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Giuseppe Gioachino Belli
Tutti i Sonetti
romaneschi
Vol 1° ( pag. 7) e Vol. 2°
(pag. 760)
Vol. 1°
Introduzione
Io ho deliberato di
lasciare un monumento di quello che oggi è la plebe di Roma. In lei sta
certo un tipo di originalità: e la sua lingua, i suoi concetti,
l’indole, il costume, gli usi, le pratiche, i lumi, la credenza, i pregiudizi,
le superstizioni, tuttociò insomma che la riguarda, ritiene un’impronta
che assai per avventura si distingue da qualunque altro carattere di popolo. Né
Roma è tale, che la plebe di lei non faccia parte di un gran tutto, di
una città cioè di sempre solenne ricordanza. Oltre a ciò,
mi sembra la mia idea non iscompagnarsi da novità. Questo disegno
così colorito, checché ne sia del soggetto, non trova lavoro da confronto
che lo abbiano preceduto.
I
nostri popolani non hanno arte alcuna, non di oratoria, non di poetica: come
niuna plebe n’ebbe mai. Tutto esce spontaneo dalla natura loro, viva sempre ed
energica perché lasciata libera nello sviluppo di qualità non fattizie.
Direi delle loro idee ed abitudini, direi del parlare loro ciò che non
può vedersi nelle fisionomie. Perché tanto queste diverse nel volgo di
una città da quelle degl’individui di ordini superiori? Perché non
frenati i muscoli del volto alla immobilità comandata dalla civile
educazione, si lasciano alle contrazioni della passione che domina e
dall’affetto che stimola; e prendono quindi un diverso sviluppo, corrispondente
per solito alla natura dello spirito che que’ corpi informa e determina.
Così i volti diventano specchio dell’anima. Che se fra i cittadini,
subordinati a positive discipline, non risulta una completa uniformità
di fisionomia, ciò dipende da differenze essenzialmente organiche e
fondamentali, e dal non aver mai la natura formato due oggetti di matematica
identità.
Vero
però sempre mi par rimanere che la educazione che accompagna la parte
dell’incivilimento, fa ogni sforzo per ridurre gli uomini alla
uniformità: e se non vi riesce quanto vorrebbe, è forse questo
uno de’ beneficii della creazione. Il popolo quindi mancante di arte, manca di
poesia. Se mai cedendo all’impeto della rozza e potente sua fantasia, una pure
ne cerca, lo fa sforzandosi di imitare la illustre. Allora il plebeo non
è più lui, ma un fantoccio male e goffamente ricoperto di vesti
non attagliate al suo dosso. Poesia propria non ha: e in ciò errarono
quanti il dir romanesco vollero sin qui presentare in versi che tutta
palesarono la lotta dell’arte colla natura e la vittoria della natura
sull’arte.
Esporre
le frasi del romano quali dalla bocca del romano escono tuttora, senza
ornamento, senza alterazione veruna, senza pure inversioni di sintassi o
troncamenti di licenza, eccetto quelli che il parlator romanesco usi egli
stesso: insomma cavare una regola dal caso e una grammatica dall’uso, ecco il
mio scopo. Io non vo’ gia presentare nelle mie carte la poesia popolare, ma i
popolari discorsi svolti nella mia poesia. Il numero poetico e la rima debbono
uscire come accidente dall’accozzamento, in apparenza casuale, di libere frasi
e correnti parole non iscomposte giammai, non corrette, né modellate, né
acconciate con modo differente da quello che ci manda il testimonio delle
orecchie: attalché i versi gettati con simigliante artificio non paiano quasi
suscitare impressioni ma risvegliare reminiscenze. E dove con tal corredo di
colori nativi io giunga a dipingere la morale, la civile e la religiosa vita
del nostro popolo di Roma, avrò, credo, offerto un quadro di genere non
al tutto spregevole da chi non guardi le cose attraverso la lente del
pregiudizio.
Non
casta, non pia talvolta, sebbene devota e superstiziosa, apparirà la
materia e la forma: ma il popolo è questo; e questo io ricopio, non per
proporre un modello, ma sì per dare una immagine fedele di cosa
già esistente e, più abbandonata senza miglioramento.
Nulladimeno
io non m’illudo circa alle disposizioni d’animo colle quali sarebbe accolto
questo mio lavoro, quando dal suo nascondiglio uscisse mai al cospetto degli
uomini. Bene io preveggo quante timorate e pudiche anime, quanti zelosi e
pazienti sudditi griderebber la croce contro lo spirito insubordinato e
licenzioso che qua e là ne traspare, quasiché nascondendomi perfidamente
dietro la maschera del popolano abbia io voluto prestare a lui le mie massime e
i principii miei, onde esaltare il mio proprio veleno sotto l’egida della
calunnia. Né a difendermi da tanta accusa già mi varrebbe il testo
d’Ausonio, messo quasi a professione di fede in fronte al mio libro. Da ogni
parte io mi udrei rinfacciare di ipocrisia e rispondermi con Salvator Rosa:
A che mandar tante ignominie fuore,
E far proteste tutto quanto il die
Che s’è oscena la lingua è casto il cuore?
Facile però
è la censura, siccome è comune la probità di parole.
Quindi, perdonate io di buon grado le smaniose vociferazioni a quanti Curios
simulant et bacchanalia vivunt, mi rivolgerò invece ai pochi sinceri
virtuosi fra le cui mani potessero un giorno capitare i miei scritti, e
dirò loro: Io ritrassi la verità. Omne aevum Clodios fert, sed non omne
tempus Catones producit. Del resto,
alle gratuite incolpazioni delle quali io divenissi oggetto replicherò
il tenor della mia vita e il testimonio di chi la vide scorrere e terminare
tanto ignuda di gloria quanto monda d’ogni nota di vituperio.
Molti
altri scrittori ne’ dialetti o ne’ patrii vernacoli abbiam noi veduti sorgere
in Italia, e vari di questi meritar laude anche fra i posteri. Però un
più assai vasto campo che a me non si presenta era loro aperto da
parlari non esclusivamente appartenenti a tale o tal plebe o frazione di
popolo, ma usate da tutte insieme le classi di una peculiare popolazione: donde
nascono le lingue municipali. Quindi la facoltà delle figure, le
inversioni della sintassi, le risorse della cultura e dell’arte. Non
così a me si concede dalla mia circostanza. Io qui ritraggo le idee di
una plebe ignorante, comunque in gran parte concettosa ed arguta, e le
ritraggo, dirò, col soccorso di un idiotismo continuo, di una favella
tutta guasta e corrotta, di una lingua infine non italiana e neppur romana, ma romanesca.
Questi idioti o nulla sanno o quasi nulla: e quel pochissimo che imparano per
tradizione serve appunto a rilevare la ignoranza loro: in tanto buio di
fallacie si ravvolge. Sterili pertanto d’idee, limitate ne sono le forme del
dire e scarsi i vocaboli. Alcuni termini di senso generale e di frequente
ricorso vi suppliscono a molto.
Ed
errato andrebbe chi giudicasse essersi da me voluto porre in iscena questo
piuttosto che quel rione, ed anzi una che un’altra special condizione d’uomini
della nostra città. Ogni quartiere di Roma, ogni individuo fra’ suoi
cittadini dal ceto medio in giù, mi ha somministrato episodii pel mio
dramma: dove comparirà sì il bottegaio che il servo, e il nudo
pitocco farà di sé mostra fra la credula femminetta e il fiero guidatore
di carra. Così, accozzando insieme le vari classi dell’intiero popolo, e
facendo dire a ciascun popolano quanto sa, quanto pensa e quanto opera, ho io
compendiato il cumulo del costume e delle opinioni di questo volgo, presso il
quale spiccano le più strane contraddizioni. Dati i popolani nostri per
indole al sarcasmo, all’epigramma, al dir proverbiale e conciso, ai risoluti
modi di un genio manesco, non parlano a lungo in discorso regolare ed
espositivo. Un dialogo inciso, pronto ed energico: un metodo di esporre vibrato
ed efficace: una frequenza di equivoci ed anfibologie, risponde ai loro bisogni
e alle loro abitudini, siccome conviene alla loro inclinazione e
capacità.
Di
qui la inopportunità nel mio libro di filastrocche poetiche. Distinti
quadretti, e non fra loro congiunti fuorché dal filo occulto della macchina,
aggiungeranno assai meglio al fine principale, salvando insieme i lettori dal
tedio di una lettura troppo unita e monotona. Il mio è un volume da
prendersi e lasciarsi, come si fa de’ sollazzi, senza bisogno di progressivo
riordinamento d’idee. Ogni pagina è il principio del libro, ogni pagina
la fine.
L’ortoepia
ne’ Romaneschi non cede in vizio alla grammatica: il suono della voce cupo e
gutturale: la cantilena molto sensibile e varia. Tradotta la prima nella
ortografia de’ miei versi, mostrerà sommo abuso di lettere.
Nel
mio lavoro io non presento la scrittura de’ popolani. Questa lor manca; né in
essi io la cerco, benché pur la desideri come essenziale principio
d’incivilimento. La scrittura è mia, e con essa tento d’imitare la loro
parola. Perciò del valore de’ segni cogniti io mi valgo ad esprimere
incogniti suoni.
Dalle
vocali si avrà discorso più tardi. Parliamo intanto delle
consonanti.
La
b tra due vocali si raddoppia, come abbito (abito), la bbella
(la bella), debbitore (debitore) ecc.
La
b dopo la m si cambia in questa: cammio (cambio), cimmalo
o cèmmalo (cembalo), immasciata (ambasciata), limmo
(limbo), palommo (palombo), gamma (gamba), ecc. Ciò
peraltro accade quando appresso la b venga una vocale. Se la b
sia seguit da r, alcuni la mutano in m e alcuni no: per esempio
le voci imbriaco, settembre, ambra, da molti si pronunceranno senza
alterazione e da taluni si diranno immriaco, settemmre, ammra.
La
c si ascolta quasi sempre alterata. Se è doppia avanti ad e
o ad i, oppure ve la precede una consonante, contrae il suono che hanno
nella regolar pronuncia le sillabe cia e cio in caccia e braccio,
e lo prende ancora più turgido, che in questi due esempi non si ascolta.
Preceduta poi da una vocale, anche di separata parola, prolungasi strisciando,
similare alla sc, di scémo, oscèno, scimia:
per esempio, piascére, duscènto, rèscita, la
scéna, da li scento, otto scivici (piacere, duecento,
recita, la cena, dai cento, otto civici) e simili. E qui giova il ripetere aver
noi prodotto in esempio un suono soltanto similare, imperocché di simile, in
questo caso la retta pronunzia non ne somministra. Pasce, pesce,
voci della buona favella, si proferiscono dal volgo come le voci viziate pasce,
pesce (pace, pece) colla differenza però che in questi ultimi
vocaboli il valore della s è semplice e strisciante, laddove in
que’ primi odesi doppio e contratto: di modo che, chi volesse rappresentare con
la penna la differenza di questi due suoni, dovrebbe scrivere passce, pessce
(pasce, pesce) pasce, pesce (pace, pece): quattro vocaboli che il
dir romanesco possiede.
Nella
lingua francese si può trovare questo secondo suono strisciante della sc
romanesca, il quale nella retta pronunzia dell’idioma italiano sarebbe vano di
ricercare. Per esempio acharnement, colifichet, la chimie,
s’échapper. Per ben leggere i versi di questo libro bisogna porre in
ciò molta attenzione. I fiorentini hanno anch’essi questo suono, che
coincide là appunto dove i romaneschi lo impiegano; ma dovendosi
considerare ancora in quelli come un difetto municipale ed una alterazione del
vero valor dell’alfabeto italiano, non si è da me voluto dare per
esempio che potesse servire alla intelligenza degli stranieri.
Appresso
però alle isolate vocali a, e, o, e a tutti i
monosillabi che non sieno articoli o segnacasi, la e conserva
bensì il suono grasso ai luoghi già detti, ma abbandona lo
strascico; per esempio a cena, è civico, o
cento. Si osserva in ciò la legge stessa che impera sulla c
aspirata de’ fiorentini, i quali dicono la hasa, di hane, sette
havalli, belle hamere, ecc., ed al contrario pronunziano
bene e rotondamente a casa, è cane, o cose, che
cavalli, più camere. Come dunque i fiorentini diranno la
hasa, di hane, le hose (la casa, di cane, le cose)
così i romaneschi diranno la scena, de scivico, li
scento (la cena, di civico, i cento); e all’opposto per lo stesso motivo
che farà pronunziare da’ fiorentini a casa, è cane,
o cose, si udrà proferire a’ romaneschi a ccena, è
ccivico, o ccento: imperocché in quelle isolate vocali a,
e, o e ne’ monosillabi tutti (meno gli articoli, i segnacasi, di
e da, e le particelle pronominali) sta latente una potenza accentuale
che obbligando ad appoggiare con vigore sulla c iniziale de’ seguenti
vocaboli, la esalta, la raddoppia, e per conseguenza n’esclude ogni
possibilità di aspirazione come se fosse preceduta da consonante. La
quale identità di casi offre uno benché lieve esempio di ciò che
talora anche le lingue più diverse ritengono fra loro comune e
inconvenzionale: la ragione di che deve cercarsi nella natura e
necessità delle cose.
Bisogna
qui avvertire un altro ufficio della lettera c. Presso il volgo di Roma
le voci del verbo avere sono proferite in due modi. Quando serve esso
verbo di ausiliare ad altri verbi, tutte le di lui modificazioni necessarie ai
tempi composti di questi si aprono col naturale lor suono, meno i vizi delle
costruzioni coniugate: per esempio hai fatto, avevo detto, averanno
camminato, ecc. Allorché però lo stesso verbo avere, preso in
senso assoluto, indichi un reale possesso, i romaneschi fanno precedere ogni
sua voce dalla particella ci. Non diranno quindi hai una casa, avevo
due scudi, averanno un debito, ecc., ma bensì ci hai una
casa, ci avevo du’ scudi, ci averanno un debbito, ecc. Poiché
però il ci non è da essi pronunciato isolato e distinto,
ma connesso e quasi incorporato col verbo seguente, così queste parole e
altre verranno da me scritte colla particella indivisa: ciai, ciavevo,
ciaveranno. E siccome esse consteranno pur sempre dall’accoppiamento di
due voci diverse, io vi porrò un apostrofo al luogo dove cade l’unione
fonica (ci’ai, ci’avevo, ci’averanno) affinché da niuno
sien per avventura credute vocaboli speciali e di particolare significazione.
Se poi la combinazione della altre parole del discorso, che vadano innanzi alle
dette voci a quel modo artificiale, produrrà lo strisciamento oppure il
raddoppiamento della c già da me più sopra indicato. Ecco
in qual maniera si noteranno queste altre due differenze: Io sc’iavevo du’
scudi, Tu cc’iai una casa, ecc. Se al contrario il verbo avere
non indichi un reale possesso allora le sue voci andran prive del ci:
per esempio: avevo vent’anni, hai raggione, averanno la
disgrazzia, ecc.
La
d appresso alla n mutasi in questa seconda lettera. Vendetta
si pronuncerà vennetta; andare, annà, indaco,
innico, mondo, monno. Allorché però le parole
principiate da in non saranno semplici ma composte, come indemoniato,
indietro, indorare e simili, la d conserverà il proprio
valore.
La
g fra due vocali non si addolcisce mai nel modo che sogliono i buoni
favellatori italiani, come in agio, pregio, bigio, ecc.,
ma si aspreggia invece e si duplica. Doppia poi, o preceduta da consonante
avanti alla e ed alla i, si pronuncia turgida come la c
ne’ medesimi casi. Nel resto questa lettera ritiene la sua natura. La sillaba gli
nelle parole si cambia in due jj: mojje (moglie), ajjo
(aglio), mejjo, fijjo, ecc. Ma l’articolo gli si muta in je:
je disse, fajje (gli disse, fagli), ecc.
La
l fra le vocali e le consonanti mute si muta in r, come Rinardo,
Griserda, Mitirda, manigordo, assarto, sverto,
morto, inzurto, ferpa, corpa, quarcheduno, arbero,
Argèri, arcuanto, marva, scarzo, mea-curpa,
per Rinaldo, Griselda, Matilde, manigoldo, assalto, svelto, molto, insulto,
felpa, malva, scalzo, mea-culpa. Nulladimeno il vocabolo caldo e i suoi
composti diconsi assai più spesso e generalmente callo, riscallo,
e non cardo e riscardo. Ancora nel nome Bertoldo la d
fa l e si dice Bertollo. Olio pronunciasi ojjo, rosolio
fa rosojjo, risojjo o risorio. La medesima lettera l
preceduta da un’altra consonante in una stessa sillaba, prende parimenti il
suono di r. Pertanto le voci clima, plico, applauso,
flauto, afflitto, emblema, blocco, Plutone,
diverranno crima, prico, apprauso, frauto, affritto,
embrema, brocco, Prutone.
Alcuni
non della infima plebe volgono l’articolo il in el, laddove la
vera plebaglia dice sempre er.
La
s non suona mai dolce come nella retta pronunzia di sposo, casa,
rosa. Odesi sempre sibilante, e, allorché non sibila, assume le parti di
una z aspra: lo che accade ogni qual volta succeda nel discorso ad una
consonate come sarza (salsa), er zegno (il segno), penziere
(pensiere), inzino (insino) ecc.
La
z nel mezzo delle parole costantemente raddopiasi. Così grazia,
offizio, protezione, si proferiranno grazzia, offizzio,
protezzione. Bensì questo s’intende allorché la z rimanga
fra due vocali.
Generalmente,
al principio delle parole, alcune consonanti restano semplici e molte al contrario
si raddoppiano, purché la parola precedente non termini in un'altra consonante.
Ma poiché pure questa teoria, comune in gran parte alle classi più
polite del popolo, va soggetta a capricciose eccezioni, se ne mostrerà
la pratica ai debiti incontri. Dopo però le finali colpite d’accento,
sia manifesto, sia potenziale (come si disse più sopra, parlando de’
monosillabi) da noi si dovrebbe nella scrittura delle consolanti iniziali
conservare il sistema della regolare ortografia. Un segno di più
è forse qui oziosa ridondanza, dacché fu avvertito come la potenza
accentuale raddoppi per sé stessa nella pronunzia le articolazioni seguenti: e
il miglior proposito parrebbe quello di notar solamente ciò che si
diparte dal resto. Purtuttavia, per non indurre in equivoco i meno pratici, ai
quali potesse per avventura giungere questo scritto, seguiremo coi segni la
guida del suono da essi rappresentato.
Per
le lettere vocali non dovremo fare osservazioni se non se intorno alla a
alla e e alla o. La prima esce sempre dalla bocca de’ romaneschi
con un suono assai pieno e gutturale: l’acuto o il grave della seconda e della
terza seguono le regole del dir polito, meno qualche incontro che all’occasione
sarà da noi distinto con analoghi accenti. Basterà qui l’avvertire
che niuna differenza si fa da e congiunzione ed è verbo,
siccome neppure tra la o congiuntivo e la ho verbale: udendosi
tutte pronunciare ugualmente con suono ben largo ed aperto.
Aggiungeremo
a questo luogo che la i nei monosillabi mi, ti, ci,
si, vi, trasformasi in e, pronunciandosi me, te,
ce, se, ve. Al contrario poi la e in se,
particella condizionale, volgesi in i. Questo rilievo per altro
apparterrebbe più alla grammatica che all’ortografia: e noi di
grammatica non parleremo, potendone i vizii apparir chiaramente dagli esempii,
i quali verranno all’uopo corredati da apposite note dichiarative.
[Giuseppe Gioachino Belli]
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Indice 1. Lustrissimi: co’ questo mormoriale 4. Ar sor Longhi che pijja mojje 5. Alle mano d’er sor Dimenico Cianca 6. Reprìca ar sonetto de Cianca 7. Er pennacchio 8. L’aribbartato 9. Er civico 10. Peppe er pollarolo ar sor Dimenico Cianca 11. Pio Ottavo 13. Nunziata e ’r Caporale; o Contèntete de l’onesto 14. Ar dottor Cafone 15. Ar sor dottore medemo 16. P’er zor dottore ammroscio cafone 17. Er romito 18. L’ambo in ner carnovale 19. Er guitto in ner carnovale 20. Campa, e llassa campà 21. Contro li giacobbini 22. Contro er barbieretto de li gipponari 25. Er pijjamento d’Argèri 26. Ar zor Carlo X 27. Pe la Madonna de l’Assunta festa 28. Pe le Concrusione imparate all’ammente 29. Ar sorAvocato Pignòli Ferraro 30. Er gioco de calabbraga 31. Er gioco der lotto 32. Devozzione pe vvince ar lotto 33. L’astrazzione 34. Er gioco der marroncino 35. La bonidizzione der Sommo Pontescife 36. Li scrupoli de l’abbate 37. Assenza nova pe li capelli 38. Campo vaccino 39. Campo vaccino 40. Campo vaccino 41. Campo vaccino 42. Er Moro de Piazza–Navona 43. Tempi vecchi e ttempi novi 44. Er funtanone de Piazza Navona 45. Capa 46. Maggnera vecchia pe ttiggne la lana nova 47. Campidojjo 48. Li cattivi ugùri 49. L’oste a ssu’ fijja 50. Lo sposalizzio de Tuta 52. L’orecchie de mercante 53. La pissciata pericolosa 54. Er confortatore 55. L’impiccato 56. Li conzijji de
mamma 57. L’aducazzione 59. La peracottara 60. Chi rrisica rosica 6l. Devozzione 62. Se ne va! 63. Se n’è ito 64. La mala fine 65. Er pizzico 66. La Providenza 67. Ce sò incappati! 68. Er ricordo 69. La ggiustizzia de Gammardella 70. La proferta 72. Zi’ Checca ar nipote ammojjato 73. Li comparatichi 74. Facche e tterefacche 75. Ar bervedé tte vojjo 76. Un’opera de misericordia 77. Te lo dico pe bbene 78. Er zervitore inzonnolito 79. La protennente 80. Lo Sposo c’aspetta la Sposa pe sposà 81. Li frati 82. Er ricurzo 83. Un miracolo grosso 84. Fremma, fremma 85. Le mano a vvoi e la bbocca a la mmerda 86. Audace fortuna ggiubba tibbidosque de pelle 87. Er contratempo 88. Che disgrazzia! 89. Ce conoscemo 90. L’inzogno 91. Er cotto sporpato 92. Er ciàncico 93. L’upertura der concrave 94. Er negozziante de spago 95. Giusepp’abbreo 96. Giusepp’abbreo 102. L’incisciature 107. Li penzieri libberi 108. Du’ sonetti pe Lluscia 109. Du’ sonetti pe Lluscia 110. L’inappetenza de Nina 111. La scolazzione 112. La devozzione der Divin’Amore 113. Le spacconerie 115. Er partito bbono 116. Li culi 117. Er carcio-farzo 118. La carestia 119. Er tisichello 120. Li protesti de le cause spallate 121. La lettra de la Commare 122. La guittarìa 123. La guittarìa 124. Er tempo bbono 125. Er decane e er chirico 126. Quarto, alloggià li pellegrini 127. Er zervitore in zala 128. È tardi 129. Er purgante 130. Un mistero spiegato 131. Lo scarpinello vojjoso de fà 132. Er poscritto 133. Che core! 134. Er cornuto 135. Nozze e bbattesimo 136. La stiticheria 137. La risìpila 138. Un’immriacatura sopr’all’antra 139. Le bbevanne pe llui 141. La Compagnia de li servitori 142. Le tribbolazione 143. Er padre pietoso 144. Girolamo ar Cirusico de la Conzolazzione 145. Er galantomo 147. Le stizze cor regazzo 148. L’incontro cor padrone vecchio 149. Er zìffete 150. Abbada a cchi ppijji! 151. La schizziggnosa 152. L’imprestiti de cose 153. Vonno cojjonatte e rrugà! 154. Me ne rido 155. Li cancelletti 156. Er vino 157. Er matto da capo 158. Er matto da capo 159. Una disgrazzia 160. L’invidiaccia 161. Puro l’invidiaccia 162. La machina lèdrica 163. Er comparato e commarato 164. Er Ziggnore, o vvolemo dì: Iddio 165. La creazzione der Monno 166. lndovinela grillo 167. L’innamorati 168. Er pane casareccio 169. Er Culiseo 170. Er Culiseo 171. Santo Toto a Campovaccino 172. L’oche e li galli 173. La Salara de l’antichi 174. L’arco de Campovaccino, cuello in qua 175. Roma capomunni 176. Le scorregge da naso solo 177. Le scorregge da naso e da orecchie 178. Le scurregge che se curreno appresso 179. Le forbiscette 180. Li dottori 181. La musica 182. La frebbe 183. Er medico 184. Caino 185. Er vino novo 186. Er gran giudizzio de Salomone 187. La Ritonna 188. Sant’Ustacchio 189. Er pranzo de li Minenti 190. Er pranzo de le Minente 191. Er marfidato 192. Er pidocchio arifatto 193. Nun zempre ride la mojje der ladro 194. Er viaggio de Loreto 195. E ddoppo, chi ss’è vvisto s’è vvisto 196. Venti dì ttrent’otto mijja, 197. Li bbaffutelli 199. Muzzio Sscevola all’ara 200. Li malincontri 201. Er gioco de la ruzzica 202. Er gioco de piseppisello 203. So tutt’e ttre acciaccatelli 204. Nun ze bbeve e sse paga 205. L’amichi all’osteria 206. Spenni poco e stai bene 207. Aripíjemesce 208. L’armata nova der Sommo Pontescife 209. Lo Stato der Papa 210. Er civico de guardia 211. Un deposito 212. Ar Tenente de li scivichi 213. La bbella Ggiuditta 214. Er mariggnano 215. Er servitor-de-piazza ciovile 216. Er parlà ciovìle de
piú 217. Lo sscilinguato 218. Er ritorno da Rocca-de-papa 219. Er Zervitor de piazza, er Milordo ingrese, 220. La Dogana de terra’ a piazza-de-Pietra 221. La Colonna trojana 222. La colonna de piazza-Colonna 223. Le du’ Colonne 224. L’acqua rumatica 225. La commedia 226. Quanno er gatto nun c’è 227. La sorella de Matteo 228. Li comprimenti a ppranzo 229. Er tosto 230. Er dua de novemmre 231. Poveretti che mmoreno pe le campagne 232. Primo, nun pijjà er nome de Ddio in vano 233. Er biastimatore 235. Accusí và er monno 236. Fidasse è bbene, e nnun fidasse è mmejjo 237. L’uscelletto 238. Er viaggiatore 239. Le cose nove 240. È mejjio perde un bon’amico che una bbona risposta 241. Lo scommido 242. Li ventiscinque novemmre 243. La piggion de casa 244. L’Omo 245. Eppoi? 246. Er traghetto 247. Er Profeta de le gabbole 248. Er cucchiere e ’r cavarcante 249. Er cucchiere de grinza 250. Er cucchiere for der teatro 251. Er falegname cor regazzo 252. La corda ar Corzo 253. Er primo bboccone 254. Er morto devoto de Maria Bbenedetta 255. Morte scerta, ora incerta 256. Li bburattini 257. Er tignoso vince l’avaro 258. Er punto d’onore 259. Er tiratira 261. Er beccamorto 262. La Compaggnia de Vascellari 263. L’Apostoli 264. L’editto pe la cuaresima 265. L’editto pe tutto l’anno 266. Er marito ammalato 267. Er conto dell’anni 268. Chi s’impicca se spicca 269. L’ordegno spregato 270. La ggiostra a Ggorea 271. La Chinea 272. L’assegnati 273. C’è de peggio 274. Che ccristiani! 275. La fin der Monno 276. Er giorno der giudizzio 277. Er peccato d’Adamo 278. Li ggiochi 279. La papessa Ggiuvanna 280. Er Papa 281. Er mortorio de Leone duodescimosiconno 282. Le ssequie de Leone duodescimosiconno 283. Er bon conzijjo 284. Fortuna e ddorme 285. La Reverenna Cammera Apopretica 286. La spiegazzione 287. La lingua tajjana 288. La bbona famijja 289. Er presepio 290. Er trenta novemmre 291. La carità de li preti 292. Er civico ar quartiere 293. Li musi de lei 294. La bbotta de fianco 295. La serva de lo spappino 296. Pe ddispetto 297. Che llingue curiose! 298. E fora? 299. L’uffizziale francese 300. Primo, bbattesimo 301. Siconno: cresima 302. E ssettimo madrimonio 303. La santa commugnone 304. La santa Confessione 305. Er penurtimo sagramento, 306. Li peccati mortali 307. La particola 308. L’ojjo santo 309. Caster-Zant’-Angelo 310. Caster-Zant’-Angelo 311. La vedova co ssette fijji 312. La spia 313. Er grosso dell’incoronazzione 314. La cattura 315. Lo sposalizzio de le ssciabbole 316. Le nozze de li sguallerati 317. Li fijji 318. Er corpo de guardia scivico 319. La sala de Monzignor Tesoriere 320. Er prestito de l’abbreo Roncilli 321. L’ordine de Cavallaria 322. Er giornajjere de Campovaccino 323. Er ballerino d’adesso 324. Li Manfroditi 325. Er teatro Pasce 326. Er coronaro 327. Er roffiano onorato 328. Li Santi grossi 329. Le capate 330. La Nunziata 331. La visita 332. Er presepio de la Resceli 333. La scirconcisione der Zignore 334. Pascua Bbefania 335. Er fugone de la Sagra famijja 336. La stragge de li nnoscenti 337. Le nozze der cane de Gallileo 338. Le medeme 339. Le medeme 340. Le nove fresche 341. Santa Luscia de quest’anno 342. Le Cchiese de Roma 343. Li teatri de Roma 344. L’astrazzione farza 345. L’astrazzione de Roma 346. La Nasscita 347. Lotte a ccasa 348. Sara de lotte 349. Lotte ar rifresco 350. La mala stella 351. Er terramoto de venardí 352. Er medemo 353. Er medemo 354. Er medemo 355. Er teremoto 356. La Cchiesa dell’Angeli 357. La carotara 358. Li segreti 359. Er ricordo 360. Un po’ pper uno nun fa mmale a gnisuno 361. L’ommini der Monno novo 362. Li soprani der Monno vecchio 363. Chi va la notte, va a la morte 364. Er Momoriale 365. Er Cardinale 366. Er cane furistiero 367. Lo scozzone 368. Er marito de la serva 369. Er marito stufo 370. Ruzza co li fanti, e llassa stà li Santi 371. Er viscinato 372. Le funtane 373. Lo scojjonato 374. La guerra co cquelli bricconi 375. L’immasciatori de Roma 376. La vanosa 377. Er giudisce der Vicariato 378. Er companatico der Paradiso 379. La vedovanza 380. Er trionfo de la riliggione 381. Uno mejjo dell’antro 382. Li papalini 383. La predica 384. Per un punto er terno 385. Er diluvio da lupi-manari 386. Er zitellesimo 387. La puttana sincera 388. Lo scallassedie 389. Le porcherie 390. L’anno de cuest’anno 391. Li commedianti de cuell’anno 392. La zitella strufinata 393. La zitella strufinata 394. L’occhi sò ffatti pe gguardà 395. Momoriale ar Papa 396. Le notizzie de l’uffisciali 397. Li galoppini 398. Er rompicojjoni 399. Su li gusti nun ce se sputa 400. Er teatro Valle 401. Omo avvisato è mezzo sarvato 402. Er barbiere 403. La ggiustizia è cceca 404. Chi nnun vede nun crede 405. Com’ar mulo sei parmi lontan dar culo 406. La faccia d’affogato 407. Tali smadre, tali fijja 408. La vita de le donne 409. La vecchiaglia 410. Li sette sagramenti, tutt’e ssette 411. Li sordati de ’na vorta 412. Li sordati d’adesso 413. La bballarina de Tordinone 414. Er Presidente de l’urione
416. Li mariti 417. Li mariti 418. Er Logotenente 419. Li du’ ladri 420. Er Papa 421. Monzignor Tesoriere 422. La Nunziata 423. L’Anno-santo 424. Er fumà 425. Li frati d’un paese 426. Un indovinarello 427. Er decoro 428. Er bon tajjo 429. Una spiegazzione 431. Valli a ccapí 432. Un bon’avviso 433. E sse magna! 434. Er codisce novo 435. Un bon’impegno 436. Cuer che ssa nnavigà sta ssempre a ggalla 437. L’anima bbona 438. Antri tempi, antre cure, antri penzieri 439. Er galantomo 440. Fijji bboni a mmadre tareffe 441. Er Curato linguacciuto 442. Le cose perdute 443. Li parafurmini 444. La santissima Ternità 445. Lo stizzato 446. Er legno a vvittura 447. La vecchiarella ammalata 448. Er ciscerone a spasso 449. La poverella 450. La poverella 451. La loggia 452. Er ventricolo 453. Li spiriti 454. Li spiriti 455. Li spiriti 456. Li spiriti 457. Li spiriti 458. L’indemoniate 459. Le scôle 460. L’Imbo 461. La partita a carte 462. La fijja ammalata 463. Sesto nun formicà 464. Nun mormorà 465. L’ammantate 466. Una Nova nova 467. Li du’ Sbillonesi 468. La sscerta 469. L’incrinnazzione 470. La sposa 471. L’ammalata 472. Libbertà, eguajjanza 473. Le vojje de gravidanza 474. Er diavolo 475. La madre der cacciatore 476. Er vitturino saputo 477. L’esame der Zignore 478. Er Paradiso 479. L’immasciatore 480. L’appiggionante de sù 481. Tant’in core e ttant’in bocca 482. Er fornaro furbo 483. Li preti a ddifenne 484. La puttana e ’r pivetto 485. La vecchia pupa 486. Lo specchio 487. Papa Leone 488. Er Concrave 489. Er Papa novo 490. Li du’ coraggi 491. Er falegname 492. Er zegatore 493. Le spille 494. La milordarìa 495. Er portogallo 496. L’indiani 497. Er temp’antico 498. Li santissimi piedi 499. Er vitturino aruvinato 500. È ’gnisempre un pangrattato 501. Sto Monno e cquell’antro 502. La strada cuperta 503. Du’ servitori 504. Er Zagro Colleggio 505. Li Cardinali novi 506. Nissuno è ccontento 507. Le raggione der Cardinale mio 508. Er pittore de Sant’Agustino 509. Tutt’una manica 510. Er bottegaro 511. L’editti 512. L’ammazzato 513. Li gusti 514. L’uomo bbono bbono bbono 515. La viggija de Natale 516. Er giorno de Natale 517. La bbonifiscenza 518. La povera madre 519. La povera madre 520. La povera madre 521. Er primo descemmre 522. Er sede 523. Le du’ porte 524. Er Canonico novo 525. Un Papa antico 526. Li mozzorecchi 527. Er giudisce 528. Er decretone 529. Er mese de Descemmre 530. La spezziaria 531. La Bbocca-de-la-Verità 532. Er regazzo ggeloso 533. Le donne de cquì 534. Li fratelli de le compaggnie 535. Una lingua nova 536. Er peccato fiacco 537. La penale 538. La momoriosa 539. Li sparagni 540. L’editto de l’ostarie 541. Er custituto 542. Certe condanne... 543. Le mance 544. Er zussidio 545. L’uffisci 546. Er carrettiere de la legnara 547. La quarella d’una regazza 548. La galerra 549. Er fienarolo 550. Li viscinati 551. Li fijji impertinenti 552. La mojje der giucatore 553. Er carzolaro dottore 554. Le vorpe 555. Er rifuggio 556. Un privileggio 557. L’impieghi novi 558. Un’antra usanza 559. Le ggiurisdizzione 560. La madre de le Sante 561. Er padre de li Santi 562. De tutto un po’ 563. Er pane e ’r companatico 564. Er bracco rinciunciolito 1 |
565. La cojjonella 1 566. Le Case 567. L’appiggionante nova 568. Manco una pe le mille 569. Er rosario in famijja 570. Una bbella divozzione 571. La Sibbilla 572. Un pessce raro 573. Er parto de Mamma 574. Er zoffraggio 575. Er Nibbio 576. Un bon partito 577. Le frebbe 578. Er confronto 579. La concubbinazzione 580. L’editto bbello 581. La curiosità 582. Er cimiterio de la Morte 583. Er cimiterio in fiocchi 584. Er mostro de natura 585. Li fiori de Nina 586. Le confidenze de le regazze 587. [Le confidenze de le regazze] 588. [Le confidenze de le regazze] 589. [Le confidenze de le regazze] 590. [Le confidenze de le regazze] 591. [Le confidenze de le regazze] 592. [Le confidenze de le regazze] 593. [Le confidenze de le regazze] 594. Er bon padre spirituale 595. Er confessore 596. La sborgna 597. Li negozzi sicuri 598. Sicu t’era tin principio nunche e ppeggio 599. Santaccia de Piazza Montanara 600. Santaccia de Piazza Montanara 601. L’otto de descemmre 602. Un gastigo de la Madonna 603. Una disgrazzia 604. Er zanatoto ossii er giubbileo 605. Er giubbileo 606. Er giubbileo 607. Un vitturino de Montescitorio 608. Un antro vitturino 609. Er musicarolo 610. L’Omo de Monno 611. Sant’Orzola 612. San Pavolo prim’arimita 613. San Pavolo primo arimita 614. Pijjate e ccapate 615. Le lingue der Monno 616. Er commercio libbero 617. La puttaniscizzia 618. Li Ggiudii de l’Egitto 619. Le indiggnità 620. Terzo, santificà le feste 621. La patta 622. La mmaschera 623. Er motivo de li guai 624. Una casata 625. L’ingeggno dell’Omo 626. Li fratelli Mantelloni 627. La mediscina sicura 628. Er Re de li Serpenti 629. Er zegretario de Piazza Montanara 630. La fiandra 631. Er ventidua descemmre 632. La mamma che la sa 633. Una mano lava l’antra 634. La dispenza der madrimonio 635. Mi’ fijja maritata 636. La fijja sposa 637. La donna liticata 638. Er Zerrajjo novo 639. Un indovinarello 640. Le cose create 641. Le cose pretine 642. La vista 643. Uprite la finestra 644. Le mura de Roma 645. Lo sprego 646. L’Apostolo dritto 647. L’imprecazzione 648. Er ringrazziamento cor botto 649. Er governà 650. Un indovinarello 651. Le Messe 652. La serratura arruzzonita 653. L’onore muta le more 654. Er portone d’un Ziggnore 655. Er romano de Roma 656. L’innustria 657. La maggnona 658. Le carcere 659. La gabbella der vino 660. Er bon capo d’anno 661. Er tiro d’orecchia 662. È ’na Bbabbilonia 663. La bbazza 664. Mamma scrupolosa 665. Er poverello muto 666. L’abbichino de le donne 667. Tutt’ha er zu’ tempo 668. Cazzo pieno e ssaccoccia vota 669. Er pupazzaro e ’r giudisce 670. Er pupazzaro e ’r giudio 671. Le laggnanze 672. Li punti d’oro 673. Panza piena nun crede ar diggiuno 674. L’avaro ingroppato 676. Er presepio de li frati 677. Er bambino de li frati 678. Er penitente 679. Date Scèsere a Ccèsere e Ddio a Ddio 680. Tutte a ttempi nostri 681. Pare una favola! 682. Li richiami 683. Lo stato de lo Stato 684. La verità è una 685. Lo specchio der Governo 686. Le tre ccorone der Papa 687. Le carte in regola 688. Li scortichini 689. Er quinto commannamento de Ddio 690. La cresscita der zale e ddelle lettre 691. Er zale e ll’antre cose 692. La porteria der Convento 693. Li sbasciucchi 694. Le funzione eccresiastiche 695. Caccia er cappello a ttutti 696. Le ggiubbilazzione 697. Le caluggne 698. L’appiggionanti amorosi 699. La viaggiatora tramontana 700. Lo sfasscio 701. Una sciarabbottana 702. Le mmaschere eccresiastiche 703. Er zoprano 704. Cose da sant’uffizzio 705. Er Cardinale bbona momoria 706. La messa der Papa 707. L’entrate cressciute 708. La scopa nova 709. Er callarone 710. La mediscina sbajjata 711. Er tisico 712. La santa Messa 713. Er discissette ggennaro 714. La cannonizzazione 715. Li Morti arisusscitati 716. Er duello de Dàvide 717. Er marito contento 718. Er poveta ariscallato 719. Santa Marta che ffa llume a Ssan Pietro 720. Li bballi novi 721. Er cassiere 722. Er fuso 723. Le curze d’una vorta 724. Er ciurlo 725. Er Zanto re Ddàvide 726. Li preti maschi 727. Er riccone 728. La riliggione vera 729. Meditazzione 730. La vittura auffa 731. La testa de ferro 732. Lei ar teatro 733. Er Carnovale smascherato 734. La pelle de li cojjoni 735. Er ventre de vacca 736. Le gabbelle nove 737. Er carzolaro ar caffè 738. Er carzolaro ar caffè 739. Er carzolaro ar caffè 740. Er carzolaro ar caffè 741. Lui! 742. Li padroni de Cencio 743. La madre der borzaroletto 744. Nun mormorà 745. L’ammalorcicato 746. Er lupo-manaro 747. Lo sposo protennente 748. La mojje martrattata 749. Le Lègge 750. Li mortorj 751. Er prete 752. La serva e l’abbate 753. Dommine-covàti 754. Santa Rosa 755. La Bbeata Chiara 756. San Zirvestro 757. Er zagrifizzio d’Abbramo 758. Er zagrifizzio d’Abbramo 759. Er zagrifizzio d’Abbramo 760. Le feste cresiastiche 761. La Mess’in musica 762. L’immassciata de l’ammalato 763. La vergna l’ha cchi la vò 764. Santa Pupa 765. La Vesta 766. Er quieto-vive 767. Er creditore strapazzato 768. Er creditore strapazzato 769. Er Monno 770. Er Papato 771. L’Ombrellini 772. La porpora 773. Chi ha ffatto ha ffatto 774. Le scénnere 775. Er cazzetto de ggiudizzio 776. Fratèr caro 777. Fratèr caro 778. Er Zenator de Roma 779. La Commedia de musica 780. Er coruccio 781. La vita dell’Omo 782. La luna 783. Li discorzi 784. Er dente der Papa 785. Er madrimonio de la mi’ nipote 786. Ciancarella 787. De la chiavetta 788. Er predicatore 789. Le redità 790. L’arrede der Prelato 791. Er piede acciaccato 792. Er vecchio 793. Li teatri de mó 794. Li posti 795. Li posti 796. Er ricurzo ar presidente 797. Le figurante 798. La ssedia de Tordinone 799. La Stramutazzione 800. La prima canterina 801. L’affare der fritto 802. Er Vescovo de grinza 803. L’orazzione a la Minerba 804. San Cristofeno 805. San Cristofeno 806. Lo Spaggnolo 807. Un’erliquiona 808. La crosce 809. La mostra de l’erliquie 810. Una scirimonia 811. Er zanto pastorale 812. L’occhiaticcio 813. Er rigalo 814. La scrupolosa 815. Er caffettiere fisolofo 816. Li Morti de Roma 817. Er focone 818. Er foconcino 819. La Ggiustizzia 820. Er Conzento 821. Tutte a mmé! 822. Una bbella mancia 823. La bbellona de Trestevere 824. Er calzolaro 825. Er Medico de Roma 826. Er granturco 827. La Messa der Venardí Ssanto 828. Er festino de ggiuveddí ggrasso 829. La risurrezzion de la carne 830. L’arte 831. Le catacomme 832. Le catacomme 833. E poi? 834. Le dimanne indiggestive 835. Un tant’a ttesta 836. Li colori 837. L’inferno 838. Er giuvveddí santo 839. Er letteroso 840. Er lavore 841. Er marito polagroso 842. Er giucator de pallone 843. Li dritti de li Curati dritti 844. La sincerezza 845. Nono, nun disiderà la donna d’antri 846. Gobbriella 847. Er pesscivennolo 848. Piazza Navona 849. La staggionaccia 850. Er tempo bbono 851. Er dua de frebbaro 852. La Madonna tanta miracolosa 853. Er voto 854. Er Re novo 855. Er Papa cappellaro 856. Er call’e ’r freddo 857. La strega 858. Er parlà bbuffo 859. Li coggnomi 860. Li fijji 861. Er diluvio univerzale 862. L’arca de Novè 863. La visita der Governo 864. Lo scànnolo 865. Li fichi dorci 866. Er tempo bbono 867. Er tempo cattivo 868. L’inverno 869. Er callo 870. L’istate 871. L’ammalato 872. La lita dell’orto 873. Che or’è? 874. La carrozza d’un Cardinale 875. La rinunzia de su’ Eminenza 876. Piú ppe la Marca annamo piú mmarchisciàn trovamo 877. Er Carnovale der trentatré 878. Er Venardì Ssanto 879. Er ciarlatano novo 880. Er zervitore quarelato 881. La schizziggnosa 882. La Caccia de la Reggina 883. Er marito de la mojje 884. Er brav’omo 885. Er dispetto 886. L’allèvo 887. Er canto provìbbito 888. La Verità 889. L’ommini 890. Li Spedali de Roma 891. Er verde 892. Li miseroschi 893. Ar pittore 894. Li siggnificati 895. Li santi protettori 896. La Santa Crosce 897. San Pietr’in carcere 898. Eppoi te sposo 899. Li fratelli de la sorella 900. Er madrimonio disgrazziato 901. Chi ssì e cchi nnò 902. La comprimentosa 903. L’Angeli ribbelli 904. L’istesso 905. Gnente de novo 906. Er Monno muratore 907. La regazza de Peppe 908. Er re de li dolori 909. L’istoria romana 910. L’Uffizzio der bollo 911. Li sette peccati mortali 912. L’avocato de le cause sperze 913. Le ricchezze priscipitose 914. La madre poverella 915. La regazza acciuffata 916. Da la matina se conossce er bon giorno 917. Er letto 918. Er Presidente de petto 919. Er tordo de Montescitorio 920. Li rossi d’ova 921. Da Erode a Ppilato 922. Le bbussole 923. La padrona bisbetica 924. Er zalame de la prudenza 925. Li scardíni 926. Li peggni 927. La scena de marteddí ggrasso 928. La bbazzica 929. L’aritròpica 930. La puttana abbrusciata 931. La quaresima 932. Giuveddí ssanto 933. Er giro de le pizzicarie 934. La bbonidizzione de le case 935. L’asina de Bbalaàmme 936. La curiosità 937. Lo stato d’innoscenza 938. Lo stato d’innoscenza 939. Lo stato d’innoscenza 940. Er battifòco 941. Oggni asceto fu vvino 942. Li Papati 943. Lassateli cantà 944. S.P.Q.R. 945. L’omaccio de l’ebbrei 946. Un felonimo 947. Er bon esempio 948. L’indurgenza papale 949. La statua cuperta 950. L’anima 951. La perla de le donne 952. L’appuntamento 953. L’addio 954. La strillata de mamma 955. L’arisposta tal’e cquale 956. Er poscritto 957. La pisida 958. Er bellìcolo 959. Li prim’àbbiti 961. La notte dell’Asscenzione 962. Er povèta a l’improviso 963. Le donne bbone, e le bbone donne 964. L’istoria de Pepèa 965. La bbuscìa ha la gamma corta 966. La Siggnora Pittora 967. Un cuadro bbuffo 968. La bbellezza 969. La zitellona levitata 971. La diliggenza nova 972. Er peccato origginale 973. La prima cummuggnone 974. Er viaggio de l’Apostoli 975. Una difficortà indiffiscile 976. Un conto arto-arto 977. Er giudizzio in particolare 978. Er madrimonio sconcruso 979. La donna gravida 980. Le quattro tempora 981. Er Monno 982. Ciamancherebbe quest’antra 983. Er patto-stucco 984. L’abborto 985. Er cane 986. L’udienza de Monziggnore 987. Er Curato de ggiustizzia 988. Settimo, seppellì li morti 989. Settimo, nun rubbà 990. Lo scortico 991. Er vedovo 992. La porta dereto 993. Lo scalìn de Rúspoli 994. Er galoppino 995. La fruttaroletta 996. Le du’ mosche 997. Ggnente senza un perché 998. Er passaporto 999. La serenata províbbita 1000. L’aricompenza 1001. Li polli de li vitturali 1002. Er pover’omo 1003. Er zervitore liscenziato 1004. Antro è pparlà dde morte, antro è
mmorì 1005. La monizzione 1006. Er marito vedovo 1007. Er teolico 1008. Li soffraggi 1009. Er bene pe li Morti 1010. Er corpo aritrovato 1011. Er Medico ggiacubbìno 1012. Er confessore de manica larga 1013. La madre canibbola 1014. La bbellezza 1015. Le stelle 1016. Li Commedianti 1017. Er Curato 1018. Mosconi regazzi 1019. Er Papa de mó 1020. La vita der Papa 1021. Le riformazzione 1022. Li padroni sbisbetichi 1023. La sonnampola 1024. Li fijji de li Siggnori 1025. La Commare der bon-conzijjo 1026. Er povero ladro 1027. Er Cariolante de la Bbonifiscenza 1028. Er prete ammalato 1029. La Terra e er Zole 1031. La promessa der romano 1032. Un’istoria vera 1033. Li Chìrichi 1034. Cose antiche 1035. La vedova der zor Girolimo 1036. Er rimedio der cazzo 1037. Le bbagarine 1038. Er grann’accaduto successo a Pperuggia 1039. La puttana protetta 1040. La zitella 1041. La musica de Libberti 1042. La famijja sur cannejjere 1043. Er Carnovale der 34 1044. L’angonìa der Zenatore 1045. La morte der Zenatore 1046. Er Zenatore novo 1047. Li du’
senatori 1048. Er Monziggnorino de garbo 1049. L’anima bbona 1050. La Cassa der lotto 1051. Quattro tribbunali in dua 1052. L’Ottobbre der 31 1053. La promozzione nova 1054. L’ammalato a la cassetta 1055. Er governo der temporale 1056. La regazza cor muso 1057. Er madrimonio sicuro 1058. Le faccenne der Papa 1059. Li pericoli der Papato 1060. L’arberone 1061. Er proscessato 1062. Er quadraro 1063. Li guai de li paesi 1064. Le Moniche 1065. La Ronza 1066. Li quadrini pubbrichi 1067. La scuffiara francesa 1068. Er 28 Settembre 1069. La partoriente 1070. La funzione der Zabbito-santo 1071. La casa scummunicata 1072. La rosa-d’oro 1073. Er decane der cardinale 1074. Li sciarvelli de li Siggnori 1075. Li miracoli de li quadrini 1076. Una dimanna lescit’e onesta 1077. Li guai 1078. Li du’quadri 1079. Li mariggnani 1080. L’incerti de Palazzo 1081. L’udienze der Papa novo 1082. Er ginocchiatterra 1083. Er Papa Micchelaccio 1084. Le miffe de li Ggiacubbini 1085. Er Padre Suprïore 1086. Li Vescovi viaggiatori 1087. L’età dell’omo 1088. Le variazzion de tempi 1089. Er Monno sottosopra 1090. Un ber ritratto 1091. Le còllere 1092. Compatìmose 1093. La mojje fedele 1094. La priscission
der Corpus-Dommine 1095. San Giuvan-de-ggiuggno 1096. Li Carnacciari 1097. La chiacchierona 1098. La scuperta 1099. La regazza schizziggnosa 1100. La mojje disperata 1101. Er negozziante fallito 1102. Er parlà cchiaro 1103. Er Rugantino 1104. Er torto e la raggione 1105. Er portoncino 1106. Trist’a cchì ccasca 1107. La bbona mojje 1108. L’ajjuto-de-costa 1109. Er marito assoverchiato 1110. Er Cavajjere 1111. Le Cantarine 1112. La prelatura de ggiustizzia 1113. Er Prelato de bbona grazzia 1114. Er Curato e ’r Medico 1115. Li bbeccamorti 1116. Er boja 1117. Li muratori 1118. Er matarazzaro 1119. L’Ombrellari 1120. Er zonetto pe le frittelle 1121. Er mercato de piazza Navona 1122. Li studi 1123. Er carzolaro 1124. Lo stracciarolo 1125. Er zervitor de piazza 1126. La serva der Cerusico 1127. Er fico fresco 1128. Er ver’amore 1129. Li rimedi simpatichi 1130. Li rimedi simpatichi 1131. Li rimedi simpatichi 1132. Li rimedi simpatichi 1133. L’invetrïata de carta 1134. Er Re e la Reggina 1135. Er re Ffiordinanno 1136. Rom’antich’e
mmoderna 1137. Er Tesoriere bbon’anima 1138. Er nome de li Cardinali 1139. Le parte der Monno 1140. Er fornaro 1141. La fanga de Roma 1142. Li Croscifissi der venardí-ssanto 1143. Er copre-e-scopre |
Lustrissimi co’ questo mormoriale
v’addimando benigna perdonanza
se gni fiasco de vino igni pietanza
non fussi stata robba pella quale.
Sibbè che pe’ nun essece abbonnanza
come ce n’è piú mejjo er carnovale,
o de pajja o de fieno, o bene o male
tanto c’è stato da rempí la panza.
Ma già ve sento a dí: fior d’ogni pianta,
pe la salita annamo e pe la scenta,
famo li sordi, e ’r berzitello canta.
Mo sentiteme
a me: fiore de menta,
de pacienza co’ voi ce ne vò tanta,
e buggiarà pe’ bbio chi ve contenta.
Sentissi,
Pippo, er zor abbate Urtica 1
co cquell’antro freghino de Marchiònne 2
uno p’er crudo e ll’antro pe le donne
appoggiajje ar zonetto la reprìca?
Ma cchi a ste
crape je po ffà la fica,
j’averà dditto, cazzo: «Crielleisònne!
se la vadino a magna bbell’e mmonne,
che nnoi peddìo nun ciabbozzamo mica».
Valla a
ccapí: si ffai robba da jjanna,
subbito a sto paese je paremo
quer che je parze a li giudii la manna;
ma si ppoi
ggnente ggnente sce volemo
particce come la raggion commanna,
fascemo buscia, Pippo mio, fascemo.
Questo e il seguente sonetto furono da me
spediti a Milano al sig. Giacomo Moraglia mio amico il 29 dicembre 1827, onde
da lui si leggessero per ischerzo nelle nozze del comune amico signor G. Longhi
con la signora Teresa Turpini, cognata del Moraglia.
Coll’occasione,
sora Teta mia,
d’arillegramme che ve fate sposa,
drento a un’orecchia v’ho da dí una cosa
pe’ rregalo de pasqua bbefania.
Nun ve fate
pijjà la malatia
come sarebbe a dí d’esse gelosa,
pe’ nun fà come Checca la tignosa
che li pormoni s’è sputata via.
Ma si
piuttosto ar vostro Longarello
volete fà passà quarche morbino
e vedello accuccià come un agnello;
dateje una
zeccata e un zuccherino;
e dorce dorce, e ber bello ber bello,
lo farete ballà sopra un cudrino.
Le donne,
cocco mio, sò certi ordegni,
certi negozi, certi giucarelli
che si sai maneggialli e sai tienelli,
tanto te cacci da li brutti impegni:
ma si poi,
nerbi-grazia, nun t’ingegni,
de levàttele un po’ da li zzarelli,
cerca la strada de li pazzarelli
va’ a fiume, o scegni drento un pozzo scegni.
Sí, pijja
mojje, levete er crapiccio
ma te n’accorgerai pe ddio sagranne
quanno che sarà cotto er pajjariccio.
Armanco nun
la fà tamanto granne;
e si nun vòi aridurte omo a posticcio,
tiè pe’ tte li carzoni e le mutanne.
Lo storto,
1 che vva immezzo a la caterba
de quelle bbone lane de fratelli,
che de ggiorno se gratta li zzarelli,
eppoi la sera el culiseo se snerba,
m’ha dditto
mo vviscino all’Orfanelli
quarmente in ner passà ppe la Minerba,
ha vvisto li scalini pieni d’erba,
de ggente, de sordati e ggiucarelli;
co
l’occasione c’oggi quattro agosto
è la festa d’er zanto bbianco e nnero,
che ffa li libbri, e cchi li legge, arrosto.
Ho ffatto
allora: Oh ddio sagranne, è vvero!
Làsseme annà da Menicuccio er tosto,
a bbeve un goccio de quello sincero.
La quale, nun
saprebbe, in concrusione
stavo a aspettà con du’ lenterne d’occhi:
dico er zonetto co ttutti li fiocchi
c’avevio da mannamme a ppecorone.
Oh vvarda si
nnun è da can barbone!
Tu me spenni pe ggurde e ppe mmajocchi,
e cquanno hai da fà ttu... ma ssi mme tocchi
un’antra vorta a mē..., dimme cojjone!
Li
disciassette duncue, sor grostino,
nun lo sapete ppiú che ffesta edè?
Pozzi morí, nun è San Giuacchino?
Ar fin de fine che mme preme a mme?
Dico
pe ddí che ddrento a cquer boccino
o nun c’è un cazzo, o c’è un ciarvello che...
Ah Menicuccio
mia, propio quer giorno,
la viggijja de pasqua bbefania,
quella caroggna guercia de Luscia,
lo crederessi?, me mettette un corno.
Porca
fottuta! e me vieniva intorno
a ffà la gatta morta all’osteria
pe rrempí er gozzo a la bbarbaccia mia,
’ggni sempre come la paggnotta ar forno. 1
E intratanto
co mmastro Zozzovijja
me lavorava quele du’ magaggne
d’aruvinà un fijjaccio de famijja.
Ecco, pe
ccristo, come sò ste caggne:
amore? ’n accidente che jje pijja:
tutte tajjòle 2 pe ppoi fatte piagne. 3
Te lo saressi
creso, eh Gurgumella,
ch’er zor paìno, er zor dorce-me-frega,
che mmanco ha ffiato per annà a bbottega,
potessi slargà er buscio a ’na zitella?
Tu nu lo sai
ch’edè sta marachella; 1
tutta farina 2 de quell’antra strega.
Mo che nun trova lei chi jje la sega,
fa la ruffiana de la su’ sorella.
Io sarebbe
omo, corpo de l’abbrei,
senza mettécce né ssale né ojjo, 3
de dàjjene 4 tre vorte trentasei:
ma nun vojo
piú affríggeme 5 nun vojjo;
che de donne pe ddio come che llei
’ggni monnezzaro me ne dà un pricojjo. 6
Moàh
Menicuccio, 1 quanno vedi coso...
Nino er pittore a la Madon de Monti, 2
dijje che caso mai passa li ponti...
E damme retta; quanto sei feccioso!
Dijje...
Ahà! Menicuccio, me la sconti:
ma perché me ce fai lo stommicoso?
M’avanzi quarche cazzo sbrodoloso?
Bravo! ariōca: come semo tonti!
Cosa te vo’
giucà, pe ddio de legno,
che si te trovo indove sò de guardia,
te do l’arma in der culo e te lo sfregno?
Dijje pe
vvíede che sto ppropio a ardia,
che voría venne un quadro de disegno
che c’è la morte de Maria Stuardia. 3
Piano, sor è, come sarebbe a dine
sta chiacchierata d’er Castèr dell’Ova?
Sarebbe gniente mai pe ffà ’na prova
s’avemo vojja de crompà galline?
Sí! è
propio tempo mo, cuesto che cquine,
d’annasse a ciafrujjà marcanzia nova!
Manco a buttà la vecchia nun se trova!
Ma chi commanna n’ha da vede er fine.
Duncue, sor
coso, fateve capace
che a Roma pe sto giro nun è loco
da fà boni negozzi; e annate in pace.
E si in quer
libbro che v’ha scritto er Coco
lui ce pò ddí cquer che je pare e ppiace,
io dico a voi che ciaccennete er foco.
Che ffior de
Papa creeno! Accidenti!
Co rrispetto de lui pare er Cacamme. 1
Bbella galanteria da tate e mmamme
pe ffà bbobo a li fijji impertinenti!
Ha un erpeto
pe ttutto, nun tiè ddenti,
è gguercio, je strascineno le gamme,
spènnola 2 da una parte, e bbuggiaramme 3
si 4 arriva a ffà la pacchia
Guarda llí
cche ffigura da vienicce 6
a ffà da Crist’in terra! Cazzo matto
imbottito de carne de sarcicce! 7
Disse bbene
la serva de l’Orefisce
quanno lo vedde
un gran brutto strucchione 10 de Pontefisce».
Me so ffatto,
compare, una regazza
bianca e roscia, chiapputa e bbadialona, 1
co ’na faccia de matta bbuggiarona,
e ddu’ brocche, 2 pe ddio, che cce se sguazza.
Si la vedessi
cuanno bballa in piazza,
cuanno canta in farzetto, e cquanno sona,
diressi: «Ma de che? mmanco Didona,
che squajjava le perle in de la tazza».
Si ttu cce
vôi viení dda bbon fratello
te sce porto cor fedigo 3 e ’r pormone;
ma abbadamo a l’affare de l’uscello.
Perché si
ccaso 4 sce vôi fà er bruttone, 5
do dde guanto
e tte manno a Ppalazzo pe cappone. 8
Titta,
lasseme annà: che!, nun te bbasta
de scolà er nerbo 1 cincue vorte e mezza?
Vò’ un bascio? tiello: 2 vôi n’antra carezza?...
Ahà! da capo cor tastamme! oh ttasta.
Ma tte stai
fermo? Mica sò dde pasta,
ché mme smaneggi: mica sò mmonnezza. 3
Me farai diventà ’na pera-mezza! 4
Eppuro te n’ho data una catasta! 5
E per un
giulio tutto sto strapazzo?
Ma si mme vedi ppiú pe ppiazza Sora 6...
Oh vvia, famme cropí, cc’ho ffreddo, cazzo!
Manco male!
Oh mmó ppaga. Uh, ancora tremo!
Addio: lasseme annà a le cuarantora, 7
e öggi, 8 si Ddio vò, 9 cciarivedemo.
Sor cazzaccio
cor botto, ariverito,
ve pozzino ammazzà li vormijjoni,
perché annate scoccianno li cojjoni
a cchi ve spassa er zonno e ll’appitito?
Quanno avevio
in quer cencio de vestito
diesci asole a rruzzà cco ttre bbottoni,
ve strofinavio a ttutti li portoni:
e mmó, bbuttate ggiú ll’arco de Tito!
Ma er popolo
romano nun ze bbolla,
e quanno semo a ddí, ssor panzanella,
se ne frega de voi co la scipolla.
E a Rroma,
sor gruggnaccio de guainella,
ve n’appiccicheranno senza colla
sette sacchi, du’ scorzi e ’na ssciuscella. 2
Ma vvoi chi
ssete co sto fume in testa
che mettete catana 1 ar monno sano?
Sete er Re de Sterlicche er gran Zordano,
l’asso de coppe, er capitan Tempesta?...
Chi sete voi
che ffate tanta pesta 2
co’ cquer zeppaccio de pennaccia in mano?
Chi ssete? er maniscarco, er ciarlatano...
se po ssapello, bbuggiaravve a ffesta?
Vedennove
specchiavve a ll’urinale,
le ggente bbone, pe’ nun fà bbaruffa,
ve chiameno er dottore, tal’e cquale:
ma mmó vve lo
dich’io, sor cosa-bbuffa,
chi ssete voi (nun ve l’avete a male):
trescento libbre de carnaccia auffa.
Le nespole
1 c’hai conte a cchillo sciuccio
(pe ddillo
me le sò ppasteggiate, 3 Menicuccio,
sino a cche m’hanno arifiatato er core.
Vadi a rricurre
mo da Don Farcuccio 4
pe rrippezzà li stracci ar giustacore: 5
ché a Roma antro che un cavolo cappuccio
pò ppagà ppiù le miffe
Ma er zor
Ammroscio ha ffatto un ber guadaggno
trovanno a ffasse
carzoni e ccamisciola de frustaggno: 8
ché in ner
libbro de stampa che mm’hai dato,
be’ cce discessi 9 all’urtimo: Lo Maggno; 10
e, dde parola, te lo sei maggnato.
«Quanno te lo
dich’io cachete er core» 1
me diceva ier l’antro un bon romito;
«in sto monnaccio iniquo e ppeccatore,
nun ze trova piú un parmo de pulito.
Co’ ttre
sguartrine 2 io fascevo l’amore
e je servivo a ttutte de marito;
e ppe un oste, uno sbirro e un decrotore 3
ste porche tutt’e ttre mm’hanno tradito.
Ma io pe ffa
vvedé cche mme ne caco,
tutte le sere vado all’osteria,
e ffo le passatelle, e mm’imbriaco.
E ssi la
tentazzione m’aripía, 4
me lo cuscio pe ddio cor filo e ll’aco
quant’è vvero la Vergine Mmaria».
T’aricordi,
compare, che indov’abbito
viení un giorno pe’ sbajjo la bbarella?
Bbe’, all’astrazzione che ss’è ffatta sabbito,
ciò vvinto un ambo a mmezzo co Ttrippella.
E oggi
pijjamo a nnolito un bell’abbito,
lui da pajjaccio e io da purcinella,
perché la serva de padron Agabbito
sta allancata de fà ’na sciampanella.
Tu, ccaso che
tt’ammascheri da conte,
viecce a ttrovacce all’osteria der Moro,
in faccia a gghetto pe’ sboccà sur ponte.
E ssi mmai
Titta pô llassà er lavoro,
portelo co lo sguizzero der Monte,
ché Ggiartruda ne tiè ppuro pe’ lloro.
Che sserve
che nun piovi, e cche la neve 1
nun vienghi a infarinà ppiù le campaggne?
Tanto ’ggnisempre a casa mia se piaggne,
tanto se sta a stecchetta e nun ze bbeve.
Er zor paino,
er zor abbate, er greve, 2
in sti giorni che cqui sfodera 3 e sfraggne: 4
antro peddío che a ste saccocce caggne
nun ce n’è né dda dà nné da risceve!
Ma ssi arrivo
a llevà lo stelocanna, 5
Madonna! le pellicce 6 hanno da êsse
da misurasse co la mezza canna!
Allora vedi
da ste gente fesse, 7
co ttutta la su bboria che li scanna,
le scappellate pe vviení in calesse!
Ma cche
ffajòla, Cristo, è diventata
sta Roma porca, Iddio me lo perdoni!
Forche che state a ffà, ffurmini, troni, 1
che nun scennete a fanne una panzata?
S’ha da vede,
per dio, la buggiarata
ch’er Cristiano
manco si cquelli poveri cojjoni
nun fussino de carne bbattezzata!
Stassi a sto
fusto
voría bbe’ 4 mmaneggià li giucarelli
d’arimette er ciarvello in de le teste.
E
cchiamerebbe Bbonziggnor Maggnelli, 5
pe’ ddijje du’ parole leste leste:
sor è, 6 ffamo
campà li poverelli.
Nun te
pijjà ggatti a ppelà, Ggiuanni;
chi impiccia la matassa se la sbrojji:
stattene a ccasa co li tu malanni,
ché er monno tanto va, vvojji o nun vojji.
Io nun
vorrìa sta un cazzo in de li panni
de sti sfrabbica Rome e Ccampidojji
ché er mettese
è un mare-maggna 3 tutto pien de scojji.
Sai quanto
è mmejjo maggnà ppane e sputo,
che spone
pe ffà strozzate 6 de baron fottuto?
Tù
lassa annà a l’ingiú ll’acqua in ner pozzo;
e hai da dí che Iddio t’ha bbenvorzuto
com’e cquarmente 7 t’arimedia er tozzo.
Quer zor
chicchera llí ccor piommacciolo
va strommettanno pe’ ccampo de fiore
che ll’asole che ttiengo ar giustacore
Titta er sartore nun l’ha uperte a solo.
Je pijja ’na
saetta a ffaraiolo,
je vienghino tre cancheri in ner core!
L’averà fatte lui cor su’ rasore,
facciaccia de ciovetta in sur mazzolo!
...’ggia san
Mucchione! ancora nun è nato
chi me pozzi fa a mene er muso brutto
senza risico d’essece ammazzato.
Ma tanto ha
da finí che sto frabbutto,
sto fíaccio de cane arinegato
s’ha da cavà la sete cor presciutto.
Di’ un po’,
ccompare, hai ggnente in condizione 1
la cuggnata de Titta er chiodarolo?
Be’, ssenti glieri si 2 ccorcò
lo sguattero dell’oste der farcone.
Doppo
fattasce auffagna 5 colazione
j’annò cor deto a stuzzicà er pirolo:
figurete quer povero fijjolo
si cce se bbuttò addosso a ppecorone.
Ma mmalappena
arzato sù er zipario,
ecchete che per dio da un cammerino
viè ffora er bariscello der Vicario.
Mó ha da
sposalla; e ppoi pe ccontentino
s’averà da godé ll’affittuario
che jj’ha fatto crompà ll’ovo e ’r purcino. 6
Ma che teste
de cazzo bbuggiarone!
Ve strofinate a iddio che facci piove;
e perché san Ciriàco 1 nun ze move,
je scocciate le palle in priscissione:
e ve lagnate
poi si una ’lluvione
de du fiumi che stanno in dio sa dove
vienghi a rubbavve sto corno de bbove
bell’e granne com’è, ttosto e ccojjone!
Ma nun
è mmejjo d’avé ppiú cquadrini
e ppiú ggrano e ppiú vvino a la campagna,
che mmagnà nnote pe’ cacà stuppini?
E er sor
Davìd che imberta e cce se lagna,
quanno sarà dde llà dda li confini,
l’averà da trovà ’n’antra cuccagna!
Quante
sfrisielle a ttajjo e scappellotti!
Quante chicchere a coppia e sventoloni! 1
Quant’acciacco de chiappe e de cojjoni!
Quant’infirze de schiaffi e de cazzotti!
Poveri
Turchi, come sò aridotti
co cquell’arifilate de gropponi!
Beato chi ppô avé ttra li carzoni
un fiasco d’ojjo e un bon caval che ttrotti!
Nun
c’è da dí, ppe ssant’Antonio abbate:
li Francesi sò ggente che, Mmadonna!,
sò bboni pe l’inverno e ppe l’istate.
E mmo
mmetteno in cima a ’na colonna 2
er Deo 3 d’Argèri, che vva a ffasse 4 frate,
o vviè a vvenne le pizze a la Ritonna.
Bravo
Carluccio! je l’hai fatta ggiusta
pe bbatte er culo 1 e addiventà ccerasa. 2
Tosto mó! aspetta la bburiana
cor general Marmotta de Ragusta. 3a
Ahà!
cch’edè, Ccarluccio? nun te gusta
de portà a Ggiggio 3b la chirica rasa? 4
Drento a le bbraghe te ne fai ’na spasa? 5
Spada, caroggna! e nnò speroni e ffrusta.
Cor dà
de bbarba all’emme, ar zeta e all’Acca, 6
hai trovo 7 er busse, e sti quattro inferlicchese 8
che tt’hanno aruvinato la bbaracca. 9
Chi ar Monno
troppo vô, nnun pijja nicchese; 10
e ttu ppe llavorà a la pulignacca, 11
hai perzo er trono, e tt’è rrimasto? un icchese. 12
Mojje mia
cara, a sto paese cane
nun ze trova nemmanco a fà a sassate; 2
e cquanno hai crompo 3 un moécco 4 de patate,
fai passo ar vino e cquer ch’è peggio ar pane.
Io pisto er
pepe, sòno le campane,
rubbo li gatti, tajjo l’oggna
metto l’editti pe le cantonate,
cojjo 6 li stracci e agliuto le ruffiane.
Embè
lo sai ch’edè cche cciariscévo? 7
Ammalapena pe ppagacce 8 er letto:
anzi, a le du’ a le tré, 9 spallo 10 e cciarlèvo.
11
Duncue che
tt’ho da dà, ppòzzi èsse santa?
Senza cudrini 12 ggnisun chirichetto
disce Dograzzia e ggnisun ceco canta.
Ne
l’annà glieri a venne ar pellegrino
li fibbioni d’argento de Maria,
vedde er porton de la Cancellaria
zeppo de gente come un butteghino.
Vorzi
entrà drento; e, de posta, ar cudino
riconobbe er regazzo de mi fìa,
po’ er cappanera e tutta la famía
de Bonsignor der Corso 3 fiorentino.
Che belle
ariverèe co li galloni!
Quante carrozze, corpo de la pece!
Che ccavalli pe ddio! tutti froscioni!
C’era un
decane a sede s’una sedia.
Je fece: «Che cciavemo?». E lui me fece:
«Sor Peppe, annate su: c’è la commedia».
Chi ne sapeva
un cazzo, sor Tomasso,
che parlavio todesco in sta maggnera?
E me vorría peddio venne in galera,
si su cquer coso nun parevio l’asso.
Li Marignani
che staveno abbasso
cor naso pe l’inzú, fanno moschiera;
perché propio dicessivo jerzéra
certe sfilate che nemmanco er Tasso.
E come er
predicà nun fussi gniente
ce partite cor Santo 1 e cor sonetto, 2
da fà viení a l’invidia un accidente.
Quello
però che ve vò fà canizza,
è la gola de quarche abbatinetto
c’averà da restà senza la pizza. 3
S’er mi fio
ciuco me porta lo stocco,
Titta, ciabbuschi quant’evvero er papa.
No, un cazzo, un accidente, sora crapa.
Alò, famo moschiera, o v’aribbocco.
Bè,
sentímece l’oste: «Ah padron Rocco,
fate capace sta coccia de rapa.
Dite, è vvero che l’asso nun se capa?»
Ahàa! lo senti? oh caccia mo er bajocco.
Aù!
nun pòzzo abbozzà più nun pòzzo.
Sentime, Titta, si tu no lo cacci,
va che mommó te lo fo uscí dar gozzo?
Ah fugghi,
guitto? fugghi? accidentacci!
Sciòo, va’ in ghetto a impegnatte er gargarozzo
pe ddí stracci ferracci chiò scherpacci.
M’è
pparzo all’arba de vedé in inzògno,
cor boccino in ner collo appiccicato, 1
quello che glieri a pponte 2 hanno acconciato
co ’no spicchio d’ajjetto in zur cotogno. 3
Me disceva:
«Tiè, Ppeppe, si 4 hai bbisogno»;
(e ttratanto quer bravo ggiustizziato
me bbuttava du’ nocchie in zur costato):
«sò ppoche, Peppe mio, me ne vergogno».
Io dunque
ciò ppijjato oggi addrittura
trentanove impiccato o cquajjottina,
dua der conto, e nnovanta la pavura. 5
E cco la cosa
6 che nnemmanco un zero
ce sta ppe nnocchie in gnisuna descina,
ho arimediato cor pijjà Nnocchiero.
Non tutto ciò che qui si dice è
vero, né la gran parte di vero si annette tutta alla reale superstizione del
lotto; ma si è voluto da me raccogliere quasi in un codice il vero
insieme e il verisimile in relazione di quel che so e in compenso di quanto non
so (ch’è pur molto) intorno alle matte e stravolte idee che ingombrano
le fantasie superstiziose della nostra plebaglia.
Si vvo’ un
terno sicuro, Titta mia,
senti com’hai da fane: a mezza notte
méttete immezzo ar cerchio de ’na botte
co ttre requiameterne ar Nocchilia.
Pe strada
attacca cento avemmaria,
chiamanno a ignuna la mojje de Lotte;
e pe ccaccià Berlicche co Starotte,
di’ er Verbuncàro e er Nosconproleppia.
Doppo ditto
tre vorte crielleisonne
e pe ttre antre groria in cersideo,
di’ Bardassarre, Gaspero e Marchionne.
E si vicino a
te passa un abbreo,
fa’ lo scongiuro a la barba d’Aronne,
pe ffà crepà quer maledetto aeo.
Un agnusdeo
méttece appresso e sette groliapadri
p’er bon ladrone e l’antri boni ladri.
Trovanno
quadri
co la lampena accesa a la Madonna,
di’ un deprofunni all’anima de Nonna.
Si quarche
donna
te toccassi la farda der landao,
fajje er fichetto, e dijje: Maramao.
Si senti
Gnao,
è bonugurio, Titta; ma si senti
strillà Caino, risponni: accidenti.
Porta du’
denti
legati cor un fir de seta cruda,
zuppa de bava de lumaca ignuda.
Rinega Giuda
igni quinici passi; e ar deto grosso
de manimanca tiè attaccato un osso
de gatto
rosso.
Coll’antra un cerchio d’argento de bollo
tiecce e una spina de merluzzo ammollo.
Méttete in
collo
la camisciola c’ha portato un morto
co cquattro fronne de cicoria d’orto.
E si
’n’abborto
pòi avé de lucertola d’un giorno,
tiello in zaccoccia cotto prima ar forno.
Buschete un
corno
de bufolino macellato in ghetto
c’abbi preso er crepuscolo sur tetto.
Cor un
coccetto
de pila rotta in culo a ’na roffiana
raschielo tutto ar son de la Campana.
Da ’na
mammana
fatte sbruffà la raschiatura in testa
cor pizzo der zinale o de la vesta.
Magna ’na
cresta
de gallo, e abbada che nun sii cappone
si nun te vòi giucà la devozzione.
E in un
cantone
di’ tre vvorte, strappannoce tre penne,
«Nunchetinòva morti nostri ammenne».
Poi hai
d’accenne
tre moccoli, avviati a la parrocchia,
sur un fuso, un vertecchio e ’na conocchia.
Appena
scrocchia
quella cera in dell’arde, alegri Titta:
svortete allora subbito a man dritta.
Già te
l’ho ditta
la devozzione c’hai da dí pe strada
ma abbada a nun sbajjà, Titta, ve’! abbada.
Come ’na
spada
tira de longo insino a santa Galla,
e lí affermete, e tocchete ’na palla.
Si cquella
è calla
tocchete l’antra; e come ’n’addannato
poi curre a San Giuanni Decollato:
e a
’n’impiccato
ditta ’na diasilletta corta corta
buttete a pecorone in su la porta.
La bocca
storta
nun fà si senti quarche risponsorio:
sò l’anime der santo purgatorio.
A San
Grigorio
promette allora de fà dí ’na messa
pell’anima d’un frate e ’na bbadessa.
‘Na
callalessa
è der restante: abbasta de stà attento
a gni rimore che te porta er vento.
O ffora, o
ddrento,
quello che pòi sentí tiello da parte,
eppoi va’ a cerca in der libbro dell’arte.
Viva er Dio
Marte:
crepi l’invidia e er diavolo d’inferno,
e buggiaratte si nun vinchi er terno!
Tiràmese
1a ppiú in là, ché cquì la gujja 1
ciarippara 1b de vede er roffianello 2...
Varda, 2a varda, Grigorio, mi’ fratello
che s’è mmesso a intignà 3 cco la patujja!
Mosca! 4
Er pivetto arza la mano, intrujja 5
mo in de le palle... Lesto, eh bberzitello.
Ecco ecco che lleggheno er cartello:
ch’edè? 5a Ccinquantasei! senti che bbujja! 6
Je la potessi fà, sangue de ddina!
Sor
cazzo, vorticamo 6a er bussolotto.
Ch’edè? Ttrenta! Ce ll’ho ddrento a l’ottina.
Diesci!
ggnente: Sei! ggnente: Discidotto!
ggnente. Peddio! nemmanco stammatina?
Accidentacci a chi ha inventato er lotto.
|
Roscio |
Aó, ttrattanto che ss’appara 1a er prete |
|
Giacchetto |
A ppagà. |
|
Nino |
A ggode. 1b |
|
Giacchetto |
Come se’ attacchino! 1c |
|
Nino |
Tirate er fiato a voi. 2 |
|
Giacchetto |
Che ddichi? Hai sete? 3 |
|
|
|
|
Roscio |
Eh zitti, buggiaravve a quanti sete! Su, aló, fammo la conta: pe dda Nino. 4 - |
|
|
|
|
Paino |
Er boccio a mé 4 – De cqui. 5 – Senza
giuchetti. |
|
Nino |
Senza strucchietti, |
|
Roscio |
E ttiro pe llevà |
|
Giacchetto |
No ppe strucchià 6… |
|
Va’ -a-mmete |
Dí, aó, dove te metti? |
|
|
|
|
Giacchetto |
San guercino. 7 |
|
Va’ -a-mmete |
Va’ ar
zegno. |
|
Giacchetto |
E nnun sta
cqua? |
|
Va’ -a-mmete |
Accidentacci a tutti li ggiacchetti! Quanto se’ fesso! 7a er zegno eccolo llà. |
|
|
|
|
Giacchetto |
Ma
cciài 7b da capità un giorno o ll’antro ggiú ppe borgo-novo… |
|
Va’ -a-mmete |
Mo sta a mmene. – Accusí mme l’aritrovo. 8 |
|
|
|
|
Nino |
Fermete.
8a |
|
Va’ -a-mmete |
Nun me
movo. |
|
Nino |
Sò pprimo. |
|
Roscio |
Sò ssiconno. |
|
Va’-a-mmete |
Io terzo. |
|
Giacchetto |
Io cuarto. |
|
Paino |
Io cuinto. 9 |
|
Nino |
Eh nnun
fà er mucchio tant’in arto. |
|
|
|
|
Paino |
Che,
ttienete l’apparto de queli siti che vve pare a vvoi? |
|
Nino |
Be’, schiaffelo 9a peccristo indove vòi |
|
|
|
|
Giacchetto |
Batte.
10 |
|
Roscio |
… Dégheta!
vedemmo un po’ ssi 11a cce 11b so cojje
io 12… |
|
Giacchetto |
Tu nnun hai smosso er mezzo-bboécco mio. 13 |
|
|
|
|
Roscio |
Pòzzi 13a morí
ttu’ zio, chi arifiata? 14 E ttu arza: 15 sce vô
tanto? |
|
Giochetto |
Arma. |
|
Va’-a-mmete |
Santo. |
|
Paino |
Io vojjo arma. |
|
Roscio |
Arma. |
|
Nino |
E nnoi
santo. 16 |
|
|
|
|
Roscio |
Mezzo e cche ssí. 17 |
|
Paino |
De cuanto? |
|
Giacchetto |
Arzo, tiengo da Roscio, e ffo dde dua. 18 |
|
Paino |
Frulla, 19 madetta 19a l’animaccia tua. …Ah
pporcaccio de ua! Cor carcio farzo? 20 Gargantacci 21
neri. |
|
Va’ -a-mmete |
Tu vo’ fà curre li carubbigneri? 22 |
|
|
|
|
Paino |
Vôi
rubbà come gglieri? 23 |
|
Giacchetto |
Mommó ll’hai da sentí si che cconnessa 24… |
|
Roscio |
Oé! er chirico 24a sona: annamo 24b a
mmessa. |
Curre,
peccrisse, curre, Gurgumella,
che ggià er Papa ha dda èsse in portantina.
Eh ssi nun spiggni ppiú, Ddio serenella!,
ciarrivamo er crepìnnisci a mmatina.
Monta dereto
a cquarche ccarrettella,
s’hai la guallera gonfia o er mal d’orina
M’hanno acciaccato come ’na frittella
Mancomale: ecco cqua la Strapuntina.
Senti
ch’è usscito ggià dda sagristia
er Santo Padre, e mmommó vva ar loggione?
Oé! vvarda laggiù che parapìa!
Ma
ddirebb’io: si la bbonidizzione
tutte le zelle nostre s’aripìa,
chi più grossi li fa, meno è cojjone.
Un’antra
1 cosa voria mó ssapé,
si 2 er cristiano in cusscenza er venardí
pòzzi 3 maggnà ddu’ stronzi cor culí
senza fà male, e, ssi lo fa, pperché.
Lo so che
vvoi me risponnete a mmé
che la robba che scappa pe dde cqui,
robba de magro nun ze pò mmai dí,
si nun volemo chiamà Ccappa er Cé.
Ma ffateme un
tantin de carità,
come pò addiventà de grasso, pò,
er tarantello, er tonno, er baccalà?
Io, sor
abbate, credería 4 de no:
ma ssi cciavete 5 scrupolo a mmaggnà,
maggnate puro 6 e io poi v’assorverò.
Vôi sentí un
fatto de Tetaccia 1a storta,
la mojje de Ciuffetto er perucchiere?
Ciaggnéde 2 cuer paíno 3 der drughiere, 4
pe comprasse 5 un tantin de beggamorta. 6
La bbirba stiede
7 un po’ ddrento a ’na porta
indove tiè ccerte boccette nere;
poi scappa e disce: «Oh cqueste sí ssò vvere!
Tiè, odora: ah! bbenemio!, t’ariconforta».
Lesta
attappò er buscetto cor turaccio,
e ariscosso un testone 8 de moneta,
mannò
Ma ssai che
cce trovò? ppiscio de Teta;
che ppe ggabbà cquer povero cazzaccio
s’era messa l’odore in ne le deta. 10
|
Mannataro |
Guarda, Ghitano mia: eh? ddi’, te piasce? |
|
Ghitano |
Che ggrannezza de Ddio! che ffrabbicona |
|
Mannataro |
Nun è piú mmejjo de piazza navona? |
|
Ghitano |
Antro! E ccome se chiama? |
|
Mannataro |
Er Temp’in
pasce. 1 |
|
|
|
|
|
Senti, Ghitano, t’hai da fà ccapasce che, ppe sta robba, cquì nun ze cojjona |
|
Ghitano |
Nun fuss’antro la carcia 2 |
|
Mannataro |
Bbuggiarona! E li mattoni? Sai quante fornasce! |
|
|
|
|
Ghitano |
E cqua chi cciabbitava, eh sor Grigorio? |
|
Mannataro |
Eh! ttanta gente: e tutti ricchi, sai? Figurete che gguitto arifettorio! 3 |
|
|
|
|
Ghitano |
Che ppalazzone! nun finissce mai! |
|
Mannataro |
Che? Annava a la salita de Marforio prima ch’er turco nun je dassi guai. |
Le tre
ccolonne llí viscino ar monte,
dove te vojjo fà passà tte vojjo,
furno trescento pe ffà arregge 1a un ponte
dar culiseo ’nsinenta a Ccampidojjo.
A mmanimanca
adesso arza la fronte:
lassú Ttracquinio se perdette er zojjo,
e ppoi Lugrezzia sua p’er gran cordojjo
ce fesce annà la bbarca de Garonte.
Vortanno er
culo a cquele tre ccolonne,
mó annamo all’arco de la vacca e ’r toro; 1
ma ssi ne vedi dua nun te confonne.
In quello
ciuco 2 se trovò er tesoro: 3
l’antro è l’arco de Ggiano quattrofronne, 4
che un russio 5 vô crompallo a ppeso d’oro.
A cquer tempo
che Ttito imperatore,
co ppremissione che jje diede Iddio,
mové la guerra ar popolo ggiudio
pe ggastigallo che ammazzò er Ziggnore;
lui
ridunò la robba de valore,
discenno: «Cazzo, quer ch’è dd’oro, è mmio»:
e li scribba che faveno pio pio, 1
te li fece snerbà ddar correttore. 2
E poi
scrivette a Rroma a un omo dotto,
cusí e ccusí che frabbicassi un arco
co li cudrini der gioco dell’otto.
Si ce
passònno 3 li ggiudii! Sammarco! 4
Ma adesso prima de passacce sotto
se faríano ferrà ddar maniscarco.
Sto
cornacopio su le spalle a cquello
che vviè appresso a cquell’antro che vva avanti,
c’ha ssei bbracci ppiú longhi, e ttutti quanti
tiengheno immezzo un braccio mezzanello;
quello
è er gran Cannelabbro de Sdraello,
che Mmosè ffrabbicò cco ttanti e ttanti
idoli d’oro che ssu ddu’ lionfanti
se portò vvia da Eggitto cor fratello.
Mó nnun
c’è ppiú sto Cannelabbro ar monno.
Per èsse, sc’è; ma nu lo gode un cane,
perché sta ggiù in ner fiume a ffonno a ffonno.
Lo vôi sapé
lo vôi dov’arimane?
Viscino a pponte-rotto; e ssi lo vonno,
se tira sú pper un tozzo de pane. 1
Vedi
llà cquela statua der Moro
c’arivorta la panza a Ssant’aggnesa?
Ebbè, una vorta una Siggnora ingresa
la voleva dar Papa a ppeso d’oro.
Ma er Zanto
Padre e ttutto er conciastoro,
sapenno che cquer marmoro, 1 de spesa,
costava piú zzecchini che nun pesa,
senza nemmanco valutà er lavoro;
je fece
arrepricà ddar Zenatore
come e cquarmente nun voleva venne 2
una funtana de quer gran valore.
E
cquell’ingresa che ppoteva spenne,
dicheno che cce morze de dolore:
lusciattèi requia e scant’in pasce ammenne.
Ar zu’ tempo
mi’ nonno m’aricconta
che nun c’ereno un cazzo bbagarini, 1
se 1a vedeva ggiucà co li quartini 2
a ppiastrella, e a bbuscetta: e mmó sse 2a sconta.
L’ova in
piazza, s’aveveno a la conta
cento a ppavolo e ssenza li purcini:
la carne annava a ssedici cudrini 2b
ar mascello, e ddua meno co la ggionta.
Er vino de
castelli e dder contorno
era caro a un lustrino 3 pe bbucale
e ott’oncia a bboecco 4 la paggnotta ar forno.
E mmó la
carne, er pane, er vino, er zale,
e ll’accidenti, crescheno ’ggni ggiorno.
Ma ll’hai da vede che ffinisce male.
Quann’era
vivo er nonno de la zia
der compare der zoscero 1a de Nina,
cqua da Piazza Navona a Tormellina 1
ciassuccesse 2 un tumurto e un parapîa. 3
Pe ccausa che
un’orrenna carestia
de punt’in bianco 4 un giuveddí a mmatina
mannò
senza nemmanco dì Ggesú e mmaria. 8
T’abbasti a
ddí cch’edè la ribbijjone, 9
che ccor una serciata a cquer pupazzo 10
je fesceno sartà 11 nnetto er detone. 12
Chi
ddà la corpa
ma er fatt’è cche cquell’omo 15 ar funtanone
pare che ddichi 16: A
vvoi; quattro der cazzo! 17
Ma cche tte
ne vôi fà dde sta schifenza
bbastardaccia d’un mulo e dde ’na vacca?
Si ccerchi l’arma 1 de ’na bona stacca, 2
te la trov’io, che ce pôi stà in cuscenza.
Quella ha un
buscio, peddìo, ch’è ’na dispenza,
cqua cce trovi un buscetto che tte stracca:
co cquesta se dà ssotto e sse panacca, 3
coll’antra fai peccato e ppenitenza.
La tua?
Madonna! nun tiè mmanco chiappe,
e cquer pellame mosscio che jje penne, 4
je fa immezzo a le cossce er lippe-lappe. 5
Ma dde culo
la mia sce n’ha dda venne; 6
je scrocchieno 7 le zinne com’e ffrappe; 8
e cquer ch’è ppiú da dí, nnun ce se spenne. 9
Jerzéra
1 er mi’ padrone co cquer callo
vorze 1a annà a l’accademia tibburtina, 1b
pe ssentí a rescità ’na rajjatina
d’un Zomaro che cqui ccanta da Gallo. 2
Avanti a ’na
garafa de cristallo,
tra ddu’ cannéle 2a de ceraccia fina,
se messe 2b quer cazzaccio in cremesina 2c
a inzeggnà a ttiggne er rosso, er nero, er giallo.
Pe ddà
mmejjo a la lana oggni colore
cià un zegreto quer fijjo de puttana,
che lo sa ’ggni regazzo de tintore.
Ma ddicheno
che ll’antra settimana
je l’abbi commannato un Monziggnore, 3
discenno: «Tocca a vvoi, sor bona-lana».
Ecchesce ar
Campidojjo, indove Tito
venné a mmercato tanta ggente abbrea.
Questa se chiama la rupa tarpea
dove Creopatra bbuttò ggiú er marito.
Marcurèlio
sta llà ttutto vestito
senza pavura un cazzo de tropea. 1a
E un giorno, disce er zor abbate Fea, 1b
c’ha da èsse oro infinamente a un dito.
E si ttu
gguardi er culo der cavallo
e la faccia dell’omo, quarche innizzio
già vederai de scappà ffora er giallo.
Quanno
è poi tutta d’oro, addio Donizzio:
se va a ffà fotte puro er piedistallo,
ché amanca poco ar giorno der giudizzio. 1
Sò le
corna d’Aronne! 1 De sti fatti
tu nu ne sai nemmanco mezza messa.
Lo vôi 2 sapé pperché a Lluscia l’ostessa
j’anno arubbato tutt’e ttre li gatti?
Lo vòi
sapé pperch’ha ddu’ fijji matti?
Perché ha pperza 3 cor prete la scommessa?
Perché er curiale pe ’na callalessa 4
j’ha maggnato la dota a ttutti patti?
Lo vôi sapé
pperché jj’è mmorto l’oste?
Perché ll’antra 5 ostaria de zi’ Pasquale
j’è arivata a llevà ttutte le poste?
È
pperché un anno fa dde carnovale
ner conní 6 ll’inzalata e ll’ova toste,
svorticò 7 la luscerna e sverzò 8 er zale.
Povera ggente!
Uhm! ponno chiude 1 casa,
si 2 ssopra scià 3 cantato la sciovetta: 4
se 5 ponno aspettà ppuro 6 una saetta,
come si ffussi 7 un osso de scerasa. 8
Nun lo vedi
quer cane com’annasa?
Che seggn’è? la commare 9 che tt’aspetta.
E nnun zò 10 cciarle: che ggià gglieri
j’ha sparato 13 la frebbe, 14 e jj’è arimasa.
15
Eh ssi a
mmettese 16 addosso a ’na famijja
viè la sciangherangà, 17 bz, 18 bbona
notte:
sce fioccheno 19 li
guai co la mantijja. 20
Mo vva a
mmale un barile, oggi una bbotte,
domani la cantina; e vvia via, fijja,
pe sta strada che cqui tte va’ a ffà fotte. 21
Ma cce voi
fà un bucale, 1 che Ggiartruda
nun passa un mese o ddua che sse ne pente?
Tu ste parole mia tiettele a mmente,
e nun te bburlo quant’è vvero Ggiuda.
Di’:
cquann’è ccotto l’ovo? quanno suda.
Chi ccommanna a l’urione? 2 er Presidente.
Ch’edè 3 ar muro sta strisscia luccichente? 4
Cià 5 ccamminato la lumaca iggnuda.
Er monno lo
conosco, sai Ggiuvanni?
Si 6 sposa 7 venardí Ttuta Bber-pelo 7a
sce s’abbusca 8 ’na frega 9 de malanni.
Né de Venere,
cazzo, né de Marte
(e li proverbi sò ccom’er Vangelo),
nun ze 10 sposa, peccristo, e nnun ze parte.
Jeri,
all’orloggio de la Cchiesa Nova,
fra Luca incontrò Agnesa co la brocca.
Dice: «Beato lui», dice, «a chi tocca»,
dice, «e nun sa ch’edè chi nu lo prova».
Risponne lei,
dice: «Chi cerca, trova;
ma a me», dice, «puliteve la bocca».
«Aùh», dicéee... «e perché nun te fai biocca?»
«Eh», dice, «e chi me mette sotto l’ova?»
«Ce n’ho io»,
dice, «un paro fresche vive»,
dice, «e ttamante, e tutt’e ddua ’ngallate:
le vôi sperà si ssò bbone o ccattive?»
Checco, te
pensi che nun l’ha pijjate?
Ah 1 llei pe nnun sapé legge né scrive,
ha vorzuto assaggià l’ova der frate.
Ggiuvenotti,
chi ppaga una fujjetta? 1a
Se pôzzino a stroppià ttutti li guitti.
Eccheli sbarellati e sderelitti, 1
come l’abbi accoppati ’na saetta.
Quanno
pagh’io, pettristo, a la Stelletta, 2
cùrreno com’aggnelli fitti fitti: 3
come poi tocca a llôro, tutti zitti.
Che bber negozzio de Maria cazzetta! 4
E vvoi puro
5 c’annate sempre lisscio, 6
sora faccia de culo de bbadessa,
ch’edè 7 che mmó vv’ariscallate er pisscio? 8
Sor abbatino,
sc’è cquarche scommessa? 9
Badàmo, ch’a sto ggioco io bbusso e strisscio.
Oh annate a ppijjà er morto e a sserví mmessa.
Stavo a
ppisscià jjerzéra llí a lo scuro
tra Mmadama Lugrezzia 1 e ttra Ssan Marco,
quann’ecchete, affiarato 2 com’un farco,
un sguizzero 3 der Papa duro duro.
De posta
3a me fa sbatte 4 er cazzo ar muro,
poi vô llevamme er fongo: 5 io me l’incarco:
e cco la patta in mano pijjo l’arco
de li tre-Rre, strillanno: vienghi puro. 6
Me sentivo
quer froscio 7 dí a le tacche 8
cor fiatone: «Tartaifel, sor paine,
pss, nun currete tante, ché ssò stracche».
Poi co
mill’antre parole turchine 9
ciaggiontava: 10 «Viè cquà, ffijje te vacche,
che ppeveremo un pon picchier te vine».
Sta notte a
mmezza notte er carcerato
sente uprí 1 er chiavistello de le porte,
e ffasse 2 avanti un zervo de Pilato
a ddijje: 3 er fischio te condanna a mmorte.
Poi tra ddu’
torce de sego incerato
co ddu’ guardiani e ddu’ bbracchi de corte,
entra un confortatore ammascherato, 4
coll’occhi lustri e cco le guance storte. 5
Te
l’abbraccica 6 ar collo a l’improviso,
strillanno: «Alegri, fijjo mio: riduna
le forze pe vvolà ssu in paradiso».
«Che alegri,
cazzo! alegri la luna!»,
quello arisponne: «Pozziate esse acciso;
pijjatela pe vvoi tanta furtuna».
Pe vvia de
quella miggnottaccia porca
che sse fa sbatte 1 dar Cacamme in Ghetto;
e, vvàjjelo a cercà 2 ccor moccoletto,
nun tiè piú mmanco un pelo in ne la sorca;
che ppare,
Iddio ne guardi, si sse 3 corca
un cadavero drento ar cataletto;
ecco cqui, ss’ha da vede 4 un poveretto
finí li ggiorni sui sopr’una forca!
Però
bbeato lui che ffa sta morte!
Perché, mettemo caso 5 abbi peccati,
è ppell’anima sua propio una sorte.
De millanta
affogati quarchiduno
se pò ssarvà: ma de scento impiccati
ammalappena se n’addanna uno.
Vedi
l’appiggionante 2 c’ha ggiudizzio
come s’è ffatta presto le sscioccajje? 3
E ttu, ccojjona, 4 hai quer mazzato 5 vizzio
d’avé scrupolo inzino de le pajje! 6
Io nun te
vojjo fà ccattiv’uffizzio,
ma indove trovi de dà ssotto, 7 dajje. 8
Si 9 un galantomo ricco vô un zervizzio,
nun je lo fà ttirà cco le tenajje.
T’avessi
10 da costà cquarche ffatica,
vorebbe dí: 11 mma ttu méttete
eppoi chi rroppe paga: è storia antica.
Quanno poi
vederai troppa magoga 13
tiella su e ddàlla a mmollica a mollica. 14
Chi nun z’ajjuta, fijja mia, s’affoga. 15
Fijjo, nun
ribbartà 1 mmai Tata tua: 2
abbada a tté, nnun te fà mmette sotto. 3
Si cquarchiduno te viè a ddà un cazzotto, 3a
lì ccallo callo 4 tu ddàjjene dua.
Si ppoi
quarcantro porcaccio da ua 5
te sce fascessi 6 un po’ de predicotto,
dijje: «De ste raggione io me ne fotto;
iggnuno penzi a li fattacci sua». 7
Quanno
ggiuchi un bucale a mmora, o a bboccia, 8
bbevi fijjo; e a sta ggente bbuggiarona
nu ggnene fà rrestà 9 mmanco una goccia.
D’esse
10 cristiano è ppuro 11 cosa bbona:
pe’ cquesto 12 hai da portà ssempre in zaccoccia
er cortello arrotato e la corona.
Ma Cristo pe
le case! 1 è ccosa buffa
che sto fio 2 fatto a sconto de piggione,
o de riffe o de raffe, 3 inzino a mmone, 4
abbi vorzuto 5 maggnà er pane auffa. 6
Assòrtalo
7 da mettese
díjje de lavorà: jje sa de muffa. 9
Quanno nun gnene 10 dai, campa de truffa.
Cqua un prospero, 11 cquì un giulio, e llà un testone.
Pe mmé jje
l’ho avvisato a mmi’ sorella
ch’er fijjo suo lo vedo e nnu lo vedo: 12
che jje metteno in mano le bbudella. 13
O vvô
annà in domopietro? 14 je lo scedo; 15
me ne lavo le mano in catinella,
com’e Pponzio Pilato immezzo ar Credo.
Sto a
ffà la caccia, caso che mmommone 1
passassi 2 pe dde cqua cquela pasciocca, 3
che va strillanno co ttanta de bbocca:
Sò ccanniti le pera cotte bbone. 4
Ché la voría
5 schiaffà 6 ddrento a ’n portone
e ppo’ ingrufalla 7 indove tocca, tocca;
sibbè che 8 mm’abbi ditto Delarocca, 9
c’ho la pulenta 10 e mmó mme viè un tincone.
Lei
l’attaccò ll’antr’anno a ccinqu’o ssei?
Dunque che cc’è dde male si cquest’anno
se trova puro 11 chi ll’attacca a llei?
Le cose de
sto monno accusí vvanno.
Chi ccasca casca: si cce sei sce sei. 12
Alegria! chi sse 13 scortica su’ danno.
Doppo c’Adamo
cominciò cco Eva
tutte le donne se sò fatte fotte, 2
e tu le pijji pe ttante marmotte
d’annalle
Penzi che tte
se maggni 4 e tte se bbeva?
Oh vattelo a pijja 5 ddrento a ’na bbotte.
Te credi d’aspettà le peracotte? 6
Si la vôi fà bbuttà, 7 ddajje la leva.
Porteje un
ventajjuccio, 8 un spicciatore, 9
pagheje la marenna 10 all’ostaria,
eppoi vedi si 11 è ttenera de core.
Te pozzo dí
cche la Commare mia,
che nun aveva mai fatto l’amore,
pe un zinale me disse: accusì ssia.
Chi
ttiè 1a attaccato ar collo l’abbitino 1
nun poterà mmorí dde mala-morte.
Pôi, 2 pe mmodo de dí, 3 ffà l’assassino
e ridete 4 der boia e dde la corte.
Si ppoi sce
cusci 5 er zonetto latino
che l’ha ttrovato in Palestrina
drento ar zanto seporcro un pellegrino, 7
fa’ ppuro
Ciai 10
la medajja tu dde san Venanzo
bbona pe le cascate? ebbè, ppeccristo,
prima che llassà a llei, 11 lassa da pranzo. 12
Ma ssai
quanti miracoli sciò 13 vvisto?
Te pô ddelibberà 14 ssibbè 15 pe llanzo
16
t’annassi
Co ’na
scanzía 1 nell’ughela, 2 e co ttutte
le tonzíbbile 3 frasciche 4 ggiú in gola,
povera Checca! 5 nun pò dì pparola
si jje la vôi caccià ccor gammautte.
Fa ll’occhi
luschi, 6 tiè le labbr’assciutte,
ha ’na frebbe
Io però tremo de ’na cosa sola,
c’oggi j’ho vvisto fasse l’ogna brutte. 9
Oh, cquer che
ssia la cura, va bbenone.
Bast’a ddí ssi ppò mejjo esse assistita,
che vviè er medico inzino dell’Urione. 10
Anzi jjerzera
j’ordinò ddu’ dita
de re-bbarbero 11 messo in confusione 12
drento un cucchiar d’argento 13 d’acquavita.
Hai sentito
eh? ppovero Titta er greve, 1
povera nun zia l’anima! ha spallato. 2
Ma! un giuvenotto da potesse bbeve
drento in un bicchier d’acqua, 3 eh? cche peccato!
Inzinenta dar
giorno de la neve
se portava un catarro marcurato 4
e Ssan Giacinto 5 te l’annò a rriceve
in d’un fonno de letto ggià appestato!
Da ’na
gnagnera
in zanitate rospite, 7 bz!, 8 è mmorto
pien de decùpis 9 dereto a la schina. 10
A quiniscióra
11 fanno lo straporto 12
der corpo in forma-papera: 13 e ggià Nnina
se fa vvéde a bbraccetto 14
co lo storto.
Ahó Cremente,
coggnosscevi Lalla 1
la mojje ch’era de padron Tartajja
prima cucchiere e ppoi mastro-de-stalla
de... aspetta un po’... der Cardinàr-Sonajja? 2
Bbe’,
gglieri, all’ostaria, pe ffà la galla 3
e ppe la lingua sua che ccusce e ttaja,
buscò da n’antra donna de la bballa 4
’na bbotta, sarv’oggnuno, all’anguinajja.
A ssangue
callo 5 parze 5a ggnente: abbasta, 6
quanno poi curze er cerusico Mori,
je sc’ebbe da ficcà ttanta 7 de tasta.
Sta in man de
prete mó ppe cquanto pesa: 8
e ssi 9 la lama ha ttocco l’interiori,
Iddio nun vojji la vedemo in chiesa.
La sera che
dall’oste ar mascherone, 1
pe ddà un pizzico in culo a Ccrementina,
annai ’n zedia papale
a lo spedàr de la Conzòlazzione: 3
er zor
Stramonni 4 che mme visitòne 5
quelli du’ sgraffi dereto a la schina, 6
fesce: 7 «Accidenti!, cqua se va in cantina: 8
dev’esse stato un stocco bbuggiarone».
Po’
abboccasotto stesome in zur letto,
cominciò un buscio a frigge: e attura, e attura,
ah, sfiatava peddío come un zoffietto!
Inzomma in
ner frattempo de la cura
nun poteva stà acceso er moccoletto!
Eppuro eccheme cquà; ggnente paura.
È un
ber dí 1 cc’a sto Monno sce vò 2 ssorte
si nun l’hanno antro 3 che bbaron futtuti.
Er cristiano ha da dí: «Che Ddio sciaggliuti 4
e cce pôzzi 5 scampà dda mala morte».
Io te l’ho
appredicato tante vorte
c’a st’ora lo direbbeno li muti.
Ma ttu, ppe ggrattà er culo
sce schiaffi in cammio 7 «S’Iddio-vô-e-la-corte». 8
Sò
ccazzi: 9 cquaggiù ttutto è ppremissione 9a
der Zignore sortanto, e nnun ze move
fojja che Ddio nun vojja,
Abbasta d’avé
ffede e ddevozzione;
e ppoi fa’ ttirà vvento e llassa piove. 11
S’Iddio serra ’na porta, opre un portone. 12
Le tavolozze
1 sò
le bbussolette 3 ggià sse fanno avanti,
e mmó er Gesummaria e l’Agonizzanti 4
hanno messo er Zantissimo indisposto. 5
Domatina,
ora-scèrta, 6 sti garganti 7
si nun tiengono 8 ppiù cch’er collo tosto, 9
s’hanno co cquer boccon de ferragosto 10
da cacà ll’animaccia com’e ssanti. 11
E ffurno
lôro, sai?, c’a ddon Annibbile 12
l’assaltorno
pe rrubbajje 14 un cuperchio de torribbile: 15
e jje diédeno
un córpo 15a subbitanio,
che jje penneva un parmo d’intestibbile, 16
sotto ar costato cquì ppropio in ner cranio.
Er giorno che
impiccorno Gammardella
io m’ero propio allora accresimato.
Me pare mó, ch’er zàntolo a mmercato
me pagò un zartapicchio 1 e ’na sciammella. 1a
Mi’ padre
pijjò ppoi la carrettella,
ma pprima vorze gode 1b l’impiccato:
e mme tieneva in arto inarberato
discenno: «Va’ la forca cuant’è bbella!».
Tutt’a un
tempo ar paziente Mastro Titta 2
j’appoggiò un carcio in culo, e Ttata a mmene 3
un schiaffone a la guancia de mandritta.
«Pijja», me
disse, «e aricordete bbene
che sta fine medema sce sta scritta
pe mmill’antri 4 che ssò mmejjo de tene». 5
Cuanno che
vvedde 1 che a scannà un busciardo
Gammardella ebbe torto cor governo,
nun vorze un cazzo convertisse; 2 e ssardo 3
morse 4 strillanno vennetta abbeterno. 5
Svortato
6 allora er beato Leonardo 7
a le ggente che tutti lo vederno, 8
disse: «Popolo mio, pe sto ribbardo 9
nun pregate piú Iddio: ggià sta a l’inferno».
Ebbè,
cquelle du’ chiacchiere intratanto
j’hanno incajjato un pezzo de proscesso
che sse stampava pe ccreallo santo.
L’avocato der
diavolo 10 fa er fesso 11
co sti rampini; 12 ma ppò ddí antrettanto, 13
s’ha da santificà ffussi 14 de ggesso!
Bella
zitella, fu tteta o fu ttuta? 1
Chi v’ha mmesso la cavola a la bbotte?
Accapo ar letto mio tutta sta notte
v’ho intesa tritticà 2 ssempre a la muta.
Eh, un’antra
vorta che vve sii vienuta
la vojja d’ariocà 3 cco cquattro bbôtte,
ditelo a mmé, cché jje darò la muta
pe ccompità con voi F, O, T, fotte.
Er mi’
cavicchio nun è ttanto struscio, 4
che nun pôzzi serví (ssarvo disgrazzia)
pe bbatte sodo e ppe atturavve er buscio.
E cciaverete
poi de careggrazzia,
doppo sentito come sgarro e scuscio,
de vienimme a rrichiede 5 er nerbigrazzia.
Fàcce
mente-locanna, 2 mastro Meo,
e tt’aricorderai, si nun zei cêscio, 3
ch’er zito indove famio
è er muro de San Neo e Ttacchineo. 6
Anzi in cuer
logo ar fîo 7 de Zebbedeo,
per imparajje un giorno a ttiené ccescio, 8
je dassi 9 tu ’na sscivolata a sbiescio, 10
che cce schioppò pe tterra er culiseo.
Che ttempi!
ahù! cchi l’aripijja? Bbrega? 11
Mó tte schiatti e ffatichi e sta’ ar fettone, 12
e ttanto o Cristo o er diavolo te frega. 13
La mojje, er
cavalletto, la piggione,
er Curato... oh
ssciroppete sta bbega 14
senza sputatte 15 fedigo 16 e ppormone!
Dico ’na cosa
che nnun è bbuscía…
Tu vvedi che ttu’ fijjo è grann’e ggrosso,
e nnu jje metti ggnisun’arte addosso?
Ma ssi ttu mmori che ha da fà? la spia?
Nun
c’è antro che ggioco, arme, ostaria,
donne, sicario 1... e nnun z’abbusca un grosso!
Ah! un giorno o ll’antro ha da cascà in d’un fosso
da fatte piaggne; e tte lo disce zia.
Sempre
compaggni! e cche schiume, fratello!
Puh, llibberàmus domminé! Ll’abbrei
sò ppiú ccristiani e cciànno ppiú cciarvello.
Pe ’ggni
cantone ne tiè ccinqu’o ssei:
vedi che scôla! Come disce quello?
Di’ ccon chì vvai, e tte dirò cchi ssei.
Dìmme
che nun zò Ppeppe si a cquer tufo
nu jje fo aricacà quer che mme maggna.
San Giuanni peddío nun vò tracagna. 1
Credeme, Titta 2 mia, propio sò stufo.
Si la Commar
Antonia io me l’ingrufo,
lui perché fa lo sscioto 3 e ppoi se laggna?
Chi er cane nu lo vò ttienghi la caggna:
una cosa è cciovetta, e un’antra è ggufo.
Ma cquello
vò confonne Ottobre e Mmarzo,
sammaritani, scribbi e ffarisei,
per avé sempre lesto er carciofarzo. 4
Io pago la
piggione a llui e llei,
io je do er tozzo, io li vesto, io li carzo,
e llui me vô scoccià lli zzebbedei. 5
Quella bbocca
a ssciarpella, 2 che a vvedello 3
pare un spacco per dio de callarosta, 4
oppuramente 5 er buscio 6 de la posta,
o er culetto de quarche bberzitello; 7
e nun ha
avuto mo la faccia tosta 8
de chiamamme 9 carnaccia de mascello?
Ma io nun dubbità cche llí bberbello 10
j’ho detto er fatto mio bbotta-e-rrisposta.
Quanno ha
ssentito er nome de le feste, 11
lui è rrimasto un pizzico de sale: 12
ché lo sa cchi è sto fusto, 13 si ho le creste. 14
Oh vvedi un
po’! nnun ce sarebbe male!
Ma ffa’ cche vvienghi
te lo fo ttommolà 17 ggiú ppe le scale.
Sor chirico
Mazzola,
che! nun annamo a ppiazza Montanara
pe ssentí a ddí cquella facciaccia amara:
Tenerell’e cchi vvô la scicurietta? 3
Sí! ffatteve
tirà un po’ la carzetta 4
pe ccurre da la vostra scicoriara!
Ve vojjo bbene cor pumperumpara! 5
Cuann’è Nnatale ve ne do una fetta. 6
Eh vvia, ché
ggià sse sa ttutto l’intreccio:
a mmezza vita sce sugate er mèle,
e ppiú ssú ffate er pane casareccio. 7
Ammannite
però cquattro cannéle;
e cquanno vierà er tempo der libbeccio 8
pijjateje un alloggio a Ssan Micchele. 9
Nun
annà appresso a Ttuta, ché cco cquella
se vede bbazzicà 1 sempre un zordato;
e ddicheno che un fir de puttanella
je s’è da quarche ttempo appiccicato.
Mezz’anno fa
ppe ccerta marachella 2
annò a Ssan Rocco
e tu tte fidi ar nome de zitella?
Omo avvisato è ggià mmezzo sarvato.
Pe mmé
è una santa donna; ma ll’ho ddetto,
la ggente sciarla: e ppe ffàlla segreta
nun je se pô appricà mmica er lucchetto.
Fàcce,
4 si cce vòi fà, sseta-moneta;
fàcce a nisconnarello e a pizzichetto; 5
ma nun metteje 6 anello in ne le déta.
Che! ancora
nu lo sai che cquella vacca,
parlanno co li debbiti arispetti,
incomincia a ttrattà li pasticcetti, 1
e pe cquesto arza quer tantin de cacca? 2
Fa’ a mmodo
mio, tu pijjela a la stracca; 3
ma abbadamo a le punte de li tetti,
perché tt’ha da infirzà ttanti cornetti
pe cquanti peli tiè nne la patacca.
Tira avanti
accusí: ttiètte le mano; 3
ché ppoi co tté cce ggiucheranno a ppalla,
si scappi la patente de roffiano.
Bbatti la
piastra mo ssino ch’è ccalla.
No? bbravo, Meo: 4 te stimo da cristiano! 3
Fa’ scappà er bove, e ppoi serra la stalla. 5
Sò
ccinque notte o ssei che la padrona,
pe vvia de quer gruggnaccio d’accidente
che mmó jje fa dda cavajjer zerpente, 1
me lassa a ccontà oggn’ora che Ddio sona.
Te pare
carità?... cche! sse
cojjona?
Come si er giorno nun fascessi ggnente!
Ma stasera, o sservente o nun zervente,
vojjo fà ’na dormita bbuggiarona.
Lei che
ss’arza ’ggnisempre a mmezzoggiorno,
a cchi sta ssú dda lo schioppà ddell’arba 2
o nun ce pensa, o nun je preme un corno.
Me liscenzio:
er crepà ppoco m’aggarba.
De llà nun c’è ccarrozza de ritorno.
E cquanno sò mmort’io, damme de bbarba.
Ma nnun je
róppe er prezzo, 2 ché ssei bella:
tirete sú le carzette de seta: 3
fà buttà indove passi la mortella: 4
fàtte incide una statua de greta.
Quanto
faressi mejjo a statte quieta,
e arisparmiatte er fiato a le bbudella!
Co cquella faccia de scipoll’e bbieta 5
sai chi mme pari a mmé? Ciunciurumella. 6
Sú, smena er
fiocco, 7 bbellezza der monno,
strigni er bocchino! Auffa 8 li meloni!
e si auffa la dài manco la vonno.
Ciài
pijjato davero pe ccojjoni?
Erbetta mia, te conoscemo
Mmaschera sai ch’edè? ttu nun me soni.
Lí ffora nun
c’è un cazzo c’arifiati:
qua ddrento nun c’è un’anima vivente.
Dove diavolo mó sse sò fficcati,
je pijja a ttutti quanti ’n accidente?
Che sserve de
stà a ffà ppiú l’ammazzati,
si nun ze sente un cane nun ze sente!
Oh, ssai che ffàmo? annamescene in prati 2
a ggiucà a bboccia e ppoi... Zitto! viè ggente.
Ma
bbuggiaratte, Iddio te bbenedichi,
è un anno che ssagrato
che mommó rriviè er tempo de li fichi.
Sí, ffamme
sceggne er latte a le ginocchia! 4
Lo sai perché tte sposo? pe l’amichi:
c’ar fuso mio nun pò mmancà cconocchia. 5
Sora Terresa
mia sora Terresa,
io ve vorrebbe vede appersuasa
de nun favve ggirà ffrati pe ccasa,
ché li frati sò rrobba pe la cchiesa.
Lo so
bbè io sta ggente cuer che pesa
e cquanto è roppicula e fficcanasa!
Eppoi bbasta a vvedé ccom’è arimasa
co cquer patrasso 1 la commare Aggnesa.
Sti
torzonacci pe arrivà ar patume 2
te fanno punti d’oro; e appena er fosso
l’hanno sartato, pff, 3 tutto va in fume.
C’è da
facce
Ortre ar tanfetto poi der suscidume
de sudaticcio concallato 5 addosso.
Ch’edè
e cche nun è, 1 ecchete un giorno
che ffâmio
una man de giandarmi se n’entrorno
coll’ordine de facce er percurato. 4
Senza dicce
nemmanco: si’ ammazzato, 5
aggnédero 6 freganno 7 attorn’attorno;
e smòsseno inzinenta er tavolato,
ma grazziaddio senza trovacce un corno.
Io fesce
stenne a ppiazza montanara 8
p’er general Quitolli 9 un mormoriale, 10
che jje l’aggnede a ddà la lavannara,
discennoje
accusí: «Ssor generale,
cuesta pe ddio sagrato è una cagnara:
ché de la grazzia eccetera. 11 Pasquale».
Pijjate un
grancio: er fatto der dragone
nun fu un cazzo
Ditelo a mmé, cche mme l’ha ddetto Titta
che jje l’ha ddetto Bbonziggnor Ciardone! 3
Voi ’ntennete
de quer che ssan Leone,
doppo avé lletto un po’ de carta scritta,
lo portò ccor detino de mandritta
a spasso a spasso com’un can barbone?
Manco male!
Ebbè, er fatto, sor Felisce
mia, fu assuccesso ggiù a Campo Vaccino
sott’a Ssanta Maria l’imperatrisce. 4
Cosa sa
ffà la fede! Un cordoncino
regge 5 un dragone, che er barbiere disce
nun potería legà mmanco un cudino. 6
Ohó! ohó!
prr! 1 come vai de trotto!
Abbada a tté dde nun buttà la soma.
Ch’edè sta furia? Adascio Bbiascio: 2 Roma
mica se frabbicò tutt’in un botto.
Chi poteva
sapé che tt’eri cotto
de sta maggnèra pe la fìa de Moma? 3
Che vvolevi pe llei fà Rroma e ttoma 2
senza conosce cuer che ccova sotto?
La donna,
fijjo, è ccome la castagna, 2
disceveno Bertollo e Bertollino: 4
bbella de fora, e ddrento ha la magaggna.
A la prima
ostaria scerchi er bon vino?! 2
Si ddarai tempo averai la cuccagna, 2
e mmaggnerai li tordi uno a cquadrino. 2
Ajjo, 1
cazzo! che ppizzico puttano!
Te penzeressi 2 ch’abbi er cul de pajja?
È tutta sciccia; e nun ce porto majja,
antro che 3 sto boccon de taffettano.
Co la bbocca,
va bbe’, ddimme canajja,
e ppú... e bbú..., mma ttiètte a tté le mano.
Giochi de mano, ggiochi da villano;
e la tua pare propio una tenajja.
Fermo, ve
dico, sor faccia ggialluta.
Fateve arreto; e ssi vve piasce er mollo,
annate a smaneggià le chiappe a Ttuta.
Te seggno,
Pippo ve’! Pippo, te bbollo.
Te ne vai? famme sta grazzia futtuta.
Sia laüdat’Iddio! Rotta de collo!
Che sserve,
è ll’asso! 2 Guardeje
in ner busto
si cche ggrazzia de ddio sce tiè anniscosta.
Sangue d’un dua com’ha da êsse tosta!
Quanto ha da spiggne! ah bbenemio, che ggusto!
Si cce
potessi intrufolà 3 sto fusto,
me vorrebbe ggiucà ppropio una costa
che cce faria de risbarzo e dde posta
diesci volate l’ora ggiusto ggiusto.
Tre nnotte
sciò portato er zor Badasco 4
a ffà ’na schitarrata co li fiocchi,
perché vviènghi a ccapì che mme ne casco. 4a
Mó vvojjo
bbatte, 5 e bbuggiarà li ssciocchi.
E cche mmale sarà? de facce 6 fiasco?
’Na provatura costa du’ bbajocchi.
Ecco cqui er
bene come incominciò
co la cuggnata de Chicchirichí.
Fascemio a ggatta-sceca cor zizzi, 1
a ccasa de la sgrinfia de Ciosciò.
Toccava er
giro a llei: me s’appoggiò
co cquer tibbi de culo a ssede cqui.
Nun zerv’antro: de sbarzo se svejjò
mi’ fratelluccio che stava a ddormí.
Sentenno quer
lavoro sott’a ssé,
lei s’intese le carne a ffriccicà,
e arzò la testa pe ffà un po’ ccescé. 2
Io me diede a
ccapí cch’ero io llà:
allora, a cquer c’ha cconfessato a me,
lei fesce
Sò
1 li peccati mii, fijja: pascenza! 2
Io te l’avevo trovo
cor un omo de garbo e de cusscenza,
e ’r mejjo nu lo sai: ricco sfonnato.
Che ccasa!
che ccantina! che ddispenza!
C’è llatte de formica, oro colato.
Ah! ppropio era pe tté una providenza
da fà ccrepà d’invidia er viscinato.
Pe ccaparra,
ecco cqui, mm’ero ggià ppresi
sti sei ggnocchi; 4 e tte sento stammatina
rigràvida mommó 5 dde scinque mesi.
C’avevo da
sapé 6 cche la spazzina 7
te fasceva parlà cco li francesi?
Fàmme indovina ché tte fo rreggina. 8
Bella zitella
che ffate a ppiastrella
cor fijjo der Ré, 1 pss, 2 dite, nun sbajjo?
sete voi quella che la date a ttajjo,
viscin’all’arco della Regginella?
Pasciocchettuccia
3 mia, quanto sei bbella!
Ahú, fedigo fritto, 3 spicchio d’ajjo, 3
quanno che vvedo a voi tutto me squajjo 3
in acquetta de cul de rondinella.
Eh voi,
s’aggiusta inzomma sto negozzio?
Se poderebbe fà sto pangrattato? 4
Me crepa er core de vedevve in ozzio.
Ma ssèntila!
nnun vò pperché è ppeccato!
Oh ddatela a d’intenne ar zor Mammozzio:
gallina che nun becca ha ggià bbeccato. 4a
Ner zoggnamme
stanotte l’esattore,
m’ero tirato a lletto in pizzo in pizzo,
finarmente che sscivolo, e tte schizzo
propio cor culo in cima ar pisciatore.
Un coccio piú
ttajjente d’un rasore
m’ha sbuggiarato tutto er cuderizzo;
e mmo mme se fa nero com’un tizzo,
e cce sento un inferno de bbrusciore.
Madama
Squinzia, 1 che a cquer zerra serra
se svejjò ppuro lei, come una matta
se messe a ride de vedemme in terra.
Io je scarico
allora una ciavatta;
e llei butta er lenzolo, e me s’afferra
su li tre appiggionanti de la patta.
Evviva er
zor-Don-Dezzio-co-le-mela!
Ste strade sce l’avete ariserciate… 2
Ah, ddiscevo accusí de scèrta tela 3
che sse venneva sulle cantonate.
Dite la
verità, ttanto ve pela? 4
Sú ffateve usscí er rospo, 5 vommitate: 6
eh vvia, co’ nnoi cucchieri ste frustate? 7
Cascate male assai: 8 semo de vela. 9
Pare che
cquanno ve smicciate 10 quella
benedetta-pòzz’-èsse, for dall’occhi
ve vojji schizzà vvia la coratella.
Pare c’avete
d’aspettà li ggnocchi! 11
V’annerebbe un bocchino, 12 eh sor Brighella?
Oh annateve a ccerca cchi vve l’immocchi. 13
A ddà
rretta a le sciarle der governo,
ar Monte nun c’è mmai mezzo bbaiocco.
Je vienissi 2 accusí, sarvo me tocco, 3
un furmine pe ffodera 4 d’inverno!
E accusí
Ccristo me mannassi 5 un terno,
quante ggente sce campeno a lo scrocco:
cose, Madonna, d’agguantà 6 un batocco
e dàjje
Cqua mmaggna
er Papa, maggna er Zagratario
de Stato, e cquer d’abbrevi 8 e ’r Cammerlengo,
e ’r tesoriere, e ’r Cardinàl Datario.
Cqua ’ggni
prelato c’ha la bbocca, maggna:
cqua… inzomma dar piú mmerda ar majorengo 9
strozzeno 1 tutti-quanti a sta Cuccaggna.
Senti, senti
castello come spara!
Senti montescitorio come sona!
è sseggno ch’è
ffinita sta caggnara,
e ’r Papa novo ggià sbenedizziona.
Bbe’? cche
Ppapa averemo? è ccosa
chiara:
o ppiù o mmeno la solita-canzona.
Chi vvôi che ssia? quarc’antra faccia amara.
Compare mio, Dio sce la manni 1 bbona.
Comincerà
ccor fà aridà li peggni,
cor rivôtà le carcere de ladri,
cor manovrà li soliti congeggni.
Eppoi, doppo
tre o cquattro sittimane,
sur fà 2 de tutti l’antri 3 Santi-Padri,
diventerà, Ddio me perdoni, un cane.
Certi ggiorni
c’ar Papa je viè a ttajjo 2
de scelebbrà 3 la tale o ttar funzione,
in sti tempi d’abbissi e rribbejjone 4
che lo fanno annisconne 5 e mmaggnà ll’ajjo, 6
conforme che
jje porteno er ragguajjo
che Rroma è cquieta e ha stima der cannone,
lui va, sse mette in chicchera, 7 e indispone 8
le cose nescessarie ar zu’ travajjo.
Ma infilato
che ss’è ll’abbito longo,
si jj’aricacchia 9 quarch’idea de prima,
er vappo 10 scerca 11 de fà nnassce un fongo.
12
Trovato c’ha
er protesto, 13 allora poi
se vorta
«Sor Cardinale mio, fatela voi».
Certi
Mercanti, doppo ditto: aéo, 1
se sentinno 2 chiamà ddrento d’un pozzo.
Uno sce curze 3 all’orlo cor barbozzo, 4
e vvedde move, 5 e intese un piaggnisteo.
«Cazzo! qui
cc’è un pivetto 6 pe ssan Ggneo,
come un merluzzo a mmollo inzino ar gozzo!».
Caleno un zecchio: e ssú, frascico e zzozzo, 7
azzécchesce chi vviè? Ggiusepp’abbreo.
L’assciutteno
a la mejjo cor un panno,
je muteno carzoni e ccamisciola,
e ppoi je danno da spanà, 8 jje danno.
E doppo, in
cammio 9 de portallo a scola,
lo vennérno in Eggitto in contrabbanno
pe cquattro stracci e un rotolo de sola.
In capo a una
man-d’anni er zor Peppetto
addiventato bbello granne e ggrosso,
la su’ padrona jjotta 1 de guazzetto,
j’incominciò a mettéjje l’occhi addosso.
Ce partiva
cor lanzo 2 de l’occhietto, 3
sfoderava sospiri cor palosso: 4
inzomma, a ffalla curta, dar giacchetto
lei voleva la carne senza l’osso.
Ecchete ’na
matina che a sta sciscia 5
lui j’ebbe da portà ccert’acqua calla,
la trova zur zofà ssenza camiscia.
Che ffa er
cazzaccio! Bbutta llí la pila;
e a llei che tte l’aggranfia 6 pe ’na spalla
lassa in mano la scorza, 7 e mmarco-sfila! 8
Tra ll’antre
1 tu’ 2 cosette che un cristiano
ce se 3 farebbe scribba e ffariseo,
tienghi, 4 Nina, du’ bbocce e un culiseo,
propio da guarní er letto ar gran Zurtano.
A cchiappe e
zzinne, manco in ner moseo 5
sc’è 6 robba che tte po arrubbà la mano; 7
ché ttu, ssenz’agguantajje er palandrano, 8
sce fascevi appizzà 9 Ggiuseppebbreo.
Io sce
vorrebbe 10 franca 10a ’na scinquina 11
che nn’addrizzi ppiú ttu ccor fà l’occhietto,
che ll’antre 1 cor mostrà la passerina. 12
Lo so ppe
mmé, cche ppe ttrovà l’uscello,
s’ho da pisscià, cciaccènno 13 er moccoletto:
e lo vedessi mó, 14 ppare un pistello! 15
Sentime,
Teta, io ggià cciavevo dato
che cquarchiduno te l’avessi rotta;
ma che in sto stato poi fussi aridotta
nun l’averebbe mai manco inzoggnato.
De tante
donne che mme sò scopato,
si ho mmai trovo a sto monno una miggnotta
c’avessi in ner fracoscio un’antra grotta
come la tua, vorebb’èsse impiccato.
Fregheve,
sora Teta, che ffinestra!
che ssubbisso de pelle! che ppantano!
Accidenti che cchiavica maestra!
Eppoi cazzo,
si un povero gabbiano
te chiede de sonatte in de l’orchestra,
lo fai stà un anno cor fischietto in mano!
Pe tterra, in
piede, addoss’ar muro,
a lletto, come c’ho ttrovo d’addoprà l’ordegno,
n’ho ffatte stragge: e pe ttutto, sii detto
senz’avvantamme, 1 ciò llassato er zegno.
Ma cquanno me
sò visto in ne l’impegno
drento a cquer tu’ fienile senza tetto,
m’è parzo aritornà, peddío-de-legno,
un ciuco 2 cor pipino
Eppuro, in
cuanto a uscello, ho pprotenzione
che ggnisun frate me pò ffà ppaura:
basta a gguardamme in faccia er peperone. 4
Ma co tté,
ppe mmettésse a la misura,
bisoggnerebbe avé mmica un cannone,
ma la gujja der Popolo addrittura!
Sto sciorcinato
1 d’uscelletto cqui
da tanti ggiorni sta ssenza maggnà,
perché nun j’ho saputo aritrovà
canipuccia che ppozzi diggerí.
Ce sarebbe
pericolo 2 che llí
tu cciavessi da fallo sdiggiunà?
Eh? Ghita, la vòi fà sta carità
de riarzà er becco ar povero pipí?
Ciaveressi mó
scrupolo?! e de che?
E a cquer proverbio nun ce penzi piú,
de fà ccoll’antri quer che piasce atté?
Eppoi, dove
mettemo er zor Monzú
che tte bbattevva la sorfamirè?...
Ma ggià, ttu sei zitella, dichi-tú.
Nun zia mai
pe ccommanno, sora Ghita:
diteme un pò, cch’edè 1 sta scolarella
che ssibbè 2 cche vvoi èrivo 3 zitella,
puro 4 pe bbontà vvostra oggi m’è usscita?
Sta pulentina
cqui dduncue ammannita
ve tienevio pe mmé nne la scudella?
Dio ve n’arrenni merito, sorella,
propio ve sò obbrigato de la vita.
E nun potevio
fanne con de meno, 5
sora puttanellaccia a ddu’ facciate, 6
de viení a bbuggiaramme a ccier sereno? 7
Mó ccapisco
perché cquer zor abbate,
che inzin’all’occhi ne dev’èsse pieno,
te porta a ffà le cotte pieghettate.
Che
sscenufreggi, 2 ssciupi, strusci e ssciatti!
Che ssonajjera 3 d’inzeppate a ssecco!
Iggni bbotta peccrisse annava ar lecco:
soffiamio 4 tutt’e dua come ddu’ gatti.
L’occhi
invetriti peggio de li matti:
sempre pelo co ppelo, e bbecc’a bbecco.
Viè e nun viení, fà e ppijja, ecco e nnun ecco;
e ddajje, e spiggne, e incarca, e strigni e sbatti.
Un po’ piú
che ddurava stamio grassi; 5
ché ddoppo avé ffinito er giucarello
restassimo intontiti 6 com’e ssassi.
È un
gran gusto er fregà! ma ppe ggodello
più a cciccio, 7 ce voria che ddiventassi
Giartruda tutta sorca, io tutt’uscello.
Voi sapé
ll’arte mia, core mio bbello?
M’ingeggno, fijja: fo er pittore a sguazzo.
E ssi mme voi provà, ttiengo un pennello
che ho ccapato pe tté ppropio in ner mazzo.
A
llavorà nun ce la pò un uscello:
schizza piú mmejjo che si ffussi un razzo:
e a le vorte, cquà e llà, senza sapello,
è ffigura de fà cquarche ppupazzo.
Anzi m’ha
dditto la mastra de scola
che un marchesino te viè a ddà ’ggni mese
certa tinta color de lazzarola.
Dunque famo
negozzio: io fo le spese;
e ttu mm’impresterai la cazzarola
dove ce squajji er rosso der marchese.
A che ggioco
ggiucamo, eh Crementina?
Si nun me la vôi dà, bbuttela ar cane.
Sò stufo de logrà le settimane
cantanno dietr’a tté sta canzoncina.
Inzomma, o la
finimo stammatina,
o ttiettela 1 pe tté, cché nun è ppane:
e a Roma nun ciamancheno 2 puttane
da viení ccarestia de passerina. 3
Varda che
schizziggnosa, si’ ammaíta!
Se tratta che de té ne fanno acciacchi,
che nun ciài 4 buscio 5 sano pe la vita.
Sò in
cuattro a pportà er morto: 6 Puntattacchi,
er legator de libbri ar Caravita,
Chiodo, e ’r ministro der caffè a li Scacchi.
Eh sora
Nunziatina, cuanno fussi
lescito a la dimanna, me voría
levà un dubbio, si mmai, nun zapería... 1
ciavessivo pijjati pe bbabbussi, 2
oppuramente
per ingresi, o russj,
o ppe ggreghi sbarcati da turchia;
che nnun ze conosscessi, giogglia 3 mia,
cual’è er tu’ ggioco, e indove strissci e bbussi:
e nun ze sa
ppe ttutti li cantoni,
da ponte-rotto
che nnu li capi 5 si nun zò ccojjoni?
Ma a mmé la
bbajocchella 6 me sta ccara:
e pe cquer fatto drento a li carzoni
nun ce vojjo chiamà la lavannara.
Oh
ccròpite le cosce, ché peccristo
me fai rivommità co quelle vacche! 2
Io sò avvezzo a vedé ffior de patacche 3
a strufinasse 4 pe bbuscacce er pisto. 5
Fa’ a modo
mio, si ttu vvoi fà un acquisto
c’a mmoscimmàno 6 te pò stà a le tacche: 7
vatte a ffà ddà tra le nacche e le pacche 8
da cuarche sguallerato 9 de San Sisto. 10
Chi antro vò affogasse in cuel’intrujjo 11
d’ova ammarcite, de merluzzo e ppiscio,
che appesta de decemmre com’e llujjo?
Ma a me! ’gni
vorta che ttu bbussi, io striscio, 12
e un po’ un po’ che ciallumo de sciafrujjo, 13
passo, nun m’arimovo, e vvado liscio. 12
Sonajji, pennolini, ggiucarelli,
e ppesi, e ccontrapesi e ggenitali,
palle, cuggini, fratelli carnali,
janne, 1 minchioni, zebbedei, ggemmelli.
Fritto, ova,
fave, fascioli, granelli,
ggnocchi, mmannole, 2 bruggne, mi’-stivali,
cordoni, zzeri, O, ccollaterali,
piggionanti, testicoli, e zzarelli.
Cusí in
tutt’e cquattordici l’urioni, 3
pe pparlà in gerico, 4 inzinent’a glieri 5
se sò cchiamati a Roma li Cojjoni.
Ma dd’oggi
avanti, spesso e vvolentieri
li sentirete a dí ppuro Cecconi,
pe vvia de scerta mmerda de Penzieri. 6
Ma ffa’ la
pasce tua: nun c’intennemo?
Te parlassi mó in lingua tramontana!
Fa’ la tu’ pace, dico, e ddiscurremo
cor core in mano, uperto, a la romana.
Attorno a un
osso in troppi cani semo;
poi tu attanfi 1 ’n’arietta 2 de puttana:
dunque iggnuno 3 da sé: cciarivedemo
li quinisci de st’antra settimana.
Ho vorzuto
4 provà: sò stato tosto: 5
ho abbozzato 6 da pasqua bbefania 7
inzino a la madon de mezz’agosto.
Ma ’ggni nodo
viè ar pettine, Luscia.
Mó ffa’ li fatti tua, mettete 8 ar posto,
dàjje er zordino: 9 e cchi tte vô tte pía. 10
Me sento
arifiatato! Infinarmente
oggi ho ffatto lo stacco der ceroto, 1
co ttutto che Lluscia, quell’accidente,
facci le sette peste, 2 e ’r terramoto.
Pozzi
èsse ammazzataccio chi sse pente,
e sta’ cquieto, che cquì nun ciariscoto: 3
prima voría tajjamme er dumpennente 4
e ffacce 5 un Pe Gge Re 6 come pe vvoto.
Già,
è stata la Madonna de l’assunta
che ha vvorzuto accusí ddelibberamme
quanno ero ar priscipizzio in punta in punta.
Ma
dd’oggimpoi si azzecco un’antra lappa 7
medema che 8 Luscia, me metto a ggamme; 9
ché a sta vergna 10 che cquì vvince chi scappa.
Eh sor
dottore mia, che vvorà ddí
che mm’è sparita quell’anzianità 1
che ’na vorta sentivo in ner maggnà,
anzi nun pozzo ppiú addiliggerí? 2
Me s’è
mmessa ’na bboccia 3 propio cquì:
ggnisempre ho vojja d’arivommità;
e cquanno, co rrispetto, ho da cacà,
sento scerti dolori da morí.
Perché nun
m’ordinate quer zocché 4
che pijjò Ttuta quanno s’ammalò
pe sgranà 5 ttroppi dorci der caffè?
Oppuramente un
po’ d’asscenzo, 6 o un po’
de leggno-santo: ché ar pijjà ppe mmé
io nun ciò 7 ggnisun scrupolo, nun ciò.
8
Hai la
pulenta? Ebbè? ggnente de male:
eh a sta robba co tté mme sce la stiggno: 1
eppuro, quanno viè lo sbarzo, 2 intiggno, 2a
ciavessi d’aricurre a lo spedale.
Senti,
và a nnome mio da lo spezziale
de facciata 3 ar canton de Torzanguiggno, 4
e fàtte dà 5 un po’ d’acqua de grespiggno
stillata 6 cor un pizzico de sale.
Tu ppijjela a
ddiggiuno domatina
ammalappena che tte sei svejjato:
pijjela, e vederai che mmediscina!
Poi maggna
puro, 7 e ddoppo avé mmaggnato
bbévete 8 la tu’ bbrava fujjettina,
abbasta 9 che nun zii 10 vino annacquato.
Dimenica de
llà 1 Rinzo, Panzella,
io, Roscio e le tre fijje der tintore
vòrzimo 2 annà a fà un sciàlo
a la madonna der divinamore. 4
Che t’ho da
dí, Sgrignappola? co cquella
solina 5 llà che t’arrostiva er core,
eccheme aritornà la raganella, 6
ecco arincappellasse 7 er rifreddore.
Credime,
cocca mia, 8 ma dda cristiano
ce direbbe aresie: ch’è ’na miseria
d’avé a stà sempre co ppilucce in mano.
Mó er
zemplicista me dà ’na materia
appiccicosa: e un medico brugnano 9
lo ssciroppo de radica d’arteria. 10
’Gni
sordo-nato dice che ssei l’asso, 2
e vvòrti 3 l’ammazzati co la pala!
Prz, 4 te fischieno, Marco: tiette bbasso:
c’ereno certi frati de la Scala. 5
Te vedo,
Marco mia, troppo smargiasso, 6
e cquarchiduna de le tue se sala. 7
Lassa de spacconà, nun fà er gradasso,
e aricordete er fin dé la scecala. 8
A ssentí a
tté fai sempre Roma e ttoma: 9
e poi ch’edè? viè spesso e vvolentieri
chi tt’arizzolla 10 e tte ne dà ’na soma.
Ognomo hanno
d’avé li su’ mestieri:
chi ffa er boia, chi er re, chi scopa Roma:
sei bbraghieraro tu? ffà li bbraghieri.
Te penzeressi
1 mó, gguercia pandorfa, 2
befana nera, crapa 3 mocciolosa,
faccia da bbiribbisse stommicosa,
fijjaccia de Coviello e dde Margorfa, 4
d’èsse
vienuta a Rroma da la Torfa
pe ffà l’impimpinata 5 e la prezziosa?
Eh bbella fijja, sete voi la sposa? 6
Ditesce un po’, se bbatte cqui la sorfa? 7
Ciovetta mia,
va’ a ccaccia de franguelli,
ché ss’io sciò, ggrazziaddio, tanta de nerchia, 8
quella tua nun è ggabbia pe st’uscelli.
Scortica,
bbrutta arpia, chi tt’incuperchia,
ma pprima de dà a tté li mi’ piselli 9
pozzino addiventà ttanta sciscerchia.
E crederessi
tu Sartalaquajja
a stelocanna 1 come vò Felisce?
Tratanto l’arimistica, 2 e ffa e ddisce, 3
che ccarza e vveste, magna e bbeve, e scuajja. 4
Lui strilla gnao,
5 lui dorce la fusajja, 6
venne er regolo, 7 bbono pe l’alisce;
raschia li muri, allustra la vernisce,
va a ppesà er fieno e a ccarreggià la pajja.
Uno che nun
avessi arte né pparte, 8
pò appettattelo 9 un’antra, nò Artomira, 10
che nun viè ffinta a rrivortà le carte.
Dice er
proverbio che chi ammira attira; 11
e un omo, fijja, che ssa ffà ttant’arte,
pò avé in culo ggirone e cchi lo ggira. 12
Hai visto er
mappamonno de l’ostessa?
Búggerela, pezzío!, 1 che vviscinato!
Si cquella se fa mmonica, sagrato,
zompa de posta
Tentela,
Cristo!: e, servo de pilato,
si nun m’inchiricozzo 3 pe ddí mmessa
e cconfessà sta madre bbattifessa,
pozzi trovà ’ggni bbuscio siggillato.
Ma chi
ssà cche vvertecchio 4 s’aridusce,
si ppoi sce levi quarche imbrojjo attorno?
Nun è ttutt’oro quello c’arilusce.
Ne so 5
ttant’antre, che, all’arzà, bbon giorno!: 6
ma in cammio scianno poi scime de bbusce,
da fà ccrepà pe l’invidiaccia un forno.
Rosa, nun te
fidà de tu’ cuggnata:
quella ha ddu’ facce e nun te viè ssincera.
Dimannelo cqui ggiú a la rigattiera
si ccome t’arivorta la frittata.
Stacce a la
lerta, 2 Rosa: io t’ho avvisata.
A la grazzia..., bbon giorno..., bbona sera...;
e ttocca la viola: 3 ché a la scera
je se smiccia la quajja arisonata. 4
Sibbè
cche 5 (a ssentí a llei) tiè er core in bocca,
fa ddu’ parte in commedia la busciarda,
e vò ddí ccacca si tte disce cocca. 6
Quanno tu
pparli, a cchi ttira la farda,
a chi ttocca er piedino: e intanto, ggnocca, 7
tu la crompi pe alisce, e cquella è ssarda.
Donne mie
care, bbuggiaravve a tutte,
ma cc’è troppa miseria de cudrini:
e si a ttenevve drento a li confini
nun ciarimedia Iddio, ve vedo bbrutte.
Oggiggiorno
sti poveri paini 1
tiengheno le saccocce accusí assciutte,
che chi aggratis nun pijja er gammautte,
la pò ddà ppe ttrippetta a li gattini.
Oggiggiorno a
sta Roma bbenedetta
lo spaccio der Merluzzo è aruvinato,
e nun ze pò ppiú ffà ttanto-a-la-fetta.
Ma ppe vvoi
sole er caso è ddisperato;
ché ll’ommini si stanno a la stecchetta
ponno fà ccinque sbirri e un carcerato. 2
Semo a li
confitemini: 1 sò stracco:
me sento tutto ssciapinato 2 er petto:
e si cqua nun famò arto
se finisce a Sa’ Stefino der Cacco.
Sta frega
4 de turacci che tte metto,
tu li pijji pe pprese de tabbacco:
ce vôi sempre la ggionta e ’r zoprattacco,
come si er cazzo mio fussi de ggetto. 5
Oggi
ch’è festa pôi serrà nnegozzio,
ché lo sa ggni cristiano che la festa
nun è ppe llavorà, mma ppe stà in ozzio.
Manc’oggi?
ebbè dduncue àrzete la vesta:
succhia ch’è ddorce. Ma nun zo’ Mammozzio,
si nun t’attacco un schizzettin de pesta.
Hai la coda
de pajja, 2 Titta mia: 3
te bbutti avanti pe nnun cascà arreto.
Quanno entrassi alla vigna in ner canneto,
nun me lo poi negà, cc’era Maria.
Ahà,
lo vedi, porco bbú-e-vvia? 4
Nun t’attaccà a San Pietro, 5 statte quieto:
er giurà è da bbriccone: ggià a Ccorneto
o cce sto o cciò d’annà pe cquell’arpia.
Che
cià cche ffà la storia de Lionferne 5a
co le fufigne 6 tue? fussi gabbiana!
Ste lucciche vôi damme pe llenterne? 7
Bè,
và a dí l’istorielle a la tu’ nana.
Và, ppassavia, ché nun te pozzo sscerne; 8
e ssi tte la do ppiú ddimme puttana.
Cara Commare.
Piazza Montanara, 1a
oggi li disciannove der currente.
Ve manno a scrive che sta facciamara
de vostra fijja vò pijjà 1 un pezzente.
Poi ve faccio
sapé che la taccara
morse, in zalute nostra, d’accidente:
e l’arisposta sò a pregavve cara -
mente a dàlla alla torre 2 der presente.
Un passo
addietro. 3 Cquà la capicciola
curre auffa, 4 mannandove un zaluto
pe pparte d’Antognuccio e Lusciola.
Me scordavo
de divve, si ha ppiovuto
che sta lettra nun pò passà la mola,
come, piascenno a Dio, ve dirà el muto.
Titta nun ha
possuto;
e con un caro abbraccio resto cquane
vostra Commare Prascita Dercane. 5
A l’obbrigate
mane
de la Signiora Carmina Bberprato,
Roccacannuccia, in casa der curato.
Guitto 1
scannato, 2 e cché!, nun te conoschi
d’êsse ar zecco,
Stai terra-terra come la porcacchia, 6
abbiti a Ardia
Ha spiovuto,
8 sor dommine, la pacchia 9
d’annà in birba, 10 burlà, e gguardacce loschi.
11
Mo arrubbi er manichetto a Ppuggnatoschi, 12
maggni a bbraccetto, 13 e bbatti la pedacchia. 14
De notte
all’osteria de la stelletta, 15
de ggiorno ar Zole; 16 e cquer vinuccio chiaro 17
che bbevi, viè a stà un cazzo
Mostri ’na
chiappa, un gommito e un ginocchio;
e chi tte vò, fa ccapo all’ammidaro
a li greghi,
Sò un
pò spiantato: ebbè? nnun me vergoggno
de dillo a ttutto er monno a uno a uno.
Mejjo pe mmé: cussí nun ho bbisogno
d’imprestà ddiesci pavoli a ggnisuno.
Nun te crede
però; 1 ché cce sbologgno: 2
sò conosce er Panbianco 2a dar panbruno:
e nnun m’intraviè 3 mmai, manco in inzoggno,
d’annà a la cuccia a stommico a ddiggiuno.
E vvoi che
ffate l’ammazzato 4 ar banco
de Panza er friggitore a Ttiritone, 5
conosscete er panbruno dar Panbianco? 2a
V’annerebbe
6 un boccon de colazzione?
Ve rode er trentadua? 7 Ve sfiata er fianco? 7
Le bbudelle ve vanno in priscissione?
Sete voi che
a ppiggione
tienete lassú a Ttermini er palazzo 8
dove s’appoggia 9 e nun ze spenne un cazzo?
Quer
landào 10 pavonazzo,
è robba crompa
scarti de Bonsiggnor Viscereggente? 13
Un accicí
ccor dente, 14
sor ricacchio 15 de fijjo de puttana,
lo mettete ar cammino a la bbefana? 16
Quella porca
mammana
v’avessi ssciorto subbito er bellicolo,
camperessivo mó ssenza pericolo
d’avé
l’abbiffa ar vicolo
de li tozzi, 17 e d’annà, ppe piú ccordojjo,
a sbatte er borzellino in Campidojjo. 18
Co ssale,
asceto e ojjo,
fateve un’inzalata de cazzocchi, 19
che vve ponno costà ppochi bbajocchi.
Sò
rradiche pell’occhi 20
che cor un po’ de fréghete 21 suffritto
fanno abbozzà 22 er cristiano 23 e stasse 24
zitto.
Dico, eh sor
Cacaritto,
si vve bbattessi mai la bbainetta,
volete che vve manni una sarvietta? 25
La povera
Ciovetta,
quanno annerete poi da monziggnore, 26
v’ariccommanna de cacavve er core.
Dimani, s’er
Ziggnore sce dà vvita,
vederemo spuntà la Cannelora. 1
Sora neve, sta bbuggera è ffinita,
c’oramai de l’inverno semo fora. 2
Armanco sce
potemo arzà a bbon’ora,
pe annà a bbeve cuer goccio d’acquavita.
E ppoi viè Mmarzo, e se pò stà de fora
a ffà ddu’ passatelle 3 e una partita.
St’anno che
mme s’è rrotto er farajolo,
m’è vvienuta ’na frega 4 de ggeloni
e pe ttre mmesi un catarruccio solo.
Ecco
l’affetti 5 de serví ppadroni
che ccommatteno er cescio cor fasciolo, 6
sibbè, a sentilli, 7 sò ricchepulloni. 8
Te pare un
cazzo a ssapé ffà er decane?
E io te dico che cce vô ppiú ccosa
a ffà st’arte indiffiscile e ggelosa,
che a sserví mmesse e a ffà ssonà ccampane.
Tu cquanno
hai contentato ste puttane
de le moniche tue, vàtte a rriposa;
ma ppe nnoi sce vô ttesta talentosa
pe rregge in zala e ppe nun perde er pane.
Distribbuí er
zervizzio a la famijja,
tiené er reggistro de visite e gguardia,
barcamenà la madre co la fijja,
passà
imbassciate, arregge er cannejjere,
fà er tonto, spartí mmance, fasse d’Ardia,
e mmorí in zanta pasce cor braghiere.
Ahú, bbocchin
de mèle, occhi de foco,
faccia de perzicuccia de Scandrijja! 1
Faressi in nner tu’ letto un po’ dde loco
a sto povero fijjo de famijja?
Nun te ne
pentirai, perch’io sò ccoco,
e in ner tigàme assaggerai ’na trijja
scojjonata 2 pe tté, ggrossa e vvermijja,
che in de la panza te farà un ber gioco.
Mòvete
a ccompassione d’un regazzo
iggnud’e ccrudo, 3 senza casa e ttetto,
tu che mmetti li cònzoli in palazzo.
Se raccapezza
inzomma sto buscetto,
già che mmó è nnotte, e cqui nun vedo un cazzo 4
che t’impedischi d’arifajje er letto?
«Chi
è?» «Amici». «Favorischi puro: 1
Entri drento, lustrissimo». «Addio, Tacchia».
«Oh ggente! sto paino 2 c’aricacchia, 3
lui mette er chiodo, e la padrona er muro. 4
Er povero sor
Conte st’osso duro
nun vorrebbe iggnottillo, 5 ma ss’abbacchia. 6
Già cc’ha arzato le penne de cornacchia,
nun vò ffà rride er monno, io me figuro.
Pe mmé nnun
parlo mai, perch’ho pprudenza:
che ssi vvolessi dí, cce n’ho, Mmadonna!,
d’empinne un cassabbanco 7 e ’na credenza.
Bbasta,
l’amico ch’è mo entrato, affonna; 8
lui 9 abbozza; 10 ma llei ch’è dde cuscenza,
a uno la fa cquadra e all’antro tonna». 11
Ma che te vôi
sônà, si nun zei bbona
manco a mmaneggià er pifero a la muta?!
Ma che te vôi ggiucà, mmó cche pportrona
nun zai bbatte né ffà la ribbattuta?! 2
Ma che tte
vôi succhià, Ciucciamellona, 3
si nun risputi mai quanno che sputa?!
Ma che tte vôi sperà?! Nun zai, cojjona,
che nun l’ajjuta Iddio chi nun s’ajjuta?
Datte l’anima
in pace; e li pelacci
che nun ponno vedé piú mmarachelle, 4
sarvali pe rrippezzi de setacci. 5
E si
pporta-leone 6 nun t’arrubba,
un tammurraro 7 te vò ffà la pelle,
pe rrimette li fonni a ’na catubba. 8
Cuanno cuela
bbon’anima d’Annotta
ebbe l’urtima frebbe e stiede male,
pe avé ll’ojjo de ríggini 1 che sbotta 2
vorzi curre da mé dda lo spezziale.
E cco la cosa
3 ch’er Cumpar Natale
m’ha ttienuto a bbattesimo Carlotta,
acquàsi ne cacciò mmezzo-bbucale,
e mme lo vorze dà ffresco de grotta.
Ma
cch’edè e cche nun è, 4 du’ ora doppo
lei sentí ggran dolori a le bbudella,
e scaricò tamanto de malloppo. 5
E ppoi da
mmerda in merda, poverella,
bbisogna dí che ll’ojjo fussi troppo,
morze, salute a nnoi, de cacarella. 6
Ce sò
a sto monno scerte teste matte
de cristianacci che nun hanno fede,
che vonno attastà tutto e ttutto véde: 1
ddi’ Ssantomassi inzomma e ppappefatte.
Ste testacce
che ar muro le pòi sbatte
prima peccristo che le vedi scède, 2
c’averemo da entrà nun zanno créde 3
tutti drento a la Val-de-Ggiosaffatte.
Ma io che ho
ffede e cche nun zò ccojjone
je fo vvedé ch’entrà ttutti sce ponno,
portannoje a ccapí sto paragone.
Ch’io cqui
ddereto in cuer buscetto tonno
ciò ssito d’alloggià ttante perzone
cuante n’ha rette e ne pò arregge er monno.
Starebbe
ccqui dde casa una largazza, 1
che jje dicheno Ciscia Scola-nerbi?
Ebbè, io sò lo scarpinel de piazza,
mastro Grespino de-li-culi-ascerbi, 2
che jj’ho da
mette un paro de spunterbi 3
a ’na su’ sciavattella 4 pavonazza;
e doppo je dirò cquattro proverbi,
s’in ner lavore mio nun me strapazza.
Presempio:
Omo incazzito 5 è un merlo ar vischio.
La donna è un cacciator de schiopperete 6
che vva a ccaccia cojjoni senza fischio.
Pelo de
sorca, gola de crastato, 7
ugna de gatto, 8 e cchirica de prete,
quanno pisceno a letto, hanno sudato. 9
Quela bbona
limosina 1 d’Irena
m’ha mmesso a tterra m’ha, mm’ha arruvinato.
Quanno a mmarenna, quanno a ppranzo e a ccena,
le pennazze dell’òcchi m’ha maggnato.
E ggià
che mm’è arimasto er core e ’r fiato,
(sia bbenedetta Maria grazzia prena)
pe nnun dormí la notte a la serena
me toccherà ingaggiamme pe ssordato.
Tra ccarne e
ccorne, e ttra ttant’antri guai,
me sce mancava adesso er tiritosto 2
der chivvalà cche nun l’ho ddato mai.
Abbasta, si
mme vôi, 3 passa dar posto
de Scimarra, 4 e llí ssú mme vederai
co la cuccarda der mezz’ovo tosto. 5
Scannello, er
mascellaro c’ha bbottega
su l’imboccà ddell’arco de pantani,
nun basta che ssu’ mojje nu la frega,
la vò ppuro trattà ccome li cani.
Li mejjo nomi
sò pputtana e strega:
la pista a manriverzi e a ssoprammani:
e arriva a la bbarbària che la lega
peggio d’un Cristo in man de luterani.
E ddoppo
dà de guanto ar torciorecchio
e jje ne conta senza vede indove
quante ne pò pportà ’n’asino vecchio.
E ttratanto
er governo nun ze move,
e llassa fà che cco sto bbello specchio
naschino sempre bbuggiarate nove.
Ch’edè,
sor testicciola de crapetto?
Da sí cche 1 vvostra mojje annò a Ssan Rocco, 2
avete arzato un’aria de sscirocco
e un muso duro da serciate
Parlo co
vvoi, eh sor cacazibbetto: 4
volet’êsse chiamato cor batocco?
Co ttutto che 5 ssapemo de lo stocco
che ttienete agguattato in ner corpetto.
Sor
pioviccica 6 mia, qui nun ce piove:
potressivo cavavve la frittella: 7
tanto avete la testa in Dio sa ddove.
Ma lo sapemo
che ttienete quella
drento a la torre de Capo-de-bbove
coll’antra de Sciscilia Minestrella. 8
Sò
cquattro mesi sette giorni e un’ora,
si 1 tt’aricordi, che pijjassi 2 mojje;
e già a cquesta je viengheno le dojje
e un mammoccetto vò pissciallo fora?!
Cancheri che
ppanzetta fijjatora!
Si ssempre de sto passo je se ssciojje,
te sfica tanti fijji quante fojje
ponno bbuttà le scerque
Beato te cche
vedi a sti paesi
certi accidenti novi de natura
che nun ponno vedé mmanco l’Ingresi!
Uà:
5 cch’è stato?! Nun avé ppaura.
Un’ora sette ggiorni e cquattro mesi
sò passati, e vviè fora la cratura.
Rosa der
froscio 1 sò ’na bbagattella
de sei ggiorni e ssei notte che nun caca.
Io je l’ho ddetto: «Pijja la trïaca». 2
M’hai dato retta tu? Bbe’, accusí cquella.
Ma un giorno
o ll’antro l’hai da véde bbella
quanno da oro se farà 3 ttommaca. 4
Allora quer zor corna-de-lumaca
der marito je soffi a la bbarella.
Io lo vedde
iersera a Ssant’Ustacchio
che stava sbattajjanno der piú e ’r meno
sur un ciorcello 5 e sur un mezz’abbacchio.
Je fesce:
6 «Eh, dico, o de pajja o de fieno,
sibbè cche Rrosa nun pò pprenne un cacchio, 7
voi er budello lo volete pieno».
Ho vvorzuto
dà un zompo cquì ar Bisscione 2
pe vvède come stava Cudicuggno,
che se tiè ’na risìpila da ggiuggno
pe pportà lo stennardo in priscissione.
Poveraccio!
fa ppropio compassione.
Pare c’ar naso ciàbbi avuto un puggno.
L’occhi nun je se vedeno, e cor gruggno
somijja tutto-quanto a un mascherone.
Beve er
tremor de tartero in bevanna;
e ’ggni ggiorno je fanno un lavativo
d’acqua de fonghi, capomilla e mmanna.
Uhm!, pe mmé,
buggiarallo; ma si arrivo
a vedello guarito, lo condanna
er brodo de marvone e ssemprevivo.
Voi sapé cche
ccos’è cche jje dà in testa
ar fijjo de la mojje de Pascuale?
Vôi sentí cche ccos’è cche jje fà mmale?
Sta cosa sola: er zugo de l’agresta. 1
Sii vino
bbono, o mmezza-tacca, 2 o ppesta,
nun ze n’esce mai meno d’un bucale.
Je fa er vin de Ripetta, 3 er padronale 4…
bbasta je monti a ingalluzzí la cresta.
Er zu’
padrone jerassera aggnede
a mmétteje su in mano un cornacopio,
perch’era notte e cce voleva vede.
Nun ze lo
fesce cascà ggiú? cché proprio
era arrivato, 5 e ss’addormiva in piede
come avessi maggnato er Grano d’opio. 6
E ppe cquer
panza gonfia de spedale,
pe cquer mulo futtuto, eh sora Nanna,
ve sciannate a spregà sto fior de manna?
Fidateve de me, voi fate male.
Che vvino
furistiero e vin nostrale!:
dateje da ingozzà bbrodo de jjanna: 1
dateje vin de fregna che lo scanna
a sto gruggno de vesta d’urinale.
Cosa bbeveva
cuanno da regazzo
scardazzava la lana a sammicchele? 2
Acqua de pozzo e vvino de melazzo. 3
Pe mmé
ddirebbe 4 un zuccherino, un mele
cuanno se dassi a sto faccia de cazzo,
come a nnostro Signore, asceto e ffele.
Pe llui vin
de castelli, 2 e ppe mme asceto:
duncue a llui tutta porpa, e a me tutt’osso:
lui sempre a ggalla, io sempre in fonno ar fosso:
bella ggiustizia porca da macchieto! 3
M’ho da
fà mmette un po’ de mane addosso,
ficcammelo a su’ commido dereto;
e ppoi puro in catorbia, 4 e stamme quieto:
cose, peddío, da diventacce rosso! 5
Lui ha
d’aringrazzià ddio bbenedetto
ch’io sò cristiano, e nun ho ccore cquane 6
de fà mmale nemmanco a un uscelletto.
M’abbasteria
c’a sto fijjol d’un cane
l’accoppassi un ber furmine in guazzetto:
accusí cce pò intigne un po’ de pane.
Saette puro a
st’antra gargottara:
m’intenno de Sant’Anna in borgo-Pio.
Pare che ttutto, cuanno sce sò io,
s’abbi da sfotte 2 e dda finí in caggnara.
S’aveva da
crompà du’ par de para
de lampanari e mmazze da un giudio:
oggni fratello vorze 3 fà una tara,
e ssore mazze e llampanari addio.
L’orgheno
sfiata: nun ce sò ccannele:
li bbanchi sò tarlati attorno attorno:
s’hanno d’arippezzà ttutte le tele...
Ebbè,
se sciarla, e nun ze striggne un corno.
Già, ddisce bbene er Mannatar Micchele:
co ttanti galli nun ze fa mmai ggiorno.
Questo pe
Cchecco: in quanto sii poi Teta,
nun me la pôzzo disgustà, ssorella.
Biggna 1 che mme la còccoli, 2 ché cquella
sa ttutte le mi’ corna dall’A ar Zeta.
L’ho dda
sbarzà?! 3 Tte la direbbe bbella!
E indove ho da mannàmmela? A Ggaeta,
dove le donne fileno la seta,
e ll’ommini se spasseno a ppiastrella?
Iddio che nun
vô ar monno uno contento
me l’ha vvorzuta dà ppe ccrosce mia,
perch’io nun averebbe antro tormento.
Con chi l’ho
da pijjà? ’ggna che cce stia
e che ddichi accusí, mettenno drento: 4
fiàtte volontà stua e cussí sia.
Dàjje
anza tu, ffa’ cquer ch’Iddio t’ispira,
ma ppoi nun te lagnà cquer che ddiventa.
Quanno in casa uno tira e ll’antro allenta,
un giorno ha da viení che sse sospira.
Povera Nina
tua tribbola e stenta
pe smorbinallo, e ttu jj’attizzi l’ira!
Quanno in casa uno allenta e ll’antro tira,
se frigge un ber pasticcio de pulenta.
Si un remo
scede quanno l’antro incarca,
doppo fatto un tantin de mulinello
se va a ffà bbuggiarà ttutta la bbarca.
Viè
sur passo a Ripetta oggi a vedello:
eppoi di’ a cquer zomaro de la Marca
che cchi cconsijja l’antri abbi sciarvello.
Servo, sor
Tajjabbò e la compaggnia!
Ché, annate a ffà un giretto ar culiseo?
A pproposito, è vvero che Mmatteo
v’ha mmannato Noscenzo
Avessi creso
che jje disse quann’era er giubbileo,
nun ze saría mo ttrovo in sto scangèo 4
de fàsse scortellà pe ggallaria. 5
Ma
ggià che cc’è ccascato in ner malanno,
adesso, sor Cirusico mio caro,
l’ariccommanno a vvoi, l’ariccommanno.
Nun l’avete
da fà pe sto somaro,
ma pe cquelle crature che nun cianno
ggnente che ffà ssi er padre è un cicoriaro. 6
E cquer
grugno de scimminivaghezzi 1
dell’orzarolo, m’accusò ppe mmiscio! 2
Poi ha vvorzuto 3 arippezzalla 4 er griscio, 5
ma li rippezzi sò ssempre rippezzi.
Io l’ho
avvisato che nun ce s’avvezzi
a rifamme 6 mai ppiú sto bbon uffiscio,
si nun vô ssotto ar casaccone biscio 7
portà le spalle com’e pperi-mezzi. 7a
Pe mmé nun zo
che ggente mai sò cquelle
che ppòzzi 8 arillegralle 9 e fajje gola
er fà ar prossimo suo ste sciampanelle. 9a
Una cosa
perantro me conzola,
che ssi de tante e ppoi tante quarelle 10
me n’hanno provo 11 dua, grasso che ccola! 12
Bastardelli
futtuti, adess’adesso
si nun ve la sbiggnate 1 tutti quanti,
viengo giú, ccristo!, e vve n’ammollo 2 tanti,
tutti de peso e cco la ggionta appresso.
Che sso! mmai
fussim’ommini de ggesso,
da piantà llí cco la fronnetta avanti!
Guarda che sconciature de garganti! 3
Fùssiv’arti 4 accusì ttanto è l’istesso.
È
ggià da la viggilia de Sanpietro
che vve tiengo seggnati uno per uno
pe ggonfiavve de chicchere er dedietro.
Pregat’Iddio,
fijjacci de nisuno,
pregat’Iddio d’arisfassciamme un vetro,
e vvedete la fin de sto riduno.
Nun me
vò ppiú ppijjà? cche se ne stia.
E ppe cquesto mó ccasca ponte-rotto?
Nun me vò ppiú? Vadi a fà ddàsse 1a un bôtto:
nun m’è ssonata a mmé la vemmaria.
Sò
ssempre fijja de l’azzione mia:
sò zzitella onorata, e mme ne fotto.
Mó cche sto in lista a la dota der lotto,
chi nnò la madre me darà la fia.
De scerto me
sciammalo! e ssò ccapasce
de stiracce le scianche da la pena,
Dio l’abbi in grolia, e requieschiatt’in pasce.
Dijje intanto
pe mmé: «Llena mia Lena,
sto core sta in catena»; e ssi jje piasce,
che ll’ho in ner culo, e cche ll’aspetto a ccena.
«Sor
Conte...» «In grazia, chi?...». «Vostr’accellenza
che! nun m’ariffigura?» «...Non m’inganno...».
«Tãccāgna». «Ah, sì: e di dove?» «Da Fiorenza».
«Che siete stato a farvi?» «Er contrabbanno».
«Buono!. Ed
or...?» «Servo er Papa». «In quale essenza?»
«De sordato». «E da quanto?» «Eh, mmuffalanno». 1
«In qual’armi servite?» «Culiscenza, 2
Reggimento Canajja 3 ar zu’ commanno».
«Cioè?»
«Guardia-d’onor-de-pulizzia».
«Corpo di poco onor». «Ma cce se maggna».
«Dunque, siete contento». «Eh, ttiro via».
«Dove state?»
«A Marittimo-e-Ccampagna». 4
«Ma ora?» «Sto in promesso
«Ed abitate sempre... » «A la Cuccagna». 6
«Addio,
dunque, Taccagna».
«Voria bascià la mano...». «Oh! un militare!
Nol permetterò mai». «Come ve pare».
Cuanto saría
mejjo pe vvoi, sor tappo, 2
d’ariscode le vostre 3 e pportà via:
o mommò li cojjoni io ve l’acchiappo
pe llevamme ’na bbella fantasia.
Che vvolete
ggiucà che vve li strappo,
e cce fo un fritto de cojjoneria?
E ddoppo, tela, gamme in collo, 4 e scappo
e vve li vado a rricrompà
Ma
ggià, che sserve de bbuttà sta spesa,
cuanno sc’è mmodo e verso d’aggiustalla,
senza arrischiavve a cantà er grolia in chiesa?
Ché o vve se
vienghi a rrifilà 6 una palla,
o ttutt’e ddua, nun ze pò favve offesa,
tanto 7 è una marcanzía tutta la bballa.
Santi 1
che va a strillà cco la cariola 2
nocchie rusicarelle 3 e bbruscoletti, 4
che jer l’antro sce diede li confetti
pe avé ppresa la fijja de Sciriola;
dio
s’allarga, 5 peddio, la fischiarola!, 6
come vorze 7 infroscià 8 li vicoletti,
s’impiastrò immezzo a un lago de bbrodetti,
de cuelli che cce vô lla bbavarola.
Ecco cuer che
succede a ttanti ggnocchi
che nun zanno addistingue in ne l’erbajja
le puntarelle 9 mai da li mazzocchi.
Donna che
smena 10 er cul com’una cuajja, 11
se 11a mozzica 12 li labbri, e svorta 13
l’occhi,
si 13a pputtana nun è, ppoco la sbajja.
Nun te vôi
fà ttoccà? Vatte a fà oggne. 2
Tiette sù, ttiette sù, 3 pòzz’esse fritta!
Nun ze sapessi che tte lassi moggne 4
dar bocchino bbavoso der zor Titta!
Caso mai
fussi perché ttiengo l’oggne, 5
mó ppropio me le tajjo a la man dritta.
Manco?! accidenti a tutte le caroggne.
Saettacce a ’ggni scrofa che ss’affitta.
Senti come sa
ffà la mozzorecchia,
quante ne sa inventà pe ffasse arreto 6
sta scolatura de pilaccia vecchia!
Te vorrebbe
aridusce 7 cor un deto 8
ch’er piú ppezzo 9 de té fussi un’orecchia
fonno de morchia, visscido 10 d’asceto.
Nīna:
Nīnã. Ah, de carta! Oh Nīnã: Nīnã.
Indove sei, pôzzi morí crepata?
De scerto sta pettegola capata
ha da stà su in zoffitta o ggiú in cantina.
Te vienghi
’na saetta foderata,
dove se’ ita tutta stammatina?
Già in zónzola, se sa, co la viscina,
senza nemmanco dimme si’ ammazzata.
E mo nun me
ce ride?! quant’è ccara!
Alò, damme ’na scursa qui ar macello,
e, si cc’è, ddi’ accusí a la macellara:
«Sora
Diamira, ha dditto accusí mamma
che je mannate er vostro filarello
ché a cquello suo je s’è rotta ’na gamma».
Jer l’antro
ebbe 1b d’annà a li ggipponari 1
pe ruscì 1c verzo punta-de-diamante, 2
a crompamme un corpetto da un mercante,
che, disce Sgorgio, nu li venne cari.
Er padrone
era ito a li ssediari 3
a cercà un tajjo de pelle de Dante.
C’era un giovene 4 vecchio, ma ggargante 5
da fatte saccheggià li cortellari.
Io je disse
de damme sto corpetto;
e cquer faccia de grinze a mossciarella 6
me ne diede uno che nemmanco in ghetto.
Io bbúttelo
7 pe tterra. Er zor Brighella
se scalla er pisscio: 8 io te l’agguanto
E ssai come finí? Cco la bbarella.
E da capo
Maghella! A ssentí a tté
chi nun diría che mm’hanno da impiccà?
Oh cammínete a ffà strabbuggiarà:
male nun fà, pavura nun avé.
E che mme
frega li cojjoni
si 2 er bariscello 3 me sce vò
acchiappà?!
Prima, cristo!, che mm’abbi da legà,
l’ha da discurre cor un certo ché.
Anzi, come lo
vedi, dijje un po’
che Peppetto lo manna a rriverì,
pregannolo a risceve un pagarò.
Questo
è de scentodua chicchericchì, 4
che si me scoccia piú li C, O, cò,
presto se l’averà da diggerì.
Ma cchi
ddiavolo, cristo!, l’ha ttentato
sto pontescife nostro bbenedetto
d’annàcce
quella grazzia-de-ddio che Iddio scià 3 ddato!
La sera,
armanco, 4 doppo avé ssudato,
s’entrava in zanta pace in d’un buscetto 5
a bbeve 6 co l’amichi 7 quer goccetto,
e arifiatà 8 lo stommico assetato.
Ne pô
ppenzà de ppiú sto Santopadre,
pôzzi avé bbene 9 li mortacci sui
e cquella santa freggna de su’ madre?
Cqui nun ze
10 fa ppe mmormorà, ffratello,
perché sse 10 sa cch’er padronaccio è llui:
ma ccaso lui crepassi, 11 addio cancello. 12
Er vino
è ssempre vino, Lutucarda:
indove vôi trovà ppiú mmejjo cosa?
Ma gguarda cquì ssi cche ccolore!, guarda!
nun pare un’ambra? senza un fir de posa!
Questo
t’aridà fforza, t’ariscarda,
te fa vviení la vojja d’esse sposa:
e vva’, 1 si mmaggni ’na quajja-lommarda, 2
un goccetto e arifai bbocc’odorosa.
è bbono asciutto, dorce, tonnarello,
solo e ccor pane in zuppa, e, ssi è ssincero,
te se confà a lo stommico e ar ciarvello.
È
bbono bbianco, è bbono rosso e nnero;
de Ggenzano, d’Orvieto e Vviggnanello:
ma l’este-este 3 è un paradiso vero!
Sai chi
ss’è rriammattito? Caccemmetti:
e ’r padrone, c’ha ggià vvisto la terza,
l’ha mmannato da Napoli a la Verza, 1
pe rrifajje passà ccerti grilletti.
Lí
pprincipiò a sgarrà tutti li letti,
dava er boccio
ma mmó ttiè tutte sciggne pe ttraverza,
e ccià er muro arricciato a cusscinetti.
Che vvôi! Nun
t’aricordi, eh Patacchino,
che ggià jje sbalestrava er tricchettracche 3
sin da quanno fasceva er vitturino?
Che ccasa! Er
padre e ddu’ fratelli gatti; 4
la madre cola, 5 e ttre ssorelle vacche:
e ttra ttutti una manica de matti.
Er cavarcante
novo der Marchese
è aritornato in giú co li cavalli,
e ha rriccontato che da quasi un mese
er matto dà li luscid’intervalli.
Eh,
ggià sse sa cc’a mmostaccioli, a bballi,
mattería, maccaroni e mmal francese,
se sa che a ttrippa verde e a ggruggni ggialli
nun c’è da stacce appetto antro paese.
E ppe cquesto
ho ppaura ch’in nemmanco
de ’n’antra settimana ar cucchieretto
j’è aritornato ar posto er fritto-bbianco. 1
Ma
inziememente ancora sce scommetto,
si ppassa da cassetta ar cassabbanco, 2
che vva da capo a svorticasse er tetto. 3
Stammatina a
San Neo Luca er facocchio
s’è arrisicato a sentí mmessa accanto
a cquer ladraccio d’usuraro santo,
che cquanno schiatta hai da sentí lo scrocchio!
Ecchete a
l’improviso a sto santocchio,
ch’è ccatarroso a nun poté dì cquanto,
j’incomincia la tossa, e, in tossì tanto,
bloà, schizza a Luca un’ostrica in un occhio.
Luca che
vvede er lampo e sente er botto
tutt’in un corpo assieme co l’impiastro,
attaccato un perdio je se fa ssotto.
E, ssi nun
era quer portapollastro
der chirico, coll’ojjo der cazzotto
metteva er boccio in un gran brutto incastro.
Uhm! bella,
bbella! cuanno è ’na scert’ora,
nun è ppoi Nastasía tutto st’oracolo. 1
È ccento vorte piú bbella Lionora,
e ggnisuno la tiè per un miracolo.
Cos’ha dde
raro? Er culo è ’no spettacolo,
tiè ddu’ occhi de gatto e un dente in fora:
e ddillo tu si nun è un antro stàcolo 2
cuer fiato puzzolente che tt’accora.
Nun fo ppe
ddí, ma cco sta donna bbella,
co sta puttana, co sto pezzo raro
nun ce bbaratterebbe una sciafrella. 3
Sai cuer che
mm’hai da dí, Nofrio mio caro?
Che ssi ha vvent’anni soli a la bbardella, 4
ruga co la bbellezza der zomaro. 5
Nun ce
vò mmica l’argebra a ccapillo
pe ccosa Nofrio mette in celo a cquesta
donna bbissodia, 1 e jje fa ttanta festa,
bbè cche, ssiconno me, vale uno strillo. 2
Vienghi una
scimmia co la scuffia in testa,
lui subbito ce mette ostia e siggillo: 3
e a cquesta vonno (nun sta bene a dillo)
j’abbi sgrullato er farpalà
Co ddu’
parole ecchete ssciorto er nodo
de Salamone: e, ssenz’avecce rabbia,
de vedello incescito, 5 anzi sce godo;
mó llui zappa
sta Vènera, e la stabbia;
ma ppresto, a ffuria d’aribbatte er chiodo,
s’ha da trovà come l’uscello in gabbia. 6
Oggi quer
zeppo de Padron Zarlatta,
lui coll’antro bbidello a la Sapienza
che ddietr’ar collo tiè tanta de natta,
m’hanno fatto portacce una credenza.
Ce sta lí drento
una gran rota, senza
razzi, tra du’ cusscini, e ttutta fatta
de vetro; e pe bbarile cià in cusscenza
quer manico c’ha ll’omo in de la patta.
Come se fa,
nun n’ho capito un ette:
ma ddicheno che avanti a ’na colonna
serve a ccompone furmini e ssaette.
Eppuro
paghería, corpo de Nonna,
de sapé cquanno ggiucheno a ttresette
si er primo è mmaschio e la siconna è ddonna.
La santarella
appiccicata ar muro,
la bbizzochella de commare Checca
da tre ggiorni me cúnnola 1 e mme lecca; 2
ma io nun gonfio, 3 e mme sò messo ar duro.
Ce fa la
gonza, 4 e mme sce tiè a lo scuro,
come vienissi adesso da la mecca!
Si 5 bbastone nun è ssarà battecca,
ma mme l’ha ffatta o la vô ffà ssicuro.
Ghiggna,
6 me fa la ronna, 7 se 8 strufina,
arza l’occhi, l’abbassa, se 9 tiè er fiato,
che ppare er gioco de passa-e-ccammina.
Ma ppoi se
10 sa la fin der Comparato:
cor un piggnolo e un po’ de passerina 11
è ffatto er connimento a lo stufato.
Er Ziggnore
è una cosa ch’è ppeccato
sino a ccredese indegni 1 de capilla.
Piú indiffiscile è a noi sto pangrattato, 1a
che a la testa de david la sibbilla. 2
A Ssanta
Potenziana e Ppravutilla, 3
me diceva da ciuco er mi’ curato
ch’è ccome un fiàt, un zoffio, una favilla,
inzomma un vatt’a-ccerca-chì-tt’-ha -ddato. 4
E ppe
spiegamme in tutti li bbuscetti
si ccome 4a Iddio ce se trova a ffasciolo, 5
metteva attorno a ssé ttanti specchietti.
Poi disceva:
«Io de cqui, vvedi, fijjolo,
faccio arifrette tutti sti gruggnetti:
eppuro 6 è er gruggno d’un Curato solo».
L’anno che
Ggesucristo impastò er monno,
ché pe impastallo ggià cc’era la pasta,
verde lo vorze 1 fà, ggrosso e rritonno
all’uso d’un cocommero de tasta.
Fesce un
zole, una luna, e un mappamonno,
ma de le stelle poi, di’ una catasta:
sù uscelli, bbestie immezzo, e ppessci in fonno:
piantò le piante, e ddoppo disse: Abbasta.
Me scordavo
de dì che ccreò ll’omo,
e ccoll’omo la donna, Adamo e Eva;
e jje proibbì de nun toccajje un pomo.
Ma appena che
a mmaggnà ll’ebbe viduti,
strillò per Dio con cuanta vosce aveva:
«Ommini da vienì, ssete futtuti».
Tu
mm’addimanni
a li su’ tempi la casta Susanna.
Che vvôi che t’arisponni
Bisoggnerebbe dillo
Ma ccerto
cuella vorta che in funtana
l’acchiapponno 6 li bbocci
se pô rride 8 d’accusa e de condanna
ch’entrassino 9 li lupi in de la tana.
Che vvôi che
sse fascessi 10 de du’ vecchi
co cquelle sscimmesscimme-cose-mossce?
Nun je la vorze 11 dà: díllo, e cciazzecchi. 12
Ma ssi 3
la donna tu la vôi conossce,
métteje 13 avanti un par de torciorecchi,
eppoi guardeje 13 er gioco de le cossce.
Semo da capo.
Hai detto tante vorte
che pe tté nun c’è ar monno antro che Gghita.
Sempre ggiuri e spergiuri che la morte
sola pe mmé te pò llevà la vita.
E ggià
scassi, e arïochi 1 la partita,
e m’aritorni a ffà le fuse-torte. 2
Ma io cojjona carzata e vvestita
che mme fido d’un cane de sta sorte!
Mamma
bbè mme lo fesce er tu’ ritratto,
discenno c’avé ar core scento stilli
è mmejj’assai che mmette amore a un matto.
Ma zzitto,
zitto: che sserve che strilli?
Già lo so er bene tuo si ccome è ffatto:
è ffatto quanno a tordi e cquanno a ggrilli.
Hai fatto er
pane in casa 1 eh pacchiarotta? 2
parla, racchietta 3 mia friccicarella. 4
Perch’io t’allumo 5 ccqui sta bbagattella
de patume 6 all’usanza de paggnotta.
La pasta
smaneggiata viè ppiú jjotta, 7
dunque lasseme dà 8 ’na manatella; 9
eppoi fàmme assaggià la sciumachella 10
c’hai ’nniscosta llí ggiú ccalla che scotta.
Io te do in
cammio 11 un maritozzo 12 fino
de scerta pasta scrocchiarella 13 e ttosta
che nun te la darebbe un cascherino. 14
Sto maritozzo
a mmé ccaro me costa,
e tte lo vojjo dà ssenza un quadrino: 15
anzi de ppiú cciabbuscherai la posta.
Quest’era pe
la ggiostra e li fochetti
come se fa oggiggiorno da Corea. 1
C’ereno attorno ccqui ttutti parchetti,
lassú er loggiato, e immezzo la pratea.
Eppoi
fàtte inzeggnà da Mastr’Andrea
er butteghin de chiave e dde bbijjetti,
er caffè pe ggelati e llimonea,
e scale, e rrimessini, e ttrabbocchetti.
Oh, la
viacrusce l’hanno messa doppo,
perché li Santi martiri ccqui spesso
c’ebbero da ingozzà ccerto ssciroppo.
Co un po’ de
sassi e un po’ de carcia e ggesso,
lassa che jje se dii quarche arittoppo
e un’imbiancata, e ppô sserví anc’adesso.
E nnò
ssortanto co mmajjoni e ttori
ccqui se ggiostrava, e sse sparava botti,
ma cc’ereno cert’antri galeotti
indifferenti dalli ggiostratori.
Se chiamava
sta ggente Gradiatori
e ll’arte loro era de fà a ccazzotti.
Ste panzenére co li gruggni rotti
daveno assai da ride a li Siggnori.
Un de sti
bbirbi, e mme l’ha ddetto un prete,
cuscinò 1a cor un puggno un lionfante,
eppoi se lo maggnò, ssi cce credete!
Je danno nome
o Melone o Rugante: 1
ma, o ll’uno o ll’antro, mai 1b tornassi 1c a mmete
2
nu lo vorrebbe un cazzo appiggionante.
Nun
c’è da repricà: ll’antichi puro
ereno bboni e ppopolo devoto.
Pregaveno li santi addoss’ar muro
de scampalli da guerra e tterremoto.
Si de sto
fatto nun vôi stà a lo scuro,
oggi fascemo un tantinel de moto,
e annamo a un tempio antico de sicuro
che sse seguita a ddí dde Santo Toto. 1
Quanno le
cose, Pippo, le dich’io,
t’hai da capascità che ssò vvangeli,
ché tu cconoschi er naturale mio.
Ner mi’ ovo,
ehèe, nun ce sò ppeli;
e tte saprebbe a ddí ssi ccome Iddio
fesce pe ffrabbicà li sette-sceli.
Ar tempo de
l’antichi, in Campidojjo,
dove che vvedi tanti piedestalli,
quell’ommini vestiti rossi e ggialli 1
c’ingrassaveno l’oche cor trifojjo.
Ecchete che
’na notte scerti galli
viengheno pe ddà a Roma un gran cordojjo:
ma ll’oche je sce messeno uno scojjo,
ché svejjorno un scozzone de cavalli.
Quell’omo,
usscito co la rete in testa
e le mutanne sole in ne le scianche,
cacciò li galli e jje tajjò la cresta.
Pe cquesto
caso fu che a ste pollanche
er gran Zenato je mutò la vesta,
ch’ereno nere, e vvorze fàlle bbianche.
Viscino ar
Culiseo, 1 tra li cantoni
de li fienili de Padron Vitale,
’Ggnazzio, sce troverai sette stanzioni,
c’abbiteressi mejo a lo spedale.
Vonno che
llí, si nun ho inteso male,
a cquer tempo de ddio de li Neroni
se fascessi la frabbica der zale 2
pe cconní le coppiette 3 e li capponi.
E mmó mme
viè un’idea! che llí, per bacco,
chi ssa che nun ce fussi er zito puro
pe ttutto er magazzino der tabbacco? 4
Guasi guasi
lo tiengo pe ssicuro:
ma mmo cche vvado a ricuscimme un tacco, 5
per dina che lo so, ssi mme ne curo.
Cuello che
tte viè in faccia mezzo nero
cuanno se’ appiede de la cordonata, 1
è ll’arco lui de Sittimio s’è vvero, 2
ché pò esse che ssii ’na bbuggiarata.
Oh vvedi che
ccrapiccio de penziero,
vedi si cch’idea matta sconzagrata,
de nun annallo a ffrabbicallo intiero,
ma co una parte mezza sotterrata!
E nun t’hai
da ficcà nner cucuzzolo 3
ch’io te viènghi cquì a ddì ’na cosa ssciàpa 4
e a ddatte ’na stampella pe mmazzòlo. 5
Me l’aricordo
io che nnun zò rrapa 6
che pprima se vedeva un arco solo,
e ll’antri dua ce l’ha scuperti er Papa. 7
Nun
fuss’antro pe ttante antichità
bisognerebbe nassce tutti cquì,
perché a la robba che cciavemo cquà
c’è, sor friccica 1 mio, poco da dí.
Te ggiri, e
vvedi bbuggere de llí:
te svorti, e vvedi bbuggere de llà:
e a vive l’anni che ccampò un zocchí 2
nun ze n’arriva a vvede la mità.
Sto paese, da
sí cche 3 sse creò,
poteva fà ccor Monno a ttu pper tu,
sin che nun venne er general Cacò. 4
Ecchevel’er
motivo, sor monzú,
che Rroma ha perzo l’erre, 5 e cche pperò
de st’anticajje nun ne pô ffà ppiú.
Che odor de
puzza! Puhf! Loffe 1a ariposte!
Avvisi sordi de scorreggia 1a muta!
Senti si 1 cche pprofumi d’ovatoste!
E pporti st’acqua de melissa, eh Tuta?
Ner cul de
’na piluccia ggiú dall’oste,
fatte pistà un tantin d’erba fottuta,
co ’na pera spadona in de le coste,
seme de tuttocazzo, ojjo, ajjo e rruta.
Sò
mmano-sante 2 puro 3 un manganello,
una stanga de porta de cantina,
o una cavola presa a un caratello.
La prima
tù a ssentí sta cantarina 4
sei stata? A cquesto c’è un proverbio bbello,
che disce: Cunculina cunculina… 5
Nun fà
6 l’innocentina:
quanno dereto a nnoi tôna o llampeggia,
se 7 dice chiaro: ho ffatto una scorreggia.
Nun ce pijjate
un cazzo 1 pe sta tossa
che vve sfiata le canne all’orghenetto?
Pe ccarità, che ssi vve passa in petto,
la bbava ggialla se pò ttiggne rossa!
Povera
sor’Usebbia! Un’antra sbiossa 2
che vve sturi, dio guardi, er cuccometto,
nun ze 3 pô mmai sapé, vve s’empie er letto
d’inguento cavarcato a la disdossa.
Bbasta, si
ccaso ve scappassi un raschio
senza liscenza delli suprïori,
fa bbene er latte de l’uscello 4 maschio.
Anzi a mmé
mm’è vvienuto oggi de fori
un lavativo, ch’è capace, caschio! 5
de schizzavvelo inzino all’interiori.
Co questi
arifreddori
nun z’ha da perde tempo; Usebbia mia:
bisogna dajje dietro e ttirà vvia.
Gran
contrasto de venti oggi se sente:
ciaddomina perantro lo scirocco!
Guarda come cquà e llà scappa la ggente
pe ppaura ch’er tempo arzi lo scrocco!
Ma er
temporale nun sarebbe ggnente
sino che le campane hanno er batocco:
er malann’è che st’arie d’accidente 1
ponno appestacce in barba de san Rocco.
Lo so
bbè io, che mme ce sò incontrato
dove un lebbeccio straportò una pesta
propio de quelle da levatte er fiato.
Se stava a la
parrocchia, e ffu de festa:
e lo pò ddí la serva der curato,
ché cquer vento j’arzò ssino ha vesta!
Si tte
bbastarda l’animo de fallo,
mulacciame sta scarpa, bbella fijja;
ché ssu sto deto me sc’è nnato un callo
piú ttosto der tu’ corno de famijja.
Sto callaccio
’ggni tanto m’aripijja,
e nun me so arisorve de tajjallo.
Ammalappena ho ffatto un par de mijja,
me te dà ccerte fitte che ttrabballo.
Tu che in
logo de lingua hai ne la bbocca
lo stuccio d’un bon par de forbiscette,
me serviressi tu, bbella pasciocca?
Sfileme li
carzoni e le carzette
pe ppreparatte a ffà cquer che tte tocca;
eppoi doppo ggiucamo a ccaccia e mmette.
Sta somaraja che
ssa scrive e llegge,
sti teòlichi e st’antre ggente dotte,
saria mejjo s’annassino a ffà fotte
co li su’ libbri a ssôno de scorregge.
Oh vvedi,
cristo, si cche bbella legge!
Dà le corne a li spigoli la notte: 1
sudà l’istate come pperacotte:
e l’inverno p’er freddo nun arregge! 2
Er vento
bbutta ggiú, ll’acqua t’abbagna,
te cosce er zole; e, ppe ddeppiú mmalanno,
senza er priffete 3 un cazzo 4 che sse maggna!
E cco
ttutti li studi che sse sanno,
a sta poca freggnaccia de magaggna
nun cianno 5 mai da rimedià nun cianno!
In ner mentre
aspettavo si er padrone
volessi la carrozza o ttornà a ppiede,
stavo all’apparto de li bbusci
’na fetta de commedia a Ttordinone.
De llí a un
po’ venne sú dda lo scalone
un paino scannato 2 pe la fede,
discenno a un antro: «Nun lo vonno crede,
ma a Ddavide 3 nun c’è ppiú pparagone.
La vorta che
ffu cquì prima de questa,
cacciava, come ttutti li tenori,
note de petto, e mmó ssolo de testa».
«Dunque,
dimanno scusa a llorziggnori»,
io fesce 4 allora, «tutta sta tempesta
la potrebbeno fà ll’arifreddori».
Quanno pe
vvia de caricà la leggna
er viggnarolo me mannò a la viggna,
lui stava fora, e cc’era la madreggna
’na stacca 2 vedovella da gramiggna.
Quer commido
der cazzo e de la freggna
ce messe 3 vojja de grattà la tiggna.
Che bbella notte! Ma cquell’aria indeggna
m’attaccò ppoi ’na mmalatia maliggna.
Sai che mme
disse quer dottor da roggna
che vvà dar zempriscista a la cuccaggna? 4
«Quì cc’è una bbona frebbe!, e nnun bisoggna...».
Ma io, pe
nnun sentí ll’antra compaggna,
te l’azzittai 5 ccusì: «Ssora caroggna,
la frebbe è bbona? annàtevel’a mmaggna».
Vôi sapé cchi
è sto medico dell’oggna, 1
ch’io nun faria castracce una castaggna?
È cquer tufo, 1a quer fijjo de caroggna,
che vvenne ccqui da Strongoli a ppedaggna, 1b
Principiò,
ppe strappalla, 1c a ddà l’assoggna 2
a le bbastarde 3 de piazza de Spaggna:
poi cor un ciarlatano annò a Bbirboggna
a ffà le paste frolle 4 de Raffaggna. 5
E ppe
l’appunto ar fatto de la viggna,
diventato dottore de la Zzuggna, 6
era tornato a mmedicà la tiggna.
Fu allora che
ppe via de la caluggna
che llui diede a la mi’ frebbe maliggna,
te j’atturai la bbocca co sta bbruggna. 7
Nun difenno
Caino io, sor dottore,
ché lo so ppiú dde voi chi ffu Ccaino:
dico pe ddí che cquarche vvorta er vino
pò accecà l’omo e sbarattajje er core.
Capisch’io
puro che agguantà un tortore 1
e accoppacce un fratello piccinino,
pare una bbonagrazia da bburrino, 2
un carciofarzo 3 de cattiv’odore.
Ma cquer vede
ch’Iddio sempre ar zu’ mèle
e a le su’ rape je sputava addosso,
e nnò ar latte e a le pecore d’Abbele,
a un omo
com’e nnoi de carne e dd’osso
aveva assai da inacidijje er fele:
e allora, amico mio, tajja ch’è rosso. 4
Noè,
vvedenno in ne la viggna sua,
ch’era cas’-e-bbottega 1 ar zu’ palazzo,
la vita a spampanasse, 2 c’un rampazzo
pesava armeno una descina o ddua,
se spremé in
bocca er zugo de quell’ua,
e ddisse: «Bbono, propio bbono, cazzo!»
Ma nun essenno avvezzo a sto strapazzo,
n’assaggiò ttroppo, e cce trovò la bbua.
Quer zugo
inzomma fesce a llui lo scherzo
che ffa adesso a noantri imbriaconi
stramazzannoce in terra de traverzo.
E ccome lui
cascò ssenza carzoni,
ne la sagra scrittura ce sta un verzo
che disce: E mmostrò er cazzo e lli cojjoni.
Tu inzomma te
lo spenni pe sbrillacco 1
er giudizzio che ffesce Salamone?
Io sce voría vedé l’Abbate Sacco, 2
o er presidente nostro de l’urione! 3
Tramezzo a
ddu’ donnacce cannarone, 4
zuppo, 5 arrochito, 6 sscelonito, 7 stracco,
pe ttirà ffora er torto e la raggione
com’aveva da fà? Vvenne a lo spacco.
Perché, ttu
dichi, nun guardò ar casato
e ar nummero dell’anno e dder millesimo
in tutt’e ddua le fede der Curato?
Ecco mó
indove io te darebbe er pisto!
Dunque t’arriva novo, eh?, cche er battesimo
fu, doppo, un’invenzion de Ggesú Cristo?
Sta cchiesa
è ttanta antica, ggente mie,
che cce l’ha ttrova er nonno de mi’ nonna.
Peccato abbi d’avé ste porcherie
da nun essesce 1 bbianca una colonna!
Prima era
acconzagrata a la Madonna
e cce sta scritto in delle lettanie:
ma doppo s’è cchiamata la Ritonna
pe ccerte storie che nun zò bbuscíe.
Fu un
miracolo, fu; pperché una vorta
nun c’ereno finestre, e in concrusione
je dava lume er buscio de la porta.
Ma un Papa
santo, che ciannò in priggione,
fesce una Croce; e ssubbito a la Vorta
se spalanco da sé cquell’occhialone. 2
E ’r miracolo
è mmóne 3
ch’er muro cò cquer buggero de vôto,
se ne frega de sé 4 e dder terremoto.
Sto scervio
co sta crosce e co sta bboria
ch’edè? 1 Babbào! 2 ciazzeccherai dimani.
Viè cquà, tte lo dich’io: cuesta è ’na storia
der tempo de l’aretichi pagani.
T’hai duncue
da ficcà nne la momoria
c’a li paesi lontani lontani
sant’Ustacchio era un Re, ddio l’abb’in gloria, 3
c’annava a ccaccialepri 4 co li cani.
Un giorno,
tra li lepri ecco je scappa
un cervio maschio, accusí ppoco tristo,
che llui s’affigurò de fallo pappa. 5
Ma cquanno a
bbrusciapélo l’ebbe visto
co cquella crosce in fronte e in d’una chiappa,
lo lassò in pasce, e vvorze 6 crede a Ccristo.
C’avessimo?
2 un baril de vin asciutto, 3
du’ sfojje 4 co rragajji 4a e ccascio tosto, 5
allesso de mascello, 6 un quarto 7 arrosto,
e ’na mezza grostata: 8 ecchete tutto!
Ce fussi
stato un frittarello, un frutto,
o un piattino ppiú semprice e ccomposto!...
Cert’antra ggente che ce stiede accosto
c’ebbe armanco deppiú fichi e presciutto!
Si ppoi vôi
ride, mica pan de forno
ce diede, sai? ma ppagnottoni a ppeso,
neri arifatti 9 de scent’anni e un giorno.
Oh, tu
azzecchece 10 un po’ cquanto fu speso!...
Du’ testonacci
E cce vonno riannà? 13 Bravo, t’ho ’nteso! 14
E io che
mm’ero creso 15
d’impiegà un prosperuccio-lammertini, 16
ciò impeggnato a mmi mojje l’orecchini.
Mo ssenti er
pranzo mio. Ris’e ppiselli,
allesso de vaccina e ggallinaccio,
garofolato, 2 trippa, stufataccio, 3
e un spido 4 de sarsicce 5 e ffeghetelli.
6
Poi fritto de
carciofoli e ggranelli,
certi ggnocchi da fàcce er peccataccio, 7
’na pizza aricresciuta de lo spaccio, 8
e un’agreddorce de ciggnale 9 e ucelli.
Ce funno
peperoni sott’asceto
salame, mortatella e casciofiore,
vino de tuttopasto e vvin d’Orvieto.
Eppoi risorio
10 der perfett’amore,
caffè e ciammelle: e tt’ho llassato arreto
certe radisce da slargatte er core.
Bbè,
cche importò er trattore?
Cor vitturino che mmaggnò con noi,
manco un quartin 11 per omo: 12 e cche cce vòi?
O credece, o
nun credece, 1 e ppe cquesto
l’acqua nun vorà ppiú ccurre pe ffiume?
Quanno bussassi 2 io nun potei fà ppresto,
perché er vento de ggiú me smorzò er lume.
Tu
pperò co cquer birbo vassallume
de li parenti tui, nun dico er resto,
hai pijjato st’ancino 3 pe pprotesto 4
de famme un fascio co’ ttant’antre schiume.
Sí, è
vero, ce trovassi Zuzzovijja:
be’, da sto fatto che ne strigni? Oh guarda
si cche ccasi da fanne maravijja!
Me venne a
salutà pe Ggesuarda.
Ma tu, attacchino mio, crede a Cicijja,
sei l’urtimo a ttrattamme da bbusciarda.
Pe vvienimme
a pparlà fanno a l’aggara 2
donne tutte de garbo e obbrigazzione.
Me saluta Maria de lo scozzone,
la Chiappina e Lluscia la salumara.
E ttu, cco
cquer grostin de protenzione
de tienettela sú, 3 vacca somara,
saressi 4 mai la bbella Pulinara
che mmonta su la scala der pavone? 5
Inzin a jjeri
hai fatta la servaccia;
e mmó cche ssei, Dio guardi, er pissciatore
d’un Conte, soffi e mme ce sputi in faccia?
Ricordete
però cche cchi ssetaccia
fa ssemmola e ffarina. Er cacciatore
quanno pía 6 starne e cquanno storni a ccaccia.
Pe ffasse
strascinà 2 Mmenica zozza, 3
chi nu lo sa?, rinegheria la fede:
e tte fa spesce si mmó vva in carrozza?
Lasscia fà: ciarivedemo appiede.
Sin che ddura
la robba de Pressede
lei se la ride, se la sciala, e strozza. 4
Scorta 5 poi che ssarà, tu ll’hai da vede,
uf, 6 l’hai da vede piaggne a vvita mozza.
Cuella
bbenedett’anima requiesca
se sscervellava 7 pe arricchí er marito;
e llui se va a spiantà ppe sta ventresca!
Nun ze
n’accorge, mó cc’ha er fiasco empito;
ma llasselo aridusce 8 all’acqua fresca,
e a tte Ccannella
Ito che ffui co tté a la Nunziatella,
1
agnéde
pe strufinà ne la sagra scudella 3
sta coroncina d’ossi de scerasa.
De fĕdĕ
è cche per aria sii rimasa, 3
ma ggnisuno c’è degno de vedella;
e un anno ’na Reggina ficcanasa 4
ce perze l’occhi. Si cche ccosa bbella!
Bè,
llí a Maria Santissima, in ner mentre
disse: E cciancilla Dommine, er Ziggnore
je mannò ne la panza fruttusventre.
Eh? cche
ttibbi 5 de casa in cuella Cchiesa!
Oh vvà che sse trovassi un muratore,
da fanne un’antra pe cquant’oro pesa!
Come
sò st’omminacci, Aghita, eh?
Pareno cose de potesse dí?
Sin che nun te lo fai mettelo ccqui,
sò tutti core e ffedigo 1 pe tté.
Ma una vorta
che jj’hai detto de sí,
appena che jj’hai mostro si cc’or’è,
bbada, Aghituccia, e ffidete de mé
che te sfotteno er cane 2 llí per lí.
Ecchete la
mi’ fine co Cciosciò:
viè: ppare un santo, un fiore de vertú:
io me calo le bbraghe 3 e jje la do.
Ce sei ppiú
stata da quer giorno tu?
Accusí llui: da sí che 4 mme sfassciò,
Ggesú Ggesú nnun z’è vveduto ppiú!
Doppo quella
frebbaccia bbuggiarossa,
che a ffà tterra pe cecci era d’avanzo,
sto ggiuggno e llujjo, pe scampà la fossa
sò ito a mmutà aria a pportodanzo. 1
Maggnavo poco
a ccena e ggnente a ppranzo:
puro 2 de punt’in bianco 3 ebbe 4 una smossa,
che ssi ar guarí nun me se dà uno scanzo,
già aristavo llí llí ppe stirà ll’ossa.
Mo cc’agosto
ariviè ccapo d’inverno,
me n’aritorno a Rroma a ppijjà ffresco,
o ppe annamme a ffà ffotte in zempiterno.
Tu lo sai,
Schizza mia, ch’io sò ttodesco 5
vojjo svariamme, 6 e cquanno vinco un terno
vado ar perdon-da-Sisi a Ssan Francesco.
No ppe
ccristaccio, nun volemo un cazzo
sti bbaffetti pe Rroma in priscissione;
che vviengheno a ddà er zacco su a ppalazzo,
e a bbuggiarà la santa riliggione.
Ma er Papa
nostro, si nun è un cojjone,
ce l’ha dda fà vvedé cquarche rrampazzo! 2
Bast’abbino l’idea de frammasone
pe mmannalli a impiccà tutt’in un mazzo.
E ppe nnun
fà a chi fijjo e a chi ffijjastro, 3
a le mojje bbollateje la sorca, 4
e a li fijji appricateje l’incastro. 5
Si a
ddà un essempio a sta canajja porca
poi manca er boja, sò cquà io pe mmastro,
che sso ccome se sta ssott’a la forca.
Ah? pijji
mojje? ebbè mmó cche cce sei
abbada a li capelli, Bbucalone.
Sibbè co ccerte razze de drondrone, 2
l’abbi o nun l’abbi è sempre tre e ttre a sei.
Te li tajji?
Ma ppoi lassa fà a llei
pe mmostrà tutta l’arma de Prutone. 3
Li fai cresce? aricordete Sanzone
pettinato pe mman de filistei.
Che jje
ggiovonno le su’ bbelle porpe, 4
e cquella ganassòla 5 de somaro,
e cquelle code de trecento vorpe?
Che jje
giovò de rompe uno scatorcio, 6
e d’avé cojjonato er portinaro?
Pe ffà la morte de che mmore er zorcio. 7
Tra ssei
cherubbiggneri e ddu’ patujje,
co le mano dereto manettate,
Muzzio Scevola in tonica da frate
annò avanti ar Zoprano de le trujje. 1
Stava
Porzenno a ssede in zu le gujje
che sse vedeno a Arbano inarberate.
«Sora mmaschera, come ve chiamate?»,
er Re jje disse, «e ccosa sò ste bbujje?». 2
Disce: «Sagra
Maestà, sò Mmuzziosscèvola:
ve volevo ammazzà; ma ppe ’n equivico
ho rotto un coppo in cammio d’una tevola».
Ditto accusí,
pe ariscontà er marrone,
cor un coraggio de sordato scivico
se schiaffò la mandritta in ner focone.
Si tte piace
er zalame: 1 Padron Biascio
fu assassinato attacc’a la Merluzza.
Dimme de nò! ppuzza de cascio puzza!
E intiggnete a nnegà! ppuzza de cascio!
Quer
vitturino testa de cucuzza
mannava li sturioni adasciadascio,
e jje fasceva er verzo che ffa er bascio
quanno tra mmaschio e ffemmina se ruzza.
Quanto,... se
sente un fischio!, e jje se serra
addoss’a la carrozza un zett’o otto
pezzi d’irededdio cor facciatterra!
Ebbè
un de questi edè quer galeotto
ch’io l’ho ttienuto a ccresima in galerra
quanno ciaggnede pe avé vvinto all’otto.
Sta cacca
1 de fà a rruzzica, Dodato,
co la smaniaccia d’abbuscà ll’evviva,
nun è ggiro pe tté, 2 cche nun hai fiato
de strillà mmanco peperoni e oliva.
Come sce pôi
ggiucà, tisico nato,
senza dajje ’na càccola 3 d’abbriva?
Nun vedi la tu’ ruzzica sur prato
c’appena ar fin de ’na scorreggia arriva?
Co ddu’
pormonettacci de canario,
d’indove mommò er zangue te se sbuzzica, 4
tu protenni 5 de prennete 6 sto svario? 7
Stattene in
pasce: ggnisuno te stuzzica;
si 8 ppoi vôi vince tu, vva’ a Montemario,
pijja la scurza e bbutta ggiú la ruzzica.
Io lo faria
co tté piseppisello 1
colore ccusí bbello e ccusí ffino! 2
In der mejjo però der ritornello
me stremisco de quer Zantomartino.
Perché sto
santo ar povero bboccino
dell’omo je fa un certo ggiucarello,
che quanno va ppe mmettese er cappello
nun je carza piú un cazzo in zur cudino.
Caso che
allora me spuntassi un porro,
io subbito direbbe: bbona sera!,
ecchesce a la viggija der ciamorro.
Te pare
arisicamme
Ste mmànnole ppiú ppresto 4 me l’attorro. 5
Pur ch’er reo nun ze sarvi ecco le pera.
Che
averà, cciscia mia, sto fratiscello
che inzin da ggiuveddí nun ze scappuccia?
Che averà, ccocca mia, 1 sto mi ’cardello
che sta ggrufo e nun chiede canipuccia?
Che
averà sto caggnolo poverello
che ttiè la coda tra le gamme, e ccuccia?
Dì, pp’er frate, p’er cane e ppe l’uscello
ciaveressi 2 un rimedio, eh Bbarberuccia?
Io crederia
che li svariassi 3 er zôno
de quarche cciufoletto e cchitarrina:...
nun ride, picchia mia, 4 nun te cojjono.
Quanno pôzzi
5 serví dde mediscina,
(già cche lo so cche ttienghi er core bbono)
je la volemo fà sta sonatina?
Vedemo un po’
ssor oste da finocchi
fùssimo Cacasenno e Bbertollino!
Mezzo bbicchiere quinisci bbaiocchi!
Quant’a la bbotte l’arivenni er vino?
Fa ccommido
eh sor Lappa er fiaschettino
quanno capita er passo de l’alocchi?!
Chi smezza paga: tu ppoi l’aribbocchi, 1
e ccusí un fiasco te viè a ddà un quartino. 1a
Tu dunque
doveressi avelle 1b intese
quele sstorie inventate da Margutte,
dove disce accusí, che a cquer paese
a ttempi der
Patriarca Sorfautte
se cantava st’antifona a le cchiese:
un cojjone che vviè le paga tutte.
«Hai raggione
per Dio! nun zò ccattive
ste sciriole». «E tte piasce er marinato?».
«Me tiro un antro pezzo de stufato.
Maggnete st’ova che ssò ffresche vive».
«Pe mmé,
cquanno ho ppijjato antre du’ olive
ce n’ho dd’avanzo, ché ssò ggià arrivato.
...No, nun me fà piú bbeve: ho ssiggillato.
Chi bbeve pe mmaggnà mmaggnà pe vvive».
«Ma eh?
ccorpo dell’anima de ghetto!
pare er pisscio, sto vin de pontemollo,
dell’angelo custode bbenedetto?».
«Ohò!
cciavemo ancora un antro pollo?!
Maggni ala o ccoscia?» «No, nnemmanco er petto:
si mme vôi fà sscialà, ttajjeme er collo».
Càpita
a Monte-Rosi, o a li confini,
la Storta vojjo dí, Nnepi e Bbaccano;
e nnun te dubbità: sei ’n bone mano,
ch’è ttutta ’na fajola 1 d’assassini.
Te coceno du’
polli bbufolini:
te cacceno un vinetto de Pissciano
battezzato coll’acqua de pantano:
te danno un letto morbido de spini.
Te metteno la
notte in compagnia
purce, zampane, cimisce e ppidocchi,
che tte fanno cantà Vviva Maria!
E cquanno er
zonno t’ha sserrato l’occhi
te viengheno a cchiamà per annà vvia.
E ttutto questo pe ppochi bbaiocchi.
Lassa de
stroligà, 2 pisciacquasanta, 3
bona serva de ddio, mugnetta grega, 4
prima che ttrovi piú chi tte ce prega
s’hanno da sprofonnà Ssantiquaranta. 5
Fremma!
pascienza! e cce n’ho avuta tanta,
che ssur collo sce porto la risega. 6
Ma adesso che pe tte sserro bbottega, 7
te fo ccredenza cuanno er gallo canta.
Serra tu
ppuro, 8 e appoggeje l’abbiffa; 9
e ’r po’ d’avanzo c’hai de farinella 10
si nu lo vôi spregà mettelo in riffa. 11
Io nun crompo
ppiú vvacca pe vvitella:
m’abbasta de strozzà 12 ll’urtima miffa. 13
La bbrascia scotta ppiú dde la padella. 14
Com’è
ita a ffiní la ribbijjone
c’aveva da sfascià Ppiazzacolonna? 1
Ce l’ha mmesse le mane la Madonna!
È vvienuto Sanpietro cor bastone!
La bbarca de
la fede nun z’affonna,
nun ha ppaura un cazzo de bbarbone: 2
duncue chi vvò alloggià ssenza piggione, 3
ce vienghi a rriprovà cco la siconna.
Pe ffà
mmejjo addannà 4 li ggiacobbini
mo ss’ariveste ’n’antra truppa vera,
e sse sò ttrovi ggià li tammurrini.
Già
s’arippezza a nnovo la bbanniera;
e ddoppo a li sordati papalini
je s’ha da fà ’na statua de scera. 5
Come er Papa
ha da stà ssenza lo Stato
quann’è vicario lui de Ggesucristo?
M’ha ddetto er Coco a me de San Calisto 1
che insinente
Ggesucristo
c’ha ttanto faticato
pe ffacce tuttoquanto avemo visto,
dovería cede puro a chi è piú tristo
sto cantoncel de monno conzagrato?!
Cede un par de cojjoni! E dde sto passo
s’arriva a llevà Iddio dar paradiso,
pe mmettece in zu’ logo Satanasso!
Duncue pare
che ssii bell’e indisciso
ch’er Zantopadre a sto monnaccio è ll’asso, 3
e ppò ddí riso ar farro e ffarro ar riso.
Chi evviva?
Chi vvalà? Pss, ssor grostino, 1
nun ze risponne ppiú a la sentinella?
Voi volete finí dde bevve vino.
Ve dico Chivvalà, Ddio serenella! 2
Chi
evviva?... ah, ssete voi, Mastro Grespino?
Che! ve puzzeno sane le bbudella?
Eh, ssi avevo la pietra all’acciarino
un antro po’ vve la fascevo bbella!
Cuanno la
guardia dar zu’ posto v’urla,
risponnete: si nnò, vvienissi l’orco,
cquà sse tira de netto, e nnun ze bburla.
Ma ddio
guardi lo schioppo me fa ffoco,
co sto vostro stà zitto eh nun ve corco?
Bella cazzata de morí ppe ggioco!
Dove nassce
la cassia,
nò a ppontemollo, tre mmía 1a piú llontano,
ce sta ccome un casson de pietra bbianca
o nnera, cor P. P. der posa-piano.
Lí, a
Rromavecchia, ha dditto l’artebbianca,
ce sotterronno un certo sor Mariano, 2
che mmorze de ’na palla in una scianca
a la guerra indov’era capitano.
Duncue, o
cqui er morto è stato sbarattato;
e allora me stordisco de raggione
ch’er governo nun ciabbi arimediato.
O cchi ha
scritto er pitaffio era un cojjone:
perché, da sí cch’er monno s’è ccreato,
questa è la sepportura de Nerone. 3
Sor
uffizziale mio, nun v’inquietate,
venita cquà, ssentite la raggione:
perché ffà ssanguemmerda a ssciabbolate
si ppotemo 1 aggiustasse 2 co le bbone?
Cuanno trenta
maggnère 3 ho aripescate
pe ddà ar prossimo nostro der cojjone 4
e cchì ciaripensava 5 ar battajjone
che voi, co riverenza, commannate?
Ma mmó c’ar
trentunesimo c’ho ttrovo 6
ve vienite a llaggnà com’e cquarmente
cuelle cose che ddico nu le provo;
s’arimedia
cor cazzo: 7 nun è ggnente. 8
Ve darò ppe ccojjone un nome novo,
e ssarà er trentadua: dite Tenente.
Disce
l’Abbibbia Sagra che Ggiuditta
doppo d’avé ccenato co Llionferne,
smorzate tutte quante le luscerne
ciannò a mmette er zordato a la galitta:
che appena
j’ebbe chiuse le lenterne 1
tra er beve e lo schiumà dde la marmitta,
cor un corpo 2 da fia 3 de Mastro Titta
lo mannò a ffotte in ne le fiche eterne:
e cche, agguattata
la capoccia, 4 aggnede 5
pe ffà la mostra ar popolo ggiudio
sino a Bbettujja co la serva a ppiede.
Ecchete come,
Pavoluccio mio,
se pò scannà la ggente pe la fede,
e ffà la vacca pe ddà ggrolia a Ddio.
Ah Scariotto
che pporti pe strapazzo
la bbanniera 2 de Cristo ar cudicuggno, 3
c’hai de pietra 4 er coggnome com’er gruggno,
botte de furberia sscerta
aringrazzia
er tu’ Ddio, faccia de cazzo,
aricacchio 6 d’un fijjo de bburzugno, 7
si ccor zugo de fior de tuttopuggno
nun t’hanno tinto er muso pavonazzo.
Strappete da
le spalle quella vesta,
levete da la gola er collarino,
e rrapete la chirica 8 da testa:
perché la
riverea d’un assassino
deggno de scelebbrà ll’urtima festa,
è una coppola, un zacco e uno strozzino.
Nu la
pijjà cco Nnino: 9
ma, ssi 10 me vôi conossce, viè a bbottega,
e llí cce troverai chi sse ne frega.
Lei sappi, si
vvò véderle, che cquelle
indove el vostro Cane-colso 2 abbaglia, 3
tutte cuperte di stole de paglia,
suono 4 le stufe delle Capandelle. 5
Eh! sti Abbagni
da noi vanno a le stelle!
Gente o di garbo, o nnobbile, o bbirbaglia,
bardassaria, 6 omminità, o vecchiaglia,
vonno tutti mettérce la sua pelle.
Chi ha
ccallo..., dico caldo, di staggione,
o un caldo a un piede, o acqualche occhiopullino,
capa o la capandella o el Capandone.
La meno folla
spendano un carlino
per quelle chiuse: ma le ppiú pperzone
a lo sbaraglio impiegheno un lustrino. 7
ANALOGIE
|
SE NON SI DICE |
NON SI
PUÒ DIRE |
|
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prendérle, ma: prènderle |
vedérle, ma: véderle |
|
porzo, ma: polso |
còrso, ma: còlso |
|
raja, ma: raglia |
abbaja, ma: abbaglia |
|
véderci, ma: vedérci |
métterci, ma: mettérci |
Quando el
Signiore volse in nel deselto
albelgare l’Abbrei senza locanda,
per darglie un cibbo a gòdere piú scelto,
mandò come una gomba: era la Manda. 1
Questa glie
vende giù, come la janda
scende su li magliali a campo apelto.
E ‘l giudio vendembiava, 1a e a dogni canda
c’impiegava sei gombiti di celto.
Nun mi pare
mondezza 1a sto guadambio, 2
ché puro a sembolella era faccenda
di lassà un pranzo pagaticcio in cambio.
Se ci mettemo
poi cena e marenda,
facevano un sei giuli di sparambio,
a conti fatti a caldamaro e penda.
ANALOGIE
|
SE NON SI
DICE |
NON SI
PUÒ DIRE |
|
scerto, ma: scelto sverto, ma: svelto |
deserto, ma: deselto aperto, ma: apelto certo, ma: celto |
|
scergo, ma: scelgo |
albergo, ma: albelgo |
|
locanna, ma: locanda manna, ma: manda |
canna, ma: canda manna, ma: manda |
|
rodére, ma: ròdere |
godére, ma: gòdere |
|
tomma, ma: tomba |
gomma, ma: gomba |
|
rajo, ma: raglio majja, ma: maglia |
majale, ma: magliale |
|
cammio, ma: cambio |
guadammio, ma: guadambio |
|
cemmalo, ma: cembalo |
semmola, ma: sembola |
|
merenna, ma: merenda faccenna, ma: faccenda |
penna, ma: penda |
Oh che
ddiggazzia, 1 Chitto!: 2 oh che bbullacca! 3
D’effe 4 jeli 5 ito via calo 6 me cotta!
7
Nu ttà bbe’
fi 11 e’ mmi’ padon 12 de cafa 13 nu la
ccotta. 14
Cuanno
ttò p’alientà 15 ddento
vedo ch’e’ ppupo mio ccivola e ccacca. 18
Io nu mme leggo 19 ppiú: chiamo Callotta, 20
e bbutto e’ ffitto 21 de melluzzi 22 e llacca. 23
Poi vado pe
annà llà, ma in ne’ ffà e’ ppazzo, 24
pun, chioppo in tella e do la tetta a’ mmulo; 25
ma e’ ppelicolo 26 mio te ce lo sccazzo. 27
Cuello che
mm’impottava, 28 e tte lo ggiulo, 29
ela 30 la fetta 31 de favvà 32 el
lagazzo: 33
del letto 34 lo fa 35 Iddio fi mme ne culo. 36
Va’ vva’ vva’
ssi cchi è! che si’ squartata!
Chi tt’arifigurava?, che tte strozzi!
Hai d’avé empito a cquattro gargarozzi,
perché, ssi vvedi, stai come una fata!
Bbe’ cche
zzitella, hai fatto un par de bbozzi
c’assomijji a una bbalia spiccicata:
Dio te li bbenedichi, Furtunata,
te l’accreschi, e ’r malocchio nun ce pôzzi.
Va’ cche
zzinne!... che cchiappe!!... che gganasse!!!...
Ma ttarantola vienghi e tt’entri in culo, 1
ch’in quant’a mmé tte le voría piú ggrasse.
Tutte le
sorte a tté, fijja d’un mulo!
Prima eri un terenosse-e-ttinducasse,
e mmó ppari una vacca, e nnun t’adulo.
|
SERV. |
Non
ziggnora, Milordo; è uno spedale 1 Qui cc’era
dunque una sbilonga 3 cupa, Questo?
È el gran tempio de Giov’Esattore. 5 Quello
là ssopra? El Monte Paladino 6 sotto al
Collo Inquilino… 8 |
|
MIL. |
Ma, cwí, in buco 9... ho una... vacca, una
phuttana. Yes, come dite voi? futta... futtana?... |
|
SERV. |
Ahà,
vvasca, funtana. Cosa
vò cche glie dichi? Coprilla di
cristallo |
|
MIL. |
Bene: e
cquesti è il... Foro... |
|
SERV. |
Foro bbovaro, 9a a ggià, Ccampovaccino: |
|
MIL. |
… Come
scrivete ... cino? |
|
SERV. |
Come gradissce lei, Milordo mio. |
|
MIL. |
Ti, ess, ecce, i, enn, o: 10 ... scritto bene io? |
|
SERV. |
Vedemo Pio
pio pio 10a... |
|
MIL. |
Caa...
valcantē, Tornate il Coccio |
|
VITT. |
Che ddisce
sto gargante? 12a |
|
SERV. |
Portelo un pò ddove te pare e ppiasce; |
|
VITT. |
Er tempio
de la Pasce |
|
MIL. |
Come dite? Goddamn!... |
|
VITT. |
Ah,
ccert’assoggna... |
|
MIL. |
Oh no,...
non vi bisogna... |
|
NINO |
Subbito che
nun zò ssane né ttonne |
|
PEPPE |
Ma ssi nun
fussi ste colonne cquane, |
|
NINO |
Che ccosa?!
Le Dogane sò de terra |
|
PEPPE |
Terra e
ppietra viè a stà a cchicchera e ttazza, |
|
NINO |
E a cazzo che tte frega e cche t’ammazza. Sor tignoso
3 de razza, e ste cose
le tiengo |
|
PEPPE |
Si la
gallina feta Quanno
vierà er pangiallo |
|
NINO |
Si er cazzo
avessi l’ale |
|
PEPPE |
Perché ppe
ggallinaccio Poi ’na
pelata, un bollo, |
|
NINO |
Tu pparli
pe vvennetta. |
Piano, sor
Tibbidò, nun tanta foja, 2
ché vve pijja una frebbe settimana.
Pe ddí a sto modo Colonna trogliana,
bisoggnerebbe dí Ttroglia e nnò Ttroja.
Ma nun fu la
Repubbrica Romana
che dda l’incennio sce sarvò sta ggioja,
epperò pare stata in man de bboja,
e è nnera com’er cul de la bbefana?
Ebbè,
ssi vviè dda Troja sta colonna,
s’ha da dí, ssi tte piasceno li fichi,
trojana, pe l’amor de la Madonna!
Ché a
cchiamalla sinnò ccome tu ddichi,
sarebbe com’a ddí cche nun è ttonna,
e vvolenne sapé ppiú dde l’antichi.
Ma cch’estro
ha da viení a ’no scarpellino
de stampà le colonne a cresceccala,
come jerzera tu fascessi in zala
co cquer rotolo tonno de scerino!
Sti
pupazzetti poi vestiti in gala
sò ttutte l’Arte antiche: c’è er rotino,
er barcarolo, er muratore, e inzino
la ggente co la sega e cco la pala.
Ce sò
puro le forche, li tormenti,
la Carestia 1 cor Zanto Madrimonio
e tutti l’antri sette Sagramenti.
Pare fatta
per arte der demonio!
Eppuro nò, cché in diesci ggiorni o vventi
la bbuttò ggiune un certo Mastr’Antonio. 2
E ss’ha oggnisempre
da sentí sto ggnavolo 2
che li pittori antichi da li tetti
seppeno tirà ssú pe ddu’ bbuscetti 3
st’accidenti 4 de San Pietro e Ssan Pavolo!
Pe nnun dí un
cazzo, io nun ce credo un cavolo,
che scalini-a-llumaca accusí stretti
potessino a sti Santi bbenedetti
dajje er passo senz’opera der diavolo.
In
quarant’anni e ppiú cc’ho ssur groppone
io pe la parte mia nun ho mmai visto
un palazzo infroscià 5 ddrent’a un portone.
E ssete puro
6 scerto, sor Calisto,
che o ’r monno antico è stato ’no stregone,
o cche cquesto è un miracolo de Cristo.
«Che
ccrompi?» «Crompo l’acqua de lavanna». 2
«Che ddiavolo sce fai?» «Pe ddà l’odore».
«E ppoi dove la porti?» «A la locanna».
«E ppe cchi sserve?» «P’er Commannatore». 3
O mmatti come
la raggion commanna! 4
Sciacquatura de culi de signore
ha da esse ’no spirito de manna
da méttete p’er naso un bon fragore! 5
Ma ssi tte
dico, cristo, che ssò ccose
cose da diventacce sticcaleggna, 6
e ddoppo imminestrà 7 bbôtte fecciose.
Sto
monno-novo tanto se l’ingeggna
c’ha ttrovo a ddà ppe bbàrzimo de rose
l’acqua che cce se laveno la freggna.
«Tata,
ch’edè cqui ssú?» «La Piccionara». 1
«Tata, e nun c’è gnisuno?» «È abbonora».
«Chi è quella a la finestra?» 2 «Una signora».
«E cquest’accant’a noi?» «La lavannara».
«Uh quanta
ggente! E indove stava?» «Fora».
«E mmó?» «Ssona la tromma». 3 «... Cuant’è ccara!
E sto lampione 4 immezzo c’arippara?»
«Poi lo tireno sù». «Nun vedo l’ora!
Chi
cc’è llà ddrento in cuella buscia scura?»
«C’è er soffione».5 «E sti moccoli de scera?»
«Sò ppe la zinfonía». «Sí? E cquanto dura?»
«Zitta, va
ssú er telone». 6 «... Ih! è ggente vera?»
«Ggià». «E cquelli tre chi ssò?» «Rre da frittura, 7
che cce viengheno a un pavolo pe ssera».
Eh! cquanno
te ved’io chi nun te pijja
pe ’na bbocca de bbasci a ppizzichetto?
pe ’na pupa che ffa la pisscia a lletto?
pe ’na serva de ddio senza viggijja?
Ciabbassa
l’occhi, tiè er barbozzo in petto,
se fa rossa se fa com’una trijja!
Inzomma, a vvoi! nun pare mó la fijja
che sso... de la Madonna de l’Archetto?
Ma appena io
svorto er culo, ehé, bbon giorno!
Allora se dà er levito a la pasta,
se smena 1 er pane, e ppoi se scopa 2 er forno.
E intanto che
cchi spizzica e cchi attasta,
tu ssoni la tïorba, io sono er corno...
Già, ssei nata a la Scrofa, 3 e ttanto bbasta.
Quanno stavo
a ccrompà 1 le callalesse
è ppassato Matteo co la sorella.
Sai che tte dico, Ggnacchera? ch’è bbella,
ma bbella che ppiú bbella nun pô êsse.
Lei
s’è affermata
c’annaveno a Ttestaccio in carrettella:
e io j’ho ddato a llei ’na squadratella
che mm’ha mmesse le bbuggere m’ha mmesse.
Com’è
llarga de cquì! cche bbella faccia!
Ha ddu’ occhietti, un nasino e ’na boccuccia,
che cchi la pô assaggià bon prò jje faccia.
Ah! jje
volevo di’ 3: ffior de mentuccia,
si ttu vvôi fà cco mmé ’na fumataccia,
ciò una pippa co ttanta de cannuccia.
E cche jje
pare a llei, sor Zebbastiano?
Lei me fa ggrazzia de servimme lei.
Sú, sú, accusí: 1 già nn’ho pprenduti sei.
Uh! er cucchiaro! e lli pijji co le mano.
Mó vvojjo
favorillo io: nun zaprei...
Armanco sto bboccon de parmisciano.
Ah, ah, 2 la proscedenza 3 va ar piú anziano:
lo sanno cuesto cquà ppuro l’abbrei. 4
Sibbè
cche nun è robba pe la quale, 5
puro, 6 dico, che sso, in certa maggnera,
ce poterà scusà si è stato male.
Vale ppiú
cquer piattin de bbona scera 7
che ttutto sto sscialà der carnovale.
Tanto, 8 mó mmaggni, eppoi? Cachi stasera.
Chi? llui?
Gèsus maria! Quello è un cojjone
scappato da le man der crapettaro,
e tte pôi figurà cquant’è ccacone 1
che ttiè inzino a mmesata er braghieraro.
Ce rescita da
marro e da spaccone;
fa lo spazzacampagna e ’r pallonaro: 2
eppoi curre a ssarvasse
come sente fà un ròggito
Senti questa
ch’è fresca d’oggi a otto.
Giucamio
quanno dereto a llui se sente un botto!
E sto
bbravaccio che mmazzola e squarta,
curze ar bancone e cce se messe sotto.
Sai ch’era stato? Un schioppettin de carta. 6
Oggi che
ssò li Morti, di’ un po’, Ammroscio, 1
vienghi a vvedé l’Arippresentazzione?
E cc’hai pavura, che cce ssii bbarbone?
Oh statte zitto che mommó te sfroscio. 2
E io
cazzaccio mó che mme ce svoscio! 3
Omo de mmerda, cimiscia, 4 cacone.
Du’ pupazzi de scera e dde cartone
sò ddiventati bbobo e mmaramoscio! 5
Oh, ppe li
schertri 6 poi der cimiterio
cqui la raggione è ttua: cqui er guaio è ggrosso!
Tante teste de morto! eh, un fatto serio!
Vedo
però che cquanno dài addosso
a le galline de padron Zaverio,
nun tremi un cazzo d’arrivajje all’osso.
Cristiana
mia, fai bbene pe li morti?
Pijji li pellegrini in dormitorio?
Io sciò un’anima drento ar purgatorio
che sta speranno in ne li tu’ conforti.
Pe ffà
ccantà le messe a Ssan Grigorio
ce vô l’inguento de zecchini storti:
e la santa indurgenza che ttu pporti
fa mmejjo de diasilla e rrisponzorio.
Penza,
sorella mia, che inzin da maggio
st’anima a cchiede er bene arza la testa,
senza potenne avé mmanco un assaggio.
Via,
mòvete a ppietà, ’na cosa lesta.
Opri la cappelletta der zuffraggio,
damo du’ tocchi, e poi sonàmo a ffesta.
Bbada, nun
biastimà, Ppippo, ché Iddio
è Omo da risponne pe le rime.
Ma che ggusto sce trovi a ste biastime?
Hai l’anima de turco o dde ggiudío?
C’è
bbisoggno de curre in zu le prime
a attaccà cor pettristo e cor pebbío? 1
Chi a sto monno ha ggiudizzio, Pippo mio,
pijja li cacchi e lassa stà le scime. 2
Poi, sce
sò ttante bbelle parolacce!
Di’ ccazzo, ffreggna, bbuggera, cojjoni;
ma cco Ddio vacce cor bemollo 3 vacce.
Ché ssi lleva
a la madre li carzoni, 4
e jje se sciojje er nodo a le legacce, 5
te sbaratta li moccoli
Quer giorno
in Croce che Ggesú fu mmesso 1
e in faccia de Maria se crocefisse,
du’ parole turchine che llui disse
se scurí er Sole co la luna appresso.
Quello
scurore se chiamò le crisse: 2
e ecchete perché cquann’uno adesso
vò ddí peccristo je viè a stà l’istesso
discenno, senza bbiastimà, pe ccrisse. 3
Quanno se
possi a fforza de talento
trovà uno sguincio 4 pe nnun fà ppeccato,
chi è er cristiano che nun zii contento?
Duncue, che
sserve a dì ppe ddio sagrato?
Ciariparlamo ar brutto sagramento, 5
a llume de cannela 6 cor curato.
Io je l’avevo
detto a cquer bardasso: 1
sin che ccampa tu’ madre êssi 2 zitello.
Ma lui ha ttrovo un porton de trapasso, 3
e l’ha vvorzuta fà de su’ sciarvello.
La vecchia
4 sbuffa come un zatanasso,
la ggiovene 5 tiè in culo farfarello: 6
e si annamo ppiú avanti de sto passo,
famme bbusciardo, cqua nnasce un mascello.
Cquella llí
la vò ccotta, e cquesta cruda:
cquesta vò iggnommerà? 7 quell’antra innaspa;
e ffanno come lo strozzino 8 e Ggiuda.
Se dícheno
impropèri a ttutte l’ora:
sò er cane e ’r gatto, la lima e la raspa: 9
via, cuer che sse pò ddí soscera e nnora.
Quanto sei
bbono a stattene a ppijjà 1
perché er monno vô ccurre 2 pe l’ingiù:
che tte ne frega
tanto che speri? aritirallo sù?
Che tte preme
la ggente che vvierà, 4
quanno a bbon conto sei crepato tu?
Oh ttira, fijjo mio, tira a ccampà,
e a ste cazzate 5 nun penzacce 6 ppiù.
Ma ppiú de
Ggesucristo che ssudò
’na camiscia de sangue pe vvedé
de sarvà ttutti; eppoi che ne cacciò?
Pe cchi
vvò vvive 7 l’anni de Novè
ciò 8 un zegreto sicuro, e tte lo dò:
lo ssciroppetto der dottor Me ne… 9
Pe ste tu’
communelle co Ttomasso
hai da stà fresco tu ccom’er pancotto.
Cuello è un gargante 1 che nun move un passo
si nun ce viè la su’ morale sotto.
Dijje le tu’
bbudelle ché stai grasso!
Seguita a cconfettà sto galeotto:
e cquanno hai gusto d’arimane a spasso, 2
lasselo lavorà ssotto cappotto.
In-primi-e-Antonia
3 te vò ffà ccornuto:
ma cquesto è ggnente: eppoi cor tu’ padrone
te buggera a la dritta e ssenza sputo.
E tu, abbasta
opri bbocca un chiacchierone,
vai ’n estis, 4 t’incecischi, 5 resti muto
come parlassi 6 er gran Re Salamone.
Sor Maria
Battifessa, 1 v’ho pportato
un uscelletto d’allevasse
che lo cacciò mmi’ Madre da un pantano,
dove Tata 3 sciaveva seminato.
Nun guardate
ch’è cciuco 4 e spennacchiato:
lo vederete cressce
Anzi allora tienetelo ingabbiato,
perché ssi vvola ve pô annà llontano.
Sin
ch’è da nido, fateje carezze:
cerca l’ummido poi, ma nnò lo sguazzo;
e la gabbia la vò ssenza monnezze.
De rimanente
è uscello da strapazzo:
e nn’averete le sette allegrezze
fascennolo ruzzà ss’un matarazzo.
È un
gran gusto er viaggià! St’anno sò stato
sin a Castèr Gandorfo co Rrimonno.
Ah! cchi nun vede sta parte de Monno
nun za nnemmanco pe cche ccosa è nnato.
Cianno fatto
un ber lago, contornato
tutto de peperino, e ttonno tonno,
congeggnato in maggnera che in ner fonno
sce s’arivede er Monno arivortato.
Se pescheno
llí ggiú ccerte aliscette,
co le capòcce, nun te fo bbuscía,
come vemmariette de Rosario.
E ppoi
sc’è un buscio indove sce se mette
un moccolo sull’acqua che vva vvia:
e sto bbuscio se chiama er commissario. 1
Ma ttutte ar
tempo nostro st’invenzione?!
Tutta mó la corona je se sfila! 1
P’er viaggià ssolo sce ne sò 2 ttremila!
Pell’aria abbasta de gonfià un pallone;
pe tterra
curri scento mijja in fila,
senza un cazzo 3 cavalli né ttimone;
pe mmare sc’è una bbarca de carbone
che sse 4 spiggne cor fume de la pila.
Ma in
quant’ar mare io mo dimannería 5
s’oggi un cristiano co st’ingegni novi
pôzzi scampalla 6 de finí in Turchia.
Perché cquer
palo che llaggiú tte covi 7
poderebbe sturbatte 8 l’alegria.
Ggià, ppaese che vai 8a usanza che ttrovi.
Jjer ar
giorno pe vvia de sto catarro
der mi’ pover’uscello arifreddato,
maggnat’appena du’ cucchiar de farro
curse 1 da quer cirusico arrabbiato.
Ma io c’una
ch’è una nun n’ingarro 2
te lo trovai che ggià sse n’era annato
in frett’e in furia a rinnaccià uno sgarro 3
co lo spezziale, er medico e ’r curato.
La mojje che
mme vedde mette a ssede 4
disse inciurmata: 5 «Ihì! ppuro 6 la ssedia!
Ve dà ffastidio d’aspettallo in piede?»
«Che! vve la
logro? 7 », io fesce
«pozziat’êsse 9 ammazzata a la Commedia!
Accusí armanco 10 creperete in musica».
Sor
Inguento-de-tuzzia,
m’ha dditto adesso quer taddeo 3 de Sferra
che mme scercavio 3a pe mmare e ppe tterra.
Che vve s’è ssciorto? 4 Ecchene cquì ’na fetta.
4a
Sapete eh,
ddico a voi, sor fiaccoletta: 1
oh cquesta sí ppe ccristo ch’è ccascerra! 5
Tutta sta furia cquì, sto serraserra,
eppoi scià 5a la pitina a la linguetta! 6
Volete vede
7 che mmommó vv’appoggio
’na rincarzata ar cofino, 8 eppo’ un carcio
sei deta 9 sotto ar zito dell’orloggio?
E sto
cazzotto che vve fa scacarcio, 10
sur gruggno vostro vò pijjacce 11 alloggio,
pe ddàvve vinta la partita e ’r marcio. 12
Oggiaotto
ch’è Ssanta Catarina
se cacceno le store 1 pe le scale,
se 2 leva ar letto la cuperta fina,
e ss’accenne er focone in de le sale.
Er tempo che
ffarà cquela matina
pe Nnatale ha da fàllo tal’e cquale. 3
Er busciardello 4 cosa mette? bbrina?
La bbrina vederai puro a Nnatale.
E ccominceno
ggià li piferari 5
a ccalà da montagna a le maremme
co cquelli farajôli 6 tanti cari!
Che bbelle
canzoncine! 7 oggni pastore
le cantò spiccicate
ner giorno der presepio der Zignore.
Nun pôi
1 sbajjà ssi vvôi. 2 Cquà ssu la
dritta,
ner comincio 3 der vicolo de Bbranca,
doppo tre o cquattro porte a mmanimanca 4
te viè
Svorta er
collo tra ll’oste e ll’artebbianca 6
e ppropio attacc’a cquella casa sfitta
llí a ppianterreno sciabbita er zor Titta 7
er barbiere a l’inzeggna de la scianca. 8
L’hai capito
mó adesso indove arresta? 9
Bbe’, ddomatina tu vvàcce a cquest’ora,
ché ll’ora lui de nun trovallo è cquesta.
Di’:
«Cc’è zor Titta?» «No». Tu ddijje allora:
«Disce zia che a ppagà viè st’antra 10 festa 11
ché gglieri 12 lei lo rifasceva fora». 13
Guarda che
ccosa è ll’omo, e ssi 1 è ppeccato
de fà sparge a la guerra er zangu’ umano!
Dio, che ppô ffà ’ggni cosa da lontano
e ppiscià a lletto e ddí dd’avé ssudato,
pe
ccreà l’Omo sc’impiegò le mano;
e ddoppo avello 2 bbene smaneggiato,
je fesce hâh: 3 e Adamo, pe cquer fiato,
da un pupazzetto diventò un cristiano.
E aveva
appena cominciato a vvive, 4
che ggià ssapeva rescità l’istoria
com’un de quarant’anni, e llêgge, e scrive.
E ssapeva
chiamà ppuro
tutte le bbestie bbone e le cattive
come noi conosscemo la scicoria.
Séguita a
ffà sta vita, Zzaccheria:
freghete l’orbo 1 co ste tu’ donnacce:
la dimenica a mmessa nun annacce: 2
immriàchete 3 sempre all’ostaria.
Strapazza er
nome de Ggesummaria:
giuchete er core, 4 intosta a parolacce. 5
Tu tte penzi 6 che Ccristo nun ce sia,
e llui te sta a ssegnà ttutte le cacce. 7
Va’,
ccontinuva a vvive 7a in ner peccato,
fra ccarte e ddonne, fra bestemmie e vvino:
ma ar capezzale 8 quer ch’è stato è stato.
C’è
ppoco ar bervedé, 9 ssor figurino;
e cquanno Cristo er culo l’ha vvortato 10
vall’a rripijja allora p’er cudino. 11
Ahàggnola!
a ppreparamme 4 er barzimo 5 der corno!
Ma ttanto e ttanto me credevi ssciorno 6
de nun capillo 7 cquà ccosa se 8 cova?
Sputa: 9
chi è cquello c’a la Cchiesa-nova
un quarto fà tte ronneggiava 10 intorno?
eppoi entrò cco tté llí accant’ar forno
da quella donna c’arivenne 11 l’ova?
Io ve vedevo,
sai? Lui chiotto chiotto
a vvienitte a le tacche, 12 e ttu a gguardallo
co la coda dell’occhi pe dde sotto.
E mmó ccosa
sarebbe sto bbarbotto? 13
Fussi 14 quarche ttumore da riontallo 15
come jjeri coll’ojjo der cazzotto! 16
Voi sce
gonfiate 2 da ’na man de 3 sere
sor uscellaccio de le male nove 4
che in tutto quanto er Carnovale piove:
pôzzi crepà lo stroligo
C’abbitassivo
7 ar vicolo der bove 8
co vostra mojje a rregge er cannejjere 9
lo sapevo, ma nnò st’antro 10 mestiere
de rubbà ll’occhialino a Bbarbaggiove. 11
Io ve lassai
cuggnato 12 de li preti,
e vv’aritrovo mó tutt’in un botto 13
diventato Spacoccio de Rieti. 14
Dunque, sor
Casamia, 14 sor Omo dotto,
sor Barbanera,
s’ariccapezza sto ternuccio all’Otto? 14a
Nun ho mai
fatto un cazzo l’assassino,
ma er cucchiere co ccime de padroni;
e ho ssempre strascinato in carrozzino
principesse co ttanti de cojjoni. 1
Ma ttu,
lladro, a sti poveri sturioni 2
la maggnatora j’hai sbusciato inzino,
pe ffà ccascà la bbiada a ffuntanoni
come fussi un orloggio a pporverino.
Ecco er
perché ddiventen’ossa e ppelle!
Ecco si ccome mostreno le coste,
e ss’arreggeno sú cco le stampelle!
Ma sse sa,
ggatto mio, chi ssò le poste
che jje venni la bbiada a mmisurelle:
du’ cavajjeri de Galanti, 2a e un oste.
Un cazzo che
vv’arrabbi! A Ssan Ghitano 2
so’ 3 vvent’anni che bbatto la cassetta:
e nnun tienevo un pelo a la bborzetta
che Ttata 4 me metté la frusta in mano.
Ma ssai tu a
Rroma, a Nnapoli, a Mmilano
quanti cucchieri ho ffatti stà a la fetta? 5
Sti bbanchieri 6 strillaveno vennetta
riccojjenno li ferri 7 da lontano.
Ho gguidate
parijje io co la vosce 8
c’averebbeno, a un dì, 8a ttramonto er zole, 9
cavalli da fà ffà sseggni de crosce! 10
E ssò
arrivato co le bbrijje sole
a pportamme 11 da mé ssedisci frosce! 12
Duncue fâmo 13 per dio poche parole.
Eh? che bber
gode! 1 Immezzo de ’na piazza,
sott’a ste quattro gocce de bbrodetto,
senza poté nnemmanco acchiappà un tetto, 2
fà ’ggni notte ’na vita de sta razza!
E ttratanto
quer gruggno de pupazza
de la padrona mia, drent’ar parchetto
se 3 diverte cor ghiggno e cco l’occhietto,
pe ffà ride 4 la freggna che l’ammazza. 4a
Eppuro
pe ppotella capí 7 cche cquanno fiocca 8
la donna se pô vvenne 9 ar ferravecchio.
Ma llei de
cazzi! 10 sin c’ha un dente in bocca,
de sughillo 11 ’ggni ggiorno ne vô un zecchio,
una marmitta, un cuccomo e una bbrocca.
Famme la
carità, ma cche tte fai!,
cosa te freghi, pe l’amor de Ddio!
Nu lo vedi che ddritto nun ce vai,
mannaggia li mortacci de tu’ zio?
Gran ché de
nun potesse fidà mai
co sto scolo d’un cazzo de ggiudio!
Animo, lass’annà, cché nun ce dai:
a cchi ddico? aló, cquà, ché ssego io.
Lasseli
stà sti poveri strumenti,
ché, a cquer che vvedo, er legno, fijjo caro,
nun è pane adattato a li tu’ denti.
Và
piuttosto a fà er medico o ’r notaro,
oppuro er mercordì, si tte la senti,
viaggia a piazza-ladrona 1 pe ssomaro.
Cquì,
e cquant’è ggranne Roma 1 l’aricorda,
propio in ner mezzo a sta ritiratella,
c’era piantato un trave e una ggirella
dove prima sce daveno 2 la corda.
Sto
ggiucarello era una lima sorda,
o ffussi a tratti oppuro a ccampanella, 3
che cchi ss’è intesa in petto la rotella
de le spalle, pe ddio nun ze ne scorda.
Sia benedetto
sempre er cavalletto!
Armanco mó tte n’eschi con onore,
e nun ce fai li cardinali in petto. 4
Ché ffor de
quer tantino de bbrusciore,
un galantomo senza stacce
pô annà pp’er fatto suo com’un ziggnore.
Qual è
ttra li peccati er piú ppeccato
c’abbi fatto ppiú mmale a ttutt’er monno?
Quello primo? ggnornò: mmanco er ziconno,
o er terzo, o er quarto. Er quinto-gola è stato.
Pe una
meluccia, c’averà ccostato
mezzo bbaiocco, stamo tutti a ffonno!
Pe cquesto er zeggno de st’ossetto tonno
cquà immezzo de la gola sc’è 1 restato.
Vedi che bber
zervizzio sce fasceva 2
quer cornuto d’Adamo, nun zia mai,
co cquella jjotta 3 puttanaccia d’Eva,
si 4
mmai Dio Padre, c’ha ttalento assai,
nun mannava er fijj’unico c’aveva
ggiú in terra a rrippezzà ttutti li guai.
Prima usscí
co la crosce er chirichetto,
po’ er prete co la stora ner’e ggialla,
quattro facchini poi cor moccoletto
smorzat’in mano e ’r catalett’in spalla.
Uno de questi
in capo ar vicoletto
dà un bôttaccio, e la cassa je trabballa:
e ssi un morto va ggiú dar cataletto,
l’anima è seggno che sta a ccasa calla.
Ma la Madonna
che llui fu ddevoto
nu lo permesse. Er vivo s’ariarza,
e tutt’e ddua sce ponno attaccà er voto.
Pe
ttirà ssú li sui, moneta farza
fa la Madonna e ttanto terramoto,
che o de riffe o de raffe sce li sbarza.
Staveno un
par de gatti a ggnavolà
in pizzo ar tettarello accant’a mmé
ggiucanno in zanta pace e ccarità
a quer giuchetto che de dua fa ttre:
quanto quer
regazzaccio der caffè
accosto a la Madon de la pietà
j’ha ttirato de posta un nonzocché
che l’ha ffatti un’e ll’antro spirità.
Povere
bbestie, j’è arimasta cquì! 1
Ma cquer ch’è ppeggio cento vorte e ppiú,
sò rrotolati tutt’e ddua de llí.
Doppo lo
schioppo c’hanno dato ggiú,
uno s’è mmesso subbito a fuggì,
e ll’antro è mmorto senza dí Ggesú.
Checca, sei
stata mai ar teatrino
de bburattini in der palazzo Fiano?
Si vvedi, Checca mia, tiengheno inzino
er naso com’e nnoi, l’occhi e le mano.
C’è
ll’Arlecchin-batocchio, er Rugantino,
er Tartajja, er Dottore, er Ciarlatano:
ma cquer boccetto poi de Casandrino,
nun c’è un cazzo da dí, ppare un cristiano! 1
Jeri per la
ppiú ccorta io sce sò annata
incirca ar tocco de la Vemmaria
c’allora s’ariopre l’infornata. 2
E ppoi cor
pesator de pescheria
co Pipp’e Peppe Menica e Nnunziata
ce n’annassimo a ccena all’osteria.
Che cce
faressi? oh mméttesce una zeppa! 1
L’hai ddata inzin’adesso a ttant’e ttanti,
c’oggi o da me t’hai da scibbà una sleppa, 2
o fàmme intiggne, 3 ar men che ssia, davanti.
Quà,
for che mmé, chi ccià l’uscello inzeppa,
e tu nun je lo tocchi co li guanti:
io dunque vojjo entrà, sora Ggiuseppa,
in paradiso a ddispetto de santi.
A temp’e
llogo de spanà, tu spani: 4
te piasceno li pranzi e le marenne:
eppoi me tratti peggio de li cani.
Guarda
cquì com’er ciscio arza le penne...
Che ccos’hai detto? me la dài dimani?
Passi l’Angeledèi e ddichi ammenne.
Bbè,
vvia, bbasta che ssii senza malanni
viè ddimani su a casa de Vincenza.
Oggi nun pozzo dattela in cusscenza
perché vvado a l’erliquie a Ssan Giuvanni.
Sta ggiornata
che cquì da tre o cquattr’anni
me confesso e ffò un po’ de pinitenza,
perché cchi pijja oggi l’indurgenza
va in paradiso co ttutti li panni.
Che tte fa un
giorno ppiú o un giorno meno?
Mica è ggrano che ccasca! morissi oggi,
te voría compatí: tanto sei pieno?
Oé
però, si è vvero de st’orloggi, 1
pe nnun mancà a li patti te lo smeno,
ma cqui ddrento cuccú cche mme l’appoggi!
Nun te so
cche risponne 2 e ddichi 3 poco
quanno me chiami crapa 4 e ggallinaccio:
su sta mmerda sce 4a do ssempre er gruggnaccio: 5
e ’r piú pegg’è 6 che mmai nun trovo loco.
La strega che
ccapiva ch’er mi’ foco
stava agguattato 7 sotto ar cenneraccio,
m’ha pijjato nell’ora der cazzaccio, 8
e ecco cqui ricominciato er gioco.
L’ambra nun
trova sempre la pajjetta: 9
tutto er ferro nun cià 10 la calamita;
e nun c’è pe ’ggni uscello 11 una sciovetta. 12
Ma p’er
cristiano 13 sta ssempre ammannita,
come tavola d’oste, una saetta
che de natura sua tira la vita.
Ecco
ch’edè: 1 vô êsse 2 solo er Marro 3
a ccugnà 4 le patacche a la tu’ 5 zecca:
pe cquesto te viè a ddí, 6 llinguaccia secca!, 7
che, cquanno sparo io, raro sc’ingarro. 8
De che?!
9 la mi’ pistola nun fa ccecca, 10
sibbè cche ffussi 11 caricata a ffarro.
Eppoi, Tuta, 12 viè cquà, 13 ffâmo 13a
un bazzarro,
e ssi 14 nun cojjo
È
vvero c’a sto monno in centomila
nun c’è ggnisuno che ppô ffàsse 17 bbravo,
ché sse 18 ponno crepà mmanico e ppila.
Però
ssi 14 ll’anni addietro io me cavavo
un ott’o ddiesci gustarelli in fila,
pe ddodisci oggi puro 19 me li cavo.
Tu ccapischi
cor culo, abbi pascenza:
nun dico questo, ch’averebbe torto.
Bell’e bbono è er mestier der beccamorto
quanno Iddio vò mmannà la providenza.
Io dico, e
sto discorzo è una sentenza,
che cquanno er tempo de l’istate è scorto,
sò spicciati 1 li cavoli pell’orto, 2
e ssi 3 ppoi vôi maggnà mmagni a ccredenza.
Sta Roma
è un paesaccio mmaledetto
dove l’inverno nun ce more un cane,
e tte se tarla puro er cataletto.
Oh vvedi pe
abbuscà un boccon de pane
quanto s’ha da pregà Ddio bbenedetto
perché illumini medichi e mmammane!
Si ccaso mai,
sor faccia de pangiallo,
l’arreggemo noi puro er bardacchino.
Ch’edè? 2 nun zemo indeggni 3 de portallo?
E vvoi chi ssete? er fio 4 der re Ppipino?
Nun
t’aricordi ppiú, bbrutto vassallo,
de quelli scarponacci da bburrino
quanno a le mano sce tienevi er callo
e mmaggnavi a ppagnott’-e-ccortellino?
Oggi che
cc’è er Zantissimo indisposto
potressi armanco usà pprudenza, e a cquelli
che ssò pprima de té ccedeje er posto.
Er
bardacchino tocca a li fratelli
de segreta: epperò ssor gruggno tosto
levàtevesce for da li zzarelli.
T’hai da
capascità cche, o bbianco, o rosso,
o nnero, o ppavonazzo, te sfraggella.
Sin che in ner mare sce sta er pessce grosso,
er piccolo ha d’avé la cacarella. 1a
Triste chi
nassce sott’a cquella stella,
e a le snerbate nun za ffacce 1b l’osso!
Bisoggna fasse mette 1c la bbardella
e bbascià er culo che tte caca addosso.
Prima sce
bbuggiarava er zor Pietruccio: 1
oggi nun è ppiú bbroccolo, ma ccavolo,
e cce bbuggera in cammio Pavoluccio. 2
Inzomma, un
giorno Pietro e un giorno Pavolo,
noi stamo sempre com’e ddon Farcuccio 3
sott’a le granfie o dd’un demonio o un diavolo.
Er curato a
la messa ha lletto er fojjo
che cc’è l’indurto, e ccià spiegato tutto.
A ppranzo se connissce co lo strutto,
ma la sera però ssempre coll’ojjo.
Carne de
porco mai: sai che ccordojjo
sti jotti 1 de salame e dde presciutto!
Pe mmé ciò un zanguinaccio, ma lo bbutto,
ché io nun vojjo scrupoli, nun vojjo.
La matina se
pò pe ccolazzione
pijjà un deto 2 de vino e un po’ dde pane,
da non guastà er diggiuno in concrusione.
Poi disce a
li cristiani e a le cristiane
d’abbandonà er peccato, e ffà orazzione
sin che nun s’arissciojje 3 le campane.
Ho vvisto
propio mó a le cantonate
curre er libbraro a appiccicà un editto.
È un lenzòlo de carta tutto scritto,
che le ggente sce fanno a ggommitate.
Bisoggna avé
ggiudizzio, cammerate,
perché cchi ssa che ce pô esse 1 scritto?
E ppotrebbeno avé ffatto un delitto
che nun ze ggiuchi ppiú mmanco a ssassate.
Sortanto ho
’nteso un quèquero
a bbarbottà, svortannose 3 de fianco:
«Chi cce governa, nun tiè ssale in zucca».
Nun
c’è ppiú dunque da sperà nnemmanco;
perché ssi cchi cce ll’ha, ppuro 4 te cucca, 5
figurete 6 chi ha perzo 7 er fritto bbianco. 8
Avevo inteso
da che mmonno è mmonno
ch’er piú ppeggio che ffussi era la morte,
e cche dde dua c’aspettano sta sorte
un’e ll’antro vorebb’esse 1 er ziconno. 2
Ma ttu cc’hai
sempre st’ideacce storte,
mannaggia la nepote de tu’ nonno!,
dichi mo che sta mmejjo chi vva a ffonno,
ché ’r penà de chi rresta è ttroppo forte.
E mme vôi
fà pparé ddorce st’agresta
oggi che la salute me se sfraggne!
Tristo chi mmore e bbuggiarà cchi resta.
Ebbè,
píjjete 3 tu le mi’ magaggne,
e ppe llevatte 4 sti grilli da testa
vatt’a ffà bbuggiarà, cch’io resto a ppiaggne. 5
Mó ffamo er
conto. Avevo ammalappena,
quanno che mme sposai, quattordiscianni:
de quattordisci e mmezzo fesce 1 Nena:
de disciassette partorii Ggiuvanni.
Questi c’ho
detto sò li dua ppiú granni:
Nena ha ddiescianni pe la Madalena;
e Nnino, senza tanto che m’affanni,
finí jjerzera dodiscianni a ccena.
Cqua ddunque
nun ce fiocca e nun ce piove: 2
dodisci e ddisciassette ar mi’ paese
viengheno a stà, mme pare, a vventinove.
Perché nun
zò ’na gallina pollese, 3
mostro un po’ d’avantaggio; ma a le prove
ho in punto mó vventinov’anni e un mese.
È ddar
giorno de llà dde l’antro jjeri
che sta galletta 2 nun z’è ppiú affacciata.
Chi lo sa cc’antra fregna 3 j’ha ppijjata?
Io nun sto ddrento in ne li su’ penzieri.
Si sse tratta
de dajje un’ingrufata, 4
je la darò ’ggnisempre volontieri:
de rimanente de sti su’ braghieri 5
me ne faccio un zuffritto
Se penza la
cojjona che mm’addanni 7
perché nun viè du’ ggiorni a la finestra?
Che me ne frega 8 che nun stia scent’anni!
Pare
peccristo un fiore de gginestra!
E, ssi ttanto è dde fora, sotto panni
Dio lo sa ssi cche bbrodo de minestra!
Pare un
destino ch’er piú mmejjo attrezzo
che ffesce Gesucristo ar padr’Adamo,
ciavessi da costà, ssi ll’addopramo,
da strillacce Caino 1 per un pezzo!
Questa nun ce
la dà ssi nnun sposamo,
quella vô er priffe 2 e nnun je roppe er prezzo, 3
l’antra t’impesta e tte fa vverd’e mmezzo: 4
e er curato sta llí ssempre cor lamo. 5
Bbenedetta la
sorte de li cani,
che sse ponno pijjà cquer po’ de svario
senz’agliuto de bborza e dde ruffiani.
E pponno
fotte in d’un confessionario,
ché nu l’aspetta com’a nnoi cristiani
sta freggna de l’inferno e dder Vicario.
Ieri sí che
ffu ggiostra! Che bbisbijjo!
Figùrete che Mmeo de bborgonovo
a vvent’ora er bijjetto nun l’ha ttrovo:
epperò dde matina io me li pijjo.
Cristo, che
ccarca! 2 pieno com’un ovo!
nun ce capeva ppiú un vago de mijjo!
Le gradinate poi!... io e mmi’ fijjo
paremio 3 propio du’ purcini ar covo.
Che accidente
de toro! D’otto cani
a ccinque j’ha ccacciato le bbudella,
e ll’antri l’ha schizzati 4 un mio 5 lontani.
E cquer
majjone 6 vôi ppiú ccosa bella?
Eppoi, lo vederai doppodomani:
bbast’a ddí c’ha sfreggnato 7 Ciniscella! 8
M’ha ddetto
stammatina quella rapa
qui ar Babbuino der Milord’ingrese,
che ccor una chinea e mmezza ar mese
le ggente da serví llui se le capa.
L’hanno
portata dunque ar zu’ paese
la Chinea che baciava er piede ar Papa?!
Però mme pare una gran cosa ssciapa
d’annasse a ffà cco la Chinea le spese!
Eppoi, che
mme ne faccio de quer pezzo?
Se dà a porta-leone una cavalla
quann’è spaccata a mmodo suo pe mmezzo.
E ssi ppe
mezzo culo e ppe ’na spalla
j’annassi 1 ar Papa de roppejje er prezzo,
poderebbe cor Re 2 ppuro aggiustalla.
Ecco si cche
vvor dí de sta 2 ddu’ mesi
drento in concraudio 3 e ffà li Papi frati:
se svortica er budello
eppoi s’ha da ricurre all’assegnati.
Quanno che li
stamporno li francesi,
ce restassimo 5 tutti cojjonati, 6
Sò ccartacce da culo: e cchi l’ha spesi
all’un per cento o ar dua, nun l’ha bbuttati.
Io, co
st’orecchie, venti vorte in fila,
l’ho inteso oggi ar vangelio, che dde sbarzo 7
ce ne vonno appoggià ddodisci mila. 8
Vedi che
llume de luna de marzo!
E cquanno er prete a mmessa te le sfila,
pijjesce puro 9 un giuramento farzo.
E le scedole
1a fu ppoco strapazzo?
Pare a ddí ggnente a tté, dde punt’in bianco 1
annà ar Monte 2 o a Ssanspirito in ner banco 3
pe sbarattalle, e nun trovacce un cazzo?!
Mi’ padre a
mmé mme n’ha llassate un branco,
ma stanno llí a ddormí tutte in un mazzo,
che tte ggiuro da povero regazzo 4
ner caso mio m’arifarebbe un fianco.
Oggi avé
ddua, trescento, mille scudi,
eppoi domani diventatte marva, 5
tratanto che a ccampà ffatichi e ssudi!
Ma
pperò ssi nun pagheno sta sarva 6
de scedole che ccià aridotti iggnudi,
bbuggiarà sto Governo si sse sarva.
‘Gna
sentì mmessa e arispettà er governo
chi vvô ssarvasse 1 l’anima, Donizzio, 2
si nnò vviè Cristo ar giorno der giudizzio
e ce bbuggera a ttutti in zempiterno.
Metti,
cumpare mio, metti ggiudizzio,
caso te puzzi er foco de l’inferno,
ché, mmettemo 3 la sfanghi in ne l’inverno,
ar tornà de l’istate è un priscipizzio.
Povero
Ggesucristo! dar zu’ canto
s’è ammascherato sin da vino e ppane:
be’, dov’è un cazzo 4 che sse fa ppiú ssanto?
Le donne
sò, pper dio, tutte puttane, 5
l’ommini ladri: 5 e ttutto er monno intanto
de Cristo se ne fa strenghe de cane. 6
Come saranno
ar monno terminate
le cose c’ha ccreato Ggesucristo,
se vederà usscí ffora l’Anticristo
predicanno a le ggente aridunate.
Vierà
ccor una faccia da torzate,
er corpo da ggigante e ll’occhio tristo:
e pper un caso che nun z’è mmai visto,
nasscerà da una monica e dda un frate.
Poi pe
ccombatte co sta bbrutta arpia
tornerà da la bbùscia de San Pavolo
doppo tanti mil’anni er Nocchilia. 1
E appena
usscito da l’inferno er diavolo
a spartisse la ggente cor Messia,
resterà er Monno pe sseme de cavolo.
Cuattro
angioloni co le tromme in bocca
se metteranno uno pe cantone
a ssonà: poi co ttanto de voscione
cominceranno a ddì: ffora a cchi ttocca.
Allora
vierà ssù una filastrocca
de schertri da la terra a ppecorone, 1
pe rripijjà ffigura de perzone,
come purcini attorno de la bbiocca. 2
E sta bbiocca
sarà ddio bbenedetto,
che ne farà du’ parte, bbianca, e nnera:
una pe annà in cantina, una sur tetto.
All’urtimo
usscirà ’na sonajjera 3
d’Angioli, e, ccome si ss’annassi a lletto,
smorzeranno li lumi, e bbona sera.
È
ttanto chiaro, e ste testacce storte
nu la sanno capí, che dda cuer pomo
che in barba nostra se strozzò er prim’omo
pe ddegreto 1 de ddio nacque la morte;
e cche llui
de l’inferno uprì le porte,
e o granne, o cciuco, o bbirbo, o ggalantomo;
ce fesce riggistrà ttutti in un tômo,
ce fesce distinà ttutt’una sorte!
Perché
pperché! se sturino l’orecchie,
vienghino a ffalla loro un’antra lêgge 2
sti correttori de le stampe vecchie. 3
Perché
pperché! bber dí dda ggiacobbino!
Er libbro der perché, cchi lo vô llêgge
sta a ccovà ssott’ar culo de Pasquino. 4
«Famo a
bbuscetta? » «No». «Sssedia papale?
Sartalaquajja?» «No». «Ppiseppisello?»
Gattasceca? Er dottore a lo spedale?
A la bberlina?» «No». «A nnisconnarello?
Potemo
fà li sbirri e ’r bariscello,
la ggiostra, li sordati e ’r caporale,
a scaricabbarili, a acchiapparello,
a llippa, a bbattimuro, a zzompà scale.
Ggiucamo a
bboccia, ar piccolo, a ppiastrella,
a mmorè, a mmora, a ppalla, a mmarroncino,
a ccavascescio, a ttuzzi, a gghiringhella,
a
attaccaferro, a ffilo, a ccastelletto,
a curre, a pparesseparo...». «No, Nnino,
dàmo du’ bbottarelle a zzecchinetto».
Fu ppropio
donna. Bbuttò vvia ’r zinale
prima de tutto e ss’ingaggiò ssordato;
doppo se fesce prete, poi prelato,
e ppoi vescovo, e arfine Cardinale.
E cquanno er
Papa maschio stiede male,
e mmorze, 1a c’è cchi ddisce, avvelenato,
fu ffatto Papa lei, e straportato
a Ssan Giuvanni su in zedia papale.
Ma
cquà sse ssciorze er nodo a la Commedia;
ché ssanbruto 1 je preseno le dojje,
e sficò un pupo llí ssopra la ssedia.
D’allora
st’antra ssedia 2 sce fu mmessa
pe ttastà ssotto ar zito de le vojje
si er pontescife sii Papa o Ppapessa.
Iddio nun vô
cch’er Papa pijji mojje
pe nnun mette
sinnò a li Cardinali, poverelli,
je resterebbe un cazzo da riccojje. 2
Ma er Papa a
ggenio suo pô llegà e ssciojje
tutti li nodi lenti e cquelli stretti,
ce pô scommunicà, ffà bbenedetti,
e ddàcce
E inortr’a
cquesto che llui sciojje e llega,
porta du’ chiave pe ddacce 4 l’avviso
che cquà llui opre e llui serra bottega.
Quer
trerregno che ppoi pare un zuppriso 5
vô ddí cche llui commanna e sse ne frega,
ar monno, in purgatorio e in paradiso.
Jerzera er
Papa morto c’è ppassato
propi’avanti, ar cantone de Pasquino.
Tritticanno 1 la testa sur cuscino
pareva un angeletto appennicato. 2
Vienivano le
tromme cor zordino,
poi li tammurri a tammurro scordato:
poi le mule cor letto a bbardacchino
e le chiave e ’r trerregno der papato.
Preti, frati,
cannoni de strapazzo,
palafreggneri co le torce accese,
eppoi ste guardie nobbile der cazzo.
Cominciorno a
intoccà tutte le cchiese
appena uscito er Morto da palazzo.
Che gran belle funzione a sto paese!
Prima, a
palazzo, tanti frati neri
la notte e ’r giorno a bbarbottà orazzione! 1
Pe Rroma, quer mortorio bbuggiarone! 2
cqua, tante torce e tanti cannejjeri!
Messe sú,
mmesse ggiú, bbenedizzione, 2a
bôtti, diasille, prediche, 3 incenzieri,
sonetti ar catafarco, 3a arme, bbraghieri, 4
e sempre Cardinali in priscissione!
Come si
4a er Papa, che cquaggiú è Vvicario
de Crist’in terra, possi fà ppeccati,
e annà a l’inferno lui quant’un zicario!
Li Papi
sò ttre vvorte acconzagrati:
e ssi Ccristo sciannò, cciannò ppe svario
a ffà addannà 5 li poveri dannati.
Co sti
cuattro 1 che ttienghi ar tu’ commanno
mó ppijji puro 2 un po’ de mojje pijji?
Eppoi cosa sarai de cqui a cquarc’anno?
Un pover’omo carico de fijji.
Menicuccio,
dà retta a li conzijji:
abbada a cquer che fai: penza ar malanno:
donna! chi ddisce donna disce danno:
tu t’aruvini co sti tu’ puntijji.
Si ppoi
scerchi una forca che tt’impicca,
nun te sposà sta guitta scorfanella: 3
procura armanco de trovalla ricca.
La ricca nun
te vò? ccàpela 4 bbella:
ché cquanno a Rroma una mojjetta spicca,
vanno mojje e mmarito in carrettella.
Bisoggna che
sta strega de mignotta 2
all’ommini je facci 3 le fatture,
si 3a cco ttutto quer gruggno de marmotta
nun fa a ttempo a smartí 4 ll’ingrufature! 5
Nun pare un
piatto d’inzalata cotta,
o una pila da mette le pavure? 6
Nun faria sta figura der Callotta
smove 7 la verminara a le crature?
Eppuro 8
ecchela llí: ccristiani, abbrei,
frati, preti, avocati, monziggnori,
vestí, bbeve, 9 maggnà...: tutto pe llei!
E cquella
fijja mia, pover’Aggnesa,
bella, che nun fuss’antro 10 li colori,
è affurtunata com’un cane in chiesa.
Sta Cammera
de cristo è una puttana:
bbeati quelli che la ponne fotte, 1
e ddàjje 2 che sse sentino 3 le bbôtte
sino ar paese de la tramontana.
Da pertutto
quì sbarcheno marmotte,
che nun zò 4 ussciti ancora da dogana
che ssubito, alò, 5 cchirica 6 e ssottana,
eppoi tajjele 6a ggiú che ssò ricotte! 7
A Rroma,
abbasta de sapé er canale
e trovà er buscio 8 pe fficcà un zampetto,
a cquaresima puro 9 è ccarnovale.
Ma er padre
de famijja poveretto
nassce pe tterra, more a lo spedale,
e si 10 ffiata sciabbusca 11 er cavalletto.
Che razza de
dimanne 1 oggi me fai?!
Cosa vô ddí Cconzurta, Dateria,
e Bbongoverno, e Llemosinería!...
Che tte premeno a tté ttutti sti guai? 2
Bbubbú,
bbubbú, 3 nnun la finischi mai!
oggni ggiorno una nova fantasia!
Ha rraggione sta matta de tu’ zia
che pe cciarvello sciai 4 pancotto, sciai.
Vai
stroliganno 5 su li fatti antichi!...
Se vede bbe’ cche nun hai da fà un cazzo,
fijjolo mio, che ddio te bbenedichi.
Dunque, aló,
ddàmo gusto ar dottorazzo:
a Rroma ste parole che ttu ddichi
nun zò antro 6 che nnomi de palazzo.
«Eh zia,
quela regazza che sse vede,
guercia, a pponte sant’angelo, 2 la festa,
che sta llí a sséde, e ttrittica 3 la testa,
zia, chiede la lemosina? la chiede?»
«E cche
mmaniera di discorre è cquesta?
Bbestia, se disce sédere e nnò ssede.
Nun zerve, cquì sse predica la fede
in ghetto, 4 se fa el brodo in d’una scesta. 5
Guardatela mó
llí la pupa nercia! 6
Ha mommó dodiscianni su la groppa
e ancora nun za ddí cceca ma gguercia!
Ehéi!
cquà nun ze trotta, se galoppa!
Cquà la matassa è frascica e nnò llercia: 7
va bbene un po’, ma cquanno è ttroppa è ttroppa.
Mi’ nonna a
un’or de notte che vviè Ttata
se 1 leva da filà, ppovera vecchia,
attizza un carboncello, sciapparecchia, 2
e mmaggnamo du’ fronne d’inzalata.
Quarche
vvorta se fâmo 3 una frittata,
che ssi 4 la metti ar lume sce se specchia 4a
come fussi 4b a ttraverzo d’un’orecchia:
quattro nosce, 5 e la scena 6 è tterminata.
Poi ner
mentre ch’io, Tata 6a e Ccrementina
seguitamo un par d’ora de sgoccetto, 7
lei sparecchia e arissetta 7a la cuscina.
E appena
visto er fonno ar bucaletto,
’na pissciatina, ’na sarvereggina,
e, in zanta pasce, sce n’annamo a letto.
Sta notte a
mmezza notte, sorcia bbella, 1
tra un bove e un asinello, s’un tantino
de fieno, Cristo in d’una capannella
è nnato bbianco rosso e rriccettino.
Via,
dàmo un’attizzata a lo stuppino,
cominciamo a ssonà la ciaramella. 2
è ora d’arimettelo er
bambino,
ché ggià cquí avanti a mmé ss’arza la stella.
Guarda che
ccoda se 3 strascina, oh Teta!,
longa magaraddio ’na mezzacanna,
e nun è usscita tutta da segreta!
Scropi 4
dunque er presepio e la capanna;
e fàmo a lo spuntà dde la cometa
nassce er bambino e ddiluvià la manna.
Ma ccome nun
z’ha er tempo oggi da smove?!
Nun zai che ffest’è oggi, eh Sarvatore?
Li trenta, sant ‘Andrëa pescatore.
De sta ggiornata tutti l’anni piove.
E cche vvor
dí? cce fai tanto er dottore,
e ppoi tutto pe tté ssò ccose nove!
Manco si ttu nun fussi nato indove
chi maggna more e cchi nun mmaggna more. 1
E l’istesso
der trenta de novembre
è er marito de Checca la mammana,
che nun zapeva der dua de discembre.
Si ppiove er
giorno de Santa Bbibbiana,
piove (e ddillo pe mmano de notaro)
quaranta ggiorni e ppoi ’na sittimana.
No dde Campo-carleo:
1 cuell’è, ssorella,
parrocchia der curato Spadolino. 2
Io vorzi dì Ssan-Lorenzo-in-lucino 3
dov’è ccurato er Padre Carbonella. 4
Ebbè,
mme perzi puro una sciafrella 5
pe ccurre a bbussà ppresto ar finestrino, 6
cuanno a cquella bbon’anima de Nino
jer notte je pijjò la raganella. 7
Tre ora a
ffila j’averò bbussato!
M’arisponnessi tu che llí nun c’eri?
Accusí m’arispose er zor Curato.
E ppoi
ridenno me sce disse jjeri,
ch’er zomaro ch’er giorno ha ffaticato
la notte vò ddormí ssenza penzieri.
Buggiaralle
peddìo chi ll’ha inventate
st’armacciacce da foco bbuggiarone!
Ché ggià de scerto dovett’esse un frate
co un po’ de patto-tascito a Pprutone.
Sor zargente,
nun famo 1 bbuggiarate:
cuanno che mme mettete de piantone,
o ccapateme l’arme scaricate,
o ar piuppiù ssenza porvere ar focone.
Cortello
santo! Armanco nun è cquello
vipera da vortasse 2 ar ciarlatano! 3
Pe mmé, evviva la faccia der cortello!...
Lo scanzate
quer buggero, eh, sor Pavolo?
Nun ze pô mmai sapé co st’arme in mano!
E ppô a le vorte caricalle er diavolo.
Vèstete
via, nun fâmo regazzate:
per oggi nun vô ppiove: 3 è ttempo grasso. 4
Ma nnun è ttempo, nò, dde fà ffracasso:
nu le vedi le nuvole squarciate?
Le
carrettelle ggià ssò ttutte annate? 5
E nnoi se 6 n’anneremo a spass’a spasso.
Che cc’è da Ripa a Papaggiulia? 7 un passo.
Poi, sibbè 8 ppiove, pioveno sassate?!
Che ffiocca!
fiocca er cazzo che tte frega!
Mó ddo de guanto
e tte tratto ppiú peggio de ’na strega. 10
Che ffate a
ccasa? nun c’è mmanco Muccio! 11
Volete restà ssola, sora Popa, 12
come un torzo de cavolo 13 cappuccio?
E cchi vv’ha
ddetto mai, sora piccosa,
che in ne la zucca nun ciavete sale?
Io nun ho detto mai sta simir-cosa,
ché discennola a vvoi, direbbe 2 male.
Anzi, le
bburle a pparte, sora Rosa:
pô esse tistimonio er zor Pascuale
si jjerzera vôtanno l’orinale
nun disse 3 che vvoi sete appititosa.
E
cciaggiontai, 4 guardate si cce cojjo, 5
c’ortr’ar zale c’avete in ner griterio 6
tienete er pepe drento a cquell’imbrojjo.
Scappò
7 allora ridenno er sor Zaverio:
«Co ssale e ppepe e cquattro gocce d’ojjo
poderissimo 8 facce 9 er cazzimperio». 10
Sai dove sta
a sserví mmó cquela strega
che ssciacquava li piatti a la locanna?
Dar gobbetto cquaggiù cche ttiè bbottega
d’anticajje e ppietrelle a Ppropaganna. 1
Er bell’è
cch’er padrone se la frega,
sibbè che jje stii sotto mezzacanna.
Ma ssi jje sce dài guai, lei te lo nega,
e cce sforma cappelli 2 che ss’addanna.
Io vorebbe
vedé er zor Gobbriello 3
co cquer po’ de bbaullo in guardarobba
come s’ingeggna a intrufolà 4 l’uscello.
Co ttutto che
cchi ssa spiegà sta robba
disce c’a sti derfini 4a er manganello 5
se 5a misura dar giro de la gobba.
Che jje disse
a mmi’ mojje io, sor Fedele?
Tòta, da’ udienza a mmé, ffa’ la puttana,
ma nun batte acciarini: 1 e cche cc’è? er mele?,
che tte piasce in nell’arte de ruffiana?!
Ma cche! nun
curze un’antra sittimana
che ggià er Vicario che cciaveva er fele, 2
la messe in monistero a Ssammicchele
pe rruccherucche
E io in barba
sua e dder Ficario
me ne sto cco la sposa de mi’ zio,
che llei puro ha er marito in zeminario.
Sin
ch’è ggiorno, a incannà cquì lei cquà io;
eppoi, ’na terzaparte de rosario,
du’ bbocconi, e a ddormí in grazzia de ddio.
Sta tu’
1a Francia sarà una gran Città,
ma li francesi che nnascheno llí
hanno una scerta gorgia de parlà
che ssia ’mazzato chi li pô ccapí.
Llà
ttre e ttre nun fa ssei, tre e ttre ffa ssì, 1
e, cquanno è rrobba tua, sette a ttuà. 2
Pe ddì de sì, sse 2a bburla er porco: uì:
e cchi vvô ddì de nò disce: nepà.
E mm’aricordo
de quer zor Monzù
che pprotenneva 2b che discenno a ssé, 3
discessi 3a abbasta, nun ne vojjo ppiú.
E de
quell’antro che mme se maggnò
’na colazzione d’affogacce un Re,
e me sce disse poi che ddiggiunò?!
Tu che ssei
stato a Spaggna a cconcià ppelle
è vvero che Ppariggi è un gran locale,
dove pe ddí mojje, tutt’uno, e ssale,
se disce fame, sette galli, e sselle?
Ce sò
llà ll’osterie, le carrettelle?
Pissceno com’e nnoi nell’urinale?
Le case pe annà ssú ccianno le scale?
Cala la luna llà? ssò assai le stelle?
Li muri
sò de leggno o ssò de muro?
Va a Rripetta er carbone o a Rripagranne?
L’acqua de Trevi, di’, ffuma llà ppuro? 1
Chi Ppapa
sc’è?... Li gobbi hanno la gobba?
Se troveno a Ppariggi le mutanne?
Ggira pe Rroma llà ttutta la robba?
Voi, sor
gianfutre mio, sete uno sciocco
ar brusco, ar zugo, ar burro e in gelatina,
cor una testicciola piccinina
d’avenne 1a er mercordí vvent’a bbaiocco.
Ma ccome un gallo
pò cchiamasse un cocco, 2
si er cocco ar monno è un ovo de gallina!
Voi pijjate campana pe bbatocco,
voi confonnete er re cco la reggina.
E ssull’ova
ch’edè 2a a st’antra bbaruffa?
Se sa, 2b mme fate dì a la pollarola
che vve ne manni du’ duzzine a uffa; 3
e cquella
c’ha studiato a un’antra scôla,
appena ha inteso st’immassciata 3a bbuffa,
ve l’ha mmannate 3b co la coccia sola. 4
Sentenno
e ddí oggnisempre cuarche ccosa ssciocca,
semo soliti a ddí: cquesto opre bbocca
e jje dà fiato poi come ar pallone.
Ma sta bbocca
e sto fiato è un paragone
da mettelo
ché a nnoi sce tocca a rrispettà, cce tocca,
le cose de la nostra riliggione.
E nun
zò affari de scipoll’e bbieta: 4
me ne sò accorto glieri 5 si 6 è ppeccato
in ner fà battezzà la fìa 7 de Teta:
perché pprima
dell’acqua dà er curato
sale, ojjo e sputo: e cquanno ha dditto: Feta, 8
opre bbocca lui puro e jje dà ffiato.
Jeri, a
strada Connotta,
che cce sta Mmonziggnor Viscereggente 2
aggnède a famme 3 cresimà er regazzo,
che mme lo tenne a ccresima Cremente.
C’era assieme
co nnoi tant’antra ggente
tutti o cco la pupazza o ccor pupazzo:
però er zor Monziggnore indeggnamente
de scera 4 sola n’ariccorse 5 un mazzo.
Capisco er zignatea,
6 er zignacruccia 6a
l’ojjosanto, la mancia, la bbammasce, 7
le cannele, er compare e la fittuccia;
ma, ssi
8 avessi da dí, ddoppo der baffo
in ner nome-de-padre, 9 nun me piasce
quella malacreanza de lo schiaffo.
Saria bbuscía
de dí che cquasi tutto
quello che ss’è inventato er padreterno
nun zii 1 cor zu’ perché. L’istate è assciutto
perché vvòrze creà zzuppo l’inverno.
Perché ha
ccreato er porco? p’er presciutto.
Perché la carn’umana? p’er governo.
Perché li turchi? pe ccavà un costrutto
dell’antro Monno e nun spregà l’inferno.
Ma cquanno
fesce er zanto madrimonio,
pe nnun fajje 2 sto torto che ddormissi 3
bisogna dí cche lo tentò er demonio.
Certo chi
ppijja mojje è un gran cazzaccio:
e ha rraggione er francese che ssentissi 4
ch’er madrimonio lo chiamò marraccio. 5
La sera ch’er
Zignore a ôr de scena 1
distituí 2 la santa caristia, 3
nun zo ccapí pperché ffussi de vena
de dàjje 3a er nome de sta bbrutta arpia.
Tratanto
scerto è una gran cosa piena
d’amore pe sta porca de gginía
de ggentacce der monno, ammalappena
deggni de mentovà Ggesummaria.
Te pare amore
a tte ppoco futtuto 4
quer cacciasse
pe ssiggillà una lettra co lo sputo?
E ssotto poi
sto scerotin de pasta
calà in ner corpo d’un cristian cornuto
pe rriusscí dda dove entra la tasta? 6
Avessi fatto
ar monno ancora ppiú
de tutto er bene che ppò ffasse cquí;
fussi un santo, una cosa da stordì,
fussi un mostro infernale de vertù;
maggnete,
fijjo mio, lecchete tu
’na fetta de salame er venardì,
e bbona notte: hai tempo a ffà e a ddì:
se va a ffà le bbrasciole
Ringrazziamo
però la bbonità
de Ddio, ché ppuro er vicoletto sc’è 1a
pe ffà ppeccati in pasce e ccarità.
Basta
’ggnitanto d’annà a ffà cescè 2
in cuella grattacascia 3 che sta llà,
eppoi te sarvi si scannassi 3a un Re.
Si 1
ttu mme parli de turchi e dd’abbrei,
loro nun zò cattolichi, Cremente.
Questi, compare mio, sò ttutta ggente
c’adora scinque Ggesucristi 2 o ssei.
E li
sammaritani e ffilistei,
e ll’antre riliggione puramente, 3
nun zò ccome la nostra un accidente: 4
je ponno tutte bbascià er culo a llei.
Vammel’a
ttrova un’antra riliggione
che sappi fà ccor mosto e la farina
quer che la nostra fa a le levazzione. 5
E indove sta
ttra ttutta sta caggnara
chi arrivi com’e nnoi, pe ccristallina, 6
ar zest’Ordine e ssino in piccionara? 7
Er Padre
Patta, indove ce va a scola
er fìo de quer che ffa la regolizzia; 1
ha ddetto c’ortre ar peccato de sola 2
sette sò li peccati de malizzia.
Eccheli
cquì pparola pe pparola:
primo superbia, siconno avarizzia,
terz’usura, quart’ira, quinto gola,
sesto invidia, e ssettimo pigrizzia.
Cuanno Iddio
creò ssette sagramenti,
er demonio creò ssette peccati,
pe ffà cche ffussi contrasto de venti.
E cquanno che
da Ddio furno creati
ar monno confessori e ppenitenti,
er diavolo creò mmonich’e ffrati.
Avess’inteso
quelo storto cane
che sse messe l’antr’anno er collarino
come spiegava chiaro er belarmino, 1
j’averessi sonato le campane.
«Nun te
fidà ddell’occhi e dde le mane»,
disceva a un regazzetto piccinino:
«quello che ppare vino nun è vvino,
quello che ppare pane nun è ppane.
Cos’è
la riliggione senza fede?
sarebbe com’a ddì cquattro e ddua venti,
e mmette 2 un fiasco senza vesta in piede.
Pe cquesto,
fijjo, quer che vvedi e ssenti
è inganno der demonio, e nun lo crede. 3
Quelli sò, fijjo mio, tutti accidenti».
E ccome vôi
che stii, povero Nino!
Sta c’un momento more e un’antro campa:
e ssi nun fussi che jje gusta er vino,
già nun ce ne sarìa manco la stampa.
Mò
aspetta fra Ppetronio cor bambino
de la rescelì: 1 e ccasomai la scampa,
ha ffatto voto d’attaccà una zampa 1a
a la Madonna de Sant’Agustino. 2
A bbon conto
jerzera ebbe ’na stretta
ner magnà ccerto pane e ccompanatico,
che lo communiconno pe staffetta.
E ’r prete
poi che de ste cose è ppratico,
je vorze puro dà, ddoppo un’oretta,
quela cosa ppiú ppeggio der viatico.
Quer dottor
de Saspirito in zottana 1
c’a Ttuta, aggratis, je guarì la tiggna,
che ll’anpassato la portò a la viggna
e st’agosto j’ha ffatto da mammana,
disce che, a
la Repubbrica Romana,
lassù, ppe vvia de ’na frebbe maliggna
c’era invesce dell’angelo una piggna 2
e Ccastello era la gran mola driana. 2a
Accidenti!
che buggera de mola!
Averanno impicciato tutt’er fiume
co li rotoni de sta mola sola!
Oh vvarda,
2b cristo!, come va er custume!
Mascinà pprima er grano pe la gola,
eppoi pell’occhi fà ggirelli e ffume!
Quer buggero
llí sotto ar piedestallo
dell’angelo, in ner mezzo de Castello
che ppare un cuppolone de cappello
o un zetaccio o una forma de timballo, 1
c’è
cchì ddisce ch’è mmaschio, 2 bbuggiarallo!,
come li sassi avessino l’uscello! 3
Eppoi, l’antro ch’è ffemmina indov’ello 4
pe ppoté ffà la razza e mmaritallo?
Quer che cce
cricca, 5 se 6 fa ppresto a ddillo,
ma pprima de poté mettesce er bollo,
’ggna dàjje tempo e staggionà er ziggillo.
Una spesce
llaggiú dde ponte-mollo! 7
è mollo un cazzo, e cchi
llo vò ccapillo
se lo vadi a ffà ddà tra ccap’e collo.
è un mese ch’er più ffijjo piccinino
lo manno a scôla cquì a l’iggnorantelli 1
e ggià pprincipia a ffà li bbastoncelli 2
e a rrescità all’ammente l’abbichino. 3
Uno a
Ttatagiuvanni 4 fa l’ombrelli,
un antro a Sammicchele 5 è scarpellino,
e ar piú ggranne ch’è entrato all’Orfanelli 6
j’impareno li studi de latino.
Le tre
ffemmine, Nina se n’annette, 7
Nannarella se l’è ppresa la nonna,
e Nnunziatina sta a le Zoccolette. 8
E io la
strappo via, povera donna,
cor rimette le p&egrav