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DOSSIER “ISRAELE-PALESTINA. Se scoppia l’intelligenza”

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ARCHIVIO GENERALE  DEL DOSSIER  

 

TUTTI I DOSSIER


tARTICOLI DELL’ 8-4-2008       #TOP


IN EVIDENZA

 

IL LEADER PALESTINESE IN CARCERE. Barghouti: "Siamo pronti per la pace". Scrive ai pacifisti israeliani di Peace Now: "Il popolo palestinese vuole la riconciliazione" (La Stampa 8-4-2008)

 

Marwan Barghouti, il leader palestinese di Tanzim detenuto in un carcere israeliano dal 2002, con 5 ergastoli da scontare, incassa il riconoscimento del l ministro israeliano delle
Infrastrutture, Binyamin Ben-Eliezer, che ha chiesto la sua liberazione come condizione necessaria per il rilancio dei negoziati di pace, e si candida ufficialmente al ruolo di mediatore.

In una lettera inviata agli attivisti israeliani di Peace Now Barghouti afferma che «La maggior parte del popolo palestinese è pronto per una storica riconciliazione», specificando che questa deve trovare  fondamento in risoluzioni internazionali che abbiano l’obiettivo della creazione di un nuovo stato per l’Anp.

La lettera dello storico esponente di Fatah, riportata dal quotidiano israeliano Yedioth Ahronot, inizia con l'offerta di un accordo:  «Siamo pronti - scrive - per una riconciliazione che possa garantire a noi e ai nostri figli una vita priva di minacce di guerra e di spargimenti di sangue. Occorre raggiungere un cessate il fuoco quanto prima è possibile».

 Secondo l’ex leader dei Tanzim in Cisgiordania, il popolo palestinese «desidera fortemente vedere realizzato il proprio sogno di libertà, indipendenza e pace, e sta attendendo la fine dell’occupazione israeliana». «Ma per raggiungere questo obiettivo», la costruzione degli
insediamenti e la confisca delle terre devono cessare immediatamente, mentre le istituzioni palestinesi a Gerusalemme devono essere riaperte».

 Tra i provvedimenti necessari all’obiettivo della pace Barghouti elenca anche la rimozione dei posti di blocco israeliani e «la fine della politica degli arresti e delle uccisioni mirate, così come l’interruzione dell’assedio a Gaza». «Israele deve anche riaprire i valichi di confine e rilasciare migliaia di detenuti palestinesi».

Le condizioni di Barghouti per rilanciare la trattativa non cedono comunque rispetto alle rivendicazioni in atto:  rientro di Israele nei confini pre 1967 e creazione di uno stato palestinese indipendente con Gerusalemme Est come capitale.www.ynetnews.com/


Report "Israele/Palestina"

Israele avverte Teheran: se ci attaccate vi distruggeremo Il monito durante la più imponente esercitazione militare nella storia dello Stato ebraico. Hezbollah: Pronti alla guerra ( da "Unita, L'" del 08-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: edizione del Israele avverte Teheran: se ci attaccate vi distruggeremo Il monito durante la più imponente esercitazione militare nella storia dello Stato ebraico. Hezbollah: "Pronti alla guerra" di Umberto De Giovannangeli A un attacco dell'Iran Israele replicherebbe in modo talmente duro da causare la "distruzione" della nazione iraniana.

I musicisti egiziani si perdono in Israele ( da "Stampa, La" del 08-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: LA BANDA I musicisti egiziani si perdono in Israele Rivelazione all'ultimo Festival di Cannes, "La banda" dell'esordiente Eran Korilin racconta la singolare storia della banda musicale della polizia di Alessandria d'Egitto che accoglie l'invito di suonare all'inaugurazione del centro culturale arabo di una cittadina israeliana.

Notizie ( da "Manifesto, Il" del 08-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Israele-Palestina Nulla di fatto nel vertice tra Olmert e Abu Mazen Il vertice Olmert-Abu Mazen di ieri a Gerusalemme ha avuto esiti quasi nulli. Per Israele i due leader hanno ribadito il loro impegno nei confronti del negoziato cominciato ad Annapolis e per la conclusione di uno accordo entro la fine dell'anno.

Amo la forma racconto, è completa come un uovo ( da "Manifesto, Il" del 08-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: dedicato a Israele, nel sessantesimo anniversario della sua nascita. Lei cosa ne pensa? Ritengo che il boicottaggio sia assolutamente sbagliato. Non partecipare a un incontro letterario, evitando di incontrare scrittori che provengono da un paese di cui non si condividono le azioni governative, mi sembra una assurda riduzione della letteratura al comune denominatore della politica.

Individuato il gene della dittatura ( da "Libero" del 08-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Lo sostiene un nuovo studio israeliano, realizzato da Richard Ebstein e dal suo team dell'Università ebraica di Gerusalemme. Gli studiosi hanno scelto circa 200 volontari, ai quali è stato chiesto di giocare a un gioco on-line noto come "Il gioco del dittatore", inventato per studiare il comportamento economico dei partecipanti,

ROMA - Come on England . Così titolano i giornali inglesi. Se nell'Europa delle Nazi ( da "Messaggero, Il" del 08-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: altra sfida di giornata il Chelsea di Grant dovrà ribaltare la sconfitta in Turchia contro il Fenerbahce di Zico per 2-1. "So che non sarà facile - ha detto Grant - ma questo Chelsea ha la possibilità di vincere con chiunque". Da quando è sulla panchina della squadra londinese il tecnico israeliano ha perso solo due gare su ventisei.

L'Onu è pronta a condannare Israele per razzismo ( da "Opinione, L'" del 08-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Israele quanto gli Stati Uniti d'America che hanno preannunciato il loro veto contro qualsivoglia risoluzione che equipari il sionismo al razzismo. Il ministro degli esteri israeliano Tzipi Livni ha annunciato lo scorso 28 febbraio che "Israele non parteciperà al vertice Onu Durban 2 sul razzismo se si trasformerà in una piattaforma di propaganda antisemita e anti israeliana come

Hamas, la minaccia ignorata ( da "Opinione, L'" del 08-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Hamas sta cercando di mettere Israele in una posizione indifendibile. Se Israele non entra in Gaza, le vite dei civili israeliani saranno messe a rischio dai ripetuti attacchi di razzi e mortai. Se Israele entra in Gaza, i soliti sospetti della comunità internazionale, incluso il Consiglio dei diritti umani dell'ONU e di alcuni editorialisti,


Articoli

Israele avverte Teheran: se ci attaccate vi distruggeremo Il monito durante la più imponente esercitazione militare nella storia dello Stato ebraico. Hezbollah: Pronti alla guerra (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unita, L'" del 08-04-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Stai consultando l'edizione del Israele avverte Teheran: se ci attaccate vi distruggeremo Il monito durante la più imponente esercitazione militare nella storia dello Stato ebraico. Hezbollah: "Pronti alla guerra" di Umberto De Giovannangeli A un attacco dell'Iran Israele replicherebbe in modo talmente duro da causare la "distruzione" della nazione iraniana. Ad affermarlo è il ministro israeliano per le Infrastrutture, già titolare della Difesa, Benjamin Ben Eliezer. "Un attacco iraniano contro Israele - insiste Ben Eliezer - scatenerà una risposta talmente dura da causare la distruzione della nazione iraniana". Un avvertimento durissimo tanto più significativo perché avviene nel mezzo della più imponente esercitazione messa in atto da Tsahal in tutto il Paese; esercitazione, iniziata l'altro ieri e che durerà cinque giorni, a cui prendono parte le forze armate, le istituzioni e l'intero sistema scolastico israeliano e che prevede la simulazione di attacchi missilistici dal Libano, dalla Siria, dalla Striscia di Gaza e, per l'appunto, dall'Iran. "Queste manovre fanno parte dei preparativi per una guerra che lo Stato ebraico potrebbe scatenare a lungo termine", denuncia da Beirut il vice capo di Hezbollah, sheikh Naim Qassem, che lancia un monito agli israeliano: "Devono sapere - afferma - che ogni decisione di guerra sarà per loro estremamente costosa". Da Beirut a Damasco. La Siria è "pronta alla guerra come alla pace, ma è preparata per rispondere a un'aggressione", afferma la stampa governativa di Damasco, commentando le esercitazioni militari israeliane. "Ogni esercitazione è un progetto di guerra", ha scritto ieri il quotidiano Al Thawra, ipotizzando però che "queste esercitazioni e manovre militari potrebbero avere un obiettivo interno e servire al progetto politico di Ehud Barak", attuale ministro della Difesa israeliano. Sempre ieri, sono ripresi a Gerusalemme dopo una pausa di un mese e mezzo gli incontri tra il premier israeliano Ehud Olmert e il presidente palestinese Abu Mazen (Mahmud Abbas). Ambedue hanno ribadito di voler arrivare a un accordo di pace entro la fine del 2008, in coincidenza con la fine della presidenza di George W. Bush. Malgrado la ripresa degli incontri, sospesi da Abu Mazen il 19 febbraio scorso per protesta contro un sanguinoso raid dell'esercito israeliano nella striscia di Gaza in reazione a tiri di razzi, resta una grande incertezza se le trattative abbiano finora portato a concreti progressi sulle questioni chiave al centro del contenzioso. L'incontro, svoltosi nella residenza ufficiale di Olmert, è durato circa tre ore, due delle quali con la partecipazione dei capi dei due gruppi negoziali: la ministra degli Esteri Tzipi Livni per Israele e l'ex premier Abu Ala (Ahmed Qrea) per l'Autorità palestinese. Quale siano in questo momento le preoccupazioni di Abu Mazen lo ha chiarito poi, in una conferenza stampa a Ramallah, il negoziatore Saeb Erekat: le nuove costruzioni in atto e in programma negli insediamenti ebraici esistenti - secondo i palestinesi in violazione di un preciso impegno di Israele -, le centinaia di posti di blocco dell'esercito in Cisgiordania più altre restrizioni che ostacolano la libertà di movimento della popolazione palestinese, lo sviluppo dell' economia e delle istituzioni statali palestinesi.

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I musicisti egiziani si perdono in Israele (sezione: Israele/Palestina)

( da "Stampa, La" del 08-04-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

LA BANDA I musicisti egiziani si perdono in Israele Rivelazione all'ultimo Festival di Cannes, "La banda" dell'esordiente Eran Korilin racconta la singolare storia della banda musicale della polizia di Alessandria d'Egitto che accoglie l'invito di suonare all'inaugurazione del centro culturale arabo di una cittadina israeliana. Arrivati a Tel Aviv, i musicisti non trovano nessuno ad attenderli all'aeroporto e decidono quindi di mettersi in viaggio verso la moderna Petah Tikva, sbagliano strada e si ritrovano con le loro divise azzurre sperduti nell'arida Bet Hatikva, fra lo stupore degli abitanti. I protagonisti sono Sasson Gabai, visto più volte in produzioni americane ("Rambo III", "Mai senza mia figlia") e la diva israeliana Ronit Elkabetz. \.

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Notizie (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 08-04-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Notizie Zimbabwe Mugabe non sblocca i risultati Situazione sempre più critica Sempre più caotica e critica la situazione in Zimbabwe, dove 10 giorni dopo il voto i risultati la Commissione elettorale (Zec) non ancora diffuso i risultati. Il leader dell'Mdc (opposizione), Morgan Tsvangirai, sostiene di aver vinto e ha chiesto all'Alta corte che ingiunga alla Zec di diffondere i risultati. La Zec sostiene che l'Alta Corte non è competente. La Corte replica che oggi deciderà in merito al ricorso. La Zanu-Pf di Mugabe ingiunge alla Zec di tenere al fresco i risultati, inficiati da "errori" e da ricontare. Mugabe ha giocato ieri la carta del colonialismo: si è rivolto ai suoi "veterani di guerra" per esortarli a impedire che "i bianchi si riprendano le terre". Tsvangirai è in Sudafrica per chiedere al presidente Mbeki di intervenire su Mugabe, insieme a Usa, Inghilterra e Fmi. Anche il premier inglese Brown l'ha chiesto a Mbeki ma lui ha resistito perchè a Harare la situazione è "ancora gestibile". Israele-Palestina Nulla di fatto nel vertice tra Olmert e Abu Mazen Il vertice Olmert-Abu Mazen di ieri a Gerusalemme ha avuto esiti quasi nulli. Per Israele i due leader hanno ribadito il loro impegno nei confronti del negoziato cominciato ad Annapolis e per la conclusione di uno accordo entro la fine dell'anno. Abu Mazen ha sottolineato invece il problema delle colonie ebraiche e delle centinaia di posti di blocco in Cisgiordania. Un accordo entro il 2008 appare sempre più lontano. Svizzera Accuse al kosovaro Thaci: no svizzero al libro della Del Ponte Il ministero degli esteri svizzero ha vietato al'ex procuratore del Tribunale penale internazionale e ora ambasciatrice elvetica in Argentina, Carla Del Ponte, di presentare a Milano il suo libro "La caccia. Io e i criminali di guerra". Ieri a Berna l'agenzia di stampa svizzera "Ats" scriveva di una lettera del ministero alla Del Ponte in cui si parla di "affermazioni" nel libro "che non possono essere fatte da un rappresentante del governo svizzero". Nel libro la Del Ponte si sofferma su personaggi politici dei paesi dell'ex Jugoslavia e rivolge accuse pesanti al primo ministro kosovaro Hashim Thaci. "La ringraziamo per un suo rapido rientro a Buenos Aires", conclude la lettera del ministero. Iran Oggi "festa nucleare": visita di Ahmadinejad a Natanz Questa mattina, accompagnato dal governo e le massime cariche istituzionali, il presidente Mahmoud Ahmadinejad sarà a Natanz, sede dell'impianto con le centrifughe per l'arricchimento dell'uranio, per celebrare la seconda giornata nazionale di sostegno al programma atomico iraniano. La visita del presidente sarà l'occasione per annunciare l'installazione di 300 centrifughe di nuova generazione in un secondo impianto a Natanz.

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Amo la forma racconto, è completa come un uovo (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 08-04-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Poiché il razzismo è radicato nella nostra storia fin dal 1652, sarebbe stato assurdo pretendere che il Sudafrica eliminasse l'eredità negativa dell'apartheid in soli quattordici anni Protagonista della rassegna "Dedica", la scrittrice sudafricana incontrerà giovedì a Pordenone Kofi Annan e presenterà con lui i suoi ultimi racconti usciti da Feltrinelli, "Beethoven era per un sedicesimo nero" Giuliano Battiston Come racconta in uno dei saggi raccolti in Vivere nell'interregno, Nadine Gordimer ha cominciato a scrivere quando aveva appena nove o dieci anni, e lo fece con "un atto senza responsabilità". Con il passare degli anni, però, grazie all'"apparentemente esoterica speleologia del dubbio, guidata da Kafka più che da Marx", questa scrittrice naturale - dotata della capacità di cogliere nelle vite degli altri "vapori di verità condensata" e, "come un dito che disegna su un vetro", di scriverne la storia - ha cominciato a riconoscere la vergognosa politica razzista del governo sudafricano, e a interrogarsi sul paradosso che lega il regno dell'immaginazione creativa a quello dell'impegno sociale. Infatti, più si immergeva nel primo, "per attraversare gli abissi dell'aleatorio e assoggettarli alle parole", e più i suoi libri si caricavano inaspettatamente di valenza politica; più si abbandonava, senza resistenza, al soggetto da cui veniva scelta - perché, come spiega, ogni scrittore è scelto dal suo tema, e non viceversa - e più la sua scrittura diventava un potente e sensibile scandaglio delle contraddizioni del Sudafrica. Per questo, pur non rinunciando mai a combattere pubblicamente il regime dell'apartheid, perfino quando farlo significava essere accusati di "pornografia politica" o finire in carcere, Nadine Gordimer si è poi convinta che il suo compito principale fosse quello di rivendicare ed esercitare il diritto all'autonomia e all'integrità artistica, perché - sostiene - solo mantenendo un equilibrio instabile tra la storia e l'immaginazione uno scrittore può illuminare, con "la debole luce di una piccola torcia" o con "una fiaccola improvvisa", "il labirinto sanguinoso ma ricco di bellezza dell'esperienza umana e dell'essere", dando vita all'univa vera rivoluzione: "la rivoluzione dell'immaginazione". A Pordenone per partecipare alla XIV edizione di "Dedica", la rassegna culturale curata dall'Associazione Thesis che termina il 19 aprile e che prevede diverse occasioni per incontrarla, abbiamo approfittato della visita di Nadine Gordimer per discutere con lei del suo lavoro, del Sudafrica e della sua ultima raccolta di racconti, Beethoven era per un sedicesimo nero (Feltrinelli, euro 16, trad. di Grazia Gatti), che lei stessa presenterà giovedì prossimo insieme all'ex segretario delle Nazioni Unite, Kofi Annan. Nel "Dialogo del tardo pomeriggio", uno dei saggi raccolti nel volume "Vivere nella speranza e nella storia", lei cita una intervista fatta a Nagib Mahfuz, durante la quale una giornalista chiede allo scrittore egiziano: "Qual è il tema che più le sta a cuore?" e lui risponde: "La libertà". Anche lei potrebbe rispondere lo stesso, e potrebbe forse aggiungere quell'"indicatore del livello dello spirito dall'origine misteriosa" che definisce come "il senso della giustizia"? In chi fa il mio mestiere lo scrittore convive sempre con l'individuo e con la sua responsabilità. Quando si è musicisti, pittori o scrittori, il proprio talento implica la responsabilità di portare la libertà e la giustizia in quel che si suona, si dipinge o si scrive. Chi svolge questo tipo di professioni, infatti, ha in prestito un talento che deve restituire, il più onestamente possibile. Allo stesso tempo, ognuno di noi - indipendentemente dall'ambito nel quale si esprime - è dotato della responsabilità di rendersi consapevole dei modi in cui vivono le persone e delle leggi alle quali sono sottomessi. Dunque, dobbiamo assumerci la responsabilità di quanto accade non solo nel nostro paese, ma in tutto il mondo, e fare tutto ciò che ci è possibile per promuovere la libertà e il senso di giustizia. Non è un caso che lei si sia spesso interrogata sul rapporto che lega creatività e responsabilità. A giudicare dai suoi scritti, sembrerebbe che, secondo lei, lo scrittore possa adempiere ai propri doveri verso la società solo se, innanzitutto, riesce a salvaguardare l'integrità della propria immaginazione. Questo significa che la responsabilità dello scrittore verso la scrittura precede quella verso la società? Sì, la nostra prima responsabilità è nei confronti del nostro lavoro, verso la nostra libertà in quanto scrittori. Se non salvaguardassimo questa libertà, correremmo facilmente il rischio di diventare dei propagandisti. Certo, come tutti anche noi scrittori abbiamo delle forti convinzioni politiche, ma non possiamo permetterci che queste convinzioni interferiscano con il nostro lavoro o peggio lo fagocitino. Ottenere una sorta di bilanciamento è lo scopo per il quale ho cercato di combattere lungo tutto il corso della mia vita: in quanto essere umano sono stata una fiera oppositrice del regime dell'apartheid, e in quanto cittadina del Sudafrica mi sono assunta una serie di rischi, ma in tutti i momenti in cui ho indossato la veste di scrittrice non ho mai presentato le persone di cui condividevo le idee politiche come angeli: sento il dovere di mantenere la mia libertà artistica e di mostrare l'essere umano nella sua interezza. Tutti, compresi gli eroi, hanno le loro ombre e le loro duplicità. In diverse occasioni lei non si è limitata a ragionare in termini generali sul ruolo dello scrittore nella società, ma si è anche chiesta dove situarsi, ammettendo di aver oscillato tra la voglia di lasciare il paese e un "terribile, ostinato e inquietante desiderio di rimanere". Eppure, anche nei periodi più difficili, non ha mai scelto l'esilio. Dipende forse dal fatto che sente la responsabilità anche come un impegno verso il luogo a cui si "appartiene"? Sì, la intendo anche così. Come diceva Jean-Paul Sartre, andare in esilio è, in qualche modo, come perdere il proprio posto nel mondo. In Sudafrica, molti sono stati costretti all'esilio perché altrimenti sarebbero stati uccisi o avrebbero trascorso tutta la vita in prigione, mentre altri hanno deciso volontariamente di andar via perché non sopportavano più di vivere in un paese che imponeva ai neri condizioni di vita così ingiuste. Nel mio caso, forse non sono stata sufficientemente coraggiosa da compiere azioni che mi avrebbero portata dritta in prigione, ma ne ho fatte alcune per le quali ho rischiato molto. Comunque, io e mio marito, Reinhold Cassirer, abbiamo ragionato in termini vaghi su questa ipotesi, e abbiamo deciso di restare: sono nata in Sudafrica, sono un'africana bianca e per me abbandonare il mio paese, proprio quando viveva momenti così difficili, avrebbe significato veramente perdere il mio posto nel mondo. Comunque, siamo stati ampiamente ricompensati nel 1994, quando per la prima volta tutti i sudafricani di ogni colore, hanno votato insieme per le elezioni democratiche. E oggi che il Sudafrica si trova a vivere quello che lei chiama "il giorno dopo la festa", qual è la situazione? In che modo i sudafricani stanno affrontando il compito che Flaubert - da lei citato - definiva come "il più difficile e il meno attraente", ossia la transizione? In effetti, si tratta di un compito difficilissimo: nel corso di una battaglia si è talmente concentrati sull'obiettivo di sconfiggere il nemico che le uniche cose a cui si pensa sono i modi per vincerla. Allo stesso modo, in Sudafrica si pensava solo a demolire il regime oppressivo dell'apartheid, e non c'era il tempo né l'energia per pensare a quanto sarebbe dovuto accadere dopo. Mi sembra comunque che in Europa e negli Stati Uniti si faccia molta fatica a comprendere un fatto essenziale: l'apartheid si fondava sul razzismo, ma il razzismo è ben più radicato dell'apartheid, perché ha accompagnato la nostra storia, privando dei loro diritti coloro che risiedevano nel paese, sin dal 1652, quando Jan van Rebeeck, uno dei leader della Compagnia Olandese delle Indie orientali, mise piede in Sudafrica. Mi sembra assurdo pretendere che il mio paese, in soli quattordici anni, riesca a eliminare l'eredità negativa costituita da questa storia secolare di razzismo. Alcuni paesi europei godono della democrazia da diversi secoli, eppure non riescono a eliminare la disparità fortissima tra ricchi e poveri. Come potete pretendere da noi quel che voi non siete riusciti a fare nel corso di secoli? Torniamo alla letteratura: nel corso della sua lunga attività di scrittrice - a partire dalla sua prima pubblicazione, quando era poco più che una bambina - lei non ha mai smesso di scrivere racconti, e ha anche cercato di spiegarne l'origine. Ci può raccontare perché, nella sua personale collezione di metafore letterarie, il racconto è paragonabile a un uovo di gallina? Mi piace usare questa metafora perché l'uovo è "completo": è costituito dal bianco e dal tuorlo, da cui sarebbe potuta nascere una gallina, dunque potenzialmente contiene la vita. Quando mi prende il desiderio di scrivere un racconto, e comincio a ragionare sulla forma che potrebbe assumere, la storia mi appare nella sua totalità, dall'inizio alla fine: come un uovo, è tutta lì, in quell'idea. Quando scrivo un romanzo, invece, mi viene da pensare piuttosto alle cose che poi finiranno col trovarsi nel mezzo, e devo ragionare sul modo in cui potrebbe iniziare la storia. La scrittura di un romanzo, dunque, è una sorta di viaggio, fatto di tappe e di passaggi, una strada che cambia mentre la percorriamo, anche se conosciamo la partenza e la meta finale. I racconti, invece, come un uovo si possono tenere completamente in una mano. In questa ultima sua raccolta di racconti ce n'è uno particolarmente insolito perché sembra attingere in modo esplicito alla sfera privata: è titolato "Dreaming of the Dead" e racconta di un incontro tra lei, Edward Said, Susan Sontag e Anthony Sampson in un ristorante cinese di New York. Lo ha scritto come un omaggio all'amicizia? Sebbene le storie che racconto non abbiano mai avuto a che fare con la mia vita personale, in questo caso, invece, ho scritto un racconto molto "intimo": è un omaggio ad alcuni amici amati, che hanno avuto un ruolo essenziale nella mia vita e con i quali ho avuto il privilegio di condividere momenti importanti. Ho messo insieme i miei sogni, i ricordi che ho di loro, e mi sono presa la libertà di usare la conoscenza che avevo delle loro personali idiosincrasie per dare vita a una storia, ironica e affettuosa, ambientata in un ristorante cinese, che ricorda quello in cui era solita portarmi Susan Sontag quando capitavo negli Stati Uniti. Anche i riferimenti alla musica non sono casuali: ricordo che Edward Said, con il quale mi capitava di discutere sul rapporto tra la scrittura e la vita, mi diceva sempre: "siamo entrambi degli scrittori, ma io ho una cosa più di te, perché sono musicista". E in effetti era un grande musicista. Per quel che riguarda Anthony Sampson, lo ricordo come un grande scrittore e un grande storico. Dunque sì, Dreaming of the Dead è il mio personale tributo al valore dell'amicizia. Un'ultima domanda su una questione contingente, che però rimanda anch'essa al rapporto tra politica e letteratura. Recentemente alcuni si sono appellati all'esempio del Sudafrica dell'apartheid per giustificare il fatto che, a volte, il boicottaggio è un'arma legittima. Questa volta il bersaglio sarebbe il Salone del libro di Torino, che quest'anno è dedicato a Israele, nel sessantesimo anniversario della sua nascita. Lei cosa ne pensa? Ritengo che il boicottaggio sia assolutamente sbagliato. Non partecipare a un incontro letterario, evitando di incontrare scrittori che provengono da un paese di cui non si condividono le azioni governative, mi sembra una assurda riduzione della letteratura al comune denominatore della politica. Non dimentichiamoci, poi, che ci sono diversi scrittori israeliani che non condividono o che condannano le politiche adottate dal loro governo. Comunque, è ridicolo paragonare questo conflitto alla situazione sudafricana: lì i bianchi non potevano reclamare alcun vero diritto, perché gli unici che detenevano erano quelli guadagnati con la forza del dominio coloniale. Nel caso degli israeliani e dei palestinesi, invece, la complessità della situazione deriva proprio dal fatto che entrambi hanno diritti incontestabili. I suoi libri E a "Dedica" una mostra fotografica Nata a Springs, in Sudafrica, nel 1923, da madre inglese e padre russo, Nadine Gordimer racconta di essersi formata sui libri e nelle biblioteche, piuttosto che nelle aule scolastiche. Simbolo della lotta contro l'apartheid, premio Nobel per la letteratura nel 1991, nel corso della sua attività la "doyenne delle lettere sudafricane" ha scritto romanzi, racconti, saggi, adattamenti cinematografici e, insieme al figlio Hugo Cassirer, anche alcuni documentari. Tra le opere narrative (tradotte da Feltrinelli): "Un mondo di stranieri" (1961), "Un ospite d'onore" (1985), "Il mondo tardoborghese" (1989), "Storia di mio figlio" (1991), "La figlia di Burger" (1992), "Un'arma in casa" (1998), "L'aggancio" (2002); "Sveglia" (2006). Una parte della sua produzione saggistica è raccolta nei volumi "Vivere nell'interregno" (1990), "Scrivere ed essere. Lezioni di poetica" (1996), "Vivere nella speranza e nella storia. Note dal nostro secolo" (1999). Insieme al fotografo David Goldblatt (di cui "Dedica" ospita una mostra, che verrà inaugurata dai due autori e Giancarlo Pauletto, il 12 aprile), Nadine Gordimer ha pubblicato "On the Mines (1973), e "Lifetimes: Under Apartheid" (1986).

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Individuato il gene della dittatura (sezione: Israele/Palestina)

( da "Libero" del 08-04-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Cultura e scienza 08-04-2008 Individuato il gene della dittatura GERUSALEMME Sebbene divisi dalle rispettive ideologie, Stalin, Hitler, Saddam Hussein e altri famigerati dittatori potrebbero avere in comune un gene, che sarebbe responsabile del loro atteggiamento dittatoriale. Lo sostiene un nuovo studio israeliano, realizzato da Richard Ebstein e dal suo team dell'Università ebraica di Gerusalemme. Gli studiosi hanno scelto circa 200 volontari, ai quali è stato chiesto di giocare a un gioco on-line noto come "Il gioco del dittatore", inventato per studiare il comportamento economico dei partecipanti, i quali si trovano a interagire tra di loro via computer (in pratica i giocatori non si incontrano di persona) e hanno la possibilità di decidere se tenersi per intero un certo quantitativo di denaro assegnato loro dagli sperimentatori o se invece dividerlo generosamente con gli altri. In sostanza questo gioco consentirebbe di distinguere coloro che hanno un atteggiamento medio egoistico e spietato da coloro che sono invece portati naturalmente a preoccuparsi del prossimo. I 200 volontari sono stati inoltre sottoposti a un esame genetico allo scopo di esaminare uno specifico gene (nome in codice: AVPR1a), che studi precedenti hanno dimostrato essere responsabile del comportamento altruistico e della formazione di legami sociali. E le analisi di Ebstein hanno messo in luce come i volontari che si dimostravano più spietati e avidi possedessero una versione di AVPR1a molto più corta della media, a indicare che il loro comportamento era in qualche modo collegato a tale gene. Secondo lo studioso israeliano l'avidi tà e la ferocia dei grandi dittatori della storia potrebbe quindi avere un'origine almeno in parte genetica, un'ipotesi che sarebbe interessante, anche se ovviamente difficile, verificare sperimentalmente. Stando invece a Nicholas Bardsley, ricercatore dell'Università di Southampton, la suddetta mutazione non causerebbe spietatezza, ma semplice mancanza di abilità sociali (chi ne è affetto sarebbe incapace di "met tersi nei panni" degli altri). ROBERTO MANZOCCO Salvo per uso personale è vietato qualunque tipo di riproduzione delle notizie senza autorizzazione.

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ROMA - Come on England . Così titolano i giornali inglesi. Se nell'Europa delle Nazi (sezione: Israele/Palestina)

( da "Messaggero, Il" del 08-04-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

ROMA - "Come on England". Così titolano i giornali inglesi. Se nell'Europa delle Nazionali la squadra inglese si accomoderà in poltrona per vedere la fase finale dell'Europeo in Austria e Svizzera, nell'Europa dei club il calcio d'oltremanica domina. Oggi potrebbe infatti già qualificare alle semifinali della Champions League due squadre inglesi, attendendo l'esito del confronto tra Manchester e Roma di domani. In programma oggi ci sono Liverpool-Arsenal e Chelsea-Fenerbahce. Il derby inglese è all'ultimo atto della trilogia, andata in scena nel giro di soli sette giorni. Dopo le prime due partite all'Emirates (due 1-1 tra Champions e Premier), si aspetta il gran finale ad Anfield. Le reti di Adebayor e Kuyt all'andata lasciano aperta ogni possibilità. Il Liverpool ha i favori del pronostico, sia perchè può bastare lo 0-0, sia perchè i Reds contro avversarie inglesi hanno una tradizione di tutto rispetto: una sola eliminazione nel lontano 1978/79 contro il Nottingham Forrest. Il Liverpool, inoltre, nelle coppe europee contro squadre inglesi non ha mai perso in casa, totalizzando tre vittorie e due pareggi. Ma Benitez (che vuole trattenere Crouch, dato in partenza per l'Italia) però non vuole pensare ai precedenti. Perchè da tre gare a questa parte il Liverpool non riesce a battere i Gunners ad Anfield. Sarà anche per questo che Arsene Wenger è convinto di potercela farcela. "La mia squadra è giovane, e ha giocato meglio fuori casa che in casa. Avete visto cosa è successo con il Milan, ci davano per spacciati e a San Siro abbiamo passato il turno". Nell'altra sfida di giornata il Chelsea di Grant dovrà ribaltare la sconfitta in Turchia contro il Fenerbahce di Zico per 2-1. "So che non sarà facile - ha detto Grant - ma questo Chelsea ha la possibilità di vincere con chiunque". Da quando è sulla panchina della squadra londinese il tecnico israeliano ha perso solo due gare su ventisei.

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L'Onu è pronta a condannare Israele per razzismo (sezione: Israele/Palestina)

( da "Opinione, L'" del 08-04-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Oggi è Mar, 08 Apr 2008 Edizione 68 del 08-04-2008 Durban 2 L'Onu è pronta a condannare Israele per razzismo di Dimitri Buffa L'allarme contro l'organizzazione da parte dell'Onu della conferenza cosiddetta Durban 2, "la vendetta", sul razzismo è stato già lanciato nel settembre del 2007. In questi mesi però la comunità internazionale è giustamente rivolta a capire cosa succederà nell'estate del 2008 con i giochi olimpici in Cina. Così, l'organizzazione dell'ennesimo mostro delle Nazioni Unite per tentare di fare ciò che non è riuscito con Durban, pochi giorni prima dell'11 settembre 2001, cioè condannare Israele per razzismo contro i palestinesi e gli Stati Uniti per l'appoggio che danno allo stato ebraico, rischia di accadere nel silenzio complice della stampa mondiale. Intanto fervono i preparativi e si sa già che tra gli organizzatori di Durban 2 ci sono quel buontempone di Gheddafi, leder della Libia, e quell'altro gentiluomo di campagna di Mahmoud Ahmadinejad, presidente di un Iran che trova la propria identità solo in chiave di odio anti semita. Per ricordarsi cosa avvenne nei giorni dell'agosto 2000 a Durban, almeno da parte di quegli italiani che volessero sapere gli argomenti amorevolmente discussi in quel consesso, bisognerebbe riprendersi gli articoli e le corrispondenze di Hillel Neuer, presidente di UN Watch, sul Boston Globe: "Da una parte i palestinesi erano rappresentati da personaggi quali Raji Sourani che definisce gli attacchi di Hamas 'resistenza' e Jamal Juma che afferma che Israele è uno 'stato di apartheid coloniale e razzista' e dall'altra sono stati invitati degli israeliani, quali per esempio Michel Warschawski, che confermano le tesi palestinesi violentemente antisioniste e antisemite, sostenendo per esempio, come fa Nurit Peled-Elhanan 'che la mente degli ebrei (sic!,ndr) escogita i modi più creativi per devastare, distruggere e demolire questo paese". "Sono israeliani ? scriveva Neuer - questi che si possono definire tali soltanto perché ne hanno la cittadinanza, ma certamente non rappresentano in realtà la maggioranza dei loro concittadini". Adesso contro Durban 2 sono partiti alla carica tanto il Simon Wiesenthal center che già da un anno ha annunciato di volere boicottare l'ennesima trovata Onu contro Israele quanto gli Stati Uniti d'America che hanno preannunciato il loro veto contro qualsivoglia risoluzione che equipari il sionismo al razzismo. Il ministro degli esteri israeliano Tzipi Livni ha annunciato lo scorso 28 febbraio che "Israele non parteciperà al vertice Onu Durban 2 sul razzismo se si trasformerà in una piattaforma di propaganda antisemita e anti israeliana come il primo vertice a Durban nel 2001". "La partecipazione a tali vertici legittima l'odio, l'estremismo e l'antisemitismo ? ha spiegato la Livni ? e Israele non intende incoraggiare tali comportamenti". Più diplomatica la commissaria per i diritti umani dei rifugiati palestinesi, Louise Harbour, già tanto criticata in passato per i propri statement anti Israele: ha già detto che forse "proprio in quel periodo", gennaio 2009, sarà in ferie. Rimane da sapere come si comporterà l'Italia per l'occasione. Di certo si possono dire due cose: se a vincere sarà il governo di centro destra il problema della partecipazione a una simile pagliacciata non si porrà nemmeno come ipotesi dell'irrealtà; altrettanto certamente però, se dovesse vincere un Pd come quello attuale, depurato da candidature filo israeliane per volere di D'Alema, non è affatto scontato che l'Italia non compia l'ennesima gaffe con il governo di Gerusalemme.

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Hamas, la minaccia ignorata (sezione: Israele/Palestina)

( da "Opinione, L'" del 08-04-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Oggi è Mar, 08 Apr 2008 Edizione 68 del 08-04-2008 Totalitarismo a gaza Il fine ultimo: distruggere Israele e combattere l'Occidente infedele Hamas, la minaccia ignorata di David Harris C'è quella storiella della madre convinta che il suo bambino prodigio di cinque anni debba ricevere un'ottima istruzione perché un giorno l'avrebbe mandato in una prestigiosa università. Così la donna decide di pomparlo con nuove parole dal vocabolario ogni giorno. Quando il piccolo Carlo torna a casa dalla scuola, sua madre prontamente gli chiede: "Carlo, qual è la differenza tra l'ignoranza e l'indifferenza?" Al che lui, totalmente disinteressato all'esercizio, scrolla le spalle e mormora: "Non lo so e non me ne curo". A volte, questo è il messaggio che ricevo dal mondo su Hamas. E' come se ci fosse un'ignoranza, forse un'ignoranza ostinata, circa quello che realmente vuol dire Hamas, che domina Gaza. Hamas fu creato nel 1988. Il suo fondamento ideologico risiede nella Fratellanza Musulmana. La sua Carta costitutiva parla chiaro. Il suo scopo è la distruzione di Israele e la sua sostituzione con uno stato islamico. E' stato definito un gruppo terrorista dall'Unione Europea e dagli Stati Uniti. Ci sono alcuni in Occidente che scelgono di credere altrimenti. Henry Siegman, del Consiglio delle Relazioni Estere, rappresenta questa prospettiva. Sul Financial Times del 14 settembre 2006, Siegman affermò che Hamas avrebbe accettato Israele nei confini del 1967, citando una presunta dichiarazione di un portavoce di Hamas. Siegman è ritornato sull'argomento in un lettera aperta sull'International Herald Tribune ai primi di marzo 2008. Nel presentare queste posizioni, Siegman ed il Financial Times scelgono convenientemente di ignorare le montagne di prove contrarie che evidenziano l'immutata agenda di Hamas. Forse quei fatti sono troppo sconvenienti per prenderli in considerazione. Cominciamo con la Carta costitutiva di Hamas, o Patto, la quale contiene bocconcini succulenti, quali: "Israele, per il suo essere stato ebraico e di avere una popolazione ebraica, sfida l'Islam e i musulmani. Lascia che gli occhi dei codardi non si addormentino". Oppure: "Israele sorgerà e rimarrà eretto finché l'Islam l'avrà eliminato come ha eliminato i suoi predecessori". Oppure: "Il tempo non verrà finché i musulmani non lotteranno contro gli ebrei [e li uccideranno]; finché gli ebrei si nasconderanno dietro le rocce e gli alberi, e questi grideranno: Oh Musulmano! C'è un ebreo che si nasconde dietro di me, vieni e uccidilo!". O ancora: "Allah è il suo obiettivo, il Profeta è il suo modello, il Corano la sua costituzione: il Jihad è il suo percorso e la morte alla ricerca di Allah è il più alto dei suoi desideri". E per buona misura, il Patto di Hamas utilizza anche gli infami Protocolli dei Savi anziani di Sion con un linguaggio quale: "Loro [gli ebrei] stettero dietro le Rivoluzioni francese e comunista e dietro la maggior parte delle rivoluzioni di cui abbiamo udito qua e là. Loro usano i soldi per fondare organizzazioni clandestine che stanno spargendo in tutto il mondo per distruggere le società e perseguire gli interessi sionisti". Si considerino queste parole di Khaled Mashaal, il principale leader di Hamas, che vive a Damasco: "Oggi, la nazione araba ed islamica sta sorgendo e si sta svegliando, e giungerà alla sua vetta, Allah lo voglia... riguadagnerà il comando del mondo. Allah lo voglia, quel giorno non è lontano". "Noi diciamo all'Occidente, che non agisce ragionevolmente e che non impara le sue lezioni: da Allah, voi sarete sconfitti". Mashaal è solo nelle sue visioni? Neanche un po'. Nel novembre 2007, nel sessantesimo anniversario della decisione dell'ONU di ripartire la Palestina mandataria in due stati, uno arabo e uno ebraico, Hamas ha dichiarato ufficialmente: "La Palestina è terra islamica e araba dal fiume al mare, incluso Gerusalemme. Non c'è posto in essa per gli ebrei". E così via di seguito. Ma quello che risulta più minaccioso è l'abbinamento delle parole ai fatti. Come testimonia il quotidiano furioso lancio di razzi dalla striscia di Gaza, sotto il controllo di Hamas, verso Israele. A questo punto, vedere Hamas come un gruppo che combatte per nulla più del ritorno di Israele ai confini del 1967 oppure come un partner affidabile per i negoziati di pace sforza la credulità ben oltre il punto di rottura. Le implicazioni del conflitto non sono solo regionali ma globali. Ricordiamo che la visione del mondo di Hamas si estende ben oltre Israele e gli ebrei. Essa mira alla dominazione islamica globale e alla restaurazione del califfato, rifiuta tutti i valori occidentali e ripudia anche i più elementari diritti umani, come la libertà di opinione e la libertà di religione. I suoi degni compari sono Iran, Siria, Hezbollah e Jihad islamico. Si chieda ai giornalisti dell'impegno di Hamas per la libertà di espressione, dopo la chiusura della sezione di Gaza dell'Unione dei Giornalisti palestinesi e l'attuale rifiuto di permettere ai reporter stranieri e ai fotografi di operare senza i suoi severi controlli. Si chieda alla piccola comunità cristiana in Gaza che cosa è la vita sotto la dominazione di Hamas. O lo si chieda alle donne che aspirano alla libertà e all'uguaglianza. Oppure lo si chieda ai sostenitori di Fatah in Gaza, come Muhammad Swairki, un cuoco della guardia presidenziale di Mahmoud Abbas al quale, secondo il Deutsche Press-Agentur, gli uomini di Hamas spararono nelle ginocchia e poi lo gettarono giù dal tetto di un edificio di quindici piani. L'ignoranza e l'indifferenza possono costituire vie di fuga molto attraenti, ma non risolvono il problema. Al contrario, queste l'esacerbano solamente, creando pensieri illusori. Israele oggi affronta una situazione unica. Confina con uno stato separatista che è guidato da un gruppo che fa appello apertamente alla sua distruzione, tentando in ogni modo possibile di importare di contrabbando armi e fondi da padroni come l'Iran, ed usando allegramente i civili come scudi umani. Hamas sta cercando di mettere Israele in una posizione indifendibile. Se Israele non entra in Gaza, le vite dei civili israeliani saranno messe a rischio dai ripetuti attacchi di razzi e mortai. Se Israele entra in Gaza, i soliti sospetti della comunità internazionale, incluso il Consiglio dei diritti umani dell'ONU e di alcuni editorialisti, gli faranno accumulare indubbiamente pile di condanne delle "azioni israeliane". Condanne che non terranno nel minimo conto le gravi sfide che Israele affronterebbe nel condurre una effettiva guerra urbana, riducendo al minimo le vittime civili e concependo una strategia di uscita da un territorio che non vuole controllare. Non ci può essere una risposta facile per Israele, ma ignorare o glissare sulla vera natura di Hamas o cercare di reinventarlo a distanza come un incompreso ma affidabile partner per un negoziato non è il modo migliore di procedere. Direttore dell'American Jewish Committee (traduzione in italiano a cura di Carmine Monaco).

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