a dire che la cosa stava male, e di sé
medesimi dubitando, non ardivano ad aiutarlo; anzi con gli altri insieme
gridavano ch'el fosse morto, avendo nondimeno pensiero tuttavia come trarre il
potessero delle mani del popolo. Il quale fermamente l'avrebbe ucciso, se uno
argomento non fosse stato, il qual Marchese subitamente prese; che, essendo ivi
di fuori la famiglia tutta della signoria, Marchese, come più tosto
potè, n'andò a colui che in luogo del podestà v'era, e
disse:
- Mercé per Dio! egli
è qua un malvagio uomo che m'ha tagliata la borsa con ben cento fiorini
d'oro; io vi priego che voi il pigliate, sì che io riabbia il mio.
Subitamente, udito questo,
ben dodici de'sergenti corsero là dove il misero Martellino era senza
pettine carminato, e alle maggior fatiche del mondo rotta la calca, loro tutto
pesto e tutto rotto il trassero delle mani e menaronnelo a palagio; dove molti
seguitolo che da lui si tenevano scherniti, avendo udito che per tagliaborse
era stato preso, non parendo loro avere alcuno altro più giusto titolo a
fargli dar la mala ventura, similemente cominciarono a dire , ciascuno da lui
essergli stata tagliata la borsa.
Le quali cose udendo il
giudice del podestà, il quale era un ruvido uomo, prestamente da parte
menatolo, sopra ciò 'ncominciò ad esaminare. Ma Martellino rispondea
motteggiando, quasi per niente avesse quella presura; di che il giudice
turbato, fattolo legare alla colla, parecchie tratte delle buone gli fece dare
con animo di fargli confessare ciò che coloro dicevano, per farlo poi
appiccare per la gola. Ma poi che egli fu in terra posto, domandandolo il
giudice se ciò fosse vero che coloro incontro a lui dicevano, non
valendogli il dire di no, disse:
- Signor mio, io son presto
a confessarvi il vero, ma fatevi a ciascun che mi accusa dire quando e dove io
gli tagliai la borsa, e io vi dirò quello che io avrò fatto, e
quel che no.
Disse il giudice:
- Questo mi piace-; e
fattine alquanti chiamare, l'uno diceva che gliele avea tagliata otto dì
eran passati, l'altro sei, l'altro quattro, e alcuni dicevano quel dì
stesso.
Il che udendo Martellino,
disse:
- Signor mio, essi mentono
tutti per la gola; e che io dica il vero, questa pruova ve ne posso fare, che
così non fossi io mai in questa terra entrato, come io mal non ci fui,
se non da poco fa in qua; e come io giunsi, per mia disavventura andai a vedere
questo corpo santo, dove io sono stato pettinato come voi potete vedere; e che
questo che io dico sia vero, ve ne può far chiaro l'uficiale del signore
il quale sta alle presentagioni, e il suo libro, e ancora l'oste mio. Per che,
se così trovate come io vi dico, non mi vogliate ad instanzia di questi
malvagi uomini straziare e uccidere.
Mentre le cose erano in
questi termini, Marchese e Stecchi, li quali avevan sentito che il giudice del
podestà fieramente contro a lui procedeva, e già l'aveva collato,
temetter forte, seco dicendo: "Male abbiam procacciato; noi abbiamo costui
tratto della padella, e gittatolo nel fuoco". Per che, con ogni
sollecitudine dandosi attorno, e l'oste loro ritrovato, come il fatto era gli
raccontarono. Di che esso ridendo, gli menò ad un Sandro Agolanti, il
quale in Trivigi abitava e appresso al signore avea grande stato, e ogni cosa
per ordine dettagli, con loro insieme il pregò che de'fatti di
Martellino gli tenesse.
Sandro, dopo molte risa, andatosene
al signore, impetrò che per Martellino fosse mandato, e così fu.
Il quale coloro che per lui andarono trovarono ancora in camicia dinanzi al
giudice, e tutto smarrito e pauroso forte, perciò che il giudice niuna
cosa in sua scusa voleva udire; anzi, per avventura avendo alcuno odio né
fiorentini, del tutto era disposto a volerlo fare impiccar per la gola, e in
niuna guisa rendere il voleva al signore, infino a tanto che costretto non fu
di renderlo a suo dispetto. Al quale poiché egli fu davanti, e ogni cosa per
ordine dettagli, porse prieghi che in luogo di somma grazia via il lasciasse
andare; per ciò che, infino che in Firenze non fosse, sempre gli
parrebbe il capestro aver nella gola. Il signore fece grandissime risa di
così fatto accidente; e fatta donare una roba per uomo, oltre alla
speranza di tutti e tre di così gran pericolo usciti, sani e salvi se ne
tornarono a casa loro.
Giornata seconda - Novella
seconda
Rinaldo d'Esti, rubato,
capita a Castel Guiglielmo ed è albergato da una donna vedova e, de'suoi
danni ristorato, sano e salvo si torna a casa sua.
Degli accidenti di
Martellino da Neifile raccontati senza modo risero le donne, e massimamente
tra'giovani Filostrato, al quale, per ciò che appresso di Neifile sedea,
comandò la reina che novellando la seguitasse. Il quale senza indugio
alcuno incominciò.
Belle donne, a raccontarsi
mi tira una novella di cose catoliche e di sciagure e d'amore in parte
mescolata, la quale per avventura non fia altro che utile avere udita; e spezialmente
a coloro li quali per li dubbiosi paesi d'amore sono camminanti, né quali, chi
non ha detto il paternostro di san Giuliano, spesse volte, ancora che abbia
buon letto, alberga male.
Era adunque, al tempo del
marchese Azzo da Ferrara, un mercatante chiamato Rinaldo d'Esti per sue bisogne
venuto a Bologna; le quali avendo fornite e a casa tornandosi, avvenne che,
uscito di Ferrara e cavalcando verso Verona, s'abbattè in alcuni li
quali mercatanti parevano ed erano masnadieri e uomini di malvagia vita e
condizione, con li quali ragionando incautamente s'accompagnò.
Costoro, veggendol
mercatante e stimando lui dover portar danari, seco diliberarono che, come
prima tempo si vedessero, di rubarlo; e perciò, acciò che egli
niuna suspezion prendesse, come uomini modesti e di buona condizione, pure
d'oneste cose e di lealtà andavano con lui favellando, rendendosi, in
ciò che potevano e sapevano, umili e benigni verso di lui; per che egli
di avergli trovati si reputava in gran ventura, per ciò che solo era con
uno suo fante a cavallo. E così camminando, d'una cosa in altra, come né
ragionamenti addiviene, trapassando, caddero in sul ragionare delle orazioni
che gli uomini fanno a Dio; e l'un de'masnadieri, che erano tre, disse verso
Rinaldo:
- E voi, gentile uomo, che
orazione usate di dir camminando?
Al quale Rinaldo rispose:
- Nel vero io sono uomo di
queste cose assai materiale e rozzo, e poche orazioni ho per le mani, sì
come colui che mi vivo all'antica e lascio correr due soldi per ventiquattro
denari; ma nondimeno ho sempre avuto in costume camminando di dir la mattina,
quando esco dell'albergo, un paternostro e una avemaria per l'anima del padre e
della madre di san Giuliano, dopo il quale io priego Iddio e lui che la
seguente notte mi deano buono albergo. E assai volte già de'miei
dì sono stato camminando in gran pericoli, de'quali tutti scampato, pur
sono la notte poi stato in buon luogo e bene albergato; per che io porto ferma
credenza che san Giuliano, a cui onore io il dico, m'abbia questa grazia impetrata
da Dio; né mi parrebbe il dì ben potere andare, né dovere la notte
vegnente bene arrivare, che io non l'avessi la mattina detto.
A cui colui, che domandato
l'avea, disse:
- E istamane dicestel voi?
A cui Rinaldo rispose:
- Sì bene.
Allora quegli che già
sapeva come andar doveva il fatto, disse seco medesimo: "Al bisogno ti fia
venuto; ché, se fallito non ci viene, per mio avviso tu albergherai pur
male"; e poi gli disse:
- Io similmente ho
già molto camminato, e mai nol dissi, quantunque io l'abbia a molti
molto già udito commendare, né giammai non m'avvenne che io per
ciò altro che bene albergassi; e questa sera per avventura ve ne potrete
avvedere chi meglio albergherà, o voi che detto l'avete o io che non
l'ho detto. Bene è il vero che io uso in luogo di quello il Dirupisti, o
la 'ntemerata, o il Deprofundi, che sono, secondo che una mia avola mi soleva
dire, di grandissima virtù .
E così di varie cose
parlando e al lor cammin procedendo, e aspettando luogo e tempo al loro
malvagio proponimento, avvenne che, essendo già tardi, di là da
Castel Guiglielmo, al valicare d'un fiume, questi tre, veggendo l'ora tarda e
il luogo solitario e chiuso, assalitolo, il rubarono, e lui a piè e in
camicia lasciato, partendosi dissero:
- Va e sappi se il tuo san
Giuliano questa notte ti darà buono albergo, ché il nostro il
darà bene a noi -; e, valicato il fiume, andaron via.
Il fante di Rinaldo
veggendolo assalire, come cattivo, niuna cosa al suo aiuto adoperò, ma,
volto il cavallo sopra il quale era, non si ritenne di correre sì fu a
Castel Guiglielmo, e in quello, essendo già sera, entrato, senza darsi
altro impaccio, albergò. Rinaldo rimaso in camicia e scalzo, essendo il
freddo grande e nevicando tuttavia forte, non sappiendo che farsi, veggendo
già sopravvenuta la notte, tremando e battendo i denti, cominciò
a riguardare se dattorno alcun ricetto si vedesse, dove la notte potesse stare,
che non si morisse di freddo; ma niun veggendone (per ciò che poco
davanti essendo stata guerra nella contrada v'era ogni cosa arsa), sospinto
dalla freddura, trottando si dirizzò verso Castel Guiglielmo, non
sappiendo perciò che il suo fante là o altrove si fosse fuggito,
pensando, se dentro entrare vi potesse, qual che soccorso gli manderebbe Iddio.
Ma la notte oscura il
soprapprese di lungi dal castello presso ad un miglio; per la quale cosa
sì tardi vi giunse che, essendo le porti serrate e i ponti levati,
entrar non vi potè dentro. Laonde, dolente e isconsolato, piagnendo
guardava dintorno dove porre si potesse, che almeno addosso non gli nevicasse;
e per avventura vide una casa sopra le mura del castello sportata alquanto in
fuori, sotto il quale sporto diliberò d'andarsi a stare infino al
giorno; e là andatosene e sotto quello sporto trovato un uscio, come che
serrato fosse, a piè di quello ragunato alquanto di pagliericcio che
vicin v'era, tristo e dolente si pose a stare, spesse volte dolendosi a san
Giuliano, dicendo questo non essere della fede che aveva in lui. Ma san
Giuliano, avendo a lui riguardo, senza troppo indugio gli apparecchiò
buono albergo.
Egli era in questo castello
una donna vedova, del corpo bellissima quanto alcuna altra, la quale il
marchese Azzo amava quanto la vita sua, e quivi ad instanzia di sé la facea
stare. E dimorava la predetta donna in quella casa, sotto lo sporto della quale
Rinaldo s'era andato a dimorare. Ed era il dì dinanzi per avventura il
marchese quivi venuto per doversi la notte giacere con essolei, e in casa di
lei medesima tacitamente aveva fatto fare un bagno, e nobilmente da cena. Ed
essendo ogni cosa presta, e niun'altra cosa che la venuta del marchese era da
lei aspettata, avvenne che un fante giunse alla porta, il quale recò
novelle al marchese, per le quali a lui subitamente cavalcar convenne; per la
qual cosa, mandato a dire alla donna che non lo attendesse, prestamente
andò via. Onde la donna, un poco sconsolata, non sappiendo che farsi,
deliberò d'entrare nel bagno fatto per lo marchese, e poi cenare e
andarsi al letto; e così nel bagno se n'entrò.
Era questo bagno vicino
all'uscio dove il meschino Rinaldo s'era accostato fuori della terra; per che,
stando la donna nel bagno, sentì il pianto e 'l tremito che Rinaldo
faceva, il quale pareva diventato una cicogna. Laonde, chiamata la sua fante,
le disse:
- Va su e guarda fuor del
muro a piè di questo uscio chi v'è, e chi egli è, e quel
ch'el vi fa.
La fante andò, e
aiutandola la chiarità dell'aere, vide costui in camicia e scalzo quivi
sedersi come detto è, tremando forte; per che ella il domandò chi
el fosse. E Rinaldo, sì forte tremando che appena poteva le parole
formare, chi el fosse e come e perché quivi, quanto più brieve
potè, le disse; e poi pietosamente la cominciò a pregare che, se
esser potesse, quivi non lo lasciasse di freddo la notte morire.
La fante, divenutane
pietosa, tornò alla donna e ogni cosa le disse. La qual similmente
pietà avendone, ricordatasi che di quello uscio aveva la chiave, il
quale alcuna volta serviva alle occulte entrate del marchese, disse:
- Va, e pianamente gli
apri; qui è questa cena, e non saria chi mangiarla, e da poterlo
albergare ci è assai.
La fante di questa
umanità avendo molto commendata la donna, andò e sì gli
aperse, e dentro messolo, quasi assiderato veggendolo, gli disse la donna:
- Tosto, buono uomo, entra
in quel bagno, il quale ancora è caldo.
Ed egli questo, senza
più inviti aspettare, di voglia fece; e tutto dalla caldezza di quello
riconfortato, da morte a vita gli parve essere tornato. La donna gli fece
apprestare panni stati del marito di lei, poco tempo davanti morto, li quali
come vestiti s'ebbe, a suo dosso fatti parevano; e aspettando quello che la
donna gli comandasse, incominciò a ringraziare Iddio e san Giuliano che
di sì malvagia notte, come egli aspettava, l'avevano liberato, e a buono
albergo, per quello che gli pareva, condotto
Appresso questo la donna
alquanto riposatasi, avendo fatto fare un grandissimo fuoco in una sua
camminata, in quella se ne venne, e del buono uomo domandò che ne fosse.
A cui la fante rispose:
- Madonna, egli s'è
rivestito, ed è un bello uomo e par persona molto da bene e costumato.
- Va dunque,- disse la
donna - e chiamalo, e digli che qua se ne venga al fuoco, e sì
cenerà, ché so che cenato non ha.
Rinaldo nella camminata
entrato, e veggendo la donna, e da molto parendogli, reverentemente la
salutò, e quelle grazie le quali seppe maggiori del beneficio fattogli
le rende'. La donna, vedutolo e uditolo, e parendole quello che la fante dicea,
lietamente il ricevette e seco al fuoco familiarmente il fè sedere e
dello accidente che quivi condotto l'avea il domandò. Alla quale Rinaldo
per ordine ogni cosa narrò.
Aveva la donna, nel venire
del fante di Rinaldo nel castello, di questo alcuna cosa sentita, per che ella
ciò che da lui era detto interamente credette; e sì gli disse
ciò che del suo fante sapeva e come leggiermente la mattina appresso
ritrovare il potrebbe. Ma poi che la tavola fu messa, come la donna volle,
Rinaldo, con lei insieme le mani lavatesi, si pose a cenare.
Egli era grande della
persona e bello e piacevole nel viso e di maniere assai laudevoli e graziose e
giovane di mezza età; al quale la donna avendo più volte posto
l'occhio addosso e molto commendatolo, e già, per lo marchese che con
lei dovea venire a giacersi, il concupiscibile appetito avendo desto nella mente,
dopo la cena, da tavola levatasi, colla sua fante si consigliò se ben
fatto le paresse che ella, poi che il marchese beffata l'avea, usasse quel bene
che innanzi l'avea la fortuna mandato. La fante, conoscendo il disiderio della
sua donna, quanto potè e seppe a seguirlo la confortò; per che la
donna, al fuoco tornatasi, dove Rinaldo solo lasciato aveva, cominciatolo
amorosamente a guardare, gli disse:
- Deh, Rinaldo, perché
state voi così pensoso? Non credete voi potere essere ristorato d'un
cavallo e d'alquanti panni che voi abbiate perduti? Confortatevi, state
lietamente, voi siete in casa vostra; anzi vi voglio dire più avanti,
che, veggendovi cotesti panni in dosso, li quali del mio morto marito furono,
parendomi voi pur desso, m'è venuto stasera forse cento volte voglia d'abbracciarvi
e di baciarvi; e, se io non avessi temuto che dispiaciuto vi fosse, per certo
io l'avrei fatto.
Rinaldo, queste parole
udendo e il lampeggiar degli occhi della donna veggendo, come colui che
mentecatto non era, fattolesi incontro colle braccia aperte, disse:
- Madonna, pensando che io
per voi possa omai sempre dire che io sia vivo, a quello guardando donde torre
mi faceste, gran villania sarebbe la mia se io ogni cosa che a grado vi fosse
non m'ingegnassi di fare; e però contentate il piacer vostro
d'abbracciarmi e di baciarmi, ché io abbraccerò e bacerò voi vie
più che volentieri.
Oltre a queste non bisognar
più parole. La donna, che tutta d'amoroso disio ardeva, prestamente gli
si gittò nelle braccia; e poi che mille volte, disiderosamente strignendolo,
baciato l'ebbe e altrettante da lui fu baciata, levatisi di quindi, nella
camera se n'andarono, e senza niuno indugio coricatisi, pienamente e molte
volte, anzi che il giorno venisse, i lor disii adempierono.
Ma poi che ad apparire
cominciò l'aurora, sì come alla donna piacque, levatisi,
acciò che questa cosa non si potesse presummere per alcuno, datigli
alcuni panni assai cattivi ed empiutagli la borsa di denari, pregandolo che
questo tenesse celato, avendogli prima mostrato che via tener dovesse a venir
dentro a ritrovare il fante suo, per quello usciolo onde era entrato, il mise
fuori.
Egli, fatto dì
chiaro, mostrando di venire di più lontano, aperte le porti,
entrò nel castello e ritrovò il suo fante; per che, rivestitosi
de'panni suoi che nella valigia erano, e volendo montare in su 'l cavallo del
fante, quasi per divino miracolo addivenne che li tre masnadieri che la sera
davanti rubato l'aveano, per altro maleficio da loro fatto poco poi appresso
presi, furono in quel castello menati, e per confessione da loro medesimi
fatta, gli fu restituito il suo cavallo, i panni e i danari, né ne perdé altro
che un paio di cintolini, dei quali non sapevano i masnadieri che fatto se
n'avessero.
Per la qual cosa Rinaldo,
Iddio e san Giuliano ringraziando, montò a cavallo e sano e salvo
ritornò a casa sua; e i tre masnadieri il dì seguente andarono a
dar de'calci a rovaio.
Giornata seconda - Novella
terza
Tre giovani, male il loro
avere spendendo, impoveriscono; dei quali un nepote con uno abate accontatosi
tornandosi a casa per disperato, lui truova essere la figliuola del re
d'lnghilterra, la quale lui per marito prende e de'suoi zii ogni danno ristora,
tornandogli in buono stato
Furono con ammirazione
ascoltati i casi di Rinaldo d'Esti dalle donne e dà giovani, e la sua
divozion commendata, e Iddio e san Giuliano ringraziati, che al suo bisogno
maggiore gli avevano prestato soccorso. Né fu per ciò (quantunque cotal
mezzo di nascoso si dicesse) la donna reputata sciocca, che saputo aveva
pigliare il bene che Iddio a casa l'aveva mandato. E mentre che della buona
notte che colei ebbe sogghignando si ragionava, Pampinea, che sé allato allato
a Filostrato vedea, avvisando, sì come avvenne, che a lei la volta
dovesse toccare, in sé stessa recatasi, quel che dovesse dire cominciò a
pensare; e dopo il comandamento della reina, non meno ardita che lieta,
così cominciò a parlare. Valorose donne, quanto più si
parla de'fatti della Fortuna, tanto più , a chi vuole le sue cose ben
riguardare, ne resta a poter dire; e di ciò niuno dee aver maraviglia,
se discretamente pensa che tutte le cose, le quali noi scioccamente nostre
chiamiamo, sieno nelle sue mani, e per conseguente da lei secondo il suo
occulto giudicio, senza alcuna posa d'uno in altro e d'altro in uno successivamente,
senza alcuno conosciuto ordine da noi, esser da lei permutate. Il che,
quantunque con piena fede in ogni cosa e tutto il giorno si mostri, e ancora in
alcune novelle di sopra mostrato sia, nondimeno, piacendo alla nostra reina che
sopra ciò si favelli, forse non senza utilità degli ascoltanti
aggiugnerò alle dette una mia novella, la quale avviso dovrà
piacere.
Fu già nella nostra
città un cavaliere, il cui nome fu messer Tebaldo, il quale, secondo che
alcuni vogliono, fu de'Lamberti; e altri affermano lui essere stato degli
Agolanti, forse più dal mestiere de'figliuoli di lui poscia fatto,
conforme a quello che sempre gli Agolanti hanno fatto e fanno, prendendo
argomento, che da altro. Ma, lasciando stare di quale delle due case si fosse,
dico che esso fu né suoi tempi ricchissimo cavaliere, ed ebbe tre figliuoli,
de'quali il primo ebbe nome Lamberto, il secondo Tedaldo, e il terzo Agolante,
già belli e leggiadri giovani, quantunque il maggiore a diciotto anni
non aggiugnesse, quando esso messer Tebaldo ricchissimo venne a morte, e a
loro, sì come a legittimi suoi eredi, ogni suo bene e mobile e stabile
lasciò.
Li quali, veggendosi rimasi
ricchissimi e di contanti e di possessioni, senza alcuno altro governo che del
loro medesimo piacere, senza alcuno freno o ritegno cominciarono a spendere,
tenendo grandissima famiglia e molti e buoni cavalli e cani e uccelli e
continuamente corte, donando e armeggiando, e faccendo ciò non solamente
che a gentili uomini s'appartiene, ma ancora quello che nello appetito loro
giovenile cadeva di voler fare. Né lungamente fecer cotal vita ,che il tesoro
lasciato loro dal padre venne meno; e non bastando alle cominciate spese
seguire le loro rendite, cominciarono a impegnare e a vendere le possessioni; e
oggi l'una e doman l'altra vendendo, appena s'avvidero che quasi al niente
venuti furono, e aperse loro gli occhi la povertà, li quali la ricchezza
aveva tenuti chiusi.
Per la qual cosa Lamberto,
chiamati un giorno gli altri due, disse loro qual fosse l'orrevolezza del padre
stata e quanta la loro, e quale la lor ricchezza e chente la povertà
nella quale per lo disordinato loro spendere eran venuti; e, come seppe il
meglio, avanti che più della lor miseria apparisse, gli confortò
con lui insieme a vendere quel poco che rimaso era loro e andarsene via; e
così fecero. E, senza commiato chiedere o fare alcuna pompa, di Firenze
usciti, non si ritenner sì furono in Inghilterra; e quivi, presa in
Londra una casetta, faccendo sottilissime spese, agramente cominciarono a
prestare ad usura; e sì fu in questo loro favorevole la fortuna, che in
pochi anni grandissima quantità di denari avanzarono.
Per la qual cosa con
quelli, successivamente or l'uno or l'altro a Firenze tornandosi, gran parte
delle lor possessioni ricomperarono, e molte dell'altre comperar sopra quelle,
e presero moglie; e continuamente in Inghilterra prestando, ad attendere
a'fatti loro un giovane loro nepote, che avea nome Alessandro, mandarono, ed
essi tutti e tre a Firenze avendo dimenticato a qual partito gli avesse lo
sconcio spendere altra volta recati, nonostante che in famiglia tutti venuti
fossero, più che mai strabocchevolmente spendevano ed erano sommamente
creduti da ogni mercatante, e d'ogni gran quantità di danari. Le quali
spese alquanti anni aiutò loro sostenere la moneta da Alessandro loro
mandata, il quale messo s'era in prestare a'baroni sopra castella e altre loro
entrate, le quali di gran vantaggio bene gli rispondevano.
E mentre così i tre
fratelli largamente spendeano, e mancando denari accattavano, avendo sempre la
speranza ferma in Inghilterra, avvenne che, contro alla oppinion d'ogni uomo,
nacque in Inghilterra una guerra tra il re e un suo figliuolo, per la qual
tutta l'isola si divise, e chi tenea con l'uno e chi coll'altro; per la qual cosa
furono tutte le castella de'baroni tolte ad Alessandro, né alcuna altra rendita
era che di niente gli rispondesse. E sperandosi che di giorno in giorno tra 'l
figliuolo e 'l padre dovesse esser pace, e per conseguente ogni cosa restituita
ad Alessandro, e merito e capitale, Alessandro dell'isola non si partiva, e i
tre fratelli, che in Firenze erano, in niuna cosa le loro spese grandissime
limitavano, ogni giorno più accattando.
Ma poi che in più anni niuno effetto
seguire si vide alla speranza avuta, li tre fratelli non solamente la credenza
perderono, ma, volendo coloro che aver doveano esser pagati, furono subitamente
presi; e non bastando al pagamento le lor possessioni, per lo rimanente
rimasono in prigione, e le lor donne e i figliuoli piccioletti qual se ne
andò in contado e qual qua e qual là assai poveramente in arnese,
più non sappiendo che aspettare si dovessono, se non misera vita sempre.
Alessandro, il quale in Inghilterra la pace
più anni aspettata avea, veggendo che ella non venia e parendogli quivi
non meno in dubbio della vita sua che invano dimorare, di liberato di tornarsi
in Italia, tutto soletto si mise in cammino. E per ventura di Bruggia uscendo,
vide n'usciva similmente uno abate bianco con molti monaci accompagnato e con
molta famiglia e con gran salmeria avanti, al quale appresso venieno due
cavalieri antichi e parenti del re, co'quali, sì come con conoscenti,
Alessandro accontatosi, da loro in compagnia fu volentieri ricevuto. Camminando
adunque Alessandro con costoro, dolcemente gli domandò chi fossero i
monaci che con tanta famiglia cavalcavano avanti e dove andassono. Al quale
l'uno de'cavalieri rispose:
- Questi che avanti cavalca
è un giovinetto nostro parente, nuovamente eletto abate d'una delle
maggior badie d'lnghilterra; e per ciò che egli è più
giovane che per le leggi non è conceduto a sì fatta
dignità, andiam noi con esso lui a Roma ad impetrare dal Santo Padre che
nel difetto della troppo giovane età dispensi con lui, e appresso nella
dignità il confermi; ma ciò non si vuol con alcuno ragionare.
Camminando adunque il
novello abate ora avanti e ora appresso alla sua famiglia, sì come noi
tutto il giorno veggiamo per cammino avvenire de'signori, gli venne nel cammino
presso di sé veduto Alessandro, il quale era giovane assai, di persona e di
viso bellissimo, e, quanto alcuno altro esser potesse, costumato e piacevole e
di bella maniera; il quale maravigliosamente nella prima vista gli piacque
quanto mai alcuna altra cosa gli fosse piaciuta e, chiamatolo a sè, con
lui cominciò piacevolmente a ragionare e domandar chi fosse, donde
venisse e dove andasse. Al quale Alessandro ogni suo stato liberamente aperse e
sodisfece alla sua domanda e sé ad ogni suo servigio, quantunque poco potesse,
offerse.
L'abate, udendo il suo
ragionare bello e ordinato, e più partitamente i suoi costumi
considerando e lui seco estimando, come che il suo mestiere fosse stato
servile, essere gentile uomo, più del piacer di lui s'accese e,
già pieno di compassion divenuto delle sue sciagure, assai familiarmente
il confortò e gli disse che a buona speranza stesse, per ciò che,
se valente uom fosse, ancora Iddio il riporterebbe là onde la fortuna
l'aveva gittato, e più ad alto; e pregollo che, poi verso Toscana
andava, gli piacesse d'essere in sua compagnia, con ciò fosse cosa che
esso là similmente andasse. Alessandro gli rendè grazie del
conforto e sé ad ogni suo comandamento disse esser presto.
Camminando adunque l'abate,
al quale nuove cose si volgean per lo petto del veduto Alessandro, avvenne che
dopo più giorni essi pervennero ad una villa, la quale non era troppo
riccamente fornita d'alberghi; e volendo quivi l'abate albergare, Alessandro in
casa d'uno oste, il quale assai suo dimestico era, il fece smontare, e fecegli
la sua camera fare nel meno disagiato luogo della casa; e quasi già
divenuto uno siniscalco dello abate, sì come colui che molto era
pratico, come il meglio si potè per la villa allogata tutta la sua
famiglia chi qua e chi là, avendo l'abate cenato e già essendo
buona pezza di notte e ogni uomo andato a dormire, Alessandro domandò
l'oste là dove esso potesse dormire. Al quale l'oste rispose:
- In verità io non
so; tu vedi che ogni cosa è pieno, e puoi veder me e la mia famiglia
dormir su per le panche; tuttavia nella camera dello abate sono certi granai,
à quali io ti posso menare e porrovvi su alcun letticello, e quivi, se
ti piace, come meglio puoi questa notte ti giaci.
A cui Alessandro disse:
- Come andrò io
nella camera dello abate, che sai che è piccola e per istrettezza non
v'è potuto giacere alcuno de'suoi monaci? Se io mi fossi di ciò
accorto quando le cortine si tesero, io avrei fatto dormire sopra i granai i
monaci suoi e io mi sarei stato dove i monaci dormono.
Al quale l'oste disse:
- L'opera sta pur
così , e tu puoi, se tu vuogli, quivi stare il meglio del mondo: l'abate
dorme, e le cortine son dinanzi; io vi ti porrò chetamente una
coltricetta, e dormiviti.
Alessandro, veggendo che
questo si poteva fare senza da re alcuna noia allo abate, vi s'accordò,
e quanto più cheta mente potè vi s'acconciò.
L'abate, il quale non
dormiva, anzi alli suoi nuovi disii fieramente pensava, udiva ciò che
l'oste e Alessandro parlavano, e similmente avea sentito dove Alessandro s'era
a giacer messo; per che, seco stesso forte contento, cominciò a dire: -
Iddio ha mandato tempo a'miei desiri: se io nol prendo, per avventura simile a
pezza non mi tornerà -
E diliberatosi del tutto di
prenderlo, parendogli ogni cosa cheta per lo albergo, con sommessa voce
chiamò Alessandro e gli disse che appresso lui si coricasse; il quale,
dopo molte disdette spogliatosi, vi si coricò. L'abate postagli la mano
sopra 'l petto, lo 'ncominciò a toccare non altramenti che sogliano fare
le vaghe giovani i loro amanti; di che Alessandro si maravigliò forte e
dubitò non forse l'abate, da disonesto amore preso si movesse a
così fattamente toccarlo. La qual dubitazione, o per presunzione o per
alcuno atto che Alessandro facesse, subitamente l'abate conobbe, e sorrise; e
prestamente di dosso una camicia, che avea, cacciatasi, prese la mano
d'Alessandro e quella sopra il petto si pose, dicendo:
- Alessandro, caccia via il
tuo sciocco pensiero, e, cercando qui, conosci quello che io nascondo.
Alessandro, posta la mano
sopra il petto dello abate, trovò due poppelline tonde e sode e
dilicate, non altramenti che se d'avorio fossono state; le quali egli trovate e
conosciuto tantosto costei esser femina, senza altro invito aspettare,
prestamente abbracciatala, la voleva baciare, quando ella gli disse:
- Avanti che tu più
mi t'avvicini, attendi quello che io ti voglio dire. Come tu puoi conoscere, io
son femina e non uomo; e pulcella partitami da casa mia, al papa andava che mi
maritasse. O tua ventura o mia sciagura che sia, come l'altro giorno ti vidi,
sì di te m'accese Amore, che donna non fu mai che tanto amasse uomo; e
per questo io ho diliberato di volere te avanti che alcuno altro per marito;
dove tu me per moglie non vogli, tantosto di qui ti diparti e nel tuo luogo
ritorna.
Alessandro, quantunque non
la conoscesse, avendo riguardo alla compagnia che ella avea, lei estimò
dovere essere nobile e ricca, e bellissima la vedea; per che, senza troppo
lungo pensiero, rispose che, se questo a lei piacea, a lui era molto a grado.
Essa allora, levatasi a
sedere in su il letto, davanti ad una tavoletta dove Nostro Signore era
effigiato, postogli in mano uno anello, gli si fece sposare; e appresso insieme
abbracciatisi, con gran piacere di ciascuna delle parti, quanto di quella notte
restava si sollazzarono. E, preso tra loro modo e ordine alli lor fatti, come
il giorno venne, Alessandro levatosi e per quindi della camera uscendo, donde
era entrato, senza sapere alcuno dove la notte dormito si fosse, lieto oltre
misura, con lo abate e con sua compagnia rientrò in cammino, e dopo molte
giornate pervennero a Roma.
E quivi, poi che alcun
dì dimorati furono, l'abate con li due cavalieri e con Alessandro senza
più entrarono al papa, e fatta la debita reverenza, così
cominciò l'abate a favellare:
- Santo padre, sì
come voi meglio che alcuno altro dovete sapere, ciascun che bene e onestamente
vuol vivere, dee, in quanto può, fuggire ogni cagione la quale ad
altramenti fare il potesse conducere; il che acciò che io, che
onestamente viver disidero, potessi compiutamente fare, nell'abito nel quale mi
vedete, fuggita segretamente con grandissima parte de'tesori del re
d'lnghilterra mio padre (il quale al re di Scozia vecchissimo signore, essendo
io giovane come voi mi vedete, mi voleva per moglie dare), per qui venire,
acciò che la vostra santità mi maritasse, mi misi in via. Né mi
fece tanto la vecchiezza del re di Scozia fuggire, quanto la paura di non fare
per la fragilità della mia giovanezza, se a lui maritata fossi, cosa che
fosse contra le divine leggi e contra l'onore del real sangue del padre mio.
E così disposta
venendo, Iddio, il quale solo ottimamente conosce ciò che fa mestiere a
ciascuno, credo per la sua misericordia, colui che a lui piacea che mio marito
fosse mi pose avanti agli occhi; e quel fu questo giovane - e mostrò
Alessandro - il quale voi qui appresso di me vedete, li cui costumi e il cui
valore son degni di qualunque gran donna, quantunque forse la nobiltà
del suo sangue non sia così chiara come è la reale. Lui ho
adunque preso e lui voglio; né mai alcuno altro n'avrò, che che se ne
debba parere al padre mio o ad altrui. Per che la principal cagione per la
quale mi mossi è tolta via; ma piacquemi di fornire il mio cammino,
sì per visitare li santi luoghi e reverendi, de'quali questa
città è piena, e la vostra santità, e sì
acciò che per voi il contratto matrimonio tra Alessandro e me solamente
nella presenza di Dio io facessi aperto nella vostra e per conseguente degli
altri uomini. Per che umilemente vi priego che quello che a Dio e a me è
piaciuto sia a grado a voi, e la vostra benedizion ne doniate, acciò che
con quella, sì come con più certezza del piacere di Colui del
quale voi siete vicario, noi possiamo insieme, all'onore di Dio ed al vostro,
vivere e ultimamente morire.
Maravigliossi Alessandro,
udendo la moglie esser figliuola del re d'lnghilterra, e di mirabile allegrezza
occulta fu ripieno; ma più si maravigliarono li due cavalieri e
sì si turbarono che, se in altra parte che davanti al papa stati
fossero, avrebbono ad Alessandro e forse alla donna fatta villania. D'altra parte
il papa si maravigliò assai e dello abito della donna e della sua
elezione; ma, conoscendo che indietro tornare non si potea, la volle del suo
priego sodisfare. E primieramente, racconsolati i cavalieri li quali turbati
conoscea e in buona pace con la donna e con Alessandro rimessigli, diede ordine
a quello che da far fosse.
E il giorno posto da lui
essendo venuto, davanti a tutti i cardinali e dimolti altri gran valenti
uomini, li quali invitati ad una grandissima festa da lui apparecchiata eran
venuti, fece venire la donna realmente vestita, la qual tanto bella e sì
piacevol parea che meritamente da tutti era commendata e simigliantemente
Alessandro splendidamente vestito, in apparenza e in costurni non miga giovane
che ad usura avesse prestato, ma più tosto reale e da'due cavalieri
molto onorato; e quivi da capo fece solennemente le sponsalizie celebrare, e
appresso le nozze belle e magnifiche fatte, colla sua benedizione gli
licenziò.
Piacque ad Alessandro e
similmente alla donna, di Roma partendosi, di venire a Firenze, dove già
la fama aveva la novella recata; e quivi, da'cittadini con sommo onore
ricevuti, fece la donna li tre fratelli liberare, avendo prima fatto ogni uom
pagare, e loro e le lor donne rimise nelle lor possessioni. Per la qual cosa,
con buona grazie di tutti, Alessandro con la sua donna, menandone seco
Agolante, si partì di Firenze, e a Parigi venuti, onorevolmente dal re
ricevuti furono. Quindi andarono i due cavalieri in Inghilterra e tanto col re
adoperarono, che egli le rende'la grazia sua e con grandissima festa lei e 'l
suo genero ricevette, il quale egli poco appresso con grandissimo onore
fè cavaliere e donogli la contea di Cornovaglia.
Il quale fu da tanto e
tanto seppe fare, che egli paceficò il figliuolo col padre, di che seguì
gran bene all'isola, ed egli n'acquistò l'amore e la grazia di tutti i
paesani; e Agolante ricoverò tutto ciò che aver vi doveano
interamente e ricco oltre modo si tornò a Firenze, avendol prima il
conte Alessandro cavalier fatto. Il conte poi con la sua donna gloriosamente
visse; e, secondo che alcuni voglion dire, tra col suo senno e valore e l'aiuto
del suocero, egli conquistò poi la Scozia e funne re coronato.
Giornata seconda - Novella
quarta
Landolfo Rufolo,
impoverito, divien corsale e da'Genovesi preso, rompe in mare, e sopra una
cassetta, di gioie carissime piena, scampa, e in Gurfo ricevuto da una femina,
ricco si torna a casa sua.
La Lauretta appresso
Pampinea sedea, la qual veggendo lei al glorioso fine della sua novella, senza
altro aspettare, a parlar cominciò in cotal guisa.
Graziosissime donne, niuno
atto della Fortuna, secondo il mio giudicio, si può veder maggiore, che
vedere uno d'infima miseria a stato reale elevare, come la novella di Pampinea
n'ha mostrato essere al suo Alessandro addivenuto. E per ciò che a
qualunque della proposta materia da quinci innanzi novellerà
converrà che infra questi termini dica, non mi vergognerò io di
dire una novella, la quale, ancora che miserie maggiori in sé contenga, non per
ciò abbia così splendida riuscita. Ben so che, pure a quella
avendo riguardo, con minor diligenzia fia la mia udita; ma altro non potendo,
sarò scusata.
Credesi che la marina da
Reggio a Gaeta sia quasi la più dilettevole parte d'ltalia; nella quale
assai presso a Salerno e una costa sopra 'l mare riguardante, la quale gli
abitanti chiamano la costa d'Amalfi, piena di picciole città, di
giardini e di fontane, e d'uomini ricchi e procaccianti in atto di mercatantia
sì come alcuni altri. Tra le quali città dette n'è una
chiamata Ravello, nella quale, come che oggi v'abbia di ricchi uomini, ve
n'ebbe già uno il quale fu ricchissimo, chiamato Landolfo Rufolo; al
quale non bastando la sua ricchezza, disiderando di raddoppiarla, venne presso
che fatto di perder con tutta quella sé stesso.
Costui adunque, sì
come usanza suole essere de'mercatanti, fatti suoi avvisi, comperò un
grandissimo legno, e quello tutto di suoi denari caricò di varie
mercatantie e andonne con esse in Cipri. Quivi, con quelle qualità medesime
di mercatantie che egli aveva portate, trovò essere più altri
legni venuti; per la qual cagione, non solamente gli convenne far gran mercato
di ciò che portato avea, ma quasi, se spacciar volle le cose sue, gliele
convenne gittar via; laonde egli fu vicino al disertarsi.
E portando egli di questa
cosa seco grandissima noia, non sappiendo che farsi e veggendosi di ricchissimo
uomo in brieve tempo quasi povero divenuto, pensò o morire o rubando
ristorare i danni suoi, acciò che la onde ricco partito s'era povero non
tornasse. E, trovato comperatore del suo gran legno, con quegli denari e con
gli altri che della sua mercatantia avuti avea, comperò un legnetto
sottile da corseggiare, e quello d'ogni cosa opportuna a tal servigio
armò e guernì ottimamente, e diessi a far sua della roba d'ogni
uomo, e massimamente sopra i turchi.
Al qual servigio gli fu
molto più la fortuna benivola che alla mercatantia stata non era. Egli,
forse infra uno anno, rubò e prese tanti legni di turchi, che egli si
trovò non solamente avere racquistato il suo che in mercatantia avea
perduto, ma di gran lunga quello avere raddoppiato. Per la qual cosa, gastigato
dal primo dolore della perdita, conoscendo che egli aveva assai per non
incappar nel secondo, a sé medesimo dimostrò quello che aveva, senza
voler più , dovergli bastare; e per ciò si dispose di tornarsi
con esso a casa sua. E pauroso della mercatantia, non s'mpacciò
d'investire altramenti i suoi denari, ma con quello legnetto col quale
guadagnati gli avea, dato de'remi in acqua, si mise al ritornare. E già
nello Arcipelago venuto, levandosi la sera uno scilocco, il quale non solamente
era contrario al suo cammino, ma ancora faceva grossissimo il mare, il quale il
suo picciol legno non avrebbe bene potuto comportare, in uno seno di mare, il
quale una piccola isoletta faceva, da quello vento coperto, si raccolse, quivi
proponendo d'aspettarlo migliore. Nel qual seno poco stante due gran cocche di
genovesi, le quali venivano di Costantinopoli, per fuggire quello che Landolfo
fuggito avea, con fatica pervennero. Le genti delle quali, veduto il legnetto e
chiusagli la via da potersi partire, udendo di cui egli era e già per
fama conoscendol ricchissimo, sì come uomini naturalmente vaghi di
pecunia e rapaci, a doverlo avere si disposero. E messa in terra parte della
lor gente con balestra e bene armata, in parte la fecero andare che del
legnetto niuna persona, sé saettato esser non voleva, poteva discendere; ed
essi, fattisi tirare a'paliscalmi e aiutati dal mare, s'accostarono al picciol
legno di Landolfo, e quello con picciola fatica in picciolo spazio, con tutta
la ciurma, senza perderne uomo, ebbero a man salva; e fatto venire sopra l'una
delle lor cocche Landolfo e ogni cosa del legnetto tolta, quello sfondolarono,
lui in un povero farsettino ritenendo.
Il dì seguente,
mutatosi il vento, le cocche ver ponente venendo fer vela: e tutto quel
dì prosperamente vennero al loro viaggio; ma nel far della sera si mise
un vento tempestoso, il qual faccendo i mari altissimi, divise le due cocche
l'una dall'altra. E per forza di questo vento addivenne che quella sopra la
quale era il misero e povero Landolfo, con grandissimo impeto di sopra
all'isola di Cifalonia percosse in una secca e, non altramenti che un vetro
percosso ad un muro tutta s'aperse e si stritolò; di che i miseri
dolenti che sopra quella erano, essendo già il mare tutto pieno di
mercatantie che notavano e di casse e di tavole, come in così fatti casi
suole avvenire, quantunque oscurissima notte fosse e il mare grossissimo e
gonfiato, notando quelli che notar sapevano, s'incominciarono ad appiccare a
quelle cose che per ventura loro si paravan davanti.
Intra li quali il misero
Landolfo, ancora che molte volte il dì davanti la morte chiamata avesse,
seco eleggendo di volerla più tosto che di tornare a casa sua povero
come si vedea, vedendola presta n'ebbe paura; e, come gli altri, venutagli alle
mani una tavola, a quella s'appicco', se forse Iddio, indugiando egli
l'affogare, gli mandasse qualche aiuto allo scampo suo; e a cavallo a quella,
come meglio poteva, veggendosi sospinto dal mare e dal vento ora in qua e ora
in là, si sostenne infino al chiaro giorno. Il quale venuto, guardandosi
egli d'attorno, niuna cosa altro che nuvoli e mare vedea, e una cassa la quale
sopra l'onde del mare notando talvolta con grandissima paura di lui gli
s'appressava, temendo non quella cassa forse il percotesse per modo che gli
noiasse; e sempre che presso gli venia, quanto potea con mano, come che poca
forza n'avesse, la lontanava.
Ma, come che il fatto
s'andasse, avvenne che, solutosi subitamente nell'aere un groppo di vento e
percosso nel mare, sì grande in questa cassa diede e la cassa nella
tavola sopra la quale Landolfo era, che, riversata, per forza Landolfo
lasciatola andò sotto l'onde e ritornò suso notando, più
da paura che da forza aiutato, e vide da se molto dilungata la tavola; per che,
temendo non potere ad essa pervenire, s'appressò alla cassa la quale gli
era assai vicina, e sopra il coperchio di quella posto il petto, come meglio
poteva, colle braccia la reggeva diritta. E in questa maniera, gittato dal mare
ora in qua e ora in là, senza mangiare, sì come colui che non
aveva che, e bevendo più che non avrebbe voluto, senza sapere ove si
fosse o vedere altro che mare, dimorò tutto quel giorno e la notte
vegnente.
Il dì seguente
appresso, o piacer di Dio o forza di vento che 'l facesse, costui divenuto
quasi una spugna, tenendo forte con amendue le mani gli orli della cassa a
quella guisa che far veggiamo a coloro che per affogar sono, quando prendono
alcuna cosa, pervenne al lito dell'isola di Gurfo, dove una povera feminetta
per ventura suoi stovigli con la rena e con l'acqua salsa lavava e facea belli.
La quale, come vide costui avvicinarsi, non conoscendo in lui alcuna forma,
dubitando e gridando si trasse indietro.
Questi non potea favellare
e poco vedea, e perciò niente le disse; ma pure, mandandolo verso la
terra il mare, costei conobbe la forma della cassa, e più sottilmente
guardando e vedendo, conobbe primieramente le braccia stese sopra la cassa,
quindi appresso ravvisò la faccia e quello essere che era
s'imaginò. Per che, da compassion mossa, fattasi alquanto per lo mare,
che già era tranquillo, e per li capelli presolo, con tutta la cassa il
tiro in terra, e quivi con fatica le mani dalla cassa sviluppatogli, e quella
posta in capo ad una sua figlioletta che con lei era, lui come un picciol
fanciullo ne portò nella terra, e in una stufa messolo, tanto lo
stropicciò e con acqua calda lavo che in lui ritornò lo smarrito
calore e alquante delle perdute forze; e quando tempo le parve trattonelo, con
alquanto di buon vino e di confetto il riconforto, e alcun giorno, come
potè il meglio, il tenne, tanto che esso, le forze recuperate, conobbe
la dove era. Per che alla buona femina parve di dovergli la sua cassa rendere,
la quale salvata gli avea, e di dirgli che omai procacciasse sua ventura, e
così fece.
Costui, che di cassa non si
ricordava, pur la prese, presentandogliele la buona femina, avvisando quella
non potere sì poco valere che alcun dì non gli facesse le spese;
e trovandola molto leggiera, assai manco della sua speranza. Nondimeno, non
essendo la buona femina in casa, la sconficcò per vedere che dentro vi
fosse, e trovò in quella molte preziose pietre, e legate e sciolte,
delle quali egli alquanto s'intendea; le quali veggendo e di gran valore
conoscendole, lodando Iddio che ancora abbandonare non l'avea voluto, tutto si
riconfortò. Ma, si come colui che in picciol tempo fieramente era stato
balestrato dalla fortuna due volte, dubitando della terza, pensò
convenirgli molta cautela avere a voler quelle cose poter conducere a casa sua;
per che in alcuni stracci, come meglio potè, ravvoltole, disse alla
buona femina che più di cassa non avea bisogno, ma che, se le piacesse,
un sacco gli donasse e avessesi quella.
La buona femina il fece
volentieri; e costui, rendutele quelle grazie le quali poteva maggiori del
beneficio da lei ricevuto, recatosi suo sacco in collo, da lei si partì
, e montato sopra una barca, passò a Brandizio, e di quindi, marina marina,
si condusse infino a Trani, dove trovati de'suoi cittadini li quali eran
drappieri, quasi per l'amor di Dio fu da loro rivestito, avendo esso già
loro tutti li suoi accidenti narrati, fuori che della cassa; e oltre a questo,
prestatogli cavallo e datogli compagnia, infino a Ravello, dove del tutto
diceva di voler tornare, il rimandarono.
Quivi parendogli essere
sicuro, ringraziando Iddio che condotto ve l'avea, sciolse il suo sacchetto, e
con più diligenzia cercata ogni cosa che prima fatto non avea,
trovò sé avere tante e sì fatte pietre che, a convenevole pregio
vendendole e ancor meno, egli era il doppio più ricco che quando partito
s'era. E trovato modo di spacciare le sue pietre, infino a Gurfo mandò
una buona quantità di denari, per merito del servigio ricevuto, alla
buona femina che di mare l'avea tratto, e il simigliante fece a Trani a coloro
che rivestito l'aveano; e il rimanente, senza più volere mercatare, si
ritenne e onorevolmente visse infino alla fine.
Giornata seconda - Novella
quinta
Andreuccio da Perugia,
venuto a Napoli a comperar cavalli, in una notte da tre gravi accidenti
soprapreso, da tutti scampato con un rubino si torna a casa sua
Le pietre da Landolfo
trovate - cominciò la Fiammetta, alla quale del novellar toccava -
m'hanno alla memoria tornata una novella non guari meno di pericoli in sé
contenente che la narrata dalla Lauretta, ma in tanto differente da essa, in
quanto quegli forse in più anni e questi nello spazio d'una sola notte
addivennero, come udirete.
Fu, secondo che io già
intesi, in Perugia un giovane il cui nome era Andreuccio di Pietro, cozzone di
cavalli; il quale, avendo inteso che a Napoli era buon mercato di cavalli,
messisi in borsa cinquecento fiorin d'oro, non essendo mai più fuori di
casa stato, con altri mercatanti là se n'andò: dove giunto una
domenica sera in sul vespro , dall'oste suo informato la seguente mattina fu in
sul Mercato , e molti ne vide e assai ne gli piacquero e di più e
più mercato tenne , né di niuno potendosi accordare , per mostrare che
per comperar fosse, sì come rozzo e poco cauto più volte in
presenza di chi andava e di chi veniva trasse fuori questa sua borsa de'fiorini
che aveva.
E in questi trattati
stando, avendo esso la sua borsa mostrata, avvenne che una giovane ciciliana
bellissima, ma disposta per piccol pregio a compiacere a qualunque uomo, senza
vederla egli, passò appresso di lui e la sua borsa vide e subito seco
disse: - Chi starebbe meglio di me se quegli denari fosser miei?- e
passò oltre.
Era con questa giovane una
vecchia similmente ciciliana, la quale, come vide Andreuccio, lasciata oltre la
giovane andare, affettuosamente corse a abbracciarlo: il che la giovane
veggendo, senza dire alcuna cosa, da una delle parti la cominciò a
attendere. Andreuccio, alla vecchia rivoltosi e conosciutala, le fece gran
festa, e promettendogli essa di venire a lui all'albergo, senza quivi tenere
troppo lungo sermone, si partì : e Andreuccio si tornò a
mercatare ma niente comperò la mattina.
La giovane, che prima la
borsa d'Andreuccio e poi la contezza della sua vecchia con lui aveva veduta,
per tentare se modo alcuno trovar potesse a dovere aver quelli denari, o tutti
o parte, cautamente incominciò a domandare chi colui fosse o donde e che
quivi facesse e come il conoscesse. La quale ogni cosa così
particularmente de'fatti d'Andreuccio le disse come avrebbe per poco detto egli
stesso, sì come colei che lungamente in Cicilia col padre di lui e poi a
Perugia dimorata era, e similmente le contò dove tornasse e perché
venuto fosse.
La giovane, pienamente
informata e del parentado di lui e de'nomi, al suo appetito fornire con una
sottil malizia, sopra questo fondò la sua intenzione, e a casa
tornatasi, mise la vecchia in faccenda per tutto il giorno acciò che a
Andreuccio non potesse tornare; e presa una sua fanticella, la quale essa assai
bene a così fatti servigi aveva ammaestrata, in sul vespro la
mandò all'albergo dove Andreuccio tornava. La qual, quivi venuta, per
ventura lui medesimo e solo trovò in su la porta e di lui stesso il
domandò. Alla quale dicendole egli che era desso, essa, tiratolo da
parte, disse:
- Messere, una gentil donna
di questa terra, quando vi piacesse, vi parleria volentieri- .
Il quale ve vedendola,
tutto postosi mente e parendogli essere un bel fante della persona,
s'avvisò questa donna dover di lui essere innamorata, quasi altro bel
giovane che egli non si trovasse allora in Napoli, e prestamente rispose che
era apparecchiato e domandolla dove e quando questa donna parlargli volesse. A
cui la fanticella rispose:
- Messere, quando di venir
vi piaccia, ella v'attende in casa sua- .
Andreuccio presto, senza
alcuna cosa dir nell'albergo, disse:
- Or via mettiti avanti, io
ti verrò appresso- .
Laonde la fanticella a casa
di costei il condusse, la quale dimorava in una contrada chiamata Malpertugio,
la quale quanto sia onesta contrada il nome medesimo il dimostra. Ma esso,
niente di ciò sappiendo né suspicando, credendosi in uno onestissimo
luogo andare e a una cara donna, liberamente, andata la fanticella avanti, se
n'entrò nella sua casa; e salendo su per le scale, avendo la fanticella
già sua donna chiamata e detto - Ecco Andreuccio- , la vide in capo
della scala farsi a aspettarlo.
Ella era ancora assai
giovane, di persona grande e con bellissimo viso, vestita e ornata assai orrevolemente;
alla quale come Andreuccio fu presso, essa incontrogli da tre gradi discese con
le braccia aperte, e avvinghiatogli il collo alquanto stette senza alcuna cosa
dire, quasi da soperchia tenerezza impedita; poi lagrimando gli basciò
la fronte e con voce alquanto rotta disse:
- O Andreuccio mio, tu sii
il ben venuto!-
Esso, maravigliandosi di
così tenere carezze, tutto stupefatto rispose:
- Madonna, voi siate la ben
trovata!-
Ella appresso, per la man
presolo, suso nella sua sala il menò e di quella, senza alcuna cosa
parlare, con lui nella sua camera se n'entrò, la quale di rose, di fiori
d'aranci e d'altri odori tutta oliva , là dove egli un bellissimo letto
incortinato e molte robe su per le stanghe, secondo il costume di là , e
altri assai belli e ricchi arnesi vide; per le quali cose, sì come
nuovo, fermamente credette lei dovesse essere non men che gran donna. E postisi
a sedere insieme sopra una cassa che appiè del suo letto era,
così gli cominciò a parlare:
- Andreuccio, io sono molto
certa che tu ti maravigli e delle carezze le quali io ti fo e delle mie
lagrime, sì come colui che non mi conosci e per avventura mai ricordar
non m'udisti. Ma tu udirai tosto cosa la quale più ti farà forse
maravigliare, sì come è che io sia tua sorella; e dicoti che, poi
che Idio m'ha fatta tanta grazia che io anzi la mia morte ho veduto alcuno
de'miei fratelli, come che io disideri di vedervi tutti, io non morrò a
quella ora che io consolata non muoia. E se tu forse questo mai più non
udisti, io tel vo'dire. Pietro, mio padre e tuo, come io credo che tu abbi
potuto sapere, dimorò lungamente in Palermo, e per la sua bontà e
piacevolezza vi fu e è ancora da quegli che il conobbero amato assai. Ma
tra gli altri che molto l'amarono, mia madre, che gentil donna fu e allora era
vedova, fu quella che più l'amò, tanto che, posta giù la
paura del padre e de'fratelli e il suo onore, in tal guisa con lui si
dimestico', che io ne nacqui e sonne qual tu mi vedi.
Poi, sopravenuta cagione a
Pietro di partirsi di Palermo e tornare in Perugia, me con la mia madre piccola
fanciulla lasciò, né mai, per quello che io sentissi, più né di
me né di lei si ricordò: di che io, se mio padre stato non fosse, forte
il riprenderei avendo riguardo alla ingratitudine di lui verso mia madre
mostrata (lasciamo stare allo amore che a me come a sua figliola non nata d'una
fante né di vil femina dovea portare), la quale le sue cose e sé parimente,
senza sapere altrimenti chi egli si fosse, da fedelissimo amor mossa rimise
nelle sue mani.
Ma che è?. Le cose mal fatte e di gran
tempo passate sono troppo più agevoli a riprendere che a emendare: la
cosa andò pur così . Egli mi lasciò piccola fanciulla in
Palermo, dove, cresciuta quasi come io mi sono, mia madre, che ricca donna era,
mi diede per moglie a uno da Gergenti, gentile uomo e da bene, il quale per
amor di mia madre e di me tornò a stare a Palermo; e quivi, come colui
che è molto guelfo cominciò a avere alcuno trattato col nostro re
Carlo. Il quale, sentito dal re Federigo prima che dare gli si potesse effetto,
fu cagione di farci fuggire di Cicilia quando io aspettava essere la maggior
cavalleressa che mai in quella isola fosse; donde, prese quelle poche cose che
prender potemmo (poche dico per rispetto alle molte le quali avavamo), la
sciate le terre e li palazzi, in questa terra ne rifuggimmo, dove il re Carlo
verso di noi trovammo sì grato che, ristoratici in parte li danni li
quali per lui ricevuti avavamo, e possessioni e case ci ha date, e dà
continuamente al mio marito, e tuo cognato che è, buona provisione,
sì come tu potrai ancor vedere. E in questa maniera son qui, dove io, la
buona mercé di Dio e non tua , fratel mio dolce, ti veggio -.
E così detto, da
capo il rabbracciò e ancora teneramente lagrimando gli basciò la
fronte.
Andreuccio, udendo questa
favola così ordinatamente, così compostamente detta da costei,
alla quale in niuno atto moriva la parola tra'denti né balbettava la lingua, e
ricordandosi esser vero che il padre era stato in Palermo e per se medesimo
de'giovani conoscendo i costumi, che volentieri amano nella giovanezza, e
veggendo le tenere lagrime, gli abbracciari e gli onesti basci, ebbe ciò
che ella diceva più che per vero: e poscia che ella tacque, le rispose:
- Madonna, egli non vi dee
parer gran cosa se io mi maraviglio: per ciò che nel vero, o che mio
padre, per che che egli sel facesse, di vostra madre e di voi non ragionasse
giammai, o che, se egli ne ragionò, a mia notizia venuto non sia, io per
me niuna coscienza aveva di voi se non come se non foste; e emmi tanto
più caro l'avervi qui mia sorella trovata, quanto io ci sono più
solo e meno questo sperava. E nel vero io non conosco uomo di sì alto
affare al quale voi non doveste esser cara, non che a me che un picciolo
mercatante sono. Ma d'una cosa vi priego mi facciate chiaro: come sapeste voi
che io qui fossi?"
Al quale ella rispose: -
Questa mattina mel fè sapere una povera femina la qual molto meco si
ritiene, per ciò che con nostro padre, per quello che ella mi dica,
lungamente e in Palermo e in Perugia stette, e se non fosse che più
onesta cosa mi parea che tu a me venissi in casa tua che io a te nell'altrui,
egli ha gran pezza che io a te venuta sarei - .
Appresso queste parole ella
cominciò distintamente a domandare di tutti i suoi parenti nominatamente,
alla quale di tutti Andreuccio rispose, per questo ancora più credendo
quello che meno di creder gli bisognava.
Essendo stati i
ragionamenti lunghi e il caldo grande, ella fece venire greco e confetti e
fè dar bere a Andreuccio; il quale dopo questo partir volendosi, per
ciò che ora di cena era, in niuna guisa il sostenne, ma sembiante fatto
di forte turbarsi abbracciandol disse:
- Ahi lassa me, ché assai
chiaro conosco come io ti sia poco cara! Che è a pensare che tu sii con
una tua sorella mai più da te non veduta, e in casa sua, dove, qui
venendo, smontato esser dovresti, e vogli di quella uscire per andare a cenare
all'albergo? Di vero tu cenerai con esso meco: e perché mio marito non ci sia,
di che forte mi grava, io ti saprò bene secondo donna fare un poco
d'onore - .
Alla quale Andreuccio, non
sappiendo altro che rispondersi, disse:
- Io v'ho cara quanto
sorella si dee avere, ma se io non ne vado, io sarò tutta sera aspettato
a cena e farò villania.
Ed ella allora disse:
- Lodato sia Idio, se io non
ho in casa per cui mandare a dire che tu non sii aspettato! benché tu faresti
assai maggior cortesia, e tuo dovere, mandare a dire a'tuoi compagni che qui
venissero a cenare, e poi, se pure andare te ne volessi, ve ne potresti tutti
andar di brigata -.
Andreuccio rispose che
de'suoi compagni non volea quella sera, ma, poi che pure a grado l'era, di lui
facesse il piacer suo. Ella allora fè vista di mandare a dire
all'albergo che egli non fosse atteso a cena; e poi, dopo molti altri
ragionamenti, postisi a cena e splendidamente di più vivande serviti,
astutamente quella menò per lunga infino alla notte obscura; ed essendo
da tavola levati e Andreuccio partir volendosi, ella disse che ciò in
niuna guisa sofferrebbe , per ciò che Napoli non era terra da andarvi
per entro di notte, e massimamente un forestiere; e che come che egli a cena
non fosse atteso aveva mandato a dire, così aveva dello albergo fatto il
somigliante.
Egli, questo credendo e
dilettandogli, da falsa credenza ingannato, d'esser con costei, stette. Furono
adunque dopo cena i ragionamenti molti e lunghi non senza cagione tenuti; e
essendo della notte una parte passata, ella, lasciato Andreuccio a dormire
nella sua camera con un piccol fanciullo che gli mostrasse se egli volesse
nulla, con le sue femine in un'altra camera se n'andò.
Era il caldo grande: per la
qual cosa Andreuccio, veggendosi solo rimasto, subitamente si spogliò in
farsetto e trassesi i panni di gamba e al capo del letto gli si pose; e
richiedendo il naturale uso di dovere diporre il superfluo peso del ventre,
dove ciò si facesse domandò quel fanciullo, il quale nell'uno
de'canti della camera gli mostrò uno uscio e disse:
- Andate là entro -
.
Andreuccio dentro
sicuramente passato, gli venne per ventura posto il piè sopra una tavola,
la quale dalla contraposta parte sconfitta dal travicello sopra il quale era ;
per la qual cosa capolevando questa tavola con lui insieme se n'andò
quindi giuso: e di tanto l'amò Idio, che niuno male si fece nella
caduta, quantunque alquanto cadesse da alto, ma tutto della bruttura, della
quale il luogo era pieno, s'imbrattò. Il quale luogo, acciò che
meglio intendiate e quello che è detto e ciò che segue, come
stesse vi mostrerò. Egli era in un chiassetto stretto, come spesso tra
due case veggiamo: sopra due travicelli, tra l'una casa e l'altra posti, alcune
tavole eran confitte e il luogo da seder posto, delle quali tavole quella che
con lui cadde era l'una.
Ritrovandosi adunque
là giù nel chiassetto Andreuccio, dolente del caso,
cominciò a chiamare il fanciullo; ma il fanciullo, come sentito l'ebbe
cadere, così corse a dirlo alla donna. La quale, corsa alla sua camera,
prestamente cercò se i suoi panni v'erano; e trovati i panni e con essi
i denari, li quali esso non fidandosi mattamente sempre portava addosso, avendo
quello a che ella di Palermo, sirocchia d'un perugin faccendosi, aveva teso il
lacciuolo, più di lui non curandosi prestamente andò a chiuder
l'uscio del quale egli era uscito quando cadde.
Andreuccio, non
rispondendogli il fanciullo, cominciò più forte a chiamare: ma
ciò era niente. Per che egli, già sospettando e tardi dello
inganno cominciandosi a accorgere salito sopra un muretto che quello
chiassolino dalla strada chiudea e nella via disceso, all'uscio della casa, il
quale egli molto ben riconobbe, se n'andò, e quivi invano lungamente
chiamò e molto il dimenò e percosse . Di che egli piagnendo, come
colui che chiara vedea la sua disavventura, cominciò a dire:
- Oimè lasso, in
come piccol tempo ho io perduti cinquecento fiorini e una sorella!-
E dopo molte altre parole,
da capo cominciò a battere l'uscio e a gridare; e tanto fece così
che molti de'circunstanti vicini, desti, non potendo la noia sofferire, si
levarono; e una delle servigiali della donna, in vista tutta sonnocchiosa,
fattasi alla finestra proverbiosamente disse:
- Chi picchia là
giù ?-
- Oh! - disse Andreuccio -
o non mi conosci tu? Io sono Andreuccio, fratello di madama Fiordaliso- .
Al quale ella rispose: -
Buono uomo, se tu hai troppo bevuto, va dormi e tornerai domattina; io non so
che Andreuccio né che ciance son quelle che tu dì ; va in buona ora e
lasciaci dormir, se ti piace- .
- Come- disse Andreuccio -
non sai che io mi dico? Certo sì sai; ma se pur son così fatti i
parentadi di Cicilia, che in sì piccol termine si dimentichino, rendimi
almeno i panni miei li quali lasciati v'ho, e io m'andrò volentier con
Dio- .
Al quale ella quasi ridendo
disse:
- Buono uomo, e'mi par che
tu sogni- , e il dir questo e il tornarsi dentro e chiuder la finestra fu una
cosa. Di che Andreuccio, già certissimo de'suoi danni, quasi per doglia
fu presso a convertire in rabbia la sua grande ira e per ingiuria propose di
rivolere quello che per parole riaver non potea; per che da capo, presa una
gran pietra, con troppi maggior colpi che prima fieramente cominiciò a
percuotere la porta. La qual cosa molti de'vicini avanti destisi e levatisi,
credendo lui essere alcuno spiacevole il quale queste parole fingesse per
noiare quella buona femina, recatosi a noia il picchiare il quale egli faceva,
fattisi alle finestre, non altramenti che a un can forestiere tutti quegli
della contrada abbaiano adosso, cominciarono a dire:
- Questa è una gran
villania a venire a questa ora a casa le buone femine e dire queste ciance;
deh! va con Dio, buono uomo; lasciaci dormir, se ti piace; e se tu hai nulla a
far con lei, tornerai domane, e non ci dar questa seccaggine stanotte-
Dalle quali parole forse
assicurato uno che dentro dalla casa era, ruffiano della buona femina, il quale
egli né veduto né sentito avea, si fece alle finestre e con una boce grossa,
orribile e fiera disse:
- Chi è
laggiù ?-
Andreuccio, a quella voce
levata la testa, vide uno il quale, per quel poco che comprender potè,
mostrava di dovere essere un gran bacalare, con una barba nera e folta al
volto, e come se del letto o da alto sonno si levasse sbadigliava e
stropicciavasi gli occhi: a cui egli, non senza paura, rispose:
- Io sono un fratello della
donna di là entro- .
Ma colui non aspettò
che Andreuccio finisse la risposta, anzi più rigido assai che prima
disse:
- Io non so a che io mi
tegno che io non vegno là giù , e deati tante bastonate quante io
ti vegga muovere, asino fastidioso e ebriaco che tu dei essere, che questa
notte non ci lascerai dormire persona- ; e tornatosi dentro serrò la
finestra.
Alcuni de'vicini, che
meglio conoscieno la condizion di colui, umilmente parlando a Andreuccio
dissono:
- Per Dio, buono uomo,
vatti con Dio, non volere stanotte essere ucciso costì : vattene per lo
tuo migliore- .
Laonde Andreuccio,
spaventato dalla voce di colui e dalla vista e sospinto da'conforti di coloro
li quali gli pareva che da carità mossi parlassero, doloroso quanto mai
alcuno altro e de'suoi denar disperato, verso quella parte onde il dì
aveva la fanticella seguita, senza sa per dove s'andasse, prese la via per
tornarsi all'albergo. E a se medesimo dispiacendo per lo puzzo che a lui di lui
veniva, disideroso di volgersi al mare per lavarsi, si torse a man sinistra e
su per una via chiamata la Ruga Catalana si mise. E verso l'alto della
città andando, per ventura davanti si vide due che verso di lui con una
lanterna in mano venieno li quali temendo non fosser della famiglia della corte
o altri uomini a mal far disposti, per fuggirli, in un casolare, il qual si
vide vicino, pianamente ricoverò. Ma costoro, quasi come a quello
proprio luogo inviati andassero, in quel medesimo casolare se n'entrarono; e
quivi l'un di loro, scaricati certi ferramenti che in collo avea, con l'altro
insieme gl'incominciò a guardare, varie cose sopra quegli ragionando. E
mentre parlavano, disse l'uno:
- Che vuol dir questo? Io
sento il maggior puzzo che mai mi paresse sentire- ; e questo detto alzata
alquanto la lanterna, ebbe veduto il cattivel d'Andreuccio, e stupefatti
domandar: - Chi è là?-
Andreuccio taceva, ma essi
avvicinatiglisi con lume il domandarono che quivi così brutto facesse:
alli quali Andreuccio ciò che avvenuto gli era narrò interamente.
Costoro, imaginando dove ciò gli potesse essere avvenuto, dissero fra
sè: - Veramente in casa lo scarabone Buttafuoco fia stato questo- . E a
lui rivolti, disse l'uno:
- Buono uomo, come che tu
abbi perduti i tuoi denari, tu molto a lodare Idio che quel caso ti venne che
tu cadesti né potesti poi in casa rientrare: per ciò che, se caduto non
fossi, vivi sicuro che, come prima adormentato ti fossi, saresti stato amazzato
e co'denari avresti la persona perduta. Ma che giova oggimai di piagnere? Tu ne
potresti così riavere un denaio come avere delle stelle del cielo:
ucciso ne potrai tu bene essere, se colui sente che tu mai ne facci parola- .
E detto questo,
consigliatisi alquanto, gli dissero:
- Vedi, a noi è
presa compassion di te: e per ciò, dove tu vogli con noi essere a fare alcuna
cosa la quale a fare andiamo, egli ci pare esser molto certi che in parte ti
toccherà il valere di troppo più che perduto non hai -
Andreuccio, sì come
disperato, rispuose ch'era presto.
Era quel dì
sepellito uno arcivescovo di Napoli, chiamato messer Filippo Minutolo, era
stato sepellito con ricchissimi ornamenti e con uno rubino in dito il quale
valeva oltre cinquecento fiorin d'oro, il quale costoro volevano andare a
spogliare; e così a Andreuccio fecer veduto. Laonde Andreuccio, più
cupido che consigliato, con loro si mise in via; e andando verso la chiesa
maggiore, e Andreuccio putendo forte, disse l'uno:
- Non potremmo noi trovar
modo che costui si lavasse un poco dove che sia, che egli non putisse
così fieramente?-
Disse l'altro:
- Sì , noi siam qui
presso a un pozzo al quale suole sempre esser la carrucola e un gran secchione;
andianne là e laverenlo spacciatamente.
Giunti a questo pozzo
trovarono che la fune v'era ma il secchione n'era stato levato: per che insieme
diliberarono di legarlo alla fune e di collarlo nel pozzo, e egli là
giù si lavasse e, come lavato fosse, crollasse la fune e essi il
tirerebber suso; e così fecero.
Avvenne che, avendol costor
nel pozzo collato, alcuni della famiglia della signoria, li quali e per lo
caldo e perché corsi erano dietro a alcuno avendo sete, a quel pozzo venieno a
bere: li quali come quegli due videro, incontanente cominciarono a fuggire, li
famigliari che quivi venivano a bere non avendogli veduti.
Essendo già nel
fondo del pozzo Andreuccio lavato, dimenò la fune. Costoro assetati,
posti giù lor tavolacci e loro armi e lor gonnelle, cominciarono la fune
a tirare credendo a quella il secchion pien d'acqua essere appicato.
Come Andreuccio si vide
alla sponda del pozzo vicino così , lasciata la fune, con le mani si
gittò sopra quella. La qual cosa costoro vedendo, da subita paura presi,
senza altro dir lasciaron la fune e cominciarono quanto più poterono a
fuggire: di che Andreuccio si maravigliò forte, e se egli non si fosse
bene attenuto, egli sarebbe infin nel fondo caduto forse non senza suo gran
danno o morte; ma pure uscitone e queste arme trovate, le quali egli sapeva che
i suoi compagni non avean portate, ancora più s'incominciò a
maravigliare. Ma dubitando e non sappiendo che, della sua fortuna dolendosi,
senza alcuna cosa toccar quindi diliberò di partirsi: e andava senza
saper dove.
Così andando si
venne scontrato in que'due suoi compagni, li quali a trarlo del pozzo venivano;
e come il videro, maravigliandosi forte, il domandarono chi del pozzo l'avesse
tratto. Andreuccio rispose che non sapea, e loro ordinatamente disse come era
avvenuto e quello che trovato aveva fuori del pozzo. Di che costoro, avvisatisi
come stato era, ridendo gli contarono perché s'eran fuggiti e chi stati eran
coloro che su l'avean tirato. E senza più parole fare, essendo
già mezzanotte, n'andarono alla chiesa maggiore, e in quella assai
leggiermente entrarono e furono all'arca, la quale era di marmo e molto grande;
e con lor ferro il coperchio, ch'era gravissimo, sollevaron tanto quanto uno
uomo vi potesse entrare, e puntellaronlo. E fatto questo, cominciò l'uno
a dire:
- Chi entrerà
dentro?-
A cui l'altro rispose:
- Non io- .
- Nè io- disse colui
- ma entrivi Andreuccio-.
- Questo non farò
io- disse Andreuccio. Verso il quale ammenduni costoro rivolti dissero:
- Come non v'enterrai? In
fè di Dio, se tu non v'entri, noi ti darem tante d'uno di questi pali di
ferro sopra la testa, che noi ti farem cader morto- .
Andreuccio temendo
v'entrò, e entrandovi pensò seco: - Costoro mi ci fanno entrare
per ingannarmi, per ciò che, come io avrò loro ogni cosa dato,
mentre che io penerò a uscir dall'arca, essi se ne andranno pe'fatti
loro e io rimarrò senza cosa alcuna- . E per ciò s'avisò
di farsi innanzi tratto la parte sua; e ricordatosi del caro anello che aveva
loro udito dire, come fu giù disceso così di dito il trasse
all'arcivescovo e miselo a sè; e poi dato il pasturale e la mitra
è guanti e spogliatolo infino alla camiscia, ogni cosa diè loro
dicendo che più niente v'avea.
Costoro, affermando che
esser vi doveva l'anello, gli dissero che cercasse per tutto: ma esso
rispondendo che non trovava e sembiante facendo di cercarne, alquanto li tenne
ad aspettare. Costoro che d'altra parte eran sì come lui maliziosi
,dicendo pur che ben cercasse preso tempo, tirarono via il puntello che il
coperchio dell'arca sostenea, e fuggendosi lui dentro dall'arca lasciaron
racchiuso.
La qual cosa sentendo
Andreuccio, qual egli allor divenisse ciascun sel può pensare.
Egli tentò
più volte e col capo e con le spalle se alzare potesse il coperchio, ma
invano si faticava: per che da grave dolor vinto, venendo meno cadde sopra il
morto corpo dell'arcivescovo; e chi allora veduti gli avesse malagevolmente avrebbe
conosciuto chi più si fosse morto, o l'arcivescovo o egli. Ma poi che in
sé fu ritornato, dirottissimamente cominciò a piagnere, veggendosi quivi
senza dubbio all'un de'due fini dover pervenire: o in quella arca, non
venendovi alcuni più a aprirla, di fame e di puzzo tra'vermini del morto
corpo convenirlo morire, o vegnendovi alcuni e trovandovi lui dentro, sì
come ladro dovere essere appiccato.
E in così fatti
pensieri e doloroso molto stando, sentì per la chiesa andar genti e
parlar molte persone, le quali sì come gli avvisava, quello andavano a
fare che esso co'suoi compagni avean già fatto: di che la paura gli
crebbe forte. Ma poi che costoro ebbero l'arca aperta e puntellata, in quistion
caddero chi vi dovesse entrare, e niuno il voleva fare; pur dopo lunga tencione
un prete disse:
- Che paura avete voi?
credete voi che egli vi manuchi? Li morti non mangian uomini: io
v'entrerò dentro io - .
E così detto, posto
il petto sopra l'orlo dell'arca, volse il capo in fuori e dentro mandò
le gambe per doversi giuso calare.
Andreuccio, questo vedendo,
in piè levatosi prese il prete per l'una delle gambe e fè
sembiante di volerlo giù tirare. La qual cosa sentendo il prete mise uno
strido grandissimo e presto dell'arca si gittò fuori; della qual cosa
tutti gli altri spaventati, lasciata l'arca aperta, non altramente a fuggir
cominciarono che se da centomilia diavoli fosser perseguitati.
La qual cosa veggendo
Andreuccio, lieto oltre a quello che sperava, subito si gittò fuori e
per quella via onde era venuto se ne uscì dalla chiesa; e già
avvicinandosi al giorno, con quello anello in dito andando all'avventura,
pervenne alla marina e quindi al suo albergo si abbattè ; dove li suoi
compagni e l'albergatore trovò tutta la notte stati in sollecitudine
de'fatti suoi. A'quali ciò che avvenuto gli era raccontato, parve per lo
consiglio dell'oste loro che costui incontanente si dovesse di Napoli partire;
la qual cosa egli fece prestamente e a Perugia tornossi, avendo il suo
investito in uno anello, dove per comperare cavalli era andato.
Giornata seconda - Novella
sesta
Madonna Beritola, con due
cavriuoli sopra una isola trovata, avendo due figliuoli perduti, ne va in
Lunigiana; quivi l'un de'figliuoli col signor di lei si pone e colla figliuola
di lui giace ed è messo in prigione. Cicilia ribellata al re Carlo, e il
figliuolo riconosciuto dalla madre, sposa la figliuola del suo signore e il suo
fratello ritrova e in grande stato ritornano.
Avevan le donne parimente e
i giovani riso molto de'casi d'Andreuccio dalla Fiammetta narrati, quando
Emilia, sentendo la novella finita, per comandamento della reina, così
cominciò.
Gravi cose e noiose sono i
movimenti vari della Fortuna, de'quali perché quante volte alcuna cosa si
parla, tante è un destare delle nostre menti, le quali leggiermente
s'addormentano nelle sue lusinghe, giudico mai rincrescer non dover l'ascoltare
e a'felici e agli sventurati, in quanto li primi rende avvisati e i secondi
consola. E per ciò, quantunque
gran cose dette ne sieno
avanti, io intendo di raccontarvene una novella non meno vera che pietosa; la
quale, ancora che lieto fine avesse, fu tanta e sì lunga l'amaritudine,
che appena che io possa credere che mai da letizia seguita si raddolcisse.
Carissime donne, voi dovete
sapere che appresso la morte di Federigo secondo imperadore fu re di Cicilia
coronato Manfredi, appo il quale in grandissimo stato fu un gentile uomo di
Napoli chiamato Arrighetto Capece, il quale per moglie avea una bella e gentil
donna similmente napoletana, chiamata madonna Beritola Caracciola. Il quale
Arrighetto, avendo il governo dell'isola nelle mani, sentendo che il re Carlo
primo avea a Benevento vinto e ucciso Manfredi, e tutto il regno a lui si
rivolgea, avendo poca sicurtà della corta fede de'ciciliani e non
volendo suddito divenire del nimico del suo signore, di fuggire
s'apparecchiava. Ma questo da' ciciliani conosciuto, subitamente egli e molti
altri amici e servitori del re Manfredi furono per prigioni dati al re Carlo, e
la possessione dell'isola appresso.
Madonna Beritola in tanto
mutamento di cose, non sappiendo che d'Arrighetto si fosse e sempre di quello
che era avvenuto temendo, per tema di vergogna, ogni sua cosa lasciata, con un
suo figliuolo d'età forse d'otto anni, chiamato Giusfredi, e gravida e
povera, montata sopra una barchetta, se ne fuggì a Lipari, e quivi
partorì un altro figliuol maschio, il quale nominò lo Scacciato;
e presa una balia, con tutti sopra un legnetto montò per tornarsene a
Napoli a'suoi parenti. Ma altramenti avvenne che il suo avviso; perciò
che per forza di vento il legno, che a Napoli andar dovea, fu trasportato
all'isola di Ponzo, dove, entrati in un picciol seno di mare, cominciarono ad
attender tempo al loro viaggio.
Madama Beritola, come gli
altri, smontata in su l'isola e sopra quella un luogo solitario e rimoto
trovato, quivi a dolersi del suo Arrighetto si mise tutta sola. E questa
maniera ciascun giorno tenendo, avvenne che, essendo ella al suo dolersi
occupata, senza che alcuno o marinaro o altri se n'accorgesse, una galea di
corsari sopravvenne, la quale tutti a man salva gli prese, e andò via.
Madama Beritola, finito il
suo diurno lamento, tornata al lito per rivedere i figliuoli, come usata era di
fare, niuna persona vi trovò; di che prima si maravigliò, e poi,
subitamente di quello che avvenuto era sospettando, gli occhi infra 'l mare
sospinse, e vide la galea, non molto ancora allungata, dietro tirarsi il
legnetto; per la qual cosa ottimamente conobbe, sì come il marito, aver
perduti i figliuoli; e povera e sola e abbandonata, senza saper dove mai alcuno
doversene ritrovare, quivi vedendosi, tramortita, il marito è figliuoli
chiamando, cadde in su 'l lito.
Quivi non era chi con acqua
fredda o con altro argomento le smarrite forze rivocasse; per che a bello agio
poterono gli spiriti andar vagando dove lor piacque; ma, poi che nel misero
corpo le partite forze insieme colle lagrime e col pianto tornate furono,
lungamente chiamò i figliuoli, e molto per ogni caverna gli andò
cercando. Ma poi che la sua fatica conobbe vana e vide la notte sopravvenire,
sperando e non sappiendo che, di sé medesima alquanto divenne sollicita, e dal
lito partitasi, in quella caverna, dove di piagnere e di dolersi era usa, si
ritornò.
E poi che la notte con
molta paura e con dolore inestimabile fu passata, e il dì nuovo venuto,
e già l'ora della terza valicata, essa, che la sera avanti cenato non
avea, da fame costretta, a pascere l'erbe si diede; e, pasciuta come
potè, piagnendo, a vari pensieri della sua futura vita si diede.
Nè quali mentre ella dimorava, vide venire una cavriuola ed entrare ivi
vicino in una caverna, e dopo alquanto uscirne e per lo bosco andarsene; per
che ella, levatasi, là entrò donde uscita era la cavriuola, e
videvi due cavriuoli forse il dì medesimo nati, li quali le parevano la
più dolce cosa del mondo e la più vezzosa; e, non essendolesi
ancora del nuovo parto rasciutto il latte del petto, quegli teneramente prese e
al petto gli si pose. Li quali, non rifiutando il servigio, così lei
poppavano come la madre avrebber fatto; e d'allora innanzi dalla madre a lei
niuna distinzion fecero. Per che, parendo alla gentil donna avere nel diserto
luogo alcuna compagnia trovata, l'erbe pascendo e bevendo l'acqua, e tante
volte piagnendo quante del marito e de'figliuoli e della sua preterita vita si ricordava,
quivi e a vivere e a morire s'era disposta, non meno dimestica della cavriuola
divenuta che de'figliuoli.
E così dimorando la
gentil donna divenuta fiera, avvenne dopo più mesi che per fortuna
similmente quivi arrivò un legnetto di pisani, dove ella prima era
arrivata, e più giorni vi dimorò.
Era sopra quel legno un
gentile uomo chiamato Currado de'marchesi Malespini con una sua donna valorosa
e santa; e venivano di pellegrinaggio da tutti i santi luoghi li quali nel
regno di Puglia sono, e a casa loro se ne tornavano. Il quale, per passare
malinconia, insieme colla sua donna e con alcuni suoi famigliari e con suoi
cani, un dì ad andare fra l'isola si mise, e non guari lontano al luogo,
dove era madama Beritola, cominciarono i cani di Currado a seguire i due
cavriuoli, li quali già grandicelli pascendo andavano; li quali
cavriuoli da'cani cacciati, in nulla altra parte fuggirono che alla caverna
dove era madama Beritola.
La quale, questo vedendo,
levata in piè e preso un bastone, li cani mandò indietro; e quivi
Currado e la sua donna, che i lor cani seguitavano, sopravvenuti, vedendo
costei, che bruna e magra e pilosa divenuta era, si maravigliarono, ed ella
molto più di loro. Ma poi che a'prieghi di lei ebbe Currado i suoi cani
tirati indietro, dopo molti prieghi la piegarono a dire chi ella fosse e che
quivi facesse; la quale pienamente ogni sua condizione e ogni suo accidente e
il suo fiero proponimento loro aperse. Il che udendo Currado, che molto bene
Arrighetto Capece conosciuto avea, di compassion pianse, e con parole assai
s'ingegnò di rimuoverla da proponimento sì fiero, offerendole di
rimenarla a casa sua o di seco tenerla in quello onore che sua sorella, e
stesse tanto che Iddio più lieta fortuna le mandasse innanzi. Alle quali
proferte non piegandosi la donna, Currado con lei lasciò la moglie e le
disse che da mangiare quivi facesse venire, e lei, che tutta era stracciata,
d'alcuna delle sue robe rivestisse e del tutto facesse che seco la ne menasse.
La gentil donna con lei
rimasa, avendo prima molto con madama Beritola pianto de'suoi infortuni, fatti
venire vestimenti e vivande, colla maggior fatica del mondo a prendergli e a
mangiar la condusse; e ultimamente, dopo molti prieghi, affermando ella di mai
non volere andare ove conosciuta fosse, la 'ndusse a doversene seco andare in
Lunigiana insieme co'due cavriuoli e colla cavriuola, la quale in quel mezzo
era tornata e, non senza gran maraviglia della gentil donna, l'avea fatta
grandissima festa.
E così venuto il
buon tempo, madama Beritola con Currado e colla sua donna sopra il lor legno
montò, e con loro insieme la cavriuola e i due cavriuoli (da'quali, non
sappiendosi per tutti il suo nome, ella fu Cavriuola dinominata), e con buon
vento tosto infino nella foce della Magra n'andarono, dove smontati, alle lor
castella ne salirono.
Quivi appresso la donna di
Currado madama Beritola, in abito vedovile, come una sua damigella, onesta e
umile e obediente stette, sempre a'suoi cavriuoli avendo amore e faccendogli
nutricare.
I corsari, li quali avevano
a Ponzo preso il legno sopra il quale madama Beritola venuta era, lei lasciata
sì come da lor non veduta, con tutta l'altra gente a Genova n'andarono;
e quivi tra'padroni della galea divisa la preda, tocco'per avventura, tra
l'altre cose, in sorte ad un messer Guasparrin d'Oria la balia di madama
Beritola e i due fanciulli con lei; il quale lei co'fanciulli insieme a casa
sua ne mandò, per tenergli a guisa di servi né servigi della casa.
La balia, dolente oltre
modo della perdita della sua donna e della misera fortuna nella quale sé e i
due fanciulli caduti vedea, lungamente pianse. Ma, poi che vide le lacrime
niente giovare e sé esser serva con loro insieme, ancora che povera femina
fosse, pure era savia e avveduta; per che, prima come potè il meglio riconfortatasi,
e appresso riguardando dove erano pervenuti, s'avvisò che, se i due
fanciulli conosciuti fossono, per avventura potrebbono di leggiere impedimento
ricevere; e oltre a questo sperando che, quando che sia, si potrebbe mutar la
fortuna ed essi potrebbero, se vivi fossero, nel perduto stato tornare,
pensò di non palesare ad alcuna persona chi fossero, se tempo di
ciò non vedesse; e a tutti diceva, che di ciò domandata
l'avessero, che suoi figliuoli erano. E il maggiore non Giusfredi, ma Giannotto
di Procida nominava; al minore non curò di mutar nome; e con somma
diligenzia mostrò a Giusfredi perché il nome cambiato gli avea e a qual
pericolo egli potesse essere se conosciuto fosse; e questo non una volta ma
molte e molto spesso, gli ricordava; la qual cosa il fanciullo, che intendente
era, secondo l'ammaestramento della savia balia ottimamente faceva.
Stettero adunque, e mal
vestiti e peggio calzati, ad ogni vil servigio adoperati, colla balia insieme
pazientemente più anni i due garzoni in casa messer Guasparrino. Ma
Giannotto, già d'età di sedici anni, avendo più animo che
a servo non s'apparteneva, sdegnando la viltà della servil condizione,
salito sopra galee che in Alessandria andavano, dal servigio di messer Guasparrino
si partì , e in più parti andò in niente potendosi
avanzare.
Alla fine, forse dopo tre o
quattro anni appresso la partita fatta da messer Guasparrino, essendo bel
giovane e grande della persona divenuto, e avendo sentito il padre di lui, il
quale morto credeva che fosse, essere ancor vivo, ma in prigione e in
cattività per lo re Carlo guardato, quasi della fortuna disperato,
vagabundo andando, pervenne in Lunigiana, e quivi per ventura con Currado
Malespina si mise per famigliare, lui assai acconciamente e a grado servendo. E
come che (non) rade volte la sua madre, la quale colla donna di Currado era,
vedesse, niuna volta la conobbe, né ella lui; tanto la età l'uno e
l'altro, da quello che esser soleano quando ultimamente si videro, gli avea
trasformati.
Essendo adunque Giannotto al
servigio di Currado, avvenne che una figliuola di Currado, il cui nome era
Spina, rimasa vedova d'uno Niccolò da Grignano, alla casa del padre
tornò; la quale, essendo assai bella e piacevole e giovane di poco
più di sedici anni, per ventura pose gli occhi addosso a Giannotto, ed
egli a lei, e ferventissimamente l'uno dell'altro s'innamorò. Il quale
amore non fu lungamente senza effetto; e più mesi durò avanti che
di ciò niuna persona s'accorgesse. Per la qual cosa essi, troppo
assicurati, cominciarono a tener maniera men discreta che a così fatte
cose non si richiedea. E andando un giorno per un bosco bello e folto d'alberi
la giovane insieme con Giannotto, lasciata tutta l'altra compagnia, entrarono
innanzi; e parendo loro molto di via aver gli altri avanzati, in un luogo
dilettevole e pien d'erba e di fiori, e d'alberi chiuso, ripostisi, a prendere
amoroso piacere l'un dell'altro incominciarono.
E, come che lungo spazio
stati già fossero insieme, avendo il gran diletto fattolo loro parere
molto brieve, in ciò dalla madre della giovane prima, e appresso da
Currado, soprappresi furono. Il quale, doloroso oltre modo questo vedendo,
senza alcuna cosa dire del perché, amenduni gli fece pigliare a tre suoi
servidori e ad uno suo castello legati menargliene; e d'ira e di cruccio
fremendo andava, disposto di fargli vituperosamente morire.
La madre della giovane,
quantunque molto turbata fosse e degna reputasse la figliuola per lo suo fallo
d'ogni crudel penitenzia, avendo per alcuna parola di Currado compreso qual
fosse l'animo suo verso i nocenti, non potendo ciò comportare,
avacciandosi sopraggiunse l'adirato marito, e cominciollo a pregare che gli
dovesse piacere di non correr furiosamente a volere nella sua vecchiezza della
figliuola divenir micidiale e a bruttarsi le mani del sangue d'un suo fante, e
che egli altra maniera trovasse a sodisfare all'ira sua, sì come di
fargli imprigionare e in prigione stentare e piagnere il peccato commesso. E
tanto e queste e molte altre parole gli andò dicendo la santa donna, che
essa da uccidergli l'animo suo rivolse; e comandò che in diversi luoghi
ciascun di loro imprigionato fosse, e quivi guardati bene, e con poco cibo e
con molto disagio servati infino a tanto che esso altro diliberasse di loro; e
così fu fatto. Quale la vita loro in cattività e in continue
lagrime e in più lunghi digiuni che loro non sarien bisognati si fosse,
ciascuno sel può pensare.
Stando adunque Giannotto e
la Spina in vita così dolente ed essendovi già uno anno, senza
ricordarsi Currado di loro, dimorati, avvenne che il re Piero di Raona, per
trattato di messer Gian di Procida, l'isola di Cicilia ribellò e tolse
al re Carlo; di che Currado, come ghibellino, fece gran festa. La quale
Giannotto sentendo da alcuno di quelli che a guardia l'aveano, gittò un
gran sospiro, e disse:
- Ahi lasso me! che passati
sono omai quattordici anni che io sono andato tapinando per lo mondo, niuna
altra cosa aspettando che questa, la quale, ora che venuta è,
acciò che io mai d'aver ben più non speri, m'ha trovato in prigione,
della quale mai se non morto uscire non spero!
- E come ? - disse il
prigioniere - che monta a te quello che i grandissimi re si facciano? Che avevi
tu a fare in Cicilia?
A cui Giannotto disse:
- El pare che 'l cuor mi si
schianti, ricordandomi di ciò che già mio padre v'ebbe a fare; il
quale, ancora che picciol fanciul fossi quando me ne fuggii, pur mi ricorda che
io nel vidi signore, vivendo il re Manfredi.
Seguì il
prigioniere:
- E chi fu tuo padre?
- Il mio padre - disse
Giannotto - posso io omai sicuramente manifestare, poi del pericolo mi veggio
fuori, il quale io temeva scoprendolo. Egli fu chiamato ed è ancora,
s'el vive, Arrighetto Capece, e io non Giannotto, ma Giusfredi ho nome; e non
dubito punto, se io di qui fossi fuori, che tornando in Cicilia io non vi
avessi ancora grandissimo luogo.
Il valente uomo, senza
più avanti andare, come prima ebbe tempo, tutto questo raccontò a
Currado. Il che Currado udendo, quantunque al prigioniere mostrasse di non
curarsene, andatosene a madonna Beritola, piacevolmente la domandò se
alcun figliuolo avesse d'Arrighetto avuto che Giusfredi avesse nome. La donna
piagnendo rispose che, se il maggiore de'suoi due che avuti avea fosse vivo,
così si chiamerebbe e sarebbe d'eta di ventidue anni.
Questo udendo Currado,
avvisò lui dovere esser desso, e caddegli nell'animo, se così
fosse, che egli ad una ora poteva una gran misericordia fare e la sua vergogna
e quella della figliuola tor via, dandola per moglie a costui; e per ciò
fattosi segretamente Giannotto venire, partitamente d'ogni sua passata vita
l'esaminò. E trovando per assai manifesti indizi lui veramente esser
Giusfredi, figliuolo d'Arrighetto Capece, gli disse:
- Giannotto, tu sai quanta
e quale sia la 'ngiuria la qual tu m'hai fatta nella mia propia figliuola,
là dove, trattandoti io bene e amichevolmente, secondo che servidor si
dee fare, tu dovevi il mio onore e delle mie cose sempre e cercare e operare; e
molti sarebbero stati quegli, a'quali se tu quello avessi fatto che a me
facesti, che vituperosamente ti avrebber fatto morire; so il che la mia
pietà non sofferse. Ora, poi che così è come tu mi
dì , che tu figliuolo sé di gentile uomo e di gentil donna, io voglio
alle tue angoscie, quando tu medesimo vogli, porre fine e trarti della miseria
e della cattività nella qual tu dimori, e ad una ora il tuo onore e 'l
mio nel suo debito luogo riducere. Come tu sai, la Spina, la quale tu con
amorosa, avvegna che sconvenevole a te e a lei, amistà prendesti,
è vedova, e la sua dota è grande e buona; quali sieno i suoi
costumi, e il padre e la madre di lei, tu il sai; del tuo presente stato niente
dico. Per che, quando tu vogli, io sono disposto, dove ella disonestamente
amica ti fu, ch'ella onestamente tua moglie divenga e che in guisa di mio
figliuolo qui, con esso meco e con lei, quanto ti piacerà dimori.
Aveva la prigione macerate
le carni di Giannotto, ma il generoso animo dalla sua origine tratto non aveva
ella in cosa alcuna diminuito, né ancora lo 'ntero amore il quale egli alla sua
donna portava. E quantunque egli ferventemente disiderasse quello che Currado
gli offereva e sé vedesse nelle sue forze, in niuna parte piegò quello
che la grandezza dello animo suo gli mostrava di dover dire, e rispose:
- Currado, né
cupidità di signoria né desiderio di denari né altra cagione alcuna mi
fece mai alla tua vita né alle tue cose insidie, come traditor, porre. Amai tua
figliuola e amo e amerò sempre, per ciò che degna la reputo del
mio amore; e se io seco fui meno che onestamente, secondo la oppinion de'meccanici,
quel peccato commisi, il quale sempre seco tiene la giovanezza congiunto e che,
se via si volesse torre, converrebbe che via si togliesse la giovanezza, e il
quale, se i vecchi si volessero ricordare d'essere stati giovani e gli altrui
difetti colli loro misurare e li loro cogli altrui, non saria grave come tu e
molti altri fanno; e come amico e non come nemico il commisi. Quello che tu
offeri di voler fare sempre il disiderai, e se io avessi creduto che conceduto
mi dovesse esser suto, lungo tempo è che domandato l'avrei; e tanto mi
sarà ora più caro, quanto di ciò la speranza è
minore. Se tu non hai quello animo che le parole tue dimostrano, non mi pascere
di vana speranza; fammi ritornare alla prigione e quivi quanto ti piace mi fa
affliggere, ché quanto io amerò la Spina, tanto sempre per amor di lei
amerò te, che che tu mi ti facci, e avrotti in reverenza.
Currado, avendo costui
udito, si maravigliò e di grande animo il tenne e il suo amore fervente
reputò, e più ne l'ebbe caro; e per ciò levatosi in
piè, l'abbracciò e baciò, e senza dar più indugio
alla cosa, comandò che quivi chetamente fosse menata la Spina.
Ella era nella prigione
magra e pallida divenuta e debole, e quasi un'altra femina che esser non soleva
parea, e così Giannotto un altro uomo: i quali nella presenzia di
Currado di pari consentimento contrassero le sponsalizie secondo la nostra
usanza.
E poi che più
giorni, senza sentirsi da alcuna persona di ciò che fatto era alcuna
cosa, gli ebbe di tutto ciò che bisognò loro e di piacere era
fatti adagiare, parendogli tempo di farne le loro madri liete, chiamate la sua
donna e la Cavriuola, così verso lor disse:
- Che direste voi, madonna,
se io vi facessi il vostro figliuolo maggior riavere, essendo egli marito d'una
delle mie figliuole?
A cui la Cavriuola rispose:
- Io non vi potrei di
ciò altro dire se non che, se io vi potessi più esser tenuta che
io non sono, tanto più vi sarei quanto voi più cara cosa che non
sono io medesima a me mi rendereste; e rendendomela in quella guisa che voi
dite, alquanto in me la mia perduta speranza rivocareste -; e lagrimando si
tacque.
Allora disse Currado alla
sua donna:
- E a te che ne parrebbe,
donna, se io così fatto genero ti donassi?
A cui la donna rispose:
- Non che un di loro, che
gentili uomini sono, ma un ribaldo, quando a voi piacesse, mi piacerebbe.
Allora disse Currado:
- Io spero infra pochi
dì farvi di ciò liete femine.
E veggendo già nella
prima forma i due giovani ritornati, onorevolmente vestitigli, domandò
Giusfredi:
- Che ti sarebbe caro sopra
l'allegrezza la qual tu hai, se tu qui la tua madre vedessi?
A cui Giusfredi rispose:
- Egli non mi si lascia
credere che i dolori de'suoi sventurati accidenti l'abbian tanto lasciata viva;
ma, se pur fosse, sommamente mi saria caro, sì come colui che ancora per
lo suo consiglio mi crederrei gran parte del mio stato ricoverare in Cicilia.
Allora Currado l'una e
l'altra donna quivi fece venire. Elle fecero amendune maravigliosa festa alla
nuova sposa, non poco maravigliandosi, quale spirazione potesse essere stata
che Currado avesse a tanta benignità recato, che Giannotto con lei
avesse congiunto. Al quale madama Beritola, per le parole da Currado udite,
cominciò a riguardare, e da occulta virtù desta in lei alcuna
rammemorazione de'puerili lineamenti del viso del suo figliuolo, senza
aspettare altro dimostramento, colle braccia aperte gli corse al collo; né la
soprabondante pietà e allegrezza materna le permisero di potere alcuna
parola dire, anzi sì ogni virtù sensitiva le chiusero che quasi
morta nelle braccia del figliuol cadde. Il quale, quantunque molto si
maravigliasse, ricordandosi d'averla molte volte avanti in quel castello
medesimo veduta e mai non riconosciutola, pur non dimeno conobbe incontanente
l'odor materno e sé medesimo della sua preterita trascutaggine biasimando, lei
nelle braccia ricevuta lagrimando teneramente baciò. Ma poi che madama
Beritola, pietosamente dalla donna di Currado e dalla Spina aiutata e con acqua
fredda e con altre loro arti, in sé le smarrite forze ebbe rivocate,
rabbraccò da capo il figliuolo con molte lagrime e con molte parole
dolci; e piena di materna pietà mille volte o più il
baciò, ed egli lei reverentemente molto la vide e ricevette.
Ma poi che l'accoglienze
oneste e liete furo iterate tre e quattro volte, non senza gran letizia e
piacere de'circustanti, e l'uno all'altro ebbe ogni suo accidente narrato;
avendo già Currado a'suoi amici significato con gran piacere di tutti il
nuovo parentado fatto da lui, e ordinando una bella e magnifica festa, gli
disse Giusfredi:
- Currado, voi avete fatto
me lieto di molte cose e lungamente avete onorata mia madre; ora, acciò
che niuna parte in quello che per vo'si possa ci resti a fare, vi priego che
voi mia madre e la mia festa e me facciate lieti della presenza di mio
fratello, il quale in forma di servo messer Guasparrin d'Oria tiene in casa il
quale come io vi dissi già, e lui e me prese in corso; e appresso che
voi alcuna persona mandiate in Cicilia, il quale pienamente s'informi delle condizioni
e dello stato del paese, e mettasi a sentire quello che è d'Arrighetto
mio padre, se egli è o vivo o morto; e se è vivo, in che stato; e
d'ogni cosa pienamente informato, a noi ritorni.
Piacque a Currado la
domanda di Giusfredi e, senza alcuno indugio, discretissime persone
mandò e a Genova e in Cicilia. Colui che a Genova andò, trovato
messer Guasparrino, da parte di Currado diligentemente il pregò che lo
Scacciato e la sua balia gli dovesse mandare, ordinatamente narrandogli ciò
che per Currado era stato fatto verso Giusfredi e verso la madre.
Messer Guasparrin si
maraviò forte, questo udendo, e disse:
- Egli è vero che io
farei per Currado ogni cosa, che io potessi, che gli piacesse; e ho bene in
casa avuti, già sono quattordici anni, il garzon che tu dimandi e una
sua madre, li quali io gli manderò volentieri; ma dira'gli da mia parte
che si guardi di non aver troppo creduto o di non credere alle favole di
Giannotto, il qual dì che oggi si fa chiamar Giusfredi, per ciò
che egli è troppo più malvagio che egli non s'avvisa.
E così detto, fatto onorare il valente
uomo, si fece in segreto chiamar la balia e cautamente la esaminò di
questo fatto. La quale, avendo udita la rebellion di Cicilia e sentendo
Arrighetto esser vivo, cacciata via la paura che già avuta avea,
ordinatamente ogni cosa gli disse. e le cagioni gli mostrò per che
quella maniera che fatto aveva tenuta avesse.
Messer Guasparrino,
veggendo li detti della balia con quegli dello ambasciador di Currado
ottimamente convenirsi. cominciò a dar fede alle parole; e per un modo e
per un altro, sì come uomo che astutissimo era, fatta inquisizion di
questa opera, e più ogni ora trovando cose che più fede gli
davano al fatto, vergognandosi del vil trattamento fatto del garzone, in ammenda
di ciò, avendo una sua bella figlioletta d'età d'undici anni,
conoscendo egli chi Arrighetto era stato e fosse, con una gran dota gli
diè per moglie; e, dopo una gran festa di ciò fatta. col garzone
e colla figliuola e collo ambasciadore di Currado e colla balia montato sopra
una galeotta bene armata, se ne venne a Lerici; dove, ricevuto da Currado, con
tutta la sua brigata n'andò ad un castel di Currado, non molto di quivi
lontano, dove la festa grande era apparecchiata.
Quale la festa della madre
fosse rivedendo il suo figliuolo, qual quella de'due fratelli, qual quella di
tutti e tre alla fedel balia, qual quella di tutti fatta a messer Guasparrino e
alla sua figliuola, e di lui a tutti, e di tutti insieme con Currado e colla
sua donna e co'figliuoli e co'suoi amici, non si potrebbe con parole spiegare;
e per ciò a voi, donne, la lascio ad imaginare. Alla quale, acciò
che compiuta fosse, volle Domeneddio, abbondantissimo donatore quando comincia,
sopraggiugnere le liete novelle della vita e del buono stato d'Arrighetto Capece.
Per ciò che, essendo
la festa grande e i convitati (le donne e gli uomini) alle tavole ancora alla
prima vivanda, sopraggiunse colui il quale andato era in Cicilia, e tra l'altre
cose, raccontò d'Arrighetto che, essendo egli in Catania per lo re Carlo
guardato in prigione quando il romore contro al re si levò nella terra,
il popolo a furore corse alla prigione e, uccise le guardie, lui n'avean tratto
fuori, e sì come capitale nemico del re Carlo, l'avevano fatto lor
capitano e seguitolo a cacciare e ad uccidere i franceschi. Per la qual cosa
egli sommamente era venuto nella grazia del re Pietro, il quale lui in tutti i
suoi beni e in ogni suo onore rimesso aveva; laonde egli era in grande e in
buono stato; aggiugnendo che egli aveva lui con sommo onore ricevuto e
inestimabile festa aveva fatta della sua donna e del figliuolo, de'quali mai
dopo la presura sua niente aveva saputo; e oltre a ciò mandava per loro
una saettia con alquanti gentili uomini, li quali appresso venieno.
Costui fu con grande
allegrezza e festa ricevuto e ascoltato; e prestamente Currado con alquanti dei
suoi amici in contro si fecero a'gentili uomini che per madama Beritola e per
Giusfredi venieno, e loro lietamente ricevette, e al suo convito, il quale
ancora al mezzo non era, gl'introdusse.
Quivi e la donna e
Giusfredi e oltre a questi tutti gli altri con tanta letizia gli videro, che
mai simile non fu udita; e essi, avanti che a mangiar si ponessero, da parte
d'Arrighetto e salutarono e ringraziarono, quanto il meglio seppero e
più poterono, Currado e la sua donna dell'onore fatto e alla donna di
lui e al figliuolo; e Arrighetto e ogni cosa che per lui si potesse offersero
al lor piacere. Quindi a messer Guasparrino rivolti, il cui beneficio era
inoppinato, dissero sé essere certissimi che, qualora ciò che per lui
verso lo Scacciato stato era fatto da Arrighetto si sapesse, che grazie
simiglianti e maggiori rendute sarebbono. Appresso questo, lietissimamente
nella festa delle due nuove spose e con li novelli sposi mangiarono.
Nè solo quel
dì fece Currado festa al genero e agli altri suoi e parenti e amici, ma
molti altri. La quale poi che riposata fu, parendo a madama Beritola e a
Giusfredi e agli altri di doversi partire, con molte lagrime da Currado e dalla
sua donna e da messer Guasparrino, sopra la saettia montati, seco la Spina
menandone, si partirono; e avendo prospero vento, tosto in Cicilia pervennero,
dove con tanta festa da Arrighetto tutti parimente, è figliuoli e le
donne, furono in Palermo ricevuti, che dire non si potrebbe giammai: dove poi
molto tempo si crede che essi tutti felicemente vivessero, e, come conoscenti
del ricevuto beneficio, amici di Messer Domeneddio.
Giornata seconda - Novella
settima
Il soldano di Babilonia ne
manda una sua figliuola a marito al re del Garbo, la quale per diversi
accidenti in spazio di quattro anni alle mani di nove uomini perviene in
diversi luoghi; ultimamente, restituita al padre per pulcella, ne va al re del
Garbo, come prima faceva, per moglie.
Forse non molto più
si sarebbe la novella d'Emilia distesa, che la compassione avuta dalle giovani
donne a'casi di madama Beritola loro avrebbe condotte a lagrimare. Ma, poi che
a quella fu posta fine, piacque alla reina che Panfilo seguitasse, la sua
raccontando; per la qual cosa egli, che ubidientissimo era, incominci.
Malagevolmente, piacevoli
donne, si può da noi conoscer quello che per noi si faccia, per ci che,
se come assai volte s'è potuto vedere, molti estimando, se essi ricchi
divenissero, senza sollecitudine e sicuri poter vivere, quello non solamente
con prieghi a Dio addomandarono, ma sollecitamente, non recusando alcuna fatica
o pericolo, d'acquistarlo cercarono; e, come che loro venisse fatto, trovarono
chi per vaghezza di così ampia eredità gli uccise, li quali
avanti che arricchiti fossero amavan la vita loro. Altri di basso stato per
mille pericolose battaglie, per mezzo il sangue de'fratelli e degli amici loro
saliti all'altezza de'regni, in quegli somma felicità esser credendo,
senza le infinite sollecitudini e paure di che piena la videro e sentirono,
conobbero, non senza la morte loro, che nell'oro alle mense reali si beveva il
veleno. Molti furono che la forza corporale e la bellezza, e certi gli ornamenti,
con appetito ardentissimo disiderarono, né prima d'aver mal disiderato
s'avvidero, che essi quelle cose loro di morte essere o di dolorosa vita
cagione.
E acciò che io
partitamente di tutti gli umani disideri non parli, affermo niuno poterne
essere con pieno avvedimento, sì come sicuro da'fortunosi casi, che
da'viventi si possa eleggere; per che, se dirittamente operar volessimo, a
quello prendere e possedere ci dovremmo disporre che Colui ci donasse, il quale
sol ciò che ci fa bisogno conosce e puolci dare. Ma per ciò che,
come che gli uomini in varie cose pecchino disiderando, voi, graziose donne,
sommamente peccate in una, cioè nel disiderare d'esser belle, in tanto
che, non bastandovi le bellezze che dalla natura concedute vi sono, ancora con
maravigliosa arte quelle cercate d'accrescere, mi piace di raccontarvi quanto
sventuratamente fosse bella una saracina, alla quale in forse quattro anni
avvenne per la sua bellezza di fare nuove nozze da nove volte.
Già è buon
tempo passato che di Babilonia fu un soldano, il quale ebbe nome Beminedab, al
quale ne'suoi dì assai cose secondo il suo piacere avvennero. Aveva
costui, tra gli altri suoi molti figliuoli e maschi e femine, una figliuola
chiamata Alatiel, la quale, per quello che ciascuno che la vedeva dicesse, era
la più bella femina che si vedesse in quei tempi nel mondo; e per
ciò che in una grande sconfitta, la quale aveva data ad una gran
moltitudine d'arabi che addosso gli eran venuti, l'aveva maravigliosamente
aiutato il re del Garbo, a lui, domandandogliele egli di grazia speziale,
l'aveva per moglie data, e lei con onorevole compagnia e d'uomini e di donne e
con molti nobili e ricchi arnesi fece sopra una nave bene armata e ben
corredata montare, e a lui mandandola, l'accomandò a Dio.
I marinari, come videro il
tempo ben disposto, diedero le vele a'venti e del porto d'Alessandria si
partirono e più giorni felicemente navigarono; e già avendo la
Sardigna passata, parendo loro alla fine del loro cammino esser vicini, si
levarono subitamente un giorno diversi venti, li quali, essendo ciascuno oltre
modo impetuoso, sì faticarono la nave dove la donna era e'marinari, che
più volte per perduti si tennero. Ma pure, come valenti uomini, ogni
arte e ogni forza operando, essendo da infinito mare combattuti, due dì
sostennero; e surgendo già dalla tempesta cominciata la terza notte, e
quella non cessando ma crescendo tutta fiata, non sappiendo essi dove si
fossero né potendolo per estimazion marinaresca comprendere né per vista, per
ciò che oscurissimo di nuvoli e di buia notte era il cielo, essendo essi
non guari sopra Maiolica, sentirono la nave sdrucire.
Per la qual cosa, non
veggendovi alcun rimedio al loro scampo, avendo a mente ciascun sè
medesimo e non altrui, in mare gittarono un paliscalmo, e sopra quello più
tosto di fidarsi disponendo, che sopra la isdrucita nave, si gittarono i
padroni; a'quali appresso or l'uno or l'altro di quanti uomini erano nella
nave, quantunque quelli che prima nel paliscalmo eran discesi colle coltella in
mano il contradicessero, tutti si gittarono; e, credendosi la morte fuggire, in
quella incapparono; per ciò che non potendone per la contrarietà
del tempo tanti reggere il paliscalmo, andato sotto, tutti quanti perirono. E
la nave, che da impetuoso vento era sospinta, quantunque sdrucita fosse e
già presso che piena d'acqua (non essendovi su rimasa altra persona che
la donna e le sue femine, e quelle tutte per la tempesta del mare e per la
paura vinte su per quella quasi morte giacevano), velocissimamente correndo, in
una piaggia dell'isola di Maiolica percosse; e fu tanta e sì grande la
foga di quella, che quasi tutta si ficcò nella rena vicina al lito forse
una gittata di pietra; e quivi dal mar combattuta, la notte, senza poter
più dal vento esser mossa, si stette.
Venuto il giorno chiaro e
alquanto la tempesta acchetata, la donna, che quasi mezza morta era,
alzò la testa, e così debole come era cominciò a chiamare
ora uno e ora un altro della sua famiglia; ma per niente chiamava, ché i
chiamati eran troppo lontani. Per che, non sentendosi rispondere ad alcuno né
alcuno veggendone, si maravigliò molto e cominciò ad avere
grandissima paura; e come meglio potè levatasi, le donne che in
compagnia di lei erano e l'altre femine tutte vide giacere, e or l'una e or
l'altra dopo molto chiamare tentando, poche ve ne trovò che avessono
sentimento, sì come quelle che, tra per grave angoscia di stomaco e per
paura morte s'erano; di che la paura alla donna divenne maggiore. Ma nondimeno,
strignendola necessità di consiglio, per ciò che quivi tutta sola
si vedeva, non conoscendo o sappiendo dove si fosse, pure stimolò tanto
quelle che vive erano, che su le fece levare; e trovando quelle non sapere dove
gli uomini andati fossero, e veggendo la nave in terra percossa e d'acqua
piena, con quelle insieme dolorosamente cominciò a piagnere.
E già era ora di
nona, avanti che alcuna persona su per lo lito o in altra parte vedessero, a
cui di sé potessero fare venire alcuna pietà ad aiutarle. In su la nona,
per avventura da un suo luogo tornando, passò quindi un gentile uomo, il
cui nome era Pericon da Visalgo, con più suoi famigli a cavallo, il
quale, veggendo la nave, subitamente imaginò ciò che era e
comandò ad un de'famigli che senza indugio procacciasse di su montarvi e
gli raccontasse ciò che vi fosse. Il famigliare, ancora che con
difficultà il facesse, pur vi montò su, e trovò la gentil
giovane, con quella poca compagnia che avea, sotto il becco della proda della
nave tutta timida star nascosa. Le quali, come costui videro, piagnendo
più volte misericordia addomandarono; ma, accorgendosi che intese non
erano, né esse lui intendevano, con atti s'ingegnarono di dimostrare la loro
disavventura.
Il famigliare, come
potè il meglio ogni cosa ragguardata, raccontò a Pericone
ciò che su v'era; il quale, prestamente fattone giù torre le
donne e le più preziose cose che in essa erano e che aver si potessono,
con esse n'andò ad un suo castello; e quivi con vivande e con riposo
riconfortate le donne, comprese, per gli arnesi ricchi, la donna che trovata
avea dovere essere gran gentil donna, e lei prestamente conobbe all'onore che
vedeva dall'altre fare a lei sola. E quantunque pallida e assai male in ordine
della persona per la fatica del mare allor fosse la donna, pur parevano le sue
fattezze bellissime a Pericone; per la qual cosa subitamente seco
diliberò, se ella marito non avesse, di volerla per moglie, e se per
moglie avere non la potesse, di volere avere la sua amistà.
Era Pericone uomo di fiera
vista e robusto molto; e avendo per alcun dì la donna ottimamente fatta
servire, e per questo essendo ella riconfortata tutta, veggendola esso oltre ad
ogni estimazione bellissima, dolente senza modo che lei intendere non poteva né
ella lui, e così non poter saper chi si fosse, acceso nondimeno della
sua bellezza smisuratamente, con atti piacevoli e amorosi s'ingegnò
d'inducerla a fare senza contenzione i suoi piaceri. Ma ciò era niente:
ella rifiutava del tutto la sua dimestichezza; e intanto più s'accendeva
l'ardore di Pericone. Il che la donna veggendo, e già quivi per alcuni
giorni dimorata, e per li costumi avvisando che tra cristiani era e in parte
dove, se pure avesse saputo, il farsi conoscere le montava poco, avvisandosi
che a lungo andare o per forza o per amore le converrebbe venire a dovere i
piaceri di Pericon fare, con altezza d'animo seco propose di calcare la miseria
della sua fortuna, e alle sue femine, che più che tre rimase non le ne
erano, comandò che ad alcuna persona mai manifestassero chi fossero,
salvo se in parte si trovassero dove aiuto manifesto alla lor libertà
conoscessero; oltre a questo sommamente confortandole a conservare la loro
castità, affermando sé aver seco proposto che mai di lei se non il suo
marito goderebbe. Le sue femine di ciò la commendarono, e dissero di servare
al loro potere il suo comandamento.
Pericone, più di
giorno in giorno accendendosi, e tanto più quanto più vicina si
vedeva la disiderata cosa e più negata, e veggendo che le sue lusinghe
non gli valevano, di spose lo 'ngegno e l'arti, riserbandosi alla fine le forze.
Ed essendosi avveduto alcuna volta che alla donna piaceva il vino, sì
come a colei che usata non n'era di bere per la sua legge che il vietava, con
quello, sì come con ministro di Venere, s'avvisò di poterla
pigliare; e mostrando di non aver cura di ciò che ella si mostrava
schifa, fece una sera, per modo di solenne festa, una bella cena, nella quale
la donna venne; e in quella, essendo di molte cose la cena lieta, ordinò
con colui che a lei serviva, che di vari vini mescolati le desse bere. Il che colui
ottimamente fece; ed ella, che di ciò non si guardava, dalla
piacevolezza del beveraggio tirata, più ne prese che alla sua
onestà non sarebbe richiesto; di che ella, ogni avversità
trapassata dimenticando, divenne lieta, e veggendo alcune femine alla guisa di Maiolica
ballare, essa alla maniera alessandrina ballò.
Il che veggendo Pericone,
esser gli parve vicino a quel che egli disiderava; e continuando in più
abbondanza di cibi e di beveraggi la cena, per grande spazio di notte la
prolungò. Ultimamente, partitisi i convitati, colla donna solo se
n'entrò nella camera; la quale, più calda di vino che
d'onestà temperata, quasi come se Pericone una delle sue femine fosse,
senza alcuno ritegno di vergogna, in presenza di lui spogliatasi, se n'entrò
nel letto. Pericone non diede indugio a seguitarla; ma spento ogni lume,
prestamente dall'altra parte le si coricò allato, e in braccio
recatalasi, senza alcuna contradizione di lei, con lei incominciò
amorosamente a sollazzarsi; il che poi che ella ebbe sentito, non avendo mai
davanti saputo con che corno gli uomini cozzano, quasi pentuta del non avere
alle lusinghe di Pericone assentito, senza attendere d'essere a così
dolci notti invitata, spesse volte sé stessa invitava, non colle parole, ché
non si sapea fare intendere, ma co'fatti.
A questo gran piacere di
Pericone e di lei, non essendo la fortuna contenta d'averla di moglie d'un re
fatta divenire amica d'un castellano, le si parò davanti più
crudele amistà.
Aveva Pericone un fratello
d'età di venticinque anni, bello e fresco come una rosa, il cui nome era
Marato; il quale, avendo costei veduta ed essendogli sommamente piaciuta,
parendogli, secondo che per gli atti di lei poteva comprendere, essere assai
bene della grazia sua ed estimando che ciò che di lei disiderava niuna
cosa gliele toglieva se non la solenne guardia che faceva di lei Pericone,
cadde in un crudel pensiero, e al pensiero seguì senza indugio lo
scelerato effetto.
Era allora per ventura nel
porto della città una nave, la quale di mercatantia era carica per
andare in Chiarenza in Romania, della quale due giovani genovesi eran padroni,
e già aveva collata la vela per doversi, come buon vento fosse, partire;
colli quali Marato convenutosi, ordinò come da loro colla donna la
seguente notte ricevuto fosse. E questo fatto, faccendosi notte, seco
ciò che far doveva avendo disposto, alla casa di Pericone, il quale di
niente da lui si guardava, sconosciutamente se n'andò con alcuni suoi
fidatissimi compagni, li quali a quello che fare intendeva richiesti aveva, e nella
casa, secondo l'ordine tra lor posto, si nascose.
E poi che parte della notte
fu trapassata, aperto a'suoi compagni, là dove Pericon colla donna
dormiva n'andarono, e quella aperta, Pericon dormente uccisono, e la donna
desta e piagnente minacciando di morte, se alcun romore facesse, presero; e con
gran parte delle più preziose cose di Pericone, senza essere stati
sentiti, prestamente alla marina n'andarono, e quivi senza indugio sopra la
nave se ne montarono Marato e la donna, e'suoi compagni se ne tornarono.
I marinari, avendo buon
vento e fresco, fecero vela al lor viaggio.
La donna amaramente e della
sua prima sciagura e di questa seconda si dolfe molto; ma Marato, col santo
Cresci-in-man che Iddio ci diè, la cominciò per sì fatta
maniera a consolare, che ella, già con lui dimesticatasi, Pericone
dimenticato avea; e già le pareva star bene, quando la fortuna
l'apparecchiò nuova tristizia, quasi non contenta delle passate. Per
ciò che, essendo ella di forma bellissima, sì come già
più volte detto avemo, e di maniere laudevoli molto, sì forte di
lei i due giovani padroni della nave s'innamorarono che, ogn'altra cosa
dimenticatane, solamente a servirle e a piacerle intendevano, guardandosi
sempre non Marato s'accorgesse della cagione.
Ed essendosi l'uno dell'altro
di questo amore avveduto, di ciò ebbero insieme segreto ragionamento, e
convennersi di fare l'acquisto di questo amor comune, quasi amore così
questo dovesse patire, come la mercatantia o i guadagni fanno. E veggendola
molto da Marato guardata, e per ciò alla loro intenzione impediti,
andando un dì a vela velocissimamente la nave, e Marato standosi sopra
la poppa e verso il mare riguardando, di niuna cosa da loro guardandosi, di
concordia andarono e, lui prestamente di dietro preso, il gittarono in mare; e
prima per ispazio di più d'un miglio dilungati furono, che alcuno si
fosse pure avveduto Marato esser caduto in mare; il che sentendo la donna, e
non veggendosi via da poterlo ricoverare, nuovo cordoglio sopra la nave a far
cominciò.
Al conforto della quale i
due amanti incontanente vennero, e con dolci parole e con promesse grandissime,
quantunque ella poco intendesse, lei, che non tanto il perduto Marato quanto la
sua sventura piagnea, s'ingegnavan di racchetare. E dopo lunghi sermoni e una e
altra volta con lei usati, parendo loro lei quasi avere racconsolata, a
ragionamento vennero tra sé medesimi, qual prima di loro la dovesse con seco
menare a giacere. E, volendo ciascuno essere il primo, né potendosi in
ciò tra loro alcuna concordia trovare, prima con parole grave e dura
riotta incominciarono, e da quella accesi nell'ira, messo mano alle coltella,
furiosamente s'andarono addosso, e più colpi (non potendo quelli che
sopra la nave erano dividergli) si diedono insieme, de'quali incontanente l'un
cadde morto e l'altro, in molte parti della persona gravemente fedito, rimase
in vita. Il che dispiacque molto alla donna, sì come a colei che quivi
sola senza aiuto o consiglio d'alcun si vedea, e temeva forte non sopra lei
l'ira si volgesse de'parenti e degli amici de'due padroni; ma i prieghi del
fedito e il prestamente pervenire a Chiarenza, dal pericolo della morte la
liberarono. Dove col fedito insieme discese in terra, e con lui dimorando in
uno albergo, subitamente corse la fama della sua gran bellezza per la
città, e agli orecchi del prenze della Morea, il quale allora era in
Chiarenza, pervenne; laonde egli veder la volle, e vedutola, e oltre a quello
che la fama portava bella parendogli, sì forte di lei subitamente
s'innamorò, che ad altro non poteva pensare.
E avendo udito in che guisa
quivi pervenuta fosse, s'avvisò di doverla potere avere. E cercando
de'modi, e i parenti del fedito sappiendolo, senza altro aspettare, prestamente
gliele mandarono; il che al prenze fu sommamente caro e alla donna
altressì, per ciò che fuor d'un gran pericolo esser le parve. Il
prenze vedendola, oltre alla bellezza, ornata di costumi reali, non potendo
altramenti saper chi ella si fosse, nobile donna dovere essere l'estimò,
e per tanto il suo amore in lei si raddoppiò; e onorevolmente molto
tenendola, non a guisa d'amica, ma di sua propia moglie la trattava.
Il perché, avendo
a'trapassati mali alcun rispetto la donna e parendole assai bene stare, tutta
riconfortata e lieta divenuta, in tanto le sue bellezze fiorirono, che di niuna
altra cosa pareva che tutta la Romania avesse da favellare. Per la qual cosa al
duca d'Atene, giovane e bello e pro'della persona, amico e parente del prenze,
venne disidero di vederla; e mostrando di venirlo a visitare, come usato era talvolta
di fare, con bella e onorevole compagnia se ne venne a Chiarenza, dove
onorevolmente fu ricevuto e con gran festa.
Poi dopo alcuni dì
venuti insieme a ragionamento delle bellezze di questa donna, domandò il
duca se così era mirabil cosa come si ragionava. A cui il prenze
rispose:
- Molto più; ma di
ciò non le mie parole, ma gli occhi tuoi voglio ti faccian fede.
A che sollecitando il duca
il prenze, insieme n'andarono là dove ella era; la quale costumatamente
molto e con lieto viso, avendo davanti sentita la lor venuta, gli ricevette; e
in mezzo di loro fattala sedere, non si potè di ragionar con lei prender
piacere, per ciò che essa poco o niente di quella lingua intendeva. Per
che ciascun lei, sì come maravigliosa cosa, guardava, e il duca
massimamente, il quale appena seco poteva credere lei essere cosa mortale; e
non accorgendosi, riguardandola, dell'amoroso veleno che egli con gli occhi
bevea, credendosi al suo piacer sodisfare mirandola, sé stesso miseramente
impacciò, di lei ardentissimamente innamorandosi.
E poi che da lei insieme
col prenze partito si fu ed ebbe spazio di poter pensare seco stesso, estimava
il prenze sopra ogni altro felice, sì bella cosa avendo al suo piacere;
e, dopo molti e vari pensieri, pesando più il suo focoso amore che la
sua onestà, diliberò, che che avvenir se ne dovesse, di privare
di questa felicità il prenze e sé a suo potere farne felice.
E avendo l'animo al doversi
avacciare, lasciando ogni ragione e ogni giustizia dall'una delle parti,
agl'inganni tutto il suo pensier dispose; e un giorno, secondo l'ordine
malvagio da lui preso, insieme con un segretissimo cameriere del prenze, il
quale avea nome Ciuriaci, segretissimamente tutti i suoi cavalli e le sue cose
fece mettere in assetto per doversene andare; e la notte vegnente insieme con
un compagno, tutti armati, messo fu dal predetto Ciuriaci nella camera del
prenze chetamente, il quale egli vide che per lo gran caldo che era, dormendo
la donna, esso tutto ignudo si stava ad una finestra volta alla marina a
ricevere un venticello che da quella parte veniva. Per la qual cosa, avendo il
suo compagno davanti informato di quello che avesse a fare, chetamente
n'andò per la camera infino alla finestra, e quivi con un coltello
ferito il prenze per le reni, infino all'altra parte il passò e,
prestamente presolo, dalla finestra il gittò fuori.
Era il palagio sopra il
mare, e alto molto, e quella finestra alla quale allora era il prenze, guardava
sopra certe case dall'impeto del mare fatte cadere, nelle quali rade volte o
non mai andava persona; per che avvenne, sì come il duca davanti avea
provveduto, che la caduta del corpo del prenze da alcuno non fu né potè
esser sentita.
Il compagno del duca
ciò veggendo esser fatto, prestamente un capestro da lui per ciò
portato, faccendo vista di fare carezze a Ciuriaci, gli gittò alla gola,
e tirò sì che Ciuriaci niuno romore potè fare; e sopraggiuntovi
il duca, lui strangolarono, e dove il prenze gittato avea il gittarono. E
questo fatto, manifestamente conoscendo sé non esser stati né dalla donna né da
altrui sentiti, prese il duca un lume in mano, e quello portò sopra il
letto, e chetamente tutta la donna, la quale fisamente dormiva, scoperse; e
riguardandola tutta, la lodò sommamente, e se vestita gli era piaciuta,
oltre ad ogni comparazione ignuda gli piacque. Per che, di più caldo
disio accesosi, non spaventato dal ricente peccato da lui commesso, con le mani
ancor sanguinose, allato le si coricò e con lei, tutta sonnocchiosa e
credente che il prenze fosse, si giacque.
Ma poi che alquanto con
grandissimo piacere fu dimorato con lei, levatosi e fatto alquanti de'suoi
compagni quivi venire, fe'prender la donna in guisa che romore far non potesse,
e per una falsa porta, dond'egli entrato era, trattala, e a caval messala,
quanto più potè tacitamente, con tutti i suoi entrò in
cammino, e verso Atene se ne tornò. Ma (per ciò che moglie aveva)
non in Atene, ma ad un suo bellissimo luogo, che poco di fuori dalla
città sopra il mare aveva, la donna più che altra dolorosa mise,
quivi nascosamente tenendola e faccendola onorevolmente di ciò che
bisognava servire.
Avevano la seguente mattina
i cortigiani del prenze infino a nona aspettato che '1 prenze si levasse; ma
niente sentendo, sospinti gli usci delle camere, che solamente chiusi erano, e
niuna persona trovandovi, avvisando che occultamente in alcuna parte andato
fosse per istarsi alcun dì a suo diletto con quella sua bella donna,
più non si dierono impaccio.
E così standosi,
avvenne che il dì seguente un matto, entrato intra le ruine dove il
corpo del prenze e di Ciuriaci erano, per lo capestro tirò fuori
Ciuriaci, e andavaselo tirando dietro. Il quale non senza gran maraviglia fu
riconosciuto da molti, li quali con lusinghe fattisi menare al matto là,
onde tratto l'avea, quivi, con grandissimo dolore di tutta la città,
quello del prenze trovarono, e onorevolmente il sepellirono; e de'commettitori
di così grande eccesso investigando, e veggendo il duca d'Atene non
esservi, ma essersi furtivamente partito, estimarono, così come era, lui
dovere aver fatto questo e menatasene la donna. Per che prestamente in lor
prenze un fratello del morto prenze sustituendo, lui alla vendetta con ogni lor
potere incitarono; il quale, per più altre cose poi accertato
così essere come imaginato avieno, richiesti e amici e parenti e
servidori di diverse parti, prestamente congregò una bella e grande e
poderosa oste, e a far guerra al duca d'Atene si dirizzò.
Il duca, queste cose
sentendo, a difesa di sé similmente ogni suo sforzo apparecchiò, e in
aiuto di lui molti signor vennero, tra'quali, mandati dallo imperadore di
Costantino poli, furono Constanzio suo figliuolo e Manovello suo nepote, con
bella e con gran gente; li quali dal duca onorevolemente ricevuti furono, e
dalla duchessa più, per ciò che loro sirocchia era.
Appressandosi di giorno in
giorno più alla guerra le cose, la duchessa, preso tempo, amenduni nella
camera se gli fece venire, e quivi con lagrime assai e con parole molte tutta
la istoria narrò, le cagioni della guerra mostrando e il dispetto a lei
fatto dal duca della femina, la quale nascosamente si credeva tenere; e forte
di ciò condogliendosi, gli pregò che allo onor del duca e alla
consolazion di lei quello compenso mettessero, che per loro si potesse il
migliore.
Sapevano i giovani tutto il
fatto come stato era, e per ciò, senza troppo addomandar, la duchessa
come seppero il meglio riconfortarono e di buona speranza la riempirono; e da
lei informati dove stesse la donna, si dipartirono. E avendo molte volte udita
la donna di maravigliosa bellezza commendare, disideraron di vederla e il duca
pregarono che loro la mostrasse. Il quale, mal ricordandosi di ciò che
al prenze avvenuto era per averla mostrata a lui, promise di farlo; e fatto in
un bellissimo giardino (che nel luogo, dove la donna dimorava, era)
apparecchiare un magnifico desinare, loro la seguente mattina con pochi altri
compagni a mangiar con lei menò.
E sedendo Constanzio con
lei, la cominciò a riguardare pieno di maraviglia, seco affermando mai
sì bella cosa non aver veduta, e che per certo per iscusato si doveva
avere il duca e qualunque altro che, per avere una così bella cosa,
facesse tradimento o altra disonesta cosa; e una volta e altra mirandola, e
più ciascuna commendandola, non altramenti a lui avvenne che al duca
avvenuto era. Per che, da lei innamorato partitosi, tutto il pensiero della
guerra abbandonato, si diede a pensare come al duca torre la potesse, ottimamente
a ciascuna persona il suo amor celando.
Ma, mentre che esso in
questo fuoco ardeva, sopravenne il tempo d'uscire contro al prenze, che
già alle terre del duca s'avvicinava; per che il duca e Constanzio e gli
altri tutti, secondo l'ordine dato, d'Atene usciti, andarono a contrastare a
certe frontiere, acciò che più avanti non potesse il prenze
venire. E quivi per più dì dimorando, avendo sempre Constanzio
l'animo e '1 pensiero a quella donna, imaginando che, ora che '1 duca non l'era
vicino, assai bene gli potrebbe venir fatto il suo piacere, per aver cagione di
tornarsi ad Atene si mostrò forte della persona disagiato; per che, con
licenzia del duca, commessa ogni sua podestà in Manovello, ad Atene se
ne venne alla sorella, e quivi, dopo alcun dì, messala nel ragionare del
dispetto che dal duca le pareva ricevere per la donna la qual teneva, le disse
che, dove ella volesse, egli assai bene di ciò l'aiuterebbe, faccendola
di colà ove era trarre e menarla via.
La duchessa, estimando
Constanzio questo per amore di lei e non della donna fare, disse che molto le
piacea, sì veramente dove in guisa si facesse che il duca mai non
risapesse che essa a questo avesse consentito; il che Constanzio pienamente le
promise. Per che la duchessa consentì che egli, come il meglio gli
paresse, facesse.
Constanzio chetamente fece
armare una barca sottile, e, quella una sera ne mandò vicina al giardino
dove dimorava la donna, informati de'suoi che su v'erano quello che a fare
avessero, e appresso con altri n'andò al palagio dove era la donna; dove
da quegli che quivi al servigio di lei erano fu lietamente ricevuto, e ancora
dalla donna, e con esso lui da'suoi servidori accompagnata e da'compagni di
Constanzio, sì come gli piacque, se n'andò nel giardino. E quasi
alla donna da parte del duca parlar volesse con lei verso una porta che sopra
il mare usciva solo se n'andò, la quale già essendo da uno de
suoi compagni aperta, e quivi col segno dato chiamata la barca, fattala
prestamente prendere e sopra la barca porre, rivolto alla famiglia di lei
disse:
- Niuno se ne muova né
faccia motto, se egli non vuol morire, per ciò che io intendo non di
rubare al duca la femina sua, ma di torre via l'onta la quale egli fa alla mia
sorella.
A questo niuno ardì
di rispondere; per che Constanzio co'suoi sopra la barca montato e alla donna
che piagnea accostatosi, comandò che de'remi dessero in acqua e andasser
via. Li quali, non vogando ma volando, quasi in sul dì del seguente
giorno ad Egina pervennero.
Quivi in terra discesi e
riposandosi, Constanzio colla donna, che la sua sventurata bellezza piagnea, si
sollazzò; quindi, rimontati in su la barca, infra pochi giorni
pervennero a Chios, e quivi, per tema delle riprensioni del padre e che la
donna rubata non gli fosse tolta, piacque a Constanzio, come in sicuro luogo,
di rimanersi; dove più giorni la bella donna pianse la sua disavventura;
ma pur poi da Constanzio riconfortata, come l'altre volte fatto avea,
s'incominciò a prendere piacere di ciò che la fortuna avanti
l'apparecchiava.
Mentre queste cose andavano
in questa guisa, Osbech, allora re de'turchi, il quale in continua guerra stava
collo imperadore, in questo tempo venne per caso alle Smirre; e quivi udendo
come Constanzio in lasciva vita con una sua donna, la quale rubata avea, senza
alcun provedimento si stava in Chios, con alcuni legnetti armati là
andatone una notte e tacitamente colla sua gente nella terra entrato, molti
sopra le letta ne prese prima che s'accorgessero li nemici esser sopravenuti; e
ultimamente alquanti, che, risentiti, erano all'arme corsi, n'uccisero; e arsa
tutta la terra, e la preda e'prigioni sopra le navi posti, verso le Smirre si
ritornarono.
Quivi pervenuti, trovando
Osbech, che giovane uomo era, nel riveder della preda, la bella donna, e
conoscendo questa esser quella che con Constanzio era stata sopra il letto
dormendo presa, fu sommamente contento veggendola; e senza niuno indugio sua
moglie la fece e celebrò le nozze e con lei si giacque più mesi
lieto.
Lo 'mperadore, il quale,
avanti che queste cose avvenissero, aveva tenuto trattato con Basano re di
Capadocia, acciò che sopra Osbech dall'una parte con le sue forze
discendesse, ed egli colle sue l'assalirebbe dall'altra, né ancora pienamente
l'aveva potuto fornire, per ciò che alcune cose le quali Basano addomandava,
sì come meno convenevoli, non aveva voluto fare, sentendo ciò che
al figliuolo era avvenuto, dolente fuor di misura, senza alcuno indugio
ciò che il re di Capadocia domandava fece, e lui quanto più
potè allo scendere sopra Osbech sollecitò, apparecchiandosi egli
d'altra parte d'andargli addosso.
Osbech, sentendo questo, il
suo essercito ragunato, prima che da due potentissimi signori fosse stretto in
mezzo, andò contro al re di Capadocia, lasciata nelle Smirre a guardia
d'un suo fedel famigliare e amico la sua bella donna, e col re di Capadocia
dopo alquanto tempo affrontatosi combatté, e fu nella battaglia morto e il suo
essercito sconfitto e disperso. Per che Basano vittorioso cominciò
liberamente a venirsene verso le Smirre, e vegnendo, ogni gente a lui,
sì come a vincitore, ubbidiva.
Il famigliare d'Osbech, il
cui nome era Antioco, a cui la bella donna era a guardia rimasa, ancora che
attempato fosse, veggendola così bella, senza servare al suo amico e
signor fede, di lei s'innamorò; e sappiendo la lingua di lei (il che
molto a grado l'era, sì come a colei alla quale parecchi anni a guisa
quasi di sorda e di mutola era convenuta vivere, per lo non aver persona
inteso, né essa essere stata intesa da persona), da amore incitato, cominciò
seco tanta famigliarità a pigliare in pochi dì, che non dopo
molto, non avendo riguardo al signor loro che in arme e in guerra era, fecero
la dimestichezza non solamente amichevole, ma amorosa divenire, l'uno
dell'altro pigliando sotto le lenzuola maraviglioso piacere.
Ma sentendo costoro Osbech
essere vinto e morto, e Basano ogni cosa venir pigliando, insieme per partito
presero di quivi non aspettarlo; ma, presa grandissima parte delle più
care cose che quivi eran d'Osbech, insieme nascosamente se n'andarono a Rodi; e
quivi non guari di tempo dimorarono, che Antioco infermò a morte. Col
quale tornando per ventura un mercatante cipriano, da lui molto amato e
sommamente suo amico, sentendosi egli verso la fine venire, pensò di
volere e le sue cose e la sua cara donna lasciare a lui. E già alla
morte vicino, amenduni gli chiamò, così dicendo:
- Io mi veggio senza alcun
fallo venir meno; il che mi duole, per ciò che di vivere mai non mi
giovò come or faceva. E' il vero che d'una cosa contentissimo muoio, per
ciò che, pur dovendo morire, mi veggio morire nelle braccia di quelle
due persone le quali io più amo che alcune altre che al mondo ne sieno,
cioè nelle tue, carissimo amico, e in quelle di questa donna, la quale
io più che me medesimo ho amata poscia che io la conobbi. E' il vero che
grave m'è, lei sentendo qui forestiera e senza aiuto e senza consiglio,
morendomi io, rimanere; e più sarebbe grave ancora, se io qui non
sentissi te, il quale io credo che quella cura di lei avrai per amor di me, che
di me medesimo avresti; e per ciò quanto più posso ti priego, che
s'egli avviene che io muoia, che le mie cose ed ella ti sieno raccomandate, e
quello dell'une e dell'altra facci, che credi che sia consolazione dell'anima
mia. E te, carissima donna, priego che dopo la mia morte me non dimentichi,
acciò che io di là vantar mi possa, che io di qua amato sia dalla
più bella donna che mai formata fosse dalla natura. Se di queste due
cose voi mi darete intera speranza, senza niun dubbio n'andrò consolato.
L'amico mercatante e la donna
similmente, queste parole udendo, piagnevano; e avendo egli detto, il
confortarono e promisongli sopra la lor fede di quel fare che egli pregava, se
avvenisse che el morisse. Il quale non stette guari che trapassò e da
loro fu onorevolmente fatto sepellire.
Poi, pochi dì
appresso, avendo il mercatante cipriano ogni suo fatto in Rodi spacciato e in
Cipri volendosene tornare sopra una cocca di catalani che v'era, domandò
la bella donna quello che far volesse, con ciò fosse cosa che a lui convenisse
in Cipri tornare. La donna rispose che con lui, se gli piacesse, volentieri se
n'andrebbe, sperando che per amor d'Antioco da lui come sorella sarebbe
trattata e riguardata. Il mercatante rispose che d'ogni suo piacere era
contento; e acciò che da ogni ingiuria che sopravenire le potesse avanti
che in Cipri fosser la difendesse, disse che era sua moglie. E sopra la nave
montati, data loro una cameretta nella poppa, acciò che i fatti non
paressero alle parole contrari, con lei in uno lettuccio assai piccolo si dormiva.
Per la qual cosa avvenne quello che né dell'un né dell'altro nel partir da Rodi
era stato intendimento, cioè che incitandogli il buio e l'agio e '1
caldo del letto, le cui forze non son piccole, dimenticata l'amistà e
l'amor d'Antioco morto, quasi da iguale appetito tirati, cominciatisi a
stuzzicare insieme, prima che a Baffa giugnessero, là onde era il
cipriano, insieme fecero parentado; e a Baffa pervenuti, più tempo
insieme col mercatante si stette.
Avvenne per ventura che a
Baffa venne per alcuna sua bisogna un gentile uomo, il cui nome era Antigono,
la cui età era grande, ma il senno maggiore, e la ricchezza piccola; per
ciò che in assai cose intramettendosi egli ne'servigi del re di Cipri,
gli era la fortuna stata contraria. Il quale, passando un giorno davanti la
casa dove la bella donna dimorava, essendo il cipriano mercatante andato con
sua mercatantia in Erminia, gli venne per ventura ad una finestra della casa di
lei questa donna veduta, la quale, per ciò che bellissima era, fiso cominciò
a riguardare, e cominciò seco stesso a ricordarsi di doverla avere altra
volta veduta, ma il dove in niuna maniera ricordar si poteva.
La bella donna, la quale
lungamente trastullo della fortuna era stata, appressandosi il termine nel
quale i suoi mali dovevano aver fine, come ella Antigono vide, così si
ricordò di lui in Alessandria ne'servigi del padre in non piccolo stato
aver veduto; per la qual cosa subita speranza prendendo di dover potere ancora
nello stato real ritornare per lo colui consiglio, non sentendovi il mercatante
suo, come più tosto potè, si fece chiamare Antigono. Il quale a
lei venuto, ella vergognosamente domandò se egli Antigono di Famagosta
fosse, sì come ella credeva. Antigono rispose del sì, e oltre a
ciò disse:
- Madonna, a me par voi riconoscere,
ma per niuna cosa mi posso ricordar dove, per che io vi priego, se grave non
v'è, che a memoria mi riduciate chi voi siete.
La donna, udendo che desso
era, piagnendo forte gli si gittò colle braccia al collo, e dopo
alquanto, lui che forte si maravigliava domandò se mai in Alessandria
veduta l'avesse. La qual domanda udendo Antigono, incontanente riconobbe costei
essere Alatiel figliuola del soldano, la quale morta in mare si credeva che
fosse, e vollele fare la debita reverenza; ma ella nol sostenne e pregollo che
seco alquanto si sedesse. La qual cosa da Antigono fatta, egli reverentemente
la domandò come e quando e donde quivi venuta fosse, con ciò
fosse cosa che per tutta terra d'Egitto s'avesse per certo lei in mare, già
eran più anni passati, essere annegata.
A cui la donna disse:
- Io vorrei bene che
così fosse stato più tosto che avere avuta la vita la quale avuta
ho, e credo che mio padre vorrebbe il simigliante, se giammai il saprà
-; e così detto ricominciò maravigliosamente a piagnere.
Per che Antigono le disse:
- Madonna, non vi
sconfortate prima che vi bisogni; se vi piace, narratemi i vostri accidenti e
che vita sia stata la vostra; per avventura l'opera potrà essere andata
in modo che noi ci troveremo collo aiuto di Dio buon compenso.
- Antigono,- disse la bella
donna - a me parve, come io ti vidi, vedere il padre mio, e da quello amore e
da quella tenerezza, che io a lui tenuta son di portare, mossa, potendomiti
celare, mi ti feci palese, e di poche persone sarebbe potuto addivenire d'aver
vedute, delle quali io tanto contenta fossi, quanto sono d'aver te innanzi ad
alcuno altro veduto e riconosciuto; e per ciò quello che nella mia
malvagia fortuna ho sempre tenuto nascoso, a te, sì come a padre,
paleserò. Se vedi, poi che udito l'avrai, di potermi in alcuno modo nel
mio pristino stato tornare, priegoti l'adoperi; se nol vedi, ti priego che mai
ad alcuna persona dichi d'avermi veduta o di me avere alcuna cosa sentita.
E questo detto, sempre
piagnendo, ciò che avvenuto l'era dal dì che in Maiolica ruppe
infino a quel punto, gli raccontò. Di che Antigono pietosamente a
piagnere cominciò; e poi che alquanto ebbe pensato, disse:
- Madonna, poi che occulto
è stato ne'vostri infortuni chi voi siete, senza fallo più cara
che mai vi renderò al vostro padre, e appresso per moglie al re del
Garbo.
E, domandato da lei del
come, ordinatamente ciò che da far fosse le dimostrò; e
acciò che altro per indugio intervenir non potesse, di presente si
tornò Antigono in Famagosta, e fu al re, al qual disse:
- Signor mio, se a voi
aggrada, voi potete ad una ora a voi far grandissimo onore, e a me, che povero
sono per voi, grande utile senza gran vostro costo.
Il re domandò come.
Antigono allora disse:
- A Baffa è
pervenuta la bella giovane figliuola del soldano, di cui è stata
così lunga fama che annegata era, e per servare la sua onestà
grandissimo disagio ha sofferto lungamente, e al presente è in povero
stato e disidera di tornarsi al padre. Se a voi piacesse di mandargliele sotto
la mia guardia questo sarebbe grande onor di voi, e di me gran bene; né credo
che mai tal servigio di mente al soldano uscisse.
Il re, da una reale
onestà mosso, subitamente rispose che gli piacea; e onoratamente per lei
mandando, a Famagosta la fece venire, dove da lui e dalla reina con festa
inestimabile e con onor magnifico fu ricevuta. La qual poi dal re e dalla reina
de'suoi casi addomandata, secondo l'ammaestramento datole da Antigono rispose e
contò tutto.
E pochi dì appresso,
addomandandolo ella, il re, con bella e onorevole compagnia d'uomini e di
donne, sotto il governo d'Antigono la rimandò al soldano; dal quale se
con festa fu ricevuta niun ne dimandi, e Antigono similmente con tutta la sua
compagnia. La quale poi che alquanto fu riposata, volle il soldano sapere come
fosse che viva fosse, e dove tanto tempo dimorata, senza mai avergli fatto di
suo stato alcuna cosa sentire.
La donna, la quale
ottimamente gli ammaestramenti d'Antigono aveva tenuti a mente, appresso al
padre così cominciò a parlare:
- Padre mio, forse il
ventesimo giorno dopo la mia partita da voi, per fiera tempesta la nostra nave,
sdrucita, percosse a certe piaggie là in ponente, vicine d'un luogo
chiamato Aguamorta una notte; e che che degli uomini, che sopra la nostra nave
erano, s'avvenisse, io nol so né seppi giammai; di tanto mi ricorda che, venuto
il giorno, e io quasi di morte a vita risurgendo, essendo già la
stracciata nave da'paesani veduta ed essi a rubar quella di tutta la contrada
corsi, io con due delle mie femine prima sopra il lito poste fummo, e
incontanente da'giovani prese, chi qua con una e chi là con un'altra
cominciarono a fuggire. Che di loro si fosse io nol seppi mai; ma, avendo me
contrastante due giovani presa e per le trecce tirandomi, piagnendo io sempre
forte, avvenne che, passando costoro che mi tiravano una strada per entrare in
un grandissimo bosco, quattro uomini in quella ora di quindi passavano a
cavallo, li quali come quegli che mi tiravano vidono, così lasciatami
prestamente presero a fuggire.
Li quattro uomini, li quali
nel sembiante assai autorevoli mi parevano, veduto ciò, corsero dove io
era e molto mi domandarono, e io dissi molto, ma né da loro fui intesa né io
loro intesi. Essi, dopo lungo consiglio, postami sopra uno de'lor cavalli, mi menarono
ad uno monastero di donne secondo la lor legge religiose, e quivi, che che essi
dicessero, io fui da tutte benignamente ricevuta e onorata sempre, e con gran
divozione con loro insieme ho poi servito a san Cresci in Val Cava, a cui le
femine di quel paese voglion molto bene. Ma, poi che per alquanto tempo con
loro dimorata fui, e già alquanto avendo della loro lingua apparata,
domandandomi esse chi io fossi e donde, e io conoscendo là dove io era e
temendo, se il vero dicessi, non fossi da lor cacciata sì come nemica
della lor legge, risposi che io era figliuola d'un gran gentile uomo di Cipri,
il quale mandandomene a marito in Creti, per fortuna quivi eravam corsi e
rotti.
E assai volte in assai
cose, per tema di peggio, servai i lor costumi; e domandata dalla maggiore di
quelle donne, la quale elle appellan badessa, se in Cipri tornare me ne
volessi, risposi che niuna cosa tanto desiderava; ma essa, tenera del mio
onore, mai ad alcuna persona fidar non mi volle che verso Cipri venisse, se
non, forse due mesi sono, venuti quivi certi buoni uomini di Francia colle loro
donne, de'quali alcun parente v'era della badessa, e sentendo essa che in
Jerusalem andavano a visitare il Sepolcro, dove colui cui tengon per Iddio fu
sepellito poi che da'giudei fu ucciso, a loro mi raccomandò, e pregogli
che in Cipri a mio padre mi dovessero presentare.
Quanto questi gentili
uomini m'onorassono e lietamente mi ricevessero insieme colle lor donne, lunga
istoria sarebbe a raccontare. Saliti adunque sopra una nave, dopo più
giorni pervenimmo a Baffa; e quivi veggendomi pervenire, né persona
conoscendomi né sappiendo che dovermi dire a'gentili uomini che a mio padre mi
volean presentare, secondo che loro era stato imposto dalla veneranda donna,
m'apparecchiò Iddio, al qual forse di me incresceva, sopra il lito
Antigono in quella ora che noi a Baffa smontavamo; il quale io prestamente
chiamai, e in nostra lingua, per non essere da'gentili uomini né dalle lor
donne intesa, gli dissi che come figliuola mi ricevesse. Egli prestamente
m'intese; e fattami la festa grande, quegli gentili uomini e quelle donne
secondo la sua povera possibilità onorò, e me ne menò al
re di Cipri, il quale con quello onor mi ricevette e qui a voi m'ha rimandata,
che mai per me raccontare non si potrebbe. Se altro a dir ci resta, Antigono,
che molte volte da me ha questa mia fortuna udita, il racconti.
Antigono allora al soldano
rivolto disse:
- Signor mio,
ordinatissimamente sì come ella m'ha più volte detto e come
quegli gentili uomini colli quali venne mi dissero, v'ha raccontato. Solamente
una parte v'ha lasciata a dire, la quale io estimo che, per ciò che bene
non sta a lei di dirlo, l'abbia fatto; e questo è, quanto quegli gentili
uomini e donne, colli quali venne, dicessero della onesta vita la quale con le
religiose donne aveva tenuta e della sua virtù e de'suoi laudevoli
costumi, e delle lagrime e del pianto che fecero e le donne e gli uomini
quando, a me restituitola, si partiron da lei. Delle quali cose se io volessi a
pien dire ciò che essi mi dissero, non che il presente giorno, ma la
seguente notte non ci basterebbe; tanto solamente averne detto voglio che
basti, che (secondo che le loro parole mostravano e quello ancora che io n'ho
potuto vedere) voi vi potete vantare d'avere la più bella figliuola e la
più onesta e la più valorosa che altro signore che oggi corona
porti.
Di queste cose fece il
soldano maravigliosissima festa e più volte pregò Iddio che
grazia gli concedesse di poter degni meriti rendere a chiunque avea la
figliuola onorata, e massimamente al re di Cipri, per cui onoratamente gli era
stata rimandata; e appresso alquanti dì, fatti grandissimi doni
apparecchiare ad Antigono, al tornarsi in Cipri il licenziò, al re per
lettere e per speziali ambasciadori grandissime grazie rendendo di ciò
che fatto aveva alla figliuola.
Appresso questo, volendo
che quello che cominciato era avesse effetto, cioè che ella moglie fosse
del re del Garbo, a lui ogni cosa significò pienamente, scrivendoli
oltre a ciò che, se gli piacesse d'averla, per lei si mandasse. Di
ciò fece il re del Garbo gran festa, e mandato onorevolmente per lei,
lietamente la ricevette. Ed essa che con otto uomini forse diecemilia volte
giaciuta era, allato a lui si coricò per pulcella, e fecegliele credere
che così fosse; e reina con lui lietamente poi più tempo visse. E
perciò si disse: - Bocca baciata non perde ventura, anzi rinnuova come
fa la luna. -
Giornata seconda - Novella
ottava
Il conte d'Anguersa,
falsamente accusato, va in essilio e lascia due suoi figliuoli in diversi
luoghi in Inghilterra, ed egli sconosciuto tornando, lor truova in buono stato,
va come ragazzo nello essercito del re di Francia, e riconosciuto innocente,
è nel primo stato ritornato.
Sospirato fu molto dalle
donne per li vari casi della bella donna: ma chi sa che cagione moveva
que'sospiri? Forse v'eran di quelle che non meno per vaghezza di così
spesse nozze che per pietà di colei sospiravano. Ma lasciando questo
stare al presente, essendosi da loro riso per l'ultime parole da Panfilo dette,
e veggendo la reina in quelle la novella di lui esser finita, ad Elissa
rivolta, impose che con una delle sue l'ordine seguitasse. La quale, lietamente
faccendolo, in cominciò.
Ampissimo campo è
quello per lo quale noi oggi spaziando andiamo, né ce n'è alcuno, che,
non che uno aringo, ma diece non ci potesse assai leggiermente correre,
sì copioso l'ha fatto la Fortuna delle sue nuove e gravi cose; e per
ciò, venendo di quelle che infinite sono a raccontare alcuna, dico che
essendo lo 'mperio di Roma da'franceschi né tedeschi trasportato, nacque tra
l'una nazione e l'altra grandissima nimistà e acerba e continua guerra,
per la quale, sì per la difesa del suo paese e sì per l'offesa
dell'altrui, il re di Francia e un suo figliuolo, con ogni sforzo del lor regno,
e appresso d'amici e di parenti, che far poterono, ordinarono un grandissimo
essercito per andare sopr'a'nimici; e avanti che a ciò procedessero, per
non lasciare il regno senza governo, sentendo Gualtieri conte d'Anguersa
gentile e savio uomo e molto lor fedele amico e servidore, e ancora che assai
ammaestrato fosse nell'arte della guerra, per ciò che loro più
alle dilicatezze atto che a quelle fatiche parea, lui in luogo di loro sopra
tutto il governo del reame di Francia general vicario lasciarono, e andarono al
loro cammino.
Cominciò adunque
Gualtieri e con senno e con ordine l'uficio commesso, sempre d'ogni cosa colla
reina e colla nuora di lei conferendo; e benché sotto la sua custodia e
giurisdizione lasciate fossero, nondimeno come sue donne e maggiori in
ciò che per lui si poteva l'onorava. Era il detto Gualtieri del corpo
bellissimo e d'età forse di quaranta anni, e tanto piacevole e
costumato, quanto alcuno altro gentile uomo il più esser potesse; e,
oltre a tutto questo, era il più leggiadro e il più dilicato
cavaliere che a quegli tempi si conoscesse, e quegli che più della
persona andava ornato.
Ora avvenne che, essendo il
re di Francia e il figliuolo nella guerra già detta, essendosi morta la
donna di Gualtieri e a lui un figliuol maschio e una femina piccoli fanciulli
rimasi di lei senza più , che costumando egli alla corte delle donne
predette e con loro spesso parlando delle bisogne del regno, che la donna del
figliuol del re gli pose gli occhi addosso e con grandissima affezione la persona
di lui e i suoi costumi considerando, d'occulto amore ferventemente di lui
s'accese; e sé giovane e fresca sentendo e lui senza alcuna donna, si
pensò leggiermente doverle il suo disidero venir fatto, e pensando niuna
cosa a ciò contrastare, se non vergogna, di manifestargliele si dispose
del tutto e quella cacciar via. Ed, essendo un giorno sola e parendole tempo,
quasi d'altre cose con lui ragionar volesse, per lui mandò.
Il conte, il cui pensiero
era molto lontano da quel della donna, senza alcuno indugio a lei andò;
e postosi, come ella volle, con lei sopra un letto in una camera tutti soli a
sedere, avendola il conte già due volte domandata della cagione per che
fatto l'avesse venire ed ella taciuto, ultimamente da amor sospinta, tutta di
vergogna divenuta vermiglia, quasi piagnendo e tutta tremante, con parole rotte
così cominciò a dire:
- Carissimo e dolce amico e
signor mio, voi potete, come savio uomo, agevolmente conoscere quanta sia la
fragilità e degli uomini e delle donne, e per diverse cagioni più
in una che in altra; per che debitamente dinanzi a giusto giudice un medesimo
peccato in diverse qualità di persone non dee una medesima pena
ricevere. E chi sarebbe colui che dicesse che non dovesse molto più
essere da riprendere un povero uomo o una povera femina, a'quali colla loro
fatica convenisse guadagnare quello che per la vita loro lor bisognasse, se da
amore stimolati fossero e quello seguissero, che una donna la quale fosse ricca
e oziosa, e a cui niuna cosa che a'suoi disideri piacesse mancasse? Certo io
non credo niuno.
Per la quale ragione io
estimo che grandissima parte di scusa debbian fare le dette cose in servigio di
colei che le possiede, se ella per avventura si lascia trascorrere ad amare; e
il rimanente debbia fare l'avere eletto savio e valoroso amadore, se quella
l'ha fatto che ama. Le quali cose con ciò sia cosa che amendune, secondo
il mio parere, sieno in me, e, oltre a queste, più altre le quali ad
amare mi debbono inducere, sì come a la mia giovanezza e la lontananza
del mio marito, ora convien che surgano in servigio di me alla difesa del mio
focoso amore nel vostro cospetto; le quali, se quel vi potranno che nella
presenza de'savi debbon potere, io vi priego che consiglio e aiuto in quello
che io vi dimanderò mi porgiate.
Egli è il vero che,
per la lontananza di mio marito, non potend'io agli stimoli della carne né alla
forza d'amore contrastare, le quali sono di tanta potenzia che i fortissimi
uomini, non che le tenere donne, hanno già molte volte vinti e vincono
tutto il giorno, essendo io negli agi e negli ozi né quali voi mi vedete, a
secondare li piaceri d'amore e a divenire innamorata mi sono lasciata
trascorrere; e come che tal cosa, se saputa fosse, io conosca non essere
onesta, nondimeno, essendo e stando nascosa, quasi di niuna cosa esser
disonesta la giudichi, pur m'è di tanto Amore stato grazioso, che egli
non solamente non m'ha il debito conoscimento tolto nello eleggere l'amante, ma
me n'ha molto in ciò prestato, voi degno mostrandomi da dovere da una
donna, fatta come sono io, essere amato; il quale, se 'l mio avviso non
m'inganna, io reputo il più bello, il più piacevole e 'l
più leggiadro e 'l più savio cavaliere, che nel reame di Francia
trovar si possa; e sì come io senza marito posso dire che io mi veggia,
così voi ancora senza mogliere. Per che io vi priego, per cotanto amore
quanto è quello che io vi porto, che voi non neghiate il vostro verso di
me e che della mia giovanezza v'incresca, la qual veramente come il ghiaccio al
fuoco si consuma per voi.
A queste parole
sopravennero in tanta abbondanza le lagrime, che essa, che ancora più
prieghi intendeva di porgere, più avanti non ebbe poter di parlare; ma,
bassato il viso e quasi vinta, piagnendo, sopra il seno del conte si
lasciò colla testa cadere.
Il conte, il quale
lealissimo cavaliere era, con gravissime riprensioni cominciò a mordere
così folle amore e a sospignerla indietro, che già al collo gli
si voleva gittare; e con saramenti ad affermare che egli prima sofferrebbe
d'essere squartato, che tal cosa contro allo onore del suo signore né in sé né
in altrui consentisse.
Il che la donna udendo,
subitamente dimenticato l'amore e in fiero furore accesa, disse:
- Dunque sarò io,
villan cavaliere, in questa guisa da voi del mio disidero schernita? Unque a Dio
non piaccia, poi che voi volete me far morire, che io voi o morire o cacciar
del mondo non faccia.
E così detto, ad una
ora messesi le mani né capelli e rabbuffatigli stracciatigli tutti, e appresso
nel petto squarciandosi i vestimenti, cominciò a gridar forte:
- Aiuto aiuto, ché 'l conte
d'Anguersa mi vuol far forza.
Il conte, veggendo questo e
dubitando forte più della invidia cortigiana che della sua coscienza e,
temendo per quella non fosse più fede data alla malvagità della
donna che alla sua innocenzia, levatosi come più tosto potè della
camera e del palagio s'uscì e fuggissi a casa sua, dove, senza altro
consiglio prendere, pose i suoi figliuoli a cavallo, ed egli montatovi
altressì , quanto più potè, n'andò verso Calese.
Al romor della donna corsero
molti, li quali, vedutola e udita la cagione del suo gridare, non solamente per
quello dieder fede alle sue parole, ma aggiunsero la leggiadria e la ornata
maniera del conte, per potere a quel venire, essere stata da lui lungamente
usata. Corsesi adunque a furore alle case del conte per arrestarlo; ma non
trovando lui, prima le rubar tutte e appresso infino a'fondamenti le mandar
giuso.
La novella, secondo che
sconcia si diceva, pervenne nell'oste al re e al figliuolo; li quali turbati
molto a perpetuo essilio lui e i suoi discendenti dannarono, grandissimi doni
promettendo a chi o vivo o morto loro il presentasse.
Il conte, dolente che
d'innocente fuggendo s'era fatto nocente, pervenuto senza farsi conoscere o
esser conosciuto co'suoi figliuoli a Calese, prestamente trapassò in
Inghilterra, e in povero abito n'andò verso Londra, nella quale prima
che entrasse, con molte parole ammaestrò i due piccioli figliuoli, e
massimamente in due cose: prima, che essi pazientemente comportassero lo stato
povero nel quale senza lor colpa la fortuna con lui insieme gli aveva recati; e
appresso, che con ogni sagacità si guardassero di mai non manifestare ad
alcuno onde si fossero né di cui figliuoli, se cara avevan la vita.
Era il figliuolo, chiamato
Luigi, di forse nove anni, e la figliuola, che nome avea Violante, n'avea forse
sette; li quali, secondo che comportava la lor tenera età, assai ben
compresero l'ammaestramento del padre loro, e per opera il mostrarono appresso.
Il che, acciò che meglio far si potesse, gli parve di dover loro i nomi
mutare, e così fece; e nominò il maschio Perotto, e Giannetta la
femina; e pervenuti poveramente vestiti in Londra, a guisa che far veggiamo a
questi paltoni franceschi, si diedono ad andar la limosina addomandando.
Ed essendo per ventura in
tal servigio una mattina ad una chiesa, avvenne che una gran dama, la quale era
moglie dell'uno de'maliscalchi del re d'lnghilterra, uscendo della chiesa, vide
questo conte e i due suoi figlioletti, che limosina addomandavano; il quale
ella domandò donde fosse e se suoi erano quegli figliuoli. Alla quale
egli rispose che era di Piccardia e che, per misfatto d'un suo maggior
figliuolo, ribaldo, con quegli due che suoi erano, gli era convenuto partire.
La dama, che pietosa era,
pose gli occhi sopra la fanciulla, e piacquele molto, per ciò che bella
e gentilesca e avvenente era, e disse:
- Valente uomo, se tu ti
contenti di lasciare appresso di me questa tua
figlioletta, per ciò
che buono aspetto ha, io la prenderò volentieri; e se valente femina
sarà, io la mariterò a quel tempo che convenevole sarà in
maniera che starà bene.
Al conte piacque molto
questa domanda e prestamente rispose del sì , e con lagrime gliele diede
e raccomandò molto. E così avendo la figliuola allogata e
sappiendo bene a cui, diliberò di più non dimorar quivi; e
limosinando traversò l'isola e con Perotto pervenne in Gales non senza
gran fatica, sì come colui che d'andare a piè non era uso.
Quivi era un altro
de'maliscalchi del re, il quale grande stato e molta famiglia tenea, nella
corte del quale il conte alcuna volta, ed egli è l figliuolo, per aver
da mangiare, molto si riparavano.
Ed essendo in essa alcun
figliuolo del detto maliscalco, e altri fanciulli di gentili uomini, e faccendo
cotali pruove fanciullesche sì come di correre e di saltare, Perotto
s'incominciò con loro a mescolare e a fare così destramente, o
più , come alcuno degli altri facesse, ciascuna pruova che tra lor si
faceva. Il che il maliscalco alcuna volta veggendo, e piacendogli molto la maniera
è modi del fanciullo, domandò chi egli fosse.
Fugli detto che egli era
figliuolo d'un povero uomo, il quale alcuna volta per limosina là entro
veniva. A cui il maliscalco il fece addimandare; e il conte, sì come
colui che d'altro Iddio non pregava, liberamente gliel concedette, quantunque
noioso gli fosse il da lui dipartirsi.
Avendo adunque il conte il
figliuolo e la figliuola acconci, pensò di più non voler dimorare
in Inghilterra; ma, come il meglio potè, se ne passò in Irlanda,
e pervenuto a Stanforda, con un cavaliere d'un conte paesano per fante si pose,
tutte quelle cose faccendo che a fante o a ragazzo possono appartenere; e
quivi, senza esser mai da alcuno conosciuto, con assai disagio e fatica,
dimorò lungo tempo.
Violante, chiamata
Giannetta, colla gentil donna in Londra venne crescendo e in anni e in persona
e in bellezza e in tanta grazia e della donna e del marito di lei e di ciascuno
altro della casa e di chiunque la conoscea, che era a veder maravigliosa cosa;
né alcuno era che a'suoi costumi e alle sue maniere riguardasse, che lei non
dicesse dovere essere degna d'ogni grandissimo bene e onore. Per la qual cosa
la gentil donna che lei dal padre ricevuta avea, senza aver mai potuto sapere
chi egli si fosse altramenti che da lui udito avesse, s'era proposta di doverla
onorevolmente, secondo la condizione della quale estimava che fosse, maritare.
Ma Iddio, giusto
riguardatore degli altrui meriti, lei nobile femina conoscendo e senza colpa
penitenzia portar dello altrui peccato, altramente dispose; e acciò che
a mano di vile uomo la gentil giovane non venisse, si dee credere che quello
che avvenne egli per sua benignità permettesse.
Aveva la gentil donna,
colla quale la Giannetta dimorava, un solo figliuolo del suo marito, il quale
ed essa e 'l padre sommamente amavano, sì perché figliuolo era e
sì ancora perché per virtù e per meriti il valeva, come colui che
più che altro e costumato e valoroso e pro' e bello della persona era.
Il quale, avendo forse sei anni più che la Giannetta, e lei veggendo
bellissima e graziosa, sì forte di lei s'innamorò, che più
avanti di lei non vedeva. E per ciò che egli imaginava lei di bassa
condizion dovere essere, non solamente non ardiva addomandarla al padre e alla
madre per moglie; ma temendo non fosse ripreso che bassamente si fosse ad amar
messo, quanto poteva il suo amore teneva nascoso: per la qual cosa troppo
più che se palesato l'avesse lo stimolava.
Laonde avvenne che, per
soverchio di noia, egli infermò, e gravemente. Alla cura del quale
essendo più medici richiesti, e avendo un segno e altro guardato di lui
e non potendo la sua infermità tanto conoscere, tutti comunemente si disperavano
della sua salute. Di che il padre e la madre del giovane portavano sì
gran dolore e malinconia, che maggiore non si saria potuta portare: e
più volte con pietosi prieghi il domandavano della cagione del suo male,
a'quali o sospiri per risposta dava, o che tutto si sentia consumare.
Avvenne un giorno che,
sedendosi appresso di lui un medico assai giovane, ma in scienzia profondo
molto, e lui per lo braccio tenendo in quella parte dove essi cercano il polso,
la Giannetta, la quale, per rispetto della madre di lui, lui sollicitamente
serviva, per alcuna cagione entrò nella camera nella quale il giovane
giacea. La quale come il giovane vide, senza alcuna parola o atto fare,
sentì con più forza nel cuore l'amoroso ardore, per che il polso
più forte cominciò a battergli che l'usato; il che il medico
sentì incontanente e maravigliossi, e stette cheto per vedere quanto
questo battimento dovesse durare.
Come la Giannetta
uscì dalla camera, e il battimento ristette; per che parte parve al
medico avere della cagione della infermità del giovane; e stato
alquanto, quasi d'alcuna cosa volesse la Giannetta addomandare, sempre tenendo
per lo braccio lo 'nfermo, la si fè chiamare. Al quale ella venne
incontanente; né prima nella camera entrò, che 'l battimento del polso
ritornò al giovane; e lei partita, cessò. Laonde, parendo al
medico avere assai piena certezza, levatosi e tratti da parte il padre e la
madre del giovane, disse loro:
- La sanità del
vostro figliuolo non è nello aiuto de'medici, ma nelle mani della
Giannetta dimora, la quale, sì come io ho manifestamente per certi segni
conosciuto, il giovane focosamente ama, come che ella non se ne accorge, per
quello che io vegga. Sapete omai che a fare v'avete, se la sua vita v'è
cara.
Il gentile uomo e la sua
donna, questo udendo, furon contenti, in quanto pure alcun modo si trovava al
suo scampo, quantunque loro molto gravasse che quello, di che dubitavano, fosse
desso, cioè di dover dare la Giannetta al loro figliuolo per isposa.
Essi adunque, partito il
medico, se n'andarono allo infermo, e dissegli la donna così :
- Figliuol mio, io non
avrei mai creduto che da me d'alcuno tuo disidero ti fossi guardato, e
spezialmente veggendoti tu, per non aver quello, venir meno; per ciò che
tu dovevi esser certo e dei che niuna cosa è che per contentamento di te
far potessi, quantunque meno che onesta fosse, che io come per me medesima non
la facessi; ma poi che pur fatta l'hai, è avvenuto che Domeneddio
è stato misericordioso di te più che tu medesimo, e a ciò
che tu di questa infermità non muoia, m'ha dimostrata la cagione del tuo
male, la quale niuna altra cosa è che soverchio amore, il quale tu porti
ad alcuna giovane, qual che ella si sia. E nel vero di manifestar questo non ti
dovevi tu vergognare, per ciò che la tua età il richiede, e se tu
innamorato non fossi, io ti riputerei da assai poco. Adunque, figliuol mio, non
ti guardare da me, ma sicuramente ogni tuo disidero mi scuopri; e la malinconia
e il pensiero il quale hai e dal quale questa infermità procede, gitta
via e confortati e renditi certo che niuna cosa sarà per sodisfacimento
di te che tu m'imponghi, che io a mio potere non faccia, sì come colei
che te più amo che la mia vita. Caccia via la vergogna e la paura, e
dimmi se io posso intorno al tuo amore adoperare alcuna cosa; e se tu non
truovi che io a ciò sia sollicita e ad effetto tel rechi, abbimi per la
più crudel madre che mai partorisse figliuolo.
Il giovane, udendo le
parole della madre, prima si vergognò, poi, seco pensando che niuna
persona meglio di lei potrebbe al suo piacere sodisfare, cacciata via la
vergogna, così le disse:
- Madonna, niuna altra cosa
mi v'ha fatto tenere il mio amor nascoso quanto l'essermi nelle più
delle persone avveduto che, poi che attempati sono, d'essere stati giovani
ricordar non si vogliono. Ma, poi che in ciò discreta vi veggio, non
solamente quello di che dite vi siete accorta non negherò esser vero, ma
ancora di cui vi farò manifesto, con cotal patto che effetto
seguirà alla vostra promessa a vostro potere, e così mi potrete
aver sano.
Al quale la donna (troppo
fidandosi di ciò che non le doveva venir fatto nella forma nella qual
già seco pensava) liberamente rispose che sicuramente ogni suo disidero
l'aprisse; ché ella senza alcuno indugio darebbe opera a fare che egli il suo
piacere avrebbe.
- Madama,- disse allora il
giovane - l'alta bellezza e le laudevoli maniere della nostra Giannetta, e il
non poterla fare accorgere, non che pietosa, del mio amore, e il non avere
ardito mai di manifestarlo ad alcuno, m'hanno condotto dove voi mi vedete; e se
quello che promesso m'avete o in un modo o in un altro non segue, state sicura
che la mia vita fia brieve.
La donna, a cui più
tempo da conforto che da riprensioni parea, sorridendo disse:
- Ahi, figliuol mio, dunque
per questo t'hai tu lasciato aver male? Confortati e lascia fare a me, poi che
guarito sarai.
Il giovane, pieno di buona
speranza, in brevissimo tempo di grandissimo miglioramento mostrò segni,
di che la donna contenta molto si dispose a voler tentare come quello potesse
osservare che promesso avea. E, chiamata un dì la Giannetta per via di
motti assai cortesemente la domandò se ella avesse alcuno amadore.
La Giannetta, divenuta
tutta rossa, rispose:
- Madama, a povera
damigella e di casa sua cacciata, come io sono, e che all'altrui servigio
dimori, come io fo, non si richiede né sta bene l'attendere ad amore.
A cui la donna disse:
- E se voi non l'avete, noi
ve ne vogliamo donare uno, di che voi tutta giuliva viverete e più della
vostra biltà vi diletterete; per ciò che non a'convenevole che
così bella damigella, come voi siete, senza amante dimori.
A cui la Giannetta rispose:
- Madama, voi dalla
povertà di mio padre togliendomi, come figliuola cresciuta m'avete, e
per questo ogni vostro piacer far dovrei; ma in questo io non vi piacerò
già, credendomi far bene. Se a voi piacerà di donarmi marito,
colui intendo io d'amare, ma altro no; per ciò che della eredità
de'miei passati avoli niuna cosa rimasa m'è se non l'onestà,
quella intendo io di guardare e di servare quanto la vita mi durerà.
Questa parola parve forte
contraria alla donna a quello a che di venire intendea per dovere al figliuolo
la promessa servare, quantunque, sì come savia donna, molto seco
medesima ne commendasse la damigella, e disse:
- Come, Giannetta? Se
monsignore lo re, il quale è giovane cavaliere, e tu sé bellissima
damigella, volesse del tuo amore alcun piacere, negherestigliele tu?
Alla quale essa subitamente
rispose:
- Forza mi potrebbe fare il
re, ma di mio consentimento mai da me, se non quanto onesto fosse, aver non
potrebbe.
La donna, comprendendo qual
fosse l'animo di lei, lasciò stare le parole e pensossi di metterla alla
pruova; e così al figliuol disse di fare, come guarito fosse, di
metterla con lui in una camera e ch'egli s'ingegnasse d'avere di lei il suo
piacere, dicendo che disonesto le pareva che essa, a guisa d'una ruffiana,
predicasse per lo figliuolo e pregasse la sua damigella.
Alla qual cosa il giovane
non fu contento in alcuna guisa, e di subito fieramente peggiorò: il che
la donna veggendo, aperse la sua intenzione alla Giannetta. Ma più
costante che mai trovandola, raccontato ciò che fatto avea al marito,
ancora che grave loro paresse, di pari consentimento diliberarono di dargliele
per isposa, amando meglio il figliuol vivo con moglie non convenevole a lui che
morto senza alcuna; e così , dopo molte novelle, fecero.
Di che la Giannetta fu
contenta molto e con divoto cuore ringraziò Iddio che lei non avea
dimenticata; né per tutto questo mai altro che figliuola d'un piccardo si
disse.
Il giovane guerì , e
fece le nozze più lieto che altro uomo, e cominciossi a dare buon tempo
con lei.
Perotto, il quale in Gales
col maliscalco del re d'lnghilterra era rimaso, similmente crescendo venne in
grazia del signor suo, e divenne di persona bellissimo e pro' quanto alcuno
altro che nell'isola fosse, intanto che né in tornei né in giostre, né in qualunque
altro atto d'arme niuno era nel paese che quello valesse che egli; perché per
tutto, chiamato da loro Perotto il piccardo, era conosciuto e famoso.
E come Iddio la sua sorella
dimenticata non avea, così similmente d'aver lui a mente
dimostrò; per ciò che, venuta in quella contrada una
pestilenziosa mortalità, quasi la metà della gente di quella se
ne portò; senza che grandissima parte del rimaso per paura in altre
contrade se ne fuggirono; di che il paese tutto pareva abbandonato. Nella qual
mortalità il maliscalco suo signore e la donna di lui e un suo figliuolo
e molti altri e fratelli e nepoti e parenti tutti morirono, né altro che una
damigella già da marito di lui rimase e, con alcuni altri famigliari,
Perotto. Il quale, cessata al quanto la pestilenza, la damigella, per
ciò che prod'uomo e valente era, con piacere e consiglio d'alquanti
pochi paesani vivi rimasi, per marito prese e di tutto ciò che a lei per
eredità scaduto era il fece signore.
Nè guari di tempo
passò che, udendo il re d'lnghilterra il maliscalco esser morto e
conoscendo il valor di Perotto il piccardo, in luogo di quello che morto era il
sustituì e fecelo suo maliscalco. E così brievemente avvenne de'
due innocenti figliuoli del corte d'Anguersa da lui per perduti lasciati.
Era già il
deceottesimo anno passato poi che il conte d'Anguersa, fuggendo, di Parigi
s'era partito, quando a lui dimorante in Irlanda, avendo in assai misera vita
molte cose patite, già vecchio veggendosi, venne voglia di sentire, se
egli potesse, quello che de'figliuoli fosse addivenuto. Per che del tutto della
forma, della quale esser solea, veggendosi trasmutato e sentendosi per lo lungo
esercizio più della persona atante che quando giovane in ozio dimorando
non era, partitosi assai povero e male in arnese da colui col quale lungamente
era stato, se ne venne in Inghilterra e là se ne andò dove
Perotto avea lasciato, e trovò lui esser maliscalco e gran signore, e
videlo sano e atante e bello della persona; il che gli aggradì forte, ma
farglisi conoscere non volle infino a tanto che saputo non avesse della
Giannetta.
Per che, messosi in cammino, prima non
ristette che in Londra pervenne; e quivi, cautamente domandato della donna alla
quale la figliuola lasciata avea e del suo stato, trovò la Giannetta
moglie del figliuolo; il che forte gli piacque, e ogni sua avversità
preterita reputò piccola, poiché vivi aveva ritrovati i figliuoli e in
buono stato. E disideroso di poterla vedere, cominciò come povero uomo a
ripararsi vicino alla casa di lei. Dove un giorno, veggendol Giachetto Lamiens,
che così era chiamato il marito della Giannetta, avendo di lui
compassione per ciò che povero e vecchio il vide, comandò ad uno
de'suoi famigliari che nella sua casa il menasse e gli facesse dare da mangiar
per Dio, il che il famigliare volentier fece.
Aveva la Giannetta avuti di
Giachetto già più figliuoli, de'quali il maggiore non avea oltre
ad otto anni, ed erano i più belli e i più vezzosi fanciulli del
mondo. Li quali, come videro il conte mangiare, così tutti quanti gli fur
dintorno e cominciarogli a far festa, quasi da occulta virtù mossi
avesser sentito costui loro avolo essere. Il quale, suoi nepoti cognoscendoli,
cominciò loro a mostrare amore e a far carezze; per la qual cosa i
fanciulli da lui non si volean partire, quantunque colui che al governo di loro
attendea gli chiamasse. Per che la Giannetta, ciò sentendo, uscì
d'una camera e quivi venne laddove era il conte, e minacciogli forte di
battergli, se quello che il lor maestro volea non facessero. I fanciulli cominciarono
a piagnere e a dire ch'essi volevano stare appresso a quel prod'uomo, il quale
più che il lor maestro gli amava; di che e la donna e 'l conte si rise.
Erasi il conte levato, non
miga a guisa di padre ma di povero uomo, a fare onore alla figliuola sì
come a donna, e maraviglioso piacere veggendola avea sentito nell'animo. Ma
ella né allora né poi il conobbe punto, per ciò che oltre modo era
trasformato da quello che esser soleva, sì come colui che vecchio e
canuto e barbuto era, e magro e bruno divenuto, e più tosto un altro
uomo pareva che il conte. E veggendo la donna che i fanciulli da lui partir non
si
voleano, ma volendogli
partire piagnevano, disse al maestro che alquanto gli lasciasse stare.
Standosi adunque i
fanciulli col prod'uomo, avvenne che il padre di Giachetto tornò e dal
maestro loro sentì questo fatto; per che egli, il quale a schifo avea la
Giannetta, disse:
- Lasciagli stare colla
mala ventura che Iddio dea loro; ché essi fanno ritratto da quello onde nati
sono. Essi son per madre discesi di paltoniere, e per ciò non a'da
maravigliarsi se volentier dimoran con paltonieri.
Queste parole udì il
conte, e dolfergli forte; ma pure nelle spalle ristretto, così quella
ingiuria sofferse come molte altre sostenute avea.
Giachetto, che sentita aveva
la festa che i figliuoli al prod'uomo, cioè al conte, facevano,
quantunque gli dispiacesse, nondimeno tanto gli amava che, avanti che piagner
gli vedesse, comandò che, se 'l prod'uomo ad alcun servigio là
entro dimorar volesse, che egli vi fosse ricevuto. Il quale rispose che vi
rimanea volentieri, ma che altra cosa far non sapea che attendere a'cavalli, di
che tutto il tempo della sua vita era usato. Assegnatogli adunque un cavallo,
come quello governato avea, al trastullare i fanciulli intendea.
Mentre che la fortuna, in
questa guisa che divisata è, il conte d'Anguersa e i figliuoli menava,
avvenne che il re di Francia, molte triegue fatte con gli alamanni, morì
, e in suo luogo fu coronato il figliuolo, del quale colei era moglie per cui
il conte era stato cacciato. Costui, essendo l'ultima triegua finita,
co'tedeschi ricominciò asprissima guerra; in aiuto del quale, sì
come nuovo parente, il re d'lnghilterra mandò molta gente sotto il
governo di Perotto suo maliscalco e di Giachetto Lamiens figliuolo dell'altro
maliscalco; col quale il prod'uomo, cioè il conte, andò e, senza
essere da alcuno riconosciuto, dimorò nell'oste per buono spazio a guisa
di ragazzo; e quivi, come valente uomo, e con consigli e con fatti più
che a lui non si richiedea, assai di bene adoperò.
Avvenne durante la guerra
che la reina di Francia infermò gravemente; e conoscendo ella sé
medesima venire alla morte, contrita d'ogni suo peccato, divotamente si
confessò dallo arcivescovo di Ruem, il quale da tutti era tenuto uno
santissimo e buono uomo, e tra gli altri peccati gli narrò ciò
che per lei a gran torto il conte d'Anguersa ricevuto avea. Nè solamente
fu a lui contenta di dirlo, ma davanti a molti altri valenti uomini tutto come
era stato raccontò, pregandogli che col re operassono che 'l conte, se
vivo fosse, e se non, alcun de'suoi figliuoli nel loro stato restituiti
fossero; né guari poi dimorò che, di questa vita passata, onorevolmente
fu sepellita.
La qual confessione al re
raccontata, dopo alcun doloroso sospiro delle
ingiurie fatte al valente
uomo a torto, il mosse a fare andare per tutto l'essercito, e oltre a
ciò in molte altre parti, una grida, che chi il conte d'Anguersa o
alcuno de'figliuoli gli rinsegnasse, maravigliosamente da lui per ogn'uno
guiderdonato sarebbe; con ciò fosse cosa che egli lui per innocente di
ciò per che in essilio andato era l'avesse, per la confessione fatta
dalla reina, e nel primo stato e in maggiore intendeva di ritornarlo. Le quali
cose il conte in forma di ragazzo udendo, e sentendo che così era il
vero, subitamente fu a Giachetto e il pregò che con lui insieme fosse
con Perotto, per ciò che egli voleva lor mostrare ciò che il re
andava cercando.
Adunati adunque tutti e tre
insieme, disse il conte a Perotto, che già era in pensiero di palesarsi:
- Perotto, Giachetto, che
è qui, ha tua sorella per mogliere, né mai n'ebbe alcuna dota; e per
ciò, acciò che tua sorella senza dota non sia, io intendo che
egli e non altri abbia questo benificio che il re promette così grande
per te, e ti rinsegni sì come figliuolo del conte d'Anguersa, e per la
Violante tua sorella e sua mogliere, e per me che il conte d'Anguersa e vostro
padre sono.
Perotto, udendo questo e
fiso guardandolo, tantosto il riconobbe, e piagnendo gli si gittò
a'piedi e abbracciollo dicendo:
- Padre mio, voi siate il
molto ben venuto.
Giachetto, prima udendo
ciò che il conte detto avea e poi veggendo quello che Perotto faceva, fu
ad un'ora da tanta maraviglia e da tanta allegrezza soprappreso, che appena
sapeva che far si dovesse; ma pur, dando alle parole fede e vergognandosi forte
di parole ingiuriose già da lui verso il conte ragazzo usate, piagnendo
gli si lasciò cadere a'piedi e umilmente d'ogni oltraggio passato
domandò perdonanza, la quale il conte assai benignamente, in piè
rilevatolo, gli diede.
E poi che i vari casi di
ciascuno tutti e tre ragionati ebbero, e molto piantosi e molto rallegratosi
insieme, volendo Perotto e Giachetto rivestire il conte, per niuna maniera il
sofferse, ma volle che, avendo prima Giachetto certezza d'avere il guiderdon
promesso, così fatto e in quello abito di ragazzo, per farlo più
vergognare, gliele presentasse.
Giachetto adunque col conte
e con Perotto appresso venne davanti al re e offerse di presentargli il conte e
i figliuoli, dove, secondo la grida fatta, guiderdonare il dovesse. Il re
prestamente per tutti fece il guiderdon venire maraviglioso agli occhi di
Giachetto, e comandò che via il portasse dove con verità il conte
e i figliuoli dimostrasse come promettea. Giachetto allora, voltatosi indietro
e davanti messosi il conte suo ragazzo e Perotto, disse:
- Monsignore, ecco qui il
padre e 'l figliuolo; la figliuola, ch'è mia mogliere, e non è
qui, con l'aiuto di Dio tosto vedrete.
Il re, udendo questo,
guardò il conte e, quantunque molto da quello che esser solea trasmutato
fosse, pur, dopo l'averlo alquanto guardato, il riconobbe; e quasi con le
lagrime in su gli occhi, lui che ginocchione stava levò in piede, e il
baciò e abbracciò, e amichevolmente ricevette Perotto, e comandò
che incontanente il conte di vestimenti, di famiglia e di cavalli e d'arnesi
rimesso fosse in assetto, secondo che alla sua nobilità si richiedea; la
qual cosa tantosto fu fatta. Oltre a questo, onorò il re molto Perotto,
e volle ogni cosa sapere di tutti i suoi preteriti casi.
E quando Giachetto prese
gli alti guiderdoni per l'avere insegnati il conte è figliuoli, gli
disse il conte:
- Prendi cotesti doni dalla
magnificenza di monsignore lo re, e ricordera'ti di dire a tuo padre che i tuoi
figliuoli, suoi e miei nepoti, non sono per madre nati di paltoniere.
Giachetto prese i doni, e
fece a Parigi venir la moglie e la suocera, e vennevi la moglie di Perotto; e
quivi in grandissima festa furon col conte, il quale il re avea in ogni suo ben
rimesso e maggior fattolo che fosse giammai. Poi ciascuno colla sua licenzia
tornò a casa sua, ed esso infino alla morte visse in Parigi più
gloriosamente che mai.
Giornata seconda - Novella
nona
Bernabò da Genova,
da Ambrogiuolo ingannato, perde il suo e comanda che la moglie innocente sia
uccisa. Ella scampa, e in abito d'uomo serve il soldano; ritrova lo
'ngannatore, e Bernabò conduce in Alessandria, dove lo ngannatore
punito, ripreso abito feminile, col marito ricchi si tornano a Genova
Avendo Elissa colla sua
compassionevole novella il suo dover fornito, Filomena reina, la quale bella e
grande era della persona, e nel viso più che altra piacevole e ridente,
sopra sé recatasi, disse:
- Servar si vogliono i
patti a Dioneo, e però, non restandoci altri che egli e io a novellare,
io dirò prima la mia, ed esso, che di grazia il chiese, l'ultimo fia che
dirà- ; e questo detto, così cominciò.
Suolsi tra'volgari spesse
volte dire un cotal proverbio, che lo 'ngannatore rimane a piè dello
'ngannato; il quale non pare che per alcuna ragione si possa mostrare esser
vero, se per gli accidenti che avvengono non si mostrasse. E per ciò
seguendo la proposta, questo insiememente, carissime donne, esser vero come si
dice m'è venuto in talento di dimostrarvi; né vi dovrà esser
discaro d'averlo udito, acciò che dagli 'ngannatori guardar vi sappiate.
Erano in Parigi in uno
albergo alquanti grandissimi mercatanti italiani, qual per una bisogna e qual
per un'altra, secondo la loro usanza; e avendo una sera fra l'altre tutti
lietamente cenato, cominciarono di diverse cose a ragionare; e d'un
ragionamento in altro travalicando, pervennero a dire delle lor donne, le quali
alle lor case avevan lasciate. E motteggiando cominciò alcuno a dire:
- Io non so come la mia si
fa, ma questo so io bene, che quando qui mi viene alle mani alcuna giovinetta
che mi piaccia, io lascio stare dall'un de'lati l'amore il quale io porto a mia
mogliere, e prendo di questa qua quel piacere che io posso.
L'altro rispose:
- E io fo il simigliante,
perciò che se io credo che la mia donna alcuna sua ventura procacci,
ella il fa, e se io nol credo, sì 'l fa; e per ciò a fare a far
sia; quale asino dà in parete, tal riceve.
Il terzo quasi in questa
medesima sentenzia parlando pervenne; e brievemente tutti pareva che a questo
s'accordassero, che le donne lasciate da loro non volessero perder tempo.
Un solamente, il quale avea
nome Bernabò Lomellin da Genova, disse il contrario, affermando sé di
spezial grazia da Dio avere una donna per moglie la più compiuta di
tutte quelle virtù che donna o ancora cavaliere in gran parte o donzello
dee avere, che forse in Italia ne fosse un'altra; per ciò che ella era
bella del corpo e giovine ancora assai e destra e atante della persona, né
alcuna cosa era che a donna appartenesse, sì come di lavorar lavorii di
seta e simili cose, che ella non facesse meglio che alcun'altra. Oltre a questo
niuno scudiere, o famigliar che dir vogliamo, diceva trovarsi, il quale meglio
né più accortamente servisse ad una tavola d'un signore, che serviva
ella, sì come colei che era costumatissima savia e discreta molto.
Appresso questo la commendò meglio sapere cavalcare un cavallo, tenere
uno uccello, leggere e scrivere e fare una ragione, che se un mercatante fosse;
e da questo, dopo molte altre lode, pervenne a quello di che quivi si
ragionava, affermando con saramento niun'altra più onesta né più
casta potersene trovar di lei; per la qual cosa egli credeva certamente che, se
egli diece anni o sempre mai fuor di casa dimorasse, che ella mai a così
fatte novelle non intenderebbe con altro uomo.
Era, tra questi mercatanti
che così ragionavano, un giovane mercatante, chiamato Ambrogiuolo da
Piagenza, il quale di questa ultima loda che Bernabò avea data alla sua
donna cominciò a far le maggior risa del mondo, e gabbando il
domandò se lo 'mperadore gli avea questo privilegio più che a
tutti gli altri uomini conceduto.
Bernabò, un poco
turbatetto, disse che non lo 'mperadore ma Iddio, il quale poteva un poco
più che lo 'mperadore, gli avea questa grazia conceduta.
Allora disse Ambrogiuolo:
- Bernabò, io non
dubito punto che tu non ti creda dir vero; ma, per quello che a me paia, tu hai
poco riguardato alla natura delle cose; per ciò che, se riguardato v'avessi,
non ti sento di sì grosso ingegno che tu non avessi in quella
cognosciuto cose che ti farebbono sopra questa materia più
temperatamente parlare. E per ciò che tu non creda che noi, che molto
largo abbiamo delle nostre mogli parlato, crediamo avere altra moglie o
altrimenti fatta che tu, ma da uno naturale avvedimento mossi così
abbiam detto, voglio un poco con teco sopra questa materia ragionare.
Io ho sempre inteso l'uomo
essere il più nobile animale che tra'mortali fosse creato da Dio, e
appresso la femina; ma l'uomo, sì come generalmente si crede e vede per
opere, è più perfetto; e avendo più di perfezione, senza
alcun fallo dee avere più di fermezza e così ha, per ciò
che universalmente le femine sono più mobili, e il perché si potrebbe
per molte ragioni naturali dimostrare, le quali al presente intendo di lasciare
stare. Se l'uomo adunque è di maggior fermezza e non si può
tenere che non condiscenda, lasciamo stare ad una che 'l prieghi, ma pure a non
disiderare una che gli piaccia, e oltre al disidero, di far ciò che
può acciò che con quella esser possa, e questo non una volta il
mese, ma mille il giorno avvenirgli; che speri tu che una donna naturalmente
mobile, possa fare a'prieghi, alle lusinghe, a'doni, a mille altri modi che
userà uno uomo savio che l'ami? Credi che ella si possa tenere? Certo,
quantunque tu te l'affermi, io non credo che tu 'l creda; e tu medesimo
dì che la moglie tua è femina e ch'ella è di carne e
d'ossa come sono l'altre. Per che, se così è, quegli medesimi
disideri deono essere i suoi e quelle medesime forze che nell'altre sono a
resistere a questi naturali appetiti; per che possibile è, quantunque
ella sia onestissima, che ella quello che l'altre faccia; e niuna cosa
possibile è così acerbamente da negare, o da affermare il
contrario a quella, come tu fai.
Al quale Bernabò
rispose e disse:
- Io son mercatante e non
fisofolo, e come mercatante risponderò. E dico che io conosco ciò
che tu dì potere avvenire alle stolte, nelle quali non è alcuna
vergogna; ma quelle che savie sono hanno tanta sollecitudine dello onor loro,
che elle diventan forti più che gli uomini, che di ciò non si
curano, a guardarlo; e di queste così fatte è la mia.
Disse Ambrogiuolo:
- Veramente, se per ogni
volta che elle a queste così fatte novelle attendono, nascesse loro un
corno nella fronte, il quale desse testimonianza di ciò che fatto
avessero, io mi credo che poche sarebber quelle che v'attendessero; ma, non che
il corno nasca, egli non se ne pare a quelle che savie sono né pedata né orma; e
la vergogna e 'l guastamento del l'onore non consiste se non nelle cose palesi;
per che, quando possono occultamente, il fanno, o per mattezza lasciano. E abbi
questo per certo che colei sola è casta, la quale o non fu mai da alcun
pregata, o se pregò, non fu esaudita. E quantunque io conosca per
naturali e vere ragioni così dovere essere, non ne parlerei io
così appieno come io fo, se io non ne fossi molte volte e con molte
stato alla pruova. E dicoti così , che se io fossi presso a questa tua
così santissima donna, io mi crederrei in brieve spazio di tempo recarla
a quello che io ho già dell'altre recate.
Bernabò turbato
rispose:
- Il quistionar con parole
potrebbe distendersi troppo; tu diresti e io direi, e alla fine niente
monterebbe. Ma poi che tu dì che tutte sono così pieghevoli e che
'l tuo ingegno è cotanto, acciò che io ti faccia certo della
onestà della mia donna, io son disposto che mi sia tagliata la testa se
tu mai a cosa che ti piaccia in cotale atto la puoi conducere; e se tu non
puoi, io non voglio che tu perda altro che mille fiorin d'oro.
Ambrogiuolo, già in
su la novella riscaldato, rispose:
- Bernabò, io non so
quello ch'io mi facessi del tuo sangue se io vincessi; ma se tu hai voglia di
vedere pruova di ciò che io ho già ragionato, metti cinquemilia
fiorin d'oro de'tuoi, che meno ti deono esser cari che la testa, contro a mille
de'miei; e dove tu niuno termine poni, io mi voglio obbligare d'andare a Genova
e infra tre mesi dal dì che io mi partirò di qui aver della tua
donna fatta mia volontà, e in segno di ciò recarne meco delle sue
cose più care e sì fatti e tanti indizi che tu medesimo
confesserai esser vero; sì veramente che tu mi prometterai sopra la tua
fede infra questo termine non venire a Genova né scrivere a lei alcuna cosa di
questa materia.
Bernabò disse che
gli piacea molto; e quantunque gli altri mercatanti, che quivi erano,
s'ingegnassero di sturbar questo fatto, conoscendo che gran male ne potea
nascere, pure erano de'due mercatanti sì gli animi accesi, che, oltre al
voler degli altri, per belle scritte di lor mano s'obbligarono ]'uno all'altro.
E fatta la obbligagione,
Bernabò rimase e Ambrogiuolo quanto più tosto potè se ne
venne a Genova. E dimoratovi alcun giorno e con molta cautela informatosi del
nome della contrada e de'costumi della donna, quello e più ne 'ntese che
da Bernabò udito n'avea; per che gli parve matta impresa aver fatta. Ma
pure, accontatosi con una povera femina che molto nella casa usava e a cui la
donna voleva gran bene, non potendola ad altro inducere, con denari la corruppe
e a lei in una cassa artificiata a suo modo si fece portare, non solamente
nella casa, ma nella camera della gentil donna; e quivi, come se in alcuna
parte andar volesse, la buona femina, secondo l'ordine datole da Ambrogiuolo,
la raccomandò per alcun dì .
Rimasa adunque la cassa
nella camera e venuta la notte, all'ora che Ambrogiuolo avvisò che la
donna dormisse, con certi suoi ingegni apertala, chetamente nella camera
uscì , nella quale un lume acceso avea. Per la qual cosa egli il sito
della camera, le dipinture e ogni altra cosa notabile che in quella era
cominciò a ragguardare e a fermare nella sua memoria.
Quindi, avvicinatosi al
letto e sentendo che la donna e una piccola fanciulla, che con lei era,
dormivan forte, pianamente scopertola tutta, vide che così era bella
ignuda come vestita, ma niuno segnale da potere rapportare le vide, fuori che
uno ch'ella n'avea sotto la sinistra poppa, ciò era un neo d'intorno al
quale erano alquanti peluzzi biondi come oro; e, ciò veduto, chetamente
la ricoperse, come che, così bella vedendola, in disiderio avesse di
mettere in avventura la vita sua e coricarlesi allato. Ma pure, avendo udito
lei essere così cruda e alpestra intorno a quelle novelle, non
s'arrischiò; e statosi la maggior parte della notte per la camera a suo
agio, una borsa e una guarnacca d'un suo forziere trasse e alcuno anello e
alcuna cintura, e ogni cosa nella cassa sua messa, egli altressì vi si
ritornò, e così la serrò come prima stava; e in questa
maniera fece due notti, senza che la donna di niente s'accorgesse.
Vegnente il terzo dì
, secondo l'ordine dato, la buona femina tornò per la cassa sua e
colà la riportò onde levata l'avea; della quale Ambrogiuolo uscito,
e contentata secondo la promessa la femina, quanto più tosto potè
con quelle cose si tornò a Parigi avanti il termine preso. Quivi,
chiamati que'mercatanti che presenti erano stati alle parole e al metter
de'pegni, presente Bernabò, disse sé aver vinto il pegno tra lor messo,
perciò che fornito aveva quello di che vantato s'era; e che ciò
fosse vero, primieramente disegnò la forma della camera e le dipinture
di quella, e appresso mostrò le cose che di lei aveva seco recate, affermando
da lei averle avute.
Confessò
Bernabò così esser fatta la camera come diceva e oltre a
ciò sé riconoscere quelle cose veramente della sua donna essere state;
ma disse lui aver potuto da alcuno de'fanti della casa sapere la qualità
della camera e in simil maniera avere avute le cose; per che, se altro non
dicea, non gli parea che questo bastasse a dovere aver vinto.
Per che Ambrogiuolo disse:
- Nel vero questo doveva
bastare; ma, poi che tu vuogli che io più avanti ancora dica, e io il
dirò. Dicoti che madonna Zinevra tua mogliere ha sotto la sinistra poppa
un neo ben grandicello, dintorno al quale son forse sei peluzzi biondi come
oro.
Quando Bernabò
udì questo, parve che gli fosse dato d'un coltello al cuore, siffatto
dolore sentì ; e tutto nel viso cambiato, eziandio se parola non avesse
detta, diede assai manifesto segnale ciò esser vero che Ambrogiuolo
diceva, e dopo alquanto disse:
- Signori, ciò che
Ambrogiuolo dice è vero; e perciò, avendo egli vinto, venga
qualor gli piace e sì si paghi- ; e così fu il dì seguente
Ambrogiuolo interamente pagato.
E Bernabò, da Parigi
partitosi, con fellone animo contro alla donna verso Genova se ne venne. E
appressandosi a quella non volle in essa entrare, ma si rimase ben venti miglia
lontano ad essa ad una sua possessione; e un suo famigliare, in cui molto si
fidava, con due cavalli e con sue lettere mandò a Genova, scrivendo alla
donna come tornato era e che con lui a lui venisse; e al famiglio segretamente
impose che, come in parte fosse colla donna che migliore gli paresse, senza
niuna misericordia la dovesse uccidere e a lui tornarsene.
Giunto adunque il
famigliare a Genova e date le lettere e fatta l'ambasciata, fu dalla donna con
gran festa ricevuto, la quale la seguente mattina, montata col famigliare a
cavallo, verso la sua possessione prese il cammino. E camminando insieme e di
varie cose ragionando, pervennero in uno vallone molto profondo e solitario e
chiuso d'alte grotte e d'alberi, il quale parendo al famigliare luogo da dovere
sicuramente per sé fare il comandamento del suo signore, tratto fuori il
coltello e presa la donna per lo braccio, disse
- Madonna, raccomandate
l'anima vostra a Dio, ché a voi, senza passar più avanti, convien
morire.
La donna, vedendo il
coltello e udendo le parole, tutta spaventata disse:
- Mercè per Dio!
anzi che tu mi uccida, dimmi di che io t'ho offeso, che tu uccider mi debbi.
- Madonna,- disse il
famigliare- me non avete offeso d'alcuna cosa; ma di che voi offeso abbiate il
vostro marito io nol so, se non che egli mi comandò che, senza alcuna
misericordia aver di voi, io in questo cammin v'uccidessi; e se io nol facessi,
mi minacciò di farmi impiccar per la gola. Voi sapete bene quant'io gli
son tenuto, e come io di cosa che egli m'imponga possa dir di no; sallo Iddio
che di voi m'incresce, ma io non posso altro.
A cui la donna piagnendo
disse:
- Ahi mercé per Dio! non
volere divenire micidiale di chi mai non t'offese, per servire altrui. Iddio,
che tutto conosce, sa che io non feci mai cosa per la quale io dal mio marito
debbia così fatto merito ricevere. Ma lasciamo ora star questo; tu puoi,
quando tu vogli, ad una ora piacere a Dio e al tuo signore e a me in questa
maniera: che tu prenda questi miei panni, e solamente il tuo farsetto e un
cappuccio; e con essi torni al mio e tuo signore, e dichi che tu m'abbi uccisa;
e io ti giuro, per quella salute la quale tu donata m'avrai, che io mi
dileguerò e andronne in parte che mai né a lui né a te né in queste
contrade di me perverrà alcuna novella.
Il famigliare, che mal
volentieri l'uccidea, leggiermente divenne pietoso; per che, presi i drappi
suoi e datole un suo farsettaccio e un cappuccio, e lasciatile certi denari li
quali essa avea, pregandola che di quelle contrade si dileguasse, la
lasciò nel vallone e a piè, e andonne al signor suo, al qual disse
che il suo comandamento non solamente era fornito, ma che il corpo di lei morto
aveva tra parecchi lupi lasciato.
Bernabò dopo alcun
tempo se ne tornò a Genova e, saputosi il fatto, forte fu biasimato.
La donna, rimasa sola e
sconsolata, come la notte fu venuta, contraffatta il più che
potè, n'andò ad una villetta ivi vicina, e quivi da una vecchia
procacciato quello che le bisognava, racconciò il farsetto a suo dosso,
e fattol corto, e fattosi della sua camicia un paio di pannilini, e i capelli
tondutosi e trasformatasi tutta in forma d'un matinaro, verso il mare se ne
venne; dove per avventura trovò un gentile uomo catalano, il cui nome
era segner En Cararch, il quale d'una sua nave, la quale alquanto di quivi era
lontana, in Albegna disceso era a rinfrescarsi ad una fontana. Col quale
entrata in parole, con lui s'acconciò per servidore, e salissene sopra
la nave, faccendosi chiamar Sicuran da Finale. Quivi, di miglior panni rimesso
in arnese dal gentile uomo, lo 'ncominciò a servir sì bene e
sì acconciamente, che egli gli venne oltre modo a grado.
Avvenne, ivi a non gran
tempo, che questo catalano con un suo carico navicò in Alessandria e
portò certi falconi pellegrini al soldano, e presentogliele; al quale il
soldano avendo alcuna volta dato mangiare, e veduti i costumi di Sicurano, che
sempre a servir l'andava, e piaciutigli, al catalano il domandò; e
quegli, ancora che grave gli paresse, gliele lasciò.
Sicurano in poco di tempo
non meno la grazia e l'amor del soldano acquistò col suo bene adoperare,
che quella del catalano avesse fatto. Per che in processo di tempo avvenne che,
dovendosi in un certo tempo dell'anno, a guisa d'una fiera, fare una gran
ragunanza di mercatanti e cristiani e saracini in Acri, la quale sotto la
signoria del soldano era; acciò che i mercatanti e le mercatantie sicure
stessero, era il soldano sempre usato di mandarvi, oltre agli altri suoi
uficiali, alcuno de'suoi grandi uomini con gente che alla guardia attendesse.
Nella qual bisogna, sopravvegnendo il tempo, diliberò di mandare
Sicurano il quale già ottimamente la lingua sapeva; e così fece.
Venuto adunque Sicurano in
Acri signore e capitano della guardia de'mercatanti e della mercatantia, e
quivi bene e sollicitamente faccendo ciò che al suo uficio apparteneva,
e andando dattorno veggendo, e molti mercatanti e ciciliani e pisani e genovesi
e viniziani e altri italiani vedendovi, con loro volentieri si dimesticava per
rimembrarza della contrada sua.
Ora avvenne, tra l'altre
volte, che, essendo egli ad un fondaco di mercatanti viniziani smontato, gli
vennero vedute tra altre gioie una borsa e una cintura, le quali egli
prestamente riconobbe essere state sue, e maravigliossi; ma, senza altra vista
fare, piacevolmente domandò di cui fossero e se vendere si voleano.
Era quivi venuto
Ambrogiuolo da Piagenza con molta mercatantia in su una nave di viniziani, il
quale, udendo che il capitano della guardia domandava di cui fossero, si trasse
avanti e ridendo disse:
- Messere, le cose son mie
e non le vendo; ma s'elle vi piacciono, io le vi donerò volentieri.
Sicurano, vedendol ridere,
suspicò non costui in alcuno atto l'avesse raffigurato; ma pur, fermo
viso faccendo, disse:
- Tu ridi forse, perché
vedi me uom d'arme andar domandando di queste cose feminili?
Disse Ambrogiuolo:
- Messere, io non rido di
ciò, ma rido del modo ne quale io le guadagnai.
A cui Sicuran disse:
- Deh, se Iddio ti dea
buona ventura, se egli non è disdicevole, diccelo come tu le
guadagnasti.
- Messere,- disse
Ambrogiuolo- queste mi donò con alcuna altra cosa una gentil donna di
Genova chiamata madonna Zinevra, moglie di Bernabò Lomellin, una notte
che io giacqui con lei, e pregommi che per suo amore io le tenessi. Ora risi
io, per ciò che egli mi ricordò della sciocchezza di
Bernabò, il qual fu di tanta follia che mise cinquemilia fiorin d'oro
contro a mille che io la sua donna non recherei a'miei piaceri; il che io feci
e vinsi il pegno; ed egli, che più tosto sé della sua bestialità
punir dovea che lei d'aver fatto quello che tutte le femine fanno, da Parigi a
Genova tornandosene, per quello che io abbia poi sentito, la fece uccidere.
Sicurano, udendo questo,
prestamente comprese qual fosse la cagione dell'ira di Bernabò verso lei
e manifestamente conobbe costui di tutto il suo male esser cagione; e seco
pensò di non lasciargliele portare impunita.
Mostrò adunque
Sicurano d'aver molto cara questa novella, e artatamente prese con costui una
stretta dimestichezza, tanto che per gli suoi conforti Ambrogiuolo, finita la
fiera, con essolui e con ogni sua cosa se n'andò in Alessandria, dove
Sicurano gli fece fare un fondaco e misegli in mano de'suoi denari assai; per
che egli, util grande veggendosi, vi dimorava volentieri.
Sicurano, sollicito a
volere della sua innocenzia far chiaro Bernabò, mai non riposò
infino a tanto che con opera d'alcuni grandi mercatanti genovesi che in
Alessandria erano, nuove cagioni trovando, non l'ebbe fatto venire; il quale,
in assai povero stato essendo, ad alcun suo amico tacitamente fece ricevere,
infino che tempo gli paresse a quel fare che di
fare intendea.
Avea già Sicurano
fatta raccontare ad Ambrogiuolo la novella davanti al soldano, e fattone al
soldano prendere piacere; ma poi che vide quivi Bernabò, pensando che
alla bisogna non era da dare indugio, preso tempo convenevole, dal soldano
impetrò che davanti venir si facesse Ambrogiuolo e Bernabò, e in
presenzia di Bernabò, se agevolmente fare
non si potesse, con
severità da Ambrogiuolo si traesse il vero come stato fosse quello di
che egli della moglie di Bernabò si vantava.
Per la qual cosa,
Ambrogiuolo e Bernabò venuti, il soldano in presenzia di molti con
rigido viso ad Ambrogiuol comandò che il vero dicesse come a
Bernabò vinti avesse cinquemilia fiorin d'oro; e quivi era presente
Sicurano, in cui Ambrogiuolo più avea di fidanza, il quale con viso
troppo più turbato gli minacciava gravissimi tormenti se nol dicesse.
Per che Ambrogiuolo, da una parte e d'altra spaventato e ancora alquanto
costretto, in presenzia di Bernabò e di molti altri, niuna pena
più aspettandone che la restituzione di fiorini cinquemilia d'oro e
delle cose, chiaramente, come stato era il fatto, narrò ogni cosa.
E avendo Ambrogiuolo detto,
Sicurano, quasi esecutore del soldano, in quello rivolto a Bernabò
disse: - E tu che facesti per questa bugia alla tua donna? A cui Bernabò
rispose:
- Io, vinto dalla ira della
perdita de'miei denari e dall'onta della vergogna che mi parea avere ricevuta
dalla mia donna, la feci ad un mio famigliare uccidere; e, secondo che egli mi
rapportò, ella fu prestamente divorata da molti lupi.
Queste cose così
nella presenzia del soldan dette e da lui tutte udite e intese, non sappiendo
egli ancora a che Sicurano, che questo ordinato avea e domandato, volesse
riuscire, gli disse Sicurano:
- Signor mio assai chiaramente
potete conoscere quanto quella buona donna gloriar si possa d'amante e di
marito; ché l'amante ad una ora lei priva d'onore, con bugie guastando la fama
sua, e diserta il marito di lei; e il marito, più credulo alle altrui
falsità che alla verità da lui per lunga esperienza potuta
conoscere, la fa uccidere e mangiare a'lupi; e oltre a questo tanto il bene e
l'amore che l'amico e 'l marito le porta, che, con lei lungamente dimorati,
niuno la conosce. Ma per ciò che voi ottimamente conosciate quello che
ciascun di costoro ha meritato, ove voi mi vogliate di spezial grazia fare di
punire lo 'ngannatore e perdonare allo 'ngannato, io la farò qui in
vostra e in loro presenzia venire.
Il soldano, disposto in
questa cosa di volere in tutto compiacere a Sicurano, disse che gli piacea e
che facesse la donna venire. Maravigliossi forte Bernabò, il quale lei
per fermo morta credea; e Ambrogiuolo, già del suo male indovino, di
peggio avea paura che di pagar denari, né sapea che si sperare o che più
temere, perché quivi la donna venisse, ma più con maraviglia la sua
venuta aspettava.
Fatta adunque la
concessione dal soldano a Sicurano, esso, piagnendo e in ginocchion dinanzi al
soldan gittatosi, quasi ad una ora la maschil voce e il più voler
maschio parere si partì , e disse:
- Signor mio, io sono la
misera sventurata Zinevra, sei anni andata tapinando in forma d'uom per lo
mondo, da questo traditor d'Ambrogiuol falsamente e reamente vituperata, e da
questo crudele e iniquo uomo data ad uccidere ad un suo fante e a mangiare
a'lupi.
E stracciando i panni
dinanzi e mostrando il petto, sé esser femina e al soldano e a ciascuno altro
fece palese; rivolgendosi poi ad Ambrogiuolo, ingiuriosamente domandandolo
quando mai, secondo che egli avanti si vantava, con lei giaciuto fosse. Il
quale, già riconoscendola, e per vergogna quasi mutolo divenuto, niente
dicea.
Il soldano, il qual sempre
per uomo avuta l'avea, questo vedendo e udendo, venne in tanta maraviglia, che
più volte quello che egli vedeva e udiva credette più tosto esser
sogno che vero. Ma pur, poi che la maraviglia cessò, la verità
conoscendo, con somma laude la vita e la constanzia e i costumi e la
virtù della Zinevra, infino allora stata Sicuran chiamata,
commendò. E, fattili venire onorevolissimi vestimenti femminili e donne
che compagnia le tenessero, secondo la dimanda fatta da lei, a Bernabò
perdonò la meritata morte.
Il quale, riconosciutola,
a'piedi di lei si gittò piagnendo e domandando perdonanza, la quale
ella, quantunque egli maldegno ne fosse, benignamente gli diede, e in piede il
fece levare, teneramente sì come suo marito abbracciandolo.
Il soldano appresso
comandò che incontanente Ambrogiuolo in alcuno alto luogo della
città fosse al sole legato ad un palo e unto di mele, né quindi mai,
infino a tanto che per sé medesimo non cadesse, levato fosse; e così fu
fatto. Appresso questo, comandò che ciò che d'Ambrogiuolo stato
era fosse alla donna donato; che non era sì poco che oltre a diecimilia
dobbre non valesse; ed egli, fatta apprestare una
bellissima festa, in quella
Bernabò, come marito di madonna Zinevra, e madonna Zinevra sì
come valorosissima donna, onorò, e donolle che in gioie e che in
vasellamenti d'oro e d'ariento e che in denari, quello che valse meglio d'altre
diecemilia dobbre.
E, fatto loro apprestare un
legno, poi che finita fu la festa per loro fatta, gli licenziò di
potersi tornare a Genova al lor piacere; dove ricchissimi e con grande
allegrezza tornarono, e con sommo onore ricevuti furono, e spezialmente madonna
Zinevra, la quale da tutti si credeva che morta fosse; e sempre di gran
virtù e da molto, mentre visse, fu reputata.
Ambrogiuolo il dì
medesimo che legato fu al palo e unto di mele, con sua grandissima angoscia
dalle mosche e dalle vespe e da'tafani, de'quali quel paese è copioso molto,
fu non solamente ucciso, ma infino all'ossa divorato; le quali bianche rimase e
a'nervi appiccate, poi lungo tempo, senza esser mosse, della sua
malvagità fecero a chiunque le vide testimonianza. E così rimase
lo 'ngannatore a piè dello 'ngannato.
Giornata seconda - Novella
decima
Paganino da Monaco ruba la
moglie a messer Ricciardo da Chinzica, il quale, sappiendo dove ella è,
va e diventa amico di Paganino. Raddomandagliele, ed egli, dove ella voglia,
gliele concede. Ella non vuol con lui tornare, e, morto messer Ricciardo,
moglie di Paganin diviene.
Ciascuno della onesta
brigata sommamente commendò per bella la novella dalla loro reina
contata, e massimamente Dioneo, al quale solo per la presente giornata restava
il novellare. Il quale, dopo molte commendazioni di quella fatte, disse.
Belle donne, una parte
della novella della reina m'ha fatto mutare consiglio di dirne una che
all'animo m'era, a doverne un'altra dire; e questa è la
bestialità di Bernabò, come che bene ne gli avvenisse, e di tutti
gli altri che quello si danno a credere che esso di creder mostrava,
cioè che essi andando per lo mondo e con questa e con quella ora una
volta ora un'altra
sollazzandosi, s'imaginano che le donne a casa rimase si tengano le mani a
cintola, quasi noi non conosciamo, che tra esse nasciamo e cresciamo e stiamo,
di che elle sien vaghe. La qual dicendo, ad un'ora vi mosterrò chente
sia la sciocchezza di questi cotali, e quanto ancora sia maggiore quella di
coloro li quali, sé più che la natura possenti estimando, si credono
quello con dimostrazioni favolose potere che essi non possono, e sforzansi d'altrui
recare a quello che essi sono, non patendolo la natura di chi è tirato.
Fu dunque in Pisa un
giudice, più che di corporal forza dotato d'ingegno, il cui nome fu
messer Ricciardo di Chinzica, il qual, forse credendosi con quelle medesime
opere sodisfare alla moglie che egli faceva agli studi, essendo molto ricco,
con non piccola sollicitudine cercò d'avere bella e giovane donna per
moglie; dove e l'uno e l'altro, se così avesse saputo consigliar sé come
altrui faceva, doveva fuggire. E quello gli venne fatto, per ciò che
messer Lotto Gualandi per moglie gli diede una sua figliuola, il cui nome era
Bartolomea, una delle più belle e delle più vaghe giovani di
Pisa, come che poche ve n'abbiano che lucertole verminare non paiano. La quale
il giudice menata con grandissima festa a casa sua, e fatte le nozze belle e
magnifiche, pur per la prima notte incappò una volta per consumare il
matrimonio a toccarla, e di poco fallò che egli quella una non fece
tavola; il quale poi la mattina, sì come colui che era magro e secco e di
poco spirito, convenne che con vernaccia e con confetti ristorativi e con altri
argomenti nel mondo si ritornasse.
Or questo messer lo
giudice, migliore stimatore delle sue forze divenuto che stato non era avanti,
incominciò ad insegnare a costei un calendario buono da fanciulli che
stanno a leggere, e forse già stato fatto a Ravenna. Per ciò che,
secondo che egli le mostrava, niun dì era che non solamente una festa,
ma molte non ne fossero; a reverenza delle quali per diverse cagioni mostrava
l'uomo e la donna doversi astenere da così fatti congiugnimenti, sopra
questi aggiugnendo digiuni e quattro tempora e vigilie d'apostoli e di mille
altri santi, e venerdì e sabati, e la domenica del Signore e la
quaresima tutta, e certi punti della luna e altre eccezioni molte, avvisandosi
forse che così feria far si convenisse con le donne nel letto, come egli
faceva talvolta piatendo alle civili. E questa maniera (non senza grave
malinconia della donna, a cui forse una volta ne toccava il mese e appena) lungamente
tenne, sempre guardandola bene, non forse alcuno altro le 'nsegnasse conoscere
li dì da lavorare, come egli l'aveva insegnate le feste.
Avvenne che, essendo il
caldo grande, a messer Ricciardo venne disidero d'andarsi a diportare ad un suo
luogo molto bello vicino a Montenero, e quivi per prendere aere, dimorarsi
alcun giorno, e con seco menò la sua bella donna. E quivi standosi, per
darle alcuna consolazione, fece un giorno pescare, e sopra due barchette, egli
in su una co'pescatori ed ella in su un'altra con altre donne, andarono a
vedere; e tirandogli il diletto, parecchi miglia, quasi senza accorgersene,
n'andarono infra mare.
E mentre che essi
più attenti stavano a riguardare, subito una galeotta di Paganin da
Mare, allora molto famoso corsale, sopravenne; e vedute le barche, si
dirizzò a loro; le quali non poteron sì tosto fuggire, che
Paganin non giugnesse quella ove eran le donne; nella quale veggendo la bella
donna, senza altro volerne, quella, veggente messer Ricciardo che già era
in terra, sopra la sua galeotta posta, andò via. La qual cosa veggendo
messer lo giudice, il quale era sì geloso che temeva dello aere stesso,
se esso fu dolente non è da domandare. Egli senza pro, e in Pisa e
altrove, si dolfe della malvagità de'corsari, senza sapere chi la moglie
tolta gli avesse o dove portatola.
A Paganino, veggendola
così bella, parve star bene; e, non avendo moglie, si pensò di
sempre tenersi costei, e lei, che forte piagnea, cominciò dolcemente a
confortare. E venuta la notte, essendo a lui il calendaro caduto da cintola e
ogni festa o feria uscita di mente, la cominciò a confortare co'fatti,
parendogli che poco fossero il dì giovate ]e parole; e per sì
fatta maniera la racconsolò, che, prima che a Monaco giugnessero, il giudice
e le sue leggi le furono uscite di mente, e cominciò a viver più
lietamente del mondo con Paganino. Il quale, a Monaco menatala, oltre alle
consolazioni che di dì e di notte le dava, onoratamente come sua moglie
la tenea.
Poi a certo tempo pervenuto
agli orecchi di messer Ricciardo dove la sua donna fosse, con ardentissimo
disidero, avvisandosi niun interamente saper far ciò che a ciò
bisognava, esso stesso dispose d'andar per lei, disposto a spendere per lo
riscatto di lei ogni quantità di denari; e, messosi in mare, se
n'andò a Monaco, e quivi la vide ed ella lui; la quale poi la sera a
Paganino il disse e lui della sua intenzione informò.
La seguente mattina messer
Ricciardo, veggendo Paganino, con lui s'accontò e fece in poca d'ora una
gran dimestichezza e amistà, infignendosi Paganino di conoscerlo e
aspettando a che riuscir volesse. Per che, quando tempo parve a messer
Ricciardo, come meglio seppe e il più piacevolmente, la cagione per la
quale venuto era gli discoperse, pregandolo che quello che gli piacesse
prendesse e la donnagli rendesse. Al quale Paganino con lieto viso rispose:
- Messere, voi siate il ben
venuto, e rispondendo in brieve, vi dico così : egli è vero che
io ho una giovane in casa, la qual non so se vostra moglie o d'altrui si sia,
per ciò che voi io non conosco, né lei altressì se non in tanto
quanto ella è meco alcun tempo dimorata. Se voi siete suo marito, come
voi dite, io, perciò che piacevol gentil uom mi parete, vi menerò
da lei, e son certo che ella vi conoscerà bene. Se essa dice che
così sia come voi dite e vogliasene con voi venire, per amor della
vostra piacevolezza quello che voi medesimo vorrete per riscatto di lei mi
darete; ove così non fosse, voi fareste villania a torre, per ciò
che io son giovane uomo e posso così come un altro tenere una femina, e
spezialmente lei che è la più piacevole che io vidi mai.
Disse allora messer
Ricciardo:
- Per certo ella è
mia moglie, e se tu mi meni dove ella sia, tu il vedrai tosto; ella mi si
gittarà incontanente al collo; e per ciò non domando che
altramenti sia se non come tu medesimo hai divisato.
- Adunque,- disse Paganino-
andiamo.
Andatisene adunque nella
casa di Paganino e stando in una sua sala, Paganino la fece chiamare, ed ella
vestita e acconcia uscì d'una camera e quivi venne dove messer Ricciardo
con Paganino era, né altramenti fece motto a messer Ricciardo che fatto
s'avrebbe ad un altro forestiere che con Paganino in casa sua venuto fosse. Il
che vedendo il giudice, che aspettava di dovere essere con grandissima festa
ricevuto da lei, si maravigliò forte, e seco stesso cominciò a
dire: - Forse che la malinconia e il lungo dolore che io ho avuto, poscia che
io la perdei m'ha si trasfigurato che ella non mi riconosce - Per che egli
disse:
- Donna, caro mi costa il
menarti a pescare, per ciò che simil dolore non si sentì mai a
quello che io ho poscia portato che io ti perdei, e tu non pare che mi
riconoschi, sì salvaticamente motto mi fai. Non vedi tu che io sono il
tuo messer Ricciardo, venuto qui per pagare ciò che volesse questo
gentile uomo, in casa cui noi siamo, per riaverti e per menartene; ed egli, la
sua mercè, per ciò che io voglio, mi ti rende?
La donna rivolta a lui, un
cotal pocolin sorridendo, disse:
- Messere, dite voi a me?
Guardate che voi non m'abbiate colta in iscambio, chè, quanto è io,
non mi ricordo che io vi vedessi giammai.
Disse messer Ricciardo:
- Guarda ciò. che tu
dì , guatami bene; se tu ti vorrai bene ricordare, tu vedrai bene che io
sono il tuo Ricciardo di Chinzica.
La donna disse:
- Messere, voi mi
perdonerete, forse non è egli così onesta cosa a me, come voi
v'imaginate, il molto guardarvi, ma io v'ho nondimeno tanto guardato, che io
conosco che io mai più non vi vidi.
Imaginossi messer Ricciardo
che ella questo facesse per tema di Paganino, di non volere in sua presenza confessare
di conoscerlo; per che, dopo alquanto, chiese di grazia a Paganino che in
camera solo con esso lei le potesse parlare. Paganin disse che gli piacea,
sì veramente che egli non la dovesse contra suo piacere baciare; e alla
donna comandò
che con lui in camera
andasse e udisse ciò che egli volesse dire, e come le piacesse gli
rispondesse.
Andatisene adunque in
camera la donna e messer Ricciardo soli, come a seder si furon posti,
incominciò messer Ricciardo a dire:
- Deh, cuor del corpo mio,
anima mia dolce, speranza mia, or non riconosci tu Ricciardo tuo che t'ama
più che sé medesimo? Come può questo essere? Son io così
trasfigurato? Deh, occhio mio bello, guatami pure un poco.
La donna incominciò
a ridere e, senza lasciarlo dir più , disse:
- Ben sapete che io non
sono sì smimorata, che io non conosca che voi siete messer Ricciardo di
Chinzica mio marito; ma voi, mentre che io fu'con voi, mostraste assai male di
conoscer me, per ciò che se voi eravate savio o sete, come volete esser
tenuto, dovavate bene aver tanto conoscimento, che voi dovavate vedere che io
era giovane e fresca e gagliarda, e per conseguente conoscere quello che alle
giovani donne, oltre al vestire e al mangiar, bene che elle per vergogna nol
dicano, si richiede; il che come voi il faciavate? voi il vi sapete.
E s'egli v'era più a
grado lo studio delle leggi che la moglie, voi non dovavate pigliarla; benché a
me non parve mai che voi giudice foste, anzi mi paravate un banditore di sagre
e di feste, sì ben le sapavate, e le digiune e le vigilie. E dicovi che
se voi aveste tante feste fatte fare a'lavoratori che le vostre possessioni
lavorano, quante faciavate fare a colui che il mio piccol campicello aveva a
lavorare, voi non avreste mai ricolto granello di grano. Sonmi abbattuta a
costui che ha voluto Iddio, sì come pietoso ragguardatore della mia
giovanezza, col quale io mi sto in questa camera, nella qual non si sa che cosa
festa sia (dico di quelle feste che voi, più divoto a Dio che a'servigi
delle donne, cotante celebravate), né mai dentro a quello uscio entrò né
sabato né venerdì né vigilia né quattro tempora né quaresima,
ch'è così lunga, anzi di dì e di notte ci si lavora e
battecisi la lana; e poi che questa notte sonò mattutino, so bene come
il fatto andò da una volta in su. E però con lui intendo di
starmi e di lavorare mentre sarò giovane; e le feste e le perdonanze e i
digiuni serbarmi a far quando sarò vecchia; e voi colla buona ventura
sì ve n'andate il più tosto che voi potete, e senza me fate feste
quante vi piace.
Messer Ricciardo, udendo
queste parole, sosteneva dolore incomportabile, e disse, poi che lei tacer
vide:
- Deh, anima mia dolce, che
parole son quelle che tu dì ? Or non hai tu riguardo all'onore
de'parenti tuoi e al tuo? Vuo'tu innanzi star qui per bagascia di costui e in
peccato mortale, che a Pisa mia moglie? Costui, quando tu gli sarai
rincresciuta, con gran vitupero di te medesima ti caccerà via; io
t'avrò sempre cara, e sempre, ancora che io non volessi, sarai donna
della casa mia. Dei tu per questo appetito disordinato e disonesto lasciar
l'onor tuo e me, che t'amo più che la vita mia? Deh, speranza mia cara,
non dir più così , voglitene venir con meco; io da quinci
innanzi, poscia che io conosco il tuo disidero, mi sforzerò; e però,
ben mio dolce, muta consiglio e vientene meco, ché mai ben non sentii poscia
che tu tolta mi fosti.
A cui la donna rispose:
- Del mio onore non intendo
io che persona, ora che non si può, sia più di me tenera;
fossonne stati i parenti miei quando mi diedero a voi! li quali se non furono
allora del mio, io non intendo d'essere al presente del loro; e se io ora sto
in peccato mortaio, io starò quando che sia in peccato pestello: non ne
siate più tenero di me. E dicovi così , che qui mi pare esser
moglie di Paganino, e a Pisa mi pareva esser vostra bagascia, pensando che per
punti di luna e per isquadri di geometria si convenivano tra voi e me
congiugnere i pianeti, dove qui Paganino tutta la notte mi tiene in braccio e
strignemi e mordemi, e come egli mi conci Iddio ve 'l dica per me. Anche dite
voi che vi sforzerete: e di che? di farla in tre pace, e rizzare a mazzata? Io
so che voi siete divenuto un prò cavaliere poscia che io non vi vidi.
Andate, e sforzatevi di vivere; ché mi pare anzi che no che voi ci stiate a
pigione, sì tisicuzzo e tristanzuol mi parete. E ancor vi dico
più , che quando costui mi lascerà (ché non mi pare a ciò
disposto, dove io voglia stare), io non intendo per ciò di mai tornare a
voi, di cui, tutto premendovi, non si farebbe uno scodellin di salsa; per
ciò che con mio grandissimo danno e interesse vi stetti una volta; per
che in altra parte cercherei mia civanza. Di che da capo vi dico che qui non ha
festa né vigilia; laonde io intendo di starmi; e per ciò, come più
tosto potete, v'andate con Dio, se non che io griderò che voi mi
vogliate sforzare.
Messer Ricciardo,
veggendosi a mal partito e pure allora conoscendo la sua follia d'aver moglie
giovane tolta essendo spossato, dolente e tristo s'uscì della camera e
disse parole assai a Paganino, le quali non montarono un frullo. E ultimamente,
senza alcuna cosa aver fatta, lasciata la donna, a Pisa si ritornò, e in
tanta mattezza per dolor cadde che, andando per Pisa, a chiunque il salutava o
d'alcuna cosa il domandava, niuna altra cosa rispondeva se non: - Il mal foro
non vuol festa- ; e dopo non molto tempo si morì . Il che Paganin
sentendo, e conoscendo l'amore che la donna gli portava, per sua legittima
moglie la sposò, e senza mai guardar festa o vigilia o fare quaresima,
quanto le gambe ne gli poteron portare, lavorarono e buon tempo si diedono. Per
la qual cosa, donne mie care, mi pare che ser Bernabò disputando con
Ambrogiuolo cavalcasse la capra in verso il chino.
Giornata seconda -
Conclusione
Questa novella diè
tanto che ridere a tutta la compagnia, che niun ve n'era a cui non dolessero le
mascelle, e di pari consentimento tutte le donne dissono che Dioneo diceva vero
e che Bernabò era stato una bestia. Ma, poi che la novella fu finita e
le risa ristate, avendo la reina riguardato che l'ora era omai tarda, e che
tutti avean novellato, e la fine della sua signoria era venuta, secondo il
cominciato ordine, trattasi la ghirlanda di capo, sopra la testa la pose di
Neifile con lieto viso dicendo:
- Omai, cara compagna, di
questo piccol popolo il governo sia tuo- ; e a seder si ripose.
Neifile del ricevuto onore
un poco arrossò e tal nel viso divenne qual fresca rosa d'aprile o di
maggio in su lo schiarir del giorno si mostra, con gli occhi vaghi e
scintillanti, non altramenti che mattutina stella, un poco bassi. Ma poi che
l'onesto romor de'circustanti, nel quale il favor loro verso la reina
lietamente mostravano, si fu riposato ed ella ebbe ripreso l'animo, alquanto
più alta che usata non era sedendo, disse:
- Poiché così
è che io vostra reina sono, non dilungandomi dalla maniera tenuta per
quelle che davanti a me sono state, il cui reggimento voi ubbidendo commendato
avete, il parer mio in poche parole vi farò manifesto, il quale, se dal
vostro consiglio sarà commendato, quel seguiremo.
Come voi sapete, domane
è venerdì e il seguente dì sabato, giorni, per le vivande
le quali s'usano in quegli, al quanto tediosi alle più genti; senza che
'l venerdì , avendo riguardo che in esso Colui che per la nostra vita
morì sostenne passione, è degno di reverenza; per che giusta cosa
e molto onesta reputerei, che, ad onor d'lddio, più tosto ad orazioni
che a novelle vacassimo. E il sabato appresso usanza è delle donne di
lavarsi la testa e di tor via ogni polvere, ogni sucidume che per la fatica di
tutta la passata settimana sopravenuta fosse; e sogliono similmente assai, a
reverenza del la Vergine Madre del Figliuol di Dio, digiunare, e da indi in
avanti per onor della sopravvegnente domenica da ciascuna opera riposarsi; per
che, non potendo così a pieno in quel dì l'ordine da noi preso
nel vivere seguitare, similmente stimo sia ben fatto, quel dì del
novellare ci posiamo.
Appresso, per ciò
che noi qui quattro dì dimorate saremo, se noi vogliam tor via che gente
nuova non ci sopravvenga, reputo opportuno di mutarci di qui e andarne altrove,
e il dove io ho già pensato e proveduto. Quivi quando noi saremo
domenica appresso dormire adunati, avendo noi oggi avuto assai largo spazio da
discorrere ragionando, sì perché più tempo da pensare avrete, e
sì perché sarà ancora più bello che un poco si ristringa
del novellare la licenzia e che sopra uno de'molti fatti della Fortuna si dica,
ì ho pensato che questo sarà, di chi alcuna cosa molto da lui
disiderata con industria acquistasse o la perduta recuperasse. Sopra che
ciascun pensi di dire alcuna cosa che alla brigata esser possa utile o almeno
dilettevole, salvo sempre il privilegio di Dioneo.
Ciascun commendò il
parlare e il diviso della reina, e così statuiron che fosse. La quale
appresso questo, fattosi chiamare il suo siniscalco, dove metter dovesse la
sera le tavole, e quello appresso che far dovesse in tutto il tempo delta sua
signoria pienamente gli divisò, e cosi fatto, in piè dirizzata
colla sua brigata, a far quello che più piacesse a ciascuno gli
licenziò.
Presero adunque le donne e
gli uomini inverso un giardinetto la via, e quivi, poi che alquanto diportati
si furono, l'ora della cena venuta, con festa e con piacer cenarono e da quella
levati, come alla reina piacque, menando Emilia la carola, la seguente canzone
da Pampinea, rispondendo l'altre, fu cantanta:
Qual donna canterà,
s'i'non cant'io,
che son contenta d'ogni mio
disio?
Vien dunque, Amor, cagion
d'ogni mio bene,
d'ogni speranza e d'ogni
lieto effetto;
cantiamo insieme un poco,
non de'sospir né delle
amare pene
ch'or più dolce mi
fanno il tuo diletto,
ma sol del chiaro foco,
nel quale ardendo in festa
vivo e 'n gioco,
te adorando, come un mio
iddio.
Tu mi ponesti innanzi agli
occhi, Amore,
il primo dì ch'io
nel tuo foco entrai,
un giovinetto tale,
che di biltà,
d'ardir, né di valore
non se ne troverebbe un
maggior mai,
né pure a lui eguale:
di lui m'accesi tanto, che
aguale
lieta ne canto teco, signor
mio.
E quel che 'n questo
m'è sommo piacere,
è ch'io gli piaccio
quanto egli a me piace,
Amor, la tua merzede;
perché in questo mondo il
mio volere
posseggo, e spero
nell'altro aver pace
per quella intera fede
che io gli porto. Iddio che
questo vede,
del regno suo ancor ne
sarà pio.
Appresso questa, più
altre se ne cantarono e più danze si fecero e sonarono diversi suoni.
Ma, estimando la reina tempo esser di doversi andare a posare, co'torchi avanti
ciascuno alla sua camera se n'andò; e li due dì seguenti a quelle
cose vacando che prima la reina aveva ragionate, con disiderio aspettarono la
domenica.
Finisce la seconda giornata
del Decameron
Incomincia la terza
giornata nella quale si ragiona, sotto il reggimento di Neifile, di chi alcuna
cosa molto da lui disiderata con industria acquistasse o la perduta
ricoverasse.
Giornata terza -
Introduzione
L'aurora già di
vermiglia cominciava, appressandosi il sole, a divenir rancia, quando la
domenica la reina levata e fatta tutta la sua compagnia levare, e avendo
già il siniscalco gran pezzo davanti mandato al luogo dove andar doveano
assai delle cose opportune e chi quivi preparasse quello che bisognava,
veggendo già la reina in cammino, prestamente fatta ogn'altra cosa
caricare, quasi quindi il campo levato, colla salmeria n'andò e colla
famiglia rimasa appresso delle donne e de'signori.
La reina adunque con lento
passo, accompagnata e seguita dalle sue donne e dai tre giovani, alla guida del
canto di forse venti usignuoli e altri uccelli, per una vietta non troppo
usata, ma piena di verdi erbette e di fiori, li quali per lo sopravvegnente
sole tutti s'incominciavano ad aprire, prese il cammino verso l'occidente, e
cianciando e motteggiando e ridendo colla sua brigata, senza essere andata
oltre a dumilia passi, assai avanti che mezza terza fosse ad un bellissimo e
ricco palagio, il quale alquanto rilevato dal piano sopra un poggetto era
posto, gli ebbe condotti. Nel quale entrati e per tutto andati, e avendo le
gran sale, le pulite e ornate camere compiutamente ripiene di ciò che a
camera s'appartiene, sommamente il commendarono e magnifico reputarono il
signor di quello. Poi, a basso discesi, e veduta l'ampissima e lieta corte di
quello, le volte piene d'ottimi vini e la freddissima acqua e in gran copia che
quivi surgea, più ancora il lodarono. Quindi, quasi di riposo vaghi, sopra
una loggia che la corte tutta signoreggiava, essendo ogni cosa piena di quei
fiori che concedeva il tempo e di frondi, postisi a sedere, venne il discreto
siniscalco, e loro con preziosissimi confetti e ottimi vini ricevette e
riconfortò.
Appresso la qual cosa,
fattosi aprire un giardino che di costa era al palagio, in quello, che tutto
era dattorno murato, se n'entrarono; e parendo loro nella prima entrata di
maravigliosa bellezza tutto insieme, più attentamente le parti di quello
cominciarono a riguardare. Esso avea dintorno da sé e per lo mezzo in assai
parti vie ampissime; tutte diritte come strale e coperte di pergolati di viti,
le quali facevan gran vista di dovere quello anno assai uve fare; e tutte
allora fiorite sì grande odore per lo giardin rendevano, che, mescolato
insieme con quello di molte altre cose che per lo giardino olivano, pareva loro
essere tra tutta la spezieria che mai nacque in oriente; le latora delle quali
vie tutte di rosai bianchi e vermigli e di gelsomini erano quasi chiuse; per le
quali cose, non che la mattina, ma qualora il sole era più alto, sotto
odorifera e dilettevole ombra, senza esser tocco da quello, vi si poteva per
tutto andare. Quante e quali e come ordinate poste fossero le piante che erano
in quel luogo, lungo sarebbe a raccontare; ma niuna n'è laudevole, la
quale il nostro aere patisca, di che quivi non sia abondevolmente. Nel mezzo
del quale (quello che è non men commendabile che altra cosa che vi
fosse, ma molto più), era un prato di minutissima erba e verde tanto che
quasi nera parea, dipinto tutto forse di mille varietà di fiori, chiuso
dintorno di verdissimi e vivi aranci e di cedri, li quali, avendo i vecchi
frutti e i nuovi e i fiori ancora, non solamente piacevole ombra agli occhi, ma
ancora all'odorato facevan piacere. Nel mezzo del qual prato era una fonte di
marmo bianchissimo e con maravigliosi intagli. Iv'entro, non so se da natural
vena o da artificiosa, per una figura la quale sopra una colonna che nel mezzo
di quella diritta era, gittava tanta acqua e sì alta verso il cielo, che
poi non senza dilettevol suono nella fonte chiarissima ricadea, che di meno
avria macinato un mulino. La qual poi (quella dico che soprabbondava al pieno
della fonte) per occulta via del pratello usciva e, per canaletti assai belli e
artificiosamente fatti, fuori di quello divenuta palese, tutto lo 'ntorniava; e
quindi per canaletti simili quasi per ogni parte del giardin discorrea,
raccogliendosi ultimamente in una parte dalla quale del bel giardino avea
l'uscita, e quindi verso il pian discendendo chiarissima, avanti che a quel
divenisse, con grandissima forza e con non piccola utilità del signore,
due mulina volgea.
Il veder questo giardino,
il suo bello ordine, le piante la e la fontana co'ruscelletti procedenti da
quella, tanto piacque a ciascuna donna e a'tre giovani che tutti cominciarono
ad affermare che, se Paradiso si potesse in terra fare, non sapevano conoscere
che altra forma che quella di quel giardino gli si potesse dare, né pensare,
oltre a questo, qual bellezza gli si potesse aggiugnere. Andando adunque
contentissimi dintorno per quello, faccendosi di vari rami d'albori ghirlande
bellissime, tuttavia udendo forse venti maniere di canti d'uccelli quasi a
pruova l'un dell'altro cantare, s'accorsero d'una dilettevol bellezza, della
quale, dall'altre soprappresi, non s'erano ancora accorti; ché essi videro il
giardin pieno forse di cento varietà di belli animali, e l'uno all'altro
mostrandolo, d'una parte uscir conigli, d'altra parte correr lepri, e dove giacer
cavriuoli, e in alcuna cerbiatti giovani andar pascendo, e, oltre a questi,
altre più maniere di non nocivi animali, ciascuno a suo diletto, quasi
dimestichi, andarsi a sollazzo; le quali cose, oltre agli altri piaceri, un vie
maggior piacere aggiunsero.
Ma poi che assai, or questa
cosa or quella veggendo, andati furono, fatto dintorno alla bella fonte metter
le tavole, e quivi prima sei canzonette cantate e alquanti balli fatti, come
alla reina piacque, andarono a mangiare, e con grandissimo e bello e riposato
ordine serviti, e di buone e dilicate vivande, divenuti più lieti su si
levarono, e a'suoni e a'canti e a'balli da capo si dierono, infino che alla
reina, per lo caldo sopravvegnente, parve ora che, a cui piacesse, s'andasse a
dormire. De'quali chi vi andò e chi, vinto dalla bellezza del luogo,
andar non vi volle, ma, quivi dimoratisi, chi a legger romanzi, chi a giucare a
scacchi e chi a tavole, mentre gli altri dormiron, si diede.
Ma, poi che, passata la
nona, ciascuno levato si fu, e il viso colla fresca acqua rinfrescato s'ebbero,
nel prato, sì come alla reina piacque, vicini alla fontana venutine, e
in quello secondo il modo usato postisi a sedere, ad aspettar cominciarono di
dover novellare sopra la materia dalla reina proposta. De'quali il primo a cui
la reina tal carico impose fu Filostrato, il quale cominciò in questa
guisa.
Giornata terza - Novella
prima
Masetto da Lamporecchio si
fa mutolo e diviene ortolano di uno monistero di donne, le quali tutte
concorrono a giacersi con lui.
Bellissime donne, assai
sono di quegli uomini e di quelle femine che sì sono stolti, che credono
troppo bene che, come ad una giovane è sopra il capo posta la benda
bianca e in dosso messale la nera cocolla, che ella più non sia femina
né più senta de'feminili appetiti se non come se di pietra l'avesse
fatta divenire il farla monaca; e se forse alcuna cosa contra questa lor
credenza n'odono, così si turbano come se contra natura un grandissimo e
scelerato male fosse stato commesso, non pensando né volendo aver rispetto a sé
medesimi, li quali la piena licenzia di poter far quel che vogliono non
può saziare, né ancora alle gran forze dell'ozio e della solitudine. E
similmente sono ancora di quegli assai che credono troppo bene che la zappa e
la vanga e le grosse vivande e i disagi tolgano del tutto a'lavoratori della
terra i concupiscibili appetiti e rendan loro d'intelletto e d'avvedimento
grossissimi. Ma quanto tutti coloro che così credono sieno ingannati, mi
piace, poi che la reina comandato me l'ha, non uscendo della proposta fatta da
lei, di farvene più chiare con una piccola novelletta.
In queste nostre contrade
fu, ed è ancora, un monistero di donne assai famoso di santità
(il quale io non nomerò per non diminuire in parte alcuna la fama sua),
nel quale, non ha gran tempo, non essendovi allora più che otto donne
con una badessa, e tutte giovani, era un buono omicciuolo d'un loro bellissimo
giardino ortolano, il quale, non contentandosi del salario, fatta la ragion sua
col castaldo delle donne, a Lamporecchio, là ond'egli era, se ne
tornò.
Quivi, tra gli altri che
lietamente il raccolsono, fu un giovane lavoratore forte e robusto e, secondo
uom di villa, con bella persona e con viso assai piacevole, il cui nome era
Masetto; e domandollo dove tanto tempo stato fosse. Il buono uomo, che Nuto
avea nome, gliele disse. Il quale Masetto domandò, di che egli il
monistero servisse. A cui Nuto rispose:
- Io lavorava un loro
giardino bello e grande e, oltre a questo, andava alcuna volta al bosco per le
legne, attigneva acqua e faceva cotali altri servigetti; ma le donne mi davano
sì poco salaro, che io non ne potevo appena pure pagare i calzari. E,
oltre a questo, elle son tutte giovani e parmi ch'elle abbiano il diavolo in
corpo, ché non si può far cosa niuna al lor modo; anzi, quand'io
lavorava alcuna volta l'orto, l'una diceva: - Pon qui questo -; e l'altra: -
Pon qui quello -; e l'altra mi toglieva la zappa di mano e diceva: - Questo non
sta bene -; e davanmi tanta seccaggine, che io lasciava stare il lavorio e
uscivami dell'orto; sì che, tra per l'una cosa e per l'altra, io non vi
volli star più e sonmene venuto. Anzi mi pregò il castaldo loro,
quando io me ne venni, che, se io n'avessi alcuno alle mani che fosse da
ciò, che io gliele mandassi, e io gliele promisi; ma tanto il faccia Dio
san delle reni, quanto io o ne procaccerò o ne gli manderò niuno.
A Masetto, udendo egli le
parole di Nuto, venne nell'animo un disidero sì grande d'esser con
queste monache, che tutto se ne struggea, comprendendo per le parole di Nuto
che a lui dovrebbe poter venir fatto di quello che egli disiderava. E
avvisandosi che fatto non gli verrebbe se a Nuto ne dicesse niente, gli disse:
- Deh come ben facesti a
venirtene! Che è un uomo a star con femine? Egli sarebbe meglio a star
con diavoli: elle non sanno delle sette volte le sei quello che elle si
vogliono elleno stesse.
Ma poi, partito il lor
ragionare, cominciò Masetto a pensare che via dovesse tenere a dovere
potere esser con loro; e conoscendo che egli sapeva ben fare quegli servigi che
Nuto diceva, non dubitò di perder per quello, ma temette di non dovervi
esser ricevuto per ciò che troppo era giovane e appariscente. Per che,
molte cose divisate seco, imaginò: - Il luogo è assai lontano di
qui e niuno mi vi conosce; se io so far vista d'esser mutolo, per certo io vi
sarò ricevuto -. E in questa imaginazione fermatosi, con una sua scure
in collo, senza dire ad alcuno dove s'andasse, in guisa d'un povero uomo se
n'andò al monistero; dove pervenuto, entrò dentro e trovò
per ventura il castaldo nella corte; al quale faccendo suoi atti come i mutoli
fanno, mostrò di domandargli mangiare per l'amor di Dio e che egli, se
bisognasse, gli spezzerebbe delle legne.
Il castaldo gli diè
da mangiar volentieri, e appresso questo gli mise innanzi certi ceppi che Nuto
non avea potuto spezzare, li quali costui, che fortissimo era, in poca d'ora
ebbe tutti spezzati. Il castaldo, che bisogno avea d'andare al bosco, il
menò seco, e quivi gli fece tagliate delle legne; poscia, messogli
l'asino innanzi, con suoi cenni gli fece intendere che a casa ne le recasse.
Costui il fece molto bene,
per che il castaldo a far fare certe bisogne che gli eran luogo più
giorni vel tenne. De quali avvenne che uno dì la badessa il vide, e
domandò il castaldo chi egli fosse. Il quale le disse:
- Madonna, questi è
un povero uomo mutolo e sordo, il quale un di questi dì ci venne per
limosina, sì che io gli ho fatto bene, e hogli fatte fare assai cose che
bisogno c'erano. Se egli sapesse lavorar l'orto e volesseci rimanere, io mi
credo che noi n'avremmo buon servigio, per ciò che egli ci bisogna, ed
egli è forte e potrebbene l'uom fare ciò che volesse; e, oltre a
questo, non vi bisognerebbe d'aver pensiero che egli motteggiasse queste vostre
giovani.
A cui la badessa disse:
- In fè di Dio tu di'il
vero. Sappi se egli sa lavorare e ingegnati di ritenercelo; dagli qualche paio
di scarpette qualche cappuccio vecchio, e lusingalo, fagli vezzi, dagli ben da
mangiare.
Il castaldo disse di farlo.
Masetto non era guari
lontano, ma faccendo vista di spazzar la corte tutte queste parole udiva, e
seco lieto diceva: - Se voi mi mettete costà entro, io vi lavorrò
sì l'orto che mai non vi fu così lavorato -.
Ora, avendo il castaldo
veduto che egli ottimamente sapea lavorare e con cenni domandatolo se egli
voleva star quivi, e costui con cenni rispostogli che far voleva ciò che
egli volesse, avendolo ricevuto, gl'impose che egli l'orto lavorasse e mostrogli
quello che a fare avesse; poi andò per altre bisogne del monistero, e
lui lasciò. Il quale lavorando l'un dì appresso l'altro, le
monache incominciarono a dargli noia e a metterlo in novelle, come spesse volte
avviene che altri fa de'mutoli, e dicevangli le più scelerate parole del
mondo, non credendo da lui essere intese; e la badessa, che forse estimava che
egli così senza coda come senza favella fosse, di ciò poco o
niente si curava.
Or pure avvenne che costui
un dì avendo lavorato molto e riposandosi, due giovinette monache, che
per lo giardino andavano, s'appressarono là dove egli era, e lui che
sembiante facea di dormire cominciarono a riguardare. Per che l'una, che
alquanto era più baldanzosa, disse all'altra:
- Se io credessi che tu mi
tenessi credenza, io ti direi un pensiero che io ho avuto più volte, il
quale forse anche a te potrebbe giovare.
L'altra rispose:
- Di'sicuramente, ché per
certo io nol dirò mai a persona.
Allora la baldanzosa
incominciò:
- Io non so se tu t'hai
posto mente come noi siamo tenute strette, né che mai qua entro uomo alcuno osa
entrare, se non il castaldo ch'è vecchio e questo mutolo; e io ho
più volte a più donne, che a noi son venute, udito dire che tutte
l'altre dolcezze del mondo sono una beffa a rispetto di quella quando la femina
usa con l'uomo. Per che io m'ho più volte messo in animo, poiché con
altrui non posso, di volere con questo mutolo provare se così è.
Ed egli è il miglior del mondo da ciò costui; ché, perché egli
pur volesse, egli nol potrebbe né saprebbe ridire. Tu vedi ch'egli è un
cotal giovanaccio sciocco, cresciuto innanzi al senno; volentieri udirei quello
che a te ne pare.
- Ohimè,—disse
l'altra—che è quello che tu di'? Non sai tu che noi abbiam promesso la
virginità nostra a Dio?
- O,—disse colei—quante cose
gli si promettono tutto '1 dì, che non se ne gli attiene niuna! se noi
gliele abbiam promessa, truovisi un'altra o dell'altre che gliele attengano.
A cui la compagna disse:
- O se noi ingravidassimo,
come andrebbe il fatto?
Quella allora disse:
- Tu cominci ad aver
pensiero del mal prima che egli ti venga; quando cotesto avvenisse, allora si
vorrà pensare; egli ci avrà mille modi da fare sì che mai
non si saprà, pur che noi medesime nol diciamo.
Costei, udendo ciò,
avendo già maggior voglia che l'altra di provare che bestia fosse
l'uomo, disse:
- Or bene, come faremo?
A cui colei rispose:
- Tu vedi ch'egli è
in su la nona; io mi credo che le suore sien tutte a dormire, se non noi;
guatiam per l'orto se persona ci è, e s'egli non ci è persona,
che abbiam noi a fare se non a pigliarlo per mano e menarlo in questo
capannetto, là dove egli fugge l'acqua; e quivi l'una si stea dentro con
lui e l'altra faccia la guardia? Egli è sì sciocco, che egli
s'acconcerà comunque noi vorremo.
Masetto udiva tutto questo
ragionamento, e disposto ad ubidire, niuna cosa aspettava se non l'esser preso
dall'una di loro.
Queste, guardato ben per
tutto e veggendo che da niuna parte potevano esser vedute, appressandosi quella
che mosse avea le parole a Masetto, lui destò, ed egli incontanente si
levò in piè. Per che costei con atti lusinghevoli presolo per la
mano, ed egli faccendo cotali risa sciocche, il menò nel capannetto,
dove Masetto senza farsi troppo invitare quel fe ce che ella volle. La quale, sì
come leale compagna, avuto quel che volea, diede all'altra luogo, e Masetto,
pur mostrandosi semplice, faceva il lor volere. Per che avanti che quindi si
dipartissono, da una volta in su ciascuna provar volle come il mutolo sapea
cavalcare; e poi, seco spesse volte ragionando, dicevano che bene era
così dolce cosa, e più, come udito aveano; e prendendo a
convenevoli ore tempo, col mutolo s'andavano a trastullare.
Avvenne un giorno che una
lor compagna, da una finestretta della sua cella di questo fatto avvedutasi, a
due altre il mostrò. E prima tennero ragionamento insieme di doverle
accusare alla badessa; poi, mutato consiglio e con loro accordatesi, partefici
divennero del podere di Masetto. Alle quali l'altre tre per diversi accidenti
divenner compagne in vari tempi.
Ultimamente la badessa, che
ancora di queste cose non s'accorgea, andando un dì tutta sola per lo
giardino, essendo il caldo grande, trovò Masetto (il qual di poca fatica
il dì, per lo troppo cavalcar della notte, aveva assai) tutto disteso al
l'ombra d'un mandorlo dormirsi, e avendogli il vento i panni dinanzi levati
indietro, tutto stava scoperto.
La qual cosa riguardando la
donna, e sola vedendosi, in quel medesimo appetito cadde che cadute erano le
sue monacelle; e, destato Masetto, seco nella sua camera nel menò, dove
parecchi giorni, con gran querimonia dalle monache fatta che l'ortolano non
venia a lavorar l'orto, il tenne, provando e riprovando quella dolcezza la qual
essa prima all'altre solea biasimare.
Ultimamente della sua
camera alla stanza di lui rimandatolne, e molto spesso rivolendolo, e oltre a
ciò più che parte volendo da lui, non potendo Masetto sodisfare a
tante, s'avvisò che il suo esser mutolo gli potrebbe, se più
stesse, in troppo gran danno resultare. E perciò una notte colla badessa
essendo, rotto lo scilinguagnolo, cominciò a dire:
- Madonna, io ho inteso che
un gallo basta assai bene a dieci galline, ma che dieci uomini possono male o
con fatica una femina sodisfare, dove a me ne conviene servir nove, al che per
cosa del mondo io non potrei durare; anzi son io, per quello che infino a qui
ho fatto, a tal venuto che io non posso far né poco né molto; e perciò o
voi mi lasciate andar con Dio, o voi a questa cosa trovate modo.
La donna udendo costui
parlare, il quale ella teneva mutolo, tutta stordì, e disse:
- Che è questo? Io
credeva che tu fossi mutolo.
- Madonna, - disse Masetto
- io era ben così, ma non per natura, anzi per una infermità che
la favella mi tolse, e solamente da prima questa notte la mi sento essere
restituita, di che io lodo Iddio quant'io posso.
La donna sel credette, e
domandollo che volesse dir ciò che egli a nove aveva a servire. Masetto
le disse il fatto. Il che la badessa udendo, s'accorse che monaca non avea che
molto più savia non fosse di lei; per che, come discreta, senza lasciar
Masetto partire, dispose di voler colle sue monache trovar modo a questi fatti,
acciò che da Masetto non fosse il monistero vituperato.
Ed essendo di que'dì
morto il lor castaldo, di pari consenatimento, apertosi tra tutte ciò
che per addietro da tutte era stato fatto, con piacer di Masetto ordinarono che
le genti circustanti credettero che, per le loro orazioni e per gli meriti del
santo in cui intitolato era il monistero, a Masetto, stato lungamente mutolo,
la favella fosse restituita, e lui castaldo fecero; e per sì fatta
maniera le sue fatiche partirono, che egli le poté comportare. Nelle quali,
come che esso assai monachin generasse, pur sì discretamente procedette
la cosa che niente se ne sentì se non dopo la morte della badessa,
essendo già Masetto presso che vecchio e disideroso di tornarsi ricco a
casa; la qual cosa saputa, di leggier gli fece venir fatto.
Così adunque Masetto
vecchio, padre e ricco, senza aver fatica di nutricar figliuoli o spesa di
quegli, per lo suo avvedimento avendo saputo la sua giovanezza bene adoperare,
donde con una scure in collo partito s'era se ne tornò, affermando che
così trattava Cristo chi gli poneva le corna sopra '1 cappello.
Giornata terza - Novella
seconda
Un pallafrenier giace con
la moglie d'Agilulf re, di che Agilulf tacitamente s'accorge; truovalo e
tondelo; il tonduto tutti gli altri tonde, e così campa della mala ventura.
Essendo la fine venuta
della novella di Filostrato, della quale erano alcuna volta un poco le donne
arrossate e alcun'altra se ne avevan riso, piacque alla reina che Pampinea
novellando seguisse. La quale, con ridente viso incominciando, disse.
Sono alcuni sì poco
discreti nel voler pur mostrare di conoscere e di sentire quello che per lor
non fa di sapere, che alcuna volta per questo riprendendo i disavveduti difetti
in altrui, si credono la loro vergogna scemare, dove essi l'accrescono in infinito;
e che ciò sia vero, nel suo contrario mostrandovi l'astuzia d'un forse
di minor valore tenuto che Masetto, nel senno d'un valoroso re, vaghe donne,
intendo che per me vi sia dimostrato.
Agilulf re de'longobardi,
sì come i suoi predecessori avevan fatto, in Pavia città di
Lombardia fermò il solio del suo regno, avendo presa per moglie
Teudelinga, rimasa vedova d'Autari re stato similmente de'longobardi, la quale
fu bellissima donna, savia e onesta molto, ma male avventurata in amadore. Ed
essendo alquanto per la virtù e per lo senno di questo re Agilulf le
cose de'longobardi prospere e in quiete, avvenne che un pallafreniere della
detta reina, uomo quanto a nazione di vilissima condizione, ma per altro da
troppo più che da così vil mestiere, e della persona bello e
grande così come il re fosse, senza misura della reina s'innamorò
.
E per ciò che il suo
basso stato non gli avea tolto che egli non conoscesse questo suo amore esser
fuor d'ogni convenienza, sì come savio, a niuna persona il palesava, né
eziandio a lei con gli occhi ardiva di scoprirlo. E quantunque senza alcuna
speranza vivesse di dover mai a lei piacere, pur seco si gloriava che in alta
parte avesse allogati i suoi pensieri; e, come colui che tutto ardeva in
amoroso fuoco, studiosamente faceva, oltre ad ogn'altro de'suoi compagni, ogni
cosa la qual credeva che alla reina dovesse piacere. Per che interveniva che la
reina, dovendo cavalcare, più volentieri il palla freno da costui
guardato cavalcava che alcuno altro; il che quando avveniva, costui in
grandissima grazia sel reputava; e mai dalla staffa non le si partiva, beato
tenendosi qualora pure i panni toccar le poteva.
Ma, come noi veggiamo assai
sovente avvenire, quanto la speranza diventa minore tanto l'amor maggior farsi,
così in questo povero pallafreniere avvenia, in tanto che gravissimo gli
era il poter comportare il gran disio così nascoso come facea, non
essendo da alcuna speranza atato; e più volte seco, da questo amor non
potendo disciogliersi, diliberò di morire. E pensando seco del modo,
prese per partito di voler questa
morte per cosa per la quale
apparisse lui morire per lo amore che alla reina aveva portato e portava; e
questa cosa propose di voler che tal fosse, che egli in essa tentasse la sua
fortuna in potere o tutto o parte aver del suo disidero. Né si fece a voler dir
parole alla reina o a voler per lettere far sentire il suo amore, ché sapeva
che in vano o direbbe o scriverrebbe; ma a voler provare se per ingegno colla
reina giacer potesse.
Né altro ingegno né via
c'era se non trovar modo come egli in persona del re, il quale sapea che del
continuo con lei non giacea, potesse a lei pervenire e nella sua camera
entrare.
Per che, acciò che
vedesse in che maniera e in che abito il re, quando a lei andava, andasse,
più volte di notte in una gran sala del palagio del re, la quale in
mezzo era tra la camera del re e quella della reina, si nascose; e in tra
l'altre una notte vide il re uscire della sua camera inviluppato in un gran
mantello e aver dall'una mano un torchietto acceso e dall'altra una bacchetta,
e andare alla camera della reina e senza dire alcuna cosa percuotere una volta
o due l'uscio della camera con quella bacchetta, e incontanente essergli aperto
e toltogli di mano il torchietto. La qual cosa venuta, e similmente vedutolo
ritornare, pensò di così dover fare egli altressì; e
trovato modo d'avere un mantello simile a quello che al re veduto avea e un
torchietto e una mazzuola, e prima in una stufa lavatosi bene, acciò che
non forse l'odore del letame la reina noiasse o la facesse accorgere dello
inganno, con queste cose, come usato era, nella gran sala si nascose.
E sentendo che già
per tutto si dormia, e tempo parendogli o di dovere al suo disiderio dare
effetto o di far via con alta cagione alla bramata morte, fatto colla pietra e
collo acciaio che seco portato avea un poco di fuoco, il suo torchietto accese,
e chiuso e avviluppato nel mantello se n'andò all'uscio della camera e
due volte il percosse colla bacchetta. La camera da una cameriera tutta
sonnochiosa fu aperta, e il lume preso e occultato; laonde egli, senza alcuna
cosa dire, dentro alla cortina trapassato e posato il mantello, se
n'entrò nel letto nel quale la reina dormiva. Egli disiderosamente in
braccio recatalasi, mostrandosi turbato (per ciò che costume del re
esser sapea che quando turbato era niuna cosa voleva udire), senza dire alcuna
cosa o senza essere a lui detta, più volte carnalmente la reina
cognobbe. E come che grave gli paresse il partire, pur temendo non la troppa
stanza gli fosse cagione di volgere l'avuto diletto in tristizia, si
levò , e ripreso il suo mantello e il lume, senza alcuna cosa dire se
n'andò , e come più tosto potè si tornò al letto
suo.
Nel quale appena ancora
esser poteva, quando il re, levatosi, alla camera andò della reina, di
che ella si maravigliò forte; ed essendo egli nel letto entrato e
lietamente salutatala, ella, dalla sua letizia preso ardire, disse:
- O signor mio, questa che
novità è stanotte? Voi vi partite pur testé da me; e oltre
l'usato modo di me avete preso piacere, e così tosto da capo ritornate?
Guardate ciò che voi fate.
Il re, udendo queste
parole, subitamente presunse la reina da similitudine di costumi e di persona
essere stata ingannata; ma, come savio, subitamente pensò , poi vide la
reina accorta non se n'era né alcuno altro, di non volernela fare accorgere. Il
che molti sciocchi non avrebbon fatto, ma avrebbon detto: - Io non ci fu'io,
chi fu colui che ci fu? come andò ? chi ci venne? - Di che molte cose
nate sarebbono, per le quali egli avrebbe a torto contristata la donna e datole
materia di disiderare altra volta quello che già sentito avea; e quello
che tacendo niuna vergogna gli poteva tornare, parlando s'arebbe vitupero
recato.
Risposele adunque il re,
più nella mente che nel viso o che nelle parole turbato:
- Donna, non vi sembro io
uomo da poterci altra volta essere stato e ancora appresso questa tornarci?
A cui la donna rispose:
- Signor mio, sì; ma
tuttavia io vi priego che voi guardiate alla vostra salute.
Allora il re disse:
- Ed egli mi piace di
seguire il vostro consiglio; e questa volta senza darvi più impaccio me
ne vo'tornare.
E avendo l'animo già
pieno d'ira e di mal talento, per quello che vedeva gli era stato fatto,
ripreso il suo mantello, s'uscì della camera e pensò di voler
chetamente trovare chi questo avesse fatto, imaginando lui della casa dovere
essere, e qualunque si fosse, non esser potuto di quella uscire.
Preso adunque un
picciolissimo lume in una lanternetta, se n'andò in una lunghissima casa
che nel suo palagio era sopra le stalle de'cavalli, nella quale quasi tutta la
sua famiglia in diversi letti dormiva; ed estimando che, qualunque fosse colui
che ciò fatto avesse che la donna diceva, non gli fosse ancora il polso
e '1 battimento del cuore per lo durato affanno potuto riposare, tacitamente,
cominciato dall'uno de'capi della casa, a tutti cominciò ad andare
toccando il petto per sapere se gli battesse.
Come che ciascuno altro
dormisse forte, colui che colla reina stato era non dormiva ancora; per la qual
cosa, vedendo venire il re e avvisandosi ciò che esso cercando andava,
forte cominciò a temere tanto che sopra il battimento della fatica avuta
la paura n'aggiunse un maggiore; e avvisossi fermamente che, se il re di
ciò s'avvedesse, senza indugio il facesse morire. E come che varie cose
gli andasser per lo pensiero di doversi fare, pur vedendo il re senza alcuna
arme, diliberò di far vista di dormire e d'attender quello che il re far
dovesse.
Avendone adunque il re
molti cerchi né alcuno trovandone il quale giudicasse essere stato desso,
pervenne a costui, e trovandogli batter forte il cuore, seco disse:- Questi
è desso -. Ma, sì come colui che di ciò che fare intendeva
niuna cosa voleva che si sentisse, niuna altra cosa gli fece se non che con un
paio di forficette, le quali portate avea, gli tondè alquanto dal l'una
delle parti i capelli, li quali essi a quel tempo portavano lunghissimi,
acciò che a quel segnale la mattina seguente il riconoscesse; e questo
fatto, si dipartì, e tornossi alla camera sua.
Costui, che tutto
ciò sentito avea, sì come colui che malizioso era, chiaramente
s'avvisò per che così segnato era stato; là onde egli
senza alcuno aspettar si levò , e trovato un paio di forficette, delle
quali per avventura v'erano alcun paio per la stalla per lo servigio de'cavalli,
pianamente andando a quanti in quella casa ne giacevano, a tutti in simil
maniera sopra l'orecchie tagliò i capelli; e ciò fatto, senza
essere stato sentito, se ne tornò a dormire.
Il re levato la mattina,
comandò che avanti che le porti del palagio s'aprissono tutta la sua
famiglia gli venisse davanti; e così fu fatto. Li quali tutti, senza
alcuna cosa in capo davanti standogli, esso cominciò a guardare per
riconoscere il tonduto da lui; e veggendo la maggior parte di loro co' capelli
ad un medesimo modo tagliati, si maravigliò , e disse seco stesso: -
Costui, il quale io vo cercando, quantunque di bassa condizion sia, assai ben
mostra d'essere d'alto senno -. Poi, veggendo che senza romore non poteva avere
quel ch'egli cercava, disposto a non volere per piccola vendetta acquistar gran
vergogna, con una sola parola d'ammonirlo e dimostrargli che avveduto se ne
fosse gli piacque; e a tutti rivolto disse:
- Chi '1 fece nol faccia
mai più, e andatevi con Dio.
Un altro gli averebbe
voluti far collare, martoriare, esaminare, e domandare; e ciò facendo,
avrebbe scoperto quello che ciascun dee andar cercando di ricoprire; ed
essendosi scoperto, ancora che intera vendetta n'avesse presa, non scemata ma
molto cresciuta n'avrebbe la sua vergogna, e contaminata l'onestà della
donna sua.
Coloro che quella parola
udirono si maravigliarono e lungamente fra sé esaminarono che avesse il re
voluto per quella dire; ma niuno ve ne fu che la 'ntendesse se non colui solo a
cui toccava. Il quale, sì come savio, mai, vivente il re, non la
scoperse, né più la sua vita in sì fatto atto commise alla
fortuna.
Giornata terza - Novella
terza
Sotto spezie di confessione
e di purissima conscienza una donna innamorata d'un giovane induce un solenne
frate, senza avvedersene egli, a dar modo che 'l piacer di lei avesse intero
effetto.
Taceva già Pampinea,
e l'ardire e la cautela del pallafreniere era dà più di loro
stata lodata, e similmente il senno del re, quando la reina, a Filomena
voltatasi, le 'mpose il seguitare; per la qual cosa Filomena vezzosamente
così incominciò a parlare.
Io intendo di raccontarvi
una beffe che fu da dovero fatta da una bella donna ad uno solenne religioso,
tanto più ad ogni secolar da piacere, quanto essi, il più
stoltissimi e uomini di nuove maniere e costumi, si credono più che gli
altri in ogni cosa valere e sapere, dove essi di gran lunga sono da molto meno,
sì come quegli che per viltà d'animo non avendo argomento, come
gli altri uomini, di civanzarsi, si rifuggono dove aver possano da mangiar come
il porco. La quale, o piacevoli donne, io racconterò non solamente per
seguire l'ordine imposto, ma ancora per farvi accorte che eziandio i religiosi,
à quali noi, oltre modo credule, troppa fede prestiamo, possono essere e
sono alcuna volta, non che dagli uomini, ma da alcuna di noi cautamente
beffati.
Nella nostra città ,
più d'inganni piena che d'amore o di fede, non sono ancora molti anni
passati, fu una gentil donna di bellezze ornata e di costumi, d'altezza d'animo
e di sottili avvedimenti quanto alcun'altra dalla natura dotata, il cui nome,
né ancora alcuno altro che alla presente novella appartenga, come che io gli
sappia, non intendo di palesare, per ciò che ancora vivono di quegli che
per questo si caricherebber di sdegno, dove di ciò sarebbe con risa da
trapassare.
Costei adunque, d'alto
legnaggio veggendosi nata e maritata ad uno artefice lanaiuolo, per ciò
che ricchissimo era, non potendo lo sdegno dell'animo porre in terra, per lo
quale estimava niuno uomo di bassa condizione, quantunque ricchissimo fosse,
esser di gentil donna degno; e veggendo lui ancora con tutte le sue ricchezze
da niuna altra cosa essere più avanti che da saper divisare un mescolato
o fare ordire una tela o con una filatrice disputare del filato, propose di non
volere de'suoi abbracciamenti in alcuna maniera se non in quanto negare non gli
potesse; ma di volere a soddisfazione di sé medesima trovare alcuno, il quale
più di ciò che il lanaiuolo le paresse che fosse degno, e
innamorossi d'uno assai valoroso uomo e di mezza età , tanto che qual
dì nol vedeva, non poteva la seguente notte senza noia passare.
Ma il valente uomo, di
ciò non accorgendosi, niente ne curava; ed ella, che molto cauta era, né
per ambasciata di femina né per lettera ardiva di fargliele sentire, temendo de'pericoli
possibili ad avvenire. Ed essendosi accorta che costui usava molto con un
religioso, il quale, quantunque fosse tondo e grosso uomo, nondimeno, per
ciò che di santissima vita era, quasi da tutti avea di valentissimo
frate fama, estimò costui dovere essere ottimo mezzano tra lei e il suo
amante; e avendo seco pensato che modo tener dovesse, se n'andò a
convenevole ora alla chiesa dove egli dimorava, e fattosel chiamare, disse,
quando gli piacesse, da lui si volea confessare.
Il frate, vedendola, ed
estimandola gentil donna, l'ascoltò volentieri; ed essa dopo la
confessione disse:
- Padre mio, a me convien
ricorrere a voi per aiuto e per consiglio di ciò che voi udirete. Io so,
come colei che detto ve l'ho, che voi conoscete i miei parenti e '1 mio marito,
dal quale io sono più che la vita sua amata, né alcuna cosa disidero che
da lui, sì come da ricchissimo uomo e che 'l può ben fare, io non
l'abbia incontanente, per le quali cose io più che me stessa l'amo; e,
lasciamo stare che io facessi, ma se io pur pensassi cosa niuna che contro al
suo onore e piacer fosse, niuna rea femina fu mai del fuoco degna come sarei
io.
Ora uno, del quale nel vero
io non so il nome, ma per sona dabbene mi pare, e, se io non ne sono ingannata,
usa molto con voi, bello e grande della persona, vestito di panni bruni assai
onesti, forse non avvisandosi che io così fatta intenzione abbia come io
ho, pare che m'abbia posto l'assedio, né posso farmi né ad uscio né a finestra,
né uscir di casa, che egli incontanente non mi si pari innanzi; e
maravigliom'io come egli non è ora qui; di che io mi dolgo forte, per
ciò che questi così fatti modi fanno sovente senza colpa alle
oneste donne acquistar biasimo.
Hommi posto in cuore di
fargliele alcuna volta dire à miei fratelli; ma poscia m'ho pensato che
gli uomini fanno alcuna volta l'ambasciate per modo che le risposte seguitan
cattive, di che nascon parole e dalle parole si perviene à fatti; per
che, acciò che male e scandalo non ne nascesse, me ne son taciuta, e
diliberami di dirlo più tosto a voi che ad altrui, sì perché pare
che suo amico siate, sì ancora perché a voi sta bene di così
fatte cose, non che gli amici, ma gli strani ripigliare. Per che io vi priego
per solo Iddio che voi di ciò il dobbiate riprendere e pregare che
più questi modi non tenga. Egli ci sono dell'altre donne assai le quali
per avventura son disposte a queste cose, e piacerà loro d'esser guatate
e vagheggiate da lui, là dove a me è gravissima noia, sì
come a colei che in niuno atto ho l'animo disposto a tal materia.
E detto questo, quasi
lagrimar volesse, bassò la testa.
Il santo frate comprese
incontanente che di colui dicesse di cui veramente diceva, e commendata molto
la donna di questa sua disposizion buona, fermamente credendo quello esser vero
che ella diceva, le promise d'operar sì e per tal modo che più da
quel cotale non le sarebbe dato noia; e conoscendola ricca molto, le
lodò l'opera della carità e della limosina, il suo bisogno
raccontandole.
A cui la donna disse:
- Io ve ne priego per Dio;
e s'egli questo negasse, sicuramente gli dite che io sia stata quella che
questo v'abbia detto e siamevene doluta.
E quinci, fatta la
confessione e presa la penitenza, ricordandosi de'conforti datile dal frate
dell'opera della limosina, empiutagli nascosamente la man di denari, il
pregò che messe dicesse per l'anima dei morti suoi; e dai piè di
lui levatasi, a casa se ne tornò.
Al santo frate non dopo
molto, sì come usato era, venne il valente uomo, col quale poi che d'una
cosa e d'altra ebbero insieme alquanto ragionato, tiratol da parte, per assai
cortese modo il riprese dello intendere e del guardare che egli credeva che
esso facesse a quella donna, sì come ella gli aveva dato ad intendere.
Il valente uomo si
maravigliò, sì come colui che mai guatata non l'avea e radissime
volte era usato di passare davanti a casa sua, e cominciò a volersi
scusare; ma il frate non lo lasciò dire, ma disse egli:
- Or non far vista di
maravigliarti, né perder parole in negarlo, per ciò che tu non puoi; io
non ho queste cose sapute dà vicini; ella medesima, forte di te
dolendosi, me l'ha dette. E quantunque a te queste ciance omai non ti stean
bene, ti dico io di lei cotanto, che, se mai io ne trovai alcuna di queste
sciocchezze schifa, ella è dessa; e per ciò , per onor di te e
per consolazione di lei, ti priego te ne rimanghi e lascila stare in pace.
Il valente uomo, più
accorto che '1 santo frate, senza troppo indugio la sagacità della donna
comprese, e mostrando alquanto di vergognarsi, disse di più non
intramettersene per innanzi; e dal frate partitosi, dalla casa n'andò
della donna, la quale sempre attenta stava ad una picciola finestretta per
doverlo vedere, se vi passasse. E vedendol venire, tanto lieta e tanto graziosa
gli si mostrò , che egli assai bene potè comprendere sé avere il
vero compreso dalle parole del frate; e da quel dì innanzi assai
cautamente, con suo piacere e con grandissimo diletto e consolazion della
donna, faccendo sembianti che altra faccenda ne fosse cagione, continuò
di passar per quella contrada. Ma la donna, dopo alquanto già accortasi
che ella a costui così piacea come egli a lei, disiderosa di volerlo
più accendere e certificare dello amore che ella gli portava, preso
luogo e tempo, al santo frate se ne tornò , e postaglisi nella chiesa a
sedere à piedi, a piagnere incominciò .
Il frate, questo vedendo,
la domandò pietosamente che novella ella avesse.
La donna rispose:
- Padre mio, le novelle che
io ho non sono altre che di quel maledetto da Dio vostro amico, di cui io mi vi
ramaricai l'altr'ieri, per ciò che io credo che egli sia nato per mio
grandissimo stimolo e per farmi far cosa, che io non sarò mai lieta né
mai ardirò poi di più pormivi a'piedi.
- Come! - disse il frate -
non s'è egli rimaso di darti più noia?
- Certo no, - disse la
donna - anzi, poi che io mi vene dolfi, quasi come per un dispetto, avendo
forse avuto per male che io mi ve ne sia doluta, per ogni volta che passar vi
solea, credo che poscia vi sia passato sette. E or volesse Iddio che il
passarvi e il guatarmi gli fosse bastato, ma egli è stato sì
ardito e sì sfacciato, che pure ieri mi mandò una femina in casa
con sue novelle e con sue frasche, e quasi come se io non avessi delle borse e
delle cintole, mi mandò una borsa e una cintola; il che io ho avuto e ho
sì forte per male, che io credo, se io non avessi guardato al peccato, e
poscia per vostro amore, io avrei fatto il diavolo, ma pure mi son
rattemperata, né ho voluto fare né dire cosa alcuna che io non vel faccia prima
assapere.
E oltre a questo, avendo io
già renduta indietro la borsa e la cintola alla feminetta che recata
l'avea, che gliele riportasse, e brutto commiato datole, temendo che ella per
sé non la tenesse e a lui; dicesse che io l'avessi ricevuta, sì com'io
intendo che elle fanno alcuna volta, la richiamai indietro e piena di stizza
gliele tolsi di mano e holla recata a voi, acciò che voi gliele rendiate
e gli diciate che io non ho bisogno di sue cose per ciò che, la mercé di
Dio e del marito mio io ho tante borse e tante cintole che io ve l'affogherei
entro. E appresso questo, sì come a padre mi vi scuso che, se egli di
questo non si rimane, io il dirò al marito mio e a'fratei miei, e
avvegnane che può; ché io ho molto più caro che egli riceva
villania, se ricevere ne la dee, che io abbia biasimo per lui: frate, bene sta.
E detto questo, tuttavia
piagnendo forte, si trasse di sotto alla guarnacca una bellissima e ricca borsa
con una leggiadra e cara cinturetta, e gittolle in grembo al frate; il quale,
pienamente credendo ciò che la donna diceva, turbato oltre misura le
prese, e disse:
- Figliuola, se tu di
queste cose ti crucci, io non me ne maraviglio né te ne so ripigliare; ma lodo
molto che tu in questo seguiti il mio consiglio. Io il ripresi l'altr'ieri, ed
egli m'ha male attenuto quello che egli mi promise: per che, tra per quello e
per questo che nuovamente fatto ha, io gli credo per sì fatta maniera
riscaldare gli orecchi; che egli più briga non ti darà; e tu
colla benedizion d'Iddio non ti lasciassi vincer tanto all'ira, che tu ad alcuno
dei tuoi il dicessi, ché gli ne potrebbe troppo di mal seguire. Né dubitar che
mai di questo biasimo ti segua, ché io sarò sempre e dinanzi a Dio e
dinanzi agli uomini fermissimo testimonio della tua onestà.
La donna fece sembiante di
riconfortarsi alquanto, e lasciate queste parole, come colei che l'avarizia sua
e degli altri conoscea, disse:
- Messere, a queste notti
mi sono appariti più miei parenti, e parmi che egli sieno in grandissime
pene, e non domandino altro che limosine, e spezialmente la mamma mia, la quale
mi pare sì afflitta e cattivella, che è una pietà a
vedere. Credo che ella porti grandissime pene di vedermi in questa tribulazione
di questo nemico d'Iddio, e per ciò vorrei che voi mi diceste per
l'anime loro le quaranta messe di san Grigorio e delle vostre orazioni,
acciò che Iddio gli tragga di quel fuoco pennace -; e così detto,
gli pose in mano un fiorino.
Il santo frate lietamente
il prese, e con buone parole e con molti essempli confermò la divozion
di costei e, datale la sua benedizione, la lasciò andare.
E partita la donna, non
accorgendosi ch'egli era uccellato, mandò per l'amico suo; il qual
venuto, e vedendol turbato, in contanente s'avvisò che egli avrebbe
novelle dalla donna, e aspettò che dir volesse il frate. Il quale, ripetendogli
le parole altre volte dettegli e di nuovo ingiuriosamente e crucciato
parlandogli, il riprese molto di ciò che detto gli avea la donna che
egli doveva aver fatto.
Il valente uomo, che ancor
non vedea a che il frate riuscir volesse, assai tiepidamente negava sé aver
mandata la borsa e la cintura, acciò che al frate non togliesse fede di
ciò , se forse data gliele avesse la donna.
Ma il frate, acceso forte,
disse:
- Come il puo'tu negare,
malvagio uomo? Eccole, ché ella medesima piagnendo me l'ha recate; vedi se tu
le conosci! Il valente uomo, mostrando di vergognarsi forte, disse:
- Mai sì che io le
conosco, e confessovi che io feci male, e giurovi che, poi che io così
la veggio disposta, che mai di questo voi non sentirete più parola.
Ora le parole fur molte;
alla fine il frate montone diede la borsa e la cintura allo amico suo, e dopo
molto averlo ammaestrato e pregato che più a queste cose non attendesse,
ed egli avendogliele promesso, il licenziò.
Il valente uomo, lietissimo
e della certezza che aver gli parea dello amor della donna e del bel dono, come
dal frate partito fu, in parte n'andò dove cautamente fece alla sua
donna vedere che egli avea e l'una e l'altra cosa; di che la donna fu molto
contenta, e più ancora per ciò che le parea che '1 suo avviso
andasse di bene in meglio. E niuna altra cosa aspettando se non che il marito
andasse in alcuna parte per dare all'opera compimento, avvenne che per alcuna
cagione non molto dopo a questo convenne al marito andare infino a Genova.
E come egli fu la mattina
montato a cavallo e andato via, così la donna n'andò al santo
frate e dopo molte querimonie piagnendo gli disse:
- Padre mio, or vi dico io
bene che io non posso più sofferire; ma per ciò che l'altr'ieri
io vi promisi di niuna cosa farne che io prima nol vi dicessi, son venuta ad
iscusarmivi, e acciò che voi crediate che io abbia ragione e di piagnere
e di ramaricarmi, io vi voglio dire ciò che '1 vostro amico, anzi dia
volo del ninferno, mi fece stamane poco innanzi mattutino.
Io non so qual mala ventura
gli facesse assapere che il marito mio andasse iermattina a Genova, se non che
stamane, all'ora che io v'ho detta, egli entrò in un mio giardino e
venne sene su per uno albero alla finestra della camera mia, la quale è
sopra il giardino, e già aveva la finestra aperta e voleva nella camera
entrare, quando io destatami subito mi levai, e aveva cominciato a gridare e
per Dio e per voi, dicendomi chi egli era; laonde io, udendolo, per amor di voi
tacqui, e ignuda come io nacqui corsi e serragli la finestra nel viso, ed egli
nella sua mal'ora credo che se ne andasse, perciò che poi più nol
sentii. Ora, se questa è bella cosa ed è da sofferire, vedetel
voi; io per me non intendo di più comportargliene, anzi ne gli ho io
bene per amor di voi sofferte troppe.
Il frate, udendo questo, fu
il più turbato uomo del mondo, e non sapeva che dirsi, se non che
più volte la domandò se ella aveva ben conosciuto che egli non
fosse stato altri.
A cui la donna rispose:
- Lodato sia Iddio, se io
non conosco ancor lui da un altro! Io vi dico ch'e'fu egli, e perche'egli il
negasse, non gliel credete.
- Figliuola, qui non ha
altro da dire, se non che questo è stato troppo grande ardire e troppo
mal fatta cosa, e tu facesti quello che far dovevi di mandarnelo come facesti.
Ma io ti voglio pregare, poscia che Iddio ti guardò di vergogna, che,
come due volte seguito hai il mio consiglio, così ancora questa volta
facci, cioè che senza dolertene ad alcuno tuo parente lasci fare a me, a
vedere se io posso raffrenare questo diavolo scatenato, che io credeva che
fosse un santo; e se io posso tanto fare che io il tolga da questa
bestialità , bene sta; e se io non potrò , infino ad ora con la
mia benedizione ti do la parola che tu ne facci quello che l'animo ti giudica che
ben sia fatto.
- Ora ecco, - disse la
donna - per questa volta io non vi voglio turbare né disubidire; ma sì
adoperate che egli si guardi di più noiarmi, ché io vi prometto di non
tornar più per questa cagione a voi -; e senza più dire, quasi
turbata, dal frate si partì .
Né era appena ancor fuor
della chiesa la donna, che il valente uomo sopravenne e fu chiamato dal frate,
al quale, da parte tiratol, esso disse la maggior villania che mai ad uomo
fosse detta, disleale e spergiuro e traditor chiamandolo. Costui, che già
due altre volte conosciuto avea che montavano i mordimenti di questo frate,
stando attento, e con risposte perplesse ingegnandosi di farlo parlare,
primieramente disse:
- Perché questo cruccio,
messere? Ho io crocifisso Cristo?
A cui il frate rispose:
- Vedi svergognato! Odi
ciò ch'e'dice! Egli parla né più né meno come se uno anno o due
fosser passati e per la lunghezza del tempo avesse le sue tristizie e
disonestà dimenticate. Etti egli da stamane a mattutino in qua uscito di
mente l'avere altrui ingiuriato? Ove fostù stamane poco avanti al
giorno?
Rispose il valente uomo:
- Non so io ove io mi fui;
molto tosto ve n'è giunto il messo.
- Egli è il vero, -
disse il frate - che il messo me n'è giunto; io m'avviso che tu ti
credesti, per ciò che il marito non c'era, che la gentil donna ti
dovesse incontanente ricevere in braccio. Hi meccere: ecco onesto uomo!
è divenuto andator di notte, apritor di giardini e salitor d'alberi.
Credi tu per improntitudine vincere la santità di questa donna, che le
vai alle finestre su per gli alberi la notte? Niuna cosa è al mondo che
a lei dispiaccia, come fai tu; e tu pur ti vai riprovando. In verità,
lasciamo stare che ella te l'abbia in molte cose mostrato, ma tu ti se'molto
bene ammendato per li miei gastigamenti. Ma così ti vo' dire: ella ha
infino a qui, non per amore che ella ti porti ma ad instanzia de'prieghi miei,
taciuto di ciò che fatto hai; ma essa non tacerà più ;
conceduta l'ho la licenzia che, se tu più in cosa alcuna le spiaci,
ch'ella faccia il parer suo. Che farai tu, se ella il dice à fratelli?
Il valente uomo, avendo
assai compreso di quello che gli bisognava, come meglio seppe e potè con
molte ampie promesse racchetò il frate; e da lui partitosi, come il
mattutino della seguente notte fu, così egli nel giardino entrato e su
per lo albero salito e trovata la finestra aperta, se n'entrò nella
camera, e come più tosto potè nelle braccia della sua bella donna
si mise. La quale, con grandissimo disidero avendolo aspettato, lietamente il ricevette,
dicendo:
- Gran mercé a messer lo
frate, che così bene t'insegnò la via da venirci. E appresso,
prendendo l'un dell'altro piacere, ragionando e ridendo molto della
simplicità del frate bestia, biasimando i lucignoli e'pettini e gli
scardassi, insieme con gran diletto si sollazzarono. E dato ordine à lor
fatti, sì fecero, che senza aver più a tornare a messer lo frate,
molte altre notti con pari letizia insieme si ritrovarono; alle quali io priego
Iddio per la sua santa misericordia che tosto conduca me e tutte l'anime cristiane
che voglia ne hanno.
Giornata terza - Novella
quarta
Don Felice insegna a frate
Puccio come egli diverrà beato faccendo una sua penitenzia; la quale
frate Puccio fa, e don Felice in questo mezzo con la moglie del frate si
dà buon tempo.
Poi che Filomena, finita la
sua novella, si tacque, avendo Dioneo con dolci parole molto lo 'ngegno della
donna commendato e ancora la preghiera da Filomena ultimamente fatta, la reina
ridendo guardò verso Panfilo, e disse:
- Ora appresso, Panfilo,
continua con alcuna piacevol cosetta il nostro diletto.
Panfilo prestamente rispose
che volontieri, e cominciò .
Madonna, assai persone sono
che, mentre che essi si sforzano d'andarne in paradiso, senza avvedersene vi
mandano altrui; il che ad una nostra vicina, non ha ancor lungo tempo,
sì come voi potrete udire, intervenne.
Secondo che io udii
già dire, vicino di san Brancazio stette un buon uomo e ricco, il quale
fu chiamato Puccio di Rinieri, che poi, essendo tutto dato allo spirito, si
fece bizzoco di quegli di san Francesco, e fu chiamato frate Puccio, e seguendo
questa sua vita spirituale, per ciò che altra famiglia non avea che una
sua donna e una fante, né per questo ad alcuna arte attender gli bisognava,
usava molto la chiesa. E per ciò che uomo idiota era e di grossa pasta,
diceva suoi paternostri, andava alle prediche, stava alle messe, né mai falliva
che alle laude che cantavano i secolari esso non fosse, e digiunava e
disciplinavasi, e bucinavasi che egli era degli scopatori.
La moglie, che monna
Isabetta avea nome, giovane ancora di ventotto in trenta anni, fresca e bella e
ritondetta che pareva una mela casolana, per la santità del marito e
forse per la vecchiezza, faceva molto spesso troppo più lunghe diete che
voluto non avrebbe; e, quand'ella si sarebbe voluta dormire o forse scherzar
con lui, ed egli le raccontava la vita di Cristo e le prediche di frate
Nastagio o il lamento della Maddalena o così fatte cose.
Tornò in questi
tempi da Parigi un monaco chiamato don Felice, conventuale di san Brancazio, il
quale assai giovane e bello della persona era e d'aguto ingegno e di profonda
scienza, col qual frate Puccio prese una stretta dimestichezza. E per
ciò che costui ogni suo dubbio molto bene gli solvea, e oltre a
ciò , avendo la sua condizion conosciuta, gli si mostrava santissimo, se
lo incominciò frate Puccio a menare talvolta a casa e a dargli desinare
e cena, secondo che fatto gli venia; e la donna altressì per amor di fra
Puccio era sua dimestica divenuta e volentier gli faceva onore.
Continuando adunque il
monaco a casa di fra Puccio e veggendo la moglie così fresca e
ritondetta, s'avvisò qual dovesse essere quella cosa della quale ella
patisse maggior difetto; e pensossi, se egli potesse, per tor fatica a fra
Puccio, di volerla supplire. E, postole l'occhio addosso e una volta e altra
bene astutamente, tanto fece che egli l'accese nella mente quello medesimo
disidero che aveva egli; di che accortosi il monaco, come prima destro gli
venne, con lei ragionò il suo piacere. Ma, quantunque bene la trovasse disposta
a dover dare all'opera compimento, non si poteva trovar modo, per ciò
che costei in niun luogo del mondo si voleva fidare ad esser col monaco se non
in casa sua; e in casa sua non si potea, perché fra Puccio non andava mai fuor
della terra; di che il monaco avea gran malinconia.
E dopo molto gli venne
pensato un modo da dover potere essere colla donna in casa sua senza sospetto,
non ostante che fra Puccio in casa fosse. Ed essendosi un dì andato a
star con lui frate Puccio, gli disse così:
- Io ho già assai
volte compreso, fra Puccio, che tutto il tuo disidero è di divenir
santo, alla qual cosa mi par che tu vadi per una lunga via, là dove ce
n'è una che è molto corta, la quale il papa e gli altri suoi
maggior prelati, che la sanno e usano, non vogliono che ella si mostri; per
ciò che l'ordine chericato, che il più di limosine vive,
incontanente sarebbe disfatto, sì come quello al quale più i
secolari né con limosine né con altro attenderebbono. Ma, per ciò che tu
se'mio amico e ha' mi onorato molto, dove io credessi che tu a niuna persona
del mondo l'appalesassi, e volessila seguire, io la t'insegnerei.
Frate Puccio, divenuto
disideroso di questa cosa, prima cominciò 'a pregare con grandissima
instanzia che gliele insegnasse, e poi a giurare che mai, se non quanto gli
piacesse, ad alcuno nol direbbe, affermando che, se tal fosse che esso seguir
la potesse, di mettervisi.
- Poi che tu così mi
prometti, - disse il monaco - e io la ti mosterrò . Tu dei sapere che i
santi dottori tengono che a chi vuol divenir beato si convien fare la
penitenzia che tu udirai; ma intendi sanamente: io non dico, che dopo la
penitenzia tu non sii peccatore come tu ti se'; ma avverrà questo, che i
peccati che tu hai infino all'ora della penitenzia fatti, tutti si purgheranno e
sarannoti per quella perdonati; e quegli che tu farai poi non saranno scritti a
tua dannazione, anzi se n'andranno con l'acqua benedetta, come ora fanno i
veniali.
Conviensi adunque l'uomo
principalmente con gran diligenzia confessare de'suoi peccati quando viene a
cominciar la penitenzia; e appresso questo li convien cominciare un digiuno e
una astinenzia grandissima, la qual convien che duri quaranta dì,
ne'quali, non che da altra femina, ma da toccare la propria tua moglie ti
conviene astenere. E oltre a questo si conviene avere nella tua propria casa
alcun luogo donde tu possi la notte vedere il cielo, e in su l'ora della
compieta andare in questo luogo, e quivi avere una tavola molto larga ordinata
in guisa che, stando tu in pie', vi possi le reni appoggiare, e tenendo gli
piedi in terra distender le braccia a guisa di crucifisso; e se tu quelle
volessi appoggiare ad alcun cavigliuolo, puoil fare; e in questa maniera
guardando il cielo, star senza muoverti punto insino a matutino. E, se tu fossi
litterato, ti converrebbe in questo mezzo dire certe orazioni che io ti darei;
ma, perché non se', ti converrà dire trecento paternostri con trecento
avemarie a reverenzia della Trinità , e riguardando il cielo, sempre
aver nella memoria Iddio essere stato creatore del cielo e della terra, e la
passion di Cristo, stando in quella maniera che stette egli in su la croce.
Poi, come matutino suona,
te ne puoi, se tu vuogli, andare e così vestito gittarti sopra 'l letto
tuo e dormire: e la mattina appresso si vuole andare alla chiesa, e quivi udire
almeno tre messe e dir cinquanta paternostri con altrettante avemarie; e
appresso questo con simplicità fare alcuni tuoi fatti, se a far n'hai
alcuno, e poi desinare, ed essere appresso al vespro nella chiesa e quivi dire
certe orazioni che io ti darò scritte, senza le quali non si può
fare; e poi in su la compieta ritornare al modo detto. E faccendo questo,
sì come io feci già , spero che anzi che la fine della penitenzia
venga, tu sentirai maravigliosa cosa della beatitudine etterna, se con
divozione fatta l'avrai.
Frate Puccio disse allora:
- Questa non è
troppo grave cosa, né troppo lunga, e deesi assai ben poter fare; e per
ciò io voglio al nome di Dio cominciar domenica.
E da lui partitosene e
andatosene a casa, ordinatamente, con sua licenzia perciò , alla moglie
disse ogni cosa.
La donna intese troppo bene
per lo star fermo infino a matutino senza muoversi ciò che il monaco
voleva dire; per che, parendole assai buon modo, disse che di questo e
d'ogn'altro bene, che egli per l'anima sua faceva, ella era contenta, e che,
acciò che Iddio gli facesse la sua penitenzia profittevole, ella voleva
con esso lui digiunare, ma fare altro no.
Rimasi adunque in
concordia, venuta la domenica, frate Puccio cominciò la sua penitenzia,
e messer lo monaco, convenutosi colla donna, ad ora che veduto non poteva
essere, le più delle sere con lei se ne veniva a cenare, seco sempre
recando e ben da mangiare e ben da bere, poi con lei si giaceva infino all'ora
del matutino, al quale levandosi se n'andava, e frate Puccio tornava al letto.
Era il luogo, il quale
frate Puccio aveva alla sua penitenzia eletto, allato alla camera nella quale
giaceva la donna, né da altro era da quella diviso che da un sottilissimo muro;
per che, ruzzando messer lo monaco troppo colla donna alla scapestrata ed ella
con lui, parve a frate Puccio sentire alcuno dimenamento di palco della casa;
di che, avendo già detti cento de'suoi paternostri, fatto punto quivi, chiamò
la donna senza muoversi, e domandolla ciò che ella faceva.
La donna, che motteggevole
era molto, forse cavalcando allora senza sella la bestia di san Benedetto o
vero di san Giovanni Gualberto, rispose:
- Gnaffe, marito mio, io mi
dimeno quanto io posso.
Disse allora frate Puccio:
- Come ti dimeni? Che vuol
dir questo dimenare?
La donna ridendo, che e di
buona aria e valente donna era, e forse avendo cagion di ridere, rispose:
- Come non sapete voi
quello che questo vuol dire? Ora io ve l'ho udito dire mille volte: chi la sera
non cena, tutta notte si dimena.
Credettesi frate Puccio che
il digiunare, il quale ella a lui mostrava di fare, le fosse cagione di non
poter dormire, e per ciò per lo letto si dimenasse, per che egli di
buona fede disse
- Donna, io t'ho ben detto,
non digiunare; ma, poiché pur l'hai voluto fare, non pensare a ciò,
pensa di riposarti; tu dai tali volte per lo letto, che tu fai dimenar
ciò che ci e'.
Disse allora la donna:
- Non ve ne caglia no; io
so ben ciò ch'i'mi fo; fate pur ben voi, ché io farò bene io, se
io potrò .
Stettesi adunque cheto
frate Puccio e rimise mano à suoi paternostri; e la donna e messer lo
monaco da questa notte innanzi, fatto in altra parte della casa ordinare un
letto, in quello, quanto durava il tempo della penitenzia di frate Puccio, con
grandissima festa si stavano, e ad una ora il monaco se n'andava e la donna al
suo letto tornava, e poco stante dalla penitenzia a quello se ne venia frate
Puccio.
Continuando adunque in
così fatta maniera il frate la penitenzia e la donna col monaco il suo
diletto, più volte motteggiando disse con lui:
- Tu fai fare la penitenzia
a frate Puccio, per la quale noi abbiam guadagnato il paradiso.
E parendo molto bene stare
alla donna, sì s'avvezzò à cibi del monaco che, essendo
dal marito lungamente stata tenuta in dieta, ancora che la penitenzia di frate
Puccio si consumasse, modo trovò di cibarsi in altra parte con lui, e
con discrezione lungamente ne prese il suo piacere.
Di che, acciò che
l'ultime parole non sieno discordanti alle prime, avvenne che, dove frate
Puccio, faccendo penitenzia sé credette mettere in paradiso, egli vi mise il
monaco, che da andarvi tosto gli avea mostrata la via, e la moglie, che con lui
in gran necessità vivea di ciò che messer lo monaco, come
misericordioso, gran divizia le fece.
Giornata terza - Novella
quinta
Il Zima dona a messer
Francesco Vergellesi un suo pallafreno, e per quello con licenzia di lui parla
alla sua donna ed, ella tacendo, egli in persona di lei si risponde, e secondo
la sua risposta poi l'effetto segue.
Aveva Panfilo, non senza
risa delle donne, finita la novella di frate Puccio, quando donnescamente la
reina ad Elissa impose che seguisse. La quale, anzi acerbetta che no, non per
malizia ma per antico costume, così cominciò a parlare.
Credonsi molti, molto
sappiendo, che altri non sappi nulla, li quali spesse volte, mentre altrui si
credono uccellare, dopo il fatto sé da altrui essere stati uccellati conoscono;
per la qual cosa io reputo gran follia quella di chi si mette senza bisogno a
tentar le forze dello altrui ingegno. Ma perché forse ogn'uomo della mia
oppinione non sarebbe, quello che ad un cavalier pistolese n'addivenisse,
l'ordine dato del ragionar seguitando, mi piace di raccontarvi.
Fu in Pistoia nella
famiglia dei Vergellesi un cavalier nominato messer Francesco, uomo molto ricco
e savio e avveduto per altro, ma avarissimo senza modo; il quale, dovendo andar
podestà di Melano, d'ogni cosa opportuna a dovere onorevolmente andare
fornito s'era, se non d'un pallafreno solamente che bello fosse per lui; né
trovandone alcuno che gli piacesse, ne stava in pensiero.
Era allora un giovane in
Pistoia, il cui nome era Ricciardo, di piccola nazione ma ricco molto, il quale
sì ornato e sì pulito della persona andava, che generalmente da
tutti era chiamato il Zima, e avea lungo tempo amata e vagheggiata
infelicemente la donna di messer Francesco, la quale era bellissima e onesta
molto. Ora aveva costui un de'più belli pallafreni di Toscana e avevalo
molto caro per la sua bellezza; ed essendo ad ogn'uom publico lui vagheggiare
la moglie di messer Francesco, fu chi gli disse che, se egli quello
addimandasse, che egli l'avrebbe per l'amore il quale il Zima alla sua donna
portava.
Messer Francesco, da
avarizia tirato, fattosi chiamare il Zima, in vendita gli domandò il suo
pallafreno, acciò che il Zima gliele profferesse in dono.
Il Zima, udendo ciò,
gli piacque, e rispose al cavaliere:
- Messere, se voi mi
donaste ciò che voi avete al mondo, voi non potreste per via di vendita
avere il mio pallafreno, ma in dono il potreste voi bene avere, quando vi
piacesse, con questa condizione che io, prima che voi il prendiate, possa con
la grazia vostra e in vostra presenzia parlare alquante parole alla donna
vostra, tanto da ogn'uom separato che io da altrui che da lei udito non sia.
Il cavaliere, da avarizia
tirato e sperando di dover beffar costui, rispose che gli piacea, e quantunque
egli volesse; e lui nella sala del suo palagio lasciato, andò nella camera
alla donna, e quando detto l'ebbe come agevolmente poteva il pallafreno
guadagnare, le impose che ad udire il Zima venisse; ma ben si guardasse che a
niuna cosa che egli dicesse rispondesse né poco né molto.
La donna biasimò
molto questa cosa, ma pure, convenendole seguire i piaceri del marito, disse di
farlo; e appresso al marito andò nella sala ad udire ciò che il
Zima volesse dire. Il quale, avendo col cavaliere i patti rifermati, da una
parte della sala assai lontano da ogn'uomo colla donna si pose a sedere, e
così cominciò a dire:
- Valorosa donna, egli mi
pare esser certo che voi siete sì savia, che assai bene, già
è gran tempo, avete potuto comprendere a quanto amor portarvi m'abbia
condotto la vostra bellezza, la qual senza alcun fallo trapassa quella di
ciascun'altra che veder mi paresse giammai; lascio stare de'costumi laudevoli e
delle virtù singolari che in voi sono, le quali avrebbon forza di
pigliare ciascuno alto animo di qualunque uomo. E per ciò non bisogna
che io vi dimostri con parole quello essere stato il maggiore e il più
fervente che mai uomo ad alcuna donna portasse; e così senza fallo
sarà mentre la mia misera vita sosterrà questi membri, e ancor
più ; che', se di là come di qua s'ama, in perpetuo
v'amerò . E per questo vi potete render sicura che niuna cosa avete,
qual che ella si sia o cara o vile, che tanto vostra possiate tenere e
così in ogni atto farne conto come di me, da quanto che io mi sia, e il
simigliante delle mie cose. E acciò che voi di questo prendiate
certissimo argomento, vi dico che io mi reputerei maggior grazia che voi cosa
che io far potessi che vi piacesse mi comandaste, che io non terrei che,
comandando io, tutto il mondo prestissimo m'ubbidisse.
Adunque, se così son
vostro come udite che sono, non immeritamente ardirò di porgere i
prieghi miei alla vostra altezza, dalla qual sola ogni mia pace, ogni mio bene
e la mia salute venir mi puote, e non altronde; e sì come umilissimo
servidor vi priego, caro mio bene e sola speranza dell 'anima mia, che nello
amoroso fuoco sperando in voi si nutrica, che la vostra benignità sia
tanta e sì ammollita la vostra passata durezza verso di me dimostrata,
che vostro sono, che io, dalla vostra pietà riconfortato, possa dire
che, come per la vostra bellezza innamorato sono, così per quella aver
la vita, la quale, se à miei prieghi l'altiero vostro animo non
s'inchina, senza alcun fallo verrà meno, e morrommi, e potrete esser
detta di me micidiale. E lasciamo stare che la mia morte non vi fosse onore,
nondimeno credo che, rimordendovene alcuna volta la conscienza, ve ne dorrebbe
d'averlo fatto, e talvolta, meglio disposta, con voi medesima direste: « Deh
quanto mal feci a non aver misericordia del Zima mio! -; e questo pentere non
avendo luogo, vi sarebbe di maggior noia cagione.
Per che, acciò che
ciò non avvenga, ora che sovvenir mi potete, di ciò v'incresca, e
anzi che io muoia a misericordia di me vi movete, per ciò che in voi
sola il farmi il più lieto e il più dolente uomo che viva dimora.
Spero tanta essere la vostra cortesia che non sofferrete che io per tanto e
tale amore morte riceva per guiderdone, ma con lieta risposta e piena di grazia
riconforterete gli spiriti miei, li quali spaventati tutti trieman nel vostro
cospetto.
E quinci tacendo, alquante
lacrime dietro a profondissimi sospiri mandate per gli occhi fuori,
cominciò ad attender quello che la gentil donna gli rispondesse.
La donna, la quale il lungo
vagheggiare, l'armeggiare, le mattinate, e l'altre cose simili a queste per
amor di lei fatte dal Zima, muovere non avean potuto, mossero le affettuose
parole dette dal ferventissimo amante, e cominciò a sentire ciò
che prima mai non avea sentito, cioè che amor si fosse. E quantunque,
per seguire il comandamento fattole dal marito, tacesse, non potè per
ciò alcun sospiretto nascondere quello che volentieri, rispondendo al
Zima, avrebbe fatto manifesto.
Il Zima, avendo alquanto
atteso e veggendo che niuna risposta seguiva, si maravigliò , e poscia
s'incominciò ad accorgere dell'arte usata dal cavaliere; ma pur lei
riguardando nel viso e veggendo alcun lampeggiare d'occhi di lei verso di lui
alcuna volta, e oltre a ciò raccogliendo i sospiri li quali essa non con
tutta la forza loro del petto lasciava uscire, alcuna buona speranza prese, e
da quella aiutato prese nuovo consiglio, e cominciò in forma della
donna, udendolo ella, a rispondere a sé medesimo in cotal guisa:
- Zima mio, senza dubbio
gran tempo ha che io m'accorsi il tuo amore verso me esser grandissimo e
perfetto, e ora per le tue parole molto maggiormente il conosco, e sonne
contenta, sì come io debbo. Tutta fiata, se dura e crudele paruta ti
sono, non voglio che tu creda che io nello animo stata sia quello che nel viso
mi sono dimostrata: anzi t'ho sempre amato e avuto caro innanzi ad ogni altro
uomo, ma così m'è convenuto fare e per paura d'altrui e per
servare la fama della mia onestà . Ma ora ne viene quel tempo nel quale
io ti potrò chiaramente mostrare se io t'amo e renderti guiderdone dello
amore il qual portato m'hai e mi porti; e per ciò confortati e sta a buona
speranza, per ciò che messer Francesco è per andare in fra pochi
dì a Melano per podestà , sì come tu sai, che per mio
amore donato gli hai il bel pallafreno; il quale come andato sarà ,
senz'alcun fallo ti prometto sopra la mia fè e per lo buono amore il
quale io ti porto, che in fra pochi dì tu ti troverai meco e al nostro
amore daremo piacevole e intero compimento.
E acciò che io non
t'abbia altra volta a far parlar di questa materia, infino ad ora quel giorno
il qual tu vedrai due sciugatoi tesi alla finestra della camera mia, la quale
è sopra il nostro giardino, quella sera di notte, guardando ben che
veduto non sii, fa che per l'uscio del giardino a me te ne venghi; tu mi
troverai ivi che t'aspetterò , e insieme avrem tutta la notte festa e
piacere l'un dell'altro sì come disideriamo.
Come il Zima in persona
della donna ebbe così parlato, egli incominciò per sé a parlare e
così rispose:
- Carissima donna, egli
è per soverchia letizia della vostra buona risposta sì ogni mia
virtù occupata, che appena posso a rendervi debite grazie formar la
risposta; e se io pur potessi, come io disidero, favellare, niun termine
è sì lungo che mi bastasse a pienamente potervi ringraziare come
io vorrei e come a me di far si conviene; e per ciò nella vostra
discreta considerazion si rimanga a conoscer quello che io disiderando fornir
con parole non posso. Soltanto vi dico che, come imposto m'avete, così
penserò di far senza fallo; e allora forse più rassicurato di
tanto dono quanto conceduto m'avete, m'ingegnerò a mio potere di
rendervi grazie quali per me si potranno maggiori. Or qui non resta a dire al
presente altro; e però , carissima mia donna, Dio vi dea quella
allegrezza e quel bene che voi disiderate il maggiore, e a Dio v'accomando.
Per tutto questo non disse la
donna una sola parola; laonde il Zima si levò suso e verso il cavaliere
cominciò a tornare, il qual veggendolo levato, gli si fece incontro e
ridendo disse:
- Che ti pare? Hott'io bene
la promessa servata?
- Messer no, - rispose il
Zima - ché voi mi prometteste di farmi parlare colla donna vostra e voi m'avete
fatto parlar con una statua di marmo.
Questa parola piacque molto
al cavaliere, il quale, come che buona oppinione avesse della donna, ancora ne
la prese migliore, e disse:
- Omai è ben mio il
pallafreno che fu tuo.
A cui il Zima rispose:
- Messer sì; ma se
io avessi creduto trarre di questa grazia ricevuta da voi tal frutto chente
tratto n'ho, senza do mandarlavi ve l'avrei donato; e or volesse Iddio che io
fatto l'avessi, per ciò che voi avete comperato il pallafreno, e io non
l'ho venduto.
Il cavaliere di questo si
rise, ed essendo fornito di pallafreno, ivi a pochi dì entrò in
cammino e verso Melano se n'andò in podesteria.
La donna, rimasa libera
nella sua casa, ripensando alle parole del Zima e all'amore il qual le portava
e al pallafreno per amor di lei donato, e veggendol da casa sua molto spesso
passare, disse seco medesima: « Che fo io? Perché perdo io la mia giovanezza?
Questi se n'è andato a Melano e non tornerà di questi sei mesi; e
quando me gli ristorerà egli giammai? quando io sarò vecchia? e
oltre a questo, quando troverò io mai un così fatto amante come
è il Zima? Io son sola, né ho d'alcuna persona paura; io non so perché
io non mi prendo questo buon tempo mentre che io posso; io non avrò
sempre spazio come io ho al presente; questa cosa non saprà mai persona,
e se egli pur si dovesse risapere, si è egli meglio fare e pentere, che
starsi e pentersi. - E così seco medesima consigliata, un dì pose
due asciugatoi alla finestra del giardino, come il Zima aveva detto; li quali
il Zima vedendo, lietissimo, come la notte fu venuta, segretamente e solo se
n'andò all'uscio del giardino della donna, e quello trovò aperto,
e quindi n'andò ad un altro uscio che nella casa entrava, dove
trovò la gentil donna che l'aspettava.
La qual veggendol venire,
levataglisi incontro, con grandissima festa il ricevette; ed egli,
abbracciandola e baciandola centomilia volte, su per le scale la
seguitò; e senza alcuno indugio coricatisi, gli ultimi termini conobber
d'amore. Né questa volta, come che la prima fosse, fu però l'ultima, per
ciò che, mentre il cavalier fu a Melano, e ancor dopo la sua tornata, vi
tornò con grandissimo piacere di ciascuna delle parti il Zima molte
dell'altre volte.
Giornata terza - Novella
sesta
Ricciardo Minutolo ama la
moglie di Filippello Sighinolfo, la quale sentendo gelosa, col mostrare
Filippello il dì seguente con la moglie di lui dovere essere ad un
bagno, fa che ella vi va, e credendosi col marito essere stata, si truova che
con Ricciardo è dimorata
Niente restava più
avanti a dire ad Elissa, quando, commendata la sagacità del Zima, la
reina impose alla Fiammetta che procedesse con una. La qual tutta ridente
rispose:
- Madonna, volentieri - ; e
cominciò.
Alquanto è da uscire
della nostra città, la quale, come d'ogn'altra cosa è copiosa,
così è d'essempli ad ogni materia, e, come Elissa ha fatto, alquanto
delle cose che per l'altro mondo avvenute son, raccontare; e per ciò, a
Napoli trapassando, dirò come una di queste santesi, che così
d'amore schife si mostrano, fosse dallo ingegno d'un suo amante prima a sentir
d'amore il frutto condotta che i fiori avesse conosciuti; il che ad una ora a
voi presterà cautela nelle cose che possono avvenire, e daravvi diletto
delle avvenute.
In Napoli, città
antichissima e forse così dilettevole, o più, come ne sia alcuna
altra in Italia, fu già un giovane per nobiltà di sangue chiaro e
splendido per molte ricchezze, il cui nome fu Ricciardo Minutolo. Il quale, non
ostante che una bellissima giovane e vaga per moglie avesse, s'innamorò
d'una, la quale, secondo l'oppinion di tutti, di gran lunga passava di bellezza
tutte l'altre donne napoletane, e fu chiamata Catella, moglie d'un giovane
similmente gentile uomo, chiamato Filippel Sighinolfo, il quale ella,
onestissima, più che altra cosa amava e aveva caro.
Amando adunque Ricciardo
Minutolo questa Catella e tutte quelle cose operando per le quali la grazia e
l'amor d'una donna si dee potere acquistare, e per tutto ciò a niuna
cosa potendo del suo disidero pervenire, quasi si disperava; e da amore o non
sappiendo o non potendo disciogliersi, né morir sapeva né gli giovava di
vivere. E in cotal disposizion dimorando, avvenne che da donne che sue parenti
erano fu un dì assai confortato che di tale amore si dovesse rimanere,
per ciò che in van si faticava, con ciò fosse cosa che Catella
niuno altro bene avesse che Filippello, del quale ella in tanta gelosia viveva,
che ogni uccel che per l'aere volava credeva gliele togliesse.
Ricciardo, udito della
gelosia di Catella, subitamente prese consiglio a'suoi piaceri e
cominciò a mostrarsi dello amor di Catella disperato, e per ciò in
un'altra gentil donna averlo posto; e per amor di lei cominciò a mostrar
d'armeggiare e di giostrare e di far tutte quelle cose le quali per Catella
solea fare. Nè guari di tempo ciò fece che quasi a tutti i
napoletani, e a Catella altressì, era nell'animo che non più
Catella, ma questa seconda donna sommamente amasse; e tanto in questo
perseverò, che sì per fermo da tutti si teneva che, non ch'altri,
ma Catella lasciò una salvatichezza che con lui aveva dell'amor che
portar le solea, e dimesticamente. come vicino, andando e vegnendo il salutava
come faceva gli altri.
Ora avvenne che, essendo il
tempo caldo e molte brigate di donne e di cavalieri, secondo l'usanza dei
napoletani, andassero a diportarsi a'liti del mare e a desinarvi e a cenarvi,
Ricciardo, sappiendo Catella con sua brigata esservi andata, similmente con sua
compagnia v'andò, e nella brigata delle donne di Catella fu ricevuto,
faccendosi prima molto invitare, quasi non fosse molto vago di rimanervi. Quivi
le donne, e Catella insieme con loro, incominciarono con lui a motteggiare del
suo novello amore, del quale egli mostrandosi acceso forte, più loro di
ragionare dava materia. A lungo andare essendo l'una donna andata in qua e
l'altra in là, come si fa in que'luoghi, essendo Catella con poche
rimasa quivi dove Ricciardo era, gittò Ricciardo verso lei un motto d'un
certo amore di Filippello suo marito, per lo quale ella entrò in subita
gelosia, e dentro cominciò ad arder tutta di disidero di saper
ciò che Ricciardo volesse dire. E poi che alquanto tenuta si fu, non
potendo più tenersi, pregò Ricciardo che, per amor di quella
donna la quale egli più amava, gli dovesse piacere di farla chiara di
ciò che detto aveva di Filippello.
Il quale le disse:
- Voi m'avete scongiurato
per persona, che io non oso negar cosa che voi mi domandiate; e per ciò
io son presto a dirlovi, sol che voi mi promettiate che niuna parola ne farete
mai né con lui né con altrui, se non quando per effetto vederete esser vero
quello che io vi conterò; ché, quando vogliate, v'insegnerò come
vedere il potrete.
Alla donna piacque questo
che egli addomandava, e più il credette esser vero, e giurogli di mai
non dirlo. Tirati adunque da una parte, che da altrui uditi non fossero,
Ricciardo cominciò così a dire:
- Madonna, se io v'amassi
come io già amai, io non avrei ardire di dirvi cosa che io credessi che
noiar vi dovesse; ma, per ciò che quello amore è passato, me ne
curerò meno d'aprirvi il vero d'ogni cosa. Io non so se Filippello si
prese giammai onta dello amore il quale io vi portai, o se avuto ha credenza
che io mai da voi amato fossi; ma, corne che questo sia stato o no, nella mia
persona niuna cosa ne mostrò mai. Ma ora, forse aspettando tempo quando
ha creduto che io abbia men di sospetto, mostra di volere fare a :me quello che
io dubito che egli non tema ch'io facessi a lui, cioè di volere al suo
piacere avere la donna mia; e per quello che io truovo egli l'ha da non troppo
tempo in qua segretissimamente con più ambasciate sollicitata, le quali
io ho tutte da lei risapute; ed ella ha fatte le risposte secondo che io l'ho
imposto.
Ma pure stamane, anzi che
io qui venissi, io trovai con la donna mia in casa una femina a stretto
consiglio, la quale io credetti incontanente che fosse ciò che ella era,
per che io chiamai la donna mia e la dimandai quello che colei di mandasse.
Ella mi disse: - Egli è lo stimol di Filippello, il qual tu, con fargli
risposte e dargli speranza, m'hai fatto recare addosso, e dice che del tutto
vuol sapere quello che io intendo di fare, e che egli, quando io volessi,
farebbe che io potrei essere segretamente ad un bagno in questa terra; e di
questo mi prega e grava; e se non fosse che tu m'ha'fatto, non so
perchè, tener questi mercati, io me l'avrei per maniera levato di dosso
che egli mai non avrebbe guatato là dove io fossi stata -. Allora mi
parve che questi procedesse troppo innanzi e che più non fosse da
sofferire, e di dirlovi, acciò che voi conosceste che merito riceve la
vostra intera fede, per la quale io fui già presso alla morte.
E acciò che voi non
credeste queste esser parole e favole, ma il poteste, quando voglia ve ne
venisse, apertamente e vedere e toccare, io feci fare alla donna mia, a colei
che l'aspettava, questa risposta, che ella era presta d'esser domani in su la
nona, quando la gente dorme, a questo bagno; di che la femina contentissima si
partì da lei. Ora non credo io che voi crediate che io la vi mandassi;
ma, se io fossi in vostro luogo, io farei che egli vi troverrebbe me in luogo
di colei cui trovarvi si crede; e quando alquanto con lui dimorata fossi, io il
farei avvedere con cui stato fosse, e quel lo onore che a lui se ne convenisse
ne gli farei; e questo faccendo, credo sì fatta vergogna gli fia, che ad
una ora la 'ngiuria che a voi e a me far vuole vendicata sarebbe.
Catella, udendo questo,
senza avere alcuna considerazione a chi era colui che gliele dicea o a'suoi
inganni, secondo il costume de'gelosi, subitamente diede fede alle parole, e
certe cose state davanti cominciò adattare a questo fatto; e di subita
ira accesa, rispose che questo farà ella certamente, non era egli
sì gran fatica a fare; e che fermamente, se egli vi venisse, ella gli
farebbe sì fatta vergogna, che sempre che egli alcuna donna vedesse gli
si girerebbe per lo capo.
Ricciardo, contento di
questo e parendogli che '1 suo consiglio fosse stato buono e procedesse, con
molte altre parole la vi confermò su e fece la fede maggiore, pregandola
non dimeno che dir non dovesse giammai d'averlo udito da lui, il che ella sopra
la sua fè gli promise.
La mattina seguente
Ricciardo se n'andò ad una buona femina, che quel bagno che egli aveva a
Catella detto teneva, e le disse ciò che egli intendeva di fare, e
pregolla che in ciò fosse favorevole quanto potesse. La buona femina,
che molto gli era tenuta, disse di farlo volentieri e con lui ordinò
quello che a fare o a dire avesse.
Aveva costei, nella casa
ove '1 bagno era, una camera oscura molto, sì come quella nella quale
niuna finestra che lume rendesse rispondea. Questa, secondo l'ammaestramento di
Ricciardo, acconciò la buona femina e fecevi entro un letto, secondo che
potè il migliore, nel quale Ricciardo, come desinato ebbe, si mise e
cominciò ad aspettare Catella.
La donna, udite le parole
di Ricciardo e a quelle data più fede che non le bisognava, piena di
sdegno tornò la sera a casa, dove per avventura Filippello pieno d'altro
pensiero similmente tornò, né le fece forse quella dimestichezza che era
usato di fare. Il che ella vedendo, entrò in troppo maggior sospetto che
ella non era, seco medesima dicendo: - Veramente costui ha l'animo a quella
donna con la qual domane si crede aver piacere e diletto, ma ferma mente questo
non avverrà -; e sopra cotal pensiero, e imaginando come dir gli dovesse
quando con lui stata fosse, quasi tutta la notte dimorò.
Ma che più? Venuta
la nona, Catella prese sua compagnia e senza mutare altramente consiglio se
n'andò a quel bagno il quale Ricciardo le aveva insegnato; e quivi
trovata la buona femina, la dimandò se Filippello stato vi fosse quel
dì. A cui la buona femina ammaestrata da Ricciardo disse:
- Sete voi quella donna che
gli dovete venire a parlare?
Catella rispose:
- Sì sono.
- Adunque, - disse la buona
femina - andatevene da lui.
Catella, che cercando
andava quello che ella non avrebbe voluto trovare, fattasi alla camera menare
dove Ricciardo era, col capo coperto in quella entrò e dentro serrossi.
Ricciardo, vedendola
venire, lieto si levò in piè e, in braccio ricevutala, disse
pianamente:
- Ben vegna l'anima mia.
Catella, per mostrarsi ben
d'essere altra che ella non era, abbracciò e baciò lui e fecegli
la festa grande senza dire alcuna parola, temendo, se parlasse, non fosse da
lui conosciuta.
La camera era oscurissima,
di che ciascuna delle parti era contenta; né per lungamente dimorarvi
riprendevan gli occhi più di potere. Ricciardo la condusse in su il
letto, e quivi, senza favellare in guisa che iscorger si potesse la voce, per
grandissimo spazio con maggior diletto e piacere dell'una parte che dell'altra
stettero.
Ma poi che a Catella parve
tempo di dovere il conceputo sdegno mandar fuori, così di fervente ira
accesa cominciò a parlare:
- Ahi quanto è
misera la fortuna delle donne e come è male impiegato l'amor di molte
ne'mariti! Io, misera me!, già sono otto anni, t'ho più che la
mia vita amato, e tu, come io sentito ho, tutto ardi e consumiti nello amore
d'una donna strana, reo e malvagio uom che tu se'. Or con cui ti credi tu
essere stato? Tu se'stato con colei la quale otto anni t'è giaciuta a
lato, tu se'stato con colei la qual con false lusinghe tu hai, già
è assai, ingannata mostrandole amore ed essendo altrove innamorato.
Io son Catella, non son la
moglie di Ricciardo, traditor disleale che tu se'; ascolta se tu riconosci la
voce mia, io son ben dessa; e parmi mille anni che noi siamo al lume, che io ti
possa svergognare come m se'degno, sozzo cane vituperato che tu se'.
Ohimè, misera me! a cui ho io cotanti anni portato cotanto amore? A
questo can disleale, che, credendosi in braccio avere una donna strana, m'ha più
di carezze e d'amorevolezze fatte in questo poco di tempo che qui stata son con
lui, che in tutto l'altro rimanente che stata son sua.
Tu se'bene oggi, can
rinnegato, stato gagliardo, che a casa ti suogli mostrare così debole e
vinto e senza possa. Ma, lodato sia Iddio, che il tuo campo, non l'altrui, hai
lavorato, come tu ti credevi. Non maraviglia che stanotte tu non mi ti
appressasti: tu aspettavi di scaricar le some altrove, e volevi giugnere molto
fresco cavaliere alla battaglia; ma, lodato sia Iddio e il mio avvedimento,
l'acqua è pur corsa all'in giù, come ella doveva. Ché non
rispondi, reo uomo? Ché non di'qualche cosa? Se'tu divenuto mutolo udendomi? In
fè di Dio io non so a che io mi tengo, che io non ti ficco le mani negli
occhi e traggogliti. Credesti molto celatamente saper fare questo tradimento;
per Dio! tanto sa altri quanto altri, non t'è venuto fatto; io t'ho
avuti miglior bracchi alla coda che tu non credevi.
Ricciardo in sé medesimo
godeva di queste parole, e senza rispondere alcuna cosa l'abbracciava e baciava
e più che mai le faceva le carezze grandi. Per che ella, seguendo il suo
parlar, diceva:
- Sì, tu mi credi
ora con tue carezze infinte lusingare, can fastidioso che tu se', e
rappacificare e racconsolare; tu se'errato; io non sarò mai di questa
cosa consolata, infino a tanto che io non te ne vitupero in presenzia di quanti
parenti e amici e vicini noi abbiamo. Or non sono io, malvagio uomo,
così bella come sia la moglie di Ricciardo Minutolo? Non son io
così gentil donna? Ché non rispondi, sozzo cane? Che ha colei più
di me? Fatti in costà, non mi toccare, che tu hai troppo fatto d'arme
per oggi. Io so bene che oggi mai, poscia che tu conosci chi io sono, che tu
ciò che tu fa cessi faresti a forza; ma, se Dio mi dea la grazia sua, io
te ne farò ancor patir voglia; e non so a che io mi tengo che io non
mando per Ricciardo, il qual più che sé m'ha amata e mai non potè
vantarsi che io il guatassi pure una volta; e non so che male si fosse a farlo.
Tu hai creduto avere la moglie qui, ed è come se avuta l'avessi, in
quanto per te non è rimaso; dunque, se io avessi lui, non mi potresti
con ragione biasimare.
Ora le parole furono assai
e il rammarichio della donna grande; pure alla fine Ricciardo, pensando che, se
andar ne la lasciasse con questa credenza, molto di male ne potrebbe seguire,
diliberò di palesarsi e di trarla dello inganno nel quale era; e
recatasela in braccio e presala bene sì che partire non si poteva,
disse:
- Anima mia dolce, non vi
turbate; quello che io semplicemente amando aver non potei, Amor con inganno
m'ha insegnato avere, e sono il vostro Ricciardo.
Il che Catella udendo e
conoscendolo alla voce, subita mente si volle gittare del letto, ma non
potè; ond'ella volle gridare; ma Ricciardo le chiuse con l'una delle
mani la bocca, e disse:
- Madonna, egli non
può oggimai essere che quello che è stato non sia pure stato, se
voi gridaste tutto il tempo della vita vostra; e se voi griderete o in alcuna
maniera fa rete che questo si senta mai per alcuna persona, due cose ne avverranno.
L'una fia (di che non poco vi dee calere) che il vostro onore e la vostra buona
fama fia guasta, per ciò che, come che voi diciate che io qui ad inganno
v'abbia fatta venire, io dirò che non sia vero, anzi vi ci abbia fatta
venire per denari e per doni che io v'abbia promessi, li quali per ciò
che così compiutamente dati non v'ho come sperava te, vi siete turbata e
queste parole e questo romor ne fate; e voi sapete che la gente è
più acconcia a credere il male che il bene; e per ciò non fia men
tosto creduto a me che a voi. Appresso questo, ne seguirà tra vostro
marito e me mortal nimistà, e potrebbe sì andare la cosa che io
ucciderei altressì tosto lui, come egli me; di che mai voi non dovreste
esser poi né lieta né contenta. E per ciò, cuor del corpo mio, non
vogliate ad una ora vituperar voi e mettere in pericolo e in briga il vostro
marito e me. Voi non siete la prima, né sarete l'ultima, la quale è
ingannata, né io non v'ho ingannata per torvi il vostro, ma per soverchio amore
che io vi porto e son disposto sempre a portarvi, e ad essere vostro umilissimo
servidore. E come che sia gran tempo che io e le mie cose e ciò che io
posso e vaglio vostre state sieno e al vostro servigio, io intendo che da
quinci innanzi sien più che mai. Ora, voi siete savia nell'altre cose, e
così son certo che sarete in questa.
Catella, mentre che
Ricciardo diceva queste parole, piagneva forte, e come che molto turbata fosse
e molto si rammaricasse, nondimeno diede tanto luogo la ragione alle vere
parole di Ricciardo, che ella cognobbe esser possibile ad avvenire ciò
che Ricciardo diceva, e per ciò disse:
- Ricciardo, io non so come
Domeneddio mi si concederà che io possa comportare la 'ngiuria e lo
'nganno che fatto m'hai. Non voglio gridar qui, dove la mia simplicità e
soperchia gelosia mi condusse; ma di questo vivi sicuro che io non sarò
mai lieta se in un modo o in uno altro io non mi veggio vendica di ciò
che fatto m'hai; e per ciò lasciami, non mi tener più; tu hai
avuto ciò che disiderato hai, e ha'mi straziata quanto t'è
piaciuto; tempo è di lasciarmi; lasciami, io te ne priego.
Ricciardo, che conosceva
l'animo suo ancora troppo turbato, s'avea posto in cuore di non lasciarla mai
se la sua pace non riavesse; per che, cominciando con dolcissime parole a
raumiliarla, tanto disse e tanto pregò e tanto scongiurò, che
ella, vinta, con lui si paceficò; e di pari volontà di ciascuno
gran pezza appresso in grandissimo diletto dimorarono insieme.
E conoscendo allora la
donna quanto più saporiti fossero i baci dello amante che quegli del
marito, voltata la sua durezza in dolce amore verso Ricciardo, tenerissimamente
da quel giorno innanzi l'amò, e savissimamente operando molte volte
goderono del loro amore. Iddio faccia noi goder del nostro.
Giornata terza - Novella
settima
Tedaldo, turbato con una
sua donna, si parte di Firenze; tornavi in forma di peregrino dopo alcun tempo;
parla con la donna e falla del suo error conoscente, e libera il ma ito di lei
da morte, che lui gli era provato che aveva ucciso, e co'fratelli il pacefica;
e poi saviamente colla sua donna si gode.
Già si taceva
Fiammetta lodata da tutti, quando la reina, per non perder tempo, prestamente
ad Emilia commise il ragionare; la qual cominciò.
A me piace nella nostra
città ritornare, donde alle due passate piacque di dipartirsi, e come
uno nostro cittadino la sua donna perduta racquistasse mostrarvi.
Fu adunque in Firenze un
nobile giovane, il cui nome fu Tedaldo degli Elisei, il quale d'una donna,
monna Ermellina chiamata e moglie d'uno Aldobrandino Palermini, innamorato
oltre misura per gli suoi laudevoli costumi, meritò di godere del suo
disiderio. Al qual piacere la Fortuna, nimica de'felici, s'oppose; per
ciò che, qual che la cagion si fosse, la donna, avendo di sé a Tedaldo
compiaciuto un tempo, del tutto si tolse dal volergli più compiacere, né
a non volere non solamente alcuna sua ambasciata ascoltare ma vedere in alcuna
maniera; di che egli entrò in fiera malinconia e ispiacevole; ma
sì era questo suo amor celato, che della sua malinconia niuno credeva ciò
essere la cagione.
E poiché egli in diverse
maniere si fu molto ingegnato di racquistare l'amore che senza sua colpa gli
pareva aver perduto, e ogni fatica trovando vana, a doversi dileguar del mondo,
per non far lieta colei che del suo male era cagione di vederlo consumare, si
dispose. E, presi quegli denari che aver potè, segretamente, senza far
motto ad amico o a parente, fuor che ad un suo compagno il quale ogni cosa
sapea, andò via e pervenne ad Ancona, Filippo di Sanlodeccio faccendosi
chiamare; e quivi con un ricco mercatante accontatosi, con lui si mise per
servidore e in su una sua nave con lui insieme n'andò in Cipri. I
costumi del quale e le maniere piacquero sì al mercatante, che non
solamente buon salario gli assegnò, ma il fece in parte suo compagno,
oltre a ciò gran parte de'suoi fatti mettendogli tra le mani; li quali
esso fece sì bene e con tanta sollicitudine, che esso in pochi anni
divenne buono e ricco mercatante e famoso. Nelle quali faccende, ancora che
spesso della sua crudel donna si ricordasse, e fieramente fosse da amor
trafitto e molto disiderasse di rivederla, fu di tanta constanzia che sette
anni vinse quella battaglia.
Ma avvenne che, udendo egli
un dì in Cipri cantare una canzone già da lui stata fatta, nella
quale l'amore che alla sua donna portava ed ella a lui e il piacer che di lei
aveva si raccontava, avvisando questo non dover potere essere, che ella
dimenticato l'avesse, in tanto disidero di rivederla s'accese, che, più
non potendo sofferir si dispose a tornar in Firenze. E, messa ogni sua cosa in
ordine, se ne venne con un suo fante solamente ad Ancona, dove essendo ogni sua
roba giunta, quella ne mandò a Firenze ad alcuno amico dell'ancontano
suo compagno, ed egli celatamente, in forma di peregrino che dal Sepolcro venisse,
col fante suo se ne venne appresso; e in Firenze giunti, se n'andò ad
uno alberghetto di due fratelli che vicino era alla casa della sua donna. Né
prima andò in altra parte che davanti alla casa di lei, per vederla se
potesse. Ma egli vide le finestre e le porti e ogni cosa serrata; di che egli
dubitò forte che morta non fosse o di quindi mutatasi.
Per che, forte pensoso,
verso la casa de'fratelli se n'andò, davanti la quale vide quattro suoi
fratelli tutti di nero vestiti, di che egli si maravigliò molto; e
conoscendosi in tanto trasfigurato e d'abito e di persona da quello che esser
soleva quando si partì, che di leggieri non potrebbe essere stato
riconosciuto, sicuramente s'accostò ad un calzolaio e domandollo perché
di nero fossero vestiti costoro.
Al quale il calzolaio
rispose:
- Coloro sono di nero
vestiti, per ciò che e'non sono ancora quindici dì che un lor
fratello, che di gran tempo non c'era stato, che avea nome Tedaldo fu ucciso; e
parmi intendere che egli abbiano provato alla corte che uno che ha nome
Aldobrandino Palermini, il quale è preso, l'uccidesse, per ciò
che egli voleva bene alla moglie ed eraci tornato sconosciuto per esser con
lei.
Maravigliossi forte Tedaldo
che alcuno in tanto il simigliasse, che fosse creduto lui; e della sciagura
d'Aldobrandino gli dolfe. E avendo sentito che la donna era viva e sana,
essendo già notte, pieno di vari pensieri se ne tornò
all'albergo, e poi che cenato ebbe insieme col fante suo, quasi nel più
alto della casa fu messo a dormire. E quivi, sì per li molti pensieri
che lo stimolavano e sì per la malvagità del letto e forse per la
cena ch'era stata magra, essendo già la metà della notte andata,
non s'era ancor potuto Tedaldo addormentare; per che, essendo desto, gli parve in
su la mezza notte sentire d'in su il tetto della casa scender nella casa
persone, e appresso per le fessure dell'uscio della camera vide là su
venire un lume.
Per che, chetamente alla
fessura accostatosi, cominciò a guardare che ciò volesse dire, e
vide una giovane assai bella tener questo lume, e verso lei venir tre uomini
che del tetto quivi eran discesi; e dopo alcuna festa insieme fattasi, disse
l'un di loro alla giovane:
- Noi possiamo, lodato sia
Iddio, oggimai star sicuri, per ciò che noi sappiamo fermamente che la
morte di Tedaldo Elisei è stata provata da'fratelli addosso ad
Aldobrandin Palermini, ed egli l'ha confessata e già è scritta la
sentenzia; ma ben si vuol nondimeno tacere, per ciò che, se mai si
risapesse che noi fossimo stati, noi saremmo a quel medesimo pericolo che
è Aldobrandino.
E questo detto con la
donna, che forte di ciò si mostrò lieta, se ne sciesono e andarsi
a dormire.
Tedaldo, udito questo,
cominciò a riguardare quanti e quali fossero gli errori che potevano
cadere nelle menti degli uomini, prima pensando a'fratelli che uno strano
avevano pianto e sepellito in luogo di lui, e appresso lo innocente per falsa
suspizione accusato, e con testimoni non veri averlo condotto a dover morire, e
oltre a ciò la cieca severità delle leggi e de'rettori, li quali
assai volte, quasi solliciti investigatori del vero, incrudelendo fanno il
falso provare, e sé ministri dicono della giustizia e di Dio, dove sono della
iniquità e del diavolo esecutori. Appresso questo alla salute
d'Aldobrandino il pensier volse, e seco ciò che a fare avesse compose.
E come levato fu la
mattina, lasciato il suo fante, quando tempo gli parve, solo se n'andò
verso la casa della sua donna; e per ventura trovata la porta aperta,
entrò dentro e vide la sua donna sedere in terra in una saletta terrena
che ivi era, ed era tutta piena di lagrime e d'amaritudine, e quasi per
compassione ne lagrimò, e avvicinatolesi disse:
- Madonna, non vi
tribolate: la vostra pace è vicina.
La donna, udendo costui,
levò alto il viso e piagnendo disse:
- Buono uomo, tu mi pari un
peregrin forestiere; che sai tu di pace o di mia afflizione?
Rispose allora il
peregrino:
- Madonna, io son di
Costantinopoli e giungo testé qui mandato da Dio a convertire le vostre lagrime
in riso e di liberare da morte il vostro marito.
- Come,- disse la donna -
se tu di Costantinopoli se'e giugni pur testé qui, sai tu chi mio marito o io
ci siamo?
Il peregrino, da capo
fattosi, tutta la istoria della angoscia d'Aldobrandino raccontò e a lei
disse chi ella era, quanto tempo stata maritata e altre cose assai, le quali
egli molto ben sapeva de'fatti suoi; di che la donna si maravigliò
forte, e avendolo per uno profeta, gli s'inginocchiò a'piedi, per Dio
pregandolo che, se per la salute d'Aldobrandino era venuto, che egli s'avacciasse,
per ciò che il tempo era brieve.
Il peregrino, mostrandosi
molto santo uomo, disse:
- Madonna, levate su e non
piagnete, e attendete bene a quello che io vi dirò, e guardatevi bene di
mai ad alcun non dirlo. Per quello che Iddio mi riveli, la tribulazione la qual
voi avete v'è per un peccato, il qual voi commetteste già,
avvenuta, il quale Domeneddio ha voluto in parte purgare con questa noia, e
vuole del tutto che per voi s'ammendi; se non, sì ricadereste in troppo
maggiore affanno.
Disse allora la donna:
- Messere, io ho peccati
assai, né so qual Domeneddio più un che un altro si voglia che io
m'ammendi; e per ciò, se voi il sapete, ditelmi, e io ne farò
ciò che io potrò per ammendarlo.
- Madonna, - disse allora
il peregrino - io so bene quale egli è, né ve ne domanderò per
saperlo meglio, ma per ciò che voi medesima dicendolo n'abbiate
più rimordimento. Ma vegnamo al fatto. Ditemi, ricordavi egli che voi
mai aveste alcuno amante ?
La donna, udendo questo,
gittò un gran sospiro e maravigliossi forte, non credendo che mai alcuna
persona saputo l'avesse, quantunque di que'dì, che ucciso era stato
colui che per Tedaldo fu sepellito, se ne bucinasse per certe parolette non ben
saviamente usate dal compagno di Tedaldo che ciò sapea, e rispose:
- Io veggio che Iddio vi
dimostra tutti i segreti degli uomini, e per ciò io son disposta a non
celarvi i miei. Egli il è vero che nella mia giovanezza io amai
sommamente lo sventurato giovane la cui morte è apposta al mio marito;
la qual morte io ho tanto pianta, quanto dolent'è a me; per ciò
che, quantunque io rigida e salvatica verso lui mi mostrassi anzi la sua
partita, né la sua partita, né la sua lunga dimora, né ancora la sventurata
morte me l'hanno potuto trarre del cuore.
A cui il peregrin disse:
- Lo sventurato giovane che
fu morto non amaste voi mai, ma Tedaldo Elisei sì. Ma ditemi: qual fu la
cagione per la quale voi con lui vi turbaste? Offesevi egli giammai ?
A cui la donna rispose:
- Certo no, che egli non mi
offese mai; ma la cagione del cruccio furono le parole d'un maladetto frate,
dal quale io una volta mi confessai; per ciò che, quando io gli dissi
l'amore il quale io a costui portava e la dimestichezza che io aveva seco, mi
fece un romore in capo che ancor mi spaventa, dicendomi che, se io non me ne
rimanessi, io n'andrei in bocca del diavolo nel profondo del ninferno e sarei
messa nel fuoco pennace. Di che sì fatta paura m'entrò, che io
del tutto mi disposi a non voler più la dimestichezza di lui; e per non
averne cagione, né sua lettera né sua ambasciata più volli ricevere;
come che io credo, se più fosse perseverato, come (per quello che io
presuma) egli se n'andò disperato, veggendolo io consumare come si fa la
neve al sole, il mio duro proponimento si sarebbe piegato, per ciò che
niun disidero al mondo maggiore avea.
Disse allora il peregrino:
- Madonna, questo è
sol quel peccato che ora vi tribola. Io so fermamente che Tedaldo non vi fece
forza alcuna; quando voi di lui v'innamoraste, di vostra propria volontà
il faceste, piacendovi egli; e, come voi medesima voleste, a voi venne e
usò la vostra dimestichezza, nella quale e con parole e con fatti tanta
di piacevolezza gli mostraste che, se egli prima v'amava, in ben mille doppi
faceste l'amor raddoppiare. E se così fu (che so che fu), qual cagion vi
dovea poter muovere a torglivi così rigidamente ? Queste cose si volean
pensare innanzi tratto, e se credevate dovervene, come di mal far, pentere, non
farle. Così, come egli divenne vostro, così diveniste voi sua.
Che egli non fosse vostro potavate voi fare ad ogni vostro piacere, sì
come del vostro, ma il voler tor voi a lui, che sua eravate, questa era ruberia
e sconvenevole cosa, dove sua volontà stata non fosse.
Or voi dovete sapere che io
son frate, e per ciò li loro costumi io conosco tutti; e se io ne parlo
alquanto largo ad utilità di voi, non mi si disdice come farebbe ad un
altro, ed egli mi piace di parlarne, acciò che per innanzi meglio li
conosciate che per addietro non pare che abbiate fatto.
Furon già i frati
santissimi e valenti uomini, ma quegli che oggi frati si chiamano e così
vogliono esser tenuti, niuna altra cosa hanno di frate se non la cappa, né
quella altressì è di frate, per ciò che, dove
dagl'inventori de'frati furono ordinate strette e misere e di grossi panni e
dimostratrici dello animo, il quale le temporali cose disprezzate avea quando
il corpo in così vile abito avviluppava, essi oggi le fanno larghe e
doppie e lucide e di finissimi panni, e quelle in forma hanno recate leggiadria
e pontificale, in tanto che paoneggiar con esse nelle chiese e nelle piazze,
come con le loro robe i secolari fanno, non si vergognano; e quale col giacchio
il pescatore d'occupare nel fiume molti pesci ad un tratto, così costoro
colle fimbrie ampissime avvolgendosi, molte pinzochere, molte vedove, molte
altre sciocche femine e uomini d'avvilupparvi sotto s'ingegnano, ed è
lor maggior sollicitudine che d'altro esercizio. E per ciò, acciò
ch'io più vero parli, non le cappe de'frati hanno costoro, ma solamente
i colori delle cappe. E dove gli antichi la salute disideravan degli uomini,
quegli d'oggi disiderano le femine e le ricchezze; e tutto il loro studio hanno
posto e pongono in ispaventare con romori e con dipinture le menti delli
sciocchi e in mostrare che con limosine i peccati si purghino e colle messe,
acciò che a loro, che per viltà, non per divozione, sono
rifuggiti a farsi frati, e per non durar fatica, porti questi il pane, colui
mandi il vino, quello altro faccia la pietanza per l'anima de'lor passati.
E certo egli è il
vero che le elimosine e le orazion purgano i peccati; ma se coloro che le fanno
vedessero a cui le fanno o il conoscessero, più tosto o a sé il
guarderieno o dinanzi ad altrettanti porci il gitterieno. E per ciò che
essi conoscono, quanti meno sono i possessori d'una gran ricchezza, tanto
più stanno ad agio, ogn'uno con romori e con ispaventamenti s'ingegna di
rimuovere altrui da quello a che esso di rimaner solo disidera. Essi sgridano
contra gli uomini la lussuria, acciò che, rimovendosene gli sgridati,
agli sgridatori rimangano le femine; essi dannan l'usura e i malvagi guadagni,
acciò che, fatti restitutori di quegli, si possano fare le cappe
più larghe, procacciare i vescovadi e l'altre prelature maggiori, di ciò
che mostrato hanno dover menare a perdizione chi l'avesse.
E quando di queste cose e
di molte altre che sconce fanno ripresi sono, l'avere risposto: - Fate quello
che noi diciamo e non quello che noi facciamo -, estimano che sia degno
scaricamento d'ogni grave peso, quasi più alle pecore sia possibile
l'esser costanti e di ferro che a'pastori. E quanti sien quegli a'quali essi
fanno cotal risposta, che non la intendono per lo modo che essi la dicono, gran
parte di loro il sanno.
Vogliono gli odierni frati
che voi facciate quello che dicono, cioè che voi empiate loro le borse
di denari, fidiate loro i vostri segreti, serviate castità, siate
pazienti, perdoniate le 'ngiurie, guardiatevi del maldire, cose tutte buone,
tutte oneste, tutte sante; ma questo perché ? Perché essi possano fare quello
che, se i secolari faranno, essi fare non potranno. Chi non sa che senza denari
la poltroneria non può durare ? Se tu ne'tuoi diletti spenderai i
denari, il frate non potrà poltroneggiare nell'ordine; se tu andrai alle
femine dattorno, i frati non avranno lor luogo; se tu non sarai paziente o
perdonator d'ingiurie, il frate non ardirà di venirti a casa a
contaminare la tua famiglia. Perché vo io dietro ad ogni cosa? Essi s'accusano
quante volte nel cospetto degl'intendenti fanno quella scusa. Perché non si
stanno eglino innanzi a casa, se astinenti e santi non si credono potere essere
? O se pure a questo dar si vogliono, perché non seguitano quella altra santa
parola dello Evangelio: - In cominciò Cristo a fare e ad insegnare - ?
Facciano in prima essi, poi ammaestrin gli altri. Io n'ho de'miei dì
mille veduti vagheggiatori, amatori, visitatori, non solamente delle donne
secolari, ma de'monisteri; e pur di quegli che maggior romor fanno in su i
pergami. A quegli adunque così fatti andrem dietro? Chi 'l fa, fa quel
ch'e'vuole, ma Iddio sa se egli fa saviamente.
Ma, posto pur che in questo
sia da concedere ciò che il frate che vi sgridò vi disse,
cioè che gravissima colpa sia rompere la matrimonial fede, non è
molto maggiore il rubare uno uomo ? Non è molto maggiore l'ucciderlo o
il mandarlo in essilio tapinando per lo mondo? Questo concederà
ciascuno. L'usare la dimestichezza d'uno uomo una donna è peccato
naturale; il rubarlo o l'ucciderlo o il discacciarlo da malvagità di
mente procede.
Che voi rubaste Tedaldo
già di sopra v'è dimostrato, togliendoli voi, che sua di vostra
spontanea volontà eravate divenuta. Appresso dico che, in quanto in voi
fu, voi l'uccideste, per ciò che per voi non rimase, mostrandovi ogn'ora
più crudele, che egli non s'uccidesse colle sue mani; e la legge vuole
che colui che è cagione del male che si fa sia in quella medesima colpa
che colui che 'l fa. E che voi del suo essilio e dello essere andato tapin per
lo mondo sette anni non siate cagione, questo non si può negare. Sì
che molto maggiore peccato avete commesso in qualunque s'è l'una di
queste tre cose dette, che nella sua dimestichezza non commettavate. Ma
veggiamo: forse che Tedaldo meritò queste cose ? Certo non fece: voi
medesima già confessato l'avete; senza che io so che egli più che
sé v'ama.
Niuna cosa fu mai tanto
onorata, tanto esaltata, tanto magnificata quanto eravate voi sopra ogn'altra
donna da lui, se in parte si trovava dove onestamente e senza generar sospetto
di voi potea favellare. Ogni suo bene, ogni suo onore, ogni sua libertà,
tutta nelle vostre mani era da lui rimessa. Non era egli nobile giovane? Non
era egli tra gli altri suoi cittadin bello? Non era egli valoroso in quelle
cose che a'giovani s'appartengono? Non amato? Non avuto caro? Non volentier
veduto da ogn'uomo? Né di questo direte di no.
Adunque come, per detto
d'un fraticello pazzo bestiale e invidioso, poteste voi alcun proponimento
crudele pigliare contro a lui? Io non so che errore s'è quello delle
donne, le quali gli uomini schifano e prezzangli poco; dove esse, pensando a
quello che elle sono e quanta e qual sia la nobiltà da Dio oltre ad
ogn'altro animale data all'uomo, si dovrebbon gloriare quando da alcuno amate
sono, e colui aver sommamente caro e con ogni sollicitudine ingegnarsi di
compiacergli, acciò che da amarla non si rimovesse giammai. Il che come
voi faceste, mossa dalle parole d'un frate, il qual per certo doveva esser
alcun brodaiuolo manicator di torte, voi il vi sapete; e forse disiderava egli
di porre sé in quello luogo, onde egli s'ingegnava di cacciar altrui.
Questo peccato adunque
è quello, che la divina giustizia, la quale con giusta bilancia tutte le
sue operazion mena ad effetto, non ha voluto lasciare impunito; e così
come voi senza ragione v'ingegnaste di tor voi medesima a Tedaldo, così
il vostro marito senza ragione per Tedaldo è stato ed è ancora in
pericolo, e voi in tribulazione. Dalla quale se liberata esser volete, quello
che a voi conviene promettere e molto maggiormente fare, è questo: se
mai avviene che Tedaldo dal suo lungo sbandeggiamento qui torni, la vostra
grazia, il vostro amore, la vostra benivolenzia e dimestichezza gli rendiate e
in quello stato il ripognate nel quale era avanti che voi scioccamente credeste
al matto frate.
Aveva il peregrino le sue
parole finite, quando la donna, che attentissimamente le raccoglieva, per
ciò che verissime le parevan le sue ragoni, e sé per certo per quel
peccato, a lui udendol dire, estimava tribolata, disse:
- Amico di Dio, assai
conosco vere le cose le quali ragionate, e in gran parte per la vostra
dimostrazione conosco chi sieno i frati, infino ad ora da me tutti santi
tenuti; e senza dubbio conosco il mio difetto essere stato grande in ciò
che contro a Tedaldo adoperai, e se per me si potesse, volentieri l'amenderei
nella maniera che detta avete; ma questo come si può fare? Tedaldo non
ci potrà mai tornare; egli è morto; e per ciò quello che
non si dee poter fare non so perché bisogni che io il vi prometta.
A cui il peregrin disse:
- Madonna, Tedaldo non
è punto morto, per quello che Iddio mi dimostri, ma è vivo e sano
e in buono stato, se egli la vostra grazia avesse.
Disse allora la donna:
- Guardate che voi diciate;
io il vidi morto davanti alla mia porta di più punte di coltello, ed
ebbilo in queste braccia e di molte mie lagrime gli bagnai il morto viso, le
quali forse furon cagione di farne parlare quel cotanto che parlato se
n'è disonestamente.
Allora disse il peregrino:
- Madonna, che che voi vi
diciate, io v'accerto che Tedaldo è vivo; e, dove voi quello prometter
vogliate per doverlo attenere, io spero che voi il vedrete tosto.
La donna allora disse:
- Questo fo io e
farò volentieri; né cosa potrebbe avvenire che simile letizia mi fosse,
che sarebbe il vedere il mio marito libero senza danno e Tedaldo vivo.
Parve allora a Tedaldo
tempo di palesarsi e di confortare la donna con più certa speranza del
suo marito, e disse:
- Madonna, acciò che
io vi consoli del vostro marito, un gran segreto mi vi convien dimostrare, il
quale guarderete che per la vita vostra voi mai non manifestiate.
Essi erano in parte assai
remota e soli, somma confidenzia avendo la donna presa della santità che
nel peregrino le pareva che fosse; per che Tedaldo, tratto fuori uno anello
guardato da lui con somma diligenza, il quale la donna gli avea donato l'ultima
notte che con lei era stato, e mostrando gliele disse:
- Madonna, conoscete voi
questo?
Come la donna il vide,
così il riconobbe, e disse:
- Messer sì, io il
donai già a Tedaldo.
Il peregrino allora,
levatosi in piè e prestamente la schiavina gittatasi di dosso e di capo
il cappello, e fiorentino parlando disse:
- E me conoscete voi ?
Quando la donna il vide,
conoscendo lui esser Tedaldo, tutta stordì, così di lui temendo
come de'morti corpi, se poi veduti andare come vivi, si teme; e non come
Tedaldo venuto di Cipri a riceverlo gli si fece incontro, ma come Tedaldo dalla
sepoltura quivi tornato fosse, fuggir si volle temendo.
A cui Tedaldo disse:
- Madonna, non dubitate, io
sono il vostro Tedaldo vivo e sano, e mai né mori'né fu'morto? che che voi e i
miei fratelli si credano.
La donna, rassicurata
alquanto e tenendo la sua voce e alquanto più riguardatolo e seco
affermando che per certo egli era Tedaldo, piagnendo gli si gittò al
collo e baciollo, dicendo:
- Tedaldo mio dolce, tu sii
il ben tornato.
Tedaldo, baciata e
abbracciata lei, disse:
- Madonna, egli non
è or tempo da fare più strette accoglienze; io voglio andare a
fare che Aldobrandino vi sia sano e salvo renduto, della qual cosa spero che
avanti che doman sia sera voi udirete novelle che vi piaceranno; sì
veramente, se io l'ho buone, come io credo, della sua salute, io voglio
stanotte poter venir da voi e contarlevi per più agio che al presente
non posso.
E rimessasi la schiavina e
'l cappello, baciata un'altra volta la donna e con buona speranza
riconfortatala, da lei si partì e colà se n'andò dove
Aldobrandino in prigione era, più di paura della soprastante morte
pensoso che di speranza di futura salute; e quasi in guisa di confortatore col
piacere dei prigionieri a lui se n'entrò, e postosi con lui a sedere,
gli disse:
- Aldobrandino, io sono un
tuo amico a te mandato da Dio per la tua salute, al quale per la tua innocenzia
è di te venuta pietà; e per ciò, se a reverenza di lui un
picciol dono che io ti domanderò conceder mi vuoli, senza alcun fallo
avanti che doman sia sera, dove tu la sentenzia della morte attendi, quella
della tua assoluzione udirai.
A cui Aldobrandin rispose:
- Valente uomo, poi che tu
della mia salute se'sollicito, come che io non ti conosca né mi ricordi mai
più averti veduto, amico dei essere come tu di'. E nel vero il peccato
per lo quale uom dice che io debbo essere a morte giudicato, io nol commisi
giammai; assai degli altri ho già fatti, li quali forse a que sto
condotto m'hanno. Ma così ti dico a reverenza di Dio, se egli ha al
presente misericordia di me, ogni gran cosa, non che una picciola, farei
volentieri, non che io promettessi; e però quello che ti piace
addomanda, ché senza fallo, ov'egli avvenga che io scampi, io lo serverò
fermamente.
Il peregrino allora disse:
- Quello che io voglio
niun'altra cosa è se non che tu perdoni a'quattro fratelli di Tedaldo
l'averti a questo punto condotto, te credendo nella morte del lor fratello
esser colpevole, e abbigli per fratelli e per amici, dove essi di questo ti
dimandin perdono.
A cui Aldobrandin rispose:
- Non sa quanto dolce cosa
si sia la vendetta, né con quanto ardor si disideri, se non chi riceve
l'offese; ma tuttavia, acciò che Iddio alla mia salute intenda,
volentieri loro perdonerò e ora loro perdono; e se io quinci esco vivo e
scampo, in ciò fare quella maniera terrò che a grado ti fia.
Questo piacque al
peregrino, e senza volergli dire altro, sommamente il pregò che di buon
cuore stesse, ché per certo che, avanti che il seguente giorno finisse, egli
udirebbe novella certissima della sua salute.
E da lui partitosi, se
n'andò alla signoria, e in segreto ad un cavaliere che quella tenea
disse così:
- Signor mio, ciascun dee
volentieri faticarsi in far che la verità delle cose si conosca, e
massimamente coloro che tengono il luogo che voi tenete, acciò che
coloro non portino le pene che non hanno il peccato commesso e i peccatori sien
puniti. La qual cosa acciò che avvenga, in onor di voi e in male di chi
meritato l'ha, io son qui venuto a voi. Come voi sapete, voi avete rigidamente
contro Aldobrandin Palermini proceduto, e parvi aver trovato per vero lui
essere stato quello che Tedaldo Elisei uccise, e siete per condannarlo; il che
è certissimamente falso, sì come io credo avanti che mezza notte
sia, dandovi gli ucciditori di quel giovane nelle mani, avervi mostrato.
Il valoroso uomo, al quale
d'Aldobrandino increscea, volentier diede orecchi alle parole del peregrino; e
molte cose da lui sopra ciò ragionate, per sua introduzione in su 'l primo
sonno i due fratelli albergatori e il lor fante a man salva prese; e lor
volendo, per rinvenire come stata fosse la cosa, porre al martorio, nol
soffersero, ma ciascun per sé e poi tutti insieme apertamente confessarono sé
essere stati coloro che Tedaldo Elisei ucciso aveano, non conoscendolo.
Domandati della cagione, dissero per ciò che egli alla moglie dell'un di
loro, non essendovi essi nello albergo, aveva molta noia data e volutola
sforzare a fare il voler suo.
Il peregrino, questo avendo
saputo, con licenzia del gentile uomo si partì, e occultamente alla casa
di madonna Ermellina se ne venne, e lei sola, essendo ogn'altro della casa
andato a dormire, trovò che l'aspettava, parimente disiderosa d'udire
buone novelle del marito e di riconciliarsi pienamente col suo Tedaldo. Alla
qual venuto, con lieto viso disse:
- Carissima donna mia,
rallegrati, ché per certo tu riavrai domane qui sano e salvo il tuo
Aldobrandino - ; e per darle di ciò più intera credenza,
ciò che fatto avea pienamente le raccontò.
La donna di due così
fatti accidenti e così subiti, cioè di riaver Tedaldo vivo, il
quale veramente credeva aver pianto morto, e di veder libero dal pericolo
Aldobrandino, il quale fra pochi dì si credeva dover piagner morto, tanto
lieta quanto altra ne fosse mai, affettuosamente abbracciò e
baciò il suo Tedaldo; e andatisene insieme al letto, di buon volere
fecero graziosa e lieta pace, l'un dell'altro prendendo dilettosa gioia.
E come il giorno
s'appressò, Tedaldo levatosi, avendo già alla donna mostrato ciò
che fare intendeva e da capo pregatola che occultissimo fosse, pure in abito
peregrino si uscì del la casa della donna, per dovere, quando ora fosse,
attendere a'fatti d'Aldobrandino.
La signoria, venuto il
giorno, e parendole piena informazione avere dell'opera, prestamente
Aldobrandino liberò, e pochi dì appresso a'malfattori, dove
commesso avevan l'omicidio, fece tagliar la testa. Essendo adunque libero
Aldobrandino, con gran letizia di lui e della sua donna e di tutti i suoi amici
e parenti, e conoscendo manifestamente ciò essere per opera del
peregrino avvenuto, lui alla lor casa condussero per tanto quanto nella
città gli piacesse di stare; e quivi di fargli onore e festa non si
potevano veder sazi, e spezialmente la donna, che sapeva a cui farlosi. Ma
parendogli dopo alcun dì tempo di dovere i fratelli riducere a concordia
con Aldobrandino, li quali esso sentiva non solamente per lo suo scampo
scornati, ma armati per tema, domandò ad Aldobrandino la promessa.
Aldobrandino liberamente rispose sé essere apparecchiato. A cui il peregrino
fece per lo seguente dì apprestare un bel convito, nel quale gli disse
che voleva che egli co'suoi parenti e colle sue donne ricevesse i quattro
fratelli e le lor donne, aggiugnendo che esso medesimo andrebbe incontanente ad
invitargli alla sua pace e al suo convito da sua parte.
Ed essendo Aldobrandino di
quanto al peregrino piaceva contento il peregrino tantosto n'andò
a'quattro fratelli, e con loro assai delle parole che intorno a tal materia si
richiedeano usate, al fine con ragioni irrepugnabili assai agevolmente gli
condusse a dovere, domandando perdono, l'amistà d'Aldobrandino
racquistare; e questo fatto, loro e le lor donne a dover desinare la seguente
mattina con Aldobrandino gl'invitò; ed essi liberamente, della sua
fè sicurati, tennero lo 'nvito.
La mattina adunque
seguente, in su l'ora del mangiare, primieramente i quattro fratelli di
Tedaldo, così vestiti di nero come erano, con alquanti loro amici
vennero a casa Aldobrandino, che gli attendeva; e quivi, davanti a tutti coloro
che a fare lor compagnia erano stati da Aldobrandino invitati, gittate l'armi
in terra, nelle mani d'Aldobrandino si rimisero, perdonanza domandando di
ciò che contro a lui avevano adoperato.
Aldobrandino lagrimando
pietosamente gli ricevette; e tutti baciandogli in bocca, con poche parole
spacciandosi, ogni ingiuria ricevuta rimise. Appresso costoro le sirocchie e le
mogli loro, tutte di bruno vestite, vennero, e da madonna Ermellina e
dall'altre donne graziosamente ricevute furono. Ed essendo stati magnificamente
serviti nel convito gli uomini parimente e le donne, né avendo avuto in quello
cosa alcuna altro che laudevole, se non una, la taciturnità stata per lo
fresco dolore rappresentato ne'vestimenti oscuri de'parenti di Tedaldo (per la
qual cosa da alquanti il diviso e lo 'nvito del peregrino era stato biasimato
ed egli se n'era accorto), come seco disposto avea, venuto il tempo da torla
via, si levò in piè, mangiando ancora gli altri le frutte, e
disse:
- Niuna cosa è
mancata a questo convito a doverlo far lieto, se non Tedaldo; il quale, poi che
avendolo avuto continuamente con voi non lo avete conosciuto, io il vi voglio
mostrare.
E di dosso gittatasi la
schiavina e ogni abito peregrino, in una giubba di zendado verde rimase, e non
senza grandissima maraviglia di tutti guatato e riconosciuto fu lungamente,
avanti che alcun s'arrischiasse a credere ch'el fosse desso. Il che Tedaldo
vedendo, assai de'lor parentadi, delle cose tra loro avvenute, de'suoi
accidenti raccontò. Per che i frategli e gli altri uomini, tutti di
lagrime d'allegrezza pieni, ad abbracciare il corsero, e il simigliante
appresso fecer le donne, così le non parenti come le parenti, fuor che
monna Ermellina.
Il che Aldobrandino
veggendo disse:
- Che è questo,
Ermellina? Come non fai tu, come l'altre donne, festa a Tedaldo?
A cui, udenti tutti, la
donna rispose:
- Niuna ce n'è che
più volentieri gli abbia fatto festa e faccia, che farei io, sì
come colei che più gli è tenuta che al cuna altra, considerato
che per le sue opere io t'abbia riavuto; ma le disoneste parole dette
ne'dì che noi piagnemmo colui che noi credevam Tedaldo, me ne fanno
stare.
A cui Aldobrandin disse:
- Va via, credi tu che io
creda agli abbaiatori? Esso, procacciando la mia salute, assai bene dimostrato
ha quello essere stato falso, senza che io mai nol credetti; tosto leva su, va
abbraccialo.
La donna, che altro non
desiderava, non fu lenta in questo ad ubbidire il marito; per che, levatasi,
come l'altre avevan fatto, così ella abbracciandolo gli fece lieta
festa. Questa liberalità d'Aldobrandino piacque molto ai fratelli di
Tedaldo, e a ciascuno uomo e donna che quivi era; e ogni rugginuzza, che fosse
nata nelle menti d'alcuni dalle parole state, per que sto si tolse via.
Fatta adunque da ciascun
festa a Tedaldo, esso medesimo stracciò li vestimenti neri in dosso
a'fratelli e i bruni alle sirocchie e alle cognate; e volle che quivi altri
vestimenti si facessero venire. Li quali poi che rivestiti furono, canti e
balli e altri sollazzi vi si fecero assai; per la qual cosa il convito, che
tacito principio avuto avea, ebbe sonoro fine. E con grandissima allegrezza,
così come eran, tutti a casa di Tedaldo n'andarono, e quivi la sera
cenarono; e più giorni appresso, questa maniera tegnendo, la festa continuarono.
Li fiorentini più
giorni quasi come un uomo risuscitato e maravigliosa cosa riguardaron Tedaldo;
e a molti, e a'fratelli ancora, n'era un cotal dubbio debole nell'animo se
fosse desso o no, e nol credevano ancor fermamente, né forse avrebber fatto a
pezza, se un caso avvenuto non fosse che fe'lor chiaro chi fosse stato
l'ucciso; il quale fu questo.
Passavano un giorno fanti
di Lunigiana davanti a casa loro, e vedendo Tedaldo gli si fecero sirocchie
dicendo:
- Ben possa stare Faziuolo.
A'quali Tedaldo in
presenzia de'fratelli rispose:
- Voi m'avete colto in
iscambio.
Costoro, udendol parlare,
si vergognarono, e chiesongli perdono dicendo:
- In verità che voi
risomigliate, più che uomo che noi vedessimo mai risomigliare un altro,
un nostro compagno, il quale si chiama Faziuolo da Pontremoli, che venne, forse
quindici dì o poco più fa, qua, né mai potemmo poi sapere che di
lui si fosse. Bene è vero che noi ci maravigliavamo dello abito, per
ciò che esso era, sì come noi siamo, masnadiere.
Il maggior fratel di
Tedaldo, udendo questo, si fece innanzi e domandò di che fosse stato
vestito quel Faziuolo. Costoro il dissero, e trovossi appunto così
essere stato come costor dicevano; di che, tra per questi e per gli altri
segni, riconosciuto fu colui che era stato ucciso essere stato Faziuolo e non
Tedaldo; laonde il sospetto di lui uscì a'fratelli e a ciascun altro.
Tedaldo adunque, tornato
ricchissimo, perseverò nel suo amare, e, senza più turbarsi la
donna, discretamente operando, lungamente goderon del loro amore. Iddio faccia
noi goder del nostro.
Giornata terza - Novella
ottava
Ferondo, mangiata certa
polvere, è sotterrato per morto; e dall'abate, che la moglie di lui si
gode, tratto della sepoltura, è messo in prigione e fattogli credere che
egli è in purgatoro; e poi risuscitato, per suo nutrica un figliuolo
dello abate nella moglie di lui generato
Venuta era la fine della
lunga novella d'Emilia, non per ciò dispiaciuta ad alcuno per la sua
lunghezza, ma da tutti tenuto che brievemente narrata fosse stata, avendo
rispetto alla quantità e alla varietà de'casi in essa raccontati;
per che la reina, alla Lauretta con un sol cenno mostrato il suo disio, le
diè cagione di così cominciare.
Carissime donne, a me si
para davanti a doversi far raccontare una verità che ha, troppo
più che di quello che ella fu, di menzogna sembianza, e quella nella
mente m'ha ritornata l'avere udito un per un altro essere stato pianto e
sepellito. Dico adunque come un vivo per morto sepellito fosse, e come poi per
risuscitato, e non per vivo, egli stesso e molti altri lui credessero essere
della sepoltura uscito, colui di ciò essendo per santo adorato che come
colpevole ne dovea più tosto essere condannato.
Fu adunque in Toscana una
badia, e ancora è, posta, sì come noi ne veggiam molte, in luogo
non troppo frequentato dagli uomini, nella quale fu fatto abate un monaco, il
quale in ogni cosa era santissimo fuor che nell'opera delle femine; e questo
sapeva sì cautamente fare che quasi niuno, non che il sapesse, ma né
suspicava, per che santissimo e giusto era tenuto in ogni cosa.
Ora avvenne che, essendosi
molto collo abate dimesticato un ricchissimo villano, il quale avea nome
Ferondo, uomo materiale e grosso senza modo (né per altro la sua dimestichezza
piaceva allo abate, se non per alcune recreazioni le quali talvolta pigliava
delle sue simplicità), e in questa dimestichezza s'accorse l'abate
Ferondo avere una bellissima donna per moglie, della quale esso sì
ferventemente s'innamorò che ad altro non pensava né dì né notte.
Ma udendo che, quantunque Ferondo fosse in ogni altra cosa semplice e
dissipito, in amare questa sua moglie e guardarla bene era savissimo, quasi se
ne disperava. Ma pure, come molto avveduto, recò a tanto Ferondo, che
egli insieme colla sua donna a prendere alcuno diporto nel giardino della badia
venivano alcuna volta; e quivi con loro della beatitudine di vita etterna e di
santissime opere di molti uomini e donne passate ragionava modestissimamente
loro, tanto che alla donna venne disidero di confessarsi da lui e chiesene la
licenzia da Ferondo ed ebbela.
Venuta adunque a
confessarsi la donna allo abate, con grandissimo piacer di lui e a piè
postaglisi a sedere, anzi che adire altro venisse, incominciò:
- Messere, se Iddio
m'avesse dato marito o non me lo avesse dato, forse mi sarebbe agevole
co'vostri ammaestramenti d'entrare nel cammino che ragionato n'avete che mena
altrui a vita etterna; ma io, considerato chi è Ferondo e la sua
stultizia, mi posso dir vedova, e pur maritata sono, in quanto, vivendo esso,
altro marito aver non posso; ed egli, così matto come egli è,
senza alcuna cagione è sì fuori d'ogni misura geloso di me, che
io, per questo, altro che in tribulazione e in mala ventura con lui viver non
posso. Per la qual cosa, prima che io ad altra confession venga, quanto
più posso umilmente vi priego che sopra questo vi piaccia darmi alcun
consiglio, per ciò che, se quinci non comincia la cagione del mio ben
potere adoperare, il confessarmi o altro bene fare poco mi gioverà.
Questo ragionamento con
gran piacere toccò l'animo dello abate, e parvegli che la fortuna gli
avesse al suo maggior disidero aperta la via, e disse:
- Figliuola mia, io credo
che gran noia sia ad una bella e dilicata donna, come voi siete, aver per
marito un mentecatto, ma molto maggiore la credo essere l'avere un geloso; per
che, avendo voi e l'uno e l'altro, agevolmente ciò che della vostra
tribolazione dite vi credo. Ma a questo, brievemente parlando, niuno né
consiglio né rimedio veggo fuor che uno, il quale è che Ferondo di
questa gelosia si guarisca. La medicina da guarirlo so io troppo ben fare,
purché a voi dea il cuore di segreto temere ciò che io vi
ragionerò.
La donna disse:
- Padre mio, di ciò
non dubitate, per ciò che io mi lascierei innanzi morire che io cosa
dicessi ad altrui che voi mi diceste che io non dicessi; ma come si
potrà far questo?
Rispose l'abate:
- Se noi vogliamo che egli
guarisca, di necessità convien che egli vada in purgatoro.
- E come, - disse la donna
- vi potrà egli andare vivendo?
Disse l'abate:
- Egli convien ch'e'muoia,
e così v'andrà; e quando tanta pena avrà sofferta che egli
di questa sua gelosia sarà gastigato, noi con certe orazioni pregheremo
Iddio che in questa vita il ritorni, ed egli il farà.
- Adunque, - disse la donna
- debbo io rimaner vedova?
- Sì, - rispose
l'abate - per un certo tempo, nel quale vi converrà molto ben guardare
che voi ad altrui non vi lasciate rimaritare, per ciò che Iddio
l'avrebbe per male, e, tornandoci Ferondo, vi converrebbe a lui tornare, e
sarebbe più geloso che mai.
La donna disse:
- Purché egli di questa
mala ventura guarisca, che egli non mi convenga sempre stare in prigione, io
son contenta; fate come vi piace.
Disse allora l'abate:
- E io il farò; ma che
guiderdon debbo io aver da voi di così fatto servigio?
- Padre mio, - disse la
donna - ciò che vi piace, purché io possa; ma che puote una mia pari,
che ad un così fatto uomo, come voi siete, sia convenevole?
A cui l'abate disse:
- Madonna, voi potete non
meno adoperar per me che sia quello che io mi metto a far per voi; per
ciò che, sì come io mi dispongo a far quello che vostro bene e
vostra consolazion dee essere, così voi potete far quello che fia salute
e scampo della vita mia.
Disse allora la donna:
- Se così è,
io sono apparecchiata.
- Adunque, - disse l'abate
- mi donerete voi il vostro amore e faretemi contento di voi, per la quale io
ardo tutto e mi consumo.
La donna, udendo questo,
tutta sbigottita rispose:
- Ohimè, padre mio,
che è ciò che voi domandate? Io mi credeva che voi foste un
santo; or conviensi egli a'santi uomini di richieder le donne, che a lor vanno
per consiglio, di così fatte cose?
A cui l'abate disse:
- Anima mia bella, non vi
maravigliate, ché per questo la santità non diventa minore, per
ciò che ella dimora nell'anima e quello che io vi domando è
peccato del corpo. Ma, che che si sia, tanta forza ha avuta la vostra vaga
bellezza, che amore mi costrigne a così fare. E dicovi che voi della
vostra bellezza più che altra donna gloriar vi potete, pensando che ella
piaccia a'santi, che sono usi di vedere quelle del cielo. E oltre a questo,
come che io sia abate, io sono uomo come gli altri, e, come voi vedete, io non
sono ancor vecchio. E non vi dee questo esser grave a dover fare, anzi il
dovete disiderare, per ciò che, mentre che Ferondo starà in
purgatoro, io vi darò, faccendovi la notte compagnia, quella consolazion
che vi dovrebbe dare egli; né mai di questo persona niuna s'accorgerà,
credendo ciascun di me quello, e più, che voi poco avante ne credevate.
Non rifiutate la grazia che Iddio vi manda, ché assai sono di quelle che quello
disiderano che voi potete avere, e avrete, se savia crederete al mio consiglio.
Oltre a questo, io ho di belli gioielli e di cari, li quali io non intendo che
d'altra persona sieno che vostri. Fate adunque, dolce speranza mia, per me
quello che io fo per voi volentieri.
La donna teneva il viso
basso, né sapeva come negarlo, e il concedergliele non le pareva far bene; per
che l'abate, veggendola averlo ascoltato e dare indugio alla risposta, parendo
gliele avere già mezza convertita, con molte altre parole alle prime
continuandosi, avanti che egli ristesse l'ebbe nel capo messo che questo fosse
ben fatto; per che essa vergognosamente disse sé essere apparecchiata ad ogni
suo comando, ma prima non potere che Ferondo andato fosse in purgatoro.
A cui l'abate contentissimo
disse:
- E noi faremo che egli
v'andrà incontanente; farete pure che domane o l'altro dì egli
qua con meco se ne venga a dimorare - ; e detto questo, postole celatamente in
mano un bellissimo anello, la licenziò. La donna lieta del dono e
attendendo d'aver degli altri, alle compagne tornata, maravigliose cose
cominciò a raccontare della santità dello abate e con loro a casa
se ne tornò.
Ivi a pochi dì
Ferondo se n'andò alla badia, il quale come l'abate vide, così
s'avvisò di mandarlo in purgatoro. E ritrovata una polvere di
maravigliosa virtù, la quale nelle parti di Levante avuta avea da un
gran principe, il quale affermava quella solersi usare per lo Veglio della
Montagna, quando alcun voleva dormendo mandare nel suo paradiso o trarlone, e
che ella, più e men data, senza alcuna lesione faceva per sì
fatta maniera più e men dormire colui che la prendeva, che, mentre la sua
virtù durava, alcuno non avrebbe mai detto colui in sé aver vita; e di
questa tanta presane che a fare dormir tre giorni sufficiente fosse, e in un
bicchier di vino non ben chiaro, ancora nella sua cella, senza avvedersene
Ferondo, gliele diè bere, e lui appresso menò nel chiostro, e con
più altri de'suoi monaci di lui cominciarono e delle sue sciocchezze a
pigliar diletto. Il quale non durò guari che, lavorando la polvere, a
costui venne un sonno subito e fiero nella testa, tale che stando ancora in piè
s'addormentò e addormentato cadde.
L'abate, mostrando di
turbarsi dello accidente, fattolo scignere e fatta recare acqua fredda e
gittargliele nel viso, e molti suoi altri argomenti fatti fare, quasi da alcuna
fumosità di stomaco o d'altro che occupato l'avesse gli volesse la smarrita
vita e '1 sentimento rivocare; veggendo l'abate e'monaci che per tutto questo
egli non si risentiva, toccandogli il polso e niun sentimento trovandogli,
tutti per constante ebbero ch'e'fosse morto; per che, mandatolo a dire alla
moglie e a'parenti di lui, tutti quivi prestamente vennero, e avendolo la
moglie colle sue parenti alquanto pianto, così vestito come era il fece
l'abate mettere in uno avello.
La donna si tornò a
casa, e da un piccol fanciullin che di lui aveva disse che non intendeva partirsi
giammai; e così, rimasasi nella casa, il figliuolo e la ricchezza, che
stata era di Ferondo, cominciò a governare.
L'abate con un monaco
bolognese, di cui egli molto si confidava e che quel dì quivi da Bologna
era venuto, levatosi la notte tacitamente, Ferondo trassero della sepoltura, e
lui in una tomba, nella quale alcun lume non si vedea e che per prigione
de'monaci che fallissero era stata fatta, nel portarono; e trattigli i suoi
vestimenti e a guisa di monaco vestitolo, sopra un fascio di paglia il posero e
lasciaronlo stare tanto ch'egli si risentisse. In questo mezzo il monaco
bolognese, dallo abate informato di quello che avesse a fare, senza saperne
alcuna altra persona niuna cosa, cominciò ad attender che Ferondo si
risentisse.
L'abate il dì
seguente con alcun de'suoi monaci per modo di visitazion se n'andò a
casa della donna, la quale di nero vestita e tribolata trovò, e
confortatala alquanto, pianamente la richiese della promessa. La donna,
veggendosi libera e senza lo 'mpaccio di Ferondo o d'altrui, avendogli veduto
in dito un altro bello anello, disse che era apparecchiata; e con lui compose
che la seguente notte v'andasse.
Per che, venuta la notte,
l'abate, travestito de'panni di Ferondo e dal suo monaco accompagnato,
v'andò e con lei infino al matutino con grandissimo diletto e piacere si
giacque, e poi si ritornò alla badia, quel camino per così fatto
servigio faccendo assai sovente; e da alcuni e nello andare e nel tornare
alcuna volta essendo scontrato, fu creduto che fosse Ferondo che andasse per
quella contrada penitenza faccendo; e poi molte novelle tra la gente grossa
della villa contatone, e alla moglie ancora, che ben sapeva ciò che era,
più volte fu detto.
Il monaco bolognese,
risentito Ferondo e quivi trovandosi senza saper dove si fosse, entrato dentro
con una voce orribile, con certe verghe in mano, presolo, gli diede una gran
battitura.
Ferondo, piangendo e
gridando, non faceva altro che domandare:
- Dove sono io?
A cui il monaco rispose:
- Tu se'in purgatoro.
- Come! - disse Ferondo -
dunque sono io morto?
Disse il monaco:
- Mai sì - ; per che
Ferondo sé stesso e la sua donna e '1 suo figliuolo cominciò a piagnere,
le più nuove cose del mondo dicendo.
Al quale il monaco portò
alquanto da mangiare e da bere. Il che veggendo Ferondo, disse:
- O mangiano i morti?
Disse il monaco:
- Sì; e questo che
io ti reco è ciò che la donna, che fu tua, mandò stamane
alla chiesa a far dir messe per l'anima tua, il che Domeneddio vuole che qui
rappresentato ti sia.
Disse allora Ferondo:
- Domine, dalle il buono
anno. Io le voleva ben gran bene anzi che io morissi, tanto che io me la teneva
tutta notte in braccio e non faceva altro che baciarla e anche faceva altro
quando voglia me ne veniva.
E poi, gran voglia
avendone, cominciò a mangiare e a bere; e non parendogli il vino troppo
buono, disse:
- Domine, falla trista, ché
ella non diede al prete del vino della botte di lungo il muro.
Ma poi che mangiato ebbe,
il monaco da capo il riprese e con quelle medesime verghe gli diede una gran
battitura. A cui Ferondo, avendo gridato assai, disse:
- Deh. questo perché mi fai
tu?
Disse il monaco:
- Per ciò che
così ha comandato Domeneddio che ogni dì due volte ti sia fatto.
- E per che cagione? - disse
Ferondo.
Disse il monaco:
- Perché tu fosti geloso,
avendo la miglior donna che fosse nelle tue contrade per moglie.
- Ohimè, - disse
Ferondo - tu di'vero, e la più dolce; ella era più melata che '1
confetto, ma io non sapeva che Domeneddio avesse per male che l'uomo fosse
geloso, ché io non sarei stato.
Disse il monaco:
- Di questo ti dovevi tu
avvedere mentre eri di là, e ammendartene; e se egli avviene che tu mai
vi torni, fa che tu abbi sì a mente quello che io fo ora, che tu non sii
mai più geloso.
Disse Ferondo:
- O ritornavi mai chi
muore?
Disse il monaco:
- Sì, chi Dio vuole.
- Oh, - disse Ferondo - se
io vi torno mai, io sarò il miglior marito del mondo; mai non la
batterò, mai non le dirò villania, se non del vino che ella ci ha
mandato stamane, e anche non ci ha mandato candela niuna, ed emmi convenuto
mangiare al buio.
Disse il monaco:
- Sì fece bene, ma
elle arsero alle messe.
- Oh, - disse Ferondo - tu
dirai vero; e per certo se io vi torno, io la lascerò fare ciò
che ella vorrà. Ma dimmi chi se'tu che questo mi fai?
Disse il monaco:
- Io sono anche morto, e
fui di Sardigna, e perché io lodai già molto ad un mio signore l'esser
geloso, sono stato dannato da Dio a questa pena, che io ti debba dare mangiare
e bere e queste battiture, infino a tanto che Iddio di libererà altro di
te e di me.
Disse Ferondo:
- Non c'è egli
più persona che noi due?
Disse il monaco:
- Sì, a migliaia, ma
tu non gli puoi né vedere né udire, se non come essi te.
Disse allora Ferondo:
- O quanto siam noi di
lungi dalle nostre contrade?
- Ohioh! - disse il monaco
- sevvi di lungi delle miglia più di ben la cacheremo.
- Gnaffe! cotesto è
bene assai; - disse Ferondo - e per quel che mi paia, noi dovremmo essere fuor
del mondo, tanta ci ha.
Ora in così fatti
ragionamenti e in simili, con mangiare e con battiture, fu tenuto Ferondo da
dieci mesi in fra li quali assai sovente l'abate bene avventurosamente
visitò la bella donna e con lei si diede il più bel tempo del
mondo.
Ma, come avvengono le
sventure, la donna ingravidò, e prestamente accortasene, il disse
all'abate; per che ad amenduni parve che senza indugio Ferondo fosse da dovere
essere di purgatoro rivocato a vita e che a lei si tornasse, ed ella di lui
dicesse che gravida fosse.
L'abate adunque la seguente
notte fece con una voce contraffatta chiamar Ferondo nella prigione, e dirgli:
- Ferondo, confortati, ché
a Dio piace che tu torni al mondo; dove tornato, tu avrai un figliuolo della
tua donna, il quale farai che tu nomini Benedetto, per ciò che per gli
prieghi del tuo santo abate e della tua donna e per amor di san Benedetto ti fa
questa grazia.
Ferondo, udendo questo, fu
forte lieto e disse:
- Ben mi piace. Dio gli dea
il buono anno a messer Domeneddio e allo abate e a san Benedetto e alla moglie
mia caciata, melata, dolciata.
L'abate, fattogli dare nel
vino che egli gli mandava di quella polvere tanta che forse quattro ora il
facesse dormire, rimessigli i panni suoi, insieme col monaco suo tacitamente il
tornarono nello avello nel quale era stato sepellito.
La mattina in sul far del
giorno Ferondo si risentì e vide per alcuno pertugio dello avello lume,
il quale egli veduto non avea ben dieci mesi: per che, parendogli esser vivo,
cominciò a gridare: - Apritemi, apritemi - ed egli stesso a pontar col
capo nel coperchio dello avello sì forte, che ismossolo, per ciò
che poca ismovitura avea, lo 'ncominciava a mandar via; quando i monaci, che
detto avean matutino, corson colà e conobbero la voce di Ferondo e
viderlo già del monimento uscir fuori; di che, spaventati tutti per la
novità del fatto, cominciarono a fuggire e allo abate n'andarono.
Il quale, sembianti
faccendo di levarsi d'orazione, disse:
- Figliuoli, non abbiate
paura, prendete la croce e l'acqua santa e appresso di me venite, e veggiamo
ciò che la potenzia di Dio ne vuol mostrare - ; e così fece.
Era Ferondo tutto pallido,
come colui che tanto tempo era stato senza vedere il cielo, fuor dello avello
uscito. Il quale, come vide l'abate, così gli corse a'piedi e disse:
- Padre mio, le vostre
orazioni, secondo che revelato mi fu, e quelle di san Benedetto e della mia
donna, m'hanno delle pene del purgatoro tratto e tornato in vita, di che io
priego Iddio che vi dea il buono anno e le buone calendi, oggi e tuttavia.
L'abate disse:
- Lodata sia la potenza di
Dio. Va dunque, figliuolo, poscia che Iddio t'ha qui rimandato, e consola la
tua donna, la qual sempre, poi che tu di questa vita passasti, è stata
in lagrime, e sii da quinci innanzi amico e servidore di Dio.
Disse Ferondo:
- Messere, egli m'è
ben detto così; lasciate far pur me, ché come io la troverò,
così la bacerò, tanto bene le voglio.
L'abate rimaso co'monaci
suoi, mostrò d'avere di questa cosa una grande ammirazione, e fecene
divotamente cantare il Miserere.
Ferondo tornò nella
sua villa, dove chiunque il vedeva fuggiva, come far si suole delle orribili
cose, ma egli, richiamandogli, affermava sé essere risuscitato. La moglie
similmente aveva di lui paura.
Ma poi che la gente
alquanto si fu rassicurata con lui e videro che egli era vivo, domandandolo di
molte cose, quasi savio ritornato, a tutti rispondeva e diceva loro novelle
dell'anime de'parenti loro, e faceva da sé medesimo le più belle favole
del mondo de'fatti purgatoro, e in pien popolo raccontò la revelazione
statagli fatta per la bocca del Ragnolo Braghiello avanti che risuscitasse. Per
la qual cosa in casa colla moglie tornatosi e in possessione rientrato de'suoi
beni, la 'ngravidò al suo parere, e per ventura venne che a convenevole
tempo, secondo l'oppinione degli sciocchi che credono la femina nove mesi
appunto portare i figliuoli, la donna partorì un figliuol maschio, il
qual fu chiamato Benedetto Ferondi.
La tornata di Ferondo e le
sue parole, credendo quasi ogn'uomo che risuscitato fosse, acrebbero senza fine
la fama della santità dello abate. E Ferondo, che per la sua gelosia
molte battiture ricevute avea, sì come di quella guerito, secondo la
promessa dello abate fatta alla donna, più geloso non fu per innanzi; di
che la donna contenta, onestamente, come soleva, con lui si visse, sì
veramente che, quando acconciamente poteva, volentieri col santo abate si
ritrovava, il quale bene e diligentemente ne'suoi maggior bisogni servita
l'avea.
Giornata terza - Novella
nona
Giletta di Nerbona guerisce
il re di Francia d'una fistola; domanda per marito Beltramo di Rossiglione, il
quale, contra sua voglia sposatala, a Firenze se ne va per isdegno, dove
vagheggiando una giovane, in persona di lei Giletta giacque con lui ed ebbene
due figliuoli; per che egli poi, avutola cara, per moglie la tenne.
Restava, non volendo il suo
privilegio rompere a Dioneo, solamente a dire alla reina, con ciò fosse
cosa che già finita fosse la novella di Lauretta. Per la qual cosa essa,
senza aspettar d'essere sollicitata da'suoi, così tutta vaga
cominciò a parlare.
Chi dirà novella
omai che bella paia, avendo quella di Lauretta udita? Certo vantaggio ne fu che
ella non fu la primiera, ché poche poi dell'altre ne sarebbon piaciute, e
così spero che avverrà di quelle che per questa giornata sono a
raccontare. Ma pure, chente che ella si sia, quella che alla proposta materia
m'occorre vi conterò.
Nel reame di Francia fu un
gentile uomo, il quale chiamato fu Isnardo, conte di Rossiglione, il quale, per
ciò che poco sano era, sempre appresso di sé teneva un medico, chiamato
maestro Gerardo di Nerbona. Aveva il detto conte un suo figliuol piccolo senza
più, chiamato Beltramo, il quale era bellissimo e piacevole, e con lui
altri fanciulli della sua età s'allevavano, tra'quali era una fanciulla
del detto medico, chiamata Giletta; la quale infinito amore e oltre al
convenevole della tenera età fervente pose a questo Beltramo. Al quale,
morto il conte e lui nelle mani del re lasciato, ne convenne andare a Parigi;
di che la giovinetta fieramente rimase sconsolata; e non guari appresso,
essendosi il padre di lei morto, se onesta cagione avesse potuta avere,
volentieri a Parigi per veder Beltramo sarebbe andata; ma essendo molto
guardata, per ciò che ricca e sola era rimasa, onesta via non vedea.
Ed essendo ella già
d'età da marito, non avendo mai potuto Beltramo dimenticare, molti,
a'quali i suoi parenti l'avevan voluta maritare, rifiutati n'avea senza la
cagion dimostrare.
Ora avvenne che, ardendo
ella dello amor di Beltramo più che mai, per ciò che bellissimo
giovane udiva ch'era divenuto, le venne sentita una novella, come al re di
Francia, per una nascenza che avuta avea nel petto ed era male stata curata,
gli era rimasa una fistola, la quale di grandissima noia e di grandissima
angoscia gli era, né s'era ancor potuto trovar medico, come che molti se ne
fossero esperimentati, che di ciò l'avesse potuto guerire, ma tutti
l'avean peggiorato, per la qual cosa il re, disperatosene, più d'alcun
non voleva né consiglio né aiuto. Di che la giovane fu oltremodo contenta, e
pensossi non solamente per questo aver ligittima cagione d'andar a Parigi, ma,
se quella infermità fosse che ella credeva, leggiermente poterle venir
fatto d'aver Beltram per marito. Laonde, sì come colei che già dal
padre aveva assai cose apprese, fatta sua polvere di certe erbe utili a quella
infermità che avvisava che fosse, montò a cavallo e a Parigi
n'andò. Né prima altro fece che ella s'ingegnò di veder Beltramo;
e appresso nel cospetto del re venuta, di grazia chiese che la sua infermità
gli mostrasse. Il re veggendola bella giovane e avvenente, non gliele seppe
disdire, e mostrogliele. Come costei l'ebbe veduta, così incontanente si
confortò di doverlo guerire, e disse:
- Monsignore, quando vi
piaccia, senza alcuna noia o fatica di voi, io ho speranza in Dio d'avervi in
otto giorni di questa infermità renduto sano.
Il re si fece in sé
medesimo beffe delle parole di costei dicendo: - Quello che i maggiori medici
del mondo non hanno potuto né saputo, una giovane femina come il potrebbe
sapere? - Ringraziolla adunque della sua buona volontà e rispose che
proposto avea seco di più consiglio di medico non seguire.
A cui la giovane disse:
- Monsignore, voi schifate
la mia arte, perché giovane e femina sono; ma io vi ricordo che io non medico
colla mia scienzia, anzi collo aiuto d'lddio e colla scienzia del maestro
Gerardo nerbonese, il quale mio padre fu e famoso medico mentre visse.
Il re allora disse seco: -
Forse m'è costei mandata da Dio; perché non pruovo io ciò che
ella sa fare, poi dice senza noia di me in picciol tempo guerirmi? - E
accordatosi di provarlo, disse:
- Damigella, e se voi non
ci guerite, faccendoci rompere il nostro proponimento, che volete voi che ve ne
segua?
- Monsignore, - rispose la
giovane - fatemi guardare; e se io infra otto giorni non vi guerisco, fatemi
bruciare; ma se io vi guerisco, che merito me ne seguirà?
A cui il re rispose:
- Voi ne parete ancor senza
marito; se ciò farete, noi vi mariteremo bene e altamente.
Al quale la giovane disse:
- Monsignore, veramente mi
piace che voi mi maritiate, ma io voglio un marito tale quale io vi
domanderò, senza dovervi domandare alcun de'vostri figliuoli o della
casa reale.
Il re tantosto le promise
di farlo.
La giovane cominciò
la sua medicina, e in brieve anzi il termine l'ebbe condotto a sanità.
Di che il re, guerito sentendosi, disse:
- Damigella, voi avete ben
guadagnato il marito.
A cui ella rispose:
- Adunque, monsignore, ho
io guadagnato Beltramo di Rossiglione, il quale infino nella mia puerizia io
cominciai ad amare e ho poi sempre sommamente amato.
Gran cosa parve al re
dovergliele dare; ma, poi che promesso l'avea, non volendo della sua fè
mancare, se '1 fece chiamare e sì gli disse:
- Beltramo, voi siete omai
grande e fornito. Noi vogliamo che voi torniate a governare il vostro contado e
con voi ne meniate una damigella, la qual noi v'abbiamo per moglie data.
Disse Beltramo:
- E chi è la
damigella, monsignore?
A cui il re rispose:
- Ella è colei la
qual n'ha con le sue medicine sanità renduta.
Beltramo, il quale la
conosceva e veduta l'avea, quantunque molto bella gli paresse, conoscendo lei
non esser di legnaggio che alla sua nobiltà bene stesse, tutto sdegnoso
disse:
- Monsignore, dunque mi
volete voi dar medica per mogliere? Già a Dio non piaccia che io
sì fatta femina prenda giammai.
A cui il re disse:
- Dunque volete voi che noi
vegniamo meno di nostra fede, la qual noi per riaver sanità donammo alla
damigella, che voi in guiderdon di ciò domandò per marito?
- Monsignore, - disse
Beltramo - voi mi potete torre quant'io tengo, e donarmi, sì come vostro
uomo, a chi vi piace; ma di questo vi rendo sicuro che mai io non sarò
di tal maritaggio contento.
- Sì sarete, - disse
il re - per ciò che la damigella è bella e savia e amavi molto;
per che speriamo che molto più lieta vita con lei avrete che con una
donna di più alto legnaggio non avreste.
Beltramo si tacque, e il re
fece fare l'apparecchio grande per la festa delle nozze. E venuto il giorno a
ciò determinato, quantunque Beltramo mal volentieri il facesse, nella
presenzia del re la damigella sposò, che più che sé l'amava. E
questo fatto, come colui che seco già pensato avea quello che far
dovesse, dicendo che al suo contado tornar si voleva e quivi consumare il
matrimonio, chiese commiato al re; e montato a cavallo, non nel suo contado se
n'andò, ma se ne venne in Toscana. E saputo che i fiorentini
guerreggiavano co'sanesi, ad essere in lor favore si dispose; dove, lietamente
ricevuto e con onore, fatto di certa quantità di gente capitano e da loro
avendo buona provisione, al loro servigio si rimase e fu buon tempo.
La novella sposa, poco
contenta di tal ventura, sperando di doverlo, per suo bene operare, rivocare al
suo contado, se ne venne a Rossiglione, dove da tutti come lor donna fu ricevuta.
Quivi trovando ella, per lo lungo tempo che senza conte stato v'era, ogni cosa
guasta e scapestrata, sì come savia donna, con gran diligenzia e
sollicitudine ogni cosa rimise in ordine; di che i suggetti si contentaron
molto e lei ebbero molto cara e poserle grande amore, forte biasimando il conte
di ciò ch'egli di lei non si contentava.
Avendo la donna tutto
racconcio il paese, per due cavalieri al conte il significò, pregandolo
che, se per lei stesse di non venire al suo contado, gliele significasse, ed
ella per compiacergli si partirebbe. Alli quali esso durissimo disse:
- Di questo faccia ella il
piacer suo; io per me vi tornerò allora ad esser con lei che ella questo
anello avrà in dito, e in braccio figliuol di me acquistato.
Egli aveva l'anello assai
caro, né mai da sé il partiva, per alcuna virtù che stato gli era dato
ad intendere ch'egli avea.
I cavalieri intesero la
dura condizione posta nelle due quasi impossibili cose; e veggendo che per loro
parole dal suo proponimento nol potevan rimovere, si tornarono alla donna e la
sua risposta le raccontarono. La quale, dolorosa molto, dopo lungo pensiero
diliberò di voler sapere se quelle due cose potesser venir fatt'e dove,
acciò che per conseguente il marito suo riavesse. E avendo quello che
far dovesse avvisato, ragunati una parte de'maggiori e de'migliori uomini del
suo contado, loro assai ordinatamente e con pietose parole raccontò
ciò che già fatto avea per amor del conte, e mostrò quello
che di ciò seguiva; e ultimamente disse che sua intenzion non era che
per la sua dimora quivi il conte stesse in perpetuo essilio, anzi intendeva di
consumare il rimanente della sua vita in peregrinaggi e in servigi
misericordiosi per la salute dell'anima sua; e pregogli che la guardia e il
governo del contado prendessero e al conte significassero lei avergli vacua ed
espedita lasciata la possessione, e dileguatasi con intenzione di mai in
Rossiglione non tornare.
Quivi, mentre ella parlava,
furon lagrime sparte assai dai buoni uomini e a lei porti molti prieghi che le
piacesse di mutar consiglio e di rimanere; ma niente montarono. Essa,
accomandati loro a Dio, con un suo cugino e con una sua cameriera in abito di
peregrini, ben forniti a denari e care gioie, senza sapere alcuno ove ella
s'andasse, entrò in cammino, né mai ristette sì fu in Firenze; e
quivi per avventura arrivata in uno alberghetto, il quale una buona donna
vedova teneva, pianamente a guisa di povera peregrina si stava, disiderosa di
sentire novelle del suo signore.
Avvenne adunque che il
seguente dì ella vide davanti allo albergo passare Beltramo a cavallo
con sua compagnia, il quale quantunque ella molto ben conoscesse, nondimeno
domandò la buona donna dello albergo chi egli fosse. A cui
l'albergatrice rispose:
- Questi è un
gentile uom forestiere, il quale si chiama il conte Beltramo, piacevole e
cortese e molto amato in questa città; ed è il più
innamorato uom del mondo d'una nostra vicina, la quale è gentil femina,
ma è povera. Vero è che onestissima giovane è, e per
povertà non si marita ancora, ma con una sua madre, savissima e buona
donna, si sta; e forse, se questa sua madre non fosse, avrebbe ella già
fatto di quello che a questo conte fosse piaciuto.
La contessa, queste parole
intendendo, raccolse bene; e più tritamente essaminando vegnendo ogni
particularità, e bene ogni cosa compresa fermò il suo consiglio;
e apparata la casa e '1 nome della donna e della sua figliuola dal conte amata,
un giorno tacitamente in abito peregrino là se n'andò; e la donna
e la sua figliuola trovate assai poveramente, salutatele, disse alla donna,
quando le piacesse, le volea parlare.
La gentil donna, levatasi,
disse che apparecchiata era d'udirla; ed entratesene sole in una sua camera e
postesi a sedere, cominciò la contessa:
- Madonna, e'mi pare che
voi siate delle nimiche della fortuna, come sono io; ma, dove voi voleste, per
avventura voi potreste voi e me consolare.
La donna rispose che niuna
cosa disiderava quanto di consolarsi onestamente.
Seguì la contessa:
- A me bisogna la vostra
fede, nella quale se io mi rimetto e voi m'ingannaste, voi guastereste i vostri
fatti e i miei.
- Sicuramente, - disse la
gentil donna - ogni cosa che vi piace mi dite, ché mai da me non vi troverete
ingannata.
Allora la contessa,
cominciatasi dar suo primo innamoramento, chi ell'era e ciò che
intervenuto l'era infino a quel giorno le raccontò per sì fatta
maniera, che la gentil donna, dando fede alle sue parole, sì come quella
che già in parte udite l'aveva da altrui, cominciò di lei ad aver
compassione. E la contessa, i suoi casi raccontati, seguì:
- Udite adunque avete tra
l'altre mie noie quali sieno quelle due cose che aver mi convien, se io voglio
avere il mio marito, le quali niuna altra persona conosco che far me le possa
aver, se non voi, se quello è vero che io intendo, cioè che '1
conte mio marito sommamente ami vostra figliuola.
A cui la gentil donna
disse:
- Madonna, se il conte ama
mia figliuola io nol so, ma egli ne fa gran sembianti; ma che poss'io per
ciò in questo adoperare che voi disiderate?
- Madonna, - rispose la
contessa - io il vi dirò; ma primieramente vi voglio mostrar quello che
io voglio che ve ne segua, dove voi mi serviate. Io veggio vostra figliuola
bella e grande da marito, e per quello che io abbia inteso e comprender mi
paia, il non aver ben da maritarla ve la fa guardare in casa. Io intendo che,
in merito del servigio che mi farete, di darle prestamente de'miei denari
quella dote che voi medesima a maritarla onorevolmente stimerete che sia
convenevole.
Alla donna, sì come
bisognosa, piacque la profferta, ma tuttavia, avendo l'animo gentil, disse:
- Madonna, ditemi quello
che io posso per voi operare, e, se egli sarà onesto a me, io il
farò volentieri, e voi appresso farete quello che vi piacerà.
Disse allora la contessa:
- A me bisogna che voi, per
alcuna persona di cui voi vi fidiate, facciate al conte mio marito dire che
vostra figliuola sia presta a fare ogni suo piacere, dove ella possa esser
certa che egli così l'ami come dimostra; il che ella non crederà
mai, se egli non le manda l'anello il quale egli porta in mano e che ella ha
udito ch'egli ama cotanto; il quale se egli '1 vi manda, voi '
Gran cosa parve questa alla
gentil donna, temendo non forse biasimo ne seguisse alla figliuola; ma pur
pensando che onesta cosa era il dare opera che la buona donna riavesse il suo
marito e che essa ad onesto fine a far ciò si mettea, nella sua buona e
onesta affezion confidandosi, non solamente di farlo promise alla contessa, ma
infra pochi giorni con segreta cautela, secondo l'ordine dato da lei, ed ebbe
l'anello (quantunque gravetto paresse al conte) e lei in iscambio della
figliuola a giacer col conte maestrevolmente mise.
Ne'quali primi
congiugnimenti affettuosissimamente dal conte cercati, come fu piacer di Dio,
la donna ingravidò in due figliuoli maschi, come il parto al suo tempo venuto
fece manifesto. Né solamente d'una volta contentò la gentil donna la
contessa degli abbracciamenti del marito, ma molte, sì segretamente
operando, che mai parola non se ne seppe; credendosi sempre il conte non con la
moglie, ma con colei la quale egli amava essere stato. A cui, quando a partir
si venia la mattina, avea parecchi belle e care gioie donate, le quali tutte
diligentemente la contessa guardava.
La quale, sentendosi
gravida, non volle più la gentil donna gravare di tal servigio, ma le
disse:
- Madonna, la Dio mercé e
la vostra, io ho ciò che io disiderava, e per ciò tempo è
che per me si faccia quello che v'aggraderà, acciò che io poi me
ne vada.
La gentil donna le disse
che, se ella aveva cosa che l'aggradisse, che le piaceva; ma che ciò ella
non avea fatto per alcuna speranza di guiderdone, ma perché le pareva doverlo
fare a voler ben fare. A cui la contessa disse:
- Madonna, questo mi piace
bene, e così d'altra parte io non intendo di donarvi quello che voi mi
domanderete per guiderdone, ma per far bene, ché mi pare che si debba
così fare.
La gentil donna allora, da
necessità costretta, con grandissima vergogna cento lire le
domandò per maritar la figliuola. La contessa, cognoscendo la sua
vergogna e udendo la sua cortese domanda, le ne donò cinquecento e tanti
belli e cari gioielli, che valevano per avventura altrettanto; di che la gentil
donna vie più che contenta, quelle grazie che maggiori potè alla
contessa rendè, la quale da lei partitasi se ne tornò allo
albergo.
La gentil donna, per torre
materia a Beltramo di più né mandare né venire a casa sua, insieme con
la figliuola se n'andò in contado a casa di suoi parenti; e Beltramo ivi
a poco tempo da'suoi uomini richiamato, a casa sua, udendo che la contessa
s'era dileguata, se ne tornò.
La contessa, sentendo lui
di Firenze partito e tornato nel suo contado, fu contenta assai, e tanto in
Firenze dimorò che '1 tempo del parto venne, e partorì due
figliuoli maschi simigliantissimi al padre loro, e quegli fe'dilingentemente
nudrire. E quando tempo le parve, in cammino messasi, senza essere da alcuna
persona conosciuta con essi a Monpolier se ne venne; e quivi più giorni
riposata, e del conte e dove fosse avendo spiato, e sentendo lui il dì
d'Ognissanti in Rossiglione dover fare una gran festa di donne e di cavalieri,
pure in forma di peregrina, come usata n'era, là se n'andò.
E sentendo le donne
e'cavaleri nel palagio del conte adunati per dovere andare a tavola, senza
mutare abito, con questi suoi figlioletti in braccio salita in su la sala, tra
uomo e uomo là se n'andò dove il conte vide, e gittataglisi
a'piedi disse piagnendo:
- Signor mio, io sono la
tua sventurata sposa, la quale, per lasciar te tornare e stare in casa tua,
lungamente andata son tapinando. Io ti richieggo per Dio che le condizioni
postemi per li due cavalieri che io ti mandai, tu le mi osservi; ed ecco nelle
mie braccia non un sol figliuol di te, ma due, ed ecco qui il tuo anello. Tempo
è adunque che io debba da te, sì come moglie esser ricevuta
secondo la tua promessa.
Il conte, udendo questo,
tutto misvenne, e riconobbe l'anello e i figliuoli ancora, sì simili
erano a lui; ma pur disse:
- Come può questo
essere intervenuto?
La contessa, con gran
meraviglia del conte e di tutti gli altri che presenti erano, ordinatamente
ciò che stato era, e come, raccontò. Per la qual cosa il conte,
conoscendo lei dire il vero e veggendo la sua perseveranza e il suo senno e
appresso due così be'figlioletti; e per servar quello che promesso avea
e per compiacere a tutti i suoi uomini e alle donne, che tutti pregavano che
lei come sua ligittima sposa dovesse omai raccogliere e onorare, pose
giù la sua ostinata gravezza e in piè fece levar la contessa, e
lei abbracciò e baciò e per sua ligittima moglie riconobbe, e quegli
per suoi figliuoli. E fattala di vestimenti a lei convenevoli rivestire, con
grandissimo piacere di quanti ve n'erano e di tutti gli altri suoi vassalli che
ciò sentirono, fece, non solamente tutto quel dì ma più
altri grandissima festa; e da quel dì innanzi, lei sempre come sua sposa
e moglie onorando, l'amò e sommamente ebbe cara.
Giornata terza - Novella
decima
Alibech diviene romita, a
cui Rustico monaco insegna rimettere il diavolo in inferno; poi, quindi tolta,
diventa moglie di Neerbale.
Dioneo, che diligentemente
la novella della reina ascoltata avea, sentendo che finita era e che a lui solo
restava il dire, senza comandamento aspettare, sorridendo cominciò a
dire.
Graziose donne, voi non
udiste forse mai dire come il diavolo si rimetta in inferno; e per ciò,
senza partirmi guari dallo effetto che voi tutto questo dì ragionato
avete, io il vi vo'dire; forse ancora ne potrete guadagnare l'anima avendolo
apparato, e potrete anche conoscere che, quantunque Amore i lieti palagi e le
morbide camere più volentieri che le povere capanne abiti, non è
egli per ciò che alcuna volta esso fra'folti boschi e fra le rigide alpi
e nelle diserte spelunche non faccia le sue forze sentire; il perché comprender
si può alla sua potenza essere ogni cosa suggetta.
Adunque, venendo al fatto,
dico che nella città di Capsa in Barberia fu già un ricchissimo
uomo, il quale tra alcuni altri suoi figliuoli aveva una figlioletta bella e
gentilesca, il cui nome fu Alibech. La quale, non essendo cristiana e udendo a
molti cristiani che nella città erano molto commendare la cristiana fede
e il servire a Dio, un dì ne domandò alcuno in che maniera e con
meno impedimento a Dio si potesse servire. Il quale le rispose che coloro
meglio a Dio servivano che più delle cose del mondo fuggivano, come
coloro facevano che nelle solitudini de'diserti di Tebaida andati se n'erano.
La giovane, che
semplicissima era e d'età forse di quattordici anni, non da ordinato
disidero ma da un cotal fanciullesco appetito mossa, senza altro farne ad alcuna
persona sentire, la seguente mattina ad andar verso il diserto di Tebaida
nascosamente tutta sola si mise; e con gran fatica di lei, durando l'appetito,
dopo alcun dì a quelle solitudini pervenne; e veduta di lontano una
casetta, a quella n'andò, dove un santo uomo trovò sopra l'uscio,
il quale, maravigliandosi di quivi vederla, la domandò quello che ella
andasse cercando. La quale rispose, che, spirata da Dio andava cercando
d'essere al suo servigio, e ancora chi le 'nsegnasse come servire gli si conveniva.
Il valente uomo, veggendola
giovane e assai bella, temendo non il demonio, se egli la ritenesse, lo
'ngannasse, le commendò la sua buona disposizione; e dandole alquanto da
mangiare radici d'erbe e pomi salvatichi e datteri e bere acqua, le disse:
- Figliuola mia, non guari
lontan di qui è un santo uomo, il quale di ciò che tu vai
cercando è molto migliore maestro che io non sono; a lui te n'andrai - ;
e misela nella via.
Ed ella, pervenuta a lui e
avute da lui queste medesime parole, andata più avanti, pervenne alla
cella d'uno romito giovane, assai divota persona e buona, il cui nome era
Rustico, e quella dimanda gli fece che agli altri aveva fatta. Il quale, per
volere fare della sua fermezza una gran pruova, non come gli altri la
mandò via o più avanti, ma seco la ritenne nella sua cella; e
venuta la notte, un lettuccio di frondi di palma le fece da una parte e sopra
quello le disse si riposasse.
Questo fatto, non preser
guari d'indugio le tentazioni a dar battaglia alle forze di costui; il quale,
trovandosi di gran lunga ingannato da quelle, senza troppi assalti voltò
le spalle e rendessi per vinto; e lasciati stare dall'una delle parti i pensier
santi e l'orazioni e le discipline, a recarsi per la memoria la giovinezza e la
bellezza di costei 'ncominciò, e oltre a questo a pensar che via e che
modo egli dovesse con lei tenere, acciò che essa non s'accorgesse lui
come uomo dissoluto pervenire a quello che egli di lei disiderava. E tentato
primieramente con certe domande, lei non aver mai uomo conosciuto conobbe e
così essere semplice come parea; per che s'avvisò come, sotto
spezie di servire a Dio, lei dovesse recare a'suoi piaceri. E primieramente con
molte parole le mostrò quanto il diavolo fosse nemico di Domeneddio; e
appresso le diede ad intendere che quello servigio che più si poteva far
grato a Dio si era rimettere il diavolo in inferno, nel quale Domeneddio
l'aveva dannato.
La giovinetta il
domandò, come questo si facesse. Alla quale Rustico disse:
- Tu il saprai tosto, e
perciò farai quello che a me far vedrai - ; e cominciossi a spogliare
quegli pochi vestimenti che aveva, e rimase tutto ignudo, e così ancora
fece la fanciulla, e posesi ginocchione a guisa che adorar volesse e dirimpetto
a sé fece star lei.
E così stando,
essendo Rustico più che mai nel suo disidero acceso per lo vederla
così bella, venne la resurrezion della carne, la quale riguardando
Alibech e maravigliatasi, disse:
- Rustico, quella che cosa
è che io ti veggio che così si pigne in fuori, e non l'ho io?
- O figliuola mia, - disse
Rustico - questo è il diavolo di che io t'ho parlato. E vedi tu? ora
egli mi dà grandissima molestia, tanta che io appena la posso sofferire.
Allora disse la giovane:
- Oh lodato sia Iddio, ché
io veggio che io sto meglio che non stai tu, ché io non ho cotesto diavolo io.
Disse Rustico:
- Tu di'vero, ma tu hai
un'altra cosa che non la ho io, e haila in iscambio di questo.
Disse Alibech: - O che?
A cui Rustico disse:
- Hai il ninferno; e dicoti
che io mi credo che Iddio t'abbia qui mandata per la salute della anima mia,
per ciò che se questo diavolo pur mi darà questa noia, ove tu
vogli aver di me tanta pietà e sofferire che io in inferno il rimetta,
tu mi darai grandissima consolazione e a Dio farai grandissimo piacere e servigio,
se tu per quello fare in queste parti venuta se', che tu di'.
La giovane di buona fede
rispose:
- O padre mio, poscia che
io ho il ninferno, sia pure quando vi piacerà.
Disse allora Rustico:
- Figliuola mia, benedetta
sia tu; andiamo dunque, e rimettiamlovi sì che egli poscia mi lasci
stare.
E così detto, menata
la giovane sopra uno de'loro letticelli, le 'nsegnò come star si dovesse
a dovere incarcerare quel maladetto da Dio.
La giovane, che mai
più non aveva in inferno messo diavolo alcuno, per la prima volta
sentì un poco di noia, per che ella disse a Rustico:
- Per certo, padre mio,
mala cosa dee essere questo diavolo, e veramente nimico di Dio, ché ancora al
ninferno, non che altrui, duole quando egli v'è dentro rimesso.
Disse Rustico:
- Figliuola, egli non
avverrà sempre così.
E per fare che questo non
avvenisse, da sei volte, anzi che di su il letticel si movessero, ve '1
rimisero, tanto che per quella volta gli trasser sì la superbia del
capo, che egli si stette volentieri in pace.
Ma, ritornatagli poi nel
seguente tempo più volte, e la giovane ubbidiente sempre a trargliele si
disponesse, avvenne che il giuoco le cominciò a piacere, e
cominciò a dire a Rustico:
- Ben veggio che il ver
dicevano que'valentuomini in Capsa, che il servire a Dio era così dolce
cosa; e per certo io non mi ricordo che mai alcuna altra ne facessi che di
tanto diletto e piacer mi fosse, quanto è il rimetter il diavolo in
inferno; e per ciò io giudico ogn'altra persona, che ad altro che a
servire a Dio attende, essere una bestia.
Per la qual cosa essa
spesse volte andava a Rustico, e gli dicea:
- Padre mio, io son qui
venuta per servire a Dio e non per istare oziosa; andiamo a rimettere il
diavolo in inferno.
La qual cosa faccendo,
diceva ella alcuna volta:
- Rustico, io non so perché
il diavolo si fugga del ninferno; ché, s'egli vi stesse così volentieri
come il ninferno il riceve e tiene, egli non se ne uscirebbe mai.
Così adunque
invitando spesso la giovane Rustico e al servigio di Dio confortandolo,
sì la bambagia del farsetto tratta gli avea, che egli a tal ora sentiva
freddo che un altro sarebbe sudato; e per ciò egli incominciò a
dire alla giovane che il diavolo non era da gastigare né da rimettere in
inferno se non quando egli per superbia levasse il capo: - E noi per la grazia
di Dio l'abbiamo sì sgannato, che egli priega Iddio di starsi in pace -
; e così alquanto impose di silenzio alla giovane.
La qual, poi che vide che
Rustico più non la richiedeva a dovere il diavolo rimettere in inferno,
gli disse un giorno:
- Rustico, se il diavolo
tuo è gastigato e più non ti dà noia, me il mio ninferno
non lascia stare; per che tu farai bene che tu col tuo diavolo aiuti attutare
la rabbia al mio ninferno, com'io col mio ninferno ho aiutato a trarre la
superbia al tuo diavolo.
Rustico, che di radici
d'erba e d'acqua vivea, poteva male rispondere alle poste; e dissele che troppi
diavoli vorrebbono essere a potere il ninferno attutare, ma che egli ne farebbe
ciò che per lui si potesse; e così alcuna volta le sodisfaceva,
ma sì era di rado, che altro non era che gittare una fava in bocca al
leone; di che la giovane, non parendole tanto servire a Dio quanto voleva,
mormorava anzi che no.
Ma, mentre che tra il
diavolo di Rustico e il ninferno d'Alibech era, per troppo disiderio e per men
potere, questa quistione, avvenne che un fuoco s'apprese in Capsa, il quale
nella propria casa arse il padre d'Alibech con quanti figliuoli e altra
famiglia avea; per la qual cosa Alibech d'ogni suo bene rimase erede. Laonde un
giovane chiamato Neerbale, avendo in cortesia tutte le sue facultà
spese, sentendo costei esser viva, messosi a cercarla e ritrovatala avanti che
la corte i beni stati del padre, sì come d'uomo senza erede morto,
occupasse, con gran piacere di Rustico e contra al volere di lei la
rimenò in Capsa e per moglie la prese, e con lei insieme del gran
patrimonio divenne erede. Ma, essendo ella domandata dalle donne di che nel
diserto servisse a Dio, non essendo ancor Neerbale giaciuto con lei, rispose
che il serviva di rimettere il diavolo in inferno, e che Neerbale aveva fatto
gran peccato d'averla tolta da così fatto servigio.
Le donne domandarono: -
Come si rimette il diavolo in inferno?
La giovane, tra con parole
e con atti, il mostrò loro. Di che esse fecero sì gran risa che
ancor ridono, e dissono:
- Non ti dar malinconia,
figliuola, no, ché egli si fa bene anche qua; Neerbale ne servirà bene
con esso teco Domeneddio.
Poi l'una all'altra per la
città ridicendolo, vi ridussono in volgar motto che il più
piacevol servigio che a Dio si facesse era il rimettere il diavolo in inferno;
il qual motto passato di qua da mare ancora dura.
E per ciò voi,
giovani donne, alle quali la grazia di Dio bisogna, apparate a rimettere il
diavolo in inferno, per ciò che egli è forte a grado a Dio e
piacer delle parti, e molto bene ne può nascere e seguire.
Giornata terza -
Conclusione
Mille fiate o più
aveva la novella di Dioneo a rider mosse l'oneste donne, tali e sì fatte
loro parevan le sue parole. Per che, venuto egli al conchiuder di quella,
conoscendo la reina che il termine della sua signoria era venuto, levatasi la
laurea di capo, quella assai piacevolmente pose sopra la testa a Filostrato, e
disse:
- Tosto ci avvedremo se il
lupo saprà meglio guidare le pecore, che le pecore abbiano i lupi
guidati.
Filostrato, udendo questo,
disse ridendo:
- Se mi fosse stato
creduto, i lupi avrebbono alle pecore insegnato rimettere il diavolo in
inferno, non peggio che Rustico facesse ad Alibech, e perciò non ne
chiamate lupi, dove voi state pecore non siete; tuttavia, secondo che conceduto
mi fia, io reggerò il regno commesso.
A cui Neifile rispose:
- Odi, Filostrato, voi
avreste, volendo a noi insegnare, potuto apparar senno, come apparò
Masetto da Lamporecchio dalle monache e riavere la favella a tale ora che
l'ossa senza maestro avrebbono apparato a sufolare.
Filostrato, conoscendo che
falci si trovavano non meno che egli avesse strali, lasciato stare il
motteggiare, a darsi al governo del regno commesso cominciò. E, fattosi
il siniscalco chiamare, a che punto le cose fossero tutte volle sentire; e
oltre a questo, secondo che avviso che bene stesse e che dovesse sodisfare alla
compagnia, per quanto la sua signoria dovea durare, discretamente ordinò;
e quindi alle donne rivolto, disse:
- Amorose donne, per la mia
disavventura, poscia che io ben da mal conobbi, sempre per la bellezza d'alcuna
di voi stato sono ad Amor suggetto, né l'essere umile né l'essere ubbidiente né
il seguirlo in ciò che per me s'è conosciuto alla seconda in
tutti i suoi costumi, m'è valuto, ch'io prima per altro abbandonato e
poi non sia sempre di male in peggio andato, e così credo che io
andrò di qui alla morte; e per ciò non d'altra materia domane mi
piace che si ragioni se non di quella che a'miei fatti è più
conforme, cioè di coloro li cui amori ebbero infelice fine, per
ciò che io a lungo andar l'aspetto infelicissimo, né per altro il nome,
per lo quale voi mi chiamate, da tale che seppe ben che si dire mi fu imposto -
e così detto, in piè levatosi, per infino all'ora della cena
licenziò ciascuno.
Era sì bello il
giardino e sì dilettevole, che alcuno non vi fu che eleggesse di quello
uscire per più piacere altrove dover sentire. Anzi, non faccendo il sol
già tiepido alcuna noia a seguire, i cavriuoli e i conigli e gli altri
animali che erano per quello e che a lor sedenti forse cento volte per mezzo
lor saltando eran venuti a dar noia, si dierono alcune a seguitare. Dioneo e la
Fiammetta cominciarono a cantare di Messer Guiglielmo e della Dama del
Vergiù; Filomena e Panfilo si diedono a giucare a scacchi; e così
chi una cosa e chi altra faccendo, fuggendosi il tempo, l'ora della cena appena
aspettata sopravvenne; per che, messe le tavole d'intorno alla bella fonte, quivi
con grandissimo diletto cenaron la sera.
Filostrato, per non uscir
del camin tenuto da quelle che reine avanti a lui erano state, come levate
furono le tavole, così comandò che la Lauretta una danza
prendesse e dicesse una canzone. La qual disse:
- Signor mio, delle altrui
canzoni io non so, né delle mie alcuna n'ho alla mente che sia assai
convenevole a così lieta brigata; se voi di quelle che io ho volete, io
ne dirò volentieri.
Alla quale il re disse:
- Niuna tua cosa potrebbe
essere altro che bella e piacevole; e per ciò tale qual tu l'hai, cotale
la di'.
Lauretta allora con voce
assai soave, ma con maniera alquanto pietosa, rispondendo l'altre,
cominciò così :
Niuna sconsolata
da dolersi ha quant'io,
che 'nvan sospiro, lassa!,
innamorata
Colui che muove il cielo e
ogni stella,
mi fece a suo diletto
vaga, leggiadra, graziosa e
bella,
per dar qua giù ad
ogn'alto intelletto
alcun segno di quella
biltà, che sempre a
lui sta nel cospetto:
e il mortal difetto,
come mal conosciuta,
non m'aggradisce, anzi m'ha
dispregiata.
Già fu chi m'ebbe
cara, e volentieri
giovinetta mi prese
nelle sue braccia e dentro
a'suoi pensieri
e de'miei occhi tututto
s'accese;
e '1 tempo, che leggieri
sen vola, tutto in
vagheggiarmi spese;
e io, come cortese,
di me il feci degno;
ma or ne son, dolente a
me!, privata.
Femmisi innanzi poi
presuntuoso
un giovinetto fiero,
sé nobil reputando e
valoroso,
e presa tienmi, e con falso
pensiero
divenuto è geloso;
laond'io, lassa!, quasi mi
dispero,
cognoscendo per vero,
per ben di molti al mondo
venuta, da uno essere
occupata.
Io maladico la mia
isventura,
quando, per mutar vesta,
sì dissi mai;
sì bella nella oscura
mi vidi già e lieta,
dove in questa
io meno vita dura,
vie men che prima reputata
onesta
O dolorosa festa,
morta foss'io avanti
che io t'avessi in tal caso
provata!
O caro amante, del qual
prima fui
più che altra
contenta,
che or nel ciel se'davanti
a Colui
che ne creò, deh
pietoso diventa
di me, che per altrui
te obliar non posso; fa
ch'io senta
che quella fiamma spenta
non sia, che per me t'arse,
e costà su m'impetra
la tornata.
Qui fece fine la Lauretta
alla sua canzone, la quale notata da tutti, diversamente da diversi fu intesa;
ed ebbevi di quegli che intender vollono alla melanese, che fosse meglio un
buon porco che una bella tosa. Altri furono di più sublime e migliore e
più vero intelletto, del quale al presente recitare non accade.
Il re, dopo questa, su
l'erba e 'n su'fiori avendo fatti molti doppieri accendere, ne fece più
altre cantare infin che già ogni stella a cader cominciò che
salia. Per che, ora parendogli da dormire, comandò che con la buona
notte ciascuno alla sua camera si tornasse.
Finisce la terza giornata
del Decameron
Incomincia la quarta
giornata nella quale, sotto il reggimento di Filostrato, si ragiona di coloro
li cui amori ebbero infelice fine.
Giornata quarta -
Introduzione
Carissime donne, sì
per le parole de'savi uomini udite e sì per le cose da me molte volte e
vedute e lette, estimava io che lo 'mpetuoso vento e ardente della invidia non
dovesse percuotere se non l'alte torri o le più levate cime degli
alberi; ma io mi truovo dalla mia estimazione ingannato. Per ciò che,
fuggendo io e sempre essendomi di fuggire ingegnato il fiero impeto di questo
rabbioso spirito, non solamente pe'piani, ma ancora per le profondissime valli
tacito e nascoso mi sono ingegnato d'andare. Il che assai manifesto può
apparire a chi le presenti novellette riguarda, le quali, non solamente in
fiorentin volgare e in prosa scritte per me sono e senza titolo, ma ancora in
istilo umilissimo e rimesso quanto il più possono. Né per tutto
ciò l'essere da cotal vento fieramente scrollato, anzi presso che
diradicato e tutto da'morsi della invidia esser lacerato, non ho potuto
cessare. Per che assai manifestamente posso comprendere quel lo esser vero che
sogliono i savi dire, che sola la miseria è senza invidia nelle cose
presenti.
Sono adunque, discrete
donne, stati alcuni che, queste novellette leggendo, hanno detto che voi mi
piacete troppo e che onesta cosa non è che io tanto diletto prenda di
piacervi e di consolarvi, e alcuni han detto peggio, di commendarvi, come io
fo. Altri, più maturamente mostrando di voler dire, hanno detto che alla
mia età non sta bene l'andare omai dietro a queste cose, cioè a
ragionar di donne o a compiacer loro. E molti, molto teneri della mia fama
mostrandosi, dicono che io farei più saviamente a starmi con le Muse in
Parnaso che con queste ciance mescolarmi tra voi.
E son di quegli ancora che,
più dispettosamente che saviamente parlando, hanno detto che io farei
più discretamente a pensare dond'io dovessi aver del pane che dietro a
queste frasche andarmi pascendo di vento. E certi altri in altra guisa essere
state le cose da me raccontate che come io le vi porgo, s'ingegnano, in
detrimento della mia fatica, di dimostrare.
Adunque da cotanti e da
così fatti soffiamenti, da così atroci denti, da così
aguti, valorose donne, mentre io ne'vostri servigi milito, sono sospinto,
molestato e infino nel vivo trafitto. Le quali cose io con piacevole animo,
sallo Iddio, ascolto e intendo; e quantunque a voi in ciò tutta
appartenga la mia difesa, nondimeno io non intendo di risparmiar le mie forze;
anzi, senza rispondere quanto si converrebbe, con alcuna leggiera risposta
tormegli dagli orecchi, e questo far senza indugio. Per ciò che, se
già, non essendo io ancora al terzo della lo mia fatica venuto, essi
sono molti e molto presummono, io avviso che avanti che io pervenissi alla fine
essi potrebbono in guisa esser multiplicati, non avendo prima avuta alcuna
repulsa, che con ogni piccola lor fatica mi metterebbono in fondo, né a
ciò, quantunque elle sien grandi, resistere varrebbero le forze vostre.
Ma avanti che io venga a
far la risposta ad alcuno, mi piace in favor di me raccontare non una novella
intera (acciò che non paia che io voglia le mie novelle con quelle di
così laudevole compagnia, qual fu quella che dimostrata v'ho,
mescolare), ma parte d'una, acciò che il suo difetto stesso sè
mostri non esser di quelle; e a'miei assalitori favellando, dico che nella
nostra città, già è buon tempo passato, fu un cittadino,
il qual fu nominato Filippo Balducci, uomo di condizione assai leggiere, ma
ricco e bene inviato ed esperto nelle cose quanto lo stato suo richiedea; e
aveva una sua donna moglie, la quale egli sommamente amava, ed ella lui, e
insieme in riposata vita si stavano, a niun'altra cosa tanto studio ponendo
quanto in piacere interamente l'uno all'altro.
Ora avvenne, sì come
di tutti avviene, che la buona donna passò di questa vita, né altro di
sè a Filippo lasciò che un solo figliuolo di lui conceputo, il
quale forse d'età di due anni era.
Costui per la morte della
sua donna tanto sconsolato rimase, quanto mai alcuno altro amata cosa perdendo
rimanesse. E veggendosi di quella compagnia la quale egli più amava
rimaso solo, del tutto si dispose di non volere più essere al mondo, ma
di darsi al servigio di Dio, e il simigliante fare del suo piccol figliuolo.
Per che, data ogni sua cosa per Dio, senza indugio se n'andò sopra Monte
Asinaio, e quivi in una piccola celletta si mise col suo figliuolo, col quale
di limosine in digiuni e in orazioni vivendo, sommamente si guardava di non
ragionare là dove egli fosse d'alcuna temporal cosa né di lasciarnegli
alcuna vedere, acciò che esse da così fatto servigio nol
traessero, ma sempre della gloria di vita etterna e di Dio e de'santi gli
ragionava, nulla altro che sante orazioni insegnandoli; e in questa vita molti
anni il tenne, mai della cella non lasciandolo uscire, né alcuna altra cosa che
sè dimostrandogli.
Era usato il valente uomo
di venire alcuna volta a Firenze, e quivi secondo le sue opportunità
dagli amici di Dio sovvenuto, alla sua cella tornava.
Ora avvenne che, essendo
già il garzone d'età di diciotto anni e Filippo vecchio, un
dì il domandò ov'egli andava. Filippo gliele disse. Al quale il
garzon disse:
- Padre mio, voi siete
oggimai vecchio e potete male durare fatica; perché non mi menate voi una volta
a Firenze, acciò che, faccendomi cognoscere gli amici e divoti di Dio e
vostri, io che son giovane e posso meglio faticar di voi, possa poscia
pe'nostri bisogni a Firenze andare quando vi piacerà, e voi rimanervi
qui?
Il valente uomo, pensando
che già questo suo figliuolo era grande, ed era sì abituato al
servigio di Dio che malagevolmente le cose del mondo a sè il dovrebbono
omai poter trarre, seco stesso disse: - Costui dice bene - Per che, avendovi ad
andare, seco il menò.
Quivi il giovane veggendo i
palagi, le case, le chiese e tutte l'altre cose delle quali tutta la
città piena si vede, sì come colui che mai più per
ricordanza vedute non n'avea, si cominciò forte a maravigliare, e di
molte domandava il padre che fossero e come si chiamassero.
Il padre gliele diceva; ed
egli, avendolo udito, rimaneva contento e domandava d'una altra. E così
domandando il figliuolo e il padre rispondendo, per avventura si scontrarono in
una brigata di belle giovani donne e ornate, che da un paio di nozze venieno;
le quali come il giovane vide, così domandò il padre che cosa
quelle fossero.
A cui il padre disse:
- Figliuol mio, bassa gli
occhi in terra, non le guatare, ch'elle son mala cosa.
Disse allora il figliuolo:
- O come si chiamano?
Il padre, per non destare
nel concupiscibile appetito del giovane alcuno inchinevole disiderio men che
utile, non le volle nominare per lo proprio nome, cioè femine, ma disse:
- Elle si chiamano papere.
Maravigliosa cosa a udire!
Colui che mai più alcuna veduta non n'avea, non curatosi de'palagi, non
del bue, non del cavallo, non dell'asino, non de'danari né d'altra cosa che
veduta avesse, subitamente disse:
- Padre mio, io vi priego
che voi facciate che io abbia una di quelle papere.
- Ohimè, figliuol
mio,- disse il padre - taci: elle son mala cosa.
A cui il giovane domandando
disse:
- O son così fatte
le male cose?
- Sì - disse il
padre.
Ed egli allora disse:
- Io non so che voi vi
dite, né perché queste siano mala cosa; quanto è a me, non m'è
ancora paruta vedere alcuna così bella né così piacevole, come
queste sono. Elle son più belle che gli agnoli dipinti che voi m'avete
più volte mostrati. Deh! se vi cal di me, fate che noi ce ne meniamo una
colà su di queste papere, e io le darò beccare.
Disse il padre:
- Io non voglio; tu non sai
donde elle s'imbeccano -: e sentì incontanente più aver di forza
la natura che il suo ingegno; e pentessi d'averlo menato a Firenze.
Ma avere infino a qui detto
della presente novella voglio che mi basti, e a coloro rivolgermi alli quali
l'ho raccontata.
Dicono adunque alquanti de'miei
riprensori che io fo male, o giovani donne, troppo ingegnandomi di piacervi, e
che voi troppo piacete a me. Le quali cose io apertissimamente confesso,
cioè che voi mi piacete e che io m'ingegno di piacere a voi; e
domandogli se di questo essi si maravigliano, riguardando, lasciamo stare
l'aver conosciuti gli amorosi baciari e i piacevoli abbracciari e i
congiugnimenti dilettevoli che di voi, dolcissime donne, sovente si prendono;
ma solamente ad aver veduto e veder continuamente gli ornati costumi e la vaga
bellezza e l'ornata leggiadria e oltre a ciò la vostra donnesca
onestà, quando colui che nutrito, allevato, accresciuto sopra un monte
salvatico e solitario, infra li termini di una piccola cella, senza altra
compagnia che del padre, come vi vide, sole da lui disiderate foste, sole
addomandate, sole con l'affezion seguitate.
Riprenderannomi,
morderannomi, lacerrannomi costoro se io, il corpo del quale il ciel produsse
tutto atto ad amarvi, e io dalla mia puerizia l'anima vi disposi sentendo la
virtù della luce degli occhi vostri, la soavità delle parole
melliflue e la fiamma accesa da'pietosi sospiri, se voi mi piacete o se io di
piacervi m'ingegno, e spezialmente guardando che voi prima che altro piaceste
ad un romitello, ad un giovinetto senza sentimento, anzi ad uno animal
salvatico? Per certo chi non v'ama, e da voi non disidera d'essere amato,
sì come persona che i piaceri né la virtù della naturale
affezione né sente né conosce, così mi ripiglia, e io poco me ne curo.
E quegli che contro alla mia
età parlando vanno, mostra mal che conoscano che, perché il porro abbia
il capo bianco, che la coda sia verde. A'quali lasciando stare il motteggiare
dall'un de'lati, rispondo che io mai a me vergogna non reputerò infino
nello estremo della mia vita di dover compiacere a quelle cose alle quali Guido
Cavalcanti e Dante Alighieri già vecchi, e messer Cino da Pistoia
vecchissimo, onor si tennono e fu lor caro il piacer loro. E se non fosse che
uscir sarebbe del modo usato del ragionare, io producerei le istorie in mezzo,
e quelle tutte piene mosterrei d'antichi uomini e valorosi, ne'loro più
maturi anni sommamente avere studiato di compiacere alle donne: il che se essi
non sanno, vadino e sì l'apparino.
Che io con le Muse in
Parnaso mi debbia stare, affermo che è buon consiglio, ma tuttavia né
noi possiam dimorare con le Muse né esse con esso noi; se quando avviene che
l'uomo da lor si parte, dilettarsi di veder cosa che le somigli, questo non
è cosa da biasimare. Le Muse son donne, e benché le donne quello che le
Muse vagliono non vagliano, pure esse hanno nel primo aspetto simiglianza di
quelle; sì che, quando per altro non mi piacessero, per quello mi
dovrebber piacere. Senza che le donne già mi fur cagione di comporre
mille versi, dove le Muse mai non mi furon di farne alcun cagione. Aiutaronmi
elle bene e mostraronmi comporre que'mille; e forse a queste cose scrivere,
quantunque sieno umilissime, si sono elle venute parecchie volte a starsi meco,
in servigio forse e in onore della simiglianza che le donne hanno ad esse; per
che, queste cose tessendo, né dal monte Parnaso né dalle Muse non mi allontano,
quanto molti per avventura s'avvisano.
Ma che direm noi a coloro
che della mia fame hanno tanta compassione che mi consigliano che io procuri
del pane? Certo io non so; se non che, volendo meco pensare qual sarebbe la
loro risposta se io per bisogno loro ne dimandassi, m'avviso che direbbono: -
Va cercane tra le favole - . E già più ne trovarono tra le lor
favole i poeti, che molti ricchi tra'lor tesori. E assai già, dietro
alle lor favole andando, fecero la loro età fiorire, dove in contrario
molti nel cercar d'aver più pane che bisogno non era loro, perirono
acerbi. Che più? Caccinmi via questi cotali qualora io ne domando loro; non
che, la Dio mercé, ancora non mi bisogna; e, quando pur sopravenisse il
bisogno, io so, secondo l'Apostolo, abbondare e necessità sofferire; e
per ciò a niun caglia più di me che a me.
Quegli che queste cose
così non essere state dicono, avrei molto caro che essi recassero gli
originali, li quali, se a quel che io scrivo discordanti fossero, giusta direi
la loro riprensione e d'amendar me stesso m'ingegnerei; ma infino che altro che
parole non apparisce, io gli lascerò con la loro oppinione, seguitando
la mia, di loro dicendo quello che essi di me dicono.
E volendo per questa volta
assai aver risposto, dico che dallo aiuto di Dio e dal vostro, gentilissime
donne, nel quale io spero, armato, e di buona pazienza, con esso
procederò avanti, dando le spalle a questo vento e lasciandol soffiare;
per ciò che io non veggio che di me altro possa avvenire, che quello che
della minuta polvere avviene, la quale, spirante turbo, o egli di terra non la
muove, o se la muove, la porta in alto, e spesse volte sopra le teste degli
uomini, sopra le corone dei re e degli imperadori, e talvolta sopra gli alti
palagi e sopra le eccelse torri la lascia; delle quali se ella cade, più
giù andar non può che il luogo onde levata fu.
E se mai con tutta la mia
forza a dovervi in cosa alcuna compiacere mi disposi, ora più che mai mi
vi disporrò; per ciò che io conosco che altra cosa dir non
potrà alcuna con ragione, se non che gli altri e io, che vi amiamo,
naturalmente operiamo. Alle cui leggi, cioè della natura, voler contastare,
troppe gran forze bisognano, e spesse volte non solamente in vano ma con
grandissimo danno del faticante s'adoperano.
Le quali forze io confesso
che io non l'ho né d'averle disidero in questo; e se io l'avessi, più
tosto ad altrui le presterrei che io per me l'adoperassi. Per che tacciansi i
morditori, e se essi riscaldar non si possono, assiderati si vivano, e ne lori
diletti, anzi appetiti corrotti standosi, me nel mio, questa brieve vita che
posta n'è, lascino stare.
Ma da ritornare è,.
per ciò che assai vagati siamo, o belle donne, là onde ci
dipartimmo, e l'ordine cominciato seguire.
Cacciata aveva il sole del
cielo già ogni stella e della terra l'umida ombra della notte, quando
Filostrato, levatosi, tutta la sua brigata fece levare; e nel bel giardino
andatisene, quivi s'incominciarono a diportare; e l'ora del mangiar venuta,
quivi desinarono dove la passata sera cenato aveano. E da dormire, essendo il
sole nella sua maggior sommità, levati, nella maniera usata vicini alla
bella fonte si posero a sedere. Là dove Filostrato alla Fiammetta
comandò che principio desse alle novelle; la quale, senza più
aspettare che detto le fosse, donnescamente così cominciò.
Giornata quarta - Novella
prima
Tancredi prenze di Salerno
uccide l'amante della figliuola e mandale il cuore in una coppa d'oro; la
quale, messa sopr'esso acqua avvelenata, quella si bee, e così muore.
Fiera materia di ragionare
n'ha oggi il nostro re data, pensando che, dove per rallegrarci venuti siamo,
ci convenga raccontare l'altrui lagrime, le quali dir non si possono, che chi
le dice e chi l'ode non abbia compassione. Forse per temperare alquanto la
letizia avuta li giorni passati l'ha fatto; ma, che che se l'abbia mosso, poi
che a me non si conviene di mutare il suo piacere, un pietoso accidente, anzi
sventurato e degno delle nostre lagrime, racconterò.
Tancredi principe di
Salerno fu signore assai umano e di benigno ingegno; se egli nello amoroso
sangue nella sua vecchiezza non s'avesse le mani bruttate; il quale in tutto lo
spazio della sua vita non ebbe che una figliuola, e più felice sarebbe
stato se quella avuta non avesse.
Costei fu dal padre tanto
teneramente amata, quanto alcuna altra figliuola da padre fosse giammai; e per
questo tenero amore, avendo ella di molti anni avanzata l'età del dovere
avere avuto marito, non sappiendola da sè partire, non la maritava; poi
alla fine ad un figliuolo del duca di Capova datala, poco tempo dimorata con
lui, rimase vedova e al padre tornossi. Era costei bellissima del corpo e del
viso quanto alcun'altra femina fosse mai, e giovane e gagliarda e savia
più che a donna per avventura non si richiedea. E dimorando col tenero
padre, sì come gran donna, in molte dilicatezze, e veggendo che il
padre, per l'amor che egli le portava, poca cura si dava di più maritarla,
né a lei onesta cosa pareva il richiedernelo, si pensò di volere avere,
se esser potesse, occultamente un valoroso amante.
E veggendo molti uomini
nella corte del padre usare, gentili e altri, sì come noi veggiamo nelle
corti, e considerate le maniere e i costumi di molti, tra gli altri un giovane
valletto del padre, il cui nome era Guiscardo, uom di nazione assai umile ma
per virtù e per costumi nobile, più che altro le piacque, e di
lui tacitamente, spesso vedendolo, fieramente s'accese, ogn'ora più
lodando i modi suoi. E il giovane, il quale ancora non era poco avveduto,
essendosi di lei accorto, l'aveva per sì fatta maniera nel cuore
ricevuta, che da ogni altra cosa quasi che da amar lei aveva la mente rimossa.
In cotal guisa adunque
amando l'un l'altro segretamente, niuna altra cosa tanto disiderando la giovane
quanto di ritrovarsi con lui, né volendosi di questo amore in alcuna persona
fidare, a dovergli significare il modo seco pensò una nuova malizia.
Essa scrisse una lettera, e in quella ciò che a fare il dì seguente
avesse per esser con lei gli mostrò; e poi quella messa in un bucciuol
di canna, sollazzando la diede a Guiscardo, dicendo:
- Fara'ne questa sera un
soffione alla tua servente, col quale ella raccenda il fuoco.
Guiscardo il prese, e
avvisando costei non senza cagione dovergliele aver donato e così detto,
partitosi, con esso se ne tornò alla sua casa, e guardando la canna e
quella veggendo fessa, l'aperse, e dentro trovata la lettera di lei e lettala,
e ben compreso ciò che a fare avea, il più contento uom fu che
fosse giammai, e diedesi a dare opera di dovere a lei andare, secondo il modo
da lei dimostratogli.
Era allato al palagio del
prenze una grotta cavata nel monte, di lunghissimi tempi davanti fatta, nella
qual grotta dava alquanto lume uno spiraglio fatto per forza nel monte, il
quale, per ciò che abbandonata era la grotta, quasi da pruni e da erbe
di sopra natevi era riturato; e in questa grotta per una segreta scala, la
quale era in una delle camere terrene del palagio, la quale la donna teneva, si
poteva andare, come che da un fortissimo uscio serrata fosse. Ed era sì
fuori delle menti di tutti questa scala, per ciò che di grandissimi
tempi davanti usata non s'era, che quasi niuno che ella vi fosse si ricordava;
ma Amore, agli occhi del quale niuna cosa è sì segreta che non
pervenga, l'aveva nella memoria tornata alla innamorata donna.
La quale, acciò che
niuno di ciò accorger si potesse, molti dì con suoi ingegni
penato avea, anzi che venir fatto le potesse d'aprir quell'uscio; il quale
aperto, e sola nella grotta discesa e lo spiraglio veduto, per quello aveva a
Guiscardo mandato a dire che di venire s'ingegnasse, avendogli disegnata
l'altezza che da quello infino in terra esser poteva. Alla qual cosa fornire
Guiscardo, prestamente ordinata una fune con certi nodi e cappi da potere
scendere e salire per essa, e sè vestito d'un cuoio che da'pruni il
difendesse, senza farne alcuna cosa sentire ad alcuno, la seguente notte allo
spiraglio n'andò, e accomandato ben l'uno de'capi della fune ad un forte
bronco che nella bocca dello spiraglio era nato, per quello si collò
nella grotta ed attese la donna.
La quale il seguente
dì, faccendo sembianti di voler dormire, mandate via le sue damigelle e
sola serratasi nella camera, aperto l'uscio, nella grotta discese, dove trovato
Guiscardo, insieme maravigliosa festa si fecero; e nella sua camera insieme
venutine, con grandissimo piacere gran parte di quel giorno si dimorarono; e,
dato discreto ordine alli loro amori acciò che segreti fossero,
tornatosi nella grotta Guiscardo ed ella serrato l'uscio, alle sue damigelle se
ne venne fuori.
Guiscardo poi, la notte
vegnente su per la sua fune salendo, per lo spiraglio donde era entrato se
n'uscì fuori e tornossi a casa. E avendo questo cammino appreso,
più volte poi in processo di tempo vi ritornò.
Ma la fortuna, invidiosa di
così lungo e di così gran diletto, con doloroso avvenimento la
letizia dei due amanti rivolse in tristo pianto.
Era usato Tancredi di
venirsene alcuna volta tutto solo nella camera della figliuola, e quivi con lei
dimorarsi e ragionare alquanto, e poi partirsi. Il quale un giorno dietro
mangiare laggiù venutone essendo la donna, la quale Ghismonda aveva
nome, in un suo giardino con tutte le sue damigelle, in quella, senza essere
stato da alcuno veduto o sentito, entratosene, non volendo lei torre dal suo
diletto, trovando le finestre della camera chiuse e le cortine del letto
abbattute, a piè di quello in un canto sopra un carello si pose a
sedere; e appoggiato il capo al letto e tirata sopra sè la cortina quasi
come se studiosamente si fosse nascoso quivi, s'addormentò.
E così dormendo
egli, Ghismonda, che per isventura quel dì fatto aveva venir Guiscardo,
lasciate le sue damigelle nel giardino, pianamente se n'entrò nella
camera, e quella serrata, senza accorgersi che alcuna persona vi fosse, aperto
l'uscio a Guiscardo che l'attendeva e andatisene in su 'l letto, sì come
usati erano, e insieme scherzando e sollazzandosi, avvenne che Tancredi si
svegliò e sentì e vide ciò che Guiscardo e la figliuola
facevano; e dolente di ciò oltre modo, prima gli volle sgridare, poi
prese partito di tacersi e di starsi nascoso, se egli potesse, per potere
più cautamente fare e con minore sua vergogna quello che già gli
era caduto nell'animo di dover fare.
I due amanti stettero per
lungo spazio insieme, sì come usati erano, senza accorgersi di Tancredi;
e quando tempo lor parve, discesi del letto, Guiscardo se ne tornò nella
grotta ed ella s'uscì della camera. Della quale Tancredi, ancora che vecchio
fosse, da una finestra di quella si calò nel giardino, e senza essere da
alcuno veduto, dolente a morte, alla sua camera si tornò.
E per ordine da lui dato,
all'uscir dello spiraglio la seguente notte in su 'l primo sonno, Guiscardo,
così come era nel vestimento del cuoio impacciato, fu preso da due, e
segretamente a Tancredi menato. Il quale, come il vide, quasi piagnendo disse:
- Guiscardo, la mia
benignità verso te non avea meritato l'oltraggio e la vergogna la quale
nelle mie cose fatta m'hai, sì come io oggi vidi con gli occhi miei.
Al quale Guiscardo niuna
altra cosa disse se non questo:
- Amor può troppo
più che né voi né io possiamo.
Comandò adunque
Tancredi che egli chetamente in alcuna camera di là entro guardato
fosse, e così fu fatto.
Venuto il dì
seguente, non sappiendo Ghismonda nulla di queste cose, avendo seco Tancredi
varie e diverse novità pensate, appresso mangiare, secondo la sua
usanza, nella camera n'andò della figliuola, dove fattalasi chiamare e
serratosi dentro con lei, piagnendo le cominciò a dire:
- Ghismonda, parendomi
conoscere la tua virtù e la tua onestà, mai non mi sarebbe potuto
cader nell'animo, quantunque mi fosse stato detto, se io co'miei occhi non lo
avessi veduto, che tu di sottoporti ad alcuno uomo, se tuo marito stato non
fosse, avessi, non che fatto, ma pur pensato; di che io in questo poco di
rimanente di vita che la mia vecchiezza mi serba sempre sarò dolente, di
ciò ricordandomi.
E or volesse Iddio che, poi
che a tanta disonestà conducere ti dovevi avessi preso uomo che alla tua
nobiltà decevole fosse stato; ma tra tanti che nella mia corte n'usano,
eleggesti Guiscardo, giovane di vilissima condizione, nella nostra corte quasi
come per Dio da picciol fanciullo infino a questo dì allevato; di che tu
in grandissimo affanno d'animo messo m'hai, non sappiendo io che partito di te
mi pigliare. Di Guiscardo, il quale io feci stanotte prendere quando dello
spiraglio usciva, e hollo in prigione, ho io già meco preso partito che
farne; ma di te, sallo Iddio che io non so che farmi. Dall'una parte mi trae
l'amore, il quale io t'ho sempre più portato che alcun padre portasse a
figliuola, e d'altra mi trae giustissimo sdegno, preso per la tua gran follia;
quegli vuole che io ti perdoni, e questi vuole che contro a mia natura in te incrudelisca;
ma prima che io partito prenda, disidero d'udire quello che tu a questo dei
dire.- E questo detto bassò il viso, piagnendo sì forte come
farebbe un fanciul ben battuto.
Ghismonda, udendo il padre
e conoscendo non solamente il suo segreto amore esser discoperto, ma ancora
esser preso Guiscardo, dolore inestimabile sentì, e a mostrarlo con
romore e con lagrime, come il più le femine fanno, fu assai volte
vicina; ma pur, questa viltà vincendo il suo animo altiero, il viso suo
con maravigliosa forza fermò, e seco, avanti che a dovere alcun priego
per sè porgere, di più non stare in vita dispose, avvisando
già esser morto il suo Guiscardo.
Per che, non come dolente
femina o ripresa del suo fallo, ma come non curante e valorosa, con asciutto
viso e aperto e da niuna parte turbato, così al padre disse:
- Tancredi, né a negare né
a pregare son disposta, per ciò che né l'un mi varrebbe né l'altro
voglio che mi vaglia; e oltre a ciò in niuno atto intendo di rendermi
benivola la tua mansuetudine e 'l tuo amore; ma, il ver confessando, prima con
vere ragioni difender la fama mia e poi con fatti fortissimamente seguire la
grandezza dello animo mio. Egli è il vero che io ho amato e amo
Guiscardo, e quanto io viverò, che sarà poco, l'amerò; e
se appresso la morte s'ama, non mi rimarrò d'amarlo; ma a questo non mi
indusse tanto la mia feminile fragilità, quanto la tua poca
sollecitudine del maritarmi e la virtù di lui.
Esser ti dovea, Tancredi,
manifesto, essendo tu di carne, aver generata figliuola di carne e non di
pietra o di ferro; e ricordarti dovevi e dei, quantunque tu ora sia vecchio,
chenti e quali e con che forza vengano le leggi della giovanezza; e, come che
tu uomo in parte ne'tuoi migliori anni nell'armi esercitato ti sii, non dovevi
di meno conoscere quello che gli ozi e le dilicatezze possano ne'vecchi non che
ne'giovani.
Sono adunque, sì
come da te generata, di carne, e sì poco vivuta, che ancor son giovane;
e per l'una cosa e per l'altra piena di concupiscibile disidero, al quale
maravigliosissime forze hanno date l'aver già, per essere stata
maritata, conosciuto qual piacer sia a così fatto disidero dar
compimento. Alle quali forze non potendo io resistere, a seguir quello a che
elle mi tiravano, sì come giovane e femina, mi disposi e innamora'mi. E
certo in questo opposi ogni mia virtù di non volere né a te né a me di
quello a che natural peccato mi tirava, in quanto per me si potesse operare,
vergogna fare. Alla qual cosa e pietoso Amore e benigna Fortuna assai occulta
via m'avean trovata e mostrata, per la quale, senza sentirlo alcuno, io a'miei
disideri perveniva; e questo, chi che ti se l'abbi mostrato o come che tu il
sappi, io nol nego.
Guiscardo non per accidente
tolsi, come molte fanno, ma con diliberato consiglio elessi innanzi ad
ogn'altro, e con avveduto pensiero a me lo'ntrodussi, e con savia perseveranza
di me e di lui lungamente goduta sono del mio disio. Di che egli pare, oltre
allo amorosamente aver peccato, che tu, più la volgare oppinione che la
verità seguitando, con più amaritudine mi riprenda, dicendo
(quasi turbato esser non ti dovessi, se io nobile uomo avessi a questo eletto)
che io con uom di bassa condizione mi son posta. In che non ti accorgi che non
il mio peccato ma quello della Fortuna riprendi, la quale assai sovente li non
degni ad alto leva, a basso lasciando i dignissimi.
Ma lasciamo or questo, e
riguarda alquanto a'principii delle cose: tu vedrai noi d'una massa di carne
tutti la carne avere, e da uno medesimo creatore tutte l'anime con iguali
forze, con iguali potenzie, con iguali virtù create. La virtù
primieramente noi, che tutti nascemmo e nasciamo iguali, ne distinse; e quegli
che di lei maggior parte avevano e adoperavano nobili furon detti, e il
rimanente rimase non nobile. E benché contraria usanza poi abbia questa legge
nascosa, ella non è ancor tolta via né guasta dalla natura né da'buon
costumi; e per ciò colui che virtuosamente adopera apertamente si mostra
gentile, e chi altramenti il chiama, non colui che è chiamato ma colui
che chiama, commette difetto.
Raguarda tra tutti i tuoi
nobili uomini ed esamina la lor virtù, i lor costumi e le loro maniere,
e d'altra parte quelle di Guiscardo raguarda: se tu vorrai senza
animosità giudicare, tu dirai lui nobilissimo e questi tuoi nobili tutti
esser villani. Delle virtù e del valore di Guiscardo io non credetti al
giudicio d'alcuna altra persona che a quello delle tue parole e de'miei occhi.
Chi il commendò mai tanto, quanto tu 'l commendavi in tutte quelle cose
laudevoli che valoroso uomo dee essere commendato? E certo non a torto; ché se
i miei occhi non m'ingannarono, niuna laude da te data gli fu, che io lui
operarla, e più mirabilmente che le tue parole non potevano esprimere,
non vedessi; e se pure in ciò alcuno inganno ricevuto avessi, da te sarei
stata ingannata.
Dirai dunque che io con
uomo di bassa condizione mi sia posta? Tu non dirai il vero; ma per avventura,
se tu dicessi con povero, con tua vergogna si potrebbe concedere, che
così hai saputo un valente uomo tuo servidore mettere in buono stato; ma
la povertà non toglie gentilezza ad alcuno, ma sì avere. Molti
re, molti gran principi furon già poveri; e molti di quegli che la terra
zappano e guardan le pecore già ricchissimi furono e sonne.
L'ultimo dubbio che tu
movevi, cioè che di me far ti dovessi, caccial del tutto via. Se tu
nella tua estrema vecchiezza a far quello che giovane non usasti, cioè
ad incrudelir, se'disposto, usa in me la tua crudeltà, la quale ad alcun
priego porgerti disposta non sono, sì come in prima cagion di questo
peccato, se peccato è; per ciò che io t'accerto che quello che di
Guiscardo fatto avrai o farai, se di me non fai il simigliante, le mie mani
medesime il faranno.
Or via, va con le femine a
spander le tue lagrime, e incrudelendo con un medesimo colpo altrui e me, se
così ti par che meritato abbiamo, uccidi.
Conobbe il prenze la
grandezza dell'animo della sua figliuola; ma non credette per ciò in
tutto lei sì fortemente disposta a quello che le parole sue sonavano,
come diceva. Per che, da lei partitosi e da sè rimosso di volere in
alcuna cosa nella persona di lei incrudelire, pensò con gli altrui danni
raffreddare il suo fervente amore, e comandò a'due che Guiscardo
guardavano che senza alcun romore lui la seguente notte strangolassono, e,
trattogli il cuore, a lui il recassero; li quali, così come loro era
stato comandato, così operarono.
Laonde, venuto il dì
seguente, fattasi il prenze venire una grande e bella coppa d'oro e messo in
quella il cuor di Guiscardo, per un suo segretissimo famigliare il mandò
alla figliuola e imposegli che, quando gliele desse, dicesse: - Il tuo padre ti
manda questo, per consolarti di quella cosa che tu più ami, come tu hai
lui consolato di ciò che egli più amava -.
Ghismonda, non smossa dal
suo fiero proponimento, fattesi venire erbe e radici velenose, poi che partito
fu il padre, quelle stillò e in acqua ridusse, per presta averla se
quello di che elle temeva avvenisse. Alla quale venuto il famigliare e col
presente e con le parole del prenze, con forte viso la coppa prese, e quella scoperchiata,
come il cuor vide e le parole intese, così ebbe per certissimo quello
essere il cuor di Guiscardo.
Per che, levato il viso
verso il famigliare, disse:
- Non si conveniva
sepoltura men degna che d'oro a così fatto cuore chente questo è;
discretamente in ciò ha il mio padre adoperato.
E così detto,
appressatoselo alla bocca, il baciò, e poi disse:
- In ogni cosa sempre e
infino a questo estremo della vita mia ho verso me trovato tenerissimo del mio
padre l'amore, ma ora più che giammai; e per ciò l'ultime grazie,
le quali render gli debbo giammai, di così gran presente da mia parte
gli renderai.
Questo detto, rivolta sopra
la coppa la quale stretta teneva, il cuor riguardando disse:
- Ahi! dolcissimo albergo
di tutti i miei piaceri, mala detta sia la crudeltà di colui che con gli
occhi della fronte or mi ti fa vedere! Assai m'era con quegli della mente
riguardarti a ciascuna ora. Tu hai il tuo corso fornito, e di tale chente la
fortuna tel concedette ti se'spacciato; venuto se'alla fine alla qual ciascun
corre; lasciate hai le miserie del mondo e le fatiche, e dal tuo nemico
medesimo quella sepoltura hai che il tuo valore ha meritata. Niuna cosa ti
mancava ad aver compiute esequie, se non le lagrime di colei la qual tu vivendo
cotanto amasti; le quali acciò che tu l'avessi, pose Iddio nel l'animo
al mio dispietato padre che a me ti mandasse, e io le ti darò, come che
di morire con gli occhi asciutti e con viso da niuna cosa spaventato proposto
avessi; e dateleti, senza alcuno indugio farò che la mia anima si congiugnerà
con quella, adoperandol tu, che tu già cotanto cara guardasti. E con
qual compagnia ne potre'io andar più contenta o meglio si cura ai luoghi
non conosciuti che con lei? Io son certa che ella è ancora quincentro e
riguarda i luoghi de'suoi diletti e de'miei; e come colei che ancor son certa
che m'ama, aspetta la mia, dalla quale sommamente è amata.
E così detto, non
altramenti che se una fonte d'acqua nella testa avuta avesse, senza fare alcun
feminil romore, sopra la coppa chinatasi, piagnendo cominciò a versare
tante lagrime, che mirabile cosa furono a riguardare, baciando infinite volte
il morto cuore.
Le sue damigelle, che
dattorno le stavano, che cuore questo si fosse o che volesson dire le parole di
lei non intendevano; ma da compassion vinte tutte piagnevano e lei pietosamente
della cagion del suo pianto domandavano invano, e molto più, come meglio
sapevano e potevano, s'ingegnavano di confortarla.
La qual, poi che quanto le
parve ebbe pianto, alzato il capo e rasciuttosi gli occhi, disse:
- O molto amato cuore, ogni
mio uficio verso te è fornito; né più altro mi resta a fare se
non di venire con la mia anima a fare alla tua compagnia
E questo detto, si fe'dare
l'orcioletto nel quale era l'acqua che il dì avanti aveva fatta, la qual
mise nella coppa ove il cuore era da molte delle sue lagrime lavato, e senza
alcuna paura postavi la bocca, tutta la bevve, e bevutala, con la coppa in mano
se ne salì sopra il suo letto, e quanto più onestamente seppe
compose il corpo suo sopra quello, e al suo cuore accostò quello del
morto amante, e senza dire alcuna cosa aspettava la morte.
Le damigelle sue, avendo
queste cose e vedute e udite, come che esse non sapessero che acqua quella
fosse la quale ella bevuta aveva, a Tancredi ogni cosa avean mandata a dire; il
quale, temendo di quello che sopravvenne, presto nella camera scese della
figliuola, nella qual giunse in quella ora che essa sopra il suo letto si pose;
e tardi con dolci parole levatosi a suo conforto, veggendo i termini ne'quali
era, cominciò dolorosamente a piagnere.
Al quale la donna disse:
- Tancredi, serbati coteste
lagrime a meno disiderata fortuna che questa, né a me le dare, che non le
disidero. Chi vide mai alcuno, altro che te, piagnere di quello che egli ha
voluto? Ma pure, se niente di quello amore che già mi portasti ancora in
te vive, per ultimo dono mi concedi che, poi che a grado non ti fu che io
tacitamente e di nascoso con Guiscardo vivessi, che 'l mio corpo col suo, dove
che tu te l'abbi fatto gittar morto, palese stea.
L'angoscia del pianto non
lasciò rispondere al prenze. Laonde la giovane, al suo fine esser venuta
sentendosi strignendosi al petto il morto cuore, disse:
- Rimanete con Dio, ché io
mi parto.
E velati gli occhi, e ogni
senso perduto, di questa dolente vita si dipartì.
Così doloroso fine
ebbe l'amor di Guiscardo e di Ghismonda, come udito avete; li quali Tancredi
dopo molto pianto, e tardi pentuto della sua crudeltà, con general
dolore di tutti i salernetani, onorevolmente amenduni in un medesimo sepolcro
gli fe'sepellire.
Giornata quarta - Novella
seconda
Frate Alberto dà a
vedere ad una donna che l'Agnolo Gabriello è di lei innamorato, in forma
del quale più volte si giace con lei; poi, per paura de'parenti di lei
della casa gittatosi, in casa d'uno povero uomo ricovera, il quale in forma
d'uomo salvatico il dì seguente nella piazza il mena, dove,
riconosciuto, è da'suoi frati preso e incarcerato.
Aveva la novella dalla
Fiammetta raccontata le lagrime più volte tirate insino in su gli occhi
alle sue compagne, ma quella già essendo compiuta, il re con rigido viso
disse:
- Poco prezzo mi parrebbe
la vita mia a dover dare per la metà diletto di quello che con Guiscardo
ebbe Ghismonda, né se ne dee di voi maravigliare alcuna, con ciò sia
cosa che io, vivendo, ogni ora mille morti sento, né per tutte quelle una sola
particella di diletto m'è data. Ma, lasciando al presente li miei fatti
ne'loro termini stare, voglio che ne'fieri ragionamenti, e a'miei accidenti in
parte simili, Pampinea ragionando seguisca; la quale se, come Fiammetta ha
cominciato, andrà appresso, senza dubbio alcuna rugiada cadere sopra il
mio fuoco comincerò a sentire.
Pampinea, a sé sentendo il
comandamento venuto, più per la sua affezione cognobbe l'animo delle
compagne che quello del re per le sue parole, e per ciò, più
disposta a dovere al quanto recrear loro che a dovere, fuori che del comandamento
solo, il re contentare, a dire una novella, senza uscir del proposto, da ridere
si dispose, e cominciò.
Usano i volgari un
così fatto proverbio: - Chi è reo e buono è tenuto,
può fare il male e non è creduto -. Il quale ampia materia a
ciò che m'è stato proposto mi presta di favellare, e ancora a
dimostrare quanta e quale sia la ipocresia de'religiosi, li quali, co'panni
larghi e lunghi e co'visi artificialmente pallidi e con le voci umili e
mansuete nel domandar l'altrui, e altissime e rubeste in mordere negli altri li
loro medesimi vizi e nel mostrare sé per torre e altri per lor donare venire a
salvazione, e oltre a ciò, non come uomini che il paradiso abbiano a
procacciare come noi, ma quasi come possessori e signori di quello, danti a
ciaschedun che muore, secondo la quantità de'danari loro lasciata da
lui, più e meno eccellente luogo, con questo prima sé medesimi, se
così credono, e poscia coloro che in ciò alle loro parole dan
fede, sforzansi d'ingannare. De'quali, se quanto si convenisse fosse licito a
me di mostrare, tosto dichiarerei a molti semplici quello che nelle lor cappe
larghissime tengon nascoso. Ma ora fosse piacer di Dio che così delle
lor bugie a tutti intervenisse, come ad un frate minore, non miga giovane, ma
di quelli che de'maggior ch'ha Ascesi era tenuto a Vinegia; del quale
sommamente mi piace di raccontare, per alquanto gli animi vostri, pieni di
compassione per la morte di Ghismonda, forse con risa e con piacere rilevare.
Fu adunque, valorose donne,
in Imola uno uomo di scelerata vita e di corrotta, il qual fu chiamato Berto
della Massa; le cui vituperose opere molto dagli imolesi conosciute a tanto il
recarono che, non che la bugia, ma la verità non era in Imola chi gli
credesse; per che, accorgendosi quivi più le sue gherminelle non aver
luogo, come disperato, a Vinegia d'ogni bruttura ricevitrice si
trasmutò, e quivi pensò di trovare altra maniera al suo malvagio
adoperare che fatto non avea in altra parte. E, quasi da conscienzia rimorso
delle malvagie opere nel preterito fatte da lui, da somma umiltà
soprapreso mostrando si, e oltre ad ogni altro uomo divenuto catolico,
andò e sì si fece frate minore, e fecesi chiamare frate Alberto
da Imola; e in tale abito cominciò a far per sembianti una aspra vita e
a commendar molto la penitenzia e l'astinenzia, né mai carne mangiava né bevea
vino, quando non n'avea che gli piacesse.
Né se ne fu appena avveduto
alcuno, che di ladrone, di ruffiano, di falsario, d'omicida, subitamente fu un
gran predicatore divenuto, senza aver per ciò i predetti vizi
abbandonati, quando nascosamente gli avesse potuti mettere in opera. E oltre a
ciò fattosi prete, sempre all'altare, quando celebrava, se da molti
veduto era, piagneva la passione del Salvatore, sì come colui al quale
poco costavano le lagrime quando le volea.
E in brieve, tra colle sue
prediche e le sue lagrime, egli seppe in sì fatta guisa li viniziani
adescare, che egli quasi d'ogni testamento che vi si faceva era fedecommessario
e dipositario, e guardatore di denari di molti, confessore e consigliatore quasi
della maggior parte degli uomini e delle donne; e così faccendo, di lupo
era divenuto pastore, ed era la sua fama di santità in quelle parti
troppo maggior che mai non fu di san Francesco ad Ascesi.
Ora avvenne che una giovane
donna bamba e sciocca, che chiamata fu madonna Lisetta da ca'Quirino, moglie
d'un gran mercatante che era andato con le galee in Fiandra, s'andò con
altre donne a confessar da questo santo frate. La quale essendogli a'piedi,
sì come colei che viniziana era, ed essi son tutti bergoli, avendo parte
detta de'fatti suoi, fu da frate Alberto addomandata se alcuno amadore avesse.
Al quale ella con un mal
viso rispose:
- Deh, messere lo frate,
non avete voi occhi in capo? Paionvi le mie bellezze fatte come quelle di
queste altre? Troppi n'avrei degli amadori, se io ne volessi; ma non sono le
mie bellezze da lasciare amare né da tale né da quale. Quante ce ne vedete voi,
le cui bellezze sien fatte come le mie, che sarei bella nel paradiso?
E oltre a ciò, disse
tante cose di questa sua bellezza, che fu un fastidio ad udire.
Frate Alberto conobbe
incontanente che costei sentia dello scemo e, parendogli terreno da'ferri suoi,
di lei subitamente e oltre modo s'innamorò; ma, riserbandosi in
più comodo tempo le lusinghe, pur, per mostrarsi santo, quella volta
cominciò a volerla riprendere e a dirle che questa era vanagloria, e
altre sue novelle; per che la donna gli disse che egli era una bestia e che
egli non conosceva che si fosse più una bellezza che un'altra. Per che
frate Alberto, non volendola troppo turbare, fattale la confessione, la
lasciò andar via con l'altre.
E stato alquanti dì,
preso un suo fido compagno, n'andò a casa madonna Lisetta, e trattosi da
una parte in una sala con lei e non potendo da altri esser veduto, le si
gittò davanti ginocchione e disse:
- Madonna, io vi priego per
Dio che voi mi perdoniate di ciò che io domenica, ragionandomi voi della
vostra bellezza, vi dissi, per ciò che sì fieramente la notte
seguente gastigato ne fui, che mai poscia da giacere non mi son potuto levar se
non oggi.
Disse allora donna Mestola:
- E chi ve ne
gastigò così?
Disse frate Alberto:
- Io il vi dirò.
Standomi io la notte in orazione, sì come io soglio star sempre, io vidi
subitamente nella mia cella un grande splendore, né prima mi pote'volgere per
veder che ciò fosse, che io mi vidi sopra un giovane bellissimo con un
grosso bastone in mano, il quale, presomi per la cappa e tiratomisi
a'piè, tante mi diè che tutto mi ruppe. Il quale io appresso
domandai perché ciò fatto avesse, ed egli rispose: - Per ciò che
tu presummesti oggi di riprendere le celestiali bellezze di madonna Lisetta, la
quale io amo, da Dio in fuori, sopra ogni altra cosa -. E io allora domandai: -
Chi siete voi? - A cui egli rispose che era l'agnolo Gabriello. - O signor mio
-, dissi io - io vi priego che voi mi perdoniate -. E egli allora disse :- E io
ti perdono per tal convenente, che tu a lei vada come tu prima potrai, e
facciti perdonare; e dove ella non ti perdoni, io ci tornerò e darottene
tante che io ti farò tristo per tutto il tempo che tu ci viverai -.
Quello che egli poi mi dicesse, io non ve l'oso dire, se prima non mi
perdonate.
Donna Zucca al vento, la
quale era anzi che no un poco dolce di sale, godeva tutta udendo queste parole
e verissime tutte le credea, e dopo alquanto disse:
- Io vi diceva bene, frate
Alberto, che le mie bellezze eran celestiali; ma, se Dio m'aiuti, di voi
m'incresce, e in fino ad ora, acciò che più non vi sia fatto
male, io vi perdono, sì veramente che voi mi diciate ciò che
l'agnolo poi vi disse.
Frate Alberto disse:
- Madonna, poi che
perdonato m'avete, io il vi dirò volentieri; ma una cosa vi ricordo, che
cosa che io vi dica voi vi guardiate di non dire ad alcuna persona che sia nel
mondo, se voi non volete guastare i fatti vostri, che siete la più
avventurata donna che oggi sia al mondo.
Questo agnol Gabriello mi
disse che io vi dicessi che voi gli piacevate tanto, che più volte a
starsi con voi venuto la notte sarebbe, se non fosse per non spaventarvi. Ora
vi manda egli dicendo per me, che a voi vuol venire una notte e dimorarsi una
pezza con voi; e per ciò che egli è agnolo e venendo in forma
d'agnolo voi nol potreste toccare, dice che per diletto di voi vuol venire in
forma d'uomo, e per ciò dice che voi gli mandiate a dire quando volete
che egli venga, e in forma di cui ed egli ci verrà; di che voi,
più che altra donna che viva, tener vi potete beata.
Madonna Baderla allora
disse che molto le piaceva se l'agnolo Gabriello l'amava; per ciò che
ella amava ben lui, né era mai che una candela d'un mattapan non gli accendesse
davanti dove dipinto il vedeva; e che, quale ora egli volesse a lei venire,
egli fosse il ben venuto, ché egli la troverebbe tutta sola nella sua camera,
ma con questo patto, che egli non dovesse lasciar lei per la Vergine Maria, che
l'era detto che egli le voleva molto bene, e anche si pareva, ché in ogni luogo
che ella il vedeva, le stava ginocchione innanzi; e oltre a questo, che a lui
stesse di venire in qual forma volesse, purché ella non avesse paura.
Allora disse frate Alberto:
- Madonna, voi parlate
saviamente; e io ordinerò ben con lui quello che voi mi dite. Ma voi mi
potete fare una gran grazia, e a voi non costerà niente; e la grazia
è questa, che voi vogliate che egli venga con questo mio corpo. E udite
in che voi mi farete grazia: che egli mi trarrà l'anima mia di corpo e
metteralla in paradiso, ed egli enterrà in me, e quanto egli
starà con voi, tanto si starà l'anima mia in paradiso.
Disse allora donna
Pocofila:
- Ben mi piace; io voglio che,
in luogo delle busse le quali egli vi diede a mie cagioni, che voi abbiate
questa consolazione.
Allora disse frate Alberto:
- Or farete che questa
notte egli truovi la porta della vostra casa per modo che egli possa entrarci,
per ciò che vegnendo in corpo umano, come egli verrà, non
potrebbe entrare se non per l'uscio.
La donna rispose che fatto
sarebbe. Frate Alberto si partì, ed ella rimase faccendo sì gran
galloria che non le toccava il cul la camicia, mille anni parendole che
l'agnolo Gabriello a lei venisse.
Frate Alberto, pensando che
cavaliere, non agnolo, esser gli convenia la notte, con confetti e altre buone
cose s'incominciò a confortare, acciò che di leggier non fosse da
caval gittato. E avuta la licenzia, con uno compagno, come notte fu, se n'entrò
in casa d'una sua amica, dalla quale altra volta aveva prese le mosse quando
andava a correr le giumente; e di quindi, quando tempo gli parve, trasformato
se n'andò a casa la donna, e in quella entrato, con sue frasche che
portate avea, in agnolo si trasfigurò, e salitosene suso, se
n'entrò nella camera della donna.
La quale, come questa cosa
così bianca vide, gli s'inginocchiò innanzi, e l'agnolo la
benedisse e levolla in piè e fecele segno che a letto s'andasse. Il che
ella, volenterosa d'ubbidire, fece prestamente, e l'agnolo appresso colla sua
divota si coricò.
Era frate Alberto bello
uomo del corpo e robusto, e stavangli troppo bene le gambe in su la persona;
per la qual cosa con donna Lisetta trovandosi, che era fresca e morbida, altra
giacitura faccendole che il marito, molte volte la notte volò senza ali,
di che ella forte si chiamò per contenta; e oltre a ciò molte
cose le disse della gloria celestiale. Poi, appressandosi il dì, dato
ordine al ritornare, co'suoi arnesi fuor se n'uscì e tornossi al
compagno suo, al quale, acciò che paura non avesse dormendo solo, aveva
la buona femina della casa fatta amichevole compagnia.
La donna, come desinato
ebbe, presa sua compagnia, se n'andò a frate Alberto e novelle gli disse
dello agnolo Gabriello e ciò che da lui udito avea della gloria di vita
etterna, e come egli era fatto, aggiugnendo oltre a questo maravigliose favole.
A cui frate Alberto disse:
- Madonna, io non so come
voi vi steste con lui; so io bene che stanotte, vegnendo egli a me e io avendogli
fatta la vostra ambasciata, egli ne portò subitamente l'anima mia tra
tanti fiori e tra tante rose, che mai non se ne videro di qua tante, e stettimi
in uno de'più dilettevoli luoghi che fosse mai infino a stamane a
matutino; quello che il mio corpo si divenisse, io non so.
- Non ve 'l dich'io? -
disse la donna - il vostro corpo stette tutta notte in braccio mio con l'agnol
Gabriello; e se voi non mi credete, guateretevi sotto la poppa manca là
dove io diedi un grandissimo bacio all'agnolo, tale che egli vi si parrà
il segnale parecchi dì.
Disse allora frate Alberto:
- Ben farò oggi una
cosa che io non feci già è gran tempo più, che io mi
spoglierò per vedere se. voi dite il vero.
E dopo molto cianciare la
donna se ne tornò a casa; alla quale in forma d'agnolo frate Alberto
andò poi molte volte senza alcuno impedimento ricevere.
Pure avvenne un giorno che,
essendo madonna Lisetta con una sua comare e insieme di bellezze quistionando,
per porre la sua innanzi ad ogn'altra, sì come colei che poco sale aveva
in zucca, disse:
- Se voi sapeste a cui la
mia bellezza piace, in verità voi tacereste dell'altre.
La comare, vaga d'udire,
sì come colei che ben la conoscea, disse:
- Madonna, voi potreste dir
vero, ma tuttavia, non sappiendo chi questi si sia, altri non si rivolgerebbe
così di leggiero.
Allora la donna, che
piccola levatura avea, disse:
- Comare, egli non si vuol
dire, ma lo 'ntendimento mio è l'agnolo Gabriello, il quale più
che sé m'ama, sì come la più bella donna, per quello che egli mi
dica, che sia nel mondo o in maremma.
La comare ebbe allora
voglia di ridere, ma pur si tenne per farla più avanti parlare, e disse:
- In fè di Dio,
madonna, se l'agnolo Gabriello è vostro intendimento e dicevi questo, egli
dee bene esser così; ma io non credeva che gli agnoli facesson queste
cose.
Disse la donna:
- Comare, voi siete errata;
per le plaghe di Dio, egli il fa meglio che mio marido, e dicemi che egli si fa
anche colassù; ma, per ciò che io gli paio più bella che
niuna che ne sia in cielo, s'è egli innamorato di me e viensene a star
meco bene spesso; mo vedì vu?
La comare, partita da
madonna Lisetta, le parve mille anni che ella fosse in parte ove ella potesse
queste cose ridire; e ragunatasi ad una festa con una gran brigata di donne,
loro ordinatamente raccontò la novella. Queste donne il dissero a'mariti
e ad altre donne, e quelle a quell'altre, e così in meno di due
dì ne fu tutta ripiena Vinegia. Ma tra gli altri a'quali questa cosa
venne agli orecchi furono i cognati di lei, li quali, senza alcuna cosa dirle,
si posero in cuore di trovare questo agnolo e di sapere se egli sapesse volare;
e più notti stettero in posta.
Avvenne che di questo fatto
alcuna novelluzza ne venne a frate Alberto agli orecchi; il quale, per
riprender la donna, una notte andatovi, appena spogliato s'era, che i cognati
di lei, che veduto l'avevan venire, furono all'uscio della sua camera per
aprirlo. Il che frate Alberto sentendo, e avvisato ciò che era,
levatosi, non veggendo altro rifugio, aperse una finestra la qual sopra il
maggior canal rispondea, e quindi si gittò nell'acqua.
Il fondo v'era grande ed
egli sapeva ben notare, sì che male alcun non si fece; e, notato
dall'altra parte del canale, in una casa che aperta v'era prestamente se
n'entrò, pregando un buono uomo che dentro v'era che per l'amor di Dio
gli scampasse la vita, sue favole dicendo perché quivi a quella ora e ignudo
fosse.
Il buono uomo, mosso a
pietà, convenendogli andare a far sue bisogne, nel suo letto il mise, e
dissegli che quivi infino alla sua tornata si stesse; e dentro serratolo,
andò a fare i fatti suoi.
I cognati della donna
entrati nella camera trovarono che l'agnolo Gabriello, quivi avendo lasciate
l'ali, se n'era volato; di che quasi scornati grandissima villania dissero alla
donna, e lei ultimamente sconsolata lasciarono stare e a casa lor tornarsi con
gli arnesi dello agnolo.
In questo mezzo, fattosi il
dì chiaro, essendo il buono uomo in sul Rialto, udì dire come
l'agnolo Gabriello era la notte andato a giacere con madonna Lisetta e
da'cognati trovatovi, s'era per paura gittato nel canale, né si sapeva che
divenuto se ne fosse; per che prestamente s'avvisò colui che in casa
avea esser desso. E là venutosene e riconosciutolo, dopo molte novelle,
con lui trovò modo che, s'egli non volesse che a'cognati di lei il
desse, gli facesse venire cinquanta ducati; e così fu fatto.
E appresso questo,
disiderando frate Alberto d'uscir di quindi, gli disse il buono uomo:
- Qui non ha modo alcuno,
se già in uno non voleste. Noi facciamo oggi una festa, nella quale chi
mena uno uomo vestito a modo d'orso e chi a guisa d'uom salvatico, e chi d'una
cosa e chi d'un'altra, e in su la piazza di San Marco si fa una caccia, la qual
fornita, è finita la festa; e poi ciascun va, con quel che menato ha,
dove gli piace. Se voi volete, anzi che spiar si possa che voi siate qui, che
io in alcun di questi modi vi meni, io vi potrò menare dove voi vorrete;
altramenti non veggio come uscirci possiate che conosciuto non siate; e i cognati
della donna, avvisando che voi in alcun luogo quincentro siate, per tutto hanno
messe le guardie per avervi.
Come che duro paresse a
frate Alberto l'andare in cotal guisa, pur per la paura che aveva de'parenti
della donna vi si condusse, e disse a costui dove voleva esser menato, e come
il menasse era contento.
Costui, avendol già
tutto unto di mele ed empiuto di sopra di penna matta, e messagli una catena in
gola e una maschera in capo, e datogli dall'una mano un gran bastone e
dall'altra due gran cani, che dal macello avea menati, mandò uno al
Rialto, che bandisse che chi volesse veder l'agnolo Gabriello andasse in su la
piazza di San Marco: e fu lealtà viniziana questa.
E questo fatto, dopo
alquanto il menò fuori e miseselo innanzi, e andandol tenendo per la
catena di dietro, non senza gran romore di molti, che tutti diceano: - Che
xè quel? che xè quel? - il condusse in su la piazza, dove tra
quegli che venuti gli eran dietro e quegli ancora che, udito il bando, da
Rialto venuti v'erano, erano gente senza fine. Questi là pervenuto, in
luogo rilevato e alto legò il suo uomo salvatico ad una colonna,
sembianti faccendo d'attendere la caccia; al quale le mosche e'tafani, per
ciò che di mele era unto, davan grandissima noia.
Ma poi che costui vide
piazza ben piena, faccendo sembianti di volere scatenare il suo uom salvatico,
a frate Alberto trasse la maschera dicendo:
- Signori, poi che il porco
non viene alla caccia, e non si fa, acciò che voi non siate venuti in
vano, io voglio che voi veggiate l'agnolo Gabriello, il quale di cielo in terra
discende la notte a consolare le donne viniziane.
Come la maschera fu fuori,
così fu frate Alberto incontanente da tutti conosciuto; contro al quale
si levaron le grida di tutti, dicendogli le più vituperose parole e la maggior
villania che mai ad alcun ghiotton si dicesse, e oltre a questo per lo viso
gettandogli chi una lordura e chi un'altra; e così grandissimo spazio il
tennero, tanto che per ventura la novella a'suoi frati pervenuta, infino a sei
di loro mossisi quivi vennero, e gittatagli una cappa in dosso e scatenatolo,
non senza grandissimo romor dietro, infino a casa loro nel menarono, dove,
incarceratolo, dopo misera vita si crede che egli morisse.
Così costui, tenuto
buono e male adoperando non essendo creduto, ardì di farsi l'agnolo
Gabriello, e di questo in un uom salvatico convertito, a lungo andare, come
meritato avea, vituperato senza pro pianse i peccati commessi. Così
piaccia a Dio che a tutti gli altri possa intervenire.
Giornata quarta - Novella
terza
Tre giovani amano tre
sorelle e con loro si fuggono in Creti. La maggiore per gelosia il suo amante
uccide; la seconda, concedendosi al duca di Creti, scampa da morte la prima,
l'amante della quale l'uccide e con la prima si fugge: ènne incolpato il
terzo amante con la terza sirocchia; e presi il confessano e per tema di morire
con moneta la guardia corrompono, e fuggonsi poveri a Rodi e in povertà
quivi muoiono.
Filostrato, udita la fine
del novellar di Pampinea, sovra sé stesso alquanto stette e poi disse verso di
lei:
- Un poco di buono e che mi
piacque fu nella fine della vostra novella; ma troppo più vi fu innanzi
a quella da ridere, il che avrei voluto che stato non vi fosse.
Poi alla Lauretta voltato
disse:
- Donna, seguite appresso
con una migliore, se esser può.
La Lauretta ridendo disse:
- Troppo siete contro agli
amanti crudele, se pure malvagio fine disiderate di loro; e io, per ubidirvi,
ne racconterò una di tre li quali igualmente mal capitarono, poco del
loro amore essendo goduti - ; e così detto, incominciò.
Giovani donne, sì
come voi apertamente potete conoscere, ogni vizio può in gravissima noia
tornar di colui che l'usa e molte volte d'altrui; e tra gli altri che con
più abbandonate redine ne'nostri pericoli ne trasporta, mi pare che
l'ira sia quello; la quale niuna altra cosa è che un movimento subito e
inconsiderato, da sentita tristizia sospinto, il quale, ogni ragion cacciata e
gli occhi della mente avendo di tenebre offuscati, in ferventissimo furore accende
l'anima nostra. E come che questo sovente negli uomini avvenga, e più in
uno che in uno altro, nondimeno già con maggior danni s'è nelle
donne veduto, per ciò che più leggiermente in quelle s'accende e
ardevi con fiamma più chiara e con meno rattenimento le sospigne.
Né è di ciò
maraviglia, per ciò che, se ragguardar vorremo, vedremo che il fuoco di
sua natura più tosto nelle leggieri e morbide cose s'apprende che nelle
dure e più gravanti; e noi pur siamo (non l'abbiano gli uomini a male)
più delicate che essi non sono e molto più mobili.
Laonde, veggendoci
naturalmente a ciò inchinevoli, e appresso ragguardato come la nostra
mansuetudine e benignità sia di gran riposo e di piacere agli uomini
co'quali a costumare abbiamo, e così l'ira e il furore essere di gran
noia e di pericolo, acciò che da quella con più forte petto ci
guardiamo, l'amor di tre giovani e d'altrettante donne, come di sopra dissi,
per l'ira d'una di loro di felice essere divenuto infelicissimo, intendo con la
mia novella mostrarvi.
Marsilia, sì come
voi sapete, è in Provenza sopra la marina posta, antica e nobilissima
città, e già fu di ricchi uomini e di gran mercatanti più
copiosa che oggi non si vede. Tra'quali ne fu un chiamato N'Arnald Civada, uomo
di nazione infima, ma di chiara fede e leal mercatante, senza misura di
possessioni e di denari ricco, il quale d'una sua donna avea più
figliuoli, de'quali tre n'erano femine ed eran di tempo maggiori che gli altri
che maschi erano. Delle qua li le due, nate ad un corpo, erano d'età di
quindici anni, la terza aveva quattordici; né altro s'attendeva per li loro
parenti a maritarle, che la tornata di N'Arnald il quale con sua mercatantia
era andato in Ispagna. Erano i nomi delle due prime, dell'una Ninetta e
dell'altra Maddalena; la terza era chiamata Bertella.
Della Ninetta era un
giovane gentile uomo, avvegna che povero fosse, chiamato Restagnone, innamorato
quanto più potea, e la giovane di lui; e sì avevan saputo
adoperare, che, senza saperlo alcuna persona del mondo, essi godevano del loro
amore; e già buona pezza goduti n'erano, quando avvenne che due giovani
compagni, de'quali l'uno era chiamato Folco e l'altro Ughetto, morti i padri
loro ed essendo rimasi ricchissimi, l'un della Maddalena e l'altro della
Bertella s'innamorarono.
Della qual cosa avvedutosi
Restagnone, essendogli stato dalla Ninetta mostrato, pensò di potersi
ne'suoi difetti adagiare per lo costoro amore. E con lor presa dimestichezza,
or l'uno e or l'altro e talvolta amenduni gli accompagnava a vedere le lor
donne e la sua; e quando dimestico assai e amico di costoro esser gli parve, un
giorno in casa sua chiamatigli, disse loro:
- Carissimi giovani, la
nostra usanza vi può aver renduti certi quanto sia l'amore che io vi
porto, e che io per voi adopererei quello che io per me medesimo adoperassi; e
per ciò che io molto v'amo, quello che nello animo caduto mi sia intendo
di dimostrarvi, e voi appresso con meco insieme quel partito ne prenderemo che
vi parrà il migliore. Voi, se le vostre parole non mentono, e per quello
ancora che ne'vostri atti e di dì e di notte mi pare aver compreso, di
grandissimo amore delle due giovani amate da voi ardete, e io della terza loro
sorella; al quale ardore, ove voi vi vogliate accordare, mi dà il cuore
di trovare assai dolce e piacevole rimedio, il quale è questo. Voi siete
ricchissimi giovani, quello che non sono io. Dove voi vogliate recare le vostre
ricchezze in uno e me far terzo posseditore con voi insieme di quelle e
diliberare in che parte del mondo noi vogliamo andare a vivere in lieta vita
con quelle, senza alcun fallo mi dà il cuor di fare che le tre sorelle,
con gran parte di quello del padre loro, con esso noi, dove noi andar ne
vorremo ne verranno; e quivi ciascun con la sua, a guisa di tre fratelli, viver
potremo li più contenti uomini che altri che al mondo sieno. A voi omai
sta il prender partito in volervi di ciò consolare, o lasciarlo.
Li due giovani, che oltre
modo ardevano, udendo che le lor giovani avrebbono, non penar troppo a
diliberarsi, ma dissero, dove questo seguir dovesse, che essi erano
apparecchiati di così fare. Restagnone, avuta questa risposta
da'giovani, ivi a pochi giorni si trovò con la Ninetta, alla quale non
senza gran malagevolezza andar poteva; e poi che alquanto con lei fu dimorato,
ciò che co'giovani detto aveale ragionò, e con molte ragion
s'ingegnò di farle questa impresa piacere. Ma poco malagevole gli fu,
per ciò che essa molto più di lui disiderava di poter con lui
esser senza sospetto; per che essa liberamente rispostogli che le piaceva e che
le sorelle, e massimamente in questo, quel farebbono che ella volesse, gli
disse che ogni cosa opportuna intorno a ciò, quanto più tosto
potesse, ordinasse. Restagnone a'due giovani tornato, li quali molto ciò
che ragionato avea loro il sollicitavano, disse loro, che dalla parte delle lor
donne l'opera era messa in assetto. E fra sé diliberati di doverne in Creti
andar, vendute alcune possessioni le quali avevano, sotto titolo di voler con
denari andar mercatando, e d'ogn'altra lor cosa fatti denari, una saettia
comperarono e quella segretamente armarono di gran vantaggio, e aspettarono il
termine dato. D'altra parte la Ninetta, che del disiderio delle sorelle sapeva
assai, con dolci parole in tanta volontà di questo fatto l'accese che
esse non credevano tanto vivere che a ciò pervenissero. Per che, venuta
la notte che salire sopra la saettia dovevano, le tre sorelle, aperto un gran
cassone del padre loro, di quello grandissima quantità di denari e di
gioie trassono, e con esse di casa tutte e tre tacitamente uscite secondo
l'ordine dato, li lor tre amanti che l'aspettavano trovarono; con li quali
senza alcuno indugio sopra la saettia montate, dier de'remi in acqua e andar
via; e senza punto rattenersi in alcuno luogo, la seguente sera giunsero a
Genova, dove i novelli amanti gioia e piacere primieramente presero del loro
amore.
E rinfrescatisi di
ciò che avean bisogno, andaron via, e d'un porto in uno altro, anzi che
l'ottavo dì fosse senza alcuno impedimento pervennero in Creti, dove
grandissime e belle possessioni comperarono, alle quali assai vicini di Candia
fecero bellissimi abituri e dilettevoli e quivi con molta famiglia, con cani e
con uccelli e con cavalli, in conviti e in festa e in gioia colle lor donne i
più contenti uomini del mondo a guisa di baroni cominciarono a vivere.
E in tal maniera dimorando,
avvenne (sì come noi veggiamo tutto il giorno avvenire che, quantunque
le cose molto piacciano, avendone soperchia copia rincrescono) che a
Restagnone, il qual molto amata avea la Ninetta, potendola egli senza alcun
sospetto ad ogni suo piacere avere, gl'incominciò a rincrescere e per
conseguente a mancar verso lei l'amore. Ed essendogli ad una festa sommamente
piaciuta una giovane del paese, bella e gentil donna, e quella con ogni studio
seguitando, cominciò per lei a far maravigliose cortesie e feste; di che
la Ninetta accorgendosi, entrò di lui in tanta gelosia, che egli non
poteva andare un passo che ella nol risapesse, e appresso con parole e con
crucci lui e sé non ne tribolasse.
Ma così come la copia
delle cose genera fastidio, così l'esser le disiderate negate moltiplica
l'appetito, così i crucci della Ninetta le fiamme del nuovo amore di
Restagnone accrescevano; e come che in processo di tempo s'avvenisse, o che
Restagnone l'amistà della donna amata avesse o no, la Ninetta, chi che
gliele rapportasse, l'ebbe per fermo; di che ella in tanta tristizia cadde, e
di quella in tanta ira e per conseguente in tanto furor trascorse, che,
rivoltato l'amore il quale a Restagnon portava in acerbo odio, accecata dalla
sua ira, s'avvisò colla morte di Restagnone l'onta che ricever l'era
paruta vendicare. E avuta una vecchia greca gran maestra di compor veleni, con
promesse e con doni a fare un'acqua mortifera la condusse, la quale essa, senza
altramenti consigliarsi, una sera a Restagnon riscaldato e che di ciò
non si guardava diè bere. La potenzia di quella fu tale che, avanti che
il mattutin venisse, l'ebbe ucciso. La cui morte sentendo Folco e Ughetto e le
lor donne, senza saper che di veleno fosse morto, insieme con la Ninetta
amaramente piansero e onorevolmente il fecero sepellire.
Ma non dopo molti giorni
avvenne che per altra malvagia opera fu presa la vecchia che alla Ninetta
l'acqua avvelenata composta avea, la quale tra gli altri suoi mali, martoriata,
confessò questo, pienamente mostrando ciò che per quello avvenuto
ne fosse; di che il duca di Creti, senza alcuna cosa dirne, tacitamente una
notte fu d'intorno al palagio di Folco, e senza romore o contradizione alcuna,
presa ne menò la Ninetta. Dalla quale senza alcun martorio
prestissimamente ciò che udir volle ebbe della morte di Restagnone.
Folco e Ughetto
occultamente dal duca avean sentito, e da loro le lor donne, perché presa la
Ninetta fosse, il che forte dispiacque loro; e ogni studio ponevano in far che
dal fuoco la Ninetta dovesse campare, al quale avvisavano che giudicata
sarebbe, sì come colei che molto ben guadagnato l'avea; ma tutto pareva
niente, per ciò che il duca pur fermo a volerne fare giustizia stava.
La Maddalena, la quale
bella giovane era e lungamente stata vagheggiata dal duca senza mai aver voluta
far cosa che gli piacesse, imaginando che piacendogli potrebbe la sirocchia dal
fuoco sottrarre, per un cauto ambasciadore gli significò sé esser ad
ogni suo comandamento, dove due cose ne dovesser seguire: la prima, che ella la
sua sorella salva e libera dovesse riavere; l'altra che questa cosa fosse
segreta. Il duca, udita l'ambasciata e piaciutagli, lungamente seco
pensò se fare il volesse, e alla fine vi s'accordò e disse ch'era
presto. Fatto adunque di consentimento della donna, quasi da loro informar si
volesse del fatto, sostenere una notte Folco e Ughetto, ad albergare se
n'andò segretamente colla Maddalena. E fatto prima sembiante d'avere la
Ninetta messa in un sacco e doverla quella notte stessa farla in mare
mazzerare, seco la rimenò alla sua sorella e per prezzo di quella notte
gliele donò, la mattina nel dipartirsi pregandola che quella notte, la
qual prima era stata nel loro amore, non fosse l'ultima; e oltre a questo le
'mpose che via ne mandasse la colpevole donna, acciò che a lui non fosse
biasimo o non gli convenisse da capo contro di lei incrudelire.
La mattina seguente Folco e
Ughetto, avendo udito la Ninetta la notte essere stata mazzerata, e credendolo,
furon liberati; e alla lor casa, per consolar le lor donne della morte della
sorella, tornati, quantunque la Maddalena s'ingegnasse di nasconderla molto,
pur s'accorse Folco che ella v'era; di che egli si maravigliò molto, e
subitamente suspicò (già avendo sentito che il duca aveva la
Maddalena amata), e domandolla come questo esser potesse che la Ninetta quivi
fosse.
La Maddalena ordì
una lunga favola a volergliele mostrare, poco da lui, che malizioso era,
creduta, il quale, a doversi dire il vero la costrinse; la quale dopo molte
parole gliele disse. Folco, da dolor vinto e in furor montato, tirata fuori una
spada, lei invano mercé addomandante uccise; e temendo l'ira e la giustizia del
duca, lei lasciata nella camera morta, se n'andò colà ove la
Ninetta era, e con viso infintamente lieto le disse:
- Tosto andianne là
dove diterminato è da tua sorella che io ti meni, acciò che
più non venghi alle mani del duca.
La qual cosa la Ninetta
credendo e come paurosa disiderando di partirsi, con Folco, senza altro
commiato chiedere alla sorella, essendo già notte, si mise in via, e con
que' denari a'quali Folco potè por mani, che furon pochi; e alla marina
andatisene, sopra una barca montarono, né mai si seppe dove arrivati si
fossero.
Venuto il dì
seguente ed essendosi la Maddalena trovata uccisa, furono alcuni che per
invidia e odio che ad Ughetto portavano, subitamente al duca l'ebbero fatto
sentire; per la qual cosa il duca, che molto la Maddalena amava, focosamente
alla casa corso, Ughetto prese e la sua donna e loro, che di queste cose niente
ancor sapeano, cioè della partita di Folco e della Ninetta, costrinse a
confessar sé insieme con Folco esser della morte della Maddalena colpevoli.
Per la qual confessione
costoro meritamente della morte temendo, con grande ingegno coloro che gli
guardavano corruppono, dando loro una certa quantità di denari, li quali
nella lor casa nascosti per li casi opportuni guardavano e con le guardie
insieme, senza avere spazio di potere alcuna lor cosa torre, sopra una barca
montati, di notte se ne fuggirono a Rodi, dove in povertà e in miseria
vissero non gran tempo.
Adunque a così fatto
partito il folle amore di Restagnone e l'ira della Ninetta sé condussero e
altrui.
Giornata quarta - Novella
quarta
Gerbino, contra la fede
data dal re Guglielmo suo avolo, combatte una nave del re di Tunisi per torre
una sua figliuola, la quale uccisa da quegli che su v'erano, loro uccide, e a
lui è poi tagliata la testa.
La Lauretta, finita la sua
novella, taceva, e fra la brigata chi con un chi con un altro della sciagura
degli amanti si dolea; e chi l'ira della Ninetta biasimava, e chi una cosa e
chi altra diceva, quando il re, quasi da profondo pensier tolto, alzò il
viso e ad Elissa fe'segno che appresso dicesse, la quale umilmente
incominciò.
Piacevoli donne, assai son
coloro che credono Amor solamente dagli occhi acceso le sue saette mandare,
coloro schernendo che tener vogliono che alcuno per udita si possa innamorare;
li quali essere ingannati assai manifestamente apparirà in una novella
la qual dire intendo. Nella quale non solamente ciò la fama, senza
aversi veduto giammai, avere operato vedrete, ma ciascuno a misera morte aver
condotto vi fia manifesto.
Guiglielmo secondo re di
Cicilia, come i ciciliani vogliono, ebbe due figliuoli, l'uno maschio e
chiamato Ruggieri, e l'altro femina, chiamata Gostanza. Il quale Ruggieri, anzi
che il padre morendo, lasciò un figliuolo nominato Gerbino; il quale,
dal suo avolo con diligenza allevato, divenne bellissimo giovane e famoso in
prodezza e in cortesia.
Né solamente dentro
a'termini di Cicilia stette la sua fama racchiusa, ma in varie parti del mondo
sonando, in Barberia era chiarissima, la quale in que'tempi al re di Cicilia
tributaria era. E tra gli altri alli cui orecchi la magnifica fama delle
virtù e della cortesia del Gerbin venne, fu ad una figliuola del re di
Tunisi, la qual, secondo che ciascun che veduta l'avea ragionava, era una delle
più belle creature che mai dalla natura fosse stata formata, e la
più costumata e con nobile e grande animo. La quale, volentieri
de'valorosi uomini ragionare udendo, con tanta affezione le cose valorosamente
operate dal Gerbino da uno e da un altro raccontate raccolse, e sì le
piacevano, che essa, seco stessa imaginando come fatto esser dovesse,
ferventemente di lui s'innamorò, e più volentieri che d'altro di
lui ragionava e chi ne ragionava ascoltava.
D'altra parte era,
sì come altrove, in Cicilia pervenuta la grandissima fama della bellezza
parimente e del valor di lei, e non senza gran diletto né in vano gli orecchi
del Gerbino aveva tocchi; anzi, non meno che di lui la giovane infiammata
fosse, lui di lei aveva infiammato.
Per la qual cosa infino a
tanto che con onesta cagione dallo avolo d'andare a Tunisi la licenzia
impetrasse, disideroso oltre modo di vederla, ad ogni suo amico che là
andava imponeva che a suo potere il suo segreto e grande amor facesse, per quel
modo che miglior gli paresse, sentire e di lei novelle gli recasse. De'quali
alcuno sagacissimamente il fece, gioie da donne portandole, come i mercatanti
fanno, a vedere; e interamente l'ardore del Gerbino apertole, lui e le sue cose
a'suoi comandamenti offerse apparecchiate. La quale con lieto viso e
l'ambasciadore e l'ambasciata ricevette, e rispostogli che ella di pari amore
ardeva, una delle sue più care gioie in testimonianza di ciò gli
mandò. La quale il Gerbino con tanta allegrezza ricevette, con quanta
qualunque cara cosa ricever si possa, e a lei per costui medesimo più
volte scrisse e mandò carissimi doni, con lei certi trattati tenendo da
doversi, se la fortuna conceduto lo avesse, vedere e toccare.
Ma andando le cose in
questa guisa e un poco più lunghe che bisognato non sarebbe, ardendo
d'una parte la giovane e d'altra il Gerbino, avvenne che il re di Tunisi la
maritò al re di Granata; di che ella fu crucciosa oltre modo, pensando
che non solamente per lunga distanzia al suo amante s'allontanava, ma che quasi
del tutto tolta gli era; e se modo veduto avesse, volentieri, acciò che
questo avvenuto non fosse, fuggita si sarebbe dal padre e venutasene al
Gerbino.
Similmente il Gerbino,
questo maritaggio sentendo, senza misura ne viveva dolente, e seco spesso
pensava, se modo veder potesse, di volerla torre per forza, se avvenisse che
per mare a marito n'andasse.
Il re di Tunisi, sentendo
alcuna cosa di questo amore e del proponimento del Gerbino, e del suo valore e
della potenzia dubitando, venendo il tempo che mandar ne la dovea, al re
Guiglielmo mandò significando ciò che fare in tendeva, e che,
sicurato da lui che né dal Gerbino né da altri per lui in ciò impedito
sarebbe, lo 'ntendeva di fa re. Il re Guiglielmo, che vecchio signore era né
dello innamoramento del Gerbino aveva alcuna cosa sentita, non imaginandosi che
per questo addomandata fosse tal sicurtà, liberamente la concedette e in
segno di ciò mandò al re di Tunisi un suo guanto. Il quale, poi
che la sicurtà ricevuta ebbe, fece una grandissima e bella nave nel
porto di Cartagine apprestare, e fornirla di ciò che bisogno aveva a chi
su vi doveva andare, e ornarla e acconciarla per su mandarvi la figliuola in
Granata, né altro aspettava che tempo.
La giovane donna, che tutto
questo sapeva e vedeva, occultamente un suo servidore mandò a Palermo e
imposegli che il bel Gerbino da sua parte salutasse e gli dicesse come ella in
fra pochi dì era per andarne in Granata; per che ora si parrebbe se
così fosse valente uomo come si diceva e se cotanto l'amasse quanto
più volte significato l'avea.
Costui, a cui imposta fu, ottimamente
fe'l'ambasciata e a Tunisi ritornossi. Gerbino questo udendo e sappiendo che il
re Guiglielmo suo avolo data avea la sicurtà al re di Tunisi, non sapeva
che farsi; ma pur, da amor sospinto, avendo le parole della donna intese e per
non parer vile, andatosene a Messina, quivi prestamente fece due galee sottili
armare, e messivi su di valenti uomini, con esse sopra la Sardigna
n'andò, avvisando quindi dovere la nave della donna passare.
Né fu di lungi l'effetto al
suo avviso; per ciò che pochi dì quivi fu stato, che la nave con
poco vento non guari lontana al luogo dove aspettandola riposto s'era
sopravenne. La qual veggendo Gerbino, a'suoi compagni disse:
- Signori, se voi
così valorosi siete come io vi tegno, niun di voi senza aver sentito o
sentire amore credo che sia, senza il quale, sì come io meco medesimo
estimo, niun mortal può alcuna virtù o bene in sé avere; e se
innamorati stati siete o sete, leggier cosa vi fia comprendere il mio disio. Io
amo, e amor m'indusse a darvi la presente fatica; e ciò che io amo nella
nave che qui davanti ne vedete dimora, la quale, insieme con quella cosa che io
più disidero, è piena di grandissime ricchezze, le quali, se
valorosi uomini siete, con poca fatica, virilmente combattendo, acquistar
possiamo. Della qual vittoria io non cerco che in parte mi venga se non una
donna, per lo cui amore i'muovo l'arme; ogni altra cosa sia vostra libera mente
infin da ora. Andiamo adunque, e bene avventurosa mente assagliamo la nave;
Iddio, alla nostra impresa favorevole, senza vento prestarle la ci tien ferma.
Non erano al bel Gerbino
tante parole bisogno, per ciò che i messinesi che con lui erano, vaghi
della rapina, già con l'animo erano a far quello di che il Gerbino gli
confortava con le parole. Per che, fatto un grandissimo romore nella fine del
suo parlare che così fosse, le trombe sonarono; e prese l'armi, dierono
de'remi in acqua e alla nave pervennero.
Coloro che sopra la nave
erano, veggendo di lontan venir le galee, non potendosi partire, s'apprestarono
alla difesa.
Il bel Gerbino, a quella
pervenuto, fe'comandare che i padroni di quella sopra le galee mandati fossero,
se la battaglia non voleano.
I saracini, certificati chi
erano e che domandassero, dissero sé essere contro alla fede lor data dal re da
loro assaliti; e in segno di ciò mostrarono il guanto del re Guiglielmo
e del tutto negaron di mai, se non per battaglia vinti, arrendersi o cosa che
sopra la nave fosse lor dare. Gerbino, il qual sopra la poppa della nave veduta
aveva la donna troppo più bella assai che egli seco non estimava,
infiammato più che prima, al mostrar del guanto rispose che quivi non
avea falconi al presente perché guanto v'avesse luogo; e per ciò, ove
dar non volesser la donna, a ricever la battaglia s'apprestassero. La qual
senza più attendere, a saettare e a gittar pietre l'un verso l'altro
fieramente incominciarono, e lungamente con danno di ciascuna delle parti in
tal guisa combatterono. Ultimamente, veggendosi Gerbino poco util fare, preso
un legnetto che di Sardigna menato aveano, e in quel messo fuoco, con amendue
le galee quello accostò alla nave. Il che veggendo i saracini e
conoscendo sé di necessità o doversi arrendere o morire, fatto sopra
coverta la figliola del re venire, che sotto coverta piagnea, e quella menata
alla proda della nave e chiamato il Gerbino, presente agli occhi suoi lei
gridante mercé e aiuto svenarono, e in mar gittandola dissono:
- Togli, noi la ti diamo
qual noi possiamo e chente la tua fede l'ha meritata.
Gerbino, veggendo la
crudeltà di costoro, quasi di morir vago, non curando di saetta né di
pietra, alla nave si fece accostare; e quivi su, malgrado di quanti ve n'eran,
montato, non altramenti che un leon famelico nell'armento di giuvenchi venuto
or questo or quello svenando prima co'denti e con l'unghie la sua ira sazia che
la fame, con una spada in mano or questo or quel tagliando de'saracini
crudelmente molti n'uccise Gerbino; e, già crescente il fuoco nella
accesa nave, fattone a'marinari trarre quello che si potè per
appagamento di loro, giù se ne scese con poco lieta vittoria de'suoi
avversari avere acquistata.
Quindi, fatto il corpo
della bella donna ricoglier di mare, lungamente e con molte lagrime il pianse,
e in Cicilia tornandosi, in Ustica, piccioletta isola quasi a Trapani
dirimpetto, onorevolmente il fe'sepellire, e a casa più doloroso che
altro uomo si tornò.
Il re di Tunisi, saputa la
novella, suoi ambasciadori di nero vestiti al re Guiglielmo mandò,
dogliendosi della fede che gli era stata male osservata, e raccontarono il
come. Di che il re Guiglielmo turbato forte, né vedendo via da poter lor
giustizia negare (ché la dimandavano), fece prendere il Gerbino; ed egli
medesimo, non essendo alcun de'baron suoi che con prieghi da ciò si
sforzasse di rimuoverlo, il condannò nella testa e in sua presenzia
gliele fece tagliare, volendo avanti senza nepote rimanere che esser tenuto re
senza fede.
Adunque così
miseramente in pochi giorni i due amanti, senza alcun frutto del loro amore
aver sentito, di mala morte morirono, com'io v'ho detto.
Giornata quarta - Novella
quinta
I fratelli dell'Isabetta
uccidon l'amante di lei; egli l'apparisce in sogno e mostrale dove sia
sotterrato. Ella occultamente disotterra la testa e mettela in un testo di
bassilico; e quivi su piagnendo ogni dì per una grande ora, i fratelli
gliele tolgono, ed ella se ne muore di dolore poco appresso
Finita la novella d'Elissa,
e alquanto dal re commendata, a Filomena fu imposto che ragionasse; la quale,
tutta piena di compassione del misero Gerbino e della sua donna, dopo un
pietoso sospiro incominciò.
La mia novella, graziose
donne, non sarà di genti di sì alta condizione, come costoro
furono de'quali Elissa ha raccontato, ma ella per avventura non sarà men
pietosa; e a ricordarmi di quella mi tira Messina poco innanzi ricordata, dove
l'accidente avvenne.
Erano adunque in Messina
tre giovani fratelli e mercatanti, e assai ricchi uomini rimasi dopo la morte
del padre loro, il qual fu da San Gimignano, e avevano una lor sorella chiamata
Lisabetta, giovane assai bella e costumata, la quale, che che se ne fosse
cagione, ancora maritata non aveano.
E avevano oltre a
ciò questi tre fratelli in uno lor fondaco un giovinetto pisano chiamato
Lorenzo, che tutti i lor fatti guidava e faceva, il quale, essendo assai bello
della persona e leggiadro molto, avendolo più volte l'Isabetta guatato,
avvenne che egli le 'ncominciò stranamente a piacere. Di che Lorenzo
accortosi e una volta e altra, similmente, lasciati suoi altri innamoramenti di
fuori, incominciò a porre l'animo a lei; e sì andò la
bisogna che, piacendo l'uno all'altro igualmente, non passò gran tempo
che, assicuratisi, fecero di quello che più disiderava ciascuno.
E in questo continuando e
avendo insieme assai di buon tempo e di piacere, non seppero sì
segretamente fare che una notte, andando l'Isabetta là dove Lorenzo
dormiva, che il maggior de'fratelli, senza accorgersene ella, non se ne
accorgesse. Il quale, per ciò che savio giovane era, quantunque molto
noioso gli fosse a ciò sapere, pur mosso da più onesto consiglio,
senza far motto o dir cosa alcuna, varie cose fra sé rivolgendo intorno a
questo fatto, infino alla mattina seguente trapassò.
Poi, venuto il giorno,
a'suoi fratelli ciò che veduto avea la passata notte dell'Isabetta e di
Lorenzo raccontò, e con loro insieme, dopo lungo consiglio,
diliberò di questa cosa, acciò che né a loro né alla sirocchia
alcuna infamia ne seguisse, di passarsene tacitamente e d'infignersi del tutto
d'averne alcuna cosa veduta o saputa infino a tanto che tempo venisse nel qua le
essi, senza danno o sconcio di loro, questa vergogna, avanti che più
andasse innanzi, si potessero torre dal viso.
E in tal disposizion
dimorando, così cianciando e ridendo con Lorenzo come usati erano
avvenne che, sembianti faccendo d'andare fuori della città a diletto
tutti e tre, seco menarono Lorenzo; e pervenuti in un luogo molto solitario e
rimoto, veggendosi il destro, Lorenzo, che di ciò niuna guardia
prendeva, uccisono e sotterrarono in guisa che niuna persona se ne accorse. E
in Messina tornati dieder voce d'averlo per lor bisogne mandato in alcun luogo;
il che leggiermente creduto fu, per ciò che spesse volte eran di
mandarlo attorno usati.
Non tornando Lorenzo, e
l'Isabetta molto spesso e sollicitamente i fratei domandandone, sì come
colei a cui la dimora lunga gravava, avvenne un giorno che, domandandone ella
molto instantemente, che l'uno de'fratelli le disse:
- Che vuol dir questo? Che
hai tu a fare di Lorenzo, ché tu ne domandi così spesso? Se tu ne
domanderai più, noi ti faremo quella risposta che ti si conviene.
Per che la giovane dolente
e trista, temendo e non sappiendo che, senza più domandarne si stava, e
assai volte la notte pietosamente il chiamava e pregava che ne venisse, e
alcuna volta con molte lagrime della sua lunga dimora si doleva e, senza punto
rallegrarsi, sempre aspettando si stava.
Avvenne una notte che,
avendo costei molto pianto Lorenzo che non tornava, ed essendosi alla fine
piagnendo addormentata, Lorenzo l'apparve nel sonno, pallido e tutto rabbuffato
e con panni tutti stracciati e fracidi indosso, e parvele che egli dicesse:
- O Lisabetta, tu non mi
fai altro che chiamare e della mia lunga dimora t'attristi, e me con le tue
lagrime fieramente accusi; e per ciò sappi che io non posso più
ritornarci, per ciò che l'ultimo dì che tu mi vedesti i tuoi
fratelli m'uccisono.
E disegnatole il luogo dove
sotterrato l'aveano, le disse che più nol chiamasse né l'aspettasse, e
disparve.
La giovane destatasi, e
dando fede alla visione, amaramente pianse. Poi la mattina levata, non avendo
ardire di dire al cuna cosa a'fratelli, propose di volere andare al mostrato
luogo e di vedere se ciò fosse vero che nel sonno l'era paruto. E avuta
la licenza d'andare alquanto fuor della terra a diporto, in compagnia d'una che
altra volta con loro era stata e tutti i suoi fatti sapeva, quanto più
tosto potè là se n'andò; e tolte via foglie secche che nel
luogo erano, dove men dura le parve la terra quivi cavò; né ebbe guari
cavato, che ella trovò il corpo del suo misero amante in niuna cosa
ancora guasto né corrotto; per che manifestamente conobbe essere stata vera la
sua visione. Di che più che altra femina dolorosa, conoscendo che quivi
non era da piagnere, se avesse potuto volentieri tutto il corpo n'avrebbe
portato per dargli più convenevole sepoltura; ma, veggendo che
ciò esser non poteva, con un coltello il meglio che potè gli
spiccò dallo 'mbusto la testa, e quella in uno asciugatoio inviluppata e
la terra sopra l'altro corpo gittata, messala in grembo alla fante, senza
essere stata da alcun veduta, quindi si partì e tornossene a casa sua.
Quivi con questa testa
nella sua camera rinchiusasi, sopra essa lungamente e amaramente pianse, tanto
che tutta con le sue lagrime la lavò, mille baci dandole in ogni parte.
Poi prese un grande e un bel testo, di questi nei quali si pianta la persa o il
bassilico, e dentro la vi mise fasciata in un bel drappo, e poi messovi su la
terra, su vi piantò parecchi piedi di bellissimo bassilico salernetano,
e quegli di niuna altra acqua che o rosata o di fior d'aranci o delle sue lagrime
non inaffiava giammai; e per usanza avea preso di sedersi sempre a questo testo
vicina, e quello con tutto il suo disidero vagheggiare, sì come quello
che il suo Lorenzo teneva nascoso; e poi che molto vagheggiato l'avea,
sopr'esso andatasene, cominciava a piagnere, e per lungo spazio, tanto che
tutto il bassilico bagnava, piagnea.
Il bassilico, sì per
lo lungo e continuo studio, sì per la grassezza della terra procedente
dalla testa corrotta che dentro v'era, divenne bellissimo e odorifero molto. E
servando la giovane questa maniera del continuo, più volte da'suoi
vicini fu veduta. Li quali, maravigliandosi i fratelli della sua guasta
bellezza e di ciò che gli occhi le parevano della testa fuggiti, il
disser loro:
- Noi ci siamo accorti, che
ella ogni dì tiene la cotal maniera.
Il che udendo i fratelli e
accorgendosene, avendonela alcuna volta ripresa e non giovando, nascosamente da
lei fecer portar via questo testo. Il quale, non ritrovandolo ella, con
grandissima instanzia molte volte richiese; e non essendole renduto, non
cessando il pianto e le lagrime, infermò, né altro che il testo suo
nella infermità domandava.
I giovani si maravigliavan
forte di questo addimandare e per ciò vollero vedere che dentro vi
fosse; e versata la terra, videro il drappo e in quello la testa non ancor
sì consumata che essi alla capellatura crespa non conoscessero lei esser
quella di Lorenzo. Di che essi si maravigliaron forte e temettero non questa
cosa si risapesse; e sotterrata quella, senza altro dire, cautamente di Messina
uscitisi e ordinato come di quindi si ritraessono, se n'andarono a Napoli.
La giovane non restando di
piagnere e pure il suo testo addimandando, piagnendo si morì; e
così il suo disavventurato amore ebbe termine. Ma poi a certo tempo
divenuta questa cosa manifesta a molti, fu alcuno che compuose quel la canzone
la quale ancora oggi si canta, cioè:
Quale esso fu lo malo
cristiano,
che mi furò la
grasta, ecc.
Giornata quarta - Novella
sesta
L'Andreuola ama Gabriotto;
raccontagli un sogno veduto ed egli a lei un altro; muorsi di subito nelle sue
braccia; mentre che ella con una sua fante alla casa di lui nel portano, son
prese dalla signoria, ed ella dice come l'opera sta; il podestà la vuole
sforzare; ella nol patisce; sentelo il padre di lei, e lei innocente trovata fa
liberare; la quale, del tutto rifiutando di star più al mondo, si fa
monaca.
Quella novella, che
Filomena aveva detta, fu alle donne carissima, per ciò che assai volte
avevano quella canzone udita cantare né mai avevan potuto, per domandarne,
sapere qual si fosse la cagione per che fosse stata fatta. Ma, avendo il re la
fine di quella udita, a Panfilo impose che allo ordine andasse dietro.
Panfilo allora disse:
Il sogno nella precedente
novella raccontato mi dà materia di dovervene raccontare una nella quale
di due si fa menzione, li quali di cosa che a venire era, come quello di cosa
intervenuta, furono, e appena furon finiti di dire da coloro che veduti gli
aveano, che l'effetto seguì d'amenduni. E però, amorose donne,
voi dovete sapere che general passione è di ciascuno che vive il veder
varie cose nel sonno, le quali, quantunque a colui che dorme, dormendo, tutte
paian verissime, e desto lui, alcune vere, alcune verisimili, e parte fuori
d'ogni verità iudichi, nondimeno molte esserne avvenute. si truovano
Per la qual cosa molti a
ciascun sogno tanta fede prestano quanta presterieno a quelle cose le quali
vegghiando vedessero; e per li lor sogni stessi s'attristano e s'allegrano
secondo che per quegli o temono o sperano. E in contrario son di quegli che
niuno ne credono se non poi che nel premostrato pericolo si veggono. De'quali
né l'uno né l'altro commendo, per ciò che né sempre son veri né ogni
volta falsi. Che essi non sien tutti veri, assai volte può ciascun di
noi aver conosciuto; e che essi tutti non sien falsi, già di sopra nella
novella di Filomena s'è dimostrato e nella mia, come davanti dissi,
intendo di dimostrarlo. Per che giudico che nel virtuosamente vivere e operare
di niuno contrario sogno a ciò si dee temere, né per quello lasciare i
buoni proponimenti; nelle cose perverse e malvagie, quantunque i sogni a quelle
paiano favorevoli e con seconde dimostrazioni chi gli vede confortino, niuno se
ne vuol credere; e così nel contrario a tutti dar piena fede. Ma
vegniamo alla novella.
Nella città di
Brescia fu già un gentile uomo chiamato messer Negro da Ponte Carraro,
il quale, tra più altri figliuoli, una figliuola avea nominata
Andreuola, giovane e bella assai e senza marito, la qual per ventura d'un suo
vicino, ch'avea nome Gabriotto, s'innamorò, uomo di bassa condizione ma
di laudevoli costumi pieno e della persona bello e piacevole; e coll'opera e
collo aiuto della fante della casa operò tanto la giovane, che Gabriotto
non solamente seppe sé esser dalla Andreuola amato, ma ancora in un bel
giardino del padre di lei più e più volte a diletto dell'una
parte e dell'altra fu menato. E acciò che niuna cagione mai, se non
morte, potesse questo lor dilettevole amor separare, marito e moglie
segretamente divennero. E così furtivamente gli lor congiugnimenti
continuando, avvenne che alla giovane una notte dormendo parve in sogno vedere
sé essere nel suo giardino con Gabriotto, e lui con grandissimo piacer di
ciascuno tener nelle sue braccia; e mentre che così dimoravan, le pareva
veder del corpo di lui uscire una cosa oscura e terribile, la forma della quale
essa non poteva conoscere, e parevale che questa cosa prendesse Gabriotto e mal
grado di lei con maravigliosa forza gliele strappasse di braccio e con esso
ricoverasse sotterra, né mai più riveder potesse né l'uno né l'altro. Di
che assai dolore e inestimabile sentiva, e per quello si destò; e desta,
come che lieta fosse veggendo che non così era come sognato avea,
nondimeno l'entrò del sogno veduto paura. E per questo, volendo poi
Gabriotto la seguente notte venir da lei, quanto potè s'ingegnò
di fare che la sera non vi venisse; ma pure, il suo voler vedendo, acciò
che egli d'altro non sospecciasse, la seguente notte nel suo giardino il
ricevette. E avendo molte rose bianche e vermiglie colte, per ciò che la
stagione era, con lui a piè d'una bellissima fontana e chiara, che nel
giardino era, a starsi se n'andò. E quivi, dopo grande e assai lunga
festa insieme avuta, Gabriotto la domandò qual fosse la cagione per che
la venuta gli avea il dì dinanzi vietata. La giovane, raccontandogli il
sogno da lei la notte davanti veduto e la suspezione presa di quello, gliele
contò.
Gabriotto udendo questo se
ne rise, e disse che grande sciocchezza era porre ne'sogni alcuna fede, per
ciò che o per soperchio di cibo o per mancamento di quello avvenieno, ed
esser tutti vani si vedeano ogni giorno; e appresso disse:
- Se io fossi voluto andar
dietro a'sogni, io non ci sarei venuto, non tanto per lo tuo quanto per uno che
io altressì questa notte passata ne feci, il qual fu, che a me pareva
essere in una bella e dilettevol selva e in quella andar cacciando e aver presa
una cavriuola tanto bella e tanto piacevole quanto alcuna altra se ne vedesse
giammai; e pareami che ella fosse più che la neve bianca, e in brieve
spazio divenisse sì mia dimestica, che punto da me non si partiva
tuttavia. A me pareva averla sì cara che, acciò che da me non si
partisse, le mi pareva nella gola aver messo un collar d'oro, e quella con una
catena d'oro tener colle mani.
E appresso questo mi pareva
che, riposandosi questa cavriuola una volta e tenendomi il capo in seno,
uscisse non so di che parte una veltra nera come carbone, affamata e
spaventevole molto nella apparenza, e verso me se ne venisse; alla quale niuna
resistenza mi parea fare; per che egli mi pareva che ella mi mettesse il muso
in seno nel sinistro lato, e quello tanto rodesse che al cuor perveniva, il
quale pareva che ella mi strappasse per portarsel via. Di che io sentiva
sì fatto dolore che il mio sonno si ruppe, e desto colla mano
subitamente corsi a cercarmi il lato se niente v'avessi; ma mal non trovandomi,
mi feci beffe di me stesso che cercato v'avea. Ma che vuol questo per
ciò dire? De'così fatti e de'più spaventevoli assai n'ho già
veduti, né per ciò cosa del mondo più né meno me n'è
intervenuto; e per ciò lasciagli andare e pensiamo di darci buon tempo.
La giovane, per lo suo
sogno assai spaventata, udendo questo divenne troppo più; ma, per non
esser cagione d'alcuno sconforto a Gabriotto, quanto più potè la
sua paura nascose. E come che con lui, abbracciandolo e baciandolo alcuna volta
e da lui essendo abbracciata e baciata, si sollazzasse, suspicando e non
sappiendo che, più che l'usato spesse volte il riguardava nel volto, e
talvolta per lo giardin riguardava se alcuna cosa nera vedesse venir d'alcuna
parte.
E in tal maniera dimorando,
Gabriotto, gittato un gran sospiro, l'abbracciò e disse:
- Ohimè, anima mia,
aiutami, ché io muoio - ; e così detto, ricadde in terra sopra l'erba
del pratello.
Il che veggendo la giovane
e lui caduto ritirandosi in grembio, quasi piagnendo disse:
- O signor mio dolce, o che
ti senti tu?
Gabriotto non rispose, ma
ansando forte e sudando tutto, dopo non guari spazio passò della
presente vita.
Quanto questo fosse grave e
noioso alla giovane, che più che sé l'amava, ciascuna sel dee poter
pensare. Ella il pianse assai e assai volte in vano il chiamò; ma poi
che pur s'accorse lui del tutto esser morto, avendolo per ogni parte del corpo
cercato e in ciascuna trovandol freddo, non sappiendo che far né che dirsi,
così lagrimosa come era e piena d'angoscia andò la sua fante a
chiamare, la quale di questo amor consapevole era, e la sua miseria e il suo
dolore le dimostrò.
E poi che miseramente
insieme alquanto ebber pianto sopra il morto viso di Gabriotto disse la giovane
alla fante:
- Poi che Iddio m'ha tolto
costui, io non intendo di più stare in vita; ma prima che io ad uccider
mi venga, vorre'io che noi prendessimo modo convenevole a servare il mio onore
e il segreto amor tra noi stato, e che il corpo, del quale la graziosa anima
s'è partita, fosse sepellito.
A cui la fante disse:
- Figliuola mia, non dir di
volerti uccidere, per ciò che, se tu l'hai qui perduto, uccidendoti,
anche nell'altro mondo il perderesti, per ciò che tu n'andresti in
inferno, là dove io son certa che la sua anima non è andata per
ciò che buon giovane fu; ma molto meglio è a confortarti e
pensare d'aiutare con orazioni e con altro bene l'anima sua, se forse per alcun
peccato commesso n'ha bisogno.
Del sepellirlo è il
modo presto qui in questo giardino, il che niuna persona saprà giammai,
per ciò che niun sa ch'egli mai ci venisse; e se così non vuogli,
mettianlo qui fuori del giardino e lascianlo stare; egli sarà domattina
trovato e portatone a casa sua e fatto sepellire da'suoi parenti.
La giovane, quantunque
piena fosse d'amaritudine e continuamente piagnesse, pure ascoltava i consigli
della sua fante; e alla prima parte non accordatasi, rispose alla seconda
dicendo:
- Già Dio non voglia
che così caro giovane e cotanto da me amato e mio marito, io sofferi che
a guisa d'un cane sia sepellito o nella strada in terra lasciato. Egli ha avute
le mie lagrime, e in quanto io potrò egli avrà quelle de'suoi
parenti; e già per l'animo mi va quello che noi abbiamo in ciò a
fare.
E prestamente per una pezza
di drappo di seta, la quale aveva in un suo forziere, la mandò; e venuta
quella, in terra distesala, su il corpo di Gabriotto vi posero, e postagli la
testa sopra uno origliere e con molte lagrime chiusigli gli occhi e la bocca, e
fattagli una ghirlanda di rose e tutto dattorno delle rose che colte avevano
empiutolo, disse alla fante:
- Di qui alla porta della
sua casa ha poca via; e per ciò tu e io, così come acconcio
l'abbiamo, quivi il porteremo e dinanzi ad essa il porremo. Egli non
andrà guari di tempo che giorno fia, e sarà ricolto; e come che
questo a'suoi niuna consolazion sia, pure a me, nelle cui braccia egli è
morto, sarà un piacere.
E così detto, da
capo con abbondantissime lagrime sopra il viso gli si gittò e per lungo
spazio pianse. La qual, molto dalla fante sollicitata, per ciò che il
giorno se ne veniva, dirizzatasi, quello anello medesimo col quale da Gabriotto
era stata sposata del dito suo trattosi, il mise nel dito di lui, con pianto
dicendo:
- Caro mio signore, se la
tua anima ora le mie lagrime vede, e niun conoscimento o sentimento dopo la
partita di quella rimane a'corpi, ricevi benignamente l'ultimo dono di colei la
qual tu vivendo cotanto amasti - ; e questo detto, tramortita addosso gli
ricadde. E dopo alquanto risentita e levatasi, colla fante insieme preso il
drappo sopra il quale il corpo giaceva, con quello del giardino uscirono e
verso la casa di lui si dirizzaro. E così andando, per caso avvenne che
dalla famiglia del podestà, che per caso andava a quella ora per alcuno
accidente, furon trovate e prese col morto corpo.
L'Andreuola, più di
morte che di vita disiderosa, conosciuta la famiglia della signoria,
francamente disse:
- Io conosco chi voi siete
e so che il volermi fuggire niente monterebbe; io son presta di venir con voi
davanti alla signoria e che ciò sia di raccontarle; ma niuno di voi sia
ardito di toccarmi, se io obbediente vi sono, né da questo corpo alcuna cosa
rimuovere, se da me non vuole essere accusato.
Per che, senza essere da
alcun tocca, con tutto il corpo di Gabriotto n'andò in palagio.
La qual cosa il
podestà sentendo, si levò, e lei nella camera avendo, di
ciò che intervenuto era s'informò; e fatto da certi medici
riguardare se con veleno o altramenti fosse stato il buono uomo ucciso, tutti
affermarono del no; ma che alcuna posta vicina al cuore gli s'era rotta, che
affogato l'avea. Il qual ciò udendo e sentendo costei in piccola cosa
esser nocente, s'ingegnò di mostrar di donarle quello che vender non le
poteva, e disse, dove ella a'suoi piaceri acconsentir si volesse, la
libererebbe. Ma non valendo quelle parole, oltre ad ogni convenevolezza, volle
usar la forza. Ma l'Andreuola, da sdegno accesa e divenuta fortissima,
virilmente si difese, lui con villane parole e altiere ributtando indietro.
Ma, venuto il dì
chiaro e queste cose essendo a messer Negro contate, dolente a morte, con molti
de'suoi amici a palagio n'andò, e quivi d'ogni cosa dal podestà
infornato, dolendosi domandò che la figliuola gli fosse renduta.
Il podestà,
volendosi prima accusare egli della forza che fare l'avea voluta che egli da
lei accusato fosse, lodando prima la giovane e la sua constanzia, per approvar
quella venne a dire ciò che fatto avea; per la qual cosa, vedendola di
tanta buona fermezza, sommo amore l'avea posto, e, dove a grado a lui, che suo
padre era, e a lei fosse, non ostante che marito avesse avuto di bassa
condizione, volentieri per sua donna la sposerebbe.
In questo tempo che costoro
così parlavano, l'Andreuola venne in cospetto del padre e piagnendo gli
si gittò innanzi e disse:
- Padre mio, io non credo
che bisogni che io la istoria del mio ardire e della mia sciagura vi racconti,
ché son certa che udita l'avete e sapetela; e per ciò, quanto più
posso, umilmente perdono vi domando del fallo mio, cioè d'avere senza
vostra saputa chi più mi piacque marito preso. E questo perdono non vi
domando perché la vita mi sia perdonata, ma per morire vostra figliuola e non
vostra nimica - ; e così piagnendo gli cadde a'piedi.
Messer Negro, che antico
era oramai e uomo di natura benigno e amorevole, queste parole udendo
cominciò a piagnere, e piagnendo levò la figliuola teneramente in
piè, e disse:
- Figliuola mia, io avrei
avuto molto caro che tu avessi avuto tal marito quale a te secondo il parer mio
si convenia; e se tu l'avevi tal preso quale egli ti piacea, questo doveva
anche a me piacere; ma l'averlo occultato della tua poca fidanza mi fa dolere,
e più ancora vedendotel prima aver perduto che io l'abbia saputo. Ma
pur, poi che così è, quello che io per contentarti, vivendo egli,
volentieri gli avrei fatto, cioè onore sì come a mio genero,
facciaglisi alla morte - ; e volto a'figliuoli e a'suo'parenti, comandò
loro che le esequie s'apparecchiassero a Gabriotto grandi e onorevoli.
Eranvi in questo mezzo
concorsi i parenti e le parenti del giovane, che saputa avevano la novella, e
quasi donne e uomini quanti nella città n'erano. Per che, posto nel
mezzo della corte il corpo sopra il drappo della Andreuola e con tutte le sue
rose, quivi non solamente da lei e dalle parenti di lui fu pianto, ma
pubblicamente quasi da tutte le donne della città e da assai uomini; e
non a guisa di plebeio ma di signore, tratto della corte pubblica, sopra gli
omeri de'più nobili cittadini con grandissimo onore fu portato alla
sepoltura.
Quindi dopo alquanti
dì, seguitando il podestà quello che addomandato avea,
ragionandolo messer Negro alla figliuola, niun cosa ne volle udire; ma, volendole
in ciò compiacere il padre, in un monistero assai famoso di
santità essa e la sua fante monache si renderono e onestamente poi in
quello per molto tempo vissero.
Giornata quarta - Novella
settima
La Simona ama Pasquino;
sono insieme in uno orto; Pasquino si frega a'denti una foglia di salvia e
muorsi; è presa la Simona, la quale, volendo mostrare al giudice come
morisse Pasquino, fregatasi una di quelle foglie a'denti, similmente si muore.
Panfilo era della sua
novella diliberato, quando il re, nulla compassion mostrando all'Andreuola,
riguardando Emilia, sembianti le fe'che a grado li fosse che essa a coloro che
detto aveano, dicendo, si continuasse. La quale, senza al cuna dimora fare,
incominciò.
Care compagne, la novella
detta da Panfilo mi tira a doverne dire una in niuna altra cosa alla sua
simile, se non che, come l'Andreuola nel giardino perdè l'amante, e
così colei di cui dir debbo; e similmente presa, come l'Andreuola fu,
non con forza né con virtù, ma con morte inoppinata si diliberò
dalla corte. E come altra volta tra noi è stato detto, quantunque Amor
volentieri le case de'nobili uomini abiti, esso per ciò non rifiuta lo
'mperio di quelle de'poveri, anzi in quelle sì alcuna volta le sue forze
dimostra, che come potentissimo signore da'più ricchi si fa temere. Il
che, ancora che non in tutto, in gran parte apparirà nella mia novella,
con la qual mi piace nella nostra città rientrare, della quale questo
dì, diverse cose diversamente parlando, per diverse parti del mondo avvolgendoci,
cotanto allontanati ci siamo.
Fu adunque, non è
gran tempo, in Firenze una giovane assai bella e leggiadra secondo la sua
condizione, e di povero padre figliuola, la quale ebbe nome Simona; e
quantunque le convenisse colle proprie braccia il pan che mangiar volea guadagnare
e filando lana sua vita reggesse, non fu per ciò di sì povero
animo che ella non ardisse a ricevere amore nella sua mente, il quale con gli
atti e colle parole piacevoli d'un giovinetto di non maggior peso di lei, che
dando andava per un suo maestro lanaiuolo lana a filare, buona pezza mostrato
aveva di volervi entrare.
Ricevutolo adunque in sé
col piacevole aspetto del giovane che l'amava, il cui nome era Pasquino, forte
disiderando e non attentando di far più avanti, filando, ad ogni passo
di lana filata che al fuso avvolgeva mille sospiri più cocenti che fuoco
gittava, di colui ricordandosi che a filar gliele aveva data. Quegli dall'altra
parte molto sollicito divenuto che ben si filasse la lana del suo maestro,
quasi quella sola che la Simona filava, e non alcuna altra, tutta la tela
dovesse compiere, più spesso che l'altra era sollicitata.
Per che, l'un sollicitando
e all'altra giovando d'esser sollicitata, avvenne che l'un più d'ardir
prendendo che aver non solea e l'altra molto della paura e della vergogna
cacciando che d'avere era usata, insieme a'piaceri comuni si congiunsono. Li
quali tanto all'una parte e all'altra aggradirono che, non che l'un dall'altro
aspettasse d'esser invitato a ciò, anzi a dovervi essere si faceva
incontro l'uno all'altro invitando.
E così questo lor
piacere continuando d'un giorno in uno altro e sempre più nel continuare
accendendosi, avvenne che Pasquino disse alla Simona che del tutto egli voleva
che ella trovasse modo di poter venire ad un giardino, là dove egli menar
la voleva, acciò che quivi più adagio e con men sospetto
potessero essere insieme.
La Simona disse che le
piaceva; e, dato a vedere al padre una domenica dopo mangiare che andar voleva
alla perdonanza a San Gallo, con una sua compagna chiamata la Lagina al
giardino statole da Pasquino insegnato se n'andò. Dove lui insieme con
un suo compagno, che Puccino avea nome, ma era chiamato lo Stramba,
trovò; e quivi fatto uno amorazzo nuovo tra lo Stramba e la Lagina, essi
a far de'lor piaceri in una parte del giardin si raccolsero, e lo Stramba e la
Lagina lasciarono in un'altra.
Era in quella parte del
giardino, dove Pasquino e la Simona andati se ne erano, un grandissimo e bel
cesto di salvia; a piè della quale postisi a sedere e gran pezza
sollazzatosi insieme, e molto avendo ragionato d'una merenda che in quello orto
ad animo riposato intendevan di fare, Pasquino, al gran cesto della salvia
rivolto, di quella colse una foglia e con essa s'incominciò a
stropicciare i denti e le gengie, dicendo che la salvia molto bene gli nettava
d'ogni cosa che sopr'essi rimasa fosse dopo l'aver mangiato.
E poi che così
alquanto fregati gli ebbe, ritornò in sul ragionamento della merenda,
della qual prima diceva. Né guari di spazio perseguì ragionando, che
egli s'incominciò tutto nel viso a cambiare, e appresso il cambiamento
non istette guari che egli perde la vista e la parola, e in brieve egli si
morì.
Le quali cose la Simona
veggendo, cominciò a piagnere e a gridare e a chiamar lo Stramba e la
Lagina. Li quali prestamente là corsi, e veggendo Pasquino non solamente
morto, ma già tutto enfiato e pieno d'oscure macchie per lo viso e per
lo corpo divenuto, subitamente gridò lo Stramba:
- Ahi malvagia femina, tu
l'hai avvelenato.
E fatto il romor grande, fu
da molti, che vicini al giardino abitavano, sentito. Li quali, corsi al romore
e trovando costui morto ed enfiato, e udendo lo Stramba dolersi e accusare la
Simona che con inganno avvelenato l'avesse, ed ella, per lo dolore del subito
accidente che il suo amante tolto avesse, quasi di sé uscita, non sappiendosi
scusare, fu reputato da tutti che così fosse come lo Stramba diceva.
Per la qual cosa presala,
piagnendo ella sempre forte, al palagio del podestà ne fu menata. Quivi,
prontando lo Stramba e l'Atticciato e 'l Malagevole, compagni di Pasquino che
sopravenuti erano, un giudice, senza dare indugio alla cosa, si mise ad
esaminarla del fatto; e non potendo comprendere costei in questa cosa avere
operata malizia né esser colpevole, volle, lei presente, vedere il morto corpo
e il luogo e 'l modo da lei raccontatogli, per ciò che per le parole di
lei nol comprendeva assai bene.
Fattola adunque senza
alcuno tumulto colà menare dove ancora il corpo di Pasquino giaceva
gonfiato come una botte, ed egli appresso andatovi, maravigliatosi del morto,
lei domandò come stato era. Costei, al cesto della salvia accostatasi e
ogni precedente istoria avendo raccontata, per pienamente darli ad intendere il
caso sopravenuto, così fece come Pasquino aveva fatto, una di quelle
foglie di salvia fregatasi a'denti.
Le quali cose mentre che
per lo Stramba e per lo Atticciato e per gli altri amici e compagni di Pasquino
sì come frivole e vane in presenzia del giudice erano schernite, e con
più istanzia la sua malvagità accusata, niuna altra cosa per lor
domandandosi se non che il fuoco fosse di così fatta malvagità
punitore, la cattivella, che dal dolore del perduto amante e dalla paura della
dimandata pena dallo Stramba ristretta stava, per l'aversi la salvia fregata a'denti
in quel medesimo accidente cadde che prima caduto era Pasquino, non senza gran
maraviglia di quanti eran presenti.
O felici anime, alle quali
in un medesimo dì addivenne il fervente amore e la mortal vita
terminare! E più felici, se insieme ad un medesimo luogo n'andaste! E
felicissime, se nell'altra vita s'ama, e voi v'amate come di qua faceste! Ma
molto più felice l'anima della Simona innanzi tratto, quanto è al
nostro giudicio, che vivi dietro a lei rimasi siamo, la cui innocenzia non
patì la fortuna che sotto la testimonianza cadesse dello Stramba e
dell'Atticciato e del Malagevole, forse scardassieri o più vili uomini,
più onesta via trovandole con pari sorte di morte al suo amante a
svilupparsi dalla loro infamia e a seguitar l'anima tanto da lei amata del suo
Pasquino.
Il giudice, quasi tutto
stupefatto dello accidente insieme con quanti ve n'erano, non sappiendo che
dirsi, lungamente soprastette; poi, in miglior senno rivenuto, disse:
- Mostra che questa salvia
sia velenosa, il che della salvia non suole avvenire. Ma acciò che ella
alcuno altro offender non possa in simil modo, taglisi infino alle radici e
mettasi nel fuoco.
La qual cosa colui che del
giardino era guardiano in presenza del giudice faccendo, non prima abbattuto
ebbe il gran cesto in terra, che la cagione della morte de'due miseri amanti
apparve.
Era sotto il cesto di
quella salvia una botta di maravigliosa grandezza, dal cui venenifero fiato
avvisarono quella salvia esser velenosa divenuta. Alla qual botta non avendo
alcuno ardire d'appressarsi, fattale d'intorno una stipa grandissima, quivi
insieme colla salvia l'arsero, e fu finito il processo di messer lo giudice
sopra la morte di Pasquino cattivello. Il quale insieme con la sua Simona,
così enfiati come erano, dallo Stramba e dallo Atticciato e da Guccio
Imbratta e dal Malagevole furono nella chiesa di San Paolo sepelliti, della
quale per avventura eran popolani.
Giornata quarta - Novella
ottava
Girolamo ama la Salvestra;
va, costretto da'prieghi della madre, a Parigi; torna e truovala maritata;
entrale di nascoso in casa e muorle allato; e portato in una chiesa, nuore la
Salvestra allato a lui.
Aveva la novella d'Emilia
il fine suo, quando per comandamento del re Neifile così
cominciò.
Alcuni al mio giudicio,
valorose donne, sono, li quali più che l'altre genti si credon sapere, e
sanno meno; e per questo non solamente a'consigli degli uomini, ma ancora
contra la natura delle cose presummono d'opporre il senno loro; della quale
presunzione già grandissimi mali sono avvenuti e alcun bene non se ne
vide giammai. E per ciò che tra l'altre naturali cose quella che meno
riceve consiglio o operazione in contrario è amore, la cui natura
è tale che più tosto per sé medesimo consumar si può che
per avvedimento alcuno tor via, m'è venuto nello animo di narrarvi una
novella d'una donna la quale, mentre che ella cercò d'esser più
savia che a lei non si apparteneva e che non era e ancora che non sosteneva la
cosa in che studiava mostrare il senno suo, credendo dello innamorato cuore
trarre amore, il quale forse v'avevano messo le stelle, pervenne a cacciare ad
una ora amore e l'anima del corpo al figliuolo.
Fu adunque nella nostra
città, secondo che gli antichi raccontano, un grandissimo mercatante e
ricco, il cui nome fu Leonardo Sighieri, il quale d'una sua donna un figliuolo
ebbe chiamato Girolamo, appresso la natività del quale, acconci i suoi
fatti ordinatamente, passò di questa vita. I tutori del fanciullo,
insieme con la madre di lui, bene e lealmente le sue cose guidarono.
Il fanciullo crescendo
co'fanciulli degli altri suoi vicini, più che con alcuno altro della
contrada con una fanciulla del tempo suo, figliuola d'un sarto, si
dimesticò. E venendo più crescendo l'età, l'usanza si
convertì in amore tanto e sì fiero, che Girolamo non sentiva ben
se non tanto quanto costei vedeva; e certo ella non amava men lui che da lui
amata fosse.
La madre del fanciullo, di
ciò avvedutasi, molte volte ne gli disse male e nel gastigò. E
appresso co'tutori di lui, non potendosene Girolamo rimanere, se ne dolfe; e
come colei che si credeva per la gran ricchezza del figliuolo fare del pruno un
mel rancio, disse loro:
- Questo nostro fanciullo,
il quale appena ancora non ha quattordici anni, è sì innamorato
d'una figliuola d'un sarto nostro vicino, che ha nome la Salvestra, che, se noi
dinanzi non gliele leviamo, per avventura egli la si prenderà un giorno,
senza che alcuno il sappia, per moglie, e io non sarò mai poscia lieta;
o egli si consumerà per lei se ad altri la vedrà maritare; e per
ciò mi parrebbe che, per fuggir questo, voi il doveste in alcuna parte
mandare lontano di qui ne'servigi del fondaco; per ciò che, dilungandosi
da veder costei, ella gli uscirà dello animo e potrengli poscia dare
alcuna giovane ben nata per moglie.
I tutori dissero che la
donna parlava bene e che essi ciò farebbero al lor potere; e fattosi
chiamare il fanciullo nel fondaco, gl'incominciò l'uno a dire assai
amorevolmente:
- Figliuol mio, tu
se'oggimai grandicello; egli è ben fatto che tu incominci tu medesimo a
vedere de'fatti tuoi; per che noi ci contenteremmo molto che tu andassi a stare
a Parigi alquanto, dove gran parte della tua ricchezza vedrai come si traffica,
senza che tu diventerai molto migliore e più costumato e più da
bene là che qui non faresti, veggendo quei signori e quei baroni e
que'gentili uomini che vi sono assai e de'lor costumi apprendendo; poi te ne
potrai qui venire.
Il garzone ascoltò
diligentemente e in brieve rispose niente volerne fare, per ciò che egli
credeva così bene come un altro potersi stare a Firenze. I valenti
uomini, udendo questo, ancora con più parole il riprovarono; ma, non
potendo trarne altra risposta, alla madre il dissero. La quale fieramente di
ciò adirata, non del non volere egli andare a Parigi, ma del suo innamoramento,
gli disse una gran villania; e poi, con dolci parole raumiliandolo, lo
'ncominciò a lusingare e a pregare dolcemente che gli dovesse piacere di
far quello che volevano i suoi tutori; e tanto gli seppe dire che egli
acconsentì di dovervi andare a stare uno anno e non più; e
così fu fatto.
Andato adunque Girolamo a
Parigi fieramente innamorato, d'oggi in domane ne verrai, vi fu due anni
tenuto. Donde più innamorato che mai tornatosene, trovò la sua
Salvestra maritata ad un buon giovane che faceva le trabacche, di che egli fu
oltre misura dolente. Ma pur, veggendo che altro esser non poteva,
s'ingegnò di darsene pace; e spiato là dove ella stesse a casa,
secondo l'usanza de'giovani innamorati incominciò a passare davanti a
lei, credendo che ella non avesse lui dimenticato, se non come egli aveva lei.
Ma l'opera stava in altra guisa; ella non si ricordava di lui se non come se
mai non lo avesse veduto; e, se pure alcuna cosa se ne ricordava, sì
mostrava il contrario. Di che in assai piccolo spazio di tempo il giovane s'accorse,
e non senza suo grandissimo dolore. Ma nondimeno ogni cosa faceva che poteva,
per rientrarle nello animo; ma niente parendogli adoperare, si dispose, se
morir ne dovesse, di parlarle esso stesso.
E da alcuno vicino
informatosi come la casa di lei stesse, una sera che a vegghiare erano ella e
'l marito andati con lor vicini, nascosamente dentro v'entrò, e nella
camera di lei dietro a teli di trabacche che tesi v'erano si nascose, e tanto
aspettò che, tornati costoro e andatisene al letto, sentì il marito
di lei addormentato, e là se n'andò dove veduto aveva che la
Salvestra coricata s'era, e postale la sua mano sopra il petto, pianamente
disse:
- O anima mia, dormi tu
ancora?
La giovane, che non
dormiva, volle gridare, ma il giovane prestamente disse:
- Per Dio, non gridare, ché
io sono il tuo Girolamo.
Il che udendo costei, tutta
tremante disse:
- Deh, per Dio, Girolamo,
vattene; egli è passato quel tempo che alla nostra fanciullezza non si
disdisse l'essere innamorati; io sono, come tu vedi, maritata; per la qual cosa
più non sta bene a me d'attendere ad altro uomo che al mio marito; per
che io ti priego per solo Iddio che tu te ne vada; ché se mio marito ti
sentisse, pogniamo che altro male non ne seguisse, sì ne seguirebbe che
mai in pace né in riposo con lui viver potrei, dove ora amata da lui in bene e
in tranquillità con lui mi dimoro.
Il giovane, udendo queste
parole, sentì noioso dolore; e ricordatole il passato tempo e 'l suo
amore mai per distanzia non menomato, e molti prieghi e promesse grandissime
mescolate, niuna cosa ottenne.
Per che, disideroso di
morire, ultimamente la pregò che in merito di tanto amore ella
sofferisse che egli allato a lei si coricasse, tanto che alquanto riscaldar si
potesse, ché era agghiacciato aspettandola; promettendole che né le direbbe
alcuna cosa né la toccherebbe e, come un poco riscaldato fosse, se n'andrebbe.
La Salvestra, avendo un
poco compassion di lui, con le condizioni date da lui il concedette. Coricossi
adunque il giovine allato a lei senza toccarla; e raccolto in un pensiere il
lungo amor portatole e la presente durezza di lei e la perduta speranza,
diliberò di più non vivere; e ristretti in sé gli spiriti, senza
alcun motto fare, chiuse le pugna, allato a lei si morì. E dopo alquanto
spazio la giovane maravigliandosi della sua contenenza, temendo non il
maritò si svegliasse, cominciò a dire:
- Deh, Girolamo, ché non te
ne vai tu?
Ma non sentendosi
rispondere, pensò lui essere addormentato; per che, stesa oltre la mano
acciò che si svegliasse, il cominciò a tentare, e toccandolo il
trovò come ghiaccio freddo, di che ella si maravigliò forte; e
toccandolo con più forza e sentendo che egli non si movea, dopo
più ritoccarlo cognobbe che egli era morto; di che oltre modo dolente,
stette gran pezza senza saper che farsi. Alla fine prese consiglio di volere in
altrui persona tentar quello che il marito dicesse da farne; e destatolo,
quello che presenzialmente a lei avvenuto era, disse essere ad un'altra
intervenuto, e poi il domandò, se a lei avvenisse, che consiglio ne
prenderebbe.
Il buono uomo rispose che a
lui parrebbe che colui che morto fosse si dovesse chetamente riportare a casa
sua e quivi lasciarlo, senza alcuna malavoglienza alla donna portarne, la quale
fallato non gli pareva ch'avesse.
Allora la giovane disse:
- E così convien
fare a noi - ; e presagli la mano, gli fece toccare il morto giovane.
Di che egli tutto smarrito
si levò su e, acceso un lume, senza entrare colla moglie in altre
novelle, il morto corpo de'suoi panni medesimi rivestito e senza alcuno
indugio, aiutandolo la sua innocenzia, levatoselo in su le spalle, alla porta
della casa di lui nel portò e quivi il pose e lasciollo stare.
E venuto il giorno, e
veduto costui davanti all'uscio suo morto, fu fatto il romor grande, e
spezialmente dalla madre; e cerco per tutto e riguardato, e non trovatoglisi né
piaga né percossa alcuna, per li medici generalmente fu creduto lui di dolore
esser morto così come era. Fu adunque questo corpo portato in una
chiesa, e quivi venne la dolorosa madre con molte altre donne parenti e vicine,
e sopra lui cominciarono dirottamente, secondo l'usanza nostra, a piagnere e a
dolersi.
E mentre il corrotto
grandissimo si facea, il buono uomo, in casa cui morto era, disse alla Salvestra:
- Deh ponti alcun mantello
in capo e va a quella chiesa dove Girolamo è stato recato e mettiti tra
le donne, e ascolterai quello che di questo fatto si ragiona, e io farò
il simigliante tra gli uomini, acciò che noi sentiamo se alcuna cosa
contro a noi si dicesse.
Alla giovane, che tardi era
divenuta pietosa, piacque, sì come a colei che morto disiderava di veder
colui a cui vivo non avea voluto d'un sol bacio piacere, e andovvi.
Maravigliosa cosa è
a pensare quanto sieno difficili ad investigare le forze d'Amore! Quel cuore,
il quale la lieta fortuna di Girolamo non aveva potuto aprire, la miseria
l'aperse, e l'antiche fiamme risuscitatevi tutte subitamente mutò in
tanta pietà, come ella il viso morto vide, che sotto 'l mantel chiusa,
tra donna e donna mettendosi, non ristette prima che al corpo fu pervenuta; e
quivi, mandato fuori uno altissimo strido, sopra il morto giovane si
gittò col suo viso, il quale non bagnò di molte lagrime, per
ciò che prima nol toccò che, come al giovane il dolore la vita
aveva tolta, così a costei tolse.
Ma poi che, riconfortandola
le donne e dicendole che su si levasse alquanto, non conoscendola ancora, e poi
che ella non si levava, levar volendola e immobile trovandola, pur
sollevandola, ad una ora lei esser la Salvestra e morta conobbero. Di che tutte
le donne che quivi erano, vinte da doppia pietà, ricominciarono il
pianto assai maggiore.
Sparsesi fuor della chiesa
tra gli uomini la novella, la quale pervenuta agli orecchi del marito di lei,
che tra loro era, senza ascoltare consolazione o conforto da alcuno, per lungo
spazio pianse. E poi ad assai di quegli che v'erano raccontata la istoria stata
la notte di questo giovane e della moglie, manifestamente per tutti si seppe la
cagione della morte di ciascuno, il che a tutti dolfe.
Presa adunque la morta
giovane e lei così ornata come s'acconciano i corpi morti, sopra quel
medesimo letto allato al giovane la posero a giacere, e quivi lungamente
pianta, in una medesima sepoltura furono sepelliti amenduni; e loro, li quali Amor
vivi non aveva potuto congiugnere, la morte congiunse con inseparabile
compagnia.
Giornata quarta - Novella
nona
Messer Guiglielmo
Rossiglione dà a mangiare alla moglie sua il cuore di messer Guiglielmo
Guardastagno ucciso da lui e amato da lei; il che ella sappiendo, poi si gitta
da una alta finestra in terra e muore e col suo amante è sepellita.
Essendo la novella di
Neifile finita, non senza aver gran compassion messa in tutte le sue compagne,
il re, il qual non intendeva di guastare il privilegio di Dioneo, non essendovi
altri a dire, incominciò.
Emmisi parata dinanzi,
pietose donne, una novella alla qual, poi che così degli infortunati
casi d'amore vi duole, vi converrà non meno di compassione avere che
alla passata, per ciò che da più furono coloro a'quali ciò
che io dirò avvenne, e con più fiero accidente che quegli
de'quali è parlato.
Dovete adunque sapere che,
secondo che raccontano i provenzali, in Provenza furon già due nobili
cavalieri, de'quali ciascuno e castella e vassalli aveva sotto di sé, e aveva
l'uno nome messer Guiglielmo Rossiglione e l'altro messer Guiglielmo
Gardastagno; e per ciò che l'uno e l'altro era prod'uomo molto
nell'arme, s'amavano assai e in costume avean d'andar sempre ad ogni
torniamento o giostra o altro fatto d'arme insieme e vestiti d'una assisa.
E come che ciascun
dimorasse in un suo castello e fosse l'un dall'altro lontano ben diece miglia,
pur avvenne che, avendo messer Guiglielmo Rossiglione una bellissima e vaga
donna per moglie, messer Guiglielmo Guardastagno fuor di misura, non ostante
l'amistà e la compagnia che era tra loro, s'innamorò di lei e
tanto, or con uno atto e or con uno altro fece, che la donna se n'accorse; e
conoscendolo per valorosissimo cavaliere, le piacque, e cominciò a porre
amore a lui, in tanto che niuna cosa più che lui disiderava o amava, né
altro attendeva che da lui esser richiesta; il che non guari stette che
avvenne, e insieme furono e una volta e altra, amandosi forte.
E men discretamente insieme
usando, avvenne che il marito se n'accorse e forte ne sdegnò, in tanto
che il grande amore che al Guardastagno portava in mortale odio
convertì; ma meglio il seppe tener nascoso che i due amanti non avevano
saputo tenere il loro amore, e seco diliberò del tutto d'ucciderlo.
Per che, essendo il
Rossiglione in questa disposizione, sopravenne che un gran torneamento si
bandì in Francia, il che il Rossiglione incontanente significò al
Guardastagno, e mandogli a dire che, se a lui piacesse, da lui venisse e
insieme diliberrebbono se andar vi volessono e come. Il Guardastagno lietissimo
rispose che senza fallo il dì seguente andrebbe a cenar con lui.
Il Rossiglione, udendo
questo, pensò il tempo esser venuto di poterlo uccidere; e armatosi il
dì seguente con alcuno suo famigliare montò a cavallo, e forse un
miglio fuori del suo castello in un bosco si ripose in agguato, donde doveva il
Guardastagno passare; e avendolo per un buono spazio atteso, venir lo vide
disarmato con due famigliari appresso disarmati, sì come colui che di
niente da lui si guardava; e come in quella parte il vide giunto dove voleva,
fellone e pieno di mal talento con una lancia sopra mano gli uscì
addosso gridando:
- Traditor, tu se'morto - ;
e il così dire e il dargli di questa lancia per lo petto fu una cosa.
Il Guardastagno, sena
potere alcuna difesa fare o pur dire una parola, passato di quella lancia,
cadde e poco appresso morì. I suoi famigliari, senza aver conosciuto chi
ciò fatto s'avesse, voltate le teste de'cavalli, quanto più
poterono si fuggirono verso il castello del lor signore.
Il Rossiglione, smontato,
con un coltello il petto del Guardastagno aprì e colle proprie mani il
cuor gli trasse, e quel fatto avviluppare in un pennoncello di lancia,
comandò ad un de'suoi famigliari che nel portasse; e avendo a ciascun
comandato che niun fosse tanto ardito che di questo facesse parola,
rimontò a cavallo, ed essendo già notte al suo castello se ne
tornò.
La donna, che udito aveva
il Guardastagno dovervi esser la sera a cena e con disidero grandissimo
l'aspettava, non vedendol venire si maravigliò forte e al marito disse:
- E come è
così, messere, che il Guardastagno non è venuto?
A cui il marito disse:
- Donna, io ho avuto da lui
che egli non ci può essere di qui domane - ; di che la donna un poco
turbatetta rimase.
Il Rossiglione, smontato,
si fece chiamare il cuoco e gli disse:
- Prenderai quel cuor di
cinghiare e fa'che tu ne facci una vivandetta la migliore e la più
dilettevole a mangiar che tu sai; e quando a tavola sarò, me la manda in
una scodella d'argento.
Il cuoco, presolo e postavi
tutta l'arte e tutta la sollicitudine sua, minuzzatolo e messevi di buone
spezie assai, ne fece uno manicaretto troppo buono.
Messer Guiglielmo, quando
tempo fu, con la sua donna si mise a tavola. La vivanda venne, ma egli per lo
malificio da lui commesso, nel pensiero impedito, poco mangiò.
Il cuoco gli mandò
il manicaretto, il quale egli fece porre davanti alla donna, sé mostrando
quella sera svogliato, e lodogliele molto.
La donna, che svogliata non
era, ne cominciò a mangiare e parvele buono; per la qual cosa ella il
mangiò tutto.
Come il cavaliere ebbe
veduto che la donna tutto l'ebbe mangiato, disse:
- Donna, chente v'è
paruta questa vivanda?
La donna rispose:
- Monsignore, in buona
fè ella m'è piaciuta molto.
- Se m'aiti Iddio, - disse
il cavaliere - io il vi credo, né me ne maraviglio se morto v'è piaciuto
ciò che vivo più che altra cosa vi piacque.
La donna, udito questo,
alquanto stette; poi disse:
- Come? Che cosa è
questa che voi m'avete fatta mangiare?
Il cavalier rispose:
- Quello che voi avete
mangiato è stato veramente il cuore di messer Guiglielmo Guardastagno,
il qual voi come disleal femina tanto amavate; e sappiate di certo ch'egli
è stato desso, per ciò che io con queste mani gliele strappai, poco
avanti che io tornassi, del petto.
La donna, udendo questo di
colui cui ella più che altra cosa amava, se dolorosa fu non è da
domandare; e dopo al quanto disse:
- Voi faceste quello che
disleale e malvagio cavalier dee fare; ché se io, non sforzandomi egli, l'avea
del mio amor fatto signore e voi in questo oltraggiato, non egli ma io ne
doveva la pena portare. Ma unque a Dio non piaccia che sopra a così
nobil vivanda, come è stata quella del cuore d'un così valoroso e
così cortese cavaliere come messer Guiglielmo Guardastagno fu, mai altra
vivanda vada.
E levata in piè, per
una finestra la quale dietro a lei era, indietro senza altra diliberazione si
lasciò cadere.
La finestra era molto alta
da terra, per che, come la donna cadde, non solamente morì, ma quasi
tutta si disfece.
Messer Guiglielmo, vedendo
questo, stordì forte, e parvegli aver mal fatto; e temendo egli
de'paesani e del conte di Proenza, fatti sellare i cavalli, andò via.
La mattina seguente fu
saputo per tutta la contrada come questa cosa era stata: per che da quegli del
castello di messer Guiglielmo Guardastagno e da quegli ancora del castello
della donna con grandissimo dolore e pianto furono i due corpi ricolti e nella
chiesa del castello medesimo della donna in una medesima sepoltura fur posti, e
sopr'essa scritti versi significanti chi fosser quegli che dentro sepolti
v'erano e il modo e la cagione della lor morte.
Giornata quarta - Novella
decima
La moglie d'un medico per
morto mette un suo amante adoppiato in una arca, la quale con tutto lui due
usurai se ne portano in casa. Questi si sente, è preso per ladro; la
fante della donna racconta alla signoria sé averlo esso nell'arca dagli
usurieri imbolata, laond'egli scampa dalle forche e i prestatori d'avere l'arca
furata sono condannati in denari.
Solamente a Dioneo, avendo
già il re fatto fine al suo dire, restava la sua fatica, il quale,
ciò conoscendo, e già dal re essendogli imposto,
incominciò.
Le miserie degli infelici
amori raccontate, non che a voi, donne, ma a me hanno già contristati
gli occhi e 'l petto, per che io sommamente disiderato ho che a capo se ne
venisse. Ora, lodato sia Iddio, che finite sono (salvo se io non volessi a
questa malvagia derrata fare una mala giunta, di che Iddio mi guardi), senza
andar più dietro a così dolorosa materia, da alquanto più
lieta e migliore incomincerò, forse buono indizio dando a ciò che
nella seguente giornata si dee ragionare.
Dovete adunque sapere,
bellissime giovani, che ancora non è gran tempo che in Salerno fu un
grandissimo medico in cirugia, il cui nome fu maestro Mazzeo della Montagna, il
quale, già all'ultima vecchiezza vicino, avendo presa per moglie una
bella e gentil giovane della sua città, di nobili vestimenti e ricchi e
d'altre gioie e tutto ciò che ad una donna può piacere meglio che
altra della città teneva fornita; vero è che ella il più
del tempo stava infreddata, sì come colei che nel letto era mal dal
maestro tenuta coperta.
Il quale, come messer
Ricciardo di Chinzica, di cui dicemmo, alla sua insegnava le feste, così
costui a costei mostrava che il giacere con una donna una volta si penava a
ristorar non so quanti dì, e simili ciance; di che ella vivea
pessimamente contenta. E, sì come savia e di grande animo, per potere
quello da casa risparmiare, si dispose di gittarsi alla strada e voler logorar
dello altrui; e più e più giovani riguardati, nella fine uno ne
le fu all'animo, nel quale, ella pose tutta la sua speranza, tutto il suo animo
e tutto il ben suo. Di che il giovane accortosi, e piacendogli forte,
similmente in lei tutto il suo amor rivolse.
Era costui chiamato
Ruggieri d'Aieroli, di nazion nobile ma di cattiva vita e di biasimevole stato,
in tanto che parente né amico lasciato s'avea che ben gli volesse o che il
volesse vedere; e per tutto Salerno di ladronecci o d'altre vilissime
cattività era infamato, di che la donna poco curò, piacendole
esso per altro, e con una sua fante tanto ordinò che insieme furono. E
poi che alquanto diletto preso ebbero, la donna gli cominciò a biasimare
la sua passata vita e a pregarlo che, per amor di lei, di quelle cose si
rimanesse; e a dargli materia di farlo lo incominciò a sovvenire quando
d'una quantità di denari e quando d'un'altra.
E in questa maniera
perseverando insieme assai discretamente, avvenne che al medico fu messo tra le
mani uno in fermo, il quale aveva guasta l'una delle gambe; il cui difetto
avendo il maestro veduto, disse a'suoi parenti che, dove un osso fracido il
quale aveva nella gamba non gli si cavasse, a costui si convenia del tutto o
tagliare tutta la gamba o morire; e a trargli l'osso potrebbe guerire, ma che
egli altro che per morto nol prenderebbe; a che accordatisi co loro a'quali
apparteneva, per così gliele diedero.
Il medico, avvisando che
l'infermo senza essere adoppiato non sosterrebbe la pena né si lascerebbe
medicare, dovendo attendere in sul vespro a questo servigio, fe'la mattina
d'una sua certa composizione stillare una acqua la qua e l'avesse, bevendola,
tanto a far dormire quanto esso avvisava di doverlo poter penare a curare; e
quella fattasene venire a casa, in una finestra della sua camera la pose, senza
dire ad alcuno ciò che si fosse.
Venuta l'ora del vespro,
dovendo il maestro andare a costui, gli venne un messo da certi suoi grandissimi
amici d'Amalfi, che egli non dovesse lasciar per cosa alcuna che incontanente
là non andasse, per ciò che una gran zuffa stata v'era, di che
molti v'erano stati fediti.
Il medico, prolungata nella
seguente mattina la cura del la gamba, salito in su una barchetta,
n'andò a Amalfi; per la qual cosa la donna, sappiendo lui la notte non
dover tornare a casa, come usata era, occultamente si fece venire Ruggieri e
nella sua camera il mise, e dentro il vi serrò in fino a tanto che certe
altre persone della casa s'andassero a dormire.
Standosi adunque Ruggieri
nella camera e aspettando la donna, avendo o per fatica il dì durata o
per cibo salato che mangiato avesse o forse per usanza una grandissima sete,
gli venne nella finestra veduta questa guastadetta d'acqua la qua le il medico
per lo 'nfermo aveva fatta e, credendola acqua da bere, a bocca postalasi,
tutta la bevve; né stette guari che un gran sonno il prese e fussi
addormentato.
La donna, come prima
potè, nella camera se ne venne, e trovato Ruggieri dormendo lo
'ncominciò a tentare e a dire con sommessa voce che su si levasse; ma
questo era niente; egli non rispondea né si movea punto.
Per che la donna alquanto
turbata con più forza il sospinse dicendo:
- Leva su, dormiglione,
ché, se tu volevi dormire, tu te ne dovevi andare a casa tua e non venir qui.
Ruggieri, così
sospinto cadde a terra d'una cassa sopra la quale era, né altra vista d'alcun
sentimento fece che avrebbe fatto un corpo morto. Di che la donna, alquanto
spaventata, il cominciò a voler rilevare e a menarlo più forte e
a prenderlo per lo naso e a tirarlo per la barba; ma tutto era nulla: egli
aveva a buona caviglia legato l'asino.
Per che la donna
cominciò a temere non fosse morto; ma pure ancora gli 'ncominciò
a strignere agramente le carni e a cuocerlo con una candela accesa, ma niente
era; per che ella, che medica non era, come che medico fosse il marito, senza
alcun fallo lui credette morto. Per che, amandolo sopra ogni altra cosa come
facea, se fu dolorosa non è da domandare; e non osando fare romore,
tacitamente sopra di lui cominciò a piagnere e a dolersi di così
fatta disavventura.
Ma dopo alquanto, temendo
la donna di non aggiugnere al suo danno vergogna, pensò che senza alcun
indugio da trovare era modo come lui morto si traesse di casa; né a ciò
sappiendosi consigliare, tacitamente chiamò la sua fante, e la sua
disavventura mostratale, le chiese consiglio. La fante, maravigliandosi forte e
tirandolo ancora ella e strignendolo, e senza sentimento vedendolo, quel disse
che la donna dicea, cioè veramente lui esser morto, e consigliò
che da metterlo fuor di casa era.
A cui la donna disse:
- E dove il potrem noi
porre, che egli non si suspichi, domattina quando veduto sarà, che di
qua entro sia stato tratto?
A cui la fante rispose:
- Madonna, io vidi questa
sera al tardi dirimpetto al la bottega di questo legnaiuolo nostro vicino una
arca non troppo grande, la quale, se 'l maestro non l'ha riposta in casa,
verrà troppo in concio a'fatti nostri, per ciò che dentro ve 'l
potrem mettere e dargli due o tre colpi d'un coltello, e lasciarlo stare. Chi
in quella il troverà non so perché più di qua entro che
d'altronde vi sel creda messo; anzi si crederà, per ciò che
malvagio giovane è stato, che, andando a fare alcun male, da alcuno suo
nimico sia stato ucciso e poi messo nell'arca.
Piacque alla donna il
consiglio della fante, fuor che di dargli alcuna fedita, dicendo che non le
potrebbe per cosa del mondo sofferir l'animo di ciò fare; e mandolla a
vedere se quivi fosse l'arca dove veduta l'avea; la qual tornò e disse
di sì. La fante adunque, che giovane e gagliarda era, dalla donna
aiutata, sopra le spalle si pose Ruggieri, e andando la donna innanzi a guardar
se persona venisse, venute al l'arca, dentro vel misero, e richiusala, il lasciarono
stare.
Erano di quei dì
alquanto più oltre tornati in una casa due giovani, li quali prestavano
ad usura, e volenterosi di guadagnare assai e di spender poco, avendo bisogno
di masserizie, il dì davanti avean quella arca veduta, e insieme posto
che, se la notte vi rimanesse, di portarnela in casa loro.
E venuta la mezza notte, di
casa usciti, trovandola, senza entrare in altro ragguardamento, prestamente,
ancora che lor gravetta paresse, ne la portarono in casa loro e allogaronla
allato ad una camera dove lor femine dormivano senza curarsi di acconciarla
troppo appunto allora; e lasciatala stare, se n'andarono a dormire.
Ruggieri, il quale
grandissima pezza dormito avea, e già aveva digesto il beveraggio e la
virtù di quel consumata, essendo vicino a matutin, si destò; e,
come che rotto fosse il sonno, e'sensi avessero la loro virtù
recuperata, pur gli rimase nel cerebro una stupefazione, la quale non solamente
quella notte ma poi parecchi dì il tenne stordito; e aperti gli occhi e
non veggendo alcuna cosa e sparte le mani in qua e in là, in questa arca
trovandosi, cominciò a smemorare e a dir seco: - Che è questo?
Dove sono io? Dormo io, o son desto? Io pur mi ricordo che questa sera io venni
nella camera della mia donna, e ora mi pare essere in una arca. Questo che vuol
dire? Sarebbe il medico tornato o altro accidente sopravenuto, per lo quale la
donna dormendo io, qui m'avesse nascoso? Io il credo, e fermamente così
sarà -.
E per questo
cominciò a star cheto e ad ascoltare se alcuna cosa sentisse; e
così gran pezza dimorato, stando anzi a disagio che no nell'arca che era
piccola, e dogliendogli il lato in sul quale era, in su l'altro volger
vogliendosi, sì destramente il fece che, dato delle reni nell'un de'lati
della arca, la quale non era stata posta sopra luogo iguali, la fe'piegare e
appresso cadere, e cadendo fece un gran romore, per lo quale le femine che ivi
allato dormivano si destarono ed ebber paura, e per paura tacettono.
Ruggieri per lo cader
dell'arca dubitò forte, ma sentendola per lo cadere aperta, volle
avanti, se altro avvenisse, esserne fuori che starvi dentro. E tra che egli non
sapeva dove si fosse, e una cosa e un'altra, cominciò ad andar
brancolando per la casa, per sapere se scala o porta trovasse donde andar se ne
potesse.
Il qual brancolare sentendo
le femine che deste erano, cominciarono a dire: - Chi è là? -
Ruggieri, non conoscendo la voce non rispondea; per che le femine cominciarono
a chiamare i due giovani, li quali, per ciò che molto vegghiato aveano,
dormivan forte né sentivano d'alcuna di queste cose niente.
Laonde le femine,
più paurose divenute, levatesi e fattesi a certe finestre, cominciarono
a gridare: - Al ladro, al ladro. - Per la qual cosa per diversi luoghi
più de'vicini, chi su per lo tetto e chi per una parte e chi per
un'altra, corsono ed entrar nella casa; e i giovani similmente, desti a questo
romore, si levarono.
E Ruggieri (il qual quivi
vedendosi, quasi di sé per maraviglia uscito, né da qual parte fuggir si
dovesse o potesse vedea) preso dierono nelle mani della famiglia del rettore
della terra, la qual quivi già era al romor corsa; e davanti al rettore
menatolo, per ciò che malvagissimo era da tutti tenuto, senza indugio
messo al martorio, confessò nella casa de'prestatori essere per imbolare
entrato; per che il rettor pensò di doverlo senza troppo indugio fare
impiccar per la gola.
La novella fu la mattina
per tutto Salerno che Ruggieri era stato preso ad imbolare in casa
de'prestatori; il che la donna e la sua fante udendo, di tanta maraviglia e di
sì nuova fur piene, che quasi eran vicine di far credere a sé medesime
che quello che fatto avevan la notte passata non l'avesser fatto ma avesser
sognato di farlo; e oltre a questo del pericolo nel quale Ruggieri era la donna
sentiva sì fatto dolore, che quasi n'era per impazzare.
Non guari appresso la mezza
terza, il medico tornato da Amalfi domandò che la sua acqua gli fosse
recata, per ciò che medicare voleva il suo infermo; e trovandosi la
guasta detta vota, fece un gran romore che niuna cosa in casa sua durar poteva
in istato.
La donna, che da altro
dolore stimolata era, rispose adirata dicendo:
- Che direste voi, maestro,
d'una gran cosa, quando d'una guastadetta d'acqua versata fate sì gran
romore? Non se ne truova egli più al mondo?
A cui il maestro disse:
- Donna, tu avvisi che
quella fosse acqua chiara; non è così, anzi era una acqua
lavorata da far dormire - ; e contolle per che cagion fatta l'avea.
Come la donna ebbe questo
udito, così s'avvisò che Ruggieri quella avesse beuta e per
ciò loro fosse paruto morto, e disse:
- Maestro, noi nol
sapavamo, e per ciò rifatevi dell'altra.
Il maestro, veggendo che
altro esser non poteva, fece far della nuova.
Poco appresso la fante che
per comandamento della donna era andata a saper quello che di Ruggier si
dicesse, tornò e dissele:
- Madonna, di Ruggier dice
ogn'uom male, né, per quello che io abbia potuto sentire, amico né parente
alcuno è che per aiutarlo levato si sia o si voglia levare; e credesi
per fermo che domane lo straticò il farà impiccare. E oltre a
questo vi vo'dire una nuova cosa, che egli mi pare aver compreso come egli in
casa de'prestatori pervenisse, e udite come: voi sapete bene il legnaiuolo
dirimpetto al quale era l'arca dove noi il mettemmo; egli era testé con uno, di
cui mostra che quell'arca fosse, alla maggior quistion del mondo; ché colui
domandava i denari della arca sua, e il maestro rispondeva che egli non aveva
venduta l'arca, anzi gli era la notte stata imbolata. Al quale colui diceva: -
Non è così, anzi l'hai venduta alli due giovani prestatori,
sì come essi stanotte mi dissero, quando io in casa loro la vidi allora
che fu preso Ruggieri -. A cui il legnaiuolo disse: - Essi mentono, per
ciò che mai io non la vende'loro, ma essi que sta notte passata me
l'avranno imbolata; andiamo a loro -. E sì se ne andarono di concordia a
casa i prestatori, e io me ne son qui venuta. E, come voi potete vedere, io
comprendo che in cotal guisa Ruggieri, la dove trovato fu, trasportato fosse;
ma come quivi risuscitasse, non so vedere io.
La donna allora
comprendendo ottimamente come il fatto stava, disse alla fante ciò che
dal medico udito avea, e pregolla che allo scampo di Ruggieri dovesse dare
aiuto, sì co me colei che, volendo, ad una ora poteva Ruggieri scampare e
servar l'onor di lei.
La fante disse:
- Madonna, insegnatemi
come, e io farò volentieri ogni cosa.
La donna, sì come
colei alla quale istrignevano i cintolini, con subito consiglio avendo avvisato
ciò che da fare era, ordinatamente di quello la fante informò. La
quale primieramente se n'andò al medico, e piagnendo gli
'ncominciò a dire:
- Messere, a me conviene
domandarvi perdono d'un gran fallo, il quale verso di voi ho commesso.
Disse il maestro:
- E di che?
E la fante, non restando di
lagrimar, disse:
- Messere, voi sapete che
giovane Ruggieri d'Aieroli sia, al quale, piacendogli io, tra per paura e per
amore mi convenne uguanno divenire amica; e sappiendo egli iersera non ci
eravate, tanto mi lusingò che io in casa vostra nella mia camera a dormire
meco il menai, e avendo egli sete né io avendo ove più tosto ricorrere o
per acqua o per vino, non volendo che la vostra donna, la quale in sala era, mi
vedesse, ricordandomi che nella vostra camera una guastadetta d'acqua aveva
veduta, corsi per quella e sì gliele diedi bere e la guastada riposi
donde levata l'avea, di che io truovo che voi in casa un gran romor n'avete
fatto. E certo io confesso che io feci male; ma chi è colui che alcuna
volta mal non faccia? Io ne son molto dolente d'averlo fatto; non pertanto, per
questo, e per quello che poi ne seguì, Ruggieri n'è per perdere
la persona; per che io quanto più posso vi priego che voi mi perdoniate
e mi diate licenzia che io vada ad aiutare, in quello che per me si
potrà, Ruggieri.
Il medico udendo costei, con
tutto che ira avesse, motteggiando rispose:
- Tu te n'hai data la
perdonanza tu stessa, per ciò che, dove tu credesti questa notte un
giovane avere che molto bene il pelliccion ti scotesse, avesti un dormiglione;
e per ciò va procaccia la salute del tuo amante, e per innanzi ti guarda
di più in casa non menarlo, ché io ti pagherei di questa volta e di
quella.
Alla fante per la prima
broccata parendo aver ben procacciato, quanto più tosto potè se
n'andò alla prigione dove Ruggieri era, e tanto il prigionier
lusingò che egli la lasciò a Ruggieri favellare. La quale, poi
che informato l'ebbe di ciò che rispondere dovesse allo straticò,
se scampar volesse, tanto fece che allo straticò andò davanti.
Il quale, prima che
ascoltare la volesse, per ciò che fresca e gagliarda era, volle una
volta attaccare l'uncino alla cristianella di Dio, ed ella, per essere meglio
udita, non ne fu punto schifa; e dal macinio levatasi, disse:
- Messere, voi avete qui
Ruggieri d'Aieroli preso per ladro, e non è così il vero.
E cominciatosi dal capo,
gli contò la storia infino alla fine, come ella, sua amica, in casa il
medico menato l'avea e come gli avea data bere l'acqua adoppiata non
conoscendola, e come per morto l'avea nell'arca messo; e appresso que sto, ciò
che tra 'l maestro legnaiuolo e il signor della arca aveva udito gli disse, per
quella mostrandogli come in casa i prestatori fosse pervenuto Ruggieri.
Lo straticò,
veggendo che leggier cosa era a ritrovare se ciò fosse vero, prima il
medico domandò se vero fosse dell'acqua e trovò che così
era stato; e appresso fatti richiedere il legnaiuolo e colui di cui stata era
l'arca e'prestatori, dopo molte novelle trovò li prestatori la notte
passata aver l'arca imbolata e in casa messalasi.
Ultimamente mandò
per Ruggieri, e domandatolo dove la sera dinanzi albergato fosse, rispose che
dove albergato si fosse non sapeva, ma ben si ricordava che andato era ad
albergare con la fante del maestro Mazzeo, nella camera della quale aveva
bevuto acqua per gran sete ch'avea; ma che poi di lui stato si fosse, se non
quando in casa i prestatori destandosi s'era trovato in una arca, egli non
sapeva.
Lo straticò, queste
cose udendo e gran piacer pigliandone, e alla fante e a Ruggieri e al
legnaiuolo e a'prestatori più volte ridir le fece.
Alla fine, cognoscendo
Ruggieri essere innocente, condannati i prestatori che imbolata avevan l'arca
in diece once, liberò Ruggieri. Il che quanto a lui fosse caro, niun ne
domandi; e alla sua donna fu carissimo oltre misura. La qual poi con lui insieme
e colla cara fante, che dare gli aveva voluto delle coltella, più volte
rise ed ebbe festa, il loro amore e il loro sollazzo sempre continuando di bene
in meglio; il che vorrei che così a me avvenisse, ma non d'esser messo
nell'arca.
Giornata quarta - Conclusione
Se le prime novelle li
petti delle vaghe donne avevan contristati questa ultima di Dioneo le fece ben
tanto ridere, e spezialmente quando disse lo straticò aver l'uncino
attaccato che essi si poterono della compassione avuta dell'altre ristorare.
Ma veggendo il re che il
sole cominciava a farsi giallo e il termine della sua signoria era venuto, con
assai piacevoli parole alle belle donne si scusò di ciò che fatto
avea, cioè daver fatto ragionare di materia così fiera come
è quel la della infelicità degli amanti; e fatta la scusa, in
piè si levò e della testa si tolse la laurea, e aspettando le
donne a cui porre la dovesse piacevolmente sopra il capo biondissimo della
Fiammetta la pose, dicendo
- Io pongo a te questa
corona sì come a colei la quale meglio, dell'aspra giornata di oggi, che
alcuna altra, con quella di domane queste nostre compagne racconsolar saprai.
La Fiammetta li cui capelli
eran crespi, lunghi e d'oro e sopra li candidi e dilicati omeri ricadenti, e il
viso ritondetto con un colore vero di bianchi gigli e di vermiglie rose
mescolati tutto splendido, con due occhi in testa che parevano d'un falcon
pellegrino e con una boccuccia piccolina, li cui labbri parevan due rubinetti,
sorridendo rispose:
- Filostrato, e io la
prendo volentieri; e acciò che meglio t'avveggi di quello che fatto hai,
infino da ora voglio e comando che ciascun s'apparecchi di dovere domane
ragionare di ciò che ad alcuno amante, dopo alcuni fieri o sventurati
accidenti, felicemente avvenisse.
La qual proposizione a
tutti piacque. Ed essa, fattosi il siniscalco venire, e delle cose opportune
con lui insieme avendo disposto, tutta la brigata, da seder levandosi, per
infino all'ora della cena lietamente licenziò.
Costoro adunque, parte per
lo giardino, la cui bellezza non era da dover troppo tosto rincrescere, e parte
verso le mulina che fuor di quel macinavano, e chi qua e chi là, a
prender secondo i diversi appetiti diversi diletti si diedono infino all'ora
della cena.
La qual venuta, tutti
raccolti, come usati erano, appresso della bella fonte con grandissimo piacere
e ben serviti cenarono. E da quella levatisi, come usati erano, al danzare e al
cantar si diedono, e menando Filomena la danza, disse la reina:
- Filostrato, io non
intendo deviare da'miei passati, ma, sì come essi hanno fatto,
così intendo che per lo mio comandamento si canti una canzone; e per
ciò che io son certa che tali sono le tue canzoni chenti sono le tue
novelle, acciò che più giorni che questo non sieno turbati
da'tuoi infortuni, vogliamo che una ne dichi qual più ti piace.
Filostrato rispose che
volentieri; e senza indugio in cotal guisa cominciò a cantare:
Lagrimando dimostro
quanto si dolga con ragione
il core
d'esser tradito sotto fede
Amore.
Amore, allora che
primieramente
ponesti in lui colei per
cui sospiro,
senza sperar salute,
sì piena la
mostrasti di virtute,
che lieve reputava ogni
martiro,
che per te nella mente,
ch'è rimasa dolente,
fosse venuto; ma il mio
errore
ora conosco, e non senza
dolore.
Fatto m'ha conoscente dello
'nganno
vedermi abbandonato da
colei,
in cui sola sperava;
ch'allora ch'i'più
esser mi pensava
nella sua grazia e
servidore a lei,
senza mirare al danno
del mio futuro affanno,
m'accorsi lei aver l'altrui
valore
dentro raccolto, e me
cacciato fore.
Com'io conobbi me di fuor
cacciato,
nacque nel core un pianto
doloroso,
che ancor vi dimora,
e spesso maladico il giorno
e l'ora
che pria m'apparve il suo
viso amoroso
d'alta biltate ornato,
e più che mai
'nfiammato.
La fede mia, la speranza e
l'ardore
va bestemmiando l'anima che
more.
Quanto 'l mio duol senza
conforto sia,
signor, tu ' puoi sentir,
tanto ti chiamo
con dolorosa voce:
e dicoti che tanto e
sì mi cuoce,
che per minor martir la
morte bramo.
Venga dunque, e la mia
vita crudele e ria
termini col suo colpo, e 'l
mio furore;
ch'ove ch'io vada, il
sentirò minore.
Null'altra via, niuno altro
conforto
mi resta più che
morte alla mia doglia.
Dallami dunque omai;
pon fine, Amor, con essa
alli miei guai,
e 'l cor di vita sì
misera spoglia.
Deh fallo, poi ch'a torto
m'è gioi tolta e
diporto.
Fa'costei lieta, morend'io,
signore,
come l'hai fatta di nuovo
amadore.
Ballata mia, se alcun non
t'appara,
io non men curo, per
ciò che nessuno,
com'io, ti può
cantare.
Una fatica sola ti vo'dare,
che tu ritruovi Amore, e a
lui sol uno,
quanto mi sia discara
la trista vita amara
dimostri a pien, pregandol
che 'n migliore
porto ne ponga per lo suo
onore.
Dimostrarono le parole di
questa canzone assai chiaro qual fosse l'animo di Filostrato, e la cagione; e
forse più dichiarato l'avrebbe l'aspetto di tal donna nella danza era,
se le tenebre della sopravvenuta notte il rossore nel viso di lei venuto non
avesser nascoso.
Ma poi che egli ebbe a
quella posta fine, molte altre cantate ne furono infino a tanto che l'ora
dell'andare a dormire sopravenne; per che, comandandolo la reina, ciascuno alla
sua camera si raccolse.
Finisce la quarta giornata
del Decameron
Incomincia la quinta
giornata nella quale, sotto il reggimento di Fiammetta, si ragiona di
ciò che ad alcuno amante, dopo alcuni fieri o sventurati accidenti,
felicemente avvenisse.
Giornata quinta -
Introduzione
Era già l'oriente
tutto bianco e li surgenti raggi per tutto il nostro emisperio avevan fatto
chiaro, quando Fiammetta da'dolci canti degli uccelli, li quali la prima ora
del giorno su per gli albuscelli tutti lieti cantavano, incitata, su si
levò, e tutte l'altre e i tre giovani fece chiamare; e con soave passo
a'campi discesa, per l'ampia pianura su per le rugiadose erbe, infino a tanto
che alquanto il sol fu alzato, con la sua compagnia, d'una cosa e d'altra con
lor ragionando, diportando s'andò. Ma, sentendo che già i solar
raggi si riscaldavano, verso la loro stanza volse i passi; alla qual pervenuti,
con ottimi vini e con confetti il leggiere affanno avuto fè ristorare, e
per lo dilettevole giardino infino all'ora del mangiare si diportarono. La qual
venuta, essendo ogni cosa dal discretissimo siniscalco apparecchiata, poi che
alcuna stampita e una ballatetta o due furon cantate, lietamente, secondo che
alla reina piacque, si misero a mangiare. E quello ordinatamente e con letizia
fatto, non dimenticato il preso ordine del danzare, e con gli sturmenti e con
le canzoni alquante danzette fecero. Appresso alle quali, infino a passata
l'ora del dormire la reina licenziò ciascheduno; de'quali alcuni a
dormire andarono e altri al loro sollazzo per lo bel giardino si rimasero.
Ma tutti, un poco passata
la nona, quivi, come alla reina piacque, vicini alla fonte secondo l'usato modo
si ragunarono. Ed essendosi la reina a seder posta pro tribunali , verso
Panfilo riguardando, sorridendo a lui impose che principio desse alle felici
novelle. Il quale a ciò volentier si dispose, e così disse.
Giornata quinta - Novella
prima
Cimone amando divien savio,
ed Efigenia sua donna rapisce in mare; è messo in Rodi in prigione, onde
Lisimaco il trae, e da capo con lui rapisce Efigenia e Cassandra nelle lor
nozze, fuggendosi con esse in Creti; e quindi, divenute lor mogli, con esse a
casa loro son richiamati .
Molte novelle, dilettose
donne, a dover dar principio a così lieta giornata come questa
sarà, per dovere essere da me raccontate mi si paran davanti; delle
quali una più nell'animo me ne piace, per ciò che per quella
potrete comprendere non solamente il felice fine per lo quale a ragionare
incominciamo, ma quanto sien sante, quanto poderose e di quanto ben piene le
forze d'Amore, le quali molti, senza saper che si dicano, dannano e vituperano
a gran torto: il che, se io non erro, per ciò che innamorate credo che
siate, molto vi dovrà esser caro.
Adunque (sì come noi
nelle antiche istorie de'cipriani abbiam già letto) nell'isola di Cipri
fu uno nobilissimo uomo, il quale per nome fu chiamato Aristippo, oltre ad
ogn'altro paesano di tutte le temporali cose ricchissimo; e se d'una cosa sola
non lo avesse la fortuna fatto dolente, più che altro si potea
contentare. E questo era che egli, tra gli altri suoi figliuoli, n'aveva uno il
quale di grandezza e di bellezza di corpo tutti gli altri giovani trapassava,
ma quasi matto era e di perduta speranza, il cui vero nome era Galeso; ma, per
ciò che mai né per fatica di maestro né per lusinga o battitura del
padre, o ingegno d'alcuno altro, gli s'era potuto mettere nel capo né lettera
né costume alcuno, anzi con la voce grossa e deforme e con modi più
convenienti a bestia che ad uomo, quasi per ischerno da tutti era chiamato
Cimone, il che nella lor lingua sonava quanto nella nostra Bestione. La cui
perduta vita il padre con gravissima noia portava; e già essendosi ogni
speranza a lui di lui fuggita, per non aver sempre davanti la cagione del suo
dolore, gli comandò che alla villa n'andasse e quivi co'suoi lavoratori si
dimorasse; la qual cosa a Cimone fu carissima, per ciò che i costumi e
l'usanze degli uomini grossi gli eran più a grado che le cittadine.
Andatosene adunque Cimone
alla villa, e quivi nelle cose pertinenti a quella esercitandosi, avvenne che
un giorno, passato già il mezzo dì, passando egli da una
possessione ad un'altra con un suo bastone in collo, entrò in un
boschetto il quale era in quella contrada bellissimo, e, per ciò che del
mese di maggio era, tutto era fronzuto; per lo quale andando s'avvenne,
sì come la sua fortuna il vi guidò, in un pratello d'altissimi
alberi circuito, nell'un de'canti del quale era una bellissima fontana e
fredda, allato alla quale vide sopra il verde prato dormire una bellissima
giovane con un vestimento in dosso tanto sottile, che quasi niente delle
candide carni nascondea, ed era solamente dalla cintura in giù coperta
d'una coltre bianchissima e sottile; e a'piè di lei similmente dormivano
due femine e uno uomo, servi di questa giovane.
La quale come Cimone vide,
non altramenti che se mai più forma di femina veduta non avesse,
fermatosi sopra il suo bastone, senza dire alcuna cosa, con ammirazione
grandissima la incominciò intentissimo a riguardare. E nel rozzo petto,
nel quale per mille ammaestramenti non era alcuna impressione di cittadinesco
piacere potuta entrare, sentì destarsi un pensiero il quale nella
materiale e grossa mente gli ragionava costei essere la più bella cosa
che giammai per alcuno vivente veduta fosse. E quinci cominciò a
distinguer le parti di lei, lodando i capelli, li quali d'oro estimava, la
fronte, il naso e la bocca, la gola e le braccia, e sommamente il petto, poco
ancora rilevato; e di lavoratore, di bellezza subitamente giudice divenuto,
seco sommamente disiderava di veder gli occhi, li quali essa, da alto sonno
gravati, teneva chiusi; e per vedergli, più volte ebbe volontà di
destarla. Ma, parendogli oltre modo più bella che l'altre femine per
addietro da lui vedute, dubitava non fosse alcuna dea; e pur tanto di
sentimento avea, che egli giudicava le divine cose esser di più
reverenza degne che le mondane, e per questo si riteneva, aspettando che da sé
medesima si svegliasse; e come che lo 'ndugio gli paresse troppo, pur, da non
usato piacer preso, non si sapeva partire.
Avvenne adunque che dopo
lungo spazio la giovane, il cui nome era Efigenia, prima che alcun de'suoi si
risentì, e levato il capo e aperti gli occhi, e veggendosi sopra il suo
bastone appoggiato star davanti Cimone, si maravigliò forte e disse:
- Cimone, che vai tu a
questa ora per questo bosco cercando?
Era Cimone, sì per
la sua forma e sì per la sua rozzezza e sì per la nobiltà
e ricchezza del padre, quasi noto a ciascun del paese.
Egli non rispose alle
parole d'Efigenia alcuna cosa; ma come gli occhi di lei vide aperti,
così in quegli fiso cominciò a guardare, seco stesso parendogli
che da quegli una soavità si movesse, la quale il riempisse di piacere
mai da lui non provato. Il che la giovane veggendo, cominciò a dubitare
non quel suo guardar così fiso movesse la sua rusticità ad alcuna
cosa che vergogna le potesse tornare; per che, chiamate le sue femine, si
levò su dicendo:
- Cimone, rimanti con Dio.
A cui allora Cimon rispose:
- Io ne verrò teco.
E quantunque la giovane sua
compagnia rifiutasse, sempre di lui temendo, mai da sé partir nol potè
infino a tanto che egli non l'ebbe infino alla casa di lei accompagnata; e di
quindi n'andò a casa il padre, affermando sé in niuna guisa più
in villa voler ritornare: il che quantunque grave fosse al padre e a'suoi, pure
il lasciarono stare, aspettando di veder qual cagion fosse quella che fatto gli
avesse mutar consiglio.
Essendo adunque a Cimone
nel cuore, nel quale niuna dottrina era potuta entrare, entrata la saetta
d'Amore per la bellezza d'Efigenia, in brevissimo tempo, d'uno in altro
pensiero pervenendo, fece maravigliare il padre e tutti i suoi e ciascuno altro
che il conoscea. Egli primieramente richiese il padre che il facesse andare di
vestimenti e d'ogni altra cosa ornato come i fratelli di lui andavano; il che
il padre contentissimo fece. Quindi usando co'giovani valorosi e udendo i modi
i quali a'gentili uomini si convenieno, e massimamente agli innamorati, prima,
con grandissima ammirazione d'ognuno, in assai brieve spazio di tempo non
solamente le prime lettere apparò, ma valorosissimo tra'filosofanti
divenne; e appresso questo (essendo di tutto ciò cagione l'amore il
quale ad Efigenia portava) non solamente la rozza voce e rustica in convenevole
e cittadina ridusse, ma di canto divenne maestro e di suono, e nel cavalcare e
nelle cose belliche, così marine come di terra, espertissimo e feroce
divenne.
E in brieve (acciò
che io non vada ogni particular cosa delle sue virtù raccontando) egli
non si compiè il quarto anno dal dì del suo primiero
innamoramento, che egli riuscì il più leggiadro e il meglio
costumato e con più particulari virtù che altro giovane alcuno
che nell'isola fosse di Cipri.
Che dunque, piacevoli
donne, diremo di Cimone? Certo niuna altra cosa se non che l'alte virtù
dal cielo infuse nella valorosa anima fossono da invidiosa Fortuna in
picciolissima parte del suo cuore con legami fortissimi legate e racchiuse, li
quali tutti Amor ruppe e spezzò, sì come molto più potente
di lei; e come eccitatore degli addormentati ingegni, quelle da crudele
obumbrazione offuscate con la sua forza sospinse in chiara luce, apertamente
mostrando di che luogo tragga gli spiriti a lui suggetti e in quale gli conduca
co'raggi suoi.
Cimone adunque, quantunque,
amando Efigenia, in alcune cose, sì come i giovani amanti molto spesso
fanno, trasandasse, nondimeno Aristippo considerando che Amor l'avesse di
montone fatto tornare uomo, non solo pazientemente il sostenea, ma in seguir
ciò in tutti i suoi piaceri il confortava. Ma Cimone, che d'esser
chiamato Galeso rifiutava, ricordandosi che così da Efigenia era stato
chiamato, volendo onesto fine porre al suo disio, più volte fece tentare
Cipseo padre d'Efigenia che lei per moglie gli dovesse dare; ma Cipseo rispose
sempre sé averla promessa a Pasimunda nobile giovane rodiano, al quale non
intendeva venirne meno.
Ed essendo delle pattovite
nozze d'Efigenia venuto il tempo, e il marito mandato per lei, disse seco
Cimone: - Ora è tempo di mostrare, o Efigenia, quanto tu sii da me
amata. Io son per te divenuto uomo, e se io ti posso avere, io non dubito di non
divenire più glorioso che alcuno iddio; e per certo io t'avrò o
io morrò -. E così detto, tacitamente alquanti nobili giovani
richiesti che suoi amici erano, e fatto segretamente un legno armare con ogni
cosa opportuna a battaglia navale, si mise in mare, attendendo il legno sopra
il quale Efigenia trasportata doveva essere in Rodi al suo marito. La quale,
dopo molto onor fatto dal padre di lei agli amici del marito, entrata in mare,
verso Rodi dirizzaron la proda e andar via.
Cimone, il qual non
dormiva, il dì seguente col suo legno gli sopraggiunse, e d'in su la
proda a quegli che sopra il legno d'Efigenia erano forte gridò:
- Arrestatevi, calate le
vele, o voi aspettate d'esser vinti e sommersi in mare.
Gli avversari di Cimone
avevano l'armi tratte sopra coverta e di difendersi s'apparecchiavano; per che
Cimone, dopo le parole preso un rampicone di ferro, quello sopra la poppa
de'rodiani, che via andavano forte, gittò, e quella alla proda del suo
legno per forza congiunse, e fiero come un leone, senza altro seguito d'alcuno
aspettare sopra la nave de'rodian saltò, quasi tutti per niente gli
avesse; e spronandolo Amore, con maravigliosa forza fra'nimici con un coltello
in mano si mise, e or questo e or quello ferendo, quasi pecore gli abbattea. Il
che, vedendo i rodiani, gittando in terra l'armi, quasi ad una voce tutti si
cofessarono prigioni.
Alli quali Cimon disse:
- Giovani uomini, né
vaghezza di preda né odio che io abbia contra di voi mi fece partir di Cipri a
dovervi in mezzo mare con armata mano assalire. Quello che mi mosse è a
me grandissima cosa ad avere acquistata, e a voi è assai
leggiere a concederlami con
pace; e ciò è Efigenia, da me sopra ogn'altra cosa amata, la
quale non potendo io avere dal padre di lei come amico e con pace, da voi come
nemico e con l'armi m'ha costretto Amore ad acquistarla; e per ciò
intendo io d'esserle quello che esser le dovea il vostro Pasimunda; datelami, e
andate con la grazia d'Iddio.
I giovani, li quali
più forza che liberalità costrignea, piagnendo Efigenia a Cimon
concedettono. Il quale vedendola piagnere disse:
- Nobile donna, non ti
sconfortare, io sono il tuo Cimone, il quale per lungo amore t'ho molto meglio
meritata d'avere, che Pasimunda per promessa fede.
Tornossi adunque Cimone
(lei già avendo sopra la sua nave fatta portare, senza alcuna altra cosa
toccare de'rodiani) a'suoi compagni, e loro lasciò andare.
Cimone adunque, più
che altro uomo contento dello acquisto di così cara preda, poi che
alquanto di tempo ebbe posto in dover lei piagnente racconsolare,
diliberò co'suoi compagni non essere da tornare in Cipri al presente;
per che, di pari diliberazion di tutti, verso Creti (dove quasi ciascuno e
massimamente Cimone, per antichi parentadi e novelli e per molta amistà
si credevano insieme con Efigenia esser si curi) dirizzaron la proda della lor
nave.
Ma la Fortuna, la quale
assai lietamente l'acquisto della donna aveva conceduto a Cimone, non stabile,
subitamente in tristo e amaro pianto mutò la inestimabile letizia dello
'nnamorato giovane.
Egli non erano ancora
quattro ore compiute poi che Cimone li rodiani aveva lasciati, quando,
sopravegnente la notte, la quale Cimone più piacevole che alcuna altra
sentita giammai aspettava, con essa insieme surse un tempo fierissimo e
tempestoso, il quale il cielo di nuvoli e 'l mare di pestilenziosi venti
riempiè; per la qual cosa né poteva alcun veder che si fare o dove
andarsi, né ancora sopra la nave tenersi a dovere fare alcun servigio.
Quanto Cimone di ciò
si dolesse, non è da domandare. Egli pareva che gl'iddii gli avessero
conceduto il suo disio, acciò che più noia gli fosse il morire,
del quale senza esso prima si sarebbe poco curato. Dolevansi similmente i suoi
compagni, ma sopra tutti si doleva Efigenia, forte piagnendo e ogni percossa
dell'onda temendo; e nel suo pianto aspramente maladiceva l'amor di Cimone e
biasimava il suo ardire, affermando per niuna altra cosa quella tempestosa
fortuna esser nata, se non perché gl'iddii non volevano che colui, il quale lei
contra li lor piaceri voleva aver per isposa, potesse del suo presuntuoso
disiderio godere, ma vedendo lei prima morire, egli appresso miseramente
morisse.
Con così fatti
lamenti e con maggiori, non sappiendo che farsi i marinari, divenendo ognora il
vento più forte, senza sapere o conoscere dove s'andassero, vicini
all'isola di Rodi pervennero; né conoscendo per ciò che Rodi si fosse
quella, con ogni ingegno, per campar le persone, si sforzarono di dovere in
essa pigliar terra, se si potesse.
Alla qual cosa la Fortuna
fu favorevole, e loro perdusse in un piccolo seno di mare, nel quale poco
avanti a loro li rodiani stati da Cimon lasciati erano colla lor nave
pervenuti. Né prima s'accorsero sé esser all'isola di Rodi pervenuti che,
surgendo l'aurora e alquanto rendendo il cielo più chiaro, si videro
forse per una tratta d'arco vicini alla nave il giorno davanti da lor lasciata.
Della qual cosa Cimone senza modo dolente, temendo non gli avvenisse quello che
gli avvenne, comandò che ogni forza si mettesse ad uscir quindi, e poi
dove alla Fortuna piacesse gli trasportasse; per ciò che in alcuna parte
peggio che quivi esser non poteano.
Le forze si misero grandi a
dovere di quindi uscire, ma invano: il vento potentissimo poggiava in
contrario, in tanto che, non che essi del piccolo seno uscir potessero, ma, o volessero
o no, gli sospinse alla terra.
Alla quale come pervennero,
dalli marinari rodiani della lor nave discesi furono riconosciuti. De'quali
prestamente alcun corse ad una villa ivi vicina dove i nobili giovani rodiani
n'erano andati, e loro narrò quivi Cimone con Efigenia sopra la lor nave
per fortuna, sì come loro, essere arrivati.
Costoro udendo questo,
lietissimi, presi molti degli uomini della villa, prestamente furono al mare; e
Cimone che, già co'suoi disceso, aveva preso consiglio di fuggire in alcuna
selva ivi vicina, e 'nsieme tutti con Efigenia furon presi e alla villa menati.
E di quindi, venuto dalla città Lisimaco, appo il quale quello anno era
il sommo maestrato de'rodiani, con grandissima compagnia d'uomini d'arme,
Cimone è suoi compagni tutti ne menò in prigione, sì come
Pasimunda, al quale le novelle eran venute, aveva, col senato di Rodi
dolendosi, ordinato.
In così fatta guisa
il misero e innamorato Cimone perdè la sua Efigenia poco davanti da lui
guadagnata, senza altro averle tolto che alcun bacio.
Efigenia da molte nobili
donne di Rodi fu ricevuta e riconfortata, sì del dolore avuto della sua
presura e sì della fatica sostenuta del turbato mare; e appo quelle
stette infino al giorno diterminato alle sue nozze.
A Cimone e a'suoi compagni,
per la libertà il dì davanti data a'giovani rodiani, fu donata la
vita, la qual Pasimunda a suo poter sollicitava di far lor torre, e a prigion
perpetua fur dannati; nella quale, sì come si può credere,
dolorosi stavano e senza speranza mai d'alcun piacere.
Pasimunda quanto poteva
l'apprestamento sollicitava delle future nozze; ma la Fortuna, quasi pentuta
della subita ingiuria fatta a Cimone, nuovo accidente produsse per la sua
salute. Aveva Pasimunda un fratello minor di tempo di lui, ma non di
virtù, il quale avea nome Ormisda, stato in lungo trattato di dover
torre per moglie una nobile giovane e bella della città, chiamata
Cassandra, la quale Lisimaco sommamente amava; ed erasi il matrimonio per
diversi accidenti più volte frastornato.
Ora, veggendosi Pasimunda
per dovere con grandissima festa celebrare le sue nozze, pensò
ottimamente esser fatto, se in questa medesima festa, per non tornar più
alle spese e al festeggiare, egli potesse far che Ormisda similmente menasse moglie;
per che co'parenti di Cassandra ricominciò le parole e perdussele ad
effetto; e insieme egli e 'l fratello con loro diliberarono che quello medesimo
dì che Pasimunda menasse Efigenia, quello Ormisda menasse Cassandra.
La qual cosa sentendo
Lisimaco, oltre modo gli dispiacque, per ciò che si vedeva della sua
speranza privare, la quale portava che, se Ormisda non la prendesse, fermamente
doverla avere egli. Ma, sì come savio, la noia sua dentro tenne nascosa;
e cominciò a pensare in che maniera potesse impedire che ciò non
avesse effetto; né alcuna via vide possibile, se non il rapirla.
Questo gli parve agevole
per lo uficio il quale aveva, ma troppo più disonesto il reputava che se
l'uficio non avesse avuto; ma in brieve, dopo lunga diliberazione,
l'onestà diè luogo ad amore, e prese per partito, che che avvenir
ne dovesse, di rapir Cassandra. E pensando della compagnia che a far questo
dovesse avere e dell'ordine che tener dovesse, si ricordò di Cimone, il
quale co'suoi compagni in prigione avea, e imaginò niun altro compagno
migliore né più fido dover potere avere che Cimone in questa cosa.
Per che la seguente notte
occultamente nella sua camera il fe'venire, e cominciogli in cotal guisa
favellare:
- Cimone, così come
gl'iddii sono ottimi e liberali donatori delle cose agli uomini, così
sono sagacissimi provatori delle lor virtù, e coloro li quali essi
truovano fermi e costanti a tutti i casi, sì come più valorosi,
di più alti meriti fanno degni. Essi hanno della tua virtù voluta
più certa esperienza che quella che per te si fosse potuta mostrare
dentro a'termini della casa del padre tuo, il quale io conosco abondantissimo
di ricchezze; e prima con le pugnenti sollicitudini d'amore, da insensato
animale, sì come io ho inteso, ti recarono ad essere uomo; poi con dura
fortuna e al presente con noiosa prigione voglion vedere se l'animo tuo si muta
da quello ch'era quando poco tempo lieto fosti della guadagnata preda. Il
quale, se quel medesimo è che già fu, niuna cosa tanto lieta ti
prestarono quanto è quella che al presente s'apparecchiano a donarti; la
quale, acciò che tu l'usate forze ripigli e divenghi animoso, io intendo
di dimostrarti.
Pasimunda, lieto della tua
disaventura e sollicito procuratore della tua morte, quanto può
s'affretta di celebrare le nozze della tua Efigenia, acciò che in quelle
goda della preda la qual prima lieta Fortuna t'avea conceduta e subitamente
turbata ti tolse. La qual cosa quanto ti debba dolere, se così ami come
io credo, per me medesimo il cognosco, al quale pari ingiuria alla tua in un
medesimo giorno Ormisda suo fratello s'apparecchia di fare a me di Cassandra,
la quale io sopra tutte l'altre cose amo. E a fuggire tanta ingiuria e tanta
noia della Fortuna, niuna via ci veggio da lei essere stata lasciata aperta, se
non la virtù de'nostri animi e delle nostre destre, nelle quali aver ci
convien le spade, e farci far via, a te alla seconda rapina e a me alla prima
delle due nostre donne; per che, se la tua, non vo' dir libertà, la qual
credo che poco senza la tua donna curi, ma la tua donna t'è cara di
riavere, nelle tue mani, volendo me alla mia impresa seguire, l'hanno posta
gl'iddii.
Queste parole tutto feciono
lo smarrito animo ritornare in Cimone e, senza troppo rispetto prendere alla
risposta, disse:
- Lisimaco, né più
forte né più fido compagno di me puoi avere a così fatta cosa, se
quello me ne dee seguire che tu ragioni; e per ciò quello che a te pare
che per me s'abbia a fare, impollomi, e vederati con maravigliosa forza
seguire.
Al quale Lisimaco disse:
- Oggi al terzo dì
le novelle spose entreranno primieramente nelle case de'lor mariti, nelle quali
tu co'tuoi compagni armato, e io con alquanti miei né quali io mi fido assai,
in sul far della sera entreremo, e quelle del mezzo de'conviti rapite, ad una
nave, la quale io ho fatta segretamente apprestare, ne meneremo, uccidendo
chiunque ciò contrastare presummesse.
Piacque l'ordine a Cimone,
e tacito infino al tempo posto si stette in prigione. Venuto il giorno delle
nozze, la pompa fu grande e magnifica, e ogni parte della casa de'due fratelli
fu di lieta festa ripiena.
Lisimaco, ogni cosa
opportuna avendo apprestata, Cimone e i suoi compagni e similmente i suoi
amici, tutti sotto i vestimenti armati, quando tempo gli parve, avendogli prima
con molte parole al suo proponimento accesi, in tre parti divise, delle quali
cautamente l'una mandò al porto, acciò che niun potesse impedire
il salire sopra la nave quando bisognasse, e con l'altre due alle case di
Pasimunda venuti, una ne lasciò alla porta, acciò che alcun
dentro non gli potesse rinchiudere o a loro l'uscita vietare, e col rimanente
insieme con Cimone montò su per le scale. E pervenuti nella sala dove le
nuove spose con molte altre donne già a tavola erano per mangiare
assettate, arditamente, fattisi innanzi e gittate le tavole in terra, ciascun
prese la sua, e nelle braccia de'compagni messala, comandarono che alla nave
apprestata le menassero di presente.
Le novelle spose
cominciarono a piagnere e a gridare, e il simigliante l'altre donne e i
servidori, e subitamente fu ogni cosa di romore e di pianto ripieno. Ma Cimone
e Lisimaco è lor compagni, tirate le spade fuori, senza alcun contasto,
data loro da tutti la via, verso le scale se ne vennero; e quelle scendendo,
occorse loro Pasimunda, il quale con un gran bastone in mano al romor traeva,
cui animosamente Cimone sopra la testa ferì, e ricisegliele ben mezza, e
morto sel fece cadere a'piedi. Allo aiuto del quale correndo il misero Ormisda,
similmente da un de'colpi di Cimone fu ucciso; e alcuni altri che appressar si
vollono, da'compagni di Lisimaco e di Cimone fediti e ributtati in dietro
furono.
Essi, lasciata piena la
casa di sangue e di romore e di pianto e di tristizia, senza alcuno
impedimento, stretti insieme con la lor rapina alla nave pervennero; sopra la
quale messe le donne e saliti essi tutti e i lor compagni, essendo già
il lito pien di gente armata che alla riscossa delle donne venia, dato de'remi
in acqua, lieti andaron pe' fatti loro. E pervenuti in Creti, quivi da molti e
amici e parenti lietamente ricevuti furono, e sposate le donne e fatta la festa
grande, lieti della loro rapina goderono.
In Cipri e in Rodi furono i
romori è turbamenti grandi e lungo tempo per le costoro opere.
Ultimamente, interponendosi e nell'un luogo e nell'altro gli amici e i parenti
di costoro, trovaron modo che, dopo alcuno essilio, Cimone con Efigenia lieto
si tornò in Cipri, e Lisimaco similmente con Cassandra ritornò in
Rodi, e ciascun lietamente con la sua visse lungamente contento nella sua
terra.
Giornata quinta - Novella
seconda
Gostanza ama Martuccio
Gomito, la quale, udendo che morto era, per disperata sola si mette in una
barca, la quale dal vento fu trasportata a Susa; ritruoval vivo in Tunisi,
palesaglisi, ed egli grande essendo col re per consigli dati, sposatala, ricco
con lei in Lipari se ne torna.
La reina, finita sentendo
la novella di Panfilo, poscia che molto commendata l'ebbe, ad Emilia impose che
una dicendone seguitasse; la quale così cominciò.
Ciascun si dee meritamente
dilettare di quelle cose alle quali egli vede i guiderdoni secondo le affezioni
seguitare; e per ciò che amare merita più tosto diletto che
afflizione a lungo andare, con molto mio maggior piacere, della presente
materia parlando, ubbidirò la reina, che della precedente non feci il
re.
Dovete adunque, dilicate
donne, sapere, che vicin di Cicilia è una isoletta chiamata Lipari,
nella quale, non è ancora gran tempo, fu una bellissima giovane chiamata
Gostanza, d'assai orrevoli genti dell'isola nata. Della quale un giovane che dell'isola
era, chiamato Martuccio Gomito, assai leggiadro e costumato e nel suo mestiere
valoroso, s'innamorò. La qual sì di lui similmente s'accese, che
mai bene non sentiva se non quanto il vedeva. E disiderando Martuccio d'averla
per moglie, al padre di lei la fece addimandare; il quale rispose lui esser
povero e per ciò non volergliele dare.
Martuccio, sdegnato di
vedersi per povertà rifiutare, con certi suoi amici e parenti armato un
legnetto, giurò di mai in Lipari non tornare se non ricco. E quindi
partitosi, corseggiando cominciò a costeggiare la Barberia, rubando
ciascuno che meno poteva di lui; nella qual cosa assai gli fu favorevole la
fortuna, se egli avesse saputo por modo alle felicità sue. Ma, non
bastandogli d'essere egli è suoi compagni in brieve tempo divenuti
ricchissimi, mentre che di trasricchire cercavano, avvenne che da certi di
legni saracini, dopo lunga difesa, co'suoi compagni fu preso e rubato, e di
loro la maggior parte dà saracini mazzerati e isfondolato il legno, esso
menato a Tunisi fu messo in prigione e in lunga miseria guardato.
In Lipari tornò, non
per uno o per due, ma per molte e diverse persone, la novella che tutti quelli
che con Martuccio erano sopra il legnetto erano stati annegati.
La giovane, la quale senza
misura della partita di Martuccio era stata dolente, udendo lui con gli altri
esser morto, lungamente pianse, e seco dispose di non voler più vivere;
e non sofferendole il cuore di sé medesima con alcuna violenza uccidere,
pensò nuova necessità dare alla sua morte; e uscita segretamente
una notte di casa il padre e al porto venutasene, trovò per ventura
alquanto separata dall'altre navi una navicella di pescatori, la quale (per
ciò che pure allora smontati n'erano i signori di quella) d'albero e di
vela e di remi la trovò fornita. Sopra la quale prestamente montata e
co'remi alquanto in mar tiratasi, ammaestrata alquanto dell'arte marinaresca,
sì come generalmente tutte le femine in quella isola sono, fece vela e
gittò via i remi e il timone, e al vento tutta si commise avvisando dover
di necessità avvenire o che il vento barca senza carico e senza
governator rivolgesse, o ad alcuno scoglio la percotesse e rompesse, di che
ella, eziandio se campar volesse, non potesse, ma di necessità
annegasse. E avviluppatasi la testa in un mantello, nel fondo della barca
piagnendo si mise a giacere.
Ma tutto altramenti
addivenne che ella avvisato non avea; per ciò che, essendo quel vento
che traeva tramontana, e questo assai soave, e non essendo quasi mare, e ben
reggente la barca, il seguente dì alla notte che su montata v'era, in
sul vespro ben cento miglia sopra Tunisi ad una piaggia vicina ad una
città chiamata Susa ne la portò.
La giovane d'essere
più in terra che in mare niente sentiva, sì come colei che mai
per alcuno accidente da giacere non avea il capo levato né di levare intendeva.
Era allora per avventura,
quando la barca ferì sopra il lito, una povera feminetta alla marina, la
quale levava dal sole reti di suoi pescatori; la quale, vedendo la barca, si
maravigliò come colla vela piena fosse lasciata percuotere in terra. E
pensando che in quella i pescatori dormissono, andò alla barca, e niuna
altra persona che questa giovane vi vide; la quale essalei che forte dormiva,
chiamò molte volte, e alla fine fattala risentire e allo abito conosciutala
che cristiana era, parlando latino la domandò come fosse che ella quivi
in quella barca così soletta fosse arrivata.
La giovane, udendo la
favella latina, dubitò non forse altro vento l'avesse a Lipari
ritornata; e subitamente levatasi in piè riguardò attorno, e non
conoscendo le contrade e veggendosi in terra, domandò la buona femina
dove ella fosse. A cui la buona femina rispose:
- Figliuola mia, tu
se'vicina a Susa in Barberia.
Il che udito la giovane,
dolente che Iddio non l'aveva voluto la morte mandare, dubitando di vergogna e
non sappiendo che farsi, a piè della sua barca a seder postasi,
cominciò a piagnere.
La buona femina, questo
vedendo, ne le prese pietà, e tanto la pregò, che in una sua
capannetta la menò, e quivi tanto la lusingò che ella le disse
come quivi arrivata fosse; per che, sentendola la buona femina essere ancor
digiuna, suo pan duro e alcun pesce e acqua l'apparecchiò, e tanto la
pregò ch'ella mangiò un poco.
La Gostanza appresso
domandò chi fosse la buona femina che così latin parlava; a cui
ella disse che da Trapani era e aveva nome Carapresa; e quivi serviva certi
pescatori cristiani.
La giovane, udendo dire
Carapresa, quantunque dolente fosse molto, e non sappiendo ella stessa che
cagione a ciò la si movesse, in sé stessa prese buono agurio d'aver
questo nome udito, e cominciò a sperar senza saper che e alquanto a
cessare il disiderio della morte; e, senza manifestar chi si fosse né donde,
pregò caramente la buona femina che per l'amor di Dio avesse misericordia
della sua giovanezza e che alcuno consiglio le desse per lo quale ella potesse
fuggire che villania fatta non le fosse.
Carapresa udendo costei, a
guisa di buona femina, lei nella capannetta lasciata, prestamente raccolte le
sue reti, a lei ritornò, e tutta nel suo mantello stesso chiusala, in
Susa con seco la menò, e quivi pervenuta le disse:
- Gostanza, io ti
menerò in casa d'una bonissima donna saracina, alla quale io fo molto
spesso servigio di sue bisogne, ed ella è donna antica e misericordiosa;
io le ti raccomanderò quanto io potrò il più, e certissima
sono che ella ti riceverà volentieri e come figliuola ti
tratterà, e tu, con lei stando, t'ingegnerai a tuo potere, servendola,
d'acquistar la grazia sua insino a tanto che Iddio ti mandi miglior ventura -;
e come ella disse così fece.
La donna, la qual vecchia
era oramai, udita costei, guardò la giovane nel viso e cominciò a
lagrimare, e presala le baciò la fronte, e poi per la mano nella sua
casa ne la menò, nella quale ella con alquante altre femine dimorava
senza alcuno uomo, e tutte di diverse cose lavoravano di lor mano, di seta, di
palma, di cuoio diversi lavorii faccendo. De'quali la giovane in pochi
dì apparò a fare alcuno, e con loro insieme cominciò a
lavorare; e in tanta grazia e buono amore venne della buona donna e dell'altre,
che fu maravigliosa cosa; e in poco spazio di tempo, mostrandogliele esse, il
lor linguaggio apparò.
Dimorando adunque la
giovane in Susa, essendo già stata a casa sua pianta per perduta e per
morta, avvenne che, essendo re di Tunisi uno che si chiamava Mariabdela, un
giovane di gran parentado e di molta potenza, il quale era in Granata, dicendo
che a lui il reame di Tunisi apparteneva, fatta grandissima moltitudine di
gente, sopra il re di Tunisi se ne venne per cacciarlo del regno.
Le quali cose venendo ad
orecchie a Martuccio Gomito in prigione, il qual molto bene sapeva il
barbaresco, e udendo che il re di Tunisi faceva grandissimo sforzo a sua
difesa, disse ad un di quegli li quali lui è suoi compagni guardavano:
- Se io potessi parlare al
re, e'mi dà il cuore che io gli darei un consiglio, per lo quale egli
vincerebbe la guerra sua.
La guardia disse queste
parole al suo signore, il quale al re il rapportò incontanente. Per la
qual cosa il re comandò che Martuccio gli fosse menato, e domandato da
lui che consiglio il suo fosse, gli rispose così:
- Signor mio, se io ho
bene, in altro tempo che io in queste vostre contrade usato sono, riguardato
alla maniera la qual tenete nelle vostre battaglie, mi pare che più con
arcieri che con altro quelle facciate; e per ciò, ove si trovasse modo
che agli arcieri del vostro avversario mancasse il saettamento è vostri
n'avessero abbondevolmente, io avviso che la vostra battaglia si vincerebbe.
A cui il re disse:
- Senza dubbio, se cotesto
si potesse fare, io mi crederrei esser vincitore.
Al quale Martuccio disse:
- Signor mio, dove voi
vogliate, egli si potrà ben fare, e udite come. A voi convien far fare
corde molto più sottili agli archi de'vostri arcieri, che quelle che per
tutti comunalmente s'usano; e appresso far fare saettamento, le cocche del
quale non sieno buone se non a queste corde sottili; e questo convien che sia
sì segretamente fatto, che il vostro avversario nol sappia, per
ciò che egli ci troverebbe modo. E la cagione per che io dico questo
è questa. Poi che gli arcieri del vostro nimico avranno il suo
saettamento saettato e i vostri il suo, sapete che di quello che i vostri
saettato avranno converrà, durando la battaglia, che i vostri nimici
ricolgano, e a'nostri converrà ricoglier del loro; ma gli avversari non
potranno il saettamento saettato dà vostri adoperare, per le picciole
cocche che non riceveranno le corde grosse, dove a'vostri avverrà il
contrario del saettamento de'nimici, per ciò che la sottil corda
riceverà ottimamente la saetta che avrà larga cocca; e
così i vostri saranno di saettamento copiosi, dove gli altri n'avranno
difetto.
Al re, il quale savio
signore era, piacque il consiglio di Martuccio; e interamente seguitolo, per
quello trovò la sua guerra aver vinta; laonde sommamente Martuccio venne
nella sua grazia, e per conseguente in grande e ricco stato.
Corse la fama di queste
cose per la contrada; e agli orecchi della Gostanza pervenne Martuccio Gomito
esser vivo, il quale lungamente morto aveva creduto; per che l'amor di lui,
già nel cuor di lei intiepidito, con subita fiamma si riaccese e divenne
maggiore, e la morta speranza suscitò. Per la qual cosa alla buona donna
con cui dimorava interamente ogni suo accidente aperse, e le disse sé disiderare
d'andare a Tunisi, acciò che gli occhi saziasse di ciò che gli
orecchi con le ricevute voci fatti gli avean disiderosi. La quale il suo
disiderio le lodò molto, e come sua madre stata fosse, entrata in una
barca, con lei insieme a Tunisi andò, dove con la Gostanza in casa d'una
sua parente fu ricevuta onorevolmente.
Ed essendo con lei andata
Carapresa, la mandò a sentire quello che di Martuccio trovar potesse; e
trovato lui esser vivo e in grande stato, e rapportogliele, piacque alla gentil
donna di volere essere colei che a Martuccio significasse quivi a lui esser
venuta la sua Gostanza. E andatasene un dì là dove Martuccio era,
gli disse:
- Martuccio, in casa mia
è capitato un tuo servidore che vien da Lipari, e quivi ti vorrebbe
segretamente parlare; e per ciò, per non fidarmene ad altri, sì
come egli ha voluto, io medesima tel sono venuta a significare.
Martuccio la
ringraziò, e appresso lei alla sua casa se n'andò.
Quando la giovane il vide,
presso fu che di letizia non morì, e non potendosene tenere, subitamente
con le braccia aperte gli corse al collo e abbracciollo, e per compassione
de'passati infortuni e per la presente letizia, senza potere alcuna cosa dire,
teneramente cominciò a lagrimare.
Martuccio, veggendo la
giovane, alquanto maravigliandosi soprastette, e poi sospirando disse:
- O Gostanza mia, or se'tu
viva? Egli è buon tempo che io intesi che tu perduta eri, né a casa
nostra di te alcuna cosa si sapeva -; e questo detto, teneramente lagrimando
l'abbracciò e baciò.
La Gostanza gli
raccontò ogni suo accidente, e l'onore che ricevuto avea dalla gentil
donna con la quale dimorata era. Martuccio, dopo molti ragionamenti da lei
partitosi, al re suo signore n'andò e tutto gli raccontò,
cioè i suoi casi e quegli della giovane, aggiugnendo che, con sua
licenzia, intendeva secondo la nostra legge di sposarla.
Il re si maravigliò
di queste cose; e fatta la giovane venire, e da lei udendo che così era
come Martuccio aveva detto, disse:
- Adunque l'hai tu per
marito molto ben guadagnato.
E fatti venire grandissimi
e nobili doni, parte a lei ne diede e parte a Martuccio, dando loro licenzia di
fare intra sé quello che più fosse a grado a ciascheduno.
Martuccio onorata molto la
gentil donna con la quale la Gostanza dimorata era e ringraziatala di
ciò che in servigio di lei aveva adoperato e donatile doni quali a lei
si confaceano e accomandatala a Dio, non senza molte lagrime dalla Gostanza si
partì. E appresso con licenzia del re sopra un legnetto montati, e con
loro Carapresa, con prospero vento a Lipari ritornarono, dove fu sì
grande la festa che dir non si potrebbe giammai.
Quivi Martuccio la
sposò e grandi e belle nozze fece, e poi appresso con lei insieme in
pace e in riposo lungamente goderono del loro amore.
Giornata quinta - Novella
terza
Pietro Boccamazza si fugge
con l'Agnolella; truova ladroni; la giovane fugge per una selva, ed è
condotta ad un castello; Pietro è preso e delle mani de'ladroni fugge, e
dopo alcuno accidente, capita a quel castello dove l'Agnolella era, e sposatala
con lei se ne torna a Roma.
Niuno ne fu tra tutti che
la novella d'Emilia non commendasse; la qual conoscendo la reina esser finita,
volta ad Elissa, che ella continuasse le 'mpose. La quale, d'ubbidire
disiderosa, incominciò.
A me, vezzose donne, si
para dinanzi una malvagia notte da due giovanetti poco discreti avuta; ma, per
ciò che ad essa seguitarono molti lieti giorni, sì come conforme
al nostro proposito, mi piace di raccontarla.
In Roma, la quale, come
è oggi coda, così già fu capo del mondo, fu un giovane,
poco tempo fa, chiamato Pietro Boccamazza, di famiglia tra le romane assai
onorevole, il quale s'innamorò d'una bellissima e vaga giovane chiamata
Agnolella, figliuola d'uno ch'ebbe nome Gigliuozzo Saullo, uomo plebeio ma
assai caro a'romani. E amandola, tanto seppe operare, che la giovane
cominciò non meno ad amar lui che egli amasse lei. Pietro, da fervente
amor costretto, e non parendogli più dover sofferire l'aspra pena che il
disiderio che avea di costei gli dava, la domandò per moglie. La qual
cosa come i suoi parenti seppero, tutti furono a lui e biasimarongli forte
ciò che egli voleva fare; e d'altra parte fecero dire a Gigliuozzo
Saullo che a niun partito attendesse alle parole di Pietro, per ciò che,
se 'l facesse, mai per amico né per parente l'avrebbero.
Pietro, veggendosi quella
via impedita per la qual sola si credeva potere al suo disio pervenire, volle
morir di dolore; e se Gigliuozzo l'avesse consentito, contro al piacere di
quanti parenti avea, per moglie la figliuola avrebbe presa; ma pur si mise in
cuore, se alla giovane piacesse, di far che questa cosa avrebbe effetto; e per
interposita persona sentito che a grado l'era, con lei si convenne di doversi
con lui di Roma fuggire. Alla qual cosa dato ordine, Pietro una mattina per
tempissimo levatosi, con lei insieme montò a cavallo, e presero il
cammin verso Alagna, là dove Pietro aveva certi amici de'quali esso
molto si confidava; e così cavalcando, non avendo spazio di far nozze,
per ciò che temevano d'esser seguitati, del loro amore andando insieme
ragionando, alcuna volta l'un l'altro baciava.
Ora avvenne che, non
essendo a Pietro troppo noto il cammino, come forse otto miglia da Roma
dilungati furono, dovendo a man destra tenere, si misero per una via a
sinistra. Né furono guari più di due miglia cavalcati, che essi si
videro vicini ad un castelletto, del quale, essendo stati veduti, subitamente
uscirono da dodici fanti. E già essendo loro assai vicini, la giovane
gli vide, per che gridando disse:
- Pietro, campiamo, ché noi
siamo assaliti -; e come seppe, verso una selva grandissima volse il suo
ronzino; e tenendogli gli sproni stretti al corpo, attenendosi all'arcione, il
ronzino, sentendosi pugnere, correndo per quella selva ne la portava.
Pietro, che più al
viso di lei andava guardando che al cammino, non essendosi tosto come lei de
fanti che venieno avveduto, mentre che egli senza vedergli ancora andava
guardando donde venissero, fu da loro sopraggiunto e preso e fatto del ronzino
smontare; e domandato chi egli era, e avendol detto, costor cominciaron fra
loro ad aver consiglio e a dire: - Questi è degli amici de'nimici
nostri; che ne dobbiam fare altro, se non torgli quei panni e quel ronzino e
impiccarlo per dispetto degli Orsini ad una di queste querce?- Ed essendosi
tutti a questo consiglio accordati, avevano a Pietro comandato che si
spogliasse.
Il quale spogliandosi,
già del suo male indovino, avvenne che un guato di ben venticinque fanti
subitamente uscì addosso a costoro gridando: - Alla morte, alla morte! -
Li quali soprappresi da questo, lasciato star Pietro, si volsero alla lor
difesa; ma, veggendosi molti meno che gli assalitori, cominciarono a fuggire, e
costoro a seguirgli. La qual cosa Pietro veggendo, subitamente prese le cose
sue e salì sopra il suo ronzino e cominciò quanto poteva a
fuggire per quella via donde aveva veduto che la giovane era fuggita. Ma, non
vedendo per la selva né via né sentiero, né pedata di caval conoscendovi,
poscia che a lui parve esser sicuro e fuor delle mani di coloro che preso
l'aveano e degli altri ancora da cui quegli erano stati assaliti, non
ritrovando la sua giovane, più doloroso che altro uomo, cominciò
a piagnere e ad andarla or qua or là per la selva chiamando; ma niuna
persona gli rispondeva, ed esso non ardiva a tornare addietro, e andando innanzi
non conosceva dove arrivar si dovesse; e d'altra parte delle fiere che nelle
selve sogliono abitare aveva ad una ora di sé stesso paura e della sua giovane,
la qual tuttavia gli pareva vedere o da orso o da lupo strangolare.
Andò adunque questo
Pietro sventurato tutto il giorno per questa selva gridando e chiamando, a tal
ora tornando indietro che egli si credeva innanzi andare; e già, tra per
lo gridare e per lo piagnere e per la paura e per lo lungo digiuno, era
sì vinto, che più avanti non poteva.
E vedendo la notte
sopravvenuta, non sappiendo che altro consiglio pigliarsi, trovata una
grandissima quercia, smontato del ronzino a quella il legò, e appresso,
per non essere dalle fiere divorato la notte, su vi montò; e poco
appresso levatasi la luna e 'l tempo essendo chiarissimo, non avendo Pietro
ardir d'addormentarsi per non cadere (come che, perché pure agio avuto
n'avesse, il dolore né i pensieri che della sua giovane avea non l'avrebbero
lasciato); per che egli, sospirando e piagnendo e seco la sua disaventura
maladicendo, vegghiava.
La giovane fuggendo, come
davanti dicemmo, non sappiendo dove andarsi, se non come il suo ronzino stesso
dove più gli pareva ne la portava, si mise tanto fra la selva, che ella
non poteva vedere il luogo donde in quella entrata era; per che, non altramenti
che avesse fatto Pietro, tutto 'l dì, ora aspettando e ora andando, e
piagnendo e chiamando e della sua sciagura dolendosi, per lo salvatico luogo
s'andò avvolgendo.
Alla fine, veggendo che
Pietro non venia, essendo già vespro, s'abbattè ad un
sentieruolo, per lo qual messasi e seguitandolo il ronzino, poi che più
di due miglia fu cavalcata, di lontano si vide davanti una casetta, alla quale
essa come più tosto potè se n'andò, e quivi trovò
un buono uomo attempato molto con una sua moglie che similmente era vecchia.
Li quali, quando la videro
sola, dissero:
- O figliuola, che vai tu a
questa ora così sola faccendo per questa contrada?
La giovane piagnendo
rispose che aveva la sua compagnia nella selva smarrita, e domandò come
presso fosse ad Alagna.
A cui il buono uomo
rispose:
- Figliuola mia, questa non
è la via d'andare ad Alagna, egli ci ha delle miglia più di
dodici.
Disse allora la giovane:
- E come ci sono abitanze
presso da potere albergare?
A cui il buono uomo
rispose:
- Non ci sono in niun luogo
sì presso, che tu di giorno vi potessi andare.
Disse la giovane allora:
- Piacerebbev'egli, poi che
altrove andar non posso, di qui ritenermi per l'amor di Dio istanotte?
Il buono uomo rispose:
- Giovane, che tu con noi
ti rimanga per questa sera n'è caro; ma tuttavia ti vogliam ricordare
che per queste contrade e di dì e di notte e d'amici e di nemici vanno
di male brigate assai, le quali molte volte ne fanno di gran dispiaceri e di gran
danni; e se per isciagura, essendoci tu, ce ne venisse alcuna, e veggendoti
bella e giovane come tu sé, è ti farebbono dispiacere e vergogna, e noi
non te ne potremmo aiutare. Vogliantelo aver detto, acciò che tu poi, a
se questo avvenisse, non ti possi di noi ramaricare.
La giovane, veggendo che
l'ora era tarda, ancora che le parole del vecchio la spaventassero, disse:
- Se a Dio piacerà,
egli ci guarderà e voi e me di questa noia, la quale, se pur
m'avvenisse, è molto men male essere dagli uomini straziata, che sbranata
per li boschi dalle fiere.
E così detto,
discesa del suo ronzino, se n'entrò nella casa del povero uomo, e quivi
con essoloro di quello che avevano poveramente cenò, e appresso tutta
vestita in su un lor letticello con loro insieme a giacer si gittò, né
in tutta la notte di sospirare né di piagnere la sua sventura e quella di
Pietro, del quale non sapea che si dovesse sperare altro che male, non
rifinò.
Ed essendo già
vicino al matutino, ella sentì un gran calpestio di gente andare; per la
qual cosa, levatasi, se n'andò in una gran corte, che la piccola casetta
di dietro a sé avea, e vedendo dall'una delle parti di quella molto fieno, in
quello s'andò a nascondere, acciò che, se quella gente quivi
venisse, non fosse così tosto trovata. E appena di nasconder compiuta
s'era, che coloro, che una gran brigata di malvagi uomini era, furono alla
porta della piccola casa, e fattosi aprire e dentro entrati e trovato il
ronzino della giovane ancora con tutta la sella domandarono chi vi fosse.
Il buono uomo, non vedendo
la giovane, rispose:
- Niuna persona ci è
altro che noi; ma questo ronzino, a cui che fuggito si sia, ci capitò
iersera, e noi cel mettemmo in casa, acciò che i lupi nol manicassero.
- Adunque, - disse il
maggior della brigata - sarà egli buon per noi, poi che altro signor non
ha.
Sparti adunque costoro
tutti per la piccola casa, parte n'andò nella corte, e poste giù
lor lance e lor tavolacci, avvenne che uno di loro, non sappiendo altro che
farsi, gittò la sua lancia nel fieno e assai vicin fu ad uccidere la
nascosa giovane ed ella a palesarsi, per ciò che la lancia le venne
allato alla sinistra poppa, tanto che col ferro le stracciò
de'vestimenti, laonde ella fu per mettere un grande strido temendo d'esser
fedita; ma ricordandosi là dove era, tutta riscossasi, stette cheta.
La brigata chi qua e chi
là, cotti lor cavretti e loro altra carne, e mangiato e bevuto,
s'andarono pe' fatti loro, e menaronsene il ronzino della giovane. Ed essendo
già dilungati alquanto, il buono uomo cominciò a domandar la moglie:
- Che fu della nostra
giovane che iersera ci capitò, che io veduta non la ci ho poi che noi ci
levammo?
La buona femina rispose che
non sapea, e andonne guatando.
La giovane, sentendo coloro
esser partiti, uscì del fieno; di che il buono uomo forte contento, poi
che vide che alle mani di coloro non era venuta, e faccendosi già
dì, le disse:
- Omai che il dì ne
viene, se ti piace, noi t'accompagneremo infino ad un castello che è
presso di qui cinque miglia, e sarai in luogo sicuro; ma converratti venire a
piè, per ciò che questa mala gente che ora di qui si parte, se
n'ha menato il ronzin tuo.
La giovane, datasi pace di
ciò, gli pregò per Dio che al castello la menassero; per che
entrati in via, in su la mezza terza vi giunsero.
Era il castello di uno degli
Orsini, lo quale si chiamava Liello di Campo di Fiore, e per ventura v'era una
sua donna, la qual bonissima e santa donna era; e veggendo la giovane,
prestamente la riconobbe e con festa la ricevette, e ordinatamente volle sapere
come quivi arrivata fosse. La giovane gliele contò tutto.
La donna, che cognoscea
similmente Pietro, sì come amico del marito di lei, dolente fu del caso
avvenuto; e udendo dove stato fosse preso, s'avvisò che morto fosse
stato.
Disse adunque alla giovane:
- Poi che così
è che di Pietro tu non sai, tu dimorerai qui meco infino a tanto che
fatto mi verrà di potertene sicuramente mandare a Roma.
Pietro, stando sopra la
quercia quanto più doloroso esser potea, vide in sul primo sonno venir
ben venti lupi, li quali tutti, come il ronzin videro, gli furon dintorno. Il
ronzino sentendogli, tirata la testa, ruppe le cavezzine e cominciò a
volersi fuggire; ma essendo intorniato e non potendo, gran pezza co'denti e
co'calci si difese; alla fine da loro atterrato e strozzato fu e subitamente
sventrato, e tutti pascendosi, senza altro lasciarvi che l'ossa, il divorarono
e andar via. Di che Pietro, al qual pareva del ronzino avere una compagnia e un
sostegno delle sue fatiche, forte sbigottì e imaginossi di non dover mai
di quella selva potere uscire.
Ed essendo già
vicino al dì, morendosi egli sopra la quercia di freddo, sì come
quegli che sempre dattorno guardava, si vide innanzi forse un miglio un
grandissimo fuoco; per che, come fatto fu il dì chiaro, non senza paura
della quercia disceso, verso là si dirizzò, e tanto andò
che a quello pervenne; dintorno al quale trovò pastori che mangiavano e
davansi buon tempo, dà quali esso per pietà fu raccolto. E poi
che egli mangiato ebbe e fu riscaldato, contata loro la sua disaventura e come
quivi solo arrivato fosse, gli domandò se in quelle parti fosse villa o
castello, dove egli andar potesse.
I pastori dissero che ivi
forse a tre miglia era un castello di Liello di Campo di Fiore, nel quale al
presente era la donna sua; di che Pietro contentissimo gli pregò che
alcuno di loro infino al castello l'accompagnasse, il che due di loro fecero
volentieri. Al quale pervenuto Pietro, e quivi avendo trovato alcun suo
conoscente, cercando di trovar modo che la giovane fosse per la selva cercata,
fu da parte della donna fatto chiamare; il quale incontanente andò a
lei, e vedendo con lei l'Agnolella, mai pari letizia non fu alla sua.
Egli si struggeva tutto
d'andarla ad abbracciare, ma per vergogna, la quale avea della donna, lasciava.
E se egli fu lieto assai, la letizia della giovane vedendolo non fu minore.
La gentil donna, raccoltolo
e fattogli festa, e avendo da lui ciò che intervenuto gli era udito, il
riprese molto di ciò che contro al piacer de'parenti suoi far voleva.
Ma, veggendo che egli era pure a questo disposto e che alla giovane aggradiva,
disse: - In che m'affatico io? Costor s'amano, costor si conoscono, ciascuno
è parimente amico del mio marito, e il lor desiderio è onesto; e
credo che egli piaccia a Dio, poi che l'uno dalle forche ha campato, e l'altro
dalla lancia, e amenduni dalle fiere selvatiche; e però facciasi -. E a
loro rivolta disse:
- Se pure questo v'è
all'animo di volere essere moglie e marito insieme, e a me; facciasi, e qui le
nozze s'ordinino alle spese di Liello; la pace poi tra voi è vostri
parenti farò io ben fare.
Pietro lietissimo, e
l'Agnolella più, quivi si sposarono; e come in montagna si potè,
la gentil donna fè loto onorevoli nozze, e quivi i primi frutti del loro
amore dolcissimamente sentirono.
Poi, ivi a parecchi
dì, la donna insieme con loro, montati a cavallo e bene accompagnati, se
ne tornarono a Roma; dove, trovati forte turbati i parenti di Pietro di
ciò che fatto aveva, con loro in buona pace il ritornò; ed esso
con molto riposo e piacere con la sua Agnolella infino alla lor vecchiezza si
visse.
Giornata quinta - Novella
quarta
Ricciardo Manardi è
trovato da messer Lizio da Valbona con la figliuola, la quale egli sposa, e col
padre di lei rimane in buona pace.
Tacendosi Elissa, le lode
ascoltando dalle sue compagne date alla sua novella, impose la reina a
Filostrato che alcuna ne dicesse egli; il quale ridendo incominciò.
Io sono stato da tante di
voi tante volte morso, perché io materia da crudeli ragionamenti e da farvi
piagner v'imposi, che a me pare, a volere alquanto questa noia ristorare, esser
tenuto di dover dire alcuna cosa per la quale io alquanto vi faccia ridere; e
per ciò uno amore, non da altra noia che di sospiri e d'una brieve paura
con vergogna mescolata, a lieto fin pervenuto, in una novelletta assai piccola
intendo di raccontarvi.
Non è adunque,
valorose donne, gran tempo passato che in Romagna fu un cavaliere assai da bene
e costumato, il qual fu chiamato messer Lizio da Valbona, a cui per ventura
vicino alla sua vecchiezza una figliuola nacque d'una sua donna chiamata
madonna Giacomina, la quale oltre ad ogn'altra della contrada, crescendo,
divenne bella e piacevole; e per ciò che sola era al padre e alla madre
rimasa, sommamente da loro era amata e avuta cara e con maravigliosa diligenza
guardata, aspettando essi di far di lei alcun gran parentado.
Ora usava molto nella casa
di messer Lizio, e molto con lui si riteneva, un giovane bello e fresco della
persona, il quale era de'Manardi da Brettinoro, chiamato Ricciardo, del quale
niun'altra guardia messer Lizio o la sua donna prendevano, che fatto avrebbon
d'un lor figliuolo. Il quale, una volta e altra veggendo la giovane bellissima
e leggiadra, e di laudevoli maniere e costumi e già da marito, di lei
fieramente s'innamorò, e con gran diligenza il suo amore teneva occulto.
Del quale avvedutasi la giovane, senza schifar punto il colpo, lui similmente
cominciò ad amare; di che Ricciardo fu forte contento.
E avendo molte volte avuta
voglia di doverle alcuna parola dire, e dubitando taciutosi, pure una, preso
tempo e ardire, le disse:
- Caterina, io ti priego
che tu non mi facci morire amando.
La giovane rispose subito:
- Volesse Iddio che tu non
facessi più morir me.
Questa risposta molto di
piacere e d'ardire aggiunse a Ricciardo, e dissele :
- Per me non istarà
mai cosa che a grado ti sia, ma a te sta il trovar modo allo scampo della tua
vita e della mia.
La giovane allora disse:
- Ricciardo, tu vedi quanto
io sia guardata, e per ciò da me non so veder come tu a me ti potessi
venire; ma, se tu sai veder cosa che io possa senza mia vergogna fare, dillami,
e io la farò.
Ricciardo, avendo
più cose pensato, subitamente disse:
- Caterina mia dolce, io
non so alcuna via veder, se già tu non dormissi o potessi venire in su
'1 verone che è presso al giardino di tuo padre, dove se io sapessi che
tu di notte fossi, senza fallo io m'ingegnere' di venirvi, quantunque molto
alto sia.
A cui la Caterina rispose:
- Se quivi ti dà il
cuore di venire, io mi credo ben far sì che fatto mi verrà di
dormirvi.
Ricciardo disse di sì. E questo detto,
una volta sola si baciarono alla sfuggita, e andar via.
Il dì seguente,
essendo già vicino alla fine di maggio, la giovane cominciò
davanti alla madre a ramaricarsi che la passata notte per lo soperchio caldo
non aveva potuto dormire.
Disse la madre:
- O figliuola, che caldo fu
egli? Anzi non fu egli caldo veruno
A cui la Caterina disse:
- Madre mia, voi dovreste
dire - a mio parere - , e forse vi direste il vero; ma voi dovreste pensare
quanto sieno più calde le fanciulle che le donne attempate.
La donna disse allora:
- Figliuola mia,
così è il vero; ma io non posso far caldo e freddo a mia posta,
come tu forse vorresti. I tempi si convengon pur sofferir fatti come le
stagioni gli danno; forse quest'altra notte sarà più fresco, e
dormirai meglio.
- Ora Iddio il voglia,-
disse la Caterina - ma non suole essere usanza che, andando verso la state, le
notti si vadan rinfrescando.
- Dunque,- disse la donna -
che vuoi tu che si faccia?
Rispose la Caterina:
- Quando a mio padre e a
voi piacesse, io farei volentieri fare un letticello in su '1 verone che
è allato alla sua camera e sopra il suo giardino, e quivi mi dormirei, e
udendo cantare l'usignuolo, e avendo il luogo più fresco, molto meglio
starei che nella vostra camera non fo.
La madre allora disse:
- Figliuola, confortati; io
il dirò a tuo padre, e come egli vorrà così faremo.
Le quali cose udendo messer
Lizio dalla sua donna, per ciò che vecchio era e da questo forse un poco
ritrosetto, disse:
- Che rusignuolo è
questo a che ella vuol dormire? Io la farò ancora addormentare al canto
delle cicale.
Il che la Caterina
sappiendo, più per isdegno che per caldo, non solamente la seguente
notte non dormì, ma ella non lasciò dormire la madre, pur del
gran caldo dolendosi.
Il che avendo la madre
sentito, fu la mattina a messer Lizio e gli disse:
- Messer, voi avete poco
cara questa giovane. Che vi fa egli perché ella sopra quel veron si dorma? Ella
non ha in tutta notte trovato luogo di caldo, e oltre a ciò
maravigliatevi voi perché egli le sia in piacere l'udir cantar l'usignuolo, che
è una fanciullina? I giovani son vaghi delle cose simiglianti a loro.
Messer Lizio udendo questo
disse:
- Via, faccialevisi un
letto tale quale egli vi cape, e fallo fasciar dattorno d'alcuna sargia, e
dormavi, e oda cantar l'usignuolo a suo senno.
La giovane, saputo questo,
prestamente vi fece fare un letto; e dovendovi la sera vegnente dormire, tanto
attese che ella vide Ricciardo, e fecegli un segno posto tra loro, per lo quale
egli intese ciò che far si dovea.
Messer Lizio, sentendo la
giovane essersi andata al letto, serrato uno uscio che della sua camera andava
sopra 'l verone, similmente s'andò a dormire.
Ricciardo, come d'ogni
parte sentì le cose chete, con lo aiuto d'una scala salì sopra un
muro, e poi d'in su quel muro appiccandosi a certe morse d'un altro muro, con
gran fatica e pericolo, se caduto fosse, pervenne in sul verone, dove chetamente
con grandissima festa dalla giovane fu ricevuto; e dopo molti baci si
coricarono insieme, e quasi per tutta la notte diletto e piacer presono l'un
dell'altro, molte volte faccendo cantar l'usignuolo.
Ed essendo le notti piccole
e il diletto grande, e già al giorno vicino (il che essi non credevano),
e sì ancora riscaldati e sì dal tempo e sì dallo
scherzare, senza alcuna cosa addosso s'addormentarono, avendo a Caterina col
destro braccio abbracciato sotto il collo Ricciardo, e con la sinistra mano presolo
per quella cosa che voi tra gli uomini più vi vergognate di nominare.
E in cotal guisa dormendo,
senza svegliarsi, sopravenne il giorno, e messer Lizio si levò; e
ricordandosi la figliuola dormire sopra '1 verone, chetamente l'uscio aprendo
disse:
- Lasciami vedere come
l'usignuolo ha fatto questa notte dormir la Caterina.
E andato oltre, pianamente
levò alta la sargia della quale il letto era fasciato e Ricciardo e lei
vide ignudi e scoperti dormire abbracciati nella guisa di sopra mostrata; e
avendo ben conosciuto Ricciardo, di quindi s'uscì, e andonne alla camera
della sua donna e chiamolla, dicendo:
- Su tosto, donna, lievati
e vieni a vedere, ché tua figliuola è stata sì vaga
dell'usignuolo che ella è stata tanto alla posta che ella l'ha preso e
tienlosi in mano.
Disse la donna:
- Come può questo
essere?
Disse messer Lizio:
- Tu il vedrai se tu vien
tosto.
La donna, affrettatasi di
vestire, chetamente seguitò messer Lizio, e giunti amenduni al letto e
levata la sargia, potè manifestamente vedere madonna Giacomina come la
figliuola avesse preso e tenesse l'usignuolo, il quale ella tanto disiderava
d'udir cantare.
Di che la donna, tenendosi
forte di Ricciardo ingannata, volle gridare e dirgli villania; ma messer Lizio
le disse:
- Donna, guarda che per
quanto tu hai caro il mio amore tu non facci motto, ché in verità,
poscia che ella l'ha preso, egli sì sarà suo. Ricciardo è
gentile uomo e ricco giovane; noi non possiamo aver di lui altro che buon parentado;
se egli si vorrà a buon concio da me partire, egli converra che
primieramente la sposi; sì ch'egli si troverrà aver messo
l'usignuolo nella gabbia sua e non nell'altrui.
Di che la donna
racconsolata, veggendo il marito non esser turbato di questo fatto, e
considerando che la figliuola aveva avuta la buona notte ed erasi ben riposata
e aveva l'usignuolo preso, si tacque.
Né guari dopo queste parole
stettero, che Ricciardo si svegliò, e veggendo che il giorno era chiaro,
si tenne morto, e chiamò la Caterina, dicendo:
- Ohimè, anima mia,
come faremo, ché il giorno è venuto e hammi qui colto?
Alle quali parole messer
Lizio, venuto oltre e levata la sargia, rispose:
- Farete bene
Quando Ricciardo li vide,
parve che gli fosse il cuor del corpo strappato e levatosi a sedere in sul letto
disse:
- Signor mio, io vi cheggio
mercé per Dio. Io conosco, sì come disleale e malvagio uomo, aver
meritato morte, e per ciò fate di me quello che più vi piace. Ben
vi priego io, se esser può, che voi abbiate della mia vita mercè,
e che io non muoia.
A cui messer Lizio disse:
- Ricciardo, questo non
meritò l'amore il quale io ti portava e la fede la quale io aveva in te;
ma pur, poi che così è e a tanto fallo t'ha trasportato la
giovanezza, acciò che tu tolga a te la morte e a me la vergogna, prima
che tu ti muova, sposa per tua legittima moglie la Caterina, acciò che,
come ella è stata questa notte tua, così sia mentre ella
viverà; e in questa guisa puoi e la mia pace e la tua salvezza
acquistare; e ove tu non vogli così fare, raccomanda a Dio l'anima tua.
Mentre queste parole si
dicevano, la Caterina lasciò l'usignuolo, e ricopertasi, cominciò
fortemente a piagnere e a pregare il padre che a Ricciardo perdonasse; e
d'altra parte pregava Ricciardo che quel facesse che messer Lizio volea, acciò
che con sicurtà e lungo tempo potessono insieme di così fatte
notti avere.
Ma a ciò non furono
troppi prieghi bisogno; per ciò che d'una parte la vergogna del fallo
commesso e la voglia dello emendare, e d'altra la paura del morire e il
disiderio dello scampare, e oltre a questo l'ardente amore e l'appetito del
possedere la cosa amata, liberamente e senza alcuno indugio gli fecer dire sé
esser apparecchiato a far ciò che a messer Lizio piaceva.
Per che messer Lizio,
fattosi prestare a madonna Giacomina uno de'suoi anelli, quivi, senza mutarsi,
in presenzia di loro Ricciardo per sua moglie sposò la Caterina.
La qual cosa fatta, messer
Lizio e la donna partendosi dissono:
- Riposatevi oramai, ché
forse maggior bisogno n'avete che di levarvi.
Partiti costoro, i giovani si
rabbracciarono insieme, e non essendo più che sei miglia camminati la
notte, altre due anzi che si levassero ne camminarono, e fecer fine alla prima
giornata.
Poi levati, e Ricciardo
avuto più ordinato ragionamento con messer Lizio, pochi dì
appresso, sì come si convenia, in presenzia degli amici e de'parenti da
capo sposò la giovane, e con gran festa se ne la menò a casa, e
fece onorevoli e belle nozze, e poi con lei lungamente in pace e in
consolazione uccellò agli usignuoli e di dì e di notte quanto gli
piacque.
Giornata quinta - Novella
quinta
Guidotto da Cremona lascia
a Giacomin da Pavia una fanciulla, e muorsi; la quale Giannol di Severino e
Minghino di Mingole amano in Faenza; azzuffansi insieme; riconoscesi la
fanciulla esser sirocchia di Giannole, e dassi per moglie a Minghino.
Aveva ciascuna donna, la
novella dell'usignolo ascoltando, tanto riso, che ancora, quantunque Filostrato
ristato fosse di novellare, non per ciò esse di ridere si potevan
tenere. Ma pur, poi che alquanto ebber riso, la reina disse :
- Sicuramente, se tu ieri
ci affliggesti, tu ci hai oggi tanto dileticate, che niuna meritamente
più di te si dee ramaricare.
E avendo a Neifile le
parole rivolte, le 'mpose che novellasse; la quale lietamente così
cominciò a parlare.
Poi che Filostrato
ragionando in Romagna è intrato, a me per quella similmente
gioverà d'andare alquanto spaziandomi col mio novellare.
Dico adunque che già
nella città di Fano due lombardi abitarono, de'quali l'un fu chiamato
Guidotto da Cremona e l'altro Giacomin da Pavia, uomini omai attempati e stati
nella lor gioventudine quasi sempre in fatti d'arme e soldati. Dove, venendo a
morte Guidotto, e niuno figliuolo avendo né altro amico o parente di cui
più si fidasse che di Giacomin facea, una sua fanciulla d'età
forse di dieci anni, e ciò che egli al mondo avea, molto de'suoi fatti
ragionatogli, gli lasciò, e morissi.
Avvenne in questi tempi che
la città di Faenza, lungamente in guerra e in mala ventura stata,
alquanto in miglior disposizion ritornò, e fu a ciascun che ritornar vi
volesse libarerete conceduto il potervi tornare; per la qual cosa Giacomino,
che altra volta dimorato v'era, e piacendogli la stanza, là con ogni sua
cosa si tornò, e seco ne menò la fanciulla lasciatagli da
Guidotto, la quale egli come propria figliuola amava e trattava.
La quale crescendo divenne
bellissima giovane quanto alcuna altra che allora fosse nella città; e
così come era bella, era costumata e onesta. Per la qual cosa da diversi
fu cominciata a vagheggiare, ma sopra tutti due giovani assai leggiadri e da
bene igualmente le posero grandissimo amore, in tanto che per gelosia insieme
si 'ncominciarono ad avere in odio fuor di modo: e chiamavasi l'un Giannole di
Severino, e l'altro Minghino di Mingole. Né era alcuno di loro, essendo ella
d'età di quindici anni, che volentieri non l'avesse per moglie presa, se
dà suoi parenti fosse stato sofferto; per che, veggendolasi per onesta
cagione vietare, ciascuno a doverla, in quella guisa che meglio potesse, avere,
si diede a procacciare.
Aveva Giacomino in casa una
fante attempata e un fante che Crivello aveva nome, persona sollazzevole e
amichevole assai; col quale Giannole dimesticatosi molto, quando tempo gli
parve, ogni suo amore discoperse, pregandolo che a dovere il suo disidero
ottenere gli fosse favorevole, gran cose se ciò facesse promettendogli.
Al quale Crivello disse:
- Vedi, in questo io non
potrei per te altro adoperare se non che quando Giacomino andasse in alcuna
parte a cenare, metterti là dove ella fosse, per ciò che,
volendole io dir parole per te, ella non mi starebbe mai ad ascoltare. Questo
s'el ti piace, io il ti prometto, e farollo; fa tu poi, se tu sai, quello che
tu creda che bene stea.
Giannole disse che
più non volea, e in questa concordia rimase.
Minghino d'altra parte
aveva dimesticata la fante, e con lei tanto adoperato che ella avea più
volte ambasciate portate alla fanciulla, e quasi del suo amore l'aveva accesa;
e oltre a questo gli aveva promesso di metterlo con lei, come avvenisse che
Giacomino per alcuna cagione da sera fuori di casa andasse.
Avvenne adunque, non molto
tempo appresso queste parole, che, per opera di Crivello, Giacomino andò
con un suo amico a cenare; e fattolo sentire a Giannole, compose con lui che,
quando un certo cenno facesse, egli venisse e troverrebbe l'uscio aperto. La
fante d'altra parte, niente di questo sappiendo, fece sentire a Minghino che
Giacomino non vi cenava, e gli disse che presso della casa dimorasse sì,
che quando vedesse un segno ch'ella farebbe, egli venisse ed entrassesene
dentro.
Venuta la sera, non
sappiendo i due amanti alcuna cosa l'un dell'altro, ciascun, sospettando
dell'altro, con certi compagni armati a dovere entrare in tenuta andò.
Minghino co'suoi, a dovere il segno aspettare, si ripose in casa d'un suo amico
vicino della giovine; Giannole co'suoi alquanto dalla casa stette lontano.
Crivello e la fante, non
essendovi Giacomino, s'ingegnavano di mandare l'un l'altro via. Crivello diceva
alla fante:
- Come non ti vai tu a
dormire oramai? Che ti vai tu pure avviluppando per casa?
E la fante diceva a lui:
- Ma tu perché non vai per
signorto? Che aspetti tu oramai qui, poi hai cenato?
E così l'uno non
poteva l'altro far mutare di luogo.
Ma Crivello, conoscendo
l'ora posta con Giannole esser venuta, disse seco: - Che curo io di costei? Se
ella non istarà cheta, ella potrà aver delle sue-; e fatto il
segno posto andò ad aprir l'uscio, e Giannole prestamente venuto con due
compagni andò dentro, e trovata la giovane nella sala la presono per
menarla via.
La giovane cominciò
a resistere e a gridar forte, e la fante similmente. Il che sentendo Minghino,
prestamente co'suoi compagni là corse; e veggendo la giovane già
fuori dell'uscio tirare, tratte le spade fuori, gridarono tutti:
- Ahi traditori, voi siete
morti; la cosa non andrà così: che forza è questa? -; e
questo detto, gl'incominciarono a ferire. E d'altra parte la vicinanza uscita
fuori al romore e con lumi e con arme, cominciarono questa cosa a biasimare e
ad aiutar Minghino. Per che, dopo lunga contesa, Minghino tolse la giovane a
Giannole, e rimisela in casa di Giacomino. Né prima si partì la mischia
che i sergenti del capitan della terra vi sopraggiunsero e molti di costoro
presero; e fra gli altri furono presi Minghino e Giannole e Crivello, e in prigione
menatine. Ma poi racquetata la cosa, e Giacomino essendo tornato; e, di questo
accidente molto malinconoso, essaminando come stato fosse e trovato che in
niuna cosa la giovane aveva colpa, alquanto si diè più pace,
proponendo seco, acciò che più simil caso non avvenisse, di
doverla come più tosto potesse maritare.
La mattina venuta, i
parenti dell'una parte e dell'altra avendo la verità del fatto sentita e
conoscendo il male che a'presi giovani ne poteva seguire, volendo Giacomino
quello adoperare che ragionevolmente avrebbe potuto, furono a lui, e con dolci
parole il pregarono che alla ingiuria ricevuta dal poco senno de'giovani non
guardasse tanto, quanto all'amore e alla benivolenza la quale credevano che
egli a loro che il pregavano portasse, offerendo appresso sé medesimi e i
giovani che il male avevan fatto ad ogni ammenda che a lui piacesse di
prendere.
Giacomino, il qual de'suoi
dì assai cose vedute avea ed era di buon sentimento, rispose
brievemente:
- Signori, se io fossi a
casa mia come io sono alla vostra, mi tengo io sì vostro amico, che né
di questo né d'altro io non farei se non quanto vi piacesse; e oltre a questo
più mi debbo a'vostri piaceri piegare in quanto voi a voi medesimi avete
offeso, per ciò che questa giovane, forse come molti stimano, non
è da Cremona né da Pavia, anzi è faentina, come che io né ella né
colui da cui io l'ebbi non sapessimo mai di cui si fosse figliuola; per che; di
quello che pregate tanto sarà per me fatto, quanto me ne imporrete.
I valenti uomini, udendo
costei esser di Faenza, si maravigliarono; e rendute grazie a Giacomino della
sua liberale risposta, il pregarono che gli piacesse di dover lor dire come
costei alle mani venuta gli fosse, e come sapesse lei esser faentina.
A'quali Giacomin disse:
- Guidotto da Cremona fu
mio compagno e amico, e venendo a morte mi disse che quando questa città
da Federigo Imperatore fu presa, andataci a ruba ogni cosa, egli entrò
co'suoi compagni in una casa, e quella trovò di roba piena esser dagli
abitanti abbandonata, fuor solamente da questa fanciulla, la quale d'età
di due anni o in quel torno, lui sagliente su per le scale chiamò padre;
per la qual cosa a lui venuta di lei compassione, insieme con tutte le cose
della casa seco ne la portò a Fano, e quivi morendo, con ciò che
egli avea costei mi lasciò, imponendomi che, quando tempo fosse, io la
maritassi e quello che stato fosse suo le dessi in dota; e venuta
nell'età da marito, non m'è venuto fatto di poterla dare a
persona che mi piaccia; fare' '1 volentieri, anzi che altro caso simile a quel
di ier sera me n'avvenisse.
Era quivi intra gli altri
un Guiglielmino da Medicina, che con Guidotto era stato a questo fatto, e molto
ben sapeva la cui casa stata fosse quella che Guidotto avea rubata; e vedendolo
ivi tra gli altri, gli s'accostò e disse:
- Bernabuccio, odi tu
ciò che Giacomin dice?
Disse Bernabuccio:
- Sì; e testé vi
pensava più, per ciò ch'io mi ricordo che in quegli
rimescolamenti io perdei una figlioletta di quella età che Giacomin
dice.
A cui Guiglielmino disse:
- Per certo questa è
dessa, per ciò ch'io mi trovai già in parte ove io udii a
Guidotto divisare dove la ruberia avesse. fatta, e conobbi che la tua casa era
stata; è per ciò rammemorati se ad alcun segnale riconoscer la
credessi, e fanne cercare, ché tu troverrai fermamente che ella è tua
figliuola.
Per che, pensando
Bernabuccio, si ricordò lei dovere avere una margine a guisa d'una
crocetta sopra l'orecchia sinistra, stata d'una nascenza che fatta gli avea
poco davanti a quello accidente tagliare; per che, senza alcuno indugio
pigliare, accostatosi a Giacomino che ancora era quivi, il pregò che in
casa sua il menasse e veder gli facesse questa giovane.
Giacomino il vi menò
volentieri, e lei fece venire dinanzi da lui. La quale come Bernabuccio vide,
così tutto il viso della madre di lei, che ancora bella donna era, gli
parve vedere; ma pur, non stando a questo, disse a Giacomino che di grazia
voleva da lui poterle un poco levare i capelli sopra la sinistra orecchia; di
che Giacomino fu contento.
Bernabuccio, accostatosi a
lei che vergognosamente stava, levati colla man dritta i capelli, la croce
vide; laonde, veramente conoscendo lei esser la sua figliuola, teneramente
cominciò a piagnere e ad abbracciarla, come che ella si contendesse; e
volto a Giacomin disse:
- Fratel mio, questa
è mia figliuola; la mia casa fu quella che fu da Guidotto rubata, e
costei nel furor subito vi fu dentro dalla mia donna e sua madre dimenticata, e
infino a qui creduto abbiamo che costei, nella casa che mi fu quel dì stesso
arsa, ardesse.
La giovane, udendo questo e
vedendolo uomo attempato e dando alle parole fede e da occulta virtù
mossa, sostenendo li suoi abbracciamenti, con lui teneramente cominciò a
piagnere.
Bernabuccio di presente
mandò per la madre di lei e per altre sue parenti e per le sorelle e per
li fratelli di lei, e a tutti mostratala e narrando il fatto, dopo mille
abbracciamenti fatta la festa grande, essendone Giacomino forte contento, seco
a casa sua ne la menò. Saputo questo il capitano della città, che
valoroso uomo era, e conoscendo che Giannole, cui preso tenea, figliuolo era di
Bernabuccio e fratel carnale di costei, avvisò di volersi del fallo
commesso da lui mansuetamente passare; e intromessosi in queste cose con
Bernabuccio e con Giacomino, insieme a Giannole e a Minghino fece far pace; e a
Minghino, con gran piacer di tutti i suoi parenti, diede per moglie la giovane,
il cui nome era Agnesa, e con loro insieme liberò Crivello e gli altri
che impacciati v'erano per questa cagione.
E Minghino appresso lietissimo
fece le nozze belle e grandi, e a casa menatalasi, con lei in pace e in bene
poscia più anni visse.
Giornata quinta - Novella
sesta
Gian di Procida trovato con
una giovane amata da lui, e stata data al re Federigo, per dovere essere arso
con lei è legato ad un palo; riconosciuto da Ruggieri de Loria, campa e
divien marito di lei.
Finita la novella di
Neifile, assai alle donne piaciuta, comandò la reina a Pampinea che a
doverne alcuna dire si disponesse. La qual prestamente, levato il chiaro viso,
incomincio.
Grandissime forze,
piacevoli donne, son quelle d'amore, e a gran fatiche e a strabocchevoli e non
pensati pericoli gli amanti dispongono, come per assai cose raccontate e oggi e
altre volte comprender si può; ma nondimeno ancora con l'ardire d'un
giovane innamorato m'aggrada di dimostrarlo .
Ischia è una isola
assai vicina di Napoli, nella quale fu già tra l'altre una giovinetta
bella e lieta molto, il cui nome fu Restituta, e figliuola d'un gentil uom
dell'isola, che Marin Bolgaro avea nome, la quale un giovanetto, che d'una
isoletta ad Ischia vicina, chiamata Procida, era, e nominato Gianni, amava
sopra la vita sua, ed ella lui. Il quale, non che il giorno da Procida ad usare
ad Ischia per vederla venisse, ma già molte volte di notte, non avendo
trovata barca, da Procida infino ad Ischia notando era andato, per poter
vedere, se altro non potesse, almeno le mura della sua casa.
E durante questo amore
così fervente, avvenne che, essendo la giovane un giorno di state tutta
soletta alla marina, di scoglio in iscoglio andando marine conche con un
coltellino dalle pietre spiccando, s'avvenne in un luogo fra gli scogli
riposto, dove sì per l'ombra e sì per lo destro d'una fontana
d'acqua freddissima che v'era, s'erano certi giovani ciciliani, che da Napoli
venivano, con una lor fregata raccolti.
Li quali, avendo la giovane
veduta bellissima e che ancor lor non vedea, e vedendola sola, fra sé
diliberarono di doverla pigliare e portarla via; e alla diliberazione
seguitò l'effetto. Essi, quantunque ella gridasse molto, presala, sopra
la lor barca la misero, e andar via; e in Calavria pervenuti, furono a
ragionamento di cui la giovane dovesse essere, e in brieve ciaschedun la volea;
per che, non trovandosi concordia fra loro, temendo essi di non venire a peggio
e per costei guastare i fatti loro, vennero a concordia di doverla donare a
Federigo re di Cicilia, il quale era allora giovane e di così fatte cose
si dilettava; e a Palermo venuti, così fecero.
Il re, veggendola bella,
l'ebbe cara; ma, per ciò che cagionevole era alquanto della persona,
infino a tanto che più forte fosse, comandò che ella fosse messa
in certe case bellissime d'un suo giardino, il quale chiamavan la Cuba, e quivi
servita, e così fu fatto.
Il romore della rapita
giovane fu in Ischia grande, e quello che più lor gravava, era che essi
non potevan sapere chi si fossero stati coloro che rapita l'avevano. Ma Gianni,
al quale più che ad alcuno altro ne calea, non aspettando di doverlo in
Ischia sentire, sappiendo verso che parte n'era la fregata andata, fattane
armare una, su vi montò, e quanto più tosto potè, discorsa
tutta la marina dalla Minerva infino alla Scalea in Calavria, e per tutto della
giovane investigando nella Scalea gli fu detto lei essere da marinari ciciliani
portata via a Palermo. Là dove Gianni, quanto più tosto
potè, si fece portare, e quivi, dopo molto cercare, trovato che la
giovane era stata donata al re e per lui era nella Cuba guardata, fu forte
turbato e quasi ogni speranza perde', non che di doverla mai riavere, ma pur
vedere.
Ma pur, da amore ritenuto,
mandatane la fregata, veggendo che da niun conosciuto v'era, si stette; e
sovente dalla Cuba passando, gliele venne per ventura veduta un dì ad
una finestra ed ella vide lui, di che ciascun fu contento assai. E veggendo
Gianni che il luogo era solingo, accostatosi come potè, le parlò,
e da lei informato della maniera che a tenere avesse se più dappresso le
volesse parlar, si partì, avendo prima per tutto considerata la
disposizione del luogo; e aspettata la notte, e di quella lasciata andar buona
parte, là se ne tornò, e aggrappatosi per parti che non vi si
sarebbono appiccati i picchi, nel giardin se n'entrò, e in quello
trovata una antennetta, alla finestra dalla giovane insegnatagli l'appoggiò,
e per quella assai leggiermente se ne salì.
La giovane, parendole il
suo onore avere omai perduto, per la guardia del quale ella gli era alquanto
nel passato stata salvatichetta, pensando a niuna persona più degnamente
che a costui potersi donare e avvisando di poterlo inducere a portarla via,
seco aveva preso di compiacergli in ogni suo disidero; e per ciò aveva
la finestra lasciata aperta, acciò che egli prestamente dentro potesse
passare.
Trovatala adunque Gianni
aperta, chetamente se n'entrò dentro, e alla giovane, che non dormiva,
allato si corico'. La quale, prima che ad altro venissero, tutta la sua
intenzion gli aperse, sommamente del trarla quindi e via portarnela pregandolo.
Alla qual Gianni disse niuna cosa quanto questa piacergli, e che senza alcun
fallo, come da lei si partisse, in sì fatta maniera in ordine il
metterebbe che, la prima volta ch'el vi tornasse, via la menerebbe.
E appresso questo, con
grandissimo piacere abbracciatisi, quello diletto presero, oltre al quale niuno
maggior ne puote Amor prestare; e poi che quello ebbero più volte
reiterato, senza accorgersene, nelle braccia l'un dell'altro s'addormentarono.
Il re, al quale costei era
molto nel primo aspetto piaciuta, di lei ricordandosi, sentendosi bene della
persona, ancora che fosse al dì vicino, diliberò d'andare a
starsi alquanto con lei; e con alcuno de'suoi servidori chetamente se
n'andò alla Cuba. E nelle case entrato, fatto pianamente aprir la camera
nella qual sapeva che dormiva la giovane, in quella con un gran doppiere acceso
innanzi se n'entrò; e sopra il letto guardando, lei insieme con Gianni
ignudi e abbracciati vide dormire. Di che egli di subito si turbò
fieramente e in tanta ira montò, senza dire alcuna cosa, che a poco si
tenne che quivi, con un coltello che allato avea, amenduni non gli uccise. Poi,
estimando vilissima cosa essere a qualunque uom si fosse, non che ad un re, due
ignudi uccidere dormendo, si ritenne, e pensò di volergli in publico e
di fuoco far morire; e volto ad un sol compagno che seco aveva, disse:
- Che ti par di questa rea
femina, in cui io già la mia speranza aveva posta? - e appresso il
domandò se il giovane conoscesse, che tanto d'ardire aveva avuto, che
venuto gli era in casa a far tanto d'oltraggio e di dispiacere.
Quegli che domandato era
rispose non ricordarsi d'averlo mai veduto.
Partissi adunque il re
turbato della camera, e comandò che i due amanti, così ignudi
come erano, fosser presi e legati, e come giorno chiaro fosse, fosser menati a
Palermo e in su la piazza legati ad un palo con le reni l'uno all'altro volte e
infino ad ora di terza tenuti, acciò che da tutti potessero esser
veduti, e appresso fossero arsi, sì come avean meritato; e così
detto, se ne tornò in Palermo nella sua camera assai cruccioso.
Partito il re, subitamente
furon molti sopra i due amanti, e loro non solamente svegliarono, ma
prestamente senza alcuna pietà presero e legarono. Il che veggendo i due
giovani, se essi furon dolenti e temettero della lor vita e piansero e
ramaricaronsi, assai può esser manifesto. Essi furono, secondo il
comandamento del re, menati in Palermo e legati ad un palo nella piazza, e
davanti agli occhi loro fu la stipa e '1 fuoco apparecchiata, per dovergli
ardere all'ora comandata dal re.
Quivi subitamente tutti i
palermitani e uomini e donne concorsero a vedere i due amanti: gli uomini tutti
a riguardare la giovane si traevano, e così come lei bella esser per
tutto e ben fatta lodavano, così le donne, che a riguardare il giovane
tutte correvano, lui d'altra parte esser bello e ben fatto sommamente
commendavano. Ma gli sventurati amanti amenduni vergognandosi forte, stavano
con le teste basse e il loro infortunio piagnevano, d'ora in ora la crudel
morte del fuoco aspettando.
E mentre così infino
all'ora determinata eran tenuti, gridandosi per tutto il fallo da lor commesso,
e pervenendo agli orecchi di Ruggier de Loria, uomo di valore inestimabile e
allora ammiraglio del re, per vedergli se n'andò verso il luogo dove
erano legati; e quivi venuto, prima riguardò la giovane e commendolla
assai di bellezza, e appresso venuto il giovane a riguardare, senza troppo
penare il riconobbe, e più verso lui fattosi il domandò se Gianni
di Procida fosse.
Gianni, alzato il viso e
riconoscendo l'ammiraglio, rispose:
- Signor mio, io fui ben
già colui di cui voi domandate, ma io sono per non esser più.
Domandollo allora
l'ammiraglio che cosa a quello l'avesse condotto; a cui Gianni rispose:
- Amore, e l'ira del re.
Fecesi l'ammiraglio
più la novella distendere; e avendo ogni cosa udita da lui come stata
era e partir volendosi, il richiamò Gianni e dissegli:
- Deh, signor mio, se esser
può, impetratemi una grazia da chi così mi fa stare.
Ruggieri domandò
quale; a cui Gianni disse:
- Io veggio che io debbo, e
tostamente, morire; voglio adunque di grazia che, come io sono con questa
giovane, la quale io ho più che la mia vita amata ed ella me, con le
reni a lei voltato ed ella a me, che noi siamo co'visi l'uno all'altro rivolti,
acciò che morendo io e vedendo il viso suo, io ne possa andar consolato.
Ruggieri ridendo disse:
- Volentieri io farò
sì che tu la vedrai ancor tanto che ti rincrescerà.
E partitosi da lui,
comandò a coloro a'quali imposto era di dovere questa cosa mandare ad
esecuzione, che senza altro comandamento del re non dovessero più avanti
fare che fatto fosse; e senza dimorare, al re se n'andò. Al quale,
quantunque turbato il vedesse, non lasciò di dire il parer suo, e
dissegli:
- Re, di che t'hanno offeso
i due giovani li quali laggiù nella piazza hai comandato che arsi sieno?
Il re gliele disse.
Seguitò Ruggieri:
- Il fallo commesso da loro
il merita bene, ma non da te; e come i falli meritan punizione, così i
benefici meritan guiderdone, oltre alla grazia e alla misericordia. Conosci tu
chi color sieno li quali tu vuogli che s'ardano?
Il re rispose di no. Disse
allora Ruggieri:
- E io voglio che tu gli
conosca, acciò che tu veggi quanto discretamente tu ti lasci agl'impeti
dell'ira transportare. Il giovane è figliuolo di Landolfo di Procida,
fratel carnale di messer Gian di Procida, per l'opera del quale tu sé re e
signor di questa isola. La giovane è figliuola di Marin Bolgaro, la cui
potenza fa oggi che la tua signoria non sia cacciata d'Ischia. Costoro, oltre a
questo, son giovani che lungamente si sono amati insieme, e da amor costretti,
e non da volere alla tua signoria far dispetto, questo peccato (se peccato dir
si dee quel che per amor fanno i giovani) hanno fatto. Perché dunque gli vuoi
tu far morire, dove con grandissimi piaceri e doni gli dovresti onorare?
Il re, udendo questo e
rendendosi certo che Ruggieri il ver dicesse, non solamente che egli a peggio
dovere operare procedesse, ma di ciò che fatto avea gl'increbbe; per che
incontanente mandò che i due giovani fossero dal palo sciolti e menati
davanti da lui; e così fu fatto. E avendo intera la lor condizion
conosciuta, pensò che con onore e con doni fosse la ingiuria fatta da
compensare; e fattigli onorevolmente rivestire, sentendo che di pari
consentimento era, a Gianni fece la giovinetta sposare, e fatti loro magnifichi
doni, contenti gli rimandò a casa loro, dove con festa grandissima
ricevuti, lungamente in piacere e in gioia poi vissero insieme.
Giornata quinta - Novella
settima
Teodoro, innamorato della
Violante figliuola di messere Amerigo suo signore, la 'ngravida ed è
alle forche condannato; alle quali frustandosi essendo menato, dal padre
riconosciuto e prosciolto, prende per moglie la Violante.
Le donne, le quali tutte
temendo stavan sospese ad udire se i due amanti fossero arsi, udendogli
scampati, lodando Iddio, tutte si rallegrarono; e la reina, udita la fine, alla
Lauretta lo 'ncarico impose della seguente, la quale lietamente prese a dire.
Bellissime donne, al tempo
che il buon re Guiglielmo la Cicilia reggeva, era nella isola un gentile uomo
chiamato messere Amerigo Abbate da Trapani, il quale, tra gli altri ben
temporali, era di figliuoli assai ben fornito. Per che, avendo di servidori bisogno
e venendo galee di corsari genovesi di Levante, li quali costeggiando l'Erminia
molti fanciulli avevan presi, di quegli, credendogli turchi, alcun
comperò; tra' quali, quantunque tutti gli altri paressero pastori, n'era
uno il quale gentilesco e di migliore aspetto che alcun altro pareva, ed era
chiamato Teodoro.
Il quale crescendo, come
che egli a guisa di servo trattato fosse, nella casa pur co'figliuoli di messer
Amerigo si crebbe; e traendo più alla natura di lui che all'accidente,
cominciò ad esser costumato e di bella maniera, intanto che egli piaceva
sì a messere Amerigo, che egli il fece franco; e credendo che turchio
fosse, il fè battezzare e chiamar Pietro, e sopra i suoi fatti il fece
il maggiore, molto di lui confidandosi.
Come gli altri figliuoli di
messer Amerigo, così similmente crebbe una sua figliuola chiamata
Violante, bella e dilicata giovane; la quale, soprattenendola il padre a
maritare, s'innamorò per avventura di Pietro; e amandolo e faccendo
de'suoi costumi e delle sue opere grande stima, pur si vergognava di
discovrirgliele. Ma Amore questa fatica le tolse, per ciò che, avendo
Pietro più volte cautamente guatatala, sì s'era di lei
innamorato, che bene alcun non sentiva se non quanto la vedea; ma forte temea non
di questo alcun s'accorgesse, parendogli far men che bene. Di che la giovane,
che volentier lui vedeva, s'avvide; e, per dargli più sicurtà,
contentissima, sì come era, se ne mostrava. E in questo dimorarono
assai, non attentandosi di dire l'uno all'altro alcuna cosa, quantunque molto
ciascuno il disiderasse.
Ma, mentre che essi
così parimente nell'amorose fiamme accesi ardevano, la fortuna, come se
diliberato avesse questo voler che fosse, loro trovò via da cacciare la
temorosa paura che gl'impediva.
Aveva messer Amerigo, fuor
di Trapani forse un miglio, un suo molto bel luogo, al quale la donna sua con
la figliuola e con altre femine e donne era usata sovente d'andare per via di
diporto: dove essendo, un giorno che era il caldo grande, andate, e avendo seco
menato Pietro e quivi dimorando, avvenne, sì come noi veggiamo talvolta
di state avvenire, che subitamente il cielo si chiuse d'oscuri nuvoli; per la
qual cosa la donna con la sua compagnia, acciò che il malvagio tempo non
le cogliesse quivi, si misero in via per tornare in Trapani, e andavanne ratti
quanto potevano. Ma Pietro che giovane era, e la fanciulla similmente,
avanzavano nello andare la madre di lei e l'altre compagne assai, forse non
meno da amor sospinti che da paura di tempo; ed essendo già tanto entrati
innanzi alla donna e agli altri che appena si vedevano, avvenne che dopo molti
tuoni subitamente una gragnuola grossissima e spessa cominciò a venire,
la quale la donna con la sua compagnia fuggì in casa d'un lavoratore.
Pietro e la giovane, non
avendo più presto rifugio, se n'entrarono in una casetta antica e quasi
tutta caduta, nella quale persona non dimorava, e in quella sotto un poco di
tetto, che ancora rimaso v'era, si ristrinsono amenduni, e costrinseli la
necessità del poco coperto a toccarsi insieme. Il qual toccamento fu
cagione di rassicurare un poco gli animi ad aprire gli amorosi disii. E prima
cominciò Pietro a dire:
- Or volesse Iddio che mai,
dovendo io stare come io sto, questa grandine non ristesse.
E la giovane disse:
- Ben mi sarebbe caro.
E da queste parole vennero
a pigliarsi per mano e strignersi, e da questo ad abbracciarsi e poi a
baciarsi, grandinando tuttavia.
E acciò che io ogni
particella non racconti, il tempo non si racconciò prima che essi,
l'ultime dilettazioni d'amor conosciute, a dover segretamente l'un dell'altro
aver piacere ebbero ordine dato.
Il tempo malvagio
cessò, e all'entrar della città, che vicina era, aspettata la
donna, con lei a casa se ne tornarono. Quivi alcuna volta, con assai discreto
ordine e segreto, con gran consolazione insieme si ritrovarono; e sì
andò la bisogna che la giovane ingravidò, il che molto fu e
all'uno e all'altro discaro; per che ella molte arti usò per dovere,
contro al corso della natura, disgravidare, né mai le poté venir fatto.
Per la qual cosa Pietro,
della vita di sé medesimo temendo, diliberato di fuggirsi, gliele disse; la
quale udendolo disse:
- Se tu ti parti, senza
alcun fallo io m'ucciderò.
A cui Pietro, che molto
l'amava, disse:
- Come vuoi tu, donna mia,
che io qui dimori? La tua gravidezza scoprirà il fallo nostro; a te fia
perdonato leggiermente, ma io misero sarò colui a cui del tuo peccato e
del mio converrà portare la pena.
Al quale la giovane disse:
- Pietro, il mio peccato si
saprà bene; ma sii certo che il tuo, se tu nol dirai, non si
saprà mai.
Pietro allora disse:
- Poi che tu così mi
prometti, io starò, ma pensa d'osservarlomi.
La giovane, che, quanto
più potuto avea, la sua pregnezza tenuta aveva nascosa, veggendo, per lo
crescer che '1 corpo facea, più non poterla nascondere, con grandissimo
pianto un dì il manifestò alla madre, lei per la sua salute
pregando.
La donna, dolente senza
misura, le disse una gran villania, e da lei volle sapere come andata fosse la
cosa. La giovane, acciò che a Pietro non fosse fatto male, compose una
sua favola, in altre forme la verità rivolgendo. La donna la si
credette, e per celare il difetto della figliuola, ad una lor possessione la ne
mandò. Quivi, sopravvenuto il tempo del partorire, gridando la giovane
come le donne fanno, non avvisandosi la madre di lei che quivi messer Amerigo,
che quasi mai usato non era, dovesse venire, avvenne che, tornando egli da
uccellare e passando lunghesso la camera dove la figliuola gridava,
maravigliandosi, subitamente entrò dentro e domandò che questo
fosse.
La donna, veggendo il
marito sopravenuto, dolente levatasi, ciò che alla figliuola era
intervenuto gli raccontò. Ma egli, men presto a creder che la donna non
era stata, disse ciò non dovere esser vero che ella non sapesse di cui
gravida fosse, e per ciò del tutto il voleva sapere; e dicendolo, essa
potrebbe la sua grazia racquistare; se non, pensasse senza alcuna misericordia
di morire.
La donna s'ingegnò,
in quanto poteva, di dovere fare star contento il marito a quello che ella
aveva creduto; ma ciò era niente. Egli, salito in furore, con la spada
ignuda in mano sopra la figliuola corse, la quale, mentre la madre di lei il
padre teneva in parole, aveva un figliuol maschio partorito, e disse:
- O tu manifesta di cui
questo parto si generasse, o tu morrai senza indugio.
La giovane, la morte
temendo, rotta la promessa fatta a Pietro, ciò che tra lui e lei stato
era tutto aperse. Il che udendo il cavaliere e fieramente divenuto fellone,
appena d'ucciderla si ritenne; ma, poi che quello che l'ira gli apparecchiava
detto l'ebbe, rimontato a cavallo, a Trapani se ne venne, e ad uno messer
Currado, che per lo re v'era capitano, la ingiuria fattagli da Pietro
contatagli, subitamente, non guardandosene egli, il fè pigliare; e
messolo al martorio, ogni cosa fatta confessò.
Ed essendo dopo alcun
dì dal capitano condannato che per la terra frustato fosse e poi
appiccato per la gola; acciò che una medesima ora togliesse di terra i
due amanti e il lor figliuolo, messere Amerigo, al quale per avere a morte con
dotto Pietro non era l'ira uscita, mise veleno in un nappo con vino, e quello
diede ad un suo famigliare e un coltello ignudo con esso, e disse:
- Va con queste due cose
alla Violante, e sì le dì da mia parte che prestamente prenda
qual vuole l'una di queste due morti, o del veleno o del ferro, e ciò
faccia senza indugio; se non, che io nel cospetto di quanti cittadini ci ha la
farò ardere, sì come ella ha meritato; e fatto questo, piglierai
il figliuolo pochi dì fa da lei partorito, e percossogli il capo al
muro, il gitta a mangiare a'cani.
Data dal fiero padre questa
crudel sentenzia contro alla figliuola e al nepote, il famigliare, più a
male che a ben disposto, andò via.
Pietro condennato, essendo
dà famigliari menato alle forche frustando, passò, sì come
a coloro che la brigata guida vano piacque, davanti ad uno albergo dove tre
nobili uomini d'Erminia erano, li quali dal re d'Erminia a Roma ambasciadori
eran mandati a trattar col papa di grandissime cose per un passaggio che far si
dovea, e quivi smontati per rinfrescarsi e riposarsi alcun dì, e molto
stati onorati dà nobili uomini di Trapani, e spezialmente da messere
Amerigo. Costoro, sentendo passare coloro che Pietro menavano, vennero ad una
finestra a vedere.
Era Pietro dalla cintura in
su tutto ignudo e con le mani legate di dietro, il quale riguardando l'uno
de'tre ambasciadori, che uomo antico era e di grande autorità, nominato
Fineo, gli vide nel petto una gran macchia di vermiglio, non tinta, ma
naturalmente nella pelle infissa, a guisa che quelle sono che le donne qua
chiamano rose. La qual veduta, subitamente nella memoria gli corse un suo
figliuolo, il quale, già eran quindici anni passati, dà corsali
gli era stato sopra la marina di Laiazzo tolto, né mai n'avea potuto saper
novella; e considerando l'età del cattivello che frustato era,
avvisò, se vivo fosse il suo figliuolo, dovere di cotale età
essere di quale colui pareva; e cominciò a sospicar per quel segno non
costui desso fosse; e pensossi, se desso fosse, lui ancora doversi del nome suo
e di quel del padre e della lingua erminia ricordare.
Per che, come gli fu
vicino, chiamò:
- O Teodoro.
La qual voce Pietro udendo,
subitamente levò il capo. Al quale Fineo in erminio parlando disse:
- Onde fosti? E cui
figliuolo?
Li sergenti che il
menavano, per reverenza del valente uomo, il fermarono, sì che Pietro
rispose:
- Io fui d'Erminia,
figliuolo d'uno che ebbe nome Fineo, qua picciol fanciullo trasportato da non
so che gente.
Il che Fineo udendo,
certissimamente conobbe lui essere il figliuolo che perduto avea; per che,
piagnendo co'suoi compagni discese giuso, e lui tra tutti i sergenti corse ad
abbracciare; e gittatogli addosso un mantello d'un ricchissimo drappo che in
dosso avea, pregò colui che a guastare il menava, che gli piacesse
d'attendere tanto quivi, che di doverlo rimenare gli venisse il comandamento.
Colui rispose che l'attenderebbe volentieri.
Aveva già Fineo
saputa la cagione per che costui era menato a morire, sì come la fama
l'aveva portata per tutto; per che prestamente co'suoi compagni e con la lor
famiglia n'andò a messer Currado, e sì gli disse:
- Messere, colui il quale
voi mandate a morire come servo, è libero uomo e mio figliuolo, ed
è presto di torre per moglie colei la qual si dice che della sua
virginità ha privata; e però piacciavi di tanto indugiare la
esecuzione che saper si possa se ella lui vuol per marito, acciò che
contro alla legge, dove ella il voglia, non vi troviate aver fatto.
Messer Currado, udendo colui
esser figliuolo di Fineo, si maravigliò; e vergognatosi alquanto del
peccato della Fortuna, confessato quello esser vero che diceva Fineo,
prestamente il fè ritornare a casa, e per messere Amerigo mandò,
e queste cose gli disse.
Messer Amerigo, che già
credeva la figliuola e '1 nepote esser morti, fu il più dolente uom del
mondo di ciò che fatto avea, conoscendo, dove morta non fosse, si potea
molto bene ogni cosa stata emendare; ma nondimeno mandò correndo
là dove la figliuola era, acciò che, se fatto non fosse il suo
comandamento, non si facesse.
Colui che andò,
trovò il famigliare stato da messere Amerigo mandato, che, avendole il
coltello e '1 veleno posto innanzi, perché ella così tosto non eleggeva,
le dicea villania e volevala costrignere di pigliare l'uno. Ma, udito il
comandamento del suo signore, lasciata star lei, a lui se ne ritornò e
gli disse come stava l'opera. Di che messer Amerigo contento, andatosene
là dove Fineo era, quasi piagnendo, come seppe il meglio, di ciò
che intervenuto era si scusò e domandonne perdono, affermando sé, dove
Teodoro la sua figliuola per moglie volesse, esser molto contento di dargliele.
Fineo ricevette le scuse
volentieri e rispose:
- Io intendo che mio
figliuolo la vostra figliuola prenda; e dove egli non volesse, vada innanzi la
sentenzia data di lui.
Essendo adunque e Fineo e
messer Amerigo in concordia, là ove Teodoro era ancora tutto pauroso
della morte e lieto di avere il padre ritrovato, il domandarono intorno a
questa cosa del suo volere.
Teodoro, udendo che la
Violante, dove egli volesse, sua moglie sarebbe, tanta fu la sua letizia, che
d'inferno gli parve saltare in paradiso, e disse che questo gli sarebbe
grandissima grazia, dove a ciascun di lor piacesse.
Mandossi adunque alla
giovane a sentire del suo volere; la quale, udendo ciò che di Teodoro
era avvenuto ed era per avvenire, dove più dolorosa che altra femina la
morte aspettava, dopo molto, alquanta fede prestando alle parole, un poco si
rallegrò e rispose che, se ella il suo disidero di ciò seguisse,
niuna cosa più lieta le poteva avvenire che d'essere moglie di Teodoro;
ma tuttavia farebbe quello che il padre le comandasse.
Così adunque in
concordia fatta sposare la giovane, festa si fece grandissima con sommo piacere
di tutti i cittadini. La giovane, confortandosi e faccendo nudrire il suo
piccol figliuolo, dopo non molto tempo ritornò più bella che mai;
e levata del parto, e davanti a Fineo, la cui tornata da Roma s'aspettò,
venuta, quella reverenza gli fece che a padre; ed egli, forte contento di
sì bella nuora, con grandissima festa e allegrezza fatte fare le lor
nozze, in luogo di figliuola la ricevette e poi sempre la tenne. E dopo
alquanti dì il suo figliuolo e lei e il suo picciol nepote, montati in
galea, seco ne menò a Laiazzo, dove con riposo e con piacere de'due
amanti, quanto la vita lor durò dimorarono.
Giornata quinta - Novella
ottava
Nastagio degli Onesti,
amando una de'Traversari, spende le sue ricchezze senza essere amato. Vassene,
pregato da'suoi, a Chiassi; quivi vede cacciare ad un cavaliere una giovane e
ucciderla e divorarla da due cani. Invita i parenti suoi e quella donna amata
da lui ad un desinare, la quale vede questa medesima giovane sbranare; e
temendo di simile avvenimento prende per marito Nastagio.
Come Lauretta si tacque,
così, per comandamento della reina, cominciò Filomena.
Amabili donne, come in noi
è la pietà commendata, così ancora in noi è dalla
divina giustizia rigidamente la crudeltà vendicata; il che acciò
che io vi dimostri e materia vi dea di cacciarla del tutto da voi, mi piace di
dirvi una novella non men di compassion piena che dilettevole.
In Ravenna, antichissima
città di Romagna, furon già assai nobili e ricchi uomini, tra'
quali un giovane chiamato Nastagio degli Onesti, per la morte del padre di lui
e d'un suo zio, senza stima rimaso ricchissimo. Il quale, sì come
de'giovani avviene, essendo senza moglie, s'innamorò d'una figliuola di
messer Paolo Traversaro, giovane troppo più nobile che esso non era,
prendendo speranza con le sue opere di doverla trarre ad amar lui; le quali,
quantunque grandissime, belle e laudevoli fossero, non solamente non gli
giovavano, anzi pareva che gli nocessero, tanto cruda e dura e salvatica gli si
mostrava la giovinetta amata, forse per la sua singular bellezza o per la sua
nobiltà sì altiera e disdegnosa divenuta, che né egli né cosa che
gli piacesse le piaceva.
La qual cosa era tanto a
Nastagio gravosa a comportare, che per dolore più volte, dopo molto
essersi doluto, gli venne in disidero d'uccidersi. Poi, pur tenendosene, molte
volte si mise in cuore di doverla del tutto lasciare stare, o, se potesse,
d'averla in odio come ella aveva lui. Ma invano tal proponimento prendeva, per
ciò che pareva che quanto più la speranza mancava, tanto
più moltiplicasse il suo amore.
Perseverando adunque il
giovane e nello amare e nello spendere smisuratamente, parve a certi suoi amici
e parenti che egli sé e '1 suo avere parimente fosse per consumare; per la qual
cosa più volte il pregarono e consigliarono che si dovesse di Ravenna
partire e in alcuno altro luogo per alquanto tempo andare a dimorare; per
ciò che, così faccendo, scemerebbe l'amore e le spese. Di questo
consiglio più volte fece beffe Nastagio; ma pure, essendo da loro sollicitato,
non potendo tanto dir di no, disse di farlo; e fatto fare un grande
apparecchiamento, come se in Francia o in Ispagna o in alcuno altro luogo
lontano andar volesse, montato a cavallo e da suoi molti amici accompagnato di
Ravenna uscì e andossene ad un luogo forse tre miglia fuor di Ravenna,
che si chiama Chiassi; e quivi, fatti venir padiglioni e trabacche disse a
coloro che accompagnato l'aveano che star si volea e che essi a Ravenna se ne
tornassono. Attendatosi adunque quivi Nastagio, cominciò a fare la
più bella vita e la più magnifica che mai si facesse, or questi e
or quegli altri invitando a cena e a desinare, come usato s'era.
Ora avvenne che uno
venerdì quasi all'entrata di maggio essendo un bellissimo tempo, ed egli
entrato in pensier della sua crudel donna, comandato a tutta la sua famiglia
che solo il lasciassero, per più potere pensare a suo piacere, piede
innanzi piè sé medesimo trasportò, pensando, infino nella
pigneta. Ed essendo già passata presso che la quinta ora del giorno, ed
esso bene un mezzo miglio per la pigneta entrato, non ricordandosi di mangiare
né d'altra cosa, subitamente gli parve udire un grandissimo pianto e guai
altissimi messi da una donna; per che, rotto il suo dolce pensiero, alzò
il capo per veder che fosse, e maravigliossi nella pigneta veggendosi; e oltre
a ciò, davanti guardandosi vide venire per un boschetto assai folto
d'albuscelli e di pruni, correndo verso il luogo dove egli era, una bellissima
giovane ignuda, scapigliata e tutta graffiata dalle frasche e dà pruni,
piagnendo e gridando forte mercè; e oltre a questo le vide a'fianchi due
grandi e fieri mastini, li quali duramente appresso correndole, spesse volte
crudelmente dove la giugnevano la mordevano, e dietro a lei vide venire sopra un
corsiere nero un cavalier bruno, forte nel viso crucciato, con uno stocco in
mano, lei di morte con parole spaventevoli e villane minacciando.
Questa cosa ad una ora
maraviglia e spavento gli mise nell'animo, e ultimamente compassione della
sventurata donna, dalla qual nacque disidero di liberarla da sì fatta
angoscia e morte, se el potesse. Ma, senza arme trovandosi, ricorse a prendere
un ramo d'albero in luogo di bastone, e cominciò a farsi incontro a'cani
e contro al cavaliere. Ma il cavalier che questo vide, gli gridò di
lontano:
- Nastagio, non
t'impacciare, lascia fare a'cani e a me quello che questa malvagia femina ha
meritato.
E così dicendo, i
cani, presa forte la giovane né fianchi, la fermarono, e il cavaliere
sopraggiunto smontò da cavallo.
Al quale Nastagio avvicinatosi
disse:
- Io non so chi tu ti sé,
che me così cognosci; ma tanto ti dico che gran viltà è
d'un cavaliere armato volere uccidere una femina ignuda, e averle i cani alle
coste messi come se ella fosse una fiera salvatica; io per certo la difenderò
quant'io potrò.
Il cavaliere allora disse:
- Nastagio, io fui d'una
medesima terra teco, ed eri tu ancora piccol fanciullo quando io, il quale fui
chiamato messer Guido degli Anastagi, era troppo più innamorato di
costei, che tu ora non sé di quella de'Traversari, e per la sua fierezza e
crudeltà andò sì la mia sciagura, che io un dì con
questo stocco, il quale tu mi vedi in mano, come disperato m'uccisi, e sono
alle pene etternali dannato. Né stette poi guari tempo che costei, la qual
della mia morte fu lieta oltre misura, morì, e per lo peccato della sua
crudeltà e della letizia avuta de'miei tormenti, non pentendosene, come
colei che non credeva in ciò aver peccato ma meritato, similmente fu ed
è dannata alle pene del ninferno. Nel quale come ella discese,
così ne fu e a lei e a me per pena dato, a lei di fuggirmi davanti e a
me, che già cotanto l'amai, di seguitarla come mortal nimica, non come
amata donna; e quante volte io la giungo, tante con questo stocco, col quale io
uccisi me, uccido lei e aprola per ischiena, e quel cuor duro e freddo, nel
qual mai né amor né pietà poterono entrare, con l'altre interiora
insieme, sì come tu vedrai incontanente, le caccia di corpo, e dolle
mangiare a questi cani.
Né sta poi grande spazio
che ella, sì come la giustizia e la potenzia d'Iddio vuole, come se
morta non fosse stata, risurge e da capo incomincia la dolorosa fugga, e i cani
e io a seguitarla; e avviene che ogni venerdì in su questa ora io la
giungo qui, e qui ne fo lo strazio che vedrai; e gli altri dì non creder
che noi riposiamo, ma giungola in altri luoghi né quali ella crudelmente contro
a me pensò o operò; ed essendole d'amante divenuto nimico, come
tu vedi, me la conviene in questa guisa tanti anni seguitare quanti mesi ella
fu contro a me crudele. Adunque lasciami la divina giustizia mandare ad
esecuzione, né ti volere opporre a quello che tu non potresti contrastare.
Nastagio, udendo queste
parole, tutto timido divenuto e quasi non avendo pelo addosso che arricciato
non fosse, tirandosi addietro e riguardando alla misera giovane,
cominciò pauroso ad aspettare quello che facesse il cavaliere. Il quale,
finito il suo ragionare, a guisa d'un cane rabbioso, con lo stocco in mano
corse addosso alla giovane, la quale inginocchiata e dà due mastini
tenuta forte gli gridava mercè; e a quella con tutta sua forza diede per
mezzo il petto e passolla dall'altra parte. Il qual colpo come la giovane ebbe
ricevuto, così cadde boccone, sempre piagnendo e gridando; e il
cavaliere, messo mano ad un coltello, quella aprì nelle reni, e fuori
trattone il cuore e ogni altra cosa d'attorno, a'due mastini il gittò,
li quali affamatissimi incontanente il mangiarono. Né stette guari che la
giovane, quasi niuna di queste cose stata fosse, subitamente si levò in
piè e cominciò a fuggire verso il mare, e i cani appresso di lei
sempre lacerandola; e il cavaliere, rimontato a cavallo e ripreso il suo
stocco, la cominciò a seguitare, e in picciola ora si dileguarono in
maniera che più Nastagio non gli potè vedere.
Il quale, avendo queste
cose vedute, gran pezza stette tra pietoso e pauroso, e dopo alquanto gli venne
nella mente questa cosa dovergli molto poter valere, poi che ogni
venerdì avvenia; per che, segnato il luogo, a'suoi famigli se ne
tornò, e appresso, quando gli parve, mandato per più suoi parenti
e amici, disse loro: