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Il
problema è l'antipoliticanon la scheda elettorale
( da "Secolo
XIX, Il" del
08-04-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: ma almeno tre diversi attori
storici del panorama politico italiano: il centro cattolico, l'estrema
sinistra, la componente socialista laica. La possibile scomparsa di tutti e tre questi attori
culturali e politici dal prossimo Parlamento non rappresenta assolutamente un
passo avanti verso l'ipotesi della fisionomia bipolare della politica italiana.
Studiosi
dal mondo al Tesoro del Duomo ( da "Stampa, La"
del 08-04-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: L'avvio di questi intensi anni di
lavoro scaturisce pertanto da un sentito e doveroso ringraziamento verso
coloro, laici e religiosi, che fino ad oggi hanno creduto nel Museo del Tesoro
del Duomo, sostenendolo nella crescita, nella formazione e nello
sviluppo".
A
sinistra, per quattro ragioni ( da "Manifesto, Il"
del 08-04-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: perché è un voto laico. Per fermare l'invadenza interventista delle alte gerarchie vaticane
e le tentazioni neo-temporaliste della Chiesa
cattolica". Niente guerre di religione né antistorici steccati tra
credenti e non, dice l'appello, ma "la laicità dello Stato e il primato
del Parlamento" sono il fondamento più solido della libertà di tutti.
Caro
Signor Gervaso, come lei, mi guardo spesso intorno e
mi domando dove siano i De Gasp
( da "Messaggero,
Il" del 08-04-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: dopo un viaggio negli Stati Uniti e
un incontro con il presidente Truman, capì che l'Italia o si schierava con lo
"zio Sam" o con "Baffone", li estromise. Lo statista
trentino era laico e democratico e non esitò a scegliere l'America. In cambio
ottenne confini e immediati aiuti economici, senza i quali il Paese sarebbe
piombato nella disperazione e nel caos.
Caro
direttore, credo che gli articoli di Barbara Spinelli e di Fabio Fazio siano
due importa ( da "Stampa, La"
del 08-04-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: laico"...), ma "nel"
partito democratico, sono molto diversi tra loro: tra "cattolici
democratici" o "cattolici adulti" da una parte e "teodem" o "cattolici infanti" dall'altra
parte, come perfino e anche tra i vescovi! Per quanto mi riguarda, forse io voterò per il
Partito democratico, anche se ancora non ho ben capito cosa sia!
( da "Secolo XIX, Il" del
08-04-2008)
Argomenti: Laicita'
David bidussa La sensazione è che questa settimana di campagna
elettorale la perderemo per stare dietro alla regolarità formale delle schede,
ai cavilli di una "par condicio" che nessuno sa più nemmeno perché
c'è, a mettere le pezze su questioni di cui nessuno vuole discutere.
Consideriamo l'ultimo argomento in ordine di tempo: quello delle schede. Nella
discussione sulla regolarità delle schede elettorali con cui domenica 13 e
lunedì 14 aprile esprimeremo la nostra preferenza politica si sommano due
esercizi: il primo le cose che si dicono; il secondo quelle che non si dicono.
Le cose che si dicono. Dietro la discussione sulla scheda elettorale e i suoi
errori formali sta l'intera questione di una campagna elettorale inutile, non
prevista perché fondata su una legge che non stimola a riflettere sui
programmi; che non chiama in causa i cittadini, ma li interpella per una gara
dove l'ammiccamento fa premio sui contenuti. Discutere sull'opportunità di
cambiare la scheda o no vorrebbe dire preliminarmente domandarsi se vale la
pena votare, se l'esercizio della scelta del voto ci riguarda in quanto
elettori passivi. Dietro coloro che dicono che le
schede vanno cambiate, più che la preparazione psicologica preventiva di chi
teme di "non fare cappotto" c'è il tentativo, reale di recuperare
quel margine ampio di incerti ormai votati all'astensione, sospesi, un mese fa,
tra un voto da non dare ai protagonisti maggiori della campagna elettorale e la
sensazione di sprecare il proprio voto, elettori oggi convinti a non votare non
per incertezza, ma per disaffezione. Ma è importante anche quanto nessuno dice
in queste ore quando solleva la questione della regolarità formale della scheda
elettorale. Non dipenderà dalla scheda elettorale se non avremo un Parlamento
trasparente, plurale, in cui una parte del Paese reale rischia nei fatti di
sparire. Non la mafia (che resta una parte rilevante e certo
"pesante" della "società civile"), ma
almeno tre diversi attori storici del panorama politico italiano: il centro
cattolico, l'estrema sinistra, la componente socialista laica. La possibile
scomparsa di tutti e tre questi attori culturali e politici dal prossimo
Parlamento non rappresenta assolutamente un passo avanti verso l'ipotesi della
fisionomia bipolare della politica italiana. Una condizione che non
aiuterà il senso di responsabilità di una parte politica (l'estrema sinistra)
che si sentirà esclusa da un sistema elettorale che la voleva punire; di una
componente dei laicisti che sentiranno uno Stato deciso a tenerli a bada come
cittadini senza tutti i diritti, comunque in condizione di tutela; di una parte
di mondo cattolico che avrà il problema di ritrovare rapidamente un ruolo
(possibilmente su questioni di programma politico e non di valori astratti). Un
passaggio necessario - quello del centro cattolico - indotto da un quadro
politico che, comunque, risulterà troppo squilibrato soprattutto da una destra
che sarà più piegata all'estrema destra. Il rischio, insomma è quello di un
Parlamento che domani sarà più povero sul piano delle culture politiche e più
solo rispetto a un Paese reale che si sentirà non rappresentato, né
legittimano. Alla fine, dunque, il rischio vero, quello di cui nessuno parla, è
l'innalzamento dell'antipolitica. Questo è il rischio concreto. La questione
sulla scheda, come molte di quelle discusse in queste settimane, evitando di
affrontare i problemi reali del nostro Paese, rientra nel superfluo. Al piùè rubricabile nelle varie ed eventuali. 08/04/2008 Roger
Cohen UBUD (Indonesia). Ricordate come siamo venuti a sapere degli sciiti, dei
sunniti, dei curdi e dei più piccoli agenti della frammentazione irachena? Nei
prossimi quattro mesi, fino all'apertura dell'Olimpiade di Pechino, il mondo si
imbatterà nei vari gruppi di minoranze etniche e religiose della Cina e nel
loro risentimento. Le violente agitazioni in Tibet sono solo l'inizio. Con il
mondo come palcoscenico, i musulmani Uighur della
regione nord-occidentale dello Xinjiang, il movimento
spirituale fuorilegge Falun Gong, i mongoli, i kazaki
e chiunque voglia in questo momento mettersi in luce avrà finalmente
l'opportunità di protestare. Spero che la violenza sarà contenuta e che le
autorità cinesi mostreranno flessibilità, ma non c'è da essere ottimisti. Dopo
tutto, domenica migliaia di persone hanno protestato a
Londra. Se questa settimana un monaco tibetano afferrasse la fiaccola olimpica
a San Francisco e si desse fuoco nessuno si stupirebbe. E se invece il 4 giugno
il diciannovesimo anniversario della repressione in piazza Tiananmen
si svolgerà tranquillamente, tutti ne rimarremo
sorpresi. Giocare nella serie A non è certamente una cosa da poco. Ed è questa
la situazione della Cina dopo la notevole trasformazione che l'ha condotta a
ospitare i giochi olimpici. Nessuna discussione su "ascesa pacifica",
"armonia", "multilateralismo" - tutti paroloni che si
possono cancellare - può nascondere il fatto che una potenza globale deve fare
richiami duri, decidere cosa rappresenta ed essere giudicata. La Cina non può
più fare finta di essere la potenza meno invadente per eccellenza in confronto
all'invadenza americana. Poiché questo in Burma e
oltre non attacca. Il presidente George W. Bush ha chiamato il
presidente Hu Hintao due
volte da quando sono iniziati i disordini, per spingerlo a venire incontro al
Dalai Lama, a smettere di diffamarlo, a stabilire un dialogo e ad aprire il
Tibet ai giornalisti stranieri. Ma Christopher Hill, l'assistente segretario di
Stato americano per l'Asia orientale, che ha consigliato al presidente di
telefonare, mi ha detto che i lodevoli appelli di Bush non avevano trovato
ascolto. "Non mi aspetto veramente niente di buono durante i prossimi
mesi", ha pronosticato. Durante la Conferenza di Williamsburg, una
riunione annuale di alto livello su temi asiatici, non ho sentito dai delegati
cinesi una sola parola che deviasse dal punto di vista che agitatori esterni
avessero fomentato le proteste del Tibet, che i media stranieri fossero mendaci
e maligni, che i discorsi sui diritti umani fossero inaccettabili e che nessun
governo avrebbe potuto tollerare un movimento separatista. Per farla breve, ho
sentito le tipiche teorie di cospirazione di un qualunque Stato totalitario
incapace di comprendere al di là della logica e spinto dal proprio bisogno di
controllo. "C'è stato un ordine di
interruzione", ha detto Wu Jianmin,
presidente dell'Università per gli affari esteri della Cina. "Ma
sarebbe un terribile errore politicizzare l'Olimpiade. Ne risentirebbe
chiunque. Gli abitanti del Tibet erano servi della gleba e
hanno fatto un enorme progresso". Io non discuto gli aspetti
feudali della società tibetana. Sarei sorpreso se al di fuori del Tibet non
venissero tramati piani sediziosi. Ma le autorità cinesi devono affrontare
alcune grandi verità. Tra queste vi è il fatto che mezzo secolo di repressione
non è servito a niente; che il Dalai Lama è l'interlocutore più moderato che
essi possano incontrare; che ha chiesto l'autonomia del Paese, non
l'indipendenza, e che è un personaggio rispettato in tutto il mondo. Piuttosto
che screditare i complotti stranieri, la Cina dovrebbe anche riconoscere che
l'arrivo di massa dei cinesi Han ha alimentato nei tibetani legittime paure di
estinzione della loro cultura e che è maldestro un approccio che prima ammette
i giornalisti stranieri in Tibet e poi non lo consente più. Per lungo tempo la
domanda essenziale sulla Cina è stata se una dittatura con un'economia di
mercato aperto potesse resistere alle sue contraddizioni interne. Ora la
domanda è come rendere federale una società composita sotto il controllo di un
unico partito. O, come mi è stato suggerito da Raja Maham, politologo indiano:
"In un Paese che non distingue tra partito e Stato, come poter creare lo
spazio affinché persone diverse riescano ad esprimere loro stesse?".
L'India è il Paese che Vidiadhar Surajprasad
Naipaul ha definito la terra di "un milione di
rivolte". Ogni rivolta è una valvola di sicurezza. "Ma la Cina non
può permettersi neanche una rivolta", ha fatto notare Mahan.
La leadership del Partito comunista in Cina si è dimostrata notevolmente capace
di contenere l'esplosiva crescita del Paese. Ma nelle crisi non si rivela così
capace. Nei prossimi mesi si presenteranno un grande numero di crisi che vedo
alla radice come sfide al modello assolutista-capitalistico convenzionale. Bush
fa bene a partecipare alla cerimonia di apertura dell'Olimpiade. Boicottarla
accentuerebbe solo i vecchi sentimenti cinesi di vittimizzazione. E non
gioverebbe a nessuno. Ma la Cina ha bisogno di togliersi di dosso l'immagine
repressiva di Stato autoritario, parlare con il Dalai Lama e capire che
l'armonia in un clima di rigiditàè impossibile. Una
dittatura multietnica è nella sua essenza sgretolabile; e lo sarà di più se non
si legherà alla sua provincia tibetana. © International Herald
Tribune e per l'Italia Il Secolo XIX. (Traduzione di Rossella Olia) 08/04/2008.
( da "Stampa, La" del
08-04-2008)
Argomenti: Laicita'
Evento Lavori nelle
sale e una collana specialistica Studiosi dal mondo al Tesoro del Duomo FRANCO
COTTINI VERCELLI Si apre con una mostra una nuova stagione di lavori e di
ricerca per la Fondazione Museo del tesoro del Duomo e Archivio capitolare.
Sabato nella Sala del trono di Palazzo arcivescovile sarà inaugurata
l'esposizione "L'arte di educare, dallo Scriptorium
vercellese a oggi" che ha coinvolto le tre scuole elementari cattoliche
cittadine e le scuole superiori: si tratta di un viaggio tra i diversi
strumenti utilizzati per l'insegnamento dal passato fino ai giorni nostri. Una
seconda sezione sarà incentrata sulla formazione scolastica nel Medio Evo - le
arti del Trivio e del Quadrivio -, l'insegnamento delle scienze e della
medicina, le prove di penna per l'avvio alla scrittura: il materiale esposto
proviene dal ricco patrimonio di codici e libri dell'Archivio e della
Biblioteca capitolare. La mostra resterà aperta fino al 28 settembre il mercoledì
dalle 9 alle 12, il sabato dalle 9 alle 12 e dalle 15 alle 18, la domenica
dalle 15 alle 18. Per gruppi e scuole sono previste visite su appuntamento (fax
016151650) anche fuori da questi orari. L'inaugurazione della mostra sarà
l'occasione anche per fare il punto sui grandi progetti che la Fondazione
presieduta da Enzo Pozzolo ha in cantiere nel
triennio 2008-2010 con baricentro il museo voluto e realizzato dal cardinale
Tarcisio Bertone negli anni in cui era arcivescovo di
Vercelli. Si partirà con la ristrutturazione del Palazzo Arcivescovile che
ospiterà l'allestimento permanente della Pinacoteca. Parallelamente è stato avviato, in collaborazione con le Soprintendenze
competenti, il progetto di ampliamento del percorso museale, con una nuova
sezione incentrata sullo sviluppo e l'articolazione della topografia cristiana
della città, dalla tarda antichità al medioevo, attraverso reperti archeologici
integrati con documenti storico-artistici. Un'attenzione particolare sarà
riservata alla storia degli scavi e allo studio della Cattedrale. Di notevole
valenza culturale è la nascita di una collana della Fondazione Museo del Tesoro
del Duomo e Archivio Capitolare, destinata ad accogliere periodicamente una
serie di pubblicazioni specialistiche e di elevata qualità. Il primo volume
della Collana, che sarà dato alle stampe nel corso del 2008, sarà il Catalogo
dei codici dal IV al XII secolo, un'opera di notevole importanza dato che
l'ultimo studio organico sul fondo dei manoscritti conservati nella Biblioteca
Capitolare di Vercelli, realizzato dal Pastè, risale
al 1925. Il secondo volume sarà costituito dagli atti di una giornata di studi
sul Crocifisso, che si terrà nell'autunno
( da "Manifesto, Il" del
08-04-2008)
Argomenti: Laicita'
L'appello
A sinistra, per
quattro ragioni Roma Un voto utile, ma sul serio, un voto di parte, laico e di
speranza. Ci sono (almeno) quattro buone ragioni per votare sinistra il
prossimo 13 e 14 aprile. Lo sostiene un gruppo di intellettuali che ha firmato
un appello a favore dell'arcobaleno. Fra loro Pietro Ingrao, Marco Bellocchio,
Luciana Castellina, Mario Ceroli,
Marcello Cini, Luciano Gallino, Paul Ginsborg, Margherita Hack, Lea
Melandri, Mario Monicelli, Achille Occhetto, Valentino Parlato, Tamar Pitch, Rosanna Praitano, Giuseppe Prestipino
Marco Revelli, Gianni Rinaldini,
Rossana Rossanda, Paolo Rossi, Edoardo Sanguineti, Aldo Tortorella, Mario Tronti, Dario Vergassola. Le
"quattro buone ragioni" per una "scelta di parte" sono:
prima: perché è un voto utile alla democrazia italiana e alla rinascita della
politica. La contesa elettorale non può ridursi a una
partita a due, o a un referendum tra leadership spettacolari".
Seconda: "perché è un voto di parte. Dalla parte
dei lavoratori e dei diritti del lavoro, operaio, precario, intellettuale,
sfruttato, sottopagato, umiliato. Delle donne, dei giovani e
dei nuovi cittadini e cittadine migranti in cerca di libertà".
Terza: "perché è un voto laico. Per fermare l'invadenza
interventista delle alte gerarchie vaticane e le tentazioni neo-temporaliste
della Chiesa cattolica". Niente guerre di religione né antistorici
steccati tra credenti e non, dice l'appello, ma "la laicità dello Stato e
il primato del Parlamento" sono il fondamento più solido della libertà di
tutti. Quarta, la speranza: per una sinistra capace di rigenerare se
stessa", l'inizio di "un percorso positivo nel fuoco di queste
elezioni.
( da "Messaggero, Il" del
08-04-2008)
Argomenti: Laicita'
Eri, gli Einaudi, i
Nenni, i La Malfa, i Saragat, i Togliatti, gli Almirante.
Forse ci sono, ma io non li vedo. Io vedo soltanto (con poche, rare eccezioni)
solo "vecchi turbanti" della politica e giovani arrivisti, che dicono
di avere a cuore le sorti del Paese ridotto nelle condizioni che sappiamo
(basti pensare a Napoli e alla Campania), mentre tirano l'acqua solo al proprio
mulino. Le elezioni sono vicine e non ho ancora deciso per chi voterò. Forse,
deluso, non voterò per nessuno. Scusi lo sfogo, ma lo spettacolo che ci offre
il "Palazzo" è desolante. Le sarei grato se dedicasse questa rubrica
alla rievocazione di quel grande statista che fu Alcide De Gasperi. Fra
parentesi, è vero che, in età giovanile, rappresentò il Trentino nel Parlamento
austriaco? Ed è vero che era monarchico? Attilio Rubini - Reggio Calabria Caro
Rubini, i suoi rimpianti sono i miei rimpianti. E i rimpianti di chi, come noi
(immagino anche lei) visse gli anni difficili, ma
esaltanti, del secondo dopoguerra. De Gasperi, nel 1919, dopo la sconfitta
degli Imperi Centrali, fu a fianco di don Sturzo, fondatore del Partito
popolare. E nel 1924, quando il prete di Caltagirone, costretto dalla Chiesa,
che pensava al Concordato e intratteneva buoni rapporti con Mussolini, dovette
lasciare l'Italia ed emigrare negli Stati Uniti, il leader trentino prese in
mano le redini del partito cattolico. Non le tenne a lungo ché, il 3 gennaio
1925, dopo il delitto Matteotti, il Duce instaurò la dittatura e mise fuori
legge gli oppositori. Chi non stava con il regime veniva perseguitato e chi lo
contrastava o finiva al confino o in galera. Nel 1926 ci finì anche De Gasperi
che, tornato in libertà, fu assunto come bibliotecario in Vaticano (dove, molti
anni dopo, incontrerà il giovane Andreotti). Nell'ottobre 1942, quando le sorti
della guerra, una guerra sciagurata, accanto al cupo e sanguinario dittatore
nazista, cominciarono a volgere al peggio per il nostro Paese, De Gasperi
partecipò alla formazione del partito cattolico, non più popolare,
ma democratico cristiano. Quando calò il sipario sul conflitto, dopo il
governo dell'azionista Ferruccio Parri, succeduto a
due esecutivi Bonomi e Badoglio, il 10 dicembre 1945
divenne presidente del Consiglio. Il 2 giugno 1946 gli italiani furono chiamati
a scegliere fra repubblica e monarchia. Una monarchia screditata dalla ignominiosa fuga di "re Sciaboletta",
Vittorio Emanuele III, e del maresciallo piemontese, ora primo ministro, a
Pescara e a Brindisi. Gli italiani scelsero, e fecero bene,
la repubblica. Il cuore di De Gasperi batteva forse più per la monarchia,
perché, a suo tempo, suddito di quella asburgica, che aveva regnato su un
Impero composito, amministrandolo con scrupolo, efficienza e lungimiranza. Ma
era un uomo troppo intelligente e un politico troppo accorto e pragmatico per
non rendersi conto che una guerra perduta, e perduta in quel modo, aveva provocato
nel Paese una profonda e irreparabile frattura istituzionale. Imbarcò, com'era
giusto, visto il ruolo svolto nella Resistenza, anche i comunisti e i
socialisti. Ma quando, dopo un viaggio negli Stati Uniti e
un incontro con il presidente Truman, capì che l'Italia o si schierava con lo
"zio Sam" o con "Baffone", li estromise. Lo statista
trentino era laico e democratico e non esitò a scegliere l'America. In cambio
ottenne confini e immediati aiuti economici, senza i quali il Paese sarebbe
piombato nella disperazione e nel caos. Il suo non fu accattonaggio,
come lo bollò la Sinistra, ma amor di Patria. Nessuno
ebbe più senso dello Stato di lui, e nessuno fu più coerente nelle proprie
scelte. Quando, nel 1947, dopo la scissione di Palazzo Barberini,
i socialdemocratici ruppero con il Fronte popolare, costituì un nuovo governo
con i democristiani e laici della statura e dirittura morale di Einaudi, cui
affidò l'economia, e il conte Sforza, che nominò ministro degli Esteri. Mi
manca lo spazio per rievocare e celebrare la ricostruzione del Paese, di cui lo
statista trentino fu l'infaticabile, appassionato artefice. Le elezioni del
1948 furono un trionfo della Dc e del suo leader, che rimase al potere fino al
1953, quando i "giovani turchi" del partito, capeggiati da Fanfani,
lo disarcionarono. L'anno dopo si congederà dal mondo a Sella di Valsugana, nel
suo Trentino. I compagni di partito lo piansero, ma furono lacrime di
coccodrillo. Quanto al giovane De Gasperi, le consiglio un documentatissimo saggio di Stefano Trinchese:
"L'altro De Gasperi", sottotitolo "Un italiano nell'impero
asburgico: 1881-1918". Soddisferà tutte le sue curiosità.
atupertu@ilmessaggero.it.
( da "Stampa, La" del
08-04-2008)
Argomenti: Laicita'
Nti contributi al tentativo di far
chiarezza sull'attuale articolazione dei soggetti politici nel nostro Paese,
anche sul rapporto politica e religioni e in
particolare religione cattolica, società politica e Chiesa cattolica italiana,
specialmente dopo che è venuta meno l'importante funzione mediatrice della
Democrazia cristiana. Barbara Spinelli è una acuta
politologa, e politologo e bravo giornalista, anche della carta stampata,
dimostra essere Fabio Fazio. Io sono un vecchio politico della "gloriosa
prima repubblica", che sa però anche qualcosa di dottrina politica, di
filosofia e anche, da laico, di teologia cristiana e di pensiero religioso in
generale, da non molto anche giornalista, almeno iscritto all'Ordine. Cercherò
però di dire qualcosa di non banale. Vorrei anzitutto dire che, nato in una
famiglia laica, repubblicana e antifascista, educato nella
fede cattolica e allevato nel così detto "cattolicesimo
militante" dall'età di sei anni (mio padre mi mandò in parrocchia al
grido: "Meglio i preti dei fascisti!": e antifascisti erano il mio
parroco e il mio vescovo, ed erano tempi difficili!), sono stato
sempre favorevole al dialogo e alla ricerca della composizione sul piano
politico dei diversi ideali. Ma ritengo che il dialogo per portare al reciproco
rispetto, alla reciproca comprensione e alla "composizione",
presupponga l'affermazione sincera e non dissimulata della propria identità. Ho
riletto in questi giorni il confronto tra Habermas e
Ratzinger, e ricordo quello meno conosciuto, tra l'"amico" Joseph
Ratzinger e l'amico Massimo Cacciari, cioè fra tre uomini non solo di
grandissima cultura, ma anche di grande apertura all'"altro": e solo
chi non ha letto e non conosce Joseph Ratzinger può pensare di lui il
contrario. Se Joseph Ratzinger, non solo da teologo ma anche da Papa, non
dicesse quello che dice anche su aborto, divorzio, fecondazione assistita, come
liberale, anzi cattolico liberale, non mi sentirei tranquillo sul piano delle
scelte libere e informate dei cittadini e anche dei membri del Parlamento. E
chi confonde i rapporti tra Santa Sede e Stato italiano e rapporti tra Chiesa
Cattolica e società civile commette non solo un grande errore, ma uno sbaglio
fuorviante. Così come chi confonde la laicità dello Stato, grande conquista
dello Stato liberale che però non sarebbe stata possibile senza il
cristianesimo, ed il "laicismo" di Stato, novella "religione
laica" che abbiamo ereditato dalla Rivoluzione francese, che fu certo
democratica, ma non liberale, come fu anche la Rivoluzione d'Ottobre, che della
prima fu unica e legittima erede. Ci si chiede se il partito democratico sia un
partito laico, anche se in realtà si vuol dire non "laico", ma
"laicista". E ci si chiede anche se esso
rispetti la "libertà di coscienza". In realtà la libertà di coscienza
non ha bisogno di essere riconosciuta da nessuno: essa si testimonia, come la
testimoniarono San Lorenzo e il pastore evangelico-luterano
Dietrich Bonhöffer. Cosa diversa è il principio del
primato della coscienza da far valere nei confronti delle leggi degli Stati,
delle leggi e delle direttive delle Chiese ed eziandio anche dei partiti cui si
appartenga. Questo principio è stato accettato solo di
recente, prima dalle Chiese cristiane (anticamente non solo la Chiesa cattolica
ma anche le Chiese riformate mandavano al rogo gli eretici!), poi tra gli Stati
per primi gli Stati Uniti d'America, il cui nucleo fondamentale fu costituito
prima dai padri pellegrini, riformati che dissentivano dal tradizionalismo
della "established" Chiesa d'Inghilterra, e
poi da un manipolo di cattolici inglesi che vollero
rimanere fedeli alla Santa Sede e che, guidati da chi poi divenne Lord
Baltimore, fondarono la Colonia del Maryland. Oggi il problema si pone, e lo
pone Fazio - certo molto meno drammaticamente, perché non si tratta né di
roghi, né di impiccagioni, né di decapitazioni come avvenne al grande umanista
sir Thomas More, non solo per i cattolici ma anche per
gli anglicani, santo e martire ("Mi dichiaro servitore fedele del Re - e
cioè dello Stato - ma prima di Dio!"): ma erano altri tempi! -, rispetto
ai cattolici del Partito democratico. È il partito
democratico un partito "laico"? Certamente sì! I cattolici
potranno far valere il principio del primato della coscienza nelle materie
"eticamente sensibili" altrimenti dette: "materie
non trattabili"? Non credo proprio, anche perché i cattolici non "del" (perché usare questo
termine sarebbe assai poco "laico"...), ma
"nel" partito democratico, sono molto diversi tra loro: tra "cattolici democratici" o "cattolici adulti"
da una parte e "teodem" o "cattolici infanti" dall'altra parte, come perfino e anche tra i
vescovi! Per quanto mi riguarda, forse io voterò per il Partito democratico,
anche se ancora non ho ben capito cosa sia!: ma io non sono iscritto a
questo partito, e in Parlamento voterò come mi pare, anzi, come appartenente
alla Diocesi di Roma e quindi fedele del Vescovo di Roma, che è anche Papa. Ed
io sono un "cattolico infante", quasi un "teocon".
È ancora permesso, o secondo i principi della "laicità" mi sarà
proibito?.