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DOSSIER “CREDIEURONORD”

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Carroccio e voto indipendentista Lega Nord. Due milioni di voti padanisti in libertà. Possono tornare da Bossi se ci saranno risultati di Brenno       da Quaderni Padani n. 77 maggio-giugno 2008

Fra le molte analisi effettuate sui risultati delle ultime elezioni politiche non si sono viste molte serie riflessioni sul voto autonomista padano. Quasi tutti l’hanno un po’ troppo frettolosamente fatto coincidere con il sorprendente suffragio dato alla Lega Nord o – al massimo – alle formazioni localiste o agli autonomisti “storici”. Tutti assieme costoro hanno avuto nelle regioni padano-alpine1 ben 3.248.910 voti. In particolare la Lega Nord ha avuto 2.945.479 voti, il suo quarto migliore risultato nelle elezioni politiche: aveva avuto in Padania 3.241.098 voti nel 1992, 3.178.766 nel 1994, 3.709.560 nel 1996 ed era poi scesa a 1.447.062 e a 1.525.393 voti rispettivamente nel 2001 e nel 2006. Da sempre la Lega non rappresenta solo le istanze autonomiste: essa ricopre anche dei ruoli che riesce a mutare a seconda delle esigenze e delle contingenze politiche, e dei suoi interessi elettorali. Questa sua capacità di adattamento le ha guadagnato la definizione di “grande camaleonte” della politica italiana. Nata dall’unione di movimenti esclusivamente autonomisti, nel 1992 si è presentata come il partito di “mani pulite” e di lotta alla corruzione, e nel 1994 come il portavoce delle istanze di riforma federalista propugnate dal professor Miglio. A tutte questa ha affiancato all’inizio una forte polemica anti-meridionalista che ha poi – mano a mano – sostituito con un sempre più bellicoso impegno contro l’immigrazione, prima tout-court, e poi calibrata solo contro i clandestini e poi contro i clandestini che delinquono.

Naturalmente l’autonomismo esisteva da prima della comparsa della Lega Nord ma era molto frazionato, e appesantito da una lunga tradizione di contrapposizioni e personalismi. Il vero grande merito di Bossi è stato di riuscire – sia pur con metodi a volte rudi ma indiscutibilmente efficaci – a riunire gran parte del mondo autonomista all’interno delle rivendicazioni padaniste, dandogli una dimensione geografica e identitaria vincente e una costruzione ideologica che è soprattutto frutto delle elaborazioni migliane. Il nuovo soggetto politico ha subito mostrato la sua grande forza di attrazione di consensi elettorali ma anche di formazione di consenso ideale, trasformando un generico ribellismo antistatalista in più compiuta presa di coscienza padanista e indipendentista.
È perciò interessante cercare di capire quanto peso abbia avuto e abbia la presenza di questo padanismo sul voto leghista e – di concerto – quanta importanza abbia avuto e abbia l’azione leghista nel creare ulteriore padanismo. Nel 1987 buona parte del voto dato alle Leghe era autonomista (con l’eccezione dei consensi dati alla Liga Veneta dagli alleati “pensionati”) e per certa misura anche padanista. Nel 1992 si può ragionevolmente ipotizzare che circa due terzi dei voti alla Lega Nord le venissero dal suo impegno di moralizzazione della vita pubblica e di lotta contro burocrazia e corruzione. L’alleanza con Forza Italia le ha fatto perdere qualche voto autonomista ma ha sicuramente rafforzato al proprio interno la componente padanista sia in termini assoluti (il pensiero migliano faceva nuovi proseliti) che percentuali (certo perbenismo moderato si è spostato verso Forza Italia). Nel 1996 la Lega si è presentata da sola contro tutti: questo le ha sicuramente fatto guadagnare il consenso di molti elettori nemici del bipolarismo peloso (che la Lega ha identificato con Roma-Polo e Roma-Ulivo, ma anche - senza troppi sottintesi verbali - con la tragica alternativa fra mafiosi e comunisti) ma le ha anche fatto recuperare una parte degli autonomisti in “libera uscita”.

È certo che il suo atteggiamento molto chiaramente indipendentista e padanista abbia condizionato il suo elettorato, in larghissima parte convinto sostenitore della bontà del progetto Padania. Gli indipendentisti padani sono sicuramente cresciuti di numero e in determinazione negli anni immediatamente successivi (marcia sul Po, assalto al Campanile, referendum per l’indipendenza) fino a raggiungere una entità ragguardevole ragionevolmente ipotizzabile in 3,5-4 milioni di persone. È stato il momento di massimo consenso raggiunto dalla Lega. Nel 2001 la Lega ha perso circa due terzi dei suoi voti: se ne sono andati tutti quelli che non hanno accettato la nuova alleanza-sudditanza con Berlusconi e con le destre, e anche tutti i padanisti più convinti. Sono rimasti i fedelissimi, quelli che sono leghisti e – soprattutto - bossiani “sempre e comunque”: si è infatti consolidato uno zoccolo durissimo di circa un milione di persone che voterebbero Lega in ogni caso e che lo hanno fatto anche di fronte ad alcune eventualità non proprio commendevoli: la Credieuronord, la qualità umana e le disavventure giudiziarie e mediatiche di alcuni esponenti di primo piano del partito eccetera. Assieme a questi la Lega può sempre contare anche su una massa di voti fluttuanti che le arrivano in virtù dell’immagine che essa conserva all’esterno (lotta all’immigrazione, alle tasse, alla burocrazia eccetera): si tratta di gente che “la vota perché non la conosce”, non ne conosce le magagne, la scarsa democrazia interna, la discutibile qualità umana di certi suoi esponenti. Si può molto ragionevolmente ipotizzare che circa due terzi dei suoi elettori siano o “fedelissimi” o padanisti che restano nella Lega perché non vedono alternative o perché sperano in un cambiamento della struttura del movimento. Nel 2006 non è cambiato molto: all’erosione della base più fedele (le migliaia di militanti “fregati” dalla Credieuronord) ha posto rimedio l’acquisto del consenso delle clientele create con il governo nazionale e nelle amministrazioni locali. L’uscita di autonomisti convinti è stata compensata dall’inevitabile “conversione” al padanesimo di molti neofiti.

Dove sono finiti tutti gli autonomisti che hanno lasciato la Lega nel 2001 e poi nel 2006? Si tratta di una massa ipotizzabile attorno ai due milioni di persone. Alcuni (pochi) votano per altri partiti, alcuni si sono accasati in movimenti minori (Panto, De Paoli, liste locali eccetera) ma la più parte si è rifugiata nell’astensione. In Padania gran parte della nuova astensione è infatti fatta da ex leghisti. È difficile che chi è arrivato – dopo un processo anche difficile – ad abbracciare la causa indipendentista possa tornare indietro e votare per qualcuno che propone pietanze assai più insipide o soluzioni di ripiego. Una volta capito che il problema non è chi o come governa l’Italia ma l’Italia medesima, non si può più votare per unitaristi, finti riformisti, blandi o falsi federalisti. Così continuano a esserci circa due milioni di voti congelati, che possono potenzialmente solo tornare alla Lega (se questa si ricostruisce una solida credibilità indipendentista) o andare a un movimento padanista credibile. Nel 2008 la Lega ha raddoppiato i propri voti del 2006. Chi sono questi nuovi elettori? Il Corriere della Sera ha pubblicato una indagine Ispo sulla loro provenienza. Ha innanzitutto accreditato il partito del più alto “tasso di fedeltà” nel panorama politico italiano: il 95% degli elettori della Lega del 2006 l’ha rivotata nel 2008. Che 70-80mila padanisti si siano stancati delle chicanes bossiane e del federalismo opportunista degli alleati è del tutto plausibile. Vi si afferma poi che l’attuale voto leghista sarebbe così suddiviso: 41% “padani” (intendendo con questa voce i fedelissimi e gli indipendentisti convinti), 20% “xenofobi” (voce ambigua che significa tutto e nulla), 8% provenienti dalla sinistra e 31% dalla destra. In realtà vi si afferma che quattro nuovi elettori su cinque hanno votato la Lega per le sue ultime posizioni più evidenti, e cioè la lotta all’immigrazione clandestina e alla criminalità.

La Lega ha cioè raccolto l’adesione di cittadini preoccupati per la propria sicurezza (fisica, sociale ed economica) più che dal centralismo statalista italiano. Questo spiega come attorno al nuovo programma “law and order” si siano raccolti molti più ex elettori di destra che non di sinistra e che questi ultimi provengano – come è stato da più parti sottolineato – dal proletariato operaio urbano preoccupato dalla concorrenza e invadenza straniera. La Lega ha cioè accolto qualche indipendentista “di ritorno” (quelli del “faccio un ultimo tentativo”), blandi federalisti (sulla buona strada della conversione) ma soprattutto forzitalioti stanchi del berlusconismo, alleanzini che non hanno digerito né la fusione né le aperture di Fini agli immigrati, e cittadini preoccupati da zingari e clandestini. Si tratta in generale di gente antropologicamente molto lontana dal leghismo originario e anche da quello secessionista della marcia sul Po. Su tre milioni di voti, gli autonomisti e i “leghisti nonostante tutto” non sono probabilmente più della metà del totale e cioè un milione e mezzo di persone. E gli altri indipendentisti? Sono ancora una bella fetta di quel 24% di non votanti (astenuti, “schedabianchisti” e imbrattatori di schede) e sono quelli che hanno votato per i partitini autonomisti. Nel complesso una bella massa di gente, valutabile attorno a più di due milioni di padani: un’altra Lega fuori dalla Lega. Cosa succederà di questa gente? Dipende da come si comporterà il partito.

L’ipotesi più benevola (ma improbabile) è che il nuovo governo si occupi in maniera virtuosa di immigrazione, sicurezza e risanamento economico ma anche di vere riforme federaliste. In tal caso i “nuovi leghisti” potrebbero pian piano essere traghettati sulle sponde della convinta adesione agli obiettivi indipendentisti, i “vecchi leghisti” essere finalmente premiati per la loro spericolata fedeltà, e i “leghisti in libera uscita” tornare all’ovile. L’ipotesi purtroppo più accreditata è che poche delle aspettative generate potranno essere davvero soddisfatte, che i “vecchi delusi” resteranno dove sono, che i “nuovi delusi” torneranno agli alloggi di provenienza e che i “fedelissimi” dovranno fare sempre più appello all’inossidabilità della propria fedeltà “nonostante tutto”. Eppure l’occasione è ghiotta e inaspettata. Il destino da alla Lega una terza possibilità (dopo quella “governativa” del 1994 e quella “rivoluzionaria” del 1997) ma è proprio l’ultima. Se la residua parte migliore della dirigenza leghista sa cogliere la situazione e organizzarsi virtuosamente, le due Leghe (quella “dentro” e quella “fuori”) potrebbero ricongiungersi e avere i numeri per forzare un cambiamento “vero”. Altrimenti ci si dovrà affidare alla faticosa gestazione di un nuovo soggetto che sappia far suoi i pregi e rigettare i difetti di questi ultimi venti anni di passione padanista. Nel frattempo la Padania si allontana sempre più dall’Europa.

[b|]*da Quaderni Padani n. 77
maggio-giugno 2008