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Gli albori della vita italiana

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QUESTO E-BOOK:

 

TITOLO: Gli albori della vita italiana – conferenze tenute a Firenze nel 1890.

AUTORI: Guerrini, Olindo; Villari, Pasquale; Molmenti, Pompeo; Bonfadini, Romualdo; Bonghi, Ruggero; Graf, Arturo; Tocco, Felice; Rajna, Pio; Bartoli, Adolfo; Schuffer, Francesco; Barzellotti, Giacomo; Panzacchi, Enrico; Masi, Ernesto

TRADUTTORE:

CURATORE:

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Contiene:

Olindo GUERRINI       Preludio

Pasquale VILLARI      Le origini del comune di Firenze

Pompeo MOLMENTI  Venezia e le repubbliche marinare

Romualdo BONFADINI         Le origini del comune di Milano

Romualdo BONFADINI         Le origini della monarchia in Piemonte

Ruggero BONGHI       Le origini della monarchia a Napoli

Arturo GRAF              Le origini del papato e del comune di Roma

Felice TOCCO            Gli ordini religiosi e l'eresia

Pio RAJNA                 Le origini della lingua italiana

Adolfo BARTOLI         Le origini della letteratura italiana

Francesco SCHUPFER         Le università e il diritto

Giacomo BARZELLOTTI       La filosofia e la scienza nel periodo delle origini

Enrico PANZACCHI    Le origini dell'arte nuova

Ernesto MASI             Epilogo

 

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Il "progetto Manuzio" è una iniziativa dell'associazione culturale Liber Liber. Aperto a chiunque voglia collaborare, si pone come scopo la pubblicazione e la diffusione gratuita di opere letterarie in formato elettronico. Ulteriori informazioni sono disponibili sul sito Internet:

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GLI ALBORI

DELLA

VITA ITALIANA

 

Conferenze tenute a Firenze nel 1890

 

DA

 

O. Guerrini, P. Villari, P. Molmenti, R. Bonfadini,

R. Bonghi, A. Graf, F. Tocco, P. Rajna, A. Bartoli,

F. Schupfer, G. Barzellotti, E. Panzacchi, E. Masi.

 

 

 

 

 

QUARTA EDIZIONE.

 

 

 

 

 

 

MILANO

FRATELLI TREVES, EDITORI

1897.

 

 

 

 

 

 

 

 

PROPRIETÀ LETTERARIA

 

Riservati tutti i diritti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tip. Fratelli Treves.

 

 

 

LE CONFERENZE DI FIRENZE SU

 

GLI ALBORI DELLA VITA ITALIANA[1]

 

«Raccogliere ascoltatrici e ascoltatori devoti, quanti amano genialità di studi, vigoria di pensieri, pittrice eleganza nel dire, e invitare gl'ingegni più colti, perchè ognun di essi nelle spirituali adunanze, colorisca, secondo un ordine determinato, una parte del gran quadro della Vita Italiana nei varii secoli; parve assunto degno di quelle tradizioni di gentilezza onde Firenze si onora, e occasione bene augurata per procurare che i più valenti, mossi da un solo pensiero, illustrino le pagine gloriose della storia nostra civile. Firenze negli Orti neoplatonici, ai rezzi delle ville suburbane, nelle botteghe degli speziali, e poi nelle accademie e nei dotti ritrovi, ebbe in altri tempi il primato delle letterarie adunanze. Noi vorremmo che ora potesse modestamente dar l'esempio di eletti convegni, in cui l'ascoltare fosse studio e ricreazione dell'animo.»

Così diceva un manifesto che portava in calce alfalbeticamente disposti, i nomi di Guido Biagi, G. O. Corazzini, Tommaso Corsini, Francesco Gioli, Diego Martelli, Carlo Placci, Arnaldo Pozzolini, Piero Strozzi, Pasquale Villari, e che, distribuito ne' salotti fiorentini e forestieri e commentato in varie lingue dalla viva eloquenza di apostoli convinti, ebbe la fortuna d'essere accolto con ogni favore. L'idea d'una serie di letture sopra un determinato argomento parve utile e buona: avrebbero almeno servito all'intento di farci conoscer meglio una parte della nostra vita passata e ricondotto a Firenze uomini di chiara fama, la cui voce da un pezzo non avea risuonato fra noi.

Il manifesto piacque a quanti lo lessero. Scritto con uno stile leggermente précieux, parea fatto apposta per accarezzare gli orecchi più delicati, per esser ritenuto a memoria, come una musica di parole armoniose e soavi. Era destinato segnatamente alle signore, senza le quali, - come disse un amico dell'amico più grande che esse abbiano avuto, di Messer Giovanni di Boccaccio, non si può far cosa che abbia profumo di gentilezza. E le signore che rimandarono le schede di associazione con le loro firme in lettere inglesi, magre e sottili, aveano subito compreso d'essere invitate a metter su qualche cosa che avrebbe voluto esser durevole e degna.

Frattanto, mentre d'ogni parte si chiedevan notizie di queste letture e della Società che le aveva promosse, venne innanzi l'inverno. L'argomento della prima serie era già scelto: Gli albori della Vita Italiana: e, distribuite le parti, già cominciavano i giornali ad annunziare questo che sarebbe stato l'avvenimento letterario dell'anno, storpiando maledettamente quel povero titolo che, di proto in proto, si mutava ora in allori e ora in alberi.

Restava da sceglier la sala per le conferenze: e la scelta avea grande importanza perchè da essa dipendeva il carattere e l'intonazione delle letture. Il luogo alle volte determina il buon esito d'un'impresa: lo Stabat in teatro non sarebbe lo Stabat, e la musica del Barbiere, non potrebbe esser sonata sull'organo di chiesa. Così queste letture non dovevano diventare lezioni cattedratiche e nemmeno conferenze popolari. Una sala pubblica, l'Aula Magna, quella del Buonumore, la Filarmonica, la Sala di Luca Giordano, per un'infinità di ragioni, oltre a quelle accennate, non parevano adatte. Non ci voleva una sala a pigione; ma si desiderava l'ospitalità signorile di qualche antico palazzo. Il sogno era una bella sala con arazzi alle pareti, con un di quei larghi camini del quattrocento che invitavano i nostri antichi all'intimità del focolare, con le lumiere di nitido cristallo penzolanti da un soffitto a cassettoni, con il profumo dei fiori accomodati nelle paniere e nei vasi, con il tepore.... moderno d'un calorifero invisibile. E il sogno si avverò grazie ad un gentiluomo artista, sempre primo dove si tratti di tentare cosa utile e buona, e la cui benevola cortesia è a prova di fuoco come la porcellana della splendida Manifattura di Doccia. Il marchese Carlo Ginori, deputato al Parlamento, R. Commissario per le antichità e belle arti della Toscana, proprietario d'una fabbrica meravigliosa, cacciatore, schermidore e navigatore appassionato, affittuario dell'isola di Montecristo e, dopo tutto, bello e compito cavaliere, - concesse alla società la sala del suo palazzo, e le Letture fiorentine si chiamarono «le conferenze di Casa Ginori».

La scelta della sala e la pubblicazione del programma per la prima serie di letture che cominciarono il 1.^o marzo 1890 per cessare il 19 aprile, crebbero la curiosità universale. Se ne parlava dappertutto, nei crocchi degli sfaccendati, come ai domino serali dei professori dell'Istituto Superiore, ai five o'clock tea delle più fashionables forestiere, come ai pranzi spirituali delle duchesse. Gli scolari chiedevano alla capitale o in provincia una tessera di giornalista per esservi ammessi; i giornalisti soli si dolevano di non poter essere, almeno una seconda volta, scolari.

Il primo marzo alle 3 pomeridiane precise, Olindo Guerrini saliva trepidando sulla cattedra improvvisata nella sala Ginori e sedutosi per leggere il suo Preludio, onde iniziavasi la serie delle Letture, si guardò intorno con occhi spauriti. Gli s'affollava da presso e lo stringea d'ogni parte una folla di ascoltatrici e d'ascoltatori curiosi, un pubblico da dar soggezione ai più esperti e da far subito desiderare a qualunque oratore di poter lì per li scomparire. Davvero meriterebbe uno studio particolare l'uditorio di quella sala, composto com'era di quanto ha Firenze di più culto ed eletto. Abbozzare qualche ritratto sarebbe indiscretezza; dirò soltanto che c'eran signore d'ogni età, d'ogni classe, d'ogni nazione, giovinette studiose che non perdevano una sillaba di quanto sentivano, gentildonne rinomate per genialità di studi e per eleganza di non studiati pensieri, donne ammirate per opere d'ingegno e per amore alle arti, volti sbiancati dagli anni ma cari e venerandi, volti rosei e sorridenti nella primavera della vita e ne' trionfi mondani, volti eburnei di fanciulle dallo spirito arguto, chiome nere con qualche filo d'argento, chiome sfidanti l'ala del corvo, o rutilanti come l'oro liquefatto o bionde come le spighe mature; occhi stellanti fatali ai poeti, e poeti co' baffi appuntati, e senatori veleggianti nel mare dei sogni entro le punte d'un solino, e giovinotti azzimati col fiore all'occhiello, e scolari, e artisti, e ufficiali, e barbe e occhiali di professori....

Le conferenze ebbero sempre questi giudici che non disertarono il campo. Conosco signore che si fecero scrupolo di mancare una sola volta; altre che vennero da lontano per assistervi; altre e moltissime che rimasero col desiderio, e scrivevan lettere alle amiche per aver compiuti ragguagli. Ma dei singoli oratori non parlo: l'opera che tutti insieme questi valenti ingegni hanno compiuto è una splendida pagina della nostra storia, da essi rimessa in luce. Gli Albori che si distinguevano a mala pena di mezzo alle oscurità delle origini, son ora rischiarati dalle indagini e dalla dottrina d'uomini per i quali il sapere è professione; ed ora il bel volume edito dai Treves appagherà il desiderio di quanti non poteron ascoltare questi artisti della parola.

Io non farò che enumerarli. Al Guerrini, nel cui volto tutti cercavano i lineamenti ideali di Lorenzo Stecchetti, successe l'onorevole Romualdo Bonfadini che svolse la prima parte del tema Le Origini dei Comuni Italiani. Parlar di Milano fu per lui facile assunto, e più facile ancora incatenare gli uditori con parola fluida ed ornata. Alto della persona, con una voce baritonale, col gesto largo e l'aspetto d'un padre nobile, riaffermò la riputazione ormai assodata di parlatore valente. Venezia e le repubbliche marinare era la seconda parte del tema sulle Origini dei Comuni e toccò a Pompeo Gherardo Molmenti, che la trattò con finezza d'artista e con quella signorile eleganza ch'egli sa mettere in ogni cosa. La terza parte: Firenze, fu il trionfo del Villari che, come pensatore profondo, come oratore appassionato ed efficace, ebbe un de' maggiori successi di che possa andar lieto. Salito sulla cattedra, riuscì subito ad affascinare il pubblico con la vivezza del dire improvviso e la chiarezza del ragionamento. Il Villari non è un dicitore studiato: la sua eloquenza è tutta cose, e prorompe dalla profondità del sentimento, dalla convinzione della verità di quanto afferma. Lo chiamerei un oratore all'inglese, perchè appunto sdegna i piccoli artifizi della rettorica e, come il suo grande maestro De Sanctis, fa consistere tutta l'arte nella sincerità e nell'onestà del pensiero.

Le Origini del comune di Firenze, che posson credersi un soggetto arido e freddo, appena tollerabile per un erudito, furono per lui tema di splendide considerazioni storiche, dalle quali assurse a concetti nobilissimi sulla società umana e sulla moralità sociale. Gli uditori scaldati a quell'onda di vivide e calde parole, salutaron con applausi entusiastici l'illustre autore del Savonarola, del Machiavelli e delle Lettere Meridionali che avea trovato in quell'ora, dinanzi a così eletta adunanza, le note più squillanti e più umane della sua eloquenza d'artista.

Alle Origini dei Comuni successero le Origini della Monarchia in Piemonte ed a Napoli. Dovea parlare del Piemonte Giuseppe Giacosa; ma, impeditone da malattia, fu sostituito egregiamente dal Bonfadini che ebbe un'altra volta liete e cordiali accoglienze. Di Napoli lesse più tardi, quando fu rimesso in salute, Ruggiero Bonghi che svolse il tema al solito con molta e soda dottrina.

Le origini del Papato e del Comune di Roma dettero modo ad Arturo Graf, al poeta di Medusa, all'autore del Diavolo, professore nell'Università di Torino, di mostrare com'egli sappia accoppiare una straordinaria cognizione dei fatti con una non comune facilità d'esposizione. Pio Rajna, la cui dottrina di filologo è pari soltanto alla nobile rigidità del carattere, parlò delle Origini della lingua Italiana con autorità di scienziato e con garbo di artista, rendendo accessibili le più difficili ed intricate questioni. A Francesco Schupfer le Università Italiane ed il Diritto dettero agio di esporre molte nuove e sapienti vedute intorno al grave e importante argomento. Il professor Felice Tocco, parlando da maestro degli Ordini religiosi e dell'eresia, confermò la sua fama di pensatore originale e profondo e di geniale espositore.

Le due letture che seguirono, quella del professore Adolfo Bartoli sulle Origini della Letteratura Italiana e quella di Enrico Panzacchi, furono, con l'altra del Villari, giudicate bellissime fra le più belle di questa serie. Il Bartoli lesse, con limpida dizione, alcune splendide pagine che compendiano mirabilmente quant'egli ha scritto in molti e pensati volumi. Il Panzacchi con una calda improvvisazione trattò delle Origini dell'arte nuova, e il poeta bolognese non fu mai come quel giorno ispirato ed eloquente. Quando ebbe finito gli fu fatta una vera ovazione, e le signore lo circondarono come volessero rapirlo.

Una bella lettura del prof. Giacomo Barzellotti sulla Filosofia e le scienze nel periodo delle origini, in cui con forma chiara ed artistica si spiegano i più astrusi problemi onde le menti umane erano allora affaticate, e un meraviglioso Epilogo di tutte le dodici letture, nel quale Ernesto Masi dimostrò d'essere ad un tempo pensatore profondo e dicitore elegante, chiusero la Prima serie dedicata agli Albori, il 19 di aprile.

Quel giorno un cartoncino stampato con tutti i lenocinii dell'arte e distribuito alle ascoltatrici e agli uditori plaudenti, annunziava per l'anno venturo una nuova serie di letture sulla Vita Italiana nei secoli XIII e XIV. Il roseo manifesto porta anche la firma del marchese Carlo Ginori chiamato, per le sue benemerenze, a far parte della Società promotrice di pubbliche letture.

Così andò, e - lasciatemelo dire - andò proprio bene!

 

Guido Biagi.

 

 

 

PRELUDIO

 

DI

 

OLINDO GUERRINI

 

Quando, egregie signore e signori, quando l'autore ha compiuto l'opera, allora comincia a pensare alla prefazione. Così il signore Iddio, dopo aver creato dal nulla l'Universo, pensò alla prefazione - all'uomo - e lo creò ultimo, a propria imagine e somiglianza. Ma il pubblico, che non è iniziato ai misteri della tecnica d'arte, e ignora, per fortuna sua, con quali artifizi si costruiscono un libro o un dramma musicale, crede ingenuamente che l'opera sia stata pensata ed eseguita in quella stessa successione di tempi e di idee in cui la trova disposta. Crede cioè che l'autore abbia cominciato dal principio e finito colla fine; e che la prefazione o il preludio, che stanno sul limitare del libro o del dramma, sieno stati i primi, in ordine cronologico, ad esser composti.

E il buon pubblico erra. Che se, del resto, ragionasse soltanto per analogia, si convincerebbe subito che una gran parte delle faccende di questo mondo, contro ogni canone apparente di logica, non cominciano dal principio. Sembra un paradosso, ma è un fatto di tutti i giorni. Quante spese, per esempio, fatte prima d'avere i denari! Tutta la teoria del credito è fondata appunto su questa facoltà particolare dell'uomo di poter cominciare dalla fine. Quanti dottori esercitano la professione prima d'averla studiata; quanti sonetti si cominciano a scrivere dall'ultimo verso, quanti romanzi si cominciano a leggere dall'ultimo capitolo. Quante affermazioni prima della certezza, quanti giuramenti prima della convinzione, quante nozze prima dell'amore! L'uomo è un essere perfettamente illogico; il che lo distingue dai bruti.

Nel caso nostro poi è legge di natura, fatale come quella della gravità, che la prefazione debba esser fatta dopo il resto. Nella prefazione l'autore riassume il contenuto dell'opera, indica l'ordine, espone il metodo seguito e passa in rassegna le opinioni de' suoi colleghi sullo stesso argomento. Dimostra a luce meridiana, ciò s'intende, che tutti i colleghi e predecessori ebbero sempre torto marcio; pone delicatamente in dubbio lo stato delle loro facoltà mentali, la loro fedina criminale e il loro stato di famiglia, e dopo di averli spesso gratificati di molti ma non nobili titoli, passa a dimostrare la propria superiorità, la virtù propria, il proprio genio. Ora tutte queste operazioni espositive non possono esser condotte a bene che ad opera compiuta, quando l'autore ha finalmente un'idea chiara di quel che voleva fare e di quel che gli è riuscito di fare. Se la ciambella gli riuscì col buco egli la trasforma in altare e vi erige sopra un tempio nella prefazione, dove offre a sè medesimo la mirra e l'incenso, e fa la ruota in faccia agli ammiratori e tempera le saette per gli eterodossi. Se la ciambella poi, non che col buco, riuscì senza la minima traccia di soluzione di continuità, allora l'autore, come potete credere, fa precisamente lo stesso, si erige l'altare, si fabbrica il tempio e gratifica sè stesso dei più puri e più grati incensi della rettorica. Poichè, dal giorno in cui fu trovata questa meravigliosa e matta arte dello scrivere, non fu mai scrittore persuaso di aver fatto un brutto libro. Che se mai ne nascesse un solo, in verità vi dico, che in quel giorno il sole si oscurerà perchè sarà prossimo il giudizio universale.

Ad ogni modo, per tornare in carreggiata, qualunque sia il genere o la fortuna dell'opera, resta fissata questa legge che la prefazione si fa per l'ultima.

E se non bastassero le prove addotte, basterebbe pensare un poco al preludio di un dramma musicale. Ivi il maestro espone o riassume i motivi principali dell'opera, quasi li racconta ad uno ad uno al pubblico, il quale per lo più non è loro avaro di applausi d'incoraggiamento in principio, quanto è prodigo poi di energici fischi di scoraggiamento alla fine. Ma se l'infelice maestro non avesse già finita l'opera, come potrebbe accennarne i motivi principali nel preludio? È dunque provato che l'esordio si fa dopo la conclusione: il che era da dimostrare.

Da quel che ho detto fin qui, risulta anche provata un'altra affermazione non meno inutile, che cioè la prefazione è una instituzione antichissima.

È chiaro infatti che, le leggi naturali non avendo mai subito alcun mutamento, gli autori della più remota ed incredibile antichità debbano aver avuto le stesse passioni e sofferti gli stessi bisogni che questi moderni. Intendo rispetto alle relazioni col pubblico, e non al contenuto delle opere. Non so se come tutte le invenzioni anche questa ci venga dalla China. Certo se lo merita. Ma ad ogni modo quel remotissimo figlio del Cielo che primo commise una prefazione, fu tratto dal desiderio di parlare di sè, della sua opera e di propiziarsi il lettore, riuscendo come sempre all'effetto contrario, perchè è vero quel che dice il Pascal che l'io è odioso.

Il costume latino, anzi più precisamente italiano, vorrebbe qui che io vi sprofondassi meco nelle voragini della più oscura erudizione, in cerca delle origini della prefazione. Avrete notato infatti che presso di noi non si scrivono poche pagine sopra le cose meno importanti del mondo, se, col pretesto di illuminar bene il lettore, non si risale alle origini del genere umano. I più discreti si contentano della Bibbia. Molte volte vi sarà capitato in mano un opuscolo che parla di un quadro, di un coccio di maiolica o di un arazzo, e avrete visto che una buona metà è spesa a ricordarvi le pitture degli Egizi, i vasi degli Etruschi, e le tele di Aracne. L'autore vi fa subito capire che vi stima ignoranti e v'insegna, bontà sua, che Jubal inventò la musica e Tubalcain la metallurgia. Gli atti e le memorie delle Accademie storiche od archeologiche, ora quasi esclusivamente consacrate allo studio assiduo delle pentole e dei pentolini storici e preistorici, primeggiano specialmente in questo comodo genere di pedanteria. È incredibile come l'uso delle pentole fosse comune presso i nostri lontani progenitori e come fosse grande la malizia loro nel nasconderle sotto terra per fornir materia agli atti accademici; ma è più incredibile ancora l'estensione e la profondità che ha preso ai nostri giorni questa scienza dei pentolini, per cui gli archeologi moderni, dopo aver esposto tutta la storia della ceramica, da certi segni e da certe graffiature sanno dirci appuntino se il coccio fu di un Umbro o di un Ligure, se il vasaio fu bello o brutto, ammogliato o scapolo. Il che importa molto alla umanità ed alla archeologia.

La consuetudine italica del far precedere ad ogni più piccola cosa una storia completa e un profluvio di erudizione, somiglia molto al morbo della prefazione. È sempre un preambolo che si volge bensì alla crassa ignoranza del lettore e non alla sua supposta simpatia, come accade per lo più nella prefazione veramente detta; ma come preambolo deve esser messo cogli altri. Ed anch'io per non esser meno buono italiano e meno felice proemiatore, dovrei seguire questa bella tradizione di erudita seccatura ed infliggervi il supplizio della storia e della preistoria della prefazione. Ma tanta è la cortesia che mi avete dimostrato, e per la quale vi sono gratissimo, che sento l'obbligo di essere umano e vi risparmio la solita risalita della corrente dei secoli, la solita Bibbia e i Fenici e gli Egizi.

Non posso però fare a meno di ricordarvi i Greci, perchè tanto fu lieto il loro beato cielo che vide nascere gli uomini meglio proporzionati del corpo e dell'intelletto che fossero mai. Il buon gusto fiorì tanto e così felicemente sul fortunato suolo dell'Ellade, che il suo profumo penetrò perfino la coriacea compagine della prefazione, la indusse ad esser breve, e gli scrittori che erano Ateniesi nel testo, furono Spartani nel proemio. Tempi invidiabili ed invanamente desiderabili, nei quali Tucidide preludeva alla sua storia con dieci righe, ed Erodoto preponeva alle sue Muse immortali queste sole parole: «Erodoto d'Alicarnasso avendo per ricerche conosciuto tra le altre cose, le cagioni delle guerre tra i Barbari ed i Greci, le scrisse in questi libri e le pubblicò, perchè le cose fatte dagli uomini non siano in progresso di tempo dimenticate, e le azioni preclare e mirabili, così dei Greci come dei Barbari, non siano defraudate della debita lode.» E nient'altro! Nell'originale sono trentanove parole, poco più di un telegramma comune. Oh, se i fati benigni avessero concesso che le prefazioni fossero tutte così, io credo fermamente che l'umanità sarebbe più felice!

I Romani, grandi corruttori d'ogni cosa, guastarono questa aurea e santa semplicità greca, e la prefazione di Tito Livio, per quanto bella, non è più così breve. A poco a poco il decadimento non ebbe più riparo e si giunse a tanto che Cicerone confessa ad Attico di aver pronta una raccolta di prefazioni che possono adattarsi a qualunque libro.

A tanto giunge il demone della prefazione, e c'è chi sostiene che i primi capitoli sallustiani della congiura di Catilina e della guerra di Giugurta, non siano appunto che due prefazioni del genere delle ciceroniane, a doppio uso, come i sofà letti o le canne seggiole, poste in fronte al libro. Tanto e così esecrabile fu l'imperversare della prefazione, che il pubblico irritato, nauseato, si ribellò, e ai tempi di Plinio il giovane le prefazioni erano cadute in disuso. Quanti forse tra voi non si augurano ora il ritorno di quella felice rivoluzione!

Ma la ribellione del pubblico e la sua avversione ai proemi, da Plinio in qua, seguitò vivacissima e per 18 secoli non ha smesso e spero che non smetterà così presto. C'è una guerra, ora sorda, ora fieramente rumorosa tra gli autori e i lettori. I primi hanno bisogno di parlar di sè e dell'opera propria, gli altri non ne vogliono sapere, hanno fretta e stimano perduto il tempo speso nei preamboli. Il commensale che ha l'appetito in resta sdegna i piattini dell'antipasto e si butta ai piatti di resistenza. Chi ha un colloquio, d'affari o d'affetto, se la cosa gli preme, salta il proemio ed entra subito in materia. E gli autori sono tanto ciechi da non vedere che quando si salta la prefazione si fa un elogio al libro, poichè si crede di trovarlo buono e si ha fretta di leggerlo. E che quando si fa sul serio si dimentichino i preamboli, ce lo insegnò quello stesso Cicerone che teneva le prefazioni bell'e fatte e lo confessava senza arrossire. Quando si trovò in faccia, non un avvocato in tribunale, ma Catilina in Senato, e non si trattava più delle ciarle del poeta Archìa, ma della testa che non era molto sicura sullo spalle; Cicerone, l'uomo delle prefazioni premeditate, l'uomo che ispirò al Passeroni un enorme poema che non è altro che una prefazione senza libro, credete voi che ricordasse i precetti dell'oratoria e curasse che la parrucca della rettorica fosse pettinata con tutte le regole? Si faceva sul serio, e saltò a pie' pari nell'argomento e cominciò ex abrupto col celebre quousque tandem. La paura di perdere il capo non gli fece perdere la testa e spettava proprio a lui ad insegnarci con tanta autorità che quando la cosa preme i preamboli sono dimenticati.

Ebbene, il pubblico ha sempre fretta. Vuol conoscere il libro e non l'autore. Questi gli sorride dietro le frasche della prefazione, gli strizza l'occhio e gli dice: guardami come son bello! Ma il lettore vuole il libro e non le smorfie: non cura gli sfoghi del povero autore che ha tanto bisogno di convincere il prossimo della perfezione dell'opera sua, di perorare, di persuadere; ma tira dritto, salta le prime pagine serenamente e comincia il libro. L'autore insiste, ma l'altro fa di peggio. Di qui una guerra accanita, di stratagemmi, di imboscate, d'insidie; qua per immergere proditoriamente un'acutissima prefazione nel cranio del prossimo, là per schivare l'orribil colpo e punire degnamente lo scellerato aggressore. Le peripezie della lotta sono varie e la fortuna alterna. Oggi, per esempio, lo sorti volgono contrarie alla prefazione; il Dio delle battaglie sorride ai lettori. Vedete la poca fortunata resurrezione del prologo nelle commedie. Quando gli eventi della guerra favorirono gli autori, costoro infierirono sui miseri vinti ed inflissero loro il supplizio di questi prologhi che narrano anticipatamente la commedia e le lodi di chi la fece. Mutate le sorti, il prologo fu sepolto a suon di fischi. Ma eccolo, cadavere quattriduano, uscito dalla fossa, così sfiaccolato e bastonato che non c'è bisogno d'esser Profeti o Sibille per predire il suo prossimo ritorno alla pace del sepolcro. Vedete anche il preludio dei drammi per musica, il quale, o arieggia alla concisione greca, o si stacca dall'opera, sotto forma di sinfonia, e tende a vivere di vita propria e non parassitaria. Così abbiamo opere senza preludio e sinfonie senza opera, come segno certo della decadenza della prefazione e dell'abominio in che è tenuta dal pubblico.

Ma gli autori sono costanti, tenaci, testardi. Come i Pelli Rosse camminano cautamente nel sentiero di guerra, si appiattano alle cantonate dei librai e scuoiano senza pietà il povero ingenuo che cade nell'insidia. O si infingono come l'avvelenatore ed aspergono di falso liquore gli orli del vaso, cercando di fare inghiottire la prefazione sotto il nome di preludio, di preambolo, di esordio, di proemio, di avviso al lettore. O commettendo ad altri il mandato di perpetrare il misfatto premettendo al libro una lettera di amico illustre o le lunghissime due parole dell'editore. Non v'è furberia che non sia stata adoperata, non v'è lacciuolo che non sia stato teso. Il Manzoni inventò un brano di cronaca vecchia. Altri più basso e più tardi, trovò la gherminella dell'amico che pubblica i versi dell'amico morto ed abusò di tutti i più sacri sentimenti di pietà e di compianto pur di far scoccare l'indegna trappola della prefazione.

Quando il lettore c'è caduto una volta, inferocisce, e vede dappertutto il fantasma della prefazione che lo perseguita. Poche prefazioni si sono salvate dalla fiera ecatombe, e si sono salvate perchè in fondo non sono prefazioni. Il prologo del Decamerone è il racconto della peste, l'introduzione all'Enciclopedia una esposizione di principii filosofici, il proemio al Cromwel un codice di precetti d'arte. Si sono salvate, prima, certo, perchè belle, poi, certissimo, perchè impersonali. Infatti possono stare assolutamente senza il libro e non sono prefazioni che pel posto occupato nella paginatura. Tutte le altre sono involte nell'odio e nella maledizione, e il lettore che si sente inseguito dall'autore, gira alla larga, cogli occhi sospettosi; indovina il nemico, come la colomba lo sparviere; fiuta il pericolo da lontano, lo fugge coll'anima guasta e il fegato avvelenato, e non ha abbastanza vituperi, oltraggi e anatemi pel nemico che lo tribola e lo caccia, il fratricida Caino!

Ma se gli odii e le vendette fra le parti belligeranti sono giunte a tale che per poco non si danno al cannibalismo, considerate che si tratta sempre di una prefazione scritta, di poche carte stampate che si possono non leggere o sopprimere, se così piace. Ma che avverrà quando la prefazione incarnata e fatta uomo, spinge la temeraria crudeltà fino a presentarsi ad un pubblico di persone ben educate e gentili quanto si voglia, ma non meno sensibili ai tormenti, non meno dolorosamente eccitabili al martirio di un preambolo? È il mio caso. Io sono qui l'odiosa, l'orribile, la spaventosa prefazione, cosciente del male che fa e dell'avversione che desta. Io sono la prefazione eseguita contro ogni ragion tecnica dell'arte, cioè fatta prima dell'opera e non dopo. Io sono la vittima, ahimè non innocente! che gli autori hanno designato al sagrificio, la mascula Ifigenia che colla sua perdita deve propiziare i venti alle altrui navi. Si cercava Curzio che si gettasse nella voragine, Orazio al ponte, Muzio Scevola all'ara. Si volle uno che morisse pel popolo tutto, un candido agnello, una bianca colomba da offrire al nume irato su questo altare; ed eccomi, candido agnello, bianca colomba, accettante la passione, interceditrice per tutti.

Che se la giusta fama della cortesia vostra non mi avesse persuaso, avrei respinto con orrore questo ufficio spietato di prefazione viva. D'altronde ricordai il detto di uno Svizzero arguto, secondo il quale l'amore prima del matrimonio è una prefazione troppo corta ad un libro troppo lungo, e pensai di esser breve anch'io come l'amore, per conciliarmi la vostra benignità. Quanto al matrimonio ci penserete voi ed i miei successori, contentandomi di augurarvelo felice e ricco di numerosa prole.

 

Comincia dunque così un ciclo di letture in questa gentile e gloriosa Firenze, destinata, senza dubbio, dal suo fato a far attecchire finalmente in Italia questo genere d'arte e di coltura. Pur troppo, finora, presso di noi, anzi in tutti i paesi latini, i tentativi fatti non ebbero che risultati mediocri, mentre nei paesi nordici, e specialmente anglosassoni, la lettura e la conferenza ebbero ed hanno una vita vivace e lodata. Di chi la colpa? Un po' di tutti; dei lettori e del pubblico. I primi furono per lo più troppo inamidati, troppo accademici, e il pubblico troppo esigente, troppo facile alla stanchezza. Quest'arte deve ancor fiorire e fruttificare tra noi, e senza dubbio la palestra che una colta società apre oggi ai migliori ingegni italiani, gioverà a far amare questi ludi minervali, e la prova sarà vinta. Poichè, non è già che le razze germaniche siano dotate di maggior forza di resistenza fisica e morale, da sopportare letture di maggior peso che gli omeri nostri non possono tollerare. Non è che gli uomini del settentrione, abituati fino dalla puerizia ad una ragionevole ginnastica del corpo e della mente, ne traggono muscoli più rigidi e nervi più tesi contro l'urto e lo sforzo della seccatura. No, poichè non v'è possa umana capace di resistere a tanto, e ve ne accorgete pensando soltanto che forza erculea si richiegga per reprimere un indiscreto sbadiglio. La ragione sta qui; che gli ascoltatori nordici hanno l'abitudine, ed i lettori l'attitudine alla conferenza. I protestanti hanno sostituito sermoni e conferenze alle nostre prediche, lasciando in disparte l'enfasi e la gonfiezza che dal Segneri in qua sciupano la nostra eloquenza sacra, ed accostandosi sempre più al fare piano e persuasivo delle lezioni e delle letture laiche, educando alla lor volta gli ascoltatori a questo genere d'arte e guidandoli a gustarlo ed a compiacersene. Così i lettori e gli ascoltatori, anche per questo, si sono raffinati ed educati, e tra loro vibra spesso quella corrente di simpatia che è indispensabile perchè una lettura non riesca a male. Infatti una conferenza è una grande gabbia, dove sono chiusi due cani, o mettiamo due bestie più nobili, due leoni, che debbono passare un'ora insieme. Cominciano a guatarsi, a scodinzolare e ad annusarsi. Se c'è la corrente di simpatia, l'ora passerà bene; se la simpatia non c'è, accade la baruffa e uno dei duellanti è inevitabilmente accoppato. Così se la corrente ipnotica non si stabilisce tra il conferenziere e gli ascoltatori; o il primo fa morire i secondi coll'asfissia, o i secondi ammazzano il primo colla disapprovazione. In ogni caso poi, qualunque dei due abbia la peggio, chi muore veramente e di mala morte, è l'instituzione. Il giusto, secondo il solito, muore pel peccatore.

 

Ora, se altrove questa corrente di sensi simpatici fra i lettori ed il pubblico è diventata quasi abituale, purtroppo dobbiamo confessare che in Italia non è frequente. E la ragione è facile. Le conferenze sono freddolose; una temperatura mediocre le ammazza subito, è finchè le signore non si decideranno a frequentare con assiduità questi convegni dove l'arte o la scienza le desiderano, l'ambiente sociale e morale sarà sempre freddissimo.

La donna, che (in generale s'intende) ha i nervi più forti dell'uomo, tanto che riesce a ballare un carnevale intero senza stancarsi, si spaventa troppo facilmente all'idea di un piccolo sforzo di attenzione. La sua nativa delicatezza rabbrividisce all'idea di un quarto d'ora di raccoglimento. E se qualche lettore non la contenta, generalizza troppo e si sdegna colla instituzione intera, la sfugge e colla sua assenza la fa morire gelata. Se le signore sapessero come la loro presenza riscaldi, come i loro begli occhi illuminino questi convegni, quanto calore e luce e vita diano a tutte le cose umane il loro aspetto e la benevolenza loro, come voi, egregie Signore, sfiderebbero il pericolo di qualche momento non perfettamente allegro, mosse dall'idea di far un'opera bella, utile e veramente degna della fine cortesia femminile. Che se v'ha certezza di buona riuscita per questa colta società che promove le letture, essa sta tutta nella felice conciliazione dell'opera intrapresa, colle simpatie e colla lieta presenza dell'eterno femminino.

 

Se in Italia poi è città alcuna più degna di dar vita a simili imprese e dove più fausti sorridano gli auspici, senza dubbio è questa - la cara e gentilissima Firenze - dove le conferenze sembrano esser nate, e dove certo per lunghi secoli vissero prosperamente. Quando la caligine del medio evo cominciò a diradare, e gli uomini, che tornavano a sentirsi giovani, credettero alla bellezza ed all'amore, su per questi giocondi colli fiorentini, fuggendo la morìa e lo spavento, tre giovani e sette fanciulle cominciarono il più lieto corso di conferenze che sia mai stato. Infatti, che altro è il Decamerone se non una serie di conferenze amorose, ora geniali, ora brutali, scintillanti ancora dell'arguzia fiorentina, spiranti ancora l'alito dell'antica vita italiana? Ma passata la gaiezza della fiorente gioventù, quando la dolce fiamma dell'amore fu spenta, un'altra illusione sorrise agli ingegni fiorentini, l'illusione della filosofia. Ed in questa disperata ricerca dell'ideale, in questa speranza sempre vana di sapere il perchè delle cose, ecco rinascere la conferenza, e il Ficino negli Orti famosi, parlare ai fratelli in Platone e cercare affannosamente le prove del Cristianesimo nella filosofia nata già sotto i platani e gli olivi di Acadèmo. E rifiorirono le beltà dell'arte, frondeggiò l'albero della scienza in questa Atene italica che dell'antica ebbe tutto, il genio, la gloria e talvolta anche i vizi.

 

Caduta la giovinezza con l'amore, sfiorita colla speranza la virilità, venne il doloroso periodo della scienza che è fatta di disillusioni e di scetticismo. Già il Machiavelli leggeva i discorsi sulle Deche negli Orti neoplatonici e cercava, non più le recondite ragioni dei fenomeni universali, ma il segreto dei fatti e delle coscienze contemporanee. Il vero, il freddo vero, rimane immobile e terribile sulle ruine degli ideali e dei sogni caduti. Agli entusiasmi dell'amore, della fede, della speranza, succedono, come i vecchi ai giovani, i severi studii della realtà e della esperienza, e in questo radioso e divino sole di Toscana, Galileo trova e numera le macchie. L'Accademia del Cimento notomizza la natura, l'Accademia della Crusca notomizza la lingua. Non ci sono più entusiasmi e tutta una generazione di vecchi frigidi, lavora matematicamente precisa a scrutare, a compilare, a raccogliere; ma sul suolo spossato la pianta della conferenza vegeta ancora, diventata scientifica, erudita o anche pedante, pur tuttavia verde e vitale. Persino gli ultimi e più cinerei tempi della decadenza la videro trasformata in misere cicalate, ridotta ai puri lenocinii della lingua, ultimo belletto alla decrepitezza del pensiero; ma la videro tuttora, quasi a testimoniare della sua tenace vitalità in queste propizie aure toscane. Le annose radici gettarono polloni ancor verdi fino a che i tempi furono maturi e compiuti.

 

Ed ora, rinnovata ogni cosa nella vita sociale, politica e letteraria, ecco di nuovo la conferenza antica che, sotto forma di lettura, ringiovanita e rinnovata, si ripresenta ai colti fiorentini, non immemori delle gloriose loro tradizioni. E così, uscita dal pelago alla riva, si volge all'acqua perigliosa e guata il passato e si propone di dipingervi per ora il lontano periodo delle origini, il principiare dei Comuni, della Monarchia, del Papato, della lingua e dell'arte. Eccola, sotto il patrocinio di illustri uomini, col decoro di celebri nomi, ricordarvi che, nata già in Firenze, a voi, concittadini suoi, spetta il farle accoglienze oneste e liete ed assicurarle vita duratura. Eccola, per indegno ambasciatore, rivolgersi fiduciosa a voi, graziose signore, chiedendo la benevolenza e l'amor vostro che vivifica, riscalda ed illumina. Eccola, infine, ad implorare la vostra cortese pietà per la vittima della prefazione.

 

 

 

NOTA.

 

Alle letture fiorentine doveva preludere l'onor. Ferdinando Martini. Ma l'illustre uomo, trattenuto a Roma da gravi doveri, non potè, ed io fui chiamato a sostituirlo.

Grato agli egregi amici che pensarono a me ed a tutti coloro che benevolmente mi accolsero e festeggiarono, mi è forza però far noto ai lettori come fu fatta questa conferenza; cioè quasi all'improvviso. Ed essendo prefazione ad un libro ancora da farsi, non poteva darne che cenni vaghi con parole inconcludenti. Si trattava di menare il can per l'aia un paio di quarti d'ora, tanto per cominciare. Il che mi sia di scusa presso coloro che cercheranno qualche cosa qui, e non la troveranno. O. G.

 

 

 

 

LE ORIGINI DEL COMUNE DI FIRENZE

 

DI

 

Pasquale Villari.

 

 

 

I.

 

Signori e Signore.

 

Chiunque sente annunziare una conferenza sulle origini di Firenze, immagina subito una serie svariata di avvenimenti fantastici e pittoreschi: castelli feudali; associazioni di operai, che combattono intorno al Carroccio; poeti; pittori; l'origine delle arti, della lingua, della cultura italiana. Chi invece ha l'onore di fare la conferenza, e si pone a studiare coscienziosamente il soggetto, si trova dinanzi alcuni brani di vecchi annalisti, i quali contengono una serie scarsa di aride notizie, poco più che dei nomi e delle date: le date spesso sbagliate, i nomi non sempre intelligibili. È facile immaginarsi come gli antichi sciupassero qualche volta i nomi, se noi pensiamo che, per esempio, un cronista quale era Giovanni Villani, nel parlarci di Federico II di Svevia, di Corradino e degli altri della famiglia Hohenstaufen, di Casa Sveva, traduce questo nome in Stuffo di Soave. E così avvenne che gli scrittori moderni, in tanta scarsità di notizie, ricorsero fra di noi al partito di rinunziare addirittura a discorrere delle origini di Firenze. Basti dire che l'illustre marchese Gino Capponi, nella sua grande opera, dopo una brevissima introduzione, fa un salto fino alla morte della Contessa Matilde, e poi in dodici pagine tratta più di un secolo di storia, arrivando fino al 1215.

Gli antichi si trovarono dinanzi a questa medesima difficoltà. Ma essi seguirono un metodo molto semplice. Il Villani ed altri cronisti, non trovando notizie sulle origini di Firenze, ci dettero una leggenda, che non ha nessun fondamento storico, e non ha neppure la poesia che si trova nelle leggende che circondano le origini di Roma e delle città della Grecia. È una leggenda, invece, che qualche volta manca addirittura di senso comune. Basti dire che in essa (quale almeno la leggiamo nel Malespini) ci si descrive la moglie di Catilina, che, il giorno della Pentecoste, va a sentire la messa nella Canonica di Fiesole.

Bisogna quindi ricorrere ai documenti; ma i documenti fiorentini che noi abbiamo, cominciano quando già il comune esisteva da un pezzo. È naturale che il Comune non potesse fare dei trattati, delle leggi prima di cominciare ad esistere. Abbiamo quindi bisogno d'aiutarci colla storia generale del tempo, coi documenti posteriori, o di altri luoghi vicini; di interpretare delle frasi; fare delle indagini, per potere, retrocedendo con la induzione, cercare la spiegazione degli avvenimenti anteriori. E così è che a voler fare davvero una buona conferenza sulle origini di Firenze, bisognerebbe farla estremamente noiosa.

Ma si dirà: perchè scegliere allora un tale argomento? Ve ne sono tanti nella storia d'Italia meno oscuri e più dilettevoli. Perchè scegliere questo appunto delle origini? Il vero è che esso ha pure la sua grande importanza, la quale risulta da più e diverse cagioni. E prima di tutto ve n'è una assai generale. Il Comune italiano è una istituzione che creò la società moderna. Il Medio Evo non conosceva lo Stato; l'Europa era divisa in castelli feudali, in associazioni, quasi in piccoli gruppi e frammenti. Al di sopra di questi frammenti, in cui la società si era sgretolata, v'erano due grandi, due universali istituzioni: l'Impero e la Chiesa; l'Impero, che rappresentava il principio giuridico e politico del mondo; la Chiesa, che rappresentava l'unità del principio religioso. Ma queste due istituzioni, appunto perchè universali, non potevano favorire la costituzione dello Stato moderno, nazionale. Il Comune si pose a tale opera, e gettò le basi dello Stato moderno. Il Medio Evo non conosceva la civile uguaglianza; l'aristocrazia era una casta separata dal resto della popolazione; essa in Italia rappresentava il sangue straniero. I lavoratori, specialmente i lavoratori della terra, non erano liberi, erano attaccati alla gleba, erano in condizioni servili. Il Comune italiano proclamò l'indipendenza del lavoro, l'uguaglianza degli uomini. Queste sono le basi su cui si fonda la società moderna; e così noi, studiando le origini del Comune, veniamo come a studiare le origini della società di cui facciamo parte, a cercare quasi le origini del nostro proprio essere civile. Quindi è che tutti i problemi, i quali si riferiscono alle origini dei Comuni italiani hanno una grande importanza, destano un singolare interesse. Questa è anche la ragione per la quale si è tanto disputato, per sapere se il Comune discendeva dalle istituzioni e dalla cultura romana o doveva invece la sua esistenza ad un principio nuovo, portato fra noi dai popoli germanici, i quali avrebbero così avuto il vanto d'aver messo le prime basi alla moderna civiltà. Il patriottismo si è mescolato in questa disputa, ed ha reso sempre più difficile il trovare una soluzione imparziale e scientifica.

Ma pel Comune di Firenze v'è ancora una ragione speciale, che rende maggiore la sua importanza, e più vivo il desiderio d'indagarne le origini. Esso è il più democratico di tutti quanti i Comuni italiani, è quello che ha più di tutti lavorato per l'uguaglianza civile degli uomini. Uno storico, assai celebre, il Thiers, appunto per questa ragione, aveva deciso di dedicare gran parte della sua vita alla storia di Firenze. Egli diceva: nessun altro Comune ha, nel Medio Evo, affrontato tanti problemi economici, politici, sociali, e nessuno s'avvicinò tanto alla loro soluzione; nessun creò un così gran numero di nuove, ingegnose, mirabili istituzioni, come il Comune di Firenze. Ed aveva perciò in molti anni raccolto una vasta serie di materiali, che andarono poi bruciati al tempo della Comune di Parigi. Ma vi è di più. La storia fiorentina si può dire che sia a tutti noi notissima. Nessun paese in fatti ha avuto un così gran numero di sottoscrittori che l'abbiano illustrata. Ogni avvenimento, ogni individuo, ogni pietra di Firenze fu oggetto di lunghi studi, di dotte ricerche. Le sue rivoluzioni furono descritte con grande eleganza di stile, ed i personaggi che si presentano nella sua storia, sono a noi tutti famigliarissimi. Ma, ciò non ostante, la storia di Firenze apparisce assai spesso come un enigma. Rivoluzioni succedono a rivoluzioni, senza che noi possiamo capire il perchè di tanta irrequietezza. Questo popolo sembra non avere e non lasciar mai pace e nessuno. Per un matrimonio avvenuto in un modo piuttosto che in un altro, perchè il Buondelmonti, invece di sposare l'Amidei, sposa la Donati, non basta averlo pugnalato sul Ponte Vecchio, ai piedi della statua di Marte; ma la cittadinanza intera si divide in Guelfi e Ghibellini, che lacerano la Città per secoli, e non si acquetano mai fino a che non sorge la tirannide ad opprimerli tutti. E vien fatto qualche volta di chiedere: che cosa vogliono questi Fiorentini, che empiono continuamente di tumulto e di sangue le strade della loro bella città? Perchè non posano mai? Sono essi così assetati di sangue, così pieni del desiderio della vendetta, da non poter trovare nè lasciare tregua a nessuno?

Ma quando ci facciamo questa domanda, il mistero cresce ancora più, perchè in mezzo a tanto tumulto, noi vediamo fiorire splendidamente le arti della pace. Il commercio, le industrie dei Fiorentini riempiono colle loro manifatture tutti quanti i mercati dell'Europa, dell'Oriente e dell'Occidente. E, come se questa contraddizione fosse poca, a crescere ancora più il mistero, noi vediamo qui sorgere le più pure, le più ideali immagini che la mente umana abbia mai saputo creare. La Beatrice di Dante, la Santa Cecilia di Donatello, le Madonne di Luca della Robbia, i Santi, gli Angeli di Benozzo Gozzoli e di Beato Angelico sorgono in mezzo a questo tumulto infernale, così splendidi e numerosi, che noi siamo spinti a domandarci: di dove mai essi vengono? chi li ha creati? Essi sembrano discesi in una bolgia infernale, come l'Angelo di Dante, che, a piedi asciutti, sdegnoso, frettoloso, traversa la palude Stige, rimuovendo con la mano dal viso le ingrate esalazioni. E allora nasce la speranza, che forse, studiando le origini del Comune, vedendo in che modo esso fu costituito, di dove questa società è partita, dove si è fin dal principio indirizzata, la ricerca, per quanto arida, per quanto penosa ed incompiuta, possa gettare una qualche luce sugli avvenimenti posteriori della storia fiorentina. Ed è perciò che gli scrittori moderni si sono oggi più che mai rivolti nuovamente a studiare le origini di questo Comune. Cerchiamo dunque di affrontare l'arido problema. E qui ho bisogno di raccomandarmi non solo alla vostra indulgenza, ma anche a tutta la vostra pazienza.

 

 

II.

 

Innanzi tutto, come ho già accennato, ci si presenta una leggenda. Questa incomincia da Adamo, poi salta ad Attalante, il quale viene a cercare il luogo più salubre d'Europa, per formarvi una città. Trova questo luogo sulla collina che è a settentrione di Firenze, e col consiglio e l'aiuto di un astrologo, vi costruisce una città, unica al mondo per la sua salubrità, e che perciò vien chiamata Fiesole, Fie-sola. Ciò che vale a darci un'idea della rozzezza di questa leggenda, si è il modo in cui essa spiega il nome di quasi tutte le città della Toscana. Lucca si chiama Lucca da lucere, perchè i Lucchesi furono i primi ad accertare la luce del Cristianesimo. Pistoia si chiama Pistoia perchè in quella campagna fu già grandissima guerra ai tempi di Catilina, tale che vi morì così gran gente, che si sviluppò la peste, donde il nome di Pistoia. Siena è nel luogo in cui i Francesi, andando a combattere i Longobardi, che erano nel mezzogiorno d'Italia, lasciarono tutti i loro vecchi. Di qui il nome Senæ, Senarum, adoperato in plurale. Pisa è nel luogo dove i Romani pesavano i tributi dei popoli soggetti. Era necessario pesare contemporaneamente in due luoghi diversi, e però, Pisæ Pisarum, al plurale.

La leggenda prosegue dicendo che Attalante ebbe varii figli, uno dei quali, Dardano, andò a fondare la città di Troia, e quindi narra l'assedio e l'incendio di questa città, la fuga di Enea, l'origine di Roma. E qui si salta a Catilina, che venne a Fiesole, inseguito dai Romani, comandati da un generale, il quale si chiamava Fiorino, e fu disfatto sulle rive dell'Arno. Cesare allora venne a vendicarlo, e fondò in suo onore, sull'Arno, la città di Firenze, la quale fu costruita come una piccola Roma, con tutti i monumenti che erano nella Città eterna, il Campidoglio, l'Anfiteatro, le Terme, il Foro, e fu chiamata perciò la piccola Roma. Vengono poi i barbari, e Totila distrugge Firenze; ma Carlo Magno la ricostruisce. E finalmente arriviamo alla guerra che Firenze muove a Fiesole, distruggendola.

Che cosa possiamo noi cavare da questa leggenda, la quale fu certo compilata nel secolo duodecimo, il secolo cioè in cui nacque il Comune fiorentino? Innanzi tutto ne caviamo, che nel secolo in cui Firenze nasceva, i Fiorentini avevano la mente piena di idee e di tradizioni romane. Qui noi non troviamo tracce di tradizioni germaniche, anzi la leggenda sembra respingerle sdegnosamente ogni volta che si presentano. In una delle sue compilazioni, si ricorda essere stata opinione molto diffusa, quella che diceva la famiglia Uberti venuta di Germania, discesa dall'imperatore Ottone. Ma ciò, si aggiunge subito, è un errore, perchè gli Uberti discesero invece dal sangue di Catilina «nobilissimo re di Roma». Questi ebbe un figlio, Uberto Cesare, a cui una moglie fiesolana dette 16 figliuoli, uno dei quali fu mandato da Augusto a sottomettere la Sassonia, che s'era ribellata, e colà sposò una dama tedesca, da cui nacque Ottone imperatore. E così non sono già gli Uberti discesi dagl'imperatori tedeschi; ma gl'imperatori sono discesi dagli Uberti di Firenze, i quali vengono dal sangue di Catilina romano. La leggenda ci dice ancora che tra Fiesole e Firenze vi fu un antagonismo perpetuo. Fiesole infatti è città etrusca, Firenze città romana. Tutti i nemici di Roma sono, secondo essa, nemici di Firenze; tutti gli amici di Roma sono amici di Firenze; Cesare, Fiorino, Augusto. Carlo Magno è quello che ricostruisce Firenze, dopo la distruzione fattane da Totila, ed esso è il restauratore dell'Impero. Totila rappresenta i barbari che lo distrussero. Catilina, nemico di Roma, è l'amico di Fiesole, il nemico di Firenze.

Se noi guardiamo alle poche notizie storiche che abbiamo su tutto ciò, vedremo che la leggenda non fa altro che ripeterle nel suo fantastico linguaggio. Fino dai tempi di Dante era noto che Firenze discese da Fiesole ab antico, ed il Machiavelli ci dice che Firenze fu una città, la quale nacque dai mercanti fiesolani, che vennero a cercare un emporio sull'Arno, là dove il Mugnone si congiunge con esso. Fondarono delle capanne, le quali divennero case, e le case formarono più tardi una città. Questa si formò, secondo tutte le notizie che abbiamo, due secoli circa innanzi Cristo. Era un municipio florido al tempo di Silla, e gli scavi recentemente fatti hanno confermato tali notizie, essendosi trovate monete, colonne, ruderi, i quali provano che la Città a quel tempo aveva già le terme ed un Anfiteatro di pietra. Augusto la restaurò e vi fondò, secondo alcuni, una colonia, che fu chiamata perciò Julia Augusta Florentia. Secondo altri, la colonia fu fondata invece da Silla. È certo che Firenze ebbe mura romane, le quali esistevano ancora a' tempi del Villani, e qualche avanzo se n'è ritrovato ai giorni nostri. Il suo anfiteatro fu in tutto il Medio Evo conosciuto col nome di Parlascio, e di esso qualche traccia può vedersi ancora nel Borgo dei Greci. Le Terme erano presso la strada che oggi porta questo medesimo nome. La città aveva pure il suo Campidoglio, in Mercato Vecchio, nel luogo dove fu la Chiesa lungamente chiamata di Santa Maria in Campidoglio. Era nondimeno piccolissima; non solamente non andava al di là d'Arno, ma anche la strada che ora è chiamata Borgo Santi Apostoli, rimaneva fuori delle mura. Questo è tutto quello che noi sappiamo dei tempi più antichi.

Quanto alla notizia poi che ci dà la leggenda, della distruzione di Firenze per opera di Totila, essa non è vera che in parte. È certo che Totila coi Goti venne in Toscana, verso la metà del sesto secolo, la oppresse, la saccheggiò, entrò in Firenze, e la trattò assai duramente, ma non la distrusse. Se non che Firenze allora, e durante tutto il dominio dei Longobardi, cadde in una così grande oscurità, che par quasi scomparsa dal mondo, e nei documenti è qualche volta menzionata, come se non fosse altro che un borgo di Fiesole. La leggenda esprime tutto questo, dicendo che Totila distrusse Firenze. E siccome essa incominciò finalmente a risorgere alquanto al tempo dei Franchi, sotto Carlo Magno, così la leggenda, seguendo sempre lo stesso metodo, dice che Firenze fu ricostruita da Carlo Magno. Questi vi si fermò per celebrarvi il Natale nel 786, e dopo di lui molti Imperatori, trovandola sulla via di Roma, dove andavano a prendere la corona, vi si fermarono del pari. Più volte ci vennero anche i Papi, quando i frequenti tumulti popolari li cacciavano dalla Città eterna. Alcuni di essi morirono a Firenze, dove tennero Concilio, ed Alessandro II vi fu eletto. Certo è che le continue relazioni di Firenze con Roma cominciarono a farla risorgere alquanto dalla profonda oscurità in cui era caduta durante il dominio longobardo.

 

 

III.

 

È noto che i Longobardi per due secoli oppressero duramente l'Italia, ponendo nelle città principali i loro duchi. A questi i Franchi sostituirono poi i conti. Ma perchè i Ducati erano assai grandi, e i duchi troppo potenti, i Franchi, non volendo che questi principi mettessero a pericolo l'unità e la forza dell'Impero, resero più deboli i conti e più piccoli i loro Comitati. Sui confini dell'Impero occorreva però aver forza maggiore alla difesa, quindi vi crearono quello che chiamarono Marche, le quali erano grossi Comitali, e i conti che le comandarono, furono Mark-grafen, margravi, marchesi. La Toscana fu uno di questi Margraviati. Il marchese o duca, giacchè qui usavano allora l'uno e l'altro titolo, aveva il supremo comando, in nome dell'Impero, e al disotto di lui erano i conti. Al tempo di questi margravi, Firenze rimase lungamente una città oscura. Pisa e Lucca cominciarono a sorgere più presto, la prima perchè favorita dalla sua posizione sul mare; la seconda perchè, stata già sede dei duchi longobardi, era adesso sede principale dei margravii. Conseguenza di questa forma di governo stabilitasi in Toscana, fu che, mentre in Lombardia ed in tutta l'Italia settentrionale, gl'Imperatori favorivano i nobili minori ed i vescovi, a danno dei maggiori, che volevano indebolire, l'esistenza dei margravii in Toscana portò invece l'indebolimento dei conti minori, dei vescovi, ed in generale uno svolgimento meno vigoroso del feudalismo.

Questo stato di cose durò fino ai tempi della contessa Matilde, la quale comandava nella Toscana, ed in gran parte dell'Italia centrale. Essa si trovò trascinata nella lotta fra l'Impero e la Chiesa, fu severa contro quelle città, quei conti e nobili che non s'univano a lei, ma favorivano l'Impero. È questo il momento in cui Firenze, stata quasi sempre amica dei Papi, cominciò a prosperare, senza che però il Comune si fosse ancora formato. Il vederlo così tardi apparire è un fatto che stimolò continuamente l'attenzione degli storici, i quali non si seppero rendere ragione del perchè un Comune che poi progredì con tanta rapidità, dovesse essere quasi l'ultimo a sorgere. Infatti esso ci si presenta, non solamente dopo i Comuni di Venezia, di Amalfi, delle principali città marittime, che precedettero tutte le altre; non solamente dopo i Comuni lombardi; ma anche dopo i Comuni stessi della Toscana. È questo un altro dei tanti misteri, che troviamo nella storia di Firenze.

Il primo segno, che incominci a farci vedere come già si formi una cittadinanza fiorentina, e ci presenta non un Municipio, ma quasi l'ombra lontana d'un Municipio che vuole apparire, è un fatto assai strano. Nel 1063 il popolo di Firenze si ribellava contro il suo vescovo Mezzabarba, perchè lo credeva eletto simoniacamente, cioè per danaro pagato al duca Goffredo, marito di Beatrice, la madre di Matilde. Volevano che il vescovo si dimettesse, e le passioni si accesero perciò a segno che centinaia e centinaia morirono senza sacramenti, piuttosto che riceverli da preti ordinati dal vescovo simoniaco. Il Papa disapprovò questa condotta, ma invano scrisse e mandò suoi messi a calmare gli animi. Quando il furor popolare era al colmo, un frate dell'ordine di Vallombrosa, del quale si narra che era stato guardiano di giumenti, si offrì di passare attraverso al fuoco per provare che il vescovo non era legittimamente eletto. La prova ebbe luogo presso la Badia di Settimo e noi abbiamo un documento del tempo, che minutamente descrive il fatto. In esso si racconta, che il vescovo aveva minacciato coloro che non volevano obbedirgli, di farli «non condurre, ma trascinare» dinanzi al Præses dal Municipale Præsidium, e di fare confiscare i loro beni dal Potestas.

Queste sono le prime parole che incominciano a farci vedere l'esistenza di alcune magistrature, magistrature però che esistono prima che il Comune sia nato, e si connettono ancora con le istituzioni feudali. Il Potestas però qui non ha nulla da fare col Podestà, che si trova più tardi; non è altro che il margravio, il duca Goffredo. Qui come altrove noi troviamo nei documenti del tempo nomi romani anche per indicare idee e istituzioni germaniche. Il Municipale Præsidium non poteva essere che un presidio, dal duca Goffredo e poi dalla contessa Matilde tenuto in Firenze. Ma il chiamarlo Municipale fa credere che fosse composto di cittadini, e dimostra che la Città cominciava a sentire la sua personalità, la sua individualità. La narrazione degli avvenimenti citati, è fatta in forma di lettera scritta al Papa, in nome del Clerus et Populus Florentinus; e le lettere che San Pier Damiano, incaricato dallo stesso Papa di calmare il furore popolare, mandava a Firenze, sono indirizzate: Civibus florentinis. Noi dunque non abbiamo ancora il Comune, ma ci accorgiamo che oramai è vicino a sorgere. Pure esso tarda ancora, e lo vediamo, la prima volta, apparire, quando già altri Comuni vicini si sono non solamente formati, ma cominciano a prosperare.

E qui si presenta una prima osservazione, la quale giova anch'essa a spiegarci, perchè mai il Comune fiorentino nacque più tardi degli altri. La condizione geografica di Firenze ebbe in ciò una parte grandissima. Se la città si fosse trovata sulla pianura, come Lucca e Pisa; se si fosse trovata sulla collina, come Siena, Arezzo, i nobili avrebbero avuto interesse ad entrarvi, perchè i cittadini, che alla nobiltà erano avversi, avrebbero avuto non piccolo vantaggio nell'assalire i castelli nella valle o nella pianura. Ma Firenze essendo invece nella valle, circondata da colline, sulle quali erano moltissimi castelli che l'accerchiavano, i nobili avevano una posizione vantaggiosa, che tornava loro conto mantenere, perchè così potevano più facilmente minacciare e vincere la cittadinanza. Da questo fatto vennero due conseguenze. La prima fu che il Comune fiorentino, col suo territorio, come dice il Villani, tutto incastellato, stretto cioè da un cerchio di castelli feudali, non poteva facilmente espandersi; e così il suo nascere e la sua indipendenza furono da tali condizioni ritardati. La seconda conseguenza fu, che tra i nobili e gli abitanti della Città, la maggior parte dei quali erano commercianti o artigiani, nacque un antagonismo molto più profondo e duraturo, che non si vide a Pisa, a Siena, a Lucca, in alcun altro dei Comuni italiani. La democrazia e l'aristocrazia si trovarono di fronte, separate in due campi avversi, senza potersi fra loro mai conciliare.

 

 

IV.

 

Così noi abbiamo una spiegazione del perchè il nostro Comune sorse più tardi degli altri, e la spiegazione del perchè, sin dal principio, esso ebbe un carattere più democratico. E questo ci viene indirettamente confermato dai documenti toscani, nei quali, quando si parla di Firenze, non troviamo quasi mai la parola nobiles, che pure s'incontra assai spesso quando si parla di Pisa, di Siena, di Lucca. Ma oltre di ciò, bisogna osservare che questa cittadinanza (se così dobbiamo ora chiamarla) di Fiorentini, che apparisce già formata prima del Comune, non era costituita quale noi ce la potremmo immaginare oggi. Essa era divisa in un numero grandissimo di piccoli gruppi, sopratutto associazioni di arti e mestieri, le quali erano una trasformazione delle antiche Scholæ romane, quali le troviamo a Ravenna ed a Roma in tutto il Medio Evo. Queste associazioni primitive, informi di arti e mestieri, noi le vediamo a Venezia, fin dal nono secolo, ricordate nella cronaca Altinate. E sebbene i documenti e le cronache di Firenze non ce ne parlino, perchè noi non possiamo pretendere di trovare nè documenti nè cronisti d'un Comune che ancora non esisteva, che ancora non aveva proclamata la sua indipendenza, ciò non basta a negare che la cittadinanza fosse già divisa in gruppi più o meno ordinati e costituiti. Questa divisione anzi è quella che ci fa intendere come mai, prima che fosse nato il Comune, la società potesse prosperare di ricchezza e di forza, tanto da muoversi qualche volta a far guerra per proprio conto. Il governo locale s'andava formando in queste associazioni embrionali, le quali, coi loro capi, reggevano la cittadinanza, senza bisogno d'un governo centrale; così la prosperità poteva crescere e l'indipendenza esistere di fatto, prima che di diritto, prima che il Comune fosse nato. Di maniera che alla contessa Matilde bastava avere nella Città un presidio composto di Fiorentini, i quali, in nome di lei, facevano quello che la Città voleva. Ai Fiorentini non giovava dichiararsi indipendenti prima del tempo. Quando si fossero allora separati dalla Contessa, questa, col solo abbandonarli, li avrebbe lasciati in balìa di tutti quei nobili che d'ogni lato li circondavano. Prima dunque d'arrischiarsi ad un tal passo ardito, dovevano mettersi in grado di poter combattere e demolire i vicini castelli, sentirsi forza sufficiente a condur soli una guerra lunga e difficile. Perciò essi tardarono tanto, e così può dirsi che il Comune esista già prima che sia nato.

Nel 1081 noi troviamo che l'imperatore Arrigo concedeva ai Lucchesi di poter liberamente commerciare nei mercati di San Donnino e Capannori, dai quali esplicitamente escludeva i Fiorentini. Ciò vuol dire che il commercio di questi era già grande abbastanza e temibile, in un tempo nel quale noi siamo ancora lontani dal veder sorgere il Comune. Con gli artigiani v'erano anche delle famiglie di signori, di grandi, che si chiamavano Sapientes, Boni homines, i quali a Firenze non erano nè conti nè visconti o duchi; erano quasi sempre nobili decaduti, che, non potendo vivere nel contado colla società feudale, s'erano ridotti in Città, o erano nuovi ricchi, saliti su dal popolo, col quale serbavano sempre stretti legami. Erano anch'essi associati fra loro, e possedevano in comune delle torri, intorno alle quali cominciarono a formare le cosidette Compagnie o Società delle torri.

Tali sono le condizioni in cui noi ci possiamo immaginare Firenze, prima che il Comune nascesse. E tanto è vero che i Fiorentini avevano già di fatto una indipendenza reale, prima che avessero una indipendenza legale, che noi troviamo nel 1107, nel 1110, nel 1113 tre guerre da essi combattute contro i vicini castelli di Monte Orlando, di Prato, di Monte Cascioli, vincendo i Cadolingi e gli Alberti, conti allora potentissimi. E queste guerre furono condotte nell'interesse commerciale delle Città, contro il feudalismo, il che ci riconferma nella opinione, che le forze crescenti della cittadinanza venivano dal commercio e dall'industria, e che gli artigiani dovevano formare la parte principalissima di quella cittadinanza, se tutto si faceva a loro vantaggio.

Un altro fatto che, in tanta scarsità di notizie, ha pure la sua importanza, si è che nel 1113, quando i Pisani andarono all'impresa delle Baleari contro i Saraceni, temendo che la loro città potesse essere assalita dai Lucchesi, ne affidarono la guardia ai Fiorentini. E questi presero subito il loro campo fuori delle mura, con ordine ai soldati, che nessuno, pena la vita, osasse entrare nella Città, perchè non volevano che fosse fatto ingiuria ad alcuno, sopra tutto alle donne: non volevano che la lealtà fiorentina potesse essere neppure un momento sospettata. Uno solo, violando le leggi della disciplina, osò entrare in città, e fu messo a morte. I cronisti raccontano tutto ciò con molti particolari che tradiscono la leggenda. Nondimeno questo ed altri simili racconti ci dicono, che i Fiorentini erano allora in concetto di una grande lealtà d'animo, di una grande moralità di costumi, e ciò risponde anche a tutte le descrizioni che i cronisti ci fanno dei tempi più antichi del Comune, risponde alla descrizione che ci fa Dante di Firenze, quando viveva sobria e pudica. Il Villani si ferma con orgoglio a descrivere la semplicità di quei costumi, e finisce col dirci, che una dote di 100 lire era allora una dote comune, e una di 300 lire era tenuta dota isfolgorata. Dal che noi possiamo nuovamente concludere, che nella Città non potevano esservi ancora nè una vera aristocrazia, nè costumi feudali. Vediamo semplicemente i costumi dei primi artigiani fiorentini, costumi che continuarono a durare un pezzo nella loro antica purità.

Ma perchè tutti questi fatti non hanno grandi narratori, non hanno molti documenti? Torniamo a ripeterlo, perchè il Comune non era nato, non poteva quindi fare trattati in suo nome; e se combatteva per proprio conto, lo faceva col consenso di Matilde, dalla quale tuttavia dipendeva, dalla quale non era e non voleva essere indipendente, perchè non gli conveniva.

 

 

V.

 

Ed ora, o Signori, siamo all'anno 1115, anno in cui muore la contessa Matilde, e l'indipendenza del Comune incomincia. Come incomincia? Prima di tutto l'esercizio principale del potere di Matilde in Firenze, consisteva nel rendere giustizia solenne nei tribunali che presiedeva; e noi abbiamo in fatti molte sentenze da lei pronunciate. Un dotto scrittore tedesco ha esaminato queste sentenze, ed ha osservato che in esse, a poco a poco, il carattere germanico margraviale del tribunale si andava alterando, sotto l'azione crescente del diritto romano. E quale era questa alterazione? Secondo l'antica usanza, il presidente del tribunale pronunziava solennemente le sentenze, le quali esso formulava col parere dei giudici. A poco a poco l'importanza dei giudici crebbe in maniera, che il presidente divenne inattivo, fece cioè poco più che pronunziare la sentenza da altri apparecchiata. Questo fatto semplicissimo portò che la presenza di Matilde cominciò a divenire quasi superflua, a segno che essa di tanto in tanto non intervenne nei giudizii, lasciando i tribunali a sè stessi. Negli ultimi quindici anni della sua vita, noi infatti non la vediamo quasi più comparire nei tribunali fiorentini. I giudici che spesso erano fiorentini, pronunziarono allora essi le sentenze, e così i cittadini si trovarono già fino dai tempi della Contessa, ad esercitare uno dei principali attributi della sovranità. Di maniera che, quando essa morì, restò un popolo, che non era ancora libero e indipendente davvero, ma che aveva già fatto guerre per proprio conto, e si amministrava da sè stesso la giustizia.

Quando la contessa Matilde scomparì dalla scena del mondo, vi fu nell'Italia centrale un periodo di estrema confusione. Essa aveva lasciata erede di tutti i suoi beni la Chiesa, la quale perciò voleva assumere il governo della Toscana. Ma il Margraviato apparteneva all'Impero che voleva riprenderlo. La Contessa poteva disporre dei soli beni allodiali, non dei feudali. Distinguere gli uni dagli altri non era facile, spesso non era possibile; e così ne nacque una crisi economico-sociale-politica. Il Margraviato ne andò in fascio, e le sue varie parti si separarono, per mancanza di un'autorità superiore che potesse esercitare il potere. In mezzo a questo stato di cose, Firenze si trovò libera e indipendente, senza quasi avvedersene, senza quasi sentire il bisogno di avere un nuovo governo. La società era già tutta quanta in mano delle associazioni; di un governo centrale v'era appena bisogno. Quelle famiglie che avevano comandato il presidio, che avevano amministrato la giustizia in nome di Matilde, continuarono a farlo in nome del popolo, e furono i Consoli del Comune. Quale è il primo segno di questa indipendenza? La ripresa della guerra contro il Castello di Monte Cascioli, che fu demolito e bruciato. Questo fatto ebbe una speciale importanza.

L'imperatore Arrigo IV aveva mandato un tale Rabodo a restaurare l'autorità dell'Impero in Toscana. Questi, a San Miniato al Tedesco (che allora cominciò ad essere così chiamato) raccolse i nobili, per riprendere, in nome del suo sovrano, il potere; andò poi alla difesa di Monte Cascioli e i Fiorentini, combattendo il Castello, combatterono il vicario e lo uccisero. Così essi presero finalmente il loro partito, e dichiarandosi avversi all'Impero, divennero un Comune indipendente, senza quasi accorgersene. E questa è la ragione per la quale gli storici rimasero maravigliati e confusi. Come! Firenze la patria di Dante, la patria di Michelangelo, quella che ha avuto così gran parte nella coltura del mondo, nasce senza che nessuno se ne avveda? Vi deve essere qualche errore, vi devono essere stati documenti ora scomparsi, deve essere avvenuta una catastrofe che è stata dimenticata. Non è avvenuta nulla di ciò. Firenze aveva cominciato ad essere di fatto indipendente; continuò per la medesima via, quando scomparve la contessa Matilde. La rivoluzione avvenne senza grandi scosse, senza quasi che alcuno se ne avvedesse. Ma gli scrittori come Giovanni Villani non sapevano persuadersi di dover cominciare così modestamente la storia della Città, essi che vivevano nei giorni in cui la patria loro primeggiava e risplendeva. E però, quando nel 1300, al tempo del giubileo, il Villani si trovò a Roma, e ne ammirò i grandi monumenti, «io voglio scrivere, esso diceva, la storia di Firenze, perchè Firenze è figlia di Roma, ed è ora nel suo salire, quando invece Roma è nel suo cadere.» Pieno di questa idea, voleva imitare Tito Livio, e scoprirvi qualche cosa di simile alle origini di Roma. Trovando invece una città nata modestamente da un gruppo di mercanti, arrivata alla libertà e indipendenza senza fare alcun rumore, non se ne contentava, non se ne persuadeva, e ricorreva invece alla leggenda, che connetteva Firenze con Roma, con Troja, con Enea, e la narrava come se fosse storia. Per queste stesse ragioni anche i moderni cercarono nella storia quello che non v'era. I fautori dell'origine germanica dei Comuni non vogliono credere che questa cittadinanza si sia potuta formare di artigiani, senza che vi sia entrato elemento feudale germanico; lo cercano, e non ve lo trovano, e non sanno di ciò persuadersi. Gli scrittori italiani, se sono nemici del Papa, ghibellini, non si persuadono che questa repubblica, la patria di Dante e del Machiavelli, sia nata, si sia formata, sotto la contessa Matilde, amica del Papa, e protetta da lei. E vanno anch'essi in cerca di avvenimenti che non seguirono mai. Gli scrittori guelfi, è vero, si rassegnano a ciò più facilmente assai; ma non sanno neppur essi capire come mai Firenze sia potuta nascere dopo di Pisa, di Lucca, di Siena, di tante altre città. Così tutti cercano quello che non si può trovare, perchè non avvenne mai, e non vogliono vedere la verità che è chiara e lampante sotto i nostri occhi, e sta tutta nelle poche notizie certe che abbiamo. Altre non ve ne sono, altre non sarà facile, non sarà possibile, io credo, trovarne.

 

 

VI.

 

La Repubblica si formò dunque come da sè stessa. I capi delle famiglie, i quali avevano giudicato, comandato il presidio, guidato l'esercito in campo, divennero i Consoli. I capi delle associazioni, insieme coi loro aderenti, formarono il Consiglio, che si chiamò anche Senato. Nelle grandi occasioni, quando si trattava d'affari assai importanti, si sonava la campana e si raccoglieva il popolo a Parlamento. E questo era il Comune fiorentino. Noi però non dobbiamo immaginarci che un tal governo avesse l'importanza che hanno i governi delle società moderne, perchè in Firenze il governo vero restava sempre nelle mani delle associazioni. Ciò è tanto vero, che nei documenti, nei trattati che si fanno fra città e città, si dice spesso che saranno eseguiti dai Consoli, se vi saranno, e se non vi saranno, li faranno eseguire i Boni homines, i capi delle Arti o altri cittadini. Il governo centrale aveva un'importanza assai secondaria, il che ci spiega ancora, come mai, in quelle continue rivoluzioni, in quei continui mutamenti di leggi e di statuti, quando a noi pare qualche volta che un governo più non esista, le cose potessero nondimeno procedere secondo il loro ordine naturale e normale. La Città passava di rivoluzione in rivoluzione, senza che alcuno sembrasse turbarsene, e quando a noi parrebbe che dovesse seguirne il finimondo, tutto invece continuava secondo il solito, perchè il governo era sempre restato in mano delle associazioni. Non era uno Stato accentrato come i moderni, era una specie di confederazione di arti e mestieri, di consorterie, di società diverse. Questo carattere generale lo troviamo in tutti i Comuni italiani, ma in Firenze più che altrove. Ciò spiega in gran parte la prodigiosa attività e intelligenza popolare di quei tempi. Il cittadino era ogni giorno chiamato a prender parte alla cosa pubblica; la discussione era continua; continui gli attriti nei quali si formava e svolgeva una varietà infinita di caratteri, di attitudini morali, industriali, politiche. E spiega ancora come, in mezzo a così incessanti tumulti, potessero così splendidamente fiorire le arti della pace: l'industria il commercio, le lettere, la pittura, la scultura, l'architettura.

La seconda guerra che fece Firenze, nei primi tempi della sua vita popolare, fu la guerra contro Fiesole, presa e distrutta nel 1125. E perchè fu fatta questa guerra? Perchè, ci dice il Villani, Fiesole era divenuta il nido di tutti i cattani lombardi, cioè i conti che avevano, secondo lui, origine longobarda, e che veramente avevano la più parte origine germanica. In questo momento, in fatti, nel quale i messi imperiali sono a San Miniato, i signori feudali del contado si raccolgono intorno a loro, contro la Città, e nei documenti troviamo spesso che gli uni e gli altri sono chiamati Teutonici. La popolazione toscana s'era così come divisa in due. Da un lato si vede un partito germanico, feudale, imperiale; dall'altro le città, in cui erano principalmente gli artigiani, gli eredi del sangue romano, che rappresentavano il lavoro e l'industria, e divenivano ogni giorno più una forza, una potenza capace di misurarsi col partito imperiale. A Fiesole, per la posizione assai forte che essa aveva sul monte, resa più forte da una rôcca, s'erano raccolti molti di questi nobili feudali, e minacciavano la sottoposta Città; ne devastavano le campagne, ne impedivano il commercio. I Fiorentini perciò mossero all'assalto. Leggendo la narrazione, che di questa guerra ci dà il più antico cronista fiorentino, il Sanzanome, il quale era un notaio, par di leggere la descrizione d'una delle guerre fra i Romani ed i Cartaginesi. Egli ci presenta un Fiorentino, che si leva in mezzo al popolo e dice: Se siete veramente i figli di Roma, come pretendete, questo è il momento di mostrarlo. E subito dopo fu emanato un editto dai Consoli, che dichiararono la guerra. Si direbbe che il cronista fosse un erudito del secolo XV, tanto le idee, la coltura, la forma, i pensieri romani erano sin d'allora vivi in quella cittadinanza.

Se dunque noi troviamo forme e tradizioni romane, prima che il Comune sia costituito, nella narrazione che descrive la prova del fuoco seguita nel 1068; se troviamo tradizioni e forme romane, quando il Comune si va costituendo, nella leggenda che descrive le sue origini; se troviamo forme e tradizioni romane nel primo cronista che descrive la prima grossa guerra, che fecero i Fiorentini, sempre a difesa del loro commercio, sempre contro i nobili feudali, ci deve esser lecito di concludere, che nelle sue mura stava il sangue romano di fronte agli avanzi delle tradizioni e del sangue germanico, raccolto nei castelli che l'accerchiavano, e che ritardarono la sua indipendenza. Ritardandola, non impedirono però l'incremento delle sue forze industriali, commerciali, militari, e così fu che quando morì la contessa Matilde, Firenze era già di fatto un Comune indipendente, sebbene tal non fosse ancora legalmente. E dopo ciò facilmente capiremo che, quando molti non vogliono in nessun modo persuadersi che la cosa sia così semplice, e vanno cercando astruse spiegazioni con grande dottrina, questa assai spesso serve solo a rendere difficili fatti che per sè stessi sarebbero assai facili.

 

 

VII.

 

Ma qui occorre un'altra osservazione. Se questi concetti sono giusti, se veramente il Comune fiorentino è nato in tal modo, dovrebbe avverarsi quello che noi accennavamo sin dal principio, cioè che qualche luce essi dovrebbero gettare sugli avvenimenti posteriori, e ciò varrebbe anche a confermare la verità di quanto abbiam detto fin qui. Vediamo dunque se gli avvenimenti posteriori confermano le considerazioni finora esposte.

Se noi apriamo il Villani, troviamo che il primo periodo della storia fiorentina è una serie di guerre continue contro i castelli. Il territorio era tutto incastellato, esso dice, ed i Fiorentini uscivano ogni primavera a combattere. Quale fu la conseguenza di queste guerre? I castelli vennero demoliti; ma i conti che li abitavano non si potevano uccidere; venivano quindi costretti a vivere in Città almeno una parte dell'anno, il che li sottoponeva alle leggi del Comune. Tutto ciò in sul principio non ebbe grande importanza; ma a poco a poco alterò la cittadinanza fiorentina, introducendovi un elemento feudale, che era nuovo, estraneo al Comune, ed aveva un'origine germanica, rappresentava una società nemica. Così dentro le mura si troveranno ben presto due società avverse, che non potranno vivere insieme: l'una dovrà distruggere l'altra; la guerra civile sarà inevitabile. Questi nobili hanno usi e costumi, tradizioni, educazione diversa assai da quella del popolo. Essi vengono, si asserragliano, si fortificano nei loro palazzi, che sono come castelli dal contado portati dentro la Città. Le stesse ragioni che costrinsero i Fiorentini a combattere i castelli nel contado, li costringeranno a combattere i nuovi palazzi fortificati, che sorgono dentro le mura. La guerra civile non ha origine dal fatto del Buondelmonti; non è conseguenza di odii e vendette personali; è una guerra fatale fra due razze, fra due civiltà, una delle quali non può vivere insieme con l'altra: bisogna che l'una o l'altra scomparisca dalla terra. Questa guerra non è una prova che le passioni individuali dominassero tanto in Firenze da prevalere su tutto; ma è invece una prova che i sentimenti di quegli artigiani erano talmente uniti, concordi e tenaci e che essi avevano una fede così profonda nei loro destini, che si apparecchiavano a combattere dentro la Città, quel nemico, che avevano combattuto fuori di essa.

Giovanni Villani, il quale affermava che il fatto del Buondelmonti, nel 1215, aveva la prima volta diviso la cittadinanza di Firenze, dimenticava di averci precedentemente detto, che nel 1177 la guerra civile era già cominciata per opera dei grandi, cioè degli Uberti, che combatterono sin d'allora il governo consolare. Ciò prova che il fatto del Buondelmonti fu uno di quei tanti episodii, che seguirono spesso in tutti i Comuni del Medio Evo, ma non ebbe una vera importanza politica, perchè non fu causa, ma conseguenza della guerra assai prima incominciata.

Noi abbiamo dunque un secondo periodo nella storia di Firenze, il quale è una lunga serie di guerre e rivoluzioni interne, che portano una serie di trasformazioni sociali e politiche del Comune. Vediamo da una parte i nobili col Podestà alla loro testa, dall'altra il popolo comandato dal suo Capitano. Scopo e fine di questa lotta è la totale distruzione del partito aristocratico, il che seguì nel 1293 con gli Ordinamenti di Giustizia di Giano della Bella, i quali esclusero affatto i Grandi da ogni partecipazione al governo. Tutte queste rivoluzioni hanno di mira uno scopo costante, hanno un'origine comune, si seguono con un ordine determinato. Non è il caso che domina la storia di Firenze, è una legge storica, che risulta dai varii elementi, che costituirono la società fiorentina nel Medio Evo.

Ma, finita che fu la prima serie di rivoluzioni, con gli Ordinamenti di Giano della Bella, non finiva perciò la guerra civile. Come i nobili del contado, demoliti che furono i loro castelli, non scomparvero affatto, ma entrarono dentro la Città; così, esclusi ora dal governo, non per questo scomparvero affatto, ma s'unirono ad una parte del popolo, cioè ai capi delle principali Arti, e si formò il partito delle Arti maggiori contro le minori, del popolo grasso contro il popolo minuto. Questo rappresentava ora la democrazia già avanzata, quello che oggi diremmo il partito radicale: era l'infima plebe, la quale non capiva, perchè essa, che aveva preso parte alle guerre civili contro i nobili, alle battaglie contro i castelli, dovesse rimanere esclusa dal governo. E quindi, se la prima guerra civile era cominciata per escludere i nobili dal governo, la seconda non fu fatta per escluderne il popolo grasso, ma perchè il popolo minuto voleva insieme con esso avervi la sua parte. E come nel 1293 vedemmo l'ultima conseguenza logica del primo periodo, così nel 1378, col tumulto dei Ciompi, abbiamo l'ultima conseguenza logica del secondo, ed il popolo minuto sale finalmente anch'esso al governo, rimanendo in continuo contrasto coi ricchi. La plebe sin dal principio eccedette nei suoi trionfi, ed allora comparvero sulla scena i Medici, i quali, appoggiandosi ad essa, con accortezza impareggiabile, s'impadronirono del governo. E così la Repubblica, dopo quasi un altro secolo di lotte, finalmente cadde.

Questa storia fiorentina, adunque, non è un mistero, non è una serie di rivoluzioni sottoposte al caso; essa è invece chiara come una proposizione geometrica. Le sue rivoluzioni hanno una causa costante; il suo scopo politico è sempre lo stesso. Dal giorno in cui il Comune ha messo la prima pietra, noi possiamo, se studiamo quali sono gli elementi che lo compongono, determinare logicamente, prevedere sicuramente quali saranno le rivoluzioni, cui esso anderà soggetto. Sotto i Medici noi troviamo che sono scomparse le Consorterie, la cui distruzione era in fatti cominciata sin dal 1293. Troviamo che le Arti ancora esistono, ma hanno perduto ogni importanza politica; vediamo un governo forte, accentrato; una società che par quasi una società moderna. Una grande uguaglianza civile apparisce per tutto; non più classi, nè gruppi separati ed ostili; non titoli di nobiltà; non privilegi di alcuna sorte; dagli ultimi si può salire, a forza d'ingegno, ai supremi gradi sociali. Sotto un tale aspetto può dirsi che il Comune abbia raggiunto il fine cui aveva sempre mirato, abbia ottenuto un vero trionfo.

 

 

VIII.

 

Ma questa, pur troppo, è un'ora funesta per lo spirito italiano; è l'ora in cui incominciano la nostra corruzione e la nostra decadenza. La società del Medio Evo più non esiste. Quelle associazioni a cui gli uomini erano stati così affezionati, fra le quali avevano vissuto, per le quali avevano combattuto ed erano morti, si sono disciolte; ma la nazione non si è ancora formata. La piccola patria più non esiste, la nuova ancora non si è formata. L'uomo del Medio Evo è scomparso, e l'uomo moderno è nato, l'uomo, cioè, che deve fidare nelle sole sue forze, nel solo suo ingegno, nella sola sua operosità; ma esso è nato prima che si sia costituita la nazione. La conseguenza è che l'Italiano di questo nuovo periodo, che si chiama il Rinascimento, si trova come ad un tratto isolato nel mondo. Egli non può fidare in altri che in sè stesso, egli non ha nessuno per cui vivere, nè c'è alcuno che viva per lui. Egli si abbandona quindi al suo egoismo personale, nel momento stesso in cui si aumentano, si acuiscono le forze della sua attività e del suo ingegno. La decadenza morale incomincia quando il progresso intellettuale continua più rapido che mai. E noi abbiamo un popolo, in cui la cultura progredisce, in cui la scienza s'innalza, ma nel quale il livello morale continuamente, rapidamente si abbassa. La nostra splendida letteratura rivela anch'essa questa morale decadenza. Noi vediamo apparire sulle labbra dell'Italiano quel cinico sorriso, che ci è così spesso descritto nelle nostre commedie, nelle nostre novelle, in cui si beffeggiano le cose più sante, e l'amore è privo d'ogni sentimento davvero umano, e tutti gli affetti più nobili sono scomparsi, quando non sono derisi. Lo scrittore somiglia allora a quei romanzieri moderni, i quali, descrivendo il demi-monde, credono di descrivere il mondo. E noi vediamo quegli accorti politici italiani, che sono i maestri di tutti in Europa, che rappresentano la sapienza diplomatica, che dovunque vanno sono ammirati, non riescire in casa loro ad altro, che a costruire un mondo, il quale cade sotto il peso della sua stessa corruzione. Vediamo questi uomini, che sono i primi calcolatori del mondo, calcolar sempre e sbagliare tutti i loro calcoli, perchè essi hanno dimenticato che nella vita umana v'è qualche cosa che non si pesa e non si misura, che non si ragiona e non si calcola, ma si sente, ed essi non la sentivano più. I tiranni italiani di quel tempo ci presentano anch'essi un singolare spettacolo. Noi li vediamo apparecchiare i loro veleni, affilare i loro pugnali, ridere di Dio, e tremare dinanzi all'astrologo, da cui aspettano di conoscere l'ora propizia ai loro delitti.

La storia, o Signori, non è una filosofia, non è una predica morale, non fa che constatare i fatti. Ma percorretela in lungo ed in largo, ed essa vi ripeterà di continuo, che l'egoismo veramente, profondamente umano, è l'abnegazione; che ciò che solo può rendere l'uomo felice sulla terra, è il vivere per gli altri; che quando le leggi e le istituzioni ci spingono per questa via a cercare un ideale, cui far sacrifizio della nostra esistenza, e dal quale solamente la vita può ricevere il suo valore e la sua dignità, quello è il momento in cui il carattere morale s'innalza e le nazioni diventano forti. Quando invece gli uomini si rinchiudono, come gli Italiani del Rinascimento, nel proprio egoismo, la decadenza diventa allora inevitabile.

Ma vi è ancora un'ultima osservazione. Gli stranieri, i quali si sono mossi a studiare il Rinascimento, hanno detto: Ecco una nazione, la quale, nel momento in cui più le sue arti e le sue lettere fioriscono, nel momento in cui le più nobili qualità del suo ingegno si manifestano, si corrompe sempre più rapidamente; ecco una nazione che cinicamente ride sempre di tutto, una nazione che, allora quando più fiorisce intellettualmente, è priva di ogni fede. Quelle idee stesse, che saran sempre sua gloria, che essa mise nel mondo con la sua arte, la sua letteratura, la sua scienza, percorrono l'Europa, e ne fecondano la civiltà, perchè vi trovano un'atmosfera morale; ma in Italia non riescono ad impedire la sua decadenza, perchè in essa il senso morale è pervertito. E ne hanno concluso, che, quasi per legge di natura, nel nostro carattere nazionale risplendono l'ingegno e tutte le qualità intellettuali, ma sono invece offuscate le morali. Manca la vera intimità, come essi dicono, del cuore, dell'animo. E però anche nella loro arte gl'Italiani vedono più la forma che la sostanza, più il sensibile che l'intelligibile e l'ideale. Quando si vogliono davvero penetrare i misteri dell'anima, rappresentare la profondità, la santità degli umani sentimenti, occorre rivolgersi alle nazioni germaniche, che vi riescono assai meglio, perchè questo è il loro proprio regno, nel quale agl'Italiani non è dato entrare. Uno storico tedesco di grandissimo valore, che meglio d'ogni altro conosce il nostro Rinascimento, il Burckhardt, a questo proposito, osservava: Ma se fosse proprio vero che il carattere degl'Italiani fu quale voi lo descrivete; se non fossero allora vissuti altri che i Borgia, gli Sforza, i Malatesta, e i più corrotti novellieri avessero davvero rappresentato tutto l'essere morale della nazione, questa sarebbe caduta in un tale abisso da non poterne mai più risorgere in eterno. Il vostro giudizio deve certamente avere qualche cosa di unilaterale, di erroneo. È meglio lasciare in pace i popoli, quando non si è in grado di giudicarli serenamente, sicuramente.

Ed invero queste condanne nazionali, che pretendono essere giudizii imparziali, dimenticano prima di tutto, che la storia del pensiero italiano cominciò allora con Dante e si chiuse con Michelangelo, le due intelligenze, cioè, che hanno in supremo grado quelle qualità appunto che si vorrebbero a noi negare; hanno tutta quella così detta intimità, tutto quel carattere epico, tragico, che nello spirito italiano dovrebbe assolutamente mancare, perchè manca nel Rinascimento. Dante e Michelangelo, si disse, furono due eccezioni. Certo i sommi ingegni sono eccezioni; ma sono pur quelli che meglio rappresentano il paese che li produce. E dimenticano ancora, che la storia da noi conosciuta, da noi studiata si occupa quasi sempre di quei soli ordini sociali che, nel Rinascimento italiano, furono primi a sentire l'azione corruttrice dell'atmosfera politica mutata, e che perciò più rapidamente si erano corrotti, avendo subito preso parte al nuovo vivere sociale. Che se quegli scrittori avessero voluto studiare davvero quali erano allora le condizioni dello spirito italiano, avrebbero dovuto esaminare anche gli ordini inferiori della società, nei quali, in tutti i tempi, le vecchie tradizioni si mantengono più lungamente, e vedere quali sentimenti, quali caratteri erano in essi. Avrebbero allora modificato i proprii giudizii. Una prova sicura di quanto diciamo si ebbe recentemente in due libri, che furono pubblicati dal compianto Cesare Guasti, e sono gli epistolarii d'un oscuro notaio fiorentino e di una gentildonna, che non aveva molta coltura. Ebbene, leggendo tali lettere (quelle del notaio Mazzei sono della fine del XIV secolo e dei primi del XV; quelle della Macinghi Strozzi, sono della fine del secolo XV), leggendole, ci par di tornare quasi due secoli indietro. Noi ritroviamo in esse ancora vivi tutti quei più puri sentimenti morali, che ricordano i tempi in cui la Repubblica veniva fondata, quando Firenze viveva sobria e pudica, e possiamo non solo scoprire un altro lato della società di quel tempo, ma vedere anche quali furono veramente gli uomini che fondarono la libertà, quali i loro animi quando essi crearono quelle grandi istituzioni, che i politici e letterati del Rinascimento cominciavano a disfare. Chi vuole accuratamente conoscere il Rinascimento e l'opera sua, per cavarne giudizii generali sull'indole del popolo italiano, dovrebbe pur distinguere ciò che in esso sopravvive del passato, e dà ancora frutti di cui il solo Rinascimento sarebbe stato incapace. Nel popolo, negli ordini inferiori della società, questo passato sopravvive sempre più tenacemente, e si può meglio studiarlo. Anche ai nostri giorni si ritrovano qualche volta gli avanzi di un passato assai lontano, che non dobbiamo trascurare nelle società moderne, se vogliamo conoscere bene il tempo in cui viviamo. A giudicarla tutta, la società bisogna esaminarla da tutti i lati.

Certo quando noi guardiamo in Firenze il Duomo, il Palazzo Vecchio e gli altri monumenti che gli stranieri tanto ammirano e tanto studiano, dobbiamo ammirarli anche noi. Ma, sebbene assai pochi vi pensino, non meno ammirabile è la condizione in cui la Repubblica fiorentina lasciò le campagne della Toscana, non per le amene colline, non per le ricche messi, ma per l'armonia sociale che vi regna, per le condizioni economiche in cui l'antica Repubblica pose il contadino. Nel 1289 i Fiorentini fecero una legge, la quale, con un linguaggio che sembra quello stesso dell'Assemblea Costituente in Francia, dichiarava che la libertà è sacra, inalienabile, che è voluta da Dio, è necessaria alla prosperità di tutto il popolo, e liberava perciò i contadini da ogni servitù. E sono questi i tempi medesimi, in cui s'iniziava quel contratto agrario che fino ai nostri giorni fu tanto ammirato, che il nobile animo del Sismondi chiamava uno dei grandi monumenti della sapienza civile degl'Italiani, che gli economisti moderni dichiarano uno dei mezzi più efficaci a liberare la società moderna dal pericolo sociale d'un conflitto di classi, da cui essa sembra minacciata. E questo fu fatto dai Fiorentini nel Medio Evo, quando il dominio della società spettava alla forza, e per tutto regnavano persecuzione e violenza. Fu quello il tempo in cui nell'Italia centrale venne trovata quella forma di contratto, secondo la quale il coltivatore della terra poteva, allora come ora, dire al proprietario: Tu sei il lavoro accumulato dei secoli, io sono il lavoro vivente. Abbiamo bisogno l'uno dell'altro, diamoci dunque amica la mano, e siamo soci. Così si chiamarono allora, e così si chiamano oggi. E allora come ora, o Signori, il lavoratore dei campi, il quale col sudore della sua fronte feconda la terra italiana, che produce quella ricchezza, che è tanta parte della prosperità nazionale, poteva tornare a casa tranquillo la sera, e godere anch'esso le gioie della famiglia, e sentirsi uomo come noi, e crescere con la sua la nostra felicità. E questo fu fatto dai Fiorentini quando in Inghilterra, in Germania, in Francia i contadini erano schiavi, erano servi della gleba. Quegl'Italiani che emanciparono l'uomo, che emanciparono il lavoro, dovevano pure avere un alto sentimento morale.

Il marchese Gino Capponi, l'illustre autore della Storia di Firenze, soleva dire che i Fiorentini non avevano mai così bene impiegato il loro denaro, come quando costruirono quel Duomo, che richiamò nella Città tanta gente ad ammirarlo. Ma si potrebbe aggiungere, che essi non furono mai così profondi calcolatori, come quando liberarono i coltivatori della terra, in un tempo nel quale erano schiavi da per tutto. E calcolarono non solo a vantaggio della loro prosperità economica, ma io credo che calcolassero anche a vantaggio della loro prosperità intellettuale e morale. Forse anzi in ciò sta una non ultima ragione del perchè tanto le lettere e le arti progredirono allora in Firenze. Io non credo, o Signori, che sia indifferente agli alti ingegni, i quali spingono sereno, profondo, sicuro lo sguardo nella luce del vero, come l'aquila fissa intrepida il suo occhio nel sole, non credo che sia inutile il non avere lo sguardo turbato dalle ingiuste sofferenze di coloro che onestamente lavorano. Credo invece, che giovi assai agli artisti ed ai poeti, i quali si sollevano nel regno dell'arte; giovi, affinchè le creazioni della loro fantasia serbino tutta la sacra purità dell'ideale, il serbare, con la mente serena, una coscienza non tormentata da rimorsi. - Ma allora quelle immagini divine dei poeti, dei pittori del Trecento e del Quattrocento, di cui parlammo, non ci appariranno più come l'Angelo di Dante nella bolgia infernale, che traversa sdegnoso, frettoloso la palude Stige. Esse non vengono di fuori, sono nate nella coscienza stessa di questo popolo, nei giorni in cui difendeva la libertà e rispettava la giustizia, sono come la sostanza stessa della sua anima. E così, o Signori, voi vedete, io spero, come lo studio delle origini possa gettare una qualche luce o rischiarare anche i fatti della storia posteriore del Comune e della società italiana.

 

 

 

VENEZIA

E LE REPUBBLICHE MARINARE

 

DI

 

P. G. Molmenti

 

Signore e Signori,

 

E dove a chi potrei oggi meglio parlare di Venezia, se non a voi qui in Firenze, in Firenze così legata alla città delle lagune anche da recenti prove d'affetto? Voi la conoscete, ma è sempre curioso il ricordarla la storia di codeste genti veneziane, che non aspettano la loro fortuna, come limosina dal caso, ma la conquistano colla prodezza e l'accorgimento: si fanno innanzi tra la larva d'impero dei Cesari bizantini e i rinnovantisi invasori stranieri, divengono signori di grandi traffichi e conquistatori di vaste provincie, fiaccano l'orgoglio dei maggiorenti e abbassano l'insolenza del popolo, piantano il vessillo repubblicano sulle torri del palazzo imperiale di Bisanzio, divengono i guardiani d'Italia contro gl'infedeli della religione e gli infedeli della libertà; non s'abbassano mai nè anche quando li stringe da presso il nemico: passano, a traverso la storia, eroi talvolta, talvolta uomini pratici, guerrieri e mercanti, statisti e poeti, accorti sempre, sempre ammirabili. Di questa grandezza, paragonabile nell'antichità alla romana, nel tempo presente all'inglese, io vi accennerò, o signori, alle umili origini, non toccando delle altre gloriose repubbliche marinare d'Italia se non per ciò che con Venezia ha rapporto.

Quella regione, da una parte racchiusa dall'Adige e dal Timavo, dall'altra lambita dalla curva settentrionale del golfo Adriatico e difesa dalle Alpi tirolesi e carintie, era conosciuta dai Romani col nome di Veneto. Le origini degli abitanti si collegavano ad Ilio, secondo una tradizione non del tutto creata dalla boria nazionale, ma ravvalorata dai versi dell'Eneide (I, 246). Eneti viene dal greco e vuol dire laudabiles, ma ai veneti cronachisti la nobiltà del cuore non basta e trovano che la voce enetici viene da Enea.

La regione era lieta di città popolose e fiorenti: Padova, Aquilea, Altino, Verona; di paesi ferventi di vita: Ateste, Monselice, Concordia, Treviso, Vicenza, Oderzo, Belluno, Ceneda, Acelo (Asolo). Collocati alle porte orientali d'Italia, caddero primi, nel V secolo, sotto l'impeto delle turbe barbariche, che diruparono dalle Alpi. Gli abitanti, dinanzi a quelle disperate catastrofi, cercarono rifugio là dove le acque dei fiumi dell'Italia superiore, giungendo al mare si fermano, stagnano, si dilatano in lagune. Nulla però in esse d'insalubre. Il Lido, stretta lingua di terra, che separa dal mare la laguna, è rotto in varie aperture, in vari porti, che lasciano libero il corso delle acque. Il flusso marino, che ora copre or lascia a secco quei fondi melmosi, porta via ogni germe mefitico. Nulla di triste. Il cielo, che non splende del troppo vivo fulgore meridionale e non ha la fredda vaporosità del settentrione, si rispecchia nelle acque con quei magici riflessi, con quella smorzatura di toni, con quelle armonie di tinte, che educarono l'occhio dei pittori veneziani. Erano isole, se non deliziose e frequenti, come alcuni sognarono, non abbandonate e squallide, come credettero altri, e abitate e conosciute dai naviganti del tempo romano. Si può arguir ciò da alcuni passi che a quelle isole si riferiscono in Mela, in Tacito, in Plinio, nell'Itinerario di Antonino, in Erodiano. I due limiti estremi della regione insulare, non esposta all'ira degli invasori, cui mancava il navilio, erano, da una parte Grado, dall'altra, Capo d'Argine.

Chi dirigeva quei profughi, chi li guidava? Poetiche leggende ci sono tramandate da una vecchia cronaca, chiamata Altinate, perchè uno degli aneddoti in essa contenuti e scritti anche prima del secolo X, si riferisce ad Altino, città prospera per commercio, magnifica per edifici, fra i quali un palazzo imperiale, e per l'amenità delle ville, degne di rivaleggiare con quelle di Baja, a quanto afferma Marziale:

 

Æmula Bajanis Altini litora villis.

 

I primi cronachisti veneti illuminano di luce poetica e religiosa le antiche dimore dei loro padri. Tutti i grandi popoli, dalla Grecia e da Roma a Venezia, hanno carezzata la loro origine leggendaria, e più da essa si sono allontanati, grandeggiando, più si compiacquero non a collegarsi con umili e rozze origini storiche, sinceramente esplorate, ma con quel vago e indefinito della leggenda, che ritrova anche nei primi albori della vita la grandezza. Così le città greche rannodarono le antiche origini con gl'Iddii. Narra la cronaca d'Altino come agli Altinati e agli Aquileiesi Iddio abbia manifestata l'imminente venuta degli Unni. Ciò avveniva nel 452, e si sa come siano intimamente collegate l'origine di Venezia e la leggenda di Attila, intorno alla quale si raccolse ogni ricordanza di distruzione, di sangue, di stragi. Gli uccelli nidificanti nelle mura e sulle torri di Altino fuggirono portando nei becchi i loro nati. Non sapendo una parte di cittadini dove trovare uno scampo, dopo un digiuno di tre giorni pregarono Iddio di manifestar loro se dovessero affidarsi alla terra o alle navi. Si udì una voce: Ascendete sulla torre e guardate verso la parte australe. Molti montarono sulla torre e videro in vicinanza alcune isole, e per tali figure s'intese che doveasi andar là ad abitare. Un terzo circa di cittadini, preceduti dai tribuni e dal clero, si diresse con barche alle lagune e fondò la celebre Torcello. Due sacerdoti, Geminiano e Mauro, incuoravano i fuggitivi e gli spiriti atterriti si commovevano, si sublimavano nelle visioni dell'infinito. Appariva allora a Mauro una bianca nube, dalla quale, insieme con due raggi di sole, scendea la voce di Dio, che imponeva di innalzare in quel luogo una chiesa. Alla voce di Maria, che dava, in altro sito, lo stesso comando, seguiva un prodigioso miraggio: le bianche nubi si squarciarono e lasciarono vedere lidi fiorenti, pieni di popolo e di gregge.

Altri Altinati andarono ad abitare Amoriana o Murano.

Una cronaca, di poco posteriore all'Altinate, quella di Grado, narra che il patriarca Paolo, ritornando coi profughi all'antica patria, Aquileia, ebbe una visione, dalla quale apprese come la sævissima longobardorum rabies avesse distrutto quella città. Egli allora si ritirò a Grado, divenuta poi la più ricca fra le isole veneziane e la sede principale della potestà ecclesiastica.

Eraclea, popolata essa pure da Aquileiesi e dal fiore degli Opitergini, fu sede del governo.

I profughi di Asolo e di Feltre ripararono a Jesolo, più tardi chiamata Equilio, per le razze dei cavalli, che vi si allevavano.

Gli scampati dalla distruzione di Padova si ridussero a Matemauco, l'odierno Malamocco.

Il popolo di Concordia cercò riparo nell'isola, dalle capre che vi condussero i pastori, chiamata Oaprule ed oggi Caorle.

Vissero tutte la fulgida vita della giocondità e della ricchezza. Ora, dove esse sorgevano, si è fatto un triste deserto. Qua e là qualche rudero; eco romita dei vecchi secoli. Vi regnano lo squallore e la malaria.

Esiste ancora in tutta la suprema bellezza dell'arte e delle memorie, Rivoalto, la più modesta di tutte le isole, che a poco a poco unita ad Olivolo, indi a Luprio e finalmente alle Gemine e a Dorsoduro, formò l'odierna Venezia.

L'operosità rinvigorita della sventura e la forza raddoppiata dagli ostacoli animano quella moltitudine di persone, varie di condizioni, di costumi, di sesso, di età, e cento anni circa dopo la distruzione di Attila, i nuovi abitatori delle isole sono descritti con vivi colori da Cassiodoro, in una lettera magniloquente ai tribuni marittimi delle lagune, probabilmente ufficiali inferiori goti, ai quali il ministro, a nome regio, ordina di preparare le navi per trasportare dall'Istria a Ravenna il vino e l'olio.

Provveduti di navilio, arditi sfidano le tempeste del mare e le correnti dei fiumi: erigono case, come nidi d'uccelli marini; collegano la terra con fascine e dighe: ammucchiano sabbia per rompere le onde infuriate: convivono in eguaglianza poveri e ricchi; non invidia, non vizî li macchiano; ogni loro emulazione sta nel lavoro delle saline, da cui nasce il frutto al quale ogni produzione è soggetta e che dell'oro è assai più prezioso.

Nessuna descrizione più attraente, quantunque il ministro di Teodorico fosse disposto ad abbellire il quadro, oltre che dall'indole sua, anche dal bisogno che aveva il suo sovrano di trasportar vettovaglie coi navigli di quei Veneti, i quali del resto riconoscevano nei conquistatori goti l'alto dominio sulle isole.

Tuttavia in questo primo accenno storico, quel popolo risorgente dallo squallore dei bassi tempi alla luce di un'êra novella, si rianima. Noi la vediamo la tranquilla verdura di quelle isolette, specchiantisi nel nitido specchio delle lagune. Oltre alle paludi giuncose, l'occhio si posa sul mare romoreggiante. Qui la pace inconturbata potea destare negli esuli il rimpianto e le memorie delle città disparite, gli splendori distrutti e i tristi albori della nuova patria; là, il furiar delle tempeste e il romoreggiar delle onde rendeano l'imagine dei tumulti della esistenza, di lotte, di pericoli, di gloria. Ma le tranquille melanconie dell'asilo non cullarono quelle anime, da tanti dolori agitate, in una pace mesta. Essi allungarono lo sguardo, oltre le paludi, sul verde Adriatico, e di esso sfidarono le lotte e i pericoli e in esso cercarono la gloria. - Lotta e gloria - ecco il grido anche dei secoli venturi. L'energia di quegli uomini si eleva ad eguale misura delle difficoltà e degli ostacoli naturali: la loro vita tutta si riassume nello scontrar pericoli, domarli, trionfare; una stessa passione li agita, li comanda, li possiede.

Alla vita frugale e laboriosa seguono più prospere condizioni. S'interrano dossi paludosi: ogni prominenza di sabbia, ogni più breve isoletta è abitata; si regolano i canali tortuosi, si preparano approdi e ripari alle barche, si arginano saline, si elevano mulini, si scavano cisterne, si riducono prati, si piantano vigne. Ma anche nel sicuro asilo della laguna giunge l'eco di battaglie e di stragi, di ribellioni e di lotte. Nella Venezia continentale, da prima si agitano guerre fra Ostrogoti e Bizantini, fra Bizantini e Franchi e Longobardi: poi lotte dei patriarchi di Aquileia e Grado e dei vescovi veneti ora coi Longobardi, or coi Bizantini, e controversie fra il papa e i patriarchi e i vescovi. In breve la pace incominciò a turbarsi anche nella Venezia marittima.

La prima costituzione politica, il reggimento dei tribuni marittimi, fu imitato dai Bizantini, sotto la sudditanza dei quali, sciolti ormai dalla gotica, passarono i Veneti. Confermano ciò, tra le fonti più antiche, la Storia gotica di Procopio, le inscrizioni di Grado del secolo VI, edite dal Filiasi e dal Mommsen, la Storia dei Longobardi di Paolo Diacono e gli Annali del franco Eginardo. Allorchè i Bizantini perdettero le città più importanti della Venezia terrestre e ritirarono anche dalle isole i loro eserciti, gli abitanti, non più soggetti a un dominio immediato, elessero un libero reggimento militare di tribuni.

Cessati i pericoli e la pietà e i ricordi delle comuni sventure, incominciarono le rivalità fra le isole, più o meno importanti, fra i tribuni maggiori e minori; poi sorsero contese sui confini o sulla proprietà delle terre coi Longobardi vicini, si sentì necessario creare nelle isole un capo unico, un duce, che il popolo, col suo liquido eloquio, chiamò doxe, titolo ritenuto poi sempre e con lievi mutamenti anche nella lingua e nelle relazioni internazionali. Al nuovo capo, eletto a vita, podestà quasi da sovrano, ricchezza di redditi e di insegne, pari alla dignità, spada, scettro e corona; ei giudice di liti e datore di ecclesiastici benefici: a lui il popolo richiedeva perfino la benedizione nelle adunanze solenni. Tuttavia le cause importanti dovevano essere trattate nell'assemblea generale e non già dal doge come sovrano assoluto.

Il primo Doge, Paoluccio Anafesto, con l'assenso o almeno senza opposizione della Corte greca, fu, nel 697, in un'assemblea del clero, dei tribuni e dei più notabili cittadini, eletto in Eraclea.

Paoluccio strinse coi vicini Longobardi un patto, il primo, di cui si abbia memoria nelle storie veneziane, che determinò i confini dei due Stati e le ragioni scambievoli dei commerci.

In Eraclea, la vita ci si presenta assai diversa da quella descritta con idillica poesia da Cassiodoro. Abbiamo accennato come le varie isole dell'estuario fossero asilo agli abitanti delle desolate città di Altino, di Aquileia, di Padova, di Oderzo, di Concordia, di Vicenza. Ma una buona parte di quei fuggitivi s'erano riparati in luoghi, dipendenti anche prima del loro municipio, come Grado, ad esempio, che aveva fatto parte della dizione aquileiese: altri invece erano venuti ad occupar terre, sulle quali i padri loro non aveano mai avuto alcun diritto. Nei primi tempi, la sventura comune non avea lasciato luogo a discutere i diritti di ciascheduno, e poveri e ricchi, come dice Cassiodoro, conviveano colà in eguaglianza. Ma quando tacque il timore dei barbari, sorsero gelosie e contrasti di elementi diversi, tendenti a soverchiarsi a vicenda. Le ire interne, rinfocolate ora dai Greci, ora dai vicini dominatori della terraferma, diedero origine alle due parti veneto-greca e veneto-italica. Di qui torbidi mutamenti di governo. Non più il doge, ma l'annuo governo dei maestri dei militi. Dopo poco si ritornò ai dogi e per togliere ogni gelosia si trasferì la capitale a Malamocco. Alle rivalità dei maggiorenti, alle gare delle due opposte fazioni, s'aggiungeano le discordie e le vendette del popolo, il quale, specie quando il doge tentava rendere dinastico il potere vitalizio, associandosi quale il figlio, quale il fratello, si ribellava, uccideva, incendiava. È un fiero delirar di battaglie e di stragi. Nel 717, Eraclea è assalita e messa a fuoco dagli abitanti di Equilio, che danno morte al doge Anafesto e a' suoi fidi. Nel 737 il doge Orso è ucciso a furore di popolo; nel 741, il maestro dei militi Giovanni Fabriciaco è deposto e abbacinato; nel 755, Galla si ribella al doge Diodato, lo imprigiona, lo accieca, e usurpa il ducato per poco più d'un anno, trascorso il quale, il popolo insorge contro Galla e gli appresta la stessa sorte, ch'egli avea procurata all'infelice antecessore. Nel 764, i nobili macchinano le fila di una congiura, rompono in furibondo partito, traboccan di seggio il doge Monegario e gli strappano gli occhi. Nel 801, circa, il doge Giovanni Galbaio, fautore dei Bizantini, manda il figlio a Grado, con una divisione della flotta, per assassinarvi quel Patriarca, che inchinava invece ai Franchi. Il figlio di Galbaio prende d'assalto la città, imprigiona il Patriarca e lo fa precipitare dalla torre più alta del Castello. Ma, dopo tre anni, il doge Galbaio e il figlio Maurizio debbono fuggir da Venezia per non cader vittime di una congiura, ordita dal nipote dell'ucciso patriarca di Grado. Il partito franco riacquista allora vigore ed è eletto doge Obelerio. Così che non errava il Machiavelli affermando Venezia, forse più d'ogni altro comune italiano dell'età di mezzo, aver provato il furore delle fazioni.

Codeste terribili agitazioni doveano metter capo all'invasione straniera. Ma Venezia, destinata ad accogliere le fatidiche memorie del popolo italiano, escì salva dalle turbolenze, che ne comprometteano la libertà e l'esistenza.

Obelerio, appena eletto al dogato, era andato, insieme col fratello Beato, a Diedenhofen, dove allora teneva corte l'imperatore Carlo, per rendere omaggio di sudditanza ai principi franchi, che agognavano il dominio anche del veneto litorale. Ma ritornato in patria, quando una flotta greca, sotto il comando di Niceta, approdò alle isole, il doge infido, mutò intendimenti, accostandosi ai Greci. Allora, il figlio di Carlo Magno, Pipino, con forte esercito e numerosa squadra di legni, invase e distrusse gran parte del ducato veneziano, minacciando da presso la capitale Malamocco. Nel supremo pericolo si accetta il consiglio del nuovo doge Agnello Partecipazio, di rifugiarsi nella umile isoletta di Rialto, ove erano le offese più pronte e le difese più sicure. Pipino, dice la tradizione, vuol inseguire i fuggitivi: fa costruire con sassi e fascine un argine, presso Rialto, e ordina ai suoi cavalieri di avanzarsi. Ma i cavalli dei Franchi sulla strada malferma, s'impauriscono, balzano di qua e di là nell'acqua, i Veneti piombano colle loro navi sui nemici sgominati e ne menano tal strage, che a quelle acque rimase il nome di canale orfano per le famiglie franche private de' loro cari. L'orgoglio nazionale ha abbellito coi colori della leggenda la vittoria dei Veneti contro il primo usurpatore, che osasse mettere il piede sul sacro suolo della patria. Le tenebre di questa età tempestosa son come solcate da un bagliore dell'antica gloria. E certo, in mezzo alle lotte fratricide di quei tempi, non ispirate se non all'odio ed alla rapina, questa può anche dirsi la prima vittoria italiana. E il nome sacro d'Italia, offuscato da tante ignominie, era raccolto con tanta pietà sul lembo estremo della penisola, nell'umile isoletta di Rialto. Ed era bene affidato.

Quella stessa incomposta ardenza dovea, per fatalità storica, mettere capo a leggi di moralità e di giustizia; quelle lotte erano pur segnale di molta ed esuberante vita, e per questa via si dovea compire la legge del progresso veneziano. Quando invece sull'alba della vita popolare il dispotismo di un tiranno mette il suo volere in luogo della libertà popolana, la quale deve manifestarsi con tutti i suoi errori e tutti i suoi eccessi, gitta i semi di rivoluzioni, che scoppieranno più tardi e lascieranno turbamenti perenni. Così nella vita dell'uomo: alle giovinezze agitate succede la seria virilità, laddove all'età matura sono riservate le follie, che la gioventù non commise. La vita non soffre violazioni.

A Rialto comincia la città nobile e grande, con lei e per lei stanno la forza e l'avvenire. Rialto, che si denominava così o da un fiumicello Prealto, o dall'importanza del canale o rivo, divenne il centro della nuova potenza. In essa la sede vescovile, il porto e i magistrati, officiales de Rivoalto. Per lungo tempo Rialto significò Venezia, laddove il dogato, l'antico Stato da Grado a Capodargine si chiamò invece Venecia.

Della vittoria su Pipino manca la certezza storica: certo è che il giovane re, disperando di soggiogare i Veneti nel sicuro asilo di Rialto, fu costretto a ritirarsi. Da questo momento cessa nei Franchi ogni idea di conquista su Venezia. Nel definitivo accomodamento fra Carlo e l'imperatore d'Oriente, nei preliminari della pace di Aquisgrana dell'810 e nella pace definitiva dell'812, Carlo rinunzia esplicitamente ad ogni pretensione sulle isole della laguna, riconosciuta come provincia dell'Impero d'Oriente. Col trasferire la sede del governo in Rialto non si era voluto soltanto provvedere alla sicurezza dello Stato, ma s'era anche obbedito all'alto concetto di raccogliere e fondere in luogo senza anteriore importanza, gli elementi migliori di varia origine, dispersi per l'estuario. La prima capitale Eraclea avea rappresentato il predominio greco, poi Malamocco la tendenza verso i Franchi. Rialto significava l'indipendenza, la patria libera da ogni influsso straniero. E si sentì fin dalle prime che la nuova patria era stabile e sicura. Bisanzio, è vero, esercitava ancora una azione su Venezia: i dogi cercavano sempre a quella corte dignità e uffizî, troppe erano ancora le relazioni scambievoli, troppi gl'interessi della vita veneziana, maturata al caldo sole d'Oriente. Ma non era più che un'azione di nome. Che poteva aver di comune, quale autorità esercitare un Impero, nato nella mollezza, fra le ambizioni delle donne e le basse adulazioni dei cortigiani, fra le lusinghe e le menzogne, e volgente alla fine, svigorito dalla decrepitezza, con un popolo fiorente di gioventù, ricco di giovanile baldanza? La vigorìa e la gioventù non furono contaminate dalla vecchiezza e dal vizio.

Venezia passa dall'adolescenza alla giovinezza robusta. Gli stessi scompigli dei primi tempi fanno prova di eccesso di vigoria, della necessità di azione; di quella inquietudine che cerca trar fuori l'ordine dalla confusione delle cose. Agnello Partecipazio (811), primo doge in Rialto, assoda lo Stato, abbellisce la nuova sede, unisce con ponti i sessanta o settanta dossi che formano la nuova città, bonifica i terreni paludosi, crea un magistrato per assicurare i lidi dall'impeto delle acque. Anche qui il primo pensiero è rivolto a Dio, anche qui intorno alle chiese, quasi a cercare la solenne protezione del cielo, si fabbricano le case. E le chiese non sono già, come nei primi tempi di tavola e di canne, fabricæ lignæ, ma si costruiscono di pietra e si abbelliscono di marmi e colonne. Giustiniano, figlio di Agnello Partecipazio e collega nel dogato al padre, fra l'813 e l'820, fondava per incarico dell'imperatore bizantino Leone, un monastero di donne dedicato a san Zaccaria. L'imperatore mandò da Costantinopoli alcuni architetti, perchè l'opera fosse condotta a termine il più presto possibile. E, circa nello stesso tempo, il doge Agnello gettava le fondamenta di quel palazzo, che dovea servir di dimora ai reggitori del più gagliardo Stato d'Europa. Ma per mostrare come legami di sudditanza non esistessero più col decrepito impero di Costantinopoli, la nuova libertà è posta non più sotto il protettorato dell'antico patrono greco Teodoro, ma di un Santo, congiunto ai sentimenti e alle aspirazioni nazionali. Narrava una leggenda che l'evangelista Marco nel suo viaggio da Alessandria ad Aquilea, colto da una bufera, era stato gettato sulle isole realtine, ove un angelo gli era apparso salutandolo: Pax tibi, Marce, Evangelista meus. E in suo fatidico accento, il messo di Dio gli annunziava che là fra quelle isole, chiamate un giorno a meravigliosa prosperità, avrebbero trovato pace le sue ossa.

La leggenda servì mirabilmente a quella specie di misticismo ufficiale, che, come ben fu detto, nessuno Stato ebbe in grado maggiore di Venezia. Tutto ciò che si riferisce all'innalzamento del tempio, dove, secondo l'angelica previsione, dovea trovar riposo il corpo dell'Evangelista, è come avvolto da un'aura di misteriosa poesia. Strano il modo con cui da Alessandria furono trasportati nelle isole realtine i resti di san Marco. Due mercanti, Buono da Malamocco e Rustico da Torcello, nell'828 approdavano ad Alessandria, dove i cristiani erano perseguitati dai musulmani, che spogliavano di quanto contenevano di più prezioso le chiese, per adornarne moschee. Anche il tempio dove era la tomba di san Marco dovea essere distrutto. I due mercanti veneziani poterono ottenere dai sacerdoti greci quelle sacre reliquie, e per sottrarle alle indagini dei gabellieri musulmani, le coprirono di carni porcine, avute in orrore dagli islamiti. Recata quindi la salma sulla nave, spiegarono al vento le vele, approdarono alla patria, fra le festose accoglienze del doge e del popolo. La santa reliquia fu riposta in palazzo ducale fin che si fondasse il tempio, in omaggio del nuovo protettore.

Sotto Giovanni Partecipazio, nella chiesa, ridotta a buon termine e adornata di colonne e marmi finissimi, spoglie di vittorie sui Saraceni, si trasportò il corpo dell'Evangelista, il cui nome fu invocato nelle sventure, nelle gioie, nelle battaglie, nelle vittorie. E Venezia, che diverrà una delle prime potenze denaresche d'Europa, quasi a bene augurare de' suoi commerci, stamperà il busto nimbato di san Marco sulle sue monete; e l'animale simbolico dell'Evangelista diverrà ben presto il segnacolo glorioso della repubblica, e nell'edifizio, sacro e inviolato sepolcro del Santo, si svolgerà una serie di avvenimenti, nei quali si riassume quanto v'ha di più glorioso nella veneta storia.

Se Venezia potea dirsi indipendente dall'Impero bizantino, non avea, d'altra parte, più a temere le forti razze del settentrione. Colla potenza Carolingia, minacciosa un dì per la libertà veneziana, la giovane repubblica potea ora trattare da eguale ad eguale. Lodovico II, nell'855, si reca insieme con l'imperatrice, insino a Brondolo, presso Venezia, per onorar di una visita il doge Pietro Tradonico, del quale tiene al fonte battesimale un nipote.

Ma, fra tanta prosperità, le interne discordie non quetavano, anzi, tratto tratto, prorompevano tremende, specie fra i maggiorenti. Le famiglie più illustri vengono fra loro al sangue: i Giustiniani, i Basegi, i Polani da una parte; gli Istoili, i Barbolani, i Selvo dall'altra. Lo stesso doge Pietro Tradonico è trucidato, non già in tumulto di popolo, ma per mano di congiurati, i cui nomi sono fra i più illustri di Venezia: Gradenigo, Candiano, Calabrisino, Faliero.

Nè men sinistra quella luce di rivolte civili, che circonda la bieca figura di Pietro Candiano IV, prima esigliato per l'indole fiera e turbolenta, poi con voltabile giudizio, richiamato in patria ed eletto al dogato. Ma presto, lasciato veder l'animo suo, prorompente ad ogni maniera di prepotenza, fu fatto nuovamente segno alle ire di congiurati, che lo assalirono nel palazzo dove trovaron fiera resistenza nelle soldatesche straniere, messe a guardia del doge. Allora appiccarono il fuoco alle case vicine. Quando le fiamme minacciavano al palazzo ducale, Candiano fuggì per l'atrio della chiesa di San Marco, insieme col figlioletto ancora lattante. I congiurati lo scoprirono, s'avventarono su lui, implorante la vita, almeno, pel figlio. Risposero col sangue. I corpi degli uccisi, lasciati per ludibrio insepolti, furono raccolti e seppelliti da un Giovanni Gradenigo, uomo pio, aborrente da quei furori.

Altre contese sanguinose sorgono fra le due famiglie dei Morosini e dei Caloprini. Un Morosini, mentre esce di chiesa, è trafitto da un Caloprino. I servi, percossi d'orrore, non pensano a brandire le armi, ma raccolgono il ferito e lo trasportano in un monastero, dove spira fra le lagrime e i propositi di vendetta dei parenti colà riparati. I Caloprini fuggono, chiedono asilo alla corte di Ottone II, che coglie tale pretesto per assediare Venezia da ogni parte, perchè non le giungessero vettovaglie e dovesse arrendersi. Venezia resiste e nel 983 si viene alla pace di Verona.

Più tardi, i Caloprini per intercessione dell'imperatrice Adelaide, ottengono il perdono e il ritorno in patria. Ma gli odî non sono spenti nei Morosini. Una sera, seduti in una barca, tornavano dal palazzo ducale alle loro case, tre giovani Caloprini, allorchè, d'improvviso, assaliti dai Morosini son trucidati con tal furore da farne schizzare il sangue sulle rive vicine. I corpi sanguinosi dei trafitti furono portati da un servitore fedele alla povera madre e alle vedove mogli.

Strano tempo e strane antitesi! L'odio a canto all'amore, la ferocia alla mitezza; e sconsigliati impeti di plebe a canto a sottili e accorti provvedimenti; e qui levarsi su nel limpido azzurro le bianche chiese e là intorbidar l'aria il fumo degli incendi vendicatori; e dotar monasteri dopo esser corsi alla rapina; e appendere a piè degli altari le spoglie dei nemici; e innalzar preci dopo uccisioni e stragi. Ma sol che lo straniero minacciasse ed offendesse la patria, le discordie tacevano e tutti insieme i cittadini correvano alle armi, animati da un volere comune.

È di questo tempo il celebre ratto delle spose veneziane, che ispirò la poesia e le arti. È leggenda, è storia? I più vecchi cronachisti, l'Altinate e il diacono Giovanni, vissuto tra il cadere del secolo X, Martino da Canale, che narrò nel XIII, non ne parlano. Certo, a quell'avvenimento vero e leggendario si dee l'origine d'una delle più pittoresche feste veneziane. Non la storia soltanto, anche la fantasia ha i suoi diritti: e l'indagine fredda non ha potuto cancellare dalle pagine della storia questa tradizione di coraggio e di valore. Era costume veneto, l'adunarsi delle fidanzate nella chiesa di Olivolo, il dì secondo di febbraio, perchè dal vescovo fossero le loro nozze benedette. Biancovestite, coi capelli disciolti, ornate di molti gioielli, tenevano in mano una cassetta (arcella), contenente la dote. I pirati slavi approdarono di soppiatto in Olivolo, irruppero nella cattedrale, rapirono le donne, gli uomini e, secondo alcuni, anche il vescovo e i preti, e si diressero verso Caorle, a un porto, chiamato ancora delle donzelle, per dividersi le fanciulle e la preda. Ma i Veneziani, rimessi dal primo sbigottimento, armarono in fretta alcune barche e guidati dal doge, raggiunsero a Caorle i corsari, li assalirono, li sconfissero e ritolsero loro le spose e il bottino. In memoria di questo avvenimento fu instituita la festa così detta delle Marie. Singolarissima e fastosa. La descrivono, tra altri, un documento del 1142 e la Cronaca di Martino da Canale. Quei documenti parlano di ricche compagnie di damigelle portanti vassoi e fiale d'argento, e precedute da trombettieri, di lunghe file di chierici vestiti di sciamiti d'oro e di damasco. Insieme col doge si recavano tutti al tempio di Santa Maria Formosa. Dodici fra le più belle e le più giovani donzelle, le Marie, acconciate molto riccamente con drappi d'oro e corone di pietre preziose, erano presentate al doge e festeggiate poi lungo il Canal grande. La festa durava dal 25 gennaio al 2 febbraio, fra baldorie, regate e spettacoli d'ogni maniera. Così una delle prime e più solenni feste civili dei Veneziani fu un omaggio alla donna.

Meno gentile, ma non meno singolare sarà la festa commemorante la vittoria sopra Ulrico patriarca d'Aquileia. I Veneziani vittoriosi trassero prigione il patriarca con dodici de' suoi canonici, avendoli, dice Marin Sanudo, il principe dei veneti cronisti, a farli tajar la testa. Ma, ad istanza del papa, furono rimandati, pur che il patriarca dovesse inviare ogni anno, nel giovedì grasso, un toro e dodici maiali - simbolo di scherno del patriarca e de' suoi canonici - per servir di spettacolo alla moltitudine. E la festa del Giovedì grasso, in cui si uccidevano il toro e i maiali, si rinnovò ogni anno con grandi allegrezze e matte baldorie.

Il sommo della veneta potenza, nel periodo delle origini, fu raggiunto sotto il dogato di Pietro Orseolo II. Ei ricondusse la quiete nella fervida città, aggrandì, non impetuosamente, ma per gradi, lo Stato, riescì, col valore, colla sagacia, colla costanza, ad accrescere e consolidare la propria potenza. La mente avea fine ed aguzza nel trovare ingegni a tenersi bene in arcione tra il Cesare bizantino e l'Imperatore tedesco. Trionfò dei pirati narentani, guerreggiò gli Slavi, conquistò la signoria delle città marittime della Dalmazia, tramandando ai successori il titolo di doge della Dalmazia, liberò l'Adriatico dai Saraceni, che l'infestavano. A buon dritto potè il doge, in appresso, commemorando tali conquiste, sposare il mare con la cerimonia più splendida di tutte le feste veneziane. Nè le arti della pace erano trascurate dal gran doge. Compì una parte della basilica di San Marco nel 1006, e quel turrito palazzo ducale, dove ospitò l'imperatore Ottone III, che ammirò, a quel che ne dice il diacono Giovanni, cappellano del doge Pietro, la bella e decorosa fabbrica. Dopo un secolo, sotto Ordelafo Faliero, si gettavano le basi di quell'Arsenale, che fu il più vasto d'Europa, e che ricordano tutti, più ancora che pei suoi fasti, per la stupenda descrizione di Dante - tanta è la potenza dell'arte.

Nel secolo XI, può dirsi veramente fondata la marittima signoria di Venezia, e l'Adriatico incominciò da questo tempo a considerarsi come un lago della repubblica. La libertà e il vero spirito dell'antica Roma qui continuavano in tutto il loro vigore. Questo giudizio non è di qualche storico piaggiatore, ma d'una delle anime più nobilmente fiere, che sieno mai passate pel mondo: Ildebrando. Di tanto fe' degna Venezia ardor di speranze e tenacia d'intendimenti. E il meraviglioso espandersi della possanza guerresca e civile si accompagna all'avanzamento dei commerci. Alle inquietudini interne, alle agitazioni civili succede la forte serenità. Vivissimo il commercio. Nelle vecchie carte si parla sovente di carichi di mercanzie pel valore di 150,000 ducati d'oro, di navi cum raxon de drapi, telle et altre cosse de valor de ducati 200,000. E si noti che erano in gran parte piccoli legni, perchè tutti voleano trafficare, tanto che il governo prescrisse con decreto le proporzioni più piccole di uno scafo per avventurarsi in mare.

Nè men fiorenti le arti e le industrie. - Venezia ha, fin dai secoli più remoti, fonderie di metalli, fabbricatori d'organi, officine di tessitura, di tintoria, di vetreria, fabbriche di sete, lini, velluti, broccati. Le antiche chiese, specie quelle di Grado e di Torcello, scintillavano di mosaici. Negli Annali di Eginardo, si ricorda, all'anno 826, Giorgio, prete veneziano, chiamato in Aquisgrana, per la sua abilità nel costruire organi. Orso I Partecipazio, asceso al trono dogale nell'864, mandò in dono a Costantinopoli dodici campane, e Pietro Orseolo II, fatto doge nel 991, fe' regalo a Ottone III di una tazza di fino lavoro di due troni rivestiti di lamine d'avorio e di una tazza d'argento. Non si può dire che in egual fiore fosse la cultura letteraria, se due documenti sono da due dogi, Pietro Tradonico e Tribuno Memo, firmati così: Signum manus domini excellentissimi Petri ducis e Signum manus Tribuni ducis. Ma fra quel pratico e operoso popolo di navigatori e di trafficanti non potevano aver culto se non le arti, che al dolce unissero l'utile. E tali arti andarono a mano a mano meravigliosamente avanzando.

Martino da Canale, narrando l'incoronazione di Lorenzo Tiepolo, nel 1256, descrive con pittoresca efficacia la sontuosa processione delle Arti veneziane: primi venivano i fabbri col loro gonfalone e con ghirlande in capo: poi i pellicciai riccamente addobbati di armellino e vaio, di sciamito e zendado. Seguivano, cantando, accompagnati da trombe, portando coppe d'argento, i tessitori; i sarti in veste bianca a stelle vermiglie: i fabbricanti di drappi d'oro e di porpora, con cappucci dorati in testa e belle ghirlande di perle; e via via i lanaiuoli, i barbieri, i vetrai, gli orefici. Gli orafi specialmente raggiungeano la dignità d'arte più squisita in quei piccoli capilavori di imagini, imitate dai bizantini, in quegli ornamenti d'oro e perle, di cui è perfino menzione nel testamento del doge Giustiniano Partecipazio dell'829, e in quelle catenelle d'oro, preferito ornamento sì delle gentildonne come delle popolane venete. Cito questo lieve, ma non insignificante particolare. Nel 1225, Federico II, il grande sovrano e il grande artista, ordina a un orafo di Venezia una zoia, un gioiello.

In questo periodo delle origini, la città ha un aspetto singolarissimo. Questa maravigliosa zattera di sabbia e di fango è indefinibilmente strana per forma e non rassomiglia ad alcun altro paese. Il Sannazaro, nel tempo in cui Venezia, un po' invecchiata, incominciava a porgere ascolto benigno alle bugie dei poeti, scrisse un epigramma, che gli fruttò cento scudi per ciascun verso (i versi erano però sei soltanto) e nel quale, comparando Roma a Venezia, conchiude col dire che quella fu fabbricata dagli uomini, questa dagli dei.

 

Illam homines dices, hanc posuisse deos.

 

Nulla di più poeticamente menzognero. Venezia fu fatta dai Veneziani. Il nume indigete erano la forza, l'operosità, il vigore, il coraggio, l'ardore di quei profughi intrepidi. Per voi, ad esempio, o signori, la patria è un dono, uno splendido dono di Dio - pei Veneziani è l'opera dell'industria umana. Entro questo vostro divino anfiteatro di colline, rigate dai canali freddi e molli, fra la magnifica pompa della verzura e dei fiori, palpita una dolce vita, dove hanno sorrisi tutte le cose, viventi nella felicità di un'armonia serena, armonia dei colori e della luce, del suolo e dello spazio. Qui l'opera dell'uomo è un sublime commento all'opera della natura, e l'arte temperata al sentimento dell'aere circostante, assume una elegante semplicità e compostezza di linee, una nobiltà morale di forme che riposa l'animo e contenta l'occhio. La cupola del Brunelleschi, il campanile, la loggia dei Lanzi, Orsanmichele sono come il compimento di Bellosguardo, di Fiesole, di Monte Oliveto, di San Miniato, e le linee del paesaggio con quelle degli edifizî si fondono nel comune accordo. Venezia invece, eretta sur un labirinto di secche e di paludi, sovra un piano di acque e di alghe, dovea rispecchiar nell'aspetto, fin dall'origine sua, i capricci imaginosi dell'uomo, non già l'impero della natura esteriore. Guardate San Marco, il prodigio dell'architettura veneziana! È una sublime bizzarria. I rosoni, i rabeschi, gli intrecci, i pinacoli slanciantisi al cielo, presentano l'aspetto di una lussureggiante vegetazione di pietra. Le arcate a trifoglio, le aguglie traforate, l'innesto dell'arco acuto sul bizantino, tutta l'opera fine, con la sua ricca veste di sculture e di cesellature, colle sue armonie e co' suoi disaccordi, sembra una vasta sinfonia nel marmo. Nessuna licenza è vietata; simboli di tristezza macilente e di florida giovinezza, figure misticamente rigide e mondanamente voluttuose, vergini e martiri assorti in visioni serafiche, e angeli e beati, vivificati da idee terrene, mostri e chimere del paganesimo a canto ai santi del cattolicesimo. - Tale Venezia. - Percorrendo il Canal grande, ci passano dinanzi fantastiche architetture bizantine, palazzi di stile arabo-archiacuto simili a trine di marmo, edifici del Rinascimento corretti e severi, moli maestose della decadenza dalle bugne massicce, dalle cornici ponderose. Qui l'architettura non ha tradizioni e, tra gli splendori del cielo e le iridescenze delle acque, cresce mobile, varia, fantastica, come le tinte dei tramonti, come i riflessi delle lagune. Nessuna città è passata per più diverse forme.

L'imaginazione può compiacersi senza allontanarsi dal vero, a raffigurarsi così l'aspetto di Venezia adolescente. Quelle sporgenze dal fondo lagunare, su cui era sorta la città, si chiamavano con varî nomi: dossi, scanni, barene, tombe, velme. Eretta una casa sopra una palude, si chiedeva al governo di estendervisi con interrimenti. E il tributo per la concessione, era alcune volte un bel paio di guanti di camoscio pel doge. I canali (rivuli), che s'incrociavano in ogni parte e si chiudevano per sicurezza con catene, erano fiancheggiati da alberi. Si attraversavano i ponti di legno di brevissimo arco, senza gradini, si seguivano strade lungo i canali, chiamate fondamenta o junctoria, si entrava in certe piazzette anguste (campielli), per certi chiassuoli stretti (calli) e si riesciva all'aperto dinanzi a qualche largo specchio d'acqua (piscina), a seni, a sbocchi, oppure fra verdi prati (herbidi piani), dove pascevano armenti, o in mezzo a folti boschetti. La piazza di San Marco si chiamava brolio, ossia orto, perchè ricoperta d'erba e piantata d'alberi. Apparivano qua e là saline in muratura, e incassati tra argini e canali stendevano i raggi delle loro ruote i molini, chiamati acquimoli. Si camminava sul nudo terreno: i cavalli correvano per la città, e i porci dei monaci di sant'Antonio grufolavano continuamente per le vie - sub specie et reverentia Sancti Antonii vadunt per civitatem - diceva un decreto del Maggior Consiglio. Le case erano, nei primi tempi, coperte di tavolette di legno o di paglia e alcune non aveano altra via che d'acqua. Ogni magnificenza era riservata ai pii edifici e alla dimora del capo dello Stato. E fra le case e sopra i tetti, nettamente intagliate nel pieno azzurro, vele, antenne, cordami. Poi prospetti lontani di altre case e di altre vele, e sullo specchio tranquillo della laguna le svelte navi - le zalandrie, i dromoni, le galee - il cui solo nome, il solo ricordo, ci svegliano nella mente la visione della gloriosa epopea marinaresca delle città italiane. Squadre intere di navigli, che toccavano i porti dell'Asia e dell'Africa e scorrevano i mari del Nord; naviganti che, con la sicurezza della forza e il presentimento della gloria, spingeano la prora così fra le acque su cui si riflette il sole d'oriente, come fra le sconfinate solitudini brumose del settentrione; marinai che passavano a traverso mari inesplorati e toccavano terre ignote, fra gli ostacoli della natura e i più perversi ostacoli degli uomini, fra grida alzantisi nello spazio a osannare al trionfo e urla imprecanti inutilmente alla morte - intrepide avanguardie del progresso umano, della civiltà moderna, della gloria italiana.

Una sola città avrebbe potuto rivaleggiar con Venezia e metterne in dubbio il primato: Amalfi. Alla città surta là dove il monte cala, lieto di verzura e fiorente di messi, al mare, accorrevano d'ogni fatta stranieri. La descrizione di Amalfi fatta da uno scrittore, a cui la poesia non fa velo alla verità del giudizio, Guglielmo Apulo, non ha nulla da invidiare alle condizioni di Venezia nei tempi più prosperi. Straricca di tesori e frequente di popolo: le case piene d'argento, di stoffe d'oro, di tessuti di seta. I suoi marinai, noti in tutto il mondo, san farsi strada sulle onde, in mezzo ai venti e alle tempeste. Le merci che escono da Alessandria d'Egitto e dalla città d'Antioco sull'Oronte, affluiscono tutte alla spiaggia d'Amalfi. Non v'ha porto in Arabia, nella Libia, in Africa, o nei paesi della Sicilia, che non sia stato visitato dall'Amalfitano. Ma fu luce rapidissima, come fu passeggero lo splendore di Napoli, Gaeta, Sorrento, signore dei mari, ben prima che dalle ruine dell'antica grandezza greco-romana risorgessero le repubbliche di Pisa, di Genova e di Venezia. In sui primordi del secolo XII, la libertà e la prosperità amalfitana furono spente dalla violenza di quegli eroici avventurieri normanni, a cui nulla omai più resisteva in Italia, nulla, tranne Venezia, la quale con la giovanile energia delle sue forze, dopo una fierissima guerra, durata tre anni con varia fortuna e finita nell'agosto del 1085 colla presa di Durazzo, salvò dai Normanni il decrepito Impero bizantino, ottenendone in compenso privilegi importantissimi, nuovi possedimenti, libertà assoluta di traffico e perfino un quartiere distinto in Costantinopoli stessa.

Qui Venezia si trova di fronte ad altre due città marittime, che andavano anch'esse crescendo in potenza, e alle quali la fortuna della rivale non poteva non destare sospetti e antagonismi, scoppiati poi in sanguinose discordie.

Pisa non era una nuova venuta. I documenti della sua nobiltà risalivano all'antica civiltà etrusca, alla grandezza romana. Risorta dopo l'invasione barbarica, ebbe a combattere i Saraceni. Ma il valore delle armi non si scompagna agli accorti maneggi del commercio e ai provvidi ordinamenti civili. Il dominio della contessa Matilde fu più di nome che di fatto e non impedì il libero svolgimento della libertà, fecondatrice di ricchezza e benessere materiale. E quanta fosse la sua floridezza commerciale, provano le parole del monaco Donizone, il quale, nel suo ascetico fanatismo, vede i navigatori pisani trasformati in mostri marini e la città insozzata da male generazioni di Pagani, Turchi, Libici, Parti, e le sue spiaggie corse dai Caldei.

Dopo aver combattuto contro la vicina Lucca, Pisa combattè pel possesso della Sardegna contro Genova.

Difficili i primi passi di Genova, umili le origini: trafficare coi porti vicini, combattere i predatori saraceni e normanni. A poco a poco, a nuovi commerci nuovi lidi. Fin dal 958, essa gode della sua libertà, non funestata mai da capricci superbi di conti, di marchesi, di duchi, ai quali tutti il trattato di Berengario II e di Adalberto vietano di porre piede nella città. Prosperano le compagnie cittadine belligere e trafficanti. Da prima, insieme coi Pisani, Genova strappa ai Mori la Sardegna, ma ben presto le armi consociate diventano fratricide, e la guerra fra le due città dura sessant'anni.

Ad accrescere la ricchezza e le rivalità delle città marinare d'Italia giungono le crociate.

È opinione comune che tra le prodezze irreflessive, ma generose delle crociate, Pisa, Genova e, in ispecie, Venezia, non abbiano cercato che l'interesse ed abbiano fatto servire una grande idealità religiosa ad ottener dovizie materiali, ad aprir nuovi scali al commercio. Certo, fra quei tre popoli non apparve l'ascetismo feroce, nè il principio di autorità dogmatica, soccorritore del feudale e del dinastico, ma la religione fu sentita e intesa fra quelle genti, nè fu ipocrito pretesto di mercantili speculazioni. Vi sono popoli credenti e pratici a un tempo, come l'inglese e il veneziano. Sono sinceri in tutti e due gli atteggiamenti della loro esistenza, e perchè sinceri colgono i frutti di ambedue queste attitudini dello spirito. Il missionario inglese, quando con la Bibbia, tradotta in tutti gli idiomi asiani e africani, s'avanza in regioni ignote a spargere la santa semente del verbo di Dio, è profondamente sincero e devoto al suo ideale fino a rifiutare per esso la vita. Ma, superate le difficoltà, egli è egualmente convinto di servire alla sua patria mutando l'evangelista in negoziante, segnando la via ai cotonieri del Lancashire e qualche volta, e Dio gli perdonerà, ai fabbricatori di brandy del suo paese. Così Venezia: devota a Cristo, si sentiva bensì accesa di zelo religioso per la liberazione del Santo Sepolcro, e, all'infuori di ogni pensiero mondano, palpitava nella isoletta di Rialto, come il grande signore di Francia e di Lamagna nel suo maniero. Ma a canto all'imagine di Gesù crocifisso, i signori dei mari intuivano tutti i nuovi orizzonti di traffichi e di colonie e vi si fisavano con amoroso zelo. E in quel connubio di palpiti cristiani e di mercantili disegni, si accordavano la religione con l'industria, l'ascetico col mercadante, e l'imagine di Gesù liberato si adornava di tutte le opulenze della nuova vita economica. Così erano, o signori, anche i vostri antenati. Credenti, mercadanti e diplomatici a un tempo, mistici e positivisti, i lucri guadagnati negli arditi commerci consegnavano alla divinità e dai banchi uscivano gli artefici, che erigevano i vostri insigni monumenti. Così la nostra storia prova come sia vano, sterile e oseri dire irreligioso, un ascetismo monastico orientale, che si consuma ne' suoi malaticci idealismi, e come, alla sua volta, conduca a ruina una sete di lucro, che non si temperi, non si legittimi e direi quasi non si purifichi in queste aure salubri della idealità. Quanto diversi, o signori, dai coloni italiani del nostro tempo, i quali, senza ideali religiosi e senza disegni di utili operosità, si avventurano in luoghi, che nè i nostri antichi apostoli, nè i concittadini di Marco Polo e di Colombo avrebbero eletto a sede di colonie. Il che dimostra appunto, perchè ci fa difetto il modo di scegliere con infallibile rettitudine di giudizî, quanto ci manchi e quanto siamo lontani dalla sana idealità e dall'avveduta operosità dei nostri maggiori. Oh! non disputavano a Venezia sulla fecondità e sull'avvenire delle grandi colonie che occupavano, come non disputavano a Genova su quelle del mar di Marmara e del mar Nero. Le opime spoglie che ne traevano non consentivano i dubbi dolorosi, che s'odono nei nostri parlamenti.

Ma, siamo giusti, ciò che ai nostri maggiori mancava era il senso della concordia. I vicini interessi e le comuni imprese fecero scoppiare più fieri i dissidî fra Pisa, Genova e Venezia.

Intanto da una straordinaria impresa era agitata quest'ultima città. Quando Innocenzo III tentò ravvivare la santa guerra, i crociati francesi si rivolsero, per ottenere il navilio, a Venezia. Era allora doge Enrico Dandolo, vecchio ottuagenario, a cui gli anni e la debole vista accresceano l'ardimento e l'energia; indole tenace e impetuosa e nello stesso tempo astuta e dissimulatrice. Egli accettò le proposte, ma prima di accingersi all'impresa, volle avere l'approvazione del popolo, ch'ei fe' radunare nella chiesa di San Marco, la plus belle que soit, come la chiama Goffredo di Villehardouin, uno di quei crociati. I cavalieri di Francia dalle armi corrusche, i veneti patrizî dalle vesti gravi e maestose dell'Oriente, il popolo dalle fogge variopinte, si adunarono sotto le cupole dorate dai scintillanti mosaici, fra quella strana architettura di colonne superbe sovrapposte a colonne, tra le effigie mirabili e i marmi preziosi.

Il vecchio doge, in luogo eminente, indossava una tunica purpurea, un manto affibbiato con borchia d'oro e un corto bavero d'ermellino. Parlò Goffredo di Villeardouin pregando Venezia ad accompagnare i baroni francesi a vendicare l'onta di Gesù. La voce di quel guerriero entusiasta si alzava trionfante come un inno, ricercava le fibre più intime di quei cuori, finiva addolcendosi in una prece, nella quale passava il puro alito della fede. Allora da più di diecimila petti un grido s'alzò sotto le vôlte dorate della chiesa e il doge e i legati francesi giurarono sulle loro spade. Ma quando furono pronte le navi, non trovando i baroni di Francia, tutta la somma stabilita pel passaggio, Enrico Dandolo propose loro, in luogo di soddisfare intero il debito, di riconquistare insieme coi Veneziani la città di Zara ribellata. La proposta fu accettata, e, dopo poco tempo, Zara cadeva. Durante l'assedio si presentava ai crociati Isacco, imperatore di Costantinopoli, spodestato da un usurpatore, chiedendo aiuto per ricuperare il trono. Papa Innocenzo, che avea con ogni possa cercato d'impedire l'impresa di Zara, scagliando perfino i fulmini apostolici, ora secretamente favoriva la spedizione di Costantinopoli, vagheggiando l'unione della Chiesa anche in Grecia. Avea finito col trovare gli opportuni ripieghi sacerdotali, concludendo con un pensiero degno della politica odierna: necessitas, maxime cum insistitur opere necessario, multum et in multis excusat. E poi troppo recenti erano le greche perfidie contro la repubblica di San Marco, perchè ogni veneziano non sentisse in cuore il desiderio della vendetta. Non erano ancor vive le generazioni che aveano veduto il fedifrago imperatore gettar un giorno in carcere tutti i Veneziani, che avea potuto prendere ne' suoi stati? E il valore dei Veneti, condotti da Vitale Michiel non era stato reso impotente dalle inique arti dei Greci? E non si era tentato di perdere coll'inganno più infame lo stesso Enrico Dandolo, che in Costantinopoli avea tentato di salvare l'onore della patria? Non erano le leggi e i trattati arbitrariamente violati dalla corte bizantina? D'altra parte, e i documenti attestano ciò, il Pontefice e il Doge si accordavano nel pensiero che la sommessione di Costantinopoli potesse agevolare il conquisto di Terrasanta. Fu stabilita l'impresa e compiuta; ma poco stante, in seguito a nuove rivoluzioni e intrighi di palazzo, i crociati vennero a rottura coi Greci, e Costantinopoli fu presa per la seconda volta. Quando il gonfalone di San Marco sventolò sulle mura di Costantinopoli, i Greci fuggirono spaventati, fra il confuso rumor d'armi e di grida, unito al frastuono orrendo di urla, di gemiti, di pianti. E il Papa, plaudendo agli eventi fortunati, scriveva ai vescovi, abati e duchi dell'esercito: sane a domino factum est istud et est mirabile in oculis nostris. E dimenticò Terrasanta.

«Dalla creazione in poi non v'ebbe più larga preda» scrisse il Villehardouin. Immense ricchezze e preziosi oggetti d'arte furono salvati nella generale rapina, e trasportati in patria dai Veneziani: quadri, statue, gemme con cui arricchirono la pala d'oro e il tesoro di San Marco, e i quattro celebri cavalli di rame dorato che, trasportati da Chio, dall'imperatore Teodosio II, a ornare l'ippodromo di Bisanzio furono posti sul pronao della basilica veneziana.

La forza di Venezia imperava ormai sull'Oriente. All'interno potea dirsi secura, coi nuovi ordinamenti politici, per mezzo dei quali si svolgeva la sua attività, colla legge che impera e custodisce, colla concordia che fortifica e rafferma. Sottratta già da lungo tempo al popolo la dogale elezione, chiuso a chi non fosse nobile, il governo, s'era consolidato quel reggimento di ottimati, grande anomalìa fra due cose normali, il governo cioè di tutti e quello di un solo che tutto eguaglia in una comune tirannide, quel reggimento di ottimati che salvò l'indipendenza veneziana. Costituzione non certo desiderabile oggi, ma per quei tempi ammirabile, e che illuminò del suo raggio uno dei periodi più gloriosi della libertà fiorentina, quando, tenendo gli occhi fissi a Venezia, fra Girolamo Savonarola, Paolo Antonio Soderini, Francesco Valori e altri magnanimi volevano garantire la nuova indipendenza, affidando la somma delle cose ai migliori dei cittadini, ai benefiziati, e instituendo il Consiglio grande. Il tentativo fallì, poichè la tenacia del volere non fu pari all'altezza degli intendimenti.

Delle due forti rivali di Venezia, Pisa in breve non fu più da temersi. La sua potenza s'infranse allo scoglio della Meloria e sulla bella e sventurata città aleggiò l'arte, supremo conforto. Quando l'età delle forti imprese si oscura, s'inalba luminosa quella delle arti.

Restava Genova, nè il vessillo di San Giorgio volle per lungo tempo e a niun patto piegare dinanzi a quello di San Marco. Lunghe e accanite le guerre, brevi le tregue, per ripigliar lena a nuove battaglie, combattute con varia fortuna.

Nel 1256, i Liguri spogliano le navi veneziane nel porto d'Acri e saccheggiano il quartier veneziano. Lorenzo Tiepolo corre alla vendetta, con gran numero di navi e coll'aiuto dei Pisani, spezza la catena del porto, preda e arde le navi nemiche, penetra nella città, incendia il quartiere dei Genovesi ed espugna il castello di Mongioia. Invano i Genovesi tentano riannodare le forze: il Tiepolo, presso a Tiro, li sbaraglia una seconda volta; poi non lungi da Acri stessa, li sconfigge nuovamente con più sanguinosa battaglia.

Nel 1261, la gelosia ligure rialza il trono greco a Costantinopoli. Vi si oppone Venezia e ne vien nuova guerra, finita colla rotta dei Genovesi nelle acque di Trapani.

Una fiera rivincita prese Genova a Curzola, quando, sotto il comando di Lamba Doria, un minor numero di galee vinse i Veneti condotti da Andrea Dandolo. Il Doria trasse seco a Genova 5000 prigioni. Marco Polo fra questi. Lo sfortunato ammiraglio di Venezia die' di cozzo nell'albero della sua nave e morì....

Ma a che oggi riandare la serie di questi gloriosi delitti? Nel camposanto di Pisa, in quella dimora di morti, dove palpita tanta parte di storia italiana, stanno appese, non già trofeo di ire fraterne, ma segno perenne di fraterno affetto le catene del porto di Pisa, dai Genovesi prese e donate ai Fiorentini. Nell'affetto sereno della patria unificata, Firenze e Genova vollero restituite a Pisa quelle catene, come augurio d'invitta concordia fra le città italiane, pegno e segnacolo di un'êra novella.

Ora una luce irradiano quei torbidi ricordi di storia italiana, luce di fraternità e di pace.

 

 

 

LE ORIGINI DEL COMUNE DI MILANO

 

DI

 

Romualdo Bonfadini

 

Lo studio delle origini - è bene saperlo prima di mettersi in via - rappresenta per lo spirito piuttosto una fatica che un diletto.

La scarsità delle fonti, la cronologia difficile, l'ermeneutica capricciosa obbligano a lunghe indagini, a laboriose induzioni, per istabilire quello che si suole chiamare la verità storica e che, nella maggior parte dei casi, si limita ad essere la congettura più verosimile. E d'altra parte, urtano così fieramente coi nostri i costumi, i sentimenti, le leggi di quell'epoca buia, che il piacere dei paragoni scompare, e la stessa immaginazione si stanca a cogliere e ricomporre la continuità dei contorni in quelle figure, di cui la storia non può dare generalmente che tratti incompleti, interrotti, sfumati nel tipo morale e nelle particolarità dell'azione.

Però, v'è un aspetto del problema che può mitigar la fatica di questo studio. È una soddisfazione di pensiero che non può sembrar vana al filosofo, se anche lascia indifferente l'artista. Poichè nello studio delle origini assai più che nello spettacolo delle decadenze l'orgoglio dell'umanesimo trova ragion di affermarsi.

Le origini non sono altro, storicamente, che i periodi nei quali le istituzioni umane, di qualunque natura, passano dallo stadio anarchico ad una forma organica. Ora, difficilmente questa trasformazione si manifesta, senza l'impulso della virtù. Virtù d'uomo o virtù di popolo; genio di individui o istinto di moltitudini; energia d'iniziative, quand'anche macchiate dalla fatalità del delitto, o devozioni di concordia, quand'anche rese inefficaci da difetto di previdenza.

Il fenomeno può dirsi costante, in quanto si riferisca alle origini dei poteri pubblici, siano monarcati, comuni e repubbliche. Sembra quasi che la Provvidenza abbia voluto imprimere a questi periodi, che rasentano in certo modo lo sforzo della creazione, quel carattere di grandezza che necessariamente segue o circonda i creatori. Così, non si può pensare alle origini della monarchia francese senza risalire a quel Carlo Martello, che rimane nelle fantasie popolari come il tipo del guerriero nazionale invincibile. Ruggero il normanno e Umberto Biancamano dominano della loro fiera e simpatica personalità le origini dei due maggiori principati italiani. Nè la fondazione della monarchia spagnuola può disgiungersi da quel generoso nucleo di patrioti, raccoltisi con Pelagio sui monti baschi a costituire il battaglione sacro della resistenza nazionale. Nè la storia grande della repubblica di Venezia può farci obliare quell'energico esodo di pescatori che giurano di mantenere, sulle palafitte di Rialto, la loro libertà insidiata dalle orde conquistatrici della terra-ferma.

È sopratutto nel secolo undecimo che l'Italia vede sorgere a vita organica parecchie delle sue agglomerazioni politiche. Prima del mille, qualche tentativo di ricostituzione serve quasi unicamente a confermare lo stato di dissoluzione in cui langue tutta la penisola. Non s'è ancora dimenticata l'ultima violenza delle invasioni barbariche ed ecco sopraggiungere a disgregare ogni compagine sociale la preoccupazione del finimondo. Le lotte civili, accanite negli ultimi tempi, vanno perdendo d'intensità, non perchè scemi l'abitudine delle offese, ma perchè tutti sono intenti al pericolo della fine suprema, che le profezie popolari hanno segnalato.

Come il feudo era stato lo strascico della conquista, così il beneficio ecclesiastico diventa lo strascico lasciato dalla paura del finimondo. Le autorità secolari, che non possono garantire la vita eterna, perdono d'influenza; ne acquistano a dismisura le autorità chiesastiche, nelle cui mani stanno le chiavi del perdono e della salvezza. Così il potere politico viene a poco a poco assunto dagli arcivescovi, contro i quali non hanno più forza i conti e i duchi, lasciati dai conquistatori stranieri a rappresentanti dell'impero feudale nelle città. Le donazioni arricchiscono preti e monasteri, che dalla ricchezza traggono facile stimolo alla corruzione. Ed ecco preparate le due questioni che nel secolo undecimo agiteranno l'Italia. La lotta per le investiture e la riforma disciplinare del clero. Nè dal mille è lontano Gregorio VII, che di entrambe le questioni sarà nel tempo stesso il più formidabile campione e la più illustre vittima.

Senonchè il pauroso millenio è superato senza catastrofi e il mondo comincia ad acquetarsi nel pensiero della propria continuazione. Che cosa accade? che i pochi, fatti potenti dalla superstizione, mirano a rassodare e rendere più completo il loro dominio; che i molti, costretti a vivere dopo aver creduto di morire, rimpiangono la cecità loro e le sostanze stremate; che il disagio turba profondamente le classi popolari, le quali escono dalla crisi, sentendosi sul collo il giogo rinnovato di due tirannie. Intanto ricompaiono le discordie intestine, le lotte feudali, che soltanto il timore della distruzione universale aveva frenate. Le ingordigie e le violenze si danno ad eccessi tanto maggiori quanto più lunga è stata l'epoca della loro forzata inazione. In questa ridda di passioni scompare ogni benessere di plebi, ogni generosità di ottimati; la legge è fatta ludibrio nelle mani di ogni forte; e il forte di oggi diventa lo sconfitto del giorno dopo. Tutto questo ha un solo risultato, una sola caratteristica, un solo nome: è l'anarchia.

Di qui nasce, nel secolo undecimo, quella reazione salutare che dà vita ai principati ereditari ed alle repubbliche comunali. Così l'una come l'altra forma organica è accetta alle moltitudini, delle quali ordinariamente soltanto il caso dispone. Poichè non bisogna illudersi che alle costituzioni cittadine del secolo undecimo abbia spinto un prepotente bisogno di libertà. Il bisogno prepotente era l'ordine, era la fine dell'anarchia. Dove il genio o la prepotenza d'un uomo bastasse a dare questa sicurezza di governo organico, le popolazioni accettavano anche la tirannia d'un solo, purchè le liberasse dalla tirannia dei molti. Se l'uomo mancava, o il genio non faceva perdonare la prepotenza, le moltitudini cercavano alla libertà il modo di vincere l'anarchia. Ma ci sono voluti dei secoli - forse ce ne vorranno ancora - perchè la libertà, accettata come il veicolo di un beneficio, diventasse un beneficio per sè. Quelle moltitudini, che nel secolo undecimo avevano saputo disciplinare gli ordigni della libertà, non esitarono a romperli, quando appena un'impressione momentanea portava verso altri orizzonti l'animo loro. La storia può essere interpretata, ma alla storia non può sostituirsi il desiderio. Il vero è che nei nostri grandi Comuni, se della libertà mancò rare volte l'intelligenza, quasi sempre mancò l'amore. Il vero è che nel sagace desiderio dell'ordine, le moltitudini italiane oscillarono spesso e spontaneamente fra i poteri autonomi e i principati sovrani. Poichè non sempre furono i tiranni che strozzarono le libertà; qualche volta le libertà si sono umiliate ai tiranni.

 

Una riprova di queste induzioni la si troverebbe con poco sforzo nella storia di uno dei maggiori municipi d'Italia; di quello che per la sua giacitura ha subìto prima degli altri, e forse più gravemente d'ogni altro, lo storico avvicendamento delle invasioni, delle liberazioni e delle tirannidi.

Intendo parlare di Milano.

Al principio dell'undecimo secolo Milano era forse una delle più popolose città d'Europa, e, senza forse, la più popolosa d'Italia. Era già stata a quell'epoca due volte nella polvere e due volte sugli altari. Nel secolo quarto, come sede del Vicario d'Italia, era considerata la seconda città dell'impero Romano. Il ferocissimo Uraja, condottiero dei Goti, vi sterminò più di 30 mila abitanti e fece della marmorea città un mucchio di rovine. Per tre secoli Milano sparisce quasi dalla storia e perde quei privilegi, che invece usurpano, come più floride, Pavia e Monza. La sola influenza che vi rimane grande è quella dell'arcivescovo; influenza che, per l'indole sua, subiva poco le fluttuazioni della prosperità materiale, conservando quel principato diocesano che si estendeva sopra 24 vescovati suffraganei e sopra un territorio che andava da Genova a Coira, da Mantova a Torino.

Ed è un arcivescovo, che nel secolo nono ritorna a floridezza e splendore le condizioni di Milano, venute lentamente migliorando sotto il regime dei Longobardi e dei Franchi. Ansperto da Biassono, probabilmente uscito dall'antichissima famiglia dei Gonfalonieri, governò per tredici anni, dall'868 all'881, la sede milanese; vi esercitò potere largo e benefico; mantenne contegno vigoroso contro le pretese di un pessimo Papa, Giovanni VIII; e rialzò, completandola, l'antica cerchia murata, già eretta dall'imperatore Massimiliano e demolita dai Goti. Questo bastò perchè fra gli abitanti della Lombardia, atterriti dalle frequenti scorrerie degli Ungheri e dall'imperversar dei banditi, si determinasse un vasto moto di emigrazione verso la città, dove quelle nuove e solide difese garantivano la vita e gli averi. Rapidamente la popolazione di Milano aumentò; sicchè nel secolo undecimo poteva calcolarsi, secondo il Cibrario, a trecentomila abitanti.

Questa però era prosperità materiale; che non toglieva l'anarchia delle prevalenze politiche, il mutabile avvicendarsi degli ordinamenti, la moltiplicità dei despotismi e delle giurisdizioni, la tradizione ostinata delle civiche turbolenze.

Cominciava l'incertezza nella stessa persona del sovrano legale. Ogni morte di principe dava occasione a più guerre, ed ogni volta si mutava la base elettorale o la forma di consacrazione del nuovo Re.

Dopo Carlo il Grosso, la successione dinastica di Carlo Magno in Italia era finita. Con un po' di concordia, le conseguenze della conquista avrebbero potuto mitigarsi e dar luogo all'instaurazione d'una monarchia nazionale. Invece, due Berengarj, un Guido, un Rodolfo, un Ugo, un Lotario, un'Ermenegarda, riempiono di lotte e di supplizi un secolo intero; dopo il quale, invitati dagli stessi pretendenti, i Re di Germania scendono a rioccupare il feudo italico. Nell'888 Berengario era stato coronato in Pavia, nel 961 Ottone I si fa coronare in Milano.

Questa mutazione di famiglia dinastica non impedisce che rimangano, sotto i nuovi principi, cogli antichi poteri, i rappresentanti degli antichi regimi.

Già i Longobardi avevano destinato un Duca a governare la città; e questo teneva il suo tribunale in un palazzo apposito, che si chiamava la curia del Duca, il cui nome, corrotto, vive ancora in una delle località milanesi più note, il Cordusio. I Franchi vi sostituirono un Conte, o piuttosto dei Conti, poichè sminuzzarono il territorio milanese e divisero dalla città i circondari rurali, di cui ciascuno ebbe il suo Conte, e si chiamarono a poco a poco il contado. Poi venne l'epoca della maggiore preponderanza degli arcivescovi; i quali, assenziente l'imperatore Germanico, si sostituirono ai Conti nel governo temporale delle città murate e degli abitanti immediatamente finitimi, distinti allora, per rispetto a quella sacra dominazione, col nome di Corpi santi.

Senonchè l'appetito veniva anche allora col cibo. L'arcivescovo di Milano, vistosi divenuto quasi un monarca, lottò coi monarchi, e pretese aver egli facoltà di consacrare quei principi da cui veniva poi investito dell'autorità sua. Indi la ragione di nuove lotte e di nuove incertezze nella sovranità. Si cominciò a distinguere, nella stessa persona, la qualità d'Imperatore Romano da quella di Re d'Italia. A Roma si otteneva la corona imperiale dal Papa; la corona reale doveva ottenersi a Milano dal successore di Ambrogio. Naturalmente, se questi Imperatori erano forti, combattevano le pretese dell'arcivescovo; se erano deboli, le subivano. E vediamo infatti che nell'876 Ansperto da Biassono presiede in Pavia una Dieta di vescovi e di conti, che elegge a re d'Italia Carlo il Calvo, già incoronato a Roma. E nel 1027, Corrado il Salico riconosce esplicitamente questo nuovo diritto, dicendo in Roma ai prelati che assistevano all'incoronazione: «sicut privilegium et Apostolicae Sedis consecratio imperialis, item Ambrosianae Sedis privilegium est electio et consecratio regalis[2]

A Milano poi - come, del resto, in ogni altra città considerata sotto l'alto dominio feudale - la giurisdizione del principe si esercitava a periodi intermittenti, mediante magistrati speciali, eletti in ogni occasione dal principe stesso, e che passavano sotto la comune denominazione di missi dominici. Era specialmente affar loro amministrar la giustizia, sedere arbitri fra le contese private dei cittadini, reprimere i violenti, difendere, dicevasi, i deboli. In ciò la loro autorità s'intralciava con quella dei duchi, dei conti, dei vescovi, e le decisioni contradditorie aumentavano le amarezze e gli sdegni. Nè questi missi dominici scendevano sempre dalle Alpi a portare la parola imperiale. Più volte quest'autorità si delegava dall'Imperatore a un conte, all'arcivescovo, a questo o quell'altro patrizio importante della città.

Che poi questi giudici avessero, indipendente da ogni altra, la forza necessaria per far eseguire i loro giudicati, non appar chiaro dai documenti dell'epoca. Se le parti s'acquietavano, il giudice imperiale poteva dirsi fortunato; se non s'acquietavano, chi aveva più forza si sottraeva agli obblighi imposti, e la sentenza non eseguita diventava un disordine, qualche volta un tumulto di più. A buon conto, per le uccisioni, che erano pur troppo allora i delitti più frequenti e più comuni, durò lungamente in vigore una legge di Carlo Magno, conservata dai successori, mediante la quale l'uccisore poteva liberarsi da ogni noia, col tribunale, pagando il vidrigildo (wehrgeld), ossia l'ammontare del valore, a cui era stimata la persona uccisa. È facile vedere a che conseguenze poteva tirare una disposizione di così ingenua barbarie. Non erano i ricchi quelli che valevano meno, e non erano i popolani quelli che potessero permettersi il lusso di simili pagamenti.

Si aggiunga a queste cause di profondo turbamento materiale e morale l'organismo interno delle classi nobili, dei discendenti dall'antica razza conquistatrice.

Passato il primo ed aspro periodo dei duchi, di fattura longobarda, e a potere interamente dispotico, i Franchi, ai quali era toccato in sorte regno più vasto e dominazione quasi europea, dovettero moltiplicare i loro conti, e tollerare necessariamente quella maggiore suddivisione di territori e di attribuzioni che corrispondeva alla minore intensità del dominio.

Elettivi dapprima, per sola e mutevole volontà del principe, come furono generalmente tutti i titolari feudali, fino alle leggi di Corrado il Salico, i più potenti cominciarono a poco a poco a rendere la carica ereditaria nella loro famiglia. Così a Milano s'era insediata la famiglia d'Este, i cui antichi progenitori rendevano giustizia, di padre in figlio, nel palazzo ducale longobardo, la Curia ducis. E questi, o mossi da precoce sentimento d'italianità, o, più verosimilmente, dal desiderio di aumentare, a spese di un sovrano più debole, la loro autonomia, s'erano fatti sostenitori, dopo la morte di Ottone III, di quel valente e infelice Ardoino d'Ivrea, che fu, prima di Vittorio Emanuele II, l'ultimo personaggio italiano, sulla cui fronte si sia posata una corona di re d'Italia.

Così la famiglia dei conti di Milano provocò le ire di Enrico II, re di Germania, debellatore di Ardoino. Parecchi membri di essa furono arrestati e trasportati in Germania, dove seminavano germi di nuove dinastie; ed essendosi contemporaneamente innalzato il potere degli arcivescovi, questi trasmisero ad altra famiglia di loro fiducia la gerenza degli affari spettanti alla contea. Indi, l'istituzione e l'aumento di dignità dei vice-conti o Visconti, che pure a quell'epoca appaiono nella corte arcivescovile e che, succedendosi ereditariamente essi pure nell'alta intimità coi sommi prelati milanesi, mettono le basi a quella potenza che, trecent'anni dopo, manderà così estesi e così tetri bagliori.

Senonchè nè il re, nè l'arcivescovo, nè il conte avrebbero potuto reggersi frammezzo a tante incertezze di eventi e di plebi, se ai loro privilegi non avessero cercato appoggio - oseremo quasi dire complicità - nei privilegi di quella classe nobiliare, che ripeteva l'origine sua dall'aristocrazia barbarica e dal primo spartimento delle terre, fatto in odio degli antichi elementi romani.

Di lì un primo strato di altissima nobiltà cittadina, che nelle storie è chiamata dei Capitani. Non molti e potentissimi, possedevano nella città vasti palazzi e torri merlate, munite a difesa e ad offesa. Avevano clientele assai numerose, vassalli dentro e fuori le mura, tenevano squadre di armigeri, s'erano addossata la custodia delle varie porte della città. Anche in essi il feudo era divenuto ereditario, o per concessione di principe o per lunga tolleranza di usurpazione.

Ma col rapido movimento della popolazione, specialmente dopo la riforma edilizia di Ansperto, quel primo strato di aristocrazia apparve insufficiente alla sicurezza dei privilegiati. Trecentomila popolani, ormai fattisi agiati colle arti e coi commerci, non subiscono impunemente la dominazione di trecento ottimati. Questi sentirono dunque il bisogno di allargare ad altre famiglie discendenti dagli antichi conquistatori una parte dei vantaggi fino allora esclusivamente goduti dai Capitani. Il feudo aumentò di estensione, perdendo d'intensità. E così vennero costituendosi i Valvassori; nobiltà intermedia fra la plebe e i feudatari maggiori; che stavano coi Capitani, quando il popolo romoreggiava contro questo eccesso di privilegiati, ma che ai Capitani tennero più volte il broncio, perchè non potevano ottenerne quella concessione che i Capitani stessi avevano per sè carpita al supremo signore feudale, cioè la trasmessione ereditaria del beneficio. Nè qui si fermava lo sminuzzamento della classe nobiliare; poichè tra i Valvassori e la plebe sorsero i Militi; un altro stato di popolazione che s'imbrancava fra i minori privilegiati; tratti dall'amor dell'ozio che genera la prepotenza verso le classi inferiori e che di solito s'allea mirabilmente colla servilità verso le superiori.

 

Qual fosse, in tanto viluppo di arbitrii e di diritti, la confusione delle cose in allora, potrete agevolmente desumerla dalla confusione d'idee ch'io cortamente ho provocato nelle vostre menti con questa faticosa esposizione di poteri, di vincoli e di magistrature. Nessun altro nome infatti adopera un biografo contemporaneo, Vippone, per dipingere in pochi tratti quella situazione: «eodem tempore magna et modernis temporibus inaudita confusio facta est Italiæ....»

Pure, è proprio da quella confusione che venne una reazione di bene, od almeno di quel bene che nel più cupo medio evo era possibile sognare per popolazioni laboriose e tranquille.

Una serie di eventi, succedutisi in un periodo di dieci anni, valse a togliere Milano dalla lunga inerzia di servitù e prepararle quel regime di comunale indipendenza che un secolo dopo doveva mostrarsi, colla Lega Lombarda, così maturo e robusto.

L'uomo che a siffatto movimento diede l'impulso primo e che seppe per alcun tempo vigorosamente capitanarlo - forse inconscio delle sue ultime conseguenze - fu il celebre arcivescovo Ariberto d'Intimiano, probabilmente rampollo della illustre famiglia De' Capitani d'Arsago.

Piccolo di statura e grande di animo, coltissimo pe' tempi suoi, d'un intelletto audace, d'una volontà ferrea e di smisurata ambizione, Ariberto d'Intimiano fu eletto a governare la diocesi milanese, dopo la morte di Arnolfo, nel 1018. E subito apparve quello che era, un uomo determinato a tenere un gran posto nella storia del suo paese; avido di lotte e pronto a sostenerle energicamente contro tutti; atto al comando e desideroso di esercitarlo senza colleghi; innovatore audace e profondo, che a sostegno della propria tirannia non esitava ad impugnare le armi della libertà, ma che di questa tirannia propria aveva così alto concetto da non permettergli di sopportarne alcun'altra, venisse da Imperatori o da Papi.

I Papi, egli li accetta, purchè non si mescolino agli affari della sua Diocesi. Quanto agli Imperatori, vuol farli lui. E però, quando si estingue, colla morte di Enrico II, la famiglia imperiale di Sassonia, e fra i principi italiani ricomincia una gara di ambizioni e di candidature dinastiche, egli si reca difilato in Germania, dove quegli elettori avevano acclamato a loro sovrano Corrado di Salico, duca di Franconia; e, ricevuto a Costanza cogli onori dovuti alla sua dignità, senz'altro riconosce il nuovo principe e lo incorona colle sue proprie mani come re d'Italia[3].

Con sì altera disinvoltura non si era usato mai fino allora nominare dei re. Pure, quando Ariberto ritornò, ed in un'assemblea di notabili italiani, convocata nei prati di Roncaglia, diede notizia della nomina così fatta da lui, nessuna voce si alzò a mettere in dubbio il diritto dell'arcivescovo o quello del re. I popolani milanesi riconobbero in Ariberto un padrone, e lo accettarono con gioia, pensando ch'egli avrebbe saputo liberarli dall'unica tirannia lontana e dalle molte vicine. Gli ottimati videro con qualche amarezza che un uomo della loro schiatta e da essi sollevato al principato ecclesiastico facesse così buon mercato delle tradizioni e dei privilegi loro. Suum considerans, non aliorum animum, scrive indispettito il cronista Arnolfo, che ai nobili apparteneva.

Nondimeno, quando Corrado scese nel 1026 in Italia, Milano lo accolse splendidamente, malgrado o forse anzi perchè Pavia gli aveva chiuso le porte in faccia. Ariberto rinnovò in favor suo la cerimonia dell'incoronazione, nella basilica di Sant'Ambrogio; lo accompagnò a Ravenna ed a Roma, dove il Papa gli pose in capo una terza corona, quella dell'Impero; e, sopravvenuta un'estate di straordinario e micidiale calore, lo ospitò largamente per due mesi, con tutta la sua corte, nelle fresche villeggiature episcopali dell'alta Lombardia.

Partito Corrado, e rimasto Ariberto più che mai potente e popolarissimo nel paese, incominciò a svolgere quello che ora si direbbe il suo programma politico; vale a dire un'azione personale piena di scatti, di audacie, di prepotenze; diretta ad abbassare le influenze limitrofe per estollere gigante la propria; oscillante fra Cesare e la democrazia; ma coll'evidente promessa che le due potestà non dovessero avere altro rappresentante, altro programma, altri interessi che i suoi.

Perciò assume contegno di provocazione contro le città vicine, Pavia, Lodi, Cremona; usurpando loro diritti e terre; battendone le forze e umiliandone l'indipendenza. Per ciò largheggia di conforti e di grani, durante una terribile carestia; e visita, con amore e con affettazione, i tuguri popolari, dove lascia elemosine e semina gratitudine. Per ciò offre aiuti militari a Cesare, ingolfatosi in una guerra di successione per la Borgogna; e si unisce a Bonifacio, marchese di Toscana, per ispingere attraverso le Alpi un contingente italiano, che Umberto Biancamano guida su per la valle d'Aosta, e che, sceso nella valle del Rodano, decide efficacemente la contesa in favor di Corrado. Per ciò si bilica fra le parti cittadine, sostenendo i Capitani contro i Valvassori, e Cesare contro i Capitani, e i plebei contro Cesare. Per ciò protegge l'autonomia del clero ambrosiano contro le velleità unificatrici del pontefice romano; e, scomunicato per le sue resistenze, egli, arcivescovo, si ride della scomunica, in un tempo in cui a quest'arma, di mistica onnipotenza, non osavano resistere i maggiori principi della cristianità.

In ogni questione dell'epoca, Ariberto d'Intimiano porta l'elemento delle sue passioni, del suo spirito battagliero, del suo intelletto sovrano; ogni evento pubblico sente le traccie di quella personalità romorosa, inquieta, assorbente; che ha inspirazioni spesso alte e virili, ma che non esita a mutare alleati, principii e combinazioni, secondo le necessità di quella preponderanza individuale, che è la base della sua azione politica, la meta a cui tutto subordina.

Di questo sistema si svolgono intere le fasi nel decennio corso fra il 1035 e il 1045, chiudendosi con un risultato che nè a Cesare, nè ai Capitani, nè ad Ariberto era balenato nell'animo.

Era infatti nel 1035 che i discordi interessi dei Valvassori e dei Capitani scoppiavano ad aperta ostilità. Reduci dalla guerra di Borgogna con maggior sentimento delle proprie forze e dei proprii diritti, i Valvassori accentuarono più vivaci contro i Capitani le loro pretese alla trasmissione ereditaria dei loro feudi. Alle ripulse altere opposero altera resistenza e insorsero armati per le vie. La plebe stette cheta od aiutò mollemente. Sicchè i Capitani ebbero per loro le formidabili influenze dell'arcivescovo e riuscirono a cacciare i Valvassori fuori delle mura. Ma lì il pericolo, invece di cessare, divenne più grave. Afforzati cogli aiuti del contado, pronto sempre a reagire contro la tirannide cittadina, i Valvassori ottennero anche il concorso dei Lodigiani, indispettiti contro Ariberto per le usurpazioni dei loro diritti. Bisognò dunque combattere in aperta campagna, e in soccorso di Ariberto venne con forte schiera il vescovo di Asti, Olderico, zio della famosa contessa Adelaide, che al figlio di Umberto Biancamano avrebbe poi data la gloriosa discendenza della dinastia di Savoia. La battaglia ebbe luogo a Campo Malo, fra Milano e Lodi; la strage fu grande d'ambo le parti e il successo indeciso; ma, essendo rimasto trafitto il vescovo Olderico, la confusione fu tale che i combattenti ritornarono tutti nella città, rioccupando Valvassori e Capitani le loro case, e rimanendo coll'armi al braccio, senza che l'antico dissidio fosse placato o risolto.

Per placarlo o per risolverlo, Ariberto invitò allora l'imperatore Corrado, del quale supponeva l'animo a sè favorevole, pei ricordi dell'incoronazione e pel valido aiuto prestatogli nella campagna contro i Borgognoni.

Corrado scese infatti in Italia, ma con altre idee. Questa Milano, sempre irrequieta e ribelle, voleva domarla. Udita la querela sorta fra le varie classi dei nobili, aveva detto ai suoi cortigiani in Germania «se l'Italia è così affamata di leggi, coll'aiuto di Dio, io la sazierò[4]». Ed entrava in Milano, deliberato a fondarvi dominio nuovo, mediante il duplice abbassamento dei grandi vassalli e del potere vescovile.

Ma del mutato animo suo ebbe sentore Ariberto; e gli si rivelò subito potente avversario, quanto gli era stato dapprima efficacissimo amico. Aveva Corrado manifestato il proposito di emancipare la diocesi di Lodi dalla sovranità che su essa esercitava l'arcivescovo di Milano. D'altra parte, una vaga tradizione, creata da secoli, dava privilegio al popolo milanese di non ricevere nelle sue mura nessun sovrano, fuorchè per causa d'incoronazione.

Fosse l'una o fosse l'altra ragione, - o fossero entrambe, - o fosse, abilmente lumeggiata, la paura della comune oppressione, certo è che il giorno dopo l'ingresso di Corrado cogli armigeri suoi, un tumulto popolare scoppiò improvviso a Milano.

Più che tumulto, bisognerebbe dire rivolta; giacchè proprio contro la persona dell'imperatore s'acuirono le minaccie e gli sdegni; ed egli fu costretto, dissimulando l'ira, ad uscire dalla città, recandosi nel suo campo presso Pavia.

Lì, con proposito di violenta reazione, convocò la Dieta del Regno, e si pose ad amministrare la giustizia; il che voleva dire, il più delle volte, ordinare supplizii[5].

L'arcivescovo di Milano non volle sembrare intimidito dai precedenti, e si recò audacemente a prendere il suo posto nella Dieta. Ma l'agguato non si fece aspettare. Investito violentemente da un feudatario tedesco per non so che ragioni concernenti la corte o borgata di Lecco, Ariberto chiese tempo a rispondere, probabilmente per raccogliere documenti; ma essendogli negato l'indugio, ricusò fieramente di giustificarsi; e l'imperatore, che altro non aspettava, ordinò senz'altro l'immediato arresto dell'arcivescovo. Non fu senza esitazione - pel rispetto inspirato dall'uomo e dalla carica - che quest'ordine venne eseguito. E Ariberto, dato in custodia a Poppone, patriarca di Aquileia, e a Corrado, marchese di Verona, fu condotto a Piacenza, dove restò prigioniero.

Credeva l'imperatore di avere fiaccata l'insolenza dei Milanesi, ma si accorse presto, con danno suo, di avere semplicemente posta la mano in un nido di vespe.

Incredibile fu la commozione che produsse in Milano la notizia di questo fatto. Le divisioni di parte scomparvero quasi per incanto. La rottura dell'alleanza fra Cesare e l'arcivescovo, fece di quest'ultimo il rappresentante naturale dell'indipendenza. Milano cessò da quel momento di essere città ghibellina. Diventò guelfa, e rimase tale, con poche alternative, fino al 1859.

I due cronisti milanesi dell'epoca, Arnolfo e Landolfo, descrivono colla stessa foga, quantunque appartenenti ad opposte opinioni, il dolore e l'indignazione della loro città.

Furono due mesi di lutto, durante i quali le gentildonne e le popolane si stemperarono in pianti, in elemosine, in preghiere, in processioni; mentre gli uomini ordinavano in fretta le pubbliche cose, scombuiate dalla mancanza della mano che era solita a muoverle.

Pensarono dapprima a trattare collo stesso imperatore, offrendogli ostaggi per la liberazione dell'arcivescovo; ma Corrado, poco suscettibile di scrupoli, trattenne gli ostaggi senza liberare Ariberto. Allora i Milanesi spedirono legati in Francia per suscitare nemici a Corrado ed offrire la corona d'Italia a Oddone di Sciampagna. E intanto altri fra i più nobili cittadini s'erano diretti ai conti e ai vescovi delle altre parti d'Italia, sollecitando una lega che avrebbe avuto per iscopo immediato la liberazione del grande arcivescovo, e per iscopo ultimo l'emancipazione dei comuni italiani dall'alto dominio germanico.

S'era nel più fitto di queste pratiche, quando, con immensa gioia del popolo milanese, ricomparve Ariberto, libero in mezzo a' suoi. Gli era bene riuscito uno stratagemma. Per mezzo d'un monaco, suo fedelissimo, Albizzone, s'era fatto inviare nel carcere dall'abbadessa d'un monastero di San Sisto, consacrata da lui, gran copia di provvigioni e di ghiottornie. Posta ogni cosa a disposizione de' suoi custodi, questi, com'era facile prevedere, s'ubbriacarono saporitamente; e, durante il loro sonno, potè Ariberto, aiutato dal previdente Albizzone, uscire dal carcere, attraversare il Po in una barca, e giungere, fanatizzando tutti, a Milano.

Qui comincia l'epoca più pura e più grande nella vita di Ariberto da Intimiano. La lotta che Milano sostenne nel 1037 contro Corrado il Salico, lotta di cui Ariberto capitanò tutto lo svolgimento e quasi tutti gli episodî, non è inferiore nè di magnanimità nè di gloria a quella che sostenne un secolo dopo contro Federico Barbarossa. Direi anzi che in questa furono più alti gli animi, più compatte le volontà. E se di quella i risultati politici furono italianamente maggiori, non bisogna dimenticare che a Legnano ed alla pace di Costanza avevano contribuito, oltre Milano appena rifatta, le forze della Lega Lombarda, gli aiuti dei marchesi di Dovara e di Romano, le influenze di papa Alessandro III e della repubblica di Venezia. Nulla invece di tutto ciò confortava Milano nel 1031. Quando Corrado, irritato per la fuga del suo prigioniero e sitibondo di vendetta, venne a porre il suo esercito intorno a Milano, aveva per sè quei contingenti delle città lombarde e quelle influenze papali che triplicavano l'isolamento materiale e morale della minacciata città.

Questa però, piena di fede nell'uomo energico che governava nel tempo stesso i suoi interessi materiali e i suoi sentimenti religiosi, si atteggiò a disperata difesa contro un'offesa implacabile.

Le mura di Ansperto, e le trecento torri da cui facevano buona guardia i suoi difensori, impedirono che i nemici penetrassero nella città; ma Corrado, in ciò non peggiore de' suoi precursori e dei continuatori suoi, fece il deserto nei sobborghi e nel contado. «Eo tempore» scrive Vippone fedelissimo suo «imperator Mediolanenses nimium aillixit; et quoniam urbem antiquo opere et maxima multitudine munitam capere non poterat, quod in circuito fuerat igne et gladio consumpsit.»

Il 19 maggio, Corrado tentò l'assalto. Non solo fu ributtato, ma i Milanesi, uscendo audacemente dai terrapieni, si azzuffarono coi Tedeschi in una battaglia campale, dove si distinse pel suo coraggio un Eriprando Visconti.

Riuscitagli male la violenza, l'imperatore sperò nell'insidia; e, senza convocare nessuna Dieta, promulgò dal suo campo quelle leggi che da Germania aveva promesse; mediante le quali, emancipando i piccoli feudi dai maggiori vassalli, gettava un tizzone di discordia fra gli alleati dell'arcivescovo, i Capitani e i Valvassori.

Il tizzone si spense senza dar fiamma. Il sentimento patriottico, quantunque allora si trattasse di patria piccola, era già più forte d'ogni seduzione straniera. Ariberto rispose a quei decreti, mutando radicalmente le basi della pubblica difesa; disciplinando al servizio delle armi i popolani; i quali trassero dalla nuova dignità del combattere gli elementi di una virtù civile, ormai da secoli soffocata nei loro animi.

L'imperatore cercò allora, contro l'indomito prelato, l'appoggio della tiara pontificale; e si abboccò a Cremona con papa Benedetto IX, di sciagurata memoria. Da quel convegno uscirono per Ariberto due fulmini; la sua deposizione dalla sedia arcivescovile alla quale fu nominato un prete Ambrogio, e più tardi la scomunica pontificia: l'affetto dei Milanesi mantenne ad Ariberto la dignità episcopale, che invano Ambrogio cercò carpirgli; e la pessima riputazione di Benedetto IX impedì che alla sua condanna ecclesiastica si attribuisse il consueto prestigio. Quanto a Corrado, si trovò pagato della stessa moneta. Chi lo aveva di moto proprio incoronato, di moto proprio lo scoronò. Ariberto fece togliere dagli atti pubblici ogni data imperiale, dichiarò Corrado decaduto dalla dignità regia in Italia, ed invitò Oddone di Sciampagna ad assalire l'imperatore in Germania.

Questi allora, imbestialito per un'audacia che si sentiva impotente a punire, e costretto a ricondurre oltre l'Alpi un esercito stremato dalle battaglie, dalle epidemie e dalle faticose marcie lungo la penisola, radunò tutti i principi vassalli dell'Italia settentrionale e fece loro giurare di devastare ogni anno il territorio milanese, affinchè la ribelle città, non domata dalle armi, dovesse arrendersi per la sofferenza e per la fame.

I principi giurarono; e nel successivo anno 1039 mantennero la parola, presentandosi con forze nuove e imponenti nelle vicinanze della città. Ma Ariberto non aveva perduto il suo tempo. Durante i mesi d'inverno, la riforma politica e militare da lui ideata s'era svolta in maggiori proporzioni. Ai popolani del contado aveva fatto balenare quelle stesse idee di patria, di resistenza e di emancipazione, colle quali aveva affascinato i popolani della città. Armi ed ordigni di difesa s'erano fabbricati in gran numero, e l'arcivescovo ne distribuiva a tutti, disciplinando, come oggi si direbbe, a leva in massa tutta quella moltitudine, chiamata dalla voce di un forte, che era nel tempo stesso Davide e Samuele, a riacquistare quella libertà che gli avi imbelli avevano perduta: «pro libertate aquirenda præliante, quam olim parentes ejus ob nimiam hominum raritatem amiserant»[6].

Nè bastava. Poichè Ariberto, profondo conoscitore dei suoi tempi e del popolo suo, comprese che a radicare l'idea nuova ed astratta della patria in quelle menti avvezze a forme simboliche, era mestieri identificarla in un simbolo nuovo. Ed inventò il Carroccio; singolare e primordiale istromento di guerra, destinato a diventar subito popolare in tutte le italiane città; curioso emblema di superstizione, di fede, di poesia popolare e di disciplina guerresca; immagine fantastica della religione e della patria, strette a comune difesa; carro di vittoria e altare di pace, intorno a cui si combatteva con energia, si moriva con entusiasmo.

Così risollevati a nuova vita materiale e morale, i popolani lombardi provvidero energicamente alla difesa dei loro abituri; e la sconfitta dei grandi vassalli imperiali sarebbe stata disastrosa, se non fosse giunta notizia della morte dell'imperatore Corrado in Utrecht; notizia che bastò a far cessare la lotta ed a sciogliere l'esercito dei coalizzati feudali.

 

Qui comincia la terza ed ultima fase del rinnovamento politico milanese.

L'insurrezione dei Valvassori aveva scosso nel sentimento pubblico il prestigio del feudalismo; la difesa contro l'Impero aveva reso popolare il bisogno dell'indipendenza; non mancava che un movimento diretto ad assicurarsi l'esercizio delle libertà comunali. Questo movimento tardò tre anni, ma dal 1042 al 1045 mutò radicalmente la costituzione politica di Milano.

Un valvassore, per privata contesa, aveva ucciso un plebeo. Non era fatto strano, e novanta volte su cento, prima d'allora, sarà rimasto impunito. Ma la plebe non era più il gregge pauroso e servile, che accettava la sferza del padrone, chiunque si fosse. Aveva combattuto insieme ai nobili contro Cesare, e acquistato quindi un certo sentimento di eguaglianza civile. Non sopportò più di riconoscere in tanti concittadini quel diritto di oppressione che negli antichi Duchi le era parso quasi legittimo[7]. Aveva imparato tre anni prima l'uso delle armi; le impugnò nuovamente, e scese nelle vie, deliberata a combattere le classi nobiliari e mettere fine alla loro anarchica prepotenza[8].

Fu una lotta epica; durata tre anni, e che finì, dice Arnolfo, «con una profonda mutazione nello stato della città e della Chiesa.»

La guerra civile non era mai apparsa in Milano così feroce, col suo sinistro codazzo di stragi, di vendette e di devastazioni. Fino dai primi giorni, il furore fu tale che non si dette quartiere. I popolani dovevano essere certamente dieci volte più numerosi dei nobili; ma questi avevano per sè le armature complete, i cavalli in assetto di guerra, le feritoie dei loro palazzi di pietra, la più profonda cognizione degli ordini militari. Sicchè, malgrado la sproporzione numerica, i primi combattimenti non erano riusciti favorevoli all'insurrezione; la quale probabilmente sarebbe stata repressa e domata, se un uomo, uscito da tutt'altre schiere, non le avesse dato il potente aiuto del suo valore e della sua virtù.

L'uomo si chiamava Lanzone; non è facile darvene notizie maggiori, per quanto si tratti di uno dei più grandi caratteri del secolo undicesimo.

S'è saputo, o s'è congetturato solamente dugent'anni dopo, che appartenesse alla famiglia Da Corte, famiglia prolungatasi nell'aristocrazia lombarda fino all'epoca degli Sforza. Un solo cronista s'è occupato con qualche precisione di lui; fortunatamente è un cronista vissuto a Milano nella seconda metà del secolo undecimo, Landolfo il Vecchio; ed è su quelle indicazioni, confermate nelle particolarità sostanziali dal cauto e severo linguaggio di Arnolfo, che una critica perspicace e affettuosa ha potuto, negli ultimi tempi, trarre l'uomo dal mito e riprodurre, innanzi ai contemporanei, che le potrebbero utilmente copiare, le fattezze di questo magnanimo del tempo antico.

Può dunque ritenersi per assodato:

Che Lanzone apparteneva alla più alta nobiltà feudale (nobilis et Capitaneus altus) ed alla più importante magistratura del Ducato, come giudice del sacro palazzo;

Che, determinato a impedire lo sterminio di cui la parte aristocratica minacciava, vincendo, la plebe ribelle, si gettò nel tumulto contro i proprî amici, assetati di vendetta, e fu eletto per unanime fiducia Capitano del popolo;

Che, riprendendo l'offensiva, seppe guidare le schiere insorte con tanto vigore e tanta sagacia da obbligare i nobili, di qualunque grado, ad uscire nascostamente colle loro famiglie, dalla città;

Che avendo i nobili fuorusciti, coll'aiuto dei conti della Martesana e del Seprio, posto l'assedio intorno a Milano, questa sotto la guida di Lanzone, resistette per quasi tre anni a tutti gli orrori della guerra e della carestia, combattendo quasi ogni giorno ed opponendo ad offese formidabili sapienti difese;

Che, mosso da un duplice concetto, militare e politico, Lanzone si recò, sullo scorcio del 1043, in Germania, dove stipulò coll'imperatore Enrico il Nero un trattato d'alleanza, basato sopra un eventuale intervento di milizie tedesche in Milano;

Che, ritornato fra i combattenti e ripensando al pericolo di questo intervento, aperse trattative coi nobili fuorusciti, comunicando loro il patto di alleanza e persuadendoli della impossibilità in cui si sarebbero trovati di resistere ad un duplice assalto;

Che, avuta facoltà da entrambe le parti, di proporre condizioni di pace, esortò i nobili a rinunciare per sempre al dominio della città, a rientrare pacificamente nei loro palazzi, accordando e ricevendo ampia amnistia per le reciproche violenze di guerra, e impegnandosi a discutere tranquillamente con tutti gli altri cittadini i comuni interessi;

Che, accettate queste condizioni, i nobili si rassegnarono a smettere le loro pretese alla supremazia politica e ritornarono, in dimessa attitudine, nella città;

Che, per iniziativa di Lanzone, furono subito discussi, in un comitato di arbitri, gli ordinamenti necessari per attivare, sulle nuove basi, il governo della città; ordinamenti che poterono essere intralciati, interrotti e ripresi, ma che finirono per ottenere la formale adesione dell'imperatore Enrico III; il quale li sanzionò e li fece entrare nel diritto pubblico del Regno alla solenne Dieta che tenne nei prati di Roncaglia il 5 maggio dell'anno 1055.

Così sorse in Milano il comune autonomo, che ebbe poi non breve e non ingloriosa esistenza. Certo, istituzioni consimili non hanno mai una data precisa di battesimo storico. Ned io vorrei discutere se proprio l'anno di nascita del comune milanese sia il 1042, nel quale i nobili furono cacciati dalla città, o il 1045, nel quale rientrarono, assoggettandosi ai nuovi patti, o il 1055, nel quale gli Statuti comunali furono riconosciuti dalla suprema rappresentanza del Regno, o magari il 1066, nel quale pare che questi statuti fossero pubblicati.

Se non vivessimo noi in tanta luce di pubblicità multiforme, forse fra dieci secoli i nostri posteri disputerebbero se l'anno del risorgimento italiano sia stato il 1848 o il 1859 o il 1860 o il 1866 o il 1870. Le grandi mutazioni organiche hanno fasi e fremiti e oscillazioni, che abbisognano di tempo per tradursi nella soluzione tranquilla. Ma nè dieci, nè venti, nè trent'anni rappresentano in questi casi più che un momento storico. E quando dall'unità dei pensieri e degli sforzi si rileva chiaro uno di questi momenti, poco importa se la loro durata non coincide esattamente col numero dei giorni nei quali la terra suol compiere la sua evoluzione intorno al sole.

Nel fato di Milano, oltre il momento storico, anche il processo storico appare evidente.

Dapprima la conquista barbarica, che distrugge lo Stato e vi sostituisce il regime anarchico della feudalità.

Poi, con Ottone I, il despotismo intelligente, che è il periodo primordiale del rinascimento politico. Il popolo vede un tiranno solo più forte dei molti di cui si lagnava; e ingenuamente gli batte le mani, come ad un liberatore. È il trionfo della politica ghibellina.

Succede, con Ariberto, il potere arcivescovile. Il despota v'è ancora; ma, oltre ad essere intelligente, è indigeno, è vicino, è mite per l'indole sua, comincia a trarre dalle forze e dalle volontà popolari elementi di amministrazione e di governo. E il popolo accetta il dominio di Ariberto con entusiasmo, persuaso che valga, più di quello del lontano imperatore, a frenare le intemperanze rinascenti dei vecchi despotismi feudali. È il trionfo della politica guelfa.

Ma ad Ariberto non basta l'animo di continuare l'iniziata opera di emancipazione; e, dopo la vittoria contro Corrado, ricade nella tradizionale alleanza coi feudatari maggiori.

E allora il popolo, fatto maturo dall'esperienza e dai casi, reclama la libertà come unica guarentigia di ordine e di benessere. Compare Lanzone, che non è nè guelfo nè ghibellino, che nell'ordine dei progressi politici è più grande di Ariberto e di Ottone, e che della sua immensa popolarità si giova per annullare sè stesso e per sostituire al potere personale l'universalità dei cittadini, disciplinati a comune sovrano. Il genio sparisce; ma la sua necessità è minore, perchè è sorta l'istituzione. L'emancipazione civile ha raggiunto la sua ultima formola.

Che poi, malgrado questa e malgrado la magnanimità di Lanzone, periodi di anarchia o di dominio personale abbiano ancora turbata per qualche tempo la risurrezione politica della cittadinanza milanese, ciò non basta a sfatare la benefica rivoluzione compiutasi in quel momento istorico. Il diritto è stato riconosciuto; la legge è stata promulgata. La violenza, dopo ciò, rimane, se anche vincitrice, un fatto transitorio, di cui la legge e il diritto non tardano a ottenere riparazione. Anche il ladro ruba; ma il giudice che lo condanna dimostra come la proprietà fosse inviolabile prima del furto e tale rimanga dopo.

Più di otto secoli sono corsi dagli avvenimenti che vi ho ricordato, ed è lecito chiedersi se a quelli proprio risalgono gli albori della moderna vita italiana.

A me pare indubbiamente che sì.

Il carattere italico, la reazione del romanesimo contro la lunga iliade di spogliazioni e di umiliazioni inflittegli dalle razze teutoniche, appare evidente, a misura che gli antichi servi, assaporando nuove forme e nuove ragioni di vita, si raccozzano dappertutto per iscuotersi di dosso il giogo degli antichi padroni. Ogni comune è una patria; ma da ogni comune si sprigiona un sentimento nuovo, che vorrebbe quasi trarre dal ricordo del potente organismo a cui tutti avevano appartenuto, gli elementi d'una solidarietà che ancora non s'è fatta nazionale, ma che già respinge e sconfessa dominî non nazionali.

Già ad Ariberto era parso e giustamente un principio di rivincita, che armigeri italiani si recassero oltre l'Alpi a spiegare vittoriose quelle bandiere che erano state tante volte calpestate al di qua. E Lanzone, ai nobili che vuol convertire all'idea comunale, parla addirittura «dell'esempio che dovrebbero dare ai loro eguali in tutta l'Italia». Qui, il discendente dei conquistatori goti o longobardi è già divenuto civis romanus e sente l'orgoglio di essere figlio e difensore di quella terra che i suoi avi hanno riempiuto di desolazioni e di stragi.

Un passo di più ed avremo Cola da Rienzi, sublime fantastico, che purga Roma di baroni, e di banditi, ricostituendo, nel più fitto delle tirannidi indigene, il Tribunato dell'antica Repubblica. Poi, dugent'anni dopo, vedremo un gran politico fiorentino ritornare al sogno del desposta intelligente, purchè si chiuda nel pugno tutta l'Italia e spenga, con milizie italiane, i principotti indipendenti innalzatisi sugli indipendenti comuni. Passeranno altri cent'anni, e udremo la scuola politica dei letterati inneggiare all'Italia coi sonetti del Filicaja e colle canzoni di Gabriele Chiabrera. E ancora dugent'anni dopo, il Mazzini scriveva al discendente di Umberto Biancamano: «Fate l'Italia, e saremo con voi.» Sarà toccato in sorte alla nostra generazione di vedere il meriggio di quegli albori del mille; Vittorio Emanuele II che ricompone in Roma l'asse ereditario usurpato da Odoacre; Lanzone, che rigetta ad un tempo l'autorità di Cesare e quella di Ariberto, e chiama il popolo italiano a ricostituirsi in comune indipendente.

Questo filo conduttore di una italianità, che attraverso i secoli viene sempre più accostando fra loro gli uomini d'azione e gli uomini d'intelletto, ci aiuta a difenderci dalle eccessive induzioni di una scuola storica, di cui Carlo Hegel è il più formidabile campione.

Secondo i critici di siffatta scuola, non è dall'idea romana, o latina, o italica che è sorto il comune lombardo del secolo undecimo; bensì da una evoluzione intima del concetto germanico, che a poco a poco innalza le plebi romane, beneficandole coll'autonomia.

Non è qui nè da me che può essere utilmente discussa una questione così profonda. Però mi sia lecito dire che il voler attribuire propositi di emancipazione popolare a quegli stessi elementi dominatori che dieci anni prima avevano promulgato il codice del feudalismo, addita piuttosto lo sforzo dell'ingegno che la severità della logica. Queste lancie d'Achille, atte a guarire le piaghe che cagionano, perdono un po' di fede al difuori della poesia mitologica.

Sarà meno scientifico, ma è certo più semplice il criterio che attribuisce ordinariamente agli oppressi qualche merito nella sconfitta degli oppressori.

E la Germania ha una parte troppo gloriosa nella storia del mondo perchè non debba permetterci di ascrivere a virtù di resistenza italiana piuttosto che a virtù d'iniziativa tedesca una rivoluzione comunale che si è manifestata collo sgominare due eserciti tedeschi, quello di Corrado il Salico e quello dell'imperatore Barbarossa.

 

 

 

 

 

LE ORIGINI

DELLA MONARCHIA IN PIEMONTE

 

DI

 

Romualdo Bonfadini

 

 

Chi volesse trovare in Europa qualche analogia possibile, in qualsivoglia argomento, tra le condizioni odierne e quelle di nove secoli fa, si accingerebbe a ben duro e disperato mestiere.

Mutata l'indole dei governi e dei sodalizi religiosi; rinnovate le teorie del diritto e le basi della legislazione; divenuti predominanti migliaia d'interessi, onde allora non si sospettava pur l'esistenza; capovolte addirittura le fondamenta del consorzio civile, ci abbisogna uno sforzo gigantesco d'immaginazione per riprodurre anche in minima parte, dinanzi al nostro sguardo intellettuale, i fenomeni di una umanità, che sembra avere coll'umanità contemporanea quella stessa parentela, di cui una scienza evoluzionista moderna si compiace trovare le traccie, per esempio, fra un chimpanzé ed una bella signora.

Non parliamo poi dello stato territoriale, della geografia politica dell'Europa. Appena si salvano i nomi grossi e complessivi d'Italia, di Germania, di Britannia. Regni sostituiti a repubbliche e repubbliche a regni; città non ancor nate e città da un pezzo sparite. V'era una Spagna senza Spagnuoli, v'erano degl'Ungheri senza un'Ungheria, v'erano i Franchi prima che la Francia apparisse. I popoli, così teneri ora dei loro confini e dei loro territori, erano qua e là sbalestrati da convulsioni capricciose; i Normanni diventavano Siculi; i Saraceni s'appollaiavano sulle creste degli Abruzzi e delle Alpi Cozie. Cento rivoluzioni hanno scombuiato conquiste e conquistatori, hanno menato nella loro rapina Stati, famiglie e dominii; sicchè oggi, quasi nel 1900, nulla appare più falso di ciò che era l'unico vero nel mille.

V'era però una stirpe, che ha resistito all'onda dei secoli e al vituperio dei nomi. V'è una famiglia sovrana - l'unica in Europa - che ha questo privilegio di poter guardare da qualcuno de' suoi castelli reali il territorio circostante, e di poter dire che dal mille in poi hanno continuato ad esercitare su quello autorità principesca i suoi antenati, legittimamente succedutisi colla propria discendenza e col proprio nome.

Questa famiglia - l'avete senz'altro indovinato - è la famiglia dei principi italiani; i quali non trovano, nelle valli di Susa e di Aosta, nessun nome che rompa, fosse per un giorno, l'eco tradizionale del loro grido dinastico; i quali firmano nel 1890 Umberto di Savoia come firmavano nel 1003 Hubertus comes «in agro savogensi»; i quali, con privilegio sovrano, battevano moneta nel mille ad Aiguebelle, come battono moneta a Roma nel 1890.

È forse questa antichità e continuità di dominio che ha fatto delle origini della dinastia di Savoia l'argomento caro ad un nugolo di scrittori, impeciatisi nell'esame di pergamene, che a ciascuno parevano conferma di sistemi diversi e di induzioni opposte.

Io non trascinerò - non temete - le vostre mani gentili entro i polverosi scaffali dove quelle pergamene hanno riposato per tanti secoli inesplorate. Ma, costretto dalla fatalità mia e dalla vostra a sostituire qui il brillante oratore[9] che avrebbe dato ai suoi veri tutto il fascino dell'estetica e della poesia, cercherò di non dare alla storia maggiore severità di quella che si accompagna necessariamente alla fisonomia dell'epoca ed alla precisione dei fatti.

 

Fra i popoli migratori che, nella prima metà del medio evo, scesero da regioni ignorate nel mezzogiorno d'Europa, i Borgognoni furono senza contrasto i meno numerosi e i più miti. Guerrieri per difesa, piuttosto che per conquista, la sorte li aveva spinti nel grande bacino del Rodano dove s'erano acclimatati. In lotta coi Franchi e più volte sconfitti, non lo furono però mai tanto compiutamente da far perdere al territorio da essi occupato il nome della loro razza e l'impronta delle loro leggi. Fra queste, una specialmente apparve mirabile per ispirito di politica tolleranza e fu la legge Gombetta (Gundobada), che pare sia stata liberamente discussa in pubblica assemblea[10]. Per quella legge, nessun vinto era obbligato ad accettare il diritto pubblico dei vincitori. Ciascuno dichiarava di voler vivere sotto la legislazione che preferiva; sicchè i giudici erano obbligati, prima di pronunciare sentenze, a chiedere ai convenuti sotto che rito intendevano di essere giudicati.

Questa larghezza di regime civile, di cui non appare nessun esempio nei paesi caduti in balìa dei Longobardi o dei Franchi, permise alle popolazioni di razza italica, rimasto sui versanti alpini della Savoia e della Provenza, di stringere con invasori così moderati rapporti assai più amichevoli di quelli che permetteva agli abitanti della valle del Po il ferreo regime sotto cui erano mantenuti.

Così si spiega una certa fusione fattasi più presto che altrove, fra gli antichi elementi romani e i nuovi elementi della stirpe borgognona. La feudalità fu istituita anche in Borgogna, come dappertutto dove passarono gli eserciti dei Carolingi; ma non ebbe lì quel carattere acerbo di sovrapposizione dei conquistatori sui vinti. Sicchè la diversità di razza non impedì che sorgessero a potenza e dignità feudale anche famiglie discendenti da stirpe italica; le quali continuavano a reggersi in ogni altra parte dei diritti civili e pubblici, secondo la legislazione romana, garantita dalle istituzioni organiche del popolo borgognone.

Fra queste famiglie, una appare già illustre e potentissima alla corte di Borgogna, negli ultimi anni del decimo secolo e nei primissimi dell'undecimo. E di questa famiglia i più antichi documenti dell'epoca ci rivelano capo e personaggio preponderante negli affari politici del Regno un conte Umberto, che la cronaca di Hautecombe designa coll'aggiunta blancis manibus; vuoi perchè una speciale gentilezza fisica distinguesse il gran gentiluomo; vuoi perchè, secondo la versione, forse un po' cortigiana, di alcuni scrittori, la sua indiscutibile riputazione di onestà fosse così alta da doverlo celebrare come bianco e puro di mani in mezzo a tanti potenti che le macchiavano nella preda o nel sangue.

È da questo Umberto Biancamano che discende, per genealogia accertata e non interrotta più la famiglia di principi, che ci onora della sua rettitudine e che noi onoriamo del nostro affetto.

Che se voi desideraste sapere intorno a siffatto capostipite, più antiche notizie; se mi chiedeste, come Farinata all'Alighieri: chi fur li maggior sui, potrei rispondervi con cinque congetture, non vi darei una sola certezza. Al di sotto del Biancamano, tutto a poco a poco diventa facile, chiaro, ricco di particolari e di prove; al di sopra tutto è buio, ipotesi, immaginazione. Come il Nilo, la casa di Savoia nasconde le sue scaturigini in una regione fantastica, dove i nuovi Argonauti non giungono a penetrare. Però ciò non impedisce al gran fiume di versare, innanzi alla sua foce, i larghi beneficii del suo limo fecondatore; come non ha impedito alla nobile dinastia di avvincere a sè stessa col prestigio del bene quei «volghi dispersi» che non avevano un nome, e che non le chiedono d'onde venga, ma sanno dove va.

Non mancarono gli storici cortigiani. Alcuni, pur di trovare un re ed un eroe al vertice della piramide, fecero risalire gli antenati del Biancamano a quel sassone Vitichindo, che mise per un istante in forse la gloria di Carlo Magno. Altri si fermarono al re, se non all'eroe, e innestarono la casa di Savoia su quel tronco laterale della dinastia franco-borgognona, che ebbe in Lodovico il Cieco un così inetto e così infelice imperatore. Altri finalmente posero ad obbiettivo delle loro ricerche un'origine nel tempo stesso regia ed italiana, facendo discendere il conte Umberto da quella razza dei Berengari d'Ivrea, che furono, per la loro violenza, così disformi dal tipo umano e leale dei principi di Savoia.

Oggidì tutte queste opinioni sono sfatate. E non è neanche necessario, per esserne persuasi, di svolgere i cinquanta volumi, in cui queste ipotesi sono discusse, affermate ed escluse. Il che prova, per incidenza, come non debba temersi quel pericolo, che fra alcuni anni non basti la vita di uno studioso ad approfondire neanche uno dei rami dello scibile umano. No, la scienza è rimedio a sè stessa; ricerche nuove, pur di piccola mole, bastano a rendere inutili i volumi, farraginosi di ricerche antiche; sintesi logiche e verità elementari si sostituiscono con autorità indisputata alle faticose lungaggini di analisi non ravvivate dal lume critico. Basta ai nostri contemporanei - e i nostri posteri saranno in ciò più fortunati di noi - assai meno tempo di quello che dovessero impiegarvi gli antenati nostri, per accertare storicamente la verità e le proporzioni dei fatti. Ogni scrittore coscienzioso abbrevia la via; sicchè la scienza che è stata aristocratica fino ai padri nostri, potrà essere democratica fra cinquant'anni.

Ecco perchè quattro o cinque volumi pensati, dei più moderni, bastano a sostituire, in questo argomento, le voluminose compilazioni dei tempi andati, e a persuaderci che, fino a nuove scoperte di documenti difficili a presagire, il padre di Umberto Biancamano resterà, come Giove, col capo avvolto fra le nubi.

Nè di questa relativa impotenza dell'indagine storica possono sembrare eccezionali i motivi.

A buon conto, quanto più ci avviciniamo all'epoca delle invasioni barbariche, tanto più scema il numero degli scrittori e la probabilità che le carte siano sopravvissute alle ingiurie del tempo. Appena si riesce ad accertare l'ordine cronologico dei Papi e dei Sovrani, intorno ai quali si concentrava l'attenzione e l'adulazione dei cronisti. Di Umberto Biancamano anzi si conosce assai più che non si conosca di personaggi anche maggiori dell'epoca sua.

D'altronde, nell'incendio di Susa, avvenuto per opera del Barbarossa nel 1174, si vogliono distrutti gli archivi privati della casa di Savoia[11], nei quali stavano probabilmente i pochi documenti autentici e gli alberi genealogici della famiglia. Costretti a rifare questi ultimi per debito d'ufficio e per vanità di dottrina, i cronisti famigliari non poterono raccogliere carte equipollenti che fino ad Umberto I e dovettero ricorrere, per completarli, al metodo pericoloso delle induzioni. Ma allora si trovarono di fronte alle difficoltà ermeneutiche ed alla confusione dei nomi. Gli Umberti, gli Adalberti, gli Oddoni, gli Amedei, i Rodolfi, le Adelaidi e le Ermengarde suonavano frequenti al di qua come al di là delle Alpi. Uno storico che s'aggiri in mezzo a questi nomi per trarne identità di personaggi e di epoche, ci arieggia troppo quel Polifemo cieco, che palpa il vello dei montoni, sotto il cui ventre s'è rattrappito Ulisse. Le probabilità d'ingannarsi sono infinite; perchè nessun cronista credeva importante di dare intorno al proprio personaggio particolari di date o di parentele o di età, che naturalmente non erano ignote al piccolo numero di uomini pei quali scriveva. Ogni cronista chiudeva le proprie aspirazioni e le proprie indagini nei confini del proprio Stato; parlava de' suoi Umberti e de' suoi Oddoni, come se altri non ne esistessero sulla superficie del globo. Tra quei piccoli principati v'erano relazioni di commercio o di violenze, non ve n'erano di indole intellettuale o letteraria. Sicchè nessuno pensava di identificare con particolari estrinseci personalità notissime nell'ambiente in cui si scriveva, a beneficio di ragionamenti, di paragoni o di ricerche future, di cui non si poteva neanche sospettare la possibile utilità.

È perciò che quei rispettabili eruditi, a cui duole di non poter ispingere più in alto la loro curiosità genealogica, arrivano talvolta agli assurdi ed agli anacronismi, brancicando fra i montoni senza mettere la mano sul mitico Ulisse. Ed è ciò che voi ed io fortunatamente eviteremo; persuasi che oggimai troppo onore viene dai fatti certi alla famiglia di cui studiamo i primordi, perchè si possa sperare di accrescerlo, tuffandoci nelle ipotesi.

 

Torneremo dunque, se non vi dispiace, al conte Umberto dalle bianche mani. E lo vedremo, in cinquant'anni di storia, crescere di riputazione, d'autorità e di fortuna, senza potergli rimproverare nessuna di quelle azioni, che sarebbero giudicate riprovevoli dal nostro criterio morale, tanto più austero di quello che allora prevaleva.

Alla corte di Rodolfo III re di Borgogna teneva l'ufficio di Conestabile; forse la più alta carica militare e politica che i tempi permettessero ad un vassallo feudale. Nel 1003 lo vediamo conte di Salmourenc nel territorio viennese; nel 1017 possiede la contea di Nyon sul lago di Ginevra; nel 1024 è già conte di Aosta, valle cisalpina che però apparteneva in supremo dominio ai re transalpini di Borgogna.

Questa marcia ascendente del conte Umberto verso gli onori e i possedimenti non si deve a nessuna di quelle violente occupazioni, così consuete ai forti dell'epoca sua; ma unicamente a vincoli di parentaggio, a donazioni reali, giusta ricompensa della sua condotta, che fu in ogni occasione leale e vigorosa.

Lo dimostrò sopratutto nella crisi dell'anno 1032, in cui avvenne, per la morte di Rodolfo III, privo di prole, la dissoluzione del vecchio reame di Borgogna.

Rodolfo III, detto l'Ignavo, per rendere giustizia alle sue qualità intellettuali e morali, aveva regnato per circa 38 anni, ed aveva sposato in seconde nozze una regina Ermengarda, che pare fosse donna degna di più virile consorte.

La storia di questo regno non è infatti che una lunga lotta fra il debole monarca e la folla dei suoi baroni, che, prevedendo la fine della dinastia, volevano trarne partito per affrancarsi da ogni vincolo d'investitura.

In una situazione di questa fatta, sarebbe stato facile al conte Umberto di volgere le influenze dell'alta sua carica contro Rodolfo e convertire in un principato indipendente e più vasto i possedimenti che a titolo feudale teneva. Invece stette egli risolutamente dalla parte del debole. Il Conestabile di Borgogna fu il più assiduo compagno di Rodolfo III, il più fedele e il più energico consigliere della regina Ermengarda. E quando il vecchio sovrano morì nel 1032 e il suo nipote Oddone di Sciampagna sorse a reclamare l'invidiato retaggio[12] il conte Umberto rispettò il testamento, che chiamava al trono di Borgogna il re di Germania, stretto parente di Rodolfo III; e scortò personalmente la vedova regina, insidiata nella sua libertà, fino a Zurigo, dove l'imperatore Corrado accolse entrambi con grande effusione e splendidi donativi.

Alla guerra che mosse allora Corrado contro l'usurpatore dell'eredità di Rodolfo, non è certo che il conte Umberto abbia partecipato. Ben vi concorse, e con altissimo grado, nel seguente anno 1034, in cui Oddone, rotti gli accordi, riprendeva le armi e raccoglieva contro il successore imperiale tutte le forze de' suoi congiunti e dei baroni alleati suoi.

Fu allora che Umberto Biancamano, già illustre sul versante borgognone delle Alpi per gli alti fatti e le regie parentele, apparve anche sul versante italiano personaggio di molta autorità e di intera fiducia.

Poichè a lui, come al più rinomato capitano d'allora, affidarono il comando di un forte nerbo di truppe i due potenti alleati dell'imperatore in Italia, Bonifacio marchese di Toscana ed Ariberto arcivescovo di Milano.

I quali pare che conducessero personalmente il loro esercito fino ad Aosta, ai piedi del Gran San Bernardo, e che lì ne assumesse il conte savoiardo la direzione. Certo, capitano e soldati si condussero, in quella guerra, con molto e fortunato valore. Se dobbiamo credere ad uno storico non italiano, il signor Frézet[13], fu anzi in una battaglia comandata dal conte Umberto che Oddone di Sciampagna restò prigioniero e fu condotto a' piedi dell'imperatore Corrado, il quale generosamente gli perdonò.

Ciò non tolse che poi, con una seconda slealtà, questo Oddone scendesse in campo nuovamente contro Corrado, approfittando dei torbidi scoppiati tre anni dopo in Lombardia. E qui si trovò a fronte di Gozelone, duca di Lorena, il quale lo affrontò e lo uccise. Ma da questa lotta per la successione borgognona uscì Umberto Biancamano con altro e largo aumento di gloria e di potere.

La parte ch'egli sosteneva aveva trionfato. La Borgogna era divenuta ciò che il testamento di Rodolfo III aveva ordinato, un dominio aggiunto ai re di Germania. Ma questi, in continua lotta cogli Slavi, cogli Ungheri e coi Comuni italiani, non potevano dedicare troppo tempo alla pacificazione ed all'ordinamento del nuovo dominio. Dovettero quindi affidare ad altri l'importantissimo ufficio, e nessuno parve a ciò più adatto del conestabile Umberto, l'intelligente e fedele amico della regina Ermengarda, nel quale gli avvedimenti politici s'equilibravano colle virtù militari. Così il valoroso conte, che era già stato il consigliere di Enrico II per gli affari di Borgogna, divenne co' suoi successori, Corrado II ed Enrico III, il depositario della loro autorità, quasi l'alter ego del principe nei territori del regno aggiunto. Non si vede infatti che, fino alla sua morte, altri personaggi esercitino in Borgogna azione delegata eguale o maggiore della sua. Soltanto dopo che il suo nome scompare dalle carte e dagli eventi dell'epoca, s'istituisce in Borgogna un organismo nuovo di Rettorato o Vicereame, il cui primo titolare politico nell'anno 1057 è Rodolfo, conte di Reinfelden.

È in questo ventennio, fra il 1035 e il 1055, che la casa Umbertina grandeggia e comincia a pigliare andamenti e diritti di sovranità indipendente. I favori imperiali piovono su di essa, a misura che il loro capo consolida, colla sua forte e savia amministrazione, la riunione della Borgogna all'Impero. Quindi, l'alto dominio sulla valle di Maurienne, la contea di Belley, il Chiablese, la Tarantasia, i castelli di Morat e di Chillon, una gran parte del basso Vallese vengono ad aggiungersi, per donazione di principe, agli antichi possedimenti del conte Umberto. La famiglia savoina viene sempre più risalendo i versanti occidentali delle Alpi; pensiero giusto e politico dei re di Germania, i quali, avendo più volte a combattere nemici così nella valle del Rodano come in quella del Po, sentono l'utilità di lasciare le chiavi del passaggio fra queste due valli nelle mani d'un custode fedele e potente, che non se le lascerà togliere nè da insidie nè da minaccie.

Assicurato da questa fiducia, il Biancamano non ha più che a lottare contro giurisdizioni vescovili, per lo più sprovvedute di titoli legittimi, e usurpate durante il lungo e fiacco dominio dell'ultimo re, ed egli le combatte in due modi: mostrandosi più forte dei vescovi, allorchè questi spingono l'audacia fino ad assumere contegno di ribellione; mostrandosi più generoso di loro, nei territorî dove la doppia giurisdizione coesiste.

Così egli è costretto a combattere colle armi Everardo, vescovo di San Giovanni nella Morienna, che aveva chiuso in faccia alle milizie imperiali le porte della città. Questa venne presa d'assalto e data alle fiamme; ma, temperando gli ordini crudeli ricevuti dall'imperatore, Umberto non permise che l'onore e la vita degli abitanti restassero in balìa della soldatesca sfrenata, come allora avveniva regolarmente dopo ogni successo di questa natura.

Contemporaneamente egli largheggiava in beneficenze, in erezione di chiese e di conventi, in donazioni a monasteri e a comuni; e siccome i prelati dell'epoca erano d'ordinario più tenaci nell'acquistare che nel donare, la popolarità di Umberto si veniva fondando sopra due fra i sentimenti umani più universali: il rispetto che impone la forza, la simpatia che inspira la generosità.

Anche ne' suoi concetti di governo, il Biancamano mostrava una larghezza d'intelletto, che lascia presagire l'avvicinarsi della civiltà. Quel suo rispetto per la vita e per l'onore dei vinti lo stacca nobilmente da tutta la tradizione contemporanea, che pur troppo avrebbe trasmessa ad altri secoli la crudele indifferenza dei Principi verso i più sacri diritti dell'umanità. E già si affaccia alla mente di Umberto il germe prezioso della pubblica economia; perchè appare mescolato alle trattative condotte qualche anno prima fra la Borgogna e il savio re Canuto di Danimarca, per istringere fra i due paesi un trattato che guarentisse ai commercianti libertà di passaggi e di scambî.

Queste le glorie, le fortune, le opinioni del conte Umberto dalle bianche mani. Senonchè finora sul nostro personaggio non vediamo scendere quel fato che lo farà progenitore della dinastia italiana. Egli possiede bensì in Italia, ma infinitamente meno che nella Savoia e nella Borgogna. Egli è soprattutto un alto rappresentante dei re di Germania nella valle del Rodano. È un principe borgognone ed ha sposato Ancilia, una figlia dei principi del Vallese. Occupa la sommità delle Alpi e dispone dei tre passaggi allora più facilmente usati, il Moncenisio, il piccolo San Bernardo e il gran San Bernardo. Ma nulla addita che il suo avvenire lo porti a scendere piuttosto il versante orientale che il versante occidentale di queste cime. Finalmente nel 1045 il fato smaschera le sue batterie. Cupido s'incarica di combattere, e, come al solito, di battere Marte. La guerra di Borgogna avrebbe potuto determinare una dinastia francese: un matrimonio determina la dinastia italiana.

 

Tra le famiglie giunte rapidamente a grande Stato sul versante alpino opposto a quello così largamente dominato dal conte Umberto, era la più illustre, per vastità di possessi e rinomanza di imprese, quella di cui era capo Olderico Manfredi, marchese di Torino.

A differenza della famiglia Umbertina, era di origine forestiera, poichè discendeva da un soldato germanico, Arduino, venuto a cercar fortuna in Italia sui primi anni del secolo antecedente. E la fortuna era venuta, insieme all'onore, poichè la famiglia Arduinica era stata fra le più risolute nel combattere e nello scacciare dalle Alpi i Saraceni: impresa che creava in quel tempo, e giustamente, la nobiltà delle stirpi e l'aureola degli eroismi.

Alla fine del 900 troviamo già Olderico Manfredi, signore di Torino e di Susa, proprietario, per eredità materna, di vasti dominî, posti nel marchesato di Mantova, e sposo a Berta, figlia di un altro marchese, Oberto d'Este, signore di Genova. Vent'anni dopo, la fine drammatica del re Arduino mette a disposizione del re di Germania il vastissimo marchesato d'Ivrea; e questo, per singolare benevolenza di Corrado il Salico, viene aggiunto ai dominî di Olderico Manfredi, il quale si trova così divenuto il maggior proprietario delle valli insubri e probabilmente l'unico personaggio investito di due marchesati in Italia.

Poichè non era piccola dignità nè piccola cura in quei tempi l'essere marchese.

Più dei duchi e più dei conti, dei quali ho avuto occasione d'intrattenervi a proposito di Milano, i «marchesi» rappresentavano quella massima forma di sovranità che era possibile esercitare, dopo e sotto l'autorità suprema dell'impero feudale.

A Milano, e in genere nelle città di pianura, prevalevano i conti; ma alle falde delle Alpi e degli Appennini, d'onde calavano d'ordinario i nemici, prevaleva l'istituzione dei marchesati, i quali raggruppavano sotto essi parecchie contee, ed erano propriamente grandi autorità militari, destinate a contenere, a frenare o a respingere i primi assalti di nuovi invasori. Perciò la dignità marchionale, pur essendosi tramutata in ereditaria, come le altre dignità feudali, non era però mai trasmessa alle donne, nelle quali non si supponeva sufficiente il genio militare. E infatti, non sono marchese, ma contesse, quell'Adelaide e quella Matilde, alla cui grandezza ed autorità politica s'inchinarono in quel tempo i più potenti uomini dell'Europa.

Non erano stati che tre in origine i marchesati istituiti da Carlo Magno in Italia: quello del Friuli, quello di Spoleto e quello di Toscana. A dieci erano saliti verso la fine del secolo decimo; e di questi il territorio corrispondente al Piemonte odierno ne comprendeva soli quattro: quello di Torino, quello d'Ivrea, quello di Genova, affidato agli Obertenghi, e quello di Savona, occupato dagli Aleramici, intorno alla cui leggenda ha scritto un dramma così soave quel simpatico ingegno di Leopoldo Marenco.

È facile dunque immaginarsi che potenza e che riputazione dovesse avere il capo di una famiglia, nella quale si trovavano congiunti due marchesati. Senza notare che fratello ad Olderico Manfredi era il signore del potente comitato di Asti, quel vescovo Alrico, che doveva più tardi mescolarsi nelle guerre civili di Milano e perire fra quelle stragi.

Per Ivrea e per Susa i dominî di Olderico Manfredi si riattaccavano, al di qua e al di là delle Alpi, con quelli del conte Umberto Biancamano; sicchè poco dovettero tardare le due illustri famiglie a stringere fra esse rapporti amichevoli; i quali, per fortuna loro e nostra, riuscirono ad un matrimonio fra Oddone, quarto figlio del conte Umberto, ed Adelaide, primogenita del marchese Olderico.

Questa unione, avvenuta, pare, nel 1045, pose il suggello alla grandezza politica della casa Umbertina. Questa cominciò a poco a poco a staccarsi dalle sue valli indigene per salire alla sommità delle Alpi e di là scendere, come disse il poeta, colle onde del Po. Da conti in Borgogna preferirono diventare marchesi in Italia; vuoi perchè l'antica tradizione romana flagellasse involontariamente il sangue di chi era diventato borgognone solamente a metà; vuoi perchè il sorriso del nostro cielo e la speranza di più gentile dominio traessero quei robusti guerrieri verso ipotesi del futuro, che il futuro non ismentì.

Dal matrimonio di Oddone colla contessa Adelaide, rimasta erede del vasto dominio della sua famiglia, uscirono tre figli e due figlie. Uno dei primi andò vescovo e si appartò dalle famigliari vicende. Pietro ed Amedeo governarono dopo la morte del padre; ma, premorti entrambi alla madre, la loro fama rimase assorbita dall'attività e dall'autorità personale che questa seppe esercitare fino alla morte.

Le due figlie furono entrambe imperatrici di Germania e destinate a combattersi. L'una, Berta di nome, sposò quell'Enrico IV della casa di Franconia, che doveva giungere a celebrità piuttosto per la sua abbiezione a Canossa che pe' suoi trionfi a Roma. L'altra, Adelaide, impalmava quel Rodolfo di Rheinfeld che abbiamo visto succedere a Umberto Biancamano nella somma autorità di Borgogna, e che appunto i ribelli tedeschi, impauriti dalla scomunica di Gregorio VII, acclamarono per qualche tempo imperatore, contro Enrico IV, ramingo e scoronato.

Bastano questi eccelsi parentadi a dimostrare che importanza avesse già raggiunta in quell'epoca la famiglia dei conti di Savoia.

Il vecchio conestabile era ancor vivo, quando la piccola Berta, nipote sua, fu promessa al fanciullo erede del trono germanico. Nessuno dei due sposi aveva ancora raggiunta l'età di sei anni; sicchè il matrimonio effettivo non ebbe luogo che dodici anni dopo, nel 1067. Ma allora il Biancamano era già sceso nella tomba, che vollero sicura ed onorata nella loro cattedrale i cittadini di Saint-Jean di Maurienne. Singolare omaggio reso al capostipite dei Savoia da quella città che, per ordine suo, aveva dovuto essere pochi anni prima presa d'assalto! Omaggio che vale da solo parecchi di quei monumenti, nei quali non è riconoscenza o perdono di popoli, ma lusso di marmi e vanità di artisti!

 

Il secondo eroe della casa di Savoia è certamente la contessa Adelaide; che, in nome dei figli, e più dei figli, e senza i figli, governò il vasto Stato fino al 1091, nel quale anno, quasi ottuagenaria, mori. Donna di alti spiriti, di fermo consiglio e di virile risolutezza, che assai rassomiglia all'amica ed emula sua, la contessa Matilde di Toscana. Cara ai maggiori prelati dell'epoca, come Ildebrando e san Pier Damiano, che le scrivevano affettuosissime lettere, mescolava ai terreni interessi la pietà religiosa, in quella misura soltanto che non turbasse l'intera guarentigia dei primi. Delle libertà comunali non ebbe il sentore; anzi, non esitò a far scempio della città di Asti, appena le parve che questa mirasse a scuotere l'alto dominio della famiglia sua. Ma in verità, richiedere dai principi d'allora incoraggiamento ad emancipazioni politiche sarebbe una esigenza che nessun salto storico potrebbe giustificare. Bastava che allora i principi fossero giusti, umani, generosi, e ad Adelaide queste virtù non mancavano. Sarebbe poi toccato all'erede e nipote suo, Umberto II, di aiutare, alcuni anni dopo, la costituzione di comuni indipendenti; ed è ancora una gloria per la casa di Savoia, che, nel corso dei secoli, sia stata in Italia la prima famiglia sovrana a mettersi per questa via.

Adelaide era già vedova da sedici anni, e da altrettanti governava, in nome de' suoi figli, lo Stato, quando scoppiava acuta nell'alta Italia la crisi delle relazioni fra il Papato e l'Impero.

Gregorio VII, spinto dalla logica della sua dottrina, aveva scomunicato l'imperatore Enrico IV, e con fiera novità, prosciolto i sudditi suoi dal loro giuramento di fedeltà. Dal canto suo, Enrico IV, spinto dal desiderio di conservare il suo trono, aveva fatto manifestare al terribile Pontefice il suo desiderio di trattare con lui in qualche città di Germania.

I Papi allora erano grandi, ma non esitavano a viaggiare fuori del loro Stato.

Gregorio VII era già arrivato nei dominî della contessa Adelaide, diretto alle Alpi, quando udì che l'Imperatore s'era mosso egli pure per varcarle nella direzione opposta. Incerto sulle intenzioni imperiali, retrocedette e venne a chiudersi nel castello reggiano di Canossa, che la contessa Matilde aveva posto a sua disposizione. E intanto la contessa Adelaide riceveva i messaggi dell'imperiale suo genero, coi quali la supplicava a concedergli il passaggio attraverso alle Alpi, di cui essa era signora.

L'Imperatore infatti, traccheggiato da' suoi rivali tedeschi, s'era visto chiusi i passi delle Alpi elvetiche e carniche; aveva dovuto scendere a sghembo nella Borgogna; e di lì era stato costretto a chiedere l'assenso della nobile suocera, che poco innanzi egli aveva fieramente offesa co' suoi tentativi di divorzio dalla virtuosa Berta.

Questa però rimase anello di conciliazione fra il marito e la madre, come la madre stette poco dipoi autorevole mediatrice fra l'Imperatore ed il Papa.

L'incontro degli eccelsi congiunti ebbe luogo sulle rive del Lemano verso gli ultimi giorni del 1076. E furono giornate terribili per geli e tormente quelli in cui la splendida comitiva superò il Gran San Bernardo per giungere a Torino. Parecchi servi perirono assiderati; e perchè lo stesso destino fosse risparmiato alla contessa ed alla imperatrice sua figlia, dovettero entrambe essere avvolte in pelli di buoi appena uccisi, e portate in siffatto abbigliamento al piede della montagna.

Enrico IV aveva fretta di abboccarsi col suo formidabile antagonista; sicchè non tardò a partire per Canossa, accompagnato dalla moglie Berta, dalla suocera Adelaide, dal cognato Amedeo, dal conte Azzo d'Este e dall'abate Ugo di Cluny.

L'episodio che allora si svolse nel famoso castello non ha d'uopo d'essere per la centesima volta raccontato. Rimane nella memoria dei posteri come un duplice eccesso, che, secondo l'indole degli eccessi, non giovò a nessuno e nessun bene fruttò. Un immenso orgoglio a fronte di una immensa umiliazione: ecco lo spettacolo che diedero di sè ai contemporanei i due uomini che avrebbero dovuto, in tanto infuriare di passioni e di eventi, mantenere al loro dissidio le forme austere della dignità.

Più degli uomini furono in quell'episodio prudenti e savie le donne; Adelaide specialmente, che usò di tutta la sua autorità sull'imperatore di cui era madre e sul pontefice, a cui come figlia era cara, per attutire gli sdegni, sollecitare gli accordi e preparare riconciliazioni durevoli.

Non riuscì a quest'ultimo scopo, poichè l'indole umana si ribella ai ricordi della violenza. Enrico IV e Gregorio VII, si separarono col bacio sulle labbra e col fiele nel cuore. Entrambi finirono la loro vita, lontani da quel potere che per entrambi era stato cagione di tanto eccesso. Gregorio VII moriva a Salerno, ospite d'uno fra quei Principi temporali[14], sui quali egli aveva preteso di esercitare così orgogliosa supremazia. Enrico IV moriva di crepacuore a Liegi, deposto e perseguitato dal figlio suo; triste vendetta delle ingiurie e dei patimenti, fra cui aveva vissuto Berta di Savoia, moglie dell'uno e madre dell'altro!

Così accade ai violenti, sui quali, presto o tardi, scende quella giustizia, riparatrice, che non teme nè le tiare nè le corone.

E che ai violenti non piegasse la fronte Adelaide di Savoia, memore forse o forse presaga della fierezza che alla sua stirpe incombeva, lo dimostra un altro episodio, che precedette di pochi anni la sua morte.

Mentre Enrico IV, vincitore a sua volta di Gregorio VII, occupava Roma e v'insediava un altro Papa, s'era recata la contessa Adelaide a fargli visita; e al seguito suo s'era aggiunto, cercando protezione, un monaco, Benedetto, abate di San Michele alla Chiusa, che aveva tenuto nell'Alta Italia contegno favorevole al Papato contro l'Impero.

Caduto questo monaco, per insidie tesegli, nelle mani degli sgherri imperiali, si stava per farne strazio, coll'esplicito assenso di Enrico, quando Adelaide, saputo il fatto, si presentò immediatamente all'Imperatore, reclamando la libertà dell'abate ch'essa aveva guarentito contro ogni offesa. Le prime ripulse del genero non iscoraggiarono la contessa, che dalle preghiere passò alle minaccie. E l'Imperatore, il quale conosceva più che altri la potenza della suocera sua, e temeva di vedersi impedito il cammino da un esercito ch'essa avrebbe potuto radunare al piè delle Alpi, non osò prolungare la resistenza e fece restituire al monaco la sua libertà.

Con questi modi e con questa indipendenza Adelaide regnava; e seguiva in ciò scrupolosamente le tradizioni del conte Umberto, che ai deboli ed agli oppressi era stato sempre largo del favor suo. Le stirpi hanno come i paesi, una costante fisonomia; e come non riuscireste a trovare, fra tutti gli Stuardi, un filantropo, non vi sarebbe possibile scovare un tiranno, fra tutti i principi di Savoia.

 

Quando la gran contessa morì, una specie di guerra di successione scoppiò fra gli eredi, presunti o legittimi, e mise a brani lo Stato.

È un fatto che la storia non può dissimulare e che produsse conseguenze durate per qualche secolo.

Ma ho già avuto qui l'occasione e l'onore di dire che nei fenomeni storici di lunga evoluzione non è già qualche soluzione di continuità che possa scemarne la verità o la logica. La vita umana è continuamente interrotta dal sonno; eppur si ritrova, alla fine d'ogni intervallo, piena di unità e di efficacia. Nè la vita dei popoli è in ciò diversa dalla vita degli individui. Subisce alternative di stanchezza o di sconfitta, dopo le quali il pensiero direttivo o l'istinto ripigliano lo svolgimento di prima. Se ciò non fosse, sarebbe disperato lo sforzo di cercare nella storia virtù di esperienza o insegnamenti di civiltà. La storia diventerebbe un tumulto di fatti, una successione di violenze, in mezzo alle quali nessun pensatore potrebbe trovare barlume di una legge progressiva dell'umanità.

Chi pensa, per esempio, che la storia di Roma antica non abbia uno svolgimento di mirabile continuità, perchè i Galli poterono spingere il loro Brenno entro le antiche mura, ed accamparvisi come padroni?

Chi crede che non cominci da Rodolfo d'Habsburg la stirpe imperiale d'Austria, perchè dopo suo figlio, un'altra casa di Lussemburgo ha potuto dare due o tre sovrani alle popolazioni germaniche, lacerate dalla guerra civile?

Lo stesso fato dominò nei primi tempi la casa di Savoia; ma essa afferrò il fato con robuste braccia e lo vinse.

Morta Adelaide, parve per qualche tempo che la fortuna avesse abbandonato al di qua delle Alpi, la casa Umbertina.

Il marchese Bonifacio del Vasto, lontano parente di quella casa, mosse subito le sue forze contro Asti ed Albenga. Corrado, figlio dell'Imperatore e nipote della defunta Adelaide, occupò le migliori terre della contea di Torino. Lo stesso Enrico IV varcò le Alpi e scese con un esercito sopra Montebello. E, incuorati da siffatte usurpazioni, alcuni fra i maggiori Comuni, come Torino e Chieri, innalzarono bandiera d'autonomia e cercarono ritornare al dominio nominale dei vescovi, che non sempre rispettavano le libertà onde erano proclamati custodi.

Contro queste usurpazioni e queste riscosse era solo a lottare Umberto II, figlio di Amedeo, rimasto giovanissimo a governare quegli Stati, retti fino allora da mani così gagliarde e da esperienze così provette.

E cominciò allora un secolo di contestazione e di lotte, nelle quali la casa di Savoia, ora avanzando, ora retrocedendo, non perdette mai il rispetto alle sue tradizioni e la fede nel suo avvenire cisalpino. Non abbandonò le prische sedi, poichè nelle valli savoiarde e svizzere battagliò lungamente, mutando ed acquistando terre e castella; ma tenne l'occhio fiso al dominio italiano, che dopo il matrimonio con Adelaide Manfredi, era diventato il pernio della potenza e la seconda patria della dinastia Umbertina.

Per molti lustri, il successo rimane dubbio, i contrasti son fieri; v'è un'epoca, in cui la famiglia si spezza in due rami, e sembra che scompaia l'unità della tradizione dinastica. Ma la virtù e la sagacia suppliscono a qualche difetto di fortuna o di energia. Non sempre giova affrontare la bufera alpina a viso eretto. Questa vi avvolge e vi trascina giù pei burroni. Se invece, curvandovi, lasciate passare l'uragano, rimanete al vostro posto e potete rizzarvi più forte e più sicuro di prima.

È quello che hanno fatto tante volte i principi di Savoia, riprendendo, da Susa o da Ivrea, il cammino verso quelle pianure che l'uragano flagellava innanzi al loro passi. Finchè poi, una serie di principi vigorosi e fortunati, Tommaso I, Pietro II, Amedeo V ricuperavano, aumentandolo, l'antico patrimonio della contessa Adelaide; preparando quella grandezza militare e politica, di cui toccò il vertice più tardi il grande Emanuele Filiberto.

Fu però negli anni più aspri e più laboriosi di questa fondazione politica che si svolsero i primi germi del programma, a cui la casa di Savoia avrebbe dovuto i suoi trionfi italiani. Vi sono in ciò dei presagi storici, che possono sembrare combinazioni all'osservatore superficiale, ma che forzano il pensatore alla meditazione.

È infatti Umberto II, che, proprio nel più fitto della guerra di successione, riconosce l'indipendenza di Asti e stringe accordi con essa per combattere predominî feudali. È Amedeo III che, dopo il 1130, concede a Susa il primo statuto di franchigie comunali. È Umberto III che, nel 1175, prepara i primi accordi tra Federico Barbarossa e le libere città lombarde. Poi, nel 1215, Tommaso I stringe, per la prima volta, accordi politici con Milano contro il marchese di Monferrato. E finalmente, cinquant'anni dopo, Pietro II si trova in Svizzera di fronte a Rodolfo, allora semplice conte di Habsburg, e duramente lo batte; singolare e provvidenziale contesa, che cominciava proprio tra il primo fondatore della casa d'Austria e il ristauratore della casa di Savoia, quella secolare rivalità di cui abbiamo visto forse l'ultimo atto nella guerra del 1866.

Vanti non piccoli questi, della dinastia che ci regge; poichè, se è facile mostrare generosità e benevolenza, durante i periodi in cui la fortuna accarezza, lo accentuare, nell'epoca dei pericoli, quelle idee e quei propositi che poi governeranno l'epoca della prosperità, è previdenza che non a tutti sorride, - è saviezza che molti avrebbero dimenticata, sotto il pretesto della sventura.

Ora, è proprio la sventura il crogiuolo in cui s'affinano le anime grandi. Ed è questa l'aristocrazia specialissima della famiglia, di cui studiamo le origini; aristocrazia che innalza il carattere di Umberto Biancamano quando s'incammina a Zurigo, custode della detronizzata Ermengarda, e che innalza il carattere di Carlo Alberto, quando s'incammina ad Oporto, per salvare colla dignità della stirpe l'avvenire d'Italia.

Quelle disposizioni dei primi Umberti a favore dei Comuni, appena usciti dall'infanzia feudale; quel desiderio di creare in pieno medio evo solidarietà politiche colla Lombardia o colla Toscana; quell'istinto che metteva contro Rodolfo d'Habsburg i soldati d'un principe di Savoia, preannunciano fin dai secoli oscuri le qualità che renderanno popolare, nei tempi moderni, la dinastia: vale a dire, la fede nei principi liberali, l'accortezza nelle alleanze, il proposito dell'indipendenza, la virtù militare, che non odia i nemici, ma non li conta.

Se questa non è legge istorica, non sappiamo qual sia; e in verità è difficile pensare che altri istituti, altre compagini umane possano vantare fra le loro origini e la fine dei loro svolgimenti eguale coerenza di tradizioni.

Umberto Biancamano, nel secolo XI protegge i suoi nemici contro l'abitudine del saccheggio. Pietro II nel secolo XIII adotta per motto suo: la sovranità viene da Dio, quando è esercitata a beneficio dei popoli. Vittorio Amedeo II nel secolo XVII spezza il suo collare dell'Annunciata per dividerne i brani fra il popolo afflitto dalla carestia. Umberto I nel secolo XIX si tuffa nei contagi omicidi per dare ai popolani sofferenti quel conforto che viene dalla calma, dal coraggio, dalla fiducia.

L'unità dei pensieri e l'unità d'istinti non potrebbero avere, io credo, più perfetta dimostrazione.

 

Del resto, ad altre dimostrazioni e ad altre unità si presterebbe l'argomento, se volessimo discendere dai primi agli ultimi della famiglia Umbertina, o risalire dagli ultimi ai primi.

Ma, dopo avermi tollerato come istorico, non vorrei mi accusaste di scendere a cortigiano. Ora, i cortigiani che sono ordinariamente accaniti ad inventare le origini delle dinastie, sono, anche più ordinariamente, accaniti a parteciparne le decadenze.

Dio mi tolga dunque, ora e sempre, dal numero e dall'abbiezione.

Discorrere delle Case sovrane è stato difficile, finchè le ragioni dell'intelletto erano soverchiate dalla prepotenza dei privilegi. Allora, nessuna logica correggeva gli eccessi; poichè il mondo si divideva in dominati e dominatori; e, secondo l'influsso di questa situazione personale, la storia diventava o adulazione o calunnia.

Il regime liberale, rendendo ai principi l'affetto dei popoli, ha reso nel tempo stesso agli scrittori l'indipendenza e l'imparzialità del giudizio.

Oggidì che il sovrano s'è sprofondato nelle moltitudini e vive della loro vita, adularlo sarebbe ipocrisia, offenderlo sarebbe viltà.

Però lo scrivere di regnanti non è facile ancora, per quanto la difficoltà abbia mutato natura. Non è facile, perchè avviene talvolta che i cortigiani impauriti e le democrazie soddisfatte si uniscano in un solo e intollerante grido di plauso, attraverso al quale sembri importuna la voce severa di chi ama e teme.

Questa difficoltà è assai minore, com'è minore il pericolo, quando si tratti di famiglie dinastiche la cui storia rimonti alle origini della civiltà.

In questi casi la voce dei secoli può sostituire efficacemente quelle voci contemporanee, che diventassero troppo fioche o troppo obliose; e nella ricca e varia indole dei numerosi antenati possono i regnanti contemporanei trovare quel senso della misura che è la suprema saggezza dei reggitori di popoli.

Perciò mi fu grato parlarvi delle origini d'una famiglia gloriosa nei fasti della patria; i cui principi seppero essere quasi tutti energici senza tirannia, buoni senza debolezza, amanti di libere istituzioni senza sminuire la dignità del loro sangue.

Se questa famiglia avesse illustrato col suo dominio qualunque altro popolo d'Europa, i suoi ricordi desterebbero sempre nello storico il sentimento dell'ammirazione.

Ma quando nello storico si confondono il cittadino ed il suddito, l'ammirazione si tramuta in un complesso di affetti maggiori e diversi. L'indagine del passato non basta più a soddisfare l'intelletto; che vorrebbe lanciarsi nell'avvenire e cercarvi il segreto delle inquietudini e delle speranze patriottiche.

Le une e altre autorizza la storia nel suo viaggio di lungo corso.

Ma se il progresso politico non è ridotto ad una formola menzognera, questa storia dovrebbe quind'innanzi subire meno che nel passato la legge dei violenti ed il capriccio dei casi; dovrebbe quind'innanzi riposar meno sul contrasto che sull'armonia degli interessi molteplici.

Ora, chi pensi quante volte questi interessi hanno trovato efficace difesa presso popoli pieni di fiducia e presso principi degni d'inspirarla può dare nell'avvenire il passo alle speranze sulle inquietudini.

Poichè - voi me lo insegnate, o signore, - quando l'amore può essere nel tempo stesso un orgoglio, diventa il più forte e il più durevole dei sentimenti umani.

 

 

 

LE ORIGINI

DELLA MONARCHIA A NAPOLI

 

DI

 

Ruggero Bonghi

 

 

Signore e signori,

 

Dante Alighieri, lo rammentate, dice, non ricordo ben dove:

 

Sempre a quel ver che ha faccia di menzogna,

Dee l'uom chiuder le labbra quanto puote,

Perocchè senza colpa fa vergogna.

 

Se questo precetto va seguito sempre, io avrei dovuto pregare gli ordinatori di queste letture, di volermi assegnare soggetto diverso da quello, che, ben mio malgrado, mi son visto imporre; giacchè esso è tale che, considerato sì nelle sue cause remote e sì nei suoi effetti lungo i secoli, ha tanto di meraviglioso, che, quando io ve n'abbia discorso parrà a voi piuttosto favola che storia; un soggetto, per soprappiù, che s'aggira intorno a cosa mai esistita sino a tempi tanto prossimi che molti di noi hanno convissuto più o meno con essa, eppure tanto passata, che duriamo fatica a ricordarla noi, e dureremo anche maggior fatica a imprimerla nella memoria o nella fantasia dei nostri figliuoli: la monarchia napoletana.

Di fatti, chi di voi, cui non fosse noto, penserebbe, che, per raccontarvi le origini di questa monarchia perita per sempre, io deva forzarvi a riportare la vostra immaginativa sin su all'ottavo secolo d.C. e trarvi meco sino alle coste della Norvegia: e mostrarvele, queste, pullulanti di navi, e le navi spiccarsene di qua, di là, e scorazzar per i mari che bagnano le spiaggie della Danimarca, della Germania, dell'Inghilterra, della Francia, e cacciarsi nei fiumi, che vi mettono foce, e penetrare più che possono, entro terra, e mettervi a ruba e a sacco ogni cosa, e uccidervi o portar via uomini, rapire o violare e trucidare donne, fanciulli, e tornare a casa, ricche di preda e di gloria? Eppure, o signore, è così. Portano un illustre nome nella storia cotesti pirati del settentrione: Vikingi, checchè questo nome voglia dire, abitanti o assalitori di rade. Alle lor vittime parevano corsari del mare; essi se ne dicevano re. E re erano. Per due o tre secoli i popoli rivieraschi non ebbero difesa contro di loro. Nè quelli soli delle regioni nominate dianzi. Giacchè entrarono nell'Atlantico, e visitarono a quel gentil loro modo le spiaggie occidentali della Francia, della Spagna; entrarono nel Mediterraneo e visitarono le nostre. Udite questa. Sentirono in una delle loro scorrerie parlare di Roma, della ricca, della grande Roma: a Roma, a Roma, fu il loro grido subito. Quivi avrebbero messe le mani sulla maggior somma di ricchezza al mondo. Quando, costeggiando le spiaggie orientali della Spagna e le meridionali della Francia, furono giunti, discendendo quelle dell'Italia, a Luni, vi fecero sosta poco discosto dalla foce della Magra, sui confini della Liguria e della Etruria, cui aveva già reso celebre e prosperoso il porto suo, quello che ora è detto della Spezia. Era ancora città popolosa e ricca, quantunque fosse già sul declinare, quando verso il principio della seconda metà del nono secolo cotesti Vikingi vi approdarono. E a essi, una città che dopo scorsi cinque altri secoli Dante avrebbe portato a esempio delle città ite, anzi di quelle che non ci dovevano far parere cosa nuova nè forte,

 

Udir come le schiatte si disfanno

Poscia che le cittadi termine hanno,

 

a essi parve Roma: tanto grande n'era il porto. Li comandava un Hasting, e si traeva dietro un dugento navi di quelle ch'essi chiamavano suckhar, serpenti, trakur, dragoni, nomi di agguato e di spavento. Ai Lunesi la notizia di così triste arrivo pervenne mentre celebravano nella cattedrale la festa del Natale e ne furono, sì, sgomenti, ma non tanto che non corressero a chiuder le porte e s'armassero a difesa. Hasting mandò loro a dire che non nutriva nessuna cattiva intenzione, lui; sbalestrato dai venti, aspettava di potere andar via; per ora implorava soltanto che gli si lasciasse vettovagliare la ciurma, e per sè, poichè si sentiva morire, il battesimo; nient'altro. S'ebbe vino, pane, ogni cosa; e, quanto al battesimo, entrasse pure in città e venisse in chiesa a farvisi battezzare. Si lasciò portare: non era in grado, diceva, di camminare; tanto si sentiva in fin di vita; e non v'era segno di verace e tormentosa agonia che non desse. Fu cerimonia solenne; il vescovo volle celebrare la funzione lui; gli fece da compare il conte. Ed egli scongiurava: «Pochi giorni mi restano, seppellitemi qui, in questo luogo che m'è sì caro; seppellitemi da cristiano.» Fu riportato alla nave. A breve andare, si sparse voce che, diffatti, egli era morto. I suoi lo allogarono nella bara, rivestito del giaco e colla spada al fianco; e fecero così gran corrotto, e con così alti lamenti e grida che più non avrebbero fatto se fosse morto davvero. E se ne andarono colla bara alle porte della città, e quivi, piangendo, scongiurando, chiesero che lor si aprissero, e si desse riposo al cadavere del lor capitano, del lor padre, del loro fratello colà dov'era risorto a vita di spirito. E i cittadini acconsentirono. Apriron le porte, ricevettero il morto con grande onore. Le campane suonavano a stormo; preti e signori, ricchi e poveri accompagnavano processionalmente. Il vescovo cantò la messa funebre, lui. Ma ecco che, quando fu finita ogni cerimonia, quando si fu per alzare la bara, il morto ne saltò fuori. Com'egli era armato, così erano tutti i suoi, che erano entrati in città e in chiesa in sua compagnia. Avevan nascosto corazze e spade sotto le cappe. Fecero infinita strage. I primi ad avere mozzato il capo furono il vescovo e il conte compare. Poi, usciti di chiesa, misero a ruba la città; poi la campagna. Non seppero, se non dopo compita l'opera, che la città non era Roma. Tornarono di dove eran venuti; e io non ve ne avrei discorso sin qui, se l'avvenimento, che può anche non essere in tutto vero, non mostrasse le qualità principali e costanti della stirpe, sinchè durò intatta: nessuna più temeraria, più astuta, più crudele al bisogno, più soverchiatrice e più ingorda di essa.

Come e perchè cotesto sciame di corsari uscisse dalla terra natìa e si spandesse da per tutto, è facile intendere; si trovavano troppi a casa, e la casa, per giunta, era povera. Tedeschi di stirpe, e certo cacciati dalla spinta di altre genti o della stessa loro famiglia o di diversa in quella estrema penisola, dovevano forse ricordare con desiderio le spiaggie perse da secoli. E vi ritornavano con desiderio. Ma non vi ritornavano quali n'erano partiti. Nella nuova lor patria il fragore dei ghiacciai e il tono delle valanghe, durante la lunga notte polare rischiarata soltanto dalla fiamma sparsa dall'aurora boreale; il muggire dell'onde sbattute dalla tempesta sulle spiaggie cavernose dei seni di mare, le folte e scure selve, e la state che scoppia a un tratto, e riveste le roccie e le creste dei monti della betula odorosa e verde, mentre il sole sale sempre più alto e gitta i suoi arcobaleni sulle cascate spumanti; e il bagliore dei raggi che si riflettono dai campi di ghiaccio, e la luce verdognola, cangiante, che ne riempie le grotte cristalline, destavano nei lor petti una meraviglia mesta e pensosa. Tutta la lor credenza religiosa n'era colorita e formata. L'universo si figuravano fosse colmato tutto dall'albero dell'esistenza, il frassino Yggdrasil, che vien su del Nifl, il regno dei morti. A' suoi piedi sgorga gorgogliando la fonte del Mimer, e laggiù nel regno buio stanno a sedere tre Norne, tre Parche, sorelle, l'età passata, la presente e la futura, che ne innaffiano le radici e filano i fili dei fati umani. L'impero della terra è diviso tra gli Asi, i buoni Iddii, che rappresentano la luce e il calor della state, e gli Iotuni, mostri giganteschi, che figurano il gelo, la tenebra, la tempesta di neve. Quegli abitano in su nell'Asgard; questi in giù, al buio nello Iotum. Principale tra gli Asi è Odino, il signore del cielo e della terra, cogli occhi di foco; il padre degli uccisi in battaglia, che gli accoglie presso di sè nel Walhalla. E v'era altri Asi appena meno potenti. E non mancava loro il conforto, cui niente oltrepassa, la compagnia della donna; Frigga, moglie di Odino, Freya, la dea tutelare dell'amore, Iduna, la custode dei pomi di cui gli Asi vivono in una giovinezza eterna, divinatrice del futuro. Ma a cotesti benefici Iddii stanno di contro i perversi, mostri terribili: il lupo Feuris, il serpente Midgard, e Hel. Come padre degli Asi fu Allfadur, così degli Iotuni fu Loki. Padre e figliuoli, Odino vinse e variamente punì; ma quando il bellissimo Baldur, figliuolo di Odino e di Frigga, morì, la fortuna degli Asi cominciò a declinare. Aveva pur presentito la madre che sarebbe morto! Aveva chiesto a tutti gli elementi, a tutti, a tutte le creature, a tutte, di non recargli danno: e l'avevan giurato. Pure quel furbo di Loki le trasse di bocca, che una sola creatura, una sola, non l'aveva giurato: un arboscello, il vischio. E Loki persuase il cieco Hodur di colpire Baldur con un rametto di vischio. E il bellissimo Baldur cadde a terra spento; e Nanna, la moglie, che si struggeva per lui di un infinito amore, lo seguì. E la stessa sorte toccherà agli Asi tutti, il giorno che perirà la terra; dovranno dileguarsi e sparire, nel crepuscolo degli Dii. Tre inverni, non interrotti da nessuna state, si seguiranno l'un l'altro; si ottenebrerà il sole; una sciagura incalzerà l'altra; per l'intiero mondo infurierà la guerra. Surtur, il principe del fuoco, verrà da mezzogiorno a passo a passo; il cielo si fenderà; e attraverso le suo fenditure gli spiriti del fuoco irromperanno. Sotto i lor passi il ponte del cielo rovinerà. Nel settentrione il lupo Feuris si sprigionerà dalla sua catena. La nave Negilfari, tratta dalle unghie dei morti, sarà condotta dal gigante Hymir verso Oriente, e di quivi si avvicinerà l'esercito dei cattivi spiriti, menati da Loki. I giganti di ghiaccio e il cane dell'inferno Garmer s'affretteranno al ritrovo. Tutti converranno nelle pianure Oscornar. Ed ecco il custode del cielo Heimdall soffiar nel suo corno; e gli Dii marciare a battaglia, e tutti gli eroi seguirli, quanti ne son periti dal principio dei tempi. Il frassino Yggdrasil vacilla, divelto dalle radici. L'aquila gigantesca divora crocidando i cadaveri dei caduti; il serpente Midgard, divincolandosi, vien fuori dal mare sputando veleno. Thor, sì, l'uccide; ma l'uccisore alla sua volta è soffocato dal veleno vomitato dal suo nemico. Feuris ingoia Allfadur, ma anch'egli muore. Loki e Heimdall si trucidano l'un l'altro. Gli astri si spengono; fiamme dissolvono la compagine della terra. E la terra si sprofonda nel mare; ma dal mare una nuova terra emerge; gli Asi si destano da morte, e con loro sorge un uman genere ringiovanito.

Vi parrà, che in questo intreccio di fantasie cosmogoniche e religiose nulla vi sia di cui ci si giovi. Nulla, di certo; forse vi avrete raccolto qualche eco di racconti già uditi, stranamente confusi con invenzioni nuove; ma ciò al soggetto nostro non preme. Al soggetto nostro preme osservare che, come le religioni sogliono, anche questa dei Vikingi o dei Norvegi era atta ad aprirne gli spiriti e lasciarli spaziare più in là e più in su, a metter loro davanti il contrasto del bene e del male; ad arricchirli di qualche idealità avvivatrice. Difatti, se gli abbiamo visti, i Vikingi, astuti e soperchiatori, pure non era sola la preda che li allettava a' pericoli, bensì ancora gli abbagliava la gloria, com'essi la intendevano, la vaghezza del nuovo. «Chi vuole», dicevano, «col suo coraggio acquistare gloria, deve persino innanzi a tre nemici non trarsi indietro; soltanto avanti a quattro può fuggire senza vergogna.» E il premio che s'aspettavano, era, dopo morte, il banchettar con Odino lassù e con quanti altri eroi erano morti prima o dopo. Nè volevano la battaglia, la morte, priva di canto. Le corti dei principi, dei capi, le navi stesse, mentre scorrevano il mare, eran piene dei lor cantori, gli Scaldi, ai quali spettava celebrare nei versi le imprese dei valorosi. Nessuna persona più accetta di loro nei palazzi dei grandi. Cantavano poesie loro, poesie di loro antecessori avanti ad essi. Ne ricevevano in ricambio ricchi doni. I cortigiani avevano obbligo d'imparare a mente i versi cantati e diffonderli. Non tutto, vedete, nei paesi e nei tempi barbari è men civile che nei paesi e tempi civili.

Così vaghi di glorie e di avventure accrebbero la loro e la nostra cognizione della terra. Nel 861 Nadodd fu gettato da una terribile tempesta sulle coste di una terra ignota; la chiamò come la vide, terra di neve, ne tornò sgomento della natura selvaggia, in mezzo a cui s'era visto; ma uno svedese, Gardar Svafarson, vi approdò da capo più tardi e la chiamò Gardarsholm, isola di Gardar. Altri, cacciati o da timori o da speranze o da voglia di libero vivere, scoversero l'Islanda, Ingolfshodi; traevano il nome o dal proprio loco o dalla natura visibile. Nè qui si fermarono. Verso la fine del decimo secolo Eirek il rosso, sbandito dalla patria per un omicidio, allestì una nave gigantesca col disegno di veleggiare verso mezzogiorno; non mosse solo, ma accompagnato da audaci. Nel 982 vide distendersi dinanzi a lui una lunga costa, coronata da un ghiacciaio; non sostò nè mutò rotta; sinchè non ebbe incontrata una regione, che per essere di state verdeggiava tutta e la chiamò Groenlandia, e vi chiamò altri. Fra questi un Bjarni, in un viaggio con una propria nave, si trovò una volta a vagare molti giorni e notti senza sapere dove fosse. Da molti giorni non vedeva il sole, quando gli si mostrò una terra, che nè a lui nè a' suoi compagni parve la Groenlandia. Non vi si ancorò; navigò più oltre; e dopo due giorni e due notti gli sorsero davanti due strisce di costa, delle quali la seconda mostrava grandi monti di ghiaccio. E neanche qui si sentì invogliato a sbarcare; avanzò; e, menato via da un forte libeccio, scoverse dopo quattro giorni una quarta terra e vi discese. Quivi trovò il padre Herjulf, che senza sua saputa vi dimorava, e accolto lietamente, vi rimase il resto della vita. Che terre erano queste? L'ultima, si congettura fosse la costa del Massachusetts; la seconda, la Nuova Scozia; la terza, non è ben chiaro; forse il nuovo Fundland. Così avrebbero rinvenuto l'America un cinque secoli e più prima di Colombo, se gli uomini vedessero davvero le cose, prima di esser maturi a vederle e a giovarsene. Nè Bjarni restò poi solo. Un Leif, figliuolo di quell'Eirek, scoperse il Labrador e rivide la Nuova Scozia, che chiamò Terra del vino poichè vi abbondavano rigogliose le viti; nel 792 vi tornò il fratello Thorwald, e pose la sua sede in quella che fu poi chiamata isola di Rhode; e se ne spiccò per spiare il paese verso settentrione, ma fu viaggio funesto. Giunto, si crede, alla montagna di Gurnet nel golfo di Plymouth, l'uccisero. Ed altri seguirono; ma questi bastano a mostrare un aspetto di questa indole Vikinga, il più adatto a spiegare la loro azione sul mondo.

Giacchè i Vikingi amavano di uscire di casa e andare a risiedere persino in regioni ignote e selvaggie, come non avrebbero sentita la voglia di prender dimora in regioni relativamente civili alle cui spiaggie approdavano o per i cui fiumi s'internavano? Una delle prime di queste era la Francia nella sua costa settentrionale, lì dove era a quei tempi chiamata Neustria. Risalivano la Senna: bruciavano a dritta e a manca. Parigi gli attirava. Vi penetrarono nel 857; ne bruciarono le chiese: ne misero a ruba le case: la città si riscattò a denaro, ma v'eran rimasti cinque anni. Ventotto anni dopo vi tornarono forti di settecento navi. Il fiume n'era ricoperto per un tratto di due miglia. Ma la città, istruita dalle precedenti invasioni, s'era afforzata. Fu variamente, gagliardamente attaccata, ma anche gagliardamente difesa. Così l'anno dopo. Come alla battaglia di Regillo, Castore e Polluce erano apparsi in aiuto a' Romani, così a' Parigini venne in aiuto tutto un esercito celeste. Il capo dei Vikingi stanco accondiscese ad andar via per denaro; gliene fu dato: andò. Ma non tutti i suoi lo seguirono; parecchi restarono; e ritentarono gli assalti. Nè si mossero, sinchè Carlo il Grosso non si fu avvicinato con un esercito, non già per usarlo a cacciarli via colla forza, ma per pagare la ritirata anche a questi. Eran rimasti dieci mesi; ma non perchè Parigi avea lor resistito, se ne tornavano a casa. Anzi si spandevano per le regioni a settentrione di Parigi, e vi si stanziavano. Già nel principio del decimo secolo la popolazione v'era di Vikingi in gran parte. Anzi la difendevano contro altri Vikingi, meglio che i Franchi non avevano fatto contro loro. Nel 911 un Rollo, o Rollone, - uomo di tale corporatura che non c'era cavallo che lo reggesse, ond'era costretto ad andare sempre a piedi, sicchè ne aveva avuto soprannome di camminatore, - chiese a Carlo il Semplice licenza di stabilirvisi addirittura, e l'ebbe. Così quella parte di Neustria che i Vikingi occuparono con lui, mutò nome, e si chiamò quind'innanzi Normandia; giacchè i Vikingi eran detti altresì Northmen, uomini del Nord, o, come noi diciamo, senza più intendere il nome, Normanni.

La cessione di quel tratto di terra lungo la Senna dall'Epta e dall'Eure al mare non fu fatta da Carlo volentieri: ma l'arcivescovo di Rouen non potette ottenere da Rollone a miglior patto che si ritirasse dai confini della Borgogna, dov'era giunto, e vi aveva vinto il Duca. Già questo patto, così duramente imposto, mostra in quali condizioni fosse allora la Francia. Mentre i Normanni la disertavano a settentrione, facevan peggio i Saraceni a mezzo giorno. La debolezza del Principe, l'indisciplina e l'insubordinatezza dei grandi, la mala sicurezza di tutti vi avevano disciolto ogni ordine. La leggenda - quella stessa che l'Ariosto ha verseggiata - fece poi di tutti i Carli della dinastia Carolingia, dal Magno al Semplice, uno solo; e dei Normanni e dei Saraceni un sol popolo, i Pagani; sicchè questi e non quelli fu cantato ponessero l'assedio a Parigi. Una storia piena di confusione e di disordine fu dalla leggenda confusa e disordinata peggio. Ma Rollone sapeva chi egli era, e che forza sarebbe stata la sua. Quando in Saint-Clair venne a colloquio con Carlo, gli porse la mano, ed essendoglisi fatto segno, che dovesse baciargli il piede, vi si ricusò. Dette però ordine a un Normanno di farlo in sua vece; e questi tirò tanto in su il piede del Re, che lo gittò rovescioni per terra. Ecco come il nuovo nasce, e tratta il vecchio; è insolente di sua natura.

Intanto i Vikingi, i Normanni, i Pagani bianchi, Fiun Gail, i Pagani neri, dubh Gail, i Madjus, com'eran variamente chiamati da popolazioni cristiane o musulmane, s'eran già cominciati a convertire al cristianesimo. Il loro sentimento religioso non era forte: come prima non s'eran mai proposto di propagare la fede di Odino, così parvero abbracciare la fede di Cristo piuttosto per ragion politica, che per salvare le anime. L'arcivescovo di Rouen riuscì a battezzare Rollone e i suoi seguaci, e Rollone mutò il nome in Roberto. A ogni modo nè la fede mutata nè la nuova sede assicurata e tranquilla tolse ai Normanni l'antica voglia di vagare per mare e per terra in cerca di nuove avventure. Una di queste ci preme.

Nel quinto secolo d. C. un cittadino di Siponto, la Manfredonia di ora, ai piedi del Gargano, ebbe tanta grazia da Dio, che in una grotta non discosto dalla cima del monte vide l'arcangelo Michele, quel medesimo che, nella battaglia coll'angelo Lucifero, lo incalzò per modo colla spada di fuoco da precipitarlo addirittura in inferno. L'8 maggio 493 l'arcangelo apparve di nuovo al vescovo di Siponto Lorenzo e gli ordinò che dedicasse quella grotta a lui. Fu fatto; e maravigliosa accoglienza trovò il nuovo culto in tutto l'Occidente. In Normandia gli fu consacrata una cappella presso Avranches, su una roccia bagnata dal mare, e ogni anno un infinito numero di pellegrini vi accorreva a venerare l'arcangelo. Era naturale, che in molti sorgesse il desiderio di peregrinare al proprio luogo in cui era apparso, al luogo che la pietà dei fedeli aveva arricchito di doni, ed era perciò diventato preda a vicenda di Longobardi, di Saraceni, di Greci. Vi si poteva passare chi volesse andare in Terra Santa: e questo, il maggiore dei pellegrinaggi, non era stato mai smesso. Covava negli animi per Terra Santa il foco che divamperà di lì a un secolo.

Ora, un Normanno dei principali, Gisalberto Butterico, poco oltre il 1000, s'avviò pellegrino al Gargano. Non lasciava la patria senza cagione; aveva ucciso il visconte Guglielmo, seduttore di una sua figliuola; voleva scansare la pena che Riccardo II, il terzo successore di Rollone, gli avrebbe di certo inflitta, poichè portava amore all'ucciso. Menava seco i suoi quattro fratelli, Rainulfo, Asclittino, Osmundo e Rodolfo, e altri compaesani, di molti. Bisogna accennare, nelle mani di chi stesse a quei tempi la regione che costoro attraversavano.

Quanta parte dell'antica popolazione, vissuta qui mentre l'Impero Romano durò, scampasse agli strazi delle invasioni barbariche, non si può dire; e neanche se e quanti Goti sopravvivessero alle guerre e alle conquiste, Bizantina prima, Longobarda poi. Certo alla popolazione Romana più o meno numerosa e alla gente gota, s'erano oramai sovrapposti Longobardi, Greci, Saraceni. Questi ultimi cacciati sin dal 916 dal loro nido al Garigliano, dove erano rimasti asserragliati trentaquattro anni, non avevano mai smesso di molestare l'una o l'altra parte del territorio napoletano, ma non erano riusciti a stabilirvisi; occupavano, sì, a riprese città persino importanti, ma combattuti da indigeni, da Greci, da Longobardi, non vi duravano; però, restano tuttora - nè tutti sulle spiaggie - nomi di luoghi che li ricordano e attestano una più o meno lunga dimora. Venivano per lo più dalla Sicilia, già conquistata da essi via via a cominciare dalla prima metà del nono secolo, o di più lontano, dall'Africa, e trovavano alleati nelle discordie cristiane, alimentate dal numero dei principati Longobardi, dalla condizione incerta e mutevole dei possessi Greci, dalle ambizioni e dalle ingordigie di tutti: e tra tutti e più legittime, ma non meno disordinatrici, le gelosie di più di un comune, rivendicatosi o desideroso di rivendicarsi a libertà. Già, quanto a' principati Longobardi dopo morto Pandolfo Capodiferro nel 981, il ducato di Benevento si era disciolto da capo in tre; un ducato di Benevento, sminuito, un principato di Capua e uno di Salerno. Dal primo s'eran distaccate altresì le contee dei Marsi e di Chieti, che prima gli erano appartenute, ed avevan già fatto parte del Ducato di Spoleto. Dalla spiaggia del Tirreno i dominî di questi principati si distendevano entro terra sino alle falde del Gargano e alla catena Appennina: ma qui si trovavano a contesa coi Greci, che, possedendo la spiaggia Adriatica, e, di giunta, la Calabria, gli affrontavano da Oriente e da Mezzogiorno. E a' principali Longobardi il possesso stesso della spiaggia Tirrena era interrotto da ducati minori, il cui magistrato supremo era elettivo, e che riconoscevano una cotal sovranità preeminente all'imperatore di Costantinopoli; quantunque l'elezione non uscisse di solito da una famiglia, e la preminenza imperiale fosse diventata in tutto una forma vuota di effetto. Tali erano Gaeta, Napoli, Amalfi, Sorrento.

D'altra parte i Greci avean diviso il lor tema d'Italia come lo chiamavano per ricordo dell'antico potere, in due governi: quel di Puglia e quel di Calabria; e davano nome di Catopano al governatore del primo - o che questo sia una corruttela di capitano o che voglia dire sopra tutto, - di Stratego a quel del secondo.

Felice, come vedono, condizione di popolo doveva essere questa; ma peggio di una realtà così intricata e violenta doveva aduggiarlo un'ombra. Due secoli prima, papa Leone III, coi suffragi del popolo di Roma, aveva, a parer suo, ritornato in vita l'impero Romano nella persona di Carlo Magno, incoronandolo e segnandolo colle sue mani di sacerdote. Una confusione di idee aveva dato motivo a una creazione siffatta; e le tenne dietro una gran confusione di fatti. Chi guardi al successo, potrebbe sospettare, che appunto il Papato sperava di pescare nel torbido; ma queste astuzie a lunga vista sono per lo più congetture vane. Bisogna cercare il motivo del Papa in tutt'altro, e, certo, in ciò, che l'Impero restaurato da Roma per le mani del sacerdozio si sarebbe surrogato all'impero di tutt'altra origine che s'intitolava da Bisanzio, e sarebbe stato del sacerdozio Romano e della sua primazia un appoggio continuo e sicuro. A ogni modo quell'impero d'Occidente, rinnovato prima nei Franchi, e trasmesso da quello ai Tedeschi, pretendeva diritti almeno su tutte le terre già appartenute all'impero Romano, finito nel 476. Ma a quali diritti? Non si sapeva, e il Papa lo sapeva meno di tutti. Certo, a quelli, che secondo il suo vigor d'animo e di braccio, ciascun imperatore avesse saputo mantenere, esercitare o rinnovar colla spada. Intanto, nelle provincie di cui parliamo, questa mal definita autorità imperiale era riconosciuta dai ducati Longobardi; mentre era sconosciuta dai minori ducati e dai Greci, che avevano una loro propria autorità imperiale, la Bizantina.

Quando quei Normanni venivano, appunto queste due autorità imperiali eran per cozzare di nuovo; e contro la Bizantina cozzavano già i popoli delle Puglie. Pare che di tutti cotesti reggitori i peggiori fossero i Greci; giacchè erano anche i più civili, e quando al mal volere e alla possa s'aggiunge l'argomento della mente, nessun riparo, dice ancora Dante, vi può far la gente. Melo e il suo cognato Datto, due cittadini Baresi, erano a capo di molto popolo insorti contro essi nel 1009; ma davanti al catapano Bizantino, venuto da Costantinopoli con molto esercito, non avevan potuto tenere il campo, e s'eran dovuti rinchiudere in Bari; poi Bari stessa fu presa; ed essi fuggirono a mala pena, e s'ebbero a ricoverare Melo, in Capua, Datto in Monte Cassino. Benedetto VIII, un Papa dei buoni, eletto nell'anno stesso che vide la sconfitta di cotesti due patrioti, li favoriva; com'egli cacciò i Saraceni da Luni, così avrebbe voluto cacciare i Greci dalla spiaggia Adriatica. A questa impresa gli parvero buono aiuto quei Normanni nominati dianzi. Gli si erano presentati in Roma; egli aveva assolto Butterico dell'omicidio commesso. Le lor persone aitanti, le lor sembianze guerriere gli davano luogo a sperar bene. Gli mandò a Melo: e, questi, raccolto di nuovo un esercito, riaccese la guerra. Il 1017 egli e i Normanni vinsero nel maggio il catapano Andronico, ma ne furono sconfitti nel giugno; non però per modo, che, se ebbero a desistere dal marciare a Bari, non potessero persistere a conquistar terre più a settentrione, nella Puglia, e sconfiggere alla loro volta un catapano Contoleone venuto di fresco. Seguirono altre zuffe; la contesa finì per allora, come un'altra più celebre, a Canne. Quivi, nel 1018, l'esercito di Melo, di cui i Normanni erano il principal nerbo, e l'esercito Bizantino, un'accozzaglia di assoldati di nazioni barbare, anzichè di Greci, - e v'era persino dei Russi, che si batterono meglio di tutti, - comandata da Basilio Botojanne, si affrontarono. A' Normanni non bastò il valore smisurato per vincere; il numero li soverchiò. Molti rimasero morti nella battaglia: chi fu fatto prigione; altri si rifugiarono presso duchi, e conti Longobardi. Melo corse a Bamberga a chiedere soccorso ad Enrico II imperatore. Trovò alla corte di questo anche il Papa e il normanno Rodolfo. L'imperatore dette a Melo per cominciare il titolo di Duca di Puglia, non potendo dargli la Puglia stessa: ma Melo nell'aprile del 1020 morì. Il Papa tornò a Roma: Rodolfo restò aspettando. E l'Imperatore per parte sua aspettava d'avere composte le cose in Germania, dove anch'egli aveva un suo proprio ribelle, per fare la spedizione d'Italia; giacchè i progressi dei Bizantini, vincitori a Canne, erano tali da mettere l'autorità imperiale in pericolo di restare nel mezzogiorno senza terre che la riconoscessero, e minacciavano persino il Papa in Roma. Nel 1021 Enrico II fu in grado di scendere nel suo regno d'Italia. Celebrato il Natale in Ravenna, se ne spiccò dividendo il suo esercito in tre parti, l'una comandata da lui, le altre due da due arcivescovi. Dei duchi Longobardi uno solo gli era rimasto fedele, Landolfo V di Benevento; punì gli altri due; Pandolfo cacciò da Capua, e installò in sua vece un altro Pandolfo, Conte di Teano; a Guaimaro di Salerno chiese il figliuolo in ostaggio. Poi prese a gran fatica Troja, - città poco innanzi fondata da Greci con questo vanitoso nome; - e infine si risolvette a tornarsene a casa. La peste gli decimava l'esercito, sorte comune degli eserciti forestieri nell'Italia meridionale per più secoli. Se non gli disfacevano gli uomini, li disfacevano le febbri. Dei Normanni altresì tornò in patria la maggior parte; ma molti restarono. E sopratutto restò l'impressione del lor valore nella fantasia dei popoli che gli avevano visti combattere, come in essi stessi quella del paese in cui avevan combattuto, e perso e vinto battaglie. Non avevan potuto, di certo, in quella prima prova, appropriarselo, ma se fossero stati più, pensavano, l'avrebbero fatto; ed era terra grassa e promettente. Intanto, i duchi e i principi Longobardi si ripartirono tra di sè quelli che non andaron via. Servivano come soldati di ventura alle lor guerre reciproche. Le quali nessuno, credo, narrerà mai tutte; e io non ne narrerò nessuna. Chè tutta questa non è storia, ma stoppa. Preme soltanto ricordare che a un Normanno valoroso, per nome Rainulfo, il Duca Sergio di Napoli, nel 1029, dette una sua figliuola per moglie, la vedova contessa di Gaeta, e per dote un territorio tra Napoli e Capua, la Contea di Aversa. Nel bel mezzo dei suoi possessi il conte Rainulfo elevò un castello. Così un primo Normanno si stabilì, si afforzò, mise radici.

Signori, se v'è storia, la quale provi che gli uomini fanno le cose, e non le cose gli uomini; e che dottrine molto recenti le quali disperdono la persona umana nell'ambiente in cui vive, son false, è quella che io v'ho narrata sinora e sto per narrarvi; giacchè si vede la mano dell'uomo, per il volere e l'arbitrio che la dirige, fazionarla essa. Nel Cotentin, in Normandia, non lontano da Coutances in quello ch'è ora il dipartimento della Manica, viveva un cavaliere, Tancredi di Altavilla. Ebbe due mogli: l'una, Moriella, gli dette cinque figliuoli, Guglielmo, Drogone, Umfredo, Goffredo, Serlone; l'altra, Trasenda, sette, Roberto, Mangero, Guglielmo, Alfredo, Umberto, Tancredi, Ruggero. La sostanza famigliare, non che bastare ai figliuoli, appena bastava al padre. E il padre dette a ciascuno una spada e un cavallo; e gli mandò con Dio; cercassero per il mondo gloria e fortuna. I tre primi, Guglielmo, ch'ebbe soprannome Braccio di ferro, Drogone e Umfredo giunsero verso il 1038 alla corte del giovine Guaimaro di Salerno, succeduto al padre, che aveva già prima adoperato guerrieri Normanni. Avevan condotti seco trecento cavalieri. Presero servizio coll'imperatore greco Michele, che voleva ritogliere la Sicilia agli Arabi. Fecero questo patto: avrebbero ricevuto in compenso metà della preda e della terra. E da prima l'impresa riusciva; quel Guglielmo faceva prodigi: ma Giorgio Maniace, il generale greco, non teneva il patto. Sicchè i tre figliuoli di Tancredi si partirono da lui in collera, e venuti sul continente, cercarono prender vendetta dei Greci. Al che furono aiutati da un Arduino Longobardo, anch'egli offeso da Maniace, e dal conte Rainulfo d'Aversa. La guerra cominciò nel 1041, e, per difesa che i Greci facessero, dovettero pure abbandonare a' Normanni e ad Arduino quasi tutte le città possedute da loro, e il Gargano per giunta. Nel 1042 i Normanni elessero a lor capo Guglielmo Braccio di ferro, e questi già si chiamò Conte di Puglia; e della nuova contea si lasciò investire da Guimaro di Salerno e da Rainulfo di Aversa; dei quali il primo, diventato molto potente, si fece in questa congiuntura Principe Duca, e il secondo s'ebbe il Gargano e i dintorni. Ad Arduino spettò, secondo i patti, la metà degli acquisti. Dodici altri Normanni, che Rainulfo aveva messo insieme con Guglielmo a capo dell'impresa, ottennero ciascuno un particolar dominio. Questi accordi conclusero in Melfi, che sarebbe rimasta città comune a tutti.

Guglielmo morì nel 1046; i Normanni gli elessero a successore il fratello Drogone; e Guimaro ne confermò la scelta. Davvero di dove questi traesse il diritto d'investire e di confermare, non si vede: ma egli s'era impossessato di Amalfi e di Capua, e aveva fatto d'un suo fratello il Duca di Sorrento, e come aveva dato in moglie a Guglielmo la figliuola di questo, così dava in moglie a Drogone la figliuola sua. Una minor forza, dunque, cercava nella ricognizione d'una forza maggiore, la ricognizione del diritto suo; e forse, questa maggior forza del Duca di Salerno ritrovava la sua legittimità propria e quella degli altri, nell'autorità imperiale che aveva inizialmente investito lui. Del che, però, non si sarebbe mostrato persuaso l'imperatore Enrico III, quando nel 1047 venne in Campania: giacchè lo costrinse a render Capua al principe spossessato e a rinunciare al titolo di Duca. Invece investì di sua mano Drogone e Rodolfo, succeduto a Rainolfo di Aversa e suo nipote.

Così la casa dei Normanni s'allarga; ma per ora son dominî distaccati i loro; cresciuti sì di numero, ma sconnessi. E ora, una inimicizia inaspettata scoppia. I primi Normanni eran venuti coll'assenso del Papa; ma ora lor diventa avversa la politica papale. Leone IX, Papa sin dal 1048, non poteva di certo prevedere, ch'essi avrebbero costituito, accanto allo Stato della Chiesa, uno Stato forte: il che al papato non è mai piaciuto; e ora vedeva, che eran già più forti di quanti principi e popoli esistevano prima di loro nello Stato attiguo. Forse, anzi certo, neanche l'Imperatore li gradiva, come quelli che non avevano aspettato l'investitura sua per intitolarsi Conti: e tra l'Imperatore ed il Papa correvano allora intelligenze strette. A ogni modo il pomo della discordia parve fosse Benevento. L'Imperatore aveva fatto dono al Papa di questa città; ma del territorio di essa n'aveva investito Drogone. Così il primo ducato Longobardo pagava la pena di aver parteggiato[15], alla calata dell'Imperatore, per i Greci contro lui ed il Papa. E Drogone, quanto a sè, avrebbe ben voluto che i suoi Normanni non facessero danno ai cittadini; ma non eran facili a tenere a segno. Entravano in città, e la taglieggiavano e in ogni altra maniera la offendevano. Drogone, non che essere in grado d'impedirlo, fu ucciso lui a tradimento in una chiesa, mentre Leone IX raccoglieva un esercito contro di lui. La campagna che seguì, ebbe questa fine che il Papa, quantunque si collegasse con Argiro, - un figliuolo di Melo, che mutata parte più volte, era riuscito a diventar Catapano Bizantino e a ritogliere Bari a' Normanni, - il Papa, dico, fu vinto e fatto prigione presso Civitella, il 18 giugno 1053. Non mai prigioniero fu fatto segno di maggiori onori; ma in compenso dovette a' vincitori accordare la signoria della Puglia, della Calabria e della Sicilia. Di dove gli veniva il diritto di dare roba non sua? Questo diritto papale di dare, come si accordava col diritto imperiale di dare? Non se lo chiedevano. Andava negli spiriti sorgendo e radicandosi l'idea di una doppia autorità universale, senza che insieme sorgesse nessun preciso concetto dei limiti tra le due, o che l'una su ciò consentisse coll'altra.

Umfredo, fratel di Drogone e suo successore alla contea di Puglia, e Riccardo, Conte di Aversa, avean capitanato i Normanni in questa felice impresa. Intanto era disceso di Normandia un altro dei fratelli di Umfredo; però del secondo letto, Roberto. Questi più alto della persona, che la più parte dei suoi compagni di Normandia, colla bionda capigliatura disciolta, largo di spalle, voce sonora e imperiosa, pareva nato a comandare; e di fatti col valore smisurato congiungeva una qualità, non meno necessaria, l'astuzia; onde appunto ebbe soprannome Guiscardo. Visse più anni piuttosto da bandito che da cavaliere, - se le due parole a quei tempi avevano diverso senso, - in un castello di san Marco, a mura di legno, non lontano da Bisignano, in provincia di Cosenza. Di quivi si calava a far preda, occupando con agguati città o assalendo cittadini e forestieri. Drogone il fratello glielo aveva donato, e insieme concessogli il diritto di conquistarsi la Calabria. Un altro Normanno, un Girardo, gli offrì una sua zia in moglie e dugento cavalieri in aiuto. Roberto accettò tutto, zia e cavalieri; e, chiesto licenza a Drogone, sposò Alderade, che così si chiamava la zia. Così uniti si assoggettarono gran parte del paese. Intanto nel 1055 moriva Umfredo, e lasciava figliuoli in età non adatta al comando. Il principio di eredità non era già così prevalso come fece poi; si sceglieva il successore nella famiglia; ma non era già ammesso che il principato si dovesse necessariamente trasmettere di padre in figliuolo o figliuola. Sicchè i Normanni elessero Roberto a successore di Umfredo; e Roberto, senza darsi pensiero d'essere designato dal padre morente a tutore del figliuol minorenne Abelardo, nominò sè Duca di Puglia e di Calabria. Nicolò II glielo confermò; e il Guiscardo gli si obbligò a difender la Chiesa. Fu più difficile ottener l'obbedienza dei Baroni: nè gli costò poco o breve sforzo. Così si costituì tra i Normanni un principato già grosso: ma quella conferma chiesta a' Papi, e ottenuta, di un possesso acquistato con le armi, che pareva investirlo di diritto, in realtà lo rendeva vacillante e gli scalzava la base di diritto proprio.

E si vide subito. Ho nominato dianzi un Riccardo Conte di Aversa. Pure, a Rainulfo era succeduto Rodolfo: come ora invece di questo è conte Riccardo? In un semplicissimo modo, parrebbe; Rodolfo era, bensì, morto nel 1047; ma Riccardo non ne era il figliuolo. Egli era bensì cognato del Guiscardo e nipote di Rainulfo; ma non eran titoli questi che rendessero il suo titolo alla contea migliore di ogni altro. Però nessuno più bello di lui; nessuno di più gentile aspetto; nessuno cavaliere più ardito. E a' Normanni questi eran titoli che superavano ogni altro. E l'elessero. Se non che egli era in carcere; ve l'aveva gittato Drogone per punirlo, dopo averlo vinto, della gran molestia che dava, battagliando, a vicini e a lontani. Ora, doveva per prima cosa uscirne. Guaimaro glielo ottenne; ma non appena Conte Riccardo si vide padrone di Aversa, volle conquistar Capua. E ci riuscì nel 1058 malgrado i Capuani. E così finì il secondo ducato Longobardo.

Nè qui Riccardo si fermò. Un suo genero e vassallo Guglielmo di Monstarola gli si ribellò, e si rifugiò da papa Alessandro II e lo riconobbe a suo signore. Riccardo mosse nel 1066 contro Roma stessa e osò intimare guerra al Papa. E il Papa ricorse per aiuto a re Errico di Germania, che fu poi Errico IV, l'Errico di Canossa, ancor sedicenne. Il Re non si mosse; però il suo scudiere, Duca Goffredo di Lorena e di Toscana, fece sua la causa del Papa. Ma poichè nè Goffredo si sentiva abbastanza forte per mettere alla ragione Riccardo, nè Riccardo era abbastanza sicuro di potergli resistere, fu conclusa una pace. E qui si vede come la potenza dei Papi s'intromettesse già tra i Baroni del paese vicino e si facesse fomite di ribellioni e guarantigia di ribelli.

La potenza dei Papa era sul crescere, anzi per raggiungere il sommo dei suoi ideali e delle sue speranze: che già Ildebrando, quel meraviglioso uomo che nel 1073 divenne lui Papa e si chiamò Gregorio VII, governava sin da Vittore II, cioè da diciotto anni, la Chiesa. E nella sua mente piena d'ardore, di coraggio e di costanza aveva, secondo la inclinazione e la scienza dei tempi, maturato il concetto, che la Chiesa, indipendente nella sua azione, nei suoi dignitari, nei suoi beni da ogni autorità imperiale o regia, dovesse sola esser fonte di tutto, e soprapporsi a tutto, come autorità ch'essa era, proveniente senza intermezzo da Dio. Non mai era stata tentata rivoluzione maggiore di questa; e più disperata di riuscita nella integrità, almeno, del suo disegno. Poniamo che il Papato ne avesse il diritto, dove avrebbe trovato la forza sufficiente a incuterne il rispetto? Era un disegno squilibrato, ma in questo squilibrio necessario tra l'ideale sognato e il reale resistente fu l'attrattiva sua.

Però prima di vederlo codesto uomo smisurato apparir sulla scena nostra, - la minore, del resto, delle scene in cui apparve, - dobbiamo ricordare la maggior impresa, che intanto Roberto compiva. Un altro suo fratello era giunto, nel 1057, da Normandia, il minore di tutti, Ruggero, con tre sorelle, per giunta, e la madre. Anch'egli bell'uomo e da far colpo; se non superava Roberto in valore, lo superava in bontà di cuore e amabilità di tratto. Da prima, ebbero i due fratelli qualche dissapore; poi, nel 1060, Roberto si risolvette a dare al fratello il comando di una parte del suo esercito, e commettergli la conquista definitiva della Calabria. Insieme posero l'assedio a Reggio: e la città, quantunque si difendesse bravamente, fu presa. E così Roberto era giunto all'estremo punto della penisola; ma egli era già stato dal Papa investito dell'isola di rimpetto. Ruggero non ne era in minor desiderio di lui. La Sicilia era allora in mano dei Saraceni, che v'avevano posto piede nel 827, più di due secoli innanzi, e l'avevan tolta ai Greci, che l'avean tolta ai Goti, come questi a' Romani, e i Romani di nuovo a' Greci e a' Fenicii, e gli uni e gli altri, rivaleggiando, ai Siculi indigeni o piuttosto venuti d'Italia; e chi sa a qual altro popolo questi invasori primissimi l'avranno sottratta!

L'impresa fu tentata prima da Ruggero solo nel settembre del 1060, seguito da non più di dugento cavavalieri. Mal riuscita, fu ritentata nel febbraio del 1061 da lui e da Roberto insieme, sollecitati da un Saraceno due volte infedele. Non la narrerò, quantunque sia piena d'interesse; e mi contenterò di dire, che Palermo, città che durante il dominio Saraceno era diventata la principale dell'isola, dopo resistito a fortissimi attacchi, si arrese nel 1072. La Chiesa vi surrogò la Moschea, come due secoli prima la Moschea vi aveva surrogata la Chiesa: ma come nella prima mutazione non erano stati esterminati i Cristiani e Greci, così ora nella seconda non furono esterminati i Maomettani e Saraceni. Anzi questi rimasero numerosi nell'isola, e diventarono per soprappiù istrumento e forza di governo ai principi Normanni e Svevi. Però, per quanto la tolleranza meriti lode, se anche si prescinda da' fini politici, anzichè morali che la dettarono, se nelle vicende che seguirono i Maomettani ebbero gran parte a mantenere il regno ai principi Normanni e Svevi, si può dubitare se la prevalenza lasciata talora a' Musulmani nel governo e nell'esercito, giovasse a dar solidità allo Stato che i Normanni crearono e gli Svevi ereditarono.

Colla presa di Palermo non fu tutta compita l'occupazione dell'isola nè questa tranquillata tutta. Ma oramai la conquista e la pacificazione erano un processo sicuro; e dei Greci, dei Longobardi, - come vi si chiamavano tutti gl'Italiani, - dei Saraceni che non fossero tornati in Africa, degl'indigeni si sarebbe a mano a mano fatto un popolo solo; giacchè è propria qualità delle isole il macerare insieme le stirpi che le abitano, anche se molte e diverse. Intanto i due fratelli, per principiare, presero tra loro quest'accordo, che sarebbero loro appartenuti in comune, metà per uno, Palermo, Messina e Val Demone nel settentrione dell'isola; e a Ruggiero la metà delle altre regioni dell'isola o conquistate o tuttora da conquistare; e l'altra metà insieme al lor nipote Serlone e ad un altro parente degli Altavilla, Arisgoto di Pozzuoli. Non era combinazione da durare un pezzo. Serlone, del resto, un valoroso, a breve andare morì ucciso con perfidia da un Saraceno; Ruggiero ne piangeva; Guiscardo gli gridò: «Piangere, si conviene alle donne; agli uomini vendicarsi.» Questo tratto dipinge la diversa natura dei due.

E Roberto e Ruggiero, aumentati ciascuno di potere, crebbero altresì di titoli. Ruggiero, già Conte di Calabria sin dal 1062, quantunque la possedesse solo a metà con Roberto, s'intitolò altresì Conte di Sicilia e vi rimase a finir la conquista; l'altro, Roberto, al suo titolo di Duca di Puglia e di Calabria, - perchè il Conte di Sicilia apparisse vassallo con questo secondo titolo, come lo era con quello di Conte di Calabria, - aggiunse l'altro di Duca di Sicilia e tornò sul continente. Quivi, nel 1071 egli aveva, dopo lungo assedio, ritolto Bari a' Greci; ma gli bisognò, tornato da Palermo, riconquistare Trani, e rimettere a dovere i Baroni ribollenti sempre, come quelli che venuti uguali in Italia, non vedevano perchè dovessero omaggio e obbedienza a un di loro, quale era Roberto, e neanche al più nobile di tutti nella regione natia. Allora tumultuavano, perchè Roberto voleva che facessero la dote alla sua figliuola che andava sposa a Ugo margravio d'Este. Continuava così Guiscardo ad elevarsi colle parentele. L'anno innanzi ne aveva sposata un'altra all'imperatore d'Oriente.

E ingrossava insieme lo Stato. Sin dal 1058 aveva con un pretesto repudiata Alderade, la compagna de' suoi poveri anni, e chiesta in moglie a Gisolfo Principe di Salerno la sorella Sigelgaite, donna di alto animo, che nelle imprese del marito prese non piccola parte. Tre virtù, dice un cronista, erano in lui: ricchezza, chè nessuno era più ricco; pietà, che nessuno era più pio; cavaliere, che nessuno era più cavaliere; e tre virtù in lei, nobiltà di sangue, bellezza di forme e intelligenza di spirito. Il fratello ne accordò la mano per paura; ma l'esser diventato cognato di Guiscardo non lo salvò. Chè questi nel 1078 gli tolse colle insidie e colle armi il Principato di Salerno e lo sbandì. Aveva già nel 1073 occupato con improvviso assalto Amalfi, e tra le due date Sorrento. Così il terzo ducato Longobardo cadeva; e insieme con esso due dei ducati minori.

E colla fortuna gli cresceva l'ardire. Quando l'ultimo duca di Benevento morì nel 1078 senza figliuoli, si rifecero vive le pretensioni opposte del Papa e dei Normanni sulla città. Il Guiscardo, che fidava per le sue nelle armi, vi pose, senz'altro, l'assedio. Ma il Papa, ch'era Gregorio VII, aveva anch'egli un'arme sua, molto affilata a quei tempi: lo scomunicò. Il Guiscardo non si sentiva nella guerra contro il Papa confortato dal consenso de' suoi; il fratello Ruggiero si profondeva in attestazioni di devozione al Papa; Riccardo di Capua, ammalato per modo, che morì nell'anno, gli chiedeva l'assoluzione, e restituiva alla Chiesa tutto il mal tolto. Il Guiscardo scese a patti. Nel giugno del 1078 Papa e Duca vennero a colloquio in Aquino. Il Duca si riconobbe vassallo del Papa e promise di difenderne i possessi contro chi si sia; e il Papa lo investì per vessillo - il che, si dice, fu fatto per la prima volta - dei ducati di Puglia, di Calabria, di Sicilia, di Salerno, di Amalfi, a patto che ne pagasse censo. Così si confermò tra il Papa e i Normanni e i lor successori, se ne avrebbero avuti, una relazione, che già s'è vista nascere; e che lungo quasi tutta la storia della monarchia, di cui vi espongo l'origine, sarà gravida di guai.

Papa Gregorio non era per sè nemico ai Normanni. L'impresa di Sicilia, come impresa di Cristiani contro a Musulmani e intesa a render l'isola ai primi, gli andava, di certo, a genio. Era un caso di quel ripiglio di spirito cristiano, che già si vedeva da più anni in Ispagna, e che in breve avrebbe divampato nelle Crociate. D'altronde, egli ritrovava nei Normanni una forza incomoda forse perchè molto vicina, ma anche, perchè molto vicina, adatta a prontamente soccorrerlo contra l'autorità imperiale, tra la quale e la papale imperversava più che mai la guerra per la libertà della collazione dei beneficî ecclesiastici, così ostinatamente pretesa da una parte, così ostinatamente negata dall'altra. Nel 1078 Errico IV si andava già rilevando dalla umiliazione subita a Canossa due anni innanzi, e i fatti andavano provando che la vittoria, quivi ottenuta da Gregorio, non era stata in realtà tanta quanta era parsa. In questa rete di circostanze confuse, certo il meglio era per Gregorio e il Guiscardo di ritornare amici; e perchè a Guiscardo avrebbe dovuto parere fantastico lo sperare che Gregorio avrebbe finito col coronare lui imperatore d'Occidente in Roma?

Intanto meditava diventarlo in Oriente. Gliene dava occasione questo, che la sua figliuola Elena, maritata nel 1097 a Costantino, figliuolo primogenito di Michele VII, era stata rinchiusa in un monastero da un Niceforo Botoniate, che, impossessatosi di Costantinopoli, aveva fatto prigione lei, il marito, il suocero, già per opera di altri sbalzato dal trono. Il Guiscardo mosse con una gran flotta a liberar la figliuola, a buttar giù Niceforo, a metter sul trono dei Comneni non quel povero Michele, ma sè. Gregorio VII ve l'incoraggiava. Prese Corfù; pose l'assedio a Durazzo in Albania; ma non vi entrò che nel febbraio del 1082; chè prima ebbe a vincere nell'ottobre del 1081 una sanguinosa battaglia. I Greci eran venuti ad affrontarlo comandati da un Comneno, Alessio, che già aveva scacciato Niceforo e s'era alleato coi Veneziani, perchè sciogliessero l'assedio di Durazzo da mare, mentr'egli l'avrebbe sciolto da terra. Alla vittoria del Guiscardo aveva avuta una piccola parte Sigelgaite: colla lancia levata ricacciava nelle file dei combattenti i guerrieri fuggenti di Puglia. Ma Alessio non s'era sgomento; raccoglieva nuove forze a difesa. E i Baroni di Puglia, sempre insofferenti del giogo, minacciavano allearsi con lui contro il lor duca; e Gregorio oramai implorava da Roma che ritornasse, venisse in soccorso della Chiesa minacciata. Difatti Errico non cessava di creargli antipapi, e nel 1081 discendeva armato in Italia. Anche qui un'altra donna difendeva principalmente Gregorio, Matilde di Toscana, la gran Contessa. Il Guiscardo si persuase che gli bisognava ritornare in Italia; però, non ismise il disegno di un impero normanno di Oriente; lasciò a compierlo Boemondo, l'unico figliuolo avuto da Alderade. L'impresa infine fallì. Il Guiscardo tornato nelle Puglie ebbe prima a reprimervi insurrezioni di Baroni; poi a correre in aiuto al Papa. Errico aveva occupato Roma nel 1084; s'era fatto incoronare imperatore da un suo Papa; aveva tratto il popolo dalla sua; e Gregorio s'era dovuto rinchiudere in Castel Sant'Angelo. Guiscardo nel maggio s'accostò a Roma con un esercito di seimila cavalli e trentamila fanti; l'imperatore fuggì. Entrato in città non senza pericolo, ne fece scempio: le rovine di Roma sono in gran parte opera sua. Gregorio liberato lo seguì al suo ritorno nelle Puglie, e andò a morire il 25 maggio 1085 a Salerno. Dette a sè morendo questa testimonianza ch'egli avesse amato la giustizia e odiato l'iniquità, e perciò morisse esule. Che si risichi di morire esule, amando la giustizia, è vero; ma ch'egli avesse amato la giustizia sempre, è forse men vero.

A breve andare lo seguì il Guiscardo, un uomo di ferro dietro l'altro. Egli aveva ripigliato il suo disegno dell'impero di Oriente. Nel settembre del 1084 era ripartito da Brindisi con una flotta di centoventi navi; conduceva seco i suoi tre figliuoli Boemondo, Ruggiero e Guido. Fece rotta per Corfù; ebbe a difendersi contro la flotta veneziana che gl'impediva il passaggio; pure approdò e riconquistò l'intera isola. Si proponeva di marciare contro Costantinopoli nella primavera del 1085. Ma ecco che nei dintorni di Corfù lo coglie una febbre così micidiale che n'è ucciso in pochi giorni, il 17 luglio 1085. Sigelgaite ne raccolse il cadavere in una nave; e sbattuta dalla tempesta, salvò a mala pena sè e il morto. Pure, venuta infine a spiaggia, ne seppellì il cuore ed i visceri ad Otranto; il corpo imbalsamato nella chiesa della Santa Trinità di Venosa, dov'erano già i fratelli di lui. Esercito e flotta tornarono, ma come quello era stato grandemente scemato dalla peste, così questa fu dalla bufera.

Roberto Guiscardo fu, certo, uno dei più grandi uomini del suo tempo e fondò la potenza normanna. Ma v'ho detto via via, dove fossero le magagne di questa potenza; e n'avete potuto vedere infine un'altra; nata da avventure, resta troppo passionata di avventure. Egli lasciava un solo fratello, Ruggiero; di Alderade un figliuolo, di Segelgaite due. Aveva nominato erede il primo dei due ultimi, Ruggiero. Fu nuova magagna. Ruggiero non aveva forza d'animo e di sangue pari al padre, e la successione gliela contese Boemondo. Nel 1088, Ruggiero, il conte di Calabria e di Sicilia, lo zio li rappattumò: Ruggiero sarebbe stato il Duca di Puglia; Boemondo avrebbe ritenuto una parte di Calabria, Taranto, Otranto e alcune altre terre. In più altre occasioni Ruggiero zio venne in aiuto a Ruggiero nipote per confermargli lo stato contro ribellioni incessanti di Baroni o di città. Nel 1091 gli conquistò Capua, contro il popolo, che n'aveva cacciato Riccardo II, succeduto a Giordano, figliuolo di Riccardo I. Il nipote gli accordò in compenso quella metà di Palermo e di altre città che aveva ereditata da suo padre Roberto. Così Ruggiero zio rimaneva solo padrone dell'isola di Sicilia e della inferiore Calabria, il cui possesso aveva unito nelle sue mani prima. E la conquista della Sicilia aveva compito in quello stesso anno colla reddizione di Val di Noto; v'eran bisognati trent'anni. S'era d'allora in poi o prima cominciato a chiamare il Gran Conte; e di ogni vincolo di vassallaggio della contea di Sicilia al Ducato di Paglia non fu più parlato. Bramoso di gloria e di possanza tentò in quello stesso anno l'impresa di Malta, non per appropriarsela, ma per liberare i molti prigionieri cristiani che i Saraceni vi tenevan rinchiusi. Pacificato il paese soggetto a lui e al nipote, al che bisognò all'uno e all'altro riprovarsi ancora più volte, morì nel 1101, anch'egli, come il Guiscardo, a 70 anni.

Non era stato, a me pare, minor uomo di lui. Non men valoroso nè meno uomo di guerra, aveva sortito natura più intellettuale e gentile. Una cronista, Anna Comneno, dice di lui, ch'egli parlasse con una grazia meravigliosa; avesse concetti rapidi e profondi: si mostrasse sempre gaio, affabile a tutti. Un tratto suo basti di allorchè egli stava ritentando l'impresa di Sicilia. Aveva ripassato lo stretto con dugentocinquanta cavalieri, quando gli giunse notizia di una persona giunta per lui in Calabria. Era Giuditta figliuola del Conte di Grentemesnil, che discendeva dai duchi di Normandia. Ruggiero, che aveva appena trent'anni, si era già qualche anno innanzi innamorato della fanciulla. Ed ora essa memore di lui e ricordata da lui, se n'era venuta in Calabria colla sua sorella Emma. Il Conte non fu più visto nel campo; corse all'amata subito. E la sposò in Mileto con splendide feste, quantunque fosse tuttora povero lui. L'amava molto allora, e l'amò molto sempre; pure non s'indugiò troppo con lei; ritornò dall'amata ai nemici. Giuditta gli premorì di molti anni; gli era premorto altresì giovanissimo un figliuolo Guglielmo: e otto anni prima, con infinito dolor suo, un altro figliuolo Giordano. Morta Giuditta, egli aveva sposato una Eremburge figliuola del Conte di Mortone, e dopo morta questa, nel 1091, un'Adelasia figliuola di Bonifacio Marchese di Monferrato, della quale rimanevan figliuoli un Simone di otto anni, un Ruggiero di sei. Sicchè la parte dei dominî normanni, meglio composta insieme e più solida, doveva ora essere esposta a una delle più difficili prove, la reggenza di una donna. Pure condotta sino al 1105 a nome di Simone, poi, questo morto, a nome di Ruggiero, fu reggenza tranquilla; il che prova in che ferma condizione il Gran Conte lasciasse l'isola, e che buona e intelligente donna fosse Adelasia. Nel 1112 Ruggiero assunse il governo. Egli era stato allevato con cura, tra dotti arabi e cristiani; e i primi, che erano allora avanti a tutti in cognizione di scienze, gliene avevano arricchita la mente. Aveva mostrato per tempo un vivace spirito e un'insolita voglia d'imparare; caritatevole per modo che nessuno ricorreva a lui invano. Donava tutto il denaro che si trovava addosso; e se più non ne aveva, non dava requie alla madre insino a che non ne lo provvedesse; insieme, indole maschia, guerriera, e già vivente il padre, soleva dire al fratello Simone: «Lasciami la corona e le armi e io in ricambio ti farò Vescovo o Papa di Roma.»

Intanto nel 1111 era morto così Ruggiero suo cugino, il figliuolo del Guiscardo, come altresì l'altro figliuolo Boemondo, il quale, uno, com'egli fu, degli eroi della prima crociata, s'era fondato in Antiochia un principato. Al primo era succeduto il figliuolo Guglielmo: al secondo anche il figliuolo, chiamato del pari Boemondo. Le condizioni dei possessi dei Normanni sul continente erano sin dal principio del secolo tristi. La potenza dei duchi sfatata, e scarsa a contenere i Baroni impazienti di ogni soggezione. La sovranità eminente del papa rimaneva senza efficacia nelle mani dei successori di Gregorio VII, Vittore III (1086-88), Urbano II (1088-1098), Pasquale II (1099-1117), Gelasio II (1118), Calisto II (1119-1123), sbattuti e raminghi essi stessi. Se però ad altri questo era male, a Ruggiero di Sicilia era bene. Gli dava occasione di mescolarsi delle cose del continente, come aveva fatto suo padre, ma con più frutto. Già nel 1121 era passato in Calabria con un esercito e aveva abbattuto castella di ribelli e ripreso città; sicchè il duca Guglielmo gli fece cessione dei suoi diritti eventuali sul paese. Poichè Boemondo II se ne rimaneva in Palestina nella sua Antiochia, nè si dava cura dei suoi stati d'Italia, Ruggiero ne prese cura lui e se gli appropriò. Più tardi ricomprò a Guglielmo di Puglia con una notevole somma di denaro il diritto di successione al ducato, nel caso che morisse senza figliuoli. E il 26 giugno del 1027 Guglielmo morì appunto senza figliuoli. Ruggiero che in quei giorni apparecchiava una spedizione contro i Musulmani di Spagna dopo riuscitagliene a male un'altra contro i Musulmani d'Africa, desistette; chè trovò di maggiore importanza assicurarsi il possesso del ducato di Puglia, al quale non aveva se non quel tanto di diritto, che poteva dargli il contratto stipulato con Guglielmo. Bisognava l'assenso dei Baroni e delle città, e prevedeva che in quelli e in queste avrebbe trovato grandi ripugnanze. E in fatti ne trovò; ma più colle buone che colle tristi, più colla persuasione che colle armi le vinse; e i Baroni delle Puglie e delle Calabrie lo proclamarono Duca.

Il che non piaceva punto a papa Onorio II succeduto (nel 1124) a Calisto II. La Germania, divisa in sè medesima, non dava in quel momento paura: vi spuntava la guerra tra guelfi e ghibellini. D'altronde nel 1125 Calisto aveva a Vormazia concluso un concordato coll'imperatore Enrico V circa i diritti rispettivi della Chiesa e dell'Impero nella collazione dei benefizi ecclesiastici; un componimento equo, parrebbe, considerati i tempi, ma che appunto perchè moderato, s'attrasse i vituperi di chi voleva che nulla cedesse la Chiesa e di chi voleva che nulla cedesse l'Impero, e se gli attrae tuttora ai giorni nostri da chi vuol persuadere, che si deva ritenere sconfitto quello dei due, che non ottenne tutto. Checchè sia di ciò, il Papato aveva oramai maggiore agio a riguardare alle cose del mezzogiorno; e a condurvisi secondo gli interessi propri. I quali Onorio credeva che fossero chiaramente questi: impedire che troppo grosso Stato si costituisse vicino al suo, mantenere in condizione di vassallo il Ducato di Puglia. Ora Ruggiero offendeva l'uno o l'altro, unendo alla Contea di Sicilia tutti i possessi normanni del continente, e intitolandosi duca di Puglia e di Calabria da sè, anzi mutando, come fece appena tornato in Sicilia coll'assenso dei baroni siciliani, quello di Gran Conte in quello di Duca dell'Isola. Non bisognava indugiare: Onorio II si recò, quindi, in Capua e scomunicò il temerario; Ruggiero gli mandò ambasciatori a calmarlo; Onorio glieli rimandò via. E venne a Troja e scomunicò da capo, e predicò la crociata contro di lui, e condonò i peccati a tutti quelli che avessero preso le armi contro di lui; anzi provocò a ucciderlo. E fece meglio. Convocò i Baroni, e chiese loro, con infocate parole, d'insorgergli contro, e n'ebbe promessa dai più potenti, e persino da Rainulfo di Alife cognato di Ruggiero. Nè ad altre ambascierie di Ruggiero dava ascolto, e nemmeno la profferta di riconoscere il Ducato di Puglia da lui, lo piegò. Già questa condotta prudente di Ruggiero mostra che forza avessero a quei tempi armi tanto spuntate oggi, che non si adopererebbero senza dar cagione di riso. Una donna venne a Ruggiero in aiuto, una donna morta, ma santa. Il corpo di sant'Agata, che quel Maniace, nominato dianzi, aveva rapito da Catania e portato in Costantinopoli, un prete calabrese e un francese lo riportarono da Costantinopoli a Catania appunto allora. Poteva una santa ritornare nei dominii di uno scomunicato, se la scomunica fosse stata legittima e valida? Di certo, no. Il disfavore quindi, che dall'inimicizia del papa proveniva a Ruggiero nelle menti popolari, fu contrastato e dissipato dal favore che gli dimostrava una santa. E Ruggiero non indugiò a giovarsi dell'inaspettato aiuto: ripassò lo stretto, nel 1028: riconquistò più città, ed avanzò sempre, sinchè si trovò di fronte all'esercito del papa al fiume Bradano nella pianura di Pado Petroso. Mentre i due avversari esitavano a venire alle mani, l'esercito del papa si dileguava: poichè s'era al colmo della state, mal tolleravano le fatiche del campo soldati e Baroni. Il papa vistosi a mal partito, senza darsi per inteso dei Baroni, che aveva attirati a così brutto gioco, mandò a offrire a Ruggiero che l'avrebbe rilevato dalla scomunica e investito del Ducato di Puglia a Benevento. Accettato con gioia. E Onorio si ritrasse verso Benevento, e Ruggiero seguì. Ma nella città questo prudente non volle entrare. Dovette il papa venirne fuori, e presso il ponte maggiore compiere l'investitura solenne.

In tutta la regione che fu poi il Regno di Napoli, si reggeva oramai indipendente dai Normanni solo il ducato di Napoli, - ducato durato 500 anni, molto più a lungo di ciascuna delle dinastie che l'hanno seguito; - giacchè il ducato di Gaeta era già caduto in mani normanne. Non era legittima aspettazione, ragionevole ambizione, che oramai tutta questa regione si costituisse a regno, e il duca Ruggiero diventasse re? Poichè egli ebbe represso di nuovo l'insolenza ribelle dei Baroni, e in un'assemblea a Melfi ottenuto l'assenso a un Editto che restava un ordine qual si sia in un paese disertato tutto da moti di violenza continua e instabile, se ne tornò in Sicilia sul finire del 1029. Quivi maturò dentro di sè il pensiero di farsi re. Chi dei re di Europa più potente di lui? I suoi Baroni di Sicilia ve lo incoraggiavano. Ma che contrasto non avrebbe trovato nel Papa! Ed ecco che al fortunato muore Onorio, e la successione n'è contestata tra Innocenzo II e Anacleto. Quando i papi erano due, s'era sicuri di ottenere dall'uno quello che s'era sicuri di vedersi rifiutato dall'altro. Anacleto furò le mosse ad Innocenzo, o forse questi che contava appoggiarsi sulla Germania e n'era stato riconosciuto, come altresì dalla Francia e dall'Inghilterra, non avrebbe potuto attenersi al partito che l'altro seguì. Certo, Innocenzo lasciò intendere che non avrebbe secondato Ruggiero nella sua ambizione regia; onde questi trovò soltanto canonica l'elezione di Anacleto, come Anacleto trovò legittima l'ambizione del duca. Sicchè vennero a colloquio in Avellino nell'estate del 1130; e il 27 settembre tra il Papa e il Duca fu concluso in Benevento un concordato che non solo conferiva al Normanno nome e diritti di re, ma altresì gli accordava che si sarebbe potuto far coronare re da arcivescovi del regno a sua scelta. E Napoli sarebbe stata anche sua, e Capua, e delle milizie di Benevento avrebbe usato a sua posta. Sarebbe bisognato solo ch'egli e i suoi successori avessero riconosciuto il regno della Sede pontificia e pagatogliene censo. Ruggiero tornato a Palermo convocò i Baroni siciliani a parlamento, comunicò l'accordo col Papa, e ne chiese il parere: tutti assentirono. E il cardinal Conti, legato del Papa, vi lesse un breve, già combinato in Benevento tra Anacleto e Ruggiero, in cui quello, indirizzandosi a questo, gli annunciava che per la virtù della potenza sua e la sua munificenza verso la Chiesa egli s'era risoluto di farlo re, lui e i suoi successori, di Sicilia, di Calabria e di Puglia; e tali li faceva in forza dell'autorità sua; ed elevava la Sicilia a prima provincia del regno. Poi confermava tutte le concessioni fatte dai suoi predecessori ai predecessori del Re: tra le quali v'era pure la legazione di Sicilia, accordata da Urbano II al Gran Conte. Ripeteva il dono di Napoli e del Principato di Capua. E v'era espresso il patto che il Re dovesse mantenere fede al Papa, e pagare alla Chiesa romana un tributo annuo di seicento schifat. Non vi si diceva però, che il Re sarebbe decaduto, se non avesse mantenuto il patto; bensì che sarebbe caduto in anatema chi vi si fosse opposto.

La cerimonia della coronazione fu celebrata in Palermo nella vecchia cattedrale dal cardinal Conti il 25 dicembre del 1130. Una infinita folla accorse da ogni parte a goderne lo spettacolo. La magnificenza ne fu meravigliosa; ma io ne dirò questo solo: non un sacerdote, ma un laico, il principe Roberto II di Capua, mise la corona sul capo al Re.

Ruggiero regnò altri ventiquattro anni. Il suo impero si distese sulle coste di Africa. L'Oriente attirò anche lui. E che avesse sopra l'Italia ambizioni più larghe del territorio, sopra cui regnò, lo prova il titolo che talora aggiunse agli altri suoi, Italiæ rex: titolo contro di cui i Pisani nel 1136 protestarono non con vane parole, ma con una flotta, quantunque senza felice successo. Non fu uomo minore del padre e dello zio; anzi maggiore per sapienza di governo e larghezza di mente. Un cronista lo dice con verità provvido, sapiente, discreto, di sottile ingegno, di gran consiglio, inclinato a usare piuttosto la ragione che la forza. E fu certo il più gran re dei suoi tempi; poichè Guglielmo d'Inghilterra era morto nel 1087, prima che Ruggiero nascesse.

A me è stato chiesto di esporvi le origini di quella che fu prima la monarchia di Sicilia e di Puglia, poi delle due Sicilie, poi Napoletana; io non oltrepasserò il mio soggetto: pure quel nome che m'è venuto sulle labbra di Guglielmo il Conquistatore mi ferma, e mi consiglia a fermarmi ancora per un momento. Anche Guglielmo era Normanno, un bastardo di Roberto I, il quinto duca di Normandia. Intraprese la conquista, come fu chiamata, dell'Inghilterra nel 1066, quando già Roberto Guiscardo s'era fatto duca di Puglia e di Calabria. Si racconta anzi, che si sentisse punto di emulazione a udire le alte gesta del Guiscardo. Ora perchè la monarchia inglese, che fu l'opera di Guglielmo, ha avuto una storia tanto diversa da quella della monarchia napoletana, che dove nella prima è tutta l'unità e la potenza di un poema epico, nella seconda è tutta la sconnessione e la fiacchezza di una serie di episodi? Certo, nell'undecimo e nel duodecimo secolo la monarchia napoletana era assai più potente, e risplendeva d'ogni pregio di forza e di civiltà assai più dell'inglese. Come e quando la relazione s'è invertita? La monarchia inglese ha avuto variazioni e molte nella sua dinastia, contese civili, feroci e lunghe nella sua storia; la monarchia napoletana n'ha avuto di dinastie sei, e tutte di diversa nazione: Svevi, Angioini, Aragonesi, Spagnuoli, Borboni. Perchè in quella la dinastia, per effetto delle mutazioni stesse cui si è piegata, si è mantenuta; in questa nessuna dinastia ha gittato radici? Perchè?

E poichè questa dimanda sulla vita e sull'efficacia delle dinastie, mi è occorsa alla mente, ditemi ancor questo. Nel principio dell'undecimo secolo, quando quell'omicida del Butterico venne per il primo co' suoi fratelli e con seguito di cavalieri in Italia, e fu primissima origine dei fatti onde nacque nel primo terzo del duodecimo secolo la monarchia napoletana, viveva nel settentrione d'Italia a cavaliere delle Alpi un picciolissimo conte, un Umberto Biancamano, il cui primario possesso era il contado di Salmorene nel Viennese, un contado, che contava, nientemeno, ventidue castelli. Vi aggiunse forse, del suo vivente, dal 1003 al 1056, in tutto o in parte, i contadi di Noyon, di Moriana, di Savoia, di Bellay, il Ciablese e la Tarantasia. Nessuno potrebbe oggi misurarvi per l'appunto i suoi dominî; ma, certo, la loro estensione doveva appena pareggiare quella d'una delle provincie che fecero parte del regno di Ruggiero. Nel 1130, quando questi fu coronato Re nel duomo di Palermo, i discendenti di Umberto erano, sì, più potenti signori di un secolo innanzi, ma di gran lunga, di gran lunga meno potenti di lui. Il quinto successore di Umberto, conte sin dal 1103, Amedeo III, possedeva in soprappiù solo una parte della Contea di Torino, e altresì un tratto di terra, forse il Bugey, donato da Enrico IV imperatore al marchese Pietro e al conte Amedeo II nel 1074 per avergli conceduto il passo: e in quello stesso anno ripigliava per poco la città di Torino che gli si era ribellata. Che differenza tra i possessi di cotesto conte alpigiano, malamente connessi insieme, attraversati e separati da altissimi monti, diversi per qualità di popolazione, con quel mirabile complesso dei possessi isolani e continentali del re Ruggiero? Questi assunse il titolo di Re d'Italia; fu il primo dei principi del mezzogiorno a farlo, ma non fu l'ultimo; però nè egli nè alcuni dei suoi successori compì l'impresa cui il titolo accennava. Perchè? E perchè invece la compirono i discendenti di Umberto, tra i cui ascendenti v'era forse stato qualcuno che l'avesse preso prima di Ruggiero, ma eran parsi per tanto tempo poi così lontani dal potervi pretendere? Certo, l'unità regia d'Italia doveva esser fatta dall'uno o dall'altro dei due regni che si costituirono a così grande diversità di data, l'uno dalla dinastia normanna nel 1130, l'altro da quella di Savoia nel 1713; ed è curioso che al Duca di Savoia, così si chiama fin dal 1416, il titolo di Re venisse dall'acquisto della Sicilia, appunto perchè il Ruggiero aveva di quest'isola fatto un regno. Nell'Italia Centrale e neanche nella Valle del Po, per diverse ragioni, si sarebbe potuto aggruppare, addensare un nocciolo di forza, sufficiente a compire l'impresa di una nuova unità politica dell'Italia come si sia. Dove il soverchio di vigoria aveva esausto i potenti comuni del medio evo, dove ogni vita politica s'era via via assiderata ed estinta, dove ogni possanza di armi era venuta meno. Ma se è così, perchè dal regno del settentrione è venuta l'unità all'Italia, e il regno del mezzogiorno n'è stato disfatto? Perchè?

Questi e molti altri perchè mi si affollano alla mente, e il rispondervi sarebbe soggetto di maggior interesse, che non è stato forse quello di cui vi ho discorso. Ma richiedono che di questo si fosse discorso prima; e a ogni modo vogliono esser trattati in pieno e con penetrante e imparziale esame. Troverete, di certo, altri che ve li esponga così; e a me non resta se non di pregarvi a benedire la storia tale e quale si è fatta e si è conclusa; poichè dalla triturazione di tanti uomini e cose n'è uscito infine questo; che in voi io non saluto e ringrazio Toscani, nè voi avete sopportato in me un napoletano: ma un italiano, per desiderio vostro, vi ha parlato, e Italiani, per bontà loro, l'hanno udito.

 

 

 

 

 

LE ORIGINI DEL PAPATO

E DEL COMUNE DI ROMA

 

DI

 

Arturo Graf

 

 

 

Signore e Signori,

 

Nel gennaio dell'anno 1077 seguiva in Italia uno dei fatti più memorabili che narrino le storie del mondo. Per tre giorni di seguito, nella corte del Castel di Canossa, un imperatore tedesco aspettava, vestito del saio dei penitenti, a capo scoperto, a piè nudi, che il papa, dal quale era stato scomunicato e maledetto, volesse ammetterlo alla sua presenza, largirgli l'assoluzione e il perdono. Quell'imperatore aveva nome Enrico IV; quel papa Gregorio VII.

Com'era possibile ciò? per quali ragioni, per quali vie era cresciuta così formidabilmente la potestà di colui che pur si diceva servo dei servi di Cristo? Gregorio sognò di far soggette alla potestà dei pontefici tutte le potestà della terra; quale forza d'idee, quale concorso di eventi, suscitaron quel sogno, e per poco non fecero che diventasse realtà?

Per intenderlo bisogna risalire alle origini, bisogna rifar nello spirito il corso della storia. Nella quale nulla è di miracoloso e d'inesplicabile; ma concatenazione infinita di cause e di effetti, e logico esercizio di forze ineluttabili.

Vediamo prima di tutto perchè e come sorgesse il papato, quella preminenza, cioè, che il vescovo di Roma acquistò sopra gli altri vescovi; e perchè e come sorgesse e si fermasse in Roma, e quivi, e non altrove, dovesse sorgere e fermarsi. Sarò parco nel ricordo dei fatti, come l'indole e la misura del mio dire richiedono, e mi studierò di trarne fuori l'anima che li fa muovere e ne dà ragione.

Per lungo tempo le comunità cristiane particolari, le singole Chiese, trionfando delle persecuzioni, anzi traendo da esse nuovo vigore e vita novella, s'andarono moltiplicando per entro al mondo pagano, senza che l'una prevalesse, a dir proprio, alle altre. Ciò non dimeno le comunità di più antica fondazione, o fondate in città più cospicue, e in specie quelle che avevano, o si credeva avessero avuto, a primo istitutore alcuno degli apostoli, dovevano di necessità esser tenute in maggior concetto e primeggiare in qualche maniera. Il desiderio della cattolicità, ossia della universalità, della quale è già cenno, sino forse dal primo secolo, in una epistola di Sant'Ignazio, vescovo di Antiochia; il bisogno di opporre a comuni nemici una comune difesa, e di serbare intera, incorrotta, uniforme la dottrina di Cristo, nel che era la forza e la salvezza di tutti; tendevano già per sè stessi, con lento ed inconsapevole lavoro, a costituire certe forme di preminenza, tanto più durature e capaci d'incremento quanto più utili. Le comunità non vivevano vita separata; vivevano anzi in una perpetua comunione di pensieri, di parole e di opere, ricorrendo le une alle altre, ogni qual volta nascesse un dubbio in materia di dottrina o di disciplina, ogni qual volta avessero bisogno di consiglio o di aiuto. Così stringevano fra loro vincoli d'interesse e di fratellanza, e, come avviene, tendevano spontaneamente a raccogliersi e ordinarsi intorno ad un centro.

In origine il primato spettò di pien diritto a Gerusalemme, dove il Redentore aveva insegnato ed era morto, e dove gli apostoli avevano ricevuto lo Spirito Santo prima di separarsi e muovere all'opera della predicazione. Se la storia fosse governata da preconcetti ideali, inflessibili ed inviariabili, Gerusalemme avrebbe dovuto essere la Chiesa madre dell'orbe cristiano, e la natural sede del pontificato; invece di fronte a lei sorsero: Antiochia, ch'era stata il centro della predicazione di San Paolo; Alessandria, che aveva ricevuto la nuova fede da San Marco: Roma, che due apostoli avevano consacrata col sangue, ed era la metropoli del mondo. Il primato di Costantinopoli era ancora di là da venire. Per un certo tempo Roma non fu maggiore delle altre Chiese maggiori; ma non tardò molto a crescere sopra tutte le altre. E così doveva avvenire.

Fu veramente San Pietro in Roma? vi sofferse egli veramente il martirio? È questo un dubbio che diede materia a infinite dispute, un dubbio che la critica sino a questi giorni non potè risolvere, e che forse non potrà risolvere mai. Se non vi fu, dovette certo desiderare di andarvi, perchè le forze del cristianesimo nascente già tendevano verso Roma, a cui tutto tendeva; perchè il mondo non poteva esser fatto seguace di Cristo, se prima al mite giogo di Cristo non si piegava la città ch'era capo del mondo, e perchè all'entusiasmo dei primi cristiani un tale trionfo doveva sembrare sopra tutti gli altri glorioso e magnifico. Sia come si voglia, certo è che, in Roma, la credenza alla venuta e all'insegnamento del principe degli apostoli nella città, appar viva sino dal principio del secondo secolo, e che se questa era leggenda, era leggenda necessaria, di cui si scorgono immediatamente gli effetti. La Chiesa fondata da San Pietro e da San Paolo doveva non solo, per ragionevole presunzione, possedere la dottrina nella maggior sua integrità e purezza, ma avere ancora sopra tutte l'altre Chiese quello stesso primato che sopra tutti gli altri apostoli Cristo aveva conferito a San Pietro. I Papi furono dunque legittimi successori di San Pietro, appunto perchè successori di lui furono papi.

Il sentimento di questo primato s'andò facendo sempre più vivo ed universale, e più saldo il proposito di farlo valere. Ireneo, vescovo di Lione, e martire nei primi anni del secolo terzo, risolutamente affermava in un suo scritto contro gli eretici Valentiniani, che tutte le Chiese debbono conformarsi alla Chiesa di Roma in ragione della preminenza che le spetta, e non molti anni dopo Cipriano, vescovo di Cartagine, diceva in una delle sue epistole: «V'è un solo Dio, e un solo Cristo, e una sola Chiesa, e una sola cattedra, fondata per le stesse parole del Signore su Pietro»; e chiamava in un'altra epistola sua la Chiesa di Roma «radice e matrice della Chiesa cattolica». Già Vittore I (192-202) aveva asserita la sua prerogativa; mezzo secolo più tardi, Stefano I (253-257), escludendo dalla comunion dei fedeli alcuni vescovi, che in certa question di battesimo, non consentivano con le dottrine di Roma, derivava il suo diritto dal diritto di Pietro, in cui era fondata la Chiesa, e di cui egli era il legittimo successore. La tomba del principe degli apostoli diventò come il Palladio, nonchè di Roma cristiana, del papato.

La dimora e il martirio di San Pietro in Roma, o la opinione di quella dimora e di quel martirio, dovevano, senza dubbio, conferire potentemente al primato della Chiesa di Roma e del vescovo di essa; ma non credo che per sè potessero produrlo ed assicurarlo. Il soggiorno, l'insegnamento, la morte di Gesù in Gerusalemme, non bastarono a conferir quel primato a Gerusalemme, anzi non bastarono nemmeno, nel tempo che seguì, a riscattarla dalla dominazione degli infedeli. Se San Pietro avesse insegnato e fosse morto in alcun'altra città dell'Oriente e dell'Occidente; e poniam pure che fosse delle maggiori, quella città non sarebbe divenuta per questo, ecclesiasticamente parlando, madre delle altre, e non sarebbe divenuta sede del papato. A tale officio era serbata Roma. Senza Roma, assai probabilmente non vi sarebbe stato papato, o sarebbe stato un papato assai diverso da quello che fu; e senza papato, o con un papato diverso, è assai dubbio se vi sarebbe stata cattolicità. Sembra strano a dire, ma non è men vero che ad instaurare la Chiesa cattolica, e a fondare pei secoli la potestà dei papi, ci volle tutta la forza di Roma pagana.

Ho già detto che le forze cristiane tendevano a Roma naturalmente, perchè Roma era il cuore e il capo del mondo; perchè tutto, da tutte le parti del vastissimo impero, tendeva a Roma, e concorreva in Roma. Si ricordi come le altre religioni erano confluite verso la città imperiale, desiderose di assidervisi e di acquistarvi come un nuovo lustro e una nuova consacrazione. I cristiani detestavano Roma, figurata nell'Apocalisse come la bestia dalle sette teste, e la chiamavano col nome ingiurioso di Babilonia; ma non sapevano e non volevano staccarsi da lei. Dove tanti elementi e tante forze concorrevano, la vita si faceva più intensa ed operosa, e l'organismo di quella Chiesa vigoreggiava e cresceva, come vigoreggia e cresce nell'organismo animale un membro in cui più operose e più intense si raccolgano le energie della vita.

Roma era la sede dell'impero, e doveva, anche per ciò, diventare la suprema sede del cristianesimo: l'imperatore che avversava e perseguitava la nuova religione, l'imperatore doveva, senza volerlo, suscitare il papa. In fatto era naturale che il vescovo il quale si trovava in più immediata opposizione con Cesare, e che di Cesare, più da vicino, sfidava i decreti e la maestà, dovesse acquistare, nel concetto dello universe genti cristiane, una maggiore importanza, una maggior dignità, e l'una e l'altra tanto maggiori, quanto meno efficaci contro la Chiesa governata da lui gli editti di Cesare. Al qual proposito è pur da notare che la ostilità degli imperatori giovò anche in altro modo al papato; giacchè se gl'imperatori fossero stati sin dal principio cristiani, e amici e tutori dei vescovi di Roma, assai probabilmente, o prima o poi, in una o in un'altra maniera, si sarebbero mutati di amici e tutori in padroni, avrebbero usurpato molte attribuzioni e molti offici di quei vescovi, avrebbero, con altre parole, ucciso il papato sul nascere. Più e più fatti dei tempi posteriori, e l'esempio memorabile dei patriarchi di Costantinopoli, divenuti schiavi e strumenti degl'imperatori loro, non lascian dubbio di ciò.

Ma sopratutto conferì Roma alla istituzione e perpetuazione del papato con quel carattere di universalità che le era proprio, con quel suo vanto di eternità, che così spesso risuona sulle labbra degli scrittori pagani, e per quel convincimento suo proprio e di altri, anzi di tutti, allora e dopo, attraverso ai secoli, attraverso a tutti i rivolgimenti, le vicissitudini, le ruine della storia, che in lei, e solamente in lei, fosse la sorgente prima di ogni diritto e di ogni sovranità. Roma caput terrarum e caput rerum, doveva pur essere caput Ecclesiæ. La cattolicità religiosa non sarebbe stata possibile senza quell'altra cattolicità, civile e politica, che da Roma, e nel suo nome s'era diffusa nel mondo. La religione di Cristo, non nazionale, come la giudaica, non chiusa entro i termini di una patria, non legata necessariamente a un ciclo storico, ma liberale e universale, preposta per tutti i tempi a tutte le patrie e a tutti i popoli, ebbe, a dispetto degli oltraggi e delle persecuzioni, grandissimo aiuto e grandissimo incremento da quella Roma intorno a cui e sotto alla cui potestà s'erano congregate e fuse le genti. La religione di Cristo presuppone un concetto capitale e nuovo, quello di umanità; e tale concetto appunto Roma aveva suscitato ed elaborato, e tradotto ancora, per quanto concedevano i tempi, in un fatto. Senza Roma il Cristianesimo non avrebbe potuto sorgere, o, sorto, non avrebbe potuto diffondersi.

Tanto è ciò vero che gli stessi cristiani cominciarono, appena sopravvenuti tempi migliori, a considerare Roma come un proprio istrumento della Provvidenza, e a dire che a lei era stato commesso da quella il glorioso officio di preparare il mondo alla venuta del Redentore, e di spianare le vie alla diffusione della nuova dottrina. Prudenzio, nato verso il mezzo del quarto secolo, Prudenzio che giudica Roma la più magnifica delle opere della Provvidenza, dice nel suo poema contro Simmaco: O Roma, vuoi tu sapere perchè sei salita tant'alto? e perchè tutto il mondo soggiaccia al tuo freno? Dio, volendo consociar tutti i popoli, e stringere in un concorde amore tutti gli animi, li fece soggetti al tuo impero, perchè non possono le genti congiungersi degnamente con Cristo, se prima un unico spirito non le congiunga fra loro. In conformità di tali idee scrisse Paolo Orosio i sette libri delle sue storie contro i pagani, sforzandosi di provare che tutta la storia passata di Roma, la sua gloria e la sua potenza, altro non erano che una preparazione del Cristianesimo. Questo concetto ebbe ancora il medio evo, e si vede espresso da Dante in quei noti versi del secondo canto dell'Inferno, dove, ricordata Roma e ricordato l'impero, dice:

 

La quale e il quale, a voler dir lo vero,

Fûr stabiliti per lo loco santo

U' siede il successor del maggior Piero;

 

e soggiunge che Enea, nell'inferno, ove gli era stato concesso di penetrare,

 

Intese cose che furon cagione

Di sua vittoria e del papale ammanto.

 

Ancora il nome di Roma doveva favorire potentemente l'opera della propagazione della fede, alla quale per secoli attesero i papi con instancabile zelo; perchè i popoli, assuefatti a ricevere da Roma la legge politica, dovevano essere naturalmente proclivi a ricevere da lei anche la legge religiosa; e tutti sanno quanto il nome e la maestà della metropoli del mondo potesse sullo spirito degli stessi barbari invasori. Da altra banda, i popoli da sì lungo tempo piegati alla signoria politica di Roma, dovevano facilmente ancora piegarsi alla signoria ecclesiastica che in lei si veniva formando, e, senza quasi avvedersene, aiutarla e promuoverla. Tale e tanto fu quel glorioso nome di Roma, che valse, per secoli, a dar sembianza, e persino qualche spirito di vita, a un fantasma, a quello che il Petrarca diceva nome vano senza soggetto, al restaurato impero d'Occidente: come non avrebbe esso giovato a un organismo pien di vigore e di vita qual era il papato?

Così è che, per tutte queste ragioni, la potestà dei romani pontefici andò di mano in mano crescendo, finchè divenne preminenza incontestata ed assoluta; ma fu instaurazione lenta e lunga, turbata da numerose vicende e da gravi peripezie. Il maggiore pericolo a quella preminenza venne (chi il crederebbe!) dai primi imperatori che abbracciarono il cristianesimo. Nota è la storia di Costantino, sebbene non al tutto palesi e chiare sieno le ragioni del suo operare. Vinto Massenzio, Costantino promulgò l'anno 313 il famoso editto di Milano, che sanciva la piena libertà religiosa, senza favorire delle due religioni nemiche, la pagana e la cristiana, più l'una che l'altra. E in questa parità si durò dieci anni, e furono molti, perchè non era condizione che potesse durare a lungo. Appena ebbe maturato nell'animo il proposito di dare all'impero maggiore unità e salvezza, Costantino fu condotto a vagheggiare quella uniformità religiosa di cui per lo innanzi non si era curato. Vinto Licinio, egli, che pur si fregiava del pagano titolo di pontifex maximus, egli che non si fece battezzare se non presso a morte, cominciò a favorire il cristianesimo, a perseguitare il paganesimo. In sulle prime non s'immischiò nelle facende interne della Chiesa di cui s'era fatto tutore; ma non andò molto che vi s'intromise assai più del dovere, e convocò sinodi, fra i quali il famoso ecumenico di Nicea, esiliò vescovi, e li ripristinò nell'ufficio ond'erano stati privati. La potestà laica invadeva il dominio della potestà ecclesiastica, e, come sempre, dalla commistione e dalla confusione delle due potestà nascevano turbazioni e disordini, onde s'aveva a risentire tutta la compagine della Chiesa.

Sotto parecchi degl'imperatori che seguirono le cose andarono peggiorando, perchè su questo sdrucciolo era difficile fermarsi. Il beneficio di Costantino fu pagato a caro prezzo. Non solo si videro imperatori favorir l'eresie e promuovere le contese; ma se ne videro di quelli che usurparono il posto e l'ufficio dei vescovi. Riappariva l'imperatore pontifex maximus sotto sembianze cristiane. Costanzo, che convoca concilii, che decreta in materia religiosa come in materia civile, che impone simboli, quasi fosse il legittimo interprete dello Spirito Santo, e che nel sinodo di Milano del 355 getta in viso ai padri stupiti ed esterrefatti il memorabile placito: Canone è la mia volontà; Costanzo, cui il più perseguitato dei vescovi, Atanasio di Alessandria, dà il nome di Anticristo, che tre secoli innanzi era stato dato a Nerone, è imperatore e papa ad un tempo, e caccia in esilio l'altro papa Liberio, quando questi ardisce di levarglisi a fronte e di contrastargli. Tali, ed altre simili intrusioni e soperchierie, erano del resto provocate continuamente dalle stesse fazioni che tenevano in subbuglio la Chiesa, e non meno dagli avversarii che dai propugnatori dell'ortodossia, i quali tutti, quando più non isperavano di vincere colle ragioni, o coi sofismi e le calunnie, volentieri si volgevano per aiuto a chi aveva la forza e non era malcontento di adoperarla. Le fazioni cercavano di aver dalla loro l'imperatore, e l'imperatore, com'era naturale (e non sempre forse fu male), cercava di assodare e rendere assoluto il dominio suo facendosi arbitro delle coscienze, avocando a sè la suprema autorità spirituale.

Il papato corse allora grave pericolo; ma tante erano del rimanente le condizioni che il favorivano, tanti gli aiuti che gli venivano da ogni banda, e tanta avvedutezza e costanza ebbero i vescovi di Roma, che il pericolo fu superato e la vittoria ottenuta. Già il concilio di Sardica, sino dall'anno 347, aveva riconosciuta e proclamata la preminenza del vescovo di Roma; nel sinodo di Costantinopoli, del 381, il vescovo di Roma fu dichiarato primo in dignità, quello di Costantinopoli secondo. Verso la fine del secolo VI, e dopo, a più riprese, gl'imperatori bizantini tentarono di dichiarare ecumenico veramente il loro patriarca, che già più volte aveva usurpato quel nome e di sostituirlo al papa di Roma, troppo lontano e troppo riottoso; ma ogni loro conato fu inutile.

Valentiniano, dopo la breve riscossa che il paganesimo ebbe con Giuliano l'Apostata, ripristinò la libertà dei culti; ma con Teodosio il cristianesimo diventò stabilmente religione dello Stato. La chiesa d'Occidente, in opposizione con quella d'Oriente, sempre più tendeva ad escludere da ogni giurisdizione sua il potere civile, ed a rendere autonomo il supremo ministero ecclesiastico. Gli avvenimenti incalzavano e favorivano quella tendenza. Per un complesso di cause e di condizioni che non tocca a me rintracciare, l'organismo dello Stato in Occidente s'andava sempre più indebolendo, e s'avviava alla morte; e di quanto lo Stato s'indeboliva, di tanto s'afforzava la Chiesa, sempre più emancipata da quella incomoda soggezione. Tutte le menti e le volontà e le virtù che altrove oramai non avevano modo di esercitarsi, voltavansi spontaneamente alla Chiesa, si raccoglievano in lei. Ciò che era vivo cercava la vita, e la vita era nella Chiesa, e la morte dello Stato era necessariamente accelerata dal defluir delle forze verso la Chiesa. Questo non era un caso nuovo nella storia. A poco a poco la gerarchia ecclesiastica s'instaura, le chiese per la pietà dei fedeli straordinariamente arricchiscono, la monarchia spirituale dei papi si fonda. Leone I, che meritò il nome di Grande, ebbe immensa autorità; fece, nel 453, tornare addietro Attila; mitigò, nel 455, gli orrori della irruzione di Genserico. I barbari distruggevano l'impero d'Occidente; ma, convertiti già al cristianesimo, rispettavano la Chiesa, s'inchinavano dinanzi al suo pontefice. Mentre Teodorico sconfiggeva Odoacre, e si apparecchiava a farsi padrone d'Italia, Gelasio I rispondeva alle prepotenze dell'imperatore Anastasio con una lettera famosa, ove l'autorità dei vescovi è separata risolutamente dall'autorità dei principi, anzi è fatta maggiore con argomenti che i successori di lui non mancheranno di ripetere. E quando, nel 524, il pontefice Giovanni, primo di questo nome, andò, forzato da Teodorico, a Costantinopoli, per farvi cessare la persecuzione contro gli Ariani, l'imperatore Giustino mosse, col popolo, solennemente a riceverlo, gli si gettò ai piedi, e volle essere di bel nuovo incoronato da lui.

Intorno a quel tempo ancora, senza che si possa dire con precisione quando, cominciò l'uso di serbare al solo vescovo di Roma il nome di papa, nome che per lo innanzi non aveva significato alcuno di prerogativa, e soleva darsi a tutti i vescovi indistintamente, ed anche ai semplici chierici. Così pure il nome di pontefice, che fu da prima comune a tutti i vescovi, diventò proprio dei vescovi di Roma, e significativo del loro primato.

Ma la potestà dei papi non cresceva e non si assodava senza molte vicissitudini e scadimenti repentini, così volendo la turbata e violenta condizione dei tempi. Le elezioni suscitavano cupidigie, si lasciavano dietro rancori, e non sempre eran libere, e spesso furono occasione di turbolenze e di scandali.

Nei primi secoli la elezione del papa spettava, come quella di tutti i vescovi in generale, al clero ed al popolo; ma i principi non tardarono a intromettervisi in varii modi, indicando norme e procedure, arrogandosi di decidere in caso di contestazione, pretendendo di confermare l'eletto, o, a dirittura, di designar colui su cui dovevano raccogliersi i voti.

Ai tempi di Atalarico e di Amalasunta la confermazione regia costava 3000 monete d'oro. Teodato da prima restituì la libertà della elezione, poi impose Silverio. Nè per questo rispetto, come per altri, fu la dominazione greca migliore di quella dei Goti. Non solo gl'imperatori s'ingerirono nelle elezioni, ma deposero i papi non graditi da loro. Silverio fu deposto ed esiliato, e in esilio morì, credesi, di fame. La condizione dei papi non fu allora migliore di quella dei patriarchi di Costantinopoli, anzi fu peggiore per più rispetti: le elezioni si fecero senza nemmeno più consultare i Romani.

Vennero i Longobardi, e s'impadronirono della più gran parte d'Italia: gl'imperatori d'Oriente non v'ebbero quasi più che una parvenza di dominio, e la Chiesa fu sottratta anche una volta al loro pessimo giogo. Ma tutto ciò non avvenne in un giorno. Salì sulla cattedra di Pietro un papa, riconosciuto come uno dei maggiori che la Chiesa abbia avuto, Gregorio Magno, soprannominato il Console di Dio, il quale spese la vita in riforme d'ogni maniera, e nella costante rivendicazione dei diritti inerenti al suo ministero. Egli s'oppose vigorosamente alla pretensione del patriarca di Costantinopoli di fregiarsi del titolo di ecumenico; tenne testa all'imperatore, che non senza riposti intendimenti favoriva quella pretensione; e fra Greci e Longobardi, fra pericoli e difficoltà d'ogni sorta, seppe procacciare alla Chiesa una notabile indipendenza. Sotto i successori suoi le cose mutarono di bel nuovo in peggio, di bel nuovo gravò su Roma e la Chiesa il despotismo degl'imperatori; ma durante la lunga e fastidiosa contesa pel culto delle immagini, tutto l'Occidente s'oppose all'Oriente, e i papi insorsero contro la prepotenza degli autocrati di Bisanzio. Vero è che alle prepotenze di costoro tennero dietro quelle dei Longobardi, più infesti assai perchè più vicini.

Non è punto facile formarsi un giusto concetto dell'autorità dei pontefici in questo tempo e del rispetto ond'essi godevano. Il mutare continuo delle fortune, il cozzare violento dei più disparati interessi, la ruina degli ordini appena instaurati, eran cagione che la stessa istituzione del papato non potesse acquetarsi in una forma stabile di diritto e di consuetudine. I principii ideali erano abbastanza determinati e saldi, ma spesso erano offesi e manomessi nella persona reale del pontefice che gl'incarnava. Si venerava il papa astratto; si deponeva, s'ingiuriava, si mutilava il papa concreto; e la ruvidezza delle coscienze, e la barbarie dei costumi, non lasciavano scorgere la mostruosità della contraddizione. Quello stesso Liutprando, che menava per la briglia il cavallo del papa Zaccaria, aveva forzato Gregorio III e i Romani a invocare contro di lui l'aiuto di Carlo Martello e dei Franchi.

I Franchi vennero, con Pippino prima, con Carlo Magno poi, e distrussero il regno dei Longobardi e posero fine all'odiata loro dominazione. Il giorno di Natale dell'anno 800, Carlo Magno ricevette in Roma, nella basilica del principe degli apostoli, dalle mani di Leone III, la corona imperiale. Cessava così ogni ragione degl'imperatori bizantini sopra Roma e sopra l'Italia; risorgeva dopo tre secoli l'Impero d'Occidente. Leone III non poteva immaginare allora che l'impero e il papato dovevano diventare nemici più tardi, e riempiere il mondo dello scandalo e del rumore delle loro secolari contese.

Non ridirò le vicende e le fortune del papato nel tempo degl'imperatori franchi, e poi nel tempo degli Ottoni, storia avviluppata e lunga, sopra alcun punto della quale bisognerà ch'io ritorni. La restaurazione dell'impero non era senza pericoli del papato, perchè non era possibile che gl'imperatori non chiedessero, o non usurpassero, diritti e prerogative tali da menomare più o meno l'autorità e la libertà dei pontefici. E cominciò Carlo Magno a darne l'esempio, Carlo Magno, di cui il papa fu un vero e proprio vassallo. Ma non era possibile, da altra banda, che il danno crescesse oltre a certa misura, e che l'impero sopraffacesse durevolmente il papato, perchè l'impero era e rimaneva, essenzialmente, una finzione, e il papato era una cosa viva e reale, e piena di forza. L'autorità imperiale si dissolveva come appena mancasse un uomo di grande e vigoroso animo per tenerla insieme e sorreggerla, mentre l'autorità papale era assai più nella istituzione che negli uomini. E a crescer forza alla istituzione vennero in buon punto, verso il mezzo del IX secolo, le famose Decretali del falso Isidoro, che a nuove pretensioni dei papi recarono il suffragio di antiche, simulate risoluzioni, e furono di sì gran peso e di tanta efficacia allora e poi, che da esse appunto si suole far cominciare una nuova età nella storia del papato. Così, a dispetto dei rigori degli Ottoni, a dispetto delle brutture e delle violenze per cui è celebre quel tristo periodo della storia di Roma che va sotto il nome di pornocrazia, l'autorità dei pontefici andò, sebbene interrottamente, crescendo. Scomunica ed interdetto erano diventati armi terribili. Il 18 giugno del 1053 i Normanni vinsero a Civitate Leone IX, che in armi s'era mosso contro di loro, e lo fecero prigioniero; ma come udirono ch'egli si piegava a levare l'interdetto con cui li aveva colpiti, gli si gettarono ai piedi, e gli fecero ressa d'attorno per baciargli le mani. Poco dopo si compieva, per opera di Cerulario, la separazione, già cominciata con Fozio, della Chiesa greca dalla latina; ma l'autorità dei pontefici, se veniva a mancare in Oriente, cresceva sempre più in Occidente.

E ad assicurare vie meglio tale autorità una grande innovazione fu introdotta nel 1059 da Niccolò II, inspirato in ciò e in altro da quell'Ildebrando che doveva esser papa a sua volta col nome di Gregorio VII. Da tempo immemorabile la elezione dei pontefici era, come abbiamo veduto, occasion di raggiri, di soprusi, di turbamenti d'ogni maniera. I pontefici non potevano sperare indipendenza e libertà piena per sè e per la Chiesa, se prima non liberavano da qualsiasi ingerenza straniera la propria elezione. Guidato da tale pensiero, Niccolò II fece votare dal Concilio Lateranense di quell'anno un decreto, in virtù del quale la elezione del pontefice fu deferita al collegio dei cardinali, mentre all'imperatore, al rimanente del clero, al popolo, non fu lasciato altro diritto che quello dell'approvazione. L'importanza e la forza di tale provvedimento furono subito avvertite da chi n'era leso. Non molto dopo, al decreto conciliare fu contrapposta una falsificazione dettata evidentemente da spirito imperiale, falsificazione che assegnava all'imperatore un posto fra i præduces, o promotori della elezione.

E il 22 di aprile dell'anno 1073 fu eletto dai Cardinali, consenziente tutto il clero, plaudente il popolo, Gregorio VII, il quale era già stato l'amico e il consigliere di parecchi pontefici, e il vero operatore delle riforme consentite da loro. Gregorio VII meditò la monarchia universale teocratica. Volle sciolto il clero, sciolte le corporazioni religiose da ogni dipendenza dalle potestà laiche, e proibì le investiture; strinse con mano vigorosa tutte in un fascio le forze della Chiesa; scomunicò Enrico IV; svincolò i sudditi suoi dal debito di fedeltà. Pensava e dichiarava che il potere dei re è frode diabolica; che colui a cui era stata concessa potestà di aprire e di serrare le porte del cielo doveva essere giudice della terra; che il papa ha diritto di deporre gli imperatori; che le insegne imperiali appartengono a lui solamente; che i popoli tutti devono prostrarglisi ai piedi. Gregorio VII e i primi successori suoi fecero della potestà dei papi la potestà massima del medio evo, una potestà che accoglieva dentro di sè, e da cui scaturiva, come da sorgente, ogni autorità ecclesiastica, ogni autorità laica.

In fatto, la Chiesa allora è tutta nel papa, o è un'emanazione del papa. I vescovi hanno perduto ogni autonomia, e non serbano altra autorità che quella che è delegata loro dal pontefice, di cui sono fatti gli strumenti. La infallibilità è dei pontefici, e non dei concilii, i quali non hanno altro officio che di approvare. Innocenzo III non si contenta più di chiamarsi, come i suoi predecessori, vicario di Pietro, ma vuol essere chiamato vicario di Cristo, e afferma che ciò che il pontefice vuole e opera, vuole e opera come Dio, non come uomo. Si vede subito quali conseguenze possono essere tratte da un'affermazione così fatta. La volontà del papa è la volontà stessa di Dio, e perciò non è lecito contraddirla nè discuterla. Agostino Trionfo, nella sua Summa de potestate ecclesiastica, composta a richiesta di Giovanni XXII, giunse a dire che non si può appellare dal giudizio del papa al giudizio di Dio, essendo l'appello solamente possibile da un giudice inferiore a uno maggiore, e papa e Dio essendo una cosa sola.

Per ciò che spetta alla potestà laica l'ordine è a dirittura invertito. A tempo degli Ottoni noi vediamo il pontefice dipendere dall'imperatore, e porgere all'imperatore, il quale, in sostanza, è arbitro delle elezioni, il giuramento di fedeltà. Ora è l'imperatore che dipende dal papa, è fatto una creatura del papa. Innocenzo III ripete ciò che aveva detto Gregorio VII, ciò che ripeterà qualche anno più tardi Innocenzo IV: la potestà laica non può essere legittima se non derivi dalla ecclesiastica. L'imperatore non può ricevere la corona se non dal papa, e non è imperatore se da lui non la riceve. I regni sono dati dal papa in feudo a chi li governa. La relazione vicendevole dei due poteri è chiarita con la famosa comparazione dei due luminari, del sole ch'era il papa, della luna ch'era l'imperatore. Queste dottrine trionfavano. Ottone IV, incoronato da Innocenzo III, si fece chiamar re dei Romani per la grazia di Dio e del papa; Pietro d'Aragona riceveva in feudo il suo regno e si riconosceva tributario e vassallo della Chiesa; Giovanni Senza Terra deponeva la corona per riprenderla, in più legittima forma, dalle mani del legato Pandolfo. L'inquisizione e i nuovi ordini monastici aiutavano potentemente l'assolutismo dei papi.

Questo assolutismo, la commistione dei due poteri e dei due reggimenti ch'esso portava con sè, ebbero avversari ardenti e risoluti, suscitarono biasimi e rampogne senza fine. Basta ricordar l'Alighieri, che oppose all'eccessive pretensioni dei papi il suo trattato De Monarchia, e in molti luoghi del poema avventa contr'esse i fulmini dell'ira sua. Certo, quella commistione fu causa di molte sciagure o di pervertimenti irreparabili; ma lo storico imparziale deve pur riconoscere ch'essa era necessaria e inevitabile. Le pretensioni di pontefici come Gregorio VII ed Innocenzo III sono la logica conseguenza di certe premesse, dalle quali si svolgono come la pianta dal seme.

Gesù Cristo aveva in mente e voleva la separazione delle due potestà, spirituale e temporale, quando pronunziava le memorabili parole: Date a Cesare ciò che è di Cesare; date a Dio ciò che è di Dio. Dopo lui, molti vollero, e molti si adoperarono a ottener quel medesimo, finchè ai giorni nostri fu proclamata, come provvedimento ottimo di ragione e di diritto, la separazione totale della Chiesa e dello Stato. Se non che, tale separazione, quanto è facile in teorica, altrettanto è difficile in pratica, e se potrà effettuarsi ora, o in avvenire, certo non poteva effettuarsi in passato. Notisi che gli stessi concetti fondamentali sono qui molto difficili da fermare e da circoscrivere; che non si può dire, con precisione dove finisca lo spirituale e dove il temporale cominci; e che essendo, così dell'uno come dell'altro, subbietto ed obbietto l'uomo, di necessità debbono spirituale e temporale entrar l'uno nell'altro. Ond'è che noi vediamo, o la potestà laica cercare di sopraffar la ecclesiastica, o questa cercare di sopraffar quella. Non sempre, del resto, ci fu frode o violenza: più d'una volta l'una potestà consentì, o a dirittura chiese l'ingerenza dell'altra; più di una volta sì fatta ingerenza fu resa necessaria dalla condizione dei tempi, dalle storiche vicende.

Giustiniano, il quale pure usurpò non pochi diritti e offici dei papi, volle, nondimeno, che i vescovi dirigessero la elezione dei più cospicui officiali della diocesi; che vigilassero il loro operato e l'uso che si faceva del pubblico denaro; che soprintendessero alle fabbriche e alle prigioni; avessero in tutela i minori. Promulgando la prammatica sanzione, egli conferì loro anche la elezione della più parte degli ufficiali provinciali e la vigilanza dei loro atti.

Sopraggiunti tempi calamitosi, nella confusione e nella ruina degli ordinamenti antichi, la potestà civile dei vescovi, e più quella dei papi, dovettero andare necessariamente crescendo. Quando l'Italia, abbandonata alle proprie sue forze dagl'imperatori d'Oriente, ebbe a difendersi, come potè, dalle violenze dei Longobardi, spesso ogni autorità si raccolse nei vescovi, come in coloro che soli erano in grado di assumerla. «Sono tante le faccende pubbliche,» scriveva Gregorio Magno ai patriarchi dell'Oriente «cui deve attendere qui chi ha nome di vescovo, da lasciar dubbio se egli abbia officio di pastore d'anime o di principe secolare». Lo stesso Gregorio, che per tutto il tempo del suo papato dovette accudire, com'egli pur dice, ai chierici, ai monasteri, ai poveri, al popolo e, per giunta, ai Longobardi, lo stesso Gregorio fu principe e papa ad un tempo, e con ragione poteva egli scrivere in altra sua lettera: «Sono già ventisette anni che in questa città noi viviamo tra le spade dei Longobardi; e non è da dire quanto tributo debba ogni giorno questa Chiesa porgere loro, perchè ci sia conceduto di vivere. Avvertirò solo che come in Ravenna è un tesoriere imperiale che provvede alle spese quotidiane, così in questa città sono io fatto tesoriere loro per ogni occorrenza.» Estraniandosi sempre più Roma dall'impero, Gregorio III fece restaurare a proprie spese le mura della città.

In questi fatti non è usurpazione di poteri, ma naturale accessione, richiesta dagli avvenimenti. Se i papi avessero voluto allora attendere al solo ufficio pastorale, astenendosi da ogni ingerenza nei civili negozii, avrebbero aggravato i pericoli e i mali ond'erano afflitte in più particolar modo le popolazioni d'Italia. La nuova potestà veniva loro, più che da altro, dallo scadimento e dalla defezione della potestà laica ordinaria. Più tardi fu la stessa potestà laica quella che nei pontefici riconobbe un'autorità diversa dalla spirituale. Come nei primi secoli della Chiesa si videro più d'una volta le parti chiamar giudici delle loro contese gl'imperatori, attribuendo loro, per la speranza di vincere, un'autorità spirituale che quelli non avevano; così più tardi si videro principi chiamar giudici i papi in cause civili e politiche, attribuendo loro, per la speranza medesima, una autorità che quelli non avrebbero dovuto avere. Esempio memorabile a tale riguardo è quel di Pippino, seguito poi da altri in gran numero. L'anno 751, Pippino, figlio di Carlo Martello, e maggiordomo di quell'ombra di re che fu Childerico III, mandò a Roma il vescovo Burgardo e il cappellano Folrado, con missione d'interrogare il papa Zaccaria circa i re di Francia, «i quali non avevano più in quel tempo regal potestà; se ciò fosse bene o non fosse». Non v'è dubbio che il papa avrebbe dovuto rispondere alla subdola domanda con affermare esplicitamente il diritto del re legittimo; ma premuto ogni giorno più dai Longobardi, non potendo sperare aiuto se non dai Franchi, e non lo potendo ottenere se non a patto di avere amico Pippino, fece atto di cattivo sacerdote, ma di buon politico, e mandò a rispondere a Pippino «esser meglio che il nome di Re si desse a colui il quale aveva la potestà, anzichè a colui che non avendo la potestà, riteneva il nome». E così «per non turbar l'ordine, per l'apostolica sua autorità ordinò che Pippino fosse re». Childerico fu deposto, e Pippino, unto re dai vescovi di Gallia, ne tolse il luogo. Tre anni dopo, Stefano III, volendo assicurar meglio il fatto, e dargli maggior solennità, consacrò di bel nuovo Pippino, e insieme con lui la moglie Bertrada, e i figliuoli Carlo e Carlomanno, conferendo a quello e a questo il titolo di patrizii dei Romani; e benedisse i signori Franchi presenti, ammonendoli sotto minaccia d'interdetto e di scomunica, di non più mai eleggersi un re d'altra schiatta. Passato mezzo secolo, Carlo Magno riceveva da un altro pontefice la corona del rinnovato impero.

Come dunque non avrebbero i papi attribuito a sè medesimi il diritto di creare i principi e disporre dei regni, se tale diritto era ammesso ed invocato da coloro appunto che avrebbero dovuto negarlo e combatterlo? e che cosa si poteva ragionevolmente opporre ai papi, e alle pretensioni loro sopra l'impero, quando, in sostegno di quelle pretensioni medesime, i papi recavano innanzi il fatto irrecusabile che per opera loro era avvenuta la traslazione della sovranità imperiale, prima dai Greci ai Franchi, e poi dai Franchi ai Tedeschi? Che i papi, da altra banda, cercassero di approfittarsi di ogni occasione favorevole per accrescere la potestà propria, è cosa naturale, e consentanea alla umana natura. Ma non si creda che quel crescere della potestà papale oltre i confini che pareva le dovessero essere più legittimamente assegnati, fosse sola conseguenza degli avvenimenti storici e di storiche congiunture, della debolezza degli uni e dell'avidità degli altri; era pure, come ho accennato, conseguenza logica, logico svolgimento di certi principii, di certe idee, consustanziali alla stessa dottrina cristiana.

Che cosa è, secondo tale dottrina, la vita terrena? Non altro che un avviamento e una preparazione alla vita eterna. Qual è il fine dell'uomo? Raggiungere, conformando la vita terrena alla legge di Dio, la eterna felicità; al qual ultimo fine debbono essere coordinate le istituzioni tutte del viver civile e politico, leggi, magistrature, principati. Chi è che ha la retta cognizione della legge divina e l'officio di bandirla e di farla trionfare? La Chiesa, e quando la Chiesa sarà tutta accentrata nel papa, il papa. Voi vedete subito come si deduca l'ultima conseguenza: il papa, illuminato dalla verità, assistito dallo Spirito Santo, dee governare il mondo e i suoi principi, come la mente governa il corpo: ogni diritto che contrasti col suo, il quale s'immedesima con quello dell'intero genere umano, chiamato da Cristo ad aver parte nel regno dei cieli, è un diritto irrazionale e illegittimo. Il papa deporrà il principe che, a suo giudizio, non aiuti i sudditi suoi al conseguimento di quell'unico fine, e disporrà dei regni della terra, delle insegne e degli onori reali nel modo che al conseguimento di quell'unico fine gli parrà più conforme e dicevole. Io non dico già che in quella rivendicazione di alta sovranità civile e politica per parte dei papi non entrassero molte volte la cupidigia e la frode; ma dico che quella rivendicazione stessa non sarebbe stata possibile senza il concorso di fatti e di condizioni che i papi non avevano creati, e senza il suffragio di principii che erano tenuti universalmente per veri. Per certo Gregorio VII e alcuni dei successori suoi ebbero piena fede nel diritto che asserivano.

Ma i papi, non solo esercitarono un diritto di alta sovranità sui principi temporali; furono principi temporali essi medesimi, ed ebbero un regno, la cui storia, intralciata e lunga, è intimamente congiunta con la storia della loro autorità spirituale. Chi dice che il dominio temporale nocque molte volte all'ufficio del supremo apostolato, e lo involse in interessi disonesti e biechi, non dice se non il vero; ma erra chi crede che l'acquisto di quel dominio sia stato necessariamente e sempre frutto di arti frodolente, di audaci menzogne e di sfacciate usurpazioni. Arti e menzogne ed usurpazioni ci furono come in ogni altra cosa umana; ma s'ha a dire di quell'acquisto ciò che dello sconfinamento dell'autorità papale ricordato pur ora: esso fu cominciato, poi promosso, da fatti storici ineluttabili e da più ineluttabili credenze e dottrine.

Le origini prime di quello che poi fu detto Stato della Chiesa sono molto antiche. Cristo insegnò il disprezzo dei beni di quaggiu; consigliò a chi aveva fede in lui di distribuire ogni suo avere ai poveri e di seguirlo, e disse espresso che il suo regno non era di questo mondo. La Chiesa primitiva non ebbe ricchezze, ma visse di oblazioni, le quali servivano a sostentamento dei ministri, dei pellegrini, dei poveri, e alle spese del culto. Il trionfo della fede, l'organarsi e l'assodarsi della gerarchia, dovevano, anche per questo rispetto, mutare profondamente la condizione delle cose. Le singole chiese arricchirono, e quelle stesse ragioni che fecero di Roma la principal Chiesa dell'orbe cristiano, fecero pure di Roma la Chiesa più ricca. La famosa donazione di Costantino è una favola; ma gli è fuor di dubbio che Costantino fu assai liberale con la Chiesa di Roma, arricchita da lui di templi, di suppellettili preziose, di fondi rustici e urbani. L'esempio di Costantino fu imitato dai successori suoi, e da innumerevoli privati cui era stata concessa facoltà di donare, o di lasciare per testamento i loro beni alla Chiesa. Molte fra le più ricche famiglie di Roma gareggiarono in quest'opera, guidate da un pensiero che non poteva non sembrare in tutto ragionevole e giusto a coloro che avevano la fede e l'entusiasmo della fede; giacchè chi meglio della Chiesa avrebbe potuto far dei beni di quaggiù un uso conforme agli ammaestramenti degli Evangeli? chi meglio di lei adoperare a buono e legittimo fine ciò che di solito è fomite e strumento di peccato? Così è che allo sfasciarsi dell'impero d'Occidente il patrimonio di San Pietro, com'ebbe a chiamarsi, comprende vastissime possessioni, non solo in Italia, ma in Gallia ancora, in Dalmazia, in Africa, in Asia. Anche le altre Chiese maggiori avevano allora patrimonii più o meno cospicui, sebbene senza paragone minori di quello che aveva la Chiesa di Roma.

I papi amministravano il patrimonio, riscotevano le copiosissime rendite, ma non avevano sopra di esso diritto di sovranità, diritto che spettava, secondo le regioni ov'erano poste le terre, o ai re franchi o all'imperatore d'Oriente. Se non che, date le condizioni generali dei tempi; dato il progressivo e irreparabile sfiacchimento della potestà degl'imperatori bizantini in Italia, e il crescere della potestà dei pontefici, non era possibile che o prima o poi questi non pensassero a sostituire all'apparente sovranità degl'imperatori la reale sovranità propria. E una sostituzione così fatta ebbe favore dalle popolazioni italiane, che minacciate e strette da nemici formidabili, e non protette da sovrani di nome e per giunta lontani, non vedevano chi meglio del papa, che avevano in casa, potesse farsi tutore degl'interessi e delle ragioni loro. La sovranità spirituale dei pontefici attirava dunque a sè, naturalmente ed irresistibilmente, anche questa sovranità temporale.

Il primo nucleo di uno Stato della Chiesa, propriamente detto, procurò, e sembra strano a dire, Liudprando, il re di quei Longobardi che tante noie diedero ai papi, e contro a cui i papi invocarono l'aiuto vittorioso dei Franchi. Nel 728 Liudprando cesse e donò poco tempo dopo che se n'era fatto padrone, la città di Sutri agli apostoli Pietro a Paolo, non tenendo conto alcuno dell'imperatore a cui essa apparteneva di diritto. Era papa allora Gregorio II, il quale, avendo il popolo cacciato il duca, che appunto rappresentava in Roma l'imperatore, fu davvero signore di quello che dicevasi ducato romano. Nel 741 lo stesso Liudprando fece dono a papa Zaccaria di parecchie altre città. Maggiore accrescimento ebbe pochi anni più tardi il nascente Stato della Chiesa per la donazione di Pippino, e per quelle di Desiderio e di Carlo Magno; così che, nei primi anni del secolo IX, esso comprendeva, oltre l'antico ducato romano, l'esarcato di Ravenna quasi intero, la Pentapoli e una parte rilevante del ducato di Toscana. Il patrimonio di San Pietro cresceva, ma non cresceva di pari passo la signoria dei pontefici sopra di esso, presa in mezzo e premuta da altri diritti. Gl'imperatori franchi, a cominciare da Carlo Magno, si riserbarono l'alta sovranità, e la esercitarono, sebbene non sia possibile sempre vedere entro quali limiti si contenesse, e come si conciliassero le due potestà degl'imperatori e dei papi. Certo ai papi quella soggezione doveva tornare assai poco gradita, ed essi dovevano porre ogni studio a scemarla. In ciò ebbero aiutatori efficaci gli stessi degeneri successori di Carlo Magno: Carlo il Calvo non esercitò più su Roma e le altre terre del patrimonio che una parvenza di autorità.

Fu molto disputato circa il tempo in cui cominciò ad aver corso la famosa favola della donazione di Costantino, e le contrarie opinioni non si sono mai potute mettere d'accordo. Chi la vuole immaginata a tempo di Carlo, chi di Pippino, e chi prima e chi dopo. L'opinione più probabile è forse quella che la fa sorgere ai tempi di Niccolò I, degno precursore di Gregorio VII; di quel Niccolò di cui il cronista Reginone, suo contemporaneo, ebbe a dire che comandò ai re ed ai tiranni, e come signore del mondo impose loro la sua volontà. Nessun mezzo si sarebbe potuto escogitare più acconcio di quella favola a sopraffare l'ultimo resto dell'incomoda sovranità imperiale, mentre lo scadimento stesso di quella sovranità agevolava e favoriva la diffusione della favola e le permetteva d'acquistar credito. Convertendosi alla fede di Cristo, e ricevendo il battesimo, Costantino aveva ceduto in perpetuo a papa Silvestro, ed ai suoi successori, Roma, l'Italia e tutto l'Occidente, e in conformità di tale cessione aveva trasferita in Bisanzio la sede dell'impero. Come dunque s'arrogavano quei nuovi imperatori un qualsiasi diritto di sovranità sopra le terre della Chiesa? Non erano piuttosto essi, che si atteggiavano a sovrani, i feudatari dei pontefici, e non dovevano riconoscere da questi, insieme con la corona imperiale, anche la investitura? Liudprando, Pippino, Desiderio, Carlo Magno, non donarono nulla alla Chiesa, ma le restituirono ciò che indebitamente e malvagiamente le era stato tolto. Più tardi s'andò anche più in là, e fu considerata come una restituzione la stessa donazione di Costantino.

L'apocrifo atto acquistò grandissima autorità e fu ai papi di grandissimo giovamento. Invano, nel 999, l'imperatore Ottone III lo dichiarava menzogna sfacciata: durante tutto il medio evo esso fu tenuto in conto di autentico, e allegato ogni qual volta se ne offerse opportunità. Su di esso, e su le donazioni egualmente autentiche di Lodovico il Pio, di Ottone I e di Arrigo II, si fondava nel 1059 Niccolò II per dare in feudo a Roberto Guiscardo la Puglia, la Calabria e la Sicilia, quest'ultima ancora da strappare ai Greci ed ai Saraceni, e per investire del principato di Capua Riccardo conte di Aversa. Dante rimproverava con aspre parole a Costantino la dote funesta che aveva pervertita la Chiesa di Cristo; ma solo due secoli più tardi l'Ariosto poteva por quella dote nel mondo della luna, ove tutto è raccolto

 

Ciò che si perde, o per nostro difetto,

O per colpa di tempo o di fortuna.

 

La donazione o, se così vogliamo chiamarla, restituzione che la contessa Matilde, la gloriosa amica e fautrice di Gregorio VII, fece de' suoi dominii alla Chiesa accrebbe di molto ancora il patrimonio di questa. Gli è assai probabile che Matilde abbia inteso donare i soli suoi possessi allodiali, non quelli che teneva in feudo dall'imperatore, e di cui non poteva disporre; ma è certo da altra banda che l'atto di lei fu cagione di nuove dispute e di nuove contese fra imperatori e papi. Innocenzo III riuscì ad aver ragione anche in ciò, e fu signore di uno Stato affatto indipendente, e come tale riconosciuto dallo stesso imperatore, Stato che comprendeva, oltre il territorio che da Ceprano si distende sino a Radicofani, il ducato di Spoleto, la marca d'Ancona, l'antico esarcato di Ravenna sino al Po, la contea di Brettinoro, i dominii della contessa Matilde.

Abbiam veduto i papi crescere a poco a poco; acquistar diritto di preminenza su tutti gli altri vescovi; assicurarsi la libertà; mutarsi di vicarii di Pietro in vicarii di Cristo; attrarre sempre più a sè la potestà diffusa nel corpo della Chiesa; assumere quasi carattere di divinità; stendere sul mondo un'autorità formidabile, la quale, essendo tutta spirituale in principio, si fa arbitra d'interessi e di diritti affatto temporali, si sovrappone ad ogni autorità laica, e la nega, o l'ammette solo come un'emanazione di sè stessa. Abbiam veduto le ricchezze affluire nella Chiesa, e i papi amministrare vastissime possessioni, diventare feudatari dei re, emanciparsi da ogni esterna sovranità, cingere da ultimo la corona dei principi secolari e indipendenti. Abbiam veduto tutto ciò aver suo principio in Roma, crescere in Roma, intorno a Roma e per Roma. Molti fatti, molte idee, molte forze concorsero a formare il papato; ma, se Roma non fosse stata, nemmeno il papato sarebbe stato, o come ho avvertito, sarebbe stato un papato assai diverso da quello che fu.

Ebbene, qui s'offre all'attenzione vostra un fatto assai strano. In Roma sempre ebbero i papi i più acerbi nemici loro; in Roma corsero i più gravi pericoli; Roma fu il trono e la gogna loro, il luogo della loro glorificazione e del loro martirio. Niccolò Machiavelli ebbe a fare l'osservazione che i papi, i quali fuori di Roma avevano grandissima e indisputata autorità, ne avevano pochissima in Roma. Tale osservazione, verissima, era già stata fatta assai prima, in pieno medio evo. Quello stesso Gregorio VII che si condusse a' piedi un imperatore, non fu egli assalito in chiesa da Cencio nel bel mezzo delle funzioni del Natale, percosso, trascinato pei capelli? E quanti papi prima di lui, e dopo di lui, non furono in Roma, e nello stesso loro palazzo, e nelle chiese maggiori, assaliti, oltraggiati, percossi, spogliati delle insegne del pontificato, minacciati di morte? Quanti non si salvarono con patti vergognosi o con fughe precipitose? Quell'Urbano II che poteva con una parola sollevare l'Europa in armi, e precipitarla contro gl'infedeli al riscatto di Terra Santa, nulla poteva in Roma, e fu più d'una volta ridotto a campar di elemosine. Pasquale II fu preso a sassate durante la processione di Pasqua, e costretto a fuggirsene. Lucio II morì d'una sassata che lo colse mentre tentava di espugnare il Campidoglio. Persino Innocenzo III dovette cercare scampo nella fuga. E chi potrebbe noverare tutti i papi cui Roma chiuse superbamente in sul viso le porte?

L'eterna Città fece pagar caro ai pontefici il vanto e il beneficio che venivano loro da lei. Era in essa un fermento inestinguibile, uno spirito prevaricatore e protervo che veniva d'alto e di lontano, e mai non chetava. La ribellione vi ribolliva e rimuggiva in perpetuo, e fu per secoli la forma ordinaria della sua vita. Roma ricordava d'aver signoreggiato il mondo; Roma ricordava d'essere stata la fonte d'ogni diritto e d'ogni sovranità, e voleva continuare ad essere, e non voleva obbedire, e non obbediva a lungo mai a nessuna potestà, nemmeno a quelle ch'essa stessa creava. L'impero era lei,

 

Roma caput mundi regit orbis frena rotundi:

 

quel popolo s'inebbriava ancora al suono terribile del suo nome e sognava sogni smisurati. Roma voleva l'impero e voleva il papato; ma come ornamenti suoi li voleva, nè l'imperatore nè il papa riceveva come signori assoluti. Li voleva entrambi, perchè a costituire la suprema sovranità che credeva suo dritto, era necessario il concorso di entrambi; ma come l'una delle due potestà minacciava di crescer troppo e di soperchiare, essa aiutava l'altra. Però, tra l'impero e il papato noi vediamo per secoli una Roma sempre in sommovimento, sempre in armi, vinta spesso, non domata mai, che pugna per salvare l'autonomia propria, e si afferma comune, e si afferma repubblica, e non dà pace nè a sè stessa, nè altrui. Da tale sua condizione vien fuori una storia meravigliosa ed oscura, quale nessun'altra città nel mondo ebbe o avrà mai; storia di violenze, di errori, di tradimenti, di entusiasmi, di vittorie, di sconfitte, di peripezie d'ogni maniera, senza fine e senza tregua. Simile a quel vortice spaventoso del mare di cui favoleggiò l'età di mezzo, pel quale passavano a mano a mano le acque tutte che sono sulla faccia della terra, Roma riceveva dentro di sè le forze tumultuanti del mondo, e fra le sue mura esse venivano agli urti supremi, alle supreme battaglie.

La storia del comune di Roma è in parte oscura, in parte disforme da quella degli altri comuni italiani, sorti in condizioni molto diverse dalle sue. Le vecchie istituzioni, sebbene alterate, sebbene affralite, durarono in essere sotto i Goti ed i Greci; ma si perdettero nel tempo della lotta contro i Longobardi, quando popolo e papa si allearono contro il comune avversario, e insieme si adoperarono a scuotere il giogo degl'imperatori d'Oriente. Il senato si dilegua e sorge un comune nuovo in cui al potere civile prevale il militare. In sul principiare del secolo VIII si menziona per la prima volta il ducato romano. Il territorio della città si è allargato, e il popolo si sforza d'avere un duca di sua elezione, e ci riesce. L'antico prefetto imperiale sparisce ancor esso, o muta officio e carattere, diventa un giudice criminale. Il potere civile si fonde col militare, e sono entrambi nelle mani del duca, che abita sul Palatino e ha sotto di sè una popolazione spartita in quattro classi, e l'esercito, che è formato del fiore della cittadinanza e prende parte nella elezione del papa. Il papa non è sovrano; ma ha sotto di sè numerosi officiali, dirige una vasta amministrazione, fruisce d'ingenti entrate, esercita il potere civile quante volte gliene è data opportunità, e l'autorità sua di tanto cresce di quanto l'imperiale scema.

Con la distruzione del regno dei Longobardi le cose mutarono in parte, e in parte rimasero come per lo innanzi. Alla sovranità nominale degl'imperatori d'Oriente si sostituì la sovranità reale di Carlo Magno, e il papa fu, sotto di esso, capo dello Stato, ma più di nome che di fatto. A limitare il potere suo c'era da un lato il messo imperiale, c'era dall'altro la nobiltà, la quale formava l'esercito, e moveva a suo grado il popolo, ed era, per dir così, l'elemento primo ed incoercibile della repubblica. Leone III, quello stesso Leone che a Carlo Magno, quasi in segno di sudditanza, mandava le chiavi della tomba di San Pietro, e il gonfalone di Roma, e chiedeva un messo imperiale che venisse a ricevere il giuramento di fedeltà dei Romani, operando come signore di Roma, durò gran fatica a reggersi e a serbarsi illeso in mezzo al furore delle fazioni che straziavano la città, e fu ascritto a miracolo. Gli avversarii suoi lo assaltarono nel bel mezzo di Roma, lo rovesciarono da cavallo, tentarono, dicesi, di strappargli la lingua e gli occhi; e v'è chi afferma che ci riuscirono, e che per grazia di Dio riacquistò l'una e gli altri.

Era incominciato quel terribile giuoco delle fazioni che, per secoli, doveva insanguinar la città, riempierla di tumulto e d'orrore. Cresceva fra quelle tragiche mura una nobiltà la più superba, la più tracotante che mai siasi veduta, al papa tanto più infesta, quanto più fiacco ed incerto il potere imperiale che poteva, se non domarla, frenarla. Col dissolversi dell'impero franco, l'audacia sua giunse al colmo, adescata ed aizzata da quella stessa istituzione del papato che avrebbe dovuto esser principio di pace e di ordine. Non v'era famiglia di patrizii che non agognasse di vedere un de' suoi coronato della tiara; e non v'era pontefice che non si facesse puntello e scudo delle armi de' suoi partigiani. La repubblica, una repubblica turbolenta e malvagia di nobili combattenti fra loro, crebbe di bel nuovo sui papi. Roma fu in balìa di donne senza pudore e senza pietà, e i papi furono loro creature, poi del secondo Alberico, sin verso il mezzo del secolo decimo, degni di chi li poneva sul trono come di chi li rovesciava. La Chiesa non ricorda tempi più tristi di questi, nè maggiori vergogne. Il papato in quella burrasca non naufragò perchè troppe altre forze lo sorreggevano.

Intanto, aiutato da quello Alberico, che più cose nuove ordinò, il popolo cominciava a levarsi a fronte della nobiltà, di cui era stato insino allora strumento; ad affermar sue ragioni; a far armi; recando nuovo fomite di dissidio, in quel tumulto; accelerando, con sue mutazioni, le peripezie e le catastrofi; avviluppando più sempre quella intricata matassa di cupidigie, di gelosie, di odii, di torti e di diritti. Con Ottone I la spenta sovranità imperiale prese a rivivere, ma insidiata, combattuta. Ai 3 di gennaio del 964 nobili e popolo insorgono a furia, e benchè vinti rimangono poi padroni della città. L'imperatore indi a poco si parte; Leone VIII, eletto per volere dell'imperatore, fugge. Segue una inenarrabile storia di subiti mutamenti, di usurpazioni, di pugne, di rappresaglie, di stragi. Roma diviene il campo dove le due parti contrarie, la nazionale e l'imperiale, combattono una guerra micidiale e fraudolente, non mai finita. Ciascuna elegge il suo papa, e si sforza di tor di mezzo il papa della parte avversaria. Benedetto VI fu strangolato in carcere; dopo otto mesi di pontificato, Giovanni XIV morì in Castel Sant'Angelo, non si sa bene se di fame o di veleno; il cadavere di Bonifacio VII fu crivellato di lanciate, trascinato ignudo per le vie, gettato e abbandonato dinanzi al così detto cavallo di Costantino; Giovanni XV e Gregorio V furono cacciati da Giovanni Crescenzio il quale signoreggiò Roma molt'anni, finchè fu vinto e fatto decapitare da Ottone III.

Là le vittorie imperiali abbassavano per qualche tempo la frazione contraria, non fondavano stabilmente la pace e l'ordine. Il patriziato, in cui erano penetrati numerosi elementi feudali, cresce, benchè diviso, d'insolenza e di forza. Roma si copre di torri e di propugnacoli; il Colosseo, le terme, gli archi, i templi dell'antichità diventano fortezze e ripari. Si leva sull'altre famiglie nobili la famiglia dei conti di Tuscolo, arbitri molt'anni del papato e di Roma. E il disordine aumenta, aumenta la corruzione: nel 1015 tre pontefici si contendono la tiara.

Se non che in quegli anni di perpetuo scompiglio era cresciuto di forze, e aveva acquistato coscienza del suo diritto anche il popolo, e nel 1143 insorse e imitò l'esempio d'altri comuni vendicatisi a libertà. Dichiarò cessato il potere temporale dei papi e restaurata la repubblica; ricostituì il senato; ma vietò quasi del tutto ai nobili di sedervi; riavocò a sè ogni sovranità usurpata da altrui. Due anni dopo venne in Roma Arnaldo da Brescia, e infervorò vie più gli animi, predicando contro la corruzione dei chierici, richiamando la Chiesa alle istituzioni e ai costumi dei tempi apostolici e Roma all'antica sua gloria. Arnaldo morì per questo peccato, e le sue ceneri furono gettate nel Tevere, e quel sogno di rinnovata repubblica si dileguò con esse.

Ma riapparve più tardi e i papi non ebbero così presto quieto e sicuro dominio sulla città riottosa. Quel sogno era la visione di un passato incancellabile; era la figurazione di una speranza che sempre rinasceva negli animi, li consolava e incitava. Leone IV la significò in un verso, quando sulla porta principale della nuova città che da lui prese il nome faceva scrivere:

 

Roma caput orbis, splendor, spes, aurea Roma.

 

Come la stessa città delle genti, quel sogno sembrava immortale: esso turbò i sonni a molti pontefici; esso accese e sollevò gli animi di Cola di Rienzo e di Stefano Porcari. Francesco Petrarca n'era irradiato quando ricordava

 

L'antiche mura ch'ancor teme ed ama

E trema 'l mondo quando si rimembra

Del tempo andato e indietro si rivolve.

 

Dileguato quel sogno, Roma quetò, e non fu più per secoli, se non un comune amministrativo. Essa obbedì ai pontefici; ma come la potestà loro cresceva su di essa, così scemava sul mondo; e intanto per essi e per lei maturavano nel remoto dei tempi novelli destini.

 

 

 

GLI ORDINI RELIGIOSI E L'ERESIA

 

DI

 

Felice Tocco

 

 

Signore e Signori,

 

Di settimana santa è bene entrare in chiesa e riandare col pensiero la storia delle più antiche eresie, non fosse altro per sapere se resti in noi qualche vestigio degli antichi errori. E se fastidio vi prenderà di questa corsa vertiginosa per l'ampio giro di più che due secoli, non incolpate me, vittima innocente, ma chi scelse insieme e il subbietto della conferenza e il conferenziere, cadendo senza dubbio in eresia doppia e doppiamente infelice. E dico male subbietto, chè l'argomento nostro non ne ha uno, ma due non che disparati siffattamente opposti che molti di voi si saranno dimandati con meraviglia a quale bell'umore sia caduto in mente di metterli insieme. Nè avete torto perchè gli ordini religiosi furono sempre tenuti per il più saldo presidio di quella stessa Chiesa, che l'eresia tendeva da più parti di sovvertire, anzi alcuni di questi ordini sursero appunto per combattere corpo a corpo e perseguitare a morte gli eretici. Nè fa d'uopo citare i frati predicatori o domenicani, che in grazia di un bisticcio etimologico non disdegnavano di chiamarsi cani del Signore, domini canes, e quali bracchi, fiutanti da lontano l'eresia, sono infatti effigiati in uno dei grandi affreschi del Cappellone degli Spagnuoli.

Ma non ostante questi contrasti, che certo a nessuno verrà in mente di revocare in dubbio, altri potrebbe scoprire qualche non lontana analogia tra il movimento ereticale e la riforma degli ordini monastici, principalmente in quel torno di tempo, di che io debbo intrattenervi, vale a dire nel corso dei secoli decimosecondo e decimoterzo. In primo luogo gli ordini monastici non dissimulavano la loro posizione al clero secolare, il quale nella confusione ognor crescente del principato civile con la dignità ecclesiastica, sempreppiù si allontanava dai precetti del Vangelo; e non solo il papa aveva un dominio temporale, ma molti vescovi, specie in Germania, erano anche principi dell'impero; e non di rado quella mano che doveva levarsi a benedire collo stesso segno di croce amici ed inimici, brandiva la spada contro gli stessi fedeli. Di siffatto tralignamento mondano e del fasto e della corruzione del clero si facevano denunziatori e giudici principalmente i fondatori di nuovi ordini religiosi che predicavano doversi le anime schive e disdegnose ritrarre nel silenzio dei chiostri, per praticare quelle virtù evangeliche, che nel fragore delle armi e nel lusso di una vita mondana e vescovi e prelati avevano smarrite. L'ostilità tra il clero secolare e i nuovi ordini religiosi, principalmente al sorgere dei frati mendicanti, crebbe a tal segno che un eminente professore dell'Università parigina, Guglielmo di Sant'Amore, pubblicò contro di loro un'amara invettiva, intitolata: «Dei pericoli dei tempi novissimi», dove rimbeccando i novatori, sosteneva il vero flagello della Chiesa essere appunto quei sodalizi frateschi, che scemando il prestigio delle antiche istituzioni, tornavano come minaccia ed offesa permanente alle più alte autorità ecclesiastiche. Il papa Alessandro IV impose silenzio all'audace polemista, e solennemente condannò il libro pericoloso, ma la lotta non ismise per questo, e più tardi fu rinnovata con ben altro successo.

Ma oltre a questo carattere polemico, un altro tratto è da rilevare nelle riforme degli ordini religiosi, che con rapida vicenda si succedevano tra il secolo decimosecondo e il decimoterzo; ed è il rigoroso ascetismo. L'ordine principale della Cristianità, fondato nel secolo VI da San Benedetto, non avea portato quei frutti che il pio fondatore ne sperava. Certo a nessuno può cadere in mente di negare i meriti dell'ordine benedettino, che in tempi di buia ignoranza seppe conservare la tradizione della coltura, e glorificò il lavoro manuale quando da tutti era tenuto a vile, e più volte difese i vinti dalle prepotenze dei barbari vincitori; ma non si può d'altra parte contrastare che avendo quell'ordine accumulate enormi ricchezze, deviò siffattamente dalla semplicità ed operosità primitiva che non mancavano nell'ordine stesso voci di severe rampogne, e molti tentativi di riforma si alternarono a brevi intervalli.

Tralascio le riforme di San Romualdo che nel 1012 fondò l'ordine dei Camaldolesi, e quella di San Brunone che nel 1085 fondò l'ordine dei Certosini, perchè l'uno e l'altro, pur conservando la regola di San Benedetto, fecero ritorno alla disciplina più austera degli antichi eremiti della Tebaide. Ma anche quelli che più strettamente si tennero all'istituzione benedettina, come Guglielmo di Aquitania che fondò la celebre abbazia di Clugny nel 909, e più tardi San Bernardo che nel 1115 aperse quella ancor più celebre di Chiaravalle, intendevan tutti di richiamare i loro confratelli ad una più rigida osservanza della Regola.

Nè diverso fu il pensiero del calabrese abate Gioacchino, che ancor più severa riforma aveva inaugurata nelle alpestri solitudini di San Giovanni in Fiore, e maggiori e più copiosi frutti se ne imprometteva, perchè nell'ardente fantasia vedeva prossima una terza età del mondo, in cui non solo l'ordine benedettino, ma la cristianità tutta andrebbe radicalmente riformata.

Di queste teorie gioachinitiche discorreremo a suo tempo. Per ora tornando al nostro proposito, dico che i due caratteri del movimento riformatore dei cenobii, l'opposizione contro il clero non pure secolare ma regolare e il rigido ascetismo, sono altresì le molle più potenti dell'eresia medioevale. Perchè non s'ha da credere che l'eresia medioevale nella maggior parte delle sue forme si opponga alla Chiesa stabilita per vendicare, poniamo, o la libertà della coscienza o l'autonomia dello Stato, o per ridare alla natura ed alla vita quei diritti, che l'ascetismo le aveva tolti. Tutto al contrario l'eresia medioevale è più ascetica dello stesso Cattolicismo. E per questo lo combatte e l'assale da più parti, perchè non lo crede abbastanza agguerrito contro i tre nemici dell'anima, il mondo, il demonio e la carne. Questa comunanza d'intendimenti tra i riformatori e gli eretici, per quanto parziale e momentanea, rende ragione del fatto stranissimo che alcune eresie prendano le mosse da movimenti al principio non ereticali, anzi protetti e incoraggiati dalla Chiesa. Così i Patarini, che negli editti di Federico II sono accomunati colla peggior genìa di eretici, nel secolo XI non erano altro se non il clero minore milanese, che sotto l'inspirazione dei papi insorgeva contro gli abusi e le rilassatezze del clero maggiore. Anche oggi si chiama a Milano dai Patari una contrada, dove abbondano i patari, o rivenduglioli di roba usata. L'italiano rigattiere non esprime tutto il disprezzo che si collega col patari o patee. E appunto patari o patarini furono denominati i membri del basso clero che ardivano di muover guerra all'alto, nome che sulla bocca degli uni poteva suonare scherno o dileggio, ma sulla bocca degli altri era titolo di gloria o per lo meno di cristiana umiltà. Certo è che il basso clero accusava l'alto di due vizii capitali: il concubinato e la simonia. Intorno alla prima di queste due accuse bisogna però bene intendersi, perchè non è da credere che tutto l'alto clero milanese conducesse vita dissoluta. Per lo contrario molti sacerdoti credevano di aver menato moglie legittimamente, e di non essere divenuti per questo peggiori degli altri. Perchè il celibato dei preti non è un articolo di fede, ma una misura disciplinare, dalla quale la Chiesa stessa talvolta si allontana, come anche oggi rispetto ai sacerdoti di rito greco. E a qualunque tempo, più meno antico, questa misura rimonti, certo è che la Chiesa milanese per lunga consuetudine se n'era dipartita, e si contava in Lombardia sì gran numero di preti ammogliati, che lo stesso Leone IX riconosceva non esser lecito mettere sul lastrico tante povere donne, non di altro colpevoli se non di aver seguito un uso inveterato del loro paese. Ed anche sull'altro capo d'accusa bisognava osservare, che la simonia (così chiamata da quel Simone Mago, che voleva comprare a contanti la dignità apostolica) era un male non della Chiesa milanese soltanto ma di tutta la Cristianità. I beneficii ecclesiastici davano così larghi profitti, che quanti avevano il diritto di conferirli, volendo prendervi qualche parte, li solevano dare al migliore offerente; nè dopo secoli di lotta si riuscì a sradicare il male. Ma se la Chiesa milanese poteva addurre in suo favore vecchie consuetudini ed esempi di tutti i paesi, non aveano torto i papi a imporre al clero quello che credevano più utile nell'interesse della cristianità. E potevan ben pretendere che la milizia di Cristo non da altre cure fosse distratta, nè altre famiglie riconoscesse fuor del consorzio dei fedeli a lei affidato, e che i beneficii ecclesiastici fossero dati al più degno non al migliore offerente. Al che aggiungete la Chiesa romana mal soffrire che l'arcivescovo di Milano, divenuto come a dire principe della città, aspirasse ad un'autonomia non conciliabile con la rigida gerarchia del cattolicesimo, e non vi parrà strano che sia scoppiata terribile la lotta tra il clero minore, obbediente ai cenni di Roma, e il clero maggiore forte delle sue clientele e degli antichi diritti.

Molte vittime caddero dalle due parti e tra gli altri i capi stessi dei patarini Arialdo ed Erlembardo, che ben presto furono levati sugli altari. Ma cessato il moto patarinico, e fiaccata la potenza degli arcivescovi milanesi, non cessarono per questo gli scandali, e almeno per la simonia le cose continuarono come prima, che per isvellere il male dalla radice bisognava togliere al clero i lauti beneficii, e la potestà secolare con quelli congiunta, a cominciare dalle somme cime sino agli ultimi gradini della gerarchia. Quest'audace riforma fu proclamata altamente da Arnaldo da Brescia e dagli Arnaldisti, i veri continuatori del movimento patarinico. Ma ormai le sorti erano mutate, i nuovi Patarini non obbedivano ai cenni di Roma come gli antichi, e furon dichiarati eretici, e il loro capo, non che levato sugli altari, fu gettato nel Tevere. Nè io negherò che in qualche punto dommatico gli Arnaldisti non si allontanassero dalla fede, come nel sostenere che la dignità sacerdotale immediatamente si perda quando chi l'eserciti ne sia indegno, e che i sacramenti somministrati da un prete concubinario o simoniaco non abbiano valore; ma anche su questo punto i Patarini antichi non pensavano diversamente dai nuovi, e certo è che gli uni e gli altri volevano informata la vita del clero a più rigoroso ascetismo.

Quello che i Patarini chiedevano al clero, altri eretici, o i cosìdetti Catari, lo volevano esteso a tutti i fedeli. Ben per tempo il nome di Patarini si scambiò con quello di Catari o Catarini come si diceva presso di noi. Ma originariamente ed etimologicamente i due nomi erano e sono distinti. I Catari sono una setta venutaci dalla Bulgaria (e però furono detti anche bulgari o bougres), di cui si sentì per la prima volta parlare nell'alta Italia quando non erano ancora cominciate le agitazioni patariniche, e si dicevano Catari dal greco καθαρὸς (puro) che da noi divenne catàro o anche cazàro e in Germania si trasformò in Ketzer, usato d'allora in poi a significare eretico per antonomasia. I Catari si chiamavano così in quanto si vantavano di non esser lordi delle colpe che osavan rimproverare alla Chiesa cattolica. Ammettevano anch'essi essere tre i nemici dell'uomo, il mondo, la carne e il demonio, ma i due primi credevano fossero creati dall'ultimo. Imperocchè seguendo l'antica dottrina manichea, ponevano due spiriti eterni e lottanti fra di loro, lo spirito del bene, o Dio buono, e lo spirito del male, o Demonio. Ciascuno dei due Dii avrebbe creato a modo suo, il Dio buono le anime nella loro purità nativa a lui rassomiglianti, il Dio malvagio invece i corpi e tutte le cose visibili. Insegnavano inoltre, seguendo le antiche tradizioni pitagoriche, che un bel giorno le creature del buon Dio deviarono dal dritto sentiero e precipitando dal cielo vestirono la carne, dando così principio a quell'iliade di mali che non avrà mai fine, finchè non sarà dato loro di ritornare al Cielo onde partirono. E concludevano: l'unico mezzo di conseguire sì eccelso fine essere questo, sequestrarsi dal mondo, opera del malvagio Dio, e mortificare la carne fonte di ogni corruzione. Nè soltanto ai preti ma benanco a tutti i fedeli interdicevano il matrimonio, perchè mettere al mondo nuovi figliuoli è come costringere le anime a rientrare un'altra volta nella prigione della carne. Se tale strana religione avesse potuto attecchire, la conseguenza sarebbe stata questa, che il primo giorno del suo trionfo sarebbe stato l'ultimo della umanità, perchè la generazione, che accettando in buona fede il catarismo, ne avesse seguite scrupolosamente le massime, non avrebbe avuto discendenti, e si sarebbe verificato così quel suicidio cosmico, che qualche filosofo contemporaneo ha osato di spacciare come una grande novità. Pur troppo in fatto di stranezze e di pazzie si può dire con l'Ecclesiaste: nulla di nuovo sotto il sole.

Il Catarismo è certamente agli antipodi del Cristianesimo, perchè l'uno è rigorosamente dualista, l'altro monoteista; l'uno proscrive il matrimonio, l'altro lo proclama un sacramento: l'uno infine crede di compiere ed inverare l'Ebraismo, l'altro condanna il vecchio Testamento, e crede il Dio terribile e vendicativo degli Ebrei non essere se non il Dio malvagio degli antichi Parsi. Ed è molto strano come in pieno Medio Evo, quando la fede era più viva, e la Chiesa aveva riportato o stava per riportare, le più splendide vittorie sugli avversarii suoi, è strano, ripeto, come una credenza così anticristiana, e che per giunta fa violenza alla natura umana, abbia potuto trovare tanti proseliti. Eppure è così. Il Catarismo si diffuse in tutta l'Europa, e l'Italia nostra, tenuta da noi stessi per il paese meno adatto alle innovazioni religiose, ne era per così dire il centro. Tutte le classi partecipavano alla nuova fede, e le donne non meno degli uomini. Di qui, da Firenze, partì una donna coraggiosa ed intrepida alla volta di Orvieto, ove una calda parola trasse molti alla nuova fede. E cosa più strana ancora, un altro paese che rivaleggiava coll'Italia per il favore dato al Catarismo, fu appunto quella Provenza, dove fioriva il culto della nuova lingua e della nuova poesia, e dove tutti i trovatori cantavano e sfinivano di amore anche quando non ne sentivan punto. In mezzo a tanto sorriso di cielo e a cosiffatta gaiezza di vita pur trovò modo di prosperare la più tetra ed ascetica delle religioni, la quale si diffuse così largamente nelle diocesi di Tolosa, di Carcassona e di Albi, che il nome stesso di albigese divenne a così dire sinonimo di cataro. E fu duopo di lunga e sanguinosa crociata, e di una inquisizione ancor più terribile della guerra stessa, per ispiantare l'eresia da quel paese dove aveva messe sì profonde radici. Le ragioni di questo fatto meraviglioso sono molte, ma non temiate che io abusi della pazienza vostra per isvolgerle tutte. La principale è questa, che i Catari non ostante le opposizioni si credevano cristiani, più cristiani ancora, dei cattolici. E sapevano a mente il nuovo Testamento, e lo traducevano in volgare perchè tutti l'intendessero. Ed ogni loro opinione avvaloravano con citazioni bibliche per ridurre al silenzio gli avversari loro. Essi credevano anzi di interpretare nel vero spirito i precetti evangelici. Così nell'Evangelo è detto essere più agevole che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio, ed essi esagerando e frantendendo aggiungevano: nessuna eccezione potersi dare, e poniamo anche che il ricco adoperi buona parte delle sue sostanze a benefizio degli altri, non tornerà per questo nel grembo di Dio buono, perchè la povertà assoluta è di rigore, e possedere e amare le ricchezze torna lo stesso come attribuire un pregio alle cose di questo mondo, che quale opera del malvagio Dio non ne hanno alcuno. E se nell'Evangelo è scritto: voi avete udito che fu detto agli antichi: non uccidere, ma io vi dico che chiunque s'adira contro a suo fratello senza ragione, sarà sottoposto a giudizio, essi aggiungevano: non potersi uccidere in nessun modo, nè in guerra, nè in nome della legge, e la Chiesa che bandisce crociate e condanna al rogo i suoi nemici, non seguire i precetti di Cristo, che dice: Amate i vostri nemici, benedite coloro che vi benedicono, fate bene a coloro che vi odiano e pregate per coloro che vi fanno torto e vi perseguitano. Inoltre questi astuti eretici non tutte le loro dottrine svelavano a tutti, ma solo quelle che più facilmente s'accoglievano, e che servivano a staccarli dalla Chiesa, il resto poi veniva da sè. Nè a tutti i seguaci della lor fede chiedevano gli stessi sacrifizii, ma sapevano ben distinguere tra perfetti e credenti, i quali ultimi potevano ben dirsi Catari senza rinunziare alla loro famiglia o alla loro proprietà. Con tali espedienti la fede catara appariva meno ostica, e guadagnava ogni giorno seguaci, massime per le virtù eroiche e gli atti di coraggio degli intrepidi perfetti, che perseguitati da tutte le parti non cedevano, e piuttosto che smentire la loro fede, salivano animosamente il rogo. Una condotta austera, una vita di stenti e di abnegazioni continue è il miglior mezzo per guadagnare le anime. Si racconta il caso di una fanciulla caduta in sospetto d'eresia, a cui fu ingiunto di assistere al supplizio dei correligionari suoi. Quando il capo di essi, Arnaldo di nome, entrando nelle fiamme, aperse le braccia per benedire i suoi fratelli, la fanciulla svincolatasi dagli sgherri che le stavano ai fianchi, si lanciò nel rogo, sagrificando alla nuova fede la sua bella e fiorente giovinezza.

Non meno disposti a dare la vita alla fede loro si mostravano altri eretici, che hanno ben poco di comune coi Catari, i Valdesi, così chiamati da Pietro Valdo, un mercante di Lione che seguendo il precetto di Cristo, se vuoi essere perfetto, va, vendi ciò che hai e donalo ai poveri, distribuì le male accumulate ricchezze tra i suoi concittadini, e vestito un povero saio andò accattando di porta in porta, e predicando dappertutto la parola del Signore. Questo movimento al principio non era anticattolico, tanto che ad uno dei seguaci di Pietro Valdo, a Durando di Huesca, fu agevole di staccarsi dal novatore e farsi riconoscere e benedire da papa Innocenzo III come capo di un nuovo sodalizio cattolico. Nè alcuna parte del domma o della liturgia cattolica il Valdo voleva attaccare, ma solo tornare la Chiesa alla sua purità primitiva. Senonchè per questo capo i Valdesi non usavan diverso linguaggio dei Catari e Arnaldisti. Da quel giorno, essi dicevano, che Silvestro ebbe l'infausta donazione di Costantino (spuria donazione a cui allora tutti prestavan fede), da quel giorno l'avidità di ricchezze non fu mai satolla, nè mai si estinse la sete di dominio, e la Chiesa vestita di porpora, e incoronata di gemme prese le sembianze della gran peccatrice dell'Apocalisse (17.1). Queste roventi parole uscivano talvolta anche da labbra ortodosse, e i Ghibellini tutti solevano adoperarle da Pier delle Vigne al nostro Dante di cui è nota la terzina:

 

Ahi Costantin di quanto mal fu matre

 

e l'altra ancor più vibrata:

 

Di voi, Pastor, s'accorse il Vangelista.

 

Ma i Ghibellini, più che una setta ereticale, formavano un partito politico, perchè il non credere alla necessità del potere temporale, non era allora e non è oggi un'eresia, e perfino nelle lotte più ardenti tra la Chiesa e l'Impero i Papi non osarono mai di sollevare all'altezza di un domma religioso una questione sostanzialmente politica.

I Valdesi però eran più radicali dei Ghibellini, e benchè si dicessero e credessero nel cuor loro sinceri cattolici, pure interpretavano la parola evangelica in senso molto più rigido ed unilaterale che non fosse consentito dalla tradizione cattolica, e si attribuivano il diritto di predicarla senza averne ricevuto alcun mandato dalle autorità ecclesiastiche. Ben per tempo quindi furono ripresi dal vescovo di Lione e dal papa Alessandro III, e più tardi Lucio III li scomunicò, nè Innocenzo III revocò il decreto del suo predecessore. Espulsi così dalla Chiesa, i Valdesi non potevano continuare se non a patto di scegliere nel proprio seno chi facesse le veci dei sacerdoti cattolici. E così semprepiù allontanandosi dall'ortodossia, proclamavano aver la facoltà di spezzare il pane eucaristico chiunque di loro sia di cuor puro, e in luogo della confessione auricolare valer meglio una confessione in pubblico a tutta la comunità dei fedeli; non essere necessario un luogo speciale per rivolgere la sua preghiera al Cielo; e infine anticipando la riforma, negavano potersi il sacrifizio eucaristico applicare ai defunti, e toglievano di mezzo il purgatorio. Per tal guisa l'eresia valdese tornava non meno pericolosa della catara, e si diffondeva da per tutto con maggiore facilità.

Contro tutte queste eresie, la catara, l'arnaldistica, la valdese, non valevano più nè le vecchie armi delle scomuniche e degli interdetti, nè le nuove ancor più terribili della tortura, del rogo. Più si perseguitavano gli eretici, e più si ringagliardiva la loro fede, e molti andavano incontro alla morte lieti e cantando degli inni, come nei primi tempi delle persecuzioni cristiane. Per vincere o almeno svigorire la propaganda di questi intrepidi e convinti novatori, bisognava opporle un'altra propaganda non meno operosa ed efficace. Non era più il caso di chiudersi nel silenzio degli eremi o nella quiete dei conventi. Per combattere le dottrine degli eretici bisognava imitarne le pratiche e le virtù ed accettare la povertà evangelica da loro inculcata, e ramingare come loro, accattando dovunque la vita e dovunque predicando la parola del Vangelo. Così nacquero gli ordini mendicanti. Il primo a bandire come suprema regola la povertà assoluta fu San Francesco di Assisi, il fondatore di un nuovo sodalizio di frati, che per umiltà si dissero minori, ma ben presto per i servigi resi alla Chiesa apparvero maggiori fra tutti. E certo il prestigio di questi nuovi apostoli della povertà fu tale, che anche altri ordini religiosi ebbero ad adottarne le massime. E si dichiararono mendicanti i seguaci di San Domenico o frati predicatori, che da principio avevano abbracciata la regola agostiniana; mendicanti i diversi ordini, che da Alessandro IV furono riuniti in un solo sotto il nome di Eremiti di Sant'Agostino; mendicanti infine i Carmelitani, il cui ordine fondato nel 1156 dal crociato Bertoldo, nel 1245 trasformò i suoi romitaggi in cenobii. Nella vita povera ed umile parve in quei giorni consistere la perfezione evangelica, e si faceva a gara a chi potesse condurla con maggior rigore.

Ma non diversamente da tutti gli altri ideali anche quello della povertà assoluta doveva rompere contro non pochi ostacoli. E l'ordine religioso, che più tenacemente degli altri gli restò fido, ebbe a patire i più crudeli disinganni, e ne andò travolto in dissensi e lotte funeste, le quali composte per poco dall'autorevole voce di San Francesco, non tardarono a divampare alla di lui morte, e più ancora al tempo del generalato di frate Elia. Questi, già stato vicario di San Francesco nel governo dell'ordine, volle erigere in onore di lui un tempio che per mole e splendore vincesse tutti. E radunate le offerte, che piovevano in gran copia da ogni parte della Cristianità, dette così vigoroso impulso ai lavori, che in breve tempo sorse quella mole grandiosa, detta a ragione il tempio dell'arte rinata. Ivi infatti l'architettura seppe trarre dallo stile gotico nuovi e meravigliosi effetti; ivi Cimabue dipinse quegli affreschi, che segnarono il principio della riscossa contro le tradizioni bizantine e gli detter fama di tener lo campo nella pittura; ivi Giotto tentò più arditi voli, sì che la fama di colui oscura. Ma le meraviglie dell'arte nuova non sedussero gli entusiasti della povertà, che se avessero potuto avrebbero colle loro stesse mani distrutto quell'insigne monumento, dove tante ricchezze di marmi o d'oro eran profuse. E fieramente rimproveravano a frate Elia di essersi allontanato dalla regola di San Francesco, che vieta rigorosamente il lusso così nella cella dei frati come nella casa del Signore; e di avere accettato lasciti e doni, vietati ai seguaci del santo mendico, e allentati i freni della disciplina, permettendo ai frati di non vestire il saio di tela di sacco, sdruscito e rattoppato, e di aver gettato via il bastone del pedestre pellegrino, per cavalcare su ben pasciute e ben bardate giumente. Così si formarono nel sodalizio francescano due partiti, l'uno degl'intransigenti, l'altro dei moderati; l'uno che volea rispettata la regola nella sua rigidità, l'altro che permetteva temperamenti secondo i bisogni e le convenienze dell'ordine. La lotta fra i due partiti fu lungamente e fieramente combattuta. Il moderato rimproverava all'intransigente di mirare alla rovina dell'ordine, il quale se avesse acconsentito a seguitare la vita oscura dei primi tempi, sarebbe stato ben presto sopraffatto dagli ordini rivali, non guardanti così per la sottile. E il partito intransigente di rimando ritorceva il rimprovero contro i suoi avversarii, accusandoli di togliere all'ordine il suo carattere proprio, e quell'aureola di santità, di povertà e di umiltà, principale cagione delle sue fortune. I moderati che alla salute dell'ordine del convento principalmente intendevano, presero il nome di Conventuali, gl'intransigenti, quando le dottrine dell'abate Gioacchino furon da loro conosciute ed adottate, presero altro nome. Perchè secondo le divinazioni a cui accennammo del profeta calabrese il mondo deve passare per tre età, la prima fu il regno del Padre, la seconda è quella del Figlio, la terza sarà dello Spirito Santo. Nella prima dominava l'antica legge, legge del terrore e dell'odio tra i popoli di cui un solo era l'eletto e gli altri consacrati all'ira di Jeova; nella seconda domina la nuova legge di carità e di fratellanza, ma più a parole che a fatti; nella terza infine la nuova legge riporterà il suo pieno trionfo e sarà intesa non secondo la lettera ma nel vero suo spirito. Gli uomini, che pur vivendo nella seconda età anticipano nei loro costumi e coi loro voti la futura, debbono a ragione dirsi spirituali. E spirituali si chiamarono gl'intransigenti francescani.

Non occorre dire che questi intransigenti si misero con molto amore a studiare e commentare le opere principali di Gioacchino. E uno di loro, fra Gherardo di San Donnino, non senza la collaborazione di un generale stesso dell'ordine, fra Giovanni da Parma, le ripubblicò a nuovo con introduzione e commenti addimandandole con nome non ignoto a Gioacchino, l'Evangelo eterno, vale a dire l'Evangelo inteso nel suo vero spirito, e che non perirà come quello letterale dell'età seconda. Questi nuovi intransigenti, che mescolavano le dottrine della povertà assoluta con le mistiche dell'abate Gioacchino, miravano come si vede ben più alto degli antichi. Perchè Gioacchino avea profetato essere per cessare nella terza età tutte le distinzioni tra clero e laicato, e tutti i figli d'Adamo dover comporre una società sola informata alla più austera castità e alla povertà più rigorosa. Dalle quali profezie gl'intransigenti minoriti non tardarono a inferire che fra non molto la regola loro, distendendosi ed imperando su tutti, avrebbe trasformato la cristianità intera in un vasto cenobio francescano. Fortuna per noi che il profeta calabrese e i suoi seguaci non ebbero la vista lunga, e che il loro sogno non s'avverasse nè nel 1260, l'anno fatale indicato da Gioacchino, nè per i secoli che gli successero; e non è probabile per fermo che sia mai per avverarsi.

Ammesse queste idee apocalittiche, non parrà strano che dal labbro dei minoriti uscissero contro il clero le stesse rampogne che correvano di bocca in bocca fra gli eretici del tempo. E la Chiesa se ne insospettì, nè solo condannò l'Evangelo eterno, ma fece rinchiudere il suo autore in una perpetua prigione, e il generale frate Giovanni, deposto dal suo ufficio, fece relegare come in esilio in un lontano ed ignorato monastero. Ma non per questo furono soppresse le idee spiritualistiche, le quali ebbero nuovi e arditi difensori in frate Pier di Giovanni Olivi per la Provenza, e per l'Italia in frate Ubertino da Casale, quello stesso ricordato da Dante, là ove dice il vero religioso francescano non essere

 

... nè da Casal nè d'Acquasparta

Là onde vengono tali alla scrittura

Che l'uno la fugge, l'altro la coarta.

 

Dante librandosi sui due partiti opposti, lo spirituale rappresentato da Ubertino, e il moderato dal generale Matteo d'Acquasparta (più tardi cardinale e legato del papa a Firenze) li condanna entrambi. E giustamente mette le surriferite parole in bocca a Bonaventura, perchè questo santo francescano, successo nel generalato a fra Giovanni da Parma, fu capo d'un terzo partito, che accettava in parte le dottrine sulla povertà assoluta, ma respingeva affatto le idee Gioacchinitiche e le conseguenze che ne derivavano. A questo partito si accostarono in Italia alcuni degl'intransigenti medesimi, i quali, sebbene anch'eglino avessero fede nelle profezie di Gioacchino, le mettevano in seconda linea, e quello su cui fortemente insistevano era soltanto la stretta osservanza della regola. E non che pretendere che tutto il mondo abbracciasse l'assoluta povertà, confessavano invece che una gran parte dei minoriti stessi non si sarebbe mai piegata ad adottarle. Domandavan quindi d'essere riconosciuti come una corporazione a parte, e sottratti al dominio dei conventuali. Così la pensavano alcuni frati di Toscana capitanati da frate Enrico di Ceva, ed altri di Romagna guidati da fra Liberato e frate Clareno. E par che tutti fossero conosciuti sotto il nome di fraticelli, in quanto per umiltà e nello spirito della regola francescana si credevano ancor minori dei minori, e portavano degli abiti corti o di rozzo panno, e vivevano una vita austera di stenti e di sacrifizii.

In seguito alla quale scissura l'ordine francescano andò diviso non più in due ma in tre parti: i moderati o Conventuali, i seguaci dell'Olivi o Spirituali, e i seguaci di frate Enrico e di fra Liberato o fraticelli. Il destino di questi partiti fu diverso. Quando dopo alternative di trionfo e di disfatte gl'intransigenti furono percossi fieramente da papa Giovanni XXII, che ordinò di sottoporli all'Inquisizione e di punire i ricalcitranti col rogo, la maggior parte dei frati si disdisse. Non in tutti era la stoffa eroica dei quattro di Marsiglia, arsi vivi nel 1317 per non aver voluto sconfessare le loro dottrine, e a poco a poco le credenze spiritualistiche cessarono nel primo ordine francescano, ma si conservarono intere nel terzo, i cui membri vivendo nel seno delle proprie famiglie erano meno esposti ai sospetti ed alle minacce.

I terziari in Francia si chiamavano anche beghini e in Italia bizochi o pinzocheri, e d'allora in poi gli spirituali si tramutarono in beghini, nè altro nome di lì innanzi fu loro dato, nè altro si trova nei processi inquisitori che furono aperti contro di loro. È strana la storia delle parole beghino, pinzochero e bigotto, e vale la pena per il proposito nostro di toccarla almeno di volo. Al principio si dicevano beghine le donne raccolte nei ricoveri fondati al tempo delle Crociate da Ugo Le Bégue. Non prestavano voti solenni, e ciascuna abitava la propria casetta di una o due camere, nè si riunivano se non in determinate ore per le preci da recitare in comune. Anche oggi esistono simili case nel Belgio, disposte in bell'ordine intorno a un oratorio centrale, e si dicono anche oggi beguinages. Nel secolo XIII dopo la creazione degli ordini mendicanti, quando si pensò a restringere il numero delle corporazioni religiose cresciuto a dismisura, le beghine e i beghini surti sul loro esempio si ascrissero all'ordine terziario o di San Francesco o di San Domenico. E poichè il numero degli ascritti al francescano era maggiore, beghino divenne presso a poco sinonimo di terziario francescano, come in Italia e in Toscana le parole di oscurissima etimologia bizochi e pinzocheri. Più tardi si diffusero presso i beghini e i bizochi le idee poco ortodosse degli spirituali minoriti nel mezzogiorno della Francia e in Italia, e degli Almariciani o fratelli del libero spirito nel Belgio e nella vicina Germania, e allora beghina e bizoco o pinzochero divenne presso a poco sinonimo di eretico, come appare dalle bolle di scomunica di Bonifacio VIII, di Clemente V e di Giovanni XXII. E la stessa sorte toccò al nome begutten, o begotten trasformazione tedesca dello stesso vocabolo beghine. Oggi bigotta, beghina e pinzochera non vuol dire più la terziaria o francescana o domenicana che sia, nè l'eretica spirituale o begarda, ma invece si adopera per indicare la donnicciuola più superstiziosa che religiosa, che vive più in chiesa che in casa, e snocciolando rosarii non è mai stanca di biascicar preci senza intenderle.

Più fortunosa ancora è la storia della parola fraticello. Al principio, come vedemmo, s'applicava per antonomasia a quella parte dei Francescani, che volean vivere conforme alla più rigida regola, ed erano tenuti in tale voce di santità, che due di loro, frati Liberato e il Clareno furono beatificati dalla Chiesa, e le loro idee sulla necessità della separazione delle due parti rivali dopo molte persecuzioni trionfarono alla fine nel 1368 per opera di Paolo dei Trinci, il vero fondatore dei frati dell'osservanza. In seguito fraticelli furono detti quegli eretici che al paro dei beghini credevano: il papa non potere nè dichiarare nè attenuar la regola, perchè, dicevano, la regola è intangibile come il Vangelo di Cristo, e fu rivelata a San Francesco dallo stesso Spirito Santo. Infine, quando Giovanni XXII per tagliare il male dalla radice, con bolla del 1323 dichiarò solennemente non essere la povertà nè la sola nè la vera virtù evangelica, furon detti fraticelli coloro che resistendo al papa sostenevano non essere a lui lecito di revocare le sentenze dei suoi predecessori, e cadere in iscomunica e non dovergli obbedire in nessun modo quando tanto osi. Questi fraticelli, non ostante le più attive persecuzioni, di cui avanza un noto ricordo nella descrizione del supplizio di fra Michele da Calci, perdurarono per molto tempo, ed a Firenze principalmente attecchirono così tenacemente che il Comune fu obbligato d'inserire nei suoi statuti uno speciale capitolo contro di loro. Tutto questo movimento vi mostra di nuovo a chiare note come sia breve il passo dal più rigido ascetismo all'eresia.

E la stessa conclusione s'ha da trarre ove s'attenda ad un'altra eresia medioevale, quella degli apostolici fondati da Gherardo Segalelli e continuata da fra Dolcino da Novara. Questi eretici pensavano la vita degli ordini mendicanti non essere conforme a quella degli apostoli, che non si riunivano in cenobi, nè formavano una vera comunità, ma ciascuno di essi senza pane e senza tetto andava per la sua via di città in città predicando l'Evangelo. Nè vestivano di nero ma di bianco, nè si radevano la barba ma la portavano lunga ed incolta, e nei loro pellegrinaggi non impedivano che le donne si accompagnassero con loro, anzi parecchi di essi menavan seco le mogli e i figliuoli. Per queste ragioni il Segalelli, e più ancora fra Dolcino, pur accettando le idee Gioacchinitiche, sostenevano non essersi inaugurata cogli ordini mendicanti un'êra nuova della storia, ma in essi invece dover finire l'antica, alla cui corruzione tutti, i minoriti non meno degli altri, prendevano larga parte. E non dubitavano di profetare che fra non molto s'inaugurerà una quarta età del mondo col trionfo dei nuovi apostoli, che il nemico dei papi, Federico d'Aragona, salendo sul soglio imperiale, dovea porre a capo di tutti i Cristiani. A differenza degli altri eretici contemporanei gli Apostolici sembra non inculcassero nè tenessero in gran pregio il celibato. E il loro stesso capo fra Dolcino, convertita in Trento un'educanda umiliata a nome Margherita, la fece sua sposa e l'ebbe sempre al suo fianco intrepida ed amorevole compagna. Non fa d'uopo dire che la setta degli Apostolici fu perseguitata non meno vigorosamente delle altri rivali. E quattro dei più riottosi e lo stesso capo, il Segalelli, furono bruciati vivi nel 1300, e frate Dolcino potè appena campare con tremila dei suoi negli aspri e invalicabili gioghi di Val Sesia, dove per parecchi anni tenne testa alla crociata che a nome di Clemente V il vescovo di Vercelli gli aveva bandita contro. Senonchè alla fine i Crociati non potendo sopraffare gli eretici col ferro, si decisero di prenderli per fame, facendo il vuoto intorno a loro e distruggendo per larga distesa i campi e i villaggi, dove avrebbero potuto rifornirsi di viveri. Così i giorni di resistenza erano contati, ed a ragione Dante con postuma profezia cantava:

 

Or di' a fra Dolcin dunque che s'armi

. . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Sì di vivanda che stretta di neve

Non rechi la vittoria al Novarese.

 

La vittoria infatti, dopo tanti rovesci non si fece lungamente aspettare ai Crociati, che dato l'ultimo assalto, molti degli eretici passarono a fil di spada, ed altri trassero prigioni, tra i quali lo stesso fra Dolcino e Margherita, che anche negli ultimi momenti non volle da lui separarsi. Ed entrambi senza proferire un grido patirono le più crudeli torture, ed ebbero le carni a brani a brani dilacerate da tenaglie roventi, e più morti che vivi furono dati alle fiamme.

Nello stesso anno 1260 in cui erano sorti gli Apostolici, e da tutti si aspettava trepidando la tremenda catastrofe profetata da Gioacchino, un altro moto ebbe principio, quello dei Flagellanti. Anche prima di quel tempo s'erano adoperate le fustigazioni sulla nuda carne dapprima soltanto come pena pubblica per certe specie di misfatti, e poscia come specie di espiazione o mortificazione volontaria. E fin dal 1233 si narra di gente che, uscendo dalle prediche di Sant'Antonio da Padova si percuoteva sulle pubbliche vie per penitenza dei proprii peccati. Numerose torme di devoti vestite di bianco andavano in processione da una città all'altra, flagellando le nude spalle, e cantando pie laudi non nel latino della Chiesa, ma negl'idiomi volgari. Dovunque capitavano, ogni negozio e pubblico e privato era sospeso, i partiti politici facevano tregua e promettevano di riconciliarsi in perpetuo, e di null'altro si davan cura e uomini e donne fuorchè del far penitenza in attesa delle terribili calamità che doveano precedere il rinnovarsi del mondo. Il pœnitentiam agite o volgarmente penitenzagite era stato anche il grido del Segalelli, e non tarderà molto che la Chiesa avrà in sospetto queste insolite e spasmodiche esplosioni del sentimento religioso, e se non i primi, certo i posteriori flagellanti furono accusati di eresia e sottoposti anch'essi all'Inquisizione.

Intorno allo stesso tempo infine si propagò un'altra setta ereticale, quella dei Guglielmiti che riguarda più da presso voi, mie longanimi uditrici, come l'unico esempio che s'abbia in quell'età di sovvertimento religioso iniziato dal sesso gentile. A capo di questa setta fu una donna di sangue regale a nome Guglielma, figlia della regina Costanza di Boemia e venuta in Milano per diffondere la sua dottrina. Ai suoi fedeli si annunziava come l'incarnazione dello Spirito Santo, sceso anche lui come il Figliolo sulla terra per fondare la nuova religione spirituale, che dovrà tenere dietro al Cristianesimo. La banditrice di queste dottrine, fornita di parola eloquente e di non comune coltura, seppe guadagnare alla sua causa parecchi seguaci, fra i quali alcuni preti e una Menfreda o Maifreda parente a quel che pare dei Visconti. Forse a cagione del nobile lignaggio e delle potenti amicizie e delle condizioni politiche del Milanese non fu molestata Guglielma finchè visse, e nel 1281 quando morì le furono resi solenni onoranze. Ma quando Maifreda pensò di succederle nell'apostolato, e non dubitò di celebrare la messa e di spezzare il pane eucaristico ai suoi fedeli, l'Inquisizione se ne mescolò. E non solo Maifreda e un suo compagno, Andrea Seranita, perirono sul rogo, ma furono bruciate e disperse al vento le ossa di Guglielma, che da più di diciotto anni riposavano in ricco mausoleo nell'abbazia di Chiaravalle.

Ed ora dopo che i nomi e le dottrine di tante sette ereticali abbiamo ricordate, ci sia lecito domandare qual valore ha tutto questo moto religioso nella storia dell'umanità? Che non fosse un moto superficiale lo prova il fatto della sua lunga durata e dei terribili espedienti a cui si dovè ricorrere per distruggerlo. Noi guardiamo il Medio Evo sotto una falsa luce quando lo presentiamo come l'êra della più rigida ed universale unità di fede che siasi data al mondo. Tutto al contrario quando la fede è viva, come fu nel Medio Evo, quando il problema religioso agita migliaia di anime, le soluzioni che se ne porgono, non sono nè possono essere uniformi. Anche nella religione come in tutte le opere dello spirito, più ancora che in quelle della natura, la lotta è una condizione di vita. Ed aspra e terribile fu la lotta che sostennero le diverse sette ereticali, e nessuna dette quartiere all'altra, e tutte produssero a dovizia e martiri ed eroi. Perchè dunque il movimento religioso del Medio Evo non perdurò? Perchè le sette ereticali l'una dopo l'altra, disparvero pressochè tutte in un oblio tanto più profondo, quanto più rigogliosa ed agitata fu la loro vita? La ragione principale a prescindere da parecchie altre che carità per voi mi vieta di esporre, sta in quello che dissi fin dal principio, che cioè la maggior parte delle sette ereticali del Medio Evo era informata ad uno spirito d'intolleranza ed esagerazione ascetica e qualunque di esse fosse stata vittoriosa, avrebbe mosso alla famiglia, allo Stato e alla coltura una guerra più rovinosa e implacabile che alla Chiesa stessa. Per dirla in una parola sola, l'eresia medioevale, procedendo a ritroso del progresso dello spirito umano, ragion voleva che nel rifiorire dell'umanesimo, non che prosperare, andasse ferita a morte. All'intristire delle sette ereticali del Medio Evo una sola eccezione si conosce, e ci è porta dalla Chiesa valdese, la quale però solo per questo seppe sfuggire al fato inesorabile della storia che, messi da parte i vecchi ideali di povertà e di astinenza, non dubitò di attingere nuovo spirito e indirizzo nuovo dalla nascente Riforma.

 

 

 

LE ORIGINI

DELLA LINGUA ITALIANA

 

DI

 

Pio Rajna

 

L'argomento che mi rassegno a trattare tocca signore e signorine più da vicino di quel che forse non credano. No davvero - guai a me se neppur ci pensassi! - per via dell'opinione, tutta mascolina, che attribuisce alla donna una predilezione particolare per l'esercizio di quel prezioso strumento che è la lingua. I motivi miei sono di natura ben differenti. Mi s'affaccia quel luogo della Vita Nuova (§ xxV), dove Dante afferma che «lo primo che si mosse a dire siccome potea volgare si mosse perchè volle fare intendere le sue parole a donna» - alla donna del suo cuore - «alla quale era malagevole ad intendere le parole latine.» Che se qui s'ha a fare con un'idea personale, dove la critica inesorabile anche coi grandi e coi massimi, trova che al vero è frammisto l'errore, Dante non immagina nè argomenta - ripete ed osserva - quando per bocca di Guido Guinizelli designa coll'epiteto di «materno» il nostro linguaggio, insieme con uno de' suoi stretti parenti d'oltralpe:

 

O frate, disse, questo ch'io ti scerno

Col dito (e additò uno spirto innanzi)

Fu miglior fabbro del parlar materno.

(Purg., xxvi, 115.)

 

«Parlar materno»: quello che il bambino impara dalle labbra di chi, dopo avergli dato la vita, «vegghia», per dirla ancor con Dante, «a studio della culla» sua, ne regge i primi passi, ne desta con pazienza instancabile le facoltà intellettive. Così la nuova favella ci viene innanzi doppiamente illuminata dal sole dell'amore: dell'amore nella più intensa e nella più santa delle sue manifestazioni.

Dichiaratamente nelle parole della Vita Nuova, tacitamente eppure in modo altrettanto sicuro in quell'epiteto di «materno», che suppone di necessità qualcosa che materno non sia, di fronte al volgare sta la lingua latina. Se ne sta maestosa, superba di una nobiltà due volte millenaria, che nell'ordine suo non ha assolutamente l'uguale. La sua storia è la storia stessa di Roma. Al pari di Roma e insieme con lei il latino prese le mosse da principii umili ed oscuri, e a poco a poco arrivò ad una grandezza da sbalordire. Non era già nemmeno all'origine il linguaggio di Roma soltanto. Prima ancora che presso alle rive del Tevere sorgessero sul Palatino i tugurii destinati a diventare un giorno i palazzi dorati degl'imperatori, la favella che qui aveva a rimbombare sonava in altre parti del Lazio, più salubri e più fertili. E il Lazio continuò sempre a parlar latino, e il latino non cessò mai di chiamarsi così, vale a dire per l'appunto «lingua del Lazio». Ma cosa importa mai ciò? Solo in quanto era la lingua di Roma, il latino si venne estendendo fuori del suo proprio territorio. La conquistatrice del mondo fu Roma, non il Lazio, che al pari del resto dovett'essere domato e conquistato ancor esso. E il latino che si propagò, fu il latino quale s'era venuto foggiando e modificando dentro nella città, la quale, alla stessa maniera come nel rimanente, dettò la legge anche per ciò che riguarda il linguaggio. Però il parlare elegante fu detto «sermo urbanus», parlar cittadino, intendendo per «urbs» la città per eccellenza: Roma, e nient'altro che Roma.

È una storia meravigliosa quella della conquista romana: compiuta passo passo attraverso a fiere dissensioni interne ed a rivolgimenti non pochi, con una tenacia ed una coerenza rare a trovarsi negli individui, e che qui viene ad aversi in un popolo, per una serie interminabile di generazioni. Ma non è troppo meno meravigliosa neppure la storia della propagazione del latino. La conquista linguistica tien dietro alla politica: la rafferma, e le mette il suggello. E le due conquiste hanno un'intima analogia. Politicamente, la conquista viene ad essere come un immenso dilatarsi della città, e l'effetto suo finale si riassume nella qualità di cittadino romano conferita alle genti che s'erano via via soggiogate, soffocando a poco a poco il sentimento, così vivo un tempo, delle molteplici nazionalità. Urbem fecisti qui prius orbis erat, - tu facesti città ciò che prima era il mondo, - dice al principio del quinto secolo un Gallo, Rutilio Namuziano (1, 66), con un gioco di parole che racchiude un concetto sublime. E nell'ordine linguistico, abbiamo il linguaggio di questa nostra medesima città che si va facendo comune a una immensa estensione di terre, e che colla sua voce tonante prima impedisce che s'odano, e poi riduce ad ammutire una moltitudine infinita di parlate, e non già unicamente di parlate rozze ed incolte. Solo il greco, grazie alla portentosa civiltà di cui era stato ed era tuttavia strumento ed espressione, potè mantenersi prospero, pur dovendo rassegnarsi ancor esso a vedersi mozzati quei rami che sporgevano ben rigogliosi sul suolo occidentale.

Questa meravigliosa unificazione della favella fu possibile appunto per via della trasformazione che il sentimento della nazionalità venne a subire dovunque, se non in tutti; le genti più disparate si condussero a parlare a somiglianza dei Romani, non solo perchè ciò riusciva praticamente utile sotto molti rispetti, ma anche per il motivo che il chiamarsi Romano - Romano, si badi bene, non Latino, nè altra cosa - era per ciascuno argomento d'orgoglio. Dentro ad ogni animo s'avevano, più o meno in confuso, sentimenti analoghi a quelli coi quali ineggia a Roma Claudiano, un nativo della greca Alessandria; a Roma «della quale», egli dice (De cons. Stil., iii, 131),«nulla in terra di più eccelso ricopre il cielo;.... madre dell'armi, madre delle leggi, che stende su tutti il suo impero, prima culla al diritto. Quest'è colei che nata in angusti confini, mosse all'uno e all'altro polo, e allargò le mani quanto è il corso del sole;.... quest'è colei che sola accolse nel suo grembo i vinti, e carezzò il genere umano con un unico nome, madre, non signora; e chiamò concittadini coloro che aveva soggiogato; e le cose lontane congiunse con vincolo pio. All'opera sua pacificatrice noi tutti dobbiamo che in paese straniero siam come in patria: che ci è lecito mutar sede; che.... penetrare in ciò ch'era un tempo spaventosa solitudine, è divenuto un gioco; che ora beviamo il Rodano, ora l'Oronte; che tutti siamo un sol popolo.» Quod cuncti gens una sumus! Del linguaggio Claudiano non parla: ma quanto sia grande l'efficacia sua nel fare che si senta di essere un popolo solo, sa l'Italia unita, e meglio ancora sapeva l'Italia divisa e fatta a minuzzoli.

Così al quinto secolo dell'êra volgare il mondo presenta uno spettacolo davvero invidiabile. Il bel sogno di una lingua universale, ben prima che dall'inventore e dagli adepti del volapük vagheggiato da intelligenze veramente sovrane, si poteva dire allora una realtà. La favella che s'ode sul Tevere, s'ode sul Danubio, sulla Senna, sull'Ebro, lungo le spiagge settentrionali dell'Africa; quella favella è intesa negli stessi dominii dell'ellenismo, ai quali d'altronde sono state sottratte le coste e le isole italiane, e le colonie galliche ed iberiche, dove il latino non giunge, o non è civiltà, o sono civiltà appartate e ignorate. E gli effetti di questa condizione di cose si mantennero poi lunghissimamente, grazie sopra tutto al cristianesimo, che nell'unità romana trovò una preparazione indispensabile all'opera sua; e che, innestandosi su di essa, cooperò quanto mai a perpetuare il latino, qual lingua del culto e della coltura, procacciandogli anche nuove e ben ragguardevoli espansioni. E lingua del culto essa rimane tuttavia per quella chiesa che chiama sè stessa «cattolica», cioè universale; e ad essere lingua della coltura non rinunzia che lentissimamente, e ben a malincuore. È un danno di sicuro sotto certi rispetti; ma è tuttavia una necessità inevitabile. L'amore della vetusta e poderosa rocca dove gli antenati abbian gioito e sofferto, e dalle cui feritoie abbiano respinto un tempo Dio sa quanti fieri assalti, non persuaderà nessuna nostra gentildonna a ridurre là dentro la propria vita, a meno di trasformare siffattamente ogni cosa da snaturarla affatto. Da quelle mura, da quelle vôlte scende un gelo che mette un brivido nelle ossa. Le seggiole, le cassapanche, gl'inginocchiatoi, i letti su cui posarono le membra le castellane del secolo dodicesimo e tredicesimo, paiono strumenti di tortura alle nipoti; le quali d'altronde non trovano tra quelle pareti di che soddisfare a un'infinità di bisogni, che l'età moderna ha creato ed imposto.

Questo mio discorrervi del latino e della sua propagazione, viene - ben lo capite - dall'idea di uno stretto legame colla lingua che diciam nostra, ed anzi in genere colle cosidette lingue romanze: l'italiano, il francese, il provenzale, il catalano, lo spagnuolo, il portoghese, il rumeno, e, se non vi adontate, anche l'umile romancio, che tutti, colla loro stretta somiglianza, rendono ancora l'immagine dell'umanità romana, e ce ne consentono sempre in parte i benefici. E un legame è così potente da essersi sempre visto e conosciuto da chiunque, anche in età tuttora inesperte, ebbe a fissare poco o tanto l'attenzione su questo soggetto. Di tempo in tempo non mancarono tuttavia certuni, che, senza proprio mettere fuor dell'uscio il latino, non disposto davvero a tollerare un trattamento siffatto, lo accompagnarono fin presso la soglia. Costoro si fecero paladini delle lingue che dal latino si dicono sopraffatte, costringendo a prendere le loro parti quella sciagurata creatura che è l'etimologia: una gran dama ridotta spesso a servire a tutte le voglie. Così mentre vi parlo, quasi immagino di veder qui apparire Pier Francesco Giambullari, a rintronarci gli orecchi coll'etrusco, ch'egli beninteso, conosceva anche meno assai - ed è tutto dire! - di quel che si conosca noi moderni. Ma le beffe toccategli da Lasca forse lo avranno indotto, se non a mutar idea - giacchè un erudito che consenta a disdirsi è un po' difficile da trovare - a credere prudente il tener chiusa la bocca. A ogni modo poi a lui dovrebb'essere difficile il ricomporre e dare un aspetto presentabile alle sue ossa, ridotte chi sa in quale stato dentro alla sepoltura più che trisecolare di Santa Maria Novella. Vero che il modo di risorgere pare averlo trovato un contemporaneo di Pier Francesco, Gioacchino Perion, che analogamente sostenne greca - facendosi puntello di Marsiglia, greca di origine e per più secoli - la derivazione del francese, e l'anima del quale dev'essere passata nel bollente abate Espagnolle «du clergé de Paris», che da alcuni anni scaraventa volumi dietro volumi nel viso di quella che presume di essere la scienza moderna. Povero Perion! Egli non deve tuttavia essere troppo contento di questo suo ritorno nel mondo. Prima o poi bisognerà bene che si stanchi di non destar altro che risa e che s'accorga di far la figura di un guerriero di Carlo Magno, che con lancia e mazza tutto vestito di ferro, si gettasse nel fitto di una nostra battaglia. Continui del resto, se così gli piace, il signor Espagnolle a rallegrarci colle sue etimologie, degne di tener compagnia a quelle che per il suo dialetto ebbe ad escogitare il «Varon Milanes»: «Biot. Nudo, povero. È tratto dal greco Βιοτος (sic), quale significa la vita e per questo si chiama Biot uno qual ha la vita solamente....» «Bobaa. Si usa co' figliuoli piccoli e significa male. Credo veramente sia stato tolto dal greco, ancorchè sia alquanto corrotto, imperciocchè Βολαι appresso i greci dicuntur dolores qui sentiuntur in partu.» Ma per verità faccio torto al Varon dandogli un compagno siffatto; che egli è ben lontano dal farneticare quanto l'abate parigino, del quale d'altronde non ha nemmeno per ombra la sicumera e la spavalderia.

Abbandoniamo alla loro sorte questi timonieri, che in una notte cupa guidano la nave a capriccio, dopo aver sdegnosamente gettato in mare la bussola. Quanto a noi, teniamoci sulla terra dove ci troviam davanti una strada, resa sempre più solida, sempre più ampia, dalle assidue fatiche dei lavoratori che si succedono numerosissimi.

Rispetto dunque alla derivazione sostanzialmente latina delle lingue romanze in generale, e dell'italiana segnatamente, cui nessuno contrasta il vanto d'essere tra le sorelle quella che più da vicino ritrae le sembianze materne, non può esserci dubbio se non in chi abbia la disgrazia di esser cieco d'occhi o di mente. Gli è solo quando si viene alle particolarità, che dei dissensi erano lecitissimi in addietro e che in parte sono leciti ancora. Un tempo prevaleva il concetto che i nuovi linguaggi fossero usciti da una corruzione prodottasi nel latino quando sopraggiunsero le orde barbariche, e quando la civiltà romana si venne offuscando e spegnendo. Era naturale, date le conoscenze d'allora, che si immaginassero le cose in questa maniera; e coloro che pensavan così ragionavan per solito con miglior logica di taluno, che sostenendo invece parlato di già l'italiano dal popolo di Roma fin dai tempi della repubblica, ebbe a scroccarsi (porta in pace la verità, ombra di Leonardo Aretino!) fama di precursore. Forse che la corruzione del latino non appariva evidente? Si ficchino gli occhi dentro alle pergamene notarili del medioevo che ci son pervenute a decine e decine di migliaia, e che paiono portarci la voce, nonchè d'ogni secolo, d'ogni anno, d'ogni mese, e pressochè d'ogni giorno. Che sorta di latino è mai quello! Per non dir nulla del vocabolario, la grammatica è ita tutta a soqquadro; i casi, le terminazioni, i suoni, la sintassi, ballano una ridda assolutamente pazza; nessuno sa più, o vuol più sapere quale sia il suo ufficio, e in cambio di contentarsi di quello, adempie indistintamente qualsivoglia funzione; insomma, suppergiù uno spettacolo quale s'avrebbe se un bel giorno ciascuno di noi si destasse dimentico affatto di ciò ch'egli è; e la moglie mettesse, non solo metaforicamente, ma proprio anche in realtà, i calzoni del marito; e il marito entrasse nelle gonnelle della moglie, e così vestito corresse alla chiesa a dir messa; e il magistrato scendesse in toga a spazzare le strade, per poi ritornarsene a render giustizia colla granata fra le mani. O non è questo il caos donde avrà poi ad uscire il nuovo ordine?

Non è, nè poco nè punto. In fatto di lingue realmente parlate il caos non esiste. Anche il più barbaro, anche il più incolto tra i linguaggi è regolare nella sua struttura, e irregolare apparisce unicamente a chi s'è fitto in capo l'idea di volerlo diverso da quel che è. Bensì avviene - e ciò soprattutto per l'appunto nelle lingue colte, o per opera loro - che si producano parziali disordini: ma questi non sono tali da turbar l'armonia dell'insieme più di quel che facciano in musica certe dissonanze. Perfino nei casi in cui due linguaggi si compenetrino e si mescolino intimamente, l'uno assume il predominio, l'altro gli si subordina, ed è un assetto, non uno scompiglio, che viene ad aversi. I signori anarchici potranno mandare all'aria tutte le istituzioni sociali; ma nel dominio della favella, del pari che nella natura, bisognerà che si rassegnino a lasciar imperare dispoticamente la legge.

Però, nessun dubbio che il parlare dei nostri antichi, e nel sesto, e nel settimo, e nell'ottavo secolo, e giù giù fino al milledugento, non fosse in sè stesso regolarissimo, non altrimenti da quel che sia ora. Variamente regolare: non conforme cioè da luogo a luogo, per l'appunto com'è anche adesso; ma ciò fa meno che nulla, e di ciò s'avrà da toccare più tardi. Era regolare il linguaggio che usciva dalle labbra dei cittadini di Venezia, di Amalfi, di Genova, di Pisa, che insieme con loro correva i mari, intrecciava commerci, stabiliva fattorie, conquistava terre vicine e lontane; era regolare il linguaggio di ciascuna delle città lombarde che si stringevono in lega contro il Barbarossa; regolare il linguaggio delle generazioni oscuramente gloriose che avevano fecondato e propagato i germi di quelle libertà comunali, di cui allora s'intraprese la difesa e si conseguì il trionfo; regolare il linguaggio del popolo di Milano, raccolto a combattere dattorno al carroccio di Eriberto; e come parlavano una favella regolare gl'Italiani che si rivendicavano comunque a grandezza e libertà e che sapevano restituire ai molteplici frammenti della gemma lo splendore che un tempo era stato nella gemma intera, una favella regolare parlavano ben anche coloro che s'erano lasciati asservire dai Franchi, asservire dai Longobardi, e che inermi s'erano ridotti via via in uno stato di abbiezione.

Quanto alla confusione caotica offertaci dalle carte, non è già una lingua, bensì unicamente l'effetto dello sforzo di servirsi di una lingua, che si conosce come Dio vuole. Corrisponde al francese, che parecchie volte ebbe a richiamare un sorriso sulle vostre labbra, o signore, all'indirizzo di qualche mal capitato; al tedesco che a me accade di usare trovandomi in regioni germaniche; all'italiano dei visitatori stranieri delle nostre gallerie e dei nostri monumenti, e un pochino altresì a quello che s'ode da bocche lombarde, piemontesi, liguri, veneziane, napoletane e da quanti insomma, me compreso, non ebbero fortuna di nascere in questa terra benedetta. Ma fate che il tedesco parli tedesco, inglese l'inglese, bergamasco il bergamasco, genovese il genovese, e ciascuno di loro discorrerà corretto, sì da poter essere nel suo genere un vero testo di lingua. Non altrimenti quei notai che ci fanno così inorridire coi loro spropositi, eran gente che nella vita comune, quando nulla li costringeva ad usare un linguaggio oramai loro estraneo e quando potevano esprimersi liberamente nel loro particolare dialetto, non commettevano nessuna sgrammaticatura e non avrebbero fatto la ben minima offesa alla più umile tra le lettere dell'alfabeto. Sicchè quel loro scrivere ci dice solo due cose: da un lato, la loro ignoranza del latino, e in genere il difetto d'ogni coltura, una volta che il latino ne era il solo strumento; dall'altro, la differenza ben ragguardevole che doveva esserci tra il latino e la loro favella nativa.

Ma perchè mai costoro non ricorrevano dunque al partito così semplice di scrivere come parlavano? Forse per quel benedetto vizio che trascina noi tutti a far ciò che non sappiamo, e che ha per effetto di renderci ballerini goffi, cantanti stonati, conferenzieri infelici! - Non per questo, o signori; bensì per la ragione stessa per cui al contadino lombardo, che, sapendo appena tenere la penna in mano, dall'America o dall'Australia dà conto di sè alla famiglia, dotta al pari di lui, non passa nemmeno per il capo di valersi del dialetto suo proprio. Dalla sua penna il dialetto stillerà ciò non ostante sulla carta: ma suo malgrado e in una forma mista, ibrida, che se non è italiana, è tuttavia lontana altrettanto dall'essere schiettamente dialettale. Già, volendo scrivere il dialetto, egli si troverebbe di fronte ad una difficoltà, da parer forse lieve finchè solo ci si pensi, ma gravissima invece non appena si provi: la difficoltà del rappresentare colle lettere i suoni che facili e spontanei escono dalla bocca. Ma contro questo muro, così arduo da scalare, egli non arriva nemmeno a dar di cozzo, perchè nella sua mente scrittura e italiano son due cose da non potersi scindere; quei pochi scarabocchi che imparò fanciullo nella scuola del villaggio, li imparò tracciando parole italiane; ogni volta che si mise a decifrare qualcosa di scritto o stampato - l'avviso esposto al pubblico sulla parete della casa comunale, il vecchio volume delle Vite dei Santi o la storia di Bertoldo, il Secolo riportato di città dal suo vicino - fu sempre coll'italiano ch'egli ebbe a combatterla. Così, un linguaggio che ha adempiuto a funzioni letterarie mentre era vivo, continua ad adempierle anche dopo morto; il cadavere mummificato del re defunto è lasciato sul trono per generazioni e generazioni, e a lui i sudditi continuano a far riverenza, finchè a poco a poco il bisogno di un signore effettivo e che possa muovere braccia e gambe, non porti a ribellarsi a quel mero simulacro. Figuriamoci quanto durevolmente, qui da noi soprattutto, vale a dire in patria, si dovesse continuare a prestar omaggio al latino, che aveva dietro di sè un passato così splendido di gloria! Poi, quel tanto di coltura che rimaneva, e che per scarso che fosse in generale, era ben lontano dal ridursi a ciò che s'immaginerebbe guardando solo ai notai, si trovava nelle mani della Chiesa: della Chiesa, cui una lingua da potersi dire universale riusciva indispensabile, e che questa lingua aveva trovato nel latino da secoli. Per tal modo nel latino la vita s'era spenta da un pezzo, e ancora nessuno s'era accorto della morte sua. Bisognerà venire fino al tempo di Dante, perchè dell'atto di morte si stenda la minuta, salvo l'esserci poi ancora per quasi due secoli chi s'arrabbatti per buttare quella minuta sul fuoco. E per Dante stesso gl'Italiani saranno «Latini,» e «Volgare Latino» il loro linguaggio abituale.

Il loro linguaggio! Ma donde era mai uscito questo linguaggio, se le sue origini sono latine, e nondimeno esso non è una degenerazione del latino classico? - Per rispondere bisogna che prenda le cose più di lontano di quel che sarebbe nei vostri desiderî. Ringraziatemi tuttavia ch'io non le prenda più di lontano ancora! Quel titolo insidioso di Origini me ne darebbe il diritto; giacchè quando si discorre di origini ci si trova nelle condizioni di chi salga un monte, di cui crede via via di vedere la sommità. Si trascina lassù, e arrivatoci, vede sopra di sè un'altra cima, che, superata, gli giocherà poi anch'essa il medesimo tiro. E il monte per lo più è così alto, che il povero ascensore cade a terra sfinito avanti che gli sia dato di scorgere la cima vera. E quand'anche poi gli riuscisse alla fine di raggiungerne il piede, essa sorgerebbe sopra di lui qual roccia inaccessibile, colla vetta perpetuamente avvolta tra le nubi. Così in questo caso sarei nei miei diritti, se, chiamato a discorrervi delle origini della lingua italiana, mi mettessi a parlare delle origini del linguaggio umano.

Non è dunque discrezione il contentarsi ora (non me ne contentai prima!) di muovere dagli ultimi tempi della Roma repubblicana e dai primordi dell'imperiale, salvo lo spingere più addietro unicamente qualche occhiata fugace? Siamo al periodo classico della letteratura latina: a quello in cui rifulgono Cicerone, Cesare, Livio. Dando ascolto al parlare di questi grandi, dovremmo subito avvertire una diversità dal linguaggio delle loro storie, delle orazioni, delle epistole medesime. La diversità viene in parte da quella tendenza che porta inevitabilmente chi scrive, anche quando non vorrebbe, ad essere più raffinato che non sia discorrendo; in parte si deve a ciò, che la lingua scritta è di sua natura essenzialmente conservativa, e però tende a mantenere una condizione di cose rispondente al parlare di un tempo trascorso; in parte è l'effetto di una speciale elaborazione che le lingue subiscono nella tradizione letteraria, e che già fino dal principio le condusse ad essere fissate tanto o quanto differenti da quel che fossero nell'uso, come son fissate le sembianze di una donna non troppo favorita dalla natura per mano di un artista abile e compiacente. Quest'ultimo punto ha davvero nella storia del latino un'importanza ragguardevole, sebbene lontana dall'essere chiarita quanto si desidererebbe. In forza dell'elaborazione letteraria si restituirono in tutta la loro pienezza certi suoni, che nel parlare erano oscillanti, o divenuti addirittura quasi muti. Colori sbiaditi, e anche pressocchè svaniti del tutto, furono resi alla loro vivezza originaria. Si fece qualcosa di analogo a quel che si farebbe quand'anche si cominciasse ora soltanto a scrivere il fiorentino. Poichè si dice la hasa, ma accasa, in casa, si scriverebbe casa dovunque, come tutti facciamo, senza tener conto della sorte toccata in certi incontri a quella prima lettera, gravissimamente malata in Firenze, e morta di già a Pisa e a Livorno, dove la gente bassa non ha più la su' hasa, ma soltanto la su' asa.

Sicchè, una prima distinzione dal latino scritto al parlato. Ma poi il latino parlato era necessariamente vario di esso stesso. Tra il fiorentino di quante tra voi, o signore gentili, son nate all'ombra del Cupolone, e quello del popolino di «San Friano», la differenza non è piccola. Differenza di suoni, di forme, di vocaboli. O come mai non sarebbe stato il medesimo a Roma, dove le disparità sociali non erano minori davvero che presso di noi, e dove il patriziato e la plebe continuarono a trovarsi a fronte, sicchè si può dire che tutta la storia interna sia storia della lotta tra queste due classi? Però dal latino scritto non differiva troppo profondamente quello della gente nobile e colta; e perchè questa, conservatrice in tutto, tendeva a conservare anche in fatto di lingua; e perchè la lingua letteraria s'era modellata su quella de' suoi antenati; e anche perchè sul parlar suo i libri esercitavano efficacia. Ma le differenze venivano via via aggravandosi mano mano che si scendesse, e finivano per essere massime quando s'era fra l'ultimo proletariato. Quindi una moltitudine infinita di varietà, non altrimenti da quel che s'abbia fra di noi, dove qualcosa di particolare, per quanto non s'avverta, viene ad esserci nel parlare d'ogni famiglia, d'ogni singola persona. Queste innumerevoli varietà, e neppure i loro estremi, non costituiscono neanche per ombra differenti linguaggi; il latino tutte quante le abbraccia; per sfumature insensibili noi passiamo da un verde cupo a un verde chiaro, ma il colore fondamentale è sempre il medesimo.

Ebbene: le lingue cosidette romanze sono - con un arricchimento di voci straniere e specialmente germaniche non dissimile da quello che s'era avuto anche per l'addietro, segnatamente da fonte greca - la continuazione non mai interrotta del latino parlato, e in generale, non del latino aristocratico e neppure di quello dell'infima plebe, bensì del popolo di condizione media, accessibile del resto così alle azioni che vengon dall'alto come a quelle che muovon dal basso. Che proprio sia così, dice la ragione, dacchè è l'uso dello scrivere, non già del discorrere, che si viene affievolendo; e confermano mille e mille prove, in quanto ogni spiraglio che s'apre per un verso o per l'altro sul latino popolare, ci fa scorgere attinenze coi linguaggi neolatini ignote al latino delle scritture. Questo latino popolare a poco a poco si venne in sè stesso trasformando: lentamente prima, finchè la civiltà romana stette in piedi, abbondarono le scuole, e la letteratura potè avere un'efficacia ritardatrice; più rapidamente d'assai, una volta che tutto ciò venne meno. Il fiume che prima si moveva tardo, prese a correre precipitoso, trovandosi arrivato ad un forte pendio. In questo senso, e non già in nessun altro, si può dire che la formazione dei nuovi linguaggi venga a cadere tra il sesto secolo ed il nono od il decimo.

Ma questi linguaggi diversificano tra di loro. O come mai, se sgorgano da una stessa sorgente? - Trasportato fuori di Roma, il latino dovette sonare alquanto differente a seconda che se lo appropriavano popolazioni avvezze ad una favella o ad un'altra: a quel modo che suona diverso l'italiano, nonchè in bocca francese, inglese, tedesca, in quella dei nativi di ogni nostra città, di ogni nostro villaggio. La continuità dell'azione romana, la forte unità, ed i mille contatti, attenuarono per un certo tempo gli effetti di questa condizione di cose, e poterono anche dar luogo a una convenienza maggiore e più durevole assai di ciò che a prima giunta si penserebbe; ma diversità s'ebbero e si mantennero. Orbene: queste diversità, fattesi assai maggiori una volta che l'impero cadde in isfacelo e l'unità fu spezzata e accresciuta dal tempo che permette alla gocciola di scavare la pietra, sono la prima causa che ha dato origine alla moltiplicità delle lingue e dei dialetti. Insieme se n'ebbero bene anche altre; ma di fermarci a considerarle da vicino, a noi manca qui il tempo.

Se v'ho inflitto il supplizio di questa esposizione, col cuore del chirurgo che taglia le prime sue.... cioè, non sue gambe, non vorrò certo che v'insudiciate col buttarvi a terra per accostare l'orecchio al suolo, e sentire il rumore, qui tenue e confuso, più là invece ben distinto, del torrente che scorre sotto invisibile; e nemmeno, s'intende, vi farò correre il rischio di slogarvi i piedi e scorticarvi le mani per venire colà, dove, tra un ammasso confuso di rottami di rocce, spiando intentamente, si vede spumeggiare qualcosa nel fondo. In altre parole, non verrò raccogliendo le tracce innumerevoli del volgare dai monumenti stessi della latinità e dalle scritture dei primi secoli del medioevo, dove il volgare si rivela, per lo più inconsciamente, collo spropositare continuo, ma non di rado anche consciamente, sopratutto nelle denominazioni dei luoghi.

Alla fine, se Dio vuole, un filo d'acqua esce fuori; un filo d'acqua soltanto, ma più che bastevole per rivelare in modo non dubbio a tutti quanti i sensi la presenza del sospirato elemento. È il 960, e siamo a Capua, nel tribunale del giudice Arochisi. Davanti a lui stanno Rodelgrino Aquinate, e Aligerno abate di Montecassino, contendendo per la proprietà di certe terre tenute dal monastero. L'abate ha condotto con sè dei testimoni: Teodemondo, diacono e monaco, Mario, chierico e monaco, Gariperto, chierico e notaio. E ciascuno di costoro, separatamente e successivamente, tenendo in mano una pergamena dove sono indicati i confini delle terre contestate proferisce queste parole: «Sao ke kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte sancti Benedicti.» Signori facciamo un inchino ben profondo. È questa, nella sua gretta povertà, la prima proposizione risolutamente e volutamente volgare, sia pure con uno sprazzo di latinità ancor essa, in cui accadde d'imbattersi. La mascherina che finora aveva sempre falsata la voce, ha avuto un momento di abbandono e ci si è manifestata per ciò che essa è. Se prima si ostinava a parlare una favella non sua, e della favella sua vera ci faceva accorti soltanto collo spropositare continuo, coi costrutti, e con parole e frasi staccate, ora s'è proprio lasciata andare per un momento a discorrere nel suo linguaggio nativo.

Di questo abbandono par tuttavia che la maschera si penta; e, salvo qualche ripetizione di quelle parole medesime o press'a poco, noi siam costretti a starcene in ascolto forse un secolo - un secolo che non ha per buona sorte il potere d'invecchiarci - perchè il fatto si rinnovi. E fortunati noi, che insieme col privilegio dell'eternità ci troviamo avere pur quello, quind'innanzi ancor più necessario, di passare colla rapidità del pensiero da un luogo all'altro! Per stavolta tuttavia basterà che ci si trasporti a Roma, sotto le vôlte della basilica inferiore di San Clemente, sepolta fra le macerie nel 1084 per le devastazioni di Roberto Guiscardo, e ricomparsa alla luce vent'anni fa. Fu dunque avanti quell'anno fatale che un cotal «Beno de Rapiza», insieme colla moglie Maria, fece ornare le pareti di pitture, che rappresentano scene della vita del santo titolare, e la traslazione, a quel che sembra, del corpo di San Cirillo. Tra queste pitture ce n'è una, dove si vedono tre uomini adoperarsi a trascinare un fusto di colonna, ed un quarto, rivestito di manto, in atto di comando. Accanto alle figure si leggono parole che i personaggi hanno da pronunziare: «Fàlite dereto codo palo, Carvoncelle! - Albertel, trái! - Fili de.... cani, traìte.» Ho detto «fili de cani»; ma veramente l'espressione non sarebbe questa; giacchè, ciò che nel secolo XI si poteva scrivere sulle mura di una chiesa, ritraendo i fasti di un santo, non si potrebbe sempre nel XIX ripetere in presenza di signore.

Da Roma un volo alla Sardegna; non già perchè vi ci attirino certe famigerate Carte d'Arborea, che all'olfatto di chiunque abbia un po' di naso danno odor di tutt'altro che di muffa. Ma di muffa, e di quella buona, sa il privilegio che tra il 1080 e il 1085 il «judice Mariano de Lacon» concede agli «homines de Pisas, per ca», egli dice, «li sso ego amicu caru e itsos a mimi», determinando che nessun comandante che vada a reggere una certa terra «n'apat comiatu de levàrelis toloneum». Come? Si tratta di esenzioni di tributi? Ahimè: scappiam più che di fretta, chè questi son discorsi proibiti per orecchie italiane!

Ritorniamocene alla terra ferma, e ripieghiamo le ali sopra non saprei qual punto dell'Umbria, delle Marche, lì d'attorno. Poichè la Pasqua è imminente, molti sentiranno il bisogno di accostarsi ad un confessionale. Ed eccomi qui pronto a dar l'imbeccata al penitente o alla penitente, pur sapendoli ben lontani dall'esser lordi di nessuno tra certi peccatacci, di cui, s'io ridicessi tutto quel che mi sussurra un mio suggeritore, dovrei fare la lunga enumerazione: «Domine, mea culpa! Confessu so ad me senior Dominideu, et ad ma (t) donna sancta Maria.... de omnia mea peccata ket io feci da lu battismu meo usque in ista bora, in dictis, in factis, cogitatione, in locutione.... Me accuso de lo Corpus Domini, k'io indignamente lu acceppi.... Me accuso de lo genitore meo et de la genitrice mia, et de li proximi mei, ke ce non abbi quella dilectione ke me senior Domnideo commandao», ecc., ecc.!» Come si vede il volgare, è chiazzato di latino, cosa che nella chiesa troppo ben si capisce. Viene ad aversi - e per ragioni non dissimili - un impasto di linguaggio analogo al dialetto, che stando alle commedie di Carlo Maria Maggi, solevano parlare nel secolo passato le dame milanesi:

 

Donna Quinzia.

 

Don Leli, che la sort

Sia tant inviperì

Contro la nostra Casa;

Che il noster sanguu tant limpid fin'adess

S'abbia da intorbidar con altra sfera,

L'è düra; ma giacchè col fier destin

Contrastar non si può,

Convien, stringend i ogg, mandarla giò.

(Consigli di Meneghino, Atto I, sc. I).

 

Finora non s'è avuto che prosa. Chiamiamo versi, per modo di dire, quelli che si leggevano un tempo sopra l'arcata del coro del Duomo di Ferrara:

 

Li mille cento trenta cenqe nato

Fo questo templo a San Gogio donato

Da Glelmo ciptadin per so amore;

E mea fo l'opra Nicolao scolptore.

 

Versi potranno esser chiamati con qualche maggior ragione quelli del cosidetto Ritmo Cassinese: forse (pur troppo non s'è ancora trovato l'appiglio per una datazione sicura) il più antico tra i nostri documenti volgari che mostri in chi lo compose una certa quale intenzione e pretesa letteraria. L'interpretazione dà molto filo da torcere; ma nella somma non par dubbio che per via di un dialogo tra due personaggi alquanto enimmatici, l'uno dei quali s'è mosso dall'oriente, l'altro dall'occidente, si miri a staccar gli uomini dalla terra ed a volgergli alle cose celesti:

 

Quillo d'oriente pria - altia l'occlu, sillu spia,

Addemandaulu tuttabia, - como era, como gia.

«Frate meu, de quillo mundu bengo:

Loco sejo et ibi me combengo.»

 

Quillu, auditu stu respusu, - cuscì bonu 'd amurus

Dice: «Frate, sedi josu! - non te paira despectusu;

Ca multu fora coleiusu - tia fabellare ad usu.

Hodie mai plu non andare,

Ca te bollo multu addemandare.»

 

Ma se qui si vuol «multu addemandare», di rimanercene a sentire a noi manca il tempo; chè ci arriva il suono di un altro dialogo assai più animato, tra gente che desta molto più la nostra curiosità: il trovatore Rambaldo di Vaqueiras - colui che «Trovò per Beatrice in Monferrato», il compagno d'avventure del prode e cavalleresco marchese Bonifazio - e una popolana di Genova. Il trovatore prega d'amore costei nel tuono ch'egli è solito usare colle nobili castellane: ma le risposte che riceve sono ben diverse da quelle a cui è avvezzo. Ascoltiamo un momento. Tradurvi il provenzale di Rambaldo avrebbe ad esser superfluo. O quando mai un uomo innamorato, o che tale si finge, ha saputo dire a una donna qualcosa di nuovo, che tutti e tutte non conosciate a menadito?

 

«Donna genta et eissernida,

Gaia e pros e conoissens,

Vaillam vostre cauzimens,

Quar jois e jovens vos guida,

Cortezia e pretz s sens

E totz bos ensenhamens;

Per q'ieus soi fizels amaire

Senes totz retenemens,

Francs, humils e mercejaire;

Tant fort me destreinh em vens

Vostr'amors que m'es plazens!

Per que sera jauzimens

S'eu sui vostre bevolens

 

E vostr'amics.»

«Jajar, voi semegliai mato,

Che cotal razon tegnei:

Mal vignai e mal audei!

Non avè sen per un gato:

Perchè trop me descbazei,

Che mala cossa parei

Nè non faria tal cossa,

Se sia figlio de rei.

Credi vo che e' sia mossa?

Per mia fè, non m'averei!

Se per amor vo restei,

Ogano morrè de frei.

Troppo son de mala lei

Li provenzal!

 

E Firenze? - Oh, anche la voce di Firenze ci arriva presto. E qual voce! «M. cc xi. Aldobrandino, Petro e Buonessegnia Falkoni no dino dare katunu in tuto libre. lij. per livre diciotto d'imperiali mezani, arrazione di trenta e cinque meno terza, ke demmo loro tredici di anzi kalende luglio, e dino pagare tredici di anzi kalende luglio: se più stanno, a .iiij. denari libre il mese, quando fusse nostra volontade.» Sicuro: il più antico testo fiorentino è finora il frammento di un registro di non sappiamo quali prestatori o banchieri, che vediamo esercitare il mestiere loro, oltrechè in Firenze, a Bologna, per la fiera di San Procolo, o come qui si dice, «San Brocoli.» Come si vede, si prelude assai bene alla condizione di cose per cui più tardi tante mogli fiorentine «Eran per la Francia nel letto diserte», ma in pari tempo la città cresceva a meravigliosa ricchezza. Che se di lontano s'ode altresì lo scroscio della fragorosa rovina del Peruzzi e dei Bardi, di sotto a quella rovina la prosperità di Firenze riuscirà bene a sollevarsi.

Non seguitiamo più oltre la rassegna. Era opportuno tender l'orecchio ai passi mattinieri che rompevano il silenzio della notte ed annunziavano il giorno; ma ora l'oriente s'imporpora, la vita si ridesta, il rumore si fa assordante ed altro ci vorrebbe per badare ad ogni cosa. L'Italia tutta man mano si leva in piedi; ogni volgare, poco o tanto, o bene o male, o in verso o in prosa, si vien cimentando. Una folla di gente, sconosciuta per la massima parte, ma tra cui si riesce anche a coglier dei nomi - quel Cielo da non so che, stato fino a ieri Ciullo d'Alcamo, Patecchio da Cremona, Uguccione da Lodi, Pietro di Bescapè, fra Bonvicino dalla Riva, fra Giacomino da Verona, il veneziano fra Paolino, Ristoro d'Arezzo - ci si stringe dintorno e minaccia di soffocarci. Ciascuno fa ressa, presentando scritture romane, umbre, toscane, venete, lombarde, liguri, e che altro so io: svariatamente insomma dialettali, come in generale sono stati dialettali i pochi saggi avuti finora.

Sta bene: i dialetti dunque si vengono scrivendo ogni giorno più. Ma noi non ci si contenta di sapere di loro: si vuol anche saper della lingua. - Per giungere ad essa la strada da percorrere era più lunga ed ardua d'assai. La lingua, signori miei, è un ideale; e quanto sia faticosa per l'uomo la ricerca di un ideale, tutti più o meno sappiamo per prova. E anche la semplice rappresentazione delle cose riesce tutt'altro che agevole. Come non avrebbe ad essere difficile render conto della lingua al secolo XIII, se, dopo settecento anni di letteratura, ancora non siam ben d'accordo cosa questa lingua abbia ad essere?

Cominciamo dal determinar bene la questione. Dicendo lingua per contrapposto ai dialetti, noi intendiamo l'universale di fronte al particolare; l'unità di contro alla moltiplicità; in termini più chiari, una forma di linguaggio che si adotti per gli usi del parlar colto e dello scrivere dagli abitatori di tutta una regione, rinunziando per cotali usi alla svariatezza delle proprie favelle domestiche.

Orbene: nell'Italia del medioevo un ufficio siffatto continuò per gran tempo ad adempierlo il latino, e il latino soltanto. Volete avere un'idea delle condizioni di allora? Ve la possono dare facilmente le condizioni nostre stesse. Supponete l'Italia molto più ignorante che ora non sia, e quindi, facendo astrazione dalla Toscana, mettete il latino al posto dell'italiano. Era esso il linguaggio dei libri, delle scuole, delle occasioni solenni; esso il linguaggio che ravvicinava e accomunava da un capo all'altro dell'Italia, per non guardar fuori di casa nostra, i nativi di qualsivoglia provincia. Ma poi bisognava bene che si avesse sentore anche di un'unità di favella differente da questa. Le parlate, varie quanto si vogliano, avevano pur sempre, nella massima parte almeno della penisola colla Sicilia per giunta, un'affinità così stretta, da sentirsi membri di una stessa famiglia. Era l'unità del genere, o della specie; quell'unità che vi fa comprendere sotto la comune designazione di uomo individui tanto differenti tra di loro. Così l'unità del linguaggio esiste come a dire in ispirito, prima di essersi potuta tradurre in atto.

Ma di cotale unità non s'ha meramente il sentore: si prova il bisogno. Di un linguaggio che non sia già proprio di questa o quella città, ma che possa dirsi comune, ogni paese che la natura o la storia abbian foggiato veramente in un tutto, prova vivissima la necessità. Ora, se a questa necessità provvedeva abbastanza il latino finchè l'Italia sonnecchiava o alle funzioni più elevate della vita partecipavano relativamente pochi, così non era più, una volta che la vita s'era fatta ben altrimenti intensa, con carattere schiettamente laico ed essenzialmente democratico.

Tutto ciò in un ordine astratto e mai definibile. Concretamente, s'ha il gran rimescolio prodotto dai commerci, dalle istituzioni religiose, civili e scientifiche, dalle leghe, dalle guerre, dalle paci. I frati che lontano dalla loro patria si trovano a predicare a popolazioni cui sarebbe vano rivolgere la parola in latino, i pellegrini che accorrono alla tomba degli Apostoli e ad altri Santuari, la moltitudine raccolta insieme alle fiere, i podestà che con un loro seguito vanno ad esercitare fuor di casa l'ufficio di supremi reggitori, la folla dei giovani che trae da ogni parte alla dotta Bologna e ivi s'affratella, son tanti fattori di ravvicinamento tra le varie parlate, le quali imparano così a conoscersi a vicenda e acquistano scambievole familiarità. E i canti che anche allora probabilmente erravano da questa a quella provincia, e i proverbi che erravan del pari, gli uni e gli altri subendo bensì nel loro vagabondare una trasformazione, ma una trasformazione imperfetta, portavano all'opera che si veniva compiendo un contributo tutt'altro che disprezzabile. E un contributo stragrande veniva a portarlo il latino stesso, in quanto dappertutto il volgare, nella bocca, e più assai poi sotto la penna della gente più o meno colta, tendeva a tenerglisi stretto a' panni. Ne seguivano convenienze senza bisogno d'accordo: a quel modo che anche oggi il milanese e il bergamasco di chi ha la familiarità coll'italiano, si assomigliano maggiormente che il milanese e il bergamasco del popolo rozzo.

Questi non son che bagliori; bagliori, che rendono lo nostre antiche scritture dialettali assai meno dissimili di quel che sarebbero se fossero specchio ben fedele delle singole parlate. Ma di bagliori noi non ci si contenta: vogliamo arrivare a veder la luce. E la luce, per uno spiraglio, cominciò a penetrare ancor essa di buon'ora. La scuola poetica, che si suole dir sicula, ma che abbraccia gente di ogni nostra regione, fu la prima manifestazione letteraria comune a tutta Italia. Ebbene: stretti com'erano gli uni e gli altri dal pensiero e dall'arte, imitatori degli stessi modelli provenzali, raggruppati dattorno a una medesima corte, cui appartenevano o guardavano, quei poeti ebbero ad avvicinarsi molto tra di loro anche nell'espressione. Quindi, non una piena uniformità, ma una minore difformità che non s'avesse fuori di lui. Cosa incomparabilmente più facile da conseguirsi, in quanto, non solo tutti poetavano unicamente d'amore, ma poetavano movendosi in una cerchia di idee convenzionali singolarmente angusta.

Così l'apparenza di un linguaggio letterario comune incominciò ad aversi; e quell'apparenza potè ancora per un certo tempo sembrare realtà, e realtà da appagarsene pienamente, nientemeno che a Dante. Ma egli s'ingannava; e il massimo sfatatore delle sue proprie convinzioni aveva ad essere lui stesso.

Al rigoglio meraviglioso di vita civile, politica, economica che nel secolo XIII prese ad agitare la Toscana, cominciò a corrispondere un rigoglio non meno meraviglioso anche in fatto di arte. E l'arte della parola ebbe ancor essa cultori in gran numero. Alle cause generali del fenomeno, s'aggiungeva questa: che la Toscana capiva di avere nel suo linguaggio uno strumento ben opportuno del pensiero; e a ragione davvero, dacchè nessuna parlata italiana possiede un'egual somma di pregi esteriori ed intrinseci. Di questa coscienza può esserci indizio quell'arido frammento di un libro fiorentino di banco di cui v'ho letto qualche linea. Già nel 1211 - anzi, già qualche decennio più addietro, a dir poco, dacchè è troppo chiaro che il fatto non principia di lì - Firenze osava bravamente servirsi del suo volgare per usi che hanno pure un carattere pubblico. E a questa coscienza di forze corrispondeva altrove una coscienza di debolezza. In quasi tutta l'Italia settentrionale, vale a dire nella regione che per molti rispetti non aveva nulla di certo da invidiare alla Toscana, i dialetti si sentivano poco italiani - poco latini pertanto - e, vergognandosene in certo modo, si sforzavano nelle scritture di conseguire coll'artifizio ciò che la natura aveva loro tolto, e si venivano così ad accostare al tipo di cui le parlate toscane erano l'esemplare più puro, e geograficamente il più prossimo a loro. Il più prossimo ed ecco qui uscir fuori una ragione molto importante ancor essa. La situazione centrale tornava essa pure di grandissimo vantaggio per la Toscana, e la rendeva più atta d'ogni altra provincia a esercitar l'impero su tutta la penisola.

La Toscana aveva dunque già molto in suo favore, e già tendeva ad arrogarsi il predominio ed a vederlo accettato, quando apparve la gran figura di Dante. Questi cominciò dall'essere, nonchè uomo del tempo suo, uomo oso dir del passato. Scrivendo la Vita Nuova, - intorno al 1292, - egli non si perita di riprovare coloro «che rimano sopra altra materia che amorosa.» Il povero volgare, in cambio di poter spaziare libero dovunque, dovrebbe contentarsi di starsene chiuso dentro un recinto. Ma le mura di quel recinto non tardarono ad esser scavalcate anche dallo stesso Dante, che però, quando appresso, al principio dell'esilio, si dette a comporre il De vulgari eloquentia, segnò confini d'assai più vasti. Nè qui egli si fermò. Pochi anni più tardi, mosso tra l'altre cose da un santo sdegno contro i «malvagi uomini d'Italia che commendano lo volgare altrui» - il provenzale e il francese - » e lo proprio dispregiano», si servirà nel Convivio del volgare nostro per trattare le più astruse e sottili quistioni scientifiche; e a proposito di questo volgare proromperà, al termine di una lunga difesa o panegirico, in quelle parole fatidiche: «Questo sarà luce nuova, sole nuovo, il quale sorgerà ove l'usato tramonterà, e darà luce a coloro che sono in tenebre e in oscurità per lo usato sole che a loro non luce.» Il sole di cui si presagisce il tramonto è il latino. Come si vede, il nuovo linguaggio ha acquistato piena coscienza di sè. La fanciulla che finora se n'era stata timida in gonnelle corte accanto alla madre, s'è accorta che quelle gonnelle non fanno più per lei, e si rifiuta di portarle più a lungo. La madre continuerà ad essere circondata di affetto e venerazione; ma si rassegni ad esser matrona, e non presuma più di adempiere lei le parti giovanili.

Che la predizione del Convivio si avverasse prontamente, fu opera dello stesso Dante, il quale giusto allora veniva innalzando uno dei monumenti più portentosi dell'arte e del pensiero umano: la Divina Commedia. Questa, imponendosi d'un tratto all'ammirazione universale degl'italiani, decise, senza possibilità di opposizioni efficaci, la questione della lingua. Ed essa veniva col fatto a risolverla in favore del toscano non solo, ma proprio del fiorentino, sbaragliando e dissipando, checchè Dante potesse forse ancora addurre in loro difesa, le teoriche artifiziose e le troppo sottili distinzioni del De vulgari eloquentia. Ho detto che la lingua è un ideale. La ricerca dell'ideale aveva stavolta quel più lieto fine che possa mai avere nella vita. Si rinunziava a cercare più oltre, per stendere le braccia ad una fanciulla sfolgoreggiante di salute e leggiadria, che, se non era l'ideale, era più e meglio di esso. Certo ci vollero ancora due secoli perchè la decisione voluta dalla Commedia avesse pieno effetto; nè cessarono mai del tutto le resistenze, parte irragionevoli e meschine, ma parte anche ragionevolissime, e tali da dover dissuadere noi pure dell'acquetarci nella formola troppo angusta che alcuni - sia pure autorevolissimi - propugnano. Ma, considerando bene, tutto ciò riguarda semplici particolari. Quanto alla sostanza, nessun dubbio che la lingua letteraria dell'Italia non sia stata, non sia, e non voglia quanto mai desiderarsi che abbia ad essere anche in futuro, la favella di Firenze.

Abbia ad essere: poichè importa moltissimo che il nostro linguaggio non perda il privilegio invidiabile di poter attingere alle fonti vive del parlar popolare; e importa altrettanto che queste fonti siano quelle medesime da cui esso sgorgò e di dove attinse in passato. Solo così il linguaggio potrà mantenersi durevolmente limpido e fresco. Ora, un certo qual pericolo sovrasta. L'Italia s'è ricomposta, ha conseguito una capitale, e quella capitale non è, nè poteva esser Firenze. Essa è invece la città su cui s'impernia tutta la vita italiana: come s'è visto, insieme colla vita politica, colla civile, colla religiosa, anche la vita linguistica. C'è luogo quindi a temere che il centro di gravità tenda a spostarsi. Contro un pericolo siffatto non vedo quale altro rimedio possa esserci all'infuori di un fervore di vita intellettuale, che mantenga a Firenze, così mirabilmente disposta dalla natura e dalla storia, il carattere di Atene italiana. A quest'opera, sommamente salutare e benefica, non solo per la patria piccina, ma anche per la grande, tutti possono efficacemente contribuire. Contribuisca anzitutto ciascuno col coltivare la mente sua propria. E cooperatrice efficacissima, anzi indispensabile senz'altro, è a dire la donna. Chè, ivi non è coltura durevole e schietta, dove la donna non è colta; la donna, prima educatrice delle nuove generazioni; stimolatrice insieme e riposo dell'ingegno umano; allettamento e anima di quei ritrovi, per opera dei quali il pensiero e la parola - ce lo dica la Francia del passato - possono meglio che con qualsivoglia altro mezzo ingentilirsi e affinarsi. Ma badi bene la coltura di non lasciarsi salire in groppa quella odiosa strega che è la pedanteria. Se questo avesse a seguire, bisognerebbe correre a sbarrare le strade e chiudere il passo anche a lei. Meglio allora sempre per la donna rimanersene coi pregi che si trova aver da natura.

 

 

APPENDICE.

 

Sarà, credo, opportuno, ch'io non lasci vagare stampata questa mia conferenza, senza dire aperto cosa pensi di certe opinioni messe fuori di recente, alle quali vedo farsi un'accoglienza, che non avrei immaginato quando parlavo al pubblico della sala Ginori.

Nel 1884, quell'insigne romanista che è Ernesto Monaci, sostenne, in un articolo ingegnoso pubblicato nella Nuova Antologia (15 agosto), che il vero focolare della nostra prima scuola poetica, fosse, nonostante il nome consacrato dall'uso già ai tempi di Dante, Bologna, non la Sicilia. Ivi si sarebbe primamente fissata anche la nostra lingua letteraria. Alcuni anni appresso il prof. Augusto Gaudenzi - uno studioso che dalla sua rocca della storia del diritto può, bene armato e arredato, far proficue scorrerie in altri dominii - prima in una rivista (L'Università, iii, 204 seg.), poi soprattutto in un libro (I suoni, le forme e le parole dell'odierno dialetto della città di Bologna, Torino, Loescher, 1889), riprese la seconda parte dell'idea del Monaci, determinandola in modo considerevolmente diverso; e alla teorica mise per fondamento dati suoi proprii, e antiche scritture, di cui egli stesso era stato ritrovatore sagace. Stando a lui, la lingua letteraria avrebbe la sua culla nelle scuole di arte notarile dell'Università bolognese.

Non è senza meraviglia che alle deduzioni del Gaudenzi ho visto assentire, dando conto del libro, due cultori valentissimi degli studi linguistici: il Salvioni (Giornale storico della letteratura italiana, xvi, 378) e il Meyer-Lübke (Literaturblatt für germanische und romanische Philologie, xii, 25). Almeno, che il Meyer-Lübke assenta, mi par chiaro da certe frasi e dalla mancanza di ogni obbiezione; quanto al Salvioni, il suo assenso è esplicito, con certi allontanamenti tuttavia. Mentre cioè per il Gaudenzi la lingua prevalsa a Bologna fu la toscana, per il Salvioni invece, più ragionevolmente di certo, era un contemperamento delle varie parlate italiane. Con ciò egli ritorna all'idea primitiva del Monaci; ma non si perita di dire che il Gaudenzi «dimostra il fatto in modo ben più sicuro.»

Ora, dove stia codesta dimostrazione, per mia parte confesso proprio di non capire. Se i testi del Gaudenzi sono assai notevoli e se è da essere riconoscentissimi a chi ce li ha dati, i ragionamenti che muovono da essi si trascinano innanzi a fatica di congettura in congettura e non reggono a un esame, per poco attento che sia. Bologna, gran fucina di coltura, ha di certo anche nella storia della nostra lingua un'importanza ragguardevole; ma ridurre dentro di essa soltanto la formazione del volgare illustre, è un rimpicciolire il problema; quanto poi al metterne per l'appunto la nascita nelle scuole di notariato è un immiserire le cose in modo addirittura compassionevole. Nè si capisce che si dia tanto peso a Guido Fava, che, se fu bolognese, scrisse la maggior sua opera in Toscana, e non si pensi a Buoncompagno, che, toscanissimo e insegnando lettere a Bologna, tra tante sue opere non ce ne lasciò nessuna in volgare. Ai documenti del Guadenzi basterebbe contrapporne due soli: da un lato l'iscrizione di Ferrara, che molto tempo prima ci dà esempio di un volgare scritto che non è davvero il ferrarese, pur contenendo elementi dialettali, ed uno emiliano caratteristico; dall'altro, i frammenti fiorentini del 1211, di cui s'è vista la portata cronologica. E dov'è la ricca fioritura di carte volgari, di cui, se la teoria del Gaudenzi fosse vera, noi avremo bene diritto di far domanda, soprattutto alla sua Bologna? Se il volgare deve per solito servire ai notai solo per le spiegazioni verbali alle parti contraenti, non sappiam davvero che importanza abbia da avere questo ordine di fatti per la fissazione della lingua scritta.

Ben altro ci sarebbe a dire; ma rimetto l'esposizione a miglior tempo. Intanto mi basta di aver levato la voce per mettere in guardia contro di ciò che a me pare un errore non meno grave che nuovo.

 

 

 

LE ORIGINI

DELLA LETTERATURA ITALIANA

 

DI

 

Adolfo Bartoli

 

Non congiunti più da nessuna affinità psicologica al Medioevo, riesce difficile a noi sentire quello che fosse, nei suoi aspetti bizzarri e multiformi, l'età delle febbri ascetiche e degli entusiasmi cavallereschi, dei barbari e dei santi, dei feudatari e dei servi, delle crociate e dei tornei; quella lunga e lugubre età nella quale il pensiero umano sembra vicino al suo ultimo disfacimento, e che è pure l'ingenuo tempo dei sogni e delle fole. Se una caratteristica possiamo cogliere in quel caotico agitarsi di elementi tanto diversi, questa sola sarà, che una puerilità universale ha invase le menti, che gli uomini sono divenuti fanciulli. La ragione sembra essersi coperta del lenzuolo funebre, per discendere nel sepolcro, dove dormirà molti secoli. I suoi radianti fulgori sono spenti. Il mondo colle sue gioie, la natura colle sue bellezze non parlano più al cuore degli uomini; le più alte aspirazioni dello spirito sono giudicate un peccato; il cielo incombe sulla terra, e nell'immane abbraccio la soffoca. Si è perduto quasi il concetto della successione dei tempi: ai funerali di Alessandro il Macedone si fanno assistere i frati colle croci e i turiboli; Catilina sente la messa a Fiesole; Orfeo è un contemporaneo di Enea, Sardanapalo un re della Grecia, Giuliano l'Apostata un cappellano del papa. Tutto in quel mondo prende un colorito fantastico. Gli uomini dell'antichità come i contemporanei, se appena si sollevino dal livello comune, hanno tosto la loro leggenda, la loro storia poetica, che la tradizione abbellisce, ingrandisce, trasforma, e dove s'abbracciano fraternamente gli anacronismi più grossolani e le più strane invenzioni. Si confonde la storia di San Gregorio Magno con gli incerti ricordi di Edipo; si crede che il Barbarossa viva nascosto nel fondo di una foresta, e si aspetta che torni per liberar Terrasanta; di Virgilio si fa un mago; si narra che papa Gerberto ha stretto un patto col diavolo.

E pure da una tale prodigiosa credulità, da questo stato infantile dell'umano intelletto, che caratterizza il Medioevo, derivarono appunto i frutti della letteratura romanza. Come proprio dei fanciulli è l'amare tutto ciò che sappia di meraviglioso; come in essi è prepotente il desiderio dei racconti, tanto più graditi quanto più uscenti dai limiti del verosimile, così un popolo fatto latino dalla conquista, ringiovanito poi dal connubio colle fantasiose stirpi germaniche, e dalla loro antichissima epica eccitato, innestava sull'epopea merovingia l'epopea nuova, celebrando Clotario e Dagoberto, Carlo Martello e Carlomagno. E così sulla terra di Francia risuonava il primo cauto romanzo, che poi, traverso ai secoli, dispiegandosi, come albero rigoglioso ed immenso, in mille e mille rami, toglieva argomento dalle leggende intorno agli antenati di Carlo, intorno alla sua giovinezza, alle sue guerre, ai prodi compagni delle sue imprese. Nè solo dalle leggende Carolingie il trovèro francese attingeva materia pei suoi canti infiniti. Tutto in quell'epoca di trasformazione, di inconsciente poesia, di balda giovinezza de' cuori, prendeva un colorito uniforme; tutto era guardato traverso un velo di fantastico tessuto: la guerra di Troja, come le imprese di Alessandro Magno; le prodezze di Arturo, come gli amori di Tristano, come i miracoli di Sant'Eulalia e di Sant'Alessio. Si accoppiava quindi alla solennità religiosa feudale della canzone di gesta, il cavalleresco romanzo d'avventura; si intrecciava al canto epico il romanzo allegorico dell'amore simboleggiato nella Rosa, mentre, quasi araldi dell'avvenire, ghignavano beffardi il poema della Volpe e il procace Fabliau.

Tutta questa lussureggiante fioritura romanza sbocciava e si allargava nella Francia settentrionale e centrale, dal settimo al tredicesimo secolo.

E nella Francia meridionale intanto più presto che altrove si apriva uno spiracolo di luce nel buio del Medioevo. Sotto quel limpido cielo, in mezzo a quella inebbriante natura ed a quelle popolazioni facili ad ogni impressione, avide di piaceri e di feste, agitate da un forte sentimento della vita; in quelle città intelligenti e fiere, dove la libertà si sviluppava così nobilmente, dove i pregiudizi occidentali erano distrutti dalle intime relazioni coi Musulmani e cogli Ebrei, dove regnavano sovrani lo spirito cavalleresco, l'amor della gloria, la difesa del debole, il culto per la donna, la liberalità, la magnificenza, nella Francia meridionale sorgeva un'altra letteratura, che cantava l'amore, la gioia, la cortesia; che affratellava in una specie di democrazia poetica il povero al ricco, il vassallo al signore; che univa in nozze ideali il popolo all'aristocrazia. Il poeta Provenzale, il trovatore, è sopratutto un artista, un artista lirico, che spesso mette in musica le sue proprie poesie, e da sè stesso cantandole, si accompagna col suono; che vive nei castelli dei principi e dei nobili, ne rallegra i conviti e le feste, riceve doni di cavalli, di bardamenti, di armi, di vesti; si aggira per le sale sontuose del maniero feudale, sogguardato dalla bella castellana, che sa di essere amata da lui, e se ne compiace nel suo segreto, ed aspira come un profumo il suo canto. Fra codesti trovatori ci sono i più potenti baroni della Provenza, ed insieme paggi, servi, soldati, giovani poveri e avventurosi. C'è Guglielmo Conte di Poitiers gran corteggiatore di donne, che oggi ama e domani abbandona; grande scettico che ride dei vescovi, e corre in Terrasanta a capo di trecentomila crociati; prode soldato che vive d'armi e d'amore, di canto e di cortesia. C'è Bernardo di Ventadorn, il figliuolo dell'uomo che scaldava il forno nel castello feudale, che ama prima la moglie del suo signore, e poi in Normandia la celebre Eleonora di Poitiers, e alla corte di Tolosa una bella italiana, Giovanna d'Este. C'è Goffredo Rudel che s'innamora, senza averla mai vista, della contessa di Tripoli, traversa il mare per lei, giunge malato e muore, muore felice perchè ha potuto per un istante contemplare la bellissima donna e riceverne un dono. Ci sono cento e cento altri, di questi cavalieri poeti, di questi guerrieri innamorati, di questi servi ardimentosi, che dal secolo XI al XIII fanno eccheggiare delle loro canzoni quella terra benedetta dalla natura.

Che cosa accadeva frattanto in Italia? Quando già le due letterature della Francia erano giunte al loro più alto sviluppo, in Italia si continuava a scriver latino. Sebbene anche qui si parlasse da tempo immemorabile una lingua volgare, questa lingua che pur serviva alla preghiera e all'amore, che era pure strumento ad esprimere i più cari ed intimi sentimenti dell'anima, pareva sdegnosa di assorgere a più elevato ufficio. La lingua della letteratura seguitava ad essere il latino, non solo nel VII, nell'VIII, nel IX e nel X secolo, ma anche nell'XI e nel XII.

Le ragioni di questo fatto sono complesse, ma si possono tutte riassumere in una sola, nell'influenza esercitata sugli Italiani dal grande nome di Roma. Per essi le memorie classiche fanno parte della loro vita: ogni città pone la sua gloria nel ricongiungersi all'antichità; Pisa, Genova, Verona si dicono fondate dai compagni di Enea: Firenze si crede edificata da Cesare e chiamata la piccola Roma; Padova si vanta di possedere le ceneri di Antenore; Venezia di essere stata costruita e abbellita colle pietre, colle colonne, colle vasche avanzate alla distruzione di Troja.

Roma, anche vinta, soggioga i suoi vincitori. Eruli, Ostrogoti, Longobardi, si succedono, ma non penetrano la società, non la trasformano: Teodorico invade Roma, ma la sua reggia resta più romana che gota. Questa fu certo per noi una sventura politica. Mentre la Gallia rinnovata dai suoi stessi invasori diventava la Francia, e la Bretagna diventava l'Inghilterra, e l'Iberia la Spagna; noi soffrimmo tutti i danni delle invasioni, senza che questi fossero compensati dalla creazione di nessuna forza novella. Se Teodorico o Liutprando fossero stati il Clovi dell'Italia, chi sa quale diversa condizione si sarebbe preparata al nostro paese, chi sa quanti dolori, quanti martirii, quante umiliazioni di meno registrerebbe la nostra storia. Ma così non accadde. Noi fummo appena spruzzati del sangue barbarico, e rimanemmo Romani: Romani nelle idee, nei sentimenti, nelle leggi ed anche nella lingua come strumento letterario. Onde agli Italiani mancò quella infanzia d'intelletto e di cuore che fu per altre genti latine fonte d'ispirazione poetica. Là l'evoluzione letteraria si operò nel popolo e per il popolo, e fu spontanea, viva, feconda. Noi avevamo tutto un glorioso passato che ci gravava le spalle, che ci faceva esser maturi quando gli altri eran fanciulli, che ci dava i pregi della virilità, ma ci privava della vivacità infantile. Noi eravamo i continuatori di una civiltà antica di secoli, non i cominciatori di una civiltà nuova. La storia imperava tiranna su noi, e poco ci commovevano le prodezze dei paladini o la rotta di Roncisvalle o le bianche mani d'Isotta. Noi non avevamo, come gli altri popoli d'Europa, un eroe fantastico, nel quale s'incarnasse idealmente la nazionalità italiana. I nostri eroi seguitavano sempre ad essere i vecchi Scipioni. Noi eravamo pratici: le nostre città marittime si arricchivano coi commerci, nelle nostre Università si studiava il diritto romano, i nostri Comuni combattevano per la loro libertà: pratici e sempre un po' increduli, sempre con un po' di paganesimo nelle ossa. Il nostro scetticismo non ci concedeva di creare leggende, e le leggende degli altri popoli accoglievamo freddamente, non aggiungendovi nulla di nostro, anzi spogliandole spesso del loro colorito poetico, riducendole in prosa, ed in prosa latina. Perchè quello che accadeva per il contenuto, accadeva pure per la forma. La lingua latina non era per gli Italiani quello che per gli altri popoli, sui quali passò vincitrice l'aquila romana. Quei nostri padri antichi amavano il latino come loro lingua nazionale: esso faceva parte del loro sentimento di patria, era un ricordo della gloria passata, il segnacolo della loro grandezza, il labaro delle memorie e delle speranze. Gli Italiani del Medioevo scrivendo il latino, potevano illudersi nella credenza di aver messi in fuga i Barbari; e abbandonare quella lingua che aveva accompagnati nel loro giro trionfale i conquistatori del mondo, che aveva risuonato solenne e terribile nel Foro, che aveva servito alle immortali creazioni di Virgilio, doveva parere come perdere un'altra volta la patria.

Questo tenersi stretti al latino era poi potentemente favorito in Italia dalla Chiesa, che ne aveva fatto la sua lingua officiale, e non permetteva intromissione di volgare nei suoi riti; era favorito dalle magistrature e dagli scrittori. E così la chiesa, le leggi, la scienza, le condizioni sociali e intellettuali, le memorie del passato e le aspirazioni del presente, tutto cospirava a ritardare l'apparizione della nuova letteratura.

Vero è che quella povera lingua dei poeti, degli storici, degli ascetici, quella miserrima lingua della liturgia e delle leggi, era piuttosto che un latino, un volgare latinizzato: vero è che già quasi appartiene alla letteratura italiana il canto del nono secolo per l'imprigionamento dell'imperatore Lodovico II, e quello dei soldati modenesi del decimo; e che in latino volgare noi abbiamo una ricchissima letteratura di poemi, di canti storici, di cronache, d'inni sacri. Ma, insomma, il volgare schietto, la lingua parlata non osa ancor farsi avanti, diventare lo strumento dell'arte nuova. Siamo già alla fine del dodicesimo secolo, e nulla ancora apparisce.

Però, i semi si vanno gettando. Le due letterature della Francia saranno quelle che determineranno il primo sviluppo della letteratura italiana. Prima di arrischiarsi al loro volgare, gli Italiani scriveranno in provenzale e in francese.

Numerosi legami unirono già anticamente la Gallia meridionale all'Italia, e come l'Italia diede alla Provenza le sue istituzioni politiche, così questa ci mandò un alito della sua poesia. Molti furono i trovatori che nel secolo XII e nel successivo vennero in Italia, aggirandosi per le corti feudali dei marchesi di Monferrato, dei Malaspina, degli Estensi; visitando la Lombardia, la Marca Trevigiana, Como, Verona, Firenze. Il Monferrato divenne una seconda Provenza. I trovatori più famosi visitarono quella corte. Pier Vidal, dopo aver percorsa la Catalogna, l'Aragona, la Castiglia, dopo avere sposata a Cipro una greca ed avere sperato di assidersi sul trono imperiale di Costantinopoli, arrivava nel Monferrato, ed ivi scriveva verso il 1195 una poesia, dove palpita un certo sentimento di nazionalità italiana. Press'a poco nel tempo stesso si avviava verso l'Italia un altro celebre trovatore, figliuolo di un povero cavaliere della Contea di Orange, Rambaldo di Vaqueiras. Fermatosi a Genova, s'abbatteva in una donna, e la richiedeva di amore, ma ne era respinto, e componeva intorno a ciò una canzone bilingue, che può considerarsi come uno dei documenti più antichi dove rimanga vestigio di un dialetto italiano: ve ne lesse due strofe il professor Rajna parlandovi delle origini della lingua italiana. - Rambaldo, proseguendo il suo viaggio, giungeva appresso alla corte di Monferrato, dove lo attendeva la protezione del marchese Bonifazio e l'amore della sua avvenente sorella Beatrice, ch'egli cantava in molte poesie, sotto il nome di Bel Cavaliere, avendola una volta furtivamente veduta esercitarsi colle armi del fratello.

Spuntò per le Provenza un giorno terribile. Serpeggiava là una di quelle eresie medievali, che volevan ridurre gli uomini allo stato di angeli. Se ne indignarono i difensori dell'ortodossia papale che aspiravano ad essere i padroni delle coscienze; e contro i poveri Albigesi fu bandita da Innocenzo III una crociata, alla quale accorsero migliaia di avventurieri che avean tutto da guadagnare e niente da perdere. Costoro, a cui il papa concedeva perdoni, indulgenze, e, più appetitoso premio, l'affrancazione dai debiti, costoro che intravvedevano i ricchi castelli da saccheggiare con tutto quello che tien dietro al saccheggio, si rovesciarono sulla Provenza come torrente devastatore. In una sola città si scannarono più di sessantamila persone, vecchi e giovani, uomini e donne, persino bambini lattanti. Questi sgozzatori domandavano al Legato del Papa come potessero distinguere i fedeli dagli eretici, e costui rispondeva: ammazzateli tutti, che saprà dopo distinguerli Dio. Si trucidava dappertutto, nelle case, per le vie, anche sui gradini degli altari. Tutta la Provenza fu inondata di sangue, e su quella terra insanguinata divamparono le tetre fiamme dei roghi che l'Inquisizione accendeva.

I lieti cantori dell'amore, atterriti, fuggivano, e molti di essi prendevano la strada d'Italia, dove si stabilivano come in patria novella. Se prima essi accorrevano alle nostre terre in cerca di fortuna e di amore, dopo la nefanda strage venivano frementi d'ira a cercar la vendetta, e sperandolo vendicatore, si affollavano intorno a Federigo II, tanto in Sicilia come negli altri luoghi dove egli teneva sua corte.

Ai Provenzali poi, che empivano dei loro canti d'amore o di sdegno l'Italia, si accompagnavano non pochi italiani che scrivevano poesie provenzali. Alberto Malaspina non solo accoglieva i poeti occitanici nei suoi castelli di Lunigiana e del Tortonese, ma egli stesso tenzonava con altri trovatori. Maestro Ferrari da Ferrara rallegrava dei suoi versi la corte Estense e quella di Gherardo da Cimino. Lanfranco Cigala di Genova in una fiera serventese rampognava il marchese Bonifazio di Monferrato della sua instabilità politica; un altro genovese, il Calvo, gridava contro le discordie della sua patria; un veneziano, Bartolomeo Zorzi, difendeva contro Genova la sua Venezia; un piemontese, Nicoletto da Torino, celebrava le imprese di Federigo II; un altro piemontese, Pier della Carovana, esortava alla concordia le città strettesi nella seconda lega Lombarda; un mantovano, Sordello, dopo avere rapita al marito Cunizza, la sorella del terribile Ezzelino, dopo aver corse mille avventure d'amore, assorgeva ai più alti argomenti politici, faceva sentire la sua libera parola ai principi e ai popoli.

In tal guisa l'Italia tutta risuonava della poesia occitanica, la quale imponeva la propria lingua ai poeti dei paesi dove essa si stabiliva; in tal guisa trovatori della Provenza e trovatori italiani, si mescolavano nelle nostre corti, cantavano le nostre donne, i fatti della nostra storia, le imprese dei nostri principi. Ed al tempo stesso faceva sentire la sua influenza tra noi anche la poesia della Francia settentrionale; onde, come ci furono Italiani che scrissero in provenzale, così ci furono pure altri Italiani che scrissero in una lingua che è un francese italianizzato.

Il canto provenzale diede impulso alla nostra lirica; il canto francese alla poesia narrativa e morale. La prima si sviluppò nell'Italia del mezzogiorno e del centro; la seconda, nell'Italia settentrionale.

La più antica lirica italiana è quella, che, sorta circa nel secondo o terzo decennio del secolo tredicesimo, si chiamò della scuola Siciliana, perchè ebbe il suo focolare alla corte di Federigo II; e di essa fecero parte non Siciliani soli, ma anche Pugliesi e Toscani: i più famosi, lo stesso imperatore Federigo, Enzo suo figlio e Pier della Vigna suo ministro.

Federigo II fu, giova qui ricordarsene, una delle più grandi figure storiche del suo secolo. Egli promosse la scienza, protesse i dotti, difese la libertà dei culti, emancipò i servi, fondò biblioteche ed università. Questo imperatore che viveva di guerra, di amore e di scienza, mezzo orientale e mezzo romano, chi crederebbe non dovesse portare nella poesia tutto l'impeto delle sue passioni? Chi non crederebbe che, pure ispirandosi ai canti dei trovatori, non dovesse preferir quelli nei quali bolliva lo sdegno contro il suo terribile nemico, il papato? E chi non crederebbe ancora che Pier della Vigna, autore di versi latini ferventi d'ira contro i frati, non facesse sentire nei suoi versi volgari qualche cosa delle passioni che gli agitavano il petto? qualche cosa delle vicende a cui si trovò mescolato?

Eppure niente di questo. Federigo II come il suo ministro, come tutti gli altri rimatori della sua scuola, non furono che languidi imitatori della poesia amorosa dei Provenzali, e al pari di tutti gli imitatori, riuscirono peggiori dei loro modelli. Misera cosa, invero, quella nostra antichissima poesia, scarna, estenuata, gelida, anemica. Nessun impeto di passione l'agita mai, niun accento individuale vi si può cogliere. Tutte quelle migliaia e migliaia di rime somiglian tra loro, paiono una processione interminabile di pallide ombre che ci sfili davanti nel crepuscolo d'una giornata nebbiosa. La vita, la natura, l'amore, non danno mai un sussulto di verità a quei verseggiatori noiosi e monotoni, che spogliati di ogni personalità, scrivono tutti secondo un tipo comune, girano e rigirano intorno all'eterno tema dell'amore con giuochi di parole e di concetto, e con un frasario puramente di convenzione; sbadigliano i loro sospiri a donne che non son donne ma larve; e paurosi di ogni libero volo, si tengono strettamente afferrati ai loro modelli, come vacillanti bambini alla gonna materna. L'arte della scuola Sicula è, come ha detto un moderno, il balbettare infantile della decrepitezza; e non poteva essere che così. Lo spirito cavalleresco onde era sbocciata, come fiore a pomposi colori, la poesia provenzale, agonizzava oramai in tutta l'Europa; la stessa arte trovadorica era giunta a un periodo di estrema decadenza. La scuola Sicula al difetto dell'imitazione aggiungeva dunque quello di essere un frutto fuor di stagione, venuto troppo tardi e avvizzito prima di maturare.

Ma la spinta era data. Se Federigo e i poeti della sua corte amano di trastullarsi fabbricando stentatamente le stanze delle loro canzoni dietro le orme dei Provenzali, altri in quella stessa Sicilia risuonante di quel vaniloquio poetico, porge l'orecchio alla natura immortale, e compone versi d'amore vigorosamente sentito. La donna sbiadita, incorporea, insignificante dei rimatori della scuola cortigiana, si muterà così in una donna nelle cui vene corre vivido il sangue, sulle cui guancie brillano accesi i colori della salute. La povera castellana venuta di Provenza in Sicilia a morir d'etisia, cederà il posto alla donna del popolo non aduggiata dalle ombre crepuscolari di nessuna scuola, ma cresciuta sotto gli allegri e liberi raggi del sole, pioventi su lei gioventù e robustezza: un po' troppo veramente plebea e petulante, che non ha imparato certe raffinatezze e certe ipocrisie dell'educazione; ma che si presenta sulla scena dell'arte italiana come la prima che abbia fisonomia, atteggiamenti, parole, non presi in prestito da nessuno.

Di un'arte popolare sviluppantesi nel mezzogiorno d'Italia insieme all'arte cortigiana, ci restano varii documenti: il lamento di una donna che vede partire l'amante per Terrasanta, il pianto di una fanciulla abbandonata, e, più notabile degli altri, un contrasto tra un uomo e una donna, dove scattano parole e concetti molto vivaci, dove parla una passione irruente, senza sottintesi, senza mezzi termini, e che prova non essere il realismo un'invenzione del nostro secolo. Chi sia l'autore di questa poesia non sappiamo. I critici che si sono occupati di storia letteraria lo hanno chiamato ora Ciullo d'Alcamo ora Cielo dal Camo, e ci hanno scritto intorno pagine e pagine senza fine. Non sono molti anni che ci fu in Italia una vera alluvione di queste Ciullomachie. Ma l'alluvione per fortuna è passata, e la poesia resta: una poesia fresca di sentimento, rude nel suo contenuto e nella sua forma dialettale, che non ha grande importanza per sè stessa, ma che ci prova come accanto alla poesia artistica d'imitazione straniera, un'altra ne sorgesse indigena e originale, la quale s'ispirava alla realtà ed era eco del sentimento popolare.

Se nel centro d'Italia e nel mezzogiorno la nostra letteratura s'iniziò con poesie amorose, diversi affatto furono gli atteggiamenti presi dall'arte nascente nella parte settentrionale del nostro paese. Neppur là, invero, dovevano mancare i canti d'amore, e qualche povero avanzo ne è giunto fino a noi. Ma son poca cosa, e più triviale anche del contrasto Alcamese, tanto triviale che non sarebbe lecito a me dirvene neppur gli argomenti. Nel nord dell'Italia la più antica poesia preferì il genere civile, morale, religioso, didattico: non fu lirica, ma narrativa. Nella regione veneta si ebbe come uno strascico delle canzoni di gesta francesi; e si imitò l'epopea della Volpe; Girardo Patecchio di Cremona scrisse (non oso dire poetò) sulle noie della vita e sui proverbi di Salomone; Ugoccione da Lodi diede ammaestramenti religiosi e morali in un poemetto d'oltre, pur troppo! duemila versi; un altro poemetto compose Pietro da Barsegapè sul vecchio e nuovo Testamento; Giacomino da Verona descrisse l'Inferno e il Paradiso; Bonvesin da Riva scrisse molte poesie di generi diversi.

Giacomino e Buonvicino furono i maggiori di questi poeti settentrionali, che adoperarono una lingua avente a base i dialetti veneti, ma forbiti con intenzione letteraria.

I due poemetti di Giacomino da Verona, frate dell'ordine di San Francesco, furono certamente scritti per essere recitati al popolo, a quel popolo stesso che tanto si piaceva delle storie romanzesche, e che pendeva dalle labbra del giullare quando gli cantava le imprese di Oliviero e di Rolando.

Il suo paradiso, o com'egli la chiama, la Gerusalemme celeste, ha merli di cristallo, corridoi d'oro, porte di margherite, e alla sua guardia sta un cherubino colla spada di fuoco. Per mezzo alla divina città corre un bel fiume, le cui acque danno giovinezza eterna, sulle cui rive verdeggiano alberi dalle foglie d'oro e d'argento, e crescono fiori ch'empiono di dolce profumo tutto il paradiso.

Magra descrizione; ma come poteva essere altrimenti? Dove trovare i mezzi per rappresentare ciò che trascende la natura e il pensiero? Lo stesso più grande artista non ha a sua disposizione altri colori che quelli della terra: e Giacomino, poveretto! era tutt'altro che un grande artista.

Più viva è la pittura ch'egli fa dell'Inferno: una città di fuoco e di zolfo bollente, con acque amare e velenose, con ortiche e spine, coperta da un cielo di bronzo, nella quale se fosse gettata tutta l'acqua del mare, incontanente arderebbe come cera colata. Il re della dolente città si chiama Lucifero, e i demoni sono da Giacomino dipinti in quella forma che se li figurava la fantasia del popolo, con le corna, con le mani pelose, neri come il carbone. Egli li fa urlar come lupi, abbaiar come cani, li arma di lance, di forche, di bastoni, di tizzoni accesi. Chi attizza il fuoco, chi batte il ferro, chi strugge il bronzo, chi spezza le ossa ai dannati; i quali poi colle mani e coi piedi legati sono condotti innanzi al re della morte, e gittati quindi in un pozzo profondo, ond'esce un fetore che ammorba tutto l'inferno. Ed accanto alla tragedia anche un po' di commedia. Ad un dannato capita addosso uno dei cuochi di Lucifero; ghermitolo, lo mette ad arrostire infilato in uno spiedo, e lo condisce con acqua, sale, fiele, aceto e veleno, servendolo poi come ghiotto boccone al signor dell'Inferno, il quale lo trova mal cotto e lo rimanda al cuoco perchè lo arrostisca meglio in quel fuoco che arde eternamente.

Tragedia e commedia insieme, dicevo, che nelle povere turbe intente ad ascoltare quei canti, avranno un giorno suscitato brividi di terrore e convulsioni di risa; e che a noi oggi fanno tristamente pensare quanto in basso fosse caduto il pensiero, e quanto faticoso cammino abbia dovuto fare la civiltà per giungere a redimere gli uomini da questa morbosa condizione del loro spirito.

Il milanese Buonvicino, anch'egli frate, di quell'ordine degli Umiliati la cui storia si collega così strettamente con l'Arte della Lana, una delle glorie di Firenze, Buonvicino ci ha lasciato molte poesie, alcune di argomento leggendario, altre di argomento morale, come i contrasti tra la rosa e la viola, tra la mosca e la formica e tra i dodici mesi dell'anno; ed una finalmente di genere civile, le cinquanta cortesie della tavola. Fu già osservato non essere senza curiosità il vedere questo frate, che fu maestro di grammatica, autore di una cronaca della sua città e poeta religioso, farsi anche maestro di costumanze civili.

Volete voi sentire qualche precetto di quel galateo del secolo XIII, qualcheduna di queste curiosità del banchetto, vecchie di quasi settecent'anni? Se sei invitato a pranzo, dice Buonvicino, non correr troppo presto a prendere il tuo posto a tavola; e poi sta pulitamente al desco, cortese, adorno, allegro; non incrociare le gambe, non appoggiare i gomiti, non mangiare troppo nè troppo poco, nè con fretta eccessiva; non empirti soverchiamente la bocca. Se ti vien offerta la coppa per bere, prendila con due mani per non versare il vino. Se mentre sei a tavola sopravviene qualcheduno, guardati dall'alzarti. Cerca mangiando di non far rumore coi denti. Se stranuti o se tossi, voltati dall'altra parte. Non inzuppare il pane nel vino, non biasimar le vivande, non guardare nel piatto degli altri, non ti stuzzicar i denti colle dita, non toccare col pollice la sommità del bicchiere, e giù giù altri precetti, altri consigli, altre regole per non esser, come egli dice, villano.

E così questa letteratura dell'alta Italia, dopo aver intrattenute sulle piazze le plebi avide di racconti, entrava col frate milanese anche nella casa del cittadino, per insegnare a lui, alle sue donne, ai suoi figliuoli le pulitezze del viver civile, annunziandoci l'avanzarsi di quella società borghese, che già strappava al Medioevo gli ultimi brandelli della sua mistica corona.

Abbiamo veduto quel che accadeva nel mezzogiorno e nel settentrione. Avviciniamoci al centro.

Gli inni sacri latini furono moltissimi nel Medioevo, ed alcuni improntati di molta forza. Chi non ricorda il Dies irae coi suoi cupi suoni, colle sue lugubri immagini, col suo metro stesso che sembra martellare nell'anima il terribile ricordo della fine del mondo? Chi non ricorda lo Stabat mater, quella pietosa poesia dell'amore materno, dove il dolore è così vero, così grande ed espresso con tanta semplicità?

Sotto l'influenza del movimento religioso che si operò in Italia nel secolo XIII, l'inno latino passò alla forma volgare, e si ebbe così un nuovo genere di poesia che si svolse principalmente nell'Umbria, la patria di San Francesco e del Beato Jacopone da Todi, San Francesco, l'innamorato di Dio e della natura, che chiamava fratelli il sole, i lupi, gli uccelli, che amava la musica; il santo dalle idee cavalleresche, che volle avere una dama a cui servire e si scelse la povertà; il trovatore di Cristo, che chiamava i pii compagni dell'opera sua giullari del Signore e paladini della Tavola rotonda, dicono che rapito in estasi dettasse ad un suo compagno quello che fu detto il Cantico del Sole.

E vero giullare di Dio fu un seguace del poverello d'Assisi, Ser Jacopo Benedetti da Todi, il quale narrasi avesse per moglie una bella, giovane e ricca gentildonna, che recatasi un giorno ad una festa nuziale, fu travolta cogli altri nella rovina della sala ove danzavasi; onde trasportata a casa moribonda non potè nascondere al marito un pungente cilizio, che, nascosto sotto le splendide vesti, le lacerava le carni. Quella vista fu per Ser Jacopo come un ammonimento di Dio: da quel giorno, donate ai poveri tutte le sue ricchezze, e copertosi di stracci, si diede alla vita della penitenza, e tant'oltre si spinse da compiacersi d'esser mostrato a dito, d'esser deriso, d'esser seguito da una folla che gli urlava dietro a dileggio: Jacopone, Jacopone! Diventò sua passione l'esser pazzo per amore di Dio, e fece pazzie incredibili, come quella di mostrarsi in pubblico con un basto d'asino sulle spalle e il morso in bocca, camminando carponi come le bestie, o di cospargersi il corpo di trementina e avvoltolarsi nelle piume, che rimanendogli appiccicate davano a quel disgraziato un aspetto del quale non saprebbe immaginarsi il più ridicolo. Per questa passione dell'amore divino il povero frate andò delirando anni ed anni, condannandosi ai più duri patimenti. Per l'amore divino egli odiava sè stesso, godeva di essere vilipeso, chiedeva a Dio tutti i mali, tutti i dolori, tutti i tormenti: la febbre, l'idropisia, la podagra, la lebbra, il mal caduco, chiedeva d'esser fatto cieco, sordo, e muto, e che il suo corpo fosse ridotto fetente e che la sua sepoltura fosse nel ventre di un lupo! Rinnegava il padre, i parenti, gli amici, aspirava a spogliarsi della sua umanità, raccomandava la sua fama all'asino che raglia. Noi possiamo figurarci quale poesia uscisse da quell'anima così profondamente esaltata: una poesia che scoppia in parole, in accenti, in gemiti, in singhiozzi, che è un'ebbrezza continua, quasi un furore erotico. Jacopone, poeta popolare, porta nell'arte sua la sensualità del popolo, e veste d'immagini sensibili, di colori infuocati il mistico amore dell'anima sua. Egli si esalta fino a chiamare i suoi rapimenti danza dello spirito, e grida questi, non dirò versi ma singulti di sfrenata passione:

 

Ciascuno amante che ama il Signore

Venga alla danza cantando d'amore,

Di amore ardente il cor tutto infocato

Sia trasformato in grande fervore.

Infervorato dell'ardente foco,

Come impazzito che non trova loco,

Cristo abbracciando, non l'abbracci poco,

Ma in questo gioco se li strugga il core.

Lo cor si strugga com'al foco il ghiaccio,

Quando col mio Signor dentro m'abbraccio,

Gridando amor, d'amor sì mi disfaccio,

Con l'amor giaccio com'ebrio d'amore.

 

Pare davvero di essere, non sul limitare del manicomio, ma dentro addirittura.

Pazzo o no, ad ogni modo, certo è che il frate di Todi ha impeti lirici forti e sinceri; è certo ancora che il suo misticismo lo trascina a guardare anche alle cose del mondo, a farsi severo giudice dei religiosi e dei prelati del tempo suo, a chiamare al suo tribunale lo stesso papa Bonifazio VIII. Il quale gettò in una tetra prigione lo sventurato, lo fece incatenare, gli fece soffrire la fame; ed anche nel carcere, tra i ferri, affamato il delirante asceta seguitò a cantare, e chiamò quei tormenti la sua più grande consolazione.

L'arte di Jacopone è sicuramente ruvida e sbrigliata; ma come poeta popolare (dice nel suo eccellente studio sul Todino il mio dotto e caro amico Alessandro d'Ancona) «egli ha duplice importanza, perchè ci mostra quali sentimenti fervevano ai suoi tempi nel seno delle plebi e qual forma potevano assumere nel canto. Sia ch'ei tratti i misteri della religione in forma lirica o drammatica, sia che esalti la povertà francescana o vituperi i nemici di quella, egli ha una forza ingenita che mal gli si potrebbe negare. Come quel gigante della favola che acquistava vigore toccando la terra, Jacopone è poeta non per arte ma per natura, ogni qualvolta attinga alle vivide fonti del sentir popolare, e ripeta le voci che scorrono pei campi e mormorano nelle selve dell'Umbria».

Abbiamo lasciato la lirica d'arte agonizzante di clorosi in Sicilia; la ritroviamo galvanizzata da Guittone d'Arezzo, che con faticoso sforzo tenta di rinnovarla latineggiandola; la ritroviamo che filosofeggia a Bologna, la città della dottrina, pensosa ed astrusa sulle labbra di Guido Guinizelli.

Ma la Toscana ormai attira la nostra attenzione. Ecco tuttavia della letteratura francese, apparisce quivi una schiera di poeti che insegnano moralizzando, e vestendo d'allegorie i propri insegnamenti. Un Ser Durante riduce in sonetti il Romanzo della Rosa, e scrive il suo Tesoretto Brunetto Latini; altri da vecchi libri francesi mette insieme l'Intelligenza, e Francesco da Barberino compone i due trattati dei Documenti d'amore, e del Reggimento e dei costumi di donna.

Messer Francesco di Barberino di Valdelsa, un dotto giureconsulto, un uomo d'alto affare, visse lungamente in Provenza, e là probabilmente concepì queste due opere, che sono una specie di enciclopedia morale, e che ci serbano curiose memorie dei costumi del tempo. Delle infinite cose ch'egli insegna, lasciate ch'io ve ne dica alcune, o signore, di quelle che riguardano la donna. È un altro Galateo anche questo, come quello di Fra Buonvicino.

Il Barberino incomincia da dettare i suoi precetti per la fanciulla, e vuole, con ragione, ch'ella stia sempre colla madre, che non vada mai sola tra uomini, che tenga gli occhi bassi, che sappia tacere a tempo, e quando parla, parli temperatamente e a voce bassa, che sia ordinata nel mangiare e bene acconcia nel vestire. Vuole pure che, se ella sia richiesta di canto, prima di acconsentire si faccia un poco pregare; che rida senza far rumore, e che anche il pianto sia senza voce. Tutto questo però è d'obbligo per la donzella figliuola d'imperatore o di re. S'ella invece avrà la fortuna di essere figlia d'un semplice cavaliere o d'un giudice o d'un notaio, allora le sarà lecito ridere e cantare e andare attorno, e menare allegrezza in balli e canti; allora dovrà imparare a cucire, a filare ed anche a fare un po' da cucina.

Una terribile questione si presenta al pensiero di messer Francesco. Sarà bene che la fanciulla impari a leggere e a scrivere? Egli candidamente confessa che non sa risolversi: ma dopo aver ragionato un pezzetto su questo arduo argomento, conclude che nel dubbio è meglio scegliere la via più sicura; e questa via più sicura è ch'ella impari altre cose, e lasci andare il leggere e lo scrivere come inutile e pericoloso.

Alla promessa sposa ordina il Barberino di star sempre nascosta, e che le sembri noia il solo esser veduta, e che mostri paura d'ogni vista umana. Se le accade di uscire alcuna volta colla madre, non deve salutare alcuno, ma camminare tutta raccolta, cortese, soave,

 

Facendo piccol passi e radi e pari.

 

Che se poi alla fanciulla cominci a passare il tempo da marito, allora occorre raddoppiar le cautele: non affacciarsi mai alla finestra, non legger libri di novelle nè di canzoni, sceglier cibi adattati, e finalmente raccomandarsi alla misericordia di Dio.

Rivolgendo i suoi insegnamenti alla donna maritata, il nostro autore prende le mosse dalla cerimonia del matrimonio e vuole che la fanciulla si faccia due o tre volte ripetere la domanda del consentimento prima di rispondere, come vuole che mangi prima in camera sua, per mostrar poi di non aver appetito al banchetto nuziale.

Potrei seguitare ancora per molto a riferirvi i precetti del Barberino, ma la via lunga mi sospinge, ed i libri suoi, del resto, come quelli degli altri rimatori di questo ciclo allegorico-morale, nella storia dell'arte non segnano certo un progresso. Sono un ultimo strascico dell'imitazione straniera, un limaccioso rivoletto che va a perdersi nel fiume reale della nostra letteratura.

La quale s'avvia oramai per nuovi e fioriti sentieri, annunziatori della vicina grandezza. Eccovi un gruppo di toscani, poeti giocosi e satirici: i lontani antenati del Pistoja, del Berni, del Lasca. È l'arte borghese che s'ingentilisce e si afferma. L'amore cavalleresco coi suoi inutili sospiri, con le sue donne valenti e fini, tutte uguali tra loro, tutte insignificanti, vuote, irrigidite, cede il passo ad altri ideali. Lo scherzo comincia a diventare un elemento della vita, e la risata del buonumore prorompe dalle labbra del cittadino del libero e fiorente Comune, dove si vive d'allegria e di fiorini, dove si ingrassa genialmente da epicurei e si muore stoicamente da eroi, dove si hanno i presentimenti del mondo moderno e le virtù dell'antico. Curiosi tempi delle zuffe sanguinose e feroci combattute per le vie della città, e dei balli giulivi sulla piazze; dei lieti ritrovi, delle feste del maggio, delle sollazzevoli brigate, ed insieme degli improvvisi corrucci, e delle truci vendette.

A Siena, narrano gli storici, dodici giovani nobili e ricchi, avendo sentito da un predicatore annunziar vicina la fine del mondo, decisero prima che il mondo finisse di godersi quanto più potessero, scioperatamente, la vita; si ritrassero in un palazzo con gran moltitudine di servi e di cavalli, recando ognuno diciottomila fiorini, e là in sontuosi pranzi e allegre cene, gittando dopo il banchetto dalla finestra i ricchi vasi, i coltelli d'oro e d'argento, regalando splendidamente ogni ospite che si presentasse al loro palazzo, cuocendo le vivande colle punte de' garofani, consumarono in meno d'un anno duecentomila fiorini d'oro.

Questa brigata

 

. . . . . . . . . . in che disperse

Caccia d'Ascian la vigna e la gran fronda.

E l'Abbagliato il suo seno proferse,

 

ebbe il suo poeta, Folgore da San Gimignano, il quale insegnò a quegli scapestrati ciò che dovessero fare nei varii mesi dell'anno: di gennaio, per esempio,

 

Uscir di fori alcuna volta il giorno,

Gittando della neve bella e bianca

A le donzelle che staran d'attorno;

 

di maggio

 

. . . . . rompere e fiaccar bigordi e lance.

E piover da finestre e da balconi

In giù ghirlande e in su melarance;

 

di luglio, mangiare

 

Di quella gelatina smisurata,

E starne arrosto e giovani fagiani,

Lessi, capponi, capretti sovrani,

E, cui piacesse, la manza e l'agliata.

 

Anche Firenze ebbe le sue allegre brigate, sebbene non così pazze come quelle di Siena. Udite ciò che narra il vecchio Villani: «Negli anni di Cristo 1283 si fece nella contrada di Santa Felicita oltr'Arno, onde furono a capo i Rossi con loro vicinanza, una nobile e ricca compagnia, vestiti tutti di robe bianche con uno Signore detto dello Amore. Per la qual brigata non s'intendea se non in giuochi ed in sollazzi e balli di donne, di cavalieri, popolani ed altra gente assai onorevole, andando per la città con trombe e molti stromenti, stando in gioia ed allegrezza a gran conviti di cene e desinari. La quale corte durò presso a tre mesi, e fu la più nobile e nominata che mai si facesse in Firenze e in Toscana.»

Or quello stesso Folgore che aveva insegnato ai Senesi i sollazzi dei dodici mesi dell'anno, a un'allegra brigata di Fiorentini insegnò quello che dovessero fare per ogni giorno della settimana; e la gaia settimana in questo modo si chiude:

 

A la dimane, all'apparir del giorno

Vegnente, che domenica si chiama,

Qual più gli piace damigella o dama

Abbiane molte che gli sien d'attorno;

In un palazzo dipinto ed adorno

Ragionare con quella che più ama.

Qualunque cosa che desia e brama

Vegna in presente senza far distorno.

Danzar donzelli, armeggiar cavalieri,

Cercar Fiorenza per ogni contrada,

Per piazze, per giardini e per verzieri,

E gente molta per ciascuna strada,

E tutti quanti il veggian volentieri.

Ed ogni dì, di bene in meglio vada.

 

Come queste poesie di Folgore ci ritraggono la vita spensierata dei giovani della fine del tredicesimo secolo, così altre poesie, nello scherzo mordaci, ci diranno di quel tempo gli sdegni. Sentite con quali tocchi vivi è disegnata da Rustico di Filippo questa caricatura:

 

Quando Dio messer Messerin fece,

Ben si credette far gran meraviglia,

Chè uccello e bestia ed uom ne soddisfece,

Che a ciascheduna natura s'appiglia.

Che nel gozzo, anitrocco il contraffece,

E nelle reni giraffa somiglia,

Ed uom sembra, secondo che si dece,

Nella piacente sua cera vermiglia.

Ancor rassembra corvo nel cantare,

Ed è diritta bestia nel savere,

E ad uom è somigliato al vestimento.

Quand'egli il fece, poco avea che fare,

Ma volle dimostrar lo suo potere,

Sì strana cosa fare ebbe in talento.

 

E sentite che satira profonda sia nascosta in questi consigli che ad un Gingillino del suo tempo dà Pucciarello da Firenze:

 

Per consiglio ti do di passa passa,

Voltar mantello a quel vento che viene:

Chi innalzar non si può, molto fa bene

Se lo suo capo flettendo s'abbassa.

E prendi a esempio arboscel che si lassa,

Quando inondazion gli sopravviene,

Ello s'inchina, e così si mantiene

Finchè la piena, dura ed aspra, passa.

Però quando ti vedi stare abbasso,

Sta cieco, sordo e muto, e sì non meno

Ciò ch'odi e vedi, taci e nota appieno,

Finchè Fortuna ti leva da basso:

Poi taglia, stronca, mozza, rompi e batti,

E fa che mai non torni a simil'atti.

 

Ma di questo genere giocoso-satirico della nostra antichissima letteratura è principe un Senese, che veramente sugli altri com'aquila vola. Cecco Angiolieri, che qualcheduno ha chiamato un capo ameno, e che io direi piuttosto un grande infelice, ebbe un padre duro ed avaro, una madre cattiva, una moglie brutta e vecchia, che consumava il suo tempo a impiastricciarsi il viso col belletto ed a lisciarsi i capelli. Ed egli che era nato poeta, spensierato, prodigo, allegro, egli, in quella casa della tristezza e dell'avarizia, diventò un perverso figliuolo ed un pessimo marito, non amò, com'ei stesso dice, che le donne, la taverna e il giuoco; concepì odio per il padre e la madre, e dei suoi odii e dei suoi amori cantò in modo che le sue parole sono qualche volta una sacrilega bestemmia, qualche altra un pianto dirotto. Io ebbi, egli dice, il dolore per padre, per madre la miseria, la malinconia per balia; le mie fasce furono i malanni; tutto m'è andato sempre al rovescio:

 

 

Ma sì mi posso un cotal vanto dare,

Che s'io toccassi l'or, piombo il farei;

E se andassi al mar, non crederei

Gocciola d'acqua potervi trovare:

 

unico mio rifugio sarebbe la morte:

 

Io ho sì tristo il cor di cose cento,

Che cento volte il dì penso morire,

 

Nell'Angiolieri c'è una mescolanza continua di dolore e di scherzo, di lacrime e di spensieratezza, di tragico e di comico. Accanto a un sonetto che è un capolavoro di poesia burlesca, schizza fuori una quartina, una terzina, un verso che pare un muggito di bestia feroce. Così, per esempio, egli mette in canzonatura un tale tornato di Francia ricco e burbanzoso, e poi caduto in basso:

 

Quando Ner Piccolin tornò di Francia

Era sì caldo di molti fiorini,

Che gli uomin gli parevan topolini,

E di ciascun si facea beffe e ciancia;

Ed usava di dir: mala miscianza

Possa venire a tutti i miei vicini,

Quando sono appo me sì picciolini

Che mi fôra disnor la loro usanza.

Or è per lo suo senno a tal condotto,

Che non ha niun sì picciolo vicino

Che non si disdegnasse farli motto:

Ond'io metterei 'l cuor per un fiorino,

Ch'anzi che sian passati mesi otto,

S'egli avrà pur del pan, dirà: buonino!

 

Ed ecco quello stesso poeta che si è burlato così piacevolmente di Neri Piccino, scrivere del proprio padre queste orribili parole:

 

E poi m'è detto ch'io nol debbo odiare;

Ma chi sapesse bene ogni sua traccia,

Direbbe: il cor gli dovresti mangiare.

 

Perdonatemi, o signore, se vi ho letto questi versi che nelle vostre anime gentili debbono destare ribrezzo ed orrore. Ma io doveva pure delinearvi la scapigliata e truce figura dell'Angiolieri, che è senza dubbio uno dei poeti più caratteristici e più originali che abbia la nostra letteratura del secolo XIII. E molte cose ho taciute, moltissime, che pure avrebbero meglio lumeggiato quello strano uomo e quel poeta, il quale alla distanza di tanti secoli fa pensare ad Enrico Heine. Molte cose ho lasciate nel silenzio, ma non posso lasciare anche quello che è il capolavoro del povero Cecco; un sonetto nel quale egli dice ciò che vorrebbe essere e ciò che vorrebbe potere:

 

S'io fossi fuoco, io arderei lo mondo;

S'io fossi vento, io lo tempesterei;

S'io fossi mare, io lo allagherei;

S'io fossi Dio, lo manderei in profondo.

S'io fossi papa, allor sarei giocondo,

Che tutti li Cristian tribolerei;

S'io fossi imperator, sai che farei?

A tutti mozzerei lo capo a tondo.

S'io fossi morte, io anderei da mio padre;

S'io fossi vita, fuggirei da lui;

E similmente farei a mia madre.

S'io fossi Cecco, com'io sono e fui,

Torrei per me le giovani leggiadre,

Le brutte vecchie lascerei altrui.

 

Quali suoni si alternano in questi versi! Par di sentire uno scroscio di fulmine, un urlo di turbine, a cui succeda lo sghignazzar d'un dannato. I due motivi mescolandosi fanno come un'armonia diabolica, in mezzo alla quale suonano stridule risa e colpi di singhiozzo. Ma il fatto è che lo sventurato poeta piange qui lacrime cocenti; e che questo sonetto è una delle più forti espressioni artistiche dell'odio che abbia la letteratura italiana.

E se voi riflettete, o signori, che questa letteratura, quando l'Angiolieri scriveva, non aveva, tutt'al più, che un'ottant'anni di vita; se riflettete al cammino da lei percorso in così breve spazio di tempo, vedrete come questo fatto prodigioso non possa trovare spiegazione che nelle speciali condizioni del pensiero italiano; in quelle condizioni che poterono ad una letteratura appena nascente dare il suo scrittore più eccelso.

Ho nominato Dante Alighieri: Dante che si trova per un momento mescolato a quei poeti giocosi e satirici, Dante che fu in corrispondenza poetica coll'Angiolieri, Dante che scambiò con Forese Donati, il fratello di Corso e di Piccarda, alcuni mordaci sonetti, rivendicati al gran padre Alighieri da Isidoro del Lungo, il sapiente difensore della Cronaca Diniana contro le jattanze indigene e straniere.

Correvano gli ultimi anni del secolo XIII. Firenze era, come altri disse, la prima potenza denaresca d'Europa. I commerci, le industrie, le feste, le arti, le rivoluzioni, le guerre, tutto contribuiva a fare di questa nobil figliuola di Roma il centro del movimento economico, politico ed artistico d'Italia. Qui fini ed arguti gli ingegni, forti i cuori, operose le braccia; qui persistenti le tradizioni romane; qui una forte costituzione democratica; qui il senno pratico e la leggiadria dei costumi; qui una lingua ricca di suoni e di forme. In mezzo a codesta società cresce Dante Alighieri; cresce disdegnoso ed altero, coll'anima bollente di passioni, estatico un giorno davanti a un angelo dipinto da Giotto, curvo domani sulle pergamene di un codice di Boezio o di Arnaldo Daniello; intento oggi a guardare con occhi cupidi una bella donna che passa, raggiante un'altra volta di gioia al cospetto di un'immagine celeste che gli balena nella fantasia; sorridente ai versi che gli dirige il suo Guido Cavalcanti o il suo Cino, livido di disprezzo quando legge le insolenze di Cecco Angiolieri, al quale par che risponda egli, il superbo giovine, quel verso scritto al senese da un altro fiorentino:

 

Tu mi pari più matto che gagliardo.

 

Nella giovinezza di Dante ci fu certo un periodo di gravi disordini, e ne resta documento nella sua corrispondenza poetica con Forese, nelle febbrili canzoni a una donna ch'egli chiama Pietra, nella confessione fattane da lui stesso nella Divina Commedia. Ed anche quando tenzoneggia d'ingiurie col Donati, od espande i suoi bollori erotici per la crudele che gli squarta il cuore, la zampa del leone si sente.

Ma non sono queste le poesie che fanno a Dante aprire il secondo e glorioso periodo della nostra letteratura. Se la tirannia dell'argomento non me lo vietasse, io vi parlerei di quella scuola lirica da lui stesso chiamata del dolce stil nuovo da lui stesso definita in questi versi famosi:

 

. . . . . . io mi son un che quando

Amore spira, noto, ed a quel modo

Che detta dentro, vo significando.

 

Una lirica nei suoni dolcissima, nella forma aerea, diafana, impalpabile, che pare una musica celeste, un cantico di Serafini, un sospiro dell'anima; una lirica che sale su, in alto, come una preghiera devota, che è un'estasi dello spirito innamorato della più pura e più celeste idealità femminile.

Anche Dante ebbe prima le sue titubanze. Alcune delle sue liriche risentono tuttavia qualche cosa della maniera dei Provenzali e di quella del Guinizelli, ch'egli salutò padre suo nell'arte. Ma poi spiccato il volo divino nel campo infinito dell'ideale, parve transumanarsi, e dalle sue labbra sgorgarono le note più soavi che abbia la lirica umana di tutti i tempi e di tutti i paesi. La donna si mutò in angiolo, e con angelica lingua fu salutata dal suo poeta:

 

Tanto gentile e tanto onesta pare

La donna mia, quand'ella altrui saluta,

Ch'ogni lingua divien tremando muta,

E gli occhi non ardiscon di guardare.

 

Ella sen va, sentendosi laudare,

Benignamente d'umiltà vestuta,

E par che sia una cosa venuta

Di cielo in terra a miracol mostrare.

 

Mostrasi sì piacente a chi la mira

Che dà per gli occhi una dolcezza al core,

Che intender non la può chi non la prova.

 

E par che dalle sue labbra si muova,

Uno spirto soave e pien d'amore

Che va dicendo all'anima: sospira.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Ogni dolcezza, ogni pensiero umile

Nasce nel core a chi parlar la sente,

Ond'è beato chi prima la vide.

 

Quel ch'ella par quando un poco sorride,

Non si può dicer nè tenere a mente,

Si è nuovo miracolo gentile.

 

Miracolo nuovo sono in verità questi versi, nei quali è, come il Carducci ha detto, dell'afflato divino.

E colla lirica Dantesca i nuovi destini della letteratura italiana furon segnati.

Povere le nostre origini, poverissime, se paragonate colla ricchezza d'altri popoli, all'Italia toccò la gloria d'infondere nei varii generi letterari il sacro aroma che dona l'immortalità, il soffio avvivatore dell'arte. Le scarne e torbide visioni oltremondane divennero sotto la mano di Dante il più grande poema delle letterature moderne; la greggia novella si avvolse maestosa nel peplo Boccaccesco; la lirica ebbe nel Petrarca il suo cesellatore stupendo; la monotona canzone di gesta si tramutò nelle meraviglioso fantasie dei Pulci e dell'Ariosto. E Firenze, la vostra bella Firenze, ha il vanto di essere stata alla letteratura d'Italia madre e nutrice: essa che le diede la sua lingua, che nel secolo quattordicesimo fu il focolare del pensiero e dell'arte, e che poi, accordando gli esempi antichi al sentimento moderno, assimilando le forme classiche all'arte volgare, si fece il tempio di Vesta delle tradizioni paesane; essa, la gran signora dell'intelligenza, che prodigò regalmente al mondo i tesori del Rinascimento. Si direbbe quasi che di questi solenni destini fosse presago quel povero rimatore Siculo, che, quando appena spuntavano i primi e pallidi albori della nostra letteratura, mandava alla Toscana il suo saluto:

 

Va, canzonetta mia,

Salutami Toscana,

Quella ched è sovrana,

Ed in cui regna tutta cortesia.

 

 

 

 

 

LE UNIVERSITÀ E IL DIRITTO

 

DI

 

Francesco Schupfer

 

 

Signore e Signori!

 

Vi ricorda di avere negli anni della vostra infanzia udito favoleggiare di una principessa d'altri tempi, che la virtù malefica di un mago aveva improvvisamente immersa in un profondo letargo? La bella dormente durò così cento, ducento, trecento anni, senza che il tempo potesse nulla su lei, finchè un prode e gentile cavaliero, rotto l'incanto, la ridonò alle gioie della vita o dell'amore.

Così suona la leggenda, che mi è tornata al pensiero appunto oggi, che il cortese invito di questa benemerita Società promotrice di pubbliche letture, mi conduce a parlarvi delle università e della scienza del diritto negli albori della vita italiana.

Perchè anch'esse hanno la loro leggenda.

Erennio Modestino, prefetto dei vigili nel 244 dopo Cristo, avrebbe chiusa la serie dei grandi giureconsulti romani. Lo studio e la scienza del diritto, dopo essersi sollevati a straordinaria altezza, sarebbero decaduti. Dirò meglio: quella gioconda primavera della giurisprudenza, che aveva illustrato il regno dei Severi, si sarebbe come spenta improvvisamente già sotto i Romani, per far luogo ad un periodo molto lungo, che avrebbe vissuto di sole memorie.

Ora non vi dirò quali cause potrebbero aver determinato cotesto fenomeno: certo esso ha del prodigioso, ed anche più prodigioso è il modo con cui si sarebbe venuti alla riscossa. La scienza giuridica sarebbe caduta in un letargo mortale appunto nel momento del suo maggiore rigoglio, per risorgere novecent'anni dopo in tutta la sua bellezza e freschezza in Bologna per opera d'Irnerio il fortunato cavaliero.

È una leggenda simile all'altra; dissimile soltanto in ciò, che molti ci hanno creduto, e forse ancora ci credono. Ma oggimai la fede è scossa.

In verità, anche nei secoli buî, che formano il medio evo, in cui la forza cieca prevale, e in cui parrebbe che non ci fosse posto per la scuola e per la scienza, l'una e l'altra continuano; e siccome eran due civiltà che si disputavano il campo: la civiltà romana e la civiltà langobarda, non farà meraviglia di trovare scuole di diritto romano e scuole di diritto longobardo, scienza romana e scuola langobarda, l'una e l'altra con la sua impronta e co' suoi caratteri speciali, e l'una e l'altra dar la mano a Bologna, che forte delle vecchie tradizioni, riuscirà nondimeno a metterci qualcosa di suo, molto del suo, ed affermarsi in modo, da parer quasi che altre scuole ed altra scienza non ci fossero state prima di essa. In sostanza Bologna non rappresenta per noi una risurrezione; ma obbedisce alla grande legge dell'evoluzione, che governa il mondo.

Pertanto è mio proposito di ricercare oggi quali fossero le scuole di diritto che sopravvissero alla caduta dell'impero e studiarne l'attività scientifica: insieme vedremo come sorgesse Bologna, e che cosa abbia preso da esse, e che cosa, alla sua volta, abbia dato alla storia della civiltà.

 

Comincio dell'osservare, che, già sotto i Romani, certe nozioni di diritto solevano impartirsi insieme con le materie del trivium, specie con la rettorica, all'occasione del genus judiciale. Le scuole del medio evo non fecero che continuare, anche per questo riguardo, le tradizioni antiche; e così in quei primi secoli - nel VI come nell'XI - il diritto forma oggetto di studio in tutte le scuole laiche superiori, unitamente alla grammatica, alla dialettica, alla rettorica, che erano appunto le arti liberali del trivio. Ne fanno fede Venanzio Fortunato nel secolo VI, Alcuino e Teodulfo nei tempi di Carlomagno. Al secolo XI si riferisce una notizia di Milone Crispino sul beato Lanfranco, da cui si rivela che, fino dagli anni puerili, era stato istruito nelle scuole delle arti liberali e delle leggi secolari, secondo l'uso della sua patria. Medesimamente la Pugna Oratorum di Anselmo Peripatetico, della metà del secolo XI, mostra che Anselmo, oltre ad essere addestrato nella rettorica e nella dialettica, era anche versato nel diritto, e che lo studio delle leggi romane andava tuttavia congiunto con la rettorica. Anselmo affida appunto alla rettorica la rappresentanza della giurisprudenza; e lo stesso risulta da alcune poesie del tempo. Una dice, parlando della rettorica:

 

Jus civile, forum, curules ipsa perornat;

 

E un'altra:

 

Civiles causas judicat esse meas.

 

Specialmente meritano d'essere ricordati i versi che Wipo, un borgognone della diocesi di Losanna, diresse nel 1041 ad Arrigo III. Il cappellano imperiale contrappone il buon uso italico d'insegnare di buon'ora ai giovani le arti liberali, compresa la giurisprudenza, alla crassa ignoranza dei Tedeschi de' suoi tempi, che ci mettevano ben poca cura ad istruirsi, tranne se volean darsi alla carriera ecclesiastica:

 

Hoc servant Itali post prima crepundia cuncti

Et sudare scholis mandatur tota juventus,

Solis Teutonicis vacuum nel turpe videtiur,

Ut doceant aliquem, nisi clericus accipiatur.

 

Soltanto non convien credere che codeste scuole d'arti approfondissero molto lo studio della giurisprudenza. Si tenevano più o meno sulle generali; e così accade che perfino i migliori, come Anselmo Peripatetico, non potessero gareggiare coi giuristi di professione.

D'altra parte c'erano anche scuole speciali di diritto romano.

Quella di Roma si è mantenuta anche nei secoli barbarici. Certo, esisteva nel secolo VI; e lo deduciamo dall'editto di Atalarico sullo stipendio dei professori, e da un brano della prammatica sanzione del 554, in cui Giustiniano ordina di pagare, come per l'addietro, le annonæ ai grammatici, agli oratori, e anche ai giureperiti. Lo stesso Giustiniano indica chiaramente la scuola di Roma come una delle tre scuole ufficiali dell'impero. Nè può dirsi ch'essa si perdesse così subito.

È però giunto un momento, in cui il posto di Roma è stato preso da altre scuole, che già prima eran venute in fama. Alludo specialmente a Ravenna, dove già da lungo tempo esisteva uno studio di grammatica e rettorica. E in breve i vanti di Ravenna doveano ecclissare quelli di Roma, tanto più che le relazioni di Ravenna con l'Impero eran più dirette. Odofredo racconta, che lo studio era stato altra volta a Roma, ma che poi era passato insieme coi libri legati nella Pentapoli e a Ravenna, che in Italia avea tenuto il secondo posto. E anche cerca di precisare il tempo: propter bella quæ fuerunt in Marchia, a cagion delle guerre che ci furon nella Marca; ma non è ben chiaro, nè si sa, quali propriamente fossero. Il Fitting pensa alle guerre della seconda metà del secolo XI, che si combatterono appunto fino alle porte di Roma, e nella stessa Roma, contro Gregorio VII, dal 1081 al 1084. Certo una frase del cardinale Atto (morto nel 1083) mostra che, ai tempi di Gregorio VII, gli studi in Roma eran veramente decaduti; ma il cardinale ne attribuisce la causa alle condizioni poco salubri della città, per lo che si durava fatica a trovare professori che volessero dimorarvi. Insieme si vede, che c'erano altri studi, i quali avevano offuscato quello di Roma.

Comunque la scuola di Ravenna era molto frequentata e fiorente già verso la metà del secolo XI; e lo deduciamo da una notizia che si trova in Pier Damiani. Il quale riferisce una sua disputa, che nell'estate del 1045, avrebbe avuto appunto coi giuristi di quella città, e ne risulta che il diritto romano era seriamente insegnato, e che gli insegnanti erano giudici ed avvocati. La scuola tendeva a mitigare l'impedimento della cognazione, stabilito dai canoni, ed è su questo tema che si aggirò la discussione. Pier Damiani stava per la interpretazione canonica. Insieme è osservabile che la opinione dei giuristi ravvennati, nonostante la confutazione di Pier Damiani, si fece largo sempre più sì da costringere il Papa a portarla davanti al Concilio lateranese del 1063, e combatterla poi in una sua costituzione diretta ai vescovi, agli ecclesiastici e ai giudici d'Italia. Ciò mostra il grado ascendente della scuola. Inoltre i capitoli pubblicati da Arrigo III a Rimini, l'anno 1047, accennano ad alquanti legisperiti, nei quali era sorto il dubbio, se i chierici dovessero prestar giuramento, o delegare questo ufficio ad altri. Quei legati ricordavano una legge, che Teodosio Augusto aveva indirizzato a Tauro prefetto del pretorio; e la circostanza del luogo, non lontano da Ravenna, dove Arrigo pubblicò la sua legge, può far credere che la disputa si agitasse colà. E anche un altro documento attesta in favore di questa scuola. È un nuovo segno di vita, che essa dà, ancora nel 1080, col libello, che Pietro Crasso, ravennate, mandò ad Arrigo IV, perchè se ne servisse nel sinodo di Bressanone. È una scrittura che mostra molta erudizione in chi l'ha dettata, specie una profonda conoscenza del diritto romano.

Un'altra scuola appartiene pure a questi tempi: vo' dire la scuola langobarda di Pavia, che non può essere trasandata nella storia del pensiero giuridico italiano.

Essa nacque da piccoli germi. I fattori che concorsero a formarla sono: la Curia palatina, che si stabilì a Pavia sullo scorcio del secolo X; e la scuola di grammatica, della quale si hanno traccie fino dai tempi di Re Cuniberto, ma che propriamente deve essersi rialzata sotto gli Ottoni, quando, sedate le lunghe e antiche turbolenze, gli animi riversarono negli studi la loro gagliardia. La scuola di diritto si svolse appunto dal seno della Curia palatina; ma l'antica scuola di grammatica vi ha apparecchiato il terreno. Se più vuolsi, furono i giudici palatini, o alcuni di essi, che, senza lasciare la pratica, cominciarono ad insegnare. Infatti Sigifredo, uno dei più antichi glossatori della scuola, era judex sacri Palatii; e parimenti lo erano Bonfiglio, Armanno, Walfredo; ma anche altri fungevano da giudici o patrocinavano cause. Le Expositio dà loro il nome di judices e causidici. D'altra parte, erano uomini venuti su nella vecchia scuola di lettere; ed è questa loro educazione, che probabilmente li ha spinti a consacrarsi allo studio ed all'insegnamento del diritto. Certo è: se riescono a ripulirlo, e ad elevarlo a teoria, fu nel soccorso della grammatica, della dialettica, della ragione umana imparate in quella scuola; e senza essa neppur la scuola di diritto avrebbe potuto attecchire. Così Walcauso è chiamato rethor nella collezione che va sotto il suo nome:

 

. . . . . rectis quod strinxit rethor habenis

Walcausus meritus.

 

Il glossatore Sigifredo, che ricordammo dianzi, era versatissimo nella rettorica, oltre che nel diritto. Lanfranco, lo abbiamo già detto, era stato educato fino dalla puerizia in scholis liberalium artium.

Aggiungo una osservazione! Per comprendere come questa scuola sia sorta, non dobbiamo dimenticare che correva una età, in cui tutto, o quasi tutto si trovava abbandonato alla iniziativa individuale, specie in Italia, il paese delle grandi iniziative. Eravamo ancora molto lungi dai tempi odierni, in cui tutto si suole attendere dal governo, e di tutto lo si rende responsabile! D'altra parte c'erano stati sempre maestri, che aveano insegnato privatamente verso retribuzione. La qual cosa non vuol dire, che tutti sieno riusciti a fondare stabilmente una scuola. Per lo più la scuola nasceva e tramontava con l'uomo; ma a volte riesciva a mettere radice. Qualche individuo esercitò un fascino troppo potente, perchè altri non ne seguisse l'esempio nel medesimo luogo; e allora non era difficile che la scuola acquistasse un carattere durevole. Così accade a Pavia.

Quant'è alle origini, sono d'avviso che risalgano ai tempi di Ottone I. Le glosse alle leggi langobarde fanno distinta memoria di una giurisprudenza surta in una età, omai remota, durante cui la teoria del diritto pratico avea ricevuto solida forma. L'età in discorso corrisponde, senza fallo, a quella degli Ottoni; primamente, perchè i suoi giureconsulti avean veduto le pratiche osservate nei giudizi di Leone vescovo di Vercelli, che fu nel seguito di Ottone I e vescovo palatino di Ottone III; e poi perchè non conoscono altre leggi langobarde di età posteriore, nè son più citati nelle glosse di questo leggi. I loro successori della seconda metà del secolo li qualificano col nome di antiqui judices, Antiqui causidici, o anche Antiqui semplicemente, e talvolta Antiquissimi, senza dire chi fossero. Lo studio poi continuava ancora nel secolo XII; e nonostante la grande fama, in cui era venuta Bologna, lo si frequentava volentieri, e ci si veniva anche da lontane regioni. Un formulario di lettere, compilato a Pavia tra il 1119 e il 1124, ne riferisce una di uno scolaro allo zio, che comincia così: Vestre paternitati, patruelium piissime, innotescat me exulem Papie studio legum.... vel dialetice.... alacrem aderere. Lo scolaro, manco a dirlo, si rivolgeva al piissimo zio per quattrini.

Del resto non conosciamo che pochi giureconsulti di codesto studio pavese. I principali sono: Walcauso, Bonfiglio, Guglielmo e Lanfranco; ma se ne ricordano anche altri.

La scuola di Pavia esisteva già quando sorse Bologna; ma anche il nuovo studio bolognese vien formandosi a poco a poco, appunto sulla base degli elementi che erano concorsi a formare quello di Pavia. Certamente Bologna aveva, anch'essa, la sua scuola di grammatica e di rettorica: anzi è da credere che già sullo scorcio del secolo X e sul principio dell'XI fosse salita in fama, perchè ci si veniva anche da altre parti d'Italia. San Guido, che poi fu vescovo d'Acqui, vi si recò sul principio del secolo XI, e così San Bruno, vescovo di Segni, nella seconda metà. Ma la scuola continua anche dopo, frequentatissima. Riferisco solo due testimonianze tra molte che potrei ricordare. Il poeta, che cantò le gesta di Federico I, parlando di Bologna, dice appunto, che era un centro di studî, dove gli scolari accorrevano a frotte da tutte le parti del mondo, per impararvi le variæ artes. E Acerbo Morena spiega la cosa: pollebat equidem tunc Bononia in literalibus studiis pre cunctis Ytalie civitatibus. Insieme c'erano a Bologna molti giudici e causidici e dottori di leggi, prima ancora che ci fosse la scuola di diritto. Un Leo notarius et judex si ha già in una carta del 982; e molti se ne incontrano nel secolo XI: un Alberto legis doctor, un Iginolfo, anche legis doctor ed aulæ regiæ judex, Pepone legis doctor, un Pietro di Monte Armato judex, un Rusticus legis doctus, per tacere di altri. Ciò che più importa è il vedere, come questi dottori e giudici fossero venuti su nella scuola di grammatica. Lo stesso Irnerio, il grande Irnerio, aveva prima insegnato in artibus, e fu soltanto dopo che cominciò a studiare nei libri legali e ad insegnare in questi. Anzi Odofredo, accennando a certa sua tendenza sofistica, che mostra, qua e là, nello interpretare le leggi, l'attribuisce all'essere egli stato loicus et magister in artibus. La troppa energia dialettica fa a volte di questi scherzi. Un altro indizio non disprezzabile degli studii e della coltura di questi giuristi, è il vedere come amassero di quando in quando dar la stura alla loro vena poetica (mi si passi la parola), e chiudessero i loro atti con qualche verso. Un Angelo causidicus compie nel 1116 un atto di donazione, e finisce così:

 

Angelus his metris causidicus ista peregi

Notarii signo subscribens more benigno.

 

E due anni dopo:

 

Angelus his metris causidicus ista peregi

Notarii signo subscribens robore summo.

 

Ora, questi giudici e dottori bolognesi, che certamente nella scuola di grammatica e rettorica aveano, insieme ad altre discipline, studiato anche il diritto, han cominciato, alla lor volta, a tener scuola di legge, precisamente come a Pavia. Nè la scuola è sfuggita a Odofredo, il quale, parlando di Pepone, dico appunto: cepit auctoritate sua legere in legibus. Nè importa se l'insegnamento sarà stato in sulle prime saltuario. Oggi era Pepone, domani sarà stato Irnerio: leggevano come e quando credevano; e gli scolari ne continuavano l'opera. Così veniva a stabilirsi una tradizione scientifica, e la tradizione vuol già dir scuola: solo più tardi vi si aggiungerà uno speciale ordinamento.

La scuola stessa non è nata con Irnerio. Certamente Pepone lo ha preceduto nell'insegnamento delle leggi; e quantunque Odofredo sentenzii che nullius nominis fuit, una qualche fama deve averla goduta, se nel 1076 lo troviamo in un placito della duchessa Beatrice, e appunto cotesta carta rivela altre contemporanee. Ma ci sono anche altri indizî di una scienza preirneriana: soltanto non si fanno nomi. Tutto induce a credere che alcuni giureconsulti ci sien stati a Bologna prima ancora d'Irnerio; ma nessuno li ricorda. È una scienza che non ha nome; ed è a mala pena che quello di Pepone, più fortunato degli altri, abbia potuto salvarsi. Subito dopo Pepone è nominato Irnerio, giudice anch'egli, che oltre ad insegnare a Bologna, figura più volte nei placiti matildini e imperiali e in altre carte, dal 1113 al 1125. Dopo non se n'ha più traccia; ma intanto il suo nome aveva ecclissato tutti gli altri. Odofredo, che pur avea detto di Pepone nullius nominis fuit, soggiunge, parlando di Irnerio, che fuit maximi nominis et fuit primus illuminator scientie nostre, sì da meritarsi il nome di lucerna juris. Odofredo ne loda specialmente l'ingegno sottile e la forza dialettica. Ciò che più importa, Irnerio ha lasciato dei discepoli, che hanno anche insegnato, ed assicurato così le sorti della scuola per tutti i tempi avvenire. Soltanto non si sa di sicuro chi sieno. Ottone Morena fa menzione di quattro dottori famosi, che avrebbero insegnato a Bologna circa la metà del secolo XII, e avuto comuni le ingerenze nei più grandi affari del tempo: Bulgaro, Martino Gosia, Jacopo di Porta Ravegnana ed Ugo. Secondo il Morena sarebbero stati gli immediati scolari d'Irnerio: anzi egli stesso li avrebbe qualificati così in un distico diventato famoso:

 

Bulgarus os aureum, Martinus copia legum,

Mens legum est Ugo, Jacobus id quod ego.

 

Ma forse si tratta, più ch'altro, di una tradizione. Checchè ne sia di ciò, è certo che la scuola si elevò per essi ad una straordinaria altezza, e continuò poi per altre due generazioni. Mi restringo a ricordare alcuni nomi: Rogerio, Piacentino, Giovanni Bassiano, Pillio, Vacario della prima generazione; Azone e Ugolino della seconda. E se ne potrebbero ricordare anche altri. In realtà è una lunga sequela di illustri giureconsulti; e son notevoli i passi che si son fatti di generazione in generazione: i glossatori venuti dopo non mancano di trarre partito da quelli che li han preceduti; ma d'altronde le fonti continuano ancora a studiarsi, e l'autorità dei nomi non è d'impaccio ad alcun progresso. Ugolino però è l'ultimo dei glossatori, le cui glosse abbiano una reale importanza. Dopo lui la scuola decade. Si cominciarono a tenere nello stesso conto le fonti e le illustrazioni, e tutte, buone e non buone, senza discernimento nè esame, e si finì con lo studiarle, più che non si facesse delle fonti stesse, e farne uso, anche là dove non si dovea. La stessa glossa di Accursio è opera di decadenza, quantunque non ci sia stato forse altro glossatore, che sia salito in maggior fama.

Tali erano le scuole sugli albori della vita italiana. Resta che ne vediamo la produzione scientifica, che deve, per così dire, mostrarcele in azione, rivelandone l'operosità durante i secoli, di cui discorriamo.

 

Ci tengo a ripeterlo, che la scienza giuridica dei Romani non è decaduta improvvisamente, come si crede dai più; e ad ogni modo non è vero che le tenebre state di lunga durata. Un barlume di luce appare nel secolo IV e nel V. Allora la letteratura latina si è migliorata sensibilmente per sollevarsi fino alla filosofia elegante e solida di Boezio ed alla erudizione illuminata di Cassiodoro: come avrebbe la giurisprudenza potuto sfuggire all'impulso delle lettere, della filosofia e della teologia? In realtà si è rialzata alquanto; e ne abbiamo la prova in alcune opere di cotesti tempi, dovute probabilmente alla scuola di Roma. Ricordo i Sommari del Codice Teodosiano, l'Interpretatio del Breviario, il Liber Gaii, la Glossa torinese: tutti lavori, che non rivelano molta originalità e potenza di mente, ma che d'altronde son chiari e precisi; e nei due ultimi si può anche scorgere un progresso. Tuttavia sotto Giustiniano la scienza corse un serio pericolo; perchè l'imperatore, a impedire che la sua opera legislativa potesse venire offuscata e turbata dalla verbosità dei commenti, ordinò ripetutamente che nessuno dovesse farsi a commentare il testo. Soltanto permise di tradurre letteralmente la legge in greco per comodo dei suoi sudditi, e indicarne sommariamente i titoli, e citare le opinioni dei giureconsulti antichi, purchè si accordassero col nuovo diritto: ogni altra riproduzione e illustrazione del testo doveva esser punita con la pena dei falsarî. Ora, il divieto di Giustiniano paralizzava l'attività della scuola proprio nel momento in cui, pei grandi mutamenti introdotti nella legislazione, se ne dovea sentire più forte il bisogno; e la scienza giuridica ne fu seriamente minacciata. Nondimeno la scuola, pur facendo mostra di acconciarsi alla volontà imperiale, reagì come potè, ancora durante il regno di Giustiniano, e continuò poi sempre. L'Epitome di Giuliano, la Summa perusina, la Glossa pistoiese, le glosse che, nel corso del secolo X, furono aggiunte a quella di Torino, appartengono a questa prima fioritura giuridica medievale. E così si arriva al secolo XI, quando la scienza giuridica è già in pieno rigoglio, tanto è vero che alcune produzioni han potuto mantenersi ancora per lungo tempo accanto agli scritti della scuola bolognese. Anzi, come istradamento alla scienza del diritto, son di gran lunga superiori ad essi. Vogliamo alludere specialmente al Brachylogus ed alle Exceptiones legum Romanorum, usciti, a quanto pare, l'uno e l'altro dalla scuola ravennate. Anche il libello di Pietro Crasso è un modello del genere. Così, già per opera delle scuole di Roma e di Ravenna, la storia della scienza, da Costantino a Irnerio, si presenta in una nuova luce; e nondimeno lo splendore di Bologna non ne rimane punto ecclissato. Non ci sarà più nulla di meraviglioso; ma è certo che lo studio del diritto romano è diventato a Bologna più speciale e quindi più intenso. Dopo tutto ogni scuola ha la sua impronta, e anche quelle che stiamo esaminando han la loro, ben diversa da quella che troveremo a Bologna.

In generale c'è questa tendenza tanto nella scuola di Roma, quanto in quella di Ravenna, di mettere la vecchia legge imperiale alla portata dei tempi nuovi e temperarne le durezze. Essa si rivela già nelle lettere di Gregorio Magno; nè altrimenti il Brachilogo altera a bella posta il diritto giustinianeo per adattarlo alle condizioni dei tempi, e anche informarlo ad una maggiore equità. E non c'è dubbio che siasi proposto una cosa e l'altra. Il giurista si atteggia qua e là veramente a successore degli antichi prudentes, la cui autorità non era minore di quella dei Cesari. Come il Principe vuole, e così anche il giureconsulto dee volere; e in realtà egli assume l'aria di legislatore: modifica il diritto, e non ne dà neppure la ragione, restringendosi a dire: vogliamo la tal cosa, concediamo la tal altra. Lo che non significa che egli proceda a casaccio. Si vede chiaro, che egli modifica il diritto giustinianeo, o perchè non gli pare pienamente conforme a giustizia, o perchè lo crede inopportuno, o anche perchè contraddice al diritto del paese. E non ne fa mistero: sin vero æquitas juri scripto contraria videatur, secundum ipsam judicandum est. Lo stesso modo s'incontra nelle Exceptiones legum Romanorum. Anche qui il giurista si è messo a foggiare il diritto più o meno liberamente con riguardo all'equità ed alla opportunità, e lo dice egli stesso nel prologo: Si quid inutile ruptum æquitative contrarium in legibus reperitur nostris pedibus subcalcamus, quicquid noviter inventum ac tenaciter servatum tibi.... revelamus. Anzi ritorna più volte sui principî della giustizia e dell'equità che antepone alla legge. Egli osserva, che quando la justitia e la consuetudo, cioè la vera giustizia intrinseca e il diritto positivo vigente, contrastavano tra loro, non ci potean essere che gli idioti che si pronunciassero per la consuetudine: i legisperiti davano la preferenza alla giustizia, che concordava sempre con la verità. Insieme proclama il diritto, che aveano i giudici, di decampare dalle leggi per ragioni superiori, appunto come il Brachilogo; ma lo attribuisce solo ai più autorevoli e timorati di Dio, che non fossero facili a essere subornati per grazia o per denaro. Il giurista dice che se ciò poteva farsi anche coi sacri canoni, che pur aveano maggiore autorità, perchè non si avrebbe potuto con le leggi secolari? Così accadde che più principî estranei al diritto romano penetrassero in questo libro; e d'altra parte non vorrei nè pur dire che l'autore s'inchini sempre agli usi vigenti: anzi talvolta vi si oppone per tornare ai vecchi principî.

Una nuova tendenza della scuola appare dal libello di Pietro Crasso, ed è di estendere i principî del diritto privato alle questioni di diritto pubblico. Il libello stesso ne offre più applicazioni. Una riguarda i rapporti di Arrigo IV col Papa. L'autore comincia dall'osservare che Papa Gregorio teneva la sede pontificia Julia et Plautia lege contempta; e nè tampoco poteva richiamarsi a quella costituzione del Codice, che proibiva al figlio di famiglia di agire contro il padre, perchè non poteva dirsi padre di Arrigo, essendosi comportato tutt'altro che paternamente con lui, e anzi lo aveva emancipato, scomunicandolo, tendendogli d'ogni maniera insidie, e perfino attentando a' suoi giorni. Anzi perciò potrebbe dirsi incorso nella Lex de parricidiis. Lo stesso Crasso si occupa poi dei rapporti di Arrigo coi Sassoni; e anche qui la scrittura formicola di motivi privati. Per provare che avean fatto male a deporlo, si richiama nientemeno che alle Istituzioni, che riconoscono il diritto ereditario, e anche ad alcuni principî del Codice, che pareggiano la consuetudine alla legge. Insieme avverte, che chi invade violentemente una cosa, senza aspettare che il giudice decida, è obbligato a restituirla, e anche a pagarne il valore, giusta la L. 7 C. unde vi 7. 4. E così dovea essere coi Sassoni, che avean deposto Arrigo.

L'opera dei giureconsulti pavesi non è meno importante, sebbene sotto un altro punto di vista. Cominciano dal raccogliere le leggi cronologicamente e sistematicamente, e finiscono con lo illustrarle. Dettano glosse e formule, e anche compilano alcuni lavori indipendenti, e questioni e trattati, sul possesso, sul diritto successorio, sul duello giudiziario, ecc., esponendo i principî del diritto langobardo che vigeva nell'alta Italia, in modo sistematico, con la scorta di varie leggi, qua e là paragonando il diritto romano e germanico tra loro. Specialmente l'Expositio, una specie di glossa perpetua alla Lombarda è opera di molto valore. L'autore non si contenta di interpretare le singole leggi, ma ritesse, per così dire, la storia dommatica di esse: espone le opinioni degli altri giureconsulti, le loro dispute, e il modo con cui si studiavano di conciliare i passi discordi. Insieme rivela una grande dimestichezza col diritto romano, che studia nelle fonti.

In generale solo il gius romano poteva sollevare in Italia la letteratura giuridica; e infatti le glosse della scuola di Pavia acquistano subito, mercè esso, una maggiore importanza. Se più vuolsi, possiamo notare fin dalle prime uno spirito tutto italiano, che anima quei giureconsulti pavesi, ereditato forse dalla vecchia scuola di grammatica. Comunque, non c'è dubbio, che lo studio pavese, tutto dedicato a illustrare le leggi langobarde, riconosce subito l'autorità del gius romano, e il suo valore sussidiario come diritto comune. Anzi la scuola di Pavia si è resa tanto più eccellente, quanto più si è addentrata nello studio di quel diritto. Gli antiqui judices conoscevano certamente le Istituzioni giustinianee, ma non pare che conoscessero altro: certo non aveano ancora addestrato lo spirito in modo da sollevarlo oltre la materialità della legge. Talvolta si trovano come impacciati nel conciliare i vari passi: ad ogni modo la loro interpretazione è sempre letterale e pedestre. Aggiungo, che se gli Antiqui si giovarono del diritto romano, lo fecero solo per supplire i difetti del langobardo, nei casi, a cui questo non provvedeva: allora vi ricorrevano come a legge generale; se no, no. Invece Guglielmo conosce anche il Codice, e la sua interpretazione è già più larga. Egli non si appaga più della lettera della legge, nè si crede in obbligo di star ligio ad essa; ma ne abbraccia lo spirito, e, con la scorta del diritto romano, cerca d'introdurvi qualche principio più sano di giustizia e di equità. In questo senso combatte gli Antichi e Bonfiglio. Ma sopratutto si rivela questo indirizzo nell'autore della Expositio. Egli approfitta di tutte le fonti, allora conosciute: le Istituzioni, i primi nove libri nel Codice, il Giuliano, e non trasanda neppur il Digesto. Nè si contenta di colmare le lacune del diritto langobardo colle leggi romane; ma come Guglielmo e Lanfranco, e anche più di essi, lo trae addirittura ai principî romani, interpretandolo con la loro scorta, abbandonando l'analogia desunta dal diritto patrio per surrogarvi quella delle leggi romane, sostituendo perfino le disposizioni romane alle langobarde.

Insieme interessa di vedere come questi lombardisti citassero le leggi. Abbandonano le indicazioni generiche e i numeri per appigliarsi ai titoli e alle parole iniziali, sia pei testi langobardi, sia pei romani; e anche questa è una cosa che ha la sua importanza. È un metodo, che rivela nuovamente la grande conoscenza, che aveano delle fonti, e che dovea far fortuna.

Lo studio di Bologna, lo abbiamo già avvertito, non sorge di punto in bianco a ridestare o iniziare un movimento scientifico spento da secoli. Anche lo studio bolognese ha i suoi precursori e non può dirsi che riaccenda per il primo, dopo tanta caligine medievale, la lampada della scienza. Certamente la tradizione ci ha la sua parte. A cominciare dalla scuola di Roma, e venendo giù fino alla scuola di Ravenna e a quella di Pavia, c'era oggimai tutta una tradizione, più o meno scientifica, dovuta alla scuola: il terreno poteva dirsi apparecchiato già da lungo per ricevere la nuova sementa. Lo studio di Bologna è, in verità, il frutto di una lunga evoluzione storica; nè la letteratura giuridica medievale è andata perduta per Bologna.

E già l'età dei manoscritti, contenenti opere del periodo prebolognese, fa toccare con mano che la tradizione di quella letteratura giuridica è penetrata nelle nuove scuole. Infatti, perchè si sarebbero trascritte se non fossero state lette e studiate e diffuse? Soggiungiamo, che i più di quei codici appartengono ai secoli XII e XIII; sicchè non c'è dubbio: la vecchia scienza vive ancora per qualche secolo accanto alla nuova, e soltanto a poco a poco vien balzata di seggio, quando la nuova ne ha già tratto partito. Ma c'è di più. Confrontando la letteratura giuridica e anche i metodi dei due periodi si trova che c'è realmente un legame molto intimo. Io non esito a dire, che lo studio di Bologna si riattacca per una parte a Ravenna e per l'altra a Pavia: a Ravenna sopratutto per la materia giuridica, a Pavia per i metodi.

Certo, la materia giuridica è venuta ai glossatori dell'antica scienza medievale dal diritto romano. Alcune glosse preirneriane sono passate di peso nel grande apparato accursiano; e la stessa coincidenza può trovarsi in talune definizioni. Qua e là continua l'eco di qualche distinzione, e persino qualche controversia giuridica formulata e discussa nel periodo prebolognese è tuttavia viva nella scuola di Bologna. Lo stesso Pietro, autore delle Exceptiones, è citato da Accursio in più luoghi e anche da altri. Un trattato de natura actionum si trova adoperato dal Piacentino. La Lectura super actionibus di Pietro Crasso, autore del Libello, è ancora ricordata nello statuto della università dei giuristi di Bologna negli anni 1317-1346. Il Brachilogo ha certamente ispirato l'Epitome incerti auctoris, e parimenti presenta delle analogie col Liber juris florentinus.

Insieme vediamo applicati qua e là i principî di diritto privato a rapporti pubblici, nè più nè meno che si era fatto a Ravenna. Una glossa esamina la questione se il Papa abbia la giurisdizione temporale nelle terre dell'Impero che si credevano formar parte della donazione costantiniana; e ricorre volentieri a testi di diritto privato. Un'altra volta Federigo I studia certa pretesa accampata dal Papa sui palazzi dei vescovi, perchè non fossero tenuti a ricevere i nunzî imperiali; e certamente furono i giureconsulti bolognesi a suggerirgli di distinguere se il palazzo sorgeva nel suolo proprio del vescovo o in quello dell'Impero; perchè in tal caso anche il palazzo dovea appartenere all'Imperatore, giusta il principio che omne quod inædificatur solo cedit. Era una regola di diritto privato che Federigo applicava al diritto pubblico. Anche il modo, con cui lo stesso Federigo procedette contro la eroica Milano, impaziente di freno, trova la sua spiegazione nei principî di diritto privato applicati alla ragion pubblica. Più tardi Federigo II vorrà provare che avea tutto il diritto di riprendere le terre imperiali donate al Papa, e lo farà osservando, che il donante poteva riprendere le cose donate se il donatario era ingrato. Altre volte i giureconsulti giustificano con la teoria della usucapione la giurisdizione e altri diritti sovrani, che le città accampavano contro l'Imperatore. Tale era la dottrina di Bartolo; nè altrimenti ragionavano Giasone, Angelo Panormitano e Jacopo.

Aggiungo che i glossatori custodivano la memoria degli ordinamenti scolastici giustinianei. Dirò meglio: l'ordinamento di Giustiniano si riproduce a Bologna e continua a lungo, perchè tale era ancora ai tempi di Accursio. Nè le illustrazioni dei testi hanno un carattere diverso. Era quel tanto di scienza, che Giustiniano avea permesso, e i glossatori non hanno osato di varcarne i limiti. Si tratta di Glosse e tutt'al più di Summae, più o meno estese; e fu soltanto in seguito, che la Somma si trasformò in trattato e la Glossa in apparato e commento. È il merito di Bartolo, che primo ripigliò lo svolgimento ampio dei testi, cercandone le ragioni, e deducendone le più alte conseguenze, alterandone anche il concetto per adattarlo alle nuove esigenze dei tempi.

Dall'altra parte abbiamo il centro giuridico langobardo, che esercitò pure la sua influenza su Bologna.

Certo, le collezioni langobarde eran note alla scuola, e si citavano dai professori di gius romano, e formavano oggetto di lezioni. Parimenti i legisti di Bologna ricordano spesso le opinioni dei Pavesi e le discutono. Ciò che più importa, ne accettano i metodi, e con essi si fanno a studiare le fonti. In sostanza, tanto la scuola di Pavia quanto quella di Bologna studiano le fonti molto minutamente, rivolgendosi, più ch'altro, alle particolarità, come non pare che siasi fatto mai a Ravenna. Perciò anche il lavoro scientifico dei Bolognesi fu assorbito in gran parte dalla glossa, come lo era stato quello dei Pavesi, e l'una glossa e l'altra si somigliano. Uno dei cómpiti che i Lombardisti han sciolto con singolare fortuna fu quello di cercare i passi paralleli, che confermassero la legge o vi derogassero; e appunto questa tendenza trova il suo compimento in Irnerio, che, redigendo le Autentiche, non faceva che andare un passo più avanti dei Lombardisti, i quali si erano contentati di rimandare alla legge derogatoria. Anche le tabelle, che si trovano aggiunte a qualche codice di diritto langobardo, a guisa di alberi genealogici, in cui un rapporto generale di diritto vien distinto nei suoi singoli casi, doveano, sviluppandosi, condurre presto o tardi a quelle opere della scuola di Bologna, che si conoscono col nome di Distinctiones; per non dire di lavori affatto simili usciti dalla scuola dei glossatori. Medesimamente la Expositio della scuola langobarda prelude alla glossa di Accursio: certo, l'una e l'altra riassumono i resultati delle due scuole, tenendo conto delle discussioni dottrinali. Infine si sa che i glossatori si attengono, nel citare le leggi, alle rubriche dei titoli ed alle parole iniziali delle leggi, astenendosi dai numeri. È una pratica che si ricollega al ritorno, che avean fatto alle fonti; ma già prima essa aveva dominato nella scuola di Pavia.

 

Nondimeno sta il fatto che la scuola di Bologna ecclissò in breve tutte le altre; e interessa di vedere quali cause possano aver conferito a portarla così presto a tanta altezza.

Alcune sono affatto estrinseche.

Certamente molto si deve alla positura della città. Perchè già nel Medio Evo Bologna era un gran centro del commercio mondiale. Situata nel mezzo di quattro provincie: la Lombardia, la Marca Veronese, la Romagna e la Tuscia, si capisce che dovea presto esercitare una grande attrazione per le industrie e i traffici d'ogni specie, e rendere la vita comoda e aggradevole. Certo, era una delle città più ricche e fiorenti, sicchè la chiamavano la grassa; e specie i giovani doveano trovarcisi bene. Anche il poeta anonimo, delle gesta di Federigo I, quando arriva a parlare degli scolari di Bologna, non manca di avvertire ciò. L'Imperatore li interroga: perchè preferiscano questa ad altre terre, e uno di essi risponde:

 

....hanc terram colimus, rex magne, refertam

Rebus ad utendum multumque legentibus aptam.

 

La cronaca del prevosto Burcardo di Ursperg accenna anche alla influenza esercitata dalla contessa Matilde. Sarebbe stata essa che avrebbe spronato Irnerio ad insegnare. E non si trattava soltanto di ragioni scientifiche, che certo la contessa, per la sua coltura, avrebbe potuto comprendere e apprezzare meglio di altri; ma anche di ragioni pratiche. Nella sua grande devozione per Gregorio VII, essa certamente non potea veder di buon occhio i giuristi della scuola di Ravenna, che fino allora erano stati adoperati nei giudizi della Tuscia, dacchè Ravenna era diventata la sede e il centro della opposizione contro le tendenze papali. Molto meno le doveva piacere che i suoi sudditi fossero costretti di portarsi a Ravenna per studiarvi legge. Così si rivolse a Bologna, che nella lotta per le investiture aveva, a quanto pare, tenuto per il Papa, e vagheggiò l'idea che l'insegnamento cominciato da Pepone potesse venire continuato. Infine ciò che le premeva era di emanciparsi da Ravenna: soltanto ha sbagliato il conto.

Insieme giovò a Bologna la larga protezione che Federico Barbarossa accordò allo studio sin da' suoi primordi. Era di nuovo una protezione tutta politica, perchè l'Imperatore vi avea trovato un forte alleato. Correano tempi difficili per l'Impero; tempi di lotte gigantesche che minacciavano di travolgerne la sacra maestà romana. Da un lato la Chiesa che gli si voleva imporre col prestigio della grazia divina; dall'altro i Comuni lombardi, che ne aveano usurpato, uno dopo l'altro, i diritti, e pur rispettandone la maestà ideale, miravano a ridurla veramente ad una mera ombra o parvenza di potere. Eran momenti difficili; e l'Imperatore non poteva avere un migliore alleato che nella lettera del diritto romano, come l'avea inteso Giustiniano, e come, dopo tanti secoli, l'intendevano nuovamente i dottori di Bologna. Ora, io ci tengo a dichiararlo altamente: io odio la lettera morta, la lettera che vuole imporsi alla vita, e non corrisponde a nessuna realtà della vita; ma capisco come un imperatore del Medio Evo, che si vantava continuatore dell'antico Impero e chiedeva seriamente ch'esso non avesse cambiato mai nè d'autorità nè di forme, potesse appigliarsi alla lettera morta della legge, che gli dava ragione, senza curarsi della vita, che s'era tutta rinnovellata dattorno a lui, e che gli dava torto.

Bologna ottenne veramente un largo privilegio da Federigo, e un carme di quel tempo ce n'ha lasciata la descrizione, che può metter conto di riassumere: è una bella pagina di vita medievale.

Era la Pentecoste dell'anno 1155, e Federigo si trovava accampato presso Bologna, quando gli uscirono incontro i cittadini portandogli doni e distribuendo gran copia di cose ai soldati. Insieme con essi vennero anche i dottori e gli scolari, tutti ansiosi di vedere il Re Romano; numerosa turba, che dimorava a Bologna, affaticando dì e notte nelle varie arti. Il Re li accolse placidamente, e parlò con essi informandosi con benignità di molte cose. Domandò loro come fossero trattati in quella città, e perchè la preferissero ad altre; se i cittadini, come che fosse, li molestassero, e tenesser le promesse senza frode, e li avesser cari, ed osservassero le leggi dell'ospitalità? Un dottore rispose ordinatamente, mostrando quali fossero i costumi e la vita beata degli scolari. Noi, disse, o gran Re, abitiamo questa terra piena di tutte cose necessarie alla vita e molto adatta ai lettori. Affluisce qui da tutte le parti una turba desiderosa di apprendere; qui portiamo il nostro oro e argento, i pallî, le vesti, e prendiamo in affitto le case che ci convengono, nel mezzo della città. Comperiamo tutto a giusto prezzo, tranne l'acqua, che è d'uso comune. Diamo opera notte e giorno intensamente agli studi; e nel tempo, che passiamo qui, questa ci sembra dolce fatica. Confesso - seguita a dire il dottore - che i cittadini ci onorano in molte cose, salvo in una; perchè a volte ci molestano, costringendo questo o quello a pagare senza che abbia ricevuto nulla, e pegnorandolo per debiti non suoi. Imperocchè dopo aver prestato denaro ai nostri compaesani, lo ripetono da noi, che non ci siamo per nulla tenuti. E dunque ti domandiamo, o padre, di correggere questo perverso costume, e fare una legge, perchè i lettori qui possano esser sicuri. Allora il Re, consultati tutti i Principi, promulgò un editto a tutela dei lettori: che cioè nessuno debba quinci innanzi impedire coloro che si davano agli studi, e sia che stessero o partissero o tornassero; e non fossero costretti a pagare pei loro compaesani, se non vi erano per nulla tenuti. Insieme pregò i cittadini di onorare gli scolari, e serbare intatti i diritti della ospitalità senza frode; e dopo pochi giorni, risarcite le forze, mosse il campo per visitare le città della Tuscia.

Bologna stessa finì col prendere parte alle grandi lotte del secolo; e questa fu non ultima causa che l'aiutò a salire. La contesa tra il Sacerdozio e l'Impero si è agitata appunto a Bologna nel campo scientifico, prima ancora di passare nuovamente in quello delle armi, per chiudersi con la vittoria di Legnano e con la pace di Costanza. Già sul principio del secolo XII la lotta scientifico-giuridica si combatteva a Bologna in nome del diritto romano da un lato, del diritto canonico dall'altro, invocati entrambi ed applicati a risolvere quistioni, che in sostanza avrebbero dovuto rimanere estranee all'uno e all'altro diritto. Un gruppo di legisperiti, capitanati da Irnerio, ha discusso nel 1118 a Roma sulla elezione del Papa e favorito lo scisma, che dovea protrarsi poi ancora per qualche anno. Nel 1158 troviamo i suoi discepoli, invitati da Federico Barbarossa, a Roncaglia. Si trattava di sapere quali fossero i diritti della corona, e di affermarli solennemente in confronto delle città italiane, che li avevano usurpati: quei giuristi si pronunciarono per l'imperatore in danno della patria; e n'ebbero taccia di traditori! È una taccia che han meritata, e che pesa sulla loro memoria; ma ci guarderemo dal credere che lo facessero per sentimento servile. Gli è che obbedivano al sistema: l'ambizione cosmopolita degli antichi Cesari era, si può dire, ricomparsa in quei grandi discepoli d'Irnerio! Dall'altro lato c'era Graziano, c'era il Bandinelli l'amico di S. Bernardo, l'austero abate, c'era tutta una folla di canonisti, che, forti della grazia divina e della autorità delle leggi ecclesiastiche, si fecero a combattere i civilisti, i quali finirono con l'avversare addirittura il diritto canonico. Sono note le parole irriverenti di Pietro Bellapertica, grande dispregiatore dei canonisti intorno alla metà del secolo XIII. Dal canto suo la Chiesa reagì, fino a bandire il diritto romano dalle scuole. Così la lotta tra il Sacerdozio e l'Impero si riproduceva nel dominio della giurisprudenza; ed io non so, ma dubito forte, che l'antagonismo abbia maturato conseguenze fatali. Certamente ne derivò un divorzio solenne tra l'idea del diritto e quella della religione; e gli uomini, non ben pagani nè ben cristiani, finirono coll'essere balzati fuori dal mondo morale. Intanto però la scuola s'era mischiata nelle dispute, e ciò bastò ad alzarla, se non altro per un momento, nella estimazione dei contemporanei. Per un momento gli sguardi dei migliori e sommi ingegni si fissarono su Bologna, la grande lottatrice.

Bologna però deve anche molto a sè stessa. Una nuova causa, e questa volta tutta intrinseca del suo splendore, sta nel rinnovato studio del diritto romano, e nel nuovo indirizzo, ch'esso venne acquistando per opera dei Bolognesi. Vorrei anzi dire che ne è la causa percipua; e non c'è dubbio che abbiamo a che fare con una vera rinnovazione. Certo, gli studi del diritto romano destavano nel secolo XI un grande interesse più ancora che nei secoli precedenti. Era infine un diritto, che, per effetto di circostanze diverse, tendeva ad assurgere alla dignità di una legge comune in Italia e fuori. E per il momento si trattava di una restaurazione pura e semplice, che s'imponeva in tutto e da per tutto, anche a scapito delle condizioni reali del paese. Le quali, certamente, non mancheranno poi di reagire; ma intanto dovevan piegare la testa. Il diritto romano trionfava; ed era il diritto romano puro; cioè il diritto quale era uscito dalla officina di Giustiniano, che, per una ragione o per l'altra, tendeva a imporsi alla nuova società uscita dalle crociate, non badando alle trasformazioni, che essa aveva subìto nel corso dei secoli. Specie gli imperatori favorivano cotesta risurrezione pei loro fini. Se vogliamo, era un indirizzo diametralmente opposto a quello che vedemmo dominare da ultimo nella scuola di Ravenna; e non vogliam dire che fosse migliore, ma ad ogni modo avea il merito di corrispondere alle esigenze del momento. Era naturale che la scuola, che lo seguiva, se ne avvantaggiasse, e facesse in breve oscurare i vanti di tutte le altre. E fu il caso con Bologna.

Quell'indirizzo poi comprendeva più cose. Certo, si deve a Bologna se il diritto romano rimase alla perfine separato dalla dialettica e dalla rettorica, due discipline con le quali era stato unito per lungo tempo, in tutto il medio evo. E questo è già un merito. Insieme si ritornò alla compilazione giustinianea, che si considerava come un diritto vivo, destinato ancora a reggere il mondo. L'epitome di Giuliano, e altri rimaneggiamenti del Codice e delle Istituzioni, a cui il medio evo più antico avea cercato la norma del vivere civile, dovettero cedere il posto ad uno studio più paziente e accurato e coscienzioso di tutte le parti del Corpus Juris. Anzi è stato uno studio fatto indipendentemente dalla vita, senza alcun contatto con essa; e ciò dette fin dalle prime un carattere tutto dottrinario e teorico all'attività della scuola. Il solo diritto vero, il solo che dovesse trovare applicazione, era, a' suoi occhi, il diritto romano; e tutti i suoi sforzi son diretti a questo scopo: studiare e illustrare il diritto romano nella sua purezza, quale l'avea foggiato l'imperatore Giustiniano. Nè importava che, nei secoli venuti dopo, le condizioni della civiltà si fossero mutate e rimutate più volte; e i bisogni e gli interessi e i rapporti fossero altri; e il diritto stesso avesse dovuto piegarsi più volte alle esigenze della vita: Irnerio e la sua scuola non conoscevano, non volevano, che il diritto romano, il puro diritto romano, tutto il diritto romano; e lungi dal piegarsi alle esigenze della pratica, che in sostanza erano le esigenze della vita, pretendevano anzi che la pratica e la vita avessero obbligo di adattarsi al diritto romano ed alla scuola. In questo senso aveva ragione l'autore della Cronaca Urspergense di dire: domnus Wernerius libros legum qui dudum neglecti fuerant, nec quisquam in eis studuerat.... renovavit.

Soltanto non vorrei asserire che siffatta tendenza fosse divisa da tutti. L'indirizzo della scuola era quello; ma si capisce che la pratica non potesse sempre acconciarvisi di buon grado, e a volte finisse col reagire. In realtà la pratica sbugiardò più volte le teorie della scuola. Ciò che più importa alla storia della giurisprudenza è il vedere, come in seno alla scuola stessa ci sia stato qualcuno che cercò di tener conto della equità e darle la preferenza sulla morta lettera della legge. Voglio alludere a Martino, che, per questo riguardo, ripiglia le tradizioni della scuola ravennate. E anche Piacentino, e Alberigo di Porta Ravegnana, e Pillio, seguono Martino; ma i più gli si mostrano avversi. La stessa glossa d'Accursio lo trasanda quasi affatto. Certamente i tempi non correvano favorevoli al suo indirizzo.

Del resto appunto quel ricorso alle fonti e la tendenza tutta dottrinaria della scuola han dato buoni frutti. Certamente la scienza ne guadagnò e ne guadagnò la scuola. La legge fu meglio approfondita, e anzi lo fu in modo, di cui da lungo si eran perdute le traccie. Ed era naturale! Non distratti da altro, con l'occhio tutto intento al testo, non vedendo che questo, non volendo saperne che di questo, non poteva non essere che i glossatori ne cogliessero gl'intimi segreti e ne indovinassero lo spirito; e si formasse in breve l'opinione, che chi volea studiare diritto non potesse studiarlo che a Bologna.

Una epistola di Pietro Blesense accenna già a ciò. Essa è diretta ad un chierico inglese, e veramente lo sconsiglia dallo studiare giurisprudenza, che era una cosa piuttosto ardua e difficile e pericolosa per la salute dell'anima, e lo sprona a darsi invece alla teologia; ma si capisce che, volendo studiare giurisprudenza, avrebbe dovuto recarsi a Bologna.

E mi si conceda anche un'altra citazione tolta da queste medesime lettere di Pietro Blesense, che mostra il vero fascino, che lo studio del diritto romano esercitava su le menti, cosa che forse farà inarcare le ciglia a più d'uno, e anche mostra la memoria gratissima, che lo scolaro, a quei tempi, conservava per l'alma mater, che prima lo aveva nudrito col latte della scienza. Pietro Blesense avea verso il 1160 studiato legge a Bologna e poi si era ridotto a Parigi a studiarvi teologia; ma anche in mezzo agli studî teologici, tornava volentieri agli antichi amori, e, scrivendone all'amico, non gli nasconde quanti amari sacrifici gli avesse costato il cambio. Ecco un brano della lettera: Vester vobisque devotissimus operam theologiæ Parisiis indulgeo, Bononiensis castra militiæ crebro suspirans, quæ vehementer amata citius et premature deserui. Più sotto passa a discorrere della legge; e dalle sue parole trapela nuovamente un vergine entusiasmo giovanile per questa legge laica, così attraente, così seducente, in confronto della severa legge teologica, a cui s'era dato. La legge romana lo aveva addirittura affascinato. D'altronde non s'era ancora tanto impelagato nello studio delle leggi divine, che non gli avanzasse un po' di tempo per darsi alla letteratura del Codice e del Digesto, e lo facea per mero suo sollazzo e non per uso. La lettera continua osservando il grave pericolo, che c'era pei chierici di studiar legge, tanto essa assorbiva tutto l'uomo, da lasciargli poco agio o voglia per le cose divine. - A me non resta che augurare agli studenti dei nostri giorni, che tutti i loro amori possano somigliare a codesti ardenti e casti dello scolaro bolognese del secolo XII.

Intanto Bologna, mercè il suo studio, si meritò presto il soprannome di dotta. Già il poeta, che cantò la guerra tra Milano e Como, la chiama così: docta Bononia. Col tempo poi la cosa diventò proverbiale, e il nome di Bologna finì con l'essere indissolubilmente unito a codesta sua speciale missione d'insegnare: Bononia docet.

Ed ora, vorrem dire che Bologna sia meno grande, perchè non spezzò il filo delle vecchie tradizioni, ma si riattaccò ad esse e ne fece suo pro'? Certamente lo studio di Bologna si riannoda al passato; ma insieme porta anch'esso il suo contributo alla storia: lo porta al pari di Roma e di Ravenna, al pari di Pavia, e s'afferma e s'impone e appare improvvisamente circonfuso di splendida luce, quale non si era vista per molti secoli, quale forse non si vedrà più. Chiaro è: come al banchetto della vita, così a quello della scienza, c'è posto per tutti - intendo gli uomini di buona volontà. Dopo tutto, è una cosa che conforta il vedere che la parola della scienza non va perduta, ma resta, anche in mezzo alle mille vicende e traversie e tristizie dei tempi. Simile alle stelle che nel mare Egeo sornuotavano a indicare dove stava sprofondata la lira di Saffo, anch'essa sornuota a tutto; e le nuove generazioni la raccolgono, e amorosamente la custodiscono, e aggiungendovi, o anche non aggiungendovi nulla del proprio, la trasmettono, vigili lampadofore, alle generazioni venture.

 

Signore e Signori!

 

Il progresso umano è soltanto a questo patto.

 

 

 

LA FILOSOFIA E LA SCIENZA

NEL PERIODO DELLE ORIGINI

 

DI

 

Giacomo Barzellotti

 

 

Signore e Signori.

 

Ernesto Renan in uno dei suoi Nuovi studi di storia religiosa dice: «Quella gran notte la quale si stende dalla rovina della civiltà antica al risplendere della civiltà moderna, non è, come molti se la sono figurata, un'ombra tutta uniforme, ma presenta a un occhio attento linee assai chiare, d'un disegno facile a scorgersi. La notte non dura realmente che fino al secolo undecimo. Allora ha luogo un rinascimento in filosofia, in poesia, in politica, in arte. Di questo rinascimento la parte prima, che spetta principalmente alla filosofia e a quel pochissimo di scienza che allora le era unita, può dirsi si accolga tutta nella Scolastica, nella filosofia del Cristianesimo e della Chiesa, che si estende anche in occidente per tutto là ove arriva la grande azione intellettuale e la fede della comunità religiosa guidata da Roma.»

Il momento storico che io debbo descrivervi e che va dall'entrare del secolo undecimo fino a Dante, è come l'albeggiare primo e incerto della coltura italiana che ne precorre il pieno giorno glorioso, già quasi al suo colmo sul finire del secolo decimoterzo. A guardarlo ora, nelle lontananze della storia della mente e dell'anima del nostro popolo, cotesto primo momento del suo risorgere rende immagine di quello che sono sotto il nostro bel cielo d'Italia, là in quella potente natura dei paesi meridionali, così fosca nelle sue tempeste, ma anche così mirabilmente precoce nei suoi risvegli di primavera, quelle mattinate quando a un alito fecondo di vita che la invade tutta, il sereno rompe dai monti e dalla marina e il sole appena spuntato fa già quasi sentire tutta la sua forza. È come una vittoria faticosa, contrastata ma rapida della stagione nuova sull'inverno che si dilegua, dopo una lotta tra il vento e le nubi dense, abbassate, sotto a cui l'aspetto del mare, mutabile, come un bel volto meridionale a ogni soffio della passione, cangia di momento in momento dal ceruleo fosco della tempesta all'azzurro chiaro scintillante di luce. Noi assistiamo dal lido a questa vittoria crescente del sereno e del sole che avventa fasci di strali luminosi e fende e respinge sempre più le grandi masse di nubi, sino a che tutta la curva del golfo di Napoli si apra all'occhio in piena luce tra la punta di Sorrento e quella di Posilippo.

A questo rasserenarsi della natura in un paese meridionale fa pensare, lo spettacolo che dà di sè lo spirito italiano risorgente dopo il mille appena un alito di libertà, d'ideali religiosi e civili e di nuove forze sociali vi spira dentro.

I due ultimi secoli declinanti verso il mille, specie il decimo, che fu detto a ragione un'età di ferro, avean veduto in Italia l'estremo della violenza corrotta e dell'abbiezione, cui aveva potuto trascorrere una feudalità come la nostra, mista degli elementi di tante invasioni soprappostisi gli uni agli altri, discorde in sè stessa, agitantesi in perfide gare di dominio tra, da un lato, gli ultimi fiacchi Carolingi, i Berengari, gli Ottoni e i primi imperatori ghibellini, tutti impotenti a contenerla, e dall'altra parte il Papato. Il quale, scaduto dal primo suo grande ufficio di tutore dei popoli e da quello che si era assunto sotto Carlo Magno di restaurare la dignità dell'Impero, era divenuto ormai poco più e anche meno di un feudo baronale di un dogato romano. Nella notte dei tempi delle Teodore e delle Marozie, l'Italia, minacciata al nord dagli Ungheri, corsa, occupata al mezzogiorno dai Saraceni, era scesa anche più basso nelle miserie civili che non quando alla deposizione di Carlo il Grosso una dieta di signori e di prelati aveva detto nessuna voce poter bastare ad esprimere ciò che il paese aveva sofferto.

E pure in codesto buio era rimasto ancora qualche barlume. Se gli studi classici greci e la conoscenza di quella lingua erano, si può dire, spariti dall'occidente d'Europa, un sentore della coltura antica e dello studio del latino classico s'era potuto però conservare nelle scuole dei grammatici non mai morte. Le enciclopedie di Cassiodoro, di Claudiano Mamerto, di Capella, d'Isidoro, di Beda l'avevano come fatta passare essicandola in rozzi estratti, che pur ne rendevano ancora, se non lo spirito, in parte però i materiali e le forme.

E la Chiesa facendo sue tante di codeste forme, accogliendo, in occidente, il latino come lingua sacra, molto aveva salvato del sapere e del pensiero antico nelle opere dei Padri, della tradizione grammaticale e letteraria nelle scuole unite alle parrocchie, alle cattedrali e nei seminari. Nelle biblioteche benedettine dove, come narra Benvenuto da Imola, qualche volta cresceva l'erba, s'eran distrutti, è vero, col raschiarli, non pochi codici antichi; ma spesso anche aveva brillato nelle veglie di qualche pallido monaco curvo sui libri una lampada che, come quella del pensatore, secondo la bella espressione di Gian Paolo Richter «avrebbe rischiarato il mondo.»

Il papato fin da quando mettendosi dalla parte del popolo respinse da noi il moto bizantino degli Iconoclasti, aveva concorso a salvare l'avvenire delle arti. E nella tradizione ecclesiastica del diritto canonico, nelle immunità vescovili strappate agl'imperatori, e da cui in più luoghi avean cominciate le franchigie delle città, molti germi di coltura e di consuetudini più umane in età così violente s'eran potuti preservare. Anche fuori del breve giro delle sette arti, da cui di rado osava uscire il sapere medievale, una parte delle dottrine naturali e matematiche coltivate dai Greci s'era con le scienze occulte trasmessa a noi dagli Arabi. Siciliani, se non altro, di nascita erano un traduttore della Materia medica di Dioscoride vissuto nel decimo secolo, e nella prima metà del duodecimo sotto Ruggero il Normanno l'ammiraglio Eugenio interprete dell'Ottica di Tolomeo. Era compilato in Sicilia per ordine del Re Normanno, e, come crede l'Amari, da uomini forse la più parte italiani, il celebre libro di geografia detto il libro di Ruggero e attribuito ad Edrisi. E accanto a questi studi che poi doveano giovar tanto ai primi viaggiatori e navigatori d'Italia, un altro ne era sempre sopravvissuto per tradizione tutta nostra, quello del Diritto romano, ultimo splendore dell'occaso italico, come lo chiama il Carducci, e che sembra ritardare resistendo in faccia ai Goti l'oscurità barbarica, sembra interromperla balenando nella legislazione dei Longobardi. A Roma nella scuola imperiale d'arti e di giurisprudenza, a Pavia nella scuola regia longobarda, a Ravenna nell'interpretazione dei libri di Giustiniano, poi a Bologna da Pepone ad Irnerio, il diritto teneva vivo tra noi quanto di più alto ci era rimasto della romanità spenta, per poi uscir dalle scuole e mescolarsi alle contese tra la Chiesa e l'Impero e prestare all'una e all'altro armi di cui poi dovean valersi, venendo su tra quelle contese, i nostri comuni.

Ma intanto, se non comuni, città in parte almeno indipendenti erano cominciate a sorgere qua e là anche innanzi e dopo l'entrare del secolo undecimo; prime le marinare: Genova a riparo dei monti, Venezia fatta sicura dalle lagune e ben presto signora dell'Istria e della Dalmazia, Pisa, coi suoi navigli, uniti poi a quelli di Genova, in caccia dei Saraceni; nel mezzogiorno Gaeta e Amalfi, che già nel secolo X fioriva di commerci, e Salerno insigne per la sua scuola, che già aveva medici di grido prima del mille.

In codeste forme di reggimento politico, mezzo tra il feudale e il popolare, non s'era ancora però potuta comporre una società nuova, una società vera. Quando essa, quasi a un tempo, cominciò a venir su in più parti d'Italia, e prima nelle città lombarde coll'incremento del comune, più tardi ordinato sotto i consoli, dal confondersi e contemperarsi del sangue e delle forze delle classi soggette, dei vassalli inferiori, de' borghesi, degli artigiani con la vecchia nobiltà feudale, e ne scoppiò un fermento, un rigoglio nuovo di vita popolare nascente, contro al cui urto doveva poi rompersi a Legnano la furia dell'Imperatore, allora, o signori, in quelle origini della forma di società civile che fu nostra e fatta dal genio nativo del nostro popolo, vediamo concorrere tutte insieme a produrla e più a farla poi fiorire di arti e di alta coltura quelle che sono state, che saranno sempre le prime condizioni di qualsiasi grandezza umana nelle cose morali e sociali: non la indipendenza e la libertà politica sole, che non bastano, ma sopratutto il forte consentire delle volontà individuali in un grande intento comune, il loro eroico obliarsi in qualche grande idea impersonale, tale da oltrepassare la vita e i suoi interessi e i suoi piaceri, e farla gettar via, al bisogno, con gioia per ciò che vale più di lei.

Questo era il lievito da cui fermentò, penetrata tutta di una grande idealità di pensiero e d'arte, la coltura dei comuni italiani. Sorti fra le lotte di due grandi potestà, che parlavano e combattevano così l'una come l'altra in nome di un'idea, essi paiono, in quest'ultimo tratto del deserto medievale, avviarsi esploratori di una civiltà nuova con l'occhio volto a due grandi miraggi storici: a quello dell'Impero, come di tutto un passato di signoria sui popoli da restaurare qui da noi; a quello della Chiesa teocratica, quale l'aveva pensata e riformata un nostro, Ildebrando, come di una grande dittatura delle menti e degli animi, di una romanità restaurata nel campo della coscienza. Miraggi, se si vuole, l'uno e l'altro che per secoli sviarono la storia italiana da quel cammino sicuro dell'unità e della concentrazione nazionale per cui già nel secolo undecimo s'eran messi altri popoli d'Europa. Ma quante grandi contemplazioni di pensiero geniale, quante visioni di arte ispirata fruttarono codesti miraggi da sant'Anselmo d'Aosta a Tommaso d'Aquino, dal cantico al sole di Francesco d'Assisi, dall'Itinerarium di san Bonaventura, alla Monarchia, al Convito e al Paradiso di Dante! Anzi non peraltro io credo che l'Italia, sebbene la sua lingua sia stata scritta tanto più tardi delle altre lingue romanze, le abbia precedute nella maturità precoce della sua letteratura, se non perchè qui da noi sotto questo suolo pieno di così grandi memorie non mai spente, campo delle maggiori lotte morali e storiche di quel tempo, covava, lasciatemi dir così, una maggiore semenza fecondatrice d'ideali ispiratori del pensiero e dell'animo umano. La riforma dei chiostri, che precede ed inizia l'opera di Ildebrando e la contesa per le investiture; - poichè solo nella solitudine e nel raccoglimento l'uomo si è sempre apparecchiato ad agire potentemente sugli altri; - questa riforma muove da Cluny onde esce anche Gregorio VII; ma l'impulso più potente viene dall'Italia, da grandi solitari come san Romualdo, san Giovan Gualberto, da pensatori eloquenti come Lanfranco e san Pier Damiano. Uno dei centri più importanti di tal moto di riforma fu, nella seconda metà del secolo XI, la nostra Firenze; dove il rogo di Pietro Igneo precedeva nel 1068 il nascere della Repubblica, allo stesso modo che, dice il Villari, doveva nel 1498 precederne la morte il rogo di Girolamo Savonarola. E allora e anche più tardi dopo che col suo svolgersi in forme più larghe la storia dei comuni e dei popoli d'Italia trae più della sua materia dagli interessi economici, sociali e politici dal laicato, il motivo ideale delle sue iniziative più grandi resta per un pezzo in un ordine di pensieri che accenna al di là e al disopra della vita. N'è prova la pittura che è tutta, si può dire, fino al cinquecento un'epopea sacra figurata; n'è prova quella mirabile fioritura di monumenti ecclesiastici, primavera dell'arte di cui l'Italia si cuopre tutta nei secoli duodecimo e decimoterzo, mentre le prime ispirazioni alla letteratura appena nascente vengono dalla pietà e dal sentimento mistico e si esprimono in cantici e laudi, in leggende e vite di santi. Certo quell'impeto di fede armata che trascinò gran parte d'Europa nelle Crociate investì appena l'Italia. I nostri comuni ebbero da quelle imprese più che altro occasioni a guadagni e commerci nuovi, a viaggi avventurosi fecondi di contatti intellettuali con l'Oriente. Ma s'ingannerebbe chi argomentasse da ciò che quella intensità d'eroismo religioso non abbia tramandato anche da lontano molto del suo calore ne' cuori italiani. Quanto se ne siano accese le fantasie lo mostra la parte, minore certo che in altre letterature, ma pur sempre notevole che ebbero nella nostra, specie ne' racconti, le avventure dei Crociati. E il sentimento popolare che li accompagnò veleggianti verso il glorioso acquisto dovette vibrare anche fra noi intenso, se tanti secoli dopo potè fare quasi da corpo della risonanza all'eco profonda che la Gerusalemme del Tasso ha destato in tutta la nazione.

L'idea religiosa cristiana era, adunque, in quel sorgere della nostra coltura, e rimase poi fino a Dante, sino a che questa tocca, si può dire, con lui quasi la sua maturità, il vero motivo dominatore del pensiero e dell'ingegno del nostro popolo e degli uomini che più ne rendono in sè il tipo; l'idea cristiana, non però côlta e sentita soltanto, come pur fu nei fervori del gran moto francescano e dell'arte primitiva, in tutta la sua ingenuità, nuda e quasi paurosa di forme e molto meno nella rigidità ascetica, nell'immensità cupa del fanatismo dommatico mistico dei suoi seguaci di altre nazionalità, dei precursori tedeschi e inglesi della Riforma.

Anche avuto pur sempre riguardo alla ricchezza di forme e di elementi ideali con cui la varietà d'indole delle stirpi d'Italia, dalle lombarde alle meridionali, si riflette nella storia della nostra coltura, una cosa è certa: che la nota caratteristica tradizionale delle manifestazioni durevoli del genio italiano è un'alta serenità d'equilibrio tra il sentimento, il pensiero e l'immaginativa, tra il moto caloroso della ispirazione e la compostezza della forma; è in somma quasi un abito ereditario di forte disciplina, impresso in noi da Roma, e che ci fa cercar sempre nell'idea, nella forma, nelle linee, nella parola un senso come di misura e di riposo monumentale e d'intima armonia di tutta l'anima umana con sè stessa e con la natura, una decenza come di chi medita, parla e scrive in cospetto di tutti e ha bisogno di sentir ripercossa la verità e l'efficacia dell'opera sua in un intento comune, in un forte consenso sociale.

Questa doveva essere l'impronta del pensiero e dell'arte del cinquecento tornato alle fonti e agli ideali classici. Ma la corrente dell'immaginare e del sentire che lo penetra tutto, deriva dal fondo della vena nativa dell'intelletto italiano, quale si mostra sin dal suo primo sgorgare nel trecento e prima e risale altissima nella Divina Commedia.

Essa è già tutta, nonostante le deviazioni che possono imprimerle gli eccessi di qualche asceta mistico e le fantasie apocalittiche di qualche visionario come Giovacchino di Fiore o Giovanni da Parma, nell'atteggiamento di forte disciplina e di larga comprensione organica che la Scolastica dà per opera, in grandissima parte, d'ingegni italiani o sorti in Italia, alle idee religiose e alla teologia del Medio Evo da Anselmo d'Aosta a Tommaso d'Aquino.

I quali esprimono, il primo, quello che oggi si direbbe il programma della Scolastica nel suo libro Cur Deus homo? il secondo, la sintesi di essa e di tutta la filosofia medievale nella Summa theologica, e segnano, l'uno, l'aprirsi, l'altro il culminare della curva immensa tracciata dal pensiero speculativo dei Dottori della Chiesa a circoscrivere entro i limiti del credo di lei tutto il mondo della coscienza, della società e della storia.

Tra i termini storici segnati da codesti due grandi nomi italiani tra la seconda metà del secolo XI e quella del XIII stanno la giovinezza e la maturità della Scolastica. Nel primo periodo storico quell'accordo tra il contenuto del Cristianesimo e la forma nazionale che essa cerca di soprapporgli per trarne fuori un sistema d'idee ordinato e ben definito, comincia nel credo ut intelligam, (io credo per comprendere) di sant'Anselmo, e muove dalla sua celebre dimostrazione dell'esistenza di Dio e dall'interpretazione filosofica che egli dà del dogma della Trinità e di quello dell'Incarnazione. Nel secondo periodo, che comincia col secolo XIII e con Alessandro d'Hales e Alberto Magno, maestro di san Tomaso, il sistema della Scolastica si svolge intero in una sintesi immensa (Summa), la quale comprende tutti i possibili punti di contatto che l'arte dialettica ormai adulta ha saputo trovare e fissare tra il domma e la ragione che cerca di compenetrarlo di sè, senza però, si badi, alterarne di un atomo i dati e i presupposti fondamentali.

Al di là dell'unico centro, se posso dir così, d'equilibrio tra il peso di codesti dati del domma, che prevarrebbe da sè, e quello della ragione che vuole invece preponderare lei - centro che il sistema di san Tommaso ha saputo trovare secondo i criterii de' suoi tempi e su cui, come su taglio sottilissimo di squisita bilancia da saggiatore, egli riuscì a far gravitare una mole d'idee che stupisce - non sarà poi possibile al pensiero medievale spostarsi di un punto di più senza che codesto equilibrio sapiente si alteri, il dissidio tra il domma e la ragione filosofica, fatta sempre più esigente, diventi inconciliabile e la fede sia rimandata nel proprio campo, e il pensiero laico già nascente seguiti da sè senza tutela il suo cammino verso il Rinascimento.

E notate. Questo spirito intimo di critica e di libertà d'esame del contenuto del domma, che poi sul finire della Scolastica (nella seconda metà del secolo XIV) cresce ed attira a sè quanto di forza viva delle menti si va ormai ritirando da lei, s'era già mostrato in germe ne' filosofi che l'avevano iniziata, specie nel primo e in uno dei più arditi tra tutti, in Scoto Erigena, che per uno strano caso pare abbia avuto comune la razza e la patria (l'Irlanda) con Giovanni Duns Scoto, col grande avversario dei Tomisti, dalle cui dottrine comincia poi la dissoluzione finale della Scolastica.

Vissuto nel IX secolo dopo la grande restaurazione delle scuole medievali fatta da Carlomagno, e educato in quelle irlandesi che allora serbarono maggiori elementi di cultura e ne fecero parte anche a noi, l'Erigena aveva ne' suoi cinque libri De Divisione naturae concepito la creazione, al modo degli Alessandrini e sulle orme del falso Dionigi Areopagita, come una grande scala di emanazioni digradanti dall'alto dell'unità primitiva e divina, che tutto accoglie in sè, giù giù per classi di esseri sempre men generali ed estesi, dagli universali dei generi superiori esistenti in sè, alle specie, poi agli individui e alle proprietà loro; in quello stesso ordine in cui nella nostra mente, lungo la scala dell'astrazione, le idee più generali e più semplici precedono le particolari e complesse.

Così s'era accennata e spuntava proprio alla radice del sistema della Scolastica per poi aduggiarlo tutto di una vegetazione di dispute senza fine, quella dei Realisti e dei Nominalisti. Essa doveva prendere occasione da un celebre passo dell'Introduzione di Porfirio alla Logica d'Aristotele, tradotto da Boezio, ove è detto «di non voler affermar nulla de' generi e delle specie, della differenza, della proprietà, degli accidenti, se siano o no sostanze, o esistano solo nelle menti, se siano o no cose corporee, e se siano separate dagli oggetti sensibili o invece non separabili da questi.» A tale questione avevano già accennato l'Erigena e i primi scolastici, ma essa sorse poi e crebbe sempre più per un intimo bisogno che il pensiero umano ha sentito in tutti i tempi di proiettare al di fuori di sè l'ombra di sè stesso e dei suoi processi mentali, dandole quasi corpo e solidità nelle cose e sostituendo ad esse le idee, le astrazioni. È in fondo la stessa concezione idealistica della natura che faceva dire a Benedetto Spinoza «l'ordine delle idee va di pari passo con l'ordine delle cose.» Essa è stata in ogni tempo, anche in tempi prossimi a noi, in filosofia l'analogo di quello che nelle religioni dei popoli primitivi e fanciulli è l'animazione della natura, embrione rozzo dello spiritismo. Essa fa di Scoto Erigena uno dei più arditi precursori dei grandi panteisti moderni tedeschi, degli Schelling, degli Hegel.

Ma non tutti i realisti trasportavano l'ordine e il processo delle idee astratte nella realtà dando loro natura di sostanze e di essenze, preesistenti o almeno superiori per grado o per gerarchia di potenza causale alle cose particolari e concrete. Così pensavano i realisti estremi platoneggianti, che poi scrissero sulla loro bandiera: universalia ante rem.

Ma i realisti temperati - scusatemi, signori e signore, se io vi debbo portare ancora per qualche momento con me traverso il prunaio di questa terminologia, non più noiosa però nè più vana di certe terminologie delle infinite parti parlamentari d'oggi - i realisti temperati professavano la dottrina aristotelica che le idee universali (essere, sostanza, causa, ecc.) hanno bensì come tali esistenza reale, ma solo, diremmo, incorporata negli individui e combattevano sotto questa parola d'ordine: gli universali sono nelle cose: universalia in re. La dottrina nominalistica sosteneva invece non darsi esistenza reale che degli individui; le specie e i generi essere non altro che forme comuni astratte di concepire e di designare collo stesso vocabolo i punti e le proprietà simili di più oggetti individuali date a noi dall'esperienza e dall'osservazione: essere, in altre parole, concetti e nome di classi. E secondo che alcuni tra i nominalisti si riferivano alla esistenza del concetto astratto delle somiglianze nella nostra mente, si dissero concettuali (dottrina a cui si avvicinò Abelardo); e secondo che non ammettevano altro di comune tra le cose raccolte in classi generali che il nome, si chiamarono nominalisti veri e propri. Gli uni e gli altri ebbero per grido di battaglia: universalia post rem; gli universali sono dopo le cose.

Se non che questa controversia famosa, che è come il nodo primo di tutte le altre infinite delle scuole medievali, non scende nel campo aperto di queste e non vi porta con sè schiere di dialettici, armeggianti l'una contro l'altra a colpi di sillogismo e qualche volta anche di pugnale, se non assai più tardi, alla metà del secolo XI. Allora Roscellino, un bretone, il Maestro d'Abelardo, l'avversario di sant'Anselmo d'Aosta, espresse a voce dottrine che contro il suo volere lo fecero designare dalla Chiesa e condannare come capo di una setta di nominalisti. Anselmo col patos eloquente dei grandi dottori cristiani, lo chiama eretico della dialettica, e vedremo perchè. Guglielmo di Champeaux, suo discepolo, nato nel 1070, morto nel 1121, vescovo di Chalons sur Marne, amico del gran Bernardo da Chiaravalle, contrappose a quella di Roscellino una dottrina realistica che faceva contenuta tutta l'essenza comune del genere in ogni individuo. Il quale non veniva così per lui a distinguersi dagli altri che per mere varietà accidentali; in modo che - gli opponeva Abelardo - una stessa sostanza presente tutta in individui diversi avrebbe perciò attributi repugnanti fra loro. La stessa cosa, la stessa sostanza verrebbe allora a trovarsi presente nel tempo stesso in luoghi diversi. «Se tutto l'essere dell'uomo esiste in Socrate, non esisterà in chi non è Socrate. Ma, siccome esiste anche in Platone, così ne seguirebbe che Platone sarebbe Socrate, e che Socrate si troverebbe in un solo e medesimo momento anche là dove è Platone.» Se - giudicatene voi, o signore, - se Abelardo non avesse avuto per innamorare Eloisa ragioni e discorsi un po' più attraenti di questi, c'è da credere che egli non sarebbe riuscito a farla sua. Perchè, è vero, anche il cuore ha pure a momenti la sua logica, ma è di quelle con cui la filosofia e qualche volta anche, pur troppo! il buon senso non hanno proprio nulla da fare.

Sottigliezze dunque che ci fanno sorridere e pure chiudono in sè in germe dottrine che anche oggi dividono pensatori acutissimi e positivi. Per esempio, la opinione sostenuta dallo Stuart Mill nella sua classica Logica che le idee universali e persino i principii supremi della nostra mente siano ottenuti solo per associazione e per astrazione di elementi simili raccolti poi e fissati nel concetto soggettivo, designato o, come dicono i logici inglesi, connotato nel vocabolo, nel termine generale, è un vero e proprio nominalismo. Ma tornando agli scolastici, il sorriso ci cessa sulle labbra subito, e se si pensa quanta serietà, quanta importanza aveva per quelle menti e quelle anime dominate da una fede potente, l'intimo motivo teologico e religioso che era travestito sotto le strane forme di quei problemi. È che tutta quella vegetazione apparentemente così vana di fronde dialettiche poteva celare, celava spesso un verme velenoso per le anime. L'eresia vi strisciava dentro. Nelle varie forme di soluzioni di una questione, che poteva parere delle più innocenti, si aprivano vie diverse che potevan riuscire a interpretazioni non ortodosse dei misteri del Cristianesimo, tra gli altri di quelli dell'Eucarestia e della Trinità. Codeste interpretazioni avevano avuto quasi tutte i loro antecedenti nelle sette combattute dai Padri della Chiesa. Ma poichè si ripetevano e in forme nuove secondo i tempi, i Dottori proseguivano l'opera dei Padri, confermavano e fissavano con nuove determinazioni razionali il senso del domma per sottrarlo alle fluttuazioni pericolose delle opinioni individuali. E questa parte, sostenuta più in ispecie dai grandi scolastici italiani, da sant'Anselmo a san Tommaso contro gli eretici della dialettica, è più che due terzi forse della grande opera storica, disciplinatrice delle menti, compiuta dalla scolastica.

Ne abbiamo un esempio a proposito del nominalismo di Roscellino, nella fiera polemica sostenuta