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TARTICOLI DEL 3-4-2008 #TOP
CASA/ SALONE FIRENZE: PROSSIMI 18 MESI OK PER ACQUISTO
IMMOBILI ( da "Virgilio Notizie"
del 03-04-2008)
Argomenti: Mercato immobiliare
Abstract: sta scoppiando una bolla immobiliare - ha aggiunto - e a
gennaio in alcune città ci sono stati ribassi del 20% dei valori immobiliari,
gli analisti sono concordi sul fatto che ciò non accadrà in Italia, dove c'è
una decrescita ma molto marginale. Negli Usa c'era stata una crescita fino al
200%, in Spagna del 180%, ma in Italia solo dell'80%
L'ULTIMA PUT DI GREENSPAN (
da "Wall Street Italia" del 03-04-2008)
Argomenti: Mercato immobiliare
Abstract: prezzi dei titoli e delle case - o il reddito nominale
cresce molto rapidamente - attraverso un'inflazione generalizzata. Lo
sgonfiamento della bolla immobiliaria sta provocando un forte rallentamento
della crescita economica reale. Questo accade perché la realizzazione che i
prezzi avevano superato il livello che gli acquirenti potevano permettersi ha
avuto luogo dopo che la produzione
Il piano Paulson è troppo vago e complicato (
da "Milano Finanza (MF)" del 03-04-2008)
Argomenti: Mercato immobiliare
Abstract: vendita forzata in caso di mancato pagamento dell'ipoteca.
Obama vuole fissare un valore minimo per i prezzi degli immobili da abitazione,
imponendo la svalutazione dei mutui e consentendo così alla gente di rimanere
nelle loro case. Ma non dice in che modo, qualora tale iniziativa venisse
attuata, il capitale perduto dal comparto finanziario potrà essere recuperato
per evitare l'
Un piano decennale da 100 miliardi per gli affitti La
proposta Cgil prevede la creazione di un milione di alloggi e 300mila posti di
lavoro ( da "Unita, L'"
del 03-04-2008)
Argomenti: Mercato immobiliare
Abstract: il reddito dei lavoratori dipendenti risulta essere stato
stazionario, mentre sono aumenteti del 35% i costi delle aree edificabili, del
18% quelli di produzione, e del 70% il prezzo medio delle abitazioni, frutto
della bolla immobiliare. Ma, soprattutto, i canoni di affitto sono cresciuti
del 114%.
Milano: idealista.it, nel I trim. i prezzi delle case
scendono dell'1,8% sul trim. precedente (
da "SpyStocks" del 03-04-2008)
Argomenti: Mercato immobiliare
Abstract: com) - Il settore immobiliare nel milanese innesta la
retromarcia. Secondo la divisione studi di idealista.it, infatti, nel primo
trimestre del 2008 i prezzi delle case nella città di Milano sarebbero scesi
dell'1,8% rispetto agli ultimi tre mesi dell'anno scorso.
FMI: MUTUI, POLITICA MONETARIA AGGRESSIVA CONTRO SHOCK (2) (
da "Wall Street Italia" del 03-04-2008)
Argomenti: Mercato immobiliare
Abstract: il Fmi sottolinea che le innovazioni registrate negli
ultimi anni hanno facilitato l'accesso ai mutui da parte delle famiglie e hanno
reso l'economia più esposta all'andamento del settore immobiliare, visto che il
largo ricorso alla casa come garanzia ha rafforzato il feedback fra le
variazioni dei prezzi delle case e la capacità di spesa dei consumatori".
FMI: CRESCITA RALLENTA, MERCATI RISCHIO MAGGIORE/ANSA (
da "Wall Street Italia" del 03-04-2008)
Argomenti: Mercato immobiliare
Abstract: visto che proprio il mercato immobiliare, con i subprime,
è alla base delle recenti turbolenze. La politica monetaria deve prestare
maggiore attenzione all'andamento dei prezzi delle case e deve rispondere in
modo "aggressivo agli shock finanziari che vanno a colpire il credito
disponibile" nei paesi che hanno un mercato ipotecario sviluppato,
( da "Virgilio Notizie" del 03-04-2008)
Argomenti: Mercato immobiliare
02-04-2008
22:32 Secondo gli esperti non ci sarà un crollo dei prezzi
in Italia Firenze, 2 apr. (Apcom) - I prossimi 12-18 mesi, vista la stabilità
dei prezzi e la crescita dei margini di trattativa,
potrebbero essere il momento migliore per acquistare una casa: lo afferma
Alessandro Nosei, amministratore delegato di Salone Immobiliare Srl, oggi a
Firenze per presentare l'edizione 2008 del Salone Immobiliare del capoluogo
toscano, che prenderà il via domani alla Stazione Leopolda. "Il privato
sta aspettando di capire cosa succede - ha spiegato - gli acquirenti ci sono ma
si fermano a riflettere, e d'altro canto i proprietari non sono disposti a
svendere. In fase di trattativa ora ci sono margini del 12-15%, contro quelli
precedenti del 6-8%". Nosei ha quindi ricordato che la crisi dei subprime
non tocca il mercato italiano, se non a livello psicologico perché "il
cittadino vede tassi alti e un grande tam tam mediatico. Mentre negli Usa,
però, sta scoppiando una bolla immobiliare
- ha aggiunto - e a gennaio in alcune città ci sono stati ribassi del 20% dei
valori immobiliari, gli analisti sono concordi sul fatto che ciò non accadrà in
Italia, dove c'è una decrescita ma molto marginale. Negli Usa c'era stata una
crescita fino al 200%, in Spagna del 180%, ma in Italia solo dell'80%:
ci sarà una stagnazione, ma non vedremo un crollo". Nosei ha concluso
affermando che "ora il mercato è volatile, ma i prezzi
sono sostanzialmente stabili e lo rimarranno per oltre un anno".
( da "Wall Street Italia" del 03-04-2008)
Argomenti: Mercato immobiliare
Di Alex
Citanna e Michele Boldrin ... la stanno onorando Bernanke, Paulson ed il
Congresso. Essa consisterà, forse già consiste, nell'inflazione e nella
svalutazione del dollaro. Altro che stabilizzare i mercati: questi stanno
salvando gli speculatori piu' aggressivi. -->Il contenuto di questo scritto
esprime il pensiero dell' autore e non necessariamente rappresenta la linea
editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente. (WSI) ?
L'ultima "put" di Greenspan la stanno onorando Bernanke, Paulson ed
il Congresso. Essa consisterà, forse già consiste, nell'inflazione e nella
svalutazione del dollaro. Mentre il suo presunto obiettivo è quello di
stabilizzare i mercati finanziari fornendo ad essi liquidità, per il momento
sembra servire soprattutto al salvataggio di coloro che per 15 anni hanno
generato profitti fasulli con giochetti finanziari; giochetti che ora sembrano
essersi rotti. Se le attuali politiche verranno mantenute ancora per molto, il
risultato sarà quanto descritto sopra oppure una stagnazione prolungata, o
entrambe le cose; non vi è realistica alternativa. Non dovrebbe essere
necessario sintetizzare i fatti; ma lo faremo lo stesso. Durante gli ultimi
sette mesi la Federal Reserve Bank degli Stati Uniti ha spinto il Federal Funds
rate (FFr) a valori reali negativi. Ora offre alle banche d'investimento
americane di scambiare i loro titoli dal valore incerto per titolo del Tesoro;
allo stesso tempo ha anche mediato l'acquisizione di una banca da parte di un
altra. Lo "stimolo federale", approvato da entrambi i partiti e
dall'amministrazione Bush, è in corso: ai contribuenti americani vengono
spediti assegni di importi variabili, per un valore totale di circa l'1% del
PIL. Ci chiediamo: questo pacchetto di interventi è sensato, data la natura
della crisi? Apparentemente, lo è: la maggior parte dei commentatori applaude
queste scelte. I pochi critici sono per la maggior parte commentatori da sempre
ostili al mercato, alla concorrenza, al capitalismo ed alla globalizzazione a
cui attribuiscono tutti i mali, dalle crisi finanziarie alla diarrea. Tra gli
esperti, il consenso unanime è che queste scelte siano corrette. Proviamo a
dissentire. Oggi illustriamo le ragioni del nostro disaccordo; la prossima
volta discutiamo di politiche alternative. Non e' un mercato per vedove e
orfani. E non e' un mercato per news gratuite. Hai mai provato ad abbonarti a
INSIDER? Scopri i privilegi delle informazioni riservate, clicca sul link
INSIDER Ci sono tre componenti delle politiche adottate: lo stimolo fiscale, il
taglio dei tassi d'interesse e lo swap di titoli. Stimolo fiscale. Sta
ricevendo scarsa attenzione: la maggior parte dei commentatori sconta la sua
natura elettorale. Peccato, perché, fino ad ora, l'incentivo fiscale è il
braccio più costoso della strategia di intervento. Aumentare il reddito
disponibile del 90% delle famiglie americane di un 1,5% non farà alcuna
differenza sulla crisi delle ipoteche, ma aumentare il debito pubblico di un
altro punto di PIL segnala che la strategia di affrontare i problemi finanziari
accumulando nuovo debito non è stata ancora abbandonata. Nessuno - con l'eccezione
di Paul Krugman: GWB e PK sono per una volta dallo stesso lato - sostiene che
la recessione è dovuta ad un improvviso calo della domanda aggregata. Al
contrario, la crisi è dovuta a un prolungato eccesso di domanda di alloggi,
alimentato da una straordinaria quantità di credito messo a disposizione a
basso prezzo dalla Fed. Tale eccesso di domanda ha spinto i prezzi
delle abitazioni al di sopra del livello che una frazione sostanziale delle
famiglie americane può permettersi, dato il reddito attuale e quello previsto.
In altre parole, la crisi è dovuta ad una "inflazione localizzata"
causata dalla combinazione di credito a go-go della Fed ed innovazioni
finanziarie del settore bancario. Poiché i prezzi
nominali di un certo numero di attività finanziarie e reali sono completamente
slegati dai loro rendimenti futuri - e poiché il reddito nominale è troppo
basso per fornire le risorse necessarie a servire il debito con cui tali beni
sono stati acquistati - qualcosa deve cedere. O il valore nominale di tali beni
diminuisce - attraverso una deflazione dei prezzi dei titoli
e delle case - o il reddito nominale cresce molto rapidamente - attraverso
un'inflazione generalizzata. Lo sgonfiamento della bolla immobiliaria
sta provocando un forte rallentamento della crescita economica reale. Questo
accade perché la realizzazione che i prezzi avevano
superato il livello che gli acquirenti potevano permettersi ha avuto luogo dopo
che la produzione delle case era già stata
completata o, almeno, iniziata. Le risorse reali così investite sono quindi
state sprecate: essi hanno prodotto merci che la gente non vuole o non può
permettersi. Di conseguenza, i proprietari di tali risorse ricevono pagamenti
molto più bassi di quanto previsto. Da questo la recessione: le attività devono
essere svalutate e le risorse (fattori di produzione) devono dirigersi verso
beni che le famiglie e le imprese vogliono, e che possono permettersi. Anche
supponendo che l'aumento del potere d'acquisto suppostamente prodotto dallo
stimolo fiscale non venga spazzato via da un aumento dei prezzi
della stessa proporzione, non è certo aumentando la domanda aggregata per
hamburger, scarpe, o biglietti d'aereo di circa l'1% che la riallocazione delle
risorse sopra descritta sarà meno dolorosa. Più importante: lo stimolo fiscale
non può fare nulla per ridurre l'impatto finanziario della crisi immobiliare. Questa è dovuta al fatto che una parte delle
famiglie americane non possono permettersi l'acquisto delle case
che volevano. Per una famiglia inadempiente su un mutuo ipotecario di $
200K-500K, $1000 in contanti una tantum non farà alcuna differenza.
Conclusione: lo stimolo fiscale non è in grado di alleviare la crisi
finanziaria, né la recessione, ma solo far crescere un po' il debito pubblico.
Taglio dei tassi di interesse. Dai tempi di Greenspan, la moda è quella di
misurare l'utilità di tali interventi con i successivi movimenti nel mercato
azionario. Assicurazioni in senso contrario lasciano il tempo che trovano:
questo è oramai diventato il criterio con cui i mercati finanziari, e in
generale gli agenti economici, interpretano e valutano le azioni della Fed.
Poiché Ben Bernanke ha anche scritto articoli che tentano di misurare tale
impatto, questo punto di vista è stato rafforzato da azioni come quella del 22
gennaio 2008. Gli agenti economici oramai pensano che la Fed dovrebbe muovere i
tassi di interesse per evitare che il mercato azionario cada. Non esiste alcun
buon motivo economico per credere che questo sia possibile, né il mandato del
sistema della Federal Reserve è quello di far crescere gli indici di Borsa. La
BCE, saggiamente a nostro avviso, sta sostanzialmente ignorando i mercati
azionari: la stabilità dei prezzi è il suo obiettivo,
non le plusvalenze di borsa. In ogni caso, se dovessimo giudicare il successo
della politica della Fed da questo parametro, il verdetto sarebbe bruttino. Nel
corso degli ultimi sei mesi la Fed ha tagliato i tassi sei volte, due delle
quali potrebbero essere ragionevolmente considerate "sorprese". I
corsi borsistici sono di circa il 15% inferiori a quelli di sei mesi fa e non
hanno intenzione di recuperare in un prossimo futuro. Fino ad ora, l'unico
effetto che questi tagli sembrano aver avuto è quello di aumentare la
volatilità: relativamente grandi balzi il giorno dell'intervento, o in quello
successivo, seguiti da ancora più grandi cadute subito dopo. La credenza che la
Fed possa influenzare le quotazioni di borsa attraverso i tassi a breve - e che
li possa influenzare in modo non effimero - poggia sull'idea che i movimenti
dei tassi a breve termine siano in grado di influenzare la percezione (per
quanto tempo?) o la realtà del rischio aggregato. Questa è un'ipotesi ardita,
che va ben oltre il consueto "trade-off output-inflazione" e per la
quale non vi è praticamente alcun sostegno teoricamente coerente, per non
parlare di prove empiriche. Come una durevole riduzione del rischio complessivo
possa essere creata dal taglio di 300 punti base, ci sfugge. A meno che,
ovviamente, non si sia disposti a ritenere che le bolle 1997-2000 e 2002-2006 -
con l'accompagnamento di chiacchere accademiche [citazioni omesse, per
compassione] su "riduzione del rischio globale", "grande
moderazione" e "crescita permanente del valore dei titoli" -
siano le buone cose che la politica di credito facile ci ha portato. In
sostanza, e contriariamente all'opinione dominante, abbiamo la sfacciataggine
di credere che questa non sia la spiegazione delle recenti scelte di Bernanke.
Un obiettivo più realistico può essere quello di fermare la crescita dei tassi
d'interesse ipotecari causata dalla politica post-2004. Tale crescita è
generalmente considerata come l'ago che ha fatto scoppiare la bolla creata dalla politica di FFrs persistentemente bassi
che la Fed aveva precedentemente attuato, durante il periodo 2001-2004. Dato
che questo non è il momento giusto per discutere nei dettagli quel che ha
provocato cosa (un giorno o l'altro dovrà esserlo, però) lasciamo questo
problema da parte e consideriamo solo quale può essere il grado di successo nel
raggiungimento di questo obiettivo. Un argomento ragionevole è il seguente: un
aumento del FFr aumenta i tassi di mercato sia a breve che a lungo termine.
Siccome una quota considerevole di ipoteche è finanziata a tassi variabili,
tassi cioé che vengono fissati di nuovo dopo poco tempo sulla base dei tassi
correnti a breve termine, questo aumento del FFr sta provocando l'aumento dei
tassi di default di cui siamo tutti vittime. Come possiamo fermare l'emorragia
che stanno causando mutuatari morosi? Far crescere il reddito reale dei
mutuatari del 10-15% è impossibile, per cui cerchiamo invece di ridurre gli
importi che devono pagare. Se si abbassa abbastanza il FFr, i tassi ipotecari
(in particolare, quelli sugli ARMs) dovrebbero anche andare giù, quindi
alleviare la crisi del mercato ipotecario. Giusto? Forse, ma non
necessariamente. Primo, la fissazione dei tassi variabili non avviene in tempo
continuo, ma solo a intervalli di tempo fissi che, a volte, sono lunghi uno o
due anni. Quindi, per almeno un anno dopo il taglio del FFr, nessun sollievo
arriverebbe per i mutuatari dal tasso di interesse: quelli che sono stati
inadempienti durante l'estate del 2007 lo sono ancora, e quelli i cui tassi
ipotecari sono stati cambiati nel corso degli ultimi sei mesi saranno di fronte
agli stessi tassi elevati. Inoltre, i tassi di mercato su cui gli ARMs si
basano non rispondono necessariamente uno-a-uno ai movimenti del FFr (anche
quando si tratta di tassi nominali a breve termine l'aggiustamento del tasso
della Fed NON è affatto onnipotente). Ultimamente non lo fanno molto. Sono
scesi, ma non tanto quanto l'FFr. In altre parole, mentre la riduzione del FFr
può in teoria sembrare una fonte di sollievo per i mutuatari morosi, è chiaro
che quantitativamente l'effetto non è molto significativo. Il Libor o il tasso
a 1 anno a maturità costante del US Treasury sono diminuiti, ma il credit
spread su ciascuno di essi è aumentato di circa la stessa misura, migliorando
così la situazione solo lievemente e certamente non in un futuro immediato.
Infine, cosa più importante, i tassi ipotecari sono ora allo stesso livello cui
erano un anno fa (talvolta superiore), e quindi non c'è possibilità di ottenere
vantaggiose offerte di ri-finanziamento grazie alla riduzione del FFr della
Fed. Il rifinanziamento a un tasso inferiore o il passaggio dal rischioso ARMs
a meno rischiosi mutui a tasso fisso sarebbero soluzioni auspicabili e naturali
per la maggior parte dei mutuatari morosi, ma sembrano irragiungibili, per il
momento. In sintesi, mentre in teoria questo canale potrebbe avere un impatto
positivo sulle cause della crisi finanziaria, in pratica il suo impatto è molto
limitato: non fa danni, ma fornisce ben poco aiuto. Ancora più importante:
forse non è troppo poco (il tasso della Fed è 300 punti base più basso, dopo
tutto), ma certo che arriva troppo tardi. La qual osservazione porta alla
domanda da 100 trilioni di dollari : che diavolo era la giustificazione
economica dietro l'altalena selvaggia dei tassi d'interesse del 2001-2006? C'è
una terza motivazione per il taglio FFr: la curva di Phillips, l'idea che con
un po' d'inflazione cresce l'output, il sogno che non muore mai. Poiché, tra
macroeconomisti e teorici monetari, questa è diventata più una questione di
fede che di discussione razionale, vi è ben poco da dire. Dal nostro punto di
vista l'esperienza del 2000-2001 e quella attuale (per non parlare del 1991)
mostrano che la Fed non ha alcuna capacità pratica d'evitare una recessione
abbassando i tassi a breve: quali che siano le forze che la causano, quando il
termometro segnala la sua presenza la recessione è già in corso. Modelli basati
sul presupposto dei prezzi rigidi (ingrediente
indispensabile per sostenere che una riduzione del tasso di sconto possa
evitare una recessione) continuano a fallire la prova quantitativa: nessuno è
stato, neanche remotamente, in grado di produrre stime dei parametri d'uno
qualsiasi di questi modelli che implichino un qualche effetto benefico della
politica monetaria. La rigidità necessaria per rendere il trade-off
empiricamente rilevante è dell'ordine di 2 o 3 anni: ogni consumatore americano
(o europeo, o cinese, o messicano), di fronte a prezzi
che se non cambiano settimanalmente lo fanno giornalmente, troverebbe ridicola
una tale ipotesi. Ciononostante, la maggior parte dei macroeconomisti,
soprattutto coloro che lavorano presso la Federal Reserve statunitense,
prendono tale ipotesi molto sul serio: devono essere troppo occupati a scrivere
modelli con rigidità di prezzo per permettersi il tempo di fare shopping. Il
paradosso di una professione che, a fronte di una recessione dovuta al calo
troppo rapido dei prezzi delle case in seguito alla
rottura di una bolla generata da un eccessivo
abbassamento dei tassi nominali a breve, sostiene che i prezzi
rigidi sono la causa della recessione e che quest'ultima sarà curata riducendo
i tassi nominali a breve termine! Riassumendo: visibili successi?
Apparentemente nessuno. Per quanto possiamo vedere, l'unica cosa che la
politica della Fed ha raggiunto fino ad ora è quella di spaventare l'opinione
pubblica. Forse, gli effetti benefici della politica di riduzione dei tassi
saranno visibili in futuro. Forse, se la Fed non avesse abbassato i tassi di
interesse così tanto e così rapidamente, le cose sarebbero già peggio. Questo è
vero, forse. Ma si deve osservare che la BCE non ha seguito la politica della
Fed ed in Europa le cose non vanno così diversamente dagli Stati Uniti. Gli
indici di borsa oscillano su e giù nel mezzo di una generale tendenza negativa,
ma sono meno in basso rispetto agli Stati Uniti; alcuni paesi, Spagna e Italia
quasi certamente, vanno verso una recessione, ma la prima è andata crescendo
per 14 anni consecutivi, mentre la seconda sta diventando Argentina, quindi non
conta. Questo non significa dire che le cose in Europa vanno bene, ma
semplicemente che 300 punti base di tagli non hanno fatto una differenza
apparente per l'economia reale. Forse è giunto il momento di guardare da
qualche altra parte. L'asset swap. Nessuno sembra sostenere che TSLF e PDCF
siano stati istituiti per alleviare la recessione. Essi esistono, ci viene
detto, per salvare il sistema bancario evitando una crisi sistemica,
l'"effetto domino", il crollo dell'economia americana, e quindi del
mondo. Davvero? Anzitutto: il valore totale dei titoli del Tesoro degli Stati
Uniti nelle mani della Fed era, all'inizio della crisi, 3/4 di un trilione di
dollari, ma ora è un po' meno. Alla loro apertura, le due strutture hanno (max)
$ 400 miliardi di titoli del Tesoro disponibili; in pratica ne hanno circa $200
miliardi. Al 23 marzo, il valore nominale dei Credit Default Swaps sul mercato
aveva superato i $ 40 trilioni; JP Morgan e Citi insieme ne detengono più di 10
trilioni. Quindi, se le parole "effetto domino" o "crisi
sistemica" intendono descrivere eventi come "il mercato dei CDS si
scioglie" perché "la fiducia dei banchieri" crolla, allora TSLF
e PDCF equivalgono a tentare di salvare New Orleans da Katrina dicendo alla
gente di aprire l'ombrello. Se solo Citi diventa incapace di servire il suo
portafoglio di CDS, l'intera struttura di asset swap verrà spazzata via. In
altre parole, SE i teorici dell'"effetto domino" parlano sul serio,
ALLORA meglio che si preparino per una nazionalizzazione del sistema bancario
degli Stati Uniti. D'altro lato, SE "prevenire l'effetto domino" è
solo un altro nome per "mantenere a galla gli amici di Wall Street",
senza che i cittadini lo capiscano, ALLORA TSLF e PDCF vanno benissimo. Si
argomenta anche: l'"effetto domino" funziona incrementalmente; crolla
prima una banca piccola e poi vengono giù le grandi di conseguenza. Il
controfattuale è evidente: SE non fosse stato noto che la Fed avrebbe
organizzato l'acquisto di BSC da parte di JP Morgan (con il salvataggio di
tutti i creditori di BSC), ALLORA la crisi sistemica sarebbe avvenuta. Nessuno
può contraddire tale controfattuale, e quindi non ci proveremo. Prendiamo atto,
però, che mentre la crisi di BSC era in corso non vi è stato alcun sintomo di
panico tra i depositanti. La Fed ha mediato un buon affare per una banca con la
motivazione di evitare il crollo di un altra. La banca "crollata" è
valutata attualmente a circa $ 1,5 miliardi, mentre l'entità che l'ha acquisita
ha guadagnato circa il 20% in valore di mercato. Perché una banca centrale
debba immischiarsi in questo tipo di affari ci sfugge completamente, quindi
lasciamo perdere e torniamo ai controfattuali. Ci sono state, è vero, notizie
preoccupanti su Lehman e Goldman Sachs come le prossime candidate al
fallimento. Tuttavia, un paio di giorni dopo entrambe le banche hanno generato
un (temporaneo) rally bancario rivelando risultati migliori del previsto.
Chiediamo: cosa previene le altre banche dal fare lo stesso? Questa sembra
essere un'altra domanda, se non da 100 trilioni di dollari almeno da 10
trilioni: la crisi ha ormai più di un anno di età ; perché Fed ed SEC sembrano
ancora incapaci di produrre regolamentazione che forzi la rivelazione di
informazioni affidabili? Se sono la "paura", la "mancanza di
fiducia" e l'"informazione asimmetrica" generalizzata (le
persone normali dicono "bugie" o "trucchi"), ad impedire il
buon funzionamento dei mercati, non dovremmo aver iniziato un anno (o più) fa
ad affrontare QUESTI problemi? Apparentemente, quando l'informazione viene credibilmente
rivelata i mercati recuperano fiducia ed i problemi di liquidità si attenuano
anche senza alcun intervento salvifico da parte della Fed; questo succede pure
se l'informazione rivelata è negativa. Abbiamo capito che non è di moda parlare
di "rischio morale" in questi giorni; il rischio morale è solo un
concetto teorico che la gente pratica toglie di mezzo ogni qual volta la
situazione diventa difficile. Un argomento molto pratico (sostenuto, insieme
con l'intera Wall Street, anche da Lawrence Summers), è che la stabilità del
sistema finanziario è più importante, in circostanze drammatiche come queste,
di un pregiudizio tutto sommato ideologico quale il rischio morale. Gli
italiani ben ricordano Craxi che, mentre aspirava una percentuale del PIL nel
suo conto corrente ed in quelli dei suoi amici, sentenziava primum vivere,
deinde philosophari ... Di fronte ad esperti di tale calibro, tutto ciò che
possiamo fare è inchinarci. Tuttavia, teniamo a sottolineare che, ciò che è
avvenuto dal
( da "Milano Finanza (MF)" del 03-04-2008)
Argomenti: Mercato immobiliare
MF Il
piano Paulson è troppo vago e complicato Tutti (o quasi) gli esponenti del
mondo politico chiedono a gran voce che l'apparato normativo Usa relativo alle
attività del settore finanziario venga rivisto da cima a fondo. Il segretario
del Tesoro, Hank Paulson, ha appena pubblicato un rapporto del suo ministero
che tratta di questo argomento. Nell'esaminare le varie proposte occorre tenere
sempre presente il fatto che sono proprio gli attuali regimi politici e normativi
ad aver provocato questi problemi. Non stiamo cercando di dare la colpa a
nessuno. Piuttosto, il nostro è un richiamo al fatto che, in quest'epoca di
roboanti discorsi contro la "cultura dell'avidità", la classe
politica non si trova certo nella migliore posizione morale per scagliare la
prima pietra. Se si desidera arrivare a una normativa giusta, o perlomeno più
giusta rispetto al passato, occorre capire alcuni aspetti fondamentali della
natura umana che si manifestano nelle borse, in politica e all'interno dei
grandi apparati burocratici che di tali normative appunto si occupano. Ecco tre
regole importanti da tenere a mente:1) Sia le borse sia i processi politici
sono intrinsecamente prociclici. Ovvero, quando le cose vanno bene, tanto le
borse quanto i politici spingeranno la situazione all'eccesso, per poi fare
esattamente lo stesso, ma in direzione opposta, nei momenti di depressione. Nel
caso delle dinamiche di mercato, questa tendenza è alimentata da sentimenti di
paura e di avidità. Durate la bolla degli anni 90 gli
analisti del comparto tecnologico considerarono che fosse redditizio
"cavalcare l'onda" e che fosse opportuno acquistare i titoli che
stavano salendo, poiché sarebbero saliti ancor di più. In quel decennio la
gente ha comprato più abitazioni di quelle che si sarebbe potuta permettere,
mentre gli erogatori di crediti hanno fornito la liquidità necessaria poiché
ritenevano che il prezzo delle case "non sarebbe
mai calato" e perché l'apprezzamento degli immobili superava abbondantemente
il costo degli interessi. I politici non mancano di guidare il coro degli
applausi quando le cose vanno bene. Ned Gramlich, governatore della Federal
Reserve, ha fatto notare la natura bipartisan del tifo per la bolla edilizia, un tifo del quale si sono rese colpevoli sia
l'amministrazione Clinton sia quella Bush. Entrambe hanno appoggiato
l'attuazione di una normativa sempre più permissiva per l'accensione dei
mutui.A quanto mi risulta, e contrariamente a quanto sostenuto da Barack Obama
l'anno scorso, non è mai stato il comparto dei servizi finanziari a chiedere
agli ambienti politici di procedere in tal senso. Piuttosto il contrario: sono
stati i politici a chiedere condizioni meno rigorose per consentire agli
elettori prestiti più facili. L'unica persona che conosco ad aver richiesto una
normativa più rigorosa e tale da generare meno proprietari di immobili e più
affittuari è Barney Frank, rappresentante democratico. I politici ritengono
auspicabile, anzi necessario, che il numero dei proprietari di immobili da
abitazione aumenti. Il raro pensiero controcorrente espresso da Barney Frank ci
ricorda che, quando le borse commettono eccessi, l'ultima cosa che dobbiamo
aspettarci è che Washington pensi a mettere loro un freno. 2) I politici,
nonché i soggetti regolatori che essi iscrivono a libro paga e ai quali
delegano il proprio potere, tendono a fissare continuamente obiettivi diversi e
talora contraddittori per il settore dei servizi finanziari. Questa seconda
regola deriva direttamente dalla prima. Nei primi anni 90 il Congresso aveva
appena finito di promulgare una legge molto severa sui requisiti necessari per
l'erogazione dei prestiti, quand'ecco che cominciò a chiedere un allentamento
delle restrizioni per consentire a un maggior numero di persone di accendere
mutui. Tra le richieste più significative vi era quella di stabilire modalità
più permissive per il pagamento della caparra da parte di chi voleva comprare
casa ma disponeva di entrate basse o non particolarmente elevate. Anche oggi
gli attuali candidati alla presidenza continuano a dedicarsi a questo gioco
delle contraddizioni. John McCain, che si erge a paladino di una maggiore
trasparenza, ha chiesto di effettuare una rivalutazione delle registrazioni
contabili alla luce dei valori di mercato. Hillary Clinton vuole incoraggiare i
mutui per l'acquisto della casa per sbloccare la situazione stagnante del
comparto immobiliare, ma vuole anche congelare i tassi
d'interesse e abbassare il valore di garanzia collaterale delle abitazioni,
limitandone la possibilità di vendita forzata in caso di
mancato pagamento dell'ipoteca. Obama vuole fissare un valore minimo per i prezzi degli immobili da abitazione, imponendo la svalutazione dei
mutui e consentendo così alla gente di rimanere nelle loro case. Ma non dice in che modo, qualora tale iniziativa venisse
attuata, il capitale perduto dal comparto finanziario potrà essere recuperato
per evitare l'aggravarsi della catastrofe che sta martoriando questo
settore. 3) Gli organi di regolamentazione creati per realizzare missioni
contraddittorie si arroccano sulle rispettive posizioni, trasformando qualsiasi
riforma in una patata bollente della politica. Per esempio, per quanto riguarda
la normativa sull'autorizzazione statale alla creazione di banche e istituti di
credito, il rapporto di Paulson sostiene che tale funzione dovrebbe essere
trasferita alla Fed, responsabile del sistema dei pagamenti e della salute
finanziaria del paese oppure alla Federal Deposit Insurance Corporation (Fdic),
cui spetta il compito di proteggere i risparmiatori nel caso in cui una banca
fallisca. Ma Paulson non si è schierato. Un altro esempio tratto dal rapporto:
viene suggerita la fusione tra la Sec e la Commodity Futures Trading Commission
(Cftc). Tuttavia, considerate le due culture istituzionali radicalmente diverse
e la differente composizione a livello di esponenti politici e finanziari, il
rapporto evita di dire quale delle due avrebbe la prevalenza sull'altra. Una
normativa deve essere quanto più possibile trasparente e semplice. In tal modo
è meno esposta alle manipolazioni da parte delle borse, dei politici o degli
organi di regolamentazione. Questo principio è di gran lunga più importante del
modello istituzionale. I problemi che stiamo affrontando attualmente sono stati
provocati da un abuso della leva finanziaria e la nuova normativa ha come
obiettivo le banche d'affari. Il valore dello stato patrimoniale di Bear
Stearns era 50 volte (o anche più) quello del suo capitale. Gli asset di
Goldman Sachs sono pari a 1.100 miliardi di dollari, ma a sostenerli vi è un
patrimonio di soli 40 miliardi. Ciò che è veramente necessario è l'imposizione
di un limite al tasso di leva finanziaria che queste banche possono esercitare.
L'unico esponente degli organi di regolamentazione ad aver compreso il problema
è l'ex capo della Fdic, Don Powell. Ex operatore del comparto bancario texano,
nel 2005 Powell si oppose ai suoi colleghi che volevano promulgare una
complessa normativa per il "capitale basato sul rischio". Si trattava
di regole così complesse (rispetto al semplice tasso di leva finanziaria
ammesso) che solo pochi privilegiati nelle istituzioni finanziarie o negli
uffici responsabili del rispetto dei criteri di conformità ne comprendevano le
conseguenze. La regola che va ricordata da chi redige una normativa è:
"Fai regole semplici, idiota". Un secondo elemento chiave per
formulare normative a questo stadio del ciclo è "lasciare che fioriscano
cento iniziative". Il sistema attuale di cartolarizzazione dei mutui non
funziona ed è necessario un sistema alternativo. Piuttosto che soffocare sul
nascere le diverse opzioni promulgando nuove norme di ampia portata è
consigliabile vedere dapprima che cosa funziona. Un approccio normativo
corretto, come per esempio la concezione di "pratiche ottimali", può
dar vita a sviluppi positivi senza precludere, a priori, soluzioni efficaci.
Per esempio, il governo potrebbe integrare l'operato delle agenzie di rating
proponendo alcune pratiche ottimali per la rivendita di mutui sotto forma di titoli
senza esigere che tutti i mutui li soddisfino. A prescindere dall'opinione che
emergerà, inevitabilmente attraverseremo un altro ciclo di mercato e gli
eccessi che l'accompagneranno. I politici continueranno a sostenere l'andamento
al rialzo per poi passare alla caccia dei colpevoli quando la tendenza si
invertirà. Tuttavia, possiamo rimandare questo ciclo inevitabile del
comportamento umano evitando schermi normativi che prevedono soluzioni
obbligate che possono essere sfruttate in maniera disonesta dai soliti furbi o
dai soliti miopi.* ceo del Lindsey Group e capoconsigliere economico del
presidente George W. Bush dal 2001 al 2002 MF - Commenti &
Analisi Numero 067, pag. 4 del 3/4/2008 Autore: Lawrence B. Lindsey*.
( da "Unita, L'" del 03-04-2008)
Argomenti: Mercato immobiliare
Stai
consultando l'edizione del Un piano decennale da 100 miliardi per gli affitti
La proposta Cgil prevede la creazione di un milione di alloggi e 300mila posti
di lavoro / Milano PROPOSTA Un milione di case in
affitto nei prossimi dieci anni con un investimento, tra risorse pubbliche e
private, stimato in 100 miliardi di euro che pre- venga la recessione economica
producendo 300mila posti di lavoro e un incremento del Pil dell'1% annuo. È
questo il nucleo della proposta "Più case in
affitto: un programma possibile", elaborata dalla Cgil, con Spi, FIllea,
Sunia e Legambiente e presentata ieri dal segretario confederale di Corso
d'Italia, Paola Agnello Modica. Un programma che diventa una necessità sociale.
Riguardo al rapporto tra i costi dell'abitare e il reddito disponibile delle
famiglie, infatti, le spese per l'affitto e per i servizi connessi, ovvero
acqua, rifiuti, energia, hanno un peso rilevante sul bilancio delle famiglie
che oscilla dal 30% al 50-60%. Un'ulteriore criticità è legata al fatto che le
famiglie in affitto hanno in larga maggioranza un reddito medio-basso: un
milione e mezzo sotto i 15mila euro e un altro milione e mezzo circa sotto i
25mila euro. Dati che sottolineano un'offerta abitativa distorta: vive in case di proprietà l'80% delle famiglie e in affitto meno del
20% mentre dal 1998 sono stati realizzati 320mila alloggi l'anno, tutti
destinati all'acquisto, e, di conseguenza, nello stesso periodo i proprietari
di casa sono cresciuti di oltre due milioni. Il fabbisogno di case risulta essere in crescita ed è connesso a problemi di
carattere economico nonchè sociale. Dallo studio della Cgil risultano essere
40mila gli sfratti per morosità; 750mila le famiglie in difficoltà il cui
contratto è scaduto tra il 2007 e 2008; 600mila le domande inevase di edilizia
pubblica. Mentre, per quanto riguarda una complessiva dinamica sociale da
sostenere, su 9 milioni di giovani tra i 20 anni e i 34 anni circa 8,4 milioni
vivono in famiglia. E sono il 47% i giovani occupati che continuano a rimanere
in famiglia. Quanto agli immigrati, su 3,5 milioni meno della metà ha una
situazione abitativa stabile mentre l'altra metà è in condizioni di
sovraffollamento o in alloggi di fortuna. In 10 anni le persone che vivono da
sole sono passate da
( da "SpyStocks" del 03-04-2008)
Argomenti: Mercato immobiliare
(3
Aprile 2008 - 13:02) MILANO (Finanza.com) - Il settore immobiliare nel milanese innesta la retromarcia. Secondo la divisione studi
di idealista.it, infatti, nel primo trimestre del 2008 i prezzi delle case nella città di Milano sarebbero scesi dell'1,8% rispetto agli
ultimi tre mesi dell'anno scorso. Ora, sempre secondo lo studio, per
acquistare casa nel capoluogo lombardo occorrono in media 3.538 euro al metro
quadro, vale a dire 66 euro in meno rispetto al trimestre precedente (a
dicembre ce ne volevano 3.604). In altri termini, se a fine anno per un
appartamento di medie dimensioni ? circa
( da "Wall Street Italia" del 03-04-2008)
Argomenti: Mercato immobiliare
Di ANSA
- -->(ANSA) - NEW YORK, 3 apr - Nei paesi con mercati ipotecari sviluppati
la politica monetaria deve rispondere "in modo aggressivo agli shock nella
domanda immobiliare e agli shock finanziari che vanno
a colpire il credito disponibile" afferma il Fmi, sottolineando che questa
teoria "avrebbe previsto una più aggressiva riduzione dei tassi negli
Stati Uniti rispetto all'area euro alla luce luce delle recenti turbolenze sui
mercati finanziari". La politica monetaria - spiega il Fondo, che oggi ha
diffuso i capitoli 3, 4 e 5 del WEo - deve tenere in considerazione nel
prendere le proprie decisioni l'aumento dei prezzi delle case
che, pur non dovendo diventare un target, deve essere visto come "uno dei
tanti elementi" da vagliare, insieme all'inflazione e alla produzione,
"nel calcolare i rischi per le prospettive economiche". La politica
monetaria, comunque, "non può essere lasciata sola a rispondere ai
movimenti dei prezzi delle case. I regolatori in
quest'ottica hanno un ruolo critico". Nel capitolo 3, quello appunto
dedicato all'evoluzione del mercato immobiliare e del
suo sistema finanziamento, il Fmi sottolinea che le
innovazioni registrate negli ultimi anni hanno facilitato l'accesso ai mutui da
parte delle famiglie e hanno reso l'economia più esposta all'andamento del
settore immobiliare, visto che il largo ricorso alla casa come garanzia ha
rafforzato il feedback fra le variazioni dei prezzi delle case
e la capacità di spesa dei consumatori".
( da "Wall Street Italia" del 03-04-2008)
Argomenti: Mercato immobiliare
Di ANSA
POLITICA MONETARIA AGGRESSIVA CONTRO SHOCK -->(ANSA) - NEW YORK, 3 apr - La
crescita economica mondiale rallenterà: le prospettive si sono indebolite negli
ultimi mesi e ci sono rischi al ribasso, che vengono soprattutto dai mercati
finanziari. La crisi dei mutui subprime, alla base delle turbolenze, va
fronteggiata da regolatori e banche centrali, che nell'assumere le proprie
decisioni devono tenere in maggiore considerazione l'andamento dei prezzi delle case. Pur senza parlare di recessione, parola
accuratamente evitata nel corso della conferenza stampa, il capo economista del
Fondo Monetario Internazionale, Simon Johnson, mette in evidenza le difficoltà
della congiuntura economica da ambo i lati dell'Atlantico e nelle economie in
via di sviluppo dove, pur rimanendo sostenuta, la crescita economica dà segni
di indebolimento. "Le prospettive economiche si sono indebolite. Il
rallentamento è un problema serio non limitato agli Stati Uniti né tanto meno
al solo mercato immobiliare", ha spiegato
Johnson, nel corso della presentazione dei capitoli analitici del World
Economic Outlook (Weo). "In Europa ci aspettiamo una crescita più bassa
alla luce del rallentamento americano ha aggiunto nel corso della conferenza
stampa di presentazione dei capitoli analisti del Weo -. L'Europa Occidentale è
più vulnerabile agli effetti della profonda crisi del mercato del credito negli
Usa. Inoltre una possibile correzione in alcuni mercati nazionali potrebbe
pesare sulla fiducia dei consumatori e sui consumi". Per quanto riguarda
l'economia americana, per la quale il Fmi dovrebbe rivedere drasticamente le
stime 2008 (dall'1,5% al +0,5% secondo le indiscrezioni pubblicate) l'economia
a stelle e a strisce è giunta ad un "punto di stallo": "Ci
aspettiamo una debolezza ulteriore nei prossimi mesi dovuta a un' intensificazione
dei problemi sia nel mercato immobiliare che del
credito". Il principale rischio al ribasso per l'economia globale sono i
mercati finanziari, segnala Johnson incitando le banche centrali a tenere in
maggiore considerazione l'andamento dei prezzi delle case,
visto che proprio il mercato immobiliare, con i
subprime, è alla base delle recenti turbolenze. La politica monetaria deve
prestare maggiore attenzione all'andamento dei prezzi delle case e
deve rispondere in modo "aggressivo agli shock finanziari che vanno a
colpire il credito disponibile" nei paesi che hanno un mercato ipotecario
sviluppato, come gli Usa. La stabilità economica può essere migliorata
da una politica monetaria che risponde prontamente alle variazioni dei prezzi delle case, oltre che all'inflazione e alla
produzione. La politica monetaria - spiega il Fondo - deve tenere in
considerazione nel prendere le proprie decisioni l'aumento dei prezzi delle case che, pur non dovendo diventare un target,
deve essere visto come "uno dei tanti elementi" da vagliare, insieme
all'inflazione e alla produzione, "nel calcolare i rischi per le
prospettive economiche". La politica monetaria, comunque, "non può
essere lasciata sola a rispondere ai movimenti dei prezzi
delle case. I regolatori in quest'ottica hanno un ruolo critico".
(ANSA).