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DOSSIER “POLITICA ESTERA USA”

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T ARTICOLI DAL 20 AL 31 MARZO 2008       #TOP



Report "Estero USA"

·                     Indice delle sezioni

·                     Indice degli articoli

·                     Articoli

Indice delle sezioni

Estero USA (102)


Indice degli articoli

Sezione principale: Estero USA

Bush: "Orgoglioso dei risultati" ( da "Quotidiano.net" del 20-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: giornale Prova GRATUITA Esteri CANALI CITTà SPORT MOTORI MULTIMEDIA SHOPPING BLOG MOBILE CERCA LAVORO ANNUNCI Homepage Quotidiano.net Speciale Elezioni Politiche 2008 Cronaca Stop al bullismo Politica & Economia Borse Lavoro Esteri Cultura & libri Arte & Mostre Cinema Musica Spettacolo e TV Gossip Casa Pazzo Mondo Salute Tecnologia Sondaggi Archivio news Cavallo Magazine Eventi E-

D'Alema: per i diritti pronti a dolorose rinunce L'Italia non esclude di disertare l'inaugurazione dei Giochi se Pechino non ferma la repressione ( da "Unita, L'" del 20-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: ma politicamente ingestibili". Questa la posizione della diplomazia italiana riferita ieri dal sottosegretario agli Esteri Gianni Vernetti alle Commissioni Esteri di Camera e Senato. Vernetti che l'altro ieri, su indicazione del titolare della Farnesina Massimo D'Alema, ha incontrato l'ambasciatore cinese a Roma,

<La cattiva gestione dell'intervento non basta a condannare l'impresa> ( da "Corriere della Sera" del 20-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: la politica estera americana ha riscosso un tasso assai elevato di partecipazione pubblica. Se sono sinceri con se stessi, gli americani devono ammettere di non essere mai stati spinti in guerra "con la menzogna". Semmai si sono resi conto progressivamente che l'alternativa era tra la collusione protratta con Saddam Hussein e la decisione di chiudere la partita con lui.

Zapatero e George W. con il dissenso cubano ( da "Corriere della Sera" del 20-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: Bush, hanno almeno un punto in comune in materia di politica estera: il sostegno ai dissidenti cubani. A distanza di un mese l'uno dall'altro, i due leader hanno inviato lettere di solidarietà ai prigionieri politici dell'isola e ai loro famigliari.

Nucleare, riforme, Africa: l'agenda 2020 della Farnesina ( da "Corriere della Sera" del 20-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: Sono gli spunti della politica estera del prossimo decennio, presentati ieri alla Farnesina nel "Rapporto 2020", l'agenda della politica estera italiana dei prossimi dodici anni, elaborata da una commissione di esperti del ministero e indipendenti, guidati da Marta Dassù e Maurizio Massari.

Ue più forte, rigassificatori e nucleare ( da "Messaggero, Il" del 20-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: "Ue più forte, rigassificatori e nucleare" Nel Rapporto sulla politica estera, le nuove priorità fino al 2020. Ambasciatori come manager.

ROMA Nelle democrazie avanzate le direttrici di politica estera, le strategie di ( da "Messaggero, Il" del 20-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: Politicamente, l'obiettivo scontato è quello di rafforzare il ruolo dell'Europa negli organismi internazionali (Onu, G8, Fmi). E per la politica economica, favorire gli investimenti esteri in Italia e rivedere la rete di rappresentanza istituzionale all'estero (ambasciate, Ice) per concentrarla nelle aree che presentano maggiori opportunità di sviluppo.

WASHINGTON - Sarà anche un esperto di politica estera, ma il senatore John McCain ha appe ( da "Messaggero, Il" del 20-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: Sarà anche un esperto di politica estera, ma il senatore John McCain "ha appena confuso sciiti con sunniti, l'Iran con Al Qaeda". Un Barack Obama pungente, che mette nel mirino direttamente l'avversario dei democratici a novembre, ha approfittato del quinto anniversario della guerra in Iraq per proporsi come "la vera alternativa" a McCain e a Hillary Clinton per la Casa Bianca.

Obama e Clinton contro il presidente e McCain: <Ritiro e più diplomazia> Bush riscrive l'Iraq: <Una guerra giusta che non si può perdere> ( da "Liberazione" del 20-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: Il quotidiano britannico The Guardian le ha esaminate e spiega che in ogni momento cruciale della politica estera americana negli anni della presidenza Clinton (la pace in Nord Irlanda, il Kosovo), Hillary faceva altro. Obama - ed eventualmente i repubblicani - useranno quelle carte contro di lei. m. mazz. 20/03/2008.

Segue un giorno da lama ( da "Riformista, Il" del 20-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: ministro degli esteri della Ue, che ha dichiarato che lui sarebbe andato ai giochi comunque proprio nel giorno in cui cominciava a scorrere il sangue in Tibet. In questo Solana si è comportato come Bush, il quale ha tolto la Cina dall'elenco dei dieci peggiori trasgressori mondiali dei diritti umani.

Iraq, Bush: "Ora il mondo è più sicuro" ( da "Italia Sera" del 20-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: Politica Estera Usa/Nel quinto anniversario dell'inizio del conflitto il bilancio del Presidente Iraq, Bush: "Ora il mondo è più sicuro" Nel quinto anniversario dell'inizio del conflitto in Iraq, in un discorso al Pentagono, il presidente Bush si è detto "orgoglioso dei risultati" sottolineando come "il mondo sia più sicuro"

No al radicalismo, parità con gli Usa ( da "Avvenire" del 20-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: Usa L a premessa del programma della Destra in politica estera è che "il patriottismo oggi si esplica in virtù della forza e dell'autorevolezza che l'Italia deve saper costruire negli ambiti internazionali in cui è inserita. Il cuore della politica estera italiana non può che essere la difesa dell'interesse nazionale in relazione al contesto geopolitico in cui l'Italia è inserita:

Più vicini ad America e Israele In Afghanistan impegno forte ( da "Avvenire" del 20-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: 2008 Popolo della libertà Più vicini ad America e Israele In Afghanistan impegno forte L a politica estera è assente nel programma ufficiale del Popolo della libertà. Ragioni di sintesi, ha spiegato Silvio Berlusconi, a parere del quale non era necessario ribadire che vi sarà totale continuità di un suo eventuale governo con le scelte compiute nel periodo 2001-2006.

Missioni militari. Quale politica estera? ( da "Avvenire" del 20-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: Quale politica estera? Le missioni militari fuori dai nostri confini hanno costituito una delle spine più acuminate per il governo Prodi e, grazie a un'intervista rilasciata venerdì 14 dall'ex ministro della Difesa Antonio Martino, sono state l'unico tema di politica estera che è riuscito a 'bucare' gli schermi della campagna elettorale.

La scelta del multilateralismo: conferma a tutti i contingenti ( da "Avvenire" del 20-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: Unione di Centro rilancia N el programma del Partito democratico, la politica estera fa da breve preambolo. In esso si sostiene che, "in un contesto in rapida evoluzione e contraddistinto da elevata instabilità", si debba "ribadire la scelta di un metodo multilaterale e di una presenza attiva negli organismi internazionali.

"Tutte s'innamorano di me Bush e Blair mi hanno chiesto un lavoro dopo la politica" ( da "Quotidiano.net" del 20-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: innamorano di me Bush e Blair mi hanno chiesto un lavoro dopo la politica" Alla festa di compleanno di Roberto Maroni, esponente della Lega Nord, l'ex presidente del Consiglio si è intrattenuto con i cronisti: "E delle mie fidanzate non mi chiedete niente?". Poi a ruota libera reacconta: "Blair ora prende centomila euro a conferenza.

Cinque anni di guerra irachena. Bush in trincea, dem all'offensiva ( da "EUROPAQUOTIDIANO.it" del 21-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: Mentre sulle future scelte in merito alla politica estera, un "ulteriore ritiro delle truppe non deve mettere a repentaglio i progressi fatti", ha dichiarato Bush, "i successi che stiamo vedendo in Iraq sono innegabili, eppure qualcuno a Washington chiede ancora il ritiro ", facendo riferimento non solo alle manifestazioni che ieri, in occasione del suo discorso,

Pechino: nessuna tolleranza in Tibet La Cina risponde con un no all'appello al dialogo di Benedetto XVI ( da "Libertà" del 21-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: Usa assicura che sarà presente a Pechino, perché la decisione di rinunciare ai giochi per la repressione in Tibet "dovrebbe riguardare più gli atleti che non la politica". In una telefonata con il ministro degli Esteri cinese Yang Jiechi, il segretario di Stato statunitense Condoleeza Rice ha comunque ribadito il suo appello alla massima moderazione e al dialogo con il Dalai Lama.

La Cina rifiuta l'appello al dialogo del Papa ( da "Nuova Ferrara, La" del 21-03-2008) + 4 altre fonti
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: Usa assicura che sarà presente a Pechino, perché la decisione di rinunciare ai giochi per la repressione in Tibet "dovrebbe riguardare più gli atleti che non la politica". In una telefonata con il ministro degli Esteri cinese Yang Jiechi, il segretario di Stato statunitense Condoleeza Rice ha comunque ribadito il suo appello alla massima moderazione e al dialogo con il Dalai Lama.

Iraq, solo Martino crede ancora a Bush ( da "Unita, L'" del 21-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: solo Martino crede ancora a Bush Luigi Bonanate Ai capi del Popolo della libertà che stanno irrompendo un po' grossolanamente nella politica estera del loro, ipotetico, futuro governo (ecco un altro motivo per temerlo), non sarebbe forse sbagliato ricordare che i loro preferiti partner in politica estera, gli Stati Uniti, hanno appena riconfermato che,

Nuovo messaggio di Bin Laden: guerra santa a Gaza Dopo le minacce al Papa e all'Europa, nuove dichiarazioni sulla Palestina. La Cia esamina la voce: è lui ( da "Unita, L'" del 21-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: Continueremo nella nostra politica di non commentare questo genere di provocazione", ha fatto sapere ieri l'Alto rappresentante per la politica estera europea, Javier Solana. La presidenza slovena della Ue ha comunque tenuto a sottolineare che "il principio della libertà di espressione e della libertà di religione fanno parte dei suoi valori e delle sue tradizioni"

Repressione in Tibet, Bush andrà ai Giochi La polizia spara ancora nella provincia di Sichuan. Dura replica di Pechino al Papa: tolleranza zero Cacciati gli ultimi reporter stranie ( da "Unita, L'" del 21-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: da ieri rafforzati dalla presa di posizione di Bush, stanno rispondendo con arroganza a tutti coloro che si permettono di sollevare critiche. Un oscuro portavoce del ministero degli Esteri ha commentato le parole di Papa Ratzinger ("dialogo e tolleranza") dicendo che non vi può essere alcuna tolleranza "per i criminali che devono essere puniti secondo la legge".

La cina rifiuta l'appello al dialogo del papa ( da "Nuova Venezia, La" del 21-03-2008) + 2 altre fonti
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: Usa assicura che sarà presente a Pechino, perché la decisione di rinunciare ai giochi per la repressione in Tibet "dovrebbe riguardare più gli atleti che non la politica". In una telefonata con il ministro degli Esteri cinese Yang Jiechi, il segretario di Stato statunitense Condoleeza Rice ha comunque ribadito il suo appello alla massima moderazione e al dialogo con il Dalai Lama.

Notizie in 2 minuti ( da "Corriere della Sera" del 21-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: Tibet, Bush all'Olimpiade Nonostante la repressione in Tibet, non ci sono motivi per cui il presidente Bush non dovrebbe andare a Pechino all'Olimpiade, poiché "i Giochi sono una cosa che riguarda gli atleti e non la politica ". Lo ha detto il portavoce della Casa Bianca.

<Hillary, una first lady da tè e biscotti> ( da "Corriere della Sera" del 21-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: quegli anni la rende più preparata di lui in questioni di politica estera e nella gestione di crisi nazionali e per questo motivo il senatore dell'Illinois chiedeva la riprova scritta di questa teoria. "Quelle carte illustrano la varietà di questioni importanti sulle quali Hillary ha lavorato come first lady", si è affrettata a commentare la campagna presidenziale della Clinton,

WASHINGTON In tutto il mondo, in particolare in Europa, si dibatte se e come si debbano boicottare ( da "Messaggero, Il" del 21-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: una eventuale rinuncia alla partecipazione alle gare olimpiche dovrebbe venire dagli atleti piuttosto che dai politici. "Nell'accettare lo scorso anno l'invito alle Olimpiadi di Pechino da parte del presidente cinese Hu Jintao - aggiunge la Perino -, Bush ebbe modo di sottolineare come i giochi sarebbero stati una ribalta luminosa per tutte le cose cinesi".

L'incontro multimediale era di quelli imperdibili. E infatti l'altro giorno, a Palazzo del ( da "Messaggero, Il" del 21-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: Ma le domande hanno puntato anche su tematiche come l'ambiente e i cambiamenti climatici, la droga, la passione politica, la meritocrazia, il modo per aiutare i ragazzi italiani a non essere più "bamboccioni". Gli studenti "intervistatori" hanno riservato domande anche di politica estera, in particolare sul ruolo dell'Italia nel Mediterraneo.

<Non è per nulla vero È stata la più attiva nella storia americana dopo Eleanor Roosevelt> ( da "Corriere della Sera" del 21-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: "Ha fornito a noi ministri input importanti in numerose questioni di politica estera. Dalla Bosnia, dove ci rimproverò di non esserci mossi più rapidamente, all'Irlanda del Nord, dove fu tra le prime a credere nel processo di pace. In quegli anni ha intrecciato rapporti stretti con moltissimi leader mondiali".

Il Kosovo va alla guerra ( da "Manifesto, Il" del 21-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: altro che lungimiranza in politica estera. Così, quando l'11 maggio a Belgrado vinceranno gli ultranazionalisti pronti a mobilitare l'esercito in Kosovo come chiede la chiesa ortodossa che si sente minacciata, e quindi ci troveremo di fronte non a dure proteste come in questi giorni ma a una nuova guerra, sapremo di chi sono le responsabilità.

Decine di arresti e di feriti. Respinto l'appello del Papa ( da "Liberazione" del 21-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: Bush dal presenziare ai Giochi Olimpici in Cina. Lo ha reso noto la portavoce della Casa Bianca Dana Perino: "La posizione del presidente sulle Olimpiadi è che non si tratta di un evento politico ma di una possibilità per gli atleti di competere al massimo livello - ha detto Perino, rispondendo a una domanda se Bush sarà o no a Pechino"

La Pelosi al Dalai Lama: "Vi aiuteremo No al boicottaggio, sì all'inchiesta" ( da "Quotidiano.net" del 21-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

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Gli Usa: <Il presidente Bush non rinuncia ai Giochi> L'Ue ribadisce: <Il boicottaggio non è risposta giusta> ( da "Avvenire" del 21-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: Bush, rinunci ad assistere ai Giochi olimpici di Pechino. Nello stesso tempo il segretario di Stato americano, Condoleezza Rice, ha avuto un colloquio telefonico con il ministro degli Esteri cinese,Yang Jiechi, invitandolo ad usare la massima moderazione nell'affrontare le proteste in Tibet.

Sarkozy corteggia brown ( da "Riformista, Il" del 22-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: cercando un alleato forte per indirizzare la politica estera e di sicurezza dell'Unione europea. La prossima settimana la prima missione di Sarkozy a Londra, per illustrare a Gordon Brown il progetto d'invio di nuove truppe francesi in Afghanistan, che di certo alleggerirà le tensioni interne alla Nato in vista del vertice di aprile a Bucarest.

Nancy Pelosi incontra il Dalai Lama e puntella la "diplomazia cinese" del presidente Bush ( da "Liberazione" del 22-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: parole si intravede in filigrana la possibile politica estera Usa se le presidenziali di novembre verranno vinte dai democratici, ha chiesto un'indagine indipendente per verificare l'accusa cinese al Dalai Lama di aver istigato la rivolta in Tibet. "Chiediamo alla comunità internazionale di predisporre un'inchiesta indipendente ed esterna sulle accuse formulate dal governo cinese,

Così Ahmed "Palla curva", studente e truffatore iracheno, fu usato da Bush contro l'Iraq ( da "Liberazione" del 22-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: sue deposizioni divennero oggetto di preoccupate riunioni tra il cancelliere Schröder e i ministri di Esteri e Difesa. E che le informazioni finirono a Washington, Londra, Parigi e Tel Aviv. Poi venne l'undici settembre. Nell'amministrazione Bush era chiaro fin dall'inizio che dopo l'Afghanistan sarebbe toccato all'Iraq e quell'informatore avrebbe potuto giocare un ruolo decisivo.

L'obiettivo principale del Pd? Contrastare la precarietà . Il ministro dell
 ( da "Messaggero, Il" del 22-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: In politica estera, "non si può trattare con Hamas se non riconosce Israele". Veltrusconi è il neologismo con cui si racconta la vostra sfida. E' il simbolo di un accordo tra avversari o anche la metafora di due programmi e due leader che si somigliano?

Alitalia. Spieghi in poche parole agli italiani perché bisogna scegliere Air France ( da "Messaggero, Il" del 22-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: posizione sulla politica estera. Non volemmo partecipare alla guerra in Iraq, anzi facemmo tutto quello che potevamo fare, purtroppo senza successo, per tentare di evitarla. Ci sentiamo impegnati in una regione come quella dell'Afghanistan dove se la Nato dovesse insistere con tutti gli alleati per un aumento del nostro contingente valuteremmo la richiesta insieme ai nostri alleati.

Candidati spiati, presto per parlare di "passport-gate" ( da "Unita, L'" del 23-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: E lo stesso accadrà per i suoi più stretti collaboratori. Ciò che è fin qui avvenuto è solo una antipasto". A proposito di "visti". Quanto sta pesando la politica estera in questa campagna? "Direi molto poco. Più che l'Iran l'incubo degli americani si chiama recessione".

Bufera su hillary: "racconta bugie" - alberto flores d'arcais ( da "Repubblica, La" del 23-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: cui vantava la sua superiorità su Obama in politica estera. Prendendo spunto da quanto Hillary aveva detto il 17 marzo scorso raccontando di una sua "coraggiosa" missione a Tuzla (in Bosnia) nel 1996 - "sono atterrata in mezzo al fuoco dei cecchini; avrebbe dovuto esserci una cerimonia di saluto all'aeroporto invece ci infilammo a testa bassa nei veicoli per raggiungere la base"

<Il ruolo chiave del terzo uomo> ( da "Corriere della Sera" del 23-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: "Sì, anche se è usata da decenni dai politici Usa. Dan Bartlett, capo della "opposition research" per il presidente Bush nel 1999, fu incriminato per aver frugato nei file segreti dell'attuale presidente preparandosi a rispondere alle domande relative al suo arresto in stato di ubriachezza.

Quattro <pinocchietti> per Hillary Bocciata dal Washington Post ( da "Corriere della Sera" del 23-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: Esteri - data: 2008-03-23 num: - pag: 15 categoria: REDAZIONALE Media e politica I giornali americani fanno le pulci ai candidati presidenziali Quattro "pinocchietti" per Hillary Bocciata dal Washington Post "Solo invenzioni le sue imprese durante le missioni all'estero" La ex first lady avrebbe "gonfiato" i pericoli corsi durante il viaggio a Tuzla,

TRA le novità di questa campagna elettorale si può registrare anche un moderato intere ( da "Messaggero, Il" del 23-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: non tanto di qualche uomo politico, ma del "sistema Paese" in quanto tale. Non si può lasciare un campo delicato come la politica estera nelle mani di quelli a cui piace da matti fare il teatrino politico, dove per un applauso o per una proclamazione che scaldi il cuore ideologico della propria parte si mettono a repentaglio proprio quei capitali a cui abbiamo fatto riferimento.

<Non credo più a uno Stato palestinese ora dobbiamo pensare a una Federazione> ( da "Liberazione" del 23-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: politico. Un'eventuale vittoria democratica negli Usa potrà cambiare questo scenario? Non ho molta fiducia nella possibilità che i democratici, se vincono, impostino una politica estera statunitense diversa da quella repubblicana. La storia ci insegna che spesso i democratici si sono comportati sul piano della politica estera in modo più aggressivo ed espansionista dei repubblicani.

Muoversi in questo contesto richiede però che si punti molto sulla credibilità e s ( da "Messaggero, Il" del 23-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: non tanto di qualche uomo politico, ma del "sistema Paese" in quanto tale. Non si può lasciare un campo delicato come la politica estera nelle mani di quelli a cui piace da matti fare il teatrino politico, dove per un applauso o per una proclamazione che scaldi il cuore ideologico della propria parte si mettono a repentaglio proprio quei capitali a cui abbiamo fatto riferimento.

Nuovo messaggio audio di al-Zawahiri Dal 2003 sono morti 4mila soldati Usa ( da "Quotidiano.net" del 24-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: giornale Prova GRATUITA Esteri CANALI CITTà SPORT MOTORI MULTIMEDIA SHOPPING BLOG MOBILE CERCA LAVORO ANNUNCI Homepage Quotidiano.net Speciale Elezioni Politiche 2008 Cronaca Stop al bullismo Politica & Economia Borse Lavoro Esteri Cultura & libri Arte & Mostre Cinema Musica Spettacolo e TV Gossip Casa Pazzo Mondo Salute Tecnologia Sondaggi Archivio news Cavallo Magazine Eventi E-

Usa, candidati spiati : parte un'inchiesta zoppa ( da "Manifesto, Il" del 24-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: momento della richiesta del documento indispensabile per viaggiare all'estero. Un caso simile risale al 1992, quando era stata aperta un'indagine (illecita) sul passaporto di Bill Clinton, allora candidato presidenziale contro George Bush padre. Giravano voci che il candidato avesse chiesto di rinunciare alla cittadinanza durante la guerra in Vietnam, per evitare di andare in guerra.

Una buona occasione per tacere ( da "Panorama" del 24-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: iperbole su argomenti delicati come la politica estera e le missioni dei nostri militari all'estero. Qui chi dà il meglio è l'ex ministro della Difesa del Cavaliere, Antonio Martino. Già durante il governo Berlusconi il personaggio era stato l'autore di exploit spericolati che in alcuni momenti avevano fatto traballare la sua poltrona di ministro.

Usa, candidati <spiati>: parte un'inchiesta zoppa ( da "Manifesto, Il" del 24-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: momento della richiesta del documento indispensabile per viaggiare all'estero. Un caso simile risale al 1992, quando era stata aperta un'indagine (illecita) sul passaporto di Bill Clinton, allora candidato presidenziale contro George Bush padre. Giravano voci che il candidato avesse chiesto di rinunciare alla cittadinanza durante la guerra in Vietnam, per evitare di andare in guerra.

Joschka fischer ( da "Repubblica, La" del 25-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: Cultura JOSCHKA FISCHER rofondamente frustrati dalle politiche dell'amministrazione Bush, in Europa, molte persone e governi sperano che le imminenti elezioni presidenziali comportino un cambiamento di fondo della politica estera degli Stati Uniti. Ma occorrerebbe un miracolo politico di media entità perché queste speranze non fossero deluse e un tale miracolo non accadrà,

ROMA Parisi contesta la linea berlusconiana in politica estera. Il ministro della Difesa difende la ( da "Messaggero, Il" del 25-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract:

E ora chi potrà fermare McCain? ( da "EUROPAQUOTIDIANO.it" del 26-03-2008) + 1 altra fonte
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: Tutto questo è ancora vero, ma otto anni di Bush hanno causato un danno inaudito all'immagine degli americani all'estero e anche a quella che hanno di se stessi. Per buona parte del mondo, oggi come oggi, al concetto di americano si associa quello di ignorante e bigotto, provinciale e guerrafondaio.

Sarkozy non esclude il boicottaggio dei Giochi ( da "Stampa, La" del 26-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: Bush e Sarkozy soli sul palco, con i signori della Città proibita strangolatori della libertà tibetana. Eletto con lo slogan gagliardo "la politica estera dei diritti umani"; e poi una pecoresca, meschina "geometria variabile", in cui si gonfiano le gote e si danno lezioni a seconda della taglia dell'interlocutore e soprattutto degli interessi economici della Francia.

Costituzione: gli uomini che fecero l'impresa ( da "Unita, L'" del 26-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: Italia di Berlusconi di schierarsi dalla parte della guerra preventiva di Bush. "Caro Bush, stai facendo, o hai fatto, una cosa sporca e sbagliata", è la risposta del Presidente. Perché in questo libro Scalfaro non fugge l'attualità, anzi, la legge alla luce di quei princìpi supremi che nel corso del tempo possono essere interpretati diversamente ma non stravolti.

Bosnia, arriva il video <Hillary ha mentito> ( da "Corriere della Sera" del 26-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: Il commento della Cbs: "Hillary ha l'abitudine di gonfiare la sua esperienza in politica estera". La ritrattazione della ex first lady è avvenuta in due tempi. La prima volta, ha dichiarato di essersi confusa: "Non ricordavo bene, visitai un'ottantina di Paesi, è un piccolo incidente". La seconda ha invece ammesso: "Ho fatto uno sbaglio.

PARIGI - Grande esperto di relazioni internazionali, membro della Commissione per la prevenz ( da "Messaggero, Il" del 26-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: apertura a una moderazione della politica cinese in Tibet. Cosa che non ha fatto per esempio il presidente americano George W. Bush". Un eventuale boicottaggio potrebbe avere qualche impatto concreto sulla politica del governo cinese? "No, ma salverebbe la nostra coscienza. Davvero non credo che ci si debba aspettare molto.

Stati uniti, addio ritiro graduale ( da "Manifesto, Il" del 26-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: il ristretto gruppo che decide la sicurezza nazionale e la politica estera degli Stati uniti. In collegamento dalla capitale irachena, oltre al generale Petraeus, c'era anche l'ambasciatore Ryan Crocker. Il generale e l'ambasciatore, protesi militare e civile della Casa bianca in Iraq, saranno a Washington l'8 e il 9 aprile per illustrare la situazione irachena.

Usa/Sms erotici incastrano il sindaco di Detroit e l'amore finisce in aula ( da "Italia Sera" del 26-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: Politica Estera Usa/Sms erotici incastrano il sindaco di Detroit e l'amore finisce in aula Dopo il giro di squillo del governatore di New York e il tradimento della moglie del suo successore, un altro scandalo sessuale investe un politico americano.

Stati Uniti - Accordo con India per nucleare non ancora concluso ( da "Virgilio Notizie" del 26-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: ha dichiarato oggi in seguito all'incontro tra il ministro degli Esteri indiano Pranab Mukerjee, il presidente statunitense George W.Bush e il segretario di Stato Condoleeza Rice, che è ancora prematuro parlare di "ora o mai più", aggiungendo di avere a disposizione "ancora alcuni mesi" per lavorare con le autorità indiane.

Con il Cavaliere una sfida fuori dal mondo Fa senso vedere Dini a destra . Per i corrispondenti esteri, campagna elettorale confusa ( da "Unita, L'" del 27-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: Per i corrispondenti esteri, campagna elettorale "confusa" di Federica Fantozzi SILVIO E NOIA Poca politica, propaganda, sinistra che parla come la destra e viceversa, e sempre Berlusconi. La stampa estera guarda alle nostre elezioni e le trova "confuse". Premesso che i corrispondenti esteri si immergono in campagna elettorale l'ultima settimana,

Bush a hu jintao: "dialogo" l'europarlamento invita il dalai lama - federico rampini ( da "Repubblica, La" del 27-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: Bush a Hu Jintao: "Dialogo" L'Europarlamento invita il Dalai Lama Via alla rieducazione dei monaci tibetani nei lager Per i religiosi lavori forzati, e sedute di rieducazione politica Poettering: "Tutti i leader si chiedano se partecipare all'apertura dei Giochi" FEDERICO RAMPINI DAL Nostro corrispondente PECHINO - L'indignazione per il Tibet non si spegne nell'

Missili, l'ultima corsa di Bush ( da "Unita, L'" del 27-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: Questo tema non fa che aggravare la sfiducia nei confronti dell'America che gli europei hanno a causa delle politiche dell'amministrazione Bush, dal riscaldamento globale all'Iraq", dice Cirincione) e per alimentare una nuova guerra fredda. Questi sono tempi che ricordano un'altra guerra fredda e che richiedono mobilitazione, attivismo e solidarietà transnazionali.

Ce la possiamo fare, la partita è aperta anche alla Camera ( da "Unita, L'" del 27-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: una politica estera che consenta al Mediterraneo di diventare un mare di pace e al nostro paese di avere un dialogo con tutti gli stati che vi si bagnano. E quindi si può immaginare quanto drammatico sarebbe ritornare a una politica estera come quella prospettata da Martino, cioè ritirare le truppe dal Libano e rimandarle in Iraq.

Da soli si può . E senza sinistra ( da "Manifesto, Il" del 27-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: Anche McCain segna una svolta, i suoi indirizzi in politica estera sono molto diversi da quelli di Bush. L'amministrazione Bush ha rappresentato il momento più duro degli ultimi 50 anni e la recessione in corso testimonia il fallimento della sua politica. Una recessione molto preoccupante, con cui ci dovremo misurare anche qui.

Bush a Hu Jintao: <Inquieto per il Tibet> ( da "Corriere della Sera" del 27-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: Esteri - data: 2008-03-27 num: - pag: 19 categoria: REDAZIONALE La rivolta sul Tetto del mondo Pechino autorizza alcuni giornalisti a recarsi, sotto stretta scorta, nella regione "secessionista" Bush a Hu Jintao: "Inquieto per il Tibet" Il presidente telefona al leader cinese che replica: pronti a contatti con il Dalai Lama Dalla Cina dure condizioni per la soluzione della crisi

Guru di Obama nel mirino <Pregiudizi anti-Israele> ( da "Corriere della Sera" del 27-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: ex capo di stato maggiore dell'aeronautica, nominato da Bush padre e in pensione dal '94, è un ex repubblicano, che appoggiò Bush figlio nelle presidenziali del 2000, ma poi criticò l'invasione dell'Iraq. Nel marzo 2003, mese dell'inizio della guerra, concesse l'intervista all'Oregonian. Nel 2004 votò per i democratici.

ROMA Se l'export va come un treno e Montezemolo parla di crescita spettacolare&# ( da "Messaggero, Il" del 27-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: Alema concorda e spiega che una buona politica estera aiuta anche a vendere i prodotti, che verso l'Italia "c'è simpatia", e questo aiuta la presenza sui mercati. "Bisogna accorpare tutto al ministero degli Esteri, il sistema deve fare capo alle ambasciate, le grandi operazioni passano per i governi e la politica è quella estera".

Dal nostro corrispondente NEW YORK Quando era Consigliere per la sicurezza n ( da "Messaggero, Il" del 27-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: Professore di politica estera alla Johns Hopkins University, commentatore rispettato in tutto il mondo, Brzezinski ha parlato al Messaggero del futuro dell'Iraq. Immaginiamo che il nuovo presidente sia entrato alla casa Bianca, cosa gli consiglierebbe di fare rispetto all'Iraq?

<Da soli si può>. E senza sinistra ( da "Manifesto, Il" del 27-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: Anche McCain segna una svolta, i suoi indirizzi in politica estera sono molto diversi da quelli di Bush. L'amministrazione Bush ha rappresentato il momento più duro degli ultimi 50 anni e la recessione in corso testimonia il fallimento della sua politica. Una recessione molto preoccupante, con cui ci dovremo misurare anche qui.

L'europarlamento invita il Dalai Lama. Ma la Ue procede in ordine sparso ( da "EUROPAQUOTIDIANO.it" del 28-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: realismo elementare " in politica estera. In Francia, ieri, molti sportivi di primo piano hanno firmato un appello alla Cina: "Tra il boicottaggio e il silenzio, esiste una terza via", affermano gli sportivi, che chiedono a Pechino di rispettare gli impegni presi sulla libertà di espressione e la garanzia dell'integrità degli individui.

La Cina alza i toni, l'Europa divisa sul Tibet Pechino contro l'invito del Dalai Lama all'Europarlamento proposto dall'Italia: no a ingerenze Sarkozy insiste sul boicottaggio della ( da "Unita, L'" del 28-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: Alla vigilia del vertice informale dei ministri degli Esteri della Ue incentrato sul Tibet, Pechino "spara" contro la proposta avanzata dal ministro degli Esteri italiano Massimo D'Alema. "Invitare a Bruxelles il Dalai Lama non sarebbe un boicottaggio, ma un grande messaggio politico", aveva sostenuto nei giorni scorsi il titolare della Farnesina.

La nuova alleanza tra londra e parigi - timothy garton ash ( da "Repubblica, La" del 28-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: Ma bisogna essere tenaci e creare l'abitudine quotidiana alla collaborazione, ad ogni livello di politica pubblica. è così che è stato costruito il rapporto privilegiato franco-tedesco, superando disparità forse più ampie di vedute e di tradizione in politica estera. Questo esercizio ricorda la definizione della politica data da Max Weber ?

Senza frontiere ( da "Espresso, L' (abbonati)" del 28-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: Bush, repubblicano, sarà anche detestato nella maggior parte dei paesi, ma tra i cinesi è alquanto popolare. Malgrado la sua iniziale durezza nei confronti di Pechino, Bush ha prontamente abbassato i toni della sua politica dopo l'11 settembre e da allora ha intrattenuto con la Cina rapporti cordiali.

<Bombardano i civili e finanziano i regimi: Il problema è l'Occidente> ( da "Liberazione" del 28-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: Non abbiamo una politica estera capace di ragionare in prospettiva. Non abbiamo alcuna idea di dove tutto questo ci stia portando. Non abbiamo alcuna forma di relazione matura con il Medio Oriente, ma solo una forma di relazione militare: gli vendiamo le armi, li bombardiamo o li paghiamo per tenerli dalla nostra parte.

Bertinotti e la guerra tra poveri in Italia ( da "Giornale.it, Il" del 28-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: Amministrazione Bush secondo cui l'Iraq è avviato verso la normalizzazione. Un Iraq in fiamme influenzerebbe la campagna elettorale Usa, agevolando Barack Obama (l'unico candidato ostile al conflitto) e mettendo in imbarazzo John McCain (che la guerra non l'ha mai rinnegata) ovvero il candidato ritenuto più debole e pacifista rispetto a quello più patriottico e interventista.

Quei manager fanno disastri. Ma vengono premiati ( da "Giornale.it, Il" del 28-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: Amministrazione Bush secondo cui l'Iraq è avviato verso la normalizzazione. Un Iraq in fiamme influenzerebbe la campagna elettorale Usa, agevolando Barack Obama (l'unico candidato ostile al conflitto) e mettendo in imbarazzo John McCain (che la guerra non l'ha mai rinnegata) ovvero il candidato ritenuto più debole e pacifista rispetto a quello più patriottico e interventista.

L'Iran sta tentando il colpo di mano in Iraq? ( da "Giornale.it, Il" del 28-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: Amministrazione Bush secondo cui l'Iraq è avviato verso la normalizzazione. Un Iraq in fiamme influenzerebbe la campagna elettorale Usa, agevolando Barack Obama (l'unico candidato ostile al conflitto) e mettendo in imbarazzo John McCain (che la guerra non l'ha mai rinnegata) ovvero il candidato ritenuto più debole e pacifista rispetto a quello più patriottico e interventista.

Oddio, Carla Bruni fa la morale ai giornalisti ( da "Giornale.it, Il" del 28-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: Amministrazione Bush secondo cui l'Iraq è avviato verso la normalizzazione. Un Iraq in fiamme influenzerebbe la campagna elettorale Usa, agevolando Barack Obama (l'unico candidato ostile al conflitto) e mettendo in imbarazzo John McCain (che la guerra non l'ha mai rinnegata) ovvero il candidato ritenuto più debole e pacifista rispetto a quello più patriottico e interventista.

Milva e quei sette milioni nascosti per la vecchiaia ( da "Giornale.it, Il" del 28-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: Amministrazione Bush secondo cui l'Iraq è avviato verso la normalizzazione. Un Iraq in fiamme influenzerebbe la campagna elettorale Usa, agevolando Barack Obama (l'unico candidato ostile al conflitto) e mettendo in imbarazzo John McCain (che la guerra non l'ha mai rinnegata) ovvero il candidato ritenuto più debole e pacifista rispetto a quello più patriottico e interventista.

Crociata contro l'Islam radicale? Il caso Allam inquieta la Cia ( da "Giornale.it, Il" del 28-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: Amministrazione Bush secondo cui l'Iraq è avviato verso la normalizzazione. Un Iraq in fiamme influenzerebbe la campagna elettorale Usa, agevolando Barack Obama (l'unico candidato ostile al conflitto) e mettendo in imbarazzo John McCain (che la guerra non l'ha mai rinnegata) ovvero il candidato ritenuto più debole e pacifista rispetto a quello più patriottico e interventista.

Boicottare le Olimpiadi crea confusione? ( da "Giornale.it, Il" del 28-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: Amministrazione Bush secondo cui l'Iraq è avviato verso la normalizzazione. Un Iraq in fiamme influenzerebbe la campagna elettorale Usa, agevolando Barack Obama (l'unico candidato ostile al conflitto) e mettendo in imbarazzo John McCain (che la guerra non l'ha mai rinnegata) ovvero il candidato ritenuto più debole e pacifista rispetto a quello più patriottico e interventista.

L'ultima moda: tutti immobili per tre minuti ( da "Giornale.it, Il" del 28-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: Amministrazione Bush secondo cui l'Iraq è avviato verso la normalizzazione. Un Iraq in fiamme influenzerebbe la campagna elettorale Usa, agevolando Barack Obama (l'unico candidato ostile al conflitto) e mettendo in imbarazzo John McCain (che la guerra non l'ha mai rinnegata) ovvero il candidato ritenuto più debole e pacifista rispetto a quello più patriottico e interventista.

Dietro la vicenda Alitalia la mano della lobby europea ( da "Giornale.it, Il" del 28-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: Amministrazione Bush secondo cui l'Iraq è avviato verso la normalizzazione. Un Iraq in fiamme influenzerebbe la campagna elettorale Usa, agevolando Barack Obama (l'unico candidato ostile al conflitto) e mettendo in imbarazzo John McCain (che la guerra non l'ha mai rinnegata) ovvero il candidato ritenuto più debole e pacifista rispetto a quello più patriottico e interventista.

Un (osceno) baratto tra Stati Uniti e Cina? ( da "Giornale.it, Il" del 28-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: Amministrazione Bush secondo cui l'Iraq è avviato verso la normalizzazione. Un Iraq in fiamme influenzerebbe la campagna elettorale Usa, agevolando Barack Obama (l'unico candidato ostile al conflitto) e mettendo in imbarazzo John McCain (che la guerra non l'ha mai rinnegata) ovvero il candidato ritenuto più debole e pacifista rispetto a quello più patriottico e interventista.

Tibet, bush: "la cina sia moderata" - andrea bonanni ( da "Repubblica, La" del 29-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: Il dialogo è il modo migliore per evitare la violenza", ha detto il ministro degli Esteri svedese, Karl Bildt. L'alto rappresentante per la Politica estera della Ue, Javier Solana, che già nei giorni scorsi aveva espresso la propria intenzione di andare a Pechino per l'apertura dei giochi, ha spiegato ieri di "non aver cambiato idea".

Tibet, sui Giochi l'Europa in ordine sparso Nel Consiglio dei ministri degli Esteri si cerca di avvicinare le posizioni sul boicottaggio della cerimonia inaugurale delle Olimpiadi ( da "Unita, L'" del 29-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: Unione europea in politica estera non si può misurare sul fatto che qualcuno andrà e qualcuno no" alle Olimpiadi. Lo ha rivendicato l'Alto Rappresentante per la Politica estera dell'Ue durante la conferenza stampa tenuta ieri sera al termine della prima giornata di lavori del Consiglio informale Affari esteri a Brdo, in Slovenia,

<Basta ambiguità con Usa e Israele e svolta in Libano> ( da "Giornale.it, Il" del 29-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: hanno esposto ieri a Montecitorio le linee della politica estera del Popolo della libertà: inversione di rotta rispetto alla prospettiva le governo Prodi e conferma di alcuni dei capisaldi diplomatici che avevano caratterizzato il governo Berlusconi e la gestione della Farnesina da parte di Gianfranco Fini come ministro degli Esteri.

Tibet, Europa divisa sui Giochi di Pechino ( da "Corriere della Sera" del 29-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: sostanziale è stato sintetizzato da un appello lanciato dallo spagnolo Javier Solana, responsabile della politica estera e di sicurezza del Consiglio dei governi Ue. Solana ha invitato Pechino a risolvere "pacificamente " i contrasti Cina-Tibet partendo dal presupposto che l'Europa riconosce i diritti alla diversità culturale dei tibetani e all'integrità territoriale dei cinesi.

Hillary sotto pressione: <Devi ritirarti> ( da "Corriere della Sera" del 29-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: economia alla politica estera, sembrava predirgli. Se n'è reso conto anche il presidente, Howard Dean, che ieri è intervenuto a raffica su radio e televisioni per invitare i duellanti a calmare i toni della polemica, ma soprattutto per sollecitare i circa 350 "Superdelegates ", i vip democratici delegati di diritto alla convenzione di Denver,

Iraq, slitta l'ultimatum per Moqtada Sadr Bush: <Fase cruciale> ( da "Corriere della Sera" del 29-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: Esteri - data: 2008-03-29 num: - pag: 17 categoria: REDAZIONALE Sciiti contro sciiti Iraq, slitta l'ultimatum per Moqtada Sadr Bush: "Fase cruciale" Le incursioni dei caccia Usa a Bassora, Nassiriya conquistata dai miliziani di Moqtada Sadr, il premier Nouri Maliki che sposta l'ultimatum contro l'Esercito del Mahdi di Moqtada Sadr:

Politica estera, è ancora scontro ( da "Avvenire" del 29-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: 2008 Politica estera, è ancora scontro DA ROMA L a politica estera del governo e la missione in Libano tornano nel mirino del centrodestra. In una conferenza stampa il Pdl critica duramente l'atteggiamento assunto in materia dal governo Prodi e in particolare dal ministro degli Esteri Massimo D'Alema, cui si è contestato di aver "

L'Ue tentenna, Bush: dialogo con i tibetani ( da "Avvenire" del 29-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: siano uno strumento particolarmente efficace in politica estera", ha detto il ministro degli Esteri svedese Carl Bildt. "Credo che non ci sia un altro mezzo che non il dialogo". Per uscire dall'impasse, la presidenza slovena di turno della Ue ha deviato il confronto. "Quello che è importante è sostenere lo sviluppo di un dialogo tra autorità cinesi e rappresentanti dei tibetani"

NUOVO APPELLO DEL DALAI LAMA: DIALOGHIAMO ( da "Mattino, Il (Nazionale)" del 29-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: siano uno strumento particolarmente efficace in politica estera", ha detto il ministro degli Esteri svedese Carl Bildt. Per uscire dall'impasse, la presidenza slovena di turno della Ue ha deviato il confronto. "Quello che è importante è sostenere lo sviluppo di un dialogo tra autorità cinesi e rappresentanti dei tibetani - ha detto il ministro degli esteri sloveno Dimitrij Rupell -

Expo 2015, milano al rush finale - rodolfo sala ( da "Repubblica, La" del 30-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: elezione del nostro presidente della Repubblica: in politica sai da che parte arrivano i franchi tiratori, in questo caso no". Ma poi aggiunge: "Se dovessimo vincere, sarà grazie alla politica estera di questo governo: a differenza di quello precedente non siamo sdraiati su Bush e questo ha indotto diversi Paesi a scegliere Milano".

Hillary si affida alla figlia chelsea "alla casa bianca più brava di papà" - arturo zampaglione ( da "Repubblica, La" del 30-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: ha spiegato che le sue scelte di politica estera si ispireranno alla tradizione di John F. Kennedy e al realismo politico bipartisan di George Bush senior. Poi ha anche ammesso che la presenza delle truppe americane in Iraq "ha permesso di ridurre la violenza". Ma dal punto di vista economico, il perdurare del conflitto "ha dei costi insostenibili".

<Seguirò Bush padre e Reagan> ( da "Corriere della Sera" del 30-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Prima Pagina - data: 2008-03-30 num: - pag: 1 autore: di PAOLO VALENTINO categoria: REDAZIONALE Obama e la politica estera "Seguirò Bush padre e Reagan" Obama dà i voti ai presidenti: bene Reagan e Bush padre. A PAG. 11.

Obama dà i voti: bene Reagan e Bush senior ( da "Corriere della Sera" del 30-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: Già in gennaio, Obama era stato criticato da Hillary per averlo elogiato Bush padre George H. W. Bush, repubblicano, presidente dall'89 al '93. Obama dice di ammirare le sue scelte in politica estera ma non quelle del figlio George W. DAL NOSTRO CORRISPONDENTE.

Notizie in 2 minuti ( da "Corriere della Sera" del 30-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: Obama e la politica estera I modelli di Barack Obama in politica estera? Bush senior (che si oppose all'invasione irachena del Kuwait) e Reagan, che schiantò economicamente l'Urss. Lo ha detto lo stesso candidato democratico alla Casa Bianca. Cronache Expo, domani si decide Lobby in azione e battaglia all'ultimo voto tra Milano e Smirne per sapere quale città ospiterà l'

Nel danno ai consumi e alle esportazioni che la vicenda mozzarella ha procurato, c'è un risvolt ( da "Messaggero, Il" del 30-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: anche nella politica estera - la dipendenza. Adesso, però, gli imprenditori della filiera agroalimentare rappresentati da Vecchioni - che il Censis stima siano, nell'87% dei casi, ottimisti, cosa senza eguali negli altri comparti - stanchi di essere considerati figli di un dio minore, sono riusciti a far invertire il senso di marcia al loro mondo.

Allestire un'agenda bipartisan. Una politica estera oltre il voto ( da "Avvenire" del 30-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: POLITICA 30-03-2008 UN TENTATIVO CHE LE ELEZIONI ANTICIPATE HANNO AFFRETTATO Allestire un'agenda bipartisan. Una politica estera oltre il voto VITTORIO E. PARSI C ome si è già sottolineato, la politica estera è la grande assente della campagna elettorale 2008.

<Nuova diplomazia, rivoluzione in arrivo alla Farnesina> ( da "Corriere della Sera" del 31-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: Ma la politica estera, si è visto, dall'Iraq in poi, risente dei cambi di governo. "Le sfide planetarie presuppongono un quadro di riferimento comune". E per quanto riguarda le 360 sedi all'estero, il braccio "armato" del ministero, che cosa cambierà?

Il doppio fondo della Cina <moderna> ( da "Corriere della Sera" del 31-03-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: Il problema per gli osservatori della politica estera cinese è se la condotta interna del regime abbia alcuna rilevanza sul modo in cui si comporta nel mondo. Non dimentichiamo che negli anni '90 abbiamo presupposto che esistesse una forte correlazione: una Cina più liberale in politica interna sarebbe stata una Cina più liberale anche in quella estera,


Articoli

Bush: "Orgoglioso dei risultati" (sezione: Estero USA)

( da "Quotidiano.net" del 20-03-2008)

IRAQ, 5 ANNI DI GUERRA Bush: "Orgoglioso dei risultati" Il presidente degli Stati Uniti, nel discorso tenuto per l'anniversario dell'inizio della guerra, ha ribadito la sua convinzione che l'operazione che ha portato alla caduta del regime di Saddam Hussein è stata "giusta". Ma ha ammesso che il conflitto "è stato più duro e più costoso del previsto" Commenta New York, 19 marzo 2008 - Nel giorno del quinto anniversario dall'inizio della guerra in Iraq, il presidente degli Stati Uniti George W. Bush ha ribadito la sua convinzione che l'operazione che ha portato alla caduta del regime di Saddam Hussein è stata "giusta". Bush si è detto "orgoglioso dei risultati ottenuti" sottolineando come "il mondo sia più sicuro" con Saddam Hussein fuori gioco. La guerra "giusta" ora deve essere portata a termine: "Questo è un conflitto che l'America può e deve vincere", ha detto il presidente. BUSH: GUERRA PIU' DURA E COSTOSA DEL PREVISTO Pur difendendo la strategia messa in atto in Iraq, la guerra "giusta", il presidente degli Stati Uniti George W. Bush ha ammesso che il conflitto "è stato più duro e più costoso del previsto". Bush lo ha detto durante il discorso pronunciato in occasione del quinto anniversario dall'inizio della guerra in Iraq. L'operazione "Iraqi Freedom" cominciò il 19 marzo 2003 alle ore 21.30 (all'alba del 20 marzo a Baghdad). Il presidente è comunque fiducioso sull'esito del conflitto. "Quando avremo vinto, gli effetti si vedranno in tutto il mondo", ha detto Bush. BUSH: PRIMA GRANDE RIVOLTA ARABA CONTRO BIN LADEN Il presidente degli Stati Uniti ha definito la guerra in Iraq l'occasione per "la prima grande rivolta araba contro Osama bin Laden", il mandante delle stragi terroristiche dell'11 settembre 2001. Nel quinto anniversario dall'inizio del conflitto, Bush ha risposto alle manifestazioni di protesta nelle strade della capitale difendendo la guerra "giusta". Gli iracheni, ha continuato Bush - "si sono stancati della brutalità di al Qaeda" e quello che doveva essere il fronte della guerra contro l'America, è diventato invece "un movimento di liberazione dalla tirannia". BUSH:OSAMA SI ILLUDE, AL QAEDA E' DEBOLE "Osama Bin Laden ritiene che si debba scommettere sul cavallo forte, ma non si rende conto che Al Qaeda è il cavallo debole della guerra contro il terrorismo". Lo ha detto il presidente degli Stati Uniti George W. Bush durante il discorso pronunciato in occasione del quinto anniversario dall'inizio della guerra in Iraq. L'operazione "Iraqi Freedom" cominciò il 19 marzo 2003 alle ore 21.30 (all'alba del 20 marzo a Baghdad). BUSH: ULTERIORE RITIRO TRUPPE NON VANIFICHI PROGRESSI Il presidente degli Stati Uniti George W. Bush ha messo in guardia da ulteriori riduzioni della presenza militare americana in Iraq. "Ulteriore ritiro delle truppe - ha detto Bush, nel quinto anniversario dall'inizio della guerra - non deve mettere a repentaglio i progressi fatti" nella garanzia della sicurezza. Le parole di Bush sono dirette ai democratici del Congresso e ai candidati alla presidenza Barack Obama e Hillary Clinton, che promettono un rapido ritiro dal fronte in caso di vittoria nelle elezioni del prossimo novembre. 'GUERRA FREDDA' Jet Nato inseguono bombardieri strategici russi Commenti Invia commento Segnala ad un amico 19/03/2008 17:39 RUGGERO Quanti morti...quante stragi inutili...grazie bush della tua guerra che ti dà orgoglio 19/03/2008 16:29 giorgio Ci vuole un grande coraggio e una buona dose di ipocrisìa mostrare l'orgoglio per il più improvvido e stupido intervento militare da parte di una unica super potenza che lui rappresenta.

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D'Alema: per i diritti pronti a dolorose rinunce L'Italia non esclude di disertare l'inaugurazione dei Giochi se Pechino non ferma la repressione (sezione: Estero USA)

( da "Unita, L'" del 20-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Stai consultando l'edizione del D'Alema: per i diritti pronti a dolorose rinunce L'Italia non esclude di disertare l'inaugurazione dei Giochi se Pechino non ferma la repressione / Roma In questo momento per l'Italia "è fondamentale mantenere alta la pressione verso la Cina" ed il modo migliore affinché ciò possa realizzarsi è "con l'invio in loco, di una missione della Troika Ue e, quindi, attendere fatti concreti molto prima dello svolgimento dei Giochi Olimpici". E sulle Olimpiadi di Pechino, una cosa è certa: quei Giochi "con i carri armati a Lhasa, sarebbero tecnicamente possibili, ma politicamente ingestibili". Questa la posizione della diplomazia italiana riferita ieri dal sottosegretario agli Esteri Gianni Vernetti alle Commissioni Esteri di Camera e Senato. Vernetti che l'altro ieri, su indicazione del titolare della Farnesina Massimo D'Alema, ha incontrato l'ambasciatore cinese a Roma, Sun Yuxi, ha ribadito che oggi è "essenziale la fine immediata della violenza, così come l'invio di osservatori per un monitoraggio sul luogo, ma certo anche l'avvio di un dialogo concreto tra la Cina ed il leader spirituale tibetano, il Dalai Lama". "Siamo nel momento in cui vanno pensate azioni forti di pressione nei confronti della Repubblica popolare cinese - avverte il sottosegretario con delega all'Asia e ai diritti umani - che permettano alla comunità internazionale una presenza in loco di monitoraggio e inducano quel Paese all'apertura immediata" per un dialogo con il Dalai Lama. Un punto, quest'ultimo, che l'Italia giudica politicamente cruciale. Pechino, insiste Vernetti, deve avviare un dialogo con il leader tibetano. L'Italia punta sull'Europa: "Serve un forte coinvolgimento della Ue" sostiene il sottosegretario in Parlamento, riaffermando la volontà del governo italiano di promuovere l'invio di una missione della Troika dell'Ue - presidenza della Commissione, la presidente di turno slovena e la futura presidenza francese - per "monitorare sul terreno la situazione". "La Repubblica popolare cinese non potrà che aderire alla richiesta che abbiamo avanzato per una missione della Trokia dell'Ue a Lasha e a Pechino. È un messaggio molto forte che non potrà non essere accolto dalle autorità cinesi", si dice convinto Vernetti. Sull'ipotesi del boicottaggio dei Giochi Olimpici in relazione alla crisi tibetana, Vernetti si limita a dire che "non escludiamo azioni anche molto efficaci, ulteriormente efficaci nei confronti della Repubblica popolare cinese", citando l'invito rivolto dal presidente del Parlamento europeo ai capi di Stato e di governo a "disertare la cerimonia di apertura del Giochi". "Ci si attende fatti concreti da Pechino - aggiunge il rappresentante del governo - molto prima dello svolgimento dei Giochi olimpici. Non è una questione di boicottaggio sì o boicottaggio no, è la Cina che deve dimostrare che questi Giochi si possono fare in condizione di pace, di libertà e di rispetto dei diritti umani", rileva Vernetti. Premesso che "con i carri armati a Lhasa le Olimpiadi sarebbero tecnicamente possibili, ma politicamente ingestibili, il sottosegretario agli Esteri sottolinea che oggi "non siamo tanto noi che dobbiamo decidere se andare o meno Pechino", quanto piuttosto sono le autorità cinesi che devono mostrare alla Comunità internazionale che la situazione in casa loro è pacifica e rispettosa dei diritti umani basilari". Un concetto su cui insiste il ministro degli Esteri Massimo D'Alema. "L'esplodere dei diritti i umani in Tibet e in Cina ci chiama a scelte impegnative. Sono interrogativi con i quali ci si deve misurare e che comportano anche in qualche caso scelte coraggiose e rinunce", sottolinea il vice premier presentando alla Farnesina il rapporto sulla politica estera, messo a punto dal Gruppo di riflessione strategica. D'Alema rimarca il fatto che "la difesa dei diritti umani, dei principi di libertà e di democrazia è un punto irrinunciabile del profilo internazionale dell'Italia", e per questa ragione, spiega, "credo, nei prossimi mesi, saremo chiamati a scegliere" e il rapporto tra la "realpolitik" e la visione "etica" della politica estera "sarà messo alla prova". "Se non c'è una risposta positiva da parte di Pechino all'appello della Comunità internazionale - aggiunge il capo della diplomazia italiana - ciò richiederà delle iniziative, che però a mio giudizio devono essere discusse in sede europea. Penso che la rincorsa degli annunci e delle proposte serva solo a fare confusione. C'è già una consultazione europea per valutare quali iniziative possano essere prese, e noi - ha concluso D'Alema - parteciperemo a queste consultazioni". u.d.g.

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<La cattiva gestione dell'intervento non basta a condannare l'impresa> (sezione: Estero USA)

( da "Corriere della Sera" del 20-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-03-20 num: - pag: 14 autore: di CHRISTOPHER HITCHENS categoria: REDAZIONALE L'intervento Il giornalista e opinionista americano "La cattiva gestione dell'intervento non basta a condannare l'impresa" SEGUE DALLA PRIMA Sin dal 1968 gli Stati Uniti iniziarono a intromettersi su larga scala negli affari del Paese, con il ruolo svolto dalla Cia nel colpo di Stato che portò al potere l'ala del partito Baath capeggiata da Saddam Hussein. Non più di un decennio dopo, ci sono prove schiaccianti che gli Usa acconsentirono tacitamente all'invasione irachena dell'Iran, decisione destinata a infliggere danni morali e materiali di tali proporzioni da superare ampiamente le tragedie degli ultimi anni. Nel frattempo, ricordiamo anche la falsa promessa di sostegno ai rivoluzionari curdi da parte di Henry Kissinger, che li incoraggiò a fidarsi dell'appoggio americano per poi tradirli e abbandonarli nel modo più cinico e brutale. Se avete ancora il coraggio di tenere gli occhi puntati su questi spezzoni di attualità, arriverete al momento in cui anche Saddam passa dall'altra parte e si mette a corteggiare Washington, raccogliendo i massimi consensi nella capitale americana proprio nei giorni in cui lancia la sua campagna di sterminio nelle province del nord, e conservando il favore americano fino al punto in cui decide di "mangiarsi" il vicino kuwaitiano. In ogni decisione successiva, da quella di accorrere in aiuto al Kuwait, a quella di lasciare al potere Saddam, fino alle decisioni di imporre sanzioni internazionali all'Iraq, la politica estera americana ha riscosso un tasso assai elevato di partecipazione pubblica. Se sono sinceri con se stessi, gli americani devono ammettere di non essere mai stati spinti in guerra "con la menzogna". Semmai si sono resi conto progressivamente che l'alternativa era tra la collusione protratta con Saddam Hussein e la decisione di chiudere la partita con lui. Il discorso del presidente alle Nazioni Unite del 12 settembre 2002, per affermare che era venuto il momento di mettere anche il tiranno iracheno davanti a questa scelta, fu senz'altro il miglior discorso dei suoi due mandati presidenziali e certamente quello che ha dato adito al maggior numero di equivoci. Si ritiene comunemente, e a torto, che il discorso di Bush abbia fatto luce unicamente su due aspetti del problema, ovvero il rifiuto del regime di Saddam di accettare la risoluzione riguardante le armi di distruzione di massa e la complicità dei baathisti con la ragnatela dei gruppi terroristici islamici. Il rifiuto sprezzante di Bagdad di recepire la risoluzione dell'Onu (e non necessariamente la disponibilità effettiva di armi di distruzione di massa) rappresenta una violazione eclatante e facilmente dimostrabile della legge internazionale. Le più recenti stime degli esperti oggi hanno rivelato che il ruolo dei baathisti nel fornire appoggio ai mercanti del terrore suicida fu più esteso di quanto l'opinione pubblica mondiale non potesse sospettare. Tutto ciò è stato però oscurato dalla pessima gestione dell'intervento armato, anche se a mio parere tanta incompetenza non basta a condannare l'impresa tout court. Un criminale di guerra è stato sottoposto a pubblico processo. La maggioranza curda e sciita è stata salvata dalla minaccia di un rinnovato genocidio. Un immenso apparato militare e di partito, brutalmente concentrato sulla repressione interna e l'aggressione esterna, è stato smantellato. Sono stati individuati nuovi e immensi giacimenti petroliferi. Si sono tenute elezioni politiche ed è stata proposta una bozza di sistema federale come unica alternativa alla spartizione settaria del Paese. Non meno importante, è stata inflitta una vera e propria sconfitta militare ad Al Qaeda e ai suoi sostenitori. Per estensione, è lecito sostenere che i baathisti siriani non avrebbero abbandonato il Libano, né che la gang di Gheddafi avrebbe consegnato gli arsenali di armi di distruzioni di massa della Libia se non fosse stato per l'effetto a catena innescato dall'abbattimento di quella dittatura. Nessuno di questi sviluppi positivi è stato possibile senza una buona dose di errori e crudeltà. Non riesco a soppesarli, gli uni contro gli altri, come non riesco a controbilanciare la vergogna di Abu Ghraib con la scoperta delle decine di fosse comuni del regime di Saddam. Esiste, tuttavia, una presa di posizione che nessuno può onestamente condividere, ma che molti vorrebbero adottare. Io la chiamo "teoria dell'Iraq alla George Berkeley": se non abbiamo causato direttamente il crollo di una nazione traumatizzata, allora non dobbiamo sentirci responsabili. Tuttavia, proprio la miseria, il caos e la divisione che suscitano tanta indignazione quando si contempla la situazione irachena, fanno scaturire una domanda inevitabile: come sarebbe stato l'Iraq dopo Saddam senza la coalizione? Occorre ricordare che tutte, o quasi tutte, le opzioni erano già sfumate. Eravamo già coinvolti fino in fondo nella battaglia per la vita o la morte di quel Paese, e il marzo del 2003 indica semplicemente il momento in cui abbiamo deciso di intervenire, dopo un lungo dibattito pubblico, dalla parte giusta e per motivi giusti. E questa decisione ha ancora oggi il suo peso. © Christopher Hitchens, 2008 Traduzione di Rita Baldassarre Vittime Scarpe di soldati uccisi in Iraq.

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Zapatero e George W. con il dissenso cubano (sezione: Estero USA)

( da "Corriere della Sera" del 20-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-03-20 num: - pag: 14 categoria: REDAZIONALE Due lettere Zapatero e George W. con il dissenso cubano DAL NOSTRO CORRISPONDENTE MADRID - Nonostante non si siano mai scambiati una visita di cortesia in 4 anni, il presidente spagnolo, José Luis RodrÍguez Zapatero, e quello statunitense, George W. Bush, hanno almeno un punto in comune in materia di politica estera: il sostegno ai dissidenti cubani. A distanza di un mese l'uno dall'altro, i due leader hanno inviato lettere di solidarietà ai prigionieri politici dell'isola e ai loro famigliari. Entrambi promettono di impegnarsi affinché il governo di RaÚl Castro rispetti i diritti civili e umani; entrambi manifestano ammirazione per le "Damas de blanco", le signore in bianco, l'associazione delle mogli e dei parenti dei 75 dissidenti arrestati nella retata repressiva del 2003. Tra loro c'è la moglie di Héctor Maseda, Laura PollÁn, che ha mostrato gli originali delle due missive spedite da Washington a gennaio e da Madrid a febbraio. Maseda è dietro le sbarre da 5 anni e ha da scontarne altri 15, se non intervengono amnistie o vistosi cambi di linea politica delle autorità cubane: "Può stare sicura - ha scritto Zapatero alla moglie - che la Spagna continuerà a fare tutto quanto in suo potere per ottenere la liberazione dei prigionieri politici". Bush si rivolge direttamente all'oppositore in carcere, assicurando l'appoggio americano al popolo cubano perché ne siano rispettate le libertà fondamentali. Ai due presidenti erano state inviate copie del libro scritto da Maseda, "Enterrados vivos", sepolti vivi. Dei 75 arrestati 5 anni fa, 55 sono ancora in cella, uno è morto, 19 sono stati liberati per motivi di salute: di questi, 4 sono arrivati in Spagna il mese scorso. Elisabetta Rosaspina.

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Nucleare, riforme, Africa: l'agenda 2020 della Farnesina (sezione: Estero USA)

( da "Corriere della Sera" del 20-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-03-20 num: - pag: 17 categoria: REDAZIONALE L'iniziativa bipartisan Nucleare, riforme, Africa: l'agenda 2020 della Farnesina ROMA - L'ineluttabilità del nucleare per far fronte al fabbisogno di energia evitando le insidie della geopolitica, lo sguardo rivolto ai Balcani e al Mediterraneo per essere un Paese leader nell'area senza rinunciare alla vocazione di partner economico di rispetto per i colossi come Cina, India, Brasile, l'idea di andare a cercare mercati in Africa, dal Sudafrica all'Angola. E poi le riforme: dall'allargamento del G8 (idea non condivisa da tutti) alle innovazioni istituzionali per l'Europa, dal gruppo di contatto con Francia, Germania, Gran Bretagna, Spagna e Polonia alla consapevolezza che solo un Paese "sano" oggi conta nell'Unione. La scelta di "includere la Cina" perché il protezionismo dimezzerebbe la crescita soprattutto in Europa, la rivendicazione del ruolo italiano nelle missioni di pace. Sono gli spunti della politica estera del prossimo decennio, presentati ieri alla Farnesina nel "Rapporto 2020", l'agenda della politica estera italiana dei prossimi dodici anni, elaborata da una commissione di esperti del ministero e indipendenti, guidati da Marta Dassù e Maurizio Massari. "Non un programma di partito ma una base di discussione politica e istituzionale, in parte incompiuto per la fine repentina della legislatura", ha spiegato Massimo D'Alema che lascia in eredità alla Farnesina questo tentativo di delineare le linee di politica estera in modo bipartisan e indipendente "dalle fragilità dei governi". L'idea di un cambio di marcia e di un adeguamento alle nuove esigenze internazionali lascia un segno anche dentro il ministero: in questi giorni si stanno mettendo a punto le ultime norme per aprire le ambasciate ai "privati" e per dotarle di un'autonomia finanziaria che permetta di gestire al meglio gli interessi nazionali nelle diverse parti del mondo. G. Fre. Ministro Massimo D'Alema.

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Ue più forte, rigassificatori e nucleare (sezione: Estero USA)

( da "Messaggero, Il" del 20-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

"Ue più forte, rigassificatori e nucleare" Nel Rapporto sulla politica estera, le nuove priorità fino al 2020. Ambasciatori come manager.

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ROMA Nelle democrazie avanzate le direttrici di politica estera, le strategie di (sezione: Estero USA)

( da "Messaggero, Il" del 20-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Di CLAUDIO RIZZA ROMA Nelle democrazie avanzate le direttrici di politica estera, le strategie di medio-lungo termine di un Paese che sappia curare i suoi interessi diplomatici ma anche economici, per cavalcare la globalizzazione e non subirla, non cambiano ad ogni mutar di fronda. Se i premier si alternano gli obiettivi di fondo restano comuni. Si chiama "continuità". Per la prima volta l'Italia cerca di mettersi al passo e di superare quel gap politico-culturale che è stato la palla al piede del nostro bipolarismo zoppo e per nulla bipartisan. Il "Gruppo di riflessione strategica", voluto da D'Alema e coadiuvato dalla Farnesina, in quattro mesi ha stilato il primo rapporto che guarda di qui al 2020. Gruppo assolutamente bipartisan composto da professori, imprenditori, studiosi, militari, giornalisti, banchieri e politici, da Bankitalia a Confindustria, da Sant'Egidio alla Bocconi, dall'Eni a Finmeccanica. Tutti impegnati a disegnare un futuro e un percorso condiviso per migliorare le sorti del sistema-Paese. Per i prossimi dodici anni il Rapporto avanza proposte concrete. Si augura una dimensione europea della Difesa, proponendo un raccordo stretto tra i sei paesi più grandi della Ue; spinge per l'allargamento ai Balcani e per quello alla Turchia di "interesse strategico". Sull'energia, si punta alla costruzione di pipeline e rigassificatori, all'integrazione con il mercato energetico europeo, curando i rapporti diretti con Russia e paesi del Golfo; e a riprendere la collaborazione internazionale sul nucleare, intensificando la ricerca che riguarda il nucleare di quarta generazione. Politicamente, l'obiettivo scontato è quello di rafforzare il ruolo dell'Europa negli organismi internazionali (Onu, G8, Fmi). E per la politica economica, favorire gli investimenti esteri in Italia e rivedere la rete di rappresentanza istituzionale all'estero (ambasciate, Ice) per concentrarla nelle aree che presentano maggiori opportunità di sviluppo. India e Cina sono, come si sa, i paesi emergenti e i mercati più appetibili. Se tutto questo viene inserito nella modernizzazione della Farnesina, che il direttore generale Massolo cavalca, si può intuire come una piccola, pragmatica rivoluzione sia in atto (dimenticando le polemiche che vi furono quando Berlusconi propose la grande riforma delle feluche): si va dallo snellimento e razionalizzazione della rete consolare (16-17 sedi sono state chiuse o accorpate); alla graduale trasformazione della figura dell'ambasciatore in "ambasciatore-manager" attraverso quanto stabilisce la legge Finanziaria, che ha inaugurato l'esistenza di un Fondo unico e permesso alle ambasciate di autofinanziarsi raccogliendo e gestendo direttamente fondi privati; più l'idea di creare un vice segretario generale-direttore "politico", che coordini le 12 direzioni generali in modo da disciplinare gli input della Farnesina nel dialogo con palazzo Chigi. Insomma, un modo moderno di gestire la diplomazia che avrebbe adesso bisogno di una politica all'altezza. Come dice D'Alema, servirebbe intanto "una moratoria sugli annunci strampalati" per non dare l'impressione che l'Italia sia nelle mani di un Potere pazzo e schizofrenico, facendo crollare la credibilità internazionale del Belpaese. Una base bipartisan c'è, speriamo che duri. Un articolato sondaggio chiude il Rapporto e fornisce risposte contraddittorie e interessanti, che rivelano come l'opinione pubblica sia influenzata dalle incertezze e dalle confusioni della politica: 6 italiani su 10 condividono la missione in Afghanistan ma solo se ciò non comporta perdite militari; il 65% pensa che sul Kosovo sia già stato fatto abbastanza; molti credono che l'India sia un'opportunità per i nuovi mercati (54%) mentre la Cina è vista come una minaccia per la nostra economia (58%); i più pensano che sia giusto restare nella Nato (35%) ma anche affiancando una forza difensiva europea (32%).

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WASHINGTON - Sarà anche un esperto di politica estera, ma il senatore John McCain ha appe (sezione: Estero USA)

( da "Messaggero, Il" del 20-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

WASHINGTON - Sarà anche un esperto di politica estera, ma il senatore John McCain "ha appena confuso sciiti con sunniti, l'Iran con Al Qaeda". Un Barack Obama pungente, che mette nel mirino direttamente l'avversario dei democratici a novembre, ha approfittato del quinto anniversario della guerra in Iraq per proporsi come "la vera alternativa" a McCain e a Hillary Clinton per la Casa Bianca. Per non restare chiuso nell'angolo di un dibattito incentrato sul colore della pelle, dopo il suo discorso sulla questione razziale, il senatore dell'Illinois ha così scelto di cavalcare il tema dell'Iraq. McCain, più che Hillary, è diventato l'obiettivo di Obama, che deve combattere la percezione di essere inesperto. Il settantunenne senatore repubblicano gli ha dato una mano, con una gaffe ieri in Giordania, dove ha confuso i terroristi sunniti di Al Qaida con gli estremisti sciiti appoggiati da Teheran. Un errore, ha infierito Obama, "che forse spiega perché ha votato per andare in guerra contro un paese che non aveva legami con Al Qaeda. O perchè è assolutamente incapace di capire che la guerra in Iraq ha fatto più per rafforzare i nemici dell'America di ogni altra scelta strategica che abbiamo preso da decenni".

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Obama e Clinton contro il presidente e McCain: <Ritiro e più diplomazia> Bush riscrive l'Iraq: <Una guerra giusta che non si può perdere> (sezione: Estero USA)

( da "Liberazione" del 20-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Obama e Clinton contro il presidente e McCain: "Ritiro e più diplomazia" Bush riscrive l'Iraq: "Una guerra giusta che non si può perdere" La coppia rimasta alla Casa Bianca a gestire la guerra irachena ha voluto difendere la sua impresa nel quinta anniversario dall'invasione. Il vicepresidente Cheney è andato la mattina presto in televisione mentre George W. Bush ha scelto il Pentagono. La retorica dei due leader repubblicani statunitensi è talmente distante dalla realtà da sembrare una parodia. La costruzione del consenso per portare la guerra a Saddam era passata per le foto satellitari di presunti camion nucleari, per le provette agitate da Collin Powell all'Onu e per il collegamento tra l'attacco alla torri gemelle e Baghdad. Cinque anni dopo Dick Cheney se ne infischia del consenso. Alla domanda dell'intervistatore sull'ultimo sondaggio sulla guerra (il 64% pensa che non sia valsa la pena combatterla), il vice-presidente ha risposto "Beh? Non possiamo mica cambiare politica ogni volta che ci sono i sondaggi. Lincoln non seguiva i sondaggi". Non c'è più bisogni di consenso per fare la guerra. Che se la veda McCain con gli americani. Il presidente ha parlato in forma ufficiale spiegando che un anno fa, quando fu deciso l'aumento delle truppe "i terroristi stavano per far precipitare il Paese nel caos e la mia amministrazione ha capito che l'America non si poteva ritirare di fronte al terrore". Come se niente fosse, il presidente racconta una versione dei fatti nella quale il dialogo con i sunniti e il superamento del bando di tutti gli ex ufficiali di Saddam è il frutto di una scelta e non delle pressioni dell'establishement politico e militare sulla Casa Bianca. Il presidente considera necessario mantenere le truppi in Iraq, ribadisce che "Rimuovere Saddam Hussein dal potere è stata la decisione giusta" e pensa che "questa è una guerra che l'America può e deve vincere". Il discorso del presidente è anche un'occasione per partecipare alla campagna elettorale attaccando i democratici. I candidati alla presidenza del partito avversario "non potendo più sostenere in maniera credibile che stiamo perdendo, adesso sostengono che la guerra costa troppo". Bush arriva anche a sostenere che le stime sui costi dell'impresa irachena sono esagerate. Per fare notizia su tema cruciale della campagna presidenziale e rispondere a Bush, anche Obama e Clinton hanno tenuto un discorso. L'ex first lady è tornata a spiegare che il suo voto alla guerra non giustifica gli attacchi che riceve da Obama in materia, ha illustrato il suo piano di ritiro entro 60 giorni e parlato della necessità di superare il disastro iracheno con la diplomazia. "Non è una guerra che si vince con le armi questa" ha detto Clinton. Obama parlava di Iraq il giorno dopo aver parlato della questione razziale, un discorso che i media americani definiscono uno dei più importanti della storia delle campagne politiche americane. Anche l'intervento di ieri è di quelli impegnativi. "La guerra a volte può essere necessaria, ma ha sempre gravi conseguenze. Per questo bisogna saper giudicare quando se ne comincia una" ha detto. "Il senatore Clinton dice che lei e McCain hanno superato il test da comandanti in capo non per le decisioni che hanno preso ma per gli anni passati a Washington. E' ora di discutere con McCain sul tema della sicurezza", ha continuato Obama, e non partendo dall'esperienza, perchè in quel caso vince lui. "Se si crede che questa guerra sia giusta allora è solo un porblema di tattica militare. Ed è di questo che vuole discutere McCain". Obama dice che lui, che si è sempre opposto alla guerra, metterà fine al conflitto, "anche se non sarà facile". A proposito di esperienza: ieri la biblioteca Clinton ha diffuso le carte sugli anni di Hillary da first lady. Il quotidiano britannico The Guardian le ha esaminate e spiega che in ogni momento cruciale della politica estera americana negli anni della presidenza Clinton (la pace in Nord Irlanda, il Kosovo), Hillary faceva altro. Obama - ed eventualmente i repubblicani - useranno quelle carte contro di lei. m. mazz. 20/03/2008.

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Segue un giorno da lama (sezione: Estero USA)

( da "Riformista, Il" del 20-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Segue un giorno da lama di Antonio Polito Sì, perché questa è oggi la questione cruciale. La massima autorità spirituale del Tibet ha messo sul piatto le sue dimissioni perché ha rischiato la liquidazione politica. Ancora ieri mattina Pechino sembrava decisa a regolare definitivamente i conti con lui. Paradossalmente, più si incattivisce la situazione in Tibet, meglio è per il regime. È infatti ormai chiaro che la strategia non violenta, ragionevole e autonomista del Dalai Lama comincia a perdere consensi soprattutto tra i giovani tibetani esasperati. Pechino potrebbe preferire avere loro di fronte, magari mentre assaltano i negozi dei cinesi, così da trattarli con l'argomento che maneggia meglio, quello della forza; piuttosto che doversi confrontare con il carisma globale del Dalai Lama. Dunque solo l'Occidente può aiutare il Dalai Lama e salvare la leadership di uno dei pochi movimenti non violenti del mondo. Se n'è parlato ieri a lungo nella riunione delle commissioni esteri di Camera e Senato riunite congiuntamente, cui ha partecipato in qualità di ancora senatore il direttore di questo giornale. E la riapertura straordinaria del Parlamento è il secondo risultato già ottenuto dalla mobilitazione dell'opinione pubblica. C'è una sostanziale unità di intenti tra le forze politiche. Certo, c'è chi vorrebbe minacciare il boicottaggio e chi è più prudente, ma sul minimo comun denominatore sono tutti d'accordo: noi chiediamo alla Cina risposte oggi, non ad agosto. È la Cina che deve dimostrare al mondo di essere in grado di tenere Olimpiadi non insanguinate, perché sarebbe impossibile far sventolare i cinque cerchi a Pechino mentre i carri armati calpestano Lhasa. Le Olimpiadi sono un problema della Cina, non nostro. Ed è per questo che è stato profondamente sbagliato l'annuncio di Solana, ministro degli esteri della Ue, che ha dichiarato che lui sarebbe andato ai giochi comunque proprio nel giorno in cui cominciava a scorrere il sangue in Tibet. In questo Solana si è comportato come Bush, il quale ha tolto la Cina dall'elenco dei dieci peggiori trasgressori mondiali dei diritti umani. Ma, come è noto, non sempre seguire Bush è la strada migliore per l'Europa. Infine, tutti i nostri amici che sono venuti ieri sera a Campo de' Fiori devono essere fieri di un terzo obiettivo raggiunto: la protesta per la repressione in Tibet ha varcato la frontiera di chi si informa con i giornali e internet ed è penetrata nel grande pubblico italiano, quello che si informa attraverso la televisione. Ringraziamo Rai news 24 e Sky tg 24 per aver trasmesso in diretta la nostra manifestazione, e tutti i telegiornali e i giornali radio che ne hanno dato ampia notizia. L'unica arma vera di cui dispongono i tibetani e il loro leader spirituale è la mobilitazione della più vasta opinione pubblica mondiale. Le tv ci hanno aiutato ieri a reclutare un piccolo esercito, che non smetterà di guardare al tetto del mondo. 20/03/2008.

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Iraq, Bush: "Ora il mondo è più sicuro" (sezione: Estero USA)

( da "Italia Sera" del 20-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Politica Estera Usa/Nel quinto anniversario dell'inizio del conflitto il bilancio del Presidente Iraq, Bush: "Ora il mondo è più sicuro" Nel quinto anniversario dell'inizio del conflitto in Iraq, in un discorso al Pentagono, il presidente Bush si è detto "orgoglioso dei risultati" sottolineando come "il mondo sia più sicuro" con Saddam Hussein fuori gioco. Tuttavia, Bush ha ammesso che il conflitto, iniziato il 19 marzo 2003 con l'operazione Iraqi Freedom, "è stato più duro e più costoso del previsto". Ma, ora questa guerra "giusta" deve essere portata a termine. "La nuova strategia in Iraq sta avendo successo e ci sta aprendo la porta ad una vittoria strategica contro il terrorismo. In Iraq stiamo assistendo alla prima azione militare araba su ampia scala contro Osama Bin Laden e la sua rete del terrore" ha poi aggiunto il numero uno Usa precisando che "un rimpatrio delle truppe Usa dall'Iraq più massiccio di quello già annunciato potrà essere adottato solo "se non metterà a rischio" i progressi finora raggiunti. Bush ha detto che attenderà il prossimo mese il rapporto del generale David Petraeus prima di prendere ulteriori decisioni sul livello di rimpatrio delle truppe americane dall'Iraq. Per il 64% degli americani non ne valeva la pena. Il 64% degli americani ritiene che i risultati di cinque anni di guerra in Iraq non valgono le perdite in termini di vite umane e, i costi che l'America sta sostenendo. Lo indica un sondaggio svolto dal network CBS, in occasione del quinto anniversario dell'invasione dell'Iraq. Solo il 29% degli americani, secondo il sondaggio, ritengono che il prezzo della guerra sia adeguato ai risultati ottenuti. Nel 2003, sei mesi dopo l'attacco a Baghdad, gli americani erano divisi 50-50% nel sostegno o meno alla guerra. L'approvazione dell'operato dell'amministrazione Bush in Iraq era scesa ai minimi nel marzo 2006, sotto al 25%. Adesso è lievemente risalita, ma la maggioranza degli americani ritiene sempre che la Seconda guerra del Golfo sia stata sostanzialmente un errore. Edizione n. 866 del 20/03/2008.

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No al radicalismo, parità con gli Usa (sezione: Estero USA)

( da "Avvenire" del 20-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

CRONACA 20-03-2008 LA DESTRA No al radicalismo, parità con gli Usa L a premessa del programma della Destra in politica estera è che "il patriottismo oggi si esplica in virtù della forza e dell'autorevolezza che l'Italia deve saper costruire negli ambiti internazionali in cui è inserita. Il cuore della politica estera italiana non può che essere la difesa dell'interesse nazionale in relazione al contesto geopolitico in cui l'Italia è inserita: l'Europa e il Mediterraneo". Non vi è riferimento esplicito alle missioni militari all'estero, ma sembra che l'orientamento, nel caso la Destra arrivi a far parte di una maggioranza di governo, sia per una conferma del dispiegamento delle nostre Forze armate, alle quali, per tradizione, il partito è vicino. L'accento più forte nel programma di Daniela Santanchè (forse anche per sensibilità personale al tema) va "all'impegno contro ogni possibile focolaio di fondamentalismo, culla del terrorismo di matrice islamista in ogni angolo del mondo, al fine di creare un modello di ordine nel mondo atto a garantire giustizia, prosperità e armonia tra popoli e nazioni diverse". Per quanto riguarda i rapporti con gli Stati Uniti, ci si affida alle parole del presidente francese Nicolas Sarkozy: "Essere alleati non vuole dire allineati, e bisogna sentirsi perfettamente liberi di esprimere il proprio consenso come il proprio dissenso, senza compiacenze né tabù". Come dire: l'amicizia con l'America resta impregiudicata, tuttavia senza prendere ordini e senza sudditanze preventive alle scelte di Washington, soprattutto inaugurando un nuovo protagonismo europeo in cui l'Italia abbia ruolo di primo piano.

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Più vicini ad America e Israele In Afghanistan impegno forte (sezione: Estero USA)

( da "Avvenire" del 20-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

CRONACA 20-03-2008 Popolo della libertà Più vicini ad America e Israele In Afghanistan impegno forte L a politica estera è assente nel programma ufficiale del Popolo della libertà. Ragioni di sintesi, ha spiegato Silvio Berlusconi, a parere del quale non era necessario ribadire che vi sarà totale continuità di un suo eventuale governo con le scelte compiute nel periodo 2001-2006. Innanzitutto, quindi, rapporto privilegiato con gli Stati Uniti, anche se alla Casa Bianca andrà un democratico. Sulle missioni militari italiane all'estero l'ex ministro della Difesa Martino, che aspira a un nuovo incarico in caso di vittoria, ha lanciato il sasso nello stagno la scorsa settimana. "Via dal Libano e ritorno in Iraq", ha detto in un'intervista con il suo tipico stile tranchant. Immediate le precisazioni e le messe a punto dello stesso Berlusconi e di Fini. Che hanno dato un quadro delle possibili linee future. "Resteremo in Medio Oriente, ma non condividiamo le attuali regole di ingaggio del nostro contingente ha detto il candidato premier raccogliendo le parole di Martino . Serve maggior libertà di intervento per i nostri uomini, al fine di prevenire il riarmo degli hezbollah ". Quanto a Baghdad, è stata esclusa l'eventualità che soldati italiani sbarchino in forze a cinque anni dalla guerra. Secondo Martino, la scelta di Prodi di lasciare il Paese ha costituito un errore, Berlusconi ritiene che, al massimo, si potrebbe pensare di inviare "istruttori militari". Tutti hanno comunque precisato che le decisioni vanno assunte di concerto con gli alleati e con gli organismi che guidano le missioni. A tal proposito, il Pdl pare orientato, più di tutti gli altri schieramenti politici, ad accogliere le richieste dell'Alleanza atlantica affinché in Afghanistan siano dislocati più uomini e più mezzi. L'ex ministro della Difesa si è detto personalmente favorevole a un maggiore impegno per contrastare l'offensiva dei taleban. Ciò significherebbe anche combattere in campo aperto contro le forze che minacciano il governo Karzai, con un conseguente aumentato rischio di perdite. Il Popolo della libertà dovrebbe riproporre il suo tradizionale approccio filo-israeliano in Medio Oriente, con chiusura netta a ogni ipotesi di dialogo con Hamas e minore attenzione alle istanze palestinesi, in sintonia con la linea adottata in questi anni da George W. Bush. La stretta adesione alle posizioni di Washington varrebbe, verosimilmente, anche circa la crisi iraniana, soprattutto nel caso vi fosse una divergenza di idee tra Europa e Stati Uniti sulla linea dura da adottare verso Teheran. La mancanza di un capitolo scritto su questi temi lascia aperto il tema dei fondi necessari a sostenere lo sforzo delle missioni militari sui vari fronti. Il precedente esecutivo Berlusconi ridusse il capitolo di bilancio dedicato alla difesa. Nella difficile congiuntura internazionale, i conti pubblici rischiano di andare in ulteriore sofferenza e bisognerà allora decidere che cosa privilegiare.

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Missioni militari. Quale politica estera? (sezione: Estero USA)

( da "Avvenire" del 20-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

CRONACA 20-03-2008 Missioni militari. Quale politica estera? Le missioni militari fuori dai nostri confini hanno costituito una delle spine più acuminate per il governo Prodi e, grazie a un'intervista rilasciata venerdì 14 dall'ex ministro della Difesa Antonio Martino, sono state l'unico tema di politica estera che è riuscito a 'bucare' gli schermi della campagna elettorale. Sì, perché fino ad ora i temi internazionali sono stati, com'è peraltro tradizione italiana, completamente ignorati in comizi e dibattiti. Anche nei programmi, per la verità, non v'è molto più di qualche enunciazione generale (e spesso generica). Eppure, abbiamo circa 7.700 uomini delle Forze armate impegnati in 19 missioni di pace, le più rilevanti delle quali sono quelle in Libano, in Afghanistan e nei Balcani, compreso il Kosovo indipendente che in questi giorni ha ripreso a infiammarsi. Strettamente legati all'impegno su questi fronti sono il rapporto con gli Stati Uniti e l'atteggiamento complessivo nell'intricata partita mediorientale. Gli ultimi cambi di maggioranza si sono infatti caratterizzati, in politica estera, proprio per un diverso orientamento nell'alleanza strategica con Washington (sulla guerra in Iraq in particolare) e per un'accentuazione della solidarietà a Israele o dell'apertura al dialogo con tutte le espressioni del popolo palestinese (compresa Hamas).

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La scelta del multilateralismo: conferma a tutti i contingenti (sezione: Estero USA)

( da "Avvenire" del 20-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

CRONACA 20-03-2008 Partito democratico La scelta del multilateralismo: conferma a tutti i contingenti Nel programma si dice poi che va affermata "la necessità di un'inizia- tiva che fermi la corsa al riarmo con- venzionale e nucleare. Lavoreremo perciò ad un Mediterraneo e ad un Medio Oriente de-nuclearizzato e parteciperemo agli sforzi interna- zionali per fermare il rischio nu- cleare iraniano e per assicurare la sicurezza ai Paesi dell'area". In questo contesto vanno inserite le iniziative di dialogo che il ministro degli Esteri D'Alema ha prospetta- to con Hamas ed Hezbollah, allo scopo di coinvolgere tutti gli at- tori della crisi al tavolo della pace. Iniziative cha hanno suscitato le reazioni criti- che esplicite di Israele e freddezza da parte di Washington. Se venisse confermato, il titolare della Farnesina dovrà precisare la strategia italia- na, che potrebbe entrare in dissonanza con quella america- na e di alcuni Paesi Ue. Il Pd afferma comunque di essere "per il rafforzamento dell'amicizia e della collaborazione nazionale e europea con gli Stati Uniti. La part- nership atlantica è la base migliore per un nuovo dialogo con il mondo arabo e islamico, per il governo del- le crisi, per la piena integrazione dei Balcani occidentali nel sistema eu- ropeo ". Si ribadisce infine che il Par- tito democratico "opera per il mul- tilateralismo efficace, per il raffor- zamento delle istituzioni interna- zionali e per la loro riforma, riven- dicando il successo all'Onu sulla moratoria delle esecuzioni capitali". Unione di Centro rilancia N el programma del Partito democratico, la politica estera fa da breve preambolo. In esso si sostiene che, "in un contesto in rapida evoluzione e contraddistinto da elevata instabilità", si debba "ribadire la scelta di un metodo multilaterale e di una presenza attiva negli organismi internazionali. In questo quadro, l'Italia deve poter disporre di uno strumento militare che le consenta, in coerenza con il mandato fissato nell'articolo 11 della Costituzione, di assicurare un'adeguata difesa del territorio nazionale; di svolgere da protagonista il ruolo che le compete nelle alleanze internazionali; di condividere le responsabilità nel governo delle crisi e per la difesa della pace e della stabilità internazionale ". Si riafferma, quindi, che "la lotta al terrorismo resta un'esigenza essenziale, da affrontare tramite le missioni internazionali di cui siamo parte e attraverso i nuovi strumenti europei di cooperazione fra polizie e servizi di intelligence. L'Italia deve confermare il suo impegno nella missione in Afghanistan, decisiva per vincere la guerra al terrorismo jihadista, e nella riflessione strategica sul Medio Oriente e sulle crisi dell'area, tragicamente aggravate dall'errore compiuto dall'Amministrazione Bush con la guerra in Iraq". Si tratta in sostanza di proseguire sulla linea espressa dall'esecutivo Prodi, che portò al ritiro da Baghdad, al mantenimento delle truppe a Kabul e all'invio di un contingente da frapporre tra Hezbollah e I- sraele. Resta da verificare quale sarebbe la scelta di un governo Veltroni di fronte a una reiterata ri- chiesta di Usa e Nato perché in Afghanistan si aumenti la presenza degli Alleati e tutti modifichino le regole d'ingaggio in senso più "bellico " e non solo strettamente difensivo.

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"Tutte s'innamorano di me Bush e Blair mi hanno chiesto un lavoro dopo la politica" (sezione: Estero USA)

( da "Quotidiano.net" del 20-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

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Poi a ruota libera reacconta: "Blair ora prende centomila euro a conferenza. Ma mi chiese di assumerlo nel momento in cui abbandonasse la politica" Roma, 20 marzo 2008 - Silvio Berlusconi ospite d'onore del ricevimento organizzato da Roberto Maroni, esponente della Lega Nord, per il suo compleanno. Non molti, per la verita', gli invitati alla festa dell'ex ministro del governo Berlusconi e pochi anche i politici. Fra questi, Giulio Tremonti (che ha lasciato il locale romano dove e' stato organizzato il ricevimento un po' prima per andare a registrare Porta a Porta), Maurizio Sacconi (Fi) e pochi altri. Fra gli ospiti, il cantautore Edoardo Bennato e l'attrice Maria Grazia Cucinotta. Corposa anche la presenza di giornalisti, fra i quali Enrico Mentana. Al tavolo d'onore, naturalmente, il Cavaliere con il festeggiato. Seduto davanti a Berlusconi il direttore generale di Confindustria Maurizio Beretta e accanto a lui Enrico Mentana. Una festa un po' amara, per la verita', vista la sconfitta del Milan in caso con la Sampdoria, che Berlusconi e Maroni (entrambi tifosI rossoneri) hanno potuto vedere proiettata su un muro della sala. Il festeggiato si e' pero' potuto rifare con i regali. Fra questi, il piu' curioso e' un uovo di Pasqua di oltre 10 chili con i colori della squadra preferita del leghista: rosso e nero ALL'UDC FORSE SOLO UN SENATORE... "Non credo che ci siano ancora degli indecisi sul voto. Ormai la gente sa quello che ha combinato questa sinistra al governo". Silvio Berlusconi ieri sera, durante la festa di Roberto Maroni, si e' intrattenuto con i cronisti ad analizzare la situazione sulle elezioni del 13 aprile. "Le regioni a rischio sono sempre le stesse, dopo Pasqua andro' in giro per l'Italia", ha sottolineato l'ex presidente del Consiglio. Berlusconi poi ha parlato anche dei sondaggi: "L'Udc potrebbe prendere solo un senatore. Forse nelle Marche...". E in Campania dove c'e' De Mita? "No, assolutamente no", ha risposto il leader azzurro. NON HO COLPA SE SONO NUMERO UNO CON LE DONNE… 'E delle mie fidanzate non mi chiedete niente?'. Cosi', al termine della festa di compleanno di Roberto Maroni, Silvio Berlusconi scherza con i cronisti visibilmente rilassato. ' Io credo, come diceva Donat Cattin, che gli uomini si giudicano da cio' che fanno dalla cinta in su. Poi non e' colpa mia se tutte si innamorano di me e non sono neanche colpevole del fatto che anche in questo campo sono il numero uno', conclude sorridendo. BLAIR? CENTOMILA EURO A CONFERENZA… Silvio Berlusconi parla a ruota libera durante la festa di compleanno di Maroni. L'ex premier spazia da D'Alema ("difficolta' caratteriale, ma ha una grande intelligenza, e comunque non sono stato io a far cadere la bicamerale") a Tony Blair: "Ora prende centomila euro a conferenza". Ma nei ragionamenti del leader azzurro non mancano anche Bush e altri leader che - confida Berlusconi - "mi chiesero di assumerli nel momento in cui abbandonassero la politica". Berlusconi poi parla anche di campagna elettorale: "Voglio ricordare la lezione di Fanfani che diceva che se bene va in un comizio si perdono comunque cinque punti..." Infine sul futuro della tv, che - dice Berlusconi - sara' tutta digitale: "Se faccio un cenno - dice - vendo tutto, ma la vendo al prezzo reale". VENDERE CASERME PER CENTRI COMMERCIALI... Vendere i beni immobili dello Stato. Silvio Berlusconi ribadisce uno dei punti del programma del Pdl. Partecipando ad un incontro con la Concooperative il leader azzurro ha spiegato: "Lo Stato ha un patrimonio superiore al debito pubblico: il debito publico e' 1.500 miliardi, il patrimonio dello Stato lo si valuta 1.800, ci sono molti beni che non sono sfruttati dallo Stato: pensate a delle caserme nel centro delle citta' dove ci sono pochi militari, possono essere vendute, possono essere utilizzate come centri commerciali". STAMPA TUTTA A SINISTRA, FEDE ULTIMO DEI MOHICANI... La stampa italiana e' 'tutta di sinistra', tranne Emilio Fede, direttore del tg4, 'che ormai e' l'ultimo dei Mohicani'. Nel corso del suo intervento all'assemblea di Confcooperative, Silvio Berlusconi si lascia andare a qualche momento di scherzo. 'Ora poi - prosegue - mi sara' gratissimo, dato che gli abbiamo candidato la moglie. Certo, tutti saremmo piu' sollevati se avessimo la moglie piu' giorni a Roma...'. Poi, di fronte alla platea divertita, aggiunge: 'Sia ben chiaro pero' che noi non siamo quelli che candidano le mogli, non siamo come quelli che candidano la moglie di Fassino e Bassolino'. Poi cerca di riprendere il filo del discorso: 'Ho qualche difficolta' - conclude - perche' quando penso a Fede mi commuovo'. Berlusconi e la battuta sulla precaria: "A mio figlio 360 richieste di nozze" Segnala ad un amico Tuo nome: Tua email: Nome amico: Email amico: Testo dell'email: Invia una copia anche al tuo indirizzo di posta Riscrivi il codice che compare qui sopra: Se il codice risultasse illeggibile CLICCA QUI per generarne un altro Cerca su Quotidiano.net nel Web Articoli Eventi --> Foto del giorno --> Foto Video Blog Sondaggi Spettacolo L'artista maledetto, la musa, il critico ecco il trio dark di Sergio RubiniPazzo mondo 'Ripuliscono' due bancomat con l'aspirapolvereCronaca - Locale Scontro frontale sulla Valdaso, muore un diciannovenne romenoCronaca - Locale Il Tar dice "no" a sei pub Bocciata l'idea dei dehorsCronaca - Locale Su Endri la 'guerra' degli uffici Forse il rientro dopo la PasquaCronaca - Locale Automobilista adirato aggredisce il guidatore del bus e un passeggeroSport - Formula1 Raikkonen: "Ripartiamo da Sepang"Cultura - Locale Sgarbi a palazzo Pallotta inaugura la mostra su un inedito De MagistrisCronaca - Locale Feste di Pasqua all'insegna del vento Previste raffiche anche a 75km/hSport Pizzetti conquista l'argento 800 sl Rosolino bronzo nei 200 stile liberoCronaca - Locale Giovanna Trillini regala un sorriso ai bambini malati del LancisiCronaca - Locale Vento forte e mare agitato Allerta meteo fino al 22 marzoCronaca - Locale Pagani: "La Pedemontana va avanti, l'arteria potrà aprire entro il 2008" Majoli Dietro lo specchio'TEATRO SOCIALE Stagione di prosa 2007/2008Stagione di qualità al Teatro ComunaleIl cartellone 2007/08 del Politeama PrateseLa Belle Epoque. 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Cinque anni di guerra irachena. Bush in trincea, dem all'offensiva (sezione: Estero USA)

( da "EUROPAQUOTIDIANO.it" del 21-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Federica Cantore È "orgoglioso dei risultati ottenuti" in Iraq il presidente degli Stati Uniti George W. Bush, che durante il suo discorso per l'anniversario della guerra ha detto di comprendere il dibattito che si è aperto nel paese sull'intervento militare, ma di avere "chiare le risposte": quella in Iraq è una guerra giusta. A cinque anni dell'inizio dell'operazione "Iraqi Freedom", nel suo intervento al Pentagono, il presidente ha difeso la sua scelta: "Rimuovere Saddam Hussein dal potere è stata la giusta decisione, e si tratta di una battaglia che l'America può e deve vincere" ha spiegato Bush, pur ammettendo che il conflitto "è stato più duro e più costoso del previsto". La guerra, infatti, è costata finora oltre cinquecento miliardi di dollari, ma negli ultimi mesi sono stati diffuse stime "esagerate" ha lamentato Bush, riferendosi allo studio dell'economista premio Nobel Joseph Stiglitz, secondo cui la guerra potrebbe arrivare a costare 3.000 miliardi di dollari. E denaro a parte, c'è anche il prezzo in termini di vite umane, secondo gli ultimi dati sono circa 4mila i soldati statunitensi rimasti uccisi, senza contare il numero di morti iracheni tra militari e civili, tuttavia, secondo il presidente questo è il necessario scotto da pagare per ottenere "una vittoria strategica contro i nostri nemici in Iraq". E nonostante le difficoltà, l'inquilino della Casa Bianca è fiducioso sull'esito del conflitto, "quando avremo vinto gli effetti si vedranno in tutto il mondo", e questa secondo il presidente è stata "la prima grande rivolta araba contro Osama bin Laden", gli iracheni "si sono stancati della brutalità di al Qaida " e quello che doveva essere il fronte della guerra contro l'America è diventato invece "un movimento di liberazione della tirannia". Mentre sulle future scelte in merito alla politica estera, un "ulteriore ritiro delle truppe non deve mettere a repentaglio i progressi fatti", ha dichiarato Bush, "i successi che stiamo vedendo in Iraq sono innegabili, eppure qualcuno a Washington chiede ancora il ritiro ", facendo riferimento non solo alle manifestazioni che ieri, in occasione del suo discorso, si sono tenute nelle strade di Washington contro la guerra in Iraq, ma anche ai candidati alla nomination democratica, Hillary Clinton e Barack Obama favorevoli al ritiro completo dall'Iraq in tempi brevi. I democratici, ha spiegato Bush, "non potendo più sostenere in maniera credibile che stiamo perdendo in Iraq, adesso sostengono che la guerra costa troppo". E dal partito dell'asinello è arrivata la riposta a distanza di Barck Obama, che, durante un discorso in Carolina del Nord, ha invece ribadito che la sua intenzione è quella di porre immediatamente fine al conflitto, che ha ridotto la sicurezza negli Stati Uniti e rafforzato al Qaida, i talebani, l'Iran e la Corea del Nord. Ma il senatore dell'Illinois non ne ha solo per Bush, Obama, infatti, ha anche criticato la sua rivale democratica Hillary Clinton che nel 2003 votò a favore dell'uso della forza in Iraq, e il repubblicano Mc- Cain, a proposito del quale Obama ha sottolineato ironicamente che nel discorso tenuto l'altro ieri, il senatore ha ripetutamente confuso "sanniti" e "sciiti", segno, ha detto il senatore dell'Illinois, della generale confusione di Mc- Cain sul medio oriente, e ha aggiunto che il senatore repubblicano è privo di una strategia globale e parla solo di tattiche, l'anno scorso diceva che bisogna restare in Iraq perché c'era ancora troppa violenza, e quest'anno che bisogna restare perché la violenza sta calando. Mentre, per Obama rimanere in Iraq significa non responsabilizzare gli iracheni sul proprio futuro e vivere in un'America meno sicura.

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Pechino: nessuna tolleranza in Tibet La Cina risponde con un no all'appello al dialogo di Benedetto XVI (sezione: Estero USA)

( da "Libertà" del 21-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

5 IN ITALIA venerdì 21 marzo 2008 Il Dalai Lama: pronto a incontrare il presidente Hu Jintao. Bush conferma: parteciperemo alle olimpiadi Pechino: nessuna tolleranza in Tibet La Cina risponde con un no all'appello al dialogo di Benedetto XVI ROMA - Porta sbarrata al dialogo con la Santa Sede e il Dalai Lama. Mentre la crisi tibetana non accenna a placarsi, Pechino attacca di nuovo e fa un deciso passo indietro sulla strada della distensione. Ce n'è per tutti, a partire dal papa. L'appello al "dialogo e alla tolleranza", lanciato mercoledì da Benedetto XVI, è stato respinto con decisione al mittente: "La cosiddetta tolleranza non può esistere per i criminali, che devono essere puniti secondo la legge", ha detto il portavoce del ministero degli Esteri Qin Gang. Una chiusura netta, che precede un appuntamento che potrebbe rivelarsi delicato per i rapporti tra Cina e Santa sede. Si svolge infatti oggi, a Roma, la tradizionale Via Crucis del Colosseo. Quest'anno l'autore delle meditazioni è l'arcivescovo di Hong Kong Joseph Zen, che scrive di "persecuzione" e "Chiesa del silenzio", con un chiaro riferimento alla condizione dei cattolici in Cina. Identiche espressioni sono già state utilizzate da papa Ratzinger in una lettera diretta al popolo cinese lo scorso luglio. Ma in questo momento c'è chi teme una nuova reazione della Cina, ipotesi però respinta dal cardinale Zen. Dopo il papa, Pechino se la prende anche con il premier britannico Gordon Brown, che mercoledì aveva parlato della disponibilità del premier cinese Wen Jiabao a incontrare il Dalai Lama, seppure a precise condizioni. "Alcune notizie non sono molto precise", ha detto Qin Gang a nome del suo governo, spiegando che Wen "ha solo ribadito la sua disponibilità al dialogo" alle condizioni poste da Pechino. Si chiude così, per il momento, lo spiraglio apertosi dopo le dichiarazioni del premier britannico. E dire che proprio ieri il Dalai Lama aveva ribadito la sua disponibilità a "incontrare i leader cinesi", in particolare il presidente Hu Jintao. Aggiungendo che per farlo sarebbe pronto a recarsi a Pechino. Nel frattempo, gli osservatori continuano a chiedersi se ci saranno conseguenze per i giochi olimpici. Il primo a chiarire la sua posizione è stato George W.Bush. Il presidente Usa assicura che sarà presente a Pechino, perché la decisione di rinunciare ai giochi per la repressione in Tibet "dovrebbe riguardare più gli atleti che non la politica". In una telefonata con il ministro degli Esteri cinese Yang Jiechi, il segretario di Stato statunitense Condoleeza Rice ha comunque ribadito il suo appello alla massima moderazione e al dialogo con il Dalai Lama. Infine, la presidenza slovena dell'Unione europea si è detta contraria al boicottaggio: "non è la risposta giusta agli attuali problemi politici". © LIBERTA' © 1996 - 2007 Libertà On Line - Tutti i diritti sono riservati Editoriale LIBERTA' S.p.A. - P.IVA 01447930338.

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La Cina rifiuta l'appello al dialogo del Papa (sezione: Estero USA)

( da "Nuova Ferrara, La" del 21-03-2008)
Pubblicato anche in: (Corriere delle Alpi) (Gazzetta di Mantova, La) (Gazzetta di Modena,La) (Gazzetta di Reggio)

Argomenti: Politica estera USA

Di Gabriele Carchella La Cina rifiuta l'appello al dialogo del Papa "Non avremo tolleranza con i criminali" Olimpiadi, Bush sarà presente a Pechino I cinesi irritati anche con Gordon Brown che vuole vedere il Dalai Lama ROMA. Porta sbarrata al dialogo con la Santa sede e il Dalai Lama. Mentre la crisi tibetana non accenna a placarsi, Pechino attacca di nuovo e fa un deciso passo indietro sulla strada della distensione. Ce n'è per tutti, a partire dal papa. L'appello al "dialogo e alla tolleranza", lanciato mercoledì da Benedetto XVI, è stato respinto con decisione al mittente: "La cosiddetta tolleranza non può esistere per i criminali, che devono essere puniti secondo la legge", ha detto il portavoce del ministero degli Esteri Qin Gang. Una chiusura netta, che precede un appuntamento delicato. Delicato per i rapporti tra Cina e Santa sede. Si svolge infatti oggi, a Roma, la tradizionale Via Crucis del Colosseo. Quest'anno l'autore delle meditazioni è l'arcivescovo di Hong Kong Joseph Zen, che scrive di "persecuzione" e "Chiesa del silenzio", con un chiaro riferimento alla condizione dei cattolici in Cina. Identiche espressioni sono già state utilizzate da papa Ratzinger in una lettera diretta al popolo cinese lo scorso luglio. Ma in questo momento c'è chi teme una nuova reazione della Cina, ipotesi però respinta dal cardinale Zen. Dopo il papa, Pechino se la prende anche con il premier britannico Gordon Brown, che mercoledì aveva parlato della disponibilità del premier cinese Wen Jiabao a incontrare il Dalai Lama, seppure a precise condizioni. "Alcune notizie non sono molto precise", ha detto Qin Gang a nome del suo governo, spiegando che Wen "ha solo ribadito la sua disponibilità al dialogo" alle condizioni poste da Pechino. Il portavoce ha poi manifestato "grande preoccupazione" per l'intenzione di Brown di incontrare il Dalai Lama il prossimo maggio in Gran Bretagna. "Come abbiamo più volte sottolineato - ha continuato - il Dalai Lama è un rifugiato politico coinvolto in attività secessionistiche sotto la copertura della religione". Incurante della condanna cinese, anche il principe Carlo riceverà il Dalai Lama. Si chiude così, per il momento, lo spiraglio apertosi dopo le dichiarazioni del premier britannico. E dire che proprio ieri il Dalai Lama aveva ribadito la sua disponibilità a "incontrare i leader cinesi", in particolare il presidente Hu Jintao. Aggiungendo che per farlo sarebbe pronto a recarsi a Pechino. Il leader tibetano, parlando dal suo esilio indiano di Dharamsala si è poi soffermato sulle vittime degli scontri: "Non conosciamo le cifre esatte. Alcuni dicono che i morti sono dieci, altri cento. Io sono rattristato dal fatto che ci siano state tante vittime". Ha poi preso a suo modo le distanze dai manifestanti tibetani: "Il mio impegno è quello di rimuovere i sentimenti negativi tra i tibetani e allo stesso tempo quello di rimuovere la diffidenza tra i cinesi, ma non ho l'autorità per fermare le proteste". Nel frattempo, gli osservatori continuano a chiedersi se ci saranno conseguenze per i giochi olimpici. Il primo a chiarire la sua posizione è stato George W.Bush. Il presidente Usa assicura che sarà presente a Pechino, perché la decisione di rinunciare ai giochi per la repressione in Tibet "dovrebbe riguardare più gli atleti che non la politica". In una telefonata con il ministro degli Esteri cinese Yang Jiechi, il segretario di Stato statunitense Condoleeza Rice ha comunque ribadito il suo appello alla massima moderazione e al dialogo con il Dalai Lama. Infine, la presidenza slovena dell'Unione europea si è detta contraria al boicottaggio: "non è la risposta giusta agli attuali problemi politici".

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Iraq, solo Martino crede ancora a Bush (sezione: Estero USA)

( da "Unita, L'" del 21-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Stai consultando l'edizione del Iraq, solo Martino crede ancora a Bush Luigi Bonanate Ai capi del Popolo della libertà che stanno irrompendo un po' grossolanamente nella politica estera del loro, ipotetico, futuro governo (ecco un altro motivo per temerlo), non sarebbe forse sbagliato ricordare che i loro preferiti partner in politica estera, gli Stati Uniti, hanno appena riconfermato che, senza ombra di dubbio, Saddam non aveva alcun rapporto con al-Qaeda. Ora le somme sono presto tirate: Saddam non aveva armi di distruzione di massa; Saddam non ricoverava né appoggiava bin Laden né altri dei suoi. Dunque: l'attacco all'Iraq è ingiustificabile da qualunque punto di vista, compreso quello statunitense, compreso quello di Bush (che è tutto dire). Gli unici a non averlo capito sono proprio stati Berlusconi, Martino, Frattini e Fini: una garanzia di alta politica per il futuro! Ma non si pensi che questa notizia, già circolata in passato e ora ribadita dal Pentagono (che su tali distorte informazioni ha scatenato una guerra che ha prodotto almeno 150.000 morti e fatto spendere almeno 350 miliardi di dollari, secondo una stima molto prudenziale e priva della quota delle spese generali) abbia spinto il governo statunitense a rivedere le sue decisioni, insistendo nel voler liberare l'Iraq senza comprendere che ormai gli unici fuori posto sono proprio loro, gli americani, forse prossimamente raggiunti dagli italiani. Che tuttavia questa non sia sterile polemica politica, ma un abbaglio politico ce lo dice la notizia che, nel frattempo, la stessa fantomatica e onnipotente rete di al-Qaeda si sta sfaldando ? ma non pare che l'informazione sia oggetto di particolare attenzione. È ovvio che quasi nessuno di noi sa l'arabo e così non possiamo neppure immaginarci che all'interno del fondamentalismo islamistico si svolgano dei dibattiti ideologici relativi alle decisive scelte strategiche che quel movimento opera. La nostra immaginazione si ferma alle caricature di bin Laden, alle interviste (più o meno autentiche) di al-Zawahiri, e ci sembra difficile che invece tra questi e altri loro correligionari si creino delle divergenze, si aprano dibattiti anche aspri, si tradiscano delle lealtà e si rompano delle amicizie. A tanto giunge il volumetto intitolato "Revisioni" scritto dall'imam al-Cherif e diffuso da alcuni quotidiani egiziani alla fine dell'anno scorso. Siamo solitamente portati a vedere il mondo della jihad come monolitico, autoritario e personalistico; scopriamo invece, grazie alle letture svolte dai pochi che possono, che almeno a partire dall'inizio del 2007 è in corso nel mondo di al-Qaeda un intenso dibattito ideologico, che mette in discussione l'utilità delle azioni terroristiche, degli attentati-suicidi, delle azioni compiute ancora quasi quotidianamente in Afghanistan e in Iraq. I termini del dissidio sono chiari, e per noi europei assomigliano ad un déjà vu, con l'esperienza fatta ai tempi delle "risoluzioni strategiche" delle Br. In effetti, intorno al terrorismo, il dubbio è sempre lo stesso: serve o non serve? Riesce ad andare al di là del semplice "annuncio" e del panico gettato tra i nemici, ha la capacità di costruire, sia pure alla lunga, un vero e proprio movimento, un'avanguardia combattente, oppure come tutti i movimenti di élite è destinato a demoralizzare i suoi stessi simpatizzanti, depressi e imbarazzati dalla striscia di sangue a cui devono dare giustificazione? Se non c'è più accordo sulla linea da seguire, se uccidere o no, se scatenare l'odio per ottenerne in cambio fanatismo, se non c'è più solidarietà sui fini della lotta, il movimento è destinato al declino. Il dibattito si sviluppa e si infittisce specialmente in Egitto, curioso centro di dibattito islamico e islamistico, poco visibile all'opinione pubblica internazionale, almeno apparentemente trascurato tanto dagli investigatori quanto dagli analisti. Si lanciano "fatwa" che chiamate così sembrano terribili, ma corrispondono agli anatemi e alle sconfessioni reciproche (quando non agli insulti) che gli studiosi si lanciano in tutto il mondo quando dissentono su questa o quella interpretazione. Persino al-Jazeera è entrata ormai nel circuito massmediologico mondiale e le sue emissioni sono oggetto di controversie e di tentativi di manipolazione di parte da questa o quella fazione islamistica, armata o ricca che sia. Verrebbe da dire che al-Qaeda si stia imborghesendo, stia entrando nel mondo normale e un po' banale nel quale le differenze ideologiche mascherano divergenze di potere, i grandi sogni ideali nascondono le insoddisfazioni e i ritardi dei governi, delle élite, dei capi-scuola. Addirittura, l'attivismo di al-Qaeda e degli altri movimenti viciniori sembra essere progressivamente declinato, dall'11 settembre in poi, così come succede a tutti i movimenti terroristici che, affidandosi esclusivamente al clamore dell'attentato, non hanno in realtà un vero progetto politico da offrire, e continuando a uccidere finiscono per diventare addirittura banali. Speriamo almeno che, pur nel clima incandescente della nostra campagna elettorale, queste notizie vengano tenute nel giusto conto: ce l'hanno detto gli Stati Uniti che Saddam non aveva le armi di distruzione di massa e non aveva protetto bin Laden; sappiamo anche che la discordia si è diffusa nella rete terroristica: perché mai allora tanto accanimento con l'Iraq, perché mai ritornarci?.

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Nuovo messaggio di Bin Laden: guerra santa a Gaza Dopo le minacce al Papa e all'Europa, nuove dichiarazioni sulla Palestina. La Cia esamina la voce: è lui (sezione: Estero USA)

( da "Unita, L'" del 21-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Stai consultando l'edizione del Nuovo messaggio di Bin Laden: guerra santa a Gaza Dopo le minacce al Papa e all'Europa, nuove dichiarazioni sulla Palestina. La Cia esamina la voce: è lui di Marina Mastroluca LA VOCE è autentica. Le analisi della Cia sul messaggio spedito via internet confermano. È la voce di Bin Laden quella che minaccia l'Europa e il Papa nella registrazione audio fatta circolare sul web mercoledì scorso, da un sito che già in passato ha ospitato dichiarazioni del super-terrorista. Nel messaggio, fatto arrivare nel quinto anniversario dell'inizio della guerra in Iraq, Bin Laden ha lasciato in secondo piano Bush e gli Stati Uniti per tornare sull'annosa questione delle vignette satiriche su Maometto, spunto per minacciare Benedetto XVI come guida di una presunta crociata anti-islamica e i paesi europei che sostengono la libertà d'espressione. "Nonostante le uccisioni delle nostre donne e dei nostri bambini, che sono davvero grandi, siete andati oltre, superando ogni norma morale e di educazione, arrivando a pubblicare queste insultanti vignette - sono le parole del leader di Al Qaeda -. Questa è la più grande disgrazia e la punizione per questo sarà la più grave". Ieri un nuovo audio, stavolta recapitato tramite l'emittente Al Jazira, per invocare la guerra, non il dialogo, per liberare la Palestina e fare del fronte iracheno un bastione per salvare Gaza. "La Palestina non può essere riconquistata con i negoziati e il dialogo, ma con il ferro e il fuoco", è il nuovo proclama del leader di Al Qaeda. Per la Cia è consueta "propaganda", quanto al primo messaggio audio gli analisti non credono che possa preludere ad un attacco terroristico nel Vecchio continente. In Europa nessuno degli Stati membri sembra intenzionato ad innalzare i livelli di sicurezza, le minacce non sono giudicate una novità, nessuna ripercussione neanche a Bucarest, per il vertice Nato previsto dal 2 al 4 aprile: la Romania aveva già predisposto misure eccezionali. La minaccia viene comunque presa seriamente in Danimarca, dove già erano in vigore misure particolari proprio in ragione delle vignette su Maometto e in Olanda, dato il clima creato dall'imminente diffusione di un film critico sul Corano: anche qui erano già state adottate precauzioni molto severe a tutela dei parlamentari in previsione di proteste contro la pellicola di Geert Wilders. In Italia oggi si riunisce il Comitato di analisi strategica antiterrorismo del Viminale per esaminare il testo del messaggio. Non è una misura straordinaria, visto che solo nel 2007 sono state esaminate 230 segnalazioni di minaccia riguardanti l'Italia o interessi italiani all'estero. In particolare verrà esaminato il passaggio che riguarda il Papa. Nella registrazione, che dura cinque minuti ed ha anche un inserto video con un immagine fissa del superterrorista che imbraccia un'arma, Bin Laden si rivolge "alle persone sagge dell'Unione Europea", ricordando la pubblicazione delle vignette su Maometto - pubblicate nel 2005 da un giornale danese e ripubblicate anche di recente per solidarietà con un vignettista minacciato di morte - come parte di una crociata anti-islamica, "dove il Papa ha un ruolo significativo". "Avete messo a dura prova i musulmani - dice Bin Laden -. La risposta sarà in ciò che vedrete, non in quello che sentite". Per il Vaticano le minacce "non sono una novità". "Non ci faranno cambiare programmi o alzare misure di sicurezza", ha detto ieri il portavoce della S.Sede, padre Federico Lombardi, che però ha respinto le accuse del leader di Al Qaeda. "Il Papa e il Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso hanno biasimato la satira contro l'Islam in più di una occasione", ha detto padre Lombardi, ricordando che il 28 febbraio scorso il Vaticano e l'università sunnita di Al Azhar hanno condannato con una dichiarazione congiunta anche la ripubblicazione delle vignette. "Continueremo nella nostra politica di non commentare questo genere di provocazione", ha fatto sapere ieri l'Alto rappresentante per la politica estera europea, Javier Solana. La presidenza slovena della Ue ha comunque tenuto a sottolineare che "il principio della libertà di espressione e della libertà di religione fanno parte dei suoi valori e delle sue tradizioni".

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Repressione in Tibet, Bush andrà ai Giochi La polizia spara ancora nella provincia di Sichuan. Dura replica di Pechino al Papa: tolleranza zero Cacciati gli ultimi reporter stranie (sezione: Estero USA)

( da "Unita, L'" del 21-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Stai consultando l'edizione del Repressione in Tibet, Bush andrà ai Giochi La polizia spara ancora nella provincia di Sichuan. Dura replica di Pechino al Papa: tolleranza zero Cacciati gli ultimi reporter stranieri. Il presidente Usa: le Olimpiadi non sono evento politico di Toni Fontana PER GEORGE W.BUSH il caso è chiuso. Il presidente americano ha vestito ieri i panni dello sportivo ed ha fatto sapere il suo pensiero sui massacri in Tibet: "Le Olimpiadi non sono un evento politico, ma una chance per gli atleti per competere al massimo livello". La verità è che gli affari sono affari ed il capo della Casa Bianca, al quale mancheranno in agosto pochi mesi per l'addio alla Casa Bianca, non rinuncia a guidare l'assalto delle grandi imprese americane all'evento dell'anno. Ma anche negli Usa soffia il vento della protesta contro le brutali repressioni poliziesche in Tibet e ieri l'amministrazione si è mossa anche sul versante diplomatico. Condoleezza Rice ha parlato al telefono con l'omologo cinese, Yang Jiechi, rinnovando l'ennesima richiesta di "moderazione". Ma a Pechino si respira un'aria tutt'altro che moderata. I capi cinesi, da ieri rafforzati dalla presa di posizione di Bush, stanno rispondendo con arroganza a tutti coloro che si permettono di sollevare critiche. Un oscuro portavoce del ministero degli Esteri ha commentato le parole di Papa Ratzinger ("dialogo e tolleranza") dicendo che non vi può essere alcuna tolleranza "per i criminali che devono essere puniti secondo la legge". Ed anche ieri le agenzie di stampa ufficiali di Pechino, le emittenti e i giornali hanno scaricato sul Dalai Lama una valanga di accuse tutte fondate sulla tesi, ormai logora, che è in corso un complotto per "sabotare le Olimpiadi". Sul fatto che la linea di Pechino non subirà mutamenti, almeno fino alla fine dei Giochi, è testimoniato anche dal fatto che i cinesi si sono detti "molto preoccupati" solo perché il capo del governo britannico Gordon Brown ha fatto sapere che, in maggio, potrebbe incontrare il Dalai Lama. Il capo spirituale dei buddisti tibetani prosegue intanto la sua offensiva diplomatica. Il Dalai Lama si è detto pronto a discutere anche con il presidente Hu Jintao se vi saranno "segni concreti" ed i avviare colloqui diretti. Il leader religioso ha anche rinnovato la sua "grande preoccupazione" per i massacri ed ha parlato di "molte vittime". I tibetani (il Dalai Lama lo ha ripetuto anche ieri) ritengono che la polizia abbia ucciso almeno 100 persone, mentre Pechino continua ad avanzare un bilancio di 13 morti e a mandare nuove truppe. Alle proposte della Guida le autorità cinesi rispondono però con la consueta arroganza. Un portavoce del ministero degli Esteri ha elencato ieri le condizioni per il negoziato: rinuncia all'indipendenza, fine delle attività "separatiste", riconoscimento del Tibet come parte della Cina. Non solo; i tibetani dovrebbero accettare il governo di Pechino "come unico e legittimo di tutta la Cina". Pechino intanto intensifica la repressione. Affermando che la polizia ha agito "per legittima difesa" le autorità hanno riconosciuto che la protesta si è estesa anche nelle provincie di Gansu, Sichuan e Qinghai. I cinesi hanno cacciato ieri dal Tibet anche gli ultimi reporter indipendenti, Georg Blume (Die Zeit) e Kristn Kupfer (Profil, Vienna). Nei giorni scorsi erano stati allontanati anche i corrispondenti della Bbc e delle televisioni Hong Kong. Reportèrs sans frontières ricorda che "dallo scorso 12 marzo i giornalisti non possono entrare in Tibet e vengono cacciati dalle province vicine. I giornali cinesi continuano a lavorare subendo i diktat del Dipartimento della pubblicità che impone la censura". Le proteste però non mancheranno ai Giochi. La saltatrice con l'asta tedesca Anna Battke ha annunciato l'intenzione di protestare contro il comportamento del governo cinese in Tibet: è un obbligo per gli sportivi attirare l'attenzione sull' ingiustizia". Solidarietà al Dalai Lama e "deplorazione e condanna per la violenta repressione" è stata espressa da 37 premi Nobel. Ne da notizia un comunicato diffuso dalla Fondazione Elie Wiesel.

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La cina rifiuta l'appello al dialogo del papa (sezione: Estero USA)

( da "Nuova Venezia, La" del 21-03-2008)
Pubblicato anche in: (Mattino di Padova, Il) (Nuova Sardegna, La)

Argomenti: Politica estera USA

Di Gabriele Carchella La Cina rifiuta l'appello al dialogo del Papa "Non avremo tolleranza con i criminali" Olimpiadi, Bush sarà presente a Pechino I cinesi irritati anche con Gordon Brown che vuole vedere il Dalai Lama ROMA. Porta sbarrata al dialogo con la Santa sede e il Dalai Lama. Mentre la crisi tibetana non accenna a placarsi, Pechino attacca di nuovo e fa un deciso passo indietro sulla strada della distensione. Ce n'è per tutti, a partire dal papa. L'appello al "dialogo e alla tolleranza", lanciato mercoledì da Benedetto XVI, è stato respinto con decisione al mittente: "La cosiddetta tolleranza non può esistere per i criminali, che devono essere puniti secondo la legge", ha detto il portavoce del ministero degli Esteri Qin Gang. Una chiusura netta, che precede un appuntamento delicato. Delicato per i rapporti tra Cina e Santa sede. Si svolge infatti oggi, a Roma, la tradizionale Via Crucis del Colosseo. Quest'anno l'autore delle meditazioni è l'arcivescovo di Hong Kong Joseph Zen, che scrive di "persecuzione" e "Chiesa del silenzio", con un chiaro riferimento alla condizione dei cattolici in Cina. Identiche espressioni sono già state utilizzate da papa Ratzinger in una lettera diretta al popolo cinese lo scorso luglio. Ma in questo momento c'è chi teme una nuova reazione della Cina, ipotesi però respinta dal cardinale Zen. Dopo il papa, Pechino se la prende anche con il premier britannico Gordon Brown, che mercoledì aveva parlato della disponibilità del premier cinese Wen Jiabao a incontrare il Dalai Lama, seppure a precise condizioni. "Alcune notizie non sono molto precise", ha detto Qin Gang a nome del suo governo, spiegando che Wen "ha solo ribadito la sua disponibilità al dialogo" alle condizioni poste da Pechino. Il portavoce ha poi manifestato "grande preoccupazione" per l'intenzione di Brown di incontrare il Dalai Lama il prossimo maggio in Gran Bretagna. "Come abbiamo più volte sottolineato - ha continuato - il Dalai Lama è un rifugiato politico coinvolto in attività secessionistiche sotto la copertura della religione". Incurante della condanna cinese, anche il principe Carlo riceverà il Dalai Lama. Si chiude così, per il momento, lo spiraglio apertosi dopo le dichiarazioni del premier britannico. E dire che proprio ieri il Dalai Lama aveva ribadito la sua disponibilità a "incontrare i leader cinesi", in particolare il presidente Hu Jintao. Aggiungendo che per farlo sarebbe pronto a recarsi a Pechino. Il leader tibetano, parlando dal suo esilio indiano di Dharamsala si è poi soffermato sulle vittime degli scontri: "Non conosciamo le cifre esatte. Alcuni dicono che i morti sono dieci, altri cento. Io sono rattristato dal fatto che ci siano state tante vittime". Ha poi preso a suo modo le distanze dai manifestanti tibetani: "Il mio impegno è quello di rimuovere i sentimenti negativi tra i tibetani e allo stesso tempo quello di rimuovere la diffidenza tra i cinesi, ma non ho l'autorità per fermare le proteste". Nel frattempo, gli osservatori continuano a chiedersi se ci saranno conseguenze per i giochi olimpici. Il primo a chiarire la sua posizione è stato George W.Bush. Il presidente Usa assicura che sarà presente a Pechino, perché la decisione di rinunciare ai giochi per la repressione in Tibet "dovrebbe riguardare più gli atleti che non la politica". In una telefonata con il ministro degli Esteri cinese Yang Jiechi, il segretario di Stato statunitense Condoleeza Rice ha comunque ribadito il suo appello alla massima moderazione e al dialogo con il Dalai Lama. Infine, la presidenza slovena dell'Unione europea si è detta contraria al boicottaggio: "non è la risposta giusta agli attuali problemi politici".

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Notizie in 2 minuti (sezione: Estero USA)

( da "Corriere della Sera" del 21-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Due Minuti - data: 2008-03-21 num: - pag: 64 categoria: BREVI Notizie in 2 minuti Primo Piano Alitalia, il governo preme Da mercoledì Silvio Berlusconi parla di una "cordata di imprenditori italiani", di cui potrebbero far parte i suoi figli ("se fosse necessario") e che potrebbe rilevare l'Alitalia "sotto la regia di Air One", scongiurando la cessione ad Air France. Ma il ministro dell'Economia Padoa- Schioppa sottolinea: chi è interessato si faccia avanti, l'unica proposta seria allo stato è Air France, l'alternativa è il commissariamento. Tibet, Bush all'Olimpiade Nonostante la repressione in Tibet, non ci sono motivi per cui il presidente Bush non dovrebbe andare a Pechino all'Olimpiade, poiché "i Giochi sono una cosa che riguarda gli atleti e non la politica ". Lo ha detto il portavoce della Casa Bianca. Il Dalai Lama: pronto a parlare con i leader cinesi. Focus I giudici delle multe Nel 2006 due sentenze su tre emesse dai giudici di pace hanno riguardato le multe dei vigili urbani agli automobilisti e da questi contestate. Effetto della patente a punti. Ma così gli scopi della riforma che ha introdotto i giudici di pace, alleggerire il lavoro dei tribunali, sono vanificati. Politica Napolitano e il voto inutile "Il voto non è mai inutile", ha detto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, aggiungendo che è sbagliato "rappresentare i parlamentari come una specie di fannulloni avidi". Esteri Bin Laden parla ancora è stata diffusa la seconda parte del messaggio audio di Osama Bin Laden, in cui si promette lotta dura per la Palestina, quasi un ordine di attacco, secondo gli analisti. Mercoledì il saudita aveva minacciato il Papa, ma il Vaticano replica: non cambiamo programmi. Cronache La "banca" con i feti Gli scienziati del Policlinico di Milano hanno proposto di usare i feti degli aborti per una banca di cellule da utilizzare per la ricerca. Ma il Comitato di bioetica dell'ospedale ha bloccato l'iniziativa. In carcere Vernarelli Disposta la custodia cautelare in carcere per Friedrich Vernarelli, il 32enne figlio di un ex comandante della polizia municipale, che ha investito e ucciso a Roma due turiste irlandesi. Appena arrestato, Vernarelli aveva ottenuto i domiciliari. Economia Usa, si parla di "recessione " Previsioni fosche per l'economia americana. A stilarle sono il Fmi, che parla di "possibile recessione", e l'Ocse, che stima l'arrivo di un periodo "nefasto". Cultura Sogni e follie a L.A. Dan Fante e James Ellroy raccontano la Los Angeles degli anni '50, "un posto piacevole senza smog e autostrade", e quella di oggi. Un gesto d'amore nei confronti di una città che non è più la stessa ma dove ancora è possibile sognare. Spettacoli La Banda di Kolirin Nel film dell'israeliano Eran Kolirin una banda di musicisti egiziani si smarrisce in Israele e alla fine arriva in un paesino ebraico. Ma l'incontro con gli abitanti non diventa scontro bensì reciproca comprensione. Una serie di piccole storie raccontate con affetto e umorismo. Sport Kostner seconda in Svezia L'azzurra Carolina Kostner ha conquistato la medaglia d'argento nel libero donne ai Mondiali di pattinaggio sul ghiaccio in corso a GÖteborg in Svezia. A vincere l'oro è stata la giapponese Mao-Asada, mentre il bronzo è andato all'altra nipponica Yu-Na-Kim. * Con "Style Magazine" e 3,00; con "Corriere Enigmistica" e 2,30; con "Foto:box" e 7,90; con "Storie della Bibbia" e 8,90; con "La grande dinastia dei Paperi" e 8,90; con "Geronimo Stilton English!" e 9,90; con "L'Europeo" e 8,90; con "Dizionario enciclopedico della Cucina italiana" e 13,90; con "Il grande cinema di Alberto Sordi" e 10,99; con "Gli itinerari di Dove" e 4,99; con "Computer & Web" e 13,90; con "Il Diritto" e 15,90; con "Storia della civiltà europea" e 13,90; con "Il Mondo" e 2,50. In Sicilia, Lazio (no Roma), Umbria, Marche, Puglia, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Sardegna e nelle province di PD e PR con La Gazzetta dello Sport e 1,00.

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<Hillary, una first lady da tè e biscotti> (sezione: Estero USA)

( da "Corriere della Sera" del 21-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-03-21 num: - pag: 19 categoria: REDAZIONALE Usa verso il voto Al centro del dibattito elettorale gli anni trascorsi dalla Clinton alla Casa Bianca a fianco del marito Bill "Hillary, una first lady da tè e biscotti" Dopo la pubblicazione dell'agenda, le critiche dei media: scarso impegno politico Sono accessibili da mercoledì sul sito Internet della William J. Clinton Presidential Library più di 11 mila pagine relative alle agende di lavoro dei 2.888 giorni trascorsi da Hillary Clinton alla Casa Bianca, dal 1993 al 2001 DAL NOSTRO CORRISPONDENTE NEW YORK - Sono accessibili da mercoledì sul sito Internet della William J. Clinton Presidential Library più di 11 mila pagine relative alle agende di lavoro dei 2.888 giorni trascorsi da Hillary Clinton alla Casa Bianca, dal 1993 al 2001. La biblioteca presidenziale di Bill Clinton, a Little Rock, in Arkansas e gli Archivi Nazionali di Washington sono stati costretti a rendere pubblico l'enorme e dettagliata documentazione in nome del Freedom of Information Act, dopo mesi di pressioni da parte di gruppi conservatori quali il Judicial Watch, che accusavano i Clinton di volerli occultare. Ma i documenti erano stati richiesti a gran voce anche dal suo rivale Barack Obama. La senatrice ha sempre sostenuto che l'esperienza maturata in quegli anni la rende più preparata di lui in questioni di politica estera e nella gestione di crisi nazionali e per questo motivo il senatore dell'Illinois chiedeva la riprova scritta di questa teoria. "Quelle carte illustrano la varietà di questioni importanti sulle quali Hillary ha lavorato come first lady", si è affrettata a commentare la campagna presidenziale della Clinton, "i viaggi in oltre 80 paesi per sostenere gli obiettivi dell'amministrazione in politica estera ed interna lo dimostrano". Ma secondo il Washington Post, il materiale mostrerebbe come, dopo il fallimento del suo piano di riforma del sistema sanitario nazionale, nel 1994, Hillary si sarebbe "rifugiata nel ruolo tradizionale di first lady che visita scuole e ospedali e prende il tè con le altre first ladies". Sempre secondo il quotidiano del Watergate, l'archivio "non offre alcuna prova della sua partecipazione alle crisi di politica estera più esplosive dell'amministrazione Clinton". E cita l'attentato contro le ambasciate Usa in Kenya e Tanzania, nell'agosto del 1998, quando la Casa Bianca preparava la testimonianza di Bill Clinton davanti al grand giurì per lo scandalo Lewinsky. "Il giorno dell'attentato e nei quattro giorni successivi, il carnet di Hillary è vuoto", nota il Post. Scettico anche il New York Times, che ha chiesto aiuto ai propri lettori online per analizzare i documenti su Internet ("Date un'occhiata e fateci sapere cosa trovate"): "Essi non corroborano né smentiscono l'asserzione di Hillary", scrive, "sul suo ruolo chiave dietro l'accordo di pace in Irlanda e la risoluzione della crisi nei Balcani ". Dalle carte risulterebbe anche che l'ex First Lady ha appoggiato con forza il Nafta, l'accordo di libero commercio con Canada e Messico approvato durante la presidenza Clinton, che oggi invece sostiene vada rinegoziato. Nei giorni in cui emersero le prime notizie sulla relazione di suo marito con la stagista Monica, Hillary continuò invece a seguire un'agenda quotidiana estremamente impegnata, senza mancare ad alcuno dei suoi appuntamenti. Ma i dettagli di quelle giornate sono già ampiamente esplorati nella sua autobiografia e quindi è improbabile che il ritorno del Sexgate sulle prime pagine possa danneggiarla politicamente. "Nell'era di Spitzer e McGreevey le vecchie scorribande arcinote di Clinton con la stagista non fanno più scandalo ", commentano i TG. Secondo alcuni analisti il ritorno dello scandalo potrebbe addirittura rafforzarla tra le elettrici donne, la sua base tradizionalmente più solida. Il fatto che alcune informazioni sono state rimosse dai documenti per motivi di protezione della privacy non ha generato polemiche. "Si tratta per lo più di "terzi", non di personaggi pubblici ", la giustifica il quotidiano conservatore New York Sun, "e di informazioni riservate quali numeri di telefono, indirizzo o numero di codice fiscale ". Ma l'Archivio Nazionale deve ora fare i conti con la causa legale avviata nei suoi confronti dallo stesso Judicial Watch per la pubblicazione di 20.000 pagine di tabulati telefonici della Clinton, relative allo stesso periodo. Il giudice distrettuale di Washington James Robertson ha autorizzato un avvocato del gruppo ad esaminare a fondo perché la sua richiesta non sia stata ancora presa in considerazione dall'Archivio. Alessandra Farkas.

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WASHINGTON In tutto il mondo, in particolare in Europa, si dibatte se e come si debbano boicottare (sezione: Estero USA)

( da "Messaggero, Il" del 21-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

I giochi olimpici che si apriranno a Pechino l'8 agosto. George W. Bush la sua decisione invece l'ha presa, senza porsi alcun problema: assisterà all'apertura delle Olimpiadi nonostante la sanguinosa repressione di cui sono vittime i tibetani. La Casa Bianca ha fatto sapere che ciò che sta accadendo non è una ragione per cui il presidente rinunci a seguire i Giochi. Semmai, ha fatto ancora sapere la Casa Bianca attraverso la portavoce Dana Perino, una eventuale rinuncia alla partecipazione alle gare olimpiche dovrebbe venire dagli atleti piuttosto che dai politici. "Nell'accettare lo scorso anno l'invito alle Olimpiadi di Pechino da parte del presidente cinese Hu Jintao - aggiunge la Perino -, Bush ebbe modo di sottolineare come i giochi sarebbero stati una ribalta luminosa per tutte le cose cinesi". Tra l'altro, lo scorso settembre, il presidente Usa, nel corso del suo viaggio in Australia per la riunione dell'Asia Pacific Economic Council, disse che che sarebbe andato ai Giochi solo per ragioni sportive, non politiche. "Continueremo a osservare con molta attenzione cosa accade lì", ha spiegato la Perino. "Siamo preoccupati per la sicurezza e il benessere di persone innocenti, in modo particolare perché crediamo che chiunque debba avere il diritto di riunirsi in modo pacifico per esprimere le proprie opinioni". Ieri intanto il segretario di Stato Condoleezza Rice ha contattato telefonicamente il ministro degli Esteri cinese Yang Jiechi, per invitare il governo di Pechino a usare la "massima moderazione" nella repressione della protesta dei monaci tibetani.

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L'incontro multimediale era di quelli imperdibili. E infatti l'altro giorno, a Palazzo del (sezione: Estero USA)

( da "Messaggero, Il" del 21-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

L'Informazione erano oltre cento tra giornalisti e operatori tv e addetti ai lavori, ma anche molti studenti "planati" a Trastevere per seguire da vicino il faccia a faccia tra Massimo D'Alema e Gianfranco Fini. A piazza Mastai, alla corte di Pippo Marra, numero uno di Adn-Kronos, il ministro degli Esteri e il presidente di Alleanza Nazionale hanno accettato di buon grado il confronto con i giovani che li hanno sottoposti a un fuoco di fila di domande nel corso dello "Speciale Elezioni 2008". I quesiti più ricorrenti vertevano su temi "caldi", come il lavoro, i salari, la scuola. Ma le domande hanno puntato anche su tematiche come l'ambiente e i cambiamenti climatici, la droga, la passione politica, la meritocrazia, il modo per aiutare i ragazzi italiani a non essere più "bamboccioni". Gli studenti "intervistatori" hanno riservato domande anche di politica estera, in particolare sul ruolo dell'Italia nel Mediterraneo.

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<Non è per nulla vero È stata la più attiva nella storia americana dopo Eleanor Roosevelt> (sezione: Estero USA)

( da "Corriere della Sera" del 21-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-03-21 num: - pag: 19 categoria: REDAZIONALE Intervista L'ex consigliere per la sicurezza Berger "Non è per nulla vero è stata la più attiva nella storia americana dopo Eleanor Roosevelt" DAL NOSTRO CORRISPONDENTE NEW YORK - "Io alla Casa Bianca ci sono stato per tutti gli otto anni dell'amministrazione Clinton e non ho bisogno di leggere quelle carte per dire, senza ombra di dubbio, che Hillary è stata la più attiva first lady della storia americana dopo Eleanor Roosevelt". Parla Sandy Berger, ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale, oggi copresidente della ditta di consulenza internazionale Stonebridge. "Hillary non era certo un Segretario di stato", spiega Berger, "però ha svolto un ruolo centrale all'interno dell'amministrazione". Che tipo di ruolo? "Ha fornito a noi ministri input importanti in numerose questioni di politica estera. Dalla Bosnia, dove ci rimproverò di non esserci mossi più rapidamente, all'Irlanda del Nord, dove fu tra le prime a credere nel processo di pace. In quegli anni ha intrecciato rapporti stretti con moltissimi leader mondiali". Secondo i media l'archivio ridimensionerebbe molto il suo ruolo, dimostrando i "millantati crediti" della sua campagna. "Mi creda: Hillary non è stata una first lady da tè e biscottini pomeridiani. Ha viaggiato in 80 paesi diversi come ambasciatrice degli Stati Uniti. Ha svolto un'enorme quantità di lavoro umanitario contro la povertà e l'Aids e per promuovere i diritti della donna. In Cina parlano ancora del suo elettrizzante e storico intervento alla Conferenza Internazionale dei diritti umani di Pechino che conferì grande autorità morale agli Usa". Eppure chi ha avuto modo di studiare quelle 11mila pagine giura che, dopo il fallimento della riforma sanitaria, Hillary si è rifugiata in un ruolo molto convenzionale. "Non è vero, anche se da quel momento si è guardata bene dall' assumere incarichi pubblici per altre cause. Le polemiche attuali non mi stupiscono: non dimentichiamoci che l'atmosfera in America di questi tempi è molto partigiana e ognuno legge quelle carte con lente faziosa. Quando era first lady l'accusavano di eccessivo attivismo e di essere l'anima dietro Billary. Oggi la tacciano del contrario. Che si decidano!". Era presente alle riunioni nell'Ufficio Ovale? "In alcuni meeting del Consiglio per la Sicurezza Nazionale ricordo di averla vista e ciò allora non mi sembrò affatto sconveniente visto che parlava regolarmente con i consiglieri del presidente e ovviamente con il presidente stesso e tutti conoscevano le sue opinioni". E' vero che fu tra i sostenitori più fervidi del Nafta? "No, Hillary si oppose al Nafta sin dall'inizio. Ricordo vividamente come, durante la riunione della campagna presidenziale nel settembre 1992 per decidere la posizione dell' amministrazione sul Nafta, lei si schierò contro". I dettagli sull'affare Monica Lewinsky possono danneggiarla? "L'impatto sarà uguale a zero. Tutti gli americani conoscono a memoria i particolari del Sexgate contenuti nelle carte e, come me, pensano che Bill Clinton abbia sbagliato. Ma non c'è nulla di nuovo. E d'altronde Hillary ne parla a lungo nella sua autobiografia". Perché allora i media insistono tanto per visionare anche i suoi tabulati "Perché il suo ruolo di first lady è diventato un tema politico nella campagna presidenziale e molti vorrebbero usarlo per deragliarne la Chi ha più chance di vincere la nomination democratica? "Hillary. Le basta vincere in Pennsylvania ed Indiana, aumentando il vantaggio dei superdelegati rispetto a E se saltasse fuori una "sorpresa " all'ultimo minuto per danneggiarla? "Negli ultimi 16 anni tutto ciò che c'era da sapere sui Clinton è stato spiattellato in prima pagina dai giornali. Non c'è nulla, ma proprio nulla di nuovo. Mi creda". A. Far.

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Il Kosovo va alla guerra (sezione: Estero USA)

( da "Manifesto, Il" del 21-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Tommaso Di Francesco I segnali che arrivano a pochi giorni dalla rivolta serba di Kosovska Mitrovica non solo non sono incoraggianti, ma è credibile immaginare che si apra uno scenario di guerra vera e propria. Ieri il presidente degli Stati uniti George W. Bush ha inserito il Kosovo nella lista di paesi autorizzati a ricevere aiuti militari americani "al fine di rafforzare la sicurezza degli Stati uniti e favorire la pace mondiale", dice un comunicato della Casa bianca. Armi e assistenza militare dunque alle ex milizie dell'Uck - "date armi agli ex terroristi" accusa la Russia - diventate esercito etnico del secondo stato albanese nel cuore turbolento dei Balcani, dove il Kosovo indipendente ha già provocato tre crisi di governo, in Serbia, in Macedonia e in Croazia. La reazione di Belgrado, dove si svolgeranno elezioni politiche anticipate con al centro il nodo dell'indipendenza del Kosovo non si è fatta attendere, con un tono di profonda, reale preoccupazione che meriterebbe ascolto e attenzione in Occidente, a partire dalla purtroppo sorda Italia. "Gli Usa fanno un altro passo in una direzione profondamente sbagliata, dopo aver illegalmente riconosciuto l'indipendenza unilaterale. Ci sono già fin troppe armi nel Kosovo - ha denunciato in una dichiarazione alla stampa il premier dimissionario Vojislav Kostunica - sarebbe stato meglio che l'America fosse tornata al contrario al rispetto del diritto internazionale e della Carta dell'Onu, alla Risoluzione 1244: poichè al Kosovo non servono nuove armi, ma nuovi negoziati, dal momento che un ritorno alla legalità internazionale garantirebbe la pace e la stabilità nella regione ben più che non l'invio di forniture belliche". Vojislav Kostunica, il protagonista della cacciata di Milosevic nell'ottobre 2000, è davvero preoccupato. E non nasconde i suoi timori nemmeno il presidente filoccidentale Boris Tadic. Questa decisione, e non solo questa purtroppo, tirano la volata delle prossime elezioni di maggio agli ultranazionalisti. SEGUE A PAGINA 11 Alimentando la protesta nazionalista diffusa ovunque in Serbia, in ogni settore sociale e non solo tra i nostalgici, ma tra i giovani e i giovanissimi, delusi dall'Occidente per il riconoscimento dell'indipendenza unilaterale del Kosovo. Ieri il "Kosovo è Serbia" ha gridato, cantato e mostrato ben scritto sulla t-shirt dal podio olandese di Eindhoven il neocampione europeo di nuoto Milorad Cavic, applaudito da tutta la gioventù di Belgrado. Cose mai viste all'epoca di Milosevic. Era giusto aspettarsi una fase di riflessione, un tempo per ulteriori trattative, dopo l'azzardo del riconoscimento dell'indipendenza di Pristina contro il diritto internazionale rappresentato dalla Risoluzione 1244 votata dal Consiglio di sicurezza dell'Onu come assunzione degli accordi di pace di Kumanovo del giugno 1999, che riconosce la sovranità della Serbia sul Kosovo. E dopo la decisione presa da un'Unione europea, divisa e senza l'approvazione Onu, di inviare una "missione civile e di polizia", Eulex, ad imporre quell'indipendenza. Invece no. A ridosso dei violenti scontri di Mitrovica - per i quali emergono gravi responsabilità della polizia Onu e dei contingenti Kor-Nato -, avviene invece il contrario. E quel che è peggio a gettare benzina sul fuoco concorre in prima fila l'Italia. Che, a 48 ore dalle violenze del nord del Kosovo e nello stesso giorno in cui il governo serbo ha chiesto "al paese amico Italia di rivedere le sue decisioni sul riconoscimento", ha pensato bene con un consiglio dei ministri sulla cui credibilità a Roma non scommetterebbe nessuno, di aprire subito un'ambasciata a Pristina, diventando uno dei primi paesi a farlo tra quelli che hanno riconosciuto l'indipendenza. Davvero toccando il fondo, altro che lungimiranza in politica estera. Così, quando l'11 maggio a Belgrado vinceranno gli ultranazionalisti pronti a mobilitare l'esercito in Kosovo come chiede la chiesa ortodossa che si sente minacciata, e quindi ci troveremo di fronte non a dure proteste come in questi giorni ma a una nuova guerra, sapremo di chi sono le responsabilità. tommaso di francesco.

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Decine di arresti e di feriti. Respinto l'appello del Papa (sezione: Estero USA)

( da "Liberazione" del 21-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Tibet, la Cina non molla: ancora spari sui monaci Gli Usa non rinunciano alla vetrina olimpica Pechino stringe la morsa della repressione sul Tibet in rivolta: ancora ieri decine di arresti e di feriti tra i monaci tibetani e i loro sostenitori in particolare nelle province del Gansu, Sichuan e Qinghai. L'agenzia ufficiale Nuova Cina in un primo momento ha riferito che la polizia ha sparato su un gruppo di dimostranti uccidendone quattro, ma poi si è corretta, affermando che ci sono stati quattro feriti, sostenendo che la polizia ha agito "per legittima difesa". La Cina ha inoltre respinto l'appello del Papa al dialogo e alla tolleranza: "La cosiddetta tolleranza non può esistere per i criminali, che devono essere puniti secondo la legge", ha detto, nel corso di una conferenza stampa a Pechino, il portavoce del ministero degli esteri Qin Gang in risposta all'appello di Benedetto XVI Perchè si dialoghi "il Dalai Lama deve rinunciare alla sua posizione sull'indipendenza del Tibet, fermare le attività separatiste e riconoscere che il Tibet è parte della Cina e che quello della Repubblica popolare è l'unico governo legittimo di tutta la Cina", ha avvertito il portavoce del ministero degli Esteri, Qin Gang. Quanto alla tolleranza, il portavoce cinese ha affermato che questa "non può esistere per i criminali, che devono essere puniti secondo la legge". Le autorità cinesi hanno dato notizia dell'arresto di 24 manifestanti che avevano partecipato alle proteste dei giorni scorsi a Lhasa, e hanno rafforzato le misure di sicurezza in Tibet e nelle province limitrofe, In particolare nelle tre, Gantzu, Sichuan e Qinghai, dove ormai da giorni sono dilagate le proteste dei tibetani. Dal suo esilio di Dharamsala, intanto, il Dalai Lama si dice pronto a incontrare le autorità cinesi per porre fine all'ondata di violenze. "Ci sono molte vittime", ha detto, "non sappiamo il numero esatto: alcuni dicono sei, altri 100". Il Dalai Lama ha ribadito di essere disposto a incontrare il presidente cinese Hu Jintao se riceverà "segnali concreti" di disponibilità, anche se ha ammesso che il momento potrebbe essere "poco pratico". "Ma se sarà possibile ne sarò felice - ha aggiunto - magari doopo la crisi, tra qualche settimana o tra qualche mese". Di sicuro, la Cina ha intensificato l'assedio militare: centinaia di camion e migliaia di soldati in assetto di guerra stanno affluendo nella regione himalayana. Georg Blume, uno degli ultimi giornalisti stranieri ad essere espulso, ha detto che a Lhasa la "polizia è ovunque"; e ha raccontato di aver visto, prima di lasciare la capitale tibetana, un convoglio con almeno 200 camion, ognuno con 30 soldati a bordo, e quindi un totale di 6mila. Secondo un reporter della Bbc che si trova nella zona al confine, più di 100 veicoli si stanno dirigendo verso il Tibet attraverso i valichi montuosi della Cina occidentale. In ogni caso, la repressione messa in atto da Pechino non dissuaderà il presidente Usa George W. Bush dal presenziare ai Giochi Olimpici in Cina. Lo ha reso noto la portavoce della Casa Bianca Dana Perino: "La posizione del presidente sulle Olimpiadi è che non si tratta di un evento politico ma di una possibilità per gli atleti di competere al massimo livello - ha detto Perino, rispondendo a una domanda se Bush sarà o no a Pechino". In tal senso le parole del segretario di Stato americano, Condoleezza Rice, che ieri ha chiamato il collega di Pechino, Yang Jiechi, esortandolo alla "moderazione" e ad aprire il dialogo con il Dalai Lama, sembrano solo dei cordiali consigli da parte di un buon alleato e non una concreta richiesta di mettere fine al bagno di sangue dei tibetani. 21/03/2008.

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La Pelosi al Dalai Lama: "Vi aiuteremo No al boicottaggio, sì all'inchiesta" (sezione: Estero USA)

( da "Quotidiano.net" del 21-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

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Le foto dei ricercati su internet con la richiesta di fornire informazioni che possano facilitarne la cattura Commenta Pechino, 21 marzo 2008 - La presidente della Camera dei Rappresentanti Usa, Nancy Pelosi, ha oggi incontrato il Dalai Lama a Dharamsala (India) e ha lanciato un appello alla comunità internazionale affinché condanni la pressione della Cina sul Tibet e la reazione alle proteste antigovernative della regione. "Se le persone che amano la libertà nel mondo non si pronunciano contro la Cina e i cinesi in Tibet, abbiamo perso tutta l'autorità morale per parlare dei diritti umani", ha detto Pelosi davanti a una folla di circa duemila tibetani in esilio. La Speaker della Camera Usa, a capo di una delegazione del Congresso, è stata accolta con affetto dal Dalai Lama che le ha attorcigliato intorno al collo una sciarpa dorata. "Insistiamo: il mondo sa qual è la verità su ciò che accade in Tibet" , ha detto Pelosi, accolta al suo arrivo da dieci minuti di applausi. La visita era stata pianificata prima delle proteste scoppiate il 10 marzo a Lhasa, capitale tibetana, e degenerate in rivolta venerdì 14. Ieri migliaia di soldati sono arrivati in Tibet, nell'ovest della Cina, pronti a reprimere ogni segno di protesta. "Forse era il nostro karma, il nostro destino, essere qui in questo brutto periodo. E' il nostro karma aiutare il popolo tibetano", ha detto Pelosi. Lo scorso ottobre il Congresso Usa consegnò al Dalai Lama la medaglia d'oro, la più alta onorificenza americana, scatenando l'ira di Pechino che la definì "una grave interferenza negli affari interni cinesi". NO AL BOICOTTAGGIO La presidente della Camera dei Rappresentanti Usa ha anche chiesto che venga aperta un'inchiesta internazionale sulle violenze commesse in Tibet. La Speaker Usa ha però precisato che non chiederà il boicottaggio dei Giochi olimpici di Pechino. "Ci appelliamo alla comunità internazionale affinché venga condotta un'inchiesta indipendente sulle accuse del governo cinese secondo cui sua Santità (il Dalai Lama) ha istigato le violenze in Tibet", ha dichiarato Pelosi dalla città indiana che ospita il leader tibetano in esilio da quasi 50 anni. Pechino ha infatti accusato il Dalai Lama e la sua 'cricca' di aver organizzato e fomentato le proteste in Tibet per sabotare le Olimpiadi che si terranno in agosto nella capitale cinese. LE FOTO WANTED Intanto le foto di 19 tibetani ricercati per i moti di Lhasa sono comparse su alcuni dei maggiori portali Internet cinesi, tra cui sina.com e yahoo.com. I numeri dell' Ufficio di Pubblica Sicurezza di Lhasa vengono forniti insieme alle foto, con la richiesta ai lettori di fornire informazioni che possano facilitare la loro cattura. La polizia di Lhasa ha affermato nei giorni scorsi di aver arrestato 24 persone. Non è chiaro se altri tibetani siano stati arrestati, e quanti. Secondo le autorità cinesi nelle violenze di venerdì scorso hanno perso la vita 13 persone. Gli esuli tibetani contestano questa cifra, affermando che il numero delle vittime è molto più alto. E, secondo governo tibetano in esilio a Dharmsala altri diciannove tibetani sono rimasti uccisi in Cina, nella provincia di Gansu, in seguito alle proteste anti-governative. Il numero delle vittime della repressione cinese secondo il governo tibetano sale così a 99. USA Appello alla moderazione, ma Bush andrà alle Olimpiadi di PechinoLe foto del massacro in Tibet - Tibet, violenti scontri a Lhasa2008, boicottare o no le Olimpiadi di Pechino?VIDEOCOMMENTO Il Dalai Lama chiede libertà per il Tibet di X. Jacobelli Commenti Invia commento Segnala ad un amico Nessun commento presente Clicca qui per inviare il tuo commento Nome: Email: Commento: Riscrivi il codice che compare qui sopra: Se il codice risultasse illeggibile CLICCA QUI per generarne un altro consenso al trattamento dei dati consenso allargato I commenti inviati vengono pubblicati solo dopo esser stati approvati dalla redazione Tuo nome: Tua email: Nome amico: Email amico: Testo dell'email: Invia una copia anche al tuo indirizzo di posta Riscrivi il codice che compare qui sopra: Se il codice risultasse illeggibile CLICCA QUI per generarne un altro Cerca su Quotidiano.net nel Web Articoli Eventi --> Foto del giorno --> Foto Video Blog Sondaggi Economia Berlusconi: "Mi impegno io, quindi si fa"Politica "Il faccia a faccia in tv? 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Gli Usa: <Il presidente Bush non rinuncia ai Giochi> L'Ue ribadisce: <Il boicottaggio non è risposta giusta> (sezione: Estero USA)

( da "Avvenire" del 21-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

MONDO 21-03-2008 la diplomazia Gli Usa: "Il presidente Bush non rinuncia ai Giochi" L'Ue ribadisce: "Il boicottaggio non è risposta giusta" WASHINGTON. La Casa Bianca ha reso noto ieri Washington che la repressione cinese in Tibet non è una ragione tale per cui il presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, rinunci ad assistere ai Giochi olimpici di Pechino. Nello stesso tempo il segretario di Stato americano, Condoleezza Rice, ha avuto un colloquio telefonico con il ministro degli Esteri cinese,Yang Jiechi, invitandolo ad usare la massima moderazione nell'affrontare le proteste in Tibet. La Rice ha rinnovato il suo appello affinchè la Cina cominci subito colloqui con il Dalai Lama. L'intervento del segretario di Stato Americano è giunto dopo che la Cina ha inviato nuove truppe in Tibet e ha eseguito nuovi arresti nella capitale, Lhasa. Il portavoce del Dipartimento di Stato, Sean McCormack, ha detto che i prossimi Giochi Olimpici di Pechino sono un'opportunità per la Cina di "mostrare il suo volto migliore". Intanto l'Unione europea ha sottolineato che il boicottaggio delle Olimpiadi di Pechino, in segno di protesta contro la repressione cinese in Tibet, "non è la risposta giusta", perché si perderebbe un'occasione per promuovere i diritti umani. A ribadirlo è stata la presidenza di turno slovena in un comunicato. "Boicottare le XXIX Olipiadi non è la risposta giusta ai problemi politici attuali si legge nella nota perché un boicottaggio potrebbe significare perdere un'opportunità per promuovere i diritti umani e, allo stesso tempo, potrebbe causare un danno considerevole all'intera popolazione della Cina, agli appassionati dello sport e soprattutto agli atleti stessi". Per questo, continua la presidenza Ue, "è incoraggiante che anche il Dalai Lama si sia espresso contro il boicottaggio". I Giochi olimpici moderni, ha ricordato Lubiana, "spesso sono stati usati, e in qualche caso abusati, da politici e dai regimi per promuovere differenti obiettivi di Stato, economici e politici". E "come ultima istanza, specialmente durante la guerra fredda, è stato utilizzato il boicottaggio". D'altra parte però "fin dai tempi antichi le Olimpiadi sono state uno strumento di dialogo interculturale, di solidarietà, di equità, rispetto, pace e amicizia". Il presidente Usa Bush andrà alle Olimpiadi.

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Sarkozy corteggia brown (sezione: Estero USA)

( da "Riformista, Il" del 22-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Sarkozy corteggia brown Prove tecniche di difesa comune Sarkozy prepara il terreno per imporre il tema dominante del vicino semestre di presidenza francese: la difesa europea. Ieri, nel suo primo discorso sulla sicurezza nazionale, ha segnato un cambiamento di rotta dalla ormai tradizionale linea tracciata dal suo predecessore, Jacques Chiraq, a proposito dell'uso di armi nucleari come argomento di dissuasione: non più le armi puntate contro i paesi sostenitori del terrorismo, bensì un arsenale nucleare strettamente difensivo. Ma come? L'action president si ammorbidisce proprio su un tema così cruciale? No, anzi. Se possibile, Sarkozy allarga lo spettro dell'ipotesi d'intervento, sottolineando come oggi "anche potenze lontane possono colpire l'Europa in meno di mezz'ora con missili a lunga gettata" e che, dunque, "c'è in gioco la sicurezza europea". Eccolo lì, dunque, il cuore dell'ennesima rupture del presidente francese. Sullo sfondo, ma non troppo, la minaccia iraniana e, dunque, il progetto di difesa missilistica che George W. Bush vorrebbe posizionare nel cuore dell'Europa continentale. E proprio negli Stati Uniti monsieur Sarkozy individuerebbe uno dei tre centri di libertà del mondo, insieme con la Francia naturalmente. E con la Gran Bretagna. Seriamente incrinatosi l'asse renano, ora la Francia guarda oltremanica, cercando un alleato forte per indirizzare la politica estera e di sicurezza dell'Unione europea. La prossima settimana la prima missione di Sarkozy a Londra, per illustrare a Gordon Brown il progetto d'invio di nuove truppe francesi in Afghanistan, che di certo alleggerirà le tensioni interne alla Nato in vista del vertice di aprile a Bucarest. In cambio, però, Sarkozy chiederà l'appoggio di Londra per far pesare maggiormente l'Europa in seno all'Alleanza atlantica. L'inquilino dell'Eliseo si è detto seriamente intenzionato a rientrare nella struttura militare della Nato, a patto che l'Europa possa sviluppare il settore di difesa in quella sede. Ben venga, anzi era ora. L'Italia d'altra parte lo ha scritto a chiare lettere nel recente "Rapporto 2020". Vien però da domandarsi se, nei piani di Sarkozy, sarà davvero l'Europa a pesare di più, o se ancora una volta all'Eliseo si stia privilegiando il primato nazionale rispetto alla costruzione di una reale strategia comune. 22/03/2008.

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Nancy Pelosi incontra il Dalai Lama e puntella la "diplomazia cinese" del presidente Bush (sezione: Estero USA)

( da "Liberazione" del 22-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

La presidente democratica del Congresso ieri a Dharamsala Nancy Pelosi incontra il Dalai Lama e puntella la "diplomazia cinese" del presidente Bush Sara Volandri Poche ore prima la portavoce della Casa Bianca Dana Perino aveva annunciato che gli Usa non boicotteranno la Cina per le repressioni dei monaci tibetani, partecipando ai Giochi Olimpici di Pechino il prossimo agosto. Ieri la presidente della Camera dei Rappresentanti Usa, Nancy Pelosi, ha incontrato il Dalai Lama nel suo esilio indiano di Dharamsala. Certo, la visita era in agenda da prima dell'impennata di violenze di questi giorni, ma la serrata successione di eventi, appare uno schiaffo alla "diplomazia cinese" del presidente, il quale aveva afffermato: "Le Olimpiadi non sono un evento politico ma sportivo", giustificando così lo zelo con cui ha escluso qualsiasi ipotesi di attrito con la Cina (da poco depennata dalla lista nera degli Stati che violano i diritti umani in forma più grave). Al contrario Pelosi, dalle cui parole si intravede in filigrana la possibile politica estera Usa se le presidenziali di novembre verranno vinte dai democratici, ha chiesto un'indagine indipendente per verificare l'accusa cinese al Dalai Lama di aver istigato la rivolta in Tibet. "Chiediamo alla comunità internazionale di predisporre un'inchiesta indipendente ed esterna sulle accuse formulate dal governo cinese, secondo cui Sua Santità il Dalai Lama sarebbe l'istigatore della violenza in Tibet", ha dichiarato la Pelosi, tra gli appluasi di migliaia di rifugiati tibetani. "Questa inchiesta dovrà assicurare che tra Sua Santità e le violenze non c'è alcun rapporto". La numero uno della camera bassa Usa ha poi sottolineato che non solleciterà "un boicottaggo dei Giochi Olimpici", cui del resto si oppone lo stesso leader buddhista. "Però", si è affrettata ad aggiungere, "il mondo sta guardando quello che avviene in Cina e la situazione in Tibet è una sfida alla coscienza del pianeta". Nei giorni scorsi il Dalai Lama aveva invitato le autorità di Pechino a recarsi nel suo quartuer generale indiano per accertare e controllare tutto ciò che vogliano. Pelosi ha poi ribadito che, sul piano personale, reputa le asserzioni cinesi prive di senso; e ha definito l'ospite come "l'incarnazione della non violenza". La Cina ha subito bocciato l'inchiesta internazionale. L'ambasciatore cinese in India, Zhang yan, ha affermato che "nessun Paese, organizzazione o individuo dovrebbe compiere gesti irresponsabili nè pronunciare parole irresponsabili", ha detto riferendosi alla proposta della Pelosi. Intanto è guerra di cifre tra Pechino e la diaspora tibetana sulle vittime della repressione nella provincia centrale del Sichuan, confinante con il Tibet e nella quale è insediata una consistente comunità di espatriati, dopo che per la prima volta le autorità della Repubblica Popolare hanno ammesso il ricorso alle armi da fuoco contro i dimostranti da parte delle forze di sicurezza e il ferimento di quattro persone. Per Pechino il bilancio delle vittime dall'inizio della crisi resterebbe dunque fermo a "tredici civili innocenti", per di più uccisi dagli insorti, liquidati come "facinorosi". Il governo tibetano in esilio sostiene invece che i morti ammontino come minimo a 99, di cui 80 nella capitale Lhasa e 19 in una diversa provincia, quella settentrionale del Gansu, anch'essa abitata da numerosi tibetani; per il Parlamento esiliato, invece, si tratterebbe di diverse "centinaia". Al computo dovrebbero comunque aggiungersene 15, tutti uccisi nei tumulti scoppiati domenica scorsa ad Aba, nel Sichuan. 22/03/2008.

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Così Ahmed "Palla curva", studente e truffatore iracheno, fu usato da Bush contro l'Iraq (sezione: Estero USA)

( da "Liberazione" del 22-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Germania, scoop dello Spiegel: "La Cia usò informazioni sapendole false" Così Ahmed "Palla curva", studente e truffatore iracheno, fu usato da Bush contro l'Iraq Matteo Alviti Berlino Nel mondo dei servizi segreti c'è una regola non scritta: quanto più grandi le conseguenze delle informazioni carpite, tanto più fondate devono essere le prove. Con Curveball, l'uomo che ha reso possibile la guerra all'Iraq di Saddam Hussein, è accaduto esattamente il contrario: proprio la difficoltà di provare le soffiate dell'informatore iracheno sull'esistenza di armi di distruzione di massa in Iraq le resero plausibili agli occhi degli Usa. Lo racconta il settimanale tedesco Der Spiegel in un reportage in edicola oggi. Era il 5 febbraio del 2003 quando Colin Powell presentò al consiglio di Sicurezza dell'Onu le "prove" dell'esistenza delle armi di distruzione di massa. "Tutto quello che dirò proviene da fonti sicure", raccontò il segretario di Stato Usa prima di 76 minuti di discorso terrorizzante sulle potenzialità distruttive del tiranno iracheno. A presiedere la seduta, scuro in volto, Joschka Fischer, ministro degli esteri del governo rosso-verde di Gerhard Schröder, fermo oppositore, con Francia e Russia, dell'avventura irachena. Chissà se Fischer pensò allora alla relazione del Bnd, il servizio segreto tedesco, a cui il suo vis-a-vis statunitense stava facendo segretamente riferimento, mentre recitava il de profundis per Baghdad. Come si venne infatti a sapere in seguito, le informazioni snocciolate da Cheney sull'arsenale biochimico di Saddam erano arrivate alla Cia direttamente da Berlino. Ed erano frutto della fervida immaginazione di un uomo, Rafid Ahmed Alwan. Nome in codice Curveball, palla curva. Tutto ebbe inizio nel '99 quando Alwan, sbarcato a Monaco con un visto turistico, si dichiarò prigioniero politico. Finì in un centro di permanenza, dove presto capì che il suo passato poteva essere una carta da giocare. Ex-studente di ingegneria e chimica, raccontò di aver collaborato con la biologa Rihab Rashid Taha, la famigerata "dottoressa germe", alla realizzazione di laboratori mobili per la costruzione di armi di distruzione di massa. Raccontò con dovizia di particolari di luoghi e presunti incidenti mortali. Tutto falso, tutto inventato. I dubbi espressi dai servizi sull'attendibilità dell'informatore erano molti. Eppure nessuno si sentì di scaricare la fonte, sostenuta da un paio di personaggi influenti del Bnd. Fu così che le sue deposizioni divennero oggetto di preoccupate riunioni tra il cancelliere Schröder e i ministri di Esteri e Difesa. E che le informazioni finirono a Washington, Londra, Parigi e Tel Aviv. Poi venne l'undici settembre. Nell'amministrazione Bush era chiaro fin dall'inizio che dopo l'Afghanistan sarebbe toccato all'Iraq e quell'informatore avrebbe potuto giocare un ruolo decisivo. La situazione era delicata perché Curveball era nelle mani di un Paese amico, la Germania, ma con un governo contrario alla guerra. La Cia chiese di poter far intervistare Curveball in televisione per convincere l'opinione pubblica della necessità della guerra, o quantomeno di poterlo interrrogare, ma la Germania si oppose. Era il dicembre 2002. Si giunse a una soluzione di compromesso, con specialisti tedeschi in armi chimiche inviati in Kuwait e il permesso di usare la Germania come base logistica per la guerra. Ma niente Curveball. Tanto bastò: l'amministrazione Bush era alla ricerca di una giustificazione per far decollare i caccia. Le labili informazioni divennero comunque prove e la guerra iniziò. Oggi uomini autorevoli dell'agenzia spionistica Usa stanno tentando di scaricare parte delle responsabilità di quella menzogna: "I tedeschi sono almeno corresponsabili", ha dichiarato il vice di Cheney, Wilkerson. La credibilità di Curveball duro lo spazio di qualche migliaio di morti. Sul terreno gli statunitensi si resero contro dell'inconsistenza delle informazioni e della fonte, studente e truffatore mediocre. Saddam aveva distrutto le armi biologiche già nel 1991, ma lo aveva tenuto segreto per timore dell'Iran. Oggi Curveball vive nell'anonimato, in una cittadina del sud della Germania, protetto dal Bnd. Su di lui è stato scritto un libro e Hollywood, riporta lo Spiegel, sta lavorando a un film sulla sua vita. 22/03/2008.

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L'obiettivo principale del Pd? Contrastare la precarietà . Il ministro dell
 (sezione: Estero USA)

( da "Messaggero, Il" del 22-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

L'obiettivo principale del Pd? "Contrastare la precarietà". Il ministro dell'Economia? "Dovrà essere non solo del risanamento ma soprattutto della crescita". Ancora: "Un grande piano per la casa". In politica estera, "non si può trattare con Hamas se non riconosce Israele". Veltrusconi è il neologismo con cui si racconta la vostra sfida. E' il simbolo di un accordo tra avversari o anche la metafora di due programmi e due leader che si somigliano? "C'è una civiltà del confronto politico alla quale, una volta per tutte, questo Paese dovrebbe abituarsi e invece stenta a farlo. Una civiltà accompagnata da una assoluta nettezza dei ruoli e delle responsabilità. Chi vince le elezioni anche per un voto governa. Nessun inciucio, quindi, niente larghe intese, nulla di tutto questo. Penso che queste elezioni ci riserveranno una sorpresa, il Paese è consapevole che non si può continuare come in questi anni". Napolitano boccia il voto "utile" dicendo che nessun voto è inutile. In campagna elettorale avete sostenuto la tesi opposta. Vi sentite chiamati in causa? "Tutti i voti sono utili. Più la gente va a votare e meglio è. Non esiste voto utile e voto inutile. Certo, la legge elettorale è quello che è, non l'ho fatta io, e stabilisce che chi prende un voto in più ottiene il 55 per cento dei seggi alla Camera, una cosa che un suo peso ce l'ha. L'essere andati a votare con questa legge lo considero una manifestazione di irresponsabilità politica e istituzionale, visto fra l'altro che questa legge non piaceva neanche a chi l'ha fatta, l'hanno definita Porcellum e An ha pure raccolto le firme per abolirla con un referendum. Si poteva benissimo andare a votare a giugno e nel frattempo fare quel governo istituzionale per le riforme che avrebbe permesso di cambiare questa legge e assicurare stabilità. Ora invece si paventa la possibilità concreta che al Senato ci sia un pareggio: una situazione che il Paese non si può permettere, non è più tempo di instabilità e di ingovernabilità, non possiamo più ripercorrere i 15 anni che abbiamo alle spalle, anni che piuttosto dobbiamo superare, voltando pagina. Se comunque a un pareggio si dovesse arrivare, in questo caso si aprirebbe una crisi istituzionale di tali dimensioni che bisognerà affidarsi al capo dello Stato per risolverla. In ogni caso, ci sarà per la prima volta un grande partito riformista che l'Italia non ha mai avuto che sta oltre il 30 per cento, può arrivare al 38, al 40, non lo so, l'importante è che ci sarà". La prossima legislatura sarà guidata da uno spirito bipartisan per gli incarichi istituzionali? Riserverete una Camera all'opposizione? "Le regole del gioco si stabiliscono insieme, il clima istituzionale dev'essere più civile. Ma quando sento esponenti come Scajola teorizzare che non si può dare una Camera all'opposizione perché c'è già il Presidente della Repubblica, penso che parliamo due linguaggi diversi. Io non so chi vincerà, ma sono convinto che il Parlamento non debba essere appannaggio della maggioranza, un ramo del Parlamento deve essere affidato alla minoranza, le commissioni di controllo pure, e ci vuole un patto di consultazione tra i leader di maggioranza e opposizione come avviene in tutti i Paesi civili". Un tema chiave della campagna elettorale sono i valori. Perché i cattolici dovrebbero votarvi? "La cultura cattolica è portatrice di grandi valori, importanti per tutti. Tuttavia, identificare la parola valori con la parola cattolici è una riduzione. I valori sono quelli che tengono insieme un Paese, che non vive senza valori, punti di riferimento condivisi. I valori sono quelli che sostituiscono una filosofia di vita cinica, egoista, spregiudicata, mercantile che si è purtroppo fatta strada nella società finendo per creare un sistema di disvalori. Ecco, uno dei compiti che mi sono assunto è la sfida per riunificare questo Paese dove in tanti si adoperano a separarlo, mettendo contro laici e cattolici, nord e sud, lavoratori dipendenti e autonomi. Ho richiamato il dopoguerra italiano e gli anni Sessanta come due momenti alti in cui il Paese si è sentito unito". Gli analisti parlano di recessione internazionale e di una crescita in Italia nel 2008 inchiodata allo 0,6 per cento. Questa grave situazione può suggerire, in presenza di una maggioranza incerta al Senato, un governo di unità nazionale? "No, governa chi ha preso un voto in più. Naturalmente un secondo dopo bisognerà fare quelle riforme che non si è voluto fare prima delle elezioni". Chi sarà il vostro ministro dell'Economia? "Lo diremo al momento giusto. Fin d'ora posso dire che dovrà essere una figura "doppia", dovrà fare due cose: dovrà essere un ministro non solo del risanamento ma un ministro della crescita. L'operazione risanamento, il mettere a posto i conti dello Stato non basta più. L'imperativo, se posso trasformarlo in slogan, è crescere, crescere, crescere. Crescita del prodotto interno lordo, crescita della ricchezza nazionale, investimento su ciò che fa crescere l'Italia, ossia piccola e media impresa, turismo e formazione, innovazione tecnologica. Ci vuole un patto tra produttori per la crescita". Siete in grado di indicare almeno due interventi immediati, ancorché impopolari, che ritenete indispensabili per fronteggiare l'emergenza economica? "Un intervento è la riduzione della spesa pubblica che per me significa cose concrete: riduzione dei costi della politica, abolizione delle province, livelli di efficienza nella pubblica amministrazione. La vera priorità per me, comunque, è il contrasto della precarietà che considero la principale emergenza sociale di questo Paese. Ho qui la lettera di una donna di Asti, ventottenne, che scrive: "Sono anni che vado avanti così, sei mesi in un posto, sei in un altro, tre di qua e uno di là, vivo con la spada di Damocle che oscilla minacciosa sulla mia testa mano a mano che il giorno della scadenza del contratto si avvicina". Ecco, questo vuol dire una persona che lavora e ha paura del futuro, perché per lei futuro significa la scadenza del contratto, non la stabilità, la sicurezza". Avete promesso di ridurre la spesa pubblica, le retribuzioni dei dipendenti pubblici tra il 2000 e il 2006 sono cresciute del 30 per cento e tutti i blocchi del turnover sono stati in gran parte vanificati dalle deroghe. Come pensate allora di intervenire? "Abbiamo preso un impegno quantitativo: mezzo punto di spesa ridotta al primo anno, un punto negli anni successivi. Ci sono tanti uffici della pubblica amministrazione che lavorano correttamente, ma anche tante sacche di improduttività. Più il paese è complicato più c'è corruzione, più è lento. Noi abbiamo bisogno di fare un paese semplice, con una pubblica amministrazione più snella e più efficiente, dall'abolizione di certe simpatiche Comunità Montane sulle spiagge a Prefetture che devono essere portate a livello di efficienza. Naturalmente ci vorrà del tempo. Di cosa ha bisogno l'Italia oggi? Di un governo che prolunghi questo disastroso quindicennio, o dell'apertura di un ciclo politico nuovo? Cos'hanno fatto gli elettori inglesi o spagnoli o tedeschi quando hanno votato? Hanno aperto dei cicli politici: Aznar o Zapatero, la Thatcher o Blair. Dicevano: dateci fiducia, cambiamo il paese. E lo hanno cambiato. Da noi questo non succede". Il patrimonio dello Stato supera in valore il debito pubblico. C'è un sistema per metterlo sul mercato senza rischiare l'accusa di voler vendere il Colosseo? "Sì, bisogna assolutamente mettere in mobilità, diciamo così, il patrimonio pubblico, e fare un grande accordo con le Regioni e con gli enti locali. Noi abbiamo messo nel programma tre mesi per dare la valutazione di impatto ambientale. Servono procedure rapide, che consentano di fare rapidamente l'alienazione del patrimonio pubblico e di trasferire una parte di questo attivo patrimoniale nella riduzione del debito. E serve un grande piano per la casa in Italia. Un piano di edilizia popolare; un piano di housing sociale, che significa aree pubbliche e risorse private; terzo, un piano di campus universitari, noi non possiamo accettare che i nostri ragazzi vivano e studino in condizioni spaventevoli come quelle nelle quali vivono e studiano". Nelle scorse legislature le liberalizzazioni dei servizi pubblici locali e delle professioni si sono scontrate con il partito di chi non vuole toccare nulla. Che impegni assumete, qui e ora? "Quando viene il principale esponente dello schieramento a noi avverso, chiedetegli come mai hanno candidato il leader dei tassisti romani Bittarelli al Senato. In Francia, il governo di destra al primo giorno di sciopero dei taxi si è liquefatto. In questa città abbiamo tenuto duro e vinto. Abbiamo fatto prima 1500 licenze senza un giorno di sciopero e poi altre cinquecento licenze con un giorno di interruzione. Le liberalizzazioni le può fare un governo autorevole, un governo che abbia una maggioranza coesa. Ma la vera novità di questa campagna elettorale è la decisione che noi abbiamo preso ab initio: andare da soli. Andare da soli significa che nel prossimo Parlamento noi saremo un gruppo parlamentare unico. Nel prossimo Parlamento non ci saranno più 51 gruppi, ma in totale saranno sei. Era del tutto inimmaginabile che uno schieramento che va da Mastella a Dini fino a Caruso potesse fare un'innovazione riformista in Italia. L'ho detto e l'ho fatto. E chi vota per noi sa che non avremo alibi. Non ci saranno più vertici di maggioranza, che in Europa non si sa nemmeno cosa siano". I salari italiani netti sono tra i più bassi d'Europa, anche perché il carico fiscale contributivo è al 46%. E' possibile ridare fiato agli stipendi e allo stesso tempo stimolare la produttività? "Non solo è possibile, è necessario. Noi abbiamo detto quello che sta scritto nella Finanziaria: tutte le risorse devono andare per le detrazioni fiscali su salari e stipendi. E per me devono andare anche sulla contrattazione di secondo livello. Detassare gli straordinari non basta, la produttività non è gli straordinari". I prezzi degli alimentari e dell'energia spingono in alto l'inflazione, che stranamente è più alta al sud. Perché e cosa può fare il Governo? "I dati della crescita del Pil americano sono agghiaccianti. La recessione pesa sulle scelte della destra iperliberista di Bush. Poi, nella globalizzazione, irrompono le nuove economie, Cina, India, Brasile, che aumentano il loro prodotto interno lordo annuo di 8 punti. Hanno bisogno di energia e prodotti alimentari. Il costo dell'energia non potrà che aumentare. Il mondo è cambiato, presto anche il G8 se ne dovrà accorgere. Quella dei dazi è una follia, c'è bisogno invece di regole nel mercato internazionale del lavoro". Come si fa ad abbassare le aliquote Irpef facendo sì che i nostri portafogli se ne accorgano, ma senza pregiudicare i conti pubblici? "Tra riduzioni della spesa pubblica, attivo del patrimonio e intervento sull'evasione fiscale compenseremo le misure delle quali parliamo. Alla fine sarà una riduzione di un punto di Irpef su tutte le aliquote per ogni anno. Sui primi tre scaglioni, che riguardano il 95% degli italiani, la nostra proposta fa risparmiare di più rispetto a quella della destra, secondo uno studio del Sole 24Ore. Bisogna poi consolidare la lotta all'evasione fiscale. E mai più condoni".

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Alitalia. Spieghi in poche parole agli italiani perché bisogna scegliere Air France (sezione: Estero USA)

( da "Messaggero, Il" del 22-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

E perché no. "Inizialmente mi sono tenuto in disparte sulla vicenda Alitalia. Dentro di me speravo in un accordo decente con Air France, che non si rivelasse una colonizzazione. Ma si è sbagliato sin dall'inizio il modo con cui si è cercato un acquirente. I partecipanti alla prima gara non sono stati in grado di arrivare ad una "due diligence" affidabile. Air France pone ora delle condizioni irricevibili ed è per questo che ho ritenuto mio dovere intervenire e lanciare un appello agli imprenditori italiani per mantenere l'italianità di Alitalia. Osservo che anche i paesi fanalino dell'Europa, come Grecia e Portogallo, dispongono di una loro compagnia di bandiera. Oggi, intervistato dai giornalisti, ho improvvisato questi slogan: "O si fa l'Alitalia o si muore", "Rialzati Alitalia". Sono sicuro che molti imprenditori italiani sentiranno il dovere di partecipare. Ho naturalmente parlato con diversi di loro e anche con rappresentanti delle varie associazioni. Oltre a Intesa, so che ci sono banche disponibili ad essere al fianco di chi si assumerà l'onere di rimettere in sesto Alitalia. E' ovvio che tutto ciò non si può fare in 48 ore. Serve qualche giorno per presentare una cordata. Servono 3 o 4 settimane per arrivare alla proposta finale e concreta. Pensate che ad Ad Air France il governo Prodi, il governo delle sinistre ha concesso 5- 6 mesi". Il 2007 ha visto l'aumento di una criminalità di strada odiosa, capace di gravissimi delitti, come quello di Francesca Reggiani. Crescono furti e rapine e, nella maggior parte dei casi, restano impuniti. Come si tutela la sicurezza degli italiani? "Questo governo ha commesso un grave errore quando ha messo da parte la Bossi-Fini che prevedeva per la permanenza in Italia dei cittadini stranieri l'esistenza di un contratto di lavoro. Così ci siamo riempiti di extracomunitari che, non avendo un lavoro per vivere, sono ricorsi al crimine". Che impegno prendete contro lo scandalo delle intercettazioni indiscriminate? "Abbiamo preparato un disegno di legge che è in sintonia assoluta con le regole europee. Le intercettazioni che sono una intromissione violenta nella privacy dei cittadini sono consentite in Europa soltanto per le indagini sul terrorismo o organizzazioni criminali. Prevediamo pene severe, cinque anni a chi le ordina e a chi le effettua fuori dai casi previsti. E cinque anni anche per chi fa uscire le carte dalle varie procure. Inoltre, una multa salata che deve pagare non il giornalista ma l'editore che le pubblica". Come ritenete che vada fronteggiato il fenomeno dell'immigrazione illegale? Pensate di modificare la Bossi-Fini, di autorizzare una nuova regolamentazione? "Bisogna applicare la Bossi-Fini, arrivare alle impronte digitali prese per ogni immigrato, visto che molto spesso i clandestini denunciano nomi e identità non vere che poi cambiano continuamente. Occorre non indulgere al lassismo nei confronti di chi viene da noi e non intende rispettare le nostre leggi". Roma Capitale, ha ricevuto finora, tutto sommato, poche risorse e pochi poteri, intesa come area metropolitana, se si eccettuano quelli del Sindaco commissario del traffico. Avete intenzione di mettere mano a questo deficit istituzionale? E come? "Il nostro governo è stato il governo che ha dato di più a Roma, l'ha riconosciuto anche Veltroni. E quindi noi continueremo a considerare l'importanza di Roma che certamente non può essere messa sullo stesso piano di altre città italiane per il suo essere la nostra Capitale e per la sua storia di "urbis urbium", di città delle città". La Cina nel 2004 non aveva nessuna azienda tra i 20 colossi mondiali, oggi ne ha sette, al pari degli Usa, e la stessa Cina è il terzo mercato mondiale dei beni di lusso. È un nemico da cui proteggersi o un'occasione da sfruttare? "La Cina è un colosso mondiale di cui non si può non tenere conto e sarà sempre più importante da qui in avanti. Certamente il commercio è un buon ambasciatore per quanto riguarda anche la democrazia, però nei confronti della Cina dovremmo assumere, anche attraverso le Nazioni unite, un atteggiamento di maggiore stimolo al rispetto dei diritti umani". L'era Bush sta finendo. Se dovessero vincere i democratici che tipo di rapporto immaginate con Washington? "Ottimo. Lo stesso che con i Repubblicani. Ho avuto un eccellente rapporto con il presidente Clinton. Ho continuato a coltivare i rapporti con Hillary Clinton, che mi ha festeggiato in modo caloroso in occasione del mio discorso al Congresso. Gli americani mi considerano un alleato leale. Quando nel mio discorso davanti al Congresso ho raccontato l'episodio di mio padre che mi ha mostrato le tombe dei soldati americani morti per la nostra libertà ed ho aggiunto che io non dimenticherò il loro sacrificio e sarò sempre riconoscente agli Stati Uniti d'America, in piedi ad applaudirmi c'erano Obama e Hillary Clinton". In Afghanistan la Nato chiede da tempo all'Italia un maggiore impegno militare nella guerra contro i talebani. Se governerete, che farete? "Non abbiamo cambiato posizione sulla politica estera. Non volemmo partecipare alla guerra in Iraq, anzi facemmo tutto quello che potevamo fare, purtroppo senza successo, per tentare di evitarla. Ci sentiamo impegnati in una regione come quella dell'Afghanistan dove se la Nato dovesse insistere con tutti gli alleati per un aumento del nostro contingente valuteremmo la richiesta insieme ai nostri alleati. E' invece escluso l'invio di soldati in Iraq. C'è stata, credo, una richiesta di istruttori militari che potremmo assolvere. Nel Libano vanno invece cambiate le regole d'ingaggio perché oggi i nostri militari svolgono un ruolo assolutamente inutile". Per finire con la politica estera, Israele dovrebbe trattare con Hamas? "Assolutamente no. Ricordo che l'Unione europea considera Hamas una organizzazione filoterroristica".

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Candidati spiati, presto per parlare di "passport-gate" (sezione: Estero USA)

( da "Unita, L'" del 23-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Stai consultando l'edizione del ALEXANDER STILLEIl docente della Columbia University: non mi convince neanche la spiegazione minimalista dei tre impiegati curiosi "Candidati spiati, presto per parlare di "passport-gate"" di Umberto De Giovannangeli "Parlare di un "nuovo Watergate", per quanto oggi ne sappiamo, appare una forzatura, ma allo stesso tempo appare una spiegazione un po' troppo "minimalista" quella secondo la quale tutto si riduce alla morbosa curiosità di tre funzionari di basso rango. Certo è che quanti in America ritenevano scorretta l'amministrazione repubblicana, traggono da questa vicenda nuovi argomenti". A parlare è Alexander Stille, scrittore, docente di giornalismo alla Columbia University. Lo scandalo dei file dei passaporti controllati irrompe nella campagna presidenziale. C'è chi parla di un "nuovo Watergate". È un accostamento giustificato? "Allo stato dell'arte, e cioè per le informazioni che si hanno, direi che è un accostamento forzato. Anche se...". Anche se? "Anche se fa pensare che la curiosità per i visti nei passaporti dei due candidati democratici alla Casa Bianca, Hillary Clinton e Barack Obama, si manifesta quando la campagna entra nel vivo, e quando il "gioco si fa duro". D'altro canto c'è un precedente, che riguarda sempre la famiglia Clinton, l'altra volta, però, questa curiosità sui visti aveva riguardato Bill Clinton e sempre sotto un'amministrazione repubblicana...". Non sarà il Watergate, ma è proprio una forzatura dare una lettura politica di questa vicenda? "Abbiamo bisogno di più informazioni, allo stato delle cose non prenderei scorciatoie interpretative. Certo è che esistono elementi che possono far intravedere uno scandalo. Il Dipartimento di Stato ha avvalorato la tesi che tutto si riduce e si spiega nel comportamento di impiegati di basso livello che hanno inteso soddisfare la loro, invero un po' strana, curiosità sui file che permettevano di saperne di più sui visti dei passaporti dei tre maggiori candidati alla Casa Bianca. Forse sarà proprio così, certo è che le cose cambierebbero e di molto se si venisse a scoprire che questa "curiosità" era stata solleticata da funzionari di grado più alto o magari da personaggi politici". Dai palazzi della politica all'opinione pubblica. Quanto sta pesando e quanto potrebbe pesare in futuro questa vicenda negli orientamenti di voto? "Per ora non ha avuto un grande impatto, ma penso che siamo solo ai primi passi di una vicenda che potrebbe riservare altre sorprese. Naturalmente quella parte dell'opinione pubblica che è portata a pensare male del presidente in carica, George W.Bush, e dell'amministrazione americana, può ricavare da questa vicenda ulteriori motivi di diffidenza. Ma la maggioranza degli americani ha assunto un atteggiamento di attesa, di sospensione di giudizio. Insomma, non siamo ad un "Passport-gate", almeno non ancora...". Dallo scandalo dei candidati spiati alla campagna per la nomination in campo democratico. Gli ultimi sondaggi segnalano una rimonta di Hillary Clinton...". Più che altro indicano una crisi per Obama. Ciò dipende soprattutto dall'irruzione nella campagna elettorale dell'elemento razziale. I sermoni infuocati dell'ex collaboratore di Obama hanno fatto intravedere una sorta di razzismo alla rovescia, nei confronti dei bianchi, e questo può far scattare un campanello d'allarme nell'elettorato bianco ancora incerto. Obama ha cercato di rispondere con un discorso di altissimo livello con il quale ha provato a tamponare la crisi. Ma Obama sa che più si avvicina alla conquista della nomination e più ogni aspetto della sua vita, pubblica e privata, sarà sottoposto ad una "vivisezione" mediatica. E lo stesso accadrà per i suoi più stretti collaboratori. Ciò che è fin qui avvenuto è solo una antipasto". A proposito di "visti". Quanto sta pesando la politica estera in questa campagna? "Direi molto poco. Più che l'Iran l'incubo degli americani si chiama recessione".

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Bufera su hillary: "racconta bugie" - alberto flores d'arcais (sezione: Estero USA)

( da "Repubblica, La" del 23-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Bufera su Hillary: "Racconta bugie" Il Washington Post la attacca sulla Bosnia. Lo staff di Obama: "Bill maccartista" Il capo degli "spioni" dei passaporti è un ex Cia che ora lavora con Barack ALBERTO FLORES D'ARCAIS dal nostro inviato NEW YORK - A un mese esatto dalle primarie della Pennsylvania lo scontro tra Barack Obama e Hillary Clinton diventa ogni giorno più duro e per l'ex First Lady la vigilia di Pasqua é stata una giornata piuttosto agitata. Ha iniziato il Washington Post assegnandole quattro "pinocchietti" nell'apposita rubrica destinata a smascherare le bugie dei candidati, con l'aggravante (per lei) che le ha dette in un discorso in cui vantava la sua superiorità su Obama in politica estera. Prendendo spunto da quanto Hillary aveva detto il 17 marzo scorso raccontando di una sua "coraggiosa" missione a Tuzla (in Bosnia) nel 1996 - "sono atterrata in mezzo al fuoco dei cecchini; avrebbe dovuto esserci una cerimonia di saluto all'aeroporto invece ci infilammo a testa bassa nei veicoli per raggiungere la base" - il quotidiano le contesta quasi ogni frase. "Come giornalista che ha visitato la Bosnia subito dopo gli accordi di Dayton, posso dire che i rischi in quel periodo erano minimi", spiega John Pomfret, il reporter che seguì dodici anni fa quella vicenda. Non solo la Bosnia non era in quel momento ritenuta "particolarmente pericolosa, soprattutto nelle basi americane come quelle di Tulza", ma contrariamente a quanto sostenuto dalla allora First Lady ("sono andata io perché era troppo pericoloso per il presidente"), la situazione era talmente sotto controllo che anche Bill Clinton l'aveva visitata prima dell'arrivo della moglie. Il Washington Post pubblica anche una foto di quel viaggio: si vede Hillary insieme alla figlia Chelsea mentre riceve un mazzo di fiori all'aeroporto da una bambina. Il primo a contestare la versione di Hillary sulla missione a Tuzla era stato nei giorni scorsi uno dei suoi compagni di viaggio di allora, il comico Sinbad ("il momento da brivido fu decidere dove andare a mangiare"); lei lo aveva smentito aggiungendo ulteriori dettagli alla vicenda; ed é qui che l'ha pizzicata il Wp. Il secondo attacco lo ha portato The Politico, il quotidiano online diventato quasi una sorta di vangelo per chi segue la politica: "Hillary non ha virtualmente nessuna possibilità di vincere la nomination democratica per la Casa Bianca". Il giornale spiega come sia molto improbabile che l'ex First Lady possa avere l'appoggio di una maggioranza consistente di superdelegati, perché questo provocherebbe un vero terremoto all'interno del partito democratico, visto che il voto popolare è stato finora più favorevole ad Obama. Infine é arrivato l'attacco diretto da parte della campagna di Obama dopo un discorso di Bill Clinton in cui l'ex presidente aveva detto che "sarebbe bello avere un'elezione con due candidati che amano il proprio paese"; un implicito riferimento a Hillary e McCain che ha provocato la protesta di un ex generale dell'aviazione sceso in campo accanto ad Obama: "Per chi come me ha vestito per 37 anni l'uniforme vedere che un ex presidente usa certe tattiche maccartiste é veramente molto triste". Le vicende di Hillary e Obama appassionano molto di più di quella sui passaporti violati, passata decisamente in secondo piano. Le novità di ieri sono due: che il capo di una delle due società per cui lavoravano i tre "contractors" è John Brennan, un ex agente operativo della Cia ed attuale consulente di Barack Obama per le questioni di sicurezza e politica estera; e che tutte le persone coinvolte nella vicenda saranno sopttoposte alla macchina della verità.

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<Il ruolo chiave del terzo uomo> (sezione: Estero USA)

( da "Corriere della Sera" del 23-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-03-23 num: - pag: 14 categoria: REDAZIONALE L'autore dello scoop Jon Ward "Il ruolo chiave del terzo uomo" Ex agente Cia, consulente di Obama DAL NOSTRO CORRISPONDENTE NEW YORK - "La macchina della verità scioglierà presumibilmente il mistero. Confermando la tesi della "curiosità innocente" avanzata dal dipartimento di Stato o, al contrario, provando l'esistenza di una precisa agenda politica dietro lo scandalo". Jon Ward, l'inviato del quotidiano conservatore Washington Times che con Bill Gertz ha lavorato allo scoop sui passaporti spiati non se la sente di fare paralleli tra Watergate e Passport-gate. "Alla conferenza stampa di ieri il portavoce del dipartimento di Stato Sean McCormack si è inviperito quando un reporter gli ha nominato il Watergate - racconta -. Prima di aspirare ad accostarci alla madre di tutti gli scoop, il nostro deve arricchirsi di ulteriori e più importanti tasselli". A che punto è l'indagine? "Lo sviluppo più interessante riguarda la cosiddetta "terza persona", impiegata dalla Analysis Corporation (Tac), una società di McLean in Virginia, che appartiene a John O. Brennan. Un ex agente della Cia attualmente consigliere di Barack Obama su questioni di intelligence e di politica estera". Che interesse potrà avere per l'indagine quest'individuo? "è stato lui a violare sia il dossier di Obama sia quello di John McCain. è molto possibile che questo individuo stesse conducendo la cosiddetta "opposition research"". Che cos'è? "Consiste nell'investigare il passato del proprio candidato, in questo caso Obama, per verificare se contiene elementi compromettenti e mettere a punto una strategia difensiva preventiva, nel caso essi dovessero un giorno emergere in pubblico. Già che c'era, egli avrebbe spiato anche nel file "nemico" alla ricerca di fango utile". è una pratica illegale? "Sì, anche se è usata da decenni dai politici Usa. Dan Bartlett, capo della "opposition research" per il presidente Bush nel 1999, fu incriminato per aver frugato nei file segreti dell'attuale presidente preparandosi a rispondere alle domande relative al suo arresto in stato di ubriachezza. Ciò non gli ha impedito, più tardi, di diventare uno dei suoi principali consiglieri ". E i dossier violati di Hillary Clinton? "Il suo è un caso separato: una stagista inesperta che durante una esercitazione ha scioccamente digitato il nome della Clinton. Un incidente in perfetta buona fede e senza ripercussioni". Da dove è arrivata la soffiata al Washington Times? "Il mio collega Gertz ha ottimi contatti con l'intelligence e all'interno dell'amministrazione. Il segretario di Stato Condoleezza Rice e i vertici del dipartimento di Stato hanno scoperto lo scandalo dopo di noi e questo è uno dei punti chiave più sconcertanti della storia". \\ Sconcertante che la Rice l'abbia saputo dopo di noi Alessandra Farkas.

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Quattro <pinocchietti> per Hillary Bocciata dal Washington Post (sezione: Estero USA)

( da "Corriere della Sera" del 23-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-03-23 num: - pag: 15 categoria: REDAZIONALE Media e politica I giornali americani fanno le pulci ai candidati presidenziali Quattro "pinocchietti" per Hillary Bocciata dal Washington Post "Solo invenzioni le sue imprese durante le missioni all'estero" La ex first lady avrebbe "gonfiato" i pericoli corsi durante il viaggio a Tuzla, in Bosnia, nel '96, come anche il ruolo svolto nei negoziati in Irlanda WASHINGTON - Pinocchio non una, ma quattro volte. Così ieri il Washington Post ha definito Hillary Clinton, il cui naso, a forza di bugie, si starebbe allungando sempre di più. Secondo il giornale, la ex first lady è - per ora - il candidato più bugiardo, quello che si inventa fatti non accaduti e che rivendica meriti inesistenti. Il Washington Post ha spiegato il perché di "Hillary quattro Pinocchi". Un Pinocchio è il candidato che abbellisce la verità, due Pinocchi è il candidato che la esagera, tre quello che la travisa, e quattro quello che la falsa. La ex first lady un falsario? Una persecuzione? Non proprio: ieri anche il New York Times ha invitato Hillary, sia pure più blandamente, a essere veritiera. A fare scendere in campo il Washington Post è stato un discorso di Hillary all'Università George Washington la settimana scorsa. Per dimostrare agli elettori di avere le doti del "Comandante in capo", come il presidente degli Stati Uniti è anche chiamato, la candidata democratica ha ricordato il suo sbarco alla base militare americana di Tuzla in Bosnia nel marzo del '96, dopo la guerra. Il posto era così pericoloso, ha detto, che vietarono a mio marito di andarci, e ci andai io. "Mi ricordo che atterrammo sotto il fuoco dei cecchini" ha continuato. "All'aeroporto erano in programma delle cerimonie di benvenuto, ma fummo costretti a correre a testa bassa per entrare nelle vetture in attesa e per rifugiarci nella base". Purtroppo per la ex first lady, come decine di altri media anche il Washington Post aveva mandato un inviato a Tuzla con lei, sullo stesso aereo. E l'inviato, John Pomfret, e i colleghi là presenti l'hanno subito smentita. "Tuzla era uno dei posti più sicuri della Bosnia - hanno ribattuto i giornalisti - sotto il controllo della Prima divisione motocorazzata Usa. Non si sentì nessuno sparo, tutto era in ordine, la gente pareva allegra ". Hillary, ha riferito Pomfret, venne abbracciata da una bambina di 8 anni, Emina Bicakcic, che le diede un mazzo di fiori e la ringraziò per avere riportato la pace nel Paese. Il giornale ha controllato i filmati: la ex first lady passeggiava lungo l'aeroporto sorridendo e salutando la folla. Prima ancora del Washington Post, aveva dato del Pinocchio alla candidata il comico Sinbad, che l'aveva accompagnata nel viaggio con la cantante Sheryl Crow. Apprendendo del discorso all'Università, Sinbad aveva fatto del sarcasmo: "Ma che razza d'uomo era il presidente Clinton? Mandò la moglie perché sparassero a lei anziché a lui?". "Forse Hillary percepì un pericolo che non era immediato " ha tagliato corto un portavoce. Per Hillary, la carta del "Comandante in capo" è preziosa contro Obama, che ha molto meno esperienza di politica estera. Ma anche il New York Times l'ha accusata di esagerare il ruolo da lei svolto alla Casa Bianca. Il giornale si è rifatto a un'intervista in cui la ex first lady dichiarò di avere mediato negli anni Novanta per la pace tra cattolici e protestanti in Irlanda. Ma la verità, ha commentato, fu che mediò suo marito, lei ebbe semplicemente contatti con gruppi marginali. I due passi falsi costeranno cari alla candidata? Probabilmente no, anche perché il Washington Post continuerà ad assegnare i suoi Pinocchi, e prima o poi sarà la volta di Obama. Il senatore nero dovrà stare più attento di tutti a ciò che dice. Ennio Caretto.

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TRA le novità di questa campagna elettorale si può registrare anche un moderato intere (sezione: Estero USA)

( da "Messaggero, Il" del 23-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Di PAOLO POMBENI TRA le novità di questa campagna elettorale si può registrare anche un moderato interesse per la politica estera, di solito grande assente da questo tipo di appuntamenti, perché si ritiene coinvolga poco il grande pubblico. È un segnale indubbiamente positivo, anche se si rileva che non di rado si finisce per discuterne in termini populisti e, come si diceva una volta, "da Bar Sport". In realtà la politica estera rappresenta uno dei capitali di cui dispone un Paese, ed è un capitale sul quale bisogna investire. Non serve chiaramente a nulla fare del... bullismo in questo campo, illudersi ed illudere che l'Italia possieda un peso che non ha, o che si sia in grado di imporre chi sa quali svolte in senso moralistico o umanitario ad un universo come quello delle relazioni internazionali dove gli interessi in gioco sono enormi e le potenze in campo sono molto poco sensibili ad ascoltare prediche a vuoto. È dunque essenziale che un Paese abbia una sua riconoscibilità nella politica internazionale e che giochi al meglio le carte di cui dispone, le quali poi, nel caso dell'Italia, non sono neppure così poche e di così scarso valore. Ovviamente bisogna tenere conto dei contesti in cui ci si muove, ed il nostro è senz'altro quello dell'Unione Europea, che non è un mitico territorio di amore e solidarietà, ma che è senz'altro un "valore aggiunto" su cui oggi si può fare assegnamento. Di fronte a colossi come Usa, Cina, Russia, tanto per citare i più noti, un conto è andare in ordine sparso come medie potenze, quali sono ormai anche i più importanti tra gli Stati europei, un conto è presentarsi facendo insieme massa critica. Muoversi in questo contesto richiede però che si punti molto sulla credibilità e sull'affidabilità non solo e non tanto di qualche uomo politico, ma del "sistema Paese" in quanto tale. Non si può lasciare un campo delicato come la politica estera nelle mani di quelli a cui piace da matti fare il teatrino politico, dove per un applauso o per una proclamazione che scaldi il cuore ideologico della propria parte si mettono a repentaglio proprio quei capitali a cui abbiamo fatto riferimento. Occorre tener presente che non viviamo affatto in un momento di ordinaria amministrazione. E non è solo questione delle grandi crisi sotto gli occhi di tutti (Medio Oriente, Afghanistan, Balcani, ecc.), ma è proprio questione di scadenze che stanno dietro la porta e su cui l'Italia si deve impegnare. Nel 2009 avremo un momento impegnativo per l'Unione Europea: si deciderà il nuovo presidente "stabile" (quello che dura due anni e mezzo), nonché il nuovo Alto Rappresentante per la politica estera; ci sarà il rinnovo del Parlamento Europeo e di conseguenza la nomina di una nuova Commissione con un nuovo Presidente. L'Italia non può presentarsi a questi appuntamenti con una classe politica che ignora l'importanza di questi temi e che non è in grado di avere un ruolo nella partita in corso facendo squadra nell'interesse complessivo del Paese. Si rischierebbe di contare poco o nulla nella nuova fisionomia dell'Unione Europea e di conseguenza di pesare molto poco sulla scena internazionale, con conseguenze non solo a livello politico, ma anche di economia, perché un Paese che non sa stare sulla scena internazionale non viene poi molto considerato anche sugli altri tavoli (e non è che siano mancati segnali in questo campo...). Per non perdere il treno ci vuole qualcosa di più di un pur importante impegno a prendere coscienza di questi problemi da parte della classe politica nel suo complesso. Emarginare i populisti e i teatranti ha la sua importanza, ma non è tutto. Anche quando, come nel passato governo, ma non solo, si sono avute buone prestazioni da parte dei ministri e delle strutture della nostra diplomazia, si è visto che da noi mancano altri momenti importanti: abbiamo pochissimi centri di ricerca, pochissime istituzioni che fanno politica culturale di spessore (che non è, sia chiaro, un po' di propaganda per promuovere il "made in Italy"), uno scarso investimento nel sostegno e nella promozione della presenza di italiani di valore nelle molte strutture in cui si fa politica "comunitaria" o si lavora all'interscambio nel settore delle relazioni internazionali. Sono obiettivi su cui un serio confronto fra le forze in campo sarebbe più che opportuno, così come sarebbe importante che la società civile e l'opinione pubblica strutturata cominciassero ad esigerlo al pari delle prese di posizione su questioni sociali ed economiche.

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<Non credo più a uno Stato palestinese ora dobbiamo pensare a una Federazione> (sezione: Estero USA)

( da "Liberazione" del 23-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

"Non credo più a uno Stato palestinese ora dobbiamo pensare a una Federazione" Vittorio Bonanni "E' illusorio ed ipocrita continuare a parlare di Stato palestinese. Dobbiamo cominciare a pensare ad uno Stato federale, che comprenda entrambi i popoli. Un'ipotesi difficilissima anch'essa da realizzare ma che si comincia a prendere in considerazione anche in Israele." Chi lancia questa "provocazione" è Danilo Zolo, docente di filosofia del diritto internazionale all'università di Firenze. Recentemente ha firmato un appello che chiede alla direzione della Fiera del Libro di Torino di revocare la decisione di avere come ospite d'onore lo Stato d'Israele per l'edizione 2008, dedicando invece la kermesse alla pace, "cioè ad un "paese morale" coniugabile e comprensibile in molte lingue: salaam, shalom, peace, paix, frieden, mir, paz", come si sostiene nell'appello. Lo abbiamo intervistato per fare il punto sui differenti scenari internazionali che si pongono all'attenzione delle forze politiche e su come la sinistra, ingabbiata dalla recente esperienza di governo, possa riprendere l'iniziativa pacifista. Ma il punto di partenza è appunto il Medio oriente, il conflitto per antonomasia dal dopoguerra ad oggi e dunque la discussa fiera del libro di Torino. "Ho sottoscritto quel documento - dice Zolo - perché ritengo sbagliato organizzare una manifestazione culturale in cui si esalta l'autodichiarazione dello Stato israeliano, parzialmente giustificata allora dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite, ma che violava di fatto la sovranità del popolo palestinese. E quindi non si poteva festeggiare quella ricorrenza senza in qualche modo convocare una presenza palestinese". Che pensa dell'ipotesi del boicottaggio? Forse il sabotaggio può essere anche giudicato eccessivo ma è inaccettabile che l'Europa festeggi quella data considerata da tutto il mondo arabo-islamico e da molti altri osservatori come una vicenda tragica, che ha prodotto un'infinità di sofferenze e di ingiustizie e che ancora oggi è l'epicentro incandescente del conflitto mondiale. Occorreva dunque aprire un dibattito con la cultura palestinese, con la presenza di libri e autori palestinesi. Perché secondo lei è diventato ancora più difficile avere un atteggiamento quanto meno equidistante nei confronti dei due popoli? E perché non si riesce a capire che con una forza come Hamas, ci piaccia o no, bisogna dialogare, come propone il ministro D'Alema? Condivido pienamente queste considerazioni. Ritengo sia gravissimo che si ignori la presenza di Hamas e il risultato di elezioni democratiche che hanno dato a questa organizzazione la maggioranza schiacciante e messo in minoranza l'Autorità nazionale palestinese. E' chiaro che Hamas ha avuto collusioni anche gravi con il terrorismo. Su questo punto non c'è nessun dubbio. E tuttavia va detto che non stiamo parlando di un movimento terrorista ma di una forza politica che ha ottenuto la fiducia della maggioranza dei palestinesi perché molto impegnata sul terreno sociale e politico. Questo è un dato che non si può dimenticare. Anche la sinistra, pur discostandosi dal conformismo generale, sembra piuttosto timida, quasi si avesse un senso di colpa nel puntare troppo l'indice contro Israele? Non c'è dubbio. La sinistra radicale risente anch'essa di questa tradizione della sinistra europea che, correttamente se si vuole, si è schierata spesso a fianco di Israele in nome dell'olocausto, questa grande ombra che pesa anche sul mondo islamico. E certamente noi non possiamo non riconoscere le ragioni che ci sono dietro questo atteggiamento. C'è però sempre più un abisso tra la vicenda dell'olocausto, la tragedia del popolo palestinese e la politica sionista. Il peccato originale dello Stato d'Israele è il suo sionismo, l'essere un cuneo atlantico nel cuore del Mediterraneo. Gli ebrei non si sono mai sentiti mediterranei e semiti e il loro rifiuto della presenza del popolo palestinese ha portato ai drammi che sappiamo. La sinistra non ha preso atto fino in fondo di questa tragedia e continua ancora a pensare in termini a dir poco ingenui, della possibilità di creare uno Stato palestinese. Ora chi conosca minimamente la Palestina sa che ormai la prospettiva di uno Stato palestinese è illusione o inganno ipocrita. Chi oggi parla di due stati inganna se stesso e illude gli altri. Secondo me lo Stato palestinese non ci sarà mai. Resta la possibilità, che era, non dimentichiamolo, anche il progetto di Martin Buber e di Edward Said: uno Stato unico e federale in cui palestinesi ed ebrei fossero in qualche modo collegati politicamente e capaci di convivere. Una prospettiva ardua e difficilissima ma in qualche misura possibile visto che ci sono già più di un milione di palestinesi israeliani che vivono nello Stato d'Israele. La Galilea, per esempio, è in qualche modo una Cisgiordania che ha accettato di convivere dentro lo Stato israeliano, seppur nelle condizioni che conosciamo. Cambiamo ora scenario. Il finanziamento delle missioni italiane all'estero, penso in particolare all'Afghanistan, è stato uno dei tanti rospi che la Sinistra l'Arcobaleno ha dovuto ingoiare durante l'esperienza governativa... Io sono molto severo ovviamente con la politica del governo Prodi, sia in Palestina che in Afghanistan. Questo non significa essere rigidi e drastici nei confronti del comportamento della sinistra nel governo. Una cosa è la posizione appunto della sinistra che oggi deve mantenere con forza, altra cosa è una linea moderata dentro il governo. In questo momento è importante mantenere fermo il punto che la Nato non ha nessuna competenza a condurre una guerra di aggressione in Asia centrale, considerando che il Parlamento italiano non è neppure intervenuto sull'articolo 5 dello statuto della Nato e dunque sulla trasformazione di questa organizzazione da alleanza difensiva a braccio secolare delle Nazioni Unite, di fatto degli Stati Uniti, autorizzati ad intervenire nel mondo là dove si tratta di realizzare guerre neocoloniali, come è quella in Afghanistan. L'idea di poter sconfiggere la volontà del popolo pastun di liberarsi dall'occupazione straniera parte da un'ignoranza radicale della situazione di questo paese, dove un popolo fortissimo, orgogliosissimo, e presente ben oltre il territorio dell'Afghanistan, condurrà una lotta spietata contro gli aggressori e quindi anche contro gli italiani, malgrado questi ultimi non accettino di entrare direttamente in guerra. Anche in Kosovo l'Europa e l'Italia scontano una grave subordinazione alla politica di Washington... Nei Balcani si sta creando una situazione estremamente pericolosa. Sicuramente si tratta di un altro epicentro di un possibile conflitto. Ancher se è difficile pensare che la Russia intenda usare la forza, tuttavia sta intervenendo con i grandi mezzi di cui dispone in questo momento, quelli economici. Gazprom ha stipulato un contratto con la Serbia che cerca di sostenere come ha sempre fatto. E fra l'altro è singolare che contro l'indipendenza del Kosovo si siano schierati stati come la Russia, l'India e la Cina, cioè gli stessi che si erano opposti alla guerra di aggressione della Nato contro la Repubblica federale di Jugoslavia. L'Italia si è invece sempre schierata allora con Clinton e ora con Bush, senza considerare che quella guerra, chiamata umanitaria, che D'Alema ha fatto in modo entusiasta ed ipocrita, è stata pensata fin dall'inizio in funzione della possibilità che gli Stati Uniti costruissero nel cuore del Kosovo la base militare di Camp Bondsteel, a due passi da Urosevaz, creata per controllare i Balcani e il Mediterraneo orientale, dove sono situati 5000 soldati, con tanto di armi a testata nucleare. Già negli incontri di Rambouillet l'allora Segretario di Stato Usa Madeleine Albright aveva assicurato il leader dell'Uck Hashim Taqi che ci sarebbe stata una "guerra umanitaria" sostenuta dall'Italia e che si sarebbe arrivati all'indipendenza del Kosovo. Ora l'appoggio immediato e imprudente a questa indipendenza è legata ai gravissimi errori commessi da D'Alema nel '99. A proposito di Stati Uniti, a cinque anni dall'inizio della guerra in Iraq che bilancio si può fare di quell'avventura? Aggredendo l'Iraq nel 2003 gli Stati Uniti hanno tentato di mettere a punto una strategia globale che sfrutti i "vantaggi asimmetrici" di cui essi godono in termini nucleari, di intelligence e di controllo informatico del pianeta. L'obiettivo era quello di consolidare la propria egemonia planetaria, garantendosi una stabile presenza militare nel cuore dell'Asia centrale. Il progetto era, non solo di occupare il territorio mesopotamico, ma di controllare le immense risorse energetiche racchiuse nei territori delle Repubbliche ex-sovietiche e, soprattutto, di completare il duplice accerchiamento missilistico e nucleare della Russia ad Ovest e della Cina ad Est avviato con l'occupazione dell'Afghanistan. Gli Stati Uniti hanno tentato di rafforzare il loro sistema planetario di basi militari e aumentarne il numero nelle "aree critiche", così da prevenire tempestivamente il rischio che al loro interno possano affermarsi potenze solidali con il terrorismo e ostili agli Stati Uniti. A questa logica "preventiva" ha corrisposto la campagna ideologica lanciata dall'amministrazione Bush che ha presentato l'occupazione militare dell'Iraq come l'inizio di una global democratic revolution , destinata a investire il Medio oriente e il mondo islamico all'insegna della strategia del Broader Middle East. L'obbiettivo principale di questa strategia, fatta propria dalla Nato, è quello di controllare con l'uso di strumenti politici, economici e informatici l'intera area che va dal Marocco e dalla Mauritania all'Afghanistan e al Pakistan, una regione ricchissima di risorse energetiche e al tempo stesso altamente instabile e crogiolo del global terrorism . A cinque anni dall'aggressione dell'Iraq si può dire che questo progetto strategico se non è fallito del tutto è comunque in gravissima difficoltà. L'Europa, incapace di parlare con una voce unica, appare sempre più subordinata alla politica di Washington. Che cosa deve fare oggi per uscire da una subalternità ancora tutta legata agli esiti della Seconda guerra mondiale? E come può riprendere fiato un movimento pacifista in grande affanno? In un volume che ho curato insieme a Franco Cassano dal titolo L'alternativa mediterranea si sostiene la necessità di rilanciare il processo di Barcellona ed avviare un dialogo con il mondo arabo-islamico che rimetta al centro la questione palestinese. Un modo per ritrovare quelle radici culturali e politiche dell'Europa utili per raggiungere finalmente un'autonomia dagli Stati Uniti. Se questo avviene si apre uno scenario in cui è possibile un'alleanza di fatto tra il vecchio continente e le grandi potenze economiche che stanno emergendo. E penso alla Russia, all'India e alla Cina senza dimenticare il Brasile. In questo caso forse possiamo sperare in un mondo nel quale le relazioni internazionali siano meno spietate e sanguinarie. Rispetto al movimento pacifista, credo che solo la sinistra possa rilanciarlo: in questo momento il pacifismo cattolico, con un pontefice poco stimolante, non sembra molto vigoroso. Ci troviamo in realtà di fronte ad una sorta di normalizzazione della guerra: i grandi mezzi di comunicazione di massa e il centro-sinistra con Veltroni non fanno certo discorsi pacifisti. Insomma non vedo grandi prospettive per l'immediato e anche Emergency, che era una mia grande speranza guidata da un uomo come Gino Strada, mi sembra si sia un po' fermata dopo le vicende afghane, e si sta impegnando in Sudan più sul piano strettamente sanitario che su quello del pacifismo politico. Un'eventuale vittoria democratica negli Usa potrà cambiare questo scenario? Non ho molta fiducia nella possibilità che i democratici, se vincono, impostino una politica estera statunitense diversa da quella repubblicana. La storia ci insegna che spesso i democratici si sono comportati sul piano della politica estera in modo più aggressivo ed espansionista dei repubblicani. 23/03/2008.

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Muoversi in questo contesto richiede però che si punti molto sulla credibilità e s (sezione: Estero USA)

( da "Messaggero, Il" del 23-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Di PAOLO POMBENI Muoversi in questo contesto richiede però che si punti molto sulla credibilità e sull'affidabilità non solo e non tanto di qualche uomo politico, ma del "sistema Paese" in quanto tale. Non si può lasciare un campo delicato come la politica estera nelle mani di quelli a cui piace da matti fare il teatrino politico, dove per un applauso o per una proclamazione che scaldi il cuore ideologico della propria parte si mettono a repentaglio proprio quei capitali a cui abbiamo fatto riferimento. Occorre tener presente che non viviamo affatto in un momento di ordinaria amministrazione. E non è solo questione delle grandi crisi sotto gli occhi di tutti (Medio Oriente, Afghanistan, Balcani, ecc.), ma è proprio questione di scadenze che stanno dietro la porta e su cui l'Italia si deve impegnare. Nel 2009 avremo un momento impegnativo per l'Unione Europea: si deciderà il nuovo presidente "stabile" (quello che dura due anni e mezzo), nonché il nuovo Alto Rappresentante per la politica estera; ci sarà il rinnovo del Parlamento Europeo e di conseguenza la nomina di una nuova Commissione con un nuovo Presidente. L'Italia non può presentarsi a questi appuntamenti con una classe politica che ignora l'importanza di questi temi e che non è in grado di avere un ruolo nella partita in corso facendo squadra nell'interesse complessivo del Paese. Si rischierebbe di contare poco o nulla nella nuova fisionomia dell'Unione Europea e di conseguenza di pesare molto poco sulla scena internazionale, con conseguenze non solo a livello politico, ma anche di economia, perché un Paese che non sa stare sulla scena internazionale non viene poi molto considerato anche sugli altri tavoli (e non è che siano mancati segnali in questo campo...). Per non perdere il treno ci vuole qualcosa di più di un pur importante impegno a prendere coscienza di questi problemi da parte della classe politica nel suo complesso. Emarginare i populisti e i teatranti ha la sua importanza, ma non è tutto. Anche quando, come nel passato governo, ma non solo, si sono avute buone prestazioni da parte dei ministri e delle strutture della nostra diplomazia, si è visto che da noi mancano altri momenti importanti: abbiamo pochissimi centri di ricerca, pochissime istituzioni che fanno politica culturale di spessore (che non è, sia chiaro, un po' di propaganda per promuovere il "made in Italy"), uno scarso investimento nel sostegno e nella promozione della presenza di italiani di valore nelle molte strutture in cui si fa politica "comunitaria" o si lavora all'interscambio nel settore delle relazioni internazionali. Sono obiettivi su cui un serio confronto fra le forze in campo sarebbe più che opportuno, così come sarebbe importante che la società civile e l'opinione pubblica strutturata cominciassero ad esigerlo al pari delle prese di posizione su questioni sociali ed economiche.

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Nuovo messaggio audio di al-Zawahiri Dal 2003 sono morti 4mila soldati Usa (sezione: Estero USA)

( da "Quotidiano.net" del 24-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

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Intanto, secondo un conteggio tenuto dall'Associated Press, il 97% delle vittime americane ha perso la vita dopo il 1. maggio 2003, giorno in cui il presidente George W. Bush dichiarò chiusa la guerra Il Cairo, 24 marzo 2008 - Il numero due di al-Qaeda, Ayman al-Zawahiri, in un nuovo nastro diffuso oggi, invita i musulmani a colpire gli interessi israeliani e americani per vendicare l'offensiva israeliana nella Striscia di Gaza. Al-Zawahiri ha lanciato l'appello in un nuovo nastro audio di quattro minuti messo online oggi su un sito internet islamista. Nel messaggio, il numero 2 dell'organizzazione terroristica internazionale accusa il presidente egiziano Hosni Mubarak di aiutare Israele nella sua offensiva chiudendo la sua frontiera con Gaza. L'autenticità del messaggio non ha potuto finora essere confermata, ma la voce somiglia a quella di Al-Zawahiri nei precedenti messaggi. Il numero 2 di al-Qaeda invita i musulmani a "colpire gli interessi degli ebrei, degli americani e di tutti quelli che hanno partecipato all'attacco contro i musulmani" e precisa che gli attacchi non devono limitarsi ai territori israeliano e palestinese. "Fate loro sapere che non otterranno che del sangue per ogni dollaro speso per uccidere i musulmani, e per ogni pallottola sparata contro di noi un vulcano tornerà verso essi", minaccia Al-Zawahiri. "Non possono impegnarsi a sostenere Israele e poi vivere in pace quando gli ebrei uccidono i nostri fuggiaschi e i nostri fratelli assediati". "Controllate gli obiettivi, raccogliete danaro, preparate gli equipaggiamenti, prevedete con precisione e, contando su Allah, attaccate, cercando il martirio e il paradiso" ha dichiarato il numero 2 di al-Qaeda. IRAQ/ 4.000 VITTIME USA DALL'INIZIO DELLA GUERRA, NEL MARZO 2003 Il numero dei militari americani uccisi in Iraq dall'inizio della guerra, nel marzo del 2003, ha raggiunto quota 4.000. Quattro soldati statunitensi sono stati uccisi ieri da una bomba esplosa a Baghdad e si sono così aggiunti al precedente bilancio di almeno 3.996 vittime americane della guerra irachena. Secondo un conteggio tenuto dall'Associated Press, il 44% dei militari americani ha perso la vita per esplosioni, mentre il 97% delle vittime americane ha perso la vita dopo il 1. maggio 2003, giorno in cui il presidente George W. Bush dichiarò chiusa la fase più difficile e pericolosa della guerra. 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Usa, candidati spiati : parte un'inchiesta zoppa (sezione: Estero USA)

( da "Manifesto, Il" del 24-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Il capo della commissione esteri della camera: indaghi il Congresso Usa, candidati "spiati": parte un'inchiesta zoppa Nell'istruttoria che dovrebbe accertare chi ha controllato Obama, Hillary e McCain il Dipartimento di stato ricorre alla macchina della verità Matteo Bosco Bortolaso New York Il Dipartimento di stato Usa ha aperto un'inchiesta sulla violazione dei dati personali dei tre candidati alle presidenziali, i democratici Hillary Clinton e Barack Obama e il repubblicano John McCain. Nei giorni scorsi, il quotidiano conservatore Washington Times aveva scoperto che qualcuno all'interno del dipartimento aveva avuto accesso alla richiesta di Barack Obama per avere un passaporto. Poi è risultato che anche i passaporti degli altri due contendenti erano stati spiati. Un'ammissione imbarazzante per il Dipartimento di stato, tanto che la segretaria Condoleezza Rice si è premurata di fare le sue scuse personalmente ai tre interessati. Ad aver violato la privacy dei candidati sono almeno quattro persone, uno impiegato al dipartimento di Stato e tre in aziende d'appalto. Al momento sembra che le richieste dei candidati siano state aperte per semplice curiosità. Il sospetto, però, è che lo spionaggio sia avvenuto a fini politici. Ora il Washington Times scrive che durante l'indagine, coordinata dall'ispettore generale del dipartimento William E. Todd, sarà usata anche la macchina della verità. Il dipendente del dipartimento sotto inchiesta aveva usato il nome di Hillary Clinton durante una sessione di addestramento, la scorsa estate. "Di solito - ha spiegato il portavoce del dipartimento Sean McCormack - viene chiesto di usare il nome dei membri della famiglia. Ma questo dipendente aveva scelto la senatrice Clinton, cosa che è stata immediatamente notata e non si è più ripetuta". Altri due sospetti dell'indebito interessamento ai dati di candidati presidenziali lavoravano in una ditta d'appalto esterna, la Stanley Inc. di Arlington, in Virginia, non molto distante dalla capitale Washington. Entrambi sono stati licenziati prima dello scoop del giornale conservatore. La quarta persona indagata lavorava per The Analysis Corporation (Tac), una società di McLean, anch'essa in Virginia. In questo caso, il dipendente che ha spiato è ancora al lavoro perché, come spiega una nota aziendale, così ha chiesto il dipartimento, che vuole indagare sull'accaduto. - mentre nel caso dei dipendenti licenziati dalla Stanley, l'ispettore generale del dipartimento non potrà obbligarli a parlare. L'azienda finita nell'occhio del ciclone è guidata da John O. Brennan, ex agente della Cia che è anche - particolare curioso - consulente di Barack Obama per l'intelligence. Proprio questa settimana aveva vinto un contratto quinquennale per 570 milioni di dollari per la gestione delle banche dati dei passaporti. Gli spioni hanno potuto vedere i moduli compilati da Clinton, Obama e McCain al momento della richiesta del documento indispensabile per viaggiare all'estero. Un caso simile risale al 1992, quando era stata aperta un'indagine (illecita) sul passaporto di Bill Clinton, allora candidato presidenziale contro George Bush padre. Giravano voci che il candidato avesse chiesto di rinunciare alla cittadinanza durante la guerra in Vietnam, per evitare di andare in guerra. E un funzionario del dipartimento di stato di nomina politica, repubblicano, era entrato nella banca dati per controllare. Il capo della commissione esteri della Camera, Howard Berman, ha sottolineato che "anche nella vicenda del 1992 all'inizio si parlò di un caso isolato e non legato alla politica". "Questa volta - ha aggiunto Berman - il Congresso porrà grande attenzione nel capire il livello di coinvolgimento dell'organo esecutivo nel frugare i dati dei candidati". L'impegno da parte del parlamento Usa segue la richiesta di Obama, il quale si aspetta "un'indagine completa che dovrebbe essere fatta assieme alle commissioni del Congresso che hanno una funzione di controllo". Il rivale repubblicano McCain, da Parigi, ha detto che "gli Usa danno grande valore alla privacy di chiunque: deve essere decisa un'azione correttiva".

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Una buona occasione per tacere (sezione: Estero USA)

( da "Panorama" del 24-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

IL PEGGIORE Una buona occasione per tacere AUGUSTO MINZOLINI Fra i politici italiani c'è un gusto forsennato per l'iperbole. Insomma, per avere eco sui media si esagera. Ci si lascia andare a ragionamenti e proposte che puntano a suscitare scandalo ma non hanno nulla a che vedere con il senso comune. Antonio Di Pietro di cose del genere ne dice una al giorno con il chiodo fisso di far tintinnare le manette, il suono che più appassiona i suoi fan. Solo che l'ex magistrato è talmente scontato che ormai nessuno gli dà peso. Più pericoloso, invece, è ricercare l'iperbole su argomenti delicati come la politica estera e le missioni dei nostri militari all'estero. Qui chi dà il meglio è l'ex ministro della Difesa del Cavaliere, Antonio Martino. Già durante il governo Berlusconi il personaggio era stato l'autore di exploit spericolati che in alcuni momenti avevano fatto traballare la sua poltrona di ministro. E adesso, in piena campagna elettorale, Martino ha rispolverato il vecchio stile lanciando la solita proposta foriera di polemiche: ha chiesto il ritiro della nostra missione in Libano e un aumento dei nostri militari in Afghanistan. Ipotesi su argomenti delicati, avanzate con i toni dei duri del Pentagono. Una sorta di parodia. Peccato che al personaggio manchi il sigaro o la sigaretta di John Wayne. Intendiamoci bene, non è che la proposta di Martino non abbia le sue ragioni: i nostri soldati in Libano stanno combinando ben poco e alla fine rischiano di coprire solo la riorganizzazione degli hezbollah; mentre in Afghanistan è necessaria una maggiore presenza di uomini e di risorse (la Francia si appresta a farlo) in vista della solita offensiva di primavera dei talebani che rischia di far traballare il governo di Kabul. Solo che una sortita come quella di Martino, calato nei panni dell'ex segretario alla difesa di George W. Bush, Donald Rumsfeld, non serve a niente. Anzi è controproducente. Intanto perché l'argomento sicuramente non porta voti in campagna elettorale. Inoltre certe decisioni prima si prendono e poi si dicono: l'idea che il prossimo governo possa ritirare il nostro contingente in Libano, infatti, rende ancora più evanescente il nostro ruolo nella regione; mentre in Afghanistan mette i nostri soldati nel mirino di chi non vuole un aumento della nostra presenza a Kabul. Risultato: il governo di Beirut ha protestato, Walter Veltroni ne ha approfittato, Gianfranco Fini ha precisato e Silvio Berlusconi, alla fine, ha dovuto prendere le distanze dal suo ex ministro. E Martino? Forse si è reso conto di aver perso un'altra buona occasione per starsene zitto.

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Usa, candidati <spiati>: parte un'inchiesta zoppa (sezione: Estero USA)

( da "Manifesto, Il" del 24-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Usa, candidati "spiati": parte un'inchiesta zoppa Il capo della commissione esteri della camera: indaghi il Congresso Nell'istruttoria che dovrebbe accertare chi ha controllato Obama, Hillary e McCain il Dipartimento di stato ricorre alla macchina della verità Matteo Bosco Bortolaso New York Il Dipartimento di stato Usa ha aperto un'inchiesta sulla violazione dei dati personali dei tre candidati alle presidenziali, i democratici Hillary Clinton e Barack Obama e il repubblicano John McCain. Nei giorni scorsi, il quotidiano conservatore Washington Times aveva scoperto che qualcuno all'interno del dipartimento aveva avuto accesso alla richiesta di Barack Obama per avere un passaporto. Poi è risultato che anche i passaporti degli altri due contendenti erano stati spiati. Un'ammissione imbarazzante per il Dipartimento di stato, tanto che la segretaria Condoleezza Rice si è premurata di fare le sue scuse personalmente ai tre interessati. Ad aver violato la privacy dei candidati sono almeno quattro persone, uno impiegato al dipartimento di Stato e tre in aziende d'appalto. Al momento sembra che le richieste dei candidati siano state aperte per semplice curiosità. Il sospetto, però, è che lo spionaggio sia avvenuto a fini politici. Ora il Washington Times scrive che durante l'indagine, coordinata dall'ispettore generale del dipartimento William E. Todd, sarà usata anche la macchina della verità. Il dipendente del dipartimento sotto inchiesta aveva usato il nome di Hillary Clinton durante una sessione di addestramento, la scorsa estate. "Di solito - ha spiegato il portavoce del dipartimento Sean McCormack - viene chiesto di usare il nome dei membri della famiglia. Ma questo dipendente aveva scelto la senatrice Clinton, cosa che è stata immediatamente notata e non si è più ripetuta". Altri due sospetti dell'indebito interessamento ai dati di candidati presidenziali lavoravano in una ditta d'appalto esterna, la Stanley Inc. di Arlington, in Virginia, non molto distante dalla capitale Washington. Entrambi sono stati licenziati prima dello scoop del giornale conservatore. La quarta persona indagata lavorava per The Analysis Corporation (Tac), una società di McLean, anch'essa in Virginia. In questo caso, il dipendente che ha spiato è ancora al lavoro perché, come spiega una nota aziendale, così ha chiesto il dipartimento, che vuole indagare sull'accaduto. - mentre nel caso dei dipendenti licenziati dalla Stanley, l'ispettore generale del dipartimento non potrà obbligarli a parlare. L'azienda finita nell'occhio del ciclone è guidata da John O. Brennan, ex agente della Cia che è anche - particolare curioso - consulente di Barack Obama per l'intelligence. Proprio questa settimana aveva vinto un contratto quinquennale per 570 milioni di dollari per la gestione delle banche dati dei passaporti. Gli spioni hanno potuto vedere i moduli compilati da Clinton, Obama e McCain al momento della richiesta del documento indispensabile per viaggiare all'estero. Un caso simile risale al 1992, quando era stata aperta un'indagine (illecita) sul passaporto di Bill Clinton, allora candidato presidenziale contro George Bush padre. Giravano voci che il candidato avesse chiesto di rinunciare alla cittadinanza durante la guerra in Vietnam, per evitare di andare in guerra. E un funzionario del dipartimento di stato di nomina politica, repubblicano, era entrato nella banca dati per controllare. Il capo della commissione esteri della Camera, Howard Berman, ha sottolineato che "anche nella vicenda del 1992 all'inizio si parlò di un caso isolato e non legato alla politica". "Questa volta - ha aggiunto Berman - il Congresso porrà grande attenzione nel capire il livello di coinvolgimento dell'organo esecutivo nel frugare i dati dei candidati". L'impegno da parte del parlamento Usa segue la richiesta di Obama, il quale si aspetta "un'indagine completa che dovrebbe essere fatta assieme alle commissioni del Congresso che hanno una funzione di controllo". Il rivale repubblicano McCain, da Parigi, ha detto che "gli Usa danno grande valore alla privacy di chiunque: deve essere decisa un'azione correttiva".

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Joschka fischer (sezione: Estero USA)

( da "Repubblica, La" del 25-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Cultura JOSCHKA FISCHER rofondamente frustrati dalle politiche dell'amministrazione Bush, in Europa, molte persone e governi sperano che le imminenti elezioni presidenziali comportino un cambiamento di fondo della politica estera degli Stati Uniti. Ma occorrerebbe un miracolo politico di media entità perché queste speranze non fossero deluse e un tale miracolo non accadrà, chiunque sarà eletto. L'amministrazione Bush ha commesso una serie di errori con conseguenze di grande portata.

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ROMA Parisi contesta la linea berlusconiana in politica estera. Il ministro della Difesa difende la (sezione: Estero USA)

( da "Messaggero, Il" del 25-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Missione in Libano ed è contrario ad un impegno diverso in Afghanistan. "In Libano noi abbiamo scommesso sulla pace. È una tregua non la pace, ma siamo lì perchè non si riapra la guerra". E sull'Afghanistan dice: "Non si può pretendere dall'Italia più di quello che sta facendo", "i nostri soldati stanno facendo egregiamente il loro dovere, il nostro Paese li sta sostenendo adeguatamente". Il pressing della Nato "non provoca nessun imbarazzo perchè quando si parla di Nato si parla di noi stessi, non è organizzazione terza", e perchè si tratta di un "appello generale rivolto da alcuni alleati e dalla Nato a fare di più ma che non ha noi come destinatari primi, perchè facciamo già molto, come ci è stato riconosciuto dal comandante generale della Nato". Per Parisi destinatari primi sono Germania e Fancia e il ministro sottolinea che ques'ultima impegna in Afghanistan "meno della metà dei nostri militari".

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E ora chi potrà fermare McCain? (sezione: Estero USA)

( da "EUROPAQUOTIDIANO.it" del 26-03-2008)
Pubblicato anche in: (EUROPAQUOTIDIANO.it)

Argomenti: Politica estera USA

ALESSANDRO CARRERA Ancora due settimane così e il Democratic Party avrà bisogno di cure intensive. Scandali sessuali, infelici uscite anti-Obama da parte di clintoniani oltranzisti, il polverone delle primarie in Michigan e in Florida che non verranno rifatte, e infine l'infuocato sermone di Jeremiah Wright, pastore della chiesa di Obama, culminante in un "Altro che Dio benedica l'America! Dio maledica l'America per la schiavitù e la segregazione! ". Obama ha dovuto correre ai ripari e l'ha fatto in modo magistrale, con un discorso serio sulle relazioni razziali che lo farà entrare nella storia, ma forse non lo aiuterà a diventare presidente. Perché con quel discorso, che prima o poi doveva arrivare, l'incanto si è rotto. Obama ha cessato di essere una favola per diventare una realtà, ed è la realtà di un afro-americano. D'ora in poi chi lo sostiene, compresi gli sparuti "Republicans for Obama", non potrà far finta di aver a che fare con una creatura angelica venuta a salvare l'America dal conflitto delle razze. McCain, intanto, è molto impegnato a non fare nulla, perché nulla deve fare, tranne godersi lo spettacolo dei due campi avversari che si distruggono a vicenda. Stringe la mano ai soldati in Iraq, va a trovare Gordon Bown e quando gli chiedono che piani ha per l'economia che sta andando a picco promette nuovi tagli di tasse e manda la sua benedizione apostolica. Un sondaggio USA Today/Gallup del 14-16 marzo lo da in testa su Barack e Hillary nei seguenti punti: "È un leader forte e deciso"; "È onesto e affidabile" e "Sa gestire la cosa pubblica in modo efficiente ". Obama vince su "Si prende cura dei bisogni della gente"; "Condivide i vostri valori"; "Capisce i problemi che gli americani affrontano nella loro vita quotidiana "; "Saprebbe lavorare con entrambi i partiti per il bene comune ". Inoltre "È qualcuno di cui essere orgogliosi come presidente ". Hillary vince solo con "Ha un progetto ben definito su come risolvere i problemi del paese". E con "Ha una visione di quello che sarà il futuro del paese". Obama 5, McCain 3, Hillary 2. Ma il sondaggio precede l'affare Jeremiah Wright ed è già obsoleto. Da uno più recente risulta che il 55 per cento degli americani indica John McCain come il candidato più preparato a fronteggiare una crisi internazionale o, per citare lo spot di Hillary, il più pronto a rispondere a una telefonata alle tre di notte. La Fox News ha scatenato l'inferno sul sermone anti-americano di Jeremiah Wright. Nessuno però si è scandalizzato quando McCain si è dichiarato orgoglioso dell'appoggio di John Hagee, il pastore ultraconservatore secondo il quale l'uragano Katrina è la punizione divina per l'omosessualità, la responsabilità dell'antisemitismo ricade sugli ebrei e la chiesa cattolica è un culto malefico. Non solo: Mc- Cain ha definito sua "guida spirituale" Rick Parsley, il televangelista noto per aver affermato che gli Stati Uniti sono nati per combattere la religione islamica e che il loro destino non sarà compiuto finché tale risultato non sarà raggiunto. McCain crede a queste idiozie? Certamente no, la sua è solo una strategia elettorale, ma c'è qualcosa di molto preoccupante nei giudizi di politica estera che si lascia scappare. Pochi giorni fa ha detto che l'Iran va assolutamente fermato (è il suo chiodo fisso) perché sta aiutando al Qaeda in Iraq. Non è vero, gli iraniani sono sciiti, al Qaeda è sunnita. Per l'Iran, Osama bin Laden è un nemico. È possibile che McCain, dopo sei anni di guerra in Iraq, non lo sappia? È possibile, ma la domanda è un'altra: quanti voti perderebbe McCain, se i suoi elettori avessero il sospetto che lui ne sa più di loro, o che addirittura prende sul serio gli incomprensibili conflitti tra questa e quella fazione dell'Islam? Quando l'Europa doveva scegliere tra Mussolini, Franco, Hitler e Stalin, ogni americano aveva il diritto di sentirsi un portatore di civiltà. La segregazione non era ancora stata abolita, ma sarebbe venuta la lotta per i diritti civili, e anche il Vietnam, certo, ma insieme a una ventata di cultura nuova, per non dire dei progressi della scienza e della ricerca incubati nelle grandi università del continente americano. Tutto questo è ancora vero, ma otto anni di Bush hanno causato un danno inaudito all'immagine degli americani all'estero e anche a quella che hanno di se stessi. Per buona parte del mondo, oggi come oggi, al concetto di americano si associa quello di ignorante e bigotto, provinciale e guerrafondaio. Il neo-americano è un essere strano, convinto che Dio abbia creato il mondo seimila anni fa alle otto del mattino fossili compresi, che Noè andava a cavallo dei dinosauri e che quando lui morirà troverà il suo cane ad aspettarlo in paradiso. Non è vero, l'America è meglio di così, ma è un fatto che gli americani non riescono più a sentirsi superiori a nessuno, neanche quando vanno in paesi che sono ben più malmessi del loro. Con gli arabi, però, ci riescono ancora. Gli arabi sono i loro ultimi indiani. Intorno al 1869 Mark Twain compì un lungo viaggio in Europa e nel Medio Oriente. Quando arrivò a Firenze rimase scandalizzato dallo squilibrio tra la ricchezza della chiesa e le masse di straccioni che mendicavano fuori dalle porte del Duomo. Suggerì loro che invece di chiedere l'elemosina avrebbero fatto meglio a depredare le cattedrali. Ma quando giunse a Gerusalemme non ebbe nessun consiglio da dare agli arabi. Quel vero campione della democrazia americana si trovò di fronte a un Altro che non poteva essere assimilato. "Mi ricordavano molto gli indiani, quella gente" scrisse poi ne Gli innocenti all'estero. "Stavano lì accoccolati in silenzio, e con la loro instancabile pazienza osservavano ogni nostra mossa con quell'abietta, imperturbabile maleducazione che è così tipica degli indiani, e che fa diventare un bianco così nervoso, così a disagio, così selvaggio da fargli venir voglia di sterminare l'intera tribù".

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Sarkozy non esclude il boicottaggio dei Giochi (sezione: Estero USA)

( da "Stampa, La" del 26-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

AVEVA PROMESSO DI PARTECIPARE ALLA CERIMONIA DI INAUGURAZIONE DELLE OLIMPIADI Sarkozy non esclude il boicottaggio dei Giochi [FIRMA]DOMENICO QUIRICO CORRISPONDENTE DA PARIGI Non si poteva più stare zitti. Il silenzio del presidente sul problema della repressione in Tibet e sui Giochi olimpici era diventato infatti un pericoloso caso politico. Gordon Brown ha già annunciato che a maggio riceverà il Dalai Lama; la Merkel addirittura non ha esitato a congelare un programma di sviluppo con Pechino. E Sarkozy, che al momento dei Giochi sarà per di più presidente di turno dell'Unione Europea? "In assordante silenzio", come ha sentenziato uno dei leader socialisti, Moscovici. Già per questo lo smargiassavano, correvano malmostosi sospetti: si capisce, è ostaggio dei mastodontici contratti sottoscritti a Pechino durante una delle sue prime visite da presidente e presentati come un ciclopico successo. Proprio allora con incauto entusiasmo non aveva promesso ai dirigenti cinesi di presenziare alla cerimonia inaugurale dei Giochi? Sembrava una buona idea. Ora lo scenario è catastrofico: Bush e Sarkozy soli sul palco, con i signori della Città proibita strangolatori della libertà tibetana. Eletto con lo slogan gagliardo "la politica estera dei diritti umani"; e poi una pecoresca, meschina "geometria variabile", in cui si gonfiano le gote e si danno lezioni a seconda della taglia dell'interlocutore e soprattutto degli interessi economici della Francia. Triste realpolitik già applicata con Putin. Ma a stanare il presidente non sono stati i socialisti che fanno le smorfie o il sondaggio che indica i francesi favorevoli al boicottaggio della cerimonia olimpica: è stata semmai la molesta voce di Alain Juppé, ex premier, e soprattutto esplicito e temibile rivale a destra del sempre meno monolitico Sarkozy. Juppé è stato brusco: "Si può immaginare un caso di più flagrante violazione delle libertà fondamentali di un popolo oppresso da decenni di quanto sta accadendo in Tibet? Eppure tra i responsabili occidentali, da Washington a Bruxelles passando per le varie capitali, si ascoltano solo inviti ai cinesi a ammazzare con moderazione". Il riferimento a Sarkozy è chiaro. Proprio il presidente francese ha utilizzato in un cauto messaggio a Pechino il termine "comportarsi con moderazione in Tibet". Ecco allora Sarkozy che, scarmigliandosi, tenta di riguadagnare ieri il tempo sciaguratamente perduto: "Voglio che il dialogo cominci e graduerò la mia risposta in base a quella che sarà data dalla autorità cinesi. E' questo il modo per ottenere dei risultati". Proponendosi un po' ottimisticamente come "mediatore" tra il Dalai Lama e il governo di Pechino, ha aggiunto: " Tutte le opzioni sono aperte ma faccio appello al senso di responsabilità dei dirigenti cinesi". Il tono è aggressivo anche se vago, si lascia intravedere persino la possibilità di un boicottaggio degli stessi Giochi che in Francia quasi nessuno chiede. Sulla scia di Sarkozy anche Bernard Kouchner ha potuto bandire un verbo meno discreto. Il ministro degli Esteri è sempre più scisso tra il passato di inventore del diritto di intrusione umanitaria e il presente fatto di foto di gruppo con scatenati tiranni. Jack Lang, un altro dei socialisti che Sarkozy vuole strangolare con un abbraccio governativo ma che esita ancora, lo aveva richiamato a sanguigne nostalgie: "Parlo ad un amico, abbiamo incontrato decine di volte il Dalai Lama in passato. Che sono diventate le parole infiammate e giuste che pronunciavi allora?". Kouchner ha provato a ripeterle quelle parole, ma con tono esitante e molti distinguo: "Io parlo come te e dico che la repressione in Tibet è insopportabile. Ma il Dalai Lama non chiede l'indipendenza né il boicottaggio dei Giochi. Non dobbiamo essere più tibetani dei tibetani". La circospezione è diventa l'arte anche della responsabile dei diritti umani, Rama Yade, una che adorava i superlativi assoluti. Si è dichiarata baldanzosamente disposta a ricevere il Dalai Lama "in visita pastorale in Francia". Precisazione: come capo religioso quindi e non politico.

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Costituzione: gli uomini che fecero l'impresa (sezione: Estero USA)

( da "Unita, L'" del 26-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Stai consultando l'edizione del Costituzione: gli uomini che fecero l'impresa di Marco Innocente Furina L a Costituzione repubblicana nacque 60 anni fa dal felice incontro di culture politiche distanti, e spesso antitetiche, le une dalle altre. Come uomini e partiti così diversi, opposti e in molti casi ostili, siano a riusciti nell'impresa - perché di un'impresa si tratta - di scrivere un documento in grado di dare all'Italia Istituzioni capaci di reggere l'urto di una lotta politica feroce e i cui princìpi sono validi ancor oggi, resta in gran parte un mistero. Moro, Togliatti, Jotti, Terracini, Calamandrei, uomini e donne diversissimi per cultura, estrazione sociale e credo politico, seppero lavorare fianco a fianco nella commissione dei 75, la sottocommissione incaricata di redigere il testo base della Carta e che riuniva il meglio della cultura giuridico-politica dell'Italia del tempo. Oscar Luigi Scalfaro è uno degli ultimi rappresentanti di quel tempo e di quella temperie anche e soprattutto morale. Uno degli ultimi testimoni di come nacque, e fra quali contrasti e speranze, la nostra Legge fondamentale. Ecco perché La mia Costituzione, il libro-intervista da oggi in edicola con l'Unità in cui il presidente emerito della Repubblica racconta a Guido dell'Aquila la genesi della Costituzione repubblicana, è una testimonianza particolarmente preziosa. Uno dei pochi costituenti ancora in vita spiega a chi non c'era come l'Italia uscì dalla dittatura e si riconobbe in una "Repubblica democratica fondata sul lavoro" e in cui "tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge". Non sono le memorie, puntuali ma fredde, di un politico. Almeno non solo quello. Sono pagine a tratti commoventi, come quando riemerge, nonostante gli anni passati, la sofferenza e il dramma della guerra civile. Quando il giovane Scalfaro, allora pubblico ministero, si trovò costretto a chiedere la pena di morte. "Feci la requisitoria - racconta - presentando i fatti e le responsabilità con le testimonianze che coincidevano. Quindi con un una certezza dei fatti indiscutibile (l'imputato era un repubblichino colpevole di aver torturato e ucciso un giovane poliziotto, ndr). Dissi che su questo poggiava la richiesta di pena capitale". Ma il giovane Pm non aveva finito la sua arringa. "Il pubblico ministero - disse a una platea attonita - deve aggiungere che non crede alla pena capitale. (...) Gli avvocati, i magistrati, i giornalisti, tutti ammutoliti. Il pubblico ministero da quindici giorni, da quando questo processo gli è stato messo in mano ha studiato, ha sofferto, ha pregato per non chiedere la pena di morte, ma non ha trovato strada di fronte alla gravità paurosa e inumana di questo fatto. Non ha trovato strada perché si applica il codice penale di guerra. Se la Corte dovesse trovare una strada per non applicare la pena di morte, il pubblico ministero ringrazia anticipatamente la Corte". Alla fine l'imputato, grazie all'amnistia, non fu giustiziato. "Ho avuto altri doni: all'Assemblea costituente ho votato giovanissimo questo articolo 27 che ha eliminato la pena di morte dal diritto italiano. E nel 1994, da presidente della Repubblica, ho avuto la commozione di mettere la firma sotto la legge che aboliva la pena di morte anche dal codice penale militare di guerra". Ecco, la Costituzione e i suoi princìpi nacquero anche così, dal dolore, dall'esperienza della ingiustizia e della guerra. E già la guerra, quella mondiale l'Italia l'aveva voluta e provocata, anche per questo i costituenti vollero scrivere a chiare lettere nella Carta costituzionale che d'ora in poi il nostro paese non avrebbe più aggredito nessuno. Recita l'articolo 11: "L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali". "Questo articolo è di una chiarezza impressionante (...). Ogni articolo impegnava ore o ore di discussione e centinaia di pagine di verbali - ricorda l'ex capo dello Stato -. Sono andato a rivedere quello della seduta in cui si approvò questo articolo (...). Le pagine riservate alla discussione sono appena sei e mezzo. E a cosa è dovuto questo? Al fatto che c'era una unanimità assoluta e indiscussa. Non c'è stato uno che non abbia detto no alla guerra". Ma questo non ha impedito all'Italia di Berlusconi di schierarsi dalla parte della guerra preventiva di Bush. "Caro Bush, stai facendo, o hai fatto, una cosa sporca e sbagliata", è la risposta del Presidente. Perché in questo libro Scalfaro non fugge l'attualità, anzi, la legge alla luce di quei princìpi supremi che nel corso del tempo possono essere interpretati diversamente ma non stravolti. È il caso delle leggi ad personam di Berlusconi. "Non sono un giurista, non sono un cattedratico, sono un laureato in legge che ha fatto un po' il magistrato e il parlamentare, però mi sento tranquillo nel dire delle cose che sono l'abbiccì della chiarezza. Cos'è la legge? Sentivo dire al ginnasio superiore, al liceo, non ne parliamo poi all'Università: la legge è una disposizione, una norma o una serie di norme fatte per un popolo. Sono dovuto arrivare a quest'età per sentir dire che "la legge è una disposizione fatta per un cittadino""... Ma l'ex capo dello Stato non risparmia nessuno: se la prende anche con la riforma federale voluta nel 2001, in coda di legislatura dal centrosinistra. Una riforma approvata senza il concorso dell'opposizione, affrettata e sbagliata che spostando poteri e competenze agli enti locali rischia di mettere in forse diritti fondamentali di tutti come istruzione e sanità. Scalfaro, e non poteva essere altrimenti, difende l'attuale forma di governo parlamentare e l'equilibrio di poteri su cui essa si fonda: il primato del Legislativo sull'Esecutivo. Ma le pagine più belle, e più ricche di significato per noi, ormai così lontani da quegli anni, sono i ricordi del ragazzo che vedeva prendere forma la giovane democrazia italiana. Pagine che ci aiutano a capire, come uomini tanto diversi poterono scrivere insieme le regole fondamentali della nuova Italia. Ricorda Scalfaro una vicenda raccontatagli da De Gasperi: Nenni non aveva più notizie di una figlia deportata in campo di concentramento. De Gasperi era al ministero degli Esteri e faceva ogni sforzo per avere notizie. Finché non fu avvertito che era stato trovato il corpo di questa creatura senza vita. Allora telefonò a Nenni e gli disse: "Vengo da te". Il Leader Dc si incamminò dal ministero alla sede de l'Avanti pensando cosa si potesse dire a un padre in quelle circostanze. Ma non appena arrivato i due si ritrovarono abbracciati piangendo. "Mi convinsi ancora di più - riflette Scalfaro - che l'aver sofferto insieme era al fondo di questa capacità di scrivere insieme dei valori umani validi per tutti, quelli che sono sanciti dall'articolo 1 fino all'articolo 11, che vuole la pace". OSCAR LUIGI SCALFARO racconta in un libro, in vendita da oggi con l'Unità, come i costituenti così ideologicamente diversi tra loro riuscirono sessant'anni fa a scrivere insieme la Carta.

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Bosnia, arriva il video <Hillary ha mentito> (sezione: Estero USA)

( da "Corriere della Sera" del 26-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-03-26 num: - pag: 19 categoria: REDAZIONALE Primarie/1 Un viaggio senza pericoli Bosnia, arriva il video "Hillary ha mentito" Washington - Sbugiardata dalla tv Cbs, che ha trasmesso il video del suo sbarco all'aeroporto militare di Tuzla in Bosnia nel '96, Hillary Clinton ha ritrattato. La scorsa settimana l'ex first lady aveva raccontato di essere scesa dall'aereo a Tuzla a guerra finita ma "sotto il fuoco dei cecchini nemici ", e di essere corsa "a testa bassa" dentro l'auto in attesa. Il video l'ha mostrata invece camminare sorridendo sulla pista con la figlia Chelsea e abbracciare una bimba che le porgeva un mazzo di fiori, poi soffermarsi all'interno degli edifici coi soldati. Il commento della Cbs: "Hillary ha l'abitudine di gonfiare la sua esperienza in politica estera". La ritrattazione della ex first lady è avvenuta in due tempi. La prima volta, ha dichiarato di essersi confusa: "Non ricordavo bene, visitai un'ottantina di Paesi, è un piccolo incidente". La seconda ha invece ammesso: "Ho fatto uno sbaglio. E questo dimostra che anch'io sono umana". Ma ritrattando, Hillary ha messo nei guai Chelsea e il proprio entourage. Poco prima infatti, Chelsea aveva avallato la sua versione degli eventi. E l'entourage aveva accusato quello di Barack Obama di volere creare uno scandalo inesistente. La polemica ha avuto un effetto imprevisto. Un leader democratico, Tim Mahoney, ha suggerito che tra Hillary e Obama la convention del Partito scelga un terzo uomo l'ex vicepresidente e Premio Nobel della pace Al Gore, e questi a sua volta scelga come compagno di corsa la ex first lady o il senatore nero. E. C.

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PARIGI - Grande esperto di relazioni internazionali, membro della Commissione per la prevenz (sezione: Estero USA)

( da "Messaggero, Il" del 26-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Di FRANCESCA PIERANTOZZI PARIGI - Grande esperto di relazioni internazionali, membro della Commissione per la prevenzione dei conflitti al Parlamento europeo, docente all'Institut d'Etudes Politiques di Parigi, il politologo Dominique Moisi crede poco a una politica estera della Francia ispirata ai principi dei diritti umani. Il Tibet e la Cina non fanno eccezione. Sul boicottaggio oggi la Francia fa marcia indietro? "Non proprio. Bisogna considerare che alcuni Paesi come la Germania e la Gran Bretagna hanno subito condannato o espresso critiche nei confronti della repressione cinese in Tibet, la Francia invece era rimasta finora silenziosa. Sarkozy ha rotto il silenzio, ma ritengo che si tratti soprattutto di parole, di una risposta inevitabile ma puramente verbale alle attese dei sostenitori dei diritti umani. A priori, penso proprio che la Francia non farà niente". Eppure la Francia è la patria dei diritti umani. Il ministro degli Esteri, Kouchner, teorizza l'ingerenza umanitaria. "Un ministro degli Esteri che non ha molti poteri e che tiene a restare ministro... La cosa migliore sarebbe una posizione di principio dell'Unione Europea che sancisca la partecipazione ai Giochi ma condizioni la presenza dei dirigenti dei vari Paesi alla cerimonia d'apertura a una moderazione della politica cinese in Tibet. Cosa che non ha fatto per esempio il presidente americano George W. Bush". Un eventuale boicottaggio potrebbe avere qualche impatto concreto sulla politica del governo cinese? "No, ma salverebbe la nostra coscienza. Davvero non credo che ci si debba aspettare molto. La priorità della Francia è mantenere le sue relazioni con la Cina, cercando di integrare le pressioni morali e etiche. Per essere chiari e forse un po' cinici, in un momento come questo di crisi economica per l'Occidente, non ci si possono aspettare posizioni ferme ed energiche nei confronti del governo cinese per la sua politica in Tibet". Eventuali iniziative di singoli stati rischiano dunque di risolversi in un fallimento? "Penso che un boicottaggio a livello dell'Unione Europea potrebbe avere un seguito. Avrebbe un impatto morale e psicologico. Nonostante le parole, la politica estera francese è dettata dal mercantilismo e non dal rispetto e la difesa dei diritti umani, come ben si evince in Africa". L'Occidente non ha dunque nessuna voglia né nessun mezzo per stigmatizzare la repressione cinese in Tibet? "Boicottare le Olimpiadi non è mai servito a molto e servirebbe soprattutto a punire gli atleti. Se l'Unione Europea, in blocco, boicottasse la cerimonia d'inaugurazione, sarebbe comunque una buona cosa".

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Stati uniti, addio ritiro graduale (sezione: Estero USA)

( da "Manifesto, Il" del 26-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Stati uniti, addio "ritiro graduale" Combattere o votare Videoconferenza top secret tra Washington e Baghdad: niente smobilitazioni fino al 2009, l'Iraq non deve molestare le presidenziali Matteo Bosco Bortolaso New York Ritiro? "Meglio aspettare qualche mese", avrebbe detto il generale Petraeus. Secondo le indiscrezioni raccolte ieri dalla stampa, il contingente americano in Iraq non subirà sostanziali riduzioni da qui al 2009, quando il prossimo presidente degli Stati uniti entrerà alla Casa bianca. Tutto, insomma, dovrebbe procedere secondo i piani: torneranno a casa soltanto i militari del cosiddetto surge, l'iniezione di truppe voluta l'anno scorso dal presidente. All'inizio del 2007 Bush aveva deciso di inviare circa 30mila soldati per tamponare una situazione che sembrava incontrollabile. Ora l'amministrazione rivendica un miglioramento delle condizioni di sicurezza, attribuendolo proprio al surge. Il graduale rientro dei 30mila verrà completato in luglio. Da quel momento in poi, però, il numero di soldati schierati rimarrà stabile, intorno ai 140mila uomini, pari a 15 brigate più civili e personale d'appoggio. E' questo il calendario che David Petraeus, il comandante sul campo, avrebbe illustrato lunedì al presidente George W. Bush in una video-conferenza da Baghdad. Il collegamento era top secret, ma il New York Times è riuscito a raccogliere qualche indiscrezione filtrata dagli ambienti governativi. Il confronto è durato circa due ore. Assieme a Bush c'erano i membri del National security council, il ristretto gruppo che decide la sicurezza nazionale e la politica estera degli Stati uniti. In collegamento dalla capitale irachena, oltre al generale Petraeus, c'era anche l'ambasciatore Ryan Crocker. Il generale e l'ambasciatore, protesi militare e civile della Casa bianca in Iraq, saranno a Washington l'8 e il 9 aprile per illustrare la situazione irachena. Dopo il graduale ritiro degli effettivi del surge, Petraeus ha suggerito un periodo di "evaluation and consolidation", utile a controllare se - come ritiene l'amministrazione - in Iraq le cose vanno veramente meglio. Mentre la campagna elettorale entrerà nel vivo - e si saprà se a sfidare John McCain sarà Hillary Clinton o Barack Obama - le truppe in Iraq rimarranno stabili. Il prossimo autunno si annuncia particolarmente caldo non solo per la campagna elettorale a stelle e strisce, ma anche per le elezioni provinciali in Iraq, per le quali le truppe dovranno essere pronte a nuovi attacchi. Sempre secondo le indiscrezioni raccolte dalla stampa, molti generali vorrebbero continuare il ritiro per rafforzare il morale ed "essere preparati per altri conflitti". Bush, però, non vuole andarsene lasciando un Iraq in fiamme. E comunque i tempi tecnici per spostare una brigata sono abbastanza lunghi: almeno 45 giorni tra la decisione del ritiro e la partenza degli uomini. Questo significa che, dopo il rientro del surge a luglio, ci sarebbe spazio per il ritiro di soltanto una o due brigate prima della fine dell'anno. Insomma, si potrebbe scendere al massimo a 100mila uomini, ma è probabile che Bush vada sul sicuro fermandosi a 140mila. Ieri Hillary Clinton, durante la campagna elettorale per la Pennsylvania, è tornata ad attaccare la Casa bianca sull'Iraq, dicendo che "è chiarissimo che il presidente Bush ha deciso di proseguire la sua politica fallimentare in Iraq fino a quando non lascerà le sue funzioni".

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Usa/Sms erotici incastrano il sindaco di Detroit e l'amore finisce in aula (sezione: Estero USA)

( da "Italia Sera" del 26-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Politica Estera Usa/Sms erotici incastrano il sindaco di Detroit e l'amore finisce in aula Dopo il giro di squillo del governatore di New York e il tradimento della moglie del suo successore, un altro scandalo sessuale investe un politico americano. Il sindaco di Detroit, Kwame Kilpatrick, è stato smascherato da un giornale per aver inviato Sms erotici alla sua amante, la ex-capo del suo staff Christine Beatty. I due ora sono sotto processo per spergiuro: la coppia aveva negato sotto giuramento la relazione. A trascinare fuori dalla clandestinità la coppia, entrambi sposati con altre persone, era stato un giornale cittadino che aveva pubblicato il testo di una serie di sms bollenti e inequivocabili che i due amanti si erano scambiati. Secondo il quotidiano, tra il 2002 e il 2003 la coppia si sarebbe scambiata ben 14 mila messaggini. Chiamati a processo da due poliziotti, lui e lei avevano negato sotto giuramento la relazione. I poliziotti avevano intentato una causa contro il municipio di Detroit perché il primo cittadino dapprima li avrebbe utilizzati per proteggere le sue tresche amorose e, poi li avrebbe fatti licenziare come testimoni scomodi. Così una banale storia d'amore ha assunto le dimensioni di uno scandalo cittadino con tanto di licenziamenti, vendette e minacce. Ora il Procuratore Kym Worthy ha annunciato le incriminazioni contro il sindaco e la sua ex-collaboratrice affermando che i due si erano "fatti beffe dei principi di onestà, verità e onore". Il Pm è giunto a questa conclusione dopo aver esaminato oltre 40 mila documenti, compresi migliaia di messaggini telefonici scambiati tra il sindaco e la sua assistente che mostrano in modo evidente la natura sessuale della loro relazione. Edizione n. 869 del 26/03/2008.

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Stati Uniti - Accordo con India per nucleare non ancora concluso (sezione: Estero USA)

( da "Virgilio Notizie" del 26-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

26-03-2008 16:00 Non è ancora detta l'ultima parola sull'accordo per il nucleare civile tra India e Stati Uniti. Secondo quanto dichiarato dall'agenzia di stampa "Press trust of India", il portavoce della Casa Bianca, Dana Perino, ha dichiarato oggi in seguito all'incontro tra il ministro degli Esteri indiano Pranab Mukerjee, il presidente statunitense George W.Bush e il segretario di Stato Condoleeza Rice, che è ancora prematuro parlare di "ora o mai più", aggiungendo di avere a disposizione "ancora alcuni mesi" per lavorare con le autorità indiane. Mukerjee ha ribadito che il governo indiano è "interessato" a concludere l'accordo, sebbene vi siano pareri contrari all'interno della coalizione di governo che rallentano il processo e provocano problemi. Secondo i partiti della sinistra indiana la stipula dell'accordo darebbe luogo ad un'eccessiva dipendenza indiana dagli Usa, i quali sarebbero legittimati a fornire tecnologia e materiale nucleare a Nuova Delhi. Le autorità indiane stanno nel frattempo trattando con l'Aiea, l'Agenzia internazionale per l'energia atomica, le "clausole di salvaguardia" da applicare ai suoi siti nucleari.

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Con il Cavaliere una sfida fuori dal mondo Fa senso vedere Dini a destra . Per i corrispondenti esteri, campagna elettorale confusa (sezione: Estero USA)

( da "Unita, L'" del 27-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Stai consultando l'edizione del "Con il Cavaliere una sfida fuori dal mondo" "Fa senso vedere Dini a destra". Per i corrispondenti esteri, campagna elettorale "confusa" di Federica Fantozzi SILVIO E NOIA Poca politica, propaganda, sinistra che parla come la destra e viceversa, e sempre Berlusconi. La stampa estera guarda alle nostre elezioni e le trova "confuse". Premesso che i corrispondenti esteri si immergono in campagna elettorale l'ultima settimana, i prodromi del giudizio non sono folgoranti. Per Tobias Piller della Frankfurter Allgemeine Zeitung il voto offre un incentivo a essere populisti: "Berlusconi lo è molto. Su Alitalia cerca di intercettare il malumore del Nord. Ha sempre difeso la libertà dell'imprenditore e l'assenza dello Stato: qui si rivela interventista". L'unica novità dello scenario, la corsa a due Pd-PdL, si deve a Veltroni che però "ha fatto di necessità virtù": "Quasi un miracolo: con la stessa legge elettorale sono cambiati partiti e clima. Veltroni non poteva ripresentarsi con una mega-coalizione già naufragata. Ora si delineano due grandi gruppi in Parlamenti e la fine dei nanetti". Assai dura la valutazione di Arielle Dumont di France Soir e Madame (il secondo settimanale francese): "Non vedo uno scontro entusiasmante né grande differenza tra destra e sinistra. È una campagna di corsa: come nei supermarket, tutto sui ripiani e scegliete voi". Grande assente la politica estera: "All'assemblea costituente del Pd mi sono guardata intorno e non ho visto niente di europeo. Mi ha colpito una sensazione di ripiegamento in se stessi". Nostalgia di Prodi, "un grande europeista, attento a inserire l'Italia in un contesto internazionale". Divertenti le liste-caleidoscopio: "Bisognerà trovare posto anche per la casalinga di Voghera. Dove la mettiamo?". Più seriamente, "quando si candida chiunque si perde l'idea della politica". Già quando è caduto il governo "per giochi di potere, il Senato mi sembrava un mercato. Mi fa senso vedere Dini che siede già a destra". Anche Nacera Benali, corrispondente del quotidiano algerino El Watam vede tra le proposte dei due schieramenti "differenze molto sottili. A parole, Berlusconi e Veltroni assumono ognuno la posizione dell'altro". Il Cavaliere su Alitalia ha a cuore i lavoratori "quando non ha mai difeso la classe operaia". Mentre il centrosinistra "raffigura l'immigrazione come un pericolo", anzichè concentrarsi su proposte che "aiutino gli immigrati che lavorano e pagano le tasse". Eric Josef, di Liberation, ha visto un "dinamismo iniziale" di Veltroni: "Aveva il gioco in mano, ha imposto il ritmo con la corsa da solo e i candidati. Poi si è perso un po' per strada". Sui programmi convergenze ma anche "differenze importanti" come il compenso minimo ai precari". Novità? Il cambio di toni, ma non è un bene: "I due leader non si attaccano ma neppure discutono, sembra una sfida fuori dal mondo". Josef è qui dal '93: "L'elemento di continuità che vedo è... Berlusconi. Stupisce che, per la quinta volta e dopo due sconfitte, possa essere ancora candidato premier".

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Bush a hu jintao: "dialogo" l'europarlamento invita il dalai lama - federico rampini (sezione: Estero USA)

( da "Repubblica, La" del 27-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Bush a Hu Jintao: "Dialogo" L'Europarlamento invita il Dalai Lama Via alla rieducazione dei monaci tibetani nei lager Per i religiosi lavori forzati, e sedute di rieducazione politica Poettering: "Tutti i leader si chiedano se partecipare all'apertura dei Giochi" FEDERICO RAMPINI DAL Nostro corrispondente PECHINO - L'indignazione per il Tibet non si spegne nell'opinione pubblica internazionale. E costringe i governi occidentali ad aumentare la pressione sulla Cina. Dopo due settimane di silenzio ieri per la prima volta dalla ribellione di Lhasa è intervenuto George Bush. Il presidente americano ha telefonato al suo omologo cinese, Hu Jintao, per invitarlo a "impegnarsi in un dialogo sostanziale con i rappresentanti del Dalai Lama, e a consentire l'accesso in Tibet a giornalisti e diplomatici". La Casa Bianca ha precisato però che l'America non boicotterà i Giochi. Il presidente degli Stati Uniti per il momento non ha preso neppure in esame la possibilità di disertare la cerimonia d'apertura, un gesto che invece non è escluso dal francese Nicolas Sarkozy. Il Parlamento europeo ieri ha rilanciato con forza questa proposta per estenderla a tutti i leader dell'Unione. Aprendo una seduta straordinaria convocata sul Tibet, il presidente dell'Europarlamento Hans-Gert Poettering ha dichiarato: "Tutti i politici devono chiedersi se è possibile partecipare alla cerimonia inaugurale dei Giochi, qualora la Cina insista nel rifiutare il dialogo con il Dalai Lama". Il boicottaggio dei Giochi e quello della cerimonia inaugurale sono due opzioni ben diverse. Nel primo caso si può temere che la maggioranza dei cinesi si sentirebbe offesa e ferita nel suo orgoglio patriottico. L'assenza dei capi di Stato occidentali nella tribuna d'onore con Hu Jintao alla cerimonia inaugurale sarebbe invece un gesto di condanna mirato chiaramente contro i vertici del regime colpevoli della repressione in Tibet. L'Europarlamento ha anche approvato per acclamazione l'invito rivolto dal suo presidente al leader spirituale dei buddisti tibetani: "Il Dalai Lama è benvenuto in questa assemblea ogni volta che vorrà venire". Le notizie che giungono dal Tibet non sono segnali di dialogo e distensione. Al contrario, si riaprono le porte dei laogai. Per i monaci buddisti tibetani catturati nelle retate di questi giorni comincia un'odissea tristemente nota, la deportazione nei lager cinesi. è il trattamento che il regime di Pechino riserva ai seguaci del Dalai Lama dagli anni Cinquanta: lavori forzati, sedute di rieducazione politica cioè lavaggio del cervello, indottrinamento patriottico, umiliazioni e spesso torture. Generazioni di monaci sono passate attraverso queste sofferenze, molti ne sono morti, senza che la Repubblica popolare riuscisse a piegare la resistenza del popolo tibetano. Ma Pechino insiste con i metodi di sempre. Lo ha rivelato il professor Dramdul del Centro di ricerca tibetologica, un pensatoio di regime che si occupa "scientificamente" della questione tibetana per conto del partito comunista. "Rilanciare l'educazione patriottica è necessario - ha detto l'esponente del regime - perché la cricca del Dalai Lama ha manovrato per sabotare lo sviluppo del Tibet e il buddismo tibetano. L'educazione dei monaci serve a contrastare l'influenza di piccoli gruppi secessionisti che tramano dall'estero". La nuova ondata di deportazioni dei monaci nei laogai viene annunciata insieme con un aggiornamento del bollettino di guerra nelle operazioni contro i ribelli tibetani. Secondo le cifre ufficiali fornite dal governo cinese salgono a 660 i rivoltosi che si sarebbero "arresi alle autorità", e che saranno giudicati per le violenze avvenute durante la più grande rivolta tibetana degli ultimi vent'anni. Il bilancio delle vittime è stato aggiornato a 19 morti da parte cinese, mentre il governo tibetano in esilio parla di 140 uccisi dalle forze dell'ordine. La polizia a Lhasa ha anche diffuso una nuova lista di 53 "super-ricercati" sui quali è stata posta una taglia. Ieri è arrivato a Lhasa un gruppo di 26 giornalisti stranieri selezionati dal governo di Pechino, scortati e sorvegliati da funzionari del ministero degli Esteri. è la prima volta che dei reporter stranieri vengono ammessi in Tibet dopo l'esplosione dei disordini del 14 marzo. Un cronista dell'Associated Press ha descritto le condizioni particolari in cui si è svolto il loro arrivo e la visita collettiva. "L'autobus dall'aeroporto a Lhasa andava volutamente lentissimo nonostante le nostre proteste. Abbiamo passato tre posti di blocco. Un ufficiale ha spiegato che stavano fermando gli automobilisti solo per controllare eccessi di velocità, infrazioni al codice della strada o il mancato uso della cintura di sicurezza. Davanti agli edifici pubblici abbiamo visto polizia militare in tuta mimetica e con armi automatiche puntate, in stato di massima allerta. Ci hanno portati in visita a una clinica bruciata durante le proteste. La sera i nostri accompagnatori ci hanno sconsigliato di uscire dall'albergo e ci hanno chiesto di informarli su ogni nostro movimento". Il ministero degli Esteri ha rifiutato di rispondere alle nostre domande sui criteri con cui sono stati selezionati i giornalisti stranieri per la visita "guidata" a Lhasa. Il Foreign Correspondents' Club of China, l'associazione della stampa estera, ha denunciato questa "visita breve e sotto massima sorveglianza" come un tradimento degli impegni formali presi da Pechino quando si candidò a ospitare le Olimpiadi. L'associazione ha elencato "più di 40 violazioni degli impegni sulla libertà di circolazione", ha denunciato "varie forme di intimidazione dei giornalisti", ha chiesto al governo cinese di "permettere a tutti gli altri giornalisti stranieri di viaggiare in Tibet senza interferenze". I diplomatici non sono trattati meglio di noi. L'Australia, il cui governo laburista ha ottime relazioni con la Repubblica popolare, ha presentato una richiesta formale perché un gruppo di diplomatici stranieri possano andare in Tibet come osservatori indipendenti. La richiesta è stata respinta da Pechino con la giustificazione che il governo cinese non vuole mettere a repentaglio "la sicurezza degli stranieri".

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Missili, l'ultima corsa di Bush (sezione: Estero USA)

( da "Unita, L'" del 27-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Stai consultando l'edizione del Missili, l'ultima corsa di Bush Katrina vanden Heuvel L a Casa Bianca farà tutto il possibile per portare avanti l'insensato progetto di difesa missilistica in Europa. Non solo cresce l'opposizione dei cittadini nei Paesi che dovrebbero ospitare dieci missili intercettori, la Polonia, e una base militare radar, la Repubblica Ceca, ma il sistema alimenta una nuova corsa agli armamenti e il militarismo, minacce molto più serie per la nostra sicurezza nazionale di qualunque missile con testata nucleare che potrebbe lanciare l'Iran. Come mi ha detto l'anno passato Joseph Cirincione, presidente del "Ploughshares Fund" e autore del libro "Bomb Scare: The History and Future of Nuclear Weapons": "il presidente Bush ha fretta di mettere in campo un nuova tecnologia che non funziona contro una minaccia che non esiste". Ma più grave di questa fretta è l'effetto destabilizzante sulle relazioni con la Russia e sulle reali prospettive di sicurezza e di pace. Joanne Landy e Thomas Harrison - co-direttori di "Campaign for Peace and Democracy" (NdT, Campagna per la pace e la democrazia) - hanno scritto recentemente su Foreign Policy Focus: "quando l'Unione Sovietica mise a punto un limitato sistema di difesa missilistica sul finire degli anni 60, gli Stati Uniti reagirono elaborando una strategia nucleare in grado di sovrastare la nuova tecnologia. La rincorsa agli armamenti nucleari fu interrotta parzialmente dal trattato ABM (NdT, Trattato sui missili antibalistici), ma nel 2002 l'amministrazione Bush decise di recedere dal trattato. Ora la storia si ripete, a parti invertite. Oggi sono gli Stati Uniti che mettono a punto un limitato sistema di difesa missilistica e sono i russi che ritengono di essere costretti a reagire per mantenere l'efficacia del loro potere di deterrenza. La guerra fredda sarà anche finita, ma i militari e i politici di entrambi i Paesi ragionano ancora secondo una logica da guerra fredda". Landy e Harrison sottolineano anche che, mentre l'opposizione contro le proposte installazioni americane si va facendo sempre più agguerrita in Polonia e in Repubblica Ceca e molti pacifisti americani non sanno che il sistema che dovrebbe essere dispiegato in Europa avrà un costo di oltre un miliardo di dollari l'anno, questa vicenda finirà per incrinare ulteriormente la nostra reputazione internazionale ("Questo tema non fa che aggravare la sfiducia nei confronti dell'America che gli europei hanno a causa delle politiche dell'amministrazione Bush, dal riscaldamento globale all'Iraq", dice Cirincione) e per alimentare una nuova guerra fredda. Questi sono tempi che ricordano un'altra guerra fredda e che richiedono mobilitazione, attivismo e solidarietà transnazionali. I gruppi pacifisti americani dovrebbero unirsi ai movimenti di opposizione in Polonia e in Repubblica Ceca - organizzazioni quali la "No bases initiative" (NBI - Iniziativa contro le basi) che ha capeggiato l'opposizione popolare ceca contro l'installazione di una base americana - per condurre questa lotta insieme. Come sottolineano Landy e Harrison, "l'amministrazione Bush spera di aggirare le resistenze in Repubblica Ceca e in Polonia e di concludere gli accordi con entrambi i Paesi entro i prossimi mesi". È indispensabile, scrivono, "che gli attivisti su entrambe le sponde dell'Atlantico lavorino per far fallire questo accordo". È altrettanto importante invitare i candidati alla Casa Bianca e al Congresso a far sentire la loro voce - non solo sui difetti tecnologici del sistema che sono emersi nel corso dei test, ma sull'impostazione fondamentalmente errata di una politica estera di tipo militaristico e imperialista. Barack Obama è favorevole all'abolizione delle armi nucleari (al pari degli ex Segretari di Stato Harry Kissinger e George Shultz, dell'ex ministro della Difesa William Perry e dell'ex senatore Sam Nunn) attraverso un piano collegato al Trattato di non proliferazione che porti alla riduzione e poi all'abolizione degli armamenti nucleari detenuti dalle potenze atomiche. Il senatore Obama è stato anche in prima fila in Senato sulle questioni riguardanti la non proliferazione nucleare. La senatrice Hillary Clinton non ha dichiarato di essere favorevole ad un mondo denuclearizzato. E poi c'è, ovviamente, il senatore John McCain. Il suo orientamento nei confronti della Russia e della "sfrenata" corsa agli armamenti è militarista quanto la sua intenzione di rimanere in Iraq per 100 anni. John McCain ha detto: "la prima cosa che farò è realizzare un sistema di difesa missilistica (in Polonia e in Repubblica Ceca)". Mentre si avvicina la fine dell'amministrazione Bush - un regno contrassegnato dalla sconsiderata violazione degli accordi in materia di controllo degli armamenti - The Nation, a differenza di molti esponenti dei media, è impegnata a fermare questa escalation nella corsa agli armamenti e a scongiurare il pericolo di una nuova guerra fredda tra Stati Uniti e Russia. Katrina vanden Heuvel è direttrice ed editrice della rivista americana "The Nation" © 2008, The Nation Traduzione di Carlo Antonio Biscotto.

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Ce la possiamo fare, la partita è aperta anche alla Camera (sezione: Estero USA)

( da "Unita, L'" del 27-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Stai consultando l'edizione del NICOLA LATORRESapremo convincere gli indecisi. Strategico il rilancio del Sud. Il centrodestra su Alitalia fa solo propaganda e mostra tutto il suo egoismo nordista "Ce la possiamo fare, la partita è aperta anche alla Camera" di Simone Collini / Roma Nicola Latorre non si stupisce del sondaggio Ipr marketing secondo il quale il Pdl, nella migliore delle ipotesi, avrebbe solo cinque seggi di vantaggio a Palazzo Madama. "Anche alla Camera si può riaprire la partita", dice il candidato capolista per il Pd al Senato in Basilicata (e numero due in Puglia). In poche parole, "possiamo vincere". Però altri sondaggi dicono che rimangono 7 o 8 punti di distacco dal Pdl, come se la spinta propulsiva del Pd si fosse esaurita. "Facendo campagna elettorale vedo in giro tutt'altro che un calo di attenzione rispetto alle nostre proposte". Forse Berlusconi vi ha rubato la scena con la vicenda Alitalia? "Forse, ma solo per un breve periodo, perché è apparso subito evidente il carattere tutto propagandistico della cordata italiana, che non esiste. Non a caso poi si è messo disperatamente a inseguire il Pd sul tema delle pensioni". Vi ha detto che le minime le hanno aumentate già loro. "Argomento privo di qualsiasi consistenza. Primo perché aveva annunciato la soglia dei famosi 516 euro mensili per 4 milioni di persone, quando poi a raggiungere quella cifra sono stati solo un milione di pensionati. E secondo perché siamo stati noi, con il decreto del luglio 2007, ad aumentare tutte le pensioni fino a 8600 euro di reddito annuo. Ma soprattutto, noi abbiamo ora avanzato una proposta per intervenire non soltanto sulle minime, indicando con chiarezza la copertura finanziaria di questa operazione. E Berlusconi ci insegue, malamente, come già ha fatto costruendo in una notte un partito, il Pdl, che poi si presenta comunque in coalizione con la Lega". Sette otto punti in meno di venti giorni. Come pensate di farcela? "Intanto perché più passa il tempo e più si fa evidente che da quella parte c'è un'idea del futuro fondata su un mix di egoismo sociale fai da te e di protezionismo alla Tremonti che è esattamente quello che ci vuole per portare il paese alla catastrofe, mentre da questa parte c'è una proposta assolutamente nuova di sviluppo, di rilancio del sistema paese che tiene insieme l'esigenza di modernizzazione, e dunque anche di crescita, con l'esigenza della giustizia sociale". C'è chi sostiene che Veltroni sarebbe dovuto andare di più nelle regioni in bilico, piuttosto che muoversi lungo tutto il paese. "Il punto non è concentrare la presenza di un leader ma mobilitare tutte le nostre risorse umane sui territori. Quello che Veltroni sta facendo è fondamentale, ma la vera forza che ha il Pd sono le persone pronte a muoversi per convincere i tanti indecisi che ancora ci sono. In questo senso l'iniziativa di domenica per mobilitare tutto il popolo delle primarie è importantissima". Personalità come l'economista Boeri o come l'ex presidente di Confindustria calabrese Callipo denunciano l'assenza dei temi legati al Mezzogiorno. "Per quanto ci riguarda dico non solo che non è così, ma che per noi che vogliamo lo sviluppo del paese il Mezzogiorno è una grande opportunità". Che cosa vuole dire? "Continua a persistere un divario tra il nord e il sud, un dato strutturale che non può più permettersi un sistema paese che deve affrontare la grande sfida della competizione. Ma in questo senso il Mezzogiorno diventa una grande risorsa. Per almeno due ragioni: perché la popolazione meridionale è quella più giovane e perché la collocazione geografica rende il Mezzogiorno un punto strategico per accogliere quei traffici commerciali che nell'irruzione nella scena di paesi come la Cina e l'India hanno riproposto il Mediterraneo come grande bacino commerciale". A quali condizioni il sud Italia può diventare il luogo di transito per le merci verso il nord del mondo? "Intanto, una politica estera che consenta al Mediterraneo di diventare un mare di pace e al nostro paese di avere un dialogo con tutti gli stati che vi si bagnano. E quindi si può immaginare quanto drammatico sarebbe ritornare a una politica estera come quella prospettata da Martino, cioè ritirare le truppe dal Libano e rimandarle in Iraq. E poi è necessaria una politica infrastrutturale adeguata. E in questo senso il tema dell'Alitalia è un paradigma della politica nordista della destra: ha assunto la difesa di Malpensa anche a costo di far fallire la compagnia di bandiera, come ha detto il sindaco di Milano Moratti. Se noi diciamo di separare il tema di Malpensa da quello del destino dell'Alitalia è anche perché il fallimento della compagnia di bandiera sarebbe sì una tragedia per il paese, ma avrebbe effetti catastrofici sul Mezzogiorno".

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Da soli si può . E senza sinistra (sezione: Estero USA)

( da "Manifesto, Il" del 27-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Al voto Intervista a Walter Veltroni. Sul pullman del leader Pd, tra Palermo e Agrigento. Convinto di poter vincere le elezioni, il sindaco d'Italia spiega come prende corpo il Partito democratico. E cosa lo divida dalla Sinistra-Arcobaleno "Da soli si può". E senza sinistra Ognuno deve proseguire sulla sua strada. Anche in caso di sconfitta nessun accordo d'opposizione con Bertinotti Gabriele Polo Ha ripetuto "si può fare" per 71 volte in 71 piazze, cantato altrettanti inni di Mameli e poi ascoltando "Mi fido di te" di Jovanotti, stretto migliaia di mani. E continuerà così, fino a quota 110. Per nulla turbato dai sondaggi che continuano a darlo "sotto". Anzi convinto di poter risalire la corrente fino a palazzo Chigi. Per poi fare cosa? "Nulla di straordinario", "nessuna rivoluzione", come ripete efficacemente Anna Finocchiaro che lo accompagna nei comizi siciliani. Ma anche qualcosa di non ordinario, perché Walter Veltroni sta rivoluzionando il quadro politico, sta costruendo un partito - "leggero" quanto si vuole - in campagna elettorale. E ciò che impressiona è il copione che si ripete identico in ogni piazza, con la forza dell'allegro tormentone: non tanto nelle parole, ma nei gesti di chi accorre e ascolta, invocando il suo nome, agitando l'obamiano "si può fare" in perfetta sincronia, come un sol uomo, senza bisogno di una regia. E' questa la sua forza, quella che lo convince della rimonta possibile. Saliamo sul pullman dopo la tappa palermitana, verso quella agrigentina. Sicilia profonda e cuffariana, la più difficile. Setto/otto persone - leader compreso - sempre insieme, che in un clima da gita scolastica (manca solo la chitarra) raccordano l'una all'altra le tappe del lungo tour. Sui finestrini la filosofia da non dimeticare ("lasciare l'odio, scegliere la speranza", "lasciare la paura, scegliere il nuovo"), attraverso i computer il monitoraggio delle cronache della tappa precedente ("Quel titolo non va bene.. questa dichiarazione va precisata"), ai telefonini il programma dei minuti successivi ("La piazza è piena, ha smesso di piovere... Sì, apre una ragazza... con una ragazza viene meglio"). La "rivoluzione pragamatica" del Pd è in marcia, l'effetto-immagine sembra funzionare, il nuovo soggetto s'incarna piazza dopo piazza e il futuro sorride ai viaggiatori. Per il risultato elettorale si vedrà, quello dipende da quanto consenso riusciranno ancora a strappare all'innominato sempre presente, al "principale esponente dello schieramento a noi avverso". Berlusconi, ancora lui. Veltroni lo esorcizza. Ma non lo nomini mai? Mai, da quando mi sono candidato alla leadership del Pd, non l'ho mai nominato. E non lo nomino perché voglio dare la sensazione che noi abbiamo superato quel tempo della storia, che siamo in un'altra fase, non più ispirata al voto "contro" ma al voto "per". Una scelta comunicativa. Come dire "non ci misuriamo con lui"... Ci misuriamo soprattutto con noi stessi e con il paese. Poi elettoralmente con "il principale sponente dello schieramento a noi avverso".. Con un inedito partito-contenitore che ha l'ambizione di temere assieme soggetti anche conflittuali tra loro. Possibile? Certo. E' l'idea tipica delle grandi forze riformiste, dai laburisti inglesi ai socialdemocratici tedeschi ai democratici americani, che fanno convivere la dimensione del conflitto con quella dell'interesse generale del paese. La storia dei grandi partiti riformisti è questa: ogni volta che queste forze si sono presentate come la rappresentanza di una serie di minoranze, hanno perso anche se avevano "ragione": l'ambizione è tenere insieme coerenze di valori con la capacità di muovere maggioranze nel paese. Così il riformismo diventa realtà e vince. Pensa a Obama. Obama mobilita, chiede alla sua gente di agire attivamente. Vedi quest'energia nel paese depresso e fermo di cui parla il Censis? Ho fatto 71 manifestazioni, anche nei posti più difficili e non ho mai visto così tanta gente muoversi. I teatri e i palasport non sono bastati, erano stracolmi. C'è un cambio generazionale interessante, pieno di ragazzi tra i 14 e i 20 anni. Questo in uno schema tradizionale della politica è inedito, strano: nel momento in cui noi chiudiamo con la sinistra radicale spuntano fuori i giovani, la partecipazione entusiasta e convinta dei giovani, soprattutto sull'autonomia della nostra scelta, lì raccolgo più consenso. Qualcosa vorrà dire. Magari cercano rassicurazione in un paese un po' allo sbando e duro da vivere. In sintesi proponi una ricetta semplice e nemmeno inedita: più pil, stato più semplificato... E più giustizia sociale. Noi abbiamo affrontato un tema come la precarietà con una proposta radicale. Come ho preso quella posizione su Bolzaneto perché è del tutto fisiologica per il Pd... Facendo passare sette giorni dalle richieste del pm per prenderla... No, ho semplicemente ribadito quel che avevo già scritto pubblicamente al sindaco di Genova, Marta Vincenzi. Era la prosecuzione di un discorso. Il nostro è un partito nuovo che, come tale, applica schemi nuovi, più ampi, nei quali riformismo, pragmatismo e radicalità possono e devono coesistere. Per essere chiari, ci sono delle cose - penso ad esempio ai diritti - su cui sarò magari più radicale di una sinistra radicale, che qualche problema di prudenza la deve avere. Per me la coesistenza di crescita, e lotta alla povertà e sussidiarietà dello stato è essenziale ed è la formula vincente del riformismo nelle sue esperienze più alte. La lotta di classe consegnata al passato. Il ministro Fioroni ha dichiarato che il modello del Pd è preso dall'interclassismo della vecchia Dc. E' così? No, il ragionamento è più strutturale. Come è composta la società italiana: divisa in padroni e operai? O non è fatta di milioni di persone gran parte delle quali ex operai diventati imprenditori che ora lavorano comunemente con i loro attuali dipendenti. E chi conosce la realtà, non l'ideologia, sa che il rapporto che c'è tra datori di lavoro e lavoratori nelle piccole imprese è un rapporto tra fratelli, una comunanza di destini assoluta, anche nelle condizioni materiali, spesso persino nel reddito. Per questo la crescita del pil può andare di pari passo con il miglioramento dei diritti delle persone e della loro condizione. Nelle liste del Pd ci sono i Calearo, i Colaninno e molti sindacalisti. Culture diverse e interessi che dovrebbero essere contrapposti. In caso di conflitto nel mondo del lavoro con chi si schiera il Pd? Ma questi conflitti di punti di vista ci sono in tutti i grandi partiti riformisti occidentali, perché tra Jesse Jackson e Hillary Clinton c'è la stessa posizione? No. Ed è così anche nella sinistra italiana: forse che tra Pecoraro Scanio e Cesare Salvi - per fare due nomi a caso - c'è identità totale? E allora perché quella parte di sinistra non sta dentro il Pd, a fare la sua ala sinistra? Forse perché la cultura del Pd non è di sinistra, non è alternativa al liberismo? C'è una ragione istituzionale, perché non essendo il nostro un sistema bipartitico non c'è una simile costrizione. Ma a monte c'è una scelta ideologica, di cui l'episodio più grave è stata la posizione presa sul pacchetto-welfare, del tutto astratta, del tutto interna a una concezione minoritaria, che ha creato un'imbarazzante perdita di contatto con la grande parte della società, soprattutto di quella parte dinamica di giovani che vuole il cambiamento, non la conservazione dell'esistente. E' chiaro che non potevate più stare assieme, c'è stata separazione consensuale. Ma è ipotizzabile una futura alleanza con questa sinistra nella prossima legislatura. Sia nel caso di vittoria che di sconfitta: se si crea una situazione di stallo con un "pareggio" al senato, ti allei con Bertinotti o con Casini? Il pareggio al senato apre una situazione di ingovernabilità che nessuna alleanza può risolvere. Ma io non mi pongo il problema, il mio unico obiettivo è vincere e dare al paese un governo saldo e riformista Nel caso di sconfitta, con la sinistra arcobaleno c'è possibilità di accordo comune all'opposizione? No, io credo che ognuno deve fare l'opposizione sulla base del proprio programma e il nostro è diverso dal loro: dopodiché ci saranno temi sui quali potremo lavorare comunemente. Ma l'idea che lo stare insieme sia il fine non è più praticabile e lo dico nell'interesse reciproco, perché la sinistra radicale viveva una sofferenza indicibile dentro l'ultimo governo. Quando poi sento evocare la "lotta di classe", mi sento di chiedere: "Scusa tu vuoi far la lotta di classe ma com'è che avevi Mastella ministro della giustizia? Come facevi la lotta di classe con Mastella?" E, poi, in una società che è così tanto cambiata, come si fa a riprodurre quegli schemi?In questo modo anche le proposte di programma rischiano di essere un po' vaghe e poco credibili.. Magari sarà che vedete due società diverse... Ma tornando ai rapporti - futuri - con "il principale esponente dello schieramento avverso", lo stallo al senato è possibile. Hai più volte parlato di riforme fatte insieme. Fino a che punto arriva questo insieme? Il mio schema è tipico delle democrazie anglosassoni: chi vince governa, anche con un seggio in più. Quindi nessun governo di larghe intese. Per le riforme è diverso.Con qualunque maggioranza si vinca, le riforme si fanno insieme. E le riforme da fare sono quelle su cui già c'è largo accordo tra le forze politiche: una sola camera, meno deputati... Ma sulla legge elettorale insisti sul modello francese? Per me è il migliore: collegio uninominale con primarie obbligatorie. Torniamo al "rapporto" con la sinistra radicale. Alle amministrative invece marciate assieme. Bertinotti spiega che gli enti locali sono più permeabili ai conflitti sociali. E' così anche per voi o è solo una scelta di opportunità? L'ambito dei problemi di cui ci si occupa è diverso e un accordo programmatico su scelte amministrative è più facile di un accordo politico nazionale che tira in ballo, ad esempio, la politica internazionale. L'abito più ristretto aiuta, è sempre stato così nella storia italiana, con Psi e Pci al governo insieme in molte città e divisi a livello nazionale. Almeno su questo siete d'accordo. Sì, dopodiché loro nutrono un antagonismo a volta esagerato nei nostri confronti. Anche tu non li tratti benissimo, hai rotto decisamente a sinistra. Non tratto benissimo certi argomenti che mi sembrano fuori dalla storia, ma questa competizione a sinistra mi sembra sia stata contenuta e se c'è una possibilità che il Pd vada bene e che anche la Sinistra abbia un buon risultato, sta proprio nella possibilità di recupero della reciproca autonomia. Fossimo andati insieme alle elezioni non avremmo potuto fare la campagna elettorale, nessuno avrebbe potuto dire niente di preciso. Sarebbe stata solo una scelta "contro" l'avversario, non "per". Veniamo ad argomenti specifici: In politica estera, è chiaro che scomettete su Obama per poter rinsaldare quello che nel programma definite "rapporto di amicizia e alleanza con gli Usa". Ma se vincono i repubblicani quell'amicizia è ancora possibile con governi che esercitano le alleanze come egemonia e sostanzialmente trattano l'Italia e l'Europa come "subalterni"? Per fare solo due esempi estremi, pensa alla vicenda del Cermis e a quella di Nicola Calipari. Qualunque sia il risultato, le elezioni Usa segnano una svolta. Anche McCain segna una svolta, i suoi indirizzi in politica estera sono molto diversi da quelli di Bush. L'amministrazione Bush ha rappresentato il momento più duro degli ultimi 50 anni e la recessione in corso testimonia il fallimento della sua politica. Una recessione molto preoccupante, con cui ci dovremo misurare anche qui. Anche per questo serve un comune lavoro delle forze più vive del paese. Se poi vincessero i democratici sarebbe davvero una svolta. Dopodiché, chiunque governi in Usa, alcune quesioni che riguardano l'identità e la sovranità nazionale, come quelle cui hai fatto riferimento, devono essere presidiate e salvaguardate. E allora che ne facciamo del progetto sulla nuova base di Vicenza? Credo che dovremo, insieme all'amministrazione comunale di quella città, trovare il modo di limitare al massimo ogni impatto negativo di quella base, anche consultando i cittadini. Sapendo però che gli impegni presi a livello internazionale da un governo - di cui faceva parte anche la Sinistra - vanno rispettati. Su alcune questioni - come l'abrogazione della legge 40 - il Pd non decide e per te va bene che ci sia il "confronto" tra laici e teodem. Vi proponete o no di cancellare quelle norme sulla fecondazione che fanno dell'Italia un'eccezione in Europa? La mia è un'operazione che ha un significato etico. Mi spaventa l'idea di un partito confessionale o ideologico. La questione si discute solo in Italia, non c'è nessun paese in Europa in cui si ipotizzi un partito laico o uno cattolico. SEGUE A PAGINA 3 E' uno dei segni della nostra arretratezza. Contro la quale mi batto. Naturalmente in un grande partito possono coesistere differenze culturali, di valori. E' ovvio. Ma un punto di sintesi lo cercherò, sia dentro sia fuori il partito. E' un errore da matita blu l'idea che le questioni etiche si regolino a colpi di maggioranza. Si regolano creando una consapevolezza nell'opinione pubblica, quella che poi portato alla legge sul divorzio, a quella sull'aborto. E sulla 194 abbiamo preso una posizione inequivoca in difesa di una legge positiva. Dopodiché se mi chiedi se le conquiste della scienza possono essere applicate in toto alla vita pubblica, la mia risposta è no. Era no per la bomba atomica, che pure veniva da una grande scoperta, è no per la clonazione della vita umana. La discussione etica deve misurarsi con le conquiste scientifiche, non annullarsi. Televisione. Al di là del faccia a faccia elettorale che non ti fanno fare, come pensate di superare il duopolio che ci affligge? Il fatto che si eviti un faccia a faccia tra i candidati alla presidenza del consiglio è uno scandalo che non trova riscontro in nessun altro paese civile. Per il resto credo che dobbiamo molto affidarci più che alla politica alla tecnologia, credo che il passaggio al digitale sia una grande leva per moltiplicare l'offerta. E penso che il parlamento debba affrontare e risolvere al più presto le questioni aperte: dal conflitto di interessi all'approvazione della riforma Gentiloni. Pensioni. Dove li trovate i soldi per coprire la proposta di aumento delle minime con una quattordicesima di 400 euro, che implica un costo di un miliardo e mezzo l'anno? La copertura è già prevista dal programma: lotta all'evasione e riduzione della spesa pubblica. Compenso minimo per i precari. Come lo si matura, a chi spetta? A tutte le persone che fanno un lavoro precario e atipico, ai Co.Co.Pro. Con copertura previdenziale. E, poi, c'è l'allungamento del periodo di prova e incentivi alle imprese che stabilizzano l'occupazione. Il partito nuovo. Insisti molto sul rinnovamento, sul superamento delle logiche di spartizione interna. Ma, per fare solo un esempio, l'ex ministro Cardinale non si candida più, ma "al suo posto" c'è la figlia in lista... Non lo nascondo: è una candidatura che ho trovato alla fine della fase concitata della presentazione delle liste. Poi mi sono informato, è una ragazza intelligente, brava... L'ho detto che non era una candidatura che ritenevo in sintonia con l'immagine che vogliamo dare di noi. Ma non voglio nemmeno buttare la croce su una ragazza che si affaccia alla politica e che magari farà benissimo. Era solo per dire che la strada del rinnovamento è lunga e tortuosa... Indubbiamente. Però abbiamo fatto dei passi da gigante. Pensa alle liste di partito del passato. Potrà piacere o meno questo o quello, ma il fatto di portare in parlamento Umberto Veronesi, i prefetti Serra e De Sena, Gian Enrico Carofiglio, operai come Antonio Boccuzzi, tanti giovani... Ma una volta arrivate lì, non è che queste persone diventeranno ceto politico, perdipiù senza i legami sociali e gli strumenti che i partiti bene o male davano? Non vedo alternative, certo la formazione di una classe politica dirigente è questione complessa. Ma rispetto al passato è cambiato tutto. Prima ci si formava nei partiti, ora non può essere più così e credo che un'esperienza parlamentare per persone che nei loro ambiti hanno grandi competenze e sono mossi da un grande entusiasmo, sia positiva, serva al rinnovamento del paese portando nelle istituzioni un po' di sapere diffuso. Abbiamo fatto molto: raddoppiato il numero delle donne, abbassato l'età media dei candidati, messo dei trentenni a capolista. Gli apparati dei partiti, o quel che ne resta, come hanno reagito? Bene, tutto sommato. Una delle cose belle di questo tour elettorale è che nelle 71 piazze viste finora non ho mai trovato una bandiera dei Ds o della Margherita. E' questa campagna elettorale che ha fatto il partito democratico, gli ha dato identità e orgoglio. Una cosa assolutamente inedita. Non ho mai trovato resistenze "di base" a quest'avventura. C'è un po' nei gruppi dirigenti, ma piano piano si scioglie. Torno alla centralità del Pil. In uno dei suoi ultimi discorsi, Bob Kennedy, uno dei tuoi punti di riferimento, ricordava con insistenza che "non tutto è misurabile in prodotto interno lordo". Sei in contraddizione con il tuo mito? No, quella frase la cito ovunque: non tutto è pil. Ci sono dei valori, primo dei quali è la lotta alla povertà. Noi non stiamo costruendo un soggetto moderato, questa non è la versione edulcorata o moderata della vecchia sinistra. E' l'idea di un partito molto radicale sulle grandi questioni sociali, radicale nell'affrontarle. E però anche il partito della crescita, dell'innovazione, dello sviluppo, della modernità. Punti che non possiamo accettare siano messi in contrapposizione con la giustizia sociale. Ti faccio un piccolo esempio sul Pil per capire meglio la contraddizione che implica. Aeroporto di Ciampino, quantità di voli e passeggeri decuplicati in pochi anni, massimo beneficio per il Pil di Roma, massimo disagio ambientale e per la salute dei cittadini che vivono a ridosso dell'aeroporto. Che si fa? Ma io sono stato quello che ha aperto il tavolo su Ciampino per cercare una soluzione alternativa ispirata alla salvaguardia della vivibilità di quei cittadini. Esattamente la traduzione più concreta del kennedismo. Alcuni sondaggi dicono che poveri e operai votano più a destra... Spesso i sondaggi vengono smentiti. D'accordo, è quello che cercate di fare proprio in questa campagna elettorale. Però il problema dello spostamento a destra delle fasce più deboli della popolazione resta. Paradossalmente a sinistra vota più il ceto medio. O no? Non lo so. E' certo che la televisione è entrata molto nel formarsi di un sistema di valori, cambiando molto la mentalità e lo spirito del tempo. Non ha fatto un buon servizio non tanto a noi, quanto al paese. Se va male che fai? La mia impressione è che tu stia lavorando molto di più per il futuro che per queste elezioni, magari anche perdendo, ma con un buon risultato, per poi puntare tutto sul dopo. Sbaglio? Siamo partiti da meno 22 punti, questa era la differenza tra noi e la destra. Eravamo a pezzi e abbiamo rimontato, adesso stiamo discutendo se pareggiamo o vinciamo. So solo questo e vado avanti per vincere. In conclusione: fine della lotta di classe, archiviato il '900 con i suoi conflitti e le sue ideologie. Ma se tu diventassi - e non è un augurio - direttore del manifesto, cosa ci scriveresti al posto di "quotidiano comunista"? Dipende da cosa vuole essere il manifesto... A me piacerebbe una definizione più di contenuto che ideologica.... "Quotidiano delle libertà e della giustizia sociale". E' l'ultima risposta, che arriva ormai alle porte di Agrigento (72ma tappa) e dopo qualche secondo di esitazione: oltre che a farsi, la semplicità è cosa difficile a dirsi.G. P.

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Bush a Hu Jintao: <Inquieto per il Tibet> (sezione: Estero USA)

( da "Corriere della Sera" del 27-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-03-27 num: - pag: 19 categoria: REDAZIONALE La rivolta sul Tetto del mondo Pechino autorizza alcuni giornalisti a recarsi, sotto stretta scorta, nella regione "secessionista" Bush a Hu Jintao: "Inquieto per il Tibet" Il presidente telefona al leader cinese che replica: pronti a contatti con il Dalai Lama Dalla Cina dure condizioni per la soluzione della crisi anche se la porta resta aperta a trattative: "Ma niente indipendenza" DAL NOSTRO CORRISPONDENTE PECHINO - "Siamo pronti a proseguire i contatti con il Dalai Lama". Lo dice Hu Jintao a un Bush "inquieto" nel corso di una lunga conversazione telefonica. Il numero uno cinese pone queste condizioni al premio Nobel per la pace: "Che cessi davvero di invocare l'indipendenza ", che finisca "di sabotare i giochi olimpici", che "accetti" l'inalienabilità per la Cina di Tibet e Taiwan. è la prima volta dopo gli scontri e la repressione - 135 morti e 1.000 feriti secondo gli esuli tibetani - che il presidente della Cina si esprime pubblicamente sulla crisi e sulla sua possibile soluzione. Un passaggio importante perché l'impegno viene assunto di fronte alla comunità internazionale e, non a caso, trova immediata risposta da parte del presidente del parlamento tibetano in esilio: non vogliamo indipendenza, vogliamo diritti. Hu Jintao, informa un comunicato ufficiale del ministero degli Esteri, ha ribadito che "nessun governo responsabile si sarebbe limitato a rimanere seduto a guardare reati violenti che violano i diritti umani, danneggiano l'ordine sociale e la sicurezza ". Difende dunque l'intervento delle forze di sicurezza a Lhasa, nel Gansu e nel Sichuan. Ma tende la mano: "La politica di Pechino è seria e coerente... abbiamo sempre mantenuto i contatti con grande pazienza e siamo disposti a proseguire le consultazioni". Si apre concretamente uno spiraglio. La strategia della Cina è chiara. Si muove su tre fronti: uno internazionale e due interni. Non senza contraddizioni. Sia Hu Jintao sia nei giorni scorsi il premier Wen Jiabao hanno parlato di "dialogo possibile " ma ai loro interventi hanno fatto da contrappeso prese di posizioni e iniziative di segno contrario. Tutte mirate a garantire la "stabilità". Da un lato il regime minaccia punizioni severe contro la "cricca del Dalai Lama"(parole del ministero della Sicurezza), dall'altro chiama l'apparato della propaganda alla mobilitazione per una controffensiva che gli consenta di uscire dall'isolamento. Questa linea è divenuta evidente ieri quando Pechino ha calato, sul fronte interno, due carte. La prima è la campagna di rieducazione nei monasteri "per combattere le infiltrazioni secessioniste e straniere". La seconda è l'autorizzazione a un gruppo di giornalisti di partire per il Tibet. Entrambe le mosse contengono elementi di ambiguità. E una, in particolare, rischia di risolversi in una fallimento. Il direttore dell'istituto degli studi religiosi presso il Consiglio di Stato (il governo cinese), il professor Dramdul, ha spiegato che "l'educazione patriottica fra i monaci sta avendo successo "; il direttore generale del centro per la questione tibetana, Lhagpa Phuntsho, ha aggiunto che "è giusto punire i monaci autori di violenze". Nella sostanza il regime ha deciso entrare nei luoghi di culto con un programma di "rieducazione patriottica " che ha l'obiettivo di stimolare "la coscienza civile". Avviato alcuni anni fa è stato vissuto dall'etnia tibetana come uno strumento di "oppressione culturale". Oggi Pechino lo rilancia. Non si capisce se abbia la funzione di promuovere il dialogo o se sia al contrario sia una sorta di lavaggio del cervello, un'arma psicologica per chiudere la bocca alle opposizioni nella regione dell'Himalaya. La seconda mossa (i mass media autorizzati ad entrare in Tibet) ha provocato più perplessità che adesioni. Il regime ha scelto le testate (due quotidiani americani, Wall Street Journal e Usa Today, uno europeo, Financial Times, cinque di Hong Kong, due agenzie, la Associated Press e la giapponese Kyodo) ma ha posto vincoli strettissimi: due giorni, "accompagnatori " 24 ore su 24, nessuna libera intervista. Un atto più formale e propagandistico che di sostanza. Ma quello che conta, alla fine, sono gli impegni assunti da Hu Jintao. Fabio Cavalera Il Potala A sinistra, poliziotti cinesi davanti al Potala, il palazzo dove risiedeva il Dalai Lama, a Lhasa. Sopra, il presidente Usa George Bush.

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Guru di Obama nel mirino <Pregiudizi anti-Israele> (sezione: Estero USA)

( da "Corriere della Sera" del 27-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-03-27 num: - pag: 17 categoria: REDAZIONALE Primarie Una lobby di Washington: "McPeak deve dimettersi" Guru di Obama nel mirino "Pregiudizi anti-Israele" Definì gli ebrei americani un ostacolo alla pace Un'intervista di cinque anni fa è stata diffusa su web. Obama: "Non sono d'accordo con quei commenti" C'è un nuovo personaggio "scomodo" tra i consiglieri del candidato alla nomination democratica per la Casa Bianca Barack Obama. L'ex generale Merrill "Tony" McPeak, 72 anni, suo consulente militare e copresidente della campagna elettorale è stato accusato da media conservatori americani di "pregiudizi contro Israele e i suoi sostenitori" per commenti fatti 5 anni fa in un'intervista, ripescata dalla rivista American Spectator e rilanciata da blog e siti web. La Coalizione ebraica repubblicana, una lobby di Washington, ha chiesto le dimissioni di McPeak, aggiungendo che la scelta del generale come consulente "solleva ancora una volta seri dubbi sulla posizioni e i giudizi del senatore Obama sul Medio Oriente". In un'intervista del 2003 al quotidiano Oregonian, McPeak ha affermato che l'influenza politica degli ebrei americani è alla base della mancata risoluzione del conflitto israelo-palestinese. "Non abbiamo alcuna strategia per il Medio Oriente", ha detto, spiegando che la chiave è risolvere il conflitto israelo-palestinese. Il giornalista chiede: "Qual è il problema?" "E' New York. E' Miami - risponde McPeak -. Abbiamo tanti voti a favore di Israele qui e nessun politico vuole andare contro questi elettori ". Aggiunge che, per risolvere il conflitto, gli israeliani devono "smettere di creare colonie in Cisgiordania e a Gaza e forse anche ritirarsi da alcune di quelle che hanno stabilito ". Quando gli viene chiesto se crede che Hamas e l'Hezbollah siano parte del problema, dice "assolutamente", poi li paragona agli "estremisti religiosi " in Oregon, il che ne sminuirebbe il peso, secondo i blogger conservatori. Lo Spectator ha anche ricordato che il generale sostenne che la guerra in Iraq è stata voluta dai "cristiani rinati" per aiutare Israele. McPeak, 72 anni, ex capo di stato maggiore dell'aeronautica, nominato da Bush padre e in pensione dal '94, è un ex repubblicano, che appoggiò Bush figlio nelle presidenziali del 2000, ma poi criticò l'invasione dell'Iraq. Nel marzo 2003, mese dell'inizio della guerra, concesse l'intervista all'Oregonian. Nel 2004 votò per i democratici. Giorni fa il generale aveva scatenato un'altra bufera per aver paragonato Bill Clinton a Joseph McCarthy, il senatore repubblicano famoso per la "caccia" ai comunisti negli anni '50, dopo che Clinton aveva implicitamente messo in dubbio il patriottismo di Obama. La campagna di Hillary l'ha accusato di "fraintendere deliberatamente le parole del presidente " e in un'email ha usato il caso per "incassare", chiedendo fondi ai sostenitori. Colpire i consulenti altrui si è rivelato un modo efficace per attaccarsi tra candidati. Ieri Hillary ha criticato Obama per non essersi dissociato pienamente dal suo pastore, il reverendo Jeremiah Wright, ma solo dalla sue dichiarazioni incendiarie a sfondo razziale: "Non sarebbe mai diventato il mio pastore", ha detto. E ora i commenti di McPeak rischiano di aumentare i dubbi degli ebrei americani (repubblicani e democratici) nei confronti di Obama. "Il senatore non è d'accordo con i commenti del generale McPeak - ha detto ieri un portavoce -. Il duraturo impegno di Obama a favore di Israele è chiaro". Ma non ha parlato di dimissioni. Viviana Mazza Squadra Merrill "Tony" McPeak, 72 anni, con Barack Obama, 47 anni, candidato alla nomination democratica.

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ROMA Se l'export va come un treno e Montezemolo parla di crescita spettacolare&# (sezione: Estero USA)

( da "Messaggero, Il" del 27-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Di CLAUDIO RIZZA ROMA Se l'export va come un treno e Montezemolo parla di "crescita spettacolare" sui mercati del futuro (cioé in India, paesi del Golfo e del Mediterraneo, Cina e Brasile) allora significa che Confindustria ha fatto la sua parte ma anche la politica s'è data da fare. Gli esperti lo chiamano "fare sistema": istituzioni e imprese remano insieme e a tempo. E' questo che serve per reggere sui mercati nella competizione globale, in un'era piena di rischi, basti pensare al prezzo folle del petrolio. Negli ultimi 4 anni c'è stato un piccolo miracolo italiano e Confindustria, nella nuova sede della Luiss, presenta il conto: un export cresciuto del 35,5%, l'anno scorso un +9,7%, battiamo la Francia e non di rado anche la Germania e persino nei settori tradizionali del made in Italy la bilancia tecnologica è tornata in attivo. La piccola e media impresa ha subìto perdite ma s'è modernizzata e sta vincendo la sfida. Racconta Montezemolo: "Nel 2004 per la prima missione con il presidente Ciampi in Cina facemmo fatica a raccogliere 100 adesioni. Nel 2006 portammo più di 600 imprese". Gli applausi di Confindustria sono bipartisan: a D'Alema, che ha varato il Gruppo di riflessione strategica per dare una prospettiva bipartisan e continuità alla politica estera; a Prodi che ha aperto i mercati orientali snobbati dal Cavaliere; alla Bonino e a Frattini, difensore dell'Italia a Bruxelles, e all'ex ministro Urso, amico delle imprese. Nella speranza che i partiti tengano una linea bipartisan, Montezemolo chiede mosse lungimiranti: la creazione di uno "Steering group" per coordinare l'internazionalizzazione; l'accorpamento del Commercio estero nel ministero degli Esteri; una maggiore autonomia dell'Ice, per dare migliore assistenza diretta alle singole imprese; e una ristrutturazione della rete diplomatica per rafforzare la presenza nelle zone chiave: "Se il Kazakistan è una priorità non possiamo lasciarci solo un ambasciatore e due segretarie, mentre in Svizzera contiamo 11 consolati". Per finire, una stoccata alle regioni: "E' provato che le missioni di governatori e assessori sono inutili e controproducenti, creano confusione e dispersione di denaro". D'Alema concorda e spiega che una buona politica estera aiuta anche a vendere i prodotti, che verso l'Italia "c'è simpatia", e questo aiuta la presenza sui mercati. "Bisogna accorpare tutto al ministero degli Esteri, il sistema deve fare capo alle ambasciate, le grandi operazioni passano per i governi e la politica è quella estera". Anche Frattini e Urso tifano per dare più poteri alla Farnesina. La Bonino no: "Serve un ministro per il Commercio internazionale a tempo pieno".

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Dal nostro corrispondente NEW YORK Quando era Consigliere per la sicurezza n (sezione: Estero USA)

( da "Messaggero, Il" del 27-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

ANNA GUAITA dal nostro corrispondente NEW YORK Quando era Consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Jimmy Carter, Zbigniew Brzezinski(nella foto) era considerato un "falco", ma con il tempo, la sua fama è diventata quella di un geostratega "realista", la risposta democratica al realismo del repubblicano Henry Kissinger. Contrario alla guerra in Iraq fin dal principio, l'uomo che dovette combattere con crisi come l'invasione sovietica dell'Afghanistan e la cattura degli ostaggi nell'ambasciata americana di Teheran, è oggi consigliere del senatore Barack Obama. Professore di politica estera alla Johns Hopkins University, commentatore rispettato in tutto il mondo, Brzezinski ha parlato al Messaggero del futuro dell'Iraq. Immaginiamo che il nuovo presidente sia entrato alla casa Bianca, cosa gli consiglierebbe di fare rispetto all'Iraq? "Gli consiglierei di cominciare il disimpegno delle truppe. Ma allo stesso tempo gli consiglierei di non agire solo sul piano militare. Bisogna creare le condizioni politiche che ci permettano di uscire senza conseguenze destabilizzanti. Consiglierei una serie di iniziative diplomatiche, e la costruzione di un piano regionale che contribuisca a mantenere la stabilità e la sicurezza della regione". Quali sarebbero queste iniziative? "L'avvio di discussioni con tutti i Paesi confinanti dell'Iraq. Il che vuol dire uno sforzo più serio per negoziare con l'Iran, e anche un più attivo impegno diplomatico americano circa il processo di pace israelo palestinese. Tutti questi temi sono correlati". Lei rimane pessimista su questa guerra, nonostante l'Amministrazione Bush sostenga che la controffensiva ha avuto un buon risultato? "Se ha avuto un buon risultato, perché non ce ne andiamo? Siamo in un circolo vizioso: se le cose vanno meglio, Bush dice che bisogna restare. Se le cose vanno peggio dice lo stesso che bisogna restare. No, non posso definirmi ottimista. Dobbiamo riconoscere che siamo impantanati. Questa guerra è stata e rimane un disastro sotto tutti gli aspetti: geopolitici, morali, legali, finanziari, e umani". Adesso che assistiamo agli scontri fra gli sciiti governativi e gli sciiti delle milizie, il governo di Al Maliki ha chiesto aiuto all'Iran, perché spinga i miliziani a gettare le armi. Dobbiamo dunque immaginare che le critiche di Bush siano vere e che l'Iran abbia accumulato reale influenza in Iraq? "In effetti abbiamo appena visto il presidente Ahmadinejad far visita a Bagdad. E' stato ricevuto cordialmente e con tutti gli onori. Non c'è dubbio che l'Iran abbia dell'ascendente presso gli sciiti in Iraq. Ma anche questa è una realtà da guardare obiettivamente: negli otto anni in cui l'Iran e l'Iraq furono in guerra, gli sciiti iracheni hanno combattuto per il loro Paese e contro l'Iran, con coraggio e lealtà. Che ci siano simpatie fra sciiti di un Paese e dell'altro, non significa che gli sciiti iracheni abbiano smesso di essere come prima cosa iracheni". L'Iran è davvero diventato la superpotenza della regione? "Superpotenza è una parolona grossa, considerato che l'Iran ha molti problemi interni. Ma sì, è vero che la sua influenza nella regione è aumentata da quando è cominciata la guerra contro l'Iraq". Pensa che ci sia un vero rischio di guerra con l'Iran? "Credo che sarà possibile evitarla. E tuttavia devo ammettere che non vedo ancora aperture diplomatiche significative".

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<Da soli si può>. E senza sinistra (sezione: Estero USA)

( da "Manifesto, Il" del 27-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Al voto "Da soli si può". E senza sinistra Intervista a Walter Veltroni. Sul pullman del leader Pd, tra Palermo e Agrigento. Convinto di poter vincere le elezioni, il sindaco d'Italia spiega come prende corpo il Partito democratico. E cosa lo divida dalla Sinistra-Arcobaleno Ognuno deve proseguire sulla sua strada. Anche in caso di sconfitta nessun accordo d'opposizione con Bertinotti Gabriele Polo Ha ripetuto "si può fare" per 71 volte in 71 piazze, cantato altrettanti inni di Mameli e poi ascoltando "Mi fido di te" di Jovanotti, stretto migliaia di mani. E continuerà così, fino a quota 110. Per nulla turbato dai sondaggi che continuano a darlo "sotto". Anzi convinto di poter risalire la corrente fino a palazzo Chigi. Per poi fare cosa? "Nulla di straordinario", "nessuna rivoluzione", come ripete efficacemente Anna Finocchiaro che lo accompagna nei comizi siciliani. Ma anche qualcosa di non ordinario, perché Walter Veltroni sta rivoluzionando il quadro politico, sta costruendo un partito - "leggero" quanto si vuole - in campagna elettorale. E ciò che impressiona è il copione che si ripete identico in ogni piazza, con la forza dell'allegro tormentone: non tanto nelle parole, ma nei gesti di chi accorre e ascolta, invocando il suo nome, agitando l'obamiano "si può fare" in perfetta sincronia, come un sol uomo, senza bisogno di una regia. E' questa la sua forza, quella che lo convince della rimonta possibile. Saliamo sul pullman dopo la tappa palermitana, verso quella agrigentina. Sicilia profonda e cuffariana, la più difficile. Setto/otto persone - leader compreso - sempre insieme, che in un clima da gita scolastica (manca solo la chitarra) raccordano l'una all'altra le tappe del lungo tour. Sui finestrini la filosofia da non dimeticare ("lasciare l'odio, scegliere la speranza", "lasciare la paura, scegliere il nuovo"), attraverso i computer il monitoraggio delle cronache della tappa precedente ("Quel titolo non va bene.. questa dichiarazione va precisata"), ai telefonini il programma dei minuti successivi ("La piazza è piena, ha smesso di piovere... Sì, apre una ragazza... con una ragazza viene meglio"). La "rivoluzione pragamatica" del Pd è in marcia, l'effetto-immagine sembra funzionare, il nuovo soggetto s'incarna piazza dopo piazza e il futuro sorride ai viaggiatori. Per il risultato elettorale si vedrà, quello dipende da quanto consenso riusciranno ancora a strappare all'innominato sempre presente, al "principale esponente dello schieramento a noi avverso". Berlusconi, ancora lui. Veltroni lo esorcizza. Ma non lo nomini mai? Mai, da quando mi sono candidato alla leadership del Pd, non l'ho mai nominato. E non lo nomino perché voglio dare la sensazione che noi abbiamo superato quel tempo della storia, che siamo in un'altra fase, non più ispirata al voto "contro" ma al voto "per". Una scelta comunicativa. Come dire "non ci misuriamo con lui"... Ci misuriamo soprattutto con noi stessi e con il paese. Poi elettoralmente con "il principale sponente dello schieramento a noi avverso".. Con un inedito partito-contenitore che ha l'ambizione di temere assieme soggetti anche conflittuali tra loro. Possibile? Certo. E' l'idea tipica delle grandi forze riformiste, dai laburisti inglesi ai socialdemocratici tedeschi ai democratici americani, che fanno convivere la dimensione del conflitto con quella dell'interesse generale del paese. La storia dei grandi partiti riformisti è questa: ogni volta che queste forze si sono presentate come la rappresentanza di una serie di minoranze, hanno perso anche se avevano "ragione": l'ambizione è tenere insieme coerenze di valori con la capacità di muovere maggioranze nel paese. Così il riformismo diventa realtà e vince. Pensa a Obama. Obama mobilita, chiede alla sua gente di agire attivamente. Vedi quest'energia nel paese depresso e fermo di cui parla il Censis? Ho fatto 71 manifestazioni, anche nei posti più difficili e non ho mai visto così tanta gente muoversi. I teatri e i palasport non sono bastati, erano stracolmi. C'è un cambio generazionale interessante, pieno di ragazzi tra i 14 e i 20 anni. Questo in uno schema tradizionale della politica è inedito, strano: nel momento in cui noi chiudiamo con la sinistra radicale spuntano fuori i giovani, la partecipazione entusiasta e convinta dei giovani, soprattutto sull'autonomia della nostra scelta, lì raccolgo più consenso. Qualcosa vorrà dire. Magari cercano rassicurazione in un paese un po' allo sbando e duro da vivere. In sintesi proponi una ricetta semplice e nemmeno inedita: più pil, stato più semplificato... E più giustizia sociale. Noi abbiamo affrontato un tema come la precarietà con una proposta radicale. Come ho preso quella posizione su Bolzaneto perché è del tutto fisiologica per il Pd... Facendo passare sette giorni dalle richieste del pm per prenderla... No, ho semplicemente ribadito quel che avevo già scritto pubblicamente al sindaco di Genova, Marta Vincenzi. Era la prosecuzione di un discorso. Il nostro è un partito nuovo che, come tale, applica schemi nuovi, più ampi, nei quali riformismo, pragmatismo e radicalità possono e devono coesistere. Per essere chiari, ci sono delle cose - penso ad esempio ai diritti - su cui sarò magari più radicale di una sinistra radicale, che qualche problema di prudenza la deve avere. Per me la coesistenza di crescita, e lotta alla povertà e sussidiarietà dello stato è essenziale ed è la formula vincente del riformismo nelle sue esperienze più alte. La lotta di classe consegnata al passato. Il ministro Fioroni ha dichiarato che il modello del Pd è preso dall'interclassismo della vecchia Dc. E' così? No, il ragionamento è più strutturale. Come è composta la società italiana: divisa in padroni e operai? O non è fatta di milioni di persone gran parte delle quali ex operai diventati imprenditori che ora lavorano comunemente con i loro attuali dipendenti. E chi conosce la realtà, non l'ideologia, sa che il rapporto che c'è tra datori di lavoro e lavoratori nelle piccole imprese è un rapporto tra fratelli, una comunanza di destini assoluta, anche nelle condizioni materiali, spesso persino nel reddito. Per questo la crescita del pil può andare di pari passo con il miglioramento dei diritti delle persone e della loro condizione. Nelle liste del Pd ci sono i Calearo, i Colaninno e molti sindacalisti. Culture diverse e interessi che dovrebbero essere contrapposti. In caso di conflitto nel mondo del lavoro con chi si schiera il Pd? Ma questi conflitti di punti di vista ci sono in tutti i grandi partiti riformisti occidentali, perché tra Jesse Jackson e Hillary Clinton c'è la stessa posizione? No. Ed è così anche nella sinistra italiana: forse che tra Pecoraro Scanio e Cesare Salvi - per fare due nomi a caso - c'è identità totale? E allora perché quella parte di sinistra non sta dentro il Pd, a fare la sua ala sinistra? Forse perché la cultura del Pd non è di sinistra, non è alternativa al liberismo? C'è una ragione istituzionale, perché non essendo il nostro un sistema bipartitico non c'è una simile costrizione. Ma a monte c'è una scelta ideologica, di cui l'episodio più grave è stata la posizione presa sul pacchetto-welfare, del tutto astratta, del tutto interna a una concezione minoritaria, che ha creato un'imbarazzante perdita di contatto con la grande parte della società, soprattutto di quella parte dinamica di giovani che vuole il cambiamento, non la conservazione dell'esistente. E' chiaro che non potevate più stare assieme, c'è stata separazione consensuale. Ma è ipotizzabile una futura alleanza con questa sinistra nella prossima legislatura. Sia nel caso di vittoria che di sconfitta: se si crea una situazione di stallo con un "pareggio" al senato, ti allei con Bertinotti o con Casini? Il pareggio al senato apre una situazione di ingovernabilità che nessuna alleanza può risolvere. Ma io non mi pongo il problema, il mio unico obiettivo è vincere e dare al paese un governo saldo e riformista Nel caso di sconfitta, con la sinistra arcobaleno c'è possibilità di accordo comune all'opposizione? No, io credo che ognuno deve fare l'opposizione sulla base del proprio programma e il nostro è diverso dal loro: dopodiché ci saranno temi sui quali potremo lavorare comunemente. Ma l'idea che lo stare insieme sia il fine non è più praticabile e lo dico nell'interesse reciproco, perché la sinistra radicale viveva una sofferenza indicibile dentro l'ultimo governo. Quando poi sento evocare la "lotta di classe", mi sento di chiedere: "Scusa tu vuoi far la lotta di classe ma com'è che avevi Mastella ministro della giustizia? Come facevi la lotta di classe con Mastella?" E, poi, in una società che è così tanto cambiata, come si fa a riprodurre quegli schemi?In questo modo anche le proposte di programma rischiano di essere un po' vaghe e poco credibili.. Magari sarà che vedete due società diverse... Ma tornando ai rapporti - futuri - con "il principale esponente dello schieramento avverso", lo stallo al senato è possibile. Hai più volte parlato di riforme fatte insieme. Fino a che punto arriva questo insieme? Il mio schema è tipico delle democrazie anglosassoni: chi vince governa, anche con un seggio in più. Quindi nessun governo di larghe intese. Per le riforme è diverso.Con qualunque maggioranza si vinca, le riforme si fanno insieme. E le riforme da fare sono quelle su cui già c'è largo accordo tra le forze politiche: una sola camera, meno deputati... Ma sulla legge elettorale insisti sul modello francese? Per me è il migliore: collegio uninominale con primarie obbligatorie. Torniamo al "rapporto" con la sinistra radicale. Alle amministrative invece marciate assieme. Bertinotti spiega che gli enti locali sono più permeabili ai conflitti sociali. E' così anche per voi o è solo una scelta di opportunità? L'ambito dei problemi di cui ci si occupa è diverso e un accordo programmatico su scelte amministrative è più facile di un accordo politico nazionale che tira in ballo, ad esempio, la politica internazionale. L'abito più ristretto aiuta, è sempre stato così nella storia italiana, con Psi e Pci al governo insieme in molte città e divisi a livello nazionale. Almeno su questo siete d'accordo. Sì, dopodiché loro nutrono un antagonismo a volta esagerato nei nostri confronti. Anche tu non li tratti benissimo, hai rotto decisamente a sinistra. Non tratto benissimo certi argomenti che mi sembrano fuori dalla storia, ma questa competizione a sinistra mi sembra sia stata contenuta e se c'è una possibilità che il Pd vada bene e che anche la Sinistra abbia un buon risultato, sta proprio nella possibilità di recupero della reciproca autonomia. Fossimo andati insieme alle elezioni non avremmo potuto fare la campagna elettorale, nessuno avrebbe potuto dire niente di preciso. Sarebbe stata solo una scelta "contro" l'avversario, non "per". Veniamo ad argomenti specifici: In politica estera, è chiaro che scomettete su Obama per poter rinsaldare quello che nel programma definite "rapporto di amicizia e alleanza con gli Usa". Ma se vincono i repubblicani quell'amicizia è ancora possibile con governi che esercitano le alleanze come egemonia e sostanzialmente trattano l'Italia e l'Europa come "subalterni"? Per fare solo due esempi estremi, pensa alla vicenda del Cermis e a quella di Nicola Calipari. Qualunque sia il risultato, le elezioni Usa segnano una svolta. Anche McCain segna una svolta, i suoi indirizzi in politica estera sono molto diversi da quelli di Bush. L'amministrazione Bush ha rappresentato il momento più duro degli ultimi 50 anni e la recessione in corso testimonia il fallimento della sua politica. Una recessione molto preoccupante, con cui ci dovremo misurare anche qui. Anche per questo serve un comune lavoro delle forze più vive del paese. Se poi vincessero i democratici sarebbe davvero una svolta. Dopodiché, chiunque governi in Usa, alcune quesioni che riguardano l'identità e la sovranità nazionale, come quelle cui hai fatto riferimento, devono essere presidiate e salvaguardate. E allora che ne facciamo del progetto sulla nuova base di Vicenza? Credo che dovremo, insieme all'amministrazione comunale di quella città, trovare il modo di limitare al massimo ogni impatto negativo di quella base, anche consultando i cittadini. Sapendo però che gli impegni presi a livello internazionale da un governo - di cui faceva parte anche la Sinistra - vanno rispettati. Su alcune questioni - come l'abrogazione della legge 40 - il Pd non decide e per te va bene che ci sia il "confronto" tra laici e teodem. Vi proponete o no di cancellare quelle norme sulla fecondazione che fanno dell'Italia un'eccezione in Europa? La mia è un'operazione che ha un significato etico. Mi spaventa l'idea di un partito confessionale o ideologico. La questione si discute solo in Italia, non c'è nessun paese in Europa in cui si ipotizzi un partito laico o uno cattolico. E' uno dei segni della nostra arretratezza. Contro la quale mi batto. Naturalmente in un grande partito possono coesistere differenze culturali, di valori. E' ovvio. Ma un punto di sintesi lo cercherò, sia dentro sia fuori il partito. E' un errore da matita blu l'idea che le questioni etiche si regolino a colpi di maggioranza. Si regolano creando una consapevolezza nell'opinione pubblica, quella che poi portato alla legge sul divorzio, a quella sull'aborto. E sulla 194 abbiamo preso una posizione inequivoca in difesa di una legge positiva. Dopodiché se mi chiedi se le conquiste della scienza possono essere applicate in toto alla vita pubblica, la mia risposta è no. Era no per la bomba atomica, che pure veniva da una grande scoperta, è no per la clonazione della vita umana. La discussione etica deve misurarsi con le conquiste scientifiche, non annullarsi. Televisione. Al di là del faccia a faccia elettorale che non ti fanno fare, come pensate di superare il duopolio che ci affligge? Il fatto che si eviti un faccia a faccia tra i candidati alla presidenza del consiglio è uno scandalo che non trova riscontro in nessun altro paese civile. Per il resto credo che dobbiamo molto affidarci più che alla politica alla tecnologia, credo che il passaggio al digitale sia una grande leva per moltiplicare l'offerta. E penso che il parlamento debba affrontare e risolvere al più presto le questioni aperte: dal conflitto di interessi all'approvazione della riforma Gentiloni. Pensioni. Dove li trovate i soldi per coprire la proposta di aumento delle minime con una quattordicesima di 400 euro, che implica un costo di un miliardo e mezzo l'anno? La copertura è già prevista dal programma: lotta all'evasione e riduzione della spesa pubblica. Compenso minimo per i precari. Come lo si matura, a chi spetta? A tutte le persone che fanno un lavoro precario e atipico, ai Co.Co.Pro. Con copertura previdenziale. E, poi, c'è l'allungamento del periodo di prova e incentivi alle imprese che stabilizzano l'occupazione. Il partito nuovo. Insisti molto sul rinnovamento, sul superamento delle logiche di spartizione interna. Ma, per fare solo un esempio, l'ex ministro Cardinale non si candida più, ma "al suo posto" c'è la figlia in lista... Non lo nascondo: è una candidatura che ho trovato alla fine della fase concitata della presentazione delle liste. Poi mi sono informato, è una ragazza intelligente, brava... L'ho detto che non era una candidatura che ritenevo in sintonia con l'immagine che vogliamo dare di noi. Ma non voglio nemmeno buttare la croce su una ragazza che si affaccia alla politica e che magari farà benissimo. Era solo per dire che la strada del rinnovamento è lunga e tortuosa... Indubbiamente. Però abbiamo fatto dei passi da gigante. Pensa alle liste di partito del passato. Potrà piacere o meno questo o quello, ma il fatto di portare in parlamento Umberto Veronesi, i prefetti Serra e De Sena, Gian Enrico Carofiglio, operai come Antonio Boccuzzi, tanti giovani... Ma una volta arrivate lì, non è che queste persone diventeranno ceto politico, perdipiù senza i legami sociali e gli strumenti che i partiti bene o male davano? Non vedo alternative, certo la formazione di una classe politica dirigente è questione complessa. Ma rispetto al passato è cambiato tutto. Prima ci si formava nei partiti, ora non può essere più così e credo che un'esperienza parlamentare per persone che nei loro ambiti hanno grandi competenze e sono mossi da un grande entusiasmo, sia positiva, serva al rinnovamento del paese portando nelle istituzioni un po' di sapere diffuso. Abbiamo fatto molto: raddoppiato il numero delle donne, abbassato l'età media dei candidati, messo dei trentenni a capolista. Gli apparati dei partiti, o quel che ne resta, come hanno reagito? Bene, tutto sommato. Una delle cose belle di questo tour elettorale è che nelle 71 piazze viste finora non ho mai trovato una bandiera dei Ds o della Margherita. E' questa campagna elettorale che ha fatto il partito democratico, gli ha dato identità e orgoglio. Una cosa assolutamente inedita. Non ho mai trovato resistenze "di base" a quest'avventura. C'è un po' nei gruppi dirigenti, ma piano piano si scioglie. Torno alla centralità del Pil. In uno dei suoi ultimi discorsi, Bob Kennedy, uno dei tuoi punti di riferimento, ricordava con insistenza che "non tutto è misurabile in prodotto interno lordo". Sei in contraddizione con il tuo mito? No, quella frase la cito ovunque: non tutto è pil. Ci sono dei valori, primo dei quali è la lotta alla povertà. Noi non stiamo costruendo un soggetto moderato, questa non è la versione edulcorata o moderata della vecchia sinistra. E' l'idea di un partito molto radicale sulle grandi questioni sociali, radicale nell'affrontarle. E però anche il partito della crescita, dell'innovazione, dello sviluppo, della modernità. Punti che non possiamo accettare siano messi in contrapposizione con la giustizia sociale. Ti faccio un piccolo esempio sul Pil per capire meglio la contraddizione che implica. Aeroporto di Ciampino, quantità di voli e passeggeri decuplicati in pochi anni, massimo beneficio per il Pil di Roma, massimo disagio ambientale e per la salute dei cittadini che vivono a ridosso dell'aeroporto. Che si fa? Ma io sono stato quello che ha aperto il tavolo su Ciampino per cercare una soluzione alternativa ispirata alla salvaguardia della vivibilità di quei cittadini. Esattamente la traduzione più concreta del kennedismo. Alcuni sondaggi dicono che poveri e operai votano più a destra... Spesso i sondaggi vengono smentiti. D'accordo, è quello che cercate di fare proprio in questa campagna elettorale. Però il problema dello spostamento a destra delle fasce più deboli della popolazione resta. Paradossalmente a sinistra vota più il ceto medio. O no? Non lo so. E' certo che la televisione è entrata molto nel formarsi di un sistema di valori, cambiando molto la mentalità e lo spirito del tempo. Non ha fatto un buon servizio non tanto a noi, quanto al paese. Se va male che fai? La mia impressione è che tu stia lavorando molto di più per il futuro che per queste elezioni, magari anche perdendo, ma con un buon risultato, per poi puntare tutto sul dopo. Sbaglio? Siamo partiti da meno 22 punti, questa era la differenza tra noi e la destra. Eravamo a pezzi e abbiamo rimontato, adesso stiamo discutendo se pareggiamo o vinciamo. So solo questo e vado avanti per vincere. In conclusione: fine della lotta di classe, archiviato il '900 con i suoi conflitti e le sue ideologie. Ma se tu diventassi - e non è un augurio - direttore del manifesto, cosa ci scriveresti al posto di "quotidiano comunista"? Dipende da cosa vuole essere il manifesto... A me piacerebbe una definizione più di contenuto che ideologica.... "Quotidiano delle libertà e della giustizia sociale". E' l'ultima risposta, che arriva ormai alle porte di Agrigento (72ma tappa) e dopo qualche secondo di esitazione: oltre che a farsi, la semplicità è cosa difficile a dirsi.

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L'europarlamento invita il Dalai Lama. Ma la Ue procede in ordine sparso (sezione: Estero USA)

( da "EUROPAQUOTIDIANO.it" del 28-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

QUESTIONE TIBETANA   PRUDENZA E "REALISMO" NELLE POSIZIONI DELLE ISTITUZIONI EUROPEE E DEI GOVERNI NAZIONALI L'europarlamento invita il Dalai Lama. Ma la Ue procede in ordine sparso ANNA MARIA POLI PARIGI Prudenza, per il momento, in attesa degli sviluppi della situazione. L'Unione europea non ha ancora stabilito una posizione comune sul Tibet. Ieri, il parlamento europeo ha invitato il portavoce del parlamento tibetano in esilio, Karma Chopel. Il gruppo socialista si è dichiarato contro il boicottaggio. "Non c'è dubbio ? ha detto il capogruppo, Martin Schultz ? la solidarietà internazionale verso il Tibet è necessaria, ma parlare di boicottaggio per i prossimi Giochi olimpici sarebbe proprio un errore. Non bisogna far pagare agli sportivi e ai cittadini il deficit politico di un paese o di un governo". Per Schultz il boicottaggio non risolverebbe nulla, "al contrario", mentre la comunità internazionale e l'Europa in particolare hanno "l'obbligo morale" di lanciare un appello "alla Cina e al Tibet perché rinuncino all'uso della violenza, come afferma il Dalai Lama". È la stessa posizione della Commissione, che martedì ha invitato le due parti alla "moderazione ". Solo il presidente del parlamento europeo, il tedesco Hans Gert Pöttering, aveva affermato, domenica scorsa, che sarebbe "giustificato" prendere delle "misure di boicottaggio". Ieri ha poi affermato, tra gli applausi dell'aula che "il Dalai Lama è benvenuto in questo parlamento in qualaisi momento vorrà". Il ministro degli esteri francese, Bernard Kouchner, auspica che i ministri degli esteri dei 27, che si riuniscono venerdì in Slovenia, adottino una posizione comune. Ma questa posizione dovrà tener conto sia delle "relazioni con un grande paese come la Cina" sia "delle sofferenze dei tibetani e delle violenze attuali". Martedì, la presa di posizione del presidente francese, Nicolas Sarkozy, aveva smosso le acque. Dopo essere stato aspramente criticato da sinistra ma anche da destra per essere rimasto per goirini in una posizione di eccessiva prudenza, Sarkozy ha affermato che "tutte le opzioni sono aperte", alludendo alla possibilità di un boicottaggio della cerimonia di apertura dei Giochi olimpici. "Voglio che si apra un dialogo ? aveva aggiunto Sarkozy ? e valuterò la mia risposta sulla base di quella che verrà data dalle autorità cinesi". Sarkozy, alla vigilia del viaggio in Gran Bretagna, aveva voluto far tacere le critiche, molto aspre, venute anche da destra: l'ex primo ministro, Alain Juppé, ora potenzialmente suo rivale nella destra francese, ha affermato che limitarsi ad invitare i cinesi alla "moderazione" significa semplicemente chiedere loro "di uccidere con moderazione ". Anche l'ex socialista Bernard Kouchner è sotto tiro in Francia, accusato dai suoi ex compagni di partito, di aver rinnegato se stesso e tutta una vita di impegno a favore del "diritto di ingerenza". Ma per Kouchner, con un paese importante con la Cina, deve prevalere un "realismo elementare " in politica estera. In Francia, ieri, molti sportivi di primo piano hanno firmato un appello alla Cina: "Tra il boicottaggio e il silenzio, esiste una terza via", affermano gli sportivi, che chiedono a Pechino di rispettare gli impegni presi sulla libertà di espressione e la garanzia dell'integrità degli individui. Il Dalai Lama sarà in Francia dal 15 al 20 agosto, cioè durante lo svolgimento dei Giochi in Cina. Sarkozy lo riceverà, dopo aver minacciato il boicottaggio? Non è sicuro. Ma Kouchner e la sottosegretaria ai diritti dell'uomo, Rama Yade, affermano che "sarebbe opportuno". Il britannico Gordon Brown, pur contrario al boicottaggio, ha annunciato che riceverà il Dalai Lama in occasione della prevista visita in Gran Bretagna del capo spirituale dei Tibel a maggio. Sembra che anche la Polonia sia sulla stessa linea. Tra i grandi paesi, la Germania è quello che per il momento è andato più lontano, congelando un programma di sviluppo in corso con Pechino per protestare contro le repressione a Lhassa. La cancelliera Angela Merkel, del resto aveva già ricevuto mesi fa il Dalai Lama a Berlino. Per quanto riguarda la cerimonia di apertura, Gordon Brown ha trovato la soluzione: Downing Street ha fatto sapere che il primo ministro sarà presente a quella di chiusura. Ma il principe Charles, erede al trono, ha invece indicato che non andrà all'apertura. L'Austria fa sapere che la partecipazione del segretario di stato allo sport, Reinhold Lopatka, "è prevista, ma questa posizione potrebbe essere rivista in funzione dell'evoluzione della situazione o di una presa di posizione comune della Ue". Per il governo greco, che ha ampiamente collaborato con la Cina per la preparazione dei Giochi, la questione del boicottaggio "non si pone", almeno per il momento. Non sarà a Pechino, invece, il sindaco di Praga, Pavel Bem, anche se la Repubblica ceca è candidata all'organizzazione dei Giochi nel 2016.

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La Cina alza i toni, l'Europa divisa sul Tibet Pechino contro l'invito del Dalai Lama all'Europarlamento proposto dall'Italia: no a ingerenze Sarkozy insiste sul boicottaggio della (sezione: Estero USA)

( da "Unita, L'" del 28-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Stai consultando l'edizione del La Cina alza i toni, l'Europa divisa sul Tibet Pechino contro l'invito del Dalai Lama all'Europarlamento proposto dall'Italia: no a ingerenze Sarkozy insiste sul boicottaggio della cerimonia iniziale dei Giochi. No di Brown. Varsavia: noi diserteremo di Umberto De Giovannangeli L'AVVERTIMENTO è perentorio: l'Unione Europea non s'azzardi a dare "un segnale di incoraggiamento al Dalai Lama". Alla vigilia del vertice informale dei ministri degli Esteri della Ue incentrato sul Tibet, Pechino "spara" contro la proposta avanzata dal ministro degli Esteri italiano Massimo D'Alema. "Invitare a Bruxelles il Dalai Lama non sarebbe un boicottaggio, ma un grande messaggio politico", aveva sostenuto nei giorni scorsi il titolare della Farnesina. Proposta fatta propria dal presidente dell'Europarlamento Hans-Gert Poettering, che ha invitato a Bruxelles il Dalai Lama e che l'altro ieri ha lanciato un appello ai leader europei perché boicottino l'apertura dei Giochi. Ieri la risposta cinese. Chiusura totale. Pechino chiede all'Europa di non offrire una sponda politica al leader spirituale tibetano. "Il Tibet è un affare completamente interno della Cina. E noi non accettiamo nessuna interferenza", ammonisce il portavoce del ministero degli Esteri Qin Gang in una conferenza stampa a Pechino. "Spero che l'Ue - aggiunge - sappia distinguere il vero dal falso e condannare i criminali, perché sono loro che hanno turbato l'ordine sociale e messo in pericolo le persone e le loro proprietà". Il Tibet "chiama" i Giochi olimpici. E divide i leader europei. Una clamorosa riprova si è avuta ieri in quel di Londra. Protagonisti il premier britannico Gordon Brown e il presidente francese Nicolas Sarkozy. Quest'ultimo ha confermato che non esclude di disertare la cerimonia inaugurale delle Olimpiadi di Pechino in segno di protesta per la crisi in Tibet. Ad una conferenza-stampa congiunta allo stadio della squadra di calcio Arsenal, Gordon Brown ha però preso le distanze da Sarkozy malgrado l'impegno ad una nuova "fratellanza" tra i due Paesi e ha puntualizzato che il Regno Unito non attuerà alcun boicottaggio e parteciperà a pieno titolo alle Olimpiadi in Cina. "Io ci sarò", sottolinea il premier britannico. E a suo fianco avrà certamente il presidente Usa George W.Bush. Sulla stessa lunghezza d'onda "partecipazionista" è la cancelliera tedesca Angela Merkel. Superato l'imbarazzo iniziale, Sarkozy ha cercato di mettere in risalto che nel giudizio sulla crisi tibetana Francia e Gran Bretagna sono in sintonia: "Siamo scioccati da quanto è successo e siamo profondamente preoccupati,. Vogliamo che si rilanci il dialogo nel pieno rispetto della integrità territoriale cinese". Il presidente francese ha spiegato che non ha ancora deciso se essere o no presente alla cerimonia inaugurale dei Giochi olimpici, a Pechino, l'8 agosto: "Mi riservo il diritto di decidere in base a come la situazione apparirà in quel momento". Sarkozy ha messo in risalto che nel secondo semestre del 2008 il suo Paese avrà la presidenza di turno dell'Unione Europea e quindi si consulterà con gli altri Paesi Ue sull'opportunità o meno di un "boicottaggio europeo". Frecciata finale: la Gran Bretagna, osserva maliziosamente il capo dell'Eliseo, ha una posizione inevitabilmente diversa perché si prepara ad organizzare le Olimpiadi del 2012. Chi ha già deciso che la sua poltrona resterà vuota quell'8 agosto allo stadio di Pechino, è il primo ministro polacco Donald Tusk. "Non ho nessuna intenzione di partecipare all'inaugurazione", ha detto lo stesso Tusk in una intervista al quotidiano "Dziennik", sottolineando come consideri "inappropriata" la presenza di politici all'inaugurazione a Pechino considerata la situazione in Tibet. Il presidente della Repubblica ceca Vaclav Klaus ha già annunciato che diserterà la cerimonia. Nelle stesse ore il presidente dell'Estonia Toomas Hendrik Ilves ha fatto sapere - tramite il suo portavoce - che eviterà di andare a Pechino "sia per la cerimonia di apertura che per quella di chiusura".

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La nuova alleanza tra londra e parigi - timothy garton ash (sezione: Estero USA)

( da "Repubblica, La" del 28-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Commenti LA NUOVA ALLEANZA TRA LONDRA E PARIGI TIMOTHY GARTON ASH Francia e Gran Bretagna possono credibilmente vantare la più longeva rivalità nazionale della storia del mondo. Con brevi intervalli, la competizione tra Francia e Inghilterra va avanti da quasi sette secoli, dai tempi della Guerra dei cent'anni. L'identità nazionale britannica stessa, che tanto piace al premier Gordon Brown, fu forgiata nel conflitto con la Francia del diciottesimo e diciannovesimo secolo. La Gran Bretagna ha inventato se stessa in antitesi alla Francia. Va bene che questa grande rivalità continui per altri sette secoli sui campi di calcio e di rugby, ma in politica ha fatto il suo tempo e deve essere sostituita da una partnership strategica. Tale è la proposta avanzata l'altro giorno dal presidente francese Nicolas Sarkozy con entusiasmo ed eloquenza nella città che ha definito con ironia la settima maggiore di Francia, Londra. Noi britannici non abbiamo mai ricevuto da oltremanica un'offerta migliore: un presidente francese anglofilo deciso ad aggiungere la Gran Bretagna all'asse franco-tedesco in seno all'Ue, filoamericano e pronto ad avvicinare la Francia alle strutture militari della Nato, non da ultimo in Afghanistan, un presidente alla ricerca di un terreno comune per iniziative sull'immigrazione, il cambiamento climatico, lo sviluppo e la sicurezza. La Gran Bretagna sarebbe folle a non afferrare questa opportunità con entrambe le mani. Le visite di stato hanno anche una connotazione simbolica, sentimentale e di stile, e nessuna più di questa, con il commovente discorso rivolto da Sarkozy a entrambi i rami del Parlamento, in cui ha elogiato il sacrificio britannico in tempo di guerra per la libertà della Francia, nonché le riforme economiche attuate negli ultimi trent'anni, evocando una nuova fraternitè franco-britannica, una entente amicale in luogo della entente cordiale dell'inizio del ventesimo secolo. Per non parlare della soap opera che ha per protagonista sua moglie Carla alla corte dei Windsor. Ma il succo della tesi può essere enunciato senza un pizzico di sentimentalismo, nel linguaggio della fredda analisi del potere e degli interessi che accomuna francesi e britannici distinguendoli dalla maggioranza degli altri europei. Francia e Gran Bretagna sono state, in successione, le maggiori potenze d'Europa. Entrambe possedevano imperi, entrambe perseguivano i propri interessi in gran parte del mondo. Il ventesimo secolo ha visto il declino in Europa del potere relativo di Francia e Gran Bretagna e del potere relativo dell'Europa nel mondo. Oggi con l'ascesa della Cina e dell'India, assistiamo al declino del potere dell'Occidente nel suo complesso. Al contempo gli sviluppi che hanno un impatto diretto sugli interessi delle due nazioni ? il cambiamento climatico, la sicurezza energetica, le pandemie, la povertà in Africa, le migrazioni di massa ? sono sfide globali, che nessuno Stato è in grado di affrontare da solo. L'unità più piccola in grado di avere un peso significativo è forse un gruppo di Stati come l'Ue, e anche in questo caso, solo nel momento in cui apre la strada a un'azione collettiva più vasta. Negli ultimi 50 anni il progetto europeo si è incentrato principalmente sull'Europa in sé, dalla riconciliazione franco-tedesca dopo la Seconda guerra mondiale alla riunificazione dell'Europa dell'Ovest e dell'Est dopo la guerra fredda. Nei prossimi 50 anni si incentrerà principalmente sull'operato dell'Europa nei rapporti con il resto del mondo, a partire dai Paesi confinanti che non sono destinati in un futuro prevedibile a entrare a far parte dell'Unione. Nei rapporti con il resto del mondo i due Paesi europei più importanti sono la Francia e la Gran Bretagna, proprio perché hanno esperienza del potere globale e ne parlano la lingua. Se non si trovano d'accordo, come è successo cinque anni fa per l'Iraq, l'Europa non esiste come forza al di là dei propri confini. Al contrario, Francia e Gran Bretagna diventano i poli attorno ai quali o tra i quali si schierano gli altri Stati di un'Europa divisa. Il risultato è una cacofonica impotenza. Non è detto che se Francia e Gran Bretagna si trovano d'accordo l'Europa si ponga come forza al di là dei propri confini, può essere necessario l'impegno della Germania e di altri Stati europei, ma quanto meno la possibilità esiste. La cooperazione franco-britannica è una condizione necessaria, anche se non sufficiente perché l'Europa abbia un peso decisivo su ogni questione che conta in un mondo sempre meno europeo. Ecco perché l'intera Europa farebbe bene ad avere interesse ad una partnership strategica, ad un compromesso storico tra Parigi e Londra. Accettando questa logica, restano due punti di domanda. Come si fa a trasformare la teoria in pratica? I due Paesi sono davvero pronti a questo passo? Mi è più facile rispondere alla prima che alla seconda domanda. Si agisce. Si analizzano i problemi che ci troviamo ad affrontare, si comparano le analisi, gli interessi e gli strumenti disponibili e si vede cosa si può fare. La risposta può essere unilaterale o bilaterale. Si può trattare di un'azione congiunta attraverso l'Onu (Francia e Gran Bretagna sono membri europei permanenti del consiglio di sicurezza) o attraverso altri organismi, tra cui la Nato. Ma nove volte su dieci, la risposta avrà una dimensione europea. Può darsi che l'Ue agisca unitariamente oppure che le grandi potenze europee agiscano di concerto come nel caso dell'"E3" (Francia, Gran Bretagna e Germania) nel negoziato con l'Iran. La presidenza francese dell'Ue, nella seconda metà di quest'anno ha qualche possibilità, soprattutto ora che la proposta di Sarkozy di un'Unione per il Mediterraneo si è trasformata in qualcosa di più o meno sensato. Il prossimo anno il trattato di Lisbona dovrebbe rendere un po' più agevole il coordinamento della politica estera europea. Se decidono di farlo, la Gran Bretagna e la Francia possono, assieme, dar forma al progettato ministero degli Esteri europeo, incoraggiando i loro migliori funzionari a individuare soluzioni comuni in settori in cui esistono interessi europei comuni. Ma bisogna essere tenaci e creare l'abitudine quotidiana alla collaborazione, ad ogni livello di politica pubblica. è così che è stato costruito il rapporto privilegiato franco-tedesco, superando disparità forse più ampie di vedute e di tradizione in politica estera. Questo esercizio ricorda la definizione della politica data da Max Weber ? bucare delle tavole spesse ? ma è fattibile. Il vero interrogativo è se i due Paesi sono pronti a questo passo. Ho timore che la Gran Bretagna possa non esserlo. Se Sarkozy fosse arrivato con questa proposta dieci anni fa da un Tony Blair ancora fresco della sua prima vittoria elettorale, sarebbe stato diverso. Ma Brown nel 2008 non è Blair nel 1998 ? né a livello di propensione personale né di possibilità politiche. Tuttavia è la destra omologa di Sarkozy sulla sponda inglese della Manica quella che probabilmente distruggerà la visione del presidente francese. Perché su questo tema la maggioranza dei conservatori britannici, oppone semplicemente un rifiuto. In privato magari accettano con riluttanza la logica della tesi che ho espresso. Ma politicamente rifiutano di seguirla fino in fondo: se si vuole cambiare il mondo, bisogna agire attraverso l'Europa e, come ha dichiarato Sarkozy in un'intervista alla Bbc, "se si vuole cambiare l'Europa bisogna starci dentro con tutti e due i piedi". Lo scopriranno alla fine, dopo qualche anno in carica, come hanno fatto tutti loro predecessori, ma quegli anni saranno andati perduti, Sarkozy potrebbe non esserci più a ballare il tango e il potere relativo della Gran Bretagna, della Francia, dell'Europa e dell'Occidente si sarà ulteriormente ridotto. I conservatori sono capeggiati da persone estremamente intelligenti ma su questo tema, decisivo per il futuro non solo della Gran Bretagna, si guadagnano appieno il vecchio epiteto di "partito stupido". www.timothygartonash.com Traduzione di Emilia Benghi.

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Senza frontiere (sezione: Estero USA)

( da "Espresso, L' (abbonati)" del 28-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

OPINIONI SENZA FRONTIERE pechino e La casa bianca di MinxiN Pei Tra un falco in politica estera e un protezionista nei commerci, i cinesi preferiscono il secondo Si dice spesso che l'elezione di un presidente americano è una faccenda troppo seria per essere affidata agli elettori americani. Se la Cina potesse esprimersi alle urne, chi manderebbe alla Casa Bianca? Il presidente uscente, George W. Bush, repubblicano, sarà anche detestato nella maggior parte dei paesi, ma tra i cinesi è alquanto popolare. Malgrado la sua iniziale durezza nei confronti di Pechino, Bush ha prontamente abbassato i toni della sua politica dopo l'11 settembre e da allora ha intrattenuto con la Cina rapporti cordiali. è stato addirittura il primo leader ad annunciare la sua intenzione di assistere alle Olimpiadi di Pechino. Il candidato repubblicano alla presidenza, il senatore John McCain, invece, impensierisce i cinesi: noto per essere un falco in tema di sicurezza nazionale, il senatore McCain ha sempre guardato all'ascesa cinese con una pesante dose di scetticismo e di sospetto. Nei suoi discorsi sulla politica estera, di rado ha citato la Cina tra i paesi partner degli Stati Uniti, ma al contrario ha spesso criticato apertamente il comportamento di Pechino in fatto di diritti umani, il suo regime autoritario, il suo rafforzamento militare, la sua politica nei confronti di Taiwan. In un saggio pubblicato l'anno scorso su 'Foreign Affairs' McCain ha esplicitamente dichiarato che la Cina non potrà diventare una potenza globale rispettata finché Pechino non avrà rinunciato al suo regime autoritario. A differenza dei suoi possibili rivali, i senatori Hillary Clinton e Barack Obama, che hanno entrambi affermato che i rapporti Usa-Cina sono per Washington tra le più importanti relazioni bilaterali, McCain si è di proposito rifiutato di avallare questo punto di vista, dicendosi propenso invece a rafforzare i legami con gli alleati tradizionali degli Stati Uniti in Asia, specialmente il Giappone. Una delle grandi idee di McCain per la politica estera, la creazione di una coalizione di democrazie che funga da nuovo organismo internazionale deputato a mantenere la sicurezza collettiva, suona minacciosa alle orecchie della classe dirigente cinese. Sicuramente, da tale alleanza la Cina resterà esclusa. In Asia questa ipotetica coalizione di democrazie, tra le quali figurano Giappone, India, Corea del Sud, Australia e importantissimi paesi del Sud-est asiatico, quali Indonesia e Filippine, assumerebbe le allarmanti parvenze di un anello di 'contenimento democratico' predisposto contro la Cina. Pechino è particolarmente preoccupata nei confronti di una possibile presidenza McCain anche perché alcuni dei suoi più stretti consiglieri di politica estera sono ben noti neoconservatori, i cosiddetti falchi, e hanno opinioni alquanto negative sulle intenzioni a lungo termine di Pechino. Di regola costoro propugnano un più rigido atteggiamento militare nel Pacifico occidentale, per contenere le ambizioni cinesi, e una politica filo-Taiwan che favorisca più stretti rapporti militari e diplomatici con quella che Pechino considera alla stregua di una provincia traditrice. Certo, Obama o la Clinton con le loro posizioni sui diritti umani e il commercio potrebbero arrecare problemi alla Cina. Gli attivisti per i diritti umani e i sindacati dei lavoratori sono sostenitori fondamentali dei democratici. Quantunque la questione dei diritti umani in Cina non sia più avvertita negli Stati Uniti come prioritaria, durante la loro agguerrita campagna per le primarie sia Hillary Clinton sia Obama hanno strizzato l'occhio ai protezionisti. Considerato il surplus commerciale cinese di 250 miliardi di dollari nei confronti degli Stati Uniti, con una presidenza democratica le tensioni economiche tra Washington e Pechino potrebbero subire un'escalation. Nel complesso, però, Pechino pare meno preoccupata all'idea di un presidente democratico rispetto a uno repubblicano. Tutti i principali consiglieri di politica estera dei senatori Clinton e Obama hanno in passato manifestato e avallato un approccio più soft alla Cina. Il commercio Usa-Cina sarà forse sbilanciato, ma i gruppi di potere statunitensi - le grandi corporation, gli agricoltori, Wall Street, i commercianti - agiranno soltanto nel loro stesso interesse se ostacoleranno qualsiasi serio tentativo di imporre provvedimenti commerciali punitivi alla Cina. Per tutto ciò, qualora dovesse scegliere tra un presidente falco in tema di sicurezza nazionale e un presidente sostenitore (a parole) del protezionismo commerciale, la Cina sceglierebbe sempre e in ogni caso il secondo. traduzione di Anna Bissanti.

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<Bombardano i civili e finanziano i regimi: Il problema è l'Occidente> (sezione: Estero USA)

( da "Liberazione" del 28-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

"Bombardano i civili e finanziano i regimi: Il problema è l'Occidente" Francesca Marretta Londra In uno dei suoi ultimi articoli apparso su "The Independent" lei parla dell'assenza di senso di rimorso per la tragedia irachena da parte delle leadership britannica e americana. Ritiene utile in questo senso una nuova inchiesta? "Lo scopo di ogni nuova inchiesta, se ci dovesse essere, sarebbe semplicemente quello di assolvere il governo Brown da tutti i peccati del governo Blair, di lavargli le mani prima di nuove elezioni. Non ci dimentichiamo che Brown ha votato per la guerra. Nella sostanza una nuova inchiesta serve a ben poco o a niente, perchè all'amministrazione britannica, come a quella americana non interessa la vita degli iracheni, il loro benessere. Gli interessa l'economia irachena. E gli interessa la loro reputazione. Per questo i governi di Londra e Washington hanno mentito alla propria opinione pubblica sulle armi di distruzione di massa, quelle "capaci di colpire in quarantacinque minuti", sulla minaccia comune di Saddam e al-Qaeda. Quello che interessa ai governanti è che l'opinione pubblica non perda la fiducia nel governo, che continui a rinnovargliela, non che non gli creda. Del resto l'Iraq non è una questione che ha un impatto diretto sull'elettore come la tassazione pubblica o le emissioni di Co2. E' una questione di sangue. Per molti in Gran Bretagna questo riguarda principalmente il sangue britannico. Cioè quello di 176 morti, o dei 4mila cadaveri americani. Per gli iracheni la storia è diversa. Lì c'erano 600mila cadaveri da seppellire. Come giornalista io ricevo e-mail e lettere, vere, dai lettori dell' Independent che leggono on-line in tutto il mondo. E ti dico che c'è tanta gente scandalizzata dal fatto che i nostri governi hanno permesso la morte di così tante persone. Scandalizzate dal fatto che Tony Blair ci ha portati con l'inganno in una guerra pagata da mezzo milione di iracheni per poi diventare inviato di pace in Medio Oriente. Questo è davvero straordinario. Ci rendiamo conto che tutto questo non è ironico, né sarcastico, ma semplicemente oltraggioso? Dato che questo è un giornale italiano mi viene in mente di quando Churchill tesseva le lodi di Mussolini. Poi Mussolini si allea con Hitler e cambia tutto lo scenario. Blair viene eletto come popolare Primo ministro. Poi diventa il bugiardo che porta alla guerra. Nonostante questo se continua così gli danno pure il Nobel per la pace. E poi, chissà, magari vorrà fare il Papa. E' incredibile quello che si può fare oggi se ci si contorna di buoni consiglieri esperti di relazioni pubbliche". Dunque è da escludere uno scenario futuro che veda Bush e Blair chiamati a rispondere delle proprie responsabilità per la guerra. "Una cosa che nessuna inchiesta farà mai è fare giustizia. Non ci sarà nessuno che metterà Blair sotto processo per essere stato fautore di una guerra illegale, che in un mondo ideale sarebbe la cosa da fare. Quello che un'inchiesta seria potrebbe ottenere è impedirci di commettere ancora errori madornali, e tollerare atteggiamenti come quello di un Primo ministro che arriva al potere e impazzisce, pensando di essere Churchill negli anni '40, quando siamo nel 2003 (anno di inizio dell'invasione dell'Iraq, ndr.). Che poi continua a mentire spudoratamente al paese davanti alla tragedia della guerra, quando è chiaro per tutti che il presupposto per andarci era tutta una bugia. Anche se il governo Brown può dire adesso che il passato è passato e bisogna andare avanti, quello che resta incontrovertibile e insanabile è l'agonia, la tragedia degli iracheni. Una versamento di sangue di portata monumentale, epica. Per questo oggi le azioni dei nostri governi in Iraq sono oggi più importanti che in passato". Il Ministro degli Esteri britannico Miliband ha dichiarato alla Camera dei Comuni che i tentativi di portare la pace in Iraq sono finora falliti. Questa non è un'ammissione del fallimento della guerra? "Ogni volta che si dice che le condizioni sono difficili e che si soffre ancora, c'è un'ammissione del fallimento e del fatto che non si doveva fare questa guerra. Ma finché il governo non dice che questa guerra era sbagliata, finché non sentiamo queste persone dire scusate questo è stato un errore terribile e abbiamo mentito alla gente, ci sarà sempre il pericolo che tutto questo possa succedere ancora. Chiediamoci per esempio cosa accadrebbe se l'America attaccasse l'Iran, o se Israele attaccasse l'Iran con il via libera da parte degli Usa. Quale sarebbe la reazione di Gordon Brown? Invocherebbe una restrizione dell'uso della forza da tutte le parti? Sono sicuro che questa sarebbe la posizione del Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon. Ma qual è la nostra posizione, ci facciamo da parte, o diciamo: guardate questa è una follia. Dobbiamo fermare tutto questo. Dobbiamo smettere di bombardare e attaccare i musulmani. Che li amiamo, o li odiamo, bisogna smetterla con l'aggressione. In uno dei miei articoli della domenica, circa diciotto mesi fa, ho scritto che oggi nel mondo islamico, noi occidentali abbiamo 22 volte il numero di soldati che avevano i crociati nel XII secolo. Che stiamo a fare lì? Mica si dibatte di questo in Parlamento. Al massimo si discute del numero dei soldati che devono restare in Iraq. E la discussione su quello che stiamo facendo? Non abbiamo una politica estera capace di ragionare in prospettiva. Non abbiamo alcuna idea di dove tutto questo ci stia portando. Non abbiamo alcuna forma di relazione matura con il Medio Oriente, ma solo una forma di relazione militare: gli vendiamo le armi, li bombardiamo o li paghiamo per tenerli dalla nostra parte. E' davvero questa la relazione che dovrebbe esistere tra mondo occidentale e mondo islamico? Per far luce su questo si fanno inchieste". Cosa cambierà con le elezioni americane? "Non credo che un cambio di governo negli Stati Uniti possa portare un cambiamento, allo stesso modo in cui non cambia nulla un nuovo governo in Israele, tanto quanto non ha portato nulla il passaggio da Blair a Brown. Specialmente se vivi a Ramallah o nella provincia di Helman, non cambia proprio nulla". Qual è la responsabilità in questo scenario dei governi arabi alleati dell'occidente? "Attualmente ogni governo arabo che si definisce amico dell'occidente e amico dell'America corre seri pericoli a livello interno. Poi bisogna capire che i regimi arabi considerati moderati e amici, non sono necessariamente moderati verso la loro gente. Algeria, Libia, Giordania, sono fondamentalmente potenze coloniali che lavorano per nostro conto. Con le varie remissioni di debiti o l'elargizione di crediti, noi li paghiamo. Sosteniamo in questo modo Mubarak, Re Abdullah di Giordania, Re Abdullah dell'Arabia Saudita e ora anche il Colonnello Gheddafi. Posso aggiungere Algeria, Bahrein, Qatar, Kuwait. In questi paesi quando la gente si sente oppressa dai governi si sente oppressa dagli Usa. A questo proposito mi viene in mente un dibattito televisivo a cui ho partecipato un paio di giorni fa. A un certo punto è venuta fuori quella straordinaria narrativa, la solita scritta a Washington, secondo cui Bin Laden è in grado di sfruttare le ingiustizie reali o percepite dalla popolazione. Io ho obiettato per prima cosa in Medio Oriente non si parla di ingiustizie percepite, ma di ingiustizie reali. E che ciò che Bin Laden può sfruttare è che leader arabi come Mubarajk o Re Abdullah, non mettono in discussione tali ingiustizie, perché devono dar conto a noi. Ancora non affrontiamo le questioni serie". C'è ancora speranza per un futuro di pace in Iraq e di stabilità nella regione mediorientale? "Non ho per niente grandi speranze per il Medio Oriente. Quello che so è che c'è un sacco di gente in occidente, anche negli Usa, ad avere idea delle conseguenze delle nostre guerre nel mondo islamico, pur non avendo voce in capitolo. Il problema è che siamo governati da democrazie fraudolente. Nel senso che abbiamo regimi democraticamente eletti rispetto ad esempio al regime che c'è in Libia, ma che una volta al potere si possono comportare in maniera opposta al mandato conferitogli dall'elettorato". 28/03/2008.

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Bertinotti e la guerra tra poveri in Italia (sezione: Estero USA)

( da "Giornale.it, Il" del 28-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Ieri sera ho visto qualche passaggio di Anno Zero, la trasmissione di Santoro. Riuscita, come sempre. Sarà fazioso, ma Santoro riesce a fare giornalismo in tv senza dar voglia di cambiare canale e affrontando temi difficili, come quello dell'attribuzione degli alloggi popolari. Ieri i due ospiti prinicipali erano Bertinotti e la Santanché. Secondo il leader del neopartito la Destra, le case andrebbero date prima agli italiani indigenti e solo in un secondo tempo agli immigrati extracomunitari. E' così assurdo? Secondo me no e molti Stati occidentali applicano senza remore questo principio. Bertinotti invece pensa che andrebbe mantenuto l'attuale criterio per le graduatorie che, non considerando la nazionalità, finisce per agevolare proprio gli immigrati, che infatti sono ai primi posti nelle classifiche. Il leader di Rifondazione è persuaso che le misure proposte dalla Santanché finirebbero per scatenare una guerra tra poveri. Probabilmente la presidenza della Camera e i fasti della Roma istituzionale gli hanno fatto perdere il contatto con la realtà: vada nelle periferie della grandi città. La guerra tra poveri c'è già ed è stata provocata dall'incapacità del governo di arginare l'immigrazione e di imporre delle regole ci convivenza civile. Vada nelle case popolari: il 90% degli inquilini è extracomunitario. E questo è giusto? No e a urlarlo sono proprio gli italiani più poveri, che vedono i propri quartieri invasi da clandestini, che si sentono traditi dallo Stato, che sono oggettivamente penalizzati e invocano giustizia. Le statistiche lo dimostrano: in questo Paese aumenta il numero degli italiani che vivono sotto il minimo vitale. Questa è l'urgenza numero uno e per risolverla bisogna regolamentare l'immigrazione. Altrimenti non si farà che propagare l'odio e l'ingiustizia, tra gli stranieri e gli italiani. E' questo che vuole Bertinotti? Scritto in Italia, immigrazione Commenti ( 8 ) " (1 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 27Mar 08 L'Iran sta tentando il colpo di mano in Iraq? In apparenza sono le solite notizie dall'Iraq: bombe, morte, terrore. Anche ieri c'è stata un'ondata di attentati. In realtà potrebbero segnare l'inizio di una nuova fase di destabilizzazione dalle implicazioni strategiche assai significative. infatti, per la prima volta dopo mesi di relativa tranquillità, l'Iraq piomba nel terrore. La domanda d'obbligo è: perché? La risposta l'ha data il generale Petraeus qualche giorno fa quando aveva accusato gli iraniani di essere dietro questa recrudescenza. Ieri nuove conferme: in prima linea ci sarebbero i miliziani di Moqtada Al Sadr, uno sceicco sciita che è in sintonia con una delle ali più estreme del regime di Teheran. E proprio in Iran si sono appena concluse le elezioni legislative con la vittoria degli integralisti. L'America invece è nel pieno della recessione e di una campagna elettorale che durerà fino a novembre; dunque è oggettivamente debole. L'impressione è che il regime di Ahmadinejahd e, soprattutto, della guida spirituale Ali Khamenei ne stia approfittando per tentare un colpo di mano a Bagdad o per aumentare la propria influenza nella regione; comunque, ha tutto l'interesse a smontare la tesi dell'Amministrazione Bush secondo cui l'Iraq è avviato verso la normalizzazione. Un Iraq in fiamme influenzerebbe la campagna elettorale Usa, agevolando Barack Obama (l'unico candidato ostile al conflitto) e mettendo in imbarazzo John McCain (che la guerra non l'ha mai rinnegata) ovvero il candidato ritenuto più debole e pacifista rispetto a quello più patriottico e interventista. Tra l'altro una nuova ondata farebbe risalire i corsi del petrolio. Attenti all'Iran, non lascia nulla al caso. Guai in vista? Scritto in medio oriente, gli usa e il mondo Commenti ( 8 ) " (3 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 26Mar 08 Milva e quei sette milioni nascosti. per la vecchiaia Era rossa dentro e rossa fuori, orgogliosa di sostenere Bertinotti e Rifondazione comunista e di battersi contro la destra, il capitalismo e ovviamente Berlusconi. Ora sappiamo che qualcosa di rosso non ha: il conto. Milva in Lichtenstein custodiva sette milioni di euro ovviamente non dichiarati. Intervistata da Antonio Lodetti sul Giornale di oggi , la signora ha dichiarato di non essere preoccupata "perché chi mi segue in queste cose mi ha assicurato che è roba vecchia, prescritta". Se è prescritta significa che è frutto di attività comunque non lecite: forse la signora ha evaso il fisco, come un commenda qualunque? Non sta bene per un artista che si batte per la prosperità dei lavoratori. Poi, con aria svagata afferma di non essersi mai occupata di quel conto, ricordando però che "mio marito mi diceva sempre di pensare alla vecchiaia, di accantonare qualcosa magari all'estero, quando lavoravo fuori". Sette milioni di euro per la vecchiaia? Niente male per una comunista. Quasi quasi divento rosso anch'io. Scritto in Italia Commenti ( 30 ) " (4 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 25Mar 08 Crociata contro l'Islam radicale? Il caso Allam inquieta la Cia La conversione di Magdi Allam è diventato un evento mondiale, ne parlano tutti i grandi media e, com'era prevedibile, i commenti nel mondo islamico sono tendenzialmente negativi. Tra le tante reazioni mi ha colpito quella di Stratfor, un centro studi americano molto vicino alla Cia e che pertanto ne riflette le opinioni. Nella sua ultima newsletter avverte: "Se Benedetto XVI deciderà di rendere più aggressiva la sua avversione all'Islam radicale, dando enorme rilevanza mediatica a casi come quello di Allam e dunque enfatizzando le conversioni anziché la coesistenza, il Vaticano diventerà il centro del confronto tra i fondamentalisti islamici e l'Occidente. E questo avrà profonde implicazioni geopolitiche". Da qui alcune domande: davvero il Papa vuole lanciare la sfida agli integralisti o ha semplicemente ribadito il diritto alla libertà religiosa? La Cia sembra credere alla prima ipotesi e non se ne rallegra: Stratfor scrive che il Papa rischia di alienare il rapporto con un miliardo di musulmani, proprio mentre l'America sta cercando di ricostruire i rapporti con il mondo islamico. Washington, insomma, non pare sostenere Benedetto XVI. Il Vaticano sta davvero lanciando una crociata solitaria? E questo è nell'interesse della Chiesa e dell'Occidente? Scritto in gli usa e il mondo, islam Commenti ( 28 ) " (5 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 20Mar 08 Oddio, Carla Bruni fa la morale ai giornalisti Ricordate la signora Carla Bruni prima che convolasse a nozze con il signor Sarkozy? Era una delle regine dell'infotainment e della stampa rosa. Da ex modella dotata di intuito e intelligenza aveva capito come pararametarsi con i media per incrementare la propria personalità. Era lei che faceva filtrare indiscrezioni sui suoi tanti amori, alimentando i pettegolezzi, lei che rilasciava interviste scandalistiche in cui si dichiarava poligama. Sì, ci sapeva fare, quando era una modella o una cantante. Ora che è una first-lady ha cambiato idea, per assumere i panni, improbabili, della vergine mediatica. Ha preso carta e penna e ha mandato un'appassionata lettera a Le Monde per commentare, con toni scandalizzati, la vicenda dell'Sms che Sarko avrebbe inviato all'ex moglie Cécilia; vicenda che peraltro si è chiusa con le scuse del Nouvel Observateur e il ritiro della querela da parte dell'Eliseo. La signora Bruni-Sarkozy si domanda: "Se i grandi giornali cessano di fare la selezione fra i pettegolezzi e i fatti, chi lo farà? Se, come la peggiore delle pubblicazioni trash, Le Nouvel Observateur, tradendo la sua vocazione ed anche il suo nome, non osserva più, ma inventa ciò che racconta, quale protezione ci resta contro l' isteria dell' epoca?". Poi chiude citando un passo di Beaumarchais, drammaturgo del '700, che parla dell' effetto devastante della calunnia, chiedendosi chi diavolo può resistere alla calunnia?'. La Bruni risponde: "I giornalisti, quelli veri". Sottoscrivo, ma a patto che tutti rispettino il copione, mentre da qualche tempo i personaggi del jet-set sembrano presi da schizofrenia: attori, calciatori, soubrette, modelle, fotografi, ereditieri alimentano per anni il giornalismo spazzatura, poi quando finiscono nei guai o cambiano ruolo, reclamano improvisamente l'etica, la moralità, indignandosi per le incursioni nelle sfere del privato e il cinismo della stampa. Vedi Fabrizio Corona o Paris Hilton o Luciano Moggi o i tanti eroi di un sistema che, sovente, premia il nulla ben confenzionato anziché il merito. Certo il caso della signora Bruni è particolare; direi unico; è saltata direttamente dal rotocalco all'Eliseo. Posso capire l' ansia di rifarsi una reputazione, ma, per cortesia, ci risparmi questi predicozzi, dietro a cui peraltro non è difficile scorgere la mano di uno spin doctor presidenziale. Ben venga la critica alla stampa, ma da censori credibili e possibilmente disinteressati. PS Ecco una splendida immagine di Carla Bruni scattata pochi mesi fa. Allora non mostrava turbamento per l'invadenza dei media. Scritto in francia, giornalismo Commenti ( 22 ) " (4 voti, il voto medio è: 4.75 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 19Mar 08 Quei manager fanno disastri. Ma vengono premiati I manager delle principali banche mondiali hanno creato una bomba speculativa - quella dei muti subprime - che ora è esplosa drammaticamente. Stiamo pagando tutti un prezzo altissimo; tutti tranne loro. Nonostante da anni si parli della necessità di porre fine ai privilegi dei supermanager, nulla è stato fatto e in queste ore si sta creando una situazione paradossale. Gli alti dirigenti che hanno alimentato la speculazione sui subprime non pagano alcuno scotto personale. Anzi, quando vengono licenziati guadagnano. Oggi il Sole 24 Ore ha accesso i fari su Ubs, il colosso elvetico che è in grandi difficoltà, al pari di Citigroup, Morgan Stanley, Lehman Brothers, Goldman Sachs; cioè gli istituti che fino a poche settimane fa davano lezioni al mondo. Il numero uno di Ubs Marcel Ospel, sebbene molto contestato, è ancora in sella, mentre tre top manager sono stati licenziati. Peccato che se ne siano usciti con paracadute milionari: circa venti milioni di franchi svizzeri a testa. Hanno messo a repentaglio la solidità e la reputazione della prima banca svizzera e contribuito a scatenare la più grave crisi finanziaria degli ultimi 80 anni; ma se ne vanno più ricchi di prima. La beffa è doppia. Uno dei principi sacri del capitalismo è quello della responsabilità individuale: se sbagli paghi. La casta dei supermanager lo ha invece sovvertito: quando sbagliano loro sono gli altri a pagare. Ed è ora di dire basta a quella che ha tutta l'aria di essere una truffa legalizzata. Ribellarsi talvolta è un obbligo. Scritto in globalizzazione Commenti ( 14 ) " (4 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 17Mar 08 Dietro la vicenda Alitalia la mano della lobby europea Come ha spiegato Paolo Stefanato sul Giornale di oggi Alitalia anziché essere svenduta sarà praticamente regalata ad Air France. E a rimetterci non sarà solo Malpensa. Molti si stanno pentendo, non però i ministri dell'attuale governo. E non è difficile capire perché. Se si analizza con distacco la vicenda ci si accorge come Bruxelles dietro le quinte abbia spinto per questa soluzione. Innanzitutto, considerazioni strategiche: è stata Bruxelles a volere che Air France diventasse la compagnia di riferimento europea. E dunque in questa logica era auspicabile che Alitalia finisse nelle mani di Air France-Klm e di conseguenza che l'hub di Parigi assumesse ancor più importanza con il declassamento di Malpensa. E chi ha condotto nel governo la trattativa per la cessione? Il ministro del Tesoro Tommaso Padoa Schioppa, ex membro della Banca centrale europea, con la vigile protezione di Romano Prodi, ex presidente della Commissione europea ovvero due leader politici che, assieme a Giuliano Amato ed Emma Bonino, sono da sempre estremamente sensibili agli interessi comunitari. Oggi la Commissione europea ha pronunciato un secco no alla concessione di nuovi aiuti di Stato. Il portavoce del commissario ai trasporti Jacques Barrot (un francese) ha ricordato che Alitalia ha già beneficiato in passato di aiuti di Stato e quindi, in base al principio "una volta, ultima volta" non potrà più ricevere questo genere di sostegno. Il tempismo è perfetto: mentre l'Italia scopre con sconcerto l'inganno ed è tentata dal dire di no, la Commissione europea la mette con le spalle al muro: o dice sì all'offerta o Alitalia dovrà fallire. Prodi e Padoa Schioppa naturalmente non manifestano rimorsi, né dubbi. Anzi, il premier uscente intima alla Sea di ritirare la richiesta di indennizzo danni rivolta ad Alitalia, come desiderato da Air France. Risponde presente, una volta di più. Un'operazione magistrale, complimenti alla lobby europea. Scritto in Italia Commenti ( 42 ) " (6 voti, il voto medio è: 4.83 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 15Mar 08 Boicottare le Olimpiadi crea confusione? Secondo il nostro ministro degli Esteri Massimo D'Alema disertare le Olimpiadi per mandare un messaggio alla Cina sul Tibet potrebbe "dividerci e far confusione". Io capisco l'imbarazzo della diplomazia in questi frangenti, ma perchè un boicottaggio dovrebbe "far confusione"? O si è favorevoli per ragioni umanitarie o si è contrari per ragioni di opportunità politica ed economica. Qual è la posizione dell'Italia? La confusione mi sembra la stia creando D'Alema, forse travolto dal vociare di queste ore. Improvvisamente tutti si occupano di Tibet: molti eponenti del Pdl e della Sinistra arcobaleno invocano il boicottaggio, il Pd medita, Cossiga è contrario e ancora una volta provoca: "Vorrei comprendere il motivo per il quale tutti protestano per le misure forti con le quali i governi di Pechino e di Nuova Delhi cercano di ristabilire l'ordine nei propri territori, mentre quasi tutti tacciono sulla repressione giudiziario-poliziesca del Governo di Madrid nei Paesi Baschi". In queste ore il mio cuore è con il Dalai Lama e con il popolo tibetano, ma ho l'impressione che, anche volendo, l'Occidente non possa permettersi il boicottaggio e che si sia rassegnato a convivere con questa Cina, capitalista e dittatoriale. E allora, a dispetto dell'emozione, ho l'impressione che finirà come in Birmania. Un bagno di sangue, qualche settimana per dimenticare e amici come prima. AGGIORNAMENTO IMPORTANTE: il Dalai Lama dice no al boicottaggio dei Giochi Olimpici, in quanto punirebbe ingiustamente il popolo cinese, mentre solo il governo di Pechino è responsabile di quello che ha definito un "genocidio culturale". E a questo punto cosa si deve fare: insistere comunque per il boicottaggio o seguire l'invito del Dalai Lama? Scritto in cina Commenti ( 54 ) " (4 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 13Mar 08 Un (osceno) baratto tra Stati Uniti e Cina? Chi segue i mercati finanziari sa che i rapporti tra Stati Uniti e Cina sono vincolati da un interesse reciproco: l'America è il principale sbocco della produzione industriale cinese, in cambio Pechino finanzia il deficit statunitense comprando a man bassa titoli di Stato. Ma la crisi finanziaria sembra aver rotto l'equilibrio e non certo a favore di Washington. In queste ore gli Usa appaiono molto vulnerabili: politicamente perché sono in piena campagna per le presidenziali, economicamente perché sono in recessione e con il sistema finanziario sotto sopra, militarmente perché l'esercito appare demotivato e diviso (vedi le dimissioni dell'ammiraglio William Fallon, 63 anni, comandante delle forze Usa in Medio Oriente). Qualcuno si chiede se siano ancora una superpotenza, certo sono in crisi come raramente è capitato nella storia recente. E in questo contesto lascia allibiti la notizia che il Dipartimento di Stato ha tolto la Cina dalla lista nera dei Paesi che violano i diritti umani. Ma come? Qualche mese fa Bush conferiva la massima onoreficenza al Dalai Lama e proprio nel momento in cui il leader spiriturale tibetano denuncia la brutale repressione dei cinesi in Tibet, l'America assolve Pechino? Basta leggere il rapporto per rendersi conto dell'assurdità della decisione. Nel testo infatti si riconosce che: "La Cina soffoca qualunque tipo di libertà di espressione, nega ai suoi cittadini i più elementari diritti umani, censura internet, arresta i blogger, sorveglia i giornalisti stranieri, se è il caso li intimidisce". Inoltre "stritola la libertà religiosa nel Tibet buddista e nello Xinjiang musulmano, spedisce chi protesta ai lavori forzati, tortura i prigionieri con i peggiori strumenti partoriti dalla crudeltà umana, strappa confessioni per delitti mai commessi, li condanna preferibilmente senza processo". Ciò nonostante non è più nell'elenco dei cattivi. Perché? Il governo americano ha più che mai bisogno dei fondi cinesi (anche di quelli sovrani) per tamponare lo scandalo subprime, mentre Pechino nell'anno delle Olimpiadi ha urgenza di migliorare la propria immagine internazionale. Quella strana assoluzione del Dipartimento di Stato equivale a una benedizione. Dobbiamo sopettare un (osceno) baratto tra i due Paesi? Scritto in cina, gli usa e il mondo Commenti ( 23 ) " (8 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 12Mar 08 L'ultima moda: tutti immobili per tre minuti E' un'organizzazione nata nel 2001 per diletto negli Stati Uniti e ora si sta diffondendo in tutto il mondo. Lo scopo? Divertirsi creando eventi di massa senza senso in luoghi pubblici. Improv Everywhere riesce a coinvolgere centinaia e talvolta migliaia di persone. L'ultima impresa: rimanere immobili per tre minuti in una stazione o in una piazza non appena il "regista" dà il via. L'effetto è surreale, come potete vedere dai video su questo blog. Hanno iniziato a New York, poi il blitz è stato replicato a Londra, infine a Parigi. Arriverà anche in Italia? Probabilmente sì. E in fondo non c'è da stupirsi: per diletto - e solleticando la voglia di protagonismo - è facile mobilitare i giovani, non altrettanto avviene per cause concrete e meritevoli. Un segno dei tempi o, forse, un altro effetto della globalizzazione, che alimenta l'illusione della diversità e dell'originalità, ma in realtà appiattisce le differenze etniche, culturali, di comportamento. Le mode dei giovani ormai sono planetarie: new York, Milano, Parigi, Zurigo, vestono tutti allo stesso modo, vedono gli stessi film, ascoltano la stessa musica, ragionano allo stesso modo. E vivono in città che devono affrontare gli stessi problemi. La globalizzazione può essere divertente come in questo caso, ma sradica l'identità nazionale, familiare, culturale e tende a renderci tutti uguali. YouTube Direkt Scritto in globalizzazione Commenti ( 14 ) " (3 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico Post precedenti Chi sono Sono inviato speciale di politica internazionale. Sposato, ho tre figli. Risiedo a Milano e giro il mondo. Tutti gli articoli di Marcello Foa su ilGiornale.it contatti Categorie cina (12) democrazia (13) francia (15) germania (2) giornalismo (30) gli usa e il mondo (22) globalizzazione (3) immigrazione (18) islam (11) Italia (75) medio oriente (8) notizie nascoste (26) presidenziali usa (5) russia (9) svizzera (3) turchia (11) Varie (12) I più inviati Dietro la vicenda Alitalia la mano della lobby europea - 4 Emails In una lettera il ritratto dell'Italia di oggi - 2 Emails Dalla Svizzera una lezione (anche per il centrodestra italiano) - 2 Emails Cina, il regime intimidisce anche i giornalisti stranieri - 1 Emails Immigrazione, la sinistra sbaglia. 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Quei manager fanno disastri. Ma vengono premiati (sezione: Estero USA)

( da "Giornale.it, Il" del 28-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Ieri sera ho visto qualche passaggio di Anno Zero, la trasmissione di Santoro. Riuscita, come sempre. Sarà fazioso, ma Santoro riesce a fare giornalismo in tv senza dar voglia di cambiare canale e affrontando temi difficili, come quello dell'attribuzione degli alloggi popolari. Ieri i due ospiti prinicipali erano Bertinotti e la Santanché. Secondo il leader del neopartito la Destra, le case andrebbero date prima agli italiani indigenti e solo in un secondo tempo agli immigrati extracomunitari. E' così assurdo? Secondo me no e molti Stati occidentali applicano senza remore questo principio. Bertinotti invece pensa che andrebbe mantenuto l'attuale criterio per le graduatorie che, non considerando la nazionalità, finisce per agevolare proprio gli immigrati, che infatti sono ai primi posti nelle classifiche. Il leader di Rifondazione è persuaso che le misure proposte dalla Santanché finirebbero per scatenare una guerra tra poveri. Probabilmente la presidenza della Camera e i fasti della Roma istituzionale gli hanno fatto perdere il contatto con la realtà: vada nelle periferie della grandi città. La guerra tra poveri c'è già ed è stata provocata dall'incapacità del governo di arginare l'immigrazione e di imporre delle regole ci convivenza civile. Vada nelle case popolari: il 90% degli inquilini è extracomunitario. E questo è giusto? No e a urlarlo sono proprio gli italiani più poveri, che vedono i propri quartieri invasi da clandestini, che si sentono traditi dallo Stato, che sono oggettivamente penalizzati e invocano giustizia. Le statistiche lo dimostrano: in questo Paese aumenta il numero degli italiani che vivono sotto il minimo vitale. Questa è l'urgenza numero uno e per risolverla bisogna regolamentare l'immigrazione. Altrimenti non si farà che propagare l'odio e l'ingiustizia, tra gli stranieri e gli italiani. E' questo che vuole Bertinotti? Scritto in Italia, immigrazione Commenti ( 8 ) " (1 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 27Mar 08 L'Iran sta tentando il colpo di mano in Iraq? In apparenza sono le solite notizie dall'Iraq: bombe, morte, terrore. Anche ieri c'è stata un'ondata di attentati. In realtà potrebbero segnare l'inizio di una nuova fase di destabilizzazione dalle implicazioni strategiche assai significative. infatti, per la prima volta dopo mesi di relativa tranquillità, l'Iraq piomba nel terrore. La domanda d'obbligo è: perché? La risposta l'ha data il generale Petraeus qualche giorno fa quando aveva accusato gli iraniani di essere dietro questa recrudescenza. Ieri nuove conferme: in prima linea ci sarebbero i miliziani di Moqtada Al Sadr, uno sceicco sciita che è in sintonia con una delle ali più estreme del regime di Teheran. E proprio in Iran si sono appena concluse le elezioni legislative con la vittoria degli integralisti. L'America invece è nel pieno della recessione e di una campagna elettorale che durerà fino a novembre; dunque è oggettivamente debole. L'impressione è che il regime di Ahmadinejahd e, soprattutto, della guida spirituale Ali Khamenei ne stia approfittando per tentare un colpo di mano a Bagdad o per aumentare la propria influenza nella regione; comunque, ha tutto l'interesse a smontare la tesi dell'Amministrazione Bush secondo cui l'Iraq è avviato verso la normalizzazione. Un Iraq in fiamme influenzerebbe la campagna elettorale Usa, agevolando Barack Obama (l'unico candidato ostile al conflitto) e mettendo in imbarazzo John McCain (che la guerra non l'ha mai rinnegata) ovvero il candidato ritenuto più debole e pacifista rispetto a quello più patriottico e interventista. Tra l'altro una nuova ondata farebbe risalire i corsi del petrolio. Attenti all'Iran, non lascia nulla al caso. Guai in vista? Scritto in medio oriente, gli usa e il mondo Commenti ( 8 ) " (3 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 26Mar 08 Milva e quei sette milioni nascosti. per la vecchiaia Era rossa dentro e rossa fuori, orgogliosa di sostenere Bertinotti e Rifondazione comunista e di battersi contro la destra, il capitalismo e ovviamente Berlusconi. Ora sappiamo che qualcosa di rosso non ha: il conto. Milva in Lichtenstein custodiva sette milioni di euro ovviamente non dichiarati. Intervistata da Antonio Lodetti sul Giornale di oggi , la signora ha dichiarato di non essere preoccupata "perché chi mi segue in queste cose mi ha assicurato che è roba vecchia, prescritta". Se è prescritta significa che è frutto di attività comunque non lecite: forse la signora ha evaso il fisco, come un commenda qualunque? Non sta bene per un artista che si batte per la prosperità dei lavoratori. Poi, con aria svagata afferma di non essersi mai occupata di quel conto, ricordando però che "mio marito mi diceva sempre di pensare alla vecchiaia, di accantonare qualcosa magari all'estero, quando lavoravo fuori". Sette milioni di euro per la vecchiaia? Niente male per una comunista. Quasi quasi divento rosso anch'io. Scritto in Italia Commenti ( 30 ) " (4 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 25Mar 08 Crociata contro l'Islam radicale? Il caso Allam inquieta la Cia La conversione di Magdi Allam è diventato un evento mondiale, ne parlano tutti i grandi media e, com'era prevedibile, i commenti nel mondo islamico sono tendenzialmente negativi. Tra le tante reazioni mi ha colpito quella di Stratfor, un centro studi americano molto vicino alla Cia e che pertanto ne riflette le opinioni. Nella sua ultima newsletter avverte: "Se Benedetto XVI deciderà di rendere più aggressiva la sua avversione all'Islam radicale, dando enorme rilevanza mediatica a casi come quello di Allam e dunque enfatizzando le conversioni anziché la coesistenza, il Vaticano diventerà il centro del confronto tra i fondamentalisti islamici e l'Occidente. E questo avrà profonde implicazioni geopolitiche". Da qui alcune domande: davvero il Papa vuole lanciare la sfida agli integralisti o ha semplicemente ribadito il diritto alla libertà religiosa? La Cia sembra credere alla prima ipotesi e non se ne rallegra: Stratfor scrive che il Papa rischia di alienare il rapporto con un miliardo di musulmani, proprio mentre l'America sta cercando di ricostruire i rapporti con il mondo islamico. Washington, insomma, non pare sostenere Benedetto XVI. Il Vaticano sta davvero lanciando una crociata solitaria? E questo è nell'interesse della Chiesa e dell'Occidente? Scritto in gli usa e il mondo, islam Commenti ( 28 ) " (5 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 20Mar 08 Oddio, Carla Bruni fa la morale ai giornalisti Ricordate la signora Carla Bruni prima che convolasse a nozze con il signor Sarkozy? Era una delle regine dell'infotainment e della stampa rosa. Da ex modella dotata di intuito e intelligenza aveva capito come pararametarsi con i media per incrementare la propria personalità. Era lei che faceva filtrare indiscrezioni sui suoi tanti amori, alimentando i pettegolezzi, lei che rilasciava interviste scandalistiche in cui si dichiarava poligama. Sì, ci sapeva fare, quando era una modella o una cantante. Ora che è una first-lady ha cambiato idea, per assumere i panni, improbabili, della vergine mediatica. Ha preso carta e penna e ha mandato un'appassionata lettera a Le Monde per commentare, con toni scandalizzati, la vicenda dell'Sms che Sarko avrebbe inviato all'ex moglie Cécilia; vicenda che peraltro si è chiusa con le scuse del Nouvel Observateur e il ritiro della querela da parte dell'Eliseo. La signora Bruni-Sarkozy si domanda: "Se i grandi giornali cessano di fare la selezione fra i pettegolezzi e i fatti, chi lo farà? Se, come la peggiore delle pubblicazioni trash, Le Nouvel Observateur, tradendo la sua vocazione ed anche il suo nome, non osserva più, ma inventa ciò che racconta, quale protezione ci resta contro l' isteria dell' epoca?". Poi chiude citando un passo di Beaumarchais, drammaturgo del '700, che parla dell' effetto devastante della calunnia, chiedendosi chi diavolo può resistere alla calunnia?'. La Bruni risponde: "I giornalisti, quelli veri". Sottoscrivo, ma a patto che tutti rispettino il copione, mentre da qualche tempo i personaggi del jet-set sembrano presi da schizofrenia: attori, calciatori, soubrette, modelle, fotografi, ereditieri alimentano per anni il giornalismo spazzatura, poi quando finiscono nei guai o cambiano ruolo, reclamano improvisamente l'etica, la moralità, indignandosi per le incursioni nelle sfere del privato e il cinismo della stampa. Vedi Fabrizio Corona o Paris Hilton o Luciano Moggi o i tanti eroi di un sistema che, sovente, premia il nulla ben confenzionato anziché il merito. Certo il caso della signora Bruni è particolare; direi unico; è saltata direttamente dal rotocalco all'Eliseo. Posso capire l' ansia di rifarsi una reputazione, ma, per cortesia, ci risparmi questi predicozzi, dietro a cui peraltro non è difficile scorgere la mano di uno spin doctor presidenziale. Ben venga la critica alla stampa, ma da censori credibili e possibilmente disinteressati. PS Ecco una splendida immagine di Carla Bruni scattata pochi mesi fa. Allora non mostrava turbamento per l'invadenza dei media. Scritto in francia, giornalismo Commenti ( 22 ) " (4 voti, il voto medio è: 4.75 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 19Mar 08 Quei manager fanno disastri. Ma vengono premiati I manager delle principali banche mondiali hanno creato una bomba speculativa - quella dei muti subprime - che ora è esplosa drammaticamente. Stiamo pagando tutti un prezzo altissimo; tutti tranne loro. Nonostante da anni si parli della necessità di porre fine ai privilegi dei supermanager, nulla è stato fatto e in queste ore si sta creando una situazione paradossale. Gli alti dirigenti che hanno alimentato la speculazione sui subprime non pagano alcuno scotto personale. Anzi, quando vengono licenziati guadagnano. Oggi il Sole 24 Ore ha accesso i fari su Ubs, il colosso elvetico che è in grandi difficoltà, al pari di Citigroup, Morgan Stanley, Lehman Brothers, Goldman Sachs; cioè gli istituti che fino a poche settimane fa davano lezioni al mondo. Il numero uno di Ubs Marcel Ospel, sebbene molto contestato, è ancora in sella, mentre tre top manager sono stati licenziati. Peccato che se ne siano usciti con paracadute milionari: circa venti milioni di franchi svizzeri a testa. Hanno messo a repentaglio la solidità e la reputazione della prima banca svizzera e contribuito a scatenare la più grave crisi finanziaria degli ultimi 80 anni; ma se ne vanno più ricchi di prima. La beffa è doppia. Uno dei principi sacri del capitalismo è quello della responsabilità individuale: se sbagli paghi. La casta dei supermanager lo ha invece sovvertito: quando sbagliano loro sono gli altri a pagare. Ed è ora di dire basta a quella che ha tutta l'aria di essere una truffa legalizzata. Ribellarsi talvolta è un obbligo. Scritto in globalizzazione Commenti ( 14 ) " (4 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 17Mar 08 Dietro la vicenda Alitalia la mano della lobby europea Come ha spiegato Paolo Stefanato sul Giornale di oggi Alitalia anziché essere svenduta sarà praticamente regalata ad Air France. E a rimetterci non sarà solo Malpensa. Molti si stanno pentendo, non però i ministri dell'attuale governo. E non è difficile capire perché. Se si analizza con distacco la vicenda ci si accorge come Bruxelles dietro le quinte abbia spinto per questa soluzione. Innanzitutto, considerazioni strategiche: è stata Bruxelles a volere che Air France diventasse la compagnia di riferimento europea. E dunque in questa logica era auspicabile che Alitalia finisse nelle mani di Air France-Klm e di conseguenza che l'hub di Parigi assumesse ancor più importanza con il declassamento di Malpensa. E chi ha condotto nel governo la trattativa per la cessione? Il ministro del Tesoro Tommaso Padoa Schioppa, ex membro della Banca centrale europea, con la vigile protezione di Romano Prodi, ex presidente della Commissione europea ovvero due leader politici che, assieme a Giuliano Amato ed Emma Bonino, sono da sempre estremamente sensibili agli interessi comunitari. Oggi la Commissione europea ha pronunciato un secco no alla concessione di nuovi aiuti di Stato. Il portavoce del commissario ai trasporti Jacques Barrot (un francese) ha ricordato che Alitalia ha già beneficiato in passato di aiuti di Stato e quindi, in base al principio "una volta, ultima volta" non potrà più ricevere questo genere di sostegno. Il tempismo è perfetto: mentre l'Italia scopre con sconcerto l'inganno ed è tentata dal dire di no, la Commissione europea la mette con le spalle al muro: o dice sì all'offerta o Alitalia dovrà fallire. Prodi e Padoa Schioppa naturalmente non manifestano rimorsi, né dubbi. Anzi, il premier uscente intima alla Sea di ritirare la richiesta di indennizzo danni rivolta ad Alitalia, come desiderato da Air France. Risponde presente, una volta di più. Un'operazione magistrale, complimenti alla lobby europea. Scritto in Italia Commenti ( 42 ) " (6 voti, il voto medio è: 4.83 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 15Mar 08 Boicottare le Olimpiadi crea confusione? Secondo il nostro ministro degli Esteri Massimo D'Alema disertare le Olimpiadi per mandare un messaggio alla Cina sul Tibet potrebbe "dividerci e far confusione". Io capisco l'imbarazzo della diplomazia in questi frangenti, ma perchè un boicottaggio dovrebbe "far confusione"? O si è favorevoli per ragioni umanitarie o si è contrari per ragioni di opportunità politica ed economica. Qual è la posizione dell'Italia? La confusione mi sembra la stia creando D'Alema, forse travolto dal vociare di queste ore. Improvvisamente tutti si occupano di Tibet: molti eponenti del Pdl e della Sinistra arcobaleno invocano il boicottaggio, il Pd medita, Cossiga è contrario e ancora una volta provoca: "Vorrei comprendere il motivo per il quale tutti protestano per le misure forti con le quali i governi di Pechino e di Nuova Delhi cercano di ristabilire l'ordine nei propri territori, mentre quasi tutti tacciono sulla repressione giudiziario-poliziesca del Governo di Madrid nei Paesi Baschi". In queste ore il mio cuore è con il Dalai Lama e con il popolo tibetano, ma ho l'impressione che, anche volendo, l'Occidente non possa permettersi il boicottaggio e che si sia rassegnato a convivere con questa Cina, capitalista e dittatoriale. E allora, a dispetto dell'emozione, ho l'impressione che finirà come in Birmania. Un bagno di sangue, qualche settimana per dimenticare e amici come prima. AGGIORNAMENTO IMPORTANTE: il Dalai Lama dice no al boicottaggio dei Giochi Olimpici, in quanto punirebbe ingiustamente il popolo cinese, mentre solo il governo di Pechino è responsabile di quello che ha definito un "genocidio culturale". E a questo punto cosa si deve fare: insistere comunque per il boicottaggio o seguire l'invito del Dalai Lama? Scritto in cina Commenti ( 54 ) " (4 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 13Mar 08 Un (osceno) baratto tra Stati Uniti e Cina? Chi segue i mercati finanziari sa che i rapporti tra Stati Uniti e Cina sono vincolati da un interesse reciproco: l'America è il principale sbocco della produzione industriale cinese, in cambio Pechino finanzia il deficit statunitense comprando a man bassa titoli di Stato. Ma la crisi finanziaria sembra aver rotto l'equilibrio e non certo a favore di Washington. In queste ore gli Usa appaiono molto vulnerabili: politicamente perché sono in piena campagna per le presidenziali, economicamente perché sono in recessione e con il sistema finanziario sotto sopra, militarmente perché l'esercito appare demotivato e diviso (vedi le dimissioni dell'ammiraglio William Fallon, 63 anni, comandante delle forze Usa in Medio Oriente). Qualcuno si chiede se siano ancora una superpotenza, certo sono in crisi come raramente è capitato nella storia recente. E in questo contesto lascia allibiti la notizia che il Dipartimento di Stato ha tolto la Cina dalla lista nera dei Paesi che violano i diritti umani. Ma come? Qualche mese fa Bush conferiva la massima onoreficenza al Dalai Lama e proprio nel momento in cui il leader spiriturale tibetano denuncia la brutale repressione dei cinesi in Tibet, l'America assolve Pechino? Basta leggere il rapporto per rendersi conto dell'assurdità della decisione. Nel testo infatti si riconosce che: "La Cina soffoca qualunque tipo di libertà di espressione, nega ai suoi cittadini i più elementari diritti umani, censura internet, arresta i blogger, sorveglia i giornalisti stranieri, se è il caso li intimidisce". Inoltre "stritola la libertà religiosa nel Tibet buddista e nello Xinjiang musulmano, spedisce chi protesta ai lavori forzati, tortura i prigionieri con i peggiori strumenti partoriti dalla crudeltà umana, strappa confessioni per delitti mai commessi, li condanna preferibilmente senza processo". Ciò nonostante non è più nell'elenco dei cattivi. Perché? Il governo americano ha più che mai bisogno dei fondi cinesi (anche di quelli sovrani) per tamponare lo scandalo subprime, mentre Pechino nell'anno delle Olimpiadi ha urgenza di migliorare la propria immagine internazionale. Quella strana assoluzione del Dipartimento di Stato equivale a una benedizione. Dobbiamo sopettare un (osceno) baratto tra i due Paesi? Scritto in cina, gli usa e il mondo Commenti ( 23 ) " (8 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 12Mar 08 L'ultima moda: tutti immobili per tre minuti E' un'organizzazione nata nel 2001 per diletto negli Stati Uniti e ora si sta diffondendo in tutto il mondo. Lo scopo? Divertirsi creando eventi di massa senza senso in luoghi pubblici. Improv Everywhere riesce a coinvolgere centinaia e talvolta migliaia di persone. L'ultima impresa: rimanere immobili per tre minuti in una stazione o in una piazza non appena il "regista" dà il via. L'effetto è surreale, come potete vedere dai video su questo blog. Hanno iniziato a New York, poi il blitz è stato replicato a Londra, infine a Parigi. Arriverà anche in Italia? Probabilmente sì. E in fondo non c'è da stupirsi: per diletto - e solleticando la voglia di protagonismo - è facile mobilitare i giovani, non altrettanto avviene per cause concrete e meritevoli. Un segno dei tempi o, forse, un altro effetto della globalizzazione, che alimenta l'illusione della diversità e dell'originalità, ma in realtà appiattisce le differenze etniche, culturali, di comportamento. Le mode dei giovani ormai sono planetarie: new York, Milano, Parigi, Zurigo, vestono tutti allo stesso modo, vedono gli stessi film, ascoltano la stessa musica, ragionano allo stesso modo. E vivono in città che devono affrontare gli stessi problemi. La globalizzazione può essere divertente come in questo caso, ma sradica l'identità nazionale, familiare, culturale e tende a renderci tutti uguali. YouTube Direkt Scritto in globalizzazione Commenti ( 14 ) " (3 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico Post precedenti Chi sono Sono inviato speciale di politica internazionale. Sposato, ho tre figli. Risiedo a Milano e giro il mondo. Tutti gli articoli di Marcello Foa su ilGiornale.it contatti Categorie cina (12) democrazia (13) francia (15) germania (2) giornalismo (30) gli usa e il mondo (22) globalizzazione (3) immigrazione (18) islam (11) Italia (75) medio oriente (8) notizie nascoste (26) presidenziali usa (5) russia (9) svizzera (3) turchia (11) Varie (12) I più inviati Dietro la vicenda Alitalia la mano della lobby europea - 4 Emails In una lettera il ritratto dell'Italia di oggi - 2 Emails Dalla Svizzera una lezione (anche per il centrodestra italiano) - 2 Emails Cina, il regime intimidisce anche i giornalisti stranieri - 1 Emails Immigrazione, la sinistra sbaglia. Ma la destra dov'è? - 1 Emails Putin e la Cina vogliono cacciare gli Usa dall'Asia centrale - 1 Emails Birmania, la forza dello spirito (e della tecnologia) - 1 Emails "Svizzera razzista", così i media impongono il pensiero unico - 1 Emails Ma il Wi-Fi nuoce alla salute? - 1 Emails Ma la Germania si sta italianizzando? - 1 Emails Ultime discussioni CORRADO: Ho visto la puntata di "Anno Zero" di ieri sera. Il Presidente Bertinotti mi è sembrato in... Ambrogio.: Non sono Comunista, ma AnnoZero l'ho sempre visto, tranne questa puntata(ne ho un pò piene le... ionescu: Foa chi le ha dato il dato dei '90% sono extracomunitari'? Se lo è inventato! Ambrogio.: Domanda a Lorenzo: premesso che in casi come l'Iran e tanti altri, vedo bene solo il sorgere di un... remo: Comunisti si nasce e non si diventa, perche'non andate avedre quello che faceva bertinotti durante il... Ultime news An error has occured; the feed is probably down. Try again later. 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L'Iran sta tentando il colpo di mano in Iraq? (sezione: Estero USA)

( da "Giornale.it, Il" del 28-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Ieri sera ho visto qualche passaggio di Anno Zero, la trasmissione di Santoro. Riuscita, come sempre. Sarà fazioso, ma Santoro riesce a fare giornalismo in tv senza dar voglia di cambiare canale e affrontando temi difficili, come quello dell'attribuzione degli alloggi popolari. Ieri i due ospiti prinicipali erano Bertinotti e la Santanché. Secondo il leader del neopartito la Destra, le case andrebbero date prima agli italiani indigenti e solo in un secondo tempo agli immigrati extracomunitari. E' così assurdo? Secondo me no e molti Stati occidentali applicano senza remore questo principio. Bertinotti invece pensa che andrebbe mantenuto l'attuale criterio per le graduatorie che, non considerando la nazionalità, finisce per agevolare proprio gli immigrati, che infatti sono ai primi posti nelle classifiche. Il leader di Rifondazione è persuaso che le misure proposte dalla Santanché finirebbero per scatenare una guerra tra poveri. Probabilmente la presidenza della Camera e i fasti della Roma istituzionale gli hanno fatto perdere il contatto con la realtà: vada nelle periferie della grandi città. La guerra tra poveri c'è già ed è stata provocata dall'incapacità del governo di arginare l'immigrazione e di imporre delle regole ci convivenza civile. Vada nelle case popolari: il 90% degli inquilini è extracomunitario. E questo è giusto? No e a urlarlo sono proprio gli italiani più poveri, che vedono i propri quartieri invasi da clandestini, che si sentono traditi dallo Stato, che sono oggettivamente penalizzati e invocano giustizia. Le statistiche lo dimostrano: in questo Paese aumenta il numero degli italiani che vivono sotto il minimo vitale. Questa è l'urgenza numero uno e per risolverla bisogna regolamentare l'immigrazione. Altrimenti non si farà che propagare l'odio e l'ingiustizia, tra gli stranieri e gli italiani. E' questo che vuole Bertinotti? Scritto in Italia, immigrazione Commenti ( 8 ) " (1 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 27Mar 08 L'Iran sta tentando il colpo di mano in Iraq? In apparenza sono le solite notizie dall'Iraq: bombe, morte, terrore. Anche ieri c'è stata un'ondata di attentati. In realtà potrebbero segnare l'inizio di una nuova fase di destabilizzazione dalle implicazioni strategiche assai significative. infatti, per la prima volta dopo mesi di relativa tranquillità, l'Iraq piomba nel terrore. La domanda d'obbligo è: perché? La risposta l'ha data il generale Petraeus qualche giorno fa quando aveva accusato gli iraniani di essere dietro questa recrudescenza. Ieri nuove conferme: in prima linea ci sarebbero i miliziani di Moqtada Al Sadr, uno sceicco sciita che è in sintonia con una delle ali più estreme del regime di Teheran. E proprio in Iran si sono appena concluse le elezioni legislative con la vittoria degli integralisti. L'America invece è nel pieno della recessione e di una campagna elettorale che durerà fino a novembre; dunque è oggettivamente debole. L'impressione è che il regime di Ahmadinejahd e, soprattutto, della guida spirituale Ali Khamenei ne stia approfittando per tentare un colpo di mano a Bagdad o per aumentare la propria influenza nella regione; comunque, ha tutto l'interesse a smontare la tesi dell'Amministrazione Bush secondo cui l'Iraq è avviato verso la normalizzazione. Un Iraq in fiamme influenzerebbe la campagna elettorale Usa, agevolando Barack Obama (l'unico candidato ostile al conflitto) e mettendo in imbarazzo John McCain (che la guerra non l'ha mai rinnegata) ovvero il candidato ritenuto più debole e pacifista rispetto a quello più patriottico e interventista. Tra l'altro una nuova ondata farebbe risalire i corsi del petrolio. Attenti all'Iran, non lascia nulla al caso. Guai in vista? Scritto in medio oriente, gli usa e il mondo Commenti ( 8 ) " (3 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 26Mar 08 Milva e quei sette milioni nascosti. per la vecchiaia Era rossa dentro e rossa fuori, orgogliosa di sostenere Bertinotti e Rifondazione comunista e di battersi contro la destra, il capitalismo e ovviamente Berlusconi. Ora sappiamo che qualcosa di rosso non ha: il conto. Milva in Lichtenstein custodiva sette milioni di euro ovviamente non dichiarati. Intervistata da Antonio Lodetti sul Giornale di oggi , la signora ha dichiarato di non essere preoccupata "perché chi mi segue in queste cose mi ha assicurato che è roba vecchia, prescritta". Se è prescritta significa che è frutto di attività comunque non lecite: forse la signora ha evaso il fisco, come un commenda qualunque? Non sta bene per un artista che si batte per la prosperità dei lavoratori. Poi, con aria svagata afferma di non essersi mai occupata di quel conto, ricordando però che "mio marito mi diceva sempre di pensare alla vecchiaia, di accantonare qualcosa magari all'estero, quando lavoravo fuori". Sette milioni di euro per la vecchiaia? Niente male per una comunista. Quasi quasi divento rosso anch'io. Scritto in Italia Commenti ( 30 ) " (4 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 25Mar 08 Crociata contro l'Islam radicale? Il caso Allam inquieta la Cia La conversione di Magdi Allam è diventato un evento mondiale, ne parlano tutti i grandi media e, com'era prevedibile, i commenti nel mondo islamico sono tendenzialmente negativi. Tra le tante reazioni mi ha colpito quella di Stratfor, un centro studi americano molto vicino alla Cia e che pertanto ne riflette le opinioni. Nella sua ultima newsletter avverte: "Se Benedetto XVI deciderà di rendere più aggressiva la sua avversione all'Islam radicale, dando enorme rilevanza mediatica a casi come quello di Allam e dunque enfatizzando le conversioni anziché la coesistenza, il Vaticano diventerà il centro del confronto tra i fondamentalisti islamici e l'Occidente. E questo avrà profonde implicazioni geopolitiche". Da qui alcune domande: davvero il Papa vuole lanciare la sfida agli integralisti o ha semplicemente ribadito il diritto alla libertà religiosa? La Cia sembra credere alla prima ipotesi e non se ne rallegra: Stratfor scrive che il Papa rischia di alienare il rapporto con un miliardo di musulmani, proprio mentre l'America sta cercando di ricostruire i rapporti con il mondo islamico. Washington, insomma, non pare sostenere Benedetto XVI. Il Vaticano sta davvero lanciando una crociata solitaria? E questo è nell'interesse della Chiesa e dell'Occidente? Scritto in gli usa e il mondo, islam Commenti ( 28 ) " (5 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 20Mar 08 Oddio, Carla Bruni fa la morale ai giornalisti Ricordate la signora Carla Bruni prima che convolasse a nozze con il signor Sarkozy? Era una delle regine dell'infotainment e della stampa rosa. Da ex modella dotata di intuito e intelligenza aveva capito come pararametarsi con i media per incrementare la propria personalità. Era lei che faceva filtrare indiscrezioni sui suoi tanti amori, alimentando i pettegolezzi, lei che rilasciava interviste scandalistiche in cui si dichiarava poligama. Sì, ci sapeva fare, quando era una modella o una cantante. Ora che è una first-lady ha cambiato idea, per assumere i panni, improbabili, della vergine mediatica. Ha preso carta e penna e ha mandato un'appassionata lettera a Le Monde per commentare, con toni scandalizzati, la vicenda dell'Sms che Sarko avrebbe inviato all'ex moglie Cécilia; vicenda che peraltro si è chiusa con le scuse del Nouvel Observateur e il ritiro della querela da parte dell'Eliseo. La signora Bruni-Sarkozy si domanda: "Se i grandi giornali cessano di fare la selezione fra i pettegolezzi e i fatti, chi lo farà? Se, come la peggiore delle pubblicazioni trash, Le Nouvel Observateur, tradendo la sua vocazione ed anche il suo nome, non osserva più, ma inventa ciò che racconta, quale protezione ci resta contro l' isteria dell' epoca?". Poi chiude citando un passo di Beaumarchais, drammaturgo del '700, che parla dell' effetto devastante della calunnia, chiedendosi chi diavolo può resistere alla calunnia?'. La Bruni risponde: "I giornalisti, quelli veri". Sottoscrivo, ma a patto che tutti rispettino il copione, mentre da qualche tempo i personaggi del jet-set sembrano presi da schizofrenia: attori, calciatori, soubrette, modelle, fotografi, ereditieri alimentano per anni il giornalismo spazzatura, poi quando finiscono nei guai o cambiano ruolo, reclamano improvisamente l'etica, la moralità, indignandosi per le incursioni nelle sfere del privato e il cinismo della stampa. Vedi Fabrizio Corona o Paris Hilton o Luciano Moggi o i tanti eroi di un sistema che, sovente, premia il nulla ben confenzionato anziché il merito. Certo il caso della signora Bruni è particolare; direi unico; è saltata direttamente dal rotocalco all'Eliseo. Posso capire l' ansia di rifarsi una reputazione, ma, per cortesia, ci risparmi questi predicozzi, dietro a cui peraltro non è difficile scorgere la mano di uno spin doctor presidenziale. Ben venga la critica alla stampa, ma da censori credibili e possibilmente disinteressati. PS Ecco una splendida immagine di Carla Bruni scattata pochi mesi fa. Allora non mostrava turbamento per l'invadenza dei media. Scritto in francia, giornalismo Commenti ( 22 ) " (4 voti, il voto medio è: 4.75 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 19Mar 08 Quei manager fanno disastri. Ma vengono premiati I manager delle principali banche mondiali hanno creato una bomba speculativa - quella dei muti subprime - che ora è esplosa drammaticamente. Stiamo pagando tutti un prezzo altissimo; tutti tranne loro. Nonostante da anni si parli della necessità di porre fine ai privilegi dei supermanager, nulla è stato fatto e in queste ore si sta creando una situazione paradossale. Gli alti dirigenti che hanno alimentato la speculazione sui subprime non pagano alcuno scotto personale. Anzi, quando vengono licenziati guadagnano. Oggi il Sole 24 Ore ha accesso i fari su Ubs, il colosso elvetico che è in grandi difficoltà, al pari di Citigroup, Morgan Stanley, Lehman Brothers, Goldman Sachs; cioè gli istituti che fino a poche settimane fa davano lezioni al mondo. Il numero uno di Ubs Marcel Ospel, sebbene molto contestato, è ancora in sella, mentre tre top manager sono stati licenziati. Peccato che se ne siano usciti con paracadute milionari: circa venti milioni di franchi svizzeri a testa. Hanno messo a repentaglio la solidità e la reputazione della prima banca svizzera e contribuito a scatenare la più grave crisi finanziaria degli ultimi 80 anni; ma se ne vanno più ricchi di prima. La beffa è doppia. Uno dei principi sacri del capitalismo è quello della responsabilità individuale: se sbagli paghi. La casta dei supermanager lo ha invece sovvertito: quando sbagliano loro sono gli altri a pagare. Ed è ora di dire basta a quella che ha tutta l'aria di essere una truffa legalizzata. Ribellarsi talvolta è un obbligo. Scritto in globalizzazione Commenti ( 14 ) " (4 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 17Mar 08 Dietro la vicenda Alitalia la mano della lobby europea Come ha spiegato Paolo Stefanato sul Giornale di oggi Alitalia anziché essere svenduta sarà praticamente regalata ad Air France. E a rimetterci non sarà solo Malpensa. Molti si stanno pentendo, non però i ministri dell'attuale governo. E non è difficile capire perché. Se si analizza con distacco la vicenda ci si accorge come Bruxelles dietro le quinte abbia spinto per questa soluzione. Innanzitutto, considerazioni strategiche: è stata Bruxelles a volere che Air France diventasse la compagnia di riferimento europea. E dunque in questa logica era auspicabile che Alitalia finisse nelle mani di Air France-Klm e di conseguenza che l'hub di Parigi assumesse ancor più importanza con il declassamento di Malpensa. E chi ha condotto nel governo la trattativa per la cessione? Il ministro del Tesoro Tommaso Padoa Schioppa, ex membro della Banca centrale europea, con la vigile protezione di Romano Prodi, ex presidente della Commissione europea ovvero due leader politici che, assieme a Giuliano Amato ed Emma Bonino, sono da sempre estremamente sensibili agli interessi comunitari. Oggi la Commissione europea ha pronunciato un secco no alla concessione di nuovi aiuti di Stato. Il portavoce del commissario ai trasporti Jacques Barrot (un francese) ha ricordato che Alitalia ha già beneficiato in passato di aiuti di Stato e quindi, in base al principio "una volta, ultima volta" non potrà più ricevere questo genere di sostegno. Il tempismo è perfetto: mentre l'Italia scopre con sconcerto l'inganno ed è tentata dal dire di no, la Commissione europea la mette con le spalle al muro: o dice sì all'offerta o Alitalia dovrà fallire. Prodi e Padoa Schioppa naturalmente non manifestano rimorsi, né dubbi. Anzi, il premier uscente intima alla Sea di ritirare la richiesta di indennizzo danni rivolta ad Alitalia, come desiderato da Air France. Risponde presente, una volta di più. Un'operazione magistrale, complimenti alla lobby europea. Scritto in Italia Commenti ( 42 ) " (6 voti, il voto medio è: 4.83 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 15Mar 08 Boicottare le Olimpiadi crea confusione? Secondo il nostro ministro degli Esteri Massimo D'Alema disertare le Olimpiadi per mandare un messaggio alla Cina sul Tibet potrebbe "dividerci e far confusione". Io capisco l'imbarazzo della diplomazia in questi frangenti, ma perchè un boicottaggio dovrebbe "far confusione"? O si è favorevoli per ragioni umanitarie o si è contrari per ragioni di opportunità politica ed economica. Qual è la posizione dell'Italia? La confusione mi sembra la stia creando D'Alema, forse travolto dal vociare di queste ore. Improvvisamente tutti si occupano di Tibet: molti eponenti del Pdl e della Sinistra arcobaleno invocano il boicottaggio, il Pd medita, Cossiga è contrario e ancora una volta provoca: "Vorrei comprendere il motivo per il quale tutti protestano per le misure forti con le quali i governi di Pechino e di Nuova Delhi cercano di ristabilire l'ordine nei propri territori, mentre quasi tutti tacciono sulla repressione giudiziario-poliziesca del Governo di Madrid nei Paesi Baschi". In queste ore il mio cuore è con il Dalai Lama e con il popolo tibetano, ma ho l'impressione che, anche volendo, l'Occidente non possa permettersi il boicottaggio e che si sia rassegnato a convivere con questa Cina, capitalista e dittatoriale. E allora, a dispetto dell'emozione, ho l'impressione che finirà come in Birmania. Un bagno di sangue, qualche settimana per dimenticare e amici come prima. AGGIORNAMENTO IMPORTANTE: il Dalai Lama dice no al boicottaggio dei Giochi Olimpici, in quanto punirebbe ingiustamente il popolo cinese, mentre solo il governo di Pechino è responsabile di quello che ha definito un "genocidio culturale". E a questo punto cosa si deve fare: insistere comunque per il boicottaggio o seguire l'invito del Dalai Lama? Scritto in cina Commenti ( 54 ) " (4 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 13Mar 08 Un (osceno) baratto tra Stati Uniti e Cina? Chi segue i mercati finanziari sa che i rapporti tra Stati Uniti e Cina sono vincolati da un interesse reciproco: l'America è il principale sbocco della produzione industriale cinese, in cambio Pechino finanzia il deficit statunitense comprando a man bassa titoli di Stato. Ma la crisi finanziaria sembra aver rotto l'equilibrio e non certo a favore di Washington. In queste ore gli Usa appaiono molto vulnerabili: politicamente perché sono in piena campagna per le presidenziali, economicamente perché sono in recessione e con il sistema finanziario sotto sopra, militarmente perché l'esercito appare demotivato e diviso (vedi le dimissioni dell'ammiraglio William Fallon, 63 anni, comandante delle forze Usa in Medio Oriente). Qualcuno si chiede se siano ancora una superpotenza, certo sono in crisi come raramente è capitato nella storia recente. E in questo contesto lascia allibiti la notizia che il Dipartimento di Stato ha tolto la Cina dalla lista nera dei Paesi che violano i diritti umani. Ma come? Qualche mese fa Bush conferiva la massima onoreficenza al Dalai Lama e proprio nel momento in cui il leader spiriturale tibetano denuncia la brutale repressione dei cinesi in Tibet, l'America assolve Pechino? Basta leggere il rapporto per rendersi conto dell'assurdità della decisione. Nel testo infatti si riconosce che: "La Cina soffoca qualunque tipo di libertà di espressione, nega ai suoi cittadini i più elementari diritti umani, censura internet, arresta i blogger, sorveglia i giornalisti stranieri, se è il caso li intimidisce". Inoltre "stritola la libertà religiosa nel Tibet buddista e nello Xinjiang musulmano, spedisce chi protesta ai lavori forzati, tortura i prigionieri con i peggiori strumenti partoriti dalla crudeltà umana, strappa confessioni per delitti mai commessi, li condanna preferibilmente senza processo". Ciò nonostante non è più nell'elenco dei cattivi. Perché? Il governo americano ha più che mai bisogno dei fondi cinesi (anche di quelli sovrani) per tamponare lo scandalo subprime, mentre Pechino nell'anno delle Olimpiadi ha urgenza di migliorare la propria immagine internazionale. Quella strana assoluzione del Dipartimento di Stato equivale a una benedizione. Dobbiamo sopettare un (osceno) baratto tra i due Paesi? Scritto in cina, gli usa e il mondo Commenti ( 23 ) " (8 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 12Mar 08 L'ultima moda: tutti immobili per tre minuti E' un'organizzazione nata nel 2001 per diletto negli Stati Uniti e ora si sta diffondendo in tutto il mondo. Lo scopo? Divertirsi creando eventi di massa senza senso in luoghi pubblici. Improv Everywhere riesce a coinvolgere centinaia e talvolta migliaia di persone. L'ultima impresa: rimanere immobili per tre minuti in una stazione o in una piazza non appena il "regista" dà il via. L'effetto è surreale, come potete vedere dai video su questo blog. Hanno iniziato a New York, poi il blitz è stato replicato a Londra, infine a Parigi. Arriverà anche in Italia? Probabilmente sì. E in fondo non c'è da stupirsi: per diletto - e solleticando la voglia di protagonismo - è facile mobilitare i giovani, non altrettanto avviene per cause concrete e meritevoli. Un segno dei tempi o, forse, un altro effetto della globalizzazione, che alimenta l'illusione della diversità e dell'originalità, ma in realtà appiattisce le differenze etniche, culturali, di comportamento. Le mode dei giovani ormai sono planetarie: new York, Milano, Parigi, Zurigo, vestono tutti allo stesso modo, vedono gli stessi film, ascoltano la stessa musica, ragionano allo stesso modo. E vivono in città che devono affrontare gli stessi problemi. La globalizzazione può essere divertente come in questo caso, ma sradica l'identità nazionale, familiare, culturale e tende a renderci tutti uguali. YouTube Direkt Scritto in globalizzazione Commenti ( 14 ) " (3 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico Post precedenti Chi sono Sono inviato speciale di politica internazionale. Sposato, ho tre figli. Risiedo a Milano e giro il mondo. 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Ma la destra dov'è? - 1 Emails Putin e la Cina vogliono cacciare gli Usa dall'Asia centrale - 1 Emails Birmania, la forza dello spirito (e della tecnologia) - 1 Emails "Svizzera razzista", così i media impongono il pensiero unico - 1 Emails Ma il Wi-Fi nuoce alla salute? - 1 Emails Ma la Germania si sta italianizzando? - 1 Emails Ultime discussioni CORRADO: Ho visto la puntata di "Anno Zero" di ieri sera. Il Presidente Bertinotti mi è sembrato in... Ambrogio.: Non sono Comunista, ma AnnoZero l'ho sempre visto, tranne questa puntata(ne ho un pò piene le... ionescu: Foa chi le ha dato il dato dei '90% sono extracomunitari'? Se lo è inventato! Ambrogio.: Domanda a Lorenzo: premesso che in casi come l'Iran e tanti altri, vedo bene solo il sorgere di un... remo: Comunisti si nasce e non si diventa, perche'non andate avedre quello che faceva bertinotti durante il... 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Oddio, Carla Bruni fa la morale ai giornalisti (sezione: Estero USA)

( da "Giornale.it, Il" del 28-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Ieri sera ho visto qualche passaggio di Anno Zero, la trasmissione di Santoro. Riuscita, come sempre. Sarà fazioso, ma Santoro riesce a fare giornalismo in tv senza dar voglia di cambiare canale e affrontando temi difficili, come quello dell'attribuzione degli alloggi popolari. Ieri i due ospiti prinicipali erano Bertinotti e la Santanché. Secondo il leader del neopartito la Destra, le case andrebbero date prima agli italiani indigenti e solo in un secondo tempo agli immigrati extracomunitari. E' così assurdo? Secondo me no e molti Stati occidentali applicano senza remore questo principio. Bertinotti invece pensa che andrebbe mantenuto l'attuale criterio per le graduatorie che, non considerando la nazionalità, finisce per agevolare proprio gli immigrati, che infatti sono ai primi posti nelle classifiche. Il leader di Rifondazione è persuaso che le misure proposte dalla Santanché finirebbero per scatenare una guerra tra poveri. Probabilmente la presidenza della Camera e i fasti della Roma istituzionale gli hanno fatto perdere il contatto con la realtà: vada nelle periferie della grandi città. La guerra tra poveri c'è già ed è stata provocata dall'incapacità del governo di arginare l'immigrazione e di imporre delle regole ci convivenza civile. Vada nelle case popolari: il 90% degli inquilini è extracomunitario. E questo è giusto? No e a urlarlo sono proprio gli italiani più poveri, che vedono i propri quartieri invasi da clandestini, che si sentono traditi dallo Stato, che sono oggettivamente penalizzati e invocano giustizia. Le statistiche lo dimostrano: in questo Paese aumenta il numero degli italiani che vivono sotto il minimo vitale. Questa è l'urgenza numero uno e per risolverla bisogna regolamentare l'immigrazione. Altrimenti non si farà che propagare l'odio e l'ingiustizia, tra gli stranieri e gli italiani. E' questo che vuole Bertinotti? Scritto in Italia, immigrazione Commenti ( 8 ) " (1 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 27Mar 08 L'Iran sta tentando il colpo di mano in Iraq? In apparenza sono le solite notizie dall'Iraq: bombe, morte, terrore. Anche ieri c'è stata un'ondata di attentati. In realtà potrebbero segnare l'inizio di una nuova fase di destabilizzazione dalle implicazioni strategiche assai significative. infatti, per la prima volta dopo mesi di relativa tranquillità, l'Iraq piomba nel terrore. La domanda d'obbligo è: perché? La risposta l'ha data il generale Petraeus qualche giorno fa quando aveva accusato gli iraniani di essere dietro questa recrudescenza. Ieri nuove conferme: in prima linea ci sarebbero i miliziani di Moqtada Al Sadr, uno sceicco sciita che è in sintonia con una delle ali più estreme del regime di Teheran. E proprio in Iran si sono appena concluse le elezioni legislative con la vittoria degli integralisti. L'America invece è nel pieno della recessione e di una campagna elettorale che durerà fino a novembre; dunque è oggettivamente debole. L'impressione è che il regime di Ahmadinejahd e, soprattutto, della guida spirituale Ali Khamenei ne stia approfittando per tentare un colpo di mano a Bagdad o per aumentare la propria influenza nella regione; comunque, ha tutto l'interesse a smontare la tesi dell'Amministrazione Bush secondo cui l'Iraq è avviato verso la normalizzazione. Un Iraq in fiamme influenzerebbe la campagna elettorale Usa, agevolando Barack Obama (l'unico candidato ostile al conflitto) e mettendo in imbarazzo John McCain (che la guerra non l'ha mai rinnegata) ovvero il candidato ritenuto più debole e pacifista rispetto a quello più patriottico e interventista. Tra l'altro una nuova ondata farebbe risalire i corsi del petrolio. Attenti all'Iran, non lascia nulla al caso. Guai in vista? Scritto in medio oriente, gli usa e il mondo Commenti ( 8 ) " (3 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 26Mar 08 Milva e quei sette milioni nascosti. per la vecchiaia Era rossa dentro e rossa fuori, orgogliosa di sostenere Bertinotti e Rifondazione comunista e di battersi contro la destra, il capitalismo e ovviamente Berlusconi. Ora sappiamo che qualcosa di rosso non ha: il conto. Milva in Lichtenstein custodiva sette milioni di euro ovviamente non dichiarati. Intervistata da Antonio Lodetti sul Giornale di oggi , la signora ha dichiarato di non essere preoccupata "perché chi mi segue in queste cose mi ha assicurato che è roba vecchia, prescritta". Se è prescritta significa che è frutto di attività comunque non lecite: forse la signora ha evaso il fisco, come un commenda qualunque? Non sta bene per un artista che si batte per la prosperità dei lavoratori. Poi, con aria svagata afferma di non essersi mai occupata di quel conto, ricordando però che "mio marito mi diceva sempre di pensare alla vecchiaia, di accantonare qualcosa magari all'estero, quando lavoravo fuori". Sette milioni di euro per la vecchiaia? Niente male per una comunista. Quasi quasi divento rosso anch'io. Scritto in Italia Commenti ( 30 ) " (4 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 25Mar 08 Crociata contro l'Islam radicale? Il caso Allam inquieta la Cia La conversione di Magdi Allam è diventato un evento mondiale, ne parlano tutti i grandi media e, com'era prevedibile, i commenti nel mondo islamico sono tendenzialmente negativi. Tra le tante reazioni mi ha colpito quella di Stratfor, un centro studi americano molto vicino alla Cia e che pertanto ne riflette le opinioni. Nella sua ultima newsletter avverte: "Se Benedetto XVI deciderà di rendere più aggressiva la sua avversione all'Islam radicale, dando enorme rilevanza mediatica a casi come quello di Allam e dunque enfatizzando le conversioni anziché la coesistenza, il Vaticano diventerà il centro del confronto tra i fondamentalisti islamici e l'Occidente. E questo avrà profonde implicazioni geopolitiche". Da qui alcune domande: davvero il Papa vuole lanciare la sfida agli integralisti o ha semplicemente ribadito il diritto alla libertà religiosa? La Cia sembra credere alla prima ipotesi e non se ne rallegra: Stratfor scrive che il Papa rischia di alienare il rapporto con un miliardo di musulmani, proprio mentre l'America sta cercando di ricostruire i rapporti con il mondo islamico. Washington, insomma, non pare sostenere Benedetto XVI. Il Vaticano sta davvero lanciando una crociata solitaria? E questo è nell'interesse della Chiesa e dell'Occidente? Scritto in gli usa e il mondo, islam Commenti ( 28 ) " (5 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 20Mar 08 Oddio, Carla Bruni fa la morale ai giornalisti Ricordate la signora Carla Bruni prima che convolasse a nozze con il signor Sarkozy? Era una delle regine dell'infotainment e della stampa rosa. Da ex modella dotata di intuito e intelligenza aveva capito come pararametarsi con i media per incrementare la propria personalità. Era lei che faceva filtrare indiscrezioni sui suoi tanti amori, alimentando i pettegolezzi, lei che rilasciava interviste scandalistiche in cui si dichiarava poligama. Sì, ci sapeva fare, quando era una modella o una cantante. Ora che è una first-lady ha cambiato idea, per assumere i panni, improbabili, della vergine mediatica. Ha preso carta e penna e ha mandato un'appassionata lettera a Le Monde per commentare, con toni scandalizzati, la vicenda dell'Sms che Sarko avrebbe inviato all'ex moglie Cécilia; vicenda che peraltro si è chiusa con le scuse del Nouvel Observateur e il ritiro della querela da parte dell'Eliseo. La signora Bruni-Sarkozy si domanda: "Se i grandi giornali cessano di fare la selezione fra i pettegolezzi e i fatti, chi lo farà? Se, come la peggiore delle pubblicazioni trash, Le Nouvel Observateur, tradendo la sua vocazione ed anche il suo nome, non osserva più, ma inventa ciò che racconta, quale protezione ci resta contro l' isteria dell' epoca?". Poi chiude citando un passo di Beaumarchais, drammaturgo del '700, che parla dell' effetto devastante della calunnia, chiedendosi chi diavolo può resistere alla calunnia?'. La Bruni risponde: "I giornalisti, quelli veri". Sottoscrivo, ma a patto che tutti rispettino il copione, mentre da qualche tempo i personaggi del jet-set sembrano presi da schizofrenia: attori, calciatori, soubrette, modelle, fotografi, ereditieri alimentano per anni il giornalismo spazzatura, poi quando finiscono nei guai o cambiano ruolo, reclamano improvisamente l'etica, la moralità, indignandosi per le incursioni nelle sfere del privato e il cinismo della stampa. Vedi Fabrizio Corona o Paris Hilton o Luciano Moggi o i tanti eroi di un sistema che, sovente, premia il nulla ben confenzionato anziché il merito. Certo il caso della signora Bruni è particolare; direi unico; è saltata direttamente dal rotocalco all'Eliseo. Posso capire l' ansia di rifarsi una reputazione, ma, per cortesia, ci risparmi questi predicozzi, dietro a cui peraltro non è difficile scorgere la mano di uno spin doctor presidenziale. Ben venga la critica alla stampa, ma da censori credibili e possibilmente disinteressati. PS Ecco una splendida immagine di Carla Bruni scattata pochi mesi fa. Allora non mostrava turbamento per l'invadenza dei media. Scritto in francia, giornalismo Commenti ( 22 ) " (4 voti, il voto medio è: 4.75 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 19Mar 08 Quei manager fanno disastri. Ma vengono premiati I manager delle principali banche mondiali hanno creato una bomba speculativa - quella dei muti subprime - che ora è esplosa drammaticamente. Stiamo pagando tutti un prezzo altissimo; tutti tranne loro. Nonostante da anni si parli della necessità di porre fine ai privilegi dei supermanager, nulla è stato fatto e in queste ore si sta creando una situazione paradossale. Gli alti dirigenti che hanno alimentato la speculazione sui subprime non pagano alcuno scotto personale. Anzi, quando vengono licenziati guadagnano. Oggi il Sole 24 Ore ha accesso i fari su Ubs, il colosso elvetico che è in grandi difficoltà, al pari di Citigroup, Morgan Stanley, Lehman Brothers, Goldman Sachs; cioè gli istituti che fino a poche settimane fa davano lezioni al mondo. Il numero uno di Ubs Marcel Ospel, sebbene molto contestato, è ancora in sella, mentre tre top manager sono stati licenziati. Peccato che se ne siano usciti con paracadute milionari: circa venti milioni di franchi svizzeri a testa. Hanno messo a repentaglio la solidità e la reputazione della prima banca svizzera e contribuito a scatenare la più grave crisi finanziaria degli ultimi 80 anni; ma se ne vanno più ricchi di prima. La beffa è doppia. Uno dei principi sacri del capitalismo è quello della responsabilità individuale: se sbagli paghi. La casta dei supermanager lo ha invece sovvertito: quando sbagliano loro sono gli altri a pagare. Ed è ora di dire basta a quella che ha tutta l'aria di essere una truffa legalizzata. Ribellarsi talvolta è un obbligo. Scritto in globalizzazione Commenti ( 14 ) " (4 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 17Mar 08 Dietro la vicenda Alitalia la mano della lobby europea Come ha spiegato Paolo Stefanato sul Giornale di oggi Alitalia anziché essere svenduta sarà praticamente regalata ad Air France. E a rimetterci non sarà solo Malpensa. Molti si stanno pentendo, non però i ministri dell'attuale governo. E non è difficile capire perché. Se si analizza con distacco la vicenda ci si accorge come Bruxelles dietro le quinte abbia spinto per questa soluzione. Innanzitutto, considerazioni strategiche: è stata Bruxelles a volere che Air France diventasse la compagnia di riferimento europea. E dunque in questa logica era auspicabile che Alitalia finisse nelle mani di Air France-Klm e di conseguenza che l'hub di Parigi assumesse ancor più importanza con il declassamento di Malpensa. E chi ha condotto nel governo la trattativa per la cessione? Il ministro del Tesoro Tommaso Padoa Schioppa, ex membro della Banca centrale europea, con la vigile protezione di Romano Prodi, ex presidente della Commissione europea ovvero due leader politici che, assieme a Giuliano Amato ed Emma Bonino, sono da sempre estremamente sensibili agli interessi comunitari. Oggi la Commissione europea ha pronunciato un secco no alla concessione di nuovi aiuti di Stato. Il portavoce del commissario ai trasporti Jacques Barrot (un francese) ha ricordato che Alitalia ha già beneficiato in passato di aiuti di Stato e quindi, in base al principio "una volta, ultima volta" non potrà più ricevere questo genere di sostegno. Il tempismo è perfetto: mentre l'Italia scopre con sconcerto l'inganno ed è tentata dal dire di no, la Commissione europea la mette con le spalle al muro: o dice sì all'offerta o Alitalia dovrà fallire. Prodi e Padoa Schioppa naturalmente non manifestano rimorsi, né dubbi. Anzi, il premier uscente intima alla Sea di ritirare la richiesta di indennizzo danni rivolta ad Alitalia, come desiderato da Air France. Risponde presente, una volta di più. Un'operazione magistrale, complimenti alla lobby europea. Scritto in Italia Commenti ( 42 ) " (6 voti, il voto medio è: 4.83 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 15Mar 08 Boicottare le Olimpiadi crea confusione? Secondo il nostro ministro degli Esteri Massimo D'Alema disertare le Olimpiadi per mandare un messaggio alla Cina sul Tibet potrebbe "dividerci e far confusione". Io capisco l'imbarazzo della diplomazia in questi frangenti, ma perchè un boicottaggio dovrebbe "far confusione"? O si è favorevoli per ragioni umanitarie o si è contrari per ragioni di opportunità politica ed economica. Qual è la posizione dell'Italia? La confusione mi sembra la stia creando D'Alema, forse travolto dal vociare di queste ore. Improvvisamente tutti si occupano di Tibet: molti eponenti del Pdl e della Sinistra arcobaleno invocano il boicottaggio, il Pd medita, Cossiga è contrario e ancora una volta provoca: "Vorrei comprendere il motivo per il quale tutti protestano per le misure forti con le quali i governi di Pechino e di Nuova Delhi cercano di ristabilire l'ordine nei propri territori, mentre quasi tutti tacciono sulla repressione giudiziario-poliziesca del Governo di Madrid nei Paesi Baschi". In queste ore il mio cuore è con il Dalai Lama e con il popolo tibetano, ma ho l'impressione che, anche volendo, l'Occidente non possa permettersi il boicottaggio e che si sia rassegnato a convivere con questa Cina, capitalista e dittatoriale. E allora, a dispetto dell'emozione, ho l'impressione che finirà come in Birmania. Un bagno di sangue, qualche settimana per dimenticare e amici come prima. AGGIORNAMENTO IMPORTANTE: il Dalai Lama dice no al boicottaggio dei Giochi Olimpici, in quanto punirebbe ingiustamente il popolo cinese, mentre solo il governo di Pechino è responsabile di quello che ha definito un "genocidio culturale". E a questo punto cosa si deve fare: insistere comunque per il boicottaggio o seguire l'invito del Dalai Lama? Scritto in cina Commenti ( 54 ) " (4 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 13Mar 08 Un (osceno) baratto tra Stati Uniti e Cina? Chi segue i mercati finanziari sa che i rapporti tra Stati Uniti e Cina sono vincolati da un interesse reciproco: l'America è il principale sbocco della produzione industriale cinese, in cambio Pechino finanzia il deficit statunitense comprando a man bassa titoli di Stato. Ma la crisi finanziaria sembra aver rotto l'equilibrio e non certo a favore di Washington. In queste ore gli Usa appaiono molto vulnerabili: politicamente perché sono in piena campagna per le presidenziali, economicamente perché sono in recessione e con il sistema finanziario sotto sopra, militarmente perché l'esercito appare demotivato e diviso (vedi le dimissioni dell'ammiraglio William Fallon, 63 anni, comandante delle forze Usa in Medio Oriente). Qualcuno si chiede se siano ancora una superpotenza, certo sono in crisi come raramente è capitato nella storia recente. E in questo contesto lascia allibiti la notizia che il Dipartimento di Stato ha tolto la Cina dalla lista nera dei Paesi che violano i diritti umani. 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Il governo americano ha più che mai bisogno dei fondi cinesi (anche di quelli sovrani) per tamponare lo scandalo subprime, mentre Pechino nell'anno delle Olimpiadi ha urgenza di migliorare la propria immagine internazionale. Quella strana assoluzione del Dipartimento di Stato equivale a una benedizione. Dobbiamo sopettare un (osceno) baratto tra i due Paesi? Scritto in cina, gli usa e il mondo Commenti ( 23 ) " (8 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 12Mar 08 L'ultima moda: tutti immobili per tre minuti E' un'organizzazione nata nel 2001 per diletto negli Stati Uniti e ora si sta diffondendo in tutto il mondo. Lo scopo? Divertirsi creando eventi di massa senza senso in luoghi pubblici. Improv Everywhere riesce a coinvolgere centinaia e talvolta migliaia di persone. 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Milva e quei sette milioni nascosti per la vecchiaia (sezione: Estero USA)

( da "Giornale.it, Il" del 28-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Ieri sera ho visto qualche passaggio di Anno Zero, la trasmissione di Santoro. Riuscita, come sempre. Sarà fazioso, ma Santoro riesce a fare giornalismo in tv senza dar voglia di cambiare canale e affrontando temi difficili, come quello dell'attribuzione degli alloggi popolari. Ieri i due ospiti prinicipali erano Bertinotti e la Santanché. Secondo il leader del neopartito la Destra, le case andrebbero date prima agli italiani indigenti e solo in un secondo tempo agli immigrati extracomunitari. E' così assurdo? Secondo me no e molti Stati occidentali applicano senza remore questo principio. Bertinotti invece pensa che andrebbe mantenuto l'attuale criterio per le graduatorie che, non considerando la nazionalità, finisce per agevolare proprio gli immigrati, che infatti sono ai primi posti nelle classifiche. Il leader di Rifondazione è persuaso che le misure proposte dalla Santanché finirebbero per scatenare una guerra tra poveri. Probabilmente la presidenza della Camera e i fasti della Roma istituzionale gli hanno fatto perdere il contatto con la realtà: vada nelle periferie della grandi città. La guerra tra poveri c'è già ed è stata provocata dall'incapacità del governo di arginare l'immigrazione e di imporre delle regole ci convivenza civile. Vada nelle case popolari: il 90% degli inquilini è extracomunitario. E questo è giusto? No e a urlarlo sono proprio gli italiani più poveri, che vedono i propri quartieri invasi da clandestini, che si sentono traditi dallo Stato, che sono oggettivamente penalizzati e invocano giustizia. Le statistiche lo dimostrano: in questo Paese aumenta il numero degli italiani che vivono sotto il minimo vitale. Questa è l'urgenza numero uno e per risolverla bisogna regolamentare l'immigrazione. Altrimenti non si farà che propagare l'odio e l'ingiustizia, tra gli stranieri e gli italiani. E' questo che vuole Bertinotti? Scritto in Italia, immigrazione Commenti ( 8 ) " (1 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 27Mar 08 L'Iran sta tentando il colpo di mano in Iraq? In apparenza sono le solite notizie dall'Iraq: bombe, morte, terrore. Anche ieri c'è stata un'ondata di attentati. In realtà potrebbero segnare l'inizio di una nuova fase di destabilizzazione dalle implicazioni strategiche assai significative. infatti, per la prima volta dopo mesi di relativa tranquillità, l'Iraq piomba nel terrore. La domanda d'obbligo è: perché? La risposta l'ha data il generale Petraeus qualche giorno fa quando aveva accusato gli iraniani di essere dietro questa recrudescenza. Ieri nuove conferme: in prima linea ci sarebbero i miliziani di Moqtada Al Sadr, uno sceicco sciita che è in sintonia con una delle ali più estreme del regime di Teheran. E proprio in Iran si sono appena concluse le elezioni legislative con la vittoria degli integralisti. L'America invece è nel pieno della recessione e di una campagna elettorale che durerà fino a novembre; dunque è oggettivamente debole. L'impressione è che il regime di Ahmadinejahd e, soprattutto, della guida spirituale Ali Khamenei ne stia approfittando per tentare un colpo di mano a Bagdad o per aumentare la propria influenza nella regione; comunque, ha tutto l'interesse a smontare la tesi dell'Amministrazione Bush secondo cui l'Iraq è avviato verso la normalizzazione. Un Iraq in fiamme influenzerebbe la campagna elettorale Usa, agevolando Barack Obama (l'unico candidato ostile al conflitto) e mettendo in imbarazzo John McCain (che la guerra non l'ha mai rinnegata) ovvero il candidato ritenuto più debole e pacifista rispetto a quello più patriottico e interventista. Tra l'altro una nuova ondata farebbe risalire i corsi del petrolio. Attenti all'Iran, non lascia nulla al caso. Guai in vista? Scritto in medio oriente, gli usa e il mondo Commenti ( 8 ) " (3 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 26Mar 08 Milva e quei sette milioni nascosti. per la vecchiaia Era rossa dentro e rossa fuori, orgogliosa di sostenere Bertinotti e Rifondazione comunista e di battersi contro la destra, il capitalismo e ovviamente Berlusconi. Ora sappiamo che qualcosa di rosso non ha: il conto. Milva in Lichtenstein custodiva sette milioni di euro ovviamente non dichiarati. Intervistata da Antonio Lodetti sul Giornale di oggi , la signora ha dichiarato di non essere preoccupata "perché chi mi segue in queste cose mi ha assicurato che è roba vecchia, prescritta". Se è prescritta significa che è frutto di attività comunque non lecite: forse la signora ha evaso il fisco, come un commenda qualunque? Non sta bene per un artista che si batte per la prosperità dei lavoratori. Poi, con aria svagata afferma di non essersi mai occupata di quel conto, ricordando però che "mio marito mi diceva sempre di pensare alla vecchiaia, di accantonare qualcosa magari all'estero, quando lavoravo fuori". Sette milioni di euro per la vecchiaia? Niente male per una comunista. Quasi quasi divento rosso anch'io. Scritto in Italia Commenti ( 30 ) " (4 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 25Mar 08 Crociata contro l'Islam radicale? Il caso Allam inquieta la Cia La conversione di Magdi Allam è diventato un evento mondiale, ne parlano tutti i grandi media e, com'era prevedibile, i commenti nel mondo islamico sono tendenzialmente negativi. Tra le tante reazioni mi ha colpito quella di Stratfor, un centro studi americano molto vicino alla Cia e che pertanto ne riflette le opinioni. Nella sua ultima newsletter avverte: "Se Benedetto XVI deciderà di rendere più aggressiva la sua avversione all'Islam radicale, dando enorme rilevanza mediatica a casi come quello di Allam e dunque enfatizzando le conversioni anziché la coesistenza, il Vaticano diventerà il centro del confronto tra i fondamentalisti islamici e l'Occidente. E questo avrà profonde implicazioni geopolitiche". Da qui alcune domande: davvero il Papa vuole lanciare la sfida agli integralisti o ha semplicemente ribadito il diritto alla libertà religiosa? La Cia sembra credere alla prima ipotesi e non se ne rallegra: Stratfor scrive che il Papa rischia di alienare il rapporto con un miliardo di musulmani, proprio mentre l'America sta cercando di ricostruire i rapporti con il mondo islamico. Washington, insomma, non pare sostenere Benedetto XVI. Il Vaticano sta davvero lanciando una crociata solitaria? E questo è nell'interesse della Chiesa e dell'Occidente? Scritto in gli usa e il mondo, islam Commenti ( 28 ) " (5 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 20Mar 08 Oddio, Carla Bruni fa la morale ai giornalisti Ricordate la signora Carla Bruni prima che convolasse a nozze con il signor Sarkozy? Era una delle regine dell'infotainment e della stampa rosa. Da ex modella dotata di intuito e intelligenza aveva capito come pararametarsi con i media per incrementare la propria personalità. Era lei che faceva filtrare indiscrezioni sui suoi tanti amori, alimentando i pettegolezzi, lei che rilasciava interviste scandalistiche in cui si dichiarava poligama. Sì, ci sapeva fare, quando era una modella o una cantante. Ora che è una first-lady ha cambiato idea, per assumere i panni, improbabili, della vergine mediatica. Ha preso carta e penna e ha mandato un'appassionata lettera a Le Monde per commentare, con toni scandalizzati, la vicenda dell'Sms che Sarko avrebbe inviato all'ex moglie Cécilia; vicenda che peraltro si è chiusa con le scuse del Nouvel Observateur e il ritiro della querela da parte dell'Eliseo. La signora Bruni-Sarkozy si domanda: "Se i grandi giornali cessano di fare la selezione fra i pettegolezzi e i fatti, chi lo farà? Se, come la peggiore delle pubblicazioni trash, Le Nouvel Observateur, tradendo la sua vocazione ed anche il suo nome, non osserva più, ma inventa ciò che racconta, quale protezione ci resta contro l' isteria dell' epoca?". Poi chiude citando un passo di Beaumarchais, drammaturgo del '700, che parla dell' effetto devastante della calunnia, chiedendosi chi diavolo può resistere alla calunnia?'. La Bruni risponde: "I giornalisti, quelli veri". Sottoscrivo, ma a patto che tutti rispettino il copione, mentre da qualche tempo i personaggi del jet-set sembrano presi da schizofrenia: attori, calciatori, soubrette, modelle, fotografi, ereditieri alimentano per anni il giornalismo spazzatura, poi quando finiscono nei guai o cambiano ruolo, reclamano improvisamente l'etica, la moralità, indignandosi per le incursioni nelle sfere del privato e il cinismo della stampa. Vedi Fabrizio Corona o Paris Hilton o Luciano Moggi o i tanti eroi di un sistema che, sovente, premia il nulla ben confenzionato anziché il merito. Certo il caso della signora Bruni è particolare; direi unico; è saltata direttamente dal rotocalco all'Eliseo. Posso capire l' ansia di rifarsi una reputazione, ma, per cortesia, ci risparmi questi predicozzi, dietro a cui peraltro non è difficile scorgere la mano di uno spin doctor presidenziale. Ben venga la critica alla stampa, ma da censori credibili e possibilmente disinteressati. PS Ecco una splendida immagine di Carla Bruni scattata pochi mesi fa. Allora non mostrava turbamento per l'invadenza dei media. Scritto in francia, giornalismo Commenti ( 22 ) " (4 voti, il voto medio è: 4.75 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 19Mar 08 Quei manager fanno disastri. Ma vengono premiati I manager delle principali banche mondiali hanno creato una bomba speculativa - quella dei muti subprime - che ora è esplosa drammaticamente. Stiamo pagando tutti un prezzo altissimo; tutti tranne loro. Nonostante da anni si parli della necessità di porre fine ai privilegi dei supermanager, nulla è stato fatto e in queste ore si sta creando una situazione paradossale. Gli alti dirigenti che hanno alimentato la speculazione sui subprime non pagano alcuno scotto personale. Anzi, quando vengono licenziati guadagnano. Oggi il Sole 24 Ore ha accesso i fari su Ubs, il colosso elvetico che è in grandi difficoltà, al pari di Citigroup, Morgan Stanley, Lehman Brothers, Goldman Sachs; cioè gli istituti che fino a poche settimane fa davano lezioni al mondo. Il numero uno di Ubs Marcel Ospel, sebbene molto contestato, è ancora in sella, mentre tre top manager sono stati licenziati. Peccato che se ne siano usciti con paracadute milionari: circa venti milioni di franchi svizzeri a testa. Hanno messo a repentaglio la solidità e la reputazione della prima banca svizzera e contribuito a scatenare la più grave crisi finanziaria degli ultimi 80 anni; ma se ne vanno più ricchi di prima. La beffa è doppia. Uno dei principi sacri del capitalismo è quello della responsabilità individuale: se sbagli paghi. La casta dei supermanager lo ha invece sovvertito: quando sbagliano loro sono gli altri a pagare. Ed è ora di dire basta a quella che ha tutta l'aria di essere una truffa legalizzata. Ribellarsi talvolta è un obbligo. Scritto in globalizzazione Commenti ( 14 ) " (4 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 17Mar 08 Dietro la vicenda Alitalia la mano della lobby europea Come ha spiegato Paolo Stefanato sul Giornale di oggi Alitalia anziché essere svenduta sarà praticamente regalata ad Air France. E a rimetterci non sarà solo Malpensa. Molti si stanno pentendo, non però i ministri dell'attuale governo. E non è difficile capire perché. Se si analizza con distacco la vicenda ci si accorge come Bruxelles dietro le quinte abbia spinto per questa soluzione. Innanzitutto, considerazioni strategiche: è stata Bruxelles a volere che Air France diventasse la compagnia di riferimento europea. E dunque in questa logica era auspicabile che Alitalia finisse nelle mani di Air France-Klm e di conseguenza che l'hub di Parigi assumesse ancor più importanza con il declassamento di Malpensa. E chi ha condotto nel governo la trattativa per la cessione? Il ministro del Tesoro Tommaso Padoa Schioppa, ex membro della Banca centrale europea, con la vigile protezione di Romano Prodi, ex presidente della Commissione europea ovvero due leader politici che, assieme a Giuliano Amato ed Emma Bonino, sono da sempre estremamente sensibili agli interessi comunitari. Oggi la Commissione europea ha pronunciato un secco no alla concessione di nuovi aiuti di Stato. Il portavoce del commissario ai trasporti Jacques Barrot (un francese) ha ricordato che Alitalia ha già beneficiato in passato di aiuti di Stato e quindi, in base al principio "una volta, ultima volta" non potrà più ricevere questo genere di sostegno. Il tempismo è perfetto: mentre l'Italia scopre con sconcerto l'inganno ed è tentata dal dire di no, la Commissione europea la mette con le spalle al muro: o dice sì all'offerta o Alitalia dovrà fallire. Prodi e Padoa Schioppa naturalmente non manifestano rimorsi, né dubbi. Anzi, il premier uscente intima alla Sea di ritirare la richiesta di indennizzo danni rivolta ad Alitalia, come desiderato da Air France. Risponde presente, una volta di più. Un'operazione magistrale, complimenti alla lobby europea. Scritto in Italia Commenti ( 42 ) " (6 voti, il voto medio è: 4.83 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 15Mar 08 Boicottare le Olimpiadi crea confusione? Secondo il nostro ministro degli Esteri Massimo D'Alema disertare le Olimpiadi per mandare un messaggio alla Cina sul Tibet potrebbe "dividerci e far confusione". Io capisco l'imbarazzo della diplomazia in questi frangenti, ma perchè un boicottaggio dovrebbe "far confusione"? O si è favorevoli per ragioni umanitarie o si è contrari per ragioni di opportunità politica ed economica. Qual è la posizione dell'Italia? La confusione mi sembra la stia creando D'Alema, forse travolto dal vociare di queste ore. Improvvisamente tutti si occupano di Tibet: molti eponenti del Pdl e della Sinistra arcobaleno invocano il boicottaggio, il Pd medita, Cossiga è contrario e ancora una volta provoca: "Vorrei comprendere il motivo per il quale tutti protestano per le misure forti con le quali i governi di Pechino e di Nuova Delhi cercano di ristabilire l'ordine nei propri territori, mentre quasi tutti tacciono sulla repressione giudiziario-poliziesca del Governo di Madrid nei Paesi Baschi". In queste ore il mio cuore è con il Dalai Lama e con il popolo tibetano, ma ho l'impressione che, anche volendo, l'Occidente non possa permettersi il boicottaggio e che si sia rassegnato a convivere con questa Cina, capitalista e dittatoriale. E allora, a dispetto dell'emozione, ho l'impressione che finirà come in Birmania. Un bagno di sangue, qualche settimana per dimenticare e amici come prima. AGGIORNAMENTO IMPORTANTE: il Dalai Lama dice no al boicottaggio dei Giochi Olimpici, in quanto punirebbe ingiustamente il popolo cinese, mentre solo il governo di Pechino è responsabile di quello che ha definito un "genocidio culturale". E a questo punto cosa si deve fare: insistere comunque per il boicottaggio o seguire l'invito del Dalai Lama? Scritto in cina Commenti ( 54 ) " (4 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 13Mar 08 Un (osceno) baratto tra Stati Uniti e Cina? Chi segue i mercati finanziari sa che i rapporti tra Stati Uniti e Cina sono vincolati da un interesse reciproco: l'America è il principale sbocco della produzione industriale cinese, in cambio Pechino finanzia il deficit statunitense comprando a man bassa titoli di Stato. Ma la crisi finanziaria sembra aver rotto l'equilibrio e non certo a favore di Washington. In queste ore gli Usa appaiono molto vulnerabili: politicamente perché sono in piena campagna per le presidenziali, economicamente perché sono in recessione e con il sistema finanziario sotto sopra, militarmente perché l'esercito appare demotivato e diviso (vedi le dimissioni dell'ammiraglio William Fallon, 63 anni, comandante delle forze Usa in Medio Oriente). Qualcuno si chiede se siano ancora una superpotenza, certo sono in crisi come raramente è capitato nella storia recente. E in questo contesto lascia allibiti la notizia che il Dipartimento di Stato ha tolto la Cina dalla lista nera dei Paesi che violano i diritti umani. Ma come? Qualche mese fa Bush conferiva la massima onoreficenza al Dalai Lama e proprio nel momento in cui il leader spiriturale tibetano denuncia la brutale repressione dei cinesi in Tibet, l'America assolve Pechino? Basta leggere il rapporto per rendersi conto dell'assurdità della decisione. Nel testo infatti si riconosce che: "La Cina soffoca qualunque tipo di libertà di espressione, nega ai suoi cittadini i più elementari diritti umani, censura internet, arresta i blogger, sorveglia i giornalisti stranieri, se è il caso li intimidisce". Inoltre "stritola la libertà religiosa nel Tibet buddista e nello Xinjiang musulmano, spedisce chi protesta ai lavori forzati, tortura i prigionieri con i peggiori strumenti partoriti dalla crudeltà umana, strappa confessioni per delitti mai commessi, li condanna preferibilmente senza processo". Ciò nonostante non è più nell'elenco dei cattivi. Perché? Il governo americano ha più che mai bisogno dei fondi cinesi (anche di quelli sovrani) per tamponare lo scandalo subprime, mentre Pechino nell'anno delle Olimpiadi ha urgenza di migliorare la propria immagine internazionale. Quella strana assoluzione del Dipartimento di Stato equivale a una benedizione. Dobbiamo sopettare un (osceno) baratto tra i due Paesi? Scritto in cina, gli usa e il mondo Commenti ( 23 ) " (8 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 12Mar 08 L'ultima moda: tutti immobili per tre minuti E' un'organizzazione nata nel 2001 per diletto negli Stati Uniti e ora si sta diffondendo in tutto il mondo. Lo scopo? Divertirsi creando eventi di massa senza senso in luoghi pubblici. Improv Everywhere riesce a coinvolgere centinaia e talvolta migliaia di persone. L'ultima impresa: rimanere immobili per tre minuti in una stazione o in una piazza non appena il "regista" dà il via. L'effetto è surreale, come potete vedere dai video su questo blog. Hanno iniziato a New York, poi il blitz è stato replicato a Londra, infine a Parigi. Arriverà anche in Italia? Probabilmente sì. E in fondo non c'è da stupirsi: per diletto - e solleticando la voglia di protagonismo - è facile mobilitare i giovani, non altrettanto avviene per cause concrete e meritevoli. Un segno dei tempi o, forse, un altro effetto della globalizzazione, che alimenta l'illusione della diversità e dell'originalità, ma in realtà appiattisce le differenze etniche, culturali, di comportamento. Le mode dei giovani ormai sono planetarie: new York, Milano, Parigi, Zurigo, vestono tutti allo stesso modo, vedono gli stessi film, ascoltano la stessa musica, ragionano allo stesso modo. E vivono in città che devono affrontare gli stessi problemi. La globalizzazione può essere divertente come in questo caso, ma sradica l'identità nazionale, familiare, culturale e tende a renderci tutti uguali. YouTube Direkt Scritto in globalizzazione Commenti ( 14 ) " (3 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico Post precedenti Chi sono Sono inviato speciale di politica internazionale. Sposato, ho tre figli. Risiedo a Milano e giro il mondo. 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Crociata contro l'Islam radicale? Il caso Allam inquieta la Cia (sezione: Estero USA)

( da "Giornale.it, Il" del 28-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Ieri sera ho visto qualche passaggio di Anno Zero, la trasmissione di Santoro. Riuscita, come sempre. Sarà fazioso, ma Santoro riesce a fare giornalismo in tv senza dar voglia di cambiare canale e affrontando temi difficili, come quello dell'attribuzione degli alloggi popolari. Ieri i due ospiti prinicipali erano Bertinotti e la Santanché. Secondo il leader del neopartito la Destra, le case andrebbero date prima agli italiani indigenti e solo in un secondo tempo agli immigrati extracomunitari. E' così assurdo? Secondo me no e molti Stati occidentali applicano senza remore questo principio. Bertinotti invece pensa che andrebbe mantenuto l'attuale criterio per le graduatorie che, non considerando la nazionalità, finisce per agevolare proprio gli immigrati, che infatti sono ai primi posti nelle classifiche. Il leader di Rifondazione è persuaso che le misure proposte dalla Santanché finirebbero per scatenare una guerra tra poveri. Probabilmente la presidenza della Camera e i fasti della Roma istituzionale gli hanno fatto perdere il contatto con la realtà: vada nelle periferie della grandi città. La guerra tra poveri c'è già ed è stata provocata dall'incapacità del governo di arginare l'immigrazione e di imporre delle regole ci convivenza civile. Vada nelle case popolari: il 90% degli inquilini è extracomunitario. E questo è giusto? No e a urlarlo sono proprio gli italiani più poveri, che vedono i propri quartieri invasi da clandestini, che si sentono traditi dallo Stato, che sono oggettivamente penalizzati e invocano giustizia. Le statistiche lo dimostrano: in questo Paese aumenta il numero degli italiani che vivono sotto il minimo vitale. Questa è l'urgenza numero uno e per risolverla bisogna regolamentare l'immigrazione. Altrimenti non si farà che propagare l'odio e l'ingiustizia, tra gli stranieri e gli italiani. E' questo che vuole Bertinotti? Scritto in Italia, immigrazione Commenti ( 8 ) " (1 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 27Mar 08 L'Iran sta tentando il colpo di mano in Iraq? In apparenza sono le solite notizie dall'Iraq: bombe, morte, terrore. Anche ieri c'è stata un'ondata di attentati. In realtà potrebbero segnare l'inizio di una nuova fase di destabilizzazione dalle implicazioni strategiche assai significative. infatti, per la prima volta dopo mesi di relativa tranquillità, l'Iraq piomba nel terrore. La domanda d'obbligo è: perché? La risposta l'ha data il generale Petraeus qualche giorno fa quando aveva accusato gli iraniani di essere dietro questa recrudescenza. Ieri nuove conferme: in prima linea ci sarebbero i miliziani di Moqtada Al Sadr, uno sceicco sciita che è in sintonia con una delle ali più estreme del regime di Teheran. E proprio in Iran si sono appena concluse le elezioni legislative con la vittoria degli integralisti. L'America invece è nel pieno della recessione e di una campagna elettorale che durerà fino a novembre; dunque è oggettivamente debole. L'impressione è che il regime di Ahmadinejahd e, soprattutto, della guida spirituale Ali Khamenei ne stia approfittando per tentare un colpo di mano a Bagdad o per aumentare la propria influenza nella regione; comunque, ha tutto l'interesse a smontare la tesi dell'Amministrazione Bush secondo cui l'Iraq è avviato verso la normalizzazione. Un Iraq in fiamme influenzerebbe la campagna elettorale Usa, agevolando Barack Obama (l'unico candidato ostile al conflitto) e mettendo in imbarazzo John McCain (che la guerra non l'ha mai rinnegata) ovvero il candidato ritenuto più debole e pacifista rispetto a quello più patriottico e interventista. Tra l'altro una nuova ondata farebbe risalire i corsi del petrolio. Attenti all'Iran, non lascia nulla al caso. Guai in vista? Scritto in medio oriente, gli usa e il mondo Commenti ( 8 ) " (3 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 26Mar 08 Milva e quei sette milioni nascosti. per la vecchiaia Era rossa dentro e rossa fuori, orgogliosa di sostenere Bertinotti e Rifondazione comunista e di battersi contro la destra, il capitalismo e ovviamente Berlusconi. Ora sappiamo che qualcosa di rosso non ha: il conto. Milva in Lichtenstein custodiva sette milioni di euro ovviamente non dichiarati. Intervistata da Antonio Lodetti sul Giornale di oggi , la signora ha dichiarato di non essere preoccupata "perché chi mi segue in queste cose mi ha assicurato che è roba vecchia, prescritta". Se è prescritta significa che è frutto di attività comunque non lecite: forse la signora ha evaso il fisco, come un commenda qualunque? Non sta bene per un artista che si batte per la prosperità dei lavoratori. Poi, con aria svagata afferma di non essersi mai occupata di quel conto, ricordando però che "mio marito mi diceva sempre di pensare alla vecchiaia, di accantonare qualcosa magari all'estero, quando lavoravo fuori". Sette milioni di euro per la vecchiaia? Niente male per una comunista. Quasi quasi divento rosso anch'io. Scritto in Italia Commenti ( 30 ) " (4 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 25Mar 08 Crociata contro l'Islam radicale? Il caso Allam inquieta la Cia La conversione di Magdi Allam è diventato un evento mondiale, ne parlano tutti i grandi media e, com'era prevedibile, i commenti nel mondo islamico sono tendenzialmente negativi. Tra le tante reazioni mi ha colpito quella di Stratfor, un centro studi americano molto vicino alla Cia e che pertanto ne riflette le opinioni. Nella sua ultima newsletter avverte: "Se Benedetto XVI deciderà di rendere più aggressiva la sua avversione all'Islam radicale, dando enorme rilevanza mediatica a casi come quello di Allam e dunque enfatizzando le conversioni anziché la coesistenza, il Vaticano diventerà il centro del confronto tra i fondamentalisti islamici e l'Occidente. E questo avrà profonde implicazioni geopolitiche". Da qui alcune domande: davvero il Papa vuole lanciare la sfida agli integralisti o ha semplicemente ribadito il diritto alla libertà religiosa? La Cia sembra credere alla prima ipotesi e non se ne rallegra: Stratfor scrive che il Papa rischia di alienare il rapporto con un miliardo di musulmani, proprio mentre l'America sta cercando di ricostruire i rapporti con il mondo islamico. Washington, insomma, non pare sostenere Benedetto XVI. Il Vaticano sta davvero lanciando una crociata solitaria? E questo è nell'interesse della Chiesa e dell'Occidente? Scritto in gli usa e il mondo, islam Commenti ( 28 ) " (5 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 20Mar 08 Oddio, Carla Bruni fa la morale ai giornalisti Ricordate la signora Carla Bruni prima che convolasse a nozze con il signor Sarkozy? Era una delle regine dell'infotainment e della stampa rosa. Da ex modella dotata di intuito e intelligenza aveva capito come pararametarsi con i media per incrementare la propria personalità. Era lei che faceva filtrare indiscrezioni sui suoi tanti amori, alimentando i pettegolezzi, lei che rilasciava interviste scandalistiche in cui si dichiarava poligama. Sì, ci sapeva fare, quando era una modella o una cantante. Ora che è una first-lady ha cambiato idea, per assumere i panni, improbabili, della vergine mediatica. Ha preso carta e penna e ha mandato un'appassionata lettera a Le Monde per commentare, con toni scandalizzati, la vicenda dell'Sms che Sarko avrebbe inviato all'ex moglie Cécilia; vicenda che peraltro si è chiusa con le scuse del Nouvel Observateur e il ritiro della querela da parte dell'Eliseo. La signora Bruni-Sarkozy si domanda: "Se i grandi giornali cessano di fare la selezione fra i pettegolezzi e i fatti, chi lo farà? Se, come la peggiore delle pubblicazioni trash, Le Nouvel Observateur, tradendo la sua vocazione ed anche il suo nome, non osserva più, ma inventa ciò che racconta, quale protezione ci resta contro l' isteria dell' epoca?". Poi chiude citando un passo di Beaumarchais, drammaturgo del '700, che parla dell' effetto devastante della calunnia, chiedendosi chi diavolo può resistere alla calunnia?'. La Bruni risponde: "I giornalisti, quelli veri". Sottoscrivo, ma a patto che tutti rispettino il copione, mentre da qualche tempo i personaggi del jet-set sembrano presi da schizofrenia: attori, calciatori, soubrette, modelle, fotografi, ereditieri alimentano per anni il giornalismo spazzatura, poi quando finiscono nei guai o cambiano ruolo, reclamano improvisamente l'etica, la moralità, indignandosi per le incursioni nelle sfere del privato e il cinismo della stampa. Vedi Fabrizio Corona o Paris Hilton o Luciano Moggi o i tanti eroi di un sistema che, sovente, premia il nulla ben confenzionato anziché il merito. Certo il caso della signora Bruni è particolare; direi unico; è saltata direttamente dal rotocalco all'Eliseo. Posso capire l' ansia di rifarsi una reputazione, ma, per cortesia, ci risparmi questi predicozzi, dietro a cui peraltro non è difficile scorgere la mano di uno spin doctor presidenziale. Ben venga la critica alla stampa, ma da censori credibili e possibilmente disinteressati. PS Ecco una splendida immagine di Carla Bruni scattata pochi mesi fa. Allora non mostrava turbamento per l'invadenza dei media. Scritto in francia, giornalismo Commenti ( 22 ) " (4 voti, il voto medio è: 4.75 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 19Mar 08 Quei manager fanno disastri. Ma vengono premiati I manager delle principali banche mondiali hanno creato una bomba speculativa - quella dei muti subprime - che ora è esplosa drammaticamente. Stiamo pagando tutti un prezzo altissimo; tutti tranne loro. Nonostante da anni si parli della necessità di porre fine ai privilegi dei supermanager, nulla è stato fatto e in queste ore si sta creando una situazione paradossale. Gli alti dirigenti che hanno alimentato la speculazione sui subprime non pagano alcuno scotto personale. Anzi, quando vengono licenziati guadagnano. Oggi il Sole 24 Ore ha accesso i fari su Ubs, il colosso elvetico che è in grandi difficoltà, al pari di Citigroup, Morgan Stanley, Lehman Brothers, Goldman Sachs; cioè gli istituti che fino a poche settimane fa davano lezioni al mondo. Il numero uno di Ubs Marcel Ospel, sebbene molto contestato, è ancora in sella, mentre tre top manager sono stati licenziati. Peccato che se ne siano usciti con paracadute milionari: circa venti milioni di franchi svizzeri a testa. Hanno messo a repentaglio la solidità e la reputazione della prima banca svizzera e contribuito a scatenare la più grave crisi finanziaria degli ultimi 80 anni; ma se ne vanno più ricchi di prima. La beffa è doppia. Uno dei principi sacri del capitalismo è quello della responsabilità individuale: se sbagli paghi. La casta dei supermanager lo ha invece sovvertito: quando sbagliano loro sono gli altri a pagare. Ed è ora di dire basta a quella che ha tutta l'aria di essere una truffa legalizzata. Ribellarsi talvolta è un obbligo. Scritto in globalizzazione Commenti ( 14 ) " (4 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 17Mar 08 Dietro la vicenda Alitalia la mano della lobby europea Come ha spiegato Paolo Stefanato sul Giornale di oggi Alitalia anziché essere svenduta sarà praticamente regalata ad Air France. E a rimetterci non sarà solo Malpensa. Molti si stanno pentendo, non però i ministri dell'attuale governo. E non è difficile capire perché. Se si analizza con distacco la vicenda ci si accorge come Bruxelles dietro le quinte abbia spinto per questa soluzione. Innanzitutto, considerazioni strategiche: è stata Bruxelles a volere che Air France diventasse la compagnia di riferimento europea. E dunque in questa logica era auspicabile che Alitalia finisse nelle mani di Air France-Klm e di conseguenza che l'hub di Parigi assumesse ancor più importanza con il declassamento di Malpensa. E chi ha condotto nel governo la trattativa per la cessione? Il ministro del Tesoro Tommaso Padoa Schioppa, ex membro della Banca centrale europea, con la vigile protezione di Romano Prodi, ex presidente della Commissione europea ovvero due leader politici che, assieme a Giuliano Amato ed Emma Bonino, sono da sempre estremamente sensibili agli interessi comunitari. Oggi la Commissione europea ha pronunciato un secco no alla concessione di nuovi aiuti di Stato. Il portavoce del commissario ai trasporti Jacques Barrot (un francese) ha ricordato che Alitalia ha già beneficiato in passato di aiuti di Stato e quindi, in base al principio "una volta, ultima volta" non potrà più ricevere questo genere di sostegno. Il tempismo è perfetto: mentre l'Italia scopre con sconcerto l'inganno ed è tentata dal dire di no, la Commissione europea la mette con le spalle al muro: o dice sì all'offerta o Alitalia dovrà fallire. Prodi e Padoa Schioppa naturalmente non manifestano rimorsi, né dubbi. Anzi, il premier uscente intima alla Sea di ritirare la richiesta di indennizzo danni rivolta ad Alitalia, come desiderato da Air France. Risponde presente, una volta di più. Un'operazione magistrale, complimenti alla lobby europea. Scritto in Italia Commenti ( 42 ) " (6 voti, il voto medio è: 4.83 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 15Mar 08 Boicottare le Olimpiadi crea confusione? Secondo il nostro ministro degli Esteri Massimo D'Alema disertare le Olimpiadi per mandare un messaggio alla Cina sul Tibet potrebbe "dividerci e far confusione". Io capisco l'imbarazzo della diplomazia in questi frangenti, ma perchè un boicottaggio dovrebbe "far confusione"? O si è favorevoli per ragioni umanitarie o si è contrari per ragioni di opportunità politica ed economica. Qual è la posizione dell'Italia? La confusione mi sembra la stia creando D'Alema, forse travolto dal vociare di queste ore. Improvvisamente tutti si occupano di Tibet: molti eponenti del Pdl e della Sinistra arcobaleno invocano il boicottaggio, il Pd medita, Cossiga è contrario e ancora una volta provoca: "Vorrei comprendere il motivo per il quale tutti protestano per le misure forti con le quali i governi di Pechino e di Nuova Delhi cercano di ristabilire l'ordine nei propri territori, mentre quasi tutti tacciono sulla repressione giudiziario-poliziesca del Governo di Madrid nei Paesi Baschi". In queste ore il mio cuore è con il Dalai Lama e con il popolo tibetano, ma ho l'impressione che, anche volendo, l'Occidente non possa permettersi il boicottaggio e che si sia rassegnato a convivere con questa Cina, capitalista e dittatoriale. E allora, a dispetto dell'emozione, ho l'impressione che finirà come in Birmania. Un bagno di sangue, qualche settimana per dimenticare e amici come prima. AGGIORNAMENTO IMPORTANTE: il Dalai Lama dice no al boicottaggio dei Giochi Olimpici, in quanto punirebbe ingiustamente il popolo cinese, mentre solo il governo di Pechino è responsabile di quello che ha definito un "genocidio culturale". E a questo punto cosa si deve fare: insistere comunque per il boicottaggio o seguire l'invito del Dalai Lama? Scritto in cina Commenti ( 54 ) " (4 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 13Mar 08 Un (osceno) baratto tra Stati Uniti e Cina? Chi segue i mercati finanziari sa che i rapporti tra Stati Uniti e Cina sono vincolati da un interesse reciproco: l'America è il principale sbocco della produzione industriale cinese, in cambio Pechino finanzia il deficit statunitense comprando a man bassa titoli di Stato. Ma la crisi finanziaria sembra aver rotto l'equilibrio e non certo a favore di Washington. In queste ore gli Usa appaiono molto vulnerabili: politicamente perché sono in piena campagna per le presidenziali, economicamente perché sono in recessione e con il sistema finanziario sotto sopra, militarmente perché l'esercito appare demotivato e diviso (vedi le dimissioni dell'ammiraglio William Fallon, 63 anni, comandante delle forze Usa in Medio Oriente). Qualcuno si chiede se siano ancora una superpotenza, certo sono in crisi come raramente è capitato nella storia recente. E in questo contesto lascia allibiti la notizia che il Dipartimento di Stato ha tolto la Cina dalla lista nera dei Paesi che violano i diritti umani. Ma come? Qualche mese fa Bush conferiva la massima onoreficenza al Dalai Lama e proprio nel momento in cui il leader spiriturale tibetano denuncia la brutale repressione dei cinesi in Tibet, l'America assolve Pechino? Basta leggere il rapporto per rendersi conto dell'assurdità della decisione. Nel testo infatti si riconosce che: "La Cina soffoca qualunque tipo di libertà di espressione, nega ai suoi cittadini i più elementari diritti umani, censura internet, arresta i blogger, sorveglia i giornalisti stranieri, se è il caso li intimidisce". Inoltre "stritola la libertà religiosa nel Tibet buddista e nello Xinjiang musulmano, spedisce chi protesta ai lavori forzati, tortura i prigionieri con i peggiori strumenti partoriti dalla crudeltà umana, strappa confessioni per delitti mai commessi, li condanna preferibilmente senza processo". Ciò nonostante non è più nell'elenco dei cattivi. Perché? Il governo americano ha più che mai bisogno dei fondi cinesi (anche di quelli sovrani) per tamponare lo scandalo subprime, mentre Pechino nell'anno delle Olimpiadi ha urgenza di migliorare la propria immagine internazionale. Quella strana assoluzione del Dipartimento di Stato equivale a una benedizione. Dobbiamo sopettare un (osceno) baratto tra i due Paesi? Scritto in cina, gli usa e il mondo Commenti ( 23 ) " (8 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 12Mar 08 L'ultima moda: tutti immobili per tre minuti E' un'organizzazione nata nel 2001 per diletto negli Stati Uniti e ora si sta diffondendo in tutto il mondo. Lo scopo? Divertirsi creando eventi di massa senza senso in luoghi pubblici. Improv Everywhere riesce a coinvolgere centinaia e talvolta migliaia di persone. L'ultima impresa: rimanere immobili per tre minuti in una stazione o in una piazza non appena il "regista" dà il via. L'effetto è surreale, come potete vedere dai video su questo blog. Hanno iniziato a New York, poi il blitz è stato replicato a Londra, infine a Parigi. Arriverà anche in Italia? Probabilmente sì. E in fondo non c'è da stupirsi: per diletto - e solleticando la voglia di protagonismo - è facile mobilitare i giovani, non altrettanto avviene per cause concrete e meritevoli. Un segno dei tempi o, forse, un altro effetto della globalizzazione, che alimenta l'illusione della diversità e dell'originalità, ma in realtà appiattisce le differenze etniche, culturali, di comportamento. Le mode dei giovani ormai sono planetarie: new York, Milano, Parigi, Zurigo, vestono tutti allo stesso modo, vedono gli stessi film, ascoltano la stessa musica, ragionano allo stesso modo. E vivono in città che devono affrontare gli stessi problemi. La globalizzazione può essere divertente come in questo caso, ma sradica l'identità nazionale, familiare, culturale e tende a renderci tutti uguali. YouTube Direkt Scritto in globalizzazione Commenti ( 14 ) " (3 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico Post precedenti Chi sono Sono inviato speciale di politica internazionale. Sposato, ho tre figli. Risiedo a Milano e giro il mondo. Tutti gli articoli di Marcello Foa su ilGiornale.it contatti Categorie cina (12) democrazia (13) francia (15) germania (2) giornalismo (30) gli usa e il mondo (22) globalizzazione (3) immigrazione (18) islam (11) Italia (75) medio oriente (8) notizie nascoste (26) presidenziali usa (5) russia (9) svizzera (3) turchia (11) Varie (12) I più inviati Dietro la vicenda Alitalia la mano della lobby europea - 4 Emails In una lettera il ritratto dell'Italia di oggi - 2 Emails Dalla Svizzera una lezione (anche per il centrodestra italiano) - 2 Emails Cina, il regime intimidisce anche i giornalisti stranieri - 1 Emails Immigrazione, la sinistra sbaglia. 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Boicottare le Olimpiadi crea confusione? (sezione: Estero USA)

( da "Giornale.it, Il" del 28-03-2008)

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Ieri sera ho visto qualche passaggio di Anno Zero, la trasmissione di Santoro. Riuscita, come sempre. Sarà fazioso, ma Santoro riesce a fare giornalismo in tv senza dar voglia di cambiare canale e affrontando temi difficili, come quello dell'attribuzione degli alloggi popolari. Ieri i due ospiti prinicipali erano Bertinotti e la Santanché. Secondo il leader del neopartito la Destra, le case andrebbero date prima agli italiani indigenti e solo in un secondo tempo agli immigrati extracomunitari. E' così assurdo? Secondo me no e molti Stati occidentali applicano senza remore questo principio. Bertinotti invece pensa che andrebbe mantenuto l'attuale criterio per le graduatorie che, non considerando la nazionalità, finisce per agevolare proprio gli immigrati, che infatti sono ai primi posti nelle classifiche. Il leader di Rifondazione è persuaso che le misure proposte dalla Santanché finirebbero per scatenare una guerra tra poveri. Probabilmente la presidenza della Camera e i fasti della Roma istituzionale gli hanno fatto perdere il contatto con la realtà: vada nelle periferie della grandi città. La guerra tra poveri c'è già ed è stata provocata dall'incapacità del governo di arginare l'immigrazione e di imporre delle regole ci convivenza civile. Vada nelle case popolari: il 90% degli inquilini è extracomunitario. E questo è giusto? No e a urlarlo sono proprio gli italiani più poveri, che vedono i propri quartieri invasi da clandestini, che si sentono traditi dallo Stato, che sono oggettivamente penalizzati e invocano giustizia. Le statistiche lo dimostrano: in questo Paese aumenta il numero degli italiani che vivono sotto il minimo vitale. Questa è l'urgenza numero uno e per risolverla bisogna regolamentare l'immigrazione. Altrimenti non si farà che propagare l'odio e l'ingiustizia, tra gli stranieri e gli italiani. E' questo che vuole Bertinotti? 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E proprio in Iran si sono appena concluse le elezioni legislative con la vittoria degli integralisti. L'America invece è nel pieno della recessione e di una campagna elettorale che durerà fino a novembre; dunque è oggettivamente debole. L'impressione è che il regime di Ahmadinejahd e, soprattutto, della guida spirituale Ali Khamenei ne stia approfittando per tentare un colpo di mano a Bagdad o per aumentare la propria influenza nella regione; comunque, ha tutto l'interesse a smontare la tesi dell'Amministrazione Bush secondo cui l'Iraq è avviato verso la normalizzazione. Un Iraq in fiamme influenzerebbe la campagna elettorale Usa, agevolando Barack Obama (l'unico candidato ostile al conflitto) e mettendo in imbarazzo John McCain (che la guerra non l'ha mai rinnegata) ovvero il candidato ritenuto più debole e pacifista rispetto a quello più patriottico e interventista. Tra l'altro una nuova ondata farebbe risalire i corsi del petrolio. Attenti all'Iran, non lascia nulla al caso. 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Non sta bene per un artista che si batte per la prosperità dei lavoratori. Poi, con aria svagata afferma di non essersi mai occupata di quel conto, ricordando però che "mio marito mi diceva sempre di pensare alla vecchiaia, di accantonare qualcosa magari all'estero, quando lavoravo fuori". Sette milioni di euro per la vecchiaia? Niente male per una comunista. Quasi quasi divento rosso anch'io. Scritto in Italia Commenti ( 30 ) " (4 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 25Mar 08 Crociata contro l'Islam radicale? Il caso Allam inquieta la Cia La conversione di Magdi Allam è diventato un evento mondiale, ne parlano tutti i grandi media e, com'era prevedibile, i commenti nel mondo islamico sono tendenzialmente negativi. Tra le tante reazioni mi ha colpito quella di Stratfor, un centro studi americano molto vicino alla Cia e che pertanto ne riflette le opinioni. Nella sua ultima newsletter avverte: "Se Benedetto XVI deciderà di rendere più aggressiva la sua avversione all'Islam radicale, dando enorme rilevanza mediatica a casi come quello di Allam e dunque enfatizzando le conversioni anziché la coesistenza, il Vaticano diventerà il centro del confronto tra i fondamentalisti islamici e l'Occidente. E questo avrà profonde implicazioni geopolitiche". Da qui alcune domande: davvero il Papa vuole lanciare la sfida agli integralisti o ha semplicemente ribadito il diritto alla libertà religiosa? La Cia sembra credere alla prima ipotesi e non se ne rallegra: Stratfor scrive che il Papa rischia di alienare il rapporto con un miliardo di musulmani, proprio mentre l'America sta cercando di ricostruire i rapporti con il mondo islamico. Washington, insomma, non pare sostenere Benedetto XVI. Il Vaticano sta davvero lanciando una crociata solitaria? E questo è nell'interesse della Chiesa e dell'Occidente? Scritto in gli usa e il mondo, islam Commenti ( 28 ) " (5 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 20Mar 08 Oddio, Carla Bruni fa la morale ai giornalisti Ricordate la signora Carla Bruni prima che convolasse a nozze con il signor Sarkozy? Era una delle regine dell'infotainment e della stampa rosa. Da ex modella dotata di intuito e intelligenza aveva capito come pararametarsi con i media per incrementare la propria personalità. Era lei che faceva filtrare indiscrezioni sui suoi tanti amori, alimentando i pettegolezzi, lei che rilasciava interviste scandalistiche in cui si dichiarava poligama. Sì, ci sapeva fare, quando era una modella o una cantante. Ora che è una first-lady ha cambiato idea, per assumere i panni, improbabili, della vergine mediatica. Ha preso carta e penna e ha mandato un'appassionata lettera a Le Monde per commentare, con toni scandalizzati, la vicenda dell'Sms che Sarko avrebbe inviato all'ex moglie Cécilia; vicenda che peraltro si è chiusa con le scuse del Nouvel Observateur e il ritiro della querela da parte dell'Eliseo. La signora Bruni-Sarkozy si domanda: "Se i grandi giornali cessano di fare la selezione fra i pettegolezzi e i fatti, chi lo farà? Se, come la peggiore delle pubblicazioni trash, Le Nouvel Observateur, tradendo la sua vocazione ed anche il suo nome, non osserva più, ma inventa ciò che racconta, quale protezione ci resta contro l' isteria dell' epoca?". Poi chiude citando un passo di Beaumarchais, drammaturgo del '700, che parla dell' effetto devastante della calunnia, chiedendosi chi diavolo può resistere alla calunnia?'. La Bruni risponde: "I giornalisti, quelli veri". Sottoscrivo, ma a patto che tutti rispettino il copione, mentre da qualche tempo i personaggi del jet-set sembrano presi da schizofrenia: attori, calciatori, soubrette, modelle, fotografi, ereditieri alimentano per anni il giornalismo spazzatura, poi quando finiscono nei guai o cambiano ruolo, reclamano improvisamente l'etica, la moralità, indignandosi per le incursioni nelle sfere del privato e il cinismo della stampa. Vedi Fabrizio Corona o Paris Hilton o Luciano Moggi o i tanti eroi di un sistema che, sovente, premia il nulla ben confenzionato anziché il merito. Certo il caso della signora Bruni è particolare; direi unico; è saltata direttamente dal rotocalco all'Eliseo. Posso capire l' ansia di rifarsi una reputazione, ma, per cortesia, ci risparmi questi predicozzi, dietro a cui peraltro non è difficile scorgere la mano di uno spin doctor presidenziale. Ben venga la critica alla stampa, ma da censori credibili e possibilmente disinteressati. PS Ecco una splendida immagine di Carla Bruni scattata pochi mesi fa. Allora non mostrava turbamento per l'invadenza dei media. Scritto in francia, giornalismo Commenti ( 22 ) " (4 voti, il voto medio è: 4.75 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 19Mar 08 Quei manager fanno disastri. Ma vengono premiati I manager delle principali banche mondiali hanno creato una bomba speculativa - quella dei muti subprime - che ora è esplosa drammaticamente. Stiamo pagando tutti un prezzo altissimo; tutti tranne loro. Nonostante da anni si parli della necessità di porre fine ai privilegi dei supermanager, nulla è stato fatto e in queste ore si sta creando una situazione paradossale. Gli alti dirigenti che hanno alimentato la speculazione sui subprime non pagano alcuno scotto personale. Anzi, quando vengono licenziati guadagnano. Oggi il Sole 24 Ore ha accesso i fari su Ubs, il colosso elvetico che è in grandi difficoltà, al pari di Citigroup, Morgan Stanley, Lehman Brothers, Goldman Sachs; cioè gli istituti che fino a poche settimane fa davano lezioni al mondo. Il numero uno di Ubs Marcel Ospel, sebbene molto contestato, è ancora in sella, mentre tre top manager sono stati licenziati. Peccato che se ne siano usciti con paracadute milionari: circa venti milioni di franchi svizzeri a testa. Hanno messo a repentaglio la solidità e la reputazione della prima banca svizzera e contribuito a scatenare la più grave crisi finanziaria degli ultimi 80 anni; ma se ne vanno più ricchi di prima. La beffa è doppia. Uno dei principi sacri del capitalismo è quello della responsabilità individuale: se sbagli paghi. La casta dei supermanager lo ha invece sovvertito: quando sbagliano loro sono gli altri a pagare. Ed è ora di dire basta a quella che ha tutta l'aria di essere una truffa legalizzata. Ribellarsi talvolta è un obbligo. Scritto in globalizzazione Commenti ( 14 ) " (4 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 17Mar 08 Dietro la vicenda Alitalia la mano della lobby europea Come ha spiegato Paolo Stefanato sul Giornale di oggi Alitalia anziché essere svenduta sarà praticamente regalata ad Air France. E a rimetterci non sarà solo Malpensa. Molti si stanno pentendo, non però i ministri dell'attuale governo. E non è difficile capire perché. Se si analizza con distacco la vicenda ci si accorge come Bruxelles dietro le quinte abbia spinto per questa soluzione. Innanzitutto, considerazioni strategiche: è stata Bruxelles a volere che Air France diventasse la compagnia di riferimento europea. E dunque in questa logica era auspicabile che Alitalia finisse nelle mani di Air France-Klm e di conseguenza che l'hub di Parigi assumesse ancor più importanza con il declassamento di Malpensa. E chi ha condotto nel governo la trattativa per la cessione? Il ministro del Tesoro Tommaso Padoa Schioppa, ex membro della Banca centrale europea, con la vigile protezione di Romano Prodi, ex presidente della Commissione europea ovvero due leader politici che, assieme a Giuliano Amato ed Emma Bonino, sono da sempre estremamente sensibili agli interessi comunitari. Oggi la Commissione europea ha pronunciato un secco no alla concessione di nuovi aiuti di Stato. Il portavoce del commissario ai trasporti Jacques Barrot (un francese) ha ricordato che Alitalia ha già beneficiato in passato di aiuti di Stato e quindi, in base al principio "una volta, ultima volta" non potrà più ricevere questo genere di sostegno. Il tempismo è perfetto: mentre l'Italia scopre con sconcerto l'inganno ed è tentata dal dire di no, la Commissione europea la mette con le spalle al muro: o dice sì all'offerta o Alitalia dovrà fallire. Prodi e Padoa Schioppa naturalmente non manifestano rimorsi, né dubbi. Anzi, il premier uscente intima alla Sea di ritirare la richiesta di indennizzo danni rivolta ad Alitalia, come desiderato da Air France. Risponde presente, una volta di più. Un'operazione magistrale, complimenti alla lobby europea. Scritto in Italia Commenti ( 42 ) " (6 voti, il voto medio è: 4.83 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 15Mar 08 Boicottare le Olimpiadi crea confusione? Secondo il nostro ministro degli Esteri Massimo D'Alema disertare le Olimpiadi per mandare un messaggio alla Cina sul Tibet potrebbe "dividerci e far confusione". Io capisco l'imbarazzo della diplomazia in questi frangenti, ma perchè un boicottaggio dovrebbe "far confusione"? O si è favorevoli per ragioni umanitarie o si è contrari per ragioni di opportunità politica ed economica. Qual è la posizione dell'Italia? La confusione mi sembra la stia creando D'Alema, forse travolto dal vociare di queste ore. Improvvisamente tutti si occupano di Tibet: molti eponenti del Pdl e della Sinistra arcobaleno invocano il boicottaggio, il Pd medita, Cossiga è contrario e ancora una volta provoca: "Vorrei comprendere il motivo per il quale tutti protestano per le misure forti con le quali i governi di Pechino e di Nuova Delhi cercano di ristabilire l'ordine nei propri territori, mentre quasi tutti tacciono sulla repressione giudiziario-poliziesca del Governo di Madrid nei Paesi Baschi". In queste ore il mio cuore è con il Dalai Lama e con il popolo tibetano, ma ho l'impressione che, anche volendo, l'Occidente non possa permettersi il boicottaggio e che si sia rassegnato a convivere con questa Cina, capitalista e dittatoriale. E allora, a dispetto dell'emozione, ho l'impressione che finirà come in Birmania. Un bagno di sangue, qualche settimana per dimenticare e amici come prima. AGGIORNAMENTO IMPORTANTE: il Dalai Lama dice no al boicottaggio dei Giochi Olimpici, in quanto punirebbe ingiustamente il popolo cinese, mentre solo il governo di Pechino è responsabile di quello che ha definito un "genocidio culturale". E a questo punto cosa si deve fare: insistere comunque per il boicottaggio o seguire l'invito del Dalai Lama? Scritto in cina Commenti ( 54 ) " (4 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 13Mar 08 Un (osceno) baratto tra Stati Uniti e Cina? Chi segue i mercati finanziari sa che i rapporti tra Stati Uniti e Cina sono vincolati da un interesse reciproco: l'America è il principale sbocco della produzione industriale cinese, in cambio Pechino finanzia il deficit statunitense comprando a man bassa titoli di Stato. Ma la crisi finanziaria sembra aver rotto l'equilibrio e non certo a favore di Washington. In queste ore gli Usa appaiono molto vulnerabili: politicamente perché sono in piena campagna per le presidenziali, economicamente perché sono in recessione e con il sistema finanziario sotto sopra, militarmente perché l'esercito appare demotivato e diviso (vedi le dimissioni dell'ammiraglio William Fallon, 63 anni, comandante delle forze Usa in Medio Oriente). Qualcuno si chiede se siano ancora una superpotenza, certo sono in crisi come raramente è capitato nella storia recente. E in questo contesto lascia allibiti la notizia che il Dipartimento di Stato ha tolto la Cina dalla lista nera dei Paesi che violano i diritti umani. Ma come? Qualche mese fa Bush conferiva la massima onoreficenza al Dalai Lama e proprio nel momento in cui il leader spiriturale tibetano denuncia la brutale repressione dei cinesi in Tibet, l'America assolve Pechino? Basta leggere il rapporto per rendersi conto dell'assurdità della decisione. Nel testo infatti si riconosce che: "La Cina soffoca qualunque tipo di libertà di espressione, nega ai suoi cittadini i più elementari diritti umani, censura internet, arresta i blogger, sorveglia i giornalisti stranieri, se è il caso li intimidisce". Inoltre "stritola la libertà religiosa nel Tibet buddista e nello Xinjiang musulmano, spedisce chi protesta ai lavori forzati, tortura i prigionieri con i peggiori strumenti partoriti dalla crudeltà umana, strappa confessioni per delitti mai commessi, li condanna preferibilmente senza processo". Ciò nonostante non è più nell'elenco dei cattivi. Perché? Il governo americano ha più che mai bisogno dei fondi cinesi (anche di quelli sovrani) per tamponare lo scandalo subprime, mentre Pechino nell'anno delle Olimpiadi ha urgenza di migliorare la propria immagine internazionale. Quella strana assoluzione del Dipartimento di Stato equivale a una benedizione. Dobbiamo sopettare un (osceno) baratto tra i due Paesi? Scritto in cina, gli usa e il mondo Commenti ( 23 ) " (8 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 12Mar 08 L'ultima moda: tutti immobili per tre minuti E' un'organizzazione nata nel 2001 per diletto negli Stati Uniti e ora si sta diffondendo in tutto il mondo. Lo scopo? Divertirsi creando eventi di massa senza senso in luoghi pubblici. Improv Everywhere riesce a coinvolgere centinaia e talvolta migliaia di persone. L'ultima impresa: rimanere immobili per tre minuti in una stazione o in una piazza non appena il "regista" dà il via. L'effetto è surreale, come potete vedere dai video su questo blog. Hanno iniziato a New York, poi il blitz è stato replicato a Londra, infine a Parigi. Arriverà anche in Italia? Probabilmente sì. E in fondo non c'è da stupirsi: per diletto - e solleticando la voglia di protagonismo - è facile mobilitare i giovani, non altrettanto avviene per cause concrete e meritevoli. Un segno dei tempi o, forse, un altro effetto della globalizzazione, che alimenta l'illusione della diversità e dell'originalità, ma in realtà appiattisce le differenze etniche, culturali, di comportamento. Le mode dei giovani ormai sono planetarie: new York, Milano, Parigi, Zurigo, vestono tutti allo stesso modo, vedono gli stessi film, ascoltano la stessa musica, ragionano allo stesso modo. E vivono in città che devono affrontare gli stessi problemi. La globalizzazione può essere divertente come in questo caso, ma sradica l'identità nazionale, familiare, culturale e tende a renderci tutti uguali. YouTube Direkt Scritto in globalizzazione Commenti ( 14 ) " (3 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico Post precedenti Chi sono Sono inviato speciale di politica internazionale. Sposato, ho tre figli. Risiedo a Milano e giro il mondo. Tutti gli articoli di Marcello Foa su ilGiornale.it contatti Categorie cina (12) democrazia (13) francia (15) germania (2) giornalismo (30) gli usa e il mondo (22) globalizzazione (3) immigrazione (18) islam (11) Italia (75) medio oriente (8) notizie nascoste (26) presidenziali usa (5) russia (9) svizzera (3) turchia (11) Varie (12) I più inviati Dietro la vicenda Alitalia la mano della lobby europea - 4 Emails In una lettera il ritratto dell'Italia di oggi - 2 Emails Dalla Svizzera una lezione (anche per il centrodestra italiano) - 2 Emails Cina, il regime intimidisce anche i giornalisti stranieri - 1 Emails Immigrazione, la sinistra sbaglia. 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L'ultima moda: tutti immobili per tre minuti (sezione: Estero USA)

( da "Giornale.it, Il" del 28-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Ieri sera ho visto qualche passaggio di Anno Zero, la trasmissione di Santoro. Riuscita, come sempre. Sarà fazioso, ma Santoro riesce a fare giornalismo in tv senza dar voglia di cambiare canale e affrontando temi difficili, come quello dell'attribuzione degli alloggi popolari. Ieri i due ospiti prinicipali erano Bertinotti e la Santanché. Secondo il leader del neopartito la Destra, le case andrebbero date prima agli italiani indigenti e solo in un secondo tempo agli immigrati extracomunitari. E' così assurdo? Secondo me no e molti Stati occidentali applicano senza remore questo principio. Bertinotti invece pensa che andrebbe mantenuto l'attuale criterio per le graduatorie che, non considerando la nazionalità, finisce per agevolare proprio gli immigrati, che infatti sono ai primi posti nelle classifiche. Il leader di Rifondazione è persuaso che le misure proposte dalla Santanché finirebbero per scatenare una guerra tra poveri. Probabilmente la presidenza della Camera e i fasti della Roma istituzionale gli hanno fatto perdere il contatto con la realtà: vada nelle periferie della grandi città. La guerra tra poveri c'è già ed è stata provocata dall'incapacità del governo di arginare l'immigrazione e di imporre delle regole ci convivenza civile. Vada nelle case popolari: il 90% degli inquilini è extracomunitario. E questo è giusto? No e a urlarlo sono proprio gli italiani più poveri, che vedono i propri quartieri invasi da clandestini, che si sentono traditi dallo Stato, che sono oggettivamente penalizzati e invocano giustizia. Le statistiche lo dimostrano: in questo Paese aumenta il numero degli italiani che vivono sotto il minimo vitale. Questa è l'urgenza numero uno e per risolverla bisogna regolamentare l'immigrazione. Altrimenti non si farà che propagare l'odio e l'ingiustizia, tra gli stranieri e gli italiani. E' questo che vuole Bertinotti? Scritto in Italia, immigrazione Commenti ( 8 ) " (1 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 27Mar 08 L'Iran sta tentando il colpo di mano in Iraq? In apparenza sono le solite notizie dall'Iraq: bombe, morte, terrore. Anche ieri c'è stata un'ondata di attentati. In realtà potrebbero segnare l'inizio di una nuova fase di destabilizzazione dalle implicazioni strategiche assai significative. infatti, per la prima volta dopo mesi di relativa tranquillità, l'Iraq piomba nel terrore. La domanda d'obbligo è: perché? La risposta l'ha data il generale Petraeus qualche giorno fa quando aveva accusato gli iraniani di essere dietro questa recrudescenza. Ieri nuove conferme: in prima linea ci sarebbero i miliziani di Moqtada Al Sadr, uno sceicco sciita che è in sintonia con una delle ali più estreme del regime di Teheran. E proprio in Iran si sono appena concluse le elezioni legislative con la vittoria degli integralisti. L'America invece è nel pieno della recessione e di una campagna elettorale che durerà fino a novembre; dunque è oggettivamente debole. L'impressione è che il regime di Ahmadinejahd e, soprattutto, della guida spirituale Ali Khamenei ne stia approfittando per tentare un colpo di mano a Bagdad o per aumentare la propria influenza nella regione; comunque, ha tutto l'interesse a smontare la tesi dell'Amministrazione Bush secondo cui l'Iraq è avviato verso la normalizzazione. Un Iraq in fiamme influenzerebbe la campagna elettorale Usa, agevolando Barack Obama (l'unico candidato ostile al conflitto) e mettendo in imbarazzo John McCain (che la guerra non l'ha mai rinnegata) ovvero il candidato ritenuto più debole e pacifista rispetto a quello più patriottico e interventista. Tra l'altro una nuova ondata farebbe risalire i corsi del petrolio. Attenti all'Iran, non lascia nulla al caso. Guai in vista? Scritto in medio oriente, gli usa e il mondo Commenti ( 8 ) " (3 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 26Mar 08 Milva e quei sette milioni nascosti. per la vecchiaia Era rossa dentro e rossa fuori, orgogliosa di sostenere Bertinotti e Rifondazione comunista e di battersi contro la destra, il capitalismo e ovviamente Berlusconi. Ora sappiamo che qualcosa di rosso non ha: il conto. Milva in Lichtenstein custodiva sette milioni di euro ovviamente non dichiarati. Intervistata da Antonio Lodetti sul Giornale di oggi , la signora ha dichiarato di non essere preoccupata "perché chi mi segue in queste cose mi ha assicurato che è roba vecchia, prescritta". Se è prescritta significa che è frutto di attività comunque non lecite: forse la signora ha evaso il fisco, come un commenda qualunque? Non sta bene per un artista che si batte per la prosperità dei lavoratori. Poi, con aria svagata afferma di non essersi mai occupata di quel conto, ricordando però che "mio marito mi diceva sempre di pensare alla vecchiaia, di accantonare qualcosa magari all'estero, quando lavoravo fuori". Sette milioni di euro per la vecchiaia? Niente male per una comunista. Quasi quasi divento rosso anch'io. Scritto in Italia Commenti ( 30 ) " (4 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 25Mar 08 Crociata contro l'Islam radicale? Il caso Allam inquieta la Cia La conversione di Magdi Allam è diventato un evento mondiale, ne parlano tutti i grandi media e, com'era prevedibile, i commenti nel mondo islamico sono tendenzialmente negativi. Tra le tante reazioni mi ha colpito quella di Stratfor, un centro studi americano molto vicino alla Cia e che pertanto ne riflette le opinioni. Nella sua ultima newsletter avverte: "Se Benedetto XVI deciderà di rendere più aggressiva la sua avversione all'Islam radicale, dando enorme rilevanza mediatica a casi come quello di Allam e dunque enfatizzando le conversioni anziché la coesistenza, il Vaticano diventerà il centro del confronto tra i fondamentalisti islamici e l'Occidente. E questo avrà profonde implicazioni geopolitiche". Da qui alcune domande: davvero il Papa vuole lanciare la sfida agli integralisti o ha semplicemente ribadito il diritto alla libertà religiosa? La Cia sembra credere alla prima ipotesi e non se ne rallegra: Stratfor scrive che il Papa rischia di alienare il rapporto con un miliardo di musulmani, proprio mentre l'America sta cercando di ricostruire i rapporti con il mondo islamico. Washington, insomma, non pare sostenere Benedetto XVI. Il Vaticano sta davvero lanciando una crociata solitaria? E questo è nell'interesse della Chiesa e dell'Occidente? Scritto in gli usa e il mondo, islam Commenti ( 28 ) " (5 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 20Mar 08 Oddio, Carla Bruni fa la morale ai giornalisti Ricordate la signora Carla Bruni prima che convolasse a nozze con il signor Sarkozy? Era una delle regine dell'infotainment e della stampa rosa. Da ex modella dotata di intuito e intelligenza aveva capito come pararametarsi con i media per incrementare la propria personalità. Era lei che faceva filtrare indiscrezioni sui suoi tanti amori, alimentando i pettegolezzi, lei che rilasciava interviste scandalistiche in cui si dichiarava poligama. Sì, ci sapeva fare, quando era una modella o una cantante. Ora che è una first-lady ha cambiato idea, per assumere i panni, improbabili, della vergine mediatica. Ha preso carta e penna e ha mandato un'appassionata lettera a Le Monde per commentare, con toni scandalizzati, la vicenda dell'Sms che Sarko avrebbe inviato all'ex moglie Cécilia; vicenda che peraltro si è chiusa con le scuse del Nouvel Observateur e il ritiro della querela da parte dell'Eliseo. La signora Bruni-Sarkozy si domanda: "Se i grandi giornali cessano di fare la selezione fra i pettegolezzi e i fatti, chi lo farà? Se, come la peggiore delle pubblicazioni trash, Le Nouvel Observateur, tradendo la sua vocazione ed anche il suo nome, non osserva più, ma inventa ciò che racconta, quale protezione ci resta contro l' isteria dell' epoca?". Poi chiude citando un passo di Beaumarchais, drammaturgo del '700, che parla dell' effetto devastante della calunnia, chiedendosi chi diavolo può resistere alla calunnia?'. La Bruni risponde: "I giornalisti, quelli veri". Sottoscrivo, ma a patto che tutti rispettino il copione, mentre da qualche tempo i personaggi del jet-set sembrano presi da schizofrenia: attori, calciatori, soubrette, modelle, fotografi, ereditieri alimentano per anni il giornalismo spazzatura, poi quando finiscono nei guai o cambiano ruolo, reclamano improvisamente l'etica, la moralità, indignandosi per le incursioni nelle sfere del privato e il cinismo della stampa. Vedi Fabrizio Corona o Paris Hilton o Luciano Moggi o i tanti eroi di un sistema che, sovente, premia il nulla ben confenzionato anziché il merito. Certo il caso della signora Bruni è particolare; direi unico; è saltata direttamente dal rotocalco all'Eliseo. Posso capire l' ansia di rifarsi una reputazione, ma, per cortesia, ci risparmi questi predicozzi, dietro a cui peraltro non è difficile scorgere la mano di uno spin doctor presidenziale. Ben venga la critica alla stampa, ma da censori credibili e possibilmente disinteressati. PS Ecco una splendida immagine di Carla Bruni scattata pochi mesi fa. Allora non mostrava turbamento per l'invadenza dei media. Scritto in francia, giornalismo Commenti ( 22 ) " (4 voti, il voto medio è: 4.75 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 19Mar 08 Quei manager fanno disastri. Ma vengono premiati I manager delle principali banche mondiali hanno creato una bomba speculativa - quella dei muti subprime - che ora è esplosa drammaticamente. Stiamo pagando tutti un prezzo altissimo; tutti tranne loro. Nonostante da anni si parli della necessità di porre fine ai privilegi dei supermanager, nulla è stato fatto e in queste ore si sta creando una situazione paradossale. Gli alti dirigenti che hanno alimentato la speculazione sui subprime non pagano alcuno scotto personale. Anzi, quando vengono licenziati guadagnano. Oggi il Sole 24 Ore ha accesso i fari su Ubs, il colosso elvetico che è in grandi difficoltà, al pari di Citigroup, Morgan Stanley, Lehman Brothers, Goldman Sachs; cioè gli istituti che fino a poche settimane fa davano lezioni al mondo. Il numero uno di Ubs Marcel Ospel, sebbene molto contestato, è ancora in sella, mentre tre top manager sono stati licenziati. Peccato che se ne siano usciti con paracadute milionari: circa venti milioni di franchi svizzeri a testa. Hanno messo a repentaglio la solidità e la reputazione della prima banca svizzera e contribuito a scatenare la più grave crisi finanziaria degli ultimi 80 anni; ma se ne vanno più ricchi di prima. La beffa è doppia. Uno dei principi sacri del capitalismo è quello della responsabilità individuale: se sbagli paghi. La casta dei supermanager lo ha invece sovvertito: quando sbagliano loro sono gli altri a pagare. Ed è ora di dire basta a quella che ha tutta l'aria di essere una truffa legalizzata. Ribellarsi talvolta è un obbligo. Scritto in globalizzazione Commenti ( 14 ) " (4 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 17Mar 08 Dietro la vicenda Alitalia la mano della lobby europea Come ha spiegato Paolo Stefanato sul Giornale di oggi Alitalia anziché essere svenduta sarà praticamente regalata ad Air France. E a rimetterci non sarà solo Malpensa. Molti si stanno pentendo, non però i ministri dell'attuale governo. E non è difficile capire perché. Se si analizza con distacco la vicenda ci si accorge come Bruxelles dietro le quinte abbia spinto per questa soluzione. Innanzitutto, considerazioni strategiche: è stata Bruxelles a volere che Air France diventasse la compagnia di riferimento europea. E dunque in questa logica era auspicabile che Alitalia finisse nelle mani di Air France-Klm e di conseguenza che l'hub di Parigi assumesse ancor più importanza con il declassamento di Malpensa. E chi ha condotto nel governo la trattativa per la cessione? Il ministro del Tesoro Tommaso Padoa Schioppa, ex membro della Banca centrale europea, con la vigile protezione di Romano Prodi, ex presidente della Commissione europea ovvero due leader politici che, assieme a Giuliano Amato ed Emma Bonino, sono da sempre estremamente sensibili agli interessi comunitari. Oggi la Commissione europea ha pronunciato un secco no alla concessione di nuovi aiuti di Stato. Il portavoce del commissario ai trasporti Jacques Barrot (un francese) ha ricordato che Alitalia ha già beneficiato in passato di aiuti di Stato e quindi, in base al principio "una volta, ultima volta" non potrà più ricevere questo genere di sostegno. Il tempismo è perfetto: mentre l'Italia scopre con sconcerto l'inganno ed è tentata dal dire di no, la Commissione europea la mette con le spalle al muro: o dice sì all'offerta o Alitalia dovrà fallire. Prodi e Padoa Schioppa naturalmente non manifestano rimorsi, né dubbi. Anzi, il premier uscente intima alla Sea di ritirare la richiesta di indennizzo danni rivolta ad Alitalia, come desiderato da Air France. Risponde presente, una volta di più. Un'operazione magistrale, complimenti alla lobby europea. Scritto in Italia Commenti ( 42 ) " (6 voti, il voto medio è: 4.83 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 15Mar 08 Boicottare le Olimpiadi crea confusione? Secondo il nostro ministro degli Esteri Massimo D'Alema disertare le Olimpiadi per mandare un messaggio alla Cina sul Tibet potrebbe "dividerci e far confusione". Io capisco l'imbarazzo della diplomazia in questi frangenti, ma perchè un boicottaggio dovrebbe "far confusione"? O si è favorevoli per ragioni umanitarie o si è contrari per ragioni di opportunità politica ed economica. Qual è la posizione dell'Italia? La confusione mi sembra la stia creando D'Alema, forse travolto dal vociare di queste ore. Improvvisamente tutti si occupano di Tibet: molti eponenti del Pdl e della Sinistra arcobaleno invocano il boicottaggio, il Pd medita, Cossiga è contrario e ancora una volta provoca: "Vorrei comprendere il motivo per il quale tutti protestano per le misure forti con le quali i governi di Pechino e di Nuova Delhi cercano di ristabilire l'ordine nei propri territori, mentre quasi tutti tacciono sulla repressione giudiziario-poliziesca del Governo di Madrid nei Paesi Baschi". In queste ore il mio cuore è con il Dalai Lama e con il popolo tibetano, ma ho l'impressione che, anche volendo, l'Occidente non possa permettersi il boicottaggio e che si sia rassegnato a convivere con questa Cina, capitalista e dittatoriale. E allora, a dispetto dell'emozione, ho l'impressione che finirà come in Birmania. Un bagno di sangue, qualche settimana per dimenticare e amici come prima. AGGIORNAMENTO IMPORTANTE: il Dalai Lama dice no al boicottaggio dei Giochi Olimpici, in quanto punirebbe ingiustamente il popolo cinese, mentre solo il governo di Pechino è responsabile di quello che ha definito un "genocidio culturale". E a questo punto cosa si deve fare: insistere comunque per il boicottaggio o seguire l'invito del Dalai Lama? Scritto in cina Commenti ( 54 ) " (4 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 13Mar 08 Un (osceno) baratto tra Stati Uniti e Cina? Chi segue i mercati finanziari sa che i rapporti tra Stati Uniti e Cina sono vincolati da un interesse reciproco: l'America è il principale sbocco della produzione industriale cinese, in cambio Pechino finanzia il deficit statunitense comprando a man bassa titoli di Stato. Ma la crisi finanziaria sembra aver rotto l'equilibrio e non certo a favore di Washington. In queste ore gli Usa appaiono molto vulnerabili: politicamente perché sono in piena campagna per le presidenziali, economicamente perché sono in recessione e con il sistema finanziario sotto sopra, militarmente perché l'esercito appare demotivato e diviso (vedi le dimissioni dell'ammiraglio William Fallon, 63 anni, comandante delle forze Usa in Medio Oriente). Qualcuno si chiede se siano ancora una superpotenza, certo sono in crisi come raramente è capitato nella storia recente. E in questo contesto lascia allibiti la notizia che il Dipartimento di Stato ha tolto la Cina dalla lista nera dei Paesi che violano i diritti umani. Ma come? Qualche mese fa Bush conferiva la massima onoreficenza al Dalai Lama e proprio nel momento in cui il leader spiriturale tibetano denuncia la brutale repressione dei cinesi in Tibet, l'America assolve Pechino? Basta leggere il rapporto per rendersi conto dell'assurdità della decisione. Nel testo infatti si riconosce che: "La Cina soffoca qualunque tipo di libertà di espressione, nega ai suoi cittadini i più elementari diritti umani, censura internet, arresta i blogger, sorveglia i giornalisti stranieri, se è il caso li intimidisce". Inoltre "stritola la libertà religiosa nel Tibet buddista e nello Xinjiang musulmano, spedisce chi protesta ai lavori forzati, tortura i prigionieri con i peggiori strumenti partoriti dalla crudeltà umana, strappa confessioni per delitti mai commessi, li condanna preferibilmente senza processo". Ciò nonostante non è più nell'elenco dei cattivi. Perché? Il governo americano ha più che mai bisogno dei fondi cinesi (anche di quelli sovrani) per tamponare lo scandalo subprime, mentre Pechino nell'anno delle Olimpiadi ha urgenza di migliorare la propria immagine internazionale. Quella strana assoluzione del Dipartimento di Stato equivale a una benedizione. Dobbiamo sopettare un (osceno) baratto tra i due Paesi? Scritto in cina, gli usa e il mondo Commenti ( 23 ) " (8 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 12Mar 08 L'ultima moda: tutti immobili per tre minuti E' un'organizzazione nata nel 2001 per diletto negli Stati Uniti e ora si sta diffondendo in tutto il mondo. Lo scopo? Divertirsi creando eventi di massa senza senso in luoghi pubblici. Improv Everywhere riesce a coinvolgere centinaia e talvolta migliaia di persone. L'ultima impresa: rimanere immobili per tre minuti in una stazione o in una piazza non appena il "regista" dà il via. L'effetto è surreale, come potete vedere dai video su questo blog. Hanno iniziato a New York, poi il blitz è stato replicato a Londra, infine a Parigi. Arriverà anche in Italia? Probabilmente sì. E in fondo non c'è da stupirsi: per diletto - e solleticando la voglia di protagonismo - è facile mobilitare i giovani, non altrettanto avviene per cause concrete e meritevoli. Un segno dei tempi o, forse, un altro effetto della globalizzazione, che alimenta l'illusione della diversità e dell'originalità, ma in realtà appiattisce le differenze etniche, culturali, di comportamento. Le mode dei giovani ormai sono planetarie: new York, Milano, Parigi, Zurigo, vestono tutti allo stesso modo, vedono gli stessi film, ascoltano la stessa musica, ragionano allo stesso modo. E vivono in città che devono affrontare gli stessi problemi. La globalizzazione può essere divertente come in questo caso, ma sradica l'identità nazionale, familiare, culturale e tende a renderci tutti uguali. YouTube Direkt Scritto in globalizzazione Commenti ( 14 ) " (3 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico Post precedenti Chi sono Sono inviato speciale di politica internazionale. Sposato, ho tre figli. Risiedo a Milano e giro il mondo. Tutti gli articoli di Marcello Foa su ilGiornale.it contatti Categorie cina (12) democrazia (13) francia (15) germania (2) giornalismo (30) gli usa e il mondo (22) globalizzazione (3) immigrazione (18) islam (11) Italia (75) medio oriente (8) notizie nascoste (26) presidenziali usa (5) russia (9) svizzera (3) turchia (11) Varie (12) I più inviati Dietro la vicenda Alitalia la mano della lobby europea - 4 Emails In una lettera il ritratto dell'Italia di oggi - 2 Emails Dalla Svizzera una lezione (anche per il centrodestra italiano) - 2 Emails Cina, il regime intimidisce anche i giornalisti stranieri - 1 Emails Immigrazione, la sinistra sbaglia. 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Dietro la vicenda Alitalia la mano della lobby europea (sezione: Estero USA)

( da "Giornale.it, Il" del 28-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Ieri sera ho visto qualche passaggio di Anno Zero, la trasmissione di Santoro. Riuscita, come sempre. Sarà fazioso, ma Santoro riesce a fare giornalismo in tv senza dar voglia di cambiare canale e affrontando temi difficili, come quello dell'attribuzione degli alloggi popolari. Ieri i due ospiti prinicipali erano Bertinotti e la Santanché. Secondo il leader del neopartito la Destra, le case andrebbero date prima agli italiani indigenti e solo in un secondo tempo agli immigrati extracomunitari. E' così assurdo? Secondo me no e molti Stati occidentali applicano senza remore questo principio. Bertinotti invece pensa che andrebbe mantenuto l'attuale criterio per le graduatorie che, non considerando la nazionalità, finisce per agevolare proprio gli immigrati, che infatti sono ai primi posti nelle classifiche. Il leader di Rifondazione è persuaso che le misure proposte dalla Santanché finirebbero per scatenare una guerra tra poveri. Probabilmente la presidenza della Camera e i fasti della Roma istituzionale gli hanno fatto perdere il contatto con la realtà: vada nelle periferie della grandi città. La guerra tra poveri c'è già ed è stata provocata dall'incapacità del governo di arginare l'immigrazione e di imporre delle regole ci convivenza civile. Vada nelle case popolari: il 90% degli inquilini è extracomunitario. E questo è giusto? No e a urlarlo sono proprio gli italiani più poveri, che vedono i propri quartieri invasi da clandestini, che si sentono traditi dallo Stato, che sono oggettivamente penalizzati e invocano giustizia. Le statistiche lo dimostrano: in questo Paese aumenta il numero degli italiani che vivono sotto il minimo vitale. Questa è l'urgenza numero uno e per risolverla bisogna regolamentare l'immigrazione. Altrimenti non si farà che propagare l'odio e l'ingiustizia, tra gli stranieri e gli italiani. E' questo che vuole Bertinotti? Scritto in Italia, immigrazione Commenti ( 8 ) " (1 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 27Mar 08 L'Iran sta tentando il colpo di mano in Iraq? In apparenza sono le solite notizie dall'Iraq: bombe, morte, terrore. Anche ieri c'è stata un'ondata di attentati. In realtà potrebbero segnare l'inizio di una nuova fase di destabilizzazione dalle implicazioni strategiche assai significative. infatti, per la prima volta dopo mesi di relativa tranquillità, l'Iraq piomba nel terrore. La domanda d'obbligo è: perché? La risposta l'ha data il generale Petraeus qualche giorno fa quando aveva accusato gli iraniani di essere dietro questa recrudescenza. Ieri nuove conferme: in prima linea ci sarebbero i miliziani di Moqtada Al Sadr, uno sceicco sciita che è in sintonia con una delle ali più estreme del regime di Teheran. E proprio in Iran si sono appena concluse le elezioni legislative con la vittoria degli integralisti. L'America invece è nel pieno della recessione e di una campagna elettorale che durerà fino a novembre; dunque è oggettivamente debole. L'impressione è che il regime di Ahmadinejahd e, soprattutto, della guida spirituale Ali Khamenei ne stia approfittando per tentare un colpo di mano a Bagdad o per aumentare la propria influenza nella regione; comunque, ha tutto l'interesse a smontare la tesi dell'Amministrazione Bush secondo cui l'Iraq è avviato verso la normalizzazione. Un Iraq in fiamme influenzerebbe la campagna elettorale Usa, agevolando Barack Obama (l'unico candidato ostile al conflitto) e mettendo in imbarazzo John McCain (che la guerra non l'ha mai rinnegata) ovvero il candidato ritenuto più debole e pacifista rispetto a quello più patriottico e interventista. Tra l'altro una nuova ondata farebbe risalire i corsi del petrolio. Attenti all'Iran, non lascia nulla al caso. Guai in vista? Scritto in medio oriente, gli usa e il mondo Commenti ( 8 ) " (3 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 26Mar 08 Milva e quei sette milioni nascosti. per la vecchiaia Era rossa dentro e rossa fuori, orgogliosa di sostenere Bertinotti e Rifondazione comunista e di battersi contro la destra, il capitalismo e ovviamente Berlusconi. Ora sappiamo che qualcosa di rosso non ha: il conto. Milva in Lichtenstein custodiva sette milioni di euro ovviamente non dichiarati. Intervistata da Antonio Lodetti sul Giornale di oggi , la signora ha dichiarato di non essere preoccupata "perché chi mi segue in queste cose mi ha assicurato che è roba vecchia, prescritta". Se è prescritta significa che è frutto di attività comunque non lecite: forse la signora ha evaso il fisco, come un commenda qualunque? Non sta bene per un artista che si batte per la prosperità dei lavoratori. Poi, con aria svagata afferma di non essersi mai occupata di quel conto, ricordando però che "mio marito mi diceva sempre di pensare alla vecchiaia, di accantonare qualcosa magari all'estero, quando lavoravo fuori". Sette milioni di euro per la vecchiaia? Niente male per una comunista. Quasi quasi divento rosso anch'io. Scritto in Italia Commenti ( 30 ) " (4 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 25Mar 08 Crociata contro l'Islam radicale? Il caso Allam inquieta la Cia La conversione di Magdi Allam è diventato un evento mondiale, ne parlano tutti i grandi media e, com'era prevedibile, i commenti nel mondo islamico sono tendenzialmente negativi. Tra le tante reazioni mi ha colpito quella di Stratfor, un centro studi americano molto vicino alla Cia e che pertanto ne riflette le opinioni. Nella sua ultima newsletter avverte: "Se Benedetto XVI deciderà di rendere più aggressiva la sua avversione all'Islam radicale, dando enorme rilevanza mediatica a casi come quello di Allam e dunque enfatizzando le conversioni anziché la coesistenza, il Vaticano diventerà il centro del confronto tra i fondamentalisti islamici e l'Occidente. E questo avrà profonde implicazioni geopolitiche". Da qui alcune domande: davvero il Papa vuole lanciare la sfida agli integralisti o ha semplicemente ribadito il diritto alla libertà religiosa? La Cia sembra credere alla prima ipotesi e non se ne rallegra: Stratfor scrive che il Papa rischia di alienare il rapporto con un miliardo di musulmani, proprio mentre l'America sta cercando di ricostruire i rapporti con il mondo islamico. Washington, insomma, non pare sostenere Benedetto XVI. Il Vaticano sta davvero lanciando una crociata solitaria? E questo è nell'interesse della Chiesa e dell'Occidente? Scritto in gli usa e il mondo, islam Commenti ( 28 ) " (5 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 20Mar 08 Oddio, Carla Bruni fa la morale ai giornalisti Ricordate la signora Carla Bruni prima che convolasse a nozze con il signor Sarkozy? Era una delle regine dell'infotainment e della stampa rosa. Da ex modella dotata di intuito e intelligenza aveva capito come pararametarsi con i media per incrementare la propria personalità. Era lei che faceva filtrare indiscrezioni sui suoi tanti amori, alimentando i pettegolezzi, lei che rilasciava interviste scandalistiche in cui si dichiarava poligama. Sì, ci sapeva fare, quando era una modella o una cantante. Ora che è una first-lady ha cambiato idea, per assumere i panni, improbabili, della vergine mediatica. Ha preso carta e penna e ha mandato un'appassionata lettera a Le Monde per commentare, con toni scandalizzati, la vicenda dell'Sms che Sarko avrebbe inviato all'ex moglie Cécilia; vicenda che peraltro si è chiusa con le scuse del Nouvel Observateur e il ritiro della querela da parte dell'Eliseo. La signora Bruni-Sarkozy si domanda: "Se i grandi giornali cessano di fare la selezione fra i pettegolezzi e i fatti, chi lo farà? Se, come la peggiore delle pubblicazioni trash, Le Nouvel Observateur, tradendo la sua vocazione ed anche il suo nome, non osserva più, ma inventa ciò che racconta, quale protezione ci resta contro l' isteria dell' epoca?". Poi chiude citando un passo di Beaumarchais, drammaturgo del '700, che parla dell' effetto devastante della calunnia, chiedendosi chi diavolo può resistere alla calunnia?'. La Bruni risponde: "I giornalisti, quelli veri". Sottoscrivo, ma a patto che tutti rispettino il copione, mentre da qualche tempo i personaggi del jet-set sembrano presi da schizofrenia: attori, calciatori, soubrette, modelle, fotografi, ereditieri alimentano per anni il giornalismo spazzatura, poi quando finiscono nei guai o cambiano ruolo, reclamano improvisamente l'etica, la moralità, indignandosi per le incursioni nelle sfere del privato e il cinismo della stampa. Vedi Fabrizio Corona o Paris Hilton o Luciano Moggi o i tanti eroi di un sistema che, sovente, premia il nulla ben confenzionato anziché il merito. Certo il caso della signora Bruni è particolare; direi unico; è saltata direttamente dal rotocalco all'Eliseo. Posso capire l' ansia di rifarsi una reputazione, ma, per cortesia, ci risparmi questi predicozzi, dietro a cui peraltro non è difficile scorgere la mano di uno spin doctor presidenziale. Ben venga la critica alla stampa, ma da censori credibili e possibilmente disinteressati. PS Ecco una splendida immagine di Carla Bruni scattata pochi mesi fa. Allora non mostrava turbamento per l'invadenza dei media. Scritto in francia, giornalismo Commenti ( 22 ) " (4 voti, il voto medio è: 4.75 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 19Mar 08 Quei manager fanno disastri. Ma vengono premiati I manager delle principali banche mondiali hanno creato una bomba speculativa - quella dei muti subprime - che ora è esplosa drammaticamente. Stiamo pagando tutti un prezzo altissimo; tutti tranne loro. Nonostante da anni si parli della necessità di porre fine ai privilegi dei supermanager, nulla è stato fatto e in queste ore si sta creando una situazione paradossale. Gli alti dirigenti che hanno alimentato la speculazione sui subprime non pagano alcuno scotto personale. Anzi, quando vengono licenziati guadagnano. Oggi il Sole 24 Ore ha accesso i fari su Ubs, il colosso elvetico che è in grandi difficoltà, al pari di Citigroup, Morgan Stanley, Lehman Brothers, Goldman Sachs; cioè gli istituti che fino a poche settimane fa davano lezioni al mondo. Il numero uno di Ubs Marcel Ospel, sebbene molto contestato, è ancora in sella, mentre tre top manager sono stati licenziati. Peccato che se ne siano usciti con paracadute milionari: circa venti milioni di franchi svizzeri a testa. Hanno messo a repentaglio la solidità e la reputazione della prima banca svizzera e contribuito a scatenare la più grave crisi finanziaria degli ultimi 80 anni; ma se ne vanno più ricchi di prima. La beffa è doppia. Uno dei principi sacri del capitalismo è quello della responsabilità individuale: se sbagli paghi. La casta dei supermanager lo ha invece sovvertito: quando sbagliano loro sono gli altri a pagare. Ed è ora di dire basta a quella che ha tutta l'aria di essere una truffa legalizzata. Ribellarsi talvolta è un obbligo. Scritto in globalizzazione Commenti ( 14 ) " (4 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 17Mar 08 Dietro la vicenda Alitalia la mano della lobby europea Come ha spiegato Paolo Stefanato sul Giornale di oggi Alitalia anziché essere svenduta sarà praticamente regalata ad Air France. E a rimetterci non sarà solo Malpensa. Molti si stanno pentendo, non però i ministri dell'attuale governo. E non è difficile capire perché. Se si analizza con distacco la vicenda ci si accorge come Bruxelles dietro le quinte abbia spinto per questa soluzione. Innanzitutto, considerazioni strategiche: è stata Bruxelles a volere che Air France diventasse la compagnia di riferimento europea. E dunque in questa logica era auspicabile che Alitalia finisse nelle mani di Air France-Klm e di conseguenza che l'hub di Parigi assumesse ancor più importanza con il declassamento di Malpensa. E chi ha condotto nel governo la trattativa per la cessione? Il ministro del Tesoro Tommaso Padoa Schioppa, ex membro della Banca centrale europea, con la vigile protezione di Romano Prodi, ex presidente della Commissione europea ovvero due leader politici che, assieme a Giuliano Amato ed Emma Bonino, sono da sempre estremamente sensibili agli interessi comunitari. Oggi la Commissione europea ha pronunciato un secco no alla concessione di nuovi aiuti di Stato. Il portavoce del commissario ai trasporti Jacques Barrot (un francese) ha ricordato che Alitalia ha già beneficiato in passato di aiuti di Stato e quindi, in base al principio "una volta, ultima volta" non potrà più ricevere questo genere di sostegno. Il tempismo è perfetto: mentre l'Italia scopre con sconcerto l'inganno ed è tentata dal dire di no, la Commissione europea la mette con le spalle al muro: o dice sì all'offerta o Alitalia dovrà fallire. Prodi e Padoa Schioppa naturalmente non manifestano rimorsi, né dubbi. Anzi, il premier uscente intima alla Sea di ritirare la richiesta di indennizzo danni rivolta ad Alitalia, come desiderato da Air France. Risponde presente, una volta di più. Un'operazione magistrale, complimenti alla lobby europea. Scritto in Italia Commenti ( 42 ) " (6 voti, il voto medio è: 4.83 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 15Mar 08 Boicottare le Olimpiadi crea confusione? Secondo il nostro ministro degli Esteri Massimo D'Alema disertare le Olimpiadi per mandare un messaggio alla Cina sul Tibet potrebbe "dividerci e far confusione". Io capisco l'imbarazzo della diplomazia in questi frangenti, ma perchè un boicottaggio dovrebbe "far confusione"? O si è favorevoli per ragioni umanitarie o si è contrari per ragioni di opportunità politica ed economica. Qual è la posizione dell'Italia? La confusione mi sembra la stia creando D'Alema, forse travolto dal vociare di queste ore. Improvvisamente tutti si occupano di Tibet: molti eponenti del Pdl e della Sinistra arcobaleno invocano il boicottaggio, il Pd medita, Cossiga è contrario e ancora una volta provoca: "Vorrei comprendere il motivo per il quale tutti protestano per le misure forti con le quali i governi di Pechino e di Nuova Delhi cercano di ristabilire l'ordine nei propri territori, mentre quasi tutti tacciono sulla repressione giudiziario-poliziesca del Governo di Madrid nei Paesi Baschi". In queste ore il mio cuore è con il Dalai Lama e con il popolo tibetano, ma ho l'impressione che, anche volendo, l'Occidente non possa permettersi il boicottaggio e che si sia rassegnato a convivere con questa Cina, capitalista e dittatoriale. E allora, a dispetto dell'emozione, ho l'impressione che finirà come in Birmania. Un bagno di sangue, qualche settimana per dimenticare e amici come prima. AGGIORNAMENTO IMPORTANTE: il Dalai Lama dice no al boicottaggio dei Giochi Olimpici, in quanto punirebbe ingiustamente il popolo cinese, mentre solo il governo di Pechino è responsabile di quello che ha definito un "genocidio culturale". E a questo punto cosa si deve fare: insistere comunque per il boicottaggio o seguire l'invito del Dalai Lama? Scritto in cina Commenti ( 54 ) " (4 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 13Mar 08 Un (osceno) baratto tra Stati Uniti e Cina? Chi segue i mercati finanziari sa che i rapporti tra Stati Uniti e Cina sono vincolati da un interesse reciproco: l'America è il principale sbocco della produzione industriale cinese, in cambio Pechino finanzia il deficit statunitense comprando a man bassa titoli di Stato. Ma la crisi finanziaria sembra aver rotto l'equilibrio e non certo a favore di Washington. In queste ore gli Usa appaiono molto vulnerabili: politicamente perché sono in piena campagna per le presidenziali, economicamente perché sono in recessione e con il sistema finanziario sotto sopra, militarmente perché l'esercito appare demotivato e diviso (vedi le dimissioni dell'ammiraglio William Fallon, 63 anni, comandante delle forze Usa in Medio Oriente). Qualcuno si chiede se siano ancora una superpotenza, certo sono in crisi come raramente è capitato nella storia recente. E in questo contesto lascia allibiti la notizia che il Dipartimento di Stato ha tolto la Cina dalla lista nera dei Paesi che violano i diritti umani. Ma come? Qualche mese fa Bush conferiva la massima onoreficenza al Dalai Lama e proprio nel momento in cui il leader spiriturale tibetano denuncia la brutale repressione dei cinesi in Tibet, l'America assolve Pechino? Basta leggere il rapporto per rendersi conto dell'assurdità della decisione. Nel testo infatti si riconosce che: "La Cina soffoca qualunque tipo di libertà di espressione, nega ai suoi cittadini i più elementari diritti umani, censura internet, arresta i blogger, sorveglia i giornalisti stranieri, se è il caso li intimidisce". Inoltre "stritola la libertà religiosa nel Tibet buddista e nello Xinjiang musulmano, spedisce chi protesta ai lavori forzati, tortura i prigionieri con i peggiori strumenti partoriti dalla crudeltà umana, strappa confessioni per delitti mai commessi, li condanna preferibilmente senza processo". Ciò nonostante non è più nell'elenco dei cattivi. Perché? Il governo americano ha più che mai bisogno dei fondi cinesi (anche di quelli sovrani) per tamponare lo scandalo subprime, mentre Pechino nell'anno delle Olimpiadi ha urgenza di migliorare la propria immagine internazionale. Quella strana assoluzione del Dipartimento di Stato equivale a una benedizione. Dobbiamo sopettare un (osceno) baratto tra i due Paesi? Scritto in cina, gli usa e il mondo Commenti ( 23 ) " (8 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 12Mar 08 L'ultima moda: tutti immobili per tre minuti E' un'organizzazione nata nel 2001 per diletto negli Stati Uniti e ora si sta diffondendo in tutto il mondo. Lo scopo? Divertirsi creando eventi di massa senza senso in luoghi pubblici. Improv Everywhere riesce a coinvolgere centinaia e talvolta migliaia di persone. L'ultima impresa: rimanere immobili per tre minuti in una stazione o in una piazza non appena il "regista" dà il via. L'effetto è surreale, come potete vedere dai video su questo blog. Hanno iniziato a New York, poi il blitz è stato replicato a Londra, infine a Parigi. Arriverà anche in Italia? Probabilmente sì. E in fondo non c'è da stupirsi: per diletto - e solleticando la voglia di protagonismo - è facile mobilitare i giovani, non altrettanto avviene per cause concrete e meritevoli. Un segno dei tempi o, forse, un altro effetto della globalizzazione, che alimenta l'illusione della diversità e dell'originalità, ma in realtà appiattisce le differenze etniche, culturali, di comportamento. Le mode dei giovani ormai sono planetarie: new York, Milano, Parigi, Zurigo, vestono tutti allo stesso modo, vedono gli stessi film, ascoltano la stessa musica, ragionano allo stesso modo. E vivono in città che devono affrontare gli stessi problemi. La globalizzazione può essere divertente come in questo caso, ma sradica l'identità nazionale, familiare, culturale e tende a renderci tutti uguali. YouTube Direkt Scritto in globalizzazione Commenti ( 14 ) " (3 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico Post precedenti Chi sono Sono inviato speciale di politica internazionale. Sposato, ho tre figli. Risiedo a Milano e giro il mondo. Tutti gli articoli di Marcello Foa su ilGiornale.it contatti Categorie cina (12) democrazia (13) francia (15) germania (2) giornalismo (30) gli usa e il mondo (22) globalizzazione (3) immigrazione (18) islam (11) Italia (75) medio oriente (8) notizie nascoste (26) presidenziali usa (5) russia (9) svizzera (3) turchia (11) Varie (12) I più inviati Dietro la vicenda Alitalia la mano della lobby europea - 4 Emails In una lettera il ritratto dell'Italia di oggi - 2 Emails Dalla Svizzera una lezione (anche per il centrodestra italiano) - 2 Emails Cina, il regime intimidisce anche i giornalisti stranieri - 1 Emails Immigrazione, la sinistra sbaglia. Ma la destra dov'è? - 1 Emails Putin e la Cina vogliono cacciare gli Usa dall'Asia centrale - 1 Emails Birmania, la forza dello spirito (e della tecnologia) - 1 Emails "Svizzera razzista", così i media impongono il pensiero unico - 1 Emails Ma il Wi-Fi nuoce alla salute? - 1 Emails Ma la Germania si sta italianizzando? - 1 Emails Ultime discussioni CORRADO: Ho visto la puntata di "Anno Zero" di ieri sera. Il Presidente Bertinotti mi è sembrato in... Ambrogio.: Non sono Comunista, ma AnnoZero l'ho sempre visto, tranne questa puntata(ne ho un pò piene le... ionescu: Foa chi le ha dato il dato dei '90% sono extracomunitari'? Se lo è inventato! Ambrogio.: Domanda a Lorenzo: premesso che in casi come l'Iran e tanti altri, vedo bene solo il sorgere di un... remo: Comunisti si nasce e non si diventa, perche'non andate avedre quello che faceva bertinotti durante il... Ultime news An error has occured; the feed is probably down. Try again later. 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Un (osceno) baratto tra Stati Uniti e Cina? (sezione: Estero USA)

( da "Giornale.it, Il" del 28-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Ieri sera ho visto qualche passaggio di Anno Zero, la trasmissione di Santoro. Riuscita, come sempre. Sarà fazioso, ma Santoro riesce a fare giornalismo in tv senza dar voglia di cambiare canale e affrontando temi difficili, come quello dell'attribuzione degli alloggi popolari. Ieri i due ospiti prinicipali erano Bertinotti e la Santanché. Secondo il leader del neopartito la Destra, le case andrebbero date prima agli italiani indigenti e solo in un secondo tempo agli immigrati extracomunitari. E' così assurdo? Secondo me no e molti Stati occidentali applicano senza remore questo principio. Bertinotti invece pensa che andrebbe mantenuto l'attuale criterio per le graduatorie che, non considerando la nazionalità, finisce per agevolare proprio gli immigrati, che infatti sono ai primi posti nelle classifiche. Il leader di Rifondazione è persuaso che le misure proposte dalla Santanché finirebbero per scatenare una guerra tra poveri. Probabilmente la presidenza della Camera e i fasti della Roma istituzionale gli hanno fatto perdere il contatto con la realtà: vada nelle periferie della grandi città. La guerra tra poveri c'è già ed è stata provocata dall'incapacità del governo di arginare l'immigrazione e di imporre delle regole ci convivenza civile. Vada nelle case popolari: il 90% degli inquilini è extracomunitario. E questo è giusto? No e a urlarlo sono proprio gli italiani più poveri, che vedono i propri quartieri invasi da clandestini, che si sentono traditi dallo Stato, che sono oggettivamente penalizzati e invocano giustizia. Le statistiche lo dimostrano: in questo Paese aumenta il numero degli italiani che vivono sotto il minimo vitale. Questa è l'urgenza numero uno e per risolverla bisogna regolamentare l'immigrazione. Altrimenti non si farà che propagare l'odio e l'ingiustizia, tra gli stranieri e gli italiani. E' questo che vuole Bertinotti? Scritto in Italia, immigrazione Commenti ( 8 ) " (1 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 27Mar 08 L'Iran sta tentando il colpo di mano in Iraq? In apparenza sono le solite notizie dall'Iraq: bombe, morte, terrore. Anche ieri c'è stata un'ondata di attentati. In realtà potrebbero segnare l'inizio di una nuova fase di destabilizzazione dalle implicazioni strategiche assai significative. infatti, per la prima volta dopo mesi di relativa tranquillità, l'Iraq piomba nel terrore. La domanda d'obbligo è: perché? La risposta l'ha data il generale Petraeus qualche giorno fa quando aveva accusato gli iraniani di essere dietro questa recrudescenza. Ieri nuove conferme: in prima linea ci sarebbero i miliziani di Moqtada Al Sadr, uno sceicco sciita che è in sintonia con una delle ali più estreme del regime di Teheran. E proprio in Iran si sono appena concluse le elezioni legislative con la vittoria degli integralisti. L'America invece è nel pieno della recessione e di una campagna elettorale che durerà fino a novembre; dunque è oggettivamente debole. L'impressione è che il regime di Ahmadinejahd e, soprattutto, della guida spirituale Ali Khamenei ne stia approfittando per tentare un colpo di mano a Bagdad o per aumentare la propria influenza nella regione; comunque, ha tutto l'interesse a smontare la tesi dell'Amministrazione Bush secondo cui l'Iraq è avviato verso la normalizzazione. Un Iraq in fiamme influenzerebbe la campagna elettorale Usa, agevolando Barack Obama (l'unico candidato ostile al conflitto) e mettendo in imbarazzo John McCain (che la guerra non l'ha mai rinnegata) ovvero il candidato ritenuto più debole e pacifista rispetto a quello più patriottico e interventista. Tra l'altro una nuova ondata farebbe risalire i corsi del petrolio. Attenti all'Iran, non lascia nulla al caso. Guai in vista? Scritto in medio oriente, gli usa e il mondo Commenti ( 8 ) " (3 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 26Mar 08 Milva e quei sette milioni nascosti. per la vecchiaia Era rossa dentro e rossa fuori, orgogliosa di sostenere Bertinotti e Rifondazione comunista e di battersi contro la destra, il capitalismo e ovviamente Berlusconi. Ora sappiamo che qualcosa di rosso non ha: il conto. Milva in Lichtenstein custodiva sette milioni di euro ovviamente non dichiarati. Intervistata da Antonio Lodetti sul Giornale di oggi , la signora ha dichiarato di non essere preoccupata "perché chi mi segue in queste cose mi ha assicurato che è roba vecchia, prescritta". Se è prescritta significa che è frutto di attività comunque non lecite: forse la signora ha evaso il fisco, come un commenda qualunque? Non sta bene per un artista che si batte per la prosperità dei lavoratori. Poi, con aria svagata afferma di non essersi mai occupata di quel conto, ricordando però che "mio marito mi diceva sempre di pensare alla vecchiaia, di accantonare qualcosa magari all'estero, quando lavoravo fuori". Sette milioni di euro per la vecchiaia? Niente male per una comunista. Quasi quasi divento rosso anch'io. Scritto in Italia Commenti ( 30 ) " (4 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 25Mar 08 Crociata contro l'Islam radicale? Il caso Allam inquieta la Cia La conversione di Magdi Allam è diventato un evento mondiale, ne parlano tutti i grandi media e, com'era prevedibile, i commenti nel mondo islamico sono tendenzialmente negativi. Tra le tante reazioni mi ha colpito quella di Stratfor, un centro studi americano molto vicino alla Cia e che pertanto ne riflette le opinioni. Nella sua ultima newsletter avverte: "Se Benedetto XVI deciderà di rendere più aggressiva la sua avversione all'Islam radicale, dando enorme rilevanza mediatica a casi come quello di Allam e dunque enfatizzando le conversioni anziché la coesistenza, il Vaticano diventerà il centro del confronto tra i fondamentalisti islamici e l'Occidente. E questo avrà profonde implicazioni geopolitiche". Da qui alcune domande: davvero il Papa vuole lanciare la sfida agli integralisti o ha semplicemente ribadito il diritto alla libertà religiosa? La Cia sembra credere alla prima ipotesi e non se ne rallegra: Stratfor scrive che il Papa rischia di alienare il rapporto con un miliardo di musulmani, proprio mentre l'America sta cercando di ricostruire i rapporti con il mondo islamico. Washington, insomma, non pare sostenere Benedetto XVI. Il Vaticano sta davvero lanciando una crociata solitaria? E questo è nell'interesse della Chiesa e dell'Occidente? Scritto in gli usa e il mondo, islam Commenti ( 28 ) " (5 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 20Mar 08 Oddio, Carla Bruni fa la morale ai giornalisti Ricordate la signora Carla Bruni prima che convolasse a nozze con il signor Sarkozy? Era una delle regine dell'infotainment e della stampa rosa. Da ex modella dotata di intuito e intelligenza aveva capito come pararametarsi con i media per incrementare la propria personalità. Era lei che faceva filtrare indiscrezioni sui suoi tanti amori, alimentando i pettegolezzi, lei che rilasciava interviste scandalistiche in cui si dichiarava poligama. Sì, ci sapeva fare, quando era una modella o una cantante. Ora che è una first-lady ha cambiato idea, per assumere i panni, improbabili, della vergine mediatica. Ha preso carta e penna e ha mandato un'appassionata lettera a Le Monde per commentare, con toni scandalizzati, la vicenda dell'Sms che Sarko avrebbe inviato all'ex moglie Cécilia; vicenda che peraltro si è chiusa con le scuse del Nouvel Observateur e il ritiro della querela da parte dell'Eliseo. La signora Bruni-Sarkozy si domanda: "Se i grandi giornali cessano di fare la selezione fra i pettegolezzi e i fatti, chi lo farà? Se, come la peggiore delle pubblicazioni trash, Le Nouvel Observateur, tradendo la sua vocazione ed anche il suo nome, non osserva più, ma inventa ciò che racconta, quale protezione ci resta contro l' isteria dell' epoca?". Poi chiude citando un passo di Beaumarchais, drammaturgo del '700, che parla dell' effetto devastante della calunnia, chiedendosi chi diavolo può resistere alla calunnia?'. La Bruni risponde: "I giornalisti, quelli veri". Sottoscrivo, ma a patto che tutti rispettino il copione, mentre da qualche tempo i personaggi del jet-set sembrano presi da schizofrenia: attori, calciatori, soubrette, modelle, fotografi, ereditieri alimentano per anni il giornalismo spazzatura, poi quando finiscono nei guai o cambiano ruolo, reclamano improvisamente l'etica, la moralità, indignandosi per le incursioni nelle sfere del privato e il cinismo della stampa. Vedi Fabrizio Corona o Paris Hilton o Luciano Moggi o i tanti eroi di un sistema che, sovente, premia il nulla ben confenzionato anziché il merito. Certo il caso della signora Bruni è particolare; direi unico; è saltata direttamente dal rotocalco all'Eliseo. Posso capire l' ansia di rifarsi una reputazione, ma, per cortesia, ci risparmi questi predicozzi, dietro a cui peraltro non è difficile scorgere la mano di uno spin doctor presidenziale. Ben venga la critica alla stampa, ma da censori credibili e possibilmente disinteressati. PS Ecco una splendida immagine di Carla Bruni scattata pochi mesi fa. Allora non mostrava turbamento per l'invadenza dei media. Scritto in francia, giornalismo Commenti ( 22 ) " (4 voti, il voto medio è: 4.75 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 19Mar 08 Quei manager fanno disastri. Ma vengono premiati I manager delle principali banche mondiali hanno creato una bomba speculativa - quella dei muti subprime - che ora è esplosa drammaticamente. Stiamo pagando tutti un prezzo altissimo; tutti tranne loro. Nonostante da anni si parli della necessità di porre fine ai privilegi dei supermanager, nulla è stato fatto e in queste ore si sta creando una situazione paradossale. Gli alti dirigenti che hanno alimentato la speculazione sui subprime non pagano alcuno scotto personale. Anzi, quando vengono licenziati guadagnano. Oggi il Sole 24 Ore ha accesso i fari su Ubs, il colosso elvetico che è in grandi difficoltà, al pari di Citigroup, Morgan Stanley, Lehman Brothers, Goldman Sachs; cioè gli istituti che fino a poche settimane fa davano lezioni al mondo. Il numero uno di Ubs Marcel Ospel, sebbene molto contestato, è ancora in sella, mentre tre top manager sono stati licenziati. Peccato che se ne siano usciti con paracadute milionari: circa venti milioni di franchi svizzeri a testa. Hanno messo a repentaglio la solidità e la reputazione della prima banca svizzera e contribuito a scatenare la più grave crisi finanziaria degli ultimi 80 anni; ma se ne vanno più ricchi di prima. La beffa è doppia. Uno dei principi sacri del capitalismo è quello della responsabilità individuale: se sbagli paghi. La casta dei supermanager lo ha invece sovvertito: quando sbagliano loro sono gli altri a pagare. Ed è ora di dire basta a quella che ha tutta l'aria di essere una truffa legalizzata. Ribellarsi talvolta è un obbligo. Scritto in globalizzazione Commenti ( 14 ) " (4 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 17Mar 08 Dietro la vicenda Alitalia la mano della lobby europea Come ha spiegato Paolo Stefanato sul Giornale di oggi Alitalia anziché essere svenduta sarà praticamente regalata ad Air France. E a rimetterci non sarà solo Malpensa. Molti si stanno pentendo, non però i ministri dell'attuale governo. E non è difficile capire perché. Se si analizza con distacco la vicenda ci si accorge come Bruxelles dietro le quinte abbia spinto per questa soluzione. Innanzitutto, considerazioni strategiche: è stata Bruxelles a volere che Air France diventasse la compagnia di riferimento europea. E dunque in questa logica era auspicabile che Alitalia finisse nelle mani di Air France-Klm e di conseguenza che l'hub di Parigi assumesse ancor più importanza con il declassamento di Malpensa. E chi ha condotto nel governo la trattativa per la cessione? Il ministro del Tesoro Tommaso Padoa Schioppa, ex membro della Banca centrale europea, con la vigile protezione di Romano Prodi, ex presidente della Commissione europea ovvero due leader politici che, assieme a Giuliano Amato ed Emma Bonino, sono da sempre estremamente sensibili agli interessi comunitari. Oggi la Commissione europea ha pronunciato un secco no alla concessione di nuovi aiuti di Stato. Il portavoce del commissario ai trasporti Jacques Barrot (un francese) ha ricordato che Alitalia ha già beneficiato in passato di aiuti di Stato e quindi, in base al principio "una volta, ultima volta" non potrà più ricevere questo genere di sostegno. Il tempismo è perfetto: mentre l'Italia scopre con sconcerto l'inganno ed è tentata dal dire di no, la Commissione europea la mette con le spalle al muro: o dice sì all'offerta o Alitalia dovrà fallire. Prodi e Padoa Schioppa naturalmente non manifestano rimorsi, né dubbi. Anzi, il premier uscente intima alla Sea di ritirare la richiesta di indennizzo danni rivolta ad Alitalia, come desiderato da Air France. Risponde presente, una volta di più. Un'operazione magistrale, complimenti alla lobby europea. Scritto in Italia Commenti ( 42 ) " (6 voti, il voto medio è: 4.83 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 15Mar 08 Boicottare le Olimpiadi crea confusione? Secondo il nostro ministro degli Esteri Massimo D'Alema disertare le Olimpiadi per mandare un messaggio alla Cina sul Tibet potrebbe "dividerci e far confusione". Io capisco l'imbarazzo della diplomazia in questi frangenti, ma perchè un boicottaggio dovrebbe "far confusione"? O si è favorevoli per ragioni umanitarie o si è contrari per ragioni di opportunità politica ed economica. Qual è la posizione dell'Italia? La confusione mi sembra la stia creando D'Alema, forse travolto dal vociare di queste ore. Improvvisamente tutti si occupano di Tibet: molti eponenti del Pdl e della Sinistra arcobaleno invocano il boicottaggio, il Pd medita, Cossiga è contrario e ancora una volta provoca: "Vorrei comprendere il motivo per il quale tutti protestano per le misure forti con le quali i governi di Pechino e di Nuova Delhi cercano di ristabilire l'ordine nei propri territori, mentre quasi tutti tacciono sulla repressione giudiziario-poliziesca del Governo di Madrid nei Paesi Baschi". In queste ore il mio cuore è con il Dalai Lama e con il popolo tibetano, ma ho l'impressione che, anche volendo, l'Occidente non possa permettersi il boicottaggio e che si sia rassegnato a convivere con questa Cina, capitalista e dittatoriale. E allora, a dispetto dell'emozione, ho l'impressione che finirà come in Birmania. Un bagno di sangue, qualche settimana per dimenticare e amici come prima. AGGIORNAMENTO IMPORTANTE: il Dalai Lama dice no al boicottaggio dei Giochi Olimpici, in quanto punirebbe ingiustamente il popolo cinese, mentre solo il governo di Pechino è responsabile di quello che ha definito un "genocidio culturale". E a questo punto cosa si deve fare: insistere comunque per il boicottaggio o seguire l'invito del Dalai Lama? Scritto in cina Commenti ( 54 ) " (4 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 13Mar 08 Un (osceno) baratto tra Stati Uniti e Cina? Chi segue i mercati finanziari sa che i rapporti tra Stati Uniti e Cina sono vincolati da un interesse reciproco: l'America è il principale sbocco della produzione industriale cinese, in cambio Pechino finanzia il deficit statunitense comprando a man bassa titoli di Stato. Ma la crisi finanziaria sembra aver rotto l'equilibrio e non certo a favore di Washington. In queste ore gli Usa appaiono molto vulnerabili: politicamente perché sono in piena campagna per le presidenziali, economicamente perché sono in recessione e con il sistema finanziario sotto sopra, militarmente perché l'esercito appare demotivato e diviso (vedi le dimissioni dell'ammiraglio William Fallon, 63 anni, comandante delle forze Usa in Medio Oriente). Qualcuno si chiede se siano ancora una superpotenza, certo sono in crisi come raramente è capitato nella storia recente. E in questo contesto lascia allibiti la notizia che il Dipartimento di Stato ha tolto la Cina dalla lista nera dei Paesi che violano i diritti umani. Ma come? Qualche mese fa Bush conferiva la massima onoreficenza al Dalai Lama e proprio nel momento in cui il leader spiriturale tibetano denuncia la brutale repressione dei cinesi in Tibet, l'America assolve Pechino? Basta leggere il rapporto per rendersi conto dell'assurdità della decisione. Nel testo infatti si riconosce che: "La Cina soffoca qualunque tipo di libertà di espressione, nega ai suoi cittadini i più elementari diritti umani, censura internet, arresta i blogger, sorveglia i giornalisti stranieri, se è il caso li intimidisce". Inoltre "stritola la libertà religiosa nel Tibet buddista e nello Xinjiang musulmano, spedisce chi protesta ai lavori forzati, tortura i prigionieri con i peggiori strumenti partoriti dalla crudeltà umana, strappa confessioni per delitti mai commessi, li condanna preferibilmente senza processo". Ciò nonostante non è più nell'elenco dei cattivi. Perché? Il governo americano ha più che mai bisogno dei fondi cinesi (anche di quelli sovrani) per tamponare lo scandalo subprime, mentre Pechino nell'anno delle Olimpiadi ha urgenza di migliorare la propria immagine internazionale. Quella strana assoluzione del Dipartimento di Stato equivale a una benedizione. Dobbiamo sopettare un (osceno) baratto tra i due Paesi? Scritto in cina, gli usa e il mondo Commenti ( 23 ) " (8 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico 12Mar 08 L'ultima moda: tutti immobili per tre minuti E' un'organizzazione nata nel 2001 per diletto negli Stati Uniti e ora si sta diffondendo in tutto il mondo. Lo scopo? Divertirsi creando eventi di massa senza senso in luoghi pubblici. Improv Everywhere riesce a coinvolgere centinaia e talvolta migliaia di persone. L'ultima impresa: rimanere immobili per tre minuti in una stazione o in una piazza non appena il "regista" dà il via. L'effetto è surreale, come potete vedere dai video su questo blog. Hanno iniziato a New York, poi il blitz è stato replicato a Londra, infine a Parigi. Arriverà anche in Italia? Probabilmente sì. E in fondo non c'è da stupirsi: per diletto - e solleticando la voglia di protagonismo - è facile mobilitare i giovani, non altrettanto avviene per cause concrete e meritevoli. Un segno dei tempi o, forse, un altro effetto della globalizzazione, che alimenta l'illusione della diversità e dell'originalità, ma in realtà appiattisce le differenze etniche, culturali, di comportamento. Le mode dei giovani ormai sono planetarie: new York, Milano, Parigi, Zurigo, vestono tutti allo stesso modo, vedono gli stessi film, ascoltano la stessa musica, ragionano allo stesso modo. E vivono in città che devono affrontare gli stessi problemi. La globalizzazione può essere divertente come in questo caso, ma sradica l'identità nazionale, familiare, culturale e tende a renderci tutti uguali. YouTube Direkt Scritto in globalizzazione Commenti ( 14 ) " (3 voti, il voto medio è: 5 su un massimo di 5) Loading ... Il Blog di Marcello Foa © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo articolo a un amico Post precedenti Chi sono Sono inviato speciale di politica internazionale. Sposato, ho tre figli. Risiedo a Milano e giro il mondo. 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Tibet, bush: "la cina sia moderata" - andrea bonanni (sezione: Estero USA)

( da "Repubblica, La" del 29-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

"Lavoriamo per la pace" Tibet, Bush: "La Cina sia moderata" La Merkel non andrà a Pechino per i Giochi. Il Dalai Lama: "Fratelli cinesi dialogate" Do la mia disponibilità alle autorità cinesi per lavorare insieme per portare pace e stabilità. Li invito a esercitare buon senso e a dialogare ANDREA BONANNI DAL NOSTRO INVIATO BRUXELLES - Richiami a Pechino perché freni la repressione e apra finalmente il dialogo con il Dalai Lama, ma nessun boicottaggio dei giochi olimpici. è questa, almeno per ora, la linea che sembra prevalere sia in America sia in Europa rispetto alla crisi tibetana. Ieri per la prima volta dopo quindici giorni dall'inizio delle violenze, il presidente americano George Bush è intervenuto pubblicamente sulla questione. In una conferenza stampa con il premier australiano Kevin Rudd, Bush ha spiegato di aver telefonato mercoledì al presidente cinese Hu Jintao. "Gli ho detto che è nell'interesse del suo Paese sedersi al tavolo con i rappresentanti del Dalai Lama e dare prova di moderazione", ha dichiarato il presidente americano. Nelle stesse ore, il segretario di Stato americano Condoleezza Rice, in una intervista al Washington Times ha definito "inutile" l'idea di un boicottaggio delle Olimpiadi di Pechino, ed ha apertamente criticato come "privo di costrutto" il boicottaggio dei giochi olimpici di Mosca, organizzato dagli Usa nel 1980 per protestare contro l'invasione sovietica in Afghanistan. Lo stesso Dalai Lama, con un comunicato pubblicato ieri sul suo sito internet, è tornato a rivolgere un appello a Pechino per l'apertura di un dialogo. "Ho espresso la mia disponibilità alle autorità cinesi per lavorare insieme per portare pace e stabilità. Invito la leadership cinese ad esercitare buon senso e ad avviare un dialogo significativo con il popolo tibetano". Nel comunicato, la massima autorità spirituale tibetana ribadisce di non volere la separazione del Tibet dalla Cina: "Io sono un semplice monaco che cerca di preservare la cultura del popolo tibetano, la sua lingua e la sua identità", ha spiegato. L'idea di un boicottaggio politico dei Giochi olimpici sembra perdere sostegno anche tra gli europei. I ministri degli Esteri della Ue, riuniti ieri a Brdo, in Slovenia, per un consiglio informale sembrano con qualche eccezione prendere le distanze dall'idea di un boicottaggio politico dei giochi, con la diserzione dei governi alla cerimonia di inaugurazione, suggerito giorni fa dal presidente francese Sarkozy. La Gran Bretagna, che ospiterà le Olimpiadi nel 2012, ha già fatto sapere che il primo ministro Gordon Brown andrà all'inaugurazione. Sulla stessa linea si sono posizionate la Spagna, il Portogallo e la Svezia. "Il dialogo è il modo migliore per evitare la violenza", ha detto il ministro degli Esteri svedese, Karl Bildt. L'alto rappresentante per la Politica estera della Ue, Javier Solana, che già nei giorni scorsi aveva espresso la propria intenzione di andare a Pechino per l'apertura dei giochi, ha spiegato ieri di "non aver cambiato idea". "Non credo che avremo un boicottaggio dei giochi in agenda", ha commentato. Più sfumata e diplomatica la posizione tedesca. Il ministro degli Esteri di Berlino, Steinmeier, ha spiegato che né lui ne la cancelliera Angela Merkel andranno a Pechino. Ma ha aggiunto che la spedizione non era mai stata presa in considerazione e che dunque non si tratta di boicottaggio: "Dire di no ai Giochi solo per salvarsi la coscienza non aiuta né i popoli della Cina né le federazioni sportive", ha commentato. E non ha escluso che il ministro Schauble o il presidente della repubblica Horst Koheler possano presenziare alle cerimonie. A dichiararsi apertamente favorevole ad un boicottaggio è rimasta così solo la Polonia, il cui premier Tusk aveva giudicata "inopportuna" la presenza di politici alla cerimonia inaugurale. Anche la Francia sembra fare marcia indietro. è toccato come al solito al ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner cercare di ridimensionare le parole di Sarkozy: "Nessuno propone un boicottaggio completo dei Giochi. Noi vogliamo partecipare ad un dialogo necessario: i cinsi devono sapere che non siamo anti-cinesi". Parlando a nome dei Ventisette, il presidente di turno, lo sloveno Dimitrij Rupel, ha detto che i tempi di una decisione formale non sono ancora maturi e ha invece anticipato che gli europei, come gli americani, solleciteranno l'apertura di un dialogo tra Pechino e il Dalai Lama.

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Tibet, sui Giochi l'Europa in ordine sparso Nel Consiglio dei ministri degli Esteri si cerca di avvicinare le posizioni sul boicottaggio della cerimonia inaugurale delle Olimpiadi (sezione: Estero USA)

( da "Unita, L'" del 29-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Stai consultando l'edizione del Tibet, sui Giochi l'Europa in ordine sparso Nel Consiglio dei ministri degli Esteri si cerca di avvicinare le posizioni sul boicottaggio della cerimonia inaugurale delle Olimpiadi. L'Italia: confronto con Pechino ma il Dalai Lama sia ospite di Bruxelles di Umberto De Giovannangeli IN ORDINE SPARSO alla ricerca di una posizione comune. L'Europa prova a parlare una sola lingua (diplomatica) sulla crisi tibetana. Ma per farlo è costretta ad attenuare i toni delle critiche rivolte alle autorità cinesi. A dividere è soprattutto l'atteggiamento da assumere verso i Giochi olimpici in programma ad agosto a Pechino. "L'unità dell'Unione europea in politica estera non si può misurare sul fatto che qualcuno andrà e qualcuno no" alle Olimpiadi. Lo ha rivendicato l'Alto Rappresentante per la Politica estera dell'Ue durante la conferenza stampa tenuta ieri sera al termine della prima giornata di lavori del Consiglio informale Affari esteri a Brdo, in Slovenia, ribadendo che lui andrà a Pechino. "La questione importante - ha sottolineato Solana - è che insieme mandiamo tre messaggi alla Cina: il primo è che ogni cultura va riconosciuta e rispettata; il secondo è che devono finire le violenze in Tibet; il terzo è che tutto si deve risolvere pacificamente". Alla riunione di Brdo l'Italia ha proposto di "aprire oggi un dialogo forte con la Cina": lo ha riferito il sottosegretario agli Esteri Famiano Crucianelli, conversando con i giornalisti. "L'Italia sostiene l'ipotesi di inviare una presenza europea altamente qualificata a Pechino per discutere con le autorità cinesi", ha detto Crucianelli. "Al tempo stesso l'Italia chiede che il Dalai Lama venga a Bruxelles". Secondo Crucianelli, il dialogo che si aperto tra i ministri europei se partecipare o meno all'apertura dei Giochi olimpici "è interessante, ma riguarda una cosa che succederà tra qualche mese. Il messaggio di oggi deve essere invece di aprire subito un dialogo forte con la Cina, perchè la vicenda Tibet richiede una risposta immediata". Commentando il confronto svolto finora tra i ministri degli Esteri della Ue, Crucianelli ha riferito che "il clima è di arrivare ad una posizione comune dell'Europa che dovrà superare le singole posizioni. Dovrebbero esserci però le condizioni - ha rilevato Crucianelli - per inviare un chiaro messaggio alla Cina: stop alle violenze, rispetto delle minoranze, dialogo". Oggi si cercherà di raggiungere una posizione comune, ma non sul boicottaggio della cerimonia inaugurale dei Giochi di Pechino. Su questo, l'Europa continua a procedere in ordine sparso. I 27 sono divisi sul boicottaggio. La Francia, con il presidente Nicolas Sarkozy, guida il drappello dei Paesi più determinati a lanciare un forte segnale alle autorità cinesi per il rispetto dei diritti umani e un maggior dialogo con il Tibet. Il ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner presenterà ai colleghi il testo di una dichiarazione che dovrebbe essere adottata collegialmente entro oggi. Improbabile però che passi la linea più dura. "Non credo che questo sia il momento giusto" per parlare del boicottaggio della cerimonia di apertura dei Giochi olimpici, ha frenato il ministro tedesco Frank-Walter Steinmeier, parlando con i giornalisti al suo arrivo a Brdo. "Un boicottaggio non è di aiuto nè alla Cina nè alle associazioni sportive". Steinmeier ha riferito che nè lui, nè la cancelliera Angela Merkel e neppure il ministro degli Interni Schauble (che è anche titolare per lo sport) hanno previsto "in ogni caso" di andare a Pechino l'8 di agosto. "Non possiamo cancellare un appuntamento che non abbiamo neppure previsto", ha detto. A fianco della Francia, si sono però già espressi diversi altri esponenti europei. Il presidente della Repubblica ceca Vaclav Klaus ha annunciato che diserterà la cerimonia di apertura dei Giochi e lo stesso hanno fatto il premier polacco Donald Tusk, e il presidente dell'Estonia Toomas Hendrik Ilves. Sul fronte contrario, i ministri esteri di Spagna, Danimarca, Portogallo e Cipro che hanno dichiarato che si opporranno all'ipotesi del boicottaggio. "Bisogna salvaguardare lo spirito olimpico", spiega il ministro degli Esteri spagnolo Miguel Angel Moratinos. La strada giusta è di premere sulla Cina per il rispetto dei diritti umani, della diversità culturale del Tibet e per la promozione del dialogo, tutti valori - ha sottolineato il ministro - che fanno parte dello spirito olimpico. E dopo giorni di imbarazzante silenzio, parla George W.Bush. Al termine di un colloquio alla Casa Bianca con il primo ministro australiano, Kevin Rudd, il presidente Usa ha riferito di aver detto al collega cinese, Hu Jintao, che è interesse del suo governo "sedersi al tavolo con i rappresentanti" del governo tibetano in esilio.

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<Basta ambiguità con Usa e Israele e svolta in Libano> (sezione: Estero USA)

( da "Giornale.it, Il" del 29-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

N. 76 del 2008-03-29 pagina 3 "Basta ambiguità con Usa e Israele e svolta in Libano" di Redazione da Roma La missione in Libano Unifil deve essere rivista perché non ha evitato il riarmo degli Hezbollah. Il rapporto con l'area mediorientale deve essere riequilibrato a favore di Israele. È necessario un riavvicinamento con gli Stati Uniti, anche alla luce del fatto che non esiste più un blocco franco-tedesco di contrapposizione agli Usa. Il vicecoordinatore di Forza Italia Fabrizio Cicchitto, il portavoce di An Andrea Ronchi, il senatore azzurro Gaetano Quagliariello e la neo candidata del Pdl Fiamma Nirenstein, firma del Giornale ed esperta in questioni mediorientali, hanno esposto ieri a Montecitorio le linee della politica estera del Popolo della libertà: inversione di rotta rispetto alla prospettiva le governo Prodi e conferma di alcuni dei capisaldi diplomatici che avevano caratterizzato il governo Berlusconi e la gestione della Farnesina da parte di Gianfranco Fini come ministro degli Esteri. Le considerazioni sono due: una di carattere tecnico, che riguarda la missione in Libano, l'altra più politica, in generale, sulle relazioni internazionali. "Il deliberato Onu - ha spiegato Cicchitto a proposto dell'operazione Unifil, a cui partecipa l'Italia - è stato aggirato perché in Libano c'è stato il riarmo di Hezbollah. La nostra missione non ha fatto l'operazione di disarmo che andava fatta". Hezbollah è riuscito a rifornirsi "di 40mila missili", ha sottolineato Nirenstein. Modifica della missione Unifil in linea con nuove regole dell'Onu ma anche cambio della posizione italiana nell'area mediterranea e mediorientale in generale sono svolte necessarie per il Pdl: l'Italia "deve tornare ad essere l'interlocutore credibile nell'area del Mediterraneo", ha osservato Ronchi. Con Israele, secondo Nirenstein il ministro D'Alema ha sempre mantenuto un rapporto "ambiguo". Come, con gli Usa, ha osservato invece Quagliariello, l'idea di Prodi era quella di "un'Europa che dovesse svilupparsi come polo alternativo agli Usa". Ma questa politica "si è sbriciolata", con il cambio di rotta di Sarkozy e Merkel rispetto ai predecessori Chirac-Schröder. © SOCIETà EUROPEA DI EDIZIONI SPA - Via G. Negri 4 - 20123 Milano.

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Tibet, Europa divisa sui Giochi di Pechino (sezione: Estero USA)

( da "Corriere della Sera" del 29-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-03-29 num: - pag: 15 categoria: REDAZIONALE Esteri Diritti Umani I 27 cercano una posizione di compromesso Tibet, Europa divisa sui Giochi di Pechino Il tedesco Steinmeier: "La Merkel non andrà" Miliband conferma la presenza di Brown alla inaugurazione. Spagna, Portogallo e Svezia contro il boicottaggio DAL NOSTRO INVIATO BRDO (Slovenia) - L'Unione europea si dimostra divisa sull'ipotesi francese di boicottare i giochi olimpici di Pechino in segno di protesta per il mancato rispetto dei diritti umani in Tibet. Ma il Consiglio informale dei ministri degli Esteri, riunito dalla presidenza slovena di turno dell'Ue in un centro congressi a Brdo vicino a Lubiana, è orientato a concordare sul caso Cina una posizione comune di compromesso dei 27 Paesi membri. Ieri sera sono circolate varie proposte, che verranno discusse oggi e il cui spirito sostanziale è stato sintetizzato da un appello lanciato dallo spagnolo Javier Solana, responsabile della politica estera e di sicurezza del Consiglio dei governi Ue. Solana ha invitato Pechino a risolvere "pacificamente " i contrasti Cina-Tibet partendo dal presupposto che l'Europa riconosce i diritti alla diversità culturale dei tibetani e all'integrità territoriale dei cinesi. Il ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner, dopo aver consultato informalmente vari colleghi, ha attenuato l'ipotesi di un boicottaggio Ue delle Olimpiadi di Pechino in agosto, ventilata dal suo presidente Nicolas Sarkozy e appoggiata da diversi Paesi membri dell'Est. Il ministro degli Esteri britannico David Miliband ha confermato l'intenzione del suo premier Gordon Brown di presenziare all'inaugurazione dei giochi. La Germania ha assunto una posizione intermedia tra quelle dei governi di Parigi e di Londra. Il ministro degli Esteri tedesco Franz Walter Steinmeier ha segnalato che la Cancelliera Angela Merkel non annullerà la sua presenza a Pechino perché il governo di Berlino non ha in programma di presenziare alle Olimpiadi. I ministri degli Esteri di Svezia, Spagna e Portogallo si sono espressi contro il boicottaggio dei giochi. Lo spagnolo Miguel Angel Moratinos ha considerato l'evento sportivo un'opportunità "per mettere in campo un dialogo politico" con la Cina. Il responsabile della Farnesina Massimo D'Alema, che era rappresentato a Brdo dal sottosegretario Famiano Crucianelli, considera essenziale l'unità dell'Ue sul caso Tibet. "Il clima è di arrivare a una posizione comune dell'Europa - ha detto Crucianelli - per inviare un chiaro messaggio alla Cina: stop alle violenze, rispetto delle minoranze, dialogo ". Il Consiglio dei ministri ha discusso di aperture al dialogo con la Siria. Kouchner ha aggiunto di aver concordato con l'ex premier britannico Tony Blair, inviato in Medio Oriente del quartetto Ue, Usa, Onu e Russia, la possibilità di dialogare con Hamas, considerato finora dall'Ue un'organizzazione palestinese terroristica. Ma Solana ha escluso ci siano stati cambiamenti nella posizione europea. I ministri degli Esteri hanno valutato una accelerazione nel rinnovo dell'accordo di partenariato con la Russia, resa possibile dal nuovo governo polacco, che promette di superare i contrasti insanabili di quello precedente con Mosca. Oggi i ministri Ue tenteranno di far incontrare a Brdo per la prima volta il premier kosovaro Hashim Thaci con il ministro degli Esteri serbo Vuk Jeremic, invitati entrambi a partecipare alla discussione sul Kosovo e sul futuro dei Balcani. Ivo Caizzi Dialogo Il ministro degli Esteri britannico David Miliband e il collega tedesco Frank-Walter Steinmeier (Ap). A sinistra, militari cinesi.

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Hillary sotto pressione: <Devi ritirarti> (sezione: Estero USA)

( da "Corriere della Sera" del 29-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-03-29 num: - pag: 16 categoria: REDAZIONALE Conto alla rovescia Il presidente del partito: "I superdelegati scelgano il candidato. Prima lo fanno, meglio è" Hillary sotto pressione: "Devi ritirarti" Il senatore Leahy: "Non ha possibilità, meglio che appoggi Obama" Panico tra i democratici per la guerra senza fine tra l'ex first lady e Barack: "Non possiamo trascinare il duello fino a luglio" DAL NOSTRO CORRISPONDENTE WASHINGTON - Giunti a dieci primarie dalla fine, per soffiare la nomination democratica a Barack Obama, Hillary Clinton dovrebbe sfidare e smentire l'infallibile prima legge di Murphy: "Se una cosa può andar male, lo farà". Troppi sono infatti i miracoli politici e numerici necessari, non ultimo un'impossibile media del 56 per cento dei voti in tutte le gare che rimangono, perché sia l'ex first-lady a duellare con il repubblicano John McCain in novembre. Detto altrimenti, la corsa all'investitura progressista per la Casa Bianca è già finita e non è stata Hillary a vincerla. Ma fino a ieri, nessuno nel partito democratico aveva avuto il coraggio di dirlo apertamente. C'è voluto un senatore del Vermont, Patrick Leahy, per gridare che il re è nudo: "Il senatore Clinton non ha alcuna possibilità di vincere la nomination: dovrebbe ritirarsi e appoggiare Barack Obama". è una prima storica. Nessun leader democratico aveva mai detto a un candidato di farsi da parte. E ciò dà la misura del panico che la guerra senza fine tra Hillary e Obama suscita in un partito lacerato e non più sicuro della vittoria, che tutto, dall'economia alla politica estera, sembrava predirgli. Se n'è reso conto anche il presidente, Howard Dean, che ieri è intervenuto a raffica su radio e televisioni per invitare i duellanti a calmare i toni della polemica, ma soprattutto per sollecitare i circa 350 "Superdelegates ", i vip democratici delegati di diritto alla convenzione di Denver, che non l'hanno ancora fatto, a scegliere pubblicamente entro il primo luglio tra Clinton e Obama: "Prima lo fanno, meglio è. Non dobbiamo trascinare questo duello fino alla convention ", ha detto Dean. Nel conto complessivo, Obama ha un vantaggio di circa 140 delegati su Hillary, ha vinto in 28 Stati contro i 16 di lei e ha ottenuto oltre 700 mila voti in più. Fuori dalle file democratiche, dove il mito dei Clinton è ancora forte e l'uscita di Leahy, per quanto condivisa dai più, è considerata un atto di lesa maestà, la discussione sull'opportunità che Hillary si faccia da parte è diventata il tormentone del dibattito politico. Aperto da un articolo di Politico, uno dei blog più influenti di Washington, il tam-tam rimbalza su editoriali e talk-show. Parafrasando il titolo del libro di Barack Obama, David Brooks, sul New York Times, ha scritto che Clinton "possiede l'audacia della disperazione ". E Nicholas Kristof, sullo stesso quotidiano, ha ammonito Hillary dal rischio di diventare il Ralph Nader del 2008, evocando il candidato indipendente che nel 2000 spaccò il voto ecologista e impedì di fatto la vittoria di Al Gore su George W. Bush. Saprà recepire il messaggio, l'ex first lady? No, dice l'opinionista conservatrice Peggy Noonan, secondo cui "Hillary non può vincere la nomination, ma non sa ammettere di poter perdere, perché i Clinton non perdono". E a giudicare dalla reazione dell'interessata, nulla sembra predire un imminente getto della spugna: "La cosa che più spesso la gente mi ripete è di non cedere, di continuare questa battaglia. Mi fa bene, perché è proprio ciò che ho intenzione di fare", ha ripetuto ieri Clinton. Mentre un gruppo di suoi finanziatori ha scritto una lettera quasi intimidatoria alla speaker della Camera, Nancy Pelosi, accusata di voler favorire Obama, solo per aver detto che i Superdelegati dovrebbero rispettare la volontà degli elettori. Intanto nelle prossime primarie, il 22 aprile in Pennsylvania, è considerata lei la favorita, benché ieri Obama abbia ottenuto l'endorsement del popolare senatore dello Stato Bob Casey, che potrebbe rivelarsi prezioso. Così, vista la determinazione a proseguire il duello almeno fino al 3 giugno, data delle ultime primarie, la domanda diventa: quand'è che Hillary si accorgerà di essere una "dead woman walking", una morta che cammina? Se l'è posta la rivista online Slate, lanciando un "Hillary Deathwatch", un "orologio della morte" dove ogni giorno vengono fissate le sue chance di sopravvivenza. Ha cominciato con un 12 per cento d'incoraggiamento. Chi male incomincia... Paolo Valentino.

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Iraq, slitta l'ultimatum per Moqtada Sadr Bush: <Fase cruciale> (sezione: Estero USA)

( da "Corriere della Sera" del 29-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-03-29 num: - pag: 17 categoria: REDAZIONALE Sciiti contro sciiti Iraq, slitta l'ultimatum per Moqtada Sadr Bush: "Fase cruciale" Le incursioni dei caccia Usa a Bassora, Nassiriya conquistata dai miliziani di Moqtada Sadr, il premier Nouri Maliki che sposta l'ultimatum contro l'Esercito del Mahdi di Moqtada Sadr: i miliziani avranno tempo fino all'8 aprile per deporre le armi. Segno che l'operazione delle truppe irachene (30.000 uomini) nel Sud del Paese - costata almeno 100 morti - incontra molte difficoltà. Sul piano militare e politico. L'intervento dell'aviazione Usa, richiesto dalle autorità locali, è un altro indicatore preoccupante. Parla il presidente George Bush: "L'Iraq è a un passaggio decisivo". Iracheni contro iracheni, sciiti contro sciiti. Il coinvolgimento degli Alleati rischia di allargare la crisi, mettendo in discussione i risultati del "surge" (l'aumento delle forze Usa) e la riduzione delle violenze in gran parte del Paese. Moqtada potrebbe annullare la tregua dell'agosto scorso e riprendere gli attacchi contro la coalizione e contro i sunniti riaccendendo la catena delle rappresaglie. Elicotteri Usa hanno effettuato raid a Sadr City, roccaforte dell'Esercito del Mahdi. Scontri a Kut e Hilla. Coprifuoco a Bassora come a Bagdad. Non rispettato. Presa di mira anche la Green Zone, dove un proiettile è caduto nella residenza del vice presidente Tariq Hashimi uccidendo una guardia. A Nassiriya, l'ex "città degli italiani", da martedì ci sono stati 15 morti, 7 civili. Ieri in serata il centro sembrava nelle mani dei miliziani del Mahdi. L'esercito regolare (200 mila uomini) è controllato/infiltrato dalle milizie Badr del Supremo Consiglio Islamico, il partito filo-governativo sciita di Abdelaziz Hakim. L'operazione contro "i fuorilegge" di Bassora si prefiggeva di riportare sotto controllo governativo la seconda città del Paese - snodo cruciale per il petrolio - che da anni vede gruppi rivali in lotta per il potere. L'obiettivo ultimo sembra essere l'Esercito del Mahdi. Da puntello del premier Maliki, Moqtada ne è diventato il principale nemico, anche se non dichiarato. Suo e degli Hakim. Ma Sadr tiene ancora le redini del maggior partito in Parlamento. E ha un forte seguito tra gli strati più bassi della popolazione. Illusorio pensare di batterlo militarmente. Illusorio e pericoloso: questa resa dei conti rischia di bucare la sottile "bolla d'aria" che ha permesso qualche miglioramento nella vita degli iracheni. M.Fa. L'ex città degli italiani Il centro di Nassiriya sarebbe sotto il controllo dei miliziani ribelli.

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Politica estera, è ancora scontro (sezione: Estero USA)

( da "Avvenire" del 29-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

CRONACA 29-03-2008 Politica estera, è ancora scontro DA ROMA L a politica estera del governo e la missione in Libano tornano nel mirino del centrodestra. In una conferenza stampa il Pdl critica duramente l'atteggiamento assunto in materia dal governo Prodi e in particolare dal ministro degli Esteri Massimo D'Alema, cui si è contestato di aver "squalificato l'Italia", "rovesciato completamente la politica del Governo Berlusconi", mantenendo "un atteggiamento ambiguo", soprattutto in Medio oriente. E vanno "seriamente riviste" le relazioni dell'Italia con gli Usa, anche alla luce della caduta dell'asse francotedesco in contrapposizione a Washington. Obiettivi che sembrano rieccheggiare l'annuncio dato qualche tempo fa dall'ex ministro della Difesa Antonio Martino del ritiro dei nostri soldati dal Libano e di inviare in Iraq addestratori militari. Parole che avevano creato molte po- lemiche tanto che Silvio Berlusconi aveva corretto il tiro, sostenendo che i militari italiani resteranno in Libano, ma con nuove regole di ingaggio. È Fiamma Nirenstein a contestare alla Farnesina "l'errore di considerare il conflitto in Medio Oriente come un qualsiasi conflitto territoriale". E a D'Alema la "posizione complessivamente filoaraba " e l'accondiscendenza a trattare con Hezbollah, "un fronte terrorista che è diventato un vero e proprio esercito che non ha neanche più bisogno di mandare i kamikaze perché lancia i missili da oltre confine". A scapito di Israele, "trattato in maniera profondamente ingiusta in questi anni". E Fabrizio Cicchitto aggiunge: "La nostra missione ha svolto un ruolo positivo di interposizione, ma il deliberato dell'Onu è stato aggirato perché in Libano non sono state controllate le frontiere con la Siria e ciò ha reso possibile il riarmo di Hezbollah". Insorge il centrosinistra. "Dispiace che una donna intelligente e di valore come Nirenstein abbia formulato giudizi così avventati e spesso errati sulla politica estera del governo Prodi", afferma Lapo Pistelli del Pd. "Il partito di Berlusconi si inchina nuovamente alla politica Usa che ha fatto dello scenario internazionale un'area di sanguinosi conflitti" mentre "D'A- lema ha avuto un atteggiamento equilibrato nei confronti della questione israelo-palestinese e ha avuto il merito di farsi protagonista della missione in Libano", sostiene Manuela Palermi della Sinistra arcobaleno. (Pa.Co.) Nirenstein (Pdl): "Con D'Alema squalificati all'estero e filoarabi". Pistelli (Pd): "Giudizi errati Così ci si inchina nuovamente alla politica degli Stati Uniti".

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L'Ue tentenna, Bush: dialogo con i tibetani (sezione: Estero USA)

( da "Avvenire" del 29-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

MONDO 29-03-2008 L'Ue tentenna, Bush: dialogo con i tibetani La Merkel diserterà la cerimonia di apertura dei Giochi: "Ma non è boicottaggio" DI FRANCESCA BERTOLDI D iplomazia internazionale in ordine sparso sulla questione Tibet. Boicottare o non boicottare la cerimonia iniziale delle prossime Olimpiadi di Pechino, l'8 agosto, sta diventando la domanda più pesante cui cercano di dare una risposta i leader occidentali. Decisione non facile da assumere per le inevitabili ricadute politiche e perché in fondo rappresenta, da sola, un segnale evidente dell'orientamento e delle contraddizioni interne di ogni singolo Paese. Ancora una volta, a guidare i due fronti contrapposti si ritrovano, uno di fronte all'altro, il presidente americano George W. Bush e quello francese Nicolas Sarkozy. Chiede moderazione verso la Cina, il primo, legato a Pechino da sostanziali interessi strategici. Propone uno strappo, più simbolico che pratico, il secondo, "libero" di proporre soluzioni che potrebbero guadagnargli credibilità e consensi. Così, tra le dichiarazioni di Bush che indossando l'inconsueta veste di "mediatore", ha ripetuto di essere "disponibile " a parlare con le autorità cinesi per assicurare "pace e stabilità" e rinnovato l'appello a Pechino perché riprenda il dialogo con il Dalai Lama e quelle di Sarkozy, che insiste sulla linea del boicottaggio, i Ventisette hanno faticato a prendere una decisione univoca, arrovellandosi, nel corso di una riunione dei ministri degli Esteri a Brdo (in Slovenia) su tutta una serie di valutazioni e opportunità. Intanto emerge la posizione, piuttosto ambigua, della Germania. Il ministro degli Esteri Frank-Walter Steinmeier ha fatto sapere che "né io, né il cancelliere Merkel, né il presidente Koehler, né il ministro dello Sport parteciperemo ", ma ha precisato che non si tratta di una forma di boicottaggio perché Angela Merkel "non ha mai programmato la sua presenza". Steinmeier ha voluto comunque aggiungere che "questo non è il momento giusto per parlare di un boicottaggio". Decisamente più chiara la visione dell'Inghilterra. "Il primo ministro britannico sarà presente alla cerimonia", ha riferito il ministro degli Esteri britannico David Miliband. E mentre Polonia, Repubblica ceca ed Estonia hanno confermato l'intenzione di disertare l'evento, Spagna, Portogallo e Svezia hanno sottolineato la necessità di rispettare lo spirito olimpico. "Non ho mai pensato che i boicottaggi siano uno strumento particolarmente efficace in politica estera", ha detto il ministro degli Esteri svedese Carl Bildt. "Credo che non ci sia un altro mezzo che non il dialogo". Per uscire dall'impasse, la presidenza slovena di turno della Ue ha deviato il confronto. "Quello che è importante è sostenere lo sviluppo di un dialogo tra autorità cinesi e rappresentanti dei tibetani", ha indicato il ministro degli Esteri sloveno Dimitrij Rupell. "Sono fiducioso che domani ossia oggi, giornata conclusiva del vertice avremo una posizione comune". Per intanto, tutti d'accordo necessità di mandare un "messaggio forte" alla Cina. Ma nella dichiarazione che i ministri dovrebbero adottare questo pomeriggio, l'ipotesi del boicottaggio non è neppure ventilata. Da Napoli, il ministro degli Esteri Massimo D'Alema, che nei giorni scorsi aveva chiesto di invitare il Dalai Lama a Bruxelles, ha rilevato che "è importante riconoscere il ruolo internazionale del Dalai Lama per appoggiare la sua battaglia per il riconoscimento dei diritti del popolo tibetano ".

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NUOVO APPELLO DEL DALAI LAMA: DIALOGHIAMO (sezione: Estero USA)

( da "Mattino, Il (Nazionale)" del 29-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Nuovo appello del Dalai Lama: "Dialoghiamo" BENIAMINO NATALE Pechino. Dopo gli appelli contro la violenza, il Dalai Lama tenta di stabilire un ponte con Pechino per risolvere la crisi: il leader spirituale ha chiesto al governo cinese di aprire un dialogo significativo per trovare una soluzione pacifica. "Persino in queste circostanze - dice il Dalai Lama - ho manifestato alle autorità cinesi la mia volontà di collaborare per riportare pace e stabilità in Tibet. Invito la dirigenza cinese a fare uso di saggezza e a intraprendere un dialogo significativo con il popolo tibetano per contribuire alla stabilità e all'armonia nella Repubblica Popolare, e per evitare di creare spaccature tra le differenti nazionalità". La risposta cinese, per ora, è una nuova accusa al Dalai Lama di orchestrare le proteste e i disordini in corso nella regione himalayana e in altre province dove vivono comunità di origini tibetane. A Lhasa è arrivata da Pechino la delegazione di diplomatici stranieri cui, per la prima volta dallo scoppio dei disordini, il regime cinese ha permesso di entrare in Tibet. Si tratta di una visita organizzata dalle autorità della Repubblica Popolare dietro le pressioni della comunità internazionale affinché fosse consentito a osservatori neutrali di verificare che cosa stia accadendo nella regione himalayana. I ministri degli esteri dell'Unione europea, riuniti a Brdo (in Slovenia), sono determinati a superare le divisioni e ad inviare a Pechino un messaggio chiaro ed univoco. Divisi sul boicottaggio della cerimonia di apertura delle Olimpiadi, ma uniti sulla necessità di lavorare per favorire, anche con pressioni, il dialogo tra la Cina e il Tibet: nella prima giornata del consiglio informale esteri della Ue, lo scambio di vedute ha registrato dichiarazioni in ordine sparso sulla partecipazione alla cerimonia inaugurale dei giochi olimpici l'8 agosto a Pechino. "Nè io nè il cancelliere Merkel nè il ministro dello sport parteciperemo", ha fatto sapere il ministro degli esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier, pur precisando che la decisione non è legata agli sviluppi in Tibet. "Il primo ministro britannico sarà presente alla cerimonia", ha invece riferito il ministro degli esteri britannico David Miliband. E mentre Polonia, Repubblica ceca ed Estonia hanno confermato l'intenzione di boicottare la cerimonia di apertura, Spagna, Portogallo e Svezia hanno sottolineato la necessità di rispettare lo spirito olimpico. "Non ho mai pensato che i boicottaggi siano uno strumento particolarmente efficace in politica estera", ha detto il ministro degli Esteri svedese Carl Bildt. Per uscire dall'impasse, la presidenza slovena di turno della Ue ha deviato il confronto. "Quello che è importante è sostenere lo sviluppo di un dialogo tra autorità cinesi e rappresentanti dei tibetani - ha detto il ministro degli esteri sloveno Dimitrij Rupell - Sono fiducioso che domani avremo una posizione comune". Il ministro francese Bernard Kouchner, il cui paese è favorevole a considerare l'ipotesi del boicottaggio, ha ammorbidito le pretese. "La posizione della Germania non è quella della Gran Bretagna, ma bisogna trovare la forza di arrivare ad una posizione congiunta perchè è questo che può aiutare la Cina e il Tibet" ha detto Kouchner. Nella dichiarazione che i ministri dovrebbero adottare oggi l'ipotesi del boicottaggio non è neppure ventilata. Protesta a Budapest degli esuli tibetani A sinistra, il premier Al Maliki In alto, soldati dell'esercito iracheno prigionieri dei ribelli.

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Expo 2015, milano al rush finale - rodolfo sala (sezione: Estero USA)

( da "Repubblica, La" del 30-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Cronaca L'attesa Expo 2015, Milano al rush finale Domani la decisione. Sfida all'ultimo voto, timori per i "franchi tiratori" Sulla carta 10-20 preferenze in più. Ma Smirne ironizza: noi offriamo kebab, non mozzarella RODOLFO SALA DAL NOSTRO INVIATO PARIGI - Rien ne va plus, domani Milano si gioca il tutto per tutto. In palio c'è l'edizione del 2015 dell'Expo, i rivali da battere sono i turchi di Smirne. Verdetto nel tardo pomeriggio, e lo daranno i 152 delegati del Bureau internazional des espositions riuniti al Palais des Congrés per assistere all'ultima presentazione dei due progetti e quindi infilare la scheda, segreta, nell'urna. Vince chi prende anche un solo voto più dell'altro. Attesa al cardiopalma, anche se gli ultimi pronostici assegnerebbero a Milano un vantaggio tra i dieci e i venti voti. Un bel pezzo della città che conta è già accorso nella capitale francese. A cominciare da Letizia Moratti, la prima a lanciare due anni fa l'idea di risollevare le sorti di Milano grazie a un grande evento internazionale. Idea condivisa dal presidente della Regione Roberto Formigoni e quello della Provincia Filippo Penati. Ma soprattutto dal governo, che domani sarà rappresentato dal premier Romano Prodi e dai ministri Massimo D'Alema ed Emma Bonino. Gioco di squadra, tutti impegnati a portare a casa il risultato per il "sistema Paese". La Moratti dribbla il pronostico: "Nulla è scontato, si combatte fino all'ultimo". Ma c'è chi sparge ottimismo a manciate. Su tutti, Formigoni: "Continuo ad accarezzare il mio pronostico, che tengo gelosamente in tasca". La miriade di contatti avviata dalla squadra bipartisan per l'Expo dovrebbe aver assicurato a Milano la quasi totalità dei consensi dei delegati africani e dell'America Latina. Ma, Cuba, che aveva promesso il suo voto all'Italia, ora pare averci ripensato: preferirebbe che l'Expo del 2015 non si tenesse in Europa, in segno di ritorsione contro la Ue che insiste sul rispetto dei diritti umani negati dal regime castrista. Un altro esempio a dimostrare che le ragioni della geopolitica alla fine potrebbero contare più della qualità dei due progetti presentati. In Europa sono favorevoli alla candidatura italiana Francia, Gran Bretagna e Spagna. Consensi "trasversali", come insiste il sindaco, arriverebbero dall'area dei Caraibi e dai Paesi arabi. Stanno con Smirne, invece, la Germania (qui conta la fortissima presenza di immigrazione turca), Israele e Grecia. Stati piccoli e grandi, ma pesano tutti nello stesso modo: ogni delegazione esprime infatti un solo voto. A frenare un po' gli entusiasmi ci pensa Bobo Craxi, il sottosegretario che per la Farnesina si è occupato direttamente di Expo: "è peggio dell'elezione del nostro presidente della Repubblica: in politica sai da che parte arrivano i franchi tiratori, in questo caso no". Ma poi aggiunge: "Se dovessimo vincere, sarà grazie alla politica estera di questo governo: a differenza di quello precedente non siamo sdraiati su Bush e questo ha indotto diversi Paesi a scegliere Milano". Neppure Emma Bonino si sbilancia troppo, e a chi le chiede se si senta ottimista risponde così: "Diciamo determinata, ma incrocio le dita". In questi giorni c'è stata qualche scintilla tra i due sindaci protagonisti. I turchi hanno cavalcato alla grande il caso della mozzarella alla diossina, sottolineando che il tema dell'Expo milanese riguarda proprio l'alimentazione del pianeta (loro puntano sulla Salute). Per dire: ieri c'è stata la cena offerta da Smirne ai delegati Bie, e il sindaco della città ha voluto precisare con un sorriso perfido che il menu, a base di kebab, non contemplava mozzarella. Pronta la replica della Moratti: "Una caduta di stile".

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Hillary si affida alla figlia chelsea "alla casa bianca più brava di papà" - arturo zampaglione (sezione: Estero USA)

( da "Repubblica, La" del 30-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

La candidata: vogliono il mio ritiro perché posso vincere. Obama: politica estera come Bush senior e Kennedy Hillary si affida alla figlia Chelsea "Alla Casa Bianca più brava di papà" La Clinton: sì a colloqui "limitati" con Hamas e Hezbollah. E apre agli iraniani ARTURO ZAMPAGLIONE NEW YORK - "Se Hillary Clinton diventasse presidente sarebbe più brava del marito Bill?", chiede un giovane durante una manifestazione elettorale in un ospedale di Allentown, in Pennsylvania. A rispondere non è un analista politico o un commentatore televisivo: no, la domanda è posta a Chelsea Clinton, figlia ventottenne dell'ex presidente, che è lì per illustrare la riforma sanitaria della madre e soprattutto per raccogliere voti. La ragazza arrossisce. Nei suoi occhi si legge lo stesso sgomento dei bambini cui si domanda se vogliono più bene al papà o alla mamma. Poi Chelsea si butta: "Niente è scontato - dice - ma con l'aiuto degli elettori della Pennsylvania diventerà presidente e, secondo me, sarà più brava lei". Il pubblico ride e applaude. E anche papà Bill, che è nella Carolina del Nord per un altro appuntamento elettorale, fa sapere che è d'accordo e non si offende. "Rispetto a me, che non avevo alcuna esperienza - spiega - Hillary ha imparato molte cose dalla lunga permanenza alla Casa Bianca". La risposta di Chelsea alleggerisce per un istante il clima politico. Giornalisti ed esperti mostrano apprezzamento per la abilità della ragazza, che viene mandata sempre più spesso nei campus universitari (ne ha visitati 70) per contrastare la predominanza dei sostenitori di Barack Obama e che già la settimana scorsa aveva dato prova di sapersela cavare bene. Uno studente dell'Indiana le aveva chiesto se la credibilità di Hillary fosse stata scalfita dalla vicenda di Monica Lewinsky e Chelsea, senza scomporsi, gli aveva risposto con altrettanta faccia tosta: "Non sono affari tuoi". Ma al di là delle parentesi spiritose, il duello Hillary-Obama si inasprisce e nulla fa pensare che possa concludersi presto, accentuando così le preoccupazioni di molti democratici che temono che ad avvantaggiarsi della rissa finisca per essere il repubblicano John McCain. E per evitare il pericolo di una sconfitta nelle elezioni di novembre per la Casa Bianca, alcuni senatori democratici (e sostenitori di Obama), come Patrick Leahy e Chris Dodds, invitano la Clinton a gettare la spugna. "Ha avuto meno voti e delegati di Obama", spiegano. Hillary, al ritiro, non ci pensa per niente: "Ci sono milioni di ragioni per restare in pista". Il riferimento è ai milioni di elettori che devono ancora votare in Pennsylvania in 22 aprile, e poi in Indiana e nella Carolina del Nord il 6 maggio. "Questa battaglia così animata fa bene al partito - aggiunge - e rafforzerà il vincitore". E ancora: "Mi chiedono di farmi da parte - dice - perché sanno che posso vincere". Il marito Bill le dà ragione e invita i democratici a "restare calmi". Intanto il politologo Larry Sabato, dell'Università della Virginia, ricorda che non si è mai visto un candidato ritirarsi sull'onda del successo. E Hillary non solo è reduce dai successi in Texas e in Ohio, ma è favorita nei sondaggi in Pennsylvania, Kentucky e West Virginia. Così la battaglia continua su tutti i fronti, a cominciare dalla politica estera. Ieri, in alcune dichiarazioni ai media israeliani, la Clinton si è detta aperta alla possibilità di colloqui "limitati" con Hamas e Hezbollah e di "basso livello" con gli iraniani. Ha anche accusato George W. Bush di essersi "lavato le mani" sul conflitto israelo-palestinese. Intanto Obama, dopo un insolito elogio di Ronald Reagan, ha spiegato che le sue scelte di politica estera si ispireranno alla tradizione di John F. Kennedy e al realismo politico bipartisan di George Bush senior. Poi ha anche ammesso che la presenza delle truppe americane in Iraq "ha permesso di ridurre la violenza". Ma dal punto di vista economico, il perdurare del conflitto "ha dei costi insostenibili".

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<Seguirò Bush padre e Reagan> (sezione: Estero USA)

( da "Corriere della Sera" del 30-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Prima Pagina - data: 2008-03-30 num: - pag: 1 autore: di PAOLO VALENTINO categoria: REDAZIONALE Obama e la politica estera "Seguirò Bush padre e Reagan" Obama dà i voti ai presidenti: bene Reagan e Bush padre. A PAG. 11.

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Obama dà i voti: bene Reagan e Bush senior (sezione: Estero USA)

( da "Corriere della Sera" del 30-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-03-30 num: - pag: 11 categoria: REDAZIONALE Relazioni internazionali Il senatore nero promette una nuova politica estera bipartisan e rende omaggio a John Kennedy Obama dà i voti: bene Reagan e Bush senior "George W. è un ingenuo, McCain lo ha facilitato, Hillary prigioniera della stessa logica" # Obama ha parlato nella prima tappa di un tour di sei giorni in Pennsylvania, dove si voterà il 22 aprile WASHINGTON - La rivoluzione di Barack Obama? Nelle relazioni internazionali, sarà in realtà una restaurazione moderata e pragmatica. "La verità - ipse dixit - è che la mia politica estera è in sostanza un ritorno alla tradizionale e realistica linea bipartisan di George Bush padre, di John F. Kennedy e in qualche modo di Ronald Reagan". Il fronte di una nuova polemica nel campo democratico è virtualmente aperto. Mentre il repubblicano John McCain mette in pista il "road show" dell'eroe americano, con lo sguardo già rivolto alla contesa di novembre, l'uscita di Obama è sicuramente destinata a urticare l'ipersensibile campagna di Hillary Clinton, suscitandone reazioni risentite e contrattacchi al veleno. Barack ha sfoderato la nuova provocazione a Greensburg, prima tappa del suo tour di 6 giorni in Pennsylvania, dove si vota il 22 aprile e dove Hillary Clinton appare lanciata verso una vittoria, indispensabile a tenerne in vita la candidatura. Obama ha tessuto le lodi di George Bush padre per il modo in cui seppe gestire la Guerra del Golfo contro Saddam Hussein, tenendo insieme una larga coalizione con i Paesi arabi e l'Unione Sovietica. Quel conflitto, ha ricordato il senatore dell'Illinois, costò 20 miliardi di dollari (contro i 1000 miliardi stimati per la guerra attuale) e rafforzò gli Stati Uniti che non misero a repentaglio i propri interessi nazionali. Per contro, Barack ha definito "ingenuo" l'attuale presidente, accusando "John McCain e purtroppo alcuni democratici di aver facilitato le sue azioni, che hanno causato tanto danno alla nostra reputazione nel mondo ". Aggiungendo dinamite all'ordigno, Barack ha anche coinvolto Hillary nelle sue accuse: "Credo che Hillary capisca il fallimento della politica di George W. Bush, ma sotto molti aspetti è rimasta prigioniera della stessa logica che l'ha portata a votare in favore della guerra in Iraq: dopo l'11 settembre, la saggezza convenzionale è stata che per sembrare determinati in politica estera, bisognava votare e agire come i repubblicani. Hillary, come Bush e McCain, ha detto che non bisogna parlare con i leader di Paesi come l'Iran". Tornando sull'ispirazione bipartisan della sua politica, Obama ha detto che "esiste una storia di democratici e repubblicani, che capiscono l'importanza di usare il nostro potere diplomatico ed economico, ciò che nel tempo ci fa influenti e ci rende più sicuri". è soprattutto il riferimento a Ronald Reagan quello potenzialmente più controverso. Già in gennaio, il senatore afro-americano era incorso nel tiro incrociato di Hillary e di John Edwards, per aver detto che Reagan aveva "cambiato la direzione della politica americana" facendo dei repubblicani "il partito delle idee e del cambiamento per oltre un decennio". In uno dei dibattiti più infuocati tra i candidati democratici, Clinton era insorta accusando Obama di voler difendere un presidente le cui idee "erano pessime per l'America" e ricordando che lei le aveva combattute. Ma il punto era stato di Barack, che aveva indicato Reagan come esempio di presidente in grado di ispirare il Paese, una verità evidente, senza per questo difenderne le politiche. Quanto alla politica estera, il bilancio finale di Reagan (gli accordi sul disarmo e il crollo dell'Urss) trovò paradossalmente più lodi nel campo democratico che in quello repubblicano, dove la destra lo accusò di aver ceduto al fascino pacifista. Paolo Valentino Kennedy John Fitzgerald Kennedy, democratico, presidente Usa dal 1961 al '63, quando fu assassinato. Obama (a sinistra) è stato più volte paragonato a lui Reagan Ronald Reagan, repubblicano, presidente dal 1981 al 1989. Già in gennaio, Obama era stato criticato da Hillary per averlo elogiato Bush padre George H. W. Bush, repubblicano, presidente dall'89 al '93. Obama dice di ammirare le sue scelte in politica estera ma non quelle del figlio George W. DAL NOSTRO CORRISPONDENTE.

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Notizie in 2 minuti (sezione: Estero USA)

( da "Corriere della Sera" del 30-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Due Minuti - data: 2008-03-30 num: - pag: 64 categoria: BREVI Notizie in 2 minuti Primo Piano Lite Berlusconi-Lega Berlusconi apre sul voto agli immigrati, ma la Lega reagisce: no, questione chiusa. Pier Ferdinando Casini contro il Popolo della libertà: strumentalizzata la Chiesa. Cinesi senza mozzarelle La psicosi-mozzarella continua in Oriente nonostante le rassicurazioni venute ieri dalle autorità italiane e soprattutto dalla Ue. La Cina ha bloccato le importazioni di mozzarella di bufala campana. Provvedimento analogo a Singapore. Alitalia lascia Malpensa Con l'orario estivo, Alitalia lascia Malpensa: cancellati il 70% dei voli della compagnia di bandiera in partenza dallo scalo lombardo. Focus Le banche del tempo In Italia sono almeno 200, con oltre 20 mila soci, il 60% donne. Sono le Banche del tempo, dove ciascuno "baratta" ore della propria vita con ore della vita di altri, ciascuno mettendo a disposizione ciò che sa fare: baby sitting in cambio di lezioni di arabo, abilità culinarie contro interventi sull'impianto elettrico di casa. Esteri Elezioni in Zimbabwe Si sono chiuse le urne in Zimbabwe, domani i risultati. Ma già l'opposizione a Mugabe denuncia brogli, mentre l'anziano dittatore ha vietato ogni protesta. Intanto il Paese africano è al collasso, con l'inflazione al 100.000%. Obama e la politica estera I modelli di Barack Obama in politica estera? Bush senior (che si oppose all'invasione irachena del Kuwait) e Reagan, che schiantò economicamente l'Urss. Lo ha detto lo stesso candidato democratico alla Casa Bianca. Cronache Expo, domani si decide Lobby in azione e battaglia all'ultimo voto tra Milano e Smirne per sapere quale città ospiterà l'Esposizione mondiale del 2015. Domani, a Parigi, decideranno i 154 delegati del Bureau International d'Expositions. Islam prima religione Il Vaticano, nell'Annuario pontificio, lo ha ammesso ufficialmente per la prima volta: i cattolici hanno ceduto la prima posizione ai musulmani nel mondo. Nel globo ci sono un miliardo e 322 milioni di musulmani (il 19,2% della popolazione mondiale) e un miliardo e 130 milioni di cattolici (17,4%). Economia Luce e gas, nuovi rincari La corsa dei prezzi delle bollette della luce e del gas, spinti dal caro-greggio subisce un'altra accelerazione. L'Autorità per l'energia ha reso noto che da martedì primo aprile le tariffe registreranno un rialzo del 4,1% per l'elettricità e del 4,2% per il metano. Per una famiglia media l'aggravio annuale sarà di 58 euro. Cultura Le memorie di Ana Incontro con il poeta Marcos Ana, 88 anni, comunista, che fu rinchiuso per 19 anni nelle carceri franchiste. La sua vita diventerà un film diretto da Pedro Almodovar. "Uscire di prigione fu come rinascere, ero un neonato di 41 anni che dovette riadattarsi, con dolore, alla vita ". Spettacoli Psicoserial Arriva dagli Usa in Italia In Treatment, il serial tv dove ogni episodio è una seduta di psicanalisi in cui lo spettatore "spia" l'inconscio del personaggio disteso sul lettino dell'analista. Niente azione, solo parole. Sport Roma e Inter, tutto uguale Pareggio dell'Inter a Roma contro la Lazio (1-1), identico risultato dei giallorossi a Cagliari. Dopo gli anticipi, in testa alla classifica di serie A nulla cambia: nerazzurri sempre a più 4.

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Nel danno ai consumi e alle esportazioni che la vicenda mozzarella ha procurato, c'è un risvolt (sezione: Estero USA)

( da "Messaggero, Il" del 30-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

O positivo che l'analogo caso della aviaria a suo tempo non ebbe: la finalmente maturata consapevolezza che il comparto agroalimentare è un pezzo decisivo dell'economia italiana. La reazione alla "bufala" delle bufale da parte del mondo politico - considerato che la campagna elettorale avrebbe potuto favorire un atteggiamento populista del tipo "adesso indagheremo e colpiremo che intossica gli italiani" - e l'attenzione senza precedenti data alla Confagricoltura e alla sua mega convention di Taormina, a conferma che gli agguerriti imprenditori agricoli capitanati da Federico Vecchioni sono diventati interlocutori di serie A non di meno che i loro colleghi di Confindustria, stanno a testimoniare come l'oblio in cui il mondo agricolo è stato lasciato in questi anni può dirsi una volta per tutte archiviato. A Taormina, il "no" di Vecchioni alla sottocultura di origine sessantottina che identifica l'agricoltura italiana solo col "piccolo" (slow food, biologico, prodotti di nicchia), è stato unanimemente condiviso, dalla politica ai banchieri (significativo l'intervento di Salza), dal mondo delle "altre" imprese a quello culturale. E la cosa è tanto più importante perchè quella visione bonsai si è letteralmente frantumata di fronte al boom dei prezzi delle materie agricole registrato negli ultimi mesi, come testimonia il +77% del frumento. Le cause? Molteplici: il maltempo che ha colpito gli "stati granaio" come Usa e Canada; l'incremento a dir poco eccezionale della domanda proveniente dall'Asia; il riposizionamento dei grandi investitori internazionali che, dopo le batoste subite nel subprime e nei derivati, adesso scommettono sulle commodities agricole. A gettare benzina sui prezzi è stata poi anche l'idea dei biocarburanti: ossessionati dal caro-petrolio, ci siamo lasciati andare all'idea che biodiesel e colza fossero il rimedio a tutti i mali. Così una fetta importante delle produzioni cerealicole europee è stata trasferita a questo settore. Col risultato che adesso tocca correre ai ripari, e l'obiettivo Ue di far salire dal 2 % al 10% entro il 2020 l'uso del biodiesel rischia di finire nel cassetto. Di fronte a questa congiuntura, l'Italia si è ritrovata con i granai vuoti. Ci siamo accorti di dipendere per l'85% dall'estero per i cereali, per aver fatto scelte drammaticamente sbagliate: abbiamo detto no allo sviluppo, abbiamo chiuso la porta alle tecnologie e alla ricerca, senza capire che questa falsa valorizzazione del "made in Italy", questa visione bucolica dell'agricoltura, ci portava alla marginalizzazione internazionale. E così, come per l'energia, anche in agricoltura abbiamo toccato con mano quanto costi - sotto ogni profilo, anche nella politica estera - la dipendenza. Adesso, però, gli imprenditori della filiera agroalimentare rappresentati da Vecchioni - che il Censis stima siano, nell'87% dei casi, ottimisti, cosa senza eguali negli altri comparti - stanchi di essere considerati figli di un dio minore, sono riusciti a far invertire il senso di marcia al loro mondo. Certo, rispetto ai quasi due milioni di attività agricole censite dall'Istat, si tratta di una "minoranza trainante". Ma con l'obiettivo di diventare "maggioranza emergente", indispensabile per combattere il declino del Paese. (www.enricocisnetto.it).

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Allestire un'agenda bipartisan. Una politica estera oltre il voto (sezione: Estero USA)

( da "Avvenire" del 30-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

POLITICA 30-03-2008 UN TENTATIVO CHE LE ELEZIONI ANTICIPATE HANNO AFFRETTATO Allestire un'agenda bipartisan. Una politica estera oltre il voto VITTORIO E. PARSI C ome si è già sottolineato, la politica estera è la grande assente della campagna elettorale 2008. Cosa per alcuni versi ancor più deprecabile, le questioni che agitano lo scenario internazionale faticano a trovare spazio anche nel dibattito giornalistico e mediatico, che appare ben lontano da quella capacità di 'fare l'agenda' della comunicazione politica tanto spesso, e tanto a vanvera, evocato nei convegni per addetti ai lavori. Quasi a voler sfidare il presente e un po' misero Zeitgeist, a metà della scorsa settimana il ministro degli Affari Esteri Massimo D'Alema ha presentato il 'Rapporto 2020. Le scelte di politica estera'. Si tratta del primo documento del genere mai realizzato nel nostro Paese, sulla scia delle esperienze più o meno recenti o consolidate di Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti. La redazione del documento, un centinaio di pagine, è stata coordinata da Marta Dassù consigliere del ministro e dall'ambasciatore Maurizio Massari, responsabile dell''Unità di analisi e programmazione' della Farnesina. Si tratta di un Rapporto orientato a dare respiro alle scelte della politica estera italiana, sottraendole sia dalla monotona ripetitività dei dogmi validi per il tranquillo passato (parafrasando il Discorso sullo stato dell'Unione pronunciato da Abramo Lincoln agli albori della Guerra civile), sia al 'novitismo' e alla furia della polemica politica quotidiana. In altre parole, una dettagliata analisi dei dossier più importanti sullo scacchiere internazionale, con il ruolo che l'Italia potrà strategicamente giocare, senza scendere nelle scelte 'politiche' immediate. Per meglio raggiungere e sottolineare uno scopo così impegnativo, all'elaborazione del documento sono stati chiamati a collaborare un'ottantina di esperti provenienti dalla diplomazia e dalle Forze Armate, dai Servizi e dal mondo produttivo, dalle università e dai media, raccolti in un 'Gruppo di riflessione strategica'. La crisi di governo ha sforbiciato le settimane a disposizione, costringendo alla produzione di un documento più sintetico di quanto si sarebbe voluto. Può darsi che alla fine ciò abbia giovato alla compattezza e alla fruibilità del Rapporto, che nell'ambizione di committente ed estensori dovrebbe sopravvivere ai possibili cambi e ricambi di maggioranze e classi politiche di qui alla scadenza indicata nelle analisi proposte (il 2020). Va d'altronde dato merito al ministro D'Alema di essere riuscito a condurre una politica estera coerente ed efficace (al di là del fatto che si condividano appieno tutte le decisioni), nonostante una maggioranza che, proprio sulla politica estera, era quanto mai disomogenea e fragile. Conoscendo l'irresistibile attrazione per l'ironia (quando non per il sarcasmo) del titolare della Farnesina, verrebbe quasi da pensare che questi si sia voluto prendere una duratura rivincita verso quei settori della maggioranza che più di una volta avevano cercato di metterlo in difficoltà pur di compiacere il proprio elettorato. Lo sforzo è quello di produrre in prospettiva delle linee guida bipartisan, dove il termine bipartisan, in realtà, significa apartitico, e rispetto alla politica estera delinea una serie di posizioni che possono essere largamente condivisibili, e coerenti con chi non nutra aspirazioni 'revisioniste'. In questo senso, il concetto consente di individuare un 'interesse nazionale', che non deriva deterministicamente da un quadro immutabile di circostanze date o dalla sclerotizzazione degli interessi particolari, ma che è invece frutto della triangolazione tra il gioco politico democratico interno, le istituzioni che lo rendono possibile e il mutabile quadro della situazione internazionale.

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<Nuova diplomazia, rivoluzione in arrivo alla Farnesina> (sezione: Estero USA)

( da "Corriere della Sera" del 31-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-03-31 num: - pag: 19 categoria: REDAZIONALE Il segretario generale Massolo "Nuova diplomazia, rivoluzione in arrivo alla Farnesina" ROMA - La chiamano la "rivoluzione culturale ", ma essendo dei diplomatici, sembra una rivoluzione di velluto. Entro la fine dell'anno prossimo, annuncia il segretario generale della Farnesina Giampiero Massolo, il ministero degli Esteri, ambasciate e consolati compresi, sarà molto diverso da come è stato negli ultimi sessant'anni. "Da tempo i diplomatici non sono più gente da cocktail, questo si sa, e ora ci stiamo aprendo al sistema Paese", spiega Massolo. Ma da qui a trasformare gli ambasciatori in "manager del sistema Italia" o a convincerli ad essere valutati sui rendimenti delle loro sedi ce ne passa. "Il primo passo, comunque è stato quello di puntare sul pensiero creativo". Ambizioso per la politica estera. "Necessario, direi. Abbiamo comunque anche posto le premesse per migliorare l'operatività quotidiana del ministero istituendo un vicesegretario generale incaricato di coordinare la posizione dell'Italia sulle questioni più rilevanti della politica internazionale: sarà nominato dal prossimo governo. Per quanto riguarda invece il lungo periodo il ministro D'Alema ha dato l'impulso per creare un gruppo di riflessione strategica composto da esponenti delle amministrazioni statali e da esperti indipendenti". Che ha prodotto il "rapporto 2020": che cosa ne sarà di tutto questo lavoro, ora che, probabilmente, cambierà ministro? "Io mi auguro che il tavolo diventi permanente, che il metodo non vada perso: è riduttivo vedere lo svolgersi delle relazioni internazionali, per quanto riguarda le opzioni di lungo periodo che riguardano essenzialmente la sicurezza del Paese, in relazione al mutare dei governi. Il rapporto 2020 è un documento in evoluzione e il suo contributo va oltre gli schieramenti". Ma la politica estera, si è visto, dall'Iraq in poi, risente dei cambi di governo. "Le sfide planetarie presuppongono un quadro di riferimento comune". E per quanto riguarda le 360 sedi all'estero, il braccio "armato" del ministero, che cosa cambierà? "Vogliamo che siano una rete globale al servizio del Paese, gestita dal ministero, non un onere per il Paese". Più facile a dirsi che a farsi, in una struttura burocratica così complessa. "Abbiamo già avviato la rimodulazione progressiva di sedici sedi. Molte funzioni potranno essere informatizzate. Dall'anno prossimo per diverse operazioni ci sarà il consolato digitale. Poi abbiamo in programma di aprire alcune nuove sedi: le ambasciate in Kosovo e Moldova, consolati in Cina, Russia e India. E' poi argomento di dibattito anche tra le imprese l'accorpamento tra il ministero del commercio estero e la Farnesina. Si tratta di una scelta politica. Per quel che ci riguarda siamo pronti. C'è già da oggi un lavoro coordinato con le associazioni di categoria e bancarie per promuovere le missioni all'estero in modo sempre più sistematico e integrato. Abbiamo anche messo a punto un meccanismo di valutazione delle iniziative all'estero". Darete i voti agli ambasciatori? "Valuteremo la "soddisfazione del cliente", come fanno già molti Paesi, stiamo anzi proprio studiando i sistemi dei nostri partner. Ma agli ambasciatori, entro la fine del 2009, daremo anche ampia indipendenza e responsabilità economica. Ci apriremo alla cultura del management: poiché il bilancio pubblico non ci permetterà probabilmente di incrementare le risorse, i nostri ambasciatori e consoli dovranno gestire con flessibilità le attuali risorse e potranno aprire, al pari dei loro colleghi stranieri, le ambasciate a collaborazioni pubblico-privato, ricorrendo a sponsorizzazioni per manutenzione e attività promozionali, culturali. Sarà una collaborazione virtuosa sotto l'occhio vigile del ministero del Tesoro e della Corte dei conti". Questo ministero come lo descrive lei, sembra rifarsi molto al modello berlusconiano delle "ambasciate dell'economia", piuttosto che al modello dalemiano. "E' vero che il sistema iniziò ad essere impostato con il governo di centrodestra. In questa legislatura abbiamo potuto contare sulla forte spinta politica del ministro D'Alema". Gianna Fregonara \\ Le ambasciate potranno aprirsi a collaborazioni pubblico-privato e sponsorizzazioni.

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Il doppio fondo della Cina <moderna> (sezione: Estero USA)

( da "Corriere della Sera" del 31-03-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Opinioni - data: 2008-03-31 num: - pag: 30 autore: di ROBERT KAGAN categoria: BREVI Il doppio fondo della Cina "moderna" LA REPRESSIONE IN TIBET I n questi giorni la Cina appare, in moltissimi settori, come il modello di una potenza postmoderna del ventunesimo secolo. A Shanghai i visitatori ammirano i grattacieli svettanti e un'economia fiorente. A Davos e ad altri vertici internazionali i raffinati diplomatici cinesi parlano volentieri di gioco "dove tutti vincono", piuttosto che di "somma zero". I leader occidentali incontrano i loro omologhi cinesi e vedono tecnocrati convinti, che si sforzano di evitare le numerose insidie sulla strada della modernizzazione economica. Ma di tanto in tanto la maschera scivola giù, svelando l'altra faccia della Cina. Infatti la Cina è anche una potenza ottocentesca, piena di orgoglio naziona-lista, ambizioni e rancori. Travagliata da questioni di sovranità territoriale, ricorre alla repressione per tenersi stretti, al suo interno, territori di antica conquista, mentre minaccia la guerra contro una piccola nazione insulare davanti alle sue coste. La Cina è anche una dittatura autoritaria, seppur di tipo moderno. La natura del suo governo non è visibile per le strade di Shanghai, dove la gente gode di un certo livello di libertà personale finché non si immischia di politica. è solo quando qualcuno sfida la sua autorità che la forza bruta, su cui sostanzialmente poggia il regime, dà sfoggio di sé. Nel 1989 furono gli studenti in piazza Tienanmen. Qualche anno fa toccò al Falun Gong. Oggi sono i manifestanti tibetani. Domani potrebbero essere i manifestanti di Hong Kong. Un giorno o l'altro, forse i dissidenti dell'isola "riunificata " di Taiwan. Si direbbe sia questo l'aspetto immutabile della Cina, malgrado la nostra convinzione liberal-progressista che qualcosa sia cambiato. Negli anni '90, gli analisti sostenevano che era solo questione di tempo, e prima o poi la Cina si sarebbe spalancata al mondo. Si credeva che una riforma del sistema sarebbe partita proprio dall'attuale generazione di tecnocrati, non istruita a un comunismo di stampo sovietico. Persino se questi non avessero voluto le riforme, le esigenze di un'economia in via di liberalizzazione non avrebbero lasciato loro scelta: la crescente classe media cinese avrebbe preteso un maggiore potere politico, oppure la necessità della globalizzazione, nell'era di internet, avrebbe spinto la Cina sulla via del cambiamento per mantenersi competitiva. Oggi tutto questo appare solo un'illusione, un'illusione egoistica, per la precisione, dal momento che, secondo la teoria, la Cina sarebbe diventata più democratica man mano che gli imprenditori occidentali si arricchivano. Ora sembra che più un Paese si arricchisce, Cina o Russia che sia, più saldamente gli autocrati restano aggrappati al potere. Le maggiori entrate economiche accontentano la borghesia e permettono al governo di rastrellare i pochi scontenti che manifestano le proprie opinioni su internet. La nuova ricchezza finanzia l'esercito e le forze di sicurezza, pronte a intervenire all'interno, in Tibet, o fuori dai confini, a Taiwan. E il miraggio di introiti ancor più cospicui impedisce a un mondo orientato al commercio di protestare troppo rumorosamente quando le cose si mettono male. Il problema per gli osservatori della politica estera cinese è se la condotta interna del regime abbia alcuna rilevanza sul modo in cui si comporta nel mondo. Non dimentichiamo che negli anni '90 abbiamo presupposto che esistesse una forte correlazione: una Cina più liberale in politica interna sarebbe stata una Cina più liberale anche in quella estera, e ciò avrebbe gradualmente allentato le tensioni e facilitato la sua ascesa pacifica. Questa era la teoria alla base della strategia dell'impegno. Molti sostengono ancora che l'obiettivo della politica estera americana dovrebbe essere, nelle parole dell'esperto G. John Ikenberry, quello di "integrare" la Cina "nell'assetto liberale internazionale". Ma un governo risolutamente autocratico può davvero entrare a far parte di un assetto liberale internazionale? Può una nazione con un'anima ottocentesca entrare in un sistema del ventunesimo secolo? Alcuni osservatori immaginano che le nazioni dell'Asia orientale potrebbero trasformarsi gradualmente in una specie di entità internazionale simile all'Unione Europea, con la Cina, si presume, nel ruolo della Germania. Ma il governo tedesco tratta il dissenso come fa la Cina? E, se lo facesse, esisterebbe un'Unione Europea? Dopotutto la Cina non è l'unico Paese ad avere a che fare con popolazioni irrequiete e desiderose d'indipendenza. In Europa, diversi movimenti sottonazionali aspirano a una maggiore autonomia o persino all'indipendenza dal governo centrale, e con rivendicazioni meno legittime del Tibet o di Taiwan: i catalani in Spagna, per esempio, o i fiamminghi in Belgio, o anche gli scozzesi nel Regno Unito. Eppure nessuna guerra incombe su Barcellona, non si spediscono truppe ad Anversa e non si espelle la stampa internazionale da Edimburgo. Ma è qui che sta la differenza tra la mentalità postmoderna del ventunesimo secolo e una nazione che combatte ancora le sue battaglie per l'impero e il prestigio, retaggi di un passato lontanissimo. In questi giorni gli analisti affermano che la Cina sta diventando un'"azionista responsabile" del sistema internazionale. Ma forse non dovremmo aspettarci troppo. Gli interessi delle autocrazie mondiali non sono gli stessi delle democrazie. Noi vogliamo un mondo sicuro per la democrazia. La Cina vuole un mondo sicuro, se non per tutte le autocrazie, almeno per la propria. Si parla tanto del pragmatismo dei governanti cinesi, ma costoro, come tutti gli autocrati, sono pragmatici soprattutto nel mantenere se stessi al potere. Sarà bene non dimenticarlo, pur invitandoli ad aderire al nostro ordinamento liberale internazionale. © 2008 Robert Kagan Distribuito da The New York Times Syndicate Traduzione a cura dello IULM.

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