|
ROMA - Bravi ma non troppo. Per quanto si siano sforzati a seguire
linee guida risparmiose e rigorose, alla fine anche al Senato i conti non tornano.
O meglio, tornano, ma con una spesa superiore del 2,77 rispetto all'anno
scorso e un costo finale di quasi un miliardo di euro. Per l'esattezza nel
2007 Palazzo Madama con i suoi 315 senatori, sette senatori a vita e 1.096
dipendenti ci costerà 948 milioni, 689 mila e 447 euro mettendo
insieme il titolo delle spese e quelle delle partite di giro, comunque costi
vivi della camera alta della nostra Repubblica. Volendo fare un paragone con
Montecitorio, i bilanci dei due rami del Parlamento sono in linea: la camera
bassa, infatti, ci costa circa un miliardo e mezzo ma ha il doppio dei
deputati e ottocento dipendenti in più.
Il testo di legge con il "Progetto di bilancio interno del Senato per
l'anno finanziario 2007" è stato approvato il 4 aprile scorso
dall'aula del Senato, centododici
pagine, comprensive di
quattro allegati.
Si sono sforzati, i questori Gianni Nieddu, Romano Comincioli e Helga Thaler
Ausserhofer, a perseguire "risparmio, trasparenza, contenimento della
spesa e risanamento della finanza pubblica". A sentir loro ci sono anche
riusciti visto che "la manovra di spesa ipotizzata nel 2007 registra,
nel suo complesso, un incremento del 2,77 sulle analoghe
previsioni del 2006, nel rispetto
quindi del citato limite del 2,8 per cento previsto per il Pil nominale di
quest'anno".
In sintesi, era stato deciso che l'aumento delle spese non doveva in alcun
modo andare al di là della percentuale prevista per il prodotto
interno lordo. E così, in effetti, è andata. Bravi, ad esempio,
sono stati al Senato a ridurre le spese delle varie Commissioni d'inchiesta
con tagli che arrivano fino al 75 per cento (al 67% quello della Commissione
di vigilanza sulla Rai). E però, come si spiegano gli aumenti degli
stipendi-indennità dei senatori (4,34%)? E dei senatori in pensione
(3,31%)? O il 2,21 per cento in più della voce "trasferimento di
contributi ai gruppi parlamentari"? E lasciamo perdere altre chicche del
tipo i 60 mila euro della voce "medagliette parlamentari", i 200
mila euro per i corsi di lingua straniera dei senatori o i 62 mila euro per
posate e stoviglie. Tutte queste cifre sono da intendere nell'arco temporale
di un anno. E che fine fanno tutte quelle posate e stoviglie? Forse anche tra
la buvette e i ristoranti del Senato si aggira qualche collezionista
feticista. Di seguito una traccia delle spese e dei costi del Senato della
Repubblica.
Stipendi, rimborsi e pensioni. Se le indennità crescono del
4,34 per cento per un valore assoluto pari a 50 milioni e 940 mila euro, va
detto che i rimborsi - diarie, spese dei viaggi e costi vivi di telefoni e
computer - calano del 3,3 per cento (quasi 26 milioni). Aumenta invece la
spesa per i senatori "cessati dal mandato" (77 milioni e 500 mila).
Il personale di palazzo Madama, commessi, biliotecari, archivisti costano
circa 217 milioni di euro, tra quelli in servizio e quelli in pensione.
Gruppi parlamentari e partiti. Sono undici i gruppi al Senato e sette
microgruppi all'interno del Gruppo Misto. La loro vita - il funzionamento,
gli uffici, il personale, le attività di supporto ai senatori - costa
circa 40 milioni di euro, il 2,21 per cento in più rispetto al 2006.
La voce più cara è "contributo per le attività di
supporto ai senatori", 18 milioni di euro. Altri 50 milioni di euro se
ne vanno come rimborsi delle spese elettorali ai partiti e ai movimenti
politici.
Commissioni d'inchiesta e parlamentari, le più virtuose. E' il
capitolo in cui i senatori sono stati più attenti, scrupolosi e
risparmiosi. Le Commissioni d'inchiesta hanno tagliato del 75 per cento. Le
Commissioni permanenti delle giunte e dei comitati parlamentari hanno ridotto
del 37%, quella di vigilanza sulla Rai addirittura del 67 per cento. "E'
doveroso sottolineare - scrivono i questori - la portata dei tagli operati
sulle risorse a disposizione delle Commissioni per le spese di funzionamento
e sono stati fissati limiti rigorosi alle spese che le stesse possono
impegnare per il loro funzionamento".
Cerimoniale, corsi di lingua e computer, medagliette. Nonostante
curiosi aggiornamenti culturali come il corso per sommelier riservato ai
senatori, va detto che tanti piccoli privilegi sono stati tagliati. Il
capitolo "cerimoniale e rappresentanza" è stato decurtato
del 14, 23 per cento anche se la spesa per il 2007 resta alta (3 milioni e
mezzo di euro) di cui due milioni e mezzo solo per rappresentanza e 60 mila
per delle fantomatiche "medagliette parlamentari". Per ristoranti e
buvette se ne vanno due milioni e ottocentomila euro, un aumento del 3,31 per
cento rispetto al 2006.
Una curiosità: per nutrire gli oltre mille dipendenti servono 1
milione e 379 mila euro; per sostenere i 320 senatori e collaboratori, la
metà dei commessi, servono qualche decina di euro in più
(1.400.000). Per i corsi di lingue i senatori spendono 200 mila euro e per
gli accertamenti sanitari 40 mila. In generale il capitolo "Servizi di
supporto funzionale" cresce del 21,2 per cento, tutta colpa delle gare
di appalto il cui svolgimento costa 225mila euro. Costa di più anche
tener pulito e luccicante il palazzo: pulizie, traslochi e facchinaggi si
bevono quattro milioni di euro (1% in più).
Lavori in corso, quasi una fabbrica di San Pietro. Nel senso che
c'è sempre un cantiere aperto da qualche parte nei palazzi del Senato.
L'attività di manutenzione e restauro è ininterrotta, quasi
cinque milioni di euro per le spese ordinarie (-5%) e oltre 17 per quella
straordinaria (+14%). Solo per "arredi fissi e tappezzerie" se ne
andranno, nel 2007, 377 mila euro per la manutenzione ordinaria e 870 mila
per quella straordinaria. Ora, va bene che palazzo Madama e palazzo
Giustiniani e le altre dependances sono cariche di velluti e boiseries,
arazzi e tessuti, ovunque puoi ammirare tessuti e rivestimenti pregiati,
però più di un milione di costi vivi in un anno...
Consoliamoci: altri 500 mila se ne vanno per la manutenzione degli ascensori;
trecentomila per quella degli impianti anticincendio. Servono diciotto
capitoli del bilancio, scrivono i questori, "per rendere un panorama
completo delle concrete e complesse esigenze di funzionamento
dell'Istituzione".
Affitti. Sono otto gli immobili in affitto, il più importante
quello in via di S. Chiara, a seguire quello di via tempio del Dia, per un
totale di spesa nel 2007 di 4 milioni e 343 mila euro (molto meglio rispetto
alla Camera). I contratti scadranno tra il 2009 e il 2015. Da notare che
quattro contratti di affitto sono con l'Empam, gli altri con privati: Casada,
Immobilfin, Isma, Smom. Un altro privato - Condom - intasca circa 40 mila
euro di spese condominiali per gli stabili di via e piazza delle Coppelle.
Stampa degli atti e giornali. Alla Camera erano otto. Qui sono sei
milioni. Costa sempre tantissimo la stampa degli atti parlamentari. Tutto il
capitolo "Comunicazione istituzionale" che comprende le
pubblicazioni, le convenzioni con la Rai (satellite Rai Way per le dirette
dal Senato), l'attività di promozione e comunicazione impegna per
quasi undici milioni di euro. E sono stati bravi: è il 17 per cento in
meno rispetto al 2006.
Calze e collant. Nell'allegato relativo ai contratti pluriennali tra
luce, acqua, gas, posta e telefoni, spicca - non certo per la spesa- quello
relativo al vestiario di servizio: la ditta Di Porto ha un contratto di
32.700 euro per rifornire, solo nel 2007, calze per i commessi e collant per
la commesse. Il contratto scade nell'agosto 2008. Chissà, forse se ne
potrebbe fare a meno.
(25 settembre 2007)
Il Corriere della Sera 25-9-2007 «Costi Camera?
Scenderanno nel 2008» La lettera di Gabriele
Albonetti, questore anziano della camera.
ci sono molte cose da cambiare nella vita delle
istituzioni parlamentari e molte voci di spesa che è possibile
progressivamente contenere e ridurre. Molte di queste, le più
importanti, abbisognano di riforme legislative e costituzionali, altre sono
possibili in via amministrativa e regolamentare, a legislazione e
Costituzione vigente. Io e i miei colleghi Questori, perché questo è
il nostro compito, ci stiamo attivamente occupando di queste ultime e abbiamo
assunto delle decisioni (non delle «dichiarazioni di buona volontà» o
«pensosi inviti») e altre ne assumeremo nei prossimi mesi che, però,
cominceranno ad avere i loro effetti sul bilancio del 2008. Considerare il
bilancio del 2007 come la cartina di tornasole che dimostrerebbe
l'immobilismo degli organi di direzione e governo della Camera è
operazione non corretta che alimenta l'idea che nulla si stia facendo e nulla
si possa fare.
Il bilancio 2007 è stato predisposto a fine 2006
e approvato dall'Ufficio di presidenza della Camera nei primi mesi dell'anno
e non poteva contenere, neanche nella sua proiezione triennale, i risultati
di atti che sono successivi. Non chiediamo di essere assolti a priori o fiducie
precostituite, anzi l'attenzione critica della stampa è sempre di
stimolo ai riformatori veri. A quelli falsi basta cavalcar l'onda senza
preoccuparsi delle contraddizioni. Tuttavia vorrei che ci dessimo
appuntamento alla presentazione del bilancio preventivo 2008 per verificare
insieme se quanto ho detto nella relazione introduttiva che ho tenuto in aula
nel luglio scorso, che tutti, anche nel dibattito in aula, hanno bellamente
ignorato, potrà essere mantenuto: e cioè che l'insieme dei
provvedimenti presi in questo scorcio d'anno, e quelli che ancora prenderemo
di qui a fine 2007, porteranno a una diminuzione del 10% della spesa per beni
e servizi in termini economici e consentiranno di ridurre ulteriormente,
rispetto a quella preventivata, di 110 milioni, da qui al 2010, la dotazione
richiesta al ministero dell'Economia.
Elenco i principali di questi provvedimenti e
delle decisioni assunte o in corso, poiché temo sia necessario esser
puntigliosi e non vaghi.
1. Esternalizzazione del ristorante interno per deputati e giornalisti con un
risparmio di 3.700.000 euro.
2. Riconsiderazione dei contratti nel settore informatico con un risparmio
annuo di 2.500.000 (per un totale di 7.500.000 al 2010).
3. Passaggio ovunque possibile dal cartaceo all'on line con un risparmio di
1.000.000 di euro.
4. Eliminazione dal primo gennaio 2008 dei rimborsi spese per i viaggi di
studio all'estero dei deputati per un risparmio secco di 2.000.000 già
sul primo bilancio.
5. Sospensione e congelamento degli aumenti automatici, legati agli stipendi
dei magistrati, per quanto riguarda le indennità dei deputati con un
risparmio già per il 2007 di circa 1.500.000 euro (non si vede nel
bilancio 2007 perché la legge del 1965 ci fa obbligo di prevederli, tuttavia
non li abbiamo erogati).
6. Blocco selettivo del turn over dei dipendenti (che vuol dire assumere solo
in casi motivati e palesi), con l'avvio di una nuova fase di contrattazione
con i sindacati che porti fin dal prossimo contratto ad introdurre meccanismi
di controllo sulla crescita delle retribuzioni e a rivedere da subito per i
nuovi assunti le curve retributive portandole a livelli competitivi ma
comparabili con il resto del pubblico impiego e facendo partire dal 2001 il
nuovo regime pensionistico fondato sul sistema contributivo. In questo caso
non è semplice indicare la cifra del risparmio, poiché gli effetti si
vedranno in piccola parte subito e in gran parte sul medio periodo.
7. Riforma dei vitalizi dei parlamentari, già deliberata nel luglio
scorso, con eliminazione dell'istituto del riscatto (non sarà
più possibile percepire il beneficio dopo soli 2 anni e mezzo ma ce ne
vorranno almeno cinque e anche in questo caso ci sarà una riduzione al
20% dell'indennità), blocco fino a un massimo del 60% anche per chi farà
più legislature, estensione delle non cumulabilità del
vitalizio con altre indennità pubbliche nazionali, regionali e locali.
Già qualcosa si vedrà sul bilancio 2008, ma molto - circa
40.000.000 di euro - si risparmierà quando il nuovo sistema
andrà completamente a regime.
8. Revisione degli affitti con la richiesta già inoltrata al ministero
dell'Economia per ottenere dall'Agenzia del Demanio una sede in cui collocare
molti degli uffici e servizi oggi operanti in sedi in affitto, con un
risparmio quando l'operazione sarà completata, di circa 2.500.000
euro.
Capisco che nel grande mare della spesa pubblica
questi obiettivi possano sembrare poca cosa e certo molto di più, sia
in termini di efficienza della democrazia che in termini di minori oneri, si
potrebbe ottenere da riforme che riducano significativamente il numero dei
parlamentari e cambino la funzione di una delle due Camere. Ma qui i deputati
Questori possono far poco se non auspicare che si realizzi presto un'intesa
su queste riforme. Tuttavia l'elenco dei provvedimenti che ho minuziosamente
riepilogato e altri che, nei prossimi mesi intendiamo mettere in cantiere,
come per esempio l'adeguamento ai prezzi di mercato di tutti i servizi
interni (dal ristorante, al bar, alla barberia, ecc.) rappresentano un
tentativo concreto di ricondurre l'attività parlamentare
all'essenziale e di tagliare privilegi e sprechi. Molti in questi mesi hanno
parlato, annunciato, proposto; nessuno ha fatto in poco tempo così
tanto di concreto, fra mille difficoltà di navigazione in mezzo allo
Scilla di chi non vuol cambiare e al Cariddi di chi vorrebbe di più.
Ma questo è il destino faticoso di chi, per modificare le cose, deve
ottenere il consenso degli organi di autogoverno del Parlamento.
On Gabriele Albonetti
Questore anziano della Camera dei Deputati
Deputato dell'Ulivo
25 settembre 2007
_________________
La replica. Tanto tempo buttato via E
ci vuole l'accetta, non la lima.
Gli diamo atto di essere uno dei pochi che a ridurre le spese del Palazzo ci
stanno almeno provando. Ci rallegriamo per il fatto che non rettifichi
neppure una delle nostre cifre, peraltro contenute nel bilancio ufficiale di
Montecitorio. Prendiamo per buone le sue rassicurazioni circa il fatto che i
lodevoli impegni assunti dalla Camera possano produrre effetti concreti nel
futuro prossimo. Ma ce lo lasci dire: in nemmeno un anno e mezzo, il tempo
già trascorso dall'inizio di questa quindicesima legislatura,
l'Assemblea costituente riuscì a stendere la carta fondamentale della
Repubblica. Allora forze politiche che pure si combattevano aspramente e che
erano divise da alti steccati ideologici avvertirono l'urgenza e la
necessità di risollevare il Paese dopo una sanguinosa guerra civile. E
in tempi straordinariamente brevi scrissero il patto costituzionale. Lo
stesso senso di urgenza non sembra sia avvertito oggi, quasi che la classe
politica nel suo complesso non si renda conto fino in fondo di quanto sta accadendo.
Eppure proprio su questo giornale un esponente
di primo piano della maggioranza ora al governo, come il presidente dei Ds
Massimo D'Alema, aveva ammesso allarmato il 20 maggio: «È in atto una
crisi della credibilità della politica che tornerà a travolgere
il Paese con sentimenti come quelli che negli anni 90 segnarono la fine della
prima Repubblica». Da allora i segnali che la situazione si stia facendo
sempre più seria e che il fossato fra il Paese reale e la politica
(accusata di aver smarrito il senso dell'interesse generale e di non saper
dare risposte adeguate) si vada approfondendo sempre di più, si sono
moltiplicati. Nemmeno l'estate, cui forse qualcuno aveva affidato le speranze
che la marea montante evaporasse sotto il solleone, ne ha attenuato l'impeto,
mentre dal Palazzo non arrivavano che reazioni deboli. Contraddittorie.
Impalpabili. Un taglietto qua, un aggiustamento là. Si andava dalle
alzate di spalle all'annuncio di provvedimenti che poi non riuscivano nemmeno
a superare i veti politici degli enti locali, rimanendo sepolti (e lo sono
ancora) nei cassetti del governo. Al punto che i pur lodevoli impegni assunti
dal Parlamento sui vitalizi e altre marginali voci di spesa (impegni previsti
come sempre «dalla prossima legislatura») sono stati spacciati addirittura
come svolte epocali. Ci si deve accontentare? No. Tanto più che la
loro portata è ancora tutta da valutare. E il Parlamento che li
dovrà digerire è lo stesso che il 17 maggio 2006, mentre il
governo Prodi prestava giuramento, prendeva come prima decisione (prima!)
della nuova legislatura quella di aumentare molto generosamente i contributi
per i gruppi parlamentari. Ha detto Fausto Bertinotti, cercando di menar
vanto dei ritocchi: «Abbiamo lavorato di lima». Questo è il punto: la
gravità della situazione, come è nella convinzione anche dei
lettori che hanno scritto ieri al «Corriere» un diluvio di lettere,
imporrebbe di lavorare di accetta.
Sergio Rizzo - Gian Antonio Stella
25 settembre 2007
Il Messaggero veneto 25-9-2007 La Casta difende gli stipendi "Due
terzi vanno in spese" I parlamentari veneti disposti a ridurre i
benefit, non le indennità "Uffici, portaborse, soldi al partito:
di certo non diventiamo ricchi".
Francesca Visentin.
VENEZIA - I costi della politica salgono
ancora. Così sembra dal bilancio della Camera dei deputati, da cui
emerge che in tre anni le spese di Montecitorio aumenteranno del 9,2 per
cento, con un aggravio sulle casse pubbliche di 92 milioni di euro. E gli
stipendi dei parlamentari costeranno il 2,77 per cento in più.
Crescono le polemiche roventi su sperperi e privilegi, soffia il vento della
rabbia popolare delle piazze infervorate dal verbo di Beppe Grillo, ma la
"macchina" della politica continua a correre come se nulla fosse.
Come reagiscono i parlamentari eletti dai veneti al bilancio di previsione
varato dalla Camera? "Basta con gli aumenti di stipendio - tuona il
senatore della Margherita Paolo Giaretta - ho appena scritto una lettera alla
presidenza del Senato per chiedere che non venga applicato il nuovo scatto
previsto. Voglio un "contratto di legislatura", con una cifra di
retribuzione che resti quella. Non possiamo affrontare il dibattito sul
welfare senza prima risolvere il nodo dei privilegi dei parlamentari ".
Giaretta precisa: "Sommando le varie indennità io prendo circa 14
mila euro, ma va distinto ciò che entra nel reddito famigliare e
quanto invece va a finanziare il partito o convegni: l'anno scorso ho versato
50 mila euro al partito. Tolte tutte le varie detrazioni guadagno meno dello
stipendio che avevo come vicesegretario della Camera di Commercio di
Padova". Luca Bellotti, parlamentare di An, punta il dito contro il
governo di centrosinistra: "Predica all'altrui coscienza e poi non
mantiene le promesse. Ma per la qualità della politica di oggi,
secondo i cittadini è buttato anche un solo euro destinato ai
politici". Bellotti snocciola le cifre che lo riguardano: "Prendo
circa 15 mila euro, 3000 li spendo in telefono, poi ho segretaria e
portaborse da stipendiare ". Su un punto Giaretta e Bellotti concordano,
tagliare i privilegi: viaggi in business class, poi barbiere e ristorante
riservati ai parlamentari. Il viceministro Cesare De Piccoli (Ds) non ha
dubbi: "Ogni cittadino che ricopre incarichi pubblici dovrebbe dimostrare
che non si arricchisce con la politica". E fa sapere: "Io rispondo
per quello che mi riguarda, giro con il 740 e lo stato patrimoniale in tasca,
pronto ad esibirlo in nome della massima trasparenza. Dei 14 mila euro che
prendo me ne restano cinquemila, conta quello che porto a casa, non
l'imponibile lordo. I privilegi? Li eliminerei tutti, a iniziare dal
ristorante e il barbiere di Montecitorio, vecchi e inutili status
symbol". "Ma quale crescita degli stipendi - s'infervora Mauro
Fabris, Udeur - gli aumenti sono congelati da gennaio. Se maggiorazioni ci
sono state, sono scatti automatici, derivano da impegni pregressi. Il
bilancio di quest'anno ha cercato di sforbiciare tutto quello che
poteva". Fabris fa i conti: "Guadagno 5000 euro al mese, più
le indennità per pagare due uffici, uno a Roma e uno a Vicenza e
quattro persone che lavorano per me. Altro che stipendi d'oro, se uno fa
politica come la faccio io, è il minimo per andare avanti. A meno che
l'obiettivo non sia passare dalla "casta" al "censo" in
modo che possa fare politica solo chi è ricco di famiglia. Sono in
Parlamento da dieci anni, non ho mai visto arricchirsi chi fa il proprio
dovere". Contesta l'aumento Alessandro Naccarato, Ds. "E' un
bilancio di previsione e c'è il congelamento sulle indennità dei
parlamentari - spiega - , c'è l'intenzione di ridurre sprechi e
privilegi. Alla Camera in Commissione Affari Cosituzionali stiamo facendo
un'indagine conoscitiva sui costi della politica. L'obiettivo è
arrivare a incidere su vitalizio e sistema pensionistico e tagliare i costi
dei viaggi all'estero, io ad esempio non ne ho mai fatto uno". I conti
di Naccarato? "Ho un indennità netta di 5000 euro, più
4000 per i rapporti con il territorio e 4000 per la diaria per Roma, di
questi soldi ogni mese verso 7200 euro al partito". Niccolò
Ghedini, Forza Italia, sostiene che "il problema non è il costo
della politica, ma la resa: costiamo, ma non funzioniamo. E la gente si
allontana proprio a causa dell'inefficenza della macchina politica".
Cosa tagliare? "I viaggi e gli affitti dei palazzi: molte sedi
potrebbero essere dismesse, è eccessivo che tutti i parlamentari
abbiano un ufficio a Roma, io ad esempio non me lo sono mai fatto dare".
Filippo Ascierto, An, propone: "Metto il mio stipendio di un mese in
mano a chi vuole gestirlo per me, vediamo cosa riesce a fare". E spiega:
"Quello che percepisco lo ridistribuisco tra cinque dipendenti e due
uffici, poi finanzio incontri, cene con gli iscritti, dò il mio
contributo a An. Ho chiuso l'attività di carabiniere con 50 mila euro
in banca, adesso sul conto ne ho 20 mila, di sicuro non mi sono arricchito.
La casta? E' chi pensa solo ai propri interessi. Gli stipendi andrebbero
tagliati del 10 per cento ". "Se uno rinuncia a un incarico
professionale per entrare in politica è giusto che sia retribuito -
sostiene Aldo Brancher, Forza Italia - Certo, i costi della politica vanno
ridotti, ad esempio iniziando a diminuire i gruppi in Parlamento. E poi
barbiere e ristorante di Montecitorio, mai entrato in 5 anni di governo, ho sempre
pranzato con un panino". "Io prendo 4900 euro di indennità
parlamentare, il resto sono rimborsi spese - dice Elisabetta Alberti
Casellati, Forza Italia -. Ma questo governo ha fatto lievitare tutta la
"macchina", ci sono più sottosegretari e ministeri, con
più auto e personale. Vogliamo chiedere una drastica riduzione di
tutte le spese. La ribellione di piazza della gente è forte
perchè non hanno risposte dal governo. Se ci fosse un buon governo si
disinteresserebbero dei nostri stipendi".
Il Secolo XIX 25-9-2007 L'inchiesta del secolo xix Malgrado le insistenze
nessuna risposta da governo e mondo politico.
I 98 miliardi di euro che la Corte dei conti chiede alle
società concessionarie delle slot machine e dei giochi da
intrattenimento.
MILANO. I 98 miliardi di euro che la Corte
dei conti chiede alle società concessionarie delle slot machine e dei
giochi da intrattenimento. Uno dei più grandi casi mai accaduti in
Italia. L'inchiesta che il Secolo XIX sta conducendo dallo scorso maggio
è stata "protagonista" ieri sera della prima puntata della
nuova serie di Striscia la notizia, il tg satirico di Antonio Ricci in onda
su Canale 5. Il servizio di apertura, infatti, è stato dedicato
interamente al "caso slot". L'inviato di Striscia, Moreno Morello,
collegato con la sede del nostro quotidiano, ha illustrato le puntate
dell'inchiesta e ha testimoniato dell'impossibilità di ottenere
risposte da chi dovrebbe darle: il governo e il mondo politico. Il caso
scatenato dal Secolo XIX è stato innescato dalla relazione di una
commissione parlamentare, presieduta dal sottosegretario all'Economia Alfiero
Grandi, che ha lanciato dure accuse e indicato responsabilità dei
Monopoli di Stato sulla vicenda. Poi è arrivata l'indagine della
Guardia di Finanza, che ha lavorato d'intesa con la Corte dei conti che, alla
fine, ha quantificato l'entità del danno patito dallo Stato: 98
milioni di euro, per l'appunto. La Corte ha quindi inviato alle
concessionarie (ma anche al direttore dei Monopoli Giorgio Tino, nominato dal
governo di centrodestra e riconfermato da quello di centrosinistra nonostante
il suo nome fosse già finito agli atti di un'inchiesta della procura
di Potenza) gli "inviti a dedurre", ovvero l'avviso di garanzia
della giustizia contabile. Il Secolo XIX ha correttamente riportato anche la
versione delle società concessionarie delle slot machine. Ma tutti i
protagonisti della vicenda hanno lo stesso problema: l'impossibilità
di ottenere risposte dal governo su uno dei casi più clamorosi mai
accaduti in Italia. Così Striscia la notizia ha mandato in onda le
immagini dell'incontro tra i due inviati del Secolo XIX autori
dell'inchiesta, Marco Menduni e Ferruccio Sansa, e il viceministro Vincenzo
Visco nel corso della sua visita a Genova. Ai due giornalisti che volevano
porgli domande e ottenere chiarimenti, Visco ha risposto seccamente:
"Come sapete con voi non parlo. Non mi state simpatici, va bene?".
Silenzio dai Monopoli di Stato, silenzio dal ministro dell'Economia Tommaso
Padoa Schioppa, silenzio dal premier Romano Prodi. Eppure sono stati persino
gli stessi concessionari (cioè chi dovrebbe versare la supermulta da
98 miliardi) a sollecitare un intervento del governo: "Tutto il settore
potrebbe crollare, con danni incalcolabili per le entrate dello Stato e per
migliaia di lavoratori". Nessuna risposta. Sul sito www.ilsecoloxix.it
è apparso un appello per chiedere direttamente spiegazioni sulla
vicenda al presidente del Consiglio. E migliaia di mail sono state inviate
dai cittadini dopo che la notizia è stata ripresa dal sito di Beppe
Grillo. Striscia ha mostrato le pagine del Secolo XIX scandendo così
un riassunto dell'intera inchiesta. Passata dal mondo delle concessionarie ai
risultati (nell'inchiesta delle Fiamme Gialle) sulle pesanti infiltrazioni mafiose
che ancora oggi gravano sul settore per arrivare all'"interesse"
diretto dei partiti politici nella gestione dei giochi "da
intrattenimento" in Italia, in maniera assolutamente bipartizan. R. I.
25/09/2007.
Il Piccolo di Trieste 25-9-2007 Trieste La scala mobile esiste ancora lLa
scala mobile non è morta.
Ve la ricordate la scala mobile?
Permetteva di adeguare automaticamente lo stipendio all'aumento del costo
della vita. Ci convinsero che era inopportuna, dannosa, che favoriva
l'inflazione. Ci fu un referendum. Votammo per il bene comune, per
l'abolizione. Ora, con incredula sorpresa, veniamo a sapere che per qualcuno
la scala mobile è viva e vegeta. Per le caste. I parlamentari e i
magistrati. È di questi giorni un ulteriore aumento di 200 euro netti
al mese più gli arretrati dal gennaio di quest'anno. Questa classe
politica vive fuori della realtà, non si rende conto che la
disaffezione, la sfiducia, l'indignazione stanno montando inarrestabilmente e
che bisogna dare segnali forti di riduzione dei costi della politica,
tagliare i privilegi, recuperare comportamenti trasparenti ed esemplarmente
corretti. Invece ci si esercita, con prolisse analisi, sul perché del
fenomeno Grillo. Siamo tutti Grillo quando ci prende lo scoramento per essere
governati da una oligarchia intoccabile, autoreferenziale, insaziabile,
irresponsabile. Ezio Pelino.
Il Centro 25-9-2007 Chieti Comune,
ecco i conti in tasca alla politica Spendono meno sindaco e giunta, ma
è senza controllo il costo dei consiglieri FABIO CASMIRRO
CHIETI. Circa 640mila euro, lira
più lira meno un miliardo e 200milioni del vecchio conio. Tanto costa
ogni anno ai teatini l'attività dell'amministrazione Ricci, secondo
quanto risulta dal dato aggregato dei compensi spettanti a sindaco e giunta,
oltre ai soldi spesi per l'attività dei 40 consiglieri comunali, ai
quali viene liquidata un'indennità forfettizzata o un compenso a
gettone, a seconda della scelta fatta da ciascun rappresentante del popolo.
L'amministrazione Cucullo fissò, nel settembre 2001, un'indennità
mensile di 465 euro a consigliere e 92 euro per ogni gettone di presenza ai
lavori di commissione, assemblee civiche e ogni altro genere di
attività. Comprese le riunioni dei capigruppo. Le ultime leggi
finanziarie hanno stabilito che i 92 euro per gettone andavano ridotti del
10%, per cui oggi il compenso è di circa 80 euro. Scorrendo i dati
della tabella, si comprende come i costi per sindaco e giunta sono
sostanzialmente ridotti rispetto al periodo del centrodestra, nonostante
l'attuale esecutivo abbia aumentato il numero degli assessori. Discorso
diverso per i costi che l'attuale amministrazione si è caricata per
pagare i consiglieri, in particolare chi riscuote il gettone. Difficile
tirare a campare soltanto di politica, ma va detto che vi sono consiglieri
che oltre al mandato in Comune sono eletti anche in Provincia e, sommando i
compensi incassati nei due enti, possono arrivare a percepire oltre duemila
euro al mese. Non male, se queste entrate si aggiungono ad altre
attività lavorative. Velo pietoso sulla qualità del contributo
offerto al dibattito politico: vi sono consiglieri dei quali non si conosce
neppure il timbro della voce e, quanto alle competenze specifiche, nulla o
quasi sono in grado di esprimere come valore aggiunto. A palazzo d'Achille,
la questione è di grande attualità anche perché il vento della
cosiddetta "antipolitica" rischia di spazzare via tutti come uno
tsunami. Così, spulciando tra i verbali di convocazione delle otto
commissioni consiliari, si scopre che la seconda commissione (lavori
pubblici, trasporti, traffico e viabilità) è di gran lunga la
più "operativa". Sono state infatti 72 le sedute convocate
nel periodo giugno 2005-agosto 2007 dal presidente Gianluigi Moresco, giovane
consigliere eletto nello Sdi ma che di fatto è stato messo alla porta
dal suo stesso partito. Il Comune paga 12 consiglieri a gettone, i cui
compensi costeranno entro il 2007 circa 152mila euro e altri 28 a
indennità, che nello stesso periodo graveranno sui contribuenti per
110mila euro. Dato controverso anche questo, i consiglieri a gettone costano
molto di più pur essendo meno della metà. La questione è
diventata insomma di assoluta priorità. L'amministrazione sta
studiando un nuovo regolamento che punta a ridurre se non proprio azzerare
l'intollerabile malcostume di alcuni "eletti" interessati
più a incassare gettoni che alla buona amministrazione della
città.
____
Consiglieri a gettone, costi alle stelle
Senza controllo la spesa al Comune per le sedute delle commissioni CHIETI. In
calo i costi per sindaco e giunta, senza controllo la spesa per pagare i
consiglieri comunali a gettone. E' il quadro che emerge dai dati
dell'amministrazione di centrosinistra a confronto con la maggioranza di
centrodestra del sindaco Cucullo che ha governato in città fino al
2004. Circa 640mila euro, lira più lira meno un miliardo e 200milioni
del vecchio conio: tanto costa ogni anno ai teatini l'attività del
Comune sommando i compensi spettanti al sindaco e all'esecutivo in carica con
undici assessori, ai soldi spesi per l'attività dei 40 consiglieri
impegnati nei lavori di commissione, consiglio e conferenze dei capigruppo.
(In Chieti).
Il Messaggero Veneto 25-9-2007
Regione Da Rifondazione comunista un no anche ai tagli alle Ass De Angelis
accusa: si risparmierebbe solo lo 0,2% a scapito dei servizi
TRIESTE. Non c'è solo la
contrarietà alla legge sul friulano per la parte che riguarda la
maggioranza assoluta nei comuni che vorranno scegliere l'insegnamento della
marilenghe. Rc dice irriducibilmente no anche al ridimensionamento delle
Aziende sanitarie previsto dal piano Beltrame. L'attuale proposta di legge
per la riforma del sistema sanitario regionale con la riduzione da sei a tre
aziende sanitarie in Friuli Venezia Giulia è, secondo Rifondazione
Comunista, "assolutamente insufficiente". Secondo il consigliere
regionale di Rc, Pio De Angelis, questa soluzione "riduce la
capacità di controllo da parte degli enti pubblici e in particolare
dei piccoli Comuni, non prefigura un risparmio apprezzabile e finisce per
depauperare la sanità della provincia di Gorizia centralizzando tutto
a Trieste e per creare invece un "mostro" da 500 mila abitanti e
150 Comuni con l'unica azienda friulana". "La Regione - ha detto De
Angelis in una conferenza tenuta ieri a Gorizia in cui ha illustrato la
posizione del partito - pensa evidentemente di poter realizzare delle
economie di scala sulla sanità a rischio di creare pesanti disservizi
depauperando in particolare la sanità della provincia di Gorizia.
Nella proposta di legge - ha aggiunto - non si affrontano il problema delle
liste di attese nè quello degli ospedali di rete, i più piccoli
che già oggi non rispettano i parametri di legge, e riteniamo
improponibile l'idea di creare le fondazioni di ricerca. Inoltre - secondo De
Angelis - non è accettabile che non venga presa in esame l'ipotesi di
aumentare l'attuale periodo gratuito di degenza nelle Rsa, fermo a 30
giorni". "Così com'è - ha sottolineato Gianluca
Pinto, coordinatore della commissione sanità del Prc regionale -
questa proposta di legge non può ricevere il nostro consenso, a
cominciare dal fatto che garantirebbe un risparmio esiguo, pari a 4 milioni
di euro ovvero lo 0,2% sull'attuale bilancio di 2 miliardi l'anno".
Il Messaggero Veneto 25-9-2007
Regione Ritossa (An): il Fvg non riesce a cedere immobili e s'indebita
TRIESTE. Per Adriano Ritossa, consigliere
regionale di An, "l'operazione di cartolarizzazione dei beni immobili
della regione non sta dando i frutti sperati". In una nota il
consigliere ha infatti precisato che "in dieci aste dal 2004 al 2006, i
beni venduti ammontano a solo 34 milioni di euro contro i 56 stimati".
"La società veicolo a responsabilità limitata Prima-FVG
con capitale pari a 10.000 euro interamente sottoscritto dalla Regione - ha
aggiunto Ritossa - ha già attirato la nostra attenzione tanto da
meritare anche una segnalazione alla Procura regionale della Corte dei Conti
sul suo operare. Oggi ci preoccupa il fatto che l'operazione di
cartolarizzazione che riguarda beni immobili con prezzo complessivo stimato
in oltre 56 milioni di euro si trascini nel tempo". Il ricorso a
strumenti finanziari derivati mediante le forme contrattuali in uso
prevalente nel mercato - ha proseguito Ritossa - non riesce a celare
l'incidenza sui bilanci degli oneri da indebitamento. Tutti i tentativi
adottati dalla Giunta Illy dalle cartolarizzazioni, al ricorso alla finanza
derivata e all'allungamento nel tempo de debito, dimostrano un dato
incontestabile: la cifra globale raggiunta al a fine 2006, è pari
1.617 milioni di euro di debito regionale, ovverosia, pari a 1.329,77 euro di
debito per ogni abitante della Regione Fvg. Ecco perché - ha concluso Ritossa
- è necessario e doveroso che nel Dpefr sia posta una cifra non
inferiore a 100 milioni di euro per abbattere e ridurre in parte, il macigno
del debito regionale nel corso del 2008".
Il Corriere della
Sera 24-9-2007 La
Casta promette e non mantiene. L'insofferenza dei cittadini, l'«antipolitica» e
l'ascesa di Beppe Grillo. I costi della politica salgono ancora In soli tre anni i costi di
Montecitorio saranno aumentati del 9,2% con un aggravio sulle casse pubbliche
di 92 milioni di euro. Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella
Cosa deve accadere,
perché capiscano? Devono
esplodere il Vesuvio, fallire l'Alitalia, rinsecchirsi il Po, crollare la
Borsa, chiudere gli Uffizi, dichiarare bancarotta la Ferrari? Ecco la domanda
che si stanno facendo molti cittadini italiani. Stupefatti dalla reazione di
una «casta» che, nel pieno di polemiche roventi intorno a quanto la politica
costa e quanto restituisce, pare ispirarsi a un antico adagio siciliano:
«Calati juncu ca passa a china», abbassati giunco, finché passa la piena. Un
giorno o l'altro la gente si rassegnerà...
Non sono bastati infatti mesi di discussioni su certi privilegi
insopportabili di quanti governano a livello nazionale o locale, decine di
titoli a tutta pagina di quotidiani e settimanali, ore e ore di infuocati
dibattiti televisivi, code mai viste nelle librerie di lettori affamati di
volumi che li aiutassero a capire. Non è bastata la sbalorditiva
rimonta nella raccolta delle firme del referendum elettorale che dopo essere
partita maluccio è arrivata in porto trionfalmente. Non sono bastate
le piazze stracolme intorno a Beppe Grillo e le centinaia di migliaia di
sottoscrizioni alle sue proposte di legge di iniziativa popolare.
Macché: non vogliono capire. Non tutti,
certo. Ma in troppi non vogliono proprio
capire. Lo dimostra, ad esempio, il bilancio appena varato della Camera dei
deputati. Dove una cosa spicca su tutte: dopo tante dichiarazioni di buona
volontà e pensosi inviti a rifiutare ogni tesi precostituita e
sospirate ammissioni che alcuni «benefit » erano proprio indifendibili e
solenni impegni a tagliare, le spese sono cresciute ancora. E ben oltre
l'inflazione. Il palazzo presieduto da Fausto Bertinotti era costato nel
2006, quando i primi mesi erano stati gestiti dalla destra, 981.020.000 euro:
quest'anno, alla faccia di quanti sostenevano che tutta la colpa fosse della
maggioranza berlusconiana che aveva lasciato una «macchina » spendacciona, ne
costerà 1.011.505.000. Con un aumento del 3,11 per cento: il doppio
dell'inflazione.
GLI STIPENDI E GLI AFFITTI - Non basta. Nel 2008, stando alle
previsioni del bilancio triennale, queste spese che già hanno sfondato
(prima volta) la quota-choc di un miliardo di euro, cresceranno ancora. Fino
a 1.032.670.000. Per impennarsi ulteriormente nel 2009 fino alla cifra
sbalorditiva di 1.073.755.000. Sintesi finale: in soli tre anni i costi di
Montecitorio, dopo tutto il diluvio di belle parole spese per arginare
l'irritazione popolare, saranno aumentati del 9,2%. Con un aggravio sulle
pubbliche casse di 92 milioni di euro in più rispetto al 2006.
Ricordate cosa avevano assicurato, per arginare la mareggiata di
contestazioni, a proposito dello stipendio dei deputati? Che
l'indennità, che stando alla politica degli annunci è
già stata tagliata un mucchio di volte, sarebbe calata. Falso:
costerà il 2,77 per cento in più: un punto abbondante oltre l'inflazione.
E i vitalizi? Il 2,93 per cento in più. Per non dire delle
retribuzioni del personale. Avete presente la denuncia dell'Espresso sulle
buste paga dei dipendenti delle Camere? La scandalosa scoperta che un
barbiere del Senato può arrivare a 133 mila euro lordi l'anno e
cioè 36 mila euro più del Lord Chamberlain della monarchia
inglese? Che un ragioniere della Camera può arrivare a 238 mila,
cioè circa ventimila euro più dell'appannaggio del presidente
della Repubblica? Bene: stando al bilancio di Montecitorio, il monte-paghe
del personale costerà nell'anno in corso il 3,73 per cento in
più.
Oltre il doppio dell'inflazione.
Quanto agli affitti per i palazzi a disposizione (insieme
col Senato la Camera è arrivata, tra immobili di proprietà e in
locazione, a 46) sono cresciuti del 6,6%: il quadruplo dell'inflazione.
Eppure non è neppure questo il record. I traslochi e il «facchinaggio»
erano costati nel 2006 la bellezza di 1.255.000 euro, con un rincaro di
45.000 euro sul 2005. Dissero: «Si è dovuta tenere in giusta considerazione
la spesa aggiuntiva» dovuta alle «esigenze inevitabili nel corso del cambio
di una legislatura ». Può darsi. Ma allora a cosa è dovuta
quest'anno l'ulteriore aggiunta di altri 100 mila euro, pari a un aumento di
oltre l'8 per cento? Siamo entrati, senza saperlo, in una nuova legislatura?
LE SPESE PER I VIAGGI - Quanto ai viaggi, le polemiche sull'uso
spropositato degli aerei di Stato prima nell'era berlusconiana e poi nell'era
unionista, sono scivolate via come acqua. Basti dire che le spese di
trasporto, alla Camera, aumentano del 31,82%. Diranno: è perché da
questa legislatura ci sono 12 deputati degli Italiani all'estero che devono
tenere i rapporti con i nostri elettori emigrati. Costoso ma giusto. Tesi
inesatta. È vero che 1.450.000 euro (121 mila per ogni parlamentare)
se ne vanno in «trasporti aerei circoscrizione estero». Ma il costo
complessivo dei viaggi aerei, al di là del via vai di questa pattuglia
di deputati «esteri», salirà da 6 milioni a 7 milioni 550 mila.
Un'impennata sconcertante.
Ma mai quanto quella dei costi dei
gruppi parlamentari. La regola sarebbe
chiara: si può dar vita a un gruppo parlamentare se si hanno almeno 20
deputati. Su questa base, all'inizio della legislatura avrebbero dovuto
essere otto. Ma grazie alle deleghe concesse dal subcomandante Fausto sono
saliti via via a quattordici. Con una moltiplicazione delle sedi (che ha
costretto a prendere in affitto nuovi uffici nonostante i deputati potessero
già contare su spazi procapite per 323 metri quadri), delle segreterie
(più 12,3% sul 2006), delle spese varie. Al punto che i contributi ai
gruppi, che nel 2005 erano pari a 28 milioni 700 mila euro e nel 2006 erano
già saliti a quasi 33, sono cresciuti ancora fino a 34.300.000 euro.
Cioè quasi 14 in più rispetto a sette anni fa. Il che vuol dire
che nel quinquennio berlusconiano e in questa successiva stagione unionista,
il peso di questi gruppi sulle pubbliche casse è cresciuto del 67,4
per cento.
DEMOCRAZIA E ANTIPOLITICA - Tutti «costi della democrazia»? Pedaggi
obbligatori che altri paesi non pagano (non così, non così!) ma
che gli italiani dovrebbero essere felici di versare per tenersi stretti
«questo» sistema parlamentare, «questa» macchina pubblica, «questi» governi
statali, regionali, provinciali, comunali che i loro protagonisti presentano,
facendo il verso al «Candido» voltairiano, come il migliore dei mondi
possibili? Tutti costi impossibili da ridurre al punto che il bilancio della
Camera prevede già di costare come prima e più di prima anche
negli anni a venire a dispetto di ogni dubbio e di ogni critica? Dice la
storia che la Regina Elisabetta, invitata dal governo inglese a tagliare, ha
preso così sul serio questo impegno che la spesa pubblica per la
Corona è scesa dai 132 milioni di euro del 1991-1992 a meno di 57 milioni.
Eppure, guai a ricordarlo. C'è subito chi è pronto a levare l'indice
ammonitore: attenti a non titillare l'antipolitica, attenti a non gonfiare il
qualunquismo, attenti a non fare della demagogia. Ne sappiamo qualcosa noi,
ne sa qualcosa chiunque in questi mesi ha rilanciato con forza alcune
denunce, ne sa qualcosa Beppe Grillo. Ma certo, non tutto quello che ha detto
il «giullare- à-penser» genovese può essere condiviso.
Dall'invettiva del «Vaffanculo Day» lanciata in un Paese che ha bisogno come
dell'ossigeno di un linguaggio più sobrio fino all'appoggio alle
tentazioni di rivolta fiscale. Un acerrimo avversario dello Stato italiano
come Sylvius Magnago, straordinario protagonista di durissimi scontri in
difesa dei sudtirolesi di lingua tedesca, lo ha spiegato benissimo
sottolineando di sentirsi «un patriota austriaco ma un cittadino italiano»:
«prima» si devono pagare le tasse, «poi» si può dare battaglia.
Ma quale autorevolezza hanno per liquidare Grillo
quanti per anni e anni non sono riusciti a dimostrare la volontà, la
capacità, la credibilità, la forza per cambiare sul serio
questo Paese? L'Umberto Bossi che intima a Grillo che «occorre stare attenti
a non esagerare» non è forse lo stesso Bossi che diceva che «il Vaticano
è il vero nemico che le camicie verdi affogheranno nel water della
storia»? Gerardo Bianco che al Grillo che vorrebbe un limite massimo di due
legislature risponde dicendo che «non bisogna seguire la piazza a rimorchio
di istrioni della suburra» non è lo stesso che siede in Parlamento dal
1968? E il Massimo D'Alema che liquida gli attacchi di Grillo ai partiti
dicendo che per sua esperienza «se si eliminano i partiti politici dopo
arrivano i militari e governano i banchieri» non è lo stesso che nei
giorni pari dice che «la politica rischia di essere travolta come nel 1992» e
nei dispari che «i costi della politica sono un'invenzione di giornalisti
sfaccendati»?
E la destra che, Udc a parte, ha
firmato col proprio questore il bilancio
della Camera e poi si è rifiutata di votarlo nella speranza di
cavalcare la tigre, non è quella stessa destra che governava con una
maggioranza larghissima nei cinque anni in cui le spese delle principali
istituzioni pubbliche sono cresciute di quasi il 24 per cento oltre
l'inflazione? Per quel po' di esperienza che abbiamo fatto in questi mesi
dopo l'uscita del nostro libro, incontrando diverse migliaia di persone, ci
andremmo molto cauti, prima di liquidare l'insofferenza di milioni di
cittadini, confermata inequivocabilmente dai sondaggi e dalle analisi di Ilvo
Diamanti, come «tentazioni antipolitiche». Noi abbiamo visto piuttosto
crescere una nuova consapevolezza. Quella che «prima» del legittimo diritto
di ognuno di noi di sentirsi di destra o di sinistra, abbiamo tutti insieme
un problema: una politica che ha allagato la società. E che, come
dimostra il dibattito di queste settimane, non ha la forza non solo per
risolvere i problemi ma neppure per metterli sul tavolo.
BILANCI TRASPARENTI - È «antipolitico» chiedere come mai non
vengono neppure ipotizzati l'abolizione delle province o l'accorpamento dei
piccoli comuni? Che tutte le amministrazioni pubbliche siano obbligate a fare
bilanci trasparenti dove «acquisto carta da fax» si chiami «acquisto carta da
fax» e «noleggio aerei privati» si chiami «noleggio aerei privati»
così da spazzare via tanti bilanci fatti così proprio per
essere illeggibili? Che anche il Quirinale metta in Internet il dettaglio
delle proprie spese come Buckingham Palace? Che venga rimossa quella specie
di «scala mobile» dell'indennità dei parlamentari ipocritamente legata
a quella dei magistrati due decenni abbondanti dopo l'abolizione del
meccanismo per tutti gli altri italiani? Insomma: viva le istituzioni, viva
il Parlamento, viva i partiti. Però diversi: diversi. E soprattutto:
è antipolitico chiedere che certi politici italiani la smettano di
essere così presuntuosi da pretendere di identificarsi automaticamente
con la Democrazia?
24 settembre 2007
Il Giornale di Brescia 24-9-2007FINESTRA
SUL MONDO Il rigore e il senso di responsabilità pubblica fa parte
della cultura del Paese: l'apparato burocratico ridotto del 32% in 15 anni
Costi della politica: la Germania a dieta La Grande Cupola simbolo del nuovo
Parlamento di Berlino
BERLINO Sarà per la severa etica
protestante di cui è permeato il Paese, rigorosamente contraria a ogni
forma di spreco, oppure la tradizione prussiana di spartana devozione dei
funzionari dello Stato, sta di fatto che ancora oggi in Germania i politici
devono camminare sul filo del rasoio in fatto di spese a carico della
collettività. Esemplare è rimasto il caso del liberale
Hans-Dietrich Genscher, ministro degli Esteri dal 1974 al 1992, prima con il
cancelliere Helmut Schmidt, poi dal 1982 con Helmut Kohl. Quando nei primi
anni Ottanta la figlia allora tredicenne espresse il desiderio di visitare
New York, Genscher le acquistò un biglietto aereo di andata e ritorno
su un volo della Lufthansa, rifiutandosi di portarla con sè a bordo
dell'aereo di Stato con il quale si recava negli Stati Uniti per partecipare
alla sessione autunnale dell'Assemblea generale dell'Onu. Esemplare è
stato anche il caso dell'ex presidente della Bundesbank, Ernst Welteke,
costretto a dimettersi il 16 aprile 2004 perché, come aveva rivelato il
settimanale "Der Spiegel", in occasione dei festeggiamenti per
l'introduzione dell'euro il primo gennaio del 2002, aveva preso alloggio con
la famiglia per un paio di notti nel lussuoso Hotel Adlon di Berlino a spese
di una grande banca tedesca che aveva pagato un conto di circa 7.500 euro. Il
18 luglio 2002 era stato invece il cancelliere Gerhard Schroeder a
costringere alle dimissioni il suo ministro della Difesa e compagno di
partito Rudolf Scharping, quando si venne a sapere che questi aveva
utilizzato un aereo di Stato per fare visita alla fidanzata, la contessa
Kristina Pilati, divenuta poi sua moglie, in vacanza sull'isola di Maiorca. A
mandare su tutte le furie Schroeder fu il anche il fatto che Scharping aveva
acquistato in una boutique abiti costosi, poi pagati dal titolare di una società
di pubbliche relazioni. Per quanto riguarda in generale i costi della
politica in Germania, va sottolineato che i deputati del Bundestag
percepiscono uno stipendio di 7.009 euro al mese, mentre da anni tutti i
cancellieri che si sono succeduti hanno portato avanti una drastica riduzione
del personale dello Stato. Il numero di dipendenti di ministeri e degli altri
uffici pubblici federali è oggi inferiore a quello esistente prima
della riunificazione del 1990, sebbene alla vecchia Bundesrepublik siano arrivati
in dote i cinque laender tedesco-orientali con oltre 17 milioni di cittadini.
Alla fine dell'anno in corso il totale dei dipendenti dello Stato tedesco nel
settore civile, messo ovviamente da parte l'esercito, toccherà 260.400
unità e alla fine del 2008 scenderà a 258.000. Rispetto al
1992, quando proprio a seguito della riunificazione tedesca il numero dei
funzionari federali toccò la punta massima, è sparito quasi un
terzo dei posti pubblici, esattamente il 32 per cento. In sintesi, il
rapporto tra funzionari pubblici e popolazione è oggi di uno ogni 320
abitanti, mentre nel 1991 era di uno su 213 e nel 1998 di uno su 261. Le
spese per il personale toccheranno nel 2008 il minimo assoluto del 9,4 per
cento del bilancio dello Stato, rispetto al 12,1 per cento del 1991 e
dell'11,4 per cento del 1998. Quest'anno è stato tagliato l'1,2 per
cento dei posti, mentre per il 2008 è prevista un'ulteriore riduzione
dello 0,75 per cento. Il numero di dipendenti della Cancelleria è di
appena 443 unità, mentre il presidente della Repubblica, Horst
Koehler, dispone appena di 170 funzionari. Il Bundestag, il Parlamento
federale, conta 2.347 impiegati di diverso ordine e grado, il Ministero degli
esteri ne ha 2.734, escluso ovviamente il personale in servizio nelle sedi
diplomatiche all'estero. Rischioso per i leader "ritagliarsi" dei
privilegi
Doppio
aumento in vista per deputati e senatori, proprio quando i vertici di Camera e Senato hanno deciso
un pacchetto di
austerità per ridurre le pensioni dei parlamentari e alcune
voci della loro busta paga. La paradossale situazione è figlia del
meccanismo che aggancia lo stipendio base dei parlamentari a quello del primo
presidente della Corte di cassazione, cioè il magistrato italiano di
grado più alto.
Ogni tre anni per tutti i magistrati scatta un aumento calcolato in base a un
complicato sistema di previsione dell’indice Istat. Nel gennaio 2008, data
del prossimo scatto, esso sarà del 4 per cento circa; di pari
percentuale si rivaluterà l’indennità dei parlamentari,
cioè la voce più consistente della loro busta paga. Ma non
basta, è in arrivo un altro aumento, assai più consistente. E sempre
per “via giudiziaria”.
La nuova legge
sull’ordinamento della magistratura, in via di approvazione,
allinea tutti gli stipendi a quelli dei giudici amministrativi. Attualmente
ai componenti di Tar e Consiglio di Stato, a parità di grado, è
riconosciuta un’anzianità di 8 anni in più rispetto ai
magistrati ordinari, e dunque uno stipendio più alto. Per metterli
alla pari, il Parlamento dovrà quindi approvare una legge che conceda
a questi ultimi un aumento valutabile intorno al 12 per cento. Anche in
questo caso, beneficiandone il primo presidente di Cassazione se ne
avvantaggeranno anche deputati e senatori.
Tutto grazie all’unione con i magistrati nella buona e nella cattiva sorte.
Ma in questo caso non occorre aspettare la morte per separarsi. Basterebbe
una legge per sganciare la retribuzione dei parlamentari da quella del primo
presidente di Cassazione. Ma il Parlamento la approverà mai?
"NO ALLA
fusione tra Sar e Acts: vorrebbe dire mischiare la buona gestione della
società ponentina con un calderone dove primeggia lo sperpero delle
risorse a danno dei cittadini". Giovanni Pollio, consigliere ingauno
della Margherita, non le manda a dire. Le recenti vicende dell'Acts non gli
vanno giù e lo dice chiaramente invitando gli azionisti Sar a bloccare
il matrimonio tra le due aziende di trasporti. "Non è compito mio
giudicare l'operato della vecchia dirigenza - afferma Pollio -. Ricordo
però che i soci di maggioranza (Provincia e Comune di Savona) nel
nominare il nuovo cda precisarono che per ovviare alle carenze della passata
gestione avrebbero nominato un pool di tecnici con un grado di efficienza e
di capacità manageriale di elevato livello, cosa che poi hanno fatto.
Mi domando com'è possibile che questo pool di tecnici sia costretto a
chiedere consulenza a un presidente che a detta di molti non ha gestito
l'Acts come un buon padre di famiglia". Uno spreco che basterebbe a
giustificare la rottura del fidanzamento' tra le due società?
"Sì. In un momento economico così delicato, dove si sente
l'esigenza di ridurre i costi della politica, c'è chi continua per la
sua strada con questo enorme distacco dalla società reale. Non credo
che una società che ha un bilancio solido come la Sar (e questo va a
merito dei suoi amministratori) possa e debba essere accorpata ad un
calderone dove regna lo spreco. Invito il presidente e i soci pubblici ad
evitare che ciò avvenga". Anche la segreteria comunale forzista
di Savona attacca l'Acts: "Le ultime vicende dimostrano che l'istituzione
di una commissione di indagine non solo era motivata, ma necessaria. La non
(o non ancora) effettuata erogazione degli emolumenti agli ex dirigenti Acts
non sminuisce la gravita insita delle delibere". 23/09/2007.
Novanta Comuni,
278 consiglieri, 4 presidenti, 24 assessori, decine di dipendenti e di
consulenti, una popolazione di riferimento che sfiora i 150mila residenti. I
numeri delle Comunità montane comasche sono di un certo rilievo.
Descrivono realtà amministrative composite, strutturate, in cui la
politica gioca un ruolo importante. Eppure. C'è un ma. Qualcosa che
non funziona. O che potrebbe funzionare diversamente. Sì, perché negli
anni, dopo l'introduzione di nuovi enti locali (le Unioni di Comuni) e l'assegnazione
di altre deleghe alla Provincia, le Comunità montane hanno perso
forza. Si sono trasformate in macchine burocratiche destinate a incardinare,
in bilanci sempre più ridotti, poche risorse e molte spese correnti.
In Puglia, dove peraltro la montagna è una foto in cartolina, il
presidente della Regione, Nichi Vendola, ha lanciato una proposta di legge
per abolire le Comunità montane. Ad accelerare il processo di
dissoluzione di enti francamente inutili è stata anche l'inchiesta
condotta dai due giornalisti del Corriere della Sera, Gian Antonio Stella e
Sergio Rizzo, e sfociata nel best seller La Casta. Libro in cui proprio le
Comunità montane pugliesi, le cui sedi sono a livello del mare,
vengono inevitabilmente sbertucciate e impallinate a raffica. La situazione
lombarda, ovviamente, è diversa. Ma anche il Pirellone ha in cantiere
una completa revisione della Legge 10, in vigore dal 1998 e giudicata ormai
superata. La commissione Affari istituzionali della Regione ha approvato,
l'altro ieri, i 12 articoli della riforma che prevede, tra l'altro,
l'istituzione del 'Fondo regionale per la montagna' e la nascita di un
'Comitato per la montagna', organismo consultivo presieduto dal governatore
della Lombardia di cui faranno parte 9 componenti (tra i quali 3 consiglieri
regionali, il presidente della Federazione Nazionale dei Consorzi di Bacino
Imbrifero Montano e il presidente della delegazione regionale del Club Alpino
Italiano). Il rilancio del 'sistema montagna', spiega lo stesso Pirellone,
avrà a disposizione per il biennio 2008-2009 19 milioni di euro.
Considerato che i Comuni classificati come montani in Lombardia sono 474, (il
30,7% dei Comuni lombardi, con una popolazione però di poco superiore
al milione di abitanti, l'11% del totale), le risorse disponibili mediamente
per ciascun paese non supereranno i 20mila euro all'anno. Praticamente
un'inezia. "Anche da noi si pone il problema del futuro delle
Comunità montane". Cambiare radicalmente, trasformandosi in
erogatori di servizi per i Comuni più piccoli. Oppure scomparire.
L'ipotesi è stata avanzata da Vittorio Molteni, presidente della
Comunità montana del Triangolo Lariano, che giovedì sera
è intervenuto in diretta alla trasmissione di Etv 'Il Dariosauro'
proprio per discutere di sprechi e di possibili soluzioni. Ma non è
soltanto la Regione Lombardia a pensare, in questo frangente, a una
semplificazione amministrativa. Il ministro per gli Affari regionali, Linda
Lanzillotta, ha chiesto che nel previsto riordino del Testo Unico sugli enti
locali sia sancita l'impossibilità per i Comuni di far parte
contemporaneamente di una Comunità montana e di una Unione di Comuni.
Una cosa, comunque, è chiara. Così come sono, le
Comunità montane potrebbero non reggere ancora a lungo. D'altronde,
basta fare un giro in rete e visitare i siti delle Comunità montane
comasche per comprendere di cosa si sta parlando. In Altolago, a Gravedona,
da oltre un anno il direttivo è incompleto. L'assessore al Bilancio,
Marino Piscen, non è mai stato sostituito. Ma chi leggesse il sito
Internet non potrebbe saperlo. In rete, infatti, Piscen è tuttora in
carica. Stesso discorso per la Lario Intelvese, il cui sito Internet -
progetto, si legge sulla homepage, cofinanziato dall'Unione Europea -
eccezion fatta per alcune 'news' è aggiornato al 2006. Impossibile,
peraltro, entrare nella sezione delle delibere di giunta e di consiglio, i
cui link rimandano a pagine scadute. Situazione del tutto identica a
Porlezza, con il sito delle Lepontine aggiornato nell'elenco delibere a
febbraio 2006. La Comunità montana in questione, però, è
anche quella che ha approvato un consuntivo con spese correnti vicine al 50%
del bilancio complessivo. Ed è quella in cui due dirigenti di area
portano a casa stipendi superiori a 80mila euro lordi. Home Sempre grave
l'altro centauro ferito Quasi una vittima della strada su due ha meno di 30
anni Gaddi, politico atipico: "Non sarò il Grillo di Como"
Spunta una nuova commissione Faverio: "Siamo in piena sintonia con le
parole del nostro vescovo" Sognava di fare l'amazzone la ragazza morta
in scooter.
Contestano il piano di rientro della
sanità, basato su tagli indiscriminati ai costi e non agli sprechi.
Lamentano una gestione poco trasparente, temono una "caduta"
dell'assistenza in generale, annunciano un disegno di legge per il riordino
del settore. Rita Borsellino ha riunito ieri al Kursaal Kalhesa il cantiere
tematico sul diritto alla salute per discutere di queste problematiche e per
illustrare la sua "ricetta" per guarire il sistema sanitario
regionale. Alla riunione c'era anche Roberto Polillo, capo della segreteria
del sottosegretariato del ministero della Salute, ma anche medici e
specialisti venuti volontariamente. "La Sicilia - esordisce Rita
Borsellino - è l'unica regione dove non esiste un piano sanitario.
È una delle regioni che spende di più, ma ha una delle
sanità, a parte le situazioni d'eccellenza, peggiori del territorio
italiano. Col piano di rientro - continua - gli utenti si dovranno accollare
tagli indiscriminati alle prestazioni mediche, ai posti letto, alle guardie
mediche. Inoltre le cifre inserite nel piano sono diverse da quelle reali.
Non a caso c'è stato un ulteriore buco di 84 milioni di euro". Ma
che cosa auspicano il leader dell'opposizione all'Ars e il suo gruppo di
lavoro? "In Sicilia - ha detto Salvatore Barbera, componente del
cantiere tematico diritto alla salute - non esiste un osservatorio epidemiologico,
per cui non si sanno quanti e quali sono i bisogni di salute dei cittadini.
Bisogna dunque riformulare molti punti del piano di rientro alla luce dei
bisogni dei siciliani". "Bisogni individuati dal cantiere tematico
diritto alla salute che presto - come dice Rita Borsellino - verranno
presentati all'Ars sottoforma di ddl". "Il cantiere - conclude
Renato Costa, altro componente del cantiere - ha pensato un'altra
sanità. Una sanità che stia dalla parte del paziente, accompagnandolo
nel suo percorso assistenziale e interpretando i bisogni di salute e non
quelli economicismi". Daniele Ditta.
Il Corriere di Como 22-9-2007 Nel pieno
del dibattito sui costi e sulla crisi della politica, a Palazzo Cernezzi si
moltiplicano le commissioni consiliari.
È notizia
ufficiale di ieri, infatti, la creazione ex novo di un quinto organismo di
questa natura, oltre ai quattro già previsti. La neonata commissione,
che dovrà occuparsi di modificare e aggiornare lo statuto e i
regolamenti del Comune, avrà come le altre dieci componenti scelti tra
i quaranta consiglieri comunali. Ed esattamente come per le altre
commissioni, anche in questo caso i componenti percepiranno un gettone di
presenza di 80 euro ciascuno. Una scelta non scontata, visto che esiste la
possibilità di creare nuove commissioni senza alcun tipo di compenso.
L'attribuzione di un gettone di presenza, però, ha avuto
l'approvazione all'unanimità di tutti i componenti, senza distinzione
di colore politico. Home Sempre grave l'altro centauro ferito Quasi una
vittima della strada su due ha meno di 30 anni Abolire le Comunità
montane, scoppia il caso Gaddi, politico atipico: "Non sarò il
Grillo di Como" Faverio: "Siamo in piena sintonia con le parole del
nostro vescovo" Sognava di fare l'amazzone la ragazza morta in scooter.
Da
brindisisera.it 20-9-2007 Costi della politica. De Santis: la sinistra faccia
cose diverse e l'antipolitica rientrerà Una cosa è dire: riduciamo i costi
della politica per tacitare l'opinione pubblica; altra cosa sarebbe
dire, per esempio: decidiamo di risparmiare una cifra e con questa
stabilizziamo un certo numero di precari.
Brindisi, 20
settembre 2007. Un contributo del consigliere regionale dei Comunisti
Italiani, Carlo De Santis, a margine della discussione sulla riduzione dei
costi nella politica.
"Temo
che l'opera di contenimento delle spese portata avanti dai presidenti Vendola
e Pepe non produrrà gli effetti desiderati perché l'antipolitica
è un'ondata che non si ferma davanti a provvedimenti di risparmio,
peraltro non finalizzati. Una cosa, infatti, è dire: riduciamo i costi
della politica per tacitare l'opinione pubblica (cosa sbagliata, tutta
difensiva, quasi un'ammissione di colpa); altra cosa sarebbe dire, per
esempio: decidiamo di risparmiare una cifra e con questa stabilizziamo un
certo numero di precari.
L'antipolitica
nasce dal fatto che la gente vede che cambiano i Governi, ma i problemi
restano. Esempio: se in Parlamento, dove c'è una maggioranza risicata,
è difficile approvare una legge che riconosca le coppie di fatto, qui
in Puglia, dove c'è un'ampia maggioranza, perché è così
difficile diminuire i tempi di attesa per le cure, alimentando in tal modo la
delusione della gente e gli utili della sanità privata?
Il
centrosinistra faccia cose visibilmente diverse e la ventata di antipolitica
rientrerà.
Non è
una novità che i parlamentari, i consiglieri, gli assessori vengano
retribuiti decorosamente: è perché ogni classe sociale possa esprimere
eletti, a prescindere dal censo. Vogliamo dire finalmente che questa è
stata una battaglia di democrazia e di civiltà fatta storicamente
dalla sinistra, o vogliamo tornare ai tempi in cui la politica la faceva solo
chi se lo poteva permettere perché dotato di sufficienti risorse economiche?
Ci pentiamo di quella battaglia? O, come credo, certi ragionamenti di oggi
sono il frutto di un inconfessato senso di colpa per scelte (anche nostre, di
noi di sinistra) che da qualche tempo escludono di fatto i ceti meno abbienti
dalla politica?
La sinistra
non può inseguire questi temi, perché su questo terreno da sempre ha
vinto la destra.
L'antipolitica
deriva dall'assenza della politica. Come l'attacco personale a Barbieri: non
potendolo contestare sul lavoro di riforma della formazione professionale,
gli si muovono attacchi personali, che prendono di mira anche la sfera
privata: stile tristemente praticato in Italia fin dai tempi del famigerato
ventennio.
Ma il
centrodestra fa il suo mestiere. Ciò che fa impressione è il
silenzio assordante del centrosinistra su questa vicenda. Lo dico non solo
perché auspico uno spirito di solidarietà che dovrebbe essere normale
in un'alleanza, ma perché se non respingiamo il metodo dell'attacco
personale, inevitabilmente accettiamo il terreno di scontro che il centrodestra
ha scelto.
Un altro
esempio di assenza della politica? Come può il centrodestra pugliese
approvare a gennaio 2005 una legge di riforma elettorale che fra l'altro ha
aumentato il numero dei consiglieri e presentare nello stesso anno, a
elezioni perse, una proposta di legge per ridurli? E' serio? E' senso dello
Stato, questo? A me non sembra.
Allora
fermiamoci un po' tutti, riflettiamo e lavoriamo seriamente".
Genova. Come
sono spesi quei 424 euro all'anno che ogni ligure paga per finanziare
l'attività istituzionale della Regione Liguria? L'analisi della Uil,
pubblicata ieri, ha sentenziato che per quella voce (674 milioni di euro) la
giunta ha impegnato il 13,1% del bilancio (5,1 miliardi); mentre per la
sanità serve il 59,7% (3,1 miliardi), per lo sviluppo economico il
2,1% (109 milioni), per il territorio il 9% (460 milioni) e per non precisati
altri oneri (mutui, interessi, deficit, per un totale di 824 milioni) il
16,1%. Dati che, se confrontate con le altre Regioni, risultano inferiori -
in percentuale - solo a quelle a Statuto speciale, alla Lombardia, alle
Marche e al Molise. Tutte le altre sono nettamente su quote inferiori, mentre
hanno spese più alte per sviluppo, sanità e territorio (a parte
rare eccezioni). Le spese per attività istituzionali sono di vario
tipo, ma comprendono la maggior parte dei costi della politica.
Quindi, se si considerano comunque andate a buon fine le spese per la
Sanità e per le altre attività di governo, è in questo
capitolo che rischiano di nascondersi i maggiori sprechi. Sommando i costi
del consiglio regionale, degli organi istituzionali, del personale, delle
spese di funzionamento e altri fondi minori, il costo netto del solo
"palazzo"è di 150 milioni di euro l'anno. Di certo, infatti,
nelle attività istituzionali spiccano i 50,6 milioni di euro (previsti
nel 2007, 1,1 milioni in più nel 2006, che è l'anno preso in
considerazione dalla ricerca Uil), impegnati per pagare gli stipendi e i
contributi del personale dipendente (escluso quello di pertinenza del
consiglio regionale). Quindi i 56 milioni per le spese di funzionamento:
dalle utenze alla cancelleria, dalle missioni agli incarichi speciali, dalle
spese vive alle spese per il patrimonio. Escluse voci accessorie di natura
prevalentemente finanziaria (circa 85 milioni), ci sono poi le spese per gli
organi istituzionali: il consiglio e i vari organismi di controllo e
vigilanza. Per il solo consiglio regionale (con i 40 eletti, compresi quindi
il presidente e gli assessori, anche quelli esterni), il bilancio stanzia nel
2006 24,6 milioni e nel 2007 28,3 milioni (l'aumento è dettato dalla
totale ristrutturazione della sede): ai 40 consiglieri vanno 9 milioni tra
indennità e rimborsi spesa (più altre voci minori), ai gruppi consigliari
dei partiti sono attribuiti 2,3 milioni; considerate altri capitoli di
minore entità e arrotondando per difetto, si può
tranquillamente dire che ciascun consigliere costa alla comunità tra i
325 e i 350 mila euro l'anno. Un'enormità se confrontata con i 4,8
milioni spesi per i 120 dipendenti della sola struttura consigliare (40 mila
euro a testa l'anno). Gli organi istituzionali: si tratta di 6 milioni di
euro, cui vanno aggiunti per circa mezzo milione l'anno, il Difensore civico
e il Corecom (la spesa a bilancio era in discesa dal 2006 al 2007, ma la
nascita di nuovi organi come il consiglio per l'economia e la consulta
statutaria hanno nuovamente innalzato il totale). A far lievitare i costi
istituzionali sono però voci difficili e il cui stesso nominativo
segnala la totale distanza dai cittadini: sono spesi ogni anno tra i 450 e i
500 milioni di euro per il "servizio del debito" e per "i
fondi perenti". Nel primo caso si tratta, semplificando, di oneri a
carico della giunta per l'indebitamento pregresso riferito a spese per gli
investimenti. Nel secondo caso sono fondi risparmiati perché non spesi l'anno
precedente e di solito accantonati per essere ridestinati l'anno successivo:
non spese vive, dunque, ma in diversi casi uscite o accantonamenti frutto di
errori precedenti (anche di diversi anni). Certamente, insieme a circa una
sessantina di milioni di euro che in realtà la Regione ha trasferito a
enti locali (come Comuni e consorzi di comunità montane), debiti e
riserve rappresentano la quota maggioritaria di quei 424 euro a testa che
ogni ligure spende per far funzionare l'ente. Tanto è bastato al
presidente Claudio Burlando per dire che "la ricerca Uil considerano
nelle spese istituzionali voci che non riguardano le spese vive dell'ente;
valgano per tutte le quote trasferite agli enti locali, spesi quindi per la
comunità". giovanni mari 21/09/2007.
ROMA
Tagliare, tagliare dove si può e il più possibile, che gli
italiani ci guardano: con il vento che soffia furioso sui costi della
politica e come una bora tormenta il Palazzo, in questi giorni i deputati
sembravano morsi dalla tarantola più che da Grillo (Beppe). Il
dibattito sull’approvazione del bilancio della Camera è stata una gara
tra chi millanta l’uso della scure e che si è conclusa con un colpo
nell’aria.
Intanto un dato: nel 2007 la spesa è cresciuta quasi del 3% per un
totale 1,53 miliardi di euro, comprensivi del finanziamento pubblico ai
partiti. La carica dei 108 ordini del giorno presentati da deputati di destra
e di sinistra, tutti con le forbici in mano, è stata falcidiata perché
ritenuti inammissibili o accolti come raccomandazione. Alla meta ne sono
arrivati un paio: quello dell’Idv (la Camera dovrà ridurre le sue
spese del 10%), quelli del Prc (non si potranno prendere in affitto nuovi
immobili; tagliare di 2/3 la spesa per consulenze esterne; i deputati in
missione potranno usare solo hotel a 4 stelle e volare in Europa in classe
turistica). E’ passato l’Odg del forzista Guido Crosetto per cui Montecitorio
dovrà rendere pubblici stipendi e pensioni di parlamentari e
dipendenti.
Respinta la invece la proposta del berlusconiano Gianfranco Conte: via il
ristorante dove i privilegiati parlamentari pagano il pesce fresco poco
più che 4 euro e che costa 5,232 milioni l’anno. Ordine del giorno
bocciato dall’aula, ma ai piani alti di Montecitorio promettono di portare
entro un anno il costo del ristorante a 1,6 milioni. Via la barberia: anche questa
proposta non passa, ma nei prossimi giorni chi andrà a tagliarsi i
capelli noterà un rincaro molto consistente, cioè prezzi di
mercato. Bruscolini, perché in quel miliardo e 53 milioni di spesa previsto
nel bilancio 2007 (cui vanno aggiunti i soldi del finanziamento ai partiti)
che è stato approvato ieri, ci sono cifre che non riescono a calare.
Alcune spese crescono:quelle per i deputati (169.180, + 1,54%), per il
personale in servizio (266.915, + 3,68%), per locazioni di immobili (34.675,
+ 6,6%). Non sono stati tagliati i 4 milioni per noleggi di auto, gli oltre 3
milioni per assicurazioni per deputati e dipendenti.
Galoppano le spese per l’aumento del numero dei gruppi parlamentari (+4%) e
qui c’è la nota dolente che nei due giorni di dibattito parlamentare
ha fatto scoppiare la bagarre. Ad accendere la miccia è stato Gregorio
Fontana di Forza Italia («il nostro Gregory Peck ha tirato fuori gli
artigli», esultava in Transatlantico l’ex ministro Daniela Prestigiacomo),
che ha presentato un ordine del giorno finalizzato a sopprimere quei gruppi
costituiti in deroga al minimo di 20 deputati. In sostanza sarebbero rimasti
a secco, a sinistra, i gruppi dei Verdi, dell’Udeur, del Pdci, Rosa nel pugno
dell’Idv. A destra, la Dc-Psi di Cirino Pomicino e Del Bue.
Ovviamente i rappresentanti di questi gruppi hanno strillato come aquile,
l'Odg è stato modificato su proposta del presidente della Camera
Bertinotti - mettendo riduzione delle spese per questi mini-gruppi al posto
di eliminazione - ma alla fine con 253 no e 202 sì l’Assemblea di
Montecitorio l’ha respinto. «Qui si parla troppo dell’uso dell’aereo di Stato
- ha spiegato Fontana - e non della lievitazione dei gruppi che ha fatto
aumentare la spesa di 15 milioni». Solo i segretari di presidenza dei piccoli
ammonta a 8 milioni di euro. Risultato finale: il Bilancio della Camera
è passato con i voti dell’Unione, mentre la Cdl si è astenuta.
L’Udc, al grido «demagoghi» rivolto ai loro presunti alleati di opposizione,
si è schierata con la maggioranza. «Ci asteniamo - ha spiegato il
capogruppo di An Ignazio La Russa - perché vogliamo dare un segnale concreto
al Paese». Replica del vice capogruppo dell’Ulivo Gianclaudio Bressa:
«Davvero colleghi pensate che il problema sia qualche gruppo parlamentare in
più, o piuttosto la vera sfida sia la riforma costituzionale del
Parlamento, riducendo il numero dei parlamentari?».
E così dopo la lettera con cui il segretario dei
Ds, Piero Fassino invitava i presidenti delle Camere a congelare gli aumenti
alle indennità dei parlamentari, la discussione sull'approvazione del
bilancio si è trasformata in una sfida a chi proponeva il taglio
più efficace. Chiusura di barberia e ristoranti, voli low cost,
risparmi sugli affitti, i buoni propositi dei deputati hanno messo in
apprensione più di un dipendente di Montecitorio. Alla fine sono stati
presentati 108 ordini del giorno, quasi tutti all'insegna dell'economia e del
risparmio. Ma non è finita qui, perché, alzando il tiro, il segretario
dei Comunisti italiani, Oliviero Dilibero ha già annunciato una
"cura da cavallo" con cui si potranno "risparmiare fino al 75
per cento dei costi dello Stato". Ma nel confronto in aula non è
mancato lo scontro politico. L'opposizione ha chiesto la sopressione dei
microgruppi. Ovvero quei gruppi parlamentari (quasi tutti di centrosinistra),
costituiti in deroga al Regolamento (ma che godono di tutte le attribuzioni
dei gruppi maggiori), che il presidente Bertinotti ha invece autorizzato.
"Ci costano 15 milioni di euro", ha accusato Ignazio La Russa di
An. Il voto definitivo sul bilancio ci sarà solo oggi, e non è
dato ancora sapere se le buone intenzione dei deputati andranno in porto.
Quel che è certo è che il clima è cambiato. Guido
Crosetto e Antonio Verro di Forza Italia chiedono di "adeguare
immediatamente il prezzo del servizio di barberia, dei ristoranti interni e
della buvette al costo reale". Macché, gli risponde scandalizzato il
collega di partito, Gianfranco Conte, bastano i buoni pasto, barberia e
ristorante vanno chiusi. Da Rifondazione comunista viene l'invito a ridurre
di due terzi le spese per consulenze esterne. I radicali vogliono che siano
revocati i biglietti gratis sui treni, gli sconti su arei e navi e il
telepass autostradale. Nonché un maggiore rigore sulle missioni all'estero. E
se proprio si deve partire, almeno si voli con compagnie low cost. C'è
chi chiede poi di fare economie sui palazzi affittati dalla Camera per gli
uffici dei deputati. Le buone intenzioni degli onorevoli dovrebbero farci
risparmiare un centinaio di milioni di euro. Niente, se paragonati ai
"miliardi" di risparmi che promette Diliberto. Bisogna tagliare i
"costi diretti della politica - spiega il segretario dei Comunisti
italiani - . Ma anche tutto quello "che si muove intorno: parliamo di
miliardi di euro, un'enormità. Ma il rigore sul bilancio non è
servito a mascherare la vera partita politica giocata ieri a Montecitorio.
Quella sui gruppi minori, tallone d'Achille del centrosinistra. "Ogni
gruppo - attacca La Russa - ha diritto ad un segretario di presidenza, una
segreteria, un capogruppo, una sede e alle altre spese. Si riducano i costi,
almeno per i 5 gruppi costituiti in deroga al regolamento". E che non si
tratti di mera contabilità lo spiega a chiare lettere il capogruppo
dell'Udeur Mauro Fabris: "I costi della politica non c'entrano nulla.
Sotto c'è un disegno politico, per arrivare ad un bipartitismo coatto
attraverso i regolamenti del nostro sistema parlamentare". \.
ROMA - Tagli,
sprechi, razionalizzazione, austerity... Si dice, si dice, tutti ci provano e
lo raccontano inseguendo il vento popolare della "casta" ma poi la
realtà è un'altra: la politica costa sempre di più. Come
la Camera dei Deputati, la casa dei 630 deputati e di 1.987 dipendenti che
nel 2007 costeranno agli italiani un miliardo, 574 milioni e 269 mila euro,
il 2,94 per cento in più rispetto al 2006.
Lo scrivono Gabriele Albonetti, Francesco Colucci e Severino Galante, i
deputati questori responsabili - anche - dei conti, nell'introduzione alla
legge di bilancio 2007, il preventivo dell'anno in votazione questa mattina
nell'aula di Montecitorio. I questori sono comunque soddisfatti perché
"la richiesta di dotazione (la richiesta di soldi allo Stato) è
diminuita di 23,9 milioni rispetto a quella originaria del 2007" e
perché l'aumento delle spese "ha un andamento inferiore di oltre un
punto e mezzo percentuale rispetto a quello previsto nel 2006". Insomma,
c'è un "tendenziale" contenimento della spesa. Un po' troppo
poco contenuto, però.
E dire che, scorrendo pagine e tabelle, non è difficile trovare dove tagliare. Ad
esempio i tre milioni e 300 mila euro per la ristorazione "gestita da
esterni"; oppure i quattro milioni e passa per i noleggi (di cosa e
perchè visto che la struttura Camera possiede già moltissimo?);
i tre milioni e passa di euro per le assicurazioni: passino quelle dei
dipendenti, ma i deputati - 21 mila euro lordi al mese tra indennità e
contributi - se le potrebbero anche pagare; gli oltre due milioni per la
"locazione dei depositi", perché non basta affittare uffici, servono
anche i depositi. L'elenco dei possibili risparmi è lunghissimo. E' un
lavoro che ogni capofamiglia deve fare ogni sei mesi. Basta saper frugare
nelle voci del bilancio.
Gli aumenti - Le voci che crescono di più - secondo l'analisi
contabile fatta dal deputato Sergio D'Elia (Rnp) - sono "le altre
indennità dei deputati", leggi i rimborsi, raddoppiate rispetto
al 2006: erano 185 mila nel 2007 ma saranno 300 mila. E il "rimborso
spese di viaggio dei deputati" è cresciuto del 25 per cento.
Aumenta anche la spesa di locazione degli immobili" che sale del 12 per
cento, un trend che continuerà anche nel 2008 e nel 2009. E poi le
spese di trasporto (treni, aerei, telepass e viacard) e quelle telefoniche.
Le indennità dei deputati - Tra indennità parlamentari,
d'ufficio e i rimborsi ("altre indennità"), il conto sale a
94 milioni e 580 mila euro. Nel 2006 erano circa due milioni di euro in meno.
Eppure - dicono i questori - negli ultimi due anni sono state via via
ridotte, raffreddate e congelate .
Rimborsi spese per 74 milioni - Viaggi, le spese di soggiorno a Roma o
altrove e quelle di segreteria più altre voci legate al mandato dei
630 deputati costeranno nel 2007 74 milioni e 600 mila euro, una cifra uguale
a quella del 2006.
Assegni vitalizi e rimborso spese per gli ex deputati - Si tratta
delle voci di spesa legate ad ex deputati che hanno cessato il mandato. I
vitalizi, tra diretti e riversibili, ammontano a 131 milioni e 200 mila euro.
Lascia veramente perplessi il milione e 250 mila euro dati agli ex deputati
come rimborso viaggi: gratis e biglietti dei treni e dei traghetti, parecchio
scontati quelli degli aerei.
Commessi e altri dipendenti - I 1.897 dipendenti della Camera -
parliamo di commessi, segretari, archivisti e bibliotecari e altre funzioni -
costeranno nel 2007 266 milioni e 915 mila euro a cui vanno sommati i 167
milioni e 500 mila euro per quelli in pensione. Insomma, solo di personale
dipendente, la Camera costerà quest'anno ai cittadini 434 milioni e
410 mila euro.
181 milioni per affitti, telefono, luce, acqua, gas, cibo, cancelleria,
carta igienica, stampa atti parlamentari ... - La voce "acquisto di
beni e servizi" è quella su cui le forze politiche promettono di
intervenire di più. Con la scure, non con il coltellino. Per gli affitti
se ne vanno poco meno di 35 milioni di euro: la maggior parte degli uffici
dei deputati, infatti, e dei gruppi parlamentari non sono a Montecitorio ma
sparsi nel centro di Roma. Tra Camera, Senato e palazzo Chigi sono state
contati 46 edifici. Tutti in affitto. Altri quattordici milioni se ne vanno
in spese di "manutenzione ordinaria": il funzionamento di impianti
antincendio, elettrici, audio-video, ascensori, e l'elenco è lungo una
pagina. Pulizie, lavanderia e smaltimento rifiuti costano circa otto milioni
di euro. Tre milioni se ne vanno per le spese telefoniche (di cui
"solo" 680 mila per i cellulari) e uno per le spese postali, un
fondo riservato ai deputati al netto della trasmissione degli atti
parlamentari. "Beni e materiali di consumo", tra cui cibo,
cancelleria e prodotti igienici "pesano" per 5 milioni e 725 mila
euro. Ma la cifra che più di tutte sembra sprecata riguarda gli otto
milioni e 870 mila euro per "la stampa degli atti parlamentari",
tonnellate di carta che per il 90 per cento vengono gettate al macero.
Altre curiosità tra "beni e servizi" - La
verità è che il preventivo del bilancio della Camera 2007 - 75
pagine di tabelle - assomiglia a un libro delle meraviglie che ogni cittadino
dovrebbe poter gustare voce per voce. C'è l'aggiornamento e la
formazione professionale del personale (1.780.000 euro); i corsi di lingue,
internet, le consulenze professionali e le traduzioni (180 mila euro); le
spese per "la comunicazione e l'informazione esterna", come
l'affitto di Rai Way per accedere ai canali satellitari (4.150.000); banche
dati, rilegature, ristorazione gestita da terzi, la gestione del patrimonio
della biblioteca e le consulenze tecnico-professionali (54 milioni e 665 mila
euro). E via con liste di servizi, lussi e privilegi. Solo per l'acquisto di
giornali e altre pubblicazioni quest'anno la Camera prevede di spendere 750
mila euro. E però poi i deputati leggono per lo più la rassegna
stampa.
I 19 gruppi parlamentari - Quattro dell'opposizione, quattordici nella
maggioranza, il gruppo misto. Cinque non hanno la consistenza di deputati
(20) prevista dal regolamento per essere riconosciuti. E' questo il punto su
cui c'è stata più tensione durante il dibattito in aula. Al di
là della loro legittimità, il loro funzionamento - sedi,
personale, segreteria e contributi vari - ci costa 34 milioni e 300 mila
euro. Nel 2006 erano stati spesi due milioni di euro in meno.
Tre milioni in due anni per verificare il voto - Per controllare
l'andamento del voto, nel 2007 spenderemo poco più di un milione di
euro. E' una delle poche voci che diminuisce: nel 2006 - l'annus
horribilis dell'urna visto che il riconteggio è finito solo adesso
con la conferma della vittoria dell'Unione - avevamo speso due milioni e
rotti.
Commissioni parlamentari e bicamerali, giunte e comitati - Ci
costeranno nel 2007 un milione e 875 mila euro, di cui 300 mila l'Antimafia,
135 mila la Commissione di vigilanza sulla Rai, 75 mila quella sui rifiuti.
E' un Parlamento, il nostro, che ci tiene molto ai rapporti internazionali:
per attività interparlamentari con paesi stranieri andremo a spendere
tre milioni e 195 mila euro. Le missioni costano - viaggi, alberghi,
interpreti - e le spese di rappresentanza pure.
Investimenti e acquisti immobili: tutto ciò che fa patrimonio -
Passi per i quindici milioni e spiccioli che se ne vanno per il mantenimento
degli immobili di proprietà della Camera. Sono un po' più
ingiustificati i quasi due milioni spesi per "arredi, mezzi di
trasporto, attrezzature d'ufficio". Dieci milioni sono spesi per
software e hardware mentre solo 1.775.000 sono destinati al mantenimento del
patrimonio artistico e bibliotecario.
I rimborsi ai partiti - E' una cifra da capogiro quella destinata al
rimborso ai partiti per le spese elettorali, il famoso o famigerato
"finanziamento pubblico ai partiti": 150 milioni di euro. Il
meccanismo dei rimborsi elettorali prevede, per legge, un euro per ogni
iscritto alle liste. Ai singoli partiti poi il rimborso viene retribuito in
base ai voti ottenuti. Cinquanta milioni di euro sono stati distribuiti ai
partiti per il rinnovo della Camera; altrettanti per il Parlamento Europeo;
cifra analoga per i Consigli regionali. Il Senato grava su un altro bilancio,
un altro capitolo delle spese della politica a cui va aggiunto quello di
Palazzo Chigi. In tutto, euro più euro meno, il funzionamento della
politica costa ai cittadini italiani qualcosa come quattro miliardi di euro
ogni anno.
(20 settembre 2007)
Il Giornale del Mezzogiorno 20-9-2007.
Bari. Comunità montane, il Polo
insorge Vendola: "Tagli, lavoriamo insieme" Il centrodestra
all'attacco: "Rinunci agli assessori tecnici. Fumo negli occhi per
nascondere fallimenti" Il governatore: "Sembra una gara a chi
è più moralizzatore. Allora dico coalizziamoci e
moralizziamo"
BARI - è un linguaggio tra sordi. Nichi Vendola e
l'opposizione di centrodestra non si intendono: né sull'eliminazione delle
comunità montane, né sulla riduzione dei consiglieri, né sul taglio
dei loro stipendi e delle loro pensioni. La lettera inviata dal governatore
al consiglio regionale con l'invito a dare subito una sforbiciata ai costi
della politica, ha provocato la reazione stizzita del centrodestra.
"C'era già - dice l'opposizione - un comitato al lavoro e una
nostra proposta di legge depositata fin dall'ottobre del 2005. Quella del
governatore sembra un modo per sviare l'attenzione dai suoi fallimenti e dai
suoi sprechi". Vendola insiste: "Sembra ci sia una logica allo
scavalco, tra il centrodestra e il centrosinistra, nella gara a chi è
più moralizzatore. Se è così, allora dico coalizziamoci
e moralizziamo". L'opposizione replica aspra: "Cominci il
presidente rinunciando ai suoi 5 assessori esterni che contribuiscono ad
aggravare il bilancio". Vendola non ci sente: "Si invoca il
rapporto con la società civile. Ebbene quegli assessori, provenienti
dal mondo accademico, ne sono un esempio. Dieci assessori esterni costano
meno di un assessore che ruba. E comunque, li ho nominati secondo le norme
che ho trovato". Il clima è questo, discorde su tutto. Si prenda
le comunità montane. Il governatore impugna il disegno di legge per la
loro abolizione come la bandiera di un "percorso di bonifica e lotta
agli sprechi, che ho avviato fin dal mio insediamento ". Il centrodestra
non lo ascolta. Bisogna distinguere caso per caso, dice Michele Saccomanno
(An). Guai eliminare quelle su Gargano, Subappennino e Murgia, sostiene
Angelo Cera (Udc). Riportiamo la situazione al '99, secondo i limiti
restrittivi voluti dal governo nazionale, invoca Rocco Palese (Fi). Come dire,
limitarne il numero o restringerne le aree. Risparmi per la Regione, visto
che il sostegno deriva quasi tutto da fondi statali? "Il vantaggio -
dice Vendola - non è solo economico, ma anche di speditezza e
limpidezza nella gestione amministrativa, soprattutto evitando duplicazione
di funzioni". Vendola tiene particolarmente al tema. "L'abolizione
delle comunità montane - dice - è la vera notizia di queste
ore". Ma poi ne diffonde un altro paio su cui promette particolari nei
prossimi giorni. La prima: dopo il commissariamento voluto dalla giunta
regionale appena insediata, "sono emersi sprechi miliardari negli Iacp,
i rendiconti saranno resi noti a breve". La seconda è riferita
alle contestazioni (anche ieri) verso l'assessore esterno alla Formazione: altro
che critiche, dice Vendola, "l'Ue ci sta revocando i finanziamenti per i
corsi ai lavoratori ex Ccr" messi in piedi dalla giunta precedente. Come
si vede, non è aria di intesa che pure sarebbe necessaria per mettere
mano allo Statuto e alla legge elettorale. Beninteso, il centrodestra non
dice di no a ritoccare stipendi, pensioni e numero dei consiglieri (che il
governatore vorrebbe far scendere da 70 a 50). Ma si indigna per le
modalità: "Vendola scavalca il lavoro che sta svolgendo l'apposita
commissione insediata dal presidente del consiglio Pepe. E soprattutto svia
l'attenzione sugli sprechi che egli, con consulenze, assunzioni di dirigenti
e 5 assessori esterni, contribuisce a determinare". Saccomanno definisce
il governatore "un ipocrita e un sepolcro imbiancato, che fa resistenza
a farsi decurtare lo stipendio e ora si mette a fare il Grillo della
situazione ". "Se essere Grillo dice Vendola - vuol dire tagliare
gli sprechi, non lo considero offensivo. Ma Saccomanno risparmi le battute da
osteria". Il presidente della giunta deplora "il costante ricorso
alle insinuazioni e alle diffamazioni da parte della Cdl: è questione
di dignità, rinunci e ne guadagnerebbe in credibilità ".
Non ci sarà dialogo con la minoranza? "Centrodestra e
centrosinistra sono alternativi - dice il governatore - ma se siamo d'accordo
su due tre cose, allora facciamole ". Il costo della politica sembra uno
di questi. Vendola lancia l'appello: "Facciamolo assieme: se siamo
d'accordo sulla riduzione di stipendi e pensioni, che così come sono
paiono insultanti per i cittadini comuni, portiamo la questione in consiglio
e votiamo. Diamo un segnale all'opinione pubblica e facciamo della Puglia
l'avanguardia nella lotta agli sprechi". La risposta, per ora, è
una mozione firmata da tutti i capigruppo d'opposizione: Palese, Saccomanno,
Cera, Brizio, Zullo, Damone, Surico. Si chiede a Vendola di revocare gli
assessori esterni ("che costano 8 milioni per una legislatura").
"In aula - avverte Palese - chiederemo il voto per appello nominale:
così vedremo chi vuole il taglio dei costi della politica e chi
no". Francesco Strippoli.
ROMA - Il Paese in crisi economica e sociale deve fare i
conti con un sistema politico, una classe dirigente incapace di rispondere
all'urgenza del momento. È il nuovo affondo di Confindustria al
Palazzo, alla sua efficienza discutibile, al suo funzionamento e soprattutto
ai suoi costi e ai suoi sprechi. Spende parecchio, il Parlamento, più
che nel resto d'Europa, denuncia l'associazione degli industriali presieduta
da Montezemolo in un'analisi del centro studi che in 287 pagine passa ai
raggi X l'intera macchina politico-istituzionale.
Il documento, che sarà presentato domani, si risolve in una critica
impietosa e a tutto campo: "Vi è un chiaro problema di inadeguata
governance del Paese che risiede nella legge elettorale, nelle regole di
governo, nella forma di Stato". Gli imprenditori, neanche a dirlo,
nutrono scarsa fiducia nella capacità della politica di rigenerarsi,
tanto che "una riforma della legge elettorale resta improbabile" e
solo l'iniziativa referendaria, è la loro tesi, "può
essere una spinta salutare verso il cambiamento".
Ma il bubbone sul quale il centro studi di via dell'Astronomia ha focalizzato
l'attenzione è quello attualissimo dei costi. "Il fatto che la politica
abbia dei costi non è messo in discussione. Ciò che invece
è motivo di pesanti critiche è il fatto che ad una inevitabile
livello di costi non corrisponda un funzionamento efficace".
Il finanziamento della politica. L'analisi di Confindustria mette a confronto
i sistemi di cinque paesi occidentali: Stati Uniti, Francia, Germania, Spagna
e Regno Unito. In Italia il meccanismo ruota attorno ai rimborsi elettorali,
che in occasione del voto del 2006 sono ammontati a 200 milioni 819 mila
euro. Fuori dai nostri confini l'asticella scende non di poco: 152 milioni di
euro il finanziamento negli Usa, 132 milioni in Germania, 73 milioni in
Francia, 60 in Spagna, 9,23 (ai soli partiti di opposizione) nel Regno Unito.
Quanto costa il Palazzo. Dal raffronto emerge che "l'Italia è il
Paese che spende di più" per mantenere le istituzioni. Anzi, il
nostro Parlamento, da solo, assorbe il 41% dei costi complessivi, quanto
Francia e Germania insieme. Di conseguenza, è piuttosto sostenuto il
costo medio delle casse pubbliche per ciascun parlamentare: 1 milione 531
mila euro, "poco meno del doppio di quello complessivamente sostenuto da
Francia e Germania e quasi sei volte superiore a quello sostenuto dalla
Spagna".
Ogni italiano infatti spende 16,3 euro per sostenere le Camere, contro i 2,1
della Spagna, l'8,1 della Francia, i 6,3 della Germania. E questo, incalza
Confindustria nella sua disamina, "malgrado la situazione italiana sia
contraddistinta da minore efficacia ed efficienza".
L'Italia si piazza in testa alla classifica anche per gli stipendi dei suoi
78 europarlamentari. Quasi 150 mila euro di indennità base (alla quale
aggiungere rimborsi spese, benefits, costi di soggiorno) a fronte dei 105
mila dell'Austria che segue lontana secondo, gli 84 mila della Germania e
giù con gli altri. Per non dire dello stipendio dei parlamentari
nazionali. Il centro studi mette maliziosamente a confronto
l'indennità con il costo di 1 kg di pane, dal 1948 ai nostri giorni.
Fino al 2006, quando lo stipendio ha superato quota 15.304 euro a fronte di
una spesa per acquistare il pane che per il cittadino comune ammonta a 2,86
euro.
La patologia del sistema. E poi c'è l'indotto della politica, il
popolo di consulenti, esperti, consiglieri, assessori, portaborse, che negli
anni è cresciuto a dismisura. Gli industriali parlano di
"ipertrofia degli apparati burocratici che soprattutto nelle due ultime
legislature hanno proliferato indisturbati e senza controllo". Di
più, di "permanenza di privilegi improntati a due pesi e due
misure". "Un humus tutto italiano, storicamente allergico al
rispetto delle regole e al controllo della legalità". È la
Politopoli secondo Confindustria, destinata a essere travolta dalla
"sfiducia dei cittadini verso le istituzioni, la più alta tra i
paesi sviluppati".
(19 settembre 2007)
Il Corriere della Sera 20-9-2007 La trasferta deliberata a luglio. Le toghe
della Procura generale presso la Cassazione tengono in media 6 udienze l'anno
Stremati da
dieci settimane di pausa estiva,
che per consuetudine comincia intorno al 10 luglio e si trascina fino
all'ultima decade di settembre, i magistrati militari hanno deciso di
tuffarsi di nuovo nel lavoro con un convegno internazionale. Nella bellissima
Toledo. Dove, per attrezzarsi ad affrontare al meglio i mesi finali dell'anno
quando sono attesi a volte perfino da tre udienze al mese (tre al mese!),
sbarcano oggi in trentadue: un terzo di tutti i giudici con le stellette
italiani. Perché mandare una delegazione di due o tre persone se tanto paga
lo Stato? I viaggetti in comitiva, si sa, sono dalle nostre parti una
passione antica. Basti ricordare certe migrazioni di massa a New York per il
Columbus Day. O la trasferta di un gruppo di deputati regionali siciliani in
Norvegia (con un codazzo di musicisti di un'orchestrina folk, trenta
giornalisti, quattro cuochi, un po' di mogli...) per vedere come i norvegesi
avessero organizzato un mondiale di ciclismo: totale 120 persone. O ancora la
spedizione di Bettino Craxi a Pechino («andiamo in Cina con Craxi e i suoi
cari», ironizzò Giulio Andreotti) finita con mille polemiche sulla
scelta di tornare con una sosta in India per far visita al fratello Antonio,
discepolo del santone Sai Baba, e una strepitosa interrogazione parlamentare
di Renato Nicolini con domande tipo: «Vuole il presidente dirci quali siano
le attrazioni di Macao e di Hong Kong più consigliabili al turista
italiano al fine di sprovincializzarne la mentalità? »
Va da sé che, con questi precedenti, i giudici
con le stellette hanno deciso che non era proprio il caso di fare gli
sparagnini. E appena hanno saputo che nell'antica capitale della Castiglia
organizzavano un congresso internazionale, si sono dati da fare. Certo, il
tema del simposio («La legge criminale tra guerra e pace: giustizia e
cooperazione in materie criminali negli interventi internazionali militari»)
non è una leccornia. Ma Toledo è Toledo. L'Alcazar! Il fondaco
dell'Alhóndiga! Il Castillo de San Servando! La Plaza de Zocodover! La casa e
i quadri del Greco tra cui la celebre «sepoltura del conte di Orgaz»! Fatto
sta che la delibera del 5 giugno scorso era assai invitante: le spese del
convegno (350 euro a testa, compresi il materiale didattico e i pasti
all'Accademia di Fanteria), più le spese di viaggio e pernottamento,
più il «trattamento di missione internazionale», più una
indennità forfettaria giornaliera di un'ottantina di euro erano
infatti a carico del ministero.
Un salasso? Ma no, avrebbe risposto la
successiva delibera del 3 luglio. Nonostante Padoa Schioppa stia sempre
lì a pianger miseria, diceva il documento, «sono state individuate
disponibilità finanziarie che consentono di coprire la spesa per la
partecipazione al predetto congresso di tutti i magistrati richiedenti».
Tutti? Crepi l'avarizia: tutti. Cioè 32. Tra i quali l'unico (unico)
invitato come relatore, Antonino Intelisano. Vi chiederete: costi a parte,
come farà la Giustizia militare a reggere per ben tre giorni senza un
terzo dei suoi pilastri, dato che i giudici, da Vipiteno a Lampedusa, sono
103? Rassicuratevi: reggerà. Anche quando presidiano il loro posto di
lavoro, infatti, non è che i nostri siano sommersi da cataste di
fascicoli come i colleghi della magistratura ordinaria. Anzi.
I giudici della Procura Generale Militare presso
la Cassazione, per dire, hanno dovuto sobbarcarsi nel 2006 (assistiti da 35
dipendenti vari, per circa metà militari e circa metà civili)
sei udienze: una ogni due mesi, da spartire in quattro. I tre del Tribunale
di Sorveglianza militare, che contano su 32 assistenti a vario titolo e hanno
competenza sull'unico carcere militare rimasto aperto, quello casertano di
Santa Maria Capua a Vetere do ve sono recluse solo persone in divisa
condannate dalla giustizia ordinaria per reati ordinari, hanno un solo
detenuto militare per reati militari: Erich Priebke, condannato all'ergastolo
per la strage delle Fosse Ardeatine.
Quanto ai dati complessivi, lasciano di sasso:
i 79 magistrati «con le stellette» (in realtà non le portano per
niente: sono giudici come gli altri solo che hanno scelto una carriera
parallela) addetti ai nove tribunali sparsi per la penisola (Roma, La Spezia,
Torino, Verona, Padova, Napoli, Bari, Cagliari e Palermo) e i loro 17
colleghi delle tre corti d'Appello (Roma, Napoli e Verona) sono chiamati
infatti a lavorare sempre di meno. Al punto che nel 2006 hanno emesso, tutti
insieme, un migliaio di sentenze su temi spesso irrilevanti se non ridicoli:
circa 300 in meno dei verdetti penali (poi ci sono i civili) di un tribunale
ordinario minore come quello di Bassano del Grappa.
Un esempio di carico di lavoro? Il presidente
della Corte Militare d'Appello di Roma, Vito Nicolò Diana, quando
dirigeva la sezione distaccata di Verona (dal 1992 a poco fa) aveva ottenuto
non solo un alloggio di servizio nel cuore del centro storico della
città scaligera (aiuto concesso solo ai militari che guadagnano stipendi
assai minori) ma perfino il permesso di abitare nella capitale, in riva non
all'Adige ma al Tevere. Insomma, una situazione assurda. Tanto che, dopo la
prima denuncia del Corriere, i ministri della Difesa e della Giustizia,
Clemente Mastella e Arturo Parisi, avevano scritto al giornale convenendo che
si trattava d'un quadro «inaccettabile» e assicurando che «nel quadro del
disegno di legge relativo alla riforma dell'Ordinamento Giudiziario»
già approvato dal Consiglio dei ministri, erano stati decisi tagli
drastici, «riducendo il numero complessivo degli Uffici Giudiziari Militari,
giudicanti e requirenti, di ben due terzi: cioè da 12 a 4 (3 Tribunali
e un'unica Corte d'Appello, senza Sezioni distaccate)». Bastarono tre giorni,
però, perché il progetto venisse stralciato e quei buoni propositi
fossero abbattuti come birilli dal vento delle proteste corporative.
Adesso, «per capire », vorrebbero fare una
commissione di studio. La terza, dopo quella del 1992 varata dal ministro
della Difesa Salvo Andò e quella del 2003/2004 presieduta dal
procuratore generale Giuseppe Scandina. Nel frattempo la quota dei magistrati
con le stellette che hanno tempo in abbondanza per gli incarichi
extragiudiziari è salita al 36%, contro il 3% dei giudici ordinari. E
il lavoro degli uffici, grazie a tutte le cose che sono cambiate a partire
dall'abolizione del servizio di leva obbligatorio, ha continuato a calare,
calare, calare. Fino a dimezzarsi quest'anno rispetto perfino al 2006.
Benedetto Roberti, uno dei giudici che con Sergio Dini e pochi altri invoca
da anni una riforma, ricorda che nel 1997, quando faceva il Gup a Torino,
arrivò da solo a 1.375 sentenze. Sapete quante ne ha emesse quest'anno
il giudice che fa quello stesso lavoro? Tenetevi forte: 28.
20 settembre 2007
Il Sole 24 Ore
16-9-2007 Giustizia militare. Confermati gli investimenti hi-tech anche se
manca il lavoro Un piano da 600mila euro per i tribunali senza cause
"è urgente aggiornare l'elenco detenuti": l'unico è
Priebke PAGINA A CURA DI Alessandro Milan
ROMA Il documento recita "informatizzazione uffici
giudiziari militari programmazione attività anno 2006" e riassume
le contraddizioni in cui vive la magistratura militare italiana. Da un parte
il lavoro sempre più scarso, soprattutto dopo l'abolizione della leva
obbligatoria, dall'altra parte questa delibera approvata dal Consiglio della
magistratura militare il 28 febbraio 2006 con la quale si chiede con urgenza
un ammodernamento del sistema informativo degli uffici giudiziari militari.
Ovviamente non gratis: la gara a licitazione privata è stata vinta da
un raggruppamento temporaneo di imprese per una cifra complessiva di 583mila
euro più Iva, una cifra attualmente in corso di controllo contabile da
parte del ministero della Difesa. "Spero proprio che non si voglia usare
questo documento per gettare ulteriore discredito sulla nostra
categoria"commenta seccamente il responsabile dell'Ufficio per i servizi
informativi del Consiglio, Francesco Ufilugelli. Eppure, a scorrere la
delibera, ci sono aspetti che destano qualche perplessità, come il
"punto 4" che si occupa del riammodernamento del sistema
informativo del Tribunale militare di sorveglianza. Una struttura che
attualmente ha un solo detenuto da controllare, Erich Priebke, peraltro agli
arresti domiciliari. Ebbene, negli interventi ritenuti urgenti è
segnalata la necessità di aggiornare "l'elenco dei detenuti con
indicazione dell'attuale posizione " oppure la "predisposizione di
progetti statistici concernenti l'attività dei magistrati militari di
sorveglianza". I magistrati in servizio presso quell'ufficio sono appena
tre. "è un approccio sbagliato – replica Ulifugelli
–. Questo intervento è stato programmato almeno un paio di
anni fa, è un progetto fatto in accordo col ministero della Difesa. Se
la magistratura ha una ragione di esistere, come ha confermato anche di
recente il ministro Parisi, deve rispondere a criteri di ammodernamento. Non
vedo dunque perché si dovrebbe escludere da questo il tribunale militare di
sorveglianza solo perché non ci sono detenuti militari. Se tutti i comuni
d'Italia devono essere in rete escludiamo un comune perché è piccolo e
ha solo mille abitanti?". Nel riassetto informativo ci sta dentro tutto,
quindi. Anche l'informatizzazione per la gestione delle misure cautelari,
prevista al punto 5. Peccato che nell'ultimo biennio di misure cautelari se
ne saranno applicate non più di una decina. Lo stesso Consiglio della
magistratura militare ha poi sollecitato la richiesta il 2 ottobre 2006,
tornando a battere cassa: "Un sistema di così rilevante
complessità – si legge nella nuova delibera –
necessita di un'attenta pianificazione e presuppone confacenti dotazioni
economiche& ". E più avanti: "Fino ad oggi le dotazioni
dei fondi assegnati hanno consentito di provvedere alle necessità in
modo sufficientemente adeguato pur se con qualche limitazione alla
progettualità per il futuro". Se Ulifugelli respinge le accuse di
sperpero di denaro al mittente, più critico è Sergio Dini, membro
del Consiglio militare. "Un programma di informatizzazione del genere
è senza dubbio sproporzionato – dice Dini –. Si
è creato un contenitore quando il contenuto, cioè il lavoro da
fare, non c'è. è un po' come andare a caccia delle mosche
usando la mitragliatrice". In fatto di spese il ministero non ha mai
lesinato. Emblematico il caso del tribunale militare di Torino che negli
ultimi anni è stato oggetto di restauro. Due anni fa fu inaugurata la
sala di rappresentanza "Norberto Bobbio", l'anno scorso invece
è stata la volta dello scalone di rappresentanza, mentre lo scorso
luglio il ministero della Difesa ha approvato lavori di restauro interni per
un importo di circa 160mila euro. Il tutto per un edificio che sarebbe
già stato inserito dal Demanio militare nell'elenco dei beni da
vendere al Comune di Torino. Che forse dello scalone di rappresentanza se ne
farà ben poco. Ma al tribunale di Torino non mancano anche i
contributi privati. L'anno scorso, per l'organizzazione del convegno
"Conference on International Criminal Justice" l'elenco dei
donatori era di tutto rispetto: tra questi la fondazione Cassa di risparmio
di Torino che elargì 50mila euro alla Procura mentre altri 50mila euro
sono arrivati dalla Compagnia di San Paolo. http://www.fondazionecrt.it/ repository/Fondazione/BilanciSociali/
BilancioSociale2006.pdf http://www.compagnia.torino.
it/rapporto_annuale/pdf/rapporto2006_ ita.pdf.
L'intreccio perverso, in
molti casi clamorosamente evidente, è quello tra consenso e decisioni
di spesa. Un intreccio che porta a privilegiare nomine fondate su spartizioni
politiche rispetto a quelle che rispondono a requisiti di
professionalità.Che mantiene nell'ambito pubblico opere e servizi che
potrebbero essere utilmente gestite dai privati. E che protegge gli interessi
corporativi e particolari più che il benessere e la crescita
collettiva. Un processo credibile di efficienza della spesa non può
ignorare come la vera tendenza da invertire sia quella della presenza di un
settore pubblico che continua a essere particolarmente largo e invadente, un
settore pubblico che mira soprattutto, talvolta a caro prezzo, a perpetuare
la propria legittimità. Per avviare un meccanismo virtuoso di
riduzione della spesa è indispensabile allora andare alla radice lungo
due direttrici: ridurre lo spazio (e quindi i costi) della politica e
restituire alla logica del mercato nomine e servizi. Sul primo fronte si
collocano la riduzione del numero di parlamentari, ministri, sottosegretari;
l'abolizione della struttura politica delle province; una sostanziale
limitazione all'essenziale delle comunità montane; un taglio netto
agli organismi politici di rappresentanza, consulenza o immagine. In gioco
non è tanto il costo diretto (i gettoni di presenza, gli onorari, le
indennità e gli stipendi dei politici), ma il fatto che ognuno di essi
rappresenta un centro di spesa, anzi di moltiplicazione degli impegni
finanziari finalizzati a interessi parziali, come è emerso ancora una
volta quest'anno con l'assalto alla diligenza della Finanziaria. Con il costo
più ampio che si chiama indecisione. E lo stesso avviene sul fronte
degli enti locali dove peraltro,come ha dimostrato l'inchiesta di Claudio
Gatti, la vocazione alla spesa viene sostenuta anche attraverso i percorsi
impervi e rischiosi dell'ingegneria finanziaria. Sul secondo fronte, quello
del mercato, è necessaria un'ambiziosa strategia insieme di
liberalizzazione e privatizzazione dei servizi pubblici sia locali, sia
nazionali, dalla piccole municipalizzate per la gestione dei rifiuti alle grandi
imprese com le Poste e l'Alitalia. Senza dimenticare l'esigenza di liberare
dall'abbraccio interessato e costoso degli equilibri politici realtà
come le Aziende sanitarie e le Università. Riforme strutturali di
questo tipo liberebbero risorse, non solo finanziarie, ma anche e soprattutto
professionali e umane. E darebbero un nuovo dinamismo a una realtà
italiana che purtroppo continua ad essere, come ha scritto Anthony Giddens,
"la società bloccata per eccellenza nel Vecchio continente".
Gianfranco Fabi.
Il
Cittadino 20-9-2007 Casale, dove la politica costa poco. Nelle infuocate
riunioni di consiglio comunale si è dibattuto su tutto: le opposizioni
hanno fatto la voce grossa, criticato le scelte della giunta e gli
investimenti in alcuni casi ritenuti sbagliati.
Quasi mai, però, è emerso il tema dei costi della
politica, intesi come soldi che effettivamente finiscono nelle tasche di chi
amministra. In effetti, un consigliere comunale percepisce 19 euro lorde per
prendere parte ad un'assemblea. Se questa si protrae dopo la mezzanotte, il
consigliere ha diritto ad un giorno di riposo dal suo lavoro, che però
contabilmente finisce in capo all'azienda. Ovviamente superiori le
indennità che spettano ad assessori (qualche centinaio di euro lorde
al mese) e sindaco, ma i fasti dei rappresentanti del popolo che siedono a
Roma sono ben lontani. Le ultime due decisioni relative a rimborsi ed
indennità sono state al ribasso: un primo taglio venne deciso in
autonomia, il secondo in seguito al decreto Tremonti per la decurtazione del
10 per cento di ogni forma di rimborso percepito da amministratori pubblici.
Il tutto confluisce in un "calderone'' che ogni anno comporta una spesa
di 153mila euro: una cifra che comprende anche i costi dei revisori dei conti
(dunque non imputabili alla politica) e che invece non contiene le spese per
i telefoni cellulari in dotazione agli assessori. Gli apparecchi hanno
peraltro una modalità duale che consente di separare, anche in
bolletta, le telefonate private da quelle di servizio. Anche considerando il
totale di 153mila euro (che annovera pure i rimborsi per le missioni, per le
assenze dal posto di lavoro, le spese per la comunicazione istituzionale, per
le commissioni) si ottiene una voce che incide per lo 0,015 per cento sul
bilancio del comune nella sua parte corrente (circa dieci milioni di euro di
uscite nel consuntivo del 2006). A questi costi vanno aggiunte le spese per
la dirigenza dell'Azienda speciale dei servizi, che gestisce casa di riposo e
centro diurno.
PADOVA. Ha un sottotitolo decisamente ammaliante, il Libro verde
sulla spesa pubblica, edito dal Ministero dell'Economia e redatto dalla
commissione tecnica per la finanza pubblica, il cui presidente è l'ex
rettore dell'ateneo patavino, Gilberto Muraro: "Spendere meglio: alcune
prime indicazioni". L'immagine che dà la pubblicazione,
presentata qualche giorno fa, è quella di una guida alla razionalizzazione
delle risorse. E infatti propone alcuni esempi settoriali in altrettante
macro-aree dell'uscita di denaro pubblico: la giustizia, la sanità,
l'università, il pubblico impiego e la spesa pubblica dei Comuni. Da
sottolineare che un primo, piccolo, risparmio, si ha nel reperimento del
volume stesso: un libello di circa 150 pagine, scaricabile gratuitamente dal
sito internet del ministero: www.economia.it. Eloquente la presentazione,
curata dal ministro all'Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, che nota come
"Nella nostra spesa pubblica ciò che lascia a desiderare non
è tanto il suo elevato livello, quanto la qualità insufficiente
rispetto ai bisogni del Paese. Riqualificare la spesa è perciò
divenuto un imperativo urgente e ineludibile. C'è un solo modo per
vincere questa sfida: spendere meglio. Alcuni risultati possono essere
ottenuti con l'eliminazione dello spreco, la correzione di fenomeni di
cattivo costume portati alla luce anche di recente, la riduzione dei costi
della politica". In sintesi, per quel che riguarda la sanità
italiana, essa sembra reggere abbastanza bene il confronto con le strutture
internazionali: la spesa procapite è più bassa rispetto ad
altri Paesi analoghi, l'incidenza sul Prodotto interno lordo (Pil) è
di poco inferiore alla media dei trenta paesi dell'Ocse (8,9 contro 9 per
cento). Nel quadro generale sanitario esistono forti margini di
miglioramento, attuabili sia aumentando il livello di prevenzione, sia
incrementando la medicina territoriale, a discapito dei ricoveri, che costituiscono
il 48% della spesa sanitaria totale. Proprio per ribadire quest'ultimo
bisogno, domani i medici di medicina generale e le guardie mediche hanno
indetto un giorno di sciopero. E il Veneto come se la passa? Le sue spese
sono lievemente superiori alla media nazionale: il costo medio per abitante
dell'assistenza ospedaliera è di 679,98 euro (656,58 la media
nazionale). Nelle aziende ospedaliere il costo medio di un dipendente
è di 38.177 euro (media: 43.288), 38.263 nei presidi ospedalieri.
Particolarmente interessanti i dati sugli indicatori generali (tra parentesi
è riportato il dato medio nazionale): il Veneto ha 3,86 posti letto
per acuti ogni mille abitanti (4,18), 0,60 posti letto post-acuti per mille
abitanti (0,49), per un totale di 4,46 posti letto ogni 1.000 abitanti
(4,67). La degenza media dei ricoveri per acuti negli ospedali pubblici
è di 7,70 giorni (6,80), mentre in quelli privati è di 8,70
(5,50), per cui la degenza totale media di un paziente acuto è di 7,88
giorni (6,67). La degenza media pre-operatoria è di 1,95 giorni
(2,05). Una curiosità riguarda i parti cesarei: essi sono 28,61% in
Veneto, rispetto al 37,8% della media nazionale. Infine, il tasto dolente, e
che fa venire qualche dubbio sulla ragionevolezza della media: gli indicatori
di struttura e di attività delle aziende ospedaliere (tra parentesi la
media italiana). In Veneto ci sono due Aziende ospedaliere, ossia Verona e
Padova, per 3.555 posti letto. Per ogni posto letto ci sono 2,98 operatori
sanitari (2,82), e il rapporto tra infermieri e medici è di 2,57
(2,35). Nelle 57 strutture venete gestite dalle Asl, va peggio: ci sono 2,22
persone per posto letto (2,36). Ma qual è l'ospedale veneto che ha tre
persone dedicate ad un posto letto? (Cristina Chinello).
Nella relazione del ministro Nicolais al parlamento i dati sulle
collaborazioni nel 2005 I costi? In media, un consulente esterno alla
pubblica amministrazione stacca una fattura di circa 5 mila euro per fare in
larghissima parte quello che viene genericamente classificato come
"altre attività" e poi, in via residuale, per
attività connesse a vertenze legali, studi di mercato, collaudi e
opere di architettura. è quanto si può ricavare dalla lettura
dei dati contenuti nella relazione sugli "incarichi conferiti a pubblici
dipendenti e a consulenti e collaboratori esterni", riferita all'anno
2005, che il ministro della funzione pubblica, Luigi Nicolais, ha di recente
presentato in parlamento. I dati del 2005 contenuti nella relazione sono
tutti di segno negativo rispetto al 2004. Nel 2005 (secondo quanto è
stato comunicato alla funzione pubblica da parte delle amministrazioni interessate
alla data del 20 novembre 2006) i consulenti cui sono stati conferiti
incarichi da parte di pubbliche amministrazioni ammontano a 156.541, in
diminuzione di 17.654 unità rispetto al dato riferito al 2004. Sullo
stesso trend, il numero complessivo degli incarichi affidati nel 2005, che ha
fatto registrare il totale di 234.512 (35.800 incarichi in meno rispetto al
2004). è curioso che dai numeri fin qui osservati a ogni singolo
consulente vengono affidati in media 1,50 incarichi. Su questo punto, la relazione
di Nicolais segnala che anche qui si tratta (positivamente) di un decremento:
al 31 novembre 2004 tale numero infatti si stabilizzava intorno a 1,55.
Comunque, il fatto che gli incarichi siano diminuiti "non garantisce una
reale diminuzione del fenomeno" in quanto "non è chiaro se
è frutto delle operazioni di sensibilizzazione a opera delle
istituzioni oppure se è il risultato del ritardo con il quale le
amministrazioni comunicano una parte degli incarichi conferiti". E sul
versante della spesa per il bilancio della p.a. stiamo parlando di grandi
numeri. Nel 2005 la p.a. ha pagato a soggetti esterni esattamente
1.218.724.554 milioni di euro, lo 0,1% in meno del totale 2004 (1.220.135.685
milioni di euro). A questo punto appare interessante sapere quale comparto
della pubblica amministrazione fa più ricorso a soggetti esterni. La
palma del vincitore va senza ombra di dubbio al comparto degli enti locali,
con i suoi 72.323 consulenti, che stacca, di gran lunga, il comparto scuola,
con i suoi 34.020 esterni. Seguono l'università (30.091), la
sanità (14.252), gli "altri comparti" con 8.699 e, infine,
il comparto ministeri, con 4.563 collaboratori esterni. Che cosa fa questa
pletora di consulenti esterni? La relazione ci dice che per il 69,3% svolge
"altre attività", e siccome con questa tipologia si accomuna
un insieme così vasto, il ministro Nicolais afferma che è in
corso un'attenta analisi sugli incarichi "al fine di rivedere e
individuare un elenco di tipologie comprendente le attività più
ricorrenti affidate dalle p.a.".
E' questa la soluzione prospettata in Conferenza di Capigruppo
ed esplicitata dal presidente del Consiglio comunale di Modena, Ennio
Cottafavi, a seguito dell'episodio di lunedì in cui si è
verificata la sospensione dei lavori consiliari a causa della mancanza del
numero legale (21 su 40 consiglieri). La scelta ha raccolto consensi trasversali
tra gli schieramenti. Voce fuori dal coro è quella di Mauro
Manfredini, consigliere della Lega Nord, che ribadisce la propria
volontà di raccogliere firme con una petizione popolare a sostegno del
proprio ordine del giorno di modifica del regolamento, che prevede la
riduzione del 50% del gettone di presenza ai consiglieri ritardatari. A
motivare la scelta di Consigli comunali ad hoc il fatto che gli odg soffrono
dello svantaggio di "venir trattati dopo gli atti deliberativi",
interrogazioni e interpellanze, "in aggiunta alla possibilità di
trattarli ogni qualvolta se ne presenta l'opportunità- dichiara
Cottafavi - si è perciò ritenuto in Conferenza di Capigruppo di
convocare alcuni Consigli Comunali ad hoc per poter discutere in maniera
dedicata solo gli rdini del giorno presentati dai vari consiglieri". Si
dice fiducioso, il presidente del Consiglio comunale, intervenuto su quanto
accaduto lunedì: "Non risponde a verità che il numero
legale sia stato fatto mancare a causa del fatto che l'assessore Orlando non
fosse preparato - arringa Cottafavi- tant'è che l'assessore è
intervenuto nel dibattito fornendo le informazioni necessarie affinchè
il Consiglio potesse assumere le decisioni conseguenti". Altri rilevano
che in realtà fosse il gruppo Ds non pronto ad affrontare l'argomento.
Per nulla convinto Manfredini: "Quello che è successo ieri in
Consiglio non è altro che la dimostrazione di quanto denunciato-
afferma-. I politici dovrebbero impegnarsi per snellire e ridurre tempi e
costi della politica e quello che sta accadendo a Modena è
inammissibile. Fare più consigli o consigli ad hoc non serve a
risolvere il problema: bisogna invece cambiare l'usanza dei
consiglieri". Quello dell'esponente del Carroccio è un vero e
proprio no a sedute aggiuntive in un periodo come questo in cui si discute
tanto di costi della politica. Se i consigli riservati agli odg rientrano nei
normali lavori, invece, Manfredini non esclude che se ne possa trarre
vantaggio. Il consigliere della Lega, comunque, non cambia la propria rotta:
da questo fine settimana sarà in centro a Modena per la raccolta di
firme. "In Conferenza dei Capigruppo ho avuto la netta impressione che
la mia richiesta verrà bocciata- afferma-. Invito pertanto tutti i
modenesi stanchi di una politica lenta e troppo spesso inconcludente, oltre
che eccessivamente costosa, al banchetto che verrà allestito nel
prossimo fine settimana al Portico del Collegio, in via Emilia".
Italia
Oggi 19-9-2007 Ora l'On. vuole pure il lampeggiante Nuove richieste nel
dibattito sul taglio ai costi della politica Altro che taglio ai costi della
politica di Claudia Morelli e Alessandra Ricciardi
I deputati si lamentano
dei ritardi e delle inefficienze del servizio di trasporto con le auto blu..
Alla camera si discute di auto blu e non per ridurle, ma per metterci pure un
lampeggiante che ne faciliti lo scorrimento nel traffico. Già, perché,
senza, l'onorevole rischia di rimanere bloccato tra le strade di Roma quando
invece, magari, ci sono leggi importanti da votare in parlamento. La discussione
sul servizio di auto blu è andata in scena tra i componenti
dell'ufficio di presidenza della camera. Chiamati a discutere, e ad
approvare, su proposta del collegio dei questori, il trasferimento di 12
coordinatori e tecnici del reparto autorimessa ad altra area. Una vera
riqualificazione professionale, quella che interessa 12 sui 34 addetti del
parco macchine di Montecitorio (tutti gli altri autisti sono esterni alla
camera), visto che saranno inquadrati nei ruoli degli assistenti
parlamentari. La selezione sarà fatta tenendo conto delle condizioni
di salute degli interessati, che ne potrebbero limitare la piena
funzionalità al reparto autorimessa, ma sopra tutto della loro
naturale "attitudine". I trasferiti saranno individuati da
un'apposita commissione, da istituirsi in seno alla camera, che
assumerà informazioni sull'attività prestata da ogni singolo
dipendente dal competente capo servizio. Un colloquio con il candidato, poi,
sarà la prova decisiva per il passaggio. Ma l'operazione, che
dovrà essere realizzata entro il 30 giugno 2008, finirà
inevitabilmente per sguarnire i ruoli degli autisti, già oggi
giudicati sottorganico rispetto alle esigenze di servizio dei deputati, si
sono lamentati gli onorevoli. E così nell'ufficio di presidenza di
Fausto Bertinotti si parla già di nuove assunzioni. L'argomento auto
blu è del resto molto sentito, tra i deputati. Antonio Mazzocchi (An)
si lamenta delle troppe assenze del personale in servizio, gli fa eco il
collega Teodoro Buontempo che chiede un aumento dell'organico: visto che
"le poche unità di personale che svolgono le mansioni di autista
debbono sopperire a molteplici richieste di erogazione del servizio". E
poi c'è il problema del traffico. Per rispondere a pieno "alle
esigenze di celerità connesse a motivi istituzionali", Buontempo
e la Valentina Aprea (Fi) concordano sulla necessità di dotare tutte
le autovetture della camera di "dispositivi di riconoscimento".
Insomma, con un bel lampeggiante si va molto più veloci. Alla tavola
dei deputati, invece, il risparmio è servito. La camera
risparmierà circa 3milioni e700mila euro con il progetto che prevede
di affidare a una ditta esterna (Osama, la stessa che già opera al
senato), il ristorante degli onorevoli. Infatti, se nel 2006 il volume
è stato pari a 5milioni 232mila euro di spesa, a fronte di un costo
medio per pasto di 90 euro, con la esternalizzazione si prevede di spendere
appena un milione e 662mila euro. Si tratta di una prova, però, che
durerà 18 mesi. Solo dopo il collegio dei questori deciderà se ripassare
la palla agli uffici o indire una gara per l'appalto definitivo degli
onorevoli pasti. nel frattempo, però, sette cuochi e venticinque
addetti al servizio di ristoro dovranno trovare altra occupazione. Certo, il
salto dal fornello alle fotocopiatrici o al centralino sarà un po'
duro da digerire. Ma il collegio dei questori assicura che il reclutamento
per le nuove mansioni è avvenuto in piena condivisione: la selezione
ha puntato su chi ha manifestato la volontà di cambiare. E se poi i
deputati non saranno soddisfatti del nuovo servizio e così la gara non
verrà più indetta, tutto tornerà come prima, costi
compresi. Ma almeno si potrà dire che ci hanno provato.
In tutto questo tempo, la macchina dello Stato
non ha fatto altro che ingrandirsi, tramite nuove leggi, nuovi enti, maggiore
burocrazia, dilatando a dismisura i dipendenti pubblici e i relativi costi
amministrativi. Questo mostruoso meccanismo ha finito con l'ingoiare una
fetta sempre più grande della ricchezza prodotta a livello nazionale,
obbligando gli amministratori ad una crescente pressione fiscale. Non solo.
Ma quando il gettito fiscale non bastava a soddisfare esigenze di cassa, i
nostri politici non si sono fatti scrupoli e si sono indebitati, intaccando i
redditi della futura generazione. I politici amano ripetere "pagare
tutti per pagare meno". Ebbene, chiunque abbia memoria politica dal
dopoguerra, sa benissimo che ogni volta che il gettito fiscale è
aumentato, è aumentata la spesa dello Stato. Per contro, ogni volta
che il gettito fiscale è diminuito, invece di tirare la cinghia, i
nostri politici hanno aumentato i debiti. L'attuale governo non fa eccezione
alla regola. Di fronte ad un aumento del gettito fiscale, invece di diminuire
le tasse ha aumentato la spesa. Qualcuno potrà obiettare che l'aumento
delle pensioni di sopravvivenza è dovere morale e sociale. È
una vergogna che non si sia provveduto prima, ma in ossequio alla giustizia:
i diritti non si finanziano aumentando le tasse ma tagliando i privilegi. E
non vi è certo la necessità di elencare questi privilegi, che
sono sotto gli occhi di tutti, finanziati dal sangue e dal sudore della
povera gente, che paga allo Stato il 70% di tutto ciò che produce.
Ritengo amorale e vergognoso che lo Stato debba pagare stipendi e pensioni da
nababbi a personaggi che spesso non si limitano ad essere dei parassiti, ma
danneggiano gravemente la comunità. Senza dimenticare quanto sono
costate e continuano a costare le pensioni anticipate, privilegio esclusivo
dei dipendenti pubblici. Senza contare la marea di posti di lavoro inutili,
che i politici hanno creato per soddisfare le loro esigenze di clientelismo,
intollerabile zavorra per il nostro sistema sociale. Sarebbe ora che lo Stato
smettesse di dare soldi ai ricchi, di creare posti di lavoro inutili, ipotecando
i guadagni delle prossime generazioni. Sarebbe ora di smettere di considerare
la pensione come un diritto acquisito, sarebbe ora di considerarla un
semplice assegno di sopravvivenza uguale per tutti, elargito esclusivamente a
quei cittadini che non hanno reddito. Sarebbe ora di snellire questo Stato
elefantiaco, al fine di abbassare una pressione fiscale intollerabile. Si sa
che i cambiamenti epocali non si possono fare in un solo giorno, e nemmeno in
una sola generazione. Basterebbe la volontà politica di cambiare
strada, di muoversi nella giusta direzione.
+ La Stampa 18-9-2007 Intervista Tiziano Treu
"Perché non si toccano i costi della politica?" ROBERTO GIOVANNINI
ROMA "Bisogna essere rigorosi, seri, ma
anche credibili rispetto alle cose che abbiamo promesso e alle aspettative
dei cittadini. Per questa Finanziaria bisogna certamente esercitare il
massimo rigore nei tagli alla spesa, ma dare un segnale tangibile e visibile
sulla riduzione delle tasse". Tiziano Treu, ex ministro del Lavoro e dei
Trasporti, esponente della Margherita è chiarissimo: sul Fisco il
governo deve agire, Subito. Treu, il ministro dell'Economia Padoa-Schioppa
lancia messaggi preoccupati. Soldi per la riduzione delle tasse ce ne sono
pochi... "Questa Finanziaria è un'occasione che non può
essere sprecata. E voglio essere chiaro: sono totalmente d'accordo con chi -
a cominciare da Padoa-Schioppa - chiede impegno esemplare sul fronte del
rigore. Per l'oggi e per il domani non possiamo adoperare per operazioni di
aumento della spesa pubblica i proventi dell'extragettito, che sono una
risorsa strutturale ma limitata. Nuovi impegni di spesa possono essere
finanziati, certo, ma tagliando in altri punti, agendo sugli sprechi evidenti
- come le mille inutili Commissioni - ma anche con colpi di scure in punti
nevralgici dello Stato". Ovvero? "Io sono d'accordo con Eugenio
Scalfari: si può dimezzare il numero dei ministri, dare una
sforbiciata alla lista dei sottosegretari, riformare in modo forte alcuni
livelli di governo. Ad esempio, si possono subito eliminare le Province che
faranno parte delle aree metropolitane, oppure riunificare e riaggregare un
buon numero di Comuni. Sarebbero segnali forti e inequivocabili: per
razionalizzare e ridurre i costi della politica, ma anche per fare cassa.
Stesso discorso va fatto per il piano di ringiovanimento della pubblica
amministrazione pensato dal ministro Luigi Nicolais, che è importante.
C'è già un turnover naturale significativo tra i lavoratori
pubblici, l'idea di accrescerlo è positiva. Naturalmente bisogna
vedere come e dove". Dunque, il suo è un "no" a un
allentamento del rigore. "Ci mancherebbe altro. Io dico che dobbiamo
avere le carte in piena regola sul fronte del rigore. Dopodiché...".
Dopodiché? "... il centrosinistra ha fatto delle promesse ben precise.
Dobbiamo dare un segnale sulle tasse, altrimenti non siamo più
credibili di fronte agli elettori. Il Parlamento, a larghissima maggioranza,
ha dato una indicazione molto precisa sulla riduzione dell'Ici, indicazione
che va mantenuta e rispettata. Del resto, è scritto esplicitamente nel
Dpef, e dunque vale per il Parlamento ma anche per il ministro dell'Economia
Tommaso Padoa-Schioppa: le risorse dell'extragettito fiscale devono essere
utilizzate direttamente per ridurre la pressione fiscale. Agendo sull'Ici, a
favore delle imprese, dando un segnale sulle imposte personali sul reddito
iniziando dai più poveri, i cosiddetti "incapienti"".
Altrimenti, par di capire, sarà lo stesso governo a correre rischi. "Dobbiamo
essere seri. Essere in grado di tagliare la spesa inutile o errata, e
rispettare le promesse di alleggerimento del prelievo fiscale. Lo ha detto
molto bene Walter Veltroni a Padova, ai lavoratori autonomi e agli
imprenditori veneti: bisogna passare dalla vecchia nozione del "pagare
tutti per pagare meno" al "pagare meno per pagare tutti". Che
vuol dire cominciare ad alleggerire il contribuente nel momento in cui si fa
anche una seria lotta all'evasione".
+ Libero 18-9-2007 Una nuova fondazione con
poltrone per gli amici di NATALIA ALBENSI
Veltroni fa il bis, come ogni vero artista. E
spunta la Fondazione Cinema per Roma, moltiplicatore di notorietà, di
fondi e di poltrone. Quasi 6 milioni di euro all'anno. Nonostante la sua
campagna elettorale alla segreteria del Partito democratico punti molto sulla
riduzione dei costi della politica, agli amici Walter non nega mai nulla.
Figuriamoci poi quando si tratta di camminare su un tappeto rosso, quello
della Festa del cinema, vecchia passione. Così, dopo la Fondazione
Musica per Roma, che gestisce l'Auditorium Parco della Musica con a capo
Gianni Borgna, ex assessore alla Cultura, si fa il bis con la Fondazione
Cinema per Roma, presieduta dal senatore Ds Goffredo Bettini, che prima
ancora era al posto di Borgna. E poi, arrivano i soldi. Nell'atto costitutivo
della Fondazione le risorse disponibili indicate sono di 5,8 milioni di euro
all'anno. Ovviamente, in quanto ente di diritto privato, senza i controlli
riservati alla spesa pubblica. La Provincia di Roma ci mette 1 milione di euro,
la Camera di Commercio un milione e 800mila, la Regione 1 milione e mezzo e
lo stesso vale per il Comune. Ieri infatti è arrivata la delibera che
prevede una variazione di Bilancio per accedere ai fondi e aderire
all'iniziativa. Immediata la reazione dell'opposizione. "Ci viene
chiesto di votare per l'adesione del Comune alla fondazione "Cinema per
Roma"", hanno esordito Marco Marsilio e Dino Gasperini,
rispettivamente capogruppi di An e Udc, "ma non si capisce perchè
Veltroni e Bettini abbiano dovuto creare una nuova fondazione, dal momento
che il successo della prima edizione della Festa del Cinema era stato
garantito dalla gestione della fondazione "Musica per Roma".
Nessuno sentiva pertanto il bisogno di farne un'altra, aggiungendo ulteriori
spese per l'ennesimo presidente e l'ennesimo consiglio di amministra
stipendiati dal Comune". "È un modo di procedere
arrogante", sottolinea Marsilio, "che dimostra un'interpretazione
padronale del Comune di Roma: infatti, contrariamente a quanto previsto dallo
Statuto, al Consiglio non è mai stato chiesto parere sulla
costituzione della Fondazione, mentre ora ci chiedono di ratificare quanto
è stato già deciso". "Inoltre", aggiunge
Gasperini, "non è possibile che alla guida ci sia un uomo di
partito: la Fondazione è presieduta da un regista, ma non
cinematografico, il regista dell'ascesa di Veltroni a leader del Partito
democratico, nonché senatore Ds. Il che stride con la proposta di Veltroni di
allontanare la politica dalla Rai". Nel frattempo, il contributo di Gasbarra
è già arrivato: una delibera votata in estate ha impegnato la
Provincia per tre anni e tre milioni di euro. Non senza conseguenze, come
sottolinea il consigliere di Forza Italia Andrea Napoleoni: "Sono stati
sacrificati sull'altare di Veltroni e Gasbarra centinaia di piccole
associazioni che sopravvivono a stento dopo i tagli inferti a beneficio della
Fondazione Cinema". Foto: SOLDI PUBBLICI La fondazione è
finanziata tra gli altri da Comune, Regione e Provincia hanno stanziato
rispettivamente un milione 800mila, un milione 500mila e un milione di euro
Salvo per uso personale è vietato qualunque tipo di riproduzione delle
notizie senza autorizzazione.
+ Corriere Alto Adige 18-9-2007 I COSTI
DELLA POLITICA L'OFFENSIVA DEGLI AMBIENTALISTI "Pensioni dei
consiglieri, basta privilegi" Proposta dei Verdi in Regione. Dello
Sbarba: stop alla cumulabilità
BOLZANO - è giusto che un consigliere
regionale con alle spalle una sola legislatura abbia diritto a una pensione
vitalizia di 2196 euro al mese? è giusto, cioè, che con cinque
anni di lavoro si possa ricevere una pensione che la grande maggioranza dei
lavoratori non mette insieme neppure con 20,25 o 30 anni di lavoro? Secondo
il gruppo dei Verdi in consiglio regionale non è giusto anzi, è
un privilegio scandaloso che deve finire, subito. Per questo hanno presentato
un disegno di legge regionale che prevede l'abolizione della pensione dei
consiglieri regionali. Il disegno di legge riguarda anche i consiglieri
regionali attualmente in carica e vieta la cumulabilità della
pensione. In pratica nega la pensione come consigliere regionale a tutti
coloro che ne percepiscono un'altra, cioè a tutti quelli che hanno un
altro lavoro. Una categoria della quale fanno parte tutti i consiglieri, dal
momento che la politica non è un lavoro, o non dovrebbe esserlo.
"Non dimentichiamo - precisa Dello Sbarba - che, soprattutto ai
consiglieri di maggioranza dopo l'attività in consiglio viene
garantita la presenza nel consiglio di amministrazione di qualche azienda a
partecipazione pubblica. Spesso questi incarichi vengono pagati centinaia di
migliaia di euro. La nostra proposta dimezzerebbe subito i costi della
politica". Sono 125 gli ex consiglieri regionali che beneficiano di
questa pensione. I 30 consiglieri che hanno alle spalle una legislatura
prendono una pensione mensile di 2196 euro. Coloro che ne hanno fatte due
sono 36 e hanno 3690 euro al mese. I 34 con alle spalle 15 anni da
consigliere regionale ricevono un assegno mensile di 5168 euro. Infine i 25
che hanno fatto quattro legislature, o più, ricevono un assegno di
6637 euro. Per tutti la pensione è reversibile e cumulabile e scatta
al sessantacinquesimo anno di età. Il disegno di legge regionale
è stato presentato ieri dai consiglieri Verdi Riccardo Dello Sbarba,
Cristina Kury e Hans Heiss: "Nel 2006 - ha spiegato Dello Sbarba - la
spesa per le pensioni dei consiglieri regionali è di 11.100.186 euro,
tanto quanto si spende per gli stipendi dei consiglieri. Nel 2007 ci
sarà il sorpasso. Secondo il bilancio di previsione infatti per le
pensioni si spenderanno 13,5 milioni mentre per gli stipendi 12,7. Questo
disegno di legge regionale è il primo di una serie di atti che mirano
a ridurre i costi della politica, un'esigenza che la politica sente propria a
tutti i livelli da tempo, come prevede l'accordo che Comuni, Provincie e
Regioni hanno sottoscritto con il governo lo scorso maggio. In base a questo
accordo il governo ha ridotto lo stipendio dei ministri e i presidenti di
Camera e Senato hanno ridotto le auto blu, tanto per fare un esempio".
"Cogliamo l'occasione anche per chiedere che il consiglio regionale
lavori - attacca Dello Sbarba - e non faccia come negli ultimi mesi, nei
quali tutto quello che ha fatto è stato incontrare un inviato del Tibet,
Luciano Violante o i rappresentanti della Valle D'Aosta. Il consiglio
regionale ha delle competenze. Vogliamo che se ne occupi". La risposta
del presidente della Provincia Luis Durnwalder: "Sono d'accordo a
prendere provvedimenti di questo genere, ma solo dopo che Roma ha dato
l'esempio - dice - in queste cose bisogna iniziare dall'alto e poi scendere.
Se si inizia dal basso, in alto non si arriva mai. E poi credo che coloro che
hanno fatto la proposta siano i primi a sperare che non venga
accettata". Damiano Vezzosi 125 CASI Sono gli ex consiglieri regionali
che beneficiano di una pensione legata ad "almeno una legislatura"
13,5 MILIONI La spesa nel bilancio di previsione regionale per le pensioni
dei consiglieri Per gli stipendi sono 12,7 milioni
Il Manifesto 17-9-2007 Per ridurre "i
costi della politica", il principio di minima partecipazione Francesco
R. Frieri - Giovanni Allegretti
Il Consiglio dei ministri ha appena
approvato un disegno di legge per tagliare i "costi della politica".
Il provvedimento propone una diminuzione tra il 20 e il 30% di giunte e
consigli di ogni livello, una sensibile riduzione dei parlamentari e un quasi
dimezzamento del governo. Cui si somma un'ulteriore riduzione dei consigli di
amministrazione delle società partecipate dal settore pubblico, il
divieto per le stesse di trasferire denaro agli enti controllanti o a partiti
politici, e una stretta sulla pletora di consulenti a supporto dei vari
organi. Beppe Grillo rincara la dose e mette in moto un movimento. Sovviene
un pensiero di Voltaire: "nessuno aveva nulla da obiettare sui privilegi
dei nobili in Francia fin quando essi assicuravano un governo alla
nazione". Seguendo tale chiave di lettura, potremmo chiederci se i
privilegiati di cui si colpiscono le "carrozze blu" abbiano smesso
di assicurare un governo alla nazione. Autorevoli studi dimostrano come
ciò sia avvenuto dagli anni '80 per il parlamento e dagli anni '90 per
gli enti locali. Aule di eletti che spesso lamentano svuotamenti di potere.
Ma a chi è stato ceduto il potere che i rappresentanti lamentano di
non avere piu'? La risposta sta nella stessa dichiarazione del ministro
Santagata, quando (subito dopo gli organi della democrazia rappresentativa)
individua gli ulteriori bersagli dei tagli nei consigli di amministrazione di
società di diritto privato, nonché consulenti e tecnici. Credendo
nell'attualità di Voltaire, parrebbe che non solo la democrazia
rappresentativa non abbia assicurato un governo, ma anche che abbia delegato
una parte non piccola delle sue funzioni, delle sue inefficienze e dei suoi
privilegi a soggetti non eletti dai cittadini. Del resto, anche la recente
proposta referendaria è inquadrabile in un contesto di sfiducia verso
una capacità di riforma della classe politica. La crisi della democrazia
rappresentativa non riguarda solo l'Italia. Da tempo molte città nei
due emisferi del pianeta si misurano con teorie ed esperienze di democrazia
partecipativa proprio per tentare di invertire il segno delle trasformazioni.
Laddove diritti e doveri di cittadinanza sono concepiti in stretta relazione
con il volume della spesa pubblica e la dimensione del welfare state, i
tentativi di innovare la democrazia avvicinando agli abitanti il governo
della cosa pubblica sono nati prima dove la cittadinanza era debole, poi si
sono diffusi dove essa era in decadenza. A tal punto che perfino il
prematuramente defunto "trattato costituzionale europeo" prevedeva,
accanto a un articolo che declamava il fondamento della democrazia
rappresentativa, un secondo articolo dedicato alla democrazia partecipativa.
I Bilanci Partecipativi sono oggi uno strumento diffuso in oltre 1200
città dove co-responsabilizzazione civica, ravvivamento della fiducia
nelle istituzioni e problemi della spesa pubblica vengono affrontati insieme.
Si potrebbe coniare un principio di minima partecipazione immaginando che la
dimensione possibile di ogni livello di governo sia legata alla dimensione
della partecipazione dal basso. Ad esempio, invece di sopprimere le
circoscrizioni, si potrebbe disporre che la presenza di ogni circoscrizione
debba essere legittimata dalla partecipazione di almeno un certo numero di
abitanti a processi pubblici di scelta, e definirne il numero in rapporto
alla popolazione del rispettivo territorio. Dopodiché, se si volesse
contrarre il numero dei consiglieri comunali, si potrebbe dire che, dato un
livello minimo di membri, eventuali estensioni debbano essere legittimate
dalla partecipazione di un certo numero di cittadini (da individuare come in
precedenza). Per le province sarà lo stesso, potendo disporre della
facoltà di estendere la dimensione dei propri organi di governo in
relazione alla partecipazione nei comuni del territorio. E così via
fino alle regioni. Tutti i livelli di governo decentrati, per riappropriarsi
dei privilegi tagliati, dovranno recuperare pubblicamente il proprio ruolo,
innovando e governando assieme ai cittadini fino, forse, a non cercare
più nemmeno i privilegi di prima. Se i tagli proposti dal governo
permettessero di recuperare 500 milioni di euro, perché la spesa possa
tornare ad espandersi al livello originario - secondo il suddetto principio
di minima partecipazione - sarebbe necessaria la parecipazione di milioni di
cittadini, che (in tal caso) mai legittimerebbero una ripresa dei costi
della politica. Un ultimo attacco ai governi decentrati avviene sotto
forma di erosione delle basi imponibili degli enti locali: Ici scontata agli
enti ecclesiastici, alle onlus, alle famiglie numerose, e poi una generica
riduzione uguale per tutti, abitazioni di pregio e case popolari. Ma anche
provvedimenti che hanno colpito l'imposta sulla pubblicità,
finanziarie che hanno inibito l'uso delle addizionali Irpef. Tutti questi
provvedimenti segnano la competizione del governo centrale con quelli locali,
dove il primo limita le fonti di prelievo fiscale dei secondi finendo per
contribuire alla demolizione della politica locale. Nei paesi
scandinavi sovente i governi locali hanno come fonte di finanziamento
le imposte sulle persone fisiche. Da noi, si invitano i Comuni a pianificare
la cementificazione del proprio territorio per aumentare i proventi derivanti
da Ici e oneri di urbanizzazione per poter mantenere un minimo di servizi
alla persona. Supponiamo si giudichi eccessiva la pressione fiscale dei
livelli locali, il principio di minima partecipazione potrebbe essere
applicato anche in questo caso. La norma potrebbe così recitare: le
aliquote delle imposte locali possono essere ampliate del 10% se partecipa
almeno un certo numero di cittadini a progetti di destinazione delle stesse
risorse. In generale, dati "n" livelli di governo, ognuno di essi
può vedere accresciuto un margine di autonomia quanto più
riesce a generare consenso coi cittadini o con i livelli di governo
inferiori. Un principio romantico, ma molto concreto che, una volta tradotto
in norma, potrebbe garantirebbe autonomia, responsabilità diffusa, ma
soprattutto governi democratici nei territori. Nonché una rinnovata fiducia
dei cittadini nella politica. Può valere la pena tentare?.
Per capire quanto costano i voli di Stato bisogna affidarsi a un lancio di
agenzia di ieri sera che riporta una stima attribuita a «fonti della
Presidenza del Consiglio». Nel 2007 lo stanziamento complessivo per gli aerei
blu sarà di 28 milioni di euro. Cifra che Palazzo Chigi usa per
dimostrare quanto l’attuale gestione sia più oculata rispetto alla
precedente. I 28 milioni sono «il 40 per cento in meno rispetto a quanto
spendeva il governo Berlusconi: 52 milioni di euro nel 2004, 51 milioni di
euro nel 2005». Informazioni dettagliate, questa volta ufficiali, anche sul
«taglio» delle ore di volo programmato dall’esecutivo di centrosinistra:
«Nell’anno 2006 di oltre il 35 per cento. Un ulteriore calo è stata
effettuato nel corso del 2007 che porterà a una riduzione complessiva
di circa il 45 per cento rispetto all’anno 2005».
La faccenda si complica quando si tratta di capire a quanto ammontino quelle
ore di volo che sono state ridotte. E non trova riscontro nemmeno la
richiesta di precisazioni sullo stanziamento complessivo che la
collettività si è accollata per far volare gli aerei blu. Ad
esempio sul perché si riportino solo le previsioni per l’anno in corso e non
le risorse effettivamente spese nel 2006, che dovrebbero essere certe.
Una stima di quanto costi trasportare i ministri la riporta L’espresso ed
è basata sulle ore di volo complessive dell’intera flotta di Stato,
dato del 2005: 37 al giorno in media, per una spesa quotidiana di 179.452
euro. Che significa più di 65 milioni di euro all’anno, più di
quanto dichiarato dalle fonti vicine al premier.
Trasparenza su questo tema in realtà non c’e mai stata; un po’ perché
i bilanci delle amministrazioni pubbliche italiane non sono scritti per
essere capiti. E poi perché è prassi comune che certe spese, magari
giuste ma considerate imbarazzanti dalla classe politica e dalle burocrazie,
finiscano polverizzate in mille rivoli, divise tra diverse amministrazione o
incluse in voci insospettabili dei documenti ufficiali. È il caso
delle famose auto blu.
L’ultimo è
stato Gianni Alemanno. Dieci mesi fa si è aggiudicato un
primo piano dell’Inail da 140
metri quadri in una via silenziosa dei Parioli per 533
mila euro, metà del valore di mercato. L’ex ministro precisa: «Senza
sconti e grazie a un acquisto in blocco con gli altri inquilini». Da tre anni
il numero due di An però vive alla Balduina, nell’attico di un privato
al quale paga 2 mila e 600 euro al mese. Sembra tanto, ma l’appartamento
è davvero splendido. L’attico gemello è stato affittato da poco
a 4 mila e 500 euro.
E l’appartamento ai Parioli? Sul citofono c’è ancora il cognome del
politico, ma dal maggio scorso la casa è affittata. Il ministro della
Pubblica istruzione della Margherita Giuseppe Fioroni si
è accontentato invece di un mini appartamento a un prezzo mini: 94
mila euro per tre stanze sulla Cassia. Fioroni ha comprato nel 2003 da
Enasarco, Confcommercio, insieme agli altri inquilini.
Anche il deputato di Forza Italia Ferdinando Adornato ha
puntato sul piccolo taglio. Nel 2004 ha messo a segno un affare con Pirelli
comprando un seminterrato che guarda (dal basso) una piazzetta incantevole di
San Saba. Adornato e il figlio hanno pagato questa casa ex Ina 165
mila euro. Un buon prezzo che impallidisce di fronte all’affarone del
deputato di An Giuseppe Scalia: un quinto piano dell’Inps in via
Crescenzio, nel centro di Roma, per 295 mila euro.
Nello stesso stabile Marie Christine Davanzo, convivente del presidente
dell’Abruzzo Ottaviano Del Turco, ha comprato per 260 mila euro un primo
piano da sette vani catastali. «Io non c’entro. Quando l’ho conosciuta era
già inquilina», precisa Del Turco. Lui allora viveva in un altro
appartamento dell’Inps, in via Piave. Ora ci abita la sua ex compagna che
aspetta di comprare con lo sconto.
In via Crescenzio abitano anche il nipote di Andreotti, Luca Danese, e il
deputato di Forza Italia, Sabatino Aracu. Non hanno ancora comprato perché
pretendono lo sconto e hanno fatto ricorso al Tar. Non accettano che le loro
dimore da 300 metri
siano classificate “di pregio”. «Anni fa ho partecipato a un bando per
l’affitto e ho vinto offrendo una cifra spropositata: 11 milioni di lire»,
spiega Aracu.
Il suo investimento, comunque vada al Tar, sarà ripagato. A cento
metri di lì, in via Visconti, si annida un’altra pattuglia di vip.
Oltre a Francesco Cossiga e a suo figlio Giuseppe, ha comprato da
Initium (società di Generali e Lehman che ha rilevato il patrimonio
Assitalia) anche l’ex capo di gabinetto di Cossiga, Alfredo Masala: 407 mila
euro per tre camere. Suoi vicini sono il direttore del Tg regionale Rai
Angela Buttiglione e il vicedirettore del Tg5 Alessandro Banfi: per lui 905
mila euro per un quinto piano da cinque camere.
Prezzi buoni ma non stracciati come quelli degli enti pubblici. Il record
spetta al deputato Udeur Paolo Affronti: quattro vani all’Aurelio per 73 mila
euro, meno di un box. Al sottosegretario alla Difesa Marco Verzaschi, Udeur,
vanno due case all’Eur. La più grande si trova nella strada dello
shopping chic del quartiere: viale Europa. È costata 212 mila euro, ma
ne vale almeno il triplo.
2 - LE SCHEDE…
Gianni Alemanno
ex ministro dell’Agricoltura, deputato di An.
Via Majoli - Parioli
Compra da Scip un primo piano ex Inail di 7 vani catastali più
cantina.
533 mila euro
Anno 2006
stima zona 2006
5400/7100 euro mq
Angela Buttiglione
Direttore Tg regionale Rai
Via Visconti - Prati
Compra con il marito da Initium (Generali e Lehman) un primo piano, ex Ina,
da 10 vani catastali, con salone, 4 camere più cameretta, 2 bagni e
cucina, terrazza e balcone
787 mila euro
Anno 2004
stima zona 2006
4.800/6.600 euro mq
Paolo Affronti
Deputato Udeur
Via Nais - Aurelio
Compra da Scip (ex Inpdai) un sesto piano di quattro vani catastali
più soffitta.
73 mila euro
Anno 2005
stima zona 2006
3.100/4.100 mq
Maria Cordova
Procuratore Aggiunto di Roma
Zona Balduina
Compra da Scip (ex Inpdai) un quinto piano da sei vani catastali con cantina.
483 milioni di lire (250 mila euro)
Anno 2000
stima zona 2006
4.200/5.500 euro mq
Giuseppe Scalia
deputato di An
Via Crescenzio - Prati
Compra da Scip (ex Inps) un appartamento al quinto piano di 5 vani catastali.
295 mila euro
Anno 2006
stima zona 2006
4.800/6.600 euro mq
Ferdinando Adornato
ex presidente commissione Cultura della Camera, deputato Forza Italia
via Giovanni Miani - San Saba
Compra con il figlio Luca da Auriga (Pirelli) un appartamento al piano
seminterrato da 3,5 vani catastali
153 mila euro
Anno 2004
stima zona 2006
4.800/6.400 euro mq
Marco Verbaschi
sottosegretario alla Difesa Udeur
viale Europa e via Solario - Eur
Compra due appartamenti all’Eur da Scip, ex Inps. Il primo nel 2002 in viale Europa al
quarto piano, 4 camere, cameretta due bagni, balconi e cucina. Il secondo nel
2004 in
via Solario, 4 vani catastali più box.
212.800 euro
stima zona 2006
4.200/5.500 mq
Giuseppe Fioroni
ministro della Pubblica Istruzione.
via Tomba di Nerone (zona Cassia)
Compra da Enasarco, l’ente previdenziale di Confcommercio, un appartamento di
3,5 vani catastali più cantina e posto auto.
94 mila euro
stima zona 2006
2600/3700 mq
Alfredo Masala
ex capo gabinetto del presidente Francesco Cossiga
via Visconti - zona Prati
Compra da Initium (come il presidente e suo figlio) un terzo piano di 3
camere e doppi servizi più soffitta.
407 mila euro
Anno 2004
stima zona 2006
4.800/6.600 mq
BOLZANO. L'estate del dibattito sulla
"casta" politica sta per finire, ma la discussione sulle spese
della classe dirigente è ancora aperta. Domenica scorsa oltre mille
persone hanno partecipato alla raccolta firme per la proposta di legge di
iniziativa popolare proposta da Beppe Grillo. In coda c'era anche il
presidente del consiglio provinciale, Riccardo Dello Sbarba, che nella
riunione dei capigruppo affronterà il tema dei costi della politica.
Ma quanto costa la politica altoatesina? Ed è possibile fare economia?
I cittadini possono trovare alcune risposte alla prima domanda consultando il
sito www.parlamentiregionali.it, dov'è pubblicato un rapporto di
sintesi e confronto in merito al trattamento economico dei consiglieri
regionali in Italia. I consiglieri in Alto Adige ricevono un'indennità
netta di 3.287 euro al mese, a cui bisogna aggiungere altri 3.326 euro di
rimborsi ai quali vanno sottratti centocinquanta euro per ogni seduta
saltata. Insomma, senza fare assenze un semplice consigliere altoatesino o
trentino può guadagnare al massimo 6.613 euro. La cifra rientra nella
media nazionale. In Friuli Venezia Giulia, regione a statuto speciale, un
consigliere regionale riceve un netto fisso di 4.416 euro, mentre i rimborsi
oscillano da un minimo di 943 a tetto massimo di 3.259 euro. All'estremo
opposto ci sono i politici pugliesi: 6.799 euro il fisso, più 7.030
euro - senza minimi e massimi - per i rimborsi. In provincia di Bolzano ci
sono 35 consiglieri, uno ogni 13.782 abitanti, in Friuli 60, uno ogni 20mila
cittadini. Le cifre si alzano per il presidente del consiglio e il suo vice
che, nella nostra provincia, guadagnano rispettivamente 7.180 e 5.233, a cui
bisogna sommare i 3.326 euro di rimborsi. Totale? 10.500 e 8.559. Non sono
cifre paragonabili a quelle del presidente del consiglio regionale pugliese
(6.799 fisso, un massimo di 12mila euro di rimborsi), ma superano quelle del
collega friulano (7.552 euro più 500 euro per le spese)."Abbiamo
la possibilità di intevenire sui costi delle istituzioni - dice Dello
Sbarba - ci viene chiesto di farlo e possiamo eliminare gli sprechi senza
intaccare il buon funzionamento democratico". Le indennità dei
consiglieri provinciali vengono pagate con i soldi del bilancio del consiglio
regionale, pari a 23 milioni di euro. Il consiglio provinciale ha invece a
disposizione un bilancio di sette milioni. Il 44 per cento di questa cifra
è dedicata al personale di servizio. Si tratta, in sostanza, del triplo
rispetto al Friuli (15%), ma il rapporto pubblicato dal sito evidenzia che
l'alta percentuale altoatesina dipende dal fatto che il bilancio del
Consiglio non comprende le spese per le retribuzioni dei consiglieri.
Il Tirreno 12-9-2007 Pisa Consorzio di
bonifica, quanti soldi buttati Le elezioni costano più di 100mila euro
ma a votare non ci va quasi nessuno Tra un mese saranno chiamati alle urne
108mila cittadini, due anni fa l'affluenza fu del 2.5%. Chiara Sillicani.
PISA. Gli italiani non ce la fanno più:
la politica costa troppo. Lo dicono in mille modi: disertando le urne,
plaudendo al vaffa di Grillo, abbracciando il qualunquismo. A Pisa l'emblema
dei costi della politica è diventato il consorzio di bonifica
"Ufficio dei fiumi e dei fossi" contro cui si scagliano partiti e
cittadini. Lunedì ne ha chiesto l'abolizione lo Sdi, ieri mattina ha
seguito l'esempio Rifondazione comunista. è il costo della democrazia,
di parlamenti e parlamentini. Come dire, hai la libertà di esprimerti
e paghi lo scotto. Ma centomila euro per eleggere il consiglio del Consorzio
bonifica sono davvero troppi. Il 6 e il 7 ottobre, infatti, 108mila persone
saranno chiamate alle urne per scegliere diciotto consiglieri dell'ufficio
fiumi e fossi che si occupa della difesa idraulica del territorio. Saranno
allestiti i seggi, sei solo a Pisa e la macchina elettorale si metterà
in moto. A costi elevatissimi, si supereranno i 100mila euro e si potrebbero
raggiungere i 110mila. Del resto, come risparmiare? Gli elettori sono tanti perché
hanno diritto al voto tutti quelli che pagano il canone consortile. Ma
c'è da scommettere che saranno davvero pochi quelli che il 6 ottobre
rinunceranno alla passeggiata del sabato pomeriggio per andare a votare i
consiglieri del consorzio. Due anni fa solo il 2,5% degli aventi diritto ha
votato. Poco più di duemila persone su oltre 100mila e non c'è
motivo di pensare che questa volta le cose andranno diversamente. Non solo:
le scorse elezioni sono state annullate dal Tar per irregolarità e il
consorzio è stato commissariato in attesa della nuova tornata
elettorale. Insomma, 200mila euro in due anni, solo per le elezioni. Eppure
quel consorzio lo mantengono proprio i cittadini con il contributo che
versano. Minimo 30 euro, massimo 300 a meno che non abbiano più case o
terreni, in tal caso i soldi da sborsare sono di più. Non c'è
dubbio che le schede da conteggiare a ottobre saranno due o tre migliaia e
non di più. Le altre sette o otto mila finiranno, ancora bianche, nel
cestino. Spreco di alberi e di soldi. E non finisce qui perché le elezioni
dei membri elettivi non sono l'unica spesa: c'è anche il mantenimento
di tutta la struttura. Un consiglio con 18 membri eletti e 17 nominati dalla
Provincia, una deputazione, un presidente e un vice presidente. Nelle casse
del consorzio, grazie ai contributi dei pisani entrano 6 milioni e 250mila
euro e il 25%, oltre un milione e mezzo di euro, se ne va per mantenere
l'ente, un po' meno quando arrivano i finanziamenti pubblici. Il presidente
si porta a casa 23mila 240 euro lordi l'anno che può cumulare a
guadagni di altre attività, al suo vice vanno quasi 11mila euro. I
consiglieri prendono un gettone presenza, circa 100 euro lordi a seduta. Ogni
seduta costa quindi ai contribuenti 3mila e 500 euro, 21mila l'anno. Nelle
spese sono inclusi anche i 34 dipendenti, che anche se non hanno stipendi da
favola, sono un costo. Ecco perché qualcuno vuole abolirlo. "Quello che
fa il consorzio è indispensabile - dice Andrea Pieroni, presidente
della provincia - non si tratta di sopprimere, ma di pensare a
riorganizzazioni e riaggregazioni delle funzioni".
Duecento milioni di euro. Tanto sono costati agli
italiani i partiti nel 2006. E la cifra si riferisce ai soli contributi per
il rimborso delle spese elettorali. Il conto sale a 226 milioni e spiccioli
se si sommano i fondi pubblici all’editoria di giornali e testate organi di
partito (con gruppo parlamentare) erogati nel 2004. In totale fanno 5,80 euro
per ogni votante, 3,80 per ogni italiano anche se non vota. Si tratta, seppur
in forma di rimborso, di una vera e propria “tassa per i partiti”. Alla
faccia del referendum del ’93 che ha detto no ai finanziamenti pubblici alle
forze politiche. È una gabella che non trova eguali nelle altre grandi
democrazie europee. In Francia il finanziamento pubblico dei partiti costa
73,4 milioni di euro (circa un terzo del nostro): 1,97 euro a votante. In Germania
(oltre 20 milioni di abitanti in più dell’Italia) i finanziamenti
pubblici alle forze politiche si fermano a 133 milioni, 2,8 euro per ogni
votante tedesco (meno della metà di quanto paga l’elettore italiano).
Per non parlare della Gran Bretagna, che per mantenere i propri partiti
spende solo 0,35 euro per votante.
Nel 2006 i partiti sono costati agli italiani,
solo di contributi per rimborso delle spese elettorali, 200 milioni di euro.
Questa somma sale a 226 milioni di euro e spiccioli se consideriamo anche i
fondi pubblici all’editoria di giornali e testate organi di partito (che
abbiano il gruppo parlamentare) erogati nel 2004. Fanno 5,80 euro per ogni
votante, 3,80 per ogni italiano anche se non vota. Si tratta, seppur in forma
di rimborso, di una vera e propria “tassa sui partiti” che non trova eguali,
per quel che riguarda i costi, nelle altre grandi democrazie europee. In
Francia, ad esempio, il finanziamento pubblico dei partiti costa 73,4 milioni
di euro (circa un terzo del nostro), 1,97 euro a votante che diventano 1,14
se si considerano tutti i cittadini francesi; in Germania, paese che ha oltre
20 milioni di abitanti in più dell’Italia, i soldi pubblici alle forze
politiche si fermano a 133 milioni di euro, 2,8 euro a testa per ogni votante
tedesco (meno della metà di quanto paga l’elettore italiano) che
diventano 1,61 se contiamo anche chi non vota. Per non parlare della Gran
Bretagna, modello di democrazia diversa da quelle europee continentali e
costruita sul Common Law, che per finanziare i propri partiti spende ventuno
volte meno dell’Italia: appena 9,3 milioni di euro, ovvero 0,35 euro per
votante che scendono a 0,15 se consideriamo tutti i cittadini britannici,
compresi quelli che non vanno alle urne.
Il paragone con le altre grandi democrazie
europee, oltre a rilevare una discrepanza tra ciò che accade in Italia
e quello che avviene in Francia, Gran Bretagna e Germania, è
interessante per almeno due ragioni. La prima: da noi, quando si parla di
sprechi e costi eccessivi della politica, la replica che arriva dal Palazzo
è che la democrazia ha un prezzo, i partiti sono necessari alla
democrazia e chi spulcia le spese è un qualunquista o fa della facile
demagogia. Domanda: come mai in Francia, Gran Bretagna e Germania, i partiti
prendono un sacco di soldi pubblici in meno rispetto al nostro Paese ma i
partiti sono vivi, i leader (leggi Nicolas Sarkozy in Francia, Angela Merkel
in Germania, Gordon Brown e Tony Blair in Inghilterra) si rinnovano di
generazione in generazione e a nessuno viene in mente di seguire il modello
italiano per avere più democrazia e libertà? Il secondo aspetto
interessante riguarda la stessa sopravvivenza dei partiti. Da un’inchiesta
fatta sui bilanci dei partiti di casa nostra, all’inizio dell’estate di quest’anno,
dal quotidiano della Confindustria, Il Sole 24 ore, è saltato fuori un
dato significativo: la maggior voce del capitolo entrate dei partiti
italiani, senza grandi differenze tra centrodestra e centrosinistra, arriva
proprio dai contributi pubblici. Nel 2006 (anno delle elezioni politiche e
quindi anche del grosso dei rimborsi elettorali) la voce contributi pubblici
ha rappresentato oltre l’82,5% delle entrate del futuro Partito democratico
(dato frutto di una media tra quelle dei Ds e quelle della Margherita), l’83%
dell’Udc, il 75% per la Casa delle libertà (la cifra è una
media tra i dati di Lega, An e Forza Italia), il 98,1% per l’Italia dei
Valori e l’86% per i Verdi. Una fotografia, questa, che aiuta a comprendere
come mai, dopo il referendum del 1993 per l’abrogazione della legge sul
finanziamento pubblico ai partiti (promosso dai Radicali di Marco Pannella) e
nonostante la schiacciante maggioranza degli italiani (oltre 31 milioni, pari
al 90,2%) abbia detto no ai soldi pubblici per i partiti, la politica abbia
tergiversato.
Prima
con la leggina del 4 per mille dell’Irpef e poi con la soluzione dei
cosiddetti rimborsi elettorali, i più alti d’Europa. Se togliamo quel
contributo di quasi 6 euro a testa che ogni italiano paga, i nostri rischiano
di perdere più o meno l’80% delle loro entrate. «La situazione
è grave ma non seria», direbbe lo scrittore Ennio Flaiano, avvezzo
alle furbe morbidezze di Roma: una città imperturbabile, dove (quasi)
tutti si chiamano “onorevole”.
Sotto attacco per tanti mesi, prima o poi doveva scattare la ribellione
e l'autodifesa. A Montecitorio, la casta ha scelto di affidarsi ai questori
che in dossier reso noto soltanto nelle ultime settimane hanno fornito le
munizioni ai politici per rispondere colpo su colpo agli assalti
dell'anti-politica. Ma lo spirito di corporazione sembra essere prevalso
un'altra volta. Così, proprio sui calcoli matematici e sui dati di
bilanci che dovrebbero essere obiettivi e incontestabili resta l'impressione
che sia stata condotta un'operazione un po' furbetta. Intanto perché confrontando
il bilancio della camera con quelli degli omologhi organismi europei si
è proceduto a stralciare le voci che non sono presenti in Francia, in
Gran Bretagna o un Germania come per esempio i vitalizi o le pensioni per i
dipendenti. Nonostante ciò l'Italia resta classificata salda al primo
posto. L'unica consolazione rimasta così è stata quella di
constatare che non è vero, come hanno scritto alcuni giornali cattivi
che le spese del parlamento italiano sarebbero quasi pari alla somma dei tre
parlamenti dei paesi già citati più quello spagnolo. Nella
relazione introduttiva del questore Gabriele Albonetti in prima commissione
Affari costituzionali della camera si vanta la riduzione dei 3100 euro
previsti per i viaggi di studio. Poco dopo il deputato Emerenzio Barbieri
confiderà: "Credo che facciate molto bene a ridurre i 3100 euro
previsti per i viaggi di studio. Infatti, la cosa che nona ccetto è
che si confondano coloro che utilizzano questo denaro per motivazioni serie
con quelli che utilizzano quanto loro attribuito per andare in ferie
all'estero". Una dichiarazione che la dice lunga sull'utilizzo di questo
denaro. Un'altra deputata a fare rivelazioni interessanti durante il
dibattito sul dossier dei questori, è stata Cinzia Dato. "Non mi
sembra casuale", ha spiegato, "la constatazione che spesso i
vice-presidenti sono il riferimento di una corrente o i capi di un partito.
Ho sospettato, infatti, che la quantità di finanziamenti cui si accede
consenta, attraverso questo tipo di carica, di mantenere di fatto
un'attività politica". Altra osservazione della Dato.
"Esiste tutta una serie di costi duplicati". La parlamentare non
riesce a capire, come ha più volte anche sottolineato ItaliaOggi,
perché "chi ha a disposizione una macchina per ragioni di servizio debba
poter contare sul rimborso del taxi". Lo stesso discorso si potrebbe
fare per le spese postali e telefoniche che chi ha incarichi o svolge servizi
particolari si vede raddoppiate. Infine, un nota curiosa. Quando era
senatrice, sfugge di bocca all'onorevole Dato, il presidente Marcello Pera
organizzava "splendide cene con Gianfranco Vissani cuoco, di cui non mi
spiegavo la ragione". Ma a centrare il tema della questione è
stato solo un neo-parlamentare dell'Idv: Carlo Costantini, il quale ha fatto
notare che sono troppe le somme a forfait che vengono assegnate direttamente
in mano agli onorevoli senza alcuna rendicontazione. Ciò avviene per i
collaboratori e per ogni tipo di rimborso. Senza contare le cifre che
l'amministrazione della camera trasferisce ai gruppi parlamentari che in
cambio non devono alcuna rendicontazione pubblica. Su questi aspetti
naturalmente i vertici di Montecitorio non hanno prodotto alcuna proposta, ma
soltanto cercato di difendere lo statu quo. Vediamo come.Bilanci a confronto,
ma con il truccoI conti, per farli, bisogna saperli fare. L'indagine
conoscitiva della camera è tutta improntata a questo principio, con
l'obiettivo di "ristabilire una corretta informazione in una materia
nella quale taluni procedono in modo forse affrettato", afferma il
questore Gabriele Albonetti. Ed ecco come si fanno i conti, basati su
sottrazioni ed esclusioni, in base ai quali la prima commissione della
camera, presieduta da Luciano Violante, dimostra che non è vero che i
costi del parlamento italiano siano tra i più alti in Europa.
Anzi. Di bilancio extra-large della camera si parlerebbe a sproposito. Il
confronto è fatto con tre paesi di riferimento: Inghilterra, Francia e
Germania. Cominciando con ordine, lo stesso ordine adottato nel documento
elaborato dai questori di Montecitorio, emerge per esempio che dal bilancio
della camera vanno sottratte le voci vitalizi e pensioni.Vitalizi, un caso
quasi tutto italianoTutti i parlamenti presi ad esame dalla commissione
riconoscono agli ex deputati un assegno vitalizio. Vitalizi che in Italia in
parte sono coperti attraverso il contributo degli onorevoli, per il resto
gravano sui bilanci dello stato. La relativa spesa compare solo nei bilanci
della camera e del Bundestag tedesco, ma non in quelli dell'assemblea
francese e inglese. Poiché gli ex parlamentari francesi e inglesi ricevono
l'assegno da appositi enti previdenziali e non dai parlamenti. "Non
essendo risultato possibile verificare a quanto ammonti la spesa per assegni
vitalizi in Francia e Regno Unito, la corrispondente voce di bilancio
è stata sottratta dalle spese correnti della camera (127 milioni di
euro nel 2006) e del Bundestag (33 milioni di euro nel 2006)".Pensione
dipendenti, un altro caso unicoL'attenzione dei questori poi si concentra sul
capitolo pensioni per i dipendenti una volta che cessano dal servizio. La
relativa spesa compare nel solo bilancio della camera e, dal 2006 e
limitatamente a una categoria di dipendenti, nel bilancio del Bundestag. Per
tutti gli altri, è erogata da un apposito ente previdenziale. E
così, prima di confrontare i bilanci, nuova defalcazioneda parte della
casta: sono stati tolti di mezzo i 158 milioni di euro dai bilanci della
camera italiana spesi per le pensioni dei dipendenti. Niente da fare, in
italia si spende di piùMa pure cancellando alcune delle voci
più pesanti del bilancio l'operazione comunque non è riuscita.
Emerge chiaramente infatti che la camera italiana ha comunque il più
alto ammontare di spese correnti rispetto agli altri paesi di riferimento: la
media annua 2001-06 di Montecitorio è di 634,482 milioni di euro, il
27% in più della Bundestag (500 milioni), il 32% dell'Assemblée
Nationale (481, 591 milioni), e ben il 51% in più della House of
Commons (421, 224 milioni). Tanto non basta per evitare che i politici
nostrani tentino ancora di arrampicarsi sui vetri: "è dunque vero
che la camera spende di più, ma questi stessi dati dimostrano come
siano destituite di fondamento le affermazioni giornalistiche secondo cui le
spese correnti della camera sarebbero pari o quasi pari alla somma di quelle
degli altri tre parlamenti, nonché del parlamento spagnolo".Sulle ore
lavorate un conto un po' così Ma il vero miracolo a Montecitorio
è avvenuto sul calcolo delle ore effettivamente lavorate dai deputati
italiani e da quanto costano. Perché, se le spese vengono poste "in
relazione all'attività svolta, emerge un quadro differente",
risulta che il parlamentare italiano è un lavoratore indefesso. Tanto
che il costo medio per giorno di seduta dell'assemblea italiana risulta
essere di 4,258 milioni di euro. Quasi la metà rispetto a un giorno di
lavoro del Bundestag (8 milioni di euro), e poco più dell'assemblea
nazionale francese (3,915 milioni di euro). Ultimi gli inglesi, a quota 2,749
milioni di euro al giorno. Non si tiene conto, però, nella relazione,
che i giorni di assemblea non sono calcolati ovunque allo stesso modo. In
Inghilterra, ci sono giorni in cui c'è solo sessione di aula e altri
in cui c'è solo commissione. In Italia, invece, le due cose
vanno di pari passo, nello stesso giorno ci può essere aula e commissione.
E un deputato può risultare presente per la giornata di aula mentre
lavora in commissione.Quelle somme un po' troppo a forfait C'è
poi un'altra differenza tra il sistema italiano e quello in uso nella maggior
parte dei paesi europei di cui nella relazione ci si dimentica, e attiene a
quei benefici economici di cui godono i deputati a latere
dell'indennità. Tranne che per i rimborsi sanitari, in Italia sono
dati a forfait, ovvero non necessitano della presentazione di nessuna
documentazione prima di essere intascati. Chi non ha il collaboratore, oppure
non fa viaggi di studio, per esempio, ha comunque in busta paga i relativi
rimborsi previsti. Voci pesanti sulla busta paga del deputato italiano. L'importo
mensile dell'indennità è di 5.486,58 euro, al netto delle
ritenute. Ma vanno poi sommati: una diaria di 4.003,11 euro mensili, un
rimborso per le spese inerenti al rapporto tra eletto ed elettori, di 4.190
euro. Per i trasferimenti dal luogo di residenza all'aeroporto più
vicino e tra l'aeroporto di Roma-Fiumicino e Montecitorio, è previsto
un rimborso spese trimestrale pari a 3.323,70 euro, per il deputato che deve
percorrere fino a 100 km per raggiungere l'aeroporto più vicino al
luogo di residenza, e a 3.995,10 euro se la distanza da percorrere è
superiore a 100 km.Per i viaggi di studio, c'erano a disposizione 3.100 euro
l'anno.Però non si andava troppo per il sottile se il deputato li
utilizzava per andare a seguire corsi di lingua oppure se li utilizzava per
portare i cari in vacanza all'estero a Ferragosto. In questo caso, almeno, la
vergogna ha prevalso. Le spese telefoniche sono rimaste. I deputati hanno a
disposizione 3.098,74 annui. Anche in questo caso, senza nessun obbligo di
dover presentare le ricevute. Una bella differenza rispetto a paesi come
l'Inghilterra, in cui tutto deve essere registrato e dimostrato. Così
succede che in Italia a beneficiarne siano anche coloro che per servizio o
altro incarico usufruiscono già di cellulari di servizio.
ROMA - Non è il segreto di Stato meglio custodito, ma quasi.
Capire quante sono le auto blu è impossibile, affermare che saranno
ridotte può suonare velleitario. Nemmeno lo Stato sa di preciso quanto
paga per le auto di rappresentanza. Si può procedere solo per sottrazione:
574 mila autoveicoli è l'immenso parco di mezzi pubblici (di
proprietà e noleggio). Tra queste 150 mila sono le auto in dotazione a
ministeri e enti locali di cui 43.481 a disposizione delle amministrazioni
centrali. Quest'ultimo numero arriva dal censimento ufficiale del ministero
dell'Economia realizzato in previsione di un taglio. Ma i singoli ministeri
ed enti che hanno fornito i dati hanno anche chiarito come fossero tutte
necessarie. Infatti l'auto blu, come tutti ce la immaginiamo, a disposizione
di politici e dirigenti pubblici, viene nascosta tra le altre vetture di
servizio: lo stesso ministero di via XX settembre dichiara 8929 vetture, ma
8489 sono della Guardia di Finanza. Al Viminale sulle 22.967 oltre il 90%
sono della polizia e vigili del fuoco. Non sorprende che tutte le Finanziarie
dal 2004 in poi contenevano misure di contenimento della spesa o di riduzione
e che tutte abbiano mancato gli obiettivi di maggior rigore. L'unica cosa su
cui sono tutti d'accordo è che l'auto per meriti "istituzionali"
sia lo status symbol più odioso agli occhi degli italiani, tanto che
persino il segretario dei Ds, Piero Fassino, con certo incline alle uscite
populiste, per contrastare le critiche alla casta dei politici ha fatto
notare come in "un ministero (quello degli Esteri, ndr) tutti i 20
direttori generali hanno l'auto blu. Mi chiedo se non possano andare al
lavoro con la loro auto come fanno tutti gli italiani. Tra l'altro, là
c'è anche un ampio parcheggio". Potrebbero, così come
potrebbero imitarli quel migliaio di altri dirigenti, ministri,
sottosegretari che hanno un auto ad uso "esclusivo". L'elenco
è lungo: 25 al ministero dell'Economia, 10 alla Difesa, 5 allo
Sviluppo economico, 36 agli Esteri, 5 ai Beni culturali, 69 tra
Infrastrutture e Trasporti, 3 alle Politiche Agricole. Più difficile
contare all'Interno (per il discorso delle auto della polizia) e alla
Giustizia dove il dato, 712, comprende anche le auto per i magistrati sotto
scorta. La presidenza del Consiglio supera di poco le 100 unità, il
Quirinale arriva a 26. L'unico ottimista sembra essere il ministro per
l'attuazione del programma Giulio Santagata: "In tutta l'amministrazione
compresi i livelli periferici, come le prefetture corrisponde a meno di 500.
I costi sono in diminuzione sin dal governo Berlusconi, noi abbiamo
accelerato". Accelerazione incredibile visto che solo due mesi fa lo
stesso ministro precisava che sono 756. Ma se l'uscita del segretario Ds
doveva servire a togliere i politici dal mirino l'argomento non è dei
migliori visto che presidenti di Camera e Senato, vicepresidenti e presidenti
di commissione hanno diritto a questo benefit (cioè 80 macchine). Ogni
sforzo di contenimento poi realizzato dal governo rischia di essere
vanificato dalla corsa delle auto di servizio a cui si assiste a livello
locale sono proprio presidenti, assessori e consiglieri di comuni, province e
regioni a puntare decisi verso il traguardo di "un auto-un eletto".
Nella regione Lombardia sono 54, nel Lazio 76, 60 in Campania solo per citare
le più generose. (l. i.).
/Bologna IL CONFINE Va bene parlare di riduzione dei costi della
politica. Ma sapendo qual è il confine tra la risposta alla domanda
"lo Stato produce in ma niera adeguata rispetto a quello che
costa?", che è quella da porsi, e la demagogia. Ne parlano alla
Festa nazionale dell'Unità Giulio Santagata, Ugo Sposetti, Mercedes
Bresso, Walter Vitali e Leonardo Domenici. Le auto blu, per dirne una. Il
ministro per l'Attuazione del programma Santagata si dice stanco di leggere,
come ha scritto quest'estate un quotidiano, che a metterle in fila una
davanti all'altra si arriva sulla luna: "Sapete quante sono le auto blu?
Meno di 500". Non solo. "Se un tempo erano tutte di
proprietà dello Stato oggi molte sono in leasing, che dal punto di
vista dei costi fa differenza. E poi non stiamo parlando solo di Mercedes o
Lancia 166. Dirigenti del ministero dell'Economia viaggiano con la
Punto". E' un esempio. Ma serve al ministro per spiegare che un conto
sono i pour parler, un conto le risposte, serie, da dare a un problema che
esiste: "Capisco che siamo a caccia di piccoli e grandi esempi, ma se ci
facciamo prendere da queste cose non vediamo il problema vero. Non vorrei che
a furia di parlare di costi della politica in questo modo si finisca per far
fare i parlamentari solo ai ricchi". Pochi come Santagata sanno
però che la questione è reale, e va affrontata. E' a lui che
Prodi ha affidato il compito di scrivere un disegno di legge che riduca il
costo della politica. Il testo è pronto, e prevede un taglio di un
miliardo e trecento milioni di euro. Il provvedimento non ha vita
facilissima. Ora dovrà affrontare un ultimo passaggio in conferenza
unificata con enti locali e regioni. "Fatto questo, decideremo se dargli
vita autonoma o infilarlo in Finanziaria", spiega il ministro per
l'Attuazione del programma. Ma tanto Santagata quanto lo stesso Prodi sanno
che il disegno di legge, che tocca tanti interessi, va in qualche modo
blindato e accompagnato verso il traguardo dell'approvazione. Ma quello della
riduzione dei costi della politica è un problema che si pongono anche
gli amministratori locali. Domenici aveva proposto una riduzione dei
componenti delle assemblee elettive e delle giunte del 25% dei componenti.
Proposta caduta nel vuoto. Per di più, con la Regione Toscana che
è andata nella direzione opposta. E oggi il sindaco di Firenze giudica
"improvvido il passaggio da 50 a 65 consiglieri regionali" nella
sua regione. Anche la presidente del Piemonte Bresso giudica un problema
reale su cui intervenire il numero e la retribuzione delle assemblee e degli
esecutivi locali. Ma aggiunge anche che ci sono settori in cui bisogna introdurre
una trasparenza che oggi non c'è. "Possibile che non sia nota la
retribuzione di un direttore di Asl?". Quel che è certo e che, se
pure fosse conosciuta e se pure fosse eccessivamente alta (la Bresso assicura
che si tratta di stipendi superiori a quelli dei presidenti delle Regioni che
li nominano) non sarebbe possibile intervenire perché c'è un contratto
nazionale sul quale gli enti locali nulla possono.
L’Opinione
4-9-2007 Sprechi e dintorni La burocrazia che ci meritiamo di Romano Bracalini
Nel 1947 quattro deputati di un partito di centro presentarono un
emendamento alla nuova Costituzione che stava per essere varata in forma
solenne. L’emendamento diceva: ”La Repubblica garantisce la partenza e
l’arrivo in orario dei treni. L’orario ferroviario è allegato alla
presente Costituzione”. Si trattava di una proposta seria che però
venne cestinata perché non portava il numero previsto di firmatari. Fu
così che i treni della repubblica poterono partire e arrivare in
ritardo, mentre nel deprecato Ventennio ne era stato garantito il corretto
funzionamento. Qualcosa per strada si perde sempre! L’episodio mi è
tornato in mente leggendo che la nostra burocrazia costa mediamente al
cittadino 5.564 euro all’anno, secondo i dati pubblicati dalla società
CGIA di Mestre. Se si fa il conto del costo complessivo della burocrazia in
un anno (dato del 2006) si arriva a 13.713 miliardi di euro. Il dato era una
buona occasione per confrontare il costo esorbitante del burocrate col
pessimo servizio che rende al cittadino.
Ma i grandi giornali hanno praticamente occultato la notizia, dopo aver
osservato solamente e alla svelta che l’Italia non è prima, come forse
qualche maligno opina, è invece seconda nella classifica, dopo la Francia
(5.576 euro), seguita da Gran Bretagna (5.182 Euro), Germania e Spagna, che
vanta la burocrazia meno cara d’Europa. Non ci sono più le burocrazie
scalcinate e tiranniche dell’impero ottomano e sovietico che facevano passare
quasi per moderna la nostra burocrazia borbonica subentrata a quella
piemontese, lenta ma onesta. Giovanni Giolitti andava al ministero col tram
per risparmiare. Quintino Sella, tessile piemontese ,fece della parsimonia un
modello di virtù politica, di cui s’è perso lo stampo. Ci si
permetterà nel silenzio accorto della stampa di regime di ricordare
due o tre cose e che l’essere secondi, dopo la Francia, aumenta e non
diminuisce, la nostra umiliazione e senso di vergogna.
In Francia i grandi “Commis d’etat” vengono dalla prestigiosa scuola di
amministrazione; gli amministratori delle aziende pubbliche italiane hanno
fatto carriera nei partiti o nei sindacati, come l’attuale amministratore
delegato delle Ferrovie dello Stato, Moretti, che guadagna 800.000 euro
l’anno, senza alcun beneficio per il trasporto ferroviario. Le ferrovie
italiane, oltre che in perenne ritardo sull’orario che le stesse ferrovie
hanno disegnato e non rispettano, godono del privilegio unico e singolare di
avere il più alto numero di dipendenti in Europa, il doppio dei
dipendenti della Francia che ha una rete ferroviaria che è il doppio
di quella dell’Italia. Abbiamo 9.000 macchinisti di troppo e, contrariamente
alla norma europea, utilizziamo due macchinisti alla guida del locomotore
invece di uno, come avviene in Francia, Germania ,Gran Bretagna e Spagna.
Qualcuno può spiegarci perché? E qualcuno può spiegarci perché
i familiari dei ferrovieri viaggiano gratis in prima classe su tutta la rete
ferroviaria? Erano gli stessi privilegi corporativi che gli statali godevano
sotto il fascismo. La repubblica non li ha aboliti ritenendoli evidentemente
non in contrasto con l’antifascismo.
Alla fine dell’Ottocento lo scrittore lombardo Carlo Dossi, segretario
particolare di Crispi, in visita in Danimarca osservò che un ministero
italiano poteva contenerne almeno quattro danesi. Il nostro ministero delle
finanze ,che ha il compito di rastrellare i soldi del contribuente, ha otto
volte il numero dei dipendenti degli stessi dicasteri degli Stati Uniti e del
Giappone. Un numero così alto di zelanti e occhiuti burocrati
presuppone una lotta disperata e senza quartiere. Ma nella lotta agli evasori
non si dovrebbe escludere lo Stato inadempiente e moroso, che prende,
sperpera e non restituisce. Gli Stati Uniti hanno 2 milioni dipendenti
pubblici, l’Italia con un quarto di abitanti, 5 milioni. La quantità
non vuol dire qualità. I burocrati sono inamovibili. Non li licenzia
nessuno. Godono dell’orario unico, sconosciuto in Europa, col telefono a
disposizione. Il politico passa, il burocrate resta. Lo stile burocratico
evita al funzionario le responsabilità più gravi ed esige la
sua disposizione a lavorare per chiunque abbia saputo impadronirsi del
potere.
Nel 1945-46 la burocrazia italiana, capidivisione, magistrati, esercito, polizia,
giurarono fedeltà alla repubblica, come l’avevano giurata al fascismo.
E l’Italia repubblicana e antifascista si ritrovò con la medesima
burocrazia di prima. Solo che nel 1938 gli impiegati nei ministeri erano
76.000; nel 1948 erano diventati 151.880 e nel 1968 206.454, reclutati per il
77% nel Mezzogiorno dove all’attività di rischio si preferisce di gran
lunga il “posto sicuro” e l’autorità e il decoro della divisa. In
America “l’ethos” antitributario s’era manifestato con le rivolte delle
Colonie contro la Corona d’Inghilterra, che inviava sciami di funzionari a
vessare i cittadini. Contro il pericolo di una casta burocratica prepotente e
inamovibile si tentò di rimediare con lo “spoil sistem”, ovvero con i
burocrati di nomina politica. Lo “spoil sistem” diede luogo a corruzione,
favoritismi, clientele. Fu il presidente Theodore Roosevelt a riformare
profondamente il metodo d’accesso alla carriera statale in base alla
competenza indipendentemente dalle protezioni politiche. Da noi nulla di
tutto questo. Il reclutamento avviene per concorso, come nella Russia di
Gogol, concorso che non assicura né la qualità né la competenza. Nel
rapporto di un alto funzionario di ministero si leggeva: “La preparazione
è scarsissima, al punto che un dirigente è arrivato a scrivere,
su un documento ufficiale:”i parenti della salma….
”.
Sarà perché l'hanno visto così asciutto e morigerato, ma
Piero Fassino ispira fiducia. Tanto che una banca lo ha ritenuto meritevole
di credito fino alla vigilia del compimento del suo ottantatreesimo anno di
età. Nel 2032 infatti scadrà l'ultima rata del mutuo
venticinquennale concesso dal Monte dei Paschi di Siena per l'acquisto della
seconda casa dell'ultimo segretario Ds, il buen retiro di Scansano dove
respirare aria buona e passare in serenità i weekend con la consorte e
consocia Anna Serafini. Condizioni particolari, ma meglio ancora quelle fatte
dal Banco di Napoli per l'acquisto della residenza romana della coppia, in
piazza delle Coppelle. Non è una rarità. Quasi tutti i politici
hanno comprato casa così (...) (...) Quando la scorsa settimana
è esplosa "Casa nostra", grazie a un lungo servizio del
settimanale L'Espresso, poi ripreso da molti quotidiani, per tutti è
stata una sorpresa. Non per i lettori di ItaliaOggi che in un anno avevano
già letto gran parte di quelle primizie, con dovizia di particolari.
Per questo abbiamo deciso di offrire un servizio in più, rintracciando
i contratti di mutuo con numerosi istituti bancari stipulati dagli stessi
uomini politici di cui avevamo raccontato gli investimenti sul mattone. Ed
è venuto fuori quel che era immaginabile: se gli sconti ottenuti da
enti previdenziali e società private, come sostengono i diretti
interessati, erano simili a quelli di altri inquilini con diritto di
prelazione, certamente le condizioni ottenute dalle banche per i mutui
fondiari o ipotecari sono state ben diverse da quelle reperibili sul mercato
da cittadini comuni. Lo sconto extra arriva da lì, e si unisce a
investimenti sul mattone di un certo valore assoluto. Da Rosy Bindi a Walter
Veltroni (per mezzo della legittima consorte), da Fassino a Massimo D'Alema,
da Lorenzo Cesa a Fausto Bertinotti (anche lui tramite la legittima consorte,
Gabriella Fagno) si sono tutti indebitati fino al collo e per lunghi anni pur
di avere prima, seconda e talvolta terza casa. Nel solo caso di Fassino si
tratta di due investimenti superiori al milione e mezzo di euro. Che verranno
pagati (è il caso di tutti) con comode rate e interessi di un punto
medio meno di quelli di mercato. Ma che soprattutto la dicono lunga sia sulla
capacità di risparmio di questi leader politici (non è da tutti
mettere da parte anche solo quote di capitale così consistenti), sia
sulla possibilità di riforme dei costi della politica.
Impossibile, perché se il parlamento decidesse mai di tagliare i vitalizi a
questi signori, di fronte a Montecitorio e a palazzo Madama si troverebbero i
principali banchieri in piazza, certi di perdere le ricche rate di mutuo dei
prossimi decenni. La casta si tiene su così, per interessi intrecciati
che vanno ben al di là dei loro confini. Possiamo scriverne fino alla
nausea, ma non cambierà nulla. Perché privilegi e poteri sono solo la
cima di una piramide infinita...Franco Bechis.
Ci sono ministri e leader di
partito, ex presidenti del Parlamento e della Repubblica, magistrati e
giornalisti. La nazionale dell’acquisto immobiliare scontato è
talmente vasta e assortita che ci si potrebbe fare un ottimo governo di
coalizione. Si va dall’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga ai
presidenti della Camera e del Senato del primo governo Prodi: Luciano
Violante e Nicola Mancino.
Dalla famiglia del presidente dell’Udc Pier Ferdinando Casini a quella
del ministro della Giustizia Clemente Mastella passando per la figlia del
deputato di An Francesco Proietti. C’è il candidato leader del Partito
democratico, Walter Veltroni e il presidente del Senato Franco Marini. Non
mancano la Borsa, con il presidente della Consob Lamberto Cardia e il mondo
del lavoro con il segretario della Cisl Raffaele Bonanni. C’è il
senatore Udc Mario Baccini e il responsabile della Margherita in Sicilia
Salvatore Cardinale. Situazioni diverse tra loro che talvolta convivono nello
stesso palazzo.
Prendiamo lo stabile Inpdai di via Velletri, a due passi da via
Veneto. Al primo piano la moglie di Walter Veltroni ha comprato più o
meno allo stesso prezzo pagato dall’ex sottosegretario Marianna Li Calzi che
abita al quarto. Ma le due storie sono diverse. Li Calzi ha ottenuto il suo
attico alla vigilia della svendita a seguito di una discussa procedura
pubblica. Veltroni invece è nato nelle case dell’ente previdenziale
dei dirigenti. L’Inpdai aveva affittato sin dal 1956 un appartamento al
padre, dirigente Rai. Nel 1994 i Veltroni restituirono all’ente i due alloggi
nei quali vivevano Walter e la mamma per averne in cambio uno più
grande, il famoso primo piano di via Velletri da 190 metri quadrati che nel
2005 è stato acquistato dalla moglie del sindaco, Flavia Prisco, per
373 mila euro. Il prezzo è basso per effetto non di un’elargizione
personale ma per il meccanismo degli sconti collettivi concessi a tutti allo
stesso modo.
Altra cosa ancora sono gli acquisti delle case dell’Ina ora finite a
Generali e Pirelli. Questi colossi privati in alcuni casi si sono comportati
come spietati alfieri del libero mercato. Altre volte hanno fatto prezzi
bassi per blocchi di appartamenti
finiti poi a famiglie dai nomi noti come Mastella e Casini. Scelte
discutibili per società quotate in Borsa come Pirelli e Generali che
dovrebbero puntare solo al profitto e che, evidentemente, hanno pensato di
fare gli interessi dei propri azionisti cedendo appartamenti ai politici e ai
loro amici a valori bassi.
Insomma, ci sono differenze radicali tra venditore privato e ente
pubblico ma anche all’interno delle due categorie. Se non bisogna far di
tutta l’erba un fascio però ci sono due cose che accomunano i
protagonisti della nostra inchiesta: sono potenti che hanno pagato troppo
poco ieri per l’affitto e oggi per l’acquisto. Inoltre nella maggioranza dei casi
in quegli immobili sono entrati grazie a conoscenze, entrature e amicizie.
Questa disparità di trattamento con i comuni mortali non è una
novità. Emerse con violenza populista nel 1996 durante il primo
Governo Prodi grazie alla campagna “Affittopoli” de “il Giornale” di Vittorio
Feltri.
Oggi quegli stessi immobili affittati dieci anni fa ad equo canone
sono stati svenduti definitivamente e il privilegio è stato reso
eterno. Per fare qualche esempio: Lamberto Cardia, presidente Consob, pagava
1 milione e 100 mila lire al mese di affitto nel 1996 e ha comprato nel 2002
a 328 mila euro 10 vani e due posti auto a due passi dal Palaeur. Maura
Cossutta, onorevole dei Comunisti Italiani, pagava 1 milione e 50 mila lire
allora e compra nel 2004 quattro camere, due bagni e balconi a due passi da
San Pietro a 165 mila euro. Franco Marini pagava 1 milione e 700 mila lire
allora e compra nel 2007 a un milione di euro due piani ai Parioli. A rendere
“svendopoli” ancora più odiosa di “affittopoli” c’è il peggioramento
drastico del mercato della casa.
Il trattamento di favore diventa un’offesa insopportabile per chi
è costretto a combattere ogni giorno con l’ufficiale giudiziario che
vuole sfrattarlo. Per capire “svendopoli” bisogna iniziare il nostro viaggio
da via Clitunno, nel quartiere Trieste. In questa strada immersa nel verde,
ci sono due palazzi che facevano parte del patrimonio Ina-Assitalia e che
rappresentano bene il confine tra i sommersi e i salvati delle dismissioni.
Lì abitava, prima della separazione, Pier Ferdinando Casini con la
prima moglie Roberta Lubich e le due figlie minorenni. Nello stabile accanto
abitava una coppia di dipendenti Assitalia: Davide Morchio e la moglie Maria
Teresa.
Negli anni Novanta le famiglie Morchio e Casini sono uguali: entrambi
inquilini delle Generali, pagano un canone basso e sperano di poter comprare
l’appartamento con lo sconto. Poi arrivano le vendite tanto attese e
l’uguaglianza svanisce: la famiglia Lubich-Casini rileva a prezzi di saldo
tutto il palazzo. Morchio insieme ad altre 19 famiglie deve andar via.
Nessuna offerta per lui dalla nuova proprietà, che per ironia della
sorte è Caltagirone, il nuovo suocero di Casini. Gran parte degli
inquilini, come l’ex ministro verde Edo Ronchi che può permettersi di
comprare lì vicino, lascia il campo. La famiglia Morchio invece
resiste all’ufficiale giudiziario che chiede l’intervento della forza
pubblica. «Abbiamo un contratto che ci dà il diritto di prelazione»,
spiega Davide Morchio, «ed è stato ignorato. Nel palazzo vicino hanno
potuto comprare a prezzi di favore. È un’ingiustizia».
Anche l’immobile dove vive la prima moglie di Casini è stato
ceduto in blocco ma con una procedura atipica. Ha comprato a un prezzo basso,
1 milione e 750 mila euro, la Clitunno Spa, società creata appositamente
da un manager bolognese di area Udc, amico di Casini e della prima moglie. Si
chiama Franco Corlaita e ha già rivenduto tutto. Indovinate a chi?
Alla famiglia Lubich. Nel novembre del 2006 la mamma di Roberta compra per
586 mila euro il secondo piano. Ad aprile del 2007 la prima moglie di Casini
compra il piano terra, a 323 mila euro. Passano due mesi e il 21 giugno
scorso l’operazione si chiude con la cessione alle due figlie minori di
Casini del terzo piano (306 mila euro per 5 vani catastali) e del primo piano
(8,5 vani per 586 mila euro).
Casini partecipa all’atto (mediante un procuratore) in qualità
di genitore anche se il notaio precisa che paga tutto la moglie. Per
convincere il giudice tutelare ad autorizzare la stipula dell’atto, i genitori
presentano una perizia da cui risulta che l’acquisto è “molto
conveniente”. Generali non fa una piega. Inutile dire che gli inquilini del
palazzo vicino sono infuriati e ipotizzano una simulazione dietro questo
strano giro. Nella sostanza, dicono, la famiglia Casini ha comprato con lo
sconto e noi no. Alla beffa contro i vicini, si aggiunge quella agli
inquilini, senza alcuna distinzione di rango. Al primo piano del palazzetto
Lubich-Casini vive in affitto Roberto Barbieri, senatore del centrosinistra e
presidente della Commissione parlamentare sui rifiuti. Paga un canone di ben
3 mila euro ma è stato trattato come gli altri. Nessuno gli ha detto
che il suo appartamento è diventato della figlia di Casini. Nessuno
gli ha proposto l’acquisto a 586 mila euro. Con tremila euro al mese avrebbe
potuto accendere un mutuo per comprare. Invece a maggio del 2008 dovrà
lasciare.
Anche il caso della famiglia Mastella dimostra che non sempre le
società private sono così cattive. Il ministro della Giustizia
abita all’ottavo piano di un palazzo sul lungotevere Flaminio che ha fatto la
stesa trafila di quello di via Clitunno. Da Ina-Assitalia a Initium,
società di Pirelli e Generali. Initium è proprietaria anche dei
condomini di via Nicolai alla Balduina, dove abita l’ex ministro Baccini e di
via Visconti a Prati, dove vive Francesco Cossiga. Gli inquilini di questi
palazzi non sono stati trattati come quelli di via Clitunno. Stavolta Initium
ha concesso prelazione e sconto. Così nel 2004 Baccini ha comprato la
sua reggia da 15 vani, due terrazze e 4 bagni per 875 mila euro e Cossiga
è diventato proprietario di casa, soffitta e magazzino per 710 mila
euro.
Nel caso di Mastella però Initium ha fatto di più. Il 3
dicembre del 2004 nello studio del notaio Claudio Togna (dell’Udeur anche
lui) c’era una riunione familiare. I Mastella al gran completo facevano la
fila per stipulare atti e il povero Togna sfornava atti come una pizzeria di
Ceppaloni. Sandra Mastella ha comprato l’appartamento dove dorme il marito e
si è impegnata a prendere la residenza lì per ottenere le
agevolazioni fiscali. Per lei un ottimo affare: 500 mila euro per un
appartamento che include una veranda abusiva (condonata) e la terrazza su tre
lati che guarda il Tevere e Monte Mario dall’ottavo piano. Subito dopo la
moglie del ministro ecco arrivare i figli Elio e Pellegrino. Comprano altri
quattro appartamenti, due a testa. I prezzi erano davvero allettanti. A
Pellegrino vanno il primo piano da 4,5 vani per 175 mila euro e altri 6 vani
al quarto piano per 300 mila euro. Va ancora meglio al fratello che si
accaparra un terzo piano con 5,5 vani per soli 200 mila euro e un
miniappartamento con ingresso, camera, bagno e terrazza a livello per 67.500
euro, nemmeno il costo di un box in periferia. Le case sono state pagate in
gran parte grazie ai mutui concessi da San Paolo (400 mila euro alla moglie)
e Bnl (un milione e 100 mila euro ai figli che dovranno versare una rata
mensile di 6.430 euro). E che nessuno vada in giro più a dire che
Initium è cattiva con gli inquilini.
Anche Francesca Proietti, socia di Daniela Fini e figlia di Francesco,
deputato di An e braccio destro di Gianfranco, ha comprato un appartamento a
un prezzo d’occasione: 267 mila euro per un secondo piano con terrazza su tre
lati, salone e due camere all’Eur. Sempre dal patrimonio ex Ina arrivano gli immobili di Nicola Mancino e Luciano
Violante. L’ex magistrato torinese ha pagato con la moglie 327 mila euro nel
2003 un gioiello incastonato tra i Fori Imperiali e piazza Venezia: due
terrazzette, tre livelli e una settantina di metri quadrati coperti. Nicola
Mancino ha comprato insieme alla figlia Chiara nel 2001 una dimora da 10 vani
più una soffitta autonoma su Corso Rinascimento, a due passi dal
Senato per 1 miliardo e 550 mila lire del vecchio conio.
Sempre dal gruppo Pirelli Giuliano Ferrara ha acquistato
l’appartamento ex Ina da 7,5 vani in piazza dell’Emporio al Testaccio nel
palazzo che un tempo veniva chiamato “il Cremlino” per l’alta percentuale di
comunisti. Ferrara, che un tempo tuonava contro De Mita per il suo affitto a
Fontana di Trevi, ha rilevato un sesto piano con terrazzo a 890 mila euro.
Molto più bassi i prezzi praticati dagli enti previdenziali. Grazie al
doppio sconto (30 per cento più 15 a chi compra tutto il palazzo) le
parlamentari Franca Chiaromonte e Maura Cossutta hanno stipulato un atto
collettivo per due appartamenti in via della stazione San Pietro
rispettivamente per 113 mila e 165 mila euro.
Notevole anche il caso di Raffaele Bonanni. Il segretario della Cisl
ha conquistato nel 2005 un grande appartamento dell’Inps al sesto piano in
via del Perugino, nel cuore del quartiere Flaminio: otto vani a 201 mila
euro. Con quella cifra in zona si compra solo un garage. L’anno scorso ha
fatto il colpo del secolo anche l’ex ministro e deputato della Margherita
siciliana Totò Cardinale. In via degli Avignonesi, una strada
bellissima tra il Tritone e via Veneto, ha messo le mani su un terzo piano da
otto vani con affaccio su via delle Quattro Fontane : un gioiellino da due
milioni sul mercato libero portato via per 844 mila euro. L’ultimo è
stato Franco Marini.
Il presidente del Senato ha stipulato il rogito il 23 aprile scorso.
Un milione di euro per aggiudicarsi la casa assegnata alla moglie dall’Inpdai
in via Lima: due livelli per 14 vani nel cuore dei Parioli. Se Marini
è il politico che ha pagato il prezzo più alto (per una casa
che vale comunque il doppio) l’oscar del rapporto qualità-prezzo
spetta al senatore Udc Francesco Pionati. L’uomo che ha sfornato per anni
pastoni per i telespettatori del Tg1 ha comprato un attico e superattico da
favola in via Traversari. L’appartamento è aggrappato alla collina di
Monteverde ed è affacciato su Trastevere. Grazie al solito doppio
sconto ha speso un’inezia. L’allora mezzobusto del Tg uno aveva fatto ricorso
al Tar per ridurre ulteriormente la valutazione e in Parlamento gli amici
dell’Udc avevano presentato pure un’interrogazione parlamentare per
contestare il prezzo esorbitante: 509 milioni di lire nel 2001 per 10 vani
con doppia terrazza. Sì, un prezzo veramente scandaloso.
QUEI FIGLI DI PAPÀ IN VIA ARENULA
Il motto dell’Udeur è “la famiglia prima di tutto”. Clemente
Mastella lo ha applicato alla lettera quando si è trovato di fronte a
una grande occasione: acquistare a un ottimo prezzo l’appartamento che ospita
la redazione del giornale del partito. Invece di intestare tutto all’Udeur,
il segretario ha preferito far comprare alla società dei figli, Elio e
Pellegrino. Permettendo loro un vero affarone. Se vendessero oggi potrebbero
incassare una plusvalenza da un milione di euro.
Tutto inizia il 7 aprile del 2005 quando il consorzio che cura le
vendite dell’Inail scrive all’Udeur, in qualità di inquilino, per
offrirgli di acquistare l’appartamento dove ha sede il giornale del partito
al prezzo di un milione e 452 mila euro più Iva. Prendere o lasciare.
Mastella prende e fa bene. Stiamo parlando del quarto piano di Largo Arenula
34, pienissimo centro con affaccio su Largo Argentina. Un appartamento quasi
identico, al primo piano dello stesso stabile, è stato ceduto nel 2006
dall’Inail a 1,4 milioni ed è stato rivenduto nel 2007 per 2 milioni e
350 mila più 100 mila euro di commissioni. La letterina che offre
l’acquisto all’Udeur equivale a un assegno circolare che andrebbe incassato
subito. La prelazione spetta al partito, che è intestatario del
contratto di locazione. Stranamente invece l’Udeur comincia un balletto di
sigle e lettere.
Prima sembra che acquisti “Il Campanile nuovo” la cooperativa che
edita il giornale. Poi invece acquista la società “Il campanile Srl”.
Tra le due c’è una bella differenza. Nel lontano 2001 anche “Il
campanile Srl” era la casa editrice del quotidiano ma ora, a dispetto del
nome, è diventata qualcosa di ben diverso. Dopo aver incassato 480
mila euro di contributi per coprire i costi affrontati per il quotidiano nel
2000-2001, ha ceduto il campo alla cooperativa, come vuole la nuova legge. La
srl “Il campanile” sembrava destinata alla rottamazione quando Clemente
Mastella la ricicla per comprare l’appartamento di largo Arenula. L’atto
doveva essere fatto entro ottobre del 2005 ma prima di firmare il segretario
cambia opportunamente i connotati alla società. Il Campanile, diventa
una società della sua famiglia.
Prima era intestata a Tancredi Cimmino, l’ex tesoriere che nell’aprile
del 2006 si candida con Di Pietro e viene trombato. Dopo le elezioni, nel
maggio del 2006, Cimmino cede tutto a Clemente Mastella (che già aveva
un 10 per cento della società). Pochi giorni dopo il ministro della
Giustizia gira le quote ai figli, Pellegrino ed Elio. Ora tutto è
pronto per il grande acquisto. Il 10 luglio 2006 finalmente la società
dei Mastella compra l’appartamento al quarto piano. Non basta. La srl cambia
oggetto e si trasforma da semplice società editrice in azienda a tutto
campo che può occuparsi di giornali ma anche di acquisizioni
immobiliari, pubblicità, import-export, ristrutturazione di casali,
attività turistiche e finanziarie. Poi muta anche il nome: ora si chiama
“Servizi e Sviluppo”.
Una volta acquisita la sede, addio Campanile. Oggi i figli di Mastella
sono proprietari dell’appartamento e il giornale (che aveva più
diritto di loro a comprare) è solo l’inquilino. Alla fine di questo
giro tortuoso sono due le cose che sorprendono: una società finanziata
dallo Stato con 480 mila euro nel biennio 2000-2001 per editare la testata
del partito è diventata nel 2006 l’immobiliare privata dei figli del
leader, scavalcando ogni distinzione tra interessi pubblici e affari privati
che, anche in un partito a conduzione familiare, dovrebbe restare sacra.
Inoltre la società di Pellegrino ed Elio ha fatto l’affare della sua
vita grazie alla rinuncia del partito di papà a esercitare un suo
diritto. «Non c’è nulla di strano», dice il tesoriere dell’Udeur
Pierpaolo Sganga, «l’acquisto è stato fatto senza alcuno sconto e
senza alcun favoritismo, seguendo rigorosamente le procedure stabilite».
Sganga annuncia che il partito sta per concludere un secondo colpo,
ancora più grande, nello stesso palazzo. Anche i due appartamenti del
secondo piano che ospitano la sede nazionale dell’Udeur presto saranno
venduti all’inquilino. Un affarone che vale il doppio di quello già
concluso: sono 21 vani contro i 9 dell’appartamento del quarto piano.
Stavolta chi comprerà? Dalle carte depositate in conservatoria spunta
una lettera dell’Inail del 2005 nella quale l’ente riconosce la prelazione
per questi appartamenti, come per quello già venduto, alla solita
società “Il campanile Srl” oggi “Servizi e Sviluppo” dei Mastella. A
“L’espresso” il tesoriere Sganga giura: «Comprerà l’Udeur».
AAA VENDESI MA SOLTANTO AI PRIVILEGIATI
1 PIER FERDINANDO CASINI
presidente Udc
Via Clitunno (zona Trieste)
Il palazzo nel quale (fino al 1999) Casini viveva in affitto con la
prima moglie Roberta Lubich e le figlie è stato ceduto a fine 2005 da
Generali a una società di un amico di famiglia. I 5 appartamenti che
lo compongono sono stati poi girati all’ex moglie (due interni), alle due
figlie (uno per ciascuna) e alla ex suocera del presidente dell’Udc. Per un
totale di 30 vani catastali
totale 1,8 milioni di euro
Anno 2005-2007
stima zona 2006
fonte Agenzia del territorio 5100/6900 euro mq
2 WALTER VELTRONI
sindaco di Roma, candidato segretario Pd
Via Velletri (piazza Fiume)
acquistato dalla moglie dalla Scip ex Inpdai. Primo piano, 8,5 vani,
(ingresso, 5 camere e accessori per 190 mq) posto auto e cantina anno 2005
377 mila euro
stima zona 2006 4900/6400 euro mq
3 MARIANNA LI CALZI
ex deputato Fi ed ex sottosegretario alla Giustizia
Via Velletri (piazza Fiume)
acquisto da Scip ex Inpdai. Attico da 190 metri per 10,5 vani (doppio
ingresso, salone, 5 camere, cucina, tre bagni, ripostiglio e terrazza) con
cantina da 18 mq anno 2005
366 mila euro
stima zona 2006 4900/6400 euro mq
4 FRANCESCO FORLENZA
ex direttore generale Fs
Via Velletri (piazza Fiume)
acquisto da Scip ex Inpdai. IV piano 7,5 vani (ingresso, 4 camere,
accessori e balcone) più 70 mq di magazzino e cantina anno 2005
278 mila euro
stima zona 2006 4900/6400 euro mq
5 RAFFAELE BONANNI
Segretario Cisl
Via Perugino (Flaminio)
acquisto da Scip ex Inps. VI piano 8 vani più cantina anno 2005
201 mila euro
stima zona 2006 5000/6200 euro mq
6 SALVATORE CARDINALE
segretario siciliano Margherita, ex ministro
Via degli Avignonesi, affaccio su via Quattro fontane (centro storico)
III piano 8 vani anno 2006
844 mila euro
stima attuale zona 6300/8600 euro mq
7 LAMBERTO CARDIA
Presidente della Consob
Via Nairobi (Eur)
XII piano, 10 vani (ingresso, 5 camere, accessori e balconi)
più due posti auto e cantina anno 2002
328 mila euro
stima zona 2006 4200/5500 euro mq
8 MAURA COSSUTTA
parlamentare Pdci
Via Stazione San Pietro (dietro al Vaticano)
acquisto da Scip V piano, 6 vani (ingresso, disimpegni, 3 camere,
cameretta, cucina, 2 bagni e 2 balconi) più cantina anno 2004
165 mila euro
stima attuale zona 3600/4900 euro mq
9 FRANCA CHIAROMONTE
senatore dell’Ulivo
Via Stazione San Pietro
acquisto da Scip 4 vani catastali (ingresso, disimpegni, due camere,
cameretta, cucina, bagno, 2 balconi) più cantina anno 2004
113 mila euro
stima zona 2006 3600/4900 euro mq
10 FRANCESCO PROIETTI
deputato di An, ex segretario di Fini
Via del Serafico 106 (zona Eur)
la figlia ha acquistato dalle Generali una casa ex Ina Secondo piano,
terrazza su 3 lati, salone, 2 camere disimpegno, posto auto coperto e cantina
anno 2004
267 mila euro
stima zona 2006 3100/4100 euro mq
11 MARIO BACCINI
senatore Udc ed ex ministro
Via Filippo Niccolai (Balduina)
attico e superattico con scala interna, 15 vani (ingresso, 6 camere, 4
bagni e due ripostigli, doppia terrazza e soffitta privata condonata
più box e cantina) anno 2004
875 mila euro
stima zona 2006 4200/5500 euro mq
12 CLEMENTE MASTELLA
segretario Udeur e ministro della Giustizia
Edificio lungotevere Flaminio (Flaminio)
acquisito ex Ina 5 appartamenti intestati a moglie e figli per un
totale di 26 vani più balconi e terrazzo su tre lati, due verande e un
box auto anno 2004
1,2 milioni euro
stima zona 2006 5000/6600 euro mq
13 MASTELLA/2
Largo Arenula (centro storico, largo Argentina)
acquisito da Scip, ex Inail un appartamento (sede del quotidiano
dell’Udeur) ora intestato alla società “Servizi e Sviluppo” dei figli
del segretario. La società potrebbe comprarne un altro al primo piano
da 21,5 vani. L’Inail ha già accettato l’opzione. IV piano 9,5 vani
anno 2007
1,45 milioni di euro
stima: un appartamento al piano inferiore è stato venduto nel
2007 per 2,4 milioni di euro
14 LUCIANO VIOLANTE
deputato dei ds acquisito da ex Ina
Via Santa Eufemia (tra il Quirinale e i Fori)
III/IV/V piano soggiorno, quattro camere, accessori, disimpegno,
terrazzo al piano più terrazzo superiore anno 2003
327 mila euro
stima zona 2006 7200/9400 euro mq
15 NICOLA MANCINO
senatore Ulivo, vicepresidente Csm
Corso Rinascimento (centro storico, Piazza Navona)
10 vani più ampia soffitta acquisito da Pirelli (ex Ina) anno
2001
1,550 miliardi di lire
stima zona 2006 7300/9200 euro mq
16 FRANCESCO PIONATI
senatore Udc e vicedirettore tg1
Via Traversari (Monteverde vecchio, affaccio su Trastevere)
attico e superattico 10 vani con terrazza panoramica acquisto da Scip,
ex Inpdai anno 2001
509 milioni di lire
stima zona 2006 5200/7100 euro mq
17 GIULIANO FERRARA
direttore del Foglio, ex ministro del primo governo Berlusconi
Piazza Emporio (Testaccio, di fronte all’Aventino)
6 vani, terrazzo, ripostiglio acquisto dal gruppo Pirelli (ex Ina)
anno 2003
889 mila euro
stima zona 2006 4200/5500 euro mq
18 FRANCO MARINI
senatore Margherita, presidente del Senato
Via Lima (Parioli)
acquisto da Scip ex Inpdai Piano terra e primo piano per un totale di
14 vani catastali anno 2007
un milione di euro
stima zona 2006 5400/7100 euro mq
19 FRANCESCO COSSIGA
senatore a vita, presidente emerito della Repubblica
Via Quirino Visconti (zona Prati)
acquisto da Generali, ex Ina 9,5 vani soffitta box auto ampio
magazzino anno 2004
710 mila euro
stima zona 2006 4800/6600 euro mq
MASTELLA QUERELA ESPRESSO PER INCHIESTA IMMOBILI
(Apcom) - "La mia moralità è fuori discussione e
sfido il direttore de L'Espresso, quando e dove vuole, ad un pubblico
dibattito". Così il segretario politico dei Popolari-Udeur, Clemente
Mastella replica in una nota alle anticipazioni del settimanale circa gli
sconti bipartisan ai politici nell'acquisto degli immobili. "Per
trent'anni, come tutti sanno, ho vissuto a Roma in affitto ed ho usufruito,
lo ripeto, dopo trent'anni, come migliaia di cittadini comuni, - spiega -
della legge che ha permesso agli affittuari di acquisire l'immobile ad un
prezzo stabilito dal mercato, dalla legge stessa, e non certo da logiche di
favore. Tant'è che, per diventare proprietario della casa che avevo in
affitto, ho investito tutti i risparmi, miei e di mia moglie, con l'aggiunta
di un mutuo di ben 500mila euro". "Domando, - aggiunge Mastella -
è questo lo sconto e i favori di cui avrei beneficiato? Se avessi
voluto, in questi trent'anni e nei ruoli che ho ricoperto, la casa l'avrei
potuta acquistare molto prima, e negli anni di tangentopoli, forse me
l'avrebbero anche regalata. Le insinuazioni de L'Espresso sono una cosa
ignobile. Se qualcuno immagina o vuole favorire la nascita di nuovi partiti, pensando
di attentare alla onorabilità e alla mia onestà personale, ha
sbagliato destinatario. Ripeto: sfido pubblicamente L'Espresso e il suo
direttore ad un dibattito e, sin d'ora, annuncio di aver dato mandato al mio
legale di querelare il settimanale. Può darsi che l'azione giudiziaria
mi aiuti ad estinguere quel mutuo di 500 mila euro, non certo di
favore".
Dagospia 30 Agosto 2007
Irrecuperabili e mediocri, al punto che andrebbero eliminati. Non
fisicamente, beninteso, ma in primis con un netto taglio delle troppe
poltrone su cui sono seduti e con una legge elettorale, a tutto collegio
uninominale, che individui non più di 400 parlamentari. E poi ci
vorrebbero meccanismi di fortissima selezione nelle scuole e nelle
università, perché è anche lì che si annida in modo
spaventoso la mancanza di valore. Gianfranco Pasquino, politologo, ordinario
di scienza politica all'università di Bologna, usa toni perentori nel
commentare la qualità dei nostri politici. E si inserisce senza fare
sconti all'interno del dibattito sollevato dal lettore di ItaliaOggi
sull'inefficienza della casta oggi al potere in Italia. Non che la
società civile sia in condizioni migliori. Su questo Pasquino rifiuta
la tesi secondo cui i politici nostrani dovrebbero cedere metri ai cittadini
organizzati per consentire una partecipazione dal basso. Va bene la
sussidiarietà, è disposto ad ammettere il politologo, ma non
sembra proprio che il mondo dell'associazionismo sia meno bloccato o
corporativo dei nostri amministratori.Domanda. Professore, è
così irrecuperabile la classe politica italiana?Risposta. Non penso
che si debba porre il problema della sua recuperabilità, perché non
vedo motivi per credere che i nostri politici siano recuperabili.D. Andiamo
bene_R. Il punto è che la qualità è scarsa, le persone
di valore non ci sono, a parte qualche eccezione.D. Per esempio?R. Vedo
esempi di valore al Quirinale e al ministero degli affari esteri.D. Ok, si
salvano Giorgio Napolitano e Massimo D'Alema. Non è un po' poco?R.
è piuttosto poco, sì, ma è così. Piuttosto vorrei
porre una questione.D. Prego...R. Iniziamo con il farci una semplice domanda:
le persone valide vengono in Italia effettivamente valorizzate? Sono
costrette o no ad andare prima all'estero e poi eventualmente a tornare? Pensiamo
al governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi. Il merito in
Italia non esiste. D. Così è buio pesto. Ci dia uno
spiraglio di luce.R. Quando i mediocri sono troppo numerosi, come oggi
possiamo vedere, l'unica soluzione è ridurre la loro quantità:
ridurre i consiglieri regionali, provinciali e comunali, ridurre i posti nei
consigli di amministrazione, ridurre i parlamentari nazionali e cercare di
rendere tutto più competitivo.D. Sì, ma quale ricetta ci
può essere?R. Per esempio, quanto al parlamento nazionale, io abolirei
una camera lasciandone una con non più di 400 parlamentari. E aggiungo
che tutti dovrebbero essere eletti con un sistema basato su collegi
uninominali in cui solo chi vince ha il posto. D. E se i politici facessero
un passo indietro, lasciando più margini d'azione alla società
civile?R. Ma non mi sembra proprio che la società civile brilli per la
sua eccellenza. Non vedo tutto questo ricambio al vertice delle associazioni,
non vedo tutta questa apertura, tutta questa formazione.D. Professore, ancora
con il pessimismo cosmico.R. Guardi, qui piuttosto si dovrebbe pensare a
introdurre meccanismi di fortissima selezione nelle scuole e nelle
università. Non so se ci si rende effettivamente conto di quale
livello di chiusura abbiamo raggiunto.
Il Secolo XIX 30-8-2007 Slot, il banco perde.
La Corte dei Conti contesta un danno erariale che vale tre-quattro
manovre finanziarie MARCO MENDUNI FERRUCCIO SANSA
dalla prima pagina
«Per il 2006, secondo i dati dei Monopoli, a fronte di un volume di affari
(ovvero la "raccolta di gioco") pari a circa 15,4 miliardi di euro
(di cui la quasi totalità derivante da apparecchi con vincite di
denaro) vi è stato un gettito fiscale pari a 2 miliardi e 72 milioni
di euro con circa 200mila apparecchi attivati», scrive il rapporto della
commissione d'inchiesta. E aggiunge: «L'effettiva raccolta di gioco sarebbe
stata di molto superiore alla cifra citata. Secondo stime della Finanza, la
predetta raccolta di gioco ammonterebbe a 43,5 miliardi di euro». Insomma, i
due terzi del gioco sarebbero in nero. Due macchinette su tre non sarebbero
collegate alla rete. Quindi il 70 per cento del "preu" - il
prelievo fiscale su ogni singola giocata che dovrebbe finire nella casse dei
Monopoli, e quindi dello Stato - è stato evaso.
«Abbiamo calcolato - raccontano gli investigatori - che tra imposte non
pagate e multe non riscosse lo Stato ha perso circa 98 miliardi di euro».
L'equivalente di tre Finanziarie che invece di andare allo Stato è
rimasto nelle tasche di alcune concessionarie. E non basta, perché secondo
gli uomini della Finanza e alcuni componenti della commissione d'inchiesta
«in alcune delle società in questione siederebbero uomini vicini a
Cosa Nostra, in particolare al clan di Nitto Santapaola». Altre invece
sarebbero guidate da persone vicine a esponenti di primissimo piano di
partiti politici (soprattutto Alleanza Nazionale).
Così l'indagine della Corte dei Conti sfocia in quello che sarebbe il
più clamoroso caso di evasione fiscale della storia della Repubblica.
Non solo. «Nel corso delle indagini sono sorti alcuni interrogativi su
specifici comportamenti tenuti dai Monopoli in particolari occasioni», è
scritto nel rapporto della commissione che da settimane è sulla
scrivania del vice-ministro dell'Economia, Vincenzo Visco. Una critica
pesante nei confronti dei Monopoli che non si sarebbero accorti di
un'evasione di dimensioni colossali o che non avrebbero richiesto alle
società concessionarie il pagamento delle somme dovute. «Zero. I
Monopoli dello Stato non hanno fatto pagare un centesimo di sanzione alle
società concessionarie che non avevano versato miliardi di euro di
imposte», raccontano gli investigatori.
Dal ministero e dai Monopoli non è finora arrivato nessun commento.
Ieri ecco la notizia del «danno erariale» a sei zeri che la Corte dei Conti
ha richiesto alle concessionarie. In particolare emergono le cifre indicate
nella notifica di Lottomatica e Snai. E immediatamente le quotazioni in borsa
delle due società precipitano. Lottomatica lascia sul campo il 4,02
per cento, mentre il titolo Snai perde addirittura l'11,27 per cento e viene
sospeso per eccesso di ribasso. I volumi di scambi sono altissimi, con 4,18
milioni di pezzi passati di mano da una media giornaliera di 640.000. Alla
fine Snai decide di diffondere un comunicato in cui afferma di aver ricevuto
una notifica dalla Procura regionale della Corte dei conti del Lazio che la
invita a presentare le sue deduzioni su un'ipotesi di danno erariale nel
settore «new slot» valutato intorno ai 4,8 miliardi di euro. Snai sottolinea
che «da tali procedure non potranno emergere responsabilità di sorta a
suo carico nè derivarle conseguenze negative di carattere patrimoniale».
Ma il caso slot-machine è soltanto all'inizio e nelle prossime
settimane potrebbe riservare clamorose sorprese. La Procura di Roma - che ha
ricevuto gli atti dal pm di Potenza, John Henry Woodcock - ha intenzione di
sentire i vertici dei Monopoli. Il magistrato Giancarlo Amato vuole
ricostruire il meccanismo che ha portato ad attribuire le concessioni alle
società che gestiscono le slot-machine. Non solo: si sta cercando di
capire se vi siano state degli illeciti nei controlli compiuti dai Monopoli.
Un'ipotesi che troverebbe conferma nel rapporto della Commissione
d'inchiesta: non risulta, si dice nel documento, che siano stati compiuti
controlli sui precedenti penali delle concessionarie. Non solo: alcuni degli
ispettori incaricati dei controlli risultavano indagati proprio per presunti
episodi di corruzione.
La Procura di Roma, però, vuole anche capire chi ci sia davvero dietro
le società che gestivano il "tesoro" delle slot-machine.
Alcune società, fa notare un membro della commissione d'inchiesta,
hanno spostato la sede all'estero nonostante siano titolari di concessioni
con lo Stato italiano.
Non solo. Secondo gli investigatori, il mondo del gioco d'azzardo legale
sarebbe diventato un fondamentale strumento di finanziamento dei partiti di
entrambi gli schieramenti.
29/06/2007
La Commissione d'inchiesta presieduta dal sottosegretario Alfiero Grandi e
composta, tra gli altri, dal generale della Finanza Castore Palmerini produce
un rapporto che finisce sul tavolo del vice-ministro, Vincenzo Visco. Si
parla di imposte non riscosse e di multe non pagate per quasi cento miliardi
di euro. La commissione accusa pesantamente i Monopoli dello Stato.
29/06/2007
SCOPPIA
IL GRANDE SCANDALO
29/06/2007
L'INCHIESTA DELLA
CORTE DEI CONTI
La Finanza e la Corte dei Conti avviano un'indagine sul mondo delle
slot-machine: all'appello mancano 98 miliardi di euro. Anche la commissione
d'inchiesta presieduta dal sottosegretario Grandi giunge alle stesse
conclusioni.
29/06/2007
L'INCHIESTA DEL SECOLO XIX
Viene pubblicato il rapporto della commissione Grandi. Scoppia lo scandalo
delle imposte che non sarebbero state pagate e delle multe non riscosse.
L'evasione più consistente della storia della Repubblica
29/06/2007
IL CROLLO IN BORSA
La Procura della Corte dei Conti notifica a dieci società
concessionarie un provvedimento per il «danno erariale» subìto dallo
Stato. Snai e Lottomatica - che sarebbero debitrici di circa 4 miliardi
ciascuna - crollano in Borsa.
Bologna, 12 agosto 2007 - Riprendiamo un contributo da www.beppegrillo.it
Due
giornalisti del Secolo XIX di Genova,
Menduini e Sansa, denunciano da tempo le imposte non pagate dai Monopoli di
Stato. Tenetevi forte, sono 98 MILIARDI DI EURO. Dove sono finiti questi
soldi? Ai partiti, alle Mafie, a privati cittadini? Tangentopoli in confronto
sembra una barzelletta e Valentino Rossi un bambino che ha rubato le
caramelle. Visco se ci sei batti un colpo, dato che le federazioni dei Ds
sono proprietarie di sale Bingo. Fini e Alemanno, così impegnati sui
costi della politica, chiedete informazioni ai vostri consiglieri delle
società concessionarie delle slot machine. Di seguito la lettera di
Menduini e Sansa al signor Tino, direttore dei Monopoli di Stato.
“Gentile
dottor Giorgio Tino,
ci piacerebbe porgerle queste domande a voce, ma parlarLe sembra essere
impossibile. Da mesi La cerchiamo inutilmente, cominciamo quasi a dubitare
che Lei esista davvero. E dire che Lei avrebbe interesse a rispondere (oltre
che il dovere). Secondo il rapporto di una commissione di inchiesta parlamentare
e secondo gli uomini della Guardia di Finanza infatti, tra imposte non pagate
e multe non riscosse le società concessionarie delle slot machine
devono allo Stato 98 miliardi di euro.
Sarebbe
una delle più grandi evasioni
della storia d’Italia. Secondo la commissione e gli investigatori, questo
tesoro sarebbe stato regalato alle società che gestiscono il gioco
d’azzardo legalizzato. Di più: nei consigli di amministrazione di
alcune di queste società siedono uomini appartenenti a famiglie legate
alla Mafia. Insomma, lo Stato italiano invece di combattere Cosa Nostra le
avrebbe regalato decine di miliardi di euro.
Con
quel denaro si potrebbero costruire metropolitane in tutte le principali città d’Italia. Si
potrebbero comprare 1.000 Canadair per spegnere gli incendi. Potremmo
ammodernare cinquecento ospedali oppure organizzare quattro olimpiadi. Si
potrebbero realizzare impianti fotovoltaici capaci di fornire energia
elettrica a milioni di persone oppure si potrebbe costruire la migliore rete di
ferroviaria del mondo.
Da
mesi noi abbiamo riportato sul nostro giornale, Il Secolo XIX, i risultati dell’indagine. Decine di
pagine di cronaca che non sono mai state smentite. Secondo la commissione d’inchiesta,
i Monopoli di Stato hanno gravi responsabilità nella vicenda. Non
solo: la Corte dei Conti ha chiesto alle società concessionarie di
pagare decine di miliardi di euro per il risarcimento del danno ingiusto
patito dallo Stato. E nei Suoi confronti, signor Tino, i magistrati hanno
aperto un procedimento per chiedere il pagamento di 1,2 miliardi di euro di
danni.
Ma Lei che cosa fa? Tace e rimane al suo posto, come tutti i responsabili dei
Monopoli, dalla dottoressa Barbarito alla dottoressa Alemanno (sorella
dell’ex ministro di Alleanza Nazionale).
E,
cosa ancora più incredibile,
tace il vice-ministro dell’Economia, Vincenzo Visco (che da mesi ha ricevuto
il rapporto della commissione di inchiesta), da cui Lei dipende. Può
spiegarci per filo e per segno che fine hanno fatto quei 98 miliardi di euro
che secondo la Finanza sono stati sottratti alle casse dello Stato?
Finora
Lei non ci ha mai voluto rispondere.
Forse conta sul sostegno del mondo politico. Del resto la Sua poltrona
è una delle più ambite d’Italia. Pochi lo sanno, ma i Monopoli
gestiscono il commercio del tabacco e del gioco d’azzardo legalizzato.
Insomma, un tesoro, su cui i partiti si sono lanciati da anni: An ha suoi
rappresentanti proprio nei consigli di amministrazione delle società
concessionarie delle slot machine, mentre le federazioni dei Ds sono
proprietarie di molte sale Bingo. Così Lei può permettersi di
tacere. Ma chissà che cosa farebbe se a ripeterLe queste domande
fossero decine di migliaia di visitatori di questo blog (l’indirizzo
dell’ufficio stampa è: ufficiostampa@aams.it
)?”
Marco
Menduni e Ferruccio Sansa
Zitti zitti quasi tutti i consiglieri regionali d'Italia (ma
c'è chi ha saputo dire basta) stanno per incassare un ulteriore
aumento allo stipendio. Si tratta di un bottino aggiuntivo di 1,5 milioni di
euro che i 1200 consiglieri regionali italiani intascheranno per effetto
dell'adeguamento automatico del loro assegno mensile a quello dei parlamentari
nazionali. Il meccanismo è sempre lo stesso: aumenta il trattamento
economico dei magistrati e a cascata, visto che sono agganciate fra loro,
salgono anche le indennità degli inquilini dei palazzi romani e infine
quelle dei colleghi regionali. Quest'anno, con effetto rigorosamente
retroattivo al gennaio 2007 affinché nulla vada perduto, l'impennata
sarà del 2,5%. Mancano soltanto ancora alcuni passaggi formali, ma il
risultato è deciso. E dal momento che praticamente tutte le regioni
hanno leggi che, nel regolare la materia delle indennità, prevedono il
loro collegamento automatico all'andamento dei trattamenti dei parlamentari
nazionali, ecco che l'impennata è garantita per tutti. Determinarne
l'entità del nuovo colpaccio è semplice. Basta aumentare del
2,5% le indennità di base dei consiglieri regionali italiani,
prendendo come punto di partenza i trattamenti base previsti dalle varie
regioni e raccolti sul sito della Conferenza dei presidenti delle assemblee
legislative. La cifra che ne viene fuori è quella di 1 milione e 464
mila euro, che i nostri consiglieri percepiranno già nel 2007, dato
che l'aumento dei magistrati reca quella data. Il che vuol dire
complessivamente 122 mila euro in più al mese di spesa pubblica. Bisogna
però precisare che si tratta di stime effettuate per difetto, dal
momento che il calcolo qui proposto è stato effettuato solo
sull'indennità base di un singolo consigliere regionale. Non sono
considerate, dunque, tutte quelle maggiori indennità che un parlamentare
locale prende se ha una particolare qualifica (segretario e presidente di
commissione, vicepresidente di commissione, vicepresidente di giunta e
consiglio, presidente di giunta e consiglio). In questi casi, naturalmente,
un 2,5% in più porta a incrementi maggiori. Fatta questa premessa, si
scopre che gli aumenti mensili vanno da un massimo di 212 euro per un
consigliere calabrese, che così arriverà a un'indennità
mensile di 8.720 euro (più rimborsi per 2.808 euro) a un minimo di 78
euro per un collega delle Marche che arriverà a 3.205 euro (più
un rimborso che può variare da 2.992 euro a 3.682). Comunque nulla a
che vedere con le cifre che circolano durante i rinnovi contrattuali. Va
detto che qualcuno che vuole porre un freno a questo automatismo c'è.
è il caso dell'Abruzzo che sta facendo scuola anche in alcune regioni
più importanti. Come il Piemonte, dove il presidente Mercedes Bresso
sta lottando per abbassare l'asticella. L'Abruzzo ha approvato una legge che
congela fino alla fine della legislatura l'automatismo. Stessa scelta
è stata portata avanti in Umbria, dove un referendum popolare sui costi
della politica regionale ha portato consiglio e giunta a correre ai
ripari e a escogitare una soluzione che conduca grosso modo agli stessi
risultati dell'Abruzzo. Per il resto, però, le resistenze sembrano
prevalere. Tra le altre cose bisogna ricordare che le indennità di
base dei consiglieri regionali variano da un minimo del 65% a un massimo del
100% delle indennità dei loro colleghi nazionali. I quali percepiscono
ogni mese un'indennità lorda di 11.704 euro, a cui si applicano le
tasse, più una diaria mensile di 4.003,11 euro e un assegno di 4.190
euro a titolo di rimborso spese relative al rapporto tra eletto ed elettore.
Queste due ultime voci sono totalmente esentasse. Anche a livello regionale
ci sono i rimborsi, sempre al di fuori della morsa del fisco, molto spesso
agganciati in misura percentuale alle corrispondenti voci del parlamento
nazionale. Nel frattempo ancora non si hanno notizie precise sul futuro del ddl
Santagata di abbattimento dei costi della politica che prevede,
tra le altre cose, un taglio del 10% delle indennità. Il
provvedimento, frutto dell'accordo tra il ministro per l'attuazione del
programma, Giulio Santagata, il collega agli affari regionali, Linda
Lanzillotta, e il presidente della Conferenza delle regioni, Vasco Errani, ha
provocato le vibrate proteste da parte di province, comuni e comunità
montane.
La Repubblica 28-8-2007 Napoli Un
assessore ritira incarichi per 5 milioni
IL CASO Gabriele (Prc) revoca il decreto:
"Non ero stato avvisato". Attacco del centrodestra a Cozzolino
Folla ai dibattiti nel parco delle terme. Nel pomeriggio arriva il
vicepremier Rutelli Effetto Cozzolino. Incarichi della Regione
affidati ad esterni per complessivi 5 milioni e 300 mila euro sono stati
cancellati di punto in banco dall'assessore regionale Corrado Gabriele con un
atto di revoca di un decreto firmato da un suo ex dirigente di area. Dopo le
polemiche che investono l'assessore ds Andrea Cozzolino per i 15 milioni di
euro destinati a consulenze, assistenza tecnica e assunzione temporanea di
esperti per l'attuazione del piano di sviluppo economico regionale Paser, 24
ore fa è il collega di giunta del Prc, Gabriele, a fare un singolare
outing. Conferma di avere cancellato una spesa di 5 milioni destinati a 10
società che dovevano occuparsi di formazione per giovani non
diplomati. Sarebbe stata trasferita ad altro settore il funzionario Maria
Adinolfi. La dirigente, stando alla ricostruzione di Gabriele, avrebbe
commesso "l'errore di prolungare e decidere alcuni affidamenti senza
consultarsi con me". Un lampante esempio di scaricabarile? "Niente
di più falso - replica lui - Tutti dobbiamo fare autocritica, ma
è un dato obiettivo che non ci sia il dovuto collegamento tra le
prassi dei dirigenti e la responsabilità politica". Analoga
revoca è scattata per un affidamento di 300mila euro: per
l'elaborazione di progetti contro la dispersione scolastica. E intanto
continuano le polemiche sull'assistenza al Paser. "Il bando del Piano
attuativo del Paser va revocato". Lo chiede il capogruppo di An in
Regione, Francesco D'Ercole. "Al di là della qualità
stessa del Paser, sulla quale già in aula espressi perplessità
- spiega D'Ercole - è la questione dei 4milioni e mezzo di euro per le
consulenze a lanciare ulteriori ombre sulla rispondenza di questo
pseudo-piano voluto da Bassolino e da Cozzolino alle effettive esigenze di
sviluppo della Campania". "Di troppe consulenze c'è il
rischio di fare indigestione - aggiunge Nicola Cosentino, coordinatore
campano di Fi - . Vi è qualcosa di buffo, ai limiti del paradossale
nella vicenda Paser, dove una parte della maggioranza si rivolta contro se
stessa, per questioni da Fi sempre denunciate". "Serve assoluta
trasparenza", incalza Cosimo Sibilia, capogruppo di Fi in Consiglio.
Contraria "all'utilizzo delle consulenze come elemento sostitutivo dei
settori del lavoro pubblico" è la segreteria regionale Cgil
Funzione Pubblica. Mentre secondo il consigliere ds Michele Caiazzo, vicino a
Bassolino, "queste polemiche sono ridicole. è un festival delle
ipocrisie e degli opportunismi, il Paser è stato discusso da
industriali, sindacati e Consiglio, erano previste l'unità tecnica e
l'assistenza tecnica, ma nessuno ha detto nulla". (co.sa.).
Un miliardo e mezzo l'anno speso da Stato
e regioni per incarichi inutili. Concesso ad amici, politici, faccendieri. E
Palazzo Chigi frena la trasparenza. La rete dello spreco Una città di
261 mila abitanti, tanti sono i consulenti esterni della nostra pubblica
amministrazione. Una massa enorme che succhia ogni anno un miliardo e mezzo
di euro dalle casse pubbliche. Architetti, ingegneri, avvocati,
commercialisti, ma anche personaggi in cerca di contratto senza alcuna
competenza, figli di ministri, amanti, clienti e famigli, portatori di voti,
politici trombati e manager arrestati. Tutti in fila per incassare la loro
fetta della grande torta. Il ministero della Funzione pubblica tra poche
settimane presenterà in Parlamento la sua relazione sugli incarichi.
'L'espresso' è in grado di anticiparne il contenuto. A leggere le
tabelle, riferite al 2005, ultimo anno censito, c'è da restare a bocca
aperta. I consulenti esterni sono 156 mila e 500, la popolazione di un
capoluogo di regione come Cagliari, vecchi e bambini compresi, a cui vanno
aggiunti i 105 mila pubblici dipendenti che eseguono prestazioni extra per
altri enti fino ad arrivare a un totale di 261 mila persone. Una città
grande come Venezia che galleggia sulla spesa pubblica. Basterebbe abolire le
consulenze e si potrebbe rimborsare l'imposta sulla prima casa a due italiani
su tre. Ma non si può. Il fenomeno è ormai strutturale: nulla
riesce a combatterlo. Rispetto al 2004 la spesa è ferma a 1 miliardo e
500 milioni di euro. E anche se gli incarichi sembrerebbero diminuire, il
condizionale è d'obbligo: i burocrati tardano nel consegnare gli
elenchi degli ingaggi e quasi sempre il dossier finale lievita di mese in
mese, con rialzi di centinaia di milioni. La spesa per gli incarichi esterni
è ormai una montagna difficile da ignorare anche per la politica
italiana. La Finanziaria del 2005 aveva posto dei limiti precisi al potere
discrezionale degli amministratori, poi erano intervenuti il ministero con
una circolare e la Corte dei Conti. La Procura Regionale del Lazio, quella
competente sugli organi centrali, ha dato un segnale inequivocabile, mettendo
all'indice i vertici di 14 colossi pubblici. Si va dall'ex commissario
dell'Unire, l'ente delle razze equine, al quale sono stati contestati 147
mila euro , fino alle consulenze elargite dai tre ultimi ministri della
giustizia: Fassino, Diliberto e Castelli. Dal direttore generale
dell'Istruzione, sotto accusa per 90 mila euro di parcelle, all'Asi, l'Agenzia
spaziale italiana, che avrebbe mandato in orbita assegnazioni illegittime per
un totale di 381 mila euro. Chi non pubblica paga L'onda però è
proseguita ignorando anche i fulmini della magistratura contabile, fino a
quando i senatori della Sinistra democratica, Cesare Salvi e Massimo Villone,
hanno tirato fuori dal cilindro un'arma letale contro le consulenze facili
dello Stato. Un comma inserito nella manovra per il 2007, che rappresenta una
miccia accesa nel sottobosco della politica: "Nessuna consulenza
può essere pagata se non sia stata resa nota, con tanto di nome e
compenso, sul sito Web dell'amministrazione". E se l'incarico non viene
pubblicizzato, scatta una punizione micidiale: chi ordina il pagamento e chi
ne beneficia deve restituire i soldi di tasca sua. Sembrava l'uovo di
Colombo, in grado di trasformare il Palazzo in una casa di vetro. Tutti
avrebbero saputo in tempo reale con un click i nomi dei 223 consulenti delle
agenzie fiscali, dei 14 mila uomini d'oro della sanità e soprattutto
dei 4 mila e 563 prescelti dai ministeri. Purtroppo, l'Eden della trasparenza
telematica non si è realizzato. Cavilli, circolari e ricorsi
burocratici hanno depotenziato l'arma letale. E alla fine più della
metà dei ministeri ha mantenuto il silenzio. Nella lista dei buoni
figurano Funzione pubblica, Comunicazioni, Interno, Solidarietà
sociale, Commercio estero, Salute, Sviluppo economico, Attuazione del
programma, Affari regionali, Economia. Mentre tra i bocciati troviamo a
sorpresa un paladino della lotta alle consulenze fasulle come Alfonso
Pecoraro Scanio. Il ministero degli Esteri, pur non avendo ancora sul sito la
lista, non ha avuto difficoltà a consegnarla a 'L'espresso', come
hanno fatto anche l'Enav, l'Unire e l'Aams. Va detto però che il
cattivo esempio viene dall'alto. I dipartimenti e gli uffici di Palazzo Chigi
non hanno ancora pubblicato l'elenco dei consulenti. "Ma nel
frattempo", spiega il segretario generale Carlo Malinconico, "i
pagamenti degli incarichi conferiti dopo la finanziaria del 2007 sono
sospesi". I beneficiati Chi è sul Web invece può
incassare. Ed ecco spuntare una lista infinita di avvocati, ingegneri,
commercialisti, architetti o semplici ragionieri. Pochi i nomi noti. Come
Pellegrino Mastella, figlio del Guardasigilli e consulente di Bersani allo
sviluppo economico per 32 mila euro. Nelle liste dell'Inpdap spunta il
manager informatico Elio Schiavi. Chi è? Secondo Visco è stato
una vittima dello spoils system di Tremonti. E Schiavi, definito dal
viceministro diessino "l'inventore del fisco telematico",
potrà consolarsi con un contratto da 150 mila euro. Alla Farnesina si
segnala invece il rientro sulla scena dell'ex procuratore di Roma Vittorio
Mele. Sottoposto a procedimento disciplinare nel 1998 per i suoi rapporti
disinvolti con il re delle cliniche Luigi Cavallari, Mele aveva lasciato la
magistratura evitando il giudizio del Csm. Ha appena firmato un contratto da
24 mila euro per quattro mesi e mezzo. Altri 25 mila euro andranno invece a
Giovanni Lombardi, rappresentante dei Ds nel consiglio degli italiani
all'estero, per progettare il museo dell'emigrazione. Le Poste pubblicano la
lista più completa: 194 gli incarichi e un paio di curiosità: i
200 mila euro a Maurizio Costanzo e gli 8 mila euro a Giovanni Floris. Gran
parte dei soldi però vanno agli studi legali, come quello
dell'onorevole di An Giuseppe Consolo (126 mila euro per il 2007) o quello
fondato da Giulio Tremonti che ha preso 25 mila euro. L'Anas invece mostra un
profilo fin troppo basso. Stando alle striminzite comunicazioni del sito,
avrebbe speso finora poco più di 400 mila euro per sei incarichi. Una
carestia rispetto ai 41 milioni del 2003 e ai 20,4 milioni dell'ultimo anno.
Dov'è finita l'azienda sprecona che regalava 2 milioni e mezzo di euro
in consulenze come buonuscita ai consiglieri? Basta fare un paio di verifiche
per scoprire che il lupo cambia colore politico ma non il vizio. Sul sito non
appare, per esempio, l'ingaggio da 100 mila euro all'ex consigliere Alberto
Brandani, vicino all'Udc. Perché? Risposta burocratica: la commissione di cui
fa parte è anteriore alla nuova legge. Esemplare la vicenda di
Giuseppe D'Agostino. Un collaboratore da 50 mila euro l'anno, ignorato nella
lista pubblica, ma attivo in tutto il mondo, dove incontra ministri per conto
dell'Anas. In Moldavia ha presentato un accordo, seduto accanto al premier,
per rifare tutte le strade . Non figurano sul sito neanche i due giovanissimi
avvocati Sergio Fidanzia e Angelo Gigliola. Trent'anni a testa, iscritti
all'albo dal 2005, hanno ricevuto dall'Anas un paio di arbitrati e la difesa
della società nelle cause più importanti, quelle contro le
autostrade davanti al Tar e alla Corte di giustizia europea. Per le stesse
controversie è stato arruolato anche Marco Annoni, legale arrestato
dal pool di Mani Pulite che ha patteggiato la sua condanna per tangenti. Il
loro compenso è top secret. Ma quella degli avvocati in carriera non
è un'eccezione. Perché con una direttiva firmata da Romano Prodi molte
categorie sono state escluse dalla trasparenza. Una deroga che regala
l'anonimato a tanti professionisti della parcella: tra loro artisti,
società di revisione e soprattutto avvocati patrocinanti. Particolare
piccante: il segretario generale di Palazzo Chigi che sta seguendo la partita
delle consulenze è l'ex avvocato Carlo Malinconico, titolare
dell'omonimo studio, chiuso dopo l'approdo a Palazzo Chigi, nel quale hanno
mosso i primi passi i giovani Fidanzia e Gigliola. Agenzie reticenti L'Anas
è in buona compagnia. Anche le agenzie fiscali seguono la linea
dell'ermetismo. A fine agosto, territorio, dogane, monopoli ed entrate
dichiarano sui rispettivi siti in tutto 21 consulenze. Nel 2004, secondo il
ministero, le agenzie elargivano 223 incarichi. Che fine hanno fatto? Una
parte importante si trova nel calderone della Sogei, che fornisce personale e
servizi alle agenzie, e che però copre i suoi consulenti con il
silenzio. è il caso del braccio destro del direttore dei Monopoli,
Giorgio Tino. Si chiama Guido Marino e lo accompagna persino alle audizioni
in Parlamento. Proprio a Marino, il direttore Tino ordina al telefono
(intercettato dal solito pm Woodcock) nell'aprile del 2005: "Procurami
tutte le carte. Poi leva da tutti i computer e lascia solo sul tuo senza
farlo vedere ai colleghi". Oggi Marino sul sito non c'è, anche se
il suo incarico, ottenuto da Sogei con una sorta di gara, potrebbe valere
circa 2 milioni di euro. Situazione analoga all'Ice. L'Istituto per il
commercio estero non espone la sua lista e così è impossibile
sapere quanto guadagna la società Triumph, controllata da Maria
Criscuolo, imprenditrice molto amica di Umberto Vattani, come è emerso
dalle intercettazioni di un'inchiesta contro il capo dell'Ice. Anche la
Triumph sarebbe oscurata dalla solita direttiva Prodi. Attacca Cesare Salvi:
"Quella circolare limita moltissimo l'obbligo di trasparenza e va contro
la legge. Comunque non ci fermiamo. La strada è quella giusta e anche
il premier lo sa. Ora vogliamo chiedere che nella Finanziaria si includa
l'obbligo di pubblicare tutti gli atti di spesa. Anche se il vero problema
sono gli enti locali, sui quali non possiamo intervenire. Lì accadono
gli abusi peggiori". Bengodi locale L'autonomia delle regioni è
diventata libertà di spreco. L'Eldorado delle consulenze è in
Lombardia: il censimento parziale del 2004 segnalava 45.500 incarichi con 185
milioni di euro liquidati. E tutto calcolato per difetto: un quinto del
totale nazionale. Un sistema di potere parallelo, in parte all'insegna della
cultura del fare, nella presunzione che il professionista esterno nominato
direttamente faccia prima e meglio. Il modello caro a Letizia Moratti, che in
un anno a Palazzo Marino ha assegnato 91 incarichi. In parte però
questo network nutre anche il sottobosco del potere. L'ultimo scandalo
è recentissimo, emerso alla vigilia di Ferragosto con un'istruttoria
penale per truffa. Al centro un progetto finanziato dal Pirellone per
costruire sul lago di Como il Museo di Leonardo. Viene perquisita la Glr
Consulting, controllata dal consigliere regionale Gianluca Rinaldin di Forza
Italia. In Piemonte, nel 2005, regione, province e comuni hanno inghiottito
consulenze per 18 milioni di euro, un terzo dei quali ritenuto privo dei
requisiti. A Genova, le Fiamme Gialle hanno contestato un danno erariale
superiore ai 20 milioni: sotto accusa nove amministratori dell'Istituto
tumori. La Guardia di finanza spiega che, "a fronte di enormi
investimenti effettuati, non è stata prodotta alcuna attività
scientifica". Nel Lazio il meccanismo si è evoluto per aggirare i
controlli. E le designazioni vanno a carico delle società a
partecipazione regionale. Secondo una denuncia dei sindacati, Sviluppo Lazio
ne ha assegnate per un importo di 27 milioni; la Filas per 8,2 milioni, la
Bic per 5. In Abruzzo tra gli ingaggi della giunta guidata da Ottaviano Del
Turco si segnala il fotografo personale del presidente e il vignettista. Il
primo costa 60 mila euro, il secondo 32 mila per occuparsi, tra l'altro, del
cartoon 'Capitan Abruzzo'. Il fumettista è figlio del sindaco di
Collelongo, comune della Marsica che ha dato i natali a Del Turco. Certo, a
Sud la situazione è peggiore. C'è il caso Calabria che spicca
fra tutti. Quando i magistrati sono andati a mettere il naso negli incarichi
della Regione, si sono messi a piangere. In soli tre mesi ne erano stati
assegnati una valanga: metà con importi non specificati, l'altra
metà per oltre 487 mila euro. E tutti, ma proprio tutti, illeciti.
Persino quelli destinati all'attuazione del 'piano di legalità' non
rispettavano le regole. In altre regioni gli incarichi sono quasi dei
benefit. In Molise lo scorso anno il presidente della giunta ha nominato due
consiglieri personali costati 115 mila euro. Nella lista non manca una
ricerca sui molisani a Stoccarda per 41 mila euro e un intervento
sperimentale sulle lepri da 15 mila. In Sicilia, invece, consulenza è
sinonimo di favore. Talvolta anche agli amici degli amici. Come nel caso di
Francesco Campanella, il mafioso ed ex presidente del consiglio di Villabate,
oggi collaboratore di giustizia. Anche lui non si lasciò sfuggire un
bel contratto. Nessuno oggi è in grado di stabilire quanti siano i
consulenti: c'è stato persino un esperto per la 'prevenzione dei
rischi connessi al diffondersi del bioterrorismo'. Un caso limite? No: a
Rosolini, comune in provincia di Siracusa, c'è stato l'esperto per la
lettura delle bollette telefoniche. A Catania ancora ricordano l'affascinante
Miriam Tekle. La splendida top model eritrea, dopo aver partecipato alle
finali di Miss Italia nel mondo, venne nominata alle dirette dipendenze
dell'assessorato comunale all'Industria, per svolgere funzioni di 'supporto
dell'attività d'indirizzo'. Per quell'incarico, la bella Miriam
avrebbe dovuto percepire poco più di 24 mila euro all'anno. Dopo le
proteste non se fece nulla, perché Miriam, così c'è scritto,
aveva 'poca attitudine al ruolo'. hanno collaborato Stefano Pitrelli e
Marcello Bellia Alla carica CONSULENTI TOTALI 2005 2004 Numero consulenti
261.297 295.769 Consulenze affidate 418.294 489.785 Compensi liquidati 1.499,4
1.516,2 in milioni di euro Compenso medio 3.584 3.095 per incarico in euro
CONSULENZE ESTERNE 2005 2004 % Numero consulenti 156.541 174.195 -10,13
Consulenze affidate 234.512 270.312 -13,24 Compensi liquidati 1.218,7 1.220,1
- 0,12 in milioni di euro Compenso medio 4.932 4.861 1,47 per incarico in
euro CONSULENZE A DIPENDENTI 2005 2004 % Numero dipendenti 104.756 121.574
-13,8 Consulenze affidate 183.782 219.473 -16,3 Compensi liquidati 280,7
296,1 -5,2 in milioni di euro Compenso medio 1.538 1.545 -0,5 per incarico Com'è
galante quel Galan di Paolo Tessadri "Certe consulenze che fanno ricchi
avvocati e professionisti potrebbero essere evitate sfruttando le risorse
interne". Angelo Pavan, anziano senatore dc, oggi alla guida dei cento
comuni dell'Anci trevigiana, è l'ultimo a criticare la sbornia di
incarichi in Veneto, terza regione in Italia con 117 milioni di euro finiti
in parcelle e 22.998 consulenti. Spesso per attività di chiaro stampo
elettorale. Nel febbraio 2006 la giunta di centrodestra finanzia con 25 mila
euro la 'cerimonia di presentazione del recupero e dello sviluppo della
portualità veneziana'. I discorsi di rito li tengono il governatore
Galan e il ministro Lunardi e i 25 mila euro servono per pagare il pranzo
agli elettori. Designata è la società di pr Bmc Broker con sede
a San Marino, di cui fanno parte l'ex segretaria di Galan, Claudia Minutillo,
e il suo ex capo ufficio stampa, Gianluca Latorre. Per lo stesso evento la
Bmc Broker riceve altri 150 mila euro dall'Autorità portuale di
Venezia e 60 mila dalla società regionale Veneto Acque. La Bmc ha
avuto 130 mila euro per pubblicizzare il sistema metropolitano regionale.
Luca Zaia, leghista e vicegovernatore, ha speso 900 mila euro per organizzare
a Jesolo un triennio di Miss Italia nel Mondo. E ci è scappato anche
il rinnovo a Mario Maffucci, ex capostruttura di Raiuno, da 25 mila euro nel
2006 a 33 mila 600 nel 2007. Compito: portare il Veneto nelle trasmissioni
Rai. E An? A marzo il direttore generale dell'Arpav, l'agenzia regionale per
l'ambiente, Andrea Drago ha affidato un incarico promozionale per 80 mila
euro a Davide Manzato, geometra, consigliere comunale a Vicenza: entrambi
hanno la tessera di An. Ma la consulenza forse più importante è
quella al portavoce di Galan, Franco Miracco, per 126 mila euro annui:
è lui il regista della sfida culturale contro Cacciari e delle mosse
future dell'ultimo doge. L'arma letale del ministro Nicolais Abnorme. Non
trova altre parole Luigi Nicolais per definire l'uso delle consulenze nel
settore pubblico in Italia. Il ministro della Funzione pubblica fa una
diagnosi impietosa del sistema e annuncia a 'L'espresso' le sue mosse per
arginare il problema a partire da settembre. Ministro, un miliardo e mezzo di
euro di consulenze pagate con soldi pubblici ogni anno. è il gettito
di un'imposta. Cosa state facendo? "Per noi è una
priorità. L'uso delle consulenze in Italia ha raggiunto livelli
intollerabili. Per questa ragione siamo intervenuti subito, inserendo una
norma che impone la pubblicizzazione delle consulenze sul sito Internet
dell'amministrazione o dell'ente pubblico. Però non basta. Ci siamo
accorti che molti, troppi enti non stanno pubblicando nulla. All'inizio
pensavo a superficialità. Ora sono passati mesi e non ci credo
più. Esiste una diffusa volontà reale di non far conoscere ai
cittadini come si spendono i soldi pubblici. Per questa ragione posso
annunciare una mossa che definirei risolutiva". E quale sarebbe questa
arma letale? Lo scetticismo è d'obbligo, visto che la legge, non a
caso, non prevede una sanzione per chi non ottempera all'obbligo di
pubblicazione sul sito. "Vero. La legge vieta il pagamento, ma non dice
cosa accade a chi non la rispetta. Ma noi raggiungeremo l'obiettivo per
un'altra via. Ho chiesto alla Corte dei Conti, che ha un importantissimo
ruolo in questa materia, di bloccare i pagamenti delle consulenze e degli
incarichi a persone e società, se prima non sono stati pubblicati sul
sito Internet. Ne ho già parlato con il presidente della Corte dei
Conti e mi sembra che sia molto sensibile. Ritengo che in autunno, con una
mia apposita direttiva in materia, raggiungeremo l'obiettivo. è un
provvedimento cruciale: se la Corte dei Conti non vista un pagamento, nessun
pubblico ufficiale pagherà, perché corre il rischio di dover rimborsare
lui la somma". Ministro, certamente la direttiva della presidenza del
Consiglio che limita l'ambito di applicazione solo agli incarichi
continuativi, esclude senza alcuna ragione i professionisti, le
società di revisione, i compensi agli artisti, non ha aiutato il
decollo della normativa. "I miei uffici stanno preparando una piccola
norma che sarà inserita in Finanziaria e che chiarirà che
quando la legge parla di pubblicizzazione delle consulenze non intende porre
alcun limite, ma si riferisce a tutti gli incarichi". Non sarebbe meglio
inserire dei paletti, delle norme che impediscano di appaltare all'esterno
funzioni essenziali della pubblica amministrazione? "In alcuni casi la
legge impedisce l'uso dei consulenti esterni. Ma il ministro della Funzione
pubblica può intervenire solo sulle amministrazioni centrali. Poi
c'è il mondo molto esteso delle aziende autonome, delle società
a partecipazione pubblica. In quel caso deve intervenire il ministero
competente. Infine c'è il grandissimo problema degli enti locali, che
fanno un uso ancora più ampio delle consulenze esterne, ma la riforma
della costituzione ci impedisce di intervenire su questo settore". M. L.
E a Firenze arrivano le Fiamme Gialle di Simone Innocenti Gli incarichi
sporchi non si lavano nemmeno in Arno Così la Corte dei conti di
Firenze ha formalizzato le ipotesi d'accusa contro 60 dirigenti della Regione
Toscana, tutti nel mirino per le consulenze elargite tra il 2002 e il 2003.
Il bello è che l'indagine delle Fiamme Gialle si basa su un
mansionario pubblicato per magnificare le professionalità della
Regione. Bene: ma se i dipendenti sono così bravi, che bisogno
c'è di affiancargli una falange di collaboratori esterni? Sono
spuntati una marea di doppioni, con un danno erariale da oltre 3 milioni
Nella lista nera lo studio da 100 mila euro sulla spiritualità
femminile, 50 mila per la navigazione interna, 40 mila per monitorare le
televendite e un corso per fuoristrada da 80 mila. Il governatore Claudio
Martini si è detto fiducioso nei risultati finali. E l'inchiesta
erariale ha subito sortito effetti miracolosi. La spesa per consulenti in un
anno si è dimezzata, passando da 16,6 milioni del 2004 a 8. Segno di
quanto inutili fossero quegli incarichi. I controlli si sono poi estesi al
Comune. A Palazzo Vecchio il blitz dei finanzieri potrebbe far ipotizzare 2
milioni di parcelle inutili: sono al vaglio le posizioni di 29 funzionari. Il
caso più importante è l'incarico da 600 mila euro per
progettare il nuovo palazzo di giustizia, assegnato senza appalto. Ci sono
poi 12 mila euro per un piano di comunicazione: secondo gli inquirenti negli
uffici c'erano 19 persone che potevano occuparsene. Ma tra Regione e
Provincia fa capolino anche il vizio del contentino agli ex. Un'indagine
penale è stata aperta sul funzionario che ha ingaggiato il
coordinatore cittadino dei ds. E da anni si discute per la consulenza ad
Antonio Bargone, ex sottosegretario di punta del governo D'Alema.
Consulenti esterni anno 2005 COMPARTI
CONSULENTI VARIAZIONE % COMPENSI VARIAZIONE % CON INCARICHI RISPETTO IL 2004
LIQUIDATI* RISPETTO IL 2004 Enti locali 72.323 -11,33 709,9 2,0
Università 30.091 -20,51 149,3 3,8 Scuola 34.020 -3,45 59,3 3,1
Sanità 14.252 -10,59 200,4 -6,0 Ministeri 4.563 2,98 24,0 -16,3 Altri
comparti 8.699 -6,03 75,9 -6,2 TOTALE GENERALE 163.948 -11,03 1.218,7 -0,1 *
in milioni di euro Consulenti interni anno 2005 COMPARTI DIPENDENTI
VARIAZIONE % COMPENSI VARIAZIONE % CON INCARICHI RISPETTO IL 2004 LIQUIDATI*
RISPETTO IL 2004 Enti locali 26.928 -12,7 72,3 -15,3 Sanità 23.820 -17,2
54,0 0,1 Scuola 26.159 -9,5 41,6 -1.5 Università 15.428 -16,6 71,3
-0.7 Ministeri 6.842 3,3 21,6 18,4 Altri comparti 5.939 -29,8 20,0 -18,8
TOTALE GENERALE 105.116 -13,9 280,8 -5.2 * in milioni di euro Serve
più autodisciplina di Bernardo Giorgio Mattarella* Rendere gli
incarichi pubblici. lmitando Brown Make or buy? Produrre o comprare prodotti
altrui? Costituire strutture che assicurino servizi più o meno
complessi (dalla vigilanza degli edifici alla consulenza legale) o rivolgersi
a imprese ed esperti esterni? è un problema che spesso si pone per le
organizzazioni private, che lo risolvono sulla base di difficili valutazioni
di convenienza. Valutazioni legate alla politica del personale e condizionate
dalle leggi: i risparmi della soluzione interna possono essere bilanciati
dalle garanzie dei lavoratori dipendenti, che si traducono in rigidità
dell'organizzazione produttiva. Il problema si pone anche per le pubbliche
amministrazioni e anche per esse la scelta è condizionata dalle leggi,
ma in modo diverso. A differenza delle imprese private, le pubbliche
amministrazioni amano assumere dipendenti a tempo indeterminato, ma le
assunzioni sono soggette a norme stringenti. In primo luogo, è
necessario un concorso pubblico, che rende difficili, anche se non
impossibili, gli abusi e il clientelismo. In secondo luogo, a volte
l'assunzione è impedita dalla legge, soprattutto per ragioni
finanziarie. Questi due fattori contribuiscono a spiegare l'aumento delle
consulenze e degli incarichi professionali che si è avuto negli ultimi
anni. In parte si tratta di malcostume: si dà un'inutile consulenza a
qualcuno invece di assumerlo, per evitare il concorso e scegliere liberamente
il beneficiario, magari un affiliato politico. In parte è il
necessario rimedio a cattive leggi, che impediscono di assumere e costringono
a supplire con incarichi a tempo: molte consulenze sono figlie dei blocchi
delle assunzioni, contenuti in tutte le ultime Finanziarie; i quali sono
strumenti rozzi, che fanno risparmiare poco, ma danneggiano molto le
amministrazioni. Un terzo fattore è dato dal frequente abuso della
possibilità di affidare incarichi dirigenziali, molto ben pagati, a
soggetti esterni "di particolare e comprovata qualificazione
professionale". Consulenti e collaboratori, poi, finiscono per
alimentare le file dei precari nella pubblica amministrazione: a quel punto,
scattano forti pressioni per la loro stabilizzazione, che aggiunge
ingiustizia a ingiustizia. I dati sulle consulenze scarseggiano, ma l'aumento
è certamente notevole. Secondo il Dipartimento della funzione
pubblica, nel 2005 gli incarichi di consulenza sono stati ben oltre 250 mila.
L'immagine che ne risulta è quella di un'amministrazione che non sa, o
non vuole, camminare con le proprie gambe, che spesso fa girare il motore a
vuoto e contemporaneamente lo lascia arrugginire: mentre si conferiscono
incarichi a soggetti esterni, molti dirigenti di ruolo vengono tenuti a
disposizione, con vaghi incarichi di studio, perché invisi al ministro o
all'assessore di turno. Le migliori parole, per descrivere questa situazione,
sono quelle pronunciate dal Procuratore generale della Corte dei Conti
all'inaugurazione dell'anno giudiziario 2006: l'eccessivo ricorso alle
consulenze dà luogo a "una sorta di 'amministrazione per incarichi',
con possibili negativi effetti non solo sui bilanci, ma anche sulla
efficienza dell'azione amministrativa, a causa della conseguente
sottoutilizzazione delle risorse umane e del mancato stimolo allo sviluppo
delle professionalità interne". Quali i rimedi? La via maestra
è la trasparenza: i cittadini sappiano come vengono spesi i loro
soldi. Naturalmente, la trasparenza non va confusa con lo scandalismo o con
il pettegolezzo. E il diritto alla riservatezza, che pure in questa materia
deve cedere il passo, non va del tutto ignorato. La trasparenza, quindi,
può anche non essere assoluta, ma deve essere reale: forse non
è proprio necessario che tutti i navigatori conoscano il compenso,
anche se modesto, di ciascun consulente, ma è necessario che i dati
siano facilmente accessibili, su un unico sito. Anche limiti e divieti
possono essere utili: criteri di scelta obiettivi, procedure aperte,
controllo dei requisiti, limiti alla durata degli incarichi, rapporto massimo
tra consulenti e impiegati, divieti di cumulo e rinnovo, prevenzione dei
conflitti di interessi. Ma occorre rispettare l'autonomia degli enti ed
evitare di gettare il bambino con l'acqua sporca: i consulenti possono essere
preziosi rimedi alla debolezza delle amministrazioni. La pubblicità
degli incarichi è prevista da una norma della Finanziaria 2007, fin
troppo rigorosa e ampiamente inapplicata. Ulteriori previsioni sono contenute
nel disegno di legge del governo sui costi della politica, la cui
approvazione non è certo imminente. In questa materia, forse,
più ancora che sulla legge si deve puntare sull'autoregolazione, che
può generare una competizione virtuosa tra forze politiche, a colpi di
codici di comportamento e garanti indipendenti. Subito dopo essersi
insediato, il primo ministro britannico Gordon Brown ha annunciato al
Parlamento l'adozione di un nuovo e più rigoroso codice di
comportamento per i membri del suo governo. Nulla impedisce al governo
italiano di fare altrettanto. *docente di diritto amministrativo, autore di
'Le regole dell'onestà'.
Taglio dei costi al Quirinale: più trasparenza nel bilancio interno e stop
al meccanismo di allineamento automatico delle retribuzioni dei dipendenti
del Colle a quelle del Senato. Il presidente della Repubblica Giorgio
Napolitano prosegue l'operazione trasparenza sui conti del Quirinale avviata
nel dicembre 2006: ora è stata approvata la riforma del bilancio
interno, in linea con le conclusioni del 27 gennaio 2007 della commissione di
studio istituita il 5 dicembre 2006, con lo scopo di conseguire un
contenimento e una razionalizzazione della spesa complessiva dell'amministrazione.
I nuovi criteri di formazione del bilancio interno hanno reso più
chiare le singole voci di spesa in modo da consentirme una riaggregazione per
aree funzionali, assicurando un controllo dei flussi di cassa e rendendo
possibile una programmazione pluriennale della spesa. A fine anno, annuncia
il Quirinale sarà resa nota una informativa sugli obiettivi di
risparmio conseguiti e sulla destinazione funzionale delle spese.
Un altro decreto del presidente della Repubblica del 30 giugno 2007 ha
annullato il meccanismo di adeguamento automatico delle retribuzioni dei
dipendenti del Quirinale a quelle del personale del Senato. Prosegue,
inoltre, il blocco del turn over e la riduzione del personale di altre
amministrazioni «a disposizione» del Quirinale, in particolare per gli
addetti alla sicurezza. Viene anche annunciato che a fine anno sarà
pubblicata una pianta organica e a eventuali vuoti si provvederà non
più «a chiamata», ma con concorsi pubblici e selezioni interne.
(segue dalla prima di cronaca) Il
risultato? Anche chi violerà sicuramente il patto di stabilità
potrà comunque assumere, fare promozioni e aumentare i debiti fuori
bilancio. Per "punizione", non sarà premiato con nuovi fondi
derivati dall'aumento del gettito nazionale Irpef. Ma per il resto tutto
rimarrà come prima. Di certo c'è che i magistrati hanno
riscontrato la finanza allegra degli enti locali siciliani. Numeri alla mano,
nelle previsioni il 32 per cento dei Comuni dell'Isola supererà i
tetti di spesa, a fronte di una media nazionale del 26 per cento. "E
difficilmente gli enti riusciranno a raddrizzare i conti nel bilancio
definitivo del 2006", spiegano i funzionari della Corte dei conti. Quasi
nessuno dei Comuni ha rispettato la data del 30 giugno per l'approvazione dei
rendiconti, e comunque per il 2006 "il non rispetto del patto non
avrà alcuna conseguenza, e non scatteranno sanzioni". La
Finanziaria 2007 ha di fatto cancellato l'obbligo del rispetto del patto di
stabilità per lo scorso anno: "Questo perché nel 2006 è
stato introdotto per la prima volta il sistema dei controlli, che sono
scattati soltanto a settembre - spiegano gli uffici della Corte - gli
amministratori e i dirigenti dei Comuni sono stati convocati a novembre e
dunque i margini di manovra nei bilanci erano già troppo ridotti. Per
evitare sanzioni eccessive si è preferito eliminarle per il 2006,
salvo introdurre una norma che obbliga al rispetto del patto di
stabilità per quest'anno già a partire dal bilancio di
previsione 2007". La cancellazione delle sanzioni non invoglierà
certo gli enti a mettere in atto correttivi per ridurre la spesa. I controlli
della Corte dei conti hanno comunque messo in luce la finanza fuori controllo
di Comuni e Province dell'Isola. A partire dal Comune di Palermo. L'analisi
fatta dai magistrati sul bilancio di previsione 2006 è impietosa:
"Nella loro relazione annuale i revisori del comune di Palermo hanno
sostanzialmente messo in luce che l'impostazione del preventivo per
l'esercizio in corso non è tale da garantire il rispetto delle regole
previste dal patto di stabilità per il 2006, relativamente sia alla
spesa corrente sia alla spesa in conto capitale", scrivono i magistrati,
che aggiungono: "A fronte di un limite di spesa corrente netta 2006
calcolato in 353.419.000 euro è stata preventivata una spesa corrente
netta normativamente rilevante di 464.980.000,00 (più 31,5 per cento,
ndr)". Per la Corte dei conti, inoltre, Palazzo delle Aquile ha sforato
anche i limiti di spesa negli investimenti: "A fronte di un limite di
spesa in conto capitale pari ad 176.813.000 euro è stata preventivata
una spesa normativamente rilevante di 1.077.627.000 di euro". Questo
porta ad una conseguenza, comune a tutti gli enti che hanno sforato la spesa
per investimento: che per appianare i conti si faccia ricorso ai debiti fuori
bilancio. "Per questi ultimi è prevista una significativa spesa
pari ad 77.998.174 milioni di euro senza l'attivazione del completo controllo
interno di gestione", aggiungono i magistrati che sottolineano anche la
notevole perdita, nel bilancio comunale, per il "mantenimento di 3.300
precari lsu", che al momento sono stati finanziati con fondi nazionali
ma che "in mancanza di questi dovranno essere pagati con fondi
comunali". Nel palermitano hanno violato il patto di stabilità anche
i Comuni di Santa Flavia, Capaci, Balestrate, Montelepre, Borgetto,
Castelbuono, Altofonte, Gangi, Termini Imerese, Monreale, Bagheria,
Bisacquino, Terrasini, Carini e Corleone. Ma non solo. Nella lista nera della
Corte dei Conti è finito anche il comune di Cefalù:
"L'impostazione del preventivo per l'esercizio in corso non è
tale da garantire il rispetto delle regole previste dal patto di
stabilità - scrivono i magistrati - A fronte di un limite di spesa
corrente netta 2006 calcolato in 9.775.731 euro, è stata preventivata
una spesa corrente netta normativamente rilevante di 11.493.955,37
euro". Stessa tendenza per le spese in conto capitale: "A fronte di
un limite di spesa in conto capitale di 2.496.108 è stata preventivata
una spesa di 5.714.298 euro", dicono dalla Corte dei conti. Non va
meglio a San Giuseppe Jato, dove "a fronte di un limite di spesa in
conto capitale 2006 calcolato in 818.642 è stata preventivata una
spesa normativamente rilevante di 3.610.403 euro", cioè quattro
volte superiore. Tra i grandi Comuni hanno violato il patto di
stabilità anche Trapani, Messina, Agrigento, Siracusa e Caltanissetta.
I magistrati contabili hanno infine controllato i bilanci delle nove Province
siciliane. Scoprendo che a violare il patto di stabilità sono state
sei. In particolare quelle di Messina, Siracusa, Trapani, Enna, Palermo e
Catania. Per la provincia etnea la relazione della Corte dei Conti non ha
usato giri di parole: "A fronte di un obiettivo di spesa pari a 17
milioni di euro, le spese previste ammontano a 701 milioni di euro",
cioè 41 volte di più. Chissà cosa ne penserà il
presidente Raffaele Lombardo, che ha bacchettato l'Ars per aver previsto il
taglio dei costi della politica senza aver dato "il buon
esempio".
IL CITTADINO DEVE RIBELLARSI. Dall’ex deputato
leghista saluzzese Guido Rossi riceviamo e pubblichiamo: il libro inchiesta
di Gian Antonio Stella sui privilegi della casta politica (cito dallo Zingarelli, casta: gruppo di
persone che, caratterizzate da elementi comuni, hanno o pretendono il
godimento esclusivo di determinati diritti o privilegi) ha fatto dilagare un
sentimento di sfiducia che cova diffuso nella società italiana ormai
da molti anni.
La classe politica è incapace di
reagire, la tattica sfacciata quanto priva di prospettiva é quella della
ritirata, del tirare a campare, sperando che passi la tempesta e l'opinione
pubblica sposti la sua mutevole indignazione verso altri obiettivi.Come ex
parlamentare e come uomo politico tuttavia non posso e non voglio estraniarmi
da questo dibattito, non è possibile fare finta di niente e non
è nemmeno possibile minimizzare le accuse che vengono lanciate dai
cittadini.
“Basterebbe” e so quanto questo termine suoni
quasi grottesco, che la politica italiana nel suo complesso avesse la forza
di dare un segnale , per esempio diminuendo realmente del 20% i costi diretti
e indiretti dell'agire politico. Questa diminuzione di indennità,
rimborsi elettorali, pensioni, personale, scorte, auto blu da parte del
Quirinale, del Parlamento, della Corte Costituzionale, delle Regioni, non
solo non intaccherebbe la funzionalità delle istituzioni, non solo libererebbe
risorse da utilizzare in altri campi, ma sopratutto darebbe una
credibilità enorme alla politica per agire in altri settori dove lo
spreco si annida, andando ad incidere su rendite, evasione, assenteismo,
mentalità negative.
Il cittadino si irrita per gli emolumenti
parlamentari ma non conosce quanti dirigenti o manager di ministeri, pubblica
amministrazione, aziende pubbliche o partecipate, enti vari percepiscono
stipendi consistenti, vita natural
durante e senza nemmeno l'onere di farsi eleggere.
Ma al cittadino tutto ciò, giustamente,
poco importa, dal politico pretende l'esempio e la capacità di
decidere, sì perchè in fondo la gente non è tanto
scandalizzata dal costo della politica ma dalla sua inutilità; elegge
dei personaggi, li retribuisce e poi li vede impotenti (o peggio conniventi
ma questo è un altro discorso) di fronte al supruso, all'inefficienza,
alla rapacità dei poteri forti. Ho parlato prima di incidere sulla
mentalità, l'ho fatto perchè ne sono convinto, la politica
è lo specchio di un paese, spesso in Italia si critica il privilegio
quando non lo si possiede, si protesta genericamente contro il potere da
lontano per ossequiarlo da vicino.
A questo proposito mi permetto una piccola
divagazione, pochi giorni fa la stampa locale ha segnalato la presenza di
Sergio Marchionne in visita al Castello della Manta. Marchionne A.D. della
Fiat, personaggio positivo e di successo, era scortato dagli agenti della
questura di Cuneo e durante la sua permanenza gli ingressi degli altri
visitatori sono stati bloccati per tutta la mattinata. Un piccolo episodio
che segna la nostra distanza da altri paesi, dove per esempio Gordon Brown
ministro delle Finanze (ora premier del Regno Unito) viaggia sulla metro di
Londra con la sua borsa di documenti.
Non so, se e quando arriverà il
cambiamento, oggi però la mia preoccupazione è rivolta verso
quelle donne e quegli uomini, che svolgono un'attività
politico/amministrativa con buon senso, onestà, passione; per tutte
queste persone non esiste altra prospettiva che l'impotenza o la dolorosa
indifferenza verso così tanto discredito?
Quale spazio può ancora avere il
sottoscritto che dopo vent'anni di impegno pubblico non è stato
ricandidato dal suo partito per essersi rifiutato (rinunciando ai vari
“privilegi” oggetto di discussione) di pagare una consistente somma di denaro
necessaria per salvare la banca Credieuronord (causa di perdita di risparmi
per migliaia di azionisti) dalla bancarotta e per evitare imbarazzanti
spiegazioni pubbliche da parte della dirigenza della Lega?
E quale spazio può ancora esserci per
quei tantissimi che continuano a
pensare che si possa fare politica, amministrazione, impegno pubblico con
moralità e buona fede? L'alternativa è solo quella di ritirarsi,
di appendere le scarpe al chiodo, lasciando campo libero agli affaristi, agli
intrallazzatori, pensando che in fondo alla gente poco importa
dell'onestà e della competenza?
On. Guidio Rossi
PESCARA. Dopo la pubblicazione dei due
libri: "La casta" di Giannantonio Stella-Rizzo e " Senti chi
Parla" di Mario Giordano che mettono a nudo gli sprechi del denaro pubblico
da parte della politica, a Pescara Gianni Melilla, presidente del Consiglio
Comunale, ha proposto di ridurre i numeri degli assessori da quattordici ad
otto. «Bella proposta», commenta Antonio Gentile, segretario provinciale
Nuovo Psi, «ma certamente irrealizzabile, con la maggioranza di oggi e con il
sindaco attualmente bersagliato della magistratura e della stampa nazionale e
internazionale».Con il taglio ipotizzato da Melilla chi potrebbe voler
rinunciare alla sua posizione? Come procedere? Con un sorteggio? Chi
rinuncerà di sua sponte al succulento appannaggio?
«Melilla», continua Gentile, «se intende veramente portare una ventata di
moralità nell'amministrazione comunale (ne ha tutti i titoli per
farlo) non deve fermarsi solo al numero degli assessori. Bisogna ridurne
anche l'indennità e proseguire con i consiglieri comunali e
circoscrizionali».
Gentile fa un po' di conti in tasca ai consiglieri del Comune e bolla come
«immorali» i compensi percepiti: «si arriva a guadagnare oltre 2mila euro fra
sedute consiliari e commissioni di lavoro dove ci si limita in maniera oscena
e truffaldina ad apporre la sola firma per poi squagliarsela».
Altro spreco «indecoroso», che pochi conoscono è, spiega ancora il
segretario provinciale dello Psi, «il distacco dagli uffici di personale che
viene utilizzato (si fa per dire) presso i gruppi consiliari per l'importante
lavoro di "enigmistica" anche durante le ore di straordinario». E
Gentile consiglia una cura dimagrante per «l'elefantiaca segreteria del primo
cittadino». «I rapporti con la base elettorale e con gli iscritti dei propri
partiti vanno curati fuori dalle istituzioni senza farne gravare i costi
sulle stesse».
Altro importante taglio su cui il segretario riflette è quella del
city manager: «Antonio Dandolo, assunto in comune quale city manager succhia
ogni anno 200mila euro. Questa figura, creata con la sciagurata riforma
Bassanini, non è obbligatoria. Il suo compito non si sa bene quale
dovrebbe essere, considerato che il ruolo di segretario comunale, questa si
istituzionale, esiste ancora». E Gentile chiude con la "perla dello
spreco d'alfonsiano" , «da far conoscere ai cittadini pescaresi e forse
anche alla Corte dei Conti:
Giorgio D'Amico, ex primario chirurgo dell'ospedale di Torre Maggiore in
provincia di Foggia ed ex assessore comunale, non si sa di quale
raggruppamento politico, da quando è stato rimosso dalla carica per
far posto ad un altro pseudo politico senza seguito elettorale, incassa
mensilmente dal comune 1.300,00 €. A che titolo? Forse come consulente
chirurgico del sindaco?»
23/07/2007 9.25
"Trattasi di un gruppo di
svogliati selezionati da un gruppo di incapaci per il disbrigo di qualcosa di
inutile".Ecco cos'è una "commissione" nella micidiale
definizione di un antico e caustico editorialista del New York Times . Un
giudizio forzato. Forse qualunquista. Ma che non può non tornare in
mente (facciamo gli scongiuri) davanti alla decisione presa dal Senato di
affrontare la questione incandescente dei costi della politica
istituendo una apposita commissione conoscitiva da mettere al lavoro dopo le
vacanze, la tintarella, i bagni. Il metodo più sicuro, spesso, per guadagnare
tempo. Si dirà: certe commissioni parlamentari hanno fatto un buon
lavoro. Verissimo. Ottimo. Si pensi a quella sulla condizione contadina
condotta alla fine dell'Ottocento da Stefano Jacini per denunciare la
disperazione di un mondo di tuguri "ove in un'unica camera affumicata e
priva di aria e di luce vivono insieme uomini, capre, maiali e pollame".
O quella sulla Questione Meridionale di Leopoldo Franchetti, Sidney Sonnino
ed Enea Cavalieri. O ancora, in tempi più recenti, quella sulla P2
sotto la presidenza di Tina Anselmi. O quelle, soprattutto in certi anni
durissimi, sulla mafia. Sia pure concluse, a volte, purtroppo, con l'epilogo
sconcertante di relazioni di maggioranza e relazioni di minoranza. Neppure i
più accaniti teorici di questo strumento della democrazia,
però, possono negare quanto esso sia andato via via alla deriva. Fino
ad assumere, troppo spesso, altre funzioni. Non nobilissime. Di minaccia, di
vendetta, di ricatto. Di pressione politica. Basti ricordare l'Umberto
Bossi nella sua stagione di guerra al Cavaliere: "Parlare e discutere di
par condicio è troppo poco. Io propongo una commissione parlamentare
d'inchiesta sugli arricchimenti di Silvio Berlusconi. Da dove provengono i
suoi soldi? Come ha costruito il suo impero televisivo? Come utilizza la politica
per difendere gli affari personali?". O l'ambigua intimidazione di
Luciano Violante: "Se facessimo come Berlusconi nella prossima
legislatura, a elezioni vinte, potremmo istituire una commissione
parlamentare su come è diventato ricco. Ha detto che andava in comune
a Milano con l'assegno in bocca: a chi lo dava?". O ancora
l'avvertimento dello stesso Cavaliere reduce dall'aver deposto al processo di
Milano: "Faremo una commissione d'inchiesta sulla vendita della Sme".
Per non dire dell'insistenza con cui pezzi della sinistra hanno premuto per
una commissione sul G8 di Genova, la cui presidenza per Gigi Malabarba doveva
andare alla madre di Carlo Giuliani. O delle polemiche divampate intorno alle
commissioni sull'affare Mitrochin, su Telekom Serbia o perfino alle sole
ipotesi di commissioni su Tangentopoli, sull'uso della giustizia negli anni
di Mani Pulite o sulle scalate bancarie del 2005. Non bastasse, si sono viste
commissioni parlamentari, regionali o comunali così pigre, assurde o
traboccanti di poltrone da minare gravemente la fiducia dei cittadini. Come
quella costituita anni fa in Calabria "per la qualità e la
fattibilità delle leggi", i cui risultati (zero) sono sotto gli
occhi di tutti. O quella sui fondi neri Iri, istituita nel gennaio 1987 e
defunta senza mai riunirsi una sola volta. O quella dedicata all'ambiente
che, stando al rapporto Legambiente 2001, riuscì in un anno a
esaminare "solo gli emendamenti all'articolo 1" (su dieci) della
Legge Micheli contro l'abusivismo. O le due "commissioni
interministeriali sul latte microfiltrato" chiamate a pronunciarsi
(giudizio favorevole) sul via libera al latte "frescoblu" sul quale
Calisto Tanzi aveva scommesso decine di milioni di euro. E la "commissione
antisprechi" nella Sanità voluta dalla Regione Veneto nel 2003?
Tre anni dopo, la Corte dei Conti riassumeva che era costata 340 mila euro e
aveva prodotto (in tre anni!) due documenti, inutilizzati: che spreco! E le
24 commissioni permanenti o speciali (dalla "riforma della
burocrazia" alla "garanzia e tutela della riservatezza della sfera
personale e della privacy") del Lazio? E le 18 della Campania ridotte a
12 solo in seguito alle polemiche e alle risate sulla decisione di fare una
"Commissione sul Mare" e una "Commissione sul
Mediterraneo"? Fino al capolavoro, serissimamente descritto da
un'agenzia del maggio 2002: "Parte operativamente da lunedì
prossimo, con la prima riunione della speciale commissione che si
riunirà al ministero della salute, il "progetto dentiera"
voluto dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi per dare agli anziani
"edentuli" e indigenti le protesi, cioè le dentiere, che non
si possono permettere". Tra quelle ordinarie, permanenti, speciali,
bicamerali, conoscitive o di inchiesta, le commissioni avviate da Camera e
Senato in questa solo legislatura risultano essere (dal ciclo dei rifiuti al
servizio sanitario nazionale, dagli infortuni sul lavoro
all'uranio impoverito) ben 56. C'è la commissione di vigilanza sulla
Cassa depositi e prestiti, la banca del Tesoro, la cui vita è
riassunta dal deputato Carmine Santo Patarino così: "Finora
abbiamo fatto due o tre incontri, ma ancora l'attività istituzionale
non è stata avviata". C'è la commissione mista per
"l'accesso ai documenti amministrativi". C'è quella
"consultiva per il riconoscimento di ricompense al valore e al merito
civile". Quella dell'anagrafe tributaria, che fino a oggi si è
riunita sei volte: poco più di una a trimestre. Quella per la
"semplificazione della legislazione" che in un anno e passa
è stata convocata 13 volte (totale: 10 ore) sotto la sapiente guida di
Pietro Fuda il quale, uomo giusto al posto giusto, è stato dirigente
della Cassa del Mezzogiorno e poi della Regione Calabria: due modelli di
burocrazia agile e scattante. E via così... Sperano davvero i
senatori, con questi precedenti, che i cittadini si entusiasmino alla nascita
di questa nuova commissione, che peraltro si aggiunge a quella già
varata dalla Camera? In bocca al lupo. Ammettano però che un po' di
scetticismo... Sergio Rizzo.
ROMA - Al governo è bastato sbirciare tra i conti
dell'amministrazione per scoprire che nell'anno 2007 dell'era Internet, dai
ministeri e dagli uffici pubblici dello Stato vengono spediti per posta 80
milioni di documenti e 20 milioni di raccomandate. Da un ufficio all'altro,
ben inteso. I primi a 1,80 euro ciascuno, le seconde a 2,80. Spesa
complessiva: 168 milioni di euro. Quando e se il disegno di legge appena
varato dal governo Prodi per abbattere i cosiddetti costi della politica
entrerà in vigore, le scartoffie dovrebbe lasciare il posto al web,
alla posta elettronica, quella che usano ormai più di 20 milioni di
italiani. E la spesa di 168 milioni sarà quasi azzerata: ridotta a 1
milione 823 mila euro. Si scoprono questi e altri piccoli arcani (ma a sei
zeri) della spesa pubblica dal monitoraggio preparatorio confluito poi nella
relazione tecnica e nelle tabelle del ddl approvato in Consiglio dei ministri
e che ora gli uffici hanno completato. La montagna di posta in transito a
caro prezzo costituisce solo uno dei paradossi emersi dal controllo sullo
stato di salute della burocrazia. Perché si fa presto a parlare di costi
della politica, di privilegi del Parlamento, ma l'amministrazione
centrale dello Stato su quel fronte, a quanto sembra, non teme paragoni. Si
prenda l'esempio dei telefonini, ancora status symbol se concessi in
dotazione da ministeri e società pubbliche ai loro sherpa, ai
funzionari, ai componenti degli uffici di gabinetto. Ebbene, l'indagine
condotta dal governo è giunta a una prima stima di massima. In circolazione
ve ne sono 150 mila. E il dato si riferisce solo agli apparecchi in dotazione
ai dipendenti e ai funzionari dello Stato. Impossibile finora stimare quanti
ve ne siano ad appannaggio di Comuni, Province e Regioni. Nessuno si
stupirebbe se fossero altrettanti. La spesa? Varia da gestore, dal tipo di
contratto stipulato e dall'uso. Ma calcoli, anche questi approssimativi,
parlano di 50-100 euro l'anno per ciascun apparecchio. Per un totale che va
dai 10 e ai 15 milioni di euro. Il provvedimento presentato sette giorni fa
dai ministri Santagata e Lanzillotta conta di ridurre l'assegnazione a chi ha
"esigenze di pronta e costante reperibilità", come si legge
nella relazione. Ma il grosso del risparmio il governo spera di strapparlo
sotto un'altra voce, che ha rivelato costi stratosferici, superiori e
non di poco alle previsioni. Si tratta della telefonia fissa. Nella scheda
"Stato attuale della fonia nella pubblica amministrazione" si
calcola qualcosa come 1,5 milioni di postazioni telefoniche. Che nel 2006
sono costate di 200 milioni di euro per il traffico, di 100 milioni per soli
canoni di utenza e 50 milioni per le spese di manutenzione dei centralini. Il
totale fa 350 milioni di euro. "Quei costi li abbatteremo col
passaggio al Voip, alle comunicazioni telefoniche via Internet, che ci
consentirà di ridurli di almeno 120 milioni di euro" spiega il
sottosegretario all'Innovazione Beatrice Magnolfi, artefice del pacchetto di
misure che passa attraverso l'uso del web. "Come avvieremo la
rivoluzione? Tagliando gli stanziamenti per la telefonia come per la posta
del 30 per cento a quei rami dell'amministrazione, degli enti e delle
società pubbliche che non si saranno adeguati ai nuovi strumenti
telematici. Come pure dovranno ridurre le consulenze e informare i cittadini
sulle indennità corrisposte attraverso i siti web, tanto più
che abbiamo scoperto che le amministrazioni ne hanno aperti ben 1.025:
è il momento di farli funzionare e non di utilizzarli come
vetrine". Il deterrente ideato per costringere a tagliare l'hanno battezzato
"ghigliottina automatica" (meno ti adegui, più ti tagliamo).
Lo stesso accadrà con le auto blu. Il governo ne vuole introdurre di
cumulative, riducendone il numero. Ma prima di intervenire dovrà
scoprire quante ve ne sono in circolazione. Perché del parco macchine, il
monitoraggio compiuto non è riuscito ancora a venire a capo.
ROMA Niente più trattamenti
pensionistici di favore per gli ex parlamentari. Lunedì prossimo
dovrebbe essere il giorno del via libera alle misure sul taglio dei costi
della politica di Camera e Senato: alle 16, è prevista la convocazione
del Consiglio di presidenza di Palazzo Madama, che dovrebbe procedere in
tandem con il corrispondente Ufficio di Montecitorio. Non sarà
più possibile pagare contributi volontari dopo 2 anni 6 mesi e un
giorno, per arrivarea 5 anni, per quei parlamentari che non finiscano la
legislatura. La norma scatterà dal 2011, per evitare che la misura,
qualora applicata da subito, "blindi" la legislatura attuale.
"Solo questa misura – ha detto ieri il senatore questore
Gianni Nieddu (Ulivo) – porterà un taglio del 25% delle
spese previdenziali ". Sarà possibile, però, sommare
periodi più brevi svolti in diverse legislature fino a raggiungere i 5
anni richiesti. Per quel che riguarda l'assegno – che potrà
essere incassato al compimento del 65Úanno di età, anticipato a 60
solo in presenza di 10 anni di mandato effettivo – la nuova
proposta prevede un primo livello pari al 20%dell'indennità
parlamentare dopo 5 anni (contro il 25% attuale) a salire anno dopo anno fino
ad arrivare al60% al 15Úanno di contribuzione (a oggi il limite massimo
è dell' 80%, dopo 30 anni). Tra Camera e Senato si sta ancora
discutendo se far scattare la misura già da questa legislatura
(è la tesi di Palazzo Madama, per dare subito un segnale all'opinione
pubblica) oppure rinviare la misura alla prossima legislatura (come vorrebbe
Montecitorio). I questori della Camera, infatti, hanno fatto notare che il
nuovo meccanismo potrebbe portare un aggravio immediato sui bilanci, dato che
circa 400 deputati hanno già 2-3 legislature alle spalle. Per i
questori del Senato, tuttavia, il maggior costo verrebbe riassorbito dai
risparmi nelle altre fasce. "Aspettiamo i calcoli da Palazzo Madama
–ha detto il deputato questore Severino Galante (Pdci) –
l'obiettivo è quello di giungere al sistema che garantisce maggiori
economie". La questione verrà discussa tra i due rami ancora nei
prossimi giorni. Tutti d'accordo, invece, nell'estendere i casi di
sospensione del vitalizio, finora limitati alla rielezione al parlamento
nazionale, a Strasburgo o come consigliere regionale. Circa le altre misure,
sono aboliti i 3.100 euro a parlamentare per i viaggi di aggiornamento
all'estero. Al Senato poi si procederà sulla strada
dell'informatizzazione: "Già –ha detto
Nieddu– sono stati eliminati i telegrammi per le convocazioni (con
risparmi di 200mila euro annui) e oggi operiamo al 60% in open source",
i software gratuiti. Si andrà avanti poi a esternalizzare la
ristorazione unificando le 4 gare d'appalto. Verranno eliminate le scorte di
magazzini e gli acquisti saranno a livello centralizzato tramite la Consip.
Da"rivedere"anche il trattamento economico dei dipendenti. Sinergie
sempre più spinte saranno infine adottate con la Camera.
Nel Lazio le comunità
montane arrivano fin sulla battigia. Le spiagge di Sperlonga, Terracina,
persino la famosa piana di Fondi, con la cittadina a 8 metri sul livello del
mare, fanno parte di una comunità montana, la ventiduesima. Ridenti
località marine catalogate come "parzialmente montane" e
associate ad altri tre comuni che alcune alture in più in effetti ce
l'hanno, aggrappate alla "vetta" di Campo di Mele, a 700 metri. Un
lungomare montano a forza di legge, grazie alle norme che hanno classificato
i comuni del Lazio secondo l'altitudine. E poco vale che le stesse leggi (il
riferimento è la l.r. 9 del '99) parlino anche di tre fasce di disagio
(bassa, media, elevata) dovute alle irte pendenze. E che tanta depressione,
nelle perle del litorale pontino, meta di turisti e bagnanti, sia difficile scovarla.
Funziona così, nella regione che conta 22 comunità montane,
molto spesso sovrapposte alle 23 Unioni di comuni e ai parchi: altri enti,
come le comunità montane, che servono innanzitutto a tutelare
l'ambiente naturale. La moltiplicazione di uffici, sedi, organi direttivi,
presidenti e consiglieri è sotto gli occhi di tutti. Da anni.
Così come la moltiplicazione dei costi. Buoni propositi Qualche giorno
fa, è stato l'assessore agli Affari istituzionali del Lazio a far
tuonare un annuncio che suonava come: tagliamole, molti sono enti inutili.
Ora Daniele Fichera pare riassestato sulla linea della
"concertazione". "Alle comunità montane - racconta - ho
chiesto un'autoriforma. Bisogna partire da un punto: a cosa servono? Va
definita la "mission". E poi se c'è una
"superfetazione" di organismi - dice lui, scengliendo le parole che
si usano per gli abusi edilizi - lavoriamo per ridurre i numeri. Ma se non
arriva una proposta entro 3 mesi, allora interverrà direttamente la
Regione". segue a pagina II OGNI COMUNITÀ MONTANA ha un
presidente e una squadra di assessori, tutti stipendiati, oltre a un esercito
di consiglieri pagati a gettone.
La decisione delle Camere slitta. Il Senato
non era pronto: tutto rinviato a causa dell'intenso lavoro della scorsa
settimana sull'ordinamento giudiziario. Voci di corridoio sostenevano che
qualcuno a Palazzo Madama si fosse impuntato sull'assegno vitalizio, che
secondo il documento non deve essere superiore del 60% dello stipendio. Voci,
appunto. Che ieri hanno fatto infuriare il presidente della Camera Fausto
Bertinotti, il quale in mattinata si era sfogato col collega Marini per
telefono. Quelle indiscrezioni facevano apparire la Camera come il ramo
"lassista" del Parlamento. Poi ha precisato: "Se l'incontro
è stato rimandato è per gli impegni rilevanti che il Senato ha
dovuto far fronte - spiega Bertinotti - E non esiste discrepanza tra le due
proposte. Il rinvio è per arrivare a una deliberazione congiunta,
già maturata. Delibereremo prima dell'inizio della pausa estiva".
Nel pomeriggio, poi, ci ha pensato il questore Gabriele Albonetti a chiarire
tutti i punti. Innanzitutto: gli effetti dei tagli sui vitalizi non li
vedremo in questa legislatura, ma alla fine della prossima. Poi difende i
parlamentari. Una difesa strenua e orgogliosa dei costi
"strutturali" della politica come baluardo di democrazia. E ha
fatto riferimento a "una campagna che tende a produrre una forte
delegittimazione dell'attività politica". Anche se, ha aggiunto,
che a essa vanno comunque affiancate "risposte concrete nella lotta agli
sprechi". albonetti spiega che un parlamentare alla fine dei conti resta
con 5-6.000 euro al mese. Albonetti ha però voluto ricordare sia
quello che si è già fatto che quello che ci si propone di fare.
Così ecco specificato che la Camera, nella propria autonomia, ha
concretamente applicato alle spese correnti dal 2005 il limite di incremento
del 2% stabilito dalla legge finanziaria dello stesso anno; come pure ha
recepito e attuato le norme stabilite dalle leggi finanziarie a partire da
quella per il 2005 in materia di contenimento delle spese per consulenze. Ed
ecco sottolineato subito dopo che negli ultimi anni, il tasso di crescita
delle spese effettive della Camera si è progressivamente ridotto: era
superiore al 7% nel 2000 ed è del 2,94% nel 2007. E ancora che la
percentuale di crescita effettiva delle retribuzioni del personale di
Montecitorio nel periodo 2001-2006 è in linea con la dinamica dello
stesso periodo nei settori principali della pubblica amministrazione.
Inoltre, i costo del Palazzo secondo il questore sono con le altre democrazie
Ue. Si può comunque fare ancora molto per risparmiare e in questo senso
Albonetti è stato prodigo di esempi su come si intende procedere. Ha
citato l'imminente esternalizzazione del ristorante dei deputati, che
produrrà una riduzione dei costi di circa 3,7 milioni di euro su base
annua. Ha confermato interventi sull'informatica che determineranno
contenimenti di spesa nell'ordine di 2,5 milioni di euro sempre su base
annua. E ha poi accennato alla "razionalizzazione dei costi per
locazioni di immobili" anche attraverso la "sostituzione
progressiva degli immobili in locazione con edifici nella diretta
disponibilità della Camera". In questo modo, sempre secondo
Albonetti, sarà possibile operare risparmi a regime di 2,6 milioni di
euro all'anno. Già decisa poi una riduzione delle tirature degli atti
parlamentari con significativi vantaggi gestionali in termini di minori spazi
occupati e di abbattimento del rischio di incendio. E inoltre: fine della
stampa cartacea della rassegna stampa e convocazioni degli organi della
Camera tramite posta elettronica e sms. Sulla fatidica questione dei vitalizi
invece tutto rimane temporaneamente sospeso in attesa di una concertazione
assoluta col Senato. "Con le leggi vigenti stiamo facendo il massimo.
È chiaro che se riuscissimo a diminuire il numero dei parlamentari e a
eliminare il bicameralismo, possiamo rendere più efficiente la
democrazia e abbiamo dimezzato i costi della politica". martedì
17 luglio 2007
Da cdt.ch 15-7-2007 COMMENTO – Italia
Quali sono i veri costi della politica? Piero Ostellino
Da quando и comparso nelle librerie il libro di Russo e Stella
«La Casta», in Italia и diventato di moda parlare dei «costi della
politica». Il libro fa uno sterminato elenco degli enti, degli sprechi, delle
prebende, dei privilegi che gravano sulla spesa pubblica. Questi sono i costi
della politica. La Casta sono gli uomini politici, gli amministratori locali,
i funzionari pubblici che sui costi della politica ci campano. Gli italiani
sono indignati. Gli scompartimenti dei treni, i tavolini dei Bar Commercio, i
salotti di tutta Italia tracimano indignazione. «Mi dica lei, caro signore,
se и giusto che il sindaco di un Paesino guadagni tre volte quello che
guadagna mio figlio, laureato, che lavora alla Fiat, mi dica lei». «Ha letto
che il Quirinale, sм, dove c’и Napolitano, il presidente della Repubblica
che pure и un galantuomo, creda a me, costa quattro volte Buckingham
Palace, dove c’и la regina Elisabetta, a Londra?». «Qui, se qualcuno
non provvede in tempo il Paese va in malora». E via indignandosi. I
politici, a loro volta, non sapendo che pesci pigliare, si provano a
immaginare soluzioni «tampone» che facciano in qualche modo risparmiare un
po’ di euro alle disastrate casse dello Stato. Riduzione delle auto blu
ministeriali, simbolo dei privilegi della classe politica. Eliminazione della
barberia di Montecitorio o di Palazzo Madama, dove i parlamentari si fanno
fare barba e capelli a prezzi stracciati. Aumento dei prezzi dei due
ristoranti, sempre di Camera e Senato, dove una colazione costa meno di un
gelato in una gelateria di Roma. Taglio dei telefonini in dotazione gratuita
a molti funzionari pubblici. Qualche parlamentare, con un pizzico di
autolesionistica demagogia, arriva a proporre la riduzione dell’assegno di
deputati e senatori. Qualcun altro va a fare le pulci alle spese per la Presidenza
della Repubblica. Si studiano e si incominciano a presentare all’esame delle
commissioni parlamentari disegni di legge sui «costi della politica». Che
naturalmente lasceranno il tempo che trovano perchй il problema non
и questo.
L’Italia и un Paese paradossale, dall’indignazione facile e dalla
difficile capacitа, e non di rado dalla scarsa volontа, di porre
rimedio a ciт che suscitata indignazione. Dopo la prima fiammata
moralistica – che fa vendere oltre mezzo milione di copie a un libro e intasa
di sdegno i pensieri e le conversazioni di milioni di cittadini – tutto
si spegne nella rassegnata apatia. Qualche giorno fa, un amico, docente
universitario, era salito su un treno Eurostar alla stazione di Roma per
tornarsene nella sua cittа, Genova. La carrozza di prima classe era
piena di turisti americani, entusiasti d’essere in Italia. All’ora della
partenza, и comparso un omino delle Ferrovia dello Stato che ha
annunciato candidamente che il treno sarebbe partito in ritardo e che non si
sapeva neppure quando perchй, testuale: «Non riusciamo a trovare il
locomotore». Gli americani si sono guardati con l’aria smarrita di chi si
chiede se, per caso, non и finito in una repubblica sudamericana della
fine dell’Ottocento-primi del Novecento, quelle, per intenderci, degli
assalti ai treni da parte di pseudo-rivoluzionari, mezzo banditi, mezzo
idealisti. Il mio amico ha chiesto se il locomotore lo aveva rubato qualche
extracomunitario. Il treno и partito con ore di ritardo. Sempre l’amico
professore ha chiesto ad alcuni alti magistrati se, secondo loro, la
separazione delle carriere, prevista dalla maggioranza degli ordinamenti
giudiziari europei, sarebbe «un colpo di Stato». Non ha ricevuto risposta. Ha
chiesto, allora, perchй minacciassero di scioperare solo perchй
la riforma dell’ordinamento prevedeva che il passaggio dal ruolo di Pubblico
ministero a quello di Giudice comportasse almeno un cambiamento di sede
regionale. Ma non ha ugualmente ricevuto risposta. A questo punto, ha chiesto
a un altro magistrato tedesco se in Germania i magistrati avessero mai
scioperato. Naturalmente, non hanno mai scioperato e a un magistrato tedesco
non verrebbe neppure in mente di scioperare. In compenso, la durata dei
processi in Italia и da cinque a dieci volte – a paritа di
organici rispetto alla popolazione – quella degli altri Paesi europei.
Allora, in che consistono i costi della politica? Consistono in quello che
gli italiani non riescono neppure a vedere. Per carenza di cultura politica,
per abitudine, per pregiudizio ideologico. Il corporativismo fascista, prima,
il collettivismo statalista comunista, poi, il solidarismo cattolico, infine,
hanno insegnato loro che lo Stato и come un padre, che sa meglio dei
figli quale и il loro Bene e ad esso provvede senza neppure
interpellarli. Cosм, gli italiani non vedono che i costi della politica
stanno semplicemente nelle dimensioni dello Stato, in una Pubblica
amministrazione ipertrofica, costosa e in gran parte poco efficiente, in
poche parole: in una «ragnatela istituzionale» che assorbe e brucia risorse
del tutto legalmente. Sм, non mancano le ruberie, i privilegi, le
illegalitа diffuse e tollerate, ma non sono questi i costi reali della
politica. I veri costi, per lo piщ ineliminabili se non attraverso una
profonda riforma dello Stato, sono la macchina stessa dello Stato che costa
troppo rispetto a quello che rende e che si allunga quotidianamente sulla
societа civile, pretendendo di occuparsi di tutto. Ma poichй il
solo rimedio sarebbero: la sussidiarietа – lo Stato fa solo quello che
i privati non sanno o non vogliono fare – la deregolamentazione (la
semplificazione legislativa col passaggio dalle attuali 100-150 mila leggi a
nove-diecimila), le liberalizzazioni (il conferimento al mercato di produrre
beni e servizi oggi forniti dallo Stato), le privatizzazioni (il
trasferimento ai privati di molte proprietа pubbliche) и assai
difficile che, con la classe politica che ha, l’Italia ne possa e sappia
uscire.
Quanto si risparmierebbe se si eliminassero le inutili Province, che invece
proliferano come topolini e coniglietti in calore? Quanto si risparmierebbe
decentrando sia il reperimento delle tasse sia i centri di spesa alle
Regioni, riducendo considerevolmente la Pubblica amministrazione centrale a
tre ministeri-strutturali (Difesa, Esteri e Giustizia) e a due ministeri
complementari (Interni e Finanze)? Quanto si risparmierebbe alienando gran
parte del patrimonio pubblico (edifici inutilizzati, litorali e terreni
abbandonati, opere d’arte relegate nei sotterranei dei musei)? Quanto si
risparmierebbe liberalizzando e privatizzando i servizi locali che forniscono
acqua, gas e luce a prezzi superiori a quelli europei? Insomma, quanto
risparmierebbero gli italiani e quanto meglio vivrebbero se ci fosse una vera
rivoluzione liberale, meno Stato, piщ mercato, Stato piщ
efficiente nelle poche cose che fa, mercato piщ libero, seriamente
concorrenziale, di esprimere la propria capacitа di produrre ricchezza?
Sarkozy sta rivoluzionando la Francia, allo scopo di renderla piщ
efficiente, pur conservandole il carattere di una grande nazione orgogliosa
della propria grandeur e di tradizioni stataliste. Nel suo piccolo, chi
potrebbe fare altrettanto in Italia? Per ora, di Sarkozy, in Italia, non
c’и neppure l’ombra.
15/07/2007 21:02
PERUGIA - Per cominciare non ci sarebbero
più le Circoscrizioni nei Comuni: da Perugia (che ne ha 13) fino a
Terni e Foligno (che nel suo piccolo ne ha comunque 9). Il consiglio
regionale rimarrebbe a 30 consiglieri e non ci sarebbe bisogno di tornare a
cambiare lo Statuto, magari però si potrebbe tagliare anche sul numero
degli assessori e soprattutto si potrebbe tornare a scegliere l'assessore tra
i 30 eletti. Un Comune come Perugia passerebbe da 40 a 25 consiglieri in un
battibaleno. Ma i consiglieri dei Comuni con meno di 60mila abitanti (tutti
quelli umbri eccezion fatta per Perugia a Terni) dovrebbero rimettere in
gioco i loro gettoni di presenza. Un incubo per non meno di 500 persone
fisiche che gravano sui "costi della politica" della
regione. Non andrebbe meglio con gli enti. Un vento gelido risale lungo i
crinali delle Comunità montane: altro che riforme tenendo tutti i
dipendenti, assumendo i precari e dando incarichi compensativi ad ex sindaci,
ad ex segretari di partito, ad ex funzionari del carrozzone della politica
di ogni ordine e grado e associazione e sindacato: tutti si ridurrebbero in
un attimo a far parte di un'unica comunità finalmente con qualche
seria montagna in più. Pensando a quante opere di cesello
istituzionale, a quante mediazioni, a quante pasticche di Maalox sono state
protagoniste della sofferta riforma delle Comunità montana appena
approvata dal consiglio regionale umbro, dopo aver officiato per intero il
rito di una verifica politica, si capisce che il disegno di legge
è una rivoluzione. Ma tutto questo sarebbe vero, se il disegno di
legge venisse approvato così com'è. E "sottolineo
se", come diceva il celebre filosofo Mina in una inimitabile canzone.
Prendiamo il consiglio regionale umbro e applichiamo la riforma. Oggi come oggi,
il bilancio di previsione annuncia che nel 2007 saranno spesi 26.494.457,90
euro. Continua a pagina 39.
Ieri a Venezia è stato approvato
all'unanimità dai rappresentanti delle sette province venete un
documento in cui si chiede con urgenza alla Regione l'istituzione del
Consiglio delle autonomie locali (art. 123 della Costituzione) e si rivendica
un ruolo decisionale più importante. La delegazione della provincia
vicentina era l'unica "monca" vista la polemica in atto alla
maggioranza, sulla divisione delle poltrone nella Giunta Schneck. Così
ieri la Provincia vicentina si è trovata nella singolare situazione di
essere rappresentata quasi in toto (con l'eccezione dello stesso presidente
Attilio Schneck) da esponenti della minoranza. Infatti all'auditorium Santa
Margherita di Venezia c'erano per Vicenza Daniela Sbrollini (Ds), Ezio
Sambugaro (DC), Mauro Beraldin e Armido Besco (Ulivo). "Mi aspettavo la
presenza almeno di qualche rappresentante di Udc e An, - commentava Daniela
Sbrollini - mentre sapevo che Forza Italia non sarebbe venuta per la polemica
in seno alla maggioranza. L'imbarazzo del presidente Schneck era evidente,
inoltre tutte le altre province venete non solo erano al completo, ma avevano
già copia del documento da votare che invece noi non avevamo. Abbiamo
dovuto leggerlo in fretta e furia prima dell'approvazione, questo dimostra come
in Provincia si sia alla paralisi completa". Il documento punta il dito
contro una certa campagna di stampa che tenderebbe a indicare nelle province
gli enti più dispendiosi e inutili e quindi i primi a dover essere
"tagliati" nell'ottica di un ridimensionamento dei costi
della politica. Le province venete invece hanno richiamato con forza
l'attenzione sugli sprechi dovuti alle sovrapposizioni di competenze
tra provincia e Regione ma anche sul proliferare di Enti, agenzie, Consorzi
(chiaro il riferimento ai consorzi di bonifica) che toglierebbero competenze
alla provincia creando una sorta di doppione. In otto settori si chiede poi
maggiore autonomia: coordinamento; pianificazione territoriale di area vasta;
programmazione dello sviluppo economico; tutela ambientale, difesa del suolo
e gestione del demanio idrico; programmazione scolastica, formazione
professionale e mercato del lavoro; turismo; beni e attività
culturali; servizi pubblici di rilevanza economica di area vasta. "Prima
di togliere risorse alle province - è il commento di Schneck - Si
potrebbe ridurre il numero dei parlamentari e dei senatori. Il parlamento
costa 2 miliardi di euro, le province 100 milioni mi pare chiaro da dove si
debba cominciare a tagliare...".
TRENTO. La scure di Palazzo Chigi si
abbatte sui costi della politica, ma dalle macerie di un
castello di privilegi che potrebbe finire a pezzetti uscirà
sicuramente indenne il Trentino. I tagli romani non sfiorano nemmeno la
provincia di Trento che si trincera dietro allo Statuto speciale.
Così, mentre nel resto d'Italia si cerca di mettere fine agli sprechi
della politica, in Trentino si fa finta di nulla. Nonostante, ad
esempio, i conti del comune di Trento piangano. I conti del capoluogo
trentino registrano un "buco" di 6,7 milioni di euro per il 2007.
In base al giro di vite previsto dal governo col nuovo disegno di legge le
città tra i 100.000 ed i 250.000 abitanti dovranno avere 32
consiglieri comunali. Trento, invece, continuerà ad averne 50,
nonostante una recente proposta del presidente del consiglio, Alberto Pattini,
che chiedeva la riduzione a 40 unità. Ed il costo annuale ammonta a
660.000 euro. Un altro "taglio" chiama in gioco le circoscrizioni.
Non saranno più previste in città sotto i 250.000 abitanti. A
Trento, dunque, dovrebbero essere eliminate, ma invece resisteranno. Lo ha
confermato il governatore Lorenzo Dellai, definendole "importanti".
Niente paura, dunque, per le 12 circoscrizioni ed i 194 consiglieri che ogni
anno costano 500.000 euro ai trentini. "Praticamente quanto guadagnano
due consiglieri provinciali in un anno", attacca provocatoriamente
Melchiore Redolfi, presidente della circoscrizione di Piedicastello. In
Provincia i consiglieri sono 35. Ognuno di loro ha un'indennità annua
di 6.700 euro netti al mese, cioè 80.400 euro l'anno. Senza tenere
conto dei gettoni di presenza, che ammontano a 25 euro per ogni commissione,
a tutti i vari benefit (sconti del 20% al bar del palazzo, vacanza e mezzi
gratis) e la buonuscita di 30.000 euro a fine mandato. Capitolo partiti. A
livello nazionale i finanziamenti ai partiti da parte di società
concessionarie di servizi pubblici sono vietati. In Trentino, però, i
gruppi consiliari possono contare su 2 milioni di euro di finanziamenti, che
comprendono anche gli affitti di sedi extra lusso. Intanto domani è prevsito
un vertice, voluto dal presidente Alberto Pattini, tra la giunta comunale ed
i capigruppo per discutere sul tema. La proposta della giunta sarà con
tutta probabilità quella già avanzata dall'assessore al
bilancio Maurizio Postal, ovvero di sostituire i gettoni di presenza con
un'indennità fissa. Sempre sul fronte dei costi della politica
ieri mattina la Civica Margherita, riunitasi a passo Mendola per una giornata
di riflessione, ha presentato ufficialmente la bozza del codice etico predisposta
da Luciano Imperadori. Gli iscritti alla Civica che vorranno aderire al
progetto dovranno sottoscrivere la bozza - con tanto di eventuali
osservazioni - entro il prossimo 16 settembre, data in cui verrà
illustrata all'assemblea degli iscritti. Undici i punti che stanno alla base
del "codice": trasparenza, integrità e imparzialità,
sobrietà, spirito di servizio, solidarietà, partecipazione,
senso del dovere, rispetto delle persone, amore per il Trentino, laicità,
uguaglianza di genere. Di forte attualità il riferimento alla
sobrietà: il codice di responsabilità politica invita
gli iscritti alla Civica a non accumulare incarichi nel partito e
nell'amministrazione, ad evitare commistioni di funzioni tra aspetti
professionali e incarichi politici e a ridurre i costi della politica
evitando privilegi particolari.
"Tagliare le indennità? Comincino i deputati
regionali". Il coro di no è unanime. Che siano di centrodestra o
di centrosinistra, consiglieri comunali, provinciali o circoscrizionali, si
scagliano tutti contro il disegno di legge in discussione all'Assemblea
regionale che prevede la trasformazione del gettone di presenza dei consiglieri
in indennità fissa, che non deve superare il 20 per cento dello
stipendio del sindaco o del presidente dell'ente. Mentre oggi il tetto dei
compensi dei consiglieri è fissato a un terzo dello stipendio del
sindaco o del suo omologo alla Provincia e nelle circoscrizioni. L'articolo 3
ha già ottenuto il primo sì, quello della commissione Affari
istituzionali all'Ars. Il fatto che il relatore del testo, il capogruppo
forzista Francesco Cascio, abbia assicurato "che non sono esclusi
ulteriori ritocchi alla norma" non è servito a placare l'ira
degli eletti nei parlamentini. Due giorni fa il Consiglio provinciale di
Palermo ha lanciato un messaggio chiaro: "Tagliare i costi della politica
è legittimo, ma chi legifera dovrebbe dare il buon esempio".
Sulla scia della polemica, il consigliere dell'Udc Michele Gangi ha deciso di
devolvere il gettone della seduta (un inquilino di Palazzo Comitini guadagna
circa 1.800 euro netti al mese) in beneficenza a Biagio Conte. "Come si
fa a partire dal basso? - dice Gangi - Perché non cominciano i deputati
regionale a ridursi l'indennità? I problemi si devono affrontare a 360
gradi". E se il presidente dell'Unione Province, il leader degli
autonomisti Raffaele Lombardo, aveva già storto il naso di fronte al
taglio delle indennità, il sindaco di Siracusa Giambattista Bufardeci,
presidente dell'Anci, non è affatto contento. "Condivido l'idea
che debbano essere i deputati regionali a cominciare - dice - anche perché
credo che non siano i Comuni, le istituzioni più vicine al cittadino,
il vero problema dei costi della politica. Di certo le
circoscrizioni, senza poteri, sono inutili. Ma chi amministra una
città ha più impegni di un deputato regionale. Credo che il
vento di moralizzazione che ha invaso il Paese e la Sicilia sia solo una
grande ipocrisia". Per i piccoli comuni il taglio delle indennità
sarebbe drastico: "Un consigliere prende 23 euro lordi a seduta - dice
Paolo De Luca, sindaco di Sortino, paese in provincia di Siracusa - dove
dovremmo tagliare? Io riesco a guadagnare 1.200 euro al mese. Devo continuare
a insegnare, altrimenti non arrivo a fine mese. Bisognerebbe tagliare invece
gli sprechi delle metropoli". Ma anche ai consiglieri comunali
delle grandi città il provvedimento non piace. "Prendo 1.800 euro
- dice il diessino Rosario Filoramo - non mi sembra una cifra esorbitante per
un eletto della quinta città d'Italia. Se poi ci dev'essere una
moralizzazione, che ci sia, ma a tutti i livelli". La pensano
così anche l'udc Felice Bruscia ("I deputati regionali pensino
intanto a se stessi") e il neo-presidente del Consiglio comunale, il
forzista Alberto Campagna ("Un padre non può chiedere al figlio
di mangiare pane duro mentre lui si ciba di ostriche"). Lo
"stipendio" di un presidente è pari a quello di un
assessore, quasi quattromila euro netti al mese. "Ma noi - continua
Campagna - dobbiamo lasciare altri eventuali lavori e metterci in
aspettativa". Polemico anche Nuccio Condorelli, capogruppo azzurro al
Comune di Catania: "Non prendiamoci in giro - dice - non sono le
indennità a far lievitare i costi della politica".
Mentre Marco Frasca Polara, consigliere ds dell'ottava circoscrizione, chiede
che arrivino le deleghe: "Altrimenti sì che siamo un vero
spreco". Salvino Caputo, capogruppo di An all'Ars, membro della commissione
Affari istituzionali che ha approvato l'articolo, condivide alcune delle
ragioni di chi protesta: "è vero che anche noi dobbiamo tagliare
le indennità - dice - ma il nostro iter è diverso. Auspico un
intervento su questo tema da parte del Parlamento già a partire dal
prossimo autunno
ROMA - Un taglio di circa 500 milioni di euro. Ventiquattro articoli che -
una volta a regime - potranno far risparmiare all'incirca il dieci per cento
alla voce "costi della politica". Si va dalla riduzione e
l'accorpamento degli enti locali ai limiti per il finanziamento pubblico dei
partiti, dai tagli poderosi alle auto blu a norme "rigorosissime"
sulla trasparenza nell'affidamento degli incarichi pubblici. E poi: un limite
dell'accumulo degli incarichi pubblici, l'abolizione cioè di quelle
figure quasi mitologiche che riescono ad essere contemporaneamente sindaci,
consiglieri, amministratori e altro.
Un risparmio di 500 milioni di euro: a qualcuno potrà sembrare - dopo
tanto parlare - che la montagna ha partorito il topolino. In realtà,
se le norme riusciranno ad andare a regime, si tratta di una vera e propria
rivoluzione per la politica italiana i cui costi - oggi- sono calcolati
intorno ai quattro miliardi di euro.
Il ministro Giulio Santagata ha portato stamani il provvedimento nella
riunione del Consiglio dei ministri per discuterlo con tutti i colleghi di
governo. "L'approvazione è rinviata alla prossima riunione"
ha spiegato il portavoce del governo Silvio Sircana. In realtà
incontri e discussioni ci sono già stati con gli altri ministri
interessati - da Linda Lanzillotta a Vannino Chiti, da Amato a Mastella - e
con la Conferenza della regioni e i rappresentanti di Comuni e Province. Vari
stop and go, una gestazione con accellerazioni e brusche frenate. Il premier
Prodi, poi - che del taglio dei costi della politica ha fatto uno dei punti
cardine del programma di governo - ha deciso che non era più possibile
rinviare.
Una premessa: il provvedimento non riguarda i necessari tagli relativi al
Parlamento, a deputati e senatori e al funzionamento delle due camere. Questa
parte, infatti, potrà essere ritoccata solo con modifiche costituzionali.
Camera e Senato, comunque, dicono di essere al lavoro per presentare il prima
possibile una loro ipotesi di taglio.
"Con il presente disegno di legge il Governo intende contribuire a
ridurre i costi della rappresentanza politica e a limitare le spese degli
apparati amministrativi a quelle strettamente necessarie, accrescendo, al
contempo, la trasparenza e la responsabilità dell'agire
amministrativo, con la finalità ultima di rafforzare il rapporto di
fiducia tra cittadini e istituzioni" si legge nell'introduzione della
Relazione che accompagna il testo. Se ai "tagli" sono dedicati gli
articoli dal numero 1 al 17, il resto dell'articolato punta all'etica della
politica e alla trasparenza: molto spesso è proprio l'assenza di etica
e trasparenza la causa prima degli sprechi. Qualcosa era già stato
fatto con la Finanziaria che, tra le altre cose, ha ridotto del trenta per
cento gli stipendi di ministri e sottosegretari . Il decreto Bersani ha
tagliato del 30 per cento la spesa di commissioni, comitati ed altri
organismi operanti all'interno dell'amministrazione centrale, ha soppresso e
accorpato centodieci organismi, e ridotto del 10 per cento le spese per
incarichi di direzione generale e per consulenze nell'amministrazione
centrale.
Quattro i principi cardine della legge: 1) La razionalizzazione della
pubblica amministrazione "con la previsione di una delega per il
riordino e l'accorpamento di enti, organismi e strutture pubbliche, nonché il
taglio automatico di enti inutili non riordinati entro una determinata
data"; 2) la riforma della rappresentanza politica a livello locale per
razionalizzazione i costi; 3) trasparenza e riduzione dei costi delle
società in mano pubblica con relativa riduzione dei membri degli
organi di tutte le società controllate dall'amministrazione pubblica
non quotate in mercati regolamentati e di meccanismi di selezione pubblica
per tutte le assunzioni; 4) promozione dell'etica pubblica, e cioè
trasparenza degli stipendi dei vertici amministrativi; misure che permettano
di scegliere tramite offerta al pubblico i candidati per le nomine di
competenza delle amministrazioni pubbliche; limiti al cumulo di incarichi
pubblici da parte dei titolari di cariche elettive.
L'articolo 1, ad esempio, dal titolo "Razionalizzazione degli enti
pubblici" , contiene una delega al governo per "riordinare,
mantenere, trasformare ovvero sopprimere e mettere in liquidazione, enti,
organismi e strutture secondo criteri di razionalizzazione di strutture e
competenze, ad esempio attraverso la riduzione di almeno il trenta per cento
del numero dei componenti degli organi di indirizzo amministrativo, di
gestione e consultivi, l'eliminazione di duplicazioni, la riduzione della
spesa, la trasformazione in soggetti di diritto privato di strutture che non
svolgono compiti di rilevante interesse pubblico, l'eliminazione di
sovrapposizioni funzionali con regioni o enti locali, la razionalizzazione e
lo snellimento organizzativo, l'eliminazione dei finanziamenti per enti
soppressi o privatizzati, il trasferimento delle funzioni delle strutture
soppresse all'amministrazione che riveste preminente competenza nella
materia". L'articolo 4 punta a "ridurre il numero dei membri dei
consigli di amministrazione delle società controllate da amministrazioni
pubbliche non quotate in mercati regolamentati ed è precettiva nei
confronti di tali amministrazioni. Incidere sul numero dei membri dei
consigli di amministrazione, oltre ad un'immediata riduzione della spesa di
tali società, consente anche il recupero di una gestione più
efficiente. L'articolo 6 parla di "tagli alla comunicazione
pubblica" e ha l'obiettivo di "razionalizzare la comunicazione
istituzionale delle amministrazioni centrali", un capitolo anche questo
che farà molto discutere.
L'articolo 7 è dedicato ai tagli delle auto blu e delle spese per i
telefonini e per gli immobili pubblici.
Gli articoli dal 10 al 17 contengono misure "rivolte a ridurre i costi
politico-amministrativi degli enti locali". Tra le altre cose sono
eliminati "i consigli circoscrizionali nei comuni con popolazione
inferiore a 250 mila abitanti", è prevista la "riduzione
pari al 10 per cento" del numero dei consiglieri e degli assessori
comunali e provinciali" e il taglio degli stipendi di amministratori locali,
comunità montane e consorzi tra enti locali .
L'ultima parte dell'articolato del disegno di legge del governo punta sulla
trasparenza e sull'etica, un nodo considerato "fondamentale" dal
ministro Santagata per combattere non solo gli sprechi ma soprattutto
l'antipolitica. Si va dal limite al cumulo degli incarichi (articolo 18) alla
pubblicità dei bilanci e delle consulenze delle amministrazioni
pubbliche, che sembra poco ma basta andare a vedere cosa spendono i comuni
negli incarichi a professionisti esterni per capire che è tantissimo.
D'ora in poi ogni centesimo speso da un ente locale dovrà finire su
internet, diventare pubblico. Come i conti di Buckingham Palace.
(6 luglio 2007)
Il dibattito sulla finanziaria di Prodi, ancorchè «controllato»
perché non sbandasse in argomenti-tabù, ha messo in luce almeno
questo: che è una finanziaria di «più tasse e nessuna riforma»,
fatta su misura delle oligarchie parassitarie, i miliardari di Stato che si
identificano con la «sinistra».
Beninteso, per Montezemolo come per D’Alema, per Rutelli come per Capezzone,
le «riforme» necessarie sarebbero le liberalizzazioni degli ordini
professionali, i tagli alle pensioni, alla sanità, al costo e alla sicurezza
alla sicurezza del lavoro («flessibilità»), ovviamente per renderci
«più competitivi»: insomma colpire ancora di più i contribuenti
che già sono tartassati, precari e in via di impoverimento.
Di questo si parla quando si parla di «tagli alla spesa pubblica».
Ma almeno, l’opinione pubblica attenta ha capito che i «tagli alla spesa
pubblica» necessari ed utili sono proprio ciò che nessuno di
lorsignori ha proposto: gli scandalosi sprechi, i costosissimi privilegi e
gli emolumenti dei Sardanapali pubblici.
Qualcosa è venuto alla luce, e consente di identificare dove bisogna
«riformare».
Si è scoperto, ad esempio, l’immenso spreco provocato dalle
«partecipate», ossia dagli enti un tempo pubblici o municipali ora
pseudo-privatizzati, dall’ENI all’ENEL alla Centrale del Latte di un
qualunque Comune.
Queste aziende ex di Stato sono state dichiarate «private», il che significa
che sono ora soggette al diritto privato e non al controllo pubblico.
Ma la loro privatizzazione è meramente formale, legalistica.
Restano aziende pubbliche per almeno due motivi: poiché l’azionista di
maggioranza di queste presunte società per azioni resta il Tesoro, o
il Comune o la Regione, a pagare le perdite sono sempre i contribuenti,
attraverso le casse pubbliche.
Queste SpA presunte, fornendo un servizio pubblico, non possono esser
lasciate.
Non si possono lasciare senza luce, acqua e gas i cittadini delle
ex-municipali, ora «partecipate».
Queste cosiddette imprese, inoltre, continuano ad operare più o meno
in regime di monopolio: dunque sono al di fuori di ogni «mercato», su di loro
non agisce la mano invisibile di Adam Smith, e non devono occuparsi di alcuna
«competitività».
A che cosa è servito dunque «privatizzarle»?
Si è capito, finalmente.
Anzitutto, a sottrarre il loro operato al sindacato degli organi pubblici di
controllo.
Mentre aziende pubbliche devono in qualche modo rispondere di come operano o
trattano i patrimoni (pubblici) a loro conferiti, o dei loro sprechi, alla
corte dei Conti e alla magistratura ordinaria, non è così per
le società per azioni: possono fare quello che vogliono, nei limiti
del codice penale, purchè ci sia il voto della maggioranza del
consiglio d’amministrazione.
Così ad esempio alla Regione Lombardia Formigoni, il grande
privatizzatore ed epico cantore dell’efficienza e del mercato, sta conferendo
tutti gli immobili della Regione ad una SpA chiamata «Lombardia
infrastrutture»: con questo semplice inghippo, tutta la roba nostra, dei
cittadini, da noi pagata mille volte come contribuenti, può essere
alienata senza concorso pubblico.
La nuova SpA può vendere a chi vuole, e al prezzo che vuole, senza
aste di nessun genere, cose come gli ospedali lombardi, le Ferrovie Nord, gli
stadi, una immensa ricchezza di edifici pubblici, terreni e case popolari.
Ma nelle vere SpA, il consiglio d’amministrazione rappresenta (almeno in
teoria) dei veri capitalisti privati che nell’impresa hanno messo i loro
soldi e che sono indotti alla prudenza dalla paura di perderli e di fallire.
Nelle aziende pubbliche neo-privatizzate, i consiglieri sono, tipicamente,
deputati trombati
a cui qualche partito ha trovato un posto ben remunerato, o amici e clientes
dei partiti, da compensare.
Non hanno alcun interesse alla buona amministrazione, né alcuna
capacità imprenditoriale.
Non devono temere di perdere il loro capitale, perché comunque vada l’azienda
partecipata, a pagare non saranno loro, ma i soliti contribuenti.
E abbiamo scoperto che queste aziende «pubbliche di fatto», ma giuridicamente
private, sono state affollate di consiglieri di questo genere.
La RAI ne ha nove.
Alitalia e Ferrovie cinque (si immagina che non dormiranno la notte, visto lo
stato delle loro aziende), l’ENI 12, l’ENEL 9.
Persino il Poligrafico ha dieci consiglieri: senza alcun motivo confessabile.
Nelle vere aziende private che operano sul mercato, i consigli
d’amministrazione servono a sancire scelte rischiose, imprenditoriali; ma
nessuna scelta imprenditoriale tocca al Poligrafico, che opera come monopolio
per un solo cliente, lo Stato, e fa la stessa produzione da secoli.
Il solo senso di un consiglio d’amministrazione in un tale ente è
regalare stipendi di sogno a degli «amici».
Tutti ben pagati da noi.
Appena Cimoli è arrivato all’Alitalia non più come «boiardo di
Stato» ma come «amministratore delegato», ossia travestito da super-manager,
la prima cosa che ha fatto, su sua richiesta, il consiglio d’amministrazione
dei parassiti pubblici mascherati da azionisti è stata: raddoppiargli
lo stipendio, attualmente sui 2,8 milioni di euro l’anno.
Il personaggio guadagna (più precisamente, percepisce senza
guadagnarlo) 179 mila euro
al mese, il triplo di quel che prende il suo pari-grado alla British Airways.
Ovviamente, né i risultati del supermanager presunto, né tantomeno i profitti
(che sono solo perdite) di Alitalia, giustificano un tale emolumento.
Ma, si sa, l’Alitalia è ora privata; solo i soldi che spreca sono
nostri, cioè pubblici.
Giuseppe D’Angiolino, presidente ANAS per anni 9 fino al 2001 e boiardo di
Stato, non sarà stato un’aquila, ma prendeva «solo» 350 milioni di
lire l’anno per un’azienda di 6 mila dipendenti.
Quello che Lunardi ha messo al suo posto riceve il quadruplo.
I consiglieri dell’ANAS da soli prendono 40 mila euro l’anno (si riuniscono,
se va bene, una volta a settimana) ma altri 140 mila per certe «deleghe» che
sono inghippi clientelari: c’è il consigliere con la delega al
personale (a che serve, se c’è un direttore del personale? A
distribuire posti ai clientes), quello con la delega al Mezzogiorno,
cioè a mettere le mani in pasta con le imprese edili di mafia e
camorra… e sono anche superpagati per questo.
I consiglieri, da controllori che dovrebbero essere, diventano operatori:
incontrollati, perché sono loro che si dovrebbero auto-controllare.
Si aggiungano le municipalizzate ora «partecipate» fra pubblico e privati:
sono circa 800, e ciascuna ha, ipotizza Tiziano Treu, una decina di
consiglieri: sono almeno 8 mila parassiti con emolumenti, a stare bassi, fra
i 50 e i 150 mila euro l’anno ciascuno.
Aziende che prima funzionavano sotto la guida di un dirigente, ora «devono»
avere un consiglio d’amministrazione…
Paolo Scaroni, aministratore delegato dell’ENEL, nominato da Berlusconi, ha
guadagnato altrettanto, e si è portato via una liquidazione di quasi 6
milioni di euro.
Scaroni era stato «boiardo di Stato» e come tale era stato beccato da Mani
Pulite per tangenti ai partiti; ora non corre più nemmeno questo
rischio.
Tralasciamo per il momento le partecipate regionali, allungherebbero
troppo il discorso.
Ma quel che abbiamo detto spiega perché in Italia paghiamo le bollette, i
ticket e le tariffe autostradali più care, mentre i costi pubblici
sono in aumento spaventoso e le aziende ex-pubbliche continuano a fare
perdite terrificanti, il contrario dell’efficienza che ci era stata promessa
dalle privatizzazioni, dalle «dosi di privato» iniettate nel settore
pubblico.
Tutto ciò che è servizio pubblico ci costa di più
perchè dobbiamo pagare i 179 mila euro mensili a Cimoli, e le
enormità di paghe a migliaia di inutili «consiglieri d’amministrazione».
(1)
Si capisce che questa è la palla al piede dell’Italia, la causa della
sua perduta competitività, il peso mortale della sua burocrazia.
Si capisce anche qual è stato l’effetto finale delle «partecipazioni»
di questo tipo: la distruzione, nei dirigenti, del senso stesso di «bene
pubblico».
Sono ircocervi, metà privati quando fa comodo a loro, ma metà
pubblici quando si tratta di coprire le falle che hanno provocato.
Si capisce anche che qui, più che nella liberalizzazione dei taxisti e
dei panettieri, o nella mitica persecuzione dell’evasione fiscale dei
dentisti, si possono ottenere risparmi veri, tagli della spesa pubblica
«utili», ossia che non riducono i servizi resi ai cittadini ed agli utenti.
E si capisce che sarebbe facile, qui la «riforma»: basta ritornare al sistema
pubblico per tutto ciò che dà servizi pubblici. Perché la
privatizzazione (pseudo) non ha nulla a che fare con la devoluzione, e
nemmeno con la democrazia. Aziende pubbliche erano autoritarie, ma soggette a
qualche genere di controllo e in teoria almeno, possono essere rese
più trasparenti.
Le aziende «partecipate» restano autoritarie, ma ora opache e
non-responsabili, in mano ad oligarchie che si sottraggono ad ogni controllo
ed esame.
Sono «private» nel senso che se ne infischiano del bene pubblico (res
publica), ma non portano nessuna efficienza né vantaggio al consumatore o
utente.
Dunque, si deve creare uno statuto giuridico diverso e nuovo per queste
aziende.
Si deve ri-centralizzare ogni servizio pubblico: la regionalizzazione,
proclamata per portare «il potere vicino al cittadino», è solo un
enorme colabrodo con più buchi di prima.
E poi, che senso ha chiamare Servizio Sanitario Nazionale un’entità
che invece è gestita dalle regioni, ciascuna a suo modo, con ineguali servizi
e costi enormemente diversi?
Perché infinite municipalizzate per fornire elettricità e gas,
comprati da fornitori unici e colossali, come l’Arabia, l’Algeria e la
Russia, che sono pure stati sovrani?
Centralizzare è d’obbligo, per risparmiare e rendere più
efficiente il servizio, e perché i manager capaci non sono poi tanti.
Ma questa riforma «facile» è anche quella che non si
farà.
L’Ulivo non la farà perché è appunto il partito dei parassiti
miliardari di stato e delle burocrazie inadempienti. Ma anche il Polo si
è ben guardato dal fare una riforma di questo spreco vergognoso:
è troppo comodo disporre di posti inutili ma ben pagati per amici e
clienti. (2)
Chi può farlo?
Strano a dirsi nella presunta «culla del diritto» (dove è vero il
diritto non è mai uscitod alla culla), nessun giurista, nessuna Corte
costituzionale, ha avvertito la perversione legale, la vera patologia del
diritto che è costituita da «partecipate» che sono «private» per
statuto, ma le cui perdite vengono pagate da contribuenti.
Il mostro giuridico dura, perché serve.
La Banca d’Italia non fiata: il grande responsabile e promotore di queste
privatizzazioni false e mostruose è stato Mario Draghi (3), che
può citare in suo appoggio anche Monti, Ciampi, Padoa Schioppa…tutta
gente che il «mercato» non sa nemmeno cos’è, e che ha trovato il modo
di perpetuare il suo potere attraverso questo nuovo mostro giuridico.
Nessuno vorrà farlo.
Nessuna burocrazia inutile, nella storia, si è riformata da sé.
Nessuna mostruosità è mai stata spontaneamente risanata, anche
quando la sua natura suicida era chiara a tutti: così come la legge
sciagurata che diede al Parlamento polacco l’obbligo di decidere
all’unanimità, benchè palesemente paralizzante e patologico,
non fu mai sanato dai parlamentari.
Il motivo è semplice: ciascuno di loro aveva un diritto di veto, un
potere demente a cui non voleva rinunziare.
La «guarigione» venne solo dall’esterno: con spartizioni della Polonia fra le
potenze vicine, perdite di territorio e di indipendenza spaventevoli…
Così accadrà all’Italia.
Stiamo davvero andando verso la situazione dell’Argentina, a forza di tasse
per pagare i parassiti e i loro sprechi.
Il nostro destino è già stato descritto: «Una spirale
discendente a circolo vizioso, dove la debolezza della crescita economica
provoca introiti fiscali in diminuzione nonostante ogni inasprimento della
torchia; conseguente rialzo dei tassi a lungo termine sul debito pubblico, a
cui seguiranno tasse ancora più feroci, che provocheranno un ulteriore
rallentamento dell’economia e un deficit pubblico crescente dovuto a introiti
fiscali ancora diminuiti».
La spirale argentina. (4)
Nessuno ci salverà, perché lorsignori che sono al potere saranno
pronti ad accusare chi proponesse le necessarie evidenti riforme di «ritorno
al centralismo», di socialismo (tale è la pretesa che la cosa pubblica
resti pubblica e non sia regalata ai privati), e di sospette nostalgie
autoritarie antidemocratiche.
Ma la «democrazia» su cui loro presiedono e da cui ricavano le loro ricchezze
è quella così definita da Gore Vidal: «il sistema che dà
ai ricchi la licenza di rubare ai poveri, facendo loro credere che hanno
votato per questo risultato».
La sola soluzione - come sempre quando si tratta di sbattere fuori una grossa
casta di parassiti costosi - si chiama rivoluzione.
Ma chi la vuole fare?
Maurizio Blondet
Note
1) Ci riferiamo qui ampiamente all’ottima inchiesta dal titolo «Cattivi
Consigli», Di Giovanna Boursier, andata in onda in 22 ottobre 2006 su
Rai3.
2) Per strapagare i privilegiati parassitari, gli enti locali (anche
di cosiddetta sinistra) ricorrono sempre di più a «risparmi» sui
lavoratori meno privilegiati: il lavoro «flessibile» a termine e
precario in Comuni e Regioni supera il 13,5 % della forza lavoro, ben
più che nelle imprese con meno di venti addetti o nell’artigianato
(7,7) sempre accusati di sfruttare lavoro nero; e più che
nell’economia privata in generale (11,2 %). Dunque anche tra i dipendenti
pubblici si allarga una frattura sociale atrocemente iniqua: quelli con salari
modesti non hanno più la sicurezza del posto pubblico fisso, mentre i
privilegiati hanno paghe da 170-300 mila euro l’anno. E quelli assunti da
vecchia data, oltre al posto fisso che viene negato ai giovani precari,
godono di aumenti delle retribuzioni che superano di 10 punti l’inflazione.
Mentre i salari privati, come noto, ristagnano. In cima alla classifica delle
super-paghe per i suoi addetti a posto fisso è la Campania di
Bassolino, così ben amministrata.
3) Fu lui che, da funzionario del Tesoro, salì sul regale yacht
Britannia una sera fatale, per raccomandare la privatizzazione, ossia la
svendita dei patrimoni pubblici, ad agenti stranieri.
4) Martin Wolf, «Fiscal
tightening and reform can rescue Italy’s economy», Financial
Times, 25 ottobre 2006. L’autore, membro del
gruppo Bilderberg, nota che «il costo del lavoro unitario in Italia
è salito del 33 % dal 2000»: ma la sua spiegazione è che
«la produttività del lavoratore è ristagnata». Dunque propone di
abbassare i salari e mettere alla frusta i lavoratori privati italiani,
perché lavorino di più, come in Germania. Nulla dice sui parassiti
fannulloni pubblici, il nostro vero problema.
La settimana scorsa tutti i giornali hanno parlato della proposta di
legge di Giulio Santagata, ministro per l’Attuazione del Programma,
finalizzata a ridurre i costi della politica. Un esempio per tutti: pagina 11
del Corriere della Sera di Sabato 7 Luglio: “Politica, rinvio sui tagli. Le
cautele dei ministri”. Sono stati pubblicati lunghi elenchi di progetti per
risparmiare e per combattere gli sprechi di denaro pubblico: tagli alle auto
blu, ai cellulari, al numero dei deputati e dei senatori, eccetera. In tanti
hanno citato e commentato le difficoltà del Governo per trovare una
posizione unitaria su questa “spinoso” tema. Al punto che il ministro
Lanzillotta si è sentita in dovere di placare le tensioni dichiarando
addirittura che “abbiamo avviato un ampio esame istituzionale”. Nell’attesa
dell’ampio esame istituzionale il consiglio dei ministri del 6 Luglio ha
rinviato la discussione di questa legge.
Bene, tutto giusto… ma c’è un piccolo particolare: questa
“severissima” legge ci farà risparmiare qualcosa come 500 milioni di
Euro: poco più di quello che il governo tedesco spenderà per
costruire a Berlino un edificio, l’Humboldt Forum, destinato ad ospitare
musei e collezioni, sullo stile del vecchio palazzo reale degli Hohenzollern
distrutto nella seconde guerra mondiale. La stima è di 480 milioni.
Oppure come l’utile 2007 della IFIL della famiglia Agnelli. Insomma, è
meglio di niente, però questi “tagli” rappresentano solamente lo 0,06%
di tutte le spese fatte dalle pubbliche amministrazioni nel 2006 (745,5
miliardi di Euro). Oppure lo 0,3% degli stipendi che i cittadini italiani
hanno pagato nel 2006 ai dipendenti pubblici (163 miliardi), o lo 0,7% di
quello che abbiamo pagato per gli interessi passivi sul debito pubblico (67,5
miliardi). Approviamola questa legge, dai, cominciamo! Ma la verità
è che con questi numeri e con questo approccio non si va da nessuna
parte, perché cambieranno solo i numeri dopo le virgole.
La mia impressione, vi dico la verità, è che dopo aver letto
“La Casta” ci sia stato l’ordine di scuderia di “fare qualcosa”, con
preghiera ai quotidiani di parlarne più che si può: diamine,
questi “tagli”, duri, coraggiosi, rivoluzionari al punto che richiedono un
“ampio esame istituzionale” sono importanti e meritano le prime pagine. O no?
Invece quasi nessun giornale, salvo il solito Sole 24 Ore e il solito Roberto
Turno (che il cielo li benedica) ha parlato della relazione della Corte dei
Conti, sezione delle Autonomie, con la quale la Corte ha riferito al
Parlamento sulla gestione finanziaria delle Regioni a statuto ordinario per
gli esercizi 2005 e 2006. La relazione è stata depositata in
Segreteria pochi giorni fa, il 2 Luglio. La parte III di questa relazione
è dedicata alla sanità. Il titolo del Sole 24 Ore è
stato: “Corte dei conti: per le ASL 45 miliardi di debiti occulti”. Il
dettaglio lo vedete nelle tabelle pubblicate a fianco. Il 77,5% di questo
debito è delle ASL mentre il resto è delle aziende ospedaliere.
Alla fine del 2005 ogni cittadino del Lazio aveva un debito di 2.173 Euro.
Alla stessa data in Lombardia il debito era di 542 Euro a testa. Con un vero
federalismo fiscale nel Lazio ci sarebbe stata una rivoluzione contro gli
amministratori. Invece, come sapete, recentemente una parte della
irresponsabile gestione della sanità nel Lazio (solo una parte: ce
n’è ancora e ce la troveremo tutti sulle spalle tra qualche anno)
è stata “spalmata” su tutta la collettività, alla faccia dei
principi di responsabilità e di federalismo. In tre anni questi debiti
, che il Sole 24 Ore correttamente definisce “occulti” , perché non se ne
parla mai, sono aumentati del 49% .
I maggiori aumenti si sono verificati nel Lazio (ancora), Campania, Emilia
Romagna e Toscana, mentre le Regioni le cui ASL e aziende ospedaliere hanno
ormai accumulato più di 1.000 euro di debiti per ogni cittadino,
neonati ed anziani inclusi, sono Lazio, Abruzzo, Campania e Molise.
Quarantacinque miliardi di Euro! Poco meno del 70% degli interessi passivi
che abbiamo pagato nel 2006 sul nostro gigantesco debito pubblico. Questi
sono numeri da default. Anche perché non sono gli unici debiti “occulti”
della Repubblica. Ce ne sono tanti altri: pensate alle sciagurate
cartolarizzazioni, cominciate con il centro sinistra alla fine degli anni 90
con i crediti inesigibili dell’INPS e successivamente coltivate con
entusiasmo dal centro destra. Un disastro rinviato al futuro. Una parte non
irrilevante dei bilanci degli anni futuri dello Stato e delle Regioni sono
ingessati per pagare questi debiti rinviati al futuro. E non ne parla
nessuno. Incredibile! Cerchiamo di imparare la lezione. Berlusconi non ha
aumentato le tasse (bravo Silvio) , ma non ha avuto il coraggio di tagliare
le spese e di mettere le mani nella irresponsabile e clientelare
organizzazione mangia-soldi dello Stato e delle altre pubbliche
amministrazioni (molto meno bravo! Accidenti. Da te ci aspettavamo tutti
molto di più). E come ha fatto a fare quadrare i conti senza aumentare
le tasse? Miracolo? No, nessun miracolo: semplicemente lo Stato centrale e le
Regioni hanno rinviato i pagamenti.
Commenta Roberto Turno sul Sole 24 Ore: “Anche se poi, al di là di
gestioni fuori le righe, per la magistratura contabile una quasi
“giustificazione” ci sarebbe: i ritardi nel finanziamento al servizio
sanitario da parte dello Stato”. Ecco come sono aumentati i debiti. Quelli
della sanità erano 30,1 miliardi alla fine del 2002 e 44,9 alla fine
del 2005: aumento del 49% in tre anni. Non c’è male, vero? E’ assurdo
pensare di sistemare le cose cartolarizzando, rinviando i debiti al futuro,
ingessando i bilanci dei prossimi anni, con tanti saluti al federalismo
fiscale. La relazione della Corte dei Conti, che trovate su
www.corteconti.it, ne fa qualche esempio (vedere a pagina 294 le
cartolarizzazioni della Regione Lazio con la società Atlantide Finance
srl). Il governo di Prodi non è stato meglio del governo di
Berlusconi. Invece di aumentare i debiti Prodi ha aumentato (ha dovuto
aumentare) le tasse, ma anche lui non ha avuto il coraggio di tagliare le
spese e di mettere le mani nella organizzazione dello Stato e delle altre
pubbliche amministrazioni. Dunque: uno a uno e palla al centro.
Per me sono uguali. Pensateci bene: tra uno statalista di destra e uno
statalista di sinistra che differenza c’è? Nessuna, perché hanno l’obiettivo
comune del “mantenimento del controllo centrale anche a costo di far colare a
picco l’intero Paese” (Kenichi Ohmae, “La fine dello Stato Nazione”, 1995), e
ha fatto bene Piero Ostellino nel suo “Dubbio” (Corriere della Sera del 7
Luglio) a spiegare che “non servono più gli uomini della provvidenza”.
Per qualcuno “Veltroni è l’ultima speranza per evitare che torni
Berlusconi”, e per altri Berlusconi è “la sola speranza per evitare
che rivinca la sinistra”. Di questo passo il giorno del default si avvicina
sempre di più. Il problema non è litigare sulla sinistra o
sulla destra o su Berlusconi, Prodi o Veltroni. Il problema è “cosa
fare”. Un esempio, anzi tredici esempi, li potete leggere su
www.decidere.net.
ROMA
Sono alcuni dei capitoli del
bilancio di previsione della Camera per il 2007, contenuti nella relazione
dei Questori resa nota nell'ambito dell'indagine conoscitiva sui costi della
politica. Una macchina organizzativa decisamente costosa per il contribuente,
senza pari in Europa. Basti pensare che con oltre un miliardo di euro (con
esattezza 1.011.505.000), il carrozzone di Montecitorio costa il 27% in
più del Bundestag tedesco, il 32% in più dell'Asseblée
Nationale francese e addirittura il 51% in più della House of Commons
britannica. IN CONCRETO, 266.915.000 euro vanno al personale, 181 milioni
all'acquisto di beni e servizi, 169.180.000 euro alle indennità e al
rimborso spese dei deputati, 167.495.000 euro al personale in pensione,
mentre 132.450.000 euro ai vitalizi degli ex deputati (132.450.000 euro).
Dati eloquenti che la Camera vuole cambiare, sebbene per i Questori l'85%
delle spese correnti sia obbligatorio, riducibile quindi soltanto attraverso
modifiche di legge o di regolamento. Tuttavia, ci sono margini di intervento
nel restante 15% del bilancio e nella relazione vengono indicate già
alcune linee d'azione: la soppressione dei rimborsi per i viaggi di studio,
nuove regole per i vitalizi e la razionalizzazione degli affitti, ma anche la
riduzione delle spese per l'informatica (grazie ai software open source e
quindi senza licenza), tirature più basse degli stampati e uso degli
sms e della posta elettronica invece che dei fax e dei telegrammi. Con una
regola di fondo: creare sinergia con il Senato, in tema di attività di
documentazione e trattative sui servizi. Proposte che saranno vagliate nei
prossimi giorni e adottate con tutta probabilità già nella
riunione degli uffici di presidenza, in programma lunedì prossimo.
CONTINUA intanto il confronto tra Governo ed enti locali, in vista del
disegno di legge sui costi della politica. Ieri, si è svolta una
riunione a Palazzo Chigi tra il premier Prodi e i ministri Amato, Lanzillotta
e Santagata, e quest'ultimo è intervenuto anche al question time della
Camera, per spiegare che l'obiettivo è la firma di un patto
istituzionale tra centro e periferia, una carta di principi e impegni valida
per tutti. La bozza di intesa sarà discussa oggi alla Conferenza
unificata degli enti locali, per confluire poi nel ddl che dovrebbe essere
approvato nel Consiglio dei ministri di domani. Tra le proposte annunciate,
il tetto di 12 ministri per il Governo, la riduzione delle pensioni per
amministratori ed eletti e regole stringenti per Comunità montane,
società pubbliche e consigli. La bozza della legge prevede inoltre
l'accorpamento di una parte degli enti e la soppressione di quelli inutili,
elimina alcune forme forfettarie di rimborso e dispone maggiore trasparenza
su incarichi e indennità.
Costi della politica, interventi seri. Barbato: "Bisogna agire
sugli sprechi" "E' stata una riunione costruttiva e responsabile,
ma è un lavoro delicato di concertazione che richiede particolare
attenzione visto il momento di sofferenza della politica" "Una
riunione costruttiva e responsabile sull'analisi dei costi della
politica". Così il capogruppo al Senato dei Popolari-Udeur,
Tommaso Barbato descrive il Consiglio di presidenza dello scorso lunedì,
nel quale si è affrontata la delicata questione dei costi della
politica. Un incontro interlocutorio, per il momento, durante il quale
l'esponente del Campanile subito ha fissato le sue priorità: "Noi
? spiega ? chiediamo interventi seri e concreti senza agire sull'onda dell'emotività
della gente". Senatore, su quali aspetti in particolare si è
concentrata la discussione? "Nel mirino ci sono state le pensioni, la
reversibilità, i vitalizi e tutto quanto può incidere
negativamente sulla spesa pubblica". E avete raggiunto qualche compromesso?
"Diciamo che stiamo ragionando sul da farsi. E' un lavoro delicato di
concertazione che richiede particolare attenzione visto il momento di
sofferenza della politica. Lunedì prossimo abbiamo fissato un altro
incontro, ma qualcosa in cantiere già c'è". Ad esempio?
"I principali filoni toccano tutto quello che riguarda i parlamentari,
che se non avranno cinque anni di legislatura non potranno maturare il
vitalizio. Anzi, per essere più precisi, saranno necessari quattro
anni e sei mesi per eventuali imprevisti tecnici". Ma voi dei
Popolari-Udeur avete qualche proposta in particolare? "Bisogna
classificare bene la questione dei costi della politica, dei costi
istituzionali e dei costi della democrazia" In che senso? "Ci sono
dei costi che devono essere salvaguardati. Ad esempio, il finanziamento ai
giornali fa parte delle spese della democrazia e come tale non può
essere eliminato. Insomma, bisogna agire sugli sprechi, attraverso interventi
di ampio raggio, senza penalizzare le istituzioni in quanto tali". Da
dove si può cominciare secondo lei? "Il buon esempio dovrebbe
partire da noi parlamentari, per poi gradatamente intervenire sugli sprechi
negli enti locali, nelle regioni, nelle amministrazioni". Insomma, ce
n'è ancora di camnmino da fare? "Stiamo ragionando. Ma è
anche vero che dobbiamo stare molto attenti perché il punto è che se
dovessimo fare interventi di quanto tempo in clima di serenità
politica, allora sarebbero efficienti. Ma se invece, in un periodo di
sofferenza politica come questo, agiamo male, toccando leve che è
meglio lasciare stare, allora finiamo con l'indebolire ulteriormente la
politica". Però l'opinione pubblica pare gradire un intervento di
questo tipo? "Senza dubbio, ma bisogna vagliare attentamente sui
provvedimenti da adottare per non dare un messaggio sbagliato sull'onda
emotiva della gente che vuole a tutti i costi dei segnali. Ma per ora i
presupposti ci sono. Vediamo come andrà la riunione di lunedì
prossimo" (11-07-2007).
Roma I senatori potranno andare in pensione solo dopo 5 anni di
legislatura. È quanto discusso ieri dal Consiglio di presidenza di
Palazzo Madama che è tornato ad occuparsi di costi e sprechi della politica.
Non più due anni e mezzo dunque per poter ricevere l’assegno di
previdenza, così come accade oggi. Una decisione che sarà
assunta con una delibera che verrà emessa congiuntamente insieme alla
Camera “in tempi brevi”. «È stata una riunione costruttiva e
responsabile - ha riferito Tommaso Barbato, capogruppo dei senatori
dell’Udeur -. È chiaro che tutto deve essere vagliato attentamente per
intervenire ad ampio raggio. Dare dei messaggi sbagliati - ha detto Barbato -
e agire sull’onda emotiva può dare, in questo momento in cui la
politica è in sofferenza, segnali errati. Se interventi ci devono
essere devono essere seri». Nel mirino del Consiglio di presidenza, dunque,
pensioni, vitalizi, reversibilità e tutto quanto può incidere negativamente
sulla spesa pubblica. D’accordo sulla linea d’intervento anche il senatore
Gavino Angius, vicepresidente del Senato. Tra i primi interventi su cui
agire, ha detto, ci sono «i vitalizi dei parlamentari. Penso che ci sia
bisogno di dare un esempio di rigore, austerità e
responsabilità, affrontando i costi impropri della politica». E in
attesa della prossima riunione dell’Ufficio di presidenza del Senato, che si
terrà lunedì prossimo, il questore della Camera, Gabriele
Albonetti sostiene che ci sia «il clima per giungere a una decisione».
«Il centrodestra mi ha lasciato consigli di amministrazione da fare invidia a
Wall Street» aveva detto ironicamente ieri mattina il presidente della
regione Abruzzo, Ottaviano Del Turco, proprio in tema di costi della
politica. «Spero di avere un forte sostegno da parte della mia maggioranza.
Ma devo verificarlo - aveva dichiarato -. Se non fosse così prenderei
atto che gli abruzzesi, che hanno votato col 60% dei consensi questa
maggioranza, hanno dato un segnale di rinnovamento che non viene colto.
Perciò me ne andrei a casa» Dopo il disegno di legge sui costi della
politica, discusso la scorsa settimana dal Consiglio dei Ministri, dunque le
reazioni continuano a farsi sentire. Del Turco, d’accordo, con la riduzione
drastica del numero dei consigli di amministrazione per tutte le
società regionali in cui è possibile altrimenti applicare la
quota minima prevista dal codice civile, conferma «laddove non è
consentito realizzare consigli di amministrazione con meno di 3 componenti,
noi ne faremo appunto di soli 3. Non solo. Intendiamo ridimensionare gli
stipendi e i benefit dei consiglieri. E fare sparire i consigli di
amministrazione delle agenzie, che saranno rette soltanto da un direttore
generale. E dovrà dileguarsi anche la pletora dei revisori dei conti.
Massimo uno per ogni struttura». Tutto questo, secondo il governatore
abruzzese porterebbe ad un risparmio di «non meno di 3 milioni di euro».
Intanto nel 2007 la Camera prevede di spendere 1 miliardo e 53 milioni
di euro, più dell’anno scorso dove si erano limitati “solo” a 980
milioni. «Certo, mica sono soldi loro» ha sottolineato Mario Caligiuri,
professore associato all’Università della Calabria, che aggiunge:
«tutto aumenta alla Camera, le spese per i deputati in carica (169.180.00
euro più 1,54%), per quelli in pensione (132.450.000 euro più
2,72%), per i dipendenti in servizio (266.915.000 euro più 3,68%), per
quelli in pensione (167.495.000 euro più 3,85%), per il trasporto
(12.015.000 euro più al 31,82%), per non dire poi dell’aumento del
numero dei gruppi parlamentari autorizzati dal presidente della Camera Fausto
Bertinotti, sia proprio quello che difende le ragioni degli umili. Altro che
riduzione dei costi della politica: ci continuano a prendere per imbecilli».
«Visto che il nostro Parlamento - ha sottolineato Caligiuri - costa, in modo
assolutamente ingiustificato, quanto quelli di Francia, Germania, Gran
Bretagna e Spagna messi insieme, potrebbe essere ora che la Corte
Costituzionale rivedesse la propria sentenza del 1981 che confermava
l’autonomia contabile di Camera e Senato, perchè è chiaro a
tutti che non di autonomia si tratta ma di arbitrio allo stato puro. È
un invito alla Corte dei Conti per avanzare nuovamente una richiesta in tal
senso». «È necessario - prosegue - ricordare ai nostri distratti
deputati e senatori che non é possibile che i parlamentari versino 14 milioni
di euro per trattamenti pensionistici che ogni anno ne costano invece 187. Il
resto è stato caricato sulle nostre spalle con una legge dello Stato.
Per essere governati poi come nei Paesi del quarto e quinto mondo. Bisogna
prendere atto che non ci potrà essere alcun senso di ravvedimento da
parte degli stessi beneficiari, il costo della politica è strutturale
al mantenimento di un sistema di potere autoreferenziale costruito dai
partiti soltanto per loro stessi. E che sta bene a tutti, senza alcuna
differenza. A noi cittadini, la sola libertà di apporre un segno di
croce su una scheda. Come gli analfabeti».
ROMA - I cavatelli al salmone fresco e zucchine serviti ieri erano una
delizia (3,60 euro). Ma anche gli gnocchi di patate al pomodoro e basilico sembra
che abbiano riscosso un certo successo (3 euro). Gli onorevoli più
buongustai sono passati poi a dell'ottimo pescato del giorno (4,20 euro) e
infine a una ghiotta "scelta di dolci" (1,80 euro). Il tutto per 9
euro, centesimo più, centesimo meno. Peccato che quel pranzo sia
costato alle casse della Camera dieci volte di più: 90 euro.
Che le cose andassero più o meno in quel modo, a Montecitorio, lo si
sapeva da tempo. Solo che ieri mattina la frittata, è il caso di dire,
è finita sul tavolo dell'Ufficio di presidenza, l'organismo che fa
capo a Fausto Bertinotti e che sovrintende all'amministrazione del palazzo.
Non tanto perché si è appreso che la ristorazione a beneficio dei 630
inquilini costa 5 milioni 232 mila euro l'anno, anche questo era noto. Ma
perché si è scoperto che quella cifra, ripartita per il numero di
deputati, fa lievitare la spesa per ogni singolo pasto appunto a 90 euro. Il
calcolo, un po' grossolano ma significativo, è stato sottoposto ai
colleghi da Gabriele Albonetti e dagli altri due deputati questori, per far
capire che forse era giunto il momento di mettere un taglio a cotanto spreco.
Il clima di antipolitica montante che si respira fuori dal palazzo,
c'è da giurarci, avrà pure avuto il suo peso. Sta di fatto che
si corre per la prima volta ai ripari. Come? La soluzione individuata
consiste nell'"affidamento all'esterno di una parte dei servizi di
ristoro". Così, i 7 cuochi del reparto cucina e i 25 addetti, tra
camerieri e operatori vari, per un totale di 32 "unità di personale"
saranno destinati "alla professionalità di assistente
parlamentare con le rispondenti qualifiche", ma anche al centralino, al
"reparto riproduzioni e stampa", ai servizi radiofonici e
televisivi. Ora, cosa ci farà un cuoco al centralino non è dato
sapere, ma il problema sarà affrontato in un secondo tempo. Per il
momento, questa è la decisione adottata che si legge nella delibera
del collegio dei questori varata dall'Ufficio di presidenza. E nessuno ieri
ha osato obiettare alcunché, coi tempi che corrono. Anche perché il risparmio
stimato supera i tre milioni e mezzo di euro. A regime, infatti, sottrarre i
pranzi e le (poche) cene dei deputati alla responsabilità diretta
della Camera comporterà per l'amministrazione un costo complessivo di
1 milione 662 mila euro. D'altronde, tutto è affidato da un pezzo
all'esterno anche al Senato.
Per il momento e per una "fase sperimentale di diciotto mesi", i
questori hanno deciso di affidare il servizio alla stessa società che
finora ha gestito la mensa dei dipendenti, la "Onama". Così,
senza una gara o un appalto. Perché solo al termine dell'anno e mezzo di
prova si procederà a una selezione pubblica oppure, ecco la sorpresa
nel provvedimento, "al ripristino della gestione interna". O
funziona, oppure - se i deputati non dovessero gradire cotture e menù
- si tornerà all'antico.
Ma l'Ufficio di presidenza non si è occupato solo del mantenimento in
futuro di un buono standard dello "spezzato di manzo al vino rosso"
e della dolorosa rinuncia alla cucina interna. Ha dovuto fare i conti anche
con un'altra grana. Dopo mesi di dibattiti e buone intenzioni seguiti allo
scandalo sollevato dalle "Iene" in tv sui 54 portaborse dei
deputati con regolare contratto a fronte dei 683 collaboratori dotati di
permesso di ingresso, dopo il giro di vite annunciato dai presidenti di
Camera e Senato, Bertinotti e Marini, che avrebbe dovuto comportare la
concessione dei nuovi badge solo agli assistenti messi in regola, ieri
Montecitorio ha deciso di alzare bandiera bianca. E sì, perché dopo
due proroghe della scadenza e molteplici appelli agli onorevoli, a consuntivo
si è scoperto che solo 142 deputati hanno stabilizzato 182
collaboratori. E siccome il rischio era quello di lasciare fuori dalla porta
i restanti 500 finora pagati in nero, con paghe da 400 a 800 euro, ecco
l'escamotage che consentirà di fatto di proseguire come se nulla
fosse: l'Ufficio di presidenza ha deciso di concedere il lasciapassare anche
a collaboratori che svolgono una generica "attività di tirocinio",
ma anche a pensionati disposti a collaborare gratuitamente o a dipendenti di
enti e associazioni (e quindi anche di partiti). Per farla breve, si torna al
passato. Tentativo fallito.
Oggi sarà la volta del Consiglio dei ministri, che inizierà ad
esaminare il disegno di legge sui costi della politica studiato dal ministro
Santagata, più volte annunciato e altrettante rinviato. Ma come ha
anticipato anche ieri l'altro ministro che vi sta lavorando, Linda
Lanzillotta, manca ancora il via libera delle Regioni, dunque oggi al
più il testo (in 25 articoli) potrà essere solo esaminato. In
ogni caso, quel documento non è sufficiente ad affrontare il problema
dei costi nel suo complesso, secondo Antonio Di Pietro, che ieri ha
presentato con Gianni Alemanno di An un piano bipartisan per abbattere le
spese. Dal taglio delle tessere gratuite dei parlamentari alla riforma
costituzionale che riduca la stessa rappresentanza politica.
(6 luglio 2007)
Altravoce.net 2-7-2007
Clamoroso: il Consiglio sardo costa il doppio e anche il triplo di quelli del
ricco Nord. E ai nostri onorevoli meno tasse - 2-7-07 di Giorgio Melis –
|
|
Sardegna parsimoniosa. Risparmiosa. Sobria. Non
è Sud profondo, scialacquatore di soldi pubblici, borbonico e
dissoluto. Siamo sardi, fate largo ai virtuosi. Non è questa
l'immagine e l'idea che gli altri italiani e noi stessi abbiamo dei nostri
costumi? Certo che lo è: distinti e distanti dai meridionali, come
sempre ci ritengono al Centro-Nord. E allora? Un falso clamoroso, la
verità è l'opposto. Uno scandaloso primato: incredibile da
credere, amaro ma doveroso da denunciare.
|
|
La politica sarda è la più dissipatrice,
spendacciona fino all'esagerazione: molto più, fatte le debite
proporzioni, di quelle siciliana e campana. Quasi da non credere ai propri
occhi e ai numeri.
Premessa troppo lunga ma indispensabile per dar conto
di un'emozione negativa quando si credeva di averle viste tutte. Subito un
esempio. Il Consiglio regionale della Sardegna, per una popolazione di un
milione e 600 mila abitanti, 85 consiglieri e 160 dipendenti,
costerà nel 2007 quasi 103 milioni di euro. La Lombardia - la
regione più sviluppata, ricca e popolosa, con quasi nove milioni e
mezzo di abitanti, 90 consiglieri e 283 dipendenti - spenderà per il
suo Consiglio appena 71 milioni di euro: il 30 per cento in meno della
Sardegna. Semplicemente incredibile.
|
Costi del Consiglio regionale in
Sardegna
e nelle Regioni a statuto ordinario del Nord (bilanci 2007)
|
|
|
|
popolazione
|
numero
consiglieri
|
dipendenti
Consiglio
|
bilancio
Consiglio
|
|
|
Piemonte
|
4.124.677
|
63
|
300
|
71 milioni
|
|
|
Lombardia
|
9.475.202
|
90
|
283
|
72 milioni
|
|
|
Veneto
|
4.759.872
|
60
|
150
|
50 milioni
|
|
|
Emilia Romagna
|
4.151.369
|
50
|
200
|
40 milioni
|
|
|
Liguria
|
1.609.013
|
40
|
125
|
28 milioni
|
|
|
Sardegna
|
1.657.268
|
85
|
160
|
103 milioni
|
|
|
(alcune cifre sono state arrotondate
per semplificare la tabella)
|
|
Dopo aver frugato per settimane nelle pieghe del
bilancio sardo, scoprendo e disvelando una realtà pazzesca, con
picchi vertiginosi (la buonuscita di 700 mila euro al segretario generale
andato in pensione), credevamo di aver toccato il fondo. Con una temeraria
convinzione: sarà dappertutto così, più o meno, il
costo della politica è altissimo ovunque: la Sardegna non può
essere il peggio, starà nell'aurea medianità e
mediocrità. E abbiamo deciso di confortare questa presunzione
andando a cercare, con fatica e decine di telefonate, fax ed email, il
riscontro nelle altre regioni.
Dopo i primi accertamenti, si è pensato a un
errore. E giù altre verifiche. Fino a doversi arrendere a
un'evidenza oltraggiosa per il livello di reddito, le condizioni sociali,
l'economia disastrata dell'isola. Solo nella politica, nel costo del
Consiglio regionale, la Sardegna straccia tutte le altre regioni. Una
realtà sfuggita perfino alle lente ustoria di quanti (i senatori
Salvi e Villone in un libro-inchiesta micidiale, i giornalisti Gian Antonio
Stella e Sergio Rizzo che spopolano col loro bestseller “La casta”) hanno
scandagliato a 360 gradi il sottobosco della politica istituzionale e
partitica. Non hanno pensato di fare il raffronto realizzato da noi, con
risultati davvero sconvolgenti. Oggi lo proponiamo con le regioni del Nord
popoloso, sviluppato e produttivo. Nei prossimi giorni lo estenderemo alle
regioni del Centro-Sud e infine alle altre a statuto speciale come la
Sardegna.
A ogni lombardo il Consiglio
costa 9 euro, ciascun sardo ne deve spendere 64
Ma è un dato assolutamente omogeneo: ogni
confronto vede la nostra assemblea largamente in testa nella disonorevole
corsa allo scialo, allo sperpero da nababbi di soldi pubblici in una terra
sottosviluppata. La comparazione con la Lombardia dice di tutto e di
peggio. Con una popolazione sei volte superiore a quella sarda, il suo
Consiglio spende due terzi del bilancio sardo: appunto 71 milioni contro i
nostri (scusate: i loro , di onorevoli e dipendenti) 103 milioni. Neanche
nove euro di costo per ogni lombardo, contro i 64 euro che il
“parlamentino” isolano costa annualmente a ciascuno di noi.
Ma se questo è il paragone più eclatante,
rispetto al ricco Nord ci sono altri cinque esempi che propongono
un'immagine intollerabile della Sardegna povera, ma che offre ai propri
onorevoli trattamenti da sceicchi. Il Piemonte ha appena 63 consiglieri
(contro i nostri 85) con quattromilioni e passa di abitanti e 300
dipendenti (contro i nostri 160). Ebbene, il Consiglio regionale di Torino
costa appena 71 milioni di euro, 17 euro annui per ogni abitante.
L'opulento Veneto (oltre quattro milioni e mezzo di abitanti) ha appena 60
consiglieri e 150 dipendenti ma un bilancio consiliare di appena 50 milioni
di euro: meno della metà della Sardegna, con una “tassa” annua pro
capite di dieci euro per ogni residente.
Vogliamo continuare? La ricca Emilia-Romagna (quattro
milioni e 151 mila abitanti, appena 50 consiglieri e 200 dipendenti) spende
40 milioni di euro all'anno, contro i 103 del Consiglio sardo. L'austera
Liguria, con un milione 609mila abitanti (come la Sardegna) ha limitato i
consiglieri a 40 e i dipendenti a meno di 130: spesa annuale, 28 milioni di
euro, appena il 36,7 per cento di quanto si spende nel palazzaccio
platinato di via Roma a Cagliari.
Meno consiglieri, stesso
personale e spesa ridotta nel virtuoso Nord
Sono cifre che si commentano da sole, gettando un
fascio di luce abbagliante sulla munificenza senza paragoni che la
Sardegna, con centinaia di migliaia di poveri e disoccupati, offre alla
propria impunita classe politica. Un'immagine devastante, insopportabile,
che muove allo sconforto e a una reazione furente contro un divario tanto
enorme quanto inaccettabile. Forse che a Milano, Torino, Genova, Venezia e
Bologna fare politica costa meno?
E perché mai dobbiamo pagare tanto per un Consiglio
spesso al di sotto di ogni sospetto e decenza, di fronte all'efficienza,
alla serietà e operosità di altre assemblee regionali, che
hanno tutte meno (tranne Lombardia e Sicilia) e perfino la metà dei
nostri eletti? Il teatrino del vaniloquio, logorroico, nullafacente,
rissoso di via Roma, non è lontanamente paragonabile ai Consigli del
Nord. Eppure costa dal 30 per cento in più fino al doppio e al
triplo di quelli settentrionali.
Ma non si sente una parola di autocritica, un atto per
riequilibrare una spesa astronomica rispetto agli altri. Anzi, chi la evoca
viene tacciato di qualunquismo, demagogia e scandalismo antipolitico. Chi
sono i veri qualunquisti che screditano il mandato parlamentare incassando
e facendo spendere il doppio e il triplo dei colleghi che, poniamo a
Bologna, da sempre hanno garantito ben altra efficienza e trasparenza
all'amministrazione pubblica?
Non sono mancati e non mancano, sul versante del
governo, scandali e sprechi in Veneto e in Lombardia. Ma, vuoto per pieno,
la resa politica è infinitamente superiore a quella sarda, come il
rapporto spesa-beneficio dei Consigli. Che diranno oggi i nostri onorevoli,
l'imperturbabile presidente Spissu, i pasdaran improbabili moralisti
all'Artizzu e al Sanjust-Robespierre, i campioni della sinistra radicale e
della destra già incorruttibile ex missina? Davanti a un confronto
che dovrebbe indurli a vergognarsi e nascondersi, diranno ancora che non
sono ultraprivilegiati e costosissimi perfino di fronte ai colleghi
lombardi, veneti, emiliani?
I consiglieri sardi pagano
meno tasse di tutti, rivalutando anche la Sicilia e la Campania
Ora le carte e le cifre sono sul tavolo, le altre le
daremo nei prossimi giorni: ancora da soli. Servirebbe una battaglia morale
dei cittadini e degli altri e ben più potenti ma silenti organi
d'informazione: si limitano a riprendere i risultati delle nostre inchieste
senza alzare un dito per rilanciare, aprire un fronte di denuncia e d'attacco
e imporre una svolta moralizzatrice. Perché c'è ancora tanto da
portare alla luce. Lo faremo ancora con i nostri deboli mezzi, visto che
non vengono messi in campo quelli di chi ha ben altra potenza di fuoco.
Ma la nostra battaglia si allarga, coinvolge un numero
crescente di lettori e cittadini giustamente indignati. E il passaparola ci
aiuta a suscitare una mobilitazione che dovrebbe essere generale.
Intollerabile l'accettazione rassegnata di troppi, il silenzio che a questo
punto diventa connivenza.
Come sul fatto, documentato dal Sole24Ore , che la
media delle trattenute fiscali degli onorevoli sardi è la
metà di quella media nelle altre regioni. Ingrassano senza pudore e
si smarcano dal fisco che ad ogni contribuente a reddito fisso chiede fino
all'ultimo centesimo. Dopo questa e altre puntate, si vedrà che
dovremmo chiedere scusa ai politici di Napoli e Palermo, considerati sempre
dissipatori a man salva. Lo sono invece, e da Guinness dei primati, i
nostri. Altro che austeri, risparmiosi e virtuosi: sono uno scandalo
nazionale che tracimerà fuori della Sardegna. Ristabilendo una
verità da arrossire al cospetto degli altri italiani.
da www.altravoce.net
|
Dopo
le polemiche tra Ds e Margherita questa mattina l'esecutivo deciderà
di riformare radicalmente l'Ente Aptr, in giunta la manovra azzera tutto Costi
della politica, la scure di Del Turco sul Cda dell'Agenzia per il
turismo MAURIZIO PICCININO PESCARA. Una nuova decisione, a sorpresa,
segnerà il futuro dell'Aptr (Agenzia di promozione turistica). Oggi
nella giunta regionale, a cui parteciperà il presidente Ottaviano Del
Turco, sarà presentato un ordine del giorno che prevede l'azzeramento
del consiglio di amministrazione e la nomina di un solo direttore generale.
Il taglio riguarderà sette componenti del Cda e la poltrona del
presidente. La decisione è sorta dopo le polemiche scaturite tra
Margherita e Ds. I primi rivendicano la nomina di un componente nel Cda,
nella persona di Bruno Di Masci, mentre il vice presidente della giunta, il
diessino, Enrico Paolini, punta sulla "mini riforma", con la
riduzione dei componenti del Cda e il risparmio di 162 mila euro l'anno.
Nell'ultimo Consiglio regionale, complice anche la mancanza del numero
legale, la mini riforma è saltata ma, nel contempo, il presidente del
Consiglio, Marino Roselli ha dato il via libera alla nomina di Di Masci,
(settimo componente nel Cda) rivendicando alla Margherita quel posto. Negli
ambienti della presidenza della giunta, invece, è emersa la
volontà di dare un taglio netto a tutto: ai costi e al Cda. Il
presidente Del Turco, infatti, ha seguito la vicenda, in particolare le
decisioni della Margherita e di Roselli, con una certa irritazione, ed abbia
sollecitato il provvedimento azzera tutto. La riforma è stata scritta
da Lamberto Quarta, responsabile della segreteria politica di Del
Turco. L'Odg, infatti, che questa mattina sarà sul tavolo della giunta
segue il progetto di riforma degli enti regionali. In particolare degli enti
più grandi come le Agenzie regionali e le Società per azioni.
L'Aptr che rientra nel novero delle agenzie, dovrà essere gestita da
un direttore generale. Solo in alcuni casi il direttore generale potrà
essere affiancato un direttore tecnico e uno amministrativo. Sarà
comunque abolito il Cda e il colleggio sindacale che verrà sostituito
da un revisore unico dei conti. Per le Spa, ossia per le aziende di
trasporto: Arpa, Gtm e Sangritana; sarà fissato un altro criterio: il
numero del Cda oscillerà da tre a cinque e sarà deciso in base
al fatturato. Oggi quindi gli assessori di centrosinistra si troveranno di
fronte un ordine del giorno che rimette in discussione il ruolo degli enti
regionali. Poltrone pubbliche spesso usate dai partiti per creare
carrozzoni e sistemare esponenti politici non eletti. L'ultima parola
spetterà agli assessori che avranno 90 giorni di tempo per allestire
una legge di riforma delle agenzie delle Spa. Sull'Aptr si registra anche una
spaccatura nella Margherita, il consigliere regionale Antonio Verini, si
schiera con Paolini e giudica un errore l'aver rinviato la riforma.
"Sono per l'approvazione immediata della legge di riforma dell'Aptr,
perché non possiamo predicare tanto e poi non dare attuazione alle
cose", commenta Verini, "e questo dei costi della politica
è un problema serio". Verini è anche contro la decisione
di Roselli. "Roselli ha sbagliato a fare la nomina", osserva
anccora Verini, "dopo sei mesi e mezzo dalle dimissioni di Carlo
Costantini dalla presidenza dell'Aptr non c'era proprio la necessità
d'urgenza per nominare un sostituto. Il 10 luglio invece bisognerà
andare in aula con la massima determinazione e approvare la riforma".
|