5 MEDITAZIONI

SULLE AZIONI ASSIOMATICHE

 

Il Viaggiatore cantornull@gmail.com

Novembre 2013

 

 

                                                           

                                                                             

 

 

MEDITAZIONE  I

 

Delle cose che rientrano in una sfera di nuovi dubbi

 

[1] Sono trascorsi alcuni mesi da quando ho incominciato ad intuire le debolezze delle impostazioni delle mie ricerche, che non mi stavano portando verso gli scopi che mi venivano suggeriti tacitamente dai significati che riuscivo ad intuire negli eventi e nelle cose.

Perciò ho deciso di tentare di sbarazzarmi di tutte quelle opinioni che alla fine risultano incompatibili con le certezze assiomatiche che percepisco.

Se desidero veramente stabilire una solida e permanente struttura nell’essenza dell’Esistenza, alla quale appartengo in qualità di Individuo distinto e separato, allora debbo veramente cercare di penetrare la mia natura, che è quella  di un  Assioma vivente.

Si tratta di un’impresa veramente al limite delle mie possibilità, che non mi sembra che consista solamente di ricerche di obiettivi da raggiungere tramite

conoscenze o anche consapevolezza da utilizzare come strumenti. Ho necessità di concepire con più distinta chiarezza i Significati e la loro Ontologia.

Concepire è un sinonimo di creare. Vagamente percepisco che la Vita è per sua Natura portata a concepire. Però, cosa veramente è una concezione ?

 

[2] Non sono affatto sicuro di raggiungere quello che, indefinitamente, mi auguro. Però, non mi sembra una cosa di assoluta importanza. Sento in me, profondamente, la necessità di agire tramite sintonie inafferrabili. Allora, debbo e posso solo tentare di impegnarmi in alcune regole di comportamento durante questo mio incessante processo di ricerca.

Perciò, solennemente prendo i seguenti impegni esistenziali :

-        di lasciare fuori dal lavoro ogni cura improntata alla mia individualità

-        di impegnare le mie facoltà in modo sacrale, come in un Rito

-        di osservare il Ritmo dettato dalla Sacralità

-        di essere imparziale, eliminando il superfluo della mia Individualità

-        di vivere gli argomenti con il dovuto rispetto, come se fossero Assiomi

-        di non essere prigioniero di deliberate finalizzazioni

-        di percepire ed evidenziare solo quello che è o è stato

-        di prestare attenzione ai legami delle sequenze esistenziali

-        di non emettere giudizi di merito, ma di limitarmi solo ad osservare

-        di ricevere anche i messaggi esterni alla mia individualità

-        di eliminare la presenza delle apparenze

-        di concepire le sequenze come Corollari dell’Esistenza

-        di mettere in luce solo l’esistenzialità degli eventi

-        di mantenere la mia indipendenza di libero Osservatore

-        di cogliere, quando sarà consentito, la Letizia della Vita

 

[3] Sto seguendo lo stesso modello formale delle Meditazioni di Cartesio, perché le considero un’Opera Somma, soprattutto per la limpida ed irreprensibile onestà intellettuale. Dovendo procedere ad una revisione dei miei pensieri, spero di riuscire a proporre qualcosa di altrettanto convincente.

Come nella Meditazione prima di Cartesio, al punto (4) : mi trovo, in età avanzata, però  in un’epoca più moderna, seduto in solitudine, pronto ad affrontare una revisione radicale dei miei punti di vista. A differenza di allora, non mi trovo in vestaglia davanti ad un caminetto, con un foglio di carta in mano. Sono vestito normalmente, il caminetto non c’è perché le case sono riscaldate, e sono davanti alla tastiera di un computer.

Sto ragionando sul fatto che, al giorno d’oggi, siamo un po’ più privilegiati dei cercatori che vivevano all’epoca di Cartesio. Allora si preoccupavano della conoscenza : dalle Meditazioni traspare con evidenza che il problema principale era centrato sulla domanda Chi sono?. Non è che adesso ne sappiamo molto di più, però abbiamo il vantaggio di accettare l’Esistenza in un modo meno drastico, cioè più elastico. Ho l’impressione che una volta l’Esistenza venisse accettata soprattutto come un fatto ineluttabile, del tipo Destino, mentre adesso sembrerebbe che venga considerata anche come Luogo di probabilità aleatoria. Non so bene se la nostra attuale attitudine alle scommesse mentali era concepibile e condivisibile dalla popolazione di quei tempi.  Fatto è che adesso la domanda che ci preoccupa maggiormente è Dove andiamo ?  Debbo convenire che spesso la consideriamo alla stessa stregua delle scommesse.

 

[4] Mi sembra che nelle Meditazioni di Cartesio non sia presente una tale preoccupazione. Trovo tanti dubbi. Ma non quello delle scommesse sul futuro. Perciò mi è venuto, ora, un dubbio nuovo ma piuttosto pesante : in sostanza, ammesso che si possa essere in grado di risolvere il quesito Chi sono?, mi viene il dubbio che questo non mi serva a risolvere del tutto il quesito Dove andiamo ?  Debbo convenire che una volta superata la prima barriera della consapevolezza di me stesso, mi trovo di fronte ad una nuova più ardua barriera, quella del cammino da compiere.

Si presentano, allora, una serie di nuovi dubbi, o meglio, si propongono con maggior chiarezza molti quesiti latenti, che sono già stati affrontati in modo incompleto da molti pensatori, ma anche da moltissime persone comuni. Tutti lo hanno fatto in un modo confuso, che riflette un sostanziale timore nei riguardi nell’inconoscibile, in sostanza del futuro.

In questo senso si deve ammettere che la maggior parte dei timori deriva, più o meno razionalmente, dall’esistenza della morte biologica, che è qualcosa di inconcepibile, anche perché in modo molto irrazionale viene di solito estesa anche ad una morte di natura spirituale.

Allora sorge maggiormente il dubbio : se non sono in grado, avendo raggiunto una sufficiente convinzione di Chi sono, di risolvere il problema della morte, che è comunque un passaggio di grande peso nel Dove andiamo, a che mi serve una chiara percezione e convinzione di chi sono ? A cosa mi serve una conoscenza ?

 

[5]  Sempre più mi appare chiaro che il futuro insondabile rappresenta il vero problema attuale. Mi appare chiaro che la sola consapevolezza e neanche una piena coscienza possono riuscire a risolvere un tale problema.

Ecco, allora, la ragione di una radicale revisione dei miei pensieri.

Per questi motivo ho deciso di tentare di sbarazzarmi di tutte quelle opinioni che alla fine risultano incompatibili con le certezze assiomatiche che invece percepisco con chiarezza, e che mi confortano, ma che sono, però, difficilmente inquadrabili in una visione dominata solo dal conoscibile.

Le domande che devo pormi sono : Il quesito Dove andiamo è risolvibile ? dove sbaglio quando non riesco a trovare un sicuro riferimento ? Esiste un analogo riferimento indiscutibile, come quello trovato da Cartesio  nel quesito Chi sono ? 

 

 

 

 

 

 

 

 

MEDITAZIONE  II

 

Esiste un qualcosa che indirizza e predispone il lavoro  della mente umana ?

 

[1] Seguendo questa intuizione e osservando come stanno andando adesso le cose dell’ esistenza umana, mi sembra di poter affermare che l’incertezza che agisce tacitamente, quasi inavvertibile, nasca dalla necessità di previsione del futuro.

Perché, da sempre, da quando esiste l’uomo, il bisogno di prevedere il futuro è stato sempre presente nei desideri dell’Uomo. Almeno così sembra. Da sempre ?

Ma tale necessità è veramente un Assioma indipendente ? Oppure ci appare tale per il fatto di estendersi su periodi di tempo talmente lunghi da sembrare un sempre ?

Mi viene allora il dubbio che il concetto del Futuro potrebbe non essere una nozione innata negli esseri viventi. Potrebbe, in effetti, essere nato con l’evoluzione, e neanche tantissimo tempo fa. Da quanto risulta, in alcune lingue parlate ancora oggi, di origine molto antica, non esiste il tempo futuro nei verbi. La struttura del linguaggio è simile alla nostra, ma il futuro non è concepibile nell’azione dei verbi. Allora, questa conferma di un simile dubbio dove ci porta ?

 

La conferma potrebbe essere significativa, poiché ci porterebbe ragionevolmente ad ipotizzare che la nozione del futuro nasca da una evoluzione dell’Umanità.

Deve essere stata una evoluzione molto, molto importante, e questo mi porta a formulare un’ipotesi : è assai probabile che l’idea di futuro  sia nata con il lentissimo e graduale passaggio dalla Civiltà dei Cacciatori a quella della Coltivazione dei campi., cioè al momento delle osservazioni ed alla consapevolezza della presenza di cicli ripetitivi di lunga portata dall’esito incerto, come le stagioni. Ed anche alla constatazione della loro larga indipendenza rispetto alle brevi durate dell’esistenza individuale.

 

[2] E’ veramente un punto importante : l’incertezza  delle previsioni è diventata una spinta all’azione per cercare una migliore protezione e sicurezza contro un’avversa probabilità. Perciò, anche la conoscenza è sembrata diventare un’arma quasi sicura contro l’incontrollabilità a priori del caso.

Considerando i tempi attuali, mi viene da pensare che stiamo ancora vivendo nella Civiltà dell’ Agricoltura, con le regole implicite di vita, maturate nel corso di migliaia di anni. Però, probabilmente, ne siamo giunti al termine.

Le regole della conoscenza, applicabili ai fenomeni naturali esteriori, così importanti per l’ambiente, non sembrano più del tutto universalmente valide. Infatti, se applicate ai fenomeni interiori, quelli che con approssimazione chiamiamo spirituali, non riescono neanche a far intravedere barlumi di luce. Anzi, talvolta sembrano mettere in dubbio la Speranza, in un senso distruttivo.

 

Dopo una profonda riflessione, utilizzando al meglio i miei stessi proponimenti, quelli elencati all’inizio, arrivo alla assiomatica consapevolezza che la conoscenza non è un Assioma. Una distruzione della Speranza è inconcepibile dalla Vita, che è un Assioma.

Allora mi viene il dubbio che sia da scartare la nozione dell’universalità delle forme di conoscenza, almeno come quelle sviluppate nell’era dell’Agricoltura.

 

[3] Debbo, perciò, prendere in considerazione un’ipotesi un po’ ardita : osservo che all’inizio dell’evoluzione dell’Uomo si è auto generata la Civiltà dei Cacciatori, che è un’evoluzione più intelligente rispetto alle organizzazioni meno intelligenti del mondo animale. Quanto è durata la Civiltà dei Cacciatori ? Sicuramente  molte centinaia di migliaia di anni, forse milioni. In alcuni casi estremi dura ancora oggi. Sicuramente si è basata sulla conoscenza, sul controllo delle esperienze individuali, una specie di conoscenza poco organizzata, poiché la natura troppo individuale delle conoscenze ha ristretto il campo delle previsioni : il futuro, probabilmente, era considerato a livello di una vaga Immanenza, una specie di Destino indefinibile. Un simile fatto è riscontrabile negli animali superiori : esistono in loro solo vaghe condizioni di conoscenze collettive organizzate.

 

Con grandissima lentezza si devono essere auto generate le condizioni per un passaggio alla Civiltà dell’Agricoltura. Mi sembra che si debba prendere come dato certo, che l’accettazione della nuova Civiltà debba avere convinto i cacciatori, per opera di convinzione interna (sia pure lentissima), che la nuova Civiltà era più vantaggiosa di quella precedente. Non penso sia possibile ricostruire con semplice chiarezza i processi interiori dei singoli individui, che probabilmente sono stati generati da ispirazioni e significati, confusi e spesso irrazionali. Tuttavia, il passaggio c’è stato, e quasi sicuramente devono aver influito la consapevolezza delle dure condizioni di vita del cacciatore (e della sua famiglia) unitamente a vaghi sogni di un mondo più sicuro, rappresentato simbolicamente dalla stanzialità dell’Agricoltura. Vaghi sogni alimentati dalla Speranza.

 

[4] Con un grande volo pindarico nella mia mente, riassumo in immagini, quasi istantanee, il corso lunghissimo dell’Era dell’Agricoltura, specie se paragonato alla corta durata della vita biologica dell’uomo. Sono arrivato alla conclusione che si dovrebbe cambiare il nome in Era della Conoscenza : debbo prendere atto che nell’ultimo niente temporale (tremila anni) la Conoscenza ha preso vie molto diverse in confronto con le modeste finalizzazioni pratiche iniziali. Tuttavia, sono fermamente convinto che il valore dell’entità della spinta verso le finalizzazioni sia rimasto il medesimo, cioè costante ed indipendente dalla scala delle singole finalizzazioni. Questa mia intima convinzione è di tipo assiomatico e potrebbe apparire, anche ai miei stessi dubbi, come una dichiarazione fideistica, senza solidi fondamenti. Tuttavia ne debbo prendere atto, come un fatto comune ai primitivi agricoltori ed anche a me stesso, che sto tentando di percorrere improbabili vie dello Spirito. 

In questo momento appare compatibile con la domanda in sottotitolo alla presente Meditazione. Perciò, continuo.

 

Mi domando, ora, come si siano svolte le evoluzioni nell’ambito dell’Era della Conoscenza. Devo rinunziare ai dettagli ed anche a tutte le fluttuazioni delle idee che sicuramente avranno continuamente oscillato fra alti e bassi di ogni genere.

Senza grandi incertezze si può tentare di ricostruire un Filo d’Oro che connette in sequenza tantissime vicende. Alternando intuizioni a fatti storici, e riferendosi ad una stima di dove possiamo essere oggi, utilizzando le esperienze di ogni genere fin qui accumulate, possiamo ottenere una visione panoramica sintetica, che ci consenta di stimare quello che adesso ci manca ?

 

Onestamente non mi sento in grado di avere idee molto chiare su quanto ci manca nel complesso : il muro dell’edificio dell’Evoluzione sarà sempre incompleto, ma penso seriamente che è nella mia capacità artistica la possibilità di figurarmi come potrebbe almeno essere il prossimo mattone e anche come dovrebbe essere posto in opera. Non posso certamente garantire a priori il successo artistico assoluto della mia opera, cioè un successo ad opera realizzata, ma con la mia stessa sensibilità sono in grado di decidere se simbolicamente il prossimo mattone dovrebbe essere spesso otto centimetri oppure ottanta centimetri. Se la scelta risultasse errata, ad opera in atto, ho sempre la possibilità di demolire non solo il brutto mattone, ma anche le due file di mattoni precedentemente posti erroneamente in opera. E ricominciare da capo.

 

Non posso fare a meno di ritenere sostanzialmente corretto il piccolo esempio simbolico : nell’Era della Conoscenza, iniziata con l’Agricoltura e ancora in corso d’opera, le vicende si sono svolte più o meno approssimativamente in tale maniera. Ha operato una spinta, con una sostanziale componente di natura oscura, che, mattone su mattone ha generato  un’Evoluzione certamente non progettata né progettabile a priori.

 

Dopo un inizio certamente incerto e faticoso, la ricerca di conoscenze razionali ha portato grandi risultati, che ha accresciuto la qualità della vita e rinforzato la Speranza in una Evoluzione, positiva nella sua possibilità di controllo crescente della Manifestazione. Così si è proceduto. E poi, improvvisamente, (unità di misura di solo due o tremila anni) la conoscenza ha sconfinato nella metafisica, nell’epoca ionica, ed ha rivelato i suoi limiti. E sono incominciati i dubbi.

Ritorno, perciò, ai miei irrisolti dubbi attuali. Cosa manca al meccanismo della conoscenza ? Soprattutto non riesco a pensare che possa essere stata la conoscenza stessa a rivelare una intuizione di cose sconosciute ed inconoscibili, come la Metafisica, che forse avrebbero potuto risolvere i problemi.

 

Non posso fare a meno di mettere in risalto che, a partire dall’epoca ionica, la ricerca più stimolante per la mente degli esseri umani è stata indirizzata verso una ricerca razionale dell’inconoscibile. Sembra molto strano che l’inconoscibile eserciti un’attrazione della mente verso una superiore razionalità che non può essere conosciuta tramite una normale conoscenza, simile a quella applicata ai problemi pratici dell’Agricoltura.

Ecco il motivo di fondo delle presenti Meditazioni : se siamo attratti dall’ignoto sotto le condizioni appena descritte, riconoscendo un superiore  significato a tal genere di ricerca, allora può voler dire che deve Esistere un qualcosa che indirizza e predispone il lavoro  della mente umana verso traguardi più elevati, che non siamo stati ancora in grado di distinguere ed isolare con chiarezza.

 

Senza ombra di dubbio un tale Qualcosa esiste. Esisteva già nell’Era dei Cacciatori, e li guidava, senza che se ne rendessero conto, verso una superiore forma di esistenza rappresentata dall’Agricoltura.

Perciò mi devo domandare : le incertezze attuali della Conoscenza sono forse uno strumento di quel Qualcosa che ci sta spingendo, senza che ce ne rendiamo conto, verso una nuova forma superiore di esistenza ?

 

 

 

 

 

 

MEDITAZIONE  III

 

Come si rivela alla nostra mente il qualcosa che ci indirizza e predispone oltre la conoscenza  ?

 

[1] Mi sono accorto, leggendo e rileggendo la Meditazioni di Cartesio, che manca una constatazione esplicita preliminare, che forse potrebbe esserci di grande aiuto nella ricerca del Qualcosa. Manca la constatazione esplicita dell’Assioma dell’Azione.

 

Si tratta di una asserzione difficile da comprendere. Intendo dire che una Meditazione prima di rivelarsi in contenuti conoscitivi, è un bisogno di un’Azione. Mi sono anche accorto che l’Azione, in sé, anzi l’intenzione dell’Azione, è indipendente dai suoi risultati. Il bisogno dell’Azione viene sempre prima.

Per tale ragione l’Azione è un Assioma. Perciò, appare ancora più evidente che l’Azione è sempre primigenia rispetto ad una Meditazione. Qualsiasi essa sia.

Allora mi debbo anche domandare quale Azione e quali intenzioni sono implicate dalle mie Meditazioni.

 

In questo preciso momento mi vengo a trovare in grandi perplessità : da un lato mi sembra di aver osservato (in modo quasi assiomatico) un’evidenza talmente evidente da apparire un fatto privo di importanza agli effetti della Conoscenza.

Da un altro lato, invece, mi appare l’enormità di quanto si potrebbe celare nella constatazione di un’evidenza talmente evidente da apparire un fatto di assoluta importanza agli effetti dell’Esistenza.

 

Mi appaiono, direi per contrasto, due aspetti (l’Azione e la Conoscenza) che non sono la stessa cosa, anche se sembrano accomunati dal fatto di essere entrambi Assiomi. Non c’è niente di più semplice di un Assioma : tanto semplice che non occorre alcuno sforzo da parte nostra per prenderne atto.

Eppure, non appena si cerca di penetrare la ragione del suo contenuto, un Assioma diventa insondabile. Figuriamoci un confronto di due Assiomi.

 

[2] Sicuramente la Conoscenza contribuisce a migliorare l’indice di sicurezza, ma non costituisce una certezza assoluta. Infatti, sono adesso costretto a constatare la sua incompletezza. Avendo però trascorso con la Conoscenza un’intera Era, mi trovo molto più a mio agio con la Conoscenza che non con l’Azione. Anzi, sono talmente calato nella Conoscenza da non accorgermi che essa è il risultato di un’Azione.

 

Ma cosa è veramente un’Azione ? Debbo confessare a me stesso che non lo so. Forse, posso solo azzardare che commetto, per mia pochezza, un grande errore, quando confondo l’Essenza dell’Azione con il suo risultato. In tal modo non riesco a vedere che riduco l’Azione da una intenzione ad un processo creativo finalizzato. E, allora, mi appare un’altra ragione per i miei attuali dubbi : per quale motivo preferenziale assoluto debbo privilegiare il risultato rispetto all’Essenza ?

 

Mi accorgo di trovarmi di fronte ad un bivio e di non avere criteri esterni (come un chiaro cartello indicatore) per decidere quale delle due strade debbo imboccare. Come posso fare ricorso ad un criterio del quale posso essere certo ? Le giustificazioni che fin qui mi sono dato, per poter raggiungere una superiore certezza, sono forse solo una falsa chiarezza, magari utile per superare momenti di difficoltà, ma che mi porta su un cammino che mi riproporrà perennemente il problema del bivio ? Come Uroboros che si morde la coda ?

 

[3] Mi sorge un ennesimo dubbio : cosa potrebbe succedermi, se improvvisamente sposto la mia attenzione, nel problema del bivio, dalla due vie (una delle quali devo necessariamente prendere) al punto esatto dove inizia la biforcazione ?

Osservo che il punto è uno mentre le vie sono due. Cosa può mai significare ? Quali susseguenze può implicare una simile constatazione ? Mi sto forse perdendo nei meandri di un labirinto più temibile di quello del Minotauro ?

 

Cerco di mettere un po’ d’ordine ai miei pensieri : all’inizio dell’Era della Conoscenza gli agricoltori dovevano vivere e subire simili esperienze, quando cercavano di mettere insieme nozioni separate di esperienze anche molto diverse fra di loro, per ottenere un quadro di coerenze. Eppure, con grandi fatiche, sono riusciti a cucire insieme norme e regole di una Civiltà che sta durando fino ad ora. Analogamente, riesco a percepire esperienze nuove che mal si inseriscono nel quadro di una Civiltà che ha un suo Ordine, ma che non riesco più a seguire con una ferma convinzione. Quando cerco di mettere insieme relazioni convincenti fra le nuove esperienze mi trovo in difficoltà, ma debbo anche convenire che non potrebbe proprio verificarsi una distinta chiarezza in un processo evolutivo appena iniziato. E’ forse un altro inoppugnabile segno di cambiamenti ?

 

Provo allora a separare le esperienze nuove in parti distinte fra di loro. Suppongo da prima, in modo forse arbitrario, che sto cercando veramente qualcosa di nuovo, oltre la normale Conoscenza, che come obiettivo finale mi è diventata un po’ stretta. Perciò, devo ammettere, in conseguenza, almeno tre presupposti iniziali :

-        il primo, di voler andare oltre la Conoscenza normale ;

-        il secondo,  di non poter utilizzare solo strumenti normali di Conoscenza ;

-        il terzo, di essere animato da intenzioni coerenti.

 

Mi rendo conto che in tutti e tre i presupposti appare, più o meno latente, la presenza di un Azione,  che è del tutto indipendente dai risultati che potrò ottenere nel futuro. Mi sembra, perciò, che questo possa significare un maggior peso dell’Essenza dell’Azione rispetto al risultato.

 

Esaminando separatamente i tre presupposti, debbo prendere atto delle Essenze di ciascuno di essi, che mi appaiono essere differente in ciascun presupposto.

-        Nel primo, appare la ricerca di una nuova finalità Teleologica ;

-        Nel secondo, appare la ricerca di un nuovo Stile nella ricerca

-        Nel terzo, appare la ricerca di una Volontà, che deve essere individuale.

I primi due casi implicano risultati ed allora debbo notare che i risultati appartengono ad un futuro, che dipende da uno dei due rami del bivio che potrò scegliere nella mia ricerca. Perciò, non sono le scelte che mi possono dare, al momento della scelta, quella certezza che vado cercando. Una scelta di tal genere è certa solo quando ha dato un risultato. Non ha un valore logico utilizzabile. 

Solo il terzo caso mi offre una vera certezza sulla quale posso contare, che è quella presente nella mia volontà individuale di poter decidere in modo indipendente. 

 

[4] Mi devo domandare, coerentemente con gli impegni da me presi all’inizio delle Meditazioni, se non mi sto prendendo in giro da me stesso. Non è forse vero che qualsiasi essere vivente esercita sempre una sua volontà ? Non sono, per caso, un nuovo ed ennesimo inventore dell’acqua calda ?

 

Certamente è anche così, ma debbo anche notare che esistono nella Volontà parecchi livelli, associabili alla misteriosa Qualità che si chiama Ordine. Non posso proprio concepire l’Ordine come una qualità che si esprime solo con due possibili stati, cioè Ordine totale o Disordine totale. Certamente esistono i due limiti citati agli estremi della scala dei valori, ma si tratta di nozioni astratte, che sono difficilmente vivibili nella loro pienezza poiché sono casi limite.

 

Perciò, nell’Ordine esistono molti livelli. Per portare a me stesso esempi fattivi, devo senz’altro riconoscere che un istinto è una volontà a livello di incoscienza, mentre un’intuizione è qualcosa all’estremo opposto, una volontà ad un livello di Ordine talmente elevato da apparire incontrollabile e quasi incomprensibile.

 

Mi sembra, allora, che si possa aprire un nuovo e promettente orizzonte. Nell’Era dei Cacciatori, animali inclusi, le Azioni sono un prodotto di Volontà a basso livello di Ordine. Nell’Era dell’Agricoltura le Azioni sono un prodotto a più alto livello di Ordine, legato a una Volontà condizionata in parte da una Conoscenza razionale, che in gran parte, però, è applicata a cose esteriori, mentre la Volontà spazia, spesso e volentieri, ancora  nelle forme irrazionali degli istinti interiori.

 

Se si vuole procedere nel cammino dell’Evoluzione, mi sembra allora che lo si possa fare solo mettendo Ordine nella Volontà.

 

 

 

 

MEDITAZIONE  IV

 

Come si rivela alla nostra mente quella Volontà che ci possa indirizzare e predisporre oltre la conoscenza  ?

 

[1] E’ una domanda che mi rivolgo raramente, forse per il fatto che non so cosa rispondere. Non so nemmeno approfondire cosa sia veramente la Volontà, e in questo non sono molto diverso da un bambino al quale si chieda perché faccia un capriccio. Posso dare una risposta superficiale, di ordine molto pratico, per esempio perché ha fame, ma in sostanza una simile risposta non mi spiega bene la finalizzazione a priori del meccanismo della Volontà. Voglio dire che non riesco a comprendere, con la chiarezza che vorrei, a cosa tende una Volontà in genere, al di la dell’immediatezza. In sostanza, perché si vuole ?

 

Posso tentare di rispondere che la Volontà nasce da un bisogno di compensare una qualche forma di squilibrio : una volta raggiunto un equilibrio soddisfacente, la Volontà di agire viene meno. Ma una simile risposta non soddisfa in modo adeguato lo squilibrio nella mia mente, che sta cercando, senza riuscirci, di risolvere un problema, che alla fine mi rivela un mio squilibrio di chiarezza mentale.

In altre parole, mentre nelle cose semplici (come la fame) un raggiunto equilibrio fa cessare il bisogno di agire, nelle assai più complesse cose dello Spirito questo non avviene sempre e neanche di frequente.

 

Mi viene alla mente una risposta immediata : mentre con la fame so come rimediare, nello Spirito, invece, la mia ignoranza è tale che il più delle volte non riesco ad agire coerentemente, cioè procedo a caso e per tentativi. Mi viene da rimarcare che siamo sempre in grado di discernere il valore quantitativo di una Volontà, ma non siamo in grado di afferrare con altrettanta precisione i suoi valori qualitativi.

Posso comprendere se ho molta fame o poca fame, posso anche percepire se i miei problemi spirituali sono grandi o piccoli, ma ho difficoltà ad individuarne le origini e le finalizzazioni di questi ultimi.

 

Infine, mi viene alla mente un qualcosa alla quale non si presta attenzione : come è che nelle cose semplici, come la fame, la Volontà correttiva svanisce a bisogno soddisfatto, mentre in alcuni processi spirituali permane una fortissima Volontà di mantenersi in qualche stato speciale di Beatitudine finché se ne è capaci ?

 

Posso solo constatare il basso livello qualitativo della mia mente, che mentre è stimolato a generare Volontà, non riesce invece a distinguerne le ragioni. Perciò, sono giunto alla conclusione che si debba iniziare a prendere in considerazione privilegiata la Volontà rispetto alla Conoscenza, proprio poiché la Volontà è molto più sfuggente. O forse, si deve prendere in considerazione l’ipotesi che anche la Volontà rappresenta una forma di sfuggente Conoscenza, dal valore, però, molto più pregiato di quella normale.

 

 

[2]  Mi domando nuovamente : che cosa è la Volontà che spinge all’Azione ? Senza l’Azione non si possono avere Significati. Senza Significati non vi può essere Conoscenza. Sembrerebbe allora che esiste un Filo d’Oro fra Volontà e Conoscenza, che non può essere interrotto. Sembrerebbe, perciò, che esista un legame inscindibile in tale catena. Debbo anche osservare che una simile catena si adatta perfettamente ad analoghe catene che sono nate sia nell’Era dei Cacciatori come in quella dell’Agricoltura. Le differenze sono solo nel livello di Ordine e di Coerenza nella Volontà, ma il meccanismo è lo stesso. 

 

[3]  Debbo allora avanzare un’ipotesi, che non mi sembra fuori luogo nella ricerca della Volontà : Ordine e Coerenza sono una qualità molto importante nella trasmissione di informazioni, poiché senza tali qualità non si possono trasmettere messaggi comprensibili né tanto meno realizzare conoscenze di qualsiasi genere. Il fatto di avere verificato che la diversità delle due Ere sta nella differenza nei livelli di tali qualità, mi porta a pensare che la Volontà rappresenta una Informazione, assolutamente essenziale per ottenere un risultato qualificato in una Azione.

 

Mi sembra, perciò che per ottenere un risultato ordinato occorra una Volontà ordinata. L’Evoluzione impone un  Ordine crescente. Il fatto che io senta in me la necessità di andare oltre l’attuale Conoscenza senza sapere esattamente come, sta a significare  che la mia Volontà, della quale al momento posso disporre, non è dotata di un Ordine adeguato per riuscire a distinguere e imporre scelte adeguate nel mio cammino di ricerca.

 

Debbo arrivare ad una importante constatazione : non sono allenato a considerare la Volontà soprattutto come una sorgente di informazioni, ma piuttosto come una sorgente di impulsi.

 

Mi debbo, allora, domandare : se nel profondo della mia mente, la mia preferenza è più appagata dall’Ordine, piuttosto che dagli impulsi disordinati, quali sono le Azioni che debbo privilegiare nei riguardi di un futuro ?

 

 

 

 

 

 

MEDITAZIONE  V

 

Verso che cosa ci indirizza una Volontà ordinata ?

 

[1] Sono molte le risposte parziali che posso avanzare all’ultima domanda della precedente Meditazione. Alcune mi sembrano relativamente importanti, e posso anche cercare di elencarle ordinatamente, ma manca una sintesi complessiva, che possa dare un vero indirizzo unificante.

 

Per portare un paragone chiarificatore, all’inizio della coltivazione delle piante chi poteva coniare il nome di Era dell’Agricoltura ? Certamente nessuno. Così è adesso : non sappiamo dove andiamo, ma abbiamo una segreta aspirazione che possa essere un’Era di Ordine, anche se nessuno è veramente in grado di capirne il vero Significato. E, a pensarci bene, posso forse dire a me stesso che cosa significa l’Ordine ? Certamente no, però ho in me stesso strane risorse che talvolta mi rivelano, forse per differenza, se sono sulla buona strada, che mi avvisano se la rotta devia troppo rispetto a quella che vagamente mi ispira.

 

Purtroppo mi accade come all’agricoltore inesperto : posso sbagliare nella semina, e me ne accorgo solo dopo, alla raccolta che non ci sarà. Però, le successive stagioni si ripresenteranno e posso tentare di rimediare, ma solo per un futuro. Come dicevo prima, se sbaglio nel porre un mattone sul muro posso demolirlo e ricominciare, ma posso tornare indietro nel tempo passato solo simbolicamente. Per il futuro posso solo organizzare, nella mia Volontà, intenzioni responsabili. In tale Azione partecipo immaterialmente (i risultati li vedrò alla raccolta), ma opero realmente, poiché posso, senza esserne sicuro, tentare di accrescere l’Ordine che mi ispira, senza che io possa e debba sapere ancora cosa è l’Ordine.

Mettere Ordine nella propria è già un risultato.

 

Mi rendo perfettamente conto dell’apparente assurdità di quello che sto dicendo. Però, osservo che l’Esistenza funziona proprio così. Tutti i tentativi compiuti sin qui, per compilare un manuale delle Giovani Marmotte, che preveda esattamente il nostro comportamento, che sia in grado di stabilire l’equivalente di una Legge di Newton, completamente valida per ricostruire il passato e definire un futuro, sono andati a vuoto. Qualcuno spera ancora che questo potrà essere una realtà del futuro, quando s ne saprà di più, però mi appare assiomaticamente una vera follia. Ancora più follia della assurdità che sto pensando sulla Volontà.

 

La Volontà è il vero Sistema aperto dell’Esistenza. Con i sistemi aperti non valgono manuali.

 

 

[2] All’inizio delle mie Meditazioni ho preso un impegno formale,  di natura esistenziale, di attenermi ad alcune regole di comportamento. Ora è giunto il momento di cercare di verificare entro me stesso se ho mantenuto (entro i limiti ragionevoli della mia pochezza) gli impegni solennemente assunti. Se qualcuno mi leggerà, utilizzerà un ben più efficiente sistema di verifica esterno, e spero che mi potrà dare utili osservazioni critiche.

 

Su tutti i punti non mi sento in grado di emettere un giudizio sul mio comportamento. Non credo che mi spetti. Ho cercato solo di fare il mio meglio.

Per alcuni, invece, ho qualche dubbio se sono riuscito ad esprimere lo spirito del mio impegno im modo adeguato.

In tali punti mi ero ripromesso :

 

-        di lasciare fuori dal lavoro ogni cura improntata alla mia individualità

Nelle Meditazioni vi sono molte cure, ma spero di essere stato capace di mostrare  che si tratta di cure che vanno al di la del me stesso puramente individuale.  

-        di essere imparziale, eliminando il superfluo della mia Individualità

Ci ho provato e spero che qualcosa lo abbia evidenziato.

-        di vivere gli argomenti con il dovuto rispetto, come se fossero Assiomi

Su questo punto credo di aver rispettato l’impegno. Le critiche non sono da considerare come mancanza di rispetto.

-        di non essere prigioniero di deliberate finalizzazioni

Spero che le mie convinzioni non siano considerate deliberate convinzioni a priori.

Se il mio stile di conduzioni degli argomenti non è stato all’altezza, è dovuto a mie pecche in materia di talento espositivo.

-        di percepire ed evidenziare solo quello che è o è stato

Ho cercato di comportarmi come mi ero impegnato. Se non sono stato all’altezza è dovuto alle difficoltà di cogliere ciò che è.

-        di prestare attenzione ai legami delle sequenze esistenziali

Considero questo punto essenziale, ma il Filo d’Oro è difficile da cogliere e non so se ci sono riuscito come avrei voluto.

-        di non emettere giudizi di merito, ma di limitarmi solo ad osservare

Su questo punto nutro più di un dubbio. La mia Volontà è ancora molto disordinata e lascia molto a desiderare.

-        di ricevere anche i messaggi esterni alla mia individualità

Anche questo è un punto particolarmente difficile da realizzare adeguatamente.

 

Per il momento non aggiungo altre Meditazioni. Ho ancora molto da Meditare.