HOME PRIVILEGIA NE IRROGANTO di Mauro Novelli BIBLIOTECA
Ludovico
Ariosto
Orlando
furioso
INDICE
1
Le donne, i
cavallier, l'arme, gli amori,
le cortesie,
l'audaci imprese io canto,
che furo al
tempo che passaro i Mori
d'Africa il
mare, e in Francia nocquer tanto,
seguendo
l'ire e i giovenil furori
d'Agramante
lor re, che si diè vanto
di vendicar
la morte di Troiano
sopra re
Carlo imperator romano.
2
Dirò
d'Orlando in un medesmo tratto
cosa non
detta in prosa mai, né in rima:
che per amor
venne in furore e matto,
d'uom che
sì saggio era stimato prima;
se da colei
che tal quasi m'ha fatto,
che 'l poco
ingegno ad or ad or mi lima,
me ne
sarà però tanto concesso,
che mi basti
a finir quanto ho promesso.
3
Piacciavi,
generosa Erculea prole,
ornamento e
splendor del secol nostro,
Ippolito,
aggradir questo che vuole
e darvi sol
può l'umil servo vostro.
Quel ch'io vi
debbo, posso di parole
pagare in
parte e d'opera d'inchiostro;
né che poco
io vi dia da imputar sono,
che quanto io
posso dar, tutto vi dono.
4
Voi sentirete
fra i più degni eroi,
che nominar
con laude m'apparecchio,
ricordar quel
Ruggier, che fu di voi
e de' vostri
avi illustri il ceppo vecchio.
L'alto valore
e' chiari gesti suoi
vi
farò udir, se voi mi date orecchio,
e vostri alti
pensieri cedino un poco,
sì che
tra lor miei versi abbiano loco.
5
Orlando, che
gran tempo innamorato
fu de la
bella Angelica, e per lei
in India, in
Media, in Tartaria lasciato
avea infiniti
ed immortal trofei,
in Ponente
con essa era tornato,
dove sotto i
gran monti Pirenei
con la gente
di Francia e de Lamagna
re Carlo era
attendato alla campagna,
6
per far al re
Marsilio e al re Agramante
battersi
ancor del folle ardir la guancia,
d'aver
condotto, l'un, d'Africa quante
genti erano
atte a portar spada e lancia;
l'altro,
d'aver spinta la Spagna inante
a destruzion
del bel regno di Francia.
E così
Orlando arrivò quivi a punto:
ma tosto si
pentì d'esservi giunto:
7
Che vi fu
tolta la sua donna poi:
ecco il
giudicio uman come spesso erra!
Quella che
dagli esperi ai liti eoi
avea difesa
con sì lunga guerra,
or tolta gli
è fra tanti amici suoi,
senza spada
adoprar, ne la sua terra.
Il savio
imperator, ch'estinguer volse
un grave
incendio, fu che gli la tolse.
8
Nata pochi
dì inanzi era una gara
tra il conte
Orlando e il suo cugin Rinaldo,
che entrambi
avean per la bellezza rara
d'amoroso
disio l'animo caldo.
Carlo, che
non avea tal lite cara,
che gli
rendea l'aiuto lor men saldo,
questa
donzella, che la causa n'era,
tolse, e
diè in mano al duca di Bavera;
9
in premio
promettendola a quel d'essi,
ch'in quel
conflitto, in quella gran giornata,
degl'infideli
più copia uccidessi,
e di sua man
prestasse opra più grata.
Contrari ai
voti poi furo i successi;
ch'in fuga
andò la gente battezzata,
e con molti
altri fu 'l duca prigione,
e
restò abbandonato il padiglione.
10
Dove, poi che
rimase la donzella
ch'esser
dovea del vincitor mercede,
inanzi al
caso era salita in sella,
e quando
bisognò le spalle diede,
presaga che
quel giorno esser rubella
dovea Fortuna
alla cristiana fede:
entrò
in un bosco, e ne la stretta via
rincontrò
un cavallier ch'a piè venìa.
11
Indosso la
corazza, l'elmo in testa,
la spada al
fianco, e in braccio avea lo scudo;
e più
leggier correa per la foresta,
ch'al pallio
rosso il villan mezzo ignudo.
Timida
pastorella mai sì presta
non volse
piede inanzi a serpe crudo,
come Angelica
tosto il freno torse,
che del
guerrier, ch'a piè venìa, s'accorse.
12
Era costui
quel paladin gagliardo,
figliuol
d'Amon, signor di Montalbano,
a cui pur
dianzi il suo destrier Baiardo
per strano
caso uscito era di mano.
Come alla
donna egli drizzò lo sguardo,
riconobbe,
quantunque di lontano,
l'angelico
sembiante e quel bel volto
ch'all'amorose
reti il tenea involto.
13
La donna il
palafreno a dietro volta,
e per la
selva a tutta briglia il caccia;
né per la
rara più che per la folta,
la più
sicura e miglior via procaccia:
ma pallida,
tremando, e di sé tolta,
lascia cura
al destrier che la via faccia.
Di sù
di giù, ne l'alta selva fiera
tanto
girò, che venne a una riviera.
14
Su la riviera
Ferraù trovosse
di sudor
pieno e tutto polveroso.
Da la
battaglia dianzi lo rimosse
un gran disio
di bere e di riposo;
e poi, mal
grado suo, quivi fermosse,
perché, de
l'acqua ingordo e frettoloso,
l'elmo nel fiume
si lasciò cadere,
né l'avea
potuto anco riavere.
15
Quanto potea
più forte, ne veniva
gridando la
donzella ispaventata.
A quella voce
salta in su la riva
il Saracino,
e nel viso la guata;
e la conosce
subito ch'arriva,
ben che di
timor pallida e turbata,
e sien
più dì che non n'udì novella,
che senza
dubbio ell'è Angelica bella.
16
E perché era
cortese, e n'avea forse
non men de'
dui cugini il petto caldo,
l'aiuto che
potea tutto le porse,
pur come
avesse l'elmo, ardito e baldo:
trasse la
spada, e minacciando corse
dove poco di
lui temea Rinaldo.
Più
volte s'eran già non pur veduti,
m'al paragon
de l'arme conosciuti.
17
Cominciar
quivi una crudel battaglia,
come a
piè si trovar, coi brandi ignudi:
non che le
piastre e la minuta maglia,
ma ai colpi
lor non reggerian gl'incudi.
Or, mentre
l'un con l'altro si travaglia,
bisogna al
palafren che 'l passo studi;
che quanto
può menar de le calcagna,
colei lo
caccia al bosco e alla campagna.
18
Poi che
s'affaticar gran pezzo invano
i dui
guerrier per por l'un l'altro sotto,
quando non
meno era con l'arme in mano
questo di
quel, né quel di questo dotto;
fu primiero
il signor di Montalbano,
ch'al
cavallier di Spagna fece motto,
sì
come quel ch'ha nel cuor tanto fuoco,
che tutto
n'arde e non ritrova loco.
19
Disse al
pagan: - Me sol creduto avrai,
e pur avrai
te meco ancora offeso:
se questo
avvien perché i fulgenti rai
del nuovo sol
t'abbino il petto acceso,
di farmi qui
tardar che guadagno hai?
che quando
ancor tu m'abbi morto o preso,
non
però tua la bella donna fia;
che, mentre
noi tardiam, se ne va via.
20
Quanto fia
meglio, amandola tu ancora,
che tu le
venga a traversar la strada,
a ritenerla e
farle far dimora,
prima che
più lontana se ne vada!
Come l'avremo
in potestate, allora
di chi esser
de' si provi con la spada:
non so
altrimenti, dopo un lungo affanno,
che possa
riuscirci altro che danno. -
21
Al pagan la
proposta non dispiacque:
così
fu differita la tenzone;
e tal tregua
tra lor subito nacque,
sì
l'odio e l'ira va in oblivione,
che 'l pagano
al partir da le fresche acque
non
lasciò a piedi il buon figliuol d'Amone:
con preghi
invita, ed al fin toglie in groppa,
e per l'orme
d'Angelica galoppa.
22
Oh gran
bontà de' cavallieri antiqui!
Eran rivali,
eran di fé diversi,
e si sentian
degli aspri colpi iniqui
per tutta la
persona anco dolersi;
e pur per
selve oscure e calli obliqui
insieme van
senza sospetto aversi.
Da quattro
sproni il destrier punto arriva
ove una
strada in due si dipartiva.
23
E come quei
che non sapean se l'una
o l'altra via
facesse la donzella
(però
che senza differenza alcuna
apparia in
amendue l'orma novella),
si messero ad
arbitrio di fortuna,
Rinaldo a
questa, il Saracino a quella.
Pel bosco
Ferraù molto s'avvolse,
e ritrovossi
al fine onde si tolse.
24
Pur si
ritrova ancor su la rivera,
là
dove l'elmo gli cascò ne l'onde.
Poi che la
donna ritrovar non spera,
per aver
l'elmo che 'l fiume gli asconde,
in quella
parte onde caduto gli era
discende ne
l'estreme umide sponde:
ma quello era
sì fitto ne la sabbia,
che molto
avrà da far prima che l'abbia.
25
Con un gran
ramo d'albero rimondo,
di ch'avea
fatto una pertica lunga,
tenta il
fiume e ricerca sino al fondo,
né loco
lascia ove non batta e punga.
Mentre con la
maggior stizza del mondo
tanto
l'indugio suo quivi prolunga,
vede di mezzo
il fiume un cavalliero
insino al
petto uscir, d'aspetto fiero.
26
Era, fuor che
la testa, tutto armato,
ed avea un
elmo ne la destra mano:
avea il
medesimo elmo che cercato
da
Ferraù fu lungamente invano.
A
Ferraù parlò come adirato,
e disse: - Ah
mancator di fé, marano!
perché di
lasciar l'elmo anche t'aggrevi,
che render
già gran tempo mi dovevi?
27
Ricordati,
pagan, quando uccidesti
d'Angelica il
fratel (che son quell'io),
dietro
all'altr'arme tu mi promettesti
gittar fra
pochi dì l'elmo nel rio.
Or se Fortuna
(quel che non volesti
far tu) pone
ad effetto il voler mio,
non ti
turbare; e se turbar ti déi,
turbati che
di fé mancato sei.
28
Ma se desir
pur hai d'un elmo fino,
trovane un
altro, ed abbil con più onore;
un tal ne
porta Orlando paladino,
un tal
Rinaldo, e forse anco migliore:
l'un fu
d'Almonte, e l'altro di Mambrino:
acquista un
di quei dui col tuo valore;
e questo,
ch'hai già di lasciarmi detto,
farai bene a
lasciarmi con effetto. -
29
All'apparir
che fece all'improvviso
de l'acqua
l'ombra, ogni pelo arricciossi,
e scolorossi
al Saracino il viso;
la voce,
ch'era per uscir, fermossi.
Udendo poi da
l'Argalia, ch'ucciso
quivi avea
già (che l'Argalia nomossi)
la rotta fede
così improverarse,
di scorno e
d'ira dentro e di fuor arse.
30
Né tempo
avendo a pensar altra scusa,
e conoscendo
ben che 'l ver gli disse,
restò
senza risposta a bocca chiusa;
ma la
vergogna il cor sì gli trafisse,
che
giurò per la vita di Lanfusa
non voler mai
ch'altro elmo lo coprisse,
se non quel
buono che già in Aspramonte
trasse dal
capo Orlando al fiero Almonte.
31
E
servò meglio questo giuramento,
che non avea
quell'altro fatto prima.
Quindi si
parte tanto malcontento,
che molti
giorni poi si rode e lima.
Sol di
cercare è il paladino intento
di qua di
là, dove trovarlo stima.
Altra ventura
al buon Rinaldo accade,
che da costui
tenea diverse strade.
32
Non molto va
Rinaldo, che si vede
saltare
inanzi il suo destrier feroce:
- Ferma,
Baiardo mio, deh, ferma il piede!
che l'esser
senza te troppo mi nuoce. -
Per questo il
destrier sordo, a lui non riede
anzi
più se ne va sempre veloce.
Segue
Rinaldo, e d'ira si distrugge:
ma seguitiamo
Angelica che fugge.
33
Fugge tra
selve spaventose e scure,
per lochi
inabitati, ermi e selvaggi.
Il mover de
le frondi e di verzure,
che di cerri
sentia, d'olmi e di faggi,
fatto le avea
con subite paure
trovar di qua
di là strani viaggi;
ch'ad ogni
ombra veduta o in monte o in valle,
temea Rinaldo
aver sempre alle spalle.
34
Qual
pargoletta o damma o capriuola,
che tra le
fronde del natio boschetto
alla madre
veduta abbia la gola
stringer dal
pardo, o aprirle 'l fianco o 'l petto,
di selva in
selva dal crudel s'invola,
e di paura
trema e di sospetto:
ad ogni
sterpo che passando tocca,
esser si
crede all'empia fera in bocca.
35
Quel
dì e la notte a mezzo l'altro giorno
s'andò
aggirando, e non sapeva dove.
Trovossi al
fin in un boschetto adorno,
che
lievemente la fresca aura muove.
Duo chiari
rivi, mormorando intorno,
sempre l'erbe
vi fan tenere e nuove;
e rendea ad
ascoltar dolce concento,
rotto tra
picciol sassi, il correr lento.
36
Quivi parendo
a lei d'esser sicura
e lontana a
Rinaldo mille miglia,
da la via
stanca e da l'estiva arsura,
di riposare
alquanto si consiglia:
tra' fiori
smonta, e lascia alla pastura
andare il
palafren senza la briglia;
e quel va
errando intorno alle chiare onde,
che di fresca
erba avean piene le sponde.
37
Ecco non
lungi un bel cespuglio vede
di prun
fioriti e di vermiglie rose,
che de le
liquide onde al specchio siede,
chiuso dal
sol fra l'alte querce ombrose;
così
voto nel mezzo, che concede
fresca stanza
fra l'ombre più nascose:
e la foglia
coi rami in modo è mista,
che 'l sol
non v'entra, non che minor vista.
38
Dentro letto
vi fan tenere erbette,
ch'invitano a
posar chi s'appresenta.
La bella
donna in mezzo a quel si mette,
ivi si corca
ed ivi s'addormenta.
Ma non per
lungo spazio così stette,
che un
calpestio le par che venir senta:
cheta si leva
e appresso alla riviera
vede
ch'armato un cavallier giunt'era.
39
Se gli
è amico o nemico non comprende:
tema e
speranza il dubbio cor le scuote;
e di quella
aventura il fine attende,
né pur d'un
sol sospir l'aria percuote.
Il cavalliero
in riva al fiume scende
sopra l'un
braccio a riposar le gote;
e in un suo
gran pensier tanto penètra,
che par
cangiato in insensibil pietra.
40
Pensoso
più d'un'ora a capo basso
stette,
Signore, il cavallier dolente;
poi
cominciò con suono afflitto e lasso
a lamentarsi
sì soavemente,
ch'avrebbe di
pietà spezzato un sasso,
una tigre
crudel fatta clemente.
Sospirante
piangea, tal ch'un ruscello
parean le
guance, e 'l petto un Mongibello.
41
- Pensier
(dicea) che 'l cor m'agghiacci ed ardi,
e causi il
duol che sempre il rode e lima,
che debbo
far, poi ch'io son giunto tardi,
e ch'altri a
corre il frutto è andato prima?
a pena avuto
io n'ho parole e sguardi,
ed altri n'ha
tutta la spoglia opima.
Se non ne
tocca a me frutto né fiore,
perché
affligger per lei mi vuo' più il core?
42
La verginella
è simile alla rosa,
ch'in bel
giardin su la nativa spina
mentre sola e
sicura si riposa,
né gregge né
pastor se le avvicina;
l'aura soave
e l'alba rugiadosa,
l'acqua, la
terra al suo favor s'inchina:
gioveni vaghi
e donne inamorate
amano averne
e seni e tempie ornate.
43
Ma non
sì tosto dal materno stelo
rimossa viene
e dal suo ceppo verde,
che quanto
avea dagli uomini e dal cielo
favor, grazia
e bellezza, tutto perde.
La vergine
che 'l fior, di che più zelo
che de' begli
occhi e de la vita aver de',
lascia altrui
corre, il pregio ch'avea inanti
perde nel cor
di tutti gli altri amanti.
44
Sia Vile agli
altri, e da quel solo amata
a cui di sé
fece sì larga copia.
Ah, Fortuna
crudel, Fortuna ingrata!
trionfan gli
altri, e ne moro io d'inopia.
Dunque esser
può che non mi sia più grata?
dunque io
posso lasciar mia vita propia?
Ah più
tosto oggi manchino i dì miei,
ch'io viva
più, s'amar non debbo lei! -
45
Se mi domanda
alcun chi costui sia,
che versa sopra
il rio lacrime tante,
io
dirò ch'egli è il re di Circassia,
quel d'amor
travagliato Sacripante;
io
dirò ancor, che di sua pena ria
sia prima e
sola causa essere amante,
è pur
un degli amanti di costei:
e ben
riconosciuto fu da lei.
46
Appresso ove
il sol cade, per suo amore
venuto era
dal capo d'Oriente;
che seppe in
India con suo gran dolore,
come ella
Orlando sequitò in Ponente:
poi seppe in
Francia che l'imperatore
sequestrata
l'avea da l'altra gente,
per darla
all'un de' duo che contra il Moro
più
quel giorno aiutasse i Gigli d'oro.
47
Stato era in
campo, e inteso avea di quella
rotta crudel
che dianzi ebbe re Carlo:
cercò
vestigio d'Angelica bella,
né potuto
avea ancora ritrovarlo.
Questa
è dunque la trista e ria novella
che d'amorosa
doglia fa penarlo,
affligger,
lamentare, e dir parole
che di
pietà potrian fermare il sole.
48
Mentre costui
così s'affligge e duole,
e fa degli
occhi suoi tepida fonte,
e dice queste
e molte altre parole,
che non mi
par bisogno esser racconte;
l'aventurosa
sua fortuna vuole
ch'alle
orecchie d'Angelica sian conte:
e così
quel ne viene a un'ora, a un punto,
ch'in mille
anni o mai più non è raggiunto.
49
Con molta
attenzion la bella donna
al pianto,
alle parole, al modo attende
di colui
ch'in amarla non assonna;
né questo
è il primo dì ch'ella l'intende:
ma dura e
fredda più d'una colonna,
ad averne
pietà non però scende,
come colei
c'ha tutto il mondo a sdegno,
e non le par
ch'alcun sia di lei degno.
50
Pur tra quei
boschi il ritrovarsi sola
le fa pensar
di tor costui per guida;
che chi ne
l'acqua sta fin alla gola
ben è
ostinato se mercé non grida.
Se questa
occasione or se l'invola,
non
troverà mai più scorta sì fida;
ch'a lunga
prova conosciuto inante
s'avea quel
re fedel sopra ogni amante.
51
Ma non
però disegna de l'affanno
che lo
distrugge alleggierir chi l'ama,
e ristorar
d'ogni passato danno
con quel
piacer ch'ogni amator più brama:
ma alcuna
fizione, alcuno inganno
di tenerlo in
speranza ordisce e trama;
tanto ch'a
quel bisogno se ne serva,
poi torni
all'uso suo dura e proterva.
52
E fuor di
quel cespuglio oscuro e cieco
fa di sé
bella ed improvvisa mostra,
come di selva
o fuor d'ombroso speco
Diana in
scena o Citerea si mostra;
e dice
all'apparir: - Pace sia teco;
teco difenda
Dio la fama nostra,
e non
comporti, contra ogni ragione,
ch'abbi di me
sì falsa opinione. -
53
Non mai con
tanto gaudio o stupor tanto
levò
gli occhi al figliuolo alcuna madre,
ch'avea per
morto sospirato e pianto,
poi che senza
esso udì tornar le squadre;
con quanto
gaudio il Saracin, con quanto
stupor l'alta
presenza e le leggiadre
maniere, e il
vero angelico sembiante,
improviso
apparir si vide inante.
54
Pieno di
dolce e d'amoroso affetto,
alla sua
donna, alla sua diva corse,
che con le
braccia al collo il tenne stretto,
quel ch'al
Catai non avria fatto forse.
Al patrio
regno, al suo natio ricetto,
seco avendo
costui, l'animo torse:
subito in lei
s'avviva la speranza
di tosto
riveder sua ricca stanza.
55
Ella gli
rende conto pienamente
dal giorno
che mandato fu da lei
a domandar
soccorso in Oriente
al re de'
Sericani e Nabatei;
e come
Orlando la guardò sovente
da morte, da
disnor, da casi rei:
e che 'l fior
virginal così avea salvo,
come se lo
portò del materno alvo.
56
Forse era
ver, ma non però credibile
a chi del
senso suo fosse signore;
ma parve
facilmente a lui possibile,
ch'era
perduto in via più grave errore.
Quel che
l'uom vede, Amor gli fa invisibiIe,
e l'invisibil
fa vedere Amore.
Questo
creduto fu; che 'l miser suole
dar facile
credenza a quel che vuole.
57
- Se mal si
seppe il cavallier d'Anglante
pigliar per
sua sciocchezza il tempo buono,
il danno se
ne avrà; che da qui inante
nol
chiamerà Fortuna a sì gran dono
(tra sé
tacito parla Sacripante):
ma io per
imitarlo già non sono,
che lasci
tanto ben che m'è concesso,
e ch'a doler
poi m'abbia di me stesso.
58
Corrò
la fresca e matutina rosa,
che,
tardando, stagion perder potria.
So ben ch'a
donna non si può far cosa
che
più soave e più piacevol sia,
ancor che se
ne mostri disdegnosa,
e talor mesta
e flebil se ne stia:
non
starò per repulsa o finto sdegno,
ch'io non
adombri e incarni il mio disegno. -
59
Così
dice egli; e mentre s'apparecchia
al dolce
assalto, un gran rumor che suona
dal vicin
bosco gl'intruona l'orecchia,
sì che
mal grado l'impresa abbandona:
e si pon
l'elmo (ch'avea usanza vecchia
di portar
sempre armata la persona),
viene al
destriero e gli ripon la briglia,
rimonta in
sella e la sua lancia piglia.
60
Ecco pel
bosco un cavallier venire,
il cui
sembiante è d'uom gagliardo e fiero:
candido come
nieve è il suo vestire,
un bianco
pennoncello ha per cimiero.
Re
Sacripante, che non può patire
che quel con
l'importuno suo sentiero
gli abbia
interrotto il gran piacer ch'avea,
con vista il
guarda disdegnosa e rea.
61
Come è
più appresso, lo sfida a battaglia;
che crede ben
fargli votar l'arcione.
Quel che di
lui non stimo già che vaglia
un grano
meno, e ne fa paragone,
l'orgogliose
minacce a mezzo taglia,
sprona a un
tempo, e la lancia in resta pone.
Sacripante
ritorna con tempesta,
e corronsi a
ferir testa per testa.
62
Non si vanno
i leoni o i tori in salto
a dar di
petto, ad accozzar sì crudi,
sì
come i duo guerrieri al fiero assalto,
che parimente
si passar li scudi.
Fe' lo scontro
tremar dal basso all'alto
l'erbose
valli insino ai poggi ignudi;
e ben
giovò che fur buoni e perfetti
gli osberghi
sì, che lor salvaro i petti.
63
Già
non fero i cavalli un correr torto,
anzi cozzaro
a guisa di montoni:
quel del
guerrier pagan morì di corto,
ch'era
vivendo in numero de' buoni:
quell'altro
cadde ancor, ma fu risorto
tosto ch'al
fianco si sentì gli sproni.
Quel del re
saracin restò disteso
adosso al suo
signor con tutto il peso.
64
L'incognito
campion che restò ritto,
e vide
l'altro col cavallo in terra,
stimando
avere assai di quel conflitto,
non si
curò di rinovar la guerra;
ma dove per
la selva è il camin dritto,
correndo a
tutta briglia si disserra;
e prima che
di briga esca il pagano,
un miglio o
poco meno è già lontano.
65
Qual
istordito e stupido aratore,
poi
ch'è passato il fulmine, si leva
di là
dove l'altissimo fragore
appresso ai
morti buoi steso l'aveva;
che mira
senza fronde e senza onore
il pin che di
lontan veder soleva:
tal si
levò il pagano a piè rimaso,
Angelica
presente al duro caso.
66
Sospira e
geme, non perché l'annoi
che piede o
braccio s'abbi rotto o mosso,
ma per
vergogna sola, onde a' dì suoi
né pria né
dopo il viso ebbe sì rosso:
e più,
ch'oltre il cader, sua donna poi
fu che gli
tolse il gran peso d'adosso.
Muto restava,
mi cred'io, se quella
non gli
rendea la voce e la favella.
67
- Deh!
(diss'ella) signor, non vi rincresca!
che del cader
non è la colpa vostra,
ma del
cavallo, a cui riposo ed esca
meglio si
convenia che nuova giostra.
Né perciò
quel guerrier sua gloria accresca
che d'esser
stato il perditor dimostra:
così,
per quel ch'io me ne sappia, stimo,
quando a
lasciare il campo è stato primo. -
68
Mentre costei
conforta il Saracino,
ecco col
corno e con la tasca al fianco,
galoppando venir
sopra un ronzino
un messagger
che parea afflitto e stanco;
che come a
Sacripante fu vicino,
gli
domandò se con un scudo bianco
e con un
bianco pennoncello in testa
vide un
guerrier passar per la foresta.
69
Rispose
Sacripante: - Come vedi,
m'ha qui
abbattuto, e se ne parte or ora;
e perch'io
sappia chi m'ha messo a piedi,
fa che per
nome io lo conosca ancora. -
Ed egli a
lui: - Di quel che tu mi chiedi
io ti
satisfarò senza dimora:
tu dei saper
che ti levò di sella
l'alto valor
d'una gentil donzella.
70
Ella è
gagliarda ed è più bella molto;
né il suo
famoso nome anco t'ascondo:
fu Bradamante
quella che t'ha tolto
quanto onor
mai tu guadagnasti al mondo. -
Poi ch'ebbe
così detto, a freno sciolto
il Saracin
lasciò poco giocondo,
che non sa che
si dica o che si faccia,
tutto
avvampato di vergogna in faccia.
71
Poi che gran
pezzo al caso intervenuto
ebbe pensato
invano, e finalmente
si
trovò da una femina abbattuto,
che
pensandovi più, più dolor sente;
montò
l'altro destrier, tacito e muto:
e senza far
parola, chetamente
tolse
Angelica in groppa, e differilla
a più
lieto uso, a stanza più tranquilla.
72
Non furo iti
due miglia, che sonare
odon la selva
che li cinge intorno,
con tal
rumore e strepito, che pare
che triemi la
foresta d'ogn'intorno;
e poco dopo
un gran destrier n'appare,
d'oro
guernito e riccamente adorno,
che salta
macchie e rivi, ed a fracasso
arbori mena e
ciò che vieta il passo.
73
- Se
l'intricati rami e l'aer fosco,
(disse la
donna) agli occhi non contende,
Baiardo
è quel destrier ch'in mezzo il bosco
con tal rumor
la chiusa via si fende.
Questo
è certo Baiardo, io 'l riconosco:
deh, come ben
nostro bisogno intende!
ch'un sol
ronzin per dui saria mal atto,
e ne viene
egli a satisfarci ratto. -
74
Smonta il
Circasso ed al destrier s'accosta,
e si pensava
dar di mano al freno.
Colle groppe
il destrier gli fa risposta,
che fu presto
al girar come un baleno;
ma non arriva
dove i calci apposta:
misero il
cavallier se giungea a pieno!
che nei calci
tal possa avea il cavallo,
ch'avria
spezzato un monte di metallo.
75
Indi va
mansueto alla donzella,
con umile
sembiante e gesto umano,
come intorno
al padrone il can saltella,
che sia duo
giorni o tre stato lontano.
Baiardo
ancora avea memoria d'ella,
ch'in
Albracca il servia già di sua mano
nel tempo che
da lei tanto era amato
Rinaldo,
allor crudele, allor ingrato.
76
Con la
sinistra man prende la briglia,
con l'altra
tocca e palpa il collo e 'l petto:
quel
destrier, ch'avea ingegno a maraviglia,
a lei, come
un agnel, si fa suggetto.
Intanto
Sacripante il tempo piglia:
monta Baiardo
e l'urta e lo tien stretto.
Del ronzin
disgravato la donzella
lascia la
groppa, e si ripone in sella.
77
Poi
rivolgendo a caso gli occhi, mira
venir sonando
d'arme un gran pedone.
Tutta
s'avvampa di dispetto e d'ira,
che conosce
il figliuol del duca Amone.
Più
che sua vita l'ama egli e desira;
l'odia e
fugge ella più che gru falcone.
Già fu
ch'esso odiò lei più che la morte;
ella
amò lui: or han cangiato sorte.
78
E questo
hanno causato due fontane
che di
diverso effetto hanno liquore,
ambe in
Ardenna, e non sono lontane:
d'amoroso
disio l'una empie il core;
chi bee de
l'altra, senza amor rimane,
e volge tutto
in ghiaccio il primo ardore.
Rinaldo
gustò d'una, e amor lo strugge;
Angelica de
l'altra, e l'odia e fugge.
79
Quel liquor
di secreto venen misto,
che muta in
odio l'amorosa cura,
fa che la
donna che Rinaldo ha visto,
nei sereni
occhi subito s'oscura;
e con voce
tremante e viso tristo
supplica
Sacripante e lo scongiura
che quel
guerrier più appresso non attenda,
ma ch'insieme
con lei la fuga prenda.
80
- Son dunque
(disse il Saracino), sono
dunque in
sì poco credito con vui,
che mi
stimiate inutile e non buono
da potervi
difender da costui?
Le battaglie
d'Albracca già vi sono
di mente
uscite, e la notte ch'io fui
per la salute
vostra, solo e nudo,
contra
Agricane e tutto il campo, scudo? -
81
Non risponde
ella, e non sa che si faccia,
perché
Rinaldo ormai l'è troppo appresso,
che da lontan
al Saracin minaccia,
come vide il
cavallo e conobbe esso,
e riconohbe
l'angelica faccia
che l'amoroso
incendio in cor gli ha messo.
Quel che
seguì tra questi duo superbi
vo' che per
l'altro canto si riserbi.
1
Ingiustissimo
Amor, perché sì raro
corrispondenti
fai nostri desiri?
onde,
perfido, avvien che t'è sì caro
il discorde
voler ch'in duo cor miri?
Gir non mi
lasci al facil guado e chiaro,
e nel
più cieco e maggior fondo tiri:
da chi disia
il mio amor tu mi richiami,
e chi m'ha in
odio vuoi ch'adori ed ami.
2
Fai ch'a
Rinaldo Angelica par bella,
quando esso a
lei brutto e spiacevol pare:
quando le
parea bello e l'amava ella,
egli
odiò lei quanto si può più odiare.
Ora
s'affligge indarno e si flagella;
così
renduto ben gli è pare a pare:
ella l'ha in
odio, e l'odio è di tal sorte,
che piu tosto
che lui vorria la morte.
3
Rinaldo al
Saracin con molto orgoglio
gridò:
- Scendi, ladron, del mio cavallo!
Che mi sia
tolto il mio, patir non soglio,
ma ben fo, a
chi lo vuol, caro costallo:
e levar
questa donna anco ti voglio;
che sarebbe a
lasciartela gran fallo.
Sì
perfetto destrier, donna sì degna
a un ladron
non mi par che si convegna. -
4
- Tu te ne
menti che ladrone io sia
(rispose il
Saracin non meno altiero):
chi dicesse a
te ladro, lo diria
(quanto io
n'odo per fama) più con vero.
La pruova or
si vedrà, chi di noi sia
più
degno de la donna e del destriero;
ben che,
quanto a lei, teco io mi convegna
che non
è cosa al mondo altra sì degna. -
5
Come soglion
talor duo can mordenti,
o per invidia
o per altro odio mossi,
avicinarsi
digrignando i denti,
con occhi
bieci e più che bracia rossi;
indi a' morsi
venir, di rabbia ardenti,
con aspri
ringhi e ribuffati dossi:
così
alle spade e dai gridi e da l'onte
venne il
Circasso e quel di Chiaramonte.
6
A piedi
è l'un, l'altro a cavallo: or quale
credete
ch'abbia il Saracin vantaggio?
Né ve n'ha
però alcun; che così vale
forse ancor
men ch'uno inesperto paggio;
che 'l
destrier per istinto naturale
non volea
fare al suo signore oltraggio:
né con man né
con spron potea il Circasso
farlo a
voluntà sua muover mai passo.
7
Quando crede
cacciarlo, egli s'arresta;
E se tener lo
vuole, o corre o trotta:
poi sotto il
petto si caccia la testa,
giuoca di
schiene, e mena calci in frotta.
Vedendo il
Saracin ch'a domar questa
bestia
superba era mal tempo allotta,
ferma le man
sul primo arcione e s'alza,
e dal
sinistro fianco in piede sbalza.
8
Sciolto che
fu il pagan con leggier salto
da l'ostinata
furia di Baiardo,
si vide
cominciar ben degno assalto
d'un par di
cavallier tanto gagliardo.
Suona l'un
brando e l'altro, or basso or alto:
il martel di
Vulcano era più tardo
ne la
spelunca affumicata, dove
battea
all'incude i folgori di Giove.
9
Fanno or con
lunghi, ora con finti e scarsi
colpi veder
che mastri son del giuoco:
or li vedi
ire altieri, or rannicchiarsi,
ora coprirsi,
ora mostrarsi un poco,
ora crescer
inanzi, ora ritrarsi,
ribatter
colpi e spesso lor dar loco,
girarsi
intorno; e donde l'uno cede,
l'altro aver
posto immantinente il piede.
10
Ecco Rinaldo
con la spada adosso
a Sacripante
tutto s'abbandona;
e quel porge
lo scudo, ch'era d'osso,
con la
piastra d'acciar temprata e buona.
Taglial
Fusberta, ancor che molto grosso:
ne geme la
foresta e ne risuona.
L'osso e
l'acciar ne va che par di ghiaccio,
e lascia al
Saracin stordito il braccio.
11
Quando vide
la timida donzella
dal fiero
colpo uscir tanta ruina,
per gran
timor cangiò la faccia bella,
qual il reo
ch'al supplicio s'avvicina;
né le par che
vi sia da tardar, s'ella
non vuol di
quel Rinaldo esser rapina,
di quel
Rinaldo ch'ella tanto odiava,
quanto esso
lei miseramente amava.
12
Volta il
cavallo, e ne la selva folta
lo caccia per
un aspro e stretto calle:
e spesso il
viso smorto a dietro volta;
che le par
che Rinaldo abbia alle spalle.
Fuggendo non
avea fatto via molta,
che
scontrò un eremita in una valle,
ch'avea lunga
la barba a mezzo il petto,
devoto e
venerabile d'aspetto.
13
Dagli anni e
dal digiuno attenuato,
sopra un
lento asinel se ne veniva;
e parea,
più ch'alcun fosse mai stato,
di coscienza
scrupolosa e schiva.
Come egli
vide il viso delicato
de la
donzella che sopra gli arriva,
debil
quantunque e mal gagliarda fosse,
tutta per
carità se gli commosse.
14
La donna al
fraticel chiede la via
che la
conduca ad un porto di mare,
perché levar
di Francia si vorria,
per non udir
Rinaldo nominare.
Il frate, che
sapea negromanzia,
non cessa la
donzella confortare
che presto la
trarrà d'ogni periglio;
ed ad una sua
tasca diè di piglio.
15
Trassene un
libro, e mostrò grande effetto;
che legger
non finì la prima faccia,
ch'uscir fa
un spirto in forma di valletto,
e gli
commanda quanto vuol ch'el faccia.
Quel se ne
va, da la scrittura astretto,
dove i dui
cavallieri a faccia a faccia
eran nel
bosco, e non stavano al rezzo;
fra' quali
entrò con grande audacia in mezzo.
16
- Per
cortesia (disse), un di voi mi mostre,
quando anco
uccida l'altro, che gli vaglia:
che merto
avrete alle fatiche vostre,
finita che
tra voi sia la battaglia,
se 'l conte
Orlando, senza liti o giostre,
e senza pur
aver rotta una maglia,
verso Parigi
mena la donzella
che v'ha
condotti a questa pugna fella?
17
Vicino un
miglio ho ritrovato Orlando
che ne va con
Angelica a Parigi,
di voi
ridendo insieme, e motteggiando
che senza
frutto alcun siate in litigi.
Il meglio
forse vi sarebbe, or quando
non son
più lungi, a seguir lor vestigi;
che s'in
Parigi Orlando la può avere,
non ve la
lascia mai più rivedere. -
18
Veduto
avreste i cavallier turbarsi
a quel
annunzio, e mesti e sbigottiti,
senza occhi e
senza mente nominarsi,
che gli
avesse il rival così scherniti;
ma il buon
Rinaldo al suo cavallo trarsi
con sospir
che parean del fuoco usciti,
e giurar per
isdegno e per furore,
se giungea
Orlando, di cavargli il core.
19
E dove
aspetta il suo Baiardo, passa,
e sopra vi si
lancia, e via galoppa,
né al
cavallier, ch'a piè nel bosco lassa,
pur dice a
Dio, non che lo 'nviti in groppa.
L'animoso
cavallo urta e fracassa,
punto dal suo
signor, ciò ch'egli 'ntoppa:
non ponno
fosse o fiumi o sassi o spine
far che dal
corso il corridor decline.
20
Signor, non
voglio che vi paia strano
se Rinaldo or
sì tosto il destrier piglia,
che
già più giorni ha seguitato invano,
né gli ha
possuto mai toccar la briglia.
Fece il destrier,
ch'avea intelletto umano,
non per vizio
seguirsi tante miglia,
ma per guidar
dove la donna giva,
il suo
signor, da chi bramar l'udiva.
21
Quando ella
si fuggì dal padiglione,
la vide ed
appostolla il buon destriero,
che si
trovava aver voto l'arcione,
però
che n'era sceso il cavalliero
per combatter
di par con un barone,
che men di
lui non era in arme fiero;
poi ne
seguitò l'orme di lontano,
bramoso porla
al suo signore in mano.
22
Bramoso di
ritrarlo ove fosse ella,
per la gran
selva inanzi se gli messe;
né lo volea
lasciar montare in sella,
perché ad
altro camin non lo volgesse.
Per lui
trovò Rinaldo la donzella
una e due
volte, e mai non gli successe;
che fu da
Ferraù prima impedito,
poi dal
Circasso, come avete udito.
23
Ora al
demonio che mostrò a Rinaldo
de la
donzella li falsi vestigi,
credette
Baiardo anco, e stette saldo
e mansueto ai
soliti servigi.
Rinaldo il
caccia, d'ira e d'amor caldo,
a tutta
briglia, e sempre invêr Parigi;
e vola tanto
col disio, che lento,
non ch'un
destrier, ma gli parrebbe il vento.
24
La notte a
pena di seguir rimane,
per
affrontarsi col signor d'Anglante:
tanto ha
creduto alle parole vane
del messagger
del cauto negromante.
Non cessa
cavalcar sera e dimane,
che si vede
apparir la terra avante,
dove re
Carlo, rotto e mal condutto,
con le
reliquie sue s'era ridutto:
25
e perché dal
re d'Africa battaglia
ed assedio
s'aspetta, usa gran cura
a raccor
buona gente e vettovaglia,
far cavamenti
e riparar le mura.
Ciò
ch'a difesa spera che gli vaglia,
senza gran
diferir, tutto procura:
pensa mandare
in Inghilterra, e trarne
gente onde
possa un novo campo farne:
26
che vuole
uscir di nuovo alla campagna,
e ritentar la
sorte de la guerra.
Spaccia
Rinaldo subito in Bretagna,
Bretagna che
fu poi detta Inghilterra.
Ben de
l'andata il paladin si lagna:
non ch'abbia
così in odio quella terra;
ma perché
Carlo il manda allora allora,
né pur lo
lascia un giorno far dimora.
27
Rinaldo mai
di ciò non fece meno
volentier
cosa; poi che fu distolto
di gir
cercando il bel viso sereno
che gli avea
il cor di mezzo il petto tolto:
ma, per
ubidir Carlo, nondimeno
a quella via
si fu subito volto,
ed a Calesse
in poche ore trovossi;
e giunto, il
dì medesimo imbarcossi.
28
Contra la
voluntà d'ogni nocchiero,
pel gran
desir che di tornare avea,
entrò
nel mar ch'era turbato e fiero,
e gran
procella minacciar parea.
Il Vento si
sdegnò, che da l'altiero
sprezzar si
vide; e con tempesta rea
sollevò
il mar intorno, e con tal rabbia,
che gli
mandò a bagnar sino alla gabbia.
29
Calano tosto
i marinari accorti
le maggior
vele, e pensano dar volta,
e ritornar ne
li medesmi porti
donde in mal
punto avean la nave sciolta.
- Non convien
(dice il Vento) ch'io comporti
tanta licenza
che v'avete tolta; -
e soffia e
grida e naufragio minaccia,
s'altrove
van, che dove egli li caccia.
30
Or a poppa,
or all'orza hann'il crudele,
che mai non
cessa, e vien più ognor crescendo:
essi di qua
di là con umil vele
vansi
aggirando, e l'alto mar scorrendo.
Ma perché
varie fila a varie tele
uopo mi son,
che tutte ordire intendo,
lascio
Rinaldo e l'agitata prua,
e torno a dir
di Bradamante sua.
31
Io parlo di
quella inclita donzella,
per cui re
Sacripante in terra giacque,
che di questo
signor degna sorella,
del duca
Amone e di Beatrice nacque.
La gran
possanza e il molto ardir di quella
non meno a
Carlo e a tutta Francia piacque
(che
più d'un paragon ne vide saldo),
che 'l lodato
valor del buon Rinaldo.
32
La donna
amata fu da un cavalliero
che d'Africa
passò col re Agramante,
che
partorì del seme di Ruggiero
la disperata
figlia di Agolante:
e costei, che
né d'orso né di fiero
leone
uscì, non sdegnò tal amante;
ben che
concesso, fuor che vedersi una
volta e
parlarsi, non ha lor Fortuna.
33
Quindi
cercando Bradamante gìa
l'amante suo,
ch'avea nome dal padre,
così
sicura senza compagnia,
come avesse
in sua guardia mille squadre:
e fatto
ch'ebbe al re di Circassia
battere il
volto dell'antiqua madre,
traversò
un bosco, e dopo il bosco un monte,
tanto che
giunse ad una bella fonte.
34
La fonte
discorrea per mezzo un prato,
d'arbori
antiqui e di bell'ombre adorno,
Ch'i
viandanti col mormorio grato
a ber invita
e a far seco soggiorno:
un culto
monticel dal manco lato
le difende il
calor del mezzo giorno.
Quivi, come i
begli occhi prima torse,
d'un
cavallier la giovane s'accorse;
35
d'un
cavallier, ch'all'ombra d'un boschetto,
nel margin
verde e bianco e rosso e giallo
sedea
pensoso, tacito e soletto
sopra quel
chiaro e liquido cristallo.
Lo scudo non
lontan pende e l'elmetto
dal faggio,
ove legato era il cavallo;
ed avea gli
occhi molli e 'l viso basso,
e si mostrava
addolorato e lasso.
36
Questo disir,
ch'a tutti sta nel core,
de' fatti
altrui sempre cercar novella,
fece a quel
cavallier del suo dolore
la cagion
domandar da la donzella.
Egli l'aperse
e tutta mostrò fuore,
dal cortese
parlar mosso di quella,
e dal
sembiante altier, ch'al primo sguardo
gli
sembrò di guerrier molto gagliardo.
37
E
cominciò: - Signor, io conducea
pedoni e
cavallieri, e venìa in campo
là
dove Carlo Marsilio attendea,
perch'al
scender del monte avesse inciampo;
e una giovane
bella meco avea,
del cui
fervido amor nel petto avampo:
e ritrovai
presso a Rodonna armato
un che
frenava un gran destriero alato.
38
Tosto che 'l
ladro, o sia mortale, o sia
una de
l'infernali anime orrende,
vede la bella
e cara donna mia;
come falcon
che per ferir discende,
cala e poggia
in un atimo, e tra via
getta le
mani, e lei smarrita prende.
Ancor non
m'era accorto de l'assalto,
che de la
donna io senti' il grido in alto.
39
Così
il rapace nibio furar suole
il misero
pulcin presso alla chioccia,
che di sua
inavvertenza poi si duole,
e invan gli
grida, e invan dietro gli croccia.
Io non posso
seguir un uom che vole,
chiuso tra'
monti, a piè d'un'erta roccia:
stanco ho il
destrier, che muta a pena i passi
ne l'aspre
vie de' faticosi sassi.
40
Ma, come quel
che men curato avrei
vedermi trar
di mezzo il petto il core,
lasciai lor
via seguir quegli altri miei,
senza mia guida
e senza alcun rettore:
per li
scoscesi poggi e manco rei
presi la via
che mi mostrava Amore,
e dove mi
parea che quel rapace
portassi il
mio conforto e la mia pace.
41
Sei giorni me
n'andai matina e sera
per balze e
per pendici orride e strane,
dove non via,
dove sentier non era,
dove né segno
di vestigie umane;
poi giunsi in
una valle inculta e fiera,
di ripe cinta
e spaventose tane,
che nel mezzo
s'un sasso avea un castello
forte e ben
posto, a maraviglia bello.
42
Da lungi par
che come fiamma lustri,
né sia di
terra cotta, né di marmi.
Come
più m'avicino ai muri illustri,
l'opra
più bella e più mirabil parmi.
E seppi poi,
come i demoni industri,
da suffumigi
tratti e sacri carmi,
tutto
d'acciaio avean cinto il bel loco,
temprato
all'onda ed allo stigio foco.
43
Di sì
forbito acciar luce ogni torre,
che non vi
può né ruggine né macchia.
Tutto il
paese giorno e notte scorre,
E poi
là dentro il rio ladron s'immacchia.
Cosa non ha
ripar che voglia torre:
sol dietro
invan se li bestemia e gracchia.
Quivi la
donna, anzi il mio cor mi tiene,
che di mai
ricovrar lascio ogni spene.
44
Ah lasso! che
poss'io più che mirare
la rocca
lungi, ove il mio ben m'è chiuso?
come la
volpe, che 'l figlio gridare
nel nido oda
de l'aquila di giuso,
s'aggira
intorno, e non sa che si fare,
poi che l'ali
non ha da gir là suso.
Erto è
quel sasso sì, tale è il castello,
che non vi
può salir chi non è augello.
45
Mentre io
tardava quivi, ecco venire
duo cavallier
ch'avean per guida un nano,
che la
speranza aggiunsero al desire;
ma ben fu la
speranza e il desir vano.
Ambi erano
guerrier di sommo ardire:
era Gradasso
l'un, re sericano;
era l'altro
Ruggier, giovene forte,
pregiato
assai ne l'africana corte.
46
- Vengon (mi
disse il nano) per far pruova
di lor
virtù col sir di quel castello,
che per via
strana, inusitata e nuova
cavalca
armato il quadrupede augello. -
- Deh, signor
(diss'io lor), pietà vi muova
del duro caso
mio spietato e fello!
Quando, come
ho speranza, voi vinciate,
vi prego la
mia donna mi rendiate. -
47
E come mi fu
tolta lor narrai,
con lacrime
affermando il dolor mio.
Quei, lor
mercé, mi proferiro assai,
e giù
calaro il poggio alpestre e rio.
Di lontan la
battaglia io riguardai,
pregando per
la lor vittoria Dio.
Era sotto il
castel tanto di piano,
quanto in due
volte si può trar con mano.
48
Poi che fur
giunti a piè de l'alta rocca,
l'uno e l'
altro volea combatter prima;
pur a
Gradasso, o fosse sorte, tocca,
o pur che non
ne fe' Ruggier più stima.
Quel Serican
si pone il corno a bocca:
rimbomba il
sasso e la fortezza in cima.
Ecco apparire
il cavalliero armato
fuor de la
porta, e sul cavallo alato.
49
Cominciò
a poco a poco indi a levarse,
come suol far
la peregrina grue,
che corre
prima, e poi vediamo alzarse
alla terra
vicina un braccio o due;
e quando
tutte sono all'aria sparse,
velocissime
mostra l'ale sue.
Sì ad
alto il negromante batte l'ale,
ch'a tanta
altezza a pena aquila sale.
50
Quando gli
parve poi, volse il destriero,
che chiuse i
vanni e venne a terra a piombo,
come casca
dal ciel falcon maniero
che levar
veggia l'anitra o il colombo.
Con la lancia
arrestata il cavalliero
l'aria
fendendo vien d'orribil rombo.
Gradasso a
pena del calar s'avede,
che se lo
sente addosso e che lo fiede.
51
Sopra
Gradasso il mago l'asta roppe;
ferì
Gradasso il vento e l'aria vana:
per questo il
volator non interroppe
il batter
l'ale, e quindi s'allontana.
Il grave
scontro fa chinar le groppe
sul verde
prato alla gagliarda alfana.
Gradasso avea
una alfana, la più bella
e la miglior
che mai portasse sella.
52
Sin alle
stelle il volator trascorse;
indi girossi
e tornò in fretta al basso,
e percosse
Ruggier che non s'accorse,
Ruggier che
tutto intento era a Gradasso.
Ruggier del
grave colpo si distorse,
e 'l suo
destrier più rinculò d'un passo;
e quando si
voltò per lui ferire,
da sé lontano
il vide al ciel salire.
53
Or su
Gradasso, or su Ruggier percote
ne la fronte,
nel petto e ne la schiena,
e le botte di
quei lascia ognor vote,
perché
è sì presto, che si vede a pena.
Girando va
con spaziose rote,
e quando
all'uno accenna, all'altro mena:
all'uno e
all'altro sì gli occhi abbarbaglia,
che non ponno
veder donde gli assaglia.
54
Fra duo
guerrieri in terra ed uno in cielo
la battaglia
durò sino a quella ora,
che spiegando
pel mondo oscuro velo,
tutte le
belle cose discolora.
Fu quel ch'io
dico, e non v'aggiungo un pelo:
io 'l vidi,
i' 'l so: né m'assicuro ancora
di dirlo
altrui; che questa maraviglia
al falso
più ch'al ver si rassimiglia.
55
D'un bel
drappo di seta avea coperto
lo scudo in
braccio il cavallier celeste.
Come avesse,
non so, tanto sofferto
di tenerlo
nascosto in quella veste;
ch'immantinente
che lo mostra aperto,
forza
è, ch'il mira, abbarbagliato reste,
e cada come
corpo morto cade,
e venga al negromante
in potestade.
56
Splende lo
scudo a guisa di piropo,
e luce altra
non è tanto lucente.
Cadere in
terra allo splendor fu d'uopo
con gli occhi
abbacinati, e senza mente.
Perdei da
lungi anch'io li sensi, e dopo
gran spazio
mi riebbi finalmente;
né più
i guerrier né più vidi quel nano,
ma
vòto il campo, e scuro il monte e il piano.
57
Pensai per
questo che l'incantatore
avesse
amendui colti a un tratto insieme,
e tolto per
virtù de lo splendore
la libertade
a loro, e a me la speme.
Così a
quel loco, che chiudea il mio core,
dissi,
partendo, le parole estreme.
Or giudicate
s'altra pena ria,
che causi
Amor, può pareggiar la mia. -
58
Ritornò
il cavallier nel primo duolo,
fatta che
n'ebbe la cagion palese.
Questo era il
conte Pinabel, figliuolo
d'Anselmo
d'Altaripa, maganzese;
che tra sua
gente scelerata, solo
leale esser
non volse né cortese,
ma ne li vizi
abominandi e brutti
non pur gli
altri adeguò, ma passò tutti.
59
La bella
donna con diverso aspetto
stette
ascoltando il Maganzese cheta;
che come
prima di Ruggier fu detto,
nel viso si
mostrò più che mai lieta:
ma quando
sentì poi ch'era in distretto,
turbossi
tutta d'amorosa pieta;
né per una o
due volte contentosse
che ritornato
a replicar le fosse.
60
E poi ch'al
fin le parve esserne chiara,
gli disse: -
Cavallier, datti riposo,
che ben
può la mia giunta esserti cara,
parerti
questo giorno aventuroso.
Andiam pur
tosto a quella stanza avara,
che sì
ricco tesor ci tiene ascoso;
né spesa
sarà invan questa fatica,
se fortuna
non m'è troppo nemica. -
61
Rispose il
cavallier: - Tu vòi ch'io passi
di nuovo i
monti, e mostriti la via?
A me molto
non è perdere i passi,
perduta
avendo ogni altra cosa mia;
ma tu per
balze e ruinosi sassi
cerchi entrar
in pregione; e così sia.
Non hai di
che dolerti di me, poi
ch'io tel
predico, e tu pur gir vi vòi. -
62
Così
dice egli, e torna al suo destriero,
e di quella
animosa si fa guida,
che si mette
a periglio per Ruggiero,
che la pigli
quel mago o che la ancida.
In questo,
ecco alle spalle il messaggero,
ch': -
Aspetta, aspetta! - a tutta voce grida,
il messagger
da chi il Circasso intese
che costei fu
ch'all'erba lo distese.
63
A Bradamante
il messagger novella
di Mompolier
e di Narbona porta,
ch'alzato gli
stendardi di Castella
avean, con
tutto il lito d'Acquamorta;
e che
Marsilia, non v'essendo quella
che la dovea
guardar, mal si conforta,
e consiglio e
soccorso le domanda
per questo
messo, e se le raccomanda.
64
Questa
cittade, e intorno a molte miglia
ciò
che fra Varo e Rodano al mar siede,
avea
l'imperator dato alla figlia
del duca
Amon, in ch'avea speme e fede;
però
che 'l suo valor con maraviglia
riguardar
suol, quando armeggiar la vede.
Or, com'io
dico, a domandar aiuto
quel messo da
Marsilia era venuto.
65
Tra sì
e no la giovane suspesa,
di voler
ritornar dubita un poco:
quinci
l'onore e il debito le pesa,
quindi
l'incalza l'amoroso foco.
Fermasi al
fin di seguitar l'impresa,
e trar
Ruggier de l'incantato loco;
e quando sua
virtù non possa tanto,
almen
restargli prigioniera a canto.
66
E fece iscusa
tal, che quel messaggio
parve
contento rimanere e cheto.
Indi
girò la briglia al suo viaggio,
con Pinabel
che non ne parve lieto;
che seppe
esser costei di quel lignaggio
che tanto ha
in odio in publico e in secreto:
e già
s'avisa le future angosce,
se lui per
maganzese ella conosce.
67
Tra casa di
Maganza e di Chiarmonte
era odio
antico e inimicizia intensa;
e più
volte s'avean rotta la fronte,
e sparso di
lor sangue copia immensa:
e però
nel suo cor l'iniquo conte
tradir
l'incauta giovane si pensa;
o, come prima
commodo gli accada,
lasciarla
sola, e trovar altra strada.
68
E tanto gli
occupò la fantasia
il nativo
odio, il dubbio e la paura,
ch'inavedutamente
uscì di via:
e ritrovossi
in una selva oscura,
che nel mezzo
avea un monte che finia
la nuda cima
in una pietra dura;
e la figlia
del duca di Dordona
gli è
sempre dietro, e mai non l'abandona.
69
Come si vide
il Maganzese al bosco,
pensò
tôrsi la donna da le spalle.
Disse: -
Prima che 'l ciel torni più fosco,
verso un
albergo è meglio farsi il calle.
Oltra quel
monte, s'io lo riconosco,
siede un
ricco castel giù ne la valle.
Tu qui
m'aspetta; che dal nudo scoglio
certificar
con gli occhi me ne voglio. -
70
Così
dicendo, alla cima superna
del solitario
monte il destrier caccia,
mirando pur
s'alcuna via discerna,
come lei
possa tor da la sua traccia.
Ecco nel
sasso truova una caverna,
che si
profonda più di trenta braccia.
Tagliato a
picchi ed a scarpelli il sasso
scende
giù al dritto, ed ha una porta al basso.
71
Nel fondo
avea una porta ampla e capace,
ch'in maggior
stanza largo adito dava;
e fuor
n'uscìa splendor, come di face
ch'ardesse in
mezzo alla montana cava.
Mentre quivi
il fellon suspeso tace,
la donna, che
da lungi il seguitava
(perché
perderne l'orme si temea),
alla spelonca
gli sopragiungea.
72
Poi che si
vide il traditore uscire,
quel ch'avea
prima disegnato, invano,
o da sé
torla, o di farla morire,
nuovo
argumento imaginossi e strano.
Le si fe'
incontra, e su la fe' salire
là
dove il monte era forato e vano;
e le disse
ch'avea visto nel fondo
una donzelIa
di viso giocondo.
73
Ch'a' bei
sembianti ed alla ricca vesta
esser parea
di non ignobil grado;
ma quanto
più potea turbata e mesta,
mostrava
esservi chiusa suo mal grado:
e per saper
la condizion di questa,
ch'avea
già cominciato a entrar nel guado;
e ch'era
uscito de l'interna grotta
un che dentro
a furor l'avea ridotta.
74
Bradamante,
che come era animosa,
così
mal cauta, a Pinabel diè fede;
e d'aiutar la
donna, disiosa,
si pensa come
por colà giù il piede.
Ecco d'un
olmo alla cima frondosa
volgendo gli
occhi, un lungo ramo vede;
e con la
spada quel subito tronca,
e lo declina
giù ne la spelonca.
75
Dove è
tagliato, in man lo raccomanda
a Pinabello,
e poscia a quel s'apprende:
prima
giù i piedi ne la tana manda,
e su le
braccia tutta si suspende.
Sorride
Pinabello, e le domanda
come ella
salti; e le man apre e stende,
dicendole: -
Qui fosser teco insieme
tutti li
tuoi, ch'io ne spegnessi il seme! -
76
Non come
volse Pinabello avvenne
de
l'innocente giovane la sorte;
perché,
giù diroccando a ferir venne
prima nel
fondo il ramo saldo e forte.
Ben si
spezzò, ma tanto la sostenne,
che 'l suo
favor la liberò da morte.
Giacque
stordita la donzella alquanto,
come io vi
seguirò ne l'altro canto.
1
Chi mi
darà la voce e le parole
convenienti a
sì nobil suggetto?
chi l'ale al
verso presterà, che vole
tanto
ch'arrivi all'alto mio concetto?
Molto maggior
di quel furor che suole,
ben or
convien che mi riscaldi il petto;
che questa
parte al mio signor si debbe,
che canta gli
avi onde l'origin ebbe:
2
Di cui fra
tutti li signori illustri,
dal ciel
sortiti a governar la terra,
non vedi, o
Febo, che 'l gran mondo lustri,
più
gloriosa stirpe o in pace o in guerra;
né che sua
nobiltade abbia più lustri
servata, e
servarà (s'in me non erra
quel
profetico lume che m'ispiri)
fin che
d'intorno al polo il ciel s'aggiri.
3
E volendone a
pien dicer gli onori,
bisogna non
la mia, ma quella cetra
con che tu
dopo i gigantei furori
rendesti
grazia al regnator dell'etra.
S'istrumenti
avrò mai da te migliori,
atti a
sculpire in così degna pietra,
in queste
belle imagini disegno
porre ogni
mia fatica, ogni mio ingegno.
4
Levando
intanto queste prime rudi
scaglie
n'andrò con lo scarpello inetto:
forse
ch'ancor con più solerti studi
poi
ridurrò questo lavor perfetto.
Ma ritorniano
a quello, a cui né scudi
potran né
usberghi assicurare il petto:
parlo di
Pinabello di Maganza,
che d'uccider
la donna ebbe speranza.
5
Il traditor
pensò che la donzella
fosse ne
l'alto precipizio morta;
e con pallida
faccia lasciò quella
trista e per
lui contaminata porta,
e
tornò presto a rimontar in sella:
e come quel
ch'avea l'anima torta,
per giunger
colpa a colpa e fallo a fallo,
di Bradamante
ne menò il cavallo.
6
Lasciàn
costui, che mentre all'altrui vita
ordisce
inganno, il suo morir procura;
e torniamo
alla donna che, tradita,
quasi ebbe a
un tempo e morte e sepoltura.
Poi ch'ella
si levò tutta stordita,
ch'avea
percosso in su la pietra dura,
dentro la
porta andò, ch'adito dava
ne la seconda
assai più larga cava.
7
La stanza,
quadra e spaziosa, pare
una devota e
venerabil chiesa,
che su
colonne alabastrine e rare
con bella
architettura era suspesa.
Surgea nel
mezzo un ben locato altare,
ch'avea
dinanzi una lampada accesa;
e quella di
splendente e chiaro foco
rendea gran
lume all'uno e all'altro loco.
8
Di devota
umiltà la donna tocca,
come si vide
in loco sacro e pio,
incominciò
col core e con la bocca,
inginocchiata,
a mandar prieghi a Dio.
Un picciol
uscio intanto stride e crocca,
ch'era
all'incontro, onde una donna uscìo
discinta e
scalza, e sciolte avea le chiome,
che la
donzella salutò per nome.
9
E disse: - O
generosa Bradamante,
non giunta
qui senza voler divino,
di te
più giorni m'ha predetto inante
il profetico
spirto di Merlino,
che visitar
le sue reliquie sante
dovevi per
insolito camino:
e qui son
stata acciò ch'io ti riveli
quel c'han di
te già statuito i cieli.
10
Questa
è l'antiqua e memorabil grotta
ch'edificò
Merlino, il savio mago
che forse
ricordare odi talotta,
dove
ingannollo la Donna del Lago.
Il sepolcro
è qui giù, dove corrotta
giace la
carne sua; dove egli, vago
di sodisfare
a lei, che glil suase,
vivo
corcossi, e morto ci rimase.
11
Col corpo
morto il vivo spirto alberga,
sin ch'oda il
suon de l'angelica tromba
che dal ciel
lo bandisca o che ve l'erga,
secondo che
sarà corvo o colomba.
Vive la voce;
e come chiara emerga,
udir potrai
dalla marmorea tomba,
che le passate
e le future cose
a chi gli
domandò, sempre rispose.
12
Più
giorni son ch'in questo cimiterio
venni di
remotissimo paese,
perché circa
il mio studio alto misterio
mi facesse
Merlin meglio palese:
e perché ebbi
vederti desiderio,
poi ci son
stata oltre il disegno un mese;
che Merlin,
che 'l ver sempre mi predisse,
termine al
venir tuo questo dì fisse. -
13
Stassi d'Amon
la sbigottita figlia
tacita e
fissa al ragionar di questa;
ed ha
sì pieno il cor di maraviglia,
che non sa
s'ella dorme o s'ella è desta:
e con rimesse
e vergognose ciglia
(come quella
che tutta era modesta)
rispose: - Di
che merito son io,
ch'antiveggian
profeti il venir mio? -
14
E lieta de
l'insolita avventura,
dietro alla
Maga subito fu mossa,
che la
condusse a quella sepoltura
che chiudea
di Merlin l'anima e l'ossa.
Era
quell'arca d'una pietra dura,
lucida e
tersa, e come fiamma rossa;
tal ch'alla
stanza, ben che di sol priva,
dava
splendore il lume che n'usciva.
15
O che natura
sia d'alcuni marmi
che muovin
l'ombre a guisa di facelle,
o forza pur
di suffumigi e carmi
e segni
impressi all'osservate stelle
(come
più questo verisimil parmi),
discopria lo
splendor più cose belle
e di scoltura
e di color, ch'intorno
il venerabil
luogo aveano adorno.
16
A pena ha
Bradamante da la soglia
levato il
piè ne la secreta cella,
che 'l vivo
spirto da la morta spoglia
con
chiarissima voce le favella:
- Favorisca
Fortuna ogni tua voglia,
o casta e
nobilissima donzella,
del cui
ventre uscirà il seme fecondo
che onorar
deve Italia e tutto il mondo.
17
L'antiquo
sangue che venne da Troia,
per li duo
miglior rivi in te commisto,
produrrà
l'ornamento, il fior, la gioia
d'ogni
lignaggio ch'abbia il sol mai visto
tra l'Indo e
'l Tago e 'l Nilo e la Danoia,
tra quanto
è 'n mezzo Antartico e Calisto.
Ne la
progenie tua con sommi onori
saran
marchesi, duci e imperatori.
18
I capitani e
i cavallier robusti
quindi
usciran, che col ferro e col senno
ricuperar
tutti gli onor vetusti
de l'arme
invitte alla sua Italia denno.
Quindi terran
lo scettro i signor giusti,
che, come il
savio Augusto e Numa fenno,
sotto il
benigno e buon governo loro
ritorneran la
prima età de l'oro.
19
Acciò
dunque il voler del ciel si metta
in effetto
per te, che di Ruggiero
t'ha per
moglier fin da principio eletta,
segue
animosamente il tuo sentiero;
che cosa non
sarà che s'intrometta
da poterti
turbar questo pensiero,
sì che
non mandi al primo assalto in terra
quel rio
ladron ch'ogni tuo ben ti serra. -
20
Tacque
Merlino avendo così detto,
ed agio
all'opre de la Maga diede,
ch'a
Bradamante dimostrar l'aspetto
si preparava
di ciascun suo erede.
Avea di
spirti un gran numero eletto,
non so se da
l'Inferno o da qual sede,
e tutti
quelli in un luogo raccolti
sotto abiti
diversi e vari volti.
21
Poi la
donzella a sé richiama in chiesa,
là
dove prima avea tirato un cerchio
che la potea
capir tutta distesa,
ed avea un
palmo ancora di superchio.
E perché da
li spirti non sia offesa,
le fa d'un
gran pentacolo coperchio;
e le dice che
taccia e stia a mirarla:
poi scioglie
il libro, e coi demoni parla.
22
Eccovi fuor
de la prima spelonca,
che gente
intorno al sacro cerchio ingrossa;
ma, come
vuole entrar, la via l'è tronca,
come lo cinga
intorno muro e fossa.
In quella
stanza, ove la bella conca
in sé chiudea
del gran profeta l'ossa,
entravan
l'ombre, poi ch'avean tre volte
fatto
d'intorno lor debite volte.
23
- Se i nomi e
i gesti di ciascun vo' dirti
(dicea
l'incantatrice a Bradamante),
di questi
ch'or per gl'incantati spirti,
prima che
nati sien, ci sono avante,
non so veder
quando abbia da espedirti;
che non basta
una notte a cose tante:
sì
ch'io te ne verrò scegliendo alcuno,
secondo il
tempo, e che sarà oportuno.
24
Vedi quel
primo che ti rassimiglia
ne' bei
sembianti e nel giocondo aspetto:
capo in
Italia fia di tua famiglia,
del seme di
Ruggiero in te concetto.
Veder del
sangue di Pontier vermiglia
per mano di
costui la terra aspetto,
e vendicato
il tradimento e il torto
contra quei
che gli avranno il padre morto.
25
Per opra di
costui sarà deserto
il re de'
Longobardi Desiderio:
d'Este e di
Calaon per questo merto
il bel
dominio avrà dal sommo Imperio.
Quel che gli
è dietro, è il tuo nipote Uberto,
onor de
l'arme e del paese esperio:
per costui
contra Barbari difesa
più
d'una volta fia la santa Chiesa.
26
Vedi qui
Alberto, invitto capitano
ch'ornerà
di trofei tanti delubri:
Ugo il figlio
è con lui, che di Milano
farà
l'acquisto, e spiegherà i colubri.
Azzo è
quell'altro, a cui resterà in mano
dopo il
fratello, il regno degli Insubri.
Ecco Albertazzo,
il cui savio consiglio
torrà
d'Italia Beringario e il figlio;
27
e sarà
degno a cui Cesare Otone
Alda sua
figlia, in matrimonio aggiunga.
Vedi un altro
Ugo: oh bella successione,
che dal
patrio valor non si dislunga!
Costui
sarà, che per giusta cagione
ai superbi
Roman l'orgoglio emunga,
che 'l terzo
Otone e il pontefice tolga
de le man
loro, e 'l grave assedio sciolga.
28
Vedi Folco,
che par ch'al suo germano,
ciò
che in Italia avea, tutto abbi dato,
e vada a
possedere indi lontano
in mezzo agli
Alamanni un gran ducato;
e dia alla
casa di Sansogna mano,
che caduta
sarà tutta da un lato;
e per la
linea de la madre, erede,
con la
progenie sua la terrà in piede.
29
Questo ch'or
a nui viene è il secondo Azzo,
di cortesia
più che di guerre amico,
tra dui
figli, Bertoldo ed Albertazzo.
Vinto da l'un
sarà il secondo Enrico,
e del sangue
tedesco orribil guazzo
Parma
vedrà per tutto il campo aprico:
de l'altro la
contessa gloriosa,
saggia e
casta Matilde, sarà sposa.
30
Virtù
il farà di tal connubio degno;
ch'a quella
età non poca laude estimo
quasi di
mezza Italia in dote il regno,
e la nipote
aver d'Enrico primo.
Ecco di quel
Bertoldo il caro pegno,
Rinaldo tuo,
ch'avrà l'onor opimo
d'aver la
Chiesa de le man riscossa
de l'empio
Federico Barbarossa.
31
Ecco un altro
Azzo, ed è quel che Verona
avrà
in poter col suo bel tenitorio;
e sarà
detto marchese d'Ancona
dal quarto
Otone e dal secondo Onorio.
Lungo
sarà s'io mostro ogni persona
del sangue
tuo, ch'avrà del consistorio
il confalone,
e s'io narro ogni impresa
vinta da lor
per la romana Chiesa.
32
Obizzo vedi e
Folco, altri Azzi, altri Ughi,
ambi gli
Enrichi, il figlio al padre a canto;
duo Guelfi,
di quai l'uno Umbria soggiughi,
e vesta di
Spoleti il ducal manto.
Ecco che 'l
sangue e le gran piaghe asciughi
d'Italia
afflitta, e volga in riso il pianto:
di costui
parlo (e mostrolle Azzo quinto)
onde Ezellin
fia rotto, preso, estinto.
33
Ezellino,
immanissimo tiranno,
che fia
creduto figlio del demonio,
farà,
troncando i sudditi, tal danno,
e
distruggendo il bel paese ausonio,
che pietosi
apo lui stati saranno
Mario, Silla,
Neron, Caio ed Antonio.
E Federico
imperator secondo
fia per
questo Azzo rotto e messo al fondo.
34
Terrà
costui con più felice scettro
la bella
terra che siede sul fiume,
dove
chiamò con lacrimoso plettro
Febo il
figliuol ch'avea mal retto il lume,
quando fu
pianto il fabuloso elettro,
e Cigno si
vestì di bianche piume;
e questa di
mille oblighi mercede
gli
donerà l'Apostolica sede.
35
Dove lascio
il fratel Aldrobandino?
che per dar
al pontefice soccorso
contra Oton
quarto e il campo ghibellino
che
sarà presso al Campidoglio corso,
ed
avrà preso ogni luogo vicino,
e posto agli
Umbri e alli Piceni il morso;
né potendo
prestargli aiuto senza
molto tesor,
ne chiederà a Fiorenza;
36
e non avendo
gioie o miglior pegni,
per
sicurtà daralle il frate in mano.
Spiegherà
i suoi vittoriosi segni,
e
romperà l'esercito germano;
in seggio
riporrà la Chiesa, e degni
darà
supplici ai conti di Celano;
ed al
servizio del sommo Pastore
finirà
gli anni suoi nel più bel fiore.
37
Ed Azzo, il
suo fratel, lascierà erede
del dominio
d'Ancona e di Pisauro,
d'ogni
città che da Troento siede
tra il mare e
l'Apennin fin all'Isauro,
e di
grandezza d'animo e di fede,
e di
virtù, miglior che gemme ed auro:
che dona e
tolle ogn'altro ben Fortuna;
sol in
virtù non ha possanza alcuna.
38
Vedi Rinaldo,
in cui non minor raggio
splenderà
di valor, pur che non sia
a tanta
esaltazion del bel lignaggio
Morte o
Fortuna invidiosa e ria.
Udirne il
duol fin qui da Napoli aggio,
dove del
padre allor statico fia.
Or Obizzo ne
vien, che giovinetto
dopo l'avo
sarà principe eletto.
39
Al bel
dominio accrescerà costui
Reggio
giocondo, e Modona feroce.
Tal
sarà il suo valor, che signor lui
domanderanno
i populi a una voce.
Vedi Azzo
sesto, un de' figliuoli sui,
confalonier
de la cristiana croce:
avrà
il ducato d'Andria con la figlia
del secondo
re Carlo di Siciglia.
40
Vedi in un
bello ed amichevol groppo
de li
principi illustri l'eccellenza:
Obizzo,
Aldrobandin, Nicolò zoppo,
Alberto,
d'amor pieno e di clemenza.
Io
tacerò, per non tenerti troppo,
come al bel
regno aggiungeran Favenza,
e con maggior
fermezza Adria, che valse
da sé nomar
l'indomite acque salse;
41
Come la
terra, il cui produr di rose
le diè
piacevol nome in greche voci,
e la
città ch'in mezzo alle piscose
paludi, del
Po teme ambe le foci,
dove abitan
le genti disiose
che 'l mar si
turbi e sieno i venti atroci.
Taccio
d'Argenta, di Lugo e di mille
altre
castella e populose ville.
42
Ve'
Nicolò, che tenero fanciullo
il popul crea
signor de la sua terra,
e di Tideo fa
il pensier vano e nullo,
che contra
lui le civil arme afferra.
Sarà
di questo il pueril trastullo
sudar nel
ferro e travagliarsi in guerra;
e da lo
studio del tempo primiero
il fior
riuscirà d'ogni guerriero.
43
Farà
de' suoi ribelli uscire a voto
ogni disegno,
e lor tornare in danno;
ed ogni
stratagema avrà sì noto,
che
sarà duro il poter fargli inganno.
Tardi di
questo s'avedrà il terzo Oto,
e di Reggio e
di Parma aspro tiranno,
che da costui
spogliato a un tempo fia
e del dominio
e de la vita ria.
44
Avrà
il bel regno poi sempre augumento
senza torcer
mai piè dal camin dritto;
né ad alcuno
farà mai nocumento,
da cui prima
non sia d'ingiuria afflitto:
ed è
per questo il gran Motor contento
che non gli
sia alcun termine prescritto:
ma duri
prosperando in meglio sempre,
fin che si
volga il ciel ne le sue tempre.
45
Vedi
Leonello, e vedi il primo duce,
fama de la
sua età, l'inclito Borso,
che siede in
pace, e più trionfo adduce
di quanti in
altrui terre abbino corso.
Chiuderà
Marte ove non veggia luce,
e
stringerà al Furor le mani al dorso.
Di questo
signor splendido ogni intento
sarà
che 'l popul suo viva contento.
46
Ercole or
vien, ch'al suo vicin rinfaccia,
col
piè mezzo arso e con quei debol passi,
come a Budrio
col petto e con la faccia
il campo
volto in fuga gli fermassi;
non perché in
premio poi guerra gli faccia,
né, per
cacciarlo, fin nel Barco passi.
Questo
è il signor, di cui non so esplicarme
se fia
maggior la gloria o in pace o in arme.
47
Terran
Pugliesi, Calabri e Lucani
de' gesti di
costui lunga memoria,
là
dove avrà dal Re de' Catalani
di pugna
singular la prima gloria;
e nome tra
gl'invitti capitani
s'acquisterà
con più d'una vittoria:
avrà
per sua virtù la signoria,
più di
trenta anni a lui debita pria.
48
E quanto
più aver obligo si possa
a principe,
sua terra avrà a costui;
non perché
fia de le paludi mossa
tra campi
fertilissimi da lui;
non perché la
farà con muro e fossa
meglio capace
a' cittadini sui,
e
l'ornarà di templi e di palagi,
di piazze, di
teatri e di mille agi;
49
non perché
dagli artigli de l'audace
aligero Leon
terrà difesa;
non perché,
quando la gallica face
per tutto
avrà la bella Italia accesa,
si
starà sola col suo stato in pace,
e dal timore
e dai tributi illesa:
non sì
per questi ed altri benefici
saran sue
genti ad Ercol debitrici:
50
quanto che
darà lor l'inclita prole,
il giusto
Alfonso e Ippolito benigno,
che saran
quai l'antiqua fama suole
narrar de'
figli del Tindareo cigno,
ch'alternamente
si privan del sole
per trar l'un
l'altro de l'aer maligno.
Sarà
ciascuno d'essi e pronto e forte
l'altro
salvar con sua perpetua morte.
51
Il grande
amor di questa bella coppia
renderà
il popul suo via più sicuro,
che se, per
opra di Vulcan, di doppia
cinta di
ferro avesse intorno il muro.
Alfonso
è quel che col saper accoppia
sì la
bontà, ch'al secolo futuro
la gente
crederà che sia dal cielo
tornata
Astrea dove può il caldo e il gielo.
52
A grande uopo
gli fia l'esser prudente,
e di valore
assimigliarsi al padre;
che si
ritroverà, con poca gente,
da un lato
aver le veneziane squadre,
colei
dall'altro, che più giustamente
non so se
devrà dir matrigna o madre;
ma se per
madre, a lui poco più pia,
che Medea ai
figli o Progne stata sia.
53
E quante
volte uscirà giorno o notte
col suo popul
fedel fuor de la terra,
tante
sconfitte e memorabil rotte
darà
a' nimici o per acqua o per terra.
Le genti di
Romagna mal condotte,
contra i
vicini e lor già amici, in guerra,
se
n'avedranno, insanguinando il suolo
che serra il
Po, Santerno e Zanniolo.
54
Nei medesmi
confini anco saprallo
del gran
Pastore il mercenario Ispano,
che gli
avrà dopo con poco intervallo
la
Bastìa tolta, e morto il castellano,
quando
l'avrà già preso; e per tal fallo
non fia, dal
minor fante al capitano,
che del
racquisto e del presidio ucciso
a Roma
riportar possa l'aviso.
55
Costui
sarà, col senno e con la lancia,
ch'avrà
l'onor, nei campi di Romagna,
d'aver dato
all'esercito di Francia
la gran
vittoria contra Iulio e Spagna.
Nuoteranno i
destrier fin alla pancia
nel sangue
uman per tutta la campagna;
ch'a sepelire
il popul verrà manco
tedesco,
ispano, greco, italo, e franco.
56
Quel ch'in
pontificale abito imprime
del purpureo
capel la sacra chioma,
è il
liberal, magnanimo, sublime,
gran cardinal
de la Chiesa di Roma
Ippolito,
ch'a prose, a versi, a rime
darà
materia eterna in ogni idioma;
la cui
fiorita età vuole il ciel iusto
ch'abbia un
Maron, come un altro ebbe Augusto.
57
Adornerà
la sua progenie bella,
come orna il
sol la machina del mondo
molto
più de la luna e d'ogni stella;
ch'ogn'altro
lume a lui sempre è secondo.
Costui con pochi
a piedi e meno in sella
veggio uscir
mesto, e poi tornar iocondo;
che quindici
galee mena captive,
oltra
mill'altri legni alle sue rive.
58
Vedi poi
l'uno e l'altro Sigismondo.
Vedi
d'Alfonso i cinque figli cari,
alla cui fama
ostar, che di sé il mondo
non empia, i
monti non potran né i mari:
gener del re
di Francia, Ercol secondo
è
l'un; quest'altro (acciò tutti gl'impari)
Ippolito
è, che non con minor raggio
che 'l zio,
risplenderà nel suo lignaggio;
59
Francesco, il
terzo; Alfonsi gli altri dui
ambi son
detti. Or, come io dissi prima,
s'ho da
mostrarti ogni tuo ramo, il cui
valor la
stirpe sua tanto sublima,
bisognerà
che si rischiari e abbui
più
volte prima il ciel, ch'io te li esprima:
e sarà
tempo ormai, quando ti piaccia,
ch'io dia
licenza all'ombre e ch'io mi taccia. -
60
Così
con voluntà de la donzella
la dotta
incantatrice il libro chiuse.
Tutti gli
spirti allora ne la cella
spariro in
fretta, ove eran l'ossa chiuse.
Qui
Bradamante, poi che la favella
le fu
concessa usar, la bocca schiuse,
e
domandò: - Chi son li dua sì tristi,
che tra
Ippolito e Alfonso abbiamo visti?
61
Veniano
sospirando, e gli occhi bassi
parean tener
d'ogni baldanza privi;
e gir lontan
da loro io vedea i passi
dei frati
sì, che ne pareano schivi. -
Parve ch'a
tal domanda si cangiassi
la maga in
viso, e fe' degli occhi rivi,
e
gridò: - Ah sfortunati, a quanta pena
lungo istigar
d'uomini rei vi mena!
62
O bona prole,
o degna d'Ercol buono,
non vinca il
lor fallir vostra bontade:
di vostro
sangue i miseri pur sono;
qui ceda la
iustizia alla pietade. -
Indi
soggiunse con più basso suono:
- Di
ciò dirti più inanzi non accade.
Statti col
dolce in bocca; e non ti doglia
ch'amareggiare
al fin non te la voglia.
63
Tosto che
spunti in ciel la prima luce,
piglierai
meco la più dritta via
ch'al lucente
castel d'acciai' conduce,
dove Ruggier
vive in altrui balìa.
Io tanto ti
sarò compagna e duce,
che tu sia
fuor de l'aspra selva ria:
t'insegnerò,
poi che saren sul mare,
sì ben
la via, che non potresti errare. -
64
Quivi l'audace
giovane rimase
tutta la
notte, e gran pezzo ne spese
a parlar con
Merlin, che le suase
rendersi
tosto al suo Ruggier cortese.
Lasciò
di poi le sotterranee case,
che di nuovo
splendor l'aria s'accese,
per un camin
gran spazio oscuro e cieco,
avendo la
spirtal femmina seco.
65
E riusciro in
un burrone ascoso
tra monti
inaccessibili alle genti;
e tutto 'l
dì senza pigliar riposo
saliron balze
e traversar torrenti.
E perché men
l'andar fosse noioso,
di piacevoli
e bei ragionamenti,
di quel che fu
più conferir soave,
l'aspro camin
facean parer men grave:
66
di quali era
però la maggior parte,
ch'a
Bradamante vien la dotta maga
mostrando con
che astuzia e con qual arte
proceder de',
se di Ruggiero è vaga.
- Se tu fossi
(dicea) Pallade o Marte,
e conducessi
gente alla tua paga
più
che non ha il re Carlo e il re Agramante,
non dureresti
contra il negromante;
67
che oltre che
d'acciar murata sia
la rocca
inespugnabile, e tant'alta;
oltre che 'l
suo destrier si faccia via
per mezzo
l'aria, ove galoppa e salta;
ha lo scudo
mortal, che come pria
si scopre, il
suo splendor sì gli occhi assalta,
la vista
tolle, e tanto occupa i sensi,
che come
morto rimaner conviensi.
68
E se forse ti
pensi che ti vaglia
combattendo
tener serrati gli occhi,
come potrai
saper ne la battaglia
quando ti
schivi, o l'avversario tocchi?
Ma per
fuggire il lume ch'abbarbaglia,
e gli altri
incanti di colui far sciocchi,
ti
mostrerò un rimedio, una via presta;
né altra in
tutto 'l mondo è se non questa.
69
Il re
Agramante d'Africa uno annello,
che fu rubato
in India a una regina,
ha dato a un
suo baron detto Brunello,
che poche
miglia inanzi ne camina;
di tal
virtù, che chi nel dito ha quello,
contra il mal
degl'incanti ha medicina.
Sa de furti e
d'inganni Brunel, quanto
colui, che
tien Ruggier, sappia d'incanto.
70
Questo Brunel
sì pratico e sì astuto,
come io ti
dico, è dal suo re mandato
acciò
che col suo ingegno e con l'aiuto
di questo
annello, in tal cose provato,
di quella
rocca dove è ritenuto,
traggia
Ruggier, che così s'è vantato,
ed ha
così promesso al suo signore,
a cui
Ruggiero è più d'ogn'altro a core.
71
Ma perché il
tuo Ruggiero a te sol abbia,
e non al re
Agramante, ad obligarsi
che tratto
sia de l'incantata gabbia,
t'insegnerò
il rimedio che de' usarsi.
Tu te
n'andrai tre dì lungo la sabbia
del mar,
ch'è oramai presso a dimostrarsi;
il terzo
giorno in un albergo teco
arriverà
costui c'ha l'annel seco.
72
La sua
statura, acciò tu lo conosca,
non è
sei palmi, ed ha il capo ricciuto;
le chiome ha
nere, ed ha la pelle fosca;
pallido il
viso, oltre il dover barbuto;
gli occhi
gonfiati e guardatura losca;
schiacciato
il naso, e ne le ciglia irsuto:
l'abito,
acciò ch'io lo dipinga intero,
è
stretto e corto, e sembra di corriero.
73
Con esso lui
t'accaderà soggetto
di ragionar
di quell'incanti strani:
mostra
d'aver, come tu avra' in effetto,
disio che 'l
mago sia teco alle mani;
ma non
mostrar che ti sia stato detto
di quel suo
annel che fa gl'incanti vani.
Egli
t'offerirà mostrar la via
fin alla
rocca e farti compagnia.
74
Tu gli va
dietro: e come t'avicini
a quella
rocca sì ch'ella si scopra,
dàgli
la morte; né pietà t'inchini
che tu non
metta il mio consiglio in opra.
Né far
ch'egli il pensier tuo s'indovini,
e ch'abbia
tempo che l'annel lo copra;
perché ti
spariria dagli occhi, tosto
ch'in bocca
il sacro annel s'avesse posto. -
75
Così
parlando, giunsero sul mare,
dove presso a
Bordea mette Garonna.
Quivi, non
senza alquanto lagrimare,
si
dipartì l'una da l'altra donna.
La figliuola
d'Amon, che per slegare
di prigione
il suo amante non assonna,
caminò
tanto, che venne una sera
ad uno
albergo, ove Brunel prim'era.
76
Conosce ella
Brunel come lo vede,
di cui la
forma avea sculpita in mente:
onde ne
viene, ove ne va, gli chiede;
quel le
risponde, e d'ogni cosa mente.
La donna,
già prevista, non gli cede
in dir
menzogne, e simula ugualmente
e patria e
stirpe e setta e nome e sesso;
e gli volta
alle man pur gli occhi spesso.
77
Gli va gli
occhi alle man spesso voltando,
in dubbio sempre
esser da lui rubata;
né lo lascia
venir troppo accostando,
di sua
condizion bene informata.
Stavano
insieme in questa guisa, quando
l'orecchia da
un rumor lor fu intruonata.
Poi vi
dirò, Signor, che ne fu causa,
ch'avrò
fatto al cantar debita pausa.
1
Quantunque il
simular sia le più volte
ripreso, e
dia di mala mente indici,
si trova pur
in molte cose e molte
aver fatti
evidenti benefici,
e danni e
biasmi e morti aver già tolte;
che non
conversiam sempre con gli amici
in questa
assai più oscura che serena
vita mortal,
tutta d'invidia piena.
2
Se, dopo
lunga prova, a gran fatica
trovar si
può chi ti sia amico vero,
ed a chi
senza alcun sospetto dica
e discoperto
mostri il tuo pensiero;
che de' far
di Ruggier la bella amica
con quel
Brunel non puro e non sincero,
ma tutto
simulato e tutto finto,
come la maga
le l'avea dipinto?
3
Simula
anch'ella; e così far conviene
con esso lui
di finzioni padre;
e, come io
dissi, spesso ella gli tiene
gli occhi
alle man, ch'eran rapaci e ladre.
Ecco
all'orecchie un gran rumor lor viene.
Disse la
donna: - O gloriosa Madre,
o Re del
ciel, che cosa sarà questa? -
E dove era il
rumor si trovò presta.
4
E vede l'oste
e tutta la famiglia,
e chi a
finestre e chi fuor ne la via,
tener levati
al ciel gli occhi e le ciglia,
come
l'ecclisse o la cometa sia.
Vede la donna
un'alta maraviglia,
che di
leggier creduta non saria:
vede passar
un gran destriero alato,
che porta in
aria un cavalliero armato.
5
Grandi eran
l'ale e di color diverso,
e vi sedea
nel mezzo un cavalliero,
di ferro
armato luminoso e terso;
e vêr
ponente avea dritto il sentiero.
Calossi, e fu
tra le montagne immerso:
e, come dicea
l'oste (e dicea il vero),
quel era un
negromante, e facea spesso
quel varco,
or più da lungi, or più da presso.
6
Volando,
talor s'alza ne le stelle,
e poi quasi
talor la terra rade;
e ne porta
con lui tutte le belle
donne che
trova per quelle contrade:
talmente che
le misere donzelle
ch'abbino o
aver si credano beltade
(come affatto
costui tutte le invole)
non escon
fuor sì che le veggia il sole.
7
- Egli sul
Pireneo tiene un castello
(narrava
l'oste) fatto per incanto,
tutto
d'acciaio, e sì lucente e bello,
ch'altro al
mondo non è mirabil tanto.
Già
molti cavallier sono iti a quello,
e nessun del
ritorno si dà vanto:
sì
ch'io penso, signore, e temo forte,
o che sian
presi, o sian condotti a morte. -
8
La donna il
tutto ascolta, e le ne giova,
credendo far,
come farà per certo,
con l'annello
mirabile tal prova,
che ne fia il
mago e il suo castel deserto;
e dice a
l'oste: - Or un de' tuoi mi trova,
che
più di me sia del viaggio esperto;
ch'io non
posso durar: tanto ho il cor vago
di far
battaglia contro a questo mago. -
9
- Non ti
mancherà guida (le rispose
Brunello
allora), e ne verrò teco io:
meco ho la
strada in scritto, ed altre cose
che ti faran
piacere il venir mio. -
Volse dir de
l'annel; ma non l'espose,
né
chiarì più, per non pagarne il fio.
- Grato mi
fia (disse ella) il venir tuo; -
volendo dir
ch'indi l'annel fia suo.
10
Quel ch'era
utile a dir disse; e quel tacque,
che nuocer le
potea col Saracino.
Avea l'oste
un destrier ch'a costei piacque,
ch'era buon
da battaglia e da camino:
comperollo e
partissi come nacque
del bel
giorno seguente il matutino.
Prese la via
per una stretta valle,
con Brunello
ora inanzi, ora alle spalle.
11
Di monte in
monte e d'uno in altro bosco
giunsero ove
l'altezza di Pirene
può
dimostrar, se non è l'aer fosco,
e Francia e
Spagna e due diverse arene,
come Apennin
scopre il mar schiavo e il tosco
del giogo
onde a Camaldoli si viene.
Quindi per
aspro e faticoso calle
si discendea
ne la profonda valle.
12
Vi sorge in
mezzo un sasso che la cima
d'un bel muro
d'acciar tutta si fascia;
e quella
tanto inverso il ciel sublima,
che quanto ha
intorno, inferior si lascia.
Non faccia,
chi non vola, andarvi stima;
che spesa
indarno vi saria ogni ambascia.
Brunel disse:
- Ecco dove prigionieri
il mago tien
le donne e i cavallieri. -
13
Da quattro
canti era tagliato, e tale
che parea
dritto a fil de la sinopia.
Da nessun
lato né sentier né scale
v'eran, che
di salir facesser copia:
e ben appar
che d'animal ch'abbia ale
sia quella
stanza nido e tana propia.
Quivi la
donna esser conosce l'ora
di tor
l'annello, e far che Brunel mora.
14
Ma le par
atto vile a insaguinarsi
d'un uom
senza arme e di sì ignobil sorte;
che ben
potrà posseditrice farsi
del ricco
annello, e lui non porre a morte.
Brunel non
avea mente a riguardarsi;
sì
ch'ella il prese, e lo legò ben forte
ad uno abete ch'alta
avea la cima:
ma di dito
l'annel gli trasse prima.
15
Né per
lacrime, gemiti o lamenti
che facesse
Brunel, lo volse sciorre.
Smontò
de la montagna a passi lenti,
tanto che fu
nel pian sotto la torre.
E perché alla
battaglia s'appresenti
il negromante,
al corno suo ricorre:
e dopo il
suon, con minacciose grida
lo chiama al
campo, ed alla pugna 'l sfida.
16
Non stette
molto a uscir fuor de la porta
l'incantator,
ch'udì 'l suono e la voce.
L'alato
corridor per l'aria il porta
contra
costei, che sembra uomo feroce.
La donna da
principio si conforta;
che vede che
colui poco le nuoce:
non porta
lancia né spada né mazza,
ch'a forar
l'abbia o romper la corazza.
17
Da la
sinistra sol lo scudo avea,
tutto coperto
di seta vermiglia;
ne la man
destra un libro, onde facea
nascer,
leggendo, l'alta maraviglia:
che la lancia
talor correr parea,
e fatto avea
a più d'un batter le ciglia;
talor parea
ferir con mazza o stocco,
e lontano
era, e non avea alcun tocco.
18
Non è
finto il destrier, ma naturale,
ch'una
giumenta generò d'un Grifo:
simile al
padre avea la piuma e l'ale,
li piedi
anteriori, il capo e il grifo;
in tutte
l'altre membra parea quale
era la madre,
e chiamasi ippogrifo;
che nei monti
Rifei vengon, ma rari,
molto di
là dagli aghiacciati mari.
19
Quivi per
forza lo tirò d'incanto;
e poi che
l'ebbe, ad altro non attese,
e con studio
e fatica operò tanto,
ch'a sella e
briglia il cavalcò in un mese:
così
ch'in terra e in aria e in ogni canto
lo facea
volteggiar senza contese.
Non finzion
d'incanto, come il resto,
ma vero e
natural si vedea questo.
20
Del mago
ogn'altra cosa era figmento,
che comparir
facea pel rosso il giallo;
ma con la
donna non fu di momento,
che per
l'annel non può vedere in fallo.
Più
colpi tuttavia diserra al vento,
e quinci e
quindi spinge il suo cavallo;
e si dibatte
e si travaglia tutta,
come era,
inanzi che venisse, istrutta.
21
E poi che
esercitata si fu alquanto
sopra il
destrier, smontar volse anco a piede,
per poter
meglio al fin venir di quanto
la cauta maga
istruzion le diede.
Il mago vien
per far l'estremo incanto;
che del fatto
ripar né sa né crede:
scuopre lo
scudo, e certo si prosume
farla cader
con l'incantato lume.
22
Potea
così scoprirlo al primo tratto,
senza tenere
i cavallieri a bada;
ma gli piacea
veder qualche bel tratto
di correr
l'asta o di girar la spada:
come si vede
ch'all'astuto gatto
scherzar col
topo alcuna volta aggrada;
e poi che
quel piacer gli viene a noia,
dargli di
morso, e al fin voler che muoia.
23
Dico che 'l
mago al gatto, e gli altri al topo
s'assimigliar
ne le battaglie dianzi;
ma non
s'assimigliar già così, dopo
che con
l'annel si fe' la donna inanzi.
Attenta e
fissa stava a quel ch'era uopo,
acciò
che nulla seco il mago avanzi;
e come vide
che lo scudo aperse,
chiuse gli
occhi, e lasciò quivi caderse.
24
Non che il
fulgor del lucido metallo,
come soleva
agli altri, a lei nocesse;
ma
così fece acciò che dal cavallo
contra sé il
vano incantator scendesse:
né parte
andò del suo disegno in fallo;
che tosto
ch'ella il capo in terra messe,
accelerando
il volator le penne,
con larghe
ruote in terra a por si venne.
25
Lascia
all'arcion lo scudo, che già posto
avea ne la
coperta, e a piè discende
verso la
donna che, come reposto
lupo alla
macchia il capriolo, attende.
Senza
più indugio ella si leva tosto
che l'ha
vicino, e ben stretto lo prende.
Avea lasciato
quel misero in terra
il libro che
facea tutta la guerra:
26
e con una
catena ne correa,
che solea
portar cinta a simil uso;
perché non
men legar colei credea,
che per
adietro altri legare era uso.
La donna in
terra posto già l'avea:
se quel non
si difese, io ben l'escuso;
che troppo
era la cosa differente
tra un debol
vecchio e lei tanto possente.
27
Disegnando
levargli ella la testa,
alza la man
vittoriosa in fretta;
ma poi che 'l
viso mira, il colpo arresta,
quasi
sdegnando sì bassa vendetta:
un venerabil
vecchio in faccia mesta
vede esser
quel ch'ella ha giunto alla stretta,
che mostra al
viso crespo e al pelo bianco,
età di
settanta anni o poco manco.
28
- Tommi la
vita, giovene, per Dio, -
dicea il
vecchio pien d'ira e di dispetto;
ma quella a
torla avea sì il cor restio,
come quel di
lasciarla avria diletto.
La donna di
sapere ebbe disio
chi fosse il
negromante, ed a che effetto
edificasse in
quel luogo selvaggio
la rocca, e
faccia a tutto il mondo oltraggio.
29
- Né per
maligna intenzione, ahi lasso!
(disse
piangendo il vecchio incantatore)
feci la bella
rocca in cima al sasso,
né per
avidità son rubatore;
ma per ritrar
sol dall'estremo passo
un cavallier
gentil, mi mosse amore,
che, come il
ciel mi mostra, in tempo breve
morir
cristiano a tradimento deve.
30
Non vede il
sol tra questo e il polo austrino
un giovene
sì bello e sì prestante:
Ruggiero ha
nome, il qual da piccolino
da me nutrito
fu, ch'io sono Atlante.
Disio d'onore
e suo fiero destino
l'han tratto
in Francia dietro al re Agramante;
ed io, che
l'amai sempre più che figlio,
lo cerco trar
di Francia e di periglio.
31
La bella
rocca solo edificai
per tenervi
Ruggier sicuramente,
che preso fu
da me, come sperai
che fossi
oggi tu preso similmente;
e donne e
cavallier, che tu vedrai,
poi ci ho
ridotti, ed altra nobil gente,
acciò
che quando a voglia sua non esca,
avendo
compagnia, men gli rincresca.
32
Pur ch'uscir
di là su non si domande,
d'ogn'altro
gaudio lor cura mi tocca;
che quanto
averne da tutte le bande
si può
del mondo, è tutto in quella rocca:
suoni, canti,
vestir, giuochi, vivande,
quanto
può cor pensar, può chieder bocca.
Ben seminato
avea, ben cogliea il frutto;
ma tu sei
giunto a disturbarmi il tutto.
33
Deh, se non
hai del viso il cor men bello,
non impedir
il mio consiglio onesto!
Piglia lo
scudo (ch'io tel dono) e quello
destrier che
va per l'aria così presto;
e non
t'impacciar oltra nel castello,
o tranne uno
o duo amici, e lascia il resto;
o tranne
tutti gli altri, e più non chero,
se non che tu
mi lasci il mio Ruggiero.
34
E se disposto
sei volermel torre,
deh, prima
almen che tu 'l rimeni in Francia,
piacciati
questa afflitta anima sciorre
de la sua
scorza ormai putrida e rancia! -
Rispose la
donzella: - Lui vo' porre
in
libertà: tu, se sai, gracchia e ciancia;
né mi offerir
di dar lo scudo in dono,
o quel
destrier, che miei, non più tuoi sono:
35
né s'anco
stesse a te di torre e darli,
mi parrebbe
che 'l cambio convenisse.
Tu di' che
Ruggier tieni per vietarli
il male
influsso di sue stelle fisse.
O che non
puoi saperlo, o non schivarli,
sappiendol,
ciò che 'l ciel di lui prescrisse:
ma se 'l mal
tuo, c'hai sì vicin, non vedi,
peggio
l'altrui c'ha da venir prevedi.
36
Non pregar
ch'io t'uccida, ch'i tuoi preghi
sariano
indarno; e se pur vuoi la morte,
ancor che
tutto il mondo dar la nieghi,
da sé la
può aver sempre animo forte.
Ma pria che
l'alma da la carne sleghi,
a tutti i
tuoi prigioni apri le porte. -
Così
dice la donna, e tuttavia
il mago preso
incontra al sasso invia.
37
Legato de la
sua propria catena
andava
Atlante, e la donzella appresso,
che
così ancor se ne fidava a pena,
ben che in
vista parea tutto rimesso.
Non molti
passi dietro se la mena,
ch'a
piè del monte han ritrovato il fesso,
e li
scaglioni onde si monta in giro,
fin ch'alla
porta del castel saliro.
38
Di su la
soglia Atlante un sasso tolle,
di caratteri
e strani segni isculto.
Sotto, vasi
vi son, che chiamano olle,
che fuman
sempre, e dentro han foco occulto.
L'incantator
le spezza; e a un tratto il colle
riman
deserto, inospite ed inculto;
né muro appar
né torre in alcun lato,
come se mai
castel non vi sia stato.
39
Sbrigossi de
la donna il mago alora,
come fa
spesso il tordo da la ragna;
e con lui
sparve il suo castello a un'ora,
e
lasciò in libertà quella compagna.
Le donne e i
cavallier si trovar fuora
de le superbe
stanze alla campagna:
e furon di
lor molte a chi ne dolse;
che tal
franchezza un gran piacer lor tolse.
40
Quivi
è Gradasso, quivi è Sacripante,
quivi
è Prasildo, il nobil cavalliero
che con
Rinaldo venne di Levante,
e seco
Iroldo, il par d'amici vero.
Al fin
trovò la bella Bradamante
quivi il
desiderato suo Ruggiero,
che, poi che
n'ebbe certa conoscenza,
le fe' buona
e gratissima accoglienza;
41
come a colei
che più che gli occhi sui,
più
che 'l suo cor, più che la propria vita
Ruggiero
amò dal dì ch'essa per lui
si trasse
l'elmo, onde ne fu ferita.
Lungo sarebbe
a dir come, e da cui,
e quanto ne
la selva aspra e romita
si cercar poi
la notte e il giorno chiaro;
né, se non
qui, mai più si ritrovaro.
42
Or che quivi
la vede, e sa ben ch'ella
è
stata sola la sua redentrice,
di tanto
gaudio ha pieno il cor, che appella
sé fortunato
ed unico felice.
Scesero il
monte, e dismontaro in quella
valle, ove fu
la donna vincitrice,
e dove
l'ippogrifo trovaro anco,
ch'avea lo
scudo, ma coperto, al fianco.
43
La donna va
per prenderlo nel freno:
e quel
l'aspetta fin che se gli accosta;
poi spiega
l'ale per l'aer sereno,
e si ripon
non lungi a mezza costa.
Ella lo
segue: e quel né più né meno
si leva in
aria, e non troppo si scosta;
come fa la
cornacchia in secca arena,
che dietro il
cane or qua or là si mena.
44
Ruggier,
Gradasso, Sacripante, e tutti
quei
cavallier che scesi erano insieme,
chi di
sù, chi di giù, si son ridutti
dove che
torni il volatore han speme.
Quel, poi che
gli altri invano ebbe condutti
più
volte e sopra le cime supreme
e negli umidi
fondi tra quei sassi,
presso a
Ruggiero al fin ritenne i passi.
45
E questa
opera fu del vecchio Atlante,
di cui non
cessa la pietosa voglia
di trar
Rugier del gran periglio instante:
di ciò
sol pensa e di ciò solo ha doglia.
Però
gli manda or l'ippogrifo avante,
perché
d'Europa con questa arte il toglia.
Ruggier lo
piglia, e seco pensa trarlo;
ma quel
s'arretra, e non vuol seguitarlo.
46
Or di Frontin
quel animoso smonta
(Frontino era
nomato il suo destriero),
e sopra quel
che va per l'aria monta,
e con li
spron gli adizza il core altiero.
Quel corre
alquanto, ed indi i piedi ponta,
e sale
inverso il ciel, via più leggiero
che 'l
girifalco, a cui lieva il capello
il mastro a
tempo, e fa veder l'augello.
47
La bella
donna, che sì in alto vede
e con tanto
periglio il suo Ruggiero,
resta
attonita in modo, che non riede
per lungo
spazio al sentimento vero.
Ciò
che già inteso avea di Ganimede
ch'al ciel fu
assunto dal paterno impero,
dubita assai
che non accada a quello,
non men
gentil di Ganimede e bello.
48
Con gli occhi
fissi al ciel lo segue quanto
basta il
veder; ma poi che si dilegua
sì,
che la vista non può correr tanto,
lascia che
sempre l'animo lo segua.
Tuttavia con
sospir, gemito e pianto
non ha, né
vuol aver pace né triegua.
Poi che
Ruggier di vista se le tolse,
al buon
destrier Frontin gli occhi rivolse:
49
e si
deliberò di non lasciarlo,
che fosse in
preda a chi venisse prima;
ma di
condurlo seco e di poi darlo
al suo
signor, ch'anco veder pur stima.
Poggia
l'augel, né può Ruggier frenarlo:
di sotto
rimaner vede ogni cima
ed abbassarsi
in guisa, che non scorge
dove è
piano il terren né dove sorge.
50
Poi che
sì ad alto vien, ch'un picciol punto
lo può
stimar chi da la terra il mira,
prende la via
verso ove cade a punto
il sol,
quando col Granchio si raggira,
e per l'aria
ne va come legno unto
a cui nel mar
propizio vento spira.
Lasciamlo
andar, che farà buon camino,
e torniamo a
Rinaldo paladino.
51
Rinaldo
l'altro e l'altro giorno scorse,
spinto dal
vento, un gran spazio di mare,
quando a
ponente e quando contra l'Orse,
che notte e
dì non cessa mai soffiare.
Sopra la
Scozia ultimamente sorse,
dove la selva
Calidonia appare,
che spesso
fra gli antiqui ombrosi cerri
s'ode sonar
di bellicosi ferri.
52
Vanno per
quella i cavallieri erranti,
incliti in
arme, di tutta Bretagna,
e de'
prossimi luoghi e de' distanti,
di Francia,
di Norvegia e de Lamagna.
Chi non ha
gran valor, non vada inanti;
che dove
cerca onor, morte guadagna.
Gran cose in
essa già fece Tristano,
Lancillotto,
Galasso, Artù e Galvano,
53
ed altri
cavallieri e de la nuova
e de la
vecchia Tavola famosi:
restano ancor
di più d'una lor pruova
li monumenti
e li trofei pomposi.
L'arme
Rinaldo e il suo Baiardo truova,
e tosto si fa
por nei liti ombrosi,
ed al nochier
comanda che si spicche
e lo vada
aspettar a Beroicche.
54
Senza
scudiero e senza compagnia
va il
cavallier per quella selva immensa,
facendo or
una ed or un'altra via,
dove
più aver strane aventure pensa.
Capitò
il primo giorno a una badia,
che buona
parte del suo aver dispensa
in onorar nel
suo cenobio adorno
le donne i
cavallier che vanno attorno.
55
Bella
accoglienza i monachi e l'abbate
fero a
Rinaldo, il qual domandò loro
(non prima
già che con vivande grate
avesse avuto
il ventre amplo ristoro)
come dai
cavallier sien ritrovate
spesso
aventure per quel tenitoro,
dove si possa
in qualche fatto eggregio
l'uom
dimostrar, se merta biasmo o pregio.
56
Risposongli
ch'errando in quelli boschi,
trovar potria
strane aventure e molte:
ma come i luoghi,
i fatti ancor son foschi;
che non se
n'ha notizia le più volte.
- Cerca
(diceano) andar dove conoschi
che l'opre
tue non restino sepolte,
acciò
dietro al periglio e alla fatica
segua la
fama, e il debito ne dica.
57
E se del tuo
valor cerchi far prova,
t'è
preparata la più degna impresa
che ne
l'antiqua etade o ne la nova
giamai da
cavallier sia stata presa.
La figlia del
re nostro or si ritrova
bisognosa
d'aiuto e di difesa
contra un
baron che Lurcanio si chiama,
che tor le
cerca e la vita e la fama.
58
Questo
Lurcanio al padre l'ha accusata
(forse per
odio più che per ragione)
averla a
mezza notte ritrovata
trarr'un suo
amante a sé sopra un verrone.
Per le leggi
del regno condannata
al foco fia,
se non truova campione
che fra un
mese, oggimai presso a finire,
l'iniquo
accusator faccia mentire.
59
L'aspra legge
di Scozia, empia e severa,
vuol ch'ogni
donna, e di ciascuna sorte,
ch'ad uomo si
giunga, e non gli sia mogliera,
s'accusata ne
viene, abbia la morte.
Né riparar si
può ch'ella non pera,
quando per
lei non venga un guerrier forte
che tolga la
difesa, e che sostegna
che sia
innocente e di morire indegna.
60
Il re,
dolente per Ginevra bella
(che
così nominata è la sua figlia),
ha publicato
per città e castella,
che s'alcun
la difesa di lei piglia,
e che
l'estingua la calunnia fella
(pur che sia
nato di nobil famiglia),
l'avrà
per moglie, ed uno stato, quale
fia
convenevol dote a donna tale.
61
Ma se fra un
mese alcun per lei non viene,
o venendo non
vince, sarà uccisa.
Simile
impresa meglio ti conviene,
ch'andar pei
boschi errando a questa guisa:
oltre ch'onor
e fama te n'aviene
ch'in eterno
da te non fia divisa,
guadagni il
fior di quante belle donne
da l'Indo
sono all'Atlantee colonne;
62
e una
ricchezza appresso, ed uno stato
che sempre
far ti può viver contento;
e la grazia
del re, se suscitato
per te gli
fia il suo onor, che è quasi spento.
Poi per
cavalleria tu se' ubligato
a vendicar di
tanto tradimento
costei, che
per commune opinione,
di vera
pudicizia è un paragone. -
63
Pensò
Rinaldo alquanto, e poi rispose:
- Una
donzella dunque dè' morire
perché
lasciò sfogar ne l'amorose
sue braccia
al suo amator tanto desire?
Sia maladetto
chi tal legge pose,
e maladetto
chi la può patire!
Debitamente
muore una crudele,
non chi
dà vita al suo amator fedele.
64
Sia vero o
falso che Ginevra tolto
s'abbia il
suo amante, io non riguardo a questo:
d'averlo
fatto la loderei molto,
quando non
fosse stato manifesto.
Ho in sua
difesa ogni pensier rivolto:
datemi pur un
che mi guidi presto,
e dove sia
l'accusator mi mene;
ch'io spero
in Dio Ginevra trar di pene.
65
Non vo'
già dir ch'ella non l'abbia fatto;
che nol
sappiendo, il falso dir potrei:
dirò
ben che non de' per simil atto
punizion
cadere alcuna in lei;
e dirò
che fu ingiusto o che fu matto
chi fece
prima gli statuti rei;
e come iniqui
rivocar si denno,
e nuova legge
far con miglior senno.
66
S'un medesimo
ardor, s'un disir pare
inchina e
sforza l'uno e l'altro sesso
a quel suave
fin d'amor, che pare
all'ignorante
vulgo un grave eccesso;
perché si de'
punir donna o biasmare,
che con uno o
più d'uno abbia commesso
quel che
l'uom fa con quante n'ha appetito,
e lodato ne
va, non che impunito?
67
Son fatti in
questa legge disuguale
veramente
alle donne espressi torti;
e spero in
Dio mostrar che gli è gran male
che tanto
lungamente si comporti. -
Rinaldo ebbe
il consenso universale,
che fur gli
antiqui ingiusti e male accorti,
che
consentiro a così iniqua legge,
e mal fa il
re, che può, né la corregge.
68
Poi che la
luce candida e vermiglia
de l'altro
giorno aperse l'emispero,
Rinaldo
l'arme e il suo Baiardo piglia,
e di quella
badia tolle un scudiero,
che con lui
viene a molte leghe e miglia,
sempre nel
bosco orribilmente fiero,
verso la
terra ove la lite nuova
de la
donzella de' venir in pruova.
69
Avean,
cercando abbreviar camino,
lasciato pel
sentier la maggior via;
quando un
gran pianto udir sonar vicino,
che la
foresta d'ogn'intorno empìa.
Baiardo
spinse l'un, l'altro il ronzino
verso una
valle, onde quel grido uscìa:
e fra dui
mascalzoni una donzella
vider, che di
lontan parea assai bella;
70
ma lacrimosa
e addolorata quanto
donna o
donzella o mai persona fosse.
Le sono dui
col ferro nudo a canto,
per farle far
l'erbe di sangue rosse.
Ella con
preghi differendo alquanto
giva il
morir, sin che pietà si mosse.
Venne
Rinaldo; e come se n'accorse,
con alti
gridi e gran minacce accorse.
71
Voltaro i
malandrin tosto le spalle,
che 'l
soccorso lontan vider venire,
e se
appiattar ne la profonda valle.
Il paladin
non li curò seguire:
venne a la
donna, e qual gran colpa dàlle
tanta
punizion, cerca d'udire;
e per tempo
avanzar, fa allo scudiero
levarla in
groppa, e torna al suo sentiero.
72
E cavalcando
poi meglio la guata
molto esser
bella e di maniere accorte,
ancor che
fosse tutta spaventata
per la paura
ch'ebbe de la morte.
Poi ch'ella
fu di nuovo domandata
chi l'avea
tratta a sì infelice sorte,
incominciò
con umil voce a dire
quel ch'io
vo' all'altro canto differire.
1
Tutti gli
altri animai che sono in terra,
o che vivon
quieti e stanno in pace,
o se vengono
a rissa e si fan guerra,
alla femina
il maschio non la face:
l'orsa con
l'orso al bosco sicura erra,
la leonessa
appresso il leon giace;
col lupo vive
la lupa sicura,
né la iuvenca
ha del torel paura.
2
Ch'abominevol
peste, che Megera
è
venuta a turbar gli umani petti?
che si sente
il marito e la mogliera
sempre garrir
d'ingiuriosi detti,
stracciar la
faccia e far livida e nera,
bagnar di
pianto i geniali letti;
e non di
pianto sol, ma alcuna volta
di sangue gli
ha bagnati l'ira stolta.
3
Parmi non sol
gran mal, ma che l'uom faccia
contra natura
e sia di Dio ribello,
che s'induce
a percuotere la faccia
di bella
donna, o romperle un capello:
ma chi le
dà veneno, o chi le caccia
l'alma del
corpo con laccio o coltello,
ch'uomo sia
quel non crederò in eterno,
ma in vista
umana uno spirto de l'inferno.
4
Cotali esser
doveano i duo ladroni
che Rinaldo
cacciò da la donzella,
da lor
condotta in quei scuri valloni
perché non se
n'udisse più novella.
Io lasciai
ch'ella render le cagioni
s'apparechiava
di sua sorte fella
al paladin,
che le fu buono amico:
or, seguendo
l'istoria, così dico.
5
La donna
incominciò: - Tu intenderai
la maggior
crudeltade e la più espressa,
ch'in Tebe e
in Argo o ch'in Micene mai,
o in loco
più crudel fosse commessa.
E se rotando
il sole i chiari rai,
qui men
ch'all'altre region s'appressa,
credo ch'a
noi malvolentieri arrivi,
perché veder
sì crudel gente schivi.
6
Ch'agli
nemici gli uomini sien crudi,
in ogni
età se n'è veduto esempio;
ma dar la
morte a chi procuri e studi
il tuo ben
sempre, è troppo ingiusto ed empio.
E
acciò che meglio il vero io ti denudi,
perché costor
volessero far scempio
degli anni
verdi miei contra ragione,
ti
dirò da principio ogni cagione.
7
Voglio che
sappi, signor mio, ch'essendo
tenera
ancora, alli servigi venni
de la figlia
del re, con cui crescendo,
buon luogo in
corte ed onorato tenni.
Crudele
Amore, al mio stato invidendo,
fe' che
seguace, ahi lassa! gli divenni:
fe' d'ogni
cavallier, d'ogni donzello
parermi il
duca d'Albania più bello.
8
Perché egli
mostrò amarmi più che molto,
io ad amar
lui con tutto il cor mi mossi.
Ben s'ode il
ragionar, si vede il volto,
ma dentro il
petto mal giudicar possi.
Credendo,
amando, non cessai che tolto
l'ebbi nel
letto, e non guardai ch'io fossi
di tutte le
real camere in quella
che
più secreta avea Ginevra bella;
9
dove tenea le
sue cose più care,
e dove le
più volte ella dormia.
Si può
di quella in s'un verrone entrare,
che fuor del
muro al discoperto uscìa.
Io facea il
mio amator quivi montare;
e la scala di
corde onde salia
io stessa dal
verron giù gli mandai
qual volta
meco aver lo desiai:
10
che tante
volte ve lo fei venire,
quante
Ginevra me ne diede l'agio,
che solea
mutar letto, or per fuggire
il tempo
ardente, or il brumal malvagio.
Non fu veduto
d'alcun mai salire;
però
che quella parte del palagio
risponde
verso alcune case rotte,
dove nessun
mai passa o giorno o notte.
11
Continuò
per molti giorni e mesi
tra noi
secreto l'amoroso gioco:
sempre crebbe
l'amore; e sì m'accesi,
che tutta
dentro io mi sentia di foco:
e cieca ne
fui sì, ch'io non compresi
ch'egli
fingeva molto, e amava poco;
ancor che li
suo' inganni discoperti
esser doveanmi
a mille segni certi.
12
Dopo alcun
dì si mostrò nuovo amante
de la bella
Ginevra. Io non so appunto
s'allora
cominciasse, o pur inante
de l'amor
mio, n'avesse il cor già punto.
Vedi s'in me
venuto era arrogante,
s'imperio nel
mio cor s'aveva assunto;
che mi
scoperse, e non ebbe rossore
chiedermi
aiuto in questo nuovo amore.
13
Ben mi dicea
ch'uguale al mio non era,
né vero amor
quel ch'egli avea a costei;
ma simulando
esserne acceso, spera
celebrarne i
legitimi imenei.
Dal re
ottenerla fia cosa leggiera,
qualor vi sia
la volontà di lei;
che di sangue
e di stato in tutto il regno
non era, dopo
il re, di lu' il più degno.
14
Mi persuade,
se per opra mia
potesse al
suo signor genero farsi
(che veder
posso che se n'alzeria
a quanto
presso al re possa uomo alzarsi),
che me
n'avria buon merto, e non saria
mai tanto
beneficio per scordarsi;
e ch'alla
moglie e ch'ad ogni altro inante
mi porrebbe
egli in sempre essermi amante.
15
Io, ch'era
tutta a satisfargli intenta,
né seppi o
volsi contradirgli mai,
e sol quei
giorni io mi vidi contenta,
ch'averlo
compiaciuto mi trovai;
piglio
l'occasion che s'appresenta
di parlar
d'esso e di lodarlo assai;
ed ogni
industria adopro, ogni fatica,
per far del
mio amator Ginevra amica.
16
Feci col core
e con l'effetto tutto
quel che far
si poteva, e sallo Idio;
né con
Ginevra mai potei far frutto,
ch'io le
ponessi in grazia il duca mio:
e questo, che
ad amar ella avea indutto
tutto il
pensiero e tutto il suo disio
un gentil
cavallier, bello e cortese,
venuto in
Scozia di lontan paese;
17
che con un
suo fratel ben giovinetto
venne
d'Italia a stare in questa corte;
si fe' ne
l'arme poi tanto perfetto,
che la
Bretagna non avea il più forte.
Il re
l'amava, e ne mostrò l'effetto;
che gli
donò di non picciola sorte
castella e
ville e iurisdizioni,
e lo fe'
grande al par dei gran baroni.
18
Grato era al
re, più grato era alla figlia
quel
cavallier chiamato Ariodante,
per esser
valoroso a maraviglia;
ma
più, ch'ella sapea che l'era amante.
Né Vesuvio,
né il monte di Siciglia,
né Troia
avampò mai di fiamme tante,
quanto ella
conoscea che per suo amore
Ariodante
ardea per tutto il core.
19
L'amar che
dunque ella facea colui
con cor
sincero e con perfetta fede,
fe' che pel
duca male udita fui;
né mai
risposta da sperar mi diede:
anzi quanto
io pregava più per lui
e gli
studiava d'impetrar mercede,
ella,
biasmandol sempre e dispregiando,
se gli
venìa più sempre inimicando.
20
Io confortai
l'amator mio sovente,
che volesse
lasciar la vana impresa;
né si
sperasse mai volger la mente
di costei,
troppo ad altro amore intesa:
e gli feci
conoscer chiaramente,
come era
sì d'Ariodante accesa,
che quanta
acqua è nel mar, piccola dramma
non spegneria
de la sua immensa fiamma.
21
Questo da me
più volte Polinesso
(che
così nome ha il duca) avendo udito,
e ben
compreso e visto per se stesso
che molto
male era il suo amor gradito;
non pur di
tanto amor si fu rimesso,
ma di vedersi
un altro preferito,
come superbo,
così mal sofferse,
che tutto in
ira e in odio si converse.
22
E tra Ginevra
e l'amator suo pensa
tanta
discordia e tanta lite porre,
e farvi
inimicizia così intensa,
che mai
più non si possino comporre;
e por Ginevra
in ignominia immensa,
donde non
s'abbia o viva o morta a torre:
né de
l'iniquo suo disegno meco
volse o con
altri ragionar, che seco.
23
Fatto il
pensier: - Dalinda mia, - mi dice
(che
così son nomata) - saper dèi,
che come suol
tornar da la radice
arbor che
tronchi e quattro volte e sei;
così
la pertinacia mia infelice,
ben che sia
tronca dai successi rei,
di germogliar
non resta; che venire
pur vorria a
fin di questo suo desire.
24
E non lo
bramo tanto per diletto,
quanto perché
vorrei vincer la pruova;
e non
possendo farlo con effetto,
s'io lo fo
imaginando, anco mi giuova.
Voglio, qual
volta tu mi dài ricetto,
quando allora
Ginevra si ritruova
nuda nel
letto, che pigli ogni vesta
ch'ella posta
abbia, e tutta te ne vesta.
25
Come ella
s'orna e come il crin dispone
studia
imitarla, e cerca il più che sai
di parer
dessa, e poi sopra il verrone
a mandar
giù la scala ne verrai.
Io
verrò a te con imaginazione
che quella
sii, di cui tu i panni avrai:
e così
spero, me stesso ingannando,
venir in
breve il mio desir sciemando. -
26
Così
disse egli. Io che divisa e sevra
e lungi era
da me, non posi mente
che questo in
che pregando egli persevra,
era una
fraude pur troppo evidente;
e dal verron,
coi panni di Ginevra,
mandai la
scala onde salì sovente;
e non
m'accorsi prima de l'inganno,
che n'era
già tutto accaduto il danno.
27
Fatto in quel
tempo con Ariodante
il duca avea
queste parole o tali
(che grandi
amici erano stati inante
che per
Ginevra si fesson rivali):
- Mi
maraviglio (incominciò il mio amante)
ch'avendoti
io fra tutti li mie' uguali
sempre avuto
in rispetto e sempre amato,
ch'io sia da
te sì mal rimunerato.
28
Io son ben
certo che comprendi e sai
di Ginevra e
di me l'antiquo amore;
e per sposa
legittima oggimai
per
impetrarla son dal mio signore.
Perché mi
turbi tu? perché pur vai
senza frutto
in costei ponendo il core?
Io ben a te
rispetto avrei, per Dio,
s'io nel tuo
grado fossi, e tu nel mio. -
29
- Ed io
(rispose Ariodante a lui)
di te mi
maraviglio maggiormente;
che di lei
prima inamorato fui,
che tu
l'avessi vista solamente:
e so che sai
quanto è l'amor tra nui,
ch'esser non
può di quel che sia, più ardente;
e sol
d'essermi moglie intende e brama:
e so che
certo sai ch'ella non t'ama.
30
Perché non
hai tu dunque a me il rispetto
per
l'amicizia nostra, che domande
ch'a te aver
debba, e ch'io t'avre' in effetto,
se tu fossi
con lei di me più grande?
Né men di te
per moglie averla aspetto,
se ben tu sei
più ricco in queste bande:
io non son
meno al re, che tu sia, grato,
ma più
di te da la sua figlia amato. -
31
- Oh (disse
il duca a lui), grande è cotesto
errore a che
t'ha il folle amor condutto!
Tu credi
esser più amato; io credo questo
medesmo: ma
si può veder al frutto.
Tu fammi
ciò ch'hai seco, manifesto,
ed io il
secreto mio t'aprirò tutto;
e quel di noi
che manco aver si veggia,
ceda a chi
vince, e d'altro si provveggia.
32
E sarò
pronto, se tu vuoi ch'io giuri
di non dir
cosa mai che mi riveli:
così
voglio ch'ancor tu m'assicuri
che quel
ch'io ti dirò, sempre mi celi. -
Venner dunque
d'accordo alli scongiuri,
e poser le
man sugli Evangeli:
e poi che di
tacer fede si diero,
Ariodante
incominciò primiero.
33
E disse per
lo giusto e per lo dritto
come tra sé e
Ginevra era la cosa;
ch'ella gli
avea giurato e a bocca e in scritto,
che mai non
saria ad altri, ch'a lui, sposa;
e se dal re
le venìa contraditto,
gli promettea
di sempre esser ritrosa
da tutti gli
altri maritaggi poi,
e viver sola
in tutti i giorni suoi:
34
e ch'esso era
in speranza pel valore
ch'avea
mostrato in arme a più d'un segno,
ed era per
mostrare a laude, a onore,
a beneficio
del re e del suo regno,
di crescer
tanto in grazia al suo signore,
che sarebbe
da lui stimato degno
che la
figliuola sua per moglie avesse,
poi che
piacer a lei così intendesse.
35
Poi disse: -
A questo termine son io,
né credo
già ch'alcun mi venga appresso:
né cerco
più di questo, né desio
de l'amor
d'essa aver segno più espresso;
né più
vorrei, se non quanto da Dio
per connubio
legitimo è concesso:
e saria invano
il domandar più inanzi;
che di
bontà so come ogn'altra avanzi. -
36
Poi ch'ebbe
il vero Ariodante esposto
de la mercé
ch'aspetta a sua fatica,
Polinesso,
che già s'avea proposto
di far
Ginevra al suo amator nemica,
cominciò:
- Sei da me molto discosto,
e vo' che di
tua bocca anco tu 'l dica;
e del mio ben
veduta la radice,
che confessi
me solo esser felice.
37
Finge ella
teco, né t'ama né prezza;
che ti pasce
di speme e di parole:
oltra questo,
il tuo amor sempre a sciochezza,
quando meco
ragiona, imputar suole.
Io ben
d'esserle caro altra certezza
veduta n'ho,
che di promesse e fole;
e tel
dirò sotto la fé in secreto,
ben che farei
più il debito a star cheto.
38
Non passa
mese, che tre, quattro e sei
e talor diece
notti io non mi truovi
nudo
abbracciato in quel piacer con lei,
ch'all'amoroso
ardor par che sì giovi:
sì che
tu puoi veder s'a' piacer miei
son
d'aguagliar le ciance che tu pruovi.
Cedimi dunque
e d'altro ti provedi,
poi che
sì inferior di me ti vedi. -
39
- Non ti vo'
creder questo (gli rispose
Ariodante), e
certo so che menti;
e composto
fra te t'hai queste cose,
acciò
che da l'impresa io mi spaventi:
ma perché a
lei son troppo ingiuriose,
questo c'hai
detto sostener convienti;
che non
bugiardo sol, ma voglio ancora
che tu sei
traditor mostrarti or ora. -
40
Soggiunse il
duca: - Non sarebbe onesto
che noi
volessen la battaglia torre
di quel che
t'offerisco manifesto,
quando ti
piaccia, inanzi agli occhi porre. -
Resta
smarrito Ariodante a questo,
e per l'ossa
un tremor freddo gli scorre;
e se creduto
ben gli avesse a pieno,
venìa
sua vita allora allora meno.
41
Con cor
trafitto e con pallida faccia,
e con voce
tremante e bocca amara
rispose: -
Quando sia che tu mi faccia
veder
quest'aventura tua sì rara,
prometto di costei
lasciar la traccia,
a te
sì liberale, a me sì avara:
ma ch'io tel
voglia creder non far stima,
s'io non lo
veggio con questi occhi prima. -
42
- Quando ne
sarà il tempo, avisarotti, -
soggiunse
Polinesso, e dipartisse.
Non credo che
passar più di due notti,
ch'ordine fu
che 'l duca a me venisse.
Per scoccar
dunque i lacci che condotti
avea
sì cheti, andò al rivale, e disse
che
s'ascondesse la notte seguente
tra quelle
case ove non sta mai gente:
43
e dimostrogli
un luogo a dirimpetto
di quel verrone
ove solea salire.
Ariodante
avea preso sospetto
che lo
cercasse far quivi venire,
come in un
luogo dove avesse eletto
di por gli
aguati, e farvelo morire,
sotto questa
finzion, che vuol mostrargli
quel di
Ginevra, ch'impossibil pargli.
44
Di volervi
venir prese partito,
ma in guisa
che di lui non sia men forte;
perché
accadendo che fosse assalito,
si truovi
sì, che non tema di morte.
Un suo
fratello avea saggio ed ardito,
iI più
famoso in arme de la corte,
detto
Lurcanio; e avea più cor con esso,
che se dieci
altri avesse avuto appresso.
45
Seco
chiamollo, e volse che prendesse
l'arme; e la
notte lo menò con lui:
non che 'l
secreto suo già gli dicesse;
né l'avria
detto ad esso, né ad altrui.
Da sé lontano
un trar di pietra il messe:
- Se mi senti
chiamar, vien (disse) a nui;
ma se non
senti, prima ch'io ti chiami,
non ti partir
di qui, frate, se m'ami. -
46
- Va pur, non
dubitar, - disse il fratello:
e così
venne Ariodanle cheto,
e si
celò nel solitario ostello
ch'era
d'incontro al mio verron secreto.
Vien d'altra
parte il fraudolente e fello,
che d'infamar
Ginevra era sì lieto;
e fa il
segno, tra noi solito inante,
a me che de
l'inganno era ignorante.
47
Ed io con
veste candida, e fregiata
per mezzo a
liste d'oro e d'ogn'intorno,
e con rete
pur d'or, tutta adombrata
di bei
fiocchi vermigli al capo intorno
(foggia che
sol fu da Ginevra usata,
non
d'alcun'altra), udito il segno, torno
sopra il
verron, ch'in modo era locato,
che mi
scopria dinanzi e d'ogni lato.
48
Lurcanio in
questo mezzo dubitando
che 'l
fratello a pericolo non vada,
o come
è pur commun disio, cercando
di spiar
sempre ciò che ad altri accada;
l'era pian
pian venuto seguitando,
tenendo
l'ombre e la più oscura strada:
e a men di
dieci passi a lui discosto,
nel medesimo
ostel s'era riposto.
49
Non sappiendo
io di questo cosa alcuna,
venni al
verron ne l'abito c'ho detto,
sì
come già venuta era più d'una
e più
di due fiate a buono effetto.
Le veste si
vedean chiare alla luna;
né dissimile
essendo anch'io d'aspetto
né di persona
da Ginevra molto,
fece parere
un per un altro il volto:
50
e tanto
più, ch'era gran spazio in mezzo
fra dove io
venni a quelle inculte case
ai dui
fratelli, che stavano al rezzo,
il duca
agevolmente persuase
quel ch'era
falso. Or pensa in che ribrezzo
Ariodante, in
che dolor rimase.
Vien
Polinesso, e alla scala s'appoggia
che
giù manda'gli, e monta in su la loggia.
51
A prima
giunta io gli getto le braccia
al collo,
ch'io non penso esser veduta;
lo bacio in
bocca e per tutta la faccia,
come far
soglio ad ogni sua venuta.
Egli
più de l'usato si procaccia
d'accarezzarmi,
e la sua fraude aiuta.
Quell'altro
al rio spettacolo condutto,
misero sta
lontano, e vede il tutto.
52
Cade in tanto
dolor, che si dispone
allora allora
di voler morire:
e il pome de
la spada in terra pone,
che su la
punta si volea ferire.
Lurcanio che
con grande ammirazione
avea veduto
il duca a me salire,
ma non
già conosciuto chi si fosse,
scorgendo
l'atto del fratel, si mosse;
53
e gli
vietò che con la propria mano
non si
passasse in quel furore il petto.
S'era
più tardo o poco più lontano,
non giugnea a
tempo, e non faceva effetto.
- Ah misero
fratel, fratello insano
(gridò),
perc'hai perduto l'intelletto,
ch'una femina
a morte trar ti debbia?
ch'ir possan
tutte come al vento nebbia!
54
Cerca far
morir lei, che morir merta,
e serva a
più tuo onor tu la tua morte.
Fu d'amar
lei, quando non t'era aperta
la fraude
sua: or è da odiar ben forte,
poi che con
gli occhi tuoi tu vedi certa,
quanto sia
meretrice, e di che sorte.
Serbi
quest'arme che volti in te stesso,
a far dinanzi
al re tal fallo espresso. -
55
Quando si
vede Ariodante giunto
sopra il
fratel, la dura impresa lascia;
ma la sua
intenzion da quel ch'assunto
avea
già di morir, poco s'accascia.
Quindi si
leva, e porta non che punto,
ma trapassato
il cor d'estrema ambascia;
pur finge col
fratel, che quel furore
non abbia
più, che dianzi avea nel core.
56
Il seguente
matin, senza far motto
al suo
fratello o ad altri, in via si messe
da la mortal
disperazion condotto;
né di lui per
più dì fu chi sapesse.
Fuor che 'l
duca e il fratello, ogn'altro indotto
era chi mosso
al dipartir l'avesse.
Ne la casa
del re di lui diversi
ragionamenti
e in tutta Scozia fersi.
57
In capo
d'otto o di più giorni in corte
venne inanzi
a Ginevra un viandante,
e novelle
arrecò di mala sorte:
che s'era in
mar summerso Ariodante
di volontaria
sua libera morte,
non per colpa
di borea o di levante.
D'un sasso
che sul mar sporgea molt'alto
avea col capo
in giù preso un gran salto.
58
Colui dicea:
- Pria che venisse a questo,
a me che a
caso riscontrò per via,
disse: - Vien
meco, acciò che manifesto
per te a
Ginevra il mio successo sia;
e dille poi,
che la cagion del resto
che tu vedrai
di me, ch'or ora fia,
è
stato sol perc'ho troppo veduto:
felice, se
senza occhi io fussi suto! -
59
Eramo a caso
sopra Capobasso,
che verso
Irlanda alquanto sporge in mare.
Così
dicendo, di cima d'un sasso
lo vidi a
capo in giù sott'acqua andare.
Io lo lasciai
nel mare, ed a gran passo
ti son venuto
la nuova a portare. -
Ginevra,
sbigottita e in viso smorta,
rimase a
quello annunzio mezza morta.
60
Oh Dio, che
disse e fece, poi che sola
si
ritrovò nel suo fidato letto!
percosse il
seno, e si stracciò la stola,
e fece
all'aureo crin danno e dispetto;
ripetendo
sovente la parola
ch'Ariodante
avea in estremo detto:
che la cagion
del suo caso empio e tristo
tutta
venìa per aver troppo visto.
61
Il rumor
scorse di costui per tutto,
che per dolor
s'avea dato la morte.
Di questo il
re non tenne il viso asciutto,
né cavallier
né donna de la corte.
Di tutti il
suo fratel mostrò più lutto;
e si sommerse
nel dolor sì forte,
ch'ad esempio
di lui, contra se stesso
voltò
quasi la man per irgli appresso.
62
E molte volte
ripetendo seco,
che fu
Ginevra che 'l fratel gli estinse,
e che non fu
se non quell'atto bieco
che di lei
vide, ch'a morir lo spinse;
di voler
vendicarsene sì cieco
venne, e
sì l'ira e sì il dolor lo vinse,
che di perder
la grazia vilipese,
ed aver
l'odio del re e del paese.
63
E inanzi al
re, quando era più di gente
la sala
piena, se ne venne, e disse:
- Sappi,
signor, che di levar la mente
al mio
fratel, sì ch'a morir ne gisse,
stata
è la figlia tua sola nocente;
ch'a lui
tanto dolor l'alma trafisse
d'aver veduta
lei poco pudica,
che
più che vita ebbe la morte amica.
64
Erane amante,
e perché le sue voglie
disoneste non
fur, nol vo' coprire:
per
virtù meritarla aver per moglie
da te sperava
e per fedel servire;
ma mentre il
lasso ad odorar le foglie
stava
lontano, altrui vide salire,
salir su
l'arbor riserbato, e tutto
essergli
tolto il disiato frutto. -
65
E
seguitò, come egli avea veduto
venir Ginevra
sul verrone, e come
mandò
la scala, onde era a lei venuto
un drudo suo,
di chi egli non sa il nome,
che s'avea,
per non esser conosciuto,
cambiati i
panni e nascose le chiome.
Soggiunse che
con l'arme egli volea
provar tutto
esser ver ciò che dicea.
66
Tu puoi
pensar se 'l padre addolorato
riman, quando
accusar sente la figlia;
sì
perché ode di lei quel che pensato
mai non
avrebbe, e n'ha gran maraviglia;
sì
perché sa che fia necessitato
(se la difesa
alcun guerrier non piglia,
il qual
Lurcanio possa far mentire)
di
condannarla e di farla morire.
67
Io non credo,
signor, che ti sia nuova
la legge
nostra che condanna a morte
ogni donna e
donzella, che si pruova
di sé far
copia altrui ch'al suo consorte.
Morta ne
vien, s'in un mese non truova
in sua difesa
un cavallier sì forte,
che contra il
falso accusator sostegna
che sia
innocente e di morire indegna.
68
Ha fatto il
re bandir, per liberarla
(che pur gli
par ch'a torto sia accusata),
che vuol per
moglie e con gran dote darla
a chi
torrà l'infamia che l'è data.
Chi per lei
comparisca non si parla
guerriero
ancora, anzi l'un l'altro guata;
che quel
Lurcanio in arme è così fiero,
che par che
di lui tema ogni guerriero.
69
Atteso ha
l'empia sorte, che Zerbino,
fratel di
lei, nel regno non si truove;
che va
già molti mesi peregrino,
mostrando di
sé in arme inclite pruove:
che quando si
trovasse più vicino
quel
cavallier gagliardo, o in luogo dove
potesse avere
a tempo la novella,
non mancheria
d'aiuto alla sorella.
70
Il re,
ch'intanto cerca di sapere
per altra
pruova, che per arme, ancora,
se sono
queste accuse o false o vere,
se dritto o
torto è che sua figlia mora;
ha fatto
prender certe cameriere
che lo
dovrian saper, se vero fôra:
ond'io
previdi, che se presa era io,
troppo
periglio era del duca e mio.
71
E la notte
medesima mi trassi
fuor de la
corte, e al duca mi condussi;
e gli feci
veder quanto importassi
al capo
d'amendua, se presa io fussi.
Lodommi, e
disse ch'io non dubitassi:
a' suoi
conforti poi venir m'indussi
ad una sua
fortezza ch'è qui presso,
in compagnia
di dui che mi diede esso.
72
Hai sentito,
signor, con quanti effetti
de l'amor mio
fei Polinesso certo;
e s'era
debitor per tai rispetti
d'avermi cara
o no, tu 'l vedi aperto.
Or senti il
guidardon che io ricevetti,
vedi la gran
mercé del mio gran merto;
vedi se deve,
per amare assai,
donna sperar
d'essere amata mai:
73
che questo
ingrato, perfido e crudele,
de la mia
fede ha preso dubbio al fine:
venuto
è in sospizion ch'io non rivele
a lungo andar
le fraudi sue volpine.
Ha finto,
acciò che m'allontane e cele
fin che l'ira
e il furor del re decline,
voler
mandarmi ad un suo luogo forte;
e mi volea
mandar dritto alla morte:
74
che di
secreto ha commesso alla guida,
che come
m'abbia in queste selve tratta,
per degno
premio di mia fé m'uccida.
Così
l'intenzion gli venìa fatta,
se tu non eri
appresso alle mia grida.
Ve' come Amor
ben chi lui segue, tratta! -
Così
narrò Dalinda al paladino
seguendo
tuttavolta il lor camino.
75
A cui fu
sopra ogn'aventura, grata
questa,
d'aver trovata la donzella
che gli avea
tutta l'istoria narrata
de
l'innocenza di Ginevra bella.
E se sperato
avea, quando accusata
ancor fosse a
ragion, d'aiutar quella,
via con
maggior baldanza or viene in prova,
poi che
evidente la calunnia truova.
76
E verso la
città di Santo Andrea,
dove era il
re con tutta la famiglia,
e la
battaglia singular dovea
esser de la
querela de la figlia,
andò
Rinaldo quanto andar potea,
fin che
vicino giunse a poche miglia;
alla
città vicino giunse, dove
trovò
un scudier ch'avea più fresche nuove:
77
ch'un
cavallier istrano era venuto,
ch'a difender
Ginevra s'avea tolto,
con non usate
insegne, e sconosciuto,
però
che sempre ascoso andava molto;
e che dopo
che v'era, ancor veduto
non gli avea
alcuno al discoperto il volto;
e che 'l
proprio scudier che gli servia,
dicea
giurando: - Io non so dir chi sia. -
78
Non cavalcaro
molto, ch'alle mura
si trovar de
la terra e in su la porta.
Dalinda andar
più inanzi avea paura;
pur va, poi
che Rinaldo la conforta.
La porta
è chiusa, ed a chi n'avea cura
Rinaldo
domandò: - Questo ch'importa?
E fugli
detto: perché 'l popol tutto
a veder la
battaglia era ridutto,
79
che tra
Lurcanio e un cavallier istrano
si fa ne
l'altro capo de la terra,
ove era un
prato spazioso e piano;
e che
già cominciata hanno la guerra.
Aperto fu al
signor di Montealbano,
e tosto il
portinar dietro gli serra.
Per la vota
città Rinaldo passa;
ma la
donzella al primo albergo lassa:
80
e dice che
sicura ivi si stia
fin che
ritorni a lei, che sarà tosto;
e verso il
campo poi ratto s'invia,
dove li dui
guerrier dato e risposto
molto
s'aveano, e davan tuttavia.
Stava
Lurcanio di mal cor disposto
contra
Ginevra; e l'altro in sua difesa
ben sostenea
la favorita impresa.
81
Sei cavallier
con lor ne lo steccato
erano a
piedi, armati di corazza,
col duca
d'Albania, ch'era montato
s'un possente
corsier di buona razza.
Come a gran
contestabile, a lui dato
la guardia fu
del campo e de la piazza:
e di veder
Ginevra in gran periglio
avea il cor
lieto, ed orgoglioso il ciglio.
82
Rinaldo se ne
va tra gente e gente;
fassi far
largo il buon destrier Baiardo:
chi la
tempesta del suo venir sente,
a dargli via
non par zoppo né tardo.
Rinaldo vi
compar sopra eminente,
e ben
rassembra il fior d'ogni gagliardo;
poi si ferma
all'incontro ove il re siede:
ognun
s'accosta per udir che chiede.
83
Rinaldo disse
al re: - Magno signore,
non lasciar
la battaglia più seguire;
perché di
questi dua qualunche more,
sappi ch'a
torto tu 'l lasci morire.
L'un crede
aver ragione, ed è in errore,
e dice il
falso, e non sa di mentire;
ma quel
medesmo error che 'l suo germano
a morir
trasse, a lui pon l'arme in mano.
84
L'altro non
sa se s'abbia dritto o torto;
ma sol per
gentilezza e per bontade
in pericol si
è posto d'esser morto,
per non
lasciar morir tanta beltade.
Io la salute
all'innocenza porto;
porto il
contrario a chi usa falsitade.
Ma, per Dio,
questa pugna prima parti,
poi mi
dà audienza a quel ch'io vo' narrarti. -
85
Fu da
l'autorità d'un uom sì degno,
come Rinaldo
gli parea al sembiante,
sì
mosso il re, che disse e fece segno
che non
andasse più la pugna inante;
al quale
insieme ed ai baron del regno
e ai
cavallieri e all'altre turbe tante
Rinaldo fe'
l'inganno tutto espresso,
ch'avea
ordito a Ginevra Polinesso.
86
Indi
s'offerse di voler provare
coll'arme,
ch'era ver quel ch'avea detto.
Chiamasi
Polinesso; ed ei compare,
ma tutto
conturbato ne l'aspetto:
pur con
audacia cominciò a negare.
Disse
Rinaldo: - Or noi vedrem l'effetto. -
L'uno e
l'altro era armato, il campo fatto,
sì che
senza indugiar vengono al fatto.
87
Oh quanto ha
il re, quanto ha il suo popul caro
che Ginevra a
provar s'abbi innocente!
tutti han
speranza che Dio mostri chiaro
ch'impudica
era detta ingiustamente.
Crudel
superbo e riputato avaro
fu Polinesso,
iniquo e fraudolente;
sì che
ad alcun miracolo non fia
che l'inganno
da lui tramato sia.
88
Sta Polinesso
con la faccia mesta,
col cor
tremante e con pallida guancia;
e al terzo
suon mette la lancia in resta.
Così
Rinaldo inverso lui si lancia,
che disioso
di finir la festa,
mira a
passargli il petto con la lancia:
né discorde
al disir seguì l'effetto;
ché mezza
l'asta gli cacciò nel petto.
89
Fisso nel
tronco lo trasporta in terra,
lontan dal
suo destrier più di sei braccia.
Rinaldo
smonta subito, e gli afferra
l'elmo, pria
che si levi, e gli lo slaccia:
ma quel, che
non può far più troppa guerra,
gli domanda
mercé con umil faccia,
e gli
confessa, udendo il re e la corte,
la fraude sua
che l'ha condutto a morte.
90
Non
finì il tutto, e in mezzo la parola
e la voce e
la vita l'abandona.
Il re, che
liberata la figliuola
vede da morte
e da fama non buona,
più
s'allegra, gioisce e raconsola,
che, s'avendo
perduta la corona,
ripor se la
vedesse allora allora;
sì che
Rinaldo unicamente onora.
91
E poi ch'al
trar dell'elmo conosciuto
l'ebbe,
perch'altre volte l'avea visto,
levò
le mani a Dio, che d'un aiuto
come era
quel, gli avea sì ben provisto.
Quell'altro
cavallier che, sconosciuto,
soccorso avea
Ginevra al caso tristo,
ed armato per
lei s'era condutto,
stato da
parte era a vedere il tutto.
92
Dal re
pregato fu di dire il nome,
o di
lasciarsi almen veder scoperto,
acciò
da lui fosse premiato, come
di sua buona
intenzion chiedeva il merto.
Quel, dopo
lunghi preghi, da le chiome
si
levò l'elmo, e fe' palese e certo
quel che ne
l'altro canto ho da seguire,
se grata vi
sarà l'istoria udire.
1
Miser chi mal
oprando si confida
ch'ognor star
debbia il maleficio occulto;
che quando
ogn'altro taccia, intorno grida
l'aria e la
terra istessa in ch'è sepulto:
e Dio fa
spesso che 'l peccato guida
il peccator,
poi ch'alcun dì gli ha indulto,
che sé
medesmo, senza altrui richiesta,
innavedutamente
manifesta.
2
Avea creduto
il miser Polinesso
totalmente il
delitto suo coprire,
Dalinda
consapevole d'appresso
levandosi,
che sola il potea dire:
e aggiungendo
il secondo al primo eccesso,
affrettò
il mal che potea differire,
e potea
differire e schivar forse;
ma se stesso
spronando, a morir corse:
3
e perdé amici
a un tempo e vita e stato,
e onor, che
fu molto più grave danno.
Dissi di
sopra, che fu assai pregato
il cavallier,
ch'ancor chi sia non sanno.
Al fin si
trasse l'elmo, e 'l viso amato
scoperse, che
più volte veduto hanno:
e
dimostrò come era Ariodante,
per tutta
Scozia lacrimato inante;
4
Ariodante,
che Ginevra pianto
avea per
morto, e 'l fratel pianto avea,
il re, la
corte, il popul tutto quanto:
di tal
bontà, di tal valor splendea.
Adunque il
peregrin mentir di quanto
dianzi di lui
narrò, quivi apparea;
e fu pur ver
che dal sasso marino
gittarsi in
mar lo vide a capo chino.
5
Ma (come
aviene a un disperato spesso,
che da lontan
brama e disia la morte,
e l'odia poi
che se la vede appresso,
tanto gli
pare il passo acerbo e forte)
Ariodante,
poi ch'in mar fu messo,
si
pentì di morire: e come forte
e come destro
e più d'ogn'altro ardito,
si messe a
nuoto e ritornossi al lito;
6
e
dispregiando e nominando folle
il desir
ch'ebbe di lasciar la vita,
si messe a
caminar bagnato e molle,
e
capitò all'ostel d'un eremita.
Quivi
secretamente indugiar volle
tanto, che la
novella avesse udita,
se del caso
Ginevra s'allegrasse,
o pur mesta e
pietosa ne restasse.
7
Intese prima,
che per gran dolore
ella era
stata a rischio di morire
(la fama andò
di questo in modo fuore,
che ne fu in
tutta l'isola che dire):
contrario
effetto a quel che per errore
credea aver
visto con suo gran martire.
Intese poi,
come Lurcanio avea
fatta Ginevra
appresso il padre rea.
8
Contra il
fratel d'ira minor non arse,
che per
Ginevra già d'amor ardesse;
che troppo
empio e crudele atto gli parse,
ancora che
per lui fatto l'avesse.
Sentendo poi,
che per lei non comparse
cavallier che
difender la volesse
(che Lurcanio
sì forte era e gagliardo,
ch'ognun
d'andargli contra avea riguardo;
9
e chi n'avea
notizia, il riputava
tanto
discreto, e sì saggio ed accorto,
che se non
fosse ver quel che narrava,
non si
porrebbe a rischio d'esser morto;
per questo la
più parte dubitava
di non
pigliar questa difesa a torto);
Ariodante,
dopo gran discorsi,
pensò
all'accusa del fratello opporsi.
10
- Ah lasso!
io non potrei (seco dicea)
sentir per
mia cagion perir costei:
troppo mia
morte fôra acerba e rea,
se inanzi a
me morir vedessi lei.
Ella è
pur la mia donna e la mia dea,
questa
è la luce pur degli occhi miei:
convien ch'a
dritto e a torto, per suo scampo
pigli
l'impresa, e resti morto in campo.
11
So ch'io
m'appiglio al torto; e al torto sia:
e ne
morrò; né questo mi sconforta,
se non ch'io
so che per la morte mia
sì
bella donna ha da restar poi morta.
Un sol
conforto nel morir mi fia,
che, se 'l
suo Polinesso amor le porta,
chiaramente
veder avrà potuto,
che non
s'è mosso ancor per darle aiuto;
12
e me, che
tanto espressamente ha offeso,
vedrà,
per lei salvare, a morir giunto.
Di mio
fratello insieme, il quale acceso
tanto fuoco
ha, vendicherommi a un punto;
ch'io lo
farò doler, poi che compreso
il fine
avrà del suo crudele assunto:
creduto
vendicar avrà il germano,
e gli
avrà dato morte di sua mano. -
13
Concluso ch'ebbe
questo nel pensiero,
nuove arme
ritrovò, nuovo cavallo;
e sopraveste
nere, e scudo nero
portò,
fregiato a color verdegiallo.
Per aventura
si trovò un scudiero
ignoto in
quel paese, e menato hallo;
e sconosciuto
(come ho già narrato)
s'appresentò
contra il fratello armato.
14
Narrato v'ho
come il fatto successe,
come fu
conosciuto Ariodante.
Non minor
gaudio n'ebbe il re, ch'avesse
de la
figliuola liberata inante.
Seco
pensò che mai non si potesse
trovar un
più fedele e vero amante;
che dopo tanta
ingiuria, la difesa
di lei,
contra il fratel proprio, avea presa.
15
E per sua
inclinazion (ch'assai l'amava)
e per li
preghi di tutta la corte,
e di Rinaldo,
che più d'altri instava,
de la bella
figliuola il fa consorte.
La duchea
d'Albania ch'al re tornava
dopo che
Polinesso ebbe la morte,
in miglior
tempo discader non puote,
poi che la
dona alla sua figlia in dote.
16
Rinaldo per
Dalinda impetrò grazia,
che se
n'andò di tanto errore esente;
la qual per
voto, e perché molto sazia
era del
mondo, a Dio volse la mente:
monaca
s'andò a render fin in Dazia,
e si
levò di Scozia immantinente.
Ma tempo
è ormai di ritrovar Ruggiero,
che scorre il
ciel su l'animal leggiero.
17
Ben che
Ruggier sia d'animo costante,
né cangiato
abbia il solito colore,
io non gli
voglio creder che tremante
non abbia
dentro più che foglia il core.
Lasciato avea
di gran spazio distante
tutta
l'Europa, ed era uscito fuore
per molto
spazio il segno che prescritto
avea
già a' naviganti Ercole invitto.
18
Quello
ippogrifo, grande e strano augello,
lo porta via
con tal prestezza d'ale,
che lasceria
di lungo tratto quello
celer
ministro del fulmineo strale.
Non va per
l'aria altro animal sì snello,
che di
velocità gli fosse uguale:
credo ch'a
pena il tuono e la saetta
venga in terra
dal ciel con maggior fretta.
19
Poi che
l'augel trascorso ebbe gran spazio
per linea
dritta e senza mai piegarsi,
con larghe
ruote, omai de l'aria sazio,
cominciò
sopra una isola a calarsi;
pari a quella
ove, dopo lungo strazio
far del suo
amante e lungo a lui celarsi,
la vergine
Aretusa passò invano
di sotto il
mar per camin cieco e strano.
20
Non vide né
'l più bel né 'l più giocondo
da tutta
l'aria ove le penne stese;
né se tutto
cercato avesse il mondo,
vedria di
questo il più gentil paese,
ove, dopo un
girarsi di gran tondo,
con Ruggier
seco il grande augel discese:
culte pianure
e delicati colli,
chiare acque,
ombrose ripe e prati molli.
21
Vaghi
boschetti di soavi allori,
di palme e
d'amenissime mortelle,
cedri ed
aranci ch'avean frutti e fiori
contesti in
varie forme e tutte belle,
facean riparo
ai fervidi calori
de' giorni
estivi con lor spesse ombrelle;
e tra quei
rami con sicuri voli
cantanto se
ne gìano i rosignuoli.
22
Tra le
purpuree rose e i bianchi gigli,
che tiepida
aura freschi ognora serba,
sicuri si
vedean lepri e conigli,
e cervi con
la fronte alta e superba,
senza temer
ch'alcun gli uccida o pigli,
pascano o
stiansi rominando l'erba;
saltano i
daini e i capri isnelli e destri,
che sono in
copia in quei luoghi campestri.
23
Come
sì presso è l'ippogrifo a terra,
ch'esser ne
può men periglioso il salto,
Ruggier con
fretta de l'arcion si sferra,
e si ritruova
in su l'erboso smalto;
tuttavia in
man le redine si serra,
che non vuol
che 'l destrier più vada in alto:
poi lo lega
nel margine marino
a un verde
mirto in mezzo un lauro e un pino.
24
E quivi
appresso, ove surgea una fonte
cinta di
cedri e di feconde palme,
pose lo
scudo, e l'elmo da la fronte
si trasse, e
disarmossi ambe le palme;
ed ora alla
marina ed ora al monte
volgea la
faccia all'aure fresche ed alme,
che l'alte
cime con mormorii lieti
fan tremolar
dei faggi e degli abeti.
25
Bagna talor
ne la chiara onda e fresca
l'asciutte
labra, e con le man diguazza,
acciò
che de le vene il calor esca
che gli ha
acceso il portar de la corazza.
Né maraviglia
è già ch'ella gl'incresca;
che non
è stato un far vedersi in piazza:
ma senza mai
posar, d'arme guernito,
tremila
miglia ognor correndo era ito.
26
Quivi stando,
il destrier ch'avea lasciato
tra le
più dense frasche alla fresca ombra,
per fuggir si
rivolta, spaventato
di non so
che, che dentro al bosco adombra:
e fa crollar
sì il mirto ove è legato,
che de le
frondi intorno il piè gli ingombra:
crollar fa il
mirto, e fa cader la foglia;
né succede
però che se ne scioglia.
27
Come ceppo
talor, che le medolle
rare e vote
abbia, e posto al fuoco sia,
poi che per
gran calor quell'aria molle
resta
consunta ch'in mezzo l'empìa,
dentro
risuona e con strepito bolle
tanto che quel
furor truovi la via;
così
murmura e stride e si corruccia
quel mirto
offeso, e al fine apre la buccia.
28
Onde con
mesta e flebil voce uscìo
espedita e
chiarissima favella,
e disse: - Se
tu sei cortese e pio,
come dimostri
alla presenza bella,
lieva questo
animal da l'arbor mio:
basti che 'l
mio mal proprio mi flagella,
senza altra
pena, senza altro dolore
ch'a
tormentarmi ancor venga di fuore. -
29
Al primo suon
di quella voce torse
Ruggiero il
viso, e subito levosse;
e poi
ch'uscir da l'arbore s'accorse,
stupefatto
restò più che mai fosse.
A levarne il
destrier subito corse;
e con le
guance di vergogna rosse:
- Qual che tu
sii, perdonami (dicea),
o spirto
umano, o boschereccia dea.
30
Il non aver
saputo che s'asconda
sotto ruvida
scorza umano spirto,
m'ha lasciato
turbar la bella fronda
e far
ingiuria al tuo vivace mirto:
ma non restar
però, che non risponda
chi tu ti
sia, ch'in corpo orrido ed irto,
con voce e
razionale anima vivi;
se da
grandine il ciel sempre ti schivi.
31
E s'ora o mai
potrò questo dispetto
con alcun
beneficio compensarte,
per quella
bella donna ti prometto,
quella che di
me tien la miglior parte,
ch'io
farò con parole e con effetto,
ch'avrai
giusta cagion di me lodarte. -
Come Ruggiero
al suo parlar fin diede,
tremò
quel mirto da la cima al piede.
32
Poi si vide
sudar su per la scorza,
come legno
dal bosco allora tratto,
che del fuoco
venir sente la forza,
poscia
ch'invano ogni ripar gli ha fatto;
e
cominciò: - Tua cortesia mi sforza
a discoprirti
in un medesmo tratto
ch'io fossi
prima, e chi converso m'aggia
in questo
mirto in su l'amena spiaggia.
33
Il nome mio
fu Astolfo; e paladino
era di
Francia, assai temuto in guerra:
d'Orlando e
di Rinaldo era cugino,
la cui fama
alcun termine non serra;
e si spettava
a me tutto il domìno,
dopo il mio
padre Oton, de l'Inghilterra.
Leggiadro e
bel fui sì, che di me accesi
più
d'una donna: e al fin me solo offesi.
34
Ritornando io
da quelle isole estreme
che da
Levante il mar Indico lava,
dopo Rinaldo
ed alcun'altri insieme
meco fur
chiusi in parte oscura e cava,
ed onde
liberati le supreme
forze n'avean
del cavallier di Brava;
vêr
ponente io venìa lungo la sabbia
che del
settentrion sente la rabbia.
35
E come la via
nostra e il duro e fello
destin ci
trasse, uscimmo una matina
sopra la
bella spiaggia, ove un castello
siede sul
mar, de la possente Alcina.
Trovammo lei
ch'uscita era di quello,
e stava sola
in ripa alla marina;
e senza rete
e senza amo traea
tutti li
pesci al lito, che volea.
36
Veloci vi
correvano i delfini,
vi
venìa a bocca aperta il grosso tonno;
i capidogli
coi vecchi marini
vengon
turbati dal loro pigro sonno;
muli, salpe,
salmoni e coracini
nuotano a
schiere in più fretta che ponno;
pistrici,
fisiteri, orche e balene
escon del mar
con mostruose schiene.
37
Veggiamo una
balena, la maggiore
che mai per
tutto il mar veduta fosse:
undeci passi
e più dimostra fuore
de l'onde
salse le spallacce grosse.
Caschiamo
tutti insieme in uno errore,
perch'era
ferma e che mai non si scosse:
ch'ella sia
una isoletta ci credemo,
così
distante a l'un da l'altro estremo.
38
Alcina i
pesci uscir facea de l' acque
con semplici
parole e puri incanti.
Con la fata
Morgana Alcina nacque,
io non so dir
s'a un parto o dopo o inanti.
Guardommi
Alcina; e subito le piacque
l'aspetto
mio, come mostrò ai sembianti:
e
pensò con astuzia e con ingegno
tormi ai
compagni; e riuscì il disegno.
39
Ci venne
incontra con allegra faccia
con modi
graziosi e riverenti,
e disse: -
Cavallier, quando vi piaccia
far oggi meco
i vostri alloggiamenti,
io vi
farò veder, ne la mia caccia,
di tutti i
pesci sorti differenti:
chi
scaglioso, chi molle e chi col pelo;
e saran
più che non ha stelle il cielo.
40
E volendo
vedere una sirena
che col suo
dolce canto acheta il mare,
passian di
qui fin su quell'altra arena,
dove a
quest'ora suol sempre tornare. -
E ci
mostrò quella maggior balena,
che, come io
dissi, una isoletta pare.
Io, che
sempre fui troppo (e me n'incresce)
volonteroso,
andai sopra quel pesce.
41
Rinaldo
m'accennava, e similmente
Dudon, ch'io
non v'andassi: e poco valse.
La fata
Alcina con faccia ridente,
lasciando gli
altri dua, dietro mi salse.
La balena,
all'ufficio diligente,
nuotando se
n'andò per l'onde salse.
Di mia sciocchezza
tosto fui pentito;
ma troppo mi
trovai lungi dal lito.
42
Rinaldo si
cacciò ne l'acqua a nuoto
per aiutarmi,
e quasi si sommerse,
perché
levossi un furioso Noto
che d'ombra
il cielo e 'l pelago coperse.
Quel che di
lui seguì poi, non m'è noto.
Alcina a
confortarmi si converse;
e quel
dì tutto e la notte che venne,
sopra quel
mostro in mezzo il mar mi tenne.
43
Fin che
venimmo a questa isola bella,
di cui gran
parte Alcina ne possiede,
e l'ha
usurpata ad una sua sorella
che 'l padre
già lasciò del tutto erede,
perché sola
legitima avea quella;
e (come alcun
notizia me ne diede,
che
pienamente istrutto era di questo)
sono
quest'altre due nate d'incesto.
44
E come sono
inique e scelerate
e piene
d'ogni vizio infame e brutto
così
quella, vivendo in castitate,
posto ha ne
le virtuti il suo cor tutto.
Contra lei
queste due son congiurate;
e già
più d'uno esercito hanno istrutto
per cacciarla
de l'isola, e in più volte
più di
cento castella l'hanno tolte:
45
né ci
terrebbe ormai spanna di terra
colei, che
Logistilla è nominata,
se non che
quinci un golfo il passo serra,
e quindi una
montagna inabitata,
sì
come tien la Scozia e l'Inghilterra
il monte e la
riviera separata;
né
però Alcina né Morgana resta
che non le
voglia tor ciò che le resta.
46
Perché di
vizi è questa coppia rea,
odia colei,
perché è pudica e santa.
Ma, per
tornare a quel ch'io ti dicea,
e seguir poi
com'io divenni pianta,
Alcina in
gran delizie mi tenea,
e del mio
amore ardeva tutta quanta;
né minor
fiamma nel mio core accese
il veder lei
sì bella e sì cortese.
47
Io mi godea
le delicate membra;
pareami aver
qui tutto il ben raccolto
che fra i
mortali in più parti si smembra,
a chi
più ed a chi meno e a nessun molto;
né di Francia
né d'altro mi rimembra:
stavami
sempre a contemplar quel volto:
ogni
pensiero, ogni mio bel disegno
in lei finia,
né passava oltre il segno.
48
Io da lei
altretanto era o più amato:
Alcina
più non si curava d'altri;
ella
ogn'altro suo amante avea lasciato,
ch'inanzi a
me ben ce ne fur degli altri.
Me
consiglier, me avea dì e notte a lato,
e me fe' quel
che commandava agli altri:
a me credeva,
a me si riportava;
né notte o
dì con altri mai parlava.
49
Deh! perché
vo le mie piaghe toccando,
senza
speranza poi di medicina?
perché
l'avuto ben vo rimembrando,
quando io
patisco estrema disciplina?
Quando credea
d'esser felice, e quando
credea
ch'amar più mi dovesse Alcina,
il cor che
m'avea dato si ritolse,
e ad altro
nuovo amor tutta si volse.
50
Conobbi tardi
il suo mobil ingegno,
usato amare e
disamare a un punto.
Non era stato
oltre a duo mesi in regno,
ch'un novo
amante al loco mio fu assunto.
Da sé
cacciommi la fata con sdegno,
e da la
grazia sua m'ebbe disgiunto:
e seppi poi,
che tratti a simil porto
avea
mill'altri amanti, e tutti a torto.
51
E perché essi
non vadano pel mondo
di lei
narrando la vita lasciva,
chi qua chi
là, per lo terren fecondo
li muta,
altri in abete, altri in oliva,
altri in
palma, altri in cedro, altri secondo
che vedi me
su questa verde riva;
altri in
liquido fonte, alcuni in fiera,
come
più agrada a quella fata altiera.
52
Or tu che sei
per non usata via,
signor,
venuto all'isola fatale,
acciò
ch'alcuno amante per te sia
converso in
pietra o in onda, o fatto tale;
avrai
d'Alcina scettro e signoria,
e sarai lieto
sopra ogni mortale:
ma certo sii
di giunger tosto al passo
d'entrar o in
fiera o in fonte o in legno o in sasso.
53
Io te n'ho
dato volentieri aviso;
non ch'io mi
creda che debbia giovarte:
pur meglio
fia che non vadi improviso,
e de' costumi
suoi tu sappia parte;
che forse,
come è differente il viso,
è
differente ancor l'ingegno e l'arte.
Tu saprai
forse riparare al danno,
quel che
saputo mill'altri non hanno. -
54
Ruggier, che
conosciuto avea per fama
ch'Astolfo
alla sua donna cugin era,
si dolse
assai che in steril pianta e grama
mutato avesse
la sembianza vera;
e per amor di
quella che tanto ama
(pur che
saputo avesse in che maniera)
gli avria
fatto servizio: ma aiutarlo
in altro non
potea, ch'in confortarlo.
55
Lo fe' al
meglio che seppe; e domandolli
poi se via
c'era, ch'al regno guidassi
di
Logistilla, o per piano o per colli,
sì che
per quel d'Alcina non andassi.
Che ben ve
n'era un'altra, ritornolli
l'arbore a
dir, ma piena d'aspri sassi,
s'andando un
poco inanzi alla man destra
salisse il
poggio invêr la cima alpestra.
56
Ma che non
pensi già che seguir possa
il suo camin
per quella strada troppo:
incontro
avrà di gente ardita, grossa
e fiera
compagnia, con duro intoppo.
Alcina ve li
tien per muro e fossa
a chi volesse
uscir fuor del suo groppo.
Ruggier quel
mirto ringraziò del tutto,
poi da lui si
partì dotto ed istrutto.
57
Venne al
cavallo, e lo disciolse e prese
per le
redine, e dietro se lo trasse;
né, come fece
prima, più l'ascese,
perché mal
grado suo non lo portasse.
Seco pensava
come nel paese
di Logistilla
a salvamento andasse.
Era disposto
e fermo usar ogni opra,
che non gli
avesse imperio Alcina sopra.
58
Pensò
di rimontar sul suo cavallo,
e per l'aria
spronarlo a nuovo corso:
ma dubitò
di far poi maggior fallo;
che troppo
mal quel gli ubidiva al morso.
- Io
passerò per forza, s'io non fallo, -
dicea tra sé,
ma vano era il discorso.
Non fu duo
miglia lungi alla marina,
che la bella
città vide d'Alcina.
59
Lontan si
vide una muraglia lunga
che gira
intorno, e gran paese serra;
e par che la
sua altezza al ciel s'aggiunga,
e d'oro sia
da l'alta cima a terra.
Alcun dal mio
parer qui si dilunga,
e dice
ch'ell'è alchimia: e forse ch'erra;
ed anco forse
meglio di me intende:
a me par oro,
poi che sì risplende.
60
Come fu
presso alle sì ricche mura,
che 'l mondo
altre non ha de la lor sorte,
lasciò
la strada che per la pianura
ampla e
diritta andava alle gran porte;
ed a man
destra, a quella più sicura,
ch'al monte
già, piegossi il guerrier forte:
ma tosto
ritrovò l'iniqua frotta,
dal cui furor
gli fu turbata e rotta.
61
Non fu veduta
mai più strana torma,
più
monstruosi volti e peggio fatti:
alcun' dal
collo in giù d'uomini han forma,
col viso
altri di simie, altri di gatti;
stampano
alcun con piè caprigni l'orma;
alcuni son
centauri agili ed atti;
son gioveni
impudenti e vecchi stolti,
chi nudi e
chi di strane pelli involti.
62
Chi senza
freno in s'un destrier galoppa,
chi lento va
con l'asino o col bue,
altri salisce
ad un centauro in groppa,
struzzoli
molti han sotto, aquile e grue;
ponsi altri a
bocca il corno, altri la coppa;
chi femina
è, chi maschio, e chi amendue;
chi porta
uncino e chi scala di corda,
chi pal di
ferro e chi una lima sorda.
63
Di questi il
capitano si vedea
aver gonfiato
il ventre, e 'l viso grasso;
il qual su
una testuggine sedea,
che con gran
tardità mutava il passo.
Avea di qua e
di là chi lo reggea,
perché egli
era ebro, e tenea il ciglio basso:
altri la
fronte gli asciugava e il mento,
altri i panni
scuotea per fargli vento.
64
Un ch'avea
umana forma i piedi e 'l ventre,
e collo avea
di cane, orecchie e testa,
contra
Ruggiero abaia, acciò ch'egli entre
ne la bella
città ch'a dietro resta.
Rispose il
cavallier: - Nol farò, mentre
avrà
forza la man di regger questa! -
e gli mostra
la spada, di cui volta
avea l'aguzza
punta alla sua volta.
65
Quel mostro
lui ferir vuol d'una lancia,
ma Ruggier
presto se gli aventa addosso:
una stoccata
gli trasse alla pancia,
e la fe' un
palmo riuscir pel dosso.
Lo scudo
imbraccia, e qua e là si lancia,
ma l'inimico
stuolo è troppo grosso:
l'un quinci
il punge, e l'altro quindi afferra:
egli
s'arrosta, e fa lor aspra guerra.
66
L'un sin a'
denti, e l'altro sin al petto
partendo va
di quella iniqua razza;
ch'alla sua
spada non s'oppone elmetto,
né scudo, né
panziera, né corazza:
ma da tutte
le parti è così astretto,
che bisogno
saria, per trovar piazza
e tener da sé
largo il popul reo,
d'aver
più braccia e man che Briareo.
67
Se di
scoprire avesse avuto aviso
lo scudo che
già fu del negromante
(io dico quel
ch'abbarbagliava il viso,
quel
ch'all'arcione avea lasciato Atlante),
subito avria
quel brutto stuol conquiso
e fattosel
cader cieco davante;
e forse ben,
che disprezzò quel modo,
perché
virtude usar volse, e non frodo.
68
Sia quel che
può, più tosto vuol morire,
che rendersi
prigione a sì vil gente.
Eccoti
intanto da la porta uscire
del muro,
ch'io dicea d'oro lucente,
due giovani
ch'ai gesti ed al vestire
non eran da
stimar nate umilmente,
né da pastor
nutrite con disagi,
ma fra
delizie di real palagi.
69
L'una e
l'altra sedea s'un liocorno,
candido
più che candido armelino;
l'una e
l'altra era bella, e di sì adorno
abito, e modo
tanto pellegrino,
che a l'uom,
guardando e contemplando intorno,
bisognerebbe
aver occhio divino
per far di
lor giudizio: e tal saria
Beltà,
s'avesse corpo, e Leggiadria.
70
L'una e
l'altra n'andò dove nel prato
Ruggiero
è oppresso da lo stuol villano.
Tutta la
turba si levò da lato;
e quelle al
cavallier porser la mano,
che tinto in
viso di color rosato,
le donne
ringraziò de l'atto umano:
e fu
contento, compiacendo loro,
di ritornarsi
a quella porta d'oro.
71
L'adornamento
che s'aggira sopra
la bella
porta e sporge un poco avante,
parte non ha
che tutta non si cuopra
de le
più rare gemme di Levante.
Da quattro
parti si riposa sopra
grosse
colonne d'integro diamante.
O ver o falso
ch'all'occhio risponda,
non è
cosa più bella o più gioconda.
72
Su per la
soglia e fuor per le colonne
corron
scherzando lascive donzelle,
che, se i
rispetti debiti alle donne
servasser
più, sarian forse più belle.
Tutte vestite
eran di verdi gonne,
e coronate di
frondi novelle.
Queste, con
molte offerte e con buon viso,
Ruggier
fecero entrar nel paradiso:
73
che si
può ben così nomar quel loco,
ove mi credo
che nascesse Amore.
Non vi si sta
se non in danza e in giuoco,
e tutte in
festa vi si spendon l'ore:
pensier
canuto né molto né poco
si può
quivi albergare in alcun core:
non entra
quivi disagio né inopia,
ma vi sta
ognor col corno pien la Copia.
74
Qui, dove con
serena e lieta fronte
par ch'ognor
rida il grazioso aprile,
gioveni e
donne son: qual presso a fonte
canta con
dolce e dilettoso stile;
qual d'un
arbore all'ombra e qual d'un monte
o giuoca o
danza o fa cosa non vile;
e qual, lungi
dagli altri, a un suo fedele
discuopre
l'amorose sue querele.
75
Per le cime
dei pini e degli allori,
degli alti
faggi e degl'irsuti abeti,
volan
scherzando i pargoletti Amori:
di lor
vittorie altri godendo lieti,
altri
pigliando a saettare i cori,
la mira
quindi, altri tendendo reti;
chi tempra
dardi ad un ruscel più basso,
e chi gli
aguzza ad un volubil sasso.
76
Quivi a
Ruggier un gran corsier fu dato,
forte,
gagliardo, e tutto di pel sauro,
ch'avea il
bel guernimento ricamato
di preziose
gemme e di fin auro;
e fu lasciato
in guardia quello alato,
quel che
solea ubidire al vecchio Mauro,
a un giovene
che dietro lo menassi
al buon
Ruggier, con men frettosi passi.
77
Quelle due
belle giovani amorose
ch'avean
Ruggier da l'empio stuol difeso,
da l'empio
stuol che dianzi se gli oppose
su quel camin
ch'avea a man destra preso,
gli dissero:
- Signor, le virtuose
opere vostre
che già abbiamo inteso,
ne fan
sì ardite, che l'aiuto vostro
vi chiederemo
a beneficio nostro.
78
Noi troverem
tra via tosto una lama,
che fa due
parti di questa pianura.
Una crudel,
che Erifilla si chiama,
difende il
ponte, e sforza e inganna e fura
chiunque
andar ne l'altra ripa brama;
ed ella
è gigantessa di statura,
li denti ha
lunghi e velenoso il morso,
acute l'ugne,
e graffia come un orso.
79
Oltre che
sempre ci turbi il camino,
che libero
saria se non fosse ella,
spesso,
correndo per tutto il giardino,
va
disturbando or questa cosa or quella.
Sappiate che
del populo assassino
che vi
assalì fuor de la porta bella,
molti suoi
figli son, tutti seguaci,
empi, come
ella, inospiti e rapaci. -
80
Ruggier
rispose: - Non ch'una battaglia,
ma per voi
sarò pronto a farne cento:
di mia persona,
in tutto quel che vaglia,
fatene voi
secondo il vostro intento;
che la cagion
ch'io vesto piastra e maglia,
non è
per guadagnar terre né argento,
ma sol per
farne beneficio altrui,
tanto
più a belle donne come vui. -
81
Le donne
molte grazie riferiro
degne d'un
cavallier, come quell'era:
e così
ragionando ne veniro
dove videro
il ponte e la riviera;
e di smeraldo
ornata e di zaffiro
su l'arme
d'or, vider la donna altiera.
Ma dir ne
l'altro canto differisco,
come Ruggier
con lei si pose a risco.
1
Chi va lontan
da la sua patria, vede
cose, da quel
che già credea, lontane;
che
narrandole poi, non se gli crede,
e stimato
bugiardo ne rimane:
che 'l
sciocco vulgo non gli vuol dar fede,
se non le
vede e tocca chiare e piane.
Per questo io
so che l'inesperienza
farà
al mio canto dar poca credenza.
2
Poca o molta
ch'io ci abbia, non bisogna
ch'io ponga
mente al vulgo sciocco e ignaro.
A voi so ben
che non parrà menzogna,
che 'l lume
del discorso avete chiaro;
ed a voi soli
ogni mio intento agogna
che 'l frutto
sia di mie fatiche caro.
Io vi lasciai
che 'l ponte e la riviera
vider, che'n
guardia avea Erifilla altiera.
3
Quell'era
armata del più fin metallo,
ch'avean di
piu color gemme distinto:
rubin
vermiglio, crisolito giallo,
verde
smeraldo, con flavo iacinto.
Era montata,
ma non a cavallo;
invece avea
di quello un lupo spinto:
spinto avea
un lupo ove si passa il fiume,
con ricca
sella fuor d'ogni costume.
4
Non credo
ch'un sì grande Apulia n'abbia:
egli era
grosso ed alto più d'un bue.
Con fren
spumar non gli facea le labbia,
né so come lo
regga a voglie sue.
La sopravesta
di color di sabbia
su l'arme
avea la maledetta lue:
era, fuor che
'l color, di quella sorte
ch'i vescovi
e i prelati usano in corte.
5
Ed avea ne lo
scudo e sul cimiero
una gonfiata
e velenosa botta.
Le donne la
mostraro al cavalliero,
di qua dal
ponte per giostrar ridotta,
e fargli
scorno e rompergli il sentiero,
come ad
alcuni usata era talotta.
Ella a
Ruggier, che torni a dietro, grida:
quel piglia
un'asta, e la minaccia e sfida.
6
Non men la
gigantessa ardita e presta
sprona il
gran lupo e ne l'arcion si serra,
e pon la
lancia a mezzo il corso in resta,
e fa tremar
nel suo venir la terra.
Ma pur sul
prato al fiero incontro resta;
che sotto
l'elmo il buon Ruggier l'afferra,
e de l'arcion
con tal furor la caccia,
che la
riporta indietro oltra sei braccia.
7
E già,
tratta la spada ch'avea cinta,
venìa
a levarne la testa superba:
e ben lo
potea far, che come estinta
Erifilla
giacea tra' fiori e l'erba.
Ma le donne
gridar: - Basti sia vinta,
senza
pigliarne altra vendetta acerba.
Ripon,
cortese cavallier, la spada;
passiamo il
ponte e seguitian la strada. -
8
Alquanto
malagevole ed aspretta
per mezzo un
bosco presero la via,
che oltra che
sassosa fosse e stretta,
quasi su
dritta alla collina gìa.
Ma poi che
furo ascesi in su la vetta,
usciro in
spaziosa prateria,
dove il
più bel palazzo e 'l più giocondo
vider, che
mai fosse veduto al mondo.
9
La bella
Alcina venne un pezzo inante,
verso Ruggier
fuor de le prime porte,
e lo raccolse
in signoril sembiante,
in mezzo
bella ed onorata corte.
Da tutti gli
altri tanto onore e tante
riverenze fur
fatte al guerrier forte,
che non
potrian far più, se tra loro
fosse Dio
sceso dal superno coro.
10
Non tanto il
bel palazzo era eccellente,
perché
vincesse ogn'altro di ricchezza,
quanto
ch'avea la più piacevol gente
che fosse al
mondo e di più gentilezza.
Poco era l'un
da l'altro differente
e di fiorita
etade e di bellezza:
sola di tutti
Alcina era più bella,
sì
come è bello il sol più d'ogni stella.
11
Di persona
era tanto ben formata,
quanto me'
finger san pittori industri;
con bionda
chioma lunga ed annodata:
oro non
è che più risplenda e lustri.
Spargeasi per
la guancia delicata
misto color
di rose e di ligustri;
di terso
avorio era la fronte lieta,
che lo spazio
finia con giusta meta.
12
Sotto duo
negri e sottilissimi archi
son duo negri
occhi, anzi duo chiari soli,
pietosi a
riguardare, a mover parchi;
intorno cui
par ch'Amor scherzi e voli,
e ch'indi
tutta la faretra scarchi
e che
visibilmente i cori involi:
quindi il
naso per mezzo il viso scende,
che non
truova l'invidia ove l'emende.
13
Sotto quel
sta, quasi fra due vallette,
la bocca
sparsa di natio cinabro;
quivi due
filze son di perle elette,
che chiude ed
apre un bello e dolce labro:
quindi escon
le cortesi parolette
da render
molle ogni cor rozzo e scabro;
quivi si
forma quel suave riso,
ch'apre a sua
posta in terra il paradiso.
14
Bianca nieve
è il bel collo, e 'l petto latte;
il collo
è tondo, il petto colmo e largo:
due pome
acerbe, e pur d'avorio fatte,
vengono e van
come onda al primo margo,
quando
piacevole aura il mar combatte.
Non potria
l'altre parti veder Argo:
ben si
può giudicar che corrisponde
a quel
ch'appar di fuor quel che s'asconde.
15
Mostran le
braccia sua misura giusta;
e la candida
man spesso si vede
lunghetta
alquanto e di larghezza angusta,
dove né nodo
appar, né vena eccede.
Si vede al
fin de la persona augusta
il breve, asciutto
e ritondetto piede.
Gli angelici
sembianti nati in cielo
non si ponno
celar sotto alcun velo.
16
Avea in ogni
sua parte un laccio teso,
o parli o
rida o canti o passo muova:
né maraviglia
è se Ruggier n'è preso,
poi che tanto
benigna se la truova.
Quel che di
lei già avea dal mirto inteso,
com'è
perfida e ria, poco gli giova;
ch'inganno o
tradimento non gli è aviso
che possa
star con sì soave riso.
17
Anzi pur
creder vuol che da costei
fosse
converso Astolfo in su l'arena
per li suoi
portamenti ingrati e rei,
e sia degno
di questa e di più pena:
e tutto quel
ch'udito avea di lei,
stima esser
falso; e che vendetta mena,
e mena astio
ed invidia quel dolente
a lei
biasmare, e che del tutto mente.
18
La bella
donna che cotanto amava,
novellamente
gli è dal cor partita;
che per
incanto Alcina gli lo lava
d'ogni antica
amorosa sua ferita;
e di sé sola
e del suo amor lo grava,
e in quello
essa riman sola sculpita:
sì che
scusar il buon Ruggier si deve,
se si
mostrò quivi incostante e lieve.
19
A quella mensa
citare, arpe e lire,
e diversi
altri dilettevol suoni
faceano
intorno l'aria tintinire
d'armonia
dolce e di concenti buoni.
Non vi
mancava chie, cantando, dire
d'amor
sapesse gaudi e passioni,
o con
invenzioni e poesie
rappresentasse
grate fantasie.
20
Qual mensa
trionfante e suntuosa
di
qualsivoglia successor di Nino,
o qual mai
tanto celebre e famosa
di Cleopatra
al vincitor latino,
potria a
questa esser par, che l'amorosa
fata avea
posta inanzi al paladino?
Tal non
cred'io che s'apparecchi dove
ministra
Ganimede al sommo Giove.
21
Tolte che fur
le mense e le vivande,
facean,
sedendo in cerchio, un giuoco lieto:
che ne
l'orecchio l'un l'altro domande,
come
più piace lor, qualche secreto;
il che agli
amanti fu commodo grande
di scoprir
l'amor lor senza divieto:
e furon lor
conclusioni estreme
di ritrovarsi
quella notte insieme.
22
Finir quel
giuoco tosto, e molto inanzi
che non solea
là dentro esser costume:
con torchi
allora i paggi entrati inanzi,
le tenebre
cacciar con molto lume.
Tra bella
compagnia dietro e dinanzi
andò
Ruggiero a ritrovar le piume
in una adorna
e fresca cameretta,
per la
miglior di tutte l'altre eletta.
23
E poi che di
confetti e di buon vini
di nuovo
fatti fur debiti inviti,
e partir gli
altri riverenti e chini,
ed alle
stanze lor tutti sono iti;
Ruggiero
entrò ne' profumati lini
che pareano
di man d'Aracne usciti,
tenendo
tuttavia l'orecchie attente,
s'ancora
venir la bella donna sente.
24
Ad ogni
piccol moto ch'egli udiva,
sperando che
fosse ella, il capo alzava:
sentir
credeasi, e spesso non sentiva;
poi del suo
errore accorto sospirava.
Talvolta
uscia del letto e l'uscio apriva,
guatava
fuori, e nulla vi trovava:
e
maledì ben mille volte l'ora
che facea al
trapassar tanta dimora.
25
Tra sé dicea
sovente: - Or si parte ella; -
e cominciava
a noverare i passi
ch'esser
potean da la sua stanza a quella
donde
aspettando sta che Alcina passi;
e questi ed
altri, prima che la bella
donna vi sia,
vani disegni fassi.
Teme di
qualche impedimento spesso,
che tra il
frutto e la man non gli sia messo.
26
Alcina, poi
ch'a' preziosi odori
dopo gran
spazio pose alcuna meta,
venuto il
tempo che più non dimori,
ormai ch'in
casa era ogni cosa cheta,
de la camera
sua sola uscì fuori;
e tacita
n'andò per via secreta
dove a
Ruggiero avean timore e speme
gran pezzo
intorno al cor pugnato insieme.
27
Come si vide
il successor d'Astolfo
sopra apparir
quelle ridenti stelle,
come abbia ne
le vene acceso zolfo,
non par che
capir possa ne la pelle.
Or sino agli
occhi ben nuota nel golfo
de le delizie
e de le cose belle:
salta del
letto, e in braccio la raccoglie,
né può
tanto aspettar ch'ella si spoglie;
28
ben che né
gonna né faldiglia avesse;
che venne
avolta in un leggier zendado
che sopra una
camicia ella si messe,
bianca e
suttil nel più eccellente grado.
Come Ruggiero
abbracciò lei, gli cesse
il manto: e
restò il vel suttile e rado,
che non
copria dinanzi né di dietro,
più
che le rose o i gigli un chiaro vetro.
29
Non
così strettamente edera preme
pianta ove
intorno abbarbicata s'abbia,
come si
stringon li dui amanti insieme,
cogliendo de
lo spirto in su le labbia
suave fior,
qual non produce seme
indo o sabeo
ne l'odorata sabbia.
Del gran
piacer ch'avean, lor dicer tocca;
che spesso
avean più d'una lingua in bocca.
30
Queste cose
là dentro eran secrete,
o se pur non
secrete, almen taciute;
che raro fu
tener le labra chete
biasmo ad
alcun, ma ben spesso virtute.
Tutte
proferte ed accoglienze liete
fanno a
Ruggier quelle persone astute:
ognun lo
reverisce e se gli inchina;
che
così vuol l'innamorata Alcina.
31
Non è
diletto alcun che di fuor reste;
che tutti son
ne l'amorosa stanza.
E due e tre
volte il dì mutano veste,
fatte or ad
una ora ad un'altra usanza.
Spesso in
conviti, e sempre stanno in feste,
in giostre,
in lotte, in scene, in bagno, in danza:
or presso ai
fonti, all'ombre de' poggetti,
leggon
d'antiqui gli amorosi detti;
32
or per
l'ombrose valli e lieti colli
vanno
cacciando le paurose lepri;
or con sagaci
cani i fagian folli
con strepito
uscir fan di stoppie e vepri;
or a' tordi
lacciuoli, or veschi molli
tendon tra
gli odoriferi ginepri;
or con ami
inescati ed or con reti
turban a'
pesci i grati lor secreti.
33
Stava
Ruggiero in tanta gioia e festa,
mentre Carlo
in travaglio ed Agramante,
di cui
l'istoria io non vorrei per questa
porre in
oblio, né lasciar Bradamante,
che con
travaglio e con pena molesta
pianse
più giorni il disiato amante,
ch'avea per
strade disusate e nuove
veduto portar
via, né sapea dove.
34
Di costei
prima che degli altri dico,
che molti
giorni andò cercando invano
pei boschi
ombrosi e per lo campo aprico,
per ville,
per città, per monte e piano;
né mai
potè saper del caro amico,
che di tanto
intervallo era lontano.
Ne l'oste
saracin spesso venìa,
né mai del
suo Ruggier ritrovò spia.
35
Ogni
dì ne domanda a più di cento,
né alcun le
ne sa mai render ragioni.
D'alloggiamento
va in alloggiamento,
cercandone e
trabacche e padiglioni:
e lo
può far; che senza impedimento
passa tra
cavallieri e tra pedoni,
mercè
all'annel che fuor d'ogni uman uso
la fa sparir
quando l'è in bocca chiuso.
36
Né può
né creder vuol che morto sia;
perché di
sì grande uom l'alta ruina
da l'onde
idaspe udita si saria
fin dove il
sole a riposar declina.
Non sa né dir
né imaginar che via
far possa o
in cielo o in terra; e pur meschina
lo va
cercando, e per compagni mena
sospiri e
pianti ed ogni acerba pena.
37
Pensò
al fin di tornare alla spelonca
dove eran
l'ossa di Merlin profeta,
e gridar
tanto intorno a quella conca,
che 'l freddo
marmo si movesse a pieta;
che se vivea
Ruggiero, o gli avea tronca
l'alta
necessità la vita lieta,
si sapria
quindi: e poi s'appiglierebbe
a quel
miglior consiglio che n'avrebbe.
38
Con questa
intenzion prese il camino
verso le
selve prossime a Pontiero,
dove la vocal
tomba di Merlino
era nascosa
in loco alpestro e fiero.
Ma quella
maga che sempre vicino
tenuto a
Bradamante avea il pensiero,
quella, dico
io, che ne la bella grotta
l'avea de la
sua stirpe istrutta e dotta;
39
quella
benigna e saggia incantatrice,
la quale ha
sempre cura di costei,
sappiendo
ch'esser de' progenitrice
d'uomini
invitti, anzi di semidei;
ciascun
dì vuol sapere che fa, che dice,
e getta
ciascun dì sorte per lei.
Di Ruggier
liberato e poi perduto,
e dove in
India andò, tutto ha saputo.
40
Ben veduto
l'avea su quel cavallo
che regger
non potea, ch'era sfrenato,
scostarsi di
lunghissimo intervallo
per sentier
periglioso e non usato;
e ben sapea
che stava in giuoco e in ballo
e in cibo e
in ozio molle e delicato,
né più
memoria avea del suo signore,
né de la
donna sua, né del suo onore.
41
E così
il fior de li begli anni suoi
in lunga
inerzia aver potria consunto
sì
gentil cavallier, per dover poi
perdere il
corpo e l'anima in un punto;
e quel odor
che sol riman di noi,
poscia che 'l
resto fragile è defunto,
che tra'
l'uom del sepulcro e in vita il serba,
gli saria
stato o tronco o svelto in erba.
42
Ma quella
gentil maga, che più cura
n'avea
ch'egli medesmo di se stesso,
pensò
di trarlo per via alpestre e dura
alla vera
virtù, mal grado d'esso:
come
eccellente medico, che cura
con ferro e
fuoco e con veneno spesso,
che se ben
molto da principio offende,
poi giova al
fine, e grazia se gli rende.
43
Ella non gli
era facile, e talmente
fattane cieca
di superchio amore,
che, come
facea Atlante, solamente
a darli vita
avesse posto il core.
Quel piu
tosto volea che lungamente
vivesse e
senza fama e senza onore,
che, con
tutta la laude che sia al mondo,
mancasse un
anno al suo viver giocondo.
44
L'avea
mandato all'isola d'Alcina,
perché
obliasse l'arme in quella corte;
e come mago
di somma dottrina,
ch'usar sapea
gl'incanti d'ogni sorte,
avea il cor
stretto di quella regina
ne l'amor
d'esso d'un laccio sì forte,
che non se ne
era mai per poter sciorre,
s'invecchiasse
Ruggier più di Nestorre.
45
Or tornando a
colei, ch'era presaga
di quanto de'
avvenir, dico che tenne
la dritta via
dove l'errante e vaga
figlia d'Amon
seco a incontrar si venne.
Bradamante
vedendo la sua maga,
muta la pena
che prima sostenne,
tutta in
speranza; e quella l'apre il vero:
ch'ad Alcina
è condotto il suo Ruggiero.
46
La giovane
riman presso che morta,
quando ode
che 'l suo amante è così lunge;
e più,
che nel suo amor periglio porta,
se gran
rimedio e subito non giunge:
ma la benigna
maga la conforta,
e presta pon
l'impiastro ove il duol punge,
e le promette
e giura, in pochi giorni
far che
Ruggiero a riveder lei torni.
47
- Da che,
donna (dicea), l'annello hai teco,
che val
contra ogni magico fattura,
io non ho
dubbio alcun, che s'io l'arreco
là
dove Alcina ogni tuo ben ti fura,
ch'io non le
rompa il suo disegno, e meco
non ti rimeni
la tua dolce cura.
Me
n'andrò questa sera alla prim'ora,
e sarò
in India al nascer de l'aurora.
48
E seguitando,
del modo narrolle
che disegnato
avea d'adoperarlo,
per trar del
regno effeminato e molle
il caro
amante, e in Francia rimenarlo.
Bradamante
l'annel del dito tolle;
né solamente
avria voluto darlo,
ma dato il
core e dato avria la vita,
pur che
n'avesse il suo Ruggiero aita.
49
Le dà
l'annello e se le raccomanda;
e più
le raccomanda il suo Ruggiero,
a cui per lei
mille saluti manda:
poi prese
vêr Provenza altro sentiero.
Andò
l'incantatrice a un'altra banda;
e per porre
in effetto il suo pensiero,
un palafren
fece apparir la sera,
ch'avea un
piè rosso, e ogn'altra parte nera.
50
Credo fosse
un Alchino o un Farfarello,
che da
l'Inferno in quella forma trasse;
e scinta e
scalza montò sopra a quello,
a chiome
sciolte e orribilmente passe:
ma ben di
dito si levò l'annello,
perché
gl'incanti suoi non le vietasse.
Poi con tal
fretta andò, che la matina
si
ritrovò ne l'isola d'Alcina.
51
Quivi
mirabilmente transmutosse:
s'accrebbe
più d'un palmo di statura,
e fe' le
membra a proporzion più grosse;
e
restò a punto di quella misura
che si
pensò che 'l negromante fosse,
quel che
nutrì Ruggier con sì gran cura.
Vestì
di lunga barba le mascelle,
e fe' crespa
la fronte e l'altra pelle.
52
Di faccia, di
parole e di sembiante
sì lo
seppe imitar, che totalmente
potea parer
l'incantator Atlante.
Poi si
nascose, e tanto pose mente,
che da
Ruggiero allontanar l'amante
Alcina vide
un giorno finalmente:
e fu gran
sorte; che di stare o d'ire
senza esso
un'ora potea mal patire.
53
Soletto lo
trovò, come lo volle,
che si godea
il matin fresco e sereno
lungo un bel
rio che discorrea d'un colle
verso un
laghetto limpido ed ameno.
Il suo vestir
delizioso e molle
tutto era
d'ozio e di lascivia pieno,
che de sua
man gli avea di seta e d'oro
tessuto
Alcina con sottil lavoro.
54
Di ricche
gemme un splendido monile
gli discendea
dal collo in mezzo il petto;
e ne l'uno e
ne l'altro già virile
braccio
girava un lucido cerchietto.
Gli avea
forato un fil d'oro sottile
ambe
l'orecchie, in forma d'annelletto;
e due gran
perle pendevano quindi,
qua' mai non
ebbon gli Arabi né gl'Indi.
55
Umide avea
l'innanellate chiome
de'
più suavi odor che sieno in prezzo:
tutto ne'
gesti era amoroso, come
fosse in
Valenza a servir donne avezzo:
non era in
lui di sano altro che 'l nome;
corrotto
tutto il resto, e più che mézzo.
Così
Ruggier fu ritrovato, tanto
da l'esser
suo mutato per incanto.
56
Ne la forma
d'Atlante se gli affaccia
colei, che la
sembianza ne tenea,
con quella
grave e venerabil faccia
che Ruggier
sempre riverir solea,
con quello
occhio pien d'ira e di minaccia,
che sì
temuto già fanciullo avea;
dicendo: -
È questo dunque il frutto ch'io
lungamente
atteso ho del sudor mio?
57
Di medolle
già d'orsi e di leoni
ti porsi io
dunque li primi alimenti;
t'ho per
caverne ed orridi burroni
fanciullo
avezzo a strangolar serpenti,
pantere e
tigri disarmar d'ungioni
ed a vivi
cingial trar spesso i denti,
acciò
che, dopo tanta disciplina,
tu sii
l'Adone o l'Atide d'Alcina?
58
È
questo, quel che l'osservate stelle,
le sacre
fibre e gli accoppiati punti,
responsi,
auguri, sogni e tutte quelle
sorti, ove ho
troppo i miei studi consunti,
di te
promesso sin da le mammelle
m'avean, come
quest'anni fusser giunti:
ch'in arme
l'opre tue così preclare
esser dovean,
che sarian senza pare?
59
Questo
è ben veramente alto principio
onde si
può sperar che tu sia presto
a farti un
Alessandro, un Iulio, un Scipio!
Chi potea,
ohimè! di te mai creder questo,
che ti
facessi d'Alcina mancipio?
E perché
ognun lo veggia manifesto,
al collo ed
alle braccia hai la catena
con che ella
a voglia sua preso ti mena.
60
Se non ti
muovon le tue proprie laudi,
e l'opre e
scelse a chi t'ha il cielo eletto,
la tua
succession perché defraudi
del ben che
mille volte io t'ho predetto?
deh, perché
il ventre eternamente claudi,
dove il ciel
vuol che sia per te concetto
la gloriosa e
soprumana prole
ch'esser de'
al mondo più chiara che 'l sole?
61
Deh non
vietar che le più nobil alme,
che sian
formate ne l'eterne idee,
di tempo in
tempo abbian corporee salme
dal ceppo che
radice in te aver dee!
Deh non
vietar mille trionfi e palme,
con che, dopo
aspri danni e piaghe ree,
tuoi figli,
tuoi nipoti e successori
Italia
torneran nei primi onori!
62
Non ch'a
piegarti a questo tante e tante
anime belle
aver dovesson pondo,
che chiare,
illustri, inclite, invitte e sante
son per
fiorir da l'arbor tuo fecondo;
ma ti dovria
un coppia esser bastante:
Ippolito e il
fratel; che pochi il mondo
ha tali avuti
ancor fin al dì d'oggi,
per tutti i
gradi onde a virtù si poggi.
63
Io solea
più di questi dui narrarti,
ch'io non
facea di tutti gli altri insieme;
sì
perché essi terran le maggior parti,
che gli altri
tuoi, ne le virtù supreme;
sì
perché al dir di lor mi vedea darti
più
attenzion, che d'altri del tuo seme:
vedea goderti
che sì chiari eroi
esser
dovessen dei nipoti tuoi.
64
Che ha costei
che t'hai fatto regina,
che non
abbian mill'altre meretrici?
costei che di
tant'altri è concubina,
ch'al fin sai
ben s'ella suol far felici.
Ma perché tu
conosca chi sia Alcina,
levatone le
fraudi e gli artifici,
tien questo
annello in dito, e torna ad ella,
ch'aveder ti
potrai come sia bella. -
65
Ruggier si
stava vergognoso e muto
mirando in
terra, e mal sapea che dire;
a cui la maga
nel dito minuto
pose
l'annello, e lo fe' risentire.
Come Ruggiero
in sé fu rivenuto,
di tanto
scorno si vide assalire,
ch'esser
vorria sotterra mille braccia,
ch'alcun
veder non lo potesse in faccia.
66
Ne la sua
prima forma in uno istante,
così
parlando, la maga rivenne;
né bisognava
più quella d'Atlante,
seguitone
l'effetto per che venne.
Per dirvi
quel ch'io non vi dissi inante,
costei
Melissa nominata venne,
ch'or
diè a Ruggier di sé notizia vera,
e dissegli a
che effetto venuta era;
67
mandata da
colei, che d'amor piena
sempre il disia,
né più può starne senza,
per liberarlo
da quella catena
di che lo
cinse magica violenza:
e preso avea
d'Atlante di Carena
la forma, per
trovar meglio credenza.
Ma poi ch'a
sanità l'ha ormai ridutto,
gli vuole
aprire e far che veggia il tutto.
68
- Quella
donna gentil che t'ama tanto,
quella che
del tuo amor degna sarebbe,
a cui, se non
ti scorda, tu sai quanto
tua
libertà, da lei servata, debbe;
questo annel
che ripara ad ogni incanto,
ti manda: e
così il cor mandato avrebbe,
s'avesse
avuto il cor così virtute,
come
l'annello, atta alla tua salute. -
69
E
seguitò narrandogli l'amore
che
Bradamante gli ha portato e porta;
di questa
insieme comendò il valore,
in quanto il
vero e l'affezion comporta;
ed usò
modo e termine migliore
che si
convenga a messaggera accorta:
ed in quel
odio Alcina a Ruggier pose,
in che
soglionsi aver l'orribil cose.
70
In odio gli
la pose, ancor che tanto
l'amasse
dianzi: e non vi paia strano,
quando il suo
amor per forza era d'incanto,
ch'essendovi
l'annel, rimase vano.
Fece l'annel
palese ancor, che quanto
di
beltà Alcina avea, tutto era estrano:
estrano avea,
e non suo, dal piè alla treccia;
il bel ne
sparve, e le restò la feccia.
71
Come
fanciullo che maturo frutto
ripone, e poi
si scorda ove è riposto,
e dopo molti
giorni è ricondutto
là
dove truova a caso il suo deposto,
si maraviglia
di vederlo tutto
putrido e
guasto, e non come fu posto;
e dove amarlo
e caro aver solia,
l'odia,
sprezza, n'ha schivo, e getta via:
72
così
Ruggier, poi che Melissa fece
ch'a riveder
se ne tornò la fata
con
quell'annello inanzi a cui non lece,
quando s'ha
in dito, usare opra incantata,
ritruova,
contra ogni sua stima, invece
de la bella,
che dianzi avea lasciata,
donna
sì laida, che la terra tutta
né la
più vecchia avea né la più brutta.
73
Pallido,
crespo e macilente avea
Alcina il
viso, il crin raro e canuto,
sua statura a
sei palmi non giungea:
ogni dente di
bocca era caduto;
che
più d'Ecuba e più de la Cumea,
ed avea
più d'ogn'altra mai vivuto.
Ma sì
l'arti usa al nostro tempo ignote,
che bella e
giovanetta parer puote.
74
Giovane e
bella ella si fa con arte,
si che molti
ingannò come Ruggiero;
ma l'annel
venne a interpretar le carte
che
già molti anni avean celato il vero.
Miracol non
è dunque, se si parte
de l'animo a
Ruggier ogni pensiero
ch'avea
d'amare Alcina, or che la truova
in guisa, che
sua fraude non le giova.
75
Ma come
l'avisò Melissa, stette
senza mutare
il solito sembiante,
fin che
l'arme sue, più dì neglette,
si fu vestito
dal capo alle piante;
e per non
farle ad Alcina suspette,
finse provar
s'in esse era aiutante,
finse provar
se gli era fatto grosso,
dopo alcun
dì che non l'ha avute indosso.
76
E Balisarda
poi si messe al fianco
(che
così nome la sua spada avea);
e lo scudo
mirabile tolse anco,
che non pur
gli occhi abbarbagliar solea,
ma l'anima
facea sì venir manco,
che dal corpo
esalata esser parea.
Lo tolse, e
col zendado in che trovollo,
che tutto lo
copria, sel messe al collo.
77
Venne alla
stalla, e fece briglia e sella
porre a un destrier
più che la pece nero:
così
Melissa l'avea istrutto; ch'ella
sapea quanto
nel corso era leggiero.
Chi lo
conosce, Rabican l'appella;
ed è
quel proprio che col cavalliero
del quale i
venti or presso al mar fan gioco,
portò
già la balena in questo loco.
78
Potea aver
l'ippogrifo similmente,
che presso a
Rabicano era legato;
ma gli avea
detto la maga: - Abbi mente,
ch'egli
è (come tu sai) troppo sfrenato. -
E gli diede
intenzion che 'l dì seguente
gli lo
trarrebbe fuor di quello stato,
là
dove ad agio poi sarebbe istrutto
come frenarlo
e farlo gir per tutto.
79
Né sospetto
darà, se non lo tolle,
de la tacita
fuga ch'apparecchia.
Fece Ruggier
come Melissa volle,
ch'invisibile
ognor gli era all'orecchia.
Così
fingendo, del lascivo e molle
palazzo
uscì de la puttana vecchia;
e si venne
accostando ad una porta,
donde
è la via ch'a Logistilla il porta.
80
Assaltò
li guardiani all'improviso,
e si
cacciò tra lor col ferro in mano,
e qual
lasciò ferito, e quale ucciso;
e corse fuor
del ponte a mano a mano:
e prima che
n'avesse Alcina aviso,
di molto
spazio fu Ruggier lontano.
Dirò
ne l'altro canto che via tenne;
poi come a
Logistilla se ne venne.
1
Oh quante
sono incantatrici, oh quanti
incantator
tra noi, che non si sanno!
che con lor
arti uomini e donne amanti
di sé,
cangiando i visi lor, fatto hanno.
Non con
spirti costretti tali incanti,
né con
osservazion di stelle fanno;
ma con
simulazion, menzogne e frodi
legano i cor
d'indissolubil nodi.
2
Chi l'annello
d'Angelica, o piu tosto
chi avesse
quel de la ragion, potria
veder a tutti
il viso, che nascosto
da finzione e
d'arte non saria.
Tal ci par
bello e buono, che, deposto
il liscio,
brutto e rio forse parria.
Fu gran
ventura quella di Ruggiero,
ch'ebbe
l'annel che gli scoperse il vero.
3
Ruggier (come
io dicea) dissimulando,
su Rabican
venne alla porta armato:
trovò
le guardie sprovedute, e quando
giunse tra
lor, non tenne il brando a lato.
Chi morto e
chi a mal termine lasciando,
esce del
ponte, e il rastrello ha spezzato:
prende al
bosco la via; ma poco corre,
ch'ad un de'
servi de la fata occorre.
4
Il servo in
pugno avea un augel grifagno
che volar con
piacer facea ogni giorno,
ora a
campagna, ora a un vicino stagno,
dove era
sempre da far preda intorno:
avea da lato
il can fido compagno:
cavalcava un
ronzin non troppo adorno.
Ben
pensò che Ruggier dovea fuggire,
quando lo
vide in tal fretta venire.
5
Se gli fe'
incontra, e con sembiante altiero
gli
domandò perché in tal fretta gisse.
Risponder non
gli volse il buon Ruggiero:
perciò
colui, più certo che fuggisse,
di volerlo
arrestar fece pensiero;
e distendendo
il braccio manco, disse:
- Che dirai
tu, se subito ti fermo?
se contra
questo augel non avrai schermo? -
6
Spinge
l'augello: e quel batte sì l'ale,
che non
l'avanza Rabican di corso.
Del palafreno
il cacciator giù sale,
e tutto a un
tempo gli ha levato il morso.
Quel par da
l'arco uno aventato strale,
di calci
formidabile e di morso;
e 'l servo
dietro sì veloce viene,
che par ch'il
vento, anzi che il fuoco il mene.
7
Non vuol
parere il can d'esser più tardo;
ma segue
Rabican con quella fretta
con che le
lepri suol seguire il pardo.
Vergogna a
Ruggier par, se non aspetta.
Voltasi a
quel che vien sì a piè gagliardo;
né gli vede
arme, fuor ch'una bacchetta,
quella con
che ubidire al cane insegna:
Ruggier di
trar la spada si disdegna.
8
Quel se gli
appressa, e forte lo percuote:
lo morde a un
tempo il can nel piede manco.
Lo sfrenato
destrier la groppa scuote
tre volte e
più, né falla il destro fianco.
Gira
l'augello e gli fa mille ruote,
e con l'ugna
sovente il ferisce anco:
sì il
destrier collo strido impaurisce,
ch'alla mano
e allo spron poco ubidisce.
9
Ruggiero, al
fin costretto, il ferro caccia:
e perché tal
molestia se ne vada,
or gli
animali, or quel villan minaccia
col taglio e
con la punta de la spada.
Quella
importuna turba più l'impaccia:
presa ha chi
qua chi là tutta la strada.
Vede Ruggiero
il disonore e il danno
che gli
avverrà, se più tardar lo fanno.
10
Sa ch'ogni
poco più ch'ivi rimane,
Alcina
avrà col populo alle spalle:
di trombe, di
tamburi e di campane
già
s'ode alto rumore in ogni valle.
Contra un
servo senza arme e contra un cane
gli par ch'a
usar la spada troppo falle:
meglio e
più breve è dunque che gli scopra
lo scudo che
d'Atlante era stato opra.
11
Levò
il drappo vermiglio in che coperto
già
molti giorni lo scudo si tenne.
Fece
l'effetto mille volte esperto
il lume, ove
a ferir negli occhi venne:
resta dai
sensi il cacciator deserto,
cade il cane
e il ronzin, cadon le penne,
ch'in aria
sostener l'augel non ponno.
Lieto Ruggier
li lascia in preda al sonno.
12
Alcina,
ch'avea intanto avuto aviso
di Ruggier,
che sforzato avea la porta,
e de la
guardia buon numero ucciso,
fu, vinta dal
dolor, per restar morta.
Squarciossi i
panni e si percosse il viso,
e sciocca
nominossi e malaccorta;
e fece dar
all'arme immantinente,
e intorno a
sé raccor tutta sua gente.
13
E poi ne fa
due parti, e manda l'una
per quella
strada ove Ruggier camina;
al porto
l'altra subito raguna,
imbarca, ed
uscir fa ne la marina:
sotto le vele
aperte il mar s'imbruna.
Con questi va
la disperata Alcina,
che 'l
desiderio di Ruggier sì rode,
che lascia
sua città senza custode.
14
Non lascia
alcuno a guardia del palagio:
il che a
Melissa che stava alla posta
per liberar
di quel regno malvagio
la gente
ch'in miseria v'era posta,
diede
commodità, diede grande agio
di gir
cercando ogni cosa a sua posta,
imagini
abbruciar, suggelli torre,
e nodi e
rombi e turbini disciorre.
15
Indi pei
campi accelerando i passi,
gli antiqui
amanti, ch'erano in gran torma
conversi in
fonti, in fere, in legni, in sassi,
fe' ritornar
ne la lor prima forma.
E quei, poi
ch'allargati furo i passi,
tutti del
buon Ruggier seguiron l'orma:
a Logistilla
si salvaro; ed indi
tornaro a
Sciti, a Persi, a Greci, ad Indi.
16
Li
rimandò Melissa in lor paesi,
con obligo di
mai non esser sciolto.
Fu inanzi
agli altri il duca degl'Inglesi
ad esser
ritornato in uman volto;
che 'l
parentado in questo e li cortesi
prieghi del
buon Ruggier gli giovar molto:
oltre i
prieghi, Ruggier le diè l'annello,
acciò
meglio potesse aiutar quello.
17
A' prieghi
dunque di Ruggier, rifatto
fu 'l paladin
ne la sua prima faccia.
Nulla pare a
Melissa d'aver fatto,
quando
ricovrar l'arme non gli faccia,
e quella
lancia d'or, ch'al primo tratto
quanti ne
tocca de la sella caccia:
de l'Argalia,
poi fu d'Astolfo lancia,
e molto onor
fe' all'uno e a l'altro in Francia.
18
Trovò
Melissa questa lancia d'oro,
ch'Alcina
avea reposta nel palagio,
e tutte
l'arme che del duca foro,
e gli fur
tolte ne l'ostel malvagio.
Montò
il destrier del negromante moro,
e fe' montar
Astolfo in groppa ad agio;
e quindi a
Logistilla si condusse
d'un'ora
prima che Ruggier vi fusse.
19
Tra duri
sassi e folte spine gìa
Ruggiero
intanto invêr la fata saggia,
di balzo in
balzo, e d'una in altra via
aspra,
solinga, inospita e selvaggia;
tanto ch'a
gran fatica riuscia
su la fervida
nona in una spiaggia
tra 'l mare e
'l monte, al mezzodì scoperta,
arsiccia,
nuda, sterile e deserta.
20
Percuote il
sole ardente il vicin colle;
e del calor
che si riflette a dietro,
in modo
l'aria e l'arena ne bolle,
che saria
troppo a far liquido il vetro.
Stassi cheto
ogni augello all'ombra molle:
sol la cicala
col noioso metro
fra i densi
rami del fronzuto stelo
le valli e i
monti assorda, e il mare e il cielo.
21
Quivi il
caldo, la sete, e la fatica
ch'era di gir
per quella via arenosa,
facean, lungo
la spiaggia erma ed aprica,
a Ruggier
compagnia grave e noiosa.
Ma perché non
convien che sempre io dica,
né ch'io vi
occupi sempre in una cosa,
io
lascerò Ruggiero in questo caldo,
e girò
in Scozia a ritrovar Rinaldo.
22
Era Rinaldo
molto ben veduto
dal re, da la
figliuola e dal paese.
Poi la cagion
che quivi era venuto,
più ad
agio il paladin fece palese:
ch'in nome
del suo re chiedeva aiuto
e dal regno
di Scozia e da l'Inglese;
ed ai preghi
soggiunse anco di Carlo,
giustissime
cagion di dover farlo.
23
Dal re, senza
indugiar, gli fu risposto,
che di quanto
sua forza s'estendea,
per utile ed
onor sempre disposto
di Carlo e de
l'Imperio esser volea;
e che fra
pochi dì gli avrebbe posto
più
cavallieri in punto che potea;
e se non
ch'esso era oggimai pur vecchio,
capitano
verria del suo apparecchio.
24
Né tal
rispetto ancor gli parria degno
di farlo
rimaner, se non avesse
il figlio,
che di forza, e più d'ingegno,
dignissimo
era a chi'l governo desse,
ben che non
si trovasse allor nel regno;
ma che
sperava che venir dovesse
mentre
ch'insieme aduneria lo stuolo;
e ch'adunato
il troveria il figliuolo.
25
Così
mandò per tutta la sua terra
suoi
tesorieri a far cavalli e gente;
navi
apparecchia e munizion da guerra,
vettovaglia e
danar maturamente.
Venne intanto
Rinaldo in Inghilterra,
e 'l re nel
suo partir cortesemente
insino a
Beroicche accompagnollo;
e visto
pianger fu quando lasciollo.
26
Spirando il
vento prospero alla poppa,
monta
Rinaldo, ed a Dio dice a tutti:
la fune indi
al viaggio il nocchier sgroppa;
tanto che
giunge ove nei salsi flutti
il bel Tamigi
amareggiando intoppa.
Col gran
flusso del mar quindi condutti
i naviganti
per camin sicuro
a vela e remi
insino a Londra furo.
27
Rinaldo avea
da Carlo e dal re Otone,
che con Carlo
in Parigi era assediato,
al principe
di Vallia commissione
per
contrasegni e lettere portato,
che
ciò che potea far la regione
di fanti e di
cavalli in ogni lato,
tutto debba a
Calesio traghittarlo,
sì che
aiutar si possa Francia e Carlo.
28
Il principe
ch'io dico, ch'era, in vece
d'Oton,
rimaso nel seggio reale,
a Rinaldo
d'Amon tanto onor fece,
che non
l'avrebbe al suo re fatto uguale:
indi alle sue
domande satisfece;
perché a
tutta la gente marziale
e di Bretagna
e de l'isole intorno
di ritrovarsi
al mar prefisse il giorno.
29
Signor, far
mi convien come fa il buono
sonator sopra
il suo istrumento arguto,
che spesso
muta corda, e varia suono,
ricercando
ora il grave, ora l'acuto.
Mentre a dir
di Rinaldo attento sono,
d'Angelica
gentil m'è sovenuto,
di che
lasciai ch'era da lui fuggita,
e ch'avea
riscontrato uno eremita.
30
Alquanto la
sua istoria io vo' seguire.
Dissi che
domandava con gran cura,
come potesse
alla marina gire;
che di
Rinaldo avea tanta paura,
che, non
passando il mar, credea morire,
né in tutta
Europa si tenea sicura:
ma l'eremita
a bada la tenea,
perché di
star con lei piacere avea.
31
Quella rara
bellezza il cor gli accese,
e gli
scaldò le frigide medolle:
ma poi che
vide che poco gli attese,
e ch'oltra
soggiornar seco non volle,
di cento
punte l'asinello offese;
né di sua
tardità però lo tolle:
e poco va di
passo e men di trotto,
né stender
gli si vuol la bestia sotto.
32
E perché
molto dilungata s'era,
e poco
più, n'avria perduta l'orma,
ricorse il
frate alla spelonca nera,
e di demoni
uscir fece una torma:
e ne sceglie
uno di tutta la schiera,
e del bisogno
suo prima l'informa;
poi lo fa
entrare adosso al corridore,
che via gli
porta con la donna il core.
33
E qual sagace
can, nel monte usato
a volpi o
lepri dar spesso la caccia,
che se la
fera andar vede da un lato,
ne va da un
altro, e par sprezzi la traccia;
al varco poi
lo sentono arrivato,
che l'ha
già in bocca, e l'apre il fianco e straccia:
tal l'eremita
per diversa strada
aggiugnerà
la donna ovunque vada.
34
Che sia il
disegno suo, ben io comprendo:
e dirollo
anco a voi, ma in altro loco.
Angelica di
ciò nulla temendo,
cavalcava a
giornate, or molto or poco.
Nel cavallo
il demon si gìa coprendo,
come si
cuopre alcuna volta il fuoco,
che con
sì grave incendio poscia avampa,
che non si
estingue, e a pena se ne scampa.
35
Poi che la
donna preso ebbe il sentiero
dietro il
gran mar che li Guasconi lava,
tenendo
appresso all'onde il suo destriero,
dove l'umor
la via più ferma dava;
quel le fu
tratto dal demonio fiero
ne l'acqua
sì, che dentro vi nuotava.
Non sa che
far la timida donzella,
se non
tenersi ferma in su la sella.
36
Per tirar
briglia, non gli può dar volta:
più e
più sempre quel si caccia in alto.
Ella tenea la
vesta in su raccolta
per non
bagnarla, e traea i piedi in alto.
Per le spalle
la chioma iva disciolta,
e l'aura le
facea lascivo assalto.
Stavano cheti
tutti i maggior venti,
forse a tanta
beltà, col mare, attenti.
37
Ella volgea i
begli occhi a terra invano,
che bagnavan
di pianto il viso e 'l seno,
e vedea il
lito andar sempre lontano
e decrescer
più sempre e venir meno.
Il destrier,
che nuotava a destra mano,
dopo un gran
giro la portò al terreno
tra scuri
sassi e spaventose grotte,
già
cominciando ad oscurar la notte.
38
Quando si
vide sola in quel deserto,
che a
riguardarlo sol, mettea paura,
ne l'ora che
nel mar Febo coperto
l'aria e la
terra avea lasciata oscura,
fermossi in
atto ch'avria fatto incerto
chiunque
avesse vista sua figura,
s'ella era
donna sensitiva e vera,
o sasso
colorito in tal maniera.
39
Stupida e
fissa ne la incerta sabbia,
coi capelli
disciolti e rabuffati,
con le man
giunte e con l'immote labbia,
i languidi
occhi al ciel tenea levati,
come
accusando il gran Motor che l'abbia
tutti
inclinati nel suo danno i fati.
Immota e come
attonita stè alquanto;
poi sciolse
al duol la lingua, e gli occhi al pianto.
40
Dicea: -
Fortuna, che più a far ti resta
acciò
di me ti sazi e ti disfami?
che dar ti
posso omai più, se non questa
misera vita?
ma tu non la brami;
ch'ora a
trarla del mar sei stata presta,
quando potea
finir suoi giorni grami:
perché ti
parve di voler più ancora
vedermi
tormentar prima ch'io muora.
41
Ma che mi
possi nuocere non veggio,
più di
quel che sin qui nociuto m'hai.
Per te
cacciata son del real seggio,
dove
più ritornar non spero mai:
ho perduto
l'onor, ch'è stato peggio;
che, se ben
con effetto io non peccai,
io do
però materia ch'ognun dica,
ch'essendo
vagabonda, io sia impudica.
42
Ch'aver
può donna al mondo più di buono,
a cui la
castità levata sia?
Mi nuoce,
ahimè! ch'io son giovane, e sono
tenuta bella,
o sia vero o bugia.
Già
non ringrazio il ciel di questo dono;
che di qui
nasce ogni ruina mia:
morto per
questo fu Argalia mio frate,
che poco gli
giovar l'arme incantate:
43
per questo il
re di Tartaria Agricane
disfece il
genitor mio Galafrone,
ch'in India,
del Cataio era gran Cane;
onde io son
giunta a tal condizione,
che muto
albergo da sera a dimane.
Se l'aver, se
l'onor, se le persone
m'hai tolto,
e fatto il mal che far mi puoi,
a che
più doglia anco serbar mi vuoi?
44
Se
l'affogarmi in mar morte non era
a tuo senno
crudel, pur ch'io ti sazi,
non recuso
che mandi alcuna fera
che mi
divori, e non mi tenga in strazi.
D'ogni martir
che sia, pur ch'io ne pera,
esser non
può ch'assai non ti ringrazi. -
Così
dicea la donna con gran pianto,
quando le
apparve l'eremita accanto.
45
Avea mirato
da l'estrema cima
d'un rilevato
sasso l'eremita
Angelica, che
giunta alla parte ima
è
dello scoglio, afflitta e sbigottita.
Era sei
giorni egli venuto prima;
ch'un demonio
il portò per via non trita:
e venne a lei
fingendo divozione
quanta avesse
mai Paulo o Ilarione.
46
Come la donna
il cominciò a vedere,
prese, non
conoscendolo, conforto;
e
cessò a poco a poco il suo temere,
ben che ella
avesse ancora il viso smorto.
Come fu
presso, disse: - Miserere,
padre, di me,
ch'i' son giunta a mal porto. -
E con voce
interrotta dal singulto
gli disse
quel ch'a lui non era occulto.
47
Comincia
l'eremita a confortarla
con alquante
ragion belle e divote;
e pon
l'audaci man, mentre che parla,
or per lo
seno, or per l'umide gote:
poi
più sicuro va per abbracciarla;
ed ella
sdegnosetta lo percuote
con una man
nel petto, e lo rispinge,
e d'onesto
rossor tutta si tinge.
48
Egli,
ch'allato avea una tasca, aprilla,
e trassene
una ampolla di liquore;
e negli occhi
possenti, onde sfavilla
la più
cocente face ch'abbia Amore,
spruzzò
di quel leggiermente una stilla,
che di farla
dormire ebbe valore.
Già
resupina ne l'arena giace
a tutte
voglie del vecchio rapace.
49
Egli
l'abbraccia ed a piacer la tocca
ed ella dorme
e non può fare ischermo.
Or le bacia
il bel petto, ora la bocca;
non è
chi 'l veggia in quel loco aspro ed ermo.
Ma ne
l'incontro il suo destrier trabocca;
ch'al disio
non risponde il corpo infermo:
era mal atto,
perché avea troppi anni;
e
potrà peggio, quanto più l'affanni.
50
Tutte le vie,
tutti li modi tenta,
ma quel pigro
rozzon non però salta.
Indarno il
fren gli scuote, e lo tormenta;
e non
può far che tenga la testa alta.
Al fin presso
alla donna s'addormenta;
e nuova altra
sciagura anco l'assalta:
non comincia
Fortuna mai per poco,
quando un
mortal si piglia a scherno e a gioco.
51
Bisogna,
prima ch'io vi narri il caso,
ch'un poco
dal sentier dritto mi torca.
Nel mar di
tramontana invêr l'occaso,
oltre
l'Irlanda una isola si corca,
Ebuda
nominata; ove è rimaso
il popul
raro, poi che la brutta orca
e l'altro
marin gregge la distrusse,
ch'in sua
vendetta Proteo vi condusse.
52
Narran
l'antique istorie, o vere o false,
che tenne
già quel luogo un re possente,
ch'ebbe una
figlia, in cui bellezza valse
e grazia
sì, che poté facilmente,
poi che
mostrossi in su l'arene salse,
Proteo
lasciare in mezzo l'acque ardente;
e quello, un
dì che sola ritrovolla,
compresse, e
di sé gravida lasciolla.
53
La cosa fu
gravissima e molesta
al padre,
più d'ogn'altro empio e severo:
né per iscusa
o per pietà, la testa
le
perdonò: sì può lo sdegno fiero.
Né per
vederla gravida, si resta
di subito
esequire il crudo impero:
e 'l nipotin
che non avea peccato,
prima fece
morir che fosse nato.
54
Proteo marin,
che pasce il fiero armento
di Nettunno
che l'onda tutta regge,
sente de la
sua donna aspro tormento,
e per
grand'ira, rompe ordine e legge;
sì che
a mandare in terra non è lento
l'orche e le
foche, e tutto il marin gregge,
che
distruggon non sol pecore e buoi,
ma ville e
borghi e li cultori suoi:
55
e spesso
vanno alle città murate,
e
d'ogn'intorno lor mettono assedio.
Notte e
dì stanno le persone armate,
con gran
timore e dispiacevol tedio:
tutte hanno
le campagne abbandonate;
e per
trovarvi al fin qualche rimedio,
andarsi a
consigliar di queste cose
all'oracol,
che lor così rispose:
56
che trovar
bisognava una donzella
che fosse
all'altra di bellezza pare,
ed a Proteo
sdegnato offerir quella,
in cambio de
la morta, in lito al mare.
S'a sua
satisfazion gli parrà bella,
se la
terrà, né li verrà a sturbare:
se per questo
non sta, se gli appresenti
una ed
un'altra, fin che si contenti.
57
E così
cominciò la dura sorte
tra quelle
che più grate eran di faccia,
ch'a Proteo
ciascun giorno una si porte,
fin che
trovino donna che gli piaccia.
La prima e
tutte l'altre ebbero morte;
che tutte
giù pel ventre se le caccia
un'orca, che
restò presso alla foce,
poi che 'l
resto partì del gregge atroce.
58
O vera o
falsa che fosse la cosa
di Proteo
(ch'io non so che me ne dica),
servosse in
quella terra, con tal chiosa,
contra le
donne un'empia lege antica:
che di lor
carne l'orca mostruosa
che viene
ogni dì al lito, si notrica.
Ben ch'esser
donna sia in tutte le bande
danno e
sciagura, quivi era pur grande.
59
Oh misere
donzelle che trasporte
fortuna
ingiuriosa al lito infausto!
dove le genti
stan sul mare accorte
per far de le
straniere empio olocausto;
che, come
più di fuor ne sono morte,
il numer de
le loro è meno esausto:
ma perché il
vento ognor preda non mena,
ricercando ne
van per ogni arena.
60
Van
discorrendo tutta la marina
con fuste e
grippi ed altri legni loro,
e da lontana
parte e da vicina
portan
sollevamento al lor martoro.
Molte donne
han per forza e per rapina,
alcune per
lusinghe, altre per oro;
e sempre da
diverse regioni
n'hanno piene
le torri e le prigioni.
61
Passando una
lor fusta a terra a terra
inanzi a
quella solitaria riva
dove fra
sterpi in su l'erbosa terra
la sfortunata
Angelica dormiva,
smontaro
alquanti galeotti in terra
per
riportarne e legna ed acqua viva;
e di quante
mai fur belle e leggiadre
trovaro il
fiore in braccio al santo padre.
62
Oh troppo
cara, oh troppo eccelsa preda
per sì
barbare genti e sì villane!
Oh Fortuna
crudel, chi fia ch'il creda,
che tanta
forza hai ne le cose umane,
che per cibo
d'un mostro tu conceda
la gran
beltà, ch'in India il re Agricane
fece venir da
le caucasee porte
con mezza
Scizia a guadagnar la morte?
63
La gran
beltà, che fu da Sacripante
posta inanzi
al suo onore e al suo bel regno;
la gran
beltà, ch'al gran signor d'Anglante
macchiò
la chiara fama e l'alto ingegno;
la gran
beltà che fe' tutto Levante
sottosopra
voltarsi e stare al segno,
ora non ha
(così è rimasa sola)
chi le dia
aiuto pur d'una parola.
64
La bella
donna, di gran sonno oppressa,
incatenata fu
prima che desta.
Portaro il
frate incantator con essa
nel legno
pien di turba afflitta e mesta.
La vela, in
cima all'arbore rimessa,
rendé la nave
all'isola funesta,
dove chiuser
la donna in rocca forte,
fin a quel
dì ch'a lei toccò la sorte.
65
Ma poté
sì, per esser tanto bella,
la fiera
gente muovere a pietade,
che molti
dì le differiron quella
morte, e
serbarla a gran necessitade;
e fin
ch'ebber di fuore altra donzella,
perdonaro
all'angelica beltade.
Al mostro fu
condotta finalmente,
piangendo
dietro a lei tutta la gente.
66
Chi
narrerà l'angosce, i pianti, i gridi,
l'alta
querela che nel ciel penetra?
maraviglia ho
che non s'apriro i lidi,
quando fu
posta in su la fredda pietra,
dove in
catena, priva di sussidi,
morte
aspettava abominosa e tetra.
Io nol
dirò; che sì il dolor mi muove,
che mi sforza
voltar le rime altrove,
67
e trovar
versi non tanto lugubri,
fin che 'l
mio spirto stanco si riabbia;
che non
potrian li squalidi colubri,
né l'orba
tigre accesa in maggior rabbia,
né ciò
che da l'Atlante ai liti rubri
venenoso erra
per la calda sabbia,
né veder né
pensar senza cordoglio,
Angelica
legata al nudo scoglio.
68
Oh se
l'avesse il suo Orlando saputo,
ch'era per
ritrovarla ito a Parigi;
o li dui
ch'ingannò quel vecchio astuto
col messo che
venìa dai luoghi stigi!
fra mille
morti, per donarle aiuto,
cercato
avrian gli angelici vestigi:
ma che
fariano, avendone anco spia,
poi che
distanti son di tanta via?
69
Parigi
intanto avea l'assedio intorno
dal famoso
figliuol del re Troiano;
e venne a
tanta estremitade un giorno,
che
n'andò quasi al suo nimico in mano:
e se non che
li voti il ciel placorno,
che
dilagò di pioggia oscura il piano,
cadea quel
dì per l'africana lancia
il santo
Impero e 'l gran nome di Francia.
70
Il sommo
Creator gli occhi rivolse
al giusto
lamentar del vecchio Carlo;
e con subita
pioggia il fuoco tolse:
né forse uman
saper potea smorzarlo.
Savio
chiunque a Dio sempre si volse;
ch'altri non
poté mai meglio aiutarlo.
Ben dal
devoto re fu conosciuto,
che si
salvò per lo divino aiuto.
71
La notte
Orlando alle noiose piume
del veloce
pensier fa parte assai.
Or quinci or
quindi il volta, or lo rassume
tutto in un
loco, e non l'afferma mai:
qual d'acqua
chiara il tremolante lume,
dal sol
percossa o da' notturni rai,
per gli ampli
tetti va con lungo salto
a destra ed a
sinistra, e basso ed alto.
72
La donna sua,
che gli ritorna a mente,
anzi che mai
non era indi partita,
gli raccende
nel core e fa più ardente
la fiamma che
nel dì parea sopita.
Costei venuta
seco era in Ponente
fin dal
Cataio; e qui l'avea smarrita,
né ritrovato
poi vestigio d'ella
che Carlo
rotto fu presso a Bordella.
73
Di questo
Orlando avea gran doglia, e seco
indarno a sua
sciocchezza ripensava.
- Cor mio
(dicea), come vilmente teco
mi son
portato! ohimè, quanto mi grava
che potendoti
aver notte e dì meco,
quando la tua
bontà non mel negava,
t'abbia
lasciato in man di Namo porre,
per non
sapermi a tanta ingiuria opporre!
74
Non aveva
ragione io di scusarme?
e Carlo non
m'avria forse disdetto:
se pur
disdetto, e chi potea sforzarme?
chi ti mi
volea torre al mio dispetto?
non poteva io
venir più tosto all'arme?
lasciar
più tosto trarmi il cor del petto?
Ma né Carlo
né tutta la sua gente
di tormiti
per forza era possente.
75
Almen
l'avesse posta in guardia buona
dentro a
Parigi o in qualche rocca forte.
Che l'abbia
data a Namo mi consona,
sol perché a
perder l'abbia a questa sorte.
Chi la dovea
guardar meglio persona
di me? ch'io
dovea farlo fino a morte;
guardarla
più che 'l cor, che gli occhi miei:
e dovea e potea
farlo, e pur nol fei.
76
Deh, dove
senza me, dolce mia vita,
rimasa sei
sì giovane e sì bella?
come, poi che
la luce è dipartita,
riman tra'
boschi la smarrita agnella,
che dal
pastor sperando esser udita,
si va
lagnando in questa parte e in quella;
tanto che 'l
lupo l'ode da lontano,
e 'l misero
pastor ne piagne invano.
77
Dove,
speranza mia, dove ora sei?
vai tu
soletta forse ancor errando?
o pur t'hanno
trovata i lupi rei
senza la
guardia del tuo fido Orlando?
e il fior
ch'in ciel potea pormi fra i dei,
il fior
ch'intatto io mi venìa serbando
per non
turbarti, ohimè! l'animo casto,
ohimè!
per forza avranno colto e guasto.
78
Oh infelice!
oh misero! che voglio
se non morir,
se 'l mio bel fior colto hanno?
O sommo Dio,
fammi sentir cordoglio
prima
d'ogn'altro, che di questo danno.
Se questo
è ver, con le mie man mi toglio
la vita, e
l'alma disperata danno. -
Così,
piangendo forte e sospirando,
seco dicea
l'addolorato Orlando.
79
Già in
ogni parte gli animanti lassi
davan riposo
ai travagliati spirti,
chi su le
piume, e chi sui duri sassi,
e chi su
l'erbe, e chi su faggi o mirti:
tu le
palpebre, Orlando, a pena abbassi,
punto da'
tuoi pensieri acuti ed irti;
né quel
sì breve e fuggitivo sonno
godere in
pace anco lasciar ti ponno.
80
Parea ad Orlando,
s'una verde riva
d'odoriferi
fior tutta dipinta,
mirare il
bello avorio, e la nativa
purpura
ch'avea Amor di sua man tinta,
e le due
chiare stelle onde nutriva
ne le reti
d'Amor l'anima avinta:
io parlo de'
begli occhi e del bel volto,
che gli hanno
il cor di mezzo il petto tolto.
81
Sentia il
maggior piacer, la maggior festa
che sentir
possa alcun felice amante:
ma ecco
intanto uscire una tempesta
che struggea
i fior, ed abbattea le piante:
non se ne
suol veder simile a questa,
quando
giostra aquilone, austro e levante.
Parea che per
trovar qualche coperto,
andasse
errando invan per un deserto.
82
Intanto
l'infelice (e non sa come)
perde la
donna sua per l'aer fosco;
onde di qua e
di là del suo bel nome
fa risonare
ogni campagna e bosco.
E mentre dice
indarno: - Misero me!
chi ha
cangiata mia dolcezza in tosco? -
ode la donna
sua che gli domanda,
piangendo,
aiuto, e se gli raccomanda.
83
Onde par
ch'esca il grido, va veloce,
e quinci e
quindi s'affatica assai.
Oh quanto
è il suo dolore aspro ed atroce,
che non
può rivedere i dolci rai!
Ecco
ch'altronde ode da un'altra voce:
- Non sperar
più gioirne in terra mai. -
A questo
orribil grido risvegliossi,
e tutto pien
di lacrime trovossi.
84
Senza pensar
che sian l'immagin false
quando per
tema o per disio si sogna,
de la
donzella per modo gli calse,
che
stimò giunta a danno od a vergogna,
che
fulminando fuor del letto salse.
Di piastra e
maglia, quanto gli bisogna,
tutto
guarnissi, e Brigliadoro tolse;
né di
scudiero alcun servigio volse.
85
E per poter
entrare ogni sentiero,
che la sua
dignità macchia non pigli,
non l'onorata
insegna del quartiero,
distinta di
color bianchi e vermigli,
ma portar
volse un ornamento nero;
e forse
acciò ch'al suo dolor simigli:
e quello avea
già tolto a uno amostante,
ch'uccise di
sua man pochi anni inante.
86
Da mezza
notte tacito si parte,
e non saluta
e non fa motto al zio;
né al fido
suo compagno Brandimarte,
che tanto
amar solea, pur dice a Dio.
Ma poi che 'l
Sol con l'auree chiome sparte
del ricco
albergo di Titone uscìo
e fe' l'ombra
fugire umida e nera,
s'avide il re
che 'l paladin non v'era.
87
Con suo gran
dispiacer s'avede Carlo
che partito
la notte è 'l suo nipote,
quando esser
dovea seco e più aiutarlo;
e ritener la
colera non puote,
ch'a
lamentarsi d'esso, ed a gravarlo
non incominci
di biasmevol note:
e minacciar,
se non ritorna, e dire
che lo faria
di tanto error pentire.
88
Brandimarte,
ch'Orlando amava a pare
di sé
medesmo, non fece soggiorno;
o che
sperasse farlo ritornare,
o sdegno
avesse udirne biasmo e scorno;
e volse a
pena tanto dimorare,
ch'uscisse
fuor ne l'oscurar del giorno.
A Fiordiligi
sua nulla ne disse,
perché 'l
disegno suo non gl'impedisse.
89
Era questa
una donna che fu molto
da lui
diletta, e ne fu raro senza;
di costumi,
di grazia e di bel volto
dotata e
d'accortezza e di prudenza:
e se licenza
or non n'aveva tolto,
fu che
sperò tornarle alla presenza
il dì
medesmo; ma gli accadde poi,
che lo
tardò più dei disegni suoi.
90
E poi ch'ella
aspettato quasi un mese
indarno
l'ebbe, e che tornar nol vide,
di desiderio
sì di lui s'accese,
che si
partì senza compagni o guide;
e cercandone
andò molto paese,
come
l'istoria al luogo suo dicide.
Di questi dua
non vi dico or più inante;
che
più m'importa il cavallier d'Anglante.
91
Il qual, poi
che mutato ebbe d'Almonte
le gloriose
insegne, andò alla porta,
e disse ne
l'orecchio: - Io sono il conte -
a un capitan
che vi facea la scorta;
e fattosi
abassar subito il ponte,
per quella
strada che più breve porta
agl'inimici,
se n'andò diritto.
Quel che
seguì, ne l'altro canto è scritto.
1
Che non
può far d'un cor ch'abbia suggetto
questo
crudele e traditore Amore,
poi ch'ad
Orlando può levar del petto
la tanta fe'
che debbe al suo Signore?
Già
savio e pieno fu d'ogni rispetto,
e de la santa
Chiesa difensore;
or per un
vano amor, poco del zio,
e di sé poco,
e men cura di Dio.
2
Ma l'escuso
io pur troppo, e mi rallegro
nel mio
difetto aver compagno tale;
ch'anch'io
sono al mio ben languido ed egro,
sano e
gagliardo a seguitare il male.
Quel se ne va
tutto vestito a negro,
né tanti
amici abandonar gli cale;
e passa dove
d'Africa e di Spagna
la gente era
attendata alla campagna:
3
anzi non
attendata, perché sotto
alberi e
tetti l'ha sparsa la pioggia
a dieci, a
venti, a quattro, a sette, ad otto;
chi
più distante e chi più presso alloggia.
Ognuno dorme
travagliato e rotto:
chi steso in
terra, e chi alla man s'appoggia.
Dormono; e il
conte uccider ne può assai:
né
però stringe Durindana mai.
4
Di tanto core
è il generoso Orlando,
che non degna
ferir gente che dorma.
Or questo, e
quando quel luogo cercando
va, per
trovar de la sua donna l'orma.
Se truova
alcun che veggi, sospirando
gli ne
dipinge l'abito e la forma;
e poi lo
priega che per cortesia
gl'insegni
andar in parte ove ella sia.
5
E poi che
venne il dì chiaro e lucente,
tutto
cercò l'esercito moresco:
e ben lo
potea far sicuramente,
avendo
indosso l'abito arabesco;
ed aiutollo
in questo parimente,
che sapeva
altro idioma che francesco,
e l'africano
tanto avea espedito,
che parea
nato a Tripoli e nutrito.
6
Quivi il
tutto cercò, dove dimora
fece tre
giorni, e non per altro effetto;
poi dentro
alle cittadi e a' borghi fuora
non
spiò sol per Francia e suo distretto,
ma per
Uvernia e per Guascogna ancora
rivide sin
all'ultimo borghetto:
e
cercò da Provenza alla Bretagna,
e dai Picardi
ai termini di Spagna.
7
Tra il fin
d'ottobre e il capo di novembre,
ne la stagion
che la frondosa vesta
vede levarsi
e discoprir le membre
trepida
pianta, fin che nuda resta,
e van gli
augelli a strette schiere insembre,
Orlando
entrò ne l'amorosa inchiesta;
né tutto il
verno appresso lasciò quella,
né la
lasciò ne la stagion novella.
8
Passando un
giorno, come avea costume,
d'un paese in
un altro, arrivò dove
parte i
Normandi dai Bretoni un fiume,
e verso il
vicin mar cheto si muove;
ch'allora
gonfio e bianco già di spume
per nieve
sciolta e per montane piove:
e l'impeto de
l'acqua avea disciolto
e tratto seco
il ponte, e il passo tolto.
9
Con gli occhi
cerca or questo lato or quello,
lungo le ripe
il paladin, se vede
(quando né
pesce egli non è, né augello)
come abbia a
por ne l'altra ripa il piede:
ed ecco a sé
venir vede un battello,
ne la cui
poppa una donzella siede,
che di volere
a lui venir fa segno;
né lascia poi
ch'arrivi in terra il legno.
10
Prora in
terra non pon; ché d'esser carca
contra sua
volontà forse sospetta.
Orlando
priega lei che ne la barca
seco lo
tolga, ed oltre il fiume il metta.
Ed ella lui:
- Qui cavallier non varca,
il qual su la
sua fé non mi prometta
di fare una
battaglia a mia richiesta,
la più
giusta del mondo e la più onesta.
11
Sì che
s'avete, cavallier, desire
di por per me
ne l'altra ripa i passi,
promettetemi,
prima che finire
quest'altro
mese prossimo si lassi,
ch'al re
d'Ibernia v'anderete a unire,
appresso al
qual la bella armata fassi
per
distrugger quell'isola d'Ebuda,
che, di
quante il mar cinge, è la più cruda.
12
Voi dovete
saper ch'oltre l'Irlanda,
fra molte che
vi son, l'isola giace
nomata Ebuda,
che per legge manda
rubando
intorno il suo popul rapace;
e quante
donne può pigliar, vivanda
tutte destina
a un animal vorace,
che viene
ogni dì al lito, e sempre nuova
donna o
donzella, onde si pasca, truova;
13
che mercanti
e corsar che vanno attorno,
ve ne fan
copia, e più de le più belle.
Ben potete
contare, una per giorno,
quante morte
vi sian donne e donzelle.
Ma se pietade
in voi truova soggiorno,
se non sete
d'Amor tutto ribelle,
siate
contento esser tra questi eletto,
che van per
far sì fruttuoso effetto. -
14
Orlando volse
a pena udire il tutto,
che
giurò d'esser primo a quella impresa,
come quel
ch'alcun atto iniquo e brutto
non
può sentire, e d'ascoltar gli pesa:
e fu a
pensare, indi a temere indutto,
che quella
gente Angelica abbia presa;
poi che
cercata l'ha per tanta via,
né potutone
ancor ritrovar spia.
15
Questa
imaginazion sì gli confuse
e sì
gli tolse ogni primier disegno,
che, quanto
in fretta più potea, conchiuse
di navigare a
quello iniquo regno.
Né prima
l'altro sol nel mar si chiuse,
che presso a
San Malò ritrovò un legno,
nel qual si
pose; e fatto alzar le vele,
passò
la notte il monte San Michele.
16
Breaco e
Landriglier lascia a man manca,
e va radendo
il gran lito britone;
e poi si
drizza invêr l'arena bianca,
onde
Ingleterra si nomò Albione;
ma il vento,
ch'era da meriggie, manca,
e soffia tra
il ponente e l'aquilone
con tanta
forza, che fa al basso porre
tutte le
vele, e sé per poppa torre.
17
Quanto il
navilio inanzi era venuto
in quattro
giorni, in un ritornò indietro,
ne l'alto mar
dal buon nochier tenuto,
che non dia
in terra e sembri un fragil vetro.
Il vento, poi
che furioso suto
fu quattro
giorni, il quinto cangiò metro:
lasciò
senza contrasto il legno entrare
dove il fiume
d'Anversa ha foce in mare.
18
Tosto che ne
la foce entrò lo stanco
nochier col
legno afflitto, e il lito prese,
fuor d'una
terra che sul destro fianco
di quel fiume
sedeva, un vecchio scese,
di molta
età, per quanto il crine bianco
ne dava
indicio; il qual tutto cortese,
dopo i
saluti, al conte rivoltosse,
che capo
giudicò che di lor fosse.
19
E da parte il
pregò d'una donzella,
ch'a lei
venir non gli paresse grave,
la qual
ritroverebbe, oltre che bella,
più
ch'altra al mondo affabile e soave;
over fosse
contento aspettar ch'ella
verrebbe a
trovar lui fin alla nave:
né più
restio volesse esser di quanti
quivi eran
giunti cavallieri erranti;
20
che nessun
altro cavallier, ch'arriva
o per terra o
per mare a questa foce,
di ragionar
con la donzella schiva,
per
consigliarla in un suo caso atroce.
Udito questo,
Orlando in su la riva
senza punto
indugiarsi uscì veloce;
e come umano
e pien di cortesia,
dove il
vecchio il menò, prese la via.
21
Fu ne la
terra il paladin condutto
dentro un palazzo,
ove al salir le scale,
una donna
trovò piena di lutto,
per quanto il
viso ne facea segnale,
e i negri
panni che coprian per tutto
e le logge e
le camere e le sale;
la qual, dopo
accoglienza grata e onesta
fattol seder,
gli disse in voce mesta:
22
- Io voglio
che sappiate che figliuola
fui del conte
d'Olanda, a lui sì grata
(quantunque
prole io non gli fossi sola,
ch'era da dui
fratelli accompagnata),
ch'a quanto
io gli chiedea, da lui parola
contraria non
mi fu mai replicata.
Standomi
lieta in questo stato, avenne
che ne la
nostra terra un duca venne.
23
Duca era di
Selandia, e se ne giva
verso
Biscaglia a guerreggiar coi Mori.
La bellezza e
l'età ch'in lui fioriva,
e li non
più da me sentiti amori
con poca
guerra me gli fer captiva;
tanto
più che, per quel ch'apparea fuori,
io credea e
credo, e creder credo il vero,
ch'amasse ed
ami me con cor sincero.
24
Quei giorni
che con noi contrario vento,
contrario
agli altri, a me propizio, il tenne
(ch'agli
altri fur quaranta, a me un momento;
così
al fuggire ebbon veloci penne),
fummo
più volte insieme a parlamento,
dove, che 'l
matrimonio con solenne
rito al
ritorno suo saria tra nui
mi promise
egli, ed io 'l promisi a lui.
25
Bireno a pena
era da noi partito
(che
così ha nome il mio fedele amante),
che 'l re di
Frisa (la qual, quanto il lito
del mar
divide il fiume, è a noi distante),
disegnando il
figliuol farmi marito,
ch'unico al
mondo avea, nomato Arbante,
per li
più degni del suo stato manda
a domandarmi
al mio padre in Olanda.
26
Io ch'all'amante
mio di quella fede
mancar non
posso, che gli aveva data,
e anco ch'io
possa. Amor non mi conciede
che poter
voglia, e ch'io sia tanto ingrata;
per ruinar la
pratica ch'in piede
era
gagliarda, e presso al fin guidata,
dico a mio
padre, che prima ch'in Frisa
mi dia
marito, io voglio essere uccisa.
27
Il mio buon
padre, al qual sol piacea quanto
a me piacea,
né mai turbar mi volse,
per
consolarmi e far cessare il pianto
ch'io ne
facea, la pratica disciolse:
di che il
superbo re di Frisa tanto
isdegno prese
e a tanto odio si volse,
ch'entrò
in Olanda, e cominciò la guerra
che tutto il
sangue mio cacciò sotterra.
28
Oltre che sia
robusto, e sì possente,
che pochi
pari a nostra età ritruova,
e sì
astuto in mal far, ch'altrui niente
la possanza,
l'ardir, l'ingegno giova;
porta
alcun'arme che l'antica gente
non vide mai,
né fuor ch'a lui, la nuova:
un ferro
bugio, lungo da dua braccia,
dentro a cui
polve ed una palla caccia.
29
Col fuoco
dietro ove la canna è chiusa,
tocca un
spiraglio che si vede a pena;
a guisa che
toccare il medico usa
dove è
bisogno d'allacciar la vena:
onde vien con
tal suon la palla esclusa,
che si
può dir che tuona e che balena;
né men che
soglia il fulmine ove passa,
ciò
che tocca, arde, abatte, apre e fracassa.
30
Pose due
volte il nostro campo in rotta
con questo
inganno, e i miei fratelli uccise:
nel primo
assalto il primo; che la botta,
rotto
l'usbergo, in mezzo il cor gli mise;
ne l'altra
zuffa a l'altro, il quale in frotta
fuggìa,
dal corpo l'anima divise;
e lo
ferì lontan dietro la spalla,
e fuor del
petto uscir fece la palla.
31
Difendendosi
poi mio padre un giorno
dentro un
castel che sol gli era rimaso,
che tutto il
resto avea perduto intorno,
lo fe' con
simil colpo ire all'occaso;
che mentre
andava e che facea ritorno,
provedendo or
a questo or a quel caso,
dal traditor
fu in mezzo gli occhi colto,
che l'avea di
lontan di mira tolto.
32
Morto i
fratelli e il padre, e rimasa io
de l'isola
d'Olanda unica erede,
il re di
Frisa, perché avea disio
di ben
fermare in quello stato il piede,
mi fa sapere,
e così al popul mio,
che pace e
che riposo mi conciede,
quando io
vogli or, quel che non volsi inante,
tor per
marito il suo figliuolo Arbante.
33
Io per l'odio
non sì, che grave porto
a lui e a
tutta la sua iniqua schiatta,
il qual m'ha
dui fratelli e 'l padre morto,
saccheggiata
la patria, arsa e disfatta;
come perché a
colui non vo' far torto,
a cui
già la promessa aveva fatta,
ch'altr'uomo
non saria che mi sposasse,
fin che di
Spagna a me non ritornasse:
34
- Per un mal
ch'io patisco, ne vo' cento
patir
(rispondo), e far di tutto il resto;
esser morta,
arsa viva, e che sia al vento
la cener
sparsa, inanzi che far questo. -
Studia la
gente mia di questo intento
tormi: chi
priega, e chi mi fa protesto
di dargli in
mano me e la terra, prima
che la mia
ostinazion tutti ci opprima.
35
Così,
poi che i protesti e i prieghi invano
vider
gittarsi, e che pur stava dura,
presero
accordo col Frisone, e in mano,
come avean
detto, gli dier me e le mura.
Quel, senza
farmi alcuno atto villano,
de la vita e
del regno m'assicura,
pur ch'io
indolcisca l'indurate voglie,
e che
d'Arbante suo mi faccia moglie.
36
Io che
sforzar così mi veggio, voglio,
per uscirgli
di man, perder la vita;
ma se pria
non mi vendico, mi doglio
più
che di quanta ingiuria abbia patita.
Fo pensier
molti; e veggio al mio cordoglio
che solo il
simular può dare aita:
fingo ch'io
brami, non che non mi piaccia,
che mi
perdoni e sua nuora mi faccia.
37
Fra molti
ch'al servizio erano stati
già di
mio padre, io scelgo dui fratelli,
di grande
ingegno e di gran cor dotati,
ma più
di vera fede, come quelli
che
cresciutici in corte ed allevati
si son con
noi da teneri citelli;
e tanto miei,
che poco lor parria
la vita por per
la salute mia.
38
Communico con
loro il mio disegno:
essi
prometton d'essermi in aiuto.
L'un viene in
Fiandra, e v'apparecchia un legno;
l'altro meco
in Olanda ho ritenuto.
Or mentre i
forestieri e quei del regno
s'invitano
alle nozze, fu saputo
che Bireno in
Biscaglia avea una armata,
per venire in
Olanda, apparecchiata.
39
Però
che, fatta la prima battaglia
dove fu rotto
un mio fratello e ucciso,
spacciar
tosto un corrier feci in Biscaglia,
che portassi
a Bireno il tristo aviso;
il qual
mentre che s'arma e si travaglia,
dal re di
Frisa il resto fu conquiso.
Bireno, che
di ciò nulla sapea,
per darci
aiuto i legni sciolti avea.
40
Di questo
avuto aviso il re frisone,
de le nozze
al figliuol la cura lassa;
e con
l'armata sua nel mar si pone:
truova il
duca, lo rompe, arde e fracassa,
e, come vuol
Fortuna, il fa prigione;
ma di
ciò ancor la nuova a noi non passa.
Mi sposa
intanto il giovene, e si vuole
meco corcar
come si corchi il sole.
41
Io dietro
alle cortine avea nascoso
quel mio
fedele; il qual nulla si mosse
prima che a
me venir vide lo sposo;
e non
l'attese che corcato fosse,
ch'alzò
un'accetta, e con sì valoroso
braccio
dietro nel capo lo percosse,
che gli
levò la vita e la parola:
io saltai
presta, e gli segai la gola.
42
Come cadere
il bue suole al macello,
cade il
malnato giovene, in dispetto
del re
Cimosco, il più d'ogn'altro fello;
che l'empio
re di Frisa è così detto,
che morto
l'uno e l'altro mio fratello
m'avea col
padre, e per meglio suggetto
farsi il mio
stato, mi volea per nuora;
e forse un
giorno uccisa avria me ancora.
43
Prima
ch'altro disturbo vi si metta,
tolto quel
che più vale e meno pesa,
il mio
compagno al mar mi cala in fretta
da la
finestra a un canape sospesa,
là
dove attento il suo fratello aspetta
sopra la
barca ch'avea in Fiandra presa.
Demmo le vele
ai venti e i remi all'acque,
e tutti ci
salvian, come a Dio piacque.
44
Non so se 'l
re di Frisa più dolente
del figliuol
morto, o se più d'ira acceso
fosse contra
di me, che 'l dì seguente
giunse
là dove si trovò sì offeso.
Superbo
ritornava egli e sua gente
de la
vittoria e di Bireno preso;
e credendo
venire a nozze e a festa,
ogni cosa
trovò scura e funesta.
45
La
pietà del figliuol, l'odio ch'aveva
a me, né
dì né notte il lascia mai.
Ma perché il
pianger morti non rileva,
e la vendetta
sfoga l'odio assai,
la parte del
pensier, ch'esser doveva
de la pietade
in sospirare e in guai,
vuol che con
l'odio a investigar s'unisca,
come egli
m'abbia in mano e mi punisca.
46
Quei tutti
che sapeva e gli era detto
che mi
fossino amici, o di quei miei
che m'aveano
aiutata a far l'effetto,
uccise, o lor
beni arse, o li fe' rei.
Volse uccider
Bireno in mio dispetto;
che d'altro
sì doler non mi potrei:
gli parve
poi, se vivo lo tenesse,
che per
pigliarmi, in man la rete avesse.
47
Ma gli
propone una crudele e dura
condizion:
gli fa termine un anno,
al fin del
qual gli darà morte oscura,
se prima egli
per forza o per inganno,
con amici e
parenti non procura,
con tutto
ciò che ponno e ciò che sanno,
di darmigli
in prigion: sì che la via
di lui
salvare è sol la morte mia.
48
Ciò
che si possa far per sua salute,
fuor che
perder me stessa, il tutto ho fatto.
Sei castella
ebbi in Fiandra, e l'ho vendute:
e 'l poco o
'l molto prezzo ch'io n'ho tratto,
parte,
tentando per persone astute
i guardiani
corrumpere, ho distratto;
e parte, per
far muovere alli danni
di
quell'empio or gl'Inglesi, or gli Alamanni.
49
I mezzi, o
che non abbiano potuto,
o che non
abbian fatto il dover loro,
m'hanno dato
parole e non aiuto;
e sprezzano
or che n'han cavato l'oro:
e presso al
fine il termine è venuto,
dopo il qual
né la forza né 'l tesoro
potrà
giunger più a tempo, sì che morte
e strazio
schivi al mio caro consorte.
50
Mio padre e'
miei fratelli mi son stati
morti per lui;
per lui toltomi il regno;
per lui quei
pochi beni che restati
m'eran, del
viver mio soli sostegno,
per trarlo di
prigione ho disipati:
né mi resta
ora in che più far disegno,
se non
d'andarmi io stessa in mano a porre
di sì
crudel nimico, e lui disciorre.
51
Se dunque da
far altro non mi resta,
né si truova
al suo scampo altro riparo
che per lui
por questa mia vita, questa
mia vita per
lui por mi sarà caro.
Ma sola una
paura mi molesta,
che non
saprò far patto così chiaro,
che
m'assicuri che non sia il tiranno,
poi ch'avuta
m'avrà, per fare inganno.
52
Io dubito che
poi che m'avrà in gabbia
e fatto
avrà di me tutti li strazi,
né Bireno per
questo a lasciare abbia,
sì
ch'esser per me sciolto mi ringrazi;
come periuro,
e pien di tanta rabbia,
che di me
sola uccider non si sazi:
e quel
ch'avrà di me, né più né meno
faccia di poi
del misero Bireno.
53
Or la cagion
che conferir con voi
mi fa i miei
casi, e ch'io li dico a quanti
signori e
cavallier vengono a noi,
è solo
acciò, parlandone con tanti,
m'insegni
alcun d'assicurar che, poi
ch'a quel
crudel mi sia condotta avanti,
non abbia a
ritener Bireno ancora,
né voglia,
morta me, ch'esso poi mora.
54
Pregato ho
alcun guerrier, che meco sia
quando io mi
darò in mano al re di Frisa;
ma mi
prometta e la sua fe' mi dia,
che questo
cambio sarà fatto in guisa,
ch'a un tempo
io data, e liberato fia
Bireno:
sì che quando io sarò uccisa,
morrò
contenta, poi che la mia morte
avrà
dato la vita al mio consorte.
55
Né fino a
questo dì truovo chi toglia
sopra la fede
sua d'assicurarmi,
che quando io
sia condotta, e che mi voglia
aver quel re,
senza Bireno darmi,
egli non
lascierà contra mia voglia
che presa io
sia: sì teme ognun quell'armi;
teme
quell'armi, a cui par che non possa
star piastra
incontra, e sia quanto vuol grossa.
56
Or, s'in voi
la virtù non è diforme
dal fier
sembiante e da l'erculeo aspetto,
e credete
poter darmegli, e torme
anco da lui,
quando non vada retto;
siate
contento d'esser meco a porme
ne le man
sue: ch'io non avrò sospetto,
quando voi
siate meco, se ben io
poi ne
morrò, che muora il signor mio. -
57
Qui la
donzella il suo parlar conchiuse,
che con
pianto e sospir spesso interroppe.
Orlando, poi
ch'ella la bocca chiuse,
le cui voglie
al ben far mai non fur zoppe,
in parole con
lei non si diffuse;
che di natura
non usava troppe:
ma le
promise, e la sua fé le diede,
che
farìa più di quel ch'ella gli chiede.
58
Non è
sua intenzion ch'ella in man vada
del suo
nimico per salvar Bireno:
ben salverà
amendui, se la sua spada
e l'usato
valor non gli vien meno.
Il medesimo
dì piglian la strada,
poi c'hanno
il vento prospero e sereno.
Il paladin
s'affretta; che di gire
all'isola del
mostro avea desire.
59
Or volta
all'una, or volta all'altra banda
per gli alti
stagni il buon nochier la vela:
scuopre
un'isola e un'altra di Zilanda;
scuopre una
inanzi, e un'altra a dietro cela.
Orlando
smonta il terzo dì in Olanda;
ma non smonta
colei che si querela
del re di
Frisa: Orlando vuol che intenda
la morte di
quel rio, prima che scenda.
60
Nel lito
armato il paladino varca
sopra un
corsier di pel tra bigio e nero,
nutrito in
Fiandra e nato in Danismarca,
grande e
possente assai più che leggiero;
però
ch'avea, quando si messe in barca,
in Bretagna lasciato
il suo destriero,
quel
Brigliador sì bello e sì gagliardo,
che non ha
paragon, fuor che Baiardo.
61
Giunge
Orlando a Dordreche, e quivi truova
di molta
gente armata in su la porta;
sì
perché sempre, ma più quando è nuova,
seco ogni
signoria sospetto porta;
sì
perché dianzi giunta era una nuova,
che di
Selandia con armata scorta
di navili e
di gente un cugin viene
di quel
signor che qui prigion si tiene.
62
Orlando prega
uno di lor, che vada
e dica al re,
ch'un cavalliero errante
disia con lui
provarsi a lancia e a spada;
ma che vuol
che tra lor sia patto inante:
che se 'l re
fa che, chi lo sfida, cada,
la donna
abbia d'aver, ch'uccise Arbante;
che 'l
cavallier l'ha in loco non lontano
da poter
sempremai darglila in mano;
63
ed all'incontro
vuol che 'l re prometta,
ch'ove egli
vinto ne la pugna sia,
Bireno in
libertà subito metta,
e che lo
lasci andare alla sua via.
Il fante al
re fa l'ambasciata in fretta:
ma quel, che
né virtù né cortesia
conobbe mai,
drizzò tutto il suo intento
alla fraude,
all'inganno, al tradimento.
64
Gli par
ch'avendo in mano il cavalliero,
avrà
la donna ancor, che sì l'ha offeso,
s'in possanza
di lui la donna è vero
che si
ritruovi, e il fante ha ben inteso.
Trenta uomini
pigliar fece sentiero
diverso da la
porta ov'era atteso,
che dopo
occulto ed assai lungo giro,
dietro alle
spalle al paladino usciro.
65
Il traditore
intanto dar parole
fatto gli
avea, sin che i cavalli e i fanti
vede esser
giunti al loco ove gli vuole;
da la porta
esce poi con altretanti.
Come le fere
e il bosco cinger suole
perito
cacciator da tutti i canti;
come appresso
a Volana i pesci e l'onda
con lunga
rete il pescator circonda:
66
così
per ogni via dal re di Frisa,
che quel
guerrier non fugga, si provede.
Vivo lo
vuole, e non in altra guisa:
e questo far
sì facilmente crede,
che 'l
fulmine terrestre, con che uccisa
ha tanta e
tanta gente, ora non chiede;
che quivi non
gli par che si convegna,
dove pigliar,
non far morir, disegna.
67
Qual cauto
ucellator che serba vivi,
intento a maggior
preda, i primi augelli,
acciò
in più quantitade altri captivi
faccia col
giuoco e col zimbel di quelli:
tal esser
volse il re Cimosco quivi:
ma già
non volse Orlando esser di quelli
che si lascin
pigliar al primo tratto;
e tosto roppe
il cerchio ch'avean fatto.
68
Il cavallier
d'Anglante, ove più spesse
vide le genti
e l'arme, abbassò l'asta;
ed uno in
quella e poscia un altro messe,
e un altro e
un altro, che sembrar di pasta;
e fin a sei
ve n'infilzò, e li resse
tutti una
lancia: e perch'ella non basta
a più
capir, lasciò il settimo fuore
ferito
sì, che di quel colpo muore.
69
Non
altrimente ne l'estrema arena
veggiàn
le rane de canali e fosse
dal cauto
arcier nei fianchi e ne la schiena,
l'una vicina
all'altra, esser percosse;
né da la
freccia, fin che tutta piena
non sia da un
capo all'altro, esser rimosse.
La grave
lancia Orlando da sé scaglia,
e con la
spada entrò ne la battaglia.
70
Rotta la
lancia, quella spada strinse,
quella che
mai non fu menata in fallo;
e ad ogni
colpo, o taglio o punta, estinse
quando uomo a
piedi, e quando uomo a cavallo:
dove
toccò, sempre in vermiglio tinse
l'azzurro, il
verde, il bianco, il nero, il giallo.
Duolsi
Cimosco che la canna e il fuoco
seco or non
ha, quando v'avrian più loco.
71
E con gran
voce e con minacce chiede
che portati
gli sian, ma poco è udito;
che chi ha
ritratto a salvamento il piede
ne la
città, non è d'uscir più ardito.
Il re frison,
che fuggir gli altri vede,
d'esser salvo
egli ancor piglia partito:
corre alla
porta, e vuole alzare il ponte,
ma troppo
è presto ad arrivare il conte.
72
Il re volta
le spalle, e signor lassa
del ponte
Orlando e d'amendue le porte;
e fugge, e
inanzi a tutti gli altri passa,
mercé che 'l
suo destrier corre più forte.
Non mira Orlando
a quella plebe bassa:
vuole il
fellon, non gli altri, porre a morte;
ma il suo
destrier sì al corso poco vale,
che restio
sembra, e chi fugge, abbia l'ale.
73
D'una in
un'altra via si leva ratto
di vista al
paladin; ma indugia poco,
che torna con
nuove armi; che s'ha fatto
portare
intanto il cavo ferro e il fuoco:
e dietro un
canto postosi di piatto,
l'attende,
come il cacciatore al loco,
coi cani
armati e con lo spiedo, attende
il fier
cingial che ruinoso scende;
74
che spezza i rami
e fa cadere i sassi,
e ovunque
drizzi l'orgogliosa fronte,
sembra a
tanto rumor che si fracassi
la selva
intorno, e che si svella il monte.
Sta Cimosco
alla posta, acciò non passi
senza
pagargli il fio l'audace conte:
tosto
ch'appare, allo spiraglio tocca
col fuoco il
ferro, e quel subito scocca.
75
Dietro
lampeggia a guisa di baleno,
dinanzi
scoppia, e manda in aria il tuono.
Trieman le
mura, e sotto i piè il terreno;
il ciel
ribomba al paventoso suono.
L'ardente
stral, che spezza e venir meno
fa ciò
ch'incontra, e dà a nessun perdono,
sibila e
stride; ma, come è il desire
di quel
brutto assassin, non va a ferire.
76
O sia la
fretta, o sia la troppa voglia
d'uccider
quel baron, ch'errar lo faccia;
o sia che il
cor, tremando come foglia,