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DEL 28-3-2008 #TOP
Il
nostro partito senza muri ( da "EUROPAQUOTIDIANO.it"
del 28-03-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: del credente e del laico insieme. E che sono l'esempio di come larga parte della storia dell'impegno dei cattolici sia stata segnata, in Italia, da momenti in cui ad una astratta etica della testimonianza è stata privilegiata un'etica della responsabilità, per garantire la coesione sociale e culturale del paese.
Ricostruire
la sinistra, la sfida del ventunesimo secolo
( da "Manifesto,
Il" del 28-03-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: per abbattere i muri da Nord a Sud, fra padri e figli, laici e cattolici, destra e sinistra" e per costruire un'Italia "grande e lieve". Nasceva con una visione ecumenica, sottolineando i valori comuni, le virtù dei cittadini, le colpe della politica. Sparivano Marx e Togliatti, Turati e Matteotti, e Gramsci.
Tra
le molte, giuste considerazioni che si sono fatte per spiegare la
difficoltà di un ricambio ( da "Stampa, La"
del 28-03-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: laica, con l'insegnamento degli azionisti subalpini Norberto Bobbio e Alessandro Galante Garrone. Nello stesso tempo, ha espresso grandi e difformi figure di ispirazione cattolica, come padre Pellegrino e Sergio Quinzio. I designer torinesi hanno saputo creare uno stile ammirato in tutto il mondo e la struttura Fiat ha formato manager che sono stati apprezzati e utilizzati anche
VENERDI'
28 Valutare stanca LICEO CLASSICO GIOBERTI, VIA SANT'OTTAVIO 9/11, ORE 9-17,
( da "Stampa,
La" del 28-03-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: 31 Scuola laica CESEDI, VIA FERRARI 1, ORE 9,30-12,15 e 15-17 Convegno "Insegnare laicamente: ambiti disciplinari e saperi per una formazione critica". Partecipano Cesare Pianciola, Gigliola Corduas, Domenico Chiesa, Stefano Vitale, Marco Chiazza, Aldo Fasolo, Lidia De Federicis, Gian Enrico Rusconi, Gustavo Zagrebelsky.
( da "EUROPAQUOTIDIANO.it" del 28-03-2008)
Argomenti: Laicita'
LAICI E CATTOLICI
NEL PD "Lavorando insieme cambieremo l'Italia" Il nostro partito
senza muri "C'è un grande patrimonio che vive, attraverso le
persone animate dalla fede vera e profonda, dentro il Pd, e che contribuisce a
dargli forza" WALTER VELTRONI Esce in questi giorni il nuovo numero della
rivista "Quarta fase" che pubblica, tra l'altro, le relazioni del
convegno "Educare al bene comune", organizzato a Roma, il 27 febbraio
scorso, dalle diverse anime del cattolicesimo politico che fanno riferimento al
Pd. Pubblichiamo alcuni stralci delle conclusioni di Walter Veltroni. Chiunque
si metta in ascolto con mente aperta e libera percepisce oggi, nelle nostre
società, uno smarrimento diffuso. Individuale, ma anche collettivo. Una
vera e propria "perdita di senso", sotto una fitta coltre di egoismo
e di cinismo. Un deserto di valori, che conduce all'indifferenza verso ogni
regola morale, che fa della vita e dei sentimenti degli altri una variabile che
non conta, perché l'unica cosa importante è procedere a tutta
velocità, e nel modo più facile possibile, nella ricerca del
proprio ed esclusivo benessere. E in questa ricerca, che è poi ricerca
del "successo", perché è l'approvazione esterna che
conta mille volte di più della soddisfazione personale, è
importante non "essere", ma "apparire". Non il cammino, ma
il traguardo da tagliare per primi, se necessario anche deviando dal percorso,
prendendo una scorciatoia non consentita. Questo è il messaggio che
arriva, purtroppo soprattutto ai giovani, dalla cultura oggi predominante. Oggi
la grande questione di fronte a noi è quella dei valori. Valori consumati
dalla cultura predominante del nostro tempo, che è,
"ingannevolmente, quella dello "star bene" come principio
assoluto ", per riprendere le parole scelte in occasione della scorsa
Pasqua dal cardinal Martini. Valori senza i quali una società non
può stare insieme, non è nemmeno più tale, e un individuo
rischia di essere solo un viandante privo di meta, privo del senso stesso del
suo cammino. Eppure. Eppure resta vero che le persone vogliono, ancora oggi,
sentire di avere uno scopo. È vero che vogliono essere riconosciute
nella loro individualità e al tempo stesso sentirsi parte di qualcosa di
più grande. Vogliono poter credere di non essere semplicemente destinate
a percorrere una lunga strada verso il nulla. Non è, questa, una cosa
che riguarda solo chi crede. E la politica non può chiamarsi fuori, non
può essere indifferente. Il terreno degli ideali e dei valori morali che
servono per tenere insieme una società è grandissimo. Le
convinzioni di fede di ciascuno si possono e si devono conciliare con il bene
di tutti, superando i reciproci sospetti, cercando un punto di incontro
virtuoso, che non mortifichi i convincimenti degli uni o degli altri. (...) Il
Partito democratico ha il suo fondamento nel portare con sé, nella sua
stessa identità, due idee precise: quella di un paese non più
separato da muri, da cortine di ferro, e quella di una politica non più
ideologica. Una politica, cioè, che non sceglie di far suo un unico
principio, un unico interesse, come se in una decisione si dovesse considerare
un solo aspetto, un solo sguardo sul mondo, in un gioco a somma zero. Una
politica che sceglie invece di equilibrare tutto questo, con ragionevolezza e
potremmo dire con saggezza. La politica, per come la intendiamo noi, è
questo. Ognuno di noi ha certamente un sistema di valori morali che ispirano e
orientano, che danno senso e perfino gusto al suo impegno politico. Per molti
questi valori sono di origine religiosa. Nessuno di noi potrebbe rinunciarci o
farne a meno. Ma nessuno di noi può pensare di tradurli in modo diretto
e immediato nell'attività e nella decisione politica. Voglio rifarmi
ancora a Pietro Scoppola, a un articolo che scrisse il giorno della visita di
papa Giovanni Paolo II al parlamento italiano, perché non saprei dir
meglio: "La laicità dello Stato italiano non è indifferenza
dello Stato al fattore religioso, non è ideologia di Stato alternativa a
singole fedi religiose, ma riconoscimento del ruolo e degli spazi di ogni fede
religiosa, come fattore che contribuisce al formarsi di un'etica collettiva nel
quadro di un pluralismo e di una libertà a tutti garantiti". (...)
Il mondo sta cambiando attorno a noi. E l'Italia non ha a che fare con una
crisi congiunturale, dalla quale potrà uscire più o meno come
è entrata. (...) Solo se sapremo ascoltare le domande che arrivano dalle
famiglie italiane, se sapremo sostenerle concretamente e farle essere
serenamente quel luogo d'amore e di solidarietà che sono, proteggendo i
bambini con leggi che puniscano nel modo più severo chi si macchia del
più orrendo dei crimini; e ancora moltiplicando i posti negli asili nido
e rendendo più flessibili gli orari e i tempi di lavoro, aiutando in
modo significativo attraverso l'introduzione di una "Dote fiscale" le
famiglie con figli. (...) Per tutto questo è nato il Partito democratico:
non per affiancare forze che restano divise, magari accomunate solo dal nemico
da sconfiggere. Tutto il contrario: il Partito democratico è nato per
unire il paese, per abbattere muri e steccati, per aprire porte e costruire
ponti: tra impresa e lavoro, tra lavoratori dipendenti e autonomi, tra Nord e
Sud, tra padri e figli, tra laici e cattolici.
Perché solo insieme, lavorando insieme, pensando insieme, cercando
insieme, ce la possiamo fare. Insieme, laici e cattolici
del Partito democratico, noi rivendichiamo il valore della nostra
responsabilità. Dell'etica della responsabilità. Alcide De
Gasperi, pochi mesi dopo la fine della guerra, alla prima Settimana Sociale dei
Cattolici italiani, richiamava il carattere inevitabilmente diverso dei due
punti di vista: "Avvicinarsi a questa assise ", disse, "è
come eseguire una grande ascensione montana. Ci si trova in un'atmosfera
ossigenata. Non sempre quando si scende dall'alta montagna è possibile
mantenere la stessa atmosfera, e direi non sempre la stessa prospettiva
può essere attuata quando si tratti di dover fissare una pratica di
convivenza civile che tiene conto delle opinioni altrui e che deve cercare una
via di mezzo fra quelle che possono essere le aspirazioni di principio e le
possibilità di azione". Sono parole che testimoniano la grandezza
dello statista e dell'uomo, del credente e del laico
insieme. E che sono l'esempio di come larga parte della storia dell'impegno dei
cattolici sia stata segnata, in Italia, da momenti in cui ad una astratta
etica della testimonianza è stata privilegiata un'etica della
responsabilità, per garantire la coesione sociale e culturale del paese.
Come non ripensare, ad esempio, all'atteggiamento di Aldo Moro, che ricorderemo
domani, sul referendum sul divorzio e sulla solidarietà nazionale. Come
non andare con la mente e col cuore a uno degli uomini che tra i primi ha
indicato il cammino e ha lavorato per aprire la strada. "Aveva un
fortissimo pudore e riserbo sulle cose intime e personali", ha detto Giovanni
Bazoli ricordando Beniamino Andreatta, "ma è altrettanto vero che i
valori del cattolicesimo informavano le sue scelte e i suoi comportamenti
privati e pubblici". C'è un grande patrimonio che vive, attraverso
le persone animate da fede vera e profonda, dentro il Partito democratico, e
che contribuisce a dargli identità e forza. È anche grazie a
questa ricchezza che proseguiremo il nostro cammino e che cambieremo l'Italia.
Insieme.
( da "Manifesto, Il" del 28-03-2008)
Argomenti: Laicita'
L'intervento
Ricostruire la sinistra, la sfida del ventunesimo secolo Giovanni Pieraccini Il
nove marzo si è votato in Europa, in Spagna e in Francia e nella tarda
sera una notizia è corsa attraverso tutti i mass media: hanno vinto i
socialisti, con i loro partiti e, con loro, il Partito socialista europeo. Il
sedici marzo al secondo turno francese delle elezioni amministrative la stessa
notizia si ripete: hanno vinto i socialisti. Colpiva con grande evidenza
l'anomalia italiana dove non c'è più fra i protagonisti una
grande forza socialista. Da lungo tempo, durante l'infinita gestazione della
nascita del Partito democratico era stato insegnato
che l'epoca della socialdemocrazia (e ancora più del socialismo) era
finita e pochi giorni prima del voto spagnolo Veltroni aveva dichiarato proprio
allo spagnolo El Pais: "Siamo riformisti, ma non di sinistra". Il
Partito democratico nasceva "per unire l'Italia, per
abbattere i muri da Nord a Sud, fra padri e figli, laici e cattolici, destra e sinistra" e per costruire un'Italia "grande
e lieve". Nasceva con una visione ecumenica, sottolineando i valori
comuni, le virtù dei cittadini, le colpe della politica. Sparivano Marx
e Togliatti, Turati e Matteotti, e Gramsci. Era il partito ecumenico
della nazione, della patria, degli italiani nel quale stanno fianco a fianco
imprenditori, operai, prefetti, poliziotti, precari, giovani, liberali, socialisti,
cattolici integralisti e radicali anticlericali. Una
dubbia "novità" questa, che sa di antico; che imbarca Di
Pietro e i radicali, ma esclude i socialisti e accusa ingiustamente la sinistra
di aver colpito Prodi, quando invece è il Partito democratico a aver
liquidato l'esperienza dell'Unione. Una "novità" che per altro
usufruiva del sostegno dei mass media (insieme al Popolo della libertà)
e che riduceva le voci delle minoranze, facendo scomparire un quotidiano aperto
al dialogo delle forze di sinistra come Il Riformista, riducendo al tempo
stesso la presenza delle forze minoritarie nella stessa campagna elettorale.
Questo mentre un analogo processo ecumenico si svolgeva e si svolge nel
centrodestra, con un accalcarsi di tutti su posizioni di centro. In
realtà i due partiti hanno programmi simili, tanto da suscitare il
lamento di Berlusconi di essere stato
"copiato": ridurre la pressione fiscale, aumentare i salari,
difendere la famiglia, migliorare la sanità, porre mano alle
infrastrutture, assicurare sicurezza e giustizia. Sono misure (alcune anche
necessarie) anticongiunturali per il rilancio dei consumi e per la crescita del
Pil, sostanzialmente di redistribuzione dei redditi che si scontreranno -
chiunque vinca - con le gravi difficoltà di una situazione economica al
margine della recessione. Ma soprattutto sono misure simili perché
nascono dal pensiero unico dell'accettazione del mercato come il meccanismo
capace di garantire il progresso, lo sviluppo e la soluzione della crisi. Non a
caso anche Carlo Azeglio Ciampi, certamente non un nemico del mercato, ha
denunciato una campagna elettorale fatta di "piccolo cabotaggio con
polemichette di quart'ordine e senza un confronto con grandi idee e sui grandi
principi. I temi dell'economia sono pressoché assenti". Ma siamo
arrivati al punto che persino Giulio Tremonti arriva a scrivere:
"L'economia è importante, ma la realtà nella sua pienezza e
la vita nella sua complessità sono una cosa diversa. Il mercatismo,
l'ideologia totalitaria per governare il XXI secolo, demonizzava lo stato, quasi tutto ciò che era pubblico e
comunitario, ponendo la sovranità del mercato in posizione di dominio su
tutto il resto. Ora non si può più dire che questa è una
linea giusta, la linea esclusiva". La politica non ha fatto altro che
adeguarsi a questo stato di cose, quando invece il
panorama interno e internazionale è inquietante e drammatico, pieno di
conflitti, di integralismi, di terrorismo, di disastri ambientali, con un
meccanismo del mercato che porta con sé i venti delle crisi e una
permanente violazione delle sacre regole della concorrenza, del trionfo della
mano invisibile. Ci sono forze di contestazione e di protesta, ma anche di
riforma e di sviluppo democratico, fra le quali preminente in Europa la forza socialista.
Come ripartire anche in Italia? Due compiti mi sembrano ineludibili. Intanto
ricostruire alcune premesse indispensabili a una democrazia matura. Cioè
cambiare le regole a partire dalla legge elettorale e da alcune riforme
costituzionali. E' una necessità per tutti, poiché è
pericoloso per la stessa democrazia, avere una legge elettorale che stabilisce
un dominio oligarchico di poche persone alla testa dei partiti perfino per la
formazione del parlamento e la "nomina" dei parlamentari. Inoltre per
chiunque vinca, non si potrà governare con l'attuale, senza avvitarsi in
una crisi permanente del nostro paese. Il secondo compito è di
ricostruire la sinistra. I limiti del passato vanno risolutamente abbandonati,
tanto più che nel paese è sempre più avvertito il bisogno
di una grande politica di riforme, di libertà, di laicità, di
giustizia sociale nel segno del socialismo, che oggi però non trova
più il suo naturale referente politico. Occorre, dopo le elezioni,
aprire un dialogo a tutto campo, tra coloro che nello stesso Partito
democratico si sentono ancora socialisti, passando per i socialisti che sono
organizzati in partito, siano o no nel nuovo Parlamento, fino alle forze
raccolte nella Sinistra l'Arcobaleno. L'obiettivo deve essere la definizione del
programma e dell'organizzazione del socialismo del XXI secolo, per questo
è però indispensabile che il 13 e 14 aprile esca dalle urne un
segnale chiaro a favore delle forze della sinistra italiana.
( da "Stampa, La" del 28-03-2008)
Argomenti: Laicita'
Generazionale nelle
classi dirigenti, il professor Garelli, sulla Stampa di ieri ha citato
l'ipotesi di una specificità locale: la presenza di grandi solisti,
incapaci di far crescere, intorno a loro, un gruppo di giovani che possano
raccoglierne l'eredità. Eppure Torino, nella seconda metà del
secolo scorso, ha fatto scuola all'Italia in molti campi. Ha fornito il
più alto modello di cultura civile laica, con
l'insegnamento degli azionisti subalpini Norberto Bobbio e Alessandro Galante
Garrone. Nello stesso tempo, ha espresso grandi e difformi figure di ispirazione
cattolica, come padre Pellegrino e Sergio Quinzio. I designer torinesi hanno
saputo creare uno stile ammirato in tutto il mondo e la struttura Fiat ha
formato manager che sono stati apprezzati e utilizzati anche fuori dal
gruppo. In politica, la scuola piemontese, assieme a quella sarda, ha
rappresentato il nerbo della classe dirigente. Infine, bastano i nomi dei due
Nobel torinesi, Renato Dulbecco e Rita Levi Montalcini, per valutare il peso
della nostra scuola scientifica nel panorama nazionale Per tutti gli italiani,
insomma, esisteva in molti settori, un "modello" torinese e
piemontese, forte di una precisa identità. Suscitava ammirazione o
avversione, poteva essere imitato o contrastato, ma la
personalità di quella scuola non era discutibile. Ecco perché, al
di là della gerontocrazia nella classe dirigente, un problema che
riguarda tutta l'Italia e che non ha, a Torino, differenze apprezzabili, forse
più utile sarebbe capire perché si stanno scolorendo le identità
forti di quelle scuole torinesi che hanno distinto la nostra città nel
panorama complessivo della nazione. Una tendenza che contrasta, tra l'altro,
con l'indubbio miglioramento della percezione che gli italiani hanno di Torino.
Il fenomeno, quindi, non lo si può attribuire a un declino o una
marginalizzazione della nostra città. Anzi, è come se il venir
meno del ruolo di arcigno e ingombrante "maestrina d'Italia"
contribuisse al favore, persino un po' esagerato, con il quale si apprezzano i
risultati del cambiamento cittadino in questi ultimi anni. Può anche
darsi che questi opposti orientamenti siano indipendenti tra loro, ma la
coincidenza desta qualche oscura inquietudine. Vale la pena, per essere
più simpatici, perdere il ruolo di coscienza critica della nostra nazione?
Vale la pena annacquare i caratteri forti dell'identità torinese e
piemontese, pur di farci più facilmente accettare da una comunità
nazionale, una volta così diffidente nei nostri confronti? Ma vale
ancora la pena, poi, di farsi queste domande?.
( da "Stampa, La" del 28-03-2008)
Argomenti: Laicita'
LUNEDI' 31 Scuola laica CESEDI, VIA FERRARI 1, ORE 9,30-12,15 e 15-17
Convegno "Insegnare laicamente: ambiti disciplinari e saperi per una
formazione critica". Partecipano Cesare Pianciola, Gigliola Corduas,
Domenico Chiesa, Stefano Vitale, Marco Chiazza, Aldo Fasolo, Lidia De
Federicis, Gian Enrico Rusconi, Gustavo Zagrebelsky.