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La Stampa 25/2/2010 (7:33) - LA DEPOSIZIONE AL PROCESSO ANTONVENETA
Fiorani: "Consegnai a
Grillo denaro per Dell'Utri"
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"Appestato",
così dice di sentirsi Gianpiero Fiorani.
L'ex Ad di Bpi: 100 mila euro PAOLO COLONNELLO |
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MILANO
Sarà che si considera «un appestato» ma appena apre bocca, Giampiero Fiorani,
l’ex amministratore delegato della Popolare di Lodi imputato per l’illecita
scalata Antonveneta, sparge il morbo a piene mani. E infetta senza troppe
remore gli ex compari di un tempo chiamandoli in causa uno a uno.
Dall’ex governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio («Mi avvertì che ci
sarebbe stata un’ispezione “morbida” per dare una patente a tutto quello che
abbiamo fatto») all’ex ministro Paolo Cirino Pomicino («Fu lui a dire a Fazio e
alla moglie che i nostri telefoni erano intercettati, lo aveva avvertito uno
suo amico dei servizi segreti a Roma»); dai «signori della Lega Nord» («devono
ricordarsi di quello che abbiamo fatto per loro, li abbiamo salvati...») al
«senatore Marcello Dell’Utri: erano per lui i 100 mila euro che mi chiese il
senatore Grillo. E Dell’Utri mi ringraziò...». Per non parlare degli «aiuti»
all’onorevole di Forza Italia, Aldo Brancher: «Mi chiese un contributo perché
aveva perso un investimento in un’azienda. Era uscito male».
E alè, altri 100 mila euro: «100 mila per lui e altri 100 mila che mi disse che
doveva dare a Calderoli». Tutte cose più o meno già raccontate nei verbali ma
che sentite ieri in aula dalla bocca dell’ex enfant prodige della Bassa, cui di
prodigioso è rimasta la memoria, fanno effetto. Specia quando Fiorani scodella
il piatto forte: un paio di inediti che forse determineranno l’apertura di
nuove indagini.
Il primo riguarda il ruolo svolto dal giudice del Tar del Lazio Pasquale
Delise, oggi attuale presidente che, secondo Fiorani gli avrebbe passato in
anticipo e sottobanco le decisioni del Tar sui ricorsi dei concorrenti di Abn
Amro avversi alle scalate dei “furbetti del quartierino”. Il secondo colpisce
basso il presidente di Consob Lamberto Cardia che, afferma senza mezzi termini
il Giampi, «mi avvisò che la Procura di Milano indagava sulla scalata
Antonveneta». Il che fa il paio con la deposizione della scorsa udienza, dove Fiorani
aveva spiegato come Cardia gli avesse anticipato di un mese l’ispezione nella
banca di Lodi e di come il figlio del presidente Consob, a quei tempi,
lavorasse come consulente per lui con uno stipendio da 250 mila euro l’anno.
Insomma, non era solo a quei tempi il Giampi. Non come adesso che si sente
«diventato un appestato. C’è paura di stare vicino a me per non restare
contaminati. È un’esperienza drammatica, una morte civile cui uno può pensare
di farla finita o lasciarsi andare». Così racconta perfino di aver tentato due
volte il suicidio: «Non so dire se per fortuna o per sfortuna, questo poi lo
vedremo. Adesso posso dire che mi è andata bene». La prima volta, spiega,
accadde nell’ottobre del 2005, dopo l’estate rovente dell’inchiesta sui “furbetti”:
«Avevo preso un fucile da caccia, avevo messo la canna in bocca,avevo
appoggiato il calcio a terra ma per fortuna quel fucile scivolò». La seconda
volta fu nel carcere di san Vittore, «ma una guardia mi salvò». Stampa Articolo