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DOSSIER “LAICI & CHIERICI”

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Report "Laici e chierici"

Il problema è l'antipoliticanon la scheda elettorale ( da "Secolo XIX, Il" del 08-04-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: ma almeno tre diversi attori storici del panorama politico italiano: il centro cattolico, l'estrema sinistra, la componente socialista laica. La possibile scomparsa di tutti e tre questi attori culturali e politici dal prossimo Parlamento non rappresenta assolutamente un passo avanti verso l'ipotesi della fisionomia bipolare della politica italiana.

Studiosi dal mondo al Tesoro del Duomo ( da "Stampa, La" del 08-04-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: L'avvio di questi intensi anni di lavoro scaturisce pertanto da un sentito e doveroso ringraziamento verso coloro, laici e religiosi, che fino ad oggi hanno creduto nel Museo del Tesoro del Duomo, sostenendolo nella crescita, nella formazione e nello sviluppo".

A sinistra, per quattro ragioni ( da "Manifesto, Il" del 08-04-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: perché è un voto laico. Per fermare l'invadenza interventista delle alte gerarchie vaticane e le tentazioni neo-temporaliste della Chiesa cattolica". Niente guerre di religione né antistorici steccati tra credenti e non, dice l'appello, ma "la laicità dello Stato e il primato del Parlamento" sono il fondamento più solido della libertà di tutti.

Caro Signor Gervaso, come lei, mi guardo spesso intorno e mi domando dove siano i De Gasp ( da "Messaggero, Il" del 08-04-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: dopo un viaggio negli Stati Uniti e un incontro con il presidente Truman, capì che l'Italia o si schierava con lo "zio Sam" o con "Baffone", li estromise. Lo statista trentino era laico e democratico e non esitò a scegliere l'America. In cambio ottenne confini e immediati aiuti economici, senza i quali il Paese sarebbe piombato nella disperazione e nel caos.

Caro direttore, credo che gli articoli di Barbara Spinelli e di Fabio Fazio siano due importa ( da "Stampa, La" del 08-04-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: laico"...), ma "nel" partito democratico, sono molto diversi tra loro: tra "cattolici democratici" o "cattolici adulti" da una parte e "teodem" o "cattolici infanti" dall'altra parte, come perfino e anche tra i vescovi! Per quanto mi riguarda, forse io voterò per il Partito democratico, anche se ancora non ho ben capito cosa sia!


Articoli

Il problema è l'antipoliticanon la scheda elettorale (sezione: Laici e chierici)

( da "Secolo XIX, Il" del 08-04-2008)

Argomenti: Laicita'

David bidussa La sensazione è che questa settimana di campagna elettorale la perderemo per stare dietro alla regolarità formale delle schede, ai cavilli di una "par condicio" che nessuno sa più nemmeno perché c'è, a mettere le pezze su questioni di cui nessuno vuole discutere. Consideriamo l'ultimo argomento in ordine di tempo: quello delle schede. Nella discussione sulla regolarità delle schede elettorali con cui domenica 13 e lunedì 14 aprile esprimeremo la nostra preferenza politica si sommano due esercizi: il primo le cose che si dicono; il secondo quelle che non si dicono. Le cose che si dicono. Dietro la discussione sulla scheda elettorale e i suoi errori formali sta l'intera questione di una campagna elettorale inutile, non prevista perché fondata su una legge che non stimola a riflettere sui programmi; che non chiama in causa i cittadini, ma li interpella per una gara dove l'ammiccamento fa premio sui contenuti. Discutere sull'opportunità di cambiare la scheda o no vorrebbe dire preliminarmente domandarsi se vale la pena votare, se l'esercizio della scelta del voto ci riguarda in quanto elettori passivi. Dietro coloro che dicono che le schede vanno cambiate, più che la preparazione psicologica preventiva di chi teme di "non fare cappotto" c'è il tentativo, reale di recuperare quel margine ampio di incerti ormai votati all'astensione, sospesi, un mese fa, tra un voto da non dare ai protagonisti maggiori della campagna elettorale e la sensazione di sprecare il proprio voto, elettori oggi convinti a non votare non per incertezza, ma per disaffezione. Ma è importante anche quanto nessuno dice in queste ore quando solleva la questione della regolarità formale della scheda elettorale. Non dipenderà dalla scheda elettorale se non avremo un Parlamento trasparente, plurale, in cui una parte del Paese reale rischia nei fatti di sparire. Non la mafia (che resta una parte rilevante e certo "pesante" della "società civile"), ma almeno tre diversi attori storici del panorama politico italiano: il centro cattolico, l'estrema sinistra, la componente socialista laica. La possibile scomparsa di tutti e tre questi attori culturali e politici dal prossimo Parlamento non rappresenta assolutamente un passo avanti verso l'ipotesi della fisionomia bipolare della politica italiana. Una condizione che non aiuterà il senso di responsabilità di una parte politica (l'estrema sinistra) che si sentirà esclusa da un sistema elettorale che la voleva punire; di una componente dei laicisti che sentiranno uno Stato deciso a tenerli a bada come cittadini senza tutti i diritti, comunque in condizione di tutela; di una parte di mondo cattolico che avrà il problema di ritrovare rapidamente un ruolo (possibilmente su questioni di programma politico e non di valori astratti). Un passaggio necessario - quello del centro cattolico - indotto da un quadro politico che, comunque, risulterà troppo squilibrato soprattutto da una destra che sarà più piegata all'estrema destra. Il rischio, insomma è quello di un Parlamento che domani sarà più povero sul piano delle culture politiche e più solo rispetto a un Paese reale che si sentirà non rappresentato, né legittimano. Alla fine, dunque, il rischio vero, quello di cui nessuno parla, è l'innalzamento dell'antipolitica. Questo è il rischio concreto. La questione sulla scheda, come molte di quelle discusse in queste settimane, evitando di affrontare i problemi reali del nostro Paese, rientra nel superfluo. Al piùè rubricabile nelle varie ed eventuali. 08/04/2008 Roger Cohen UBUD (Indonesia). Ricordate come siamo venuti a sapere degli sciiti, dei sunniti, dei curdi e dei più piccoli agenti della frammentazione irachena? Nei prossimi quattro mesi, fino all'apertura dell'Olimpiade di Pechino, il mondo si imbatterà nei vari gruppi di minoranze etniche e religiose della Cina e nel loro risentimento. Le violente agitazioni in Tibet sono solo l'inizio. Con il mondo come palcoscenico, i musulmani Uighur della regione nord-occidentale dello Xinjiang, il movimento spirituale fuorilegge Falun Gong, i mongoli, i kazaki e chiunque voglia in questo momento mettersi in luce avrà finalmente l'opportunità di protestare. Spero che la violenza sarà contenuta e che le autorità cinesi mostreranno flessibilità, ma non c'è da essere ottimisti. Dopo tutto, domenica migliaia di persone hanno protestato a Londra. Se questa settimana un monaco tibetano afferrasse la fiaccola olimpica a San Francisco e si desse fuoco nessuno si stupirebbe. E se invece il 4 giugno il diciannovesimo anniversario della repressione in piazza Tiananmen si svolgerà tranquillamente, tutti ne rimarremo sorpresi. Giocare nella serie A non è certamente una cosa da poco. Ed è questa la situazione della Cina dopo la notevole trasformazione che l'ha condotta a ospitare i giochi olimpici. Nessuna discussione su "ascesa pacifica", "armonia", "multilateralismo" - tutti paroloni che si possono cancellare - può nascondere il fatto che una potenza globale deve fare richiami duri, decidere cosa rappresenta ed essere giudicata. La Cina non può più fare finta di essere la potenza meno invadente per eccellenza in confronto all'invadenza americana. Poiché questo in Burma e oltre non attacca. Il presidente George W. Bush ha chiamato il presidente Hu Hintao due volte da quando sono iniziati i disordini, per spingerlo a venire incontro al Dalai Lama, a smettere di diffamarlo, a stabilire un dialogo e ad aprire il Tibet ai giornalisti stranieri. Ma Christopher Hill, l'assistente segretario di Stato americano per l'Asia orientale, che ha consigliato al presidente di telefonare, mi ha detto che i lodevoli appelli di Bush non avevano trovato ascolto. "Non mi aspetto veramente niente di buono durante i prossimi mesi", ha pronosticato. Durante la Conferenza di Williamsburg, una riunione annuale di alto livello su temi asiatici, non ho sentito dai delegati cinesi una sola parola che deviasse dal punto di vista che agitatori esterni avessero fomentato le proteste del Tibet, che i media stranieri fossero mendaci e maligni, che i discorsi sui diritti umani fossero inaccettabili e che nessun governo avrebbe potuto tollerare un movimento separatista. Per farla breve, ho sentito le tipiche teorie di cospirazione di un qualunque Stato totalitario incapace di comprendere al di là della logica e spinto dal proprio bisogno di controllo. "C'è stato un ordine di interruzione", ha detto Wu Jianmin, presidente dell'Università per gli affari esteri della Cina. "Ma sarebbe un terribile errore politicizzare l'Olimpiade. Ne risentirebbe chiunque. Gli abitanti del Tibet erano servi della gleba e hanno fatto un enorme progresso". Io non discuto gli aspetti feudali della società tibetana. Sarei sorpreso se al di fuori del Tibet non venissero tramati piani sediziosi. Ma le autorità cinesi devono affrontare alcune grandi verità. Tra queste vi è il fatto che mezzo secolo di repressione non è servito a niente; che il Dalai Lama è l'interlocutore più moderato che essi possano incontrare; che ha chiesto l'autonomia del Paese, non l'indipendenza, e che è un personaggio rispettato in tutto il mondo. Piuttosto che screditare i complotti stranieri, la Cina dovrebbe anche riconoscere che l'arrivo di massa dei cinesi Han ha alimentato nei tibetani legittime paure di estinzione della loro cultura e che è maldestro un approccio che prima ammette i giornalisti stranieri in Tibet e poi non lo consente più. Per lungo tempo la domanda essenziale sulla Cina è stata se una dittatura con un'economia di mercato aperto potesse resistere alle sue contraddizioni interne. Ora la domanda è come rendere federale una società composita sotto il controllo di un unico partito. O, come mi è stato suggerito da Raja Maham, politologo indiano: "In un Paese che non distingue tra partito e Stato, come poter creare lo spazio affinché persone diverse riescano ad esprimere loro stesse?". L'India è il Paese che Vidiadhar Surajprasad Naipaul ha definito la terra di "un milione di rivolte". Ogni rivolta è una valvola di sicurezza. "Ma la Cina non può permettersi neanche una rivolta", ha fatto notare Mahan. La leadership del Partito comunista in Cina si è dimostrata notevolmente capace di contenere l'esplosiva crescita del Paese. Ma nelle crisi non si rivela così capace. Nei prossimi mesi si presenteranno un grande numero di crisi che vedo alla radice come sfide al modello assolutista-capitalistico convenzionale. Bush fa bene a partecipare alla cerimonia di apertura dell'Olimpiade. Boicottarla accentuerebbe solo i vecchi sentimenti cinesi di vittimizzazione. E non gioverebbe a nessuno. Ma la Cina ha bisogno di togliersi di dosso l'immagine repressiva di Stato autoritario, parlare con il Dalai Lama e capire che l'armonia in un clima di rigiditàè impossibile. Una dittatura multietnica è nella sua essenza sgretolabile; e lo sarà di più se non si legherà alla sua provincia tibetana. © International Herald Tribune e per l'Italia Il Secolo XIX. (Traduzione di Rossella Olia) 08/04/2008.

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Studiosi dal mondo al Tesoro del Duomo (sezione: Laici e chierici)

( da "Stampa, La" del 08-04-2008)

Argomenti: Laicita'

Evento Lavori nelle sale e una collana specialistica Studiosi dal mondo al Tesoro del Duomo FRANCO COTTINI VERCELLI Si apre con una mostra una nuova stagione di lavori e di ricerca per la Fondazione Museo del tesoro del Duomo e Archivio capitolare. Sabato nella Sala del trono di Palazzo arcivescovile sarà inaugurata l'esposizione "L'arte di educare, dallo Scriptorium vercellese a oggi" che ha coinvolto le tre scuole elementari cattoliche cittadine e le scuole superiori: si tratta di un viaggio tra i diversi strumenti utilizzati per l'insegnamento dal passato fino ai giorni nostri. Una seconda sezione sarà incentrata sulla formazione scolastica nel Medio Evo - le arti del Trivio e del Quadrivio -, l'insegnamento delle scienze e della medicina, le prove di penna per l'avvio alla scrittura: il materiale esposto proviene dal ricco patrimonio di codici e libri dell'Archivio e della Biblioteca capitolare. La mostra resterà aperta fino al 28 settembre il mercoledì dalle 9 alle 12, il sabato dalle 9 alle 12 e dalle 15 alle 18, la domenica dalle 15 alle 18. Per gruppi e scuole sono previste visite su appuntamento (fax 016151650) anche fuori da questi orari. L'inaugurazione della mostra sarà l'occasione anche per fare il punto sui grandi progetti che la Fondazione presieduta da Enzo Pozzolo ha in cantiere nel triennio 2008-2010 con baricentro il museo voluto e realizzato dal cardinale Tarcisio Bertone negli anni in cui era arcivescovo di Vercelli. Si partirà con la ristrutturazione del Palazzo Arcivescovile che ospiterà l'allestimento permanente della Pinacoteca. Parallelamente è stato avviato, in collaborazione con le Soprintendenze competenti, il progetto di ampliamento del percorso museale, con una nuova sezione incentrata sullo sviluppo e l'articolazione della topografia cristiana della città, dalla tarda antichità al medioevo, attraverso reperti archeologici integrati con documenti storico-artistici. Un'attenzione particolare sarà riservata alla storia degli scavi e allo studio della Cattedrale. Di notevole valenza culturale è la nascita di una collana della Fondazione Museo del Tesoro del Duomo e Archivio Capitolare, destinata ad accogliere periodicamente una serie di pubblicazioni specialistiche e di elevata qualità. Il primo volume della Collana, che sarà dato alle stampe nel corso del 2008, sarà il Catalogo dei codici dal IV al XII secolo, un'opera di notevole importanza dato che l'ultimo studio organico sul fondo dei manoscritti conservati nella Biblioteca Capitolare di Vercelli, realizzato dal Pastè, risale al 1925. Il secondo volume sarà costituito dagli atti di una giornata di studi sul Crocifisso, che si terrà nell'autunno 2008, in occasione del 25° anniversario dello scempio di questo straordinario capolavoro di oreficeria commesso durante un tentativo di furto in cattedrale. Il progetto editoriale degli anni successivi potrebbe comprendere, a cadenza annuale, volumi riguardanti le collezioni del Museo del Tesoro del Duomo e della Pinacoteca, i resoconti degli scavi archeologici condotti in Cattedrale e nelle altre chiese vercellesi, l'edizione critica del Vercelli Book e il catalogo dei volumi a stampa del XVI secolo conservati nella Biblioteca Capitolare. Infine nel 2011, in occasione del 150° anniversario dell'Unità d'Italia, la Fondazione ricorderà con una esposizione particolare monsignor Alessandro dei Marchesi d'Angennes, arcivescovo di Vercelli, senatore del Regno, anima e creatore di molte istituzioni cittadine. "I progetti sono tanti - commenta il presidente Enzo Pozzolo -, forse un po' ambiziosi ma in accordo con la funzione pastorale dei musei ecclesiastici, chiamati a coltivare la propria identità con molta determinazione. Si tratta di un compito difficile ai nostri giorni, che implica uno stile propositivo, intraprendente, ricco di iniziative culturalmente vivaci. L'avvio di questi intensi anni di lavoro scaturisce pertanto da un sentito e doveroso ringraziamento verso coloro, laici e religiosi, che fino ad oggi hanno creduto nel Museo del Tesoro del Duomo, sostenendolo nella crescita, nella formazione e nello sviluppo".

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A sinistra, per quattro ragioni (sezione: Laici e chierici)

( da "Manifesto, Il" del 08-04-2008)

Argomenti: Laicita'

L'appello A sinistra, per quattro ragioni Roma Un voto utile, ma sul serio, un voto di parte, laico e di speranza. Ci sono (almeno) quattro buone ragioni per votare sinistra il prossimo 13 e 14 aprile. Lo sostiene un gruppo di intellettuali che ha firmato un appello a favore dell'arcobaleno. Fra loro Pietro Ingrao, Marco Bellocchio, Luciana Castellina, Mario Ceroli, Marcello Cini, Luciano Gallino, Paul Ginsborg, Margherita Hack, Lea Melandri, Mario Monicelli, Achille Occhetto, Valentino Parlato, Tamar Pitch, Rosanna Praitano, Giuseppe Prestipino Marco Revelli, Gianni Rinaldini, Rossana Rossanda, Paolo Rossi, Edoardo Sanguineti, Aldo Tortorella, Mario Tronti, Dario Vergassola. Le "quattro buone ragioni" per una "scelta di parte" sono: prima: perché è un voto utile alla democrazia italiana e alla rinascita della politica. La contesa elettorale non può ridursi a una partita a due, o a un referendum tra leadership spettacolari". Seconda: "perché è un voto di parte. Dalla parte dei lavoratori e dei diritti del lavoro, operaio, precario, intellettuale, sfruttato, sottopagato, umiliato. Delle donne, dei giovani e dei nuovi cittadini e cittadine migranti in cerca di libertà". Terza: "perché è un voto laico. Per fermare l'invadenza interventista delle alte gerarchie vaticane e le tentazioni neo-temporaliste della Chiesa cattolica". Niente guerre di religione né antistorici steccati tra credenti e non, dice l'appello, ma "la laicità dello Stato e il primato del Parlamento" sono il fondamento più solido della libertà di tutti. Quarta, la speranza: per una sinistra capace di rigenerare se stessa", l'inizio di "un percorso positivo nel fuoco di queste elezioni.

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Caro Signor Gervaso, come lei, mi guardo spesso intorno e mi domando dove siano i De Gasp (sezione: Laici e chierici)

( da "Messaggero, Il" del 08-04-2008)

Argomenti: Laicita'

Eri, gli Einaudi, i Nenni, i La Malfa, i Saragat, i Togliatti, gli Almirante. Forse ci sono, ma io non li vedo. Io vedo soltanto (con poche, rare eccezioni) solo "vecchi turbanti" della politica e giovani arrivisti, che dicono di avere a cuore le sorti del Paese ridotto nelle condizioni che sappiamo (basti pensare a Napoli e alla Campania), mentre tirano l'acqua solo al proprio mulino. Le elezioni sono vicine e non ho ancora deciso per chi voterò. Forse, deluso, non voterò per nessuno. Scusi lo sfogo, ma lo spettacolo che ci offre il "Palazzo" è desolante. Le sarei grato se dedicasse questa rubrica alla rievocazione di quel grande statista che fu Alcide De Gasperi. Fra parentesi, è vero che, in età giovanile, rappresentò il Trentino nel Parlamento austriaco? Ed è vero che era monarchico? Attilio Rubini - Reggio Calabria Caro Rubini, i suoi rimpianti sono i miei rimpianti. E i rimpianti di chi, come noi (immagino anche lei) visse gli anni difficili, ma esaltanti, del secondo dopoguerra. De Gasperi, nel 1919, dopo la sconfitta degli Imperi Centrali, fu a fianco di don Sturzo, fondatore del Partito popolare. E nel 1924, quando il prete di Caltagirone, costretto dalla Chiesa, che pensava al Concordato e intratteneva buoni rapporti con Mussolini, dovette lasciare l'Italia ed emigrare negli Stati Uniti, il leader trentino prese in mano le redini del partito cattolico. Non le tenne a lungo ché, il 3 gennaio 1925, dopo il delitto Matteotti, il Duce instaurò la dittatura e mise fuori legge gli oppositori. Chi non stava con il regime veniva perseguitato e chi lo contrastava o finiva al confino o in galera. Nel 1926 ci finì anche De Gasperi che, tornato in libertà, fu assunto come bibliotecario in Vaticano (dove, molti anni dopo, incontrerà il giovane Andreotti). Nell'ottobre 1942, quando le sorti della guerra, una guerra sciagurata, accanto al cupo e sanguinario dittatore nazista, cominciarono a volgere al peggio per il nostro Paese, De Gasperi partecipò alla formazione del partito cattolico, non più popolare, ma democratico cristiano. Quando calò il sipario sul conflitto, dopo il governo dell'azionista Ferruccio Parri, succeduto a due esecutivi Bonomi e Badoglio, il 10 dicembre 1945 divenne presidente del Consiglio. Il 2 giugno 1946 gli italiani furono chiamati a scegliere fra repubblica e monarchia. Una monarchia screditata dalla ignominiosa fuga di "re Sciaboletta", Vittorio Emanuele III, e del maresciallo piemontese, ora primo ministro, a Pescara e a Brindisi. Gli italiani scelsero, e fecero bene, la repubblica. Il cuore di De Gasperi batteva forse più per la monarchia, perché, a suo tempo, suddito di quella asburgica, che aveva regnato su un Impero composito, amministrandolo con scrupolo, efficienza e lungimiranza. Ma era un uomo troppo intelligente e un politico troppo accorto e pragmatico per non rendersi conto che una guerra perduta, e perduta in quel modo, aveva provocato nel Paese una profonda e irreparabile frattura istituzionale. Imbarcò, com'era giusto, visto il ruolo svolto nella Resistenza, anche i comunisti e i socialisti. Ma quando, dopo un viaggio negli Stati Uniti e un incontro con il presidente Truman, capì che l'Italia o si schierava con lo "zio Sam" o con "Baffone", li estromise. Lo statista trentino era laico e democratico e non esitò a scegliere l'America. In cambio ottenne confini e immediati aiuti economici, senza i quali il Paese sarebbe piombato nella disperazione e nel caos. Il suo non fu accattonaggio, come lo bollò la Sinistra, ma amor di Patria. Nessuno ebbe più senso dello Stato di lui, e nessuno fu più coerente nelle proprie scelte. Quando, nel 1947, dopo la scissione di Palazzo Barberini, i socialdemocratici ruppero con il Fronte popolare, costituì un nuovo governo con i democristiani e laici della statura e dirittura morale di Einaudi, cui affidò l'economia, e il conte Sforza, che nominò ministro degli Esteri. Mi manca lo spazio per rievocare e celebrare la ricostruzione del Paese, di cui lo statista trentino fu l'infaticabile, appassionato artefice. Le elezioni del 1948 furono un trionfo della Dc e del suo leader, che rimase al potere fino al 1953, quando i "giovani turchi" del partito, capeggiati da Fanfani, lo disarcionarono. L'anno dopo si congederà dal mondo a Sella di Valsugana, nel suo Trentino. I compagni di partito lo piansero, ma furono lacrime di coccodrillo. Quanto al giovane De Gasperi, le consiglio un documentatissimo saggio di Stefano Trinchese: "L'altro De Gasperi", sottotitolo "Un italiano nell'impero asburgico: 1881-1918". Soddisferà tutte le sue curiosità. atupertu@ilmessaggero.it.

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Caro direttore, credo che gli articoli di Barbara Spinelli e di Fabio Fazio siano due importa (sezione: Laici e chierici)

( da "Stampa, La" del 08-04-2008)

Argomenti: Laicita'

Nti contributi al tentativo di far chiarezza sull'attuale articolazione dei soggetti politici nel nostro Paese, anche sul rapporto politica e religioni e in particolare religione cattolica, società politica e Chiesa cattolica italiana, specialmente dopo che è venuta meno l'importante funzione mediatrice della Democrazia cristiana. Barbara Spinelli è una acuta politologa, e politologo e bravo giornalista, anche della carta stampata, dimostra essere Fabio Fazio. Io sono un vecchio politico della "gloriosa prima repubblica", che sa però anche qualcosa di dottrina politica, di filosofia e anche, da laico, di teologia cristiana e di pensiero religioso in generale, da non molto anche giornalista, almeno iscritto all'Ordine. Cercherò però di dire qualcosa di non banale. Vorrei anzitutto dire che, nato in una famiglia laica, repubblicana e antifascista, educato nella fede cattolica e allevato nel così detto "cattolicesimo militante" dall'età di sei anni (mio padre mi mandò in parrocchia al grido: "Meglio i preti dei fascisti!": e antifascisti erano il mio parroco e il mio vescovo, ed erano tempi difficili!), sono stato sempre favorevole al dialogo e alla ricerca della composizione sul piano politico dei diversi ideali. Ma ritengo che il dialogo per portare al reciproco rispetto, alla reciproca comprensione e alla "composizione", presupponga l'affermazione sincera e non dissimulata della propria identità. Ho riletto in questi giorni il confronto tra Habermas e Ratzinger, e ricordo quello meno conosciuto, tra l'"amico" Joseph Ratzinger e l'amico Massimo Cacciari, cioè fra tre uomini non solo di grandissima cultura, ma anche di grande apertura all'"altro": e solo chi non ha letto e non conosce Joseph Ratzinger può pensare di lui il contrario. Se Joseph Ratzinger, non solo da teologo ma anche da Papa, non dicesse quello che dice anche su aborto, divorzio, fecondazione assistita, come liberale, anzi cattolico liberale, non mi sentirei tranquillo sul piano delle scelte libere e informate dei cittadini e anche dei membri del Parlamento. E chi confonde i rapporti tra Santa Sede e Stato italiano e rapporti tra Chiesa Cattolica e società civile commette non solo un grande errore, ma uno sbaglio fuorviante. Così come chi confonde la laicità dello Stato, grande conquista dello Stato liberale che però non sarebbe stata possibile senza il cristianesimo, ed il "laicismo" di Stato, novella "religione laica" che abbiamo ereditato dalla Rivoluzione francese, che fu certo democratica, ma non liberale, come fu anche la Rivoluzione d'Ottobre, che della prima fu unica e legittima erede. Ci si chiede se il partito democratico sia un partito laico, anche se in realtà si vuol dire non "laico", ma "laicista". E ci si chiede anche se esso rispetti la "libertà di coscienza". In realtà la libertà di coscienza non ha bisogno di essere riconosciuta da nessuno: essa si testimonia, come la testimoniarono San Lorenzo e il pastore evangelico-luterano Dietrich Bonhöffer. Cosa diversa è il principio del primato della coscienza da far valere nei confronti delle leggi degli Stati, delle leggi e delle direttive delle Chiese ed eziandio anche dei partiti cui si appartenga. Questo principio è stato accettato solo di recente, prima dalle Chiese cristiane (anticamente non solo la Chiesa cattolica ma anche le Chiese riformate mandavano al rogo gli eretici!), poi tra gli Stati per primi gli Stati Uniti d'America, il cui nucleo fondamentale fu costituito prima dai padri pellegrini, riformati che dissentivano dal tradizionalismo della "established" Chiesa d'Inghilterra, e poi da un manipolo di cattolici inglesi che vollero rimanere fedeli alla Santa Sede e che, guidati da chi poi divenne Lord Baltimore, fondarono la Colonia del Maryland. Oggi il problema si pone, e lo pone Fazio - certo molto meno drammaticamente, perché non si tratta né di roghi, né di impiccagioni, né di decapitazioni come avvenne al grande umanista sir Thomas More, non solo per i cattolici ma anche per gli anglicani, santo e martire ("Mi dichiaro servitore fedele del Re - e cioè dello Stato - ma prima di Dio!"): ma erano altri tempi! -, rispetto ai cattolici del Partito democratico. È il partito democratico un partito "laico"? Certamente sì! I cattolici potranno far valere il principio del primato della coscienza nelle materie "eticamente sensibili" altrimenti dette: "materie non trattabili"? Non credo proprio, anche perché i cattolici non "del" (perché usare questo termine sarebbe assai poco "laico"...), ma "nel" partito democratico, sono molto diversi tra loro: tra "cattolici democratici" o "cattolici adulti" da una parte e "teodem" o "cattolici infanti" dall'altra parte, come perfino e anche tra i vescovi! Per quanto mi riguarda, forse io voterò per il Partito democratico, anche se ancora non ho ben capito cosa sia!: ma io non sono iscritto a questo partito, e in Parlamento voterò come mi pare, anzi, come appartenente alla Diocesi di Roma e quindi fedele del Vescovo di Roma, che è anche Papa. Ed io sono un "cattolico infante", quasi un "teocon". È ancora permesso, o secondo i principi della "laicità" mi sarà proibito?.

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