HOME   PRIVILEGIA NE IRROGANTO           di Mauro Novelli               BIBLIOTECA


 

 

Giuseppe Gioachino Belli

 

Tutti i Sonetti romaneschi

 

Vol 1° ( pag. 7)  e Vol. 2°  (pag. 760)

 

 

Vol. 1°

 

Introduzione

Io ho deliberato di lasciare un monumento di quello che oggi è la plebe di Roma. In lei sta certo un tipo di originalità: e la sua lingua, i suoi concetti, l’indole, il costume, gli usi, le pratiche, i lumi, la credenza, i pregiudizi, le superstizioni, tuttociò insomma che la riguarda, ritiene un’impronta che assai per avventura si distingue da qualunque altro carattere di popolo. Né Roma è tale, che la plebe di lei non faccia parte di un gran tutto, di una città cioè di sempre solenne ricordanza. Oltre a ciò, mi sembra la mia idea non iscompagnarsi da novità. Questo disegno così colorito, checché ne sia del soggetto, non trova lavoro da confronto che lo abbiano preceduto.

I nostri popolani non hanno arte alcuna, non di oratoria, non di poetica: come niuna plebe n’ebbe mai. Tutto esce spontaneo dalla natura loro, viva sempre ed energica perché lasciata libera nello sviluppo di qualità non fattizie. Direi delle loro idee ed abitudini, direi del parlare loro ciò che non può vedersi nelle fisionomie. Perché tanto queste diverse nel volgo di una città da quelle degl’individui di ordini superiori? Perché non frenati i muscoli del volto alla immobilità comandata dalla civile educazione, si lasciano alle contrazioni della passione che domina e dall’affetto che stimola; e prendono quindi un diverso sviluppo, corrispondente per solito alla natura dello spirito che que’ corpi informa e determina. Così i volti diventano specchio dell’anima. Che se fra i cittadini, subordinati a positive discipline, non risulta una completa uniformità di fisionomia, ciò dipende da differenze essenzialmente organiche e fondamentali, e dal non aver mai la natura formato due oggetti di matematica identità.

Vero però sempre mi par rimanere che la educazione che accompagna la parte dell’incivilimento, fa ogni sforzo per ridurre gli uomini alla uniformità: e se non vi riesce quanto vorrebbe, è forse questo uno de’ beneficii della creazione. Il popolo quindi mancante di arte, manca di poesia. Se mai cedendo all’impeto della rozza e potente sua fantasia, una pure ne cerca, lo fa sforzandosi di imitare la illustre. Allora il plebeo non è più lui, ma un fantoccio male e goffamente ricoperto di vesti non attagliate al suo dosso. Poesia propria non ha: e in ciò errarono quanti il dir romanesco vollero sin qui presentare in versi che tutta palesarono la lotta dell’arte colla natura e la vittoria della natura sull’arte.

Esporre le frasi del romano quali dalla bocca del romano escono tuttora, senza ornamento, senza alterazione veruna, senza pure inversioni di sintassi o troncamenti di licenza, eccetto quelli che il parlator romanesco usi egli stesso: insomma cavare una regola dal caso e una grammatica dall’uso, ecco il mio scopo. Io non vo’ gia presentare nelle mie carte la poesia popolare, ma i popolari discorsi svolti nella mia poesia. Il numero poetico e la rima debbono uscire come accidente dall’accozzamento, in apparenza casuale, di libere frasi e correnti parole non iscomposte giammai, non corrette, né modellate, né acconciate con modo differente da quello che ci manda il testimonio delle orecchie: attalché i versi gettati con simigliante artificio non paiano quasi suscitare impressioni ma risvegliare reminiscenze. E dove con tal corredo di colori nativi io giunga a dipingere la morale, la civile e la religiosa vita del nostro popolo di Roma, avrò, credo, offerto un quadro di genere non al tutto spregevole da chi non guardi le cose attraverso la lente del pregiudizio.

Non casta, non pia talvolta, sebbene devota e superstiziosa, apparirà la materia e la forma: ma il popolo è questo; e questo io ricopio, non per proporre un modello, ma sì per dare una immagine fedele di cosa già esistente e, più abbandonata senza miglioramento.

Nulladimeno io non m’illudo circa alle disposizioni d’animo colle quali sarebbe accolto questo mio lavoro, quando dal suo nascondiglio uscisse mai al cospetto degli uomini. Bene io preveggo quante timorate e pudiche anime, quanti zelosi e pazienti sudditi griderebber la croce contro lo spirito insubordinato e licenzioso che qua e là ne traspare, quasiché nascondendomi perfidamente dietro la maschera del popolano abbia io voluto prestare a lui le mie massime e i principii miei, onde esaltare il mio proprio veleno sotto l’egida della calunnia. Né a difendermi da tanta accusa già mi varrebbe il testo d’Ausonio, messo quasi a professione di fede in fronte al mio libro. Da ogni parte io mi udrei rinfacciare di ipocrisia e rispondermi con Salvator Rosa:

 

A che mandar tante ignominie fuore,

E far proteste tutto quanto il die

Che s’è oscena la lingua è casto il cuore?

 

Facile però è la censura, siccome è comune la probità di parole. Quindi, perdonate io di buon grado le smaniose vociferazioni a quanti Curios simulant et bacchanalia vivunt, mi rivolgerò invece ai pochi sinceri virtuosi fra le cui mani potessero un giorno capitare i miei scritti, e dirò loro: Io ritrassi la verità. Omne aevum Clodios fert, sed non omne tempus Catones producit. Del resto, alle gratuite incolpazioni delle quali io divenissi oggetto replicherò il tenor della mia vita e il testimonio di chi la vide scorrere e terminare tanto ignuda di gloria quanto monda d’ogni nota di vituperio.

Molti altri scrittori ne’ dialetti o ne’ patrii vernacoli abbiam noi veduti sorgere in Italia, e vari di questi meritar laude anche fra i posteri. Però un più assai vasto campo che a me non si presenta era loro aperto da parlari non esclusivamente appartenenti a tale o tal plebe o frazione di popolo, ma usate da tutte insieme le classi di una peculiare popolazione: donde nascono le lingue municipali. Quindi la facoltà delle figure, le inversioni della sintassi, le risorse della cultura e dell’arte. Non così a me si concede dalla mia circostanza. Io qui ritraggo le idee di una plebe ignorante, comunque in gran parte concettosa ed arguta, e le ritraggo, dirò, col soccorso di un idiotismo continuo, di una favella tutta guasta e corrotta, di una lingua infine non italiana e neppur romana, ma romanesca. Questi idioti o nulla sanno o quasi nulla: e quel pochissimo che imparano per tradizione serve appunto a rilevare la ignoranza loro: in tanto buio di fallacie si ravvolge. Sterili pertanto d’idee, limitate ne sono le forme del dire e scarsi i vocaboli. Alcuni termini di senso generale e di frequente ricorso vi suppliscono a molto.

Ed errato andrebbe chi giudicasse essersi da me voluto porre in iscena questo piuttosto che quel rione, ed anzi una che un’altra special condizione d’uomini della nostra città. Ogni quartiere di Roma, ogni individuo fra’ suoi cittadini dal ceto medio in giù, mi ha somministrato episodii pel mio dramma: dove comparirà sì il bottegaio che il servo, e il nudo pitocco farà di sé mostra fra la credula femminetta e il fiero guidatore di carra. Così, accozzando insieme le vari classi dell’intiero popolo, e facendo dire a ciascun popolano quanto sa, quanto pensa e quanto opera, ho io compendiato il cumulo del costume e delle opinioni di questo volgo, presso il quale spiccano le più strane contraddizioni. Dati i popolani nostri per indole al sarcasmo, all’epigramma, al dir proverbiale e conciso, ai risoluti modi di un genio manesco, non parlano a lungo in discorso regolare ed espositivo. Un dialogo inciso, pronto ed energico: un metodo di esporre vibrato ed efficace: una frequenza di equivoci ed anfibologie, risponde ai loro bisogni e alle loro abitudini, siccome conviene alla loro inclinazione e capacità.

Di qui la inopportunità nel mio libro di filastrocche poetiche. Distinti quadretti, e non fra loro congiunti fuorché dal filo occulto della macchina, aggiungeranno assai meglio al fine principale, salvando insieme i lettori dal tedio di una lettura troppo unita e monotona. Il mio è un volume da prendersi e lasciarsi, come si fa de’ sollazzi, senza bisogno di progressivo riordinamento d’idee. Ogni pagina è il principio del libro, ogni pagina la fine.

L’ortoepia ne’ Romaneschi non cede in vizio alla grammatica: il suono della voce cupo e gutturale: la cantilena molto sensibile e varia. Tradotta la prima nella ortografia de’ miei versi, mostrerà sommo abuso di lettere.

Nel mio lavoro io non presento la scrittura de’ popolani. Questa lor manca; né in essi io la cerco, benché pur la desideri come essenziale principio d’incivilimento. La scrittura è mia, e con essa tento d’imitare la loro parola. Perciò del valore de’ segni cogniti io mi valgo ad esprimere incogniti suoni.

Dalle vocali si avrà discorso più tardi. Parliamo intanto delle consonanti.

La b tra due vocali si raddoppia, come abbito (abito), la bbella (la bella), debbitore (debitore) ecc.

La b dopo la m si cambia in questa: cammio (cambio), cimmalo o cèmmalo (cembalo), immasciata (ambasciata), limmo (limbo), palommo (palombo), gamma (gamba), ecc. Ciò peraltro accade quando appresso la b venga una vocale. Se la b sia seguit da r, alcuni la mutano in m e alcuni no: per esempio le voci imbriaco, settembre, ambra, da molti si pronunceranno senza alterazione e da taluni si diranno immriaco, settemmre, ammra.

La c si ascolta quasi sempre alterata. Se è doppia avanti ad e o ad i, oppure ve la precede una consonante, contrae il suono che hanno nella regolar pronuncia le sillabe cia e cio in caccia e braccio, e lo prende ancora più turgido, che in questi due esempi non si ascolta. Preceduta poi da una vocale, anche di separata parola, prolungasi strisciando, similare alla sc, di scémo, oscèno, scimia: per esempio, piascére, duscènto, rèscita, la scéna, da li scento, otto scivici (piacere, duecento, recita, la cena, dai cento, otto civici) e simili. E qui giova il ripetere aver noi prodotto in esempio un suono soltanto similare, imperocché di simile, in questo caso la retta pronunzia non ne somministra. Pasce, pesce, voci della buona favella, si proferiscono dal volgo come le voci viziate pasce, pesce (pace, pece) colla differenza però che in questi ultimi vocaboli il valore della s è semplice e strisciante, laddove in que’ primi odesi doppio e contratto: di modo che, chi volesse rappresentare con la penna la differenza di questi due suoni, dovrebbe scrivere passce, pessce (pasce, pesce) pasce, pesce (pace, pece): quattro vocaboli che il dir romanesco possiede.

Nella lingua francese si può trovare questo secondo suono strisciante della sc romanesca, il quale nella retta pronunzia dell’idioma italiano sarebbe vano di ricercare. Per esempio acharnement, colifichet, la chimie, s’échapper. Per ben leggere i versi di questo libro bisogna porre in ciò molta attenzione. I fiorentini hanno anch’essi questo suono, che coincide là appunto dove i romaneschi lo impiegano; ma dovendosi considerare ancora in quelli come un difetto municipale ed una alterazione del vero valor dell’alfabeto italiano, non si è da me voluto dare per esempio che potesse servire alla intelligenza degli stranieri.

Appresso però alle isolate vocali a, e, o, e a tutti i monosillabi che non sieno articoli o segnacasi, la e conserva bensì il suono grasso ai luoghi già detti, ma abbandona lo strascico; per esempio a cena, è civico, o cento. Si osserva in ciò la legge stessa che impera sulla c aspirata de’ fiorentini, i quali dicono la hasa, di hane, sette havalli, belle hamere, ecc., ed al contrario pronunziano bene e rotondamente a casa, è cane, o cose, che cavalli, più camere. Come dunque i fiorentini diranno la hasa, di hane, le hose (la casa, di cane, le cose) così i romaneschi diranno la scena, de scivico, li scento (la cena, di civico, i cento); e all’opposto per lo stesso motivo che farà pronunziare da’ fiorentini a casa, è cane, o cose, si udrà proferire a’ romaneschi a ccena, è ccivico, o ccento: imperocché in quelle isolate vocali a, e, o e ne’ monosillabi tutti (meno gli articoli, i segnacasi, di e da, e le particelle pronominali) sta latente una potenza accentuale che obbligando ad appoggiare con vigore sulla c iniziale de’ seguenti vocaboli, la esalta, la raddoppia, e per conseguenza n’esclude ogni possibilità di aspirazione come se fosse preceduta da consonante. La quale identità di casi offre uno benché lieve esempio di ciò che talora anche le lingue più diverse ritengono fra loro comune e inconvenzionale: la ragione di che deve cercarsi nella natura e necessità delle cose.

Bisogna qui avvertire un altro ufficio della lettera c. Presso il volgo di Roma le voci del verbo avere sono proferite in due modi. Quando serve esso verbo di ausiliare ad altri verbi, tutte le di lui modificazioni necessarie ai tempi composti di questi si aprono col naturale lor suono, meno i vizi delle costruzioni coniugate: per esempio hai fatto, avevo detto, averanno camminato, ecc. Allorché però lo stesso verbo avere, preso in senso assoluto, indichi un reale possesso, i romaneschi fanno precedere ogni sua voce dalla particella ci. Non diranno quindi hai una casa, avevo due scudi, averanno un debito, ecc., ma bensì ci hai una casa, ci avevo du’ scudi, ci averanno un debbito, ecc. Poiché però il ci non è da essi pronunciato isolato e distinto, ma connesso e quasi incorporato col verbo seguente, così queste parole e altre verranno da me scritte colla particella indivisa: ciai, ciavevo, ciaveranno. E siccome esse consteranno pur sempre dall’accoppiamento di due voci diverse, io vi porrò un apostrofo al luogo dove cade l’unione fonica (ci’ai, ci’avevo, ci’averanno) affinché da niuno sien per avventura credute vocaboli speciali e di particolare significazione. Se poi la combinazione della altre parole del discorso, che vadano innanzi alle dette voci a quel modo artificiale, produrrà lo strisciamento oppure il raddoppiamento della c già da me più sopra indicato. Ecco in qual maniera si noteranno queste altre due differenze: Io sc’iavevo du’ scudi, Tu cc’iai una casa, ecc. Se al contrario il verbo avere non indichi un reale possesso allora le sue voci andran prive del ci: per esempio: avevo vent’anni, hai raggione, averanno la disgrazzia, ecc.

La d appresso alla n mutasi in questa seconda lettera. Vendetta si pronuncerà vennetta; andare, annà, indaco, innico, mondo, monno. Allorché però le parole principiate da in non saranno semplici ma composte, come indemoniato, indietro, indorare e simili, la d conserverà il proprio valore.

La g fra due vocali non si addolcisce mai nel modo che sogliono i buoni favellatori italiani, come in agio, pregio, bigio, ecc., ma si aspreggia invece e si duplica. Doppia poi, o preceduta da consonante avanti alla e ed alla i, si pronuncia turgida come la c ne’ medesimi casi. Nel resto questa lettera ritiene la sua natura. La sillaba gli nelle parole si cambia in due jj: mojje (moglie), ajjo (aglio), mejjo, fijjo, ecc. Ma l’articolo gli si muta in je: je disse, fajje (gli disse, fagli), ecc.

La l fra le vocali e le consonanti mute si muta in r, come Rinardo, Griserda, Mitirda, manigordo, assarto, sverto, morto, inzurto, ferpa, corpa, quarcheduno, arbero, Argèri, arcuanto, marva, scarzo, mea-curpa, per Rinaldo, Griselda, Matilde, manigoldo, assalto, svelto, molto, insulto, felpa, malva, scalzo, mea-culpa. Nulladimeno il vocabolo caldo e i suoi composti diconsi assai più spesso e generalmente callo, riscallo, e non cardo e riscardo. Ancora nel nome Bertoldo la d fa l e si dice Bertollo. Olio pronunciasi ojjo, rosolio fa rosojjo, risojjo o risorio. La medesima lettera l preceduta da un’altra consonante in una stessa sillaba, prende parimenti il suono di r. Pertanto le voci clima, plico, applauso, flauto, afflitto, emblema, blocco, Plutone, diverranno crima, prico, apprauso, frauto, affritto, embrema, brocco, Prutone.

Alcuni non della infima plebe volgono l’articolo il in el, laddove la vera plebaglia dice sempre er.

La s non suona mai dolce come nella retta pronunzia di sposo, casa, rosa. Odesi sempre sibilante, e, allorché non sibila, assume le parti di una z aspra: lo che accade ogni qual volta succeda nel discorso ad una consonate come sarza (salsa), er zegno (il segno), penziere (pensiere), inzino (insino) ecc.

La z nel mezzo delle parole costantemente raddopiasi. Così grazia, offizio, protezione, si proferiranno grazzia, offizzio, protezzione. Bensì questo s’intende allorché la z rimanga fra due vocali.

Generalmente, al principio delle parole, alcune consonanti restano semplici e molte al contrario si raddoppiano, purché la parola precedente non termini in un'altra consonante. Ma poiché pure questa teoria, comune in gran parte alle classi più polite del popolo, va soggetta a capricciose eccezioni, se ne mostrerà la pratica ai debiti incontri. Dopo però le finali colpite d’accento, sia manifesto, sia potenziale (come si disse più sopra, parlando de’ monosillabi) da noi si dovrebbe nella scrittura delle consolanti iniziali conservare il sistema della regolare ortografia. Un segno di più è forse qui oziosa ridondanza, dacché fu avvertito come la potenza accentuale raddoppi per sé stessa nella pronunzia le articolazioni seguenti: e il miglior proposito parrebbe quello di notar solamente ciò che si diparte dal resto. Purtuttavia, per non indurre in equivoco i meno pratici, ai quali potesse per avventura giungere questo scritto, seguiremo coi segni la guida del suono da essi rappresentato.

Per le lettere vocali non dovremo fare osservazioni se non se intorno alla a alla e e alla o. La prima esce sempre dalla bocca de’ romaneschi con un suono assai pieno e gutturale: l’acuto o il grave della seconda e della terza seguono le regole del dir polito, meno qualche incontro che all’occasione sarà da noi distinto con analoghi accenti. Basterà qui l’avvertire che niuna differenza si fa da e congiunzione ed è verbo, siccome neppure tra la o congiuntivo e la ho verbale: udendosi tutte pronunciare ugualmente con suono ben largo ed aperto.

Aggiungeremo a questo luogo che la i nei monosillabi mi, ti, ci, si, vi, trasformasi in e, pronunciandosi me, te, ce, se, ve. Al contrario poi la e in se, particella condizionale, volgesi in i. Questo rilievo per altro apparterrebbe più alla grammatica che all’ortografia: e noi di grammatica non parleremo, potendone i vizii apparir chiaramente dagli esempii, i quali verranno all’uopo corredati da apposite note dichiarative.

 

[Giuseppe Gioachino Belli]


 

 


Indice

 

1. Lustrissimi: co’ questo mormoriale

2. A Pippo de R...

3. A la sora Teta che pijja marito

4. Ar sor Longhi che pijja mojje

5. Alle mano d’er sor Dimenico Cianca

6. Reprìca ar sonetto de Cianca
de li quattro d’agosto 1828

7. Er pennacchio

8. L’aribbartato

9. Er civico

10. Peppe er pollarolo ar sor Dimenico Cianca

11. Pio Ottavo

12. A Compar Dimenico

13. Nunziata e ’r Caporale; o Contèntete de l’onesto

14. Ar dottor Cafone

15. Ar sor dottore medemo

16. P’er zor dottore ammroscio cafone

17. Er romito

18. L’ambo in ner carnovale

19. Er guitto in ner carnovale

20. Campa, e llassa campà

21. Contro li giacobbini

22. Contro er barbieretto de li gipponari

23. A Menicuccio Cianca

24. A li sori anconetani

25. Er pijjamento d’Argèri

26. Ar zor Carlo X

27. Pe la Madonna de l’Assunta festa
e Comprïanno de mi’ mojje

28. Pe le Concrusione imparate all’ammente
dar sor avocato Pignòli Ferraro
co tutti l’antri marignani der conciastoria

29. Ar sorAvocato Pignòli Ferraro

30. Er gioco de calabbraga

31. Er gioco der lotto

32. Devozzione pe vvince ar lotto

33. L’astrazzione

34. Er gioco der marroncino

35. La bonidizzione der Sommo Pontescife

36. Li scrupoli de l’abbate

37. Assenza nova pe li capelli

38. Campo vaccino

39. Campo vaccino

40. Campo vaccino

41. Campo vaccino

42. Er Moro de Piazza–Navona

43. Tempi vecchi e ttempi novi

44. Er funtanone de Piazza Navona

45. Capa

46. Maggnera vecchia pe ttiggne la lana nova

47. Campidojjo

48. Li cattivi ugùri

49. L’oste a ssu’ fijja

50. Lo sposalizzio de Tuta

51. A Checco

52. L’orecchie de mercante

53. La pissciata pericolosa

54. Er confortatore

55. L’impiccato

56. Li conzijji de mamma

57. L’aducazzione

58. A le spalle de Zaccaria

59. La peracottara

60. Chi rrisica rosica

6l. Devozzione

62. Se ne va!

63. Se n’è ito

64. La mala fine

65. Er pizzico

66. La Providenza

67. Ce sò incappati!

68. Er ricordo

69. La ggiustizzia de Gammardella

70. La proferta

71. In acqua lagrimar’in valle

72. Zi’ Checca ar nipote ammojjato

73. Li comparatichi

74. Facche e tterefacche

75. Ar bervedé tte vojjo

76. Un’opera de misericordia

77. Te lo dico pe bbene

78. Er zervitore inzonnolito

79. La protennente

80. Lo Sposo c’aspetta la Sposa pe sposà

81. Li frati

82. Er ricurzo

83. Un miracolo grosso

84. Fremma, fremma

85. Le mano a vvoi e la bbocca a la mmerda

86. Audace fortuna ggiubba tibbidosque de pelle

87. Er contratempo

88. Che disgrazzia!

89. Ce conoscemo

90. L’inzogno

91. Er cotto sporpato

92. Er ciàncico

93. L’upertura der concrave

94. Er negozziante de spago

95. Giusepp’abbreo

96. Giusepp’abbreo

97. A Nina

98. A Teta

99. A Teta

100. A Ghita

101. A Ghita

102. L’incisciature

103. A Nnannarella

104. A Ccrementina

105. A Nnunziata

106. A Menica-Zozza

107. Li penzieri libberi

108. Du’ sonetti pe Lluscia

109. Du’ sonetti pe Lluscia

110. L’inappetenza de Nina

111. La scolazzione

112. La devozzione der Divin’Amore

113. Le spacconerie

114. A la Torfetana

115. Er partito bbono

116. Li culi

117. Er carcio-farzo

118. La carestia

119. Er tisichello

120. Li protesti de le cause spallate

121. La lettra de la Commare

122. La guittarìa

123. La guittarìa

124. Er tempo bbono

125. Er decane e er chirico

126. Quarto, alloggià li pellegrini

127. Er zervitore in zala

128. È tardi

129. Er purgante

130. Un mistero spiegato

131. Lo scarpinello vojjoso de fà

132. Er poscritto

133. Che core!

134. Er cornuto

135. Nozze e bbattesimo

136. La stiticheria

137. La risìpila

138. Un’immriacatura sopr’all’antra

139. Le bbevanne pe llui

140. A chi soscera e a chi nnora

141. La Compagnia de li servitori

142. Le tribbolazione

143. Er padre pietoso

144. Girolamo ar Cirusico de la Conzolazzione

145. Er galantomo

146. A li caggnaroli sull’ore calle

147. Le stizze cor regazzo

148. L’incontro cor padrone vecchio

149. Er zìffete

150. Abbada a cchi ppijji!

151. La schizziggnosa

152. L’imprestiti de cose

153. Vonno cojjonatte e rrugà!

154. Me ne rido

155. Li cancelletti

156. Er vino

157. Er matto da capo

158. Er matto da capo

159. Una disgrazzia

160. L’invidiaccia

161. Puro l’invidiaccia

162. La machina lèdrica

163. Er comparato e commarato

164. Er Ziggnore, o vvolemo dì: Iddio

165. La creazzione der Monno

166. lndovinela grillo

167. L’innamorati

168. Er pane casareccio

169. Er Culiseo

170. Er Culiseo

171. Santo Toto a Campovaccino

172. L’oche e li galli

173. La Salara de l’antichi

174. L’arco de Campovaccino, cuello in qua

175. Roma capomunni

176. Le scorregge da naso solo

177. Le scorregge da naso e da orecchie

178. Le scurregge che se curreno appresso

179. Le forbiscette

180. Li dottori

181. La musica

182. La frebbe

183. Er medico

184. Caino

185. Er vino novo

186. Er gran giudizzio de Salomone

187. La Ritonna

188. Sant’Ustacchio

189. Er pranzo de li Minenti

190. Er pranzo de le Minente

191. Er marfidato

192. Er pidocchio arifatto

193. Nun zempre ride la mojje der ladro

194. Er viaggio de Loreto

195. E ddoppo, chi ss’è vvisto s’è vvisto

196. Venti dì ttrent’otto mijja,
è un cojjon chi sse ne pijja.

197. Li bbaffutelli

198. A Bbucalone

199. Muzzio Sscevola all’ara

200. Li malincontri

201. Er gioco de la ruzzica

202. Er gioco de piseppisello

203. So tutt’e ttre acciaccatelli

204. Nun ze bbeve e sse paga

205. L’amichi all’osteria

206. Spenni poco e stai bene

207. Aripíjemesce

208. L’armata nova der Sommo Pontescife

209. Lo Stato der Papa

210. Er civico de guardia

211. Un deposito

212. Ar Tenente de li scivichi

213. La bbella Ggiuditta

214. Er mariggnano

215. Er servitor-de-piazza ciovile

216. Er parlà ciovìle de piú

217. Lo sscilinguato

218. Er ritorno da Rocca-de-papa

219. Er Zervitor de piazza, er Milordo ingrese,
e er Vitturino a nnòlito

220. La Dogana de terra’ a piazza-de-Pietra

221. La Colonna trojana

222. La colonna de piazza-Colonna

223. Le du’ Colonne

224. L’acqua rumatica

225. La commedia

226. Quanno er gatto nun c’è
li sorci bballeno

227. La sorella de Matteo

228. Li comprimenti a ppranzo

229. Er tosto

230. Er dua de novemmre

231. Poveretti che mmoreno pe le campagne
e sseppelliti pe la-mor de Ddio in questo santo logo

232. Primo, nun pijjà er nome de Ddio in vano

233. Er biastimatore

234. A ppijjà mojje penzece un anno e un giorno

235. Accusí và er monno

236. Fidasse è bbene, e nnun fidasse è mmejjo

237. L’uscelletto

238. Er viaggiatore

239. Le cose nove

240. È mejjio perde un bon’amico che una bbona risposta

241. Lo scommido

242. Li ventiscinque novemmre

243. La piggion de casa

244. L’Omo

245. Eppoi?

246. Er traghetto

247. Er Profeta de le gabbole

248. Er cucchiere e ’r cavarcante

249. Er cucchiere de grinza

250. Er cucchiere for der teatro

251. Er falegname cor regazzo

252. La corda ar Corzo

253. Er primo bboccone

254. Er morto devoto de Maria Bbenedetta

255. Morte scerta, ora incerta

256. Li bburattini

257. Er tignoso vince l’avaro

258. Er punto d’onore

259. Er tiratira

260. A le prove

261. Er beccamorto

262. La Compaggnia de Vascellari

263. L’Apostoli

264. L’editto pe la cuaresima

265. L’editto pe tutto l’anno

266. Er marito ammalato

267. Er conto dell’anni

268. Chi s’impicca se spicca

269. L’ordegno spregato

270. La ggiostra a Ggorea

271. La Chinea

272. L’assegnati

273. C’è de peggio

274. Che ccristiani!

275. La fin der Monno

276. Er giorno der giudizzio

277. Er peccato d’Adamo

278. Li ggiochi

279. La papessa Ggiuvanna

280. Er Papa

281. Er mortorio de Leone duodescimosiconno

282. Le ssequie de Leone duodescimosiconno
a S. Pietro

283. Er bon conzijjo

284. Fortuna e ddorme

285. La Reverenna Cammera Apopretica

286. La spiegazzione

287. La lingua tajjana

288. La bbona famijja

289. Er presepio

290. Er trenta novemmre

291. La carità de li preti

292. Er civico ar quartiere

293. Li musi de lei

294. La bbotta de fianco

295. La serva de lo spappino

296. Pe ddispetto

297. Che llingue curiose!

298. E fora?

299. L’uffizziale francese

300. Primo, bbattesimo

301. Siconno: cresima

302. E ssettimo madrimonio

303. La santa commugnone

304. La santa Confessione

305. Er penurtimo sagramento,
e quarc’antra cosa

306. Li peccati mortali

307. La particola

308. L’ojjo santo

309. Caster-Zant’-Angelo

310. Caster-Zant’-Angelo

311. La vedova co ssette fijji

312. La spia

313. Er grosso dell’incoronazzione

314. La cattura

315. Lo sposalizzio de le ssciabbole

316. Le nozze de li sguallerati

317. Li fijji

318. Er corpo de guardia scivico

319. La sala de Monzignor Tesoriere

320. Er prestito de l’abbreo Roncilli

321. L’ordine de Cavallaria

322. Er giornajjere de Campovaccino

323. Er ballerino d’adesso

324. Li Manfroditi

325. Er teatro Pasce

326. Er coronaro

327. Er roffiano onorato

328. Li Santi grossi

329. Le capate

330. La Nunziata

331. La visita

332. Er presepio de la Resceli

333. La scirconcisione der Zignore

334. Pascua Bbefania

335. Er fugone de la Sagra famijja

336. La stragge de li nnoscenti

337. Le nozze der cane de Gallileo

338. Le medeme

339. Le medeme

340. Le nove fresche

341. Santa Luscia de quest’anno

342. Le Cchiese de Roma

343. Li teatri de Roma

344. L’astrazzione farza

345. L’astrazzione de Roma

346. La Nasscita

347. Lotte a ccasa

348. Sara de lotte

349. Lotte ar rifresco

350. La mala stella

351. Er terramoto de venardí

352. Er medemo

353. Er medemo

354. Er medemo

355. Er teremoto

356. La Cchiesa dell’Angeli

357. La carotara

358. Li segreti

359. Er ricordo

360. Un po’ pper uno nun fa mmale a gnisuno

361. L’ommini der Monno novo

362. Li soprani der Monno vecchio

363. Chi va la notte, va a la morte

364. Er Momoriale

365. Er Cardinale

366. Er cane furistiero

367. Lo scozzone

368. Er marito de la serva

369. Er marito stufo

370. Ruzza co li fanti, e llassa stà li Santi

371. Er viscinato

372. Le funtane

373. Lo scojjonato

374. La guerra co cquelli bricconi

375. L’immasciatori de Roma

376. La vanosa

377. Er giudisce der Vicariato

378. Er companatico der Paradiso

379. La vedovanza

380. Er trionfo de la riliggione

381. Uno mejjo dell’antro

382. Li papalini

383. La predica

384. Per un punto er terno

385. Er diluvio da lupi-manari

386. Er zitellesimo

387. La puttana sincera

388. Lo scallassedie

389. Le porcherie

390. L’anno de cuest’anno

391. Li commedianti de cuell’anno

392. La zitella strufinata

393. La zitella strufinata

394. L’occhi sò ffatti pe gguardà

395. Momoriale ar Papa

396. Le notizzie de l’uffisciali

397. Li galoppini

398. Er rompicojjoni

399. Su li gusti nun ce se sputa

400. Er teatro Valle

401. Omo avvisato è mezzo sarvato

402. Er barbiere

403. La ggiustizia è cceca

404. Chi nnun vede nun crede

405. Com’ar mulo sei parmi lontan dar culo

406. La faccia d’affogato

407. Tali smadre, tali fijja

408. La vita de le donne

409. La vecchiaglia

410. Li sette sagramenti, tutt’e ssette

411. Li sordati de ’na vorta

412. Li sordati d’adesso

413. La bballarina de Tordinone

414. Er Presidente de l’urione

415. A mmi’ mojje ch’è nnata oggi,
e sse chiama come che la Madonna

416. Li mariti

417. Li mariti

418. Er Logotenente

419. Li du’ ladri

420. Er Papa

421. Monzignor Tesoriere

422. La Nunziata

423. L’Anno-santo

424. Er fumà

425. Li frati d’un paese

426. Un indovinarello

427. Er decoro

428. Er bon tajjo

429. Una spiegazzione

430. A ppadron Giascinto

431. Valli a ccapí

432. Un bon’avviso

433. E sse magna!

434. Er codisce novo

435. Un bon’impegno

436. Cuer che ssa nnavigà sta ssempre a ggalla

437. L’anima bbona

438. Antri tempi, antre cure, antri penzieri

439. Er galantomo

440. Fijji bboni a mmadre tareffe

441. Er Curato linguacciuto

442. Le cose perdute

443. Li parafurmini

444. La santissima Ternità

445. Lo stizzato

446. Er legno a vvittura

447. La vecchiarella ammalata

448. Er ciscerone a spasso

449. La poverella

450. La poverella

451. La loggia

452. Er ventricolo

453. Li spiriti

454. Li spiriti

455. Li spiriti

456. Li spiriti

457. Li spiriti

458. L’indemoniate

459. Le scôle

460. L’Imbo

461. La partita a carte

462. La fijja ammalata

463. Sesto nun formicà

464. Nun mormorà

465. L’ammantate

466. Una Nova nova

467. Li du’ Sbillonesi

468. La sscerta

469. L’incrinnazzione

470. La sposa

471. L’ammalata

472. Libbertà, eguajjanza

473. Le vojje de gravidanza

474. Er diavolo

475. La madre der cacciatore

476. Er vitturino saputo

477. L’esame der Zignore

478. Er Paradiso

479. L’immasciatore

480. L’appiggionante de sù

481. Tant’in core e ttant’in bocca

482. Er fornaro furbo

483. Li preti a ddifenne

484. La puttana e ’r pivetto

485. La vecchia pupa

486. Lo specchio

487. Papa Leone

488. Er Concrave

489. Er Papa novo

490. Li du’ coraggi

491. Er falegname

492. Er zegatore

493. Le spille

494. La milordarìa

495. Er portogallo

496. L’indiani

497. Er temp’antico

498. Li santissimi piedi

499. Er vitturino aruvinato

500. È ’gnisempre un pangrattato

501. Sto Monno e cquell’antro

502. La strada cuperta

503. Du’ servitori

504. Er Zagro Colleggio

505. Li Cardinali novi

506. Nissuno è ccontento

507. Le raggione der Cardinale mio

508. Er pittore de Sant’Agustino

509. Tutt’una manica

510. Er bottegaro

511. L’editti

512. L’ammazzato

513. Li gusti

514. L’uomo bbono bbono bbono

515. La viggija de Natale

516. Er giorno de Natale

517. La bbonifiscenza

518. La povera madre

519. La povera madre

520. La povera madre

521. Er primo descemmre

522. Er sede

523. Le du’ porte

524. Er Canonico novo

525. Un Papa antico

526. Li mozzorecchi

527. Er giudisce

528. Er decretone

529. Er mese de Descemmre

530. La spezziaria

531. La Bbocca-de-la-Verità

532. Er regazzo ggeloso

533. Le donne de cquì

534. Li fratelli de le compaggnie

535. Una lingua nova

536. Er peccato fiacco

537. La penale

538. La momoriosa

539. Li sparagni

540. L’editto de l’ostarie

541. Er custituto

542. Certe condanne...

543. Le mance

544. Er zussidio

545. L’uffisci

546. Er carrettiere de la legnara

547. La quarella d’una regazza

548. La galerra

549. Er fienarolo

550. Li viscinati

551. Li fijji impertinenti

552. La mojje der giucatore

553. Er carzolaro dottore

554. Le vorpe

555. Er rifuggio

556. Un privileggio

557. L’impieghi novi

558. Un’antra usanza

559. Le ggiurisdizzione

560. La madre de le Sante

561. Er padre de li Santi

562. De tutto un po’

563. Er pane e ’r companatico

564. Er bracco rinciunciolito 1

 

 

565. La cojjonella 1

566. Le Case

567. L’appiggionante nova

568. Manco una pe le mille

569. Er rosario in famijja

570. Una bbella divozzione

571. La Sibbilla

572. Un pessce raro

573. Er parto de Mamma

574. Er zoffraggio

575. Er Nibbio

576. Un bon partito

577. Le frebbe

578. Er confronto

579. La concubbinazzione

580. L’editto bbello

581. La curiosità

582. Er cimiterio de la Morte

583. Er cimiterio in fiocchi

584. Er mostro de natura

585. Li fiori de Nina

586. Le confidenze de le regazze

587. [Le confidenze de le regazze]

588. [Le confidenze de le regazze]

589. [Le confidenze de le regazze]

590. [Le confidenze de le regazze]

591. [Le confidenze de le regazze]

592. [Le confidenze de le regazze]

593. [Le confidenze de le regazze]

594. Er bon padre spirituale

595. Er confessore

596. La sborgna

597. Li negozzi sicuri

598. Sicu t’era tin principio nunche e ppeggio

599. Santaccia de Piazza Montanara

600. Santaccia de Piazza Montanara

601. L’otto de descemmre

602. Un gastigo de la Madonna

603. Una disgrazzia

604. Er zanatoto ossii er giubbileo

605. Er giubbileo

606. Er giubbileo

607. Un vitturino de Montescitorio

608. Un antro vitturino

609. Er musicarolo

610. L’Omo de Monno

611. Sant’Orzola

612. San Pavolo prim’arimita

613. San Pavolo primo arimita

614. Pijjate e ccapate

615. Le lingue der Monno

616. Er commercio libbero

617. La puttaniscizzia

618. Li Ggiudii de l’Egitto

619. Le indiggnità

620. Terzo, santificà le feste

621. La patta

622. La mmaschera

623. Er motivo de li guai

624. Una casata

625. L’ingeggno dell’Omo

626. Li fratelli Mantelloni

627. La mediscina sicura

628. Er Re de li Serpenti

629. Er zegretario de Piazza Montanara

630. La fiandra

631. Er ventidua descemmre

632. La mamma che la sa

633. Una mano lava l’antra

634. La dispenza der madrimonio

635. Mi’ fijja maritata

636. La fijja sposa

637. La donna liticata

638. Er Zerrajjo novo

639. Un indovinarello

640. Le cose create

641. Le cose pretine

642. La vista

643. Uprite la finestra

644. Le mura de Roma

645. Lo sprego

646. L’Apostolo dritto

647. L’imprecazzione

648. Er ringrazziamento cor botto

649. Er governà

650. Un indovinarello

651. Le Messe

652. La serratura arruzzonita

653. L’onore muta le more

654. Er portone d’un Ziggnore

655. Er romano de Roma

656. L’innustria

657. La maggnona

658. Le carcere

659. La gabbella der vino

660. Er bon capo d’anno

661. Er tiro d’orecchia

662. È ’na Bbabbilonia

663. La bbazza

664. Mamma scrupolosa

665. Er poverello muto

666. L’abbichino de le donne

667. Tutt’ha er zu’ tempo

668. Cazzo pieno e ssaccoccia vota

669. Er pupazzaro e ’r giudisce

670. Er pupazzaro e ’r giudio

671. Le laggnanze

672. Li punti d’oro

673. Panza piena nun crede ar diggiuno

674. L’avaro ingroppato

675. A Chiara

676. Er presepio de li frati

677. Er bambino de li frati

678. Er penitente

679. Date Scèsere a Ccèsere e Ddio a Ddio

680. Tutte a ttempi nostri

681. Pare una favola!

682. Li richiami

683. Lo stato de lo Stato

684. La verità è una

685. Lo specchio der Governo

686. Le tre ccorone der Papa

687. Le carte in regola

688. Li scortichini

689. Er quinto commannamento de Ddio

690. La cresscita der zale e ddelle lettre

691. Er zale e ll’antre cose

692. La porteria der Convento

693. Li sbasciucchi

694. Le funzione eccresiastiche

695. Caccia er cappello a ttutti

696. Le ggiubbilazzione

697. Le caluggne

698. L’appiggionanti amorosi

699. La viaggiatora tramontana

700. Lo sfasscio

701. Una sciarabbottana

702. Le mmaschere eccresiastiche

703. Er zoprano

704. Cose da sant’uffizzio

705. Er Cardinale bbona momoria

706. La messa der Papa

707. L’entrate cressciute

708. La scopa nova

709. Er callarone

710. La mediscina sbajjata

711. Er tisico

712. La santa Messa

713. Er discissette ggennaro

714. La cannonizzazione

715. Li Morti arisusscitati

716. Er duello de Dàvide

717. Er marito contento

718. Er poveta ariscallato

719. Santa Marta che ffa llume a Ssan Pietro

720. Li bballi novi

721. Er cassiere

722. Er fuso

723. Le curze d’una vorta

724. Er ciurlo

725. Er Zanto re Ddàvide

726. Li preti maschi

727. Er riccone

728. La riliggione vera

729. Meditazzione

730. La vittura auffa

731. La testa de ferro

732. Lei ar teatro

733. Er Carnovale smascherato

734. La pelle de li cojjoni

735. Er ventre de vacca

736. Le gabbelle nove

737. Er carzolaro ar caffè

738. Er carzolaro ar caffè

739. Er carzolaro ar caffè

740. Er carzolaro ar caffè

741. Lui!

742. Li padroni de Cencio

743. La madre der borzaroletto

744. Nun mormorà

745. L’ammalorcicato

746. Er lupo-manaro

747. Lo sposo protennente

748. La mojje martrattata

749. Le Lègge

750. Li mortorj

751. Er prete

752. La serva e l’abbate

753. Dommine-covàti

754. Santa Rosa

755. La Bbeata Chiara

756. San Zirvestro

757. Er zagrifizzio d’Abbramo

758. Er zagrifizzio d’Abbramo

759. Er zagrifizzio d’Abbramo

760. Le feste cresiastiche

761. La Mess’in musica

762. L’immassciata de l’ammalato

763. La vergna l’ha cchi la vò

764. Santa Pupa

765. La Vesta

766. Er quieto-vive

767. Er creditore strapazzato

768. Er creditore strapazzato

769. Er Monno

770. Er Papato

771. L’Ombrellini

772. La porpora

773. Chi ha ffatto ha ffatto

774. Le scénnere

775. Er cazzetto de ggiudizzio

776. Fratèr caro

777. Fratèr caro

778. Er Zenator de Roma

779. La Commedia de musica

780. Er coruccio

781. La vita dell’Omo

782. La luna

783. Li discorzi

784. Er dente der Papa

785. Er madrimonio de la mi’ nipote

786. Ciancarella

787. De la chiavetta

788. Er predicatore

789. Le redità

790. L’arrede der Prelato

791. Er piede acciaccato

792. Er vecchio

793. Li teatri de mó

794. Li posti

795. Li posti

796. Er ricurzo ar presidente

797. Le figurante

798. La ssedia de Tordinone

799. La Stramutazzione

800. La prima canterina

801. L’affare der fritto

802. Er Vescovo de grinza

803. L’orazzione a la Minerba

804. San Cristofeno

805. San Cristofeno

806. Lo Spaggnolo

807. Un’erliquiona

808. La crosce

809. La mostra de l’erliquie

810. Una scirimonia

811. Er zanto pastorale

812. L’occhiaticcio

813. Er rigalo

814. La scrupolosa

815. Er caffettiere fisolofo

816. Li Morti de Roma

817. Er focone

818. Er foconcino

819. La Ggiustizzia

820. Er Conzento

821. Tutte a mmé!

822. Una bbella mancia

823. La bbellona de Trestevere

824. Er calzolaro

825. Er Medico de Roma

826. Er granturco

827. La Messa der Venardí Ssanto

828. Er festino de ggiuveddí ggrasso

829. La risurrezzion de la carne

830. L’arte

831. Le catacomme

832. Le catacomme

833. E poi?

834. Le dimanne indiggestive

835. Un tant’a ttesta

836. Li colori

837. L’inferno

838. Er giuvveddí santo

839. Er letteroso

840. Er lavore

841. Er marito polagroso

842. Er giucator de pallone

843. Li dritti de li Curati dritti

844. La sincerezza

845. Nono, nun disiderà la donna d’antri

846. Gobbriella

847. Er pesscivennolo

848. Piazza Navona

849. La staggionaccia

850. Er tempo bbono

851. Er dua de frebbaro

852. La Madonna tanta miracolosa

853. Er voto

854. Er Re novo

855. Er Papa cappellaro

856. Er call’e ’r freddo

857. La strega

858. Er parlà bbuffo

859. Li coggnomi

860. Li fijji

861. Er diluvio univerzale

862. L’arca de Novè

863. La visita der Governo

864. Lo scànnolo

865. Li fichi dorci

866. Er tempo bbono

867. Er tempo cattivo

868. L’inverno

869. Er callo

870. L’istate

871. L’ammalato

872. La lita dell’orto

873. Che or’è?

874. La carrozza d’un Cardinale

875. La rinunzia de su’ Eminenza

876. Piú ppe la Marca annamo piú mmarchisciàn trovamo

877. Er Carnovale der trentatré

878. Er Venardì Ssanto

879. Er ciarlatano novo

880. Er zervitore quarelato

881. La schizziggnosa

882. La Caccia de la Reggina

883. Er marito de la mojje

884. Er brav’omo

885. Er dispetto

886. L’allèvo

887. Er canto provìbbito

888. La Verità

889. L’ommini

890. Li Spedali de Roma

891. Er verde

892. Li miseroschi

893. Ar pittore

894. Li siggnificati

895. Li santi protettori

896. La Santa Crosce

897. San Pietr’in carcere

898. Eppoi te sposo

899. Li fratelli de la sorella

900. Er madrimonio disgrazziato

901. Chi ssì e cchi nnò

902. La comprimentosa

903. L’Angeli ribbelli

904. L’istesso

905. Gnente de novo

906. Er Monno muratore

907. La regazza de Peppe

908. Er re de li dolori

909. L’istoria romana

910. L’Uffizzio der bollo

911. Li sette peccati mortali

912. L’avocato de le cause sperze

913. Le ricchezze priscipitose

914. La madre poverella

915. La regazza acciuffata

916. Da la matina se conossce er bon giorno

917. Er letto

918. Er Presidente de petto

919. Er tordo de Montescitorio

920. Li rossi d’ova

921. Da Erode a Ppilato

922. Le bbussole

923. La padrona bisbetica

924. Er zalame de la prudenza

925. Li scardíni

926. Li peggni

927. La scena de marteddí ggrasso

928. La bbazzica

929. L’aritròpica

930. La puttana abbrusciata

931. La quaresima

932. Giuveddí ssanto

933. Er giro de le pizzicarie

934. La bbonidizzione de le case

935. L’asina de Bbalaàmme

936. La curiosità

937. Lo stato d’innoscenza

938. Lo stato d’innoscenza

939. Lo stato d’innoscenza

940. Er battifòco

941. Oggni asceto fu vvino

942. Li Papati

943. Lassateli cantà

944. S.P.Q.R.

945. L’omaccio de l’ebbrei

946. Un felonimo

947. Er bon esempio

948. L’indurgenza papale

949. La statua cuperta

950. L’anima

951. La perla de le donne

952. L’appuntamento

953. L’addio

954. La strillata de mamma

955. L’arisposta tal’e cquale

956. Er poscritto

957. La pisida

958. Er bellìcolo

959. Li prim’àbbiti

960. A li zzelanti

961. La notte dell’Asscenzione

962. Er povèta a l’improviso

963. Le donne bbone, e le bbone donne

964. L’istoria de Pepèa

965. La bbuscìa ha la gamma corta

966. La Siggnora Pittora

967. Un cuadro bbuffo

968. La bbellezza

969. La zitellona levitata

970. A li ggiacubbini

971. La diliggenza nova

972. Er peccato origginale

973. La prima cummuggnone

974. Er viaggio de l’Apostoli

975. Una difficortà indiffiscile

976. Un conto arto-arto

977. Er giudizzio in particolare

978. Er madrimonio sconcruso

979. La donna gravida

980. Le quattro tempora

981. Er Monno

982. Ciamancherebbe quest’antra

983. Er patto-stucco

984. L’abborto

985. Er cane

986. L’udienza de Monziggnore

987. Er Curato de ggiustizzia

988. Settimo, seppellì li morti

989. Settimo, nun rubbà

990. Lo scortico

991. Er vedovo

992. La porta dereto

993. Lo scalìn de Rúspoli

994. Er galoppino

995. La fruttaroletta

996. Le du’ mosche

997. Ggnente senza un perché

998. Er passaporto

999. La serenata províbbita

1000. L’aricompenza

1001. Li polli de li vitturali

1002. Er pover’omo

1003. Er zervitore liscenziato

1004. Antro è pparlà dde morte, antro è mmorì

1005. La monizzione

1006. Er marito vedovo

1007. Er teolico

1008. Li soffraggi

1009. Er bene pe li Morti

1010. Er corpo aritrovato

1011. Er Medico ggiacubbìno

1012. Er confessore de manica larga

1013. La madre canibbola

1014. La bbellezza

1015. Le stelle

1016. Li Commedianti

1017. Er Curato

1018. Mosconi regazzi

1019. Er Papa de mó

1020. La vita der Papa

1021. Le riformazzione

1022. Li padroni sbisbetichi

1023. La sonnampola

1024. Li fijji de li Siggnori

1025. La Commare der bon-conzijjo

1026. Er povero ladro

1027. Er Cariolante de la Bbonifiscenza

1028. Er prete ammalato

1029. La Terra e er Zole

1030. A Padron Marcello

1031. La promessa der romano

1032. Un’istoria vera

1033. Li Chìrichi

1034. Cose antiche

1035. La vedova der zor Girolimo

1036. Er rimedio der cazzo

1037. Le bbagarine

1038. Er grann’accaduto successo a Pperuggia

1039. La puttana protetta

1040. La zitella

1041. La musica de Libberti

1042. La famijja sur cannejjere

1043. Er Carnovale der 34

1044. L’angonìa der Zenatore

1045. La morte der Zenatore

1046. Er Zenatore novo

1047. Li du’ senatori

1048. Er Monziggnorino de garbo

1049. L’anima bbona

1050. La Cassa der lotto

1051. Quattro tribbunali in dua

1052. L’Ottobbre der 31

1053. La promozzione nova

1054. L’ammalato a la cassetta

1055. Er governo der temporale

1056. La regazza cor muso

1057. Er madrimonio sicuro

1058. Le faccenne der Papa

1059. Li pericoli der Papato

1060. L’arberone

1061. Er proscessato

1062. Er quadraro

1063. Li guai de li paesi

1064. Le Moniche

1065. La Ronza

1066. Li quadrini pubbrichi

1067. La scuffiara francesa

1068. Er 28 Settembre

1069. La partoriente

1070. La funzione der Zabbito-santo

1071. La casa scummunicata

1072. La rosa-d’oro

1073. Er decane der cardinale

1074. Li sciarvelli de li Siggnori

1075. Li miracoli de li quadrini

1076. Una dimanna lescit’e onesta

1077. Li guai

1078. Li du’quadri

1079. Li mariggnani

1080. L’incerti de Palazzo

1081. L’udienze der Papa novo

1082. Er ginocchiatterra

1083. Er Papa Micchelaccio

1084. Le miffe de li Ggiacubbini

1085. Er Padre Suprïore

1086. Li Vescovi viaggiatori

1087. L’età dell’omo

1088. Le variazzion de tempi

1089. Er Monno sottosopra

1090. Un ber ritratto

1091. Le còllere

1092. Compatìmose

1093. La mojje fedele

1094. La priscission der Corpus-Dommine

1095. San Giuvan-de-ggiuggno

1096. Li Carnacciari

1097. La chiacchierona

1098. La scuperta

1099. La regazza schizziggnosa

1100. La mojje disperata

1101. Er negozziante fallito

1102. Er parlà cchiaro

1103. Er Rugantino

1104. Er torto e la raggione

1105. Er portoncino

1106. Trist’a cchì ccasca

1107. La bbona mojje

1108. L’ajjuto-de-costa

1109. Er marito assoverchiato

1110. Er Cavajjere

1111. Le Cantarine

1112. La prelatura de ggiustizzia

1113. Er Prelato de bbona grazzia

1114. Er Curato e ’r Medico

1115. Li bbeccamorti

1116. Er boja

1117. Li muratori

1118. Er matarazzaro

1119. L’Ombrellari

1120. Er zonetto pe le frittelle

1121. Er mercato de piazza Navona

1122. Li studi

1123. Er carzolaro

1124. Lo stracciarolo

1125. Er zervitor de piazza

1126. La serva der Cerusico

1127. Er fico fresco

1128. Er ver’amore

1129. Li rimedi simpatichi

1130. Li rimedi simpatichi

1131. Li rimedi simpatichi

1132. Li rimedi simpatichi

1133. L’invetrïata de carta

1134. Er Re e la Reggina

1135. Er re Ffiordinanno

1136. Rom’antich’e mmoderna

1137. Er Tesoriere bbon’anima

1138. Er nome de li Cardinali

1139. Le parte der Monno

1140. Er fornaro

1141. La fanga de Roma

1142. Li Croscifissi der venardí-ssanto

1143. Er copre-e-scopre


 

 

1. Lustrissimi: co’ questo mormoriale

 

Lustrissimi co’ questo mormoriale
v’addimando benigna perdonanza
se gni fiasco de vino igni pietanza
non fussi stata robba pella quale.

 

Sibbè che pe’ nun essece abbonnanza
come ce n’è piú mejjo er carnovale,
o de pajja o de fieno, o bene o male
tanto c’è stato da rempí la panza.

 

Ma già ve sento a dí: fior d’ogni pianta,
pe la salita annamo e pe la scenta,
famo li sordi, e ’r berzitello canta.

 

Mo sentiteme a me: fiore de menta,
de pacienza co’ voi ce ne vò tanta,
e buggiarà pe’ bbio chi ve contenta.

 

1818-19

 

Per un pranzo di società al quale presiedé G. G. Belli, ed intervennero i letterati Giulio Perticari, Luigi Biondi, Giuseppe Tambroni, Bartolomeo Borghesi, Teresa Perticari Monti, Filippo De Romanis, etc. etc.

 

 

2. A Pippo de R...

 

Sentissi, Pippo, er zor abbate Urtica 1
co cquell’antro freghino de Marchiònne 2
uno p’er crudo e ll’antro pe le donne
appoggiajje ar zonetto la reprìca?

 

Ma cchi a ste crape je po ffà la fica,
j’averà dditto, cazzo: «Crielleisònne!
se la vadino a magna bbell’e mmonne,
che nnoi peddìo nun ciabbozzamo mica».

 

Valla a ccapí: si ffai robba da jjanna,
subbito a sto paese je paremo
quer che je parze a li giudii la manna;

 

ma si ppoi ggnente ggnente sce volemo
particce come la raggion commanna,
fascemo buscia, Pippo mio, fascemo.

 

1820 - De Peppe er tosto

 

All’accademia tiberina la sera de’ …1820 (credo). 1 L’Abate D. Gaetano Celli, di fisionomia spinosetta, 2 e l’abate D. Melchior Missirini recitarono e replicarono due brutti componimenti, il primo un sonetto contro le donne, e il secondo un capitolo sulla fuga in Egitto in cui la Madonna era chiamata Vergin cruda.

 

 

3. A la sora Teta che pijja marito

Sonetto 1

Questo e il seguente sonetto furono da me spediti a Milano al sig. Giacomo Moraglia mio amico il 29 dicembre 1827, onde da lui si leggessero per ischerzo nelle nozze del comune amico signor G. Longhi con la signora Teresa Turpini, cognata del Moraglia.

 

Coll’occasione, sora Teta mia,
d’arillegramme che ve fate sposa,
drento a un’orecchia v’ho da dí una cosa
pe’ rregalo de pasqua bbefania.

 

Nun ve fate pijjà la malatia
come sarebbe a dí d’esse gelosa,
pe’ nun fà come Checca la tignosa
che li pormoni s’è sputata via.

 

Ma si piuttosto ar vostro Longarello
volete fà passà quarche morbino
e vedello accuccià come un agnello;

 

dateje una zeccata e un zuccherino;
e dorce dorce, e ber bello ber bello,
lo farete ballà sopra un cudrino.

 

dicembre 1827

 

 1 Questo e il seguente sonetto furono da me spediti a Milano al signor Giacomo Moraglia mio amico il 29 dicembre 1827, onde da lui si leggessero per ischerzo nelle nozze del comune amico signor G. Longhi con la signora Teresa Turpini, cognata del Moraglia.

 

 

4. Ar sor Longhi che pijja mojje

Sonetto

 

Le donne, cocco mio, sò certi ordegni,
certi negozi, certi giucarelli
che si sai maneggialli e sai tienelli,
tanto te cacci da li brutti impegni:

 

ma si poi, nerbi-grazia, nun t’ingegni,
de levàttele un po’ da li zzarelli,
cerca la strada de li pazzarelli
va’ a fiume, o scegni drento un pozzo scegni.

 

Sí, pijja mojje, levete er crapiccio
ma te n’accorgerai pe ddio sagranne
quanno che sarà cotto er pajjariccio.

 

Armanco nun la fà tamanto granne;
e si nun vòi aridurte omo a posticcio,
tiè pe’ tte li carzoni e le mutanne.

 

dicembre 1827 - G.G.B.

 

 

5. Alle mano d’er sor Dimenico Cianca*

Soneetto de povesia

 

Lo storto, 1 che vva immezzo a la caterba
de quelle bbone lane de fratelli,
che de ggiorno se gratta li zzarelli,
eppoi la sera el culiseo se snerba,

 

m’ha dditto mo vviscino all’Orfanelli
quarmente in ner passà ppe la Minerba,
ha vvisto li scalini pieni d’erba,
de ggente, de sordati e ggiucarelli;

 

co l’occasione c’oggi quattro agosto
è la festa d’er zanto bbianco e nnero,
che ffa li libbri, e cchi li legge, arrosto.

 

Ho ffatto allora: Oh ddio sagranne, è vvero!
Làsseme annà da Menicuccio er tosto,
a bbeve un goccio de quello sincero.

 

4 agosto 1828 - De Peppe er tosto

 

* Bigini. 1 N… Nalli, veramente storto e devoto, come si dice qui sopra.

 

 

6. Reprìca ar sonetto de Cianca
de li quattro d’agosto 1828

 

La quale, nun saprebbe, in concrusione
stavo a aspettà con du’ lenterne d’occhi:
dico er zonetto co ttutti li fiocchi
c’avevio da mannamme a ppecorone.

 

Oh vvarda si nnun è da can barbone!
Tu me spenni pe ggurde e ppe mmajocchi,
e cquanno hai da fà ttu... ma ssi mme tocchi
un’antra vorta a mē..., dimme cojjone!

 

Li disciassette duncue, sor grostino,
nun lo sapete ppiú che ffesta edè?
Pozzi morí, nun è San Giuacchino?

 

Ar fin de fine che mme preme a mme?
Dico pe ddí che ddrento a cquer boccino
o nun c’è un cazzo, o c’è un ciarvello che...

 

1829 - De Peppe er tosto

 

 

7. Er pennacchio

 

Ah Menicuccio mia, propio quer giorno,
la viggijja de pasqua bbefania,
quella caroggna guercia de Luscia,
lo crederessi?, me mettette un corno.

 

Porca fottuta! e me vieniva intorno
a ffà la gatta morta all’osteria
pe rrempí er gozzo a la bbarbaccia mia,
’ggni sempre come la paggnotta ar forno. 1

 

E intratanto co mmastro Zozzovijja
me lavorava quele du’ magaggne
d’aruvinà un fijjaccio de famijja.

 

Ecco, pe ccristo, come sò ste caggne:
amore? ’n accidente che jje pijja:
tutte tajjòle 2 pe ppoi fatte piagne. 3

 

7 agosto 1828

 

 1 Per regola fissa, come è il prezzo della pagnotta al forno. 2 Tagliole. 3 Farti piangere.

 

 

8. L’aribbartato

 

Te lo saressi creso, eh Gurgumella,
ch’er zor paìno, er zor dorce-me-frega,
che mmanco ha ffiato per annà a bbottega,
potessi slargà er buscio a ’na zitella?

 

Tu nu lo sai ch’edè sta marachella; 1
tutta farina 2 de quell’antra strega.
Mo che nun trova lei chi jje la sega,
fa la ruffiana de la su’ sorella.

 

Io sarebbe omo, corpo de l’abbrei,
senza mettécce né ssale né ojjo, 3
de dàjjene 4 tre vorte trentasei:

 

ma nun vojo piú affríggeme 5 nun vojjo;
che de donne pe ddio come che llei
’ggni monnezzaro me ne dà un pricojjo. 6

 

7 agosto 1828 - De Peppe er tosto

 

 1 Cabala. 2 Artificio. 3 Senza esitare. 4 Darlene in colpi. 5 Affliggermi. 6 Un procoio, una infinità.

 

 

9. Er civico

 

Moàh Menicuccio, 1 quanno vedi coso...
Nino er pittore a la Madon de Monti, 2
dijje che caso mai passa li ponti...
E damme retta; quanto sei feccioso!

 

Dijje... Ahà! Menicuccio, me la sconti:
ma perché me ce fai lo stommicoso?
M’avanzi quarche cazzo sbrodoloso?
Bravo! ariōca: come semo tonti!

 

Cosa te vo’ giucà, pe ddio de legno,
che si te trovo indove sò de guardia,
te do l’arma in der culo e te lo sfregno?

 

Dijje pe vvíede che sto ppropio a ardia,
che voría venne un quadro de disegno
che c’è la morte de Maria Stuardia. 3

 

1829 - De Peppe er tosto

 

 1 Domenico Biagini. 2 Giovanni Silvagni. 3 Detto per celia. Io posseggo realmente una bella e piccolissima incisione d’un bel quadro a olio rappresentante la decapitazione di Maria Stuarda, dipinto a Milano dal mio amico Hayez.

 

 

10. Peppe er pollarolo ar sor Dimenico Cianca

 

Piano, sor è, come sarebbe a dine
sta chiacchierata d’er Castèr dell’Ova?
Sarebbe gniente mai pe ffà ’na prova
s’avemo vojja de crompà galline?

 

Sí! è propio tempo mo, cuesto che cquine,
d’annasse a ciafrujjà marcanzia nova!
Manco a buttà la vecchia nun se trova!
Ma chi commanna n’ha da vede er fine.

 

Duncue, sor coso, fateve capace
che a Roma pe sto giro nun è loco
da fà boni negozzi; e annate in pace.

 

E si in quer libbro che v’ha scritto er Coco
lui ce pò ddí cquer che je pare e ppiace,
io dico a voi che ciaccennete er foco.

 

28 gennaio 1829 - G.G.B.

 

Pel dono fattomi dal mio amico Francesco Sig. Biagini, del paragrafo sulla Capitolazione conchiusa a Napoli, uscendo giugno 1799 fra i Francesi, Inglesi, Napoletani, Turchi, etc. etc.; nella quale furono dai repubblicani evacuati i due Castelli Nuovo e dell’Uovo; estratto dall’opera intitolata: Saggio storico sulla Rivoluzione di Napoli, di Cuoco.
Questo sonetto, per poter entrare nella collezione, dovrebbe portare abbasso la seguente nota, invece del titolo esplicativo che qui vi si trova in testa:- Un tale disse in via di scherzo a un gallinaio: Avete mai letto il libro del Cuoco, sul castello dell’Uovo di Napoli? Il gallinaio rispose presso a poco quel che si dice nel sonetto.

 

 

11. Pio Ottavo

 

Che ffior de Papa creeno! Accidenti!
Co rrispetto de lui pare er Cacamme. 1
Bbella galanteria da tate e mmamme
pe ffà bbobo a li fijji impertinenti!

 

Ha un erpeto pe ttutto, nun tiè ddenti,
è gguercio, je strascineno le gamme,
spènnola 2 da una parte, e bbuggiaramme 3
si 4 arriva a ffà la pacchia 5 a li parenti.

 

Guarda llí cche ffigura da vienicce 6
a ffà da Crist’in terra! Cazzo matto
imbottito de carne de sarcicce! 7

 

Disse bbene la serva de l’Orefisce
quanno lo vedde 8 in chiesa: «Uhm! cianno 9 fatto
un gran brutto strucchione 10 de Pontefisce».

 

1° aprile 1829

 

 1 Autorità ebraica in Ghetto. 2 Pende. 3 Buggerarmi. 4 Se. 5 Stato comodo e ricco senza pensieri. 6 Venirci. 7 Salsicce. 8 Vide. 9 Ci hanno. 10 Uomaccione mal tagliato.

 

 

12. A Compar Dimenico

 

Me so ffatto, compare, una regazza
bianca e roscia, chiapputa e bbadialona, 1
co ’na faccia de matta bbuggiarona,
e ddu’ brocche, 2 pe ddio, che cce se sguazza.

 

Si la vedessi cuanno bballa in piazza,
cuanno canta in farzetto, e cquanno sona,
diressi: «Ma de che? mmanco Didona,
che squajjava le perle in de la tazza».

 

Si ttu cce vôi viení dda bbon fratello
te sce porto cor fedigo 3 e ’r pormone;
ma abbadamo a l’affare de l’uscello.

 

Perché si ccaso 4 sce vôi fà er bruttone, 5
do dde guanto 6 a ddu’ fronne 7 de cortello
e tte manno a Ppalazzo pe cappone. 8

 

14 febbraio 1830 - De Peppe er tosto – G.G.B.

 

 1 Badiale, cioè squisita, impareggiabile. 2 Poppe. 3 Fegato. 4 Se per caso. 5 Il brusco, il pretendente. 6 Afferro, do di mano. 7 Due fronde, cioè un pocolin de coltello. 8 A cantare da castrato alla cappella pontificia.

 

 

13. Nunziata e ’r Caporale;
o Contèntete de l’onesto

 

Titta, lasseme annà: che!, nun te bbasta
de scolà er nerbo 1 cincue vorte e mezza?
Vò’ un bascio? tiello: 2 vôi n’antra carezza?...
Ahà! da capo cor tastamme! oh ttasta.

 

Ma tte stai fermo? Mica sò dde pasta,
ché mme smaneggi: mica sò mmonnezza. 3
Me farai diventà ’na pera-mezza! 4
Eppuro te n’ho data una catasta! 5

 

E per un giulio tutto sto strapazzo?
Ma si mme vedi ppiú pe ppiazza Sora 6...
Oh vvia, famme cropí, cc’ho ffreddo, cazzo!

 

Manco male! Oh mmó ppaga. Uh, ancora tremo!
Addio: lasseme annà a le cuarantora, 7
e öggi, 8 si Ddio vò, 9 cciarivedemo.

 

Roma, 14 febbraio 1830 - Der medemo

 

 1 Nervo, per pène. 2 Tienilo. 3 Immondezza. 4 Mézza, colle due z aspre: cioè Pera vizza. 5 Una quantità grande. 6 Il palazzo già dei Duchi di Sora serve oggi di caserma. 7 La esposizione pubblica e continua della Eucaristia in tante chiese a ciò destinate. Le donne, di qualunque natura, sono divotissime di questa funzione. 8 Oggi significa sempre: dopo il pranzo. 9 Cristiana uniformazione alle disposizioni del Cielo sugli eventi futuri, che le buone genti di Roma non pretermettono mai parlando di azioni che meditano.

 

 

14. Ar dottor Cafone 1

Tre sonetti

 

Sor cazzaccio cor botto, ariverito,
ve pozzino ammazzà li vormijjoni,
perché annate scoccianno li cojjoni
a cchi ve spassa er zonno e ll’appitito?

 

Quanno avevio in quer cencio de vestito
diesci asole a rruzzà cco ttre bbottoni,
ve strofinavio a ttutti li portoni:
e mmó, bbuttate ggiú ll’arco de Tito!

 

Ma er popolo romano nun ze bbolla,
e quanno semo a ddí, ssor panzanella,
se ne frega de voi co la scipolla.

 

E a Rroma, sor gruggnaccio de guainella,
ve n’appiccicheranno senza colla
sette sacchi, du’ scorzi e ’na ssciuscella. 2

 

14 febbraio 1830 - De Peppe er tosto

 

 1 Napolitano – Il signor dottore Fabrizio D’ambrosio, napolitano esiliato, stampò un libercolettaccio in cui esaminando le donne di Roma, vomitava mille ingiurie contro i Romani. Quest’opera poi, meno le ingiurie di proprio conio, era un perfetto plagio dell’opera di Cabanis sopra i rapporti fra il morale e il fisico dell’uomo. 2 Giumella.

 

 

15. Ar sor dottore medemo

 

Ma vvoi chi ssete co sto fume in testa
che mettete catana 1 ar monno sano?
Sete er Re de Sterlicche er gran Zordano,
l’asso de coppe, er capitan Tempesta?...

 

Chi sete voi che ffate tanta pesta 2
co’ cquer zeppaccio de pennaccia in mano?
Chi ssete? er maniscarco, er ciarlatano...
se po ssapello, bbuggiaravve a ffesta?

 

Vedennove specchiavve a ll’urinale,
le ggente bbone, pe’ nun fà bbaruffa,
ve chiameno er dottore, tal’e cquale:

 

ma mmó vve lo dich’io, sor cosa-bbuffa,
chi ssete voi (nun ve l’avete a male):
trescento libbre de carnaccia auffa.

 

16 febbraio 1830 - De Peppe er tosto medemo

 

 1 Metter catana, dare eccezione, censurare. 2 Peste per istrepito.

 

 

16. P’er zor dottore ammroscio cafone

Sonetto 3°

A Menico Cianca

 

Le nespole 1 c’hai conte a cchillo sciuccio
(pe ddillo 2 a la cafona) de dottore,
me le sò ppasteggiate,
3
Menicuccio,
sino a cche m’hanno arifiatato er core.

 

Vadi a rricurre mo da Don Farcuccio 4
pe rrippezzà li stracci ar giustacore: 5
ché a Roma antro che un cavolo cappuccio
pò ppagà ppiù le miffe 6 a st’impostore.

 

Ma er zor Ammroscio ha ffatto un ber guadaggno
trovanno a ffasse 7 a ccusí bbon mercato
carzoni e ccamisciola de frustaggno:
8

 

ché in ner libbro de stampa che mm’hai dato,
be’ cce discessi 9 all’urtimo: Lo Maggno; 10
e, dde parola, te lo sei maggnato.

 

Roma, 13 ottobre 1831 - De Pepp’er tosto

 

 1 I colpi. 2 Dirlo. 3 Assaporate. 4 Equivale a «nessuno». 5 Vedi il sonetto 1°. 6 Menzogne. 7 Farsi. 8 Non offenda il trovare qui in frustagno un vocabolo non pure illustre, ma di forma e nazione veramente toscano. Il romanesco tende di sua natura ad alterare il suono delle parole, allorché per ispirito di satira, in lui acutissimo, vuole rendere il senso equivoco e farlo ingiurioso. Così, nel caso attuale, per dire che il dottore sia stato frustato pel corpo dal libro contro di lui stampato, non disconviene alla malizia romanesca la viziatura di fustagno, termine in uso, in frustagno, per la qual viziatura questo vocabolo viene per puro accidente, indipendentissimo da perizia filologica, ad essere restituito alla sua incognita forma. 9 Dicesti. 10 Nel libro di cui si tratta appariscono per ultime parole le seguenti: Fr. Dom. Lo Magno, firma del revisore ecclesiastico. E il detto libro contiene un dialogo scritto dal signor Benedetto Blasi intorno alle stoltezze dell’opuscolo dell’Ambrosio; e quindi un confronto fatto dal signor Domenico Biagini di quello stesso opuscolo colla celebre opera del Cabanis (Rapport de moral, etc.) della quale il D’Ambrosio ha fatto un continuo plagio, viziandola però per farle dire sciocchezze.

 

 

17. Er romito

 

«Quanno te lo dich’io cachete er core» 1
me diceva ier l’antro un bon romito;
«in sto monnaccio iniquo e ppeccatore,
nun ze trova piú un parmo de pulito.

 

Co’ ttre sguartrine 2 io fascevo l’amore
e je servivo a ttutte de marito;
e ppe un oste, uno sbirro e un decrotore 3
ste porche tutt’e ttre mm’hanno tradito.

 

Ma io pe ffa vvedé cche mme ne caco,
tutte le sere vado all’osteria,
e ffo le passatelle, e mm’imbriaco.

 

E ssi la tentazzione m’aripía, 4
me lo cuscio pe ddio cor filo e ll’aco
quant’è vvero la Vergine Mmaria».

 

15 febbraio 1830 - De Peppe er tosto - G. G. B.

 

 1 Sottointendi: piuttosto che non crederlo; cioè: «devi crederlo per forza, a mal tuo grado». 2 Donnucole. 3 Décrotteur. 4 Mi ripiglia.

 

 

18. L’ambo in ner carnovale

 

T’aricordi, compare, che indov’abbito
viení un giorno pe’ sbajjo la bbarella?
Bbe’, all’astrazzione che ss’è ffatta sabbito,
ciò vvinto un ambo a mmezzo co Ttrippella.

 

E oggi pijjamo a nnolito un bell’abbito,
lui da pajjaccio e io da purcinella,
perché la serva de padron Agabbito
sta allancata de fà ’na sciampanella.

 

Tu, ccaso che tt’ammascheri da conte,
viecce a ttrovacce all’osteria der Moro,
in faccia a gghetto pe’ sboccà sur ponte.

 

E ssi mmai Titta pô llassà er lavoro,
portelo co lo sguizzero der Monte,
ché Ggiartruda ne tiè ppuro pe’ lloro.

 

17 febbraio 1830 - De Peppe er tosto medemo

 

 

19. Er guitto in ner carnovale

 

Che sserve che nun piovi, e cche la neve 1
nun vienghi a infarinà ppiù le campaggne?
Tanto ’ggnisempre a casa mia se piaggne,
tanto se sta a stecchetta e nun ze bbeve.

 

Er zor paino, er zor abbate, er greve, 2
in sti giorni che cqui sfodera 3 e sfraggne: 4
antro peddío che a ste saccocce caggne
nun ce n’è né dda dà nné da risceve!

 

Ma ssi arrivo a llevà lo stelocanna, 5
Madonna! le pellicce 6 hanno da êsse
da misurasse co la mezza canna!

 

Allora vedi da ste gente fesse, 7
co ttutta la su bboria che li scanna,
le scappellate pe vviení in calesse!

 

17 febbraio 1830 - De Peppe er tosto

 

 1 Dopo vari mesi di piogge e di nevi, all’apparire del carnovale rasserenò. 2 Greve dicesi ai popolani che sostengono gravità. 3 Sfoggia. 4 Spende. 5 L’est-locanda, tabella che si pone sulle case vuote. 6 Ubbriachezza. 7 Sguaiate.

 

 

20. Campa, e llassa campà

 

Ma cche ffajòla, Cristo, è diventata
sta Roma porca, Iddio me lo perdoni!
Forche che state a ffà, ffurmini, troni, 1
che nun scennete a fanne una panzata?

 

S’ha da vede, per dio, la buggiarata
ch’er Cristiano 2 ha d’annà ssenza carzoni,
manco si cquelli poveri cojjoni
nun fussino de carne bbattezzata!

 

Stassi a sto fusto 3 a ccommannà le feste,
voría bbe’
4
mmaneggià li giucarelli
d’arimette er ciarvello in de le teste.

 

E cchiamerebbe Bbonziggnor Maggnelli, 5
pe’ ddijje du’ parole leste leste:
sor è, 6 ffamo campà li poverelli.

 

19 febbraio 1830 - De Peppe er tosto

 

 1 Tuoni. 2 L’uomo. 3 Stasse a me. 4 Vorrei bene. 5 Monsignor Mangelli, Presidente dell’Annona e Grascia. 6 Sor È, come dicesse: «Signor tale».

 

 

21. Contro li giacobbini

 

Nun te pijjà ggatti a ppelà, Ggiuanni;
chi impiccia la matassa se la sbrojji:
stattene a ccasa co li tu malanni,
ché er monno tanto va, vvojji o nun vojji.

 

Io nun vorrìa sta un cazzo in de li panni
de sti sfrabbica Rome e Ccampidojji
ché er mettese 1 a cozzà ccontro li bbanni 2
è un mare-maggna 3 tutto pien de scojji.

 

Sai quanto è mmejjo maggnà ppane e sputo,
che spone 4 a rrepentajjo er gargarozzo 5
pe ffà strozzate 6 de baron fottuto?

 

Tù lassa annà a l’ingiú ll’acqua in ner pozzo;
e hai da dí che Iddio t’ha bbenvorzuto
com’e cquarmente 7 t’arimedia er tozzo.

 

19 febbraio 1830 - D’er medemo

 

 1 Il mettersi. 2 Bandi. 3 Mare-magnum. 4 Che esporre. 5 La gargozza. 6 Mangiate. 7 Come e qualmente.

 

 

22. Contro er barbieretto de li gipponari

 

Quer zor chicchera llí ccor piommacciolo
va strommettanno pe’ ccampo de fiore
che ll’asole che ttiengo ar giustacore
Titta er sartore nun l’ha uperte a solo.

 

Je pijja ’na saetta a ffaraiolo,
je vienghino tre cancheri in ner core!
L’averà fatte lui cor su’ rasore,
facciaccia de ciovetta in sur mazzolo!

 

...’ggia san Mucchione! ancora nun è nato
chi me pozzi fa a mene er muso brutto
senza risico d’essece ammazzato.

 

Ma tanto ha da finí che sto frabbutto,
sto fíaccio de cane arinegato
s’ha da cavà la sete cor presciutto.

 

3 marzo 1830 - De Peppe er tosto - G. G. B.

 

 

23. A Menicuccio Cianca

 

Di’ un po’, ccompare, hai ggnente in condizione 1
la cuggnata de Titta er chiodarolo?
Be’, ssenti glieri si 2 ccorcò 3 a fasciolo 4
lo sguattero dell’oste der farcone.

 

Doppo fattasce auffagna 5 colazione
j’annò cor deto a stuzzicà er pirolo:
figurete quer povero fijjolo
si cce se bbuttò addosso a ppecorone.

 

Ma mmalappena arzato sù er zipario,
ecchete che per dio da un cammerino
viè ffora er bariscello der Vicario.

 

Mó ha da sposalla; e ppoi pe ccontentino
s’averà da godé ll’affittuario
che jj’ha fatto crompà ll’ovo e ’r purcino. 6

 

1830 - De Peppetto er tosto

 

 1 Cognizione. 2 Se. 3 Colcò: fece giù, ingannò. 4 A fagiuolo, appuntino. 5 A ufo. 6 Donna gravida.

 

 

24. A li sori anconetani

 

Ma che teste de cazzo bbuggiarone!
Ve strofinate a iddio che facci piove;
e perché san Ciriàco 1 nun ze move,
je scocciate le palle in priscissione:

 

e ve lagnate poi si una ’lluvione
de du fiumi che stanno in dio sa dove
vienghi a rubbavve sto corno de bbove
bell’e granne com’è, ttosto e ccojjone!

 

Ma nun è mmejjo d’avé ppiú cquadrini
e ppiú ggrano e ppiú vvino a la campagna,
che mmagnà nnote pe’ cacà stuppini?

 

E er sor Davìd che imberta e cce se lagna,
quanno sarà dde llà dda li confini,
l’averà da trovà ’n’antra cuccagna!

 

Pesaro, maggio 1830 - De Peppe er tosto

 

Nella primavera del 1830 non pioveva, con danno dell’agricoltura. Gli Anconitani, dando opera regia nel nuovo Teatro delle Muse dissero che la Senna e il Tamigi sarebbero fra poco venuti a rapire a quelle scene il tenore Giovanni David, che vi cantava per circa 3000 scudi. Quindi sonetto a li sori anconetani. 1 Protettore d’Ancona.

 

 

25. Er pijjamento d’Argèri

(5 luglio 1830)

 

Quante sfrisielle a ttajjo e scappellotti!
Quante chicchere a coppia e sventoloni! 1
Quant’acciacco de chiappe e de cojjoni!
Quant’infirze de schiaffi e de cazzotti!

 

Poveri Turchi, come sò aridotti
co cquell’arifilate de gropponi!
Beato chi ppô avé ttra li carzoni
un fiasco d’ojjo e un bon caval che ttrotti!

 

Nun c’è da dí, ppe ssant’Antonio abbate:
li Francesi sò ggente che, Mmadonna!,
sò bboni pe l’inverno e ppe l’istate.

 

E mmo mmetteno in cima a ’na colonna 2
er Deo 3 d’Argèri, che vva a ffasse 4 frate,
o vviè a vvenne le pizze a la Ritonna.

 

20 luglio 1830 - De Peppe er tosto

 

 1 Colpi, busse, etc. 2 La colonna rostrale decretata a Tolone. 3 Dey. 4 Farsi.

 

 

26. Ar zor Carlo X

 

Bravo Carluccio! je l’hai fatta ggiusta
pe bbatte er culo 1 e addiventà ccerasa. 2
Tosto mó! aspetta la bburiana 3 a ccasa
cor general Marmotta de Ragusta.
3a

 

Ahà! cch’edè, Ccarluccio? nun te gusta
de portà a Ggiggio 3b la chirica rasa? 4
Drento a le bbraghe te ne fai ’na spasa? 5
Spada, caroggna! e nnò speroni e ffrusta.

 

Cor dà de bbarba all’emme, ar zeta e all’Acca, 6
hai trovo 7 er busse, e sti quattro inferlicchese 8
che tt’hanno aruvinato la bbaracca. 9

 

Chi ar Monno troppo vô, nnun pijja nicchese; 10
e ttu ppe llavorà a la pulignacca, 11
hai perzo er trono, e tt’è rrimasto? un icchese. 12

 

Roma, 15 agosto 1830 - De Peppe er tosto

 

 1 Per cadere. 2 Diventar nulla. 3 I guai. 3a Il general Marmont, duca di Ragusi. 3bLuigi xvi. 4 La chierica rasa, il capo mozzo. 5 Spargimento di quel che s’intende. 6 Alla stampa , sotto la figura delle lettere dell’alfabeto. 7 Equivoco fra busse, battiture, e busse che nelle scuole delle maestre dicono i fanciulli alla fine dell’alfabeto, cioè: «Ette, cònne, rònne e busse, sia lodato el bon Gesù». Le prime voci esprimono tre segni che nella così detta Santa-Croce (cioè l’abbacedario, perché innanzi all’A precede una ) vengono appresso alla Z, e sono &. V. R.: il busse poi vi si aggiunge onde far cadere in rima il nome di Gesù che termina la canzoncina. 8 Colpi. 9 La macchina. 10 Nix: nulla. 11 Lavorare alla pulignacca: far le cose destramente, a capello. Questa frase è derivata in Roma dalle molle da cocchio dette alla Polignac. 12 Un X: nulla.

 

 

27. Pe la Madonna de l’Assunta
festa e Comprïanno
1 de mi’ mojje

 

Mojje mia cara, a sto paese cane
nun ze trova nemmanco a fà a sassate; 2
e cquanno hai crompo 3 un moécco 4 de patate,
fai passo ar vino e cquer ch’è peggio ar pane.

 

Io pisto er pepe, sòno le campane,
rubbo li gatti, tajjo l’oggna 5 a un frate,
metto l’editti pe le cantonate,
cojjo
6
li stracci e agliuto le ruffiane.

 

Embè lo sai ch’edè cche cciariscévo? 7
Ammalapena pe ppagacce 8 er letto:
anzi, a le du’ a le tré, 9 spallo 10 e cciarlèvo. 11

 

Duncue che tt’ho da dà, ppòzzi èsse santa?
Senza cudrini 12 ggnisun chirichetto
disce Dograzzia e ggnisun ceco canta.

 

Roma, 15 agosto 1830 - De Peppe er tosto

 

 1 Compleanno. 2 Non si trova ad occuparsi in nulla. 3 Comperato. 4 Baiocco. 5 Le unghie. 6 Raccolgo. 7 Cos’è che ci ricevo? 8 Pagarci. 9 Sovente. 10 Do in fallo. 11 Arlevarci: toccar busse. 12 Quattrini.

 

 

28. Pe le Concrusione imparate all’ammente
dar sor avocato Pignòli Ferraro
1
co tutti l’antri marignani
2 der conciastoria

 

Ne l’annà glieri a venne ar pellegrino
li fibbioni d’argento de Maria,
vedde er porton de la Cancellaria
zeppo de gente come un butteghino.

 

Vorzi entrà drento; e, de posta, ar cudino
riconobbe er regazzo de mi fìa,
po’ er cappanera e tutta la famía
de Bonsignor der Corso 3 fiorentino.

 

Che belle ariverèe co li galloni!
Quante carrozze, corpo de la pece!
Che ccavalli pe ddio! tutti froscioni!

 

C’era un decane a sede s’una sedia.
Je fece: «Che cciavemo?». E lui me fece:
«Sor Peppe, annate su: c’è la commedia».

 

18 agosto 1830 - De Peppe er tosto

 

 1 L’avvocato Gnoli di Ferrara. 2 Gli avvocati Concistoriali. 3 Monsignor de Corsi, Uditore di Rota per la Toscana.

 

 

29. Ar sor Avocato Pignòli Ferraro

 

Chi ne sapeva un cazzo, sor Tomasso,
che parlavio todesco in sta maggnera?
E me vorría peddio venne in galera,
si su cquer coso nun parevio l’asso.

 

Li Marignani che staveno abbasso
cor naso pe l’inzú, fanno moschiera;
perché propio dicessivo jerzéra
certe sfilate che nemmanco er Tasso.

 

E come er predicà nun fussi gniente
ce partite cor Santo 1 e cor sonetto, 2
da fà viení a l’invidia un accidente.

 

Quello però che ve vò fà canizza,
è la gola de quarche abbatinetto
c’averà da restà senza la pizza. 3

 

18 agosto 1830 - De Peppe er tosto

 

 1 Il foglio delle Conclusioni. 2 La dissertazione latina. 3 Le pizze di rubrica. Il Gnoli rispose il medesimo giorno con due sonetti in vernacolo ferrarese.

 

 

30. Er gioco de calabbraga

 

S’er mi fio ciuco me porta lo stocco,
Titta, ciabbuschi quant’evvero er papa.
No, un cazzo, un accidente, sora crapa.
Alò, famo moschiera, o v’aribbocco.

 

Bè, sentímece l’oste: «Ah padron Rocco,
fate capace sta coccia de rapa.
Dite, è vvero che l’asso nun se capa?»
Ahàa! lo senti? oh caccia mo er bajocco.

 

Aù! nun pòzzo abbozzà più nun pòzzo.
Sentime, Titta, si tu no lo cacci,
va che mommó te lo fo uscí dar gozzo?

 

Ah fugghi, guitto? fugghi? accidentacci!
Sciòo, va’ in ghetto a impegnatte er gargarozzo
pe ddí stracci ferracci chiò scherpacci.

 

Roma, 19 agosto 1830 - De Peppe er tosto

 

 

31. Er gioco der lotto

 

M’è pparzo all’arba de vedé in inzògno,
cor boccino in ner collo appiccicato, 1
quello che glieri a pponte 2 hanno acconciato
co ’no spicchio d’ajjetto in zur cotogno. 3

 

Me disceva: «Tiè, Ppeppe, si 4 hai bbisogno»;
(e ttratanto quer bravo ggiustizziato
me bbuttava du’ nocchie in zur costato):
«sò ppoche, Peppe mio, me ne vergogno».

 

Io dunque ciò ppijjato oggi addrittura
trentanove impiccato o cquajjottina,
dua der conto, e nnovanta la pavura. 5

 

E cco la cosa 6 che nnemmanco un zero
ce sta ppe nnocchie in gnisuna descina,
ho arimediato cor pijjà Nnocchiero.

 

19 agosto 1830 - De Peppe er tosto

 

 1 Col capo ricongiunto al collo artificialmente. 2 «Ponte Sant’Angiolo», uno de’ luoghi ordinarii per le esecuzioni. 3 Cotogno, cioè «testa». «Spicchio d’aglietto», d’aglio, ironia di «mannaja». 4 Se. 5 Questi numeri si cercano nel così detto Libro dell’Arte, dove è come un dizionario di nomi accanto ad altri numeri giuocabili. 6 E pel motivo.

 

 

32. Devozzione pe vvince ar lotto

Non tutto ciò che qui si dice è vero, né la gran parte di vero si annette tutta alla reale superstizione del lotto; ma si è voluto da me raccogliere quasi in un codice il vero insieme e il verisimile in relazione di quel che so e in compenso di quanto non so (ch’è pur molto) intorno alle matte e stravolte idee che ingombrano le fantasie superstiziose della nostra plebaglia.

 

Si vvo’ un terno sicuro, Titta mia,
senti com’hai da fane: a mezza notte
méttete immezzo ar cerchio de ’na botte
co ttre requiameterne ar Nocchilia.

 

Pe strada attacca cento avemmaria,
chiamanno a ignuna la mojje de Lotte;
e pe ccaccià Berlicche co Starotte,
di’ er Verbuncàro e er Nosconproleppia.

 

Doppo ditto tre vorte crielleisonne
e pe ttre antre groria in cersideo,
di’ Bardassarre, Gaspero e Marchionne.

 

E si vicino a te passa un abbreo,
fa’ lo scongiuro a la barba d’Aronne,
pe ffà crepà quer maledetto aeo.

 

Un agnusdeo
méttece appresso e sette groliapadri
p’er bon ladrone e l’antri boni ladri.

 

Trovanno quadri
co la lampena accesa a la Madonna,
di’ un deprofunni all’anima de Nonna.

 

Si quarche donna
te toccassi la farda der landao,
fajje er fichetto, e dijje: Maramao.

 

Si senti Gnao,
è bonugurio, Titta; ma si senti
strillà Caino, risponni: accidenti.

 

Porta du’ denti
legati cor un fir de seta cruda,
zuppa de bava de lumaca ignuda.

 

Rinega Giuda
igni quinici passi; e ar deto grosso
de manimanca tiè attaccato un osso

 

de gatto rosso.
Coll’antra un cerchio d’argento de bollo
tiecce e una spina de merluzzo ammollo.

 

Méttete in collo
la camisciola c’ha portato un morto
co cquattro fronne de cicoria d’orto.

 

E si ’n’abborto
pòi avé de lucertola d’un giorno,
tiello in zaccoccia cotto prima ar forno.

 

Buschete un corno
de bufolino macellato in ghetto
c’abbi preso er crepuscolo sur tetto.

 

Cor un coccetto
de pila rotta in culo a ’na roffiana
raschielo tutto ar son de la Campana.

 

Da ’na mammana
fatte sbruffà la raschiatura in testa
cor pizzo der zinale o de la vesta.

 

Magna ’na cresta
de gallo, e abbada che nun sii cappone
si nun te vòi giucà la devozzione.

 

E in un cantone
di’ tre vvorte, strappannoce tre penne,
«Nunchetinòva morti nostri ammenne».

 

Poi hai d’accenne
tre moccoli, avviati a la parrocchia,
sur un fuso, un vertecchio e ’na conocchia.

 

Appena scrocchia
quella cera in dell’arde, alegri Titta:
svortete allora subbito a man dritta.

 

Già te l’ho ditta
la devozzione c’hai da dí pe strada
ma abbada a nun sbajjà, Titta, ve’! abbada.

 

Come ’na spada
tira de longo insino a santa Galla,
e lí affermete, e tocchete ’na palla.

 

Si cquella è calla
tocchete l’antra; e come ’n’addannato
poi curre a San Giuanni Decollato:

 

e a ’n’impiccato
ditta ’na diasilletta corta corta
buttete a pecorone in su la porta.

 

La bocca storta
nun fà si senti quarche risponsorio:
sò l’anime der santo purgatorio.

 

A San Grigorio
promette allora de fà dí ’na messa
pell’anima d’un frate e ’na bbadessa.

 

‘Na callalessa
è der restante: abbasta de stà attento
a gni rimore che te porta er vento.

 

O ffora, o ddrento,
quello che pòi sentí tiello da parte,
eppoi va’ a cerca in der libbro dell’arte.

 

Viva er Dio Marte:
crepi l’invidia e er diavolo d’inferno,
e buggiaratte si nun vinchi er terno!

 

20 agosto 1830 - De Peppe er tosto

 

 

33. L’astrazzione

 

Tiràmese 1a ppiú in là, ché cquì la gujja 1
ciarippara 1b de vede er roffianello 2...
Varda, 2a varda, Grigorio, mi’ fratello
che s’è mmesso a intignà 3 cco la patujja!

 

Mosca! 4 Er pivetto arza la mano, intrujja 5
mo in de le palle... Lesto, eh bberzitello.
Ecco ecco che lleggheno er cartello:
ch’edè? 5a Ccinquantasei! senti che bbujja!
6

 

Je la potessi fà, sangue de ddina!
Sor cazzo, vorticamo 6a er bussolotto.
Ch’edè? Ttrenta! Ce ll’ho ddrento a l’ottina.

 

Diesci! ggnente: Sei! ggnente: Discidotto!
ggnente. Peddio! nemmanco stammatina?
Accidentacci a chi ha inventato er lotto.

 

20 agosto 1830 - De Peppe er tosto

 

 1a Tiriamoci. 1 Obelisco di Monte Citorio. 1b Ci ripara. 2 Orfanello dell’Ospizio degli Orfani. 2a Guarda. 3 Ostinarsi in alterco. 4 Silenzio! 5 Rimescola. 5a Che c’è. 6 Buglia, bisbiglio. 6a Rivolgiamo.

 

 

34. Er gioco der marroncino 1

 

E CCE GGIUCHENO: ROSCIO, NINO, VA’ -A-MMETE, ER PAINO E ER GIACCHETTO

 

Roscio

Aó, ttrattanto che ss’appara 1a er prete
volemo dà ddu’ botte a mmarruncino?

Giacchetto

A ppagà.

Nino

A ggode. 1b

Giacchetto

Come se’ attacchino! 1c

Nino

Tirate er fiato a voi. 2

Giacchetto

Che ddichi? Hai sete? 3

 

 

Roscio

Eh zitti, buggiaravve a quanti sete!

Su, aló, fammo la conta: pe dda Nino. 4 -
… Venti. Una, dua, tre… tocca ar paíno.
Po’ Nino, po’ viengh’io, po’ tu e Vva’ -a-mmete

 

 

Paino

Er boccio a mé 4 – De cqui. 5 – Senza giuchetti.

Nino

Senza strucchietti,

Roscio

E ttiro pe llevà

Giacchetto

No ppe strucchià 6

Va’ -a-mmete

Dí, aó, dove te metti?

 

 

Giacchetto

San guercino. 7

Va’ -a-mmete

Va’ ar zegno.

Giacchetto

E nnun sta cqua?

Va’ -a-mmete

Accidentacci a tutti li ggiacchetti!

Quanto se’ fesso! 7a er zegno eccolo llà.

 

 

Giacchetto

Ma cciài 7b da capità

un giorno o ll’antro ggiú ppe borgo-novo…

Va’ -a-mmete

Mo sta a mmene. – Accusí mme l’aritrovo. 8

 

 

Nino

Fermete. 8a

Va’ -a-mmete

Nun me movo.

Nino

Sò pprimo.

Roscio

Sò ssiconno.

Va’-a-mmete

Io terzo.

Giacchetto

Io cuarto.

Paino

Io cuinto. 9

Nino

Eh nnun fà er mucchio tant’in arto.

 

 

Paino

Che, ttienete l’apparto

de queli siti che vve pare a vvoi?

Nino

Be’, schiaffelo 9a peccristo indove vòi

 

 

Giacchetto

Batte. 10

Roscio

… Dégheta! 11 A noi:

vedemmo un po’ ssi 11a cce 11b so cojje io 12

Giacchetto

Tu nnun hai smosso er mezzo-bboécco mio. 13

 

 

Roscio

Pòzzi 13a morí ttu’ zio,

chi arifiata? 14 E ttu arza: 15 sce vô tanto?

Giochetto

Arma.

Va’-a-mmete

Santo.

Paino

Io vojjo arma.

Roscio

Arma.

Nino

E nnoi santo. 16

 

 

Roscio

Mezzo e cche ssí. 17

Paino

De cuanto?

Giacchetto

Arzo, tiengo da Roscio, e ffo dde dua. 18

Paino

Frulla, 19 madetta 19a l’animaccia tua.

 

…Ah pporcaccio de ua!

Cor carcio farzo? 20 Gargantacci 21 neri.

Va’ -a-mmete

Tu vo’ fà curre li carubbigneri? 22

 

 

Paino

Vôi rubbà come gglieri? 23

Giacchetto

Mommó ll’hai da sentí si che cconnessa 24

Roscio

Oé! er chirico 24a sona: annamo 24b a mmessa.

 

22 agosto 1830 - De Peppe er tosto

 

 1 Gioco che si eseguisce da due o più persone con un ciottoletto o altro pezzo di pietra, il più che si può rotonda, gettandola ad una certa distanza, e procurando di lanciarvi vicini de’ baiocchi. 1a Si para. 1bA godere. 1c Sei cavilloso. 2 Sorbite a voi l’insulto. 3 Equivoco di sete (volontà di bere) e siete. 4 Chi ha il punto al conto, getta il ciottolo, detto bòccio o marrone, e poi vi manda appresso il suo baiocco. – Pe dda Nino, cioè: «S’incomincia a contare da Nino». 5 Destina il posto onde ciascuno scaglierà la sua moneta vicino al ciottolo. 6 Quattro specie di proteste concomitanti certe esecuzioni, le quali senza quelle formule sarebbero nulle. 7 Sei cieco? 7a Spiacevole. 7b Ci hai. 8 Altra formula come alla nota 6. 8a Fermati. 9 È fatto l’ordine di successione al tirare. L’Ultimo, cioè colui che mandò la sua moneta più distante dal marrone, raccoglie le monete, e fattone un cumulo, le situa dove vuole, affinché il Primo vi batta col suo marrone, lanciandovelo sopra in modo sì netto e vibrato, che mova tutte le sottoposte monete. Se il colpo esce vano, passa il diritto a colpire al Secondo e poi etc. 9a Ficcalo. 10 L’Ultimo ha situato il cumulo di monete e comanda al Primo di battere. 11 Quasi «Fiasco!». Il Secondo, contento che il Primo abbia fallito il colpo, fa quella esclamazione e si accinge egli a battere. 11a Se 11b Ci. 11c Cogliere. 12 Batte. 13 Ecco il caso del non movimento di tutte le monete. 13a Possa. 14 Chi si oppone? 15 La moneta non mossa è lanciata in aria dal signore di essa. 16 Mentre la moneta sta per lanciarsi, sino al punto in che ritocca il suolo, ciascuno fa le sue scommesse sulla faccia che mostrerà dopo la caduta cioè arma o santo (lettere); e qui giova avvertire che le vittorie di tutto il giuoco consistono in quest’alternativa. 17 Scommette mezzo baiocco, che verrà ciò che ha detto chi scagliò la moneta: qui è arma. 18 Lo scagliatore scommette anch’egli, confermando la scommessa di Roscio, e scommette di moneta doppia. 19 La moneta nell’aria deve brillare, frullare, onde si tolga il sospetto di arte nella caduta favorevole a chi la lanciò. 19a Maledetta. 20 Coll’inganno? 21 Fraudolente. 22 Carabinieri. 23 Ieri. 24 Percossa. 24a Chierico. 24b Andiamo.

 

 

35. La bonidizzione der Sommo Pontescife

 

Curre, peccrisse, curre, Gurgumella,
che ggià er Papa ha dda èsse in portantina.
Eh ssi nun spiggni ppiú, Ddio serenella!,
ciarrivamo er crepìnnisci a mmatina.

 

Monta dereto a cquarche ccarrettella,
s’hai la guallera gonfia o er mal d’orina
M’hanno acciaccato come ’na frittella
Mancomale: ecco cqua la Strapuntina.

 

Senti ch’è usscito ggià dda sagristia
er Santo Padre, e mmommó vva ar loggione?
Oé! vvarda laggiù che parapìa!

 

Ma ddirebb’io: si la bbonidizzione
tutte le zelle nostre s’aripìa,
chi più grossi li fa, meno è cojjone.

 

Roma, 21 agosto 1830 - De Peppe er tosto

 

 

36. Li scrupoli de l’abbate

 

Un’antra 1 cosa voria mó ssapé,
si 2 er cristiano in cusscenza er venardí
pòzzi 3 maggnà ddu’ stronzi cor culí
senza fà male, e, ssi lo fa, pperché.

 

Lo so che vvoi me risponnete a mmé
che la robba che scappa pe dde cqui,
robba de magro nun ze pò mmai dí,
si nun volemo chiamà Ccappa er Cé.

 

Ma ffateme un tantin de carità,
come pò addiventà de grasso, pò,
er tarantello, er tonno, er baccalà?

 

Io, sor abbate, credería 4 de no:
ma ssi cciavete 5 scrupolo a mmaggnà,
maggnate puro 6 e io poi v’assorverò.

 

24 agosto 1830 - De Peppe er tosto

 

 1 Un’altra. 2 Se. 3 Possa. 4 Crederei. 5 Ci avete. 6 Pure.

 

 

37. Assenza 1 nova pe li capelli

 

Vôi sentí un fatto de Tetaccia 1a storta,
la mojje de Ciuffetto er perucchiere?
Ciaggnéde 2 cuer paíno 3 der drughiere, 4
pe comprasse 5 un tantin de beggamorta. 6

 

La bbirba stiede 7 un po’ ddrento a ’na porta
indove tiè ccerte boccette nere;
poi scappa e disce: «Oh cqueste sí ssò vvere!
Tiè, odora: ah! bbenemio!, t’ariconforta».

 

Lesta attappò er buscetto cor turaccio,
e ariscosso un testone 8 de moneta,
mannò 9 a ccasa contento er gallinaccio.

 

Ma ssai che cce trovò? ppiscio de Teta;
che ppe ggabbà cquer povero cazzaccio
s’era messa l’odore in ne le deta. 10

 

24 agosto 1830 - De Peppe er tosto

 

 1 Essenza. 1a Teresaccia. 2 Ci andò. 3 Zerbino. 4 Droghiere. 5 Comperarsi. 6 Bergamotto. 7 Stette. 8 Moneta di argento da tre paoli. 9 Mandò. 10 Nei diti.

 

 

38. Campo vaccino

(Sonetti 4)

 

Mannataro

Guarda, Ghitano mia: eh? ddi’, te piasce?

Ghitano

Che ggrannezza de Ddio! che ffrabbicona

Mannataro

Nun è piú mmejjo de piazza navona?

Ghitano

Antro! E ccome se chiama?

Mannataro

Er Temp’in pasce. 1

 

 

 

Senti, Ghitano, t’hai da fà ccapasce

che, ppe sta robba, cquì nun ze cojjona

Ghitano

Nun fuss’antro la carcia 2

Mannataro

Bbuggiarona!

E li mattoni? Sai quante fornasce!

 

 

Ghitano

E cqua chi cciabbitava, eh sor Grigorio?

Mannataro

Eh! ttanta gente: e tutti ricchi, sai?

Figurete che gguitto arifettorio! 3

 

 

Ghitano

Che ppalazzone! nun finissce mai!

Mannataro

Che? Annava a la salita de Marforio

prima ch’er turco nun je dassi guai.

 

24 agosto 1830 - De Peppe er Tosto

 

 1 Templum Pacis. 2 La calce. 3 Refettorio.

 

 

39. Campo vaccino

 

Le tre ccolonne llí viscino ar monte,
dove te vojjo fà passà tte vojjo,
furno trescento pe ffà arregge 1a un ponte
dar culiseo ’nsinenta a Ccampidojjo.

 

A mmanimanca adesso arza la fronte:
lassú Ttracquinio se perdette er zojjo,
e ppoi Lugrezzia sua p’er gran cordojjo
ce fesce annà la bbarca de Garonte.

 

Vortanno er culo a cquele tre ccolonne,
mó annamo all’arco de la vacca e ’r toro; 1
ma ssi ne vedi dua nun te confonne.

 

In quello ciuco 2 se trovò er tesoro: 3
l’antro è l’arco de Ggiano quattrofronne, 4
che un russio 5 vô crompallo a ppeso d’oro.

 

25 agosto 1830 - De Peppe er tosto

 

 1a Reggere. 1 Il piccolo arco detto degli Argentieri, innalzato dal ceto de’ banchieri detti argentarii e dai commercianti di buoi alla famiglia di Settimio Severo. 2 Piccolo. 3 È credenza popolare che in un fianco di detto arco fosser trovate molte ricchezze, presso un’antica voce tradizionale che diceva: tra la vacca e il toro troverai un gran tesoro. Questi animali debbono alludere a quelli scolpiti nell’arco per ragione de’ sacrificii rappresentativi e della situazione dell’arco stesso nel Foro Boario. Può accrescer fede al racconto un buco, il quale vedesi aperto dal lato sinistro e manifesta un vuoto. 4 L’arco di Giano quadrifronte. 5 Russo.

 

 

40. Campo vaccino

 

A cquer tempo che Ttito imperatore,
co ppremissione che jje diede Iddio,
mové la guerra ar popolo ggiudio
pe ggastigallo che ammazzò er Ziggnore;

 

lui ridunò la robba de valore,
discenno: «Cazzo, quer ch’è dd’oro, è mmio»:
e li scribba che faveno pio pio, 1
te li fece snerbà ddar correttore. 2

 

E poi scrivette a Rroma a un omo dotto,
cusí e ccusí che frabbicassi un arco
co li cudrini der gioco dell’otto.

 

Si ce passònno 3 li ggiudii! Sammarco! 4
Ma adesso prima de passacce sotto
se faríano ferrà ddar maniscarco.

 

10 settembre 1830 - De Peppe er tosto

 

 1 Facevano bisbiglio. 2 Così chiamavasi un individuo destinato nel collegio romano a frustare gli scuolari. 3 Se ci passarono. 4 Per forza.

 

 

41. Campo vaccino

 

Sto cornacopio su le spalle a cquello
che vviè appresso a cquell’antro che vva avanti,
c’ha ssei bbracci ppiú longhi, e ttutti quanti
tiengheno immezzo un braccio mezzanello;

 

quello è er gran Cannelabbro de Sdraello,
che Mmosè ffrabbicò cco ttanti e ttanti
idoli d’oro che ssu ddu’ lionfanti
se portò vvia da Eggitto cor fratello.

 

Mó nnun c’è ppiú sto Cannelabbro ar monno.
Per èsse, sc’è; ma nu lo gode un cane,
perché sta ggiù in ner fiume a ffonno a ffonno.

 

Lo vôi sapé lo vôi dov’arimane?
Viscino a pponte-rotto; e ssi lo vonno,
se tira sú pper un tozzo de pane. 1

 

10 settembre 1830 - D’er medemo

 

 1 Con poco dispendio. Allude al tentativo creduto di facile successo ed eseguito veramente negli anni scorsi per mezzo di una macchina. Molti azionisti rimasero ingannati e perdettero le loro somministrazioni.

 

 

42. Er Moro de Piazza–Navona

 

Vedi llà cquela statua der Moro
c’arivorta la panza a Ssant’aggnesa?
Ebbè, una vorta una Siggnora ingresa
la voleva dar Papa a ppeso d’oro.

 

Ma er Zanto Padre e ttutto er conciastoro,
sapenno che cquer marmoro, 1 de spesa,
costava piú zzecchini che nun pesa,
senza nemmanco valutà er lavoro;

 

je fece arrepricà ddar Zenatore
come e cquarmente nun voleva venne 2
una funtana de quer gran valore.

 

E cquell’ingresa che ppoteva spenne,
dicheno che cce morze de dolore:
lusciattèi requia e scant’in pasce ammenne.

 

25 agosto 1830 - De Peppe er tosto

 

 1 Marmo. 2 Vendere.

 

 

43. Tempi vecchi e ttempi novi

 

Ar zu’ tempo mi’ nonno m’aricconta
che nun c’ereno un cazzo bbagarini, 1
se 1a vedeva ggiucà co li quartini 2
a ppiastrella, e a bbuscetta: e mmó sse 2a sconta.

 

L’ova in piazza, s’aveveno a la conta
cento a ppavolo e ssenza li purcini:
la carne annava a ssedici cudrini 2b
ar mascello, e ddua meno co la ggionta.

 

Er vino de castelli e dder contorno
era caro a un lustrino 3 pe bbucale
e ott’oncia a bboecco 4 la paggnotta ar forno.

 

E mmó la carne, er pane, er vino, er zale,
e ll’accidenti, crescheno ’ggni ggiorno.
Ma ll’hai da vede che ffinisce male.

 

Roma, 25 agosto 1830 - De Peppe er tosto

 

 1 Monopolisti di commestibili e altro. 1a Si. 2 Mezzo scudo d’argento. Dicesi anche quartino, perché un tempo correvano piccole monete d’oro da cinque paoli, che erano quarti di uno zecchino. 2a Si. 2b Quattrini: centesimi romani. 3 Grosso: moneta d’argento da cinque baiocchi. 4 Baiocco.

 

 

44. Er funtanone de Piazza Navona

 

Quann’era vivo er nonno de la zia
der compare der zoscero 1a de Nina,
cqua da Piazza Navona a Tormellina 1
ciassuccesse 2 un tumurto e un parapîa. 3

 

Pe ccausa che un’orrenna carestia
de punt’in bianco 4 un giuveddí a mmatina
mannò 5 a cquattro bboécchi 6 la vaccina 7
senza nemmanco dì Ggesú e mmaria. 8

 

T’abbasti a ddí cch’edè la ribbijjone, 9
che ccor una serciata a cquer pupazzo 10
je fesceno sartà 11 nnetto er detone. 12

 

Chi ddà la corpa 13 a un boccio, 14 chi a un regazzo:
ma er fatt’è cche cquell’omo 15 ar funtanone
pare che ddichi 16: A vvoi; quattro der cazzo! 17

 

10 settembre 1830 - Der medemo

 

 1a Suocero. 1 Torre Millina, così detta dalla famiglia Millini. 2 Ci successe. 3 Parapiglia. 4 All’improvviso. 5 Mandò, fece salire. 6 Baiocchi. 7 La carne vaccina. 8 Senza nemmeno dire, etc., frase presa dal silenzio di chi muore di apoplessia fulminante. Qui vale «immediatamente». 9 Basti ciò per dire cos’è la ribellione. 10 Una delle quattro statue colossali rappresentanti i quattro principali fiumi della terra, le quali decorano la gran fontana del Bernini. 11 Gli fecero saltar via. 12 Il pollice. 13 Colpa. 14 Vecchio. 15 Vedi la nota 10. 16 Dica. 17 Ironia di quattro soli. Si pretende che questo fatto sia realmente accaduto così.

 

 

45. Capa

 

Ma cche tte ne vôi fà dde sta schifenza
bbastardaccia d’un mulo e dde ’na vacca?
Si ccerchi l’arma 1 de ’na bona stacca, 2
te la trov’io, che ce pôi stà in cuscenza.

 

Quella ha un buscio, peddìo, ch’è ’na dispenza,
cqua cce trovi un buscetto che tte stracca:
co cquesta se dà ssotto e sse panacca, 3
coll’antra fai peccato e ppenitenza.

 

La tua? Madonna! nun tiè mmanco chiappe,
e cquer pellame mosscio che jje penne, 4
je fa immezzo a le cossce er lippe-lappe. 5

 

Ma dde culo la mia sce n’ha dda venne; 6
je scrocchieno 7 le zinne com’e ffrappe; 8
e cquer ch’è ppiú da dí, nnun ce se spenne. 9

 

25 agosto 1830 - Der medemo

 

 1 Quest’arma è come un ripieno, una parola destinata a dar più forza e rilievo al soggetto col quale ha relazione, quasi dicesse: «un bel pezzo di stacca». 2 Stacca, giovane cavalla, per «forte donzella». 3 Si pararca. Panarrare: mangiare con gusto e sapore. 4 Penne: pende. 5 Dondolando le va. 6 Venne: vendere. 7 Le croccano. 8 Frappe: certa pasta frastagliata e fritta. 9 Nun ce se spenne: non ci si spende.

 

 

46. Maggnera vecchia pe ttiggne la lana nova

 

Jerzéra 1 er mi’ padrone co cquer callo
vorze 1a annà a l’accademia tibburtina, 1b
pe ssentí a rescità ’na rajjatina
d’un Zomaro che cqui ccanta da Gallo. 2

 

Avanti a ’na garafa de cristallo,
tra ddu’ cannéle 2a de ceraccia fina,
se messe 2b quer cazzaccio in cremesina 2c
a inzeggnà a ttiggne er rosso, er nero, er giallo.

 

Pe ddà mmejjo a la lana oggni colore
cià un zegreto quer fijjo de puttana,
che lo sa ’ggni regazzo de tintore.

 

Ma ddicheno che ll’antra settimana
je l’abbi commannato un Monziggnore, 3
discenno: «Tocca a vvoi, sor bona-lana».

 

1830 - De Peppe er tosto

 

 1 La sera de… 1830. 1a Volle. 1b Tiberina. 2 Il già Luigi Gallo servente dell’ospedale di San Giovanni, oggi Marchese del Gallo per virtù di regola del 5, cioè da furti. 2a Candele. 2b Ci mise. 2c In sommo grado. 3 Monsignor Niccola Nicolai.

 

 

47. Campidojjo

 

Ecchesce ar Campidojjo, indove Tito
venné a mmercato tanta ggente abbrea.
Questa se chiama la rupa tarpea
dove Creopatra bbuttò ggiú er marito.

 

Marcurèlio sta llà ttutto vestito
senza pavura un cazzo de tropea. 1a
E un giorno, disce er zor abbate Fea, 1b
c’ha da èsse oro infinamente a un dito.

 

E si ttu gguardi er culo der cavallo
e la faccia dell’omo, quarche innizzio
già vederai de scappà ffora er giallo.

 

Quanno è poi tutta d’oro, addio Donizzio:
se va a ffà fotte puro er piedistallo,
ché amanca poco ar giorno der giudizzio. 1

 

10 settembre 1830 - De Peppe er tosto

 

 1a Temporale improvviso e passeggiero. 1b Archeologo e Commissario delle Antichità. 1 Crede il popolo che questa statua equestre di Marco Aurelio contenga in massa dell’oro il quale sotto l’azione dell’atmosfera si vada a poco a poco scoprendo. Sono gli avanzi dell’antica doratura rimasti nelle parti più difese del colosso. Allorché l’oro sarà tutto in luce, accadrà il giudizio universale.

 

 

48. Li cattivi ugùri 1a

Sonetti tre

 

Sò le corna d’Aronne! 1 De sti fatti
tu nu ne sai nemmanco mezza messa.
Lo vôi 2 sapé pperché a Lluscia l’ostessa
j’anno arubbato tutt’e ttre li gatti?

 

Lo vòi sapé pperch’ha ddu’ fijji matti?
Perché ha pperza 3 cor prete la scommessa?
Perché er curiale pe ’na callalessa 4
j’ha maggnato la dota a ttutti patti?

 

Lo vôi sapé pperché jj’è mmorto l’oste?
Perché ll’antra 5 ostaria de zi’ Pasquale
j’è arivata a llevà ttutte le poste?

 

È pperché un anno fa dde carnovale
ner conní 6 ll’inzalata e ll’ova toste,
svorticò 7 la luscerna e sverzò 8 er zale.

 

10 settembre 1830 - De Peppe er tosto

 

 1a Augùri. 1 Sono, etc.: Frase di opposizione all’altrui sentimento. 2 Vuoi. 3 Perduta. 4 Per un nonnula. 5 L’altra. 6 Nel condire. 7 Rovesciò. 8 Versò.

 

 

49. L’oste a ssu’ fijja

 

Povera ggente! Uhm! ponno chiude 1 casa,
si 2 ssopra scià 3 cantato la sciovetta: 4
se 5 ponno aspettà ppuro 6 una saetta,
come si ffussi 7 un osso de scerasa. 8

 

Nun lo vedi quer cane com’annasa?
Che seggn’è? la commare 9 che tt’aspetta.
E nnun zò 10 cciarle: che ggià gglieri 11 a Bbetta 12
j’ha sparato 13 la frebbe, 14 e jj’è arimasa. 15

 

Eh ssi a mmettese 16 addosso a ’na famijja
viè la sciangherangà, 17 bz, 18 bbona notte:
sce fioccheno 19 li guai co la mantijja. 20

 

Mo vva a mmale un barile, oggi una bbotte,
domani la cantina; e vvia via, fijja,
pe sta strada che cqui tte va’ a ffà fotte. 21

 

10 settembre 1830 - Der medemo

 

 1 Chiudere. 2 Se. 3 Ci ha. 4 Civetta. 5 Si. 6 Pure. 7 Se fosse. 8 Di ciliegia. 9 La morte. 10 Non sono. 11 Ieri. 12 A Elisabetta. 13 L’è scoppiata. 14 Febbre. 15 L’è rimasta, le dura. 16 A mettersi. 17 Viene la sventura. 18 Il suono di un bacio che i Romaneschi si danno sull’estremità de’ cinque diti raccolti insieme, per esprimere non esserci più rimedio. 19 Ci fioccano. 20 Guai solenni. 21 Ti vai a far fottere, vai in rovina.

 

 

50. Lo sposalizzio de Tuta

 

Ma cce voi fà un bucale, 1 che Ggiartruda
nun passa un mese o ddua che sse ne pente?
Tu ste parole mia tiettele a mmente,
e nun te bburlo quant’è vvero Ggiuda.

 

Di’: cquann’è ccotto l’ovo? quanno suda.
Chi ccommanna a l’urione? 2 er Presidente.
Ch’edè 3 ar muro sta strisscia luccichente? 4
Cià 5 ccamminato la lumaca iggnuda.

 

Er monno lo conosco, sai Ggiuvanni?
Si 6 sposa 7 venardí Ttuta Bber-pelo 7a
sce s’abbusca 8 ’na frega 9 de malanni.

 

Né de Venere, cazzo, né de Marte
(e li proverbi sò ccom’er Vangelo),
nun ze 10 sposa, peccristo, e nnun ze parte.

 

10 settembre 1830 - De Peppe er tosto

 

 1 Ma ci vuoi fare un boccale? Vuoi scommetterci un boccale? 2 Al rione. 3 Che è. 4 Luccicante. 5 Ci ha. 6 Se. 7 Pronunzia con la o chiusa. 7a Bel-pelo. 8 Ci busca. 9 Un cumulo. 10 Non si.

 

 

51. A Checco

 

Jeri, all’orloggio de la Cchiesa Nova,
fra Luca incontrò Agnesa co la brocca.
Dice: «Beato lui», dice, «a chi tocca»,
dice, «e nun sa ch’edè chi nu lo prova».

 

Risponne lei, dice: «Chi cerca, trova;
ma a me», dice, «puliteve la bocca».
«Aùh», dicéee... «e perché nun te fai biocca?»
«Eh», dice, «e chi me mette sotto l’ova?»

 

«Ce n’ho io», dice, «un paro fresche vive»,
dice, «e ttamante, e tutt’e ddua ’ngallate:
le vôi sperà si ssò bbone o ccattive?»

 

Checco, te pensi che nun l’ha pijjate?
Ah 1 llei pe nnun sapé legge né scrive,
ha vorzuto assaggià l’ova der frate.

 

10 settembre 1830 - De Peppe er tosto

 

 1 Pronunziato vibrato con fretta e scuotendo vivamente il capo, vale condanna dell’opinione altrui.

 

 

52. L’orecchie de mercante

 

Ggiuvenotti, chi ppaga una fujjetta? 1a
Se pôzzino a stroppià ttutti li guitti.
Eccheli sbarellati e sderelitti, 1
come l’abbi accoppati ’na saetta.

 

Quanno pagh’io, pettristo, a la Stelletta, 2
cùrreno com’aggnelli fitti fitti: 3
come poi tocca a llôro, tutti zitti.
Che bber negozzio de Maria cazzetta! 4

 

E vvoi puro 5 c’annate sempre lisscio, 6
sora faccia de culo de bbadessa,
ch’edè 7 che mmó vv’ariscallate er pisscio? 8

 

Sor abbatino, sc’è cquarche scommessa? 9
Badàmo, ch’a sto ggioco io bbusso e strisscio.
Oh annate a ppijjà er morto e a sserví mmessa.

 

Roma, 13 settembre 1830 - De Pepp’er tosto

 

 1a Foglietta. 1 Attoniti, vinti, cascanti. 2 Nome d’osteria. 3 Affollati. 4 Oh, faccio pur il bel negozio! 5 Pure. 6 Andar liscio: sottrarsi da qualche impegno. 7 Che è? Cos’è? 8 Vi adirate? 9 V’è qualche cosa da opporre?

 

 

53. La pissciata pericolosa

 

Stavo a ppisscià jjerzéra llí a lo scuro
tra Mmadama Lugrezzia 1 e ttra Ssan Marco,
quann’ecchete, affiarato 2 com’un farco,
un sguizzero 3 der Papa duro duro.

 

De posta 3a me fa sbatte 4 er cazzo ar muro,
poi vô llevamme er fongo: 5 io me l’incarco:
e cco la patta in mano pijjo l’arco
de li tre-Rre, strillanno: vienghi puro. 6

 

Me sentivo quer froscio 7 dí a le tacche 8
cor fiatone: «Tartaifel, sor paine,
pss, nun currete tante, ché ssò stracche».

 

Poi co mill’antre parole turchine 9
ciaggiontava: 10 «Viè cquà, ffijje te vacche,
che ppeveremo un pon picchier te vine».

 

Roma, 13 settembre 1830 - De Peppe er tosto

 

 1 Busto mutilato di antica statua colossale, eretto contro un muro presso la chiesa di San Marco. 2 Avventato. 3 Uno svizzero. Leone xii aveva destinato uno svizzero della sua guardia per ognuna di varie chiese, onde armato di alabarda presiedesse nell’interno al rispetto del culto e al discacciamento de’ cani, e fuori impedisse le indecenti soddisfazioni de’ bisogni naturali. 3a A prima giunta. 4 Sbattere, per «urtar contro». 5 Vuol levarmi il cappello. 6 Venga pure. 7 Tedesco. 8 Dirmi alle spalle. 9 Inintelligibili. 10 Ci aggiungeva.

 

 

54. Er confortatore

 

Sta notte a mmezza notte er carcerato
sente uprí 1 er chiavistello de le porte,
e ffasse 2 avanti un zervo de Pilato
a ddijje: 3 er fischio te condanna a mmorte.

 

Poi tra ddu’ torce de sego incerato
co ddu’ guardiani e ddu’ bbracchi de corte,
entra un confortatore ammascherato, 4
coll’occhi lustri e cco le guance storte. 5

 

Te l’abbraccica 6 ar collo a l’improviso,
strillanno: «Alegri, fijjo mio: riduna
le forze pe vvolà ssu in paradiso».

 

«Che alegri, cazzo! alegri la luna!»,
quello arisponne: «Pozziate esse acciso;
pijjatela pe vvoi tanta furtuna».

 

Roma, 13 settembre 1830 - De Pepp’er tosto

 

 1 Aprire. 2 Farsi. 3 Dirgli. 4 Coperto del suo sacco di confratello di S. Giovanni Decollato, con cappuccio. 5 In espressione di studiata compassione. 6 Abbraccia.

 

 

55. L’impiccato

 

Pe vvia de quella miggnottaccia porca
che sse fa sbatte 1 dar Cacamme in Ghetto;
e, vvàjjelo a cercà 2 ccor moccoletto,
nun tiè piú mmanco un pelo in ne la sorca;

 

che ppare, Iddio ne guardi, si sse 3 corca
un cadavero drento ar cataletto;
ecco cqui, ss’ha da vede 4 un poveretto
finí li ggiorni sui sopr’una forca!

 

Però bbeato lui che ffa sta morte!
Perché, mettemo caso 5 abbi peccati,
è ppell’anima sua propio una sorte.

 

De millanta affogati quarchiduno
se pò ssarvà: ma de scento impiccati
ammalappena se n’addanna uno.

 

Roma, 14 settembre 1830 - De Pepp’er tosto

 

 1 Si fa godere. 2 Va’ a cercarglielo. 3 Se si. 4 Vedere. 5 Supponghiamo.

 

 

56. Li conzijji 1 de mamma

 

Vedi l’appiggionante 2 c’ha ggiudizzio
come s’è ffatta presto le sscioccajje? 3
E ttu, ccojjona, 4 hai quer mazzato 5 vizzio
d’avé scrupolo inzino de le pajje! 6

 

Io nun te vojjo fà ccattiv’uffizzio,
ma indove trovi de dà ssotto, 7 dajje. 8
Si 9 un galantomo ricco vô un zervizzio,
nun je lo fà ttirà cco le tenajje.

 

T’avessi 10 da costà cquarche ffatica,
vorebbe dí: 11 mma ttu méttete 12 in voga,
eppoi chi rroppe paga: è storia antica.

 

Quanno poi vederai troppa magoga 13
tiella su e ddàlla a mmollica a mollica. 14
Chi nun z’ajjuta, fijja mia, s’affoga. 15

 

Roma, 14 settembre 1830 - De Pepp’er tosto

 

 1 Consigli. 2 Compigionale della medesima casa. 3 «Scioccaglie». 4 Stolta. 5 Mazzato, quasi «malnato, maledetto». 6 Delle paglie, dei nonnulla. 7 Dar sotto: approfittarsi alacremente dell’occasione. 8 Dagli. 9 Se. 10 Ti avesse. 11 Vorrei pur dire, vorrei pur darti ragione. 12 Mettiti. 13 Affollamento, bisbiglio. 14 Dàlla con parsimonia. 15 Proverbio.

 

 

57. L’aducazzione

 

Fijjo, nun ribbartà 1 mmai Tata tua: 2
abbada a tté, nnun te fà mmette sotto. 3
Si cquarchiduno te viè a ddà un cazzotto, 3a
lì ccallo callo 4 tu ddàjjene dua.

 

Si ppoi quarcantro porcaccio da ua 5
te sce fascessi 6 un po’ de predicotto,
dijje: «De ste raggione io me ne fotto;
iggnuno penzi a li fattacci sua». 7

 

Quanno ggiuchi un bucale a mmora, o a bboccia, 8
bbevi fijjo; e a sta ggente bbuggiarona
nu ggnene fà rrestà 9 mmanco una goccia.

 

D’esse 10 cristiano è ppuro 11 cosa bbona:
pe’ cquesto 12 hai da portà ssempre in zaccoccia
er cortello arrotato e la corona.

 

Roma, 14 settembre 1830 - De Pepp’er tosto

 

 1 Ribaltare, in senso attivo: «ismentire, rinnegare, far torto». 2 Tuo padre. 3 Non ti far soperchiare. 3a Ti viene a dare un pugno. 4 Caldo caldo: immediatamente. 5 Porco da uva. 6 Ti ci facesse. 7 Ognuno pensi ai fattacci tuoi. 8 Alla mora o a boccia. 9 Non fargliene restare. 10 D’essere. 11 Pure. 12 Perciò.

 

 

58. A le spalle de Zaccaria 1a

 

Ma Cristo pe le case! 1 è ccosa buffa
che sto fio 2 fatto a sconto de piggione,
o de riffe o de raffe, 3 inzino a mmone, 4
abbi vorzuto 5 maggnà er pane auffa. 6

 

Assòrtalo 7 da mettese 8 a ppadrone;
díjje de lavorà: jje sa de muffa.
9

Quanno nun gnene 10 dai, campa de truffa.
Cqua un prospero, 11 cquì un giulio, e llà un testone.

 

Pe mmé jje l’ho avvisato a mmi’ sorella
ch’er fijjo suo lo vedo e nnu lo vedo: 12
che jje metteno in mano le bbudella. 13

 

O vvô annà in domopietro? 14 je lo scedo; 15
me ne lavo le mano in catinella,
com’e Pponzio Pilato immezzo ar Credo.

 

Roma, 14 settembre 1830 - De Pepp’er tosto

 

 1a È detto popolare che la Beata Vergine sgravida passò tre mesi in casa di S. Elisabetta, mangiando e bevendo alle spalle di Zaccaria. 1 Semplice esclamazione, come dicesse: Ma cristo!. 2 Questo figlio. 3 O in un modo o in un altro. 4 Sino a mo: finora. 5 Abbia voluto. 6 Gratis. Vedi la nota del sonetto… 7 Esortarlo. 8 Di mettersi. 9 Gli sa ingrato. 10 Non glie ne. 11 Un papetto, v. nota del sonetto… 12 Sta in gran pericolo. 13 Lo sventrano. 14 O vuole andare in domo-petri: in prigione. 15 Vada pure, faccia il suo piacere.

 

 

59. La peracottara

 

Sto a ffà la caccia, caso che mmommone 1
passassi 2 pe dde cqua cquela pasciocca, 3
che va strillanno co ttanta de bbocca:
Sò ccanniti le pera cotte bbone. 4

 

Ché la voría 5 schiaffà 6 ddrento a ’n portone
e ppo’ ingrufalla 7 indove tocca, tocca;
sibbè che 8 mm’abbi ditto Delarocca, 9
c’ho la pulenta 10 e mmó mme viè un tincone.

 

Lei l’attaccò ll’antr’anno a ccinqu’o ssei?
Dunque che cc’è dde male si cquest’anno
se trova puro 11 chi ll’attacca a llei?

 

Le cose de sto monno accusí vvanno.
Chi ccasca casca: si cce sei sce sei. 12
Alegria! chi sse 13 scortica su’ danno.

 

Roma, 14 settembre 1830 - De Pepp’er tosto

 

 1 Caso mai or ora. 2 Passasse. 3 Paciocca: bella donna giovane e piuttosto ritondetta. 4 Sono canditi etc.: grido de’ venditori di pere cotte al forno, i quali girano nelle ore più calde della stagione estiva, dette perciò a Roma: l’ore de peracottari. 5 Vorrei. 6 Cacciare. 7 Ingrufarla: parola oscena. 8 Benché. 9 Professor chirurgo, oggi morto. 10 Gonorrea. 11 Si trova pure. 12 Se ci sei, ci sei. 13 Chi si, ecc.

 

 

60. Chi rrisica rosica 1

 

Doppo c’Adamo cominciò cco Eva
tutte le donne se sò fatte fotte, 2
e tu le pijji pe ttante marmotte
d’annalle 3 a ggiudicà cor 3a me pareva!

 

Penzi che tte se maggni 4 e tte se bbeva?
Oh vattelo a pijja 5 ddrento a ’na bbotte.
Te credi d’aspettà le peracotte? 6
Si la vôi fà bbuttà, 7 ddajje la leva.

 

Porteje un ventajjuccio, 8 un spicciatore, 9
pagheje la marenna 10 all’ostaria,
eppoi vedi si 11 è ttenera de core.

 

Te pozzo dí cche la Commare mia,
che nun aveva mai fatto l’amore,
pe un zinale me disse: accusì ssia.

 

Roma, 14 settembre 1830 - De Pepp’er tosto

 

 1 Nel rischio è il guadagno. 2 Si son fatte fottere. 3 Da andarle. 3a Col. 4 Pensi che ti divori? 5 A pigliare. 6 Aspettar le peracotte: voler i successi senza alcuna propria opera per procurarli. 7 Se la vuoi far buttar, far cedere. 8 Ventagliuccio. 9 Pettine da fissare sul capo le trecce. 10 Merenda. 11 E poi vedrai se.

 

 

6l. Devozzione

 

Chi ttiè 1a attaccato ar collo l’abbitino 1
nun poterà mmorí dde mala-morte.
Pôi, 2 pe mmodo de dí, 3 ffà l’assassino
e ridete 4 der boia e dde la corte.

 

Si ppoi sce cusci 5 er zonetto latino
che l’ha ttrovato in Palestrina 6 a ssorte
drento ar zanto seporcro un pellegrino,
7

fa’ ppuro 8 a Bberzebbú lle fuse-torte. 9

 

Ciai 10 la medajja tu dde san Venanzo
bbona pe le cascate? ebbè, ppeccristo,
prima che llassà a llei, 11 lassa da pranzo. 12

 

Ma ssai quanti miracoli sciò 13 vvisto?
Te pô ddelibberà 14 ssibbè 15 pe llanzo 16
t’annassi 17 a bbuttà ggiù dda pontesisto.

 

Roma, 14 settembre 1830 - De Pepp’er tosto

 

 1a Tiene. 1 Scapolare del Carmine. 2 Puoi. 3 Di dire. 4 Riderti. 5 Se poi ci cuci. 6 Palestina. 7 Gira certa orazione latina che si ha per pia credenza per trovata nel Santo Sepolcro. 8 Pure. 9 Corna. 10 Ci hai: hai. 11 Lasciar lei. 12 Lascia il pranzo. 13 Ci ho, ne ho. 14 Ti può liberare. 15 Benché. 16 Per dimostrazione di scherzo, per commedia. 17 Ti andassi.

 

 

62. Se ne va!

 

Co ’na scanzía 1 nell’ughela, 2 e co ttutte
le tonzíbbile 3 frasciche 4 ggiú in gola,
povera Checca! 5 nun pò dì pparola
si jje la vôi caccià ccor gammautte.

 

Fa ll’occhi luschi, 6 tiè le labbr’assciutte,
ha ’na frebbe 7 in dell’ossa che cconzola! 8
Io però tremo de ’na cosa sola,
c’oggi j’ho vvisto fasse l’ogna brutte. 9

 

Oh, cquer che ssia la cura, va bbenone.
Bast’a ddí ssi ppò mejjo esse assistita,
che vviè er medico inzino dell’Urione. 10

 

Anzi jjerzera j’ordinò ddu’ dita
de re-bbarbero 11 messo in confusione 12
drento un cucchiar d’argento 13 d’acquavita.

 

Terni, 28 settembre 1830 - De Pepp’er tosto

 

 1 Scheranzia. 2 Ugola. 3 Tonsille. 4 Fracide. 5 Accorciativo di Francesca. 6 Loschi. 7 Febbre. 8 Modo ironico. 9 Pessimo indizio di salute è per le donne l’impallidimento delle unghie, e questa è la prima cosa che osservano. 10 Ciascuno de’ 14 Rioni di Roma ha un medico, un chirurgo e uno speziale, pagati dal governo per l’assistenza gratuita ai poveri; ma la cosa va bene quando non possa proprio andar male. 11 Rabarbaro. 12 In fusione. 13 Quante volte il cucchiaio o altro simile arnese, sia di questo metallo, non si manca di farne menzione anche a scapito della frase e del senso.

 

 

63. Se n’è ito

 

Hai sentito eh? ppovero Titta er greve, 1
povera nun zia l’anima! ha spallato. 2
Ma! un giuvenotto da potesse bbeve
drento in un bicchier d’acqua, 3 eh? cche peccato!

 

Inzinenta dar giorno de la neve
se portava un catarro marcurato 4
e Ssan Giacinto 5 te l’annò a rriceve
in d’un fonno de letto ggià appestato!

 

Da ’na gnagnera 6 a un’antra, stammatina
in zanitate rospite,
7
bz!, 8 è mmorto
pien de decùpis 9 dereto a la schina. 10

 

A quiniscióra 11 fanno lo straporto 12
der corpo in forma-papera: 13 e ggià Nnina
se fa vvéde a bbraccetto 14 co lo storto.

 

Terni, 28 settembre 1830 - De Pepp’er tosto

 

 1 Greve: che affetta imponenza. 2 È morto. 3 Chi ha molta salute e floridezza, è indicato dal volgo con questa espressione. 4 Malcurato. 5 Nome di una corsia dell’Ospedale di S. Spirito, dove sono ricevuti i tisici. 6 Febbricciattola. 7 Insalutato hospite, cioè: «all’improvviso». 8 Suono del bacio, per indicare cosa fatta. 9 Decubiti. Le piaghe prodotte dal decubito sono anche esse qui dette decubiti. 10 Schiena. 11 Quindici ore. 12 Trasporto. 13 In forma pauperum. 14 Sotto al braccio, ecc.

 

 

64. La mala fine

 

Ahó Cremente, coggnosscevi Lalla 1
la mojje ch’era de padron Tartajja
prima cucchiere e ppoi mastro-de-stalla
de... aspetta un po’... der Cardinàr-Sonajja? 2

 

Bbe’, gglieri, all’ostaria, pe ffà la galla 3
e ppe la lingua sua che ccusce e ttaja,
buscò da n’antra donna de la bballa 4
’na bbotta, sarv’oggnuno, all’anguinajja.

 

A ssangue callo 5 parze 5a ggnente: abbasta, 6
quanno poi curze er cerusico Mori,
je sc’ebbe da ficcà ttanta 7 de tasta.

 

Sta in man de prete mó ppe cquanto pesa: 8
e ssi 9 la lama ha ttocco l’interiori,
Iddio nun vojji la vedemo in chiesa.

 

Terni, 29 settembre 1830 - De Pepp’er tosto

 

 1 Adelaide. 2 Del Cardinal Della Somaglia. 3 Il far la galla equivale pe’ Romani al «far la civetta». 4 Dello stesso calibro, della medesima condizione. 5 Caldo. 5a Parve. 6 Peraltro. 7 Così dicendo si indica la misura sul dito. 8 Questa espressione indica uno stato di vita così incerto e vacillante, come l’equilibrio di una bilancia che accenni a uscir di bilico. 9 Se.

 

 

65. Er pizzico

 

La sera che dall’oste ar mascherone, 1
pe ddà un pizzico in culo a Ccrementina,
annai ’n zedia papale 2 in quarantina
a lo spedàr de la Conzòlazzione:
3

 

er zor Stramonni 4 che mme visitòne 5
quelli du’ sgraffi dereto a la schina, 6
fesce: 7 «Accidenti!, cqua se va in cantina: 8
dev’esse stato un stocco bbuggiarone».

 

Po’ abboccasotto stesome in zur letto,
cominciò un buscio a frigge: e attura, e attura,
ah, sfiatava peddío come un zoffietto!

 

Inzomma in ner frattempo de la cura
nun poteva stà acceso er moccoletto!
Eppuro eccheme cquà; ggnente paura.

 

Terni, 30 settembre 1830 - De Pepp’er tosto

 

 1 Luogo di Roma. 2 Andare, ecc.: essere condotto assiso sulle mani intrecciate di due persone. 3 Ospedale presso il Foro Romano. 4 Il chirurgo Trasmondi. 5 Visitò. Raramente però i Romaneschi aggiungono questa sillaba alle parole accentuate, quando non terminino un periodo e facciano punto. 6 Schiena. 7 Disse. 8 È profondo.

 

 

66. La Providenza

 

È un ber dí 1 cc’a sto Monno sce vò 2 ssorte
si nun l’hanno antro 3 che bbaron futtuti.
Er cristiano ha da dí: «Che Ddio sciaggliuti 4
e cce pôzzi 5 scampà dda mala morte».

 

Io te l’ho appredicato tante vorte
c’a st’ora lo direbbeno li muti.
Ma ttu, ppe ggrattà er culo 6 a sti saputi,
sce schiaffi in cammio
7
«S’Iddio-vô-e-la-corte». 8

 

Sò ccazzi: 9 cquaggiù ttutto è ppremissione 9a
der Zignore sortanto, e nnun ze move
fojja che Ddio nun vojja, 10 in concrusione.

 

Abbasta d’avé ffede e ddevozzione;
e ppoi fa’ ttirà vvento e llassa piove. 11
S’Iddio serra ’na porta, opre un portone. 12

 

Terni, 29 settembre 1830 - De Pepp’er tosto

 

 1 È un bel dire. 2 Ci vuole. 3 Altro. 4 Ci aiuti. 5 Ci possa. 6 Per lusingare. 7 Ci metti invece. 8 Se Iddio vuole e la corte (cioè i birri): riserva naturalissima in chi va soggetto a due influenze, quella del Cielo cioè, e quella del delitto che fa precaria la sua libertà. 9 Sono ridicolezze; è inutile. 9a Permissione. 10 Non voglia. 11 Lascia piovere. 12 Proverbio.

 

 

67. Ce sò incappati!

 

Le tavolozze 1 2 a cquest’ora ar posto,
le bbussolette
3
ggià sse fanno avanti,
e mmó er Gesummaria e l’Agonizzanti 4
hanno messo er Zantissimo indisposto. 5

 

Domatina, ora-scèrta, 6 sti garganti 7
si nun tiengono 8 ppiù cch’er collo tosto, 9
s’hanno co cquer boccon de ferragosto 10
da cacà ll’animaccia com’e ssanti. 11

 

E ffurno lôro, sai?, c’a ddon Annibbile 12
l’assaltorno 13 in ner vicolo d’Ascanio
pe rrubbajje
14
un cuperchio de torribbile: 15

 

e jje diédeno un córpo 15a subbitanio,
che jje penneva un parmo d’intestibbile, 16
sotto ar costato cquì ppropio in ner cranio.

 

Terni, 29 settembre 1830 - De Pepp’er tosto

 

 1 Certe tavole scritte che (esposte in luoghi determinati) invitano i fedeli alla indulgenza plenaria in suffragio delle anime dei condannati, i nomi dei quali sono aggiunti al basso di esse mercé un polizzino di carta. 2 Sono. 3 Si allude alla questuazione che i confrati di alcune compagnie vanno facendo, a volto coperto, per Roma, onde suffragare le anime de’ prossimi giustiziandi. 4 Due chiese dove si prega per i condannati. 5 Esposto. 6 Hora certa, formula dell’annunzio di condanna. 7 Questi ribaldi. 8 Se non tengono. 9 Duro. 10 Con questo piccolo regalo, complimento. 11 Con tutta rassegnazione. 12 Annibale. 13 L’assaltarono. 14 Per rubargli. 15 Turibolo. 15a Coll’o chiuso: «colpo». 16 Intestino.

 

 

68. Er ricordo

 

Er giorno che impiccorno Gammardella
io m’ero propio allora accresimato.
Me pare mó, ch’er zàntolo a mmercato
me pagò un zartapicchio 1 e ’na sciammella. 1a

 

Mi’ padre pijjò ppoi la carrettella,
ma pprima vorze gode 1b l’impiccato:
e mme tieneva in arto inarberato
discenno: «Va’ la forca cuant’è bbella!».

 

Tutt’a un tempo ar paziente Mastro Titta 2
j’appoggiò un carcio in culo, e Ttata a mmene 3
un schiaffone a la guancia de mandritta.

 

«Pijja», me disse, «e aricordete bbene
che sta fine medema sce sta scritta
pe mmill’antri 4 che ssò mmejjo de tene». 5

 

Terni, 29 settembre 1830 - De Pepp’er tosto

 

 1 Un balocco che salta per via d’elastici. 1a Ciambella. 1b Volle godere. 2 Il carnefice è a Roma conosciuto sotto questo nome. 3 Me. 4 Altri. 5 Te.

 

 

69. La ggiustizzia de Gammardella

 

Cuanno che vvedde 1 che a scannà un busciardo
Gammardella ebbe torto cor governo,
nun vorze un cazzo convertisse; 2 e ssardo 3
morse 4 strillanno vennetta abbeterno. 5

 

Svortato 6 allora er beato Leonardo 7
a le ggente che tutti lo vederno, 8
disse: «Popolo mio, pe sto ribbardo 9
nun pregate piú Iddio: ggià sta a l’inferno».

 

Ebbè, cquelle du’ chiacchiere intratanto
j’hanno incajjato un pezzo de proscesso
che sse stampava pe ccreallo santo.

 

L’avocato der diavolo 10 fa er fesso 11
co sti rampini; 12 ma ppò ddí antrettanto, 13
s’ha da santificà ffussi 14 de ggesso!

 

Terni, 30 settembre 1830 - De Pepp’er tosto

 

 1 Vide. 2 Non volle affatto convertirsi. 3 Saldo. 4 Morì. 5 In eterno. 6 Rivolto. 7 Il beato Leonardo da Porto Maurizio. 8 Videro. 9 Ribaldo. 10 Così chiamasi l’Avvocato che impugna, ecc. 11 Il duro. 12 Cavilli. 13 Può dire enziandio altrettanto. 14 Fosse.

 

 

70. La proferta

 

Bella zitella, fu tteta o fu ttuta? 1
Chi v’ha mmesso la cavola a la bbotte?
Accapo ar letto mio tutta sta notte
v’ho intesa tritticà 2 ssempre a la muta.

 

Eh, un’antra vorta che vve sii vienuta
la vojja d’ariocà 3 cco cquattro bbôtte,
ditelo a mmé, cché jje darò la muta
pe ccompità con voi F, O, T, fotte.

 

Er mi’ cavicchio nun è ttanto struscio, 4
che nun pôzzi serví (ssarvo disgrazzia)
pe bbatte sodo e ppe atturavve er buscio.

 

E cciaverete poi de careggrazzia,
doppo sentito come sgarro e scuscio,
de vienimme a rrichiede 5 er nerbigrazzia.

 

Terni, 10 settembre 1830 - De Pepp’er tosto

 

 1 Tèta è un accorciativo di Teresa, e Tuta di Geltrude. Pronunziati con la voce fu, n’esce un suono equivoco onde si fa sarcasmo verso qualche donna creduta, ecc. 2 Tremolare. 3 Ripetere il giuoco. 4 Logoro. 5 Di venire a richiedere.

 

 

71. In acqua lagrimar’in valle 1

 

Fàcce mente-locanna, 2 mastro Meo,
e tt’aricorderai, si nun zei cêscio, 3
ch’er zito indove famio 4 a ccavacescio 5
è er muro de San Neo e Ttacchineo. 6

 

Anzi in cuer logo ar fîo 7 de Zebbedeo,
per imparajje un giorno a ttiené ccescio, 8
je dassi 9 tu ’na sscivolata a sbiescio, 10
che cce schioppò pe tterra er culiseo.

 

Che ttempi! ahù! cchi l’aripijja? Bbrega? 11
Mó tte schiatti e ffatichi e sta’ ar fettone, 12
e ttanto o Cristo o er diavolo te frega. 13

 

La mojje, er cavalletto, la piggione,
er Curato... oh ssciroppete sta bbega 14
senza sputatte 15 fedigo 16 e ppormone!

 

Terni, 4 ottobre 1830 - De Pepp’er tosto

 

 1 In hac lacrymarum valle. 2 Facci mente locale. 3 Imbecille. 4 Facevano. 5 Cavaceci. 6 SS. Nereo ed Achilleo. 7 Figlio. 8 Tener cecio, cioè: «conservare i segreti». 9 Dasti. 10 A sghembo. 11 Personaggio immaginario che equivale a «nessuno». 12 Stai assegnato. 13 Ti corbella. 14 Oh togliti su questa serie di guai. 15 Sputarti. 16 Fegato.

 

 

72. Zi’ Checca ar nipote ammojjato

 

Dico ’na cosa che nnun è bbuscía…
Tu vvedi che ttu’ fijjo è grann’e ggrosso,
e nnu jje metti ggnisun’arte addosso?
Ma ssi ttu mmori che ha da fà? la spia?

 

Nun c’è antro che ggioco, arme, ostaria,
donne, sicario 1... e nnun z’abbusca un grosso!
Ah! un giorno o ll’antro ha da cascà in d’un fosso
da fatte piaggne; e tte lo disce zia.

 

Sempre compaggni! e cche schiume, fratello!
Puh, llibberàmus domminé! Ll’abbrei
sò ppiú ccristiani e cciànno ppiú cciarvello.

 

Pe ’ggni cantone ne tiè ccinqu’o ssei:
vedi che scôla! Come disce quello?
Di’ ccon chì vvai, e tte dirò cchi ssei.

 

Terni, 4 ottobre 1830 - De Pepp’er tosto

 

 1 Sigaro.

 

 

73. Li comparatichi

 

Dìmme che nun zò Ppeppe si a cquer tufo
nu jje fo aricacà quer che mme maggna.
San Giuanni peddío nun vò tracagna. 1
Credeme, Titta 2 mia, propio sò stufo.

 

Si la Commar Antonia io me l’ingrufo,
lui perché fa lo sscioto 3 e ppoi se laggna?
Chi er cane nu lo vò ttienghi la caggna:
una cosa è cciovetta, e un’antra è ggufo.

 

Ma cquello vò confonne Ottobre e Mmarzo,
sammaritani, scribbi e ffarisei,
per avé sempre lesto er carciofarzo. 4

 

Io pago la piggione a llui e llei,
io je do er tozzo, io li vesto, io li carzo,
e llui me vô scoccià lli zzebbedei. 5

 

Terni, 4 ottobre 1830 - De Pepp’er tosto

 

 1 San Giovanni battezzatore di Cristo è il protettore dei comparatichi. San Giuvanni non vò tracaggna, cioè «Fra compari non deve entrar fraude». 2 Giovanbattista. 3 Il semplice. 4 Mala azione. 5 Vedine il senso nel son. n. …

 

 

74. Facche e tterefacche 1

 

Quella bbocca a ssciarpella, 2 che a vvedello 3
pare un spacco per dio de callarosta, 4
oppuramente 5 er buscio 6 de la posta,
o er culetto de quarche bberzitello; 7

 

e nun ha avuto mo la faccia tosta 8
de chiamamme 9 carnaccia de mascello?
Ma io nun dubbità cche llí bberbello 10
j’ho detto er fatto mio bbotta-e-rrisposta.

 

Quanno ha ssentito er nome de le feste, 11
lui è rrimasto un pizzico de sale: 12
ché lo sa cchi è sto fusto, 13 si ho le creste. 14

 

Oh vvedi un po’! nnun ce sarebbe male!
Ma ffa’ cche vvienghi 15 a scaricà le sceste, 16
te lo fo ttommolà 17 ggiú ppe le scale.

 

Terni, 4 ottobre 1830 - De Pepp’er tosto

 

 1 Fac et refac: La compensazione. 2 Bocca torta. 3 Vederlo. 4 Caldarrosto. 5 Oppure. 6 Il buco. 7 Ragazzo. 8 La sfrontatezza. 9 Di chiamarmi. 10 Belbello. 11 Dare altrui il nome delle feste: ingiuriarlo. 12 È rimasto avvilito. 13 Chi sono io. 14 Se sono irritata. 15 Venga. 16 Scaricar le ceste: qui per… 17 Tombolare.

 

 

75. Ar bervedé 1 tte vojjo

 

Sor chirico Mazzola, 2 a la grazzietta:
che! nun annamo a ppiazza Montanara
pe ssentí a ddí cquella facciaccia amara:
Tenerell’e cchi vvô la scicurietta?
3

 

Sí! ffatteve tirà un po’ la carzetta 4
pe ccurre da la vostra scicoriara!
Ve vojjo bbene cor pumperumpara! 5
Cuann’è Nnatale ve ne do una fetta. 6

 

Eh vvia, ché ggià sse sa ttutto l’intreccio:
a mmezza vita sce sugate er mèle,
e ppiú ssú ffate er pane casareccio. 7

 

Ammannite però cquattro cannéle;
e cquanno vierà er tempo der libbeccio 8
pijjateje un alloggio a Ssan Micchele. 9

 

Terni, 4 ottobre 1830 - De Pepp’er tosto

 

 1 Vedi il sonetto… 2 Nome di scherno che si da a’ chierici. 3 Grido de’ cicoriari. 4 Fatevi un po’ pregare. 5 Espressione derisoria. 6 Cioè di pangiallo. 7 Maneggiate le poppe. 8 Tempo sinistro. 9 Vedi sonetto…

 

 

76. Un’opera de misericordia

 

Nun annà appresso a Ttuta, ché cco cquella
se vede bbazzicà 1 sempre un zordato;
e ddicheno che un fir de puttanella
je s’è da quarche ttempo appiccicato.

 

Mezz’anno fa ppe ccerta marachella 2
annò a Ssan Rocco 3 a spese der curato;
e tu tte fidi ar nome de zitella?
Omo avvisato è ggià mmezzo sarvato.

 

Pe mmé è una santa donna; ma ll’ho ddetto,
la ggente sciarla: e ppe ffàlla segreta
nun je se pô appricà mmica er lucchetto.

 

Fàcce, 4 si cce vòi fà, sseta-moneta;
fàcce a nisconnarello e a pizzichetto; 5
ma nun metteje 6 anello in ne le déta.

 

Terni, 5 ottobre 1830 - De Pepp’er tosto

 

 1 Praticare. 2 Intrigo. 3 Ospizio pei parti segreti. 4 Facci. 5 Tre giuochi fanciulle. 6 Non metterle.

 

 

77. Te lo dico pe bbene

 

Che! ancora nu lo sai che cquella vacca,
parlanno co li debbiti arispetti,
incomincia a ttrattà li pasticcetti, 1
e pe cquesto arza quer tantin de cacca? 2

 

Fa’ a mmodo mio, tu pijjela a la stracca; 3
ma abbadamo a le punte de li tetti,
perché tt’ha da infirzà ttanti cornetti
pe cquanti peli tiè nne la patacca.

 

Tira avanti accusí: ttiètte le mano; 3
ché ppoi co tté cce ggiucheranno a ppalla,
si scappi la patente de roffiano.

 

Bbatti la piastra mo ssino ch’è ccalla.
No? bbravo, Meo: 4 te stimo da cristiano! 3
Fa’ scappà er bove, e ppoi serra la stalla. 5

 

Terni, 6 ottobre 1830

 

 1 Zerbinetti. 2 Albagia. 3 Modi ironici di consiglio. 4 Accorciativo di Bartolomeo. 5 Proverbio.

 

 

78. Er zervitore inzonnolito

 

Sò ccinque notte o ssei che la padrona,
pe vvia de quer gruggnaccio d’accidente
che mmó jje fa dda cavajjer zerpente, 1
me lassa a ccontà oggn’ora che Ddio sona.

 

Te pare carità?... cche! sse cojjona?
Come si er giorno nun fascessi ggnente!
Ma stasera, o sservente o nun zervente,
vojjo fà ’na dormita bbuggiarona.

 

Lei che ss’arza ’ggnisempre a mmezzoggiorno,
a cchi sta ssú dda lo schioppà ddell’arba 2
o nun ce pensa, o nun je preme un corno.

 

Me liscenzio: er crepà ppoco m’aggarba.
De llà nun c’è ccarrozza de ritorno.
E cquanno sò mmort’io, damme de bbarba.

 

Terni, 6 ottobre 1830

 

 1 Serpente, ironia di «servente». 2 Dal sorgere dell’alba.

 

 

79. La protennente 1

 

Ma nnun je róppe er prezzo, 2 ché ssei bella:
tirete sú le carzette de seta: 3
fà buttà indove passi la mortella: 4
fàtte incide una statua de greta.

 

Quanto faressi mejjo a statte quieta,
e arisparmiatte er fiato a le bbudella!
Co cquella faccia de scipoll’e bbieta 5
sai chi mme pari a mmé? Ciunciurumella. 6

 

Sú, smena er fiocco, 7 bbellezza der monno,
strigni er bocchino! Auffa 8 li meloni!
e si auffa la dài manco la vonno.

 

Ciài pijjato davero pe ccojjoni?
Erbetta mia, te conoscemo 9 a ffonno.
Mmaschera sai ch’edè? ttu nun me soni.

 

9 ottobre 1830

 

 1 La pretendente: vana. 2 Non avvilirti. 3 Dicesi a chi si attribuisce un grado che non gli compete. 4 Segno di festa. 5 Bietola. 6 Era così soprannominata una sozza donnaccia da trivio. 7 Dimena, agita l’ano, come chi si pavoneggia. 8 Dell’aufo, gratis, veggasi la nota… del sonetto… 9 Ti conosco, erbetta: così avvisansi coloro che credonsi riputati da per più.

 

 

80. Lo Sposo c’aspetta la Sposa pe sposà 1

 

Lí ffora nun c’è un cazzo c’arifiati:
qua ddrento nun c’è un’anima vivente.
Dove diavolo mó sse sò fficcati,
je pijja a ttutti quanti ’n accidente?

 

Che sserve de stà a ffà ppiú l’ammazzati,
si nun ze sente un cane nun ze sente!
Oh, ssai che ffàmo? annamescene in prati 2
a ggiucà a bboccia e ppoi... Zitto! viè ggente.

 

Ma bbuggiaratte, Iddio te bbenedichi,
è un anno che ssagrato 3 a la parrocchia,
che mommó rriviè er tempo de li fichi.

 

Sí, ffamme sceggne er latte a le ginocchia! 4
Lo sai perché tte sposo? pe l’amichi:
c’ar fuso mio nun pò mmancà cconocchia. 5

 

9 ottobre 1830

 

 1 Sposo, ecc., colla o stretta. 2 Adiacenze del castello S. Angiolo, già Mole Adriana. 3 Bestemmio. 4 Fammi nausea. 5 Equivoco; e vale: «Ti sposo in grazia degli amici, che mi v’inducono, ecc.»

 

 

81. Li frati

 

Sora Terresa mia sora Terresa,
io ve vorrebbe vede appersuasa
de nun favve ggirà ffrati pe ccasa,
ché li frati sò rrobba pe la cchiesa.

 

Lo so bbè io sta ggente cuer che pesa
e cquanto è roppicula e fficcanasa!
Eppoi bbasta a vvedé ccom’è arimasa
co cquer patrasso 1 la commare Aggnesa.

 

Sti torzonacci pe arrivà ar patume 2
te fanno punti d’oro; e appena er fosso
l’hanno sartato, pff, 3 tutto va in fume.

 

C’è da facce 4 in cusscenza un fianco grosso!
Ortre ar tanfetto poi der suscidume
de sudaticcio concallato
5
addosso.

 

9 ottobre 1830

 

 1 Padre graduato. 2 Carne delle parti, ecc. 3 Suono di un gas compresso che sventa. 4 Farci. 5 Sudore in fermento.

 

 

82. Er ricurzo

 

Ch’edè e cche nun è, 1 ecchete un giorno
che ffâmio 2 a gatta-sceca-chi-t’ha-ddato, 3
una man de giandarmi se n’entrorno
coll’ordine de facce er percurato. 4

 

Senza dicce nemmanco: si’ ammazzato, 5
aggnédero 6 freganno 7 attorn’attorno;
e smòsseno inzinenta er tavolato,
ma grazziaddio senza trovacce un corno.

 

Io fesce stenne a ppiazza montanara 8
p’er general Quitolli 9 un mormoriale, 10
che jje l’aggnede a ddà la lavannara,

 

discennoje accusí: «Ssor generale,
cuesta pe ddio sagrato è una cagnara:
ché de la grazzia eccetera. 11 Pasquale».

 

9 ottobre 1830

 

 1 All’improvviso senza sapere che si fosse. 2 Facevamo. 3 Vedi nota del Sonetto… 4 Perquiratur: perquisizione. 5 Senza neppur dirci motto, senza pur salutarci. 6 Andarono. 7 Frugando. 8 V. nota del sonetto… 9 Il generale Sesto Miollis, già Governatore degli Stati Romani sotto il Governo Napoleonico. Il popolo lo chiamava Miòdine, Quitòllis e Quitòlli. 10 Memoriale. 11 Finale di tutte le suppliche romane.

 

 

83. Un miracolo grosso

 

Pijjate un grancio: er fatto der dragone
nun fu un cazzo 1 a Ssan Chirico e Ggiuditta. 2
Ditelo a mmé, cche mme l’ha ddetto Titta
che jje l’ha ddetto Bbonziggnor Ciardone! 3

 

Voi ’ntennete de quer che ssan Leone,
doppo avé lletto un po’ de carta scritta,
lo portò ccor detino de mandritta
a spasso a spasso com’un can barbone?

 

Manco male! Ebbè, er fatto, sor Felisce
mia, fu assuccesso ggiù a Campo Vaccino
sott’a Ssanta Maria l’imperatrisce. 4

 

Cosa sa ffà la fede! Un cordoncino
regge 5 un dragone, che er barbiere disce
nun potería legà mmanco un cudino. 6

 

10 ottobre 1830

 

 1 Affatto. 2 SS. Quirico e Giuditta. 3 Ciardone, per «Giardoni». 4 Santa Maria Liberatrice. 5 Reggere. 6 Codino.

 

 

84. Fremma, fremma

 

Ohó! ohó! prr! 1 come vai de trotto!
Abbada a tté dde nun buttà la soma.
Ch’edè sta furia? Adascio Bbiascio: 2 Roma
mica se frabbicò tutt’in un botto.

 

Chi poteva sapé che tt’eri cotto
de sta maggnèra pe la fìa de Moma? 3
Che vvolevi pe llei fà Rroma e ttoma 2
senza conosce cuer che ccova sotto?

 

La donna, fijjo, è ccome la castagna, 2
disceveno Bertollo e Bertollino: 4
bbella de fora, e ddrento ha la magaggna.

 

A la prima ostaria scerchi er bon vino?! 2
Si ddarai tempo averai la cuccagna, 2
e mmaggnerai li tordi uno a cquadrino. 2

 

10 ottobre 1830

 

 1 Suono delle ruote di un carro in fuga. 2 Tutti modi proverbiali. 3 La figlia di Girolama. 4 Bertoldo e Bertoldino, scaltri contadini, eroi di una leggenda, ridotta poi in versi da una società di valenti poeti.

 

 

85. Le mano a vvoi e la bbocca a la mmerda

 

Ajjo, 1 cazzo! che ppizzico puttano!
Te penzeressi 2 ch’abbi er cul de pajja?
È tutta sciccia; e nun ce porto majja,
antro che 3 sto boccon de taffettano.

 

Co la bbocca, va bbe’, ddimme canajja,
e ppú... e bbú..., mma ttiètte a tté le mano.
Giochi de mano, ggiochi da villano;
e la tua pare propio una tenajja.

 

Fermo, ve dico, sor faccia ggialluta.
Fateve arreto; e ssi vve piasce er mollo,
annate a smaneggià le chiappe a Ttuta.

 

Te seggno, Pippo ve’! Pippo, te bbollo.
Te ne vai? famme sta grazzia futtuta.
Sia laüdat’Iddio! Rotta de collo!

 

10 ottobre 1830

 

 1 «Ahi». 2 Penseresti. 3 Fuorché.

 

 

86. Audace fortuna ggiubba tibbidosque de pelle 1

 

Che sserve, è ll’asso! 2 Guardeje in ner busto
si cche ggrazzia de ddio sce tiè anniscosta.
Sangue d’un dua com’ha da êsse tosta!
Quanto ha da spiggne! ah bbenemio, che ggusto!

 

Si cce potessi intrufolà 3 sto fusto,
me vorrebbe ggiucà ppropio una costa
che cce faria de risbarzo e dde posta
diesci volate l’ora ggiusto ggiusto.

 

Tre nnotte sciò portato er zor Badasco 4
a ffà ’na schitarrata co li fiocchi,
perché vviènghi a ccapì che mme ne casco. 4a

 

Mó vvojjo bbatte, 5 e bbuggiarà li ssciocchi.
E cche mmale sarà? de facce 6 fiasco?
’Na provatura costa du’ bbajocchi.

 

11 ottobre 1830 - De Peppe er tosto

 

 1 «Audaces fortuna iuvat, timidosque repellit». 2 Esser l’asso, vale «essere il primo in checchessia». 3 Ficcar dentro. 4 Badaschi: cognome di un piccolo uomo colle gambe torte, il quale suona bene la chitarra. 4a Muoio d’amore. 5 Battere: far la dichiarazione. 6 Farci.

 

 

87. Er contratempo

 

Ecco cqui er bene come incominciò
co la cuggnata de Chicchirichí.
Fascemio a ggatta-sceca cor zizzi, 1
a ccasa de la sgrinfia de Ciosciò.

 

Toccava er giro a llei: me s’appoggiò
co cquer tibbi de culo a ssede cqui.
Nun zerv’antro: de sbarzo se svejjò
mi’ fratelluccio che stava a ddormí.

 

Sentenno quer lavoro sott’a ssé,
lei s’intese le carne a ffriccicà,
e arzò la testa pe ffà un po’ ccescé. 2

 

Io me diede a ccapí cch’ero io llà:
allora, a cquer c’ha cconfessato a me,
lei fesce 3 in core: «Je la vojjo dà».

 

11 ottobre 1830

 

 1 Giuoco di compagnia. Una persona bendata va in giro assidendosi, or qua or là, sulle ginocchia di questo o di quello. Profferisce col solo sibilo dei denti quelle due sillabe zizi, e ad una eguale risposta di colui o di colei su cui siede, deve indovinare chi sia. Se indovina, passa la sua benda a chi si fece conoscere, altrimenti segue il suo giro. 2 Far cecé: traguardare da uno spiraglio. 3 Disse.

 

 

88. Che disgrazzia!

 

1 li peccati mii, fijja: pascenza! 2
Io te l’avevo trovo 3 a mmutà stato,
cor un omo de garbo e de cusscenza,
e ’r mejjo nu lo sai: ricco sfonnato.

 

Che ccasa! che ccantina! che ddispenza!
C’è llatte de formica, oro colato.
Ah! ppropio era pe tté una providenza
da fà ccrepà d’invidia er viscinato.

 

Pe ccaparra, ecco cqui, mm’ero ggià ppresi
sti sei ggnocchi; 4 e tte sento stammatina
rigràvida mommó 5 dde scinque mesi.

 

C’avevo da sapé 6 cche la spazzina 7
te fasceva parlà cco li francesi?
Fàmme indovina ché tte fo rreggina. 8

 

Roma, 12 ottobre 1830 - De Pepp’er tosto

 

1 Sono. 2 Pazienza. 3 Trovato. 4 Scudi. 5 Oggimai. 6 Come avevo io da sapere. 7 Spazzina: venditrice di minuti oggetti, per lo più ad uso di donne. 8 Fammi, ecc.: proverbio.

 

 

89. Ce conoscemo

 

Bella zitella che ffate a ppiastrella
cor fijjo der Ré, 1 pss, 2 dite, nun sbajjo?
sete voi quella che la date a ttajjo,
viscin’all’arco della Regginella?

 

Pasciocchettuccia 3 mia, quanto sei bbella!
Ahú, fedigo fritto, 3 spicchio d’ajjo, 3
quanno che vvedo a voi tutto me squajjo 3
in acquetta de cul de rondinella.

 

Eh voi, s’aggiusta inzomma sto negozzio?
Se poderebbe fà sto pangrattato? 4
Me crepa er core de vedevve in ozzio.

 

Ma ssèntila! nnun vò pperché è ppeccato!
Oh ddatela a d’intenne ar zor Mammozzio:
gallina che nun becca ha ggià bbeccato. 4a

 

12 ottobre 1830 - De Pepp’er tosto

 

 1 Detto popolare. 2 Suono di chiamata. 3 Modi accarezzativi. 4 Accordo. 4a Proverbio.

 

 

90. L’inzogno

 

Ner zoggnamme stanotte l’esattore,
m’ero tirato a lletto in pizzo in pizzo,
finarmente che sscivolo, e tte schizzo
propio cor culo in cima ar pisciatore.

 

Un coccio piú ttajjente d’un rasore
m’ha sbuggiarato tutto er cuderizzo;
e mmo mme se fa nero com’un tizzo,
e cce sento un inferno de bbrusciore.

 

Madama Squinzia, 1 che a cquer zerra serra
se svejjò ppuro lei, come una matta
se messe a ride de vedemme in terra.

 

Io je scarico allora una ciavatta;
e llei butta er lenzolo, e me s’afferra
su li tre appiggionanti de la patta.

 

13 ottobre 1830

 

 1 Nome di scherno.

 

 

91. Er cotto sporpato 1

 

Evviva er zor-Don-Dezzio-co-le-mela!
Ste strade sce l’avete ariserciate… 2
Ah, ddiscevo accusí de scèrta tela 3
che sse venneva sulle cantonate.

 

Dite la verità, ttanto ve pela? 4
Sú ffateve usscí er rospo, 5 vommitate: 6
eh vvia, co’ nnoi cucchieri ste frustate? 7
Cascate male assai: 8 semo de vela. 9

 

Pare che cquanno ve smicciate 10 quella
benedetta-pòzz’-èsse, for dall’occhi
ve vojji schizzà vvia la coratella.

 

Pare c’avete d’aspettà li ggnocchi! 11
V’annerebbe un bocchino, 12 eh sor Brighella?
Oh annateve a ccerca cchi vve l’immocchi. 13

 

13 ottobbre 1830 - De Pepp’er tosto

 

 1 Innamorato cotto-spolpato. 2 Riselciate. Questa si usa con chi passa continuamente sopra una strada per alcun fine. 3 Quando chi parla è interrogato sul senso del suo discorso ed egli non vuole rispondere a tuono, dice quello che riporta il verso. 4 Vi scotta? (questo amore). 5-6 Parlate. 7 A noi non se ne dànno ad intendere di queste. 8 Capitate male. 9 Siamo in umore di dar la baja. 10 Guardate. 11 State a bocca aperta come aspettaste, ecc. 12 Vi andrebbe a genio un bocchino? Bocchino: cosa che cade in bocca aperta a riceverla. 13 Che ve la imbocchi.

 

 

92. Er ciàncico 1

 

A ddà rretta a le sciarle der governo,
ar Monte nun c’è mmai mezzo bbaiocco.
Je vienissi 2 accusí, sarvo me tocco, 3
un furmine pe ffodera 4 d’inverno!

 

E accusí Ccristo me mannassi 5 un terno,
quante ggente sce campeno a lo scrocco:
cose, Madonna, d’agguantà 6 un batocco
e dàjje 7 in culo sin ch’inferno è inferno.

 

Cqua mmaggna er Papa, maggna er Zagratario
de Stato, e cquer d’abbrevi 8 e ’r Cammerlengo,
e ’r tesoriere, e ’r Cardinàl Datario.

 

Cqua ’ggni prelato c’ha la bbocca, maggna:
cqua… inzomma dar piú mmerda ar majorengo 9
strozzeno 1 tutti-quanti a sta Cuccaggna.

 

27 novembre 1830 - Der medemo

 

 1 Il ciancico. Ciancicare significa presso i Romani «masticare», e in altro senso «mangiare alle spese d’altri». Questo secondo senso appartiene allo strozzare in significazione neutra. 2 Gli venisse. 3 Salvo dove mi tocco. 4 Per fodera di panni. 5 Mi mandasse. 6 Da afferrare. 7 E dargli. 8 E quello de’ Brevi. 9 Dall’infimo al sommo.

 

 

93. L’upertura der concrave

 

Senti, senti castello come spara!
Senti montescitorio come sona!
è sseggno ch’è ffinita sta caggnara,
e ’r Papa novo ggià sbenedizziona.

 

Bbe’? cche Ppapa averemo? è ccosa chiara:
o ppiù o mmeno la solita-canzona.
Chi vvôi che ssia? quarc’antra faccia amara.
Compare mio, Dio sce la manni 1 bbona.

 

Comincerà ccor fà aridà li peggni,
cor rivôtà le carcere de ladri,
cor manovrà li soliti congeggni.

 

Eppoi, doppo tre o cquattro sittimane,
sur fà 2 de tutti l’antri 3 Santi-Padri,
diventerà, Ddio me perdoni, un cane.

 

2 febbraio 1831

 

 1 Ce la mandi. 2 Sul fare. 3 Altri.

 

 

94. Er negozziante de spago 1

 

Certi ggiorni c’ar Papa je viè a ttajjo 2
de scelebbrà 3 la tale o ttar funzione,
in sti tempi d’abbissi e rribbejjone 4
che lo fanno annisconne 5 e mmaggnà ll’ajjo, 6

 

conforme che jje porteno er ragguajjo
che Rroma è cquieta e ha stima der cannone,
lui va, sse mette in chicchera, 7 e indispone 8
le cose nescessarie ar zu’ travajjo.

 

Ma infilato che ss’è ll’abbito longo,
si jj’aricacchia 9 quarch’idea de prima,
er vappo 10 scerca 11 de fà nnassce un fongo. 12

 

Trovato c’ha er protesto, 13 allora poi
se vorta 14 a un Minentissimo, e jje disce:
«Sor Cardinale mio, fatela voi».

 

1° marzo 1831

 

 1 Spago vuol dire «paura». 2 Gli venne a taglio. 3 Di celebrare. 4 Ribellioni. 5 Nascondere. 6 Mangiar l’aglio: invelenire. 7 Mettersi in chicchera: vestirsi in pompa. 8 Dispone. 9 Se gli ripullula. 10 Il millantatore. 11 Cerca. 12 Di far nascere un fungo: suscitare un improvviso pretesto. 13 Pretesto. 14 Si volta.

 

 

95. Giusepp’abbreo

Sonetti due

 

Certi Mercanti, doppo ditto: aéo, 1
se sentinno 2 chiamà ddrento d’un pozzo.
Uno sce curze 3 all’orlo cor barbozzo, 4
e vvedde move, 5 e intese un piaggnisteo.

 

«Cazzo! qui cc’è un pivetto 6 pe ssan Ggneo,
come un merluzzo a mmollo inzino ar gozzo!».
Caleno un zecchio: e ssú, frascico e zzozzo, 7
azzécchesce chi vviè? Ggiusepp’abbreo.

 

L’assciutteno a la mejjo cor un panno,
je muteno carzoni e ccamisciola,
e ppoi je danno da spanà, 8 jje danno.

 

E doppo, in cammio 9 de portallo a scola,
lo vennérno in Eggitto in contrabbanno
pe cquattro stracci e un rotolo de sola.

 

Morrovalle, settembre 1831 - De Pepp’er tosto

 

 1 Grido degli Ebrei che comperano robe vecchie. 2 Si sentirono. 3 Ci corse. 4 Col mento. 5 Vide movere. 6 Un fanciullo. 7 Fradicio e zozzo. 8 Da mangiare. 9 In cambio.

 

 

96. Giusepp’abbreo

Sonetto

 

In capo a una man-d’anni er zor Peppetto
addiventato bbello granne e ggrosso,
la su’ padrona jjotta 1 de guazzetto,
j’incominciò a mettéjje l’occhi addosso.

 

Ce partiva cor lanzo 2 de l’occhietto, 3
sfoderava sospiri cor palosso: 4
inzomma, a ffalla curta, dar giacchetto
lei voleva la carne senza l’osso.

 

Ecchete ’na matina che a sta sciscia 5
lui j’ebbe da portà ccert’acqua calla,
la trova zur zofà ssenza camiscia.

 

Che ffa er cazzaccio! Bbutta llí la pila;
e a llei che tte l’aggranfia 6 pe ’na spalla
lassa in mano la scorza, 7 e mmarco-sfila! 8

 

Morrovalle, 7 settembre 1831 - Der medemo

 

 1 Ghiotta. 2 Col vezzo. 3 Dell’occhiolino. 4 Armàti, fieri. 5 Cicia: bella donna. 6 L’afferra. 7 La livrea. 8 E fugge.

 

 

97. A Nina 1a

Imitazione del sonetto milanese del Porta:

«Sura Catterinin», etc.

 

Tra ll’antre 1 tu’ 2 cosette che un cristiano
ce se 3 farebbe scribba e ffariseo,
tienghi, 4 Nina, du’ bbocce e un culiseo,
propio da guarní er letto ar gran Zurtano.

 

A cchiappe e zzinne, manco in ner moseo 5
sc’è 6 robba che tte po arrubbà la mano; 7
ché ttu, ssenz’agguantajje er palandrano, 8
sce fascevi appizzà 9 Ggiuseppebbreo.

 

Io sce vorrebbe 10 franca 10a ’na scinquina 11
che nn’addrizzi ppiú ttu ccor fà l’occhietto,
che ll’antre 1 cor mostrà la passerina. 12

 

Lo so ppe mmé, cche ppe ttrovà l’uscello,
s’ho da pisscià, cciaccènno 13 er moccoletto:
e lo vedessi mó, 14 ppare un pistello! 15

 

Fatto in Morrovalle, il 7 settembre 1831 - De Peppe er tosto

 

 1a Caterina. 1 L’altre. 2 Tue. 3 Ci si. 4 Tieni. 5 Museo. 6 C’è. 7 Metafora presa dal maneggio de’ cavalli. Vale «vincere». 8 Afferrargli il mantello. 9 Appizzare, v. n.: «tener dietro, appetendo, ad una cosa». 10 Ci vorrei. 10a Sicura. 11 Una cinquina al giuoco del lotto. 12 V. sonetto… 13 Ci accendo. 14 E se tu lo vedessi ora. 15 Pestello.

 

 

98. A Teta 1

Sonetto 1°

 

Sentime, Teta, io ggià cciavevo dato
che cquarchiduno te l’avessi rotta;
ma che in sto stato poi fussi aridotta
nun l’averebbe mai manco inzoggnato.

 

De tante donne che mme sò scopato,
si ho mmai trovo a sto monno una miggnotta
c’avessi in ner fracoscio un’antra grotta
come la tua, vorebb’èsse impiccato.

 

Fregheve, sora Teta, che ffinestra!
che ssubbisso de pelle! che ppantano!
Accidenti che cchiavica maestra!

 

Eppoi cazzo, si un povero gabbiano
te chiede de sonatte in de l’orchestra,
lo fai stà un anno cor fischietto in mano!

 

Morrovalle, 10 settembre 1831 - De Peppe er tosto

 

 1 Questo sonetto e il seguente sono un’amplificata imitazione del sonetto del Porta, in dialetto milanese, che comincia: «Sent, Teresin, m’el sera daa anca mi», etc.

 

 

99. A Teta

Sonetto 2°

 

Pe tterra, in piede, addoss’ar muro,
a lletto, come c’ho ttrovo d’addoprà l’ordegno,
n’ho ffatte stragge: e pe ttutto, sii detto
senz’avvantamme, 1 ciò llassato er zegno.

 

Ma cquanno me sò visto in ne l’impegno
drento a cquer tu’ fienile senza tetto,
m’è parzo aritornà, peddío-de-legno,
un ciuco 2 cor pipino 3 a ppignoletto!

 

Eppuro, in cuanto a uscello, ho pprotenzione
che ggnisun frate me pò ffà ppaura:
basta a gguardamme in faccia er peperone. 4

 

Ma co tté, ppe mmettésse a la misura,
bisoggnerebbe avé mmica un cannone,
ma la gujja der Popolo addrittura!

 

Morrovalle, 10 settembre 1831 - Der medemo

 

 1 Vantarmi. 2 Fanciulletto. 3 Membruccio. 4 Naso.

 

 

100. A Ghita

Sonetto 1°

 

Sto sciorcinato 1 d’uscelletto cqui
da tanti ggiorni sta ssenza maggnà,
perché nun j’ho saputo aritrovà
canipuccia che ppozzi diggerí.

 

Ce sarebbe pericolo 2 che llí
tu cciavessi da fallo sdiggiunà?
Eh? Ghita, la vòi fà sta carità
de riarzà er becco ar povero pipí?

 

Ciaveressi mó scrupolo?! e de che?
E a cquer proverbio nun ce penzi piú,
de fà ccoll’antri quer che piasce atté?

 

Eppoi, dove mettemo er zor Monzú
che tte bbattevva la sorfamirè?...
Ma ggià, ttu sei zitella, dichi-tú.

 

Morrovalle, 13 settembre 1831 - De Peppe er tosto

 

 1 Questo tapino. 2 Caso.

 

 

101. A Ghita

Sonetto 2°

 

Nun zia mai pe ccommanno, sora Ghita:
diteme un pò, cch’edè 1 sta scolarella
che ssibbè 2 cche vvoi èrivo 3 zitella,
puro 4 pe bbontà vvostra oggi m’è usscita?

 

Sta pulentina cqui dduncue ammannita
ve tienevio pe mmé nne la scudella?
Dio ve n’arrenni merito, sorella,
propio ve sò obbrigato de la vita.

 

E nun potevio fanne con de meno, 5
sora puttanellaccia a ddu’ facciate, 6
de viení a bbuggiaramme a ccier sereno? 7

 

Mó ccapisco perché cquer zor abbate,
che inzin’all’occhi ne dev’èsse pieno,
te porta a ffà le cotte pieghettate.

 

Morrovalle, 13 settembre 1831 - De Peppe er tosto

 

 1 Che è. 2 Sebbene. 3 Eravate. 4 Pure. 5 Farne a meno. 6 Ipocrita. 7 A ciel sereno: apertamente.

 

 

102. L’incisciature 1

 

Che sscenufreggi, 2 ssciupi, strusci e ssciatti!
Che ssonajjera 3 d’inzeppate a ssecco!
Iggni bbotta peccrisse annava ar lecco:
soffiamio 4 tutt’e dua come ddu’ gatti.

 

L’occhi invetriti peggio de li matti:
sempre pelo co ppelo, e bbecc’a bbecco.
Viè e nun viení, fà e ppijja, ecco e nnun ecco;
e ddajje, e spiggne, e incarca, e strigni e sbatti.

 

Un po’ piú che ddurava stamio grassi; 5
ché ddoppo avé ffinito er giucarello
restassimo intontiti 6 com’e ssassi.

 

È un gran gusto er fregà! ma ppe ggodello
più a cciccio, 7 ce voria che ddiventassi
Giartruda tutta sorca, io tutt’uscello.

 

Morrovalle, 17 settembre 1831 - De Peppe er tosto

 

 1 Le fottiture. 2 Quasi dicesse flagelli. 3 Quasi batteria. 4 Soffiavamo. 5 Equivalente di «stavamo freschi». 6 Restammo istupiditi, immobili. 7 Più a dovere.

 

 

103. A Nnannarella

 

Voi sapé ll’arte mia, core mio bbello?
M’ingeggno, fijja: fo er pittore a sguazzo.
E ssi mme voi provà, ttiengo un pennello
che ho ccapato pe tté ppropio in ner mazzo.

 

A llavorà nun ce la pò un uscello:
schizza piú mmejjo che si ffussi un razzo:
e a le vorte, cquà e llà, senza sapello,
è ffigura de fà cquarche ppupazzo.

 

Anzi m’ha dditto la mastra de scola
che un marchesino te viè a ddà ’ggni mese
certa tinta color de lazzarola.

 

Dunque famo negozzio: io fo le spese;
e ttu mm’impresterai la cazzarola
dove ce squajji er rosso der marchese.

 

Morrovalle, 20 settembre 1831 - De Peppe er tosto

 

 

104. A Ccrementina

 

A che ggioco ggiucamo, eh Crementina?
Si nun me la vôi dà, bbuttela ar cane.
Sò stufo de logrà le settimane
cantanno dietr’a tté sta canzoncina.

 

Inzomma, o la finimo stammatina,
o ttiettela 1 pe tté, cché nun è ppane:
e a Roma nun ciamancheno 2 puttane
da viení ccarestia de passerina. 3

 

Varda che schizziggnosa, si’ ammaíta!
Se tratta che de té ne fanno acciacchi,
che nun ciài 4 buscio 5 sano pe la vita.

 

Sò in cuattro a pportà er morto: 6 Puntattacchi,
er legator de libbri ar Caravita,
Chiodo, e ’r ministro der caffè a li Scacchi.

 

Morrovalle, 20 settembre 1831 - De Pepp’er tosto

 

 1 Tientela. 2 Ci mancano. 3 V. sonetto… 4 Ci hai. 5 Buco. 6 Espressione che si usa quante volte s’incontrino in questo numero le persone che facciano alcuna cosa censurabile.

 

 

105. A Nnunziata

 

Eh sora Nunziatina, cuanno fussi
lescito a la dimanna, me voría
levà un dubbio, si mmai, nun zapería... 1
ciavessivo pijjati pe bbabbussi, 2

 

oppuramente per ingresi, o russj,
o ppe ggreghi sbarcati da turchia;
che nnun ze conosscessi, giogglia 3 mia,
cual’è er tu’ ggioco, e indove strissci e bbussi:

 

e nun ze sa ppe ttutti li cantoni,
da ponte-rotto 4 a ppiazza-montanara,
che nnu li capi
5
si nun zò ccojjoni?

 

Ma a mmé la bbajocchella 6 me sta ccara:
e pe cquer fatto drento a li carzoni
nun ce vojjo chiamà la lavannara.

 

Morrovalle, 20 settembre 1831 - De Pepp’er tosto

 

 1 Non saprei. 2 Uccelletti semplici. 3 Gioia. 4 L’antico Ponte Palatino, presso lo sbocco della Cloaca massima, fatto e rifatto in più epoche, ed oggi esistente soltanto a metà. 5 Scegli. 6 Nome generico di «danari».

 

 

106. A Menica-Zozza 1

 

Oh ccròpite le cosce, ché peccristo
me fai rivommità co quelle vacche! 2
Io sò avvezzo a vedé ffior de patacche 3
a strufinasse 4 pe bbuscacce er pisto. 5

 

Fa’ a modo mio, si ttu vvoi fà un acquisto
c’a mmoscimmàno 6 te pò stà a le tacche: 7
vatte a ffà ddà tra le nacche e le pacche 8
da cuarche sguallerato 9 de San Sisto. 10

 

Chi antro vò affogasse in cuel’intrujjo 11
d’ova ammarcite, de merluzzo e ppiscio,
che appesta de decemmre com’e llujjo?

 

Ma a me! ’gni vorta che ttu bbussi, io striscio, 12
e un po’ un po’ che ciallumo de sciafrujjo, 13
passo, nun m’arimovo, e vvado liscio. 12

 

Morrovalle, 21 settembre 1831 - De Peppe er tosto

 

 1 Sozza. 2 Macchie violacee, prodotte dall’uso del fuoco sulle cosce delle donne. 3 Vulve. 4 Strofinarsi, esibirsi con moine e carezze. 5 Per essere lavorate. 6 Mosciame, qui per «parti moscie, vizze». 7 Starti a pari. 8 Ne’ luoghi naturali. 9 Ernioso. 10 Ospizio de’ vecchi. 11 Guazzo, pantano. 12 Translati tolti da’ giuochi di carte; cioè: «non corrispondo al giuoco». 13

 

 

107. Li penzieri libberi *

 

Sonajji, pennolini, ggiucarelli,
e ppesi, e ccontrapesi e ggenitali,
palle, cuggini, fratelli carnali,
janne, 1 minchioni, zebbedei, ggemmelli.

 

Fritto, ova, fave, fascioli, granelli,
ggnocchi, mmannole, 2 bruggne, mi’-stivali,
cordoni, zzeri, O, ccollaterali,
piggionanti, testicoli, e zzarelli.

 

Cusí in tutt’e cquattordici l’urioni, 3
pe pparlà in gerico, 4 inzinent’a glieri 5
se sò cchiamati a Roma li Cojjoni.

 

Ma dd’oggi avanti, spesso e vvolentieri
li sentirete a dí ppuro Cecconi,
pe vvia de scerta mmerda de Penzieri. 6

 

Pel 1829 (ma scritto a Morrovalle, - De Peppe er tosto

(21 settembre 1831)

 

* Imitazione del sonetto milanese del Porta: Ricchezz del Vocabolari milanes. 1 Ghiande. 2 Mandorle. 3 Rioni. 4 Gergo. 5 Ieri. 6 L’avvocato Luigi Cecconi ha pubblicato un libercolettaccio sotto il titolo di: Pensieri liberi.

 

 

108. Du’ sonetti pe Lluscia

Er primo a llei

 

Ma ffa’ la pasce tua: nun c’intennemo?
Te parlassi mó in lingua tramontana!
Fa’ la tu’ pace, dico, e ddiscurremo
cor core in mano, uperto, a la romana.

 

Attorno a un osso in troppi cani semo;
poi tu attanfi 1 ’n’arietta 2 de puttana:
dunque iggnuno 3 da sé: cciarivedemo
li quinisci de st’antra settimana.

 

Ho vorzuto 4 provà: sò stato tosto: 5
ho abbozzato 6 da pasqua bbefania 7
inzino a la madon de mezz’agosto.

 

Ma ’ggni nodo viè ar pettine, Luscia.
Mó ffa’ li fatti tua, mettete 8 ar posto,
dàjje er zordino: 9 e cchi tte vô tte pía. 10

 

Morrovalle, 22 settembre 1831 - De Peppe er tosto

 

 1 Puzzi. 2 Alquanto. 3 Ognuno. 4 Voluto. 5 Saldo. 6 Pazientato. 7 Epifania. 8 Mettiti. 9 Dargli il sordino: quel sibilo con cui le meretrici chiamano avventori. 10 E chi ti vuol, ti piglia.

 

 

109. Du’ sonetti pe Lluscia

Er siconno a Cremente

 

Me sento arifiatato! Infinarmente
oggi ho ffatto lo stacco der ceroto, 1
co ttutto che Lluscia, quell’accidente,
facci le sette peste, 2 e ’r terramoto.

 

Pozzi èsse ammazzataccio chi sse pente,
e sta’ cquieto, che cquì nun ciariscoto: 3
prima voría tajjamme er dumpennente 4
e ffacce 5 un Pe Gge Re 6 come pe vvoto.

 

Già, è stata la Madonna de l’assunta
che ha vvorzuto accusí ddelibberamme
quanno ero ar priscipizzio in punta in punta.

 

Ma dd’oggimpoi si azzecco un’antra lappa 7
medema che 8 Luscia, me metto a ggamme; 9
ché a sta vergna 10 che cquì vvince chi scappa.

 

Morrovalle, 22 settembre 1831 - Der Medemo

 

 1 Il distacco. 2 Faccia il gran romore. 3 Non ci soccombo. 4 Vocabolo tolto dal Dum pendebat dell’inno Stabat Mater. 5 Farci. 6 P.G.R. lettere che si veggono in tutte le tavolette votive, e significano: Per Grazia Ricevuta. 7 Donna scaltra. 8 Eguale a. 9 Fuggo. 10 Qui per intrigo pericoloso.

 

 

110. L’inappetenza de Nina

 

Eh sor dottore mia, che vvorà ddí
che mm’è sparita quell’anzianità 1
che ’na vorta sentivo in ner maggnà,
anzi nun pozzo ppiú addiliggerí? 2

 

Me s’è mmessa ’na bboccia 3 propio cquì:
ggnisempre ho vojja d’arivommità;
e cquanno, co rrispetto, ho da cacà,
sento scerti dolori da morí.

 

Perché nun m’ordinate quer zocché 4
che pijjò Ttuta quanno s’ammalò
pe sgranà 5 ttroppi dorci der caffè?

 

Oppuramente un po’ d’asscenzo, 6 o un po’
de leggno-santo: ché ar pijjà ppe mmé
io nun ciò 7 ggnisun scrupolo, nun ciò. 8

 

Morrovalle, 22 settembre 1831 - De Peppe er tosto

 

 1 Ansietà. 2 Digerire. 3 Un peso, una grevezza, indicando lo stomaco. 4 Quel non so che. 5 Mangiare. 6 Assenzio. 7 Non ci ho… 8 Difficoltà.

 

 

111. La scolazzione

 

Hai la pulenta? Ebbè? ggnente de male:
eh a sta robba co tté mme sce la stiggno: 1
eppuro, quanno viè lo sbarzo, 2 intiggno, 2a
ciavessi d’aricurre a lo spedale.

 

Senti, và a nnome mio da lo spezziale
de facciata 3 ar canton de Torzanguiggno, 4
e fàtte dà 5 un po’ d’acqua de grespiggno
stillata 6 cor un pizzico de sale.

 

Tu ppijjela a ddiggiuno domatina
ammalappena che tte sei svejjato:
pijjela, e vederai che mmediscina!

 

Poi maggna puro, 7 e ddoppo avé mmaggnato
bbévete 8 la tu’ bbrava fujjettina,
abbasta 9 che nun zii 10 vino annacquato.

 

Morrovalle, 22 settembre 1831 - De Peppe er tosto

 

 1 Stignarsela con alcuno, vale «vedersela, combattersela». 2 Sbalzo: occasione proprizia. 2a Da intiggne (intingere), non da intiggnà (ostinarsi), altro verbo romanesco. 3 Incontro. 4 Tor Sanguigna: nome di una torre e della piazza in cui sorge. 5 Fatti dare. 6 Distillata. 7 Pure. 8 Beviti. 9 Purché. 10 Non sia.

 

 

112. La devozzione der Divin’Amore

 

Dimenica de llà 1 Rinzo, Panzella,
io, Roscio e le tre fijje der tintore
vòrzimo 2 annà a fà un sciàlo 3 in carrettella
a la madonna der divinamore.
4

 

Che t’ho da dí, Sgrignappola? co cquella
solina 5 llà che t’arrostiva er core,
eccheme aritornà la raganella, 6
ecco arincappellasse 7 er rifreddore.

 

Credime, cocca mia, 8 ma dda cristiano
ce direbbe aresie: ch’è ’na miseria
d’avé a stà sempre co ppilucce in mano.

 

Mó er zemplicista me dà ’na materia
appiccicosa: e un medico brugnano 9
lo ssciroppo de radica d’arteria. 10

 

Morrovalle, 22 settembre 1831 - De Peppe er tosto

 

 1 La domenica antecedente all’ultima. 2 Volemmo. 3 Scialare vale «sfogarsi in ricreazione». 4 Chiesolina campestre dove in un giorno del mese di… sono i fedeli condotti dalla divozione a bagordo. 5 Sole ardente e non riparato. 6 Il rauco del catarro. 7 Rinforzarsi. 8 Mia ben amata. 9 Browniano. 10 Altea.
 

 

113. Le spacconerie 1

 

’Gni sordo-nato dice che ssei l’asso, 2
e vvòrti 3 l’ammazzati co la pala!
Prz, 4 te fischieno, Marco: tiette bbasso:
c’ereno certi frati de la Scala. 5

 

Te vedo, Marco mia, troppo smargiasso, 6
e cquarchiduna de le tue se sala. 7
Lassa de spacconà, nun fà er gradasso,
e aricordete er fin dé la scecala. 8

 

A ssentí a tté fai sempre Roma e ttoma: 9
e poi ch’edè? viè spesso e vvolentieri
chi tt’arizzolla 10 e tte ne dà ’na soma.

 

Ognomo hanno d’avé li su’ mestieri:
chi ffa er boia, chi er re, chi scopa Roma:
sei bbraghieraro tu? ffà li bbraghieri.

 

Morrovalle, 21 settembre 1831 - De Peppe er tosto

 

 1 «Millanterie»: come spacconà sta per «millantare». 2 Asse: principal carta a vari giuochi. 3 Rivolgi. 4 Il suono del peto. 5 Parte di ciò che si suol dire e cantare a chi millanta, cioè: C’erano certi frati della Scala che dicevano cala cala. - Il Convento della Scala è in Trastevere, abitato dai Teresiani. 6 Smargiasso, smargiassata, smargiassare, tutti vocaboli sinonimi di «spaccone», ecc. Se non che lo smargiasso è «un millantatore che al romore delle parole unisce certa importanza di mimica». 7 Si sala onde fermare la corruzione. 8 A’ ciarloni si ricorda il fine della cicala, che canta canta e poi crepa. 9 Mari e monti. 10 Ti dà busse.

 

 

114. A la Torfetana 1a

 

Te penzeressi 1 mó, gguercia pandorfa, 2
befana nera, crapa 3 mocciolosa,
faccia da bbiribbisse stommicosa,
fijjaccia de Coviello e dde Margorfa, 4

 

d’èsse vienuta a Rroma da la Torfa
pe ffà l’impimpinata 5 e la prezziosa?
Eh bbella fijja, sete voi la sposa? 6
Ditesce un po’, se bbatte cqui la sorfa? 7

 

Ciovetta mia, va’ a ccaccia de franguelli,
ché ss’io sciò, ggrazziaddio, tanta de nerchia, 8
quella tua nun è ggabbia pe st’uscelli.

 

Scortica, bbrutta arpia, chi tt’incuperchia,
ma pprima de dà a tté li mi’ piselli 9
pozzino addiventà ttanta sciscerchia.

 

Morrovalle, 23 settembre 1831 - De Peppe er tosto

 

 1a Del paese della Tolfa. 1 Ti penseresti. 2 Pandolfa: nome che si dà per beffe alle donne alquanto passate e goffone. 3 Capra: motto ingiurioso. 4 Personaggi di scena. 5 L’azzimata. 6 Frase di scherno. 7 Espressione di senso laido. 8 V. Sonetto… 9 Denari.

 

 

115. Er partito bbono

 

E crederessi tu Sartalaquajja
a stelocanna 1 come vò Felisce?
Tratanto l’arimistica, 2 e ffa e ddisce, 3
che ccarza e vveste, magna e bbeve, e scuajja. 4

 

Lui strilla gnao, 5 lui dorce la fusajja, 6
venne er regolo, 7 bbono pe l’alisce;
raschia li muri, allustra la vernisce,
va a ppesà er fieno e a ccarreggià la pajja.

 

Uno che nun avessi arte né pparte, 8
pò appettattelo 9 un’antra, nò Artomira, 10
che nun viè ffinta a rrivortà le carte.

 

Dice er proverbio che chi ammira attira; 11
e un omo, fijja, che ssa ffà ttant’arte,
pò avé in culo ggirone e cchi lo ggira. 12

 

Morrovalle, 25 settembre 1831 - D’er medemo

 

 1 L’est-locanda è un cartello scritto anche oggidì in carattere gotico, che si appone alle porte delle case da appigionarsi. Qui è metafora di «vacuità di borsa; povertà». 2 Procaccia con industria. 3 E tanto fa e dice, ecc. 4 Spende senza economia. 5 Grido de’ venditori di carne di carogne pe’ gatti. 6 Grido di venditori de’ lupini. 7 Nome romano di un’erba che condisce bene le alici salate. 8 Non sapesse e non possedesse. 9 Appettare: porre in avanti con audacia. 10 Altomira. 11 Chi mira, tira. Metafora presa dalla venatoria. 12 Checchessia e chicchessia.

 

 

116. Li culi

 

Hai visto er mappamonno de l’ostessa?
Búggerela, pezzío!, 1 che vviscinato!
Si cquella se fa mmonica, sagrato,
zompa de posta 2 a ddiventà bbadessa!

 

Tentela, Cristo!: e, servo de pilato,
si nun m’inchiricozzo 3 pe ddí mmessa
e cconfessà sta madre bbattifessa,
pozzi trovà ’ggni bbuscio siggillato.

 

Ma chi ssà cche vvertecchio 4 s’aridusce,
si ppoi sce levi quarche imbrojjo attorno?
Nun è ttutt’oro quello c’arilusce.

 

Ne so 5 ttant’antre, che, all’arzà, bbon giorno!: 6
ma in cammio scianno poi scime de bbusce,
da fà ccrepà pe l’invidiaccia un forno.

 

Morrovalle, 25 settembre 1831 - D’er medemo

 

 1 Per zio, in cambio di per Dio. 2 Di slancio. 3 Se non mi fo la chierica. 4 L’anello del fuso. 5 Ne conosce. 6 Tutto è scomparso.

 

 

117. Er carcio-farzo 1

 

Rosa, nun te fidà de tu’ cuggnata:
quella ha ddu’ facce e nun te viè ssincera.
Dimannelo cqui ggiú a la rigattiera
si ccome t’arivorta la frittata.

 

Stacce a la lerta, 2 Rosa: io t’ho avvisata.
A la grazzia..., bbon giorno..., bbona sera...;
e ttocca la viola: 3 ché a la scera
je se smiccia la quajja arisonata. 4

 

Sibbè cche 5 (a ssentí a llei) tiè er core in bocca,
fa ddu’ parte in commedia la busciarda,
e vò ddí ccacca si tte disce cocca. 6

 

Quanno tu pparli, a cchi ttira la farda,
a chi ttocca er piedino: e intanto, ggnocca, 7
tu la crompi pe alisce, e cquella è ssarda.

 

Morrovalle, 25 settembre 1831 - D’er medemo

 

 1 Tradimento. 2 All’erta. 3 E basta così; e va’ pe’ tuoi fatti. 4 Lei si conosce l’idea di furba, di maligna. 5 Sebbene, benché. 6 Cuor mio. 7 Semplice che sei.

 

 

118. La carestia

 

Donne mie care, bbuggiaravve a tutte,
ma cc’è troppa miseria de cudrini:
e si a ttenevve drento a li confini
nun ciarimedia Iddio, ve vedo bbrutte.

 

Oggiggiorno sti poveri paini 1
tiengheno le saccocce accusí assciutte,
che chi aggratis nun pijja er gammautte,
la pò ddà ppe ttrippetta a li gattini.

 

Oggiggiorno a sta Roma bbenedetta
lo spaccio der Merluzzo è aruvinato,
e nun ze pò ppiú ffà ttanto-a-la-fetta.

 

Ma ppe vvoi sole er caso è ddisperato;
ché ll’ommini si stanno a la stecchetta
ponno fà ccinque sbirri e un carcerato. 2

 

Morrovalle, 26 settembre 1831 - D’er medemo

 

 1 Zerbini. 2 Manustuprarsi.

 

 

119. Er tisichello

 

Semo a li confitemini: 1 sò stracco:
me sento tutto ssciapinato 2 er petto:
e si cqua nun famò arto 3 a sto ggiuchetto,
se finisce a Sa’ Stefino der Cacco.

 

Sta frega 4 de turacci che tte metto,
tu li pijji pe pprese de tabbacco:
ce vôi sempre la ggionta e ’r zoprattacco,
come si er cazzo mio fussi de ggetto. 5

 

Oggi ch’è festa pôi serrà nnegozzio,
ché lo sa ggni cristiano che la festa
nun è ppe llavorà, mma ppe stà in ozzio.

 

Manc’oggi? ebbè dduncue àrzete la vesta:
succhia ch’è ddorce. Ma nun zo’ Mammozzio,
si nun t’attacco un schizzettin de pesta.

 

Morrovalle, 26 settembre 1831 - Der medemo

 

 1 Siamo agli estremi. 2 Malconcio. 3 Fare alto: arrestarsi. 4 Moltitudine. 5 Di metallo fuso.

 

 

120. Li protesti 1 de le cause spallate

 

Hai la coda de pajja, 2 Titta mia: 3
te bbutti avanti pe nnun cascà arreto.
Quanno entrassi alla vigna in ner canneto,
nun me lo poi negà, cc’era Maria.

 

Ahà, lo vedi, porco bbú-e-vvia? 4
Nun t’attaccà a San Pietro, 5 statte quieto:
er giurà è da bbriccone: ggià a Ccorneto
o cce sto o cciò d’annà pe cquell’arpia.

 

Che cià cche ffà la storia de Lionferne 5a
co le fufigne 6 tue? fussi gabbiana!
Ste lucciche vôi damme pe llenterne? 7

 

Bè, và a dí l’istorielle a la tu’ nana.
Và, ppassavia, ché nun te pozzo sscerne; 8
e ssi tte la do ppiú ddimme puttana.

 

Morrovalle, 26 settembre 1831 - D’er medemo

 

 1 Pretesti. 2 Chi ha la paglia, sempre teme non gli si abbruci: proverbio che dimostra il fare di chi sentendosi in fraude, si scopre col troppo studio di difendersi. 3 Giovambattista mio. Il pronome segue per analogia l’ultima lettera del nome. 4 Cioè Porco bu… e quel che resta. 5 Non ispergiurare. 5a Oloferne. 6 Trappole, contrabbandi. 7 Lucciole per lanterne. 8 Non posso soffrirti. Modo venuto dal napolitano.

 

 

121. La lettra de la Commare

 

Cara Commare. Piazza Montanara, 1a
oggi li disciannove der currente.
Ve manno a scrive che sta facciamara
de vostra fijja vò pijjà 1 un pezzente.

 

Poi ve faccio sapé che la taccara
morse, in zalute nostra, d’accidente:
e l’arisposta sò a pregavve cara -
mente a dàlla alla torre 2 der presente.

 

Un passo addietro. 3 Cquà la capicciola
curre auffa, 4 mannandove un zaluto
pe pparte d’Antognuccio e Lusciola.

 

Me scordavo de divve, si ha ppiovuto
che sta lettra nun pò passà la mola,
come, piascenno a Dio, ve dirà el muto.

 

Titta nun ha possuto;
e con un caro abbraccio resto cquane
vostra Commare Prascita Dercane. 5

 

A l’obbrigate mane
de la Signiora Carmina Bberprato,
Roccacannuccia, in casa der curato.

 

Morrovalle, 26 settembre 1831 - Der medemo

 

 1a In Piazza Montanara, presso l’antico Teatro di Marcello, siedono alcuni scrivani o segretari in servizio de’ villani dello Stato, che ivi si radunano, particolarmente le feste, per aspettare occasioni di vendere la loro opera pe’ lavori delle campagne romane; questi segretari hanno certa tassa per le varie lunghezze di lettere, le più preziose delle quali sono le dipinte a cuori trafitti, sanguinolenti e infiammati. 1 Sposare. 2 Al latore. 3 Frase usata spessissimo dagli indòtti, i quali nel discorso hanno obliata qualche circostanza. 4 La bavella va a vil prezzo. Sull’auffa, a ufo, vedi il sonetto… 5 Placida del cane.

 

 

122. La guittarìa 1

Sonetti 2

1° — Cacaritto a Cacastuppini

 

Guitto 1 scannato, 2 e cché!, nun te conoschi
d’êsse ar zecco, 3 a la fetta 4 e a la verdacchia? 5
Stai terra-terra come la porcacchia, 6
abbiti a Ardia 7 in casa Miseroschi.

 

Ha spiovuto, 8 sor dommine, la pacchia 9
d’annà in birba, 10 burlà, e gguardacce loschi. 11
Mo arrubbi er manichetto a Ppuggnatoschi, 12
maggni a bbraccetto, 13 e bbatti la pedacchia. 14

 

De notte all’osteria de la stelletta, 15
de ggiorno ar Zole; 16 e cquer vinuccio chiaro 17
che bbevi, viè a stà un cazzo 18 a la fujjetta.

 

Mostri ’na chiappa, un gommito e un ginocchio;
e chi tte vò, fa ccapo all’ammidaro
a li greghi, 19 a l’inzegna der pidocchio. 20

 

Morrovalle, 26 settembre 1831 - De Pepp’er tosto

 

 1 Miseria, miserabile. 2 Senza danari. 3 Essere in secco. 4 Essere alla fetta: vivere assegnato per povertà. 5 Essere al verde, rovinato. 6 Erba porcellana. 7 Ardea, antica città del Lazio. Essere ad Ardea: ardere. 8 È finito. 9 Il comodo. 10 Andare in tresca o in cocchio. 11 Guardarci bieco. 12 Manico e pugno; qui si parla di onanismo. Poniatovski dicevasi in Roma Pugnatoschi. 13 Mangiare a braccetto, a braccio: cibarsi magramente e senza neppure apparecchiare la mensa. 14 Pedacchia: via di Roma. Batter la pedacchia: andare a piedi. 15 Dormire alla bella stella, vale «allo scoperto». 16 Altra osteria di Roma. Metafora consimile. 17 Acqua. 18 Non costa nulla alla foglietta. 19 Essere all’amido, all’amidaro: essere fallito. Presso la chiesa di S. Anastasio dei Greci era un mercante di amido. 20 Pidocchio: si prende per simbolo della miseria.

 

 

123. La guittarìa

2° (co la coda)

Risposta de Cacastuppini a Cacaritto

 

Sò un pò spiantato: ebbè? nnun me vergoggno
de dillo a ttutto er monno a uno a uno.
Mejjo pe mmé: cussí nun ho bbisogno
d’imprestà ddiesci pavoli a ggnisuno.

 

Nun te crede però; 1 ché cce sbologgno: 2
sò conosce er Panbianco 2a dar panbruno:
e nnun m’intraviè 3 mmai, manco in inzoggno,
d’annà a la cuccia a stommico a ddiggiuno.

 

E vvoi che ffate l’ammazzato 4 ar banco
de Panza er friggitore a Ttiritone, 5
conosscete er panbruno dar Panbianco? 2a

 

V’annerebbe 6 un boccon de colazzione?
Ve rode er trentadua? 7 Ve sfiata er fianco? 7
Le bbudelle ve vanno in priscissione?

 

Sete voi che a ppiggione
tienete lassú a Ttermini er palazzo 8
dove s’appoggia 9 e nun ze spenne un cazzo?

 

Quer landào 10 pavonazzo,
è robba crompa 11 in ghetto, oppuramente 12
scarti de Bonsiggnor Viscereggente? 13

 

Un accicí ccor dente, 14
sor ricacchio 15 de fijjo de puttana,
lo mettete ar cammino a la bbefana? 16

 

Quella porca mammana
v’avessi ssciorto subbito er bellicolo,
camperessivo mó ssenza pericolo

 

d’avé l’abbiffa ar vicolo
de li tozzi, 17 e d’annà, ppe piú ccordojjo,
a sbatte er borzellino in Campidojjo. 18

 

Co ssale, asceto e ojjo,
fateve un’inzalata de cazzocchi, 19
che vve ponno costà ppochi bbajocchi.

 

Sò rradiche pell’occhi 20
che cor un po’ de fréghete 21 suffritto
fanno abbozzà 22 er cristiano 23 e stasse 24 zitto.

 

Dico, eh sor Cacaritto,
si vve bbattessi mai la bbainetta,
volete che vve manni una sarvietta? 25

 

La povera Ciovetta,
quanno annerete poi da monziggnore, 26
v’ariccommanna de cacavve er core.

 

Morrovalle, 27settembre 1831 - De Peppe er tosto medemo

 

 1 Non credere però, non prendere abbaglio. 2 Ci vedo. 2a Panbianco: uomo stolido. 3 Non mi accade. 4 Far l’ammazzato: patire desiderio innanzi a qualche cosa. 5 Tritone. Fontana in Piazza Barberini. 6 V’appetirebbe. 7 Avete fame? 8 Istituto di carità alle Terme Diocleziane. 9 Appoggiare, in senso neutro: «darsi a spese altrui». 10 Vestito. 11 Comperata. 12 O pure. 13 Vicegerente. 14 Un accidente. 15 Germoglio. 16 Si usa esporre al camino della casa i denti che cadono a’ bambini onde la Befana vi sostituisca qualche moneta. 17 Gola. 18 In Campidoglio sono le carceri dei debitori, i quali dalle inferriate sporgono alcune borsette all’estremità di una canna, per avere elemosina da chi passa. 19 Ironia di mazzocchi. Un cazzo vuol dir «nulla». 20 Dicesi che il nulla è buono per gli occhi. 21 Alteramento malizioso del vocabolo fegato. 22 Cagliare. 23 L’uomo. 24 Starsi. 25 Equivoco romanesco di saetta. 26 Sinonimo ironico di cesso.

 

 

124. Er tempo bbono

 

Dimani, s’er Ziggnore sce dà vvita,
vederemo spuntà la Cannelora. 1
Sora neve, sta bbuggera è ffinita,
c’oramai de l’inverno semo fora. 2

 

Armanco sce potemo arzà a bbon’ora,
pe annà a bbeve cuer goccio d’acquavita.
E ppoi viè Mmarzo, e se pò stà de fora
a ffà ddu’ passatelle 3 e una partita.

 

St’anno che mme s’è rrotto er farajolo,
m’è vvienuta ’na frega 4 de ggeloni
e pe ttre mmesi un catarruccio solo.

 

Ecco l’affetti 5 de serví ppadroni
che ccommatteno er cescio cor fasciolo, 6
sibbè, a sentilli, 7 sò ricchepulloni. 8

 

In legno, da Morrovalle a Tolentino: - D’er medemo
28 settembre 1831

 

 1 La Candelaia. 2 Dicesi in Roma: Quando vien la Candelora , dall’inverno siamo fuora; lo che con altri due mesi di giunta si verifica sempre. 3 Specie di giuoco, che consiste nel ber vino: vino che sì e chi no, con certe leggi. 4 Una gran quantità. 5 Effetti. 6 Combattere il cecio col fagiuolo: essere di assai magre fortune. 7 Sentirli. 8 Ricchi Epuloni: frase tolta dal Vangelo.

 

 

125. Er decane e er chirico

 

Te pare un cazzo a ssapé ffà er decane?
E io te dico che cce vô ppiú ccosa
a ffà st’arte indiffiscile e ggelosa,
che a sserví mmesse e a ffà ssonà ccampane.

 

Tu cquanno hai contentato ste puttane
de le moniche tue, vàtte a rriposa;
ma ppe nnoi sce vô ttesta talentosa
pe rregge in zala e ppe nun perde er pane.

 

Distribbuí er zervizzio a la famijja,
tiené er reggistro de visite e gguardia,
barcamenà la madre co la fijja,

 

passà imbassciate, arregge er cannejjere,
fà er tonto, spartí mmance, fasse d’Ardia,
e mmorí in zanta pasce cor braghiere.

 

In legno, da Morrovalle a Tolentino: - Der medemo
28 settembre 1831

 

 

126. Quarto, alloggià li pellegrini

 

Ahú, bbocchin de mèle, occhi de foco,
faccia de perzicuccia de Scandrijja! 1
Faressi in nner tu’ letto un po’ dde loco
a sto povero fijjo de famijja?

 

Nun te ne pentirai, perch’io sò ccoco,
e in ner tigàme assaggerai ’na trijja
scojjonata 2 pe tté, ggrossa e vvermijja,
che in de la panza te farà un ber gioco.

 

Mòvete a ccompassione d’un regazzo
iggnud’e ccrudo, 3 senza casa e ttetto,
tu che mmetti li cònzoli in palazzo.

 

Se raccapezza inzomma sto buscetto,
già che mmó è nnotte, e cqui nun vedo un cazzo 4
che t’impedischi d’arifajje er letto?

 

A Valcimara, 28 settembre 1831 - De Pepp’er tosto

 

 1 Scandriglia è un paese della Sabina rinomata per grosse e saporose pesche, dette a Roma pèrziche. 2 Formazione maliziosa di un vocabolo equivoco, la cui perifrasi sarebbe nata di scoglio o sopra di scoglio. 3 Così dicesi di chi non ha attorno che cenciolini. 4 Equivoco di nulla.

 

 

127. Er zervitore in zala

 

«Chi è?» «Amici». «Favorischi puro: 1
Entri drento, lustrissimo». «Addio, Tacchia».
«Oh ggente! sto paino 2 c’aricacchia, 3
lui mette er chiodo, e la padrona er muro. 4

 

Er povero sor Conte st’osso duro
nun vorrebbe iggnottillo, 5 ma ss’abbacchia. 6
Già cc’ha arzato le penne de cornacchia,
nun vò ffà rride er monno, io me figuro.

 

Pe mmé nnun parlo mai, perch’ho pprudenza:
che ssi vvolessi dí, cce n’ho, Mmadonna!,
d’empinne un cassabbanco 7 e ’na credenza.

 

Bbasta, l’amico ch’è mo entrato, affonna; 8
lui 9 abbozza; 10 ma llei ch’è dde cuscenza,
a uno la fa cquadra e all’antro tonna». 11

 

A Valcimara, 28 settembre 1831 - De Peppe er tosto

 

 1 Pure. 2 Zerbino. 3 Ricacchiare vale «risbocciare, ricomparire dopo essersi alquanto dilungato». 4 Metafora indicante intrigo carnale. 5 Inghiottirlo. 6 Si accomoda, cede, abbassa l’umore. 7 Panca ove si assidono i servi nelle sale. 8 Dà dentro. 9 Lui, assolutamente nella bocca de’ servi, vale sempre «il padrone», come in quella delle mogli significa «mio marito». 10 Questo verbo corrisponde perfettamente al senso dell’endurer dei francesi. 11 Farla tonda, cioè «farla pulita», inganna entrambi.

 

 

128. È tardi 1

 

Ma che te vôi sônà, si nun zei bbona
manco a mmaneggià er pifero a la muta?!
Ma che te vôi ggiucà, mmó cche pportrona
nun zai bbatte né ffà la ribbattuta?! 2

 

Ma che tte vôi succhià, Ciucciamellona, 3
si nun risputi mai quanno che sputa?!
Ma che tte vôi sperà?! Nun zai, cojjona,
che nun l’ajjuta Iddio chi nun s’ajjuta?

 

Datte l’anima in pace; e li pelacci
che nun ponno vedé piú mmarachelle, 4
sarvali pe rrippezzi de setacci. 5

 

E si pporta-leone 6 nun t’arrubba,
un tammurraro 7 te vò ffà la pelle,
pe rrimette li fonni a ’na catubba. 8

 

In legno, da Valcimara al ponte della trave.
D’er medemo - 28 settembre 1831

 

 1 Tutto questo sonetto è una continua serie di modi proverbiali, metafore ed equivoci relativi al giuoco de’ sessi. 2 Translati dal giuoco del pallone. 3 Baccellona. 4 Contrabbandi. 5 Stacci. 6 Becchieri di carogne destinate a pasto di gatti. 7 Tamburaio. 8 Grancassa della banda militare.

 

 

129. Er purgante

 

Cuanno cuela bbon’anima d’Annotta
ebbe l’urtima frebbe e stiede male,
pe avé ll’ojjo de ríggini 1 che sbotta 2
vorzi curre da mé dda lo spezziale.

 

E cco la cosa 3 ch’er Cumpar Natale
m’ha ttienuto a bbattesimo Carlotta,
acquàsi ne cacciò mmezzo-bbucale,
e mme lo vorze dà ffresco de grotta.

 

Ma cch’edè e cche nun è, 4 du’ ora doppo
lei sentí ggran dolori a le bbudella,
e scaricò tamanto de malloppo. 5

 

E ppoi da mmerda in merda, poverella,
bbisogna dí che ll’ojjo fussi troppo,
morze, salute a nnoi, de cacarella. 6

 

In legno da Valcimara al ponte della trave:
De Peppe er tosto - 28 settembre 1831

 

 1 Olio di ricino. 2 Scarica. 3 Pel motivo. 4 Espressione di sorpresa per cosa imprevista. 5 Massa di materie. 6 Cacaiuola.

 

 

130. Un mistero spiegato

 

Ce sò a sto monno scerte teste matte
de cristianacci che nun hanno fede,
che vonno attastà tutto e ttutto véde: 1
ddi’ Ssantomassi inzomma e ppappefatte.

 

Ste testacce che ar muro le pòi sbatte
prima peccristo che le vedi scède, 2
c’averemo da entrà nun zanno créde 3
tutti drento a la Val-de-Ggiosaffatte.

 

Ma io che ho ffede e cche nun zò ccojjone
je fo vvedé ch’entrà ttutti sce ponno,
portannoje a ccapí sto paragone.

 

Ch’io cqui ddereto in cuer buscetto tonno
ciò ssito d’alloggià ttante perzone
cuante n’ha rette e ne pò arregge er monno.

 

In legno da Valcimara al ponte della trave,
De Pepp’er tosto - 28 settembre 1831

 

Imitazione del sonetto in dialetto milanese del Porta: Gh’è al mond di cristian tant’ostinaa, ecc. 1 Vedere. 2 Cedere. 3 Credere.

 

 

131. Lo scarpinello vojjoso de fà

 

Starebbe ccqui dde casa una largazza, 1
che jje dicheno Ciscia Scola-nerbi?
Ebbè, io sò lo scarpinel de piazza,
mastro Grespino de-li-culi-ascerbi, 2

 

che jj’ho da mette un paro de spunterbi 3
a ’na su’ sciavattella 4 pavonazza;
e doppo je dirò cquattro proverbi,
s’in ner lavore mio nun me strapazza.

 

Presempio: Omo incazzito 5 è un merlo ar vischio.
La donna è un cacciator de schiopperete 6
che vva a ccaccia cojjoni senza fischio.

 

Pelo de sorca, gola de crastato, 7
ugna de gatto, 8 e cchirica de prete,
quanno pisceno a letto, hanno sudato. 9

 

Fuligno, 29 settembre 1831 - Der medemo

 

 1 Storpiamento maligno di ragazza. 2 Era in roma un sodomista (abate), così detto dal piacergli le primizie. 3 Rattoppamenti di pelle alle scarpe usate: qui è anfibologia. 4 Ciabattella, ecc. 5 Infoiato, preso da una donna. 6 Schioppa e rete son riunite onde produrre una parola ingiuriosa. 7 Castrato: musico. 8 Ladro. 9 Hanno sempre la scusa del fatto.

 

 

132. Er poscritto 1a

 

Quela bbona limosina 1 d’Irena
m’ha mmesso a tterra m’ha, mm’ha arruvinato.
Quanno a mmarenna, quanno a ppranzo e a ccena,
le pennazze dell’òcchi m’ha maggnato.

 

E ggià che mm’è arimasto er core e ’r fiato,
(sia bbenedetta Maria grazzia prena)
pe nnun dormí la notte a la serena
me toccherà ingaggiamme pe ssordato.

 

Tra ccarne e ccorne, e ttra ttant’antri guai,
me sce mancava adesso er tiritosto 2
der chivvalà cche nun l’ho ddato mai.

 

Abbasta, si mme vôi, 3 passa dar posto
de Scimarra, 4 e llí ssú mme vederai
co la cuccarda der mezz’ovo tosto. 5

 

In legno, da Fuligno alle Vene - De Peppe er tosto
29 settembre 1831

 

 1a Coscritto. 1 Quel cattivo soggetto. 2 La giunta. 3 Se mi vuoi. 4 Caserma del Palazzo Cimarra. 5 Coccarda pontificia, mezza bianca e mezza gialla che pe’ suoi colori e la disposizione di essi imita la sezione di un uovo lesso, perpendicolarmente all’asse maggiore.

 

 

133. Che core!

 

Scannello, er mascellaro c’ha bbottega
su l’imboccà ddell’arco de pantani,
nun basta che ssu’ mojje nu la frega,
la vò ppuro trattà ccome li cani.

 

Li mejjo nomi sò pputtana e strega:
la pista a manriverzi e a ssoprammani:
e arriva a la bbarbària che la lega
peggio d’un Cristo in man de luterani.

 

E ddoppo dà de guanto ar torciorecchio
e jje ne conta senza vede indove
quante ne pò pportà ’n’asino vecchio.

 

E ttratanto er governo nun ze move,
e llassa fà che cco sto bbello specchio
naschino sempre bbuggiarate nove.

 

In legno. Dalle Vene a Spoleto - Der medemo
29 settembre 1831

 

 

134. Er cornuto

 

Ch’edè, sor testicciola de crapetto?
Da sí cche 1 vvostra mojje annò a Ssan Rocco, 2
avete arzato un’aria de sscirocco
e un muso duro da serciate 3 in petto!

 

Parlo co vvoi, eh sor cacazibbetto: 4
volet’êsse chiamato cor batocco?
Co ttutto che 5 ssapemo de lo stocco
che ttienete agguattato in ner corpetto.

 

Sor pioviccica 6 mia, qui nun ce piove:
potressivo cavavve la frittella: 7
tanto avete la testa in Dio sa ddove.

 

Ma lo sapemo che ttienete quella
drento a la torre de Capo-de-bbove
coll’antra de Sciscilia Minestrella. 8

 

A Strettura la sera de’ 29 settembre 1831

De Peppe er tosto

 

 1 Da quando. 2 Ospedale per le donne che vogliono partorire segretamente. 3 Selciate. 4 Presso i Romaneschi significa uomicciattolo di niun conto, o ragazzaccio. 5 Benché. 6 Nome di scherno. 7 La berretta. 8 Il sepolcro di Cecilla Metella sulla via Appia è chiamato Capo-di-bove per motivo de’ crani bovini che vi sono scolpiti d’attorno.

 

 

135. Nozze e bbattesimo

 

Sò cquattro mesi sette giorni e un’ora,
si 1 tt’aricordi, che pijjassi 2 mojje;
e già a cquesta je viengheno le dojje
e un mammoccetto vò pissciallo fora?!

 

Cancheri che ppanzetta fijjatora!
Si ssempre de sto passo je se ssciojje,
te sfica tanti fijji quante fojje
ponno bbuttà le scerque 3 a Ssantafiora. 4

 

Beato te cche vedi a sti paesi
certi accidenti novi de natura
che nun ponno vedé mmanco l’Ingresi!

 

Uà: 5 cch’è stato?! Nun avé ppaura.
Un’ora sette ggiorni e cquattro mesi
sò passati, e vviè fora la cratura.

 

A Strettura, la sera de’ 29 settembre 1831
De Peppe er tosto

 

 1 Se. 2 Pigliasti. 3 Querce. 4 Tenimento. 5 Il grido de’ bambini.

 

 

136. La stiticheria *

 

Rosa der froscio 1 sò ’na bbagattella
de sei ggiorni e ssei notte che nun caca.
Io je l’ho ddetto: «Pijja la trïaca». 2
M’hai dato retta tu? Bbe’, accusí cquella.

 

Ma un giorno o ll’antro l’hai da véde bbella
quanno da oro se farà 3 ttommaca. 4
Allora quer zor corna-de-lumaca
der marito je soffi a la bbarella.

 

Io lo vedde iersera a Ssant’Ustacchio
che stava sbattajjanno der piú e ’r meno
sur un ciorcello 5 e sur un mezz’abbacchio.

 

Je fesce: 6 «Eh, dico, o de pajja o de fieno,
sibbè cche Rrosa nun pò pprenne un cacchio, 7
voi er budello lo volete pieno».

 

Ivi, etc. D’er medemo

A Strettura, la sera de’ 29 settembre 1831

 

* Stitichezza. 1 Tedesco. 2 Teriaca. 3 Diverrà. 4 Tombacco. 5 Fascio di viscere di bestie minute. 6 Gli dissi. 7 Nulla.

 

 

137. La risìpila 1

 

Ho vvorzuto dà un zompo cquì ar Bisscione 2
pe vvède come stava Cudicuggno,
che se tiè ’na risìpila da ggiuggno
pe pportà lo stennardo in priscissione.

 

Poveraccio! fa ppropio compassione.
Pare c’ar naso ciàbbi avuto un puggno.
L’occhi nun je se vedeno, e cor gruggno
somijja tutto-quanto a un mascherone.

 

Beve er tremor de tartero in bevanna;
e ’ggni ggiorno je fanno un lavativo
d’acqua de fonghi, capomilla e mmanna.

 

Uhm!, pe mmé, buggiarallo; ma si arrivo
a vedello guarito, lo condanna
er brodo de marvone e ssemprevivo.

 

Ivi, etc. D’er medemo

A Strettura, la sera de’ 29 settembre 1831

 

 1 La resipella. 2 Piazza o via del Biscione.

 

 

138. Un’immriacatura sopr’all’antra

 

Voi sapé cche ccos’è cche jje dà in testa
ar fijjo de la mojje de Pascuale?
Vôi sentí cche ccos’è cche jje fà mmale?
Sta cosa sola: er zugo de l’agresta. 1

 

Sii vino bbono, o mmezza-tacca, 2 o ppesta,
nun ze n’esce mai meno d’un bucale.
Je fa er vin de Ripetta, 3 er padronale 4
bbasta je monti a ingalluzzí la cresta.

 

Er zu’ padrone jerassera aggnede
a mmétteje su in mano un cornacopio,
perch’era notte e cce voleva vede.

 

Nun ze lo fesce cascà ggiú? cché proprio
era arrivato, 5 e ss’addormiva in piede
come avessi maggnato er Grano d’opio. 6

 

In legno da Strettura a Terni, De Peppe er tosto
30 settembre 1831

 

 1 Il vino. 2 Di mezzana qualità. 3 Il porto minore del Tevere, dove viene un cattivo vino di Sabina. 4 Vino de’ magazzini padronali. 5 Ubbriaco perfetto. 6 Errore derivato in alcuno della plebe dall’udire ordinarsi grani di oppio.

 

 

139. Le bbevanne pe llui

 

E ppe cquer panza gonfia de spedale,
pe cquer mulo futtuto, eh sora Nanna,
ve sciannate a spregà sto fior de manna?
Fidateve de me, voi fate male.

 

Che vvino furistiero e vin nostrale!:
dateje da ingozzà bbrodo de jjanna: 1
dateje vin de fregna che lo scanna
a sto gruggno de vesta d’urinale.

 

Cosa bbeveva cuanno da regazzo
scardazzava la lana a sammicchele? 2
Acqua de pozzo e vvino de melazzo. 3

 

Pe mmé ddirebbe 4 un zuccherino, un mele
cuanno se dassi a sto faccia de cazzo,
come a nnostro Signore, asceto e ffele.

 

Ivi 30 settembre 1831 - D’er medemo

 

 1 Ghianda. 2 Discolato da ragazzi. 3 Così è chiamata una mela selvatica, sempre aspra ed acerba. Quindi «vino acre». 4 In quanto a me, direi.

 

 

140. A chi soscera e a chi nnora 1

 

Pe llui vin de castelli, 2 e ppe mme asceto:
duncue a llui tutta porpa, e a me tutt’osso:
lui sempre a ggalla, io sempre in fonno ar fosso:
bella ggiustizia porca da macchieto! 3

 

M’ho da fà mmette un po’ de mane addosso,
ficcammelo a su’ commido dereto;
e ppoi puro in catorbia, 4 e stamme quieto:
cose, peddío, da diventacce rosso! 5

 

Lui ha d’aringrazzià ddio bbenedetto
ch’io sò cristiano, e nun ho ccore cquane 6
de fà mmale nemmanco a un uscelletto.

 

M’abbasteria c’a sto fijjol d’un cane
l’accoppassi un ber furmine in guazzetto:
accusí cce pò intigne un po’ de pane.

 

In legno, da Strettura a Terni, De Peppe er tosto

30 settembre 1831

 

 1 Chi preferito, chi posposto. 2 Il vino de’ castelli, cioè de’ paesi circonvicini a Roma, qui è stimato il migliore. 3 Da macchia, da ladri. 4 Carcere. 5 Rosso di furore. 6 Qua, in petto.

 

 

141. La Compagnia de li servitori 1

 

Saette puro a st’antra gargottara:
m’intenno de Sant’Anna in borgo-Pio.
Pare che ttutto, cuanno sce sò io,
s’abbi da sfotte 2 e dda finí in caggnara.

 

S’aveva da crompà du’ par de para
de lampanari e mmazze da un giudio:
oggni fratello vorze 3 fà una tara,
e ssore mazze e llampanari addio.

 

L’orgheno sfiata: nun ce sò ccannele:
li bbanchi sò tarlati attorno attorno:
s’hanno d’arippezzà ttutte le tele...

 

Ebbè, se sciarla, e nun ze striggne un corno.
Già, ddisce bbene er Mannatar Micchele:
co ttanti galli nun ze fa mmai ggiorno.

 

Terni, 30 settembre 1831 - D’er medemo

 

 1 Ogni arte, mestiere e condizione di uomini, ha in Roma la sua confraternita. 2 Da scomporre. 3 Volle.

 

 

142. Le tribbolazione

 

Questo pe Cchecco: in quanto sii poi Teta,
nun me la pôzzo disgustà, ssorella.
Biggna 1 che mme la còccoli, 2 ché cquella
sa ttutte le mi’ corna dall’A ar Zeta.

 

L’ho dda sbarzà?! 3 Tte la direbbe bbella!
E indove ho da mannàmmela? A Ggaeta,
dove le donne fileno la seta,
e ll’ommini se spasseno a ppiastrella?

 

Iddio che nun vô ar monno uno contento
me l’ha vvorzuta dà ppe ccrosce mia,
perch’io nun averebbe antro tormento.

 

Con chi l’ho da pijjà? ’ggna che cce stia
e che ddichi accusí, mettenno drento: 4
fiàtte volontà stua e cussí sia.

 

Terni, 30 settembre 1831 - D’er medemo

 

 1 Bisogna. 2 Coccolare: lusingare, piaggiare, accarezzare, ecc. 3 Balzar via. 4 Nascondendo il rancore.

 

 

143. Er padre pietoso

 

Dàjje anza tu, ffa’ cquer ch’Iddio t’ispira,
ma ppoi nun te lagnà cquer che ddiventa.
Quanno in casa uno tira e ll’antro allenta,
un giorno ha da viení che sse sospira.

 

Povera Nina tua tribbola e stenta
pe smorbinallo, e ttu jj’attizzi l’ira!
Quanno in casa uno allenta e ll’antro tira,
se frigge un ber pasticcio de pulenta.

 

Si un remo scede quanno l’antro incarca,
doppo fatto un tantin de mulinello
se va a ffà bbuggiarà ttutta la bbarca.

 

Viè sur passo a Ripetta oggi a vedello:
eppoi di’ a cquer zomaro de la Marca
che cchi cconsijja l’antri abbi sciarvello.

 

Terni, 30 settembre 1831 - D’er medemo

 

 

144. Girolamo ar Cirusico de la Conzolazzione

 

Servo, sor Tajjabbò e la compaggnia!
Ché, annate a ffà un giretto ar culiseo?
A pproposito, è vvero che Mmatteo
v’ha mmannato Noscenzo 1 a la curzía? 2

 

Avessi creso 3 a le parole mia
che jje disse quann’era er giubbileo,
nun ze saría mo ttrovo in sto scangèo
4
de fàsse scortellà pe ggallaria. 5

 

Ma ggià che cc’è ccascato in ner malanno,
adesso, sor Cirusico mio caro,
l’ariccommanno a vvoi, l’ariccommanno.

 

Nun l’avete da fà pe sto somaro,
ma pe cquelle crature che nun cianno
ggnente che ffà ssi er padre è un cicoriaro. 6

 

Terni, 1 ottobre 1831 - D’er medemo

 

 1 Innocenzo. 2 Corsia dell’ospedale. 3 Se avesse creduto. 4 Guaio. 5 Per ischerzo. 6 Stizzoso, permaloso.

 

 

145. Er galantomo

 

E cquer grugno de scimminivaghezzi 1
dell’orzarolo, m’accusò ppe mmiscio! 2
Poi ha vvorzuto 3 arippezzalla 4 er griscio, 5
ma li rippezzi sò ssempre rippezzi.

 

Io l’ho avvisato che nun ce s’avvezzi
a rifamme 6 mai ppiú sto bbon uffiscio,
si nun vô ssotto ar casaccone biscio 7
portà le spalle com’e pperi-mezzi. 7a

 

Pe mmé nun zo che ggente mai sò cquelle
che ppòzzi 8 arillegralle 9 e fajje gola
er fà ar prossimo suo ste sciampanelle. 9a

 

Una cosa perantro me conzola,
che ssi de tante e ppoi tante quarelle 10
me n’hanno provo 11 dua, grasso che ccola! 12

 

Terni, 1 ottobre 1831 - De Pepp’er tosto

 

 1 Vedi son… 2 Micio: gatto, ladro. 3 Voluto. 4 Rappezzarla. 5 Nome che si dà agli orzaruoli. 6 Rifarmi. 7 Bigio. 7a Pesti: colla e stretta come avvezzi. 8 Possa. 9 Rallegrarle. 9a Per «sotterfugi». 10 Querele. 11 Provato. 12 È abbondante, ne avanza.

 

 

146. A li caggnaroli sull’ore calle

 

Bastardelli futtuti, adess’adesso
si nun ve la sbiggnate 1 tutti quanti,
viengo giú, ccristo!, e vve n’ammollo 2 tanti,
tutti de peso e cco la ggionta appresso.

 

Che sso! mmai fussim’ommini de ggesso,
da piantà llí cco la fronnetta avanti!
Guarda che sconciature de garganti! 3
Fùssiv’arti 4 accusì ttanto è l’istesso.

 

È ggià da la viggilia de Sanpietro
che vve tiengo seggnati uno per uno
pe ggonfiavve de chicchere er dedietro.

 

Pregat’Iddio, fijjacci de nisuno,
pregat’Iddio d’arisfassciamme un vetro,
e vvedete la fin de sto riduno.

 

Terni, 1 ottobre 1831 - D’er medemo

 

 1 Sbignarsela: andar via. 2 Ve ne do. 3 Uomini di fieri modi. 4 Alti così: mostrando una misura con alzare una mano da terra.

 

 

147. Le stizze cor regazzo 1

 

Nun me vò ppiú ppijjà? cche se ne stia.
E ppe cquesto mó ccasca ponte-rotto?
Nun me vò ppiú? Vadi a fà ddàsse 1a un bôtto:
nun m’è ssonata a mmé la vemmaria.

 

Sò ssempre fijja de l’azzione mia:
sò zzitella onorata, e mme ne fotto.
Mó cche sto in lista a la dota der lotto,
chi nnò la madre me darà la fia.

 

De scerto me sciammalo! e ssò ccapasce
de stiracce le scianche da la pena,
Dio l’abbi in grolia, e requieschiatt’in pasce.

 

Dijje intanto pe mmé: «Llena mia Lena,
sto core sta in catena»; e ssi jje piasce,
che ll’ho in ner culo, e cche ll’aspetto a ccena.

 

Terni, 1 ottobre 1831 - De Pepp’er tosto

 

 1 Amante. 1a Vada a farsi dare.

 

 

148. L’incontro cor padrone vecchio

 

«Sor Conte...» «In grazia, chi?...». «Vostr’accellenza
che! nun m’ariffigura?» «...Non m’inganno...».
«Tãccāgna». «Ah, sì: e di dove?» «Da Fiorenza».
«Che siete stato a farvi?» «Er contrabbanno».

 

«Buono!. Ed or...?» «Servo er Papa». «In quale essenza?»
«De sordato». «E da quanto?» «Eh, mmuffalanno». 1
«In qual’armi servite?» «Culiscenza, 2
Reggimento Canajja 3 ar zu’ commanno».

 

«Cioè?» «Guardia-d’onor-de-pulizzia».
«Corpo di poco onor». «Ma cce se maggna».
«Dunque, siete contento». «Eh, ttiro via».

 

«Dove state?» «A Marittimo-e-Ccampagna». 4
«Ma ora?» «Sto in promesso 5 a ccasa mia».
«Ed abitate sempre... » «A la Cuccagna».
6

 

«Addio, dunque, Taccagna».
«Voria bascià la mano...». «Oh! un militare!
Nol permetterò mai». «Come ve pare».

 

Terni, 1 ottobre 1831 - D’er medemo

 

 1 Mo fa l’anno: è un anno. 2 Con licenza. 3 Dall’epoca della rivolta del 1831 è stata organizzata una milizia di bravi papalini anfibia tra il soldato e il birro, la quale ha ottenuto dai popoli il nome di Regimento-Canaglia. 4 Marittima e Campagna: provincia a sud-est di Roma. 5 In permesso. 6 Così è detta una estremità della gran Piazza Navona, già Circo di Alessandro Severo, e ciò, come si vuole, perché ivi si eseguiva in tempi non remoti il giuoco detto della Cuccagna.

 

 

149. Er zìffete 1

 

Cuanto saría mejjo pe vvoi, sor tappo, 2
d’ariscode le vostre 3 e pportà via:
o mommò li cojjoni io ve l’acchiappo
pe llevamme ’na bbella fantasia.

 

Che vvolete ggiucà che vve li strappo,
e cce fo un fritto de cojjoneria?
E ddoppo, tela, gamme in collo, 4 e scappo
e vve li vado a rricrompà 5 in Turchia.

 

Ma ggià, che sserve de bbuttà sta spesa,
cuanno sc’è mmodo e verso d’aggiustalla,
senza arrischiavve a cantà er grolia in chiesa?

 

Ché o vve se vienghi a rrifilà 6 una palla,
o ttutt’e ddua, nun ze pò favve offesa,
tanto 7 è una marcanzía tutta la bballa.

 

Terni, 1 ottobre 1831 - De Pepp’er tosto

 

 1 Taglio risoluto. 2 Uomo di bassa statura. 3 Di riscuotere le vostre busse. 4 Tela e gambe in collo, vale: fuggire. 5 Ricomperare. 6 Rifilare, non da nuovamente filare, ma da sottrarre, ecc. 7 Tanto, qui vale: poiché, ad ogni modo.

 

 

150. Abbada a cchi ppijji!

 

Santi 1 che va a strillà cco la cariola 2
nocchie rusicarelle 3 e bbruscoletti, 4
che jer l’antro sce diede li confetti
pe avé ppresa la fijja de Sciriola;

 

dio s’allarga, 5 peddio, la fischiarola!, 6
come vorze 7 infroscià 8 li vicoletti,
s’impiastrò immezzo a un lago de bbrodetti,
de cuelli che cce vô lla bbavarola.

 

Ecco cuer che succede a ttanti ggnocchi
che nun zanno addistingue in ne l’erbajja
le puntarelle 9 mai da li mazzocchi.

 

Donna che smena 10 er cul com’una cuajja, 11
se 11a mozzica 12 li labbri, e svorta 13 l’occhi,
si 13a pputtana nun è, ppoco la sbajja.

 

Terni, 1 ottobre 1831 - D’er medemo

 

 1 Nome d’uomo. 2 Carriuola. 3 Nocchie infornate. 4 Semi di zucca salati e poi abbrustoliti. 5 Espressione imitativa di «Dio sagrato». 6 Tutto questo verso è una comune esclamazione romanesca. 7 Volle. 8 Penetrare. 9 Insalata fatta dal tallo di cicoria presso all’insemenzire. 10 Dimena. 11 Quaglia. 11a Si. 12 Morde. 13 Volge. 13a Se.

 

 

151. La schizziggnosa 1

 

Nun te vôi fà ttoccà? Vatte a fà oggne. 2
Tiette sù, ttiette sù, 3 pòzz’esse fritta!
Nun ze sapessi che tte lassi moggne 4
dar bocchino bbavoso der zor Titta!

 

Caso mai fussi perché ttiengo l’oggne, 5
mó ppropio me le tajjo a la man dritta.
Manco?! accidenti a tutte le caroggne.
Saettacce a ’ggni scrofa che ss’affitta.

 

Senti come sa ffà la mozzorecchia,
quante ne sa inventà pe ffasse arreto 6
sta scolatura de pilaccia vecchia!

 

Te vorrebbe aridusce 7 cor un deto 8
ch’er piú ppezzo 9 de té fussi un’orecchia
fonno de morchia, visscido 10 d’asceto.

 

Terni, 1 ottobre 1831

 

 1 Schizzinosa. 2 Ungere. «Và in malora». 3 Tienti in sussiego. 4 Mungere. 5 Unghie. 6 Per rifiutarsi. 7 Ridurre. 8 Dito. 9 Che il più grosso pezzo. 10 Viscidume.

 

 

152. L’imprestiti de cose

 

Nīna: Nīnã. Ah, de carta! Oh Nīnã: Nīnã.
Indove sei, pôzzi morí crepata?
De scerto sta pettegola capata
ha da stà su in zoffitta o ggiú in cantina.

 

Te vienghi ’na saetta foderata,
dove se’ ita tutta stammatina?
Già in zónzola, se sa, co la viscina,
senza nemmanco dimme si’ ammazzata.

 

E mo nun me ce ride?! quant’è ccara!
Alò, damme ’na scursa qui ar macello,
e, si cc’è, ddi’ accusí a la macellara:

 

«Sora Diamira, ha dditto accusí mamma
che je mannate er vostro filarello
ché a cquello suo je s’è rotta ’na gamma».

 

Terni, 2 ottobre 1831 - D’er medemo

 

 

153. Vonno cojjonatte e rrugà! 1a

 

Jer l’antro ebbe 1b d’annà a li ggipponari 1
pe ruscì 1c verzo punta-de-diamante, 2
a crompamme un corpetto da un mercante,
che, disce Sgorgio, nu li venne cari.

 

Er padrone era ito a li ssediari 3
a cercà un tajjo de pelle de Dante.
C’era un giovene 4 vecchio, ma ggargante 5
da fatte saccheggià li cortellari.

 

Io je disse de damme sto corpetto;
e cquer faccia de grinze a mossciarella 6
me ne diede uno che nemmanco in ghetto.

 

Io bbúttelo 7 pe tterra. Er zor Brighella
se scalla er pisscio: 8 io te l’agguanto 9 in petto.
E ssai come finí? Cco la bbarella.

 

Terni, 2 ottobre 1831 - De Pepp’er tosto

 

 1a Ingannarti. 1b Ebbi. 1 I giubbonari, contrada dove si vendono giubboni ed altre vesti ordinarie per lo più da contadini. 1c Riuscire. 2 Luogo speciale di detta contrada. 3 Altra contrada di Roma. 4 Garzone di bottega. 5 Di mala fede. 6 Castagna infornata. 7 Per concepire bene questo modo, conviene figurarsi che l’interlocutore dica a se stesso: buttalo, ecc. 8 Si accende di collera. 9 Lo afferro.

 

 

154. Me ne rido

 

E da capo Maghella! A ssentí a tté
chi nun diría che mm’hanno da impiccà?
Oh cammínete a ffà strabbuggiarà:
male nun fà, pavura nun avé.

 

E che mme frega li cojjoni 1 a mmé
si
2
er bariscello 3 me sce vò acchiappà?!
Prima, cristo!, che mm’abbi da legà,
l’ha da discurre cor un certo ché.

 

Anzi, come lo vedi, dijje un po’
che Peppetto lo manna a rriverì,
pregannolo a risceve un pagarò.

 

Questo è de scentodua chicchericchì, 4
che si me scoccia piú li C, O, cò,
presto se l’averà da diggerì.

 

Terni, 2 ottobre 1831 - D’er medemo

 

 1 Che mi cale. 2 Se. 3 Bargello. 4 Parola insignificante, che talora si prende per «galletto». Qui per «colpi di un uomo imbizzarrito»

 

 

155. Li cancelletti 1

 

Ma cchi ddiavolo, cristo!, l’ha ttentato
sto pontescife nostro bbenedetto
d’annàcce 2 a sseguestrà ccor cancelletto
quella grazzia-de-ddio che Iddio scià
3
ddato!

 

La sera, armanco, 4 doppo avé ssudato,
s’entrava in zanta pace in d’un buscetto 5
a bbeve 6 co l’amichi 7 quer goccetto,
e arifiatà 8 lo stommico assetato.

 

Ne pô ppenzà de ppiú sto Santopadre,
pôzzi avé bbene 9 li mortacci sui
e cquella santa freggna de su’ madre?

 

Cqui nun ze 10 fa ppe mmormorà, ffratello,
perché sse 10 sa cch’er padronaccio è llui:
ma ccaso lui crepassi, 11 addio cancello. 12

 

Terni, 2 ottobre 1831 - De Pepp’er tosto

 

 1 Leone xii fece porre alle porte delle bettole un cancello onde per mezzo a quello si spacciasse il vino, ed alcuno non si fermasse dentro a bere. Così tutti bevevano per le strade, con non minorazione di scandalo. 2 Andarci. 3 Ci ha. 4 Almeno. 5 Buchetto. 6 Bere. 7 Con gli amici. 8 Ristorare. 9 Possano aver bene. 10 Si. 11 Nel caso ch’egli crepasse. 12 Di fatti Pio viii, successore di Leone, fece tor via i cancelletti, de’ quali in certi rioni il popolo fece tanti falò.

 

 

156. Er vino

 

Er vino è ssempre vino, Lutucarda:
indove vôi trovà ppiú mmejjo cosa?
Ma gguarda cquì ssi cche ccolore!, guarda!
nun pare un’ambra? senza un fir de posa!

 

Questo t’aridà fforza, t’ariscarda,
te fa vviení la vojja d’esse sposa:
e vva’, 1 si mmaggni ’na quajja-lommarda, 2
un goccetto e arifai bbocc’odorosa.

 

è bbono asciutto, dorce, tonnarello,
solo e ccor pane in zuppa, e, ssi è ssincero,
te se confà a lo stommico e ar ciarvello.

 

È bbono bbianco, è bbono rosso e nnero;
de Ggenzano, d’Orvieto e Vviggnanello:
ma l’este-este 3 è un paradiso vero!

 

Terni, 3 ottobre 1831 - De Pepp’er tosto

 

 1 E ve’, e vedi. 2 Sterco. 3 Celebre è la storia dell’est est est di Montefiascone.

 

 

157. Er matto da capo

Sonetti 2

 

Sai chi ss’è rriammattito? Caccemmetti:
e ’r padrone, c’ha ggià vvisto la terza,
l’ha mmannato da Napoli a la Verza, 1
pe rrifajje passà ccerti grilletti.

 

Lí pprincipiò a sgarrà tutti li letti,
dava er boccio 2 a la dritta e a la riverza:
ma mmó ttiè tutte sciggne pe ttraverza,
e ccià er muro arricciato a cusscinetti.

 

Che vvôi! Nun t’aricordi, eh Patacchino,
che ggià jje sbalestrava er tricchettracche 3
sin da quanno fasceva er vitturino?

 

Che ccasa! Er padre e ddu’ fratelli gatti; 4
la madre cola, 5 e ttre ssorelle vacche:
e ttra ttutti una manica de matti.

 

Terni, 3 ottobre 1831 - De Pepp’er tosto

 

 1 Aversa. 2 Il capo. 3 Il cervello. 4 Ladri. 5 Spia.

 

 

158. Er matto da capo

 

Er cavarcante novo der Marchese
è aritornato in giú co li cavalli,
e ha rriccontato che da quasi un mese
er matto dà li luscid’intervalli.

 

Eh, ggià sse sa cc’a mmostaccioli, a bballi,
mattería, maccaroni e mmal francese,
se sa che a ttrippa verde e a ggruggni ggialli
nun c’è da stacce appetto antro paese.

 

E ppe cquesto ho ppaura ch’in nemmanco
de ’n’antra settimana ar cucchieretto
j’è aritornato ar posto er fritto-bbianco. 1

 

Ma inziememente ancora sce scommetto,
si ppassa da cassetta ar cassabbanco, 2
che vva da capo a svorticasse er tetto. 3

 

ivi, etc. Terni, 3 ottobre 1831- Der medemo

 

 1 Cervello. 2 Dalla scuderia alla sala. 3 A voltarsi la testa.

 

 

159. Una disgrazzia

 

Stammatina a San Neo Luca er facocchio
s’è arrisicato a sentí mmessa accanto
a cquer ladraccio d’usuraro santo,
che cquanno schiatta hai da sentí lo scrocchio!

 

Ecchete a l’improviso a sto santocchio,
ch’è ccatarroso a nun poté dì cquanto,
j’incomincia la tossa, e, in tossì tanto,
bloà, schizza a Luca un’ostrica in un occhio.

 

Luca che vvede er lampo e sente er botto
tutt’in un corpo assieme co l’impiastro,
attaccato un perdio je se fa ssotto.

 

E, ssi nun era quer portapollastro
der chirico, coll’ojjo der cazzotto
metteva er boccio in un gran brutto incastro.

 

Terni, 3 ottobre 1831 - De Pepp’er tosto

 

 

160. L’invidiaccia

 

Uhm! bella, bbella! cuanno è ’na scert’ora,
nun è ppoi Nastasía tutto st’oracolo. 1
È ccento vorte piú bbella Lionora,
e ggnisuno la tiè per un miracolo.

 

Cos’ha dde raro? Er culo è ’no spettacolo,
tiè ddu’ occhi de gatto e un dente in fora:
e ddillo tu si nun è un antro stàcolo 2
cuer fiato puzzolente che tt’accora.

 

Nun fo ppe ddí, ma cco sta donna bbella,
co sta puttana, co sto pezzo raro
nun ce bbaratterebbe una sciafrella. 3

 

Sai cuer che mm’hai da dí, Nofrio mio caro?
Che ssi ha vvent’anni soli a la bbardella, 4
ruga co la bbellezza der zomaro. 5

 

Terni, 3 ottobre 1831 De Pepp’er tosto

 

 1 Rarità. 2 Altro ostacolo. 3 Ciabatta. 4 Sul dorso. 5 Cioè «colla gioventù». Proverbio.

 

 

161. Puro l’invidiaccia

 

Nun ce vò mmica l’argebra a ccapillo
pe ccosa Nofrio mette in celo a cquesta
donna bbissodia, 1 e jje fa ttanta festa,
bbè cche, ssiconno me, vale uno strillo. 2

 

Vienghi una scimmia co la scuffia in testa,
lui subbito ce mette ostia e siggillo: 3
e a cquesta vonno (nun sta bene a dillo)
j’abbi sgrullato er farpalà 4 a la vesta.

 

Co ddu’ parole ecchete ssciorto er nodo
de Salamone: e, ssenz’avecce rabbia,
de vedello incescito, 5 anzi sce godo;

 

mó llui zappa sta Vènera, e la stabbia;
ma ppresto, a ffuria d’aribbatte er chiodo,
s’ha da trovà come l’uscello in gabbia. 6

 

Terni, 3 ottobre 1831 - D’er medemo

 

 1 Nome di scherno, tolto dal da nobis hodie. 2 Un nonnulla. 3 Ci si attacca; vuol pórci del suo. 4 Sgrullà er farpalà (scuotere il falbalà), vale «conoscere carnalmente». Il falpalà è a Roma «la guarnizione inferiore d’una sottana». 5 Imbalordito. 6 Proverbio.

 

 

162. La machina lèdrica

 

Oggi quer zeppo de Padron Zarlatta,
lui coll’antro bbidello a la Sapienza
che ddietr’ar collo tiè tanta de natta,
m’hanno fatto portacce una credenza.

 

Ce sta lí drento una gran rota, senza
razzi, tra du’ cusscini, e ttutta fatta
de vetro; e pe bbarile cià in cusscenza
quer manico c’ha ll’omo in de la patta.

 

Come se fa, nun n’ho capito un ette:
ma ddicheno che avanti a ’na colonna
serve a ccompone furmini e ssaette.

 

Eppuro paghería, corpo de Nonna,
de sapé cquanno ggiucheno a ttresette
si er primo è mmaschio e la siconna è ddonna.

 

Terni, 3 ottobre 1831 - Der medemo

 

 

163. Er comparato e commarato

 

La santarella appiccicata ar muro,
la bbizzochella de commare Checca
da tre ggiorni me cúnnola 1 e mme lecca; 2
ma io nun gonfio, 3 e mme sò messo ar duro.

 

Ce fa la gonza, 4 e mme sce tiè a lo scuro,
come vienissi adesso da la mecca!
Si 5 bbastone nun è ssarà battecca,
ma mme l’ha ffatta o la vô ffà ssicuro.

 

Ghiggna, 6 me fa la ronna, 7 se 8 strufina,
arza l’occhi, l’abbassa, se 9 tiè er fiato,
che ppare er gioco de passa-e-ccammina.

 

Ma ppoi se 10 sa la fin der Comparato:
cor un piggnolo e un po’ de passerina 11
è ffatto er connimento a lo stufato.

 

Terni, 3ottobre 1831 - De Pepp’er tosto

 

 1 Mi fa vezzi. 2 Mi lusinga. 3 Non secondo. 4 La semplice. 5 Se. 6 Sorride. 7 Ronda. 8, 9, 10 Si. 11 I due strumenti della generazione.

 

 

164. Er Ziggnore, o vvolemo dì: Iddio

 

Er Ziggnore è una cosa ch’è ppeccato
sino a ccredese indegni 1 de capilla.
Piú indiffiscile è a noi sto pangrattato, 1a
che a la testa de david la sibbilla. 2

 

A Ssanta Potenziana e Ppravutilla, 3
me diceva da ciuco er mi’ curato
ch’è ccome un fiàt, un zoffio, una favilla,
inzomma un vatt’a-ccerca-chì-tt’-ha -ddato. 4

 

E ppe spiegamme in tutti li bbuscetti
si ccome 4a Iddio ce se trova a ffasciolo, 5
metteva attorno a ssé ttanti specchietti.

 

Poi disceva: «Io de cqui, vvedi, fijjolo,
faccio arifrette tutti sti gruggnetti:
eppuro 6 è er gruggno d’un Curato solo».

 

Terni, 3 ottobre 1831 – D’er medemo

 

 1 Degni. 1a Un atto qualunque; qui per «atto d’intelletto». 2 «Teste David cum Sybilla». 3 Chiesa. 4 Parole che si profferiscono al giuoco della gatta ceca. 4a Se come, semplicemente «come». 5 A pennello, esattamente. 6 Eppure.

 

 

165. La creazzione der Monno

 

L’anno che Ggesucristo impastò er monno,
ché pe impastallo ggià cc’era la pasta,
verde lo vorze 1 fà, ggrosso e rritonno
all’uso d’un cocommero de tasta.

 

Fesce un zole, una luna, e un mappamonno,
ma de le stelle poi, di’ una catasta:
sù uscelli, bbestie immezzo, e ppessci in fonno:
piantò le piante, e ddoppo disse: Abbasta.

 

Me scordavo de dì che ccreò ll’omo,
e ccoll’omo la donna, Adamo e Eva;
e jje proibbì de nun toccajje un pomo.

 

Ma appena che a mmaggnà ll’ebbe viduti,
strillò per Dio con cuanta vosce aveva:
«Ommini da vienì, ssete futtuti».

 

Terni, 4 ottobre 1831 - D’er medemo

 

 1 Volle.

 

 

166. lndovinela grillo 1

 

Tu mm’addimanni 2 a mmé ssi 3 ffu pputtana
a li su’ tempi la casta Susanna.
Che vvôi che t’arisponni 4 a sta dimanna?
Bisoggnerebbe dillo
5 a la mammana.

 

Ma ccerto cuella vorta che in funtana
l’acchiapponno 6 li bbocci 7 a la lavanna,
se pô rride
8
d’accusa e de condanna
ch’entrassino 9 li lupi in de la tana.

 

Che vvôi che sse fascessi 10 de du’ vecchi
co cquelle sscimmesscimme-cose-mossce?
Nun je la vorze 11 dà: díllo, e cciazzecchi. 12

 

Ma ssi 3 la donna tu la vôi conossce,
métteje 13 avanti un par de torciorecchi,
eppoi guardeje 13 er gioco de le cossce.

 

Terni, 4 ottobre 1831 - De Pepp’er tosto

 

 1 Giuoco di sorti. 2 Dimandi. 3 Se. 4 Risponda. 5 Dirlo. 6 Acchiapparono. 7 Vecchi. 8 Si può ridere. 9 Entrassero. 10 Facesse. 11 Volle. 12 C’indovini. 13 Mettile, guardale.

 

 

167. L’innamorati

 

Semo da capo. Hai detto tante vorte
che pe tté nun c’è ar monno antro che Gghita.
Sempre ggiuri e spergiuri che la morte
sola pe mmé te pò llevà la vita.

 

E ggià scassi, e arïochi 1 la partita,
e m’aritorni a ffà le fuse-torte. 2
Ma io cojjona carzata e vvestita
che mme fido d’un cane de sta sorte!

 

Mamma bbè mme lo fesce er tu’ ritratto,
discenno c’avé ar core scento stilli
è mmejj’assai che mmette amore a un matto.

 

Ma zzitto, zitto: che sserve che strilli?
Già lo so er bene tuo si ccome è ffatto:
è ffatto quanno a tordi e cquanno a ggrilli.

 

Terni, 4 ottobre 1831 - D’er medemo

 

 1 Ripeti. 2 Corna.

 

 

168. Er pane casareccio

 

Hai fatto er pane in casa 1 eh pacchiarotta? 2
parla, racchietta 3 mia friccicarella. 4
Perch’io t’allumo 5 ccqui sta bbagattella
de patume 6 all’usanza de paggnotta.

 

La pasta smaneggiata viè ppiú jjotta, 7
dunque lasseme dà 8 ’na manatella; 9
eppoi fàmme assaggià la sciumachella 10
c’hai ’nniscosta llí ggiú ccalla che scotta.

 

Io te do in cammio 11 un maritozzo 12 fino
de scerta pasta scrocchiarella 13 e ttosta
che nun te la darebbe un cascherino. 14

 

Sto maritozzo a mmé ccaro me costa,
e tte lo vojjo dà ssenza un quadrino: 15
anzi de ppiú cciabbuscherai la posta.

 

Terni, 4 ottobre 1831 – D’er medemo

 

 1 Fare il pane in casa, dicesi di una donna che abbia petto abbondante. 2 Donna paffuta. 3 Bella e geniale giovane. 4 Che move l’estro. 5 Ti veggo, ti discopro. 6 Carname. 7 Ghiotta. 8 Lasciami dare. 9 Un colpo di mano. 10 Vedine il senso al Sonetto… 11 Cambio. 12 Pasta condita con olio, zucchero, uve passe, finocchi, anaci, e cotta al forno. Vedine il significato, nel nostro caso, al Sonetto… 13 Croccante. 14 Garzone di fornaio. 15 Gratis.

 

 

169. Er Culiseo

 

Quest’era pe la ggiostra e li fochetti
come se fa oggiggiorno da Corea. 1
C’ereno attorno ccqui ttutti parchetti,
lassú er loggiato, e immezzo la pratea.

 

Eppoi fàtte inzeggnà da Mastr’Andrea
er butteghin de chiave e dde bbijjetti,
er caffè pe ggelati e llimonea,
e scale, e rrimessini, e ttrabbocchetti.

 

Oh, la viacrusce l’hanno messa doppo,
perché li Santi martiri ccqui spesso
c’ebbero da ingozzà ccerto ssciroppo.

 

Co un po’ de sassi e un po’ de carcia e ggesso,
lassa che jje se dii quarche arittoppo
e un’imbiancata, e ppô sserví anc’adesso.

 

Terni, 4 ottobre 1831 - De Pepp’er tosto

 

 1 Anfiteatro Corèa (annesso al palazzo della famiglia di questo nome) fondato sulle sostruzioni del mausoleo d’Augusto.

 

 

170. Er Culiseo

 

E nnò ssortanto co mmajjoni e ttori
ccqui se ggiostrava, e sse sparava botti,
ma cc’ereno cert’antri galeotti
indifferenti dalli ggiostratori.

 

Se chiamava sta ggente Gradiatori
e ll’arte loro era de fà a ccazzotti.
Ste panzenére co li gruggni rotti
daveno assai da ride a li Siggnori.

 

Un de sti bbirbi, e mme l’ha ddetto un prete,
cuscinò 1a cor un puggno un lionfante,
eppoi se lo maggnò, ssi cce credete!

 

Je danno nome o Melone o Rugante: 1
ma, o ll’uno o ll’antro, mai 1b tornassi 1c a mmete 2
nu lo vorrebbe un cazzo appiggionante.

 

Terni, 4 ottobre 1831 - D’er medemo

 

 1 Milone, o Creugante. 1a Uccise. 1b Se mai. 1c Tornasse. 2 Mietere, per «divorare».

 

 

171. Santo Toto a Campovaccino

 

Nun c’è da repricà: ll’antichi puro
ereno bboni e ppopolo devoto.
Pregaveno li santi addoss’ar muro
de scampalli da guerra e tterremoto.

 

Si de sto fatto nun vôi stà a lo scuro,
oggi fascemo un tantinel de moto,
e annamo a un tempio antico de sicuro
che sse seguita a ddí dde Santo Toto. 1

 

Quanno le cose, Pippo, le dich’io,
t’hai da capascità che ssò vvangeli,
ché tu cconoschi er naturale mio.

 

Ner mi’ ovo, ehèe, nun ce sò ppeli;
e tte saprebbe a ddí ssi ccome Iddio
fesce pe ffrabbicà li sette-sceli.

 

Terni, 4 ottobre 1831 - De Pepp’er tosto

 

 1 Antico tempio di Vesta, oggi di S. Teodoro.

 

 

172. L’oche e li galli

 

Ar tempo de l’antichi, in Campidojjo,
dove che vvedi tanti piedestalli,
quell’ommini vestiti rossi e ggialli 1
c’ingrassaveno l’oche cor trifojjo.

 

Ecchete che ’na notte scerti galli
viengheno pe ddà a Roma un gran cordojjo:
ma ll’oche je sce messeno uno scojjo,
ché svejjorno un scozzone de cavalli.

 

Quell’omo, usscito co la rete in testa
e le mutanne sole in ne le scianche,
cacciò li galli e jje tajjò la cresta.

 

Pe cquesto caso fu che a ste pollanche
er gran Zenato je mutò la vesta,
ch’ereno nere, e vvorze fàlle bbianche.

 

Terni, 4 ottobre 1831 - De Pepp’er tosto

 

 1 I così detti Fedeli del Campidoglio. Vedi la nota… del Sonetto…

 

 

173. La Salara de l’antichi

 

Viscino ar Culiseo, 1 tra li cantoni
de li fienili de Padron Vitale,
’Ggnazzio, sce troverai sette stanzioni,
c’abbiteressi mejo a lo spedale.

 

Vonno che llí, si nun ho inteso male,
a cquer tempo de ddio de li Neroni
se fascessi la frabbica der zale 2
pe cconní le coppiette 3 e li capponi.

 

E mmó mme viè un’idea! che llí, per bacco,
chi ssa che nun ce fussi er zito puro
pe ttutto er magazzino der tabbacco? 4

 

Guasi guasi lo tiengo pe ssicuro:
ma mmo cche vvado a ricuscimme un tacco, 5
per dina che lo so, ssi mme ne curo.

 

Terni, 4 ottobre 1831 - De Pepp’er tosto

 

 1 Colosseo. 2 Sono le così dette Sette-Sale, già terme erette da Tito sull’Esquilino, sopra una porzione della casa di Nerone: donde si vuole che Raffaello Sanzio trasse l’idea de’ suoi ornati delle Logge Vaticane. I Romaneschi sono molto propri a confondere il sale, con le sale. 3 Polpette. 4 Unitamente a quelle del sale va in oggi amministrata la regalia de’ tabacchi. 5 Taccone. I ciabattini, i calzuolai e i barbieri sono i dottori della plebe.

 

 

174. L’arco de Campovaccino, cuello in qua

 

Cuello che tte viè in faccia mezzo nero
cuanno se’ appiede de la cordonata, 1
è ll’arco lui de Sittimio s’è vvero, 2
ché pò esse che ssii ’na bbuggiarata.

 

Oh vvedi che ccrapiccio de penziero,
vedi si cch’idea matta sconzagrata,
de nun annallo a ffrabbicallo intiero,
ma co una parte mezza sotterrata!

 

E nun t’hai da ficcà nner cucuzzolo 3
ch’io te viènghi cquì a ddì ’na cosa ssciàpa 4
e a ddatte ’na stampella pe mmazzòlo. 5

 

Me l’aricordo io che nnun zò rrapa 6
che pprima se vedeva un arco solo,
e ll’antri dua ce l’ha scuperti er Papa. 7

 

Terni, 4 ottobre 1831 - De Pepp’er tosto

 

 1 Appié del Campidoglio, sull’ingresso del Foro Romano, detto oggi Campovaccino o Foro Boario. 2 Settimio Severo. 3 Capo. 4 Scipita. 5 Gruccia da civetta. 6 Stupido. 7 Pio vii vi disotterrò la metà inferiore di quest’arco, interrata delle vecchie rovine.

 

 

175. Roma capomunni

 

Nun fuss’antro pe ttante antichità
bisognerebbe nassce tutti cquì,
perché a la robba che cciavemo cquà
c’è, sor friccica 1 mio, poco da dí.

 

Te ggiri, e vvedi bbuggere de llí:
te svorti, e vvedi bbuggere de llà:
e a vive l’anni che ccampò un zocchí 2
nun ze n’arriva a vvede la mità.

 

Sto paese, da sí cche 3 sse creò,
poteva fà ccor Monno a ttu pper tu,
sin che nun venne er general Cacò. 4

 

Ecchevel’er motivo, sor monzú,
che Rroma ha perzo l’erre, 5 e cche pperò
de st’anticajje nun ne pô ffà ppiú.

 

Terni, 5 ottobre 1831 - Der medemo

 

 1 Nome di scherno. 2 Un non-so-chi. 3 Da quando. 4 Principio della Repubblica Francoromana. 5 Perdere l’erre: perdere il di sopra, la importanza, e i simili.

 

 

176. Le scorregge 1a da naso solo

 

Che odor de puzza! Puhf! Loffe 1a ariposte!
Avvisi sordi de scorreggia 1a muta!
Senti si 1 cche pprofumi d’ovatoste!
E pporti st’acqua de melissa, eh Tuta?

 

Ner cul de ’na piluccia ggiú dall’oste,
fatte pistà un tantin d’erba fottuta,
co ’na pera spadona in de le coste,
seme de tuttocazzo, ojjo, ajjo e rruta.

 

Sò mmano-sante 2 puro 3 un manganello,
una stanga de porta de cantina,
o una cavola presa a un caratello.

 

La prima tù a ssentí sta cantarina 4
sei stata? A cquesto c’è un proverbio bbello,
che disce: Cunculina cunculina… 5

 

Nun fà 6 l’innocentina:
quanno dereto a nnoi tôna o llampeggia,
se 7 dice chiaro: ho ffatto una scorreggia.

 

Terni, 5 ottobre 1831 - De Pepp’er tosto

 

 1a Peti. 1 Se. 2 Rimedi miracolosi. 3 Pure. 4 Cantaro, per «fetore». 5 Concolina, concolina chi la fa, la sente prima. 6 Non fare. 7 Si.

 

 

177. Le scorregge 1a da naso e da orecchie

 

Nun ce pijjate un cazzo 1 pe sta tossa
che vve sfiata le canne all’orghenetto?
Pe ccarità, che ssi vve passa in petto,
la bbava ggialla se pò ttiggne rossa!

 

Povera sor’Usebbia! Un’antra sbiossa 2
che vve sturi, dio guardi, er cuccometto,
nun ze 3 pô mmai sapé, vve s’empie er letto
d’inguento cavarcato a la disdossa.

 

Bbasta, si ccaso ve scappassi un raschio
senza liscenza delli suprïori,
fa bbene er latte de l’uscello 4 maschio.

 

Anzi a mmé mm’è vvienuto oggi de fori
un lavativo, ch’è capace, caschio! 5
de schizzavvelo inzino all’interiori.

 

Co questi arifreddori
nun z’ha da perde tempo; Usebbia mia:
bisogna dajje dietro e ttirà vvia.

 

Terni, 5 ottobre 1831 - D’er medemo

 

 1a Peti. 1 Nulla. 2 Una specie di spellicciatura rotta, ecc. 3 Si. 4 V. Sonetto… 5 Interiezione.

 

 

178. Le scurregge che se curreno appresso

 

Gran contrasto de venti oggi se sente:
ciaddomina perantro lo scirocco!
Guarda come cquà e llà scappa la ggente
pe ppaura ch’er tempo arzi lo scrocco!

 

Ma er temporale nun sarebbe ggnente
sino che le campane hanno er batocco:
er malann’è che st’arie d’accidente 1
ponno appestacce in barba de san Rocco.

 

Lo so bbè io, che mme ce sò incontrato
dove un lebbeccio straportò una pesta
propio de quelle da levatte er fiato.

 

Se stava a la parrocchia, e ffu de festa:
e lo pò ddí la serva der curato,
ché cquer vento j’arzò ssino ha vesta!

 

Terni, 5 ottobre 1831 - De Pepp’er tosto

 

 1 Equivoco d’Occidente.

 

 

179. Le forbiscette

 

Si tte bbastarda l’animo de fallo,
mulacciame sta scarpa, bbella fijja;
ché ssu sto deto me sc’è nnato un callo
piú ttosto der tu’ corno de famijja.

 

Sto callaccio ’ggni tanto m’aripijja,
e nun me so arisorve de tajjallo.
Ammalappena ho ffatto un par de mijja,
me te dà ccerte fitte che ttrabballo.

 

Tu che in logo de lingua hai ne la bbocca
lo stuccio d’un bon par de forbiscette,
me serviressi tu, bbella pasciocca?

 

Sfileme li carzoni e le carzette
pe ppreparatte a ffà cquer che tte tocca;
eppoi doppo ggiucamo a ccaccia e mmette.

 

Terni, 5 ottobre 1831 - De Pepp’er tosto

 

 

180. Li dottori

 

Sta somaraja che ssa scrive e llegge,
sti teòlichi e st’antre ggente dotte,
saria mejjo s’annassino a ffà fotte
co li su’ libbri a ssôno de scorregge.

 

Oh vvedi, cristo, si cche bbella legge!
Dà le corne a li spigoli la notte: 1
sudà l’istate come pperacotte:
e l’inverno p’er freddo nun arregge! 2

 

Er vento bbutta ggiú, ll’acqua t’abbagna,
te cosce er zole; e, ppe ddeppiú mmalanno,
senza er priffete 3 un cazzo 4 che sse maggna!

 

E cco ttutti li studi che sse sanno,
a sta poca freggnaccia de magaggna
nun cianno 5 mai da rimedià nun cianno!

 

Terni, 6 ottobre 1831 - De Pepp’er tosto

 

 1 Batti la testa ai cantoni pel buio. 2 Non reggersi. 3 «Danaro»; così detto da’ plebei, e da altri il pliff, per imitazione del suono che rende nel cadere sotto il conto. 4 Equivale ad una negativa. Devesi pronunziare battendo con vigore la lettera a. 5 Ci hanno.

 

 

181. La musica

 

In ner mentre aspettavo si er padrone
volessi la carrozza o ttornà a ppiede,
stavo all’apparto de li bbusci 1 a vvede
’na fetta de commedia a Ttordinone.

 

De llí a un po’ venne sú dda lo scalone
un paino scannato 2 pe la fede,
discenno a un antro: «Nun lo vonno crede,
ma a Ddavide 3 nun c’è ppiú pparagone.

 

La vorta che ffu cquì prima de questa,
cacciava, come ttutti li tenori,
note de petto, e mmó ssolo de testa».

 

«Dunque, dimanno scusa a llorziggnori»,
io fesce 4 allora, «tutta sta tempesta
la potrebbeno fà ll’arifreddori».

 

Terni, 6 ottobre 1831 - D’er medemo

 

 1 Stare all’appalto de’ buchi: spiare attraverso le fessure e i buchi delle chiavi. 2 Uno zerbino di pochi soldi. 3 Il tenore Giovanni David. 4 Io dissi.

 

 

182. La frebbe 1

 

Quanno pe vvia de caricà la leggna
er viggnarolo me mannò a la viggna,
lui stava fora, e cc’era la madreggna
’na stacca 2 vedovella da gramiggna.

 

Quer commido der cazzo e de la freggna
ce messe 3 vojja de grattà la tiggna.
Che bbella notte! Ma cquell’aria indeggna
m’attaccò ppoi ’na mmalatia maliggna.

 

Sai che mme disse quer dottor da roggna
che vvà dar zempriscista a la cuccaggna? 4
«Quì cc’è una bbona frebbe!, e nnun bisoggna...».

 

Ma io, pe nnun sentí ll’antra compaggna,
te l’azzittai 5 ccusì: «Ssora caroggna,
la frebbe è bbona? annàtevel’a mmaggna».

 

Terni, 6 ottobre 1831 - De Pepp’er tosto

 

 1 Febbre. 2 Puledra. 3 Mise. 4 Contrada di Roma. 5 Lo quietai.

 

 

183. Er medico

 

Vôi sapé cchi è sto medico dell’oggna, 1
ch’io nun faria castracce una castaggna?
È cquer tufo, 1a quer fijjo de caroggna,
che vvenne ccqui da Strongoli a ppedaggna, 1b

 

Principiò, ppe strappalla, 1c a ddà l’assoggna 2
a le bbastarde 3 de piazza de Spaggna:
poi cor un ciarlatano annò a Bbirboggna
a ffà le paste frolle 4 de Raffaggna. 5

 

E ppe l’appunto ar fatto de la viggna,
diventato dottore de la Zzuggna, 6
era tornato a mmedicà la tiggna.

 

Fu allora che ppe via de la caluggna
che llui diede a la mi’ frebbe maliggna,
te j’atturai la bbocca co sta bbruggna. 7

 

Terni, 6 ottobre 1831 - D’er medemo

 

 1 Dell’unghia: medico da nulla. 1a Zotico. 1b A piedi. 1c Procacciare la vita alla meglio. 2 Dar la sugna: blandire, star d’attorno ad alcuno per fini particolari. 3 Specie di cocchio, e figlie di meretrici che avevano asilo e immunità nelle giurisdizioni del Palazzo di Spagna. Da vari anni ne sono state eliminate. Insomma, il nostro dottore faceva in origine il ruffiano. 4 Lavoratore di paste frolle: agire con artificio e malizia. 5 Frode. 6 Parola insignificativa, che sta per «nulla» e si profferisce talora nelle esclamazioni d’impazienza. Oh la zugna! 7 Brugna, per «risposta a proposito».

 

 

184. Caino

 

Nun difenno Caino io, sor dottore,
ché lo so ppiú dde voi chi ffu Ccaino:
dico pe ddí che cquarche vvorta er vino
pò accecà l’omo e sbarattajje er core.

 

Capisch’io puro che agguantà un tortore 1
e accoppacce un fratello piccinino,
pare una bbonagrazia da bburrino, 2
un carciofarzo 3 de cattiv’odore.

 

Ma cquer vede ch’Iddio sempre ar zu’ mèle
e a le su’ rape je sputava addosso,
e nnò ar latte e a le pecore d’Abbele,

 

a un omo com’e nnoi de carne e dd’osso
aveva assai da inacidijje er fele:
e allora, amico mio, tajja ch’è rosso. 4

 

Terni, 6 ottobre 1831 - D’er medemo

 

 1 Pezzo di ramo di albero. 2 Contadino romagnolo. 3 Calcio falso: tradimento. 4 Frase usata per esprimere l’abbandono di ogni riguardo od esitazione. È metafora presa dal tagliare i cocomeri.

 

 

185. Er vino novo

 

Noè, vvedenno in ne la viggna sua,
ch’era cas’-e-bbottega 1 ar zu’ palazzo,
la vita a spampanasse, 2 c’un rampazzo
pesava armeno una descina o ddua,

 

se spremé in bocca er zugo de quell’ua,
e ddisse: «Bbono, propio bbono, cazzo!»
Ma nun essenno avvezzo a sto strapazzo,
n’assaggiò ttroppo, e cce trovò la bbua.

 

Quer zugo inzomma fesce a llui lo scherzo
che ffa adesso a noantri imbriaconi
stramazzannoce in terra de traverzo.

 

E ccome lui cascò ssenza carzoni,
ne la sagra scrittura ce sta un verzo
che disce: E mmostrò er cazzo e lli cojjoni.

 

Terni, 6 ottobre 1831 - De Pepp’er tosto

 

 1 Vicina. 2 Spampanarsi: allargarsi.

 

 

186. Er gran giudizzio de Salamone

 

Tu inzomma te lo spenni pe sbrillacco 1
er giudizzio che ffesce Salamone?
Io sce voría vedé l’Abbate Sacco, 2
o er presidente nostro de l’urione! 3

 

Tramezzo a ddu’ donnacce cannarone, 4
zuppo, 5 arrochito, 6 sscelonito, 7 stracco,
pe ttirà ffora er torto e la raggione
com’aveva da fà? Vvenne a lo spacco.

 

Perché, ttu dichi, nun guardò ar casato
e ar nummero dell’anno e dder millesimo
in tutt’e ddua le fede der Curato?

 

Ecco mó indove io te darebbe er pisto!
Dunque t’arriva novo, eh?, cche er battesimo
fu, doppo, un’invenzion de Ggesú Cristo?

 

Terni, 7 ottobre 1831

 

 1 Bislacco. 2 Il giudice privativo de’ poveri mercenarii. Si chiama sempre l’abate Sacco, dal nome o dal primo che esercitò quella magistratura, o di uno che vi si distinse. 3 Rione. 4 Gridatrici con gran voce. 5 Bagnato, per «sudato». 6 Rauco. 7 Stordito.

 

 

187. La Ritonna

 

Sta cchiesa è ttanta antica, ggente mie,
che cce l’ha ttrova er nonno de mi’ nonna.
Peccato abbi d’avé ste porcherie
da nun essesce 1 bbianca una colonna!

 

Prima era acconzagrata a la Madonna
e cce sta scritto in delle lettanie:
ma doppo s’è cchiamata la Ritonna
pe ccerte storie che nun zò bbuscíe.

 

Fu un miracolo, fu; pperché una vorta
nun c’ereno finestre, e in concrusione
je dava lume er buscio de la porta.

 

Ma un Papa santo, che ciannò in priggione,
fesce una Croce; e ssubbito a la Vorta
se spalanco da sé cquell’occhialone. 2

 

E ’r miracolo è mmóne 3
ch’er muro cò cquer buggero de vôto,
se ne frega de sé 4 e dder terremoto.

 

Terni, 7 ottobre 1831 - De Pepp’er tosto

 

 1 Esserci. 2 Credenza popolare. 3 Mo: ora. 4 Si ride di se stesso.

 

 

188. Sant’Ustacchio

 

Sto scervio co sta crosce e co sta bboria
ch’edè? 1 Babbào! 2 ciazzeccherai dimani.
Viè cquà, tte lo dich’io: cuesta è ’na storia
der tempo de l’aretichi pagani.

 

T’hai duncue da ficcà nne la momoria
c’a li paesi lontani lontani
sant’Ustacchio era un Re, ddio l’abb’in gloria, 3
c’annava a ccaccialepri 4 co li cani.

 

Un giorno, tra li lepri ecco je scappa
un cervio maschio, accusí ppoco tristo,
che llui s’affigurò de fallo pappa. 5

 

Ma cquanno a bbrusciapélo l’ebbe visto
co cquella crosce in fronte e in d’una chiappa,
lo lassò in pasce, e vvorze 6 crede a Ccristo.

 

Terni, 7 ottobre 1831 - De Pepp’er tosto

 

 1 Cos’è? 2 Voce di scherno. 3 Veramente il termine di maggior purità romanesca è grolia: ma talvolta dalle stesse bocche si ascoltano sdrucciolare vocaboli e frasi improntate dal ceto civile. 4 Il vocabolo caccialepri significa in Roma anche un’erbuccia da insalata, cioè… 5 Colpirlo e ucciderlo a un tratto. 6 Volle.

 

 

189. Er pranzo de li Minenti 1

 

C’avessimo? 2 un baril de vin asciutto, 3
du’ sfojje 4 co rragajji 4a e ccascio tosto, 5
allesso de mascello, 6 un quarto 7 arrosto,
e ’na mezza grostata: 8 ecchete tutto!

 

Ce fussi stato un frittarello, un frutto,
o un piattino ppiú semprice e ccomposto!...
Cert’antra ggente che ce stiede accosto
c’ebbe armanco deppiú fichi e presciutto!

 

Si ppoi vôi ride, mica pan de forno
ce diede, sai? ma ppagnottoni a ppeso,
neri arifatti 9 de scent’anni e un giorno.

 

Oh, tu azzecchece 10 un po’ cquanto fu speso!...
Du’ testonacci 11 a ttesta, o in quer contorno! 12
E cce vonno riannà? 13 Bravo, t’ho ’nteso! 14

 

E io che mm’ero creso 15
d’impiegà un prosperuccio-lammertini, 16
ciò impeggnato a mmi mojje l’orecchini.

 

Terni, 8 ottobre 1831 - De Pepp’er tosto

 

 1 Minenti (da eminenti): così chiamansi coloro che vestono l’abito proprio del volgo romanesco. 2 Avemmo. 3 Vin brusco. 4 Lasagne. 4a Visceri di pollo. 5 Cacio pecorino. 6 Carne di macello dicesi la «carne grossa». 7 Quarto, assolutamente, è un «quarto di bacchio o abbacchio, cioè agnellino da latte». 8 Specie di sfogliata. 9 Stantii. 10 Indovinaci. 11 Testone è una moneta d’argento da tre paoli. 12 Incirca. 13 Riandare, ritornare. 14 Così dicesi da chi non vuol far nulla di quanto udì. 15 Creduto. 16 Vedi la nota… del Sonetto…

 

 

190. Er pranzo de le Minente 1

 

Mo ssenti er pranzo mio. Ris’e ppiselli,
allesso de vaccina e ggallinaccio,
garofolato, 2 trippa, stufataccio, 3
e un spido 4 de sarsicce 5 e ffeghetelli. 6

 

Poi fritto de carciofoli e ggranelli,
certi ggnocchi da fàcce er peccataccio, 7
’na pizza aricresciuta de lo spaccio, 8
e un’agreddorce de ciggnale 9 e ucelli.

 

Ce funno peperoni sott’asceto
salame, mortatella e casciofiore,
vino de tuttopasto e vvin d’Orvieto.

 

Eppoi risorio 10 der perfett’amore,
caffè e ciammelle: e tt’ho llassato arreto
certe radisce da slargatte er core.

 

Bbè, cche importò er trattore?
Cor vitturino che mmaggnò con noi,
manco un quartin 11 per omo: 12 e cche cce vòi?

 

Terni, 8 ottobre 1831 - D’er medemo

 

 1 Vedi la nota 1 del Sonetto precedente. 2 Garofanato: specie di umido di manzo. 3 Altro umido tagliato in pezzi. 4 Spiedo. 5 Salsicce. 6 Quando è così nominato, intendesi sempre per «fegato di maiale». 7 Peccato di gola. 8 Comperata. 9 Cinghiale. 10 Rosolio. 11 Il quartino era una moneta d’oro del valore di un quarto di zecchino; oggi è rarissima e quasi irreperibile, ma n’è restato il nome di convenzione fra il volgo per dinotare paoli cinque. 12 Per «cadauno»: e in questo senso, il per omo vale anche per «donna».

 

 

191. Er marfidato

 

O credece, o nun credece, 1 e ppe cquesto
l’acqua nun vorà ppiú ccurre pe ffiume?
Quanno bussassi 2 io nun potei fà ppresto,
perché er vento de ggiú me smorzò er lume.

 

Tu pperò co cquer birbo vassallume
de li parenti tui, nun dico er resto,
hai pijjato st’ancino 3 pe pprotesto 4
de famme un fascio co’ ttant’antre schiume.

 

Sí, è vero, ce trovassi Zuzzovijja:
be’, da sto fatto che ne strigni? Oh guarda
si cche ccasi da fanne maravijja!

 

Me venne a salutà pe Ggesuarda.
Ma tu, attacchino mio, crede a Cicijja,
sei l’urtimo a ttrattamme da bbusciarda.

 

Terni, 8 ottobre 1831- D’er medemo

 

 1 O credici o non ci credere. 2 Bussasti. 3 Uncino. 4 Pretesto.

 

 

192. Er pidocchio arifatto 1

 

Pe vvienimme a pparlà fanno a l’aggara 2
donne tutte de garbo e obbrigazzione.
Me saluta Maria de lo scozzone,
la Chiappina e Lluscia la salumara.

 

E ttu, cco cquer grostin de protenzione
de tienettela sú, 3 vacca somara,
saressi 4 mai la bbella Pulinara
che mmonta su la scala der pavone? 5

 

Inzin a jjeri hai fatta la servaccia;
e mmó cche ssei, Dio guardi, er pissciatore
d’un Conte, soffi e mme ce sputi in faccia?

 

Ricordete però cche cchi ssetaccia
fa ssemmola e ffarina. Er cacciatore
quanno pía 6 starne e cquanno storni a ccaccia.

 

Terni, 8 ottobre 1831 - D’er medemo

 

 1 Il parvenu dei francesi. 2 A gara. 3 Di stare in alterigia. 4 Saresti. 5 Frasi di un gioco da fanciulli. 6 Piglia.

 

 

193. Nun zempre ride la mojje der ladro 1

 

Pe ffasse strascinà 2 Mmenica zozza, 3
chi nu lo sa?, rinegheria la fede:
e tte fa spesce si mmó vva in carrozza?
Lasscia fà: ciarivedemo appiede.

 

Sin che ddura la robba de Pressede
lei se la ride, se la sciala, e strozza. 4
Scorta 5 poi che ssarà, tu ll’hai da vede,
uf, 6 l’hai da vede piaggne a vvita mozza.

 

Cuella bbenedett’anima requiesca
se sscervellava 7 pe arricchí er marito;
e llui se va a spiantà ppe sta ventresca!

 

Nun ze n’accorge, mó cc’ha er fiasco empito;
ma llasselo aridusce 8 all’acqua fresca,
e a tte Ccannella 9 a mmozzicatte er dito!

 

Terni, 8 ottobre 1831 - D’er medemo

 

 1 Proverbio. 2 Per andare in carrozza. 3 Sozza. 4 Mangia. 5 Colla o stretta come corta. 6 Interiezione esprimente persuasione intima. 7 Si stordiva in pensieri. 8 Ridurre. 9 La voce Cannella è un puro ripieno.

 

 

194. Er viaggio de Loreto

 

 Ito che ffui co tté a la Nunziatella, 1
agnéde 2 a vvisità la Santacasa,
pe strufinà ne la sagra scudella
3
sta coroncina d’ossi de scerasa.

 

De fĕdĕ è cche per aria sii rimasa, 3
ma ggnisuno c’è degno de vedella;
e un anno ’na Reggina ficcanasa 4
ce perze l’occhi. Si cche ccosa bbella!

 

Bè, llí a Maria Santissima, in ner mentre
disse: E cciancilla Dommine, er Ziggnore
je mannò ne la panza fruttusventre.

 

Eh? cche ttibbi 5 de casa in cuella Cchiesa!
Oh vvà che sse trovassi un muratore,
da fanne un’antra pe cquant’oro pesa!

 

Terni, 9 ottobre 1831 - D’er medemo

 

 1 Chiesa suburbana, dove in dato tempo dell’anno corre il popolo divoto a gozzovigliare. 2 Nella Santa Casa di Loreto si conserva e mostra la vera scodella in cui mangiava il pancotto N.S.G. Su di essa i pii pellegrini fregano le loro corone le quali ipso facto rimangono benedette e operatrici di portenti anche meteorologici. 3 Pretendevasi, ma in oggi que’ buon preti van più a rilento nel sostenerlo, che quella sagra Casa fosse sospesa in aria come la cassa di Maometto, e che in prova di ciò poteva passarlesi per di sotto un nastro. Una dama però che accettò l’esperimento, rimase cieca miracolosamente, prima della consumazione dell’atto. Bel testimonio è venuto a mancare! È da leggersi un’opera di un Vescovo Lauretano sulla nostralità de’ materiali betlemici onde è costrutta quella casa volante. 4 Curiosa. 5 Che tocco! Che specie solenne.

 

 

195. E ddoppo, chi ss’è vvisto s’è vvisto

 

Come sò st’omminacci, Aghita, eh?
Pareno cose de potesse dí?
Sin che nun te lo fai mettelo ccqui,
sò tutti core e ffedigo 1 pe tté.

 

Ma una vorta che jj’hai detto de sí,
appena che jj’hai mostro si cc’or’è,
bbada, Aghituccia, e ffidete de mé
che te sfotteno er cane 2 llí per lí.

 

Ecchete la mi’ fine co Cciosciò:
viè: ppare un santo, un fiore de vertú:
io me calo le bbraghe 3 e jje la do.

 

Ce sei ppiú stata da quer giorno tu?
Accusí llui: da sí che 4 mme sfassciò,
Ggesú Ggesú nnun z’è vveduto ppiú!

 

Terni, 9 ottobre 1831 - D’er medemo

 

 1 Fegato. 2 Ti abbandonano. Frase presa dal volgare de’ militari francesi: foutre le camp. 3 Calarsi le braghe: cedere. 4 Da quando.

 

 

196. Venti dì ttrent’otto mijja,
è un cojjon chi sse ne pijja.

 

Doppo quella frebbaccia bbuggiarossa,
che a ffà tterra pe cecci era d’avanzo,
sto ggiuggno e llujjo, pe scampà la fossa
sò ito a mmutà aria a pportodanzo. 1

 

Maggnavo poco a ccena e ggnente a ppranzo:
puro 2 de punt’in bianco 3 ebbe 4 una smossa,
che ssi ar guarí nun me se dà uno scanzo,
già aristavo llí llí ppe stirà ll’ossa.

 

Mo cc’agosto ariviè ccapo d’inverno,
me n’aritorno a Rroma a ppijjà ffresco,
o ppe annamme a ffà ffotte in zempiterno.

 

Tu lo sai, Schizza mia, ch’io sò ttodesco 5
vojjo svariamme, 6 e cquanno vinco un terno
vado ar perdon-da-Sisi a Ssan Francesco.

 

Terni, 9 ottobre 1831 - D’er medemo

 

 1 Porto d’Anzio. 2 Pur tuttavia. 3 All’improvviso. 4 Ebbi. 5 Testardo. 6 Divertirmi.

 

 

197. Li bbaffutelli 1

 

No ppe ccristaccio, nun volemo un cazzo
sti bbaffetti pe Rroma in priscissione;
che vviengheno a ddà er zacco su a ppalazzo,
e a bbuggiarà la santa riliggione.

 

Ma er Papa nostro, si nun è un cojjone,
ce l’ha dda fà vvedé cquarche rrampazzo! 2
Bast’abbino l’idea de frammasone
pe mmannalli a impiccà tutt’in un mazzo.

 

E ppe nnun fà a chi fijjo e a chi ffijjastro, 3
a le mojje bbollateje la sorca, 4
e a li fijji appricateje l’incastro. 5

 

Si a ddà un essempio a sta canajja porca
poi manca er boja, sò cquà io pe mmastro,
che sso ccome se sta ssott’a la forca.

 

Terni, 9 ottobre 1831 - D’er medemo

 

 1 Giovanetti vaghi d’andare in mustacchi. 2 «Impiccato»; translato di racemo, detto in Roma rampazzo. 3 Parzialità. 4 La pudenda. 5 Castratura.

 

 

198. A Bbucalone 1

 

Ah? pijji mojje? ebbè mmó cche cce sei
abbada a li capelli, Bbucalone.
Sibbè co ccerte razze de drondrone, 2
l’abbi o nun l’abbi è sempre tre e ttre a sei.

 

Te li tajji? Ma ppoi lassa fà a llei
pe mmostrà tutta l’arma de Prutone. 3
Li fai cresce? aricordete Sanzone
pettinato pe mman de filistei.

 

Che jje ggiovonno le su’ bbelle porpe, 4
e cquella ganassòla 5 de somaro,
e cquelle code de trecento vorpe?

 

Che jje giovò de rompe uno scatorcio, 6
e d’avé cojjonato er portinaro?
Pe ffà la morte de che mmore er zorcio. 7

 

Otricoli, 10 ottobre 1831 - De Pepp’er tosto

 

 1 Gocciolone, babbaccio. 2 Meretrici. 3 Le corna. 4 Polpe: la sua vigoria. 5 Mascella. 6 Catorcio. 7 Proverbio.

 

 

199. Muzzio Sscevola all’ara

 

Tra ssei cherubbiggneri e ddu’ patujje,
co le mano dereto manettate,
Muzzio Scevola in tonica da frate
annò avanti ar Zoprano de le trujje. 1

 

Stava Porzenno a ssede in zu le gujje
che sse vedeno a Arbano inarberate.
«Sora mmaschera, come ve chiamate?»,
er Re jje disse, «e ccosa sò ste bbujje?». 2

 

Disce: «Sagra Maestà, sò Mmuzziosscèvola:
ve volevo ammazzà; ma ppe ’n equivico
ho rotto un coppo in cammio d’una tevola».

 

Ditto accusí, pe ariscontà er marrone,
cor un coraggio de sordato scivico
se schiaffò la mandritta in ner focone.

 

Otricoli, 10 ottobre 1831 - D’er medemo

 

 1 Dell’Etruria. 2 Buglia: subbuglio, chiasso.

 

 

200. Li malincontri

 

Si tte piace er zalame: 1 Padron Biascio
fu assassinato attacc’a la Merluzza.
Dimme de nò! ppuzza de cascio puzza!
E intiggnete a nnegà! ppuzza de cascio!

 

Quer vitturino testa de cucuzza
mannava li sturioni adasciadascio,
e jje fasceva er verzo che ffa er bascio
quanno tra mmaschio e ffemmina se ruzza.

 

Quanto,... se sente un fischio!, e jje se serra
addoss’a la carrozza un zett’o otto
pezzi d’irededdio cor facciatterra!

 

Ebbè un de questi edè quer galeotto
ch’io l’ho ttienuto a ccresima in galerra
quanno ciaggnede pe avé vvinto all’otto.

 

Otricoli, 10 ottobre 1831 - D’er medemo

 

 1 Certo, così è.

 

 

201. Er gioco de la ruzzica 1a

 

Sta cacca 1 de fà a rruzzica, Dodato,
co la smaniaccia d’abbuscà ll’evviva,
nun è ggiro pe tté, 2 cche nun hai fiato
de strillà mmanco peperoni e oliva.

 

Come sce pôi ggiucà, tisico nato,
senza dajje ’na càccola 3 d’abbriva?
Nun vedi la tu’ ruzzica sur prato
c’appena ar fin de ’na scorreggia arriva?

 

Co ddu’ pormonettacci de canario,
d’indove mommò er zangue te se sbuzzica, 4
tu protenni 5 de prennete 6 sto svario? 7

 

Stattene in pasce: ggnisuno te stuzzica;
si 8 ppoi vôi vince tu, vva’ a Montemario,
pijja la scurza e bbutta ggiú la ruzzica.

 

In legno, da Civitacastellana a Monterosi,

10 ottobre 1831 - De Pepp’er tosto

 

 1a Ruzzola. 1 Vanità. 2 Non è affare per te. 3 Alcun poco. 4 Ti sgorga. 5 Pretendi. 6 Prenderti. 7 Sollazzo. 8 Se.

 

 

202. Er gioco de piseppisello

 

Io lo faria co tté piseppisello 1
colore ccusí bbello e ccusí ffino! 2
In der mejjo però der ritornello
me stremisco de quer Zantomartino.

 

Perché sto santo ar povero bboccino
dell’omo je fa un certo ggiucarello,
che quanno va ppe mmettese er cappello
nun je carza piú un cazzo in zur cudino.

 

Caso che allora me spuntassi un porro,
io subbito direbbe: bbona sera!,
ecchesce a la viggija der ciamorro.

 

Te pare arisicamme 3 a sta maggnera?
Ste mmànnole ppiú ppresto
4
me l’attorro. 5
Pur ch’er reo nun ze sarvi ecco le pera.

 

In legno. Da Civitacastellana a Monterosi,

10 ottobre 1831 - D’er medemo

 

 1 Giuoco da fanciulli. 2 Parole che si profferiscono con altre, in quel giuoco. 3 Arrischiarmi. 4 Piuttosto. 5 Mandorle attorrate: abbrustolite, cioè, poi conciate con zucchero.

 

 

203. So tutt’e ttre acciaccatelli

 

Che averà, cciscia mia, sto fratiscello
che inzin da ggiuveddí nun ze scappuccia?
Che averà, ccocca mia, 1 sto mi ’cardello
che sta ggrufo e nun chiede canipuccia?

 

Che averà sto caggnolo poverello
che ttiè la coda tra le gamme, e ccuccia?
Dì, pp’er frate, p’er cane e ppe l’uscello
ciaveressi 2 un rimedio, eh Bbarberuccia?

 

Io crederia che li svariassi 3 er zôno
de quarche cciufoletto e cchitarrina:...
nun ride, picchia mia, 4 nun te cojjono.

 

Quanno pôzzi 5 serví dde mediscina,
(già cche lo so cche ttienghi er core bbono)
je la volemo fà sta sonatina?

 

In legno da Civitacastellana a Monterosi,

D’er medemo - 10 ottobre 1831

 

 1 Cuor mio. 2 Ci avresti. 3 Li divertisse. 4 Mia vaga. 5 Possa.

 

 

204. Nun ze bbeve e sse paga

 

Vedemo un po’ ssor oste da finocchi
fùssimo Cacasenno e Bbertollino!
Mezzo bbicchiere quinisci bbaiocchi!
Quant’a la bbotte l’arivenni er vino?

 

Fa ccommido eh sor Lappa er fiaschettino
quanno capita er passo de l’alocchi?!
Chi smezza paga: tu ppoi l’aribbocchi, 1
e ccusí un fiasco te viè a ddà un quartino. 1a

 

Tu dunque doveressi avelle 1b intese
quele sstorie inventate da Margutte,
dove disce accusí, che a cquer paese

 

a ttempi der Patriarca Sorfautte
se cantava st’antifona a le cchiese:
un cojjone che vviè le paga tutte.

 

In legno, da Civitacastellana a Monterosi,

De Pepp’er tosto - 10 ottobre 1831

 

 1 Lo riempi. 1a Cinque paoli. 1b Dovresti averle.

 

 

205. L’amichi all’osteria

 

«Hai raggione per Dio! nun zò ccattive
ste sciriole». «E tte piasce er marinato?».
«Me tiro un antro pezzo de stufato.
Maggnete st’ova che ssò ffresche vive».

 

«Pe mmé, cquanno ho ppijjato antre du’ olive
ce n’ho dd’avanzo, ché ssò ggià arrivato.
...No, nun me fà piú bbeve: ho ssiggillato.
Chi bbeve pe mmaggnà mmaggnà pe vvive».

 

«Ma eh? ccorpo dell’anima de ghetto!
pare er pisscio, sto vin de pontemollo,
dell’angelo custode bbenedetto?».

 

«Ohò! cciavemo ancora un antro pollo?!
Maggni ala o ccoscia?» «No, nnemmanco er petto:
si mme vôi fà sscialà, ttajjeme er collo».

 

Nella locanda di Monterosi,

De Pepp’er tosto - 10 ottobre 1831

 

 

206. Spenni poco e stai bene

 

Càpita a Monte-Rosi, o a li confini,
la Storta vojjo dí, Nnepi e Bbaccano;
e nnun te dubbità: sei ’n bone mano,
ch’è ttutta ’na fajola 1 d’assassini.

 

Te coceno du’ polli bbufolini:
te cacceno un vinetto de Pissciano
battezzato coll’acqua de pantano:
te danno un letto morbido de spini.

 

Te metteno la notte in compagnia
purce, zampane, cimisce e ppidocchi,
che tte fanno cantà Vviva Maria!

 

E cquanno er zonno t’ha sserrato l’occhi
te viengheno a cchiamà per annà vvia.
E ttutto questo pe ppochi bbaiocchi.

 

In legno. Da Monterosi a Baccano,

De Pepp’er tosto - 11 ottobre 1831

 

 1 Foresta famosa per copia di ladri.

 

 

207. Aripíjemesce 1

 

Lassa de stroligà, 2 pisciacquasanta, 3
bona serva de ddio, mugnetta grega, 4
prima che ttrovi piú chi tte ce prega
s’hanno da sprofonnà Ssantiquaranta. 5

 

Fremma! pascienza! e cce n’ho avuta tanta,
che ssur collo sce porto la risega. 6
Ma adesso che pe tte sserro bbottega, 7
te fo ccredenza cuanno er gallo canta.

 

Serra tu ppuro, 8 e appoggeje l’abbiffa; 9
e ’r po’ d’avanzo c’hai de farinella 10
si nu lo vôi spregà mettelo in riffa. 11

 

Io nun crompo ppiú vvacca pe vvitella:
m’abbasta de strozzà 12 ll’urtima miffa. 13
La bbrascia scotta ppiú dde la padella. 14

 

In legno, da Baccano alla Storta,

D’er medemo - 11 ottobre 1831

 

 1 Ripigliamoci, se puoi. 2 Arzigogolare. 3 Pinzochera. 4 Mummia greca, cioè modestina in apparenza. 5 Chiesa di Roma. 6 Il solco. 7 Non ci penso più. 8 Pure. 9 Applicaci le biffe, i suggelli legali. 10 Gonorrea. 11 Le riffe sono certi lotti particolari, risoluti dalla estrazione del pubblico. 12 Ingoiare. 13 Bugia fraudolenta. 14 Proverbio, cioè: «non voglio peggiorare, cadendo dalla padella sulla bragia».

 

 

208. L’armata nova der Sommo Pontescife

 

Com’è ita a ffiní la ribbijjone
c’aveva da sfascià Ppiazzacolonna? 1
Ce l’ha mmesse le mane la Madonna!
È vvienuto Sanpietro cor bastone!

 

La bbarca de la fede nun z’affonna,
nun ha ppaura un cazzo de bbarbone: 2
duncue chi vvò alloggià ssenza piggione, 3
ce vienghi a rriprovà cco la siconna.

 

Pe ffà mmejjo addannà 4 li ggiacobbini
mo ss’ariveste ’n’antra truppa vera,
e sse sò ttrovi ggià li tammurrini.

 

Già s’arippezza a nnovo la bbanniera;
e ddoppo a li sordati papalini
je s’ha da fà ’na statua de scera. 5

 

In legno, da Baccano alla Storta,

De Pepp’er tosto - 11 ottobre 1831

 

 1 In Piazza Colonna accadde il movimento rivoluzionario alla prima ora di notte del giorno 12 febbraio 1831, ultimo sabato di carnovale. 2 Una delle larve da spauracchio pe’ fanciulli. 3 Andare in carcere. 4 Arrabbiare. 5 Fare una statua di cera ad uno, vale: «riputarlo per l’ottimo fra’ suoi eguali».

 

 

209. Lo Stato der Papa

 

Come er Papa ha da stà ssenza lo Stato
quann’è vicario lui de Ggesucristo?
M’ha ddetto er Coco a me de San Calisto 1
che insinente 2 a ddiscorrene è peccato.

 

Ggesucristo c’ha ttanto faticato
pe ffacce tuttoquanto avemo visto,
dovería cede puro a chi è piú tristo
sto cantoncel de monno conzagrato?!

 

Cede un par de cojjoni! E dde sto passo
s’arriva a llevà Iddio dar paradiso,
pe mmettece in zu’ logo Satanasso!

 

Duncue pare che ssii bell’e indisciso
ch’er Zantopadre a sto monnaccio è ll’asso, 3
e ppò ddí riso ar farro e ffarro ar riso.

 

In legno presso il Fosso, D’er medemo - 11 ottobre 1831

 

 1 Chiesa e Convento de’ Monaci Benedettini, donde uscì Pio vii. 2 Sino. 3 L’asso è la principal carta alla briscola e a vari altri giuochi popolari.

 

 

210. Er civico de guardia

 

Chi evviva? Chi vvalà? Pss, ssor grostino, 1
nun ze risponne ppiú a la sentinella?
Voi volete finí dde bevve vino.
Ve dico Chivvalà, Ddio serenella! 2

 

Chi evviva?... ah, ssete voi, Mastro Grespino?
Che! ve puzzeno sane le bbudella?
Eh, ssi avevo la pietra all’acciarino
un antro po’ vve la fascevo bbella!

 

Cuanno la guardia dar zu’ posto v’urla,
risponnete: si nnò, vvienissi l’orco,
cquà sse tira de netto, e nnun ze bburla.

 

Ma ddio guardi lo schioppo me fa ffoco,
co sto vostro stà zitto eh nun ve corco?
Bella cazzata de morí ppe ggioco!

 

In legno, presso la Storta, De Pepp’er tosto - 11 ottobre 1831

 

 1 Nome di spregio. 2 Esclamazione comunissima.

 

 

211. Un deposito

 

Dove nassce la cassia, 1 a mmanimanca,
nò a ppontemollo, tre mmía
1a
piú llontano,
ce sta ccome un casson de pietra bbianca
o nnera, cor P. P. der posa-piano.

 

Lí, a Rromavecchia, ha dditto l’artebbianca,
ce sotterronno un certo sor Mariano, 2
che mmorze de ’na palla in una scianca
a la guerra indov’era capitano.

 

Duncue, o cqui er morto è stato sbarattato;
e allora me stordisco de raggione
ch’er governo nun ciabbi arimediato.

 

O cchi ha scritto er pitaffio era un cojjone:
perché, da sí cch’er monno s’è ccreato,
questa è la sepportura de Nerone. 3

 

In legno, presso al Sepolcro di Nerone.

De Pepp’er tosto - 11 ottobre 1831

 

 1 Equivoco preso dalla Via Cassia, che si può dire nascere a Ponte Molle. 1a Contrazione di miglia. 2 P. Vibio Mariano, il cui nome è scritto sullo stesso sarcofago. 3 A malgrado di ciò che si dice nella nota 2, questo sepolcro è da tutti detto e creduto di Nerone.

 

 

212. Ar Tenente de li scivichi

 

Sor uffizziale mio, nun v’inquietate,
venita cquà, ssentite la raggione:
perché ffà ssanguemmerda a ssciabbolate
si ppotemo 1 aggiustasse 2 co le bbone?

 

Cuanno trenta maggnère 3 ho aripescate
pe ddà ar prossimo nostro der cojjone 4
e cchì ciaripensava 5 ar battajjone
che voi, co riverenza, commannate?

 

Ma mmó c’ar trentunesimo c’ho ttrovo 6
ve vienite a llaggnà com’e cquarmente
cuelle cose che ddico nu le provo;

 

s’arimedia cor cazzo: 7 nun è ggnente. 8
Ve darò ppe ccojjone un nome novo,
e ssarà er trentadua: dite Tenente.

 

Roma, 12 ottobre 1831 - D’er medemo

 

 1 Se possiamo. 2 Aggiustarsi. 3 Maniere. 4 Vedi il sonetto che principia: Sonaji, pennolini, ggiucareli. 5 Ci ripensava. 6 Trovato. 7 Si rimedia col nonnulla. 8 Niente.

 

 

213. La bbella Ggiuditta

 

Disce l’Abbibbia Sagra che Ggiuditta
doppo d’avé ccenato co Llionferne,
smorzate tutte quante le luscerne
ciannò a mmette er zordato a la galitta:

 

che appena j’ebbe chiuse le lenterne 1
tra er beve e lo schiumà dde la marmitta,
cor un corpo 2 da fia 3 de Mastro Titta
lo mannò a ffotte in ne le fiche eterne:

 

e cche, agguattata la capoccia, 4 aggnede 5
pe ffà la mostra ar popolo ggiudio
sino a Bbettujja co la serva a ppiede.

 

Ecchete come, Pavoluccio mio,
se pò scannà la ggente pe la fede,
e ffà la vacca pe ddà ggrolia a Ddio.

 

Roma, 14 ottobre 1831 - D’er medemo

 

 1 Gli occhi. 2 Colla o stretta: colpo. 3 Figlia. 4 Nascosto il capo. 5 Andò.

 

 

214. Er mariggnano 1

 

Ah Scariotto che pporti pe strapazzo
la bbanniera 2 de Cristo ar cudicuggno, 3
c’hai de pietra 4 er coggnome com’er gruggno,
botte de furberia sscerta 5 in ner mazzo;

 

aringrazzia er tu’ Ddio, faccia de cazzo,
aricacchio 6 d’un fijjo de bburzugno, 7
si ccor zugo de fior de tuttopuggno
nun t’hanno tinto er muso pavonazzo.

 

Strappete da le spalle quella vesta,
levete da la gola er collarino,
e rrapete la chirica 8 da testa:

 

perché la riverea d’un assassino
deggno de scelebbrà ll’urtima festa,
è una coppola, un zacco e uno strozzino.

 

Nu la pijjà cco Nnino: 9
ma, ssi 10 me vôi conossce, viè a bbottega,
e llí cce troverai chi sse ne frega.

 

Roma, 20 ottobre 1831

 

 1 Melanzana, per «prelato». 2 Mantelletto da prete. 3 Cudicugno: vestito. 4 Monsignor Di Pietro. 5 Scelta. 6 Germoglio. 7 Zotico, villano. 8 Ràditi la chierica. 9 Giovannino. Questo sonetto fu scritto e mandato a Giovanni Giraud dopo la pubblicazione che fece egli di uno scritto contro Monsignor Di Pietro, per un tradimento da lui ricevuto in un affare di appalto di neve. 10 Se.

 

 

215. Er servitor-de-piazza ciovile 1

 

Lei sappi, si vvò véderle, che cquelle
indove el vostro Cane-colso 2 abbaglia, 3
tutte cuperte di stole de paglia,
suono 4 le stufe delle Capandelle. 5

 

Eh! sti Abbagni da noi vanno a le stelle!
Gente o di garbo, o nnobbile, o bbirbaglia,
bardassaria, 6 omminità, o vecchiaglia,
vonno tutti mettérce la sua pelle.

 

Chi ha ccallo..., dico caldo, di staggione,
o un caldo a un piede, o acqualche occhiopullino,
capa o la capandella o el Capandone.

 

La meno folla spendano un carlino
per quelle chiuse: ma le ppiú pperzone
a lo sbaraglio impiegheno un lustrino. 7

 

Roma, 20 ottobre 1831 - De Pepp’er tosto

 

ANALOGIE

                           SE NON SI DICE                        

NON SI PUÒ DIRE

 

prendérle, ma: prènderle

vedérle, ma: véderle

porzo, ma: polso

còrso, ma: còlso

raja, ma: raglia

abbaja, ma: abbaglia

véderci, ma: vedérci

métterci, ma: mettérci

 

 1 Civile. 2 Còrso. 3 Abbaia. 4 Sono. 5 Capannelle: bagni nel Tevere. 6 Ragazzaglia. 7 Moneta d’argento da cinque baiocchi: un grosso.

 

 

216. Er parlà ciovìle de piú

 

Quando el Signiore volse in nel deselto
albelgare l’Abbrei senza locanda,
per darglie un cibbo a gòdere piú scelto,
mandò come una gomba: era la Manda. 1

 

Questa glie vende giù, come la janda
scende su li magliali a campo apelto.
E ‘l giudio vendembiava, 1a e a dogni canda
c’impiegava sei gombiti di celto.

 

Nun mi pare mondezza 1a sto guadambio, 2
ché puro a sembolella era faccenda
di lassà un pranzo pagaticcio in cambio.

 

Se ci mettemo poi cena e marenda,
facevano un sei giuli di sparambio,
a conti fatti a caldamaro e penda.

 

Roma, 21 ottobre 1831 - De Pepp’er tosto

 

ANALOGIE

SE NON SI DICE

NON SI PUÒ DIRE

scerto, ma: scelto

sverto, ma: svelto

deserto, ma: deselto

aperto, ma: apelto

certo, ma: celto

scergo, ma: scelgo

albergo, ma: albelgo

locanna, ma: locanda

manna, ma: manda

canna, ma: canda

manna, ma: manda

rodére, ma: ròdere

godére, ma: gòdere

tomma, ma: tomba

gomma, ma: gomba

rajo, ma: raglio

majja, ma: maglia

majale, ma: magliale

cammio, ma: cambio

guadammio, ma: guadambio

cemmalo, ma: cembalo

semmola, ma: sembola

merenna, ma: merenda

faccenna, ma: faccenda

penna, ma: penda

 

 

 1 Dal verbo mandare. 1a Vendembia per Vendemmia, Mondezza per Immondezza sono pel volgo vocaboli assai civili, particolarmente Mondezza che si distingue da Monnezza, parola dell’uso comune. 2 Il popolo dice guadagna e guadammio, sparagno e sparammio, risparagno e risparammio.

 

 

217. Lo sscilinguato

 

Oh che ddiggazzia, 1 Chitto!: 2 oh che bbullacca! 3
D’effe 4 jeli 5 ito via calo 6 me cotta! 7
Nu ttà bbe’ 8 in ne’ ppottone 9 quella vacca, 10
fi 11 e’ mmi’ padon 12 de cafa 13 nu la ccotta. 14

 

Cuanno ttò p’alientà 15 ddento 16 a la potta 17
vedo ch’e’ ppupo mio ccivola e ccacca. 18
Io nu mme leggo 19 ppiú: chiamo Callotta, 20
e bbutto e’ ffitto 21 de melluzzi 22 e llacca. 23

 

Poi vado pe annà llà, ma in ne’ ffà e’ ppazzo, 24
pun, chioppo in tella e do la tetta a’ mmulo; 25
ma e’ ppelicolo 26 mio te ce lo sccazzo. 27

 

Cuello che mm’impottava, 28 e tte lo ggiulo, 29
ela 30 la fetta 31 de favvà 32 el lagazzo: 33
del letto 34 lo fa 35 Iddio fi mme ne culo. 36

 

Roma, 21 ottobre 1831 - De Pepp’er tosto

 

 1 Disgrazia. Aspirazione dentale delle due z presso a poco come la th degl’Inglesi in think, ma più inclinante alla durezza.2 Cristo. 3 Burrasca. 4 Essere. 5 Ieri. 6 Caro. 7 Costa. 8 Non istà bene. 9 Portone. 10 Vasca. 11 Si, per «se». 12 Padron. 13 Casa. 14 Scosta.15 Sto per rientrare. 16 Dentro. 17 Porta. 18 Scivola e casca. 19 Reggo. 20 Carlotta. 21 Fritto. 22 Merluzzi. 23 Lasca. 24 Passo. 25 Schioppo in terra e do la testa al muro. 26 Pericolo. 27 Te ce lo scasso per «casso». 28 Importava. 29 Giuro. 30 Era. 31 Fretta. 32 Salvare. 33 Ragazzo.34 Del resto. 35 Lo sa. 36 Se me ne curo.

 

 

218. Er ritorno da Rocca-de-papa

 

Va’ vva’ vva’ ssi cchi è! che si’ squartata!
Chi tt’arifigurava?, che tte strozzi!
Hai d’avé empito a cquattro gargarozzi,
perché, ssi vvedi, stai come una fata!

 

Bbe’ cche zzitella, hai fatto un par de bbozzi
c’assomijji a una bbalia spiccicata:
Dio te li bbenedichi, Furtunata,
te l’accreschi, e ’r malocchio nun ce pôzzi.

 

Va’ cche zzinne!... che cchiappe!!... che gganasse!!!...
Ma ttarantola vienghi e tt’entri in culo, 1
ch’in quant’a mmé tte le voría piú ggrasse.

 

Tutte le sorte a tté, fijja d’un mulo!
Prima eri un terenosse-e-ttinducasse,
e mmó ppari una vacca, e nnun t’adulo.

 

Roma 21 ottobre 1831 De Pepp’er tosto

 

 1 Espressione contro il fascino.

 

 

219. Er Zervitor de piazza, er Milordo ingrese,
e er Vitturino a nnòlito
1a

 

SERV.

Non ziggnora, Milordo; è uno spedale 1
de ggente che nun crede a Ssanta Pupa. 1b
Oh, adesso andamo poi verso la rupa
dove stava el gran fico luminale. 2

 

Qui cc’era dunque una sbilonga 3 cupa,
c’aveva per coggnome el Lupigale; 4
perché Rromolo e Rremolo in la quale
s’allattorno per mano d’una lupa.

 

Questo? È el gran tempio de Giov’Esattore. 5
Nò, nnò, le tre ccolonne e una scimasa.
Guardi, Eccellenza mia, che bbel lavore!

 

Quello là ssopra? El Monte Paladino 6
dov’el Re Ccampomarzo 7 alzò una casa
che ppijjava dal Monte, e annava inzino

 

sotto al Collo Inquilino… 8

MIL.

Ma, cwí, in buco 9... ho una... vacca, una phuttana. Yes, come dite voi? futta... futtana?...

 

SERV.

Ahà, vvasca, funtana.
C’era sicuro a ttempo de l’antichi:
ma mmó cche ha da restà? mmanco li fichi.

 

Cosa vò cche glie dichi?
Oggi c’a Rroma se fa un antro bballo
l’hanno fatta zompà a Mmonte cavallo.

 

Coprilla di cristallo
s’averebbe; ché ccosta piú dell’oro:
ma cqui?! mannaggia l’animaccia loro...

 

MIL.

Bene: e cquesti è il... Foro...

SERV.

Foro bbovaro, 9a a ggià, Ccampovaccino:
se lo seggni, Monzù, nnel taccuino.

 

MIL.

… Come scrivete ... cino?

SERV.

Come gradissce lei, Milordo mio.

MIL.

Ti, ess, ecce, i, enn, o: 10 ... scritto bene io?

 

SERV.

Vedemo Pio pio pio 10a...
Va a mmaravijja. Oh, adesso...

MIL.

Caa... valcantē,

Tornate il Coccio 11 a la Metà sudante. 12

 

VITT.

Che ddisce sto gargante? 12a

SERV.

Portelo un pò ddove te pare e ppiasce;
ma vvàcce cor baston de la bbambasce. 12b

 

VITT.

Er tempio de la Pasce
è cc’ha vvorzuto intenne sta caroggna?

MIL.

Come dite? Goddamn!...

VITT.

Ah, ccert’assoggna...

 

MIL.

Oh no,... non vi bisogna...
Io... voglio dare voi, cattivi.., mulo,
gran colpo di... mio piedi in vostro culo.

 

Roma 22 ottobre 1831 - Di Peppe il tosto

 

 1a A nolo. 1 La Consolazione: ospedale. 1b Santa che presiede ai pericoli specialmente de’ fanciulli. 2 Il fico ruminale, da ruma, mammella. 3 Spelonca. 4 Lupercale. 5 Giove Statore (grecostasi, meglio). 6 Palatino. 7 Anco Marzio. 8 Colle Esquilino. 9 Libro (inglesismo). 9a Foro Boario. 10 Tshino, che per gl’inglesi rappresenta il suono similare di cino. 10a Affettando di leggere, dice con fretta quelle tre parole. 11 Coach (che si pronuncia coc): carrozza. 12 Mèta Sudante. 12a Persona sinistra. 12b Vacci colle dolci.

 

 

220. La Dogana de terra 1 a piazza-de-Pietra

 

NINO

Subbito che nun zò ssane né ttonne
e ddoverebbeno èsse tonne e ssane,
c’era bbisogno cqua de le colonne?
Le colonne de pietra nun zò ppane.

 

PEPPE

Ma ssi nun fussi ste colonne cquane,
(stà in ciarvello co mmé, nnun te confonne)
come le chiameressi le Dogane?
De pietra nò: e dde che? pparla, risponne.

 

NINO

Che ccosa?! Le Dogane sò de terra
e nnò de pietra: de pietra è la piazza.
Oé! me sbarchi mo da Stinchinterra? 2

 

PEPPE

Terra e ppietra viè a stà a cchicchera e ttazza,
a ffemmina e mmignotta, a cchiude e sserra...

NINO

E a cazzo che tte frega e cche t’ammazza.

 

Sor tignoso 3 de razza,
avete da sapé ch’io vado e vviengo
pe ccasa der decan der Cammerlengo;

 

e ste cose le tiengo
tutte cqui su le punte de le deta 4
dar conne e rronne ar pisilonne e zzeta. 5

 

PEPPE

Si la gallina feta
sai puro senza mette er piede in fallo
si ppoi quell’ovo fa ggallina o gallo?

 

Quanno vierà er pangiallo
te vojjo dà ’na fetta de Natale 6
cor un bicchier de vin de l’urinale.

 

NINO

Si er cazzo avessi l’ale
tu cche ttienghi l’apparto der cazzaccio
già staressi a la gujja de testaccio. 7

 

PEPPE

Perché ppe ggallinaccio
nun vai tu invece ar tiro a pontemollo? 8
Cusí arisparmi una stirata ar collo.

 

Poi ’na pelata, un bollo,
un pizzico de sale, un po’ d’erbetta,
du’ bocconi, du’ ròtti, 9 e a la cassetta.

 

NINO

Tu pparli pe vvennetta.
Ma ttratanto, sor fijjo de puttana,
nun ce vanno colonne a una dogana.

 

Roma, 23 ottobre 1831 - D’er medemo

 

 1 La di cui facciata è decorata dalle Colonne di un fianco del tempio di Antonino Pio, presso il foro di Antonino, parte di cui è in oggi la Piazza Colonna. 2 Storpiamento maligno d’Inghilterra. 3 Ostinato. 4 Le ho familiari. 5 I segni V) e R) cioè versetto e responsorio coi quali termina il vecchio abbecedario delle scuolette di Roma sono chiamati dalle maestre «conne» e «ronne», e finiscono così la loro istruzione: fijjo, dite icchese, ippisilonne e zzeta: conne, ronne e bbus, sia laudato er bon Gesù. 6 Proposizione beffarda. Per Natale in Roma si mangia un pane composto, chiamato «pangiallo». 7 Piramide di Caio Cestio. 8 Al Ponte Milvio, a 2 miglia da Roma, sul bivio delle vie Cassia e Flaminia, usasi, come anche altrove, di colpire da lungi col fucile un gallinaccio, col premio del cadavere al vincitore. 9 Rutti.

 

 

221. La Colonna trojana 1

 

Piano, sor Tibbidò, nun tanta foja, 2
ché vve pijja una frebbe settimana.
Pe ddí a sto modo Colonna trogliana,
bisoggnerebbe dí Ttroglia e nnò Ttroja.

 

Ma nun fu la Repubbrica Romana
che dda l’incennio sce sarvò sta ggioja,
epperò pare stata in man de bboja,
e è nnera com’er cul de la bbefana?

 

Ebbè, ssi vviè dda Troja sta colonna,
s’ha da dí, ssi tte piasceno li fichi,
trojana, pe l’amor de la Madonna!

 

Ché a cchiamalla sinnò ccome tu ddichi,
sarebbe com’a ddí cche nun è ttonna,
e vvolenne sapé ppiú dde l’antichi.

 

Roma, 21 ottobre 1831 - D’er medemo

 

 1 Traiana. 2 Ira.

 

 

222. La colonna de piazza-Colonna

 

Ma cch’estro ha da viení a ’no scarpellino
de stampà le colonne a cresceccala,
come jerzera tu fascessi in zala
co cquer rotolo tonno de scerino!

 

Sti pupazzetti poi vestiti in gala
sò ttutte l’Arte antiche: c’è er rotino,
er barcarolo, er muratore, e inzino
la ggente co la sega e cco la pala.

 

Ce sò puro le forche, li tormenti,
la Carestia 1 cor Zanto Madrimonio
e tutti l’antri sette Sagramenti.

 

Pare fatta per arte der demonio!
Eppuro nò, cché in diesci ggiorni o vventi
la bbuttò ggiune un certo Mastr’Antonio. 2

 

Roma, 23 ottobre 1831 - De Pepp’er tosto

 

 1 Eucaristia. 2 Colonna Antonina.

 

 

223. Le du’ Colonne 1

 

E ss’ha oggnisempre da sentí sto ggnavolo 2
che li pittori antichi da li tetti
seppeno tirà ssú pe ddu’ bbuscetti 3
st’accidenti 4 de San Pietro e Ssan Pavolo!

 

Pe nnun dí un cazzo, io nun ce credo un cavolo,
che scalini-a-llumaca accusí stretti
potessino a sti Santi bbenedetti
dajje er passo senz’opera der diavolo.

 

In quarant’anni e ppiú cc’ho ssur groppone
io pe la parte mia nun ho mmai visto
un palazzo infroscià 5 ddrent’a un portone.

 

E ssete puro 6 scerto, sor Calisto,
che o ’r monno antico è stato ’no stregone,
o cche cquesto è un miracolo de Cristo.

 

Roma, 23 ottobre 1831 - De Pepp’er tosto

 

 1 Antonina e Traiana. 2 Ripetizione noiosa. 3 Buchetti. 4 Gran volumi, gran pesi. 5 Imboccare. 6 Siate pure.

 

 

224. L’acqua rumatica 1

 

«Che ccrompi?» «Crompo l’acqua de lavanna». 2
«Che ddiavolo sce fai?» «Pe ddà l’odore».
«E ppoi dove la porti?» «A la locanna».
«E ppe cchi sserve?» «P’er Commannatore». 3

 

O mmatti come la raggion commanna! 4
Sciacquatura de culi de signore
ha da esse ’no spirito de manna
da méttete p’er naso un bon fragore! 5

 

Ma ssi tte dico, cristo, che ssò ccose
cose da diventacce sticcaleggna, 6
e ddoppo imminestrà 7 bbôtte fecciose.

 

Sto monno-novo tanto se l’ingeggna
c’ha ttrovo a ddà ppe bbàrzimo de rose
l’acqua che cce se laveno la freggna.

 

Roma, 23 ottobre 1831 - D’er medemo

 

 1 Aromatica. 2 Lavanda, lavandola o «spigo». 3 Commendatore. 4 A non più su. 5 Fragranza. 6 Tagliatore di legna da fuoco. 7 Ministrare, dispensare.

 

 

225. La commedia

 

«Tata, ch’edè cqui ssú?» «La Piccionara». 1
«Tata, e nun c’è gnisuno?» «È abbonora».
«Chi è quella a la finestra?» 2 «Una signora».
«E cquest’accant’a noi?» «La lavannara».

 

«Uh quanta ggente! E indove stava?» «Fora».
«E mmó?» «Ssona la tromma». 3 «... Cuant’è ccara!
E sto lampione 4 immezzo c’arippara?»
«Poi lo tireno sù». «Nun vedo l’ora!

 

Chi cc’è llà ddrento in cuella buscia scura?»
«C’è er soffione».5 «E sti moccoli de scera?»
«Sò ppe la zinfonía». «Sí? E cquanto dura?»

 

«Zitta, va ssú er telone». 6 «... Ih! è ggente vera?»
«Ggià». «E cquelli tre chi ssò?» «Rre da frittura, 7
che cce viengheno a un pavolo pe ssera».

 

Roma, 23 ottobre 1831 - D’er medemo

 

 1 Ultimo ordine di palchi. 2 Palchetto. 3 Il tuono dell’accordo. 4 Il lampadario. 5 Il suggeritore. 6 Il sipario. 7 La frittura è «il pesce minuto e dozzinale».

 

 

226. Quanno er gatto nun c’è
li sorci bballeno

 

Eh! cquanno te ved’io chi nun te pijja
pe ’na bbocca de bbasci a ppizzichetto?
pe ’na pupa che ffa la pisscia a lletto?
pe ’na serva de ddio senza viggijja?

 

Ciabbassa l’occhi, tiè er barbozzo in petto,
se fa rossa se fa com’una trijja!
Inzomma, a vvoi! nun pare mó la fijja
che sso... de la Madonna de l’Archetto?

 

Ma appena io svorto er culo, ehé, bbon giorno!
Allora se dà er levito a la pasta,
se smena 1 er pane, e ppoi se scopa 2 er forno.

 

E intanto che cchi spizzica e cchi attasta,
tu ssoni la tïorba, io sono er corno...
Già, ssei nata a la Scrofa, 3 e ttanto bbasta.

 

Roma, 23 ottobre 1831 - Der medemo

 

 1 Si maneggia. 2 V. sonetto… 3 Via di Roma.

 

 

227. La sorella de Matteo

 

Quanno stavo a ccrompà 1 le callalesse
è ppassato Matteo co la sorella.
Sai che tte dico, Ggnacchera? ch’è bbella,
ma bbella che ppiú bbella nun pô êsse.

 

Lei s’è affermata 2 a ssalutà l’ostesse
c’annaveno a Ttestaccio in carrettella:
e io j’ho ddato a llei ’na squadratella
che mm’ha mmesse le bbuggere m’ha mmesse.

 

Com’è llarga de cquì! cche bbella faccia!
Ha ddu’ occhietti, un nasino e ’na boccuccia,
che cchi la pô assaggià bon prò jje faccia.

 

Ah! jje volevo di’ 3: ffior de mentuccia,
si ttu vvôi fà cco mmé ’na fumataccia,
ciò una pippa co ttanta de cannuccia.

 

Roma, 23 ottobre 1831 - Der medemo

 

 1 Comperare. 2 Fermata. 3 Il seguente è un ritornello.

 

 

228. Li comprimenti a ppranzo

 

E cche jje pare a llei, sor Zebbastiano?
Lei me fa ggrazzia de servimme lei.
Sú, sú, accusí: 1 già nn’ho pprenduti sei.
Uh! er cucchiaro! e lli pijji co le mano.

 

Mó vvojjo favorillo io: nun zaprei...
Armanco sto bboccon de parmisciano.
Ah, ah, 2 la proscedenza 3 va ar piú anziano:
lo sanno cuesto cquà ppuro l’abbrei. 4

 

Sibbè cche nun è robba pe la quale, 5
puro, 6 dico, che sso, in certa maggnera,
ce poterà scusà si è stato male.

 

Vale ppiú cquer piattin de bbona scera 7
che ttutto sto sscialà der carnovale.
Tanto, 8 mó mmaggni, eppoi? Cachi stasera.

 

Roma, 24 ottobre 1831 - D’er medemo

 

 1 Basta, basta così. 2 In senso di «no», coll’a molto prolungata, esprime la negativa assoluta ad un’insistenza attuale. 3 Precedenza. 4 Gli Ebrei non istimansi quali uomini a Roma, tantoché, dovendosi parlare d’uomo, si dice un cristiano. 5 Non conveniente al caso e alla persona. 6 Purtuttavia. 7 Il piatto di buona-cera, cioè: «il buon viso nel dare». 8 Vale: «poiché ad ogni modo».

 

 

229. Er tosto

 

Chi? llui? Gèsus maria! Quello è un cojjone
scappato da le man der crapettaro,
e tte pôi figurà cquant’è ccacone 1
che ttiè inzino a mmesata er braghieraro.

 

Ce rescita da marro e da spaccone;
fa lo spazzacampagna e ’r pallonaro: 2
eppoi curre a ssarvasse 3 in d’un portone
come sente fà un ròggito
4 a un zomaro.

 

Senti questa ch’è fresca d’oggi a otto.
Giucamio 5 a mmora all’osteria de Marta:
quanno dereto a llui se sente un botto!

 

E sto bbravaccio che mmazzola e squarta,
curze ar bancone e cce se messe sotto.
Sai ch’era stato? Un schioppettin de carta. 6

 

Roma, 24 ottobre 1831 - D’er medemo

 

 1 Pauroso. 2 Tutti vocaboli esprimenti affettazione di coraggio. 3 Salvarsi. 4 Ruggito, invece di «ragghio». 5 Giuocavamo. 6 Trastullo fanciullesco, fatto con carta in modo ripiegata che ad una agitazione di braccio, uscendone una parte per l’aria che vi si interna, si tende con violenza e produce un fragore.

 

 

230. Er dua de novemmre

 

Oggi che ssò li Morti, di’ un po’, Ammroscio, 1
vienghi a vvedé l’Arippresentazzione?
E cc’hai pavura, che cce ssii bbarbone?
Oh statte zitto che mommó te sfroscio. 2

 

E io cazzaccio mó che mme ce svoscio! 3
Omo de mmerda, cimiscia, 4 cacone.
Du’ pupazzi de scera e dde cartone
sò ddiventati bbobo e mmaramoscio! 5

 

Oh, ppe li schertri 6 poi der cimiterio
cqui la raggione è ttua: cqui er guaio è ggrosso!
Tante teste de morto! eh, un fatto serio!

 

Vedo però che cquanno dài addosso
a le galline de padron Zaverio,
nun tremi un cazzo d’arrivajje all’osso.

 

Roma, 2 novembre 1831 - D’er medemo

 

 1 Ambrogio. 2 Le fròce sono le «narici». 3 Svòcio: ci perdo il fiato. 4 Cimice. 5 Nomi di due larve di spauracchio. 6 Scheletri.

 

 

231. Poveretti che mmoreno pe le campagne
e sseppelliti pe la-mor de Ddio
in questo santo logo

 

Cristiana mia, fai bbene pe li morti?
Pijji li pellegrini in dormitorio?
Io sciò un’anima drento ar purgatorio
che sta speranno in ne li tu’ conforti.

 

Pe ffà ccantà le messe a Ssan Grigorio
ce vô l’inguento de zecchini storti:
e la santa indurgenza che ttu pporti
fa mmejjo de diasilla e rrisponzorio.

 

Penza, sorella mia, che inzin da maggio
st’anima a cchiede er bene arza la testa,
senza potenne avé mmanco un assaggio.

 

Via, mòvete a ppietà, ’na cosa lesta.
Opri la cappelletta der zuffraggio,
damo du’ tocchi, e poi sonàmo a ffesta.

 

Roma, 2 novembre 1831 - Der medemo

 

 

232. Primo, nun pijjà er nome de Ddio in vano

 

Bbada, nun biastimà, Ppippo, ché Iddio
è Omo da risponne pe le rime.
Ma che ggusto sce trovi a ste biastime?
Hai l’anima de turco o dde ggiudío?

 

C’è bbisoggno de curre in zu le prime
a attaccà cor pettristo e cor pebbío? 1
Chi a sto monno ha ggiudizzio, Pippo mio,
pijja li cacchi e lassa stà le scime. 2

 

Poi, sce sò ttante bbelle parolacce!
Di’ ccazzo, ffreggna, bbuggera, cojjoni;
ma cco Ddio vacce cor bemollo 3 vacce.

 

Ché ssi lleva a la madre li carzoni, 4
e jje se sciojje er nodo a le legacce, 5
te sbaratta li moccoli 6 in carboni.

 

Roma, 12 novembre 1831 - D’er medemo

 

 1 Equivalenti per chi vuole e non vuole bestemmiare. 2 La pianta principale del cavolo-broccolo in Roma è detta una cima, e i suoi rigermogli cacchi. Quindi la morale dell’Offendi i minori e rispetta i grandi. 3 Vacci col bimolle, adagio, tenuamente. 4 Una donna che siasi usurpata l’autorità dell’uomo, dicesi in Roma essersene messa i calzoni: e perciò qui Cristo deve riprendersi i suoi calzoni, poiché presso il volgo di questa città la Madonna va sempre dinnanzi al figliuolo, ed anche al padre del figliuolo. 5 Legami delle calze attorno a’ ginocchi: qui «perder pazienza». 6 Sinonimo di «bestemmia».

 

 

233. Er biastimatore

 

Quer giorno in Croce che Ggesú fu mmesso 1
e in faccia de Maria se crocefisse,
du’ parole turchine che llui disse
se scurí er Sole co la luna appresso.

 

Quello scurore se chiamò le crisse: 2
e ecchete perché cquann’uno adesso
vò ddí peccristo je viè a stà l’istesso
discenno, senza bbiastimà, pe ccrisse. 3

 

Quanno se possi a fforza de talento
trovà uno sguincio 4 pe nnun fà ppeccato,
chi è er cristiano che nun zii contento?

 

Duncue, che sserve a dì ppe ddio sagrato?
Ciariparlamo ar brutto sagramento, 5
a llume de cannela 6 cor curato.

 

Roma, 21 novembre 1831 - De Pepp’er tosto medemo

 

 1 Sintassi non infrequente nei romaneschi. 2 L’eclissi. 3 Modificazione di bestemmia. 4 Così chiamasi un piccolo adito o vacuità a sghembo. Nel nostro caso equivarrebbe anche a «scappatoia». 5 L’olio-santo. 6 All’ardere del lume che si accende nell’agonia.

 

 

234. A ppijjà mojje penzece un anno e un giorno

 

Io je l’avevo detto a cquer bardasso: 1
sin che ccampa tu’ madre êssi 2 zitello.
Ma lui ha ttrovo un porton de trapasso, 3
e l’ha vvorzuta fà de su’ sciarvello.

 

La vecchia 4 sbuffa come un zatanasso,
la ggiovene 5 tiè in culo farfarello: 6
e si annamo ppiú avanti de sto passo,
famme bbusciardo, cqua nnasce un mascello.

 

Cquella llí la vò ccotta, e cquesta cruda:
cquesta vò iggnommerà? 7 quell’antra innaspa;
e ffanno come lo strozzino 8 e Ggiuda.

 

Se dícheno impropèri a ttutte l’ora:
sò er cane e ’r gatto, la lima e la raspa: 9
via, cuer che sse pò ddí soscera e nnora.

 

Roma, 12 novembre 1831 - D’er medemo

 

1 Questo vocabolo non esprime in Roma che la semplice idea di «ragazzo giovinetto». 2 Sii. 3 Donna aperta da tutti i canti. 4 La suocera. 5 La nuora. 6 Il demonio. 7 Da gnommero, gomitolo. 8 Capestro. 9 Proverbi.

 

 

235. Accusí và er monno

 

Quanto sei bbono a stattene a ppijjà 1
perché er monno vô ccurre 2 pe l’ingiù:
che tte ne frega 3 a tté? llassel’annà:
tanto che speri? aritirallo sù?

 

Che tte preme la ggente che vvierà, 4
quanno a bbon conto sei crepato tu?
Oh ttira, fijjo mio, tira a ccampà,
e a ste cazzate 5 nun penzacce 6 ppiù.

 

Ma ppiú de Ggesucristo che ssudò
’na camiscia de sangue pe vvedé
de sarvà ttutti; eppoi che ne cacciò?

 

Pe cchi vvò vvive 7 l’anni de Novè
ciò 8 un zegreto sicuro, e tte lo dò:
lo ssciroppetto der dottor Me ne… 9

 

Roma, 14 novembre 1831 - Der medemo

 

 1 Startene a pigliar pena. 2 Correre. 3 Che te ne cale. 4 Verrà. 5 Sciocchezze. 6 Non pensarci. 7 Vuol vivere. 8 Ci ho: ho. 9 Me ne buggero: non me ne incarico.

 

 

236. Fidasse 1a è bbene, e nnun fidasse è mmejjo

 

Pe ste tu’ communelle co Ttomasso
hai da stà fresco tu ccom’er pancotto.
Cuello è un gargante 1 che nun move un passo
si nun ce viè la su’ morale sotto.

 

Dijje le tu’ bbudelle ché stai grasso!
Seguita a cconfettà sto galeotto:
e cquanno hai gusto d’arimane a spasso, 2
lasselo lavorà ssotto cappotto.

 

In-primi-e-Antonia 3 te vò ffà ccornuto:
ma cquesto è ggnente: eppoi cor tu’ padrone
te buggera a la dritta e ssenza sputo.

 

E tu, abbasta opri bbocca un chiacchierone,
vai ’n estis, 4 t’incecischi, 5 resti muto
come parlassi 6 er gran Re Salamone.

 

Roma, 14 novembre 1831 - Der medemo

 

 1a Fidarsi. 1 Uomo di dubbia fede. 2 Di rimanere senza impiego. 3 In primis et ante omnia. 4 In estasi. 5 T’imbalordisci. 6 Parlasse.

 

 

237. L’uscelletto

 

Sor Maria Battifessa, 1 v’ho pportato
un uscelletto d’allevasse 2 a mmano,
che lo cacciò mmi’ Madre da un pantano,
dove Tata
3
sciaveva seminato.

 

Nun guardate ch’è cciuco 4 e spennacchiato:
lo vederete cressce 5 a mmano a mmano.
Anzi allora tienetelo ingabbiato,
perché ssi vvola ve pô annà llontano.

 

Sin ch’è da nido, fateje carezze:
cerca l’ummido poi, ma nnò lo sguazzo;
e la gabbia la vò ssenza monnezze.

 

De rimanente è uscello da strapazzo:
e nn’averete le sette allegrezze
fascennolo ruzzà ss’un matarazzo.

 

Roma, 15 novembre 1831 - Der medemo

 

 1 Badessa. 2 Da allevarsi. 3 Mio padre. 4 Piccolino. 5 Crescere.

 

 

238. Er viaggiatore

 

È un gran gusto er viaggià! St’anno sò stato
sin a Castèr Gandorfo co Rrimonno.
Ah! cchi nun vede sta parte de Monno
nun za nnemmanco pe cche ccosa è nnato.

 

Cianno fatto un ber lago, contornato
tutto de peperino, e ttonno tonno,
congeggnato in maggnera che in ner fonno
sce s’arivede er Monno arivortato.

 

Se pescheno llí ggiú ccerte aliscette,
co le capòcce, nun te fo bbuscía,
come vemmariette de Rosario.

 

E ppoi sc’è un buscio indove sce se mette
un moccolo sull’acqua che vva vvia:
e sto bbuscio se chiama er commissario. 1

 

Roma, 16 novembre 1831 - Der medemo

 

 1 L’emissario del lago Albano. Chi lo visita, si diletta di mandarvi dentro dei moccoletti accesi sostenuti da pezzetti di legno galleggianti sull’acqua che vi s’interna.

 

 

239. Le cose nove

 

Ma ttutte ar tempo nostro st’invenzione?!
Tutta mó la corona je se sfila! 1
P’er viaggià ssolo sce ne sò 2 ttremila!
Pell’aria abbasta de gonfià un pallone;

 

pe tterra curri scento mijja in fila,
senza un cazzo 3 cavalli né ttimone;
pe mmare sc’è una bbarca de carbone
che sse 4 spiggne cor fume de la pila.

 

Ma in quant’ar mare io mo dimannería 5
s’oggi un cristiano co st’ingegni novi
pôzzi scampalla 6 de finí in Turchia.

 

Perché cquer palo che llaggiú tte covi 7
poderebbe sturbatte 8 l’alegria.
Ggià, ppaese che vai 8a usanza che ttrovi.

 

Roma, 17 novembre 1831 - D’er medemo

 

 1 Sfilar la corona: metter fuori tutto di seguito. 2 Ce ne sono. 3 Affatto. 4 Si. 5 Dimanderei. 6 Possa scamparla. 7 Ti covi: Covare per «avere sotto». 8 Potrebbe sturbarti. 8a Aiu: trittongo alla maniera dei classici che fecero altrettanto; per esempio: Monosillabo: «un paio di calze di messer Andrea» (Berni); Dissillabo: «Farinata e il Tegghiaio che fur sì degni» (Dante); Trisillabo: «Non sia più pecoraio, ma cittadino» (Berni); «Perch’io veggio il fornaio che si prolunga» (Della Casa); Quadrisillabo: «Con un rinfrescatoio pien di bicchieri» (Berni), ecc.

 

 

240. È mejjio perde un bon’amico
che una bbona risposta

 

Jjer ar giorno pe vvia de sto catarro
der mi’ pover’uscello arifreddato,
maggnat’appena du’ cucchiar de farro
curse 1 da quer cirusico arrabbiato.

 

Ma io c’una ch’è una nun n’ingarro 2
te lo trovai che ggià sse n’era annato
in frett’e in furia a rinnaccià uno sgarro 3
co lo spezziale, er medico e ’r curato.

 

La mojje che mme vedde mette a ssede 4
disse inciurmata: 5 «Ihì! ppuro 6 la ssedia!
Ve dà ffastidio d’aspettallo in piede?»

 

«Che! vve la logro? 7 », io fesce 8 a la scirusica:
«pozziat’êsse
9
ammazzata a la Commedia!
Accusí armanco 10 creperete in musica».

 

Roma, 17 novembre 1831 - D’er medemo

 

 1 Corsi. 2 Non ne indovino. 3 A medicare una ferita. 4 Mi vide mettermi a sedere. 5 Ciurma: cipiglio. 6 Pure. 7 Logoro. 8 Dissi. 9 Possiate essere. 10 Almeno.

 

 

241. Lo scommido

 

Sor Inguento-de-tuzzia, 1 a la grazzietta: 2
m’ha dditto adesso quer taddeo 3 de Sferra
che mme scercavio 3a pe mmare e ppe tterra.
Che vve s’è ssciorto? 4 Ecchene cquì ’na fetta. 4a

 

Sapete eh, ddico a voi, sor fiaccoletta: 1
oh cquesta sí ppe ccristo ch’è ccascerra! 5
Tutta sta furia cquì, sto serraserra,
eppoi scià 5a la pitina a la linguetta! 6

 

Volete vede 7 che mmommó vv’appoggio
’na rincarzata ar cofino, 8 eppo’ un carcio
sei deta 9 sotto ar zito dell’orloggio?

 

E sto cazzotto che vve fa scacarcio, 10
sur gruggno vostro vò pijjacce 11 alloggio,
pe ddàvve vinta la partita e ’r marcio. 12

 

Roma, 18 novembre 1831 - Der medemo

 

 1 Nome di scherno. 2 Modo di saluto, quando naturale e quando ironico. 3 Quel grullo. 3a Mi cercavate. 4 Cosa volete. 4a Ecchene qui ’na fetta; Ecchene un pezzo, ecc. Sono modi equivalenti a «eccomi qui; son da voi» e simili. 5 Bella, curiosa. 5a Ci ha: ha. 6 Cioè: «è mutolo». 7 Vedere. 8 Un colpo di mano al cappello, sì che discenda sugl’occhi. 9 Dita. 10 Vi fa timore. 11 Vuol prenderci. 12 Per darvi la derrata e la giunta.

 

 

242. Li ventiscinque novemmre

 

Oggiaotto ch’è Ssanta Catarina
se cacceno le store 1 pe le scale,
se 2 leva ar letto la cuperta fina,
e ss’accenne er focone in de le sale.

 

Er tempo che ffarà cquela matina
pe Nnatale ha da fàllo tal’e cquale. 3
Er busciardello 4 cosa mette? bbrina?
La bbrina vederai puro a Nnatale.

 

E ccominceno ggià li piferari 5
a ccalà da montagna a le maremme
co cquelli farajôli 6 tanti cari!

 

Che bbelle canzoncine! 7 oggni pastore
le cantò spiccicate 8 a Bbettalemme
ner giorno der presepio der Zignore.

 

 18 novembre 1831 - De Pepp’er tosto

 

 1 Si cavano le stuoie. Alle porte d’ingresso delle case di persone nobili o agiate si pone una stuoia, o bussola imbottita. 2 Si. 3 Opinione volgare costantissima, che si ride dell’esperienza. Vari altri simili giorni di osservazione sono nel corso dell’anno. 4 Il bugiardello, il lunario. 5 Abruzzesi, suonatori di pive e cornamuse o cennamelle, che il popolo chiama ciaramelle. 6 Mantelletti rattoppati che raramente giungono loro al ginocchio. 7 Niuno può vantarsi di aver mai inteso ciò che essi cantano. 8 Tali e quali.

 

 

243. La piggion de casa

 

Nun pôi 1 sbajjà ssi vvôi. 2 Cquà ssu la dritta,
ner comincio 3 der vicolo de Bbranca,
doppo tre o cquattro porte a mmanimanca 4
te viè 5 in faccia una pietra tutta scritta.

 

Svorta er collo tra ll’oste e ll’artebbianca 6
e ppropio attacc’a cquella casa sfitta
llí a ppianterreno sciabbita er zor Titta 7
er barbiere a l’inzeggna de la scianca. 8

 

L’hai capito mó adesso indove arresta? 9
Bbe’, ddomatina tu vvàcce a cquest’ora,
ché ll’ora lui de nun trovallo è cquesta.

 

Di’: «Cc’è zor Titta?» «No». Tu ddijje allora:
«Disce zia che a ppagà viè st’antra 10 festa 11
ché gglieri 12 lei lo rifasceva fora». 13

 

Roma, 19 novembre 1831 - Der medemo

 

 1 Non puoi. 2 Se vuoi. 3 Principio. 4 A mano manca. 5 Ti viene. 6 Venditore di minestre ed altri minuti. 7 Ci abita il signor Giovan Battista. 8 I barbieri de’ luoghi meno civilizzati di Roma usano ancora la vecchia insegna di una gamba in salasso, dinotante la flebotomia, al cui esercizio erano essi obbligati, cosa che va cadendo in disuso. 9 Resta. 10 Altra. 11 Le pigioni dell’infimo popolo si pagano per solito settimanalmente; e gli stessi inquilini si recano a soddisfarle nelle domeniche, giorni per essi di libertà non solo, ma di maggior facoltà per gli stipendi esatti il sabato sui loro mestieri. Di più, questa frequenza di pagamenti in piccole frazioni riesce insieme ai locatori di maggior facilità, ed ai locatori di minor rischio. 12 Ieri. 13 «Ella lo credeva assente di bel nuovo». È frase altresì d’ingiurioso equivoco, esprimendo anche l’atto del recere.

 

 

244. L’Omo

 

Guarda che ccosa è ll’omo, e ssi 1 è ppeccato
de fà sparge a la guerra er zangu’ umano!
Dio, che ppô ffà ’ggni cosa da lontano
e ppiscià a lletto e ddí dd’avé ssudato,

 

pe ccreà l’Omo sc’impiegò le mano;
e ddoppo avello 2 bbene smaneggiato,
je fesce hâh: 3 e Adamo, pe cquer fiato,
da un pupazzetto diventò un cristiano.

 

E aveva appena cominciato a vvive, 4
che ggià ssapeva rescità l’istoria
com’un de quarant’anni, e llêgge, e scrive.

 

E ssapeva chiamà ppuro 5 a mmomoria
tutte le bbestie bbone e le cattive
come noi conosscemo la scicoria.

 

Roma, 19 novembre 1831 - Der medemo

 

 1 Se. 2 Averlo. 3 Gli fece hâh: spirò sopra a lui il suo alito. 4 Vivere. 5 Pure.

 

 

245. Eppoi?

 

Séguita a ffà sta vita, Zzaccheria:
freghete l’orbo 1 co ste tu’ donnacce:
la dimenica a mmessa nun annacce: 2
immriàchete 3 sempre all’ostaria.

 

Strapazza er nome de Ggesummaria:
giuchete er core, 4 intosta a parolacce. 5
Tu tte penzi 6 che Ccristo nun ce sia,
e llui te sta a ssegnà ttutte le cacce. 7

 

Va’, ccontinuva a vvive 7a in ner peccato,
fra ccarte e ddonne, fra bestemmie e vvino:
ma ar capezzale 8 quer ch’è stato è stato.

 

C’è ppoco ar bervedé, 9 ssor figurino;
e cquanno Cristo er culo l’ha vvortato 10
vall’a rripijja allora p’er cudino. 11

 

Roma, 20 novembre 1831 - Der medemo

 

 1 Fregarsi l’orbo: darsi alla cieca alle carnalità. 2 Non andarci. 3 Ubbriàcati. 4 Giuòcati tutto. 5 Rincara con parolacce; ostinati a dir parolacce oscene e empie. 6 Ti pensi: ti vai figurando. 7 Segnar le cacce: notare i falli. Metafora presa dal giuoco di palla. 7a Vivere. 8 Al punto di morte. 9 Al belveder c’è poco: è vicino il successo. Belvedere è una parte del Vaticano. 10 Voltare il culo, le spalle. 11 Vallo a ripigliare allora pel codinio: richiamalo indietro, se puoi.

 

 

246. Er traghetto 1

 

Ahàggnola! 2 a la fine te sciò ttrova 3
a ppreparamme 4 er barzimo 5 der corno!
Ma ttanto e ttanto me credevi ssciorno 6
de nun capillo 7 cquà ccosa se 8 cova?

 

Sputa: 9 chi è cquello c’a la Cchiesa-nova
un quarto fà tte ronneggiava 10 intorno?
eppoi entrò cco tté llí accant’ar forno
da quella donna c’arivenne 11 l’ova?

 

Io ve vedevo, sai? Lui chiotto chiotto
a vvienitte a le tacche, 12 e ttu a gguardallo
co la coda dell’occhi pe dde sotto.

 

E mmó ccosa sarebbe sto bbarbotto? 13
Fussi 14 quarche ttumore da riontallo 15
come jjeri coll’ojjo der cazzotto! 16

 

Roma, 20 novembre 1831 - Der medemo

 

 1 Occulto commercio d’amore. 2 Esclamazione propria di chi gode aver trovato ciò che cercava. 3 Ti ci ho trovata. 4 Prepararmi. 5 Balzamo. 6 Stolido. 7 Da non capirlo. 8 Si. 9 Confessa, parla. 10 Rondeggiare: far la ronda. 11 Che rivende. 12 A venirti alle tacche: a seguirti da presso. 13 Questo borbottio. 14 Fosse mai. 15 Da riontarlo: riungerlo. 16 Coll’olio dei pugni.

 

 

247. Er Profeta de le gabbole 1

 

Voi sce gonfiate 2 da ’na man de 3 sere
sor uscellaccio de le male nove 4
che in tutto quanto er Carnovale piove:
pôzzi crepà lo stroligo 5 in braghiere! 6

 

C’abbitassivo 7 ar vicolo der bove 8
co vostra mojje a rregge er cannejjere 9
lo sapevo, ma nnò st’antro 10 mestiere
de rubbà ll’occhialino a Bbarbaggiove. 11

 

Io ve lassai cuggnato 12 de li preti,
e vv’aritrovo mó tutt’in un botto 13
diventato Spacoccio de Rieti. 14

 

Dunque, sor Casamia, 14 sor Omo dotto,
sor Barbanera, 14 a nnoi, tra sti segreti
s’ariccapezza sto ternuccio all’Otto?
14a

 

Roma, 20 novembre 1831 – Der medemo

 

 1 Cabale. 2 Ci annoiate. 3 Da una mano di, ecc.: da cinque. 4 Uccello di cattivo augurio. 5 Possa crepar l’astrologo. Così rispondesi a chi predice sventure. 6 Il brachiere è a Roma tenuto per un famoso barometro. 7 Che abitaste, ecc. 8 Cioè: «che foste cornuto». 9 Candeliere. 10 Quest’altro. 11 Di antivedere il futuro. 12 Cognato. Dicesi in Roma cognato a chi partecipa con altri d’una medesima donna. 13 D’improvviso. 14 Tre famosi facitori e titoli di lunari. 14a Al lotto.

 

 

248. Er cucchiere e ’r cavarcante

Sonetti 3

 

Nun ho mai fatto un cazzo l’assassino,
ma er cucchiere co ccime de padroni;
e ho ssempre strascinato in carrozzino
principesse co ttanti de cojjoni. 1

 

Ma ttu, lladro, a sti poveri sturioni 2
la maggnatora j’hai sbusciato inzino,
pe ffà ccascà la bbiada a ffuntanoni
come fussi un orloggio a pporverino.

 

Ecco er perché ddiventen’ossa e ppelle!
Ecco si ccome mostreno le coste,
e ss’arreggeno sú cco le stampelle!

 

Ma sse sa, ggatto mio, chi ssò le poste
che jje venni la bbiada a mmisurelle:
du’ cavajjeri de Galanti, 2a e un oste.

 

Roma, 20 novembre 1831 - Der medemo

 

 1 Di grado più eccelso. 2 Storioni: cavalli magri. 2a Birri monturati che si fanno chiamare Guardie di polizia, capitanati da un cavalier Galanti, già Bargello.

 

 

249. Er cucchiere de grinza 1

 

Un cazzo che vv’arrabbi! A Ssan Ghitano 2
so’ 3 vvent’anni che bbatto la cassetta:
e nnun tienevo un pelo a la bborzetta
che Ttata 4 me metté la frusta in mano.

 

Ma ssai tu a Rroma, a Nnapoli, a Mmilano
quanti cucchieri ho ffatti stà a la fetta? 5
Sti bbanchieri 6 strillaveno vennetta
riccojjenno li ferri 7 da lontano.

 

Ho gguidate parijje io co la vosce 8
c’averebbeno, a un dì, 8a ttramonto er zole, 9
cavalli da fà ffà sseggni de crosce! 10

 

E ssò arrivato co le bbrijje sole
a pportamme 11 da mé ssedisci frosce! 12
Duncue fâmo 13 per dio poche parole.

 

In legno, da Morrovalle a Tolentino,

De Pepp’er tosto - 28 settembre 1831

 

 1 Di vaglia. 2 Gaetano. 3 Sono. 4 Mio padre. 5 Ho tenuti in suggezione. 6 Cocchieri mal destri. 7 Raccorre i ferri, nel gergo volgare vale: «rimanere molto indietro nel corso». 8 Col solo soccorso de la voce. 8a Per modo di dire. 9 Tramontato il sole. Cavallo che tramonta il sole, cioè: «focoso e velocissimo». 10 Cavalli da sbigottire. 11 A portarmi. 12 Sedici froge: otto cavalli. 13 Facciamo.

 

 

250. Er cucchiere for der teatro

 

Eh? che bber gode! 1 Immezzo de ’na piazza,
sott’a ste quattro gocce de bbrodetto,
senza poté nnemmanco acchiappà un tetto, 2
fà ’ggni notte ’na vita de sta razza!

 

E ttratanto quer gruggno de pupazza
de la padrona mia, drent’ar parchetto
se 3 diverte cor ghiggno e cco l’occhietto,
pe ffà ride 4 la freggna che l’ammazza. 4a

 

Eppuro 5 a ccasa scià 6 ttanto de specchio
pe ppotella capí 7 cche cquanno fiocca 8
la donna se pô vvenne 9 ar ferravecchio.

 

Ma llei de cazzi! 10 sin c’ha un dente in bocca,
de sughillo 11 ’ggni ggiorno ne vô un zecchio,
una marmitta, un cuccomo e una bbrocca.

 

In legno, da Morrovalle a Tolentino,

D’er medemo - 28 settembre 1831

 

 1 Che bel godere! 2 Prendere un tetto: per «ricoverarsi». 3 Si. 4 Per far ridere: per soddisfare. 4a Che l’ammazzi. 5 Eppure. 6 Ci ha: ha. 7 Per poterla capire. 8 Fioccare: qui sta per «avere i capelli bianchi». 9 Si può vendere. 10 Ma ella al contrario! 11 Di sugo. Ciò è relativo al senso della nota 4.

 

 

251. Er falegname cor regazzo

 

Famme la carità, ma cche tte fai!,
cosa te freghi, pe l’amor de Ddio!
Nu lo vedi che ddritto nun ce vai,
mannaggia li mortacci de tu’ zio?

 

Gran ché de nun potesse fidà mai
co sto scolo d’un cazzo de ggiudio!
Animo, lass’annà, cché nun ce dai:
a cchi ddico? aló, cquà, ché ssego io.

 

Lasseli stà sti poveri strumenti,
ché, a cquer che vvedo, er legno, fijjo caro,
nun è pane adattato a li tu’ denti.

 

Và piuttosto a fà er medico o ’r notaro,
oppuro er mercordì, si tte la senti,
viaggia a piazza-ladrona 1 pe ssomaro.

 

Roma, 21 dicembre 1831 - D’er medemo

 

 1 Piazza Navona, detta talvolta ladrona, a causa del fraudolento traffico che vi fanno i rivenduglioli, ossia i bagherini.

 

 

252. La corda ar Corzo

 

Cquì, e cquant’è ggranne Roma 1 l’aricorda,
propio in ner mezzo a sta ritiratella,
c’era piantato un trave e una ggirella
dove prima sce daveno 2 la corda.

 

Sto ggiucarello era una lima sorda,
o ffussi a tratti oppuro a ccampanella, 3
che cchi ss’è intesa in petto la rotella
de le spalle, pe ddio nun ze ne scorda.

 

Sia benedetto sempre er cavalletto!
Armanco mó tte n’eschi con onore,
e nun ce fai li cardinali in petto. 4

 

Ché ffor de quer tantino de bbrusciore,
un galantomo senza stacce 5 a lletto
pô annà pp’er fatto suo com’un ziggnore.

 

Roma, 21 novembre 1831 - De Pepp’er tosto

 

 1 Roma tutta intiera. Lo ricorda anche l’autore di questi versi, benché giovane. 2 Ci davano. 3 Il tirar su e poi ricalare il paziente, senza abbandonarne il peso a se stesso come si usava ne’ tratti, da’ quali, restando il corpo sospeso e legato per le mani dietro il dorso, riceveva l’infelice dolore acutissimo e slogamento di ossa. 4 Sputi di sangue. Metafora presa dal riserbarsi che talora fa il Papa de’ Cardinali in petto, per pubblicarli in tempo avvenire. Fare i cardinali, vale: «sputar sangue». 5 Starci.

 

 

253. Er primo bboccone

 

Qual è ttra li peccati er piú ppeccato
c’abbi fatto ppiú mmale a ttutt’er monno?
Quello primo? ggnornò: mmanco er ziconno,
o er terzo, o er quarto. Er quinto-gola è stato.

 

Pe una meluccia, c’averà ccostato
mezzo bbaiocco, stamo tutti a ffonno!
Pe cquesto er zeggno de st’ossetto tonno
cquà immezzo de la gola sc’è 1 restato.

 

Vedi che bber zervizzio sce fasceva 2
quer cornuto d’Adamo, nun zia mai,
co cquella jjotta 3 puttanaccia d’Eva,

 

si 4 mmai Dio Padre, c’ha ttalento assai,
nun mannava er fijj’unico c’aveva
ggiú in terra a rrippezzà ttutti li guai.

 

Roma, 21 novembre 1831 - Der medemo

 

 1 C’è. 2 Ci faceva. 3 Ghiotta. 4 Se.

 

 

254. Er morto devoto de Maria Bbenedetta

 

Prima usscí co la crosce er chirichetto,
po’ er prete co la stora ner’e ggialla,
quattro facchini poi cor moccoletto
smorzat’in mano e ’r catalett’in spalla.

 

Uno de questi in capo ar vicoletto
dà un bôttaccio, e la cassa je trabballa:
e ssi un morto va ggiú dar cataletto,
l’anima è seggno che sta a ccasa calla.

 

Ma la Madonna che llui fu ddevoto
nu lo permesse. Er vivo s’ariarza,
e tutt’e ddua sce ponno attaccà er voto.

 

Pe ttirà ssú li sui, moneta farza
fa la Madonna e ttanto terramoto,
che o de riffe o de raffe sce li sbarza.

 

Roma, 21 novembre 1831 - Der medemo

 

 

255. Morte scerta, ora incerta

 

Staveno un par de gatti a ggnavolà
in pizzo ar tettarello accant’a mmé
ggiucanno in zanta pace e ccarità
a quer giuchetto che de dua fa ttre:

 

quanto quer regazzaccio der caffè
accosto a la Madon de la pietà
j’ha ttirato de posta un nonzocché
che l’ha ffatti un’e ll’antro spirità.

 

Povere bbestie, j’è arimasta cquì! 1
Ma cquer ch’è ppeggio cento vorte e ppiú,
sò rrotolati tutt’e ddua de llí.

 

Doppo lo schioppo c’hanno dato ggiú,
uno s’è mmesso subbito a fuggì,
e ll’antro è mmorto senza dí Ggesú.

 

Roma, 22 novembre 1831 – Der medemo

 

 1 Toccando la gola, quasi per indicare un boccone non ancor bene inghiottito.

 

 

256. Li bburattini

 

Checca, sei stata mai ar teatrino
de bburattini in der palazzo Fiano?
Si vvedi, Checca mia, tiengheno inzino
er naso com’e nnoi, l’occhi e le mano.

 

C’è ll’Arlecchin-batocchio, er Rugantino,
er Tartajja, er Dottore, er Ciarlatano:
ma cquer boccetto poi de Casandrino,
nun c’è un cazzo da dí, ppare un cristiano! 1

 

Jeri per la ppiú ccorta io sce sò annata
incirca ar tocco de la Vemmaria
c’allora s’ariopre l’infornata. 2

 

E ppoi cor pesator de pescheria
co Pipp’e Peppe Menica e Nnunziata
ce n’annassimo a ccena all’osteria.

 

Roma, 22 novembre 1831 - Der medemo

 

 1 Un uomo. 2 Quel teatrino ripete ogni sera di ora in ora lo stesso spettacolo per tre o quattro volte, rinnovando sempre gli spettatori. Quei rinnovamenti di popolo diconsi camerate o infornate, perché per l’angustia del luogo si soffre il caldo di un forno.

 

 

257. Er tignoso vince l’avaro

 

Che cce faressi? oh mméttesce una zeppa! 1
L’hai ddata inzin’adesso a ttant’e ttanti,
c’oggi o da me t’hai da scibbà una sleppa, 2
o fàmme intiggne, 3 ar men che ssia, davanti.

 

Quà, for che mmé, chi ccià l’uscello inzeppa,
e tu nun je lo tocchi co li guanti:
io dunque vojjo entrà, sora Ggiuseppa,
in paradiso a ddispetto de santi.

 

A temp’e llogo de spanà, tu spani: 4
te piasceno li pranzi e le marenne:
eppoi me tratti peggio de li cani.

 

Guarda cquì com’er ciscio arza le penne...
Che ccos’hai detto? me la dài dimani?
Passi l’Angeledèi e ddichi ammenne.

 

Roma, 22 novembre 1831 – De pepp’er tosto

 

 1 Vacci a porre rimedio. 2 Cibare una percossa. 3 Intingere. 4 Mangi.

 

 

258. Er punto d’onore

 

Bbè, vvia, bbasta che ssii senza malanni
viè ddimani su a casa de Vincenza.
Oggi nun pozzo dattela in cusscenza
perché vvado a l’erliquie a Ssan Giuvanni.

 

Sta ggiornata che cquì da tre o cquattr’anni
me confesso e ffò un po’ de pinitenza,
perché cchi pijja oggi l’indurgenza
va in paradiso co ttutti li panni.

 

Che tte fa un giorno ppiú o un giorno meno?
Mica è ggrano che ccasca! morissi oggi,
te voría compatí: tanto sei pieno?

 

Oé però, si è vvero de st’orloggi, 1
pe nnun mancà a li patti te lo smeno,
ma cqui ddrento cuccú cche mme l’appoggi!

 

Roma, 22 novembre 1831 - Der medemo

 

 1 Buboni.

 

 

259. Er tiratira 1

 

Nun te so cche risponne 2 e ddichi 3 poco
quanno me chiami crapa 4 e ggallinaccio:
su sta mmerda sce 4a do ssempre er gruggnaccio: 5
e ’r piú pegg’è 6 che mmai nun trovo loco.

 

La strega che ccapiva ch’er mi’ foco
stava agguattato 7 sotto ar cenneraccio,
m’ha pijjato nell’ora der cazzaccio, 8
e ecco cqui ricominciato er gioco.

 

L’ambra nun trova sempre la pajjetta: 9
tutto er ferro nun cià 10 la calamita;
e nun c’è pe ’ggni uscello 11 una sciovetta. 12

 

Ma p’er cristiano 13 sta ssempre ammannita,
come tavola d’oste, una saetta
che de natura sua tira la vita.

 

Roma, 23 novembre 1831 - Der medemo

 

 1 Tira tira: «un oggetto attraente», e specialmente una «donna amata». 2 Non so che risponderti. 3 Dici. 4 Capra: sciocco. 4a Ci. 5 Il viso. 6 E il peggio è. 7 Nascosto. 8 Dicesi che qualsivoglia uomo abbia ogni giorno un’ora di debolezza. 9 Paglietta. 10 Non ci ho: non ha. 11 Per ogni uccelletto. 12 Civetta. 13 Pel cristiano: per l’uomo. I soli cristiani sono uomini. Tutti gli altri non sono uomini, ma turchi, ebrei, ecc.

 

 

260. A le prove

 

Ecco ch’edè: 1 vô êsse 2 solo er Marro 3
a ccugnà 4 le patacche a la tu’ 5 zecca:
pe cquesto te viè a ddí, 6 llinguaccia secca!, 7
che, cquanno sparo io, raro sc’ingarro. 8

 

De che?! 9 la mi’ pistola nun fa ccecca, 10
sibbè cche ffussi 11 caricata a ffarro.
Eppoi, Tuta, 12 viè cquà, 13 ffâmo 13a un bazzarro,
e ssi 14 nun cojjo 15 a tté ddàmme la pecca. 16

 

È vvero c’a sto monno in centomila
nun c’è ggnisuno che ppô ffàsse 17 bbravo,
ché sse 18 ponno crepà mmanico e ppila.

 

Però ssi 14 ll’anni addietro io me cavavo
un ott’o ddiesci gustarelli in fila,
pe ddodisci oggi puro 19 me li cavo.

 

Roma, 23 novembre 1831 - Der medemo

 

 1 Che è, cos’è. 2 Vuol essere. 3 Il marro, nome che si dà alla parte più rozza e risoluta del popolo. 4 Coniare. 5 Tua. 6 Ti viene a dire. 7 Malédica. 8 Ingannare, dar nel segno. 9 Come?! 10 Far cecca: fallire. 11 Benché fosse. 12 Gertrude. 13 Vieni qua. 13a Facciamo. 14 Se. 15 Còjjo: colpisco. 16 Dar la pecca, trovar la pecca: criticare. 17 Può farsi. 18 Si. 19 Pure.

 

 

261. Er beccamorto

 

Tu ccapischi cor culo, abbi pascenza:
nun dico questo, ch’averebbe torto.
Bell’e bbono è er mestier der beccamorto
quanno Iddio vò mmannà la providenza.

 

Io dico, e sto discorzo è una sentenza,
che cquanno er tempo de l’istate è scorto,
sò spicciati 1 li cavoli pell’orto, 2
e ssi 3 ppoi vôi maggnà mmagni a ccredenza.

 

Sta Roma è un paesaccio mmaledetto
dove l’inverno nun ce more un cane,
e tte se tarla puro er cataletto.

 

Oh vvedi pe abbuscà un boccon de pane
quanto s’ha da pregà Ddio bbenedetto
perché illumini medichi e mmammane!

 

Roma, 23 novembre 1831 – Der medemo

 

 1 Finiti. 2 Cioè: «è finita la raccolta, è finito il guadagno». 3 Se.

 

 

262. La Compaggnia de Vascellari 1

 

Si ccaso mai, sor faccia de pangiallo,
l’arreggemo noi puro er bardacchino.
Ch’edè? 2 nun zemo indeggni 3 de portallo?
E vvoi chi ssete? er fio 4 der re Ppipino?

 

Nun t’aricordi ppiú, bbrutto vassallo,
de quelli scarponacci da bburrino
quanno a le mano sce tienevi er callo
e mmaggnavi a ppagnott’-e-ccortellino?

 

Oggi che cc’è er Zantissimo indisposto
potressi armanco usà pprudenza, e a cquelli
che ssò pprima de té ccedeje er posto.

 

Er bardacchino tocca a li fratelli
de segreta: epperò ssor gruggno tosto
levàtevesce for da li zzarelli.

 

Roma, 23 novembre 1831 - Der medemo

 

 1 Confraternita di Vasellai. 2 Che è? 3 Degni. 4 Figlio.

 

 

263. L’Apostoli

 

T’hai da capascità cche, o bbianco, o rosso,
o nnero, o ppavonazzo, te sfraggella.
Sin che in ner mare sce sta er pessce grosso,
er piccolo ha d’avé la cacarella. 1a

 

Triste chi nassce sott’a cquella stella,
e a le snerbate nun za ffacce 1b l’osso!
Bisoggna fasse mette 1c la bbardella
e bbascià er culo che tte caca addosso.

 

Prima sce bbuggiarava er zor Pietruccio: 1
oggi nun è ppiú bbroccolo, ma ccavolo,
e cce bbuggera in cammio Pavoluccio. 2

 

Inzomma, un giorno Pietro e un giorno Pavolo,
noi stamo sempre com’e ddon Farcuccio 3
sott’a le granfie o dd’un demonio o un diavolo.

 

Roma, 23 novembre 1831 - Der medemo

 

 1a Deve temere. 1b Non sa farci. 1c Farsi mettere. 1 Pietro Fumaroli, favorito di Leone xii. 2 Paolo Massani, favorito del cardinal Bernetti, gran visir di Gregorio xvi. 3 Stare o restare come don Falcuccio: restar delusi.

 

 

264. L’editto pe la cuaresima

 

Er curato a la messa ha lletto er fojjo
che cc’è l’indurto, e ccià spiegato tutto.
A ppranzo se connissce co lo strutto,
ma la sera però ssempre coll’ojjo.

 

Carne de porco mai: sai che ccordojjo
sti jotti 1 de salame e dde presciutto!
Pe mmé ciò un zanguinaccio, ma lo bbutto,
ché io nun vojjo scrupoli, nun vojjo.

 

La matina se pò pe ccolazzione
pijjà un deto 2 de vino e un po’ dde pane,
da non guastà er diggiuno in concrusione.

 

Poi disce a li cristiani e a le cristiane
d’abbandonà er peccato, e ffà orazzione
sin che nun s’arissciojje 3 le campane.

 

Roma, 24 novembre 1831 - Der medemo

 

 1 Si sottintende a: «per questi ghiotti». 2 La misura di un dito. 3 S’arissciojje: si riscioglie, si sciolgono di nuovo.

 

 

265. L’editto pe tutto l’anno

 

Ho vvisto propio mó a le cantonate
curre er libbraro a appiccicà un editto.
È un lenzòlo de carta tutto scritto,
che le ggente sce fanno a ggommitate.

 

Bisoggna avé ggiudizzio, cammerate,
perché cchi ssa che ce pô esse 1 scritto?
E ppotrebbeno avé ffatto un delitto
che nun ze ggiuchi ppiú mmanco a ssassate.

 

Sortanto ho ’nteso un quèquero 2 in perucca
a bbarbottà, svortannose
3
de fianco:
«Chi cce governa, nun tiè ssale in zucca».

 

Nun c’è ppiú dunque da sperà nnemmanco;
perché ssi cchi cce ll’ha, ppuro 4 te cucca, 5
figurete 6 chi ha perzo 7 er fritto bbianco. 8

 

Roma, 24 novembre 1831 - Der medemo

 

 1 Essere. 2 Anticaglia. 3 Voltandosi. 4 Pure. 5 Te la fa. 6 Figurati. 7 Perduto. 8 Il cervello.

 

 

266. Er marito ammalato

 

Avevo inteso da che mmonno è mmonno
ch’er piú ppeggio che ffussi era la morte,
e cche dde dua c’aspettano sta sorte
un’e ll’antro vorebb’esse 1 er ziconno. 2

 

Ma ttu cc’hai sempre st’ideacce storte,
mannaggia la nepote de tu’ nonno!,
dichi mo che sta mmejjo chi vva a ffonno,
ché ’r penà de chi rresta è ttroppo forte.

 

E mme vôi fà pparé ddorce st’agresta
oggi che la salute me se sfraggne!
Tristo chi mmore e bbuggiarà cchi resta.

 

Ebbè, píjjete 3 tu le mi’ magaggne,
e ppe llevatte 4 sti grilli da testa
vatt’a ffà bbuggiarà, cch’io resto a ppiaggne. 5

 

Roma, 24 novembre 1831 - Der medemo

 

 1 Essere. 2 Secondo. 3 Pigliati. 4 Levarti. 5 Piangere.

 

 

267. Er conto dell’anni

 

Mó ffamo er conto. Avevo ammalappena,
quanno che mme sposai, quattordiscianni:
de quattordisci e mmezzo fesce 1 Nena:
de disciassette partorii Ggiuvanni.

 

Questi c’ho detto sò li dua ppiú granni:
Nena ha ddiescianni pe la Madalena;
e Nnino, senza tanto che m’affanni,
finí jjerzera dodiscianni a ccena.

 

Cqua ddunque nun ce fiocca e nun ce piove: 2
dodisci e ddisciassette ar mi’ paese
viengheno a stà, mme pare, a vventinove.

 

Perché nun zò ’na gallina pollese, 3
mostro un po’ d’avantaggio; ma a le prove
ho in punto mó vventinov’anni e un mese.

 

Roma, 24 novembre 1831 - Der medemo

 

 1 Feci. 2 Questo è sicuro. 3 Gallina pollese si dice «a quelle donne, le quali, per gentil proporzione i piccole membra, dimostrano età minore del vero».

 

 

268. Chi s’impicca se spicca 1

 

È ddar giorno de llà dde l’antro jjeri
che sta galletta 2 nun z’è ppiú affacciata.
Chi lo sa cc’antra fregna 3 j’ha ppijjata?
Io nun sto ddrento in ne li su’ penzieri.

 

Si sse tratta de dajje un’ingrufata, 4
je la darò ’ggnisempre volontieri:
de rimanente de sti su’ braghieri 5
me ne faccio un zuffritto 6 a la frittata.

 

Se penza la cojjona che mm’addanni 7
perché nun viè du’ ggiorni a la finestra?
Che me ne frega 8 che nun stia scent’anni!

 

Pare peccristo un fiore de gginestra!
E, ssi ttanto è dde fora, sotto panni
Dio lo sa ssi cche bbrodo de minestra!

 

Roma, 24 novembre 1831 - Der medemo

 

 1 Modo proverbiale per significare che quei che si piccano, poi tornano in pace. 2 Sinonimo qui di «fraschetta». 3 Capriccio. 4 Goderla, ecc. 5 Ciance. 6 Farsi un soffritto: non por mente, non calère. 7 M’arrabbi. 8 Vedi la nota 6.

 

 

269. L’ordegno spregato

 

Pare un destino ch’er piú mmejjo attrezzo
che ffesce Gesucristo ar padr’Adamo,
ciavessi da costà, ssi ll’addopramo,
da strillacce Caino 1 per un pezzo!

 

Questa nun ce la dà ssi nnun sposamo,
quella vô er priffe 2 e nnun je roppe er prezzo, 3
l’antra t’impesta e tte fa vverd’e mmezzo: 4
e er curato sta llí ssempre cor lamo. 5

 

Bbenedetta la sorte de li cani,
che sse ponno pijjà cquer po’ de svario
senz’agliuto de bborza e dde ruffiani.

 

E pponno fotte in d’un confessionario,
ché nu l’aspetta com’a nnoi cristiani
sta freggna de l’inferno e dder Vicario.

 

Roma, 24 novembre 1831 - Der medemo

 

 1 Gridare come i cani. 2 Denari. 3 Non cala il mercato. 4 Mézzo, colla o stretta: «tristanzuolo, malaticcio». 5 L’amo da pesca.

 

 

270. La ggiostra a Ggorea 1

 

Ieri sí che ffu ggiostra! Che bbisbijjo!
Figùrete che Mmeo de bborgonovo
a vvent’ora er bijjetto nun l’ha ttrovo:
epperò dde matina io me li pijjo.

 

Cristo, che ccarca! 2 pieno com’un ovo!
nun ce capeva ppiú un vago de mijjo!
Le gradinate poi!... io e mmi’ fijjo
paremio 3 propio du’ purcini ar covo.

 

Che accidente de toro! D’otto cani
a ccinque j’ha ccacciato le bbudella,
e ll’antri l’ha schizzati 4 un mio 5 lontani.

 

E cquer majjone 6 vôi ppiú ccosa bella?
Eppoi, lo vederai doppodomani:
bbast’a ddí c’ha sfreggnato 7 Ciniscella! 8

 

25 novembre 1831 – Der medemo

 

 1 Anfiteatro detto di Corea, dal palazzo già della famiglia di quel nome, al quale è aderente. È fabbricato sugli avanzi del famoso Mausoleo D’Augusto. 2 Calca. 3 Parevamo. 4 In senso attivo: «scagliàti». 5 Un miglio. 6 Toro castrone. 7 Ferito con lacerazione. 8 Cinicella: soprannome di un famigerato giostratore nativo di Terni.

 

 

271. La Chinea

 

M’ha ddetto stammatina quella rapa
qui ar Babbuino der Milord’ingrese,
che ccor una chinea e mmezza ar mese
le ggente da serví llui se le capa.

 

L’hanno portata dunque ar zu’ paese
la Chinea che baciava er piede ar Papa?!
Però mme pare una gran cosa ssciapa
d’annasse a ffà cco la Chinea le spese!

 

Eppoi, che mme ne faccio de quer pezzo?
Se dà a porta-leone una cavalla
quann’è spaccata a mmodo suo pe mmezzo.

 

E ssi ppe mezzo culo e ppe ’na spalla
j’annassi 1 ar Papa de roppejje er prezzo,
poderebbe cor Re 2 ppuro aggiustalla.

 

Roma, 25 novembre 1831 - Der medemo

 

1 Gli andasse a garbo. 2 Di Napoli.

 

 

272. L’assegnati 1

 

Ecco si cche vvor dí de sta 2 ddu’ mesi
drento in concraudio 3 e ffà li Papi frati:
se svortica er budello 4 a li paesi,
eppoi s’ha da ricurre all’assegnati.

 

Quanno che li stamporno li francesi,
ce restassimo 5 tutti cojjonati, 6
Sò ccartacce da culo: e cchi l’ha spesi
all’un per cento o ar dua, nun l’ha bbuttati.

 

Io, co st’orecchie, venti vorte in fila,
l’ho inteso oggi ar vangelio, che dde sbarzo 7
ce ne vonno appoggià ddodisci mila. 8

 

Vedi che llume de luna de marzo!
E cquanno er prete a mmessa te le sfila,
pijjesce puro 9 un giuramento farzo.

 

1° novembre 1831

 

 1 Carta moneta della Repubblica Gallo-Romana. 2 Ecco se che vuol dir di stare. 3 Conclave. 4 Si rivolge; si esaltano. 5 Ci restammo. 6 Gabbati. 7 D’un colpo. 8 Duodecim milia signati. 9 Pigliaci pure.

 

 

273. C’è de peggio

 

E le scedole 1a fu ppoco strapazzo?
Pare a ddí ggnente a tté, dde punt’in bianco 1
annà ar Monte 2 o a Ssanspirito in ner banco 3
pe sbarattalle, e nun trovacce un cazzo?!

 

Mi’ padre a mmé mme n’ha llassate un branco,
ma stanno llí a ddormí tutte in un mazzo,
che tte ggiuro da povero regazzo 4
ner caso mio m’arifarebbe un fianco.

 

Oggi avé ddua, trescento, mille scudi,
eppoi domani diventatte marva, 5
tratanto che a ccampà ffatichi e ssudi!

 

Ma pperò ssi nun pagheno sta sarva 6
de scedole che ccià aridotti iggnudi,
bbuggiarà sto Governo si sse sarva.

 

25 novembre 1831 - De Pepp’er tosto

 

 1a Cedole. 1 D’improvviso. 2 L’Erario. 3 Banca di proprietà dell’Ospedale di S. Spirito. 4 In aria di persona mortificata, anche un uomo, non ammogliato, si darà questo titolo. 5 Malva. 6 Salva: cumulo.

 

 

274. Che ccristiani!

 

‘Gna sentì mmessa e arispettà er governo
chi vvô ssarvasse 1 l’anima, Donizzio, 2
si nnò vviè Cristo ar giorno der giudizzio
e ce bbuggera a ttutti in zempiterno.

 

Metti, cumpare mio, metti ggiudizzio,
caso te puzzi er foco de l’inferno,
ché, mmettemo 3 la sfanghi in ne l’inverno,
ar tornà de l’istate è un priscipizzio.

 

Povero Ggesucristo! dar zu’ canto
s’è ammascherato sin da vino e ppane:
be’, dov’è un cazzo 4 che sse fa ppiú ssanto?

 

Le donne sò, pper dio, tutte puttane, 5
l’ommini ladri: 5 e ttutto er monno intanto
de Cristo se ne fa strenghe de cane. 6

 

25 novembre 1831 – Der medemo

 

 1 Salvarsi. 2 Dionisio. 3 Ponghiamo che, ecc. 4 Nessuno. Dove si trova più un qualunque uomo che, ecc. 5 Iperbole non secondo l’opinione dell’autore. 6 Se ne fa ogni strapazzo.

 

 

275. La fin der Monno

 

Come saranno ar monno terminate
le cose c’ha ccreato Ggesucristo,
se vederà usscí ffora l’Anticristo
predicanno a le ggente aridunate.

 

Vierà ccor una faccia da torzate,
er corpo da ggigante e ll’occhio tristo:
e pper un caso che nun z’è mmai visto,
nasscerà da una monica e dda un frate.

 

Poi pe ccombatte co sta bbrutta arpia
tornerà da la bbùscia de San Pavolo
doppo tanti mil’anni er Nocchilia. 1

 

E appena usscito da l’inferno er diavolo
a spartisse la ggente cor Messia,
resterà er Monno pe sseme de cavolo.

 

 25 novembre 1831 - De Pepp’er tosto

 

 1 Credenza romanesca, che da un buco, sconosciuto, presso la Basilica di S. Paolo usciranno Enoc ed Elia, chiamati dal popolo, con un solo vocabolo: er Nocchilia.

 

 

276. Er giorno der giudizzio

 

Cuattro angioloni co le tromme in bocca
se metteranno uno pe cantone
a ssonà: poi co ttanto de voscione
cominceranno a ddì: ffora a cchi ttocca.

 

Allora vierà ssù una filastrocca
de schertri da la terra a ppecorone, 1
pe rripijjà ffigura de perzone,
come purcini attorno de la bbiocca. 2

 

E sta bbiocca sarà ddio bbenedetto,
che ne farà du’ parte, bbianca, e nnera:
una pe annà in cantina, una sur tetto.

 

All’urtimo usscirà ’na sonajjera 3
d’Angioli, e, ccome si ss’annassi a lletto,
smorzeranno li lumi, e bbona sera.

 

25 novembre 1831 – Der medemo

 

 1 Camminando cioè con mani e piedi. 2 Chioccia. 3 Un formicaio, ecc.

 

 

277. Er peccato d’Adamo

 

È ttanto chiaro, e ste testacce storte
nu la sanno capí, che dda cuer pomo
che in barba nostra se strozzò er prim’omo
pe ddegreto 1 de ddio nacque la morte;

 

e cche llui de l’inferno uprì le porte,
e o granne, o cciuco, o bbirbo, o ggalantomo;
ce fesce riggistrà ttutti in un tômo,
ce fesce distinà ttutt’una sorte!

 

Perché pperché! se sturino l’orecchie,
vienghino a ffalla loro un’antra lêgge 2
sti correttori de le stampe vecchie. 3

 

Perché pperché! bber dí dda ggiacobbino!
Er libbro der perché, cchi lo vô llêgge
sta a ccovà ssott’ar culo de Pasquino. 4

 

26 novembre 1831 - De Pepp’er tosto

 

 1 Decreto. 2 I Romaneschi pronunciano legge colla e larga. 3 Proverbio. 4 Proverbio. Pasquino è chiamata una statua antica mutilata di gambe e braccia, creduta di Patroclo, che addossata ora al Palazzo Braschi dà il proprio nome a una piazza di Roma.

 

 

278. Li ggiochi

 

«Famo a bbuscetta? » «No». «Sssedia papale?
Sartalaquajja?» «No». «Ppiseppisello?»
Gattasceca? Er dottore a lo spedale?
A la bberlina?» «No». «A nnisconnarello?

 

Potemo fà li sbirri e ’r bariscello,
la ggiostra, li sordati e ’r caporale,
a scaricabbarili, a acchiapparello,
a llippa, a bbattimuro, a zzompà scale.

 

Ggiucamo a bboccia, ar piccolo, a ppiastrella,
a mmorè, a mmora, a ppalla, a mmarroncino,
a ccavascescio, a ttuzzi, a gghiringhella,

 

a attaccaferro, a ffilo, a ccastelletto,
a curre, a pparesseparo...». «No, Nnino,
dàmo du’ bbottarelle a zzecchinetto».

 

Roma, 26 novembre 1831 – Der medemo

 

 

279. La papessa Ggiuvanna

 

Fu ppropio donna. Bbuttò vvia ’r zinale
prima de tutto e ss’ingaggiò ssordato;
doppo se fesce prete, poi prelato,
e ppoi vescovo, e arfine Cardinale.

 

E cquanno er Papa maschio stiede male,
e mmorze, 1a c’è cchi ddisce, avvelenato,
fu ffatto Papa lei, e straportato
a Ssan Giuvanni su in zedia papale.

 

Ma cquà sse ssciorze er nodo a la Commedia;
ché ssanbruto 1 je preseno le dojje,
e sficò un pupo llí ssopra la ssedia.

 

D’allora st’antra ssedia 2 sce fu mmessa
pe ttastà ssotto ar zito de le vojje
si er pontescife sii Papa o Ppapessa.

 

26 novembre 1831 – Der medemo

 

 1a Morì. 1 Ex abrupto. 2 Sedia stercoratoria.

 

 

280. Er Papa

 

Iddio nun vô cch’er Papa pijji mojje
pe nnun mette 1 a sto monno antri papetti:
sinnò a li Cardinali, poverelli,
je resterebbe un cazzo da riccojje.
2

 

Ma er Papa a ggenio suo pô llegà e ssciojje
tutti li nodi lenti e cquelli stretti,
ce pô scommunicà, ffà bbenedetti,
e ddàcce 3 a ttutti indove cojje cojje.

 

E inortr’a cquesto che llui sciojje e llega,
porta du’ chiave pe ddacce 4 l’avviso
che cquà llui opre e llui serra bottega.

 

Quer trerregno che ppoi pare un zuppriso 5
vô ddí cche llui commanna e sse ne frega,
ar monno, in purgatorio e in paradiso.

 

 26 novembre 1831 - De Pepp’er tosto

 

 1 Per non mettere. 2 Un nonnulla da raccorre. 3 Darci. 4 Darci. 5 Pallottola ovale di riso fritto.

 

 

281. Er mortorio de Leone duodescimosiconno

 

Jerzera er Papa morto c’è ppassato
propi’avanti, ar cantone de Pasquino.
Tritticanno 1 la testa sur cuscino
pareva un angeletto appennicato. 2

 

Vienivano le tromme cor zordino,
poi li tammurri a tammurro scordato:
poi le mule cor letto a bbardacchino
e le chiave e ’r trerregno der papato.

 

Preti, frati, cannoni de strapazzo,
palafreggneri co le torce accese,
eppoi ste guardie nobbile der cazzo.

 

Cominciorno a intoccà tutte le cchiese
appena uscito er Morto da palazzo.
Che gran belle funzione a sto paese!

 

26 novembre 1831 – De Peppe’er tosto

 

 1 Tritticare: tremolare. Qui in senso attivo. 2 Leggermente addormentato.

 

 

282. Le ssequie de Leone
duodescimosiconno a S. Pietro

 

Prima, a palazzo, tanti frati neri
la notte e ’r giorno a bbarbottà orazzione! 1
Pe Rroma, quer mortorio bbuggiarone! 2
cqua, tante torce e tanti cannejjeri!

 

Messe sú, mmesse ggiú, bbenedizzione, 2a
bôtti, diasille, prediche, 3 incenzieri,
sonetti ar catafarco, 3a arme, bbraghieri, 4
e sempre Cardinali in priscissione!

 

Come si 4a er Papa, che cquaggiú è Vvicario
de Crist’in terra, possi fà ppeccati,
e annà a l’inferno lui quant’un zicario!

 

Li Papi sò ttre vvorte acconzagrati:
e ssi Ccristo sciannò, cciannò ppe svario
a ffà addannà 5 li poveri dannati.

 

28 novembre 1831 - Der medemo

 

 1 Orazioni. 2 Grande, sfoggiato. 2a Benedizioni. 3 Panegirici. 3a Iscrizioni. 4 Oggetti affastellati. 4a Se. 5 A dar rovello.

 

 

283. Er bon conzijjo

 

Co sti cuattro 1 che ttienghi ar tu’ commanno
mó ppijji puro 2 un po’ de mojje pijji?
Eppoi cosa sarai de cqui a cquarc’anno?
Un pover’omo carico de fijji.

 

Menicuccio, dà retta a li conzijji:
abbada a cquer che fai: penza ar malanno:
donna! chi ddisce donna disce danno:
tu t’aruvini co sti tu’ puntijji.

 

Si ppoi scerchi una forca che tt’impicca,
nun te sposà sta guitta scorfanella: 3
procura armanco de trovalla ricca.

 

La ricca nun te vò? ccàpela 4 bbella:
ché cquanno a Rroma una mojjetta spicca,
vanno mojje e mmarito in carrettella.

 

27 novembre 1831 - Der medemo

 

 1 Intendesi danari: frase impiegata coi poveri. 2 Pure. 3 Piccola e sciancata. 4 Capare: scegliere.

 

 

284. Fortuna e ddorme 1

 

Bisoggna che sta strega de mignotta 2
all’ommini je facci 3 le fatture,
si 3a cco ttutto quer gruggno de marmotta
nun fa a ttempo a smartí 4 ll’ingrufature! 5

 

Nun pare un piatto d’inzalata cotta,
o una pila da mette le pavure? 6
Nun faria sta figura der Callotta
smove 7 la verminara a le crature?

 

Eppuro 8 ecchela llí: ccristiani, abbrei,
frati, preti, avocati, monziggnori,
vestí, bbeve, 9 maggnà...: tutto pe llei!

 

E cquella fijja mia, pover’Aggnesa,
bella, che nun fuss’antro 10 li colori,
è affurtunata com’un cane in chiesa.

 

 27 novembre 1831 - De Pepp’er tosto

 

 1 Fortuna e dormi. Proverbio. 2 Bagascia. 3 Faccia. 3a Se. 4 Smaltire. 5 Dal verbo ingrufare. (Atto venereo). 6 Si fora una pila, così che sembri una faccia, e vi si chiude un lume per mettere paura. 7 Muovere. 8 Eppure. 9 Bere. 10 Non foss’altro.

 

 

285. La Reverenna Cammera Apopretica 1a

 

Sta Cammera de cristo è una puttana:
bbeati quelli che la ponne fotte, 1
e ddàjje 2 che sse sentino 3 le bbôtte
sino ar paese de la tramontana.

 

Da pertutto quì sbarcheno marmotte,
che nun zò 4 ussciti ancora da dogana
che ssubito, alò, 5 cchirica 6 e ssottana,
eppoi tajjele 6a ggiú che ssò ricotte! 7

 

A Rroma, abbasta de sapé er canale
e trovà er buscio 8 pe fficcà un zampetto,
a cquaresima puro 9 è ccarnovale.

 

Ma er padre de famijja poveretto
nassce pe tterra, more a lo spedale,
e si 10 ffiata sciabbusca 11 er cavalletto.

 

 27 novembre 1831 - Der medemo

 

 1a R.C.A. (Reverenda Camera Apostolica). 1 Fottere. 2 Darle dentro. 3 Si sentano. 4 Non sono. 5 Allons. 6 Chierica. 6a Tagliale. 7 Eppoi al comando su tutti e su tutto. 8 Il buco. 9 Pure. 10 Se. 11 Ci busca.

 

 

286. La spiegazzione

 

Che razza de dimanne 1 oggi me fai?!
Cosa vô ddí Cconzurta, Dateria,
e Bbongoverno, e Llemosinería!...
Che tte premeno a tté ttutti sti guai? 2

 

Bbubbú, bbubbú, 3 nnun la finischi mai!
oggni ggiorno una nova fantasia!
Ha rraggione sta matta de tu’ zia
che pe cciarvello sciai 4 pancotto, sciai.

 

Vai stroliganno 5 su li fatti antichi!...
Se vede bbe’ cche nun hai da fà un cazzo,
fijjolo mio, che ddio te bbenedichi.

 

Dunque, aló, ddàmo gusto ar dottorazzo:
a Rroma ste parole che ttu ddichi
nun zò antro 6 che nnomi de palazzo.

 

28 novembre 1831 - Der medemo

 

 1 Dimande. 2 Pensieri gravi, intrighi, faccende altrui. 3 Suoni dinotanti l’insistenza di un parlante. 4 Ci hai: hai. 5 Strologando. 6 Non sono altro.

 

 

287. La lingua tajjana 1

 

«Eh zia, quela regazza che sse vede,
guercia, a pponte sant’angelo, 2 la festa,
che sta llí a sséde, e ttrittica 3 la testa,
zia, chiede la lemosina? la chiede?»

 

«E cche mmaniera di discorre è cquesta?
Bbestia, se disce sédere e nnò ssede.
Nun zerve, cquì sse predica la fede
in ghetto, 4 se fa el brodo in d’una scesta. 5

 

Guardatela mó llí la pupa nercia! 6
Ha mommó dodiscianni su la groppa
e ancora nun za ddí cceca ma gguercia!

 

Ehéi! cquà nun ze trotta, se galoppa!
Cquà la matassa è frascica e nnò llercia: 7
va bbene un po’, ma cquanno è ttroppa è ttroppa.

 

28 novembre 1831 - De Pepp’er tosto

 

 1 Italiana. 2 L’antico ponte Elio, poi detto Adriano, quindi San Pietro e finalmente Sant’Angiolo. 3 «Tremola», in senso attivo. 4 Ricinto degli Ebrei. 5 Proverbio. 6 Bambina tristanzuola. 7 Fracida e non già fragile: proverbio.

 

 

288. La bbona famijja

 

Mi’ nonna a un’or de notte che vviè Ttata
se 1 leva da filà, ppovera vecchia,
attizza un carboncello, sciapparecchia, 2
e mmaggnamo du’ fronne d’inzalata.

 

Quarche vvorta se fâmo 3 una frittata,
che ssi 4 la metti ar lume sce se specchia 4a
come fussi 4b a ttraverzo d’un’orecchia:
quattro nosce, 5 e la scena 6 è tterminata.

 

Poi ner mentre ch’io, Tata 6a e Ccrementina
seguitamo un par d’ora de sgoccetto, 7
lei sparecchia e arissetta 7a la cuscina.

 

E appena visto er fonno ar bucaletto,
’na pissciatina, ’na sarvereggina,
e, in zanta pasce, sce n’annamo a letto.

 

28 novembre 1831 - Der medemo

 

 1 Se. 2 Ci apparecchia. 3 Ci facciamo. 4 Se. 4a È trasparente. 4b Fosse. 5 Noci. 6 Cena. 6a Mio padre. 7 Lo sgoccetto, lo sgoccettare è quel «seguitare a sbevazzare alcun tempo». 7a Rassetta.

 

 

289. Er presepio

 

Sta notte a mmezza notte, sorcia bbella, 1
tra un bove e un asinello, s’un tantino
de fieno, Cristo in d’una capannella
è nnato bbianco rosso e rriccettino.

 

Via, dàmo un’attizzata a lo stuppino,
cominciamo a ssonà la ciaramella. 2
è ora d’arimettelo er bambino,
ché ggià cquí avanti a mmé ss’arza la stella.

 

Guarda che ccoda se 3 strascina, oh Teta!,
longa magaraddio ’na mezzacanna,
e nun è usscita tutta da segreta!

 

Scropi 4 dunque er presepio e la capanna;
e fàmo a lo spuntà dde la cometa
nassce er bambino e ddiluvià la manna.

 

29 novembre 1831 – D’er medemo

 

 1 Mia cara, mia vaga e simili. 2 Cennamella. 3 Si. 4 Scopri.

 

 

290. Er trenta novemmre

 

Ma ccome nun z’ha er tempo oggi da smove?!
Nun zai che ffest’è oggi, eh Sarvatore?
Li trenta, sant ‘Andrëa pescatore.
De sta ggiornata tutti l’anni piove.

 

E cche vvor dí? cce fai tanto er dottore,
e ppoi tutto pe tté ssò ccose nove!
Manco si ttu nun fussi nato indove
chi maggna more e cchi nun mmaggna more. 1

 

E l’istesso der trenta de novembre
è er marito de Checca la mammana,
che nun zapeva der dua de discembre.

 

Si ppiove er giorno de Santa Bbibbiana,
piove (e ddillo pe mmano de notaro)
quaranta ggiorni e ppoi ’na sittimana.

 

 30 novembre 1831 - De Pepp’er tosto

 

 1 Grido de’ venditori di more-prugnole, nelle ore di vespro.

 

 

291. La carità de li preti

 

No dde Campo-carleo: 1 cuell’è, ssorella,
parrocchia der curato Spadolino. 2
Io vorzi dì Ssan-Lorenzo-in-lucino 3
dov’è ccurato er Padre Carbonella. 4

 

Ebbè, mme perzi puro una sciafrella 5
pe ccurre a bbussà ppresto ar finestrino, 6
cuanno a cquella bbon’anima de Nino
jer notte je pijjò la raganella. 7

 

Tre ora a ffila j’averò bbussato!
M’arisponnessi tu che llí nun c’eri?
Accusí m’arispose er zor Curato.

 

E ppoi ridenno me sce disse jjeri,
ch’er zomaro ch’er giorno ha ffaticato
la notte vò ddormí ssenza penzieri.

 

10 novembre 1831 - De Pepp’er tosto

 

 1 Santa Maria in Campo-Carlèo, al foro Traiano. 2 Soprannome di quel curato. È da sapersi che il nominato Spatolino fu un famoso masnadiero, fucilato sotto l’ultima dominazione francese. 3 S. Lorenzo in Lucina, chiesa presso il Corso. 4 Soprannome di quel parroco. 5 Ciabatta. 6 Quel parroco tiene ufficio a pianterreno, al solito, e questo ha una finestrina di molto facile accesso. 7 Suono che rende la gola degli agonizzanti.

 

 

292. Er civico ar quartiere

 

Buggiaralle peddìo chi ll’ha inventate
st’armacciacce da foco bbuggiarone!
Ché ggià de scerto dovett’esse un frate
co un po’ de patto-tascito a Pprutone.

 

Sor zargente, nun famo 1 bbuggiarate:
cuanno che mme mettete de piantone,
o ccapateme l’arme scaricate,
o ar piuppiù ssenza porvere ar focone.

 

Cortello santo! Armanco nun è cquello
vipera da vortasse 2 ar ciarlatano! 3
Pe mmé, evviva la faccia der cortello!...

 

Lo scanzate quer buggero, eh, sor Pavolo?
Nun ze pô mmai sapé co st’arme in mano!
E ppô a le vorte caricalle er diavolo.

 

30 novembre 1831 - Der medemo

 

 1 Facciamo. 2 Voltarsi. 3 Proverbio.

 

 

293. Li musi 1 de lei 2

 

Vèstete via, nun fâmo regazzate:
per oggi nun vô ppiove: 3 è ttempo grasso. 4
Ma nnun è ttempo, nò, dde fà ffracasso:
nu le vedi le nuvole squarciate?

 

Le carrettelle ggià ssò ttutte annate? 5
E nnoi se 6 n’anneremo a spass’a spasso.
Che cc’è da Ripa a Papaggiulia? 7 un passo.
Poi, sibbè 8 ppiove, pioveno sassate?!

 

Che ffiocca! fiocca er cazzo che tte frega!
Mó ddo de guanto 9 a un manico de scopa,
e tte tratto ppiú peggio de ’na strega.
10

 

Che ffate a ccasa? nun c’è mmanco Muccio! 11
Volete restà ssola, sora Popa, 12
come un torzo de cavolo 13 cappuccio?

 

30 novembre 1831 - De Pepp’er tosto

 

 1 Star col muso: essere di malumore. 2 Lei: mia moglie. 3 Non vuol piovere. 4 Tempo grasso è quando l’atmosfera si vede ingombra di nuvoli immobili e come incantati. 5 Sono tutte andate. 6 Ce. 7 Dalla Ripa Grande in Trastevere sino al luogo suburbano detto Papa-Giulio, e dal popolo Papaggiulia, correrà una distanza di circa una lega. 8 Sebbene. 9 Dar di guanto, a ecc.: afferrare. 10 La scopa vuolsi essere il flagello delle povere streghe. 11 Giacomuccio. 12 Personaggio da marionette. 13 Restar sola come un cavolo, vale: «esser lasciato da tutti».

 

 

294. La bbotta de fianco 1

 

E cchi vv’ha ddetto mai, sora piccosa,
che in ne la zucca nun ciavete sale?
Io nun ho detto mai sta simir-cosa,
ché discennola a vvoi, direbbe 2 male.

 

Anzi, le bburle a pparte, sora Rosa:
pô esse tistimonio er zor Pascuale
si jjerzera vôtanno l’orinale
nun disse 3 che vvoi sete appititosa.

 

E cciaggiontai, 4 guardate si cce cojjo, 5
c’ortr’ar zale c’avete in ner griterio 6
tienete er pepe drento a cquell’imbrojjo.

 

Scappò 7 allora ridenno er sor Zaverio:
«Co ssale e ppepe e cquattro gocce d’ojjo
poderissimo 8 facce 9 er cazzimperio». 10

 

 10 novembre 1831 - Der medemo

 

 1 Il frizzo. 2 Direi. 3 Dissi. 4 Ci aggiuntai (aggiunsi). 5 Ci colgo. 6 Criterio. 7 Scappare, in romanesco, vale anche: «uscir dicendo». 8 Potremmo. 9 Farci. 10 Nome volgare della salsa, composta cogli anzidetti ingredienti.

 

 

295. La serva de lo spappino 1a

 

Sai dove sta a sserví mmó cquela strega
che ssciacquava li piatti a la locanna?
Dar gobbetto cquaggiù cche ttiè bbottega
d’anticajje e ppietrelle a Ppropaganna. 1

 

Er bell’è cch’er padrone se la frega,
sibbè che jje stii sotto mezzacanna.
Ma ssi jje sce dài guai, lei te lo nega,
e cce sforma cappelli 2 che ss’addanna.

 

Io vorebbe vedé er zor Gobbriello 3
co cquer po’ de bbaullo in guardarobba
come s’ingeggna a intrufolà 4 l’uscello.

 

Co ttutto che cchi ssa spiegà sta robba
disce c’a sti derfini 4a er manganello 5
se 5a misura dar giro de la gobba.

 

3 dicembre 1831 - De Pepp’er tosto

 

 1a Uomo piccolo e storto. 1 Un tal Pericoli, gobbo. 2 Va in collera. 3 Il gobbo. 4 Ficcar dentro. 4a Delfini. 5 Bastone. 5a Si.

 

 

296. Pe ddispetto

 

Che jje disse a mmi’ mojje io, sor Fedele?
Tòta, da’ udienza a mmé, ffa’ la puttana,
ma nun batte acciarini: 1 e cche cc’è? er mele?,
che tte piasce in nell’arte de ruffiana?!

 

Ma cche! nun curze un’antra sittimana
che ggià er Vicario che cciaveva er fele, 2
la messe in monistero a Ssammicchele
pe rruccherucche 3 a llavorà la lana.

 

E io in barba sua e dder Ficario
me ne sto cco la sposa de mi’ zio,
che llei puro ha er marito in zeminario.

 

Sin ch’è ggiorno, a incannà cquì lei cquà io;
eppoi, ’na terzaparte de rosario,
du’ bbocconi, e a ddormí in grazzia de ddio.

 

3 dicembre 1831 - De Pepp’er tosto

 

 1 Non battere acciarini: non arruffianare. 2 Che era già con lei irritato. 3 L’arte del ruffianesimo.

 

 

297. Che llingue curiose!

 

Sta tu’ 1a Francia sarà una gran Città,
ma li francesi che nnascheno llí
hanno una scerta gorgia de parlà
che ssia ’mazzato chi li pô ccapí.

 

Llà ttre e ttre nun fa ssei, tre e ttre ffa ssì, 1
e, cquanno è rrobba tua, sette a ttuà. 2
Pe ddì de sì, sse 2a bburla er porco: :
e cchi vvô ddì de nò disce: nepà.

 

E mm’aricordo de quer zor Monzù
che pprotenneva 2b che discenno a ssé, 3
discessi 3a abbasta, nun ne vojjo ppiú.

 

E de quell’antro che mme se maggnò
’na colazzione d’affogacce un Re,
e me sce disse poi che ddiggiunò?!

 

7 dicembre 1831

 

 1a Questa tua. 1 Per esempio: six pauls, ecc. 2 C’est à toi. 2a Si. 2b Pretendeva. 3 Assez. 3a Dicesse.

 

 

298. E fora?

 

Tu che ssei stato a Spaggna a cconcià ppelle
è vvero che Ppariggi è un gran locale,
dove pe ddí mojje, tutt’uno, e ssale,
se disce fame, sette galli, e sselle?

 

Ce sò llà ll’osterie, le carrettelle?
Pissceno com’e nnoi nell’urinale?
Le case pe annà ssú ccianno le scale?
Cala la luna llà? ssò assai le stelle?

 

Li muri sò de leggno o ssò de muro?
Va a Rripetta er carbone o a Rripagranne?
L’acqua de Trevi, di’, ffuma llà ppuro? 1

 

Chi Ppapa sc’è?... Li gobbi hanno la gobba?
Se troveno a Ppariggi le mutanne?
Ggira pe Rroma llà ttutta la robba?

 

7 dicembre 1831 - Der medemo

 

 1 Pure.

 

 

299. L’uffizziale 1 francese

 

Voi, sor gianfutre mio, sete uno sciocco
ar brusco, ar zugo, ar burro e in gelatina,
cor una testicciola piccinina
d’avenne 1a er mercordí vvent’a bbaiocco.

 

Ma ccome un gallo pò cchiamasse un cocco, 2
si er cocco ar monno è un ovo de gallina!
Voi pijjate campana pe bbatocco,
voi confonnete er re cco la reggina.

 

E ssull’ova ch’edè 2a a st’antra bbaruffa?
Se sa, 2b mme fate dì a la pollarola
che vve ne manni du’ duzzine a uffa; 3

 

e cquella c’ha studiato a un’antra scôla,
appena ha inteso st’immassciata 3a bbuffa,
ve l’ha mmannate 3b co la coccia sola. 4

 

8 dicembre 1831 - D’er medemo

 

 1 Cuoco. 1a Averne. 2 Coq. 2a Che è. 2b Si sa. 3 Oeuf. 3a Ambasciata. 3b Mandate. 4 Cioè: «il solo guscio».

 

 

300. Primo, bbattesimo

 

Sentenno 1 a Roma chiacchierà un ciarlone,
e ddí oggnisempre cuarche ccosa ssciocca,
semo soliti a ddí: cquesto opre bbocca
e jje dà fiato poi come ar pallone.

 

Ma sta bbocca e sto fiato è un paragone
da mettelo 2 a ddormí ssott’a la bbiocca, 3
ché a nnoi sce tocca a rrispettà, cce tocca,
le cose de la nostra riliggione.

 

E nun zò affari de scipoll’e bbieta: 4
me ne sò accorto glieri 5 si 6 è ppeccato
in ner fà battezzà la fìa 7 de Teta:

 

perché pprima dell’acqua dà er curato
sale, ojjo e sputo: e cquanno ha dditto: Feta, 8
opre bbocca lui puro e jje dà ffiato.

 

6 dicembre 1831 - Der medemo

 

 1 Sentendo. 2 Metterlo. 3 Cioè: «da farlo maturare». 4 Affari da nulla. 5 Ieri. 6 Se. 7 Figlia. 8 Effeta. Nota bene che féta (che a Roma viene da fetare, far l’uovo) vale: «sii feconda, fa’ figli».

 

 

301. Siconno: cresima

 

Jeri, a strada Connotta, 1 in quer palazzo
che cce sta Mmonziggnor Viscereggente
2

aggnède a famme 3 cresimà er regazzo,
che mme lo tenne a ccresima Cremente.

 

C’era assieme co nnoi tant’antra ggente
tutti o cco la pupazza o ccor pupazzo:
però er zor Monziggnore indeggnamente
de scera 4 sola n’ariccorse 5 un mazzo.

 

Capisco er zignatea, 6 er zignacruccia 6a
l’ojjosanto, la mancia, la bbammasce, 7
le cannele, er compare e la fittuccia;

 

ma, ssi 8 avessi da dí, ddoppo der baffo
in ner nome-de-padre, 9 nun me piasce
quella malacreanza de lo schiaffo.

 

5 dicembre 1831 - Der medemo

 

 1 Via Condotti. 2 Vicegerente. 3 Andai a farmi. 4 Di cera. 5 Ne raccolse. 6 Signo te. 6a Signo crucis. 7 Bambagia. 8 Se. 9 In fronte.

 

 

302. E ssettimo madrimonio

 

Saria bbuscía de dí che cquasi tutto
quello che ss’è inventato er padreterno
nun zii 1 cor zu’ perché. L’istate è assciutto
perché vvòrze creà zzuppo l’inverno.

 

Perché ha ccreato er porco? p’er presciutto.
Perché la carn’umana? p’er governo.
Perché li turchi? pe ccavà un costrutto
dell’antro Monno e nun spregà l’inferno.

 

Ma cquanno fesce er zanto madrimonio,
pe nnun fajje 2 sto torto che ddormissi 3
bisogna dí cche lo tentò er demonio.

 

Certo chi ppijja mojje è un gran cazzaccio:
e ha rraggione er francese che ssentissi 4
ch’er madrimonio lo chiamò marraccio. 5

 

9 dicembre 1831 – D’er medemo

 

 1 Sia. 2 Fargli. 3 Dormisse. 4 Sentisti per «udisti». 5 Mariage. Il marraccio è «un gran coltello da colpire di taglio: specie di piccola mannaia».

 

 

303. La santa commugnone

 

La sera ch’er Zignore a ôr de scena 1
distituí 2 la santa caristia, 3
nun zo ccapí pperché ffussi de vena
de dàjje 3a er nome de sta bbrutta arpia.

 

Tratanto scerto è una gran cosa piena
d’amore pe sta porca de gginía
de ggentacce der monno, ammalappena
deggni de mentovà Ggesummaria.

 

Te pare amore a tte ppoco futtuto 4
quer cacciasse 5 in d’un’ostia cuant’abbasta
pe ssiggillà una lettra co lo sputo?

 

E ssotto poi sto scerotin de pasta
calà in ner corpo d’un cristian cornuto
pe rriusscí dda dove entra la tasta? 6

 

10 dicembre 1831 - De Pepp’er tosto

 

 1 A ora di cena. 2 Instituì. 3 Eucaristia. 3a Dargli. 4 Poco rimarchevole, poco grande. 5 Cacciarsi. 6 Dal basso, ecc.

 

 

304. La santa Confessione

 

Avessi fatto ar monno ancora ppiú
de tutto er bene che ppò ffasse cquí;
fussi un santo, una cosa da stordì,
fussi un mostro infernale de vertù;

 

maggnete, fijjo mio, lecchete tu
’na fetta de salame er venardì,
e bbona notte: hai tempo a ffà e a ddì:
se va a ffà le bbrasciole 1 a Bberzebbù.

 

Ringrazziamo però la bbonità
de Ddio, ché ppuro er vicoletto sc’è 1a
pe ffà ppeccati in pasce e ccarità.

 

Basta ’ggnitanto d’annà a ffà cescè 2
in cuella grattacascia 3 che sta llà,
eppoi te sarvi si scannassi 3a un Re.

 

11 dicembre 1831 - De Pepp’er tosto

 

 1 Bragiuole. 1a C’è il modo. 2 Il mostrarsi e il non mostrarsi per mezzo di una cosa che copre e non copre. 3 Gratino del confessionale. 3a Seppure tu scannassi.

 

 

305. Er penurtimo sagramento,
e quarc’antra cosa

 

Si 1 ttu mme parli de turchi e dd’abbrei,
loro nun zò cattolichi, Cremente.
Questi, compare mio, sò ttutta ggente
c’adora scinque Ggesucristi 2 o ssei.

 

E li sammaritani e ffilistei,
e ll’antre riliggione puramente, 3
nun zò ccome la nostra un accidente: 4
je ponno tutte bbascià er culo a llei.

 

Vammel’a ttrova un’antra riliggione
che sappi fà ccor mosto e la farina
quer che la nostra fa a le levazzione. 5

 

E indove sta ttra ttutta sta caggnara
chi arrivi com’e nnoi, pe ccristallina, 6
ar zest’Ordine e ssino in piccionara? 7

 

1 dicembre 1831 - Der medemo

 

 1 Se. 2 Dii. 3 Pure, enziandio. 4 Affatto. 5 All’elevazione. 6 Giuramento di convenzione. 7 Cioè lo Spirito Santo. La piccionara è l’ultimo ordine de’ teatri di Roma.

 

 

306. Li peccati mortali

 

Er Padre Patta, indove ce va a scola
er fìo de quer che ffa la regolizzia; 1
ha ddetto c’ortre ar peccato de sola 2
sette sò li peccati de malizzia.

 

Eccheli cquì pparola pe pparola:
primo superbia, siconno avarizzia,
terz’usura, quart’ira, quinto gola,
sesto invidia, e ssettimo pigrizzia.

 

Cuanno Iddio creò ssette sagramenti,
er demonio creò ssette peccati,
pe ffà cche ffussi contrasto de venti.

 

E cquanno che da Ddio furno creati
ar monno confessori e ppenitenti,
er diavolo creò mmonich’e ffrati.

 

12 dicembre 1831 – Der medemo

 

 1 Liquerizia. 2 L’urtarsi ne’ piedi che fanno gli amanti per occulti segni.

 

 

307. La particola

 

Avess’inteso quelo storto cane
che sse messe l’antr’anno er collarino
come spiegava chiaro er belarmino, 1
j’averessi sonato le campane.

 

«Nun te fidà ddell’occhi e dde le mane»,
disceva a un regazzetto piccinino:
«quello che ppare vino nun è vvino,
quello che ppare pane nun è ppane.

 

Cos’è la riliggione senza fede?
sarebbe com’a ddì cquattro e ddua venti,
e mmette 2 un fiasco senza vesta in piede.

 

Pe cquesto, fijjo, quer che vvedi e ssenti
è inganno der demonio, e nun lo crede. 3
Quelli sò, fijjo mio, tutti accidenti».

 

5 gennaio 1832 - Der medemo

 

 1 La dottrina cristiana del cardinal Bellarmino. 2 Mettere. 3 Non crederlo.

 

 

308. L’ojjo santo

 

E ccome vôi che stii, povero Nino!
Sta c’un momento more e un’antro campa:
e ssi nun fussi che jje gusta er vino,
già nun ce ne sarìa manco la stampa.

 

Mò aspetta fra Ppetronio cor bambino
de la rescelì: 1 e ccasomai la scampa,
ha ffatto voto d’attaccà una zampa 1a
a la Madonna de Sant’Agustino. 2

 

A bbon conto jerzera ebbe ’na stretta
ner magnà ccerto pane e ccompanatico,
che lo communiconno pe staffetta.

 

E ’r prete poi che de ste cose è ppratico,
je vorze puro dà, ddoppo un’oretta,
quela cosa ppiú ppeggio der viatico.

 

5 gennaio 1832 – D’er medemo

 

 1 Dell’Ara-coeli. 1a Il voto di una gambetta di argento. 2 Tenuta da pochi anni in concetto di sommamente miracolosa. È statua, e si chiama la Madonna del parto.

 

 

309. Caster-Zant’-Angelo

 

Quer dottor de Saspirito in zottana 1
c’a Ttuta, aggratis, je guarì la tiggna,
che ll’anpassato la portò a la viggna
e st’agosto j’ha ffatto da mammana,

 

disce che, a la Repubbrica Romana,
lassù, ppe vvia de ’na frebbe maliggna
c’era invesce dell’angelo una piggna 2
e Ccastello era la gran mola driana. 2a

 

Accidenti! che buggera de mola!
Averanno impicciato tutt’er fiume
co li rotoni de sta mola sola!

 

Oh vvarda, 2b cristo!, come va er custume!
Mascinà pprima er grano pe la gola,
eppoi pell’occhi fà ggirelli e ffume!

 

6 gennaio 1832 - D’er medemo

 

 1 Gli addetti allo spedale di Santo Spirito indossano una veste turchina, consimile a una zimarra. 2 Confusa allusione alla pestilenza del…: alla cui occasione fu inalzata la statua di bronzo di S. Michele Arcangelo dove era la pigna di bronzo. 2a Mole Adriana. 2b Guarda.

 

 

310. Caster-Zant’-Angelo

 

Quer buggero llí sotto ar piedestallo
dell’angelo, in ner mezzo de Castello
che ppare un cuppolone de cappello
o un zetaccio o una forma de timballo, 1

 

c’è cchì ddisce ch’è mmaschio, 2 bbuggiarallo!,
come li sassi avessino l’uscello! 3
Eppoi, l’antro ch’è ffemmina indov’ello 4
pe ppoté ffà la razza e mmaritallo?

 

Quer che cce cricca, 5 se 6 fa ppresto a ddillo,
ma pprima de poté mettesce er bollo,
’ggna dàjje tempo e staggionà er ziggillo.

 

Una spesce llaggiú dde ponte-mollo! 7
è mollo un cazzo, e cchi llo vò ccapillo
se lo vadi a ffà ddà tra ccap’e collo.

 

6 gennaio 1832

 

 1 Vivanda di riso. 2 Il maschio del Castello. 34 Dov’è. 5 Piace. 6 Si. 7 Ponte molle o milvio.

 

 

311. La vedova co ssette fijji

 

è un mese ch’er più ffijjo piccinino
lo manno a scôla cquì a l’iggnorantelli 1
e ggià pprincipia a ffà li bbastoncelli 2
e a rrescità all’ammente l’abbichino. 3

 

Uno a Ttatagiuvanni 4 fa l’ombrelli,
un antro a Sammicchele 5 è scarpellino,
e ar piú ggranne ch’è entrato all’Orfanelli 6
j’impareno li studi de latino.

 

Le tre ffemmine, Nina se n’annette, 7
Nannarella se l’è ppresa la nonna,
e Nnunziatina sta a le Zoccolette. 8

 

E io la strappo via, povera donna,
cor rimette le p&egrav