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PRIVILEGIA NE IRROGANTO     di  Mauro Novelli         

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DOSSIER “LAICI & CHIERICI”

 

 

 

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Report "Laici e chierici"  26-31 LUGLIO 2009


Indice degli articoli

Sezione principale: Laici e chierici

Ratzinger affronta il santo crack ( da "Manifesto, Il" del 27-07-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: stata della «crisi dei mercati finanziari». A rimettere le cose in ordine ci hanno pensato i cattolici con le offerte, raccolte in tutto il mondo il 29 giugno (festa dei santi Pietro e Paolo), per l'Obolo di san Pietro, ovvero «l'aiuto economico - si legge nella brochure di presentazione - che i fedeli offrono al Santo padre come segno di adesione alla sollecitudine del successore

Oggi le suore lasciano Carcare ( da "Stampa, La" del 27-07-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: anche laici, che li aiutano nell'organizzazione delle iniziative. La nostra realtà è diversa e se continuano a toglierci persone sarà difficile andare avanti". Un grido d'allarme che si aggiunge alle proteste dei cugini cairesi per il trasferimento di Don Mirko Crivellari, il prete dei giovani animatore delle Opes,

la marcia del cattolico libertino tra squillo, vaticano e padre pio - (segue dalla prima pagina) edmondo berselli ( da "Repubblica, La" del 27-07-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: laica e devota insieme, alla gerarchia.. Per strappare il velo di questa ipocrisia, e rivelare l´insostenibilità di queste acrobazie fra la bigotteria e la spregiudicatezza politica, ci voleva qualche gesto vistoso. Non il pronunciamento di un settimanale assai critico verso il berlusconismo come «Famiglia cristiana» o di altri organi e personalità del cattolicesino conciliare,

La più antica tra quelle in attivitàè la "Libertà e lavoro" di Lavagnola ( da "Secolo XIX, Il" del 28-07-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Oggi la più antica società operaia laica ancora attiva in cittàè il circolo "Libertà e lavoro" di Lavagnola. Le sue origini sono legate all'alluvione del 1858 quando, la società operaia e quella dei lavoratori conciapelli, già operanti nel quartiere, decisero di unirsi per aiutare i lavoratori colpiti dalla calamità.

la chiesa e il premier - (segue dalla prima pagina) ( da "Repubblica, La" del 29-07-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: La linea dovrebbe essere chiara per il clero cattolico. E´ stato papa Giovanni Paolo II che il 27 maggio 2001 commentando il passo evangelico di Matteo 10, 27 ( «Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all´orecchio predicatelo sui tetti») osservò che quei tetti nel mondo attuale sono diventati una foresta di trasmettitori e di antenne:

Ru486, il pesticida umano ( da "Foglio, Il" del 29-07-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: I politici che hanno una nozione rigorosa e seria della vita umana e del suo maltrattamento sistematico, laici o cattolici che essi siano, dovrebbero insorgere e battersi con ogni mezzo per impedire che questo “pesticida umano”, la definizione è del grande genetista JérÔme Lejeune, ottenga l?autorizzazione per espletare il suo destino e il suo compito: uccidere.

Perché in Italia è inconcludente discutere di laicità brideshead ( da "Riformista, Il" del 30-07-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: laici. Si pensi, ad esempio, al modo in cui il Partito Comunista ha per decenni affrontato la questione del ruolo della Chiesa cattolica nella vita pubblica. Pur richiamandosi a una tradizione di pensiero che rinnegava la religione - che per Marx era "l'oppio dei popoli" - il Pci ha sempre tenuto aperto un canale di comunicazione con le gerarchie ecclesiali attraverso figure di intermediari

La Repubblica delle parrocchie ( da "Foglio, Il" del 30-07-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: 29 luglio 2009 La Repubblica delle parrocchie L'organo semiufficiale del laicismo elogia le ingerenze nella vita del premier La Repubblica, organo semiufficiale del laicismo, si è presa una cotta per parroci e sacrestani, che paiono gli unici ad aver preso sul serio l?indignazione dei suoi redattori per le vicende personali del premier.

il dio ignoto della patria leghista - fulvio tessitore ( da "Repubblica, La" del 31-07-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Pagina I - Napoli L´opinione Laici e cattolici meridionali di fronte alle accuse venate di razzismo Il dio ignoto della patria leghista FULVIO TESSITORE POVERA Italia! Sì, Italia e non Mezzogiorno e Napoli dinanzi all´ultima, ormai sono quasi quotidiane, esternazione di becero razzismo della Lega.

( da "Riformista, Il" del 31-07-2009)
Argomenti: Laicita'>

Abstract: sempre alla laicità, quando non ne ho quasi parlato, di recente. E poi per me la laicità è un metodo nel porsi e nell'interpretare la nostra Costituzione. Pensiamo a un grande uomo della Democrazia cristiana ma anche profondamente laico come Aldo Moro. Era credente, ma mostrava un atteggiamento profondamente laico nell'interpretazione dei valori che doveva discutere in Parlamento.

L' I TALIA DIMENTICATA ( da "Corriere della Sera" del 31-07-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: centrale della nostra storia rappresentato dalla lontananza delle masse popolari rispetto alla costruzione dello Stato unitario e dall'altro alla cultura laico-socialista, viceversa appassionatamente identificata con tale costruzione. Uomini come Terracini e Amendola, Scelba o Moro, Spadolini o Craxi, furono altrettanti personaggisimbolo di una storia tutta e consapevolmente «italiana».

La linea della Meloni: <È meno invasiva di un intervento>( da "Corriere della Sera" del 31-07-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: a una questione tra presunti laici e presunti cattolici». Quindi la pillola può essere introdotta, «a un patto, però». Quale? «Che l'uso della pillola stia rigidamente dentro le modalità previste dalla legge 194, quella che regola l'aborto. La legge prevede un percorso, controlli, cautele, l'obiezione di coscienza degli operatori.


Articoli

Ratzinger affronta il santo crack (sezione: Laici e chierici)

( da "Manifesto, Il" del 27-07-2009)

Argomenti: Laicita'

AFFARI SACRI VATICANO Bilanci in rosso per 16 milioni, ma le offerte ripianano Ratzinger affronta il santo crack Come tante banche, anche la Santa sede ha fatto cattivi investimenti in campo finanziario, e i conti registrano un deficit notevole. Pesano pure l'Osservatore romano e Radio vaticana, che infatti ha aperto le porte agli spot: comprati in blocco dall'Enel. Allo Ior, già guidato da Marcinkus, potrebbe arrivare Gotti Tedeschi Luca Kocci La crisi economica arriva anche Oltretevere, entra nei Sacri palazzi e manda in rosso i conti del Vaticano che registrano perdite per più di 16 milioni di euro a causa di operazioni finanziarie sui mercati internazionali andate in malora. Ci pensano però i portafogli dei fedeli a rabboccare le casse della Santa sede con le offerte del cosiddetto «Obolo di san Pietro» che annullano il disavanzo e risanano il passivo. I bilanci della Santa Sede e della Città del Vaticano sono stati resi noti lo scorso 4 luglio, al termine della tre giorni di riunione a porte chiuse del Consiglio dei cardinali per lo studio dei problemi organizzativi ed economici della Santa Sede, presieduta dal segretario di Stato, Tarcisio Bertone. Lo Stato Vaticano presenta un deficit di oltre 15 milioni e 300mila euro, secondo quanto riporta il bilancio consuntivo per il 2008 del Governatorato, cioè l'erede del vecchio Stato pontificio, l'organo a cui il papa - che secondo la costituzione vaticana rimane il sovrano assoluto - ha affidato l'esercizio del potere esecutivo: con nove direzioni, sei uffici centrali e 1.894 dipendenti quasi tutti laici amministra il territorio statale e gestisce i servizi, i musei, la gendarmeria e le finanze, tranne lo Ior, la banca vaticana, che è autonomo e saldamente in attivo. Meno negativo, ma ugualmente in rosso, il bilancio della Santa Sede, cioè il governo centrale della Chiesa cattolica mondiale, che conta 2.732 dipendenti, un migliaio dei quali sono preti e suore, e che comprende tutti gli organismi della Curia romana, l'Amministrazione del patrimonio della Santa Sede (Apsa, che controlla l'enorme quantità di beni mobili e immobili di proprietà vaticana) e i mezzi di comunicazione: nel 2008 ci sono state entrate per poco meno di 254 milioni di euro e uscite per quasi 255 milioni, con un disavanzo di 911mila euro. A pesare sul bilancio della Santa sede sono le spese per il quotidiano L'Osservatore Romano e per la Radio Vaticana che infatti, per tentare di arginare le perdite, ha aperto le porte alla pubblicità commerciale laica: da un paio di settimane sulle frequenze dell'emittente del papa vanno in onda gli spot dell'Enel che ha acquistato 300 passaggi pubblicitari fino al prossimo 27 settembre. Sono in attivo, invece, la Tipografia vaticana, il Centro televisivo vaticano - che vende in esclusiva alle tv di tutto il mondo le immagini video del papa - e soprattutto la Libreria editrice vaticana (Lev), da qualche anno unica proprietaria «in perpetuo e per tutto il mondo» dei diritti d'autore sui discorsi e sugli scritti del papa (e di tutti i papi dell'ultimo cinquantennio) e dei vari dicasteri della Santa sede. Un copyright rigidissimo, nel caso di Ratzinger esteso retroattivamente anche a tutte «le opere e gli scritti redatti dallo stesso pontefice prima della sua elevazione alla Cattedra di Pietro», che solo nel 2007 ha fruttato alla Lev, e quindi alla Santa sede, un utile di un milione e 600mila euro (del 2008 non sono stati forniti i dati). Ma è stata soprattutto la «crisi mondiale economico-finanziaria», come ha spiegato monsignor Velasio De Paolis, presidente della Prefettura degli Affari economici della Santa Sede, a determinare il passivo complessivo di oltre 16 milioni di euro ufficialmente dichiarato. Ma che in realtà è molto più alto - un servizio del quotidiano La Stampa lo quantifica in 35 milioni di euro - perché è stato mascherato con un'operazione cosmetica degna della migliore finanza creativa: «In conformità con i provvedimenti adottati in via eccezionale da organismi contabili internazionali ed autorità monetarie di diversi Paesi - ha aggiunto De Paolis - si sono applicati criteri di valutazione intesi a evitare la contabilizzazione di potenziali minusvalenze dovute alla fase acuta della crisi economica globale nel settore finanziario, e le relative conseguenze nel risultato finale d'esercizio». Il Vaticano, cioè, ha avuto perdite assai maggiori per operazioni finanziari finite male, che però non ha messo a bilancio - come del resto hanno fatto altre società - in attesa di tempi migliori che consentano la rivalutazione delle valute estere e dei titoli crollati. Soprattutto, sembra, dollari e azioni acquistate sui mercati Usa vendendo parte dell'oro contenuto nei forzieri vaticani. Un vizietto, quello del gioco in borsa, che ha tirato un brutto scherzo anche ai vescovi italiani dal momento che, come riporta il bilancio della Conferenza episcopale (di cui il manifesto ha scritto lo scorso 30 giugno), i «proventi finanziari» della Cei sono scesi dai 33 milioni di euro del 2007 a meno di 2 milioni nel 2008, con una perdita secca di 31 milioni. E anche in quel caso, spiegava il segretario generale dei vescovi monsignor Mariano Crociata, la colpa era stata della «crisi dei mercati finanziari». A rimettere le cose in ordine ci hanno pensato i cattolici con le offerte, raccolte in tutto il mondo il 29 giugno (festa dei santi Pietro e Paolo), per l'Obolo di san Pietro, ovvero «l'aiuto economico - si legge nella brochure di presentazione - che i fedeli offrono al Santo padre come segno di adesione alla sollecitudine del successore di Pietro per le molteplici necessità della Chiesa universale e per le opere di carità». Una tradizione di origine alto-medievale, poi ufficializzata da Pio IX in un'enciclica del 1871 all'indomani della breccia di Porta pia, che nel 2008 ha portato in Vaticano 75 milioni di dollari, cioè circa 54 milioni di euro, 3 milioni di meno del 2007 ma più che sufficienti ad azzerare il decifit della Santa sede e a riportare il bilancio saldamente in attivo. Su come vengano utilizzati questi soldi vige il più stretto riserbo. Si dice solo che sono destinati «alle opere ecclesiali, alle iniziative umanitarie e di promozione sociale, come anche al sostentamento delle attività della Santa Sede». I più generosi sono stati gli statunitensi, gli italiani e, potenza di papa Ratzinger, i tedeschi. Foto: LA BASILICA DI SAN PIETRO E, A SINISTRA, UNA GUARDIA SVIZZERA /FOTO AP

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Oggi le suore lasciano Carcare (sezione: Laici e chierici)

( da "Stampa, La" del 27-07-2009)

Argomenti: Laicita'

L'ASILO MALLARINI RISCHIA LA CHIUSURA. INUTILI LE PROTESTE DEGLI ABITANTI Oggi le suore lasciano Carcare Dopo 124 anni le suore lasciano Carcare. La decisione, preannunciata già a gennaio, arriva dall'Ordine delle Figlie della Carità di Torino nell'ambito di una riorganizzazione sul territorio, che coinvolge anche le cittadine piemontesi di Ceva, Mondovì e Boves, dovuta principalmente alla mancanza di vocazioni. Una notizia che getta nello sconforto i cattolici carcaresi, e non solo, da sempre abituati alla presenza discreta ma attiva di Suor Vincenza e Suor Teresina che ora torneranno nella sede centrale. Per le due anziane sorelle si era mobilitato l'intero paese, compreso l'ex sindaco Angela Nicolini che scrisse una lettera alla lettera alla Madre Superiora dell'Ordine chiedendo un ripensamento. A scatenare la preoccupazione dei carcaresi, oltre all'aaffetto per le due suore, la paventata chiusura dell'Asilo Mallarini "la cui funzione sul territorio - scrisse la Nicolini - è indispensabile. Si aprirebbe un grave problema sociale di assistenza all'infanzia dato che la scuola materna statale, seppure recentemente ampliata, non sarebbe in grado di accogliere tutti i bambini che fre00.tano la scuola privata". Argomenti che sono valsi a nulla, oggi la comunità saluterà le Figlie della Carità con una messa alle 8.30 alla presenza del Vescovo di Acqui Micchiardi. "Salutiamo con grande dolore Suor Vincenza e Suor Teresina" ha comunicato ieri durante la Messa, Padre Italo, che in merito all'asilo ha rassicurato i presenti: "Non verrà chiuso ma avrà un'altra gestione". "E' una perdita enorme - afferma una parrocchiana - l'asilo dove alloggiavano era uno degli ultimi luoghi dove ci si ritrovava per pregare durante la settimana. Il 27 di ogni mese si teneva il rosario in onore della Medaglia Miracolosa apparsa a una loro consorella a Parigi nel 1830, spesso nella cappelletta interna veniva esposto il Santissimo per l'adorazione. A Torino non credo abbiano il polso della situazione, loro hanno tante persone, anche laici, che li aiutano nell'organizzazione delle iniziative. La nostra realtà è diversa e se continuano a toglierci persone sarà difficile andare avanti". Un grido d'allarme che si aggiunge alle proteste dei cugini cairesi per il trasferimento di Don Mirko Crivellari, il prete dei giovani animatore delle Opes, presso l'oratorio di Nizza Monferrato.

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la marcia del cattolico libertino tra squillo, vaticano e padre pio - (segue dalla prima pagina) edmondo berselli (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 27-07-2009)

Argomenti: Laicita'

Pagina 6 - Interni La marcia del cattolico libertino tra squillo, Vaticano e Padre Pio Così il capo del governo vuol recuperare con le gerarchie (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) EDMONDO BERSELLI Quindi la prostituzione di regime messa in piedi a Palazzo Grazioli apparterrebbe a uno stile di vita «folk», da considerare con un sorriso di complicità. Si tratterebbe in questo senso di un tocco sovrano di eccentricità, il «Berlusconi´s Touch», in cui il «presidente puttaniere», come il Sultano si è definito, costituisce un gustoso tratto personale, a cui anche i cattolici convenzionali guardano con una sottaciuta simpatia. Sono bugie, finzioni, mitologie. è la cortina di menzogne che i principali collaboratori del presidente del consiglio, a cominciare dall´avvocato Ghedini, hanno cercato di alzare intorno al capo del governo. Una volta chiesero a Bettino Craxi, rifugiatosi a Hammamet, un giudizio su uno dei suoi numeri due, Giuliano Amato: «Un professionista a contratto», rispose con tutta la malevolenza possibile Craxi. Ora Berlusconi di professionisti a contratto ne ha molti. Ma il suo stile e le sue notti di fiaba sono difficilmente neutralizzabili dai professionisti al suo servizio: e non vengono stigmatizzate ieri soltanto dall´Observer («un governo marcio») e dal Daily Telegraph («premier libidinoso»): la stampa inglese mette in rilievo il tentativo berlusconiano di riguadagnare consenso nei confronti del mondo cattolico meno mondano e più tradizionale, per quel «popolo» ancora convinto delle verità contenute nel sesto e nel nono comandamento. Ma non sarà il progetto di visitare il sacrario di Padre Pio a sanare la ferita, vera, che si è aperta nella psicologia del cattolicesimo qualunque. Per almeno due terzi dei cattolici italiani, abituati da decenni a trovare un´ancora nella Democrazia cristiana, Forza Italia e il Pdl erano rimasti una garanzia ideologica e «spirituale», anche contro nemici invisibili, «i comunisti» continuamente evocati dallo spirito quarantottesco del Cavaliere. Scoprire la vera qualità dei comportamenti del Capo è stato un trauma. Perché un conto è conoscere l´impronta culturale delle tv berlusconiane, nate e cresciute cullando il consumismo, l´edonismo, il culto del corpo, tutti i totem di una religione alternativa al magistero della Chiesa, Al massimo i cattolici vecchio stampo, di fronte allo spettacolo di centinaia di centimetri quadrati di epidermide, si vergognano un po´, e si consolano con la versione ufficiale esibita in ogni occasione dai leader di Forza Italia: tutti specializzati nel manifestare un cattolicesimo conformista e pronti a ogni pratica da baciapile per assicurare la loro fedeltà, laica e devota insieme, alla gerarchia.. Per strappare il velo di questa ipocrisia, e rivelare l´insostenibilità di queste acrobazie fra la bigotteria e la spregiudicatezza politica, ci voleva qualche gesto vistoso. Non il pronunciamento di un settimanale assai critico verso il berlusconismo come «Famiglia cristiana» o di altri organi e personalità del cattolicesino conciliare, dossettiano e più meno di sinistra, Ci voleva l´intervento del quotidiano della Cei, «Avvenire», e del suo direttore Dino Boffo. Si può capirne l´importanza e lo spessore anche ex contrario, valutando il silenzio praticamente tombale (e non si tratta di ridicole tombe fenicie) con cui è stato accolto dall´informazione italiana. Boffo ha pubblicato tre lettere, in cui i lettori mettono in rilievo alcuni aspetti critici particolari, Il primo aspetto investe la «sfrontatezza» del premier e l´incongruenza tra vizi privati e pubbliche virtù. Subito dopo viene la critica alla riluttanza della gerarchia a prendere una posizione netta verso lo stile di vita di Berlusconi, cioè riguardo a «comportamenti improponibili per un uomo con due mogli, cinque figli, responsabilità pubbliche enormi e un´età ragguardevole». II direttore di «Avvenire» non si è tirato indietro. Il Berlusconi licenzioso induce a parlare di «desolazione». Esiste, anzi dovrebbe esistere, un a priori etico che ha valore prima delle strategie politiche e delle dichiarazioni formali, Il «sondaggismo», cioè il consenso volatile costruito dalle indagini demoscopiche ben orientate, non assolve nulla, Ecco, la fiducia che premierebbe comunque il buon cattolico, «il padre di famiglia», che ammette ridendo «non sono un santo» è un´invenzione della scaltrezza dei professionisti a contratto del giro berlusconiano. In realtà c´è un´Italia cattolica sicuramente moderata ma forse non ancora istupidita dai giochi di prestigio dei maghi della destra. è un pezzo di società poco conosciuto, che non si fa sentire, difficilmente voterà a sinistra, ma è perfettamente in grado di togliere la fiducia a un leader politico, e di sgretolarne la base di compenso, Per questa base cattolica, il pellegrinaggio a Pietrelcina e nei luoghi di Padre Pio contiene una strumentalità talmente plateale da generare addirittura un´insofferenza ulteriore. Il paese, come scrive Boffo a proposito della sfasatura fra il Berlusconi politico e il Berlusconi più ludico, potrebbe sentirsi «raggirato». Ebbene, la Chiesa è un organismo complesso, e la realtà cattolica non è identificabile con gli stereotipi. Forse in questa occasione i berluscones hanno scherzato troppo con un mondo che in genere conoscono poco, e che negli anni ha dovuto imparare a cambiare ripetutamente l´orientamento del proprio consenso. Il ritiro della fiducia avviene di solito in modo silenzioso. Questa volta potrebbe essere già cominciato, all´insaputa del mondo berlusconiano.

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La più antica tra quelle in attivitàè la "Libertà e lavoro" di Lavagnola (sezione: Laici e chierici)

( da "Secolo XIX, Il" del 28-07-2009)

Argomenti: Laicita'

La più antica tra quelle in attivitàè la "Libertà e lavoro" di Lavagnola savona A SAVONA la prima associazione operaia fu la Compagnia di San Venanzio, derivata dall'antica corporazione dei camalli del porto del 1822. La prima Società di Mutuo soccorso si ebbe nel 1851 con la fondazione della Società progressista degli artisti e degli operai. Qui nel 1869 venne eletto presidente onorario Giuseppe Garibaldi e nel 1870 la stessa carica andò a Giuseppe Mazzini. Oggi la più antica società operaia laica ancora attiva in cittàè il circolo "Libertà e lavoro" di Lavagnola. Le sue origini sono legate all'alluvione del 1858 quando, la società operaia e quella dei lavoratori conciapelli, già operanti nel quartiere, decisero di unirsi per aiutare i lavoratori colpiti dalla calamità. Nel 2006 il Club operaio si è trasformato in Società operaia di mutuo soccorso "Libertà e lavoro" con sede sociale in via Abate 2 e circa 150 soci. Tra i circoli cattolici il primato di anzianità va alla Società operaia cattolica Nostra Signora di Misericordia di Savona costituita il 28 settembre 1882. 28/07/2009

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la chiesa e il premier - (segue dalla prima pagina) (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 29-07-2009)

Argomenti: Laicita'

Pagina 27 - Commenti La chiesa e il premier La soggezione agli idoli della tv, la perdita del confine tra vero e falso (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) per riconoscere – senza strumentalizzazioni, senza alimentare confusioni di presupposti generali, di posizioni intellettuali e di scelte religiose – che quello che sta avvenendo attraverso il canale di comunicazione del giornale della Conferenza episcopale è un fatto importante. Nel mondo del clero italiano è in atto da tempo una reazione stupita, addolorata, scandalizzata davanti allo scenario offerto dal gran teatro televisivo. Che si sia deciso di raccogliere voci come quella di don Angelo incrina finalmente in maniera decisa e significativa un silenzio pesante, un parlare a mezza bocca, un alternare generiche reprimende con sorrisi e atti di complicità. Non è la prima volta nella storia d´Italia che le ragioni della convenienza politica e l´istintiva, connaturata tendenza conservatrice della Chiesa hanno avuto la meglio: il clerico-fascismo è un virus radicato nel sangue del paese. Ma non è la prima volta che nel punto di saldatura tra il corpo ecclesiastico e il mondo dei laici, là dove la vita quotidiana e le scelte morali della popolazione vengono sondate, radiografate e corrette, si levano voci di sofferenza e di critica. Crediamo che sia nell´interesse generale di donne e uomini del nostro paese come pure dei tanti che nel mondo guardano increduli alla scena italiana, che su questa strada si proceda con maggior decisione. La linea dovrebbe essere chiara per il clero cattolico. E´ stato papa Giovanni Paolo II che il 27 maggio 2001 commentando il passo evangelico di Matteo 10, 27 ( «Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all´orecchio predicatelo sui tetti») osservò che quei tetti nel mondo attuale sono diventati una foresta di trasmettitori e di antenne: una foresta che trasmette quasi solo messaggi di indifferenza alla verità , tesi a cancellare il confine tra vero e falso. Da qui la grande responsabilità della Chiesa: dire parole di verità. Naturalmente il papa si riferiva alla verità della fede. Ma la sua condanna dell´immoralità diffusa colse allora il carattere essenziale della corruzione collettiva operata dalla comunicazione di massa: il venir meno della percezione della realtà, la soggezione agli idoli della televisione, la perdita del confine tra vero e falso. Ebbene, se la Chiesa che nel nostro paese non è certo priva di mezzi di comunicazione sociale, vorrà parlare chiaro e alto sui fatti che avviliscono oggi il clima morale del paese intero e fanno traballare il senso diffuso del bene e del male non avrà certo bisogno dell´aiuto di un giornale laico: un giornale che, senza potersi affidare alla Provvidenza, ha condotto finora la sua battaglia in quasi completa solitudine, chiedendo solo verità sui fatti e chiarezza sui giudizi.

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Ru486, il pesticida umano (sezione: Laici e chierici)

( da "Foglio, Il" del 29-07-2009)

Argomenti: Laicita'

29 luglio 2009 Ru486, il pesticida umano Da questa brutta faccenda dovrebbe scaturire una rivolta totale E’ probabile, tristemente probabile, che domani un comitato di tecnici e burocrati che si occupa di farmaci, l’Aifa, autorizzi l’impiego su larga scala anche in Italia della pillola abortiva o kill pill Ru486. Creata negli anni Ottanta in Francia da un medico, Etienne-Emile Beaulieu, incline a una visione spiccatamente commerciale ed eticamente indifferente della ricerca e del progresso farmacologico, la kill pill è il tradimento definitivo della promessa di diritto e libertà fatta alle donne quando, trent’anni fa, la possibilità di abortire in strutture pubbliche, a certe precise condizioni e in un certo contesto di prevenzione e di “tutela della maternità”, divenne legge (194/1978). Il prezzemolo moderno funziona così: un funzionario del sistema clinico, ché la parola medico è deviante e stupidamente nobilitante, ti dà in ospedale, se con il tempo e con l’uso non te lo passi addirittura la farmacia, un veleno antifeto che, molte settimane dopo il concepimento, puoi ingerire per espellere il bambino “indesiderato” che hai in corpo a casa tua, con dolore e rischi per la salute, nella più disperata e indifferente delle solitudini, tirando lo sciacquone. Si realizza così, mentre qualche resipiscenza aveva convinto pochi giorni fa il Parlamento ad approvare un invito alla moratoria degli aborti forzati che costano la vita a centinaia di milioni di bambine in Asia, uno tra i più diabolici progetti di cancellazione etica del giusto e del decente, dell’umano e del razionale, che si siano conosciuti fino ad ora in occidente. Anche l’Italia si allineerebbe, se una estrema luce intellettuale e morale non incendi la mente di chi ha la responsabilità di decidere, al novero dei paesi civili in cui abortire è una procedura privata, un diritto di privacy da esercitare senza remore, senza problemi, senza percepire la differenza tra una scelta di vita e una scelta di morte. La pillola costa 14 euri, è alla portata di tutte le borse, e la minimizzazione dei suoi rischi clinici, ché quelli di cultura e di senso sono evidenti e irrimediabili, farà in modo che si diffonda adeguatamente. Perché sia compiuta l’opera di scristianizzazione dell’amore, in nome della compassione sentimentale e della solidarietà di genere verso le donne, ovviamente; perché si realizzi la riduzione della vita umana a cosa, che è il vero progetto antropologico del mondo tecnico post umano che ha preso il comando del nostro modo di vita almeno dalla seconda metà del secolo scorso. Dovrebbe scaturire, da questa brutta faccenda, una rivolta politica, morale e religiosa. Dovrebbero farsi sentire ministri, primi ministri, sottosegretari, presidenti di Regione, deputati e senatori che già hanno sottoscritto questa battaglia contro l’ultimo ritrovato di una cultura pestifera. La classe dirigente e i pastori delle chiese cristiane, in primo piano la cattolica, dovrebbero uscire dal mutismo o dal balbettamento, evitare un inutile confronto sui dettagli e andare al cuore della questione. L’introduzione della kill pill in Italia contraddice in modo evidente la 194, la legge che rendeva possibile l’aborto solo e soltanto nelle strutture pubbliche e a condizioni incompatibili con la solitudine e il simbolismo solitario e indifferente che l’uso della Ru486 implica necessariamente. I signori vescovi e cardinali, eventualmente tentati dalla disattenzione, dovrebbero tenere conto del fatto che sono le pillole a fare la storia delle relazioni umane e della stessa spiritualità, come dimostra la vicenda dell’Humanae vitae, l’enciclica antipillola che fu al centro della rivolta e del principio di dissoluzione dell’autorevolezza del magistero papale, ricostruito con mille difficoltà negli ultimi trent’anni da due grandi papi. I politici che hanno una nozione rigorosa e seria della vita umana e del suo maltrattamento sistematico, laici o cattolici che essi siano, dovrebbero insorgere e battersi con ogni mezzo per impedire che questo “pesticida umano”, la definizione è del grande genetista JérÔme Lejeune, ottenga l’autorizzazione per espletare il suo destino e il suo compito: uccidere. © 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO

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Perché in Italia è inconcludente discutere di laicità brideshead (sezione: Laici e chierici)

( da "Riformista, Il" del 30-07-2009)

Argomenti: Laicita'

Perché in Italia è inconcludente discutere di laicità brideshead Altrove, anche negli Stati Uniti, è inconcepibile che una Chiesa sia interlocutrice privilegiata del pubblico potere La laicità è un tema del quale scrivo con riluttanza. Da tempo mi sono convinto che il dibattito sul ruolo della religione nella vita pubblica del nostro paese sia viziato dal modo in cui la questione si è posta nel periodo dell'unificazione nazionale, assumendo caratteristiche che sono del tutto peculiari nel panorama delle democrazie occidentali. Semplificando all'estremo, l'unità d'Italia si compie con la soppressione del potere temporale dei pontefici. La natura relativamente incruenta di questo evento non ne modifica la sostanza, che è quella di un atto di conquista militare. In conseguenza di questo fatto, i rapporti tra Stato e Chiesa si strutturano nella storia italiana secondo uno schema mutuato dalle relazioni internazionali. Dopo una fase di non belligeranza ostile, le due entità, ciascuna delle quali rivendica un titolo esclusivo su una porzione del territorio della penisola, riprendono a parlarsi, e giungono progressivamente a una composizione del proprio dissidio, che assume non a caso le forme di un trattato internazionale: i Patti Lateranensi. A tale strumento giuridico esse affidano la risoluzione di buona parte delle questioni rimaste aperte con l'invasione del territorio pontificio da parte dell'esercito italiano. Relegato nei confini angusti del Vaticano, il Papa vede riconosciute le proprie prerogative sovrane, che continua a esercitare sui pochi chilometri quadrati che - per ragioni di convenienza - l'invasore decide di lasciargli. Tuttavia, se la questione territoriale può dirsi sostanzialmente superata con il Concordato del 1929, quella del ruolo del cattolicesimo nella vita pubblica italiana rimane aperta, e non trova una composizione che sia del tutto soddisfacente nemmeno con tale patto o con le sue successive revisioni. Se, infatti, la Chiesa cattolica riconosce a sua volta la sovranità dello Stato italiano sui territori che le appartenevano prima del 1870, essa riesce a ottenere in cambio benefici che la mettono in una posizione di indiscutibile vantaggio - che solo in parte è stata scalfita dalle seguenti modifiche costituzionali e legislative - nei confronti non solo delle altre Chiese cristiane, ma anche di qualsiasi altro credo religioso. Soprattutto, e questo è un fattore essenziale, il clero cattolico conserva a lungo un atteggiamento che lo porta a intervenire nel dibattito pubblico italiano in un modo che appare spesso incompatibile con una concezione rigorosa della separazione tra comunità politica e religiosa. Non solo perché esso continua a difendere gli interessi sovrani del Vaticano, cercando di ottenere trattamenti di favore tutte le volte che ciò è possibile, ma anche perché rivendica il diritto di intervenire informalmente nel processo legislativo indicando ai parlamentari le soluzioni "gradite" quando sono in gioco scelte politiche che riguardano la sfera della moralità o del culto. Sarebbe una forzatura imputare la responsabilità di questo stato di cose alla malafede del clero cattolico, anche se non mi sento del tutto di escludere che in certi casi essa ci sia stata o ci sia. Lo stesso tipo di distorsione nei rapporti tra politica e religione si è manifestata in modo del tutto speculare anche negli atteggiamenti di certi laici. Si pensi, ad esempio, al modo in cui il Partito Comunista ha per decenni affrontato la questione del ruolo della Chiesa cattolica nella vita pubblica. Pur richiamandosi a una tradizione di pensiero che rinnegava la religione - che per Marx era "l'oppio dei popoli" - il Pci ha sempre tenuto aperto un canale di comunicazione con le gerarchie ecclesiali attraverso figure di intermediari che svolgevano un ruolo analogo a quello di diplomatici che interloquiscono riservatamente con una potenza straniera. Ancora oggi, in un panorama politico radicalmente mutato rispetto a quello del primo quarantennio di storia repubblicana, lo schema delle relazioni internazionali continua a plasmare il modo in cui si discute dei rapporti del ruolo della Chiesa cattolica nella vita pubblica. Si parla infatti di "influenza" o di "ingerenza" come se a confrontarsi fossero due potenze e non due modi di concepire il ruolo della religione. L'inconcludenza - si potrebbe forse dire la futilità - del dibattito sulla laicità nel nostro paese dipende da queste circostanze storiche. Per quanti sforzi si facciano, è quasi impossibile ricondurre la discussione sulla laicità nella vita pubblica italiana nell'ambito delle categorie familiari della filosofia politica liberale perché esse presuppongono un diverso modo di concepire le relazioni tra Stato e Chiesa. Anche nei paesi dove è forte la presenza dei cristiani in politica, come gli Stati Uniti, le Chiese si muovono in un contesto che rende inconcepibile la pretesa di una di esse ad avere un ruolo privilegiato in quanto interlocutore del pubblico potere. Vescovi e pastori statunitensi intervengono, criticano, consigliano, talvolta usando toni forti e parole aspre, ma lo fanno all'interno di una società civile che ha preso forma proprio a partire dalla rottura dell'unità dei cristiani. Vale la pena di sottolineare questo punto: negli ultimi anni la formula "a Christian Nation" ha avuto un certo successo negli ambienti della destra d'oltre oceano. Tuttavia, neppure chi la usa si sognerebbe di dire che gli Stati Uniti sono una nazione metodista o cattolica. di Mario Ricciardi 30/07/2009

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La Repubblica delle parrocchie (sezione: Laici e chierici)

( da "Foglio, Il" del 30-07-2009)

Argomenti: Laicita'

29 luglio 2009 La Repubblica delle parrocchie L'organo semiufficiale del laicismo elogia le ingerenze nella vita del premier La Repubblica, organo semiufficiale del laicismo, si è presa una cotta per parroci e sacrestani, che paiono gli unici ad aver preso sul serio l’indignazione dei suoi redattori per le vicende personali del premier. L’Adriano Prosperi che si batteva contro l’intromissione dei preti nelle nostre vite ora considera l’accodamento di qualche sacerdote alla vulgata di Repubblica come il superamento del clerico-fascismo, “virus radicato nel sangue del paese”. Questa sfrenata passione per il moralismo da oratorio sembra in contrasto con le insistenti campagne contro le “ingerenze” della chiesa sulle questioni morali sottoposte al giudizio politico e legislativo. Sembra, ma a ben guardare non è. C’è una certa coerenza, in realtà, tra l’esaltazione del moralismo rivolto a comportamenti individuali e la critica serrata a interventi che portino una concezione morale della vita e della morte nel discorso pubblico. E’ un modo di ricacciare il sentimento religioso nella pura dimensione privata, nella deprecazione della decadenza dei costumi, che si esprime come sentimento individuale. Il clericalismo, inteso come instrumentum regni, in fondo è proprio questo, ed è alleato stretto di quell’anticlericalismo che si presenta come il suo opposto. Ambedue relegano sullo sfondo la battaglia culturale per l’affermazione nel confronto pubblico di principi che hanno radici nella visione cristiana, in modo da non disturbare il manovratore. Che poi le parrocchie italiane siano davvero cadute nella trappola del clericalismo anticlericale resta un’opinione di Prosperi. © 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO

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il dio ignoto della patria leghista - fulvio tessitore (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 31-07-2009)

Argomenti: Laicita'

Pagina I - Napoli L´opinione Laici e cattolici meridionali di fronte alle accuse venate di razzismo Il dio ignoto della patria leghista FULVIO TESSITORE POVERA Italia! Sì, Italia e non Mezzogiorno e Napoli dinanzi all´ultima, ormai sono quasi quotidiane, esternazione di becero razzismo della Lega. Non serve, non vale lamentare il silenzio dei "meridionalisti" di destra alleati della Lega. La questione non riguarda Napoli e il Mezzogiorno. La questione riguarda tutto il nostro Paese, ormai stordito, frastornato dal "regime di propaganda" e dalla rozza incultura della Lega. Il suo razzismo è da suburra (per i signori della Lega ricordo che così si chiamava, nell´antica Roma, la valle tra il Palatino e l´Esquilino, abitata dalla parte più bassa della popolazione) e da lupanare (ossia, sempre a uso dei signori della Lega, nell´antica Roma, la casa delle puttane). Non è il Mezzogiorno a essere offeso, è l´Italia tutta, ivi compresa la grande cultura lombarda che, con le culture veneta, piemontese, napoletana e siciliana, ha fatto la storia e data la sostanza alla cultura pluralistica (altro che razzismo) del nostro Paese. SEGUE A PAGINA IX

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(sezione: Laici e chierici)

( da "Riformista, Il" del 31-07-2009)

Argomenti: Laicita'>«Offese contro di me Un'ernia vale più di quelle note spese» FORUM. Ignazio Marino torna sulla vicenda Pittsburgh: «Non sono stato licenziato», spiega i motivi delle querele e perché le «gravissime accuse» di alcuni giornali sono infondate. Il candidato alle primarie tratteggia il "suo" Partito democratico, fatto di circoli, senza correnti e con le alleanze basate sui programmi. E spiega su quali temi puntare in vista del congresso. ignazio marino. Il candidato alle primarie del Pd al Riformista col direttore Antonio Polito e la ... di Tonia Mastrobuoni «Meglio operare un'ernia che gonfiare una nota spese». Ignazio Marino è visibilmente teso sulla bufera scoppiata attorno alle presunte irregolarità amministrative che secondo il Foglio gli sarebbero costate nel 2002 le dimissioni dalla guida dell'Ismett di Palermo. Ma dopo giorni di pressioni, smentite e querele, al candidato leader del Partito democratico scappa anche una risata. «Invece di fare una nota spese gonfiata da cinquemila euro, direi che è più conveniente operare un'ernia. È certamente meno stressante, si fa in un quarto d'ora e ne vale tremila». In questo forum con il Riformista, il chirurgo genovese torna sul merito della questione, si professa offeso per le «gravissime bugie» apparse su alcuni giornali e conferma le querele non solo al quotidiano di Ferrara ma anche a quelli che «hanno messo le bugie pure nei titoli». Il senatore piddino parla lungamente del partito che ha in mente, «liberato dalle correnti e di democrazia partecipativa», spiega le "sue" primarie imperniate su temi concreti ma tratteggia anche qualche scenario postcongressuale. Per Marino è scontato, ad esempio, che chi vince le primarie può legittimamente aspirare tra tre anni a correre per la presidenza del Consiglio, qualsiasi siano le alleanze. Stanco di essere identificato soltanto con il tema della laicità, che considera «un metodo», come un grande democristiano cui ammette di ispirarsi, Aldo Moro, Marino rilancia i punti su cui vorrebbe confrontarsi con gli altri due candidati alle primarie. A Pierluigi Bersani e Dario Franceschini chiede un dibattito sul precariato, sulle ricette contro la crisi economica, ma anche sulle donne, sull'aborto, sul nucleare e sulle unioni civili. E racconta, ancora una volta ridacchiando, che al momento non riesce «purtroppo» a confrontarsi con il pubblico del Pd perché al Democratic Party di Genova, quello nazionale, c'è un programma che pullula di ministri «e non riescono a trovare un buco in cui inserirmi». In apertura del forum, il tema non può che essere quello che lo ha catapultato sulle prime pagine dei giornali. Il siluro di Pittsburgh, la lettera sulle irregolarità amministrative dell'università americana che aveva collaborato alla fondazione del centro di Palermo diretto dal chirurgo. «La risposta l'ho data già e, anzi, sarebbe interessante se ogni politico italiano accusato di qualcosa avesse la mia stessa abitudine di documentare tutto su internet», si scalda. Ribadisce che si è dimesso perché c'era già un contratto con l'università di Jefferson, dopo una lunga trattativa. «Avevo già deciso di andarmene ma c'è stato un conflitto, ma in una situazione del genere i toni conflittuali possono capitare. Oltretutto - sottolinea - ci sono stati con l'amministrazione, mai con l'università». Il chirurgo che ha acquisito fama mondiale per i trapianti al fegato racconta di referenze «che fanno arrossire, stellari». Soprattutto, pubbliche, «ben visibili sul sito del chirurgo fondatore del centro trapianti di Pittsburgh». Lì, oltre al lungo curriculum di Marino, puntualizza, «c'è scritto anche che la decisione di lasciare la direzione del centro di Palermo è stata improntata alla più alta eticità ed è una decisione presa in coscienza, discussa con lui. Questo è il fondatore del centro trapianti di Pittsburgh, ancora in vita quindi interpellabile». Il chirurgo è amareggiato anche per «le altre, gravissime bugie che mi hanno offeso moltissimo. Non sono stato licenziato, se ci sono state irregolarità o discrepanze sui rimborsi, sono cose che accadono e che vengono ricontrollate in quelle università ogni sei mesi. E non vengono mai utilizzate per dire che uno non è una persona per bene». Marino racconta di aver saputo da molti centri in cui ha lavorato in passato che una serie di giornali hanno chiamato per avere informazioni su di lui: «Alla fine dovrò ringraziarli. Mi hanno raccontato le università che i giornalisti sembravano delusi per i commenti positivi. L'intenzione di una cosa organizzata così, telefonando in tutto il mondo, non mi pare quella di fare uno scoop. Ma di capire se una persona può essere eliminata dalla corsa alla segreteria del Partito democratico. Soprattutto nel momento in cui quella persona dice che vuole elevare il dibattito congressuale e non fare il dibattito sulle correnti, sugli individui e su tutte quelle cose che stanno danneggiando questo straordinario progetto». Nei giorni scorsi ha dato mandato agli avvocati di querelare il Foglio, ma anche «gli altri giornali che hanno messo anche nei titoli le bugie. Altrettanto grave, per me, è l'accusa del Giornale pubblicata in prima pagina che io sarei un esperto di eutanasia. Per un chirurgo che ha passato tutta la vita a salvare vite umane in due paesi - io ho la licenza negli Stati Uniti e in Italia - l'accusa di omicidio volontario, è un'offesa davvero gravissima e sarà molto difficile per il Giornale dimostrare che sono un esperto di eutanasia». Marino spazza l'aria con la mano, «basta, parliamo di politica». Terreno meno insidioso? Almeno il chirurgo americanizzato può andare all'attacco. «Mi sembra su tanti temi Pierluigi Bersani e Dario Franceschini (li cita sempre per nome e cognome, ndr), pur facendo politica da oltre un terzo di secolo, sono evidentemente in grave difficoltà». Troppe anime, secondo Marino, compongono le squadre di Franceschini e Bersani, «spesso inconciliabili tra di loro». Un esempio? «Pierluigi Bersani è sostenuto da alcune persone convinte che si debbano fare i respingimenti, mentre altri pensano il contrario. Ha politici dalla sua parte che pensano che la vicenda di Welby sia un eclatante caso di eutanasia, altri pensano che sia un riconoscimento della libertà di scelta rispetto alle terapie come è scritto nell'articolo 32 della Costituzione. Gli stessi problemi, in aree simili, si trovano nell'area di Dario Franceschini». Al contrario, il candidato alle primarie Pd scandisce che la sua è una mozione e una sfida politica «dei sì e dei no chiari», compresa la querelle di questi giorni sulle correnti. «Da quando io ho affermato che vorrei una sola corrente nel partito, quella dei circoli, tutti si dichiarano favorevoli a scioglierle. Parole molto apprezzabili, ma quand'è che Bersani e Franceschini si decideranno a passare ai fatti? Noi della mozione Marino non abbiamo correnti». Forse per un attimo, nella foga dell'anticorrentismo, il chirurgo dimentica che c'è chi lo ha già iscritto a una fazione antica. Che molti pensano che dietro di lui ci sia l'ex plenipotenziario di Veltroni, Goffredo Bettini. «Dietro di me non c'è proprio nessuno, affianco a me ci sono moltissime persone valide. Certo, c'è anche un intellettuale e un politico come Bettini, eravamo "compagni di banco" al Senato durante il governo Prodi. Penso che sia una persona di grande generosità intellettuale ma ha già detto pubblicamente che il suo sarà un contributo intellettuale». La domanda nasce spontanea, sul partito «dei sì e dei no chiari». Marino può correre per la leadership con quest'idea, ma poi si tratterà, se vince le primarie, di governare anche le mille anime del partito contro le quali punta oggi il dito. «Ha visto che dopo la mia proposta sulle unioni civili è intervenuto subito anche Franceschini?», replica, «È ovvio», sorride malizioso, «poi deve fare i conti con la Binetti e con Rutelli. Ma intanto ha fatto questa dichiarazione. Io penso a un partito in cui non ci sia il "sì ma anche", "va bene, ma anche". Si presentano proposte che di volta in volta sono frutto di una riflessione, anche nei circoli». Ecco, la parolina magica, i circoli, la democrazia partecipata. Cosa c'entrano con una eventuale querelle sulle coppie di fatto o su una norma della finanziaria? «Se non si trova un accordo tra dirigenti del Pd, io sono per convocare rapidamente tutti i circoli d'Italia e fare discussioni collegiali. Dobbiamo avere meccanismi di democrazia partecipata come esistono negli Stati Uniti e in altri paesi. In America, quando il governo decide di cambiare delle cose nella sanità, manda dei gruppi a parlarne nel paese reale e dà addirittura, sul Federal register, un tempo per dare a tutti l'opportunità di dire cosa pensano. Questo è il partito a cui penso». E chi non ci sta? Marino insiste: «Dopo una consultazione così ampia bisogna raggiungere una decisione che venga lealmente supportata da tutti. Ma dico, è così difficile fare come hanno fatto Barack Obama e Hillary Clinton? Non è che si siano scambiati esattamente delle gentilezze, durante le primarie. Ma dal giorno dopo della vittoria di Obama si sono messi a lavorare assieme. Questo è il salto culturale da far fare al nostro partito». Quindi, se vince le primarie, imbarcherà Franceschini e Bersani nella squadra? «Bè, sicuramente l'idea è quella di coinvolgere le intelligenze migliori. Certamente, ho un'idea inclusiva del partito». Quindi? «Vedremo». Se alle primarie vince uno dei suoi avversari? «Io mi candido a fare il segretario del partito. Se non ci riuscissi e il voto della nostra mozione fosse importante, non faremo patti con nessuno. Ci riuniremmo, stabiliremmo una decina di punti irrinunciabili e sulla base di quei punti daremmo sostegno a un candidato o a un altro». E chi conquista la segreteria del Partito democratico in autunno può correre per Palazzo Chigi o il candidato premier andrà concordato con gli altri partner della coalizione? «Io immagino che debba essere anche il candidato premier. Però è una discussione da fare tra tre anni». Marino candidato premier? «Se il popolo democratico lo vuole, non vedo perché no». A proposito. Che pensa il candidato-chirurgo del premier Berlusconi, ha bisogno di cure? «Spero non le mie, io curo casi gravi. Ma mia moglie mi conosce molto bene e immagino che anche la moglie di Berlusconi lo conosca molto bene. Se ha detto che è malato, c'è da fidarsi». Tornando all'attualità, alle primarie del Pd, il senatore è consapevole che la stampa gli ha cucito addosso un'etichetta. «Ho parlato di tutto, delle proposte per la crisi economica, ho parlato sugli immigrati, la sicurezza, la sicurezza sul lavoro e mi associano sempre alla laicità, quando non ne ho quasi parlato, di recente. E poi per me la laicità è un metodo nel porsi e nell'interpretare la nostra Costituzione. Pensiamo a un grande uomo della Democrazia cristiana ma anche profondamente laico come Aldo Moro. Era credente, ma mostrava un atteggiamento profondamente laico nell'interpretazione dei valori che doveva discutere in Parlamento. Nella fase costituente ha introdotto elementi di laicità». Marino ricorda il suo contributo all'articolo 32 della Costituzione, quello che stabilisce che la salute debba essere garantita a tutti. Il 27 gennaio del 1947 - il giorno prima era stata scritta la prima parte - Moro «ha insistito tutta la mattina che questo era un principio importantissimo, ma che doveva essere garantita ma non obbligatoria. Che ognuno doveva poter scegliere per conto suo. Questo non l'ha detto Ignazio Marino, l'ha detto Aldo Moro nel 1947». Ci sono però alcuni temi che ricorrono nelle sue battaglie molto associati alla laicità. Una è quella sul testamento biologico. Ma c'è anche l'aborto, sul quale, insiste, che l'Italia «vanta la legge più equilibrata dell'occidente. I più giovani non ricordano, io che ho 54 anni sì: le notti, i brividi, le angosce di quando ero specializzando in chirurgia negli anni Settanta e al pronto soccorso arrivavano donne di tutte le età con l'utero perforato dagli aghi delle cosiddette mammane». Il senatore è notoriamente cattolico, «ma mi confortò molto quello che mi disse una volta un teologo, Karl Golser, vescovo di Bolzano. Anche la Chiesa riconosce un elemento che si chiama la conscientia perplexa: il tribunale supremo è quello della propria coscienza». E nelle ore convulse della riunione Aifa su pillola abortiva Ru486, Marino non si tira indietro neanche su questo: «io credo che questo tipo di decisione debba avvenire nel dialogo personale tra medico e paziente, è sbagliato proibirla tout court». A questi argomenti di lotta se ne aggiunge un altro, molto "suo", che continua a distinguerlo da Bersani e Franceschini. Marino propone le unioni civili, non i Dico, per le coppie di fatto. «È aberrante una situazione in cui due persone che non sono sposate ma magari hanno dei figli e uno dei due si sente male - perché questa è la realtà, è inutile che ci giriamo intorno - e viene messo in rianimazione, l'altro non può neanche colloquiare con i medici. Ci sono tre milioni di persone che vivono assieme senza essere sposati, che rischiano questa situazione perché non c'è un certificato di matrimonio. Una barbarie». Certo, sarà difficile allearsi con l'Udc, con questo programma. Marino si stringe nelle spalle: «questo lo diranno loro, non io. Assieme alla squadra che governerà il partito, se vincerò le primarie, deciderò quali punti saranno irrinunciabili, per noi, questo è certo». Una stranezza, nel suo programma, è che non c'è un paragrafo dedicato alle donne. «Verissimo. Le donne che hanno partecipato con me al programma me l'hanno chiesto esplicitamente: non bisogna mettere le donne in una riserva indiana, hanno detto. Invece abbiamo inserito molte cose nelle singole sezioni. Proposte antidiscriminazione nell'ingresso del lavoro. Abbiamo immaginato che il congedo alla nascita del figlio sia equamente distribuito tra uomo e donna. L'altro aspetto è che appoggiamo la questione dell'aumento età pensionistica per le donne: ma tutte le risorse liberate vanno indirizzate verso politiche per loro. E poi, insomma, sarà simbolico, ma è assurdo che alla Camera non ci sia un asilo nido. Io non amo molto le quote rosa, ma mi rendo conto che siamo talmente indietro che anche sulle presenze in politica e nei consigli di amministrazione, vanno presi provvedimenti drastici. Non più del 60%, ma non meno del 40% di presenza obbligatoria nei cda, questo proponiamo». Su un punto, il senatore sembra convinto del vantaggio competitivo su Bersani e Franceschini, semplicemente perché non hanno ancora preso una posizione netta. «Vorrei sapere - osserva - cosa pensano i nostri alleati della precarietà. Sono, come diciamo noi, per il contratto unico a tempo indeterminato con salario minimo garantito come nella maggior parte dei paesi occidentali?». Marino ammette di propendere per la proposta Ichino, piuttosto che per la versione Boeri-Garibaldi, ma «l'importante è mantenere il punto fermo di un contratto unico e di un salario minimo e un sistema di disincentivi che prevedano che nel momento in cui un'azienda vorrà lasciar andare un dipendente potrà farlo in situazioni straordinarie, quando cambia la ragione sociale o l'obiettivo. Ma con un disincentivo anche nel fatto che dovrà farsi carico di una parte sostanziale di quel reddito di solidarietà e della formazione permanente in modo che diventi una risorsa, che continui ad arricchirsi e non diventi un precario abbandonato a se stesso». 31/07/2009

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L' I TALIA DIMENTICATA (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 31-07-2009)

Argomenti: Laicita'

Corriere della Sera sezione: Prima Pagina data: 31/07/2009 - pag: 1 Le colpe delle classi dirigenti L' I TALIA DIMENTICATA di ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA L e nazioni sono un prodotto complesso. Il materiale di base per costruirle lo fornisce perlopiù la storia, ma chi le porta ad esistere e le fa vivere, dandogli forma ideale e statale, non sono i singoli né le masse: sono i gruppi dirigenti. Cioè innanzi tutto le classi politiche (e dunque la politica). Perciò, se lo stato comatoso in cui versano le celebrazioni per il 150Úanniversario dell'unità d'Italia significa qualcosa, esso significa che ai politici di questo Paese, tanto di destra come di sinistra, la suddetta unità, e cioè alla fine l'Italia, appaiono tutto sommato irrilevanti. Prova ne sia, come è stato giustamente osservato, che nessuno di loro è intervenuto nel dibattito accesosi sul tema in questi giorni. Non voglio dire che i nostri uomini politici non nutrano un legame storico e sentimentale con il loro Paese. Voglio dire che l'Italia come entità nazionale, come organismo collettivo, come idea di una sorte comune dotata di qualche senso, tutto questo non entra più in alcun modo nel loro discorso, non è più un dato politico effettivo produttore di emozioni, di analisi, di programmi. Paradossalmente, l'Italia è un dato politico reale esclusivamente per la Lega: ma lo è solo perché oggetto della sua radicale avversione. E' significativo, peraltro, che perfino alle più ripugnanti proposte leghiste, come quella recentissima di imporre agli insegnanti un esame di cultura e lingua locali, i suoi avversari, lungi dal contrapporre l'idea d'Italia e di unità nazionale, si limitino a invocare, come ha invocato il presidente Fini, il «rispetto della Costituzione ». Quasi che dell'Italia non possa pensarsi altra difesa, ormai, che quella riservata a un bene «giuridicamente protetto». Oggi, insomma, salvo che per la Lega, l'Italia non esiste più per le nostre culture politiche. Non era così nella prima Repubblica, la quale, pur se nata in un momento in cui la coscienza nazionalstatale era stata messa a dura prova dalla catastrofe bellica, vide tuttavia la non infeconda dialettica tra culture politiche ognuna in stretto rapporto con la vicenda nazionale e con una forte idea d'Italia. Si pensi da un lato alla cultura cattolica e a quella comunista entrambe legate al dato centrale della nostra storia rappresentato dalla lontananza delle masse popolari rispetto alla costruzione dello Stato unitario e dall'altro alla cultura laico-socialista, viceversa appassionatamente identificata con tale costruzione. Uomini come Terracini e Amendola, Scelba o Moro, Spadolini o Craxi, furono altrettanti personaggisimbolo di una storia tutta e consapevolmente «italiana». Una storia che Mani Pulite ha inghiottito e dissolto. Da allora dell'Italia, della sua vicenda e dunque della sua unità, tranne la Lega che le ha costituite a suoi bersagli polemici, le culture politiche post-Tangentopoli non sanno che cosa farsene. CONTINUA A PAGINA 10

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La linea della Meloni: <È meno invasiva di un intervento>(sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 31-07-2009)

Argomenti: Laicita'

Corriere della Sera sezione: Cronache data: 31/07/2009 - pag: 18 Il ministro della Gioventù La linea della Meloni: «È meno invasiva di un intervento» ROMA «La mia posizione dice Giorgia Meloni, ministro della Gioventù è questa: fare tutto il possibile per prevenire ogni aborto. Se poi non si riesce a convincere una donna a evitare l'aborto, si può accettare uno strumento che rende l'intervento meno invasivo, meno doloroso, meno lacerante». Il ministro parla della pillola Ru486, cerca di farlo senza «approccio ideologico». Senza ridurre tutto «a una questione tra presunti laici e presunti cattolici». Quindi la pillola può essere introdotta, «a un patto, però». Quale? «Che l'uso della pillola stia rigidamente dentro le modalità previste dalla legge 194, quella che regola l'aborto. La legge prevede un percorso, controlli, cautele, l'obiezione di coscienza degli operatori...». Insomma la Ru486 come un metodo che si aggiunge agli altri metodi oggi utilizzati, da usare soltanto in ospedale, se richiesta dalla donna, se approvata caso per caso dal medico? «Sì. Perché questa pillola non è un semplice farmaco e non può essere usato, venduto, come tale. La Ru486 non va confusa con la pillola del giorno dopo. Non deve servire ad avvicinare un aborto a un mal di testa». Non bisogna dimenticare, secondo Giorgia Meloni, che sono emerse ombre, sulla Ru486: «Io spero che venga dall'Aifa, l'Agenzia del farmaco, ogni possibile chiarimento sulla composizione, sulle presunte 29 morti che la pillola avrebbe causato. Insomma, occorre fare in modo che non rimanga alcun dubbio sulla pericolosità». Meloni insiste sui rischi dell'«approccio ideologico»: «Parlando di aborto, è stato quel genere di approccio che ha impedito di rispettare e applicare le garanzie previste dalla 194. Di fare quindi prevenzione, di aiutare le donne a portare a termine le gravidanze anche quando non vogliono crescere il figlio, così come accade in quel film 'Juno', che mi ha molto colpito. Io non abortirei mai, sono profondamente antiabortista. Ma capisco che alle donne spesso non viene data una vera possibilità di scelta». Ci sono provvedimenti che potrebbe immaginare, da ministro della Gioventù? «Prevenzione, informazione. Fare tutto ciò che crea un rapporto consapevole con la sessualità. Spiegare che l'aborto non è un anticoncezionale, la sua codificazione per legge non è una vittoria e decidere di farlo non è mai semplice. Purtroppo non è questo il momento, poiché non ci sono soldi per fare nulla, ma si dovrebbe sostenere la maternità, dare incentivi alla natalità. Congedi parentali, quoziente familiare, asili condominiali, come hanno fatto in tanti Paesi occidentali dove, grazie a queste misure, si è ripreso a fare figli. La popolazione italiana, invece, è destinata ad invecchiare e, a lungo termine, a scomparire. Sono materie, queste, da alleanza trasversale. Materie su cui cercherei una tregua fra maggioranza e opposizione». Monsignor Sgreccia, presidente dell'Accademia per la vita, giudica la Ru86 «un veleno letale» e afferma che l'uso, la prescrizione o la partecipazione a qualsiasi titolo all'iter per la somministrazione comporta la scomunica della Chiesa: che ne pensa? «Rispetto. Mi pare normale, comprensibile per la Chiesa equiparare la pillola agli altri metodi abortivi». La legge 194 «Ma l'uso del farmaco deve rigidamente stare dentro le regole della 194» Prevenzione Giorgia Meloni (foto) punta sulla prevenzione e dice di non avere un «approccio ideologico». È per il sì alla Ru486 a patto che il suo utilizzo stia «nelle modalità previste dalla legge 194» A. Gar.

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