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T ARTICOLI DAL 20 AL 31 MARZO 2008
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Articoli
Estero USA (102)
Bush: "Orgoglioso dei risultati" (
da "Quotidiano.net" del 20-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: giornale Prova GRATUITA Esteri CANALI CITTà SPORT MOTORI MULTIMEDIA SHOPPING BLOG MOBILE CERCA LAVORO ANNUNCI Homepage Quotidiano.net Speciale Elezioni Politiche 2008 Cronaca Stop al bullismo Politica & Economia Borse Lavoro Esteri Cultura & libri Arte & Mostre Cinema Musica Spettacolo e TV Gossip Casa Pazzo Mondo Salute Tecnologia Sondaggi Archivio news Cavallo Magazine Eventi E-
D'Alema: per i diritti pronti a dolorose rinunce L'Italia
non esclude di disertare l'inaugurazione dei Giochi se Pechino non ferma la
repressione ( da "Unita, L'"
del 20-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: ma politicamente ingestibili". Questa la posizione della diplomazia italiana riferita ieri dal sottosegretario agli Esteri Gianni Vernetti alle Commissioni Esteri di Camera e Senato. Vernetti che l'altro ieri, su indicazione del titolare della Farnesina Massimo D'Alema, ha incontrato l'ambasciatore cinese a Roma,
<La cattiva gestione dell'intervento non basta a
condannare l'impresa> ( da "Corriere della Sera"
del 20-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: la politica estera americana ha riscosso un tasso assai elevato di partecipazione pubblica. Se sono sinceri con se stessi, gli americani devono ammettere di non essere mai stati spinti in guerra "con la menzogna". Semmai si sono resi conto progressivamente che l'alternativa era tra la collusione protratta con Saddam Hussein e la decisione di chiudere la partita con lui.
Zapatero e George W. con il dissenso cubano (
da "Corriere della Sera" del 20-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: Bush, hanno almeno un punto in comune in materia di politica estera: il sostegno ai dissidenti cubani. A distanza di un mese l'uno dall'altro, i due leader hanno inviato lettere di solidarietà ai prigionieri politici dell'isola e ai loro famigliari.
Nucleare, riforme, Africa: l'agenda 2020 della Farnesina (
da "Corriere della Sera" del 20-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: Sono gli spunti della politica estera del prossimo decennio, presentati ieri alla Farnesina nel "Rapporto 2020", l'agenda della politica estera italiana dei prossimi dodici anni, elaborata da una commissione di esperti del ministero e indipendenti, guidati da Marta Dassù e Maurizio Massari.
Ue più forte, rigassificatori e nucleare (
da "Messaggero, Il" del 20-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: "Ue più forte, rigassificatori e nucleare" Nel Rapporto sulla politica estera, le nuove priorità fino al 2020. Ambasciatori come manager.
ROMA Nelle democrazie avanzate le direttrici di politica
estera, le strategie di ( da "Messaggero, Il"
del 20-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: Politicamente, l'obiettivo scontato è quello di rafforzare il ruolo dell'Europa negli organismi internazionali (Onu, G8, Fmi). E per la politica economica, favorire gli investimenti esteri in Italia e rivedere la rete di rappresentanza istituzionale all'estero (ambasciate, Ice) per concentrarla nelle aree che presentano maggiori opportunità di sviluppo.
WASHINGTON - Sarà anche un esperto di politica estera, ma
il senatore John McCain ha appe ( da "Messaggero, Il"
del 20-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: Sarà anche un esperto di politica estera, ma il senatore John McCain "ha appena confuso sciiti con sunniti, l'Iran con Al Qaeda". Un Barack Obama pungente, che mette nel mirino direttamente l'avversario dei democratici a novembre, ha approfittato del quinto anniversario della guerra in Iraq per proporsi come "la vera alternativa" a McCain e a Hillary Clinton per la Casa Bianca.
Obama e Clinton contro il presidente e McCain: <Ritiro e
più diplomazia> Bush riscrive l'Iraq: <Una guerra giusta che non si può
perdere> ( da "Liberazione"
del 20-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: Il quotidiano britannico The Guardian le ha esaminate e spiega che in ogni momento cruciale della politica estera americana negli anni della presidenza Clinton (la pace in Nord Irlanda, il Kosovo), Hillary faceva altro. Obama - ed eventualmente i repubblicani - useranno quelle carte contro di lei. m. mazz. 20/03/2008.
Segue un giorno da lama (
da "Riformista, Il" del 20-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: ministro degli esteri della Ue, che ha dichiarato che lui sarebbe andato ai giochi comunque proprio nel giorno in cui cominciava a scorrere il sangue in Tibet. In questo Solana si è comportato come Bush, il quale ha tolto la Cina dall'elenco dei dieci peggiori trasgressori mondiali dei diritti umani.
Iraq, Bush: "Ora il mondo è più sicuro" (
da "Italia Sera" del 20-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: Politica Estera Usa/Nel quinto anniversario dell'inizio del conflitto il bilancio del Presidente Iraq, Bush: "Ora il mondo è più sicuro" Nel quinto anniversario dell'inizio del conflitto in Iraq, in un discorso al Pentagono, il presidente Bush si è detto "orgoglioso dei risultati" sottolineando come "il mondo sia più sicuro"
No al radicalismo, parità con gli Usa (
da "Avvenire" del 20-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: Usa L a premessa del programma della Destra in politica estera è che "il patriottismo oggi si esplica in virtù della forza e dell'autorevolezza che l'Italia deve saper costruire negli ambiti internazionali in cui è inserita. Il cuore della politica estera italiana non può che essere la difesa dell'interesse nazionale in relazione al contesto geopolitico in cui l'Italia è inserita:
Più vicini ad America e Israele In Afghanistan impegno
forte ( da "Avvenire"
del 20-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: 2008 Popolo della libertà Più vicini ad America e Israele In Afghanistan impegno forte L a politica estera è assente nel programma ufficiale del Popolo della libertà. Ragioni di sintesi, ha spiegato Silvio Berlusconi, a parere del quale non era necessario ribadire che vi sarà totale continuità di un suo eventuale governo con le scelte compiute nel periodo 2001-2006.
Missioni militari. Quale politica estera? (
da "Avvenire" del 20-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: Quale politica estera? Le missioni militari fuori dai nostri confini hanno costituito una delle spine più acuminate per il governo Prodi e, grazie a un'intervista rilasciata venerdì 14 dall'ex ministro della Difesa Antonio Martino, sono state l'unico tema di politica estera che è riuscito a 'bucare' gli schermi della campagna elettorale.
La scelta del multilateralismo: conferma a tutti i
contingenti ( da "Avvenire"
del 20-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: Unione di Centro rilancia N el programma del Partito democratico, la politica estera fa da breve preambolo. In esso si sostiene che, "in un contesto in rapida evoluzione e contraddistinto da elevata instabilità", si debba "ribadire la scelta di un metodo multilaterale e di una presenza attiva negli organismi internazionali.
"Tutte s'innamorano di me Bush e Blair mi hanno
chiesto un lavoro dopo la politica" (
da "Quotidiano.net" del 20-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: innamorano di me Bush e Blair mi hanno chiesto un lavoro dopo la politica" Alla festa di compleanno di Roberto Maroni, esponente della Lega Nord, l'ex presidente del Consiglio si è intrattenuto con i cronisti: "E delle mie fidanzate non mi chiedete niente?". Poi a ruota libera reacconta: "Blair ora prende centomila euro a conferenza.
Cinque anni di guerra irachena. Bush in trincea, dem
all'offensiva ( da "EUROPAQUOTIDIANO.it"
del 21-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: Mentre sulle future scelte in merito alla politica estera, un "ulteriore ritiro delle truppe non deve mettere a repentaglio i progressi fatti", ha dichiarato Bush, "i successi che stiamo vedendo in Iraq sono innegabili, eppure qualcuno a Washington chiede ancora il ritiro ", facendo riferimento non solo alle manifestazioni che ieri, in occasione del suo discorso,
Pechino: nessuna tolleranza in Tibet La Cina risponde con
un no all'appello al dialogo di Benedetto XVI (
da "Libertà" del 21-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: Usa assicura che sarà presente a Pechino, perché la decisione di rinunciare ai giochi per la repressione in Tibet "dovrebbe riguardare più gli atleti che non la politica". In una telefonata con il ministro degli Esteri cinese Yang Jiechi, il segretario di Stato statunitense Condoleeza Rice ha comunque ribadito il suo appello alla massima moderazione e al dialogo con il Dalai Lama.
La Cina rifiuta l'appello al dialogo del Papa (
da "Nuova Ferrara, La" del 21-03-2008)
+ 4 altre fonti
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: Usa assicura che sarà presente a Pechino, perché la decisione di rinunciare ai giochi per la repressione in Tibet "dovrebbe riguardare più gli atleti che non la politica". In una telefonata con il ministro degli Esteri cinese Yang Jiechi, il segretario di Stato statunitense Condoleeza Rice ha comunque ribadito il suo appello alla massima moderazione e al dialogo con il Dalai Lama.
Iraq, solo Martino crede ancora a Bush (
da "Unita, L'" del 21-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: solo Martino crede ancora a Bush Luigi Bonanate Ai capi del Popolo della libertà che stanno irrompendo un po' grossolanamente nella politica estera del loro, ipotetico, futuro governo (ecco un altro motivo per temerlo), non sarebbe forse sbagliato ricordare che i loro preferiti partner in politica estera, gli Stati Uniti, hanno appena riconfermato che,
Nuovo messaggio di Bin Laden: guerra santa a Gaza Dopo le
minacce al Papa e all'Europa, nuove dichiarazioni sulla Palestina. La Cia
esamina la voce: è lui ( da "Unita, L'"
del 21-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: Continueremo nella nostra politica di non commentare questo genere di provocazione", ha fatto sapere ieri l'Alto rappresentante per la politica estera europea, Javier Solana. La presidenza slovena della Ue ha comunque tenuto a sottolineare che "il principio della libertà di espressione e della libertà di religione fanno parte dei suoi valori e delle sue tradizioni"
Repressione in Tibet, Bush andrà ai Giochi La polizia spara
ancora nella provincia di Sichuan. Dura replica di Pechino al Papa: tolleranza
zero Cacciati gli ultimi reporter stranie (
da "Unita, L'" del 21-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: da ieri rafforzati dalla presa di posizione di Bush, stanno rispondendo con arroganza a tutti coloro che si permettono di sollevare critiche. Un oscuro portavoce del ministero degli Esteri ha commentato le parole di Papa Ratzinger ("dialogo e tolleranza") dicendo che non vi può essere alcuna tolleranza "per i criminali che devono essere puniti secondo la legge".
La cina rifiuta l'appello al dialogo del papa (
da "Nuova Venezia, La" del 21-03-2008)
+ 2 altre fonti
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: Usa assicura che sarà presente a Pechino, perché la decisione di rinunciare ai giochi per la repressione in Tibet "dovrebbe riguardare più gli atleti che non la politica". In una telefonata con il ministro degli Esteri cinese Yang Jiechi, il segretario di Stato statunitense Condoleeza Rice ha comunque ribadito il suo appello alla massima moderazione e al dialogo con il Dalai Lama.
Notizie in 2 minuti (
da "Corriere della Sera" del 21-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: Tibet, Bush all'Olimpiade Nonostante la repressione in Tibet, non ci sono motivi per cui il presidente Bush non dovrebbe andare a Pechino all'Olimpiade, poiché "i Giochi sono una cosa che riguarda gli atleti e non la politica ". Lo ha detto il portavoce della Casa Bianca.
<Hillary, una first lady da tè e biscotti> (
da "Corriere della Sera" del 21-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: quegli anni la rende più preparata di lui in questioni di politica estera e nella gestione di crisi nazionali e per questo motivo il senatore dell'Illinois chiedeva la riprova scritta di questa teoria. "Quelle carte illustrano la varietà di questioni importanti sulle quali Hillary ha lavorato come first lady", si è affrettata a commentare la campagna presidenziale della Clinton,
WASHINGTON In tutto il mondo, in particolare in Europa, si
dibatte se e come si debbano boicottare (
da "Messaggero, Il" del 21-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: una eventuale rinuncia alla partecipazione alle gare olimpiche dovrebbe venire dagli atleti piuttosto che dai politici. "Nell'accettare lo scorso anno l'invito alle Olimpiadi di Pechino da parte del presidente cinese Hu Jintao - aggiunge la Perino -, Bush ebbe modo di sottolineare come i giochi sarebbero stati una ribalta luminosa per tutte le cose cinesi".
L'incontro multimediale era di quelli imperdibili. E infatti
l'altro giorno, a Palazzo del ( da "Messaggero, Il"
del 21-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: Ma le domande hanno puntato anche su tematiche come l'ambiente e i cambiamenti climatici, la droga, la passione politica, la meritocrazia, il modo per aiutare i ragazzi italiani a non essere più "bamboccioni". Gli studenti "intervistatori" hanno riservato domande anche di politica estera, in particolare sul ruolo dell'Italia nel Mediterraneo.
<Non è per nulla vero È stata la più attiva nella storia
americana dopo Eleanor Roosevelt> (
da "Corriere della Sera" del 21-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: "Ha fornito a noi ministri input importanti in numerose questioni di politica estera. Dalla Bosnia, dove ci rimproverò di non esserci mossi più rapidamente, all'Irlanda del Nord, dove fu tra le prime a credere nel processo di pace. In quegli anni ha intrecciato rapporti stretti con moltissimi leader mondiali".
Il Kosovo va alla guerra (
da "Manifesto, Il" del 21-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: altro che lungimiranza in politica estera. Così, quando l'11 maggio a Belgrado vinceranno gli ultranazionalisti pronti a mobilitare l'esercito in Kosovo come chiede la chiesa ortodossa che si sente minacciata, e quindi ci troveremo di fronte non a dure proteste come in questi giorni ma a una nuova guerra, sapremo di chi sono le responsabilità.
Decine di arresti e di feriti. Respinto l'appello del Papa (
da "Liberazione" del 21-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: Bush dal presenziare ai Giochi Olimpici in Cina. Lo ha reso noto la portavoce della Casa Bianca Dana Perino: "La posizione del presidente sulle Olimpiadi è che non si tratta di un evento politico ma di una possibilità per gli atleti di competere al massimo livello - ha detto Perino, rispondendo a una domanda se Bush sarà o no a Pechino"
La Pelosi al Dalai Lama: "Vi aiuteremo No al
boicottaggio, sì all'inchiesta" (
da "Quotidiano.net" del 21-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
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Gli Usa: <Il presidente Bush non rinuncia ai Giochi>
L'Ue ribadisce: <Il boicottaggio non è risposta giusta> (
da "Avvenire" del 21-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: Bush, rinunci ad assistere ai Giochi olimpici di Pechino. Nello stesso tempo il segretario di Stato americano, Condoleezza Rice, ha avuto un colloquio telefonico con il ministro degli Esteri cinese,Yang Jiechi, invitandolo ad usare la massima moderazione nell'affrontare le proteste in Tibet.
Sarkozy corteggia brown (
da "Riformista, Il" del 22-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: cercando un alleato forte per indirizzare la politica estera e di sicurezza dell'Unione europea. La prossima settimana la prima missione di Sarkozy a Londra, per illustrare a Gordon Brown il progetto d'invio di nuove truppe francesi in Afghanistan, che di certo alleggerirà le tensioni interne alla Nato in vista del vertice di aprile a Bucarest.
Nancy Pelosi incontra il Dalai Lama e puntella la
"diplomazia cinese" del presidente Bush (
da "Liberazione" del 22-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: parole si intravede in filigrana la possibile politica estera Usa se le presidenziali di novembre verranno vinte dai democratici, ha chiesto un'indagine indipendente per verificare l'accusa cinese al Dalai Lama di aver istigato la rivolta in Tibet. "Chiediamo alla comunità internazionale di predisporre un'inchiesta indipendente ed esterna sulle accuse formulate dal governo cinese,
Così Ahmed "Palla curva", studente e truffatore
iracheno, fu usato da Bush contro l'Iraq (
da "Liberazione" del 22-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: sue deposizioni divennero oggetto di preoccupate riunioni tra il cancelliere Schröder e i ministri di Esteri e Difesa. E che le informazioni finirono a Washington, Londra, Parigi e Tel Aviv. Poi venne l'undici settembre. Nell'amministrazione Bush era chiaro fin dall'inizio che dopo l'Afghanistan sarebbe toccato all'Iraq e quell'informatore avrebbe potuto giocare un ruolo decisivo.
L'obiettivo principale del Pd? Contrastare la precarietà .
Il ministro dell
( da
"Messaggero, Il" del 22-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: In politica estera, "non si può trattare con Hamas se non riconosce Israele". Veltrusconi è il neologismo con cui si racconta la vostra sfida. E' il simbolo di un accordo tra avversari o anche la metafora di due programmi e due leader che si somigliano?
Alitalia. Spieghi in poche parole agli italiani perché
bisogna scegliere Air France ( da "Messaggero, Il"
del 22-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: posizione sulla politica estera. Non volemmo partecipare alla guerra in Iraq, anzi facemmo tutto quello che potevamo fare, purtroppo senza successo, per tentare di evitarla. Ci sentiamo impegnati in una regione come quella dell'Afghanistan dove se la Nato dovesse insistere con tutti gli alleati per un aumento del nostro contingente valuteremmo la richiesta insieme ai nostri alleati.
Candidati spiati, presto per parlare di
"passport-gate" ( da "Unita, L'"
del 23-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: E lo stesso accadrà per i suoi più stretti collaboratori. Ciò che è fin qui avvenuto è solo una antipasto". A proposito di "visti". Quanto sta pesando la politica estera in questa campagna? "Direi molto poco. Più che l'Iran l'incubo degli americani si chiama recessione".
Bufera su hillary: "racconta bugie" - alberto
flores d'arcais ( da "Repubblica, La"
del 23-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: cui vantava la sua superiorità su Obama in politica estera. Prendendo spunto da quanto Hillary aveva detto il 17 marzo scorso raccontando di una sua "coraggiosa" missione a Tuzla (in Bosnia) nel 1996 - "sono atterrata in mezzo al fuoco dei cecchini; avrebbe dovuto esserci una cerimonia di saluto all'aeroporto invece ci infilammo a testa bassa nei veicoli per raggiungere la base"
<Il ruolo chiave del terzo uomo> (
da "Corriere della Sera" del 23-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: "Sì, anche se è usata da decenni dai politici Usa. Dan Bartlett, capo della "opposition research" per il presidente Bush nel 1999, fu incriminato per aver frugato nei file segreti dell'attuale presidente preparandosi a rispondere alle domande relative al suo arresto in stato di ubriachezza.
Quattro <pinocchietti> per Hillary Bocciata dal
Washington Post ( da "Corriere della Sera"
del 23-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: Esteri - data: 2008-03-23 num: - pag: 15 categoria: REDAZIONALE Media e politica I giornali americani fanno le pulci ai candidati presidenziali Quattro "pinocchietti" per Hillary Bocciata dal Washington Post "Solo invenzioni le sue imprese durante le missioni all'estero" La ex first lady avrebbe "gonfiato" i pericoli corsi durante il viaggio a Tuzla,
TRA le novità di questa campagna elettorale si può
registrare anche un moderato intere (
da "Messaggero, Il" del 23-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: non tanto di qualche uomo politico, ma del "sistema Paese" in quanto tale. Non si può lasciare un campo delicato come la politica estera nelle mani di quelli a cui piace da matti fare il teatrino politico, dove per un applauso o per una proclamazione che scaldi il cuore ideologico della propria parte si mettono a repentaglio proprio quei capitali a cui abbiamo fatto riferimento.
<Non credo più a uno Stato palestinese ora dobbiamo
pensare a una Federazione> ( da "Liberazione"
del 23-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: politico. Un'eventuale vittoria democratica negli Usa potrà cambiare questo scenario? Non ho molta fiducia nella possibilità che i democratici, se vincono, impostino una politica estera statunitense diversa da quella repubblicana. La storia ci insegna che spesso i democratici si sono comportati sul piano della politica estera in modo più aggressivo ed espansionista dei repubblicani.
Muoversi in questo contesto richiede però che si punti
molto sulla credibilità e s ( da "Messaggero, Il"
del 23-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: non tanto di qualche uomo politico, ma del "sistema Paese" in quanto tale. Non si può lasciare un campo delicato come la politica estera nelle mani di quelli a cui piace da matti fare il teatrino politico, dove per un applauso o per una proclamazione che scaldi il cuore ideologico della propria parte si mettono a repentaglio proprio quei capitali a cui abbiamo fatto riferimento.
Nuovo messaggio audio di al-Zawahiri Dal 2003 sono morti
4mila soldati Usa ( da "Quotidiano.net"
del 24-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: giornale Prova GRATUITA Esteri CANALI CITTà SPORT MOTORI MULTIMEDIA SHOPPING BLOG MOBILE CERCA LAVORO ANNUNCI Homepage Quotidiano.net Speciale Elezioni Politiche 2008 Cronaca Stop al bullismo Politica & Economia Borse Lavoro Esteri Cultura & libri Arte & Mostre Cinema Musica Spettacolo e TV Gossip Casa Pazzo Mondo Salute Tecnologia Sondaggi Archivio news Cavallo Magazine Eventi E-
Usa, candidati spiati : parte un'inchiesta zoppa (
da "Manifesto, Il" del 24-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: momento della richiesta del documento indispensabile per viaggiare all'estero. Un caso simile risale al 1992, quando era stata aperta un'indagine (illecita) sul passaporto di Bill Clinton, allora candidato presidenziale contro George Bush padre. Giravano voci che il candidato avesse chiesto di rinunciare alla cittadinanza durante la guerra in Vietnam, per evitare di andare in guerra.
Una buona occasione per tacere (
da "Panorama" del 24-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: iperbole su argomenti delicati come la politica estera e le missioni dei nostri militari all'estero. Qui chi dà il meglio è l'ex ministro della Difesa del Cavaliere, Antonio Martino. Già durante il governo Berlusconi il personaggio era stato l'autore di exploit spericolati che in alcuni momenti avevano fatto traballare la sua poltrona di ministro.
Usa, candidati <spiati>: parte un'inchiesta zoppa (
da "Manifesto, Il" del 24-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: momento della richiesta del documento indispensabile per viaggiare all'estero. Un caso simile risale al 1992, quando era stata aperta un'indagine (illecita) sul passaporto di Bill Clinton, allora candidato presidenziale contro George Bush padre. Giravano voci che il candidato avesse chiesto di rinunciare alla cittadinanza durante la guerra in Vietnam, per evitare di andare in guerra.
Joschka fischer (
da "Repubblica, La" del 25-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: Cultura JOSCHKA FISCHER rofondamente frustrati dalle politiche dell'amministrazione Bush, in Europa, molte persone e governi sperano che le imminenti elezioni presidenziali comportino un cambiamento di fondo della politica estera degli Stati Uniti. Ma occorrerebbe un miracolo politico di media entità perché queste speranze non fossero deluse e un tale miracolo non accadrà,
ROMA Parisi contesta la linea berlusconiana in politica
estera. Il ministro della Difesa difende la (
da "Messaggero, Il" del 25-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract:
E ora chi potrà fermare McCain? (
da "EUROPAQUOTIDIANO.it" del 26-03-2008)
+ 1 altra fonte
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: Tutto questo è ancora vero, ma otto anni di Bush hanno causato un danno inaudito all'immagine degli americani all'estero e anche a quella che hanno di se stessi. Per buona parte del mondo, oggi come oggi, al concetto di americano si associa quello di ignorante e bigotto, provinciale e guerrafondaio.
Sarkozy non esclude il boicottaggio dei Giochi (
da "Stampa, La" del 26-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: Bush e Sarkozy soli sul palco, con i signori della Città proibita strangolatori della libertà tibetana. Eletto con lo slogan gagliardo "la politica estera dei diritti umani"; e poi una pecoresca, meschina "geometria variabile", in cui si gonfiano le gote e si danno lezioni a seconda della taglia dell'interlocutore e soprattutto degli interessi economici della Francia.
Costituzione: gli uomini che fecero l'impresa (
da "Unita, L'" del 26-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: Italia di Berlusconi di schierarsi dalla parte della guerra preventiva di Bush. "Caro Bush, stai facendo, o hai fatto, una cosa sporca e sbagliata", è la risposta del Presidente. Perché in questo libro Scalfaro non fugge l'attualità, anzi, la legge alla luce di quei princìpi supremi che nel corso del tempo possono essere interpretati diversamente ma non stravolti.
Bosnia, arriva il video <Hillary ha mentito> (
da "Corriere della Sera" del 26-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: Il commento della Cbs: "Hillary ha l'abitudine di gonfiare la sua esperienza in politica estera". La ritrattazione della ex first lady è avvenuta in due tempi. La prima volta, ha dichiarato di essersi confusa: "Non ricordavo bene, visitai un'ottantina di Paesi, è un piccolo incidente". La seconda ha invece ammesso: "Ho fatto uno sbaglio.
PARIGI - Grande esperto di relazioni internazionali, membro
della Commissione per la prevenz ( da "Messaggero, Il"
del 26-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: apertura a una moderazione della politica cinese in Tibet. Cosa che non ha fatto per esempio il presidente americano George W. Bush". Un eventuale boicottaggio potrebbe avere qualche impatto concreto sulla politica del governo cinese? "No, ma salverebbe la nostra coscienza. Davvero non credo che ci si debba aspettare molto.
Stati uniti, addio ritiro graduale (
da "Manifesto, Il" del 26-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: il ristretto gruppo che decide la sicurezza nazionale e la politica estera degli Stati uniti. In collegamento dalla capitale irachena, oltre al generale Petraeus, c'era anche l'ambasciatore Ryan Crocker. Il generale e l'ambasciatore, protesi militare e civile della Casa bianca in Iraq, saranno a Washington l'8 e il 9 aprile per illustrare la situazione irachena.
Usa/Sms erotici incastrano il sindaco di Detroit e l'amore
finisce in aula ( da "Italia Sera"
del 26-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: Politica Estera Usa/Sms erotici incastrano il sindaco di Detroit e l'amore finisce in aula Dopo il giro di squillo del governatore di New York e il tradimento della moglie del suo successore, un altro scandalo sessuale investe un politico americano.
Stati Uniti - Accordo con India per nucleare non ancora
concluso ( da "Virgilio Notizie"
del 26-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: ha dichiarato oggi in seguito all'incontro tra il ministro degli Esteri indiano Pranab Mukerjee, il presidente statunitense George W.Bush e il segretario di Stato Condoleeza Rice, che è ancora prematuro parlare di "ora o mai più", aggiungendo di avere a disposizione "ancora alcuni mesi" per lavorare con le autorità indiane.
Con il Cavaliere una sfida fuori dal mondo Fa senso vedere Dini
a destra . Per i corrispondenti esteri, campagna elettorale confusa (
da "Unita, L'" del 27-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: Per i corrispondenti esteri, campagna elettorale "confusa" di Federica Fantozzi SILVIO E NOIA Poca politica, propaganda, sinistra che parla come la destra e viceversa, e sempre Berlusconi. La stampa estera guarda alle nostre elezioni e le trova "confuse". Premesso che i corrispondenti esteri si immergono in campagna elettorale l'ultima settimana,
Bush a hu jintao: "dialogo" l'europarlamento
invita il dalai lama - federico rampini (
da "Repubblica, La" del 27-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: Bush a Hu Jintao: "Dialogo" L'Europarlamento invita il Dalai Lama Via alla rieducazione dei monaci tibetani nei lager Per i religiosi lavori forzati, e sedute di rieducazione politica Poettering: "Tutti i leader si chiedano se partecipare all'apertura dei Giochi" FEDERICO RAMPINI DAL Nostro corrispondente PECHINO - L'indignazione per il Tibet non si spegne nell'
Missili, l'ultima corsa di Bush (
da "Unita, L'" del 27-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: Questo tema non fa che aggravare la sfiducia nei confronti dell'America che gli europei hanno a causa delle politiche dell'amministrazione Bush, dal riscaldamento globale all'Iraq", dice Cirincione) e per alimentare una nuova guerra fredda. Questi sono tempi che ricordano un'altra guerra fredda e che richiedono mobilitazione, attivismo e solidarietà transnazionali.
Ce la possiamo fare, la partita è aperta anche alla Camera (
da "Unita, L'" del 27-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: una politica estera che consenta al Mediterraneo di diventare un mare di pace e al nostro paese di avere un dialogo con tutti gli stati che vi si bagnano. E quindi si può immaginare quanto drammatico sarebbe ritornare a una politica estera come quella prospettata da Martino, cioè ritirare le truppe dal Libano e rimandarle in Iraq.
Da soli si può . E senza sinistra (
da "Manifesto, Il" del 27-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: Anche McCain segna una svolta, i suoi indirizzi in politica estera sono molto diversi da quelli di Bush. L'amministrazione Bush ha rappresentato il momento più duro degli ultimi 50 anni e la recessione in corso testimonia il fallimento della sua politica. Una recessione molto preoccupante, con cui ci dovremo misurare anche qui.
Bush a Hu Jintao: <Inquieto per il Tibet> (
da "Corriere della Sera" del 27-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: Esteri - data: 2008-03-27 num: - pag: 19 categoria: REDAZIONALE La rivolta sul Tetto del mondo Pechino autorizza alcuni giornalisti a recarsi, sotto stretta scorta, nella regione "secessionista" Bush a Hu Jintao: "Inquieto per il Tibet" Il presidente telefona al leader cinese che replica: pronti a contatti con il Dalai Lama Dalla Cina dure condizioni per la soluzione della crisi
Guru di Obama nel mirino <Pregiudizi anti-Israele> (
da "Corriere della Sera" del 27-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: ex capo di stato maggiore dell'aeronautica, nominato da Bush padre e in pensione dal '94, è un ex repubblicano, che appoggiò Bush figlio nelle presidenziali del 2000, ma poi criticò l'invasione dell'Iraq. Nel marzo 2003, mese dell'inizio della guerra, concesse l'intervista all'Oregonian. Nel 2004 votò per i democratici.
ROMA Se l'export va come un treno e Montezemolo parla di
crescita spettacolare&# ( da "Messaggero, Il"
del 27-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: Alema concorda e spiega che una buona politica estera aiuta anche a vendere i prodotti, che verso l'Italia "c'è simpatia", e questo aiuta la presenza sui mercati. "Bisogna accorpare tutto al ministero degli Esteri, il sistema deve fare capo alle ambasciate, le grandi operazioni passano per i governi e la politica è quella estera".
Dal nostro corrispondente NEW YORK Quando era Consigliere
per la sicurezza n ( da "Messaggero, Il"
del 27-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: Professore di politica estera alla Johns Hopkins University, commentatore rispettato in tutto il mondo, Brzezinski ha parlato al Messaggero del futuro dell'Iraq. Immaginiamo che il nuovo presidente sia entrato alla casa Bianca, cosa gli consiglierebbe di fare rispetto all'Iraq?
<Da soli si può>. E senza sinistra (
da "Manifesto, Il" del 27-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: Anche McCain segna una svolta, i suoi indirizzi in politica estera sono molto diversi da quelli di Bush. L'amministrazione Bush ha rappresentato il momento più duro degli ultimi 50 anni e la recessione in corso testimonia il fallimento della sua politica. Una recessione molto preoccupante, con cui ci dovremo misurare anche qui.
L'europarlamento invita il Dalai Lama. Ma la Ue procede in
ordine sparso ( da "EUROPAQUOTIDIANO.it"
del 28-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: realismo elementare " in politica estera. In Francia, ieri, molti sportivi di primo piano hanno firmato un appello alla Cina: "Tra il boicottaggio e il silenzio, esiste una terza via", affermano gli sportivi, che chiedono a Pechino di rispettare gli impegni presi sulla libertà di espressione e la garanzia dell'integrità degli individui.
La Cina alza i toni, l'Europa divisa sul Tibet Pechino
contro l'invito del Dalai Lama all'Europarlamento proposto dall'Italia: no a ingerenze
Sarkozy insiste sul boicottaggio della (
da "Unita, L'" del 28-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: Alla vigilia del vertice informale dei ministri degli Esteri della Ue incentrato sul Tibet, Pechino "spara" contro la proposta avanzata dal ministro degli Esteri italiano Massimo D'Alema. "Invitare a Bruxelles il Dalai Lama non sarebbe un boicottaggio, ma un grande messaggio politico", aveva sostenuto nei giorni scorsi il titolare della Farnesina.
La nuova alleanza tra londra e parigi - timothy garton ash (
da "Repubblica, La" del 28-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: Ma bisogna essere tenaci e creare l'abitudine quotidiana alla collaborazione, ad ogni livello di politica pubblica. è così che è stato costruito il rapporto privilegiato franco-tedesco, superando disparità forse più ampie di vedute e di tradizione in politica estera. Questo esercizio ricorda la definizione della politica data da Max Weber ?
Senza frontiere (
da "Espresso, L' (abbonati)" del 28-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: Bush, repubblicano, sarà anche detestato nella maggior parte dei paesi, ma tra i cinesi è alquanto popolare. Malgrado la sua iniziale durezza nei confronti di Pechino, Bush ha prontamente abbassato i toni della sua politica dopo l'11 settembre e da allora ha intrattenuto con la Cina rapporti cordiali.
<Bombardano i civili e finanziano i regimi: Il problema
è l'Occidente> ( da "Liberazione"
del 28-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: Non abbiamo una politica estera capace di ragionare in prospettiva. Non abbiamo alcuna idea di dove tutto questo ci stia portando. Non abbiamo alcuna forma di relazione matura con il Medio Oriente, ma solo una forma di relazione militare: gli vendiamo le armi, li bombardiamo o li paghiamo per tenerli dalla nostra parte.
Bertinotti e la guerra tra poveri in Italia (
da "Giornale.it, Il" del 28-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: Amministrazione Bush secondo cui l'Iraq è avviato verso la normalizzazione. Un Iraq in fiamme influenzerebbe la campagna elettorale Usa, agevolando Barack Obama (l'unico candidato ostile al conflitto) e mettendo in imbarazzo John McCain (che la guerra non l'ha mai rinnegata) ovvero il candidato ritenuto più debole e pacifista rispetto a quello più patriottico e interventista.
Quei manager fanno disastri. Ma vengono premiati (
da "Giornale.it, Il" del 28-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: Amministrazione Bush secondo cui l'Iraq è avviato verso la normalizzazione. Un Iraq in fiamme influenzerebbe la campagna elettorale Usa, agevolando Barack Obama (l'unico candidato ostile al conflitto) e mettendo in imbarazzo John McCain (che la guerra non l'ha mai rinnegata) ovvero il candidato ritenuto più debole e pacifista rispetto a quello più patriottico e interventista.
L'Iran sta tentando il colpo di mano in Iraq? (
da "Giornale.it, Il" del 28-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: Amministrazione Bush secondo cui l'Iraq è avviato verso la normalizzazione. Un Iraq in fiamme influenzerebbe la campagna elettorale Usa, agevolando Barack Obama (l'unico candidato ostile al conflitto) e mettendo in imbarazzo John McCain (che la guerra non l'ha mai rinnegata) ovvero il candidato ritenuto più debole e pacifista rispetto a quello più patriottico e interventista.
Oddio, Carla Bruni fa la morale ai giornalisti (
da "Giornale.it, Il" del 28-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: Amministrazione Bush secondo cui l'Iraq è avviato verso la normalizzazione. Un Iraq in fiamme influenzerebbe la campagna elettorale Usa, agevolando Barack Obama (l'unico candidato ostile al conflitto) e mettendo in imbarazzo John McCain (che la guerra non l'ha mai rinnegata) ovvero il candidato ritenuto più debole e pacifista rispetto a quello più patriottico e interventista.
Milva e quei sette milioni nascosti per la vecchiaia (
da "Giornale.it, Il" del 28-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: Amministrazione Bush secondo cui l'Iraq è avviato verso la normalizzazione. Un Iraq in fiamme influenzerebbe la campagna elettorale Usa, agevolando Barack Obama (l'unico candidato ostile al conflitto) e mettendo in imbarazzo John McCain (che la guerra non l'ha mai rinnegata) ovvero il candidato ritenuto più debole e pacifista rispetto a quello più patriottico e interventista.
Crociata contro l'Islam radicale? Il caso Allam inquieta la
Cia ( da "Giornale.it, Il"
del 28-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: Amministrazione Bush secondo cui l'Iraq è avviato verso la normalizzazione. Un Iraq in fiamme influenzerebbe la campagna elettorale Usa, agevolando Barack Obama (l'unico candidato ostile al conflitto) e mettendo in imbarazzo John McCain (che la guerra non l'ha mai rinnegata) ovvero il candidato ritenuto più debole e pacifista rispetto a quello più patriottico e interventista.
Boicottare le Olimpiadi crea confusione? (
da "Giornale.it, Il" del 28-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: Amministrazione Bush secondo cui l'Iraq è avviato verso la normalizzazione. Un Iraq in fiamme influenzerebbe la campagna elettorale Usa, agevolando Barack Obama (l'unico candidato ostile al conflitto) e mettendo in imbarazzo John McCain (che la guerra non l'ha mai rinnegata) ovvero il candidato ritenuto più debole e pacifista rispetto a quello più patriottico e interventista.
L'ultima moda: tutti immobili per tre minuti (
da "Giornale.it, Il" del 28-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: Amministrazione Bush secondo cui l'Iraq è avviato verso la normalizzazione. Un Iraq in fiamme influenzerebbe la campagna elettorale Usa, agevolando Barack Obama (l'unico candidato ostile al conflitto) e mettendo in imbarazzo John McCain (che la guerra non l'ha mai rinnegata) ovvero il candidato ritenuto più debole e pacifista rispetto a quello più patriottico e interventista.
Dietro la vicenda Alitalia la mano della lobby europea (
da "Giornale.it, Il" del 28-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: Amministrazione Bush secondo cui l'Iraq è avviato verso la normalizzazione. Un Iraq in fiamme influenzerebbe la campagna elettorale Usa, agevolando Barack Obama (l'unico candidato ostile al conflitto) e mettendo in imbarazzo John McCain (che la guerra non l'ha mai rinnegata) ovvero il candidato ritenuto più debole e pacifista rispetto a quello più patriottico e interventista.
Un (osceno) baratto tra Stati Uniti e Cina? (
da "Giornale.it, Il" del 28-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: Amministrazione Bush secondo cui l'Iraq è avviato verso la normalizzazione. Un Iraq in fiamme influenzerebbe la campagna elettorale Usa, agevolando Barack Obama (l'unico candidato ostile al conflitto) e mettendo in imbarazzo John McCain (che la guerra non l'ha mai rinnegata) ovvero il candidato ritenuto più debole e pacifista rispetto a quello più patriottico e interventista.
Tibet, bush: "la cina sia moderata" - andrea
bonanni ( da "Repubblica, La"
del 29-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: Il dialogo è il modo migliore per evitare la violenza", ha detto il ministro degli Esteri svedese, Karl Bildt. L'alto rappresentante per la Politica estera della Ue, Javier Solana, che già nei giorni scorsi aveva espresso la propria intenzione di andare a Pechino per l'apertura dei giochi, ha spiegato ieri di "non aver cambiato idea".
Tibet, sui Giochi l'Europa in ordine sparso Nel Consiglio
dei ministri degli Esteri si cerca di avvicinare le posizioni sul boicottaggio
della cerimonia inaugurale delle Olimpiadi (
da "Unita, L'" del 29-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: Unione europea in politica estera non si può misurare sul fatto che qualcuno andrà e qualcuno no" alle Olimpiadi. Lo ha rivendicato l'Alto Rappresentante per la Politica estera dell'Ue durante la conferenza stampa tenuta ieri sera al termine della prima giornata di lavori del Consiglio informale Affari esteri a Brdo, in Slovenia,
<Basta ambiguità con Usa e Israele e svolta in
Libano> ( da "Giornale.it, Il"
del 29-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: hanno esposto ieri a Montecitorio le linee della politica estera del Popolo della libertà: inversione di rotta rispetto alla prospettiva le governo Prodi e conferma di alcuni dei capisaldi diplomatici che avevano caratterizzato il governo Berlusconi e la gestione della Farnesina da parte di Gianfranco Fini come ministro degli Esteri.
Tibet, Europa divisa sui Giochi di Pechino (
da "Corriere della Sera" del 29-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: sostanziale è stato sintetizzato da un appello lanciato dallo spagnolo Javier Solana, responsabile della politica estera e di sicurezza del Consiglio dei governi Ue. Solana ha invitato Pechino a risolvere "pacificamente " i contrasti Cina-Tibet partendo dal presupposto che l'Europa riconosce i diritti alla diversità culturale dei tibetani e all'integrità territoriale dei cinesi.
Hillary sotto pressione: <Devi ritirarti> (
da "Corriere della Sera" del 29-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: economia alla politica estera, sembrava predirgli. Se n'è reso conto anche il presidente, Howard Dean, che ieri è intervenuto a raffica su radio e televisioni per invitare i duellanti a calmare i toni della polemica, ma soprattutto per sollecitare i circa 350 "Superdelegates ", i vip democratici delegati di diritto alla convenzione di Denver,
Iraq, slitta l'ultimatum per Moqtada Sadr Bush: <Fase
cruciale> ( da "Corriere della Sera"
del 29-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: Esteri - data: 2008-03-29 num: - pag: 17 categoria: REDAZIONALE Sciiti contro sciiti Iraq, slitta l'ultimatum per Moqtada Sadr Bush: "Fase cruciale" Le incursioni dei caccia Usa a Bassora, Nassiriya conquistata dai miliziani di Moqtada Sadr, il premier Nouri Maliki che sposta l'ultimatum contro l'Esercito del Mahdi di Moqtada Sadr:
Politica estera, è ancora scontro (
da "Avvenire" del 29-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: 2008 Politica estera, è ancora scontro DA ROMA L a politica estera del governo e la missione in Libano tornano nel mirino del centrodestra. In una conferenza stampa il Pdl critica duramente l'atteggiamento assunto in materia dal governo Prodi e in particolare dal ministro degli Esteri Massimo D'Alema, cui si è contestato di aver "
L'Ue tentenna, Bush: dialogo con i tibetani (
da "Avvenire" del 29-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: siano uno strumento particolarmente efficace in politica estera", ha detto il ministro degli Esteri svedese Carl Bildt. "Credo che non ci sia un altro mezzo che non il dialogo". Per uscire dall'impasse, la presidenza slovena di turno della Ue ha deviato il confronto. "Quello che è importante è sostenere lo sviluppo di un dialogo tra autorità cinesi e rappresentanti dei tibetani"
NUOVO APPELLO DEL DALAI LAMA: DIALOGHIAMO (
da "Mattino, Il (Nazionale)" del 29-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: siano uno strumento particolarmente efficace in politica estera", ha detto il ministro degli Esteri svedese Carl Bildt. Per uscire dall'impasse, la presidenza slovena di turno della Ue ha deviato il confronto. "Quello che è importante è sostenere lo sviluppo di un dialogo tra autorità cinesi e rappresentanti dei tibetani - ha detto il ministro degli esteri sloveno Dimitrij Rupell -
Expo 2015, milano al rush finale - rodolfo sala (
da "Repubblica, La" del 30-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: elezione del nostro presidente della Repubblica: in politica sai da che parte arrivano i franchi tiratori, in questo caso no". Ma poi aggiunge: "Se dovessimo vincere, sarà grazie alla politica estera di questo governo: a differenza di quello precedente non siamo sdraiati su Bush e questo ha indotto diversi Paesi a scegliere Milano".
Hillary si affida alla figlia chelsea "alla casa
bianca più brava di papà" - arturo zampaglione (
da "Repubblica, La" del 30-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: ha spiegato che le sue scelte di politica estera si ispireranno alla tradizione di John F. Kennedy e al realismo politico bipartisan di George Bush senior. Poi ha anche ammesso che la presenza delle truppe americane in Iraq "ha permesso di ridurre la violenza". Ma dal punto di vista economico, il perdurare del conflitto "ha dei costi insostenibili".
<Seguirò Bush padre e Reagan> (
da "Corriere della Sera" del 30-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Prima Pagina - data: 2008-03-30 num: - pag: 1 autore: di PAOLO VALENTINO categoria: REDAZIONALE Obama e la politica estera "Seguirò Bush padre e Reagan" Obama dà i voti ai presidenti: bene Reagan e Bush padre. A PAG. 11.
Obama dà i voti: bene Reagan e Bush senior (
da "Corriere della Sera" del 30-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: Già in gennaio, Obama era stato criticato da Hillary per averlo elogiato Bush padre George H. W. Bush, repubblicano, presidente dall'89 al '93. Obama dice di ammirare le sue scelte in politica estera ma non quelle del figlio George W. DAL NOSTRO CORRISPONDENTE.
Notizie in 2 minuti (
da "Corriere della Sera" del 30-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: Obama e la politica estera I modelli di Barack Obama in politica estera? Bush senior (che si oppose all'invasione irachena del Kuwait) e Reagan, che schiantò economicamente l'Urss. Lo ha detto lo stesso candidato democratico alla Casa Bianca. Cronache Expo, domani si decide Lobby in azione e battaglia all'ultimo voto tra Milano e Smirne per sapere quale città ospiterà l'
Nel danno ai consumi e alle esportazioni che la vicenda
mozzarella ha procurato, c'è un risvolt (
da "Messaggero, Il" del 30-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: anche nella politica estera - la dipendenza. Adesso, però, gli imprenditori della filiera agroalimentare rappresentati da Vecchioni - che il Censis stima siano, nell'87% dei casi, ottimisti, cosa senza eguali negli altri comparti - stanchi di essere considerati figli di un dio minore, sono riusciti a far invertire il senso di marcia al loro mondo.
Allestire un'agenda bipartisan. Una politica estera oltre
il voto ( da "Avvenire"
del 30-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: POLITICA 30-03-2008 UN TENTATIVO CHE LE ELEZIONI ANTICIPATE HANNO AFFRETTATO Allestire un'agenda bipartisan. Una politica estera oltre il voto VITTORIO E. PARSI C ome si è già sottolineato, la politica estera è la grande assente della campagna elettorale 2008.
<Nuova diplomazia, rivoluzione in arrivo alla
Farnesina> ( da "Corriere della Sera"
del 31-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: Ma la politica estera, si è visto, dall'Iraq in poi, risente dei cambi di governo. "Le sfide planetarie presuppongono un quadro di riferimento comune". E per quanto riguarda le 360 sedi all'estero, il braccio "armato" del ministero, che cosa cambierà?
Il doppio fondo della Cina <moderna> (
da "Corriere della Sera" del 31-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: Il problema per gli osservatori della politica estera cinese è se la condotta interna del regime abbia alcuna rilevanza sul modo in cui si comporta nel mondo. Non dimentichiamo che negli anni '90 abbiamo presupposto che esistesse una forte correlazione: una Cina più liberale in politica interna sarebbe stata una Cina più liberale anche in quella estera,
( da "Quotidiano.net" del 20-03-2008)
IRAQ, 5
ANNI DI GUERRA Bush: "Orgoglioso dei
risultati" Il presidente degli Stati Uniti, nel discorso tenuto per
l'anniversario dell'inizio della guerra, ha ribadito la sua convinzione che
l'operazione che ha portato alla caduta del regime di Saddam Hussein è stata
"giusta". Ma ha ammesso che il conflitto "è stato più duro e più
costoso del previsto" Commenta New York, 19 marzo 2008 - Nel giorno del
quinto anniversario dall'inizio della guerra in Iraq, il presidente degli Stati
Uniti George W. Bush ha ribadito la sua convinzione
che l'operazione che ha portato alla caduta del regime di Saddam Hussein è
stata "giusta". Bush si è detto
"orgoglioso dei risultati ottenuti" sottolineando come "il mondo
sia più sicuro" con Saddam Hussein fuori gioco. La guerra
"giusta" ora deve essere portata a termine: "Questo è un
conflitto che l'America può e deve vincere", ha detto il presidente. BUSH:
GUERRA PIU' DURA E COSTOSA DEL PREVISTO Pur difendendo la strategia messa in
atto in Iraq, la guerra "giusta", il presidente degli Stati Uniti
George W. Bush ha ammesso che il conflitto "è
stato più duro e più costoso del previsto". Bush
lo ha detto durante il discorso pronunciato in occasione del quinto
anniversario dall'inizio della guerra in Iraq. L'operazione "Iraqi
Freedom" cominciò il 19 marzo 2003 alle ore 21.30 (all'alba del 20 marzo a
Baghdad). Il presidente è comunque fiducioso sull'esito del conflitto.
"Quando avremo vinto, gli effetti si vedranno in tutto il mondo", ha
detto Bush. BUSH: PRIMA GRANDE RIVOLTA ARABA CONTRO
BIN LADEN Il presidente degli Stati Uniti ha definito la guerra in Iraq
l'occasione per "la prima grande rivolta araba contro Osama bin
Laden", il mandante delle stragi terroristiche dell'11 settembre 2001. Nel
quinto anniversario dall'inizio del conflitto, Bush ha
risposto alle manifestazioni di protesta nelle strade della capitale difendendo
la guerra "giusta". Gli iracheni, ha continuato Bush
- "si sono stancati della brutalità di al Qaeda" e quello che doveva
essere il fronte della guerra contro l'America, è diventato invece "un
movimento di liberazione dalla tirannia". BUSH:OSAMA SI ILLUDE, AL QAEDA
E' DEBOLE "Osama Bin Laden ritiene che si debba scommettere sul cavallo
forte, ma non si rende conto che Al Qaeda è il cavallo debole della guerra
contro il terrorismo". Lo ha detto il presidente degli Stati Uniti George
W. Bush durante il discorso pronunciato in occasione
del quinto anniversario dall'inizio della guerra in Iraq. L'operazione
"Iraqi Freedom" cominciò il 19 marzo 2003 alle ore 21.30 (all'alba
del 20 marzo a Baghdad). BUSH: ULTERIORE RITIRO TRUPPE NON VANIFICHI PROGRESSI
Il presidente degli Stati Uniti George W. Bush ha
messo in guardia da ulteriori riduzioni della presenza militare americana in
Iraq. "Ulteriore ritiro delle truppe - ha detto Bush,
nel quinto anniversario dall'inizio della guerra - non deve mettere a
repentaglio i progressi fatti" nella garanzia della sicurezza. Le parole
di Bush sono dirette ai democratici del Congresso e ai
candidati alla presidenza Barack Obama e Hillary Clinton, che promettono un
rapido ritiro dal fronte in caso di vittoria nelle elezioni del prossimo
novembre. 'GUERRA FREDDA' Jet Nato inseguono bombardieri strategici russi
Commenti Invia commento Segnala ad un amico 19/03/2008 17:39 RUGGERO Quanti
morti...quante stragi inutili...grazie bush della tua guerra che ti dà orgoglio
19/03/2008 16:29 giorgio Ci vuole un grande coraggio e una buona dose di
ipocrisìa mostrare l'orgoglio per il più improvvido e stupido intervento
militare da parte di una unica super potenza che lui rappresenta.
( da "Unita, L'" del 20-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Stai
consultando l'edizione del D'Alema: per i diritti pronti a dolorose rinunce
L'Italia non esclude di disertare l'inaugurazione dei Giochi se Pechino non
ferma la repressione / Roma In questo momento per l'Italia "è fondamentale
mantenere alta la pressione verso la Cina" ed il modo migliore affinché
ciò possa realizzarsi è "con l'invio in loco, di una missione della Troika
Ue e, quindi, attendere fatti concreti molto prima dello svolgimento dei Giochi
Olimpici". E sulle Olimpiadi di Pechino, una cosa è certa: quei Giochi
"con i carri armati a Lhasa, sarebbero tecnicamente possibili, ma politicamente
ingestibili". Questa la posizione della diplomazia italiana riferita ieri
dal sottosegretario agli Esteri Gianni Vernetti alle Commissioni Esteri di
Camera e Senato. Vernetti che l'altro ieri, su indicazione del titolare della
Farnesina Massimo D'Alema, ha incontrato l'ambasciatore cinese a Roma,
Sun Yuxi, ha ribadito che oggi è "essenziale la fine immediata della
violenza, così come l'invio di osservatori per un monitoraggio sul luogo, ma
certo anche l'avvio di un dialogo concreto tra la Cina ed il leader spirituale
tibetano, il Dalai Lama". "Siamo nel momento in cui vanno pensate
azioni forti di pressione nei confronti della Repubblica popolare cinese -
avverte il sottosegretario con delega all'Asia e ai diritti umani - che
permettano alla comunità internazionale una presenza in loco di monitoraggio e
inducano quel Paese all'apertura immediata" per un dialogo con il Dalai
Lama. Un punto, quest'ultimo, che l'Italia giudica politicamente
cruciale. Pechino, insiste Vernetti, deve avviare un dialogo con il leader
tibetano. L'Italia punta sull'Europa: "Serve un forte coinvolgimento della
Ue" sostiene il sottosegretario in Parlamento, riaffermando la volontà del
governo italiano di promuovere l'invio di una missione della Troika dell'Ue -
presidenza della Commissione, la presidente di turno slovena e la futura
presidenza francese - per "monitorare sul terreno la situazione".
"La Repubblica popolare cinese non potrà che aderire alla richiesta che
abbiamo avanzato per una missione della Trokia dell'Ue a Lasha e a Pechino. È
un messaggio molto forte che non potrà non essere accolto dalle autorità
cinesi", si dice convinto Vernetti. Sull'ipotesi del boicottaggio dei
Giochi Olimpici in relazione alla crisi tibetana, Vernetti si limita a dire che
"non escludiamo azioni anche molto efficaci, ulteriormente efficaci nei
confronti della Repubblica popolare cinese", citando l'invito rivolto dal
presidente del Parlamento europeo ai capi di Stato e di governo a
"disertare la cerimonia di apertura del Giochi". "Ci si attende
fatti concreti da Pechino - aggiunge il rappresentante del governo - molto
prima dello svolgimento dei Giochi olimpici. Non è una questione di
boicottaggio sì o boicottaggio no, è la Cina che deve dimostrare che questi
Giochi si possono fare in condizione di pace, di libertà e di rispetto dei
diritti umani", rileva Vernetti. Premesso che "con i carri armati a
Lhasa le Olimpiadi sarebbero tecnicamente possibili, ma politicamente
ingestibili, il sottosegretario agli Esteri sottolinea che oggi "non siamo
tanto noi che dobbiamo decidere se andare o meno Pechino", quanto
piuttosto sono le autorità cinesi che devono mostrare alla Comunità
internazionale che la situazione in casa loro è pacifica e rispettosa dei
diritti umani basilari". Un concetto su cui insiste il ministro degli Esteri
Massimo D'Alema. "L'esplodere dei diritti i umani in Tibet e in Cina ci
chiama a scelte impegnative. Sono interrogativi con i quali ci si deve misurare
e che comportano anche in qualche caso scelte coraggiose e rinunce",
sottolinea il vice premier presentando alla Farnesina il rapporto sulla politica estera, messo a punto dal Gruppo di riflessione
strategica. D'Alema rimarca il fatto che "la difesa dei diritti umani, dei
principi di libertà e di democrazia è un punto irrinunciabile del profilo
internazionale dell'Italia", e per questa ragione, spiega, "credo,
nei prossimi mesi, saremo chiamati a scegliere" e il rapporto tra la
"realpolitik" e la visione "etica" della politica
estera "sarà messo alla prova". "Se non c'è una risposta
positiva da parte di Pechino all'appello della Comunità internazionale -
aggiunge il capo della diplomazia italiana - ciò richiederà delle iniziative,
che però a mio giudizio devono essere discusse in sede europea. Penso che la
rincorsa degli annunci e delle proposte serva solo a fare confusione. C'è già
una consultazione europea per valutare quali iniziative possano essere prese, e
noi - ha concluso D'Alema - parteciperemo a queste consultazioni". u.d.g.
( da "Corriere della Sera" del 20-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Corriere
della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-03-20 num: - pag: 14 autore:
di CHRISTOPHER HITCHENS categoria: REDAZIONALE L'intervento Il giornalista e
opinionista americano "La cattiva gestione dell'intervento non basta a
condannare l'impresa" SEGUE DALLA PRIMA Sin dal 1968 gli Stati Uniti
iniziarono a intromettersi su larga scala negli affari del Paese, con il ruolo
svolto dalla Cia nel colpo di Stato che portò al potere l'ala del partito Baath
capeggiata da Saddam Hussein. Non più di un decennio dopo, ci sono prove
schiaccianti che gli Usa acconsentirono tacitamente all'invasione irachena
dell'Iran, decisione destinata a infliggere danni morali e materiali di tali
proporzioni da superare ampiamente le tragedie degli ultimi anni. Nel
frattempo, ricordiamo anche la falsa promessa di sostegno ai rivoluzionari
curdi da parte di Henry Kissinger, che li incoraggiò a fidarsi dell'appoggio
americano per poi tradirli e abbandonarli nel modo più cinico e brutale. Se
avete ancora il coraggio di tenere gli occhi puntati su questi spezzoni di
attualità, arriverete al momento in cui anche Saddam passa dall'altra parte e
si mette a corteggiare Washington, raccogliendo i massimi consensi nella
capitale americana proprio nei giorni in cui lancia la sua campagna di
sterminio nelle province del nord, e conservando il favore americano fino al punto
in cui decide di "mangiarsi" il vicino kuwaitiano. In ogni decisione
successiva, da quella di accorrere in aiuto al Kuwait, a quella di lasciare al
potere Saddam, fino alle decisioni di imporre sanzioni internazionali all'Iraq,
la politica estera americana ha riscosso un tasso assai elevato di partecipazione
pubblica. Se sono sinceri con se stessi, gli americani devono ammettere di non
essere mai stati spinti in guerra "con la menzogna". Semmai si sono
resi conto progressivamente che l'alternativa era tra la collusione protratta
con Saddam Hussein e la decisione di chiudere la partita con lui. Il
discorso del presidente alle Nazioni Unite del 12 settembre 2002, per affermare
che era venuto il momento di mettere anche il tiranno iracheno davanti a questa
scelta, fu senz'altro il miglior discorso dei suoi due mandati presidenziali e
certamente quello che ha dato adito al maggior numero di equivoci. Si ritiene
comunemente, e a torto, che il discorso di Bush abbia
fatto luce unicamente su due aspetti del problema, ovvero il rifiuto del regime
di Saddam di accettare la risoluzione riguardante le armi di distruzione di
massa e la complicità dei baathisti con la ragnatela dei gruppi terroristici
islamici. Il rifiuto sprezzante di Bagdad di recepire la risoluzione dell'Onu
(e non necessariamente la disponibilità effettiva di armi di distruzione di
massa) rappresenta una violazione eclatante e facilmente dimostrabile della
legge internazionale. Le più recenti stime degli esperti oggi hanno rivelato
che il ruolo dei baathisti nel fornire appoggio ai mercanti del terrore suicida
fu più esteso di quanto l'opinione pubblica mondiale non potesse sospettare.
Tutto ciò è stato però oscurato dalla pessima gestione dell'intervento armato,
anche se a mio parere tanta incompetenza non basta a condannare l'impresa tout
court. Un criminale di guerra è stato sottoposto a pubblico processo. La
maggioranza curda e sciita è stata salvata dalla minaccia di un rinnovato
genocidio. Un immenso apparato militare e di partito, brutalmente concentrato
sulla repressione interna e l'aggressione esterna, è stato smantellato. Sono
stati individuati nuovi e immensi giacimenti petroliferi. Si sono tenute
elezioni politiche ed è stata proposta una bozza di sistema federale come unica
alternativa alla spartizione settaria del Paese. Non meno importante, è stata
inflitta una vera e propria sconfitta militare ad Al Qaeda e ai suoi
sostenitori. Per estensione, è lecito sostenere che i baathisti siriani non
avrebbero abbandonato il Libano, né che la gang di Gheddafi avrebbe consegnato
gli arsenali di armi di distruzioni di massa della Libia se non fosse stato per
l'effetto a catena innescato dall'abbattimento di quella dittatura. Nessuno di
questi sviluppi positivi è stato possibile senza una buona dose di errori e
crudeltà. Non riesco a soppesarli, gli uni contro gli altri, come non riesco a
controbilanciare la vergogna di Abu Ghraib con la scoperta delle decine di
fosse comuni del regime di Saddam. Esiste, tuttavia, una presa di posizione che
nessuno può onestamente condividere, ma che molti vorrebbero adottare. Io la
chiamo "teoria dell'Iraq alla George Berkeley": se non abbiamo
causato direttamente il crollo di una nazione traumatizzata, allora non
dobbiamo sentirci responsabili. Tuttavia, proprio la miseria, il caos e la
divisione che suscitano tanta indignazione quando si contempla la situazione
irachena, fanno scaturire una domanda inevitabile: come sarebbe stato l'Iraq
dopo Saddam senza la coalizione? Occorre ricordare che tutte, o quasi tutte, le
opzioni erano già sfumate. Eravamo già coinvolti fino in fondo nella battaglia
per la vita o la morte di quel Paese, e il marzo del 2003 indica semplicemente
il momento in cui abbiamo deciso di intervenire, dopo un lungo dibattito
pubblico, dalla parte giusta e per motivi giusti. E questa decisione ha ancora
oggi il suo peso. © Christopher Hitchens, 2008 Traduzione di Rita Baldassarre
Vittime Scarpe di soldati uccisi in Iraq.
( da "Corriere della Sera" del 20-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Corriere
della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-03-20 num: - pag: 14 categoria:
REDAZIONALE Due lettere Zapatero e George W. con il dissenso cubano DAL NOSTRO
CORRISPONDENTE MADRID - Nonostante non si siano mai scambiati una visita di
cortesia in 4 anni, il presidente spagnolo, José Luis RodrÍguez Zapatero, e
quello statunitense, George W. Bush, hanno almeno un punto in comune in materia di politica estera: il sostegno ai
dissidenti cubani. A distanza di un mese l'uno dall'altro, i due leader hanno
inviato lettere di solidarietà ai prigionieri politici dell'isola e ai loro famigliari.
Entrambi promettono di impegnarsi affinché il governo di RaÚl Castro rispetti i
diritti civili e umani; entrambi manifestano ammirazione per le "Damas de
blanco", le signore in bianco, l'associazione delle mogli e dei parenti
dei 75 dissidenti arrestati nella retata repressiva del 2003. Tra loro c'è la
moglie di Héctor Maseda, Laura PollÁn, che ha mostrato gli originali delle due
missive spedite da Washington a gennaio e da Madrid a febbraio. Maseda è dietro
le sbarre da 5 anni e ha da scontarne altri 15, se non intervengono amnistie o
vistosi cambi di linea politica delle autorità cubane:
"Può stare sicura - ha scritto Zapatero alla moglie - che la Spagna
continuerà a fare tutto quanto in suo potere per ottenere la liberazione dei
prigionieri politici". Bush si rivolge
direttamente all'oppositore in carcere, assicurando l'appoggio americano al
popolo cubano perché ne siano rispettate le libertà fondamentali. Ai due
presidenti erano state inviate copie del libro scritto da Maseda,
"Enterrados vivos", sepolti vivi. Dei 75 arrestati 5 anni fa, 55 sono
ancora in cella, uno è morto, 19 sono stati liberati per motivi di salute: di
questi, 4 sono arrivati in Spagna il mese scorso. Elisabetta Rosaspina.
( da "Corriere della Sera" del 20-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Corriere
della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-03-20 num: - pag: 17
categoria: REDAZIONALE L'iniziativa bipartisan Nucleare, riforme, Africa:
l'agenda 2020 della Farnesina ROMA - L'ineluttabilità del nucleare per far
fronte al fabbisogno di energia evitando le insidie della geopolitica,
lo sguardo rivolto ai Balcani e al Mediterraneo per essere un Paese leader
nell'area senza rinunciare alla vocazione di partner economico di rispetto per
i colossi come Cina, India, Brasile, l'idea di andare a cercare mercati in
Africa, dal Sudafrica all'Angola. E poi le riforme: dall'allargamento del G8
(idea non condivisa da tutti) alle innovazioni istituzionali per l'Europa, dal
gruppo di contatto con Francia, Germania, Gran Bretagna, Spagna e Polonia alla
consapevolezza che solo un Paese "sano" oggi conta nell'Unione. La
scelta di "includere la Cina" perché il protezionismo dimezzerebbe la
crescita soprattutto in Europa, la rivendicazione del ruolo italiano nelle
missioni di pace. Sono gli spunti della politica estera del prossimo decennio,
presentati ieri alla Farnesina nel "Rapporto 2020", l'agenda della politica estera italiana dei prossimi
dodici anni, elaborata da una commissione di esperti del ministero e
indipendenti, guidati da Marta Dassù e Maurizio Massari. "Non un
programma di partito ma una base di discussione politica
e istituzionale, in parte incompiuto per la fine repentina della
legislatura", ha spiegato Massimo D'Alema che lascia in eredità alla
Farnesina questo tentativo di delineare le linee di politica
estera in modo bipartisan e indipendente "dalle fragilità dei
governi". L'idea di un cambio di marcia e di un adeguamento alle nuove
esigenze internazionali lascia un segno anche dentro il ministero: in questi
giorni si stanno mettendo a punto le ultime norme per aprire le ambasciate ai
"privati" e per dotarle di un'autonomia finanziaria che permetta di
gestire al meglio gli interessi nazionali nelle diverse parti del mondo. G.
Fre. Ministro Massimo D'Alema.
( da "Messaggero, Il" del 20-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
"Ue più forte, rigassificatori e nucleare" Nel Rapporto
sulla politica estera, le nuove priorità
fino al 2020. Ambasciatori come manager.
( da "Messaggero, Il" del 20-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Di
CLAUDIO RIZZA ROMA Nelle democrazie avanzate le direttrici di politica estera, le strategie di medio-lungo termine di un
Paese che sappia curare i suoi interessi diplomatici ma anche economici, per
cavalcare la globalizzazione e non subirla, non cambiano ad ogni mutar di
fronda. Se i premier si alternano gli obiettivi di fondo restano comuni. Si
chiama "continuità". Per la prima volta l'Italia cerca di mettersi al
passo e di superare quel gap politico-culturale che è stato la palla al piede
del nostro bipolarismo zoppo e per nulla bipartisan. Il "Gruppo di
riflessione strategica", voluto da D'Alema e coadiuvato dalla Farnesina,
in quattro mesi ha stilato il primo rapporto che guarda di qui al 2020. Gruppo
assolutamente bipartisan composto da professori, imprenditori, studiosi,
militari, giornalisti, banchieri e politici, da Bankitalia a Confindustria, da
Sant'Egidio alla Bocconi, dall'Eni a Finmeccanica. Tutti impegnati a disegnare
un futuro e un percorso condiviso per migliorare le sorti del sistema-Paese.
Per i prossimi dodici anni il Rapporto avanza proposte concrete. Si augura una
dimensione europea della Difesa, proponendo un raccordo stretto tra i sei paesi
più grandi della Ue; spinge per l'allargamento ai Balcani e per quello alla
Turchia di "interesse strategico". Sull'energia, si punta alla
costruzione di pipeline e rigassificatori, all'integrazione con il mercato
energetico europeo, curando i rapporti diretti con Russia e paesi del Golfo; e
a riprendere la collaborazione internazionale sul nucleare, intensificando la
ricerca che riguarda il nucleare di quarta generazione. Politicamente,
l'obiettivo scontato è quello di rafforzare il ruolo dell'Europa negli
organismi internazionali (Onu, G8, Fmi). E per la politica economica, favorire gli investimenti esteri in Italia e rivedere
la rete di rappresentanza istituzionale all'estero (ambasciate, Ice) per
concentrarla nelle aree che presentano maggiori opportunità di sviluppo.
India e Cina sono, come si sa, i paesi emergenti e i mercati più appetibili. Se
tutto questo viene inserito nella modernizzazione della Farnesina, che il
direttore generale Massolo cavalca, si può intuire come una piccola, pragmatica
rivoluzione sia in atto (dimenticando le polemiche che vi furono quando
Berlusconi propose la grande riforma delle feluche): si va dallo snellimento e
razionalizzazione della rete consolare (16-17 sedi sono state chiuse o
accorpate); alla graduale trasformazione della figura dell'ambasciatore in
"ambasciatore-manager" attraverso quanto stabilisce la legge
Finanziaria, che ha inaugurato l'esistenza di un Fondo unico e permesso alle
ambasciate di autofinanziarsi raccogliendo e gestendo direttamente fondi
privati; più l'idea di creare un vice segretario generale-direttore
"politico", che coordini le 12 direzioni generali in modo da disciplinare
gli input della Farnesina nel dialogo con palazzo Chigi. Insomma, un modo
moderno di gestire la diplomazia che avrebbe adesso bisogno di una politica all'altezza. Come dice D'Alema, servirebbe intanto
"una moratoria sugli annunci strampalati" per non dare l'impressione
che l'Italia sia nelle mani di un Potere pazzo e schizofrenico, facendo
crollare la credibilità internazionale del Belpaese. Una base bipartisan c'è,
speriamo che duri. Un articolato sondaggio chiude il Rapporto e fornisce
risposte contraddittorie e interessanti, che rivelano come l'opinione pubblica
sia influenzata dalle incertezze e dalle confusioni della politica:
6 italiani su 10 condividono la missione in Afghanistan ma solo se ciò non
comporta perdite militari; il 65% pensa che sul Kosovo sia già stato fatto
abbastanza; molti credono che l'India sia un'opportunità per i nuovi mercati
(54%) mentre la Cina è vista come una minaccia per la nostra economia (58%); i
più pensano che sia giusto restare nella Nato (35%) ma anche affiancando una
forza difensiva europea (32%).
( da "Messaggero, Il" del 20-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
WASHINGTON
- Sarà anche un esperto di politica
estera, ma il senatore John McCain "ha appena
confuso sciiti con sunniti, l'Iran con Al Qaeda". Un Barack Obama
pungente, che mette nel mirino direttamente l'avversario dei democratici a
novembre, ha approfittato del quinto anniversario della guerra in Iraq per
proporsi come "la vera alternativa" a McCain e a Hillary Clinton per
la Casa Bianca. Per non restare chiuso nell'angolo di un dibattito
incentrato sul colore della pelle, dopo il suo discorso sulla questione
razziale, il senatore dell'Illinois ha così scelto di cavalcare il tema
dell'Iraq. McCain, più che Hillary, è diventato l'obiettivo di Obama, che deve
combattere la percezione di essere inesperto. Il settantunenne senatore
repubblicano gli ha dato una mano, con una gaffe ieri in Giordania, dove ha
confuso i terroristi sunniti di Al Qaida con gli estremisti sciiti appoggiati
da Teheran. Un errore, ha infierito Obama, "che forse spiega perché ha
votato per andare in guerra contro un paese che non aveva legami con Al Qaeda.
O perchè è assolutamente incapace di capire che la guerra in Iraq ha fatto più
per rafforzare i nemici dell'America di ogni altra scelta strategica che
abbiamo preso da decenni".
( da "Liberazione" del 20-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Obama e
Clinton contro il presidente e McCain: "Ritiro e più diplomazia" Bush riscrive l'Iraq: "Una guerra giusta che non si può
perdere" La coppia rimasta alla Casa Bianca a gestire la guerra irachena
ha voluto difendere la sua impresa nel quinta anniversario dall'invasione. Il
vicepresidente Cheney è andato la mattina presto in televisione mentre George
W. Bush ha scelto il Pentagono. La retorica dei due
leader repubblicani statunitensi è talmente distante dalla realtà da sembrare
una parodia. La costruzione del consenso per portare la guerra a Saddam era
passata per le foto satellitari di presunti camion nucleari, per le provette
agitate da Collin Powell all'Onu e per il collegamento tra l'attacco alla torri
gemelle e Baghdad. Cinque anni dopo Dick Cheney se ne infischia del consenso.
Alla domanda dell'intervistatore sull'ultimo sondaggio sulla guerra (il 64%
pensa che non sia valsa la pena combatterla), il vice-presidente ha risposto
"Beh? Non possiamo mica cambiare politica ogni
volta che ci sono i sondaggi. Lincoln non seguiva i sondaggi". Non c'è più
bisogni di consenso per fare la guerra. Che se la veda McCain con gli
americani. Il presidente ha parlato in forma ufficiale spiegando che un anno
fa, quando fu deciso l'aumento delle truppe "i terroristi stavano per far
precipitare il Paese nel caos e la mia amministrazione ha capito che l'America
non si poteva ritirare di fronte al terrore". Come se niente fosse, il
presidente racconta una versione dei fatti nella quale il dialogo con i sunniti
e il superamento del bando di tutti gli ex ufficiali di Saddam è il frutto di
una scelta e non delle pressioni dell'establishement politico e militare sulla
Casa Bianca. Il presidente considera necessario mantenere le truppi in Iraq,
ribadisce che "Rimuovere Saddam Hussein dal potere è stata la decisione
giusta" e pensa che "questa è una guerra che l'America può e deve
vincere". Il discorso del presidente è anche un'occasione per partecipare
alla campagna elettorale attaccando i democratici. I candidati alla presidenza
del partito avversario "non potendo più sostenere in maniera credibile che
stiamo perdendo, adesso sostengono che la guerra costa troppo". Bush arriva anche a sostenere che le stime sui costi
dell'impresa irachena sono esagerate. Per fare notizia su tema cruciale della
campagna presidenziale e rispondere a Bush, anche
Obama e Clinton hanno tenuto un discorso. L'ex first lady è tornata a spiegare
che il suo voto alla guerra non giustifica gli attacchi che riceve da Obama in materia,
ha illustrato il suo piano di ritiro entro 60 giorni e parlato della necessità
di superare il disastro iracheno con la diplomazia. "Non è una guerra che
si vince con le armi questa" ha detto Clinton. Obama parlava di Iraq il
giorno dopo aver parlato della questione razziale, un discorso che i media
americani definiscono uno dei più importanti della storia delle campagne
politiche americane. Anche l'intervento di ieri è di quelli impegnativi.
"La guerra a volte può essere necessaria, ma ha sempre gravi conseguenze.
Per questo bisogna saper giudicare quando se ne comincia una" ha detto.
"Il senatore Clinton dice che lei e McCain hanno superato il test da
comandanti in capo non per le decisioni che hanno preso ma per gli anni passati
a Washington. E' ora di discutere con McCain sul tema della sicurezza", ha
continuato Obama, e non partendo dall'esperienza, perchè in quel caso vince
lui. "Se si crede che questa guerra sia giusta allora è solo un porblema
di tattica militare. Ed è di questo che vuole discutere McCain". Obama
dice che lui, che si è sempre opposto alla guerra, metterà fine al conflitto,
"anche se non sarà facile". A proposito di esperienza: ieri la
biblioteca Clinton ha diffuso le carte sugli anni di Hillary da first lady. Il quotidiano britannico The Guardian le ha esaminate e spiega
che in ogni momento cruciale della politica estera americana negli anni della presidenza Clinton (la pace in Nord
Irlanda, il Kosovo), Hillary faceva altro. Obama - ed eventualmente i
repubblicani - useranno quelle carte contro di lei. m. mazz. 20/03/2008.
( da "Riformista, Il" del 20-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Segue un
giorno da lama di Antonio Polito Sì, perché questa è oggi la questione
cruciale. La massima autorità spirituale del Tibet ha messo sul piatto le sue
dimissioni perché ha rischiato la liquidazione politica.
Ancora ieri mattina Pechino sembrava decisa a regolare definitivamente i conti
con lui. Paradossalmente, più si incattivisce la situazione in Tibet, meglio è
per il regime. È infatti ormai chiaro che la strategia non violenta,
ragionevole e autonomista del Dalai Lama comincia a perdere consensi soprattutto
tra i giovani tibetani esasperati. Pechino potrebbe preferire avere loro di
fronte, magari mentre assaltano i negozi dei cinesi, così da trattarli con
l'argomento che maneggia meglio, quello della forza; piuttosto che doversi
confrontare con il carisma globale del Dalai Lama. Dunque solo l'Occidente può
aiutare il Dalai Lama e salvare la leadership di uno dei pochi movimenti non
violenti del mondo. Se n'è parlato ieri a lungo nella riunione delle
commissioni esteri di Camera e Senato riunite congiuntamente, cui ha
partecipato in qualità di ancora senatore il direttore di questo giornale. E la
riapertura straordinaria del Parlamento è il secondo risultato già ottenuto
dalla mobilitazione dell'opinione pubblica. C'è una sostanziale unità di
intenti tra le forze politiche. Certo, c'è chi vorrebbe minacciare il
boicottaggio e chi è più prudente, ma sul minimo comun denominatore sono tutti
d'accordo: noi chiediamo alla Cina risposte oggi, non ad agosto. È la Cina che
deve dimostrare al mondo di essere in grado di tenere Olimpiadi non
insanguinate, perché sarebbe impossibile far sventolare i cinque cerchi a
Pechino mentre i carri armati calpestano Lhasa. Le Olimpiadi sono un problema
della Cina, non nostro. Ed è per questo che è stato profondamente sbagliato l'annuncio
di Solana, ministro degli esteri della Ue, che ha
dichiarato che lui sarebbe andato ai giochi comunque proprio nel giorno in cui
cominciava a scorrere il sangue in Tibet. In questo Solana si è comportato come
Bush, il quale ha tolto la
Cina dall'elenco dei dieci peggiori trasgressori mondiali dei diritti umani.
Ma, come è noto, non sempre seguire Bush è la strada
migliore per l'Europa. Infine, tutti i nostri amici che sono venuti ieri sera a
Campo de' Fiori devono essere fieri di un terzo obiettivo raggiunto: la
protesta per la repressione in Tibet ha varcato la frontiera di chi si informa
con i giornali e internet ed è penetrata nel grande pubblico italiano, quello
che si informa attraverso la televisione. Ringraziamo Rai news 24 e Sky tg 24
per aver trasmesso in diretta la nostra manifestazione, e tutti i telegiornali
e i giornali radio che ne hanno dato ampia notizia. L'unica arma vera di cui
dispongono i tibetani e il loro leader spirituale è la mobilitazione della più
vasta opinione pubblica mondiale. Le tv ci hanno aiutato ieri a reclutare un
piccolo esercito, che non smetterà di guardare al tetto del mondo. 20/03/2008.
( da "Italia Sera" del 20-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Politica Estera Usa/Nel
quinto anniversario dell'inizio del conflitto il bilancio del Presidente Iraq,
Bush: "Ora il mondo è più sicuro" Nel quinto anniversario dell'inizio
del conflitto in Iraq, in un discorso al Pentagono, il presidente Bush si è
detto "orgoglioso dei risultati" sottolineando come "il mondo
sia più sicuro" con Saddam Hussein fuori gioco. Tuttavia, Bush ha ammesso
che il conflitto, iniziato il 19 marzo 2003 con l'operazione Iraqi Freedom,
"è stato più duro e più costoso del previsto". Ma, ora questa guerra
"giusta" deve essere portata a termine. "La nuova strategia in
Iraq sta avendo successo e ci sta aprendo la porta ad una vittoria strategica
contro il terrorismo. In Iraq stiamo assistendo alla prima azione militare
araba su ampia scala contro Osama Bin Laden e la sua rete del terrore" ha
poi aggiunto il numero uno Usa precisando che "un
rimpatrio delle truppe Usa dall'Iraq più massiccio di
quello già annunciato potrà essere adottato solo "se non metterà a
rischio" i progressi finora raggiunti. Bush ha detto che attenderà il
prossimo mese il rapporto del generale David Petraeus prima di prendere
ulteriori decisioni sul livello di rimpatrio delle truppe americane dall'Iraq.
Per il 64% degli americani non ne valeva la pena. Il 64% degli americani
ritiene che i risultati di cinque anni di guerra in Iraq non valgono le perdite
in termini di vite umane e, i costi che l'America sta sostenendo. Lo indica un
sondaggio svolto dal network CBS, in occasione del quinto anniversario
dell'invasione dell'Iraq. Solo il 29% degli americani, secondo il sondaggio,
ritengono che il prezzo della guerra sia adeguato ai risultati ottenuti. Nel
2003, sei mesi dopo l'attacco a Baghdad, gli americani erano divisi 50-50% nel
sostegno o meno alla guerra. L'approvazione dell'operato dell'amministrazione
Bush in Iraq era scesa ai minimi nel marzo 2006, sotto al 25%. Adesso è
lievemente risalita, ma la maggioranza degli americani ritiene sempre che la
Seconda guerra del Golfo sia stata sostanzialmente un errore. Edizione n. 866
del 20/03/2008.
( da "Avvenire" del 20-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
CRONACA
20-03-2008 LA DESTRA No al radicalismo, parità con gli Usa
L a premessa del programma della Destra in politica
estera è che "il patriottismo oggi si esplica
in virtù della forza e dell'autorevolezza che l'Italia deve saper costruire
negli ambiti internazionali in cui è inserita. Il cuore della politica estera italiana non può che
essere la difesa dell'interesse nazionale in relazione al contesto geopolitico
in cui l'Italia è inserita: l'Europa e il Mediterraneo". Non vi è
riferimento esplicito alle missioni militari all'estero, ma sembra che
l'orientamento, nel caso la Destra arrivi a far parte di una maggioranza di
governo, sia per una conferma del dispiegamento delle nostre Forze armate, alle
quali, per tradizione, il partito è vicino. L'accento più forte nel programma
di Daniela Santanchè (forse anche per sensibilità personale al tema) va
"all'impegno contro ogni possibile focolaio di fondamentalismo, culla del
terrorismo di matrice islamista in ogni angolo del mondo, al fine di creare un
modello di ordine nel mondo atto a garantire giustizia, prosperità e armonia
tra popoli e nazioni diverse". Per quanto riguarda i rapporti con gli
Stati Uniti, ci si affida alle parole del presidente francese Nicolas Sarkozy:
"Essere alleati non vuole dire allineati, e bisogna sentirsi perfettamente
liberi di esprimere il proprio consenso come il proprio dissenso, senza
compiacenze né tabù". Come dire: l'amicizia con l'America resta
impregiudicata, tuttavia senza prendere ordini e senza sudditanze preventive
alle scelte di Washington, soprattutto inaugurando un nuovo protagonismo
europeo in cui l'Italia abbia ruolo di primo piano.
( da "Avvenire" del 20-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
CRONACA
20-03-2008 Popolo della libertà Più vicini ad America e
Israele In Afghanistan impegno forte L a politica
estera è assente nel programma ufficiale del Popolo
della libertà. Ragioni di sintesi, ha spiegato Silvio Berlusconi, a parere del
quale non era necessario ribadire che vi sarà totale continuità di un suo
eventuale governo con le scelte compiute nel periodo 2001-2006.
Innanzitutto, quindi, rapporto privilegiato con gli Stati Uniti, anche se alla
Casa Bianca andrà un democratico. Sulle missioni militari italiane all'estero
l'ex ministro della Difesa Martino, che aspira a un nuovo incarico in caso di
vittoria, ha lanciato il sasso nello stagno la scorsa settimana. "Via dal
Libano e ritorno in Iraq", ha detto in un'intervista con il suo tipico
stile tranchant. Immediate le precisazioni e le messe a punto dello stesso
Berlusconi e di Fini. Che hanno dato un quadro delle possibili linee future.
"Resteremo in Medio Oriente, ma non condividiamo le attuali regole di
ingaggio del nostro contingente ha detto il candidato premier raccogliendo le
parole di Martino . Serve maggior libertà di intervento per i nostri uomini, al
fine di prevenire il riarmo degli hezbollah ". Quanto a Baghdad, è stata
esclusa l'eventualità che soldati italiani sbarchino in forze a cinque anni
dalla guerra. Secondo Martino, la scelta di Prodi di lasciare il Paese ha
costituito un errore, Berlusconi ritiene che, al massimo, si potrebbe pensare
di inviare "istruttori militari". Tutti hanno comunque precisato che
le decisioni vanno assunte di concerto con gli alleati e con gli organismi che
guidano le missioni. A tal proposito, il Pdl pare orientato, più di tutti gli
altri schieramenti politici, ad accogliere le richieste dell'Alleanza atlantica
affinché in Afghanistan siano dislocati più uomini e più mezzi. L'ex ministro
della Difesa si è detto personalmente favorevole a un maggiore impegno per
contrastare l'offensiva dei taleban. Ciò significherebbe anche combattere in
campo aperto contro le forze che minacciano il governo Karzai, con un
conseguente aumentato rischio di perdite. Il Popolo della libertà dovrebbe
riproporre il suo tradizionale approccio filo-israeliano in Medio Oriente, con
chiusura netta a ogni ipotesi di dialogo con Hamas e minore attenzione alle
istanze palestinesi, in sintonia con la linea adottata in questi anni da George
W. Bush. La stretta adesione alle posizioni di
Washington varrebbe, verosimilmente, anche circa la crisi iraniana, soprattutto
nel caso vi fosse una divergenza di idee tra Europa e Stati Uniti sulla linea
dura da adottare verso Teheran. La mancanza di un capitolo scritto su questi
temi lascia aperto il tema dei fondi necessari a sostenere lo sforzo delle
missioni militari sui vari fronti. Il precedente esecutivo Berlusconi ridusse
il capitolo di bilancio dedicato alla difesa. Nella difficile congiuntura
internazionale, i conti pubblici rischiano di andare in ulteriore sofferenza e
bisognerà allora decidere che cosa privilegiare.
( da "Avvenire" del 20-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
CRONACA
20-03-2008 Missioni militari. Quale politica estera? Le missioni militari
fuori dai nostri confini hanno costituito una delle spine più acuminate per il
governo Prodi e, grazie a un'intervista rilasciata venerdì 14 dall'ex ministro
della Difesa Antonio Martino, sono state l'unico tema di politica estera che è riuscito a
'bucare' gli schermi della campagna elettorale. Sì, perché fino ad ora i
temi internazionali sono stati, com'è peraltro tradizione italiana,
completamente ignorati in comizi e dibattiti. Anche nei programmi, per la
verità, non v'è molto più di qualche enunciazione generale (e spesso generica).
Eppure, abbiamo circa 7.700 uomini delle Forze armate impegnati in 19 missioni
di pace, le più rilevanti delle quali sono quelle in Libano, in Afghanistan e
nei Balcani, compreso il Kosovo indipendente che in questi giorni ha ripreso a
infiammarsi. Strettamente legati all'impegno su questi fronti sono il rapporto
con gli Stati Uniti e l'atteggiamento complessivo nell'intricata partita
mediorientale. Gli ultimi cambi di maggioranza si sono infatti caratterizzati,
in politica estera, proprio per un diverso
orientamento nell'alleanza strategica con Washington (sulla guerra in Iraq in
particolare) e per un'accentuazione della solidarietà a Israele o dell'apertura
al dialogo con tutte le espressioni del popolo palestinese (compresa Hamas).
( da "Avvenire" del 20-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
CRONACA
20-03-2008 Partito democratico La scelta del multilateralismo: conferma a tutti
i contingenti Nel programma si dice poi che va affermata "la necessità di un'inizia-
tiva che fermi la corsa al riarmo con- venzionale e nucleare. Lavoreremo perciò
ad un Mediterraneo e ad un Medio Oriente de-nuclearizzato e parteciperemo agli
sforzi interna- zionali per fermare il rischio nu- cleare iraniano e per
assicurare la sicurezza ai Paesi dell'area". In questo contesto vanno
inserite le iniziative di dialogo che il ministro degli Esteri D'Alema ha
prospetta- to con Hamas ed Hezbollah, allo scopo di coinvolgere tutti gli at-
tori della crisi al tavolo della pace. Iniziative cha hanno suscitato le
reazioni criti- che esplicite di Israele e freddezza da parte di Washington. Se
venisse confermato, il titolare della Farnesina dovrà precisare la strategia
italia- na, che potrebbe entrare in dissonanza con quella america- na e di
alcuni Paesi Ue. Il Pd afferma comunque di essere "per il rafforzamento
dell'amicizia e della collaborazione nazionale e europea con gli Stati Uniti.
La part- nership atlantica è la base migliore per un nuovo dialogo con il mondo
arabo e islamico, per il governo del- le crisi, per la piena integrazione dei
Balcani occidentali nel sistema eu- ropeo ". Si ribadisce infine che il
Par- tito democratico "opera per il mul- tilateralismo efficace, per il
raffor- zamento delle istituzioni interna- zionali e per la loro riforma,
riven- dicando il successo all'Onu sulla moratoria delle esecuzioni
capitali". Unione di Centro rilancia N el programma
del Partito democratico, la politica estera fa da breve preambolo. In esso si sostiene che, "in un
contesto in rapida evoluzione e contraddistinto da elevata instabilità",
si debba "ribadire la scelta di un metodo multilaterale e di una presenza
attiva negli organismi internazionali. In questo quadro, l'Italia deve
poter disporre di uno strumento militare che le consenta, in coerenza con il
mandato fissato nell'articolo 11 della Costituzione, di assicurare un'adeguata
difesa del territorio nazionale; di svolgere da protagonista il ruolo che le
compete nelle alleanze internazionali; di condividere le responsabilità nel
governo delle crisi e per la difesa della pace e della stabilità internazionale
". Si riafferma, quindi, che "la lotta al terrorismo resta
un'esigenza essenziale, da affrontare tramite le missioni internazionali di cui
siamo parte e attraverso i nuovi strumenti europei di cooperazione fra polizie
e servizi di intelligence. L'Italia deve confermare il suo impegno nella
missione in Afghanistan, decisiva per vincere la guerra al terrorismo
jihadista, e nella riflessione strategica sul Medio Oriente e sulle crisi dell'area,
tragicamente aggravate dall'errore compiuto dall'Amministrazione Bush con la guerra in Iraq". Si tratta in sostanza di
proseguire sulla linea espressa dall'esecutivo Prodi, che portò al ritiro da
Baghdad, al mantenimento delle truppe a Kabul e all'invio di un contingente da
frapporre tra Hezbollah e I- sraele. Resta da verificare quale sarebbe la
scelta di un governo Veltroni di fronte a una reiterata ri- chiesta di Usa e
Nato perché in Afghanistan si aumenti la presenza degli Alleati e tutti modifichino
le regole d'ingaggio in senso più "bellico " e non solo strettamente
difensivo.
( da "Quotidiano.net" del 20-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
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SCATENATO "Tutte s'innamorano di me Bush e Blair mi hanno chiesto un lavoro
dopo la politica" Alla
festa di compleanno di Roberto Maroni, esponente della Lega Nord, l'ex
presidente del Consiglio si è intrattenuto con i cronisti: "E delle mie
fidanzate non mi chiedete niente?". Poi a ruota libera reacconta:
"Blair ora prende centomila euro a conferenza. Ma mi chiese di
assumerlo nel momento in cui abbandonasse la politica"
Roma, 20 marzo 2008 - Silvio Berlusconi ospite d'onore del ricevimento
organizzato da Roberto Maroni, esponente della Lega Nord, per il suo
compleanno. Non molti, per la verita', gli invitati alla festa dell'ex ministro
del governo Berlusconi e pochi anche i politici. Fra questi, Giulio Tremonti
(che ha lasciato il locale romano dove e' stato organizzato il ricevimento un
po' prima per andare a registrare Porta a Porta), Maurizio Sacconi (Fi) e pochi
altri. Fra gli ospiti, il cantautore Edoardo Bennato e l'attrice Maria Grazia
Cucinotta. Corposa anche la presenza di giornalisti, fra i quali Enrico
Mentana. Al tavolo d'onore, naturalmente, il Cavaliere con il festeggiato.
Seduto davanti a Berlusconi il direttore generale di Confindustria Maurizio
Beretta e accanto a lui Enrico Mentana. Una festa un po' amara, per la verita',
vista la sconfitta del Milan in caso con la Sampdoria, che Berlusconi e Maroni
(entrambi tifosI rossoneri) hanno potuto vedere proiettata su un muro della
sala. Il festeggiato si e' pero' potuto rifare con i regali. Fra questi, il
piu' curioso e' un uovo di Pasqua di oltre 10 chili con i colori della squadra preferita
del leghista: rosso e nero ALL'UDC FORSE SOLO UN SENATORE... "Non credo
che ci siano ancora degli indecisi sul voto. Ormai la gente sa quello che ha
combinato questa sinistra al governo". Silvio Berlusconi ieri sera,
durante la festa di Roberto Maroni, si e' intrattenuto con i cronisti ad
analizzare la situazione sulle elezioni del 13 aprile. "Le regioni a
rischio sono sempre le stesse, dopo Pasqua andro' in giro per l'Italia",
ha sottolineato l'ex presidente del Consiglio. Berlusconi poi ha parlato anche
dei sondaggi: "L'Udc potrebbe prendere solo un senatore. Forse nelle
Marche...". E in Campania dove c'e' De Mita? "No, assolutamente
no", ha risposto il leader azzurro. NON HO COLPA SE SONO NUMERO UNO CON LE
DONNE… 'E delle mie fidanzate non mi chiedete niente?'. Cosi', al termine della
festa di compleanno di Roberto Maroni, Silvio Berlusconi scherza con i cronisti
visibilmente rilassato. ' Io credo, come diceva Donat Cattin, che gli uomini si
giudicano da cio' che fanno dalla cinta in su. Poi non e' colpa mia se tutte si
innamorano di me e non sono neanche colpevole del fatto che anche in questo
campo sono il numero uno', conclude sorridendo. BLAIR? CENTOMILA EURO A
CONFERENZA… Silvio Berlusconi parla a ruota libera durante la festa di
compleanno di Maroni. L'ex premier spazia da D'Alema ("difficolta'
caratteriale, ma ha una grande intelligenza, e comunque non sono stato io a far
cadere la bicamerale") a Tony Blair: "Ora prende centomila euro a
conferenza". Ma nei ragionamenti del leader azzurro non mancano anche Bush e altri leader che - confida Berlusconi - "mi
chiesero di assumerli nel momento in cui abbandonassero la politica".
Berlusconi poi parla anche di campagna elettorale: "Voglio ricordare la
lezione di Fanfani che diceva che se bene va in un comizio si perdono comunque
cinque punti..." Infine sul futuro della tv, che - dice Berlusconi - sara'
tutta digitale: "Se faccio un cenno - dice - vendo tutto, ma la vendo al
prezzo reale". VENDERE CASERME PER CENTRI COMMERCIALI... Vendere i beni
immobili dello Stato. Silvio Berlusconi ribadisce uno dei punti del programma
del Pdl. Partecipando ad un incontro con la Concooperative il leader azzurro ha
spiegato: "Lo Stato ha un patrimonio superiore al debito pubblico: il
debito publico e' 1.500 miliardi, il patrimonio dello Stato lo si valuta 1.800,
ci sono molti beni che non sono sfruttati dallo Stato: pensate a delle caserme
nel centro delle citta' dove ci sono pochi militari, possono essere vendute,
possono essere utilizzate come centri commerciali". STAMPA TUTTA A
SINISTRA, FEDE ULTIMO DEI MOHICANI... La stampa italiana e' 'tutta di
sinistra', tranne Emilio Fede, direttore del tg4, 'che ormai e' l'ultimo dei
Mohicani'. Nel corso del suo intervento all'assemblea di Confcooperative,
Silvio Berlusconi si lascia andare a qualche momento di scherzo. 'Ora poi -
prosegue - mi sara' gratissimo, dato che gli abbiamo candidato la moglie.
Certo, tutti saremmo piu' sollevati se avessimo la moglie piu' giorni a
Roma...'. Poi, di fronte alla platea divertita, aggiunge: 'Sia ben chiaro pero'
che noi non siamo quelli che candidano le mogli, non siamo come quelli che
candidano la moglie di Fassino e Bassolino'. Poi cerca di riprendere il filo
del discorso: 'Ho qualche difficolta' - conclude - perche' quando penso a Fede mi
commuovo'. Berlusconi e la battuta sulla precaria: "A mio figlio 360
richieste di nozze" Segnala ad un amico Tuo nome: Tua email: Nome amico:
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Puccini al Teatro alla ScalaBaustelle in concerto"La guerra dei
Roses" al Teatro Lauro Rossi'Tartufo', di Molière"La guerra dei Roses"
al Teatro Lauro RossiAlicia Keys al Forum di AssagoSolisti dell'Accademia di
santa ceciliaProgramma della Stagione di Prosa 2007-2008, Teatro
dell'AquilaStagione teatrale 2007 / 2008, teatOltre: X (Ics) Racconti crudeli
della giovinezzaProgramma della Stagione di Prosa 2007-2008, Teatro dell'Aquila
La miglior crescia è della signora MariellaRodeo a Las VegasIl Dalai Lama
invitato dal consiglio comunaleGli Slowfeet a OffidaGli Slowfeet a Offida
--> Le foto del Salone di New YorkCelebrazioni per il Venerdì santoL'incendio
nel sottobosco di FiuminataLa mostra di Simone De Magistris a
CaldarolaIpnotizza la cassiera e fugge con 800 euroMaestri senesi dal Lindenau
Museum di AltenburgAnna Valle sul set del film "MissTake"Immagini del
cocktail in onore di Donatella Versace'Il coraggio di Angela', la fiction
presentata a RomaLe immagini della 29ma giornata di serie ADisfatta viola al
San Paolo: il Napoli batte la Fiorentina 2-0Ascoli-Messina sotto la
pioggiaL'incontro con l'esorcistaI cantieri in cittàSerie B, Rimini-Spezia Donadoni
rompe con Abete il ct potrebbe essere AncelottiArrigoni: con il Frosinone
faremo il turn-overI manifesti elettorali taroccatiPino Daniele- 'Je so pazz'Lo
scrittore Hugo Claus ha scelto la dolce morte'L'amore secondo Dan'- Il
trailerAnna Valle per la prima volta in un ruolo da cattivaRoma pro-Tibet:
'Siamo tutti tibetani'La lista di nozze di Cecilia, ex SarkozyL'Inter avanza
verso lo scudetto, il Milan sprofonda in una crisi sempre piu' graveSeal
attacca i paparazzi: "Siete solo scarafaggi!"Fini e D'Alema, faccia a
faccia all'Adnkronos50 cent, da gangster a designer d'autoD'Alema e Fini,
faccia a faccia all'AdnKronosFini e D'Alema, faccia a faccia all'AdnKronos Alle
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del paesaggio, un bene per il Paese del 20/03/2008 di Alessandro Farruggia E'
giusto che i genitori 'spiino' nel cellulare dei figli?Vota il gol più bella
della 29 giornataI politici italiani sono dei fannulloni?Giusto eliminare la
par condicio?Esame di terza media uguale per tutti, sei d'accordo?In discoteca
con il 'trenino'. Che cosa ne pensate?Terrorismo, temi nuovi attacchi?Sei
d'accordo con l'esonero di Piccioni?Vota il gol più bello della 28esima
giornataKit antidroga per gli adolescenti, si o no?Libano, Afganistan, Kosovo,
Iraq: cambiare o no i compiti delle nostre missioni militari
all'estero?Rimborsi elettorali ai partiti-fantasma, è giusto?Sei precario:
sposeresti un milionario non per amore?Santoro 'cotto' della Borromeo, secondo
voi è vero?Giusta la sentenza di appello a carico di Ahmetovic? LA FOTO DEL
GIORNO Sexy fashion Dalla musica alla passerella: un momento della sfilata
della linea di lingerie Pussycat Dolls, alla settimana della moda di Los
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( da "EUROPAQUOTIDIANO.it" del 21-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Federica
Cantore È "orgoglioso dei risultati ottenuti" in Iraq il presidente
degli Stati Uniti George W. Bush, che durante il suo
discorso per l'anniversario della guerra ha detto di comprendere il dibattito
che si è aperto nel paese sull'intervento militare, ma di avere "chiare le
risposte": quella in Iraq è una guerra giusta. A cinque anni dell'inizio
dell'operazione "Iraqi Freedom", nel suo intervento al Pentagono, il
presidente ha difeso la sua scelta: "Rimuovere Saddam Hussein dal potere è
stata la giusta decisione, e si tratta di una battaglia che l'America può e
deve vincere" ha spiegato Bush, pur ammettendo
che il conflitto "è stato più duro e più costoso del previsto". La
guerra, infatti, è costata finora oltre cinquecento miliardi di dollari, ma
negli ultimi mesi sono stati diffuse stime "esagerate" ha lamentato Bush, riferendosi allo studio dell'economista premio Nobel
Joseph Stiglitz, secondo cui la guerra potrebbe arrivare a costare 3.000
miliardi di dollari. E denaro a parte, c'è anche il prezzo in termini di vite umane,
secondo gli ultimi dati sono circa 4mila i soldati statunitensi rimasti uccisi,
senza contare il numero di morti iracheni tra militari e civili, tuttavia,
secondo il presidente questo è il necessario scotto da pagare per ottenere
"una vittoria strategica contro i nostri nemici in Iraq". E
nonostante le difficoltà, l'inquilino della Casa Bianca è fiducioso sull'esito
del conflitto, "quando avremo vinto gli effetti si vedranno in tutto il
mondo", e questa secondo il presidente è stata "la prima grande rivolta
araba contro Osama bin Laden", gli iracheni "si sono stancati della
brutalità di al Qaida " e quello che doveva essere il fronte della guerra
contro l'America è diventato invece "un movimento di liberazione della
tirannia". Mentre sulle future scelte in merito alla politica estera, un "ulteriore
ritiro delle truppe non deve mettere a repentaglio i progressi fatti", ha
dichiarato Bush, "i
successi che stiamo vedendo in Iraq sono innegabili, eppure qualcuno a
Washington chiede ancora il ritiro ", facendo riferimento non solo alle
manifestazioni che ieri, in occasione del suo discorso, si sono tenute
nelle strade di Washington contro la guerra in Iraq, ma anche ai candidati alla
nomination democratica, Hillary Clinton e Barack Obama favorevoli al ritiro
completo dall'Iraq in tempi brevi. I democratici, ha spiegato Bush, "non potendo più sostenere in maniera credibile
che stiamo perdendo in Iraq, adesso sostengono che la guerra costa
troppo". E dal partito dell'asinello è arrivata la riposta a distanza di
Barck Obama, che, durante un discorso in Carolina del Nord, ha invece ribadito
che la sua intenzione è quella di porre immediatamente fine al conflitto, che
ha ridotto la sicurezza negli Stati Uniti e rafforzato al Qaida, i talebani,
l'Iran e la Corea del Nord. Ma il senatore dell'Illinois non ne ha solo per Bush, Obama, infatti, ha anche criticato la sua rivale
democratica Hillary Clinton che nel 2003 votò a favore dell'uso della forza in
Iraq, e il repubblicano Mc- Cain, a proposito del quale Obama ha sottolineato
ironicamente che nel discorso tenuto l'altro ieri, il senatore ha ripetutamente
confuso "sanniti" e "sciiti", segno, ha detto il senatore
dell'Illinois, della generale confusione di Mc- Cain sul medio oriente, e ha
aggiunto che il senatore repubblicano è privo di una strategia globale e parla
solo di tattiche, l'anno scorso diceva che bisogna restare in Iraq perché c'era
ancora troppa violenza, e quest'anno che bisogna restare perché la violenza sta
calando. Mentre, per Obama rimanere in Iraq significa non responsabilizzare gli
iracheni sul proprio futuro e vivere in un'America meno sicura.
( da "Libertà" del 21-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
( da "Nuova Ferrara, La" del 21-03-2008)
Pubblicato anche in: (Corriere delle Alpi) (Gazzetta di
Mantova, La) (Gazzetta di Modena,La) (Gazzetta di Reggio)
Argomenti: Politica estera USA
Di
Gabriele Carchella La Cina rifiuta l'appello al dialogo del Papa "Non
avremo tolleranza con i criminali" Olimpiadi, Bush sarà presente a Pechino
I cinesi irritati anche con Gordon Brown che vuole vedere il Dalai Lama ROMA.
Porta sbarrata al dialogo con la Santa sede e il Dalai Lama. Mentre la crisi
tibetana non accenna a placarsi, Pechino attacca di nuovo e fa un deciso passo
indietro sulla strada della distensione. Ce n'è per tutti, a partire dal papa.
L'appello al "dialogo e alla tolleranza", lanciato mercoledì da
Benedetto XVI, è stato respinto con decisione al mittente: "La cosiddetta
tolleranza non può esistere per i criminali, che devono essere puniti secondo
la legge", ha detto il portavoce del ministero degli Esteri Qin Gang. Una
chiusura netta, che precede un appuntamento delicato. Delicato per i rapporti
tra Cina e Santa sede. Si svolge infatti oggi, a Roma, la tradizionale Via
Crucis del Colosseo. Quest'anno l'autore delle meditazioni è l'arcivescovo di
Hong Kong Joseph Zen, che scrive di "persecuzione" e "Chiesa del
silenzio", con un chiaro riferimento alla condizione dei cattolici in
Cina. Identiche espressioni sono già state utilizzate da papa Ratzinger in una
lettera diretta al popolo cinese lo scorso luglio. Ma in questo momento c'è chi
teme una nuova reazione della Cina, ipotesi però respinta dal cardinale Zen.
Dopo il papa, Pechino se la prende anche con il premier britannico Gordon
Brown, che mercoledì aveva parlato della disponibilità del premier cinese Wen
Jiabao a incontrare il Dalai Lama, seppure a precise condizioni. "Alcune
notizie non sono molto precise", ha detto Qin Gang a nome del suo governo,
spiegando che Wen "ha solo ribadito la sua disponibilità al dialogo"
alle condizioni poste da Pechino. Il portavoce ha poi manifestato "grande
preoccupazione" per l'intenzione di Brown di incontrare il Dalai Lama il
prossimo maggio in Gran Bretagna. "Come abbiamo più volte sottolineato -
ha continuato - il Dalai Lama è un rifugiato politico coinvolto in attività
secessionistiche sotto la copertura della religione". Incurante della
condanna cinese, anche il principe Carlo riceverà il Dalai Lama. Si chiude
così, per il momento, lo spiraglio apertosi dopo le dichiarazioni del premier
britannico. E dire che proprio ieri il Dalai Lama aveva ribadito la sua
disponibilità a "incontrare i leader cinesi", in particolare il
presidente Hu Jintao. Aggiungendo che per farlo sarebbe pronto a recarsi a
Pechino. Il leader tibetano, parlando dal suo esilio indiano di Dharamsala si è
poi soffermato sulle vittime degli scontri: "Non conosciamo le cifre
esatte. Alcuni dicono che i morti sono dieci, altri cento. Io sono rattristato
dal fatto che ci siano state tante vittime". Ha poi preso a suo modo le
distanze dai manifestanti tibetani: "Il mio impegno è quello di rimuovere
i sentimenti negativi tra i tibetani e allo stesso tempo quello di rimuovere la
diffidenza tra i cinesi, ma non ho l'autorità per fermare le proteste".
Nel frattempo, gli osservatori continuano a chiedersi se ci saranno conseguenze
per i giochi olimpici. Il primo a chiarire la sua posizione è stato George
W.Bush. Il presidente Usa assicura
che sarà presente a Pechino, perché la decisione di rinunciare ai giochi per la
repressione in Tibet "dovrebbe riguardare più gli atleti che non la politica". In una telefonata con il
ministro degli Esteri cinese Yang Jiechi, il segretario di Stato statunitense Condoleeza Rice ha comunque ribadito il suo appello alla massima moderazione e
al dialogo con il Dalai Lama. Infine, la presidenza slovena dell'Unione
europea si è detta contraria al boicottaggio: "non è la risposta giusta
agli attuali problemi politici".
( da "Unita, L'" del 21-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Stai
consultando l'edizione del Iraq, solo Martino crede ancora
a Bush Luigi Bonanate Ai capi
del Popolo della libertà che stanno irrompendo un po' grossolanamente nella politica estera del loro, ipotetico,
futuro governo (ecco un altro motivo per temerlo), non sarebbe forse sbagliato
ricordare che i loro preferiti partner in politica
estera, gli Stati Uniti, hanno appena riconfermato
che, senza ombra di dubbio, Saddam non aveva alcun rapporto con
al-Qaeda. Ora le somme sono presto tirate: Saddam non aveva armi di distruzione
di massa; Saddam non ricoverava né appoggiava bin Laden né altri dei suoi.
Dunque: l'attacco all'Iraq è ingiustificabile da qualunque punto di vista,
compreso quello statunitense, compreso quello di Bush
(che è tutto dire). Gli unici a non averlo capito sono proprio stati
Berlusconi, Martino, Frattini e Fini: una garanzia di alta politica
per il futuro! Ma non si pensi che questa notizia, già circolata in passato e
ora ribadita dal Pentagono (che su tali distorte informazioni ha scatenato una
guerra che ha prodotto almeno 150.000 morti e fatto spendere almeno 350
miliardi di dollari, secondo una stima molto prudenziale e priva della quota
delle spese generali) abbia spinto il governo statunitense a rivedere le sue
decisioni, insistendo nel voler liberare l'Iraq senza comprendere che ormai gli
unici fuori posto sono proprio loro, gli americani, forse prossimamente
raggiunti dagli italiani. Che tuttavia questa non sia sterile polemica politica, ma un abbaglio politico ce lo dice la notizia che,
nel frattempo, la stessa fantomatica e onnipotente rete di al-Qaeda si sta
sfaldando ? ma non pare che l'informazione sia oggetto di particolare
attenzione. È ovvio che quasi nessuno di noi sa l'arabo e così non possiamo
neppure immaginarci che all'interno del fondamentalismo islamistico si svolgano
dei dibattiti ideologici relativi alle decisive scelte strategiche che quel
movimento opera. La nostra immaginazione si ferma alle caricature di bin Laden,
alle interviste (più o meno autentiche) di al-Zawahiri, e ci sembra difficile
che invece tra questi e altri loro correligionari si creino delle divergenze,
si aprano dibattiti anche aspri, si tradiscano delle lealtà e si rompano delle
amicizie. A tanto giunge il volumetto intitolato "Revisioni" scritto
dall'imam al-Cherif e diffuso da alcuni quotidiani egiziani alla fine dell'anno
scorso. Siamo solitamente portati a vedere il mondo della jihad come
monolitico, autoritario e personalistico; scopriamo invece, grazie alle letture
svolte dai pochi che possono, che almeno a partire dall'inizio del 2007 è in
corso nel mondo di al-Qaeda un intenso dibattito ideologico, che mette in
discussione l'utilità delle azioni terroristiche, degli attentati-suicidi,
delle azioni compiute ancora quasi quotidianamente in Afghanistan e in Iraq. I
termini del dissidio sono chiari, e per noi europei assomigliano ad un déjà vu,
con l'esperienza fatta ai tempi delle "risoluzioni strategiche" delle
Br. In effetti, intorno al terrorismo, il dubbio è sempre lo stesso: serve o
non serve? Riesce ad andare al di là del semplice "annuncio" e del
panico gettato tra i nemici, ha la capacità di costruire, sia pure alla lunga,
un vero e proprio movimento, un'avanguardia combattente, oppure come tutti i
movimenti di élite è destinato a demoralizzare i suoi stessi simpatizzanti,
depressi e imbarazzati dalla striscia di sangue a cui devono dare
giustificazione? Se non c'è più accordo sulla linea da seguire, se uccidere o
no, se scatenare l'odio per ottenerne in cambio fanatismo, se non c'è più
solidarietà sui fini della lotta, il movimento è destinato al declino. Il
dibattito si sviluppa e si infittisce specialmente in Egitto, curioso centro di
dibattito islamico e islamistico, poco visibile all'opinione pubblica
internazionale, almeno apparentemente trascurato tanto dagli investigatori
quanto dagli analisti. Si lanciano "fatwa" che chiamate così sembrano
terribili, ma corrispondono agli anatemi e alle sconfessioni reciproche (quando
non agli insulti) che gli studiosi si lanciano in tutto il mondo quando
dissentono su questa o quella interpretazione. Persino al-Jazeera è entrata
ormai nel circuito massmediologico mondiale e le sue emissioni sono oggetto di
controversie e di tentativi di manipolazione di parte da questa o quella
fazione islamistica, armata o ricca che sia. Verrebbe da dire che al-Qaeda si
stia imborghesendo, stia entrando nel mondo normale e un po' banale nel quale
le differenze ideologiche mascherano divergenze di potere, i grandi sogni
ideali nascondono le insoddisfazioni e i ritardi dei governi, delle élite, dei
capi-scuola. Addirittura, l'attivismo di al-Qaeda e degli altri movimenti
viciniori sembra essere progressivamente declinato, dall'11 settembre in poi,
così come succede a tutti i movimenti terroristici che, affidandosi
esclusivamente al clamore dell'attentato, non hanno in realtà un vero progetto
politico da offrire, e continuando a uccidere finiscono per diventare
addirittura banali. Speriamo almeno che, pur nel clima incandescente della
nostra campagna elettorale, queste notizie vengano tenute nel giusto conto: ce
l'hanno detto gli Stati Uniti che Saddam non aveva le armi di distruzione di
massa e non aveva protetto bin Laden; sappiamo anche che la discordia si è
diffusa nella rete terroristica: perché mai allora tanto accanimento con
l'Iraq, perché mai ritornarci?.
( da "Unita, L'" del 21-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Stai
consultando l'edizione del Nuovo messaggio di Bin Laden: guerra santa a Gaza
Dopo le minacce al Papa e all'Europa, nuove dichiarazioni sulla Palestina. La
Cia esamina la voce: è lui di Marina Mastroluca LA VOCE è autentica. Le analisi
della Cia sul messaggio spedito via internet confermano. È la voce di Bin Laden
quella che minaccia l'Europa e il Papa nella registrazione audio fatta
circolare sul web mercoledì scorso, da un sito che già in passato ha ospitato
dichiarazioni del super-terrorista. Nel messaggio, fatto arrivare nel quinto
anniversario dell'inizio della guerra in Iraq, Bin Laden ha lasciato in secondo
piano Bush e gli Stati Uniti per tornare sull'annosa
questione delle vignette satiriche su Maometto, spunto per minacciare Benedetto
XVI come guida di una presunta crociata anti-islamica e i paesi europei che
sostengono la libertà d'espressione. "Nonostante le uccisioni delle nostre
donne e dei nostri bambini, che sono davvero grandi, siete andati oltre,
superando ogni norma morale e di educazione, arrivando a pubblicare queste
insultanti vignette - sono le parole del leader di Al Qaeda -. Questa è la più
grande disgrazia e la punizione per questo sarà la più grave". Ieri un
nuovo audio, stavolta recapitato tramite l'emittente Al Jazira, per invocare la
guerra, non il dialogo, per liberare la Palestina e fare del fronte iracheno un
bastione per salvare Gaza. "La Palestina non può essere riconquistata con
i negoziati e il dialogo, ma con il ferro e il fuoco", è il nuovo proclama
del leader di Al Qaeda. Per la Cia è consueta "propaganda", quanto al
primo messaggio audio gli analisti non credono che possa preludere ad un
attacco terroristico nel Vecchio continente. In Europa nessuno degli Stati
membri sembra intenzionato ad innalzare i livelli di sicurezza, le minacce non
sono giudicate una novità, nessuna ripercussione neanche a Bucarest, per il
vertice Nato previsto dal 2 al 4 aprile: la Romania aveva già predisposto
misure eccezionali. La minaccia viene comunque presa seriamente in Danimarca,
dove già erano in vigore misure particolari proprio in ragione delle vignette
su Maometto e in Olanda, dato il clima creato dall'imminente diffusione di un
film critico sul Corano: anche qui erano già state adottate precauzioni molto
severe a tutela dei parlamentari in previsione di proteste contro la pellicola
di Geert Wilders. In Italia oggi si riunisce il Comitato di analisi strategica
antiterrorismo del Viminale per esaminare il testo del messaggio. Non è una
misura straordinaria, visto che solo nel 2007 sono state esaminate 230
segnalazioni di minaccia riguardanti l'Italia o interessi italiani all'estero.
In particolare verrà esaminato il passaggio che riguarda il Papa. Nella
registrazione, che dura cinque minuti ed ha anche un inserto video con un immagine
fissa del superterrorista che imbraccia un'arma, Bin Laden si rivolge
"alle persone sagge dell'Unione Europea", ricordando la pubblicazione
delle vignette su Maometto - pubblicate nel 2005 da un giornale danese e
ripubblicate anche di recente per solidarietà con un vignettista minacciato di
morte - come parte di una crociata anti-islamica, "dove il Papa ha un
ruolo significativo". "Avete messo a dura prova i musulmani - dice
Bin Laden -. La risposta sarà in ciò che vedrete, non in quello che sentite".
Per il Vaticano le minacce "non sono una novità". "Non ci
faranno cambiare programmi o alzare misure di sicurezza", ha detto ieri il
portavoce della S.Sede, padre Federico Lombardi, che però ha respinto le accuse
del leader di Al Qaeda. "Il Papa e il Pontificio consiglio per il dialogo
interreligioso hanno biasimato la satira contro l'Islam in più di una
occasione", ha detto padre Lombardi, ricordando che il 28 febbraio scorso
il Vaticano e l'università sunnita di Al Azhar hanno condannato con una dichiarazione
congiunta anche la ripubblicazione delle vignette. "Continueremo
nella nostra politica di
non commentare questo genere di provocazione", ha fatto sapere ieri l'Alto
rappresentante per la politica estera europea, Javier Solana. La presidenza slovena della Ue ha
comunque tenuto a sottolineare che "il principio della libertà di
espressione e della libertà di religione fanno parte dei suoi valori e delle
sue tradizioni".
( da "Unita, L'" del 21-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Stai
consultando l'edizione del Repressione in Tibet, Bush
andrà ai Giochi La polizia spara ancora nella provincia di Sichuan. Dura
replica di Pechino al Papa: tolleranza zero Cacciati gli ultimi reporter stranieri.
Il presidente Usa: le Olimpiadi non sono evento politico di Toni Fontana PER
GEORGE W.BUSH il caso è chiuso. Il presidente americano ha vestito ieri i panni
dello sportivo ed ha fatto sapere il suo pensiero sui massacri in Tibet:
"Le Olimpiadi non sono un evento politico, ma una chance per gli atleti
per competere al massimo livello". La verità è che gli affari sono affari
ed il capo della Casa Bianca, al quale mancheranno in agosto pochi mesi per
l'addio alla Casa Bianca, non rinuncia a guidare l'assalto delle grandi imprese
americane all'evento dell'anno. Ma anche negli Usa soffia il vento della
protesta contro le brutali repressioni poliziesche in Tibet e ieri
l'amministrazione si è mossa anche sul versante diplomatico. Condoleezza Rice
ha parlato al telefono con l'omologo cinese, Yang Jiechi, rinnovando l'ennesima
richiesta di "moderazione". Ma a Pechino si respira un'aria
tutt'altro che moderata. I capi cinesi, da ieri rafforzati
dalla presa di posizione di Bush, stanno rispondendo con arroganza a tutti coloro che si
permettono di sollevare critiche. Un oscuro portavoce del ministero degli
Esteri ha commentato le parole di Papa Ratzinger ("dialogo e
tolleranza") dicendo che non vi può essere alcuna tolleranza "per i
criminali che devono essere puniti secondo la legge". Ed anche ieri
le agenzie di stampa ufficiali di Pechino, le emittenti e i giornali hanno
scaricato sul Dalai Lama una valanga di accuse tutte fondate sulla tesi, ormai
logora, che è in corso un complotto per "sabotare le Olimpiadi". Sul
fatto che la linea di Pechino non subirà mutamenti, almeno fino alla fine dei
Giochi, è testimoniato anche dal fatto che i cinesi si sono detti "molto
preoccupati" solo perché il capo del governo britannico Gordon Brown ha
fatto sapere che, in maggio, potrebbe incontrare il Dalai Lama. Il capo
spirituale dei buddisti tibetani prosegue intanto la sua offensiva diplomatica.
Il Dalai Lama si è detto pronto a discutere anche con il presidente Hu Jintao
se vi saranno "segni concreti" ed i avviare colloqui diretti. Il
leader religioso ha anche rinnovato la sua "grande preoccupazione"
per i massacri ed ha parlato di "molte vittime". I tibetani (il Dalai
Lama lo ha ripetuto anche ieri) ritengono che la polizia abbia ucciso almeno
100 persone, mentre Pechino continua ad avanzare un bilancio di 13 morti e a
mandare nuove truppe. Alle proposte della Guida le autorità cinesi rispondono
però con la consueta arroganza. Un portavoce del ministero degli Esteri ha
elencato ieri le condizioni per il negoziato: rinuncia all'indipendenza, fine
delle attività "separatiste", riconoscimento del Tibet come parte
della Cina. Non solo; i tibetani dovrebbero accettare il governo di Pechino
"come unico e legittimo di tutta la Cina". Pechino intanto
intensifica la repressione. Affermando che la polizia ha agito "per
legittima difesa" le autorità hanno riconosciuto che la protesta si è
estesa anche nelle provincie di Gansu, Sichuan e Qinghai. I cinesi hanno
cacciato ieri dal Tibet anche gli ultimi reporter indipendenti, Georg Blume
(Die Zeit) e Kristn Kupfer (Profil, Vienna). Nei giorni scorsi erano stati
allontanati anche i corrispondenti della Bbc e delle televisioni Hong Kong.
Reportèrs sans frontières ricorda che "dallo scorso 12 marzo i giornalisti
non possono entrare in Tibet e vengono cacciati dalle province vicine. I
giornali cinesi continuano a lavorare subendo i diktat del Dipartimento della
pubblicità che impone la censura". Le proteste però non mancheranno ai
Giochi. La saltatrice con l'asta tedesca Anna Battke ha annunciato l'intenzione
di protestare contro il comportamento del governo cinese in Tibet: è un obbligo
per gli sportivi attirare l'attenzione sull' ingiustizia". Solidarietà al
Dalai Lama e "deplorazione e condanna per la violenta repressione" è
stata espressa da 37 premi Nobel. Ne da notizia un comunicato diffuso dalla
Fondazione Elie Wiesel.
( da "Nuova Venezia, La" del 21-03-2008)
Pubblicato anche in: (Mattino di Padova, Il) (Nuova Sardegna,
La)
Argomenti: Politica estera USA
Di
Gabriele Carchella La Cina rifiuta l'appello al dialogo del Papa "Non
avremo tolleranza con i criminali" Olimpiadi, Bush sarà presente a Pechino
I cinesi irritati anche con Gordon Brown che vuole vedere il Dalai Lama ROMA.
Porta sbarrata al dialogo con la Santa sede e il Dalai Lama. Mentre la crisi
tibetana non accenna a placarsi, Pechino attacca di nuovo e fa un deciso passo
indietro sulla strada della distensione. Ce n'è per tutti, a partire dal papa.
L'appello al "dialogo e alla tolleranza", lanciato mercoledì da
Benedetto XVI, è stato respinto con decisione al mittente: "La cosiddetta
tolleranza non può esistere per i criminali, che devono essere puniti secondo
la legge", ha detto il portavoce del ministero degli Esteri Qin Gang. Una
chiusura netta, che precede un appuntamento delicato. Delicato per i rapporti
tra Cina e Santa sede. Si svolge infatti oggi, a Roma, la tradizionale Via
Crucis del Colosseo. Quest'anno l'autore delle meditazioni è l'arcivescovo di
Hong Kong Joseph Zen, che scrive di "persecuzione" e "Chiesa del
silenzio", con un chiaro riferimento alla condizione dei cattolici in
Cina. Identiche espressioni sono già state utilizzate da papa Ratzinger in una
lettera diretta al popolo cinese lo scorso luglio. Ma in questo momento c'è chi
teme una nuova reazione della Cina, ipotesi però respinta dal cardinale Zen.
Dopo il papa, Pechino se la prende anche con il premier britannico Gordon
Brown, che mercoledì aveva parlato della disponibilità del premier cinese Wen
Jiabao a incontrare il Dalai Lama, seppure a precise condizioni. "Alcune
notizie non sono molto precise", ha detto Qin Gang a nome del suo governo,
spiegando che Wen "ha solo ribadito la sua disponibilità al dialogo"
alle condizioni poste da Pechino. Il portavoce ha poi manifestato "grande
preoccupazione" per l'intenzione di Brown di incontrare il Dalai Lama il
prossimo maggio in Gran Bretagna. "Come abbiamo più volte sottolineato -
ha continuato - il Dalai Lama è un rifugiato politico coinvolto in attività
secessionistiche sotto la copertura della religione". Incurante della
condanna cinese, anche il principe Carlo riceverà il Dalai Lama. Si chiude
così, per il momento, lo spiraglio apertosi dopo le dichiarazioni del premier
britannico. E dire che proprio ieri il Dalai Lama aveva ribadito la sua
disponibilità a "incontrare i leader cinesi", in particolare il
presidente Hu Jintao. Aggiungendo che per farlo sarebbe pronto a recarsi a
Pechino. Il leader tibetano, parlando dal suo esilio indiano di Dharamsala si è
poi soffermato sulle vittime degli scontri: "Non conosciamo le cifre
esatte. Alcuni dicono che i morti sono dieci, altri cento. Io sono rattristato
dal fatto che ci siano state tante vittime". Ha poi preso a suo modo le
distanze dai manifestanti tibetani: "Il mio impegno è quello di rimuovere
i sentimenti negativi tra i tibetani e allo stesso tempo quello di rimuovere la
diffidenza tra i cinesi, ma non ho l'autorità per fermare le proteste".
Nel frattempo, gli osservatori continuano a chiedersi se ci saranno conseguenze
per i giochi olimpici. Il primo a chiarire la sua posizione è stato George
W.Bush. Il presidente Usa assicura
che sarà presente a Pechino, perché la decisione di rinunciare ai giochi per la
repressione in Tibet "dovrebbe riguardare più gli atleti che non la politica". In una telefonata con il
ministro degli Esteri cinese Yang Jiechi, il segretario di Stato statunitense Condoleeza Rice ha comunque ribadito il suo appello alla massima moderazione e
al dialogo con il Dalai Lama. Infine, la presidenza slovena dell'Unione
europea si è detta contraria al boicottaggio: "non è la risposta giusta
agli attuali problemi politici".
( da "Corriere della Sera" del 21-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Corriere
della Sera - NAZIONALE - sezione: Due Minuti - data: 2008-03-21 num: - pag: 64
categoria: BREVI Notizie in 2 minuti Primo Piano Alitalia, il governo preme Da
mercoledì Silvio Berlusconi parla di una "cordata di imprenditori
italiani", di cui potrebbero far parte i suoi figli ("se fosse
necessario") e che potrebbe rilevare l'Alitalia "sotto la regia di
Air One", scongiurando la cessione ad Air France. Ma il ministro
dell'Economia Padoa- Schioppa sottolinea: chi è interessato si faccia avanti,
l'unica proposta seria allo stato è Air France, l'alternativa è il commissariamento.
Tibet, Bush all'Olimpiade Nonostante la repressione in Tibet, non ci sono
motivi per cui il presidente Bush non dovrebbe andare a Pechino all'Olimpiade, poiché "i
Giochi sono una cosa che riguarda gli atleti e non la politica ". Lo ha detto il portavoce della Casa Bianca. Il
Dalai Lama: pronto a parlare con i leader cinesi. Focus I giudici delle multe
Nel 2006 due sentenze su tre emesse dai giudici di pace hanno riguardato le
multe dei vigili urbani agli automobilisti e da questi contestate. Effetto
della patente a punti. Ma così gli scopi della riforma che ha introdotto i
giudici di pace, alleggerire il lavoro dei tribunali, sono vanificati. Politica
Napolitano e il voto inutile "Il voto non è mai inutile", ha detto il
presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, aggiungendo che è sbagliato
"rappresentare i parlamentari come una specie di fannulloni avidi".
Esteri Bin Laden parla ancora è stata diffusa la seconda parte del messaggio
audio di Osama Bin Laden, in cui si promette lotta dura per la Palestina, quasi
un ordine di attacco, secondo gli analisti. Mercoledì il saudita aveva
minacciato il Papa, ma il Vaticano replica: non cambiamo programmi. Cronache La
"banca" con i feti Gli scienziati del Policlinico di Milano hanno
proposto di usare i feti degli aborti per una banca di cellule da utilizzare
per la ricerca. Ma il Comitato di bioetica dell'ospedale ha bloccato
l'iniziativa. In carcere Vernarelli Disposta la custodia cautelare in carcere
per Friedrich Vernarelli, il 32enne figlio di un ex comandante della polizia
municipale, che ha investito e ucciso a Roma due turiste irlandesi. Appena
arrestato, Vernarelli aveva ottenuto i domiciliari. Economia Usa, si parla di
"recessione " Previsioni fosche per l'economia americana. A stilarle
sono il Fmi, che parla di "possibile recessione", e l'Ocse, che stima
l'arrivo di un periodo "nefasto". Cultura Sogni e follie a L.A. Dan
Fante e James Ellroy raccontano la Los Angeles degli anni '50, "un posto
piacevole senza smog e autostrade", e quella di oggi. Un gesto d'amore nei
confronti di una città che non è più la stessa ma dove ancora è possibile
sognare. Spettacoli La Banda di Kolirin Nel film dell'israeliano Eran Kolirin
una banda di musicisti egiziani si smarrisce in Israele e alla fine arriva in
un paesino ebraico. Ma l'incontro con gli abitanti non diventa scontro bensì
reciproca comprensione. Una serie di piccole storie raccontate con affetto e
umorismo. Sport Kostner seconda in Svezia L'azzurra Carolina Kostner ha
conquistato la medaglia d'argento nel libero donne ai Mondiali di pattinaggio
sul ghiaccio in corso a GÖteborg in Svezia. A vincere l'oro è stata la
giapponese Mao-Asada, mentre il bronzo è andato all'altra nipponica Yu-Na-Kim.
* Con "Style Magazine" e 3,00; con "Corriere Enigmistica" e
2,30; con "Foto:box" e 7,90; con "Storie della Bibbia" e
8,90; con "La grande dinastia dei Paperi" e 8,90; con "Geronimo
Stilton English!" e 9,90; con "L'Europeo" e 8,90; con
"Dizionario enciclopedico della Cucina italiana" e 13,90; con
"Il grande cinema di Alberto Sordi" e 10,99; con "Gli itinerari
di Dove" e 4,99; con "Computer & Web" e 13,90; con "Il
Diritto" e 15,90; con "Storia della civiltà europea" e 13,90;
con "Il Mondo" e 2,50. In Sicilia, Lazio (no Roma), Umbria, Marche,
Puglia, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Sardegna e nelle province
di PD e PR con La Gazzetta dello Sport e 1,00.
( da "Corriere della Sera" del 21-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Corriere
della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-03-21 num: - pag: 19
categoria: REDAZIONALE Usa verso il voto Al centro del dibattito elettorale gli
anni trascorsi dalla Clinton alla Casa Bianca a fianco del marito Bill
"Hillary, una first lady da tè e biscotti" Dopo la pubblicazione
dell'agenda, le critiche dei media: scarso impegno politico Sono accessibili da
mercoledì sul sito Internet della William J. Clinton Presidential Library più
di 11 mila pagine relative alle agende di lavoro dei 2.888 giorni trascorsi da
Hillary Clinton alla Casa Bianca, dal 1993 al 2001 DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
NEW YORK - Sono accessibili da mercoledì sul sito Internet della William J.
Clinton Presidential Library più di 11 mila pagine relative alle agende di
lavoro dei 2.888 giorni trascorsi da Hillary Clinton alla Casa Bianca, dal 1993
al 2001. La biblioteca presidenziale di Bill Clinton, a Little Rock, in
Arkansas e gli Archivi Nazionali di Washington sono stati costretti a rendere
pubblico l'enorme e dettagliata documentazione in nome del Freedom of
Information Act, dopo mesi di pressioni da parte di gruppi conservatori quali
il Judicial Watch, che accusavano i Clinton di volerli occultare. Ma i
documenti erano stati richiesti a gran voce anche dal suo rivale Barack Obama.
La senatrice ha sempre sostenuto che l'esperienza maturata in quegli anni la rende più preparata di lui in questioni di politica estera e nella gestione di
crisi nazionali e per questo motivo il senatore dell'Illinois chiedeva la
riprova scritta di questa teoria. "Quelle carte illustrano la varietà di
questioni importanti sulle quali Hillary ha lavorato come first lady", si
è affrettata a commentare la campagna presidenziale della Clinton,
"i viaggi in oltre 80 paesi per sostenere gli obiettivi
dell'amministrazione in politica estera ed interna lo
dimostrano". Ma secondo il Washington Post, il materiale mostrerebbe come,
dopo il fallimento del suo piano di riforma del sistema sanitario nazionale, nel
1994, Hillary si sarebbe "rifugiata nel ruolo tradizionale di first lady
che visita scuole e ospedali e prende il tè con le altre first ladies".
Sempre secondo il quotidiano del Watergate, l'archivio "non offre alcuna
prova della sua partecipazione alle crisi di politica estera
più esplosive dell'amministrazione Clinton". E cita l'attentato contro le
ambasciate Usa in Kenya e Tanzania, nell'agosto del 1998, quando la Casa Bianca
preparava la testimonianza di Bill Clinton davanti al grand giurì per lo scandalo
Lewinsky. "Il giorno dell'attentato e nei quattro giorni successivi, il
carnet di Hillary è vuoto", nota il Post. Scettico anche il New York
Times, che ha chiesto aiuto ai propri lettori online per analizzare i documenti
su Internet ("Date un'occhiata e fateci sapere cosa trovate"):
"Essi non corroborano né smentiscono l'asserzione di Hillary",
scrive, "sul suo ruolo chiave dietro l'accordo di pace in Irlanda e la
risoluzione della crisi nei Balcani ". Dalle carte risulterebbe anche che
l'ex First Lady ha appoggiato con forza il Nafta, l'accordo di libero commercio
con Canada e Messico approvato durante la presidenza Clinton, che oggi invece
sostiene vada rinegoziato. Nei giorni in cui emersero le prime notizie sulla
relazione di suo marito con la stagista Monica, Hillary continuò invece a
seguire un'agenda quotidiana estremamente impegnata, senza mancare ad alcuno
dei suoi appuntamenti. Ma i dettagli di quelle giornate sono già ampiamente
esplorati nella sua autobiografia e quindi è improbabile che il ritorno del
Sexgate sulle prime pagine possa danneggiarla politicamente.
"Nell'era di Spitzer e McGreevey le vecchie scorribande arcinote di
Clinton con la stagista non fanno più scandalo ", commentano i TG. Secondo
alcuni analisti il ritorno dello scandalo potrebbe addirittura rafforzarla tra
le elettrici donne, la sua base tradizionalmente più solida. Il fatto che
alcune informazioni sono state rimosse dai documenti per motivi di protezione
della privacy non ha generato polemiche. "Si tratta per lo più di
"terzi", non di personaggi pubblici ", la giustifica il
quotidiano conservatore New York Sun, "e di informazioni riservate quali
numeri di telefono, indirizzo o numero di codice fiscale ". Ma l'Archivio
Nazionale deve ora fare i conti con la causa legale avviata nei suoi confronti
dallo stesso Judicial Watch per la pubblicazione di 20.000 pagine di tabulati
telefonici della Clinton, relative allo stesso periodo. Il giudice distrettuale
di Washington James Robertson ha autorizzato un avvocato del gruppo ad esaminare
a fondo perché la sua richiesta non sia stata ancora presa in considerazione
dall'Archivio. Alessandra Farkas.
( da "Messaggero, Il" del 21-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
I giochi
olimpici che si apriranno a Pechino l'8 agosto. George W. Bush
la sua decisione invece l'ha presa, senza porsi alcun problema: assisterà
all'apertura delle Olimpiadi nonostante la sanguinosa repressione di cui sono
vittime i tibetani. La Casa Bianca ha fatto sapere che ciò che sta accadendo
non è una ragione per cui il presidente rinunci a seguire i Giochi. Semmai, ha
fatto ancora sapere la Casa Bianca attraverso la portavoce Dana Perino, una eventuale rinuncia alla partecipazione alle gare olimpiche
dovrebbe venire dagli atleti piuttosto che dai politici. "Nell'accettare
lo scorso anno l'invito alle Olimpiadi di Pechino da parte del presidente
cinese Hu Jintao - aggiunge la Perino -, Bush ebbe modo di sottolineare come i giochi sarebbero stati una
ribalta luminosa per tutte le cose cinesi". Tra l'altro, lo scorso
settembre, il presidente Usa, nel corso del suo viaggio in Australia per la
riunione dell'Asia Pacific Economic Council, disse che che sarebbe andato ai
Giochi solo per ragioni sportive, non politiche. "Continueremo a osservare
con molta attenzione cosa accade lì", ha spiegato la Perino. "Siamo
preoccupati per la sicurezza e il benessere di persone innocenti, in modo
particolare perché crediamo che chiunque debba avere il diritto di riunirsi in
modo pacifico per esprimere le proprie opinioni". Ieri intanto il
segretario di Stato Condoleezza Rice ha contattato telefonicamente il ministro
degli Esteri cinese Yang Jiechi, per invitare il governo di Pechino a usare la
"massima moderazione" nella repressione della protesta dei monaci
tibetani.
( da "Messaggero, Il" del 21-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
L'Informazione
erano oltre cento tra giornalisti e operatori tv e addetti ai lavori, ma anche
molti studenti "planati" a Trastevere per seguire da vicino il faccia
a faccia tra Massimo D'Alema e Gianfranco Fini. A piazza Mastai, alla corte di
Pippo Marra, numero uno di Adn-Kronos, il ministro degli Esteri e il presidente
di Alleanza Nazionale hanno accettato di buon grado il confronto con i giovani
che li hanno sottoposti a un fuoco di fila di domande nel corso dello
"Speciale Elezioni 2008". I quesiti più ricorrenti vertevano su temi
"caldi", come il lavoro, i salari, la scuola. Ma
le domande hanno puntato anche su tematiche come l'ambiente e i cambiamenti
climatici, la droga, la passione politica, la meritocrazia, il modo per aiutare i ragazzi italiani a non
essere più "bamboccioni". Gli studenti "intervistatori"
hanno riservato domande anche di politica estera, in particolare sul ruolo dell'Italia nel Mediterraneo.
( da "Corriere della Sera" del 21-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Corriere
della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-03-21 num: - pag: 19
categoria: REDAZIONALE Intervista L'ex consigliere per la sicurezza Berger
"Non è per nulla vero è stata la più attiva nella storia americana dopo
Eleanor Roosevelt" DAL NOSTRO CORRISPONDENTE NEW YORK - "Io alla Casa
Bianca ci sono stato per tutti gli otto anni dell'amministrazione Clinton e non
ho bisogno di leggere quelle carte per dire, senza ombra di dubbio, che Hillary
è stata la più attiva first lady della storia americana dopo Eleanor
Roosevelt". Parla Sandy Berger, ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale,
oggi copresidente della ditta di consulenza internazionale Stonebridge.
"Hillary non era certo un Segretario di stato", spiega Berger,
"però ha svolto un ruolo centrale all'interno dell'amministrazione".
Che tipo di ruolo? "Ha fornito a noi ministri input
importanti in numerose questioni di politica estera. Dalla Bosnia, dove ci rimproverò di non esserci mossi più
rapidamente, all'Irlanda del Nord, dove fu tra le prime a credere nel processo
di pace. In quegli anni ha intrecciato rapporti stretti con moltissimi leader
mondiali". Secondo i media l'archivio ridimensionerebbe molto il
suo ruolo, dimostrando i "millantati crediti" della sua campagna.
"Mi creda: Hillary non è stata una first lady da tè e biscottini
pomeridiani. Ha viaggiato in 80 paesi diversi come ambasciatrice degli Stati
Uniti. Ha svolto un'enorme quantità di lavoro umanitario contro la povertà e
l'Aids e per promuovere i diritti della donna. In Cina parlano ancora del suo
elettrizzante e storico intervento alla Conferenza Internazionale dei diritti
umani di Pechino che conferì grande autorità morale agli Usa". Eppure chi
ha avuto modo di studiare quelle 11mila pagine giura che, dopo il fallimento
della riforma sanitaria, Hillary si è rifugiata in un ruolo molto
convenzionale. "Non è vero, anche se da quel momento si è guardata bene
dall' assumere incarichi pubblici per altre cause. Le polemiche attuali non mi
stupiscono: non dimentichiamoci che l'atmosfera in America di questi tempi è
molto partigiana e ognuno legge quelle carte con lente faziosa. Quando era
first lady l'accusavano di eccessivo attivismo e di essere l'anima dietro
Billary. Oggi la tacciano del contrario. Che si decidano!". Era presente
alle riunioni nell'Ufficio Ovale? "In alcuni meeting del Consiglio per la
Sicurezza Nazionale ricordo di averla vista e ciò allora non mi sembrò affatto
sconveniente visto che parlava regolarmente con i consiglieri del presidente e
ovviamente con il presidente stesso e tutti conoscevano le sue opinioni".
E' vero che fu tra i sostenitori più fervidi del Nafta? "No, Hillary si
oppose al Nafta sin dall'inizio. Ricordo vividamente come, durante la riunione
della campagna presidenziale nel settembre 1992 per decidere la posizione dell'
amministrazione sul Nafta, lei si schierò contro". I dettagli sull'affare
Monica Lewinsky possono danneggiarla? "L'impatto sarà uguale a zero. Tutti
gli americani conoscono a memoria i particolari del Sexgate contenuti nelle
carte e, come me, pensano che Bill Clinton abbia sbagliato. Ma non c'è nulla di
nuovo. E d'altronde Hillary ne parla a lungo nella sua autobiografia".
Perché allora i media insistono tanto per visionare anche i suoi tabulati
"Perché il suo ruolo di first lady è diventato un tema politico nella
campagna presidenziale e molti vorrebbero usarlo per deragliarne la Chi ha più
chance di vincere la nomination democratica? "Hillary. Le basta vincere in
Pennsylvania ed Indiana, aumentando il vantaggio dei superdelegati rispetto a E
se saltasse fuori una "sorpresa " all'ultimo minuto per danneggiarla?
"Negli ultimi 16 anni tutto ciò che c'era da sapere sui Clinton è stato
spiattellato in prima pagina dai giornali. Non c'è nulla, ma proprio nulla di
nuovo. Mi creda". A. Far.
( da "Manifesto, Il" del 21-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Tommaso
Di Francesco I segnali che arrivano a pochi giorni dalla rivolta serba di
Kosovska Mitrovica non solo non sono incoraggianti, ma è credibile immaginare che
si apra uno scenario di guerra vera e propria. Ieri il presidente degli Stati
uniti George W. Bush ha inserito il Kosovo nella lista
di paesi autorizzati a ricevere aiuti militari americani "al fine di
rafforzare la sicurezza degli Stati uniti e favorire la pace mondiale",
dice un comunicato della Casa bianca. Armi e assistenza militare dunque alle ex
milizie dell'Uck - "date armi agli ex terroristi" accusa la Russia -
diventate esercito etnico del secondo stato albanese nel cuore turbolento dei
Balcani, dove il Kosovo indipendente ha già provocato tre crisi di governo, in
Serbia, in Macedonia e in Croazia. La reazione di Belgrado, dove si svolgeranno
elezioni politiche anticipate con al centro il nodo dell'indipendenza del
Kosovo non si è fatta attendere, con un tono di profonda, reale preoccupazione
che meriterebbe ascolto e attenzione in Occidente, a partire dalla purtroppo
sorda Italia. "Gli Usa fanno un altro passo in una direzione profondamente
sbagliata, dopo aver illegalmente riconosciuto l'indipendenza unilaterale. Ci
sono già fin troppe armi nel Kosovo - ha denunciato in una dichiarazione alla
stampa il premier dimissionario Vojislav Kostunica - sarebbe stato meglio che
l'America fosse tornata al contrario al rispetto del diritto internazionale e
della Carta dell'Onu, alla Risoluzione 1244: poichè al Kosovo non servono nuove
armi, ma nuovi negoziati, dal momento che un ritorno alla legalità
internazionale garantirebbe la pace e la stabilità nella regione ben più che
non l'invio di forniture belliche". Vojislav Kostunica, il protagonista
della cacciata di Milosevic nell'ottobre 2000, è davvero preoccupato. E non
nasconde i suoi timori nemmeno il presidente filoccidentale Boris Tadic. Questa
decisione, e non solo questa purtroppo, tirano la volata delle prossime
elezioni di maggio agli ultranazionalisti. SEGUE A PAGINA 11 Alimentando la
protesta nazionalista diffusa ovunque in Serbia, in ogni settore sociale e non
solo tra i nostalgici, ma tra i giovani e i giovanissimi, delusi dall'Occidente
per il riconoscimento dell'indipendenza unilaterale del Kosovo. Ieri il
"Kosovo è Serbia" ha gridato, cantato e mostrato ben scritto sulla
t-shirt dal podio olandese di Eindhoven il neocampione europeo di nuoto Milorad
Cavic, applaudito da tutta la gioventù di Belgrado. Cose mai viste all'epoca di
Milosevic. Era giusto aspettarsi una fase di riflessione, un tempo per
ulteriori trattative, dopo l'azzardo del riconoscimento dell'indipendenza di
Pristina contro il diritto internazionale rappresentato dalla Risoluzione 1244
votata dal Consiglio di sicurezza dell'Onu come assunzione degli accordi di
pace di Kumanovo del giugno 1999, che riconosce la sovranità della Serbia sul
Kosovo. E dopo la decisione presa da un'Unione europea, divisa e senza
l'approvazione Onu, di inviare una "missione civile e di polizia",
Eulex, ad imporre quell'indipendenza. Invece no. A ridosso dei violenti scontri
di Mitrovica - per i quali emergono gravi responsabilità della polizia Onu e
dei contingenti Kor-Nato -, avviene invece il contrario. E quel che è peggio a
gettare benzina sul fuoco concorre in prima fila l'Italia. Che, a 48 ore dalle
violenze del nord del Kosovo e nello stesso giorno in cui il governo serbo ha
chiesto "al paese amico Italia di rivedere le sue decisioni sul riconoscimento",
ha pensato bene con un consiglio dei ministri sulla cui credibilità a Roma non
scommetterebbe nessuno, di aprire subito un'ambasciata a Pristina, diventando
uno dei primi paesi a farlo tra quelli che hanno riconosciuto l'indipendenza.
Davvero toccando il fondo, altro che lungimiranza in politica estera. Così, quando l'11
maggio a Belgrado vinceranno gli ultranazionalisti pronti a mobilitare
l'esercito in Kosovo come chiede la chiesa ortodossa che si sente minacciata, e
quindi ci troveremo di fronte non a dure proteste come in questi giorni ma a
una nuova guerra, sapremo di chi sono le responsabilità. tommaso di
francesco.
( da "Liberazione" del 21-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Tibet,
la Cina non molla: ancora spari sui monaci Gli Usa non rinunciano alla vetrina
olimpica Pechino stringe la morsa della repressione sul Tibet in rivolta:
ancora ieri decine di arresti e di feriti tra i monaci tibetani e i loro
sostenitori in particolare nelle province del Gansu, Sichuan e Qinghai.
L'agenzia ufficiale Nuova Cina in un primo momento ha riferito che la polizia
ha sparato su un gruppo di dimostranti uccidendone quattro, ma poi si è
corretta, affermando che ci sono stati quattro feriti, sostenendo che la
polizia ha agito "per legittima difesa". La Cina ha inoltre respinto
l'appello del Papa al dialogo e alla tolleranza: "La cosiddetta tolleranza
non può esistere per i criminali, che devono essere puniti secondo la
legge", ha detto, nel corso di una conferenza stampa a Pechino, il
portavoce del ministero degli esteri Qin Gang in risposta all'appello di
Benedetto XVI Perchè si dialoghi "il Dalai Lama deve rinunciare alla sua
posizione sull'indipendenza del Tibet, fermare le attività separatiste e
riconoscere che il Tibet è parte della Cina e che quello della Repubblica
popolare è l'unico governo legittimo di tutta la Cina", ha avvertito il
portavoce del ministero degli Esteri, Qin Gang. Quanto alla tolleranza, il
portavoce cinese ha affermato che questa "non può esistere per i
criminali, che devono essere puniti secondo la legge". Le autorità cinesi
hanno dato notizia dell'arresto di 24 manifestanti che avevano partecipato alle
proteste dei giorni scorsi a Lhasa, e hanno rafforzato le misure di sicurezza
in Tibet e nelle province limitrofe, In particolare nelle tre, Gantzu, Sichuan
e Qinghai, dove ormai da giorni sono dilagate le proteste dei tibetani. Dal suo
esilio di Dharamsala, intanto, il Dalai Lama si dice pronto a incontrare le
autorità cinesi per porre fine all'ondata di violenze. "Ci sono molte
vittime", ha detto, "non sappiamo il numero esatto: alcuni dicono
sei, altri 100". Il Dalai Lama ha ribadito di essere disposto a incontrare
il presidente cinese Hu Jintao se riceverà "segnali concreti" di
disponibilità, anche se ha ammesso che il momento potrebbe essere "poco
pratico". "Ma se sarà possibile ne sarò felice - ha aggiunto - magari
doopo la crisi, tra qualche settimana o tra qualche mese". Di sicuro, la
Cina ha intensificato l'assedio militare: centinaia di camion e migliaia di
soldati in assetto di guerra stanno affluendo nella regione himalayana. Georg
Blume, uno degli ultimi giornalisti stranieri ad essere espulso, ha detto che a
Lhasa la "polizia è ovunque"; e ha raccontato di aver visto, prima di
lasciare la capitale tibetana, un convoglio con almeno 200 camion, ognuno con
30 soldati a bordo, e quindi un totale di 6mila. Secondo un reporter della Bbc
che si trova nella zona al confine, più di 100 veicoli si stanno dirigendo
verso il Tibet attraverso i valichi montuosi della Cina occidentale. In ogni
caso, la repressione messa in atto da Pechino non dissuaderà il presidente Usa
George W. Bush dal presenziare ai
Giochi Olimpici in Cina. Lo ha reso noto la portavoce della Casa Bianca Dana
Perino: "La posizione del presidente sulle Olimpiadi è che non si tratta
di un evento politico ma di una possibilità per gli atleti di competere al
massimo livello - ha detto Perino, rispondendo a una domanda se Bush sarà o no a Pechino".
In tal senso le parole del segretario di Stato americano, Condoleezza Rice, che
ieri ha chiamato il collega di Pechino, Yang Jiechi, esortandolo alla
"moderazione" e ad aprire il dialogo con il Dalai Lama, sembrano solo
dei cordiali consigli da parte di un buon alleato e non una concreta richiesta
di mettere fine al bagno di sangue dei tibetani. 21/03/2008.
( da "Quotidiano.net" del 21-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
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Sport - Vacanze Telefonia - Informatica Varie Annunci legali TIBET La Pelosi al
Dalai Lama: "Vi aiuteremo No al boicottaggio, sì all'inchiesta" La
presidente della Camera dei Rappresentanti Usa a Dharamsala (India) invoca
un'inchiesta internazionale. Le foto dei ricercati su internet con la richiesta
di fornire informazioni che possano facilitarne la cattura Commenta Pechino, 21
marzo 2008 - La presidente della Camera dei Rappresentanti Usa, Nancy Pelosi,
ha oggi incontrato il Dalai Lama a Dharamsala (India) e ha lanciato un appello
alla comunità internazionale affinché condanni la pressione della Cina sul
Tibet e la reazione alle proteste antigovernative della regione. "Se le
persone che amano la libertà nel mondo non si pronunciano contro la Cina e i cinesi
in Tibet, abbiamo perso tutta l'autorità morale per parlare dei diritti
umani", ha detto Pelosi davanti a una folla di circa duemila tibetani in
esilio. La Speaker della Camera Usa, a capo di una delegazione del Congresso, è
stata accolta con affetto dal Dalai Lama che le ha attorcigliato intorno al
collo una sciarpa dorata. "Insistiamo: il mondo sa qual è la verità su ciò
che accade in Tibet" , ha detto Pelosi, accolta al suo arrivo da dieci
minuti di applausi. La visita era stata pianificata prima delle proteste
scoppiate il 10 marzo a Lhasa, capitale tibetana, e degenerate in rivolta
venerdì 14. Ieri migliaia di soldati sono arrivati in Tibet, nell'ovest della
Cina, pronti a reprimere ogni segno di protesta. "Forse era il nostro
karma, il nostro destino, essere qui in questo brutto periodo. E' il nostro
karma aiutare il popolo tibetano", ha detto Pelosi. Lo scorso ottobre il
Congresso Usa consegnò al Dalai Lama la medaglia d'oro, la più alta
onorificenza americana, scatenando l'ira di Pechino che la definì "una
grave interferenza negli affari interni cinesi". NO AL BOICOTTAGGIO La
presidente della Camera dei Rappresentanti Usa ha anche chiesto che venga
aperta un'inchiesta internazionale sulle violenze commesse in Tibet. La Speaker
Usa ha però precisato che non chiederà il boicottaggio dei Giochi olimpici di
Pechino. "Ci appelliamo alla comunità internazionale affinché venga
condotta un'inchiesta indipendente sulle accuse del governo cinese secondo cui
sua Santità (il Dalai Lama) ha istigato le violenze in Tibet", ha
dichiarato Pelosi dalla città indiana che ospita il leader tibetano in esilio
da quasi 50 anni. Pechino ha infatti accusato il Dalai Lama e la sua 'cricca'
di aver organizzato e fomentato le proteste in Tibet per sabotare le Olimpiadi
che si terranno in agosto nella capitale cinese. LE FOTO WANTED Intanto le foto
di 19 tibetani ricercati per i moti di Lhasa sono comparse su alcuni dei
maggiori portali Internet cinesi, tra cui sina.com e yahoo.com. I numeri dell'
Ufficio di Pubblica Sicurezza di Lhasa vengono forniti insieme alle foto, con
la richiesta ai lettori di fornire informazioni che possano facilitare la loro
cattura. La polizia di Lhasa ha affermato nei giorni scorsi di aver arrestato
24 persone. Non è chiaro se altri tibetani siano stati arrestati, e quanti.
Secondo le autorità cinesi nelle violenze di venerdì scorso hanno perso la vita
13 persone. Gli esuli tibetani contestano questa cifra, affermando che il
numero delle vittime è molto più alto. E, secondo governo tibetano in esilio a
Dharmsala altri diciannove tibetani sono rimasti uccisi in Cina, nella
provincia di Gansu, in seguito alle proteste anti-governative. Il numero delle
vittime della repressione cinese secondo il governo tibetano sale così a 99.
USA Appello alla moderazione, ma Bush andrà alle
Olimpiadi di PechinoLe foto del massacro in Tibet - Tibet, violenti scontri a
Lhasa2008, boicottare o no le Olimpiadi di Pechino?VIDEOCOMMENTO Il Dalai Lama
chiede libertà per il Tibet di X. Jacobelli Commenti Invia commento Segnala ad
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va a dormire del 20/03/2008 di Laura Alari Sessantenne mano morta del
20/03/2008 di Vittorio Savini Insolito (e benefico?) ottimismo del 20/03/2008
di Francesco Ghidetti Che voto dai al decoro urbano?Qual è la meta dei lucchesi
per Pasqua?Chi vorresti come ct della Nazionale?E' giusto che i genitori 'spiino'
nel cellulare dei figli?Vota il gol più bella della 29 giornataI politici
italiani sono dei fannulloni?Giusto eliminare la par condicio?Esame di terza
media uguale per tutti, sei d'accordo?In discoteca con il 'trenino'. Che cosa
ne pensate?Terrorismo, temi nuovi attacchi?Sei d'accordo con l'esonero di
Piccioni?Vota il gol più bello della 28esima giornataKit antidroga per gli
adolescenti, si o no?Libano, Afganistan, Kosovo, Iraq: cambiare o no i compiti
delle nostre missioni militari all'estero?Rimborsi elettorali ai
partiti-fantasma, è giusto? LA FOTO DEL GIORNO Ondata di maltempo in Gran
Bretagna Forti piogge e raffiche di vento hanno messo in ginocchio il sud del
Paese. In difficoltà una petroliera al largo dell'isola di Wight. Chiuso il
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( da "Avvenire" del 21-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
MONDO
21-03-2008 la diplomazia Gli Usa: "Il presidente Bush
non rinuncia ai Giochi" L'Ue ribadisce: "Il boicottaggio non è risposta
giusta" WASHINGTON. La Casa Bianca ha reso noto ieri Washington che la
repressione cinese in Tibet non è una ragione tale per cui il presidente degli
Stati Uniti, George W. Bush,
rinunci ad assistere ai Giochi olimpici di Pechino. Nello stesso tempo il
segretario di Stato americano, Condoleezza Rice, ha avuto un colloquio
telefonico con il ministro degli Esteri cinese,Yang Jiechi, invitandolo ad
usare la massima moderazione nell'affrontare le proteste in Tibet. La
Rice ha rinnovato il suo appello affinchè la Cina cominci subito colloqui con
il Dalai Lama. L'intervento del segretario di Stato Americano è giunto dopo che
la Cina ha inviato nuove truppe in Tibet e ha eseguito nuovi arresti nella
capitale, Lhasa. Il portavoce del Dipartimento di Stato, Sean McCormack, ha
detto che i prossimi Giochi Olimpici di Pechino sono un'opportunità per la Cina
di "mostrare il suo volto migliore". Intanto l'Unione europea ha
sottolineato che il boicottaggio delle Olimpiadi di Pechino, in segno di
protesta contro la repressione cinese in Tibet, "non è la risposta
giusta", perché si perderebbe un'occasione per promuovere i diritti umani.
A ribadirlo è stata la presidenza di turno slovena in un comunicato.
"Boicottare le XXIX Olipiadi non è la risposta giusta ai problemi politici
attuali si legge nella nota perché un boicottaggio potrebbe significare perdere
un'opportunità per promuovere i diritti umani e, allo stesso tempo, potrebbe
causare un danno considerevole all'intera popolazione della Cina, agli
appassionati dello sport e soprattutto agli atleti stessi". Per questo,
continua la presidenza Ue, "è incoraggiante che anche il Dalai Lama si sia
espresso contro il boicottaggio". I Giochi olimpici moderni, ha ricordato
Lubiana, "spesso sono stati usati, e in qualche caso abusati, da politici
e dai regimi per promuovere differenti obiettivi di Stato, economici e
politici". E "come ultima istanza, specialmente durante la guerra
fredda, è stato utilizzato il boicottaggio". D'altra parte però "fin
dai tempi antichi le Olimpiadi sono state uno strumento di dialogo
interculturale, di solidarietà, di equità, rispetto, pace e amicizia". Il
presidente Usa Bush andrà alle Olimpiadi.
( da "Riformista, Il" del 22-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Sarkozy
corteggia brown Prove tecniche di difesa comune Sarkozy prepara il terreno per
imporre il tema dominante del vicino semestre di presidenza francese: la difesa
europea. Ieri, nel suo primo discorso sulla sicurezza nazionale, ha segnato un
cambiamento di rotta dalla ormai tradizionale linea tracciata dal suo
predecessore, Jacques Chiraq, a proposito dell'uso di armi nucleari come
argomento di dissuasione: non più le armi puntate contro i paesi sostenitori
del terrorismo, bensì un arsenale nucleare strettamente difensivo. Ma come?
L'action president si ammorbidisce proprio su un tema così cruciale? No, anzi.
Se possibile, Sarkozy allarga lo spettro dell'ipotesi d'intervento,
sottolineando come oggi "anche potenze lontane possono colpire l'Europa in
meno di mezz'ora con missili a lunga gettata" e che, dunque, "c'è in
gioco la sicurezza europea". Eccolo lì, dunque, il cuore dell'ennesima
rupture del presidente francese. Sullo sfondo, ma non troppo, la minaccia
iraniana e, dunque, il progetto di difesa missilistica che George W. Bush vorrebbe posizionare nel cuore dell'Europa
continentale. E proprio negli Stati Uniti monsieur Sarkozy individuerebbe uno
dei tre centri di libertà del mondo, insieme con la Francia naturalmente. E con
la Gran Bretagna. Seriamente incrinatosi l'asse renano, ora la Francia guarda
oltremanica, cercando un alleato forte per indirizzare la politica estera e di sicurezza
dell'Unione europea. La prossima settimana la prima missione di Sarkozy a
Londra, per illustrare a Gordon Brown il progetto d'invio di nuove truppe
francesi in Afghanistan, che di certo alleggerirà le tensioni interne alla Nato
in vista del vertice di aprile a Bucarest. In cambio, però, Sarkozy
chiederà l'appoggio di Londra per far pesare maggiormente l'Europa in seno
all'Alleanza atlantica. L'inquilino dell'Eliseo si è detto seriamente
intenzionato a rientrare nella struttura militare della Nato, a patto che
l'Europa possa sviluppare il settore di difesa in quella sede. Ben venga, anzi
era ora. L'Italia d'altra parte lo ha scritto a chiare lettere nel recente
"Rapporto 2020". Vien però da domandarsi se, nei piani di Sarkozy,
sarà davvero l'Europa a pesare di più, o se ancora una volta all'Eliseo si stia
privilegiando il primato nazionale rispetto alla costruzione di una reale
strategia comune. 22/03/2008.
( da "Liberazione" del 22-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
La
presidente democratica del Congresso ieri a Dharamsala Nancy Pelosi incontra il
Dalai Lama e puntella la "diplomazia cinese" del presidente Bush Sara Volandri Poche ore prima la portavoce della Casa
Bianca Dana Perino aveva annunciato che gli Usa non boicotteranno la Cina per
le repressioni dei monaci tibetani, partecipando ai Giochi Olimpici di Pechino
il prossimo agosto. Ieri la presidente della Camera dei Rappresentanti Usa,
Nancy Pelosi, ha incontrato il Dalai Lama nel suo esilio indiano di Dharamsala.
Certo, la visita era in agenda da prima dell'impennata di violenze di questi
giorni, ma la serrata successione di eventi, appare uno schiaffo alla
"diplomazia cinese" del presidente, il quale aveva afffermato:
"Le Olimpiadi non sono un evento politico ma sportivo", giustificando
così lo zelo con cui ha escluso qualsiasi ipotesi di attrito con la Cina (da
poco depennata dalla lista nera degli Stati che violano i diritti umani in
forma più grave). Al contrario Pelosi, dalle cui parole si
intravede in filigrana la possibile politica estera Usa se le presidenziali di novembre verranno vinte dai
democratici, ha chiesto un'indagine indipendente per verificare l'accusa cinese
al Dalai Lama di aver istigato la rivolta in Tibet. "Chiediamo alla
comunità internazionale di predisporre un'inchiesta indipendente ed esterna
sulle accuse formulate dal governo cinese, secondo cui Sua Santità il
Dalai Lama sarebbe l'istigatore della violenza in Tibet", ha dichiarato la
Pelosi, tra gli appluasi di migliaia di rifugiati tibetani. "Questa
inchiesta dovrà assicurare che tra Sua Santità e le violenze non c'è alcun
rapporto". La numero uno della camera bassa Usa ha poi sottolineato che
non solleciterà "un boicottaggo dei Giochi Olimpici", cui del resto
si oppone lo stesso leader buddhista. "Però", si è affrettata ad
aggiungere, "il mondo sta guardando quello che avviene in Cina e la situazione
in Tibet è una sfida alla coscienza del pianeta". Nei giorni scorsi il
Dalai Lama aveva invitato le autorità di Pechino a recarsi nel suo quartuer
generale indiano per accertare e controllare tutto ciò che vogliano. Pelosi ha
poi ribadito che, sul piano personale, reputa le asserzioni cinesi prive di
senso; e ha definito l'ospite come "l'incarnazione della non
violenza". La Cina ha subito bocciato l'inchiesta internazionale.
L'ambasciatore cinese in India, Zhang yan, ha affermato che "nessun Paese,
organizzazione o individuo dovrebbe compiere gesti irresponsabili nè
pronunciare parole irresponsabili", ha detto riferendosi alla proposta
della Pelosi. Intanto è guerra di cifre tra Pechino e la diaspora tibetana
sulle vittime della repressione nella provincia centrale del Sichuan,
confinante con il Tibet e nella quale è insediata una consistente comunità di
espatriati, dopo che per la prima volta le autorità della Repubblica Popolare
hanno ammesso il ricorso alle armi da fuoco contro i dimostranti da parte delle
forze di sicurezza e il ferimento di quattro persone. Per Pechino il bilancio
delle vittime dall'inizio della crisi resterebbe dunque fermo a "tredici
civili innocenti", per di più uccisi dagli insorti, liquidati come
"facinorosi". Il governo tibetano in esilio sostiene invece che i
morti ammontino come minimo a 99, di cui 80 nella capitale Lhasa e
( da "Liberazione" del 22-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Germania,
scoop dello Spiegel: "La Cia usò informazioni sapendole false" Così
Ahmed "Palla curva", studente e truffatore iracheno, fu usato da Bush contro l'Iraq Matteo Alviti Berlino Nel mondo dei
servizi segreti c'è una regola non scritta: quanto più grandi le conseguenze
delle informazioni carpite, tanto più fondate devono essere le prove. Con Curveball,
l'uomo che ha reso possibile la guerra all'Iraq di Saddam Hussein, è accaduto
esattamente il contrario: proprio la difficoltà di provare le soffiate
dell'informatore iracheno sull'esistenza di armi di distruzione di massa in
Iraq le resero plausibili agli occhi degli Usa. Lo racconta il settimanale
tedesco Der Spiegel in un reportage in edicola oggi. Era il 5 febbraio del 2003
quando Colin Powell presentò al consiglio di Sicurezza dell'Onu le
"prove" dell'esistenza delle armi di distruzione di massa.
"Tutto quello che dirò proviene da fonti sicure", raccontò il
segretario di Stato Usa prima di 76 minuti di discorso terrorizzante sulle
potenzialità distruttive del tiranno iracheno. A presiedere la seduta, scuro in
volto, Joschka Fischer, ministro degli esteri del governo rosso-verde di
Gerhard Schröder, fermo oppositore, con Francia e Russia, dell'avventura
irachena. Chissà se Fischer pensò allora alla relazione del Bnd, il servizio
segreto tedesco, a cui il suo vis-a-vis statunitense stava facendo segretamente
riferimento, mentre recitava il de profundis per Baghdad. Come si venne infatti
a sapere in seguito, le informazioni snocciolate da Cheney sull'arsenale
biochimico di Saddam erano arrivate alla Cia direttamente da Berlino. Ed erano
frutto della fervida immaginazione di un uomo, Rafid Ahmed Alwan. Nome in
codice Curveball, palla curva. Tutto ebbe inizio nel '99 quando Alwan, sbarcato
a Monaco con un visto turistico, si dichiarò prigioniero politico. Finì in un
centro di permanenza, dove presto capì che il suo passato poteva essere una
carta da giocare. Ex-studente di ingegneria e chimica, raccontò di aver
collaborato con la biologa Rihab Rashid Taha, la famigerata "dottoressa
germe", alla realizzazione di laboratori mobili per la costruzione di armi
di distruzione di massa. Raccontò con dovizia di particolari di luoghi e
presunti incidenti mortali. Tutto falso, tutto inventato. I dubbi espressi dai
servizi sull'attendibilità dell'informatore erano molti. Eppure nessuno si
sentì di scaricare la fonte, sostenuta da un paio di personaggi influenti del
Bnd. Fu così che le sue deposizioni divennero oggetto di
preoccupate riunioni tra il cancelliere Schröder e i ministri di Esteri e
Difesa. E che le informazioni finirono a Washington, Londra, Parigi e Tel Aviv.
Poi venne l'undici settembre. Nell'amministrazione Bush era chiaro fin dall'inizio che dopo l'Afghanistan sarebbe
toccato all'Iraq e quell'informatore avrebbe potuto giocare un ruolo decisivo.
La situazione era delicata perché Curveball era nelle mani di un Paese amico,
la Germania, ma con un governo contrario alla guerra. La Cia chiese di poter
far intervistare Curveball in televisione per convincere l'opinione pubblica
della necessità della guerra, o quantomeno di poterlo interrrogare, ma la
Germania si oppose. Era il dicembre 2002. Si giunse a una soluzione di
compromesso, con specialisti tedeschi in armi chimiche inviati in Kuwait e il
permesso di usare la Germania come base logistica per la guerra. Ma niente
Curveball. Tanto bastò: l'amministrazione Bush era
alla ricerca di una giustificazione per far decollare i caccia. Le labili
informazioni divennero comunque prove e la guerra iniziò. Oggi uomini
autorevoli dell'agenzia spionistica Usa stanno tentando di scaricare parte
delle responsabilità di quella menzogna: "I tedeschi sono almeno
corresponsabili", ha dichiarato il vice di Cheney, Wilkerson. La
credibilità di Curveball duro lo spazio di qualche migliaio di morti. Sul
terreno gli statunitensi si resero contro dell'inconsistenza delle informazioni
e della fonte, studente e truffatore mediocre. Saddam aveva distrutto le armi
biologiche già nel 1991, ma lo aveva tenuto segreto per timore dell'Iran. Oggi
Curveball vive nell'anonimato, in una cittadina del sud della Germania,
protetto dal Bnd. Su di lui è stato scritto un libro e Hollywood, riporta lo
Spiegel, sta lavorando a un film sulla sua vita. 22/03/2008.
( da "Messaggero, Il" del 22-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
L'obiettivo
principale del Pd? "Contrastare la precarietà". Il ministro
dell'Economia? "Dovrà essere non solo del risanamento ma soprattutto della
crescita". Ancora: "Un grande piano per la casa". In politica estera, "non si può trattare con Hamas se non riconosce
Israele". Veltrusconi è il neologismo con cui si racconta la vostra sfida.
E' il simbolo di un accordo tra avversari o anche la metafora di due programmi
e due leader che si somigliano? "C'è una civiltà del confronto
politico alla quale, una volta per tutte, questo Paese dovrebbe abituarsi e
invece stenta a farlo. Una civiltà accompagnata da una assoluta nettezza dei
ruoli e delle responsabilità. Chi vince le elezioni anche per un voto governa.
Nessun inciucio, quindi, niente larghe intese, nulla di tutto questo. Penso che
queste elezioni ci riserveranno una sorpresa, il Paese è consapevole che non si
può continuare come in questi anni". Napolitano boccia il voto
"utile" dicendo che nessun voto è inutile. In campagna elettorale
avete sostenuto la tesi opposta. Vi sentite chiamati in causa? "Tutti i
voti sono utili. Più la gente va a votare e meglio è. Non esiste voto utile e
voto inutile. Certo, la legge elettorale è quello che è, non l'ho fatta io, e
stabilisce che chi prende un voto in più ottiene il 55 per cento dei seggi alla
Camera, una cosa che un suo peso ce l'ha. L'essere andati a votare con questa
legge lo considero una manifestazione di irresponsabilità politica
e istituzionale, visto fra l'altro che questa legge non piaceva neanche a chi
l'ha fatta, l'hanno definita Porcellum e An ha pure raccolto le firme per
abolirla con un referendum. Si poteva benissimo andare a votare a giugno e nel
frattempo fare quel governo istituzionale per le riforme che avrebbe permesso
di cambiare questa legge e assicurare stabilità. Ora invece si paventa la
possibilità concreta che al Senato ci sia un pareggio: una situazione che il
Paese non si può permettere, non è più tempo di instabilità e di
ingovernabilità, non possiamo più ripercorrere i 15 anni che abbiamo alle
spalle, anni che piuttosto dobbiamo superare, voltando pagina. Se comunque a un
pareggio si dovesse arrivare, in questo caso si aprirebbe una crisi istituzionale
di tali dimensioni che bisognerà affidarsi al capo dello Stato per risolverla.
In ogni caso, ci sarà per la prima volta un grande partito riformista che
l'Italia non ha mai avuto che sta oltre il 30 per cento, può arrivare al 38, al
40, non lo so, l'importante è che ci sarà". La prossima legislatura sarà
guidata da uno spirito bipartisan per gli incarichi istituzionali? Riserverete
una Camera all'opposizione? "Le regole del gioco si stabiliscono insieme,
il clima istituzionale dev'essere più civile. Ma quando sento esponenti come
Scajola teorizzare che non si può dare una Camera all'opposizione perché c'è
già il Presidente della Repubblica, penso che parliamo due linguaggi diversi.
Io non so chi vincerà, ma sono convinto che il Parlamento non debba essere
appannaggio della maggioranza, un ramo del Parlamento deve essere affidato alla
minoranza, le commissioni di controllo pure, e ci vuole un patto di
consultazione tra i leader di maggioranza e opposizione come avviene in tutti i
Paesi civili". Un tema chiave della campagna elettorale sono i valori.
Perché i cattolici dovrebbero votarvi? "La cultura cattolica è portatrice
di grandi valori, importanti per tutti. Tuttavia, identificare la parola valori
con la parola cattolici è una riduzione. I valori sono quelli che tengono
insieme un Paese, che non vive senza valori, punti di riferimento condivisi. I
valori sono quelli che sostituiscono una filosofia di vita cinica, egoista,
spregiudicata, mercantile che si è purtroppo fatta strada nella società finendo
per creare un sistema di disvalori. Ecco, uno dei compiti che mi sono assunto è
la sfida per riunificare questo Paese dove in tanti si adoperano a separarlo,
mettendo contro laici e cattolici, nord e sud, lavoratori dipendenti e
autonomi. Ho richiamato il dopoguerra italiano e gli anni Sessanta come due
momenti alti in cui il Paese si è sentito unito". Gli analisti parlano di
recessione internazionale e di una crescita in Italia nel 2008 inchiodata allo
0,6 per cento. Questa grave situazione può suggerire, in presenza di una
maggioranza incerta al Senato, un governo di unità nazionale? "No, governa
chi ha preso un voto in più. Naturalmente un secondo dopo bisognerà fare quelle
riforme che non si è voluto fare prima delle elezioni". Chi sarà il vostro
ministro dell'Economia? "Lo diremo al momento giusto. Fin d'ora posso dire
che dovrà essere una figura "doppia", dovrà fare due cose: dovrà
essere un ministro non solo del risanamento ma un ministro della crescita.
L'operazione risanamento, il mettere a posto i conti dello Stato non basta più.
L'imperativo, se posso trasformarlo in slogan, è crescere, crescere, crescere.
Crescita del prodotto interno lordo, crescita della ricchezza nazionale,
investimento su ciò che fa crescere l'Italia, ossia piccola e media impresa,
turismo e formazione, innovazione tecnologica. Ci vuole un patto tra produttori
per la crescita". Siete in grado di indicare almeno due interventi
immediati, ancorché impopolari, che ritenete indispensabili per fronteggiare
l'emergenza economica? "Un intervento è la riduzione della spesa pubblica
che per me significa cose concrete: riduzione dei costi della politica, abolizione delle province, livelli di efficienza
nella pubblica amministrazione. La vera priorità per me, comunque, è il
contrasto della precarietà che considero la principale emergenza sociale di
questo Paese. Ho qui la lettera di una donna di Asti, ventottenne, che scrive:
"Sono anni che vado avanti così, sei mesi in un posto, sei in un altro,
tre di qua e uno di là, vivo con la spada di Damocle che oscilla minacciosa
sulla mia testa mano a mano che il giorno della scadenza del contratto si
avvicina". Ecco, questo vuol dire una persona che lavora e ha paura del
futuro, perché per lei futuro significa la scadenza del contratto, non la stabilità,
la sicurezza". Avete promesso di ridurre la spesa pubblica, le
retribuzioni dei dipendenti pubblici tra il 2000 e il 2006 sono cresciute del
30 per cento e tutti i blocchi del turnover sono stati in gran parte vanificati
dalle deroghe. Come pensate allora di intervenire? "Abbiamo preso un
impegno quantitativo: mezzo punto di spesa ridotta al primo anno, un punto
negli anni successivi. Ci sono tanti uffici della pubblica amministrazione che
lavorano correttamente, ma anche tante sacche di improduttività. Più il paese è
complicato più c'è corruzione, più è lento. Noi abbiamo bisogno di fare un
paese semplice, con una pubblica amministrazione più snella e più efficiente,
dall'abolizione di certe simpatiche Comunità Montane sulle spiagge a Prefetture
che devono essere portate a livello di efficienza. Naturalmente ci vorrà del
tempo. Di cosa ha bisogno l'Italia oggi? Di un governo che prolunghi questo
disastroso quindicennio, o dell'apertura di un ciclo politico nuovo? Cos'hanno
fatto gli elettori inglesi o spagnoli o tedeschi quando hanno votato? Hanno
aperto dei cicli politici: Aznar o Zapatero, la Thatcher o Blair. Dicevano:
dateci fiducia, cambiamo il paese. E lo hanno cambiato. Da noi questo non
succede". Il patrimonio dello Stato supera in valore il debito pubblico.
C'è un sistema per metterlo sul mercato senza rischiare l'accusa di voler
vendere il Colosseo? "Sì, bisogna assolutamente mettere in mobilità,
diciamo così, il patrimonio pubblico, e fare un grande accordo con le Regioni e
con gli enti locali. Noi abbiamo messo nel programma tre mesi per dare la
valutazione di impatto ambientale. Servono procedure rapide, che consentano di
fare rapidamente l'alienazione del patrimonio pubblico e di trasferire una
parte di questo attivo patrimoniale nella riduzione del debito. E serve un
grande piano per la casa in Italia. Un piano di edilizia popolare; un piano di
housing sociale, che significa aree pubbliche e risorse private; terzo, un
piano di campus universitari, noi non possiamo accettare che i nostri ragazzi
vivano e studino in condizioni spaventevoli come quelle nelle quali vivono e
studiano". Nelle scorse legislature le liberalizzazioni dei servizi
pubblici locali e delle professioni si sono scontrate con il partito di chi non
vuole toccare nulla. Che impegni assumete, qui e ora? "Quando viene il
principale esponente dello schieramento a noi avverso, chiedetegli come mai
hanno candidato il leader dei tassisti romani Bittarelli al Senato. In Francia,
il governo di destra al primo giorno di sciopero dei taxi si è liquefatto. In
questa città abbiamo tenuto duro e vinto. Abbiamo fatto prima 1500 licenze
senza un giorno di sciopero e poi altre cinquecento licenze con un giorno di
interruzione. Le liberalizzazioni le può fare un governo autorevole, un governo
che abbia una maggioranza coesa. Ma la vera novità di questa campagna
elettorale è la decisione che noi abbiamo preso ab initio: andare da soli.
Andare da soli significa che nel prossimo Parlamento noi saremo un gruppo
parlamentare unico. Nel prossimo Parlamento non ci saranno più 51 gruppi, ma in
totale saranno sei. Era del tutto inimmaginabile che uno schieramento che va da
Mastella a Dini fino a Caruso potesse fare un'innovazione riformista in Italia.
L'ho detto e l'ho fatto. E chi vota per noi sa che non avremo alibi. Non ci
saranno più vertici di maggioranza, che in Europa non si sa nemmeno cosa
siano". I salari italiani netti sono tra i più bassi d'Europa, anche
perché il carico fiscale contributivo è al 46%. E' possibile ridare fiato agli
stipendi e allo stesso tempo stimolare la produttività? "Non solo è
possibile, è necessario. Noi abbiamo detto quello che sta scritto nella
Finanziaria: tutte le risorse devono andare per le detrazioni fiscali su salari
e stipendi. E per me devono andare anche sulla contrattazione di secondo
livello. Detassare gli straordinari non basta, la produttività non è gli
straordinari". I prezzi degli alimentari e dell'energia spingono in alto
l'inflazione, che stranamente è più alta al sud. Perché e cosa può fare il Governo?
"I dati della crescita del Pil americano sono agghiaccianti. La recessione
pesa sulle scelte della destra iperliberista di Bush.
Poi, nella globalizzazione, irrompono le nuove economie, Cina, India, Brasile,
che aumentano il loro prodotto interno lordo annuo di 8 punti. Hanno bisogno di
energia e prodotti alimentari. Il costo dell'energia non potrà che aumentare.
Il mondo è cambiato, presto anche il G8 se ne dovrà accorgere. Quella dei dazi
è una follia, c'è bisogno invece di regole nel mercato internazionale del
lavoro". Come si fa ad abbassare le aliquote Irpef facendo sì che i nostri
portafogli se ne accorgano, ma senza pregiudicare i conti pubblici? "Tra
riduzioni della spesa pubblica, attivo del patrimonio e intervento
sull'evasione fiscale compenseremo le misure delle quali parliamo. Alla fine
sarà una riduzione di un punto di Irpef su tutte le aliquote per ogni anno. Sui
primi tre scaglioni, che riguardano il 95% degli italiani, la nostra proposta
fa risparmiare di più rispetto a quella della destra, secondo uno studio del
Sole 24Ore. Bisogna poi consolidare la lotta all'evasione fiscale. E mai più
condoni".
( da "Messaggero, Il" del 22-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
E perché
no. "Inizialmente mi sono tenuto in disparte sulla vicenda Alitalia. Dentro
di me speravo in un accordo decente con Air France, che non si rivelasse una
colonizzazione. Ma si è sbagliato sin dall'inizio il modo con cui si è cercato
un acquirente. I partecipanti alla prima gara non sono stati in grado di
arrivare ad una "due diligence" affidabile. Air France pone ora delle
condizioni irricevibili ed è per questo che ho ritenuto mio dovere intervenire
e lanciare un appello agli imprenditori italiani per mantenere l'italianità di
Alitalia. Osservo che anche i paesi fanalino dell'Europa, come Grecia e
Portogallo, dispongono di una loro compagnia di bandiera. Oggi, intervistato
dai giornalisti, ho improvvisato questi slogan: "O si fa l'Alitalia o si
muore", "Rialzati Alitalia". Sono sicuro che molti imprenditori
italiani sentiranno il dovere di partecipare. Ho naturalmente parlato con
diversi di loro e anche con rappresentanti delle varie associazioni. Oltre a
Intesa, so che ci sono banche disponibili ad essere al fianco di chi si
assumerà l'onere di rimettere in sesto Alitalia. E' ovvio che tutto ciò non si
può fare in 48 ore. Serve qualche giorno per presentare una cordata. Servono 3
o 4 settimane per arrivare alla proposta finale e concreta. Pensate che ad Ad
Air France il governo Prodi, il governo delle sinistre ha concesso 5- 6
mesi". Il
( da "Unita, L'" del 23-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Stai
consultando l'edizione del ALEXANDER STILLEIl docente della Columbia
University: non mi convince neanche la spiegazione minimalista dei tre
impiegati curiosi "Candidati spiati, presto per parlare di
"passport-gate"" di Umberto De Giovannangeli "Parlare di un
"nuovo Watergate", per quanto oggi ne sappiamo, appare una forzatura,
ma allo stesso tempo appare una spiegazione un po' troppo
"minimalista" quella secondo la quale tutto si riduce alla morbosa
curiosità di tre funzionari di basso rango. Certo è che quanti in America
ritenevano scorretta l'amministrazione repubblicana, traggono da questa vicenda
nuovi argomenti". A parlare è Alexander Stille, scrittore, docente di
giornalismo alla Columbia University. Lo scandalo dei file dei passaporti
controllati irrompe nella campagna presidenziale. C'è chi parla di un
"nuovo Watergate". È un accostamento giustificato? "Allo stato
dell'arte, e cioè per le informazioni che si hanno, direi che è un accostamento
forzato. Anche se...". Anche se? "Anche se fa pensare che la
curiosità per i visti nei passaporti dei due candidati democratici alla Casa
Bianca, Hillary Clinton e Barack Obama, si manifesta quando la campagna entra nel
vivo, e quando il "gioco si fa duro". D'altro canto c'è un
precedente, che riguarda sempre la famiglia Clinton, l'altra volta, però,
questa curiosità sui visti aveva riguardato Bill Clinton e sempre sotto
un'amministrazione repubblicana...". Non sarà il Watergate, ma è proprio
una forzatura dare una lettura politica di questa
vicenda? "Abbiamo bisogno di più informazioni, allo stato delle cose non
prenderei scorciatoie interpretative. Certo è che esistono elementi che possono
far intravedere uno scandalo. Il Dipartimento di Stato ha avvalorato la tesi
che tutto si riduce e si spiega nel comportamento di impiegati di basso livello
che hanno inteso soddisfare la loro, invero un po' strana, curiosità sui file
che permettevano di saperne di più sui visti dei passaporti dei tre maggiori
candidati alla Casa Bianca. Forse sarà proprio così, certo è che le cose
cambierebbero e di molto se si venisse a scoprire che questa
"curiosità" era stata solleticata da funzionari di grado più alto o
magari da personaggi politici". Dai palazzi della politica
all'opinione pubblica. Quanto sta pesando e quanto potrebbe pesare in futuro
questa vicenda negli orientamenti di voto? "Per ora non ha avuto un grande
impatto, ma penso che siamo solo ai primi passi di una vicenda che potrebbe
riservare altre sorprese. Naturalmente quella parte dell'opinione pubblica che
è portata a pensare male del presidente in carica, George W.Bush,
e dell'amministrazione americana, può ricavare da questa vicenda ulteriori
motivi di diffidenza. Ma la maggioranza degli americani ha assunto un
atteggiamento di attesa, di sospensione di giudizio. Insomma, non siamo ad un
"Passport-gate", almeno non ancora...". Dallo scandalo dei
candidati spiati alla campagna per la nomination in campo democratico. Gli
ultimi sondaggi segnalano una rimonta di Hillary Clinton...". Più che
altro indicano una crisi per Obama. Ciò dipende soprattutto dall'irruzione
nella campagna elettorale dell'elemento razziale. I sermoni infuocati dell'ex
collaboratore di Obama hanno fatto intravedere una sorta di razzismo alla
rovescia, nei confronti dei bianchi, e questo può far scattare un campanello
d'allarme nell'elettorato bianco ancora incerto. Obama ha cercato di rispondere
con un discorso di altissimo livello con il quale ha provato a tamponare la
crisi. Ma Obama sa che più si avvicina alla conquista della nomination e più
ogni aspetto della sua vita, pubblica e privata, sarà sottoposto ad una
"vivisezione" mediatica. E lo stesso accadrà per
i suoi più stretti collaboratori. Ciò che è fin qui avvenuto è solo una
antipasto". A proposito di "visti". Quanto sta pesando la politica estera in questa campagna?
"Direi molto poco. Più che l'Iran l'incubo degli americani si chiama
recessione".
( da "Repubblica, La" del 23-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Bufera
su Hillary: "Racconta bugie" Il Washington Post la attacca sulla Bosnia.
Lo staff di Obama: "Bill maccartista" Il capo degli
"spioni" dei passaporti è un ex Cia che ora lavora con Barack ALBERTO
FLORES D'ARCAIS dal nostro inviato NEW YORK - A un mese esatto dalle primarie
della Pennsylvania lo scontro tra Barack Obama e Hillary Clinton diventa ogni
giorno più duro e per l'ex First Lady la vigilia di Pasqua é stata una giornata
piuttosto agitata. Ha iniziato il Washington Post assegnandole quattro
"pinocchietti" nell'apposita rubrica destinata a smascherare le bugie
dei candidati, con l'aggravante (per lei) che le ha dette in un discorso in cui vantava la sua superiorità su Obama in politica estera. Prendendo spunto da
quanto Hillary aveva detto il 17 marzo scorso raccontando di una sua
"coraggiosa" missione a Tuzla (in Bosnia) nel 1996 - "sono
atterrata in mezzo al fuoco dei cecchini; avrebbe dovuto esserci una cerimonia
di saluto all'aeroporto invece ci infilammo a testa bassa nei veicoli per
raggiungere la base" - il quotidiano le contesta quasi ogni frase.
"Come giornalista che ha visitato la Bosnia subito dopo gli accordi di
Dayton, posso dire che i rischi in quel periodo erano minimi", spiega John
Pomfret, il reporter che seguì dodici anni fa quella vicenda. Non solo la
Bosnia non era in quel momento ritenuta "particolarmente pericolosa,
soprattutto nelle basi americane come quelle di Tulza", ma contrariamente
a quanto sostenuto dalla allora First Lady ("sono andata io perché era
troppo pericoloso per il presidente"), la situazione era talmente sotto controllo
che anche Bill Clinton l'aveva visitata prima dell'arrivo della moglie. Il
Washington Post pubblica anche una foto di quel viaggio: si vede Hillary
insieme alla figlia Chelsea mentre riceve un mazzo di fiori all'aeroporto da
una bambina. Il primo a contestare la versione di Hillary sulla missione a
Tuzla era stato nei giorni scorsi uno dei suoi compagni di viaggio di allora,
il comico Sinbad ("il momento da brivido fu decidere dove andare a
mangiare"); lei lo aveva smentito aggiungendo ulteriori dettagli alla
vicenda; ed é qui che l'ha pizzicata il Wp. Il secondo attacco lo ha portato
The Politico, il quotidiano online diventato quasi una sorta di vangelo per chi
segue la politica: "Hillary non ha virtualmente
nessuna possibilità di vincere la nomination democratica per la Casa
Bianca". Il giornale spiega come sia molto improbabile che l'ex First Lady
possa avere l'appoggio di una maggioranza consistente di superdelegati, perché
questo provocherebbe un vero terremoto all'interno del partito democratico,
visto che il voto popolare è stato finora più favorevole ad Obama. Infine é
arrivato l'attacco diretto da parte della campagna di Obama dopo un discorso di
Bill Clinton in cui l'ex presidente aveva detto che "sarebbe bello avere
un'elezione con due candidati che amano il proprio paese"; un implicito
riferimento a Hillary e McCain che ha provocato la protesta di un ex generale
dell'aviazione sceso in campo accanto ad Obama: "Per chi come me ha
vestito per 37 anni l'uniforme vedere che un ex presidente usa certe tattiche maccartiste
é veramente molto triste". Le vicende di Hillary e Obama appassionano
molto di più di quella sui passaporti violati, passata decisamente in secondo
piano. Le novità di ieri sono due: che il capo di una delle due società per cui
lavoravano i tre "contractors" è John Brennan, un ex agente operativo
della Cia ed attuale consulente di Barack Obama per le questioni di sicurezza e
politica estera; e che tutte le persone coinvolte
nella vicenda saranno sopttoposte alla macchina della verità.
( da "Corriere della Sera" del 23-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Corriere
della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-03-23 num: - pag: 14
categoria: REDAZIONALE L'autore dello scoop Jon Ward "Il ruolo chiave del
terzo uomo" Ex agente Cia, consulente di Obama DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
NEW YORK - "La macchina della verità scioglierà presumibilmente il mistero.
Confermando la tesi della "curiosità innocente" avanzata dal
dipartimento di Stato o, al contrario, provando l'esistenza di una precisa
agenda politica dietro lo scandalo". Jon Ward,
l'inviato del quotidiano conservatore Washington Times che con Bill Gertz ha
lavorato allo scoop sui passaporti spiati non se la sente di fare paralleli tra
Watergate e Passport-gate. "Alla conferenza stampa di ieri il portavoce
del dipartimento di Stato Sean McCormack si è inviperito quando un reporter gli
ha nominato il Watergate - racconta -. Prima di aspirare ad accostarci alla
madre di tutti gli scoop, il nostro deve arricchirsi di ulteriori e più
importanti tasselli". A che punto è l'indagine? "Lo sviluppo più
interessante riguarda la cosiddetta "terza persona", impiegata dalla
Analysis Corporation (Tac), una società di McLean in Virginia, che appartiene a
John O. Brennan. Un ex agente della Cia attualmente consigliere di Barack Obama
su questioni di intelligence e di politica estera".
Che interesse potrà avere per l'indagine quest'individuo? "è stato lui a
violare sia il dossier di Obama sia quello di John McCain. è molto possibile
che questo individuo stesse conducendo la cosiddetta "opposition
research"". Che cos'è? "Consiste nell'investigare il passato del
proprio candidato, in questo caso Obama, per verificare se contiene elementi
compromettenti e mettere a punto una strategia difensiva preventiva, nel caso
essi dovessero un giorno emergere in pubblico. Già che c'era, egli avrebbe
spiato anche nel file "nemico" alla ricerca di fango utile". è
una pratica illegale? "Sì, anche se è usata da decenni
dai politici Usa. Dan Bartlett, capo della "opposition research" per
il presidente Bush nel
1999, fu incriminato per aver frugato nei file segreti dell'attuale presidente preparandosi
a rispondere alle domande relative al suo arresto in stato di ubriachezza.
Ciò non gli ha impedito, più tardi, di diventare uno dei suoi principali
consiglieri ". E i dossier violati di Hillary Clinton? "Il suo è un
caso separato: una stagista inesperta che durante una esercitazione ha
scioccamente digitato il nome della Clinton. Un incidente in perfetta buona
fede e senza ripercussioni". Da dove è arrivata la soffiata al Washington
Times? "Il mio collega Gertz ha ottimi contatti con l'intelligence e
all'interno dell'amministrazione. Il segretario di Stato Condoleezza Rice e i
vertici del dipartimento di Stato hanno scoperto lo scandalo dopo di noi e
questo è uno dei punti chiave più sconcertanti della storia". \\
Sconcertante che la Rice l'abbia saputo dopo di noi Alessandra Farkas.
( da "Corriere della Sera" del 23-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Corriere
della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-03-23
num: - pag: 15 categoria: REDAZIONALE Media e politica I giornali americani fanno le pulci ai candidati presidenziali
Quattro "pinocchietti" per Hillary Bocciata dal Washington Post
"Solo invenzioni le sue imprese durante le missioni all'estero" La ex
first lady avrebbe "gonfiato" i pericoli corsi durante il viaggio a
Tuzla, in Bosnia, nel '96, come anche il ruolo svolto nei negoziati in
Irlanda WASHINGTON - Pinocchio non una, ma quattro volte. Così ieri il
Washington Post ha definito Hillary Clinton, il cui naso, a forza di bugie, si
starebbe allungando sempre di più. Secondo il giornale, la ex first lady è -
per ora - il candidato più bugiardo, quello che si inventa fatti non accaduti e
che rivendica meriti inesistenti. Il Washington Post ha spiegato il perché di
"Hillary quattro Pinocchi". Un Pinocchio è il candidato che
abbellisce la verità, due Pinocchi è il candidato che la esagera, tre quello
che la travisa, e quattro quello che la falsa. La ex first lady un falsario?
Una persecuzione? Non proprio: ieri anche il New York Times ha invitato
Hillary, sia pure più blandamente, a essere veritiera. A fare scendere in campo
il Washington Post è stato un discorso di Hillary all'Università George
Washington la settimana scorsa. Per dimostrare agli elettori di avere le doti
del "Comandante in capo", come il presidente degli Stati Uniti è
anche chiamato, la candidata democratica ha ricordato il suo sbarco alla base
militare americana di Tuzla in Bosnia nel marzo del '96, dopo la guerra. Il
posto era così pericoloso, ha detto, che vietarono a mio marito di andarci, e
ci andai io. "Mi ricordo che atterrammo sotto il fuoco dei cecchini"
ha continuato. "All'aeroporto erano in programma delle cerimonie di
benvenuto, ma fummo costretti a correre a testa bassa per entrare nelle vetture
in attesa e per rifugiarci nella base". Purtroppo per la ex first lady,
come decine di altri media anche il Washington Post aveva mandato un inviato a
Tuzla con lei, sullo stesso aereo. E l'inviato, John Pomfret, e i colleghi là
presenti l'hanno subito smentita. "Tuzla era uno dei posti più sicuri
della Bosnia - hanno ribattuto i giornalisti - sotto il controllo della Prima
divisione motocorazzata Usa. Non si sentì nessuno sparo, tutto era in ordine,
la gente pareva allegra ". Hillary, ha riferito Pomfret, venne abbracciata
da una bambina di 8 anni, Emina Bicakcic, che le diede un mazzo di fiori e la
ringraziò per avere riportato la pace nel Paese. Il giornale ha controllato i
filmati: la ex first lady passeggiava lungo l'aeroporto sorridendo e salutando
la folla. Prima ancora del Washington Post, aveva dato del Pinocchio alla
candidata il comico Sinbad, che l'aveva accompagnata nel viaggio con la
cantante Sheryl Crow. Apprendendo del discorso all'Università, Sinbad aveva
fatto del sarcasmo: "Ma che razza d'uomo era il presidente Clinton? Mandò
la moglie perché sparassero a lei anziché a lui?". "Forse Hillary
percepì un pericolo che non era immediato " ha tagliato corto un
portavoce. Per Hillary, la carta del "Comandante in capo" è preziosa
contro Obama, che ha molto meno esperienza di politica estera.
Ma anche il New York Times l'ha accusata di esagerare il ruolo da lei svolto
alla Casa Bianca. Il giornale si è rifatto a un'intervista in cui la ex first
lady dichiarò di avere mediato negli anni Novanta per la pace tra cattolici e
protestanti in Irlanda. Ma la verità, ha commentato, fu che mediò suo marito,
lei ebbe semplicemente contatti con gruppi marginali. I due passi falsi
costeranno cari alla candidata? Probabilmente no, anche perché il Washington
Post continuerà ad assegnare i suoi Pinocchi, e prima o poi sarà la volta di
Obama. Il senatore nero dovrà stare più attento di tutti a ciò che dice. Ennio
Caretto.
( da "Messaggero, Il" del 23-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Di PAOLO
POMBENI TRA le novità di questa campagna elettorale si può registrare anche un
moderato interesse per la politica estera, di solito
grande assente da questo tipo di appuntamenti, perché si ritiene coinvolga poco
il grande pubblico. È un segnale indubbiamente positivo, anche se si rileva che
non di rado si finisce per discuterne in termini populisti e, come si diceva
una volta, "da Bar Sport". In realtà la politica
estera rappresenta uno dei capitali di cui dispone un Paese, ed è un
capitale sul quale bisogna investire. Non serve chiaramente a nulla fare del...
bullismo in questo campo, illudersi ed illudere che l'Italia possieda un peso
che non ha, o che si sia in grado di imporre chi sa quali svolte in senso
moralistico o umanitario ad un universo come quello delle relazioni
internazionali dove gli interessi in gioco sono enormi e le potenze in campo
sono molto poco sensibili ad ascoltare prediche a vuoto. È dunque essenziale
che un Paese abbia una sua riconoscibilità nella politica
internazionale e che giochi al meglio le carte di cui dispone, le quali poi,
nel caso dell'Italia, non sono neppure così poche e di così scarso valore.
Ovviamente bisogna tenere conto dei contesti in cui ci si muove, ed il nostro è
senz'altro quello dell'Unione Europea, che non è un mitico territorio di amore
e solidarietà, ma che è senz'altro un "valore aggiunto" su cui oggi
si può fare assegnamento. Di fronte a colossi come Usa, Cina, Russia, tanto per
citare i più noti, un conto è andare in ordine sparso come medie potenze, quali
sono ormai anche i più importanti tra gli Stati europei, un conto è presentarsi
facendo insieme massa critica. Muoversi in questo contesto richiede però che si
punti molto sulla credibilità e sull'affidabilità non solo e non tanto di qualche uomo politico, ma del "sistema
Paese" in quanto tale. Non si può lasciare un campo delicato come la politica estera nelle mani di quelli a
cui piace da matti fare il teatrino politico, dove per un applauso o per una
proclamazione che scaldi il cuore ideologico della propria parte si mettono a
repentaglio proprio quei capitali a cui abbiamo fatto riferimento.
Occorre tener presente che non viviamo affatto in un momento di ordinaria
amministrazione. E non è solo questione delle grandi crisi sotto gli occhi di
tutti (Medio Oriente, Afghanistan, Balcani, ecc.), ma è proprio questione di
scadenze che stanno dietro la porta e su cui l'Italia si deve impegnare. Nel
2009 avremo un momento impegnativo per l'Unione Europea: si deciderà il nuovo
presidente "stabile" (quello che dura due anni e mezzo), nonché il
nuovo Alto Rappresentante per la politica estera; ci
sarà il rinnovo del Parlamento Europeo e di conseguenza la nomina di una nuova
Commissione con un nuovo Presidente. L'Italia non può presentarsi a questi
appuntamenti con una classe politica che ignora
l'importanza di questi temi e che non è in grado di avere un ruolo nella
partita in corso facendo squadra nell'interesse complessivo del Paese. Si
rischierebbe di contare poco o nulla nella nuova fisionomia dell'Unione Europea
e di conseguenza di pesare molto poco sulla scena internazionale, con
conseguenze non solo a livello politico, ma anche di economia, perché un Paese
che non sa stare sulla scena internazionale non viene poi molto considerato anche
sugli altri tavoli (e non è che siano mancati segnali in questo campo...). Per
non perdere il treno ci vuole qualcosa di più di un pur importante impegno a
prendere coscienza di questi problemi da parte della classe politica
nel suo complesso. Emarginare i populisti e i teatranti ha la sua importanza,
ma non è tutto. Anche quando, come nel passato governo, ma non solo, si sono
avute buone prestazioni da parte dei ministri e delle strutture della nostra
diplomazia, si è visto che da noi mancano altri momenti importanti: abbiamo
pochissimi centri di ricerca, pochissime istituzioni che fanno politica culturale di spessore (che non è, sia chiaro, un
po' di propaganda per promuovere il "made in Italy"), uno scarso
investimento nel sostegno e nella promozione della presenza di italiani di
valore nelle molte strutture in cui si fa politica
"comunitaria" o si lavora all'interscambio nel settore delle
relazioni internazionali. Sono obiettivi su cui un serio confronto fra le forze
in campo sarebbe più che opportuno, così come sarebbe importante che la società
civile e l'opinione pubblica strutturata cominciassero ad esigerlo al pari
delle prese di posizione su questioni sociali ed economiche.
( da "Liberazione" del 23-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
"Non
credo più a uno Stato palestinese ora dobbiamo pensare a una Federazione" Vittorio
Bonanni "E' illusorio ed ipocrita continuare a parlare di Stato
palestinese. Dobbiamo cominciare a pensare ad uno Stato federale, che comprenda
entrambi i popoli. Un'ipotesi difficilissima anch'essa da realizzare ma che si
comincia a prendere in considerazione anche in Israele." Chi lancia questa
"provocazione" è Danilo Zolo, docente di filosofia del diritto
internazionale all'università di Firenze. Recentemente ha firmato un appello
che chiede alla direzione della Fiera del Libro di Torino di revocare la
decisione di avere come ospite d'onore lo Stato d'Israele per l'edizione 2008,
dedicando invece la kermesse alla pace, "cioè ad un "paese
morale" coniugabile e comprensibile in molte lingue: salaam, shalom,
peace, paix, frieden, mir, paz", come si sostiene nell'appello. Lo abbiamo
intervistato per fare il punto sui differenti scenari internazionali che si
pongono all'attenzione delle forze politiche e su come la sinistra, ingabbiata
dalla recente esperienza di governo, possa riprendere l'iniziativa pacifista.
Ma il punto di partenza è appunto il Medio oriente, il conflitto per
antonomasia dal dopoguerra ad oggi e dunque la discussa fiera del libro di
Torino. "Ho sottoscritto quel documento - dice Zolo - perché ritengo
sbagliato organizzare una manifestazione culturale in cui si esalta
l'autodichiarazione dello Stato israeliano, parzialmente giustificata allora
dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite, ma che violava di fatto la
sovranità del popolo palestinese. E quindi non si poteva festeggiare quella
ricorrenza senza in qualche modo convocare una presenza palestinese". Che
pensa dell'ipotesi del boicottaggio? Forse il sabotaggio può essere anche
giudicato eccessivo ma è inaccettabile che l'Europa festeggi quella data
considerata da tutto il mondo arabo-islamico e da molti altri osservatori come
una vicenda tragica, che ha prodotto un'infinità di sofferenze e di ingiustizie
e che ancora oggi è l'epicentro incandescente del conflitto mondiale. Occorreva
dunque aprire un dibattito con la cultura palestinese, con la presenza di libri
e autori palestinesi. Perché secondo lei è diventato ancora più difficile avere
un atteggiamento quanto meno equidistante nei confronti dei due popoli? E
perché non si riesce a capire che con una forza come Hamas, ci piaccia o no,
bisogna dialogare, come propone il ministro D'Alema? Condivido pienamente
queste considerazioni. Ritengo sia gravissimo che si ignori la presenza di
Hamas e il risultato di elezioni democratiche che hanno dato a questa
organizzazione la maggioranza schiacciante e messo in minoranza l'Autorità
nazionale palestinese. E' chiaro che Hamas ha avuto collusioni anche gravi con
il terrorismo. Su questo punto non c'è nessun dubbio. E tuttavia va detto che
non stiamo parlando di un movimento terrorista ma di una forza politica che ha ottenuto la fiducia della maggioranza dei
palestinesi perché molto impegnata sul terreno sociale e politico. Questo è un
dato che non si può dimenticare. Anche la sinistra, pur discostandosi dal
conformismo generale, sembra piuttosto timida, quasi si avesse un senso di
colpa nel puntare troppo l'indice contro Israele? Non c'è dubbio. La sinistra
radicale risente anch'essa di questa tradizione della sinistra europea che,
correttamente se si vuole, si è schierata spesso a fianco di Israele in nome
dell'olocausto, questa grande ombra che pesa anche sul mondo islamico. E
certamente noi non possiamo non riconoscere le ragioni che ci sono dietro
questo atteggiamento. C'è però sempre più un abisso tra la vicenda
dell'olocausto, la tragedia del popolo palestinese e la politica
sionista. Il peccato originale dello Stato d'Israele è il suo sionismo,
l'essere un cuneo atlantico nel cuore del Mediterraneo. Gli ebrei non si sono
mai sentiti mediterranei e semiti e il loro rifiuto della presenza del popolo
palestinese ha portato ai drammi che sappiamo. La sinistra non ha preso atto
fino in fondo di questa tragedia e continua ancora a pensare in termini a dir
poco ingenui, della possibilità di creare uno Stato palestinese. Ora chi
conosca minimamente la Palestina sa che ormai la prospettiva di uno Stato
palestinese è illusione o inganno ipocrita. Chi oggi parla di due stati inganna
se stesso e illude gli altri. Secondo me lo Stato palestinese non ci sarà mai.
Resta la possibilità, che era, non dimentichiamolo, anche il progetto di Martin
Buber e di Edward Said: uno Stato unico e federale in cui palestinesi ed ebrei
fossero in qualche modo collegati politicamente e
capaci di convivere. Una prospettiva ardua e difficilissima ma in qualche
misura possibile visto che ci sono già più di un milione di palestinesi
israeliani che vivono nello Stato d'Israele. La Galilea, per esempio, è in
qualche modo una Cisgiordania che ha accettato di convivere dentro lo Stato
israeliano, seppur nelle condizioni che conosciamo. Cambiamo ora scenario. Il
finanziamento delle missioni italiane all'estero, penso in particolare
all'Afghanistan, è stato uno dei tanti rospi che la Sinistra l'Arcobaleno ha
dovuto ingoiare durante l'esperienza governativa... Io sono molto severo ovviamente
con la politica del governo Prodi, sia in Palestina
che in Afghanistan. Questo non significa essere rigidi e drastici nei confronti
del comportamento della sinistra nel governo. Una cosa è la posizione appunto
della sinistra che oggi deve mantenere con forza, altra cosa è una linea
moderata dentro il governo. In questo momento è importante mantenere fermo il
punto che la Nato non ha nessuna competenza a condurre una guerra di
aggressione in Asia centrale, considerando che il Parlamento italiano non è
neppure intervenuto sull'articolo 5 dello statuto della Nato e dunque sulla
trasformazione di questa organizzazione da alleanza difensiva a braccio
secolare delle Nazioni Unite, di fatto degli Stati Uniti, autorizzati ad
intervenire nel mondo là dove si tratta di realizzare guerre neocoloniali, come
è quella in Afghanistan. L'idea di poter sconfiggere la volontà del popolo
pastun di liberarsi dall'occupazione straniera parte da un'ignoranza radicale
della situazione di questo paese, dove un popolo fortissimo, orgogliosissimo, e
presente ben oltre il territorio dell'Afghanistan, condurrà una lotta spietata
contro gli aggressori e quindi anche contro gli italiani, malgrado questi
ultimi non accettino di entrare direttamente in guerra. Anche in Kosovo l'Europa
e l'Italia scontano una grave subordinazione alla politica
di Washington... Nei Balcani si sta creando una situazione estremamente
pericolosa. Sicuramente si tratta di un altro epicentro di un possibile
conflitto. Ancher se è difficile pensare che la Russia intenda usare la forza,
tuttavia sta intervenendo con i grandi mezzi di cui dispone in questo momento,
quelli economici. Gazprom ha stipulato un contratto con la Serbia che cerca di
sostenere come ha sempre fatto. E fra l'altro è singolare che contro l'indipendenza
del Kosovo si siano schierati stati come la Russia, l'India e la Cina, cioè gli
stessi che si erano opposti alla guerra di aggressione della Nato contro la
Repubblica federale di Jugoslavia. L'Italia si è invece sempre schierata allora
con Clinton e ora con Bush, senza considerare che
quella guerra, chiamata umanitaria, che D'Alema ha fatto in modo entusiasta ed
ipocrita, è stata pensata fin dall'inizio in funzione della possibilità che gli
Stati Uniti costruissero nel cuore del Kosovo la base militare di Camp
Bondsteel, a due passi da Urosevaz, creata per controllare i Balcani e il
Mediterraneo orientale, dove sono situati 5000 soldati, con tanto di armi a
testata nucleare. Già negli incontri di Rambouillet l'allora Segretario di
Stato Usa Madeleine Albright aveva assicurato il leader dell'Uck Hashim Taqi
che ci sarebbe stata una "guerra umanitaria" sostenuta dall'Italia e
che si sarebbe arrivati all'indipendenza del Kosovo. Ora l'appoggio immediato e
imprudente a questa indipendenza è legata ai gravissimi errori commessi da
D'Alema nel '
( da "Messaggero, Il" del 23-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Di PAOLO
POMBENI Muoversi in questo contesto richiede però che si punti molto sulla
credibilità e sull'affidabilità non solo e non tanto di
qualche uomo politico, ma del "sistema Paese" in quanto tale. Non si
può lasciare un campo delicato come la politica estera nelle mani di quelli a cui piace da matti fare il teatrino
politico, dove per un applauso o per una proclamazione che scaldi il cuore
ideologico della propria parte si mettono a repentaglio proprio quei capitali a
cui abbiamo fatto riferimento. Occorre tener presente che non viviamo
affatto in un momento di ordinaria amministrazione. E non è solo questione
delle grandi crisi sotto gli occhi di tutti (Medio Oriente, Afghanistan,
Balcani, ecc.), ma è proprio questione di scadenze che stanno dietro la porta e
su cui l'Italia si deve impegnare. Nel 2009 avremo un momento impegnativo per
l'Unione Europea: si deciderà il nuovo presidente "stabile" (quello
che dura due anni e mezzo), nonché il nuovo Alto Rappresentante per la politica estera; ci sarà il rinnovo del Parlamento Europeo e
di conseguenza la nomina di una nuova Commissione con un nuovo Presidente.
L'Italia non può presentarsi a questi appuntamenti con una classe politica che ignora l'importanza di questi temi e che non è
in grado di avere un ruolo nella partita in corso facendo squadra
nell'interesse complessivo del Paese. Si rischierebbe di contare poco o nulla
nella nuova fisionomia dell'Unione Europea e di conseguenza di pesare molto
poco sulla scena internazionale, con conseguenze non solo a livello politico, ma
anche di economia, perché un Paese che non sa stare sulla scena internazionale
non viene poi molto considerato anche sugli altri tavoli (e non è che siano
mancati segnali in questo campo...). Per non perdere il treno ci vuole qualcosa
di più di un pur importante impegno a prendere coscienza di questi problemi da
parte della classe politica nel suo complesso.
Emarginare i populisti e i teatranti ha la sua importanza, ma non è tutto.
Anche quando, come nel passato governo, ma non solo, si sono avute buone prestazioni
da parte dei ministri e delle strutture della nostra diplomazia, si è visto che
da noi mancano altri momenti importanti: abbiamo pochissimi centri di ricerca,
pochissime istituzioni che fanno politica culturale di
spessore (che non è, sia chiaro, un po' di propaganda per promuovere il
"made in Italy"), uno scarso investimento nel sostegno e nella
promozione della presenza di italiani di valore nelle molte strutture in cui si
fa politica "comunitaria" o si lavora
all'interscambio nel settore delle relazioni internazionali. Sono obiettivi su
cui un serio confronto fra le forze in campo sarebbe più che opportuno, così
come sarebbe importante che la società civile e l'opinione pubblica strutturata
cominciassero ad esigerlo al pari delle prese di posizione su questioni sociali
ed economiche.
( da "Quotidiano.net" del 24-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
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di al-Zawahiri Dal 2003 sono morti 4mila soldati Usa Il numero due di al-Qaeda
invita i musulmani a colpire gli interessi israeliani e americani per vendicare
l'offensiva israeliana nella Striscia di Gaza. Intanto, secondo un conteggio
tenuto dall'Associated Press, il 97% delle vittime americane ha perso la vita
dopo il 1. maggio 2003, giorno in cui il presidente George W. Bush dichiarò chiusa la guerra Il Cairo, 24 marzo 2008 - Il
numero due di al-Qaeda, Ayman al-Zawahiri, in un nuovo nastro diffuso oggi,
invita i musulmani a colpire gli interessi israeliani e americani per vendicare
l'offensiva israeliana nella Striscia di Gaza. Al-Zawahiri ha lanciato
l'appello in un nuovo nastro audio di quattro minuti messo online oggi su un
sito internet islamista. Nel messaggio, il numero 2 dell'organizzazione
terroristica internazionale accusa il presidente egiziano Hosni Mubarak di
aiutare Israele nella sua offensiva chiudendo la sua frontiera con Gaza.
L'autenticità del messaggio non ha potuto finora essere confermata, ma la voce
somiglia a quella di Al-Zawahiri nei precedenti messaggi. Il numero 2 di
al-Qaeda invita i musulmani a "colpire gli interessi degli ebrei, degli
americani e di tutti quelli che hanno partecipato all'attacco contro i
musulmani" e precisa che gli attacchi non devono limitarsi ai territori
israeliano e palestinese. "Fate loro sapere che non otterranno che del
sangue per ogni dollaro speso per uccidere i musulmani, e per ogni pallottola
sparata contro di noi un vulcano tornerà verso essi", minaccia
Al-Zawahiri. "Non possono impegnarsi a sostenere Israele e poi vivere in
pace quando gli ebrei uccidono i nostri fuggiaschi e i nostri fratelli
assediati". "Controllate gli obiettivi, raccogliete danaro, preparate
gli equipaggiamenti, prevedete con precisione e, contando su Allah, attaccate,
cercando il martirio e il paradiso" ha dichiarato il numero 2 di al-Qaeda.
IRAQ/ 4.000 VITTIME USA DALL'INIZIO DELLA GUERRA, NEL MARZO 2003 Il numero dei
militari americani uccisi in Iraq dall'inizio della guerra, nel marzo del
( da "Manifesto, Il" del 24-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Il capo
della commissione esteri della camera: indaghi il Congresso Usa, candidati
"spiati": parte un'inchiesta zoppa Nell'istruttoria che dovrebbe
accertare chi ha controllato Obama, Hillary e McCain il Dipartimento di stato
ricorre alla macchina della verità Matteo Bosco Bortolaso New York Il
Dipartimento di stato Usa ha aperto un'inchiesta sulla violazione dei dati
personali dei tre candidati alle presidenziali, i democratici Hillary Clinton e
Barack Obama e il repubblicano John McCain. Nei giorni scorsi, il quotidiano
conservatore Washington Times aveva scoperto che qualcuno all'interno del
dipartimento aveva avuto accesso alla richiesta di Barack Obama per avere un
passaporto. Poi è risultato che anche i passaporti degli altri due contendenti
erano stati spiati. Un'ammissione imbarazzante per il Dipartimento di stato,
tanto che la segretaria Condoleezza Rice si è premurata di fare le sue scuse
personalmente ai tre interessati. Ad aver violato la privacy dei candidati sono
almeno quattro persone, uno impiegato al dipartimento di Stato e tre in aziende
d'appalto. Al momento sembra che le richieste dei candidati siano state aperte
per semplice curiosità. Il sospetto, però, è che lo spionaggio sia avvenuto a
fini politici. Ora il Washington Times scrive che durante l'indagine,
coordinata dall'ispettore generale del dipartimento William E. Todd, sarà usata
anche la macchina della verità. Il dipendente del dipartimento sotto inchiesta
aveva usato il nome di Hillary Clinton durante una sessione di addestramento,
la scorsa estate. "Di solito - ha spiegato il portavoce del dipartimento
Sean McCormack - viene chiesto di usare il nome dei membri della famiglia. Ma
questo dipendente aveva scelto la senatrice Clinton, cosa che è stata
immediatamente notata e non si è più ripetuta". Altri due sospetti
dell'indebito interessamento ai dati di candidati presidenziali lavoravano in
una ditta d'appalto esterna, la Stanley Inc. di Arlington, in Virginia, non
molto distante dalla capitale Washington. Entrambi sono stati licenziati prima
dello scoop del giornale conservatore. La quarta persona indagata lavorava per
The Analysis Corporation (Tac), una società di McLean, anch'essa in Virginia.
In questo caso, il dipendente che ha spiato è ancora al lavoro perché, come
spiega una nota aziendale, così ha chiesto il dipartimento, che vuole indagare
sull'accaduto. - mentre nel caso dei dipendenti licenziati dalla Stanley,
l'ispettore generale del dipartimento non potrà obbligarli a parlare. L'azienda
finita nell'occhio del ciclone è guidata da John O. Brennan, ex agente della
Cia che è anche - particolare curioso - consulente di Barack Obama per
l'intelligence. Proprio questa settimana aveva vinto un contratto quinquennale
per 570 milioni di dollari per la gestione delle banche dati dei passaporti.
Gli spioni hanno potuto vedere i moduli compilati da Clinton, Obama e McCain al
momento della richiesta del documento indispensabile per
viaggiare all'estero. Un caso simile risale al 1992, quando era stata aperta
un'indagine (illecita) sul passaporto di Bill Clinton, allora candidato
presidenziale contro George Bush padre. Giravano voci che il candidato avesse chiesto di
rinunciare alla cittadinanza durante la guerra in Vietnam, per evitare di
andare in guerra. E un funzionario del dipartimento di stato di nomina politica, repubblicano, era entrato nella banca dati per
controllare. Il capo della commissione esteri della Camera, Howard Berman, ha
sottolineato che "anche nella vicenda del 1992 all'inizio si parlò di un
caso isolato e non legato alla politica".
"Questa volta - ha aggiunto Berman - il Congresso porrà grande attenzione
nel capire il livello di coinvolgimento dell'organo esecutivo nel frugare i
dati dei candidati". L'impegno da parte del parlamento Usa segue la
richiesta di Obama, il quale si aspetta "un'indagine completa che dovrebbe
essere fatta assieme alle commissioni del Congresso che hanno una funzione di
controllo". Il rivale repubblicano McCain, da Parigi, ha detto che
"gli Usa danno grande valore alla privacy di chiunque: deve essere decisa
un'azione correttiva".
( da "Panorama" del 24-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
IL
PEGGIORE Una buona occasione per tacere AUGUSTO MINZOLINI Fra i politici
italiani c'è un gusto forsennato per l'iperbole. Insomma, per avere eco sui
media si esagera. Ci si lascia andare a ragionamenti e proposte che puntano a
suscitare scandalo ma non hanno nulla a che vedere con il senso comune. Antonio
Di Pietro di cose del genere ne dice una al giorno con il chiodo fisso di far
tintinnare le manette, il suono che più appassiona i suoi fan. Solo che l'ex
magistrato è talmente scontato che ormai nessuno gli dà peso. Più pericoloso,
invece, è ricercare l'iperbole su argomenti delicati come
la politica estera e le
missioni dei nostri militari all'estero. Qui chi dà il meglio è l'ex ministro
della Difesa del Cavaliere, Antonio Martino. Già durante il governo Berlusconi
il personaggio era stato l'autore di exploit spericolati che in alcuni momenti
avevano fatto traballare la sua poltrona di ministro. E adesso, in piena
campagna elettorale, Martino ha rispolverato il vecchio stile lanciando la
solita proposta foriera di polemiche: ha chiesto il ritiro della nostra
missione in Libano e un aumento dei nostri militari in Afghanistan. Ipotesi su
argomenti delicati, avanzate con i toni dei duri del Pentagono. Una sorta di
parodia. Peccato che al personaggio manchi il sigaro o la sigaretta di John
Wayne. Intendiamoci bene, non è che la proposta di Martino non abbia le sue
ragioni: i nostri soldati in Libano stanno combinando ben poco e alla fine
rischiano di coprire solo la riorganizzazione degli hezbollah; mentre in
Afghanistan è necessaria una maggiore presenza di uomini e di risorse (la
Francia si appresta a farlo) in vista della solita offensiva di primavera dei
talebani che rischia di far traballare il governo di Kabul. Solo che una
sortita come quella di Martino, calato nei panni dell'ex segretario alla difesa
di George W. Bush, Donald Rumsfeld, non serve a
niente. Anzi è controproducente. Intanto perché l'argomento sicuramente non
porta voti in campagna elettorale. Inoltre certe decisioni prima si prendono e
poi si dicono: l'idea che il prossimo governo possa ritirare il nostro
contingente in Libano, infatti, rende ancora più evanescente il nostro ruolo
nella regione; mentre in Afghanistan mette i nostri soldati nel mirino di chi
non vuole un aumento della nostra presenza a Kabul. Risultato: il governo di
Beirut ha protestato, Walter Veltroni ne ha approfittato, Gianfranco Fini ha
precisato e Silvio Berlusconi, alla fine, ha dovuto prendere le distanze dal suo
ex ministro. E Martino? Forse si è reso conto di aver perso un'altra buona
occasione per starsene zitto.
( da "Manifesto, Il" del 24-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Usa,
candidati "spiati": parte un'inchiesta zoppa Il capo della
commissione esteri della camera: indaghi il Congresso Nell'istruttoria che
dovrebbe accertare chi ha controllato Obama, Hillary e McCain il Dipartimento
di stato ricorre alla macchina della verità Matteo Bosco Bortolaso New York Il
Dipartimento di stato Usa ha aperto un'inchiesta sulla violazione dei dati
personali dei tre candidati alle presidenziali, i democratici Hillary Clinton e
Barack Obama e il repubblicano John McCain. Nei giorni scorsi, il quotidiano
conservatore Washington Times aveva scoperto che qualcuno all'interno del
dipartimento aveva avuto accesso alla richiesta di Barack Obama per avere un
passaporto. Poi è risultato che anche i passaporti degli altri due contendenti
erano stati spiati. Un'ammissione imbarazzante per il Dipartimento di stato,
tanto che la segretaria Condoleezza Rice si è premurata di fare le sue scuse
personalmente ai tre interessati. Ad aver violato la privacy dei candidati sono
almeno quattro persone, uno impiegato al dipartimento di Stato e tre in aziende
d'appalto. Al momento sembra che le richieste dei candidati siano state aperte
per semplice curiosità. Il sospetto, però, è che lo spionaggio sia avvenuto a
fini politici. Ora il Washington Times scrive che durante l'indagine,
coordinata dall'ispettore generale del dipartimento William E. Todd, sarà usata
anche la macchina della verità. Il dipendente del dipartimento sotto inchiesta
aveva usato il nome di Hillary Clinton durante una sessione di addestramento,
la scorsa estate. "Di solito - ha spiegato il portavoce del dipartimento
Sean McCormack - viene chiesto di usare il nome dei membri della famiglia. Ma
questo dipendente aveva scelto la senatrice Clinton, cosa che è stata
immediatamente notata e non si è più ripetuta". Altri due sospetti
dell'indebito interessamento ai dati di candidati presidenziali lavoravano in
una ditta d'appalto esterna, la Stanley Inc. di Arlington, in Virginia, non molto
distante dalla capitale Washington. Entrambi sono stati licenziati prima dello
scoop del giornale conservatore. La quarta persona indagata lavorava per The
Analysis Corporation (Tac), una società di McLean, anch'essa in Virginia. In
questo caso, il dipendente che ha spiato è ancora al lavoro perché, come spiega
una nota aziendale, così ha chiesto il dipartimento, che vuole indagare
sull'accaduto. - mentre nel caso dei dipendenti licenziati dalla Stanley,
l'ispettore generale del dipartimento non potrà obbligarli a parlare. L'azienda
finita nell'occhio del ciclone è guidata da John O. Brennan, ex agente della
Cia che è anche - particolare curioso - consulente di Barack Obama per
l'intelligence. Proprio questa settimana aveva vinto un contratto quinquennale
per 570 milioni di dollari per la gestione delle banche dati dei passaporti.
Gli spioni hanno potuto vedere i moduli compilati da Clinton, Obama e McCain al
momento della richiesta del documento indispensabile per
viaggiare all'estero. Un caso simile risale al 1992, quando era stata aperta
un'indagine (illecita) sul passaporto di Bill Clinton, allora candidato
presidenziale contro George Bush padre. Giravano voci che il candidato avesse chiesto di
rinunciare alla cittadinanza durante la guerra in Vietnam, per evitare di
andare in guerra. E un funzionario del dipartimento di stato di nomina politica, repubblicano, era entrato nella banca dati per
controllare. Il capo della commissione esteri della Camera, Howard Berman, ha
sottolineato che "anche nella vicenda del 1992 all'inizio si parlò di un
caso isolato e non legato alla politica".
"Questa volta - ha aggiunto Berman - il Congresso porrà grande attenzione
nel capire il livello di coinvolgimento dell'organo esecutivo nel frugare i
dati dei candidati". L'impegno da parte del parlamento Usa segue la
richiesta di Obama, il quale si aspetta "un'indagine completa che dovrebbe
essere fatta assieme alle commissioni del Congresso che hanno una funzione di
controllo". Il rivale repubblicano McCain, da Parigi, ha detto che
"gli Usa danno grande valore alla privacy di chiunque: deve essere decisa
un'azione correttiva".
( da "Repubblica, La" del 25-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Cultura JOSCHKA FISCHER rofondamente frustrati dalle politiche
dell'amministrazione Bush, in Europa, molte
persone e governi sperano che le imminenti elezioni presidenziali comportino un
cambiamento di fondo della politica estera
degli Stati Uniti. Ma occorrerebbe un miracolo politico di media entità perché
queste speranze non fossero deluse e un tale miracolo non accadrà, chiunque sarà eletto.
L'amministrazione Bush ha commesso una serie di errori
con conseguenze di grande portata.
( da "Messaggero, Il" del 25-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Missione
in Libano ed è contrario ad un impegno diverso in Afghanistan. "In Libano
noi abbiamo scommesso sulla pace. È una tregua non la pace, ma siamo lì perchè
non si riapra la guerra". E sull'Afghanistan dice: "Non si può
pretendere dall'Italia più di quello che sta facendo", "i nostri
soldati stanno facendo egregiamente il loro dovere, il nostro Paese li sta
sostenendo adeguatamente". Il pressing della Nato "non provoca nessun
imbarazzo perchè quando si parla di Nato si parla di noi stessi, non è
organizzazione terza", e perchè si tratta di un "appello generale
rivolto da alcuni alleati e dalla Nato a fare di più ma che non ha noi come
destinatari primi, perchè facciamo già molto, come ci è stato riconosciuto dal
comandante generale della Nato". Per Parisi destinatari primi sono
Germania e Fancia e il ministro sottolinea che ques'ultima impegna in
Afghanistan "meno della metà dei nostri militari".
( da "EUROPAQUOTIDIANO.it" del 26-03-2008)
Pubblicato anche in: (EUROPAQUOTIDIANO.it)
Argomenti: Politica estera USA
ALESSANDRO
CARRERA Ancora due settimane così e il Democratic Party avrà bisogno di cure
intensive. Scandali sessuali, infelici uscite anti-Obama da parte di
clintoniani oltranzisti, il polverone delle primarie in Michigan e in Florida
che non verranno rifatte, e infine l'infuocato sermone di Jeremiah Wright,
pastore della chiesa di Obama, culminante in un "Altro che Dio benedica
l'America! Dio maledica l'America per la schiavitù e la segregazione! ".
Obama ha dovuto correre ai ripari e l'ha fatto in modo magistrale, con un
discorso serio sulle relazioni razziali che lo farà entrare nella storia, ma
forse non lo aiuterà a diventare presidente. Perché con quel discorso, che
prima o poi doveva arrivare, l'incanto si è rotto. Obama ha cessato di essere
una favola per diventare una realtà, ed è la realtà di un afro-americano. D'ora
in poi chi lo sostiene, compresi gli sparuti "Republicans for Obama",
non potrà far finta di aver a che fare con una creatura angelica venuta a
salvare l'America dal conflitto delle razze. McCain, intanto, è molto impegnato
a non fare nulla, perché nulla deve fare, tranne godersi lo spettacolo dei due
campi avversari che si distruggono a vicenda. Stringe la mano ai soldati in
Iraq, va a trovare Gordon Bown e quando gli chiedono che piani ha per
l'economia che sta andando a picco promette nuovi tagli di tasse e manda la sua
benedizione apostolica. Un sondaggio USA Today/Gallup del 14-16 marzo lo da in
testa su Barack e Hillary nei seguenti punti: "È un leader forte e
deciso"; "È onesto e affidabile" e "Sa gestire la cosa
pubblica in modo efficiente ". Obama vince su "Si prende cura dei
bisogni della gente"; "Condivide i vostri valori"; "Capisce
i problemi che gli americani affrontano nella loro vita quotidiana ";
"Saprebbe lavorare con entrambi i partiti per il bene comune ".
Inoltre "È qualcuno di cui essere orgogliosi come presidente ".
Hillary vince solo con "Ha un progetto ben definito su come risolvere i
problemi del paese". E con "Ha una visione di quello che sarà il
futuro del paese". Obama 5, McCain 3, Hillary 2. Ma il sondaggio precede
l'affare Jeremiah Wright ed è già obsoleto. Da uno più recente risulta che il
55 per cento degli americani indica John McCain come il candidato più preparato
a fronteggiare una crisi internazionale o, per citare lo spot di Hillary, il
più pronto a rispondere a una telefonata alle tre di notte. La Fox News ha
scatenato l'inferno sul sermone anti-americano di Jeremiah Wright. Nessuno però
si è scandalizzato quando McCain si è dichiarato orgoglioso dell'appoggio di
John Hagee, il pastore ultraconservatore secondo il quale l'uragano Katrina è
la punizione divina per l'omosessualità, la responsabilità dell'antisemitismo
ricade sugli ebrei e la chiesa cattolica è un culto malefico. Non solo: Mc-
Cain ha definito sua "guida spirituale" Rick Parsley, il
televangelista noto per aver affermato che gli Stati Uniti sono nati per
combattere la religione islamica e che il loro destino non sarà compiuto finché
tale risultato non sarà raggiunto. McCain crede a queste idiozie? Certamente
no, la sua è solo una strategia elettorale, ma c'è qualcosa di molto preoccupante
nei giudizi di politica estera che si lascia scappare.
Pochi giorni fa ha detto che l'Iran va assolutamente fermato (è il suo chiodo
fisso) perché sta aiutando al Qaeda in Iraq. Non è vero, gli iraniani sono
sciiti, al Qaeda è sunnita. Per l'Iran, Osama bin Laden è un nemico. È
possibile che McCain, dopo sei anni di guerra in Iraq, non lo sappia? È
possibile, ma la domanda è un'altra: quanti voti perderebbe McCain, se i suoi
elettori avessero il sospetto che lui ne sa più di loro, o che addirittura prende
sul serio gli incomprensibili conflitti tra questa e quella fazione dell'Islam?
Quando l'Europa doveva scegliere tra Mussolini, Franco, Hitler e Stalin, ogni
americano aveva il diritto di sentirsi un portatore di civiltà. La segregazione
non era ancora stata abolita, ma sarebbe venuta la lotta per i diritti civili,
e anche il Vietnam, certo, ma insieme a una ventata di cultura nuova, per non
dire dei progressi della scienza e della ricerca incubati nelle grandi
università del continente americano. Tutto questo è ancora
vero, ma otto anni di Bush
hanno causato un danno inaudito all'immagine degli americani all'estero e anche
a quella che hanno di se stessi. Per buona parte del mondo, oggi come oggi, al
concetto di americano si associa quello di ignorante e bigotto, provinciale e
guerrafondaio. Il neo-americano è un essere strano, convinto che Dio
abbia creato il mondo seimila anni fa alle otto del mattino fossili compresi,
che Noè andava a cavallo dei dinosauri e che quando lui morirà troverà il suo
cane ad aspettarlo in paradiso. Non è vero, l'America è meglio di così, ma è un
fatto che gli americani non riescono più a sentirsi superiori a nessuno,
neanche quando vanno in paesi che sono ben più malmessi del loro. Con gli
arabi, però, ci riescono ancora. Gli arabi sono i loro ultimi indiani. Intorno
al 1869 Mark Twain compì un lungo viaggio in Europa e nel Medio Oriente. Quando
arrivò a Firenze rimase scandalizzato dallo squilibrio tra la ricchezza della
chiesa e le masse di straccioni che mendicavano fuori dalle porte del Duomo.
Suggerì loro che invece di chiedere l'elemosina avrebbero fatto meglio a
depredare le cattedrali. Ma quando giunse a Gerusalemme non ebbe nessun
consiglio da dare agli arabi. Quel vero campione della democrazia americana si
trovò di fronte a un Altro che non poteva essere assimilato. "Mi
ricordavano molto gli indiani, quella gente" scrisse poi ne Gli innocenti
all'estero. "Stavano lì accoccolati in silenzio, e con la loro
instancabile pazienza osservavano ogni nostra mossa con quell'abietta,
imperturbabile maleducazione che è così tipica degli indiani, e che fa
diventare un bianco così nervoso, così a disagio, così selvaggio da fargli
venir voglia di sterminare l'intera tribù".
( da "Stampa, La" del 26-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
AVEVA
PROMESSO DI PARTECIPARE ALLA CERIMONIA DI INAUGURAZIONE DELLE OLIMPIADI Sarkozy
non esclude il boicottaggio dei Giochi [FIRMA]DOMENICO QUIRICO CORRISPONDENTE
DA PARIGI Non si poteva più stare zitti. Il silenzio del presidente sul
problema della repressione in Tibet e sui Giochi olimpici era diventato infatti
un pericoloso caso politico. Gordon Brown ha già annunciato che a maggio
riceverà il Dalai Lama; la Merkel addirittura non ha esitato a congelare un
programma di sviluppo con Pechino. E Sarkozy, che al momento dei Giochi sarà
per di più presidente di turno dell'Unione Europea? "In assordante
silenzio", come ha sentenziato uno dei leader socialisti, Moscovici. Già
per questo lo smargiassavano, correvano malmostosi sospetti: si capisce, è
ostaggio dei mastodontici contratti sottoscritti a Pechino durante una delle
sue prime visite da presidente e presentati come un ciclopico successo. Proprio
allora con incauto entusiasmo non aveva promesso ai dirigenti cinesi di
presenziare alla cerimonia inaugurale dei Giochi? Sembrava una buona idea. Ora
lo scenario è catastrofico: Bush e
Sarkozy soli sul palco, con i signori della Città proibita strangolatori della
libertà tibetana. Eletto con lo slogan gagliardo "la politica estera dei diritti umani";
e poi una pecoresca, meschina "geometria variabile", in cui si
gonfiano le gote e si danno lezioni a seconda della taglia dell'interlocutore e
soprattutto degli interessi economici della Francia. Triste realpolitik
già applicata con Putin. Ma a stanare il presidente non sono stati i socialisti
che fanno le smorfie o il sondaggio che indica i francesi favorevoli al
boicottaggio della cerimonia olimpica: è stata semmai la molesta voce di Alain
Juppé, ex premier, e soprattutto esplicito e temibile rivale a destra del
sempre meno monolitico Sarkozy. Juppé è stato brusco: "Si può immaginare
un caso di più flagrante violazione delle libertà fondamentali di un popolo
oppresso da decenni di quanto sta accadendo in Tibet? Eppure tra i responsabili
occidentali, da Washington a Bruxelles passando per le varie capitali, si
ascoltano solo inviti ai cinesi a ammazzare con moderazione". Il
riferimento a Sarkozy è chiaro. Proprio il presidente francese ha utilizzato in
un cauto messaggio a Pechino il termine "comportarsi con moderazione in
Tibet". Ecco allora Sarkozy che, scarmigliandosi, tenta di riguadagnare ieri
il tempo sciaguratamente perduto: "Voglio che il dialogo cominci e
graduerò la mia risposta in base a quella che sarà data dalla autorità cinesi.
E' questo il modo per ottenere dei risultati". Proponendosi un po'
ottimisticamente come "mediatore" tra il Dalai Lama e il governo di
Pechino, ha aggiunto: " Tutte le opzioni sono aperte ma faccio appello al
senso di responsabilità dei dirigenti cinesi". Il tono è aggressivo anche
se vago, si lascia intravedere persino la possibilità di un boicottaggio degli
stessi Giochi che in Francia quasi nessuno chiede. Sulla scia di Sarkozy anche
Bernard Kouchner ha potuto bandire un verbo meno discreto. Il ministro degli
Esteri è sempre più scisso tra il passato di inventore del diritto di
intrusione umanitaria e il presente fatto di foto di gruppo con scatenati
tiranni. Jack Lang, un altro dei socialisti che Sarkozy vuole strangolare con
un abbraccio governativo ma che esita ancora, lo aveva richiamato a sanguigne
nostalgie: "Parlo ad un amico, abbiamo incontrato decine di volte il Dalai
Lama in passato. Che sono diventate le parole infiammate e giuste che
pronunciavi allora?". Kouchner ha provato a ripeterle quelle parole, ma
con tono esitante e molti distinguo: "Io parlo come te e dico che la
repressione in Tibet è insopportabile. Ma il Dalai Lama non chiede
l'indipendenza né il boicottaggio dei Giochi. Non dobbiamo essere più tibetani
dei tibetani". La circospezione è diventa l'arte anche della responsabile
dei diritti umani, Rama Yade, una che adorava i superlativi assoluti. Si è dichiarata
baldanzosamente disposta a ricevere il Dalai Lama "in visita pastorale in
Francia". Precisazione: come capo religioso quindi e non politico.
( da "Unita, L'" del 26-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Stai
consultando l'edizione del Costituzione: gli uomini che fecero l'impresa di
Marco Innocente Furina L a Costituzione repubblicana nacque 60 anni fa dal
felice incontro di culture politiche distanti, e spesso antitetiche, le une
dalle altre. Come uomini e partiti così diversi, opposti e in molti casi
ostili, siano a riusciti nell'impresa - perché di un'impresa si tratta - di
scrivere un documento in grado di dare all'Italia Istituzioni capaci di reggere
l'urto di una lotta politica feroce e i cui princìpi
sono validi ancor oggi, resta in gran parte un mistero. Moro, Togliatti, Jotti,
Terracini, Calamandrei, uomini e donne diversissimi per cultura, estrazione
sociale e credo politico, seppero lavorare fianco a fianco nella commissione
dei 75, la sottocommissione incaricata di redigere il testo base della Carta e
che riuniva il meglio della cultura giuridico-politica
dell'Italia del tempo. Oscar Luigi Scalfaro è uno degli ultimi rappresentanti
di quel tempo e di quella temperie anche e soprattutto morale. Uno degli ultimi
testimoni di come nacque, e fra quali contrasti e speranze, la nostra Legge
fondamentale. Ecco perché La mia Costituzione, il libro-intervista da oggi in
edicola con l'Unità in cui il presidente emerito della Repubblica racconta a
Guido dell'Aquila la genesi della Costituzione repubblicana, è una
testimonianza particolarmente preziosa. Uno dei pochi costituenti ancora in
vita spiega a chi non c'era come l'Italia uscì dalla dittatura e si riconobbe
in una "Repubblica democratica fondata sul lavoro" e in cui
"tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla
legge". Non sono le memorie, puntuali ma fredde, di un politico. Almeno
non solo quello. Sono pagine a tratti commoventi, come quando riemerge,
nonostante gli anni passati, la sofferenza e il dramma della guerra civile.
Quando il giovane Scalfaro, allora pubblico ministero, si trovò costretto a
chiedere la pena di morte. "Feci la requisitoria - racconta - presentando
i fatti e le responsabilità con le testimonianze che coincidevano. Quindi con
un una certezza dei fatti indiscutibile (l'imputato era un repubblichino
colpevole di aver torturato e ucciso un giovane poliziotto, ndr). Dissi che su
questo poggiava la richiesta di pena capitale". Ma il giovane Pm non aveva
finito la sua arringa. "Il pubblico ministero - disse a una platea
attonita - deve aggiungere che non crede alla pena capitale. (...) Gli avvocati,
i magistrati, i giornalisti, tutti ammutoliti. Il pubblico ministero da
quindici giorni, da quando questo processo gli è stato messo in mano ha
studiato, ha sofferto, ha pregato per non chiedere la pena di morte, ma non ha
trovato strada di fronte alla gravità paurosa e inumana di questo fatto. Non ha
trovato strada perché si applica il codice penale di guerra. Se la Corte
dovesse trovare una strada per non applicare la pena di morte, il pubblico
ministero ringrazia anticipatamente la Corte". Alla fine l'imputato, grazie
all'amnistia, non fu giustiziato. "Ho avuto altri doni: all'Assemblea
costituente ho votato giovanissimo questo articolo 27 che ha eliminato la pena
di morte dal diritto italiano. E nel 1994, da presidente della Repubblica, ho
avuto la commozione di mettere la firma sotto la legge che aboliva la pena di
morte anche dal codice penale militare di guerra". Ecco, la Costituzione e
i suoi princìpi nacquero anche così, dal dolore, dall'esperienza della
ingiustizia e della guerra. E già la guerra, quella mondiale l'Italia l'aveva
voluta e provocata, anche per questo i costituenti vollero scrivere a chiare
lettere nella Carta costituzionale che d'ora in poi il nostro paese non avrebbe
più aggredito nessuno. Recita l'articolo 11: "L'Italia ripudia la guerra
come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di
risoluzione delle controversie internazionali". "Questo articolo è di
una chiarezza impressionante (...). Ogni articolo impegnava ore o ore di
discussione e centinaia di pagine di verbali - ricorda l'ex capo dello Stato -.
Sono andato a rivedere quello della seduta in cui si approvò questo articolo
(...). Le pagine riservate alla discussione sono appena sei e mezzo. E a cosa è
dovuto questo? Al fatto che c'era una unanimità assoluta e indiscussa. Non c'è
stato uno che non abbia detto no alla guerra". Ma questo non ha impedito
all'Italia di Berlusconi di schierarsi dalla parte della
guerra preventiva di Bush.
"Caro Bush, stai
facendo, o hai fatto, una cosa sporca e sbagliata", è la risposta del
Presidente. Perché in questo libro Scalfaro non fugge l'attualità, anzi, la
legge alla luce di quei princìpi supremi che nel corso del tempo possono essere
interpretati diversamente ma non stravolti. È il caso delle leggi ad
personam di Berlusconi. "Non sono un giurista, non sono un cattedratico,
sono un laureato in legge che ha fatto un po' il magistrato e il parlamentare,
però mi sento tranquillo nel dire delle cose che sono l'abbiccì della
chiarezza. Cos'è la legge? Sentivo dire al ginnasio superiore, al liceo, non ne
parliamo poi all'Università: la legge è una disposizione, una norma o una serie
di norme fatte per un popolo. Sono dovuto arrivare a quest'età per sentir dire
che "la legge è una disposizione fatta per un cittadino""... Ma
l'ex capo dello Stato non risparmia nessuno: se la prende anche con la riforma
federale voluta nel
( da "Corriere della Sera" del 26-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Corriere
della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-03-26 num: - pag: 19
categoria: REDAZIONALE Primarie/1 Un viaggio senza pericoli Bosnia, arriva il
video "Hillary ha mentito" Washington - Sbugiardata dalla tv Cbs, che
ha trasmesso il video del suo sbarco all'aeroporto militare di Tuzla in Bosnia
nel '96, Hillary Clinton ha ritrattato. La scorsa settimana l'ex first lady
aveva raccontato di essere scesa dall'aereo a Tuzla a guerra finita ma
"sotto il fuoco dei cecchini nemici ", e di essere corsa "a testa
bassa" dentro l'auto in attesa. Il video l'ha mostrata invece camminare
sorridendo sulla pista con la figlia Chelsea e abbracciare una bimba che le
porgeva un mazzo di fiori, poi soffermarsi all'interno degli edifici coi
soldati. Il commento della Cbs: "Hillary ha
l'abitudine di gonfiare la sua esperienza in politica
estera". La ritrattazione della ex first lady è
avvenuta in due tempi. La prima volta, ha dichiarato di essersi confusa:
"Non ricordavo bene, visitai un'ottantina di Paesi, è un piccolo incidente".
La seconda ha invece ammesso: "Ho fatto uno sbaglio. E questo
dimostra che anch'io sono umana". Ma ritrattando, Hillary ha messo nei
guai Chelsea e il proprio entourage. Poco prima infatti, Chelsea aveva avallato
la sua versione degli eventi. E l'entourage aveva accusato quello di Barack
Obama di volere creare uno scandalo inesistente. La polemica ha avuto un
effetto imprevisto. Un leader democratico, Tim Mahoney, ha suggerito che tra
Hillary e Obama la convention del Partito scelga un terzo uomo l'ex
vicepresidente e Premio Nobel della pace Al Gore, e questi a sua volta scelga
come compagno di corsa la ex first lady o il senatore nero. E. C.
( da "Messaggero, Il" del 26-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Di
FRANCESCA PIERANTOZZI PARIGI - Grande esperto di relazioni internazionali,
membro della Commissione per la prevenzione dei conflitti al Parlamento
europeo, docente all'Institut d'Etudes Politiques di Parigi, il politologo
Dominique Moisi crede poco a una politica estera della
Francia ispirata ai principi dei diritti umani. Il Tibet e la Cina non fanno eccezione.
Sul boicottaggio oggi la Francia fa marcia indietro? "Non proprio. Bisogna
considerare che alcuni Paesi come la Germania e la Gran Bretagna hanno subito
condannato o espresso critiche nei confronti della repressione cinese in Tibet,
la Francia invece era rimasta finora silenziosa. Sarkozy ha rotto il silenzio,
ma ritengo che si tratti soprattutto di parole, di una risposta inevitabile ma
puramente verbale alle attese dei sostenitori dei diritti umani. A priori,
penso proprio che la Francia non farà niente". Eppure la Francia è la
patria dei diritti umani. Il ministro degli Esteri, Kouchner, teorizza
l'ingerenza umanitaria. "Un ministro degli Esteri che non ha molti poteri
e che tiene a restare ministro... La cosa migliore sarebbe una posizione di principio
dell'Unione Europea che sancisca la partecipazione ai Giochi ma condizioni la
presenza dei dirigenti dei vari Paesi alla cerimonia d'apertura
a una moderazione della politica cinese in Tibet. Cosa che non ha fatto per esempio il presidente
americano George W. Bush".
Un eventuale boicottaggio potrebbe avere qualche impatto concreto sulla politica del governo cinese? "No,
ma salverebbe la nostra coscienza. Davvero non credo che ci si debba aspettare
molto. La priorità della Francia è mantenere le sue relazioni con la
Cina, cercando di integrare le pressioni morali e etiche. Per essere chiari e
forse un po' cinici, in un momento come questo di crisi economica per
l'Occidente, non ci si possono aspettare posizioni ferme ed energiche nei
confronti del governo cinese per la sua politica in
Tibet". Eventuali iniziative di singoli stati rischiano dunque di
risolversi in un fallimento? "Penso che un boicottaggio a livello
dell'Unione Europea potrebbe avere un seguito. Avrebbe un impatto morale e
psicologico. Nonostante le parole, la politica estera
francese è dettata dal mercantilismo e non dal rispetto e la difesa dei diritti
umani, come ben si evince in Africa". L'Occidente non ha dunque nessuna
voglia né nessun mezzo per stigmatizzare la repressione cinese in Tibet?
"Boicottare le Olimpiadi non è mai servito a molto e servirebbe
soprattutto a punire gli atleti. Se l'Unione Europea, in blocco, boicottasse la
cerimonia d'inaugurazione, sarebbe comunque una buona cosa".
( da "Manifesto, Il" del 26-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Stati
uniti, addio "ritiro graduale" Combattere o votare Videoconferenza top
secret tra Washington e Baghdad: niente smobilitazioni fino al
( da "Italia Sera" del 26-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Politica Estera Usa/Sms
erotici incastrano il sindaco di Detroit e l'amore finisce in aula Dopo il giro
di squillo del governatore di New York e il tradimento della moglie del suo
successore, un altro scandalo sessuale investe un politico americano. Il sindaco di Detroit,
Kwame Kilpatrick, è stato smascherato da un giornale per aver inviato Sms
erotici alla sua amante, la ex-capo del suo staff Christine Beatty. I due ora
sono sotto processo per spergiuro: la coppia aveva negato sotto giuramento la
relazione. A trascinare fuori dalla clandestinità la coppia, entrambi sposati
con altre persone, era stato un giornale cittadino che aveva pubblicato il
testo di una serie di sms bollenti e inequivocabili che i due amanti si erano
scambiati. Secondo il quotidiano, tra il 2002 e il 2003 la coppia si sarebbe
scambiata ben 14 mila messaggini. Chiamati a processo da due poliziotti, lui e
lei avevano negato sotto giuramento la relazione. I poliziotti avevano
intentato una causa contro il municipio di Detroit perché il primo cittadino
dapprima li avrebbe utilizzati per proteggere le sue tresche amorose e, poi li
avrebbe fatti licenziare come testimoni scomodi. Così una banale storia d'amore
ha assunto le dimensioni di uno scandalo cittadino con tanto di licenziamenti,
vendette e minacce. Ora il Procuratore Kym Worthy ha annunciato le
incriminazioni contro il sindaco e la sua ex-collaboratrice affermando che i
due si erano "fatti beffe dei principi di onestà, verità e onore". Il
Pm è giunto a questa conclusione dopo aver esaminato oltre 40 mila documenti,
compresi migliaia di messaggini telefonici scambiati tra il sindaco e la sua
assistente che mostrano in modo evidente la natura sessuale della loro
relazione. Edizione n. 869 del 26/03/2008.
( da "Virgilio Notizie" del 26-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
26-03-2008
16:00 Non è ancora detta l'ultima parola sull'accordo per il nucleare civile
tra India e Stati Uniti. Secondo quanto dichiarato dall'agenzia di stampa
"Press trust of India", il portavoce della Casa Bianca, Dana Perino, ha dichiarato oggi in seguito all'incontro tra il ministro degli
Esteri indiano Pranab Mukerjee, il presidente statunitense George W.Bush e il
segretario di Stato Condoleeza Rice, che è
ancora prematuro parlare di "ora o mai più", aggiungendo di avere a
disposizione "ancora alcuni mesi" per lavorare con le autorità
indiane. Mukerjee ha ribadito che il governo indiano è
"interessato" a concludere l'accordo, sebbene vi siano pareri
contrari all'interno della coalizione di governo che rallentano il processo e
provocano problemi. Secondo i partiti della sinistra indiana la stipula
dell'accordo darebbe luogo ad un'eccessiva dipendenza indiana dagli Usa, i quali sarebbero legittimati a fornire tecnologia e
materiale nucleare a Nuova Delhi. Le autorità indiane stanno nel frattempo
trattando con l'Aiea, l'Agenzia internazionale per l'energia atomica, le
"clausole di salvaguardia" da applicare ai suoi siti nucleari.
( da "Unita, L'" del 27-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Stai
consultando l'edizione del "Con il Cavaliere una sfida fuori dal
mondo" "Fa senso vedere Dini a destra". Per
i corrispondenti esteri, campagna elettorale "confusa" di Federica
Fantozzi SILVIO E NOIA Poca politica, propaganda, sinistra che parla come la destra e viceversa, e
sempre Berlusconi. La stampa estera guarda alle nostre elezioni e le trova "confuse".
Premesso che i corrispondenti esteri si immergono in campagna elettorale
l'ultima settimana, i prodromi del giudizio non sono folgoranti. Per
Tobias Piller della Frankfurter Allgemeine Zeitung il voto offre un incentivo a
essere populisti: "Berlusconi lo è molto. Su Alitalia cerca di
intercettare il malumore del Nord. Ha sempre difeso la libertà
dell'imprenditore e l'assenza dello Stato: qui si rivela interventista".
L'unica novità dello scenario, la corsa a due Pd-PdL, si deve a Veltroni che però
"ha fatto di necessità virtù": "Quasi un miracolo: con la stessa
legge elettorale sono cambiati partiti e clima. Veltroni non poteva
ripresentarsi con una mega-coalizione già naufragata. Ora si delineano due
grandi gruppi in Parlamenti e la fine dei nanetti". Assai dura la
valutazione di Arielle Dumont di France Soir e Madame (il secondo settimanale
francese): "Non vedo uno scontro entusiasmante né grande differenza tra
destra e sinistra. È una campagna di corsa: come nei supermarket, tutto sui
ripiani e scegliete voi". Grande assente la politica
estera: "All'assemblea costituente del Pd mi sono guardata intorno
e non ho visto niente di europeo. Mi ha colpito una sensazione di ripiegamento
in se stessi". Nostalgia di Prodi, "un grande europeista, attento a
inserire l'Italia in un contesto internazionale". Divertenti le
liste-caleidoscopio: "Bisognerà trovare posto anche per la casalinga di
Voghera. Dove la mettiamo?". Più seriamente, "quando si candida
chiunque si perde l'idea della politica". Già
quando è caduto il governo "per giochi di potere, il Senato mi sembrava un
mercato. Mi fa senso vedere Dini che siede già a destra". Anche Nacera
Benali, corrispondente del quotidiano algerino El Watam vede tra le proposte
dei due schieramenti "differenze molto sottili. A parole, Berlusconi e
Veltroni assumono ognuno la posizione dell'altro". Il Cavaliere su
Alitalia ha a cuore i lavoratori "quando non ha mai difeso la classe
operaia". Mentre il centrosinistra "raffigura l'immigrazione come un
pericolo", anzichè concentrarsi su proposte che "aiutino gli
immigrati che lavorano e pagano le tasse". Eric Josef, di Liberation, ha
visto un "dinamismo iniziale" di Veltroni: "Aveva il gioco in
mano, ha imposto il ritmo con la corsa da solo e i candidati. Poi si è perso un
po' per strada". Sui programmi convergenze ma anche "differenze
importanti" come il compenso minimo ai precari". Novità? Il cambio di
toni, ma non è un bene: "I due leader non si attaccano ma neppure
discutono, sembra una sfida fuori dal mondo". Josef è qui dal '93:
"L'elemento di continuità che vedo è... Berlusconi. Stupisce che, per la
quinta volta e dopo due sconfitte, possa essere ancora candidato premier".
( da "Repubblica, La" del 27-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Bush a Hu Jintao: "Dialogo" L'Europarlamento
invita il Dalai Lama Via alla rieducazione dei monaci tibetani nei lager Per i
religiosi lavori forzati, e sedute di rieducazione politica
Poettering: "Tutti i leader si chiedano se partecipare all'apertura dei
Giochi" FEDERICO RAMPINI DAL Nostro corrispondente PECHINO -
L'indignazione per il Tibet non si spegne nell'opinione pubblica
internazionale. E costringe i governi occidentali ad aumentare la pressione
sulla Cina. Dopo due settimane di silenzio ieri per la prima volta dalla
ribellione di Lhasa è intervenuto George Bush. Il
presidente americano ha telefonato al suo omologo cinese, Hu Jintao, per
invitarlo a "impegnarsi in un dialogo sostanziale con i rappresentanti del
Dalai Lama, e a consentire l'accesso in Tibet a giornalisti e diplomatici".
La Casa Bianca ha precisato però che l'America non boicotterà i Giochi. Il
presidente degli Stati Uniti per il momento non ha preso neppure in esame la
possibilità di disertare la cerimonia d'apertura, un gesto che invece non è
escluso dal francese Nicolas Sarkozy. Il Parlamento europeo ieri ha rilanciato
con forza questa proposta per estenderla a tutti i leader dell'Unione. Aprendo
una seduta straordinaria convocata sul Tibet, il presidente dell'Europarlamento
Hans-Gert Poettering ha dichiarato: "Tutti i politici devono chiedersi se
è possibile partecipare alla cerimonia inaugurale dei Giochi, qualora la Cina
insista nel rifiutare il dialogo con il Dalai Lama". Il boicottaggio dei
Giochi e quello della cerimonia inaugurale sono due opzioni ben diverse. Nel
primo caso si può temere che la maggioranza dei cinesi si sentirebbe offesa e
ferita nel suo orgoglio patriottico. L'assenza dei capi di Stato occidentali
nella tribuna d'onore con Hu Jintao alla cerimonia inaugurale sarebbe invece un
gesto di condanna mirato chiaramente contro i vertici del regime colpevoli
della repressione in Tibet. L'Europarlamento ha anche approvato per
acclamazione l'invito rivolto dal suo presidente al leader spirituale dei
buddisti tibetani: "Il Dalai Lama è benvenuto in questa assemblea ogni
volta che vorrà venire". Le notizie che giungono dal Tibet non sono
segnali di dialogo e distensione. Al contrario, si riaprono le porte dei
laogai. Per i monaci buddisti tibetani catturati nelle retate di questi giorni
comincia un'odissea tristemente nota, la deportazione nei lager cinesi. è il
trattamento che il regime di Pechino riserva ai seguaci del Dalai Lama dagli
anni Cinquanta: lavori forzati, sedute di rieducazione politica
cioè lavaggio del cervello, indottrinamento patriottico, umiliazioni e spesso
torture. Generazioni di monaci sono passate attraverso queste sofferenze, molti
ne sono morti, senza che la Repubblica popolare riuscisse a piegare la
resistenza del popolo tibetano. Ma Pechino insiste con i metodi di sempre. Lo ha
rivelato il professor Dramdul del Centro di ricerca tibetologica, un pensatoio
di regime che si occupa "scientificamente" della questione tibetana
per conto del partito comunista. "Rilanciare l'educazione patriottica è
necessario - ha detto l'esponente del regime - perché la cricca del Dalai Lama
ha manovrato per sabotare lo sviluppo del Tibet e il buddismo tibetano.
L'educazione dei monaci serve a contrastare l'influenza di piccoli gruppi
secessionisti che tramano dall'estero". La nuova ondata di deportazioni
dei monaci nei laogai viene annunciata insieme con un aggiornamento del
bollettino di guerra nelle operazioni contro i ribelli tibetani. Secondo le
cifre ufficiali fornite dal governo cinese salgono a 660 i rivoltosi che si
sarebbero "arresi alle autorità", e che saranno giudicati per le
violenze avvenute durante la più grande rivolta tibetana degli ultimi
vent'anni. Il bilancio delle vittime è stato aggiornato a 19 morti da parte
cinese, mentre il governo tibetano in esilio parla di 140 uccisi dalle forze
dell'ordine. La polizia a Lhasa ha anche diffuso una nuova lista di 53
"super-ricercati" sui quali è stata posta una taglia. Ieri è arrivato
a Lhasa un gruppo di 26 giornalisti stranieri selezionati dal governo di
Pechino, scortati e sorvegliati da funzionari del ministero degli Esteri. è la
prima volta che dei reporter stranieri vengono ammessi in Tibet dopo
l'esplosione dei disordini del 14 marzo. Un cronista dell'Associated Press ha
descritto le condizioni particolari in cui si è svolto il loro arrivo e la
visita collettiva. "L'autobus dall'aeroporto a Lhasa andava volutamente
lentissimo nonostante le nostre proteste. Abbiamo passato tre posti di blocco.
Un ufficiale ha spiegato che stavano fermando gli automobilisti solo per
controllare eccessi di velocità, infrazioni al codice della strada o il mancato
uso della cintura di sicurezza. Davanti agli edifici pubblici abbiamo visto
polizia militare in tuta mimetica e con armi automatiche puntate, in stato di
massima allerta. Ci hanno portati in visita a una clinica bruciata durante le
proteste. La sera i nostri accompagnatori ci hanno sconsigliato di uscire
dall'albergo e ci hanno chiesto di informarli su ogni nostro movimento".
Il ministero degli Esteri ha rifiutato di rispondere alle nostre domande sui criteri
con cui sono stati selezionati i giornalisti stranieri per la visita
"guidata" a Lhasa. Il Foreign Correspondents' Club of China,
l'associazione della stampa estera, ha denunciato
questa "visita breve e sotto massima sorveglianza" come un tradimento
degli impegni formali presi da Pechino quando si candidò a ospitare le
Olimpiadi. L'associazione ha elencato "più di 40 violazioni degli impegni
sulla libertà di circolazione", ha denunciato "varie forme di
intimidazione dei giornalisti", ha chiesto al governo cinese di
"permettere a tutti gli altri giornalisti stranieri di viaggiare in Tibet
senza interferenze". I diplomatici non sono trattati meglio di noi.
L'Australia, il cui governo laburista ha ottime relazioni con la Repubblica
popolare, ha presentato una richiesta formale perché un gruppo di diplomatici
stranieri possano andare in Tibet come osservatori indipendenti. La richiesta è
stata respinta da Pechino con la giustificazione che il governo cinese non
vuole mettere a repentaglio "la sicurezza degli stranieri".
( da "Unita, L'" del 27-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Stai
consultando l'edizione del Missili, l'ultima corsa di Bush
Katrina vanden Heuvel L a Casa Bianca farà tutto il possibile per portare
avanti l'insensato progetto di difesa missilistica in Europa. Non solo cresce
l'opposizione dei cittadini nei Paesi che dovrebbero ospitare dieci missili intercettori,
la Polonia, e una base militare radar, la Repubblica Ceca, ma il sistema
alimenta una nuova corsa agli armamenti e il militarismo, minacce molto più
serie per la nostra sicurezza nazionale di qualunque missile con testata
nucleare che potrebbe lanciare l'Iran. Come mi ha detto l'anno passato Joseph
Cirincione, presidente del "Ploughshares Fund" e autore del libro
"Bomb Scare: The History and Future of Nuclear Weapons": "il
presidente Bush ha fretta di mettere in campo un nuova
tecnologia che non funziona contro una minaccia che non esiste". Ma più
grave di questa fretta è l'effetto destabilizzante sulle relazioni con la
Russia e sulle reali prospettive di sicurezza e di pace. Joanne Landy e Thomas
Harrison - co-direttori di "Campaign for Peace and Democracy" (NdT,
Campagna per la pace e la democrazia) - hanno scritto recentemente su Foreign
Policy Focus: "quando l'Unione Sovietica mise a punto un limitato sistema
di difesa missilistica sul finire degli anni 60, gli Stati Uniti reagirono
elaborando una strategia nucleare in grado di sovrastare la nuova tecnologia.
La rincorsa agli armamenti nucleari fu interrotta parzialmente dal trattato ABM
(NdT, Trattato sui missili antibalistici), ma nel
( da "Unita, L'" del 27-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Stai
consultando l'edizione del NICOLA LATORRESapremo convincere gli indecisi.
Strategico il rilancio del Sud. Il centrodestra su Alitalia fa solo propaganda
e mostra tutto il suo egoismo nordista "Ce la possiamo fare, la partita è
aperta anche alla Camera" di Simone Collini / Roma Nicola Latorre non si
stupisce del sondaggio Ipr marketing secondo il quale il Pdl, nella migliore
delle ipotesi, avrebbe solo cinque seggi di vantaggio a Palazzo Madama.
"Anche alla Camera si può riaprire la partita", dice il candidato
capolista per il Pd al Senato in Basilicata (e numero due in Puglia). In poche parole,
"possiamo vincere". Però altri sondaggi dicono che rimangono 7 o 8
punti di distacco dal Pdl, come se la spinta propulsiva del Pd si fosse
esaurita. "Facendo campagna elettorale vedo in giro tutt'altro che un calo
di attenzione rispetto alle nostre proposte". Forse Berlusconi vi ha
rubato la scena con la vicenda Alitalia? "Forse, ma solo per un breve
periodo, perché è apparso subito evidente il carattere tutto propagandistico
della cordata italiana, che non esiste. Non a caso poi si è messo disperatamente
a inseguire il Pd sul tema delle pensioni". Vi ha detto che le minime le
hanno aumentate già loro. "Argomento privo di qualsiasi consistenza. Primo
perché aveva annunciato la soglia dei famosi 516 euro mensili per 4 milioni di
persone, quando poi a raggiungere quella cifra sono stati solo un milione di
pensionati. E secondo perché siamo stati noi, con il decreto del luglio 2007,
ad aumentare tutte le pensioni fino a 8600 euro di reddito annuo. Ma
soprattutto, noi abbiamo ora avanzato una proposta per intervenire non soltanto
sulle minime, indicando con chiarezza la copertura finanziaria di questa
operazione. E Berlusconi ci insegue, malamente, come già ha fatto costruendo in
una notte un partito, il Pdl, che poi si presenta comunque in coalizione con la
Lega". Sette otto punti in meno di venti giorni. Come pensate di farcela?
"Intanto perché più passa il tempo e più si fa evidente che da quella
parte c'è un'idea del futuro fondata su un mix di egoismo sociale fai da te e
di protezionismo alla Tremonti che è esattamente quello che ci vuole per
portare il paese alla catastrofe, mentre da questa parte c'è una proposta
assolutamente nuova di sviluppo, di rilancio del sistema paese che tiene
insieme l'esigenza di modernizzazione, e dunque anche di crescita, con
l'esigenza della giustizia sociale". C'è chi sostiene che Veltroni sarebbe
dovuto andare di più nelle regioni in bilico, piuttosto che muoversi lungo
tutto il paese. "Il punto non è concentrare la presenza di un leader ma
mobilitare tutte le nostre risorse umane sui territori. Quello che Veltroni sta
facendo è fondamentale, ma la vera forza che ha il Pd sono le persone pronte a
muoversi per convincere i tanti indecisi che ancora ci sono. In questo senso
l'iniziativa di domenica per mobilitare tutto il popolo delle primarie è
importantissima". Personalità come l'economista Boeri o come l'ex
presidente di Confindustria calabrese Callipo denunciano l'assenza dei temi
legati al Mezzogiorno. "Per quanto ci riguarda dico non solo che non è
così, ma che per noi che vogliamo lo sviluppo del paese il Mezzogiorno è una
grande opportunità". Che cosa vuole dire? "Continua a persistere un
divario tra il nord e il sud, un dato strutturale che non può più permettersi
un sistema paese che deve affrontare la grande sfida della competizione. Ma in
questo senso il Mezzogiorno diventa una grande risorsa. Per almeno due ragioni:
perché la popolazione meridionale è quella più giovane e perché la collocazione
geografica rende il Mezzogiorno un punto strategico per accogliere quei
traffici commerciali che nell'irruzione nella scena di paesi come la Cina e
l'India hanno riproposto il Mediterraneo come grande bacino commerciale".
A quali condizioni il sud Italia può diventare il luogo di transito per le
merci verso il nord del mondo? "Intanto, una politica estera che consenta al
Mediterraneo di diventare un mare di pace e al nostro paese di avere un dialogo
con tutti gli stati che vi si bagnano. E quindi si può immaginare quanto
drammatico sarebbe ritornare a una politica estera come quella prospettata da Martino, cioè ritirare le truppe dal
Libano e rimandarle in Iraq. E poi è necessaria una politica
infrastrutturale adeguata. E in questo senso il tema dell'Alitalia è un
paradigma della politica nordista della destra: ha
assunto la difesa di Malpensa anche a costo di far fallire la compagnia di
bandiera, come ha detto il sindaco di Milano Moratti. Se noi diciamo di
separare il tema di Malpensa da quello del destino dell'Alitalia è anche perché
il fallimento della compagnia di bandiera sarebbe sì una tragedia per il paese,
ma avrebbe effetti catastrofici sul Mezzogiorno".
( da "Manifesto, Il" del 27-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Al voto
Intervista a Walter Veltroni. Sul pullman del leader Pd, tra Palermo e
Agrigento. Convinto di poter vincere le elezioni, il sindaco d'Italia spiega
come prende corpo il Partito democratico. E cosa lo divida dalla Sinistra-Arcobaleno
"Da soli si può". E senza sinistra Ognuno deve proseguire sulla sua
strada. Anche in caso di sconfitta nessun accordo d'opposizione con Bertinotti
Gabriele Polo Ha ripetuto "si può fare" per 71 volte in 71 piazze,
cantato altrettanti inni di Mameli e poi ascoltando "Mi fido di te"
di Jovanotti, stretto migliaia di mani. E continuerà così, fino a quota 110.
Per nulla turbato dai sondaggi che continuano a darlo "sotto". Anzi
convinto di poter risalire la corrente fino a palazzo Chigi. Per poi fare cosa?
"Nulla di straordinario", "nessuna rivoluzione", come
ripete efficacemente Anna Finocchiaro che lo accompagna nei comizi siciliani.
Ma anche qualcosa di non ordinario, perché Walter Veltroni sta rivoluzionando
il quadro politico, sta costruendo un partito - "leggero" quanto si
vuole - in campagna elettorale. E ciò che impressiona è il copione che si
ripete identico in ogni piazza, con la forza dell'allegro tormentone: non tanto
nelle parole, ma nei gesti di chi accorre e ascolta, invocando il suo nome,
agitando l'obamiano "si può fare" in perfetta sincronia, come un sol
uomo, senza bisogno di una regia. E' questa la sua forza, quella che lo
convince della rimonta possibile. Saliamo sul pullman dopo la tappa
palermitana, verso quella agrigentina. Sicilia profonda e cuffariana, la più
difficile. Setto/otto persone - leader compreso - sempre insieme, che in un
clima da gita scolastica (manca solo la chitarra) raccordano l'una all'altra le
tappe del lungo tour. Sui finestrini la filosofia da non dimeticare
("lasciare l'odio, scegliere la speranza", "lasciare la paura,
scegliere il nuovo"), attraverso i computer il monitoraggio delle cronache
della tappa precedente ("Quel titolo non va bene.. questa dichiarazione va
precisata"), ai telefonini il programma dei minuti successivi ("La
piazza è piena, ha smesso di piovere... Sì, apre una ragazza... con una ragazza
viene meglio"). La "rivoluzione pragamatica" del Pd è in marcia,
l'effetto-immagine sembra funzionare, il nuovo soggetto s'incarna piazza dopo
piazza e il futuro sorride ai viaggiatori. Per il risultato elettorale si
vedrà, quello dipende da quanto consenso riusciranno ancora a strappare
all'innominato sempre presente, al "principale esponente dello
schieramento a noi avverso". Berlusconi, ancora lui. Veltroni lo
esorcizza. Ma non lo nomini mai? Mai, da quando mi sono candidato alla
leadership del Pd, non l'ho mai nominato. E non lo nomino perché voglio dare la
sensazione che noi abbiamo superato quel tempo della storia, che siamo in
un'altra fase, non più ispirata al voto "contro" ma al voto
"per". Una scelta comunicativa. Come dire "non ci misuriamo con
lui"... Ci misuriamo soprattutto con noi stessi e con il paese. Poi
elettoralmente con "il principale sponente dello schieramento a noi
avverso".. Con un inedito partito-contenitore che ha l'ambizione di temere
assieme soggetti anche conflittuali tra loro. Possibile? Certo. E' l'idea
tipica delle grandi forze riformiste, dai laburisti inglesi ai
socialdemocratici tedeschi ai democratici americani, che fanno convivere la
dimensione del conflitto con quella dell'interesse generale del paese. La
storia dei grandi partiti riformisti è questa: ogni volta che queste forze si
sono presentate come la rappresentanza di una serie di minoranze, hanno perso
anche se avevano "ragione": l'ambizione è tenere insieme coerenze di
valori con la capacità di muovere maggioranze nel paese. Così il riformismo
diventa realtà e vince. Pensa a Obama. Obama mobilita, chiede alla sua gente di
agire attivamente. Vedi quest'energia nel paese depresso e fermo di cui parla
il Censis? Ho fatto 71 manifestazioni, anche nei posti più difficili e non ho
mai visto così tanta gente muoversi. I teatri e i palasport non sono bastati,
erano stracolmi. C'è un cambio generazionale interessante, pieno di ragazzi tra
i 14 e i 20 anni. Questo in uno schema tradizionale della politica
è inedito, strano: nel momento in cui noi chiudiamo con la sinistra radicale
spuntano fuori i giovani, la partecipazione entusiasta e convinta dei giovani,
soprattutto sull'autonomia della nostra scelta, lì raccolgo più consenso.
Qualcosa vorrà dire. Magari cercano rassicurazione in un paese un po' allo
sbando e duro da vivere. In sintesi proponi una ricetta semplice e nemmeno
inedita: più pil, stato più semplificato... E più giustizia sociale. Noi
abbiamo affrontato un tema come la precarietà con una proposta radicale. Come
ho preso quella posizione su Bolzaneto perché è del tutto fisiologica per il
Pd... Facendo passare sette giorni dalle richieste del pm per prenderla... No,
ho semplicemente ribadito quel che avevo già scritto pubblicamente al sindaco
di Genova, Marta Vincenzi. Era la prosecuzione di un discorso. Il nostro è un
partito nuovo che, come tale, applica schemi nuovi, più ampi, nei quali
riformismo, pragmatismo e radicalità possono e devono coesistere. Per essere
chiari, ci sono delle cose - penso ad esempio ai diritti - su cui sarò magari
più radicale di una sinistra radicale, che qualche problema di prudenza la deve
avere. Per me la coesistenza di crescita, e lotta alla povertà e sussidiarietà
dello stato è essenziale ed è la formula vincente del riformismo nelle sue
esperienze più alte. La lotta di classe consegnata al passato. Il ministro
Fioroni ha dichiarato che il modello del Pd è preso dall'interclassismo della
vecchia Dc. E' così? No, il ragionamento è più strutturale. Come è composta la
società italiana: divisa in padroni e operai? O non è fatta di milioni di
persone gran parte delle quali ex operai diventati imprenditori che ora
lavorano comunemente con i loro attuali dipendenti. E chi conosce la realtà,
non l'ideologia, sa che il rapporto che c'è tra datori di lavoro e lavoratori
nelle piccole imprese è un rapporto tra fratelli, una comunanza di destini
assoluta, anche nelle condizioni materiali, spesso persino nel reddito. Per
questo la crescita del pil può andare di pari passo con il miglioramento dei
diritti delle persone e della loro condizione. Nelle liste del Pd ci sono i
Calearo, i Colaninno e molti sindacalisti. Culture diverse e interessi che dovrebbero
essere contrapposti. In caso di conflitto nel mondo del lavoro con chi si
schiera il Pd? Ma questi conflitti di punti di vista ci sono in tutti i grandi
partiti riformisti occidentali, perché tra Jesse Jackson e Hillary Clinton c'è
la stessa posizione? No. Ed è così anche nella sinistra italiana: forse che tra
Pecoraro Scanio e Cesare Salvi - per fare due nomi a caso - c'è identità
totale? E allora perché quella parte di sinistra non sta dentro il Pd, a fare
la sua ala sinistra? Forse perché la cultura del Pd non è di sinistra, non è
alternativa al liberismo? C'è una ragione istituzionale, perché non essendo il
nostro un sistema bipartitico non c'è una simile costrizione. Ma a monte c'è
una scelta ideologica, di cui l'episodio più grave è stata la posizione presa
sul pacchetto-welfare, del tutto astratta, del tutto interna a una concezione
minoritaria, che ha creato un'imbarazzante perdita di contatto con la grande
parte della società, soprattutto di quella parte dinamica di giovani che vuole
il cambiamento, non la conservazione dell'esistente. E' chiaro che non potevate
più stare assieme, c'è stata separazione consensuale. Ma è ipotizzabile una
futura alleanza con questa sinistra nella prossima legislatura. Sia nel caso di
vittoria che di sconfitta: se si crea una situazione di stallo con un
"pareggio" al senato, ti allei con Bertinotti o con Casini? Il
pareggio al senato apre una situazione di ingovernabilità che nessuna alleanza
può risolvere. Ma io non mi pongo il problema, il mio unico obiettivo è vincere
e dare al paese un governo saldo e riformista Nel caso di sconfitta, con la
sinistra arcobaleno c'è possibilità di accordo comune all'opposizione? No, io
credo che ognuno deve fare l'opposizione sulla base del proprio programma e il
nostro è diverso dal loro: dopodiché ci saranno temi sui quali potremo lavorare
comunemente. Ma l'idea che lo stare insieme sia il fine non è più praticabile e
lo dico nell'interesse reciproco, perché la sinistra radicale viveva una
sofferenza indicibile dentro l'ultimo governo. Quando poi sento evocare la
"lotta di classe", mi sento di chiedere: "Scusa tu vuoi far la
lotta di classe ma com'è che avevi Mastella ministro della giustizia? Come
facevi la lotta di classe con Mastella?" E, poi, in una società che è così
tanto cambiata, come si fa a riprodurre quegli schemi?In questo modo anche le
proposte di programma rischiano di essere un po' vaghe e poco credibili..
Magari sarà che vedete due società diverse... Ma tornando ai rapporti - futuri
- con "il principale esponente dello schieramento avverso", lo stallo
al senato è possibile. Hai più volte parlato di riforme fatte insieme. Fino a
che punto arriva questo insieme? Il mio schema è tipico delle democrazie
anglosassoni: chi vince governa, anche con un seggio in più. Quindi nessun
governo di larghe intese. Per le riforme è diverso.Con qualunque maggioranza si
vinca, le riforme si fanno insieme. E le riforme da fare sono quelle su cui già
c'è largo accordo tra le forze politiche: una sola camera, meno deputati... Ma
sulla legge elettorale insisti sul modello francese? Per me è il migliore:
collegio uninominale con primarie obbligatorie. Torniamo al
"rapporto" con la sinistra radicale. Alle amministrative invece
marciate assieme. Bertinotti spiega che gli enti locali sono più permeabili ai
conflitti sociali. E' così anche per voi o è solo una scelta di opportunità?
L'ambito dei problemi di cui ci si occupa è diverso e un accordo programmatico
su scelte amministrative è più facile di un accordo politico nazionale che tira
in ballo, ad esempio, la politica internazionale.
L'abito più ristretto aiuta, è sempre stato così nella storia italiana, con Psi
e Pci al governo insieme in molte città e divisi a livello nazionale. Almeno su
questo siete d'accordo. Sì, dopodiché loro nutrono un antagonismo a volta
esagerato nei nostri confronti. Anche tu non li tratti benissimo, hai rotto
decisamente a sinistra. Non tratto benissimo certi argomenti che mi sembrano
fuori dalla storia, ma questa competizione a sinistra mi sembra sia stata contenuta
e se c'è una possibilità che il Pd vada bene e che anche la Sinistra abbia un
buon risultato, sta proprio nella possibilità di recupero della reciproca
autonomia. Fossimo andati insieme alle elezioni non avremmo potuto fare la
campagna elettorale, nessuno avrebbe potuto dire niente di preciso. Sarebbe
stata solo una scelta "contro" l'avversario, non "per".
Veniamo ad argomenti specifici: In politica estera, è
chiaro che scomettete su Obama per poter rinsaldare quello che nel programma
definite "rapporto di amicizia e alleanza con gli Usa". Ma se vincono
i repubblicani quell'amicizia è ancora possibile con governi che esercitano le
alleanze come egemonia e sostanzialmente trattano l'Italia e l'Europa come
"subalterni"? Per fare solo due esempi estremi, pensa alla vicenda
del Cermis e a quella di Nicola Calipari. Qualunque sia il risultato, le
elezioni Usa segnano una svolta. Anche McCain segna una
svolta, i suoi indirizzi in politica estera sono molto diversi da quelli di Bush. L'amministrazione Bush ha rappresentato il momento più duro degli ultimi 50 anni e la
recessione in corso testimonia il fallimento della sua politica. Una recessione molto
preoccupante, con cui ci dovremo misurare anche qui. Anche per questo
serve un comune lavoro delle forze più vive del paese. Se poi vincessero i
democratici sarebbe davvero una svolta. Dopodiché, chiunque governi in Usa,
alcune quesioni che riguardano l'identità e la sovranità nazionale, come quelle
cui hai fatto riferimento, devono essere presidiate e salvaguardate. E allora
che ne facciamo del progetto sulla nuova base di Vicenza? Credo che dovremo,
insieme all'amministrazione comunale di quella città, trovare il modo di
limitare al massimo ogni impatto negativo di quella base, anche consultando i
cittadini. Sapendo però che gli impegni presi a livello internazionale da un
governo - di cui faceva parte anche la Sinistra - vanno rispettati. Su alcune
questioni - come l'abrogazione della legge 40 - il Pd non decide e per te va
bene che ci sia il "confronto" tra laici e teodem. Vi proponete o no
di cancellare quelle norme sulla fecondazione che fanno dell'Italia
un'eccezione in Europa? La mia è un'operazione che ha un significato etico. Mi
spaventa l'idea di un partito confessionale o ideologico. La questione si discute
solo in Italia, non c'è nessun paese in Europa in cui si ipotizzi un partito
laico o uno cattolico. SEGUE A PAGINA 3 E' uno dei segni della nostra
arretratezza. Contro la quale mi batto. Naturalmente in un grande partito
possono coesistere differenze culturali, di valori. E' ovvio. Ma un punto di
sintesi lo cercherò, sia dentro sia fuori il partito. E' un errore da matita
blu l'idea che le questioni etiche si regolino a colpi di maggioranza. Si
regolano creando una consapevolezza nell'opinione pubblica, quella che poi
portato alla legge sul divorzio, a quella sull'aborto. E sulla 194 abbiamo
preso una posizione inequivoca in difesa di una legge positiva. Dopodiché se mi
chiedi se le conquiste della scienza possono essere applicate in toto alla vita
pubblica, la mia risposta è no. Era no per la bomba atomica, che pure veniva da
una grande scoperta, è no per la clonazione della vita umana. La discussione
etica deve misurarsi con le conquiste scientifiche, non annullarsi.
Televisione. Al di là del faccia a faccia elettorale che non ti fanno fare,
come pensate di superare il duopolio che ci affligge? Il fatto che si eviti un
faccia a faccia tra i candidati alla presidenza del consiglio è uno scandalo
che non trova riscontro in nessun altro paese civile. Per il resto credo che
dobbiamo molto affidarci più che alla politica alla
tecnologia, credo che il passaggio al digitale sia una grande leva per
moltiplicare l'offerta. E penso che il parlamento debba affrontare e risolvere
al più presto le questioni aperte: dal conflitto di interessi all'approvazione
della riforma Gentiloni. Pensioni. Dove li trovate i soldi per coprire la
proposta di aumento delle minime con una quattordicesima di 400 euro, che
implica un costo di un miliardo e mezzo l'anno? La copertura è già prevista dal
programma: lotta all'evasione e riduzione della spesa pubblica. Compenso minimo
per i precari. Come lo si matura, a chi spetta? A tutte le persone che fanno un
lavoro precario e atipico, ai Co.Co.Pro. Con copertura previdenziale. E, poi,
c'è l'allungamento del periodo di prova e incentivi alle imprese che
stabilizzano l'occupazione. Il partito nuovo. Insisti molto sul rinnovamento,
sul superamento delle logiche di spartizione interna. Ma, per fare solo un
esempio, l'ex ministro Cardinale non si candida più, ma "al suo
posto" c'è la figlia in lista... Non lo nascondo: è una candidatura che ho
trovato alla fine della fase concitata della presentazione delle liste. Poi mi
sono informato, è una ragazza intelligente, brava... L'ho detto che non era una
candidatura che ritenevo in sintonia con l'immagine che vogliamo dare di noi.
Ma non voglio nemmeno buttare la croce su una ragazza che si affaccia alla politica e che magari farà benissimo. Era solo per dire che
la strada del rinnovamento è lunga e tortuosa... Indubbiamente. Però abbiamo
fatto dei passi da gigante. Pensa alle liste di partito del passato. Potrà
piacere o meno questo o quello, ma il fatto di portare in parlamento Umberto
Veronesi, i prefetti Serra e De Sena, Gian Enrico Carofiglio, operai come
Antonio Boccuzzi, tanti giovani... Ma una volta arrivate lì, non è che queste
persone diventeranno ceto politico, perdipiù senza i legami sociali e gli
strumenti che i partiti bene o male davano? Non vedo alternative, certo la
formazione di una classe politica dirigente è
questione complessa. Ma rispetto al passato è cambiato tutto. Prima ci si
formava nei partiti, ora non può essere più così e credo che un'esperienza
parlamentare per persone che nei loro ambiti hanno grandi competenze e sono
mossi da un grande entusiasmo, sia positiva, serva al rinnovamento del paese
portando nelle istituzioni un po' di sapere diffuso. Abbiamo fatto molto:
raddoppiato il numero delle donne, abbassato l'età media dei candidati, messo
dei trentenni a capolista. Gli apparati dei partiti, o quel che ne resta, come
hanno reagito? Bene, tutto sommato. Una delle cose belle di questo tour
elettorale è che nelle 71 piazze viste finora non ho mai trovato una bandiera
dei Ds o della Margherita. E' questa campagna elettorale che ha fatto il
partito democratico, gli ha dato identità e orgoglio. Una cosa assolutamente
inedita. Non ho mai trovato resistenze "di base" a quest'avventura.
C'è un po' nei gruppi dirigenti, ma piano piano si scioglie. Torno alla
centralità del Pil. In uno dei suoi ultimi discorsi, Bob Kennedy, uno dei tuoi
punti di riferimento, ricordava con insistenza che "non tutto è misurabile
in prodotto interno lordo". Sei in contraddizione con il tuo mito? No,
quella frase la cito ovunque: non tutto è pil. Ci sono dei valori, primo dei
quali è la lotta alla povertà. Noi non stiamo costruendo un soggetto moderato,
questa non è la versione edulcorata o moderata della vecchia sinistra. E'
l'idea di un partito molto radicale sulle grandi questioni sociali, radicale
nell'affrontarle. E però anche il partito della crescita, dell'innovazione,
dello sviluppo, della modernità. Punti che non possiamo accettare siano messi
in contrapposizione con la giustizia sociale. Ti faccio un piccolo esempio sul
Pil per capire meglio la contraddizione che implica. Aeroporto di Ciampino,
quantità di voli e passeggeri decuplicati in pochi anni, massimo beneficio per
il Pil di Roma, massimo disagio ambientale e per la salute dei cittadini che
vivono a ridosso dell'aeroporto. Che si fa? Ma io sono stato quello che ha
aperto il tavolo su Ciampino per cercare una soluzione alternativa ispirata
alla salvaguardia della vivibilità di quei cittadini. Esattamente la traduzione
più concreta del kennedismo. Alcuni sondaggi dicono che poveri e operai votano
più a destra... Spesso i sondaggi vengono smentiti. D'accordo, è quello che
cercate di fare proprio in questa campagna elettorale. Però il problema dello
spostamento a destra delle fasce più deboli della popolazione resta.
Paradossalmente a sinistra vota più il ceto medio. O no? Non lo so. E' certo
che la televisione è entrata molto nel formarsi di un sistema di valori,
cambiando molto la mentalità e lo spirito del tempo. Non ha fatto un buon
servizio non tanto a noi, quanto al paese. Se va male che fai? La mia
impressione è che tu stia lavorando molto di più per il futuro che per queste
elezioni, magari anche perdendo, ma con un buon risultato, per poi puntare
tutto sul dopo. Sbaglio? Siamo partiti da meno 22 punti, questa era la
differenza tra noi e la destra. Eravamo a pezzi e abbiamo rimontato, adesso
stiamo discutendo se pareggiamo o vinciamo. So solo questo e vado avanti per
vincere. In conclusione: fine della lotta di classe, archiviato il '900 con i
suoi conflitti e le sue ideologie. Ma se tu diventassi - e non è un augurio -
direttore del manifesto, cosa ci scriveresti al posto di "quotidiano
comunista"? Dipende da cosa vuole essere il manifesto... A me piacerebbe
una definizione più di contenuto che ideologica.... "Quotidiano delle libertà
e della giustizia sociale". E' l'ultima risposta, che arriva ormai alle
porte di Agrigento (72ma tappa) e dopo qualche secondo di esitazione: oltre che
a farsi, la semplicità è cosa difficile a dirsi.G. P.
( da "Corriere della Sera" del 27-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Corriere
della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-03-27
num: - pag: 19 categoria: REDAZIONALE La rivolta sul Tetto del mondo Pechino
autorizza alcuni giornalisti a recarsi, sotto stretta scorta, nella regione
"secessionista" Bush a Hu Jintao: "Inquieto per il Tibet" Il presidente
telefona al leader cinese che replica: pronti a contatti con il Dalai Lama
Dalla Cina dure condizioni per la soluzione della crisi anche se la
porta resta aperta a trattative: "Ma niente indipendenza" DAL NOSTRO
CORRISPONDENTE PECHINO - "Siamo pronti a proseguire i contatti con il
Dalai Lama". Lo dice Hu Jintao a un Bush
"inquieto" nel corso di una lunga conversazione telefonica. Il numero
uno cinese pone queste condizioni al premio Nobel per la pace: "Che cessi
davvero di invocare l'indipendenza ", che finisca "di sabotare i
giochi olimpici", che "accetti" l'inalienabilità per la Cina di
Tibet e Taiwan. è la prima volta dopo gli scontri e la repressione - 135 morti
e 1.000 feriti secondo gli esuli tibetani - che il presidente della Cina si
esprime pubblicamente sulla crisi e sulla sua possibile soluzione. Un passaggio
importante perché l'impegno viene assunto di fronte alla comunità
internazionale e, non a caso, trova immediata risposta da parte del presidente
del parlamento tibetano in esilio: non vogliamo indipendenza, vogliamo diritti.
Hu Jintao, informa un comunicato ufficiale del ministero degli Esteri, ha
ribadito che "nessun governo responsabile si sarebbe limitato a rimanere
seduto a guardare reati violenti che violano i diritti umani, danneggiano
l'ordine sociale e la sicurezza ". Difende dunque l'intervento delle forze
di sicurezza a Lhasa, nel Gansu e nel Sichuan. Ma tende la mano: "La politica di Pechino è seria e coerente... abbiamo sempre
mantenuto i contatti con grande pazienza e siamo disposti a proseguire le
consultazioni". Si apre concretamente uno spiraglio. La strategia della
Cina è chiara. Si muove su tre fronti: uno internazionale e due interni. Non
senza contraddizioni. Sia Hu Jintao sia nei giorni scorsi il premier Wen Jiabao
hanno parlato di "dialogo possibile " ma ai loro interventi hanno
fatto da contrappeso prese di posizioni e iniziative di segno contrario. Tutte
mirate a garantire la "stabilità". Da un lato il regime minaccia
punizioni severe contro la "cricca del Dalai Lama"(parole del ministero
della Sicurezza), dall'altro chiama l'apparato della propaganda alla
mobilitazione per una controffensiva che gli consenta di uscire
dall'isolamento. Questa linea è divenuta evidente ieri quando Pechino ha
calato, sul fronte interno, due carte. La prima è la campagna di rieducazione
nei monasteri "per combattere le infiltrazioni secessioniste e
straniere". La seconda è l'autorizzazione a un gruppo di giornalisti di
partire per il Tibet. Entrambe le mosse contengono elementi di ambiguità. E
una, in particolare, rischia di risolversi in una fallimento. Il direttore
dell'istituto degli studi religiosi presso il Consiglio di Stato (il governo
cinese), il professor Dramdul, ha spiegato che "l'educazione patriottica
fra i monaci sta avendo successo "; il direttore generale del centro per
la questione tibetana, Lhagpa Phuntsho, ha aggiunto che "è giusto punire i
monaci autori di violenze". Nella sostanza il regime ha deciso entrare nei
luoghi di culto con un programma di "rieducazione patriottica " che
ha l'obiettivo di stimolare "la coscienza civile". Avviato alcuni
anni fa è stato vissuto dall'etnia tibetana come uno strumento di
"oppressione culturale". Oggi Pechino lo rilancia. Non si capisce se
abbia la funzione di promuovere il dialogo o se sia al contrario sia una sorta
di lavaggio del cervello, un'arma psicologica per chiudere la bocca alle
opposizioni nella regione dell'Himalaya. La seconda mossa (i mass media
autorizzati ad entrare in Tibet) ha provocato più perplessità che adesioni. Il
regime ha scelto le testate (due quotidiani americani, Wall Street Journal e
Usa Today, uno europeo, Financial Times, cinque di Hong Kong, due agenzie, la
Associated Press e la giapponese Kyodo) ma ha posto vincoli strettissimi: due
giorni, "accompagnatori " 24 ore su 24, nessuna libera intervista. Un
atto più formale e propagandistico che di sostanza. Ma quello che conta, alla
fine, sono gli impegni assunti da Hu Jintao. Fabio Cavalera Il Potala A
sinistra, poliziotti cinesi davanti al Potala, il palazzo dove risiedeva il
Dalai Lama, a Lhasa. Sopra, il presidente Usa George Bush.
( da "Corriere della Sera" del 27-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Corriere
della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-03-27 num: - pag: 17
categoria: REDAZIONALE Primarie Una lobby di Washington: "McPeak deve
dimettersi" Guru di Obama nel mirino "Pregiudizi anti-Israele"
Definì gli ebrei americani un ostacolo alla pace Un'intervista di cinque anni
fa è stata diffusa su web. Obama: "Non sono d'accordo con quei
commenti" C'è un nuovo personaggio "scomodo" tra i consiglieri
del candidato alla nomination democratica per la Casa Bianca Barack Obama. L'ex
generale Merrill "Tony" McPeak, 72 anni, suo consulente militare e
copresidente della campagna elettorale è stato accusato da media conservatori
americani di "pregiudizi contro Israele e i suoi sostenitori" per
commenti fatti 5 anni fa in un'intervista, ripescata dalla rivista American
Spectator e rilanciata da blog e siti web. La Coalizione ebraica repubblicana,
una lobby di Washington, ha chiesto le dimissioni di McPeak, aggiungendo che la
scelta del generale come consulente "solleva ancora una volta seri dubbi sulla
posizioni e i giudizi del senatore Obama sul Medio Oriente". In
un'intervista del 2003 al quotidiano Oregonian, McPeak ha affermato che
l'influenza politica degli ebrei americani è alla base
della mancata risoluzione del conflitto israelo-palestinese. "Non abbiamo
alcuna strategia per il Medio Oriente", ha detto, spiegando che la chiave
è risolvere il conflitto israelo-palestinese. Il giornalista chiede: "Qual
è il problema?" "E' New York. E' Miami - risponde McPeak -. Abbiamo
tanti voti a favore di Israele qui e nessun politico vuole andare contro questi
elettori ". Aggiunge che, per risolvere il conflitto, gli israeliani
devono "smettere di creare colonie in Cisgiordania e a Gaza e forse anche
ritirarsi da alcune di quelle che hanno stabilito ". Quando gli viene
chiesto se crede che Hamas e l'Hezbollah siano parte del problema, dice
"assolutamente", poi li paragona agli "estremisti religiosi
" in Oregon, il che ne sminuirebbe il peso, secondo i blogger
conservatori. Lo Spectator ha anche ricordato che il generale sostenne che la
guerra in Iraq è stata voluta dai "cristiani rinati" per aiutare
Israele. McPeak, 72 anni, ex capo di stato maggiore
dell'aeronautica, nominato da Bush padre e in pensione dal '94, è un ex repubblicano, che appoggiò Bush figlio nelle presidenziali del
2000, ma poi criticò l'invasione dell'Iraq. Nel marzo 2003, mese dell'inizio
della guerra, concesse l'intervista all'Oregonian. Nel 2004 votò per i
democratici. Giorni fa il generale aveva scatenato un'altra bufera per
aver paragonato Bill Clinton a Joseph McCarthy, il senatore repubblicano famoso
per la "caccia" ai comunisti negli anni '50, dopo che Clinton aveva
implicitamente messo in dubbio il patriottismo di Obama. La campagna di Hillary
l'ha accusato di "fraintendere deliberatamente le parole del presidente
" e in un'email ha usato il caso per "incassare", chiedendo
fondi ai sostenitori. Colpire i consulenti altrui si è rivelato un modo
efficace per attaccarsi tra candidati. Ieri Hillary ha criticato Obama per non
essersi dissociato pienamente dal suo pastore, il reverendo Jeremiah Wright, ma
solo dalla sue dichiarazioni incendiarie a sfondo razziale: "Non sarebbe
mai diventato il mio pastore", ha detto. E ora i commenti di McPeak
rischiano di aumentare i dubbi degli ebrei americani (repubblicani e
democratici) nei confronti di Obama. "Il senatore non è d'accordo con i
commenti del generale McPeak - ha detto ieri un portavoce -. Il duraturo
impegno di Obama a favore di Israele è chiaro". Ma non ha parlato di
dimissioni. Viviana Mazza Squadra Merrill "Tony" McPeak, 72 anni, con
Barack Obama, 47 anni, candidato alla nomination democratica.
( da "Messaggero, Il" del 27-03-2008)
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Di
CLAUDIO RIZZA ROMA Se l'export va come un treno e Montezemolo parla di
"crescita spettacolare" sui mercati del futuro (cioé in India, paesi
del Golfo e del Mediterraneo, Cina e Brasile) allora significa che
Confindustria ha fatto la sua parte ma anche la politica
s'è data da fare. Gli esperti lo chiamano "fare sistema": istituzioni
e imprese remano insieme e a tempo. E' questo che serve per reggere sui mercati
nella competizione globale, in un'era piena di rischi, basti pensare al prezzo
folle del petrolio. Negli ultimi 4 anni c'è stato un piccolo miracolo italiano
e Confindustria, nella nuova sede della Luiss, presenta il conto: un export
cresciuto del 35,5%, l'anno scorso un +9,7%, battiamo la Francia e non di rado
anche la Germania e persino nei settori tradizionali del made in Italy la
bilancia tecnologica è tornata in attivo. La piccola e media impresa ha subìto
perdite ma s'è modernizzata e sta vincendo la sfida. Racconta Montezemolo:
"Nel 2004 per la prima missione con il presidente Ciampi in Cina facemmo
fatica a raccogliere 100 adesioni. Nel 2006 portammo più di 600 imprese".
Gli applausi di Confindustria sono bipartisan: a D'Alema, che ha varato il
Gruppo di riflessione strategica per dare una prospettiva bipartisan e
continuità alla politica estera; a Prodi che ha aperto
i mercati orientali snobbati dal Cavaliere; alla Bonino e a Frattini, difensore
dell'Italia a Bruxelles, e all'ex ministro Urso, amico delle imprese. Nella
speranza che i partiti tengano una linea bipartisan, Montezemolo chiede mosse
lungimiranti: la creazione di uno "Steering group" per coordinare
l'internazionalizzazione; l'accorpamento del Commercio estero nel ministero degli
Esteri; una maggiore autonomia dell'Ice, per dare migliore assistenza diretta
alle singole imprese; e una ristrutturazione della rete diplomatica per
rafforzare la presenza nelle zone chiave: "Se il Kazakistan è una priorità
non possiamo lasciarci solo un ambasciatore e due segretarie, mentre in
Svizzera contiamo 11 consolati". Per finire, una stoccata alle regioni:
"E' provato che le missioni di governatori e assessori sono inutili e
controproducenti, creano confusione e dispersione di denaro". D'Alema concorda e spiega che una buona politica
estera aiuta anche a vendere i prodotti, che verso
l'Italia "c'è simpatia", e questo aiuta la presenza sui mercati.
"Bisogna accorpare tutto al ministero degli Esteri, il sistema deve fare
capo alle ambasciate, le grandi operazioni passano per i governi e la politica è quella estera". Anche Frattini e
Urso tifano per dare più poteri alla Farnesina. La Bonino no: "Serve un
ministro per il Commercio internazionale a tempo pieno".
( da "Messaggero, Il" del 27-03-2008)
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ANNA
GUAITA dal nostro corrispondente NEW YORK Quando era Consigliere per la
sicurezza nazionale del presidente Jimmy Carter, Zbigniew Brzezinski(nella
foto) era considerato un "falco", ma con il tempo, la sua fama è
diventata quella di un geostratega "realista", la risposta democratica
al realismo del repubblicano Henry Kissinger. Contrario alla guerra in Iraq fin
dal principio, l'uomo che dovette combattere con crisi come l'invasione
sovietica dell'Afghanistan e la cattura degli ostaggi nell'ambasciata americana
di Teheran, è oggi consigliere del senatore Barack Obama. Professore
di politica estera alla
Johns Hopkins University, commentatore rispettato in tutto il mondo, Brzezinski
ha parlato al Messaggero del futuro dell'Iraq. Immaginiamo che il nuovo
presidente sia entrato alla casa Bianca, cosa gli consiglierebbe di fare
rispetto all'Iraq? "Gli consiglierei di cominciare il disimpegno
delle truppe. Ma allo stesso tempo gli consiglierei di non agire solo sul piano
militare. Bisogna creare le condizioni politiche che ci permettano di uscire
senza conseguenze destabilizzanti. Consiglierei una serie di iniziative
diplomatiche, e la costruzione di un piano regionale che contribuisca a
mantenere la stabilità e la sicurezza della regione". Quali sarebbero
queste iniziative? "L'avvio di discussioni con tutti i Paesi confinanti
dell'Iraq. Il che vuol dire uno sforzo più serio per negoziare con l'Iran, e
anche un più attivo impegno diplomatico americano circa il processo di pace
israelo palestinese. Tutti questi temi sono correlati". Lei rimane
pessimista su questa guerra, nonostante l'Amministrazione Bush
sostenga che la controffensiva ha avuto un buon risultato? "Se ha avuto un
buon risultato, perché non ce ne andiamo? Siamo in un circolo vizioso: se le
cose vanno meglio, Bush dice che bisogna restare. Se le
cose vanno peggio dice lo stesso che bisogna restare. No, non posso definirmi
ottimista. Dobbiamo riconoscere che siamo impantanati. Questa guerra è stata e
rimane un disastro sotto tutti gli aspetti: geopolitici, morali, legali,
finanziari, e umani". Adesso che assistiamo agli scontri fra gli sciiti
governativi e gli sciiti delle milizie, il governo di Al Maliki ha chiesto
aiuto all'Iran, perché spinga i miliziani a gettare le armi. Dobbiamo dunque
immaginare che le critiche di Bush siano vere e che
l'Iran abbia accumulato reale influenza in Iraq? "In effetti abbiamo
appena visto il presidente Ahmadinejad far visita a Bagdad. E' stato ricevuto
cordialmente e con tutti gli onori. Non c'è dubbio che l'Iran abbia
dell'ascendente presso gli sciiti in Iraq. Ma anche questa è una realtà da
guardare obiettivamente: negli otto anni in cui l'Iran e l'Iraq furono in
guerra, gli sciiti iracheni hanno combattuto per il loro Paese e contro l'Iran,
con coraggio e lealtà. Che ci siano simpatie fra sciiti di un Paese e dell'altro,
non significa che gli sciiti iracheni abbiano smesso di essere come prima cosa
iracheni". L'Iran è davvero diventato la superpotenza della regione?
"Superpotenza è una parolona grossa, considerato che l'Iran ha molti
problemi interni. Ma sì, è vero che la sua influenza nella regione è aumentata
da quando è cominciata la guerra contro l'Iraq". Pensa che ci sia un vero
rischio di guerra con l'Iran? "Credo che sarà possibile evitarla. E
tuttavia devo ammettere che non vedo ancora aperture diplomatiche
significative".
( da "Manifesto, Il" del 27-03-2008)
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Al voto
"Da soli si può". E senza sinistra Intervista a Walter Veltroni. Sul
pullman del leader Pd, tra Palermo e Agrigento. Convinto di poter vincere le
elezioni, il sindaco d'Italia spiega come prende corpo il Partito democratico.
E cosa lo divida dalla Sinistra-Arcobaleno Ognuno deve proseguire sulla sua
strada. Anche in caso di sconfitta nessun accordo d'opposizione con Bertinotti
Gabriele Polo Ha ripetuto "si può fare" per 71 volte in 71 piazze,
cantato altrettanti inni di Mameli e poi ascoltando "Mi fido di te"
di Jovanotti, stretto migliaia di mani. E continuerà così, fino a quota 110.
Per nulla turbato dai sondaggi che continuano a darlo "sotto". Anzi
convinto di poter risalire la corrente fino a palazzo Chigi. Per poi fare cosa?
"Nulla di straordinario", "nessuna rivoluzione", come
ripete efficacemente Anna Finocchiaro che lo accompagna nei comizi siciliani.
Ma anche qualcosa di non ordinario, perché Walter Veltroni sta rivoluzionando
il quadro politico, sta costruendo un partito - "leggero" quanto si
vuole - in campagna elettorale. E ciò che impressiona è il copione che si
ripete identico in ogni piazza, con la forza dell'allegro tormentone: non tanto
nelle parole, ma nei gesti di chi accorre e ascolta, invocando il suo nome,
agitando l'obamiano "si può fare" in perfetta sincronia, come un sol
uomo, senza bisogno di una regia. E' questa la sua forza, quella che lo
convince della rimonta possibile. Saliamo sul pullman dopo la tappa
palermitana, verso quella agrigentina. Sicilia profonda e cuffariana, la più
difficile. Setto/otto persone - leader compreso - sempre insieme, che in un
clima da gita scolastica (manca solo la chitarra) raccordano l'una all'altra le
tappe del lungo tour. Sui finestrini la filosofia da non dimeticare
("lasciare l'odio, scegliere la speranza", "lasciare la paura,
scegliere il nuovo"), attraverso i computer il monitoraggio delle cronache
della tappa precedente ("Quel titolo non va bene.. questa dichiarazione va
precisata"), ai telefonini il programma dei minuti successivi ("La
piazza è piena, ha smesso di piovere... Sì, apre una ragazza... con una ragazza
viene meglio"). La "rivoluzione pragamatica" del Pd è in marcia,
l'effetto-immagine sembra funzionare, il nuovo soggetto s'incarna piazza dopo
piazza e il futuro sorride ai viaggiatori. Per il risultato elettorale si
vedrà, quello dipende da quanto consenso riusciranno ancora a strappare
all'innominato sempre presente, al "principale esponente dello
schieramento a noi avverso". Berlusconi, ancora lui. Veltroni lo
esorcizza. Ma non lo nomini mai? Mai, da quando mi sono candidato alla
leadership del Pd, non l'ho mai nominato. E non lo nomino perché voglio dare la
sensazione che noi abbiamo superato quel tempo della storia, che siamo in
un'altra fase, non più ispirata al voto "contro" ma al voto "per".
Una scelta comunicativa. Come dire "non ci misuriamo con lui"... Ci
misuriamo soprattutto con noi stessi e con il paese. Poi elettoralmente con
"il principale sponente dello schieramento a noi avverso".. Con un
inedito partito-contenitore che ha l'ambizione di temere assieme soggetti anche
conflittuali tra loro. Possibile? Certo. E' l'idea tipica delle grandi forze
riformiste, dai laburisti inglesi ai socialdemocratici tedeschi ai democratici
americani, che fanno convivere la dimensione del conflitto con quella dell'interesse
generale del paese. La storia dei grandi partiti riformisti è questa: ogni
volta che queste forze si sono presentate come la rappresentanza di una serie
di minoranze, hanno perso anche se avevano "ragione": l'ambizione è
tenere insieme coerenze di valori con la capacità di muovere maggioranze nel
paese. Così il riformismo diventa realtà e vince. Pensa a Obama. Obama
mobilita, chiede alla sua gente di agire attivamente. Vedi quest'energia nel
paese depresso e fermo di cui parla il Censis? Ho fatto 71 manifestazioni,
anche nei posti più difficili e non ho mai visto così tanta gente muoversi. I
teatri e i palasport non sono bastati, erano stracolmi. C'è un cambio
generazionale interessante, pieno di ragazzi tra i 14 e i 20 anni. Questo in
uno schema tradizionale della politica è inedito,
strano: nel momento in cui noi chiudiamo con la sinistra radicale spuntano
fuori i giovani, la partecipazione entusiasta e convinta dei giovani,
soprattutto sull'autonomia della nostra scelta, lì raccolgo più consenso.
Qualcosa vorrà dire. Magari cercano rassicurazione in un paese un po' allo
sbando e duro da vivere. In sintesi proponi una ricetta semplice e nemmeno
inedita: più pil, stato più semplificato... E più giustizia sociale. Noi
abbiamo affrontato un tema come la precarietà con una proposta radicale. Come
ho preso quella posizione su Bolzaneto perché è del tutto fisiologica per il
Pd... Facendo passare sette giorni dalle richieste del pm per prenderla... No,
ho semplicemente ribadito quel che avevo già scritto pubblicamente al sindaco
di Genova, Marta Vincenzi. Era la prosecuzione di un discorso. Il nostro è un
partito nuovo che, come tale, applica schemi nuovi, più ampi, nei quali
riformismo, pragmatismo e radicalità possono e devono coesistere. Per essere chiari,
ci sono delle cose - penso ad esempio ai diritti - su cui sarò magari più
radicale di una sinistra radicale, che qualche problema di prudenza la deve
avere. Per me la coesistenza di crescita, e lotta alla povertà e sussidiarietà
dello stato è essenziale ed è la formula vincente del riformismo nelle sue
esperienze più alte. La lotta di classe consegnata al passato. Il ministro
Fioroni ha dichiarato che il modello del Pd è preso dall'interclassismo della
vecchia Dc. E' così? No, il ragionamento è più strutturale. Come è composta la
società italiana: divisa in padroni e operai? O non è fatta di milioni di
persone gran parte delle quali ex operai diventati imprenditori che ora
lavorano comunemente con i loro attuali dipendenti. E chi conosce la realtà, non
l'ideologia, sa che il rapporto che c'è tra datori di lavoro e lavoratori nelle
piccole imprese è un rapporto tra fratelli, una comunanza di destini assoluta,
anche nelle condizioni materiali, spesso persino nel reddito. Per questo la
crescita del pil può andare di pari passo con il miglioramento dei diritti
delle persone e della loro condizione. Nelle liste del Pd ci sono i Calearo, i
Colaninno e molti sindacalisti. Culture diverse e interessi che dovrebbero
essere contrapposti. In caso di conflitto nel mondo del lavoro con chi si
schiera il Pd? Ma questi conflitti di punti di vista ci sono in tutti i grandi
partiti riformisti occidentali, perché tra Jesse Jackson e Hillary Clinton c'è
la stessa posizione? No. Ed è così anche nella sinistra italiana: forse che tra
Pecoraro Scanio e Cesare Salvi - per fare due nomi a caso - c'è identità
totale? E allora perché quella parte di sinistra non sta dentro il Pd, a fare
la sua ala sinistra? Forse perché la cultura del Pd non è di sinistra, non è
alternativa al liberismo? C'è una ragione istituzionale, perché non essendo il
nostro un sistema bipartitico non c'è una simile costrizione. Ma a monte c'è
una scelta ideologica, di cui l'episodio più grave è stata la posizione presa
sul pacchetto-welfare, del tutto astratta, del tutto interna a una concezione
minoritaria, che ha creato un'imbarazzante perdita di contatto con la grande
parte della società, soprattutto di quella parte dinamica di giovani che vuole
il cambiamento, non la conservazione dell'esistente. E' chiaro che non potevate
più stare assieme, c'è stata separazione consensuale. Ma è ipotizzabile una
futura alleanza con questa sinistra nella prossima legislatura. Sia nel caso di
vittoria che di sconfitta: se si crea una situazione di stallo con un "pareggio"
al senato, ti allei con Bertinotti o con Casini? Il pareggio al senato apre una
situazione di ingovernabilità che nessuna alleanza può risolvere. Ma io non mi
pongo il problema, il mio unico obiettivo è vincere e dare al paese un governo
saldo e riformista Nel caso di sconfitta, con la sinistra arcobaleno c'è
possibilità di accordo comune all'opposizione? No, io credo che ognuno deve
fare l'opposizione sulla base del proprio programma e il nostro è diverso dal
loro: dopodiché ci saranno temi sui quali potremo lavorare comunemente. Ma
l'idea che lo stare insieme sia il fine non è più praticabile e lo dico
nell'interesse reciproco, perché la sinistra radicale viveva una sofferenza
indicibile dentro l'ultimo governo. Quando poi sento evocare la "lotta di
classe", mi sento di chiedere: "Scusa tu vuoi far la lotta di classe
ma com'è che avevi Mastella ministro della giustizia? Come facevi la lotta di
classe con Mastella?" E, poi, in una società che è così tanto cambiata,
come si fa a riprodurre quegli schemi?In questo modo anche le proposte di
programma rischiano di essere un po' vaghe e poco credibili.. Magari sarà che
vedete due società diverse... Ma tornando ai rapporti - futuri - con "il
principale esponente dello schieramento avverso", lo stallo al senato è possibile.
Hai più volte parlato di riforme fatte insieme. Fino a che punto arriva questo
insieme? Il mio schema è tipico delle democrazie anglosassoni: chi vince
governa, anche con un seggio in più. Quindi nessun governo di larghe intese.
Per le riforme è diverso.Con qualunque maggioranza si vinca, le riforme si
fanno insieme. E le riforme da fare sono quelle su cui già c'è largo accordo
tra le forze politiche: una sola camera, meno deputati... Ma sulla legge
elettorale insisti sul modello francese? Per me è il migliore: collegio
uninominale con primarie obbligatorie. Torniamo al "rapporto" con la
sinistra radicale. Alle amministrative invece marciate assieme. Bertinotti
spiega che gli enti locali sono più permeabili ai conflitti sociali. E' così anche
per voi o è solo una scelta di opportunità? L'ambito dei problemi di cui ci si
occupa è diverso e un accordo programmatico su scelte amministrative è più
facile di un accordo politico nazionale che tira in ballo, ad esempio, la politica internazionale. L'abito più ristretto aiuta, è
sempre stato così nella storia italiana, con Psi e Pci al governo insieme in
molte città e divisi a livello nazionale. Almeno su questo siete d'accordo. Sì,
dopodiché loro nutrono un antagonismo a volta esagerato nei nostri confronti.
Anche tu non li tratti benissimo, hai rotto decisamente a sinistra. Non tratto
benissimo certi argomenti che mi sembrano fuori dalla storia, ma questa
competizione a sinistra mi sembra sia stata contenuta e se c'è una possibilità
che il Pd vada bene e che anche la Sinistra abbia un buon risultato, sta
proprio nella possibilità di recupero della reciproca autonomia. Fossimo andati
insieme alle elezioni non avremmo potuto fare la campagna elettorale, nessuno
avrebbe potuto dire niente di preciso. Sarebbe stata solo una scelta
"contro" l'avversario, non "per". Veniamo ad argomenti
specifici: In politica estera, è chiaro che scomettete
su Obama per poter rinsaldare quello che nel programma definite "rapporto
di amicizia e alleanza con gli Usa". Ma se vincono i repubblicani
quell'amicizia è ancora possibile con governi che esercitano le alleanze come
egemonia e sostanzialmente trattano l'Italia e l'Europa come
"subalterni"? Per fare solo due esempi estremi, pensa alla vicenda
del Cermis e a quella di Nicola Calipari. Qualunque sia il risultato, le
elezioni Usa segnano una svolta. Anche McCain segna una
svolta, i suoi indirizzi in politica estera sono molto diversi da quelli di Bush. L'amministrazione Bush ha rappresentato il momento più duro degli ultimi 50 anni e la
recessione in corso testimonia il fallimento della sua politica. Una recessione molto
preoccupante, con cui ci dovremo misurare anche qui. Anche per questo
serve un comune lavoro delle forze più vive del paese. Se poi vincessero i
democratici sarebbe davvero una svolta. Dopodiché, chiunque governi in Usa,
alcune quesioni che riguardano l'identità e la sovranità nazionale, come quelle
cui hai fatto riferimento, devono essere presidiate e salvaguardate. E allora
che ne facciamo del progetto sulla nuova base di Vicenza? Credo che dovremo,
insieme all'amministrazione comunale di quella città, trovare il modo di
limitare al massimo ogni impatto negativo di quella base, anche consultando i
cittadini. Sapendo però che gli impegni presi a livello internazionale da un
governo - di cui faceva parte anche la Sinistra - vanno rispettati. Su alcune
questioni - come l'abrogazione della legge 40 - il Pd non decide e per te va
bene che ci sia il "confronto" tra laici e teodem. Vi proponete o no
di cancellare quelle norme sulla fecondazione che fanno dell'Italia
un'eccezione in Europa? La mia è un'operazione che ha un significato etico. Mi
spaventa l'idea di un partito confessionale o ideologico. La questione si
discute solo in Italia, non c'è nessun paese in Europa in cui si ipotizzi un
partito laico o uno cattolico. E' uno dei segni della nostra arretratezza.
Contro la quale mi batto. Naturalmente in un grande partito possono coesistere
differenze culturali, di valori. E' ovvio. Ma un punto di sintesi lo cercherò,
sia dentro sia fuori il partito. E' un errore da matita blu l'idea che le
questioni etiche si regolino a colpi di maggioranza. Si regolano creando una
consapevolezza nell'opinione pubblica, quella che poi portato alla legge sul
divorzio, a quella sull'aborto. E sulla 194 abbiamo preso una posizione
inequivoca in difesa di una legge positiva. Dopodiché se mi chiedi se le
conquiste della scienza possono essere applicate in toto alla vita pubblica, la
mia risposta è no. Era no per la bomba atomica, che pure veniva da una grande
scoperta, è no per la clonazione della vita umana. La discussione etica deve
misurarsi con le conquiste scientifiche, non annullarsi. Televisione. Al di là
del faccia a faccia elettorale che non ti fanno fare, come pensate di superare
il duopolio che ci affligge? Il fatto che si eviti un faccia a faccia tra i
candidati alla presidenza del consiglio è uno scandalo che non trova riscontro
in nessun altro paese civile. Per il resto credo che dobbiamo molto affidarci
più che alla politica alla tecnologia, credo che il
passaggio al digitale sia una grande leva per moltiplicare l'offerta. E penso
che il parlamento debba affrontare e risolvere al più presto le questioni
aperte: dal conflitto di interessi all'approvazione della riforma Gentiloni.
Pensioni. Dove li trovate i soldi per coprire la proposta di aumento delle
minime con una quattordicesima di 400 euro, che implica un costo di un miliardo
e mezzo l'anno? La copertura è già prevista dal programma: lotta all'evasione e
riduzione della spesa pubblica. Compenso minimo per i precari. Come lo si
matura, a chi spetta? A tutte le persone che fanno un lavoro precario e
atipico, ai Co.Co.Pro. Con copertura previdenziale. E, poi, c'è l'allungamento
del periodo di prova e incentivi alle imprese che stabilizzano l'occupazione.
Il partito nuovo. Insisti molto sul rinnovamento, sul superamento delle logiche
di spartizione interna. Ma, per fare solo un esempio, l'ex ministro Cardinale
non si candida più, ma "al suo posto" c'è la figlia in lista... Non
lo nascondo: è una candidatura che ho trovato alla fine della fase concitata
della presentazione delle liste. Poi mi sono informato, è una ragazza
intelligente, brava... L'ho detto che non era una candidatura che ritenevo in
sintonia con l'immagine che vogliamo dare di noi. Ma non voglio nemmeno buttare
la croce su una ragazza che si affaccia alla politica
e che magari farà benissimo. Era solo per dire che la strada del rinnovamento è
lunga e tortuosa... Indubbiamente. Però abbiamo fatto dei passi da gigante.
Pensa alle liste di partito del passato. Potrà piacere o meno questo o quello,
ma il fatto di portare in parlamento Umberto Veronesi, i prefetti Serra e De
Sena, Gian Enrico Carofiglio, operai come Antonio Boccuzzi, tanti giovani... Ma
una volta arrivate lì, non è che queste persone diventeranno ceto politico,
perdipiù senza i legami sociali e gli strumenti che i partiti bene o male
davano? Non vedo alternative, certo la formazione di una classe politica dirigente è questione complessa. Ma rispetto al
passato è cambiato tutto. Prima ci si formava nei partiti, ora non può essere
più così e credo che un'esperienza parlamentare per persone che nei loro ambiti
hanno grandi competenze e sono mossi da un grande entusiasmo, sia positiva,
serva al rinnovamento del paese portando nelle istituzioni un po' di sapere
diffuso. Abbiamo fatto molto: raddoppiato il numero delle donne, abbassato
l'età media dei candidati, messo dei trentenni a capolista. Gli apparati dei
partiti, o quel che ne resta, come hanno reagito? Bene, tutto sommato. Una
delle cose belle di questo tour elettorale è che nelle 71 piazze viste finora
non ho mai trovato una bandiera dei Ds o della Margherita. E' questa campagna
elettorale che ha fatto il partito democratico, gli ha dato identità e
orgoglio. Una cosa assolutamente inedita. Non ho mai trovato resistenze
"di base" a quest'avventura. C'è un po' nei gruppi dirigenti, ma
piano piano si scioglie. Torno alla centralità del Pil. In uno dei suoi ultimi
discorsi, Bob Kennedy, uno dei tuoi punti di riferimento, ricordava con
insistenza che "non tutto è misurabile in prodotto interno lordo".
Sei in contraddizione con il tuo mito? No, quella frase la cito ovunque: non
tutto è pil. Ci sono dei valori, primo dei quali è la lotta alla povertà. Noi
non stiamo costruendo un soggetto moderato, questa non è la versione edulcorata
o moderata della vecchia sinistra. E' l'idea di un partito molto radicale sulle
grandi questioni sociali, radicale nell'affrontarle. E però anche il partito
della crescita, dell'innovazione, dello sviluppo, della modernità. Punti che
non possiamo accettare siano messi in contrapposizione con la giustizia
sociale. Ti faccio un piccolo esempio sul Pil per capire meglio la
contraddizione che implica. Aeroporto di Ciampino, quantità di voli e passeggeri
decuplicati in pochi anni, massimo beneficio per il Pil di Roma, massimo
disagio ambientale e per la salute dei cittadini che vivono a ridosso
dell'aeroporto. Che si fa? Ma io sono stato quello che ha aperto il tavolo su
Ciampino per cercare una soluzione alternativa ispirata alla salvaguardia della
vivibilità di quei cittadini. Esattamente la traduzione più concreta del
kennedismo. Alcuni sondaggi dicono che poveri e operai votano più a destra...
Spesso i sondaggi vengono smentiti. D'accordo, è quello che cercate di fare
proprio in questa campagna elettorale. Però il problema dello spostamento a
destra delle fasce più deboli della popolazione resta. Paradossalmente a
sinistra vota più il ceto medio. O no? Non lo so. E' certo che la televisione è
entrata molto nel formarsi di un sistema di valori, cambiando molto la
mentalità e lo spirito del tempo. Non ha fatto un buon servizio non tanto a
noi, quanto al paese. Se va male che fai? La mia impressione è che tu stia
lavorando molto di più per il futuro che per queste elezioni, magari anche
perdendo, ma con un buon risultato, per poi puntare tutto sul dopo. Sbaglio?
Siamo partiti da meno 22 punti, questa era la differenza tra noi e la destra.
Eravamo a pezzi e abbiamo rimontato, adesso stiamo discutendo se pareggiamo o
vinciamo. So solo questo e vado avanti per vincere. In conclusione: fine della
lotta di classe, archiviato il '900 con i suoi conflitti e le sue ideologie. Ma
se tu diventassi - e non è un augurio - direttore del manifesto, cosa ci
scriveresti al posto di "quotidiano comunista"? Dipende da cosa vuole
essere il manifesto... A me piacerebbe una definizione più di contenuto che
ideologica.... "Quotidiano delle libertà e della giustizia sociale".
E' l'ultima risposta, che arriva ormai alle porte di Agrigento (72ma tappa) e
dopo qualche secondo di esitazione: oltre che a farsi, la semplicità è cosa
difficile a dirsi.
( da "EUROPAQUOTIDIANO.it" del 28-03-2008)
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QUESTIONE
TIBETANA PRUDENZA E "REALISMO" NELLE POSIZIONI DELLE
ISTITUZIONI EUROPEE E DEI GOVERNI NAZIONALI L'europarlamento invita il Dalai
Lama. Ma la Ue procede in ordine sparso ANNA MARIA POLI PARIGI Prudenza, per il
momento, in attesa degli sviluppi della situazione. L'Unione europea non ha
ancora stabilito una posizione comune sul Tibet. Ieri, il parlamento europeo ha
invitato il portavoce del parlamento tibetano in esilio, Karma Chopel. Il
gruppo socialista si è dichiarato contro il boicottaggio. "Non c'è dubbio
? ha detto il capogruppo, Martin Schultz ? la solidarietà internazionale verso
il Tibet è necessaria, ma parlare di boicottaggio per i prossimi Giochi
olimpici sarebbe proprio un errore. Non bisogna far pagare agli sportivi e ai
cittadini il deficit politico di un paese o di un governo". Per Schultz il
boicottaggio non risolverebbe nulla, "al contrario", mentre la
comunità internazionale e l'Europa in particolare hanno "l'obbligo
morale" di lanciare un appello "alla Cina e al Tibet perché rinuncino
all'uso della violenza, come afferma il Dalai Lama". È la stessa posizione
della Commissione, che martedì ha invitato le due parti alla "moderazione
". Solo il presidente del parlamento europeo, il tedesco Hans Gert
Pöttering, aveva affermato, domenica scorsa, che sarebbe
"giustificato" prendere delle "misure di boicottaggio".
Ieri ha poi affermato, tra gli applausi dell'aula che "il Dalai Lama è
benvenuto in questo parlamento in qualaisi momento vorrà". Il ministro
degli esteri francese, Bernard Kouchner, auspica che i ministri degli esteri
dei 27, che si riuniscono venerdì in Slovenia, adottino una posizione comune.
Ma questa posizione dovrà tener conto sia delle "relazioni con un grande
paese come la Cina" sia "delle sofferenze dei tibetani e delle
violenze attuali". Martedì, la presa di posizione del presidente francese,
Nicolas Sarkozy, aveva smosso le acque. Dopo essere stato aspramente criticato
da sinistra ma anche da destra per essere rimasto per goirini in una posizione
di eccessiva prudenza, Sarkozy ha affermato che "tutte le opzioni sono
aperte", alludendo alla possibilità di un boicottaggio della cerimonia di
apertura dei Giochi olimpici. "Voglio che si apra un dialogo ? aveva
aggiunto Sarkozy ? e valuterò la mia risposta sulla base di quella che verrà
data dalle autorità cinesi". Sarkozy, alla vigilia del viaggio in Gran
Bretagna, aveva voluto far tacere le critiche, molto aspre, venute anche da
destra: l'ex primo ministro, Alain Juppé, ora potenzialmente suo rivale nella
destra francese, ha affermato che limitarsi ad invitare i cinesi alla
"moderazione" significa semplicemente chiedere loro "di uccidere
con moderazione ". Anche l'ex socialista Bernard Kouchner è sotto tiro in
Francia, accusato dai suoi ex compagni di partito, di aver rinnegato se stesso
e tutta una vita di impegno a favore del "diritto di ingerenza". Ma
per Kouchner, con un paese importante con la Cina, deve prevalere un "realismo elementare " in politica
estera. In Francia, ieri, molti sportivi di primo
piano hanno firmato un appello alla Cina: "Tra il boicottaggio e il
silenzio, esiste una terza via", affermano gli sportivi, che chiedono a
Pechino di rispettare gli impegni presi sulla libertà di espressione e la
garanzia dell'integrità degli individui. Il Dalai Lama sarà in Francia
dal 15 al 20 agosto, cioè durante lo svolgimento dei Giochi in Cina. Sarkozy lo
riceverà, dopo aver minacciato il boicottaggio? Non è sicuro. Ma Kouchner e la
sottosegretaria ai diritti dell'uomo, Rama Yade, affermano che "sarebbe
opportuno". Il britannico Gordon Brown, pur contrario al boicottaggio, ha
annunciato che riceverà il Dalai Lama in occasione della prevista visita in
Gran Bretagna del capo spirituale dei Tibel a maggio. Sembra che anche la
Polonia sia sulla stessa linea. Tra i grandi paesi, la Germania è quello che
per il momento è andato più lontano, congelando un programma di sviluppo in
corso con Pechino per protestare contro le repressione a Lhassa. La cancelliera
Angela Merkel, del resto aveva già ricevuto mesi fa il Dalai Lama a Berlino.
Per quanto riguarda la cerimonia di apertura, Gordon Brown ha trovato la
soluzione: Downing Street ha fatto sapere che il primo ministro sarà presente a
quella di chiusura. Ma il principe Charles, erede al trono, ha invece indicato
che non andrà all'apertura. L'Austria fa sapere che la partecipazione del
segretario di stato allo sport, Reinhold Lopatka, "è prevista, ma questa
posizione potrebbe essere rivista in funzione dell'evoluzione della situazione
o di una presa di posizione comune della Ue". Per il governo greco, che ha
ampiamente collaborato con la Cina per la preparazione dei Giochi, la questione
del boicottaggio "non si pone", almeno per il momento. Non sarà a
Pechino, invece, il sindaco di Praga, Pavel Bem, anche se la Repubblica ceca è
candidata all'organizzazione dei Giochi nel 2016.
( da "Unita, L'" del 28-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
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consultando l'edizione del La Cina alza i toni, l'Europa divisa sul Tibet
Pechino contro l'invito del Dalai Lama all'Europarlamento proposto dall'Italia:
no a ingerenze Sarkozy insiste sul boicottaggio della cerimonia iniziale dei
Giochi. No di Brown. Varsavia: noi diserteremo di Umberto De Giovannangeli
L'AVVERTIMENTO è perentorio: l'Unione Europea non s'azzardi a dare "un
segnale di incoraggiamento al Dalai Lama". Alla
vigilia del vertice informale dei ministri degli Esteri della Ue incentrato sul
Tibet, Pechino "spara" contro la proposta avanzata dal ministro degli
Esteri italiano Massimo D'Alema. "Invitare a Bruxelles il Dalai Lama non
sarebbe un boicottaggio, ma un grande messaggio politico", aveva sostenuto
nei giorni scorsi il titolare della Farnesina. Proposta fatta propria
dal presidente dell'Europarlamento Hans-Gert Poettering, che ha invitato a
Bruxelles il Dalai Lama e che l'altro ieri ha lanciato un appello ai leader
europei perché boicottino l'apertura dei Giochi. Ieri la risposta cinese.
Chiusura totale. Pechino chiede all'Europa di non offrire una sponda politica al leader spirituale tibetano. "Il Tibet è un
affare completamente interno della Cina. E noi non accettiamo nessuna
interferenza", ammonisce il portavoce del ministero degli Esteri Qin Gang
in una conferenza stampa a Pechino. "Spero che l'Ue - aggiunge - sappia
distinguere il vero dal falso e condannare i criminali, perché sono loro che
hanno turbato l'ordine sociale e messo in pericolo le persone e le loro
proprietà". Il Tibet "chiama" i Giochi olimpici. E divide i
leader europei. Una clamorosa riprova si è avuta ieri in quel di Londra.
Protagonisti il premier britannico Gordon Brown e il presidente francese
Nicolas Sarkozy. Quest'ultimo ha confermato che non esclude di disertare la
cerimonia inaugurale delle Olimpiadi di Pechino in segno di protesta per la
crisi in Tibet. Ad una conferenza-stampa congiunta allo stadio della squadra di
calcio Arsenal, Gordon Brown ha però preso le distanze da Sarkozy malgrado
l'impegno ad una nuova "fratellanza" tra i due Paesi e ha
puntualizzato che il Regno Unito non attuerà alcun boicottaggio e parteciperà a
pieno titolo alle Olimpiadi in Cina. "Io ci sarò", sottolinea il
premier britannico. E a suo fianco avrà certamente il presidente Usa George W.Bush. Sulla stessa lunghezza d'onda
"partecipazionista" è la cancelliera tedesca Angela Merkel. Superato
l'imbarazzo iniziale, Sarkozy ha cercato di mettere in risalto che nel giudizio
sulla crisi tibetana Francia e Gran Bretagna sono in sintonia: "Siamo
scioccati da quanto è successo e siamo profondamente preoccupati,. Vogliamo che
si rilanci il dialogo nel pieno rispetto della integrità territoriale
cinese". Il presidente francese ha spiegato che non ha ancora deciso se
essere o no presente alla cerimonia inaugurale dei Giochi olimpici, a Pechino,
l'8 agosto: "Mi riservo il diritto di decidere in base a come la
situazione apparirà in quel momento". Sarkozy ha messo in risalto che nel
secondo semestre del 2008 il suo Paese avrà la presidenza di turno dell'Unione
Europea e quindi si consulterà con gli altri Paesi Ue sull'opportunità o meno
di un "boicottaggio europeo". Frecciata finale: la Gran Bretagna,
osserva maliziosamente il capo dell'Eliseo, ha una posizione inevitabilmente
diversa perché si prepara ad organizzare le Olimpiadi del 2012. Chi ha già
deciso che la sua poltrona resterà vuota quell'8 agosto allo stadio di Pechino,
è il primo ministro polacco Donald Tusk. "Non ho nessuna intenzione di
partecipare all'inaugurazione", ha detto lo stesso Tusk in una intervista
al quotidiano "Dziennik", sottolineando come consideri
"inappropriata" la presenza di politici all'inaugurazione a Pechino
considerata la situazione in Tibet. Il presidente della Repubblica ceca Vaclav
Klaus ha già annunciato che diserterà la cerimonia. Nelle stesse ore il
presidente dell'Estonia Toomas Hendrik Ilves ha fatto sapere - tramite il suo
portavoce - che eviterà di andare a Pechino "sia per la cerimonia di
apertura che per quella di chiusura".
( da "Repubblica, La" del 28-03-2008)
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Commenti
LA NUOVA ALLEANZA TRA LONDRA E PARIGI TIMOTHY GARTON ASH Francia e Gran
Bretagna possono credibilmente vantare la più longeva rivalità nazionale della
storia del mondo. Con brevi intervalli, la competizione tra Francia e
Inghilterra va avanti da quasi sette secoli, dai tempi della Guerra dei
cent'anni. L'identità nazionale britannica stessa, che tanto piace al premier
Gordon Brown, fu forgiata nel conflitto con la Francia del diciottesimo e
diciannovesimo secolo. La Gran Bretagna ha inventato se stessa in antitesi alla
Francia. Va bene che questa grande rivalità continui per altri sette secoli sui
campi di calcio e di rugby, ma in politica ha fatto il
suo tempo e deve essere sostituita da una partnership strategica. Tale è la
proposta avanzata l'altro giorno dal presidente francese Nicolas Sarkozy con
entusiasmo ed eloquenza nella città che ha definito con ironia la settima
maggiore di Francia, Londra. Noi britannici non abbiamo mai ricevuto da
oltremanica un'offerta migliore: un presidente francese anglofilo deciso ad
aggiungere la Gran Bretagna all'asse franco-tedesco in seno all'Ue,
filoamericano e pronto ad avvicinare la Francia alle strutture militari della
Nato, non da ultimo in Afghanistan, un presidente alla ricerca di un terreno
comune per iniziative sull'immigrazione, il cambiamento climatico, lo sviluppo
e la sicurezza. La Gran Bretagna sarebbe folle a non afferrare questa
opportunità con entrambe le mani. Le visite di stato hanno anche una
connotazione simbolica, sentimentale e di stile, e nessuna più di questa, con
il commovente discorso rivolto da Sarkozy a entrambi i rami del Parlamento, in
cui ha elogiato il sacrificio britannico in tempo di guerra per la libertà
della Francia, nonché le riforme economiche attuate negli ultimi trent'anni,
evocando una nuova fraternitè franco-britannica, una entente amicale in luogo
della entente cordiale dell'inizio del ventesimo secolo. Per non parlare della
soap opera che ha per protagonista sua moglie Carla alla corte dei Windsor. Ma
il succo della tesi può essere enunciato senza un pizzico di sentimentalismo,
nel linguaggio della fredda analisi del potere e degli interessi che accomuna
francesi e britannici distinguendoli dalla maggioranza degli altri europei.
Francia e Gran Bretagna sono state, in successione, le maggiori potenze
d'Europa. Entrambe possedevano imperi, entrambe perseguivano i propri interessi
in gran parte del mondo. Il ventesimo secolo ha visto il declino in Europa del
potere relativo di Francia e Gran Bretagna e del potere relativo dell'Europa
nel mondo. Oggi con l'ascesa della Cina e dell'India, assistiamo al declino del
potere dell'Occidente nel suo complesso. Al contempo gli sviluppi che hanno un
impatto diretto sugli interessi delle due nazioni ? il cambiamento climatico,
la sicurezza energetica, le pandemie, la povertà in Africa, le migrazioni di
massa ? sono sfide globali, che nessuno Stato è in grado di affrontare da solo.
L'unità più piccola in grado di avere un peso significativo è forse un gruppo
di Stati come l'Ue, e anche in questo caso, solo nel momento in cui apre la
strada a un'azione collettiva più vasta. Negli ultimi 50 anni il progetto
europeo si è incentrato principalmente sull'Europa in sé, dalla riconciliazione
franco-tedesca dopo la Seconda guerra mondiale alla riunificazione dell'Europa
dell'Ovest e dell'Est dopo la guerra fredda. Nei prossimi 50 anni si incentrerà
principalmente sull'operato dell'Europa nei rapporti con il resto del mondo, a
partire dai Paesi confinanti che non sono destinati in un futuro prevedibile a
entrare a far parte dell'Unione. Nei rapporti con il resto del mondo i due
Paesi europei più importanti sono la Francia e la Gran Bretagna, proprio perché
hanno esperienza del potere globale e ne parlano la lingua. Se non si trovano
d'accordo, come è successo cinque anni fa per l'Iraq, l'Europa non esiste come
forza al di là dei propri confini. Al contrario, Francia e Gran Bretagna
diventano i poli attorno ai quali o tra i quali si schierano gli altri Stati di
un'Europa divisa. Il risultato è una cacofonica impotenza. Non è detto che se
Francia e Gran Bretagna si trovano d'accordo l'Europa si ponga come forza al di
là dei propri confini, può essere necessario l'impegno della Germania e di
altri Stati europei, ma quanto meno la possibilità esiste. La cooperazione
franco-britannica è una condizione necessaria, anche se non sufficiente perché
l'Europa abbia un peso decisivo su ogni questione che conta in un mondo sempre
meno europeo. Ecco perché l'intera Europa farebbe bene ad avere interesse ad
una partnership strategica, ad un compromesso storico tra Parigi e Londra.
Accettando questa logica, restano due punti di domanda. Come si fa a
trasformare la teoria in pratica? I due Paesi sono davvero pronti a questo
passo? Mi è più facile rispondere alla prima che alla seconda domanda. Si
agisce. Si analizzano i problemi che ci troviamo ad affrontare, si comparano le
analisi, gli interessi e gli strumenti disponibili e si vede cosa si può fare.
La risposta può essere unilaterale o bilaterale. Si può trattare di un'azione
congiunta attraverso l'Onu (Francia e Gran Bretagna sono membri europei
permanenti del consiglio di sicurezza) o attraverso altri organismi, tra cui la
Nato. Ma nove volte su dieci, la risposta avrà una dimensione europea. Può
darsi che l'Ue agisca unitariamente oppure che le grandi potenze europee
agiscano di concerto come nel caso dell'"E3" (Francia, Gran Bretagna
e Germania) nel negoziato con l'Iran. La presidenza francese dell'Ue, nella
seconda metà di quest'anno ha qualche possibilità, soprattutto ora che la
proposta di Sarkozy di un'Unione per il Mediterraneo si è trasformata in
qualcosa di più o meno sensato. Il prossimo anno il trattato di Lisbona
dovrebbe rendere un po' più agevole il coordinamento della politica
estera europea. Se decidono di farlo, la Gran Bretagna e la Francia
possono, assieme, dar forma al progettato ministero degli Esteri europeo,
incoraggiando i loro migliori funzionari a individuare soluzioni comuni in
settori in cui esistono interessi europei comuni. Ma
bisogna essere tenaci e creare l'abitudine quotidiana alla collaborazione, ad
ogni livello di politica
pubblica. è così che è stato costruito il rapporto privilegiato franco-tedesco,
superando disparità forse più ampie di vedute e di tradizione in politica estera. Questo esercizio
ricorda la definizione della politica data da Max Weber ? bucare delle tavole spesse ? ma è
fattibile. Il vero interrogativo è se i due Paesi sono pronti a questo passo.
Ho timore che la Gran Bretagna possa non esserlo. Se Sarkozy fosse arrivato con
questa proposta dieci anni fa da un Tony Blair ancora fresco della sua prima
vittoria elettorale, sarebbe stato diverso. Ma Brown nel 2008 non è Blair nel
1998 ? né a livello di propensione personale né di possibilità politiche.
Tuttavia è la destra omologa di Sarkozy sulla sponda inglese della Manica
quella che probabilmente distruggerà la visione del presidente francese. Perché
su questo tema la maggioranza dei conservatori britannici, oppone semplicemente
un rifiuto. In privato magari accettano con riluttanza la logica della tesi che
ho espresso. Ma politicamente rifiutano di seguirla
fino in fondo: se si vuole cambiare il mondo, bisogna agire attraverso l'Europa
e, come ha dichiarato Sarkozy in un'intervista alla Bbc, "se si vuole
cambiare l'Europa bisogna starci dentro con tutti e due i piedi". Lo
scopriranno alla fine, dopo qualche anno in carica, come hanno fatto tutti loro
predecessori, ma quegli anni saranno andati perduti, Sarkozy potrebbe non
esserci più a ballare il tango e il potere relativo della Gran Bretagna, della
Francia, dell'Europa e dell'Occidente si sarà ulteriormente ridotto. I
conservatori sono capeggiati da persone estremamente intelligenti ma su questo
tema, decisivo per il futuro non solo della Gran Bretagna, si guadagnano
appieno il vecchio epiteto di "partito stupido".
www.timothygartonash.com Traduzione di Emilia Benghi.
( da "Espresso, L' (abbonati)" del 28-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
OPINIONI
SENZA FRONTIERE pechino e La casa bianca di MinxiN Pei Tra un falco in politica estera e un protezionista nei commerci, i cinesi
preferiscono il secondo Si dice spesso che l'elezione di un presidente
americano è una faccenda troppo seria per essere affidata agli elettori
americani. Se la Cina potesse esprimersi alle urne, chi manderebbe alla Casa
Bianca? Il presidente uscente, George W. Bush, repubblicano, sarà anche detestato nella maggior parte dei
paesi, ma tra i cinesi è alquanto popolare. Malgrado la sua iniziale durezza
nei confronti di Pechino, Bush ha prontamente abbassato i toni della sua politica dopo l'11 settembre e da allora
ha intrattenuto con la Cina rapporti cordiali. è stato addirittura il
primo leader ad annunciare la sua intenzione di assistere alle Olimpiadi di
Pechino. Il candidato repubblicano alla presidenza, il senatore John McCain,
invece, impensierisce i cinesi: noto per essere un falco in tema di sicurezza
nazionale, il senatore McCain ha sempre guardato all'ascesa cinese con una
pesante dose di scetticismo e di sospetto. Nei suoi discorsi sulla politica estera, di rado ha citato la Cina tra i paesi
partner degli Stati Uniti, ma al contrario ha spesso criticato apertamente il
comportamento di Pechino in fatto di diritti umani, il suo regime autoritario,
il suo rafforzamento militare, la sua politica nei
confronti di Taiwan. In un saggio pubblicato l'anno scorso su 'Foreign Affairs'
McCain ha esplicitamente dichiarato che la Cina non potrà diventare una potenza
globale rispettata finché Pechino non avrà rinunciato al suo regime
autoritario. A differenza dei suoi possibili rivali, i senatori Hillary Clinton
e Barack Obama, che hanno entrambi affermato che i rapporti Usa-Cina sono per
Washington tra le più importanti relazioni bilaterali, McCain si è di proposito
rifiutato di avallare questo punto di vista, dicendosi propenso invece a
rafforzare i legami con gli alleati tradizionali degli Stati Uniti in Asia,
specialmente il Giappone. Una delle grandi idee di McCain per la politica estera, la creazione di una coalizione di
democrazie che funga da nuovo organismo internazionale deputato a mantenere la
sicurezza collettiva, suona minacciosa alle orecchie della classe dirigente
cinese. Sicuramente, da tale alleanza la Cina resterà esclusa. In Asia questa
ipotetica coalizione di democrazie, tra le quali figurano Giappone, India,
Corea del Sud, Australia e importantissimi paesi del Sud-est asiatico, quali
Indonesia e Filippine, assumerebbe le allarmanti parvenze di un anello di
'contenimento democratico' predisposto contro la Cina. Pechino è
particolarmente preoccupata nei confronti di una possibile presidenza McCain
anche perché alcuni dei suoi più stretti consiglieri di politica
estera sono ben noti neoconservatori, i cosiddetti falchi, e hanno
opinioni alquanto negative sulle intenzioni a lungo termine di Pechino. Di
regola costoro propugnano un più rigido atteggiamento militare nel Pacifico
occidentale, per contenere le ambizioni cinesi, e una politica
filo-Taiwan che favorisca più stretti rapporti militari e diplomatici con quella
che Pechino considera alla stregua di una provincia traditrice. Certo, Obama o
la Clinton con le loro posizioni sui diritti umani e il commercio potrebbero
arrecare problemi alla Cina. Gli attivisti per i diritti umani e i sindacati
dei lavoratori sono sostenitori fondamentali dei democratici. Quantunque la
questione dei diritti umani in Cina non sia più avvertita negli Stati Uniti
come prioritaria, durante la loro agguerrita campagna per le primarie sia
Hillary Clinton sia Obama hanno strizzato l'occhio ai protezionisti.
Considerato il surplus commerciale cinese di 250 miliardi di dollari nei
confronti degli Stati Uniti, con una presidenza democratica le tensioni
economiche tra Washington e Pechino potrebbero subire un'escalation. Nel
complesso, però, Pechino pare meno preoccupata all'idea di un presidente
democratico rispetto a uno repubblicano. Tutti i principali consiglieri di politica estera dei senatori Clinton e Obama hanno in
passato manifestato e avallato un approccio più soft alla Cina. Il commercio
Usa-Cina sarà forse sbilanciato, ma i gruppi di potere statunitensi - le grandi
corporation, gli agricoltori, Wall Street, i commercianti - agiranno soltanto
nel loro stesso interesse se ostacoleranno qualsiasi serio tentativo di imporre
provvedimenti commerciali punitivi alla Cina. Per tutto ciò, qualora dovesse
scegliere tra un presidente falco in tema di sicurezza nazionale e un
presidente sostenitore (a parole) del protezionismo commerciale, la Cina
sceglierebbe sempre e in ogni caso il secondo. traduzione di Anna Bissanti.
( da "Liberazione" del 28-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
"Bombardano
i civili e finanziano i regimi: Il problema è l'Occidente" Francesca
Marretta Londra In uno dei suoi ultimi articoli apparso su "The
Independent" lei parla dell'assenza di senso di rimorso per la tragedia
irachena da parte delle leadership britannica e americana. Ritiene utile in
questo senso una nuova inchiesta? "Lo scopo di ogni nuova inchiesta, se ci
dovesse essere, sarebbe semplicemente quello di assolvere il governo Brown da
tutti i peccati del governo Blair, di lavargli le mani prima di nuove elezioni.
Non ci dimentichiamo che Brown ha votato per la guerra. Nella sostanza una
nuova inchiesta serve a ben poco o a niente, perchè all'amministrazione
britannica, come a quella americana non interessa la vita degli iracheni, il
loro benessere. Gli interessa l'economia irachena. E gli interessa la loro
reputazione. Per questo i governi di Londra e Washington hanno mentito alla
propria opinione pubblica sulle armi di distruzione di massa, quelle
"capaci di colpire in quarantacinque minuti", sulla minaccia comune
di Saddam e al-Qaeda. Quello che interessa ai governanti è che l'opinione
pubblica non perda la fiducia nel governo, che continui a rinnovargliela, non
che non gli creda. Del resto l'Iraq non è una questione che ha un impatto
diretto sull'elettore come la tassazione pubblica o le emissioni di Co2. E' una
questione di sangue. Per molti in Gran Bretagna questo riguarda principalmente
il sangue britannico. Cioè quello di 176 morti, o dei 4mila cadaveri americani.
Per gli iracheni la storia è diversa. Lì c'erano 600mila cadaveri da
seppellire. Come giornalista io ricevo e-mail e lettere, vere, dai lettori
dell' Independent che leggono on-line in tutto il mondo. E ti dico che c'è
tanta gente scandalizzata dal fatto che i nostri governi hanno permesso la
morte di così tante persone. Scandalizzate dal fatto che Tony Blair ci ha
portati con l'inganno in una guerra pagata da mezzo milione di iracheni per poi
diventare inviato di pace in Medio Oriente. Questo è davvero straordinario. Ci
rendiamo conto che tutto questo non è ironico, né sarcastico, ma semplicemente
oltraggioso? Dato che questo è un giornale italiano mi viene in mente di quando
Churchill tesseva le lodi di Mussolini. Poi Mussolini si allea con Hitler e
cambia tutto lo scenario. Blair viene eletto come popolare Primo ministro. Poi
diventa il bugiardo che porta alla guerra. Nonostante questo se continua così
gli danno pure il Nobel per la pace. E poi, chissà, magari vorrà fare il Papa.
E' incredibile quello che si può fare oggi se ci si contorna di buoni
consiglieri esperti di relazioni pubbliche". Dunque è da escludere uno
scenario futuro che veda Bush e Blair chiamati a
rispondere delle proprie responsabilità per la guerra. "Una cosa che
nessuna inchiesta farà mai è fare giustizia. Non ci sarà nessuno che metterà
Blair sotto processo per essere stato fautore di una guerra illegale, che in un
mondo ideale sarebbe la cosa da fare. Quello che un'inchiesta seria potrebbe
ottenere è impedirci di commettere ancora errori madornali, e tollerare
atteggiamenti come quello di un Primo ministro che arriva al potere e
impazzisce, pensando di essere Churchill negli anni '40, quando siamo nel 2003
(anno di inizio dell'invasione dell'Iraq, ndr.). Che poi continua a mentire
spudoratamente al paese davanti alla tragedia della guerra, quando è chiaro per
tutti che il presupposto per andarci era tutta una bugia. Anche se il governo
Brown può dire adesso che il passato è passato e bisogna andare avanti, quello
che resta incontrovertibile e insanabile è l'agonia, la tragedia degli
iracheni. Una versamento di sangue di portata monumentale, epica. Per questo
oggi le azioni dei nostri governi in Iraq sono oggi più importanti che in
passato". Il Ministro degli Esteri britannico Miliband ha dichiarato alla
Camera dei Comuni che i tentativi di portare la pace in Iraq sono finora
falliti. Questa non è un'ammissione del fallimento della guerra? "Ogni
volta che si dice che le condizioni sono difficili e che si soffre ancora, c'è
un'ammissione del fallimento e del fatto che non si doveva fare questa guerra.
Ma finché il governo non dice che questa guerra era sbagliata, finché non
sentiamo queste persone dire scusate questo è stato un errore terribile e
abbiamo mentito alla gente, ci sarà sempre il pericolo che tutto questo possa
succedere ancora. Chiediamoci per esempio cosa accadrebbe se l'America
attaccasse l'Iran, o se Israele attaccasse l'Iran con il via libera da parte
degli Usa. Quale sarebbe la reazione di Gordon Brown? Invocherebbe una
restrizione dell'uso della forza da tutte le parti? Sono sicuro che questa
sarebbe la posizione del Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon.
Ma qual è la nostra posizione, ci facciamo da parte, o diciamo: guardate questa
è una follia. Dobbiamo fermare tutto questo. Dobbiamo smettere di bombardare e
attaccare i musulmani. Che li amiamo, o li odiamo, bisogna smetterla con
l'aggressione. In uno dei miei articoli della domenica, circa diciotto mesi fa,
ho scritto che oggi nel mondo islamico, noi occidentali abbiamo 22 volte il
numero di soldati che avevano i crociati nel XII secolo. Che stiamo a fare lì?
Mica si dibatte di questo in Parlamento. Al massimo si discute del numero dei
soldati che devono restare in Iraq. E la discussione su quello che stiamo
facendo? Non abbiamo una politica
estera capace di ragionare in prospettiva. Non
abbiamo alcuna idea di dove tutto questo ci stia portando. Non abbiamo alcuna
forma di relazione matura con il Medio Oriente, ma solo una forma di relazione
militare: gli vendiamo le armi, li bombardiamo o li paghiamo per tenerli dalla
nostra parte. E' davvero questa la relazione che dovrebbe esistere tra
mondo occidentale e mondo islamico? Per far luce su questo si fanno
inchieste". Cosa cambierà con le elezioni americane? "Non credo che un
cambio di governo negli Stati Uniti possa portare un cambiamento, allo stesso
modo in cui non cambia nulla un nuovo governo in Israele, tanto quanto non ha
portato nulla il passaggio da Blair a Brown. Specialmente se vivi a Ramallah o
nella provincia di Helman, non cambia proprio nulla". Qual è la
responsabilità in questo scenario dei governi arabi alleati dell'occidente?
"Attualmente ogni governo arabo che si definisce amico dell'occidente e
amico dell'America corre seri pericoli a livello interno. Poi bisogna capire
che i regimi arabi considerati moderati e amici, non sono necessariamente
moderati verso la loro gente. Algeria, Libia, Giordania, sono fondamentalmente
potenze coloniali che lavorano per nostro conto. Con le varie remissioni di
debiti o l'elargizione di crediti, noi li paghiamo. Sosteniamo in questo modo
Mubarak, Re Abdullah di Giordania, Re Abdullah dell'Arabia Saudita e ora anche
il Colonnello Gheddafi. Posso aggiungere Algeria, Bahrein, Qatar, Kuwait. In
questi paesi quando la gente si sente oppressa dai governi si sente oppressa
dagli Usa. A questo proposito mi viene in mente un dibattito televisivo a cui
ho partecipato un paio di giorni fa. A un certo punto è venuta fuori quella
straordinaria narrativa, la solita scritta a Washington, secondo cui Bin Laden
è in grado di sfruttare le ingiustizie reali o percepite dalla popolazione. Io
ho obiettato per prima cosa in Medio Oriente non si parla di ingiustizie
percepite, ma di ingiustizie reali. E che ciò che Bin Laden può sfruttare è che
leader arabi come Mubarajk o Re Abdullah, non mettono in discussione tali
ingiustizie, perché devono dar conto a noi. Ancora non affrontiamo le questioni
serie". C'è ancora speranza per un futuro di pace in Iraq e di stabilità
nella regione mediorientale? "Non ho per niente grandi speranze per il
Medio Oriente. Quello che so è che c'è un sacco di gente in occidente, anche
negli Usa, ad avere idea delle conseguenze delle nostre guerre nel mondo
islamico, pur non avendo voce in capitolo. Il problema è che siamo governati da
democrazie fraudolente. Nel senso che abbiamo regimi democraticamente eletti
rispetto ad esempio al regime che c'è in Libia, ma che una volta al potere si
possono comportare in maniera opposta al mandato conferitogli
dall'elettorato". 28/03/2008.
( da "Giornale.it, Il" del 28-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Ieri sera
ho visto qualche passaggio di Anno Zero, la trasmissione di Santoro. Riuscita,
come sempre. Sarà fazioso, ma Santoro riesce a fare giornalismo in tv senza dar
voglia di cambiare canale e affrontando temi difficili, come quello
dell'attribuzione degli alloggi popolari. Ieri i due ospiti prinicipali erano
Bertinotti e la Santanché. Secondo il leader del neopartito la Destra, le case
andrebbero date prima agli italiani indigenti e solo in un secondo tempo agli
immigrati extracomunitari. E' così assurdo? Secondo me no e molti Stati
occidentali applicano senza remore questo principio. Bertinotti invece pensa
che andrebbe mantenuto l'attuale criterio per le graduatorie che, non
considerando la nazionalità, finisce per agevolare proprio gli immigrati, che
infatti sono ai primi posti nelle classifiche. Il leader di Rifondazione è
persuaso che le misure proposte dalla Santanché finirebbero per scatenare una
guerra tra poveri. Probabilmente la presidenza della Camera e i fasti della
Roma istituzionale gli hanno fatto perdere il contatto con la realtà: vada
nelle periferie della grandi città. La guerra tra poveri c'è già ed è stata
provocata dall'incapacità del governo di arginare l'immigrazione e di imporre
delle regole ci convivenza civile. Vada nelle case popolari: il 90% degli
inquilini è extracomunitario. E questo è giusto? No e a urlarlo sono proprio
gli italiani più poveri, che vedono i propri quartieri invasi da clandestini,
che si sentono traditi dallo Stato, che sono oggettivamente penalizzati e
invocano giustizia. Le statistiche lo dimostrano: in questo Paese aumenta il
numero degli italiani che vivono sotto il minimo vitale. Questa è l'urgenza
numero uno e per risolverla bisogna regolamentare l'immigrazione. Altrimenti
non si farà che propagare l'odio e l'ingiustizia, tra gli stranieri e gli
italiani. E' questo che vuole Bertinotti? Scritto in Italia, immigrazione
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questo articolo a un amico 27Mar
( da "Giornale.it, Il" del 28-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Ieri
sera ho visto qualche passaggio di Anno Zero, la trasmissione di Santoro.
Riuscita, come sempre. Sarà fazioso, ma Santoro riesce a fare giornalismo in tv
senza dar voglia di cambiare canale e affrontando temi difficili, come quello
dell'attribuzione degli alloggi popolari. Ieri i due ospiti prinicipali erano
Bertinotti e la Santanché. Secondo il leader del neopartito la Destra, le case
andrebbero date prima agli italiani indigenti e solo in un secondo tempo agli
immigrati extracomunitari. E' così assurdo? Secondo me no e molti Stati
occidentali applicano senza remore questo principio. Bertinotti invece pensa
che andrebbe mantenuto l'attuale criterio per le graduatorie che, non
considerando la nazionalità, finisce per agevolare proprio gli immigrati, che
infatti sono ai primi posti nelle classifiche. Il leader di Rifondazione è
persuaso che le misure proposte dalla Santanché finirebbero per scatenare una
guerra tra poveri. Probabilmente la presidenza della Camera e i fasti della
Roma istituzionale gli hanno fatto perdere il contatto con la realtà: vada
nelle periferie della grandi città. La guerra tra poveri c'è già ed è stata
provocata dall'incapacità del governo di arginare l'immigrazione e di imporre
delle regole ci convivenza civile. Vada nelle case popolari: il 90% degli
inquilini è extracomunitario. E questo è giusto? No e a urlarlo sono proprio
gli italiani più poveri, che vedono i propri quartieri invasi da clandestini,
che si sentono traditi dallo Stato, che sono oggettivamente penalizzati e
invocano giustizia. Le statistiche lo dimostrano: in questo Paese aumenta il
numero degli italiani che vivono sotto il minimo vitale. Questa è l'urgenza
numero uno e per risolverla bisogna regolamentare l'immigrazione. Altrimenti
non si farà che propagare l'odio e l'ingiustizia, tra gli stranieri e gli
italiani. E' questo che vuole Bertinotti? Scritto in Italia, immigrazione
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Riuscita, come sempre. Sarà fazioso, ma Santoro riesce a fare giornalismo in tv
senza dar voglia di cambiare canale e affrontando temi difficili, come quello
dell'attribuzione degli alloggi popolari. Ieri i due ospiti prinicipali erano
Bertinotti e la Santanché. Secondo il leader del neopartito la Destra, le case
andrebbero date prima agli italiani indigenti e solo in un secondo tempo agli
immigrati extracomunitari. E' così assurdo? Secondo me no e molti Stati
occidentali applicano senza remore questo principio. Bertinotti invece pensa
che andrebbe mantenuto l'attuale criterio per le graduatorie che, non
considerando la nazionalità, finisce per agevolare proprio gli immigrati, che
infatti sono ai primi posti nelle classifiche. Il leader di Rifondazione è
persuaso che le misure proposte dalla Santanché finirebbero per scatenare una
guerra tra poveri. Probabilmente la presidenza della Camera e i fasti della
Roma istituzionale gli hanno fatto perdere il contatto con la realtà: vada
nelle periferie della grandi città. La guerra tra poveri c'è già ed è stata
provocata dall'incapacità del governo di arginare l'immigrazione e di imporre
delle regole ci convivenza civile. Vada nelle case popolari: il 90% degli
inquilini è extracomunitario. E questo è giusto? No e a urlarlo sono proprio
gli italiani più poveri, che vedono i propri quartieri invasi da clandestini,
che si sentono traditi dallo Stato, che sono oggettivamente penalizzati e
invocano giustizia. Le statistiche lo dimostrano: in questo Paese aumenta il
numero degli italiani che vivono sotto il minimo vitale. Questa è l'urgenza
numero uno e per risolverla bisogna regolamentare l'immigrazione. Altrimenti
non si farà che propagare l'odio e l'ingiustizia, tra gli stranieri e gli
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dell'attribuzione degli alloggi popolari. Ieri i due ospiti prinicipali erano
Bertinotti e la Santanché. Secondo il leader del neopartito la Destra, le case
andrebbero date prima agli italiani indigenti e solo in un secondo tempo agli
immigrati extracomunitari. E' così assurdo? Secondo me no e molti Stati
occidentali applicano senza remore questo principio. Bertinotti invece pensa
che andrebbe mantenuto l'attuale criterio per le graduatorie che, non
considerando la nazionalità, finisce per agevolare proprio gli immigrati, che
infatti sono ai primi posti nelle classifiche. Il leader di Rifondazione è
persuaso che le misure proposte dalla Santanché finirebbero per scatenare una
guerra tra poveri. Probabilmente la presidenza della Camera e i fasti della
Roma istituzionale gli hanno fatto perdere il contatto con la realtà: vada
nelle periferie della grandi città. La guerra tra poveri c'è già ed è stata
provocata dall'incapacità del governo di arginare l'immigrazione e di imporre
delle regole ci convivenza civile. Vada nelle case popolari: il 90% degli
inquilini è extracomunitario. E questo è giusto? No e a urlarlo sono proprio
gli italiani più poveri, che vedono i propri quartieri invasi da clandestini,
che si sentono traditi dallo Stato, che sono oggettivamente penalizzati e
invocano giustizia. Le statistiche lo dimostrano: in questo Paese aumenta il
numero degli italiani che vivono sotto il minimo vitale. Questa è l'urgenza
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Bertinotti e la Santanché. Secondo il leader del neopartito la Destra, le case
andrebbero date prima agli italiani indigenti e solo in un secondo tempo agli
immigrati extracomunitari. E' così assurdo? Secondo me no e molti Stati
occidentali applicano senza remore questo principio. Bertinotti invece pensa
che andrebbe mantenuto l'attuale criterio per le graduatorie che, non
considerando la nazionalità, finisce per agevolare proprio gli immigrati, che
infatti sono ai primi posti nelle classifiche. Il leader di Rifondazione è
persuaso che le misure proposte dalla Santanché finirebbero per scatenare una
guerra tra poveri. Probabilmente la presidenza della Camera e i fasti della
Roma istituzionale gli hanno fatto perdere il contatto con la realtà: vada
nelle periferie della grandi città. La guerra tra poveri c'è già ed è stata
provocata dall'incapacità del governo di arginare l'immigrazione e di imporre
delle regole ci convivenza civile. Vada nelle case popolari: il 90% degli
inquilini è extracomunitario. E questo è giusto? No e a urlarlo sono proprio
gli italiani più poveri, che vedono i propri quartieri invasi da clandestini,
che si sentono traditi dallo Stato, che sono oggettivamente penalizzati e
invocano giustizia. Le statistiche lo dimostrano: in questo Paese aumenta il
numero degli italiani che vivono sotto il minimo vitale. Questa è l'urgenza
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Bertinotti e la Santanché. Secondo il leader del neopartito la Destra, le case
andrebbero date prima agli italiani indigenti e solo in un secondo tempo agli
immigrati extracomunitari. E' così assurdo? Secondo me no e molti Stati
occidentali applicano senza remore questo principio. Bertinotti invece pensa
che andrebbe mantenuto l'attuale criterio per le graduatorie che, non
considerando la nazionalità, finisce per agevolare proprio gli immigrati, che
infatti sono ai primi posti nelle classifiche. Il leader di Rifondazione è
persuaso che le misure proposte dalla Santanché finirebbero per scatenare una
guerra tra poveri. Probabilmente la presidenza della Camera e i fasti della
Roma istituzionale gli hanno fatto perdere il contatto con la realtà: vada
nelle periferie della grandi città. La guerra tra poveri c'è già ed è stata
provocata dall'incapacità del governo di arginare l'immigrazione e di imporre
delle regole ci convivenza civile. Vada nelle case popolari: il 90% degli
inquilini è extracomunitario. E questo è giusto? No e a urlarlo sono proprio
gli italiani più poveri, che vedono i propri quartieri invasi da clandestini,
che si sentono traditi dallo Stato, che sono oggettivamente penalizzati e
invocano giustizia. Le statistiche lo dimostrano: in questo Paese aumenta il
numero degli italiani che vivono sotto il minimo vitale. Questa è l'urgenza
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Bertinotti e la Santanché. Secondo il leader del neopartito la Destra, le case
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occidentali applicano senza remore questo principio. Bertinotti invece pensa
che andrebbe mantenuto l'attuale criterio per le graduatorie che, non
considerando la nazionalità, finisce per agevolare proprio gli immigrati, che
infatti sono ai primi posti nelle classifiche. Il leader di Rifondazione è
persuaso che le misure proposte dalla Santanché finirebbero per scatenare una
guerra tra poveri. Probabilmente la presidenza della Camera e i fasti della
Roma istituzionale gli hanno fatto perdere il contatto con la realtà: vada
nelle periferie della grandi città. La guerra tra poveri c'è già ed è stata
provocata dall'incapacità del governo di arginare l'immigrazione e di imporre
delle regole ci convivenza civile. Vada nelle case popolari: il 90% degli
inquilini è extracomunitario. E questo è giusto? No e a urlarlo sono proprio
gli italiani più poveri, che vedono i propri quartieri invasi da clandestini,
che si sentono traditi dallo Stato, che sono oggettivamente penalizzati e
invocano giustizia. Le statistiche lo dimostrano: in questo Paese aumenta il
numero degli italiani che vivono sotto il minimo vitale. Questa è l'urgenza
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Bertinotti e la Santanché. Secondo il leader del neopartito la Destra, le case
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occidentali applicano senza remore questo principio. Bertinotti invece pensa
che andrebbe mantenuto l'attuale criterio per le graduatorie che, non
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infatti sono ai primi posti nelle classifiche. Il leader di Rifondazione è
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Roma istituzionale gli hanno fatto perdere il contatto con la realtà: vada
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provocata dall'incapacità del governo di arginare l'immigrazione e di imporre
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inquilini è extracomunitario. E questo è giusto? No e a urlarlo sono proprio
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che si sentono traditi dallo Stato, che sono oggettivamente penalizzati e
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traditi dallo Stato, che sono oggettivamente penalizzati e invocano giustizia.
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Riuscita, come sempre. Sarà fazioso, ma Santoro riesce a fare giornalismo in tv
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dell'attribuzione degli alloggi popolari. Ieri i due ospiti prinicipali erano
Bertinotti e la Santanché. Secondo il leader del neopartito la Destra, le case andrebbero
date prima agli italiani indigenti e solo in un secondo tempo agli immigrati
extracomunitari. E' così assurdo? Secondo me no e molti Stati occidentali
applicano senza remore questo principio. Bertinotti invece pensa che andrebbe
mantenuto l'attuale criterio per le graduatorie che, non considerando la
nazionalità, finisce per agevolare proprio gli immigrati, che infatti sono ai
primi posti nelle classifiche. Il leader di Rifondazione è persuaso che le
misure proposte dalla Santanché finirebbero per scatenare una guerra tra
poveri. Probabilmente la presidenza della Camera e i fasti della Roma
istituzionale gli hanno fatto perdere il contatto con la realtà: vada nelle
periferie della grandi città. La guerra tra poveri c'è già ed è stata provocata
dall'incapacità del governo di arginare l'immigrazione e di imporre delle
regole ci convivenza civile. Vada nelle case popolari: il 90% degli inquilini è
extracomunitario. E questo è giusto? No e a urlarlo sono proprio gli italiani
più poveri, che vedono i propri quartieri invasi da clandestini, che si sentono
traditi dallo Stato, che sono oggettivamente penalizzati e invocano giustizia.
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che vivono sotto il minimo vitale. Questa è l'urgenza numero uno e per
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27Mar
( da "Repubblica, La" del 29-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
"Lavoriamo
per la pace" Tibet, Bush: "La Cina sia
moderata" La Merkel non andrà a Pechino per i Giochi. Il Dalai Lama:
"Fratelli cinesi dialogate" Do la mia disponibilità alle autorità
cinesi per lavorare insieme per portare pace e stabilità. Li invito a
esercitare buon senso e a dialogare ANDREA BONANNI DAL NOSTRO INVIATO BRUXELLES
- Richiami a Pechino perché freni la repressione e apra finalmente il dialogo
con il Dalai Lama, ma nessun boicottaggio dei giochi olimpici. è questa, almeno
per ora, la linea che sembra prevalere sia in America sia in Europa rispetto alla
crisi tibetana. Ieri per la prima volta dopo quindici giorni dall'inizio delle
violenze, il presidente americano George Bush è
intervenuto pubblicamente sulla questione. In una conferenza stampa con il
premier australiano Kevin Rudd, Bush ha spiegato di
aver telefonato mercoledì al presidente cinese Hu Jintao. "Gli ho detto
che è nell'interesse del suo Paese sedersi al tavolo con i rappresentanti del
Dalai Lama e dare prova di moderazione", ha dichiarato il presidente
americano. Nelle stesse ore, il segretario di Stato americano Condoleezza Rice,
in una intervista al Washington Times ha definito "inutile" l'idea di
un boicottaggio delle Olimpiadi di Pechino, ed ha apertamente criticato come
"privo di costrutto" il boicottaggio dei giochi olimpici di Mosca,
organizzato dagli Usa nel 1980 per protestare contro l'invasione sovietica in
Afghanistan. Lo stesso Dalai Lama, con un comunicato pubblicato ieri sul suo
sito internet, è tornato a rivolgere un appello a Pechino per l'apertura di un
dialogo. "Ho espresso la mia disponibilità alle autorità cinesi per
lavorare insieme per portare pace e stabilità. Invito la leadership cinese ad
esercitare buon senso e ad avviare un dialogo significativo con il popolo
tibetano". Nel comunicato, la massima autorità spirituale tibetana
ribadisce di non volere la separazione del Tibet dalla Cina: "Io sono un
semplice monaco che cerca di preservare la cultura del popolo tibetano, la sua
lingua e la sua identità", ha spiegato. L'idea di un boicottaggio politico
dei Giochi olimpici sembra perdere sostegno anche tra gli europei. I ministri
degli Esteri della Ue, riuniti ieri a Brdo, in Slovenia, per un consiglio
informale sembrano con qualche eccezione prendere le distanze dall'idea di un
boicottaggio politico dei giochi, con la diserzione dei governi alla cerimonia
di inaugurazione, suggerito giorni fa dal presidente francese Sarkozy. La Gran
Bretagna, che ospiterà le Olimpiadi nel
( da "Unita, L'" del 29-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Stai
consultando l'edizione del Tibet, sui Giochi l'Europa in ordine sparso Nel Consiglio
dei ministri degli Esteri si cerca di avvicinare le posizioni sul boicottaggio
della cerimonia inaugurale delle Olimpiadi. L'Italia: confronto con Pechino ma
il Dalai Lama sia ospite di Bruxelles di Umberto De Giovannangeli IN ORDINE
SPARSO alla ricerca di una posizione comune. L'Europa prova a parlare una sola
lingua (diplomatica) sulla crisi tibetana. Ma per farlo è costretta ad
attenuare i toni delle critiche rivolte alle autorità cinesi. A dividere è
soprattutto l'atteggiamento da assumere verso i Giochi olimpici in programma ad
agosto a Pechino. "L'unità dell'Unione europea in politica estera non si può misurare sul
fatto che qualcuno andrà e qualcuno no" alle Olimpiadi. Lo ha rivendicato
l'Alto Rappresentante per la Politica estera dell'Ue durante la conferenza stampa tenuta ieri sera al termine
della prima giornata di lavori del Consiglio informale Affari esteri a Brdo, in
Slovenia, ribadendo che lui andrà a Pechino. "La questione
importante - ha sottolineato Solana - è che insieme mandiamo tre messaggi alla
Cina: il primo è che ogni cultura va riconosciuta e rispettata; il secondo è
che devono finire le violenze in Tibet; il terzo è che tutto si deve risolvere
pacificamente". Alla riunione di Brdo l'Italia ha proposto di "aprire
oggi un dialogo forte con la Cina": lo ha riferito il sottosegretario agli
Esteri Famiano Crucianelli, conversando con i giornalisti. "L'Italia
sostiene l'ipotesi di inviare una presenza europea altamente qualificata a
Pechino per discutere con le autorità cinesi", ha detto Crucianelli.
"Al tempo stesso l'Italia chiede che il Dalai Lama venga a
Bruxelles". Secondo Crucianelli, il dialogo che si aperto tra i ministri
europei se partecipare o meno all'apertura dei Giochi olimpici "è
interessante, ma riguarda una cosa che succederà tra qualche mese. Il messaggio
di oggi deve essere invece di aprire subito un dialogo forte con la Cina,
perchè la vicenda Tibet richiede una risposta immediata". Commentando il
confronto svolto finora tra i ministri degli Esteri della Ue, Crucianelli ha
riferito che "il clima è di arrivare ad una posizione comune dell'Europa
che dovrà superare le singole posizioni. Dovrebbero esserci però le condizioni
- ha rilevato Crucianelli - per inviare un chiaro messaggio alla Cina: stop
alle violenze, rispetto delle minoranze, dialogo". Oggi si cercherà di
raggiungere una posizione comune, ma non sul boicottaggio della cerimonia
inaugurale dei Giochi di Pechino. Su questo, l'Europa continua a procedere in
ordine sparso. I 27 sono divisi sul boicottaggio. La Francia, con il presidente
Nicolas Sarkozy, guida il drappello dei Paesi più determinati a lanciare un
forte segnale alle autorità cinesi per il rispetto dei diritti umani e un
maggior dialogo con il Tibet. Il ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner
presenterà ai colleghi il testo di una dichiarazione che dovrebbe essere
adottata collegialmente entro oggi. Improbabile però che passi la linea più
dura. "Non credo che questo sia il momento giusto" per parlare del
boicottaggio della cerimonia di apertura dei Giochi olimpici, ha frenato il
ministro tedesco Frank-Walter Steinmeier, parlando con i giornalisti al suo
arrivo a Brdo. "Un boicottaggio non è di aiuto nè alla Cina nè alle
associazioni sportive". Steinmeier ha riferito che nè lui, nè la cancelliera
Angela Merkel e neppure il ministro degli Interni Schauble (che è anche
titolare per lo sport) hanno previsto "in ogni caso" di andare a
Pechino l'8 di agosto. "Non possiamo cancellare un appuntamento che non
abbiamo neppure previsto", ha detto. A fianco della Francia, si sono però
già espressi diversi altri esponenti europei. Il presidente della Repubblica
ceca Vaclav Klaus ha annunciato che diserterà la cerimonia di apertura dei
Giochi e lo stesso hanno fatto il premier polacco Donald Tusk, e il presidente
dell'Estonia Toomas Hendrik Ilves. Sul fronte contrario, i ministri esteri di
Spagna, Danimarca, Portogallo e Cipro che hanno dichiarato che si opporranno
all'ipotesi del boicottaggio. "Bisogna salvaguardare lo spirito
olimpico", spiega il ministro degli Esteri spagnolo Miguel Angel
Moratinos. La strada giusta è di premere sulla Cina per il rispetto dei diritti
umani, della diversità culturale del Tibet e per la promozione del dialogo,
tutti valori - ha sottolineato il ministro - che fanno parte dello spirito
olimpico. E dopo giorni di imbarazzante silenzio, parla George W.Bush. Al termine di un colloquio alla Casa Bianca con il
primo ministro australiano, Kevin Rudd, il presidente Usa ha riferito di aver
detto al collega cinese, Hu Jintao, che è interesse del suo governo
"sedersi al tavolo con i rappresentanti" del governo tibetano in
esilio.
( da "Giornale.it, Il" del 29-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
N. 76
del 2008-03-29 pagina 3 "Basta ambiguità con Usa e Israele e svolta in
Libano" di Redazione da Roma La missione in Libano Unifil deve essere
rivista perché non ha evitato il riarmo degli Hezbollah. Il rapporto con l'area
mediorientale deve essere riequilibrato a favore di Israele. È necessario un
riavvicinamento con gli Stati Uniti, anche alla luce del fatto che non esiste
più un blocco franco-tedesco di contrapposizione agli Usa. Il vicecoordinatore
di Forza Italia Fabrizio Cicchitto, il portavoce di An Andrea Ronchi, il
senatore azzurro Gaetano Quagliariello e la neo candidata del Pdl Fiamma
Nirenstein, firma del Giornale ed esperta in questioni mediorientali, hanno esposto ieri a Montecitorio le linee della politica estera del Popolo della
libertà: inversione di rotta rispetto alla prospettiva le governo Prodi e
conferma di alcuni dei capisaldi diplomatici che avevano caratterizzato il
governo Berlusconi e la gestione della Farnesina da parte di Gianfranco Fini
come ministro degli Esteri. Le considerazioni sono due: una di carattere
tecnico, che riguarda la missione in Libano, l'altra più politica,
in generale, sulle relazioni internazionali. "Il deliberato Onu - ha
spiegato Cicchitto a proposto dell'operazione Unifil, a cui partecipa l'Italia
- è stato aggirato perché in Libano c'è stato il riarmo di Hezbollah. La nostra
missione non ha fatto l'operazione di disarmo che andava fatta". Hezbollah
è riuscito a rifornirsi "di 40mila missili", ha sottolineato
Nirenstein. Modifica della missione Unifil in linea con nuove regole dell'Onu
ma anche cambio della posizione italiana nell'area mediterranea e mediorientale
in generale sono svolte necessarie per il Pdl: l'Italia "deve tornare ad essere
l'interlocutore credibile nell'area del Mediterraneo", ha osservato
Ronchi. Con Israele, secondo Nirenstein il ministro D'Alema ha sempre mantenuto
un rapporto "ambiguo". Come, con gli Usa, ha osservato invece
Quagliariello, l'idea di Prodi era quella di "un'Europa che dovesse
svilupparsi come polo alternativo agli Usa". Ma questa politica
"si è sbriciolata", con il cambio di rotta di Sarkozy e Merkel
rispetto ai predecessori Chirac-Schröder. © SOCIETà EUROPEA DI EDIZIONI SPA -
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( da "Corriere della Sera" del 29-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Corriere
della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-03-29 num: - pag: 15
categoria: REDAZIONALE Esteri Diritti Umani I 27 cercano una posizione di
compromesso Tibet, Europa divisa sui Giochi di Pechino Il tedesco Steinmeier:
"La Merkel non andrà" Miliband conferma la presenza di Brown alla
inaugurazione. Spagna, Portogallo e Svezia contro il boicottaggio DAL NOSTRO
INVIATO BRDO (Slovenia) - L'Unione europea si dimostra divisa sull'ipotesi
francese di boicottare i giochi olimpici di Pechino in segno di protesta per il
mancato rispetto dei diritti umani in Tibet. Ma il Consiglio informale dei
ministri degli Esteri, riunito dalla presidenza slovena di turno dell'Ue in un
centro congressi a Brdo vicino a Lubiana, è orientato a concordare sul caso
Cina una posizione comune di compromesso dei 27 Paesi membri. Ieri sera sono
circolate varie proposte, che verranno discusse oggi e il cui spirito sostanziale è stato sintetizzato da un appello lanciato dallo
spagnolo Javier Solana, responsabile della politica
estera e di sicurezza del Consiglio dei governi Ue.
Solana ha invitato Pechino a risolvere "pacificamente " i contrasti
Cina-Tibet partendo dal presupposto che l'Europa riconosce i diritti alla
diversità culturale dei tibetani e all'integrità territoriale dei cinesi.
Il ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner, dopo aver consultato
informalmente vari colleghi, ha attenuato l'ipotesi di un boicottaggio Ue delle
Olimpiadi di Pechino in agosto, ventilata dal suo presidente Nicolas Sarkozy e
appoggiata da diversi Paesi membri dell'Est. Il ministro degli Esteri
britannico David Miliband ha confermato l'intenzione del suo premier Gordon
Brown di presenziare all'inaugurazione dei giochi. La Germania ha assunto una
posizione intermedia tra quelle dei governi di Parigi e di Londra. Il ministro
degli Esteri tedesco Franz Walter Steinmeier ha segnalato che la Cancelliera
Angela Merkel non annullerà la sua presenza a Pechino perché il governo di
Berlino non ha in programma di presenziare alle Olimpiadi. I ministri degli
Esteri di Svezia, Spagna e Portogallo si sono espressi contro il boicottaggio
dei giochi. Lo spagnolo Miguel Angel Moratinos ha considerato l'evento sportivo
un'opportunità "per mettere in campo un dialogo politico" con la
Cina. Il responsabile della Farnesina Massimo D'Alema, che era rappresentato a
Brdo dal sottosegretario Famiano Crucianelli, considera essenziale l'unità
dell'Ue sul caso Tibet. "Il clima è di arrivare a una posizione comune
dell'Europa - ha detto Crucianelli - per inviare un chiaro messaggio alla Cina:
stop alle violenze, rispetto delle minoranze, dialogo ". Il Consiglio dei
ministri ha discusso di aperture al dialogo con la Siria. Kouchner ha aggiunto
di aver concordato con l'ex premier britannico Tony Blair, inviato in Medio
Oriente del quartetto Ue, Usa, Onu e Russia, la possibilità di dialogare con
Hamas, considerato finora dall'Ue un'organizzazione palestinese terroristica.
Ma Solana ha escluso ci siano stati cambiamenti nella posizione europea. I
ministri degli Esteri hanno valutato una accelerazione nel rinnovo dell'accordo
di partenariato con la Russia, resa possibile dal nuovo governo polacco, che
promette di superare i contrasti insanabili di quello precedente con Mosca.
Oggi i ministri Ue tenteranno di far incontrare a Brdo per la prima volta il
premier kosovaro Hashim Thaci con il ministro degli Esteri serbo Vuk Jeremic,
invitati entrambi a partecipare alla discussione sul Kosovo e sul futuro dei
Balcani. Ivo Caizzi Dialogo Il ministro degli Esteri britannico David Miliband
e il collega tedesco Frank-Walter Steinmeier (Ap). A sinistra, militari cinesi.
( da "Corriere della Sera" del 29-03-2008)
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categoria: REDAZIONALE Conto alla rovescia Il presidente del partito: "I
superdelegati scelgano il candidato. Prima lo fanno, meglio è" Hillary
sotto pressione: "Devi ritirarti" Il senatore Leahy: "Non ha
possibilità, meglio che appoggi Obama" Panico tra i democratici per la
guerra senza fine tra l'ex first lady e Barack: "Non possiamo trascinare
il duello fino a luglio" DAL NOSTRO CORRISPONDENTE WASHINGTON - Giunti a
dieci primarie dalla fine, per soffiare la nomination democratica a Barack
Obama, Hillary Clinton dovrebbe sfidare e smentire l'infallibile prima legge di
Murphy: "Se una cosa può andar male, lo farà". Troppi sono infatti i
miracoli politici e numerici necessari, non ultimo un'impossibile media del 56
per cento dei voti in tutte le gare che rimangono, perché sia l'ex first-lady a
duellare con il repubblicano John McCain in novembre. Detto altrimenti, la
corsa all'investitura progressista per la Casa Bianca è già finita e non è
stata Hillary a vincerla. Ma fino a ieri, nessuno nel partito democratico aveva
avuto il coraggio di dirlo apertamente. C'è voluto un senatore del Vermont,
Patrick Leahy, per gridare che il re è nudo: "Il senatore Clinton non ha
alcuna possibilità di vincere la nomination: dovrebbe ritirarsi e appoggiare
Barack Obama". è una prima storica. Nessun leader democratico aveva mai
detto a un candidato di farsi da parte. E ciò dà la misura del panico che la
guerra senza fine tra Hillary e Obama suscita in un partito lacerato e non più
sicuro della vittoria, che tutto, dall'economia alla politica estera, sembrava predirgli. Se
n'è reso conto anche il presidente, Howard Dean, che ieri è intervenuto a
raffica su radio e televisioni per invitare i duellanti a calmare i toni della
polemica, ma soprattutto per sollecitare i circa 350 "Superdelegates
", i vip democratici delegati di diritto alla convenzione di Denver,
che non l'hanno ancora fatto, a scegliere pubblicamente entro il primo luglio
tra Clinton e Obama: "Prima lo fanno, meglio è. Non dobbiamo trascinare
questo duello fino alla convention ", ha detto Dean. Nel conto
complessivo, Obama ha un vantaggio di circa 140 delegati su Hillary, ha vinto
in 28 Stati contro i 16 di lei e ha ottenuto oltre 700 mila voti in più. Fuori
dalle file democratiche, dove il mito dei Clinton è ancora forte e l'uscita di
Leahy, per quanto condivisa dai più, è considerata un atto di lesa maestà, la
discussione sull'opportunità che Hillary si faccia da parte è diventata il tormentone
del dibattito politico. Aperto da un articolo di Politico, uno dei blog più
influenti di Washington, il tam-tam rimbalza su editoriali e talk-show.
Parafrasando il titolo del libro di Barack Obama, David Brooks, sul New York
Times, ha scritto che Clinton "possiede l'audacia della disperazione
". E Nicholas Kristof, sullo stesso quotidiano, ha ammonito Hillary dal
rischio di diventare il Ralph Nader del 2008, evocando il candidato
indipendente che nel 2000 spaccò il voto ecologista e impedì di fatto la
vittoria di Al Gore su George W. Bush. Saprà recepire
il messaggio, l'ex first lady? No, dice l'opinionista conservatrice Peggy
Noonan, secondo cui "Hillary non può vincere la nomination, ma non sa
ammettere di poter perdere, perché i Clinton non perdono". E a giudicare
dalla reazione dell'interessata, nulla sembra predire un imminente getto della
spugna: "La cosa che più spesso la gente mi ripete è di non cedere, di
continuare questa battaglia. Mi fa bene, perché è proprio ciò che ho intenzione
di fare", ha ripetuto ieri Clinton. Mentre un gruppo di suoi finanziatori
ha scritto una lettera quasi intimidatoria alla speaker della Camera, Nancy
Pelosi, accusata di voler favorire Obama, solo per aver detto che i
Superdelegati dovrebbero rispettare la volontà degli elettori. Intanto nelle
prossime primarie, il 22 aprile in Pennsylvania, è considerata lei la favorita,
benché ieri Obama abbia ottenuto l'endorsement del popolare senatore dello
Stato Bob Casey, che potrebbe rivelarsi prezioso. Così, vista la determinazione
a proseguire il duello almeno fino al 3 giugno, data delle ultime primarie, la
domanda diventa: quand'è che Hillary si accorgerà di essere una "dead
woman walking", una morta che cammina? Se l'è posta la rivista online
Slate, lanciando un "Hillary Deathwatch", un "orologio della
morte" dove ogni giorno vengono fissate le sue chance di sopravvivenza. Ha
cominciato con un 12 per cento d'incoraggiamento. Chi male incomincia... Paolo
Valentino.
( da "Corriere della Sera" del 29-03-2008)
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num: - pag: 17 categoria: REDAZIONALE Sciiti contro sciiti Iraq, slitta
l'ultimatum per Moqtada Sadr Bush: "Fase cruciale" Le incursioni dei caccia Usa a
Bassora, Nassiriya conquistata dai miliziani di Moqtada Sadr, il premier Nouri
Maliki che sposta l'ultimatum contro l'Esercito del Mahdi di Moqtada Sadr:
i miliziani avranno tempo fino all'8 aprile per deporre le armi. Segno che
l'operazione delle truppe irachene (30.000 uomini) nel Sud del Paese - costata
almeno 100 morti - incontra molte difficoltà. Sul piano militare e politico.
L'intervento dell'aviazione Usa, richiesto dalle autorità locali, è un altro
indicatore preoccupante. Parla il presidente George Bush:
"L'Iraq è a un passaggio decisivo". Iracheni contro iracheni, sciiti
contro sciiti. Il coinvolgimento degli Alleati rischia di allargare la crisi,
mettendo in discussione i risultati del "surge" (l'aumento delle
forze Usa) e la riduzione delle violenze in gran parte del Paese. Moqtada
potrebbe annullare la tregua dell'agosto scorso e riprendere gli attacchi
contro la coalizione e contro i sunniti riaccendendo la catena delle
rappresaglie. Elicotteri Usa hanno effettuato raid a Sadr City, roccaforte
dell'Esercito del Mahdi. Scontri a Kut e Hilla. Coprifuoco a Bassora come a
Bagdad. Non rispettato. Presa di mira anche la Green Zone, dove un proiettile è
caduto nella residenza del vice presidente Tariq Hashimi uccidendo una guardia.
A Nassiriya, l'ex "città degli italiani", da martedì ci sono stati 15
morti, 7 civili. Ieri in serata il centro sembrava nelle mani dei miliziani del
Mahdi. L'esercito regolare (200 mila uomini) è controllato/infiltrato dalle
milizie Badr del Supremo Consiglio Islamico, il partito filo-governativo sciita
di Abdelaziz Hakim. L'operazione contro "i fuorilegge" di Bassora si
prefiggeva di riportare sotto controllo governativo la seconda città del Paese
- snodo cruciale per il petrolio - che da anni vede gruppi rivali in lotta per
il potere. L'obiettivo ultimo sembra essere l'Esercito del Mahdi. Da puntello
del premier Maliki, Moqtada ne è diventato il principale nemico, anche se non
dichiarato. Suo e degli Hakim. Ma Sadr tiene ancora le redini del maggior
partito in Parlamento. E ha un forte seguito tra gli strati più bassi della
popolazione. Illusorio pensare di batterlo militarmente. Illusorio e
pericoloso: questa resa dei conti rischia di bucare la sottile "bolla
d'aria" che ha permesso qualche miglioramento nella vita degli iracheni.
M.Fa. L'ex città degli italiani Il centro di Nassiriya sarebbe sotto il
controllo dei miliziani ribelli.
( da "Avvenire" del 29-03-2008)
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CRONACA
29-03-2008 Politica estera, è ancora scontro DA ROMA L a politica
estera del governo e la missione in Libano tornano
nel mirino del centrodestra. In una conferenza stampa il Pdl critica duramente
l'atteggiamento assunto in materia dal governo Prodi e in particolare dal
ministro degli Esteri Massimo D'Alema, cui si è contestato di aver "squalificato
l'Italia", "rovesciato completamente la politica
del Governo Berlusconi", mantenendo "un atteggiamento ambiguo",
soprattutto in Medio oriente. E vanno "seriamente riviste" le
relazioni dell'Italia con gli Usa, anche alla luce della caduta dell'asse
francotedesco in contrapposizione a Washington. Obiettivi che sembrano
rieccheggiare l'annuncio dato qualche tempo fa dall'ex ministro della Difesa
Antonio Martino del ritiro dei nostri soldati dal Libano e di inviare in Iraq
addestratori militari. Parole che avevano creato molte po- lemiche tanto che
Silvio Berlusconi aveva corretto il tiro, sostenendo che i militari italiani resteranno in Libano, ma con nuove regole di ingaggio. È
Fiamma Nirenstein a contestare alla Farnesina "l'errore di considerare il
conflitto in Medio Oriente come un qualsiasi conflitto territoriale". E a
D'Alema la "posizione complessivamente filoaraba " e
l'accondiscendenza a trattare con Hezbollah, "un fronte terrorista che è
diventato un vero e proprio esercito che non ha neanche più bisogno di mandare
i kamikaze perché lancia i missili da oltre confine". A scapito di
Israele, "trattato in maniera profondamente ingiusta in questi anni".
E Fabrizio Cicchitto aggiunge: "La nostra missione ha svolto un ruolo
positivo di interposizione, ma il deliberato dell'Onu è stato aggirato perché
in Libano non sono state controllate le frontiere con la Siria e ciò ha reso
possibile il riarmo di Hezbollah". Insorge il centrosinistra. "Dispiace
che una donna intelligente e di valore come Nirenstein abbia formulato giudizi
così avventati e spesso errati sulla politica estera
del governo Prodi", afferma Lapo Pistelli del Pd. "Il partito di
Berlusconi si inchina nuovamente alla politica Usa che
ha fatto dello scenario internazionale un'area di sanguinosi conflitti"
mentre "D'A- lema ha avuto un atteggiamento equilibrato nei confronti
della questione israelo-palestinese e ha avuto il merito di farsi protagonista
della missione in Libano", sostiene Manuela Palermi della Sinistra
arcobaleno. (Pa.Co.) Nirenstein (Pdl): "Con D'Alema squalificati
all'estero e filoarabi". Pistelli (Pd): "Giudizi errati Così ci si
inchina nuovamente alla politica degli Stati
Uniti".
( da "Avvenire" del 29-03-2008)
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MONDO
29-03-
( da "Mattino, Il (Nazionale)" del 29-03-2008)
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Nuovo
appello del Dalai Lama: "Dialoghiamo" BENIAMINO NATALE Pechino. Dopo
gli appelli contro la violenza, il Dalai Lama tenta di stabilire un ponte con
Pechino per risolvere la crisi: il leader spirituale ha chiesto al governo
cinese di aprire un dialogo significativo per trovare una soluzione pacifica.
"Persino in queste circostanze - dice il Dalai Lama - ho manifestato alle
autorità cinesi la mia volontà di collaborare per riportare pace e stabilità in
Tibet. Invito la dirigenza cinese a fare uso di saggezza e a intraprendere un
dialogo significativo con il popolo tibetano per contribuire alla stabilità e
all'armonia nella Repubblica Popolare, e per evitare di creare spaccature tra
le differenti nazionalità". La risposta cinese, per ora, è una nuova
accusa al Dalai Lama di orchestrare le proteste e i disordini in corso nella
regione himalayana e in altre province dove vivono comunità di origini
tibetane. A Lhasa è arrivata da Pechino la delegazione di diplomatici stranieri
cui, per la prima volta dallo scoppio dei disordini, il regime cinese ha
permesso di entrare in Tibet. Si tratta di una visita organizzata dalle
autorità della Repubblica Popolare dietro le pressioni della comunità
internazionale affinché fosse consentito a osservatori neutrali di verificare
che cosa stia accadendo nella regione himalayana. I ministri degli esteri
dell'Unione europea, riuniti a Brdo (in Slovenia), sono determinati a superare
le divisioni e ad inviare a Pechino un messaggio chiaro ed univoco. Divisi sul
boicottaggio della cerimonia di apertura delle Olimpiadi, ma uniti sulla
necessità di lavorare per favorire, anche con pressioni, il dialogo tra la Cina
e il Tibet: nella prima giornata del consiglio informale esteri della Ue, lo
scambio di vedute ha registrato dichiarazioni in ordine sparso sulla
partecipazione alla cerimonia inaugurale dei giochi olimpici l'8 agosto a
Pechino. "Nè io nè il cancelliere Merkel nè il ministro dello sport
parteciperemo", ha fatto sapere il ministro degli esteri tedesco
Frank-Walter Steinmeier, pur precisando che la decisione non è legata agli
sviluppi in Tibet. "Il primo ministro britannico sarà presente alla
cerimonia", ha invece riferito il ministro degli esteri britannico David
Miliband. E mentre Polonia, Repubblica ceca ed Estonia hanno confermato
l'intenzione di boicottare la cerimonia di apertura, Spagna, Portogallo e
Svezia hanno sottolineato la necessità di rispettare lo spirito olimpico.
"Non ho mai pensato che i boicottaggi siano uno
strumento particolarmente efficace in politica estera", ha detto il ministro degli Esteri svedese Carl Bildt. Per
uscire dall'impasse, la presidenza slovena di turno della Ue ha deviato il
confronto. "Quello che è importante è sostenere lo sviluppo di un dialogo
tra autorità cinesi e rappresentanti dei tibetani - ha detto il ministro degli
esteri sloveno Dimitrij Rupell - Sono fiducioso che domani avremo una
posizione comune". Il ministro francese Bernard Kouchner, il cui paese è
favorevole a considerare l'ipotesi del boicottaggio, ha ammorbidito le pretese.
"La posizione della Germania non è quella della Gran Bretagna, ma bisogna
trovare la forza di arrivare ad una posizione congiunta perchè è questo che può
aiutare la Cina e il Tibet" ha detto Kouchner. Nella dichiarazione che i
ministri dovrebbero adottare oggi l'ipotesi del boicottaggio non è neppure
ventilata. Protesta a Budapest degli esuli tibetani A sinistra, il premier Al
Maliki In alto, soldati dell'esercito iracheno prigionieri dei ribelli.
( da "Repubblica, La" del 30-03-2008)
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Cronaca L'attesa
Expo 2015, Milano al rush finale Domani la decisione. Sfida all'ultimo voto,
timori per i "franchi tiratori" Sulla carta 10-20 preferenze in più.
Ma Smirne ironizza: noi offriamo kebab, non mozzarella RODOLFO SALA DAL NOSTRO
INVIATO PARIGI - Rien ne va plus, domani Milano si gioca il tutto per tutto. In
palio c'è l'edizione del 2015 dell'Expo, i rivali da battere sono i turchi di
Smirne. Verdetto nel tardo pomeriggio, e lo daranno i 152 delegati del Bureau
internazional des espositions riuniti al Palais des Congrés per assistere
all'ultima presentazione dei due progetti e quindi infilare la scheda, segreta,
nell'urna. Vince chi prende anche un solo voto più dell'altro. Attesa al
cardiopalma, anche se gli ultimi pronostici assegnerebbero a Milano un vantaggio
tra i dieci e i venti voti. Un bel pezzo della città che conta è già accorso
nella capitale francese. A cominciare da Letizia Moratti, la prima a lanciare
due anni fa l'idea di risollevare le sorti di Milano grazie a un grande evento
internazionale. Idea condivisa dal presidente della Regione Roberto Formigoni e
quello della Provincia Filippo Penati. Ma soprattutto dal governo, che domani
sarà rappresentato dal premier Romano Prodi e dai ministri Massimo D'Alema ed
Emma Bonino. Gioco di squadra, tutti impegnati a portare a casa il risultato
per il "sistema Paese". La Moratti dribbla il pronostico: "Nulla
è scontato, si combatte fino all'ultimo". Ma c'è chi sparge ottimismo a
manciate. Su tutti, Formigoni: "Continuo ad accarezzare il mio pronostico,
che tengo gelosamente in tasca". La miriade di contatti avviata dalla
squadra bipartisan per l'Expo dovrebbe aver assicurato a Milano la quasi
totalità dei consensi dei delegati africani e dell'America Latina. Ma, Cuba,
che aveva promesso il suo voto all'Italia, ora pare averci ripensato:
preferirebbe che l'Expo del 2015 non si tenesse in Europa, in segno di
ritorsione contro la Ue che insiste sul rispetto dei diritti umani negati dal
regime castrista. Un altro esempio a dimostrare che le ragioni della geopolitica alla fine potrebbero contare più della qualità dei
due progetti presentati. In Europa sono favorevoli alla candidatura italiana
Francia, Gran Bretagna e Spagna. Consensi "trasversali", come insiste
il sindaco, arriverebbero dall'area dei Caraibi e dai Paesi arabi. Stanno con
Smirne, invece, la Germania (qui conta la fortissima presenza di immigrazione
turca), Israele e Grecia. Stati piccoli e grandi, ma pesano tutti nello stesso
modo: ogni delegazione esprime infatti un solo voto. A frenare un po' gli
entusiasmi ci pensa Bobo Craxi, il sottosegretario che per la Farnesina si è
occupato direttamente di Expo: "è peggio dell'elezione
del nostro presidente della Repubblica: in politica sai da che parte arrivano i franchi tiratori, in questo caso
no". Ma poi aggiunge: "Se dovessimo vincere, sarà grazie alla politica estera di questo governo: a
differenza di quello precedente non siamo sdraiati su Bush e questo ha indotto diversi Paesi a scegliere Milano".
Neppure Emma Bonino si sbilancia troppo, e a chi le chiede se si senta
ottimista risponde così: "Diciamo determinata, ma incrocio le dita".
In questi giorni c'è stata qualche scintilla tra i due sindaci protagonisti. I
turchi hanno cavalcato alla grande il caso della mozzarella alla diossina, sottolineando
che il tema dell'Expo milanese riguarda proprio l'alimentazione del pianeta
(loro puntano sulla Salute). Per dire: ieri c'è stata la cena offerta da Smirne
ai delegati Bie, e il sindaco della città ha voluto precisare con un sorriso
perfido che il menu, a base di kebab, non contemplava mozzarella. Pronta la
replica della Moratti: "Una caduta di stile".
( da "Repubblica, La" del 30-03-2008)
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La
candidata: vogliono il mio ritiro perché posso vincere. Obama: politica estera come Bush senior e
Kennedy Hillary si affida alla figlia Chelsea "Alla Casa Bianca più brava
di papà" La Clinton: sì a colloqui "limitati" con Hamas e
Hezbollah. E apre agli iraniani ARTURO ZAMPAGLIONE NEW YORK - "Se Hillary
Clinton diventasse presidente sarebbe più brava del marito Bill?", chiede
un giovane durante una manifestazione elettorale in un ospedale di Allentown,
in Pennsylvania. A rispondere non è un analista politico o un commentatore
televisivo: no, la domanda è posta a Chelsea Clinton, figlia ventottenne
dell'ex presidente, che è lì per illustrare la riforma sanitaria della madre e
soprattutto per raccogliere voti. La ragazza arrossisce. Nei suoi occhi si
legge lo stesso sgomento dei bambini cui si domanda se vogliono più bene al
papà o alla mamma. Poi Chelsea si butta: "Niente è scontato - dice - ma
con l'aiuto degli elettori della Pennsylvania diventerà presidente e, secondo
me, sarà più brava lei". Il pubblico ride e applaude. E anche papà Bill,
che è nella Carolina del Nord per un altro appuntamento elettorale, fa sapere
che è d'accordo e non si offende. "Rispetto a me, che non avevo alcuna
esperienza - spiega - Hillary ha imparato molte cose dalla lunga permanenza
alla Casa Bianca". La risposta di Chelsea alleggerisce per un istante il
clima politico. Giornalisti ed esperti mostrano apprezzamento per la abilità
della ragazza, che viene mandata sempre più spesso nei campus universitari (ne
ha visitati 70) per contrastare la predominanza dei sostenitori di Barack Obama
e che già la settimana scorsa aveva dato prova di sapersela cavare bene. Uno
studente dell'Indiana le aveva chiesto se la credibilità di Hillary fosse stata
scalfita dalla vicenda di Monica Lewinsky e Chelsea, senza scomporsi, gli aveva
risposto con altrettanta faccia tosta: "Non sono affari tuoi". Ma al
di là delle parentesi spiritose, il duello Hillary-Obama si inasprisce e nulla
fa pensare che possa concludersi presto, accentuando così le preoccupazioni di
molti democratici che temono che ad avvantaggiarsi della rissa finisca per
essere il repubblicano John McCain. E per evitare il pericolo di una sconfitta
nelle elezioni di novembre per la Casa Bianca, alcuni senatori democratici (e
sostenitori di Obama), come Patrick Leahy e Chris Dodds, invitano la Clinton a
gettare la spugna. "Ha avuto meno voti e delegati di Obama",
spiegano. Hillary, al ritiro, non ci pensa per niente: "Ci sono milioni di
ragioni per restare in pista". Il riferimento è ai milioni di elettori che
devono ancora votare in Pennsylvania in 22 aprile, e poi in Indiana e nella
Carolina del Nord il 6 maggio. "Questa battaglia così animata fa bene al
partito - aggiunge - e rafforzerà il vincitore". E ancora: "Mi
chiedono di farmi da parte - dice - perché sanno che posso vincere". Il
marito Bill le dà ragione e invita i democratici a "restare calmi".
Intanto il politologo Larry Sabato, dell'Università della Virginia, ricorda che
non si è mai visto un candidato ritirarsi sull'onda del successo. E Hillary non
solo è reduce dai successi in Texas e in Ohio, ma è favorita nei sondaggi in
Pennsylvania, Kentucky e West Virginia. Così la battaglia continua su tutti i
fronti, a cominciare dalla politica estera. Ieri, in
alcune dichiarazioni ai media israeliani, la Clinton si è detta aperta alla
possibilità di colloqui "limitati" con Hamas e Hezbollah e di
"basso livello" con gli iraniani. Ha anche accusato George W. Bush di essersi "lavato le mani" sul conflitto
israelo-palestinese. Intanto Obama, dopo un insolito elogio di Ronald Reagan, ha spiegato che le sue scelte di politica
estera si ispireranno alla tradizione di John F.
Kennedy e al realismo politico bipartisan di George Bush senior. Poi ha anche ammesso che la presenza delle truppe
americane in Iraq "ha permesso di ridurre la violenza". Ma dal punto
di vista economico, il perdurare del conflitto "ha dei costi
insostenibili".
( da "Corriere della Sera" del 30-03-2008)
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Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Prima Pagina - data: 2008-03-30
num: - pag: 1 autore: di PAOLO VALENTINO categoria: REDAZIONALE Obama e la politica
estera "Seguirò Bush
padre e Reagan" Obama dà i voti ai presidenti: bene Reagan e Bush
padre. A PAG. 11.
( da "Corriere della Sera" del 30-03-2008)
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Corriere
della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-03-30 num: - pag: 11
categoria: REDAZIONALE Relazioni internazionali Il senatore nero promette una
nuova politica estera bipartisan e rende omaggio a
John Kennedy Obama dà i voti: bene Reagan e Bush
senior "George W. è un ingenuo, McCain lo ha facilitato, Hillary
prigioniera della stessa logica" # Obama ha parlato nella prima tappa di
un tour di sei giorni in Pennsylvania, dove si voterà il 22 aprile WASHINGTON -
La rivoluzione di Barack Obama? Nelle relazioni internazionali, sarà in realtà
una restaurazione moderata e pragmatica. "La verità - ipse dixit - è che
la mia politica estera è in sostanza un ritorno alla
tradizionale e realistica linea bipartisan di George Bush
padre, di John F. Kennedy e in qualche modo di Ronald Reagan". Il fronte di
una nuova polemica nel campo democratico è virtualmente aperto. Mentre il
repubblicano John McCain mette in pista il "road show" dell'eroe
americano, con lo sguardo già rivolto alla contesa di novembre, l'uscita di
Obama è sicuramente destinata a urticare l'ipersensibile campagna di Hillary
Clinton, suscitandone reazioni risentite e contrattacchi al veleno. Barack ha
sfoderato la nuova provocazione a Greensburg, prima tappa del suo tour di 6
giorni in Pennsylvania, dove si vota il 22 aprile e dove Hillary Clinton appare
lanciata verso una vittoria, indispensabile a tenerne in vita la candidatura.
Obama ha tessuto le lodi di George Bush padre per il
modo in cui seppe gestire la Guerra del Golfo contro Saddam Hussein, tenendo
insieme una larga coalizione con i Paesi arabi e l'Unione Sovietica. Quel
conflitto, ha ricordato il senatore dell'Illinois, costò 20 miliardi di dollari
(contro i 1000 miliardi stimati per la guerra attuale) e rafforzò gli Stati
Uniti che non misero a repentaglio i propri interessi nazionali. Per contro,
Barack ha definito "ingenuo" l'attuale presidente, accusando
"John McCain e purtroppo alcuni democratici di aver facilitato le sue
azioni, che hanno causato tanto danno alla nostra reputazione nel mondo ".
Aggiungendo dinamite all'ordigno, Barack ha anche coinvolto Hillary nelle sue
accuse: "Credo che Hillary capisca il fallimento della politica
di George W. Bush, ma sotto molti aspetti è rimasta
prigioniera della stessa logica che l'ha portata a votare in favore della
guerra in Iraq: dopo l'11 settembre, la saggezza convenzionale è stata che per
sembrare determinati in politica estera, bisognava
votare e agire come i repubblicani. Hillary, come Bush
e McCain, ha detto che non bisogna parlare con i leader di Paesi come
l'Iran". Tornando sull'ispirazione bipartisan della sua politica,
Obama ha detto che "esiste una storia di democratici e repubblicani, che
capiscono l'importanza di usare il nostro potere diplomatico ed economico, ciò
che nel tempo ci fa influenti e ci rende più sicuri". è soprattutto il
riferimento a Ronald Reagan quello potenzialmente più controverso. Già in
gennaio, il senatore afro-americano era incorso nel tiro incrociato di Hillary
e di John Edwards, per aver detto che Reagan aveva "cambiato la direzione
della politica americana" facendo dei
repubblicani "il partito delle idee e del cambiamento per oltre un
decennio". In uno dei dibattiti più infuocati tra i candidati democratici,
Clinton era insorta accusando Obama di voler difendere un presidente le cui
idee "erano pessime per l'America" e ricordando che lei le aveva
combattute. Ma il punto era stato di Barack, che aveva indicato Reagan come
esempio di presidente in grado di ispirare il Paese, una verità evidente, senza
per questo difenderne le politiche. Quanto alla politica
estera, il bilancio finale di Reagan (gli accordi sul disarmo e il
crollo dell'Urss) trovò paradossalmente più lodi nel campo democratico che in
quello repubblicano, dove la destra lo accusò di aver ceduto al fascino
pacifista. Paolo Valentino Kennedy John Fitzgerald Kennedy, democratico,
presidente Usa dal 1961 al '63, quando fu assassinato. Obama (a sinistra) è
stato più volte paragonato a lui Reagan Ronald Reagan, repubblicano, presidente
dal 1981 al 1989. Già in gennaio, Obama era stato criticato
da Hillary per averlo elogiato Bush padre George H. W. Bush, repubblicano, presidente dall'89 al '93. Obama dice di ammirare
le sue scelte in politica estera ma non quelle del figlio George W. DAL NOSTRO CORRISPONDENTE.
( da "Corriere della Sera" del 30-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Corriere
della Sera - NAZIONALE - sezione: Due Minuti - data: 2008-03-30 num: - pag: 64
categoria: BREVI Notizie in 2 minuti Primo Piano Lite Berlusconi-Lega
Berlusconi apre sul voto agli immigrati, ma la Lega reagisce: no, questione
chiusa. Pier Ferdinando Casini contro il Popolo della libertà: strumentalizzata
la Chiesa. Cinesi senza mozzarelle La psicosi-mozzarella continua in Oriente
nonostante le rassicurazioni venute ieri dalle autorità italiane e soprattutto
dalla Ue. La Cina ha bloccato le importazioni di mozzarella di bufala campana.
Provvedimento analogo a Singapore. Alitalia lascia Malpensa Con l'orario
estivo, Alitalia lascia Malpensa: cancellati il 70% dei voli della compagnia di
bandiera in partenza dallo scalo lombardo. Focus Le banche del tempo In Italia
sono almeno 200, con oltre 20 mila soci, il 60% donne. Sono le Banche del
tempo, dove ciascuno "baratta" ore della propria vita con ore della
vita di altri, ciascuno mettendo a disposizione ciò che sa fare: baby sitting
in cambio di lezioni di arabo, abilità culinarie contro interventi
sull'impianto elettrico di casa. Esteri Elezioni in Zimbabwe Si sono chiuse le
urne in Zimbabwe, domani i risultati. Ma già l'opposizione a Mugabe denuncia
brogli, mentre l'anziano dittatore ha vietato ogni protesta. Intanto il Paese
africano è al collasso, con l'inflazione al 100.000%. Obama
e la politica estera I
modelli di Barack Obama in politica estera? Bush senior
(che si oppose all'invasione irachena del Kuwait) e Reagan, che schiantò
economicamente l'Urss. Lo ha detto lo stesso candidato democratico alla Casa
Bianca. Cronache Expo, domani si decide Lobby in azione e battaglia all'ultimo
voto tra Milano e Smirne per sapere quale città ospiterà l'Esposizione
mondiale del 2015. Domani, a Parigi, decideranno i 154 delegati del Bureau
International d'Expositions. Islam prima religione Il Vaticano, nell'Annuario pontificio,
lo ha ammesso ufficialmente per la prima volta: i cattolici hanno ceduto la
prima posizione ai musulmani nel mondo. Nel globo ci sono un miliardo e 322
milioni di musulmani (il 19,2% della popolazione mondiale) e un miliardo e 130
milioni di cattolici (17,4%). Economia Luce e gas, nuovi rincari La corsa dei
prezzi delle bollette della luce e del gas, spinti dal caro-greggio subisce
un'altra accelerazione. L'Autorità per l'energia ha reso noto che da martedì
primo aprile le tariffe registreranno un rialzo del 4,1% per l'elettricità e
del 4,2% per il metano. Per una famiglia media l'aggravio annuale sarà di 58
euro. Cultura Le memorie di Ana Incontro con il poeta Marcos Ana, 88 anni,
comunista, che fu rinchiuso per 19 anni nelle carceri franchiste. La sua vita
diventerà un film diretto da Pedro Almodovar. "Uscire di prigione fu come
rinascere, ero un neonato di 41 anni che dovette riadattarsi, con dolore, alla
vita ". Spettacoli Psicoserial Arriva dagli Usa in Italia In Treatment, il
serial tv dove ogni episodio è una seduta di psicanalisi in cui lo spettatore
"spia" l'inconscio del personaggio disteso sul lettino dell'analista.
Niente azione, solo parole. Sport Roma e Inter, tutto uguale Pareggio
dell'Inter a Roma contro la Lazio (1-1), identico risultato dei giallorossi a
Cagliari. Dopo gli anticipi, in testa alla classifica di serie A nulla cambia:
nerazzurri sempre a più 4.
( da "Messaggero, Il" del 30-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
O
positivo che l'analogo caso della aviaria a suo tempo non ebbe: la finalmente
maturata consapevolezza che il comparto agroalimentare è un pezzo decisivo
dell'economia italiana. La reazione alla "bufala" delle bufale da
parte del mondo politico - considerato che la campagna elettorale avrebbe
potuto favorire un atteggiamento populista del tipo "adesso indagheremo e
colpiremo che intossica gli italiani" - e l'attenzione senza precedenti
data alla Confagricoltura e alla sua mega convention di Taormina, a conferma
che gli agguerriti imprenditori agricoli capitanati da Federico Vecchioni sono
diventati interlocutori di serie A non di meno che i loro colleghi di
Confindustria, stanno a testimoniare come l'oblio in cui il mondo agricolo è
stato lasciato in questi anni può dirsi una volta per tutte archiviato. A
Taormina, il "no" di Vecchioni alla sottocultura di origine
sessantottina che identifica l'agricoltura italiana solo col
"piccolo" (slow food, biologico, prodotti di nicchia), è stato
unanimemente condiviso, dalla politica ai banchieri
(significativo l'intervento di Salza), dal mondo delle "altre" imprese
a quello culturale. E la cosa è tanto più importante perchè quella visione
bonsai si è letteralmente frantumata di fronte al boom dei prezzi delle materie
agricole registrato negli ultimi mesi, come testimonia il +77% del frumento. Le
cause? Molteplici: il maltempo che ha colpito gli "stati granaio"
come Usa e Canada; l'incremento a dir poco eccezionale della domanda
proveniente dall'Asia; il riposizionamento dei grandi investitori
internazionali che, dopo le batoste subite nel subprime e nei derivati, adesso
scommettono sulle commodities agricole. A gettare benzina sui prezzi è stata
poi anche l'idea dei biocarburanti: ossessionati dal caro-petrolio, ci siamo
lasciati andare all'idea che biodiesel e colza fossero il rimedio a tutti i
mali. Così una fetta importante delle produzioni cerealicole europee è stata
trasferita a questo settore. Col risultato che adesso tocca correre ai ripari,
e l'obiettivo Ue di far salire dal 2 % al 10% entro il
( da "Avvenire" del 30-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA
POLITICA 30-03-2008 UN TENTATIVO CHE LE ELEZIONI ANTICIPATE HANNO
AFFRETTATO Allestire un'agenda bipartisan. Una politica estera oltre
il voto VITTORIO E. PARSI C ome si è già sottolineato, la politica
estera è la grande assente della campagna elettorale
2008.
Cosa per alcuni versi ancor più deprecabile, le questioni che agitano lo
scenario internazionale faticano a trovare spazio anche nel dibattito
giornalistico e mediatico, che appare ben lontano da quella capacità di 'fare
l'agenda' della comunicazione politica tanto spesso, e
tanto a vanvera, evocato nei convegni per addetti ai lavori. Quasi a voler
sfidare il presente e un po' misero Zeitgeist, a metà della scorsa settimana il
ministro degli Affari Esteri Massimo D'Alema ha presentato il 'Rapporto 2020.
Le scelte di politica estera'. Si tratta del primo
documento del genere mai realizzato nel nostro Paese, sulla scia delle esperienze
più o meno recenti o consolidate di Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti. La
redazione del documento, un centinaio di pagine, è stata coordinata da Marta
Dassù consigliere del ministro e dall'ambasciatore Maurizio Massari,
responsabile dell''Unità di analisi e programmazione' della Farnesina. Si
tratta di un Rapporto orientato a dare respiro alle scelte della politica estera italiana, sottraendole sia dalla monotona
ripetitività dei dogmi validi per il tranquillo passato (parafrasando il
Discorso sullo stato dell'Unione pronunciato da Abramo Lincoln agli albori
della Guerra civile), sia al 'novitismo' e alla furia della polemica politica quotidiana. In altre parole, una dettagliata
analisi dei dossier più importanti sullo scacchiere internazionale, con il
ruolo che l'Italia potrà strategicamente giocare, senza scendere nelle scelte
'politiche' immediate. Per meglio raggiungere e sottolineare uno scopo così
impegnativo, all'elaborazione del documento sono stati chiamati a collaborare
un'ottantina di esperti provenienti dalla diplomazia e dalle Forze Armate, dai
Servizi e dal mondo produttivo, dalle università e dai media, raccolti in un
'Gruppo di riflessione strategica'. La crisi di governo ha sforbiciato le
settimane a disposizione, costringendo alla produzione di un documento più
sintetico di quanto si sarebbe voluto. Può darsi che alla fine ciò abbia
giovato alla compattezza e alla fruibilità del Rapporto, che nell'ambizione di
committente ed estensori dovrebbe sopravvivere ai possibili cambi e ricambi di
maggioranze e classi politiche di qui alla scadenza indicata nelle analisi
proposte (il 2020). Va d'altronde dato merito al ministro D'Alema di essere
riuscito a condurre una politica estera coerente ed
efficace (al di là del fatto che si condividano appieno tutte le decisioni),
nonostante una maggioranza che, proprio sulla politica estera,
era quanto mai disomogenea e fragile. Conoscendo l'irresistibile attrazione per
l'ironia (quando non per il sarcasmo) del titolare della Farnesina, verrebbe
quasi da pensare che questi si sia voluto prendere una duratura rivincita verso
quei settori della maggioranza che più di una volta avevano cercato di metterlo
in difficoltà pur di compiacere il proprio elettorato. Lo sforzo è quello di
produrre in prospettiva delle linee guida bipartisan, dove il termine
bipartisan, in realtà, significa apartitico, e rispetto alla politica
estera delinea una serie di posizioni che possono essere largamente
condivisibili, e coerenti con chi non nutra aspirazioni 'revisioniste'. In questo
senso, il concetto consente di individuare un 'interesse nazionale', che non
deriva deterministicamente da un quadro immutabile di circostanze date o dalla
sclerotizzazione degli interessi particolari, ma che è invece frutto della
triangolazione tra il gioco politico democratico interno, le istituzioni che lo
rendono possibile e il mutabile quadro della situazione internazionale.
( da "Corriere della Sera" del 31-03-2008)
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Corriere
della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-03-31 num: - pag: 19
categoria: REDAZIONALE Il segretario generale Massolo "Nuova diplomazia,
rivoluzione in arrivo alla Farnesina" ROMA - La chiamano la
"rivoluzione culturale ", ma essendo dei diplomatici, sembra una
rivoluzione di velluto. Entro la fine dell'anno prossimo, annuncia il
segretario generale della Farnesina Giampiero Massolo, il ministero degli
Esteri, ambasciate e consolati compresi, sarà molto diverso da come è stato
negli ultimi sessant'anni. "Da tempo i diplomatici non sono più gente da
cocktail, questo si sa, e ora ci stiamo aprendo al sistema Paese", spiega
Massolo. Ma da qui a trasformare gli ambasciatori in "manager del sistema
Italia" o a convincerli ad essere valutati sui rendimenti delle loro sedi
ce ne passa. "Il primo passo, comunque è stato quello di puntare sul
pensiero creativo". Ambizioso per la politica estera.
"Necessario, direi. Abbiamo comunque anche posto le premesse per
migliorare l'operatività quotidiana del ministero istituendo un vicesegretario
generale incaricato di coordinare la posizione dell'Italia sulle questioni più
rilevanti della politica internazionale: sarà nominato
dal prossimo governo. Per quanto riguarda invece il lungo periodo il ministro
D'Alema ha dato l'impulso per creare un gruppo di riflessione strategica
composto da esponenti delle amministrazioni statali e da esperti indipendenti".
Che ha prodotto il "rapporto 2020": che cosa ne sarà di tutto questo
lavoro, ora che, probabilmente, cambierà ministro? "Io mi auguro che il
tavolo diventi permanente, che il metodo non vada perso: è riduttivo vedere lo
svolgersi delle relazioni internazionali, per quanto riguarda le opzioni di
lungo periodo che riguardano essenzialmente la sicurezza del Paese, in
relazione al mutare dei governi. Il rapporto 2020 è un documento in evoluzione
e il suo contributo va oltre gli schieramenti". Ma la politica estera, si è visto, dall'Iraq
in poi, risente dei cambi di governo. "Le sfide planetarie presuppongono
un quadro di riferimento comune". E per quanto riguarda le 360 sedi
all'estero, il braccio "armato" del ministero, che cosa cambierà?
"Vogliamo che siano una rete globale al servizio del Paese, gestita dal
ministero, non un onere per il Paese". Più facile a dirsi che a farsi, in
una struttura burocratica così complessa. "Abbiamo già avviato la
rimodulazione progressiva di sedici sedi. Molte funzioni potranno essere
informatizzate. Dall'anno prossimo per diverse operazioni ci sarà il consolato
digitale. Poi abbiamo in programma di aprire alcune nuove sedi: le ambasciate
in Kosovo e Moldova, consolati in Cina, Russia e India. E' poi argomento di
dibattito anche tra le imprese l'accorpamento tra il ministero del commercio
estero e la Farnesina. Si tratta di una scelta politica.
Per quel che ci riguarda siamo pronti. C'è già da oggi un lavoro coordinato con
le associazioni di categoria e bancarie per promuovere le missioni all'estero
in modo sempre più sistematico e integrato. Abbiamo anche messo a punto un
meccanismo di valutazione delle iniziative all'estero". Darete i voti agli
ambasciatori? "Valuteremo la "soddisfazione del cliente", come
fanno già molti Paesi, stiamo anzi proprio studiando i sistemi dei nostri
partner. Ma agli ambasciatori, entro la fine del 2009, daremo anche ampia
indipendenza e responsabilità economica. Ci apriremo alla cultura del
management: poiché il bilancio pubblico non ci permetterà probabilmente di
incrementare le risorse, i nostri ambasciatori e consoli dovranno gestire con
flessibilità le attuali risorse e potranno aprire, al pari dei loro colleghi
stranieri, le ambasciate a collaborazioni pubblico-privato, ricorrendo a sponsorizzazioni
per manutenzione e attività promozionali, culturali. Sarà una collaborazione
virtuosa sotto l'occhio vigile del ministero del Tesoro e della Corte dei
conti". Questo ministero come lo descrive lei, sembra rifarsi molto al
modello berlusconiano delle "ambasciate dell'economia", piuttosto che
al modello dalemiano. "E' vero che il sistema iniziò ad essere impostato
con il governo di centrodestra. In questa legislatura abbiamo potuto contare
sulla forte spinta politica del ministro
D'Alema". Gianna Fregonara \\ Le ambasciate potranno aprirsi a
collaborazioni pubblico-privato e sponsorizzazioni.
( da "Corriere della Sera" del 31-03-2008)
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Corriere
della Sera - NAZIONALE - sezione: Opinioni - data: 2008-03-31 num: - pag: 30
autore: di ROBERT KAGAN categoria: BREVI Il doppio fondo della Cina
"moderna" LA REPRESSIONE IN TIBET I n questi giorni la Cina appare,
in moltissimi settori, come il modello di una potenza postmoderna del
ventunesimo secolo. A Shanghai i visitatori ammirano i grattacieli svettanti e
un'economia fiorente. A Davos e ad altri vertici internazionali i raffinati
diplomatici cinesi parlano volentieri di gioco "dove tutti vincono",
piuttosto che di "somma zero". I leader occidentali incontrano i loro
omologhi cinesi e vedono tecnocrati convinti, che si sforzano di evitare le
numerose insidie sulla strada della modernizzazione economica. Ma di tanto in
tanto la maschera scivola giù, svelando l'altra faccia della Cina. Infatti la
Cina è anche una potenza ottocentesca, piena di orgoglio naziona-lista,
ambizioni e rancori. Travagliata da questioni di sovranità territoriale, ricorre
alla repressione per tenersi stretti, al suo interno, territori di antica
conquista, mentre minaccia la guerra contro una piccola nazione insulare
davanti alle sue coste. La Cina è anche una dittatura autoritaria, seppur di
tipo moderno. La natura del suo governo non è visibile per le strade di
Shanghai, dove la gente gode di un certo livello di libertà personale finché
non si immischia di politica. è solo quando qualcuno
sfida la sua autorità che la forza bruta, su cui sostanzialmente poggia il
regime, dà sfoggio di sé. Nel 1989 furono gli studenti in piazza Tienanmen.
Qualche anno fa toccò al Falun Gong. Oggi sono i manifestanti tibetani. Domani
potrebbero essere i manifestanti di Hong Kong. Un giorno o l'altro, forse i
dissidenti dell'isola "riunificata " di Taiwan. Si direbbe sia questo
l'aspetto immutabile della Cina, malgrado la nostra convinzione
liberal-progressista che qualcosa sia cambiato. Negli anni '90, gli analisti
sostenevano che era solo questione di tempo, e prima o poi la Cina si sarebbe spalancata
al mondo. Si credeva che una riforma del sistema sarebbe partita proprio
dall'attuale generazione di tecnocrati, non istruita a un comunismo di stampo
sovietico. Persino se questi non avessero voluto le riforme, le esigenze di
un'economia in via di liberalizzazione non avrebbero lasciato loro scelta: la
crescente classe media cinese avrebbe preteso un maggiore potere politico,
oppure la necessità della globalizzazione, nell'era di internet, avrebbe spinto
la Cina sulla via del cambiamento per mantenersi competitiva. Oggi tutto questo
appare solo un'illusione, un'illusione egoistica, per la precisione, dal
momento che, secondo la teoria, la Cina sarebbe diventata più democratica man
mano che gli imprenditori occidentali si arricchivano. Ora sembra che più un
Paese si arricchisce, Cina o Russia che sia, più saldamente gli autocrati
restano aggrappati al potere. Le maggiori entrate economiche accontentano la
borghesia e permettono al governo di rastrellare i pochi scontenti che
manifestano le proprie opinioni su internet. La nuova ricchezza finanzia
l'esercito e le forze di sicurezza, pronte a intervenire all'interno, in Tibet,
o fuori dai confini, a Taiwan. E il miraggio di introiti ancor più cospicui
impedisce a un mondo orientato al commercio di protestare troppo rumorosamente
quando le cose si mettono male. Il problema per gli
osservatori della politica estera cinese è se la condotta interna del regime abbia alcuna
rilevanza sul modo in cui si comporta nel mondo. Non dimentichiamo che negli
anni '90 abbiamo presupposto che esistesse una forte correlazione: una Cina più
liberale in politica
interna sarebbe stata una Cina più liberale anche in quella estera, e ciò avrebbe
gradualmente allentato le tensioni e facilitato la sua ascesa pacifica. Questa
era la teoria alla base della strategia dell'impegno. Molti sostengono ancora
che l'obiettivo della politica estera americana
dovrebbe essere, nelle parole dell'esperto G. John Ikenberry, quello di
"integrare" la Cina "nell'assetto liberale internazionale".
Ma un governo risolutamente autocratico può davvero entrare a far parte di un
assetto liberale internazionale? Può una nazione con un'anima ottocentesca
entrare in un sistema del ventunesimo secolo? Alcuni osservatori immaginano che
le nazioni dell'Asia orientale potrebbero trasformarsi gradualmente in una
specie di entità internazionale simile all'Unione Europea, con la Cina, si
presume, nel ruolo della Germania. Ma il governo tedesco tratta il dissenso
come fa la Cina? E, se lo facesse, esisterebbe un'Unione Europea? Dopotutto la
Cina non è l'unico Paese ad avere a che fare con popolazioni irrequiete e
desiderose d'indipendenza. In Europa, diversi movimenti sottonazionali aspirano
a una maggiore autonomia o persino all'indipendenza dal governo centrale, e con
rivendicazioni meno legittime del Tibet o di Taiwan: i catalani in Spagna, per
esempio, o i fiamminghi in Belgio, o anche gli scozzesi nel Regno Unito. Eppure
nessuna guerra incombe su Barcellona, non si spediscono truppe ad Anversa e non
si espelle la stampa internazionale da Edimburgo. Ma è qui che sta la
differenza tra la mentalità postmoderna del ventunesimo secolo e una nazione
che combatte ancora le sue battaglie per l'impero e il prestigio, retaggi di un
passato lontanissimo. In questi giorni gli analisti affermano che la Cina sta
diventando un'"azionista responsabile" del sistema internazionale. Ma
forse non dovremmo aspettarci troppo. Gli interessi delle autocrazie mondiali
non sono gli stessi delle democrazie. Noi vogliamo un mondo sicuro per la democrazia.
La Cina vuole un mondo sicuro, se non per tutte le autocrazie, almeno per la
propria. Si parla tanto del pragmatismo dei governanti cinesi, ma costoro, come
tutti gli autocrati, sono pragmatici soprattutto nel mantenere se stessi al
potere. Sarà bene non dimenticarlo, pur invitandoli ad aderire al nostro
ordinamento liberale internazionale. © 2008 Robert Kagan Distribuito da The New
York Times Syndicate Traduzione a cura dello IULM.