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DOSSIER “MERCATO IMMOBILIARE”

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ARCHIVIO GENERALE  DEL DOSSIER  

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TARTICOLI DEL 3-4-2008       #TOP


Report "Mercato immobiliare"

CASA/ SALONE FIRENZE: PROSSIMI 18 MESI OK PER ACQUISTO IMMOBILI ( da "Virgilio Notizie" del 03-04-2008)
Argomenti: Mercato immobiliare

Abstract: sta scoppiando una bolla immobiliare - ha aggiunto - e a gennaio in alcune città ci sono stati ribassi del 20% dei valori immobiliari, gli analisti sono concordi sul fatto che ciò non accadrà in Italia, dove c'è una decrescita ma molto marginale. Negli Usa c'era stata una crescita fino al 200%, in Spagna del 180%, ma in Italia solo dell'80%

L'ULTIMA PUT DI GREENSPAN ( da "Wall Street Italia" del 03-04-2008)
Argomenti: Mercato immobiliare

Abstract: prezzi dei titoli e delle case - o il reddito nominale cresce molto rapidamente - attraverso un'inflazione generalizzata. Lo sgonfiamento della bolla immobiliaria sta provocando un forte rallentamento della crescita economica reale. Questo accade perché la realizzazione che i prezzi avevano superato il livello che gli acquirenti potevano permettersi ha avuto luogo dopo che la produzione

Il piano Paulson è troppo vago e complicato ( da "Milano Finanza (MF)" del 03-04-2008)
Argomenti: Mercato immobiliare

Abstract: vendita forzata in caso di mancato pagamento dell'ipoteca. Obama vuole fissare un valore minimo per i prezzi degli immobili da abitazione, imponendo la svalutazione dei mutui e consentendo così alla gente di rimanere nelle loro case. Ma non dice in che modo, qualora tale iniziativa venisse attuata, il capitale perduto dal comparto finanziario potrà essere recuperato per evitare l'

Un piano decennale da 100 miliardi per gli affitti La proposta Cgil prevede la creazione di un milione di alloggi e 300mila posti di lavoro ( da "Unita, L'" del 03-04-2008)
Argomenti: Mercato immobiliare

Abstract: il reddito dei lavoratori dipendenti risulta essere stato stazionario, mentre sono aumenteti del 35% i costi delle aree edificabili, del 18% quelli di produzione, e del 70% il prezzo medio delle abitazioni, frutto della bolla immobiliare. Ma, soprattutto, i canoni di affitto sono cresciuti del 114%.

Milano: idealista.it, nel I trim. i prezzi delle case scendono dell'1,8% sul trim. precedente ( da "SpyStocks" del 03-04-2008)
Argomenti: Mercato immobiliare

Abstract: com) - Il settore immobiliare nel milanese innesta la retromarcia. Secondo la divisione studi di idealista.it, infatti, nel primo trimestre del 2008 i prezzi delle case nella città di Milano sarebbero scesi dell'1,8% rispetto agli ultimi tre mesi dell'anno scorso.

FMI: MUTUI, POLITICA MONETARIA AGGRESSIVA CONTRO SHOCK (2) ( da "Wall Street Italia" del 03-04-2008)
Argomenti: Mercato immobiliare

Abstract: il Fmi sottolinea che le innovazioni registrate negli ultimi anni hanno facilitato l'accesso ai mutui da parte delle famiglie e hanno reso l'economia più esposta all'andamento del settore immobiliare, visto che il largo ricorso alla casa come garanzia ha rafforzato il feedback fra le variazioni dei prezzi delle case e la capacità di spesa dei consumatori".

FMI: CRESCITA RALLENTA, MERCATI RISCHIO MAGGIORE/ANSA ( da "Wall Street Italia" del 03-04-2008)
Argomenti: Mercato immobiliare

Abstract: visto che proprio il mercato immobiliare, con i subprime, è alla base delle recenti turbolenze. La politica monetaria deve prestare maggiore attenzione all'andamento dei prezzi delle case e deve rispondere in modo "aggressivo agli shock finanziari che vanno a colpire il credito disponibile" nei paesi che hanno un mercato ipotecario sviluppato,


Articoli

CASA/ SALONE FIRENZE: PROSSIMI 18 MESI OK PER ACQUISTO IMMOBILI (sezione: Mercato immobiliare)

( da "Virgilio Notizie" del 03-04-2008)

Argomenti: Mercato immobiliare

02-04-2008 22:32 Secondo gli esperti non ci sarà un crollo dei prezzi in Italia Firenze, 2 apr. (Apcom) - I prossimi 12-18 mesi, vista la stabilità dei prezzi e la crescita dei margini di trattativa, potrebbero essere il momento migliore per acquistare una casa: lo afferma Alessandro Nosei, amministratore delegato di Salone Immobiliare Srl, oggi a Firenze per presentare l'edizione 2008 del Salone Immobiliare del capoluogo toscano, che prenderà il via domani alla Stazione Leopolda. "Il privato sta aspettando di capire cosa succede - ha spiegato - gli acquirenti ci sono ma si fermano a riflettere, e d'altro canto i proprietari non sono disposti a svendere. In fase di trattativa ora ci sono margini del 12-15%, contro quelli precedenti del 6-8%". Nosei ha quindi ricordato che la crisi dei subprime non tocca il mercato italiano, se non a livello psicologico perché "il cittadino vede tassi alti e un grande tam tam mediatico. Mentre negli Usa, però, sta scoppiando una bolla immobiliare - ha aggiunto - e a gennaio in alcune città ci sono stati ribassi del 20% dei valori immobiliari, gli analisti sono concordi sul fatto che ciò non accadrà in Italia, dove c'è una decrescita ma molto marginale. Negli Usa c'era stata una crescita fino al 200%, in Spagna del 180%, ma in Italia solo dell'80%: ci sarà una stagnazione, ma non vedremo un crollo". Nosei ha concluso affermando che "ora il mercato è volatile, ma i prezzi sono sostanzialmente stabili e lo rimarranno per oltre un anno".

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L'ULTIMA PUT DI GREENSPAN (sezione: Mercato immobiliare)

( da "Wall Street Italia" del 03-04-2008)

Argomenti: Mercato immobiliare

Di Alex Citanna e Michele Boldrin ... la stanno onorando Bernanke, Paulson ed il Congresso. Essa consisterà, forse già consiste, nell'inflazione e nella svalutazione del dollaro. Altro che stabilizzare i mercati: questi stanno salvando gli speculatori piu' aggressivi. -->Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell' autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente. (WSI) ? L'ultima "put" di Greenspan la stanno onorando Bernanke, Paulson ed il Congresso. Essa consisterà, forse già consiste, nell'inflazione e nella svalutazione del dollaro. Mentre il suo presunto obiettivo è quello di stabilizzare i mercati finanziari fornendo ad essi liquidità, per il momento sembra servire soprattutto al salvataggio di coloro che per 15 anni hanno generato profitti fasulli con giochetti finanziari; giochetti che ora sembrano essersi rotti. Se le attuali politiche verranno mantenute ancora per molto, il risultato sarà quanto descritto sopra oppure una stagnazione prolungata, o entrambe le cose; non vi è realistica alternativa. Non dovrebbe essere necessario sintetizzare i fatti; ma lo faremo lo stesso. Durante gli ultimi sette mesi la Federal Reserve Bank degli Stati Uniti ha spinto il Federal Funds rate (FFr) a valori reali negativi. Ora offre alle banche d'investimento americane di scambiare i loro titoli dal valore incerto per titolo del Tesoro; allo stesso tempo ha anche mediato l'acquisizione di una banca da parte di un altra. Lo "stimolo federale", approvato da entrambi i partiti e dall'amministrazione Bush, è in corso: ai contribuenti americani vengono spediti assegni di importi variabili, per un valore totale di circa l'1% del PIL. Ci chiediamo: questo pacchetto di interventi è sensato, data la natura della crisi? Apparentemente, lo è: la maggior parte dei commentatori applaude queste scelte. I pochi critici sono per la maggior parte commentatori da sempre ostili al mercato, alla concorrenza, al capitalismo ed alla globalizzazione a cui attribuiscono tutti i mali, dalle crisi finanziarie alla diarrea. Tra gli esperti, il consenso unanime è che queste scelte siano corrette. Proviamo a dissentire. Oggi illustriamo le ragioni del nostro disaccordo; la prossima volta discutiamo di politiche alternative. Non e' un mercato per vedove e orfani. E non e' un mercato per news gratuite. Hai mai provato ad abbonarti a INSIDER? Scopri i privilegi delle informazioni riservate, clicca sul link INSIDER Ci sono tre componenti delle politiche adottate: lo stimolo fiscale, il taglio dei tassi d'interesse e lo swap di titoli. Stimolo fiscale. Sta ricevendo scarsa attenzione: la maggior parte dei commentatori sconta la sua natura elettorale. Peccato, perché, fino ad ora, l'incentivo fiscale è il braccio più costoso della strategia di intervento. Aumentare il reddito disponibile del 90% delle famiglie americane di un 1,5% non farà alcuna differenza sulla crisi delle ipoteche, ma aumentare il debito pubblico di un altro punto di PIL segnala che la strategia di affrontare i problemi finanziari accumulando nuovo debito non è stata ancora abbandonata. Nessuno - con l'eccezione di Paul Krugman: GWB e PK sono per una volta dallo stesso lato - sostiene che la recessione è dovuta ad un improvviso calo della domanda aggregata. Al contrario, la crisi è dovuta a un prolungato eccesso di domanda di alloggi, alimentato da una straordinaria quantità di credito messo a disposizione a basso prezzo dalla Fed. Tale eccesso di domanda ha spinto i prezzi delle abitazioni al di sopra del livello che una frazione sostanziale delle famiglie americane può permettersi, dato il reddito attuale e quello previsto. In altre parole, la crisi è dovuta ad una "inflazione localizzata" causata dalla combinazione di credito a go-go della Fed ed innovazioni finanziarie del settore bancario. Poiché i prezzi nominali di un certo numero di attività finanziarie e reali sono completamente slegati dai loro rendimenti futuri - e poiché il reddito nominale è troppo basso per fornire le risorse necessarie a servire il debito con cui tali beni sono stati acquistati - qualcosa deve cedere. O il valore nominale di tali beni diminuisce - attraverso una deflazione dei prezzi dei titoli e delle case - o il reddito nominale cresce molto rapidamente - attraverso un'inflazione generalizzata. Lo sgonfiamento della bolla immobiliaria sta provocando un forte rallentamento della crescita economica reale. Questo accade perché la realizzazione che i prezzi avevano superato il livello che gli acquirenti potevano permettersi ha avuto luogo dopo che la produzione delle case era già stata completata o, almeno, iniziata. Le risorse reali così investite sono quindi state sprecate: essi hanno prodotto merci che la gente non vuole o non può permettersi. Di conseguenza, i proprietari di tali risorse ricevono pagamenti molto più bassi di quanto previsto. Da questo la recessione: le attività devono essere svalutate e le risorse (fattori di produzione) devono dirigersi verso beni che le famiglie e le imprese vogliono, e che possono permettersi. Anche supponendo che l'aumento del potere d'acquisto suppostamente prodotto dallo stimolo fiscale non venga spazzato via da un aumento dei prezzi della stessa proporzione, non è certo aumentando la domanda aggregata per hamburger, scarpe, o biglietti d'aereo di circa l'1% che la riallocazione delle risorse sopra descritta sarà meno dolorosa. Più importante: lo stimolo fiscale non può fare nulla per ridurre l'impatto finanziario della crisi immobiliare. Questa è dovuta al fatto che una parte delle famiglie americane non possono permettersi l'acquisto delle case che volevano. Per una famiglia inadempiente su un mutuo ipotecario di $ 200K-500K, $1000 in contanti una tantum non farà alcuna differenza. Conclusione: lo stimolo fiscale non è in grado di alleviare la crisi finanziaria, né la recessione, ma solo far crescere un po' il debito pubblico. Taglio dei tassi di interesse. Dai tempi di Greenspan, la moda è quella di misurare l'utilità di tali interventi con i successivi movimenti nel mercato azionario. Assicurazioni in senso contrario lasciano il tempo che trovano: questo è oramai diventato il criterio con cui i mercati finanziari, e in generale gli agenti economici, interpretano e valutano le azioni della Fed. Poiché Ben Bernanke ha anche scritto articoli che tentano di misurare tale impatto, questo punto di vista è stato rafforzato da azioni come quella del 22 gennaio 2008. Gli agenti economici oramai pensano che la Fed dovrebbe muovere i tassi di interesse per evitare che il mercato azionario cada. Non esiste alcun buon motivo economico per credere che questo sia possibile, né il mandato del sistema della Federal Reserve è quello di far crescere gli indici di Borsa. La BCE, saggiamente a nostro avviso, sta sostanzialmente ignorando i mercati azionari: la stabilità dei prezzi è il suo obiettivo, non le plusvalenze di borsa. In ogni caso, se dovessimo giudicare il successo della politica della Fed da questo parametro, il verdetto sarebbe bruttino. Nel corso degli ultimi sei mesi la Fed ha tagliato i tassi sei volte, due delle quali potrebbero essere ragionevolmente considerate "sorprese". I corsi borsistici sono di circa il 15% inferiori a quelli di sei mesi fa e non hanno intenzione di recuperare in un prossimo futuro. Fino ad ora, l'unico effetto che questi tagli sembrano aver avuto è quello di aumentare la volatilità: relativamente grandi balzi il giorno dell'intervento, o in quello successivo, seguiti da ancora più grandi cadute subito dopo. La credenza che la Fed possa influenzare le quotazioni di borsa attraverso i tassi a breve - e che li possa influenzare in modo non effimero - poggia sull'idea che i movimenti dei tassi a breve termine siano in grado di influenzare la percezione (per quanto tempo?) o la realtà del rischio aggregato. Questa è un'ipotesi ardita, che va ben oltre il consueto "trade-off output-inflazione" e per la quale non vi è praticamente alcun sostegno teoricamente coerente, per non parlare di prove empiriche. Come una durevole riduzione del rischio complessivo possa essere creata dal taglio di 300 punti base, ci sfugge. A meno che, ovviamente, non si sia disposti a ritenere che le bolle 1997-2000 e 2002-2006 - con l'accompagnamento di chiacchere accademiche [citazioni omesse, per compassione] su "riduzione del rischio globale", "grande moderazione" e "crescita permanente del valore dei titoli" - siano le buone cose che la politica di credito facile ci ha portato. In sostanza, e contriariamente all'opinione dominante, abbiamo la sfacciataggine di credere che questa non sia la spiegazione delle recenti scelte di Bernanke. Un obiettivo più realistico può essere quello di fermare la crescita dei tassi d'interesse ipotecari causata dalla politica post-2004. Tale crescita è generalmente considerata come l'ago che ha fatto scoppiare la bolla creata dalla politica di FFrs persistentemente bassi che la Fed aveva precedentemente attuato, durante il periodo 2001-2004. Dato che questo non è il momento giusto per discutere nei dettagli quel che ha provocato cosa (un giorno o l'altro dovrà esserlo, però) lasciamo questo problema da parte e consideriamo solo quale può essere il grado di successo nel raggiungimento di questo obiettivo. Un argomento ragionevole è il seguente: un aumento del FFr aumenta i tassi di mercato sia a breve che a lungo termine. Siccome una quota considerevole di ipoteche è finanziata a tassi variabili, tassi cioé che vengono fissati di nuovo dopo poco tempo sulla base dei tassi correnti a breve termine, questo aumento del FFr sta provocando l'aumento dei tassi di default di cui siamo tutti vittime. Come possiamo fermare l'emorragia che stanno causando mutuatari morosi? Far crescere il reddito reale dei mutuatari del 10-15% è impossibile, per cui cerchiamo invece di ridurre gli importi che devono pagare. Se si abbassa abbastanza il FFr, i tassi ipotecari (in particolare, quelli sugli ARMs) dovrebbero anche andare giù, quindi alleviare la crisi del mercato ipotecario. Giusto? Forse, ma non necessariamente. Primo, la fissazione dei tassi variabili non avviene in tempo continuo, ma solo a intervalli di tempo fissi che, a volte, sono lunghi uno o due anni. Quindi, per almeno un anno dopo il taglio del FFr, nessun sollievo arriverebbe per i mutuatari dal tasso di interesse: quelli che sono stati inadempienti durante l'estate del 2007 lo sono ancora, e quelli i cui tassi ipotecari sono stati cambiati nel corso degli ultimi sei mesi saranno di fronte agli stessi tassi elevati. Inoltre, i tassi di mercato su cui gli ARMs si basano non rispondono necessariamente uno-a-uno ai movimenti del FFr (anche quando si tratta di tassi nominali a breve termine l'aggiustamento del tasso della Fed NON è affatto onnipotente). Ultimamente non lo fanno molto. Sono scesi, ma non tanto quanto l'FFr. In altre parole, mentre la riduzione del FFr può in teoria sembrare una fonte di sollievo per i mutuatari morosi, è chiaro che quantitativamente l'effetto non è molto significativo. Il Libor o il tasso a 1 anno a maturità costante del US Treasury sono diminuiti, ma il credit spread su ciascuno di essi è aumentato di circa la stessa misura, migliorando così la situazione solo lievemente e certamente non in un futuro immediato. Infine, cosa più importante, i tassi ipotecari sono ora allo stesso livello cui erano un anno fa (talvolta superiore), e quindi non c'è possibilità di ottenere vantaggiose offerte di ri-finanziamento grazie alla riduzione del FFr della Fed. Il rifinanziamento a un tasso inferiore o il passaggio dal rischioso ARMs a meno rischiosi mutui a tasso fisso sarebbero soluzioni auspicabili e naturali per la maggior parte dei mutuatari morosi, ma sembrano irragiungibili, per il momento. In sintesi, mentre in teoria questo canale potrebbe avere un impatto positivo sulle cause della crisi finanziaria, in pratica il suo impatto è molto limitato: non fa danni, ma fornisce ben poco aiuto. Ancora più importante: forse non è troppo poco (il tasso della Fed è 300 punti base più basso, dopo tutto), ma certo che arriva troppo tardi. La qual osservazione porta alla domanda da 100 trilioni di dollari : che diavolo era la giustificazione economica dietro l'altalena selvaggia dei tassi d'interesse del 2001-2006? C'è una terza motivazione per il taglio FFr: la curva di Phillips, l'idea che con un po' d'inflazione cresce l'output, il sogno che non muore mai. Poiché, tra macroeconomisti e teorici monetari, questa è diventata più una questione di fede che di discussione razionale, vi è ben poco da dire. Dal nostro punto di vista l'esperienza del 2000-2001 e quella attuale (per non parlare del 1991) mostrano che la Fed non ha alcuna capacità pratica d'evitare una recessione abbassando i tassi a breve: quali che siano le forze che la causano, quando il termometro segnala la sua presenza la recessione è già in corso. Modelli basati sul presupposto dei prezzi rigidi (ingrediente indispensabile per sostenere che una riduzione del tasso di sconto possa evitare una recessione) continuano a fallire la prova quantitativa: nessuno è stato, neanche remotamente, in grado di produrre stime dei parametri d'uno qualsiasi di questi modelli che implichino un qualche effetto benefico della politica monetaria. La rigidità necessaria per rendere il trade-off empiricamente rilevante è dell'ordine di 2 o 3 anni: ogni consumatore americano (o europeo, o cinese, o messicano), di fronte a prezzi che se non cambiano settimanalmente lo fanno giornalmente, troverebbe ridicola una tale ipotesi. Ciononostante, la maggior parte dei macroeconomisti, soprattutto coloro che lavorano presso la Federal Reserve statunitense, prendono tale ipotesi molto sul serio: devono essere troppo occupati a scrivere modelli con rigidità di prezzo per permettersi il tempo di fare shopping. Il paradosso di una professione che, a fronte di una recessione dovuta al calo troppo rapido dei prezzi delle case in seguito alla rottura di una bolla generata da un eccessivo abbassamento dei tassi nominali a breve, sostiene che i prezzi rigidi sono la causa della recessione e che quest'ultima sarà curata riducendo i tassi nominali a breve termine! Riassumendo: visibili successi? Apparentemente nessuno. Per quanto possiamo vedere, l'unica cosa che la politica della Fed ha raggiunto fino ad ora è quella di spaventare l'opinione pubblica. Forse, gli effetti benefici della politica di riduzione dei tassi saranno visibili in futuro. Forse, se la Fed non avesse abbassato i tassi di interesse così tanto e così rapidamente, le cose sarebbero già peggio. Questo è vero, forse. Ma si deve osservare che la BCE non ha seguito la politica della Fed ed in Europa le cose non vanno così diversamente dagli Stati Uniti. Gli indici di borsa oscillano su e giù nel mezzo di una generale tendenza negativa, ma sono meno in basso rispetto agli Stati Uniti; alcuni paesi, Spagna e Italia quasi certamente, vanno verso una recessione, ma la prima è andata crescendo per 14 anni consecutivi, mentre la seconda sta diventando Argentina, quindi non conta. Questo non significa dire che le cose in Europa vanno bene, ma semplicemente che 300 punti base di tagli non hanno fatto una differenza apparente per l'economia reale. Forse è giunto il momento di guardare da qualche altra parte. L'asset swap. Nessuno sembra sostenere che TSLF e PDCF siano stati istituiti per alleviare la recessione. Essi esistono, ci viene detto, per salvare il sistema bancario evitando una crisi sistemica, l'"effetto domino", il crollo dell'economia americana, e quindi del mondo. Davvero? Anzitutto: il valore totale dei titoli del Tesoro degli Stati Uniti nelle mani della Fed era, all'inizio della crisi, 3/4 di un trilione di dollari, ma ora è un po' meno. Alla loro apertura, le due strutture hanno (max) $ 400 miliardi di titoli del Tesoro disponibili; in pratica ne hanno circa $200 miliardi. Al 23 marzo, il valore nominale dei Credit Default Swaps sul mercato aveva superato i $ 40 trilioni; JP Morgan e Citi insieme ne detengono più di 10 trilioni. Quindi, se le parole "effetto domino" o "crisi sistemica" intendono descrivere eventi come "il mercato dei CDS si scioglie" perché "la fiducia dei banchieri" crolla, allora TSLF e PDCF equivalgono a tentare di salvare New Orleans da Katrina dicendo alla gente di aprire l'ombrello. Se solo Citi diventa incapace di servire il suo portafoglio di CDS, l'intera struttura di asset swap verrà spazzata via. In altre parole, SE i teorici dell'"effetto domino" parlano sul serio, ALLORA meglio che si preparino per una nazionalizzazione del sistema bancario degli Stati Uniti. D'altro lato, SE "prevenire l'effetto domino" è solo un altro nome per "mantenere a galla gli amici di Wall Street", senza che i cittadini lo capiscano, ALLORA TSLF e PDCF vanno benissimo. Si argomenta anche: l'"effetto domino" funziona incrementalmente; crolla prima una banca piccola e poi vengono giù le grandi di conseguenza. Il controfattuale è evidente: SE non fosse stato noto che la Fed avrebbe organizzato l'acquisto di BSC da parte di JP Morgan (con il salvataggio di tutti i creditori di BSC), ALLORA la crisi sistemica sarebbe avvenuta. Nessuno può contraddire tale controfattuale, e quindi non ci proveremo. Prendiamo atto, però, che mentre la crisi di BSC era in corso non vi è stato alcun sintomo di panico tra i depositanti. La Fed ha mediato un buon affare per una banca con la motivazione di evitare il crollo di un altra. La banca "crollata" è valutata attualmente a circa $ 1,5 miliardi, mentre l'entità che l'ha acquisita ha guadagnato circa il 20% in valore di mercato. Perché una banca centrale debba immischiarsi in questo tipo di affari ci sfugge completamente, quindi lasciamo perdere e torniamo ai controfattuali. Ci sono state, è vero, notizie preoccupanti su Lehman e Goldman Sachs come le prossime candidate al fallimento. Tuttavia, un paio di giorni dopo entrambe le banche hanno generato un (temporaneo) rally bancario rivelando risultati migliori del previsto. Chiediamo: cosa previene le altre banche dal fare lo stesso? Questa sembra essere un'altra domanda, se non da 100 trilioni di dollari almeno da 10 trilioni: la crisi ha ormai più di un anno di età ; perché Fed ed SEC sembrano ancora incapaci di produrre regolamentazione che forzi la rivelazione di informazioni affidabili? Se sono la "paura", la "mancanza di fiducia" e l'"informazione asimmetrica" generalizzata (le persone normali dicono "bugie" o "trucchi"), ad impedire il buon funzionamento dei mercati, non dovremmo aver iniziato un anno (o più) fa ad affrontare QUESTI problemi? Apparentemente, quando l'informazione viene credibilmente rivelata i mercati recuperano fiducia ed i problemi di liquidità si attenuano anche senza alcun intervento salvifico da parte della Fed; questo succede pure se l'informazione rivelata è negativa. Abbiamo capito che non è di moda parlare di "rischio morale" in questi giorni; il rischio morale è solo un concetto teorico che la gente pratica toglie di mezzo ogni qual volta la situazione diventa difficile. Un argomento molto pratico (sostenuto, insieme con l'intera Wall Street, anche da Lawrence Summers), è che la stabilità del sistema finanziario è più importante, in circostanze drammatiche come queste, di un pregiudizio tutto sommato ideologico quale il rischio morale. Gli italiani ben ricordano Craxi che, mentre aspirava una percentuale del PIL nel suo conto corrente ed in quelli dei suoi amici, sentenziava primum vivere, deinde philosophari ... Di fronte ad esperti di tale calibro, tutto ciò che possiamo fare è inchinarci. Tuttavia, teniamo a sottolineare che, ciò che è avvenuto dal 2002 in poi e ci ha messo in questo pasticcio, è esattamente quello che l'argomento teorico "rischio morale" avrebbe previsto come conseguenza delle politiche adottate. Il rischio morale, in altre parole, non è solo un argomento teorico: è anche una triste realtà della vita aziendale, in particolare intorno a Wall Street. Deve esistere un punto nel tempo in cui decidere di pagare il prezzo e lasciare che le aziende gestite da persone incompetenti, o semplicemente fraudolente, falliscano al fine di stabilire un minimo di reputazione ed evitare comportamenti fraudolenti futuri. Apparentemente, per gli USA tale punto nel tempo non è ancora arrivato, quindi tiriamo avanti. L'attività di swap è giustificata se si ritiene che i titoli che ora preoccupano le grandi banche possano avere più valore in un futuro prossimo. Chiamiamo questa ipotesi "Scenario 1" e diciamo che, in questo caso, è solo un problema di liquidità: gli investimenti sono buoni o quasi, ma non vi è contante nel breve periodo a causa di uno shock che non era previsto; pertanto i buoni investimenti devono essere mantenuti in vita dalla Fed, che agisce in qualità di FDIC delle banche d'investimento. [Per i bene addestrati: pensate a Diamond e Dybvig JPE-1983 su grande scala. Kiyotaki e Moore, invece, non funziona, per una varietà di ragioni che saremo lieti di discutere se i commenti lo richiedono.] Noi non riteniamo che questo sia lo scenario più probabile. Perché? Evidente: se fossero buoni investimenti, perchè i titolari di ipoteche in sofferenza ed i loro finanziatori non provano a ricontrattare i termini del prestito? Ricontrattare NON è vietato, quindi perché le due parti non trovano, caso per caso, un modo per dividersi i futuri guadagni? Ad ogni modo, facciamo finta che lo Scenario 1 sia coerente e probabile. L'altra possibilità (la chiamano Scenario 2), è che stiamo tutti collettivamente sognando: anche nei mesi a venire i cosiddetti titoli saranno ancora dei quasi inutili pezzi di carta. O, almeno, molti di loro lo saranno ancora. Consideriamo ora le implicazioni d'ognuno dei due scenari. Nello Scenario 1, si rinvia sine die la verifica (e la calibrazione al mercato) di perdite che oscillano per alcuni attorno al trilione di dollari (Goldman Sachs stima a 500 miliardi le perdite per soli mutui), sperando che, alla fine, diventino minori. In realtà la Fed sta scommettedo di poter "creare" Scenario 1, invece di prenderlo come dato. La caduta può essere evitata se il mercato si convince che questi titoli valgono di più: dobbiamo ripristinare la "fiducia". In altre parole, Scenario 1 ha un senso se e solo se siamo disposti a credere che la Fed è in possesso di poteri di previsione e valutazione superiori, che le permettono di vedere guadagni futuri dove l'insieme dei partecipanti ai mercati finanziari non li vedono. È possibile? In astratto questo è possibile. È probabile? Storia e teoria economica suggeriscono che non lo è, nondimeno assumiamo che lo sia. Si suppone, dunque, che la Fed ORA sia in grado di valutare i prezzi delle case e dei titoli meglio dei mercati finanziari. Dovremmo quindi spiegare il motivo per cui la Fed non è stata in grado di fare lo stesso nel PASSATO, o non sarà in grado di farlo fra 2 anni. Detto altrimenti: se crediamo che lo Scenario 1 sia ciò che rende l'asset swap una buona idea, dobbiamo essere capaci di spiegare il motivo per cui la Fed ne abbia indovinate ben poche nel corso degli ultimi dodici anni. Per quale motivo non abbiamo delegato alla Fed la fissazione dei prezzi delle attività finanziarie, durante gli ultimi anni? Paradossi? Certo, paradossali implicazioni del voler credere nello Scenario 1. Il passato, però, è passato: sotto lo Scenario 1, che cosa ci impedisce di concludere che, in futuro, il nuovo compito della Fed consisterà nel prevedere i prezzi dei titoli e nel decidere quali istituzioni finanziarie li devono detenere, e quali no? Ancora una volta si giunge alla medesima conclusione: SE ciò che la Fed sta facendo è sensato ALLORA si potrebbe anche prendere in considerazione la nazionalizzazione dell'intero settore finanziario, delegandone alla Fed l'esecuzione. Lo Scenario 2, tuttavia, é il Giappone nel 1990, anziché il suo contrario : la Fed interviene adesso per evitare a queste banche di riconoscere almeno in parte le perdite che oggi ci sono e che non potranno mai andare via. In altre parole, la Fed interviene esclusivamente per spingere verso il futuro il giorno della resa dei conti, esattamente nello stesso modo in cui la banca centrale e il governo del Giappone hanno fatto dopo il 1990. Commentatori occidentali, economisti, banchieri, e anche funzionari di governo, tutti hanno molto criticato la scelta di allora, e hanno ripetutamente invitato la banca centrale e il governo giapponesi a smettere di agire in quel modo, proprio nello stesso modo in cui la Fed e il governo degli Stati Uniti stanno agendo oggi. Abbiamo tutti sottolineato allora come queste azioni dessero come risultato il congelamento dei capitali, il rallentamento della crescita del credito, mantenendo vive imprese che sono morte, e dando vita ad una gigantesca "trappola della liquidità", mentre le banche sono state tenute a galla nutrendole più e più di nuovo credito, credito che non hanno mai investito o utilizzato produttivamente. Sono semplicemente rimaste sedute sulle loro riserve, non facendo nulla e rinviando una morte che sarebbe comunque arrivata. Nel frattempo, l'attività economica ha subito un rallentamento e una drammatica stagnazione che è durata quasi un decennio. Come finiranno le cose nello Scenario 2? Lentamente, col salvataggio di diverse banche, il che costerà a tutti noi un sacco di soldi, nel corso di un lungo intasamento del mercato del credito, che condurrà a una lunga stagnazione. Credete che la trappola di liquidità creata artificialmente e che ha paralizzato per molti anni il Giappone non accadrà negli Stati Uniti? Ripensatoci: a quanto pare è già qui, ci racconta il FT. Questi sono gli unici scenari in cui la politica di swapping di attivi andati a male per buoni titoli di tesoreria è sensata, per così dire. Al momento, gli unici pronti a credere allo Scenario 1 sono i banchieri di Wall Street, la Fed, e, forse, altre banche centrali. Per convincere tutti gli altri che i pezzi di carta sono effettivamente oro, evitando di intasare il credito creando l'effetto Giappone, qualcosa di più deve essere fatto che non semplicemente "convincere". E questo è ciò che la Fed sta facendo: il trasferimento di attivi a se stessa per sviare il rischio di controparte. Il che implica l'acquisto a prezzi fittizi dei pezzi di carta. Il che implica la modifica del prezzo del denaro e dei titoli del Treasury, attraverso la modifica della loro offerta. Il che significa, alla fin fine, l'addebito dei 600-1000 miliardi di dollari di perdite del mercato immobiliare sul conto del contribuente, sia direttamente, sia indirettamente. La conclusione è evidente: non vi è alcun cambiamento "new school" di aspettative, ma un cambiamento "old school" nella domanda e offerta di beni e denaro, e tutti NOI dobbiamo essere pronti a pagarne il prezzo: deprezzamento del dollaro, inflazione e probabilmente una stagnazione o recessione più lunga. Il costo di queste manovre inflazionistiche lo stiamo già pagando attraverso deprezzamento del dollaro e caro-prezzo delle merci (oro, petrolio, rame, etc.), che si traducono in termini di inflazione (crescita del CPI). Per la lunga stagnazione dovremo attendere più a lungo, ed è a nostro avviso evitabile se il "modello Giappone" non finisce per imporsi come la scelta dominante. Non sappiamo voi, ma noi preferiamo l'aggiustamento dei prezzi relativi che passa per la riduzione del valore delle abitazioni (e di quei benedetti pezzi di carta) subito, piuttosto che aumentare il prezzo di tutto il resto e subire una perdita di crescita economica per il prossimo quinquennio. Copyright © noiseFromAmeriKa.org. Riproduzione vietata. All rights reserved parla di questo articolo nel Forum di WSI.

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Il piano Paulson è troppo vago e complicato (sezione: Mercato immobiliare)

( da "Milano Finanza (MF)" del 03-04-2008)

Argomenti: Mercato immobiliare

MF Il piano Paulson è troppo vago e complicato Tutti (o quasi) gli esponenti del mondo politico chiedono a gran voce che l'apparato normativo Usa relativo alle attività del settore finanziario venga rivisto da cima a fondo. Il segretario del Tesoro, Hank Paulson, ha appena pubblicato un rapporto del suo ministero che tratta di questo argomento. Nell'esaminare le varie proposte occorre tenere sempre presente il fatto che sono proprio gli attuali regimi politici e normativi ad aver provocato questi problemi. Non stiamo cercando di dare la colpa a nessuno. Piuttosto, il nostro è un richiamo al fatto che, in quest'epoca di roboanti discorsi contro la "cultura dell'avidità", la classe politica non si trova certo nella migliore posizione morale per scagliare la prima pietra. Se si desidera arrivare a una normativa giusta, o perlomeno più giusta rispetto al passato, occorre capire alcuni aspetti fondamentali della natura umana che si manifestano nelle borse, in politica e all'interno dei grandi apparati burocratici che di tali normative appunto si occupano. Ecco tre regole importanti da tenere a mente:1) Sia le borse sia i processi politici sono intrinsecamente prociclici. Ovvero, quando le cose vanno bene, tanto le borse quanto i politici spingeranno la situazione all'eccesso, per poi fare esattamente lo stesso, ma in direzione opposta, nei momenti di depressione. Nel caso delle dinamiche di mercato, questa tendenza è alimentata da sentimenti di paura e di avidità. Durate la bolla degli anni 90 gli analisti del comparto tecnologico considerarono che fosse redditizio "cavalcare l'onda" e che fosse opportuno acquistare i titoli che stavano salendo, poiché sarebbero saliti ancor di più. In quel decennio la gente ha comprato più abitazioni di quelle che si sarebbe potuta permettere, mentre gli erogatori di crediti hanno fornito la liquidità necessaria poiché ritenevano che il prezzo delle case "non sarebbe mai calato" e perché l'apprezzamento degli immobili superava abbondantemente il costo degli interessi. I politici non mancano di guidare il coro degli applausi quando le cose vanno bene. Ned Gramlich, governatore della Federal Reserve, ha fatto notare la natura bipartisan del tifo per la bolla edilizia, un tifo del quale si sono rese colpevoli sia l'amministrazione Clinton sia quella Bush. Entrambe hanno appoggiato l'attuazione di una normativa sempre più permissiva per l'accensione dei mutui.A quanto mi risulta, e contrariamente a quanto sostenuto da Barack Obama l'anno scorso, non è mai stato il comparto dei servizi finanziari a chiedere agli ambienti politici di procedere in tal senso. Piuttosto il contrario: sono stati i politici a chiedere condizioni meno rigorose per consentire agli elettori prestiti più facili. L'unica persona che conosco ad aver richiesto una normativa più rigorosa e tale da generare meno proprietari di immobili e più affittuari è Barney Frank, rappresentante democratico. I politici ritengono auspicabile, anzi necessario, che il numero dei proprietari di immobili da abitazione aumenti. Il raro pensiero controcorrente espresso da Barney Frank ci ricorda che, quando le borse commettono eccessi, l'ultima cosa che dobbiamo aspettarci è che Washington pensi a mettere loro un freno. 2) I politici, nonché i soggetti regolatori che essi iscrivono a libro paga e ai quali delegano il proprio potere, tendono a fissare continuamente obiettivi diversi e talora contraddittori per il settore dei servizi finanziari. Questa seconda regola deriva direttamente dalla prima. Nei primi anni 90 il Congresso aveva appena finito di promulgare una legge molto severa sui requisiti necessari per l'erogazione dei prestiti, quand'ecco che cominciò a chiedere un allentamento delle restrizioni per consentire a un maggior numero di persone di accendere mutui. Tra le richieste più significative vi era quella di stabilire modalità più permissive per il pagamento della caparra da parte di chi voleva comprare casa ma disponeva di entrate basse o non particolarmente elevate. Anche oggi gli attuali candidati alla presidenza continuano a dedicarsi a questo gioco delle contraddizioni. John McCain, che si erge a paladino di una maggiore trasparenza, ha chiesto di effettuare una rivalutazione delle registrazioni contabili alla luce dei valori di mercato. Hillary Clinton vuole incoraggiare i mutui per l'acquisto della casa per sbloccare la situazione stagnante del comparto immobiliare, ma vuole anche congelare i tassi d'interesse e abbassare il valore di garanzia collaterale delle abitazioni, limitandone la possibilità di vendita forzata in caso di mancato pagamento dell'ipoteca. Obama vuole fissare un valore minimo per i prezzi degli immobili da abitazione, imponendo la svalutazione dei mutui e consentendo così alla gente di rimanere nelle loro case. Ma non dice in che modo, qualora tale iniziativa venisse attuata, il capitale perduto dal comparto finanziario potrà essere recuperato per evitare l'aggravarsi della catastrofe che sta martoriando questo settore. 3) Gli organi di regolamentazione creati per realizzare missioni contraddittorie si arroccano sulle rispettive posizioni, trasformando qualsiasi riforma in una patata bollente della politica. Per esempio, per quanto riguarda la normativa sull'autorizzazione statale alla creazione di banche e istituti di credito, il rapporto di Paulson sostiene che tale funzione dovrebbe essere trasferita alla Fed, responsabile del sistema dei pagamenti e della salute finanziaria del paese oppure alla Federal Deposit Insurance Corporation (Fdic), cui spetta il compito di proteggere i risparmiatori nel caso in cui una banca fallisca. Ma Paulson non si è schierato. Un altro esempio tratto dal rapporto: viene suggerita la fusione tra la Sec e la Commodity Futures Trading Commission (Cftc). Tuttavia, considerate le due culture istituzionali radicalmente diverse e la differente composizione a livello di esponenti politici e finanziari, il rapporto evita di dire quale delle due avrebbe la prevalenza sull'altra. Una normativa deve essere quanto più possibile trasparente e semplice. In tal modo è meno esposta alle manipolazioni da parte delle borse, dei politici o degli organi di regolamentazione. Questo principio è di gran lunga più importante del modello istituzionale. I problemi che stiamo affrontando attualmente sono stati provocati da un abuso della leva finanziaria e la nuova normativa ha come obiettivo le banche d'affari. Il valore dello stato patrimoniale di Bear Stearns era 50 volte (o anche più) quello del suo capitale. Gli asset di Goldman Sachs sono pari a 1.100 miliardi di dollari, ma a sostenerli vi è un patrimonio di soli 40 miliardi. Ciò che è veramente necessario è l'imposizione di un limite al tasso di leva finanziaria che queste banche possono esercitare. L'unico esponente degli organi di regolamentazione ad aver compreso il problema è l'ex capo della Fdic, Don Powell. Ex operatore del comparto bancario texano, nel 2005 Powell si oppose ai suoi colleghi che volevano promulgare una complessa normativa per il "capitale basato sul rischio". Si trattava di regole così complesse (rispetto al semplice tasso di leva finanziaria ammesso) che solo pochi privilegiati nelle istituzioni finanziarie o negli uffici responsabili del rispetto dei criteri di conformità ne comprendevano le conseguenze. La regola che va ricordata da chi redige una normativa è: "Fai regole semplici, idiota". Un secondo elemento chiave per formulare normative a questo stadio del ciclo è "lasciare che fioriscano cento iniziative". Il sistema attuale di cartolarizzazione dei mutui non funziona ed è necessario un sistema alternativo. Piuttosto che soffocare sul nascere le diverse opzioni promulgando nuove norme di ampia portata è consigliabile vedere dapprima che cosa funziona. Un approccio normativo corretto, come per esempio la concezione di "pratiche ottimali", può dar vita a sviluppi positivi senza precludere, a priori, soluzioni efficaci. Per esempio, il governo potrebbe integrare l'operato delle agenzie di rating proponendo alcune pratiche ottimali per la rivendita di mutui sotto forma di titoli senza esigere che tutti i mutui li soddisfino. A prescindere dall'opinione che emergerà, inevitabilmente attraverseremo un altro ciclo di mercato e gli eccessi che l'accompagneranno. I politici continueranno a sostenere l'andamento al rialzo per poi passare alla caccia dei colpevoli quando la tendenza si invertirà. Tuttavia, possiamo rimandare questo ciclo inevitabile del comportamento umano evitando schermi normativi che prevedono soluzioni obbligate che possono essere sfruttate in maniera disonesta dai soliti furbi o dai soliti miopi.* ceo del Lindsey Group e capoconsigliere economico del presidente George W. Bush dal 2001 al 2002 MF  - Commenti & Analisi Numero 067, pag. 4 del 3/4/2008 Autore: Lawrence B. Lindsey*.

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Un piano decennale da 100 miliardi per gli affitti La proposta Cgil prevede la creazione di un milione di alloggi e 300mila posti di lavoro (sezione: Mercato immobiliare)

( da "Unita, L'" del 03-04-2008)

Argomenti: Mercato immobiliare

Stai consultando l'edizione del Un piano decennale da 100 miliardi per gli affitti La proposta Cgil prevede la creazione di un milione di alloggi e 300mila posti di lavoro / Milano PROPOSTA Un milione di case in affitto nei prossimi dieci anni con un investimento, tra risorse pubbliche e private, stimato in 100 miliardi di euro che pre- venga la recessione economica producendo 300mila posti di lavoro e un incremento del Pil dell'1% annuo. È questo il nucleo della proposta "Più case in affitto: un programma possibile", elaborata dalla Cgil, con Spi, FIllea, Sunia e Legambiente e presentata ieri dal segretario confederale di Corso d'Italia, Paola Agnello Modica. Un programma che diventa una necessità sociale. Riguardo al rapporto tra i costi dell'abitare e il reddito disponibile delle famiglie, infatti, le spese per l'affitto e per i servizi connessi, ovvero acqua, rifiuti, energia, hanno un peso rilevante sul bilancio delle famiglie che oscilla dal 30% al 50-60%. Un'ulteriore criticità è legata al fatto che le famiglie in affitto hanno in larga maggioranza un reddito medio-basso: un milione e mezzo sotto i 15mila euro e un altro milione e mezzo circa sotto i 25mila euro. Dati che sottolineano un'offerta abitativa distorta: vive in case di proprietà l'80% delle famiglie e in affitto meno del 20% mentre dal 1998 sono stati realizzati 320mila alloggi l'anno, tutti destinati all'acquisto, e, di conseguenza, nello stesso periodo i proprietari di casa sono cresciuti di oltre due milioni. Il fabbisogno di case risulta essere in crescita ed è connesso a problemi di carattere economico nonchè sociale. Dallo studio della Cgil risultano essere 40mila gli sfratti per morosità; 750mila le famiglie in difficoltà il cui contratto è scaduto tra il 2007 e 2008; 600mila le domande inevase di edilizia pubblica. Mentre, per quanto riguarda una complessiva dinamica sociale da sostenere, su 9 milioni di giovani tra i 20 anni e i 34 anni circa 8,4 milioni vivono in famiglia. E sono il 47% i giovani occupati che continuano a rimanere in famiglia. Quanto agli immigrati, su 3,5 milioni meno della metà ha una situazione abitativa stabile mentre l'altra metà è in condizioni di sovraffollamento o in alloggi di fortuna. In 10 anni le persone che vivono da sole sono passate da 4,2 a circa 6 milioni. L'ingessatura del mercato immobiliare, e non solo, risalta dal dato dello 0,6% della popolazione in età di lavoro che risulta aver cambiato residenza nel corso del 2003 rispetto ad una media europea del 2% e rispetto al 3% degli Stati Uniti. Sulla base di questo dato emerge che il problema del vivere in affitto è una caratteristica tutta italiana: mentre la percentuale di case in affitto in Italia è pari al 20% nel Regno Unito è del 31%, in Germania del 57,4% e in Francia del 43,8%. Quanto alla percentuale di alloggi sociali sul totale alloggi, l'Italia è la maglia nera con il 4,5% contro un 21% del Regno Unito, il 6,5% della Germania e il 17,5% della Francia. Dal 2000 ad oggi, il reddito dei lavoratori dipendenti risulta essere stato stazionario, mentre sono aumenteti del 35% i costi delle aree edificabili, del 18% quelli di produzione, e del 70% il prezzo medio delle abitazioni, frutto della bolla immobiliare. Ma, soprattutto, i canoni di affitto sono cresciuti del 114%.

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Milano: idealista.it, nel I trim. i prezzi delle case scendono dell'1,8% sul trim. precedente (sezione: Mercato immobiliare)

( da "SpyStocks" del 03-04-2008)

Argomenti: Mercato immobiliare

(3 Aprile 2008 - 13:02) MILANO (Finanza.com) - Il settore immobiliare nel milanese innesta la retromarcia. Secondo la divisione studi di idealista.it, infatti, nel primo trimestre del 2008 i prezzi delle case nella città di Milano sarebbero scesi dell'1,8% rispetto agli ultimi tre mesi dell'anno scorso. Ora, sempre secondo lo studio, per acquistare casa nel capoluogo lombardo occorrono in media 3.538 euro al metro quadro, vale a dire 66 euro in meno rispetto al trimestre precedente (a dicembre ce ne volevano 3.604). In altri termini, se a fine anno per un appartamento di medie dimensioni ? circa 65 metri quadri secondo lo standard degli annunci del portale ? occorrevano circa 235 mila euro, adesso ne bastano 230 mila. (Carlotta Scozzari - Riproduzione riservata).

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FMI: MUTUI, POLITICA MONETARIA AGGRESSIVA CONTRO SHOCK (2) (sezione: Mercato immobiliare)

( da "Wall Street Italia" del 03-04-2008)

Argomenti: Mercato immobiliare

Di ANSA - -->(ANSA) - NEW YORK, 3 apr - Nei paesi con mercati ipotecari sviluppati la politica monetaria deve rispondere "in modo aggressivo agli shock nella domanda immobiliare e agli shock finanziari che vanno a colpire il credito disponibile" afferma il Fmi, sottolineando che questa teoria "avrebbe previsto una più aggressiva riduzione dei tassi negli Stati Uniti rispetto all'area euro alla luce luce delle recenti turbolenze sui mercati finanziari". La politica monetaria - spiega il Fondo, che oggi ha diffuso i capitoli 3, 4 e 5 del WEo - deve tenere in considerazione nel prendere le proprie decisioni l'aumento dei prezzi delle case che, pur non dovendo diventare un target, deve essere visto come "uno dei tanti elementi" da vagliare, insieme all'inflazione e alla produzione, "nel calcolare i rischi per le prospettive economiche". La politica monetaria, comunque, "non può essere lasciata sola a rispondere ai movimenti dei prezzi delle case. I regolatori in quest'ottica hanno un ruolo critico". Nel capitolo 3, quello appunto dedicato all'evoluzione del mercato immobiliare e del suo sistema finanziamento, il Fmi sottolinea che le innovazioni registrate negli ultimi anni hanno facilitato l'accesso ai mutui da parte delle famiglie e hanno reso l'economia più esposta all'andamento del settore immobiliare, visto che il largo ricorso alla casa come garanzia ha rafforzato il feedback fra le variazioni dei prezzi delle case e la capacità di spesa dei consumatori".

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FMI: CRESCITA RALLENTA, MERCATI RISCHIO MAGGIORE/ANSA (sezione: Mercato immobiliare)

( da "Wall Street Italia" del 03-04-2008)

Argomenti: Mercato immobiliare

Di ANSA POLITICA MONETARIA AGGRESSIVA CONTRO SHOCK -->(ANSA) - NEW YORK, 3 apr - La crescita economica mondiale rallenterà: le prospettive si sono indebolite negli ultimi mesi e ci sono rischi al ribasso, che vengono soprattutto dai mercati finanziari. La crisi dei mutui subprime, alla base delle turbolenze, va fronteggiata da regolatori e banche centrali, che nell'assumere le proprie decisioni devono tenere in maggiore considerazione l'andamento dei prezzi delle case. Pur senza parlare di recessione, parola accuratamente evitata nel corso della conferenza stampa, il capo economista del Fondo Monetario Internazionale, Simon Johnson, mette in evidenza le difficoltà della congiuntura economica da ambo i lati dell'Atlantico e nelle economie in via di sviluppo dove, pur rimanendo sostenuta, la crescita economica dà segni di indebolimento. "Le prospettive economiche si sono indebolite. Il rallentamento è un problema serio non limitato agli Stati Uniti né tanto meno al solo mercato immobiliare", ha spiegato Johnson, nel corso della presentazione dei capitoli analitici del World Economic Outlook (Weo). "In Europa ci aspettiamo una crescita più bassa alla luce del rallentamento americano ha aggiunto nel corso della conferenza stampa di presentazione dei capitoli analisti del Weo -. L'Europa Occidentale è più vulnerabile agli effetti della profonda crisi del mercato del credito negli Usa. Inoltre una possibile correzione in alcuni mercati nazionali potrebbe pesare sulla fiducia dei consumatori e sui consumi". Per quanto riguarda l'economia americana, per la quale il Fmi dovrebbe rivedere drasticamente le stime 2008 (dall'1,5% al +0,5% secondo le indiscrezioni pubblicate) l'economia a stelle e a strisce è giunta ad un "punto di stallo": "Ci aspettiamo una debolezza ulteriore nei prossimi mesi dovuta a un' intensificazione dei problemi sia nel mercato immobiliare che del credito". Il principale rischio al ribasso per l'economia globale sono i mercati finanziari, segnala Johnson incitando le banche centrali a tenere in maggiore considerazione l'andamento dei prezzi delle case, visto che proprio il mercato immobiliare, con i subprime, è alla base delle recenti turbolenze. La politica monetaria deve prestare maggiore attenzione all'andamento dei prezzi delle case e deve rispondere in modo "aggressivo agli shock finanziari che vanno a colpire il credito disponibile" nei paesi che hanno un mercato ipotecario sviluppato, come gli Usa. La stabilità economica può essere migliorata da una politica monetaria che risponde prontamente alle variazioni dei prezzi delle case, oltre che all'inflazione e alla produzione. La politica monetaria - spiega il Fondo - deve tenere in considerazione nel prendere le proprie decisioni l'aumento dei prezzi delle case che, pur non dovendo diventare un target, deve essere visto come "uno dei tanti elementi" da vagliare, insieme all'inflazione e alla produzione, "nel calcolare i rischi per le prospettive economiche". La politica monetaria, comunque, "non può essere lasciata sola a rispondere ai movimenti dei prezzi delle case. I regolatori in quest'ottica hanno un ruolo critico". (ANSA).

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