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Credieuronord (1)
Dalla piazza ai doppiopetto C'era una volta Boso
( da "Stampa,
La" del 20-04-2008)
Argomenti: Credieuronord
Abstract: La disavventura della banca CrediEuronord è ancora lì che lacrima sangue, debiti e proteste. Tv, radio e quotidiano leghista sono da sempre in affanno. Come sempre il 29 aprile, giorno della prima seduta delle Camere, i parlamentari leghisti saranno attesi dal tradizionale pezzo di colore, cronisti in cerca di eccentricità padane.
( da "Stampa, La" del 20-04-2008)
Argomenti: Credieuronord
C'era una volta
Boso, l'enorme senatore venuto giù dalle montagne del Trentino. Era l'aprile
'92 e si presentò a Palazzo Madama così: "Sono di Pergine Valsugana, dove
sono nati due statisti, io e De Gasperi". E tutti giù per terra dalle
risate, lui per primo. Ora, quasi seimila giorni dopo, Boso c'è ancora, è
consigliere provinciale della Lega, fa sempre colazione con latte e frittata di
cipolle, ha superato un infarto e continua a combattere: "Mi avevano
massacrato perché dicevo di prendere le impronte dei piedi agli immigrati
clandestini. Era una legge della civilissima California, ma io ero Boso della
Lega, un rozzo razzista...". E c'era una volta Enzo Flego, che aveva
lasciato malvolentieri il suo negozietto di Verona per Montecitorio. Non gli
piaceva niente di Roma (Ladrona), piuttosto che dormire nella Capitale prendeva
l'ultimo treno, rientrava a casa in vagone letto e la mattina dopo ripartiva in
aereo. Il giorno dell'elezione di Irene Pivetti alla presidenza della Camera,
1994, è di Flego il commento doc: era appena stata votata, dentro stanno ancora
applaudendo, è lui il primo ad uscire "Vaca boia, che vitoria". C'è
ancora Flego, ma a 68 anni sta su a Verona. La Lega ruspante dei suoi tempi è
finita da parecchio. C'è la Lega che prende i voti, ed è ancora quella di Boso
e Flego, del territorio, delle valli e dei paesini. Ma poi c'è quella che i
voti li mette in cassaforte e va all'incasso con la politica, con Roma Ladrona,
appunto. E' Movimento quando si schiera sul pratone di Pontida, urla,
rivendica, minaccia, magari diverte, sempre meno spaventa. Più si allontana dal
prato e più diventa Partito, e che Partito. Poche regole scritte, ma tanto ne
basta una che è diventata convenzione. Comanda lui, il Capo. Per come è
strutturata la sua Lega, Bossi avrà sempre una maggioranza che lo applaude
convinta. Va al governo per la terza volta e più di un distinguo con la prima
si nota. Nel '94 avevano 180 parlamentari e poca esperienza, nel 2001 avevano
esperienza e pochi parlamentari. Ora sono pieni di voti, di percentuali, di
esperienza. Il Bossi dell'estate '94, nella sua vacanza d'agosto a Ponte di
Legno, nei dopocena all'hotel Mirella raccontava spigliato: "Lo sapete di
cosa parlano due politici quando si incontrano? Di soldi e poltrone".
Così, tale ingegner Invernizzi, pensionato dell'Eni ospite dell'albergo, si era
ritrovato nell'elenco dei possibili nuovi consiglieri d'amministrazione della
società, il nome scritto su un tovagliolo. Altri tempi, altro Bossi anche se
questa terza volta al governo comincia come la prima. La battaglia per i
ministeri, per i sottosegretari, per le presidenze delle commissioni, le
vicepresidenze, e giù a scendere per tutte le nomine che verranno. Un'altra
differenza è che questa volta la Lega sa come si fa, ha imparato il mestiere e
ha già dato. Non solo nelle municipalizzate e nelle partecipate del Nord, nelle
città e nelle Regioni dove governa, ma sulle poltrone del potere e del
sottopotere. E la Lega, da anni, è nel Consiglio superiore della magistratura,
nel Consiglio d'amministrazione della Rai, alla presidenza dell'Inps... Non ci
sono correnti nella Lega, c'è solo Umberto Bossi. Ma anche qui c'è una bella differenza.
Una volta era Bossi a muoversi, trattare, telefonare, svegliare, parlare con i
suoi dirigenti, parlamentari, assessori, sindaci. Adesso, colpa dell'ictus e
del cuore ballerino, la comunicazione avviene al contrario e ad intermittenza.
Prima di parlare con il Capo bisogna mettersi in coda, in lista d'attesa. E tra
gli ostacoli da superare c'è anche la cerchia di chi gli è più vicino, lo
protegge, gli dosa a discrezione buone o cattive informazioni incassando
autorevolezza e prestigio. Da lunedì notte i telefonini di Maroni e Calderoli,
di Castelli e Cota, di Giorgetti e Salvini, ricevono telefonate e sms di chi
vuol partecipare alla nuova avventura. "Ti ricordi di me?". Manager,
avvocati, giornalisti che chiamano anche il direttore di Rai2 Antonio Marano,
personaggi della tv che cercano Giovanna Bianchi Clerici, consigliere
d'amministrazione Rai. Avanti, c'è posto. E la Lega, almeno finora, ha sempre
avuto più posti che candidati. Ma l'essere in "quota Lega", come
sanno ad esempio i giornalisti Rai, qualche carriera l'ha agevolata. Insomma,
al famigerato tavolo della lottizzazione la Lega non manca. Nel 2001 erano
andati al governo con la promessa della Devolution e si è visto come è andata,
male. Ora sicurezza e federalismo fiscale, si vedrà. Nell'attesa c'è da
governare e bisogna provvedere alla distribuzione del potere. Non è un reato,
capita a tutti i partiti di governo. E qui si vedranno le nuove capacità della
Lega, finora piuttosto impacciata, almeno se si guarda agli affari loro, quando
si tratta di investimenti, imprenditoria, danari e bilanci. La disavventura della banca CrediEuronord è ancora lì che lacrima
sangue, debiti e proteste. Tv, radio e quotidiano leghista sono da sempre in
affanno. Come sempre il 29 aprile, giorno della prima seduta delle Camere, i
parlamentari leghisti saranno attesi dal tradizionale pezzo di colore, cronisti
in cerca di eccentricità padane. Troveranno poco, Boso e Flego sono
rimasti lassù. E magari qualcuno si stupirà davanti a Manuela Dal Lago, 62
anni, gli ultimi dieci presidente della Provincia di Vicenza, in politica da
quando era ragazzina. "Io? Io ho cominciato con Giovanni Malagodi nel
Partito Liberale Italiano". Una che non grida e non ha mai gridato, però
sa come si amministra. Perché quella che riparte per Roma è una nuova Lega. Di
lotta, di governo e di potere. C'era una volta Boso.