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DOSSIER “ISRAELE-PALESTINA. Se scoppia l’intelligenza” |
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tARTICOLI DELL’ 8-4-2008 #TOP
IN EVIDENZA
Marwan Barghouti, il
leader palestinese di Tanzim detenuto in un carcere israeliano dal 2002,
con 5 ergastoli da scontare, incassa il riconoscimento del l ministro
israeliano delle
Infrastrutture, Binyamin Ben-Eliezer, che ha chiesto la sua
liberazione come condizione necessaria per il rilancio dei negoziati
di pace, e si candida ufficialmente al ruolo di mediatore.
In una lettera inviata agli attivisti israeliani di Peace Now Barghouti afferma
che «La maggior parte del popolo palestinese è pronto per una storica
riconciliazione», specificando che questa deve trovare fondamento in
risoluzioni internazionali che abbiano l’obiettivo della creazione di un
nuovo stato per l’Anp.
La lettera dello
storico esponente di Fatah, riportata dal quotidiano israeliano Yedioth
Ahronot, inizia con l'offerta di un accordo: «Siamo pronti - scrive - per
una riconciliazione che possa garantire a noi e ai nostri figli una vita priva
di minacce di guerra e di spargimenti di sangue. Occorre raggiungere un cessate
il fuoco quanto prima è possibile».
Secondo l’ex
leader dei Tanzim in Cisgiordania, il popolo palestinese «desidera fortemente
vedere realizzato il proprio sogno di libertà, indipendenza e pace, e sta
attendendo la fine dell’occupazione israeliana». «Ma per raggiungere questo
obiettivo», la costruzione degli
insediamenti e la confisca delle terre devono cessare immediatamente, mentre le
istituzioni palestinesi a Gerusalemme devono essere riaperte».
Tra i
provvedimenti necessari all’obiettivo della pace Barghouti elenca anche la
rimozione dei posti di blocco israeliani e «la fine della politica degli
arresti e delle uccisioni mirate, così come l’interruzione dell’assedio a
Gaza». «Israele deve anche riaprire i valichi di confine e rilasciare migliaia
di detenuti palestinesi».
Le condizioni di Barghouti per rilanciare la trattativa non cedono
comunque rispetto alle rivendicazioni in atto: rientro di Israele
nei confini pre 1967 e creazione di uno stato palestinese indipendente con
Gerusalemme Est come capitale.www.ynetnews.com/
Israele
avverte Teheran: se ci attaccate vi distruggeremo Il monito durante la più
imponente esercitazione militare nella storia dello Stato ebraico. Hezbollah:
Pronti alla guerra ( da "Unita, L'"
del 08-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: edizione del Israele avverte Teheran: se ci attaccate vi distruggeremo Il monito durante la più imponente esercitazione militare nella storia dello Stato ebraico. Hezbollah: "Pronti alla guerra" di Umberto De Giovannangeli A un attacco dell'Iran Israele replicherebbe in modo talmente duro da causare la "distruzione" della nazione iraniana.
I
musicisti egiziani si perdono in Israele
( da "Stampa,
La" del 08-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: LA BANDA I musicisti egiziani si perdono in Israele Rivelazione all'ultimo Festival di Cannes, "La banda" dell'esordiente Eran Korilin racconta la singolare storia della banda musicale della polizia di Alessandria d'Egitto che accoglie l'invito di suonare all'inaugurazione del centro culturale arabo di una cittadina israeliana.
Notizie
( da "Manifesto,
Il" del 08-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Israele-Palestina Nulla di fatto nel vertice tra Olmert e Abu Mazen Il vertice Olmert-Abu Mazen di ieri a Gerusalemme ha avuto esiti quasi nulli. Per Israele i due leader hanno ribadito il loro impegno nei confronti del negoziato cominciato ad Annapolis e per la conclusione di uno accordo entro la fine dell'anno.
Amo
la forma racconto, è completa come un uovo
( da "Manifesto,
Il" del 08-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: dedicato a Israele, nel sessantesimo anniversario della sua nascita. Lei cosa ne pensa? Ritengo che il boicottaggio sia assolutamente sbagliato. Non partecipare a un incontro letterario, evitando di incontrare scrittori che provengono da un paese di cui non si condividono le azioni governative, mi sembra una assurda riduzione della letteratura al comune denominatore della politica.
Individuato
il gene della dittatura ( da "Libero"
del 08-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Lo sostiene un nuovo studio israeliano, realizzato da Richard Ebstein e dal suo team dell'Università ebraica di Gerusalemme. Gli studiosi hanno scelto circa 200 volontari, ai quali è stato chiesto di giocare a un gioco on-line noto come "Il gioco del dittatore", inventato per studiare il comportamento economico dei partecipanti,
ROMA
- Come on England . Così titolano i giornali inglesi. Se nell'Europa delle Nazi
( da "Messaggero,
Il" del 08-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: altra sfida di giornata il Chelsea di Grant dovrà ribaltare la sconfitta in Turchia contro il Fenerbahce di Zico per 2-1. "So che non sarà facile - ha detto Grant - ma questo Chelsea ha la possibilità di vincere con chiunque". Da quando è sulla panchina della squadra londinese il tecnico israeliano ha perso solo due gare su ventisei.
L'Onu
è pronta a condannare Israele per razzismo
( da "Opinione,
L'" del 08-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Israele quanto gli Stati Uniti d'America che hanno preannunciato il loro veto contro qualsivoglia risoluzione che equipari il sionismo al razzismo. Il ministro degli esteri israeliano Tzipi Livni ha annunciato lo scorso 28 febbraio che "Israele non parteciperà al vertice Onu Durban 2 sul razzismo se si trasformerà in una piattaforma di propaganda antisemita e anti israeliana come
Hamas,
la minaccia ignorata ( da "Opinione, L'"
del 08-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Hamas sta cercando di mettere Israele in una posizione indifendibile. Se Israele non entra in Gaza, le vite dei civili israeliani saranno messe a rischio dai ripetuti attacchi di razzi e mortai. Se Israele entra in Gaza, i soliti sospetti della comunità internazionale, incluso il Consiglio dei diritti umani dell'ONU e di alcuni editorialisti,
( da "Unita, L'" del 08-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Stai consultando l'edizione del Israele avverte Teheran: se ci
attaccate vi distruggeremo Il monito durante la più imponente esercitazione
militare nella storia dello Stato ebraico. Hezbollah: "Pronti alla
guerra" di Umberto De Giovannangeli A un attacco dell'Iran Israele replicherebbe in modo talmente duro da causare la
"distruzione" della nazione iraniana. Ad affermarlo è il
ministro israeliano per le Infrastrutture, già titolare della Difesa, Benjamin
Ben Eliezer. "Un attacco iraniano contro Israele
- insiste Ben Eliezer - scatenerà una risposta talmente dura da causare la
distruzione della nazione iraniana". Un avvertimento durissimo tanto più
significativo perché avviene nel mezzo della più imponente esercitazione messa
in atto da Tsahal in tutto il Paese; esercitazione, iniziata l'altro ieri e che
durerà cinque giorni, a cui prendono parte le forze armate, le istituzioni e
l'intero sistema scolastico israeliano e che prevede la simulazione di attacchi
missilistici dal Libano, dalla Siria, dalla Striscia di Gaza e, per l'appunto,
dall'Iran. "Queste manovre fanno parte dei preparativi per una guerra che
lo Stato ebraico potrebbe scatenare a lungo termine", denuncia da Beirut
il vice capo di Hezbollah, sheikh Naim Qassem, che lancia un monito agli
israeliano: "Devono sapere - afferma - che ogni decisione di guerra sarà
per loro estremamente costosa". Da Beirut a Damasco. La Siria è
"pronta alla guerra come alla pace, ma è preparata per rispondere a
un'aggressione", afferma la stampa governativa di Damasco, commentando le
esercitazioni militari israeliane. "Ogni esercitazione è un progetto di
guerra", ha scritto ieri il quotidiano Al Thawra, ipotizzando però che
"queste esercitazioni e manovre militari potrebbero avere un obiettivo
interno e servire al progetto politico di Ehud Barak", attuale ministro
della Difesa israeliano. Sempre ieri, sono ripresi a Gerusalemme dopo una pausa
di un mese e mezzo gli incontri tra il premier israeliano Ehud Olmert e il
presidente palestinese Abu Mazen (Mahmud Abbas). Ambedue hanno ribadito di
voler arrivare a un accordo di pace entro la fine del
( da "Stampa, La" del 08-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
LA
BANDA I musicisti egiziani si perdono in Israele Rivelazione
all'ultimo Festival di Cannes, "La banda" dell'esordiente Eran
Korilin racconta la singolare storia della banda musicale della polizia di
Alessandria d'Egitto che accoglie l'invito di suonare all'inaugurazione del
centro culturale arabo di una cittadina israeliana. Arrivati a Tel Aviv, i musicisti
non trovano nessuno ad attenderli all'aeroporto e decidono quindi di mettersi
in viaggio verso la moderna Petah Tikva, sbagliano strada e si ritrovano con le
loro divise azzurre sperduti nell'arida Bet Hatikva, fra lo stupore degli
abitanti. I protagonisti sono Sasson Gabai, visto più volte in produzioni
americane ("Rambo III", "Mai senza mia figlia") e la diva
israeliana Ronit Elkabetz. \.
( da "Manifesto, Il" del 08-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Notizie Zimbabwe
Mugabe non sblocca i risultati Situazione sempre più critica Sempre più caotica
e critica la situazione in Zimbabwe, dove 10 giorni dopo il voto i risultati la
Commissione elettorale (Zec) non ancora diffuso i risultati. Il leader dell'Mdc
(opposizione), Morgan Tsvangirai, sostiene di aver vinto e ha chiesto all'Alta
corte che ingiunga alla Zec di diffondere i risultati. La Zec sostiene che
l'Alta Corte non è competente. La Corte replica che oggi deciderà in merito al
ricorso. La Zanu-Pf di Mugabe ingiunge alla Zec di tenere al fresco i
risultati, inficiati da "errori" e da ricontare. Mugabe ha giocato
ieri la carta del colonialismo: si è rivolto ai suoi "veterani di
guerra" per esortarli a impedire che "i bianchi si riprendano le
terre". Tsvangirai è in Sudafrica per chiedere al presidente Mbeki di
intervenire su Mugabe, insieme a Usa, Inghilterra e Fmi. Anche il premier
inglese Brown l'ha chiesto a Mbeki ma lui ha resistito perchè a Harare la
situazione è "ancora gestibile". Israele-Palestina Nulla di fatto nel vertice tra Olmert e Abu Mazen Il vertice
Olmert-Abu Mazen di ieri a Gerusalemme ha avuto esiti quasi nulli. Per Israele i due leader hanno ribadito il loro impegno nei confronti del
negoziato cominciato ad Annapolis e per la conclusione di uno accordo entro la
fine dell'anno. Abu Mazen ha sottolineato invece il problema delle
colonie ebraiche e delle centinaia di posti di blocco in Cisgiordania. Un
accordo entro il 2008 appare sempre più lontano. Svizzera Accuse al kosovaro
Thaci: no svizzero al libro della Del Ponte Il ministero degli esteri svizzero
ha vietato al'ex procuratore del Tribunale penale internazionale e ora ambasciatrice
elvetica in Argentina, Carla Del Ponte, di presentare a Milano il suo libro
"La caccia. Io e i criminali di guerra". Ieri a Berna l'agenzia di
stampa svizzera "Ats" scriveva di una lettera del ministero alla Del
Ponte in cui si parla di "affermazioni" nel libro "che non
possono essere fatte da un rappresentante del governo svizzero". Nel libro
la Del Ponte si sofferma su personaggi politici dei paesi dell'ex Jugoslavia e
rivolge accuse pesanti al primo ministro kosovaro Hashim Thaci. "La
ringraziamo per un suo rapido rientro a Buenos Aires", conclude la lettera
del ministero. Iran Oggi "festa nucleare": visita di Ahmadinejad a
Natanz Questa mattina, accompagnato dal governo e le massime cariche
istituzionali, il presidente Mahmoud Ahmadinejad sarà a Natanz, sede
dell'impianto con le centrifughe per l'arricchimento dell'uranio, per celebrare
la seconda giornata nazionale di sostegno al programma atomico iraniano. La
visita del presidente sarà l'occasione per annunciare l'installazione di 300
centrifughe di nuova generazione in un secondo impianto a Natanz.
( da "Manifesto, Il" del 08-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Poiché il razzismo è
radicato nella nostra storia fin dal 1652, sarebbe stato assurdo pretendere che
il Sudafrica eliminasse l'eredità negativa dell'apartheid in soli quattordici
anni Protagonista della rassegna "Dedica", la scrittrice sudafricana
incontrerà giovedì a Pordenone Kofi Annan e presenterà con lui i suoi ultimi
racconti usciti da Feltrinelli, "Beethoven era per un sedicesimo
nero" Giuliano Battiston Come racconta in uno dei saggi raccolti in Vivere
nell'interregno, Nadine Gordimer ha cominciato a scrivere quando aveva appena
nove o dieci anni, e lo fece con "un atto senza responsabilità". Con
il passare degli anni, però, grazie all'"apparentemente esoterica
speleologia del dubbio, guidata da Kafka più che da Marx", questa scrittrice
naturale - dotata della capacità di cogliere nelle vite degli altri
"vapori di verità condensata" e, "come un dito che disegna su un
vetro", di scriverne la storia - ha cominciato a riconoscere la vergognosa
politica razzista del governo sudafricano, e a interrogarsi sul paradosso che
lega il regno dell'immaginazione creativa a quello dell'impegno sociale.
Infatti, più si immergeva nel primo, "per attraversare gli abissi
dell'aleatorio e assoggettarli alle parole", e più i suoi libri si caricavano
inaspettatamente di valenza politica; più si abbandonava, senza resistenza, al
soggetto da cui veniva scelta - perché, come spiega, ogni scrittore è scelto
dal suo tema, e non viceversa - e più la sua scrittura diventava un potente e
sensibile scandaglio delle contraddizioni del Sudafrica. Per questo, pur non
rinunciando mai a combattere pubblicamente il regime dell'apartheid, perfino
quando farlo significava essere accusati di "pornografia politica" o
finire in carcere, Nadine Gordimer si è poi convinta che il suo compito
principale fosse quello di rivendicare ed esercitare il diritto all'autonomia e
all'integrità artistica, perché - sostiene - solo mantenendo un equilibrio
instabile tra la storia e l'immaginazione uno scrittore può illuminare, con
"la debole luce di una piccola torcia" o con "una fiaccola
improvvisa", "il labirinto sanguinoso ma ricco di bellezza
dell'esperienza umana e dell'essere", dando vita all'univa vera
rivoluzione: "la rivoluzione dell'immaginazione". A Pordenone per
partecipare alla XIV edizione di "Dedica", la rassegna culturale
curata dall'Associazione Thesis che termina il 19 aprile e che prevede diverse
occasioni per incontrarla, abbiamo approfittato della visita di Nadine Gordimer
per discutere con lei del suo lavoro, del Sudafrica e della sua ultima raccolta
di racconti, Beethoven era per un sedicesimo nero (Feltrinelli, euro 16, trad.
di Grazia Gatti), che lei stessa presenterà giovedì prossimo insieme all'ex
segretario delle Nazioni Unite, Kofi Annan. Nel "Dialogo del tardo pomeriggio",
uno dei saggi raccolti nel volume "Vivere nella speranza e nella
storia", lei cita una intervista fatta a Nagib Mahfuz, durante la quale
una giornalista chiede allo scrittore egiziano: "Qual è il tema che più le
sta a cuore?" e lui risponde: "La libertà". Anche lei potrebbe
rispondere lo stesso, e potrebbe forse aggiungere quell'"indicatore del
livello dello spirito dall'origine misteriosa" che definisce come "il
senso della giustizia"? In chi fa il mio mestiere lo scrittore convive
sempre con l'individuo e con la sua responsabilità. Quando si è musicisti,
pittori o scrittori, il proprio talento implica la responsabilità di portare la
libertà e la giustizia in quel che si suona, si dipinge o si scrive. Chi svolge
questo tipo di professioni, infatti, ha in prestito un talento che deve
restituire, il più onestamente possibile. Allo stesso tempo, ognuno di noi -
indipendentemente dall'ambito nel quale si esprime - è dotato della
responsabilità di rendersi consapevole dei modi in cui vivono le persone e delle
leggi alle quali sono sottomessi. Dunque, dobbiamo assumerci la responsabilità
di quanto accade non solo nel nostro paese, ma in tutto il mondo, e fare tutto
ciò che ci è possibile per promuovere la libertà e il senso di giustizia. Non è
un caso che lei si sia spesso interrogata sul rapporto che lega creatività e
responsabilità. A giudicare dai suoi scritti, sembrerebbe che, secondo lei, lo
scrittore possa adempiere ai propri doveri verso la società solo se,
innanzitutto, riesce a salvaguardare l'integrità della propria immaginazione.
Questo significa che la responsabilità dello scrittore verso la scrittura
precede quella verso la società? Sì, la nostra prima responsabilità è nei
confronti del nostro lavoro, verso la nostra libertà in quanto scrittori. Se
non salvaguardassimo questa libertà, correremmo facilmente il rischio di
diventare dei propagandisti. Certo, come tutti anche noi scrittori abbiamo
delle forti convinzioni politiche, ma non possiamo permetterci che queste
convinzioni interferiscano con il nostro lavoro o peggio lo fagocitino.
Ottenere una sorta di bilanciamento è lo scopo per il quale ho cercato di
combattere lungo tutto il corso della mia vita: in quanto essere umano sono
stata una fiera oppositrice del regime dell'apartheid, e in quanto cittadina
del Sudafrica mi sono assunta una serie di rischi, ma in tutti i momenti in cui
ho indossato la veste di scrittrice non ho mai presentato le persone di cui
condividevo le idee politiche come angeli: sento il dovere di mantenere la mia
libertà artistica e di mostrare l'essere umano nella sua interezza. Tutti,
compresi gli eroi, hanno le loro ombre e le loro duplicità. In diverse
occasioni lei non si è limitata a ragionare in termini generali sul ruolo dello
scrittore nella società, ma si è anche chiesta dove situarsi, ammettendo di
aver oscillato tra la voglia di lasciare il paese e un "terribile,
ostinato e inquietante desiderio di rimanere". Eppure, anche nei periodi
più difficili, non ha mai scelto l'esilio. Dipende forse dal fatto che sente la
responsabilità anche come un impegno verso il luogo a cui si
"appartiene"? Sì, la intendo anche così. Come diceva Jean-Paul
Sartre, andare in esilio è, in qualche modo, come perdere il proprio posto nel
mondo. In Sudafrica, molti sono stati costretti all'esilio perché altrimenti
sarebbero stati uccisi o avrebbero trascorso tutta la vita in prigione, mentre
altri hanno deciso volontariamente di andar via perché non sopportavano più di
vivere in un paese che imponeva ai neri condizioni di vita così ingiuste. Nel
mio caso, forse non sono stata sufficientemente coraggiosa da compiere azioni
che mi avrebbero portata dritta in prigione, ma ne ho fatte alcune per le quali
ho rischiato molto. Comunque, io e mio marito, Reinhold Cassirer, abbiamo
ragionato in termini vaghi su questa ipotesi, e abbiamo deciso di restare: sono
nata in Sudafrica, sono un'africana bianca e per me abbandonare il mio paese,
proprio quando viveva momenti così difficili, avrebbe significato veramente
perdere il mio posto nel mondo. Comunque, siamo stati ampiamente ricompensati
nel 1994, quando per la prima volta tutti i sudafricani di ogni colore, hanno
votato insieme per le elezioni democratiche. E oggi che il Sudafrica si trova a
vivere quello che lei chiama "il giorno dopo la festa", qual è la
situazione? In che modo i sudafricani stanno affrontando il compito che
Flaubert - da lei citato - definiva come "il più difficile e il meno
attraente", ossia la transizione? In effetti, si tratta di un compito
difficilissimo: nel corso di una battaglia si è talmente concentrati
sull'obiettivo di sconfiggere il nemico che le uniche cose a cui si pensa sono
i modi per vincerla. Allo stesso modo, in Sudafrica si pensava solo a demolire
il regime oppressivo dell'apartheid, e non c'era il tempo né l'energia per
pensare a quanto sarebbe dovuto accadere dopo. Mi sembra comunque che in Europa
e negli Stati Uniti si faccia molta fatica a comprendere un fatto essenziale:
l'apartheid si fondava sul razzismo, ma il razzismo è ben più radicato
dell'apartheid, perché ha accompagnato la nostra storia, privando dei loro
diritti coloro che risiedevano nel paese, sin dal 1652, quando Jan van Rebeeck,
uno dei leader della Compagnia Olandese delle Indie orientali, mise piede in
Sudafrica. Mi sembra assurdo pretendere che il mio paese, in soli quattordici
anni, riesca a eliminare l'eredità negativa costituita da questa storia
secolare di razzismo. Alcuni paesi europei godono della democrazia da diversi
secoli, eppure non riescono a eliminare la disparità fortissima tra ricchi e
poveri. Come potete pretendere da noi quel che voi non siete riusciti a fare
nel corso di secoli? Torniamo alla letteratura: nel corso della sua lunga
attività di scrittrice - a partire dalla sua prima pubblicazione, quando era
poco più che una bambina - lei non ha mai smesso di scrivere racconti, e ha
anche cercato di spiegarne l'origine. Ci può raccontare perché, nella sua
personale collezione di metafore letterarie, il racconto è paragonabile a un
uovo di gallina? Mi piace usare questa metafora perché l'uovo è
"completo": è costituito dal bianco e dal tuorlo, da cui sarebbe
potuta nascere una gallina, dunque potenzialmente contiene la vita. Quando mi
prende il desiderio di scrivere un racconto, e comincio a ragionare sulla forma
che potrebbe assumere, la storia mi appare nella sua totalità, dall'inizio alla
fine: come un uovo, è tutta lì, in quell'idea. Quando scrivo un romanzo,
invece, mi viene da pensare piuttosto alle cose che poi finiranno col trovarsi
nel mezzo, e devo ragionare sul modo in cui potrebbe iniziare la storia. La
scrittura di un romanzo, dunque, è una sorta di viaggio, fatto di tappe e di
passaggi, una strada che cambia mentre la percorriamo, anche se conosciamo la
partenza e la meta finale. I racconti, invece, come un uovo si possono tenere
completamente in una mano. In questa ultima sua raccolta di racconti ce n'è uno
particolarmente insolito perché sembra attingere in modo esplicito alla sfera
privata: è titolato "Dreaming of the Dead" e racconta di un incontro
tra lei, Edward Said, Susan Sontag e Anthony Sampson in un ristorante cinese di
New York. Lo ha scritto come un omaggio all'amicizia? Sebbene le storie che
racconto non abbiano mai avuto a che fare con la mia vita personale, in questo
caso, invece, ho scritto un racconto molto "intimo": è un omaggio ad
alcuni amici amati, che hanno avuto un ruolo essenziale nella mia vita e con i
quali ho avuto il privilegio di condividere momenti importanti. Ho messo
insieme i miei sogni, i ricordi che ho di loro, e mi sono presa la libertà di usare
la conoscenza che avevo delle loro personali idiosincrasie per dare vita a una
storia, ironica e affettuosa, ambientata in un ristorante cinese, che ricorda
quello in cui era solita portarmi Susan Sontag quando capitavo negli Stati
Uniti. Anche i riferimenti alla musica non sono casuali: ricordo che Edward
Said, con il quale mi capitava di discutere sul rapporto tra la scrittura e la
vita, mi diceva sempre: "siamo entrambi degli scrittori, ma io ho una cosa
più di te, perché sono musicista". E in effetti era un grande musicista.
Per quel che riguarda Anthony Sampson, lo ricordo come un grande scrittore e un
grande storico. Dunque sì, Dreaming of the Dead è il mio personale tributo al
valore dell'amicizia. Un'ultima domanda su una questione contingente, che però
rimanda anch'essa al rapporto tra politica e letteratura. Recentemente alcuni
si sono appellati all'esempio del Sudafrica dell'apartheid per giustificare il
fatto che, a volte, il boicottaggio è un'arma legittima. Questa volta il
bersaglio sarebbe il Salone del libro di Torino, che quest'anno è dedicato a Israele, nel sessantesimo anniversario della sua nascita. Lei cosa ne
pensa? Ritengo che il boicottaggio sia assolutamente sbagliato. Non partecipare
a un incontro letterario, evitando di incontrare scrittori che provengono da un
paese di cui non si condividono le azioni governative, mi sembra una assurda
riduzione della letteratura al comune denominatore della politica. Non
dimentichiamoci, poi, che ci sono diversi scrittori israeliani che non
condividono o che condannano le politiche adottate dal loro governo. Comunque,
è ridicolo paragonare questo conflitto alla situazione sudafricana: lì i
bianchi non potevano reclamare alcun vero diritto, perché gli unici che
detenevano erano quelli guadagnati con la forza del dominio coloniale. Nel caso
degli israeliani e dei palestinesi, invece, la complessità della situazione
deriva proprio dal fatto che entrambi hanno diritti incontestabili. I suoi libri
E a "Dedica" una mostra fotografica Nata a Springs, in Sudafrica, nel
1923, da madre inglese e padre russo, Nadine Gordimer racconta di essersi
formata sui libri e nelle biblioteche, piuttosto che nelle aule scolastiche.
Simbolo della lotta contro l'apartheid, premio Nobel per la letteratura nel
1991, nel corso della sua attività la "doyenne delle lettere
sudafricane" ha scritto romanzi, racconti, saggi, adattamenti
cinematografici e, insieme al figlio Hugo Cassirer, anche alcuni documentari.
Tra le opere narrative (tradotte da Feltrinelli): "Un mondo di
stranieri" (1961), "Un ospite d'onore" (1985), "Il mondo
tardoborghese" (1989), "Storia di mio figlio" (1991), "La
figlia di Burger" (1992), "Un'arma in casa" (1998),
"L'aggancio" (2002); "Sveglia" (2006). Una parte della sua
produzione saggistica è raccolta nei volumi "Vivere nell'interregno"
(1990), "Scrivere ed essere. Lezioni di poetica" (1996), "Vivere
nella speranza e nella storia. Note dal nostro secolo" (1999). Insieme al
fotografo David Goldblatt (di cui "Dedica" ospita una mostra, che
verrà inaugurata dai due autori e Giancarlo Pauletto, il 12 aprile), Nadine
Gordimer ha pubblicato "On the Mines (1973), e "Lifetimes: Under
Apartheid" (1986).
( da "Libero" del 08-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Cultura e scienza
08-04-2008 Individuato il gene della dittatura GERUSALEMME Sebbene divisi dalle
rispettive ideologie, Stalin, Hitler, Saddam Hussein e altri famigerati
dittatori potrebbero avere in comune un gene, che sarebbe responsabile del loro
atteggiamento dittatoriale. Lo sostiene un nuovo studio
israeliano, realizzato da Richard Ebstein e dal suo team dell'Università
ebraica di Gerusalemme. Gli studiosi hanno scelto circa 200 volontari, ai quali
è stato chiesto di giocare a un gioco on-line noto come "Il gioco del
dittatore", inventato per studiare il comportamento economico dei partecipanti,
i quali si trovano a interagire tra di loro via computer (in pratica i
giocatori non si incontrano di persona) e hanno la possibilità di decidere se
tenersi per intero un certo quantitativo di denaro assegnato loro dagli
sperimentatori o se invece dividerlo generosamente con gli altri. In sostanza
questo gioco consentirebbe di distinguere coloro che hanno un atteggiamento
medio egoistico e spietato da coloro che sono invece portati naturalmente a
preoccuparsi del prossimo. I 200 volontari sono stati inoltre sottoposti a un
esame genetico allo scopo di esaminare uno specifico gene (nome in codice:
AVPR1a), che studi precedenti hanno dimostrato essere responsabile del
comportamento altruistico e della formazione di legami sociali. E le analisi di
Ebstein hanno messo in luce come i volontari che si dimostravano più spietati e
avidi possedessero una versione di AVPR1a molto più corta della media, a
indicare che il loro comportamento era in qualche modo collegato a tale gene.
Secondo lo studioso israeliano l'avidi tà e la ferocia dei grandi dittatori
della storia potrebbe quindi avere un'origine almeno in parte genetica,
un'ipotesi che sarebbe interessante, anche se ovviamente difficile, verificare
sperimentalmente. Stando invece a Nicholas Bardsley, ricercatore dell'Università
di Southampton, la suddetta mutazione non causerebbe spietatezza, ma semplice
mancanza di abilità sociali (chi ne è affetto sarebbe incapace di "met
tersi nei panni" degli altri). ROBERTO MANZOCCO Salvo per uso personale è
vietato qualunque tipo di riproduzione delle notizie senza autorizzazione.
( da "Messaggero, Il" del 08-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
ROMA - "Come on
England". Così titolano i giornali inglesi. Se nell'Europa delle Nazionali
la squadra inglese si accomoderà in poltrona per vedere la fase finale
dell'Europeo in Austria e Svizzera, nell'Europa dei club il calcio
d'oltremanica domina. Oggi potrebbe infatti già qualificare alle semifinali
della Champions League due squadre inglesi, attendendo l'esito del confronto
tra Manchester e Roma di domani. In programma oggi ci sono Liverpool-Arsenal e
Chelsea-Fenerbahce. Il derby inglese è all'ultimo atto della trilogia, andata
in scena nel giro di soli sette giorni. Dopo le prime due partite all'Emirates
(due 1-1 tra Champions e Premier), si aspetta il gran finale ad Anfield. Le
reti di Adebayor e Kuyt all'andata lasciano aperta ogni possibilità. Il
Liverpool ha i favori del pronostico, sia perchè può bastare lo 0-0, sia perchè
i Reds contro avversarie inglesi hanno una tradizione di tutto rispetto: una
sola eliminazione nel lontano 1978/79 contro il Nottingham Forrest. Il
Liverpool, inoltre, nelle coppe europee contro squadre inglesi non ha mai perso
in casa, totalizzando tre vittorie e due pareggi. Ma Benitez (che vuole
trattenere Crouch, dato in partenza per l'Italia) però non vuole pensare ai precedenti.
Perchè da tre gare a questa parte il Liverpool non riesce a battere i Gunners
ad Anfield. Sarà anche per questo che Arsene Wenger è convinto di potercela
farcela. "La mia squadra è giovane, e ha giocato meglio fuori casa che in
casa. Avete visto cosa è successo con il Milan, ci davano per spacciati e a San
Siro abbiamo passato il turno". Nell'altra sfida di
giornata il Chelsea di Grant dovrà ribaltare la sconfitta in Turchia contro il
Fenerbahce di Zico per 2-1. "So che non sarà facile - ha detto Grant - ma
questo Chelsea ha la possibilità di vincere con chiunque". Da quando è
sulla panchina della squadra londinese il tecnico israeliano ha perso solo due
gare su ventisei.
( da "Opinione, L'" del 08-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Oggi è Mar, 08 Apr
2008 Edizione 68 del 08-04-2008 Durban
( da "Opinione, L'" del 08-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Oggi è Mar, 08 Apr
2008 Edizione 68 del 08-04-2008 Totalitarismo a gaza Il fine ultimo:
distruggere Israele e combattere l'Occidente infedele Hamas,
la minaccia ignorata di David Harris C'è quella storiella della madre convinta
che il suo bambino prodigio di cinque anni debba ricevere un'ottima istruzione
perché un giorno l'avrebbe mandato in una prestigiosa università. Così la donna
decide di pomparlo con nuove parole dal vocabolario ogni giorno. Quando il
piccolo Carlo torna a casa dalla scuola, sua madre prontamente gli chiede:
"Carlo, qual è la differenza tra l'ignoranza e l'indifferenza?" Al
che lui, totalmente disinteressato all'esercizio, scrolla le spalle e mormora:
"Non lo so e non me ne curo". A volte, questo è il messaggio che
ricevo dal mondo su Hamas. E' come se ci fosse un'ignoranza, forse un'ignoranza
ostinata, circa quello che realmente vuol dire Hamas, che domina Gaza. Hamas fu
creato nel 1988. Il suo fondamento ideologico risiede nella Fratellanza
Musulmana. La sua Carta costitutiva parla chiaro. Il suo scopo è la distruzione
di Israele e la sua sostituzione con uno stato
islamico. E' stato definito un gruppo terrorista dall'Unione Europea e dagli
Stati Uniti. Ci sono alcuni in Occidente che scelgono di credere altrimenti.
Henry Siegman, del Consiglio delle Relazioni Estere, rappresenta questa
prospettiva. Sul Financial Times del 14 settembre 2006, Siegman affermò che
Hamas avrebbe accettato Israele nei confini del 1967,
citando una presunta dichiarazione di un portavoce di Hamas. Siegman è
ritornato sull'argomento in un lettera aperta sull'International Herald Tribune
ai primi di marzo 2008. Nel presentare queste posizioni, Siegman ed il
Financial Times scelgono convenientemente di ignorare le montagne di prove
contrarie che evidenziano l'immutata agenda di Hamas. Forse quei fatti sono
troppo sconvenienti per prenderli in considerazione. Cominciamo con la Carta
costitutiva di Hamas, o Patto, la quale contiene bocconcini succulenti, quali:
"Israele, per il suo essere stato ebraico e di
avere una popolazione ebraica, sfida l'Islam e i musulmani. Lascia che gli
occhi dei codardi non si addormentino". Oppure: "Israele
sorgerà e rimarrà eretto finché l'Islam l'avrà eliminato come ha eliminato i
suoi predecessori". Oppure: "Il tempo non verrà finché i musulmani
non lotteranno contro gli ebrei [e li uccideranno]; finché gli ebrei si
nasconderanno dietro le rocce e gli alberi, e questi grideranno: Oh Musulmano!
C'è un ebreo che si nasconde dietro di me, vieni e uccidilo!". O ancora:
"Allah è il suo obiettivo, il Profeta è il suo modello, il Corano la sua
costituzione: il Jihad è il suo percorso e la morte alla ricerca di Allah è il
più alto dei suoi desideri". E per buona misura, il Patto di Hamas
utilizza anche gli infami Protocolli dei Savi anziani di Sion con un linguaggio
quale: "Loro [gli ebrei] stettero dietro le Rivoluzioni francese e
comunista e dietro la maggior parte delle rivoluzioni di cui abbiamo udito qua
e là. Loro usano i soldi per fondare organizzazioni clandestine che stanno
spargendo in tutto il mondo per distruggere le società e perseguire gli
interessi sionisti". Si considerino queste parole di Khaled Mashaal, il
principale leader di Hamas, che vive a Damasco: "Oggi, la nazione araba ed
islamica sta sorgendo e si sta svegliando, e giungerà alla sua vetta, Allah lo
voglia... riguadagnerà il comando del mondo. Allah lo voglia, quel giorno non è
lontano". "Noi diciamo all'Occidente, che non agisce ragionevolmente
e che non impara le sue lezioni: da Allah, voi sarete sconfitti". Mashaal
è solo nelle sue visioni? Neanche un po'. Nel novembre 2007, nel sessantesimo
anniversario della decisione dell'ONU di ripartire la Palestina
mandataria in due stati, uno arabo e uno ebraico, Hamas ha dichiarato
ufficialmente: "La Palestina è terra islamica e
araba dal fiume al mare, incluso Gerusalemme. Non c'è posto in essa per gli
ebrei". E così via di seguito. Ma quello che risulta più minaccioso è
l'abbinamento delle parole ai fatti. Come testimonia il quotidiano furioso
lancio di razzi dalla striscia di Gaza, sotto il controllo di Hamas, verso Israele. A questo punto, vedere Hamas come un gruppo che
combatte per nulla più del ritorno di Israele ai
confini del 1967 oppure come un partner affidabile per i negoziati di pace
sforza la credulità ben oltre il punto di rottura. Le implicazioni del
conflitto non sono solo regionali ma globali. Ricordiamo che la visione del
mondo di Hamas si estende ben oltre Israele e gli
ebrei. Essa mira alla dominazione islamica globale e alla restaurazione del
califfato, rifiuta tutti i valori occidentali e ripudia anche i più elementari
diritti umani, come la libertà di opinione e la libertà di religione. I suoi
degni compari sono Iran, Siria, Hezbollah e Jihad islamico. Si chieda ai
giornalisti dell'impegno di Hamas per la libertà di espressione, dopo la
chiusura della sezione di Gaza dell'Unione dei Giornalisti palestinesi e
l'attuale rifiuto di permettere ai reporter stranieri e ai fotografi di operare
senza i suoi severi controlli. Si chieda alla piccola comunità cristiana in
Gaza che cosa è la vita sotto la dominazione di Hamas. O lo si chieda alle
donne che aspirano alla libertà e all'uguaglianza. Oppure lo si chieda ai
sostenitori di Fatah in Gaza, come Muhammad Swairki, un cuoco della guardia
presidenziale di Mahmoud Abbas al quale, secondo il Deutsche Press-Agentur, gli
uomini di Hamas spararono nelle ginocchia e poi lo gettarono giù dal tetto di
un edificio di quindici piani. L'ignoranza e l'indifferenza possono costituire
vie di fuga molto attraenti, ma non risolvono il problema. Al contrario, queste
l'esacerbano solamente, creando pensieri illusori. Israele
oggi affronta una situazione unica. Confina con uno stato separatista che è
guidato da un gruppo che fa appello apertamente alla sua distruzione, tentando
in ogni modo possibile di importare di contrabbando armi e fondi da padroni
come l'Iran, ed usando allegramente i civili come scudi umani. Hamas sta cercando di mettere Israele in una
posizione indifendibile. Se Israele non entra in Gaza, le vite
dei civili israeliani saranno messe a rischio dai ripetuti attacchi di razzi e
mortai. Se Israele entra in Gaza, i soliti sospetti della comunità internazionale, incluso
il Consiglio dei diritti umani dell'ONU e di alcuni editorialisti, gli
faranno accumulare indubbiamente pile di condanne delle "azioni
israeliane". Condanne che non terranno nel minimo conto le gravi sfide che
Israele affronterebbe nel condurre una effettiva
guerra urbana, riducendo al minimo le vittime civili e concependo una strategia
di uscita da un territorio che non vuole controllare. Non ci può essere una
risposta facile per Israele, ma ignorare o glissare
sulla vera natura di Hamas o cercare di reinventarlo a distanza come un
incompreso ma affidabile partner per un negoziato non è il modo migliore di
procedere. Direttore dell'American Jewish Committee (traduzione in italiano a
cura di Carmine Monaco).