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Giuseppe Gioachino Belli

 

Tutti i Sonetti romaneschi

 

Vol 1° ( pag. 7)  e Vol. 2°  (pag. 760)

 

 

Vol. 1°

 

Introduzione

Io ho deliberato di lasciare un monumento di quello che oggi è la plebe di Roma. In lei sta certo un tipo di originalità: e la sua lingua, i suoi concetti, l’indole, il costume, gli usi, le pratiche, i lumi, la credenza, i pregiudizi, le superstizioni, tuttociò insomma che la riguarda, ritiene un’impronta che assai per avventura si distingue da qualunque altro carattere di popolo. Né Roma è tale, che la plebe di lei non faccia parte di un gran tutto, di una città cioè di sempre solenne ricordanza. Oltre a ciò, mi sembra la mia idea non iscompagnarsi da novità. Questo disegno così colorito, checché ne sia del soggetto, non trova lavoro da confronto che lo abbiano preceduto.

I nostri popolani non hanno arte alcuna, non di oratoria, non di poetica: come niuna plebe n’ebbe mai. Tutto esce spontaneo dalla natura loro, viva sempre ed energica perché lasciata libera nello sviluppo di qualità non fattizie. Direi delle loro idee ed abitudini, direi del parlare loro ciò che non può vedersi nelle fisionomie. Perché tanto queste diverse nel volgo di una città da quelle degl’individui di ordini superiori? Perché non frenati i muscoli del volto alla immobilità comandata dalla civile educazione, si lasciano alle contrazioni della passione che domina e dall’affetto che stimola; e prendono quindi un diverso sviluppo, corrispondente per solito alla natura dello spirito che que’ corpi informa e determina. Così i volti diventano specchio dell’anima. Che se fra i cittadini, subordinati a positive discipline, non risulta una completa uniformità di fisionomia, ciò dipende da differenze essenzialmente organiche e fondamentali, e dal non aver mai la natura formato due oggetti di matematica identità.

Vero però sempre mi par rimanere che la educazione che accompagna la parte dell’incivilimento, fa ogni sforzo per ridurre gli uomini alla uniformità: e se non vi riesce quanto vorrebbe, è forse questo uno de’ beneficii della creazione. Il popolo quindi mancante di arte, manca di poesia. Se mai cedendo all’impeto della rozza e potente sua fantasia, una pure ne cerca, lo fa sforzandosi di imitare la illustre. Allora il plebeo non è più lui, ma un fantoccio male e goffamente ricoperto di vesti non attagliate al suo dosso. Poesia propria non ha: e in ciò errarono quanti il dir romanesco vollero sin qui presentare in versi che tutta palesarono la lotta dell’arte colla natura e la vittoria della natura sull’arte.

Esporre le frasi del romano quali dalla bocca del romano escono tuttora, senza ornamento, senza alterazione veruna, senza pure inversioni di sintassi o troncamenti di licenza, eccetto quelli che il parlator romanesco usi egli stesso: insomma cavare una regola dal caso e una grammatica dall’uso, ecco il mio scopo. Io non vo’ gia presentare nelle mie carte la poesia popolare, ma i popolari discorsi svolti nella mia poesia. Il numero poetico e la rima debbono uscire come accidente dall’accozzamento, in apparenza casuale, di libere frasi e correnti parole non iscomposte giammai, non corrette, né modellate, né acconciate con modo differente da quello che ci manda il testimonio delle orecchie: attalché i versi gettati con simigliante artificio non paiano quasi suscitare impressioni ma risvegliare reminiscenze. E dove con tal corredo di colori nativi io giunga a dipingere la morale, la civile e la religiosa vita del nostro popolo di Roma, avrò, credo, offerto un quadro di genere non al tutto spregevole da chi non guardi le cose attraverso la lente del pregiudizio.

Non casta, non pia talvolta, sebbene devota e superstiziosa, apparirà la materia e la forma: ma il popolo è questo; e questo io ricopio, non per proporre un modello, ma sì per dare una immagine fedele di cosa già esistente e, più abbandonata senza miglioramento.

Nulladimeno io non m’illudo circa alle disposizioni d’animo colle quali sarebbe accolto questo mio lavoro, quando dal suo nascondiglio uscisse mai al cospetto degli uomini. Bene io preveggo quante timorate e pudiche anime, quanti zelosi e pazienti sudditi griderebber la croce contro lo spirito insubordinato e licenzioso che qua e là ne traspare, quasiché nascondendomi perfidamente dietro la maschera del popolano abbia io voluto prestare a lui le mie massime e i principii miei, onde esaltare il mio proprio veleno sotto l’egida della calunnia. Né a difendermi da tanta accusa già mi varrebbe il testo d’Ausonio, messo quasi a professione di fede in fronte al mio libro. Da ogni parte io mi udrei rinfacciare di ipocrisia e rispondermi con Salvator Rosa:

 

A che mandar tante ignominie fuore,

E far proteste tutto quanto il die

Che s’è oscena la lingua è casto il cuore?

 

Facile però è la censura, siccome è comune la probità di parole. Quindi, perdonate io di buon grado le smaniose vociferazioni a quanti Curios simulant et bacchanalia vivunt, mi rivolgerò invece ai pochi sinceri virtuosi fra le cui mani potessero un giorno capitare i miei scritti, e dirò loro: Io ritrassi la verità. Omne aevum Clodios fert, sed non omne tempus Catones producit. Del resto, alle gratuite incolpazioni delle quali io divenissi oggetto replicherò il tenor della mia vita e il testimonio di chi la vide scorrere e terminare tanto ignuda di gloria quanto monda d’ogni nota di vituperio.

Molti altri scrittori ne’ dialetti o ne’ patrii vernacoli abbiam noi veduti sorgere in Italia, e vari di questi meritar laude anche fra i posteri. Però un più assai vasto campo che a me non si presenta era loro aperto da parlari non esclusivamente appartenenti a tale o tal plebe o frazione di popolo, ma usate da tutte insieme le classi di una peculiare popolazione: donde nascono le lingue municipali. Quindi la facoltà delle figure, le inversioni della sintassi, le risorse della cultura e dell’arte. Non così a me si concede dalla mia circostanza. Io qui ritraggo le idee di una plebe ignorante, comunque in gran parte concettosa ed arguta, e le ritraggo, dirò, col soccorso di un idiotismo continuo, di una favella tutta guasta e corrotta, di una lingua infine non italiana e neppur romana, ma romanesca. Questi idioti o nulla sanno o quasi nulla: e quel pochissimo che imparano per tradizione serve appunto a rilevare la ignoranza loro: in tanto buio di fallacie si ravvolge. Sterili pertanto d’idee, limitate ne sono le forme del dire e scarsi i vocaboli. Alcuni termini di senso generale e di frequente ricorso vi suppliscono a molto.

Ed errato andrebbe chi giudicasse essersi da me voluto porre in iscena questo piuttosto che quel rione, ed anzi una che un’altra special condizione d’uomini della nostra città. Ogni quartiere di Roma, ogni individuo fra’ suoi cittadini dal ceto medio in giù, mi ha somministrato episodii pel mio dramma: dove comparirà sì il bottegaio che il servo, e il nudo pitocco farà di sé mostra fra la credula femminetta e il fiero guidatore di carra. Così, accozzando insieme le vari classi dell’intiero popolo, e facendo dire a ciascun popolano quanto sa, quanto pensa e quanto opera, ho io compendiato il cumulo del costume e delle opinioni di questo volgo, presso il quale spiccano le più strane contraddizioni. Dati i popolani nostri per indole al sarcasmo, all’epigramma, al dir proverbiale e conciso, ai risoluti modi di un genio manesco, non parlano a lungo in discorso regolare ed espositivo. Un dialogo inciso, pronto ed energico: un metodo di esporre vibrato ed efficace: una frequenza di equivoci ed anfibologie, risponde ai loro bisogni e alle loro abitudini, siccome conviene alla loro inclinazione e capacità.

Di qui la inopportunità nel mio libro di filastrocche poetiche. Distinti quadretti, e non fra loro congiunti fuorché dal filo occulto della macchina, aggiungeranno assai meglio al fine principale, salvando insieme i lettori dal tedio di una lettura troppo unita e monotona. Il mio è un volume da prendersi e lasciarsi, come si fa de’ sollazzi, senza bisogno di progressivo riordinamento d’idee. Ogni pagina è il principio del libro, ogni pagina la fine.

L’ortoepia ne’ Romaneschi non cede in vizio alla grammatica: il suono della voce cupo e gutturale: la cantilena molto sensibile e varia. Tradotta la prima nella ortografia de’ miei versi, mostrerà sommo abuso di lettere.

Nel mio lavoro io non presento la scrittura de’ popolani. Questa lor manca; né in essi io la cerco, benché pur la desideri come essenziale principio d’incivilimento. La scrittura è mia, e con essa tento d’imitare la loro parola. Perciò del valore de’ segni cogniti io mi valgo ad esprimere incogniti suoni.

Dalle vocali si avrà discorso più tardi. Parliamo intanto delle consonanti.

La b tra due vocali si raddoppia, come abbito (abito), la bbella (la bella), debbitore (debitore) ecc.

La b dopo la m si cambia in questa: cammio (cambio), cimmalo o cèmmalo (cembalo), immasciata (ambasciata), limmo (limbo), palommo (palombo), gamma (gamba), ecc. Ciò peraltro accade quando appresso la b venga una vocale. Se la b sia seguit da r, alcuni la mutano in m e alcuni no: per esempio le voci imbriaco, settembre, ambra, da molti si pronunceranno senza alterazione e da taluni si diranno immriaco, settemmre, ammra.

La c si ascolta quasi sempre alterata. Se è doppia avanti ad e o ad i, oppure ve la precede una consonante, contrae il suono che hanno nella regolar pronuncia le sillabe cia e cio in caccia e braccio, e lo prende ancora più turgido, che in questi due esempi non si ascolta. Preceduta poi da una vocale, anche di separata parola, prolungasi strisciando, similare alla sc, di scémo, oscèno, scimia: per esempio, piascére, duscènto, rèscita, la scéna, da li scento, otto scivici (piacere, duecento, recita, la cena, dai cento, otto civici) e simili. E qui giova il ripetere aver noi prodotto in esempio un suono soltanto similare, imperocché di simile, in questo caso la retta pronunzia non ne somministra. Pasce, pesce, voci della buona favella, si proferiscono dal volgo come le voci viziate pasce, pesce (pace, pece) colla differenza però che in questi ultimi vocaboli il valore della s è semplice e strisciante, laddove in que’ primi odesi doppio e contratto: di modo che, chi volesse rappresentare con la penna la differenza di questi due suoni, dovrebbe scrivere passce, pessce (pasce, pesce) pasce, pesce (pace, pece): quattro vocaboli che il dir romanesco possiede.

Nella lingua francese si può trovare questo secondo suono strisciante della sc romanesca, il quale nella retta pronunzia dell’idioma italiano sarebbe vano di ricercare. Per esempio acharnement, colifichet, la chimie, s’échapper. Per ben leggere i versi di questo libro bisogna porre in ciò molta attenzione. I fiorentini hanno anch’essi questo suono, che coincide là appunto dove i romaneschi lo impiegano; ma dovendosi considerare ancora in quelli come un difetto municipale ed una alterazione del vero valor dell’alfabeto italiano, non si è da me voluto dare per esempio che potesse servire alla intelligenza degli stranieri.

Appresso però alle isolate vocali a, e, o, e a tutti i monosillabi che non sieno articoli o segnacasi, la e conserva bensì il suono grasso ai luoghi già detti, ma abbandona lo strascico; per esempio a cena, è civico, o cento. Si osserva in ciò la legge stessa che impera sulla c aspirata de’ fiorentini, i quali dicono la hasa, di hane, sette havalli, belle hamere, ecc., ed al contrario pronunziano bene e rotondamente a casa, è cane, o cose, che cavalli, più camere. Come dunque i fiorentini diranno la hasa, di hane, le hose (la casa, di cane, le cose) così i romaneschi diranno la scena, de scivico, li scento (la cena, di civico, i cento); e all’opposto per lo stesso motivo che farà pronunziare da’ fiorentini a casa, è cane, o cose, si udrà proferire a’ romaneschi a ccena, è ccivico, o ccento: imperocché in quelle isolate vocali a, e, o e ne’ monosillabi tutti (meno gli articoli, i segnacasi, di e da, e le particelle pronominali) sta latente una potenza accentuale che obbligando ad appoggiare con vigore sulla c iniziale de’ seguenti vocaboli, la esalta, la raddoppia, e per conseguenza n’esclude ogni possibilità di aspirazione come se fosse preceduta da consonante. La quale identità di casi offre uno benché lieve esempio di ciò che talora anche le lingue più diverse ritengono fra loro comune e inconvenzionale: la ragione di che deve cercarsi nella natura e necessità delle cose.

Bisogna qui avvertire un altro ufficio della lettera c. Presso il volgo di Roma le voci del verbo avere sono proferite in due modi. Quando serve esso verbo di ausiliare ad altri verbi, tutte le di lui modificazioni necessarie ai tempi composti di questi si aprono col naturale lor suono, meno i vizi delle costruzioni coniugate: per esempio hai fatto, avevo detto, averanno camminato, ecc. Allorché però lo stesso verbo avere, preso in senso assoluto, indichi un reale possesso, i romaneschi fanno precedere ogni sua voce dalla particella ci. Non diranno quindi hai una casa, avevo due scudi, averanno un debito, ecc., ma bensì ci hai una casa, ci avevo du’ scudi, ci averanno un debbito, ecc. Poiché però il ci non è da essi pronunciato isolato e distinto, ma connesso e quasi incorporato col verbo seguente, così queste parole e altre verranno da me scritte colla particella indivisa: ciai, ciavevo, ciaveranno. E siccome esse consteranno pur sempre dall’accoppiamento di due voci diverse, io vi porrò un apostrofo al luogo dove cade l’unione fonica (ci’ai, ci’avevo, ci’averanno) affinché da niuno sien per avventura credute vocaboli speciali e di particolare significazione. Se poi la combinazione della altre parole del discorso, che vadano innanzi alle dette voci a quel modo artificiale, produrrà lo strisciamento oppure il raddoppiamento della c già da me più sopra indicato. Ecco in qual maniera si noteranno queste altre due differenze: Io sc’iavevo du’ scudi, Tu cc’iai una casa, ecc. Se al contrario il verbo avere non indichi un reale possesso allora le sue voci andran prive del ci: per esempio: avevo vent’anni, hai raggione, averanno la disgrazzia, ecc.

La d appresso alla n mutasi in questa seconda lettera. Vendetta si pronuncerà vennetta; andare, annà, indaco, innico, mondo, monno. Allorché però le parole principiate da in non saranno semplici ma composte, come indemoniato, indietro, indorare e simili, la d conserverà il proprio valore.

La g fra due vocali non si addolcisce mai nel modo che sogliono i buoni favellatori italiani, come in agio, pregio, bigio, ecc., ma si aspreggia invece e si duplica. Doppia poi, o preceduta da consonante avanti alla e ed alla i, si pronuncia turgida come la c ne’ medesimi casi. Nel resto questa lettera ritiene la sua natura. La sillaba gli nelle parole si cambia in due jj: mojje (moglie), ajjo (aglio), mejjo, fijjo, ecc. Ma l’articolo gli si muta in je: je disse, fajje (gli disse, fagli), ecc.

La l fra le vocali e le consonanti mute si muta in r, come Rinardo, Griserda, Mitirda, manigordo, assarto, sverto, morto, inzurto, ferpa, corpa, quarcheduno, arbero, Argèri, arcuanto, marva, scarzo, mea-curpa, per Rinaldo, Griselda, Matilde, manigoldo, assalto, svelto, molto, insulto, felpa, malva, scalzo, mea-culpa. Nulladimeno il vocabolo caldo e i suoi composti diconsi assai più spesso e generalmente callo, riscallo, e non cardo e riscardo. Ancora nel nome Bertoldo la d fa l e si dice Bertollo. Olio pronunciasi ojjo, rosolio fa rosojjo, risojjo o risorio. La medesima lettera l preceduta da un’altra consonante in una stessa sillaba, prende parimenti il suono di r. Pertanto le voci clima, plico, applauso, flauto, afflitto, emblema, blocco, Plutone, diverranno crima, prico, apprauso, frauto, affritto, embrema, brocco, Prutone.

Alcuni non della infima plebe volgono l’articolo il in el, laddove la vera plebaglia dice sempre er.

La s non suona mai dolce come nella retta pronunzia di sposo, casa, rosa. Odesi sempre sibilante, e, allorché non sibila, assume le parti di una z aspra: lo che accade ogni qual volta succeda nel discorso ad una consonate come sarza (salsa), er zegno (il segno), penziere (pensiere), inzino (insino) ecc.

La z nel mezzo delle parole costantemente raddopiasi. Così grazia, offizio, protezione, si proferiranno grazzia, offizzio, protezzione. Bensì questo s’intende allorché la z rimanga fra due vocali.

Generalmente, al principio delle parole, alcune consonanti restano semplici e molte al contrario si raddoppiano, purché la parola precedente non termini in un'altra consonante. Ma poiché pure questa teoria, comune in gran parte alle classi più polite del popolo, va soggetta a capricciose eccezioni, se ne mostrerà la pratica ai debiti incontri. Dopo però le finali colpite d’accento, sia manifesto, sia potenziale (come si disse più sopra, parlando de’ monosillabi) da noi si dovrebbe nella scrittura delle consolanti iniziali conservare il sistema della regolare ortografia. Un segno di più è forse qui oziosa ridondanza, dacché fu avvertito come la potenza accentuale raddoppi per sé stessa nella pronunzia le articolazioni seguenti: e il miglior proposito parrebbe quello di notar solamente ciò che si diparte dal resto. Purtuttavia, per non indurre in equivoco i meno pratici, ai quali potesse per avventura giungere questo scritto, seguiremo coi segni la guida del suono da essi rappresentato.

Per le lettere vocali non dovremo fare osservazioni se non se intorno alla a alla e e alla o. La prima esce sempre dalla bocca de’ romaneschi con un suono assai pieno e gutturale: l’acuto o il grave della seconda e della terza seguono le regole del dir polito, meno qualche incontro che all’occasione sarà da noi distinto con analoghi accenti. Basterà qui l’avvertire che niuna differenza si fa da e congiunzione ed è verbo, siccome neppure tra la o congiuntivo e la ho verbale: udendosi tutte pronunciare ugualmente con suono ben largo ed aperto.

Aggiungeremo a questo luogo che la i nei monosillabi mi, ti, ci, si, vi, trasformasi in e, pronunciandosi me, te, ce, se, ve. Al contrario poi la e in se, particella condizionale, volgesi in i. Questo rilievo per altro apparterrebbe più alla grammatica che all’ortografia: e noi di grammatica non parleremo, potendone i vizii apparir chiaramente dagli esempii, i quali verranno all’uopo corredati da apposite note dichiarative.

 

[Giuseppe Gioachino Belli]


 

 


Indice

 

1. Lustrissimi: co’ questo mormoriale

2. A Pippo de R...

3. A la sora Teta che pijja marito

4. Ar sor Longhi che pijja mojje

5. Alle mano d’er sor Dimenico Cianca

6. Reprìca ar sonetto de Cianca
de li quattro d’agosto 1828

7. Er pennacchio

8. L’aribbartato

9. Er civico

10. Peppe er pollarolo ar sor Dimenico Cianca

11. Pio Ottavo

12. A Compar Dimenico

13. Nunziata e ’r Caporale; o Contèntete de l’onesto

14. Ar dottor Cafone

15. Ar sor dottore medemo

16. P’er zor dottore ammroscio cafone

17. Er romito

18. L’ambo in ner carnovale

19. Er guitto in ner carnovale

20. Campa, e llassa campà

21. Contro li giacobbini

22. Contro er barbieretto de li gipponari

23. A Menicuccio Cianca

24. A li sori anconetani

25. Er pijjamento d’Argèri

26. Ar zor Carlo X

27. Pe la Madonna de l’Assunta festa
e Comprïanno de mi’ mojje

28. Pe le Concrusione imparate all’ammente
dar sor avocato Pignòli Ferraro
co tutti l’antri marignani der conciastoria

29. Ar sorAvocato Pignòli Ferraro

30. Er gioco de calabbraga

31. Er gioco der lotto

32. Devozzione pe vvince ar lotto

33. L’astrazzione

34. Er gioco der marroncino

35. La bonidizzione der Sommo Pontescife

36. Li scrupoli de l’abbate

37. Assenza nova pe li capelli

38. Campo vaccino

39. Campo vaccino

40. Campo vaccino

41. Campo vaccino

42. Er Moro de Piazza–Navona

43. Tempi vecchi e ttempi novi

44. Er funtanone de Piazza Navona

45. Capa

46. Maggnera vecchia pe ttiggne la lana nova

47. Campidojjo

48. Li cattivi ugùri

49. L’oste a ssu’ fijja

50. Lo sposalizzio de Tuta

51. A Checco

52. L’orecchie de mercante

53. La pissciata pericolosa

54. Er confortatore

55. L’impiccato

56. Li conzijji de mamma

57. L’aducazzione

58. A le spalle de Zaccaria

59. La peracottara

60. Chi rrisica rosica

6l. Devozzione

62. Se ne va!

63. Se n’è ito

64. La mala fine

65. Er pizzico

66. La Providenza

67. Ce sò incappati!

68. Er ricordo

69. La ggiustizzia de Gammardella

70. La proferta

71. In acqua lagrimar’in valle

72. Zi’ Checca ar nipote ammojjato

73. Li comparatichi

74. Facche e tterefacche

75. Ar bervedé tte vojjo

76. Un’opera de misericordia

77. Te lo dico pe bbene

78. Er zervitore inzonnolito

79. La protennente

80. Lo Sposo c’aspetta la Sposa pe sposà

81. Li frati

82. Er ricurzo

83. Un miracolo grosso

84. Fremma, fremma

85. Le mano a vvoi e la bbocca a la mmerda

86. Audace fortuna ggiubba tibbidosque de pelle

87. Er contratempo

88. Che disgrazzia!

89. Ce conoscemo

90. L’inzogno

91. Er cotto sporpato

92. Er ciàncico

93. L’upertura der concrave

94. Er negozziante de spago

95. Giusepp’abbreo

96. Giusepp’abbreo

97. A Nina

98. A Teta

99. A Teta

100. A Ghita

101. A Ghita

102. L’incisciature

103. A Nnannarella

104. A Ccrementina

105. A Nnunziata

106. A Menica-Zozza

107. Li penzieri libberi

108. Du’ sonetti pe Lluscia

109. Du’ sonetti pe Lluscia

110. L’inappetenza de Nina

111. La scolazzione

112. La devozzione der Divin’Amore

113. Le spacconerie

114. A la Torfetana

115. Er partito bbono

116. Li culi

117. Er carcio-farzo

118. La carestia

119. Er tisichello

120. Li protesti de le cause spallate

121. La lettra de la Commare

122. La guittarìa

123. La guittarìa

124. Er tempo bbono

125. Er decane e er chirico

126. Quarto, alloggià li pellegrini

127. Er zervitore in zala

128. È tardi

129. Er purgante

130. Un mistero spiegato

131. Lo scarpinello vojjoso de fà

132. Er poscritto

133. Che core!

134. Er cornuto

135. Nozze e bbattesimo

136. La stiticheria

137. La risìpila

138. Un’immriacatura sopr’all’antra

139. Le bbevanne pe llui

140. A chi soscera e a chi nnora

141. La Compagnia de li servitori

142. Le tribbolazione

143. Er padre pietoso

144. Girolamo ar Cirusico de la Conzolazzione

145. Er galantomo

146. A li caggnaroli sull’ore calle

147. Le stizze cor regazzo

148. L’incontro cor padrone vecchio

149. Er zìffete

150. Abbada a cchi ppijji!

151. La schizziggnosa

152. L’imprestiti de cose

153. Vonno cojjonatte e rrugà!

154. Me ne rido

155. Li cancelletti

156. Er vino

157. Er matto da capo

158. Er matto da capo

159. Una disgrazzia

160. L’invidiaccia

161. Puro l’invidiaccia

162. La machina lèdrica

163. Er comparato e commarato

164. Er Ziggnore, o vvolemo dì: Iddio

165. La creazzione der Monno

166. lndovinela grillo

167. L’innamorati

168. Er pane casareccio

169. Er Culiseo

170. Er Culiseo

171. Santo Toto a Campovaccino

172. L’oche e li galli

173. La Salara de l’antichi

174. L’arco de Campovaccino, cuello in qua

175. Roma capomunni

176. Le scorregge da naso solo

177. Le scorregge da naso e da orecchie

178. Le scurregge che se curreno appresso

179. Le forbiscette

180. Li dottori

181. La musica

182. La frebbe

183. Er medico

184. Caino

185. Er vino novo

186. Er gran giudizzio de Salomone

187. La Ritonna

188. Sant’Ustacchio

189. Er pranzo de li Minenti

190. Er pranzo de le Minente

191. Er marfidato

192. Er pidocchio arifatto

193. Nun zempre ride la mojje der ladro

194. Er viaggio de Loreto

195. E ddoppo, chi ss’è vvisto s’è vvisto

196. Venti dì ttrent’otto mijja,
è un cojjon chi sse ne pijja.

197. Li bbaffutelli

198. A Bbucalone

199. Muzzio Sscevola all’ara

200. Li malincontri

201. Er gioco de la ruzzica

202. Er gioco de piseppisello

203. So tutt’e ttre acciaccatelli

204. Nun ze bbeve e sse paga

205. L’amichi all’osteria

206. Spenni poco e stai bene

207. Aripíjemesce

208. L’armata nova der Sommo Pontescife

209. Lo Stato der Papa

210. Er civico de guardia

211. Un deposito

212. Ar Tenente de li scivichi

213. La bbella Ggiuditta

214. Er mariggnano

215. Er servitor-de-piazza ciovile

216. Er parlà ciovìle de piú

217. Lo sscilinguato

218. Er ritorno da Rocca-de-papa

219. Er Zervitor de piazza, er Milordo ingrese,
e er Vitturino a nnòlito

220. La Dogana de terra’ a piazza-de-Pietra

221. La Colonna trojana

222. La colonna de piazza-Colonna

223. Le du’ Colonne

224. L’acqua rumatica

225. La commedia

226. Quanno er gatto nun c’è
li sorci bballeno

227. La sorella de Matteo

228. Li comprimenti a ppranzo

229. Er tosto

230. Er dua de novemmre

231. Poveretti che mmoreno pe le campagne
e sseppelliti pe la-mor de Ddio in questo santo logo

232. Primo, nun pijjà er nome de Ddio in vano

233. Er biastimatore

234. A ppijjà mojje penzece un anno e un giorno

235. Accusí và er monno

236. Fidasse è bbene, e nnun fidasse è mmejjo

237. L’uscelletto

238. Er viaggiatore

239. Le cose nove

240. È mejjio perde un bon’amico che una bbona risposta

241. Lo scommido

242. Li ventiscinque novemmre

243. La piggion de casa

244. L’Omo

245. Eppoi?

246. Er traghetto

247. Er Profeta de le gabbole

248. Er cucchiere e ’r cavarcante

249. Er cucchiere de grinza

250. Er cucchiere for der teatro

251. Er falegname cor regazzo

252. La corda ar Corzo

253. Er primo bboccone

254. Er morto devoto de Maria Bbenedetta

255. Morte scerta, ora incerta

256. Li bburattini

257. Er tignoso vince l’avaro

258. Er punto d’onore

259. Er tiratira

260. A le prove

261. Er beccamorto

262. La Compaggnia de Vascellari

263. L’Apostoli

264. L’editto pe la cuaresima

265. L’editto pe tutto l’anno

266. Er marito ammalato

267. Er conto dell’anni

268. Chi s’impicca se spicca

269. L’ordegno spregato

270. La ggiostra a Ggorea

271. La Chinea

272. L’assegnati

273. C’è de peggio

274. Che ccristiani!

275. La fin der Monno

276. Er giorno der giudizzio

277. Er peccato d’Adamo

278. Li ggiochi

279. La papessa Ggiuvanna

280. Er Papa

281. Er mortorio de Leone duodescimosiconno

282. Le ssequie de Leone duodescimosiconno
a S. Pietro

283. Er bon conzijjo

284. Fortuna e ddorme

285. La Reverenna Cammera Apopretica

286. La spiegazzione

287. La lingua tajjana

288. La bbona famijja

289. Er presepio

290. Er trenta novemmre

291. La carità de li preti

292. Er civico ar quartiere

293. Li musi de lei

294. La bbotta de fianco

295. La serva de lo spappino

296. Pe ddispetto

297. Che llingue curiose!

298. E fora?

299. L’uffizziale francese

300. Primo, bbattesimo

301. Siconno: cresima

302. E ssettimo madrimonio

303. La santa commugnone

304. La santa Confessione

305. Er penurtimo sagramento,
e quarc’antra cosa

306. Li peccati mortali

307. La particola

308. L’ojjo santo

309. Caster-Zant’-Angelo

310. Caster-Zant’-Angelo

311. La vedova co ssette fijji

312. La spia

313. Er grosso dell’incoronazzione

314. La cattura

315. Lo sposalizzio de le ssciabbole

316. Le nozze de li sguallerati

317. Li fijji

318. Er corpo de guardia scivico

319. La sala de Monzignor Tesoriere

320. Er prestito de l’abbreo Roncilli

321. L’ordine de Cavallaria

322. Er giornajjere de Campovaccino

323. Er ballerino d’adesso

324. Li Manfroditi

325. Er teatro Pasce

326. Er coronaro

327. Er roffiano onorato

328. Li Santi grossi

329. Le capate

330. La Nunziata

331. La visita

332. Er presepio de la Resceli

333. La scirconcisione der Zignore

334. Pascua Bbefania

335. Er fugone de la Sagra famijja

336. La stragge de li nnoscenti

337. Le nozze der cane de Gallileo

338. Le medeme

339. Le medeme

340. Le nove fresche

341. Santa Luscia de quest’anno

342. Le Cchiese de Roma

343. Li teatri de Roma

344. L’astrazzione farza

345. L’astrazzione de Roma

346. La Nasscita

347. Lotte a ccasa

348. Sara de lotte

349. Lotte ar rifresco

350. La mala stella

351. Er terramoto de venardí

352. Er medemo

353. Er medemo

354. Er medemo

355. Er teremoto

356. La Cchiesa dell’Angeli

357. La carotara

358. Li segreti

359. Er ricordo

360. Un po’ pper uno nun fa mmale a gnisuno

361. L’ommini der Monno novo

362. Li soprani der Monno vecchio

363. Chi va la notte, va a la morte

364. Er Momoriale

365. Er Cardinale

366. Er cane furistiero

367. Lo scozzone

368. Er marito de la serva

369. Er marito stufo

370. Ruzza co li fanti, e llassa stà li Santi

371. Er viscinato

372. Le funtane

373. Lo scojjonato

374. La guerra co cquelli bricconi

375. L’immasciatori de Roma

376. La vanosa

377. Er giudisce der Vicariato

378. Er companatico der Paradiso

379. La vedovanza

380. Er trionfo de la riliggione

381. Uno mejjo dell’antro

382. Li papalini

383. La predica

384. Per un punto er terno

385. Er diluvio da lupi-manari

386. Er zitellesimo

387. La puttana sincera

388. Lo scallassedie

389. Le porcherie

390. L’anno de cuest’anno

391. Li commedianti de cuell’anno

392. La zitella strufinata

393. La zitella strufinata

394. L’occhi sò ffatti pe gguardà

395. Momoriale ar Papa

396. Le notizzie de l’uffisciali

397. Li galoppini

398. Er rompicojjoni

399. Su li gusti nun ce se sputa

400. Er teatro Valle

401. Omo avvisato è mezzo sarvato

402. Er barbiere

403. La ggiustizia è cceca

404. Chi nnun vede nun crede

405. Com’ar mulo sei parmi lontan dar culo

406. La faccia d’affogato

407. Tali smadre, tali fijja

408. La vita de le donne

409. La vecchiaglia

410. Li sette sagramenti, tutt’e ssette

411. Li sordati de ’na vorta

412. Li sordati d’adesso

413. La bballarina de Tordinone

414. Er Presidente de l’urione

415. A mmi’ mojje ch’è nnata oggi,
e sse chiama come che la Madonna

416. Li mariti

417. Li mariti

418. Er Logotenente

419. Li du’ ladri

420. Er Papa

421. Monzignor Tesoriere

422. La Nunziata

423. L’Anno-santo

424. Er fumà

425. Li frati d’un paese

426. Un indovinarello

427. Er decoro

428. Er bon tajjo

429. Una spiegazzione

430. A ppadron Giascinto

431. Valli a ccapí

432. Un bon’avviso

433. E sse magna!

434. Er codisce novo

435. Un bon’impegno

436. Cuer che ssa nnavigà sta ssempre a ggalla

437. L’anima bbona

438. Antri tempi, antre cure, antri penzieri

439. Er galantomo

440. Fijji bboni a mmadre tareffe

441. Er Curato linguacciuto

442. Le cose perdute

443. Li parafurmini

444. La santissima Ternità

445. Lo stizzato

446. Er legno a vvittura

447. La vecchiarella ammalata

448. Er ciscerone a spasso

449. La poverella

450. La poverella

451. La loggia

452. Er ventricolo

453. Li spiriti

454. Li spiriti

455. Li spiriti

456. Li spiriti

457. Li spiriti

458. L’indemoniate

459. Le scôle

460. L’Imbo

461. La partita a carte

462. La fijja ammalata

463. Sesto nun formicà

464. Nun mormorà

465. L’ammantate

466. Una Nova nova

467. Li du’ Sbillonesi

468. La sscerta

469. L’incrinnazzione

470. La sposa

471. L’ammalata

472. Libbertà, eguajjanza

473. Le vojje de gravidanza

474. Er diavolo

475. La madre der cacciatore

476. Er vitturino saputo

477. L’esame der Zignore

478. Er Paradiso

479. L’immasciatore

480. L’appiggionante de sù

481. Tant’in core e ttant’in bocca

482. Er fornaro furbo

483. Li preti a ddifenne

484. La puttana e ’r pivetto

485. La vecchia pupa

486. Lo specchio

487. Papa Leone

488. Er Concrave

489. Er Papa novo

490. Li du’ coraggi

491. Er falegname

492. Er zegatore

493. Le spille

494. La milordarìa

495. Er portogallo

496. L’indiani

497. Er temp’antico

498. Li santissimi piedi

499. Er vitturino aruvinato

500. È ’gnisempre un pangrattato

501. Sto Monno e cquell’antro

502. La strada cuperta

503. Du’ servitori

504. Er Zagro Colleggio

505. Li Cardinali novi

506. Nissuno è ccontento

507. Le raggione der Cardinale mio

508. Er pittore de Sant’Agustino

509. Tutt’una manica

510. Er bottegaro

511. L’editti

512. L’ammazzato

513. Li gusti

514. L’uomo bbono bbono bbono

515. La viggija de Natale

516. Er giorno de Natale

517. La bbonifiscenza

518. La povera madre

519. La povera madre

520. La povera madre

521. Er primo descemmre

522. Er sede

523. Le du’ porte

524. Er Canonico novo

525. Un Papa antico

526. Li mozzorecchi

527. Er giudisce

528. Er decretone

529. Er mese de Descemmre

530. La spezziaria

531. La Bbocca-de-la-Verità

532. Er regazzo ggeloso

533. Le donne de cquì

534. Li fratelli de le compaggnie

535. Una lingua nova

536. Er peccato fiacco

537. La penale

538. La momoriosa

539. Li sparagni

540. L’editto de l’ostarie

541. Er custituto

542. Certe condanne...

543. Le mance

544. Er zussidio

545. L’uffisci

546. Er carrettiere de la legnara

547. La quarella d’una regazza

548. La galerra

549. Er fienarolo

550. Li viscinati

551. Li fijji impertinenti

552. La mojje der giucatore

553. Er carzolaro dottore

554. Le vorpe

555. Er rifuggio

556. Un privileggio

557. L’impieghi novi

558. Un’antra usanza

559. Le ggiurisdizzione

560. La madre de le Sante

561. Er padre de li Santi

562. De tutto un po’

563. Er pane e ’r companatico

564. Er bracco rinciunciolito 1

 

 

565. La cojjonella 1

566. Le Case

567. L’appiggionante nova

568. Manco una pe le mille

569. Er rosario in famijja

570. Una bbella divozzione

571. La Sibbilla

572. Un pessce raro

573. Er parto de Mamma

574. Er zoffraggio

575. Er Nibbio

576. Un bon partito

577. Le frebbe

578. Er confronto

579. La concubbinazzione

580. L’editto bbello

581. La curiosità

582. Er cimiterio de la Morte

583. Er cimiterio in fiocchi

584. Er mostro de natura

585. Li fiori de Nina

586. Le confidenze de le regazze

587. [Le confidenze de le regazze]

588. [Le confidenze de le regazze]

589. [Le confidenze de le regazze]

590. [Le confidenze de le regazze]

591. [Le confidenze de le regazze]

592. [Le confidenze de le regazze]

593. [Le confidenze de le regazze]

594. Er bon padre spirituale

595. Er confessore

596. La sborgna

597. Li negozzi sicuri

598. Sicu t’era tin principio nunche e ppeggio

599. Santaccia de Piazza Montanara

600. Santaccia de Piazza Montanara

601. L’otto de descemmre

602. Un gastigo de la Madonna

603. Una disgrazzia

604. Er zanatoto ossii er giubbileo

605. Er giubbileo

606. Er giubbileo

607. Un vitturino de Montescitorio

608. Un antro vitturino

609. Er musicarolo

610. L’Omo de Monno

611. Sant’Orzola

612. San Pavolo prim’arimita

613. San Pavolo primo arimita

614. Pijjate e ccapate

615. Le lingue der Monno

616. Er commercio libbero

617. La puttaniscizzia

618. Li Ggiudii de l’Egitto

619. Le indiggnità

620. Terzo, santificà le feste

621. La patta

622. La mmaschera

623. Er motivo de li guai

624. Una casata

625. L’ingeggno dell’Omo

626. Li fratelli Mantelloni

627. La mediscina sicura

628. Er Re de li Serpenti

629. Er zegretario de Piazza Montanara

630. La fiandra

631. Er ventidua descemmre

632. La mamma che la sa

633. Una mano lava l’antra

634. La dispenza der madrimonio

635. Mi’ fijja maritata

636. La fijja sposa

637. La donna liticata

638. Er Zerrajjo novo

639. Un indovinarello

640. Le cose create

641. Le cose pretine

642. La vista

643. Uprite la finestra

644. Le mura de Roma

645. Lo sprego

646. L’Apostolo dritto

647. L’imprecazzione

648. Er ringrazziamento cor botto

649. Er governà

650. Un indovinarello

651. Le Messe

652. La serratura arruzzonita

653. L’onore muta le more

654. Er portone d’un Ziggnore

655. Er romano de Roma

656. L’innustria

657. La maggnona

658. Le carcere

659. La gabbella der vino

660. Er bon capo d’anno

661. Er tiro d’orecchia

662. È ’na Bbabbilonia

663. La bbazza

664. Mamma scrupolosa

665. Er poverello muto

666. L’abbichino de le donne

667. Tutt’ha er zu’ tempo

668. Cazzo pieno e ssaccoccia vota

669. Er pupazzaro e ’r giudisce

670. Er pupazzaro e ’r giudio

671. Le laggnanze

672. Li punti d’oro

673. Panza piena nun crede ar diggiuno

674. L’avaro ingroppato

675. A Chiara

676. Er presepio de li frati

677. Er bambino de li frati

678. Er penitente

679. Date Scèsere a Ccèsere e Ddio a Ddio

680. Tutte a ttempi nostri

681. Pare una favola!

682. Li richiami

683. Lo stato de lo Stato

684. La verità è una

685. Lo specchio der Governo

686. Le tre ccorone der Papa

687. Le carte in regola

688. Li scortichini

689. Er quinto commannamento de Ddio

690. La cresscita der zale e ddelle lettre

691. Er zale e ll’antre cose

692. La porteria der Convento

693. Li sbasciucchi

694. Le funzione eccresiastiche

695. Caccia er cappello a ttutti

696. Le ggiubbilazzione

697. Le caluggne

698. L’appiggionanti amorosi

699. La viaggiatora tramontana

700. Lo sfasscio

701. Una sciarabbottana

702. Le mmaschere eccresiastiche

703. Er zoprano

704. Cose da sant’uffizzio

705. Er Cardinale bbona momoria

706. La messa der Papa

707. L’entrate cressciute

708. La scopa nova

709. Er callarone

710. La mediscina sbajjata

711. Er tisico

712. La santa Messa

713. Er discissette ggennaro

714. La cannonizzazione

715. Li Morti arisusscitati

716. Er duello de Dàvide

717. Er marito contento

718. Er poveta ariscallato

719. Santa Marta che ffa llume a Ssan Pietro

720. Li bballi novi

721. Er cassiere

722. Er fuso

723. Le curze d’una vorta

724. Er ciurlo

725. Er Zanto re Ddàvide

726. Li preti maschi

727. Er riccone

728. La riliggione vera

729. Meditazzione

730. La vittura auffa

731. La testa de ferro

732. Lei ar teatro

733. Er Carnovale smascherato

734. La pelle de li cojjoni

735. Er ventre de vacca

736. Le gabbelle nove

737. Er carzolaro ar caffè

738. Er carzolaro ar caffè

739. Er carzolaro ar caffè

740. Er carzolaro ar caffè

741. Lui!

742. Li padroni de Cencio

743. La madre der borzaroletto

744. Nun mormorà

745. L’ammalorcicato

746. Er lupo-manaro

747. Lo sposo protennente

748. La mojje martrattata

749. Le Lègge

750. Li mortorj

751. Er prete

752. La serva e l’abbate

753. Dommine-covàti

754. Santa Rosa

755. La Bbeata Chiara

756. San Zirvestro

757. Er zagrifizzio d’Abbramo

758. Er zagrifizzio d’Abbramo

759. Er zagrifizzio d’Abbramo

760. Le feste cresiastiche

761. La Mess’in musica

762. L’immassciata de l’ammalato

763. La vergna l’ha cchi la vò

764. Santa Pupa

765. La Vesta

766. Er quieto-vive

767. Er creditore strapazzato

768. Er creditore strapazzato

769. Er Monno

770. Er Papato

771. L’Ombrellini

772. La porpora

773. Chi ha ffatto ha ffatto

774. Le scénnere

775. Er cazzetto de ggiudizzio

776. Fratèr caro

777. Fratèr caro

778. Er Zenator de Roma

779. La Commedia de musica

780. Er coruccio

781. La vita dell’Omo

782. La luna

783. Li discorzi

784. Er dente der Papa

785. Er madrimonio de la mi’ nipote

786. Ciancarella

787. De la chiavetta

788. Er predicatore

789. Le redità

790. L’arrede der Prelato

791. Er piede acciaccato

792. Er vecchio

793. Li teatri de mó

794. Li posti

795. Li posti

796. Er ricurzo ar presidente

797. Le figurante

798. La ssedia de Tordinone

799. La Stramutazzione

800. La prima canterina

801. L’affare der fritto

802. Er Vescovo de grinza

803. L’orazzione a la Minerba

804. San Cristofeno

805. San Cristofeno

806. Lo Spaggnolo

807. Un’erliquiona

808. La crosce

809. La mostra de l’erliquie

810. Una scirimonia

811. Er zanto pastorale

812. L’occhiaticcio

813. Er rigalo

814. La scrupolosa

815. Er caffettiere fisolofo

816. Li Morti de Roma

817. Er focone

818. Er foconcino

819. La Ggiustizzia

820. Er Conzento

821. Tutte a mmé!

822. Una bbella mancia

823. La bbellona de Trestevere

824. Er calzolaro

825. Er Medico de Roma

826. Er granturco

827. La Messa der Venardí Ssanto

828. Er festino de ggiuveddí ggrasso

829. La risurrezzion de la carne

830. L’arte

831. Le catacomme

832. Le catacomme

833. E poi?

834. Le dimanne indiggestive

835. Un tant’a ttesta

836. Li colori

837. L’inferno

838. Er giuvveddí santo

839. Er letteroso

840. Er lavore

841. Er marito polagroso

842. Er giucator de pallone

843. Li dritti de li Curati dritti

844. La sincerezza

845. Nono, nun disiderà la donna d’antri

846. Gobbriella

847. Er pesscivennolo

848. Piazza Navona

849. La staggionaccia

850. Er tempo bbono

851. Er dua de frebbaro

852. La Madonna tanta miracolosa

853. Er voto

854. Er Re novo

855. Er Papa cappellaro

856. Er call’e ’r freddo

857. La strega

858. Er parlà bbuffo

859. Li coggnomi

860. Li fijji

861. Er diluvio univerzale

862. L’arca de Novè

863. La visita der Governo

864. Lo scànnolo

865. Li fichi dorci

866. Er tempo bbono

867. Er tempo cattivo

868. L’inverno

869. Er callo

870. L’istate

871. L’ammalato

872. La lita dell’orto

873. Che or’è?

874. La carrozza d’un Cardinale

875. La rinunzia de su’ Eminenza

876. Piú ppe la Marca annamo piú mmarchisciàn trovamo

877. Er Carnovale der trentatré

878. Er Venardì Ssanto

879. Er ciarlatano novo

880. Er zervitore quarelato

881. La schizziggnosa

882. La Caccia de la Reggina

883. Er marito de la mojje

884. Er brav’omo

885. Er dispetto

886. L’allèvo

887. Er canto provìbbito

888. La Verità

889. L’ommini

890. Li Spedali de Roma

891. Er verde

892. Li miseroschi

893. Ar pittore

894. Li siggnificati

895. Li santi protettori

896. La Santa Crosce

897. San Pietr’in carcere

898. Eppoi te sposo

899. Li fratelli de la sorella

900. Er madrimonio disgrazziato

901. Chi ssì e cchi nnò

902. La comprimentosa

903. L’Angeli ribbelli

904. L’istesso

905. Gnente de novo

906. Er Monno muratore

907. La regazza de Peppe

908. Er re de li dolori

909. L’istoria romana

910. L’Uffizzio der bollo

911. Li sette peccati mortali

912. L’avocato de le cause sperze

913. Le ricchezze priscipitose

914. La madre poverella

915. La regazza acciuffata

916. Da la matina se conossce er bon giorno

917. Er letto

918. Er Presidente de petto

919. Er tordo de Montescitorio

920. Li rossi d’ova

921. Da Erode a Ppilato

922. Le bbussole

923. La padrona bisbetica

924. Er zalame de la prudenza

925. Li scardíni

926. Li peggni

927. La scena de marteddí ggrasso

928. La bbazzica

929. L’aritròpica

930. La puttana abbrusciata

931. La quaresima

932. Giuveddí ssanto

933. Er giro de le pizzicarie

934. La bbonidizzione de le case

935. L’asina de Bbalaàmme

936. La curiosità

937. Lo stato d’innoscenza

938. Lo stato d’innoscenza

939. Lo stato d’innoscenza

940. Er battifòco

941. Oggni asceto fu vvino

942. Li Papati

943. Lassateli cantà

944. S.P.Q.R.

945. L’omaccio de l’ebbrei

946. Un felonimo

947. Er bon esempio

948. L’indurgenza papale

949. La statua cuperta

950. L’anima

951. La perla de le donne

952. L’appuntamento

953. L’addio

954. La strillata de mamma

955. L’arisposta tal’e cquale

956. Er poscritto

957. La pisida

958. Er bellìcolo

959. Li prim’àbbiti

960. A li zzelanti

961. La notte dell’Asscenzione

962. Er povèta a l’improviso

963. Le donne bbone, e le bbone donne

964. L’istoria de Pepèa

965. La bbuscìa ha la gamma corta

966. La Siggnora Pittora

967. Un cuadro bbuffo

968. La bbellezza

969. La zitellona levitata

970. A li ggiacubbini

971. La diliggenza nova

972. Er peccato origginale

973. La prima cummuggnone

974. Er viaggio de l’Apostoli

975. Una difficortà indiffiscile

976. Un conto arto-arto

977. Er giudizzio in particolare

978. Er madrimonio sconcruso

979. La donna gravida

980. Le quattro tempora

981. Er Monno

982. Ciamancherebbe quest’antra

983. Er patto-stucco

984. L’abborto

985. Er cane

986. L’udienza de Monziggnore

987. Er Curato de ggiustizzia

988. Settimo, seppellì li morti

989. Settimo, nun rubbà

990. Lo scortico

991. Er vedovo

992. La porta dereto

993. Lo scalìn de Rúspoli

994. Er galoppino

995. La fruttaroletta

996. Le du’ mosche

997. Ggnente senza un perché

998. Er passaporto

999. La serenata províbbita

1000. L’aricompenza

1001. Li polli de li vitturali

1002. Er pover’omo

1003. Er zervitore liscenziato

1004. Antro è pparlà dde morte, antro è mmorì

1005. La monizzione

1006. Er marito vedovo

1007. Er teolico

1008. Li soffraggi

1009. Er bene pe li Morti

1010. Er corpo aritrovato

1011. Er Medico ggiacubbìno

1012. Er confessore de manica larga

1013. La madre canibbola

1014. La bbellezza

1015. Le stelle

1016. Li Commedianti

1017. Er Curato

1018. Mosconi regazzi

1019. Er Papa de mó

1020. La vita der Papa

1021. Le riformazzione

1022. Li padroni sbisbetichi

1023. La sonnampola

1024. Li fijji de li Siggnori

1025. La Commare der bon-conzijjo

1026. Er povero ladro

1027. Er Cariolante de la Bbonifiscenza

1028. Er prete ammalato

1029. La Terra e er Zole

1030. A Padron Marcello

1031. La promessa der romano

1032. Un’istoria vera

1033. Li Chìrichi

1034. Cose antiche

1035. La vedova der zor Girolimo

1036. Er rimedio der cazzo

1037. Le bbagarine

1038. Er grann’accaduto successo a Pperuggia

1039. La puttana protetta

1040. La zitella

1041. La musica de Libberti

1042. La famijja sur cannejjere

1043. Er Carnovale der 34

1044. L’angonìa der Zenatore

1045. La morte der Zenatore

1046. Er Zenatore novo

1047. Li du’ senatori

1048. Er Monziggnorino de garbo

1049. L’anima bbona

1050. La Cassa der lotto

1051. Quattro tribbunali in dua

1052. L’Ottobbre der 31

1053. La promozzione nova

1054. L’ammalato a la cassetta

1055. Er governo der temporale

1056. La regazza cor muso

1057. Er madrimonio sicuro

1058. Le faccenne der Papa

1059. Li pericoli der Papato

1060. L’arberone

1061. Er proscessato

1062. Er quadraro

1063. Li guai de li paesi

1064. Le Moniche

1065. La Ronza

1066. Li quadrini pubbrichi

1067. La scuffiara francesa

1068. Er 28 Settembre

1069. La partoriente

1070. La funzione der Zabbito-santo

1071. La casa scummunicata

1072. La rosa-d’oro

1073. Er decane der cardinale

1074. Li sciarvelli de li Siggnori

1075. Li miracoli de li quadrini

1076. Una dimanna lescit’e onesta

1077. Li guai

1078. Li du’quadri

1079. Li mariggnani

1080. L’incerti de Palazzo

1081. L’udienze der Papa novo

1082. Er ginocchiatterra

1083. Er Papa Micchelaccio

1084. Le miffe de li Ggiacubbini

1085. Er Padre Suprïore

1086. Li Vescovi viaggiatori

1087. L’età dell’omo

1088. Le variazzion de tempi

1089. Er Monno sottosopra

1090. Un ber ritratto

1091. Le còllere

1092. Compatìmose

1093. La mojje fedele

1094. La priscission der Corpus-Dommine

1095. San Giuvan-de-ggiuggno

1096. Li Carnacciari

1097. La chiacchierona

1098. La scuperta

1099. La regazza schizziggnosa

1100. La mojje disperata

1101. Er negozziante fallito

1102. Er parlà cchiaro

1103. Er Rugantino

1104. Er torto e la raggione

1105. Er portoncino

1106. Trist’a cchì ccasca

1107. La bbona mojje

1108. L’ajjuto-de-costa

1109. Er marito assoverchiato

1110. Er Cavajjere

1111. Le Cantarine

1112. La prelatura de ggiustizzia

1113. Er Prelato de bbona grazzia

1114. Er Curato e ’r Medico

1115. Li bbeccamorti

1116. Er boja

1117. Li muratori

1118. Er matarazzaro

1119. L’Ombrellari

1120. Er zonetto pe le frittelle

1121. Er mercato de piazza Navona

1122. Li studi

1123. Er carzolaro

1124. Lo stracciarolo

1125. Er zervitor de piazza

1126. La serva der Cerusico

1127. Er fico fresco

1128. Er ver’amore

1129. Li rimedi simpatichi

1130. Li rimedi simpatichi

1131. Li rimedi simpatichi

1132. Li rimedi simpatichi

1133. L’invetrïata de carta

1134. Er Re e la Reggina

1135. Er re Ffiordinanno

1136. Rom’antich’e mmoderna

1137. Er Tesoriere bbon’anima

1138. Er nome de li Cardinali

1139. Le parte der Monno

1140. Er fornaro

1141. La fanga de Roma

1142. Li Croscifissi der venardí-ssanto

1143. Er copre-e-scopre


 

 

1. Lustrissimi: co’ questo mormoriale

 

Lustrissimi co’ questo mormoriale
v’addimando benigna perdonanza
se gni fiasco de vino igni pietanza
non fussi stata robba pella quale.

 

Sibbè che pe’ nun essece abbonnanza
come ce n’è piú mejjo er carnovale,
o de pajja o de fieno, o bene o male
tanto c’è stato da rempí la panza.

 

Ma già ve sento a dí: fior d’ogni pianta,
pe la salita annamo e pe la scenta,
famo li sordi, e ’r berzitello canta.

 

Mo sentiteme a me: fiore de menta,
de pacienza co’ voi ce ne vò tanta,
e buggiarà pe’ bbio chi ve contenta.

 

1818-19

 

Per un pranzo di società al quale presiedé G. G. Belli, ed intervennero i letterati Giulio Perticari, Luigi Biondi, Giuseppe Tambroni, Bartolomeo Borghesi, Teresa Perticari Monti, Filippo De Romanis, etc. etc.

 

 

2. A Pippo de R...

 

Sentissi, Pippo, er zor abbate Urtica 1
co cquell’antro freghino de Marchiònne 2
uno p’er crudo e ll’antro pe le donne
appoggiajje ar zonetto la reprìca?

 

Ma cchi a ste crape je po ffà la fica,
j’averà dditto, cazzo: «Crielleisònne!
se la vadino a magna bbell’e mmonne,
che nnoi peddìo nun ciabbozzamo mica».

 

Valla a ccapí: si ffai robba da jjanna,
subbito a sto paese je paremo
quer che je parze a li giudii la manna;

 

ma si ppoi ggnente ggnente sce volemo
particce come la raggion commanna,
fascemo buscia, Pippo mio, fascemo.

 

1820 - De Peppe er tosto

 

All’accademia tiberina la sera de’ …1820 (credo). 1 L’Abate D. Gaetano Celli, di fisionomia spinosetta, 2 e l’abate D. Melchior Missirini recitarono e replicarono due brutti componimenti, il primo un sonetto contro le donne, e il secondo un capitolo sulla fuga in Egitto in cui la Madonna era chiamata Vergin cruda.

 

 

3. A la sora Teta che pijja marito

Sonetto 1

Questo e il seguente sonetto furono da me spediti a Milano al sig. Giacomo Moraglia mio amico il 29 dicembre 1827, onde da lui si leggessero per ischerzo nelle nozze del comune amico signor G. Longhi con la signora Teresa Turpini, cognata del Moraglia.

 

Coll’occasione, sora Teta mia,
d’arillegramme che ve fate sposa,
drento a un’orecchia v’ho da dí una cosa
pe’ rregalo de pasqua bbefania.

 

Nun ve fate pijjà la malatia
come sarebbe a dí d’esse gelosa,
pe’ nun fà come Checca la tignosa
che li pormoni s’è sputata via.

 

Ma si piuttosto ar vostro Longarello
volete fà passà quarche morbino
e vedello accuccià come un agnello;

 

dateje una zeccata e un zuccherino;
e dorce dorce, e ber bello ber bello,
lo farete ballà sopra un cudrino.

 

dicembre 1827

 

 1 Questo e il seguente sonetto furono da me spediti a Milano al signor Giacomo Moraglia mio amico il 29 dicembre 1827, onde da lui si leggessero per ischerzo nelle nozze del comune amico signor G. Longhi con la signora Teresa Turpini, cognata del Moraglia.

 

 

4. Ar sor Longhi che pijja mojje

Sonetto

 

Le donne, cocco mio, sò certi ordegni,
certi negozi, certi giucarelli
che si sai maneggialli e sai tienelli,
tanto te cacci da li brutti impegni:

 

ma si poi, nerbi-grazia, nun t’ingegni,
de levàttele un po’ da li zzarelli,
cerca la strada de li pazzarelli
va’ a fiume, o scegni drento un pozzo scegni.

 

Sí, pijja mojje, levete er crapiccio
ma te n’accorgerai pe ddio sagranne
quanno che sarà cotto er pajjariccio.

 

Armanco nun la fà tamanto granne;
e si nun vòi aridurte omo a posticcio,
tiè pe’ tte li carzoni e le mutanne.

 

dicembre 1827 - G.G.B.

 

 

5. Alle mano d’er sor Dimenico Cianca*

Soneetto de povesia

 

Lo storto, 1 che vva immezzo a la caterba
de quelle bbone lane de fratelli,
che de ggiorno se gratta li zzarelli,
eppoi la sera el culiseo se snerba,

 

m’ha dditto mo vviscino all’Orfanelli
quarmente in ner passà ppe la Minerba,
ha vvisto li scalini pieni d’erba,
de ggente, de sordati e ggiucarelli;

 

co l’occasione c’oggi quattro agosto
è la festa d’er zanto bbianco e nnero,
che ffa li libbri, e cchi li legge, arrosto.

 

Ho ffatto allora: Oh ddio sagranne, è vvero!
Làsseme annà da Menicuccio er tosto,
a bbeve un goccio de quello sincero.

 

4 agosto 1828 - De Peppe er tosto

 

* Bigini. 1 N… Nalli, veramente storto e devoto, come si dice qui sopra.

 

 

6. Reprìca ar sonetto de Cianca
de li quattro d’agosto 1828

 

La quale, nun saprebbe, in concrusione
stavo a aspettà con du’ lenterne d’occhi:
dico er zonetto co ttutti li fiocchi
c’avevio da mannamme a ppecorone.

 

Oh vvarda si nnun è da can barbone!
Tu me spenni pe ggurde e ppe mmajocchi,
e cquanno hai da fà ttu... ma ssi mme tocchi
un’antra vorta a mē..., dimme cojjone!

 

Li disciassette duncue, sor grostino,
nun lo sapete ppiú che ffesta edè?
Pozzi morí, nun è San Giuacchino?

 

Ar fin de fine che mme preme a mme?
Dico pe ddí che ddrento a cquer boccino
o nun c’è un cazzo, o c’è un ciarvello che...

 

1829 - De Peppe er tosto

 

 

7. Er pennacchio

 

Ah Menicuccio mia, propio quer giorno,
la viggijja de pasqua bbefania,
quella caroggna guercia de Luscia,
lo crederessi?, me mettette un corno.

 

Porca fottuta! e me vieniva intorno
a ffà la gatta morta all’osteria
pe rrempí er gozzo a la bbarbaccia mia,
’ggni sempre come la paggnotta ar forno. 1

 

E intratanto co mmastro Zozzovijja
me lavorava quele du’ magaggne
d’aruvinà un fijjaccio de famijja.

 

Ecco, pe ccristo, come sò ste caggne:
amore? ’n accidente che jje pijja:
tutte tajjòle 2 pe ppoi fatte piagne. 3

 

7 agosto 1828

 

 1 Per regola fissa, come è il prezzo della pagnotta al forno. 2 Tagliole. 3 Farti piangere.

 

 

8. L’aribbartato

 

Te lo saressi creso, eh Gurgumella,
ch’er zor paìno, er zor dorce-me-frega,
che mmanco ha ffiato per annà a bbottega,
potessi slargà er buscio a ’na zitella?

 

Tu nu lo sai ch’edè sta marachella; 1
tutta farina 2 de quell’antra strega.
Mo che nun trova lei chi jje la sega,
fa la ruffiana de la su’ sorella.

 

Io sarebbe omo, corpo de l’abbrei,
senza mettécce né ssale né ojjo, 3
de dàjjene 4 tre vorte trentasei:

 

ma nun vojo piú affríggeme 5 nun vojjo;
che de donne pe ddio come che llei
’ggni monnezzaro me ne dà un pricojjo. 6

 

7 agosto 1828 - De Peppe er tosto

 

 1 Cabala. 2 Artificio. 3 Senza esitare. 4 Darlene in colpi. 5 Affliggermi. 6 Un procoio, una infinità.

 

 

9. Er civico

 

Moàh Menicuccio, 1 quanno vedi coso...
Nino er pittore a la Madon de Monti, 2
dijje che caso mai passa li ponti...
E damme retta; quanto sei feccioso!

 

Dijje... Ahà! Menicuccio, me la sconti:
ma perché me ce fai lo stommicoso?
M’avanzi quarche cazzo sbrodoloso?
Bravo! ariōca: come semo tonti!

 

Cosa te vo’ giucà, pe ddio de legno,
che si te trovo indove sò de guardia,
te do l’arma in der culo e te lo sfregno?

 

Dijje pe vvíede che sto ppropio a ardia,
che voría venne un quadro de disegno
che c’è la morte de Maria Stuardia. 3

 

1829 - De Peppe er tosto

 

 1 Domenico Biagini. 2 Giovanni Silvagni. 3 Detto per celia. Io posseggo realmente una bella e piccolissima incisione d’un bel quadro a olio rappresentante la decapitazione di Maria Stuarda, dipinto a Milano dal mio amico Hayez.

 

 

10. Peppe er pollarolo ar sor Dimenico Cianca

 

Piano, sor è, come sarebbe a dine
sta chiacchierata d’er Castèr dell’Ova?
Sarebbe gniente mai pe ffà ’na prova
s’avemo vojja de crompà galline?

 

Sí! è propio tempo mo, cuesto che cquine,
d’annasse a ciafrujjà marcanzia nova!
Manco a buttà la vecchia nun se trova!
Ma chi commanna n’ha da vede er fine.

 

Duncue, sor coso, fateve capace
che a Roma pe sto giro nun è loco
da fà boni negozzi; e annate in pace.

 

E si in quer libbro che v’ha scritto er Coco
lui ce pò ddí cquer che je pare e ppiace,
io dico a voi che ciaccennete er foco.

 

28 gennaio 1829 - G.G.B.

 

Pel dono fattomi dal mio amico Francesco Sig. Biagini, del paragrafo sulla Capitolazione conchiusa a Napoli, uscendo giugno 1799 fra i Francesi, Inglesi, Napoletani, Turchi, etc. etc.; nella quale furono dai repubblicani evacuati i due Castelli Nuovo e dell’Uovo; estratto dall’opera intitolata: Saggio storico sulla Rivoluzione di Napoli, di Cuoco.
Questo sonetto, per poter entrare nella collezione, dovrebbe portare abbasso la seguente nota, invece del titolo esplicativo che qui vi si trova in testa:- Un tale disse in via di scherzo a un gallinaio: Avete mai letto il libro del Cuoco, sul castello dell’Uovo di Napoli? Il gallinaio rispose presso a poco quel che si dice nel sonetto.

 

 

11. Pio Ottavo

 

Che ffior de Papa creeno! Accidenti!
Co rrispetto de lui pare er Cacamme. 1
Bbella galanteria da tate e mmamme
pe ffà bbobo a li fijji impertinenti!

 

Ha un erpeto pe ttutto, nun tiè ddenti,
è gguercio, je strascineno le gamme,
spènnola 2 da una parte, e bbuggiaramme 3
si 4 arriva a ffà la pacchia 5 a li parenti.

 

Guarda llí cche ffigura da vienicce 6
a ffà da Crist’in terra! Cazzo matto
imbottito de carne de sarcicce! 7

 

Disse bbene la serva de l’Orefisce
quanno lo vedde 8 in chiesa: «Uhm! cianno 9 fatto
un gran brutto strucchione 10 de Pontefisce».

 

1° aprile 1829

 

 1 Autorità ebraica in Ghetto. 2 Pende. 3 Buggerarmi. 4 Se. 5 Stato comodo e ricco senza pensieri. 6 Venirci. 7 Salsicce. 8 Vide. 9 Ci hanno. 10 Uomaccione mal tagliato.

 

 

12. A Compar Dimenico

 

Me so ffatto, compare, una regazza
bianca e roscia, chiapputa e bbadialona, 1
co ’na faccia de matta bbuggiarona,
e ddu’ brocche, 2 pe ddio, che cce se sguazza.

 

Si la vedessi cuanno bballa in piazza,
cuanno canta in farzetto, e cquanno sona,
diressi: «Ma de che? mmanco Didona,
che squajjava le perle in de la tazza».

 

Si ttu cce vôi viení dda bbon fratello
te sce porto cor fedigo 3 e ’r pormone;
ma abbadamo a l’affare de l’uscello.

 

Perché si ccaso 4 sce vôi fà er bruttone, 5
do dde guanto 6 a ddu’ fronne 7 de cortello
e tte manno a Ppalazzo pe cappone. 8

 

14 febbraio 1830 - De Peppe er tosto – G.G.B.

 

 1 Badiale, cioè squisita, impareggiabile. 2 Poppe. 3 Fegato. 4 Se per caso. 5 Il brusco, il pretendente. 6 Afferro, do di mano. 7 Due fronde, cioè un pocolin de coltello. 8 A cantare da castrato alla cappella pontificia.

 

 

13. Nunziata e ’r Caporale;
o Contèntete de l’onesto

 

Titta, lasseme annà: che!, nun te bbasta
de scolà er nerbo 1 cincue vorte e mezza?
Vò’ un bascio? tiello: 2 vôi n’antra carezza?...
Ahà! da capo cor tastamme! oh ttasta.

 

Ma tte stai fermo? Mica sò dde pasta,
ché mme smaneggi: mica sò mmonnezza. 3
Me farai diventà ’na pera-mezza! 4
Eppuro te n’ho data una catasta! 5

 

E per un giulio tutto sto strapazzo?
Ma si mme vedi ppiú pe ppiazza Sora 6...
Oh vvia, famme cropí, cc’ho ffreddo, cazzo!

 

Manco male! Oh mmó ppaga. Uh, ancora tremo!
Addio: lasseme annà a le cuarantora, 7
e öggi, 8 si Ddio vò, 9 cciarivedemo.

 

Roma, 14 febbraio 1830 - Der medemo

 

 1 Nervo, per pène. 2 Tienilo. 3 Immondezza. 4 Mézza, colle due z aspre: cioè Pera vizza. 5 Una quantità grande. 6 Il palazzo già dei Duchi di Sora serve oggi di caserma. 7 La esposizione pubblica e continua della Eucaristia in tante chiese a ciò destinate. Le donne, di qualunque natura, sono divotissime di questa funzione. 8 Oggi significa sempre: dopo il pranzo. 9 Cristiana uniformazione alle disposizioni del Cielo sugli eventi futuri, che le buone genti di Roma non pretermettono mai parlando di azioni che meditano.

 

 

14. Ar dottor Cafone 1

Tre sonetti

 

Sor cazzaccio cor botto, ariverito,
ve pozzino ammazzà li vormijjoni,
perché annate scoccianno li cojjoni
a cchi ve spassa er zonno e ll’appitito?

 

Quanno avevio in quer cencio de vestito
diesci asole a rruzzà cco ttre bbottoni,
ve strofinavio a ttutti li portoni:
e mmó, bbuttate ggiú ll’arco de Tito!

 

Ma er popolo romano nun ze bbolla,
e quanno semo a ddí, ssor panzanella,
se ne frega de voi co la scipolla.

 

E a Rroma, sor gruggnaccio de guainella,
ve n’appiccicheranno senza colla
sette sacchi, du’ scorzi e ’na ssciuscella. 2

 

14 febbraio 1830 - De Peppe er tosto

 

 1 Napolitano – Il signor dottore Fabrizio D’ambrosio, napolitano esiliato, stampò un libercolettaccio in cui esaminando le donne di Roma, vomitava mille ingiurie contro i Romani. Quest’opera poi, meno le ingiurie di proprio conio, era un perfetto plagio dell’opera di Cabanis sopra i rapporti fra il morale e il fisico dell’uomo. 2 Giumella.

 

 

15. Ar sor dottore medemo

 

Ma vvoi chi ssete co sto fume in testa
che mettete catana 1 ar monno sano?
Sete er Re de Sterlicche er gran Zordano,
l’asso de coppe, er capitan Tempesta?...

 

Chi sete voi che ffate tanta pesta 2
co’ cquer zeppaccio de pennaccia in mano?
Chi ssete? er maniscarco, er ciarlatano...
se po ssapello, bbuggiaravve a ffesta?

 

Vedennove specchiavve a ll’urinale,
le ggente bbone, pe’ nun fà bbaruffa,
ve chiameno er dottore, tal’e cquale:

 

ma mmó vve lo dich’io, sor cosa-bbuffa,
chi ssete voi (nun ve l’avete a male):
trescento libbre de carnaccia auffa.

 

16 febbraio 1830 - De Peppe er tosto medemo

 

 1 Metter catana, dare eccezione, censurare. 2 Peste per istrepito.

 

 

16. P’er zor dottore ammroscio cafone

Sonetto 3°

A Menico Cianca

 

Le nespole 1 c’hai conte a cchillo sciuccio
(pe ddillo 2 a la cafona) de dottore,
me le sò ppasteggiate,
3
Menicuccio,
sino a cche m’hanno arifiatato er core.

 

Vadi a rricurre mo da Don Farcuccio 4
pe rrippezzà li stracci ar giustacore: 5
ché a Roma antro che un cavolo cappuccio
pò ppagà ppiù le miffe 6 a st’impostore.

 

Ma er zor Ammroscio ha ffatto un ber guadaggno
trovanno a ffasse 7 a ccusí bbon mercato
carzoni e ccamisciola de frustaggno:
8

 

ché in ner libbro de stampa che mm’hai dato,
be’ cce discessi 9 all’urtimo: Lo Maggno; 10
e, dde parola, te lo sei maggnato.

 

Roma, 13 ottobre 1831 - De Pepp’er tosto

 

 1 I colpi. 2 Dirlo. 3 Assaporate. 4 Equivale a «nessuno». 5 Vedi il sonetto 1°. 6 Menzogne. 7 Farsi. 8 Non offenda il trovare qui in frustagno un vocabolo non pure illustre, ma di forma e nazione veramente toscano. Il romanesco tende di sua natura ad alterare il suono delle parole, allorché per ispirito di satira, in lui acutissimo, vuole rendere il senso equivoco e farlo ingiurioso. Così, nel caso attuale, per dire che il dottore sia stato frustato pel corpo dal libro contro di lui stampato, non disconviene alla malizia romanesca la viziatura di fustagno, termine in uso, in frustagno, per la qual viziatura questo vocabolo viene per puro accidente, indipendentissimo da perizia filologica, ad essere restituito alla sua incognita forma. 9 Dicesti. 10 Nel libro di cui si tratta appariscono per ultime parole le seguenti: Fr. Dom. Lo Magno, firma del revisore ecclesiastico. E il detto libro contiene un dialogo scritto dal signor Benedetto Blasi intorno alle stoltezze dell’opuscolo dell’Ambrosio; e quindi un confronto fatto dal signor Domenico Biagini di quello stesso opuscolo colla celebre opera del Cabanis (Rapport de moral, etc.) della quale il D’Ambrosio ha fatto un continuo plagio, viziandola però per farle dire sciocchezze.

 

 

17. Er romito

 

«Quanno te lo dich’io cachete er core» 1
me diceva ier l’antro un bon romito;
«in sto monnaccio iniquo e ppeccatore,
nun ze trova piú un parmo de pulito.

 

Co’ ttre sguartrine 2 io fascevo l’amore
e je servivo a ttutte de marito;
e ppe un oste, uno sbirro e un decrotore 3
ste porche tutt’e ttre mm’hanno tradito.

 

Ma io pe ffa vvedé cche mme ne caco,
tutte le sere vado all’osteria,
e ffo le passatelle, e mm’imbriaco.

 

E ssi la tentazzione m’aripía, 4
me lo cuscio pe ddio cor filo e ll’aco
quant’è vvero la Vergine Mmaria».

 

15 febbraio 1830 - De Peppe er tosto - G. G. B.

 

 1 Sottointendi: piuttosto che non crederlo; cioè: «devi crederlo per forza, a mal tuo grado». 2 Donnucole. 3 Décrotteur. 4 Mi ripiglia.

 

 

18. L’ambo in ner carnovale

 

T’aricordi, compare, che indov’abbito
viení un giorno pe’ sbajjo la bbarella?
Bbe’, all’astrazzione che ss’è ffatta sabbito,
ciò vvinto un ambo a mmezzo co Ttrippella.

 

E oggi pijjamo a nnolito un bell’abbito,
lui da pajjaccio e io da purcinella,
perché la serva de padron Agabbito
sta allancata de fà ’na sciampanella.

 

Tu, ccaso che tt’ammascheri da conte,
viecce a ttrovacce all’osteria der Moro,
in faccia a gghetto pe’ sboccà sur ponte.

 

E ssi mmai Titta pô llassà er lavoro,
portelo co lo sguizzero der Monte,
ché Ggiartruda ne tiè ppuro pe’ lloro.

 

17 febbraio 1830 - De Peppe er tosto medemo

 

 

19. Er guitto in ner carnovale

 

Che sserve che nun piovi, e cche la neve 1
nun vienghi a infarinà ppiù le campaggne?
Tanto ’ggnisempre a casa mia se piaggne,
tanto se sta a stecchetta e nun ze bbeve.

 

Er zor paino, er zor abbate, er greve, 2
in sti giorni che cqui sfodera 3 e sfraggne: 4
antro peddío che a ste saccocce caggne
nun ce n’è né dda dà nné da risceve!

 

Ma ssi arrivo a llevà lo stelocanna, 5
Madonna! le pellicce 6 hanno da êsse
da misurasse co la mezza canna!

 

Allora vedi da ste gente fesse, 7
co ttutta la su bboria che li scanna,
le scappellate pe vviení in calesse!

 

17 febbraio 1830 - De Peppe er tosto

 

 1 Dopo vari mesi di piogge e di nevi, all’apparire del carnovale rasserenò. 2 Greve dicesi ai popolani che sostengono gravità. 3 Sfoggia. 4 Spende. 5 L’est-locanda, tabella che si pone sulle case vuote. 6 Ubbriachezza. 7 Sguaiate.

 

 

20. Campa, e llassa campà

 

Ma cche ffajòla, Cristo, è diventata
sta Roma porca, Iddio me lo perdoni!
Forche che state a ffà, ffurmini, troni, 1
che nun scennete a fanne una panzata?

 

S’ha da vede, per dio, la buggiarata
ch’er Cristiano 2 ha d’annà ssenza carzoni,
manco si cquelli poveri cojjoni
nun fussino de carne bbattezzata!

 

Stassi a sto fusto 3 a ccommannà le feste,
voría bbe’
4
mmaneggià li giucarelli
d’arimette er ciarvello in de le teste.

 

E cchiamerebbe Bbonziggnor Maggnelli, 5
pe’ ddijje du’ parole leste leste:
sor è, 6 ffamo campà li poverelli.

 

19 febbraio 1830 - De Peppe er tosto

 

 1 Tuoni. 2 L’uomo. 3 Stasse a me. 4 Vorrei bene. 5 Monsignor Mangelli, Presidente dell’Annona e Grascia. 6 Sor È, come dicesse: «Signor tale».

 

 

21. Contro li giacobbini

 

Nun te pijjà ggatti a ppelà, Ggiuanni;
chi impiccia la matassa se la sbrojji:
stattene a ccasa co li tu malanni,
ché er monno tanto va, vvojji o nun vojji.

 

Io nun vorrìa sta un cazzo in de li panni
de sti sfrabbica Rome e Ccampidojji
ché er mettese 1 a cozzà ccontro li bbanni 2
è un mare-maggna 3 tutto pien de scojji.

 

Sai quanto è mmejjo maggnà ppane e sputo,
che spone 4 a rrepentajjo er gargarozzo 5
pe ffà strozzate 6 de baron fottuto?

 

Tù lassa annà a l’ingiú ll’acqua in ner pozzo;
e hai da dí che Iddio t’ha bbenvorzuto
com’e cquarmente 7 t’arimedia er tozzo.

 

19 febbraio 1830 - D’er medemo

 

 1 Il mettersi. 2 Bandi. 3 Mare-magnum. 4 Che esporre. 5 La gargozza. 6 Mangiate. 7 Come e qualmente.

 

 

22. Contro er barbieretto de li gipponari

 

Quer zor chicchera llí ccor piommacciolo
va strommettanno pe’ ccampo de fiore
che ll’asole che ttiengo ar giustacore
Titta er sartore nun l’ha uperte a solo.

 

Je pijja ’na saetta a ffaraiolo,
je vienghino tre cancheri in ner core!
L’averà fatte lui cor su’ rasore,
facciaccia de ciovetta in sur mazzolo!

 

...’ggia san Mucchione! ancora nun è nato
chi me pozzi fa a mene er muso brutto
senza risico d’essece ammazzato.

 

Ma tanto ha da finí che sto frabbutto,
sto fíaccio de cane arinegato
s’ha da cavà la sete cor presciutto.

 

3 marzo 1830 - De Peppe er tosto - G. G. B.

 

 

23. A Menicuccio Cianca

 

Di’ un po’, ccompare, hai ggnente in condizione 1
la cuggnata de Titta er chiodarolo?
Be’, ssenti glieri si 2 ccorcò 3 a fasciolo 4
lo sguattero dell’oste der farcone.

 

Doppo fattasce auffagna 5 colazione
j’annò cor deto a stuzzicà er pirolo:
figurete quer povero fijjolo
si cce se bbuttò addosso a ppecorone.

 

Ma mmalappena arzato sù er zipario,
ecchete che per dio da un cammerino
viè ffora er bariscello der Vicario.

 

Mó ha da sposalla; e ppoi pe ccontentino
s’averà da godé ll’affittuario
che jj’ha fatto crompà ll’ovo e ’r purcino. 6

 

1830 - De Peppetto er tosto

 

 1 Cognizione. 2 Se. 3 Colcò: fece giù, ingannò. 4 A fagiuolo, appuntino. 5 A ufo. 6 Donna gravida.

 

 

24. A li sori anconetani

 

Ma che teste de cazzo bbuggiarone!
Ve strofinate a iddio che facci piove;
e perché san Ciriàco 1 nun ze move,
je scocciate le palle in priscissione:

 

e ve lagnate poi si una ’lluvione
de du fiumi che stanno in dio sa dove
vienghi a rubbavve sto corno de bbove
bell’e granne com’è, ttosto e ccojjone!

 

Ma nun è mmejjo d’avé ppiú cquadrini
e ppiú ggrano e ppiú vvino a la campagna,
che mmagnà nnote pe’ cacà stuppini?

 

E er sor Davìd che imberta e cce se lagna,
quanno sarà dde llà dda li confini,
l’averà da trovà ’n’antra cuccagna!

 

Pesaro, maggio 1830 - De Peppe er tosto

 

Nella primavera del 1830 non pioveva, con danno dell’agricoltura. Gli Anconitani, dando opera regia nel nuovo Teatro delle Muse dissero che la Senna e il Tamigi sarebbero fra poco venuti a rapire a quelle scene il tenore Giovanni David, che vi cantava per circa 3000 scudi. Quindi sonetto a li sori anconetani. 1 Protettore d’Ancona.

 

 

25. Er pijjamento d’Argèri

(5 luglio 1830)

 

Quante sfrisielle a ttajjo e scappellotti!
Quante chicchere a coppia e sventoloni! 1
Quant’acciacco de chiappe e de cojjoni!
Quant’infirze de schiaffi e de cazzotti!

 

Poveri Turchi, come sò aridotti
co cquell’arifilate de gropponi!
Beato chi ppô avé ttra li carzoni
un fiasco d’ojjo e un bon caval che ttrotti!

 

Nun c’è da dí, ppe ssant’Antonio abbate:
li Francesi sò ggente che, Mmadonna!,
sò bboni pe l’inverno e ppe l’istate.

 

E mmo mmetteno in cima a ’na colonna 2
er Deo 3 d’Argèri, che vva a ffasse 4 frate,
o vviè a vvenne le pizze a la Ritonna.

 

20 luglio 1830 - De Peppe er tosto

 

 1 Colpi, busse, etc. 2 La colonna rostrale decretata a Tolone. 3 Dey. 4 Farsi.

 

 

26. Ar zor Carlo X

 

Bravo Carluccio! je l’hai fatta ggiusta
pe bbatte er culo 1 e addiventà ccerasa. 2
Tosto mó! aspetta la bburiana 3 a ccasa
cor general Marmotta de Ragusta.
3a

 

Ahà! cch’edè, Ccarluccio? nun te gusta
de portà a Ggiggio 3b la chirica rasa? 4
Drento a le bbraghe te ne fai ’na spasa? 5
Spada, caroggna! e nnò speroni e ffrusta.

 

Cor dà de bbarba all’emme, ar zeta e all’Acca, 6
hai trovo 7 er busse, e sti quattro inferlicchese 8
che tt’hanno aruvinato la bbaracca. 9

 

Chi ar Monno troppo vô, nnun pijja nicchese; 10
e ttu ppe llavorà a la pulignacca, 11
hai perzo er trono, e tt’è rrimasto? un icchese. 12

 

Roma, 15 agosto 1830 - De Peppe er tosto

 

 1 Per cadere. 2 Diventar nulla. 3 I guai. 3a Il general Marmont, duca di Ragusi. 3bLuigi xvi. 4 La chierica rasa, il capo mozzo. 5 Spargimento di quel che s’intende. 6 Alla stampa , sotto la figura delle lettere dell’alfabeto. 7 Equivoco fra busse, battiture, e busse che nelle scuole delle maestre dicono i fanciulli alla fine dell’alfabeto, cioè: «Ette, cònne, rònne e busse, sia lodato el bon Gesù». Le prime voci esprimono tre segni che nella così detta Santa-Croce (cioè l’abbacedario, perché innanzi all’A precede una ) vengono appresso alla Z, e sono &. V. R.: il busse poi vi si aggiunge onde far cadere in rima il nome di Gesù che termina la canzoncina. 8 Colpi. 9 La macchina. 10 Nix: nulla. 11 Lavorare alla pulignacca: far le cose destramente, a capello. Questa frase è derivata in Roma dalle molle da cocchio dette alla Polignac. 12 Un X: nulla.

 

 

27. Pe la Madonna de l’Assunta
festa e Comprïanno
1 de mi’ mojje

 

Mojje mia cara, a sto paese cane
nun ze trova nemmanco a fà a sassate; 2
e cquanno hai crompo 3 un moécco 4 de patate,
fai passo ar vino e cquer ch’è peggio ar pane.

 

Io pisto er pepe, sòno le campane,
rubbo li gatti, tajjo l’oggna 5 a un frate,
metto l’editti pe le cantonate,
cojjo
6
li stracci e agliuto le ruffiane.

 

Embè lo sai ch’edè cche cciariscévo? 7
Ammalapena pe ppagacce 8 er letto:
anzi, a le du’ a le tré, 9 spallo 10 e cciarlèvo. 11

 

Duncue che tt’ho da dà, ppòzzi èsse santa?
Senza cudrini 12 ggnisun chirichetto
disce Dograzzia e ggnisun ceco canta.

 

Roma, 15 agosto 1830 - De Peppe er tosto

 

 1 Compleanno. 2 Non si trova ad occuparsi in nulla. 3 Comperato. 4 Baiocco. 5 Le unghie. 6 Raccolgo. 7 Cos’è che ci ricevo? 8 Pagarci. 9 Sovente. 10 Do in fallo. 11 Arlevarci: toccar busse. 12 Quattrini.

 

 

28. Pe le Concrusione imparate all’ammente
dar sor avocato Pignòli Ferraro
1
co tutti l’antri marignani
2 der conciastoria

 

Ne l’annà glieri a venne ar pellegrino
li fibbioni d’argento de Maria,
vedde er porton de la Cancellaria
zeppo de gente come un butteghino.

 

Vorzi entrà drento; e, de posta, ar cudino
riconobbe er regazzo de mi fìa,
po’ er cappanera e tutta la famía
de Bonsignor der Corso 3 fiorentino.

 

Che belle ariverèe co li galloni!
Quante carrozze, corpo de la pece!
Che ccavalli pe ddio! tutti froscioni!

 

C’era un decane a sede s’una sedia.
Je fece: «Che cciavemo?». E lui me fece:
«Sor Peppe, annate su: c’è la commedia».

 

18 agosto 1830 - De Peppe er tosto

 

 1 L’avvocato Gnoli di Ferrara. 2 Gli avvocati Concistoriali. 3 Monsignor de Corsi, Uditore di Rota per la Toscana.

 

 

29. Ar sor Avocato Pignòli Ferraro

 

Chi ne sapeva un cazzo, sor Tomasso,
che parlavio todesco in sta maggnera?
E me vorría peddio venne in galera,
si su cquer coso nun parevio l’asso.

 

Li Marignani che staveno abbasso
cor naso pe l’inzú, fanno moschiera;
perché propio dicessivo jerzéra
certe sfilate che nemmanco er Tasso.

 

E come er predicà nun fussi gniente
ce partite cor Santo 1 e cor sonetto, 2
da fà viení a l’invidia un accidente.

 

Quello però che ve vò fà canizza,
è la gola de quarche abbatinetto
c’averà da restà senza la pizza. 3

 

18 agosto 1830 - De Peppe er tosto

 

 1 Il foglio delle Conclusioni. 2 La dissertazione latina. 3 Le pizze di rubrica. Il Gnoli rispose il medesimo giorno con due sonetti in vernacolo ferrarese.

 

 

30. Er gioco de calabbraga

 

S’er mi fio ciuco me porta lo stocco,
Titta, ciabbuschi quant’evvero er papa.
No, un cazzo, un accidente, sora crapa.
Alò, famo moschiera, o v’aribbocco.

 

Bè, sentímece l’oste: «Ah padron Rocco,
fate capace sta coccia de rapa.
Dite, è vvero che l’asso nun se capa?»
Ahàa! lo senti? oh caccia mo er bajocco.

 

Aù! nun pòzzo abbozzà più nun pòzzo.
Sentime, Titta, si tu no lo cacci,
va che mommó te lo fo uscí dar gozzo?

 

Ah fugghi, guitto? fugghi? accidentacci!
Sciòo, va’ in ghetto a impegnatte er gargarozzo
pe ddí stracci ferracci chiò scherpacci.

 

Roma, 19 agosto 1830 - De Peppe er tosto

 

 

31. Er gioco der lotto

 

M’è pparzo all’arba de vedé in inzògno,
cor boccino in ner collo appiccicato, 1
quello che glieri a pponte 2 hanno acconciato
co ’no spicchio d’ajjetto in zur cotogno. 3

 

Me disceva: «Tiè, Ppeppe, si 4 hai bbisogno»;
(e ttratanto quer bravo ggiustizziato
me bbuttava du’ nocchie in zur costato):
«sò ppoche, Peppe mio, me ne vergogno».

 

Io dunque ciò ppijjato oggi addrittura
trentanove impiccato o cquajjottina,
dua der conto, e nnovanta la pavura. 5

 

E cco la cosa 6 che nnemmanco un zero
ce sta ppe nnocchie in gnisuna descina,
ho arimediato cor pijjà Nnocchiero.

 

19 agosto 1830 - De Peppe er tosto

 

 1 Col capo ricongiunto al collo artificialmente. 2 «Ponte Sant’Angiolo», uno de’ luoghi ordinarii per le esecuzioni. 3 Cotogno, cioè «testa». «Spicchio d’aglietto», d’aglio, ironia di «mannaja». 4 Se. 5 Questi numeri si cercano nel così detto Libro dell’Arte, dove è come un dizionario di nomi accanto ad altri numeri giuocabili. 6 E pel motivo.

 

 

32. Devozzione pe vvince ar lotto

Non tutto ciò che qui si dice è vero, né la gran parte di vero si annette tutta alla reale superstizione del lotto; ma si è voluto da me raccogliere quasi in un codice il vero insieme e il verisimile in relazione di quel che so e in compenso di quanto non so (ch’è pur molto) intorno alle matte e stravolte idee che ingombrano le fantasie superstiziose della nostra plebaglia.

 

Si vvo’ un terno sicuro, Titta mia,
senti com’hai da fane: a mezza notte
méttete immezzo ar cerchio de ’na botte
co ttre requiameterne ar Nocchilia.

 

Pe strada attacca cento avemmaria,
chiamanno a ignuna la mojje de Lotte;
e pe ccaccià Berlicche co Starotte,
di’ er Verbuncàro e er Nosconproleppia.

 

Doppo ditto tre vorte crielleisonne
e pe ttre antre groria in cersideo,
di’ Bardassarre, Gaspero e Marchionne.

 

E si vicino a te passa un abbreo,
fa’ lo scongiuro a la barba d’Aronne,
pe ffà crepà quer maledetto aeo.

 

Un agnusdeo
méttece appresso e sette groliapadri
p’er bon ladrone e l’antri boni ladri.

 

Trovanno quadri
co la lampena accesa a la Madonna,
di’ un deprofunni all’anima de Nonna.

 

Si quarche donna
te toccassi la farda der landao,
fajje er fichetto, e dijje: Maramao.

 

Si senti Gnao,
è bonugurio, Titta; ma si senti
strillà Caino, risponni: accidenti.

 

Porta du’ denti
legati cor un fir de seta cruda,
zuppa de bava de lumaca ignuda.

 

Rinega Giuda
igni quinici passi; e ar deto grosso
de manimanca tiè attaccato un osso

 

de gatto rosso.
Coll’antra un cerchio d’argento de bollo
tiecce e una spina de merluzzo ammollo.

 

Méttete in collo
la camisciola c’ha portato un morto
co cquattro fronne de cicoria d’orto.

 

E si ’n’abborto
pòi avé de lucertola d’un giorno,
tiello in zaccoccia cotto prima ar forno.

 

Buschete un corno
de bufolino macellato in ghetto
c’abbi preso er crepuscolo sur tetto.

 

Cor un coccetto
de pila rotta in culo a ’na roffiana
raschielo tutto ar son de la Campana.

 

Da ’na mammana
fatte sbruffà la raschiatura in testa
cor pizzo der zinale o de la vesta.

 

Magna ’na cresta
de gallo, e abbada che nun sii cappone
si nun te vòi giucà la devozzione.

 

E in un cantone
di’ tre vvorte, strappannoce tre penne,
«Nunchetinòva morti nostri ammenne».

 

Poi hai d’accenne
tre moccoli, avviati a la parrocchia,
sur un fuso, un vertecchio e ’na conocchia.

 

Appena scrocchia
quella cera in dell’arde, alegri Titta:
svortete allora subbito a man dritta.

 

Già te l’ho ditta
la devozzione c’hai da dí pe strada
ma abbada a nun sbajjà, Titta, ve’! abbada.

 

Come ’na spada
tira de longo insino a santa Galla,
e lí affermete, e tocchete ’na palla.

 

Si cquella è calla
tocchete l’antra; e come ’n’addannato
poi curre a San Giuanni Decollato:

 

e a ’n’impiccato
ditta ’na diasilletta corta corta
buttete a pecorone in su la porta.

 

La bocca storta
nun fà si senti quarche risponsorio:
sò l’anime der santo purgatorio.

 

A San Grigorio
promette allora de fà dí ’na messa
pell’anima d’un frate e ’na bbadessa.

 

‘Na callalessa
è der restante: abbasta de stà attento
a gni rimore che te porta er vento.

 

O ffora, o ddrento,
quello che pòi sentí tiello da parte,
eppoi va’ a cerca in der libbro dell’arte.

 

Viva er Dio Marte:
crepi l’invidia e er diavolo d’inferno,
e buggiaratte si nun vinchi er terno!

 

20 agosto 1830 - De Peppe er tosto

 

 

33. L’astrazzione

 

Tiràmese 1a ppiú in là, ché cquì la gujja 1
ciarippara 1b de vede er roffianello 2...
Varda, 2a varda, Grigorio, mi’ fratello
che s’è mmesso a intignà 3 cco la patujja!

 

Mosca! 4 Er pivetto arza la mano, intrujja 5
mo in de le palle... Lesto, eh bberzitello.
Ecco ecco che lleggheno er cartello:
ch’edè? 5a Ccinquantasei! senti che bbujja!
6

 

Je la potessi fà, sangue de ddina!
Sor cazzo, vorticamo 6a er bussolotto.
Ch’edè? Ttrenta! Ce ll’ho ddrento a l’ottina.

 

Diesci! ggnente: Sei! ggnente: Discidotto!
ggnente. Peddio! nemmanco stammatina?
Accidentacci a chi ha inventato er lotto.

 

20 agosto 1830 - De Peppe er tosto

 

 1a Tiriamoci. 1 Obelisco di Monte Citorio. 1b Ci ripara. 2 Orfanello dell’Ospizio degli Orfani. 2a Guarda. 3 Ostinarsi in alterco. 4 Silenzio! 5 Rimescola. 5a Che c’è. 6 Buglia, bisbiglio. 6a Rivolgiamo.

 

 

34. Er gioco der marroncino 1

 

E CCE GGIUCHENO: ROSCIO, NINO, VA’ -A-MMETE, ER PAINO E ER GIACCHETTO

 

Roscio

Aó, ttrattanto che ss’appara 1a er prete
volemo dà ddu’ botte a mmarruncino?

Giacchetto

A ppagà.

Nino

A ggode. 1b

Giacchetto

Come se’ attacchino! 1c

Nino

Tirate er fiato a voi. 2

Giacchetto

Che ddichi? Hai sete? 3

 

 

Roscio

Eh zitti, buggiaravve a quanti sete!

Su, aló, fammo la conta: pe dda Nino. 4 -
… Venti. Una, dua, tre… tocca ar paíno.
Po’ Nino, po’ viengh’io, po’ tu e Vva’ -a-mmete

 

 

Paino

Er boccio a mé 4 – De cqui. 5 – Senza giuchetti.

Nino

Senza strucchietti,

Roscio

E ttiro pe llevà

Giacchetto

No ppe strucchià 6

Va’ -a-mmete

Dí, aó, dove te metti?

 

 

Giacchetto

San guercino. 7

Va’ -a-mmete

Va’ ar zegno.

Giacchetto

E nnun sta cqua?

Va’ -a-mmete

Accidentacci a tutti li ggiacchetti!

Quanto se’ fesso! 7a er zegno eccolo llà.

 

 

Giacchetto

Ma cciài 7b da capità

un giorno o ll’antro ggiú ppe borgo-novo…

Va’ -a-mmete

Mo sta a mmene. – Accusí mme l’aritrovo. 8

 

 

Nino

Fermete. 8a

Va’ -a-mmete

Nun me movo.

Nino

Sò pprimo.

Roscio

Sò ssiconno.

Va’-a-mmete

Io terzo.

Giacchetto

Io cuarto.

Paino

Io cuinto. 9

Nino

Eh nnun fà er mucchio tant’in arto.

 

 

Paino

Che, ttienete l’apparto

de queli siti che vve pare a vvoi?

Nino

Be’, schiaffelo 9a peccristo indove vòi

 

 

Giacchetto

Batte. 10

Roscio

… Dégheta! 11 A noi:

vedemmo un po’ ssi 11a cce 11b so cojje io 12

Giacchetto

Tu nnun hai smosso er mezzo-bboécco mio. 13

 

 

Roscio

Pòzzi 13a morí ttu’ zio,

chi arifiata? 14 E ttu arza: 15 sce vô tanto?

Giochetto

Arma.

Va’-a-mmete

Santo.

Paino

Io vojjo arma.

Roscio

Arma.

Nino

E nnoi santo. 16

 

 

Roscio

Mezzo e cche ssí. 17

Paino

De cuanto?

Giacchetto

Arzo, tiengo da Roscio, e ffo dde dua. 18

Paino

Frulla, 19 madetta 19a l’animaccia tua.

 

…Ah pporcaccio de ua!

Cor carcio farzo? 20 Gargantacci 21 neri.

Va’ -a-mmete

Tu vo’ fà curre li carubbigneri? 22

 

 

Paino

Vôi rubbà come gglieri? 23

Giacchetto

Mommó ll’hai da sentí si che cconnessa 24

Roscio

Oé! er chirico 24a sona: annamo 24b a mmessa.

 

22 agosto 1830 - De Peppe er tosto

 

 1 Gioco che si eseguisce da due o più persone con un ciottoletto o altro pezzo di pietra, il più che si può rotonda, gettandola ad una certa distanza, e procurando di lanciarvi vicini de’ baiocchi. 1a Si para. 1bA godere. 1c Sei cavilloso. 2 Sorbite a voi l’insulto. 3 Equivoco di sete (volontà di bere) e siete. 4 Chi ha il punto al conto, getta il ciottolo, detto bòccio o marrone, e poi vi manda appresso il suo baiocco. – Pe dda Nino, cioè: «S’incomincia a contare da Nino». 5 Destina il posto onde ciascuno scaglierà la sua moneta vicino al ciottolo. 6 Quattro specie di proteste concomitanti certe esecuzioni, le quali senza quelle formule sarebbero nulle. 7 Sei cieco? 7a Spiacevole. 7b Ci hai. 8 Altra formula come alla nota 6. 8a Fermati. 9 È fatto l’ordine di successione al tirare. L’Ultimo, cioè colui che mandò la sua moneta più distante dal marrone, raccoglie le monete, e fattone un cumulo, le situa dove vuole, affinché il Primo vi batta col suo marrone, lanciandovelo sopra in modo sì netto e vibrato, che mova tutte le sottoposte monete. Se il colpo esce vano, passa il diritto a colpire al Secondo e poi etc. 9a Ficcalo. 10 L’Ultimo ha situato il cumulo di monete e comanda al Primo di battere. 11 Quasi «Fiasco!». Il Secondo, contento che il Primo abbia fallito il colpo, fa quella esclamazione e si accinge egli a battere. 11a Se 11b Ci. 11c Cogliere. 12 Batte. 13 Ecco il caso del non movimento di tutte le monete. 13a Possa. 14 Chi si oppone? 15 La moneta non mossa è lanciata in aria dal signore di essa. 16 Mentre la moneta sta per lanciarsi, sino al punto in che ritocca il suolo, ciascuno fa le sue scommesse sulla faccia che mostrerà dopo la caduta cioè arma o santo (lettere); e qui giova avvertire che le vittorie di tutto il giuoco consistono in quest’alternativa. 17 Scommette mezzo baiocco, che verrà ciò che ha detto chi scagliò la moneta: qui è arma. 18 Lo scagliatore scommette anch’egli, confermando la scommessa di Roscio, e scommette di moneta doppia. 19 La moneta nell’aria deve brillare, frullare, onde si tolga il sospetto di arte nella caduta favorevole a chi la lanciò. 19a Maledetta. 20 Coll’inganno? 21 Fraudolente. 22 Carabinieri. 23 Ieri. 24 Percossa. 24a Chierico. 24b Andiamo.

 

 

35. La bonidizzione der Sommo Pontescife

 

Curre, peccrisse, curre, Gurgumella,
che ggià er Papa ha dda èsse in portantina.
Eh ssi nun spiggni ppiú, Ddio serenella!,
ciarrivamo er crepìnnisci a mmatina.

 

Monta dereto a cquarche ccarrettella,
s’hai la guallera gonfia o er mal d’orina
M’hanno acciaccato come ’na frittella
Mancomale: ecco cqua la Strapuntina.

 

Senti ch’è usscito ggià dda sagristia
er Santo Padre, e mmommó vva ar loggione?
Oé! vvarda laggiù che parapìa!

 

Ma ddirebb’io: si la bbonidizzione
tutte le zelle nostre s’aripìa,
chi più grossi li fa, meno è cojjone.

 

Roma, 21 agosto 1830 - De Peppe er tosto

 

 

36. Li scrupoli de l’abbate

 

Un’antra 1 cosa voria mó ssapé,
si 2 er cristiano in cusscenza er venardí
pòzzi 3 maggnà ddu’ stronzi cor culí
senza fà male, e, ssi lo fa, pperché.

 

Lo so che vvoi me risponnete a mmé
che la robba che scappa pe dde cqui,
robba de magro nun ze pò mmai dí,
si nun volemo chiamà Ccappa er Cé.

 

Ma ffateme un tantin de carità,
come pò addiventà de grasso, pò,
er tarantello, er tonno, er baccalà?

 

Io, sor abbate, credería 4 de no:
ma ssi cciavete 5 scrupolo a mmaggnà,
maggnate puro 6 e io poi v’assorverò.

 

24 agosto 1830 - De Peppe er tosto

 

 1 Un’altra. 2 Se. 3 Possa. 4 Crederei. 5 Ci avete. 6 Pure.

 

 

37. Assenza 1 nova pe li capelli

 

Vôi sentí un fatto de Tetaccia 1a storta,
la mojje de Ciuffetto er perucchiere?
Ciaggnéde 2 cuer paíno 3 der drughiere, 4
pe comprasse 5 un tantin de beggamorta. 6

 

La bbirba stiede 7 un po’ ddrento a ’na porta
indove tiè ccerte boccette nere;
poi scappa e disce: «Oh cqueste sí ssò vvere!
Tiè, odora: ah! bbenemio!, t’ariconforta».

 

Lesta attappò er buscetto cor turaccio,
e ariscosso un testone 8 de moneta,
mannò 9 a ccasa contento er gallinaccio.

 

Ma ssai che cce trovò? ppiscio de Teta;
che ppe ggabbà cquer povero cazzaccio
s’era messa l’odore in ne le deta. 10

 

24 agosto 1830 - De Peppe er tosto

 

 1 Essenza. 1a Teresaccia. 2 Ci andò. 3 Zerbino. 4 Droghiere. 5 Comperarsi. 6 Bergamotto. 7 Stette. 8 Moneta di argento da tre paoli. 9 Mandò. 10 Nei diti.

 

 

38. Campo vaccino

(Sonetti 4)

 

Mannataro

Guarda, Ghitano mia: eh? ddi’, te piasce?

Ghitano

Che ggrannezza de Ddio! che ffrabbicona

Mannataro

Nun è piú mmejjo de piazza navona?

Ghitano

Antro! E ccome se chiama?

Mannataro

Er Temp’in pasce. 1

 

 

 

Senti, Ghitano, t’hai da fà ccapasce

che, ppe sta robba, cquì nun ze cojjona

Ghitano

Nun fuss’antro la carcia 2

Mannataro

Bbuggiarona!

E li mattoni? Sai quante fornasce!

 

 

Ghitano

E cqua chi cciabbitava, eh sor Grigorio?

Mannataro

Eh! ttanta gente: e tutti ricchi, sai?

Figurete che gguitto arifettorio! 3

 

 

Ghitano

Che ppalazzone! nun finissce mai!

Mannataro

Che? Annava a la salita de Marforio

prima ch’er turco nun je dassi guai.

 

24 agosto 1830 - De Peppe er Tosto

 

 1 Templum Pacis. 2 La calce. 3 Refettorio.

 

 

39. Campo vaccino

 

Le tre ccolonne llí viscino ar monte,
dove te vojjo fà passà tte vojjo,
furno trescento pe ffà arregge 1a un ponte
dar culiseo ’nsinenta a Ccampidojjo.

 

A mmanimanca adesso arza la fronte:
lassú Ttracquinio se perdette er zojjo,
e ppoi Lugrezzia sua p’er gran cordojjo
ce fesce annà la bbarca de Garonte.

 

Vortanno er culo a cquele tre ccolonne,
mó annamo all’arco de la vacca e ’r toro; 1
ma ssi ne vedi dua nun te confonne.

 

In quello ciuco 2 se trovò er tesoro: 3
l’antro è l’arco de Ggiano quattrofronne, 4
che un russio 5 vô crompallo a ppeso d’oro.

 

25 agosto 1830 - De Peppe er tosto

 

 1a Reggere. 1 Il piccolo arco detto degli Argentieri, innalzato dal ceto de’ banchieri detti argentarii e dai commercianti di buoi alla famiglia di Settimio Severo. 2 Piccolo. 3 È credenza popolare che in un fianco di detto arco fosser trovate molte ricchezze, presso un’antica voce tradizionale che diceva: tra la vacca e il toro troverai un gran tesoro. Questi animali debbono alludere a quelli scolpiti nell’arco per ragione de’ sacrificii rappresentativi e della situazione dell’arco stesso nel Foro Boario. Può accrescer fede al racconto un buco, il quale vedesi aperto dal lato sinistro e manifesta un vuoto. 4 L’arco di Giano quadrifronte. 5 Russo.

 

 

40. Campo vaccino

 

A cquer tempo che Ttito imperatore,
co ppremissione che jje diede Iddio,
mové la guerra ar popolo ggiudio
pe ggastigallo che ammazzò er Ziggnore;

 

lui ridunò la robba de valore,
discenno: «Cazzo, quer ch’è dd’oro, è mmio»:
e li scribba che faveno pio pio, 1
te li fece snerbà ddar correttore. 2

 

E poi scrivette a Rroma a un omo dotto,
cusí e ccusí che frabbicassi un arco
co li cudrini der gioco dell’otto.

 

Si ce passònno 3 li ggiudii! Sammarco! 4
Ma adesso prima de passacce sotto
se faríano ferrà ddar maniscarco.

 

10 settembre 1830 - De Peppe er tosto

 

 1 Facevano bisbiglio. 2 Così chiamavasi un individuo destinato nel collegio romano a frustare gli scuolari. 3 Se ci passarono. 4 Per forza.

 

 

41. Campo vaccino

 

Sto cornacopio su le spalle a cquello
che vviè appresso a cquell’antro che vva avanti,
c’ha ssei bbracci ppiú longhi, e ttutti quanti
tiengheno immezzo un braccio mezzanello;

 

quello è er gran Cannelabbro de Sdraello,
che Mmosè ffrabbicò cco ttanti e ttanti
idoli d’oro che ssu ddu’ lionfanti
se portò vvia da Eggitto cor fratello.

 

Mó nnun c’è ppiú sto Cannelabbro ar monno.
Per èsse, sc’è; ma nu lo gode un cane,
perché sta ggiù in ner fiume a ffonno a ffonno.

 

Lo vôi sapé lo vôi dov’arimane?
Viscino a pponte-rotto; e ssi lo vonno,
se tira sú pper un tozzo de pane. 1

 

10 settembre 1830 - D’er medemo

 

 1 Con poco dispendio. Allude al tentativo creduto di facile successo ed eseguito veramente negli anni scorsi per mezzo di una macchina. Molti azionisti rimasero ingannati e perdettero le loro somministrazioni.

 

 

42. Er Moro de Piazza–Navona

 

Vedi llà cquela statua der Moro
c’arivorta la panza a Ssant’aggnesa?
Ebbè, una vorta una Siggnora ingresa
la voleva dar Papa a ppeso d’oro.

 

Ma er Zanto Padre e ttutto er conciastoro,
sapenno che cquer marmoro, 1 de spesa,
costava piú zzecchini che nun pesa,
senza nemmanco valutà er lavoro;

 

je fece arrepricà ddar Zenatore
come e cquarmente nun voleva venne 2
una funtana de quer gran valore.

 

E cquell’ingresa che ppoteva spenne,
dicheno che cce morze de dolore:
lusciattèi requia e scant’in pasce ammenne.

 

25 agosto 1830 - De Peppe er tosto

 

 1 Marmo. 2 Vendere.

 

 

43. Tempi vecchi e ttempi novi

 

Ar zu’ tempo mi’ nonno m’aricconta
che nun c’ereno un cazzo bbagarini, 1
se 1a vedeva ggiucà co li quartini 2
a ppiastrella, e a bbuscetta: e mmó sse 2a sconta.

 

L’ova in piazza, s’aveveno a la conta
cento a ppavolo e ssenza li purcini:
la carne annava a ssedici cudrini 2b
ar mascello, e ddua meno co la ggionta.

 

Er vino de castelli e dder contorno
era caro a un lustrino 3 pe bbucale
e ott’oncia a bboecco 4 la paggnotta ar forno.

 

E mmó la carne, er pane, er vino, er zale,
e ll’accidenti, crescheno ’ggni ggiorno.
Ma ll’hai da vede che ffinisce male.

 

Roma, 25 agosto 1830 - De Peppe er tosto

 

 1 Monopolisti di commestibili e altro. 1a Si. 2 Mezzo scudo d’argento. Dicesi anche quartino, perché un tempo correvano piccole monete d’oro da cinque paoli, che erano quarti di uno zecchino. 2a Si. 2b Quattrini: centesimi romani. 3 Grosso: moneta d’argento da cinque baiocchi. 4 Baiocco.

 

 

44. Er funtanone de Piazza Navona

 

Quann’era vivo er nonno de la zia
der compare der zoscero 1a de Nina,
cqua da Piazza Navona a Tormellina 1
ciassuccesse 2 un tumurto e un parapîa. 3

 

Pe ccausa che un’orrenna carestia
de punt’in bianco 4 un giuveddí a mmatina
mannò 5 a cquattro bboécchi 6 la vaccina 7
senza nemmanco dì Ggesú e mmaria. 8

 

T’abbasti a ddí cch’edè la ribbijjone, 9
che ccor una serciata a cquer pupazzo 10
je fesceno sartà 11 nnetto er detone. 12

 

Chi ddà la corpa 13 a un boccio, 14 chi a un regazzo:
ma er fatt’è cche cquell’omo 15 ar funtanone
pare che ddichi 16: A vvoi; quattro der cazzo! 17

 

10 settembre 1830 - Der medemo

 

 1a Suocero. 1 Torre Millina, così detta dalla famiglia Millini. 2 Ci successe. 3 Parapiglia. 4 All’improvviso. 5 Mandò, fece salire. 6 Baiocchi. 7 La carne vaccina. 8 Senza nemmeno dire, etc., frase presa dal silenzio di chi muore di apoplessia fulminante. Qui vale «immediatamente». 9 Basti ciò per dire cos’è la ribellione. 10 Una delle quattro statue colossali rappresentanti i quattro principali fiumi della terra, le quali decorano la gran fontana del Bernini. 11 Gli fecero saltar via. 12 Il pollice. 13 Colpa. 14 Vecchio. 15 Vedi la nota 10. 16 Dica. 17 Ironia di quattro soli. Si pretende che questo fatto sia realmente accaduto così.

 

 

45. Capa

 

Ma cche tte ne vôi fà dde sta schifenza
bbastardaccia d’un mulo e dde ’na vacca?
Si ccerchi l’arma 1 de ’na bona stacca, 2
te la trov’io, che ce pôi stà in cuscenza.

 

Quella ha un buscio, peddìo, ch’è ’na dispenza,
cqua cce trovi un buscetto che tte stracca:
co cquesta se dà ssotto e sse panacca, 3
coll’antra fai peccato e ppenitenza.

 

La tua? Madonna! nun tiè mmanco chiappe,
e cquer pellame mosscio che jje penne, 4
je fa immezzo a le cossce er lippe-lappe. 5

 

Ma dde culo la mia sce n’ha dda venne; 6
je scrocchieno 7 le zinne com’e ffrappe; 8
e cquer ch’è ppiú da dí, nnun ce se spenne. 9

 

25 agosto 1830 - Der medemo

 

 1 Quest’arma è come un ripieno, una parola destinata a dar più forza e rilievo al soggetto col quale ha relazione, quasi dicesse: «un bel pezzo di stacca». 2 Stacca, giovane cavalla, per «forte donzella». 3 Si pararca. Panarrare: mangiare con gusto e sapore. 4 Penne: pende. 5 Dondolando le va. 6 Venne: vendere. 7 Le croccano. 8 Frappe: certa pasta frastagliata e fritta. 9 Nun ce se spenne: non ci si spende.

 

 

46. Maggnera vecchia pe ttiggne la lana nova

 

Jerzéra 1 er mi’ padrone co cquer callo
vorze 1a annà a l’accademia tibburtina, 1b
pe ssentí a rescità ’na rajjatina
d’un Zomaro che cqui ccanta da Gallo. 2

 

Avanti a ’na garafa de cristallo,
tra ddu’ cannéle 2a de ceraccia fina,
se messe 2b quer cazzaccio in cremesina 2c
a inzeggnà a ttiggne er rosso, er nero, er giallo.

 

Pe ddà mmejjo a la lana oggni colore
cià un zegreto quer fijjo de puttana,
che lo sa ’ggni regazzo de tintore.

 

Ma ddicheno che ll’antra settimana
je l’abbi commannato un Monziggnore, 3
discenno: «Tocca a vvoi, sor bona-lana».

 

1830 - De Peppe er tosto

 

 1 La sera de… 1830. 1a Volle. 1b Tiberina. 2 Il già Luigi Gallo servente dell’ospedale di San Giovanni, oggi Marchese del Gallo per virtù di regola del 5, cioè da furti. 2a Candele. 2b Ci mise. 2c In sommo grado. 3 Monsignor Niccola Nicolai.

 

 

47. Campidojjo

 

Ecchesce ar Campidojjo, indove Tito
venné a mmercato tanta ggente abbrea.
Questa se chiama la rupa tarpea
dove Creopatra bbuttò ggiú er marito.

 

Marcurèlio sta llà ttutto vestito
senza pavura un cazzo de tropea. 1a
E un giorno, disce er zor abbate Fea, 1b
c’ha da èsse oro infinamente a un dito.

 

E si ttu gguardi er culo der cavallo
e la faccia dell’omo, quarche innizzio
già vederai de scappà ffora er giallo.

 

Quanno è poi tutta d’oro, addio Donizzio:
se va a ffà fotte puro er piedistallo,
ché amanca poco ar giorno der giudizzio. 1

 

10 settembre 1830 - De Peppe er tosto

 

 1a Temporale improvviso e passeggiero. 1b Archeologo e Commissario delle Antichità. 1 Crede il popolo che questa statua equestre di Marco Aurelio contenga in massa dell’oro il quale sotto l’azione dell’atmosfera si vada a poco a poco scoprendo. Sono gli avanzi dell’antica doratura rimasti nelle parti più difese del colosso. Allorché l’oro sarà tutto in luce, accadrà il giudizio universale.

 

 

48. Li cattivi ugùri 1a

Sonetti tre

 

Sò le corna d’Aronne! 1 De sti fatti
tu nu ne sai nemmanco mezza messa.
Lo vôi 2 sapé pperché a Lluscia l’ostessa
j’anno arubbato tutt’e ttre li gatti?

 

Lo vòi sapé pperch’ha ddu’ fijji matti?
Perché ha pperza 3 cor prete la scommessa?
Perché er curiale pe ’na callalessa 4
j’ha maggnato la dota a ttutti patti?

 

Lo vôi sapé pperché jj’è mmorto l’oste?
Perché ll’antra 5 ostaria de zi’ Pasquale
j’è arivata a llevà ttutte le poste?

 

È pperché un anno fa dde carnovale
ner conní 6 ll’inzalata e ll’ova toste,
svorticò 7 la luscerna e sverzò 8 er zale.

 

10 settembre 1830 - De Peppe er tosto

 

 1a Augùri. 1 Sono, etc.: Frase di opposizione all’altrui sentimento. 2 Vuoi. 3 Perduta. 4 Per un nonnula. 5 L’altra. 6 Nel condire. 7 Rovesciò. 8 Versò.

 

 

49. L’oste a ssu’ fijja

 

Povera ggente! Uhm! ponno chiude 1 casa,
si 2 ssopra scià 3 cantato la sciovetta: 4
se 5 ponno aspettà ppuro 6 una saetta,
come si ffussi 7 un osso de scerasa. 8

 

Nun lo vedi quer cane com’annasa?
Che seggn’è? la commare 9 che tt’aspetta.
E nnun zò 10 cciarle: che ggià gglieri 11 a Bbetta 12
j’ha sparato 13 la frebbe, 14 e jj’è arimasa. 15

 

Eh ssi a mmettese 16 addosso a ’na famijja
viè la sciangherangà, 17 bz, 18 bbona notte:
sce fioccheno 19 li guai co la mantijja. 20

 

Mo vva a mmale un barile, oggi una bbotte,
domani la cantina; e vvia via, fijja,
pe sta strada che cqui tte va’ a ffà fotte. 21

 

10 settembre 1830 - Der medemo

 

 1 Chiudere. 2 Se. 3 Ci ha. 4 Civetta. 5 Si. 6 Pure. 7 Se fosse. 8 Di ciliegia. 9 La morte. 10 Non sono. 11 Ieri. 12 A Elisabetta. 13 L’è scoppiata. 14 Febbre. 15 L’è rimasta, le dura. 16 A mettersi. 17 Viene la sventura. 18 Il suono di un bacio che i Romaneschi si danno sull’estremità de’ cinque diti raccolti insieme, per esprimere non esserci più rimedio. 19 Ci fioccano. 20 Guai solenni. 21 Ti vai a far fottere, vai in rovina.

 

 

50. Lo sposalizzio de Tuta

 

Ma cce voi fà un bucale, 1 che Ggiartruda
nun passa un mese o ddua che sse ne pente?
Tu ste parole mia tiettele a mmente,
e nun te bburlo quant’è vvero Ggiuda.

 

Di’: cquann’è ccotto l’ovo? quanno suda.
Chi ccommanna a l’urione? 2 er Presidente.
Ch’edè 3 ar muro sta strisscia luccichente? 4
Cià 5 ccamminato la lumaca iggnuda.

 

Er monno lo conosco, sai Ggiuvanni?
Si 6 sposa 7 venardí Ttuta Bber-pelo 7a
sce s’abbusca 8 ’na frega 9 de malanni.

 

Né de Venere, cazzo, né de Marte
(e li proverbi sò ccom’er Vangelo),
nun ze 10 sposa, peccristo, e nnun ze parte.

 

10 settembre 1830 - De Peppe er tosto

 

 1 Ma ci vuoi fare un boccale? Vuoi scommetterci un boccale? 2 Al rione. 3 Che è. 4 Luccicante. 5 Ci ha. 6 Se. 7 Pronunzia con la o chiusa. 7a Bel-pelo. 8 Ci busca. 9 Un cumulo. 10 Non si.

 

 

51. A Checco

 

Jeri, all’orloggio de la Cchiesa Nova,
fra Luca incontrò Agnesa co la brocca.
Dice: «Beato lui», dice, «a chi tocca»,
dice, «e nun sa ch’edè chi nu lo prova».

 

Risponne lei, dice: «Chi cerca, trova;
ma a me», dice, «puliteve la bocca».
«Aùh», dicéee... «e perché nun te fai biocca?»
«Eh», dice, «e chi me mette sotto l’ova?»

 

«Ce n’ho io», dice, «un paro fresche vive»,
dice, «e ttamante, e tutt’e ddua ’ngallate:
le vôi sperà si ssò bbone o ccattive?»

 

Checco, te pensi che nun l’ha pijjate?
Ah 1 llei pe nnun sapé legge né scrive,
ha vorzuto assaggià l’ova der frate.

 

10 settembre 1830 - De Peppe er tosto

 

 1 Pronunziato vibrato con fretta e scuotendo vivamente il capo, vale condanna dell’opinione altrui.

 

 

52. L’orecchie de mercante

 

Ggiuvenotti, chi ppaga una fujjetta? 1a
Se pôzzino a stroppià ttutti li guitti.
Eccheli sbarellati e sderelitti, 1
come l’abbi accoppati ’na saetta.

 

Quanno pagh’io, pettristo, a la Stelletta, 2
cùrreno com’aggnelli fitti fitti: 3
come poi tocca a llôro, tutti zitti.
Che bber negozzio de Maria cazzetta! 4

 

E vvoi puro 5 c’annate sempre lisscio, 6
sora faccia de culo de bbadessa,
ch’edè 7 che mmó vv’ariscallate er pisscio? 8

 

Sor abbatino, sc’è cquarche scommessa? 9
Badàmo, ch’a sto ggioco io bbusso e strisscio.
Oh annate a ppijjà er morto e a sserví mmessa.

 

Roma, 13 settembre 1830 - De Pepp’er tosto

 

 1a Foglietta. 1 Attoniti, vinti, cascanti. 2 Nome d’osteria. 3 Affollati. 4 Oh, faccio pur il bel negozio! 5 Pure. 6 Andar liscio: sottrarsi da qualche impegno. 7 Che è? Cos’è? 8 Vi adirate? 9 V’è qualche cosa da opporre?

 

 

53. La pissciata pericolosa

 

Stavo a ppisscià jjerzéra llí a lo scuro
tra Mmadama Lugrezzia 1 e ttra Ssan Marco,
quann’ecchete, affiarato 2 com’un farco,
un sguizzero 3 der Papa duro duro.

 

De posta 3a me fa sbatte 4 er cazzo ar muro,
poi vô llevamme er fongo: 5 io me l’incarco:
e cco la patta in mano pijjo l’arco
de li tre-Rre, strillanno: vienghi puro. 6

 

Me sentivo quer froscio 7 dí a le tacche 8
cor fiatone: «Tartaifel, sor paine,
pss, nun currete tante, ché ssò stracche».

 

Poi co mill’antre parole turchine 9
ciaggiontava: 10 «Viè cquà, ffijje te vacche,
che ppeveremo un pon picchier te vine».

 

Roma, 13 settembre 1830 - De Peppe er tosto

 

 1 Busto mutilato di antica statua colossale, eretto contro un muro presso la chiesa di San Marco. 2 Avventato. 3 Uno svizzero. Leone xii aveva destinato uno svizzero della sua guardia per ognuna di varie chiese, onde armato di alabarda presiedesse nell’interno al rispetto del culto e al discacciamento de’ cani, e fuori impedisse le indecenti soddisfazioni de’ bisogni naturali. 3a A prima giunta. 4 Sbattere, per «urtar contro». 5 Vuol levarmi il cappello. 6 Venga pure. 7 Tedesco. 8 Dirmi alle spalle. 9 Inintelligibili. 10 Ci aggiungeva.

 

 

54. Er confortatore

 

Sta notte a mmezza notte er carcerato
sente uprí 1 er chiavistello de le porte,
e ffasse 2 avanti un zervo de Pilato
a ddijje: 3 er fischio te condanna a mmorte.

 

Poi tra ddu’ torce de sego incerato
co ddu’ guardiani e ddu’ bbracchi de corte,
entra un confortatore ammascherato, 4
coll’occhi lustri e cco le guance storte. 5

 

Te l’abbraccica 6 ar collo a l’improviso,
strillanno: «Alegri, fijjo mio: riduna
le forze pe vvolà ssu in paradiso».

 

«Che alegri, cazzo! alegri la luna!»,
quello arisponne: «Pozziate esse acciso;
pijjatela pe vvoi tanta furtuna».

 

Roma, 13 settembre 1830 - De Pepp’er tosto

 

 1 Aprire. 2 Farsi. 3 Dirgli. 4 Coperto del suo sacco di confratello di S. Giovanni Decollato, con cappuccio. 5 In espressione di studiata compassione. 6 Abbraccia.

 

 

55. L’impiccato

 

Pe vvia de quella miggnottaccia porca
che sse fa sbatte 1 dar Cacamme in Ghetto;
e, vvàjjelo a cercà 2 ccor moccoletto,
nun tiè piú mmanco un pelo in ne la sorca;

 

che ppare, Iddio ne guardi, si sse 3 corca
un cadavero drento ar cataletto;
ecco cqui, ss’ha da vede 4 un poveretto
finí li ggiorni sui sopr’una forca!

 

Però bbeato lui che ffa sta morte!
Perché, mettemo caso 5 abbi peccati,
è ppell’anima sua propio una sorte.

 

De millanta affogati quarchiduno
se pò ssarvà: ma de scento impiccati
ammalappena se n’addanna uno.

 

Roma, 14 settembre 1830 - De Pepp’er tosto

 

 1 Si fa godere. 2 Va’ a cercarglielo. 3 Se si. 4 Vedere. 5 Supponghiamo.

 

 

56. Li conzijji 1 de mamma

 

Vedi l’appiggionante 2 c’ha ggiudizzio
come s’è ffatta presto le sscioccajje? 3
E ttu, ccojjona, 4 hai quer mazzato 5 vizzio
d’avé scrupolo inzino de le pajje! 6

 

Io nun te vojjo fà ccattiv’uffizzio,
ma indove trovi de dà ssotto, 7 dajje. 8
Si 9 un galantomo ricco vô un zervizzio,
nun je lo fà ttirà cco le tenajje.

 

T’avessi 10 da costà cquarche ffatica,
vorebbe dí: 11 mma ttu méttete 12 in voga,
eppoi chi rroppe paga: è storia antica.

 

Quanno poi vederai troppa magoga 13
tiella su e ddàlla a mmollica a mollica. 14
Chi nun z’ajjuta, fijja mia, s’affoga. 15

 

Roma, 14 settembre 1830 - De Pepp’er tosto

 

 1 Consigli. 2 Compigionale della medesima casa. 3 «Scioccaglie». 4 Stolta. 5 Mazzato, quasi «malnato, maledetto». 6 Delle paglie, dei nonnulla. 7 Dar sotto: approfittarsi alacremente dell’occasione. 8 Dagli. 9 Se. 10 Ti avesse. 11 Vorrei pur dire, vorrei pur darti ragione. 12 Mettiti. 13 Affollamento, bisbiglio. 14 Dàlla con parsimonia. 15 Proverbio.

 

 

57. L’aducazzione

 

Fijjo, nun ribbartà 1 mmai Tata tua: 2
abbada a tté, nnun te fà mmette sotto. 3
Si cquarchiduno te viè a ddà un cazzotto, 3a
lì ccallo callo 4 tu ddàjjene dua.

 

Si ppoi quarcantro porcaccio da ua 5
te sce fascessi 6 un po’ de predicotto,
dijje: «De ste raggione io me ne fotto;
iggnuno penzi a li fattacci sua». 7

 

Quanno ggiuchi un bucale a mmora, o a bboccia, 8
bbevi fijjo; e a sta ggente bbuggiarona
nu ggnene fà rrestà 9 mmanco una goccia.

 

D’esse 10 cristiano è ppuro 11 cosa bbona:
pe’ cquesto 12 hai da portà ssempre in zaccoccia
er cortello arrotato e la corona.

 

Roma, 14 settembre 1830 - De Pepp’er tosto

 

 1 Ribaltare, in senso attivo: «ismentire, rinnegare, far torto». 2 Tuo padre. 3 Non ti far soperchiare. 3a Ti viene a dare un pugno. 4 Caldo caldo: immediatamente. 5 Porco da uva. 6 Ti ci facesse. 7 Ognuno pensi ai fattacci tuoi. 8 Alla mora o a boccia. 9 Non fargliene restare. 10 D’essere. 11 Pure. 12 Perciò.

 

 

58. A le spalle de Zaccaria 1a

 

Ma Cristo pe le case! 1 è ccosa buffa
che sto fio 2 fatto a sconto de piggione,
o de riffe o de raffe, 3 inzino a mmone, 4
abbi vorzuto 5 maggnà er pane auffa. 6

 

Assòrtalo 7 da mettese 8 a ppadrone;
díjje de lavorà: jje sa de muffa.
9

Quanno nun gnene 10 dai, campa de truffa.
Cqua un prospero, 11 cquì un giulio, e llà un testone.

 

Pe mmé jje l’ho avvisato a mmi’ sorella
ch’er fijjo suo lo vedo e nnu lo vedo: 12
che jje metteno in mano le bbudella. 13

 

O vvô annà in domopietro? 14 je lo scedo; 15
me ne lavo le mano in catinella,
com’e Pponzio Pilato immezzo ar Credo.

 

Roma, 14 settembre 1830 - De Pepp’er tosto

 

 1a È detto popolare che la Beata Vergine sgravida passò tre mesi in casa di S. Elisabetta, mangiando e bevendo alle spalle di Zaccaria. 1 Semplice esclamazione, come dicesse: Ma cristo!. 2 Questo figlio. 3 O in un modo o in un altro. 4 Sino a mo: finora. 5 Abbia voluto. 6 Gratis. Vedi la nota del sonetto… 7 Esortarlo. 8 Di mettersi. 9 Gli sa ingrato. 10 Non glie ne. 11 Un papetto, v. nota del sonetto… 12 Sta in gran pericolo. 13 Lo sventrano. 14 O vuole andare in domo-petri: in prigione. 15 Vada pure, faccia il suo piacere.

 

 

59. La peracottara

 

Sto a ffà la caccia, caso che mmommone 1
passassi 2 pe dde cqua cquela pasciocca, 3
che va strillanno co ttanta de bbocca:
Sò ccanniti le pera cotte bbone. 4

 

Ché la voría 5 schiaffà 6 ddrento a ’n portone
e ppo’ ingrufalla 7 indove tocca, tocca;
sibbè che 8 mm’abbi ditto Delarocca, 9
c’ho la pulenta 10 e mmó mme viè un tincone.

 

Lei l’attaccò ll’antr’anno a ccinqu’o ssei?
Dunque che cc’è dde male si cquest’anno
se trova puro 11 chi ll’attacca a llei?

 

Le cose de sto monno accusí vvanno.
Chi ccasca casca: si cce sei sce sei. 12
Alegria! chi sse 13 scortica su’ danno.

 

Roma, 14 settembre 1830 - De Pepp’er tosto

 

 1 Caso mai or ora. 2 Passasse. 3 Paciocca: bella donna giovane e piuttosto ritondetta. 4 Sono canditi etc.: grido de’ venditori di pere cotte al forno, i quali girano nelle ore più calde della stagione estiva, dette perciò a Roma: l’ore de peracottari. 5 Vorrei. 6 Cacciare. 7 Ingrufarla: parola oscena. 8 Benché. 9 Professor chirurgo, oggi morto. 10 Gonorrea. 11 Si trova pure. 12 Se ci sei, ci sei. 13 Chi si, ecc.

 

 

60. Chi rrisica rosica 1

 

Doppo c’Adamo cominciò cco Eva
tutte le donne se sò fatte fotte, 2
e tu le pijji pe ttante marmotte
d’annalle 3 a ggiudicà cor 3a me pareva!

 

Penzi che tte se maggni 4 e tte se bbeva?
Oh vattelo a pijja 5 ddrento a ’na bbotte.
Te credi d’aspettà le peracotte? 6
Si la vôi fà bbuttà, 7 ddajje la leva.

 

Porteje un ventajjuccio, 8 un spicciatore, 9
pagheje la marenna 10 all’ostaria,
eppoi vedi si 11 è ttenera de core.

 

Te pozzo dí cche la Commare mia,
che nun aveva mai fatto l’amore,
pe un zinale me disse: accusì ssia.

 

Roma, 14 settembre 1830 - De Pepp’er tosto

 

 1 Nel rischio è il guadagno. 2 Si son fatte fottere. 3 Da andarle. 3a Col. 4 Pensi che ti divori? 5 A pigliare. 6 Aspettar le peracotte: voler i successi senza alcuna propria opera per procurarli. 7 Se la vuoi far buttar, far cedere. 8 Ventagliuccio. 9 Pettine da fissare sul capo le trecce. 10 Merenda. 11 E poi vedrai se.

 

 

6l. Devozzione

 

Chi ttiè 1a attaccato ar collo l’abbitino 1
nun poterà mmorí dde mala-morte.
Pôi, 2 pe mmodo de dí, 3 ffà l’assassino
e ridete 4 der boia e dde la corte.

 

Si ppoi sce cusci 5 er zonetto latino
che l’ha ttrovato in Palestrina 6 a ssorte
drento ar zanto seporcro un pellegrino,
7

fa’ ppuro 8 a Bberzebbú lle fuse-torte. 9

 

Ciai 10 la medajja tu dde san Venanzo
bbona pe le cascate? ebbè, ppeccristo,
prima che llassà a llei, 11 lassa da pranzo. 12

 

Ma ssai quanti miracoli sciò 13 vvisto?
Te pô ddelibberà 14 ssibbè 15 pe llanzo 16
t’annassi 17 a bbuttà ggiù dda pontesisto.

 

Roma, 14 settembre 1830 - De Pepp’er tosto

 

 1a Tiene. 1 Scapolare del Carmine. 2 Puoi. 3 Di dire. 4 Riderti. 5 Se poi ci cuci. 6 Palestina. 7 Gira certa orazione latina che si ha per pia credenza per trovata nel Santo Sepolcro. 8 Pure. 9 Corna. 10 Ci hai: hai. 11 Lasciar lei. 12 Lascia il pranzo. 13 Ci ho, ne ho. 14 Ti può liberare. 15 Benché. 16 Per dimostrazione di scherzo, per commedia. 17 Ti andassi.

 

 

62. Se ne va!

 

Co ’na scanzía 1 nell’ughela, 2 e co ttutte
le tonzíbbile 3 frasciche 4 ggiú in gola,
povera Checca! 5 nun pò dì pparola
si jje la vôi caccià ccor gammautte.

 

Fa ll’occhi luschi, 6 tiè le labbr’assciutte,
ha ’na frebbe 7 in dell’ossa che cconzola! 8
Io però tremo de ’na cosa sola,
c’oggi j’ho vvisto fasse l’ogna brutte. 9

 

Oh, cquer che ssia la cura, va bbenone.
Bast’a ddí ssi ppò mejjo esse assistita,
che vviè er medico inzino dell’Urione. 10

 

Anzi jjerzera j’ordinò ddu’ dita
de re-bbarbero 11 messo in confusione 12
drento un cucchiar d’argento 13 d’acquavita.

 

Terni, 28 settembre 1830 - De Pepp’er tosto

 

 1 Scheranzia. 2 Ugola. 3 Tonsille. 4 Fracide. 5 Accorciativo di Francesca. 6 Loschi. 7 Febbre. 8 Modo ironico. 9 Pessimo indizio di salute è per le donne l’impallidimento delle unghie, e questa è la prima cosa che osservano. 10 Ciascuno de’ 14 Rioni di Roma ha un medico, un chirurgo e uno speziale, pagati dal governo per l’assistenza gratuita ai poveri; ma la cosa va bene quando non possa proprio andar male. 11 Rabarbaro. 12 In fusione. 13 Quante volte il cucchiaio o altro simile arnese, sia di questo metallo, non si manca di farne menzione anche a scapito della frase e del senso.

 

 

63. Se n’è ito

 

Hai sentito eh? ppovero Titta er greve, 1
povera nun zia l’anima! ha spallato. 2
Ma! un giuvenotto da potesse bbeve
drento in un bicchier d’acqua, 3 eh? cche peccato!

 

Inzinenta dar giorno de la neve
se portava un catarro marcurato 4
e Ssan Giacinto 5 te l’annò a rriceve
in d’un fonno de letto ggià appestato!

 

Da ’na gnagnera 6 a un’antra, stammatina
in zanitate rospite,
7
bz!, 8 è mmorto
pien de decùpis 9 dereto a la schina. 10

 

A quiniscióra 11 fanno lo straporto 12
der corpo in forma-papera: 13 e ggià Nnina
se fa vvéde a bbraccetto 14 co lo storto.

 

Terni, 28 settembre 1830 - De Pepp’er tosto

 

 1 Greve: che affetta imponenza. 2 È morto. 3 Chi ha molta salute e floridezza, è indicato dal volgo con questa espressione. 4 Malcurato. 5 Nome di una corsia dell’Ospedale di S. Spirito, dove sono ricevuti i tisici. 6 Febbricciattola. 7 Insalutato hospite, cioè: «all’improvviso». 8 Suono del bacio, per indicare cosa fatta. 9 Decubiti. Le piaghe prodotte dal decubito sono anche esse qui dette decubiti. 10 Schiena. 11 Quindici ore. 12 Trasporto. 13 In forma pauperum. 14 Sotto al braccio, ecc.

 

 

64. La mala fine

 

Ahó Cremente, coggnosscevi Lalla 1
la mojje ch’era de padron Tartajja
prima cucchiere e ppoi mastro-de-stalla
de... aspetta un po’... der Cardinàr-Sonajja? 2

 

Bbe’, gglieri, all’ostaria, pe ffà la galla 3
e ppe la lingua sua che ccusce e ttaja,
buscò da n’antra donna de la bballa 4
’na bbotta, sarv’oggnuno, all’anguinajja.

 

A ssangue callo 5 parze 5a ggnente: abbasta, 6
quanno poi curze er cerusico Mori,
je sc’ebbe da ficcà ttanta 7 de tasta.

 

Sta in man de prete mó ppe cquanto pesa: 8
e ssi 9 la lama ha ttocco l’interiori,
Iddio nun vojji la vedemo in chiesa.

 

Terni, 29 settembre 1830 - De Pepp’er tosto

 

 1 Adelaide. 2 Del Cardinal Della Somaglia. 3 Il far la galla equivale pe’ Romani al «far la civetta». 4 Dello stesso calibro, della medesima condizione. 5 Caldo. 5a Parve. 6 Peraltro. 7 Così dicendo si indica la misura sul dito. 8 Questa espressione indica uno stato di vita così incerto e vacillante, come l’equilibrio di una bilancia che accenni a uscir di bilico. 9 Se.

 

 

65. Er pizzico

 

La sera che dall’oste ar mascherone, 1
pe ddà un pizzico in culo a Ccrementina,
annai ’n zedia papale 2 in quarantina
a lo spedàr de la Conzòlazzione:
3

 

er zor Stramonni 4 che mme visitòne 5
quelli du’ sgraffi dereto a la schina, 6
fesce: 7 «Accidenti!, cqua se va in cantina: 8
dev’esse stato un stocco bbuggiarone».

 

Po’ abboccasotto stesome in zur letto,
cominciò un buscio a frigge: e attura, e attura,
ah, sfiatava peddío come un zoffietto!

 

Inzomma in ner frattempo de la cura
nun poteva stà acceso er moccoletto!
Eppuro eccheme cquà; ggnente paura.

 

Terni, 30 settembre 1830 - De Pepp’er tosto

 

 1 Luogo di Roma. 2 Andare, ecc.: essere condotto assiso sulle mani intrecciate di due persone. 3 Ospedale presso il Foro Romano. 4 Il chirurgo Trasmondi. 5 Visitò. Raramente però i Romaneschi aggiungono questa sillaba alle parole accentuate, quando non terminino un periodo e facciano punto. 6 Schiena. 7 Disse. 8 È profondo.

 

 

66. La Providenza

 

È un ber dí 1 cc’a sto Monno sce vò 2 ssorte
si nun l’hanno antro 3 che bbaron futtuti.
Er cristiano ha da dí: «Che Ddio sciaggliuti 4
e cce pôzzi 5 scampà dda mala morte».

 

Io te l’ho appredicato tante vorte
c’a st’ora lo direbbeno li muti.
Ma ttu, ppe ggrattà er culo 6 a sti saputi,
sce schiaffi in cammio
7
«S’Iddio-vô-e-la-corte». 8

 

Sò ccazzi: 9 cquaggiù ttutto è ppremissione 9a
der Zignore sortanto, e nnun ze move
fojja che Ddio nun vojja, 10 in concrusione.

 

Abbasta d’avé ffede e ddevozzione;
e ppoi fa’ ttirà vvento e llassa piove. 11
S’Iddio serra ’na porta, opre un portone. 12

 

Terni, 29 settembre 1830 - De Pepp’er tosto

 

 1 È un bel dire. 2 Ci vuole. 3 Altro. 4 Ci aiuti. 5 Ci possa. 6 Per lusingare. 7 Ci metti invece. 8 Se Iddio vuole e la corte (cioè i birri): riserva naturalissima in chi va soggetto a due influenze, quella del Cielo cioè, e quella del delitto che fa precaria la sua libertà. 9 Sono ridicolezze; è inutile. 9a Permissione. 10 Non voglia. 11 Lascia piovere. 12 Proverbio.

 

 

67. Ce sò incappati!

 

Le tavolozze 1 2 a cquest’ora ar posto,
le bbussolette
3
ggià sse fanno avanti,
e mmó er Gesummaria e l’Agonizzanti 4
hanno messo er Zantissimo indisposto. 5

 

Domatina, ora-scèrta, 6 sti garganti 7
si nun tiengono 8 ppiù cch’er collo tosto, 9
s’hanno co cquer boccon de ferragosto 10
da cacà ll’animaccia com’e ssanti. 11

 

E ffurno lôro, sai?, c’a ddon Annibbile 12
l’assaltorno 13 in ner vicolo d’Ascanio
pe rrubbajje
14
un cuperchio de torribbile: 15

 

e jje diédeno un córpo 15a subbitanio,
che jje penneva un parmo d’intestibbile, 16
sotto ar costato cquì ppropio in ner cranio.

 

Terni, 29 settembre 1830 - De Pepp’er tosto

 

 1 Certe tavole scritte che (esposte in luoghi determinati) invitano i fedeli alla indulgenza plenaria in suffragio delle anime dei condannati, i nomi dei quali sono aggiunti al basso di esse mercé un polizzino di carta. 2 Sono. 3 Si allude alla questuazione che i confrati di alcune compagnie vanno facendo, a volto coperto, per Roma, onde suffragare le anime de’ prossimi giustiziandi. 4 Due chiese dove si prega per i condannati. 5 Esposto. 6 Hora certa, formula dell’annunzio di condanna. 7 Questi ribaldi. 8 Se non tengono. 9 Duro. 10 Con questo piccolo regalo, complimento. 11 Con tutta rassegnazione. 12 Annibale. 13 L’assaltarono. 14 Per rubargli. 15 Turibolo. 15a Coll’o chiuso: «colpo». 16 Intestino.

 

 

68. Er ricordo

 

Er giorno che impiccorno Gammardella
io m’ero propio allora accresimato.
Me pare mó, ch’er zàntolo a mmercato
me pagò un zartapicchio 1 e ’na sciammella. 1a

 

Mi’ padre pijjò ppoi la carrettella,
ma pprima vorze gode 1b l’impiccato:
e mme tieneva in arto inarberato
discenno: «Va’ la forca cuant’è bbella!».

 

Tutt’a un tempo ar paziente Mastro Titta 2
j’appoggiò un carcio in culo, e Ttata a mmene 3
un schiaffone a la guancia de mandritta.

 

«Pijja», me disse, «e aricordete bbene
che sta fine medema sce sta scritta
pe mmill’antri 4 che ssò mmejjo de tene». 5

 

Terni, 29 settembre 1830 - De Pepp’er tosto

 

 1 Un balocco che salta per via d’elastici. 1a Ciambella. 1b Volle godere. 2 Il carnefice è a Roma conosciuto sotto questo nome. 3 Me. 4 Altri. 5 Te.

 

 

69. La ggiustizzia de Gammardella

 

Cuanno che vvedde 1 che a scannà un busciardo
Gammardella ebbe torto cor governo,
nun vorze un cazzo convertisse; 2 e ssardo 3
morse 4 strillanno vennetta abbeterno. 5

 

Svortato 6 allora er beato Leonardo 7
a le ggente che tutti lo vederno, 8
disse: «Popolo mio, pe sto ribbardo 9
nun pregate piú Iddio: ggià sta a l’inferno».

 

Ebbè, cquelle du’ chiacchiere intratanto
j’hanno incajjato un pezzo de proscesso
che sse stampava pe ccreallo santo.

 

L’avocato der diavolo 10 fa er fesso 11
co sti rampini; 12 ma ppò ddí antrettanto, 13
s’ha da santificà ffussi 14 de ggesso!

 

Terni, 30 settembre 1830 - De Pepp’er tosto

 

 1 Vide. 2 Non volle affatto convertirsi. 3 Saldo. 4 Morì. 5 In eterno. 6 Rivolto. 7 Il beato Leonardo da Porto Maurizio. 8 Videro. 9 Ribaldo. 10 Così chiamasi l’Avvocato che impugna, ecc. 11 Il duro. 12 Cavilli. 13 Può dire enziandio altrettanto. 14 Fosse.

 

 

70. La proferta

 

Bella zitella, fu tteta o fu ttuta? 1
Chi v’ha mmesso la cavola a la bbotte?
Accapo ar letto mio tutta sta notte
v’ho intesa tritticà 2 ssempre a la muta.

 

Eh, un’antra vorta che vve sii vienuta
la vojja d’ariocà 3 cco cquattro bbôtte,
ditelo a mmé, cché jje darò la muta
pe ccompità con voi F, O, T, fotte.

 

Er mi’ cavicchio nun è ttanto struscio, 4
che nun pôzzi serví (ssarvo disgrazzia)
pe bbatte sodo e ppe atturavve er buscio.

 

E cciaverete poi de careggrazzia,
doppo sentito come sgarro e scuscio,
de vienimme a rrichiede 5 er nerbigrazzia.

 

Terni, 10 settembre 1830 - De Pepp’er tosto

 

 1 Tèta è un accorciativo di Teresa, e Tuta di Geltrude. Pronunziati con la voce fu, n’esce un suono equivoco onde si fa sarcasmo verso qualche donna creduta, ecc. 2 Tremolare. 3 Ripetere il giuoco. 4 Logoro. 5 Di venire a richiedere.

 

 

71. In acqua lagrimar’in valle 1

 

Fàcce mente-locanna, 2 mastro Meo,
e tt’aricorderai, si nun zei cêscio, 3
ch’er zito indove famio 4 a ccavacescio 5
è er muro de San Neo e Ttacchineo. 6

 

Anzi in cuer logo ar fîo 7 de Zebbedeo,
per imparajje un giorno a ttiené ccescio, 8
je dassi 9 tu ’na sscivolata a sbiescio, 10
che cce schioppò pe tterra er culiseo.

 

Che ttempi! ahù! cchi l’aripijja? Bbrega? 11
Mó tte schiatti e ffatichi e sta’ ar fettone, 12
e ttanto o Cristo o er diavolo te frega. 13

 

La mojje, er cavalletto, la piggione,
er Curato... oh ssciroppete sta bbega 14
senza sputatte 15 fedigo 16 e ppormone!

 

Terni, 4 ottobre 1830 - De Pepp’er tosto

 

 1 In hac lacrymarum valle. 2 Facci mente locale. 3 Imbecille. 4 Facevano. 5 Cavaceci. 6 SS. Nereo ed Achilleo. 7 Figlio. 8 Tener cecio, cioè: «conservare i segreti». 9 Dasti. 10 A sghembo. 11 Personaggio immaginario che equivale a «nessuno». 12 Stai assegnato. 13 Ti corbella. 14 Oh togliti su questa serie di guai. 15 Sputarti. 16 Fegato.

 

 

72. Zi’ Checca ar nipote ammojjato

 

Dico ’na cosa che nnun è bbuscía…
Tu vvedi che ttu’ fijjo è grann’e ggrosso,
e nnu jje metti ggnisun’arte addosso?
Ma ssi ttu mmori che ha da fà? la spia?

 

Nun c’è antro che ggioco, arme, ostaria,
donne, sicario 1... e nnun z’abbusca un grosso!
Ah! un giorno o ll’antro ha da cascà in d’un fosso
da fatte piaggne; e tte lo disce zia.

 

Sempre compaggni! e cche schiume, fratello!
Puh, llibberàmus domminé! Ll’abbrei
sò ppiú ccristiani e cciànno ppiú cciarvello.

 

Pe ’ggni cantone ne tiè ccinqu’o ssei:
vedi che scôla! Come disce quello?
Di’ ccon chì vvai, e tte dirò cchi ssei.

 

Terni, 4 ottobre 1830 - De Pepp’er tosto

 

 1 Sigaro.

 

 

73. Li comparatichi

 

Dìmme che nun zò Ppeppe si a cquer tufo
nu jje fo aricacà quer che mme maggna.
San Giuanni peddío nun vò tracagna. 1
Credeme, Titta 2 mia, propio sò stufo.

 

Si la Commar Antonia io me l’ingrufo,
lui perché fa lo sscioto 3 e ppoi se laggna?
Chi er cane nu lo vò ttienghi la caggna:
una cosa è cciovetta, e un’antra è ggufo.

 

Ma cquello vò confonne Ottobre e Mmarzo,
sammaritani, scribbi e ffarisei,
per avé sempre lesto er carciofarzo. 4

 

Io pago la piggione a llui e llei,
io je do er tozzo, io li vesto, io li carzo,
e llui me vô scoccià lli zzebbedei. 5

 

Terni, 4 ottobre 1830 - De Pepp’er tosto

 

 1 San Giovanni battezzatore di Cristo è il protettore dei comparatichi. San Giuvanni non vò tracaggna, cioè «Fra compari non deve entrar fraude». 2 Giovanbattista. 3 Il semplice. 4 Mala azione. 5 Vedine il senso nel son. n. …

 

 

74. Facche e tterefacche 1

 

Quella bbocca a ssciarpella, 2 che a vvedello 3
pare un spacco per dio de callarosta, 4
oppuramente 5 er buscio 6 de la posta,
o er culetto de quarche bberzitello; 7

 

e nun ha avuto mo la faccia tosta 8
de chiamamme 9 carnaccia de mascello?
Ma io nun dubbità cche llí bberbello 10
j’ho detto er fatto mio bbotta-e-rrisposta.

 

Quanno ha ssentito er nome de le feste, 11
lui è rrimasto un pizzico de sale: 12
ché lo sa cchi è sto fusto, 13 si ho le creste. 14

 

Oh vvedi un po’! nnun ce sarebbe male!
Ma ffa’ cche vvienghi 15 a scaricà le sceste, 16
te lo fo ttommolà 17 ggiú ppe le scale.

 

Terni, 4 ottobre 1830 - De Pepp’er tosto

 

 1 Fac et refac: La compensazione. 2 Bocca torta. 3 Vederlo. 4 Caldarrosto. 5 Oppure. 6 Il buco. 7 Ragazzo. 8 La sfrontatezza. 9 Di chiamarmi. 10 Belbello. 11 Dare altrui il nome delle feste: ingiuriarlo. 12 È rimasto avvilito. 13 Chi sono io. 14 Se sono irritata. 15 Venga. 16 Scaricar le ceste: qui per… 17 Tombolare.

 

 

75. Ar bervedé 1 tte vojjo

 

Sor chirico Mazzola, 2 a la grazzietta:
che! nun annamo a ppiazza Montanara
pe ssentí a ddí cquella facciaccia amara:
Tenerell’e cchi vvô la scicurietta?
3

 

Sí! ffatteve tirà un po’ la carzetta 4
pe ccurre da la vostra scicoriara!
Ve vojjo bbene cor pumperumpara! 5
Cuann’è Nnatale ve ne do una fetta. 6

 

Eh vvia, ché ggià sse sa ttutto l’intreccio:
a mmezza vita sce sugate er mèle,
e ppiú ssú ffate er pane casareccio. 7

 

Ammannite però cquattro cannéle;
e cquanno vierà er tempo der libbeccio 8
pijjateje un alloggio a Ssan Micchele. 9

 

Terni, 4 ottobre 1830 - De Pepp’er tosto

 

 1 Vedi il sonetto… 2 Nome di scherno che si da a’ chierici. 3 Grido de’ cicoriari. 4 Fatevi un po’ pregare. 5 Espressione derisoria. 6 Cioè di pangiallo. 7 Maneggiate le poppe. 8 Tempo sinistro. 9 Vedi sonetto…

 

 

76. Un’opera de misericordia

 

Nun annà appresso a Ttuta, ché cco cquella
se vede bbazzicà 1 sempre un zordato;
e ddicheno che un fir de puttanella
je s’è da quarche ttempo appiccicato.

 

Mezz’anno fa ppe ccerta marachella 2
annò a Ssan Rocco 3 a spese der curato;
e tu tte fidi ar nome de zitella?
Omo avvisato è ggià mmezzo sarvato.

 

Pe mmé è una santa donna; ma ll’ho ddetto,
la ggente sciarla: e ppe ffàlla segreta
nun je se pô appricà mmica er lucchetto.

 

Fàcce, 4 si cce vòi fà, sseta-moneta;
fàcce a nisconnarello e a pizzichetto; 5
ma nun metteje 6 anello in ne le déta.

 

Terni, 5 ottobre 1830 - De Pepp’er tosto

 

 1 Praticare. 2 Intrigo. 3 Ospizio pei parti segreti. 4 Facci. 5 Tre giuochi fanciulle. 6 Non metterle.

 

 

77. Te lo dico pe bbene

 

Che! ancora nu lo sai che cquella vacca,
parlanno co li debbiti arispetti,
incomincia a ttrattà li pasticcetti, 1
e pe cquesto arza quer tantin de cacca? 2

 

Fa’ a mmodo mio, tu pijjela a la stracca; 3
ma abbadamo a le punte de li tetti,
perché tt’ha da infirzà ttanti cornetti
pe cquanti peli tiè nne la patacca.

 

Tira avanti accusí: ttiètte le mano; 3
ché ppoi co tté cce ggiucheranno a ppalla,
si scappi la patente de roffiano.

 

Bbatti la piastra mo ssino ch’è ccalla.
No? bbravo, Meo: 4 te stimo da cristiano! 3
Fa’ scappà er bove, e ppoi serra la stalla. 5

 

Terni, 6 ottobre 1830

 

 1 Zerbinetti. 2 Albagia. 3 Modi ironici di consiglio. 4 Accorciativo di Bartolomeo. 5 Proverbio.

 

 

78. Er zervitore inzonnolito

 

Sò ccinque notte o ssei che la padrona,
pe vvia de quer gruggnaccio d’accidente
che mmó jje fa dda cavajjer zerpente, 1
me lassa a ccontà oggn’ora che Ddio sona.

 

Te pare carità?... cche! sse cojjona?
Come si er giorno nun fascessi ggnente!
Ma stasera, o sservente o nun zervente,
vojjo fà ’na dormita bbuggiarona.

 

Lei che ss’arza ’ggnisempre a mmezzoggiorno,
a cchi sta ssú dda lo schioppà ddell’arba 2
o nun ce pensa, o nun je preme un corno.

 

Me liscenzio: er crepà ppoco m’aggarba.
De llà nun c’è ccarrozza de ritorno.
E cquanno sò mmort’io, damme de bbarba.

 

Terni, 6 ottobre 1830

 

 1 Serpente, ironia di «servente». 2 Dal sorgere dell’alba.

 

 

79. La protennente 1

 

Ma nnun je róppe er prezzo, 2 ché ssei bella:
tirete sú le carzette de seta: 3
fà buttà indove passi la mortella: 4
fàtte incide una statua de greta.

 

Quanto faressi mejjo a statte quieta,
e arisparmiatte er fiato a le bbudella!
Co cquella faccia de scipoll’e bbieta 5
sai chi mme pari a mmé? Ciunciurumella. 6

 

Sú, smena er fiocco, 7 bbellezza der monno,
strigni er bocchino! Auffa 8 li meloni!
e si auffa la dài manco la vonno.

 

Ciài pijjato davero pe ccojjoni?
Erbetta mia, te conoscemo 9 a ffonno.
Mmaschera sai ch’edè? ttu nun me soni.

 

9 ottobre 1830

 

 1 La pretendente: vana. 2 Non avvilirti. 3 Dicesi a chi si attribuisce un grado che non gli compete. 4 Segno di festa. 5 Bietola. 6 Era così soprannominata una sozza donnaccia da trivio. 7 Dimena, agita l’ano, come chi si pavoneggia. 8 Dell’aufo, gratis, veggasi la nota… del sonetto… 9 Ti conosco, erbetta: così avvisansi coloro che credonsi riputati da per più.

 

 

80. Lo Sposo c’aspetta la Sposa pe sposà 1

 

Lí ffora nun c’è un cazzo c’arifiati:
qua ddrento nun c’è un’anima vivente.
Dove diavolo mó sse sò fficcati,
je pijja a ttutti quanti ’n accidente?

 

Che sserve de stà a ffà ppiú l’ammazzati,
si nun ze sente un cane nun ze sente!
Oh, ssai che ffàmo? annamescene in prati 2
a ggiucà a bboccia e ppoi... Zitto! viè ggente.

 

Ma bbuggiaratte, Iddio te bbenedichi,
è un anno che ssagrato 3 a la parrocchia,
che mommó rriviè er tempo de li fichi.

 

Sí, ffamme sceggne er latte a le ginocchia! 4
Lo sai perché tte sposo? pe l’amichi:
c’ar fuso mio nun pò mmancà cconocchia. 5

 

9 ottobre 1830

 

 1 Sposo, ecc., colla o stretta. 2 Adiacenze del castello S. Angiolo, già Mole Adriana. 3 Bestemmio. 4 Fammi nausea. 5 Equivoco; e vale: «Ti sposo in grazia degli amici, che mi v’inducono, ecc.»

 

 

81. Li frati

 

Sora Terresa mia sora Terresa,
io ve vorrebbe vede appersuasa
de nun favve ggirà ffrati pe ccasa,
ché li frati sò rrobba pe la cchiesa.

 

Lo so bbè io sta ggente cuer che pesa
e cquanto è roppicula e fficcanasa!
Eppoi bbasta a vvedé ccom’è arimasa
co cquer patrasso 1 la commare Aggnesa.

 

Sti torzonacci pe arrivà ar patume 2
te fanno punti d’oro; e appena er fosso
l’hanno sartato, pff, 3 tutto va in fume.

 

C’è da facce 4 in cusscenza un fianco grosso!
Ortre ar tanfetto poi der suscidume
de sudaticcio concallato
5
addosso.

 

9 ottobre 1830

 

 1 Padre graduato. 2 Carne delle parti, ecc. 3 Suono di un gas compresso che sventa. 4 Farci. 5 Sudore in fermento.

 

 

82. Er ricurzo

 

Ch’edè e cche nun è, 1 ecchete un giorno
che ffâmio 2 a gatta-sceca-chi-t’ha-ddato, 3
una man de giandarmi se n’entrorno
coll’ordine de facce er percurato. 4

 

Senza dicce nemmanco: si’ ammazzato, 5
aggnédero 6 freganno 7 attorn’attorno;
e smòsseno inzinenta er tavolato,
ma grazziaddio senza trovacce un corno.

 

Io fesce stenne a ppiazza montanara 8
p’er general Quitolli 9 un mormoriale, 10
che jje l’aggnede a ddà la lavannara,

 

discennoje accusí: «Ssor generale,
cuesta pe ddio sagrato è una cagnara:
ché de la grazzia eccetera. 11 Pasquale».

 

9 ottobre 1830

 

 1 All’improvviso senza sapere che si fosse. 2 Facevamo. 3 Vedi nota del Sonetto… 4 Perquiratur: perquisizione. 5 Senza neppur dirci motto, senza pur salutarci. 6 Andarono. 7 Frugando. 8 V. nota del sonetto… 9 Il generale Sesto Miollis, già Governatore degli Stati Romani sotto il Governo Napoleonico. Il popolo lo chiamava Miòdine, Quitòllis e Quitòlli. 10 Memoriale. 11 Finale di tutte le suppliche romane.

 

 

83. Un miracolo grosso

 

Pijjate un grancio: er fatto der dragone
nun fu un cazzo 1 a Ssan Chirico e Ggiuditta. 2
Ditelo a mmé, cche mme l’ha ddetto Titta
che jje l’ha ddetto Bbonziggnor Ciardone! 3

 

Voi ’ntennete de quer che ssan Leone,
doppo avé lletto un po’ de carta scritta,
lo portò ccor detino de mandritta
a spasso a spasso com’un can barbone?

 

Manco male! Ebbè, er fatto, sor Felisce
mia, fu assuccesso ggiù a Campo Vaccino
sott’a Ssanta Maria l’imperatrisce. 4

 

Cosa sa ffà la fede! Un cordoncino
regge 5 un dragone, che er barbiere disce
nun potería legà mmanco un cudino. 6

 

10 ottobre 1830

 

 1 Affatto. 2 SS. Quirico e Giuditta. 3 Ciardone, per «Giardoni». 4 Santa Maria Liberatrice. 5 Reggere. 6 Codino.

 

 

84. Fremma, fremma

 

Ohó! ohó! prr! 1 come vai de trotto!
Abbada a tté dde nun buttà la soma.
Ch’edè sta furia? Adascio Bbiascio: 2 Roma
mica se frabbicò tutt’in un botto.

 

Chi poteva sapé che tt’eri cotto
de sta maggnèra pe la fìa de Moma? 3
Che vvolevi pe llei fà Rroma e ttoma 2
senza conosce cuer che ccova sotto?

 

La donna, fijjo, è ccome la castagna, 2
disceveno Bertollo e Bertollino: 4
bbella de fora, e ddrento ha la magaggna.

 

A la prima ostaria scerchi er bon vino?! 2
Si ddarai tempo averai la cuccagna, 2
e mmaggnerai li tordi uno a cquadrino. 2

 

10 ottobre 1830

 

 1 Suono delle ruote di un carro in fuga. 2 Tutti modi proverbiali. 3 La figlia di Girolama. 4 Bertoldo e Bertoldino, scaltri contadini, eroi di una leggenda, ridotta poi in versi da una società di valenti poeti.

 

 

85. Le mano a vvoi e la bbocca a la mmerda

 

Ajjo, 1 cazzo! che ppizzico puttano!
Te penzeressi 2 ch’abbi er cul de pajja?
È tutta sciccia; e nun ce porto majja,
antro che 3 sto boccon de taffettano.

 

Co la bbocca, va bbe’, ddimme canajja,
e ppú... e bbú..., mma ttiètte a tté le mano.
Giochi de mano, ggiochi da villano;
e la tua pare propio una tenajja.

 

Fermo, ve dico, sor faccia ggialluta.
Fateve arreto; e ssi vve piasce er mollo,
annate a smaneggià le chiappe a Ttuta.

 

Te seggno, Pippo ve’! Pippo, te bbollo.
Te ne vai? famme sta grazzia futtuta.
Sia laüdat’Iddio! Rotta de collo!

 

10 ottobre 1830

 

 1 «Ahi». 2 Penseresti. 3 Fuorché.

 

 

86. Audace fortuna ggiubba tibbidosque de pelle 1

 

Che sserve, è ll’asso! 2 Guardeje in ner busto
si cche ggrazzia de ddio sce tiè anniscosta.
Sangue d’un dua com’ha da êsse tosta!
Quanto ha da spiggne! ah bbenemio, che ggusto!

 

Si cce potessi intrufolà 3 sto fusto,
me vorrebbe ggiucà ppropio una costa
che cce faria de risbarzo e dde posta
diesci volate l’ora ggiusto ggiusto.

 

Tre nnotte sciò portato er zor Badasco 4
a ffà ’na schitarrata co li fiocchi,
perché vviènghi a ccapì che mme ne casco. 4a

 

Mó vvojjo bbatte, 5 e bbuggiarà li ssciocchi.
E cche mmale sarà? de facce 6 fiasco?
’Na provatura costa du’ bbajocchi.

 

11 ottobre 1830 - De Peppe er tosto

 

 1 «Audaces fortuna iuvat, timidosque repellit». 2 Esser l’asso, vale «essere il primo in checchessia». 3 Ficcar dentro. 4 Badaschi: cognome di un piccolo uomo colle gambe torte, il quale suona bene la chitarra. 4a Muoio d’amore. 5 Battere: far la dichiarazione. 6 Farci.

 

 

87. Er contratempo

 

Ecco cqui er bene come incominciò
co la cuggnata de Chicchirichí.
Fascemio a ggatta-sceca cor zizzi, 1
a ccasa de la sgrinfia de Ciosciò.

 

Toccava er giro a llei: me s’appoggiò
co cquer tibbi de culo a ssede cqui.
Nun zerv’antro: de sbarzo se svejjò
mi’ fratelluccio che stava a ddormí.

 

Sentenno quer lavoro sott’a ssé,
lei s’intese le carne a ffriccicà,
e arzò la testa pe ffà un po’ ccescé. 2

 

Io me diede a ccapí cch’ero io llà:
allora, a cquer c’ha cconfessato a me,
lei fesce 3 in core: «Je la vojjo dà».

 

11 ottobre 1830

 

 1 Giuoco di compagnia. Una persona bendata va in giro assidendosi, or qua or là, sulle ginocchia di questo o di quello. Profferisce col solo sibilo dei denti quelle due sillabe zizi, e ad una eguale risposta di colui o di colei su cui siede, deve indovinare chi sia. Se indovina, passa la sua benda a chi si fece conoscere, altrimenti segue il suo giro. 2 Far cecé: traguardare da uno spiraglio. 3 Disse.

 

 

88. Che disgrazzia!

 

1 li peccati mii, fijja: pascenza! 2
Io te l’avevo trovo 3 a mmutà stato,
cor un omo de garbo e de cusscenza,
e ’r mejjo nu lo sai: ricco sfonnato.

 

Che ccasa! che ccantina! che ddispenza!
C’è llatte de formica, oro colato.
Ah! ppropio era pe tté una providenza
da fà ccrepà d’invidia er viscinato.

 

Pe ccaparra, ecco cqui, mm’ero ggià ppresi
sti sei ggnocchi; 4 e tte sento stammatina
rigràvida mommó 5 dde scinque mesi.

 

C’avevo da sapé 6 cche la spazzina 7
te fasceva parlà cco li francesi?
Fàmme indovina ché tte fo rreggina. 8

 

Roma, 12 ottobre 1830 - De Pepp’er tosto

 

1 Sono. 2 Pazienza. 3 Trovato. 4 Scudi. 5 Oggimai. 6 Come avevo io da sapere. 7 Spazzina: venditrice di minuti oggetti, per lo più ad uso di donne. 8 Fammi, ecc.: proverbio.

 

 

89. Ce conoscemo

 

Bella zitella che ffate a ppiastrella
cor fijjo der Ré, 1 pss, 2 dite, nun sbajjo?
sete voi quella che la date a ttajjo,
viscin’all’arco della Regginella?

 

Pasciocchettuccia 3 mia, quanto sei bbella!
Ahú, fedigo fritto, 3 spicchio d’ajjo, 3
quanno che vvedo a voi tutto me squajjo 3
in acquetta de cul de rondinella.

 

Eh voi, s’aggiusta inzomma sto negozzio?
Se poderebbe fà sto pangrattato? 4
Me crepa er core de vedevve in ozzio.

 

Ma ssèntila! nnun vò pperché è ppeccato!
Oh ddatela a d’intenne ar zor Mammozzio:
gallina che nun becca ha ggià bbeccato. 4a

 

12 ottobre 1830 - De Pepp’er tosto

 

 1 Detto popolare. 2 Suono di chiamata. 3 Modi accarezzativi. 4 Accordo. 4a Proverbio.

 

 

90. L’inzogno

 

Ner zoggnamme stanotte l’esattore,
m’ero tirato a lletto in pizzo in pizzo,
finarmente che sscivolo, e tte schizzo
propio cor culo in cima ar pisciatore.

 

Un coccio piú ttajjente d’un rasore
m’ha sbuggiarato tutto er cuderizzo;
e mmo mme se fa nero com’un tizzo,
e cce sento un inferno de bbrusciore.

 

Madama Squinzia, 1 che a cquer zerra serra
se svejjò ppuro lei, come una matta
se messe a ride de vedemme in terra.

 

Io je scarico allora una ciavatta;
e llei butta er lenzolo, e me s’afferra
su li tre appiggionanti de la patta.

 

13 ottobre 1830

 

 1 Nome di scherno.

 

 

91. Er cotto sporpato 1

 

Evviva er zor-Don-Dezzio-co-le-mela!
Ste strade sce l’avete ariserciate… 2
Ah, ddiscevo accusí de scèrta tela 3
che sse venneva sulle cantonate.

 

Dite la verità, ttanto ve pela? 4
Sú ffateve usscí er rospo, 5 vommitate: 6
eh vvia, co’ nnoi cucchieri ste frustate? 7
Cascate male assai: 8 semo de vela. 9

 

Pare che cquanno ve smicciate 10 quella
benedetta-pòzz’-èsse, for dall’occhi
ve vojji schizzà vvia la coratella.

 

Pare c’avete d’aspettà li ggnocchi! 11
V’annerebbe un bocchino, 12 eh sor Brighella?
Oh annateve a ccerca cchi vve l’immocchi. 13

 

13 ottobbre 1830 - De Pepp’er tosto

 

 1 Innamorato cotto-spolpato. 2 Riselciate. Questa si usa con chi passa continuamente sopra una strada per alcun fine. 3 Quando chi parla è interrogato sul senso del suo discorso ed egli non vuole rispondere a tuono, dice quello che riporta il verso. 4 Vi scotta? (questo amore). 5-6 Parlate. 7 A noi non se ne dànno ad intendere di queste. 8 Capitate male. 9 Siamo in umore di dar la baja. 10 Guardate. 11 State a bocca aperta come aspettaste, ecc. 12 Vi andrebbe a genio un bocchino? Bocchino: cosa che cade in bocca aperta a riceverla. 13 Che ve la imbocchi.

 

 

92. Er ciàncico 1

 

A ddà rretta a le sciarle der governo,
ar Monte nun c’è mmai mezzo bbaiocco.
Je vienissi 2 accusí, sarvo me tocco, 3
un furmine pe ffodera 4 d’inverno!

 

E accusí Ccristo me mannassi 5 un terno,
quante ggente sce campeno a lo scrocco:
cose, Madonna, d’ag