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NE IRROGANTO di Mauro Novelli Biblioteca |
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Livio, Storia di Roma, Premessa PREFAZIONE Non so se valga davvero la pena
raccontare fin dai primordi l'insieme della storia romana. Se anche lo
sapessi, non oserei dirlo, perché mi rendo conto che si tratta di
un'operazione tanto antica quanto praticata, mentre gli storici moderni o credono di
poter portare qualche contributo più documentato nella narrazione
dei fatti, o di poter superare la rozzezza degli antichi nel campo dello
stile. Comunque vada, sarà pur sempre degno di gratitudine il fatto
che io abbia provveduto, nei limiti delle mie possibilità, a
perpetuare la memoria delle gesta compiute dal più grande popolo della terra. E
se in mezzo a questa pletora di storici il mio nome rimarrà nell'ombra,
troverò di che consolarmi nella nobiltà e nella grandezza di quanti avranno
offuscato la mia fama. E poi si tratta di un'opera sterminata, perché deve
ripercorrere più di settecento anni di storia che, pur prendendo le mosse da
umili origini, è cresciuta a tal punto da sentirsi minacciata dalla sua
stessa mole. Inoltre sono sicuro che la maggior parte dei lettori si
annoierà di fronte all'esposizione delle prime origini e dei fatti
immediatamente successivi, mentre sarà impaziente di arrivare a quegli
avvenimenti più recenti nei quali si esauriscono da sé le forze di un popolo
già da tempo in auge. Io, invece, cercherò di ottenere anche
questa ricompensa al mio lavoro, cioè di distogliere lo sguardo da quegli
spettacoli funesti di cui la nostra età ha continuato a essere testimone per
così tanti anni, finché sarò impegnato, col pieno delle mie forze mentali,
a ripercorrere quelle antiche vicende, libero da ogni forma
di preoccupazione che, pur non potendo distogliere lo storico dal
vero, tuttavia rischierebbe di turbarne la disposizione d'animo. Le leggende precedenti la fondazione di
Roma o il progetto della sua fondazione, dato che si addicono
più ai racconti fantasiosi dei poeti che alla documentazione rigorosa degli
storici, non è mia intenzione né confermarle né smentirle. Sia concessa
agli antichi la facoltà di nobilitare l'origine delle città
mescolando l'umano col divino; e se si deve concedere a un popolo di
consacrare le proprie origini e di ricondurle a un intervento degli
dèi, questo vanto militare lo merita il popolo romano perché, riconnettendo a
Marte più che a ogni altro la propria nascita e quella del proprio
capostipite, il genere umano accetta un simile vezzo con lo stesso buon viso
con cui ne sopporta l'autorità. Ma di questi aspetti e di altri della
medesima natura, comunque saranno giudicati, da parte mia non ne
terrò affatto conto: ciascuno, questo mi preme, li analizzi con grande
attenzione e si soffermi su che tipo di vita e che abitudini ci siano state, grazie
all'abilità di quali uomini, in pace e in guerra, l'impero sia stato
creato e accresciuto; quindi consideri come, per un progressivo
rilassamento del senso di disciplina, i costumi abbiano in un primo tempo
seguito l'infiacchirsi del pensiero, poi siano decaduti sempre di più, e
in séguito abbiano cominciato a franare a precipizio fino ad arrivare ai giorni
nostri, nei quali tanto il vizio quanto i suoi rimedi sono
intollerabili. Ciò che risulta più di ogni altra cosa utile e fecondo nello studio della
storia è questo: avere sotto gli occhi esempi istruttivi d'ogni tipo
contenuti nelle illustri memorie. Di lì si dovrà trarre quel
che merita di essere imitato per il proprio bene e per quello dello Stato, nonché imparare
a evitare ciò che è infamante tanto come progetto quanto come
risultato. E poi, o mi inganna la passione per il lavoro intrapreso, o non
è mai esistito uno Stato più grande, più puro, più ricco di nobili esempi,
e neppure mai una civiltà nella quale siano penetrate così tardi
l'avidità e la lussuria e dove la povertà e la parsimonia siano state onorate
così tanto e per così tanto tempo. Perciò, meno cose c'erano, meno si desiderava:
solo di recente le ricchezze hanno introdotto l'avidità, e
l'abbondanza di piaceri a portata di mano ha a sua volta fatto conoscere il desiderio di
perdersi e di lasciare che ogni cosa vada in rovina in un trionfo di
sregolata dissolutezza. Ma, all'inizio di un'impresa di queste proporzioni, siano
messe al bando le recriminazioni, destinate a non risultare gradite
nemmeno quando saranno necessarie: se anche noi storici, come i poeti,
avessimo l'abitudine di incominciare con buoni auspici, voti e preghiere rivolte
a tutte le divinità, preferirei un attacco del genere, pregandoli di
concedere grande successo alla mia impresa. Libri 1-2: Dai Re alla
Repubblica LIBRO I 1 Un primo punto che trova quasi tutti
dello stesso avviso è questo: dopo la caduta di Troia, ai superstiti
troiani fu riservato un trattamento molto duro; gli Achei si astennero
dall'applicare rigorosamente il codice militare di guerra solo nei confronti
di due di essi, Enea e Antenore, sia per l'antica legge
dell'ospitalità, sia perché essi erano sempre stati sostenitori della pace e della
restituzione di Elena. Successivamente, per circostanze di varia natura, Antenore e
un nutrito gruppo di Eneti, i quali, costretti ad abbandonare la
Paflagonia a séguito di una sommossa interna ed essendo alla ricerca di un
luogo dove stabilirsi e di qualcuno che li guidasse dopo aver perso a Troia
il loro capo Pilemene, arrivarono nel golfo più profondo del mare
Adriatico, scacciarono gli Euganei che abitavano tra mare e Alpi e, Troiani ed
Eneti, si impossessarono di quelle terre. Il primo punto in cui sbarcarono
lo chiamarono Troia e di lì deriva il nome di Troiano per il villaggio:
l'intero popolo assunse la denominazione di Veneti. Di Enea,
invece, si sa che, esule dalla patria a séguito dello stesso disastro, ma
destinato per volontà del fato a dare il via a eventi di ben altra portata,
arrivò in un primo tempo in Macedonia, quindi fu spinto verso la Sicilia
sempre alla ricerca di una sede definitiva e dalla Sicilia
approdò con la flotta nel territorio di Laurento. Anche a questo luogo viene
dato il nome di Troia. I Troiani sbarcarono in quel punto. Privi
com'erano, dopo il loro interminabile peregrinare, di tutto tranne che di
armi e di navi, si misero a fare razzie nelle campagne e per questo
motivo il re Latino e gli Aborigeni che allora regnavano su quelle terre
accorsero armati dalle città e dai campi per respingere l'attacco degli
stranieri. Del fatto si tramandano due versioni. Alcuni sostengono che Latino,
vinto in battaglia, fece pace con Enea e strinse con lui legami di
parentela. Altri, invece, raccontano che, una volta schieratisi gli eserciti in
ordine di battaglia, prima che fosse dato il segnale di inizio, Latino
avanzò tra i soldati delle prime file e invitò a un colloquio il
comandante degli stranieri. Quindi si informò sulla loro provenienza, chiese da dove
o a séguito di quale evento fossero partiti dal loro paese e cosa stessero
cercando nel territorio di Laurento. Venne così a sapere
che tutti quegli uomini erano Troiani, con a capo Enea figlio di Anchise e di
Venere, esuli da una città finita nelle fiamme, e alla ricerca di una sede
stabile per fondarvi la loro città. Quindi, pieno di ammirazione per la
nobiltà d'animo di quel popolo e dell'uomo di fronte a lui e per la loro
disposizione tanto alla guerra che alla pace, gli tese la mano destra e si
impegnò per un'amicizia futura tra i due popoli. I due comandanti
stipularono allora un trattato di alleanza, mentre i due eserciti si scambiarono un
saluto. Enea fu ospitato presso Latino. Lì questi aggiunse un
patto privato a quello pubblico dando in moglie a Enea sua figlia. Questo
accordo rinforzò la speranza dei Troiani di vedere finite una volta per tutte le
loro infinite peregrinazioni grazie a una sede stabile e definitiva.
Fondano una città. Enea la chiama Lavinio dal nome della moglie. Dopo
poco tempo, dal nuovo matrimonio nacque anche un figlio maschio cui i
genitori diedero il nome di Ascanio. 2 In séguito, Aborigeni e Troiani
dovettero affrontare insieme una guerra. Il re dei Rutuli Turno, cui era stata
promessa in sposa Lavinia prima dell'arrivo di Enea, poiché non
accettava di buon grado che lo straniero gli fosse stato preferito, entrò
in guerra contemporaneamente con Enea e con Latino. Nessuna delle due parti
poté rallegrarsi dell'esito di quello scontro: i Rutuli furono vinti, ma
Troiani e Aborigeni, benché vincitori, persero Latino, il loro comandante.
Allora Turno e i Rutuli, sfiduciati per lo stato presente delle cose,
ricorsero alle floride risorse degli Etruschi e del loro re Mesenzio,
signore dell'allora ricca città di Cere. Questi, poiché già sin dagli
inizi non aveva gioito della fondazione della nuova città e in quel momento
pensava che la crescita della potenza troiana fosse una minaccia eccessiva
per la sicurezza dei popoli vicini, non esitò ad allearsi
militarmente con i Rutuli. Enea, terrorizzato di fronte a una simile guerra, per
accattivarsi il favore degli Aborigeni e perché tutti risultassero uniti non
solo sotto la stessa autorità ma anche sotto lo stesso nome, chiamò
Latini l'uno e l'altro popolo; né d'allora in poi gli Aborigeni si dimostrarono
inferiori ai Troiani quanto a devozione e lealtà. Ed Enea, forte di
questi sentimenti e dell'affiatamento che sempre di più cresceva tra i due
popoli col passare dei giorni, nonostante l'Etruria avesse una tale
disponibilità di mezzi da raggiungere con la sua fama non solo la terra ma anche il mare
per tutta l'estensione dell'Italia - dalle Alpi allo stretto di Sicilia -,
fece scendere ugualmente in campo le sue truppe pur potendo respingere
l'attacco dalle mura. Lo scontro fu il secondo per i Latini. Per Enea,
invece, rappresentò l'ultima impresa da mortale. Comunque lo si voglia
considerare, uomo o dio, è sepolto sulle rive del fiume Numico e la gente lo
chiama Giove Indigete. 3 Ascanio, il figlio di Enea, non era
ancora maturo per comandare; tuttavia il potere rimase intatto
finché egli non ebbe raggiunto la pubertà. Nell'intervallo di tempo,
lo Stato latino e il regno che il ragazzo aveva ereditato dal padre e
dagli avi gli vennero conservati sotto la tutela della madre (tali erano in
Lavinia le qualità caratteriali). Non mi metterò a discutere - e chi
infatti potrebbe dare come certa una cosa così antica? - se sia stato
proprio questo Ascanio o uno più vecchio di lui, nato dalla madre Creusa quando
Ilio era ancora in piedi e compagno del padre nella fuga di là, quello
stesso Julo dal quale la famiglia Giulia sostiene derivi il proprio nome.
Questo Ascanio, quali che fossero la madre e la patria d'origine, in ogni
caso era figlio di Enea. Dal momento che la popolazione di Lavinio
era in eccesso, lasciò alla madre, o alla matrigna, la città ricca e
fiorente, e per conto suo ne fondò sotto il monte Albano una nuova che, dalla
sua posizione allungata nel senso della dorsale montana, fu chiamata Alba
Longa. Tra la fondazione di Lavinio e la deduzione della colonia di
Alba Longa intercorsero press'a poco trent'anni. Ciò nonostante,
specie dopo la sconfitta subita dagli Etruschi, la sua potenza era a tal
punto in crescita che, neppure dopo la morte di Enea e in séguito sotto la
reggenza di una donna e i primi passi del regno di un ragazzo, tanto Mesenzio
e gli Etruschi quanto nessun'altra popolazione limitrofa osarono
intraprendere iniziative militari. Il trattato di pace stabilì che per
Etruschi e Latini il confine sarebbe stato rappresentato dal fiume Albula,
il Tevere dei giorni nostri. Quindi regna Silvio, figlio di Ascanio,
nato nei boschi per un qualche caso fortuito. Egli genera Enea Silvio
che a sua volta mette al mondo Latino Silvio. Da quest'ultimo vennero
fondate alcune colonie che furono chiamate dei Latini Prischi. In séguito
il nome Silvio rimase a tutti coloro che regnarono ad Alba Longa. Da
Latino nacque Alba, da Alba Atys, da Atys Capys, da Capys Capeto e da
Capeto Tiberino il quale, essendo annegato durante l'attraversamento del
fiume Albula, diede a esso il celebre nome passato ai posteri. Quindi
regnò il figlio di Tiberino, Agrippa, il quale trasmise il potere al
figlio Romolo Silvio. Questi, colpito da un fulmine, tramandò
di mano in mano il regno ad Aventino il quale fu sepolto sul colle che oggi
è parte di Roma e che porta il suo nome. Quindi regna Proca. Egli genera
Numitore e Amulio. A Numitore, che era il più grande, lascia in
eredità l'antico regno della dinastia Silvia. Ma la violenza poté più che la
volontà del padre o la deferenza nei confronti della primogenitura: dopo
aver estromesso il fratello, sale al trono Amulio. Questi commise un crimine
dietro l'altro: i figli maschi del fratello li fece uccidere, mentre a Rea
Silvia, la femmina, avendola nominata Vestale (cosa che egli fece
passare come un'onorificenza), tolse la speranza di diventare madre
condannandola a una verginità perpetua. 4 Credo comunque che rientrassero in un
disegno del destino tanto la nascita di una simile città
quanto l'inizio della più grande potenza del mondo dopo quella degli dèi. La
Vestale, vittima di uno stupro, diede alla luce due gemelli. Sia che fosse in
buona fede, sia che intendesse rendere meno turpe la propria colpa
attribuendone la responsabilità a un dio, dichiarò Marte padre della prole
sospetta. Ma né gli dèi né gli uomini riescono a sottrarre lei e i figli alla
crudeltà del re: questi dà ordine di arrestare e incatenare la
sacerdotessa e di buttare i due neonati nella corrente del fiume. Per una qualche
fortuita volontà divina, il Tevere, straripato in masse d'acqua stagnante,
non era praticabile in nessun punto del suo letto normale, ma a chi li
portava faceva sperare che i due neonati venissero ugualmente sommersi
dall'acqua nonostante questa fosse poco impetuosa. Così, nella
convinzione di aver eseguito l'ordine del re, espongono i bambini nel punto
più vicino dello straripamento, là dove ora c'è il fico Ruminale (che,
stando alla leggenda, un tempo si chiamava Romulare). Quei luoghi erano allora
completamente deserti. Tutt'ora è viva la tradizione orale secondo la quale,
quando l'acqua bassa lasciò in secco la cesta galleggiante nella quale erano
stati abbandonati i bambini, una lupa assetata proveniente dai monti dei
dintorni deviò la sua corsa in direzione del loro vagito e,
accucciatasi, offrì loro il suo latte con una tale dolcezza che il pastore-capo del
gregge reale - pare si chiamasse Faustolo - la trovò intenta a
leccare i due neonati. Faustolo poi, tornato alle stalle, li diede alla moglie
Larenzia affinché li allevasse. C'è anche chi crede che questa Larenzia i
pastori la chiamassero lupa perché si prostituiva: da ciò lo spunto
di questo racconto prodigioso. Così nati e cresciuti, non appena divennero
grandi, cominciarono ad andare a caccia in giro per i boschi senza rammollirsi
nelle stalle e dietro il gregge. Irrobustitisi così nel corpo e
nello spirito, nonaffrontavano soltanto più le bestie feroci, ma assalivano i
banditi carichi di bottino: dividevano tra i pastori il frutto delle rapine e
condividevano con loro svaghi e lavoro, mentre il numero dei giovani
aumentava giorno dopo giorno. 5 Si dice che già allora sul
Palatino si celebrasse il nostro Lupercale e che il monte fosse chiamato Pallanzio
(in séguito Palatino) da Pallanteo, città dell'Arcadia. Là
Evandro, il quale, originario di quella stirpe di Arcadi, aveva occupato la zona molto
tempo prima, pare avesse introdotto importandola dall'Arcadia l'usanza che
dei giovani corressero nudi celebrando con giochi licenziosi Pan
Liceo, che i Romani in séguito chiamarono Inuo. Mentre erano intenti a
questo spettacolo - dato che la ricorrenza era ben nota -, si dice che
i banditi, per la rabbia di aver perso il bottino, organizzarono
un'imboscata. Romolo si difese energicamente. Remo, invece, lo
catturarono e lo consegnarono al re Amulio, accusandolo per giunta del furto.
Soprattutto gli imputavano di aver compiuto delle incursioni nelle
terre di Numitore e di aver raccolto un gruppo di giovinastri per darsi alle
razzie come in tempo di guerra. Per questi motivi Remo viene consegnato
a Numitore perché lo punisca. Già sin dall'inizio Faustolo aveva supposto
che i bambini allevati in casa sua fossero di sangue reale: infatti sapeva
che dei neonati erano stati abbandonati per volere del re e anche
che il periodo in cui li aveva presi con sé coincideva con quel fatto.
Però non aveva voluto che la cosa si venisse a sapere quando ancora non era
il momento giusto (a meno che non si fossero presentate l'occasione
propizia o una necessità urgente). Fu quest'ultima ipotesi a verificarsi per
prima: spinto dalla paura, rivelò la cosa a Romolo. Per caso anche
Numitore, mentre teneva prigioniero Remo e aveva saputo che erano fratelli
gemelli, considerando la loro età e il carattere per niente servile, era stato
toccato nell'intimo dal ricordo dei nipoti; e a forza di fare domande,
arrivò a un punto tale che poco ci mancò riconoscesse Remo.
Così venne architettato un doppio complotto ai danni del re. Romolo lo assale,
però non col suo gruppo di ragazzi - infatti non sarebbe stato all'altezza
di un vero proprio colpo di forza -, ma con altri pastori cui era stato
ordinato di arrivare alla reggia in un momento prestabilito e secondo un altro
percorso. Dalla casa di Numitore, invece, Remo accorre in aiuto con
un'altra schiera di uomini che era riuscito a procurarsi. Così
trucidano il re. 6 Numitore, durante le prime fasi della
sommossa, spargendo la voce che i nemici avevano invaso la città e
stavano assaltando la reggia, aveva così attirato la gioventù albana a
presidiare la rocca e a tenerla con le armi. Quando vide venire verso di sé i
giovani esultanti, reduci dalla strage appena compiuta, convocata
sùbito l'assemblea, rivelò i delitti commessi dal fratello nei suoi confronti, la
nobile origine dei nipoti, la loro nascita, il modo in cui erano stati
allevati, il sistema con cui erano stati riconosciuti, e infine
l'uccisione del tiranno, della quale dichiarò di assumersi la piena
responsabilità. Dopo che i due giovani, entrati con le loro truppe nel mezzo
dell'assemblea, ebbero acclamato re il nonno, l'intera folla, con un grido unanime,
confermò al re il titolo legittimo e l'autorità. Così, affidata Alba a Numitore,
Romolo e Remo furono presi dal desiderio di fondare una città in quei
luoghi in cui erano stati esposti e allevati. Inoltre la popolazione di Albani e
Latini era in eccesso. A questo si erano anche aggiunti i pastori. Tutti
insieme certamente nutrivano la speranza che Alba Longa e Lavinio
sarebbero state piccole nei confronti della città che stava per essere
fondata. Su questi progetti si innestò poi un tarlo ereditato dagli avi,
cioè la sete di potere, e di lì nacque una contesa fatale dopo un inizio
abbastanza tranquillo. Siccome erano gemelli e il rispetto per la
primogenitura non poteva funzionare come criterio elettivo, toccava agli
dèi che proteggevano quei luoghi indicare, attraverso gli auspici, chi avessero
scelto per dare il nome alla nuova città e chi vi dovesse regnare
dopo la fondazione. Così, per interpretare i segni augurali, Romolo scelse il
Palatino e Remo l'Aventino. 7 Il primo presagio, sei avvoltoi, si
dice toccò a Remo. Dal momento che a Romolo ne erano apparsi il doppio
quando ormai il presagio era stato annunciato, i rispettivi gruppi avevano
proclamato re l'uno e l'altro contemporaneamente. Gli uni sostenevano
di aver diritto al potere in base alla priorità nel tempo, gli
altri in base al numero degli uccelli visti. Ne nacque una discussione e dal rabbioso
scontro a parole si passò al sangue: Remo, colpito nella mischia,
cadde a terra. È più nota la versione secondo la quale Remo, per prendere in
giro il fratello, avrebbe scavalcato le mura appena erette e
quindi Romolo, al colmo dell'ira, l'avrebbe ammazzato aggiungendo queste
parole di sfida: «Così, d'ora in poi, possa morire chiunque osi
scavalcare le mie mura.» In questo modo Romolo si impossessò da solo del
potere e la città appena fondata prese il nome del suo fondatore. In primo luogo fortifica il Palatino,
sul quale lui stesso era stato allevato. Offre sacrifici in onore
degli altri dèi secondo il rito albano, e secondo quello greco in onore di
Ercole, così com'erano stati istituiti da Evandro. Stando alla leggenda,
proprio in questi luoghi Ercole uccise Gerione e gli portò via gli
splendidi buoi. Perché questi riprendessero fiato e pascolassero nella quiete del
verde e per riposarsi anche lui stremato dal cammino, si coricò
in un prato vicino al Tevere, nel punto in cui aveva attraversato a nuoto il fiume
spingendo il bestiame davanti a sé. Lì, appesantito dal vino e
dal cibo, si addormentò profondamente. Un pastore della zona, un certo Caco,
contando sulle proprie forze e colpito dalla bellezza dei buoi, pensò
di portarsi via quella preda. Ma, dato che spingendo l'armento nella sua grotta le
orme vi avrebbero condotto il padrone quando si fosse messo a
cercarle, prese i buoi più belli per la coda e li trascinò all'indietro
nella sua grotta. Al sorgere del sole, Ercole, emerso dal sonno, dopo aver
esaminato attentamente il gregge ed essersi accorto che ne mancava una
parte, si incamminò verso la grotta più vicina, caso mai le orme portassero in
quella direzione. Quando vide che erano tutte rivolte verso l'esterno ed
escludevano ogni altra direzione, cominciò a spingere l'armento
lontano da quel luogo ostile. Ma poiché alcune tra quelle messe in movimento si
misero a muggire, come succede, per rimpianto di quelle rimaste
indietro, il verso proveniente dalle altre rimaste chiuse dentro la grotta fece
girare Ercole. Caco cercò di impedirgli con la forza l'ingresso
nella grotta. Ma mentre tentava invano di far intervenire gli altri pastori,
stramazzò al suolo schiantato da un colpo di clava. In quel tempo governava
la zona, più per prestigio personale che per un potere
conferitogli, Evandro, esule dal Peloponneso, uomo degno di venerazione perché sapeva
scrivere, cosa nuova e prodigiosa in mezzo a bifolchi del genere, e ancor
più degno di venerazione per la supposta natura divina della madre
Carmenta, che prima dell'arrivo in Italia della Sibilla aveva sbalordito
quelle genti con le sue doti di profetessa. Evandro dunque, attirato
dalla folla di pastori accorsi sbigottiti intorno allo straniero colto
in flagrante omicidio, dopo aver ascoltato il racconto del delitto e
delle sue cause, osservando attentamente le fattezze e la
corporatura dell'individuo, più maestose e imponenti del normale, gli
domandò chi fosse. Quando venne a sapere il nome, chi era suo padre e da dove
veniva, disse: «Salute a te, Ercole, figlio di Giove. Mia madre, interprete
veritiera degli dèi, mi ha vaticinato che tu andrai ad accrescere
il numero degli immortali e qui ti verrà dedicato un altare che un
giorno il popolo più potente della terra chiamerà Altare Massimo e
venererà secondo il tuo rito.» Ercole, dopo aver teso la mano destra, disse che
accettava l'augurio e che avrebbe portato a compimento la volontà del
destino costruendo e consacrando l'altare. Lì, prendendo dal gregge un capo di
straordinaria bellezza, fu per la prima volta compiuto un sacrificio in onore
di Ercole. A occuparsi della cerimonia e del banchetto sacrificale
furono chiamati Potizi e Pinari, in quel tempo le famiglie più
illustri della zona. Per caso successe che i Potizi giungessero all'ora stabilita e
le viscere degli animali vennero poste di fronte a loro, mentre i
Pinari, quando ormai le viscere erano stae mangiate, arrivarono a banchetto
cominciato. Così, finché durò in vita la stirpe dei Pinari, rimase in
vigore la regola che essi non potessero cibarsi delle interiora dei
sacrifici. I Potizi, istruiti da Evandro, furono per molte generazioni
sacerdoti di questo rito sacro, fino al tempo in cui, affidato ai servi di
Stato il solenne officio della famiglia, l'intera stirpe dei Potizi si
estinse. Questi furono gli unici, fra tutti i riti di importazione, a
essere allora accolti da Romolo, già in quel periodo conscio
dell'immortalità che avrebbe ottenuto col valore e verso la quale lo conduceva il suo
destino. 8 Sistemata la sfera del divino in
maniera conforme alle usanze religiose e convocata in assemblea la massa, che
nulla, salvo il vincolo giuridico, poteva unire nel complesso di un solo
popolo, diede loro un sistema di leggi. Pensando che esso sarebbe stato
inviolabile per quei rozzi villici solo a patto di rendere se stesso degno
di venerazione per i segni distintivi dell'autorità,
diventò più maestoso sia nel resto della persona sia soprattutto grazie ai dodici
littori di cui si circondò. Alcuni ritengono che egli adottò il
numero in base a quello degli uccelli che, col loro augurio, gli avevano
pronosticato il regno. A me non dispiace la tesi di quelli che sostengono importati
dalla confinante Etruria (donde furono introdotte la sedia curule e la
toga pretesta) tanto questo tipo di subalterni quanto il loro stesso
numero. Essi ritengono che la cosa fosse così presso gli Etruschi dal
momento che, una volta eletto il re dall'insieme dei dodici popoli,
ciascuno di essi forniva un littore a testa. Nel frattempo la città cresceva
in fortificazioni che abbracciavano dentro la loro cerchia sempre nuovi spazi: si
costruiva più nella speranza di un incremento demografico negli anni a
venire che per le proporzioni presenti della popolazione. In séguito, perché
l'ampliamento della città non fosse fine a se stesso, col pretesto di
aumentare la popolazione secondo l'antica idea di quanti fondavano
città (i quali, radunando intorno a sé genti senza un passato alle spalle,
facevano credere loro di essere autoctoni), creò un punto di
raccolta là dove oggi, per chi voglia salire a vedere, c'è un recinto tra due
boschi. Lì, dalle popolazioni confinanti, andò a riparare una massa
eterogenea di individui - nessuna distinzione tra liberi e schiavi - avida di cose
nuove: e questo fu il primo energico passo in direzione del progetto di
ampliamento. Ormai soddisfatto di tali forze, provvede a dotarli di
un'assemblea. Elegge cento senatori, sia perché questo numero era sufficiente,
sia perché erano soltanto cento quelli che potevano ambire a una carica
del genere. In ogni caso, quest'onore gli valse il titolo di
padri, mentre i loro discendenti furono chiamati patrizi. 9
Roma era ormai così potente che poteva permettersi di competere militarmente con qualunque popolo dei
dintorni. Ma per la penuria di donne questa grandezza era destinata a durare
una sola generazione, perché essi non potevano sperare di avere figli in
patria né di sposarsi con donne della zona. Allora, su consiglio dei
senatori, Romolo inviò ambasciatori alle genti limitrofe per stipulare un
trattato di alleanza col nuovo popolo e per favorire la celebrazione di
matrimoni. Essi dissero che anche le città, come il resto delle
cose, nascono dal nulla; in séguito, grazie al loro valore e all'assistenza degli
dèi, acquistano grande potenza e grande fama. Era un fatto assodato che
alla nascita di Roma erano stati propizi gli dèi e che il valore
non le sarebbe venuto a mancare. Per questo, in un rapporto da uomo a uomo,
non dovevano disdegnare di mescolare il sangue e la stirpe.
All'ambasceria non dette ascolto nessuno: tanto da una parte provavano un aperto
disprezzo, quanto dall'altra temevano per sé e per i propri
successori la crescita in mezzo a loro di una simile potenza. Nell'atto di
congedarli, la maggior parte dei popoli consultati chiedeva se non avessero
aperto anche per le donne un qualche luogo di rifugio (quella infatti
sarebbe stata una forma di matrimonio alla pari). La gioventù romana
non la prese di buon grado e la cosa cominciò a scivolare
inevitabilmente verso la soluzione di forza. Per conferire a essa tempi e luoghi
appropriati, Romolo, dissimulando il proprio risentimento, allestisce
apposta dei giochi solenni in onore di Nettuno Equestre e li chiama Consualia.
Quindi ordina di invitare allo spettacolo i popoli vicini. Per
caricarli di interesse e attese, i giochi vengono pubblicizzati con tutti i mezzi
disponibili all'epoca. Arrivò moltissima gente, an che per il
desiderio di vedere la nuova città, e soprattutto chi abitava più
vicino, cioè Ceninensi, Crustumini e Antemnati. I Sabini, poi, vennero al
completo, con tanto di figli e consorti. Invitati ospitalmente nelle
case, dopo aver visto la posizione della città, le mura fortificate
e la grande quantità di abitazioni, si meravigliarono della rapidità
con cui Roma era cresciuta. Quando arrivò il momento previsto per lo spettacolo e
tutti erano concentratissimi sui giochi, allora, come convenuto,
scoppiò un tumulto e la gioventù romana, a un preciso segnale, si mise a correre
all'impazzata per rapire le ragazze. Molte finivano nelle mani del primo in
cui si imbattevano: quelle che spiccavano sulle altre per bellezza,
destinate ai senatori più insigni, venivano trascinate nelle loro case da
plebei cui era stato affidato quel compito. Si racconta che una di esse,
molto più carina di tutte le altre, fu rapita dal gruppo di un certo
Talasio e, poiché in molti cercavano di sapere a chi mai la stessero portando,
gridarono più volte che la portavano a Talasio perché nessuno le
mettesse le mani addosso. Da quell'episodio deriva il nostro grido
nuziale. Finito lo spettacolo nel terrore, i
genitori delle fanciulle fuggono affranti, accusandoli di aver violato
il patto di ospitalità e invocando il dio in onore del quale eran venuti a
vedere il rito e i giochi solenni, vittime di un'eccessiva fiducia nella
legge divina. Le donne rapite, d'altra parte, non avevano maggiori
speranze circa se stesse né minore indignazione. Ma Romolo in persona si
aggirava tra di loro e le informava che la cosa era successa per
l'arroganza dei loro padri che avevano negato ai vicini la possibilità di
contrarre matrimoni; le donne, comunque, sarebbero diventate loro spose,
avrebbero condiviso tutti i loro beni, la loro patria e, cosa di cui niente
è più caro agli esseri umani, i figli. Che ora dunque frenassero la collera e
affidassero il cuore a chi la sorte aveva già dato il loro corpo.
Spesso al risentimento di un affronto segue l'armonia dell'accordo. Ed esse
avrebbero avuto dei mariti tanto migliori in quanto ciascuno di par suo si
sarebbe sforzato, facendo il proprio dovere, di supplire alla mancanza dei
genitori e della patria. A tutto questo si aggiungevano poi le
attenzioni dei mariti (i quali giustificavano la cosa con il trasporto
della passione), attenzioni che sono l'arma più efficace nei
confronti dell'indole femminile. 10 Ormai l'ira delle ragazze rapite si
era del tutto placata. Fu però proprio in quel momento che i loro
genitori, vestiti a lutto, cercavano di sensibilizzare i concittadini piangendo
e lamentandosi dell'accaduto. E non si limitavano a manifestare in
patria il proprio sdegno, ma da ogni parte si presentarono in gruppi di
delegazioni a Tito Tazio, re dei Sabini, perché il suo prestigio in
quelle zone era enorme. Quell'affronto riguardava in parte Ceninensi,
Crustumini e Antemnati. Sembrò loro che Tito Tazio e i Sabini agissero con
eccessiva flemma: perciò questi tre popoli si prepararono a combattere da
soli. Ma, a giudicare dall'animosità e dall'ira dei Ceninensi, neppure
Crustumini e Antemnati si muovevano con sufficiente prontezza. Così i
Ceninensi invadono da soli il territorio romano. Ma mentre stavano devastando
disordinatamente la zona, gli va incontro Romolo con l'esercito e, dopo
una ridicola scaramuccia, dimostra loro la vanità dell'ira non
sorretta da forze adeguate. Sbaraglia la schiera nemica, la mette in fuga e ne
insegue i resti sbandati; quindi si scontra in duello col re, lo uccide e
ne spoglia il cadavere. Dopo aver eliminato il comandante dei nemici, si
impossessa della loro città al primo assalto. Ricondotto indietro
l'esercito vincitore, dimostrò che il suo eroismo nel compiere le imprese non
era inferiore alla capacità di valorizzarle: portando le spoglie del
comandante nemico ucciso su una barella costruita all'occorrenza,
salì sul Campidoglio. Lì, dopo averle deposte presso una quercia sacra ai
pastori, insieme con l'offerta tracciò i confini del tempio di Giove e
aggiunse un epiteto al nome del dio: «Io, Romolo, re vittorioso, offro a te,
Giove Feretrio, queste armi di re, e consacro il tempio entro questi limiti
che ho or ora tracciato secondo la mia volontà, in modo tale che
diventi un luogo demandato alle spoglie opime che quanti verranno dopo di me,
seguendo il mio esempio, porteranno qui dopo averle strappate a re e
comandanti nemici uccisi in battaglia.» Questa è l'origine del primo
tempio consacrato a Roma. Così, da quel giorno in poi, piacque agli dèi
che fosse legge la parola del fondatore del tempio (e cioè che i posteri
avrebbero dovuto portare lì le spoglie), e che la gloria di un tale dono non fosse
svilita dal numero elevatissimo di chi la poteva ottenere. Da allora
tanti anni sono passati e tante guerre sono state combattute.
Ciò nonostante, altre due volte soltanto si presero spoglie opime: così rara
fu la fortuna di quell'onore. 11 Mentre i Romani si stavano occupando
di queste cose, gli Antemnati, cogliendo al volo l'occasione offerta
dalla loro assenza, compiono un'incursione armata nel nostro
territorio. Ma le truppe romane, spinte a marce forzate anche in quella
direzione, piombano loro addosso trovandoli sparpagliati nei campi. Fu così
che bastò il primo urto accompagnato dall'urlo di guerra per sbaragliarli e
conquistarne la città. Mentre Romolo era nel pieno dell'ovazione per
il doppio trionfo, la moglie Ersilia, cedendo alle preghiere
incessanti delle donne rapite, lo prega di perdonarne i genitori e di ammetterli
all'interno della città (la cui potenza sarebbe così aumentata
proprio grazie alla concordia interna). Egli acconsente facilmente. Quindi
marcia contro i Crustumini che erano in procinto di attaccare. Ma la loro
resistenza durò ancora meno di quella degli alleati: di fronte a disfatte del
genere, non era rimasto troppo coraggio. In entrambi i paesi
sottomessi furono inviati coloni. La maggior parte di essi, però, si
iscrissero per Crustumino a causa della fertilità della terra. Dall'altra parte, invece,
molte persone, soprattutto genitori e
parenti delle donne rapite, vennero a stabilirsi a Roma. L'ultimo attacco Roma lo subì
dai Sabini, e questa fu di gran lunga la più importante tra le guerre combattute
fino a quel punto. Essi, infatti, non agirono sotto l'impulso del
risentimento e dell'ambizione, né si lasciarono andare a dimostrazioni
militari prima di dare il via alla guerra. Unirono la fraudolenza al
sangue freddo. Spurio Tarpeio comandava la cittadella romana. Sua figlia,
vergine vestale, viene corrotta con dell'oro da Tazio e costretta a fare
entrare un drappello di armati nella fortezza. In quel preciso momento la
ragazza era andata oltre le mura ad attingere acqua per i culti rituali.
Dopo averla catturata, la schiacciarono sotto il peso delle loro
armi e la uccisero, sia per dare l'idea che la cittadella era stata
conquistata più con la forza che con qualsiasi altro mezzo, sia per fornire
un esempio in modo che più nessun delatore potesse contare sulla parola
data. La leggenda riguardante questi fatti vuole che, siccome i Sabini di
solito portavano al braccio sinistro braccialetti d'oro massiccio e giravano
con anelli tempestati di gemme di rara bellezza, la ragazza avesse
pattuito come prezzo del suo tradimento ciò che essi portavano al
braccio sinistro; e che al posto dell'oro promesso fosse rimasta schiacciata dal
peso dei loro scudi. Alcuni sostengono che, avendo lei chiesto di
scegliere come ricompensa quello che essi portavano al braccio sinistro,
optò espressamente per gli scudi e che i Sabini, credendo li volesse tradire,
l'uccisero proprio col compenso che aveva richiesto. 12 Comunque sia, i Sabini si impossessarono
della cittadella. Il giorno dopo, quando l'esercito romano aveva
gremito, col suo schieramento al completo, lo spazio compreso tra il
Palatino e il Campidoglio, i Sabini non calarono subito in pianura ma
rimasero ad aspettare che l'indignazione e il desiderio di recuperare la rocca
spingessero i Romani a risalire la china e ad affrontarli su in alto. I
capi di entrambi gli schieramenti incitavano alla lotta: Mezio Curzio per
i Sabini e Ostio Ostilio per i
Romani. Quest'ultimo, nonostante la posizione svantaggiosa, teneva
alto il morale con dimostrazioni di coraggio e
di audacia nelle prime file. Ma, caduto lui, subito i Romani
registrarono un netto cedimento e andarono a rifugiarsi presso la vecchia porta del
Palatino. Romolo stesso, trascinato dalla massa dei soldati in ritirata,
sollevando le armi al cielo, gridò: «O Giove, è per obbedire al tuo
volere che ho gettato le prime fondamenta di Roma proprio qui sul Palatino. Ormai
la cittadella è in mano ai Sabini che l'hanno conquistata nella
più turpe delle maniere. Di lì, attraverso la vallata, stanno avanzando armati
verso di noi. Ma tu, padre degli dèi e degli uomini, tieni lontani almeno da
qui i nemici, libera i Romani dal terrore e frena questa loro vergognosa
ritirata! Prometto che qui, o Giove Statore, io innalzerò un tempio
per ricordare ai posteri che è stato il tuo aiuto inesauribile a salvare la
città». Al termine della preghiera, come se avesse avuto la sensazione di
essere stato esaudito, disse: «Qui, o Romani, Giove ottimo massimo vi
ordina di fermarvi e di ricominciare a combattere». E i Romani si fermarono,
proprio come se stessero obbedendo a un ordine piovuto dal cielo. Romolo in
persona si lancia nelle prime file. Mezio Curzio, intanto, a capo dei
Sabini, aveva guidato la carica dall'alto della cittadella e fatto il
vuoto in mezzo alle fila romane, gettando lo scompiglio per tutto lo
spazio occupato dal foro. E, ormai non lontano dalla porta del Palatino,
gridava: «Li abbiamo battuti, ospiti malvagi e nemici codardi che non sono
altro! Ora lo sanno che differenza passa tra rapire delle ragazze inermi e
combattere contro degli uomini veri.» Mentre così si gloria,
gli si avventa addosso, guidato da Romolo, un gruppo di giovani pronti a tutto.
Per caso in quel momento Mezio stava combattendo a cavallo e fu così
più facile respingerlo. Dopo averlo messo in fuga, i Romani proseguono sullo
slancio e il resto dell'esercito, infiammato dall'audacia del re, riesce
a sbaragliare i Sabini. Mezio fu trascinato in una palude dal suo
cavallo, divenuto ingovernabile per lo strepito degli inseguitori e la cosa
attirò l'attenzione anche dei Sabini che temevano di perdere una figura
così carismatica: urlando e facendogli ampi gesti, gli dimostrarono il loro
attaccamento ed egli riuscì a tirarsi
fuori dalla melma. Romani e Sabini riprendono così a combattere
nella valle che si estende tra le due
colline. Ma i Romani continuavano ad avere la meglio. 13 Fu in quel momento che le donne
sabine, il cui rapimento aveva scatenato la guerra in corso, con le
chiome al vento e i vestiti a brandelli, lasciarono che le disgrazie
presenti avessero la meglio sulla loro timidezza di donne e non esitarono
a buttarsi sotto una pioggia di proiettili e a irrompere dai lati tra
le opposte fazioni per dividere i contendenti e placarne la collera. Da
una parte supplicavano i mariti e dall'altra i padri. Li imploravano di
non commettere un crimine orrendo macchiandosi del sangue di un suocero o
di un genero e di non lasciare il marchio del parricidio nelle creature
che esse avrebbero messo al mondo, figli per gli uni e nipoti per gli
altri. «Se il rapporto di parentela che vi unisce e questi matrimoni non vi
vanno a genio, rivolgete la vostra ira contro di noi: siamo noi la causa
scatenante della guerra, noi le sole responsabili delle ferite e delle morti
tanto dei mariti quanto dei genitori. Meglio morire che rimanere
senza uno di voi due, o vedove od orfane.» L'episodio non tocca soltanto
la massa dei soldati ma anche i comandanti, e su tutti cala improvvisa
una quiete silenziosa. Poi vengono avanti i generali per stipulare un
trattato e non si accordano esclusivamente sulla pace, ma varano
anche l'unione dei due popoli. Associano i due regni, trasferendo
però l'intero potere decisionale a Roma che vede così raddoppiata la sua
popolazione. Tuttavia, per venire in qualche modo incontro ai Sabini, i
cittadini romani presero il nome di Quiriti dalla città di Cures. E
in memoria di quella battaglia chiamarono lago Curzio lo specchio d'acqua dove il
cavallo di Curzio emerse dal profondo della melma e portò in
salvo il suo cavaliere. A una guerra così catastrofica
seguì improvvisamente un felice periodo di pace che rese le donne sabine
più gradite ai loro mariti e ai loro genitori, ma, sopra tutti, a Romolo
stesso. Così, quando questi divise la popolazione in trenta curie, diede a
esse il nome delle donne. Senza dubbio il loro numero era in qualche
modo superiore: la tradizione non ci informa se fu l'età, la loro
classe sociale o quella dei mariti, oppure un'estrazione a sorte il criterio
utilizzato per stabilire quali dovessero dare il nome alle curie. Nello stesso
periodo vennero formate tre centurie di cavalieri. Ramnensi e Tiziensi
devono i loro nomi a Romolo e a Tito Tazio. Quanto invece ai Luceri, nome e
origine sono poco chiari. Di lì in poi, i due sovrani regnarono non solo
in comune, ma anche in perfetto accordo. 14 Alcuni anni dopo, certi parenti di
Tito Tazio maltrattano gli ambasciatori dei Laurenti e, nonostante
il loro appellarsi al diritto delle genti, Tito mostra di avere
orecchie soltanto per le preghiere dei suoi. Così facendo, assume su di
sé la responsabilità della loro mancanza. E infatti, un giorno che era andato a
Lavinio per un sacrificio solenne, fu assassinato in un moto di piazza. Si
narra che la cosa addolorò Romolo meno del dovuto, sia per la dubbia
affidabilità di una simile divisione del potere, sia perché credeva che
quella morte non fosse del tutto immeritata. Per questo evitò di
far ricorso alla guerra. Tuttavia, per garantire l'espiazione della morte del
re e dell'offesa ai danni degli ambasciatori, fece rinnovare il
trattato tra Roma e Lavinio. Questa pace, a dir la verità, fu
un evento al di sopra di ogni aspettativa. Invece scoppiò
un'altra guerra, molto più vicina, anzi quasi alle porte di Roma. Gli abitanti di
Fidene, ritenendo troppo vicina a loro una potenza in continua crescita, senza
aspettare che diventasse forte come c'era da prevedere, si affrettano
a scatenare il conflitto. Armano squadroni di giovani e li spediscono a
devastare le campagne tra Roma e Fidene. Di lì piegano verso
sinistra (a destra niente da fare, c'è il Tevere che blocca la strada) e compiono
atti di vandalismo terrorizzando i contadini. L'improvviso trambusto
creatosi nelle campagne arrivò fino in città e fu come una prima
avvisaglia della guerra. Romolo, visto che non c'era un minuto da perdere con una
guerra così vicina, esce immediatamente alla testa dell'esercito e si accampa a
un miglio da Fidene. Dopo avervi lasciato una modesta guarnigione, si
mette in moto col grosso delle truppe. Una parte di queste
ordinò che si piazzasse, pronta a lanciare un'imboscata, in una zona tutto intorno
criparata da fitti cespuglic. Poi, con il blocco più consistente
dell'esercito e con tutta la cavalleria, si mise in marcia e, proprio come si era
prefissato, riuscì ad attirare fuori il nemico adottando un tipo di tattica
spericolata e minacciosa, con i cavalieri che scorrazzavano fin quasi
sotto le porte. D'altra parte, per la fuga che doveva esser simulata,
questo assalto a cavallo forniva un pretesto più verisimile. E
quando non solo la cavalleria sembrava incerta tra il combattere e il fuggire, ma
anche la fanteria si ritirava, all'improvviso si spalancarono le porte
e le linee romane furono travolte dallo straripare dei nemici che, nella
foga di darsi all'inseguimento, furono trascinati nel punto
dell'imboscata. Lì i Romani saltano fuori a sorpresa e attaccano sul fianco la
schiera dei nemici. Allo stupore si aggiunge la paura: dall'accampamento si
vedono avanzare gli stendardi del presidio lasciato di guarnigione.
Così i Fidenati, in preda al panico più totale, fanno dietro-front quasi prima
ancora che Romolo e i suoi uomini riuscissero a girare i loro cavalli. E
visto che si trattava di una fuga vera, riguadagnavano la città in
maniera di gran lunga più disordinata di quelli che, poco prima, essi avevano
inseguito ingannati dalla loro simulazione di fuga. Però non
riuscirono a sfuggire al nemico: i Romani li incalzavano da dietro e, prima che le
porte della città venissero chiuse, irruppero all'interno, quando ormai i
due eserciti sembravano uno solo. 15 La guerra scatenata dai Fidenati fu
come una febbre contagiosa che colpì gli animi dei Veienti (i
quali, oltretutto, vantavano anche legami etnici, visto che condividevano coi
Fidenati l'origine etrusca). E in più c'era il pericolo dei confini, nel caso
in cui la potenza romana si fosse rivolta ostilmente contro tutte le
popolazioni limitrofe. Così si riversarono in territorio romano senza
però seguire i piani di una regolare campagna militare ma piuttosto
per saccheggiare i dintorni alla rinfusa. Non si accamparono né attesero
l'arrivo dell'esercito nemico, ma tornarono a Veio portandosi via
ciò che avevano razziato nelle campagne. I Romani, da parte loro, non avendo
trovato il nemico nei campi, attraversarono il Tevere pronti e
determinati a sferrare un attacco decisivo. Quando i Veienti vennero a
sapere che i nemici si erano accampati e stavano per marciare contro
la loro città, andarono loro incontro per decidere la battaglia in
campo aperto piuttosto che dover combattere ostacolati dalle case e
dalle mura. Nello scontro, senza far ricorso a particolari stratagemmi di
supporto alle sue truppe, il re romano ebbe la meglio solo grazie alla
fermezza dei suoi veterani: sbaragliò i nemici e li
inseguì fino alle mura, ma dovette desistere dall'attaccare la città in
quanto risultava ben protetta dalle fortificazioni e dalla sua stessa
posizione. Sulla via del ritorno saccheggia le campagne, più per
desiderio di vendetta che per fare razzia. E i Veienti, piegati da questo
disastroso strascico non meno che dalla sconfitta in battaglia, inviano a Roma
dei delegati per chiedere la pace. Ottennero una tregua di cent'anni in
cambio della cessione di parte del loro territorio. Grosso modo furono questi i principali
avvenimenti politici e militari durante il regno di Romolo. Nessuno di
essi impedisce però di prestar fede alla sua origine divina e alla
divinizzazione attribuitagli dopo la morte, né al coraggio dimostrato nel
riconquistare il regno degli avi, né alla saggezza cui fece ricorso per fondare
Roma e renderla forte grazie alle guerre e alla sua politica interna. Fu
proprio in virtù di quanto egli le aveva fornito che Roma di lì in
poi conobbe quarant'anni di stabilità nella pace. Tuttavia fu più
amato dal popolo che dal senato e idolatrato dai suoi soldati come da nessun altro.
Tenne per sé, e non solo in tempo di guerra, una scorta di trecento
armati cui diede il nome di Celeri. 16 Portati a termine questi atti
destinati alla posterità, un giorno, mentre passava in rassegna l'esercito e
parlava alle truppe vicino alla palude Capra, in Campo Marzio,
scoppiò all'improvviso un temporale violentissimo con gran fragore di tuoni
ed egli fu avvolto da una nuvola così compatta che scomparve alla
vista dei suoi soldati. Da quel momento in poi, Romolo non riapparve più
sulla terra. I giovani romani, appena rividero la luce di quel bel giorno di
sole dopo l'imprevisto della tempesta, alla fine si ripresero dallo
spavento. Ma quando si resero conto che la sedia del re era vuota, pur
fidandosi dei senatori che, seduti accanto a lui, sostenevano di averlo
visto trascinato verso l'alto dalla tempesta, ciò nonostante
sprofondarono per qualche attimo in un silenzio di tomba, come invasi dal terrore di
esser rimasti orfani. Poi, seguendo l'esempio di alcuni di essi, tutti in
coro osannarono Romolo proclamandolo dio figlio di un dio, e re e padre di
Roma. Con preghiere ne implorano la benevola assistenza e la continua
protezione per i loro figli. Allora, credo, ci fu anche chi in segreto
sosteneva la tesi che i senatori avessero fatto a pezzi il re con le
loro stesse mani. La notizia si diffuse, anche se in termini non molto
chiari. Ma fu resa nota l'altra versione, sia per l'ammirazione nei
confronti di una simile figura, sia per la delicatezza della situazione. Si
dice anche che ad aumentarne la credibilità contribuì
l'astuta trovata di un singolo personaggio. Questi - un certo Giulio Proculo -, mentre la
città era in lutto per la perdita del re e nutriva una certa ostilità
nei confronti del senato, con tono grave, come se fosse stato testimone di un
grande evento, si rivolse in questi termini all'assemblea: «Stamattina, o
Quiriti, alle prime luci dell'alba, Romolo, padre di questa città,
è improvvisamente sceso dal cielo ed è apparso alla mia vista. Io, in un misto
di totale confusione e rispetto, l'ho pregato di accordarmi il permesso
di guardarlo in faccia e lui mi ha risposto: "Va' e annuncia ai
Romani che la volontà degli dèi celesti è che la mia Roma diventi la capitale del
mondo. Quindi si impratichiscano nell'arte militare e sappiano e
tramandino ai loro figli che nessuna umana potenza è in grado di resistere
alle armi romane." Detto questo,» egli concluse, «è scomparso in cielo.»
È incredibile quanto si prestò fede al racconto di quell'uomo e quanto
giovò a placare lo sconforto della plebe e dell'esercito per la perdita di Romolo
l'assicurazione della sua immortalità. 17 Nel frattempo, tra i senatori, era
in pieno svolgimento una lotta febbrile per la gestione del potere.
Non si era però ancora giunti a candidature individuali perché nel
nuovo popolo non c'era nessuna figura particolarmente di spicco: si trattava
di uno scontro di diverse fazioni all'interno delle classi. I cittadini
di origine sabina, dopo la morte di Tito Tazio, non avevano più
avuto un loro re. Così, nel timore di dover rinunciare alla spartizione del potere
pur continuando a godere degli stessi diritti politici, volevano che
venisse eletto un re della loro etnia. Ma i Romani di vecchia data
rifiutavano l'idea di avere un re forestiero. Pur nella pluralità
di vedute, tutti volevano ugualmente essere sottoposti all'autorità
di un monarca: infatti non avevano ancora assaporato il dolce piacere della
libertà. Poi i senatori cominciarono a preoccuparsi seriamente, pensando che
la città priva di un governo e l'esercito privo di un comandante in
campo rischiassero un qualche attacco da fuori, visto che si trovavano in
mezzo a una serie di vicini particolarmente maldisposti nei loro
confronti. Erano quindi tutti d'accordo sulla necessità di
avere qualcuno a capo, ma nessuno aveva in animo di rinunciare a favore
dell'altro. Così i cento senatori decidono di governare collegialmente: creano dieci
decurie e da ognuna di esse traggono un rappresentante destinato a
gestire l'amministrazione dello stato. Governavano, quindi, in dieci,
anche se uno solo aveva le insegne ed era scortato dai littori. Il potere
di ciascuno di essi durava cinque giorni, poi passava a rotazione a tutti
gli altri. Si trattò di un intervallo di un anno. Siccome intercorse
tra due regni, fu chiamato interregno, termine ancor oggi in uso.
Ma allora la plebe cominciò a lamentare l'aggravarsi del suo rapporto
di sudditanza, visto che al posto di un padrone adesso gliene toccavano
cento. Era chiaro che avrebbero al massimo sopportato un re e questo
eletto secondo le loro preferenze. Quando i senatori si resero conto
dell'andazzo, pensarono che sarebbe stato bene offrire spontaneamente
ciò che era destino avrebbero perso. E così si guadagnarono il favore
popolare concedendo il potere supremo, senza però elargire più
prerogative di quante ne mantennero per sé. Infatti decretarono che il popolo
avrebbe eletto il re, ma la nomina sarebbe stata valida solo dopo la loro
ratifica. Ancor oggi, quando si votano le leggi e si eleggono i
magistrati, viene esercitato questo diritto, anche se ormai privato della
sua importanza: i senatori anno la loro ratifica prima che il popolo vada
alle urne e quando non si conosce ancora l'esito del voto. In
quell'occasione, il sovrano in carica convocò l'assemblea e disse: «La fortuna, la
prosperità e la felicità possano assisterci! Quiriti, sceglietevi un re,
questo è il volere dei senatori. E se chi eleggerete sarà degno di
esser chiamato successore di Romolo, in quel caso vogliano confermare la vostra
scelta.» La proposta fu talmente gradita al popolo che, per non sembrare
da meno nella generosità, si limitò a decidere e a ordinare
che fosse il senato a stabilire chi doveva regnare a Roma. 18 In quel periodo Numa Pompilio godeva
di grande rispetto per il suo senso di giustizia e di
religiosità. Viveva a Cures, in terra sabina, ed era esperto, più di qualsiasi
suo contemporaneo, di tutti gli aspetti del diritto divino e di quello umano.
C'è chi sostiene, in assenza di altri nomi, ch'egli fosse debitore della
propria cultura a Pitagora di Samo. La tesi è però un falso
perché è noto a tutti che fu durante il regno di Servio Tullio (cioè più
di cento anni dopo) e nell'estremo sud Italia - nei dintorni di Metaponto, Eraclea e
Crotone - che Pitagora si circondò di gruppi di giovani ansiosi di conoscere
a fondo le sue dottrine. E da quei lontani paesi, pur ammettendo che
Pitagora fosse vissuto nello stesso periodo, la sua fama come avrebbe
potuto raggiungere i Sabini? E in che lingua comune avrebbe potuto indurre
qualcuno a farsi una cultura con lui? E sotto la scorta di chi un uomo
avrebbe potuto compiere da solo quel viaggio attraverso così tanti
popoli diversi per lingua e usanze? Per tutti questi motivi sono incline a
credere che Numa fosse spiritualmente portato alla virtù per una sua
naturale disposizione e che la sua cultura non avesse niente a che vedere con
insegnamenti di stranieri, ma dipendesse dall'austera e severa
educazione degli antichi Sabini, il popolo moralmente più puro
dell'antichità. Non appena i senatori romani sentirono il nome di Numa, si resero
conto che, con un re proveniente dalla loro etnia, l'ago della bilancia
politica si sarebbe spostato verso i
Sabini. Ciò nonostante, visto che nessuno avrebbe osato preferire a quell'uomo se stesso, uno della propria
fazione o qualche altro senatore o privato cittadino, decidono
all'unanimità di affidare il regno a Numa Pompilio. Convocato a Roma, egli
ordinò che, così come Romolo solo dopo aver tratto gli auspici aveva fondato
la sua città e ne aveva assunto il governo, allo stesso modo, anche nel
suo caso, venissero consultati gli dèi. Quindi, preceduto da un
augure (cui, da quella circostanza in poi, questa funzione onorifica rimase
permanentemente una delle sue attribuzioni ufficiali), Numa fu
condotto sulla cittadella e fatto sedere su una pietra con lo sguardo rivolto a
meridione. L'augure, a capo coperto e reggendo con la destra un bastone
ricurvo e privo di nodi il cui nome era lituus, prese posto alla sua
sinistra. Quindi, dopo aver abbracciato con uno sguardo la città e le
campagne intorno, invocò gli dèi e divise la
volta del cielo, da oriente a occidente, con una linea ideale, specificando che le regioni a destra
erano quelle meridionali e quelle di sinistra le settentrionali. Poi
fissò mentalmente, nella parte di fronte a sé, un punto di riferimento il
più lontano a cui potesse giungere con lo sguardo. Quindi, fatto passare il
lituus nella mano sinistra e piazzata la destra sulla testa di Numa, rivolse
questa preghiera: «O Giove padre, se è volontà del cielo che Numa Pompilio,
qui presente e del quale io sto toccando la testa, sia re di Roma,
dacci qualche segno manifesto entro i limiti che io ho or ora tracciato.» Poi
specificò gli auspici che voleva venissero inviati. E quando questi
apparvero, Numa fu dichiarato re e poté scendere dalla collina augurale. 19 Roma era una città di recente
fondazione, nata e cresciuta grazie alla forza delle armi: Numa, divenutone re
nel modo che si è detto, si prepara a dotarla di un sistema giuridico e di
un codice morale (fondamenti di cui fino a quel momento era stata priva).
Ma rendendosi conto che chi passa la vita tra una guerra e l'altra non
riesce ad abituarsi facilmente a queste cose perché l'atmosfera militare
inselvatichisce i caratteri, pensò che fosse opportuno mitigare la ferocia del
suo popolo disabituandolo all'uso delle armi. Per questo motivo fece
costruire ai piedi dell'Argileto un tempio in onore di Giano elevandolo a
simbolo della pace e della guerra: da aperto avrebbe indicato che la
città era in stato di guerra, da chiuso che la pace regnava presso tutti i
popoli dei dintorni. Dal regno di Numa in poi fu chiuso soltanto due volte: la
prima al termine della prima guerra punica, durante il consolato di
Tito Manlio, la seconda (e gli dèi hanno concesso alla nostra generazione
di esserne testimoni oculari) dopo la battaglia di Azio, quando
cioè l'imperatore Cesare Augusto ristabilì la pace per mare e per terra. Numa lo
chiuse dopo essersi assicurato con trattati di alleanza la buona
disposizione di tutte le popolazioni limitrofe ed eliminando le
preoccupazioni di pericoli provenienti dall'esterno. Così facendo,
però, si correva il rischio che animi resi vigili dalla disciplina militare e
dalla continua paura del nemico si rammollissero in un ozio pericoloso.
Per evitarlo, egli pensò che la prima cosa da fare fosse instillare in essi
il timore reverenziale per gli dèi, espediente efficacissimo nei confronti
di una massa ignorante e ancora rozza in quei primi anni. Dato che non
poteva penetrare nelle loro menti senza far ricorso a qualche racconto
prodigioso, si inventò di avere degli incontri notturni con la dea Egeria e
riferì che quest'ultima lo aveva esortato a istituire dei rituali sacri
particolarmente graditi agli dèi, nonché a preporre a ciascuno di essi
certi officianti specifici. Prima di tutto, basandosi sul corso della luna,
divide l'anno in dodici mesi. Ma dato che i singoli mesi lunari non si
compongono di trenta giorni e che ce ne sono «undici» di differenza rispetto
a un intero anno calcolato in base alla rivoluzione del sole, egli
aggiunse dei mesi intercalari in maniera tale che il ventesimo anno si
trovassero rispetto al sole nella stessa posizione dalla quale erano partiti e
che così la durata di tutti gli anni tornasse perfettamente. Stabilì
anche i giorni fasti e quelli nefasti, poiché sarebbe stato utile, di quando
in quando, sospendere ogni attività pubblica. 20 Quindi rivolse la sua attenzione ai
sacerdoti: bisognava nominarli, nonostante egli stesso fosse preposto a
parecchi riti sacri, soprattutto quelli che oggi sono di competenza del
flamine Diale. Ma poiché riteneva che in un paese bellicoso i re del
futuro sarebbero stati più simili a Romolo che non a Numa e sarebbero andati
di persona a combattere, non voleva che passassero in secondo piano
le attribuzioni sacerdotali del re. Quindi designò un flamine a
sacerdote unico e perpetuo di Giove, dotandolo di una veste speciale e della sedia
curule, simbolo dell'autorità regale. A lui aggiunse altri due flamini, uno
per Marte e uno per Quirino. Inoltre sceglie delle vergini da porre al
servizio di Vesta, sacerdozio questo di origine albana e in qualche modo
connesso con la famiglia del fondatore. Per permettere loro di dedicarsi
esclusivamente al servizio del tempio, fece assegnare a esse uno stipendio
dallo stato e, a causa della verginità e di altre cerimonie rituali, le rese
sacre e inviolabili. Scelse anche dodici Salii per Marte Gradivo e
garantì loro la possibilità di distinguersi vestendo una tunica
ricamata e provvista di una placca di bronzo sul petto. Inoltre ordinò
loro di portare gli scudi caduti dal cielo (noti come ancilia) e di compiere
processioni in città cantando inni accompagnati da solenni passi di danza
in tre tempi. Poi nomina pontefice un senatore, Numa Marcio, figlio di
Marcio, cui fornisce dettagliate istruzioni scritte per tutte le
cerimonie sacre: i tipi di vittime, i giorni prescritti, i templi in cui
celebrare i vari riti e le risorse cui fare capo per mantenerne le spese.
Subordinò all'autorità del pontefice anche tutte le altre cerimonie di
natura pubblica e privata, in modo tale che la gente comune avesse un qualche
punto di riferimento e che nessun elemento della sfera religiosa dovesse
subire alterazioni di sorta, dovute a negligenze dei riti nazionali o
all'adozione di culti di importazione. Inoltre il pontefice doveva diventare
un esperto e attento interprete non solo delle cerimonie legate alle
divinità celesti, ma anche delle pratiche funerarie, di quelle di propiziazione
dei mani e dell'interpretazione dei presagi legati ai fulmini o ad altre
manifestazioni. Per desumere questi mistici segreti dallo spirito dei numi,
innalzò sull'Aventino un altare in onore di Giove Eliio e fece consultare
il dio attraverso degli auguri per vedere di quali prodigi si dovesse
tener conto. 21 L'attenzione per questi fenomeni
celesti e la loro continua ricerca avevano distolto il popolo intero dalla
violenza delle armi, fornendogli sempre qualcosa con cui tenere occupata
la mente: il pensiero incessante della presenza divina e l'impressione
che le potenze ultraterrene partecipassero dei casi umani avevano
permeato di pietà religiosa gli animi così profondamente che la
città era governata più dal rispetto per la solennità della fede che
dalla paura suscitata dalle leggi e dalle pene. E come in città i sudditi
uniformavano il proprio comportamento a quello del re, in qualità di
unico esempio a loro disposizione, allo stesso modo anche i popoli vicini, che
in passato avevano sempre visto Roma non come una città ma come
un accampamento situato in mezzo a loro e destinato a destabilizzare la pace di
tutti, cominciarono a nutrire per Roma una venerazione tale da
considerare una violazione sacrilega attaccare un centro urbano così
integralmente votato al culto degli dèi. C'era un bosco con al centro una grotta
buia dalla quale sprigionava una fonte di acqua perenne. Poiché Numa vi
si recava spessissimo senza testimoni e diceva di avere là i
suoi appuntamenti con la dea, consacrò il bosco alle Camene sostenendo che queste
ultime si vedevano in quella radura con la sua consorte Egeria.
Istituì anche un culto solenne in onore della Fides e prescrisse che i Flamini
si recassero a questo santuario con un carro coperto trainato da due
cavalli e che celebrassero la cerimonia con le mani coperte fino alle dita, per
indicare che la Fides non deve essere violata e che ha il suo santuario
anche nella mano destra. Stabilì inoltre molti altri culti sacrificali e
i luoghi a essi demandati, luoghi cui i pontefici diedero il nome di
Argei. Tuttavia, tra tutti i servizi resi allo Stato, il più
significativo fu questo: per l'intera durata del suo regno, consacrò ogni
attenzione non meno a mantenere la pace che a tutelare il paese. Così, due re
di séguito, anche se ciascuno per strade diverse, l'uno infatti con la pace,
l'altro con la guerra, contribuirono ala grandezza di Roma. Romolo
regnò trentasette anni, Numa quarantatré. E Roma, tanto in caso di guerra quanto
nella normalità della pace, non aveva più problemi di organizzazione
interna e di esperienza. 22 Alla morte di Numa si tornò a
un interregno. Poi il popolo elesse re - e il senato ratificò l'elezione
- Tullo Ostilio, nipote di quell'Ostilio che si era distinto nella battaglia
contro i Sabini ai piedi della cittadella. Il nuovo re non solo fu
diversissimo rispetto al suo predecessore, ma fu anche più
bellicoso di Romolo. La giovane età e la forza, unite all'aspirazione alla
gloria ereditata dal nonno, erano un incentivo al suo ardore. Così,
pensando che l'inattività prolungata avrebbe irreparabilmente sfiancato
Roma, cercava dovunque pretesti per scatenare la guerra. Per puro caso
successe che dei contadini romani andarono a fare razzia di bestiame in
territorio albano e quelli della campagna di Alba gli restituirono
subito il favore compiendo la stessa prodezza. In quell'epoca Alba era
governata da Gaio Cluilio. Entrambe le parti in causa mandarono
contemporaneamente degli inviati per riavere il maltolto. Tullo aveva ordinato ai suoi
di compiere prima di tutto la loro missione. Era convinto che avrebbe
ottenuto un rifiuto. In tal caso sarebbe stato suo diritto dichiarare
guerra. I rappresentanti di Alba agirono invece con maggiore flemma.
Ricevuti con amabile cortesia da Tullo, onorano con simpatia il
banchetto offerto dal re. Nel frattempo quelli di parte romana li avevano presi
sul tempo: la richiesta di risarcimento era già stata
presentata. Di fronte a un secco rifiuto da parte albana avevano quindi avanzato una
dichiarazione di guerra con decorrenza di lì a trenta
giorni. Di ritorno a Roma ne riferiscono a Tullo. Questi allora invita i delegati
albani a chiarire il motivo della loro missione. Ed essi, non essendo al
corrente di nulla, cominciano perdendo tempo in formalità. Si
scusarono di dover pronunciare parole probabilmente spiacevoli alle orecchie
di Tullo, ma dissero che gli ordini erano ordini. Sostennero di esser
venuti a rivendicare il maltolto e che gli era stato ingiunto di dichiarare
guerra in caso di rifiuto. A queste parole Tullo replicò: «Andate
dal vosro re e ditegli che il re di Roma chiama in causa gli dèi a
testimoniare quale dei due popoli abbia per primo sdegnosamente congedato gli
ambasciatori inviati a rivendicare quanto razziato, in modo tale che
facciano ricadere su di lui tutti i disastri di questa guerra.» 23 I rappresentanti di Alba se ne
tornano indietro a riferire questa risposta. Entrambi i popoli si
preparano con grandissimo ardore alla guerra, che si presentava come una vera
e propria guerra civile, addirittura quasi uno scontro tra padri
e figli: gli uni e gli altri erano di origine troiana in quanto Lavinio
era stata fondata da Troia, Alba da Lavinio e i Romani discendevano dai re
albani. Tuttavia l'esito della guerra rese lo scontro meno
deplorevole: infatti non si combatterono battaglie e, quando le abitazioni di
una sola delle due città furono distrutte, i due popoli si fusero in
uno. Gli Albani scesero in campo per primi e invasero il territorio romano
con un massiccio schieramento di forze. Pongono l'accampamento a non più
di cinque miglia da Roma e lo circondano con un fossato (cui, per
alcuni secoli, rimase il nome di fossa di Cluilio da quello del comandante,
finché, col passare del tempo, scomparvero fossato e nome). In questo
accampamento muore il re albano Cluilio e i suoi soldati eleggono
dittatore Mezio Fufezio. Nel frattempo, il bellicoso Tullo, imbaldanzito dalla
morte del re, sostenendo che l'onnipotenza divina si sarebbe
vendicata del nome albano (e il re stesso era solo l'inizio) per la guerra
criminale da lui scatenata, evitato nottetempo l'accampamento nemico,
andò a riversarsi in territorio albano. Questa manovra costrinse Mezio a uscire
dalle sue posizioni. Guidando l'esercito il più velocemente
possibile in direzione del nemico, manda avanti un inviato a dire a Tullo che
prima dello scontro egli ritiene necessario un colloquio tra i due
comandanti in capo. Nel caso l'altro avesse accettato, era sicuro di poter
avanzare delle proposte non meno interessanti per i Romani che per gli
Albani. Tullo non rifiutò, anche se fece schierare le sue truppe in ordine
di battaglia nel caso in cui le proposte si fossero dimostrate prive di
interesse. Gli Albani vanno a disporsi dall'altra parte. Finite le
manovre di schieramento dei due eserciti, i rispetivi comandanti,
scortati da pochi maggiorenti, avanzano verso il centro del campo di battaglia.
Il primo a parlare è l'albano: «Le razzie e il bottino non restituito
nonostante le esplicite richieste in base al trattato mi sembra siano i
pretesti che il nostro re Cluilio indicava come cause di questa guerra,
né dubito Tullo che i tuoi siano tanto diversi. Ma se vogliamo dire la
verità e non fare tanti giri di parole, è la sete di potere che
spinge alle armi due popoli vicini e provenienti dalla stessa stirpe. Non
sto a sbilanciarmi se con ragione o torto: la questione riguarda chi ha
suscitato la guerra. Io sono soltanto un generale scelto dagli Albani per
portare avanti le operazioni. Ma ecco, o Tullo, quello su cui vorrei attirare
la tua attenzione: le proporzioni della potenza etrusca, che circonda noi
ma soprattutto voi, le conosci meglio tu perché vivi più vicino
a loro. Per terra dominano, ma per mare non hanno avversari. Quindi, nel
momento in cui darai il segnale di battaglia, ricordati che gli Etruschi
staranno a guardare i nostri due eserciti e, non appena saremo allo
stremo delle forze, ne approfitteranno per assalire vincitori e vinti. Per
questo, agli dèi piacendo, visto che non ci basta la sicurezza della
libertà ma preferiamo abbandonarci all'incertezza tra il potere e la
schiavitù, vediamo di stabilire quale dei due popoli governerà
sull'altro senza grandi disastri e inutili spargimenti di sangue.» La proposta non
dispiacque a Tullo, nonostante fosse più incline allo scontro
sia per motivi di carattere che per la speranza di vittoria. Mentre entrambe
le parti stavano cercando di risolvere la questione, la sorte stessa
fornì loro una soluzione. 24 Per puro caso in entrambi gli
eserciti c'erano allora tre fratelli gemelli non troppo diversi né per
età né per forza. Si trattava degli Orazi e dei Curiazi, ormai tutti lo
sanno visto che è uno degli episodi più noti dei tempi antichi. Pur
essendo però un fatto così celebre, permangono ancora dei seri dubbi sui
popoli di rispettiva appartenenza di Orazi e Curiazi. Gli storici sono
divisi, anche se vedo che la maggior parte di essi chiama romani gli Orazi e
anch'io propendo per questa tesi. I re propongono ai tre gemelli un
combattimento nel quale ciascuno si sarebbe battuto per la propria
città: alla parte vittoriosa sarebbe toccata anche la supremazia. Nessuna
obiezione. Si stabiliscono tempo e luogo. Prima però di dare il via
allo scontro, Albani e Romani stipulano un trattato secondo il quale il popolo
i cui campioni avessero avuto la meglio avrebbe esercitato un potere
incondizionato sull'altro. Ogni trattato ha le sue clausole
particolari, ma le procedure sono sempre le stesse. Nella circostanza presente
sappiamo che fu strutturato in questi termini (ed è il più
antico trattato di cui si abbia memoria): il feziale rivolse a Tullo questa domanda: «Mi
ordini, o re, di stipulare un trattato col pater patratus del popolo albano?»
Poiché il re rispose affermativamente, egli proseguì:
«Io ti chiedo l'erba sacra.» Il re rispose: «Prendi dell'erba pura.»
Allora il feziale andò a raccogliere l'erba pura sulla cittadella. Quindi
rivolse al re questa domanda: «Re, mi nomini tu plenipotenziario reale del
popolo romano dei Quiriti ed estendi questo carattere sacrale ai miei
paramenti e ai miei assistenti?» Il re risponde: «Te lo concedo, purché non
debba danneggiare né me né il popolo romano dei Quiriti.» Il feziale, Marco
Valerio, nominò pater patratus Spurio Fusio toccandogli la testa e i
capelli con un ramoscello sacro. Il compito del pater patratus è
quello di pronunciare il giuramento, cioè di concludere solennemente il trattato. A
questo fine egli pronuncia una specie di ampollosa formula liturgica
che non vale la pena riportare. Quindi, dopo aver letto le clausole, il
feziale dice: «Ascolta, o Giove; ascolta, o pater patratus del popolo
albano e ascolta tu, popolo di Alba. Da queste clausole che, da queste
tavolette e dalla cera, sono state pubblicamente lette dalla prima
all'ultima parola e senza la malafede dell'inganno, e che sono state qui oggi
perfettamente capite, da queste clausole il popolo romano non
sarà il primo a recedere. E se lo farà, per una decisione ufficiale o con qualche
subdolo scopo, allora tu, o Giove superno, colpsci il popolo romano come
io ora vado a colpire questo maiale in questo giorno e in questo luogo. E
tanto più forte possa essere il tuo colpo quanto più grande e forte
è la tua potenza.» Detto questo, colpì il maiale con una selce. Allo stesso modo
gli Albani, attraverso il loro comandante e alcuni loro sacerdoti,
pronunciarono le formule rituali e il giuramento che li riguardavano. 25 Concluso il trattato, i gemelli,
come era stato convenuto, si armano di tutto punto. Da entrambe le parti i
soldati incitavano i loro campioni. Gli ricordavano che gli dèi
nazionali, la patria e i genitori, nonché tutti i concittadini rimasti a casa e
quelli lì presenti tra le fila avevano gli occhi puntati sulle loro
armi e sulle loro braccia. E i fratelli, pronti allo scontro non
già solo per il tipo di carattere che avevano ma esaltati dalle urla di chi
li incitava, avanzano nello spazio in mezzo alle due schiere. Gli uomini
di entrambi gli eserciti si erano intanto seduti di fronte ai rispettivi
accampamenti, tesissimi non tanto per qualche pericolo imminente, quanto
perché era in ballo la supremazia legata solo al valore e alla buona
sorte di pochi di loro. Così, sul chi vive e col fiato sospeso, si concentrano
sullo spettacolo non certo rilassante. Viene dato il segnale e i
sei giovani, come battaglioni opposti nello scontro, si buttano allo
sbaraglio con lo spirito di due eserciti interi. Né gli uni né gli
altri si preoccupano del proprio pericolo, ma pensano esclusivamente
alla supremazia o alla subordinazione del proprio paese e alle sorti future
della patria che loro soli possono condizionare. Al primo contatto l'urto
delle armi e il bagliore delle lame fecero gelare il sangue nelle vene agli
spettatori i quali, visto che nessuna delle due parti aveva avuto la
meglio, trattenevano muti il respiro. Ma quando poi si giunse al
corpo a corpo e gli occhi non vedevano solo più fisici in movimento e
spade e scudi branditi nell'aria ma cominciò a grondare sangue dalle
ferite, due dei Romani, colpiti a morte, caddero uno sull'altro, contro i tre
Albani soltanto feriti. A tale vista, un urlo di gioia si levò tra le
fila albane, mentre le legioni romane, persa ormai ogni speranza, seguivano
terrorizzate il loro ultimo campione circondato dai tre Curiazi. Questi, che
per puro caso era rimasto indenne, non poteva da solo affrontarli tutti
insieme, ma era pronto a dare battaglia contro uno per volta. Quindi,
er separarne l'attacco, si mise a correre pensando che lo avrebbero
inseguito ciascuno con la velocità che le ferite gli avrebbero permesso. Si
era già allontanato un po' dal punto in cui aveva avuto luogo lo scontro,
quando, voltandosi, vide che lo stavano inseguendo piuttosto sgranati e
che uno gli era quasi addosso. Si fermò aggredendolo con estrema
violenza e, mentre i soldati albani urlavano ai Curiazi di correre in aiuto
del fratello, Orazio aveva già ucciso l'avversario e si preparava al
secondo duello. Allora, con un boato di voci - quello dei sostenitori per
una vittoria insperata -, i Romani presero a incitare il loro campione che
cercava di porre presto fine al combattimento. Prima che il terzo
potesse sopraggiungere - e non era tanto lontano -, uccise il secondo. Ora lo
scontro era numericamente alla pari, uno contro uno; ma lo squilibrio
risultava nelle forze a disposizione e nelle speranze di vittoria. L'uno,
illeso ed esaltato dal doppio successo, era pronto e fresco per un terzo
scontro. L'altro, stremato dalle ferite e dalla corsa, si trascinava e, una volta
davanti all'avversario eccitato dalle vittorie, era già un
vinto, con negli occhi i fratelli appena caduti. Non fu un combattimento. Il
Romano gridò esultando: «Ho già offerto due vittime ai mani dei miei
fratelli: la terza la voglio offrire alla causa di questa guerra, che Roma
possa regnare su Alba.» L'avversario riusciva a malapena a tenere in mano le
armi. Orazio, con un colpo dall'alto verso il basso, gli
infilò la spada nella gola e quindi ne spogliò il cadavere. I Romani lo
accolsero con un'ovazione di gratitudine e la gioia era tanto più grande
quanto più avevano sfiorato la disperazione. I due eserciti si
accingono alla sepoltura dei rispettivi morti con sentimenti molto diversi, in
quanto gli uni avevano adesso la supremazia, gli altri la sottomissione
a un potere esterno. Le tombe esistono ancora, esattamente dove
ciascuno è caduto: le due romane nello stesso punto, più vicino ad
Alba, e le tre albane in direzione di Roma e con gli stessi intervalli che ci furono
nello scontro. 26 Prima di allontanarsi, Mezio, in
base alle clausole del trattato, chiede quali siano gli ordini e Tullo
gli ingiunge di tenere i giovani sotto le armi perché avrebbe avuto bisogno
delle loro prestazioni in caso di guerra contro Veio. Quindi gli
eserciti vengono ricondotti negli accampamenti. Alla testa dei Romani
marciava Orazio col suo triplice bottino. Di fronte alla porta Capena
gli andò incontro sua sorella, ancora nubile, che era stata promessa in sposa
a uno dei Curiazi. Appena riconobbe sulle spalle del fratello la
mantella militare del fidanzato che lei stessa aveva confezionato, si
sciolse i capelli e in lacrime ripeté sommessamente il nome del caduto. Il
suo pianto, proprio nel momento del tripudio pubblico per la vittoria,
irrita l'animo del giovane impetuoso che, estratta la spada, trafigge la
ragazza rivolgendole nel contempo queste parole di biasimo: «Vattene con
la tua bambinesca infatuazione, vattene dal tuo fidanzato, tu che
riesci a dimenticare i tuoi fratelli morti e quello vivo e addirittura la
patria. Possa così morire ogni romana che piangerà il nemico.»
L'atroce delitto sembrò orribile ai senatori e alla plebe, ma a ciò si
contrapponeva la prodezza di poche ore prima. Fu comunque preso e portato di fronte al
re per essere processato. Questi, non volendosi assumere l'intera
responsabilità di una sentenza così penosa e impopolare nonché della condanna a
morte che ne sarebbe seguita, convocò l'assemblea del popolo e disse:
«Secondo quanto è prescritto dalla legge, nomino una commissione di duumviri e
gli affido il compito di processare Orazio per lesa maestà.» Il
testo della legge era spaventoso: «I delitti di lesa maestà siano giudicati
dai duumviri. Se l'imputato ricorre in appello che l'appello dia luogo a una
discussione. Nel caso prevalgano i duumviri, si proceda a coprirne il
capo; quindi se ne leghi il corpo a un albero stecchito e lo si fustighi sia
dentro sia fuori il pomerio.» In virtù di questa disposizione,
vengono nominati i duumviri. Con una legge del genere sembrava loro impossibile
assolvere anche un innocente. Così, dopo averlo giudicato colpevole, uno di
essi disse: «Publio Orazio,ti condanno per lesa maestà. Vai
littore, legagli le mani.» Il littore gli si era avvicinato e stava per mettergli il
laccio, quando Orazio, su consiglio di Tullo, più clemente
nell'interpretare la legge, disse: «Ricorro in appello.» Il dibattito si
tenne così di fronte al popolo e la gente fu particolarmente influenzata
dalla testimonianza del padre di Orazio il quale sostenne che la morte
della figlia era stata giusta e aggiunse che in caso contrario egli
avrebbe fatto ricorso alla sua autorità di padre e punito il
figlio Orazio con le sue stesse mani. Poi implorò il popolo di non orbare
anche dell'ultimo figlio un uomo che fino a poco tempo prima la gente aveva visto
circondato da una notevole prole. Dicendo questo, il vecchio andò
ad abbracciare il giovane e, indicando le spoglie dei Curiazi appese nel punto
che ancor oggi si chiama Trofeo di Orazio, esclamò: «Quest'uomo che
poco fa avete ammirato incedere nell'ovazione trionfale della vittoria,
o Quiriti, ce la farete a vederlo legato e fustigato sotto una forca? Uno
spettacolo così ingrato che a malapena gli Albani riuscirebbero a
tollerarne la vista. Vai littore, incatena queste mani che poco fa hanno
dato al popolo romano la supremazia. Vai, incappuccia la testa
al liberatore di questa città e legalo a un albero stecchito. Fustigalo
sia dentro il pomerio - e quindi tra i trofei e le spoglie nemiche -,
sia fuori di esso - e quindi tra le tombe dei Curiazi. Dove potreste
portarlo questo giovane senza che la sua gloria gridi vendetta per l'onta di un
simile verdetto?» Il popolo, incapace di resistere alle lacrime del
padre e alla fermezza incrollabile del figlio di fronte a ogni pericolo,
assolse Orazio più per l'ammirazione suscitata dalla sua prodezza che per la
bontà della sua causa. E così, per purificare malgrado tutto il delitto
flagrante con una qualche espiazione, al padre venne ordinato di compiere
l'espiazione per il figlio a pubbliche spese. Per questo motivo egli
offrì dei sacrifici espiatori che da quel momento divennero una tradizione
peculiare della famiglia Orazia. Quindi eresse nella pubblica via una struttura
di travi e, come se si fosse trattato di un giogo vero e proprio, vi
fece passare sotto il figlio a capo coperto. La cosa esiste ncora e di
tanto in tanto viene rimessa in sesto a spese dello stato: si chiama
trave sororia. Quanto all'Orazia, le fu innalzato un sepolcro di pietre
squadrate nel punto in cui era caduta sotto i colpi del fratello. 27 Ma la pace con Alba non durò
a lungo. La gente era scontenta perché le sorti del paese erano state affidate a
tre soli soldati. Questo influenzò l'indole volubile del dittatore.
Così, visto che la saggezza non aveva avuto troppo successo, per
riconquistare la popolarità perduta, egli adottò il metodo della
malvagità. E come prima in tempo di guerra aveva cercato la pace, così adesso in
tempo di pace si mise a cercare la guerra. Rendendosi però conto che la sua
gente aveva sì coraggio ma ben poca forza, spinse altri popoli a dichiarare
guerra apertamente e con tutti i crismi, e riservò ai suoi uomini
la possibilità di tradire i Romani mostrando invece di voler essere al
loro fianco. Gli abitanti di Fidene, colonia romana, e quelli di Veio (che
erano stati messi a parte dei loro piani) vengono spinti a dare il via
alle ostilità con la promessa di poter contare sull'appoggio di Alba durante
il conflitto. Quando Fidene si ribellò senza mezzi termini,
Tullo convocò Mezio e le sue truppe da Alba e mosse contro il nemico. Attraversato
l'Aniene, si accampa alla confluenza dei due fiumi. Invece l'esercito dei
Veienti aveva guadato il Tevere in un punto tra quella zona e Fidene. Lo
schieramento per la battaglia era questo: all'ala destra, lungo il fiume,
i Veienti, mentre alla sinistra, verso le montagne, i Fidenati. Tullo
dirige i suoi contro quelli di Veio e
piazza gli Albani a fronteggiare i Fidenati. Il coraggio e la
lealtà non erano il punto forte del generale
albano. Non osando quindi né tenere la posizione né disertare apertamente,
prese ad avvicinarsi a poco a poco alla montagna. Quando ritenne di
esservisi avvicinato a sufficienza, ancora incerto sul da farsi, fece
spiegare le sue forze per guadagnare un po' di tempo. Il suo piano era questo:
scendere in campo dalla parte di chi stava avendo la meglio. I Romani
che si trovavano più vicini, quando si resero conto di avere i fianchi
scoperti per la ritirata degli alleati, rimasero annichiliti. Allora un
cavaliere partì al galoppo e andò a riferire al re dell ritirata albana in
corso. Tullo, nel pieno della crisi, fa voto di creare dodici Salii e
di innalzare dei santuari al Pallore e al Panico. Interpellando il
cavaliere ad alta voce, in maniera da poter essere sentito dal nemico, gli
ingiunge di tornare in prima linea. Non c'era motivo di panico. Lui
stesso aveva ordinato alle truppe di Alba quella manovra di
accerchiamento per prendere da dietro i fianchi scoperti dei Fidenati. Fa inoltre
ordinare alla cavalleria di alzare le lance. Con questa mossa riuscì a
nascondere a parte della fanteria romana la manovra di ripiegamento delle truppe
albane. Chi se n'era reso conto si fidò di quel che aveva sentito
dal re e si buttò con più foga nella mischia. Il terrore passò
così dalla parte dei nemici, sia perché avevano sentito la frase pronunciata ad alta
voce dal re, sia perché gran parte dei Fidenati, avendo avuto tra di loro
dei Romani come coloni, sapevano il latino. Quindi, per evitare che
un'improvvisa calata degli Albani dal fianco del monte chiudesse loro la
strada in direzione della città, tornarono indietro. Tullo li insegue e,
sbaragliata l'ala dei Fidenati, rinviene con più impeto su
quella dei Veienti, demoralizzati dal panico degli alleati. Anch'essi evitarono lo
scontro ma non riuscirono a fuggire alla spicciolata perché si trovarono
l'ostacolo del fiume alle spalle. Quando arrivarono lì, alcuni,
gettando ignominiosamente le armi, si buttavano in acqua alla cieca, altri,
attardatisi sulla riva, nell'indecisione tra il fuggire e il
combattere, si facevano uccidere. In nessuna battaglia precedente i Romani
versarono così tanto sangue. 28 Fu allora che l'esercito albano,
spettatore dello scontro, riguadagnò la piana. Mezio si congratula con Tullo
della vittoria sui nemici e Tullo gli risponde cortesemente. Quindi
ordina agli Albani (e possa la cosa avere buon fine!) di unire il loro
accampamento a quello dei Romani e poi prepara un sacrificio di purificazione
per il giorno successivo. Quando all'alba tutto era pronto, convoca in
assemblea i due eserciti. Gli araldi, avendo iniziato dal fondo del
campo, chiamarono per primi gli Albani che, colpiti dall'assoluta
novità della cosa, si andarono a piazzare vicino al re per non perderne
il discorso. La legione romana, armata secondo quanto convenuto, li
circonda. I centurioni avevano l'ordine tassativo di portare a termine
senza indugi quello che gli era stato comandato. Allora Tullo prese la
parola e disse: «O Romani, se mai prima di questa volta, in tutte le
guerre da voi combattute, avete avuto ragione di rendere grazie prima agli
dèi immortali e poi al vostro stesso valore, questo è successo nella
battaglia di ieri. Infatti non avete combattuto solo col nemico, ma - e in
questo sta la maggiore pericolosità della cosa - avete anche dovuto
affrontare il subdolo tradimento degli alleati. Sia dunque chiaro: non
è su mio ordine che gli Albani si sono spostati verso la montagna. Quello che
avete sentito da me non è stato un mio comando ma una calcolata
simulazione: volevo evitare che, rendendovi conto di essere stati abbandonati, vi
distraeste dalla battaglia e nel contempo volevo scatenare panico e fuga
tra i nemici facendo credere loro di essere stati aggirati. E non tutti
gli Albani sono responsabili del crimine in questione: hanno seguito il
loro comandante, come avreste fatto anche voi se vi avessi ordinato una
qualche manovra sul campo. È Mezio che ha guidato quella diversione. Lo stesso
Mezio che ha architettato questa guerra, lo stesso Mezio che ha infranto
il trattato tra Romani e Albani. Che qualcun altro possa di qui in poi
ripetere una simile prodezza, se io di costui non farò un clamoroso
esempio per l'intero genere umano.» Quindi i centurioni, armi alla mano,
circondano Mezio, mentre il re, con lo stesso tono con cui aveva iniziato,
riprese: «Che la prosperità e la buona sorte siano col popolo romano, con me e
anche con voi, o Albani. È mia intenzione trasferire tutta la gente di
Alba a Roma, concedere la cittadinanza alle classi subalterne,
eleggere senatori i nobili e avere una sola città e un solo stato.
Come un tempo la civiltà albana fu divisa in due popoli, possa oggi riacquistare
la sua unità.» A queste parole, i giovani albani, disarmati e circondati
da armati, benché divisi nelle reazioni individuali al discorso, erano
tuttavia uniti nel silenzio dovuto alla paura unanime. Allora Tullo disse:
«Mezio Fufezio, se tu fossi in grado di apprendere la lealtà e
il rispeto dei trattati, ti lascerei in vita e potresti venire a lezione da me.
Ma siccome la tua è una disposizione caratteriale
immodificabile, col tuo supplizio insegna al genere umano a mantenere i sacri
vincoli che hai violato. Pertanto, come poco fa la tua mente era divisa tra
Fidene e Roma, ora tocca al tuo corpo essere diviso.» Quindi chiede due
quadrighe e vi fa legare Mezio teso nel mezzo. Poi incita i cavalli in
direzioni diverse: ciascun carro si trascinò via pezzi del corpo
maciullato, rimasti attaccati ai lacci che lo vincolavano da ambo le parti. Tutti
distolsero lo sguardo da uno spettacolo così orribile. Quella
fu la prima e ultima volta che i Romani ricorsero a un tipo di pena contraria a
ogni umana legge. Per il resto possiamo infatti vantarci di non essere
secondi a nessun popolo nella clemenza delle pene inflitte. 29 Frattanto, vennero mandati ad Alba
dei cavalieri per trasferire a Roma la popolazione. A essi seguirono poi le
legioni per distruggere la città. Quando ne superarono le porte, non ci
fu, a dire il vero, quel fuggi fuggi terrorizzato che è classico
delle città conquistate, quando il nemico fa breccia negli ingressi, abbatte le mura
a colpi d'ariete, assalta la cittadella e poi dilaga per le strade
mettendo ogni cosa a ferro e fuoco in un boato di urla e di armi. Niente
di tutto questo: solo un lugubre silenzio e un dolore senza voce. Tutti
erano così depressi che, in balia della paura, non avevano più la
lucidità di decidere cosa abbandonare lì e cosa portarsi dietro e si
interpellavano a vicenda ora immobili di fronte alle porte, ora in un abulico vagare
dentro le case che avrebbero visto per l'ultima volta. Poi, quando ormai i
cavalieri gli urlavano di sbrigarsi a uscire, quando già
si iniziava a sentire il fragore delle prime case demolite nei sobborghi e il
polverone dei crolli nei quartieri lontani aveva coperto ogni cosa come
una nuvola bassa e diffusa, allora ciascuno cercava di afferrare
ciò che poteva uscendo dalla casa in cui era nato e cresciuto e in cui doveva
lasciare lari e penati. Subito le strade si riempirono di una fila interminabile
di sfollati i quali, specchiandosi nello stato miserando dei propri
consanguinei, ricominciarono a piangere e urla strazianti di dolore (erano
soprattutto donne) si levarono quando passarono davanti ai templi piantonati
dai soldati armati in quanto sembrò loro di lasciare le divinità in
mano al nemico. I Romani fanno uscire gli Albani dalla città e poi radono
al suolo tutti gli edifici, pubblici e privati, e in un'ora soltanto azzerano
i quattrocento anni di storia che Alba aveva alle spalle. L'unica cosa
risparmiata, secondo le disposizioni del re, furono i templi. 30 Con la distruzione di Alba, Roma si
espande, raddoppia la sua popolazione. Il colle Celio viene
inserito nella città e, per spingere la gente a sceglierlo come residenza,
Tullo lo elegge a sede permanente della reggia da quel momento in poi. La
nobiltà albana (Giuli, Servili, Quinzi, Gegani, Curiazi e Cleli) ottenne nomine
senatoriali, così che anche quella parte dello Stato potesse avere un
incremento numerico. E come sede consacrata per questo strato sociale
che egli stesso aveva aumentato di proporzioni creò la curia, che
continuava ad avere il nome di Curia Ostilia ancora ai tempi dei nostri
padri. E perché tutte le classi potessero crescere numericamente grazie
al nuovo popolo, arruolò dieci plotoni di cavalieri, completò i
ranghi delle vecchie legioni e ne creò di nuove, sempre attingendo esclusivamente alle
forze alleate. Confidando in queste forze, Tullo
dichiara guerra ai Sabini che, in quel tempo, eran secondi soltanto agli
Etruschi per disponibilità di uomini e di armi. Entrambe le parti avevano
causato danni senza poi mai farvi seguire alcuna riparazione. Tullo
lamentava la cattura di alcuni mercanti romani nel pieno di una fiera nei
pressi del tempio di Feronia. I Sabini sostenevano invece che tempo prima
alcuni dei loro concittadini erano andati a rifugiarsi nel bosco sacro del
santuario ed erano stati trattenuti a Roma. Questi erano i
pretesti addotti per la guerra. I Sabini, però, non trascuravano
che parte delle loro forze era stata trasferita a Roma da Tazio e che la
potenza romana era cresciuta grazie alla recente annessione del popolo
albano. Per questi motivi, cominciarono anch'essi a cercare aiuti dall'estero.
Gli Etruschi erano vicini, ma ancora più vicini erano i
Veienti. Presso questi ultimi, essendo il rancore dovuto alle recenti guerre un
incentivo fortissimo alla rivolta, riuscirono a mettere insieme dei
volontari e ad assoldare degli avventurieri senza né arte né parte
attratti soltanto dall'opportunità di fare due soldi. Non venne fornito alcun
aiuto ufficiale: Veio (e a maggior ragione gli Etruschi) restava fedele al
suo trattato concluso con Romolo. Mentre l'una e l'altra parte si
preparavano scrupolosamente alla guerra e sembrava che avrebbe avuto la meglio
chi avesse aggredito per primo, Tullo anticipa i nemici e invade il
territorio dei Sabini. Ci fu uno scontro tremendo presso la selva Maliziosa. I
Romani ebbero la meglio grazie sì alla forza d'urto della loro fanteria,
ma soprattutto grazie alla recente immissione di effettivi nella
cavalleria. Fu proprio una carica improvvisa di cavalieri a seminare il panico tra
le fila sabine; da quel momento in poi non furono più in grado né
di tenere la propria posizione in battaglia, né di districarsi con la
fuga senza incappare in perdite massicce. 31 Dopo la disfatta inflitta ai Sabini,
e quando ormai il regno di Tullo e la potenza romana avevano raggiunto il
vertice della gloria e della ricchezza, ecco che venne annunciato al
re e ai senatori che sul monte Albano stavano piovendo pietre. Siccome
la cosa non era molto verisimile, furono inviati dei messi a controllare
il fenomeno. Essi riferirono di aver visto coi loro occhi una spessa
pioggia di pietre che cadevano come chicchi di grandine ammucchiata dal
vento sulla terra. Nel bosco che c'é in cima alla vetta era sembrato loro
anche di sentire una voce possente la quale ordinava agli Albani di
celebrare, secondo il rito tradizionale, i sacrifici che essi avevano lasciato
cadere nell'oblio quando, con la città, avevano abbandonato anche
i loro dèi e adottato culti romani o, come spesso succede, rinnegato i propri per
un risentimento nei confronti del destino. Anche i Romani, a séguito
di questo prodigio, proclamarono una novena ufficiale, sia per la voce
celeste emessa dal monte Albano (così vuole la tradizione), sia
su consiglio degli aruspici. In ogni modo, rimase un'usanza abituale: ogni qual
volta si fosse ripetuto un fenomeno analogo, sarebbero seguiti nove giorni
di festa. Non molto tempo dopo Roma fu colpita da
un'epidemia cui fece séguito una riluttanza alle prestazioni militari.
Ciò nonostante, il bellicoso re Tullo non dava tregua ai suoi sudditi,
persuaso com'era che le esercitazioni militari fossero
più salutari ai fisici dei giovani che l'aria di casa. Finché lui stesso non
fu colpito da una malattia dal lungo decorso. E allora l'infermità ne
minò simultaneamente il corpo e l'indole bellicosa a tal punto che uno come lui,
in passato convintissimo che nulla fosse più indegno per un re che
occuparsi della sfera religiosa, improvvisamente divenne vittima di ogni
forma di piccola e grande superstizione e prese a imbottire la
sua gente di scrupoli religiosi. Tutti ormai reclamavano un ritorno allo
stato delle cose ai tempi di Numa, pensando che l'unico rimedio alla
deperibilità dei loro corpi consistesse nella benevolenza e nel perdono degli
dèi. Il re stesso, così vuole la tradizione, poiché consultando le
memorie di Numa aveva trovato menzione di certi sacrifici occulti praticati in
onore di Giove Elicio, vi si dedicò in segreto. Il fatto
è che commise qualche errore nel preparare o nel celebrare il rito e quindi, non
solo non ebbe alcuna visione divina, ma suscitò anche l'ira di Giove
il quale, irritato dalla profanazione del culto, incenerì con un fulmine
il re e il suo palazzo. Comunque, il glorioso regno di questo re guerriero
durò trentadue anni. 32 Alla morte di Tullo, il potere, in
conformità alla regola stabilita sin dall'inizio, era tornato ai senatori i
quali nominarono un interré. Questi convocò l'assemblea e il popolo
elesse re Anco Marzio, con la ratifica del senato. Anco Marzio era nipote per
parte di madre del re Numa Pompilio. Quando salì al trono,
ricordandosi della gloria dell'avo, aveva la ferma convinzione che il regno precedente,
tra le tante cose positive, avesse mostrato un'unica debolezza: i riti
religiosi erano stati trascurati o praticati male. Perciò ritenne
che la prima cosa da farsi fosse ristabilire le pubbliche cerimonie
secondo il rituale fissato da Numa e a questo proposito ordinò al
pontefice massimo di copiare tutte le prescrizioni cultuali dai taccuini del
re su una tavoletta bianca da esporre poi in pubblico. Questo primo
passo fece sperare ai Romani avidi di pace e ai popoli confinanti che il
re avrebbe seguito le orme dell'avo tanto nel carattere quanto nel tipo di
politica. Così i Latini, coi quali era stato firmato un trattato durante
il regno di Tullo, ripresero coraggio e fecero un'incursione nel
territorio romano. Quando i Romani gliene chiesero riparazione, essi
risposero in maniera sprezzante, convinti che un re del genere avrebbe
trascorso l'intera durata del suo regno dietro altari e santuari. Ma il
carattere di Anco era perfettamente equilibrato, una via di mezzo tra Numa
e Romolo. Inoltre pensava che durante il regno dell'avo ci fosse
maggiore bisogno di pace perché il popolo era nuovo e indisciplinato, ma
anche che gli sarebbe stato difficile ottenere quella
tranquillità che l'avo era riuscito a ottenere senza eccessivi travagli. Adesso che
mettevano alla prova la sua pazienza e poi la disprezzavano, per i tempi in
corso, sul trono era meglio un Tullo che un Numa. Ma come Numa in
tempo di pace aveva fornito un regolamento per le pratiche religiose,
allo stesso modo egli adesso voleva istituire un cerimoniale di guerra,
così che non ci si limitasse soltanto a fare le guerre ma le si dichiarasse
anche secondo un qualche formulario fisso. E per approntarlo ricorse a una
regola dell'antica tribù degli Equicoli, cui ancor oggi i feziali si
attengono per presentare un reclamo. Quando l'inviato arriva alle frontiere
del paese cui viene rivolto il reclamo, con il capo coperto da un
berretto (dotato di un velo di lana), dice: «Ascolta, Giove; ascoltate, o
frontiere,» e qui specifica del tale e del talaltro paese, «e mi ascolti anche
il sacro diritto. Io sono il rappresentante ufficiale del popolo
romano. Vengo per una missione giusta e santa: abbiate per questo fiducia
nelle mie parole.» Quindi elenca i reclami e chiama a testimone Giove: «Se
io non mi attengo a ciò che è santo e giusto nel reclamare che mi
vengano consegnati questi uomini e queste cose, possa non ritrovare
pù la mia terra.» Ripete questa formula quando attraversa il confine; la ripete
al primo uomo che incontra, la ripete quando entra in città, la
ripete facendo ingresso nel foro, con solo qualche piccola modifica nella
forma e nell'invocazione del giuramento. Se l'oggetto del suo reclamo
non viene restituito entro il trentatreesimo giorno (si tratta del
termine convenzionale), dichiara guerra con questa formula: «Ascolta,
Giove, e ascolta tu, o Giano Quirino, e voi tutte divinità del cielo,
della terra e degli inferi, ascoltatemi. Io vi chiamo a testimoni che questo
popolo,» e ne fa il nome, «è ingiusto e non ripara quanto deve. A questo
proposito, chiederemo consiglio in patria, ai più anziani tra i
nostri concittadini, su come ottenere quanto ci spetta di diritto.» Poi il
messaggero torna a Roma per la decisione definitiva. E subito il re si consulta
coi senatori grosso modo in questi termini: «A proposito degli oggetti,
delle controversie e delle cause di cui il pater patratus del popolo romano
ha discusso con il pater patratus dei Latini Prischi e con alcuni dei
Latini Prischi, a proposito di ciò che non è stato consegnato,
restituito e fatto di quello che doveva essere consegnato, restituito e fatto, dimmi,»
rivolgendosi al primo che lo aveva consultato, «che cosa ne pensi?» E
l'altro replica: «Penso sia giusto e sacrosanto riottenere il dovuto con la
guerra: questi sono il mio pensiero e
il mio voto.» Poi a turno vengono consultati gli altri. E una volta ottenuto il consenso della maggioranza,
tutti si trovano d'accordo sulla guerra. Di solito il feziale porta ai
confini con l'altra nazione una lancia dal puntale di ferro o temprato
sul fuoco e, di fronte ad almeno tre adulti, dice: «Poiché i popoli dei
Latini Prischi e alcuni dei Latini Prischi si sono resi responsabili di
atti e offese contro il popolo romano dei Quiriti; poiché il popolo romano
dei Quiriti ha dichiarato guerra ai Latini Prischi e il senato del popolo
romano dei Quiriti ha votato, approvato e dato il suo consenso a
questa guerra coi Latini Prischi, per i suddetti motivi, io - e quindi il
popolo romano dei Quiriti - dichiaro guerra ai popoli dei Latini Prischi e
ai cittadini dei Latini Prschi e la metto in pratica.» Detto ciò,
scaglia la lancia nel loro territorio. Ecco dunque in che termini fu esposto il
reclamo ai Latini e come fu loro dichiarata guerra: l'usanza è
passata ai posteri. 33 Anco, dopo aver lasciato ai Flamini
e ad altri sacerdoti l'incarico di provvedere ai sacrifici, si mise in
marcia con un esercito di recente formazione e conquistò di forza
Politorio, città dei Latini. Quindi, seguendo l'usanza dei suoi predecessori
sul trono, i quali avevano ingrandito Roma integrandovi i nemici
fatti prigionieri, vi trasferì l'intera popolazione. E visto che i
primi Romani avevano occupato il Palatino, i Sabini il Campidoglio e la
cittadella, e gli Albani il monte Celio, al nuovo nucleo di stranieri fu
assegnato l'Aventino, sul quale, non molto tempo dopo, vennero
trasferiti gli abitanti anche di altre due città conquistate, Tellene e
Ficana. In séguito Politorio fu attaccata una seconda volta perché i Latini Prischi
l'avevano rioccupata dopo l'evacuazione. Ciò fornì
ai Romani il pretesto per raderla al suolo: non avrebbe così più offerto
rifugio ai nemici. Alla fine la guerra coi Latini si concentrò integralmente su
Medullia, dove, per un po' di tempo, si combatté con un certo equilibrio e non
era facile prevedere chi avrebbe avuto la meglio. Infatti la
città era dotata di solide fortificazioni e difesa da una guarnigione piuttosto
tenace. Inoltre, l'armata latina, accampata in aperta pianura, non
perdeva occasione di venirsi a scontrare coi Romani. Alla fine, impegnando tutti
gli uomini a disposizione, Anco ottenne la sua prima vittoria in
battaglia e rientrò a Roma con un immenso bottino. Migliaia di Latini li
integrò in città e, per unire Aventino e Palatino, diede loro come sede la zona
intorno al tempio di Murcia. Integrò nella cerchia urbana anche
il Gianicolo, non tanto per bisogno di spazio, quanto piuttosto per evitare
che quella roccaforte potesse un giorno cadere in mano al nemico. Si
decise non solo di munirlo di fortificazioni, ma anche di metterlo in
comunicazione con il resto della città mediante un ponte di legno
che ne avrebbe facilitato l'accesso e che fu il primo costruito sul Tevere. Anche
la fossa dei Quiriti, difesa no trascurabile sul versante più
esposto a incursioni dalle pianure, è opera di Anco. Con questi possenti incrementi
umani, all'interno di una popolazione così numerosa era
divenuto difficile distinguere il bene dal male e di conseguenza il crimine
proliferava nell'ombra. Quindi, per scoraggiare la crescente
illegalità, venne costruito un carcere in pieno centro, a due passi dal foro. Il regno
di Anco non significò espansione soltanto per la città, ma anche
per la campagna e i dintorni. Il bosco di Mesia, tolto ai Veienti, estese il
dominio di Roma fino al mare, e alle foci del Tevere venne fondata Ostia,
intorno alla quale furono create delle saline. Per celebrare invece i
successi militari fece ingrandire il tempio di Giove Feretrio. 34 Durante il regno di Anco, venne ad
abitare a Roma Lucumone, personaggio intraprendente ed economicamente molto
solido, attirato soprattutto dall'ambizione e dalla speranza di
raggiungere posizioni di grande rilievo che non era riuscito a ottenere a
Tarquinia (in quanto anche in quella città era uno straniero). Era
figlio di Demarato di Corinto, il quale, fuggito dalla patria a séguito di
disordini, si era stabilito per puro caso a Tarquinia e lì aveva
preso moglie e messo al mondo due figli, i cui nomi erano Arrunte e Lucumone. Lucumone
sopravvisse al padre e ne ereditò tutte le sostanze. Arrunte morì
invece prima del genitore, lasciando la moglie incinta. Demarato non visse
molto più a lungo del figlio e, ignorando che la nuora era incinta,
morì senza ricordarsi del nipotino nel testamento. Il bambino nacque dopo la
scomparsa del nonno e, non essendo destinato a ereditare, fu chiamato
Egerio in ragione della sua miseranda condizione. In Lucumone, invece,
nominato erede universale, la boriosa presupponenza dovuta alle sostanze
ricevute aumentò ancora di più quando sposò un'esponente della
più altolocata aristocrazia locale, Tanaquil, la quale non poteva ammettere che il suo
matrimonio la declassasse dal rango in cui era nata. Gli Etruschi
emarginavano Lucumone perché era straniero e figlio di un profugo. La moglie, non
potendo tollerare quest'onta, mise da parte l'attaccamento innato per la
patria e, pur di vedere onorato il marito, prese la decisione di emigrare
da Tarquinia. Roma faceva in tutto al caso suo: in mezzo a gente nuova,
dove si diventava nobili in fretta e in base ai meriti, ci sarebbe stato
spazio per un uomo coraggioso e intraprendente. A Roma aveva regnato
Tazio, un sabino; Numa, per farlo re, lo erano andati a cercare a Cures; Anco
era figlio di madre sabina, e tra i ritratti degli antenati poteva vantare
soltanto Numa. Non le è quindi difficile convincere un uomo ambizioso
e per il quale Tarquinia era solo il luogo di nascita. Così,
raccolte tutte le loro cose, partono alla volta di Roma. Quando arrivarono nei pressi
del Gianicolo (un puro caso che successe lì), mentre erano
seduti nel loro carro, un'aquila planò su di loro con una dolce cabrata e
portò via il cappello a Lucumone. Poi, volteggiando sopra il carro ed
emettendo versi acutissimi, come se stesse compiendo una qualche missione divina,
si abbassò di nuovo e glielo rimise perfettamente in testa. Quindi
sparì nell'alto del cielo. Si racconta che Tanaquil, essendo da buona etrusca una
vera esperta di prodigi celesti, accolse con entusiasmo il presagio.
Abbracciando il marito lo invita a sperare grandi cose, spiegandogli che
quello era il senso dell'uccello, della parte del cielo da cui era
arrivato e del dio da cui era stato inviato: segno che era stato tolto un
ornamento posto sulla testa di un uomo, perché venisse ricollocato su
ordine di un dio. Con in mente queste ottimistiche previsioni, entrarono a
Roma. Lì trovarono casa e concordarono il nome da spacciare alla
gente: Lucio Tarquinio Prisco. Agli occhi dei Romani faceva colpo per la
sua provenienza e per la condizione economica. Lui, da par suo, aiutava la
buona sorte rendendosi gradito a chiunque potesse grazie ai suoi modi
affabili, alla generosa ospitalità e alla munificenza. A tal punto che la
stima di cui era fatto oggetto arrivò fino alla reggia. E il re non lo
apprezzò per quel che era finché la generosità e l'efficienza
dimostrate nei servigi prestati non gli garantirono un posto tra gli amici
più intimi, tanto da essere consultato per questioni di carattere pubblico e
privato sia in pace che in guerra. E il re, dopo averlo messo alla prova in
tutti i modi possibili, nel testamento lo nominò tutore dei
propri figli. 35 Anco regnò ventiquattro anni
e non fu secondo a nessuno dei suoi predecessori per capacità
specifiche e gloria acquisita in campo militare e civile. I suoi figli erano ormai
quasi degli uomini fatti e per questo
Tarquinio non perdeva l'occasione di sollecitare l'anticipo
dell'assemblea popolare per l'elezione del re. Quando
ne fu indetta la convocazione, egli mandò i ragazzi a una battuta di
caccia. Pare che Tarquinio fu il primo a impegnarsi in una campagna per il trono
e che pronunciò un discorso puntato a conquistare il favore
popolare. Disse che il suo caso non era privo di precedenti e, per evitare che
qualcuno potesse stupirsi e indignarsi, che lui non sarebbe stato
il primo bensì il terzo straniero a puntare al trono di Roma. Tazio,
addirittura, non solo era un re forestiero, ma proveniva da un paese nemico
e Numa, pur non conoscendo affatto Roma e non avendo avanzato
alcuna candidatura, era stato invitato ad assumere l'incarico. Quanto a se
stesso, dal giorno in cui era diventato padrone della propria
persona, era venuto a stabilirsi a Roma con la moglie e tutto quello che
possedeva. E la parte di vita che di solito si dedica all'adempimento dei
propri doveri di cittadini, lui l'aveva trascorsa a Roma e non nella
sua città natale; quanto alla sfera civile e a quella militare, aveva
appreso il diritto e i culti religiosi romani da un maestro assolutamente
fuori del comune, cioè il re Anco in persona. Il suo ossequio e il suo
rispetto per la persona del re non erano inferiori a quelli di nessuno; quanto
poi a generosità verso il prossimo, solo il re stesso lo era stato
più di lui. Il popolo romano, sentendo che non mentiva elencando questi aspetti,
lo nominò re con un consenso unanime. Ed egli, una volta sul trono,
non tradì tutti i sani principi morali che aveva pubblicizzato quando
si era autocandidato. Impegnandosi non meno a rinforzare il proprio regno
che a consolidare la potenza dello Stato, nomina cento nuovi senatori,
noti di lì in poi come di secondo ordine, i quali divennero incrollabili
sostenitori del re al cui favore dovevano la loro nomina in senato. La sua prima guerra fu contro i Latini:
prese d'assalto la loro città di Apiole e, avendone riportato un bottino
superiore a quanto ci si aspettava dalle prime voci, organizzò dei
giochi più ricchi ed elaborati di quelli dei predecessori. Fu in questa
occasione che venne scelto e delimitato lo spazio per il circo che oggi si chiama
Circo Massimo. Divise tra senatori e cavalieri dei lotti di terra perché
si costruissero dei palchi da utilizzare durante gli spettacoli.
Detti palchi ebbero il nome di fori e poggiavano su sostegni sollevati di
dodici piedi dal livello del terreno. La manifestazione ruotò intorno
a gare di equitazione e a incontri di pugilato con atleti per la maggior
parte etruschi. Da quell'occasione i giochi rimasero uno spettacolo
regolarmente allestito ogni anno e a seconda dei casi vennero chiamati
Giochi Romani o Grandi Giochi. Fu sempre Tarquinio a dividere tra i privati
cittadini appezzamenti di terreno edificabile intorno al foro, i quali
vennero utilizzati per la costruzione di portici e negozi. 36 Stava anche preparandosi a dotare
Roma di una cerchia muraria in pietra, quando una guerra coi Sabini si
sovrappose ai suoi progetti. La cosa fu così improvvisa che i
nemici attraversarono l'Aniene prima che l'esercito romano potesse mettersi in
marcia e andargli a chiudere il passaggio. A Roma fu subito il panico.
Sulle prime l'esito dello scontro fu incerto ed entrambe le parti ebbero
parecchie perdite. Poi il nemico rientrò nell'accampamento, dando
così ai Romani la possibilità di riorganizzarsi da capo per la guerra.
Tarquinio pensava che le sue truppe avessero particolari carenze nei
reparti di cavalleria e per questo, alle centurie dei Ramnensi, dei Tiziensi e
dei Luceri che erano state arruolate da Romolo, egli stabilì di
aggiungerne altre cui sarebbe rimasto legato il
suo nome. Romolo però aveva agito soltanto dopo un'opportuna
consultazione augurale e Atto Navio, famoso augure di
quegli anni, disse che non si potevano apportare modifiche o
introdurre innovazioni nella struttura dell'esercito senza l'approvazione
degli uccelli. Il re reagì stizzito e, per ridicolizzarne la presunta scienza,
disse: «Avanti, visto che sei un veggente, chiedi un po' ai tuoi uccelli
se si può mettere in pratica quello a cui sto pensando in questo
momento!» E quando Atto, dopo aver consultato il volo degli uccelli, disse
che la cosa si sarebbe avverata di sicuro, il re ribatté: «Ben fatto! Il
problema è che io stavo pensando che tu riuscissi a tagliare in due una
pietra con un rasoio. Prendi i due oggetti e vedi di fare quello che
secondo i tuoi uccelli è possibile.» Pare che a quel punto l'augure, senza
un attimo di esitazione, tagliò in due la pietra. C'era una statua di Atto
in piedi a capo velato nel luogo del miracolo, in pieno comizio e
proprio sulle scale che portano alla parte sinistra della curia. Dicono che
anche la pietra fu collocata nello stesso punto per ricordare il prodigio
ai posteri. Sta di fatto che gli auguri e la loro professione
acquistarono in séguito un tale prestigio, che tanto in pace quanto in guerra non
si prese più nessuna iniziativa senza prima aver tratto gli auspici:
assemblee popolari, chiamate alle armi, pratiche di estrema importanza,
tutto veniva rimandato se non si aveva l'approvazione degli uccelli.
Così nemmeno Tarquinio apportò delle modifiche alla procedura nel caso
presente delle centurie di cavalleria: raddoppiò il loro numero di
effettivi in maniera tale da avere milleottocento cavalieri distribuiti in
tre centurie. Mantennero lo stesso nome delle centurie dove erano stati
arruolati, salvo assumere la denominazione di Posteriori. Oggi,
visto che ne sono state aggiunte altre tre, si chiamano le sei centurie. 37 Una volta rinforzata questa parte
dell'esercito, ci fu un secondo scontro con i Sabini. Ma, oltre che
dall'incremento di effettivi, l'esercito romano fu aiutato anche da
un astuto espediente: alcuni uomini vennero inviati a raccogliere una gran
massa di fascine lungo la riva dell'Aniene e a gettarle nel fiume dopo
avervi dato fuoco. La legna incendiata, spinta dal vento a favore,
andò a finire per lo più sulle barche e sui supporti in legno del
ponte che prese fuoco. Lo stesso espediente seminò il panico tra
i Sabini nel pieno della battaglia e impedì loro la ritirata quando
poi cominciò il fuggi fuggi. Molti riuscirono a evitare il nemico ma morirono
nel fiume. Parte delle loro armi, galleggiando sull'acqua, furono
riconosciute nel Tevere e diedero a Roma la notizia della grande vittoria
ancora prima che arrivassero i messaggeri ad annunciarla. I
protagonisti assoluti di questa battaglia furono i cavalieri: collocati ai due
fianchi dei reparti, quando ormai il centro, composto di fanti, si stava
ritirando, essi attaccarono da entrambi i lati con una tale energia
che non solo riuscirono a frenare le legioni sabine che al momento stavano
pressando gli altri Romani in ritirata, ma le misero anche in fuga. I
Sabini si sparpagliarono disordinatamente verso le montagne, ma
solo pochi di essi le raggiunsero. La maggior parte, come già detto
prima, fu spinta nel fiume dai cavalieri. Tarquinio, pensando fosse opportuno
insistere mentre gli avversari erano in preda al panico, inviò a Roma
bottino e prigionieri; quindi, per realizzare un voto fatto a Vulcano,
diede ordine di accatastare la grande quantità di armi sottratte al
nemico e di darvi fuoco. Poi, alla testa dell'esercito, invase il territorio sabino.
Nonostante la brutta batosta e le poche speranze di ribaltare le sorti
ormai compromesse della battaglia, i Sabini, non avendo tempo a
sufficienza per ponderare una decisione, scesero in campo con i resti
raccogliticci delle loro truppe. Sconfitti però una seconda volta e allo
stremo delle forze, chiesero la pace. 38
Ai Sabini furono tolti Collazia e il territorio oltre Collazia. A governarla con una guarnigione rimase Egerio,
nipote di Tarquinio. A quanto ne so, ecco in che termini e
come avvenne la resa dei Collatini. Il re chiese: «Siete voi i legati e i
portavoce mandati dai Collatini con l'incarico di consegnare voi stessi e il
popolo collatino?» «Sì.» «Il popolo collatino è padrone di se
stesso?» «Sì.» «Consegnate dunque voi stessi e il popolo collatino, la
città, le campagne, l'acqua, i confini, i templi, la mobilia, e tutti gli oggetti
sacri e profani all'autorità mia e del popolo romano?» «Sì.» «E io
accetto.» Conclusa così la guerra coi Sabini,
Tarquinio rientra a Roma in trionfo. In séguito combatté coi Latini Prischi.
Ma durante questa guerra non si arrivò mai a uno scontro
veramente decisivo: accerchiando, invece, di volta in volta le singole città,
sottomise tutti i Latini. Furono conquistate: Cornicolo, Ficulea
Vecchia, Cameria, Crustumeria, Ameriola, Medullia, Nomento, tutte città
dei Latini Prischi o passate dalla loro parte durante la guerra. Poi fu
conclusa la pace. In séguito il re si dedicò a massicce opere di pace
con maggiore impegno di quanto ne avesse profuso nell'organizzare le guerre. Lo
scopo era quello di evitare che la sua gente fosse meno impegnata adesso
che ai tempi delle campagne militari. Così si ricomincia la
fortificazione in pietra - abortita sul nascere per lo scoppio della guerra coi
Sabini - di quella parte di Roma che ne era ancora priva. Poi, con un
sistema di condotti in discesa verso il Tevere, fa bonificare le parti basse
della città, le zone intorno al foro e le valli tra i colli, perché non
era possibile far defluire le acque per la natura eccessivamente
pianeggiante del terreno. Infine, già anticipando l'importanza che un giorno
il luogo avrebbe assunto, fa gettare sul Campidoglio le ampie fondamenta
di un tempio che, durante la guerra coi Sabini, aveva promesso di
innalzare in onore di Giove. 39 In quel periodo il palazzo reale
assisté a un prodigio notevole per come si manifestò e per le
conseguenze che ebbe. Mentre un bambino di nome Servio Tullio stava dormendo, furono in
molti a vedergli la testa avvolta da fiamme. Le urla concitate che
gridarono al miracolo attirarono la famiglia reale. Un servitore
portò dell'acqua per spegnere le fiamme, ma la regina glielo impedì e fece
cessare il chiasso intimando di non toccare il bambino finché non si fosse
svegliato da solo. Appena questi aprì gli occhi, contemporaneamente le fiamme si
estinsero. E allora Tanaquil, prendendo da parte il marito, gli
disse: «Vedi questo bambino che stiamo tirando su in maniera così
spartana? Sappi che un giorno sarà la nostra luce nei momenti più bui e il
sostegno del trono durante i tempi di crisi. Quindi vediamo di allevare con cura chi
sarà motivo di lustro per lo Stato tutto e per noi stessi.» Da quel
momento in poi essi presero a trattarlo come un figlio e lo educarono secondo
quei nobili principi che in genere portano a concepire grandi ideali. La
cosa non fu difficile perché la volontà divina era dalla sua
parte. Il giovane sviluppò qualità veramente regali. Quando poi Tarquinio dovette
scegliere un genero, non essendoci a Roma altri giovani che potessero
reggere al confronto con lui, il re gli diede in moglie la figlia. Questo
grandissimo onore, per qualsivoglia natura conferitogli, impedisce di
credere che egli fosse figlio di una schiava e schiavo lui stesso nella
prima infanzia. Io sono più dalla parte di chi sostiene questa tesi: caduta Cornicolo,
la moglie incinta di Servio Tullio, ucciso durante l'assedio e
massima autorità cittadina, finì a Roma con le altre prigioniere. Qui la regina
ne riconobbe i segni inconfondibili della nobiltà e
non solo impedì che andasse a fare la schiava, ma le permise anche di mettere
al mondo il suo bambino nel palazzo di Tarquinio Prisco. In séguito
un simile gesto fece germogliare l'amicizia tra le due donne, e il
bambino, come se fosse nato e cresciuto nella reggia, fu trattato con stima e
affetto. È probabile che la tesi della sua origine servile fu costruita
sulla sorte della madre, fatta prigioniera dal nemico dopo la rotta
della città d'origine. 40 Dopo quasi trentotto anni
dall'inizio del regno di Tarquinio, Servio Tullio aveva conquistato la stima
totale non solo del re ma anche dei senatori e del popolo. I due figli di
Anco avevano sempre considerato il colmo dell'infamia il tiro mancino con
cui il loro tutore li aveva privati del regno paterno e il fatto che a Roma
regnasse uno straniero le cui origini non erano nemmeno italiche. In
quel tempo erano più indignati ancora dalla prospettiva che nemmeno
dopo Tarquinio il regno sarebbe toccato a loro, ma, subendo un
ulteriore degrado, sarebbe finito in mano a un ex-servo. E in quella stessa Roma,
dove quasi cent'anni prima Romolo, figlio di un dio e dio lui stesso,
aveva regnato durante la sua permanenza in terra, ora sarebbe salito al trono
un servo figlio di una serva. Sarebbe stata un'onta tremenda per
tutti i Romani in generale e per il loro casato in particolare se,
nonostante l'esistenza di discendenti maschi del re Anco, non solo degli
stranieri, ma addirittura degli schiavi potessero arrivare a regnare su Roma.
Decidono pertanto di evitare con le armi un simile affronto. Il
risentimento per i torti subiti li spingeva più contro Tarquinio che contro Servio:
in primo luogo perché se avessero risparmiato il re la sua vendetta
sarebbe stata più implacabile di quella di un suo subalterno, e in secondo luogo,
uccidendo Servio, Tarquinio era probabile lo avrebbe rimpiazzato con un
genero qualunque destinato a ereditare il trono al suo posto. Per
tutti questi motivi il complotto viene ordito ai danni del re. Come
esecutori diretti vennero scelti due pastori senza scrupoli che, armati
degli attrezzi di lavoro di tutti i giorni, organizzarono una finta rissa
nel vestibolo della reggia e, facendo il maggior rumore possibile,
cercarono di attirare i domestici del re. Poi, dato che entrambi volevano
appellarsi al sovrano e il frastuono del loro litigio era arrivato fin
dentro la reggia, Tarquinio li fece convocare. Sulle prime si misero a
urlare cercando di prevaricare l'uno la voce dell'altro e la smetterono
soltanto dopo l'intervento di un littore che ordinò loro di esporre a turno le
rispettive ragioni. Allora uno di essi comincia a mettere insieme quanto
precedentemente convenuto. Mentre il re lo stava ascoltando con grande
attenzione, l'altro solleva la scure e lo colpisce alla testa. Quindi,
lasciata l'arma nella ferita, i due si precipitano di corsa fuori dalle porte. 41 Mentre quelli del séguito
sorreggevano Tarquinio in fin di vita, i littori catturarono i due pastori che
stavano cercando di darsela a gambe. Poi fu subito un gran trambusto di
gente che accorreva per vedere cos'era successo. Tanaquil, nel pieno della
calca, ordina di chiudere la reggia e fa uscire i testimoni oculari del
delitto. Poi si procura il necessario per suturare la ferita, come se ci
fosse ancora qualche speranza residua; contemporaneamente però, nel
caso la speranza fosse venuta meno, prende altre precauzioni. Fa subito chiamare Servio,
gli mostra il corpo quasi esanime del marito e quindi,
prendendogli la mano, lo implora di non lasciare impunita la morte del suocero
né di permettere che la suocera diventi lo zimbello dei nemici. «Se sei
un uomo, Servio,» gli dice, «è a te che tocca il regno e non ai mandanti
di questo atroce delitto. Animo, quindi, e affidati agli dèi che
con quel fuoco intorno alla tua testa hanno già voluto preannunciare
la fama che ti arriderà. Adesso è l'ora di trarre forza da quella fiamma! Adesso
è ora di svegliarsi sul serio. Eravamo degli stranieri anche noi,
eppure siamo arrivati a regnare: pensa a quello che sei, non a dove sei nato.
Se per gli avvenimenti improvvisi non sai che decisione prendere, allora
dai retta ai miei consigli.» Quando il frastuono e la ressa della gente
toccarono il limite estremo della tollerabilità, Tanaquil,
affacciandosi da una finestra del piano di sopra che dava sulla via Nuova (la residenza
reale era infatti nei pressi del tempio di Giove Statore),
arringò il popolo. Invitò i sudditi a stare tranquilli rassicurandoli che il re,
stordito da un colpo a tradimento, era già tornato in sé perché il
ferro non era penetrato molto in profondità. Inoltre la ferita
era stata esaminata, l'emorragia bloccata e tutto il resto sembrava a posto.
Presto, ne era sicura, lo avrebbero potuto rivedere. Nel frattempo, le sue
disposizioni erano che obbedissero a Servio Tullio, il quale avrebbe
amministrato la giustizia e svolto tutte le mansioni del re. Servio avanza con
tanto di trabea e di littori, occupa la sedia del re ed emana verdetti a
proposito di alcuni casi, fingendo invece di dover consultare il sovrano
per altri. In questo modo, per alcuni giorni, pur essendo già
Tarquinio passato a miglior vita, egli ne nascose la morte facendosi passare per
un mero sostituto, quando invece stava consolidando il suo potere. Dopo
un po' di giorni la gente fu finalmente informata del luttuoso
evento dai pianti che si alzavano dalla reggia. Servio, protetto da una robusta
scorta, fu il primo a regnare senza il consenso popolare ma solo con
l'autorizzazione del senato. I figli di Anco, quando dopo l'arresto
dei sicari da loro prezzolati vennero a sapere che il re era ancora vivo e
che Servio godeva di così tanto favore, si erano già ritirati in
volontario esilio a Suessa Pomezia. 42 Servio, per consolidare la posizione
di autorità ottenuta, ricorse tanto a misure politiche quanto alla
sua abilità nel muoversi all'interno della sfera privata. Così, onde
evitare che l'odio nutrito dai figli di Anco nei confronti di Tarquinio
divenisse lo stesso sentimento nei suoi rapporti con la prole di Tarquinio
stesso, diede in moglie le figlie ai due giovani rampolli reali Lucio e Arrunte
Tarquinio. Ciò nonostante, con la sua dimostrazione di assennatezza,
non riuscì a infrangere l'ineluttabilità del destino:
l'invidia per il suo potere creò un clima di ostilità e perfidia tra i membri
della casa reale. Particolarmente opportuna per mantenere
lo stato di momentanea tranquillità fu una guerra intrapresa
coi Veienti (la tregua era ormai scaduta) e con altre popolazioni
etrusche. In questa guerra, Tullio brillò per coraggio e buona sorte. Una volta
sbaragliate le ingenti forze nemiche, il re ritorna a Roma, conscio
di essere ora in una posizione che non si prestava più a critiche
né da parte dei senatori né da parte del popolo. Quindi si occupa di ciò
che aveva la precedenza assoluta in campo civile: come Numa aveva codificato i
regolamenti in materia di religione, così Servio è passato ai
posteri per aver stabilito a Roma il sistema delle divisioni in classi con il quale
si differenziavano nettamente i diversi gradi di dignità sociale
e di possibilità economiche. Stabilì, cioè, il censo, cosa utilissima
per un regno destinato a enormi ampliamenti, col quale i carichi
fiscali in materia civile e militare non sarebbero più stati ripartiti
pro capite, come in passato, ma a seconda del reddito. Quindi divise la
popolazione in classi e centurie secondo questa distribuzione basata sul censo e
valida tanto in tempo di pace quanto in tempo di guerra. 43 Coloro i quali possedevano dai
centomila assi in su formavano ottanta centurie, quaranta di anziani e
quaranta di giovani, e andarono sotto il nome di prima classe. Gli anziani
avevano il compito di proteggere militarmente la città, i giovani
di combattere nelle guerre esterne. Il loro armamento di difesa doveva
consistere in elmo, scudo rotondo,
gambali, corazza, il tutto in bronzo; quello di offesa in lancia e
spada. A questa classe ne vennero aggiunte due
di genieri, esclusi dal servizio armato ma destinati al trasporto di
macchine da guerra. La seconda classe era composta da quanti possedevano dai
centomila ai settantacinquemila assi e contava, tra giovani e anziani,
venti centurie. Il loro armamento di base consisteva in uno scudo oblungo
al posto di quello rotondo e, salvo la corazza, era uguale in tutto
il resto. La terza classe fu stabilito che avesse un censo di
cinquantamila assi. Come la seconda, venne organizzata in venti centurie ed
ebbe la stessa suddivisione per età. Quanto invece alle armi, la
sola differenza era l'assenza dei gambali. Per appartenere alla quarta
classe bisognava avere un censo di venticinquemila assi. Stesso numero di
centurie ma armi diverse: nient'altro che asta e giavellotto. La
quinta classe era quantitativamente più numerosa: formava infatti
trenta centurie e prevedeva come armi fionde con proiettili di pietra. A essa
facevano capo anche due centurie di suonatori di corno e di trombettieri.
Il censo di questa classe doveva ammontare a undicimila assi. Chi era al
di sotto di questa cifra - cioè il resto del popolo - venne organizzato in
una sola centuria dispensata dall'assolvere agli obblighi militari.
Dopo aver così organizzato e armato la fanteria, Servio Tullio
reclutò dodici centurie di cavalieri dal fiore dell'aristocrazia cittadina. Ne
formò altre sei al posto delle tre organizzate da Romolo, mantenendo
però a esse gli stessi nomi assegnati al tempo delle consultazioni augurali. Per
l'acquisto di cavalli l'erario di Stato stanziò diecimila assi
annui per ogni centuria, mentre al mantenimento degli stessi
designò le donne non sposate le quali dovevano provvedere con duemila assi annui
ciascuna. Così tutti gli oneri fiscali venivano spostati dai poveri ai ricchi.
In séguito però venne inserita una forma di compensazione: il suffragio
universale, basato non più sull'uguaglianza di poteri e diritti,
non fu ulteriormente concesso - secondo l'uso sancito da Romolo e poi
mantenuto dai suoi successori - in maniera indistinta a tutti, ma vennero
stabilite delle priorità che, pur non privando nessuno del diritto di
voto, ciò nonostante mettevano la totalità del potere nelle mani
dei cittadini più abbienti. Per primi votavano i cavalieri, seguiti dalle
ottanta centurie della rima classe. Se c'era qualche disaccordo tra i due
gruppi (cosa assai rara), fu stabilito che in quel caso avrebbe votato la
seconda classe. Non si arrivò mai così in basso da coinvolgere le classi
subalterne. Né ci si deve stupire se il nostro attuale sistema, strutturato
dopo l'aumento del numero delle tribù a trentacinque e dopo il raddoppio
delle centurie di giovani e anziani, non corrisponde più
quantitativamente a quello varato da Servio Tullio. Egli infatti divise Roma in quattro
parti, con i quartieri e i colli allora abitati, e le chiamò
tribù facendo - secondo me - risalire il nome a tributo. Non a caso la contribuzione
proporzionale al reddito è uno dei suoi provvedimenti ancora in vigore. E
queste tribù non avevano niente a che vedere con la divisione in centurie
e col loro numero. 44 Dopo aver completato le pratiche del
censo, facilitate da una legge che minacciava l'incarcerazione e la pena
capitale per chi si fosse mostrato recalcitrante all'iscrizione, Servio
convocò un'adunata per centurie di tutti i cittadini romani, da tenersi
all'alba in Campo Marzio. Lì, di fronte all'intero esercito schierato,
offrì in sacrificio di purificazione un maiale, una pecora e un toro, e la
cerimonia prese il nome di lustro della chiusura perché era l'ultimo atto
del censimento. Si dice che in quel lustro i cittadini censiti
ammontassero a ottantamila. Fabio Pittore, uno degli storici più antichi,
aggiunge che questo era il numero degli uomini potenzialmente mobilitabili. Con
una popolazione simile, un ampliamento di Roma era inevitabile.
Così Servio aggiunge altri due colli, il Quirinale e il Viminale, amplia
l'Esquilino e, per dargli lustro, vi si trasferisce lui stesso. Dota Roma di un
terrapieno, un fossato e una cerchia muraria, estendendo così
i limiti del pomerio. Quanto poi a questa parola, chi non va più in
là dell'etimologia, la interpreta come "il tratto oltre le mura". Il senso
è invece un altro: significa "il tratto intorno alle mura", cioè
quello spazio che anticamente gli Etruschi, all'atto di fondare una città,
delimitavano in modo rigoroso per poi costruirvi le mura e quindi
consacravano con cerimonie augurali. E questo perché all'interno di esso non ci
fossero contatti tra edifici e mura (cosa che oggi è invece d'uso
comune), e all'esterno rimanesse una striscia di terra non utilizzabile
dall'uomo. Questo spazio, caratterizzato dal divieto assoluto di
costruire e di coltivare, fu chiamato pomerio dai Romani sia perché
si trova al di là del muro sia perché il muro si trova al di là
di esso. E ogni qual volta Roma conosceva degli ampliamenti urbanistici, questi
limiti consacrati subivano sempre le stesse modifiche delle mura. 45 Dopo aver incrementato il prestigio
di Roma aumentandone la superficie, dopo aver dotato i suoi sudditi di
un'organizzazione ugualmente funzionale nella sfera civile e in quella militare,
Servio, non volendo sempre ricorrere alle armi per accrescere la
propria potenza, decise di farlo seguendo la strada della diplomazia, in
maniera tale da conferire ancora più lustro alla città. Il
tempio di Diana a Efeso era già allora parecchio rinomato e la tradizione voleva fosse
stato costruito con la cooperazione delle città dell'Asia. Servio,
parlando di fronte ai nobili latini, coi quali aveva in progetto di stringere
relazioni di amicizia e ospitalità tanto sul piano ufficioso che su quello
ufficiale, disse mirabilia di una simile intesa e di una simile
condivisione di culto. Tornò così spesso sull'argomento che, alla fine, Romani e
Latini edificarono insieme a Roma un tempio in onore di Diana. La
questione se Roma fosse o meno la capitale dei dintorni - problema questo che
così tante volte era stato motivo di scontri armati - ebbe quindi una
soluzione di tacito consenso. Anche se i Latini avevano ormai smesso di
occuparsi del contenzioso per i ripetuti scacchi subiti in guerra, tuttavia a
uno dei Sabini sembrò offrirsi un'opportunità fortuita per
riottenere, grazie a un'iniziativa individuale, la supremazia perduta.
Pare che in una fattoria in terra sabina fosse nata una giovenca di
bellezza e dimensioni assolutamente fuori del comune. Un tale spettacolo
della natura che le corna furono appese nell'atrio del tempio di Diana
dove sono rimaste per intere generazioni a testimonianza
dell'evento. Si gridò al miracolo (in quanto
era un miracolo!). Gli indovini vaticinarono che chi l'avesse immolata
a Diana avrebbe automaticamente garantito
la supremazia alla sua città di appartenenza e la profezia
arrivò alle orecchie del sacerdote preposto al tempio di Diana. Il primo giorno che
parve propizio per il sacrificio, il sabino portò a Roma l'animale e
lo piazzò davanti all'altare. Lì, il sacerdote romano, colpito dalle
dimensioni di quella vittima che tanto aveva fatto parlare, ricordandosi della
profezia, disse al sabino: «Straniero, cosa credi di fare? Vorrai
mica tu, impuro come sei, fare un sacrificio a Diana? Perché non cominci
con un bagno di purificazione nell'acqua corrente? Qui in fondo alla
valle scorre il Tevere.» Lo straniero, preso dallo scrupolo e
volendo seguire il rituale canonico per mandare a effetto il prodigio, scese di
corsa al Tevere. Nel frattempo il romano immola a Diana la giovenca,
conquistandosi la gratitudine del re e del popolo tutto. 46 Servio, col tempo e con l'uso, era
ormai incontestabilmente padrone del potere. Ciò nonostante, sentendo
che il giovane Tarquinio continuava a mettere in circolazione la voce che il
suo regno non aveva avuto il beneplacito del popolo, si
conciliò prima il favore della plebe distribuendo a ciascun cittadino parte
delle terre tolte ai nemici e poi ebbe il coraggio di chiamare il popolo
a esprimere un voto di fiducia nei suoi confronti. Fu un grande successo:
mai nessun re prima di lui era stato eletto con una simile
unanimità di consensi. Nemmeno questo episodio ridusse in Tarquinio la speranza di
impadronirsi del regno. Al contrario, essendosi reso conto che la
distribuzione di terre alla plebe aveva incontrato l'opposizione dei senatori,
capì di avere la possibilità di diffamare Servio presso di loro e di
acquistare credito in senato (lui era un giovane impetuoso e di carattere
inquieto e per di più, in casa, era incitato dalla moglie Tullia).
Così anche il palazzo reale di Roma fu teatro di un tragico fatto di sangue
che accelerò, più della noia per la monarchia, l'avvento della
libertà e fece sì che l'ultimo regno fosse il prodotto di un delitto. Questo Lucio
Tarquinio - è poco chiaro se fosse il figlio o il nipote di Tarquinio Prisco,
anche se la maggior parte degli storici propende per la prima tesi -
aveva un fratello, Arrunte Tarquinio, giovane dal carattere piuttosto mite.
Essi avevano sposato, come ho già detto, le due Tullie, figlie del re,
ugualmente diversissime per temperamento. Caso volle che i due
caratteri violenti non fossero finiti insieme (immagino perché la buona
stella del popolo romano volle prolungare il regno di Servio e
permettere che si consolidassero i fondamenti morali della
società). La più arrogante delle figlie di Tullio non poteva darsi pace che il marito non
avesse un briciolo di ambizione e intraprendenza. Di qui il suo essere
tutta occhi e parole di ammirazione per l'altro Tarquinio, da lei definito
un vero uomo e un autentico rampollo di re. Di qui pure il suo
disprezzo per la sorella, a sua detta
responsabile di appiattire il marito con una totale assenza di
iniziativa femminile. Presto, come sempre succede,
l'affinità reciproca li avvicinò, dato che il male può solo
attirare il male, anche se però fu la donna la responsabile prima di tutto l'intrigo.
Quest'ultima cominciò a vedersi in segreto col cognato e, durante questi
incontri, non si esimeva dall'insultare il proprio marito (con
il fratello di lui) e la propria sorella (con il marito di lei). Il punto
su cui batteva di più era questo: per lei sarebbe stato meglio essere
senza marito e per il cognato sarebbe stato meglio essere celibe piuttosto
che stare con persone di livello inferiore e vedersi costretti a
languire per loro ignavia. Se gli dèi le avessero fatto sposare l'uomo che
meritava, non ci avrebbe messo molto a vedere nella sua casa il potere reale
che ora vedeva in quella del padre. Si affretta così a instillare
nel cuore del giovane l'audacia del suo progetto. Grazie a due decessi a catena
ebbero via libera in casa per celebrare un nuovo matrimonio. Servio
non si oppose alle nozze, ma non diede neppure il suo consenso. 47 Da quel momento in poi la vecchiaia
e il regno di Tullio furono di giorno in giorno sempre più in
pericolo. Infatti, quella donna, dopo il primo delitto, non vedeva l'ora di
commetterne un secondo e toglieva il fiato al marito giorno e notte perché
non voleva che i suoi precedenti crimini rimanessero fini a se stessi.
Non le era certo mancato l'uomo di cui si potesse dire che lei era la
moglie e la rassegnata compagna di sottomissione. Le era mancato un uomo
che si ritenesse degno del trono, che si ricordasse di esser figlio di
Tarquinio Prisco e che preferisse avere il potere piuttosto che sperare
di averlo. «Se sei tu l'uomo che io credo di aver sposato, allora ti chiamo
marito e re. Se non lo sei, allora vuol dire che mi è andata di
male in peggio perché in te oltre all'ignavia c'è anche la delinquenza. Perché
non ti muovi? Non vieni mica da Tarquinia o da Corinto, come tuo padre, né devi
andarti a conquistare un trono in terra straniera. Gli dèi di casa
e della patria, il ritratto di tuo padre, il palazzo reale e il trono che vi si
trova all'interno, il nome Tarquinio, ogni cosa ti vuole e ti
chiama re. E se poi non hai abbastanza fegato, perché mai inganni la gente?
Perché lasci che guardino a te come a un erede al trono? Tornatene a
Tarquinia o a Corinto, risali i rami del tuo albero genealogico, visto che sei
più della pasta di tuo fratello che non di quella di tuo padre.» Questo
più o meno il sarcasmo con cui istigava il giovane. Una cosa invece non le
dava pace: com'era possibile
che Tanaquil, pur essendo una straniera, fosse riuscita a brigare
tanto da far salire al trono, uno dopo l'altro,
prima il marito e poi il genero, e invece lei che era figlia di un re
contava meno di zero negli stessi giochi di potere ? Tarquinio, istigato
dai furori della moglie, cominciò ad andare in giro in cerca di appoggio,
specialmente presso i senatori del secondo ordine, ai quali, ricordando il
gesto generoso del padre, faceva presente che era venuto il momento di
ricambiarlo. Riempiva di regali i giovani. Così, sia grazie alle
grandi promesse, sia grazie alla pessima pubblicità che faceva al re, la
sua posizione acquistava credibilità a tutti i livelli. Alla fine, quando gli
sembrò fosse tempo di agire, fece irruzione nel foro scortato da un
drappello di armati. Quindi, nello sbalordimento generale, prese posto sul
trono di fronte alla curia e, tramite un araldo, fece comunicare ai
senatori che si presentassero in senato al cospetto del re Tarquini.
Essi arrivarono subito: alcuni già preparati alla cosa, altri temendo di
incappare in spiacevoli conseguenze mancando all'appuntamento, tutti
però sconcertati dalla novità senza precedenti e convinti che Servio fosse
finito. Tarquinio allora, andando molto indietro nel tempo, accusò
Servio di essere uno schiavo figlio di una schiava il quale, dopo la morte
indegna di suo padre, era salito al trono grazie al regalo di una donna e
non aveva rispettato la tradizione (e cioè l'interregno, la
convocazione dei comizi, il voto del popolo e la ratifica dei senatori). Con un simile
albero genealogico e con una simile carriera politica alle spalle, aveva
favorito le classi più abiette della società - cioè quelle
dalle quali proveniva -, e per l'odio nei confronti di una classe alla quale non
apparteneva, aveva tolto le proprietà terriere ai notabili per darle alla
plebaglia. Gli oneri fiscali prima equamente distribuiti li aveva
addossati nella loro totalità sulle spalle dei più abbienti. Aveva
istituito il censo per convogliare l'invidia sulle fortune dei ricchi e per averle a
portata di mano quando decideva di fare generose elargizioni ai nullatenenti. 48 Servio, svegliato di soprassalto da
un messaggero, arrivò nel bel mezzo di questa tirata e, dall'ingresso della
curia, gridò fortissimo: «Che razza di storia è questa,
Tarquinio? Avere il coraggio, con me vivo, di convocare i senatori e di sederti sul
mio trono?» La risposta di Tarquinio fu estremamente insolente. Disse che
stava occupando il trono di suo padre, trono che era di gran lunga
preferibile finisse in mano all'erede legittimo (cioè lui in persona)
piuttosto che a uno schiavo e che Servio aveva già insultato e preso in
giro abbastanza i suoi padroni. Seguirono urla di consenso e di approvazione.
Intanto la gente stava affluendo in massa sul posto ed era chiaro che il
potere sarebbe andato al vincitore di quel giorno. Allora Tarquinio,
costretto dalla situazione a giocarsi il tutto per tutto, favorito
dall'età e dalla maggiore vigoria fisica, afferrò Servio all'altezza della
vita, lo sollevò da terra e, trascinandolo fuori, lo
scaraventò giù dalle scale. Quindi rientrò nella curia per evitare che i senatori si
sparpagliassero. La scorta e il séguito del re se la diedero a gambe.
Quanto poi al re stesso, mentre quasi in fin di vita stava rientrando a
palazzo senza il suo séguito abituale, fu raggiunto e assassinato
dai sicari di Tarquinio, i quali lo avevano pedinato. Sembra (e non stride poi
troppo coi suoi precedenti delinquenziali) che la cosa porti la
firma di Tullia. Su questo, invece, non ci sono dubbi: ella, arrivata in
senato col suo cocchio, per niente intimorita dalla gran massa di persone,
chiamò fuori dalla curia il marito e fu la prima a conferirgli il titolo
di re. Tarquinio la pregò di allontanarsi da quel trambusto
pericoloso. Allora Tullia, quando sulla via di casa arrivò in cima alla via
Cipria (dove non molto tempo fa c'era il santuario di Diana), ordinò di
piegare verso il Clivo Urbio e di portarla all'Esquilino. In quel momento il
cocchiere bloccò la vettura con un colpo secco di redini e, pallido come uno
straccio, indicò alla padrona il cadavere di Servio abbandonato per
terra. Tradizione vuole che in quel luogo fu consumato un atto orrendo e
disumano di cui la strada serba memoria nel nome (si chiama infatti via
del Crimine): pare che Tullia, invasata dalle Furie vendicatrici della
sorella e del marito, calpestò col cocchio il corpo del padre. Quindi,
piena di schizzi lei stessa, ripartì sulla vettura che grondava sangue dopo
quell'orrore commesso sul cadavere del padre, e si diresse a casa dove i
penati suoi e del marito, adirati per il tragico esordio del regno,
fecero sì che esso avesse una conclusione analoga. Servio Tullio regnò
quarantaquattro anni e anche per un successore buono e moderato sarebbe stato arduo emularne
la rettitudine. E poi, ad accrescere ulteriormente i suoi meriti, c'era
anche questo motivo: con lui tramontava la figura del monarca giusto e
legittimo. Inoltre, per quanto moderato e mite il suo regno potesse essere stato,
era pur sempre il governo di un singolo. Per questo alcuni autori
affermano che egli avrebbe avuto intenzione di rinunciarvi, se la
delinquenza di un parente non si fosse sovrapposta al progetto di concedere la
libertà al suo popolo. 49 Da allora ebbe inizio il regno di
Tarquinio, soprannominato il Superbo a causa della sua condotta. E a buon
diritto, visto che, pur essendone il genero, non concesse a Servio la
sepoltura sostenendo che anche Romolo non l'aveva avuta, e fece eliminare i
senatori più importanti in quanto sospettati di aver parteggiato per Servio.
Poi, rendendosi conto che l'indebita ascesa al trono avrebbe
potuto diventare un precedente sfruttabile da altri nei suoi stessi
confronti, si circondò di guardie del corpo. In effetti, l'unico diritto al
trono che aveva era la forza, dato che stava regnando non solo senza il
consenso del popolo ma anche senza ratifica del senato. In più si
aggiungeva che, non potendo contare in alcun modo sull'aiuto dei cittadini,
era costretto a salvaguardare il proprio potere col terrore. E per
renderlo un sentimento diffuso, cominciò a istruire da solo, senza l'aiuto di
consiglieri legali, le cause per delitti capitali: ne approfittava
così per condannare a morte, per mandare in esilio, e per confiscare i beni non
solo di chi era sospettato o malvisto, ma anche di chi poteva
rappresentare una qualche opportunità di bottino. Soprattutto per questo, dopo
aver decimato il numero dei senatori, stabilì che non se ne
eleggessero altri, in modo tale da screditare l'ordine per l'inconsistenza
degli effettivi e ridurne al massimo le eventuali rimostranze per la
totale esclusione dalla gestione del potere. Tutti i suoi predecessori
si erano sempre attenuti alla regola tradizionale di consultare il senato in
ogni occasione: Tarquinio il Superbo fu il primo a rompere con questa
consuetudine e resse lo Stato fondandosi solo sui consigli di
famiglia: guerra, pace, trattati, alleanze, lui solo faceva e disfaceva a
suo piacimento e con i consiglieri che voleva, senza mai consultare il
popolo e i senatori. Cercava soprattutto di procurarsi l'amicizia
dei Latini, perché l'appoggio straniero gli desse maggiore sicurezza
in patria. Con la loro aristocrazia non stabiliva soltanto rapporti di
ospitalità, ma organizzava anche matrimoni. Al tuscolano Ottavio Mamilio
- di gran lunga il più rappresentativo tra i Latini e, se si
presta fede alla leggenda, discendente di Ulisse e della dea Circe
- diede in moglie la figlia e, grazie a questo matrimonio, si
legò con molti amici e parenti di lui. 50 Tarquinio vantava già una
posizione di grande influenza presso i nobili latini, quando decise di convocarli un
giorno preciso presso il bosco di Ferentina, sostenendo di voler
discutere alcuni problemi di comune interesse. Alle prime luci dell'alba i
Latini affluiscono in massa. Da parte sua Tarquinio, pur rispettando la
data, si presentò solo poco prima del tramonto. Per tutta la durata del
giorno, i partecipanti all'assemblea avevano parlato a lungo di vari argomenti.
Turno Erdonio di Aricia aveva inveito violentemente contro Tarquinio,
dicendo che non era poi tanto strano che a Roma lo avessero
soprannominato il Superbo (nome questo ormai sulla bocca di tutti, anche se ancora
circoscritto alla sfera clandestina del sussurro). Oppure c'era qualcosa di
più superbo che prendere in giro il popolo latino in quella maniera ?
Farne venire i capi così lontano dai loro paesi e poi disertare la riunione
da lui stesso convocata? Era chiaro che voleva mettere alla prova la loro
pazienza e poi, una volta constatato che si lasciavano mettere facilmente i
piedi in testa, avrebbe abusato della loro sottomissione. A chi poteva
infatti sfuggire che il piano di Tarquinio era ridurre i Latini in suo
potere? Se i suoi sudditi avevan fatto bene ad affidarglielo, o se gli
era stato affidato e non era il prodotto di un orrendo delitto, stessa
cosa avrebbero dovuto fare i Latini, e neppure in questo caso si
sarebbe trattato di uno straniero. Ma se i Romani non ne potevano più
di lui, delle esecuzioni a catena, degli esili, delle confische di beni, i
Latini potevano forse sperare in qualcosa di meglio una volta nella
stessa situazione? Se volevano dare retta a lui, Turno, ciascuno avrebbe
dovuto tornarsene a casa rispettando la data della riunione con la stessa
precisione di chi l'aveva organizzata. Mentre il turbolento e facinoroso
Turno, che doveva proprio a tali caratteristiche la posizione di
grande rilievo occupata tra le genti latine, dissertava su questi argomenti,
ecco che arrivò Tarquinio. Tutti si voltarono a salutarlo. Venne fatto
silenzio e il re, invitato dai più vicini a fornire spiegazioni circa il
ritardo con cui si era presentato, disse di esser stato scelto come
arbitro in una disputa tra padre e figlio e di aver fatto trdi per il desiderio
di riconciliare i due litiganti. Quindi, dato che il giorno se ne era
andato in quella bega, rimandò la riunione al mattino successivo. Pare
che Turno non accettò nemmeno questo senza replicare e sentenziò che
non c'era niente di più facile da sistemare che un litigio tra padre e
figlio; bastavano infatti due parole: o il figlio obbedisce al padre, o
peggio per lui. 51 Con questo sarcasmo diretto al re di
Roma, il cittadino di Aricia abbandona l'assemblea. Tarquinio,
incassando l'affronto peggio di quanto desse a vedere, inizia subito a cercare
il modo per togliere di mezzo Turno, in maniera tale da ispirare nei
Latini lo stesso terrore col quale in patria aveva oppresso gli animi dei
suoi sudditi. E poiché non era nella posizione di eliminare il suo
uomo di fronte agli occhi di tutti, lo schiacciò escogitando una falsa
accusa che in realtà non aveva nulla a che vedere con lui. Grazie ad alcuni
rappresentanti del partito all'opposizione di Aricia,
riuscì a corrompere uno schiavo di Turno affinché lasciasse introdurre di
nascosto una grande quantità di armi nella casa del padrone. Dato che
bastò una notte per sistemare la cosa, Tarquinio, poco prima dell'alba, convocò
in sua presenza i capi latini e, fingendo di aver ricevuto qualche
notizia allarmante, disse loro che il ritardo del giorno prima era stato
provvidenziale e aveva salvato loro e lui stesso. Infatti c'era stata una
denuncia: Turno voleva eliminare lui e i capi più in vista del popolo
latino per impadronirsi del potere assoluto. L'attentato avrebbe dovuto
essere messo in pratica il giorno precedente durante l'assemblea, ma poi
era stato rimandato per l'assenza del bersaglio principale, cioè
l'ideatore del raduno. Di lì la violenta invettiva di Turno contro l'assente, il
cui ritardo ne aveva deluso le speranze. Tarquinio aggiunse di esser
sicuro che, se l'informazione ricevuta corrispondeva a verità,
Turno, quando alle prime luci dell'alba essi si fossero radunati per
l'assemblea, si sarebbe presentato con una banda di cospiratori armati fino ai
denti. Gli avevano anche riferito, aggiunse, che a casa di Turno era stata
trasportata una grande quantità di spade. E la fondatezza di
quell'informazione si poteva verificare subito: bastava andassero con lui a casa di
Turno. L'accusa sembrava veramente plausibile: vuoi l'aggressività
di Turno nell'invettiva del giorno prima, vuoi il ritardo di Tarquinio che dava
veramente l'impressione di aver fatto saltare l'attentato. Sta di fatto
che si avviano disposti a credere alla storia, ma nel contempo pronti a
considerarla tutta una montatura nel caso non ci fosse stata traccia delle
spade. Arrivati a destinazione, svegliano di soprassalto Turno e lo
fanno guardare a vista. Quando poi, immobilizzati gli schiavi che si
preparavano a fare resistenza per attaccamento al padrone, cominciarono a
tirar fuori spade su spade da ogni angolo della casa, non ci fu più
nessun dubbio: Turno fu incatenato e nel gran trambusto venne subito convocata
un'assemblea di tutti i Latini. Lì, le spade piazzate nel bel mezzo
suscitarono un tale risentimento che Turno, senza nemmeno poter perorare la
propria causa, fu sottoposto a un supplizio senza precedenti: lo fecero
annegare immergendolo nella sorgente Ferentina con sopra la testa un
graticcio coperto di sassi. 52 Tarquinio quindi riconvocò i
Latini in assemblea e si complimentò con loro per la fermezza con cui avevano
inflitto a Turno, autore di un progettato colpo di stato, la giusta
pena per il suo evidente reato. Poi affermò di potersi basare su un
diritto molto antico per sostenere che tutti i Latini, essendo originari di
Alba, rientravano nelle clausole di quel trattato dei tempi di Tullo col
quale l'intera nazione albana e le sue colonie erano state annesse a Roma.
Rinnovare quel trattato sarebbe stato un grosso vantaggio: più
che altro - questo il suo pensiero - i Latini avrebbero partecipato dei
successi del popolo romano, senza dover sempre rischiare o subire distruzioni e
devastazioni di campagne com'era successo durante il regno di Anco e
durante quello di suo padre Tarquinio Prisco. Non fu difficile persuadere i
Latini anche se il trattato favoriva nettamente Roma. Inoltre, non solo i
capi latini erano dalla parte del re e ne condividevano i punti di vista, ma
proprio poco prima Turno aveva fornito loro una dimostrazione di cosa
poteva toccare a chiunque avesse avuto in mente di opporsi. Il trattato
venne così rinnovato e una delle clausole prevedeva che i giovani latini
si presentassero il tal giorno armati di tutto punto nel bosco di Ferentina.
Seguendo le disposizioni del re di Roma, essi si concentrarono dai
diversi paesi di provenienza. Tarquinio, allora, per evitare che ogni
gruppo avesse un proprio capo, un comando separato e insegne diverse
dagli altri, creò manipoli misti di Latini e Romani con questo criterio: ne
organizzò uno sommandone due e due dividendone uno. A capo dei manipoli
così sdoppiati nominò dei centurioni. 53 Tarquinio fu un re ingiusto coi suoi
sudditi, ma abbastanza un buon generale quando si trattò di
combattere. Anzi, in campo militare avrebbe raggiunto il livello di quanti lo
avevano preceduto sul trono, se la sua degenerazione in tutto il resto non
avesse offuscato anche questo merito. Fu lui a iniziare coi Volsci una guerra
destinata a durare due secoli, e tolse loro con la forza Suessa Pomezia.
Ne vendette il bottino e coi quaranta talenti d'argento ricavati
concepì la costruzione di un tempio di Giove le cui dimensioni sarebbero state
degne del re degli dèi e degli uomini, nonché della potenza romana e
della sua stessa posizione maestosa. Il denaro proveniente dalla presa di Suessa
fu messo da parte per la costruzione del tempio. In séguito si impegnò in una
guerra più lunga del previsto con la vicina città di Gabi. Infatti tentò
prima una fallimentare soluzione di forza; poi, respinto anche da sotto le mura
dopo averne cercato l'assedio, alla fine ricorse a un espediente poco in
sintonia con lo spirito romano, cioè l'astuzia dolosa e fraudolenta. Mentre
dava a vedere di aver perso interesse nella guerra per concentrarsi
sulla fondazione del tempio e su altre opere di natura urbanistica,
Sesto, il più giovane dei suoi tre figli, con un preciso piano, riparò
a Gabi lamentandosi del trattamento eccessivamente crudele riservatogli dal
padre. Lì raccontò che quest'ultimo, dopo i sudditi, aveva
adesso iniziato a tormentare i figli, che a sua detta erano fastidiosamente
numerosi, e a cercare di riprodurre in casa il deserto che aveva fatto in
senato, in modo tale da non lasciare né discendenti né un qualche erede al
trono. Quanto a lui, sfuggito alle spade e ai pugnali del padre, era
convinto che in nessun posto sarebbe stato così al sicuro come presso
i nemici di Lucio Tarquinio. Circa la guerra che sembrava esser stata
abbandonata, avevano poco da illudersi: era tutta una finta e, da un momento
all'altro, lui li avrebbe attaccati quando meno se lo aspettavano. Se poi
presso di loro non c'era posto per un supplice, allora avrebbe
attraversato tutto il Lazio e quindi si sarebbe rivolto ai Volsci, agli Equi e
agli Ernici, finché non avesse trovato gente disposta a proteggere un
figlio dalle torture e dalle crudeltà inflittegli dal padre.
Può darsi anche che avrebbe trovato gli stimoli per andare a combattere il
più tirannico dei re e il più insolente dei popoli. Poiché era chiaro che, se
avessero titubato, il giovane, infuriato com'era, se ne sarebbe andato,
i Gabini gli diedero il benvenuto. Gli dissero di non
meravigliarsi se il padre si era comportato coi figli nello stesso modo che coi
sudditi e con gli alleati: avrebbe finito col rivolgere la propria
crudeltà contro se stesso, una volta esaurito ogni bersaglio. Da parte loro,
erano comunque contenti della sua venuta e confidavano, anche col suo
aiuto, di spostare in breve tempo il teatro delle operazioni di guerra dalle
porte di Gabi alle mura di Roma. 54 In séguito Sesto fu ammesso alle
riunioni di governo, durante le quali, sul resto delle questioni, si
professava dello stesso avviso degli anziani di Gabi per la loro maggiore
esperienza. Da parte sua, invece, non faceva che parlare di guerra e sosteneva di
esserne un grande esperto in quanto conosceva le forze dei due popoli e
sapeva che Tarquinio aveva raggiunto un punto tale di arroganza che non solo
i cittadini ma i figli stessi non riuscivano più a tollerarlo.
Così, con questa tecnica, riuscì piano piano a convincere i capi di Gabi a riaprire
le ostilità. Avrebbe guidato lui in persona delle azioni di guerriglia con
un gruppo di giovani particolarmente coraggiosi. Calcolando
perfettamente ogni cosa che faceva e diceva, riuscì a incrementare
a tal punto la malriposta fiducia nella sua persona, che alla fine gli
affidarono il comando in capo delle operazioni. Siccome il popolo ignorava
quel che stava realmente succedendo e le prime scaramucce tra Romani e Gabini
vedevano quasi sempre prevalere questi ultimi, allora tutti, senza
distinzioni di classe, cominciarono a credere che Sesto Tarquinio fosse
l'uomo mandato dal cielo per guidare le loro truppe. E i soldati, vedendo che
egli era sempre disposto a condividere rischi e fatiche ed era
oltremodo generoso nella spartizione del bottino, gli si affezionarono a tal
punto che non era meno potente lui a Gabi di quanto suo padre Tarquinio lo
fosse a Roma. E così, quando Sesto capì di essere abbastanza forte
per affrontare qualsiasi impresa, mandò a Roma un suo uomo per chiedere al padre
cosa dovesse fare, visto che a Gabi
gli dèi gli avevano concesso di esser padrone incontrastato
della situazione politica. Al messaggero -
suppongo per la scarsa fiducia che ispirava - non venne affidata una
risposta a voce. Il re, dando a vedere di essere perplesso, si spostò
nel giardino del suo palazzo e l'inviato del figlio gli andò dietro.
Lì, passeggiando avanti e indietro in silenzio, pare che il re si mise a
decapitare i papaveri a colpi di bacchetta. Il messaggero, stanco di
fare domande senza ottenere risposte, ritornò
a Gabi convinto di non aver compiuto la missione. Lì riferì
ciò che aveva detto e ciò che aveva
visto: il re, fosse per ira, per insolenza o per naturale disposizione
all'arroganza, non aveva aperto bocca. Sesto, appena gli fu chiaro a cosa il padre
volesse alludere con quei silenzi sibillini, eliminò i capi della
città, accusandone alcuni davanti al popolo, e con altri facendo leva
sull'impopolarità che si erano acquistati da soli. Per molti ci fu l'esecuzione
sotto gli occhi di tutti. Certi invece, più difficili da mettere
sotto accusa, vennero assassinati di nascosto. Altri ebbero il permesso di
lasciare il paese o vennero esiliati. Le proprietà di tutti,
morti o esiliati, subirono la stessa sorte: vennero confiscate e quindi
distribuite in una corsa sfrenata all'accaparramento. Badando quindi solo
all'interesse particolare, la gente perse il senso del disastro in
cui la città era franata. Finché un bel giorno, rimasta priva di una
direzione e di risorse, Gabi si onsegnò nelle mani del re di Roma senza opporre
resistenza. 55 Dopo essersi impadronito di Gabi,
Tarquinio fece pace con gli Equi e rinnovò il trattato con gli
Etruschi. Quindi si rivolse a progetti di edilizia urbana. Il primo era il tempio
di Giove sul monte Tarpeio: sarebbe stato un monumento immortale al
suo regno e al suo nome, e avrebbe ricordato che dei due Tarquini -
entrambi re -, prima il padre aveva fatto il voto di costruirlo e poi il figlio
lo aveva portato a compimento. E perché la zona venisse liberata da ogni
precedente traccia di culto e dedicata esclusivamente a Giove e al
suo tempio, ordinò di sconsacrare quelle cappelle e quei santuari che
erano stati in un primo tempo dedicati agli dèi da Tazio nei momenti
decisivi della battaglia contro Romolo e che in séguito erano stati consacrati e
inaugurati. Proprio all'inizio dei lavori, tradizione vuole che gli dèi
inviassero un segno per indicare la grandezza di quel potente regno.
Infatti, mentre gli uccelli diedero il via libera alla sconsacrazione di tutti
gli altri santuari, la stessa cosa non successe per quello di Termine. Il
presagio augurale fu interpretato in questo modo: visto che il tempio di
Termine rimaneva al suo posto ed era l'unica tra tutte le
divinità a non essere allontanata dallo spazio a essa consacrato, ciò significava
stabilità e solidità per lo Stato. Una volta ricevuto questo presagio di
durata, ne seguì un altro che annunciava la grandezza dell'impero. Pare che
durante gli scavi delle fondamenta del tempio venisse portata alla luce una
testa di uomo con i lineamenti della faccia intatti. Il ritrovamento parlava
chiaro: quel punto sarebbe diventato la cittadella dell'impero e
la capitale del mondo. Questa fu l'interpretazione degli indovini, sia
dei locali, sia di quelli fatti arrivare dall'Etruria per pronunciarsi
sulla cosa. Nella mente del re c'era ormai spazio
solo per le spese pubbliche: così, il ricavato del bottino di Pomezia,
destinato a coprire la costruzione dell'intero edificio, bastò
appena a pagare le fondamenta. Questo perché la mia fonte è nel caso presente
Fabio, che è più antico, e secondo il quale il bottino fu soltanto di
quaranta talenti, e non Pisone che invece parla di quarantamila libbre di pesante
argento stanziate per l'opera. Una simile somma non è pensabile la
si potesse all'epoca ricavare dal bottino di una sola città e non esiste
edificio, neppure oggi come oggi, le cui fondamenta arrivino a costare
così care. 56 Nel desiderio di portare a termine la costruzione del tempio,
Tarquinio, dopo aver fatto venire operai da tutta l'Etruria, attinse non
solo ai fondi di Stato stanziati per questo progetto, ma ricorse anche
alla mano d'opera della plebe. Non era certo un lavoro da poco e in
più c'era il servizio militare. Tuttavia, ai plebei pesava meno dover costruire i
templi degli dèi con le proprie mani che essere impiegati, come poi in
séguito successe, in lavori meno spettacolari ma molto più
sfibranti (come la costruzione dei sedili del Circo o quella, da realizzarsi sotto
terra, della Cloaca Massima, ricettacolo di tutto il liquame della
città, opere queste al cui confronto la grandiosità dei giorni nostri
ha ben poco da contrapporre). Dopo aver impegnato la plebe in queste grandi
costruzioni, Tarquinio, pensando che una popolazione numerosa se disoccupata
sarebbe stata per Roma un peso morto, e volendo nel contempo ampliare
i confini del suo regno con la deduzione di colonie, inviò coloni
a Signa e Circei per farne un giorno dei bastioni di Roma sulla terra e sul
mare. Nel bel mezzo di queste iniziative, si
assistette a un prodigio tremendo: da una colonna di legno sbucò
fuori un serpente che gettò nel panico il palazzo reale. Quanto al re, la sua
reazione non fu di improvviso terrore ma di ansia e preoccupazione. Per i
prodigi di carattere pubblico Tarquinio consultava soltanto gli
indovini etruschi. Ma in questo caso, spaventatissimo
da un fenomeno che sembrava interessare la sua casa, stabilì che fosse interrogato
l'oracolo di Delfi, il più famoso del mondo. Non osando però affidarne a
nessun altro il responso, mandò due dei suoi figli in Grecia attraverso terre a quel
tempo ignote e attraverso mari ancora più ignoti. Tito e Arrunte
partirono. Al loro séguito si imbarcò anche Lucio Giunio Bruto, figlio di
Tarquinia, sorella del re, giovane dal carattere completamente diverso da
quello che dava a vedere. Quando era venuto a sapere che i personaggi
più in vista della città, e tra questi suo fratello, erano stati eliminati
dallo zio, aveva deciso di rinunciare a ogni atteggiamento e a ogni successo
economico che avrebbero potuto innervosire il re o suscitarne
l'invidia, e si era risolto a cercare la sicurezza nel disprezzo, visto che la
giustizia offriva ormai ben poca protezione. Così, facendo
apposta l'imbecille e lasciando che il re disponesse liberamente della sua persona e
delle sue sostanze, non aveva rifiutato nemmeno il soprannome di
Bruto, per mascherare il grande coraggio che, una volta scoccata l'ora
fatale, lo avrebbe spinto a liberare il popolo romano. Era lui che
i Tarquini si portavano a Delfi, più come una spassosa macchietta
che come un compagno di viaggio: pare che il suo dono ad Apollo consistesse in un
bastone d'oro racchiuso in un altro di corno che era stato scavato
proprio con quell'intento, a rappresentazione simbolica del suo
carattere. Una volta arrivati a Delfi e compiuta la missione per conto del
padre, i giovani furono presi dal desiderio insopprimibile di sapere a
chi di loro sarebbe toccato il regno di Roma. Pare che dal profondo
dell'antro si sentì una voce pronunciare le seguenti parole: «A Roma
regnerà, o giovani, il primo di voi che darà un bacio a sua madre.» I Tarquini, per far
sì che Sesto, rimasto a Roma, non venisse a sapere del responso e
restasse così tagliato fuori dal potere, impongono il segreto più
assoluto sull'episodio. Di comune accordo lasciano che la sorte decida chi, una
volta a Roma, bacerà per primo la madre. Bruto pensò invece che il
responso della Pizia avesse un altro significato: per questo, facendo finta
di scivolare, cadde a terra e vi appoggiò le labbra, considerando
la terra madre comune di tutti i mortali. Quindi rientrarono a Roma, dove
fervevano i preparativi per una guerra contro i Rutuli. 57 Ardea apparteneva ai Rutuli, popolo
che in quella regione e in quell'epoca spiccava per le sue
ricchezze. La vera causa della guerra fu questa: il re di Roma, dopo essersi svenato
con la sontuosità dei suoi progetti urbanistici, contava di
riassestare il proprio bilancio e, nel contempo, facendo del bottino sperava
di placare gli animi della gente, esacerbati non soltanto dalla sua
ferocia, ma incapaci di perdonargli di essere stati così a lungo
impegnati in lavori faticosi e servili. Si tentò di
prendere Ardea al primo assalto. Visto il fallimento del tentativo, i Romani scelsero la via dell'assedio e
scavarono una trincea intorno alla città nemica. In questa guerra
di posizione, come sempre accade quando si tratta di una guerra più lunga
che aspra, le licenze erano all'ordine del giorno, anche se ne beneficiavano
più i capi che la truppa. I figli del re, tanto per fare un esempio,
ammazzavano il tempo spassandosela in festini e bevute. Un giorno, mentre
stavano gozzovigliando nella tenda di Sesto Tarquinio e c'era anche Tarquinio
Collatino, figlio di Egerio, il discorso cadde per caso sulle mogli e
ciascuno prese a dire mirabilia della propria. La discussione si
animò e Collatino affermò che era inutile starne a parlare perché di lì a
poche ore si sarebbero resi conto che nessuna poteva tener testa alla sua
Lucrezia. «Giovani e forti come siamo, perché non saltiamo a cavallo e andiamo
a verificare di persona la condotta delle nostre spose? La prova
più sicura sarà ciò che ciascuno di noi vedrà all'arrivo inaspettato
del marito». Infiammati dal vino, urlarono tutti: «D'accordo, andiamo!»
Un colpo di speroni al cavallo e volano a Roma. Arrivarono alle prime
luci della sera e di lì proseguirono alla volta di Collazia, dove trovarono
Lucrezia in uno stato completamente diverso da quello delle nuore del re
(sorprese a ingannare l'attesa nel pieno di un festino e in compagnia di
coetanei): nonostante fosse notte fonda, Lucrezia invece era seduta nel
centro dell'atrio e stava trafficando intorno alle sue lane
insieme alle serve anche loro indaffarate. Si aggiudicò
così la gara delle mogli. All'arrivo di Collatino e dei Tarquini, li accoglie
con estrema gentilezza e il marito vincitore invita a cena i giovani
principi. Fu allora che Sesto Tarquinio, provocato non solo dalla bellezza ma
dalla provata castità di Lucrezia, fu preso dalla insana smania di averla a
tutti i costi. Poi, dopouna notte passata a godersi le gioie della
giovinezza, rientrarono alla base.
58 Qualche giorno dopo, Sesto Tarquinio, all'insaputa di Collatino,
andò a Collazia con un solo compare. Lì
fu accolto ospitalmente perché nessuno era al corrente dei suoi progetti.
Finita la cena, si andò a coricare nella camera degli ospiti. Invasato
dalla passione, quando capì che c'era via libera e tutti erano nel primo
sonno, sguainata la spada andò nella stanza di Lucrezia che stava dormendo:
la immobilizzò con la mano puntata sul petto e disse: «Lucrezia, chiudi la
bocca! Sono Sesto Tarquinio e sono armato. Una sola parola e sei morta!»
La povera donna, svegliata dallo spavento, capì di essere a un
passo dalla morte. Tarquinio cominciò allora a dichiarare il suo amore, ad alternare
suppliche a minacce e a tentarle tutte per far cedere il suo animo di
donna. Ma vedendo che Lucrezia era irremovibile e non cedeva nemmeno di
fronte all'ipotesi della morte, allora aggiunse il disonore
all'intimidazione e le disse che, una volta morta, avrebbe sgozzato un servo e
glielo avrebbe messo nudo accanto, in modo che si dicesse che era stata
uccisa nel degrado più basso dell'adulterio. Con questa spaventosa
minaccia, la libidine di Tarquinio ebbe, per così dire, la meglio
sull'ostinata castità di Lucrezia. Quindi, fiero di aver violato l'onore di una
donna, ripartì. Lucrezia, affranta dalla grossa disavventura capitatale,
manda un messaggero al padre a Roma e uno al marito ad Ardea pregandoli di
venire da lei, ciascuno con un amico fidato, e di non perdere tempo
perché era successa una cosa spaventosa. Arrivarono così
Spurio Lucrezio con Publio Valerio, figlio di Voleso, e Collatino con Lucio Giunio
Bruto (questi ultimi stavano per caso rientrando a Roma quando si erano
imbattuti nel messaggero inviato da Lucrezia). La trovano seduta nella sua
stanza e immersa in una profonda tristezza. Alla vista dei congiunti,
scoppia a piangere. Il marito allora le chiede: «Tutto bene?» Lei gli
risponde: «Come fa ad andare tutto bene a una donna che ha perduto l'onore? Nel tuo
letto, Collatino, ci son le tracce di un altro uomo: solo il mio
corpo è stato violato, il mio cuore è puro e te lo proverò con la mia
morte. Ma giuratemi che l'adutero non rimarrà impunito. Si tratta di
Sesto Tarquinio: è lui che ieri notte è venuto qui e, restituendo
ostilità in cambio di ospitalità, armato e con la forza ha abusato di me. Se siete
uomini veri, fate sì che quel rapporto non sia fatale solo a me ma anche a
lui.» Uno dopo l'altro giurano tutti. Cercano quindi di consolarla con questi
argomenti: in primo luogo la colpa ricadeva solo sull'autore di quell'azione
abominevole e non su di lei che ne era stata la vittima; poi non
è il corpo che pecca ma la mente e quindi, se manca l'intenzione, non si
può parlare di colpa. Ma lei replica: «Sta a voi stabilire quel che
si merita. Quanto a me, anche se mi assolvo dalla colpa, non significa che
non avrò una punizione. E da oggi in poi, più nessuna donna, dopo
l'esempio di Lucrezia, vivrà nel disonore!» Afferrato il coltello che
teneva nascosto sotto la veste, se lo piantò nel cuore e, piegandosi
sulla ferita, cadde a terra esanime tra le urla del marito e del padre. 59 Bruto, mentre gli altri erano in
preda allo sconforto, estrasse il coltello dalla ferita e, brandendolo
ancora stillante di sangue, disse: «Su questo sangue, purissimo prima che
un principe lo contaminasse, io giuro e chiamo voi a testimoni, o dèi,
che di qui in poi perseguiterò Lucio Tarquinio Superbo e la sua
scellerata moglie e tutta la sua stirpe col ferro e col fuoco e con qualunque
mezzo mi sarà possibile e non permetterò che né loro né nessun
altro regni più a Roma.» Quindi passa il coltello a Collatino e poi a Lucrezio e
a Valerio, tutti sbalorditi dall'incredibile evento e incapaci di
stabilire da dove Bruto prendesse tutta quella veemenza. Giurano com'era
stato loro ordinato e, passati dal dolore alla rabbia, appena Bruto li
invita a scagliarsi immediatamente contro il potere reale, non esitano a
seguirlo come loro capo. Quindi trascinano fuori di casa il
cadavere di Lucrezia e lo adagiano in pieno foro dove piano piano si accalca
la gente, attratta, come di consueto, dalla stranezza della cosa e
in più dalla sua nefandezza. Tutti si scagliano indignati contro la
violenza criminale del principe. La loro commozione nasceva dalla tristezza del
padre ma anche da Bruto che li invitava a smetterla con tutti quei
pianti e li esortava a esser degni del proprio nome di uomini e di Romani e a
prendere le armi contro chi aveva osato trattarli come nemici. I giovani
più coraggiosi si armano e si offrono volontari, seguiti subito da
tutto il resto della gioventù. Quindi, lasciato il padre di Lucrezia a
guardia di Collazia e piazzate delle sentinelle per evitare che
qualcuno andasse a riferire dell'insurrezione alla famiglia reale,
il resto delle truppe fa rotta su Roma agli ordini di Bruto. Una volta
lì, questa moltitudine armata semina dovunque il panico e lo sconcerto al
suo passaggio. Ancora una volta, però, vedendo che alla testa
c'erano i personaggi più in vista della città, l'opinione generale fu
che, qualunque cosa stessero facendo, non poteva trattarsi di un'iniziativa
sconsiderata. L'atroce episodio suscita a Roma non meno commozione di quanta ne
avesse suscitata a Collazia e da ogni parte della città la gente
si riversa nel foro. Una volta lì, un messo convocò il popolo di
fronte al tribuno dei Celeri, magistratura tenuta casualmente in quel periodo
proprio da Bruto. Egli allora pronunciò un discorso assolutamente non in
sintonia con il carattere e gli atteggiamenti che fino a quel giorno
aveva simulato di avere. Parlò della brutale libidine di Sesto Tarquinio,
dello stupro infamante subito da Lucrezia, del suo commovente suicidio e
del lutto solitario di Tricipitino che era più affranto e indignato
per la causa che non per la morte stessa della figlia. Ricordò loro anche
l'arroganza tirannica del re e lo stato miserando della plebe, costretta a
schiantare di fatica a forza di scavi e di fogne da ripulire. A questo
proposito aggiunse che i Romani, capaci di sottomettere ogni altro popolo dei
dintorni, erano stati trasformati in manovali e tagliapietre da guerrieri
che erano. Dopo aver citato l'indegna fine
di Servio Tullio e l'episodio orrendo della figlia che ne calpestava il cadavere col cocchio, invocò
gli dèi vendicatori dei crimini contro i genitori. Con questi argomenti e,
credo, con altri ancora più atroci dettati dall'immediatezza dello sdegno,
ma quasi mai facilmente ricostruibili da parte degli storici,infiammò
il popolo e lo trascinò ad abbattere l'autorità del re e a
esiliare Lucio Tarquinio con tanto di moglie e figli. Poi Bruto in persona
arruolò i giovani che si offrivano volontari e, dopo averli dotati di
armi, partì alla volta di Ardea per sollevare contro il re l'esercito
là accampato. Lasciò il comando di Roma a Lucrezio, che poco tempo prima era
già stato nominato prefetto della città dal re. Nel pieno di
questo trambusto, Tullia scappò dal palazzo e, dovunque passava, la gente la
subissò di maledizioni e di invocazioni alle furie vendicatrici dei crimini contro i
genitori. 60 Quando la notizia di questi
avvenimenti arrivò all'accampamento, il re, allarmato dal pericolo inatteso,
partì alla volta di Roma per reprimere l'insurrezione. Bruto, informato che il
re si stava avvicinando, per evitare l'incontro fece una manovra di
diversione. Anche se per strade diverse, Bruto e Tarquinio arrivarono
quasi nello stesso momento ad Ardea e a Roma. A Tarquinio vennero chiuse in
faccia le porte e comunicata la notizia dell'esilio. Il liberatore di
Roma fu invece accolto con entusiasmo dagli uomini
nell'accampamento, i quali poi ne espulsero i figli del re. Due di essi seguirono il
padre nell'esilio a Cere, in terra etrusca. Sesto Tarquinio partì
alla volta di Gabi, come se fosse stato un suo dominio, ma lì fu
assassinato da quanti ne vendicarono le stragi e le razzie di un tempo. Lucio Tarquinio Superbo regnò
venticinque anni. Il regime monarchico a Roma, dalla fondazione alla liberazione,
durò duecentoquarantaquattro anni. In séguito, attenendosi a quanto
scritto nei diari di Servio Tullio, i comizi centuriati, convocati dal
prefetto della città, elessero due consoli: Lucio Giunio Bruto e Lucio
Tarquinio Collatino. LIBRO II 1 La nuova libertà del popolo
romano, le sue conquiste in campo militare e civile, le magistrature annuali e il
rafforzamento della norma legale in relazione all'arbitrio dell'individuo:
questi saranno di qui in poi i miei temi. Dopo l'autoritarismo tirannico
dell'ultimo re, questa libertà fu salutata con ancora più
entusiasmo. Infatti i suoi predecessori avevano esercitato il potere in maniera tale da
poter essere a buon diritto considerati, uno dopo l'altro, i
fondatori di almeno parti di Roma, cioè di quei quartieri nuovi aggiunti per
far fronte alla crescita demografica che essi stessi avevano voluto. E non
c'è dubbio che addirittura Bruto, copertosi di gloria per l'espulsione
del tirannico Tarquinio, avrebbe agito in modo dannosissimo per lo
Stato, se il desiderio prematuro di libertà lo avesse trascinato a
detronizzare qualcuno dei re precedenti. Infatti cosa ne sarebbe stato di quel
branco di pastori e di avventurieri se, fuggiti dai loro paesi per cercare
libertà o impunità nel recinto inviolabile di un tempio, si fossero
liberati della paura di un re e avessero cominciato a lasciarsi
scombussolare dalla virulenza dei demagoghi e a scontrarsi verbalmente
coi senatori di una città che non era la loro, prima che l'amore coniugale,
l'amore paterno e l'attaccamento alla terra stessa (sentimento questo
legato alla lunga consuetudine) non avessero unito le loro aspirazioni? Lo
Stato, minato dalla discordia, non sarebbe riuscito a muovere nemmeno i
primi passi. Invece l'atmosfera di serenità e moderazione che
accompagnò la gestione del potere ne influenzò a tal punto la crescita che, una volta
raggiunta la piena maturità delle sue forze, poté esprimere i frutti
migliori della libertà. E poi l'inizio della libertà
risale a questa data non tanto perché il potere monarchico subì un
qualche ridimensionamento, ma piuttosto perché fu stabilito che i consoli durassero in
carica soltanto un anno. I primi a occupare questa magistratura mantennero
tutte le attribuzioni e le insegne dei re, salvo che non ebbero
contemporaneamente i fasci per non dare alla gente l'impressione di un terrore
raddoppiato. Bruto, che col consenso del collega fu il primo ad averli,
dimostrò di non essere meno attento nel preservare la libertà di quanto
fosse stato determinato nel rivendicarla. In questa direzione ecco quale fu il
suo primo provvedimento: per evitare che il popolo, tutto preso dalla
novità di essere libero, potesse in séguito lasciarsi convincere dalle
suppliche allettanti della casa reale, lo costrinse a giurare che non avrebbe
permesso più a nessuno di diventare re a Roma. Poi, per rinforzare il
senato ridotto ai minimi termini dalle esecuzioni a catena pretese dall'ultimo
re, ne portò il totale degli effettivi a trecento nominando senatori
i personaggi più in vista dell'ordine equestre. Di lì pare
che entrò nell'uso di convocare per le sedute del senato padri e coscritti
(dove è chiaro che con questo termine si alludeva agli ultimi eletti). Il
provvedimento giovò straordinariamente all'armonia cittadina e al
riavvicinamento della plebe alla classe senatoriale. 2 Poi venne presa in esame la sfera
religiosa. E poiché certe cerimonie di natura pubblica erano officiate dal re
in persona, per evitare che se ne potesse in qualche modo rimpiangere la
presenza, nominarono un re dei sacrifici. Questo sacerdozio fu però
subordinato al pontefice, in modo tale che la carica unita al titolo non
rappresentasse un'insidia per la libertà, che in quel momento era
la cosa in assoluto più importante. Può anche darsi che in questo senso (la
salvaguardia maniacale della libertà) si esagerò un po'. Infatti il
solo torto dell'altro console fu quello di portare un nome odiato da tutti: i Tarquini
erano troppo abituati a essere re. Il primo fu Tarquinio Prisco, poi
lo scettro toccò a Servio Tullio e nemmeno questo intervallo fece
dimenticare il trono a Tarquinio il Superbo; infatti se lo riprese con la
violenza degna di un criminale, considerandolo un'eredità di
famiglia e non la prerogativa di un altro. Dopo la cacciata di Tarquinio il
Superbo, il potere era adesso nelle mani di Collatino. I Tarquini non erano in
grado di vivere da privati cittadini. Alla gente non andava a
genio il nome: era un pericolo per la libertà. Si cominciò
così, mettendo in giro questi argomenti per tastare lo stato d'animo del popolo. Quando poi
il sospetto inizia a creare inquietudine in più parti, Bruto
convoca un'assemblea generale. Lì, prima di tutto, legge ad alta voce ciò
che il popolo aveva giurato, e cioè di impedire che in futuro qualcuno potesse
diventare re di Roma o rappresentare una minaccia alla
libertà. Era quindi un dovere morale attenersi rigorosamente a quel
giuramento e non trascurare nessun dettaglio che lo potesse in qualche
modo riguardare. Gli dispiaceva alludere a qualcuno di preciso e
avrebbe evitato di parlare se non fosse stato per il suo attaccamento alla
patria. Non era convinto che il popolo romano avesse riconquistato in pieno la
libertà: la famiglia reale e il suo nome non erano soltanto in
città ma addirittura al governo, e ciò rappresentava un ostacolo
insormontabile per la libertà. «Sta a te,» disse, «o Lucio Tarquinio, prendere
l'iniziativa e dissipare questa paura. Certo, non bisogna dimenticarselo che
hai cacciato i re. Vai fino in fondo col tuo nobile gesto e porta via da
Roma il loro nome. Sulle tue proprietà non metterà le mani nessuno, ti do
la mia parola. Anzi, se non sono adeguate, subiranno dei ritocchi
munifici. Vattene da amico. Libera la gente da questa paura, può darsi
del tutto infondata, ma nell'animo di tutti vi è questo convincimento:
soltanto quando il nome dei Tarquini scomparirà da Roma, la monarchia
sarà solo più un ricordo.» Sulle prime il console rimase senza parole di fronte a
una cosa così sbalorditiva e imprevedibile. Poi, quando stava per
replicare, viene circondato dai personaggi più influenti della
città i quali gli rivolgono la stessa richiesta, anche se con scarso successo
emotivo. Spurio Lucrezio, invece, univa il prestigio dell'anzianità
allasua posizione di suocero: perciò, quando cominciò, passando dalla
supplica alla persuasione, a convincerlo di piegarsi alla volontà unanime
del popolo, Collatino, temendo che allo scadere del mandato consolare si
sarebbe ritirato a vita privata senza più nulla in mano e con magari l'aggiunta
di qualche altra ignominiosa aggravante, rinunciò alla sua
carica e abbandonò Roma dopo aver trasferito a Lavinio tutti i suoi beni. Su
delibera del senato, Bruto propose al popolo un decreto che sancisse l'esilio
per tutti i membri della famiglia
dei Tarquini. Con l'approvazione dei comizi centuriati nominò
suo collega Publio Valerio, che era stato un valido
aiuto nella cacciata dei re. 3 Pur non essendoci dubbi che fosse
imminente una guerra coi Tarquini, l'attacco fu sferrato più tardi
di quanto si potesse prevedere. Invece, e questo nessuno poteva prevederlo, gli
intrighi e i tradimenti per poco non privarono Roma della sua
libertà. Tra i giovani romani ve n'erano alcuni, di condizioni non modeste, che in epoca
monarchica avevano avuto meno difficoltà a vivere in maniera
sregolata e che essendo coetanei e compagni dei
giovani Tarquini erano cresciuti con abitudini principesche. Quindi, ora che tutti godevano di uguali
diritti, rimpiangevano la licenziosità di un tempo e si lamentavano
reciprocamente che la libertà degli altri fosse diventata la loro schiavitù. Il
re era un uomo dal quale si poteva ottenere un favore, lecito o illecito
che fosse; c'era spazio per l'appoggio e per il beneficio; poteva
passare dalla collera al perdono, ma sapeva distinguere tra amici e nemici.
La legge era invece un qualcosa di sordo e inesorabile, migliore e
più vantaggiosa per l'indigente che per il benestante, ma priva di
flessibilità e di indulgenza quando si passava la misura. Troppo pericoloso vivere di
sola innocenza, visto che l'esistenza di un uomo è tutta una
debolezza. Erano già quindi di per se stessi maldisposti intimamente quando arrivarono
degli inviati da Tarquinio i quali non fecero accenno al rientro ma
si limitarono a reclamarne le proprietà. Il senato diede loro
ascolto e poi discusse la questione per alcuni giorni: un rifiuto avrebbe
costituito un buon pretesto per la guerra, mentre una risposta affermativa
una forma di sussidio e di assistenza per permettergli di portare
avanti la guerra stessa. Nel frattempo gli inviati si mossero in
un'altra direzione: col pretesto ufficiale di reclamare le
proprietà della famiglia reale, sotto sotto tramavano per restaurare la monarchia
e, pur dando a vedere di compiere la loro missione, saggiavano la
disposizione psicologica dei giovani nobili. A tutti quelli che sembravano
interessati alla cosa consegnarono una lettera dei Tarquini e organizzarono un
complotto per farli rientrare segretamente in città durante la
notte. 4 I primi a essere messi al corrente
del progetto furono i fratelli Vitelli e i fratelli Aquili. La sorella
dei Vitelli aveva sposato il console Bruto e da quel matrimonio eran
nati due figli, Tito e Tiberio, già piuttosto grandi. Gli zii
coinvolsero anche loro nel complotto, oltre ad alcuni altri giovani nobili i cui
nomi si son però persi col tempo. Dato che in senato avevano nel
frattempo avuto la meglio quanti sostenevano la tesi della restituzione
dei beni, gli inviati ebbero un pretesto in più per trattenersi
a Roma in quanto i consoli gli concessero il tempo necessario per procurarsi i
carri con cui portar via ciò che apparteneva alla famiglia reale.
Trascorrono tutto questo tempo in conciliaboli con i congiurati e, a forza
di insistere, ne ottengono una lettera da consegnare ai Tarquini (i
quali altrimenti come avrebbero potuto fidarsi ciecamente dei loro
inviati visto che si trattava di una questione così delicata?).
Queste lettere, destinate a essere una garanzia di affidabilità, costituirono la
prova concreta del complotto criminoso. Infatti, il giorno prima che gli
inviati tornassero dai Tarquini, ci fu una cena, guarda caso, proprio dai
Vitelli. Lì i congiurati, dopo aver congedato gli altri invitati (potenziali
testimoni), chiacchierarono a lungo ovviamente sul recente progetto.
I loro discorsi furono però intercettati da uno schiavo che aveva
già prima subodorato quel che stava per succedere ma aspettava il momento
della consegna delle lettere agli inviati per provare la fondatezza della
sua accusa con l'intercettazione delle stesse. Quando vide che la
consegna era avvenuta, andò a denunciarli ai consoli. Questi si precipitarono a
casa dei Vitelli dove colsero in flagrante legati e congiurati e
liquidarono la cosa senza troppo rumore, facendo attenzione soprattutto che non
sparissero le lettere. I traditori furono arrestati immediatamente. Quanto
invece ai legati, ci fu un attimo di esitazione: poi, pur ritenendo che
meritassero un trattamento da nemici, prevalse il diritto delle genti. 5 La restituzione delle
proprietà reali, già approvata in precedenza, fu di nuovo messa in discussione di fronte
al senato. Questa volta l'indignazione ebbe la meglio. Si
votò contro la restituzione, ma anche contro la confisca da parte dello
Stato: la plebe avrebbe avuto carta bianca sulle proprietà reali, in
maniera tale da rinunciare per sempre, devastandole, all'idea di far pace coi
discendenti dei Tarquini. Le loro terre, situate tra Roma e il Tevere,
furono consacrate a Marte e in séguito divennero il Campo Marzio. Pare
che al momento ci fosse solo grano e per giunta pronto per il raccolto.
Siccome mangiare il grano del Campo Marzio sarebbe stato un sacrilegio, le
spighe furono tagliate con tutto lo stelo da una gran massa di persone
contemporaneamente e gettate in ceste di vimini nel Tevere che scorreva a
basso regime d'acqua, come sempre succede in piena estate. Così le
fascine di spighe, andandosi a impigliare dove l'acqua era meno profonda, si
sarebbero depositate sul fango del fondale e di lì, a poco a poco e
anche grazie ai detriti di altra natura che il fiume trascina accidentalmente a
valle, si sarebbe formata un'isola. In séguito, suppongo, vennero
aggiunti dei terrapieni e si lavorò manualmente per innalzare
il livello del terreno e metterlo in condizione di ospitare templi e
portici. Finita la devastazione delle
proprietà reali, i traditori furono condannati e la loro esecuzione
risultò ancora più notevole in quanto la carica di console costrinse il padre al
compito ingrato di infliggere la condanna ai propri figli; infatti,
mentre proprio Bruto avrebbe dovuto essere la persona esentata
dall'assistere al loro supplizio, la fatalità della sorte lo designò invece
come esecutore ultimo della pena. Legati al palo c'erano dei giovani tra i
più nobili di Roma; ma gli altri, come se fossero stati delle persone qualunque,
non attiravano minimamente l'attenzione: tutti avevano occhi
soltanto per i figli del console e ne compativano la pena non meno del reato
per cui l'avevano meritata. Proprio quello stesso anno che la patria aveva
riconquistato la libertà e per merito del loro padre, lo stesso anno
che il consolato era stato inaugurato dalla famiglia Giunia, quei
giovani avevano avuto il coraggio di tradire senatori, plebe e tutto
ciò che era romano in cielo e in terra, nonché di consegnare ogni cosa in mano
a colui che prima era stato un re tirannico e che adesso rimaneva un
nemico in esilio. I consoli presero posto sui loro seggi e diedero ordine
ai littori di eseguire la sentenza. I colpevoli, completamente nudi,
vennero flagellati con verghe e poi decapitati. Per l'intero corso
dell'esecuzione gli occhi di tutti rimasero puntati sull'espressione del padre, sul
cui volto di occasione per l'ufficialità della carica era
segnato nettissimo il dolore paterno. A fine esecuzione, perché l'esempio
potesse essere un deterrente doppiamente efficace nello scoraggiare il crimine,
allo schiavo autore della denuncia venne assegnato un premio in denaro a
spese dello Stato nonché concesse l'affrancatura e la cittadinanza. Si
dice che egli fu il primo a essere liberato con la vindicta e addirittura
c'è chi sostiene che l'etimologia di questo termine sia da ricondurre al
nome di quello schiavo (che affermano si chiamasse Vindicio). Sta
di fatto che, dopo di lui, divenne una prassi costante considerare
cittadini a tutti gli effetti quanti venivano liberati con quel tipo di
affrancatura. 6 Quando Tarquinio venne a sapere
com'erano andate le cose, non riuscì a contenere lo sconforto sia per il
crollo di tutte le sue speranze sia per l'odio e la bile. Vedendo che la strada
del piano doloso era completamente sbarrata, allora decise di ricorrere
alla guerra aperta e cominciò ad andare in giro a supplicare le
città etrusche dei dintorni, in particolar modo Tarquinia e Veio. Ricordava loro che
era un etrusco anche lui con lo stesso sangue nelle vene, e li
implorava che non lasciassero morire di fronte ai loro occhi i suoi figli e lui
stesso, ora povero ma un tempo arrivato al massimo della potenza.
Altri erano stati chiamati a regnare a Roma: lui, invece, quando era
già sul trono e aveva ingrandito l'impero con le sue conquiste, era stato
cacciato a séguito di un infame complotto ordito dai suoi parenti. Questi ultimi
poi, vedendo che in città non c'era uno solo degno di diventare re, avevano
messo le mani sul potere spartendoselo tra di loro e, perché
nessuno rimanesse estraneo alla razzia, avevano consegnato i suoi beni
in mano alla plebe che ne facesse scempio. Il suo unico desiderio era
riprendersi terra e scettro e punire l'ingratitudine dei suoi sudditi.
Quindi che lo aiutassero e lo assistessero. A loro volta si sarebbero
vendicati degli affronti di un tempo, delle tante disfatte patite in
battaglia e di tutta la terra perduta. Questi argomenti toccarono i Veienti
e ciascuno per parte sua gridava in tono minaccioso che almeno
agli ordini di un romano bisognava vendicare le umiliazioni subite e
riprendersi quel che si era perso in guerra. A Tarquinia, invece, fanno
presa il nome e la parentela: li attirava l'idea che a Roma regnasse uno
dei loro. Così due città e due
eserciti seguirono Tarquinio con l'intento di riconquistargli il regno e di
vendicarsi militarmente dei Romani. Quando entrarono in territorio romano, i
consoli avanzarono contro il nemico: Valerio guidava la fanteria disposta in
ordine compatto mentre Bruto lo precedeva in esplorazione con la
cavalleria. Anche nell'armata nemica il primo corpo era la fanteria, agli ordini
di Arrunte Tarquinio figlio del re. Questi era dietro col resto delle
truppe. Arrunte, individuando da lontano prima i littori, capì
che il console era lì nei pressi. Poi, quando avvicinandosi riconobbe senza
orma di dubbio i lineamenti di Bruto, infiammato dalla rabbia, urlò:
«Ecco laggiù l'uomo che ci ha cacciati dalla terra in cui siamo nati. È
proprio lui. Guardatelo come avanza tronfio delle nostre insegne! O dèi
che vendicate i re, assisteteci!» Sprona il cavallo e si butta a testa
bassa dritto contro il console. Bruto allora si sentì minacciato. Dato
però che in quel tempo era motivo d'orgoglio per i comandanti buttarsi
nella mischia in prima persona, Bruto per questo accetta la sfida senza
pensarci un attimo. I due si scontrarono con un accanimento incredibile,
preoccupandosi soltanto di colpire l'avversario e non di schivarne i
colpi. Così, trafitti l'uno e l'altro dall'asta dell'avversario passata
attraverso lo scudo, furono sbalzati da cavallo e franarono a terra in fin di
vita. Nello stesso istante ebbe inizio anche lo scontro tra il resto
delle due cavallerie e poco dopo toccò alle fanterie scendere in
campo. Si combatté con alterno successo e l'esito della battaglia rimase legato a
un filo. L'ala destra di entrambi gli schieramenti aveva la meglio,
mentre la sinistra cedeva. I Veienti, abituati alla sconfitta con le truppe
romane, furono sbaragliati e dispersi, I Tarquini, invece,
avversario nuovo e sconosciuto, non si limitarono a reggere bene l'urto ma
riuscirono anche a respingere quella parte dell'esercito romano che si
trovava nel loro settore. 7 Nonostante l'andamento incerto della
battaglia, Tarquinio e gli Etruschi furono presi da un panico tale che
abbandonarono l'impresa senza portarla a compimento e quella stessa notte
entrambi gli eserciti, il veiente e il tarquiniense, se ne tornarono nei loro
paesi. Il racconto di questa battaglia contiene anche del
prodigioso: nel silenzio della notte successiva pare si sia sentita una voce
proveniente dalla selva Arsia e identificata con quella del dio
Silvano, la quale avrebbe detto: «Gli Etruschi hanno perso un uomo in
più in battaglia, quindi la vittoria della guerra va ai Romani.» A ogni modo i
Romani se ne andarono da vincitori, gli Etruschi da vinti. Infatti, quando
alle prime luci del giorno non ci fu più l'ombra di un nemico in
vista, il console Publio Valerio raccolse le spoglie e fece rientro a Roma in
trionfo. Celebrò il funerale del collega nella maniera più
sontuosa possibile per l'epoca. Quel che però fu ben più clamoroso per la sua
memoria fu il lutto civile e, all'interno di esso, il fatto che le donne di Roma lo
piansero per un anno, come se fosse stato un padre, per l'accanimento che
aveva mostrato nel vendicare l'oltraggio alla castità
femminile. In séguito, il console sopravvissuto
alla battaglia, vittima della volubilità del volgo, vide
crollare la propria popolarità nell'avversione e fu oggetto di sospetti e accuse
abominevoli. Si vociferava che aspirasse a diventare re perché non aveva
sostituito Bruto con un un nuovo collega e perché si stava facendo costruire una
casa in cima alla Velia, una collina naturalmente fortificata che,
così si diceva, sarebbe diventata per lui una rocca inespugnabile. Queste
calunnie del popolino, cui si dava credito nonostante fossero infondate,
esacerbarono il console che, convocata un'assemblea generale, salì
sulla tribuna dopo aver fatto abbassare i fasci. Per la gente fu uno spettacolo
graditissimo vedere abbassati davanti a lei i simboli del potere, a
indicare esplicitamente che la maestà e l'autorità del
popolo erano superiori a quelle del console. Quindi, dopo aver richiesto
l'attenzione dell'uditorio, il console lodò la buona sorte del collega che, dopo aver
liberato la patria ed esserne assurto ai sommi onori, era morto in
battaglia per la repubblica, nel pieno della gloria e prima che questa
potesse degenerare in impopolarità. Lui, sopravvivendo alla sua stessa
gloria, adesso passava da una calunnia all'altra e da liberatore della patria
era stato declassato al rango degli Aquili e dei Vitelli. «Sarà
dunque mai possibile che con voi la virtù non finisca nel fango dell'oltraggio?
Dovrei temere di essere accusato di aspirare al trono io, il nemico
più acerrimo della monarchia? Anche se andassi ad abitare addirittura sulla
rocca del Campidoglio, dovrei credere di incutere timore nei miei
concittadini? Possibile che una banalità del genere riesca a rovinare la mia
reputazione presso di voi? La vostra fiducia poggia su fondamenti
così fragili che la collocazione della mia casa conta di più della mia
persona? E sia: la casa di Publio Valerio non sarà una minaccia alla vostra libertà,
o Quiriti: non abbiate paura per la Velia. Mi sposterò in pianura,
anzi no, ai piedi di un colle in modo di abitare sotto di voi visto che sono un
cittadino sospetto. Sulla Velia ci costruisca chi può dare maggiore
affidamento per la libertà di quanto non ne offra Publio Valerio.» Fece subio
spostare tutti i materiali tra la Velia e il punto dove oggi sorge il tempio
di Vica Pota e lì, ai piedi del pendio, venne costruita la casa. 8 In séguito furono presentate delle
leggi che non solo affrancarono il console dal sospetto di voler
restaurare la monarchia, ma che al contrario ebbero anche un effetto tale da
renderlo addirittura popolare e da meritargli il soprannome di Publicola.
Tra tutte le proposte, quella che permetteva di appellarsi contro un
magistrato in presenza del popolo e quella che autorizzava l'anatema contro
la persona e i beni di chiunque avesse nutrito aspirazioni monarchiche
ebbero un'accoglienza particolarmente calorosa da parte del
volgo. Dopo aver fatto passare queste leggi da solo (per non spartirne
il merito con nessun altro), allora finalmente bandì delle
elezioni per rimpiazzare il collega morto. Venne eletto console Spurio Lucrezio,
il quale, troppo avanti negli anni per tenere testa ai molti compiti
dell'ufficio, morì pochi giorni dopo. Lo si sostituì quindi con Marco
Orazio Pulvillo. Vedo però che alcuni storici antichi non menzionano il consolato di
Lucrezio e indicano in Orazio l'immediato successore di Bruto. Ho
l'impressione che del mandato di Lucrezio se ne perse memoria perché
durante quel periodo non successe nulla di importante. Il tempio di Giove sul Campidoglio non
era ancora stato dedicato. I consoli Valerio e Orazio tirarono a
sorte chi avrebbe dovuto assumersi
quell'incarico. Uscì il nome di Orazio e Publicola partì
per una campagna contro i Veienti. Che la consacrazione di un
tempio così famoso fosse toccata a Orazio irritò oltremisura
i parenti di Valerio che cercarono in tutti i modi di ostacolarla. Esaurita
ogni risorsa, quando ormai il console aveva già la mano sul
montante della porta ed era nel pieno della sua invocazione alle divinità,
essi interruppero la cerimonia gridando l'agghiacciante notizia che Orazio
aveva perso un figlio e che il padre di un morto non era nelle condizioni di
consacrare un tempio. Se egli abbia reagito non dando credito alla cosa o
dimostrando grande forza d'animo, non lo sappiamo con certezza né
è facile fare delle congetture al riguardo. Sta di fatto che, senza
lasciarsi distogliere dalla notizia se non per dare ordine di seppellire il
cadavere, tenendo la mano sul montante, completò l'invocazione
e consacrò il tempio. Furono questi gli avvenimenti politici
e militari del primo anno di regime repubblicano. 9 I consoli di quello successivo furono
Publio Valerio (per la seconda volta) e Tito Lucrezio. In quel tempo i
Tarquini si erano rifugiati presso Larte Porsenna, re di Chiusi.
Là, in un misto di consigli e suppliche, lo pregavano di non lasciar stentare
nell'indigenza dell'esilio gente ch'era di origine etrusca e aveva nelle vene
il sangue della sua stessa razza, oppure, a seconda dei giorni, lo
invitavano anche a sopprimere sul nascere la recente moda di detronizzare i re.
La libertà era già abbastanza allettante di per se stessa. Se i re
non difendevano i loro regni con la stessa forza con cui i sudditi cercavano
di ottenere la libertà, non ci sarebbe più stata differenza tra
l'alto e il basso, e gli Stati non avrebbero più avuto quel
qualcosa di superiore capace di svettare al di sopra di tutto il resto. Sarebbe stata
la fine della monarchia, l'istituzione più bella mai
vista da uomini e dèi. Porsenna, pensando che sarebbe stato meglio per gli Etruschi
se a Roma ci fosse non solo un re, ma un re di sangue etrusco,
marciò su Roma con le sue truppe. Mai prima il senato aveva provato un panico simile,
tante erano allora la potenza di Chiusi e la fama di Porsenna. E non
temeva soltanto i nemici, ma gli stessi concittadini, perché la plebe
romana, in preda al terrore, avrebbe potuto riammettere in città i re
e accettarne il giogo, pur di avere la pace. Proprio in quell'occasione il
senato fece di tutto per dimostrarsi attento alle esigenze della plebe:
prima di ogni altra cosa si ebbe particolare cura dell'annona e vennero
spediti degli emissari tanto ai Volsci quanto a Cuma con l'obiettivo di
procurare frumento. E ancora, il commercio del sale, il cui prezzo era
salito alle stelle, fu tolto ai privati e divenne monopolio di stato.
La plebe godette dell'esonero dai dazi e dai tributi e le classi abbienti
dovettero provvedere a quest'onere fiscale nella misura in cui erano in
grado di farlo: i poveri bastava pagassero allevando i figli. Questa
liberalità dei senatori, quando poi arrvarono i tempi duri dell'assedio e
della fame, riuscì a creare un'unione tale tra le classi che il
nome del re suscitò la stessa paura nei cittadini di bassa e di alta
estrazione, e in séguito nessuno divenne tanto popolare grazie agli espedienti
della demagogia, quanto lo fu l'intero senato per l'accorta
moderazione del suo operato. 10 Quando apparvero i nemici ci fu un
fuggi fuggi generale dalle campagne a Roma e Roma stessa fu munita di
presidi armati. Certe zone davan l'impressione di esser sicure per via
delle fortificazioni, altre per l'ostacolo costituito dal Tevere. Il
ponte Sublicio però avrebbe quasi offerto una breccia al nemico, se non
fosse stato per un uomo solo, Orazio Coclite,
il quale in quel giorno fece da sostegno alle sorti di Roma. Destinato per caso alla guardia del
ponte, vide che i nemici si erano impossessati del Gianicolo con un
attacco a sorpresa e da quel punto stavano correndo giù a rotta di
collo, mentre i suoi compagni, in preda al panico più totale, rompevano le
righe e buttavano le armi. Allora, trattenendoli uno per uno, bloccando
loro la strada e chiamando a testimoni gli uomini e gli dèi,
urlava che era inutile che fuggissero dopo aver abbandonato i loro posti: in un
attimo sul Palatino e sul Campidoglio ci sarebbero stati più nemici
che sul Gianicolo, se si fossero lasciati alle spalle il ponte incustodito.
Così li esorta e li spinge a
distruggerlo col ferro, col fuoco o con qualsiasi altro mezzo a loro disposizione: avrebbe retto lui l'urto
dei nemici, nei limiti del possibile per un corpo solo. Quindi
avanza a grandi passi verso l'ingresso del ponte, facendosi notare in mezzo
alle schiere dei compagni che rinunciavano a scontrarsi e sbalordendo
gli Etruschi con l'incredibile coraggio che dimostrava
nell'affrontarli armi alla mano. Trattenuti dal senso dell'onore due restarono con lui:
si trattava di Spurio Larcio e Tito Erminio, entrambi nobili per la
nascita e per le imprese compiute. Fu con loro che egli sostenne per qualche
tempo la prima pericolosissima ondata di Etruschi e le fasi più
accese dello scontro. Poi, quando rimase in piedi solo un pezzo di ponte e
quelli che lo stavano demolendo gli urlavano di ripiegare, costrinse anche
loro a mettersi in salvo. Quindi, lanciando occhiate di fuoco ai capi
etruschi, passava dallo sfidarli singolarmente a duello ad accusarli
tutti insieme di essere schiavi dell'arroganza monarchica e di esser
venuti a minacciare la libertà altrui senza pensare alla propria. Essi allora
ebbero un attimo di incertezza, e si guardarono l'uno l'altro prima di
attaccare. Poi, spinti dalla vergogna, si buttarono tutti insieme
all'assalto e gridando a gran voce concentrarono i loro tiri contro
quell'unico nemico. Ma Orazio riuscì a ripararsi con lo scudo da tutti i colpi
e non si mosse di un centimetro dalla sua posizione di difesa a
oltranza del ponte e quando gli Etruschi erano ormai sul punto di travolgerlo
per farsi strada, il fragore del ponte che andava in pezzi e insieme
l'esplosione di gioia dei Romani per aver portato rapidamente a termine
l'operazione li spaventarono e ne contennero l'urto. In quel preciso
momento Coclite gridò: «O padre Tiberino, io ti prego solennemente,
accogli benigno nella tua corrente questo soldato con le sue armi!» Detto
questo, si tuffò nel Tevere armato di tutto punto e sotto una pioggia
fittissima di frecce arrivò indenne a nuoto fino dai suoi compagni,
protagonista di una impresa destinata ad avere presso i posteri più fama
che credito. Lo Stato ricompensò il suo eroismo con una statua in pieno comizio
e con la concessione di tutta la terra che fosse riuscito ad arare nello
spazio di un giorno. Accanto agli onori ufficiali ci furono anche
manifestazioni di gratitudine da parte dei privati: infatti, nonostante il periodo
di grande carestia, ogni cittadino, in proporzione alle proprie
disponibilità, si privò di parte della sua razione di viveri per
fargliene dono. 11 Porsenna, respinto al primo attacco,
modificò la sua strategia, passando dall'idea dell'assalto a
quella dell'assedio. Piazzò una guarnigione armata sul Gianicolo e si
accampò in pianura lungo le rive del Tevere. Quindi, mettendo insieme una flottiglia
con le imbarcazioni reperibili nei dintorni, la
impiegò per un blocco alle importazioni di grano a Roma e per permettere ai suoi
uomini di compiere di tanto in tanto delle razzie, in questo o quel punto,
dall'altra parte del fiume. In un breve lasso di tempo rese ogni zona
della campagna romana così insicura che i contadini dovettero ricoverare
all'interno delle mura non solo tutto ciò che avevano nei campi, ma
anche il bestiame che nessuno più osava portare al pascolo fuori città.
Tutta questa libertà concessa agli Etruschi non era tanto il risultato
della paura quanto di un preciso disegno. Infatti il console Valerio, in
attesa dell'occasione propizia per assalire di sorpresa un numero
consistente di nemici quando questi fossero stati sparpagliati, lasciava correre le
aggressioni di poco conto e si riservava una vendetta in grande per
circostanze ben più significative. Così, per attirare i razziatori,
con un bando fece ordinare ai suoi di uscire in massa con le greggi, il
giorno successivo, dalla porta Esquilina (la più distante dalle posizioni
nemiche), persuaso che gli Etruschi l'avrebbero sùbito saputo perché
l'assedio e la carestia spingevano gli schiavi infedeli alla diserzione. E
infatti fu da un disertore che lo vennero a sapere e così
guadarono il Tevere in molti più del solito, sperando in un ricco bottino. Publio
Valerio ordina allora a Tito Erminio di appostarsi con un modesto
contingente sulla via Gabinia a due miglia da Roma; a Spurio Larcio, invece, di
andare alla porta Collina con un corpo di giovani fanti armati alla leggera e
di attendere il passaggio dei nemici per poi tagliare loro la via
della ritirata facendo da diaframma tra essi e il fiume. Dei due consoli,
Tito Lucrezio uscì dalla porta Nevia con alcuni manipoli, mentre Valerio
guidò personalmente sul monte Celio delle truppe scelte che per prime sarebbero
state viste dal nemico. Appena Erminio capì che lo scontro era
iniziato, uscì dal suo nascondiglio e piombò sulle retrovie degli
Etruschi che invece erano rivolti nella direzione di Lucrezio. A sinistra,
dalla porta Collina, e a destra, da quella Nevia, gli rispose un coro di voci:
i predatori furono circondati e fatti a pezzi, inferiori com'erano di
numero ai Romani e oltretutto tagliati fuori da ogni possibile ritirata.
Questo episodiosegnò la fine delle scorribande etrusche. 12 L'assedio non era certo meno
pressante, il frumento caro e scarso e Porsenna, insistendo con la sua
tattica, nutriva speranze di espugnare Roma. Intanto, Caio Muzio, giovane di
nobile famiglia, non poteva sopportare che il suo popolo, mai
assediato da potenze straniere durante il periodo di schiavitù
monarchica, una volta libero dovesse ora essere schiacciato dentro le mura dagli
Etruschi che, in campo militare, con Roma avevano conosciuto solo sconfitte.
Determinato a vendicare l'indegna situazione in atto con un qualche gesto
audace, sulle prime decise, senza consultare nessuno, di penetrare
nell'accampamento nemico. Ma in séguito, temendo che una missione priva
dell'autorizzazione consolare e ignorata da tutti avrebbe potuto costargli
l'arresto per diserzione se le sentinelle romane lo avessero sorpreso (accusa
peraltro molto verisimile dati i tempi e il luogo), comparì di fronte
al senato e disse: «Senatori, vorrei attraversare il Tevere e penetrare, se
possibile, nell'accampamento nemico, ma non per fare razzia e
ripagare il vandalismo con la stessa moneta. No, con l'aiuto degli dèi
ho in mente qualcosa di più grande.» I senatori approvano e Muzio parte con
una spada nascosta sotto la veste. Arrivato all'accampamento etrusco, si
mescola nel fitto della folla di fronte al palco del re. Casualmente era
giorno di paga per i soldati e c'era uno scrivano, seduto accanto al
re e vestito press'a poco come lui, al quale si rivolgevano quasi tutti i
soldati e che era estremamente affaccendato. Siccome Muzio non voleva
chiedere quale dei due fosse Porsenna (perché ignorando una cosa del
genere si sarebbe smascherato), si affidò alla sorte e
sgozzò lo scrivano al posto del re. Poi si dileguò, facendosi largo con la spada
insanguinata in mezzo alla folla in preda al panico. Appena però la gente
cominciò a gridare all'impazzata, arrivarono da ogni parte le guardie reali e, dopo
averlo catturato, lo portarono di fronte al palco del re. E lì,
pur trattandosi di un situazione rischiosissima e continuando più
a incutere paura che ad averne, disse: «Sono romano e il mio nome è
Caio Muzio. Volevo uccidere un nemico da nemico, e morire non mi fa più
paura di uccidere. Il coraggio nellagire e nel soffrire è cosa da Romani. E
io non sono il solo ad avere questi sentimenti nei tuoi confronti: dopo di
me è lunga la lista dei nomi di quelli che vorrebbero avere questo
onore. Perciò, da oggi in poi, se ci tieni alla vita, prepàrati a
difenderla a ogni ora del giorno e abìtuati all'idea di un nemico armato fin nel
vestibolo della reggia. Questa è la guerra che la gioventù romana ti
dichiara: niente scontri, niente battaglie, non temere. Sarà
soltanto una cosa tra te e uno di noi.» Poiché il re, insieme furibondo e terrorizzato
dal pericolo corso, minacciava di ordinare che lo mandassero al rogo se
non si sbrigava a chiarire tutta quella serie di oscure minacce nei suoi
confronti, Muzio esclamò: «Attento! Questo è il valore che
dà al corpo chi aspira a una grande gloria!» E così dicendo infila
la mano destra in un braciere acceso per un sacrificio e la lascia bruciare come se
fosse stato privo di sensazioni. Il re allora, sbalordito dall'episodio
senza precedenti, dopo essersi alzato di scatto dal suo scanno e aver
fatto allontanare il giovane dall'altare, disse: «Vattene, sei
libero: sei riuscito a infierire contro la tua persona più di quanto tu
non abbia fatto con la mia. Onorerei il tuo coraggio se fosse al servizio del
mio paese. Dato che le cose non stanno così, ti risparmio la
corte marziale e ti lascio libero senza che ti si torca un capello.» Allora Muzio,
quasi per ricambiarne la generosità, disse: «Visto che
stimi il coraggio, ti dirò quel che non mi hai strappato con la minaccia: abbiamo
giurato in trecento, il meglio della gioventù romana, di
attentare alla tua vita in questo modo. Io sono stato sorteggiato per primo. Gli altri,
qualunque sia la sorte di quelli che li hanno preceduti, faranno lo stesso,
ciascuno quando sarà il suo turno, fino al giorno in cui il destino
non ti esporrà ai nostri colpi.» 13 Il rilascio di Muzio, poi
soprannominato Scevola per la perdita della mano destra, fu seguito dall'invio di
ambasciatori a Roma da parte di Porsenna. Il primo pericolo corso, ed
evitato solo per un errore del sicario, e l'idea di dover affrontare
la stessa situazione un numero di volte pari a quello dei futuri aggressori,
lo avevano scosso al punto da arrivare a offrire spontaneamente la
pace ai Romani. Tra le clausole della proposta c'era quella concernente la
restaurazione dei Tarquini sul trono: pur sapendo che sarebbe stata un buco
nell'acqua, Porsenna la avanzò, più perché non se la sentiva di dire di no
ai Tarquini piuttosto che per ignoranza del sicuro rifiuto da parte
romana. Ottenne invece la restituzione ai Veienti del loro
territorio. Quanto ai Romani, dovevano consegnare degli ostaggi, se volevano
che venisse ritirata la guarnigione armata dal Gianicolo. Conclusa la pace
a queste condizioni, Porsenna ritirò le sue truppe dal Gianicolo
e abbandonò il territorio romano. Per ricompensare il coraggio dimostrato, i
senatori fecero dono a Caio Muzio di un terreno al di là del
Tevere che in séguito prese il nome di Prati Muzi. Questi onori resi alle
virtù virili spinsero anche le donne ad atti di patriottismo. Così, una ragazza
di nome Clelia, cui era toccato di trovarsi nel numero degli ostaggi,
siccome l'accampamento etrusco era situato casualmente vicino alla riva
del Tevere, riuscì a sfuggire alle sentinelle, e, con al séguito un gruppo
di coetanee, attraversò a nuoto il fiume sotto una pioggia di frecce, e le
ricondusse sane e salve ai parenti in città. Appena il re lo venne
a sapere, montò su tutte le furie e in un primo tempo mandò degli
ambasciatori a Roma per chiedere la restituzione dell'ostaggio Clelia, senza
preoccuparsi troppo di tutte le altre ragazze. Poi però, passato dalla collera
all'ammirazione, disse che un'impresa del genere superava quelle dei Cocliti e
dei Muzi e che il rifiuto di restituire l'ostaggio sarebbe stato
considerato una violazione del trattato. Se invece gliel'avessero
consegnata lui l'avrebbe restituita ai suoi senza farle alcun male. Entrambe
le parti mantennero la parola: i Romani riconsegnarono il pegno di pace,
come previsto dal trattato, e il re etrusco non solo protesse la
ragazza, ma ne onorò il coraggio con questa forma di riconoscimento: le
avrebbe donato parte degli ostaggi e lei stessa poteva scegliere quali
portarsi con sé. Quando li ebbe tutti davanti, pare che abbia preferito gli
adolescenti, sia perché la scelta era più in sintoni con la sua
età, sia perché avrebbe probabilmente avuto l'approvazione degli ostaggi stessi, in
quanto la cosa migliore era togliere al nemico chi si trovava
nell'età maggiormente esposta a possibili rischi. Una volta ristabilita
la pace, i Romani immortalarono quell'atto di coraggio nuovo in una
donna con un onore anch'esso nuovo: in cima alla Via Sacra le fu dedicata una
statua equestre che rappresentava una ragazza in groppa a un cavallo. 14 Questa ritirata così pacifica
degli Etruschi da Roma stride con l'usanza, giunta insieme ad altre fino
ai giorni nostri dai tempi antichi, di «mettere in vendita i beni di Porsenna».
È giocoforza che una pratica simile sia nata durante la guerra e poi
sia stata mantenuta in tempo di pace, oppure abbia avuto origine a
séguito di qualche episodio meno cruento dell'aggiudicazione dei beni
tolti in guerra al nemico, cui la formula fa esplicito riferimento. La versione
più verisimile tra quelle tramandate è questa: quando Porsenna
evacuò il Gianicolo, abbandonò il suo accampamento ricco di vettovaglie
provenienti dalla vicina e fertile campagna etrusca, e ne fece dono ai
Romani, ridotti alla fame dal lungo assedio. Tutto quanto c'era fu venduto
per evitare che il popolo lo razziasse come si razzia una terra
nemica. Il nome che toccò a quegli oggetti -«beni di Porsenna» - fu
più dovuto alla riconoscenza per il dono che a un'asta delle proprietà
reali (le quali, per altro, non appartenevano neppure al popolo
romano). Abbandonata la guerra con Roma, Porsenna,
per non dare l'idea di aver portato le sue truppe invano in quella
zona, invia il figlio Arrunte ad assediare Aricia con parte dell'esercito.
Sulle prime l'attacco senza preavviso paralizzò gli abitanti
di Aricia. Poi però, ricevuti rinforzi dalle tribù latine e da Cuma,
acquisirono una tale fiducia nei propri mezzi che osavano affrontare il nemico
in campo aperto. Lo scontro era soltanto agli inizi quando gli Etruschi
sferrarono un attacco talmente
poderoso da sbaragliare gli Aricini al primo vero urto. Le coorti
venute da Cuma, opponendo la tattica alla
forza bruta, operarono un lieve scarto laterale e si lasciarono superare dai
nemici che avanzavano disordinatamente; quindi, tornando sui
propri passi, li assalirono alle spalle. Così gli Etruschi,
rimasti presi tra due fuochi, furono fatti a pezzi nonostante ormai avessero quasi
in mano la vittoria. I pochissimi superstiti, privi del loro comandante e
di un qualsiasi rifugio più vicino, si trascinarono fino a Roma,
disarmati e nelle condizioni e nell'aspetto tipici dei supplici.
Furono accolti benignamente e ospitati qua e là presso privati. Una
volta rimessisi in sesto, alcuni tornarono a casa e riferirono l'accoglienza
fraterna ricevuta. Molti invece rimasero a Roma, per l'affetto che li legava alla
città e ai loro ospiti. Il quartiere, che venne loro assegnato
perché vi abitassero, in séguito prese il nome di Vico Etrusco. 15 Publio Lucrezio e Publio Valerio Publicola
furono quindi eletti consoli. Quell'anno Porsenna fece l'ultimo
tentativo diplomatico per restaurare i Tarquini sul trono. Poiché
il senato rispose ai legati che avrebbe mandato un'ambasceria al re,
furono subito inviati i senatori più eminenti. Non perché fosse difficile
dare una risposta concisa («Niente re a Roma»), ma piuttosto perché era
meglio che una delegazione del senato la desse a lui personalmente piuttosto che
ai suoi legati a Roma. Con una mossa del genere l'annosa questione non
si sarebbe più presentata, né si sarebbe corso il rischio di rovinare i
buoni rapporti tra i due popoli con un'irritazione reciproca. Irritazione
per altro giustificatissima in quanto Porsenna chiedeva qualcosa di lesivo
della libertà romana, mentre i Romani, a meno di fare dell'aperto
autolesionismo, dovevano dire di no alla richiesta di un uomo cui non
avrebbero voluto negare nulla. A Roma il tempo dei re era finito: ora c'era la
libertà repubblicana. Perciò si era deciso di aprire le porte ai propri
nemici piuttosto che ai re. Questo era il voto unanime di tutti: la fine della
libertà sarebbe stata anche la fine di Roma. Se quindi gli stava a
cuore il bene di Roma, lo pregavano di non calpestare la loro libertà.
Vinto dal senso del rispetto, il re rispose: «Siccome vi vedo assolutamente
irremovibili, non vi importunerò più su una questione senza vie
d'uscita né illuderò più i Tarquini con la speranza di un aiuto che non è
in mio potere garantirgli. Qualunque siano le loro intenzioni, risolvere il
problema con la guerra o con la diplomazia, dovranno cercarsi un'altra
sede per il loro esilio, in modo che nulla possa incrinare i nostri
rapporti.» Le sue parole furono seguite da ulteriori dimostrazioni di amicizia:
restituì gli ultimi ostaggi e il territorio di Veio avuto a séguito del
trattato stipulato sul Gianicolo. Tarquinio, invece, persa ogni speranza
di poter rientrare, si ritirò in esilio a Tuscolo, presso il genero Ottavio
Mamilio. Così, tra i Romani e Porsenna la pace non ebbe più
ostacoli. 16 Consoli Marco Valerio e Publio Postumio.
Quell'anno si combatté con successo contro i Sabini e i due
consoli ottennero il trionfo. Poi i Sabini si prepararono a una guerra di
ben altre proporzioni. Per fronteggiare questo pericolo e per
evitare altre imprevedibili minacce da parte degli abitanti di Tuscolo, i
quali, pur senza aver dichiarato guerra sembrava avessero tutte le intenzioni
di farlo, furono eletti consoli Publio Valerio, per la quarta volta, e Tito
Lucrezio, alla sua seconda esperienza. In campo sabino, tra gli
interventisti e i fautori della pace, esplose un contrasto e una buona parte
di loro passò ai Romani. Infatti, Azio Clauso, in séguito conosciuto a
Roma come Appio Claudio, capo del partito della pace, piegato dalle
turbolenze degli interventisti e incapace di opporvi una qualche resistenza,
abbandonò Inregillo e con un gruppo consistente di clienti si venne
a stabilire a Roma. A loro fu concessa la cittadinanza e un
appezzamento di terreno al di là dell'Aniene. In questa sede formarono
quella che in séguito, grazie all'immissione di nuovi membri, venne
chiamata la «vecchia tribù claudia». Appio, accolto in senato, in breve
tempo ne divenne uno dei membri più autorevoli. I consoli guidarono una
campagna militare in territorio sabino, e tanto le devastazioni prima,
quanto poi le disfatte inflitte in campo aperto al nemico furono
così clamorose da rassicurare del tutto circa possibili future ribellioni in
quella zona. A fine campagna i consoli tornarono a Roma in trionfo. L'anno successivo, durante il consolato
di Menenio Agrippa e Publio Postumio, morì Publio Valerio,
universalmente considerato il migliore degli strateghi e degli statisti. Pur
avendo raggiunto il massimo degli onori, era così povero da non
potersi pagare nemmeno il funerale che fu celebrato a spese dello Stato. Le donne
lo piansero come avevano pianto Bruto. Quello stesso anno, due colonie
latine, Pomezia e Cora, defezionano passando dalla parte degli Aurunci. Fu
subito guerra. Dopo la disfatta di un ingente esercito aurunco andato ad
affrontare con determinazione le truppe consolari che ne avevano invaso il
territorio, l'intero conflitto si concentrò su Pomezia. Non ci
fu un attimo di requie né prima né durante la battaglia. Il numero dei caduti
superò di gran lunga quello dei prigionieri. E questi ultimi vennero
passati per le armi senza troppe sottigliezze. Nessuna pietà
nemmeno per i trecento ostaggi che erano stati consegnati. Anche quell'anno Roma vide
un trionfo. 17 I consoli dell'anno successivo, Opitro
Virginio e Spurio Cassio, tentarono di conquistare Pomezia prima
con la forza e poi con delle vigne e con altri mezzi d'assalto. Durante
l'assedio subirono un attacco degli Aurunci, i quali, spinti più
dall'implacabilità dell'odio che da una qualche speranza di sfruttare
favorevolmente l'occasione, li assalirono armati quasi tutti di tizzoni ardenti
al posto delle spade e seminarono morte e incendi dappertutto. Diedero
fuoco alle vigne, ferirono e uccisero molti nemici, e addirittura uno dei
consoli - anche se nelle fonti non si specifica quale dei due - fu
disarcionato, ferito gravemente e per poco non perse la vita. Dopo quella disfatta
si fece ritorno a Roma. Moltissimi i feriti rimpatriati e con loro anche
il console, sospeso tra la vita e la morte. Non molto tempo dopo - quanto ci
volle per curare le ferite e rimettere in sesto i ranghi
dell'esercito -, si tornò all'attacco di Pomezia, con più rabbia e
determinazione e con un'armata più consistente. Avevano già riattato le vigne e
le altre apparecchiature e gli uomini stavano per fare breccia nelle mura,
quando la città si arrese. Per gli Aurunci non ci fu nessuna pietà:
nonostante la resa, subirono la stessa sorte che sarebbe toccata loro se la
città fosse caduta a séguito di un assalto. I personaggi più in
vista furono decapitati, mentre il resto dei coloni vennero venduti come schiavi. La
città fu rasa al suolo e la terra messa all'incanto. I consoli ebbero il
trionfo più per aver vendicato implacabilmente gli affronti subiti che
per l'importanza del successo ottenuto in guerra. 18 L'anno successivo ebbe come consoli Postumio
Cominio e Tito Largio. Durante la celebrazione dei giochi a
Roma, dato che un gruppo di giovani sabini infoiati cercò di
portarsi via delle prostitute, ci fu subito un assembramento di uomini e
scoppiò una rissa così simile a una battaglia vera e propria da dar l'impressione di
non essere un episodio insignificante bensì una
minaccia di riapertura delle ostilità. Ma il pericolo di una nuova guerra coi Latini
non era il solo allarme: infatti si sapeva ormai per certo che trenta città
latine, istigate da Ottavio Mamilio, avevano formato una
coalizione. La tensione generale dovuta a queste cupe notizie portò a
suggerire per la prima volta la nomina di un dittatore. Circa l'anno e il nome dei
consoli sospettati di essere «filotarquiniani» (si parla anche di
questo) non c'è accordo tra le fonti, né si sa con certezza chi sia stato il
primo dittatore. Tuttavia vedo che gli storici più antichi parlano
di Tito Larcio come primo dittatore e di Spurio Cassio come maestro di cavalleria.
Si propendeva per gli ex consoli: così prevedeva la legge
presentata sull'elezione del dittatore. Proprio per questo motivo tendo
personalmente a credere che come moderatore e mentore dei consoli venne
scelto Larcio che era un ex console e non tanto Manio Valerio, figlio di
Marco e nipote di Voleso, il quale console non lo era ancora stato. Se poi
avessero voluto scegliere il dittatore proprio da quella famiglia,
avrebbero dovuto nominare suo padre, Marco Valerio, uomo di specchiata
virtù ed ex console. Dopo l'elezione del primo dittatore
della storia di Roma, quando la gente lo vide preceduto dalle scuri,
provò una paura tale da obbedire con più zelo alla sua parola. Infatti non era
più possibile, come nel caso dei consoli, i quali dividevano equamente
il potere, ricorrere o appellarsi al collega, né esisteva altra forma di
comportamento che l'obbedienza scrupolosa. Anche i Sabini furono presi
dal panico quando seppero che a Roma era stato nominato un dittatore,
tanto più perché credevano fosse stato nominato per causa loro. Quindi
inviarono ambasciatori con proposte di pace. Quando questi chiesero al dittatore
e al senato di perdonare l'errore commesso da dei giovani, fu
loro risposto che ai giovani si poteva perdonare, ma non a degli adulti
che continuavano a fomentare una guerra dopo l'altra. Tuttavia, si
intavolarono trattative: la pace sarebbe stata garantita se i Sabini avessero
acconsentito a indennizzare Roma per le spese di preparazione della guerra;
questa fu la richiesta. Fu dichiarata guerra, ma un tacito accordo
mantenne la pace per un anno. 19
Consoli Servio Sulpicio e M. Tullio. Niente di notevole da segnalare. Quindi fu la volta di Tito Ebuzio e di
Caio Vetusio. Durante il loro consolato Fidene fu assediata e Crustumeria
conquistata; Preneste passò dai Latini ai Romani e non fu
più possibile rimandare una guerra coi Latini dopo anni di tentennamenti. Aulo
Postumio, dittatore, e Tito Ebuzio, maestro di cavalleria, si
misero in marcia con un massiccio schieramento di fanti e cavalieri e
incontrarono il nemico presso il lago Regillo, nel territorio di Tuscolo. La
notizia della presenza dei Tarquini tra le fila latine suscitò
un'indignazione tale nei Romani da non poter rimandare ulteriormente lo scontro. Per
questo la battaglia non ebbe precedenti quanto a ferocia e
accanimento. Infatti i comandanti non si limitarono a dirigere le operazioni, ma
si buttarono di persona nella mischia e quasi nessun membro dei due
stati maggiori, salvo il dittatore romano, uscì indenne dallo scontro.
Postumio era in prima linea a dirigere e incoraggiare i suoi uomini, quando
Tarquinio il Superbo, nonostante l'età e il fisico indebolito, si
lanciò al galoppo contro di lui, ma rimediò una ferita al fianco e
riuscì a scamparla solo grazie all'intervento tempestivo dei suoi
uomini. All'ala opposta dello schieramento, Ebuzio, il maestro di
cavalleria, aveva attaccato Ottavio Mamilio. La manovra non era però
sfuggita al comandante di Tuscolo il quale a sua volta gli si era lanciato
contro al galoppo. L'urto delle loro lance fu così violento che Ebuzio
rimase con un braccio trapassato e Mamilio fu colpito al petto. I Latini
lo coprirono portandolo in seconda linea, mentre Ebuzio, che col braccio
in quello stato non era più in grado di maneggiare un'arma, abbandonò
il campo di battaglia. Il comandante latino, assolutamente noncurante della
ferita, cercava di riaccendere lo scontro e, notando un cedimento dei
suoi, fece intervenire il battaglione degli esuli romani guidati da un figlio
di Lucio Tarquinio. Il loro accanimento, raddoppiato
dall'indignazione per la perdita della patria e dei beni, riuscì per un attimo a
ristabilire la situazione. 20 Mentre i Romani da quella parte
erano già in piena ritirata, Marco Valerio, fratello di Publicola, vide
che il giovane Tarquinio si stava esponendo nelle prime file degli esuli;
infiammato dalla gloria della sua famiglia, e volendo che dopo l'onore di
aver cacciato i re le toccasse ora anche quello di averli uccisi,
spronò il cavallo e con la lancia in resta piombò su Tarquinio. Questi, per
evitare la carica forsennata dell'avversario, si ritirò in
mezzo ai compagni. Mentre Valerio stava piombando a testa bassa contro il
battaglione degli esuli, uno di essi lo centrò lateralmente passandolo
da parte a parte. La ferita del cavaliere non rallentò l'impeto del cavallo
e il giovane romano franò a terra in fin di vita coperto dalle armi. Quando il dittatore
Postumio si rese conto di una simile perdita e vide che gli esuli
stavano caricando con una foga inaudita mentre i suoi iniziavano a
perdere terreno, ordinò alla sua coorte (un nucleo speciale di uomini
che gli faceva da guardia del corpo) di trattare alla stregua di nemici
chiunque avesse visto fuggire. La doppia paura distolse così i
Romani dalla fuga e li respinse contro il nemico, risollevando le sorti della
battaglia. La coorte del dittatore entrò solo allora nel vivo della
mischia: fresca com'era di forze e col morale intatto, piombò sugli
esuli ormai sfiancati e li fece a pezzi. In quel momento ci fu un altro scontro fra
i capi. Il comandante latino, vedendo che il battaglione degli esuli
stava per essere circondato dal dittatore romano, prese con sé alcuni
manipoli della riserva e si lanciò in prima linea. Tito Erminio, il
comandante in seconda, li vide arrivare e riconobbe in mezzo a loro Mamilio,
inconfondibile per la tenuta e per le armi che portava. Attaccò
così il generale avversario con molta più forza di quanto non avesse fatto prima il
maestro di cavalleria e lo uccise con un colpo solo trapassandolo da parte a
parte. Nell'attimo in cui stava spogliandone il cadavere, fu
però anche lui colpito da un'asta nemica. Trasportato al campo da vincitore,
morì mentre gli venivano somministrate le prime cure. Allora il dittatore,
vedendo che i fanti erano sfiniti, vola in direzione dei cavalieri e li
invita a smontare da cavallo e a gettarsi nella mischia. Obbediscono
alla consegna: saltano a terra, si precipitano in prima linea e riparano
gli antesignani coi loro scudi. Il morale dei fanti, vedendo che il meglio
dei giovani nobili combatteva alla loro stregua e ne condivideva i rischi,
riprende sùbito coraggio. Soltanto allora l'urto dei Latini fu contenuto e
la loro linea di battaglia si disunì perdendo terreno. I
cavalieri rimontarono in sella per lanciarsi all'inseguimento del nemico. La
fanteria dietro. In quel momento, si narra che il dittatore, per non trascurare
alcun aiuto divino o umano, dedicò un tempio a Castore e promise dei premi ai
primi due soldati che fossero entrati nell'accampamento nemico. I
Romani si lanciarono con una foga tale che con un unico assalto sbaragliarono
il nemico e ne conquistarono il campo. Così andarono le cose al
lago Regillo. Il dittatore e il maestro di cavalleria tornarono a Roma in trionfo.
21 I tre anni successivi non furono
caratterizzati né dalla stabilità della pace né dalla guerra. Prima
furono consoli Quinto Clelio e Tito Larcio, poi Aulo Sempronio e Marco
Minucio. Durante il consolato di questi ultimi venne consacrato il tempio di
Saturno e istituita la festività dei Saturnali. I consoli successivi furono Aulo
Postumio e Tito Verginio. Vedo che alcuni autori collocano la battaglia
del lago Regillo solo in questa data e sostengono che Aulo Postumio,
diffidando apertamente del proprio collega, avrebbe rinunciato alla carica
e sarebbe quindi stato eletto dittatore. Visto che ogni storico
adotta un criterio arbitrario in materia di cronologie e di liste di magistrati,
ne consegue che è quasi impossibile riferire con esattezza la
successione dei consoli e le date degli eventi, quando non solo i fatti
ma anche gli autori stessi sono avvolti nelle nebbie del passato. I consoli successivi furono Appio
Claudio e Publio Servilio. Fu un anno memorabile per l'annuncio della morte
di Tarquinio. Questi si spense a Cuma, alla corte del tiranno Aristodemo
che lo aveva accolto dopo la disfatta delle forze latine. La notizia
entusiasmò tanto il senato quanto la plebe. I senatori, però,
esagerarono nelle loro manifestazioni di giubilo e la plebe, fino a quel giorno
fatta oggetto di ogni premurosa attenzione, cominciò a subire il
potere soffocante del patriziato. Quello stesso anno, la colonia di Signa,
voluta da Tarquinio, venne rifondata con l'invio di un nuovo contingente di
coloni. A Roma il numero delle tribù fu portato a ventuno e il quindici di
maggio fu consacrato il tempio di Mercurio. 22 Con i Volsci non c'era stata, durante la
guerra latina, né pace né aperta ostilità. Infatti sia i Volsci
avevano messo insieme dei rinforzi armati che avrebbero inviato ai Latini
se il dittatore romano non avesse accelerato le operazioni, sia
quest'ultimo le accelerò per non doversi trovare a combattere contemporaneamente
con Volsci e Latini. Indignati per questo comportamento, i consoli
spinsero le legioni nel territorio dei Volsci. E i Volsci, non potendo
prevedere una spedizione punitiva così immediata, furono presi alla
sprovvista. Senza nemmeno abbozzare una reazione, consegnano come ostaggi
trecento rampolli dell'aristocrazia di Cora e Pomezia. Così le legioni
lasciarono il paese senza combattimenti. Ma non molto tempo dopo, i Volsci, una
volta ripresisi dalla paura, tornano al loro comportamento abituale:
si alleano militarmente con gli Ernici e fanno di nuovo preparativi
segreti per la guerra. Mandano anche degli emissari qua e là per il
Lazio a istigarne le popolazioni alla ribellione. Ma i Latini, dopo la
disfatta del lago Regillo, avevano un solo sentimento nei confronti di chi
avanzava proposte di guerra: l'odio più esasperato. Quindi non
ebbero rispetto nemmeno per gli ambasciatori
dei Volsci: li arrestarono e li portarono a Roma. Lì, dopo
averli consegnati ai consoli, denunciarono i
preparativi di guerra che Volsci ed Ernici stavano effettuando col progetto
di aggredire Roma. All'annuncio della notizia i senatori ebbero una
reazione così entusiastica da arrivare a rilasciare seduta stante seimila
prigionieri latini e a rinviare ai nuovi magistrati il progetto di un
trattato che in precedenza era stato negato per sempre. È ovvio che
per i Latini fu una grande soddisfazione: i protagonisti di quella missione
diplomatica ebbero riconoscimenti fuori del comune. Mandarono una corona d'oro
in dono a Giove Capitolino. Insieme agli inviati che la portavano
arrivò anche la massa debordante dei prigionieri restituiti ai loro cari.
Dirigendosi verso le case dove ciascuno aveva prestato servizio,
ringraziano della benigna accoglienza ricevuta durante il tempo della loro
disgrazia e quindi instaurano rapporti di ospitalità con gli ex-padroni.
Prima di quell'episodio, non c'era mai stata un'unione così
profonda, sia in campo politico che in quello privato, tra la gente latina e
lo Stato romano. 23 Mentre la guerra coi Volsci era alle
porte, a Roma infuriava lo scontro intestino tra le classi: patrizi e
plebei si trovavano ai ferri corti e la causa prima era rappresentata dagli
schiavi per debiti. Questi i termini della loro protesta: mentre prestavano
servizio militare attivo per lo Stato, in patria erano oppressi e fatti
schiavi; i plebei si sentivano più sicuri in guerra che in pace,
più liberi tra i nemici che tra i concittadini. Il malcontento si stava
già spontaneamente diffondendo, quando un episodio sconcertante fece
traboccare il vaso. Un uomo già piuttosto attempato e segnato dalle
molte sofferenze irruppe nel foro. Era vestito di stracci lerci. Fisicamente
stava ancora peggio: pallido e smunto come un cadavere e con barba e
capelli incolti che gli davano un'aria selvaggia. Benché sfigurato, la
gente lo riconosceva: correva voce che fosse stato un ufficiale superiore
e quelli che lo commiseravano gli attribuivano anche altri onori
militari; lui stesso, a riprova della sua onesta militanza in varie battaglie,
mostrava le ferite riportate in pieno petto. Quando gli chiesero come mai
fosse così mal ridotto e sfigurato - nel frattempo l'assembramento di gente
aveva assunto le proporzioni di un'assemblea - egli rispose che,
durante la sua militanza nella guerra sabina, i nemici non si eran limitati a
razziargli il raccolto, ma gli avevano anche incendiato la fattoria e
portato via il bestiame; poi, nel pieno del suo rovescio, erano arrivate
le tasse e si era così coperto di debiti. Il resto lo avevan fatto gli
interessi da pagare sui debiti contratti: aveva prima perso il podere
appartenuto a suo padre e a suo nonno, quindi il resto dei beni e
infine, espandendosi al corpo come un'infezione, il suo creditore lo aveva
costretto non alla schiavitù, ma alla prigione e alla camera di tortura.
Dicendo questo, mostrò agli astanti la schiena orrendamente segnata
da ferite recenti. Tale vista,
unita a quanto appena sentito, fu salutata da un coro di voci sgomente
e da un'agitazione collettiva che non si
limitò soltanto al foro ma si espanse a macchia d'olio in tutti i
quartieri della città. I debitori, sia quelli già fatti schiavi sia
quelli ancora liberi, sciamano da ogni parte per le strade, implorano la protezione
dei Quiriti e in ogni angolo trovano volontari pronti a unirsi a
loro. Da ogni parte, urlando, si corre a gruppi verso il foro. Fu un bel
rischio per quei senatori che, trovandosi casualmente in zona,
finirono nel pieno della mischia. E la situazione non sarebbe tornata sotto
controllo, se i consoli Publio Servilio e Appio Claudio non fossero
intervenuti a sedare la sommossa. I dimostranti si girarono allora verso di
loro e cominciarono a mostrare catene e altre orrende mutilazioni,
gridando che quella era la ricompensa alle campagne cui ciascuno di essi
aveva preso parte nel tale e nel talaltro paese. Reclamarono, con un
tono che aveva più della minaccia che della supplica, la convocazione del
senato e circondarono la curia per controllare e regolare dipersona le
deliberazioni ufficiali. I consoli misero insieme giusto quei pochi
senatori che casualmente erano lì intorno. Gli altri erano terrorizzati
all'idea non solo di entrare nella curia, ma anche nel foro, e il senato
non poteva fare nulla per l'insufficienza numerica dei presenti.
Allora i dimostranti cominciarono a credere che li stessero prendendo in
giro e cercassero di guadagnare tempo: pensavano che l'assenza dei
senatori non fosse dovuta al puro caso o al panico, ma a una precisa
volontà ostruzionistica, ed erano certi, vedendo che i senatori menavano il can
per l'aia, che ci si stesse prendendo gioco della loro miseranda
condizione. Quando ormai sembrava che anche l'autorità consolare non
avesse più alcun potere coercitivo su quella massa di gente imbestialita,
ecco che finalmente arrivarono quei senatori rosi dal dubbio se si
rischiasse di più standosene al coperto o comparendo in senato. Raggiunto
così il numero legale dei presenti, né i senatori né tantomeno i consoli riuscivano
a mettersi d'accordo su una soluzione possibile. Appio, che aveva
un carattere impulsivo, era dell'opinione di risolvere la cosa con
l'impiego dell'autorità consolare: con un paio di arresti, gli altri si
sarebbero calmati. Servilio, invece, più incline ad adottare misure
di compromesso, era dell'opinione che fosse più sicuro, oltre che più
semplice, assecondare la rabbia dei dimostranti piuttosto che ricorrere alla
repressione. 24 Nel frattempo ecco una notizia ancor
più minacciosa: dei cavalieri latini arrivarono al galoppo e
seminarono il panico annunciando che l'esercito dei Volsci era in marcia su
Roma. La frattura intestina tra le classi era così profonda che
plebe e senato ebbero una reazione completamente antitetica all'annuncio
di quella notizia. I plebei esultarono, sostenendo che gli
dèi si stavano vendicando dell'arroganza dei senatori. Si esortavano
reciprocamente a non arruolarsi: sarebbe stato meglio morire tutti insieme che da
soli. In prima linea ci andassero i senatori, prendessero loro le armi e i
pericoli toccassero a chi ne traeva vantaggio. I membri della curia,
invece, scoraggiati e in preda a un doppio terrore, provocato dai
concittadini e dai nemici, supplicarono il console Servilio, più popolare
del collega presso le classi subalterne, di tirar fuori lo Stato dal vicolo cieco
in cui si era venuto a trovare. Allora il console, dopo aver aggiornato
la seduta, si presenta di fronte al popolo. Gli dimostrò che il
senato era preoccupato degli interessi della plebe; tuttavia la deliberazione
che riguardava la maggior parte dei cittadini, ma pur sempre soltanto una
parte di essi, doveva lasciare la precedenza al pericolo che interessava
l'intera cittadinanza. Col nemico pressoché alle porte, tutto passa in
secondo piano rispetto alla guerra. Se poi si fosse fatta qualche
concessione, non sarebbe stato onesto per la plebe pretendere una ricompensa prima
di aver combattuto per la patria, né troppo decoroso per i senatori farsi
trascinare dalla paura a prendere delle misure concernenti il
miglioramento delle condizioni di vita dei
loro concittadini, piuttosto che adottare in séguito gli stessi provvedimenti però di loro
spontanea volontà. Suggellò il suo discorso con un editto: più nessun cittadino
romano poteva essere messo in catene o imprigionato, e dunque non gli poteva
essere tolta la facoltà di iscrivere il proprio nome nella lista di
arruolamento dei consoli; nessuno poteva impossessarsi dei beni di un soldato,
impegnato in guerra, né venderli, né trattenere i suoi figli e i suoi nipoti.
Appena l'editto venne pubblicato, diedero subito il proprio nome per
arruolarsi i debitori che erano lì sul posto; gli altri, da ogni quartiere
della città, abbandonarono le case dei privati che non avevano più
diritto di trattenerli e si ammassarono nel foro per prestare giuramento. Formarono
un contingente massiccio e nella guerra contro i Volsci non ebbero
rivali per coraggio e determinazione. 25 Il console guida le truppe contro il
nemico e si accampa a poca distanza da esso. La notte successiva,
i Volsci, sperando che la discordia venutasi a creare a Roma favorisse
diserzioni e tradimenti nelle tenebre, attaccano l'accampamento nemico. La
cosa non sfuggì alle sentinelle che
diedero subito l'allarme e, al primo segnale, tutti si precipitarono
alle armi, vanificando così la
sortita dei Volsci. Il resto della notte fu dedicato al sonno da entrambe le parti.
Il giorno dopo, alle prime luci dell'alba, i Volsci riempiono i fossati
e invadono le trincee. Quando stavano già per abbattere
l'intera palizzata, il console, benché tutti gli uomini - e i debitori più di
ogni altro - lo supplicassero di dare il segnale, indugiò qualche momento
per metterne alla prova il coraggio. Quando non c'era più alcun
dubbio sull'incrollabilità del loro ardore, diede finalmente il segnale d'attacco e
fece uscire le sue truppe, impazienti di buttarsi nella mischia.
Bastò il primo assalto per respingere il nemico. I fanti si
lanciarono all'inseguimento dei fuggitivi, incalzandoli da dietro
finché fu loro possibile. Il resto lo fecero i cavalieri, costringendoli a
retrocedere, terrorizzati, fino all'accampamento. L'accampamento
stesso, circondato dalle legioni e abbandonato dai Volsci in preda al
panico, fu preso e devastato. L'indomani le truppe furono condotte
contro Suessa Pomezia, dove i nemici si erano rifugiati: nello spazio di
pochi giorni la città fu conquistata e si diede via libera alla razzia.
Ciò permise ai soldati più indigenti di migliorare un po' la loro condizione.
Il console, carico di gloria, ricondusse a Roma l'esercito vincitore.
Sulla strada una delegazione di Volsci di Ecetra, preoccupati per la
propria sorte dopo la rotta di Pomezia, incontrò il console che
si stava allontanando in direzione di Roma. Su decreto del senato venne loro
concessa la pace, ma tolto il territorio. 26 Subito anche i Sabini misero in
allarme i Romani: ma in effetti si trattò più di una
scorreria che di una guerra vera e propria. Nel pieno della notte arrivò la notizia
che un contingente di razziatori sabini si trovava nei pressi dell'Aniene e stava
saccheggiando e incendiando a casaccio le fattorie dei dintorni.
Immediatamente venne inviato sul posto con tutta la cavalleria Aulo Postumio,
il dittatore della guerra latina. Il console Servilio gli tenne dietro
con dei corpi scelti di fanteria. La maggior parte dei nemici, sbandati
com'erano, fu circondata dalla cavalleria e, quando sopraggiunse la
colonna dei fanti, le truppe sabine non opposero resistenza. Stremati non
solo dalla marcia ma dalla nottata di razzie, buona parte dei nemici,
pieni di vino e cibo rastrellati nelle fattorie, riuscirono giusto a scappare
con le poche energie che erano loro rimaste. Dopo che nell'arco di una sola notte
erano venuti a sapere della guerra coi Sabini e l'avevano portata a
termine, il giorno dopo, quando ormai si poteva contare su una pace generale, il
senato ricevette una legazione degli Aurunci; costoro dissero che
avrebbero dichiarato guerra a Roma se non fosse stato evacuato il territorio
dei Volsci. L'esercito si era messo in movimento con loro e la notizia che
era già stato avvistato non lontano da Aricia gettò i Romani in un
tale stato di confusione che, non potendo portare, come di consuetudine, la
questione di fronte al senato né rispondere con calma a un popolo che
era già sul piede di guerra, si armarono anche loro. Marciarono su
Aricia a ranghi compatti: la battaglia avvenne nei pressi della città e
la guerra durò un solo scontro. 27 Dopo aver sbaragliato gli Aurunci, i
Romani, reduci da un gran numero di successi militari in così
pochi giorni, contavano sulle promesse dei consoli e sulla parola del senato, quando
Appio, parte per la naturale arroganza del suo carattere e parte per
screditare il collega, intervenne in maniera quanto mai dura in materia
di debiti. La conseguenza fu che gli ex-debitori insolventi furono
riconsegnati ai creditori e dei nuovi furono messi ai ferri. Ogni qualvolta si
trattava di un soldato, questi interpellava il collega. Intorno a
Servilio c'era sempre un assembramento di gente: tutti gli ricordavano le
promesse fatte e gli mostravano gli attestati militari nonché le ferite
riportate in battaglia. Gli chiedevano, o di portare la questione
di fronte al senato, o di rendersi utile dando una mano come console ai
concittadini e come generale ai militari. Pur essendo toccato da quella
supplica, la situazione lo costringeva a temporeggiare, perché
l'opposizione era fortissima, avendo dalla sua parte non soltanto il collega
ma l'intera nobiltà. Tenendo così una posizione di sostanziale
neutralità, non riuscì né a evitare l'odio dei plebei né a conciliarsi il favore
dei senatori. Infatti, per questi ultimi era un console senza polso e un
agitatore, mentre per i primi uno che faceva il furbo. Presto apparve
chiaro che era odiato al pari di Appio. I consoli si contendevano
l'onore di consacrare il tempio di Mercurio e il senato girò la
questione al popolo: a chi dei due fosse toccato, per volontà del popolo
stesso, l'onore della consacrazione, sarebbe andata anche l'amministrazione
dell'annona e il compito di formare una corporazione di commercianti,
nonché di celebrare i riti solenni di fronte al pontefice massimo. Il popolo
assegnò la consacrazione del tempio a Marco Letorio, centurione primipilo,
con un intento chiarissimo: non si trattava cioè tanto di onorare
quest'uomo - troppo grande la sproporzione tra l'incarico e la sua posizione nella
vita di tutti i giorni -, quanto di un'offesa alle persone dei consoli.
Inevitabile conseguenza fu un ulteriore inasprimento da parte di uno
dei due consoli e dei senatori. Ma i plebei si erano fatti forza e stavano
seguendo una tattica ben diversa da quella adottata prima. Infatti,
perduta ogni speranza nell'intervento dei consoli e del senato, appena
vedevano un debitore trascinato in giudizio, intervenivano da ogni parte.
La sentenza del console, sopraffatta dal trambusto delle voci,
non arrivò agli astanti e poi, anche quando fu pronunciata, nessuno
obbedì. La sola legge era la violenza: la paura in tutte le sue forme e il
rischio di essere catturati passarono dai debitori ai creditori, mentre questi,
sotto gli occhi del console, venivano presi da parte e aggrediti da
interi gruppi. Nel pieno di questo marasma venne a inserirsi una guerra
contro i Sabini. Fu bandita una leva, ma nessuno si iscrisse. Appio era fuori
di sé. Imprecava contro l'ambizione del collega, reo di aver
tradito lo Stato per rendersi popolare con la sua politica
dell'inerzia e, non soddisfatto di aver sospeso il giudizio sui verdetti
concernenti i debiti, non era in grado nemmeno di mettere in pratica la leva
stabilita dal decreto del senato. Ciò nonostante, lo Stato non era
proprio del tutto alla deriva né l'autorità consolare era
completamente decaduta: ci avrebbe pensato lui, da solo, a salvaguardare la
credibilità sua e del senato. Mentre era circondato dalla solita folla di ceffi
esaltati, ordinò di arrestarne uno che era un ben noto trascinatore.
Mentre i littori lo stvano portando via, questi si appellò. E il console
non glielo avrebbe concesso (cosa poteva infatti scegliere il popolo?) se la sua
ostinazione non si fosse piegata più davanti all'esperienza e
all'autorità dei maggiorenti che alle urla del popolo, tanta era la forza che
aveva ancora in corpo per sfidare l'impopolarità. Da quel momento
in poi i dissapori peggiorarono giorno dopo giorno, non solo con
manifestazioni pubbliche ma, sintomo ben più grave, con riunioni appartate e
colloqui segreti. Alla fine, i consoli, così odiati dalla plebe,
completarono il loro mandato: Servilio non incontrò i favori di nessuna
delle due parti, Appio invece fu osannato dai senatori. 28 Entrarono allora in carica Aulo
Verginio e Tito Vetusio. La plebe, quindi, non sapendo che tipo di consoli
sarebbero stati, tenne delle riunioni notturne - parte
sull'Esquilino e parte sull'Aventino - per evitare di prendere nel foro delle
decisioni precipitose e lasciare che tutto avvenisse all'insegna della
più avventata casualità. I consoli, pensando che si trattasse, come in
effetti era, di una situazione veramente pericolosa, ne misero al
corrente il senato, ma la denuncia non poté essere esaminata come il
regolamento imponeva: infatti la notizia fu accolta da un coro di urla scomposte
dei senatori, indignati che scaricassero sul senato
l'impopolarità di un provvedimento che invece rientrava nella sfera delle loro
competenze. Era chiaro che se Roma avesse avuto dei magistrati come si deve, le
sole assemblee sarebbero state quelle ufficiali. Al momento presente,
invece, il governo dello Stato era frammentato in una dispersione di
migliaia di assemblee e di contro-senati. Un uomo solo - e santo
dio si trattava di qualcosa di più di un console! - della statura di Appio
Claudio avrebbe spazzato via in un attimo tutte quelle conventicole di
gente. I consoli incassarono le critiche e chiesero lumi sul da farsi,
dichiarandosi disponibili ad agire con tutta la determinazione e il polso
che il senato avrebbe considerato necessari. Fu ordinato loro di mettere
in pratica la leva militare con la maggiore energia possibile, perché
proprio nell'inattività la plebe diventava insolente. Dopo
l'aggiornamento della seduta, i consoli salgono sulla tribuna e fanno l'appello dei
giovani. Visto che nessuno rispondeva al proprio nome, la folla, accalcata
intorno ai due magistrati come durante un comizio pubblico,
dichiarò che non ci si sarebbe più fatti gioco della plebe e che Roma non
avrebbe avuto più un solo soldato se non si fossero mantenute le promesse
ufficiali: bisognava restituire a ciascuno la libertà prima di
mettergli in mano le armi, in modo che combattesse per la patria e i propri
concittadini e non per dei padroni. I consoli avevano capito benissimo quello
che era stato ordinato loro dai senatori; solo che tra quanti li
avevano aggrediti verbalmente all'interno della curia, lì fuori non ce
n'era uno a condividere con loro quel momento di impopolarità, ed era chiaro
che lo scontro con la plebe sarebbe stato durissimo. Così, prima di
giocarsi il tutto per tutto, pensarono bene di interpellare di nuovo il senato. Allora
i senatori più giovani, avventandosi minacciosamente verso gli
scranni dei consoli, intimarono loro di rassegnare le dimissioni e di
rinunciare a quel potere che, per mancanza di temperamento, non
riuscivano a far rispettare. 29 Avendo battuto a sufficienza
entrambe le strade percorribili, alla fine i consoli dichiararono: «Perché non
dobbiate, o senatori, sostenere di non esser stati avvertiti, sappiate che ora
siamo sull'orlo di una grande sommossa. A chi ci ha aggredito dandoci
brutalmente dei codardi noi chiediamo di venire ad assisterci nelle
pratiche della leva. Visto che questo è il vostro desiderio,
agiremo uniformandoci alla volontà dei più inflessibili tra voi.» Quindi tornano
in tribunale e ordinano apposta di chiamare per nome uno degli astanti.
Siccome questi non rispondeva e se ne stava in mezzo a un crocchio che lo
aveva circondato per proteggerlo da eventuali violenze, i consoli mandarono
un littore a prelevarlo. Ma dato che la folla lo respinse, i senatori
venuti ad assistere i consoli, gridando che si trattava di una
violazione indegna, si precipitarono giù dai banchi del tribunale per dare man
forte al littore. La folla allora, lasciando da parte il pubblico
ufficiale, cui era stato semplicemente proibito l'arresto di quell'uomo,
rivolse la sua carica aggressiva contro i senatori e soltanto l'intervento dei
consoli riuscì a sedare la rissa, fatta non tanto di sassi e armi vere e
proprie, quanto di un chiassoso scambio di idee più che di
violenze. La seduta del senato avvenne in un clima di grande confusione, che
raggiunse il suo apice al momento di adottare una delibera: le vittime
dell'aggressione esigevano un'inchiesta e i membri più violenti la
approvavano non tanto con regolari interventi quanto con un boato di urla. Una volta
placatisi gli animi, i consoli deplorarono che in piena curia ci
fossero minori manifestazioni di assennatezza di quante essi ne avessero
viste in mezzo alla folla del foro. Detto questo, si poté procedere a
un regolare dibattito. Ci furono tre interventi. Publio Verginio era
contrario a ogni forma di generalizzazione: la sua proposta era
di prendere in esame soltanto coloro i quali, fidandosi della parola del
console Publio Servilio, avevano militato nelle campagne contro Volsci,
Aurunci e Sabini. Tito Larcio, invece, sosteneva che in un momento
come quello era impensabile ricompensare soltanto i reduci di
guerra: la plebe tutta era immersa nei debiti fino al collo e l'unico rimedio
credibile sarebbe stato un provvedimento a carattere generale.
Eventuali sperequazioni, poi, all'interno della stessa classe,
avrebbero acuito la tensione invece di ridurla. Appio Claudio, il cui
carattere aggressivo trovava un valido incentivo ora nell'odio della plebe ora
negli applausi dei senatori, disse che la causa di quelle sommosse
popolari non era tanto la miseria quanto la permissività e inoltre che la
plebe era più insolente che feroce. Tutto il male veniva soltanto dal diritto
d'appello: i consoli, infatti, potevano minacciare ma non avere una
reale autorità, visto che ai colpevoli era lecito comparire di
fronte ai loro stessi complici. «Diamoci da fare,» disse, «eleggiamo un
dittatore il quale non è sottoposto al diritto d'appello; cesserà
così, una buona volta, questo furore che ha infiammato ogni cosa. E voglio un po'
vedere se qualcuno oserà ancora mettere le mani su un littore, sapendo
di avere schiena e vita in completa balia di colui di cui ha violato la
maestà.» 30 La maggior parte dei senatori
trovarono eccessivamente spietata, come infatti era, la proposta di Appio. Al
contrario, quelle di Verginio e di Larcio non sembrarono molto
praticabili: la prima perché avrebbe creato un precedente, la seconda perché avrebbe tolto
ogni fiducia. La miglior soluzione di compromesso per entrambi i
contendenti sembrava comunque quella di Verginio. Ma lo spirito di
parte e la priorità degli interessi particolari, che hanno sempre
danneggiato e sempre danneggeranno le deliberazioni pubbliche, fecero
prevalere Appio: poco mancò che venisse addirittura eletto dittatore, cosa che
avrebbe del tutto alienato la plebe in quei momenti di grandissimo rischio
(il caso voleva, infatti, che Volsci, Equi e Sabini fossero
contemporaneamente in armi). Ma i consoli e i senatori più anziani,
preoccupandosi che quella carica, di per sé vicina all'onnipotenza, finisse in mano a una
persona dal carattere mite, eleggono dittatore M. Valerio, figlio
di Voleso. La plebe, pur rendendosi conto che la nomina di un dittatore
avveniva a suo discapito, tuttavia da quella famiglia non temeva tristi
sorprese o repressioni visto che era stato proprio un fratello del neoeletto
a far varare la legge sul diritto d'appello. In séguito un editto del
dittatore confermò queste buone disposizioni perché riproduceva a
grandi linee quello del console Servilio. Ma pensando che la miglior
cosa fosse aver fiducia sia nell'uomo che nella sua carica, abbandonarono
l'ostruzionismo e si arruolarono. Mai prima di allora ci fu un numero
così alto di effettivi: vennero formate dieci legioni. Ogni console ne ebbe tre
ai suoi ordini, mentre quattro andarono al dittatore. La guerra non si poteva più
rimandare. Gli Equi avevano invaso il territorio latino. Ambasciatori latini
chiedevano al senato o un invio di rinforzi o l'autorizzazione a prendere
le armi per proteggere il proprio paese. Difendere i Latini inermi
sembrò più sicuro che permettere loro di riprendere le armi. Venne inviato il
console Vetusio, il quale pose fine alle razzie. Gli Equi evacuarono la
campagna e, fidando maggiormente nella posizione che nelle armi, se ne stavano
in attesa sulle cime dei rilievi. L'altro console marcia contro i Volsci
e, anche lui per non perdere tempo, comincia a devastare metodicamente le
campagne per spingere il nemico ad accamparsi più vicino e
costringerlo allo scontro. I due eserciti si schierarono ciascuno di fronte alla
propria trincea, in una piana compresa tra i due accampamenti. I Volsci erano
numericamente di gran lunga superiori: per questo si buttarono
sprezzanti allo sbaraglio. Il console romano non si mosse né permise di
rispondere all'urlo di guerra, ma ordinò ai suoi di stare fermi e con le aste
piantate a terra: soltanto quando il nemico fosse arrivato a distanza
ravvicinata, avrebbero dovuto assalirlo con tutte le loro forze e risolvere la
cosa con le spade. Quando i Volsci, affaticati dalla corsa e dal gran
gridare, arrivarono sui Romani, apparentemente atterriti alla loro
vista, e si resero conto del contrattacco in atto vedendo il
bagliore delle spade, come se fossero finiti in un'imboscata, fecero
dietro-front spaventati. Ma non avevano più la forza nemmeno di fuggire, perché si
erano gettati in battaglia correndo. I Romani, invece, rimasti
fermi nelle fasi iniziali, erano freschissimi: non fu quindi difficile
per loro piombare sui nemici sfiniti e catturarne l'accampamento. Di
lì inseguirono i Volsci rifugiatisi a Velitra, dove vincitori e vinti
irruppero come se fossero stati un esercito solo. Là, in un
massacro generale e senza distinzioni, versarono più sangue che nella battaglia
vera e propria. Vennero risparmiati soltanto quei pochi che si arresero
inermi. 31 Durante questa campagna contro i
Volsci, il dittatore, mette in rotta i Sabini - di gran lunga il nemico numero
uno per Roma - conquistandone l'accampamento. Lanciatosi all'attacco
con la cavalleria, aveva fatto il vuoto nel centro dell'esercito nemico,
rimasto troppo scoperto per l'eccessiva apertura a ventaglio delle
due ali. Nel bel mezzo di questo disordine subentrarono i fanti
all'assalto. Con un solo e unico attacco presero l'accampamento e misero fine
alla campagna. Dopo quella del lago Regillo, nessun'altra battaglia, in
quegli anni, fu più famosa. Il dittatore tornò a Roma in
trionfo. Oltre agli onori di rito, fu riservato un posto a lui e ai suoi discendenti
per assistere ai ludi nel circo, e lì fu sistemata una sedia curule. A
séguito di questa sconfitta i Volsci persero il territorio di Velitra; la
città, popolata da coloni inviati da Roma, divenne colonia. Poco tempo dopo
si combatté con gli Equi, anche se il console era contrario perché si
trattava di abbordare il nemico da posizione sfavorevole. Ma i suoi uomini
lo accusavano di tirare per le lunghe la cosa per lasciare che
scadesse il mandato del dittatore prima del loro rientro a Roma e far
così cadere nel nulla le sue promesse, come era già prima successo con
quelle del console. Quindi lo forzarono a una mossa sconsiderata e del tutto affidata
al caso: spingere le truppe sul versante della montagna di fronte a
loro. Fu solo grazie alla codardia dei nemici che questa manovra, di per sé
malcongegnata, ebbe un esito favorevole: i Romani non erano ancora
arrivati a distanza di tiro che essi, scoraggiati da una simile
dimostrazione di audacia, abbandonarono il loro accampamento piazzato in una
posizione quasi inespugnabile e si dileguarono nei valloni dell'altro
versante. Si trattò di un bottino non trascurabile e di una vittoria senza
perdite. Malgrado questo triplice successo
militare, plebe e senato non avevano smesso di preoccuparsi della soluzione
dei problemi interni. E gli usurai, con un assiduo lavorio da veri esperti,
si erano dotati degli strumenti per frustrare le iniziative non solo
della plebe ma anche del dittatore stesso. Infatti Valerio, dopo il
rientro del console Vetusio, diede precedenza assoluta alla causa del
popolo vincitore, portandola all'attenzione del senato e chiedendo
un pronunciamento definitivo sugli insolventi per debiti. Visto che la
richiesta non fu approvata, disse: «Io non vi vado a genio perché cerco di
ricomporre la frattura. Tra pochi giorni, ve lo garantisco, desidererete
che la plebe abbia dei difensori come me. Per quel che mi riguarda, non
ho intenzione di prendere ulteriormente in giro i miei
concittadini né di continuare a fare il dittatore solo in teoria. Questa
magistratura era l'unica soluzione per uno Stato diviso tra urti interni e una
guerra da combattere all'esterno: fuori è tornata la pace, mentre
in città si fa di tutto per ostacolarla. Interverrò nei disordini da
privato cittadino piuttosto che da dittatore.» Uscì quindi dalla curia e
rassegnò le dimissioni. La plebe capì benissimo che un gesto simile era stato dettato dal
risentimento per i torti che essa subiva. E così, come se
egli avesse mantenuto la parola - non era colpa sua se l'impegno non era stato
onorato -, lo seguirono mentre rientrava a casa e gli manifestarono la
loro gratitudine con un lungo applauso. 32 Allora i senatori cominciarono a
temere che, congedando l'esercito, si sarebbe tornati alle riunioni segrete e
alle cospirazioni. Così, pur essendo stati arruolati per ordine del
dittatore, tuttavia, siccome avevano giurato nelle mani dei consoli,
si pensava che i soldati fossero ancora legati a quel giuramento.
Quindi, col pretesto di una ripresa di ostilità da parte degli Equi,
ordinarono che le legioni venissero condotte fuori città. Ma questo
provvedimento accelerò la rivolta. Sulle prime pare si fosse parlato di assassinare i
consoli per svincolarsi dagli obblighi del giuramento. Quando però fu
spiegato loro che non c'era delitto che potesse liberare da un vincolo sacro,
allora le truppe, su proposta di un certo Sicinio, si ammutinarono
all'autorità dei consoli e si ritirarono sul monte Sacro, sulla riva destra
dell'Aniene, a tre miglia da Roma. Questa è la versione più
accreditata. Stando invece a quella adottata da Pisone, la secessione sarebbe avvenuta
sull'Aventino. Lì, senza nessuno che li guidasse, fortificarono in tutta
calma il campo con fossati e palizzate limitandosi ad andare in
cerca di cibo e, per alcuni giorni, non subirono attacchi né attaccarono a loro
volta. Roma era nel panico più totale e il clima di mutua apprensione
teneva tutto in sospeso. La plebe, abbandonata al suo destino, temeva
un'azione di forza organizzata dal senato; i senatori temevano la parte di
plebe rimasta in città, ed erano incerti se fosse preferibile che essa
rimanesse o se ne andasse. E poi, quanto sarebbe durata la calma dei
secessionisti? Che cosa sarebbe successo se nel frattempo fosse
scoppiata una guerra con qualche paese straniero? La sola speranza era
rappresentata dalla concordia interna: per il bene dello Stato andava restaurata e
a qualunque costo. Si decise allora di mandare alla plebe
come portavoce Menenio Agrippa, uomo dotato di straordinaria dialettica
e ben visto per le sue origini popolari. Una volta introdotto nel
campo, pare che raccontò questo apologo con lo stile un po' rozzo tipico degli
antichi: «quando le membra del corpo umano non costituivano ancora un
tutt'uno armonico, ma ciascuna di esse aveva un suo linguaggio e un suo
modo di pensare autonomi, tutte le altre parti erano indignate di dover
sgobbare a destra e a sinistra per provvedere a ogni necessità
dello stomaco, mentre questo se ne stava zitto zitto lì nel mezzo a godersi il
bendidio che gli veniva dato. Allora, decisero di accordarsi così: le
mani non avrebbero più portato il cibo alla bocca, la bocca non si sarebbe
più aperta per prenderlo, né i denti lo avrebbero più masticato.
Mentre, arrabbiate, credevano di far morire di fame lo stomaco, le membra stesse e il
corpo tutto eran ridotti pelle e ossa. In quel momento capirono che anche lo
stomaco aveva una sua funzione e non se ne stava inoperoso: nutriva
tanto quanto era nutrito e a tutte le parti del corpo restituiva, distribuito
equamente per le vene e arricchito dal cibo digerito, il sangue che ci
dà vita e forza». Mettendo in parallelo la ribellione interna delle
parti del corpo e la rabbia della plebe nei confronti del senato, Menenio
riuscì a farli ragionare. 33 Venne allora affrontato il tema
della riconciliazione e si giunse al seguente compromesso: la plebe avrebbe
avuto dei magistrati sacri e inviolabili il cui compito sarebbe
stato quello di prendere le sue difese contro i consoli, e nessun patrizio
avrebbe potuto avere quest'incarico. Quindi furono eletti due tribuni della
plebe, Caio Licinio e Lucio Albino. A loro volta essi si scelsero tre
colleghi, uno dei quali era Sicinio, il promotore della rivolta. Sui nomi degli
altri due ci sono parecchie incertezze. Alcuni autori sostengono
che sul monte Sacro vennero eletti soltanto due tribuni e che lì fu
proposta la legge sull'inviolabilità. Durante la secessione della plebe,
Spurio Cassio e Postumio Cominio erano diventati consoli. Nel corso del loro
mandato fu stipulato un trattato di alleanza con le popolazioni latine. Per
concluderlo, uno dei consoli rimase a Roma. Il suo collega, invece,
incaricato di una campagna contro i Volsci, sbaragliò e disperse i
Volsci di Anzio; quindi, costringendoli a rifugiarsi a Longula, li inseguì
ed espugnò la città. Subito dopo conquistò Polusca, altra
città dei Volsci. Poi attaccò con estrema decisione Corioli. Tra i giovani nobili
c'era allora arruolato Gneo Marzio, tipo sveglio e risoluto, che in
séguito fu soprannominato Coriolano. Mentre l'esercito romano era
intento all'assedio di Corioli e teneva gli occhi puntati sugli abitanti
compressi all'interno delle mura, senza alcuna preoccupazione di un
eventuale attacco dall'esterno, fu all'improvviso assalito da un
contingente di Volsci partiti da Anzio e contemporaneamente sorpreso da una
sortita degli assediati. Per caso Marzio era di guardia. Con un pugno di
soldati scelti non solo tamponò la sortita, ma ebbe anche il coraggio di
buttarsi oltre la porta dove compì un massacro nei quartieri più
vicini e, trovandosi del fuoco per le mani, incendiò gli edifici che
sovrastavano il muro. Il panico dei cittadini che, come sempre succede, seguì,
misto ai pianti delle donne e dei bambini, la prima reazione degli
assediati, tonificò i Romani e demoralizzò i Volsci, ovviamente
sconsolati dalla resa della città cui eran venuti in soccorso. Così furono
sbaragliati i Volsci di Anzio e conquistata la città di Corioli.
L'impresa di Marzio eclissò la gloria del console al punto che, se il trattato
coi Latini, concluso dal solo Spurio Cassio in assenza del collega, non
fosse rimasto inciso a perenne memoria su una colonna di bronzo, nessuno si
ricorderebbe che Postumio Cominio combatté contro i Volsci. Quello stesso anno morì Menenio
Agrippa, l'uomo che in vita era stato ugualmente caro alla plebe e ai
senatori e che dopo la secessione sul monte Sacro fu più caro alla
plebe. L'uomo che aveva fatto da mediatore e da interprete della riconciliazione tra
i cittadini, che era stato l'ambasciatore del senato presso la
plebe e colui che l'aveva ricondotta a Roma, non lasciò il denaro
sufficiente per pagarsi il funerale: ci pensò così la plebe, con una
sottoscrizione di un sesto di asse a testa. 34 I consoli successivi furono Tito
Geganio e Publio Minucio. Quell'anno, non essendoci più nessuna
preoccupazione militare ed essendo stato composto ogni motivo di urto
all'interno, una calamità di ben altra portata si abbatté su Roma: la mancanza
di generi alimentari, dovuta al fatto che i campi erano rimasti incolti
durante la secessione della plebe, poi la fame, come succede alle
città in stato d'assedio. Per gli schiavi e soprattutto per la plebe avrebbe voluto
dire morte se i consoli non avessero provveduto mandando degli
emissari a racimolare frumento dovunque, non solo lungo la costa
etrusca a nord di Ostia e a sud superando via mare le terre dei Volsci
fino giù a Cuma, ma addirittura in Sicilia, tanto lontano li aveva costretti
a cercare aiuto l'odio dei popoli confinanti. A Cuma, una volta
acquistato il grano, le navi furono trattenute dal tiranno Aristodemo come
indennizzo delle proprietà dei Tarquini di cui egli era l'erede.
Presso i Volsci e nel Pontino non si riuscì nemmeno ad acquistarne: i
compratori di grano rischiarono addirittura di esser assaliti dai
locali. Dall'Etruria ne arrivò invece via fiume, lungo il Tevere, e
bastò per sfamare la plebe. In quel disastro generale si sarebbe venuta ad
aggiungere una quanto mai intempestiva guerra, se sui Volsci, già
pronti a scendere in campo, non si fosse abbattuta una tremenda pestilenza.
Vedendo il terrore che una simile decimazione aveva seminato, i Romani,
per far sì che il nemico non riuscisse a liberarsi completamente
della paura anche una volta uscito dall'epidemia, potenziarono con nuovi
invii la colonia di Velitra e ne fondarono una nuova a Norba, sulle
montagne, per avere una roccaforte nel Pontino. Sotto il consolato di Marco Minucio e
di Aulo Sempronio ci fu una massiccia importazione di grano dalla
Sicilia e il senato discusse il prezzo a cui avrebbe dovuto esser
venduto alla plebe. Molti pensavano fosse arrivato il tempo di dare un giro
di vite alla plebe e di recuperare i diritti che essa aveva estorto ai
senatori con le violenze della secessione. Uno dei più accesi,
Marzio Coriolano, nemico della potestà tribunizia, disse: «Se vogliono il
grano al prezzo di una volta, restituiscano ai senatori i loro
antichi diritti. È mai possibile che io debba vedere dei plebei magistrati e un
Sicinio dotato di poteri, io che son passato sotto il giogo e sono stato
riscattato da questa specie di delinquenti? Dovrò sopportare
più a lungo del necessario delle infamie del genere? Io che non avrei tollerato
Tarquinio come re, dovrei sopportare un Sicinio? Ci vada lui ora in secessione
e si porti la plebe con sé. La strada che porta al monte Sacro e agli
altri colli è libera. Rubino pure il frumento dai nostri campi come due
anni fa. Si godano la carestia frutto della loro follia. Non ho paura
di affermare che, domati da questa piaga, preferiranno andare a lavorare i
campi piuttosto che, come fecero durante la secessione, impedire con la
violenza che gli altri lavorino.» Io credo che i patrizi avrebbero
potuto, mettendo delle condizioni all'abbassamento dei prezzi, liberarsi
del potere dei tribuni e di tutti quei diritti concessi loro malgrado.
Solo che non è altrettanto facile dire se avrebbero dovuto farlo. 35 Il discorso sembrò
eccessivamente duro anche al senato. Nei plebei suscitò una reazione così
violenta da farli quasi ricorrere alle armi. Sostenevano che li si stava prendendo
per fame come fossero nemici, e che li si stava privando dei generi di
prima necessità per la sopravvivenza: avrebbero tolto loro di bocca anche
quel frumento di importazione, il solo alimento che un inatteso colpo di
fortuna aveva regalato, se i tribuni non si fossero consegnati in catene a Gneo
Marzio e se non gli si fosse data la possibilità di rifarsi sulla
pelle della plebe. Ai loro occhi era lui il nuovo boia saltato fuori a
costringerli a una scelta obbligata tra la morte e la schiavitù. E gli
sarebbero saltati addosso fuori dell'ingresso della curia, se i tribuni, quanto mai
tempestivamente, non lo avessero citato in giudizio. Il provvedimento
sedò la rabbia: ciascuno si vedeva già giudice del nemico e padrone
di scegliere per lui tra la vita e la morte. All'inizio Marzio stette ad
ascoltare con aria sprezzante le minacce dei tribuni, sostenendo che
essi erano dei magistrati di supporto e non avevano alcuna autorità
penale, cioè appunto si trattava di tribuni della plebe e non di senatori. Ma la
plebe aveva il dente così avvelenato che i senatori dovettero sacrificare un
loro membro per placarne l'ira. Ciò nonostante tennero testa
all'odio degli avversari facendo ricorso alle capacità dei singoli e alle
risorse dell'intero ordine. La prima mossa fu questa: mandarono in giro dei loro
clienti col compito di prendere da parte i singoli e di dissuaderli dal
partecipare alle riunioni e agli assembramenti, nella speranza che
potessero mandarne all'aria i piani. Poi l'intero ordine senatoriale si
presentò in pubblico (tutti senza eccezioni, come se avessero dovuto
rispondere di qualche reato) supplicando la plebe di restituirgli un
solo cittadino, un senatore: se poi non lo volevano assolvere, almeno
gli facessero la grazia di rimandarlo indietro come colpevole.
Visto che però alla data stabilita Marzio non ricomparve, la rabbia
divenne incontenibile. Condannato in contumacia, andò in esilio
presso i Volsci lanciando minacce al suo paese, verso il quale già da allora era
ostile. I Volsci lo accolsero amichevolmente e
la loro buona disposizione nei suoi confronti cresceva di giorno in giorno
in proporzione al progressivo aumento della rabbia di Marzio verso la
sua terra d'origine, alla quale riservava ora nostalgici lamenti ora
minacce. Era ospite di Azio Tullio, all'epoca una delle personalità
eminenti del popolo volsco e un anti-romano di antica data.
Così, spinti uno dall'odio di sempre e l'altro dal recente risentimento, studiano
insieme una guerra contro Roma. Sapevano che sarebbe stato difficile
convincere la loro gente a riprendere le armi per combattere un avversario
che già le aveva procurato tanti dispiaceri. Prima la serie di guerre e
poi la pestilenza ne avevano fiaccato gli entusiasmi portandosi via
il meglio della gioventù. L'odio risaliva ormai al passato: bisognava
ingegnarsi per trovare qualche nuovo motivo di risentimento che ravvivasse
gli antichi furori. 36 Casualmente a Roma si stavano
facendo i preparativi per ricominciare da capo i Ludi Magni. E li si ricominciava
per questa ragione: la mattina dei giochi, prima dell'inizio dello
spettacolo, un padrone non meglio identificato aveva fatto passare nel
mezzo del circo uno schiavo con forca al collo e lo aveva frustato. I giochi
erano poi cominciati, come se quell'episodio non avesse nulla a che
vedere con l'aspetto cerimoniale della manifestazione. Non molto tempo
dopo, un plebeo di nome Tito Latinio fece un sogno: vide Giove che gli
diceva di non aver gradito il primo ballerino ai giochi e che la
città sarebbe stata in pericolo se i giochi stessi non fossero stati ricominciati
da capo in modo grandioso. Quindi gli disse di andare a riferire la cosa
ai consoli. Benché il suo animo non fosse esente da scrupoli religiosi, il
timore reverenziale nei confronti dell'autorità consolare ebbe in
lui la meglio sulla paura di diventare lo zimbello di tutti. Questa esitazione
gli costò cara: nel giro di pochi giorni gli morì un figlio. E
perché non ci fosse nessun dubbio sulla natura della disgrazia, nel pieno del
lutto gli apparve di nuovo in sogno quella stessa figura che gli
domandò se il suo disprezzo per la divinità era stato adeguatamente ricompensato e
gli disse che era previsto un rincaro della dose se non si fosse
sbrigato a riferire ai consoli. La cosa incalzava ormai pericolosamente.
Tuttavia insistette nell'indugiare, finché lo colpì una malattia
implacabile accompagnata da un'improvvisa debolezza. Solo allora l'ira degli
dèi lo fece ragionare. Quindi, prostrato dalle disgrazie passate e
presenti, convocò una riunione di famiglia durante la quale espose ai
congiunti ciò che aveva visto e sentito, e cioè le diverse
apparizioni di Giove in sogno e le sue disgrazie personali seguite all'ira e
alle minacce della divinità. Quindi, con l'approvazione di tutti i parenti
convenuti, si fece trasportare su una lettiga in foro davanti ai consoli,
i quali gli concessero di entrare nella curia. Lì, mentre tra lo
stupore dei senatori ripeteva lo stesso racconto, ci fu un nuovo prodigio: si
racconta che l'uomo, completamente paralizzato e trasportato a braccia in
senato, una volta compiuta la propria missione, se ne tornò a
casa con le proprie gambe. 37 Il senato decretò che venissero
celebrati dei giochi con la maggior sontuosità possibile. Su
suggerimento di Azio Tullio, vi prese parte una nutrita delegazione di Volsci. Prima
dell'inizio della manifestazione, Tullio, seguendo il piano concertato
con Marcio a casa sua, si presentò ai consoli e disse di voler discutere
segretamente di una questione di pubblico interesse. Una volta
allontanati gli estranei, disse: «Mi rincresce dover dire dei miei
concittadini cose che non li mettono in buona luce. Tuttavia non sono venuto a
denunciarli per aver commesso qualche reato, ma per evitare che lo
commettano. Il carattere volubile del nostro popolo è superiore anche
ai miei desideri. Prova ne sia il numero delle nostre disfatte militari: se
esistiamo ancora non è merito nostro ma della vostra tolleranza. Attualmente ci
sono parecchi Volsci a Roma; ci sono i giochi; i cittadini saranno
concentratissimi sullo spettacolo. Ricordo benissimo la bravata dei
giovani sabini, sempre qui a Roma e in concomitanza di un'analoga occasione.
Ciò che mi spaventa è la possibilità di qualche gesto imprevedibile e
sconsiderato. Per questo, nel nostro comune interesse, ho ritenuto
opportuno, o consoli, mettervi sul chi vive riguardo a questa eventualità.
Quanto a me, ho intenzione di tornarmene subito a casa: non voglio, restando
qui, farmi complice di quel che si fa o si dice.» Detto questo, se ne
andò. I consoli riferirono al senato l'incerta informazione (proveniente
però da fonte certissima) e, come sempre succede in casi del genere, fu
più l'autorità della fonte che la notizia stessa a spingerli a prendere
misure precauzionali superiori alle reali necessità. Un decreto del
senato ingiunse ai Volsci di abbandonare Roma. Tramite degli araldi venne loro
ordinato di partire prima del calare della notte. La reazione immediata fu
il panico: si misero a correre all'impazzata per andarsi a riprendere
la loro roba nelle pensioni dov'erano alloggiati. Poi, mentre erano
già per strada, subentrò l'indignazione: li avevano trattati
alla stregua di criminali e scellerati, cacciandoli dai giochi in
quei giorni di festa e, in qualche modo, anche dal consesso degli
dèi e degli uomini. 38 Mentre procedevano in una fila quasi
ininterrotta, Tullio, il quale li aveva preceduti alla fonte Ferentina e
lì li stava aspettando, andò incontro ai concittadini più in
vista man mano che arrivavano e, rivolgendo loro parole di sdegno e
indignazione (ma adattissime alla loro grande rabbia per l'accaduto), grazie
all'influenza che essi esercitavano sugli altri, riuscì a condurli
tutti in un terreno che si trovava sotto la strada. Lì, parlando come se
fosse stato in un'assemblea, disse: «Dimentichiamoci pure tutto il resto,
gli affronti del passato e le disastrose disfatte militari inflitte
ai Volsci dal popolo romano: ma com'è possibile lasciar correre
lo sfregio di oggi e permettere che il nostro disonore sia sfruttato come
cerimonia di apertura dei giochi? Oppure non vi siete accorti che per
loro oggi è stato un trionfo su di voi? E che la vostra espulsione ha dato
spettacolo a tutti, cittadini e stranieri e a molti dei popoli con cui
confiniamo? Che le vostre mogli e i vostri figli sono sulla bocca di tutti?
E quelli che han sentito le parole degli araldi, quelli che hanno
assistito alla nostra partenza, quelli che per strada si sono imbattuti in questa
colonna della vergogna, cosa credete che abbiano pensato se non che
dovevamo aver di certo commesso una grave colpa, per la quale, con la
nostra presenza allo spettacolo, avremmo profanato i giochi e che eravamo stati
espulsi onde evitare che sedessimo accanto alla gente pia e partecipassimo
alla loro riunione? E poi, non vi rendete conto che siamo vivi perché non
ci abbiamo pensato due volte a partire? Ammettendo che non si tratti
di fuga. E non vi sembra di dover considerare questa città una
tana di nemici, dato che un solo giorno di permanenza sarebbe costato a tutti la
vita? Vi è stata dichiarata guerra: tanto peggio per chi l'ha dichiarata, se
voi siete degli uomini.» Così, già di per sé indignati ed
eccitati da quelle parole, rientrarono nelle rispettive città e ciascuno
infiammò a tal punto la propria gente da causare la rivolta dell'intera razza
volsca. 39 All'unanimità tutti i popoli
scelsero quali comandanti in capo per quella guerra Azio Tullio e Gneo
Marzio, l'esule romano, nel quale riponevano ancora maggiori speranze. Ed
egli non le deluse, dimostrando chiaramente che il punto di forza di
Roma non erano tanto le sue truppe quanto i suoi generali. Il primo
bersaglio fu Circei: ne cacciò i coloni romani e restituì la
città, ora libera, ai Volsci. Quindi conquistò Satrico, Longula, Polusca, Corioli,
Mugilla, tutte città recentemente sottomesse dai Romani. Poi riprese
Lavinio e di lì, raggiungendo la via Latina tramite delle scorciatoie,
catturò una dopo l'altra Corbione, Vetelia, Trebio, Labico, Pedo. Infine
da Pedo marciò su Roma e si accampò presso le fosse Cluilie, a cinque
miglia dalla città. Facendo base in questo punto, devastò l'agro
romano nei dintorni, preoccupandosi di inviare coi guastatori anche degli
uomini incaricati di salvaguardare le proprietà terriere dei patrizi.
Due le ragioni di questa mossa: dimostrare che la sua rabbia era maggiormente
diretta contro la plebe, e fare in modo di creare un nuovo urto tra le due
classi. E così sarebbe stato: infatti i tribuni, con le loro invettive, stavano
facendo di tutto per istigare la plebe, già di per sé infuriata,
contro i patrizi. Solo la paura del nemico, massimo vincolo di concordia
nonostante la diffidenza reciproca, riusciva a tenere uniti gli animi di
tutti. Su una questione non erano d'accordo: il senato e i consoli non
vedevano altre speranze che nelle armi, mentre la plebe avrebbe scelto
qualsiasi altra cosa piuttosto che la guerra. I consoli in carica erano
Spurio Nauzio e Sesto Furio. Mentre stavano passando in rassegna le legioni
e piazzando delle guarnigioni sulle mura e nei punti in cui avevano
stabilito di collocare dei posti di guardia e delle sentinelle, una folla
di dimostranti favorevoli alla pace, in un primo tempo li spaventò
con grida di rivolta e quindi li costrinse a convocare il senato perché inviasse
degli ambasciatori a Gneo Marzio. I senatori accolsero la proposta quando
si accorsero che il morale della plebe stava precipitando e mandarono a
Marzio degli inviati per trattare la pace. La risposta che riportarono fu
terribile: se il territorio dei Volsci veniva restituito, in quel caso
si poteva parlare di pace; ma se volevano la pace solo per godersi il
bottino di guerra, allora lui, Marzio, memore dell'ingiustizia subita
in patria e del'ospitalità offertagli in terra straniera, avrebbe
dimostrato che l'esilio aveva raddoppiato, e non infiacchito, le sue
energie. Gli inviati fecero un secondo tentativo ma non furono nemmeno
ammessi all'interno dell'accampamento. Pare che addirittura
i sacerdoti, con tutti i loro paramenti, si presentarono supplici
all'accampamento nemico ma che, come già gli ambasciatori, non
riuscirono a far cambiare idea a Marzio. 40 Allora le donne sposate andarono in
massa a trovare Veturia e Volumnia, rispettivamente madre e moglie di
Coriolano. Non mi è stato possibile ricostruire se ci fu un preciso ordine
ufficiale o semplicemente la paura delle donne. In ogni modo convinsero
l'anziana Veturia e Volumnia, con al suo séguito i due bambini avuti da
Marzio, ad accompagnarle nell'accampamento nemico: se Roma non
la si poteva difendere con le armi degli uomini, allora l'avrebbero difesa
le donne con le loro lacrime e le loro suppliche. Quando arrivarono
all'accampamento e venne annunciata a Coriolano la presenza di una massiccia
schiera di donne, egli, irremovibile di fronte alla
maestà dei rappresentanti dello Stato nonché di fronte all'aspetto venerando dei
sacerdoti - che tanto può sugli occhi e sullo spirito -, in un primo tempo si
mostrò ancora più ostinato nei confronti delle lacrime di quelle
donne. Poi, uno dei suoi amici più intimi, riconosciuta Veturia che
spiccava tra le altre per mestizia ed era in piedi tra la nuora e i nipotini, gli
disse: «Se la vista non m'inganna, quelli là sono tua madre, tua
moglie e i tuoi bambini.» Coriolano saltò giù come una furia dal suo
sedile e corse incontro alla madre per abbracciarla. Lei però, passata
dalle suppliche alla collera, gli disse: «Fermo lì, prima di abbracciarmi:
voglio sapere se qui ci troviamo da un nemico o da un figlio e se nel tuo
accampamento devo considerarmi una prigioniera o una madre. Ecco fino a
che punto mi hanno trascinato questa mia lunga vita e questa infelice
vecchiaia: son costretta a vederti in esilio e addirittura nostro nemico.
Come hai potuto devastare questa terra che ti ha generato e nutrito? Anche se
eri partito con animo ostile e minaccioso, possibile non ti si sia
sbollita la rabbia una volta superati i confini? Possibile che con Roma
davanti agli occhi non ti sia venuto in mente di pensare "Dentro quelle
mura c'è tutto quello che mi appartiene, casa, penati, madre, moglie,
figli"? Allora, se io non ti avessi messo al mondo, Roma adesso non sarebbe
assediata. Se non avessi avuto figli, sarei morta libera in una libera patria.
D'altra parte, oramai non mi attende più nulla che possa peggiorare
la mia miseria e il tuo disonore: se ho toccato il fondo della disgrazia non ho
più molto tempo per rimanerci. È a loro che devi pensare: se ti ostini in
questa direzione, gli toccherà o una morte immatura o una lunga
servitù.» Allora la moglie e i figli lo abbracciarono e il pianto levatosi da
tutte le donne e i loro lamenti per la patria e se stesse alla fine
piegarono l'irremovibilità di Marzio. Abbracciò la sua famiglia
rimandandola a casa; quanto a lui, tolse l'accampamento da sotto le mura,
evacuò l'agro romano delle sue truppe e pare rimase ucciso proprio in quella
zona, vittima dell'odio che si era procurato. Non c'è accordo sulle
cause della morte: presso Fabio, di gran lunga la fonte più antica, ho
trovato che morì di vecchiaia. In ogni modo, egli riferisce che quando ormai era un
vecchio, Coriolano ripeteva spessissimo che l'esilio è
ancora più duro se si è avanti con gli anni. Gli uomini romani non invidiarono le
donne per il loro nobile gesto (tanto lontani si era allora dal vivere
nell'invidia della gloria altrui). Anzi, a ricordo dell'episodio, fu costruito e
consacrato un tempio alla Fortuna delle donne. In séguito i Volsci, alleatisi con gli
Equi, invasero di nuovo l'agro romano, ma gli Equi non accettarono
più Tullo Azio come comandante in capo. La questione - a chi cioè
affidare il comando dei due eserciti uniti - creò prima un aperto contrasto
per poi finire in un bagno di sangue. In quel caso la buona stella del popolo
romano annientò due eserciti nemici in una battaglia non meno rovinosa che
accanita. Consoli Tito Sicinio e Caio Aquilio. A
Sicinio toccarono i Volsci, ad Aquilio gli Ernici, scesi anche loro in
campo. Quell'anno gli Ernici
furono sconfitti. La guerra coi Volsci, dopo alterne fortune, si
risolse in un nulla di fatto. 41 I consoli successivi furono Spurio
Cassio e Proculo Verginio. Fu stipulato un trattato con gli Ernici in
base al quale Roma si annetteva i due terzi del loro territorio. Il
console Cassio era dell'avviso di darne metà ai Latini e metà ai
plebei. E a questa donazione voleva aggiungere parte della terra che teoricamente
risultava essere di demanio pubblico e che invece, secondo la sua accusa, era
detenuta abusivamente da privati. Questa proposta terrorizzava molti
senatori che, essendo essi stessi i proprietari, si vedevano minacciati
nelle proprie sostanze. Ma i senatori, visto il ruolo da essi ricoperto in
ambito pubblico, temevano che con quella donazione il console potesse
acquistare un'influenza pericolosa per la libertà. Allora, per la prima
volta, fu promulgata una legge agraria: da quella data fino ai giorni nostri
non c'è stata volta che il ritorno sulla stessa questione non abbia
causato gravi disordini politici. L'altro console si opponeva alla donazione e
aveva dalla sua parte i senatori senza nel contempo trovarsi di fronte
l'ostilità di tutta la plebe, la quale aveva sùbito mostrato di
non gradire che la donazione fosse stata estesa dai cittadini ai semplici
alleati. E in più sentiva spesso che il console Verginio denunciava
pubblicamente la perniciosità della elargizione proposta dal collega,
sostenendo che quella terra avrebbe ridotto in schiavitù chiunque ne
avesse beneficiato e avrebbe rappresentato una strada diretta verso
la monarchia. Che ragioni c'erano di includere nella spartizione gli
alleati e il popolo latino? A che pro rendere agli Ernici, fino a ieri
nemici, un terzo della terra conquistata, se non perché quelle genti al posto di
Coriolano avessero Cassio? Da quel momento, lui che era stato l'oppositore
della legge agraria, cominciò a diventare popolare. In séguito, tra i
due consoli, si assistette quasi a una gara di attenzioni verso la plebe:
Verginio si diceva pronto ad accettare la donazione a patto che
interessasse soltanto i cittadini romani; Cassio, poiché con la promessa
di donazione agraria si era reso popolare presso gli alleati,
conquistandosi però lantipatia dei suoi concittadini, per riconciliarsene i
favori con un altro dono, ordinò di rimborsare al popolo il denaro pagato
per il frumento siciliano. Ma la plebe respinse sdegnosamente l'offerta
giudicandola un tentativo di comprarsi in contanti il potere
monarchico. E per questo sospetto istintivo voltavano sprezzanti le spalle
ai suoi doni, come se avessero tutto in eccesso. A fine mandato -
è un fatto su cui non ci sono dubbi -, fu condannato a morte e ucciso. Alcuni
sostengono che l'esecutore materiale della sentenza fu suo padre:
istituita la causa a domicilio, lo avrebbe fatto frustare a morte e ne
avrebbe consacrato i beni a Cerere. Poi avrebbe fatto scolpire una statua
con questa iscrizione: «Dono della famiglia Cassia.» Presso alcuni autori
ho trovato una versione diversa ma più aderente alla realtà:
i questori Cesone Fabio e Lucio Valerio lo avrebbero accusato di alto tradimento,
il popolo lo avrebbe riconosciuto colpevole e lo Stato avrebbe fatto
radere al suolo la casa. È la zona antistante al tempio della Terra. Sta
di fatto che la condanna, frutto di un processo pubblico o privato, fu
pronunciata durante il consolato di Servio Cornelio e Quinto Fabio. 42 Il risentimento popolare nei
confronti di Cassio non durò a lungo. La legge agraria, già allettante di
per se stessa, ora che era scomparso il suo promulgatore, affascinava tutti e
il desiderio che se ne provava fu accresciuto dalla meschinità dei
senatori, i quali, quell'anno, dopo una vittoria sui Volsci e sugli Ernici,
privarono i soldati del bottino. Tutto ciò che fu tolto al nemico il
console Fabio lo mise all'incanto e ne trasferì i proventi nelle casse
dello Stato. Il nome dei Fabi era impopolarissimo
proprio a causa di quest'ultimo console. Ciò nonostante, i
consoli riuscirono a ottenere che insieme a Lucio Emilio venisse eletto console
Cesone Fabio. Questo incrementò il rancore dei plebei che, a séguito dei
disordini causati in patria, fecero scoppiare un conflitto all'estero. E
con la guerra le discordie civili conobbero una tregua: patrizi e plebei
uniti, agli ordini di Emilio con una brillante vittoria sedarono una
ribellione dei Volsci e degli Equi. I nemici, tuttavia, ebbero più
perdite durante la ritirata che durante lo scontro, tanta fu l'ostinazione con la
quale i cavalieri li inseguirono mentre fuggivano sparpagliati. Il
quindici luglio di quello stesso anno venne consacrato a Castore il tempio
promesso dal dittatore Postumio durante la guerra latina: lo
dedicò suo figlio, eletto duumviro espressamente per questo ufficio. Anche quell'anno la plebe cedette al
richiamo allettante della legge agraria. I tribuni della plebe
cercavano di rinforzare la loro autorità popolare con una legge popolare: i
senatori, trovando che era già sufficiente la violenza spontanea della
plebe, vedevano le donazioni come un rischioso stimolo alla
temerarietà. I fautori più accesi dell'opposizione senatoriale furono i
consoli. Così la spuntarono proprio questi ultimi, e non solo nella
circostanza presente: infatti, l'anno successivo, riuscirono anche a portare
al consolato Marco Fabio, fratello di Cesone, e un personaggio ancora
più impopolare, Lucio Valerio, l'uomo cioè che aveva accusato Spurio
Cassio. Anche in quell'anno ci fu una grande
battaglia coi tribuni. La legge subì uno scacco totale, così come lo
subirono quanti l'avevano proposta promettendo cose immantenibili. La
famiglia dei Fabi si conquistò una grande stima con quei tre consolati
consecutivi, tutti caratterizzati da continui conflitti coi tribuni.
Così, visto che era considerato in mani sicure, l'incarico rimase abbastanza a
lungo presso quella famiglia. In séguito scoppiò una guerra con
Veio e i Volsci si ribellarono. Ma visto che per i conflitti esterni c'era un
eccesso di forze, le si impiegò malamente in quelli interni. Al
malessere generale vennero anche ad aggiungersi dei prodigi divini che,
quasi ogni giorno, si manifestavano a Roma e nelle campagne minacciando
sventure. Secondo le interpretazioni pubbliche e private, basate sulle viscere
degli animali e sul volo degli uccelli, l'ira degli dèi aveva
una sola spiegazione possibile: nelle cerimonie religiose non ci si era
attenuti alle prescrizioni rituali. Tutte queste paure non portarono ad
altro che alla condanna della vestale Oppia, accusata di aver violato il voto
di castità. 43 Quinto Fabio e Caio Giulio furono in
séguito eletti consoli. Quell'anno la lotta di classe che dilaniava la
città non fu meno accanita e accesa della guerra combattuta al l'estero.
Gli Equi presero le armi; le scorribande dei Veienti arrivarono fino
all'agro romano. La crescente inquietudine dovuta a queste campagne
è l'atmosfera in cui vengono eletti consoli Cesone Fabio e Spurio Furio.
Gli Equi stavano assediando Ortona, una città latina. I Veienti,
già carichi di bottino, minacciavano di attaccare Roma stessa. Tutti questi
campanelli d'allarme, invece di sedare l'animosità dei plebei, la
incrementarono ulteriormente. E ricominciarono con la politica del boicottaggio del
servizio militare, anche se non spontaneamente: infatti il tribuno
della plebe Spurio Licinio, vedendo nella crisi del momento un'occasione
propizia per imporre ai patrizi la promulgazione di una legge agraria, si
era messo in testa di ostacolare i preparativi di guerra. Da quel momento
in poi il tradizionale odio nei confronti del tribunato si
concentrò esclusivamente sulla sua persona: i consoli non lo attaccarono meno
animosamente dei suoi stessi colleghi e fu proprio grazie al loro sostegno che
riuscirono a organizzare la leva militare. Si reclutarono truppe per due campagne
contemporanee: Fabio sarebbe stato il comandante della spedizione contro
gli Equi, Furio di quella contro i Veienti. Quest'ultima non fece
registrare niente che meriti di essere ricordato. Nella campagna contro gli
Equi, Fabio ebbe in qualche modo più problemi con i suoi effettivi che con i
nemici. Fu soltanto quella grande figura, il console stesso, che resse le
sorti dello Stato, tradito in tutti i modi possibili dai soldati i
quali lo detestavano. Un solo esempio: dopo aver dimostrato in molte
altre occasioni grande abilità nella strategia e nella condotta delle
operazioni, quando il console operò una mossa che gli permise di
sbaragliare le linee nemiche con un assalto della sola cavalleria, la fanteria si
rifiutò di lanciarsi all'inseguimento dei fuggiaschi; e né
l'incitamento dell'odiato generale, né il disonore loro e la vergogna che
in quel momento ricadeva su tutti, né il rischio che il nemico potesse
riprendere coraggio e tornare sui propri passi, nessuno di questi fattori
li spinse ad accelerare l'andatura o, se non altro, a mantenersi
allineati. Così, nonostante gli ordini, ritornarono indietro e, con facce che
avresti detto di vinti, rientrano alla base maledicendo a turno il generale
e l'efficienza della cavalleria. Il comandante non riuscì a
rimediare in nessun modo a questo episodio, per quanto rovinoso fosse stato, e
ciò dimostra che le menti superiori hanno spesso maggiori problemi a imporre la
propria volontà politica ai cittadini che la propria legge militare
ai nemici. Il console ritorna quindi a Roma, non tanto carico di
gloria conquistata sul campo, quanto dell'odio esacerbato e
dell'esasperazione dei soldati nei suoi confronti. Ciò nonostante, i senatori
ottennero che il consolato rimanesse presso la famiglia dei Fabi; nominano console
Marco Fabio cui viene affiancato come collega Gneo Manlio. 44 Quell'anno vide un tribuno, Tiberio
Pontificio, proporre la legge agraria: seguendo pari passo le orme di
Spurio Licinio - come se a lui fosse andata bene -, per un certo
periodo riuscì a ostacolare la leva. Di fronte al rinnovarsi delle
preoccupazioni senatoriali, Appio Claudio disse
che l'anno prima si era avuta la meglio sul potere dei tribuni e che
la vittoria in quella precisa occasione
potenzialmente valeva anche per i giorni a venire, in quanto allora si
era scoperto che esso poteva essere annientato proprio con le sue stesse
forze. Infatti ci sarebbe sempre stato un tribuno desideroso di ottenere
un successo personale ai danni del collega e disposto a conquistarsi il
favore del patriziato rendendo un servizio allo Stato. E, all'occorrenza,
un numero più consistente di tribuni non avrebbe esitato a
spalleggiare il console; d'altra parte sarebbe bastato uno contro tutti. La
sola cosa che i consoli e i senatori più in vista dovevano fare era
questa: cercare di portare, se non tutti, almeno qualcuno dei tribuni dalla parte
dello Stato e del senato. L'intero ordine senatoriale, seguendo le
istruzioni di Appio, cominciò a dimostrare ai tribuni gentilezza e
disponibilità; e gli ex consoli, contando
sull'influenza che ciascuno di essi vantava sui singoli, in parte con favori personali, in parte con
l'autorità di cui disponevano, fecero in modo che i tribuni mettessero i loro
poteri al servizio dello Stato. Così, quattro di essi, contro un solo e
ostinato avversario dell'interesse generale, collaborarono coi consoli
nella realizzazione della leva. Fatto questo, partì la
spedizione armata contro Veio, dove si erano concentrati dei contingenti provenienti
da tutta l'Etruria, non tanto per sostenere la causa dei Veienti, quanto
piuttosto perché c'era la speranza che le discordie interne potessero
accelerare il crollo della potenza romana. I capi di tutte le genti
etrusche si scalmanavano nelle assemblee sostenendo che l'egemonia di Roma
sarebbe durata in eterno, se essi non avessero smesso di sbranarsi tra di
loro in tutte quelle lotte fratricide. Quello era l'unico veleno, la sola
rovina delle società fiorenti, nata per far conoscere ai grandi potentati il
senso della caducità. A lungo contenuto, vuoi per l'accorta gestione
dei senatori, vuoi per la rassegnazione della plebe, il male
stava ormai dilagando in maniera incontrollabile. Di uno stato se
n'erano fatti due, con tanto di leggi e magistrati autonomi in ciascuno di
essi. Nei primi tempi c'era un'opposizione accesa e sistematica
alla leva e poi, quando si trattava di combattere, erano pronti a obbedire ai
comandanti. Qualunque fosse la situazione interna, bastava reggesse la
disciplina militare per tenere in piedi tutto. Ma adesso disobbedire ai
magistrati era diventata una moda che aveva coinvolto anche il mondo
militare romano. Che considerassero l'ultima guerra da loro combattuta:
quando lo schieramento allineato era già nel pieno dello scontro,
ecco che tutti i soldati avevano deciso di comune accordo di rimettere la vittoria
nelle mani degli ormai vinti Equi, di liberarsi delle insegne, di
abbandonare il comandante sul campo e di rientrare alla base contro ogni ordine
ricevuto. Nessun dubbio che se gli Equi avessero fatto ancora uno sforzo
Roma sarebbe crollata sotto i colpi dei suoi stessi soldati. Non ci voleva
molto: una semplice dichiarazione di guerra e una dimostrazione di
efficienza militare. Al resto avrebbero pensato il destino e il volere degli
dèi. Queste speranze spinsero gli Etruschi a scendere in guerra,
nonostante la lunga sequenza di alterne vittorie e sconfitte. 45 I consoli romani, a loro volta, non
temevano nulla quanto le proprie forze e le proprie truppe. Memori del
deplorevole incidente occorso nell'ultima guerra, eran terrorizzati
all'idea di scendere in campo per affrontare contemporaneamente la
minaccia di due eserciti. Così stazionavano all'interno
dell'accampamento, paralizzati dall'imminenza di quel doppio pericolo. Non era escluso
che il tempo e i casi della vita avrebbero ridotto la tensione degli
uomini e riportato il buon senso. Ma proprio per questo i loro nemici,
Etruschi e Veienti, stavano accelerando al massimo le operazioni: sulle prime
li provocarono a scendere in campo cavalcando nei pressi dell'accampamento
e sfidandoli a uscire; poi, visto il nulla di fatto, presero a insultare
a turno i consoli e la truppa. Dicevano che la storia della lotta di
classe era un pretesto per coprire la paura e che il dubbio più
grande dei consoli non era rappresentato tanto dalla lealtà quanto dal
valore dei loro uomini. Che razza di ammutinamento poteva essere una rivolta
di soldati di leva tutti buoni e silenziosi? A queste frecciate ne aggiungevano
altre, più o meno fondate, circa le recenti origini della loro
razza. I consoli non reagivano a questi insulti provenienti proprio da
sotto il fossato e le porte. La moltitudine, invece, meno portata a
simulare, passava dall'indignazione all'umiliazione più profonda e
si dimenticava degli attriti sociali: voleva farla pagare ai nemici e nel
contempo non voleva che i consoli e il patriziato potessero vantare una
vittoria. Il conflitto psicologico era tra l'odio per la classe avversaria e
quello per il nemico. Alla fin fine ebbe la meglio il secondo, tanto
insolente e arrogante era diventato lo scherno dei nemici. Si accalcano
davanti al pretorio, reclamano la battaglia, chiedono che si dia il
segnale. I consoli confabulano, come se fossero in piena riunione di consiglio.
La discussione dura a lungo. Il loro desiderio era combattere; nel
contempo, però, frenavano e dissimulavano il desiderio stesso in
odo tale che crescesse l'impeto dei soldati ostacolati e trattenuti. Gli
uomini si sentirono rispondere che attaccare sarebbe stato prematuro
perché gli sviluppi della situazione non erano ancora arrivati al punto giusto.
Quindi che rimanessero nell'accampamento. Seguì
l'ordine di astenersi dal combattere: se qualcuno, violando la consegna, avesse
combattuto sarebbe stato trattato come un nemico. Con queste parole li
congedarono: ma il loro apparente rifiuto fece crescere negli uomini
l'impazienza di buttarsi all'assalto. Quando i nemici vennero a sapere che il
console aveva interdetto ai suoi di scendere in campo, si accanirono
ulteriormente nella provocazione, infiammando così ancora di
più i soldati romani. Era evidente che li potevano schernire senza correre
rischi: godevano di così poca fiducia che venivano negate loro persino le armi.
La conclusione sarebbe stato un ammutinamento generale con il
conseguente crollo della potenza romana. Forti di queste convinzioni, vanno a
lanciare grida di scherno davanti alle porte dell'accampamento e si
trattengono a stento dall'assalirlo. A quel punto i Romani non poterono
sopportare oltre gli insulti e da tutti i punti del campo si riversarono di corsa
davanti ai consoli: le loro non erano più come prima richieste
disciplinate e presentate per bocca dei primi centurioni, ma un coro di voci
scomposte. La cosa era matura: tuttavia i consoli tergiversavano. Alla
fine, Fabio, vedendo che il collega, di fronte a quel crescente
tumulto, era sul punto di cedere per paura di una sommossa, chiamò un
trombettiere per imporre il silenzio e poi disse: «Questi uomini, Gneo Manlio,
possono vincere, te lo assicuro; che lo vogliano, ho qualche dubbio, e
per colpa loro. Quindi sono deciso a non dare il segnale di battaglia se
prima non giurano di ritornare vincitori. Le truppe, durante le fasi
di uno scontro, han tradito una volta il console romano: gli dèi
non li tradiranno mai». A quel punto, un centurione di nome Marco Flavoleio, tra
i più accaniti nel reclamare la battaglia, disse: «Tornerò
vincitore, o Marco Fabio!» Augurò che l'ira del padre Giove, di Marte Gradivo e degli
altri dèi potesse abbattersi su di lui in caso di fallimento. A seguire
giurarono tuti gli altri uomini, ripetendo ciascuno lo stesso augurio
nei propri confronti. Finito il giuramento si sente il segnale e tutti
corrono ad armarsi, pronti a scendere in campo con una carica di
rabbioso ottimismo. Ora sfidano gli Etruschi a fare i gradassi, ora ognuno
sfida quelle male lingue a farsi sotto, ad affrontare il nemico adesso
che è armato di tutto punto! Quel giorno, patrizi e plebei senza
differenze, brillarono tutti per il grande coraggio dimostrato. Al di sopra di
ogni altro, però, il nome dei Fabi: con quella battaglia essi
riguadagnarono il favore popolare perso nel corso della lunga sequenza di lotte
politiche a Roma. 46 L'esercito viene schierato e né i
Veienti né le legioni etrusche si tirano indietro. La loro certezza quasi
assoluta era questa: i Romani non li avrebbero affrontati con maggiore
determinazione di quanta ne avevano dimostrata con gli Equi; oltretutto,
vista l'esasperazione degli animi e la totale incertezza dello scontro, non
era escluso che commettessero qualche nuovo e imprevedibile errore.
Ma le cose andarono in tutt'altra maniera: in nessuna delle guerre del
passato i Romani si erano prodotti in un attacco così violento, tanto
li avevano esasperati sia gli insulti del nemico sia gli indugi dei consoli. Gli
Etruschi avevano appena avuto il tempo di spiegare il proprio
schieramento che i Romani, nel pieno della concitazione iniziale, prima avevano
lanciato a caso le aste più che prendendo la mira, e poi erano arrivati
al corpo a corpo con la spada, cioè proprio il tipo più
pericoloso di duello. Nelle prime file le prodezze straordinarie dei Fabi erano
un esempio per i concittadini. Uno di essi, quel Quinto Fabio che era
stato console due anni prima, stava guidando l'attacco contro un gruppo
compatto di Veienti, quando un etrusco fortissimo e particolarmente esperto
nel maneggiare le armi lo sorprese mentre incautamente si spingeva tra un
nugolo di nemici e lo passò da parte a parte in pieno petto. E una
volta estratta la spada, Fabio crollò a terra riverso sulla ferita. Anche se
si trattava di un uomo solo, la notizia della sua morte fece scalpore
in entrambi gli schieramenti e i Romani stavano già per cedere,
quando il console Marco Fabio, scavalcandone il cadavere e
proteggendosi con lo scudo, gridò: «È questo che avete giurato, soldati? Fuggire e
ritornare al campo? Allora vuol dire che temete quei gran codardi dei nemici
più di Giove o Marte, in nome dei quali avete giurato? Benissimo: io non
ho giurato, eppure o tornerò indietro vincitore o cadrò
battendomi qui accanto a te, Quinto Fabio!» Alle parole del console replicò
allora Cesone Fabio, console l'anno precedente: «Credi, fratello, che diano
retta alle tue parole e tornino a combattere? Daranno retta agli
dèi, è su di loro che han giurato. Quanto a noi, per il rango sociale che occupiamo
e per il nome che portiamo (siamo o non siamo dei Fabi?), è nostro
dovere infiammare l'animo dei soldati più con l'esempio concreto che con tanti
discorsi». Detto questo, i due Fabi volarono in prima linea con le lance in
resta e si trascinarono dietro tutto l'esercito. 47 Così furono risollevate le
sorti della battaglia da quella parte. Dall'altra ala dello schieramento il
console Gneo Manlio stava impegnandosi con non meno ardore a
sostenere il combattimento, quando accadde un episodio quasi del tutto
analogo. Infatti, come prima Quinto Fabio all'ala opposta, così
adesso da questa parte Manlio, mentre stava guidando l'attacco impetuoso dei suoi
soldati contro il nemico già quasi allo sbaraglio, fu ferito gravemente e
dovette abbandonare la battaglia. La truppa, credendolo morto,
cominciò a vacillare e avrebbe ceduto la posizione se l'altro console, arrivato
al galoppo da quella parte con alcuni squadroni di cavalieri, gridando
che il suo collega era vivo e che egli stesso aveva piegato e messo in
fuga i nemici dall'altro versante dello schieramento, non avesse
raddrizzato la situazione. Anche Manlio, facendosi vedere in mezzo a loro,
contribuisce a rimettere in sesto la linea di battaglia. E il morale degli
uomini riprende sùbito quota appena riconoscono i lineamenti dei due
consoli. Nello stesso istante si riduce anche la pressione del nemico perché
essi, contando sulla superiorità numerica, avevano ritirato le riserve e
le avevano mandate ad attaccare l'accampamento romano. Lì la
resistenza è di breve durata, nonostante la violenza relativamente modesta
dell'urto. Mentre però i nemici si davano da fare col bottino più che
preoccuparsi degli sviluppi della battaglia, i triarii romani, che non erano stati
capaci di sostenere l'impeto iniziale, mandarono dei messaggeri per riferire
ai consoli come andavano le cose; quindi, riunitisi di nuovo nei pressi
del pretorio, lanciarono un contrattacco senza aspettare i rinforzi
e di loro spontanea volontà. Nel frattempo il console Manlio era
rientrato nell'accampamento e, piazzando degli uomini in corrispondenza di tutte
le porte, aveva tagliato al nemico ogni via d'uscita. Gli Etruschi allora,
in quella situazione disperata, invece di dare una dimostrazione di
coraggio, persero la testa. Infatti, dopo aver più volte tentato
invano di sfondare dove speravano che fosse possibile una sortita, un gruppo compatto
di giovani si lanciò dritto sul console, dopo averlo individuato per il
tipo di armamento che aveva addosso. I primi colpi furono parati
dai soldati del suo séguito, ma l'urto era troppo violento per poterlo
reggere più a lungo; e il console cadde, ferito a morte, mentre gli
uomini del suo presidio personale fuggirono. Gli Etruschi ripresero
allora coraggio e il panico si impadronì dei Romani che correvano all'impazzata
per l'accampamento: la situazione sarebbe veramente precipitata, se
alcuni ufficiali superiori, dopo essersi impadroniti del corpo del console, non
avessero dato via libera ai nemici da una delle porte. Fu di lì che
si lanciarono fuori, andando però a cozzare senza più nessun ordine
nel console vincitore che li massacrò di nuovo e quindi li disperse. Fu una grande vittoria, anche se
funestata dalla morte di due uomini di quella statura. Così il console,
quando il senato autorizzò il trionfo, disse in risposta che se le truppe lo
potevano celebrare senza il loro generale, egli avrebbe dato volentieri
il proprio consenso per l'eccellente prestazione da esse
offerta in quella guerra. Quanto a se stesso, con la famiglia in pieno lutto
per la morte del fratello Quinto Fabio e lo Stato mutilato in una delle
sue parti per la perdita dell'altro console, non avrebbe potuto accettare
la corona d'alloro in quel momento di grande cordoglio pubblico e privato.
Il rifiuto del trionfo fu un titolo di merito superiore a qualsiasi
altro trionfo mai celebrato, com'è vero che rifiutare la gloria al momento
giusto significa raddoppiarla col tempo. Poi celebrò uno dopo
l'altro i funerali del collega e del fratello, e in entrambi i casi pronunciò
l'orazione funebre: pur non togliendo ai due uomini alcun merito, riuscì
a concentrare su se stesso buona parte delle lodi. E senza perdere di vista
quella politica di riconciliazione con la plebe che era stata uno dei suoi
obiettivi principali all'inizio del consolato, affidò ai patrizi
il compito di curare i soldati feriti. La maggior parte toccò ai Fabi e le
attenzioni che essi ricevettero in questa casa non ebbero uguali nel resto della
città. Da quel momento i Fabi cominciarono a essere popolari presso
la plebe e fu soltanto servendo lo Stato che essi raggiunsero un simile
obiettivo. 48 Poi entrambe le parti, patrizi e
plebei, mostrano un'uguale propensione nel voler nominare console Cesone Fabio
accanto a Tito Verginio. Il primo, all'inizio del suo mandato, lasciando
da parte guerra, leva militare e ogni altro problema governativo, si
concentrò esclusivamente sulla realizzazione del suo progetto, fino a
quel momento solo abbozzato, della riconciliazione tra plebe e patriziato.
Così, nei primi mesi di quell'anno, per evitare che un qualche
tribuno saltasse fuori con proposte di legge agraria, suggerì ai
senatori di giocare d'anticipo e di agire autonomamente distribuendo alla plebe
la terra conquistata e facendolo nella massima imparzialità
possibile. Era giusto diventasse proprietà di quanti avevano dato sangue e sudore per
conquistarla. I senatori bocciarono la proposta e, anzi, alcuni
di loro arrivarono a dire che l'eccesso di gloria aveva insuperbito e
offuscato la mente di Cesone una volta molto lucida. In séguito il conflitto tra le classi
urbane conobbe un periodo di stallo. I Latini erano tormentati dalle
incursioni degli Equi. Cesone si recò allora con un esercito nel territorio
degli Equi per compiervi delle razzie. Gli Equi si arroccarono nella
loro città, al riparo delle fortificazioni, e fu per questo che non
ci fu nessuno scontro particolarmente memorabile. Coi
Veienti, invece, si registrò una disfatta solo a causa della temerarietà
dell'altro console: l'esercito sarebbe stato distrutto, se Cesone Fabio non
fosse arrivato per tempo in aiuto. Dopo questo episodio, i rapporti coi
Veienti non furono né pacifici né bellicosi, ma si limitarono a una sorta
di reciproca scorrettezza. Di fronte alle legioni romane, si arroccavano
nelle loro città; quando vedevano che le legioni si erano
ritirate, allora uscivano e facevano delle scorrerie nelle campagne,
eludendo alternativamente la guerra con una sorta di pace e la pace con la
guerra. In modo tale che la cosa non poteva né essere abbandonata né esser
portata a compimento. Quanto ai rapporti con gli altri popoli, si era
di fronte o a guerre imminenti (per esempio con Equi e Volsci, la cui
inattività non poteva durare più del tempo necessario per digerire il
dolore, ancora bruciante, per l'ultima disfatta) o a guerre destinate a
scoppiare di lì a poco (con i Sabini sempre ostili e con l'intera Etruria).
Ma i Veienti, tipo di nemici più ostinati che insidiosi e portati
maggiormente a provocare che a creare pericoli, faceva tenere il fiato in
sospeso perché non lo si poteva mai perdere di vista e impediva di
rivolgere altrove l'attenzione. Allora la gente Fabia si presentò di
fronte al senato e il console parlò a nome della propria famiglia: «Nella guerra
contro Veio, come voi sapete, o padri coscritti, la costanza dello
sforzo militare conta più della quantità di uomini impiegati.
Voi occupatevi delle altre guerre e lasciate che i Fabi se la vedano coi Veienti.
Per quel che ci concerne, vi garantiamo di tutelare l'onore del
popolo romano: è nostra ferma intenzione trattare questa guerra alla
stregua di una questione di famiglia e di accollarcene tutte le
spese: lo Stato non deve preoccuparsi né dei soldati né del denaro.»
Seguì un coro unanime di ringraziamenti. Il console uscì dalla curia e se ne
tornò a casa scortato da un nutrito drappello di Fabi, i quali avevano
aspettato il verdetto del senato nel vestibolo della curia. Quindi, ricevuto
l'ordin di trovarsi il giorno dopo, armati di tutto punto, di fronte
alla porta del console, rientrarono tutti nelle proprie case. 49 La notizia fece il giro della
città e i Fabi vennero portati alle stelle: una famiglia si era assunta da
sola l'onere di sostenere lo Stato e la guerra contro i Veienti si era
trasformata in una faccenda privata e combattuta con armi private. Se in città
ci fossero state altre due famiglie così forti, una si
sarebbe occupata dei Volsci e l'altra degli Equi e il popolo romano si sarebbe
goduto beatamente la pace una volta sottomessi tutti i vicini. Il giorno
successivo i Fabi si presentano all'appuntamento armati di tutto punto.
Il console, uscito nel vestibolo in uniforme da guerra, vede schierati
tutti i membri della sua famiglia e, postovisi a capo, dà ordine di
mettersi in marcia. Per le vie di Roma non sfilò mai in passato nessun altro
esercito meno numeroso ma nel contempo così acclamato e ammirato dalla
gente. Trecentosei soldati, tutti patrizi, tutti della stessa famiglia, ciascuno
dei quali più che degno di esserne al comando, e capaci insieme di
formare, in qualsiasi momento, un'eccellente assemblea, avanzarono a
passo di marcia minacciando l'esistenza del popolo di Veio con le
forze di una sola famiglia. Li seguiva una folla in parte costituita
da parenti e amici - gente straordinaria che volgeva l'animo non
alla speranza o alla preoccupazione, ma solo a sentimenti sublimi - e in
parte da gente qualunque spinta dall'ansia di partecipare e piena di
entusiasmo e ammirazione. Tutti auguravano loro di essere sostenuti dal
coraggio e dalla fortuna e di riportare un successo degno
dell'impresa. E una volta di nuovo in patria, avrebbero potuto contare su consolati e
trionfi, e su ogni forma di premio e riconoscimento. Quando passarono
davanti al Campidoglio, alla cittadella e agli altri templi, supplicarono tutte
le divinità che sfilavano davanti ai loro occhi, e quelle che venivano
loro in mente, di accordare a quella schiera favore e fortuna e di
restituirla intatta e in breve tempo alla patria e ai parenti. Ma vane furono le
preghiere. Partiti lungo la Via Infelice e passati dall'arcata destra
della porta Carmentale, arrivarono alla riva del torrnte Cremera,
posizione che sembrò indicata per la costruzione di un campo fortificato. Dopo questi episodi furono eletti
consoli Lucio Emilio e Caio Servilio. Finché si trattò soltanto di
razzie, i Fabi non solo garantirono una sicura protezione al loro campo
fortificato, ma in tutta l'area di confine tra la campagna romana e quella etrusca
resero sicura la propria zona e, con continui sconfinamenti, crearono un
clima di pericolo costante nel territorio nemico. Quindi le razzie
cessarono per un breve tempo, finché i Veienti, reclutato un esercito in
Etruria, attaccarono il presidio di Cremera e le legioni romane agli ordini
del console Lucio Emilio li affrontarono in uno scontro all'arma
bianca. A dir la verità, i Veienti ebbero così poco tempo per
schierarsi in ordine di battaglia che, quando nel disordine delle manovre iniziali
era in corso l'allineamento dietro le insegne e la collocazione dei
riservisti al loro posto, la cavalleria romana li caricò all'improvviso
sul fianco, togliendo loro la possibilità non solo di attaccare per primi, ma
anche di mantenere la posizione. Respinti in fuga fino al loro
accampamento a Saxa Rubra, implorarono la pace. Ma per la debolezza tipica del
loro carattere, si pentirono di averla ottenuta prima che la
guarnigione romana avesse evacuato il campo di Cremera. 50 Il popolo di Veio si trovò di
nuovo nella necessità di vedersela coi Fabi, senza però essere meglio
preparato alla guerra. E non si trattava più soltanto di razzie nelle
campagne e di repentine rappresaglie contro i razziatori, ma si combatté non poche
volte in campo aperto e a ranghi serrati, e una famiglia romana, pur
misurandosi da sola, ebbe più volte la meglio su quella città etrusca
allora potentissima. Sulle prime ai Veienti ciò parve umiliante e penoso.
Poi però, studiando la situazione, decisero di giocare d'astuzia contro quel nemico
irriducibile, anche perché vedevano con piacere che i reiterati
successi avevano raddoppiato l'audacia dei Fabi. Così,
parecchie volte, quando questi ultimi si avventuravano in razzie, facevano
trovare loro, come per pura coincidenza, del bestiame sulla strada; vaste
estensioni di terra venivano abbandonate dai proprietari e i distaccamenti
inviati ad arginare le razzie fuggivano con un terrore più spesso
simulato che reale. E ormai i Fabi si erano fatti un'idea tale del nemico da non
ritenerlo in grado di sostenere le loro armi vittoriose, qualunque fossero
stati l'occasione e il luogo dello scontro. Quest'illusione li
portò ad uscire allo scoperto, nonostante la presenza in zona del nemico, per catturare
una mandria avvistata a notevole distanza dal campo di Cremera.
Dopo aver superato, senza però rendersene conto vista la
velocità con cui procedevano, un'imboscata proprio sulla loro strada, si
dispersero nel tentativo di catturare il bestiame che, come sempre succede
quando reagisce spaventato, correva all'impazzata in tutte le direzioni.
Proprio in quel momento, si trovarono all'improvviso di fronte i nemici
saltati fuori dovunque dai loro nascondigli. Prima fu il terrore per
l'urlo di guerra levatosi intorno a loro, poi cominciarono a volare
proiettili da ogni parte. E mentre gli Etruschi con una manovra centripeta li
chiusero in una fila ininterrotta di uomini, in modo che a ogni loro
passo avanti corrispondeva una riduzione dello spazio concentrico in
cui i Romani si potevano muovere, questa mossa ne mise in chiara luce
l'inconsistenza numerica esaltando invece la massa compatta degli Etruschi
che sembravano il doppio in quella stretta fascia di terra. Allora,
rinunciando alla resistenza che avevano sostenuto in tutti i settori, si
concentrarono in un unico punto dove, grazie alla forza d'urto e alla loro
perizia militare, riuscirono a fare breccia con una formazione a cuneo. In
quella direzione arrivarono a un'altura appena accennata, dove in un
primo tempo riuscirono a resistere. Poi, dato che la posizione sopraelevata
permise loro di tirare il fiato e di riprendersi dal grande spavento,
respinsero anche i nemici che pressavano da sotto. Quel pugno di
uomini stava avendo la meglio grazie alla posizione vantaggiosa, quando i
Veienti spediti ad aggirare l'altura emersero da dietro sulla cima e
permisero ai compagni di riprendere in mano la situazione. I Fabi vennero
massacrati dal primo all'ultimo e il loro campo venne espugnato. Nessun
dubbio: morirono in trecentosei; se ne salvò soltanto uno, pco
più di un ragazzo, destinato a mantenere in vita la stirpe dei Fabi e a diventare per
Roma, nei momenti più cupi in pace e in guerra, un sostegno fondamentale. 51 Al momento di questo disastro, Gaio
Orazio e Tito Menenio erano già consoli. Menenio fu subito inviato a
fronteggiare gli Etruschi esaltati dalla vittoria. Ancora una volta la
spedizione ebbe un esito sfavorevole e i nemici occuparono il Gianicolo. E
avrebbero addirittura assediato Roma, messa alle strette non solo dalla
guerra ma da una carestia in atto (infatti gli Etruschi avevano
attraversato il Tevere), se il console Orazio non fosse stato richiamato dal
paese dei Volsci. La guerra stava minacciando le mura così da
vicino che avevano già avuto luogo una prima battaglia dall'esito incerto presso il
tempio della Speranza e una seconda davanti alla porta Collina. Lì,
i Romani ebbero la meglio, anche se di poco; tuttavia questa battaglia
restituì ai soldati il coraggio dei giorni migliori in vista degli scontri a
venire. Aulo Verginio e Spurio Servilio
diventano consoli. Dopo la sconfitta subita di recente, i Veienti evitarono
il confronto in campo aperto e optarono per la tecnica della
scorribanda: utilizzando il Gianicolo come campo base, facevano incursioni qua e
là nella campagna romana e tutti, bestiame e contadini, erano in
pericolo. Ma dopo un po' di tempo furono vittime della stessa trappola nella
quale erano caduti i Fabi: mentre stavano inseguendo i capi di bestiame
utilizzati intenzionalmente come esca, caddero in un'imboscata; siccome
però eran più numerosi dei Fabi, le proporzioni del massacro furono
maggiori. Questo disastro, suscitando la loro rabbiosa reazione,
rappresentò l'inizio e la causa di una ben più grave disfatta. Infatti, attraversato
il Tevere in piena notte, si buttarono all'assalto del campo del
console Servilio. Respinti però con ingenti perdite, riuscirono a riparare
faticosamente sul Gianicolo. Senza indugiare un attimo, il console
passò a sua volta il Tevere e piazzò un campo fortificato sotto il Gianicolo.
All'alba del giorno successivo, esaltato in parte dal successo del
giorno prima, ma soprattutto costretto dalla carestia a optare per soluzioni
spericolate purché di rapido effetto, arrivò a una tale
temerarietà da spingere le sue truppe su per le pendici del Gianicolo fino al campo
nemico: la sconfitta fu peggiore di quella subita dai Veienti il giorno
precedente e, soltanto grazie all'intervento del collega, lui e le
sue truppe ne uscirono incolumi. Gli Etruschi, presi tra due eserciti,
dovendo dare le spalle ora all'uno ora all'altro, subirono un vero massacro.
Così, grazie a un'imprudenza dalle conseguenze fortunate, la guerra contro
Veio venne soffocata. 52 A Roma, col ritorno della pace,
anche i prezzi degli alimentari tornarono a un livello ragionevole, sia
per l'importazione di frumento dalla Campania sia perché, una volta
cessato in tutti il terrore di una nuova carestia, vennero rimesse in
circolazione le derrate nascoste durante i tempi bui. Però, con
l'abbondanza e l'inattività tornò di nuovo negli animi un'atmosfera di malessere
e, visto che all'estero non c'era più nulla che potesse
impensierire, si presero a rispolverare in patria gli attriti di un tempo. I tribuni
sobillavano i plebei con il veleno di sempre, cioè la legge agraria;
li incitavano contro la resistenza del patriziato, e non solo contro l'intera
classe, ma anche contro i singoli individui. Quinto Considio e Tito
Genucio, promotori della legge agraria, citarono in giudizio Tito Menenio. Lo
si accusava di aver abbandonato la roccaforte di Cremera, quando lui, in
qualità di console, aveva un accampamento fisso non lontano da quel
punto. Questo episodio gli costò carissimo, pur essendosi i senatori
fatti in quattro per lui non meno che per Coriolano e pur essendo ancora
solidissima la popolarità di suo padre Agrippa. Nella richiesta della pena i
tribuni non vollero esagerare: nonostante avessero chiesto la pena di
morte, si limitarono tuttavia a condannarlo a un'ammenda di duemila
assi. Questo gli costò comunque la vita: si dice che non riuscendo a
sopportare un disonore così doloroso, si ammalò e ne morì. Durante il consolato di Caio Nauzio e
Publio Valerio, proprio all'inizio dell'anno, ci fu un altro processo,
questa volta ai danni di Spurio Servilio, appena uscito di carica.
Citato in giudizio dai tribuni Lucio Cedicio e Tito Stazio, contrariamente a
Menenio che aveva adottato come linea di difesa le suppliche sue e dei
senatori, Servilio parò le accuse dei tribuni con la grande fiducia nella
propria innocenza e nel favore che vantava presso il popolo. Anche lui era
accusato per la battaglia con gli Etruschi lungo le pendici del
Gianicolo. Ma, dimostrandosi uomo di grande temperamento non meno nel perorare la
propria causa che nella difesa della patria, con un discorso coraggiosissimo
confutò non solo le accuse dei tribuni ma anche la plebe; a essa
rinfacciò di aver preteso la condanna a morte di Tito Menenio quando era
proprio grazie a suo padre che i plebei tempo addietro erano stati ricondotti a
Roma e avevano ottenuto quei magistrati e quelle stesse leggi di cui
ora abusavano. E fu proprio la sua audacia a salvarlo. Un grande aiuto lo
ebbe anche dal collega Verginio che, prodotto in qualità di
teste, divise con lui i propri meriti. Ma l'orientamento dell'opinione pubblica
era così cambiato che l'elemento decisivo a suo discapito fu la condanna
di Menenio. 53 Niente più lotte di classe a
Roma e di nuovo guerra contro i Veienti, questa volta coalizzati coi Sabini. Il
console Publio Valerio fu inviato a Veio a fronteggiarli con le sue truppe
e con reparti ausiliari forniti da Ernici e Latini. Avendo sùbito
assalito l'accampamento sabino situato di fronte alle mura nemiche, vi
gettò un tale scompiglio che, mentre le compagnie uscivano alla rinfusa per
respingere l'attacco nemico, egli si impadronì di quella stessa porta
che era stata il primo obiettivo della sua azione di forza. Quel che
seguì all'interno del campo non fu una battaglia quanto un vero massacro. Il
grande trambusto arrivò di lì fino alla città e gli abitanti, in
preda al panico come se Veio fosse stata catturata, corsero alle armi. Parte di
essi andò in soccorso ai Sabini, parte si buttò a corpo morto sui
Romani che, concentrati esclusivamente su quanto avveniva all'interno del campo,
ebbero un momentaneo disorientamento. Poi, dopo che essi si
furono stabilizzati in una posizione di doppio contenimento,
sopraggiunse la cavalleria agli ordini del console e disperse gli Etruschi
costringendoli alla ritirata. Nello stesso momento gli eserciti dei due
vicini più potenti erano stati sconfitti. Mentre erano in corso queste
operazioni contro Veio, i Volsci e gli Equi si erano accampati nel territorio
latino e avevano razziato i dintorni. I Latini, soltanto con i
propri mezzi e il sostegno degli Ernici, senza ricevere da Roma né un
comandante né truppe di rinforzo, li scacciarono dall'accampamento e, oltre
a recuperare quello che apparteneva loro, si impossessarono di un grande
bottino. Da Roma, tuttavia, fu inviato contro i Volsci il console Gaio
Nauzio. Non era gradito, credo, che gli alleati decidessero e
conducessero le guerre da soli, senza un esercito e un generale romani. Nei
confronti dei Volsci non si andò per il sottile con le distruzioni e le
provocazioni: ciò nonostante, risultò impossibile costringerli a uno scontro
aperto. 54 I consoli successivi furono Lucio Furio
e Gaio Manilio. A quest'ultimo toccarono i Veienti. Tuttavia non si
arrivò a combattere in quanto, su loro espressa richiesta, venne concessa
una tregua di quarant'anni in cambio di denaro e frumento. Alla pace
con l'estero successe immediatamente una ripresa dei
disordini interni. I tribuni aizzavano la plebe con l'arma della legge agraria. I
consoli, per nulla spaventati al ricordo della condanna di Menenio e del
pericolo corso da Servilio, resistevano con grande forza. Al
termine però del loro mandato, il tribuno della plebe Gneo Genucio li
trascinò in giudizio. Lucio Emilio e Opitro Verginio entrano
quindi in carica come consoli. In alcuni annali ho trovato Vopisco Giulio
al posto di Verginio. In quell'anno - chiunque fossero i consoli
- Furio e Manilio, accusati di fronte al popolo, andarono in giro
vestiti a lutto visitando non meno i plebei che i giovani senatori. Li
mettevano in guardia e li dissuadevano dall'assumere cariche onorifiche e dal
lasciarsi invischiare nella gestione dello Stato; cercavano di far
capire loro che le fasce consolari, la toga pretesta e la sella curule non
erano nient'altro che accessori da pompe funebri: quegli splendidi
ornamenti valevano le bende sulla fronte delle vittime, e portarli significava
avviarsi alla morte. Se il consolato li affascinava tanto, almeno si
rendessero conto che ormai esso era ostaggio e schiavo dello strapotere
tribunizio e che il console, ridotto al rango di subalterno dei tribuni, era
costretto a subordinare ogni suo movimento al cenno e agli ordini dei
tribuni stessi; qualunque suo movimento, qualunque segno di reverenza
nei confronti dei senatori, qualunque concezione che non
contemplasse la plebe come unica presenza all'interno dello Stato, avrebbe dovuto
fare i conti con l'esilio di Gneo Marzio e con la condanna a morte di
Menenio. Infiammati da queste parole, i
senatori cominciarono a tenere riunioni che non avevano carattere pubblico ma si svolgevano in privato e
all'insaputa della maggior parte dei cittadini. Durante questi incontri
una sola era la parola d'ordine: gli imputati andavano sottratti al
giudizio ricorrendo a procedure lecite o meno; di conseguenza, più una
proposta era turbolenta, più incontrava il favore dei convenuti e non mancavano
anche i fautori di gesti assolutamente temerari. Così, il
giorno del giudizio, con la plebe in piedi nel foro (nessuno osava fiatare
nell'attesa), sulle prime ci fu un'ondata di stupore per la mancata
comparsa del tribuno e poi, quando la sorpresa si trasformò in
sospetto, tutti cominciarono a pensare che il magistrato si fosse venduto ai patrizi
e avesse proditoriamente abbandonato la causa dello Stato. Alla
fine, quelli che erano andati ad aspettare il tribuno davanti alla porta
tornarono dicendo che lo avevano trovato morto in casa. Appena la
notizia si diffuse in tutta l'assemblea, come un esercito che si squaglia quando
il comandante cade sul campo, così la folla si disperse in tutte le
direzioni. I più terrorizzati erano però i tribuni, perché la morte del collega
aveva chiaramente dimostrato la scarsa protezione che veniva loro
garantita dalla legge sull'inviolabilità. Né i
senatori riuscirono a mascherare la propria soddisfazione: il crimine commesso
suscitò così pochi sensi di colpa che addirittura gli innocenti volevano far
vedere di avervi preso parte e tutti ormai parlavano della violenza
come unico antidoto al potere dei trbuni. 55 Subito dopo questa vittoria, che
costituiva un pericoloso avvertimento, viene bandita una leva militare che i
consoli riescono a portare a termine senza la minima opposizione da parte
degli spaventatissimi tribuni. In quell'occasione la plebe andò su
tutte le furie più per il silenzio dei tribuni che per l'autorità dei
consoli e cominciò a sostenere che la sua non era più libertà, che
si era tornati ai soprusi di una volta e che con Genucio il potere tribunizio era morto
e sepolto in un colpo solo. Per resistere ai patrizi bisognava adottare
e impiegare una tecnica diversa. La sola via praticabile sembrava
però questa: difendersi da soli visto che mancava ogni altra forma di aiuto. La
scorta dei consoli consisteva di ventiquattro littori e anch'essi erano
uomini del popolo. Niente più disprezzabile e più instabile di
costoro, se solo ci fosse stato qualcuno capace di disprezzarli. Era l'idea che
ciascuno si era fatta di loro a renderli imponenti e inquietanti.
Quando ormai gli uni e gli altri si erano reciprocamente infiammati con
questi discorsi, i consoli mandarono un littore ad arrestare Volerone
Publilio, un plebeo che non voleva essere arruolato come soldato semplice in
quanto sosteneva di essere stato
centurione. Volerone si appella ai tribuni. Ma dato che nessuno di
essi si presentò a sostenere la sua
causa, i consoli ordinarono di spogliarlo e di farlo frustare. Allora Volerone disse:
«Mi appello al popolo, perché i tribuni preferiscono assistere alla
fustigazione di un cittadino romano piuttosto che lasciarsi trucidare da
voi nel loro stesso letto». E più si agitava e dava in escandescenze,
più il littore si accaniva a spogliarlo e a strappargli le vesti. Allora
Volerone, già di per sé possente e in più coadiuvato da quanti aveva fatto
intervenire in suo soccorso, si scrollò di dosso il littore e, andandosi a
rifugiare nel mezzo della mischia tra quelli che urlavano con più
accanimento, disse: «Mi appello al popolo e invoco la sua protezione! Aiuto,
concittadini! Aiuto, commilitoni! Non contate sui tribuni: sono loro che han
bisogno del vostro aiuto!» La gente, quanto mai eccitata, si prepara
come per andare in battaglia: era chiaro ce la situazione poteva avere
qualsiasi tipo di sviluppo e che nessun diritto pubblico o privato
sarebbe stato rispettato. I consoli, dopo aver tenuto testa a quella bufera,
si resero conto di quanto sia insicura l'autorità senza
l'impiego della forza. I littori furono malmenati e i loro fasci fatti a pezzi;
quanto poi ai consoli stessi, vennero spinti dal foro nella curia,
senza sapere fino a che punto Volerone avrebbe voluto sfruttare quella
vittoria. Quando poi, a disordini finiti, essi convocarono il senato, si
lamentarono dell'affronto subito, della violenza popolare e della
sfrontatezza di Volerone. Nonostante molti interventi veementi, ebbe la meglio la
volontà dei più anziani, ai quali non andava affatto a genio uno scontro
tra la rabbia dei senatori e l'irrazionalità della plebe. 56 Alle elezioni successive, Volerone,
divenuto un beniamino della plebe, fu nominato suo tribuno per quell'anno
che ebbe come consoli Lucio Pinario e Publio Furio. Contrariamente a quanto
tutti si aspettavano, e cioè che egli avrebbe usufruito della carica per
dare addosso ai consoli uscenti, Volerone diede invece la precedenza
all'interesse popolare rispetto al risentimento privato e, senza il benché
minimo attacco verbale ai consoli, presentò al popolo un progetto
di legge secondo il quale i magistrati della plebe avrebbero dovuto essere
eletti dai comizi tributi. Benché a prima vista sembrasse un provvedimento
del tutto innocuo, si trattava di cosa serissima perché avrebbe tolto al
patriziato la possibilità di far eleggere i tribuni di suo gradimento
attraverso il voto dei clienti. Questa proposta, salutata con
entusiasmo dalla plebe, si scontrò con l'opposizione incrollabile dei
senatori; dato però che né l'influenza dei consoli né quella dei cittadini
più in vista riuscì a ottenere il veto di uno dei membri del collegio (ed era
questo l'unico tipo di ostruzionismo praticabile), la questione, a causa
della sua intrinseca delicatezza, fu il principale argomento di discussione
per l'intera durata dell'anno. La plebe rielegge Volerone tribuno: i senatori,
pensando che si sarebbe arrivati ai ferri corti, eleggono
console Appio Claudio, figlio di Appio e già subito detestato e malvisto
dalla plebe per le battaglie antidemocratiche sostenute dal padre.
Come collega gli assegnano Tito Quinzio. All'inizio dell'anno non si parlava
d'altro che di quella legge. E come Volerone ne era stato il promotore,
così il suo collega Letorio la sosteneva con ancora più
entusiasmo e pertinacia. Era fierissimo del suo prestigioso servizio militare perché come
soldato dava dei punti a tutti i coetanei. Mentre Volerone non aveva
altro argomento che la legge ma si asteneva da ogni forma di attacco
contro le persone dei consoli, Letorio, invece, lanciatosi in una filippica
contro Appio e le crudeltà antipopolari della sua arrogantissima
famiglia, arrivò ad accusare i patrizi di aver eletto non un console
ma un carnefice chiamato a torturare e a fare a pezzi la plebe; solo che la
rozzezza del suo linguaggio da caserma non era in grado di sostenere
la franchezza del suo sentire. Così, mancandogli le parole, disse: «Visto
che i gran discorsi non sono il mio forte, o Quiriti, vediamo di mettere in
pratica quel che ho detto e troviamoci qui domani. Quanto a me, o
vi morirò davanti agli occhi, o farò passare la legge.» Il giorno successivo
i tribuni occupano i rostri, mentre i consoli e i patrizi rimangono
in piedi in mezzo alla gente, col preciso intento di impedire
l'approvazione della legge. Letorio ordina di allontanare tutti i non aventi diritto
di voto. I giovani nobili rimanevano al loro posto senza dar
retta agli uscieri. Allora Letorio ordina di arrestarne qualcuno. Il
console Appio replicò che l'autorità dei tribuni era ristretta alla plebe in
quanto non si trattava di una magistratura del popolo ma della plebe;
se anche poi si fosse trattato di una magistratura del popolo, stando
alla tradizione, non aveva alcun diritto di ordinare l'allontanamento di
nessuno in quanto la formula era questa: «Se non vi dispiace, Quiriti,
allontanatevi.» Spostando la discussione sulla sfera del diritto e
facendolo in maniera sprezzante, Appio poteva facilmente provocare
Letorio. Così, livido dalla rabbia, il tribuno inviò il suo messo al
console, mentre quest'ultimo gli mandò un littore gridando che Letorio era
soltanto un privato cittadino senza alcun potere o magistratura. E il tribuno
avrebbe pero la propria inviolabilità, se l'intera assemblea non avesse preso
le sue parti dando minacciosamente addosso al console, e una folla coi
nervi a fior di pelle non si fosse riversata nel foro da tutti i quartieri
della città. Ciò nonostante, Appio si ostinava a tener testa a un tumulto
di quelle proporzioni e la cosa sarebbe finita in un bagno di sangue se
Quinzio, l'altro console, non avesse incaricato gli ex-consoli di
afferrare il collega e di trascinarlo fuori dal foro con la forza (nel caso
fosse stato necessario), e se egli stesso non avesse ora supplicato la
folla di calmarsi ora richiesto ai tribuni di aggiornare la seduta, in
modo da far sbollire i furori. Il tempo non li avrebbe privati della
forza: anzi, ad essa avrebbe aggiunto la capacità di riflettere e i
senatori avrebbero fatto la volontà del popolo come il console quella del
senato. 57 Fu difficile per Quinzio placare la
folla, ma ancora più difficile fu per i senatori placare l'altro console.
Aggiornata finalmente l'assemblea popolare, i consoli convocarono il
senato. Durante la seduta, ci furono interventi di senso opposto, a seconda
del prevalere ora della rabbia ora della prudenza. Col passare del tempo,
però, l'animosità si trasformò in riflessione e tutti rinunciarono alla
spigolosità dell'inizio: a tal punto che arrivarono a ringraziare Quinzio
per aver placato con il suo intervento i furori della folla. Ad
Appio si richiese di accettare che l'autorità dei consoli non
superasse il limite di tollerabilità all'interno di un paese caratterizzato
dall'armonia: finché i tribuni e i consoli accentravano ogni cosa nelle
proprie persone, c'era un vuoto di forze nel mezzo e lo Stato si riduceva
a contrasti e a divisioni interne, visto che il problema centrale non era
come garantire la sicurezza ma in quali mani stesse il potere. Da parte
sua Appio, invocando la testimonianza degli dèi e degli
uomini, dichiarò che era colpa della codardia se lo Stato stava andando alla
deriva abbandonato a se stesso; che non era il console a mancare al
senato ma il senato a mancare al console e infine che si stavano
accettando condizioni più dure di quelle accettate sul monte Sacro. Tuttavia,
piegato alla fine dall'unanimità dei senatori, si placò e la legge
passò senza particolari opposizioni.
58 Allora, per la prima volta, i tribuni vennero eletti dai comizi tributi. Stando a quanto si trova in
Pisone, il loro numero fu aumentato di tre, come se in passato fossero
stati due. Ci riferisce anche i nomi dei neoeletti: Gneo Siccio, Lucio
Numitorio, Marco Duilio, Spurio Icilio, Lucio Mecilio. Mentre Roma era in piena sedizione,
scoppiò una guerra coi Volsci e con gli Equi. Essi avevano devastato le
campagne in maniera da poter offrire asilo alla plebe nel caso di qualche
secessione. Una volta però compostasi la controversia, ritirarono le loro
truppe. Appio Claudio fu mandato contro i Volsci, mentre a Quinzio
toccarono gli Equi. Appio dimostrò di avere in campo militare lo stesso
rigore che aveva a Roma in quello politico, e qui godeva anche di
maggiore libertà perché non era frenato dalle interferenze dei tribuni. Odiava
la plebe ancor più di quanto non l'avesse odiata suo padre: ne era stato
sconfitto; durante il suo mandato di console eletto appositamente per
fronteggiare la plebe era stata approvata una legge che i consoli
precedenti, sui quali il senato non faceva troppo affidamento, erano
riusciti a non far passare senza affannarsi eccessivamente. L'ira
repressa e l'indignazione istigavano il suo carattere aggressivo a imporsi alle
truppe con un'autorità soffocante. La violenza non fu sufficiente a
domarle, in quell'ubriacatura di odio reciproco. Mettevano in pratica ogni
disposizione con pigrizia, lentezza, negligenza e ostinazione: non c'erano
amor proprio e paura capaci di metterli in riga. Se lui dava ordine di
accelerare il passo, i soldati rallentavano apposta; se andava di
persona a esortarli sul lavoro, smettevano subito tutti ciò che
avevano spontaneamente intrapreso. In sua presenza abbassavano gli occhi, al suo
passaggio lo maledivano sotto voce, così che l'animo di quell'uomo,
irremovibile nel suo odio verso la plebe, ne era a volte scosso. Dopo aver
sperimentato senza risultati tutte le sfumature del suo rigore, non voleva
più avere nulla a che fare con la truppa: diceva che era colpa dei
centurioni se l'esercito era corrotto e ogni tanto, per deriderli, li chiamava
«tribuni della plebe» e «Voleroni». 59 I Volsci, al corrente di tutti
questi aspetti, aumentarono così la pressione sperando che l'esercito
romano manifestasse nei confronti di Appio la stessa disposizione
all'ammutinamento mostrata nei confronti del console Fabio. Ma gli uomini furono
molto più duri con Appio che con Fabio. Infatti non si limitarono, come
nel caso di quest'ultimo, a non volere la vittoria, bensì
desiderarono la sconfitta. Una volta schierati in ordine di battaglia, riguadagnarono
l'accampamento con una vergognosa fuga e si fermarono soltanto quando
videro i Volsci lanciarsi all'attacco delle loro fortificazioni e seminare la
morte nella retroguardia. Fu allora che i soldati romani,
respingendo a viva forza dalla trincea il nemico già vincitore,
dimostrarono che la sola cosa che stesse loro veramente a cuore era salvare
l'accampamento, ma per il resto salutarono
con entusiasmo la disfatta subita e la vergogna. Queste cose non scoraggiarono minimamente
l'aggressività di Appio. Quando però decise di ricorrere a mezzi ancora più
rigidi sul piano disciplinare e di convocare l'adunata, i suoi diretti subalterni e
i tribuni accorsero a frotte da lui e gli consigliarono di non fare ricorso
a un'autorità il cui fondamento risiedeva nel consenso di quelli che
dovevano obbedire. Pare che i soldati non volessero comparire in adunata e
qua e là si sentissero voci di chi reclamava l'evacuazione del territorio
dei Volsci. Il nemico vincitore era poco tempo prima arrivato a due passi
dagli ingressi e dalla trincea e un disastro di enormi proporzioni non era
più soltanto un'ipotesi probabile ma una realtà concreta di fronte
ai loro occhi. Alla fine cedette, ma la punizione dei colpevoli era soltanto
rimandata; quindi, dopo aver sospeso l'adunata, diede ordine di mettersi in
marcia il giorno successivo. Alle prime luci dell'alba, il trombettiere
diede il segnale di partenza. Proprio quando la colonna stava uscendo
dal campo, i Volsci, come svegliati di soprassalto da quello
stesso segnale, piombarono sulle retrovie. Di qui il disordine si
diffuse tra le prime linee; drappelli e compagnie erano in preda a un terrore
tale che non era più possibile né sentire gli ordini né allinearsi. Il
pensiero di tutti fu la fuga. ra mucchi di corpi e di armi abbandonate
il fuggi-fuggi generale fu così disordinato che l'inseguimento dei
nemici cessò prima della ritirata dei Romani. Quando al termine di quella
rotta scomposta i soldati ritrovarono un assetto, il console, che li aveva
seguiti tentando invano di richiamarli al proprio dovere, li fece
accampare in una zona sicura. Poi, convocata l'adunata, se la prese - e
non a torto - con la truppa per l'insubordinazione alla disciplina
militare e per l'abbandono delle insegne. Rivolgendosi ai singoli
uomini, domandava che fine avessero fatto le insegne e le armi. I soldati privi
di armi, i signiferi che avevano perso l'insegna e inoltre i centurioni
e i duplicari colpevoli di aver abbandonato la propria posizione furono
fustigati e quindi decapitati. Quanto alla massa dei soldati semplici,
uno su dieci fu estratto a sorte e giustiziato. 60 Nella campagna contro gli Equi, al
contrario, si assistette a una gara di gentilezze e di buoni propositi tra
console e truppa. Quinzio aveva un carattere più mite, e, visti i
pessimi risultati dell'autoritarismo del collega, era ancora più
soddisfatto della propria indole. Gli Equi, di fronte a una simile sintonia tra
comandante e truppa, non osarono scendere in campo e lasciarono che il nemico
devastasse e razziasse in lungo e in largo le loro campagne. Infatti, in
nessun'altra guerra del passato si era messo insieme un bottino così
ricco. Tutto fu dato alla truppa; si aggiunsero anche gli elogi, che - si sa
- toccano l'anima del soldato non meno delle ricompense. Al rientro
dell'esercito, non solo il comandante, ma grazie al comandante addirittura i
senatori erano visti in una luce diversa, in quanto gli uomini
sostenevano di aver avuto dal senato un padre e non un tiranno come l'altra
parte dell'armata. In questa altalena di incerti episodi
militari e di disordini a Roma e all'estero, l'anno appena concluso si
segnalò soprattutto per la creazione dei comizi tributi, evento ben
più importante per l'esito favorevole della lotta che per i suoi risultati pratici.
Infatti la riduzione di prestigio dei comizi, dovuta all'allontanamento
dei patrizi, fu più significativa che il reale aumento di forze da parte
della plebe o la sottrazione di esse al patriziato. 61 L'anno successivo, sotto i consoli
Lucio Valerio e Tito Emilio, ci furono disordini più gravi,
dovuti tanto allo scontro tra le classi in materia di legge agraria, quanto al
processo a carico di Appio Claudio. Acerrimo avversario della legge e
sostenitore della causa di coloro che avevano il possesso dell'agro pubblico,
come se fosse stato un terzo console, fu citato in giudizio da Marco
Duilio e da Gneo Siccio. Di fronte al popolo, in passato, non era mai
stato processato nessun imputato così inviso alla plebe e carico come lui era
del risentimento procuratosi di persona e di quello suscitato dal
padre. I patrizi, da parte loro, non si erano mai dati tanto da fare per nessun
altro. E non a caso, visto che in lui vedevano il difensore del senato,
il guardiano della loro autorità e
l'uomo che si era opposto a tutte le agitazioni dei tribuni e dei
plebei, lo stesso personaggio che in quel
momento era esposto alle ire della plebe, soltanto per avere oltrepassato
la misura nel mezzo dello scontro. Uno solo tra i senatori, lo stesso
Appio Claudio, aveva un atteggiamento di completa indifferenza nei confronti
dei tribuni, della plebe e del suo processo. Né le minacce della plebe né
le suppliche del senato ebbero su di lui alcun effetto: infatti non
soltanto rimase vestito com'era e rifiutò di andare a implorare la
pietà della gente, ma, all'atto di presentare la propria difesa di fronte
all'assemblea, non si peritò neppure di smorzare o almeno di
contenere la sua notissima virulenza verbale. Stessa espressione disegnata
sul viso, stessa smorfia arrogante sulle labbra e stessa veemenza
infiammata nella parola: il tutto così esasperato che gran parte della plebe
temeva Appio da imputato non meno di quanto lo avesse temuto da console.
Perorò la propria causa in una sola circostanza, ma con quello stesso tono
accusatorio che era la sua caratteristica peculiare in ogni
circostanza. E la fermezza dimostrata impressionò a tal punto plebe e
tribuni da portarli ad aggiornare la seduta di propria spontanea
volontà e a permettere che la pratica si trascinasse per le lunghe. Non
passò tuttavia molto tempo:prima però della data stabilita, Appio si ammalò
gravemente e morì. Dato che un tribuno cercò di impedire che se ne
pronunciasse l'orazione funebre, la plebe non volle che una personalità simile
fosse privata dell'onore solenne proprio l'ultimo giorno e non solo ne
ascoltò il suo elogio funebre con la stessa attenzione con cui aveva ascoltato
l'accusa contro di lui quando era vivo, ma partecipò in massa al suo
funerale. 62 Quello stesso anno il console
Valerio guidò una spedizione contro gli Equi. Visto però che non
riusciva a portare il nemico a uno scontro aperto, si dispose ad attaccarne
l'accampamento, ma fu bloccato da una tremenda tempesta con grandine e tuoni
rovesciati giù dal cielo. Le sorprese non erano però finite:
infatti, non appena venne dato il segnale della ritirata, il tempo ritornò
così calmo e sereno che, come se una divinità avesse voluto
proteggere l'accampamento, la superstizione li dissuase dal rinnovare l'attacco. Tutta
la furia della guerra si volse a devastare le campagne. L'altro console,
Emilio, guidò una campagna contro i Sabini. Anche lì, siccome il
nemico se ne stava rintanato all'interno delle mura, il territorio fu razziato.
Solo quando venne dato fuoco non solo ad alcune fattorie ma anche a
villaggi popolosi, i Sabini, usciti all'aperto, si imbatterono nei
predatori e, dopo uno scontro dall'esito incerto, il giorno successivo
spostarono l'accampamento in una zona più sicura. Il console, considerata questa
mossa un pretesto sufficiente per ritenere il nemico battuto e
abbandonarlo sul posto, si ritirò senza essere arrivato a un punto decisivo
della campagna. 63 Durante queste guerre e con gli
scontri di classe ancora in atto a Roma, vennero eletti consoli Tito
Numicio Prisco e Aulo Verginio. Era chiaro che la plebe non avrebbe
tollerato ulteriori dilazioni alla legge agraria e si sarebbe decisa a un'azione
di forza definitiva, quando le colonne di fumo che si alzavano dalle
fattorie in fiamme e il fuggi-fuggi dei contadini preannunciarono
l'avvicinarsi dei Volsci. Questa notizia soffocò sul nascere i fermenti
di rivolta ormai prossimi a un'imminente esplosione. I consoli, chiamati
d'urgenza dal senato a occuparsi della spedizione difensiva, guidando fuori
Roma la gioventù, contribuirono a portare una certa tranquillità
nel resto della plebe. Quanto ai nemici, dopo essersi limitati a mettere i
Romani sul chi vive con un falso allarme, si ritirarono a marce forzate.
Numicio fece rotta su Anzio contro i Volsci, Verginio guidò le
truppe contro gli Equi. In questa campagna si sfiorò il massacro a séguito di
un'imboscata, ma il coraggio dei soldati riuscì a rimettere in piedi la
situazione compromessa dalla negligenza del console. Le operazioni contro i Volsci
furono condotte con maggiore scrupolo: i nemici, sbaragliati al
primo scontro, furono messi in fuga e costretti a riparare ad Anzio,
all'epoca uno dei centri più ricchi dei dintorni. Non osando per questo
attaccarla, il console tolse agli Anziati un'altra città, Cenone,
però molto meno prospera. Mentre Equi e Volsci tenevano occupate le truppe romane, i
Sabini arrivarono fino alle porte di Roma con le loro scorribande. Pochi
giorni dopo, però, quando entrambi i consoli invasero infuriati il loro
territorio, subirono dai due eserciti più perdite di quelle che
avevano causato. 64 L'anno si chiuse con uno spiraglio
di pace, ma, come in tutte le precedenti occasioni, si trattò
di una situazione appesa a un filo per la rivalità tra patrizi e plebei.
La plebe, indignata, non volle prendere parte ai comizi consolari; grazie ai
voti dei senatori e dei loro clienti vennero nominati consoli Tito Quinzio e
Quinto Servilio. L'anno del loro mandato assomigliò a quello
appena trascorso: disordini all'inizio, e alla fine una guerra esterna a mettere a
posto ogni cosa. I Sabini, attraversando a marce forzate i campi
Crustumini, seminarono morte e devastazione intorno al fiume Aniene;
furono respinti soltanto a due passi dalla porta Collina e dalle mura, non
prima però di aver messo insieme un consistente bottino di prigionieri e di
bestiame. Il console Servilio, buttatosi all'inseguimento con un
contingente armato, non riuscendo a raggiungere le loro schiere in un punto
pianeggiante, si diede a devastare la zona con una tale
meticolosità che nulla venne risparmiato e egli ritornò con un bottino nemmeno
lontanamente paragonabile a quello fatto dai Sabini. Nella campagna contro i Volsci
brillarono per efficienza tanto il comandante quanto i soldati. Sulle
prime ci fu uno scontro in aperta pianura ed entrambe le formazioni
lamentarono moltissime perdite e un gran numero di feriti. E i Romani, colpiti
più a fondo da quelle perdite a causa dell'inferiorità numerica,
avrebbero cominciato a ritirarsi, se il console, ricorrendo a una coraggiosa
menzogna, non avesse ridato forza e convinzione urlando che il nemico stava
fuggendo dall'altra parte dello schieramento. Si buttarono così
al contrattacco e, credendosi vincitori, ottennero la vittoria. Il console,
ritenendo che un inseguimento troppo insistito avrebbe riacceso la
battaglia, fece dare il segnale della ritirata. Per qualche giorno, in una
specie di tacito accordo, entrambe le parti non si mossero. Nel frattempo, un
ingente schieramento di rinforzi reclutato tra tutte le tribù dei
Volsci e degli Equi raggiunse il loro accampamento, con la certezza che i
Romani sarebbero partiti nel cuore della notte se lo fossero venuti a
sapere. Così, intorno a mezzanotte, mossero all'attacco dell'accampamento.
Quinzio, dopo aver placato il trambusto seguito all'improvviso
spavento, diede ordine ai soldati di rimanere tranquillamente nelle proprie
tende; quindi guidò sugli avamposti una coorte di Ernici e, dopo aver fatto
montare a cavallo i suonatori di corno e i trombettieri, ordinò
di suonare i loro strumenti di fronte alla trincea e di tenere il nemico sul chi
vive fino all'alba. Per il resto della notte, nell'accampamento la calma
fu così totale che anche i Romani riuscirono a dormire. Quanto ai Volsci,
intravedendo quelle figure di fanti armati (che essi ritenevano molto
più numerosi e romani) e sentendo il nitrito e lo scalpitare dei cavalli
imbizzarriti per la novità della cavalcatura e per quel suono assordante
nelle orecchie, rimasero in stato di allerta come di fronte all'imminenza
di un attacco nemico. 65 Alle prime luci del giorno, i
Romani, freschissimi e riposati dopo il sonno, vennero disposti in ordine di
battaglia per fronteggiare i Volsci, i quali invece erano stremati per la
notte passata in piedi e a occhi aperti: vennero così sbaragliati
al primo urto, anche se a dir la verità non si trattò di una vera e
propria disfatta ma di una sorta di ritirata in quanto si trovarono alle spalle
delle alture dove, con la copertura delle prime linee, si andarono a
mettere al sicuro i resti intatti del loro esercito. Il console, dato che era
arrivato in un luogo sfavorevole, ordinò di fermarsi. Gli uomini,
trattenuti a stento, reclamavano a gran voce l'autorizzazione di incalzare il
nemico già in ginocchio. E i cavalieri erano ancora più
accaniti: accalcandosi intorno al comandante, gridavano di volersi spingere oltre le
insegne. Mentre il console tentennava, sicuro del valore dei
propri uomini ma poco convinto della posizione, essi gridarono che sarebbero
andati e le urla furono subito seguite dall'azione. Piantate le lance
a terra, in modo da essere più leggeri in salita, vanno su di corsa. I
Volsci, avendo utilizzato le loro armi a lunga gittata durante il primo
scontro, lanciarono addosso ai nemici i sassi che si trovavano tra i
piedi e riuscirono a disunirli con una pioggia di colpi dalla loro
posizione sopraelevata. E l'ala sinistra della cavalleria romana sarebbe stata
schiacciata, se il console, chiamando quelli che stavano
indietreggiando ora codardi ora scriteriati, non avesse ridato loro coraggio facendo
leva sul senso dell'onore. Si fermarono immediatamente, decisi a
resistere a ogni costo. Quindi, vedendo che col mantenere quella posizione
riprendevano forza, osarono anche spingersi avanti e, alzando di nuovo il
grido di guerra, si misero in movimento tutti insieme. Quindi, con un
ulteriore slancio, si buttarono all'assalto ed ebbero ragione della
posizione sfavorevole. Ormai erano a un passo dalla vetta, quando i nemici
volsero le spalle: lanciatisi in una corsa disordinata, fuggiaschi e
inseguitori arrivarono mescolati all'accampamento dei Volsci e lo
catturarono nel pieno del panico. I Volsci che riuscirono a fuggire si
rifugiarono ad Anzio. Anche i Romani marciarono su Anzio. Dopo qualche
giorno d'assedio, la città si arrese, non per qualche nuova azione di forza
da parte degli assedianti, ma per la demoralizzazione seguita all'infelice
battagla e alla perdita dell'accampamento. Libri 3-4: Lotte civili e
conquiste militari LIBRO III 1 Dopo la presa di Anzio, vengono
eletti consoli Tito Emilio e Quinto Fabio. Quest'ultimo era quel Fabio
unico superstite della famiglia andata distrutta presso il Cremera. Nel suo
precedente consolato, Emilio si era già fatto promotore della donazione
di terre alla plebe; e proprio per questo, anche durante il suo secondo
mandato, i fautori della distribuzione agraria avevano
ricominciato a sperare nella legge e i tribuni, pensando di poter ottenere con
l'aiuto di un console quello che non avevano ottenuto per l'opposizione
dei consoli, li sostenevano. Tito Emilio rimaneva della sua idea. I
proprietari terrieri e gran parte dei senatori, lamentandosi che il
più autorevole cittadino assumesse atteggiamenti tribunizi e si
conquistasse la popolarità con elargizioni di proprietà altrui, avevano
trasferito dalle persone dei tribuni a quella del console il risentimento provocato
dall'intera faccenda. E di lì a poco lo scontro sarebbe diventato durissimo,
se Fabio non avesse risolto la questione con una proposta che non
scontentava nessuna delle parti in causa: sotto il comando e gli auspici
di Tito Quinzio, l'anno prima era stata tolta ai Volsci una notevole
porzione di terra. Ad Anzio, centro strategico sulla vicina costa, si
poteva fondare una colonia. Così facendo la plebe avrebbe ottenuto la terra
senza suscitare le proteste dei proprietari e per la città
sarebbe stata la pace interna. Questa proposta fu accolta. In qualità di
triumviri addetti alla distribuzione delle terre Fabio nomina Tito Quinzio, Aulo
Verginio e Publio Furio. L'ordine era che gli interessati all'assegnazione di un
appezzamento andassero a dare il
proprio nome. Ma, come spesso accade, l'abbondanza delle terre a disposizione creò una sorta di
ripulsa e le iscrizioni furono così limitate che si dovettero aggiungere
dei coloni volsci per completare il numero. Il resto del popolo
preferì chiedere la terra a Roma piuttosto che riceverne altrove. Gli Equi cercarono
di ottenere la pace da Quinto Fabio - egli era giunto là con
l'esercito -, ma poi furono loro stessi a mandare tutto in fumo con un'improvvisa incursione
in terra latina. 2 Quinto Servilio, inviato l'anno
successivo contro gli Equi - era infatti console insieme a Spurio Postumio -
pose un accampamento permanente in terra latina, dove una pestilenza
costrinse l'esercito a una sosta forzata. Quando diventarono consoli
Quinto Fabio e Tito Quinzio la guerra entrava nel suo terzo anno. L'incarico
di condurla venne affidato in via del tutto straordinaria a Fabio, in
quanto era stato proprio lui a concedere la pace agli Equi dopo averli
vinti. Partito con la precisa convinzione che la fama legata al suo
nome avrebbe placato gli Equi, ordinò agli ambasciatori inviati
all'assemblea di quel popolo di riferire questo messaggio: il console Quinto
Fabio mandava a dire che, dopo aver portato la pace dagli Equi a Roma, ora
portava la guerra da Roma agli Equi con quella stessa mano - adesso armata
- che prima era stata tesa loro in segno di amicizia. Ciò accadeva
per la loro malafede e la loro perfidia: gli dèi ne erano adesso i
testimoni e presto ne sarebbero stati i vendicatori. Quanto a lui, comunque
fosse andata la cosa, preferiva che gli Equi si pentissero adesso piuttosto
che costringerli a subire un trattamento da nemici. Se si fossero
pentiti, avrebbero potuto trovare un rifugio sicuro nella clemenza romana
già precedentemente sperimentata. Se invece avessero continuato a
compiacersi della propria malafede, si sarebbero trovati a combattere l'ira
degli dèi ancor più che i nemici. Queste parole ebbero così scarsa
presa sui presenti che gli ambasciatori vennero quasi malmenati e l'esercito
inviato sull'Algido per affrontare i Romani. Quando queste cose furono
annunciate a Roma, l'oltraggio, più che l'effettivo pericolo, fece uscire dalla
città l'altro console. Così due eserciti consolari schierati in ordine
di battaglia marciavano alla volta del nemico con lo scopo di affrontarlo
sùbito. Ma dato che per caso stava già quasi per fare buio, dalla
postazione dei nemici ci fu uno che gridò: «Questo, o Romani, è
un'esibizione che non ha nulla a che vedere con la guerra vera e propria. Vi siete messi
in ordine di battaglia con la notte alle porte: ma per uno scontro come
quello che si annuncia abbiamo bisogno di più ore di luce. Tornate a
schierarvi domattina all'alba. Occasioni per combattere ce ne saranno a migliaia,
non temete.» Irritati da queste parole, i soldati vengono ricondotti al
campo nell'attesa del giorno successivo, con in mente l'idea che la
notte imminente - destinata a fare da preambolo alla battaglia - sarebbe
stata molto lunga. Intanto si ristorarono con cibo e sonno. Quando
apparve l'alba del giorno successivo, l'esercito romano si schierò in
ordine di battaglia con un buon anticipo. Alla fine si fecero vedere anche gli
Equi. Si combatté accanitamente da entrambe le parti: i Romani si
buttarono nella mischia con la forza dell'odio e della rabbia; quanto agli
Equi, erano costretti a tentare il tutto per tutto, sapendo di esser
responsabili del pericolo in cui si trovavano ed essendo quasi certi che in
futuro nessuno avrebbe prestato loro fede. Tuttavia gli Equi non
riuscirono a sostenere l'attacco romano. E, dopo essersi ritirata nel proprio
territorio in séguito alla sconfitta, la moltitudine bellicosa e per niente
incline alla pace se la prese con i comandanti rinfacciando loro di aver
accettato la battaglia in campo aperto nella quale i Romani
eccellevano; invece gli Equi erano più portati alle scorrerie e alle razzie e molte
unità sparse avrebbero condotto la guerra meglio che non la mole
ingombrante di un solo esercito. 3 Lasciato quindi un presidio armato
nell'accampamento, gli Equi fecero un'incursione così profonda in
territorio romano da seminare il terrore addirittura a Roma. E un gesto
così inaspettato incrementò l'apprensione, perché non c'era nulla di più
inquietante di un nemico che, pur essendo vinto e quasi assediato all'interno del
proprio accampamento, si faceva venire in mente l'idea di
un'incursione. La gente di campagna, spinta dalla gran paura a riversarsi
attraverso le porte, non riferiva di saccheggi e di piccole bande di
razziatori, ma, ingigantendo ogni cosa per il terrore, andava in giro urlando che
intere armate in assetto di guerra si precipitavano sulla città.
Quelli che si trovavano lì riferivano ancor più dilatate le imprecise
notizie udite da costoro. La corsa disordinata e il trambusto di quelli che gridavano
«Alle armi!» non erano molto diversi dal terrore che regna in una città
caduta in mani nemiche. Il caso volle che il console Quinzio fosse rientrato
a Roma dall'Algido. E fu proprio questo il rimedio contro la paura.
Placato il tumulto, Quinzio disse indignato che il nemico tanto temuto
era stato vinto e collocò dei presidi in prossimità delle porte.
Quindi convocò il senato, e con un decreto votato dai senatori, proclamò la
sospensione delle attività giudiziarie. Poi, dopo aver lasciato Quinto Servilio
in qualità di prefetto della città, partì per
difendere i confini, senza però trovare traccia del nemico nelle campagne attraversate.
L'altro console condusse le cose egregiamente: prevedendo il punto dove
il nemico sarebbe passato, lo assalì mentre arrancava oberato
dal peso del bottino, rendendo ben funesto agli Equi il loro saccheggio. Furono in
pochi i nemici che riuscirono a scampare all'imboscata. Quanto invece
al bottino, esso fu tutto recuperato. Col ritorno in città
del console Quinzio ebbe fine anche la sospensione delle attività
giudiziarie, rimasta in vigore per quattro giorni. In séguito venne fatto il
censimento e Quinzio ne celebrò il sacrificio conclusivo. Pare che i cittadini
registrati - fatta eccezione per orfani e vedove - ammontassero a
104.714. Dopo questi avvenimenti, nel territorio degli Equi non ci fu alcuna
iniziativa degna di esser menzionata: la gente si rifugiò
nelle città, lasciando che la propria campagna fosse devastata e data alle
fiamme. Il console, dopo aver compiuto con le sue schiere alcune
sortite per saccheggiare il territorio nemico in tutta la sua estensione,
ritornò a Roma coperto di gloria e di bottino. 4 I consoli successivi furono Aulo
Postumio Albo e Spurio Furio Fuso (alcuni autori scrivono Fusio al posto
di Furio: ne faccio menzione perché nessuno debba prendere per una
sostituzione di uomini quella che invece è una semplice questione di nomi). Non
c'erano dubbi che uno dei consoli avrebbe fatto guerra agli Equi i quali,
di conseguenza, si rivolsero ai Volsci di Ecetra per ottenere appoggio
militare. Siccome esso venne concesso con grande slancio - tale era
infatti l'odio che i due popoli da sempre nutrivano nei confronti del
nemico romano - i preparativi di guerra fervevano febbrili. Gli Ernici lo
vennero a sapere e comunicarono preventivamente ai Romani che la gente
di Ecetra era passata dalla parte degli Equi. Sospetta divenne anche la
colonia di Anzio, visto che al tempo della presa della città
moltissimi si erano rifugiati presso gli Equi. E infatti, durante la guerra con i
Volsci, gli Anziati combatterono con estremo accanimento. Quando poi gli
Equi vennero ricacciati nelle loro città fortificate, questa massa
di sbandati fece ritorno ad Anzio e lì rese avversi ai Romani quei coloni che
erano già di per sé infidi. Dato che al senato venne riferito che si stava
preparando una defezione, anche se la cosa non era ancora matura, i
consoli ebbero l'ordine di convocare a Roma i notabili della colonia per
chiedere loro notizie sulla situazione. Questi si presentarono senza fare
difficoltà, ma alle domande che vennero loro rivolte una volta introdotti dai
consoli in senato, risposero in maniera tale che, all'atto della
partenza, risultarono più sospetti di quanto non fossero parsi al momento
dell'arrivo. Di lì in poi non ci furono più dubbi sulla guerra.
Spurio Furio, uno dei consoli, al quale era toccato quest'incarico, partì
per affrontare gli Equi. Nel territorio degli Ernici trovò i nemici
intenti a saccheggiare. Ignorandone però il numero - non li si era infatti mai
visti prima tutti insieme -, espose avventatamente alla battaglia
l'esercito, inferiore per forze. Respinto al primo assalto, dovette riparare
all'interno dell'accampamento. Ma questa mossa non pose fine allo stato
d'allarme. Infatti, sia quella notte che il giorno successivo l'accampamento venne
assediato e assalito con tanto accanimento che nemmeno un messaggero
poté uscire per andare a Roma. Gli Ernici riferirono che lo scontro aveva
avuto un cattivo esito e che il console e le sue truppe erano
assediati. Il racconto terrorizzò i senatori a tal punto che si diede all'altro
console Postumio l'incarico di provvedere perché la Repubblica non
patisse alcun danno; questa forma di deliberazione del senato veniva sempre
adottata in situazioni di estrema necessità. La migliore delle
risoluzioni sembrò che il console stesso rimanesse a Roma ad arruolare tutti
coloro che fossero in grado di portare le armi. In soccorso all'accampamento
assediato sarebbe stato invece inviato Tito Quinzio, dotato di poteri
consolari, con una formazione di alleati. Per completarne i ranghi,
Latini, Ernici e la colonia di Anzio ebbero ordine di fornire a Quinzio dei
contingenti d'emergenza (questo il nome dato allora agli ausiliari
arruolati su due piedi). 5 Nei giorni che seguirono ci fu un
gran numero di manovre e di assalti da una parte e dall'altra: i nemici
infatti, forti della superiorità numerica, cominciarono a tormentare con
continui attacchi da ogni direzione le forze romane, nella
speranza che queste non sarebbero bastate a tutto. E mentre cingevano d'assedio
l'accampamento, nel contempo parte delle truppe venne inviata a
saccheggiare le campagne romane e ad attaccare Roma stessa, qualora se ne
fosse presentata l'opportunità. Lucio Valerio fu lasciato a difesa della
città. Il console Postumio venne invece inviato a proteggere i confini da
eventuali incursioni. Vigilanza e sforzi rivolti alla difesa non furono
trascurati in nessun punto: sentinelle furono disposte in città, corpi
di guardia di fronte alle porte, presidi armati lungo le mura e - cosa
necessaria in mezzo a una confusione di quel genere - per alcuni giorni fu sospesa
l'attività giudiziaria. Nel frattempo il console Furio, dopo aver
sulle prime subito in maniera passiva l'assedio all'interno
dell'accampamento, fece una sortita improvvisa dalla porta decumana,
piombando sul nemico che non si aspettava una simile manovra. Ma poi, pur potendo
buttarsi all'inseguimento, si fermò per paura che il campo
rimanesse esposto a un possibile attacco dalla parte opposta. La corsa
trascinò troppo in là il luogotenente Furio, fratello del console: nello slancio
dell'inseguimento non si accorse che i suoi si stavano ritirando e che i
nemici rivenivano su di lui da tergo. Tagliato così fuori dalla
ritirata, dopo svariati ma vani tentativi di aprirsi una breccia in direzione del
campo, cadde combattendo con accanimento. Quando il console venne
informato che il fratello era stato accerchiato, si buttò nella
mischia con maggior temerarietà che accortezza. La vista di lui ferito,
sollevato da terra e portato in salvo a fatica da quelli che gli stavano
vicino, gettò nello sconforto i suoi uomini e rese più accaniti i
nemici. Infiammati dalla morte del luogotenente e dalla ferita inflitta al
console, essi da quel momento in poi divennero così incontenibili
da schiacciare di nuovo i Romani nell'accampamento, con prospettive e
risorse non certo equilibrate tra i due schieramenti. Addirittura l'esito
finale dell'intera guerra avrebbe rischiato di essere compromesso, se non
fosse sopraggiunto Tito Quinzio con dei contingenti stranieri -
composti cioè di Ernici e Latini. Avendo trovato gli Equi intenti ad assediare il
campo romano e a mostrare con arroganza la testa del luogotenente, li
assalì alle spalle proprio mentre quelli dell'accampamento si producevano
in una sortita a un segnale da lui dato quando si trovava ancora lontano,
riuscendo così a circondarne una grande quantità. Gli Equi che si
trovavano in territorio romano subirono una disfatta di minori proporzioni ma
dovettero impegnarsi in una fuga più prolungata: mentre stavano saccheggiando
la zona sparpagliati in gruppi, vennero attaccati da Postumio in alcuni
punti dove aveva opportunamente collocato delle guarnigioni armate.
Lanciatisi quindi in una fuga disordinata e priva di meta, i
saccheggiatori si imbatterono in Quinzio che tornava vincitore insieme al
console ferito. Fu allora che con una gloriosa battaglia le truppe consolari
vendicarono la ferita del loro comandante insieme al massacro del
luogotenente e delle sue coorti. In
quei giorni entrambe le parti inflissero e subirono gravi perdite:
risulta difficile, trattandosi di un episodio
così remoto, stabilire in maniera esatta il numero preciso dei
combattenti e dei caduti. Ciononostante Valerio Anziate si avventura a fornire
cifre precise: dice che nel territorio degli Ernici i Romani
lasciarono 5800 uomini e che degli Equi che vagavano saccheggiando all'interno
dei confini romani 2400 vennero uccisi dal console Aulo Postumio. Quanto
invece al resto della spedizione andata a cozzare nelle truppe di
Quinzio, Valerio sostiene che essa subì un massacro senza precedenti: dei suoi
componenti - e qui si arriva a spaccare il capello - ne vennero
abbattuti 4230. Quando l'esercito rientrò a Roma
e venne ripristinato il normale corso della giustizia, si videro ovunque
fuochi nel cielo, mentre altri prodigi o vennero realmente individuati da
occhi umani o furono la vana illusione di osservatori suggestionati dalla
paura. Per stornare il panico collettivo vennero indetti tre giorni
di festa durante i quali tutti i templi furono invasi da folle di uomini
e donne che imploravano la benevolenza degli dèi. In
séguito le coorti di Latini e di Ernici vennero rinviate in patria, dopo aver ricevuto
il ringraziamento del senato per l'abnegazione dimostrata durante la
campagna. Mille soldati di Anzio, rei di essere corsi in aiuto quando ormai
la battaglia era finita, furono invece rispediti a casa quasi con il
bollo dell'infamia. 6 Dalle successive elezioni uscirono
consoli Lucio Ebuzio e Publio Servilio. Il primo agosto - data che
allora rappresentava l'inizio dell'anno - entrano in carica. Si era
nella stagione malsana e il caso volle che quello fosse un anno di
pestilenza tanto a Roma quanto nelle campagne, e sia per gli uomini che per
il bestiame. Ad accrescere la virulenza dell'epidemia
contribuì poi la gente che, terrorizzata da possibili saccheggi, cominciò a
ricoverare in città mandrie e relativi pastori. Questo miscuglio eterogeneo di
animali tormentava col suo insolito odore i cittadini, mentre la
gente di campagna, stipata in dimore
anguste, soffriva per il caldo e la mancanza di sonno. E poi lo
scambio di servizi e il contatto stesso
contribuivano a diffondere l'infezione. Proprio in quel momento - e cioè
con i Romani appena in grado di sopportare il peso di queste
calamità - arrivarono dagli Ernici degli ambasciatori ad annunciare che gli
eserciti congiunti di Volsci ed Equi si erano accampati nel loro territorio e
che da quella base saccheggiavano le campagne con un impressionante spiegamento
di forze. Non solo lo scarso numero di senatori rimasti rendeva
manifesto agli alleati che la città era prostrata dalla pestilenza, ma mesta fu
anche la risposta che ebbero: gli Ernici, insieme con i Latini,
difendessero da soli i loro possedimenti perché Roma, per l'improvvisa ira degli
dèi, era devastata dall'epidemia. Se quel male si fosse placato, allora
sarebbero intervenuti in aiuto degli alleati, come nell'anno precedente e in
tutte le altre occasioni. Gli alleati partirono riportando in patria
in cambio di un triste annuncio uno ancora più triste: il loro
popolo doveva infatti affrontare da solo una guerra che avrebbe sostenuto a fatica
anche col potente sostegno dei Romani. I nemici non si trattennero
più a lungo nel territorio degli Ernici. Di lì avanzarono infatti
con intenti bellicosi nella campagna romana che subì danni e
devastazioni anche senza le violenze della guerra. Nessuno si fece loro incontro - nemmeno
un uomo disarmato - e poterono così penetrare in un territorio
privo ormai non solo di guarnigioni armate, ma anche di campi coltivati;
Volsci ed Equi arrivarono fino al terzo miglio della Via Gabinia. Il
console Ebuzio era morto. Per il suo collega Servilio c'erano ben poche
speranze. Il contagio aveva colpito quasi tutti i maggiorenti, buona parte
dei senatori e pressappoco la totalità di quanti erano in
età militare. Così il loro numero non solo non bastava per le spedizioni rese
necessarie dalla situazione allarmante, ma arrivava appena a coprire l'organico
dei posti di guardia. Il servizio di vigilanza toccò allora a quei
senatori che per età e condizioni di salute erano in grado di prestarlo. Le ronde
armate toccarono invece agli edili della plebe, ai quali erano passati
anche il potere supremo e l'autorità consolare. 7 Senza un capo e senza forze, la
città spopolata fu protetta dai suoi numi tutelari e dalla sua buona stella,
che ispirò a Volsci ed Equi un comportamento da predoni più che
da nemici. Infatti il loro animo era così lontano dal nutrire una qualche
speranza non solo di conquistare ma addirittura di avvicinarsi alle mura di
Roma e la vista da lontano dei tetti e dei colli sovrastanti aveva
fuorviato le loro menti tanto, che l'intero esercito cominciò a
esser percorso da mormorii di disapprovazione: si domandavano perché
dovessero sprecare il tempo inoperosi in un'area desolata e
abbandonata, dove non c'erano opportunità di bottino, ma solo cadaveri di uomini
e di bestie, mentre avrebbero potuto invadere una terra ricca di ogni
ben di Dio e inviolata quale la zona di Tuscolo. Per questo si misero
rapidamente in marcia e per vie traverse che passavano in mezzo alla
campagna labicana si spostarono sulle colline di Tuscolo per concentrarvi
tutto l'impeto e la furia della guerra. Nel frattempo Ernici e Latini,
spinti non solo dalla pietà ma anche dalla vergogna che certo
avrebbero provato se non si fossero opposti ai nemici comuni lanciatisi in assetto
di guerra contro Roma e non fossero intervenuti a fianco degli alleati stretti
d'assedio, unirono i propri eserciti e si misero in marcia verso
Roma. Qui, non avendo trovato nemici ma fidandosi delle informazioni avute
per strada e seguendo le tracce del loro passaggio, li incontrarono mentre
da Tuscolo stavano scendendo nella valle di Alba. Si combatté con forze
impari e la loro lealtà per il momento portò poca fortuna agli
alleati. A Roma la strage dovuta all'epidemia non fu di proporzioni
minori di quella patita dagli alleati a colpi di spada. L'unico console rimasto
era nel frattempo deceduto. Così come morti erano pure altri personaggi
illustri quali gli àuguri Marco Valerio e Tito Verginio Rutulo e il
capo delle curie Servio Sulpicio. La malattia aveva colpito con tutta la sua
violenza anche la folla anonima. E il senato, non potendo più
contare sull'aiuto degli uomini, spinse il popolo a rivolgere le preghiere agli
dèi, ordinando che tutti, con mogli e bambini, andassero nei templi a supplicare
il cielo e a chiedere la pace. Così, indotti
dall'autorità pubblica a fare le cose a cui già li costringevano le proprie sventure, i
cittadini si affollarono in tutti i santuari. Dovunque le matrone, piegate
a spazzare coi capelli sciolti i pavimenti dei templi, implorano gli
dèi adirati e li supplicano di porre fine alla pestilenza. 8 Da quel momento in poi, a poco a
poco, sia per la pace ottenuta dagli dèi sia per il progressivo
esaurirsi della stagione malsana, i corpi nei quali il corso della malattia si era
compiuto cominciavano a tornare in salute, mentre le menti si rivolgevano
ai problemi dello Stato. Dopo alcuni interregni, Publio Valerio
Publicola, il terzo giorno del suo interregno, nomina consoli Lucio
Lucrezio Tricipitino e Tito Veturio Gemino (o Vetusio, se questo era il suo
nome). Entrano in carica tre giorni prima delle idi del mese
Sestile, con il paese in condizioni di salute ormai così rassicuranti
da potersi permettere non solo di allestire una difesa armata ma addirittura di
lanciare delle offensive. Perciò, quando gli Ernici vennero ad annunciare
che i nemici avevano varcato i loro confini, senza alcuna esitazione
fu loro promesso aiuto. Una volta arruolati due eserciti consolari,
Veturio fu inviato a portare la guerra nel territorio dei Volsci. Tricipitino
invece, incaricato di salvaguardare quello alleato da incursioni selvagge,
non si spinge più in là della terra degli Ernici. Veturio sbaraglia e mette
in fuga i nemici al primo scontro. A Lucrezio sfuggì invece un
contingente di predoni nemici che dalle alture di Preneste marciava in direzione delle
campagne. Dopo aver devastato i terreni coltivati intorno a Preneste e
Gabi, questo gruppo di guastatori piegò dalla zona di Gabi verso i
colli di Tuscolo. La cosa fu motivo di grande apprensione pure a Roma, anche
se più per l'imprevedibilità della mossa che per l'effettiva penuria di
risorse difensive. A capo della città c'era in quel frangente Quinto Fabio:
armando i giovani e disponendo presidi nei punti nevralgici, rese ogni
cosa tranquilla e sicura. Così i nemici, dopo aver fatto razzie negli
immediati dintorni, non osarono avvicinarsi a Roma e ripresero, sia pur
con diversioni, la strada di casa. Mentre cresceva in loro un senso di
sicurezza a mano a mano che aumentava la distanza da Roma, si imbatterono nel
console Lucrezio che, già al corrente della direzione di marcia
scelta dai nemici, li attendeva pronto a dare battaglia. Così i Romani,
pur essendo in inferiorità numerica, attaccarono con giusta disposizione
d'animo i nemici in preda invece a un improvviso attacco di paura. Quindi,
dopo averne sbaragliato il possente schieramento e averli messi in fuga
verso certe valli poco spaziose da dove era difficile sfuggire, li
accerchiarono. Lì poco mancò che il nome dei Volsci venisse cancellato dalla
faccia della terra. In alcuni annali ho trovato che tra fuga e battaglia ci
furono 13.470 morti, che 1750 vennero catturati vivi e che le insegne
conquistate ammontarono a 27. Anche se tali cifre risentono di una
certa tendenza all'esagerazione, ciononostante si trattò
indubbiamente di un grande massacro. Il console vincitore tornò con un enorme
bottino all'accampamento. Allora i due consoli si accamparono insieme, mentre
Volsci ed Equi facevano confluire in un unico esercito i propri decimati
reparti. La battaglia che seguì fu la terza nel corso dell'anno. La
vittoria arrivò grazie alla stessa buona sorte: dopo aver disperso i nemici, ne
conquistarono anche l'accampamento. 9 La potenza romana tornò
così alla situazione di un tempo e l'esito favorevole della guerra suscitò
all'improvviso dei contrasti interni in città. Quell'anno Gaio
Terentilio Arsa era tribuno della plebe. Pensando che l'assenza dei consoli fosse per i
tribuni la migliore occasione per darsi da fare, egli passò alcuni
giorni a lagnarsi presso la plebe dell'arroganza patrizia, inveendo
soprattutto contro l'autorità consolare, ritenuta eccessiva e intollerabile per un
libero Stato. Tale potere era infatti a sua detta solo formalmente
meno detestabile - ma di fatto più crudele - di quello dei re: al posto di
un padrone adesso ne avevano due che, godendo di un'autorità
priva di restrizioni e vivendo in uno stato di sfrenatezza non sottoposta a controlli,
rovesciavano sulla plebe il terrore suscitato dalle leggi e dalle
punizioni. Perché i consoli non dovessero godere in eterno di quella condizione
privilegiata, il tribuno disse di voler far passare una legge
che prevedesse la nomina di cinque magistrati con l'incarico di approntare
delle leggi che regolassero l'autorità consolare. I consoli
avrebbero così goduto del potere assegnato loro dal popolo, ma non avrebbero
potuto trasformare in legge quello che invece era il loro capriccio o il loro
arbitrio. In séguito alla presentazione di questa legge, siccome
i senatori temevano che l'assenza dei consoli li costringesse a
sottostare a un simile giogo, il prefetto della città convocò il
senato e lì attaccò la proposta e il suo autore con una tale veemenza che, se entrambi i
consoli fossero stati presenti e avessero circondato il tribuno in
maniera ostile, non avrebbero potuto aggiungere nulla alla virulenza delle
sue minacce. Chi davvero a sua detta rappresentava un'insidia concreta per
il paese era Terentilio, reo di esser passato all'attacco sfruttando le
circostanze. Se l'anno prima - quando cioè la pestilenza e la
guerra infuriavano sulla città - la rabbia divina avesse imposto un tribuno simile
a lui, la situazione sarebbe stata insostenibile. Coi due consoli morti e
la città in preda all'infuriare del morbo e alla confusione generale,
Terentilio avrebbe proposto una legge volta a privare lo Stato del potere
consolare e avrebbe guidato Equi e Volsci all'assedio di Roma. Ma alla fin
fine dove voleva arrivare? Se i consoli si erano macchiati di arroganza
o di crudeltà nei confronti di qualche cittadino, non era forse lecito
trascinarli in giudizio e accusarli di fronte a un corpo
giudicante che annoverasse tra i suoi membri chi aveva subito l'ingiustizia?
Non il potere dei consoli, ma l'autorità dei tribuni
Terentilio rendeva invisa e insopportabile. Quella stessa autorità che si era
pacificata e riconciliata col senato, adesso ricadeva di nuovo negli antichi mali.
Ciononostante Fabio non lo avrebbe pregato di abbandonare quanto
intrapreso. «Esorto,» gridò, «voialtri tribuni a riflettere sul fatto che
questa autorità vi è stata assegnata per soccorrere i singoli individui e
non per danneggiare la comunità tutta. Voi siete stati eletti tribuni
della plebe, non nemici del senato. Che lo Stato privo dei suoi difensori
subisca attacchi è triste per noi, ma odioso per voi. Non diminuirete le
vostre prerogative, ma la vostra impopolarità, se farete in modo
che il vostro collega rinvii fino al ritorno dei consoli la questione nei
termini in cui oggi si trova. Quando l'anno passato l'epidemia ci
privò dei consoli, anche Equi e Volsci ci risparmiarono una guerra crudele e
impietosa.» I tribuni fanno pressione su Terentilio. Quindi, dopo un
apparente rinvio della proposta di legge trasformatosi poi in aperto ritiro,
vennero immediatamente convocati i consoli. 10 Lucrezio tornò con un enorme
bottino e con ancora maggiore gloria. Questa subì poi un ulteriore
incremento quando, una volta arrivato, egli espose per tre giorni il bottino lungo
tutta l'estensione del Campo Marzio, in maniera tale che ciascuno
potesse ritirare ciò che riconosceva come proprio. Gli oggetti che non
furono rivendicati dai legittimi proprietari vennero messi all'incanto.
Sul fatto che il console meritasse il trionfo erano d'accordo tutti: la
cosa fu però rinviata per la proposta avanzata dal tribuno che, agli occhi di
Lucrezio, appariva di primaria importanza. Del provvedimento si
discusse per alcuni giorni prima in senato e poi di fronte al popolo. Alla
fine il tribuno decise di sottostare all'autorità del
console e lasciò perdere. Solo allora l'esercito e il comandante ricevettero
gli onori dovuti: Lucrezio ottenne il trionfo su Volsci ed Equi e nel
corteo trionfale venne accompagnato dalle sue legioni. All'altro console fu
concesso di entrare a Roma con gli onori dell'ovazione ma privo dei
soldati. L'anno successivo la legge terentiliana
venne di nuovo presentata dall'intero collegio dei tribuni contro
i consoli appena eletti Publio Volumnio e Sergio Sulpicio. Quell'anno
si videro prodigi di fuoco nel cielo e la terra venne sconvolta da un
terremoto di notevole intensità. Si credette che una vacca avesse parlato,
cosa a cui nell'anno precedente nessuno aveva prestato fede. Tra gli
altri eventi prodigiosi si assistette anche a una pioggia di carne che, a
quanto pare, venne intercettata da un enorme stormo di uccelli finito in volo
proprio lì nel mezzo. Quel che invece cadde a terra rimase
sparpagliato sul suolo per alcuni giorni senza però imputridire. I duumviri
addetti ai riti sacri consultarono i libri sibillini e predissero che un gruppo di
stranieri sarebbe stato motivo di pericolo e avrebbe sferrato un attacco
alla cittadella con conseguente spargimento di sangue. Ammonirono anche
di astenersi dagli scontri tra fazioni. I tribuni li accusavano di
averlo suggerito per ostacolare la legge e lo scontro si annunciava senza
esclusione di colpi. Ma poi - ogni anno si ripetono le stesse cose - ecco
arrivare gli Ernici con l'annuncio che Volsci ed Equi, pur dopo le recenti
perdite, stavano rimettendo in sesto i rispettivi eserciti, che Anzio
era il centro delle operazioni, che a Ecetra coloni di Anzio tenevano
apertamente delle riunioni; quello era il punto di riferimento, quelle le
forze della guerra. Una volta ascoltate queste comunicazioni in senato, si
indice una leva militare. Quanto poi alla gestione della guerra, i consoli
ricevono l'ordine di organizzarla in maniera tale da occuparsi uno dei
Volsci e l'altro degli Equi. I tribuni si misero invece a urlare in pieno foro
che la guerra contro i Volsci era solo una commedia inscenata apposta e
che gli Ernici erano stati preparati per recitarvi una parte. Ormai la
libertà del popolo romano non era come un tempo soffocata a séguito di uno
scontro leale, ma veniva ignorata con espedienti. Dato che non si poteva
più far credere che Volsci ed Equi - quasi totalmente annientati -
decidessero spontaneamente di mettersi sul piede di guerra, si andavano a cercare
nuovi nemici e una colonia vicina e leale veniva infamata. Si dichiarava
guerra agli innocenti Anziati, ma in realtà si faceva guerra alla
plebe romana: i consoli infatti l'avrebbero caricata di armi e condotta a marce
forzate fuori della città; si sarebbero così vendicati dei
tribuni mandando in esilio e relegando i cittadini. I plebei dovevano
convincersi che l'unico scopo di tutto questo era mettere a tacere la legge e che
ciò si poteva evitare - finché le cose erano agli inizi ed essi si trovavano
ancora in patria in abiti civili - operando in modo da non essere esclusi
dal controllo della città e da non piegarsi al giogo. Se solo avessero
osato farlo, certo non sarebbe venuto loro meno l'aiuto, dato che i tribuni
erano tutti dello stesso avviso. Non c'erano minacce esterne, né pericoli in
vista. L'anno prima gli dèi avevano fatto in modo che la
libertà potesse esser difesa senza correre rischi. Queste furono le parole dei
tribuni. 11 Dall'altra parte i consoli, posti i
loro sedili di fronte ai tribuni, facevano la leva. I tribuni arrivano di
corsa trascinandosi dietro la folla. Non appena - quasi si volesse
tastare il terreno - vengono fatti i nomi di alcuni cittadini, ecco che
scoppiano sùbito disordini. Ogni qualvolta il littore, su ordine del
console, ne prendeva uno, un tribuno ordinava di rilasciarlo. E la condotta
di ognuno non era regolata da un diritto effettivo, ma dalla fiducia nei
propri mezzi fisici: di conseguenza quello che si aveva in
mente lo si doveva ottenere con la forza. All'ostruzionismo praticato dai tribuni
per ostacolare la leva militare i senatori contrapposero un atteggiamento
di aperta ostilità alla legge che veniva riproposta tutti i giorni
dedicati alle assemblee. La rissa scoppiava quando i tribuni ordinavano
alla gente di separarsi per votare e i patrizi non permettevano che li si
allontanasse. I senatori più anziani quasi non prendevano parte alla cosa
perché non si poteva venirne a capo con l'uso della ragione, ma tutto era
affidato all'avventatezza e alla temerarietà. Anche i consoli
cercavano di non lasciarsi coinvolgere per evitare che nel trambusto generale la
solennità del ruolo rivestito potesse essere esposta all'ingiuria di
qualcuno. C'era un giovane, Cesone Quinzio, imbaldanzito non solo dai
nobili natali ma anche dalla sua struttura possente e dalla sua forza
fisica. A questi doni piovuti dal cielo egli aveva aggiunto molte imprese
gloriose in guerra e una tale dialettica forense, da non essere
ritenuto inferiore a nessuno in città per prontezza tanto di mano quanto di
lingua. Piantato in mezzo al gruppo di senatori e sovrastandoli come se
stesse brandendo con la voce e con la forza tutto il potere dei dittatori e
dei consoli, Cesone riusciva a sostenere da solo l'attacco dei tribuni
e l'impeto disordinato della folla. Con lui alla testa degli
aristocratici, i tribuni vennero più volte allontanati dal foro e la plebe
addirittura sbaragliata e dispersa. Chi se lo trovava per caso faccia a faccia
finiva malmenato e senza uno straccio addosso. Ed era chiaro che se le cose
continuavano così, per la legge c'erano ben poche speranze. Allora,
quando ormai gli altri tribuni avevano subito diverse forme di intimidazione,
un membro del loro collegio, un certo Aulo Verginio, trascina Cesone in
tribunale chiedendo per lui la pena capitale. Ma, invece di terrorizzare
Cesone, questa iniziativa accese il suo animo fiero, portandolo a
ostacolare la legge con maggiore accanimento, e a stuzzicare la plebe e
ad attaccare i tribuni come se si fosse trattato di una guerra vera e
propria. L'accusatore lasciava che l'accusato si rovinasse da sé,
attizzando il risentimento popolare e fornendo così nuova materia alle
proprie incriminazioni. Nel frattempo continuava a insistere sulla legge, non
tanto nella speranza di vederla passare, quanto per spingere Cesone a
commettere qualche gesto avventato. In quei frangenti, molte delle cose
dette e fatte a sproposito dai giovani aristocratici ricaddero sulla sola
persona di Cesone a causa dei sospetti ingenerati dalla sua indole.
Ciononostante egli continuava a opporsi alla legge. E Aulo Verginio insisteva,
rivolgendosi alla plebe in questi termini: «Immagino che vi rendiate
ormai perfettamente conto, o Quiriti, di non potere avere nel contempo Cesone
come concittadino e la legge che tanto desiderate. Ma perché poi parlo
di legge? È alla libertà che costui cerca di opporsi, superando in
arroganza l'intera genia dei Tarquini. Aspettate che quest'uomo diventi
console o dittatore, lui che già ora, pur essendo un privato cittadino, ci mette
i piedi in testa a colpi di soprusi e insolenze.» Molti che si lamentavano
delle percosse subite erano d'accordo e incitavano il tribuno a
portare la cosa fino in fondo. 12 Il giorno del processo si avvicinava
ed era ormai chiaro che, a giudizio di tutti, la libertà
dipendeva dalla condanna di Cesone. Questi allora, pur considerandola
un'iniziativa spregevole, fu alla fine costretto a cercare l'appoggio dei
singoli. Al suo séguito c'erano gli amici, e cioè le
personalità più in vista dell'intero paese. Tito Quinzio Capitolino, che in passato era stato
per tre volte console, parlando dei molti onori toccati a lui stesso e alla
sua famiglia, sosteneva che, né all'interno della gens Quinzia, né nel
resto della cittadinanza romana, si era mai vista una personalità
così spiccata e provvista di tante assennate qualità. Cesone era stato il suo
migliore soldato: spesso lo aveva visto lanciarsi contro il nemico proprio
davanti ai suoi occhi. Spurio Furio rilasciò questa testimonianza:
inviatogli da Quinzio Capitolino, Cesone era intervenuto in suo aiuto in una
situazione pericolosa. A sua detta non c'era nessun altro che, al pari di
Cesone, avesse contribuito a ristabilire le sorti dello scontro.
Lucio Lucrezio, console l'anno precedente e nel fulgore della recente
gloria, divideva i propri meriti con Cesone, ne ricordava le azioni
militari, ne menzionava le non comuni imprese, tanto nel corso delle
spedizioni, quanto nei combattimenti. Ed esortava la gente a preferire che quel
giovane straordinario, provvisto d'ogni dono fornito dalla natura e dalla
sorte, nonché capace di diventare il punto di forza di qualunque paese lo
avesse accolto, fosse un concittadino loro piuttosto che di
altri. Ciò che in lui poteva infastidire (eccesso di ardore e
impulsività) col passare degli anni si sarebbe attenuato. Ciò che
invece gli mancava (ossia la prudenza) sarebbe cresciuto giorno dopo giorno. La gente
avrebbe dovuto accettare che un uomo simile - nel quale
l'intensità dei difetti era destinata ad affievolirsi insieme al progressivo
maturare delle virtù - invecchiasse nel pieno possesso della cittadinanza
romana. Tra i suoi difensori c'era anche il padre, Lucio Quinzio,
soprannominato Cincinnato. Questi, evitando di ribadire gli elogi rivolti al figlio
per non accrescerne l'impopolarità, ma implorando
clemenza per errori imputabili alla giovane età, chiedeva al popolo di
assolvere il figlio come favore dovuto al padre che non aveva mai offeso nessuno, né
con gli atti, né con le parole. Ma alcuni, o per imbarazzo o per paura, si
rifiutavano di dare ascolto alle sue implorazioni, mentre altri,
lamentandosi delle percosse subite o di quelle toccate agli amici, facevano
capire con interventi durissimi il voto che avrebbero espresso. 13 Oltre alla diffusa
impopolarità, un'accusa pesava in maniera particolare sull'imputato: un testimone
oculare, Marco Volscio Fittore, che era stato tribuno della plebe
alcuni anni addietro, sosteneva di essersi imbattuto - non molto tempo
dopo che la pestilenza aveva colpito la città - in un gruppo di
giovani che imperversava con violenza nella Suburra. Lì era scoppiata una
rissa e suo fratello maggiore, non ancora pienamente guarito dalla malattia, era
stramazzato al suolo colpito da un pugno di Cesone. Trasportato a casa in
fin di vita, a detta di Volscio, era poi morto a séguito di quel colpo.
Tramite i consoli degli anni precedenti non gli era stato possibile
avere soddisfazione di un gesto tanto efferato. Le parole concitate di
Volscio infiammarono gli animi della gente a tal punto che Cesone per
poco non fu vittima della furia popolare. Verginio dà ordine di
arrestarlo e di chiuderlo in prigione. I patrizi rispondono con la forza alla
forza. Tito Quinzio urla che un uomo su cui pende un'imputazione passibile
della pena capitale, e che tra breve dovrà comparire in tribunale,
non può essere sottoposto a violenza prima di essere condannato, prima ancora di
aver subito un regolare processo. Ma il tribuno replica di non volerlo
punire senza prima averlo processato. Tuttavia sostiene che lo si debba
tenere in prigione fino al giorno del processo, in maniera tale che al popolo
romano venga data facoltà di punire un uomo colpevole di omicidio.
Ma i tribuni ai quali ci si appella decidono di esercitare il proprio
diritto di veto, proponendo una soluzione di compromesso: proibiscono
che l'imputato sia incarcerato; esigono che questi compaia in giudizio
e versi al popolo una cauzione per il caso in cui non compaia. Siccome non
era chiaro quale fosse la somma giusta da concordare, la questione viene
portata di fronte al senato. In attesa che i senatori decidano, Cesone
viene guardato a vista. Si stabilì di nominare dei mallevadori, fissando
la cauzione a 3.000 assi per ciascuno di loro. Ai tribuni venne
lasciata la facoltà di determinare il numero dei mallevadori: decisero che
fossero dieci. E tanti furono i mallevadori che diedero all'accusatore
le dovute garanzie. Quello di Cesone fu il primo caso di impegno
cauzionale in attesa del processo. Essendogli stato concesso di
abbandonare il foro, la notte successiva partì per l'esilio in terra
etrusca. Il giorno del processo, l'assenza di Cesone venne giustificata, adducendo la
tesi dell'esilio volontario, ma ugualmente Verginio tentò di
convocare l'assemblea, che fu invece invalidata a séguito di un appello
presentato ai suoi colleghi. La cauzione venne pretesa senza alcuna
pietà dal padre di Cesone che, costretto a vendere tutti i propri
beni, per un certo periodo andò a vivere come un esiliato in un tugurio
fuori mano al di là del Tevere. 14 Mentre sul fronte esterno tutto
taceva, la città era in preda a continue agitazioni per il processo in
corso e per la promulgazione della legge. I tribuni, visto il brutto colpo
subito dai patrizi con l'esilio di Cesone, credevano di essere usciti
vincitori e pensavano che il passaggio della legge fosse a quel punto quasi
scontato. E se per parte loro i senatori più anziani avevano
ormai abbandonato ogni pretesa di controllo del paese, i più giovani - in
special modo quelli che avevano fatto parte del sodalizio di Cesone - aumentarono
il proprio risentimento nei confronti della plebe, senza mai perdersi
d'animo. Ma ottennero i risultati migliori sforzandosi di
moderare in qualche maniera i loro attacchi. Quando la legge venne
ripresentata per la prima volta dopo l'esilio di Cesone, si fecero trovare
pronti allo scontro e con una
massiccia schiera di clienti aggredirono i tribuni non appena questi
ne offrirono l'occasione cercando di
allontanarli: nell'assalto nessuno riuscì a primeggiare per gloria
o per impopolarità, ma la plebe si lamentava che al posto di un solo
Cesone adesso ce ne fossero mille. Nei giorni di intervallo nei quali i
tribuni non si occupavano della legge, niente era più pacifico e
tranquillo di loro: salutavano educatamente i plebei, si fermavano a chiacchierare,
li invitavano a casa, li difendevano nel foro e addirittura permettevano,
senza interferire, che i tribuni tenessero altre assemblee. Non avevano
mai atteggiamenti arroganti né in pubblico né in privato, eccetto quando
saltava fuori la questione della legge. In altre occasioni agivano in
maniera apertamente democratica. I tribuni non si limitarono soltanto a
portare avanti senza intralci le altre loro iniziative, ma vennero anche
rieletti per l'anno successivo. I giovani senatori non alzavano neppure la
voce, né tantomeno arrivavano alla violenza fisica. Così,
agendo con delicatezza e tatto calcolati, riuscirono ad ammansire la plebe.
Grazie a questi espedienti, la legge venne schivata per l'intera durata
dell'anno. 15 I consoli Gaio Claudio, figlio di
Appio, e Publio Valerio Publicola ricevono una città più
tranquilla. L'anno nuovo non aveva portato novità. Una doppia preoccupazione regnava in
Roma: da una parte l'ansia di veder passare la legge, dall'altra il terrore
di doverne accettare l'approvazione. Quanto più i
giovani senatori cercavano di ingraziarsi il favore della plebe, tanto più i
tribuni si sforzavano di renderli sospetti agli occhi della plebe stessa,
accumulando accuse a loro carico. Era stata nel frattempo ordita una congiura:
Cesone si trovava a Roma, il piano era quello di eliminare i tribuni e di
massacrare la plebe. I senatori più anziani avevano affidato ai giovani il
cómpito di abolire la potestà tribunizia facendo sì che la
città ritornasse alle condizioni esistenti prima della secessione sul monte Sacro.
C'era poi anche la paura suscitata da Volsci ed Equi, il cui attacco si
era ormai trasformato in una ricorrenza quasi puntuale e fissata. Ma
una nuova inaspettata sciagura arrivò da una zona ben
più vicina a Roma: un contingente di 2.500 esuli e schiavi, agli ordini del sabino Appio
Erdonio, occupò nottetempo il Campidoglio e la cittadella. Qui fecero
súbito strage di quelli che si rifiutavano di prendere parte attiva
alla congiura, combattendo al loro fianco. Alcuni, però, sfruttando
il grande trambusto, riuscirono a sfuggire al massacro e in preda al
panico si buttarono di corsa in direzione del foro. Si udivano varie
voci gridare: «Alle armi!» o «Il nemico è in città!». I
consoli, ignorando la provenienza di quell'attacco repentino (lo avevano lanciato degli
stranieri o dei Romani?), e non potendolo quindi attribuire con
certezza al risentimento della plebe o a un'insurrezione di schiavi, non
sapevano se convenisse o meno armare il popolo. Tentavano di sedare la rivolta,
anche se coi loro sforzi la fomentavano ulteriormente:
l'autorità di cui erano investiti non era infatti sufficiente per controllare la
folla in preda al panico e allo spavento. Ciononostante le armi vennero
consegnate, anche se non proprio a tutti, ma in maniera tale che,
nell'incertezza legata all'identificazione del nemico, si potesse contare su una
guarnigione sufficientemente sicura e pronta a ogni evenienza. In preda
all'ansia e all'incertezza intorno alla provenienza e alle proporzioni
numeriche del nemico, questi reparti impiegarono il resto della notte ad
allestire picchetti armati in tutti i punti strategici della città. La
luce del giorno poi rivelò quale guerra fosse e chi la guidasse. Dal Campidoglio
Appio Erdonio incitava gli schiavi a conquistare la
libertà: si era addossato la causa di tutti i diseredati per ricondurre in patria gli
esuli ingiustamente banditi e affrancare gli schiavi dal giogo
opprimente della schiavitù. Certo preferiva che tutto accadesse con
l'approvazione del popolo romano: se però da quella parte non c'erano
speranze, allora avrebbe chiamato in causa Volsci ed Equi, deciso a non
scartare le soluzioni estreme. 16 La situazione divenne così
più chiara per i senatori e i consoli. Oltre a tutto ciò che incombeva
minacciosamente sul paese, essi temevano che si trattasse di un'iniziativa dei Veienti
o dei Sabini, e che, con tutti quei nemici in città, le truppe
etrusche e sabine potessero arrivare da un momento all'altro, a compimento di un
piano preordinato; o ancora che i nemici di sempre, Volsci ed Equi, si
rifacessero vivi, non più come prima solo per saccheggiare le campagne romane,
ma spingendosi fino a Roma, considerata ormai quasi conquistata.
Molteplici e diversi erano quindi i motivi di forte apprensione. Tra tutti
spiccava però per intensità quello suscitato dal problema degli schiavi:
ognuno sospettava di avere un nemico in casa, di cui non era sicuro
continuare a fidarsi; e d'altronde, togliendogli la fiducia, c'era il
rischio di accrescerne l'ostilità. Sembrava che neppure con la concordia
si sarebbe potuto rimediare alle difficoltà. Le disgrazie del momento
superavano e offuscavano tutto il resto in maniera così netta che
ormai nessuno temeva più i tribuni e la plebe: questo male minore, sempre
pronto a saltar fuori tra una disgrazia e l'altra, ora sembrava essere stato
placato dal terrore seguito all'attacco straniero. E invece fu
proprio questo annoso problema a farsi sentire in quei momenti critici:
infatti i tribuni arrivarono a un punto tale di dissennata esaltazione da sostenere
che il Campidoglio non era stato oggetto di un vero e proprio
attacco militare, ma di una finta guerra inscenata per distogliere gli
animi della plebe dal pensiero fisso della legge. Se la legge fosse passata,
gli amici e i clienti dei patrizi si sarebbero resi conto
dell'inutilità di quella messinscena e se ne sarebbero ritornati a casa ancora
più silenziosamente di come erano venuti. Perciò, dopo aver
richiamato il popolo sottraendolo agli obblighi militari, convocarono un'assemblea con
l'intento di far approvare la legge. Nel frattempo i consoli, certo
più preoccupati dalle mosse dei tribuni che non dall'attacco notturno
dei nemici, tennero una seduta del senato. 17 Quando arrivò la notizia che
gli uomini stavano abbandonando le armi e i posti di guardia, Publio Valerio,
dopo aver lasciato al collega il cómpito di impedire ai senatori di
abbandonare la seduta, si precipitò fuori dalla curia diretto al luogo dove
i tribuni stavano tenendo la loro assemblea. E lì disse loro:
«Tribuni, cosa significa tutto questo? Avete intenzione di mettervi agli ordini di
Appio Erdonio e di sovvertire sotto la sua guida l'ordine costituito?
È riuscito così bene a corrompere voi uno che non è stato nemmeno in
grado di far sollevare degli schiavi? Possibile che col nemico sopra le teste
vi venga in mente di buttare le armi e di mettervi a proporre leggi?»
Poi, rivolgendosi alla folla, disse: «Se la situazione in cui versa la
vostra città, o Quiriti, non desta in voi la benché minima preoccupazione,
abbiate almeno rispetto dei vostri dèi finiti in mano al nemico!
Giove Ottimo Massimo, Giunone Regina e Minerva, insieme a tutte le altre
divinità, si trovano in stato d'assedio; un campo di schiavi circonda i vostri
Penati. Vi sembra questa una condizione normale per una
città? Abbiamo torme di nemici dappertutto: non solo all'interno delle mura, ma anche
sulla cittadella e al di sopra del foro e della curia. Nel frattempo il
popolo è riunito in assemblea nel foro, mentre nella curia è in
corso una seduta del senato: come in pieno regime di pace, i senatori stanno esprimendo
la loro opinione e gli altri Quiriti vanno al voto. Non sarebbe
giusto che tutti insieme, patrizi e plebei dal primo all'ultimo, e consoli,
tribuni, uomini e dèi unissero le proprie forze e, una volta armati,
corressero in Campidoglio per riportare pace e libertà nella venerabile
dimora di Giove Ottimo Massimo? O padre Romolo, infondi nei tuoi discendenti
quell'energia inesauribile con la quale un giorno riconquistasti la
cittadella finita nelle mani di questi stessi Sabini con l'inganno dell'oro!
Ordina loro di seguire la via percorsa dalle tue truppe con te al
comando! Ecco, io che sono il console, sarò il primo - per quel poco
che un mortale può nell'emulare un dio - a seguire te e le tue orme!» Per finire
disse che sarebbe andato ad armarsi e incitò tutti i Quiriti a fare
altrettanto. Se qualcuno avesse opposto resistenza, egli non avrebbe più
tenuto conto dell'autorità consolare, né della potestà tribunizia o delle
leggi garantite dai vincoli della sacralità: chiunque fosse stato
renitente e dovunque si fosse trovato, in Campidoglio o nel foro, avrebbe avuto
il trattamento riservato ai nemici. I tribuni, siccome avevano proibito di
attaccare Appio Erdonio, ordinassero pure alla plebe di
rivolgere le armi contro il console Publio Valerio: questi non avrebbe esitato a
scagliarsi contro i tribuni, così come il capostipite della sua famiglia
non aveva esitato a farlo contro i re. Era chiaro che presto si sarebbe
arrivati all'uso della forza e che i Romani avrebbero offerto ai nemici lo
spettacolo di uno scontro intestino. Così, né fu possibile far
passare la legge, né il console riuscì a salire sul Campidoglio. La notte pose fine
allo scontro. Al calar delle tenebre, i tribuni si ritirarono, impauriti
dallo schieramento di forze mostrato dai consoli. Una volta allontanatisi i
veri responsabili della sommossa, i senatori si andarono a mischiare alla
gente comune e, inserendosi all'interno di vari gruppi, si
rivolgevano alla gente con toni e parole appropriati alla delicatezza della
situazione e invitavano gli interlocutori a considerare lo stato di
estremo pericolo nel quale il loro comportamento aveva trascinato l'intero
paese. Cercavano di far capire loro che non si trattava di uno scontro
tra patrizi e plebei, ma che patrizi e plebei insieme, la
cittadella, i santuari degli dèi, i Penati dello Stato e delle case private, tutto
rischiava di finire in mano ai nemici. Mentre nel foro i senatori si
sforzavano di sedare la discordia con questi discorsi, i consoli, temendo
che Sabini e Veienti si mettessero in movimento, erano in giro a
ispezionare le porte e le mura. 18 Quella stessa notte anche a Tuscolo
arrivò la notizia che la cittadella era stata conquistata, che il
Campidoglio si trovava in stato d'assedio e che nel resto di Roma regnava il
disordine. Lucio Mamilio era allora dittatore a Tuscolo. Dopo aver
immediatamente convocato il senato e aver fatto entrare in sala i messaggeri,
sostenne con calore che non si doveva aspettare l'arrivo da Roma di inviati
con richieste d'aiuto: lo esigevano la situazione di grave pericolo, le
divinità che sancivano il vincolo di alleanza e la fedeltà ai patti.
Gli dèi non avrebbero più offerto un'occasione così propizia di
guadagnarsi la gratitudine di una città tanto potente e vicina. Si decide
quindi di portare aiuto e con questo scopo si organizza una leva di giovani
e si danno loro delle armi. Quando alle prime luci del giorno le truppe di
Tuscolo vennero avvistate da lontano in assetto di marcia, furono
scambiate per contingenti nemici. Sembrò che Equi e Volsci
stessero arrivando. Una volta però dissipati i falsi timori, gli uomini di Mamilio
sono accolti in città e incolonnati scendono al foro. Qui Publio Valerio,
affidato al collega il presidio delle porte, stava già
schierando le truppe. Con il peso della sua autorità, il console aveva
convinto il popolo con queste dichiarazioni. Una volta riconquistato il Campidoglio
e ristabilita la pace in città, se solo gli fosse stato concesso di
smascherare l'inganno celato nella legge proposta dai tribuni, memore dei propri
antenati e del soprannome col quale essi gli avevano tramandato come
in eredità il dovere di preoccuparsi del popolo, non avrebbe
impedito l'assemblea della plebe. Seguendolo quindi come loro comandante,
nonostante le vane proteste dei tribuni, gli uomini cominciano a salire
su per il colle del Campidoglio. A loro si aggiunge la legione di Tuscolo.
Tra alleati e Romani fu allora una vera gara di valore per vedere a chi
sarebbe toccato l'onore di riconquistare la cittadella. I
comandanti dei due schieramenti esortavano a gran voce le proprie truppe. In quel
momento i nemici si fecero prendere dall'affanno perché non potevano
contare che sulla posizione occupata. Mentre il panico serpeggiava tra le
loro file, ecco arrivare l'attacco di Romani e alleati. Gli attaccanti erano
già penetrati nel vestibolo del tempio, quando Publio Valerio rimase
ucciso proprio mentre guidava l'assalto nelle prime file.
L'ex-console Publio Volumnio lo vide cadere. Dopo aver ordinato ai suoi di
proteggerne il corpo, si butta a occupare la posizione tenuta dal console. Nell'ardore
dell'impeto i soldati non si accorsero nemmeno di un fatto
così clamoroso e arrivarono a conquistare la vittoria ancor prima di essersi resi
conto di combattere ormai privi del comandante. Il sangue dei molti esuli
massacrati insozzò le pareti dei templi: parecchi furono catturati vivi,
mentre Erdonio rimase ucciso. Fu così che il Campidoglio
tornò in mani romane. Quanto ai prigionieri, a ciascuno di essi toccò una pena
commisurata alla loro condizione, a seconda che si trattasse di uomini
liberi o di schiavi. I Tuscolani vennero ringraziati e il Campidoglio fu
purificato con riti espiatori. Pare che i plebei andassero a gettare
un quadrante a testa nella casa del console morto, perché fosse sepolto con
esequie più sontuose. 19 Una volta ristabilita la pace, i
tribuni cominciarono a incalzare i senatori chiedendo loro di mantenere la
promessa fatta da Publio Valerio. A Gaio Claudio rivolgevano invece
l'invito a liberare gli dèi Mani del collega dall'ombra dell'inganno,
permettendo così di riavviare la discussione sulla legge. Ma il console
replicò che non avrebbe permesso di ricominciare il dibattito sulla legge
fino a quando non gli fosse stato affiancato un collega regolarmente
eletto. Queste schermaglie tennero banco fino alle elezioni consolari. A
dicembre, grazie allo straordinario zelo dimostrato dai senatori, Lucio
Quinzio Cincinnato, padre di Cesone, viene nominato console ed entra
immediatamente in carica. La plebe era spaventata all'idea di avere un console
accecato dal rancore nei suoi confronti, e oltretutto forte del
favore senatoriale e del proprio valore, nonché di altri tre figli, nessuno dei
quali era inferiore a Cesone per abnegazione e coraggio, ma tutti
superiori a lui nella capacità di usare la moderazione e l'assennatezza nelle
occasioni in cui erano necessarie. Appena entrato in carica, Cincinnato non
perdeva occasione di arringare la gente dai banchi del tribunale, e
mostrava nel reprimere la plebe un'energia pari a quella mostrata nel
muovere aspre censure al senato. A sua detta, proprio a causa dell'apatia
dell'ordine senatoriale i tribuni della plebe esercitavano ormai una
sorta di tirannide permanente, a parole e con azioni nefaste, lecita in una
casa privata ormai allo sfacelo, ma non nella gestione degli affari del
popolo romano. Con suo figlio Cesone, il coraggio, la forza e tutte le nobili
qualità della gioventù in pace e in guerra erano state cacciate da Roma
e messe in fuga. E invece, dei parolai pronti solo a seminare zizzania
e sedizioni erano stati eletti tribuni per una seconda e una terza
volta e vivevano con magnificenza regale, grazie alle loro pessime arti.
«Aulo Verginio,» disse, «che sul Campidoglio non c'era, meritava forse
una punizione più lieve di quella toccata ad Appio Erdonio? Se si considera
attentamente l'andamento dei fatti, per Ercole, ne meriterebbe una
molto più dura! Erdonio, se non altro, professandosi nemico, in qualche
modo vi intimò di prendere le armi. Costui invece, sostenendo che non
ci fosse una guerra in atto, vi tolse di mano le armi esponendovi
inermi ai vostri schiavi e agli esuli. E non è forse vero - sia detto
questo con buona pace di Gaio Claudio e del defunto Publio Valerio - che vi buttaste
all'attacco su per il Campidoglio prima di aver liberato il foro dai
nemici? Una vergogna di fronte agli dèi e agli uomini. Quando sulla cittadella
e sul Campidoglio c'erano i nemici e il capo degli esuli e degli schiavi
si era installato, per colmo di profanazione, addirittura nei penetrali
del tempio di Giove Ottimo Massimo, i Tuscolani avevano preso le
armi prima dei Romani. Quanto poi alla liberazione della cittadella, si
è arrivati a dubitare se essa vada attribuita a Lucio Mamilio comandante
delle truppe di Tuscolo oppure ai consoli Publio Valerio e Gaio Claudio.
E noi che prima di quell'episodio non avevamo mai permesso ai Latini di
mettere le mani sulle armi, neppure in caso di autodifesa o di fronte a
un'invasione nemica, in quel frangente saremmo stati catturati e distrutti se
i Latini non fossero intervenuti di loro spontanea volontà. Ma
è questo, o tribuni, quello che voi chiamate soccorrere la plebe, e cioè
consegnare della gente inerme in pasto al nemico? È ovvio che se il
più insignificante membro della vostra plebe - cioè di quella porzione di
popolazione che voi avete trasformato in una vostra patria, in una cosa vostra, dopo
averla sradicata dal resto del popolo -, se uno di questi individui
fosse venuto a riferirvi di avere la casa assediata dai propri schiavi
armati, voi vi sareste sentiti in dovere di intervenire in suo aiuto: ma Giove
Ottimo Massimo assediato da una banda armata di esuli e schiavi non
meritava forse il soccorso degli uomini? E costoro pretendono poi di
essere considerati sacri e inviolabili, quando ai loro occhi
neppure gli dèi in persona lo sono! E infatti, pur essendovi macchiati di
orrende colpe nei confronti di uomini e dèi, vi ostinate a ripetere
che quest'anno voi farete passare la legge. Ma, per Ercole, il giorno che sono
stato eletto console diventerà una data funesta per il paese, ancor più
di quella in cui morì il console Publio Valerio, se riuscirete a far passare la
legge! Prima di ogni altra cosa,» concluse, «io e il mio collega abbiamo
in mente di guidare le legioni contro Volsci ed Equi. Non so per quale
destino il favore degli dèi ci arride più quando siamo sul
piede di guerra che non in tempo di pace. Il pericolo che questi popoli avrebbero
potuto rappresentare se fossero venuti a sapere dell'assedio del
Campidoglio da parte degli esuli è meglio cercare di desumerlo dalle esperienze
passate piuttosto che sperimentarlo dal vivo.» 20 Il discorso del console aveva
impressionato la plebe. E i senatori, rinfrancati, pensavano che lo Stato
fosse tornato alla stabilità di un tempo. L'altro console, che per indole
era incline più a collaborare con passione ad iniziative altrui che a
proporne di nuove, pur accettando di buon grado che il collega lo avesse
preceduto nella presentazione di
misure così importanti, ciononostante, reclamava per sé,
all'atto della loro realizzazione pratica, la sua
parte di potere consolare. I tribuni allora, facendosi beffe del discorso di
Quinzio come se le sue fossero state parole prive di efficacia,
cominciarono ad andare in giro a chiedere in che modo i consoli avrebbero messo
insieme un esercito da portare in guerra, quando a nessuno passava per la
testa di permettere loro l'effettuazione di una leva. «Non abbiamo
bisogno di nessuna leva,» disse Quinzio, «perché quando Publio Valerio
armò la plebe per riconquistare il Campidoglio, tutti giurarono che si
sarebbero presentati attenendosi agli ordini del console e che senza il suo
ordine non se ne sarebbero andati. Pertanto le nostre disposizioni sono
queste: voi tutti che avete prestato giuramento domani trovatevi armati al
lago Regillo.» Allora i tribuni, volendo liberare il popolo dalla
sacralità dell'impegno assunto, trovarono dei cavilli; dicevano che Quinzio era
un privato cittadino quando essi avevano prestato giuramento. Ma allora
non si era ancora imposto quel disprezzo per gli dèi che domina
invece ai giorni nostri e nessuno cercava di adattare alle proprie esigenze leggi
e giuramenti, ma piuttosto si sforzava di conformare a questi ultimi
il proprio comportamento. Pertanto i tribuni, siccome non c'era nessuna
speranza di riuscire a ostacolare l'iniziativa, si impegnarono nel
tentativo di ritardare la partenza. Correva voce che agli àuguri
fosse stato ordinato di presentarsi al lago Regillo per consacrare uno spazio dove
fosse lecito convocare il popolo, dopo aver tratto i regolari auspici. Il
tutto per far sì che in quel contesto potesse essere abrogato dai
comizi centuriati tutto ciò che a Roma aveva ottenuto l'approvazione per
la violenza dei tribuni. Tutti dichiararono che si sarebbero
conformati alla volontà del console. E infatti, trovandosi a più di un
miglio di distanza da Roma, non esisteva possibilità d'appello e anche i
tribuni, qualora si fossero presentati lì, sarebbero stati soggetti
all'autorità dei consoli come tutti gli altri Quiriti. Queste cose facevano paura. Ma
quel che spaventava di più gli animi era che Quinzio avesse più
volte dichiarato di non voler tenere le elezioni consolari. La città
versava ormai in condizioni così gravi che non era possibile pensare di poterla
curare ricorrendo ai rimedi consueti: la repubblica aveva bisogno di un
dittatore, in modo che chiunque si fosse mosso per suscitare la rivolta nella
città sapesse che la dittatura non prevedeva possibilità d'appello.
21 Il senato si trovava in Campidoglio. Qui viene raggiunto dai
tribuni e dalla plebe in preda all'agitazione.
Con un coro di voci disordinate, la moltitudine implora la protezione ora
dei consoli, ora dei senatori. Ma non riuscirono a distogliere il console
dal suo fermo proposito, prima che i tribuni avessero promesso di
sottomettersi in futuro all'autorità dei senatori. Dopo che il console ebbe
riferito le richieste dei tribuni e della plebe, il senato stabilì
che i tribuni quell'anno non avrebbero ripresentato la legge, e che i consoli
non avrebbero guidato un esercito fuori dalla città. Inoltre, per
quanto concerneva i giorni a venire, il senato giudicò dannoso per lo
Stato che le magistrature potessero essere prolungate nel tempo e che gli stessi
tribuni venissero rieletti. I consoli si piegarono
all'autorità dei senatori, ma i tribuni, nonostante le proteste dei consoli, furono
rieletti. Anche i patrizi, per non fare alcuna concessione alla plebe,
desideravano il rinnovo della magistratura a Lucio Quinzio, che pronunciò
un discorso di una durezza mai dimostrata in nessun'altra occasione nell'intero
arco dell'anno. «E io dovrei stupirmi,» disse Quinzio, «o senatori,
se il vostro potere non ha alcuna efficacia sulla plebe? Ma se siete voi
che lo screditate quando, di fronte alla plebe che viola il decreto
senatoriale sul prolungamento delle magistrature, vi mettete anche voi a
violarlo per tener dietro all'impudenza della folla, come se
l'essere più incostanti o l'agire in maniera più arbitraria nei
confronti della legge significasse gestire maggiore potere all'interno della
città. Infatti è certo un comportamento più irresponsabile e stupido
violare i propri decreti e le proprie risoluzioni piuttosto che quelli degli
altri. Imitate pure, o senatori, la folla inconsulta e, anche se dovreste
essere voi d'esempio agli altri, continuate a sbagliare adeguandovi
all'esempio altrui, invece di far sì che gli altri operino rettamente
seguendo il vostro. Io però, se non vi spiace, non ho intenzione di imitare i
tribuni né di farmi rieleggere console contro la volontà del
senato. Quanto a te, Gaio Claudio, ti esorto affinché tu faccia il possibile per
liberare il popolo romano dal dilagare dell'arbitrio e ti prego di credere
che, per quanto mi riguarda, non sei stato un ostacolo alla mia carica, ma
hai contribuito a incrementare il peso del mio rifiuto e che, così
facendo, l'impopolarità destinata a seguire l'eventuale rinnovo della
magistratura ora non rappresenta più un rischio.» Quindi, di comune accordo,
decretano che nessuno voti Lucio Quinzio come console. Se qualcuno
l'avesse fatto, non avrebbero tenuto conto di quel voto. 22 Vennero eletti consoli Quinto Fabio
Vibulano (per la terza volta) e Lucio Cornelio Maluginense. Quell'anno
venne effettuato un censimento della popolazione, ma a causa della
presa del Campidoglio e della morte del console fu considerato un atto
sacrilego il concluderlo con il tradizionale rito di purificazione. Il consolato di Quinto Fabio e Lucio
Cornelio nacque all'insegna del disordine: i tribuni istigavano la
plebe, mentre Latini ed Ernici annunciavano che Volsci ed Equi erano
in procinto di lanciare un grande attacco e che ad Anzio c'erano
già delle legioni di Volsci. Oltretutto era diffuso il timore di una defezione da
parte della colonia stessa di Anzio e con enorme fatica si ottenne dai
tribuni che lasciassero la precedenza alla guerra. Poi i consoli si
spartirono i còmpiti: a Fabio venne dato l'incarico di guidare le legioni ad
Anzio, mentre a Cornelio venne affidato quello di difendere Roma con
le armi, per evitare che una parte dei nemici - com'era abitudine degli
Equi - venisse a saccheggiare. Ad Ernici e Latini fu invece dato ordine
di fornire dei contingenti armati secondo le clausole contenute nel
trattato, così che alla fine l'esercito risultò formato per due terzi da
alleati e per un terzo da cittadini romani. Quando il giorno prestabilito
arrivarono gli alleati, il console decise di accamparsi fuori della porta
Capena. Di lì, dopo aver purificato l'esercito con un sacrificio rituale,
partì alla volta di Anzio e si appostò non lontano dalla
città e dal quartier generale dei nemici. I Volsci in quel momento non osavano
affrontare uno scontro perché privi dei contingenti degli Equi che non li
avevano ancora raggiunti, così cercarono di proteggersi restando tranquilli al
riparo di una trincea fortificata. Il giorno dopo Fabio, invece di
mescolare Romani e alleati in un'unica schiera, ne piazzò intorno alla
trincea nemica tre, rispettivamente formate da contingenti dei tre diversi
popoli, riservando per se stesso e per le legioni romane il centro dello
spiegamento. Quindi ordinò loro di aspettare il segnale, in maniera tale
che alleati e Romani dessero inizio in sincronia all'operazione e fossero
pronti a ritirarsi insieme, qualora venisse suonata la ritirata. Inoltre
collocò la cavalleria dietro le prime file di ciascuna schiera. Lanciatosi
così all'assalto da tre direzioni diverse, circondò l'accampamento
e, incalzandoli da ogni parte, scacciò dalla trincea i Volsci incapaci di
sostenere l'urto. Quindi, una volta superate le fortificazioni, allontana
dall'accampamento la massa spaventata dei nemici che ripiega in
un'unica direzione. Allora i cavalieri, che per la difficoltà
di superare la trincea avevano assistito da spettatori alla battaglia, non
avendo più davanti a sé alcun tipo di ostacolo, si conquistarono parte del
merito della vittoria abbattendosi sui nemici terrorizzati. Il massacro
dei fuggitivi fu tremendo sia all'interno dell'accampamento che oltre
le fortificazioni. Ma ancora più grande fu il bottino: i nemici
riuscirono a portare con sé a malapena le armi. E anche il loro esercito sarebbe
stato distrutto se il bosco non avesse offerto riparo a chi fuggiva. 23 Mentre ciò accadeva nei
pressi di Anzio, gli Equi, mandato avanti il meglio dei loro giovani, con
un'improvvisa sortita notturna si impossessano della cittadella di
Tuscolo. Con il resto dell'esercito si attestano non lontano dalle mura della
città per impegnare su più fronti le truppe nemiche. Quando queste
notizie - dopo aver velocemente raggiunto Roma - arrivarono all'accampamento nei
pressi di Anzio, i Romani ne furono sconvolti come se fosse stata
annunciata l'occupazione del Campidoglio. Il ricordo del recente gesto meritorio
compiuto dai Tuscolani e l'analoga situazione di pericolo esigevano che si
contraccambiasse l'aiuto da loro prestato. Fabio, mettendo in secondo piano
ogni altra cosa, trasporta rapidamente il bottino
dall'accampamento ad Anzio e, lasciato qui un modesto presidio armato, a marce
forzate si precipita a Tuscolo. Ai soldati non permise di prendere con sé
nient'altro che le armi e il cibo già pronto e a portata di mano
(gli approvvigionamenti li trasportò infatti il console Cornelio da Roma).
La guerra di Tuscolo durò alcuni mesi. Con parte dell'esercito il
console assediava l'accampamento degli Equi, mentre un'altra parte l'aveva
affidata ai Tuscolani per riconquistare la cittadella. Ma in
questo punto non si riuscì mai a entrare con la forza: fu la fame che
alla fine scacciò i nemici di là. Quando furono allo stremo, i Tuscolani
li costrinsero tutti, senza armi e nudi, a passare sotto il giogo. E
mentre con una fuga vergognosa cercavano di riparare in patria, il console
romano li intercettò sul monte Algido uccidendoli dal primo all'ultimo. Il
vincitore, fatto ritirare l'esercito, si accampa presso Colume (questo
è il nome del luogo). L'altro console, dopo che la sconfitta nemica aveva
allontanato il pericolo dalle mura di Roma, si mise in marcia anche lui dalla
città. Così, entrati nei territori nemici da due direzioni, i consoli con
un'aspra lotta devastarono da una parte le terre dei Volsci e dall'altra
quelle degli Equi. Presso la maggior parte degli autori ho trovato
che in quello stesso anno ci fu una rivolta degli Anziati; avrebbe condotto
la guerra contro di loro e preso la città il console Cornelio. Ma
a dir la verità non me la sento di confermare la notizia perché gli
storici più antichi non menzionano l'episodio. 24 Appena finita questa guerra,
un'altra, suscitata in patria dai tribuni, semina il panico tra i patrizi. I
tribuni protestavano a gran voce che era una truffa tener lontano dalla
città l'esercito: quello era un espediente per boicottare la legge. Essi si
impegnavano a portare a compimento l'iniziativa. Ciononostante, il
prefetto della città Lucio Lucrezio ottenne che i tribuni procrastinassero
ogni loro mossa fino all'arrivo dei consoli. Era sorta una nuova ragione di
discordia: i questori Aulo Cornelio e Quinto Servilio avevano
citato in giudizio Marco Volscio, accusandolo di testimonianza
indubbiamente falsa nel processo a carico di Cesone. Era emerso da numerose prove
che il fratello di Volscio, da quando si era ammalato, non soltanto non era
mai stato visto in giro, ma non si era mai ristabilito e si era spento
consumato da un male durato molti mesi; e che nei giorni in cui il
testimone aveva collocato il delitto, Cesone non era stato visto a Roma (come
affermavano i suoi commilitoni, i quali sostenevano che in quel periodo
egli era sempre stato con loro al fronte, senza mai beneficiare di
licenze). Per provare la veridicità di queste affermazioni, molti erano
disposti a proporre a Volscio un arbitro privato. Ma siccome egli non osava
comparire in giudizio, tutti questi elementi insieme congiurarono contro di
lui, rendendo la condanna di Volscio non meno dubbia di quanto lo
era stata quella di Cesone dopo la testimonianza di Volscio. I tribuni
prendevano tempo e dicevano che non avrebbero permesso ai questori di
tenere comizi sull'accusato se prima non si tenevano quelli sulla legge.
Così entrambe le questioni vennero rinviate fino all'arrivo dei consoli.
Quando questi entrarono in città con l'esercito vincitore, siccome non si
parlava affatto della legge, molta gente pensò che i tribuni si
fossero dati per vinti. Ma i tribuni, visto che l'anno era ormai agli sgoccioli,
puntando a essere riconfermati nella carica per la quarta volta, avevano
concentrato tutti i loro sforzi sui comizi elettorali, e nonostante
l'accesa opposizione dei consoli - i quali si accanivano contro la riconferma dei
tribuni con non meno livore di quanto ne avrebbero dimostrato se si
fosse trattato di una legge volta a diminuire la loro autorità -,
nello scontro ebbero la meglio i tribuni. In quello stesso anno gli Equi chiesero
e ottennero la pace. Venne portato a termine il censimento iniziato l'anno
precedente. Pare che quello fosse il decimo sacrificio lustrale compiuto
dalla fondazione di Roma. I cittadini censiti risultarono essere
117.319. Per i consoli fu un anno di grande gloria tanto in politica interna
che in àmbito militare: infatti, durante il loro mandato, non soltanto
si arrivò ad ottenere la pace coi popoli confinanti, ma anche in
città, pur non arrivando a una perfetta armonia tra le parti, ci furono meno
tensioni del solito tra le classi. 25 Lucio Minucio e Gaio Nauzio, eletti
consoli, ricevettero in eredità le due questioni lasciate in sospeso
l'anno precedente. Come già successo in passato, i consoli cercavano di
insabbiare la legge e i tribuni il processo a carico di Volscio. Ma i
nuovi questori erano uomini di tutt'altro temperamento e influenza.
Collega del questore Marco Valerio, figlio di Manio e nipote di Voleso, era
Tito Quinzio Capitolino, già tre volte console in passato. Questi, non
potendo restituire Cesone alla famiglia, né un giovane così
eccezionalmente dotato al paese, si era impegnato in una guerra giusta e
sacrosanta contro il falso testimone che aveva impedito a un innocente di
perorare la propria causa. Mentre fra i tribuni soprattutto Verginio si
impegnava di più per quella legge, ai consoli vennero dati due mesi di tempo
per esaminarla in maniera tale che,
dopo aver spiegato alla gente quali insidie nascondeva, potessero dare
il via alle operazioni di voto. La
concessione di questo intervallo riportò la calma in città. Ma gli Equi
non lasciarono che la pace durasse troppo a lungo: violando infatti il trattato
stipulato coi Romani l'anno precedente, affidano il comando a
Gracco Clelio, allora la personalità di gran lunga più in vista tra gli
Equi. Guidati da Gracco, invadono e
saccheggiano senza pietà prima la zona di Labico e quindi quella di Tuscolo, per
poi andarsi ad accampare, carichi del bottino, sull'Algido. Da Roma
giunsero in quel campo in qualità di inviati Quinto Fabio, Publio Volumnio e
Aulo Postumio per chiedere ragione delle offese arrecate e per pretendere,
come previsto dal trattato, la restituzione di quanto razziato. Ma il
comandante degli Equi intimò loro di andare a riferire alla quercia
qualunque messaggio avessero ricevuto dal senato di Roma nel mentre egli si
sarebbe occupato d'altro. Un'enorme quercia sovrastava il pretorio che
aveva sede sotto la sua densa ombra. Allora uno dei legati, ormai sul punto
di andarsene, disse: «Che questa quercia sacra e le presenze divine del
luogo - qualunque esse siano - sentano che siete stati voi a violare
il trattato. Possano essere favorevoli ora alle nostre lamentele e
presto alle nostre armi, quando vendicheremo la vostra contemporanea
violazione dei diritti divini e umani.» Quando gli ambasciatori
rientrarono a Roma, il senato ordinò che uno dei consoli guidasse l'esercito
sull'Algido, contro Gracco, mentre all'altro diede l'incarico di mettere a
ferro e fuoco il territorio degli Equi. I tribuni, com'era ormai loro
abitudine, si misero a ostacolare la leva. E questa volta ce l'avrebbero
quasi fatta se non fosse sopraggiunto all'improvviso un nuovo e inquietante
allarme. 26 Ingenti forze sabine si spinsero a razziare fin sotto le mura:
le campagne vennero devastate e in città fu súbito il terrore.
Allora la plebe prese di buon grado le armi e, tra le vane proteste dei tribuni,
vennero arruolati due grandi eserciti. Con uno di essi Nauzio attaccò i
Sabini. Dopo aver sistemato l'accampamento a Ereto, sfruttando per
lo più la tecnica delle incursioni notturne affidate a pattuglie armate,
provocò tali devastazioni nella campagna sabina che, al confronto,
quella romana sembrava quasi non aver risentito della guerra. Minucio non
ebbe invece, nel corso della campagna, la stessa buona sorte, né
dimostrò analogo temperamento. Infatti, dopo essersi accampato non lontano dal
nemico, pur non avendo subìto alcuna grave sconfitta, continuava a rimanere
pavidamente all'interno dell'accampamento. Quando i nemici se
ne resero conto, la loro audacia crebbe, come sempre succede, per i
timori dell'avversario e, nel cuore della notte, assalirono l'accampamento.
Fallito però l'attacco diretto, il giorno successivo circondano il luogo
con fortificazioni. Ma prima che queste, erette lungo tutto il perimetro
della trincea, potessero precludere ogni via d'uscita, cinque
cavalieri riuscirono a incunearsi attraverso le postazioni nemiche e
portarono a Roma la notizia che il console e l'esercito eran stretti
d'assedio. In quel frangente non poteva succedere nulla di più inopinato
e imprevedibile. Il panico e lo smarrimento furono così grandi,
come se i nemici assediassero la città e non l'accampamento. Fu richiamato il
console Nauzio. Ma siccome la sua protezione non sembrava sufficiente e
alla gente andava a genio la nomina di un dittatore capace di rimediare a
una situazione più che critica, tutti si trovarono d'accordo sul nome
di Lucio Quinzio Cincinnato. Quanto segue merita l'attenzione di
quelli che, eccetto il denaro, disprezzano tutte le cose umane e
credono che non ci sia spazio per i grandi onori e per le virtù se
non dove c'è profusione di ricchezze. Lucio Quinzio, unica speranza rimasta al
popolo romano per l'affermazione del proprio dominio, coltivava un
appezzamento di quattro iugeri al di là del Tevere (zona oggi nota come Prati
Quinzi), proprio di fronte al luogo dove adesso ci sono i cantieri navali. E
lì fu trovato dagli inviati: se poi stesse scavando una fossa piegato sulla
pala oppure stesse arando, una cosa è certa, e ben nota a
tutti: era intento a un lavoro agricolo. Dopo uno scambio di saluti, gli venne
chiesto di mettersi la toga e di ascoltare quello che il senato gli
mandava a dire, sperando che ciò si risolvesse nel bene suo e in quello
della repubblica. Stupito domandò: «Va tutto bene, vero?» Quindi ordinò
alla moglie Racilia di andare súbito a prendere la sua toga dentro la capanna.
Ripulitosi dalla polvere e deterso il sudore, si fece avanti con la toga
addosso. Gli inviati lo salutano dittatore, si congratulano, lo invitano
a tornare in città e gli illustrano l'allarmante situazione in
cui versa l'esercito. Ad attenderlo era pronta una imbarcazione allestita a
spese dello Stato. Dopo aver attraversato il fiume, sulla riva opposta
gli andarono incontro i tre figli, seguiti da altri parenti e amici
e poi dalla maggior parte dei senatori. Accompagnato da quella folla
e preceduto dai littori, venne quindi scortato a casa sua. Accorsero
numerosi anche i plebei; ma non gioirono troppo alla vista di Quinzio,
perché ritenevano eccessivo il potere dittatoriale, e troppo
autoritario l'uomo a cui quel potere era stato affidato. E quella notte in
città non si fece altro che vegliare. 27 Il giorno successivo il dittatore si
presentò nel foro prima dell'alba e qui nominò maestro di
cavalleria Lucio Tarquinio che, pur vantando origini patrizie, a causa della sua
povertà aveva militato tra i fanti, meritandosi però sul campo la
palma del migliore tra la gioventù romana. Arrivato in assemblea col suo nuovo
maestro di cavalleria, il dittatore sospende l'attività giudiziaria,
ordina la chiusura di tutte le botteghe cittadine e vieta a chiunque di occuparsi
di qualsiasi faccenda privata. Inoltre tutti coloro che erano in
età militare dovevano presentarsi in Campo Marzio con viveri per cinque
giorni e dodici pioli a testa. A quelli che per l'età troppo avanzata
non erano in grado di prestare servizio militare, ordinò di preparare il
rancio caldo ai vicini mobilitati, mentre questi ispezionavano le armi e
cercavano i pioli. Così i giovani si buttarono alla ricerca dei pioli: ciascuno
li andò a prendere nel punto più vicino, senza mai trovare
resistenza nella gente. E tutti furono puntualmente a disposizione come
richiesto dal dittatore. Così, una volta organizzati gli uomini in maniera tale
da averli pronti tanto alla marcia quanto al combattimento, qualora ce ne
fosse stata la necessità, il dittatore in persona si mise a capo
delle legioni, mentre il maestro di cavalleria andò a porsi alla
testa dei suoi cavalieri. In entrambi gli schieramenti si udivano le incitazioni che
le circostanze richiedevano. L'ordine era: accelerare il passo;
bisognava fare presto per arrivare a contatto col nemico entro la notte. Il
console e l'esercito romano erano intanto circondati dal nemico e ormai
si trattava del terzo giorno dall'inizio dell'assedio. Cosa ogni
giorno e ogni notte portino è difficile prevederlo. E il semplice
istante rappresenta spesso la svolta per eventi di grandissima importanza.
Anche i soldati, per compiacere i rispettivi comandanti, si gridavano tra
di loro frasi come: «Portabandiera, accelera!» o «Uomini,
seguitemi!». A mezzanotte arrivano sull'Algido e, intuendo di essere ormai
prossimi al nemico, si fermano. 28 Lì il dittatore andò a
ispezionare a cavallo l'estensione e la conformazione dell'accampamento, per
quanto si poteva vedere di notte. Quindi ingiunse ai tribuni militari di
far ammassare in un unico punto i bagagli e di far ritornare poi gli
uomini nei rispettivi ranghi coi paletti e le armi. Quando i comandi
furono eseguiti, egli, continuando a mantenere lo stesso ordine tenuto
durante la marcia, con l'intero esercito inquadrato in lunghe colonne circonda
l'accampamento nemico. Quindi ordina che tutti, a un determinato segnale,
gridino con quanta voce hanno in gola e, dopo aver gridato, scavino un buco
di fronte alla propria posizione e infine piantino dentro un paletto.
All'ordine seguì sùbito il segnale. I soldati mettono in atto le parole del
dittatore e le loro voci risuonano tutt'intorno al nemico, arrivando fino
all'accampamento del console, dopo aver attraversato quello avversario.
L'urlo semina da una parte il terrore, mentre dall'altra scatena
un'immensa gioia. I Romani assediati, rendendosi conto che a gridare erano
dei loro concittadini e che quindi erano arrivati i soccorsi, si
rallegrarono e ricominciarono a spaventare i nemici dai posti di guardia e dalle
altane. Il console disse che non c'era un minuto da perdere: quell'urlo non
indicava soltanto l'arrivo dei rinforzi, ma anche che questi ultimi
avevano iniziato a combattere. Anzi sarebbe stato strano se essi non
avessero già assalito alle spalle l'accampamento nemico. Perciò
ordina ai suoi di prendere le armi e di seguirlo. Quando si buttarono nella
mischia era notte fonda: con un urlo fecero capire alle legioni del
dittatore che anche da quella parte era cominciato lo scontro. Gli Equi si
stavano già preparando a impedire l'accerchiamento delle fortificazioni,
quando si videro investiti dagli assediati. Per evitare una sortita
attraverso il loro accampamento, girarono la schiena a quelli che
stavano costruendo la palizzata e si concentrarono sull'attacco proveniente
dall'interno, lasciando che la costruzione procedesse indisturbata per
il resto della notte e combattendo contro le truppe del console fino alle
prime luci dell'alba. Quando fu giorno, erano ormai chiusi dal vallo
del dittatore e riuscivano a malapena a tener testa a un solo esercito.
Allora gli uomini di Quinzio, tornati rapidamente alle armi dopo aver finito
la costruzione, si buttano all'assalto della trincea nemica. Qui
ci fu una nuova battaglia, mentre l'altra cominciata prima continuava a
infuriare. E allora i nemici, pressati dalla doppia minaccia che
incombeva su di loro e passati dall'assalto armato alle più
disperate implorazioni, supplicavano ora il dittatore, ora il console di non
trasformare la vittoria in un massacro, ma di lasciarli andar via di lì
senza le armi. Il console ordinò loro di andare dal dittatore che, in un accesso
di rabbia, aggiunse condizioni infamanti. Cincinnato ordina infatti di
condurgli in catene il comandante Gracco Clelio e gli altri capi, e di
evacuare la città di Corbione. Disse che del sangue degli Equi poteva
benissimo fare a meno; avrebbe concesso loro di andarsene, ma, perché
finalmente ammettessero che il loro popolo era stato sottomesso e domato, essi
avrebbero dovuto passare sotto il giogo. Venne allestito un giogo con tre
aste, due erano piantate nel terreno, mentre la terza era legata di
traverso sopra le altre. Sotto a questo giogo il dittatore fece passare
gli Equi. 29 Dopo essersi impossessato
dell'accampamento nemico che straripava d'ogni bendidio perché i suoi occupanti ne
erano stati cacciati senza nulla addosso, Cincinnato divise
l'intero bottino esclusivamente tra i suoi uomini. Poi, rimproverando
l'esercito del console e il console stesso, disse: «Voi, o soldati, non
parteciperete alla spartizione del bottino di quel nemico che per poco non
ha fatto di voi la sua preda. Quanto a te, Lucio Minucio, finché non
comincerai ad avere un animo degno di un console, comanderai queste
legioni col grado di luogotenente.» Minucio rinuncia così al
consolato, pur rimanendo con l'esercito in ottemperanza all'ordine ricevuto. Ma
gli animi erano così pacificamente rivolti a obbedire ai comandi del
migliore che l'esercito, memore dei benefici ricevuti più che
dell'umiliazione subita, decretò al dittatore una corona d'oro del peso di una
libbra: il giorno della sua partenza le truppe lo salutarono come loro
protettore. A Roma intanto, in una seduta convocata dal prefetto della
città Quinto Fabio, il senato ordinò a Quinzio di fare un ingresso trionfale
in città con le sue truppe. Davanti al carro vennero fatti avanzare i
comandanti nemici e le insegne militari conquistate. Dietro li seguiva
l'esercito carico di bottino. Stando a quanto si dice, di fronte a tutte le
case furono imbandite delle tavole e i soldati, innalzando l'inno trionfale
e scambiandosi le tradizionali battute mentre marciavano festosi,
seguirono il carro come se fossero in piena baldoria. Quel giorno Lucio
Mamilio Tuscolano ottenne la cittadinanza con l'approvazione di
tutti. Il dittatore avrebbe immediatamente rinunciato all'incarico,
se il processo per falsa testimonianza a carico di Marco Volscio
non lo avesse costretto a rimandare la propria decisione. Il
timore del dittatore indusse i tribuni a non interferire nella cosa. Volscio
fu condannato e andò in esilio a Lanuvio. A sedici giorni di distanza dalla
nomina, Quinzio rinunciò alla dittatura che aveva assunto per un
semestre. In quel periodo il console Nauzio combatté valorosamente ad Ereto
contro i Sabini, così alla devastazione dei campi si aggiunse per
i Sabini questa sconfitta. Fabio venne inviato sull'Algido come
successore di Minucio. Verso la fine dell'anno ci furono altre agitazioni
provocate dai tribuni per la questione della legge. Ma data la
contemporanea assenza dei due eserciti, i senatori ottennero che nessuna
proposta venisse portata di fronte al popolo. La plebe riuscì invece a
far eleggere per la quinta volta gli stessi tribuni. Pare che sul
Campidoglio furono visti dei lupi inseguiti da cani e che per tale prodigio il
Campidoglio stesso venne sottoposto a un rito di purificazione. Questo
è quanto accadde quell'anno. 30 I consoli successivi furono Quinto
Minucio e Marco Orazio Pulvillo. All'inizio dell'anno, mentre coi paesi
stranieri regnava la pace, in patria gli stessi tribuni e la stessa
legge continuavano invece a causare disordini. E si sarebbe arrivati a
chissà quali estremi - tanta era l'eccitazione degli animi - se, quasi a
farlo apposta, non fosse arrivata la notizia che il presidio armato di
Corbione era finito in mano agli Equi a séguito di un assalto notturno. I
consoli convocano il senato; fu dato loro l'ordine di arruolare un esercito
in fretta e furia e di condurlo sull'Algido. Accantonato quindi lo
scontro sulla legge, ecco saltar fuori una nuova contesa sul problema della
leva. E l'autorità dei consoli stava per avere la peggio per l'intervento
dei tribuni, quando si venne ad aggiungere un nuovo terrore: un
esercito sabino era calato in territorio romano per compiervi razzie e di
là si dirigeva verso Roma. Questa notizia suscitò uno spavento tale che i
tribuni permisero l'arruolamento, non senza aver prima ottenuto - siccome per
cinque anni erano stati presi in giro riuscendo così di ben poco
aiuto alla plebe - la garanzia che in futuro sarebbero stati eletti dieci
tribuni. I patrizi furono costretti ad accettare, assicurandosi però
con una clausola di non rivedere più, da quel giorno in poi, gli stessi tribuni.
Si passò poi sùbito alla nomina dei tribuni, per evitare che quella
promessa, come tutte le altre in passato, non venisse mantenuta una
volta finita la guerra. A 36 anni di distanza dai primi, furono allora
nominati dieci tribuni, due per ciascuna classe, e si stabilì che in
futuro l'elezione avrebbe seguito la stessa procedura. Una volta effettuata la
leva, Minucio marciò contro i Sabini, ma non trovò tracce del nemico.
Orazio, siccome gli Equi, dopo aver eliminato il presidio di Corbione,
avevano conquistato anche Ortona, li affronta sull'Algido, uccidendone una
gran quantità e riuscendo a cacciarli non solo dall'Algido ma anche
da Corbione e da Ortona. Corbione la rase addirittura al suolo per aver
consegnato il presidio al nemico. 31 Vennero in séguito eletti consoli
Marco Valerio e Spurio Verginio. La situazione si mantenne tranquilla in
città e all'estero. Ci furono però problemi di approvvigionamento
alimentare dovuti all'eccesso di piogge. Venne approvata una legge sull'apertura
dell'Aventino all'insediamento privato. I tribuni della plebe furono
riconfermati in carica. L'anno successivo, sotto il consolato di Tito
Romilio e Gaio Veturio, in tutti i comizi tenuti non perdevano occasione
per riportare il discorso sul tema della legge. Dicevano che si sarebbero
vergognati dell'aumento di effettivi assegnato alla loro
magistratura, se la legge durante il biennio del mandato avesse continuato a dormire
com'era successo nei cinque anni precedenti. Mentre perseguivano questo
scopo con determinazione, arrivano da Tuscolo dei messaggeri che in preda
all'agitazione annunciano la presenza di Equi nel territorio di
Tuscolo. Per le recenti benemerenze di quel popolo si ebbe ritegno a ritardare
gli aiuti. Inviati entrambi i consoli con un esercito, essi trovarono
il nemico nel suo solito alloggiamento sul monte Algido. Lo
scontro avvenne lì. Più di 7.000 nemici furono uccisi, gli altri messi in fuga.
L'ingente bottino, per le pessime condizioni finanziarie del paese, fu
posto all'incanto dai consoli. La cosa creò tuttavia malcontento
nelle file dell'esercito, fornendo così ai tribuni materia per accusare i consoli
di fronte alla plebe. Per questo, quando allo scadere del
loro mandato divennero consoli Spurio Tarpeio e Aulo Aternio, Romilio e Veturio
vennero trascinati in tribunale rispettivamente dal tribuno della plebe
Gaio Calvio Cicerone e dall'edile della plebe Lucio Alieno. Con grande
indignazione dei patrizi, furono entrambi condannati a pene pecuniarie:
Romilio a 10.000 assi e Veturio a 15.000. La disavventura dei
predecessori non aveva comunque affievolito l'energia dei nuovi consoli:
sostenevano che avrebbero sì potuto subire una condanna, ma di certo i tribuni e
la plebe non sarebbero riusciti a far passare la legge. I tribuni,
lasciata da parte la legge che a forza di essere presentata aveva ormai perso
tutto il suo potere d'urto, adottarono maggiore moderazione nei confronti dei
patrizi, invitandoli a porre fine agli scontri. Se le leggi proposte dai
plebei non andavano a genio ai patrizi, questi avrebbero dovuto almeno
consentire l'elezione collegiale di legislatori provenienti sia dalla
plebe sia dal patriziato, in maniera tale che le proposte risultassero
vantaggiose per entrambe le parti e assicurassero una pari libertà.
I patrizi non disprezzavano l'iniziativa, ma sostenevano che le leggi non le
poteva presentare nessuno che non fosse patrizio. Siccome c'era accordo sulle
leggi, ma non su chi doveva proporle, vennero inviati ad Atene
Spurio Postumio Albo, Aulo Manlio e Publio Sulpicio Camerino con l'ordine
di trascrivere le celebri leggi di Solone e di studiare a fondo le
istituzioni, i costumi e i principi giuridici delle altre città
greche. 32 Se quell'anno non venne turbato da
guerre con paesi stranieri, l'anno successivo - sotto il consolato di
Publio Curiazio e Sesto Quintilio - fu ancora più povero di conflitti per
il lungo silenzio dei tribuni dovuto innanzitutto all'attesa del ritorno dei
legati che erano andati ad Atene e delle leggi straniere che essi
avrebbero portato con sé, e in secondo luogo per due atroci calamità
abbattutesi contemporaneamente, cioè la fame e una pestilenza, funesta tanto per gli
uomini quanto per gli animali. Le campagne si spopolarono, mentre la
città si svuota per i continui funerali; molte famose famiglie erano
in lutto. Morì il flàmine di Quirino Servio Cornelio e l'àugure Gaio
Orazio Pulvillo, al cui posto il collegio degli àuguri nominò con
entusiamo Gaio Veturio perché era stato condannato per volere della plebe. Morirono il
console Quintilio e quattro tribuni della plebe. L'anno fu funestato da
molte sciagure ma il nemico rimase tranquillo. I consoli successivi furono
Gaio Menenio e Publio Sestio Capitolino. Neppure quell'anno vi
furono guerre con paesi stranieri, ma scoppiarono disordini interni. Nel
frattempo gli inviati erano tornati con le leggi dell'Attica. E proprio per
questo i tribuni insistevano con sempre maggiore accanimento affinché si
arrivasse finalmente a una codificazione scritta delle leggi. Si
decise di nominare dei decemviri non soggetti al diritto d'appello e di non
avere quell'anno nessun altro magistrato al di fuori di loro. Se i
plebei avessero dovuto o meno prendere parte alla cosa fu argomento a
lungo dibattuto. Alla fine ebbero la meglio i patrizi, a patto
però che non venissero abrogate la legge Icilia riguardante l'Aventino e le
altre leggi sacrate. 33 L'anno 302 dalla fondazione
segnò per Roma una nuova trasformazione dell'assetto costituzionale: il potere
supremo passò dai consoli ai decemviri, così come in
precedenza era passato dai re ai consoli. Non si trattò di un cambiamento
particolarmente significativo perché fu di breve durata. Dopo un felice inizio tale
magistratura conobbe degli eccessi e, di conseguenza, l'innovazione
tramontò rapidamente, ripristinando così l'uso di affidare a due uomini il
titolo e l'autorità di consoli. Decemviri furono eletti Appio Claudio,
Tito Genucio, Publio Sestio, Tito Veturio, Gaio Giulio, Aulo Manlio,
Publio Sulpicio, Publio Curiazio, Tito Romilio e Spurio Postumio. A Claudio e
a Genucio, dato che erano stati eletti consoli per quell'anno, la
carica venne assegnata come compensazione dell'altra. Sestio, uno
dei consoli dell'anno precedente, ebbe invece la nomina per aver portato
l'iniziativa di fronte al senato nonostante l'opposizione del collega.
Accanto a essi ebbero il privilegio di questa magistratura i tre senatori
inviati ad Atene: la loro nomina non era soltanto il riconoscimento per una
missione in terre tanto lontane, ma anche la garanzia che l'approfondimento
delle leggi straniere maturato laggiù sarebbe stato di grande
utilità nell'elaborazione di un nuovo sistema giuridico. Gli altri quattro
eletti servirono a completare il numero. Si dice che le ultime nomine
vennero affidate a uomini piuttosto anziani perché si opponessero con meno
energia alle misure proposte dagli altri. Grazie al favore della plebe, il
collegio dei decemviri era praticamente guidato da Appio: egli
aveva mutato il suo carattere così nettamente che, dopo un passato da
violento e inflessibile avversatore del popolo, da un giorno all'altro divenne
un fedele amico della plebe, attentissimo a captarne gli alterni
umori. A turno, ogni dieci giorni, ciascun magistrato amministrava la
giustizia di fronte al popolo: in quel giorno, chi presiedeva la corte aveva
diritto ai dodici fasci, mentre a ciascuno dei suoi nove colleghi toccava
un unico messo. Dalla singolare armonia tra loro - accordo che talvolta
non è di alcuna utilità per i privati cittadini - derivava la loro
estrema equità nei confronti degli altri. A riprova di questa moderazione,
sarà sufficiente citare un unico esempio. Pur essendo stati eletti a una
magistratura che non prevedeva diritto d'appello, quando venne
rinvenuto e portato di fronte all'assemblea un cadavere sepolto nella
casa di Lucio Sestio, un patrizio, data l'atrocità manifesta della
cosa, il decemviro Gaio Giulio citò Sestio in giudizio, accusandolo di fronte al
popolo di un reato di cui era giudice legittimo, e rinunciò
così a un suo diritto, che egli tolse al potere del magistrato per accrescere la
libertà del popolo. 34 Mentre tutti i cittadini - dal
più autorevole al meno in vista e senza alcuna parzialità - accoglievano
questa giustizia tempestiva e incontaminata come se provenisse da un
oracolo, i decemviri erano nel contempo alle prese con la rifondazione
di un nuovo codice. Fra la grande attesa della gente, dopo aver esposto
dieci tavole, convocarono il popolo in assemblea. E, augurandosi che
ciò fosse buono e fausto per la repubblica, per loro e per i loro
figli, ordinarono a tutti di andare a consultare di persona le leggi
proposte. Per quanto era stato possibile alle capacità intellettuali di
dieci uomini, dissero di aver messo sullo stesso piano i diritti di tutti, dai
cittadini più altolocati a quelli meno in vista. Certo le menti e le
proposte di molti avrebbero sortito esiti più efficaci. Che si
considerasse dunque ogni singolo punto, se ne discutesse e alla fine si venisse a
esporre di fronte a tutti gli eccessi e le inadeguatezze eventualmente
riscontrati nei singoli articoli. Il popolo romano doveva avere delle leggi
che sembrassero non solo essere state approvate, ma addirittura
proposte dal consenso unanime della comunità. Quando sembrò che le leggi
avessero subito sufficienti emendamenti alla luce delle opinioni espresse dalla
gente sulle singole sezioni, i comizi centuriati approvarono e adottarono
definitivamente le Leggi delle X Tavole, che ancor oggi, in questo
immenso guazzabuglio di leggi accatastate caoticamente l'una
sull'altra, restano la fonte di tutto il diritto pubblico e privato. In séguito cominciò a circolare
la voce che mancassero ancora due tavole, aggiunte le quali il corpo del diritto
romano si sarebbe potuto definire realizzato. Con le elezioni ormai alle
porte, la speranza di completare le leggi fece crescere nella gente il
desiderio di eleggere di nuovo dei decemviri. La plebe, al di là
del fatto che detestava il nome dei consoli almeno tanto quanto quello dei re,
ormai non andava nemmeno più a cercare l'aiuto dei tribuni, visto che in caso
di appello i decemviri cedevano reciprocamente l'uno nei confronti
dell'altro. 35 Ma quando venne annunciato che le
elezioni dei decemviri si sarebbero tenute il terzo giorno di mercato, si
scatenarono a tal punto le ambizioni che anche i cittadini più in
vista - credo per paura che un simile potere, una volta lasciato libero il campo,
potesse finire in mani non sufficientemente degne - cominciarono a
sollecitare gli elettori, implorando da quella stessa plebe, con
la quale avevano avuto non pochi scontri, una carica che avevano
avversato con ogni mezzo. La prospettiva di dover lasciare in quel momento la
posizione raggiunta, alla sua età, e dopo le cariche occupate, spronava
Appio Claudio. Non si sapeva se annoverarlo tra i decemviri o tra i
candidati. A volte si comportava come un aspirante alla magistratura e non
come chi già la deteneva; diffamava gli ottimati, portava alle stelle i
candidati più insignificanti e di bassi natali, andava girando qua e
là per il foro in compagnia di ex-tribuni, con Duilii e Icilii,
facendosi raccomandare da questi ultimi alla plebe. Finché anche i colleghi, i
quali fino ad allora avevano dimostrato una straordinaria devozione
nei suoi confronti, cominciarono a guardarlo stupiti, domandandosi che
cosa gli passasse per la testa. Era chiaro che non agiva sinceramente: in
un'indole così altezzosa tanta affabilità non era di certo
senza scopo. Il suo troppo abbassarsi e il mescolarsi con privati cittadini non
erano tanto gli atteggiamenti di uno ansioso di abbandonare una
magistratura, quanto di uno che cercasse la strada migliore per prorogare la sua
carica. Non osando opporsi apertamente alla sua sfrenata
ambizione, cercano di frenarne gli slanci, assecondandolo. Essendo egli il collega
più giovane, concordemente gli impongono di convocare i comizi. Si
trattava di uno stratagemma per impedirgli di autoeleggersi, cosa che
al di fuori dei tribuni della plebe - e questo era di per sé il peggiore
dei precedenti - non aveva mai osato fare nessuno. Ma Appio, in
realtà, pur avendo promesso con una preghiera augurale di presiedere le elezioni,
riuscì a trasformare un ostacolo in un'occasione propizia. In un primo
tempo, grazie ad alleanze elettorali, mise da parte nella corsa alla
candidatura i due Quinzi, Capitolino e Cincinnato, suo zio paterno Gaio
Claudio, da sempre partigiano della causa aristocratica, nonché altri cittadini
dello stesso rango. Proclamò decemviri invece degli individui che
per eccellenza di vita non stavano alla pari degli esclusi, e primo se
stesso, cosa questa che i cittadini onesti disapprovarono: nessuno avrebbe
creduto che osasse arrivare a tanto. Insieme a lui furono eletti
Marco Cornelio Maluginense, Marco Sergio, Lucio Minucio, Quinto Fabio
Vibulano, Quinto Petilio, Tito Antonio Merenda, Cesone Duilio, Spurio Oppio
Cornicino e Manio Rabuleio. 36 Fu allora che Appio depose la
maschera. Da quel momento in poi ricominciò a essere se stesso e
a plasmare a sua immagine e somiglianza i nuovi colleghi, ancor prima che
entrassero in carica. Si incontravano tutti i giorni lontano dagli sguardi
indiscreti e mettevano a punto programmi spregiudicati che maturavano
in segreto. Ormai non cercavano nemmeno più di nascondere la
loro arroganza, si lasciavano avvicinare di rado e facevano i difficili con chi
rivolgeva loro la parola: così continuarono fino alle Idi di maggio.
In quel tempo le Idi di maggio erano la data tradizionale per l'inizio delle
magistrature. Così, appena assunto il potere, essi resero memorabile il
primo giorno di magistratura con un'iniziativa terribilmente minacciosa.
Infatti, mentre i predecessori nel decemvirato si erano attenuti con
scrupolo alla disposizione secondo la quale soltanto un membro del collegio
aveva diritto a portare i fasci e questa insegna regale doveva passare a
turno a ciascuno di loro, i nuovi eletti si presentarono all'improvviso
in pubblico ciascuno con dodici fasci. I 120 littori avevano invaso il
foro brandendo davanti a sé le scuri tenute insieme dai fasci. I
decemviri spiegarono che non c'era nessuna ragione di rimuovere le scuri
perché la magistratura cui erano stati nominati non contemplava il
diritto d'appello. Sembravano dieci re e ciò accrebbe il terrore non solo
nei cittadini più umili, ma anche nei membri più influenti del senato,
i quali sospettavano che i decemviri stessero cercando qualche pretesto per
procedere a una strage: se qualcuno avesse osato, in senato o di fronte al
popolo, intervenire in favore della libertà, verghe e scuri
sarebbero state sciolte, magari solo per intimorire il resto della gente. Il
popolo non aveva più alcuna garanzia dopo la soppressione del diritto
d'appello; come se non bastasse, all'unanimità i decemviri
eliminarono anche il diritto di opposizione interna, mentre i predecessori avevano
tollerato che le sentenze da loro emesse venissero modificate su
richiesta di un collega, accettando anche che talune cause, apparentemente di
stretta competenza dei decemviri, venissero portate di fronte al popolo.
Per un certo periodo il terrore fu uguale per tutti. Poi, a poco a poco,
cominciò a concentrarsi interamente sulla plebe: i patrizi venivano
lasciati in pace; i decemviri infierivano sui più umili con arbitraria
crudeltà. Era tutta questione di persone, non di cause, visto che per quegli individui,
invece dell'equità, contava l'influenza esercitata dal singolo.
Manipolavano in privato le sentenze per poi andarle a pronunciare nel foro.
Se qualcuno si appellava a uno di loro, se ne veniva via da quello a cui
si era rivolto, pentendosi di non aver accettato la sentenza del primo.
Nel frattempo si era anche diffusa una diceria di provenienza non
accertata, secondo la quale i decemviri non si sarebbero limitati a concertare un
operato criminoso per la sola durata della carica, ma, grazie a un patto
giurato in segreto, avrebbero anche deciso di non tenere le elezioni e di
conservare per sempre il potere conquistato una volta per tutte,
protraendo così all'infinito il decemvirato. 37 Allora i plebei cominciarono a
studiare con circospezione i volti dei patrizi, cercando di captare un soffio
di libertà proprio in quella parte di cittadinanza che, per aver fatto
loro balenare lo spettro della schiavitù, li aveva portati a
ridurre il paese in quello stato. I capi dell'aristocrazia odiavano sia i
decemviri sia la plebe. Non approvavano certo quello che si faceva, ma
credevano anche che quel che accadeva la gente se lo meritasse. Non avevano
alcuna intenzione di aiutare quanti, lanciati in una corsa dissennata verso
la libertà, erano invece scivolati nella schiavitù, non volevano
nemmeno aggiungere altri soprusi, nella speranza che il disgusto per la
situazione facesse nascere il desiderio del ritorno ai due consoli e allo stato
delle cose di un tempo. L'anno era ormai quasi alla fine, alle dieci
tavole dell'anno precedente se n'erano aggiunte altre due, né c'era più
alcun bisogno di considerare necessaria al paese quella magistratura, specie se
quelle stesse leggi venivano approvate dai comizi centuriati. Si
viveva nell'attesa che venissero indette le elezioni dei consoli. La
plebe invece aveva un solo pensiero: trovare il modo di ristabilire
l'autorità dei tribuni, che era la vera roccaforte della sua libertà e
che in quel periodo era sospesa. Nel frattempo non si faceva alcun accenno a
possibili elezioni. E i decemviri, che all'inizio - per la popolarità
di un simile gesto - si erano fatti vedere dalla plebe in compagnia di
ex-tribuni, ora si circondavano di giovani patrizi le cui bande
stazionavano di fronte ai tribunali. Trattavano con impudenza la plebe e ne
saccheggiavano le proprietà, visto che era sempre il più forte ad
avere ragione, qualunque capriccio gli fosse passato per la testa. Ormai non
avevano più rispetto nemmeno per le persone: si frustava e persino si
decapitava. Perché poi la crudeltà non fosse fine a se stessa, all'esecuzione
del proprietario seguiva la confisca dei beni. Corrotti da questi
allettamenti, i giovani nobili non solo non si opponevano ai soprusi, ma
dimostravano di preferire la propria sfrenatezza alla libertà di
tutti. 38 Le Idi di maggio arrivarono. Senza
preoccuparsi di far eleggere altri magistrati al loro posto, i decemviri -
ora privati cittadini - apparvero in pubblico facendo capire di non voler
assolutamente rinunciare alla gestione del potere, né di volersi
privare delle insegne che erano il distintivo della carica. Senza dubbio
il loro sembrava un vero e proprio dispotismo. Si piange la libertà
come perduta per sempre; non c'è, e sembra che non ci possa essere nemmeno
in futuro, chi sappia rivendicarla. Non si trattava soltanto di uno
scoramento generale della popolazione: i paesi dei dintorni avevano infatti
cominciato a disprezzare i Romani, ritenendo indegno che l'egemonia
toccasse a un popolo privo di libertà. I Sabini fecero un'incursione in
territorio romano con un largo spiegamento di truppe. Dopo aver devastato la
campagna in lungo e in largo, riuscirono a portarsi via il bottino di uomini e
bestiame, in tutta sicurezza. Quindi, al termine di varie scorrerie
nel circondario, si andarono a chiudere ad Ereto, dove si accamparono,
nella speranza che le discordie a Roma ostacolassero l'arruolamento. A
creare scompiglio e agitazione non contribuivano soltanto i messaggeri in
arrivo, ma anche le masse di contadini riversatesi in città
dalle campagne. I decemviri, abbandonati al loro destino dall'odio tanto dei
patrizi quanto dei plebei, si interrogano
sul da farsi. La cattiva sorte aggiunse un altro motivo di terrore:
gli Equi, provenienti da un'altra
direzione, si andarono ad accampare sull'Algido e di lì, con rapide
incursioni, si misero a devastare la zona di Tuscolo. Queste notizie arrivarono a
Roma con i messaggeri inviati da Tuscolo per implorare aiuto. I
decemviri furono così spaventati - due guerre contemporaneamente incombevano
sulla città - che convocarono il senato. Ordinano di far chiamare i senatori
nella curia, pur non ignorando quale ondata di risentimento covava nei
loro confronti: tutti li avrebbero ritenuti responsabili delle
devastazioni subite dalle campagne e dei pericoli che incombevano. Ciò
avrebbe portato al tentativo di abolire la loro magistratura, se di comune accordo
non avessero opposto resistenza e se, esercitando pesantemente la loro
autorità nei confronti dei pochi veramente accaniti, non avessero
represso le velleità degli altri. Quando nel foro si sentì la voce del
banditore convocare i senatori nella curia presso i decemviri come se fosse una
novità - l'usanza di consultare il senato era stata da tempo abbandonata -
questo annuncio attirò una folla stupita che si domandava cosa mai fosse
successo per spingere i decemviri a ripristinare una pratica da tempo
desueta. Bisognava dire grazie ai nemici e alla guerra se succedeva
qualcosa di assolutamente normale per una città libera. Si guardava in
tutte le parti del foro per individuare dei senatori, ma raramente se ne vedeva
qualcuno. Poi si guardava dentro la curia dove i decemviri se ne stavano
tutti soli. Si interpretava in maniera diversa il fatto che i senatori
non si fossero presentati: i decemviri sostenevano che ciò
dipendesse dall'odio unanime nei confronti della loro carica, mentre la plebe
sosteneva che i decemviri, essendo dei privati cittadini, non avevano il
diritto di convocare il senato. Un vero passo avanti coloro che rivendicavano
la libertà lo avrebbero fatto se la plebe avesse collaborato col senato, e
se, come i senatori che non si erano presentati in senato, pur essendo
stati convocati, così la plebe avesse rifiutato di arruolarsi. Questo
vociferava la gente. Quasi nessuno dei senatori era nel foro, pochi erano
presenti in città. Indignati per la situazione, si erano ritirati in
campagna, e si curavano dei loro affari privati trascurando invece l'interesse
della comunità. I senatori pensavano infatti che tanto più
sarebbero stati sicuri quanto più avessero evitato contatti e rapporti con i
tirannici padroni al potere. Quando, nonostante la convocazione, essi non si
presentarono, vennero inviati alle loro case dei pubblici ufficiali con il
duplice cómpito di effettuare pignoramenti a titolo di sanzione e di
chiedere se quelle assenze erano deliberate. I messi tornarono riferendo
che i senatori erano in campagna. I decemviri accolsero la notizia con
maggiore piacere di quanto ne avrebbero avuto se fosse stato
annunciato loro che si trovavano in città, ma non avevano intenzione di attenersi
alle disposizioni. Ordinano quindi una convocazione generale e fissano una
seduta del senato per il giorno successivo; e i senatori vennero
più numerosi di quanto essi non avessero sperato. Ma proprio per questo motivo
la plebe pensava che la libertà era stata tradita dai senatori: essi, come
se l'ingiunzione fosse legale, avevano obbedito a uomini che non erano
più magistrati e che, senza l'uso della forza, sarebbero stati dei
privati cittadini. 39 Ma l'obbedienza dimostrata nel
presentarsi in senato fu, a quanto si dice, superiore alla remissività
con la quale esposero il proprio punto di vista. Si racconta che Lucio Valerio
Potito, dopo la proposta avanzata da Appio Claudio e prima che i senatori
venissero chiamati in successione a esporre le proprie opinioni, chiese di
essere autorizzato a parlare della situazione in cui versava lo Stato. Ma
siccome i decemviri cercavano di impedirglielo ricorrendo
all'intimidazione, Valerio fece scoppiare un pandemonio dichiarando di volersi
presentare di fronte al popolo. Nel dibattito Marco Orazio Barbato non
dimostrò minor veemenza: chiamò i decemviri dieci Tarquini, ricordando
loro che erano stati i Valeri e gli Orazi a scacciare i re. E non era stato
il nome di re ciò che allora aveva disgustato la gente, in quanto proprio
con quel nome era consuetudine chiamare Giove, così come
Romolo, fondatore della città, e in séguito i suoi successori, e il nome poi si era mantenuto
come titolo solenne in àmbito religioso. No, quello che
il popolo aveva detestato nelle persone dei re erano state l'arroganza e la
crudeltà. E se queste caratteristiche si erano allora rivelate insopportabili
in un re o nel figlio di un re, adesso chi le avrebbe potute tollerare
in tanti privati cittadini? Che stessero quindi bene attenti a non
privare della libertà di parola i presenti in curia, costringendoli ad
alzare la voce fuori dalla curia. E poi non riusciva a vedere come fosse meno
lecito a lui - un privato cittadino - convocare il popolo in
assemblea di quanto non lo fosse a loro costringere il senato. Avrebbero potuto
verificare in qualsiasi momento quanto più forte potesse essere
l'esasperazione di un uomo chiamato a rivendicare la propria libertà
rispetto alla smodata ingordigia di chi difende un potere fondato
sull'ingiustizia. E loro, i decemviri, venivano poi a parlare della guerra contro i Sabini,
come se per il popolo romano qualunque guerra potesse essere
più importante di quella da combattersi contro coloro che, eletti proprio per
proporre delle leggi, non avevano lasciato nemmeno le tracce della
legalità all'interno del paese, spazzando via le regolari assemblee, le
magistrature annue, l'avvicendamento del potere - unica garanzia di uguale
libertà -, arrivando fino a insignirsi delle fasce e del potere dei re, pur
essendo privati cittadini. Dopo la cacciata dei re, c'erano stati dei
magistrati patrizi, mentre a séguito della secessione della plebe la nomina
era toccata anche ai plebei: ma loro, i decemviri - si domandava
Valerio -, di quale parte erano? Popolare? Ma cosa avevano mai fatto per
il popolo? O erano forse degli aristocratici? Loro che, per quasi un
anno, non avevano convocato il senato, ora che lo avevano riunito
impedivano di dibattere il problema dello Stato? Che non ponessero troppa
speranza nell'altrui terrore: quello di cui ora soffriva sembrava ormai alla
gente più gravoso di quello che temeva per il futuro. 40 Di fronte all'attacco di Orazio, i
decemviri non sapevano se era il caso di indignarsi o di lasciar
perdere, e non capivano quale piega avrebbe preso la cosa. Gaio Claudio,
che era lo zio paterno di Appio Claudio, pronunciò un discorso
più simile a un'implorazione che a una requisitoria. In nome dei Mani di suo
fratello, padre di Appio, supplicò il nipote di ricordarsi del consorzio
civile all'interno del quale era nato piuttosto che dello scellerato
patto stipulato insieme ai colleghi. Questa supplica gliela rivolgeva
più nel suo interesse che non in quello del paese. Perché la repubblica avrebbe
rivendicato il proprio diritto contro la loro volontà, se i
decemviri non erano in grado di garantirlo spontaneamente. Ma grandi scontri di
solito generano grandi rancori: e Claudio ne temeva gli esiti. Benché i
decemviri volessero evitare che il dibattito si spostasse su temi estranei
a quelli posti all'ordine del giorno, tuttavia non ebbero il coraggio
di interrompere Claudio. Egli quindi espresse il parere che il senato
non doveva prendere alcuna decisione. Così tutti compresero
che Claudio riteneva i decemviri privati cittadini. E molti degli ex-consoli si
dimostrarono d'accordo. Un'altra proposta, apparentemente più
spregiudicata ma di fatto molto meno drastica della precedente, invitava i patrizi a
riunirsi per nominare un interré. Varando infatti un qualsiasi
provvedimento, venivano riconosciuti magistrati quelli che avevano convocato
il senato, mentre sarebbero rimasti privati cittadini se invece si
accettava la proposta di chi caldeggiava la completa astensione
dall'attività. Mentre la posizione dei decemviri era sempre più in
bilico, Lucio Cornelio Maluginense, fratello del decemviro Marco Cornelio, cui era
stato intenzionalmente riservato l'ultimo intervento nel dibattito, in
un primo tempo si mise a difendere il fratello e il resto del collegio
fingendo di essere in apprensione per la guerra, e poi disse di essersi curiosamente
domandato in base a quale fatalità avesse potuto succedere
che contro i decemviri si fossero scagliati - soltanto o soprattutto -
proprio quelli che avevano puntato al decemvirato; e perché mai, mentre nel
corso di tutti quei mesi di pace interna nessuno di loro aveva posto in
discussione la legittimità dei magistrati preposti alle più
alte cariche, e soltanto adesso, coi nemici ormai quasi alle porte, si mettessero
ad alimentare dissensi tra i cittadini; a meno che non pensassero
che in uno stato di confusione i reali motivi del loro comportamento si
sarebbero rivelati meno perspicui. Quanto al resto, non era forse meglio
non pregiudicare una questione tanto importante quando le menti erano
occupate da un pensiero ben più grave? Intorno all'accusa mossa da Valerio e
Orazio secondo la quale i decemviri avrebbero dovuto uscire di carica prima
delle Idi di maggio, Cornelio disse che a suo parere la questione
andava dibattuta in senato, non prima però di aver posto fine alle
guerre incombenti e di aver riportato la pace nello Stato. Appio Claudio si tenesse
pronto già fin da allora a rendere conto dei comizi per elezioni dei
decemviri che egli stesso, un decemviro, aveva presieduto: se erano stati
nominati per un anno oppure fino a quando non fossero state approvate le leggi
mancanti. Quanto poi al presente, l'opinione di Cornelio era che ci si
dovesse occupare esclusivamente della guerra. Se poi le voci riguardanti la
guerra si dimostravano infondate e i senatori ritenevano che non solo i
messaggeri romani ma anche gli ambasciatori dei Tuscolani avessero
riferito delle notizie prive di senso, allora - questo quanto lui suggeriva -
sarebbe stato necessario inviare sul posto delle pattuglie di
ricognizione perché riportassero informazioni più sicure dopo aver
attentamente esaminato la situazione. Se invece si prestava fede ai messaggeri romani e
agli ambasciatori, si facesse al più presto la leva, i decemviri guidassero
gli eserciti dove sarebbe parso più opportuno a ciascuno di loro; si desse
alla guerra la precedenza assoluta su ogni altra questione. 41 I giovani senatori erano ormai
riusciti a far prevalere questa proposta. Allora Valerio e Orazio, con
maggior furore, chiesero gridando che fosse loro concesso di parlare
sulla situazione dello Stato. Avrebbero parlato al popolo, se con raggiri non
fosse stato loro concesso di farlo in senato. Infatti dei privati
cittadini non potevano certo opporsi né nella curia né nell'assemblea: essi non
si sarebbero fermati di fronte ai loro fasci che rappresentavano un
potere del tutto inesistente. Appio allora, pensando che la sua
autorità avesse ormai i minuti contati, se non reagiva con audacia pari alla loro
violenza, disse: «Fareste bene ad aprire bocca soltanto sugli argomenti
sui quali vi consultiamo!» E siccome Valerio sosteneva di non poter essere
zittito da un privato cittadino, Appio ordinò a un littore di
mettersi al suo fianco. E mentre Valerio dal fondo della curia implorava l'aiuto dei
Quiriti, Lucio Cornelio andò a trattenere Appio e, fingendo di
intervenire a favore dell'altro, pose fine alla contesa. Così, grazie a
Cornelio, a Valerio fu concesso di trattare i temi che più gli stavano a
cuore; ma poiché non ebbe altra libertà che quella di parlare, i decemviri
ottennero ciò che si erano prefissati. Perfino gli ex-consoli e i senatori
più anziani, a causa dell'odio che continuavano a nutrire nei confronti
del potere dei tribuni - a loro detta rimpianto dalla plebe più del
potere consolare -, preferivano che col tempo i decemviri rinunciassero
volontariamente alla carica piuttosto che il risentimento nei loro confronti
portasse a una nuova insurrezione della plebe. Se il potere fosse tornato ai consoli
gradatamente e senza tumulti di piazza, essi, grazie allo scoppio di
qualche guerra o in virtù della moderazione dimostrata dai consoli
nell'esercizio delle proprie funzioni di comando, sarebbero riusciti a far
dimenticare alla plebe i tribuni. Viene bandita la leva senza opposizioni
da parte dei senatori. Siccome il decemvirato non ammetteva il diritto
d'appello, i giovani rispondono alla chiamata. Una volta arruolate le
legioni, i decemviri si consultano tra di loro per decidere chi debba andare in
guerra e a chi tocchi il comando delle truppe. Tra i decemviri
più autorevoli erano Quinto Fabio e Appio Claudio. Ma la guerra intestina dava
l'impressione di essere più preoccupante di quella col nemico. Il
carattere impetuoso di Appio sembrò loro più adatto a reprimere le
sommosse cittadine. L'indole di Fabio era invece più incostante nel bene
che solerte nel male. E Fabio - distintosi in passato tanto per meriti civili
quanto militari - era stato trasformato in maniera così profonda dalla
carica di decemviro e dai colleghi che adesso preferiva essere simile ad Appio
piuttosto che a se stesso. Gli venne affidata la campagna contro i
Sabini e come colleghi ebbe Manio Rabuleio e Quinto Petelio. Marco
Cornelio fu invece inviato sull'Algido insieme a Lucio Minucio, Tito Antonio,
Cesone Duilio e Marco Sergio. Ad Appio Claudio affidarono come aiutante
nella difesa di Roma Spurio Oppio, conferendo lo stesso potere a tutti i
decemviri. 42 Il paese, adesso che era in guerra,
non conobbe una gestione migliore di quella avuta in tempo di pace. La
sola colpa dei comandanti fu quella di essersi resi invisi agli occhi dei
cittadini. Il resto della responsabilità gravava quasi per
intero sulle spalle dei soldati i quali, volendo evitare che sotto la guida e
gli auspici dei decemviri qualunque iniziativa avesse esito favorevole, si
lasciavano sconfiggere di proposito, coprendo di ignominia se
stessi e i loro comandanti. Gli eserciti vennero così
sbaragliati sia dai Sabini a Ereto, sia dagli Equi sull'Algido. Da Ereto, fuggendo nel
silenzio della notte, si andarono ad
accampare nei pressi di Roma, in un punto leggermente rialzato a
metà strada tra Fidene e Crustumeria.
Incalzati dai nemici, non si avventuravano mai a combattere in campo
aperto, ma si facevano difendere dalla natura del luogo e dalla trincea,
non dal loro valore e dalle armi. Sul monte Algido il disonore fu ancora
più grande e più grave la sconfitta: perduto l'accampamento e
privati di tutto l'equipaggiamento, i soldati ripararono a Tuscolo, sperando
nel sostegno e nella sincera compassione degli ospiti che in
verità non vennero loro a mancare. A Roma erano arrivate notizie così
allarmanti che i patrizi, lasciando da parte l'odio verso i decemviri, ritennero
opportuno disporre delle sentinelle in città e ordinare che tutti gli
uomini in età di portare le armi andassero a proteggere le mura e costituissero
posti di guardia in prossimità delle porte. Quindi decisero che s'inviassero
rinforzi a Tuscolo, che i decemviri scendessero dalla cittadella
di Tuscolo e trattenessero i soldati nell'accampamento, che l'altro
campo fosse spostato da Fidene alla campagna sabina; il ritorno
all'offensiva avrebbe distolto il nemico dal proposito di assediare Roma. 43 Ai disastri dovuti al nemico, i
decemviri aggiunsero anche due orrendi crimini, sul campo di battaglia e in
patria. Nelle truppe opposte ai Sabini militava Lucio Siccio. Questi,
facendo leva sul risentimento nei confronti dei decemviri, si sarebbe
messo a solleticare la massa dei soldati arringandoli in segreto con
discorsi sulla necessità di eleggere dei tribuni e di ripetere la
secessione. Per questo i comandanti lo mandarono a cercare un luogo adatto
all'accampamento, dando disposizione agli uomini scelti per accompagnarlo
nella spedizione di eliminarlo non appena si fossero trovati in una zona
adatta. Ma Siccio non morì senza vendicarsi. Infatti, mentre cercava di
difendersi battendosi come poteva, sul campo rimasero accanto al suo i
cadaveri di alcuni dei sicari, perché, pur essendo stato circondato, era
fortissimo e lottava con un coraggio pari alla gagliardia fisica. Gli
scampati, al ritorno nell'accampamento, riferirono di esser caduti in
un'imboscata, sottolineando che Siccio era morto combattendo valorosamente e che
con lui erano caduti anche altri. Sulle prime si credette a questa
versione dei fatti. Quando in séguito, col permesso dei decemviri, gli uomini di
una coorte vennero inviati sul luogo dell'imboscata per seppellire i
cadaveri, notando che i corpi non presentavano tracce di spoliazione e
che quello di Siccio giaceva armato nel mezzo con tutti gli altri disposti
intorno e rivolti verso il suo, e vedendo che non c'erano cadaveri di
nemici né tracce della loro ritirata, ne riportarono indietro la salma,
affermando con assoluta certezza che era stato ucciso dai suoi stessi compagni.
L'indignazione pervase l'accampamento: e anche se tutti erano
dell'avviso che il corpo di Siccio dovesse essere immediatamente portato a
Roma, i decemviri si affrettarono a far celebrare un funerale militare a
spese dello Stato. Siccio venne sepolto nel cordoglio generale, e la
fama dei decemviri peggiorò agli occhi di tutti. 44 A questo orribile episodio ne
seguì in città un altro, nato dalla libidine. Le conseguenze non furono
tuttavia meno disastrose di quelle che, a causa dello stupro e del
suicidio di Lucrezia, avevano in passato portato alla cacciata dei Tarquini dal
trono e da Roma. Così non soltanto la fine dei decemviri e dei re fu
uguale, ma uguale fu anche la causa della perdita del potere. Appio Claudio
venne preso dalla smania di possedere una vergine plebea. Il padre
della ragazza, un uomo esemplare in pace e in guerra, comandava con onore
una centuria sull'Algido. Nello stesso modo era stata educata sua
moglie e la stessa educazione ricevevano i figli. Egli aveva promesso in sposa
la figlia all'ex-tribuno Lucio Icilio, un uomo risoluto e di provato
coraggio nelle lotte a favore della plebe. Appio, innamorato pazzo della
ragazza - ormai adulta e straordinariamente bella - tentò
di sedurla con proposte di denaro e con promesse. Ma, quando si rese conto che
il pudore della ragazza gli precludeva ogni via, decise di
ricorrere a una crudele e arrogante violenza. Diede disposizione a un suo
cliente di nome Marco Claudio di andare a reclamare la ragazza come sua
schiava e di non cedere di fronte a chi ne chiedesse la libertà
provvisoria, pensando che l'assenza del padre fosse una circostanza favorevole a quel
sopruso. Così, mentre la ragazza si stava recando nel foro - dove, nei
padiglioni, avevano sede le scuole - il mezzano della libidine del decemviro
le mise le mani addosso dicendo che era una schiava, figlia di una sua
schiava, e le ordinò di seguirlo: se avesse opposto resistenza l'avrebbe
trascinata via con la forza. La ragazza, sbigottita, rimase senza
parole, ma le urla della nutrice, che implorava a gran voce la protezione dei
Quiriti, fecero súbito accorrere molta gente. I nomi di Verginio, il
padre, e di Icilio, il fidanzato, erano sulla bocca di tutti. Per la
stima di cui essi godevano presero le parti della ragazza i conoscenti, per
l'indegnità dell'affronto la folla. La ragazza era ormai al sicuro dalla
violenza, quando colui che la reclamava protestò dicendo che
tutta quella gente non aveva alcun motivo di agitarsi: egli procedeva legalmente
e non con la forza. Quindi citò la
ragazza in giudizio. Siccome gli astanti che l'avevano aiutata le consigliarono di seguirlo, si
presentarono tutti di fronte al tribunale di Appio. Lì l'accusatore
inscenò una commedia ben nota al giudice - proprio lui ne aveva congegnato la trama -: la
ragazza, nata nella sua casa, era in séguito stata rapita e portata in
quella di Verginio, al quale era stata fatta passare per figlia sua.
Diceva di avere le prove e di essere in grado di dimostrarlo al giudice,
anche se fosse stato Verginio in persona, al quale toccava il danno
maggiore. Per il momento era giusto che la schiava seguisse il padrone. I
difensori della ragazza dissero che Verginio non era in città perché
serviva la repubblica: se fosse stato informato, tempo due giorni, si sarebbe
presentato. Siccome era ingiusto che si trovasse coinvolto in una
controversia legata ai figli proprio durante la sua assenza, chiesero ad
Appio di sospendere il giudizio fino al ritorno del padre, in maniera tale
che, in base alla legge fatta approvare proprio da lui, si garantisse
la libertà provvisoria alla ragazza, e non si permettesse
così che la reputazione di una giovane illibata potesse esser messa in
pericolo ancor prima che venisse emanato un giudizio circa la sua
libertà. 45 Appio prima di pronunziarsi
sottolineò quanto egli fosse favorevole alla libertà: lo dimostrava
proprio la legge invocata dagli amici di Verginio per sostenere la loro
richiesta. Tuttavia tale legge avrebbe continuato a essere una garanzia sicura
per la libertà, solo a patto che non subisse modifiche a seconda delle
situazioni e delle persone: infatti nei casi di rivendicazione della
libertà - visto che chiunque poteva intentare una simile azione legale - la
libertà provvisoria era un diritto garantito. Ma, nel caso di una donna
che si trovava sotto l'autorità paterna, allora la sola persona a
favore della quale il padrone doveva rinunciare al possesso era appunto il
padre. Di conseguenza sentenziò di farlo chiamare. Nel frattempo colui che
la rivendicava non avrebbe dovuto esser privato del diritto di portarsi a
casa la ragazza, promettendo però di farla comparire una volta che fosse
arrivata la persona che sosteneva di esserne il padre. Contro l'ingiustizia della decisione si
levò un mormorio di disapprovazione, senza però che
neppure uno osasse opporvisi apertamente. A questo punto arrivarono Publio
Numitorio, lo zio materno della ragazza, e il fidanzato Icilio. La folla fece
loro largo poiché pensava che Icilio, col suo intervento, potesse opporsi ad
Appio; un littore disse che ormai il verdetto era stato emesso e
allontanò con la forza Icilio che protestava a gran voce. Un affronto
tanto crudele avrebbe infiammato anche un temperamento mite. «Se vuoi
cacciarmi via di qua, o Appio, sperando di far passare sotto silenzio ciò
che non vuoi venga alla luce,» gridò Icilio, «dovrai ricorrere alle armi.
Questa ragazza diventerà mia moglie e per ciò io voglio che sia pura
il giorno delle nozze. Dunque chiama pure tutti i littori, anche quelli dei
colleghi, ordina che si tengano pronti con le verghe e con le scuri, ma stai
pur sicuro che la promessa sposa di Icilio non passerà la notte
fuori dalla casa di suo padre. Se siete riusciti a togliere alla plebe romana
il sostegno dei tribuni e il diritto di appello, due baluardi a difesa della
libertà, non per questo è stato concesso alla vostra lussuria pieno
potere sui nostri figli e sulle nostre mogli. Infierite pure sulle nostre
spalle e sulle nostre teste, ma almeno lasciate stare la castità delle
donne. Se invece cercherete di violarla con l'uso della forza, allora a difesa
della mia promessa sposa io invocherò l'aiuto dei Quiriti
qui presenti, Verginio, per proteggere la sua unica figlia, quello dei
commilitoni e tutti noi quello degli dèi e degli uomini, mentre tu non riuscirai a
eseguire questa sentenza senza versare il nostro sangue. Io ti chiedo,
Appio, di valutare con estrema attenzione la strada che hai intenzione
di percorrere. Verginio deciderà cosa fare per la figlia non appena
sarà qui. Ma di una cosa soltanto stai pur certo: se si piegherà alle
pretese di quest'uomo, dovrà cercare un altro marito per la figlia. Quanto a
me, nel rivendicare la libertà della mia promessa sposa, rinuncerò
prima alla vita che alla parola data.» 46 La folla era in fermento e sembrava
imminente uno scontro. I littori avevano circondato Icilio, pur senza spingersi
al di là delle minacce, benché Appio dicesse che lo scopo di Icilio
non era di difendere Verginia ma, da uomo turbolento e ribollente di spirito
tribunizio, di cercare un pretesto per suscitare disordini. Lui, quel
giorno, non gliene avrebbe comunque fornito l'occasione. Ma sapesse sin da
ora che il trattamento di favore veniva concesso non alla sua insolenza,
ma all'assenza di Verginio, al nome di padre e alla libertà.
Lui, Appio, quel giorno non avrebbe emanato un verdetto né anticipato alcuna
decisione; avrebbe chiesto a Marco Claudio di rinunciare al suo diritto e
di lasciare libera la ragazza fino al giorno seguente. Se poi l'indomani
il padre non si fosse presentato, rendeva noto a Icilio e a quelli come
lui che né il legislatore sarebbe venuto meno alla propria legge né la
fermezza sarebbe venuta meno al decemviro. Non avrebbe fatto ricorso ai
littori dei colleghi: per domare i responsabili dei disordini sarebbero
bastati i suoi. Dato che il sopruso era stato differito
e i difensori della ragazza se ne erano andati, si decise che prima di
tutto il fratello di Icilio e il figlio di Numitorio, due giovani
risoluti, si dirigessero in fretta verso la porta della città e poi
corressero all'accampamento a chiamare Verginio. La salvezza della ragazza era
legata al suo presentarsi il giorno seguente a vendicare il torto
subìto. Partiti al galoppo con questa missione da compiere, i due giovani
riferiscono il messaggio a Verginio. Siccome l'individuo che rivendicava la
ragazza insisteva perché Icilio ne richiedesse la libertà
provvisoria e desse dei garanti e Icilio rispondeva che stava occupandosi proprio di quello
- anche se a dir la verità faceva del suo meglio per prendere tempo, in
modo tale che i messaggeri inviati all'accampamento potessero guadagnare
del vantaggio - tra la folla si alzarono mani da ogni parte e tutti si
dichiararono pronti a farsi mallevadori per Icilio. Egli, in preda
alla commozione, disse: «Vi sono riconoscente: domani ci sarà
bisogno del vostro aiuto. Di garanti ora ne ho più che a sufficienza.»
Così, grazie alla malleveria dei congiunti, a Verginia venne garantita la
libertà provvisoria. Appio aspettò un poco, per non dare l'impressione di essersi
seduto solo per quella causa. Quindi, visto che non si presentava
più nessuno (la gente, avendo dimenticato tutto il resto, aveva ormai
un solo pensiero per la testa), se ne tornò a casa dove scrisse una
lettera ai colleghi che si trovavano nell'accampamento, pregandoli di non
concedere licenze a Verginio e di metterlo addirittura agli arresti. Ma
il suo piano malvagio venne - come giustamente meritava - messo in pratica
troppo tardi: Verginio aveva già ottenuto il permesso ed era partito
all'imbrunire, mentre la lettera che gli doveva impedire la partenza fu
consegnata inutilmente la mattina successiva. 47 A Roma stava albeggiando quando la
gente, in piedi in trepida attesa nel foro, vide arrivare insieme a una
folla di sostenitori Verginio vestito a lutto e con al braccio la
figlia - anche lei vestita senza la minima cura -, e accompagnati da alcune
matrone. Lì egli cominciò ad andare in giro in mezzo alla folla e a
sollecitare i singoli, non limitandosi a chiedere aiuto per
misericordia, ma esigendolo come cosa dovuta. Diceva di essere ogni giorno in
prima linea a difesa dei loro figli e delle loro mogli, e sosteneva
che di nessun altro soldato si potevano menzionare gesta più
coraggiose e audaci compiute in guerra. A cosa giovava se, in una città
incolume, i suoi figli dovevano subire gli estremi mali che si temono in una
città conquistata? Si aggirava tra la gente dicendo queste cose come se fosse
stato nel pieno di un'arringa. Appelli del tutto simili venivano
lanciati da Icilio. Ma il pianto silenzioso delle donne che li
accompagnavano commuoveva più di qualsiasi discorso. Di fronte a tutte queste
manifestazioni, Appio, con un pensiero fisso - tanta era la forza della
follia, non dell'amore, che gli aveva sconvolto la mente -, salì sul
banco del tribunale. E mentre colui che rivendicava la ragazza si stava
brevemente lamentando perché il giorno precedente non gli era stata resa
giustizia per brighe illegali, prima ancora che avesse completato la
richiesta o Verginio avesse avuto l'opportunità di ribattere,
Appio lo interruppe. Forse qualche versione tramandata dagli antichi autori del
discorso che egli premise alla sentenza risponde al vero. Ma dato che,
per l'enormità della sentenza, non mi è stato possibile trovarne
una che fosse plausibile, mi sembra opportuno riferire i nudi fatti
riconosciuti da tutti; cioè che Appio accordò la schiavitù
provvisoria. Dapprima lo stupore destato da una simile atrocità paralizzò
tutti e per qualche minuto fu il silenzio generale. Poi, quando Marco Claudio,
che si era fatto largo tra le matrone per afferrare la ragazza, venne accolto
dal coro di singhiozzi e di lacrime delle donne, Verginio, minacciando
Appio con il pugno chiuso, gridò: «Mia figlia, Appio, l'ho
promessa a Icilio e non a te, e l'ho allevata per le nozze, non per lo
stupro. A te piace fare come le bestie e gli animali selvatici che si accoppiano
a caso? Se questa gente lo permetterà, non lo so: ma spero
che non lo permetteranno quelli che possiedono le armi!» Quando l'individuo che reclamava la
ragazza venne respinto dal gruppo di donne e di conoscenti che le stavano
attorno, un araldo ordinò di fare silenzio. 48 Il decemviro allora, pazzo
di libidine, dicendo di non basarsi soltanto sugli schiamazzi di
Icilio del giorno prima e sulla violenza di Verginio (di cui era stato
testimone il popolo romano), ma avvalendosi anche di certe informazioni
avute, affermò di sapere per certo che durante tutta la notte si erano
tenute in città delle riunioni con l'intento di organizzare una rivolta.
Essendo quindi al corrente di quel progetto bellicoso, era sceso nel foro
accompagnato da una scorta armata, certo non per usare violenza ai
cittadini pacifici, ma, conformandosi alle attribuzioni della sua carica, per
schiacciare chi turbava la quiete pubblica. «Da questo momento in poi,
sarà meglio non agitarsi troppo. Vai, littore,» gridò quindi,
«allontana la folla e lascia libero il passaggio al padrone perché possa prendere la sua
schiava!» Dopo che Appio ebbe rabbiosamente tuonato queste parole, la
folla si disperse spontaneamente, e la ragazza rimase sola, preda
dell'ingiustizia. Allora Verginio, rendendosi conto di non poter
più contare su alcun sostegno, disse: «Innanzitutto, Appio, ti prego di
perdonare il dolore di un padre se poco fa ho inveito contro di te con molta
durezza. In secondo luogo permettimi di domandare alla nutrice, qui in
presenza della ragazza, come stanno le cose, cosicché se mi si è dato
del padre e non era vero, almeno io possa andarmene con l'animo un po' più
sollevato.» Ottenuto il permesso, prese con sé figlia e nutrice e le
portò presso il tempio di Venere Cloacina, vicino alle botteghe che adesso si
chiamano Nuove. Lì, dopo aver afferrato un coltello da macellaio, disse:
«Così, figlia mia, io rivendico la tua libertà nell'unico modo a mia
disposizione!» Detto questo, trafisse il petto della ragazza e quindi,
rivolgendo lo sguardo al tribunale, gridò: «Con questo sangue, Appio, io consegno
te e la tua testa alla vendetta degli dèi!» L'urlo che
seguì questo atroce episodio attirò l'attenzione di Appio il quale ordinò l'arresto
di Verginio. Questi però, facendosi largo col ferro dovunque passava e con la
protezione della folla che gli faceva da scorta, riuscì a raggiungere
la porta della città. Icilio e Numitorio sollevarono il corpo esanime della
ragazza e lo mostrarono al popolo, lamentando la scelleratezza di Appio,
la bellezza funesta di Verginia e la necessità che aveva portato il padre
a un simile gesto. Dietro di loro le urla disperate delle matrone che in
lacrime si domandavano se fossero quelle le condizioni nelle quali i
bambini venivano messi al mondo e se fosse quello il premio della
castità. E insieme a queste aggiungevano altre parole che il dolore infonde
nelle donne in simili frangenti, un dolore tanto più degno di
compassione quanto più emerge triste da un animo debole. Gli uomini, invece, e soprattutto
Icilio, si richiamavano all'autorità tribunizia, al
diritto d'appello al popolo, soppresso a forza, alle manifestazioni di sdegno
pubblico. 49 L'agitazione della folla era dovuta
in parte all'atrocità del delitto e in parte alla speranza di sfruttare
l'occasione per riconquistare la libertà. Appio in un primo tempo
ordina di far chiamare Icilio, poi, visto che questi si opponeva alla
convocazione, ingiunge di arrestarlo. Ma alla fine, siccome i suoi subalterni non
potevano passare, si slancia egli stesso in mezzo alla folla alla testa
di una schiera di giovani patrizi, e ordina di condurlo in prigione. In quel
frangente Icilio aveva dalla sua parte non solo il popolo, ma anche i
suoi capi: Lucio Valerio e Marco Orazio, i quali respinsero il littore
sostenendo che se Appio agiva nel rispetto della legge, essi proteggevano
Icilio dalle pretese di un privato. Se si ricorreva alla forza,
anche in quel caso non sarebbero stati da meno. Queste parole fecero
scoppiare una rissa tremenda. Il littore del decemviro si avventa su
Valerio e Orazio, ma la gente fracassa i fasci. Appio allora sale sulla
tribuna seguito da Valerio e Orazio. La folla ascolta questi ultimi, ma
disturba le parole del decemviro. E Valerio, come se fosse investito del
potere, stava ordinando ai littori di allontanarsi da un privato cittadino,
quando Appio, in preda al panico e temendo per la sua vita, si
coprì la testa e, senza farsi notare dagli avversari, andò a rifugiarsi in
una casa vicina al foro. Spurio Oppio, per dare aiuto al collega, irruppe nel foro
dalla parte opposta, ma si rese conto che l'autorità dei
decemviri stava soccombendo davanti alla violenza. Considerati poi i molti
suggerimenti che gli venivano da ogni parte e non sapendo a quale affidarsi,
finì con l'ordinare la convocazione del senato. Questa decisione - giacché
l'operato dei decemviri sembrava non incontrare il favore di buona parte
dei senatori - contribuì a placare la folla, facendo balenare la speranza
che i senatori ponessero fine a quella magistratura. Il senato ritenne
opportuno non esasperare la plebe ed evitare che il rientro di Verginio
provocasse disordini all'interno delle truppe. 50 Per questo motivo,
vennero inviati all'accampamento, situato in quel momento sul monte
Vecilio, alcuni giovani senatori, che avvertirono i decemviri di impedire a
tutti i costi ai soldati di sollevarsi. Ma lì Verginio fece scoppiare
disordini ben più gravi di quelli che aveva lasciato a Roma. Non solo era stato
visto arrivare con una scorta di 400 uomini che, indignati per
l'ingiustizia, si erano offerti di andare con lui, ma con il coltello ancora in mano
e gli schizzi di sangue sul corpo, e questo aveva attirato l'attenzione
dell'intero accampamento. E poi, la vista di toghe un po' in tutti i punti
del campo aveva fatto apparire il numero di civili lì presenti
molto più alto di quanto realmente non fosse. A chi gli domandava cosa fosse
accaduto, Verginio per lungo tempo non riuscì a rispondere, soffocato
com'era dal pianto. Ma alla fine, quando cessò lo scompiglio della folla
che a poco a poco si era venuta radunando e ci fu silenzio, Verginio
raccontò l'accaduto secondo l'ordine dei fatti. Poi, alzando le mani al cielo come se
stesse pregando, e rivolgendosi ai commilitoni, li supplicò di non
attribuire a lui il crimine, ma a Appio Claudio, e di non respingerlo alla
stregua di chi aveva ammazzato i propri figli. La vita della figlia gli sarebbe
stata più a cuore della sua, se la ragazza avesse avuto la
possibilità di vivere libera e pura. Ma quando se l'era vista portar via come una schiava
destinata allo stupro, pensando che fosse meglio esser privati dei
figli dalla morte piuttosto che dall'oltraggio, la compassione lo aveva
portato a commettere un atto in apparenza crudele. Non sarebbe
però sopravvissuto alla figlia, se non avesse sperato di poterne vendicare la
morte con l'aiuto dei commilitoni. Anche loro avevano figlie, sorelle e
mogli: la libidine di Appio non si era certo spenta insieme con sua
figlia, ma sarebbe divenuta più sfrenata se non fosse stato punito. La disgrazia
toccata a un altro avvertiva ognuno di loro che stesse in guardia da
un simile sopruso. Quanto poi a lui, la moglie gliel'aveva portata via
il destino, mentre la figlia, visto che non avrebbe più potuto
vivere conservando la castità, era andata incontro alla morte triste, ma onorata.
Nella sua casa non c'era più posto per la libidine di Appio: da altre
violenze di costui, avrebbe difeso la propria persona con lo stesso animo con
cui aveva difeso la figlia. Che gli altri provvedessero quindi a se
stessi e ai propri figli. Mentre Verginio urlava queste cose, la
folla gridava che non avrebbe dimenticato il suo dolore, né mancato
di difendere la propria libertà. E i civili, mescolati alla massa dei
soldati, ripetevano le stesse cose, insistendo su quanto più indegni
sarebbero loro parsi i fatti se, invece di sentirseli raccontare, li avessero
visti coi propri occhi, e dicendo che a Roma i decemviri avevano ormai le
ore contate. Ma nel frattempo l'arrivo di altri civili con la notizia
che Appio aveva quasi perso la vita ed era andato in esilio indusse
gli uomini a gridare «Alle armi», a prendere le insegne e a partire alla
volta di Roma. I decemviri allora, turbati non solo da quello che avevano
sotto gli occhi ma anche da quanto si riferiva fosse successo a Roma,
cominciarono a girare per il campo - uno da una parte e uno dall'altra - nel
tentativo di sedare i disordini appena scoppiati. A quelli di loro che
agivano con cautela non si rispondeva. Se però qualcuno si
azzardava a fare ricorso all'autorità, gli rispondevano che loro erano uomini e
che erano armati. Marciano quindi i soldati inquadrati alla volta di Roma e
prendono possesso dell'Aventino, esortando ogni plebeo che incontravano
a riconquistare la libertà e a rieleggere i tribuni della plebe. Non
si udì in giro nessun'altra proposta violenta. Spurio Oppio convoca il
senato. Si decide di non usare alcun rigore, dato che i responsabili della
sommossa erano proprio loro. Tre ex-consoli - Spurio Tarpeio, Gaio
Giulio e Publio Sulpicio - vengono inviati a chiedere a nome del senato
per ordine di chi avessero lasciato l'accampamento, e che cosa si
prefiggessero occupando l'Aventino con le armi e abbandonando la guerra contro il
nemico per catturare la propria patria. Le risposte non mancavano di
certo: quel che mancava era chi avesse il cómpito di darle, visto che
non esisteva ancora un capo vero e proprio e i singoli non osavano esporsi
a possibili rappresaglie. Ma dalla folla si alzò un grido unanime:
che fossero mandati Marco Orazio e Lucio Valerio; a loro avrebbero dato le loro
risposte. 51 Congedati i tre inviati, Verginio fa
notare ai soldati che, pur essendosi trattato di una questione di
importanza non grandissima, poco prima c'era stata una gran confusione
perché la moltitudine non aveva ancora un capo. Anche se poi la
risposta data era stata soddisfacente, ciononostante si era trattato di un
fortuito consenso più che di una decisione comune. La sua idea era
quella di eleggere dieci uomini da porre ai vertici del comando e da insignire
del grado militare di tribuni dei soldati. Siccome il primo cui si voleva
conferire questa carica era proprio Verginio, egli disse: «Questi
segni di apprezzamento nei miei confronti riservateli a tempi migliori
per me e per voi. Quanto a me, non c'è titolo che possa rendermi
felice fino al giorno in cui la morte di mia figlia non sarà vendicata. Né
può risultare di grande utilità che in questo momento di crisi per il paese vi
guidino degli individui inevitabilmente destinati a essere
impopolari. Se posso essere in qualche modo utile alla causa comune, non lo
sarò certo di meno come privato cittadino.» Così nominano dieci
tribuni militari. Ma neppure in terra sabina l'esercito
romano rimase inerte. Anche lì, su istigazione di Icilio e Numitorio,
scoppiò una rivolta contro i decemviri: infiammò gli animi il ricordo
dell'assassinio di Siccio, inasprito dalla recente notizia della ragazza
così vergognosamente disonorata per soddisfare la libidine. Quando Icilio
venne a sapere che sull'Aventino avevano nominato dei tribuni militari,
per evitare che le assemblee cittadine si allineassero alle scelte
di quelle militari, eleggendo tribuni della plebe gli stessi uomini,
essendo esperto di questioni legate al popolo e aspirando egli stesso a
quella carica, fece in modo che prima di marciare alla volta di Roma i suoi
ne eleggessero un ugual numero e con uguale potere. Entrati in città
dalla porta Collina con le insegne, raggiunsero l'Aventino attraversando
incolonnati il centro della città. Dopo essersi lì ricongiunti con
l'altro esercito, affidarono ai venti tribuni militari il cómpito di
nominarne due all'interno di loro, ai quali poi delegare il potere assoluto. La
scelta cadde su Marco Oppio e Sesto Manilio. I senatori, in allarme per la
situazione generale, tenevano ogni giorno una seduta, ma molto spesso si
perdevano in battibecchi invece di deliberare. Ai decemviri rinfacciavano
l'uccisione di Siccio, la libidine di Appio e le disonorevoli azioni
militari. Si decideva di inviare Valerio e Orazio sull'Aventino, ma essi si
rifiutavano, se i decemviri non abbandonavano le insegne di quella
magistratura dalla quale erano decaduti già nel corso dell'anno
precedente. I decemviri, lamentandosi di venir sottoposti a una vera degradazione,
decidevano che non avrebbero rinunciato al potere prima
dell'approvazione di quelle leggi per redigere le quali erano stati eletti. 52 Informata da Marco Duillio, un
ex-tribuno della plebe, che dagli interminabili battibecchi non veniva
fuori nulla, la plebe si spostò dall'Aventino sul monte Sacro; lo
stesso Duillio affermava che i patrizi non si sarebbero preoccupati fino a quando
non avessero visto la città abbandonata. Il monte Sacro avrebbe
ricordato loro quanto incrollabile fosse la volontà della plebe, e
si sarebbero finalmente resi conto che il ritorno alla concordia civile non era
possibile se non si ristabiliva l'autorità dei tribuni. Partiti
lungo la via Nomentana, che allora si chiamava Ficulense, si accamparono sul
monte Sacro e, imitando la moderazione dei loro antenati,
evitarono ogni devastazione. All'esercito tenne dietro la plebe, e nessuno tra
quelli cui l'età lo permetteva si rifiutò di andare. Li
accompagnarono sino alle porte anche i figli e le mogli, che, tra i lamenti, chiedevano a
chi avessero lasciato il cómpito di difenderli in una città dove
ormai neppure la libertà e la castità erano sacre. A Roma lo spopolamento aveva reso la
città una desolazione e nel foro si vedeva solo qualche vecchio. Quando,
nel corso di una seduta del senato, il foro apparve ancora più
deserto ai senatori, furono in molti - oltre a Orazio e Valerio - a esprimere il
proprio malcontento. «Che cosa state aspettando, padri coscritti? Se i
decemviri persistono nella loro ostinazione, intendete tollerare che
tutto si deteriori e vada in rovina? E che cos'è mai, decemviri,
questo potere a cui vi aggrappate tanto? Volete dettar legge a tetti e muri? Non
vi vergognate vedendo che nel foro i vostri littori sono più numerosi
degli altri cittadini? Cosa fareste se il nemico attaccasse la città?
Oppure se tra breve la plebe ci assalisse armi alla mano, rendendosi conto che
anche con la secessione non riesce a ottenere gran che? Volete che il vostro
potere finisca col crollo della città? Eppure bisogna, o non
avere la plebe, o accettare i tribuni della plebe. Verranno meno prima a noi i
magistrati patrizi che a loro quelli plebei. Quando riuscirono a strapparlo
con la forza ai nostri padri, il tribunato era un potere nuovo e non
ancora sperimentato. Ma ora, dopo averne assaporato una volta il fascino,
sarà ancora più difficile per loro non desiderarlo, tanto più che
noi non moderiamo il nostro potere, in modo
che i plebei sentano meno la necessità di un aiuto.» Dato che
queste cose venivano ripetute da ogni parte, i
decemviri, sopraffatti dalla volontà comune, affermarono che, se quella era
giudicata la soluzione migliore, essi si sarebbero assoggettati
all'autorità dei senatori. Questa soltanto fu la loro richiesta e la loro
raccomandazione: essere protetti dal risentimento popolare, perché con il
loro sangue la plebe non si abituasse a punire i senatori.
53 A Valerio e a Orazio venne allora affidato il cómpito di riportare
in città la plebe alle condizioni
che fossero loro parse più opportune, nonché quello di rimettere a posto le
cose e di proteggere i decemviri dalla rabbia e dalla violenza della
gente. Partiti alla volta dell'accampamento, sono accolti dalla
plebe con grandi manifestazioni di gioia, come liberatori, sia per aver
dato inizio alla rivolta, sia per l'esito della stessa. Per questi
motivi, non appena misero piede nel campo, furono ringraziati. Icilio prese
la parola a nome di tutti. Quando poi si passò a discutere delle
condizioni fissate e gli inviati domandarono quali fossero le richieste
della plebe, Icilio stesso, attenendosi a quanto stabilito di
comune accordo prima dell'arrivo dei legati, pose i termini della questione
in maniera tale da far risultare con evidenza che le speranze dei plebei
erano riposte molto più sull'equità delle proposte che
non sul ricorso alle armi. Chiedevano fosse ripristinato il potere dei tribuni e il
diritto d'appello - cose queste che erano state il sostegno della plebe
prima dell'elezione dei decemviri. E inoltre che a nessuno recasse danno
l'aver incitato i soldati o la plebe a riconquistarsi, con la secessione, la
libertà. Una sola richiesta fu durissima: quella riguardante la pena
da infliggere ai decemviri. I plebei ritenevano infatti giusto che i
decemviri venissero loro consegnati e minacciavano di bruciarli vivi. I
legati allora risposero: «Le vostre richieste - dettate certo dal giudizio
- sono così ragionevoli che avrebbero dovuto già trovare
soddisfazione. Perché con queste richieste voi esigete delle garanzie di
libertà e non l'autorizzazione arbitraria ad assalire gli altri. La vostra rabbia
deve essere più scusata che assecondata: per l'odio della
crudeltà precipitate nella crudeltà, e ancor prima di essere liberi voi stessi
volete già tiranneggiare sugli avversari. Ma per la nostra
città verrà mai il giorno in cui cesseranno le condanne inflitte dai patrizi alla
plebe o dalla plebe ai patrizi? Più che una spada a voi serve uno scudo.
È già abbastanza, o fin troppo, abbassato chi vive in una città dove tutti
hanno gli stessi diritti, senza subire e senza infliggere ingiustizie. E anche
se un giorno arriverete a farvi temere, quando, dopo aver recuperato le
vostre magistrature e le vostre leggi, avrete l'autorità di
giudicare le nostre persone e i nostri beni, allora emetterete i vostri giudizi
valutando caso per caso. Ora è sufficiente riconquistare la
libertà.» 54 Siccome venne loro concesso di agire come ritenevano più
opportuno, i legati dichiararono che sarebbero ritornati dopo aver concluso l'accordo.
Quindi partirono ed esposero ai senatori le richieste della plebe. Gli
altri decemviri, quando si resero conto che, al di là di ogni
speranza, non si accennava minimamente a punizioni nei loro confronti, non
fecero alcuna obiezione; ma Appio, che era violento di natura e sapeva di
essere particolarmente impopolare, misurando l'odio degli altri verso di
lui dall'odio che egli nutriva nei loro riguardi, disse: «Non sono certo
ignaro della sorte che mi attende. Mi rendo però conto che
l'attacco contro di noi sarà ritardato fino al momento in cui le armi verranno
consegnate ai nostri avversari. L'odio vuole il suo sangue. Tuttavia non
esiterò neppure io a rinunciare al decemvirato.» Il senato approvò
quindi un decreto in base al quale i decemviri avrebbero dovuto dimettersi
al più presto, al pontefice massimo Quinto Furio sarebbe toccato il cómpito
di nominare i tribuni della plebe e nessuno avrebbe dovuto subire delle
conseguenze a séguito della secessione delle truppe e della plebe. Approvati questi decreti e sciolta la
seduta, i decemviri si presentano di fronte all'assemblea popolare e
rinunciano alla propria magistratura fra il tripudio generale. La notizia
è riferita alla plebe. Tutti quelli che erano rimasti in città
accompagnano gli inviati. A questa folla andò incontro un'altra folla festante che
veniva dall'accampamento. Si congratularono reciprocamente per il
ritorno del paese alla libertà e alla concordia. Gli inviati di fronte
all'assemblea dissero: «Perché il bene, la buona sorte e la felicità
possano di nuovo essere con voi e la repubblica, tornate in patria, alle
vostre case, dalle mogli e dai figli! Ma visto che vi siete comportati con
moderazione qui, dove nessuna proprietà è stata violata
nonostante che molte fossero le cose necessarie a un così elevato numero di
persone, ebbene, portate la stessa moderazione in città. Tornate sull'Aventino
da dove siete venuti. In quel fausto luogo, da dove avete mosso i primi
passi verso la libertà, potrete nominare dei tribuni della plebe. Per
tenere i comizi avrete a disposizione il pontefice massimo.»
Grande fu il consenso, unanime l'entusiasmo. Levano le insegne e
partono alla volta di Roma, facendo a gara in manifestazioni di allegria con
la gente che incontrano. Armati attraversano la città e in
silenzio raggiungono l'Aventino. Qui, durante i comizi sùbito tenuti dal
pontefice massimo, elessero i tribuni. Il primo degli eletti fu Lucio Verginio, al
quale fecero poi séguito Lucio Icilio e Publio Numitorio, zio materno di
Verginia, cioè i due artefici della secessione. Quindi Gaio Sicinio,
discendente di quel Sicinio che, stando alla tradizione, sarebbe stato il primo
a essere eletto tribuno della plebe sul monte Sacro, e Marco Duillio,
figura di spicco come tribuno prima dell'avvento dei decemviri e che
non aveva mai abbandonato la plebe negli scontri coi decemviri stessi.
Infine, non per i meriti ma per quello che si sperava da loro, vennero eletti
Marco Titinio, Marco Pomponio, Gaio Apronio, Appio Villio e Gaio Oppio.
Entrato in carica, Icilio propose e fece approvare alla plebe che a nessuno
fosse imputata come colpa la secessione contro i decemviri. Súbito
dopo Marco Duillio presentò una proposta di legge che prevedeva
l'elezione di consoli il cui potere fosse limitato dal diritto d'appello. Tutto
questo venne portato a termine dall'assemblea della plebe tenutasi nei
prati Flamini, prati che oggi si chiamano Circo Flaminio. 55 Poi, tramite l'interré, vennero
eletti consoli Lucio Valerio e Marco Orazio che entrarono immediatamente in
carica. Il loro consolato, di orientamento popolare, non fece alcuna
ingiustizia nei riguardi dei patrizi, tuttavia provocò il
loro malcontento. Infatti, qualunque cosa si facesse per la libertà della
plebe, essi credevano che diminuisse il loro potere. Prima di tutto, poiché era
controverso giuridicamente se i senatori dovessero attenersi ai decreti
della plebe, i consoli presentarono nei comizi centuriati una
legge in base alla quale ciò che la plebe aveva approvato nei comizi
tributi vincolava tutta la popolazione. Questa legge diede alle richieste dei
tribuni un'arma assai temibile. Quanto poi all'altra legge - quella
cioè relativa al diritto d'appello, unica garanzia di libertà
abolita dai decemviri -, non solo fu ripristinata, ma resa più
efficace per il futuro con una nuova legge in base alla quale non sarebbe stato
più possibile nominare i magistrati non soggetti al diritto d'appello. Chiunque
avesse violato tale disposizione, avrebbe potuto essere ucciso secondo le
leggi umane e divine, e per quel crimine non vi sarebbe stata la pena di
morte. Dopo aver fornito alla plebe sufficienti garanzie sia col
diritto d'appello sia con l'aiuto dei tribuni, i consoli, nell'interesse dei
tribuni stessi, ristabilirono il principio della loro
inviolabilità, cosa di cui ormai si era persa memoria, riattivando le cerimonie
rituali abbandonate da lungo tempo: li resero infatti inviolabili non solo sul
piano religioso ma anche con una legge, in base alla quale coloro che
avessero recato danno ai tribuni della plebe, agli edili, e ai giudici
decemviri sarebbero stati maledetti e affidati alla vendetta di Giove e i
loro beni sarebbero stati venduti al tempio di Cerere, Libero e Libera. Oggi i giuristi sostengono che in base
a questa legge nessuno era veramente sacro e inviolabile, ma che
essa semplicemente sanciva la maledizione per chi avesse oltraggiato
una delle predette autorità. Un edile poteva essere arrestato e
imprigionato da magistrati di rango superiore. Questa procedura, pur
essendo illegittima (infatti danneggiava chi, in base a detta legge, non era
lecito danneggiare), tuttavia costituisce la prova che un edile non
era sacro e inviolabile. Invece i tribuni lo erano, in base all'antico
giuramento fatto dalla plebe quando per la prima volta creò quella
magistratura. Ma ci fu pure chi argomentò che per la stessa legge Orazia anche
consoli e pretori godevano della medesima protezione, visto che questi
ultimi venivano eletti con gli stessi auspici consultati per la nomina
dei consoli. E infatti un tempo i consoli erano chiamati giudici. Tale
tesi è però confutata dal fatto che in quel periodo non c'era ancora
l'abitudine di chiamare giudice il console, bensì pretore. Furono queste le leggi proposte dai
consoli, i quali stabilirono anche che i decreti del senato venissero affidati
agli edili della plebe nel tempio di Cerere, mentre in passato venivano
occultati o falsificati secondo l'arbitrio dei consoli. In séguito il
tribuno della plebe Marco Duillio propose alla plebe, e la plebe lo
approvò, un provvedimento in base al quale chi avesse lasciato la plebe
senza tribuni o avesse eletto dei magistrati il cui potere non fosse
limitato dal diritto d'appello veniva condannato alla fustigazione o alla
decapitazione. Tutte queste misure, pur non avendo ottenuto il consenso dei
patrizi, vennero comunque approvate senza incontrare opposizione
da parte loro, perché fino a quel momento non si infieriva ancora contro
nessuno in particolare. 56 In séguito, consolidata
l'autorità tribunizia e la libertà della plebe, i tribuni, pensando che ormai fosse
arrivato il tempo di procedere contro i singoli senza correre eccessivi
rischi, scelsero Verginio come primo accusatore e Appio come primo imputato.
Verginio citò quindi Appio in giudizio. E quando Appio si
presentò nel foro scortato da una schiera di giovani aristocratici, appena la gente
se lo trovò davanti agli occhi insieme alle sue guardie del corpo, si
rinnovò súbito nella memoria di tutti il ricordo di quell'infame
potere. Allora Verginio disse: «L'oratoria è stata inventata
per le cause incerte: perciò, né io starò a perdere tempo sciorinandovi le accuse a
carico di un uomo dalla cui crudeltà vi siete liberati da
soli con le armi, né permetterò che costui aggiunga agli altri suoi crimini
l'impudenza di difendersi. Dunque ti faccio grazia, Appio Claudio, di tutte
le turpi ed empie nefandezze che, una dopo l'altra, hai osato compiere
nel corso di due anni. Ma per una sola di esse io ordinerò di
metterti in prigione, se non sceglierai un giudice e gli dimostrerai di aver a
buon diritto negata la libertà provvisoria a una libera cittadina
rivendicata come schiava.» Appio non riponeva alcuna speranza né nell'aiuto
dei tribuni, né nel verdetto del popolo. Ciononostante si appellò
ai tribuni e, quando una guardia lo afferrò, senza che nessuno si
opponesse, Appio disse: «Mi appello al popolo.» Quella parola, che da sola
garantisce la libertà, uscita dalla bocca da cui poco tempo prima era stata
pronunciata una sentenza contro la libertà, provocò un
grande silenzio. Dentro di sé ciascuno mormorava che alla fin fine gli dèi esistevano
e non trascuravano i casi umani; che, anche se in ritardo, tuttavia pene non
lievi colpivano l'arroganza e la crudeltà; che si appellava colui
che l'appello aveva abolito; che invocava il popolo colui che aveva privato il
popolo di ogni diritto; che era incarcerato e privato della
libertà colui che aveva condannato alla schiavitù una persona libera.
Tra il mormorio dell'assemblea si udì la voce dello stesso Appio implorare la
protezione del popolo romano. Ricordava i servigi resi alla patria
dai suoi antenati in pace e in guerra, la sua sfortunata opera a
favore della plebe romana, in conseguenza della quale, per rendere le
leggi uguali per tutti, aveva rinunciato al consolato con grande
rammarico dei patrizi, e infine le sue leggi, che erano ancora in vigore
mentre si conduceva in carcere chi le aveva proposte. Quanto poi al bene e al
male commessi, Appio disse che li avrebbe presi in esame quando gli fosse
stata concessa l'opportunità di perorare la propria causa. Per il
momento, in qualità di cittadino romano, secondo il comune diritto di
cittadinanza, Appio chiese che, fissata la data, gli fosse permesso di parlare in
propria difesa per poi affrontare
il giudizio del popolo romano. Non temeva l'odio nei suoi confronti
tanto da non riporre più alcuna
speranza nell'equità e nella compassione dei suoi concittadini. Se invece fosse
finito in carcere senza che gli fosse accordato di difendersi, allora si
sarebbe di nuovo appellato ai tribuni della plebe, avvertendoli di non
imitare quelli che essi avevano detestato. Se poi i tribuni si dicevano
obbligati a negargli l'appello in base all'accordo che essi rimproveravano
ai decemviri di aver preso in segreto, allora si sarebbe appellato al
popolo, chiamando in causa le leggi sul diritto d'appello proposte
quello stesso anno sia dai consoli che dai tribuni. Chi infatti poteva
ricorrere in appello, se questo diritto non era concesso a un cittadino
che non era ancora stato giudicato e del quale non si era sentita la
difesa? Quale plebeo, quale modesto cittadino avrebbe potuto trovare
sostegno nelle leggi, se esse non lo garantivano ad Appio Claudio? Il suo
caso avrebbe stabilito se con le nuove leggi si era consolidata la
tirannide oppure la libertà, e se il diritto d'appello al popolo e il
ricorso contro le ingiustizie dei magistrati erano veramente concessi o
erano chiacchiere senza fondamento. 57 Ma Verginio replicò che Appio
Claudio era l'unico uomo a trovarsi al di là della legge e a non avere
alcun rapporto col consorzio umano e civile. Invitò poi la gente a rivolgere
lo sguardo al tribunale, ricettacolo di ogni crimine: lì quel decemviro
a vita, acerrimo nemico dei cittadini e dei loro beni, delle loro persone e del
loro sangue, che minacciava tutti con verghe e scuri, senza portare alcun
rispetto a dèi e uomini. Circondato com'era non di littori ma di
carnefici, aveva ormai spostato i suoi interessi dalle razzie e dagli
assassini alla libidine: così, di fronte agli occhi di tutto il popolo
romano, aveva strappato dalle braccia
del padre una ragazza di condizione libera e, trattandola alla stregua
di una prigioniera di guerra, l'aveva data
in dono a un cliente che in casa sua gli faceva da cameriere. Sui banchi
di quel tribunale Appio, con una sentenza disumana e un'assegnazione
nefanda, aveva armato la mano destra di un padre contro la figlia. Sempre in
quel tribunale, mentre il fidanzato e lo zio sollevavano da terra
il corpo esanime della giovane, aveva ordinato che fossero imprigionati,
infuriato più per l'impedimento dello stupro che per l'uccisione della
ragazza. Anche per Appio era stato costruito quel carcere che lui amava
definire residenza del popolo romano. Perciò, anche se avesse
continuato ad appellarsi all'infinito, all'infinito Verginio gli avrebbe
intimato di presentarsi di fronte a un giudice per dimostrare di non aver
pronunciato una sentenza di schiavitù provvisoria nei riguardi di una libera
cittadina. Se poi Appio non fosse comparso di fronte al giudice, allora
avrebbe dato ordine di portarlo in prigione come se fosse stato
condannato. Fu condotto in carcere; anche se nessuno si alzò per esprimere
disapprovazione, ciononostante grande fu il disagio, perché la punizione di una
personalità così importante faceva sembrare alla plebe eccessiva la sua
stessa libertà. Il tribuno aggiornò la causa. Nel frattempo Latini ed Ernici
inviarono a Roma ambasciatori per congratularsi dell'accordo tra patrizi
e plebei e per questo accordo portarono in dono a Giove Ottimo
Massimo sul Campidoglio una corona d'oro non molto pesante perché non c'erano
allora molte ricchezze e le cerimonie religiose erano celebrate più
con la devozione che con la sontuosità. Da questa stessa delegazione si venne a
sapere che Equi e Volsci si stavano preparando alla guerra con grande
impegno. Perciò ai consoli fu ordinato di spartirsi gli incarichi: a Orazio
toccarono i Sabini, a Valerio gli Equi. Quando bandirono la leva in
previsione di quei conflitti, fu tanto il favore della plebe che, non solo i
più giovani, ma anche una grande quantità di volontari tra i
militari in congedo si misero a disposizione dando i propri nomi ai consoli, in modo
tale che l'esercito, grazie all'immissione dei veterani, si
rinforzò sia per il numero, sia per la qualità dei soldati. Prima che
l'esercito lasciasse la città, furono esposte in pubblico, incise sul bronzo,
le leggi nate per volontà dei decemviri, conosciute come Leggi delle
XII Tavole. Alcuni autori scrivono che quell'incarico sarebbe toccato agli
edili su ordine dei tribuni. 58 Gaio Claudio, aborrendo i crimini
dei decemviri e particolarmente ostile all'arroganza del nipote, si era
ritirato a Regillo, luogo d'origine della sua famiglia. Pur
essendo ormai avanti negli anni, era tornato a Roma per tentare di salvare
proprio l'uomo i cui vizi lo avevano indotto a fuggire. Accompagnato da
familiari e clienti, andando in giro per il foro vestito a lutto, fermava
uno per uno i cittadini e li supplicava di non permettere che alla
famiglia Claudia toccasse il marchio infamante di aver meritato l'arresto e
la detenzione. Un uomo la cui immagine sarebbe stata fatta oggetto
dei più alti onori da parte delle generazioni future, il legislatore e il
fondatore del diritto romano, in quel momento giaceva incatenato tra
ladri notturni e tagliagole comuni. Per il momento rivolgessero l'animo
dall'ira alla comprensione e alla riflessione e, di fronte alle preghiere
di tanti Claudi, ne perdonassero uno solo, piuttosto che respingere un
numero così alto di suppliche, esclusivamente per l'odio verso
quell'uno. Claudio aggiunse che lui stesso compiva quel gesto per il buon nome
della famiglia, ma che non si era riconciliato con l'uomo al quale
cercava di portare soccorso nella mala sorte. Col coraggio era stata
riconquistata la libertà, con l'indulgenza si poteva ristabilire l'armonia tra le
classi sociali. Alcuni furono toccati più dal suo attaccamento
alla famiglia che dalla causa di colui per il quale si stava adoperando. Ma
Verginio li invitava ad aver compassione piuttosto di lui e di sua
figlia, pregandoli di dare ascolto più che alle suppliche della
famiglia Claudia, che si era arrogata il diritto di tiranneggiare la plebe, a
quelle dei parenti di Verginia, e cioè i tre tribuni che, eletti
per sostenere la plebe, ora dalla plebe imploravano sostegno e protezione. Alla
gente sembrò che queste lacrime fossero più giuste. Persa quindi
ogni speranza, Appio si suicidò prima che arrivasse il giorno fissato per il
processo. Sùbito dopo Publio Numitorio
fece arrestare Spurio Oppio, il più odiato dei decemviri dopo Appio, perché
presente in città quando il collega aveva pronunciato l'ingiusta sentenza di
schiavitù provvisoria. A dir la verità provocarono il risentimento popolare
nei confronti di Oppio più i misfatti commessi che quelli che non aveva
impedito. Venne prodotto un teste che passò in rassegna le ventisette
campagne militari a cui aveva partecipato meritandosi otto volte decorazioni
speciali; dopo aver esibito queste decorazioni davanti al popolo, si
strappò la tunica mostrando la schiena straziata dalla frusta e
dichiarò che, se l'imputato era in grado di menzionare qualche sua colpa,
scatenasse di nuovo, benché ora privato cittadino, la sua rabbia su di lui.
Così anche Oppio finì in carcere, dove si tolse la vita prima del giorno del
processo. I tribuni confiscarono le proprietà di Claudio e di Oppio.
Gli ex-colleghi di decemvirato andarono in esilio e i loro beni vennero
confiscati. Anche Marco Claudio, l'uomo che aveva rivendicato la
proprietà di Verginia, fu processato e condannato. Essendogli stata
risparmiata la pena di morte per l'intercessione dello stesso Verginio,
fu rilasciato e andò in esilio a Tivoli. Così i Mani di Verginia
- certo più fortunata da morta che da viva -, dopo aver vagato tra tante case per chiedere
vendetta, ora che nessun colpevole era rimasto impunito, ebbero
finalmente pace. 59 I patrizi erano ormai in preda al
panico e i tribuni cominciavano ad assomigliare sempre più ai
decemviri, quando il tribuno della plebe Marco Duillio decise di porre un salutare
freno a quell'eccessivo potere. «Accontentiamoci della nostra
libertà e delle pene inflitte ai nemici di un tempo,» dichiarò Duillio.
«Perciò, nel corso di quest'anno, non permetterò che alcuno sia citato
in giudizio, né che sia incarcerato. Non è infatti giusto andare a
ricercare vecchie colpe di cui non ci si ricorda nemmeno più, dato che i reati
recenti sono stati espiati con le condanne inflitte ai decemviri, e dato che le
energie continuamente profuse da entrambi i consoli per proteggere la
vostra libertà ci possono garantire che non verranno commessi crimini di
tale gravità da richiedere l'intervento dell'autorità
tribunizia.» Questa moderazione da parte del tribuno liberò innanzitutto i
patrizi dalla paura, ma incrementò anche il loro risentimento nei confronti dei
consoli, perché avevano dimostrato un tale attaccamento alla causa della
plebe, che l'incolumità e la libertà dei patrizi era stata più a
cuore a un magistrato plebeo che a uno patrizio; e poi perché i loro nemici si
erano saziati di infliggere condanne, prima che i consoli avessero
dato l'impressione di volersi opporre alle loro sfrenatezze. Molti
dissero che avevano agito senza il necessario rigore perché proprio i
senatori avevano votato le leggi proposte dai consoli, e non c'era
dubbio che, in quel difficile momento in cui si era venuta a trovare la
repubblica, i senatori si erano piegati alle circostanze. 60 Sistemata la situazione in
città e consolidata la posizione della plebe, i consoli partirono per le
rispettive destinazioni. Valerio, incaricato di fronteggiare Volsci ed
Equi, che nel frattempo avevano già unito le proprie truppe sull'Algido, di
proposito ritardò l'inizio delle ostilità. Se infatti avesse
sùbito tentato la sorte, nel diverso stato d'animo in cui si trovavano allora i
nemici e i Romani, dopo le disastrose imprese dei decemviri, non so se il
combattimento non si sarebbe risolto in una grave sconfitta. Dunque, posto
l'accampamento a un miglio di distanza dagli avversari, vi trattenne
le truppe. I nemici si andarono più volte a schierare nello spazio di terra
tra i due accampamenti, ma nessuno dei Romani raccolse le provocazioni.
Alla fine, stanchi di attendere invano l'inizio delle ostilità,
Equi e Volsci, credendo che i Romani avessero quasi quasi rinunziato alla
vittoria, se ne andarono a razziare parte i territori latini e parte quelli
degli Ernici, lasciandosi alle spalle un contingente più adatto
a presidiare l'accampamento che non a sostenere lo scontro. Quando il console
se ne rese conto, schierò le truppe in ordine di battaglia e prese a
provocare i nemici, terrorizzandoli come prima era stato
terrorizzato lui. Poiché quelli, consci di non avere forze sufficienti,
evitavano di venire alle armi, súbito crebbe il coraggio nei Romani
che davano già per vinti i nemici rannicchiati dentro il vallo. Dopo
esser stati pronti a battersi per tutto il giorno, al calar della notte si
ritirarono. E mentre da una parte i Romani, pieni di speranza, si
rifocillavano, dall'altra parte, animati da tutt'altro spirito, i nemici
preoccupati inviarono messaggeri in varie direzioni per richiamare quanti si
erano dati alle razzie. Fu possibile far tornare chi si trovava nelle
vicinanze, ma quelli che erano andati più lontano non riuscirono a raggiungerli.
Alle prime luci del giorno i Romani uscirono dall'accampamento con
l'intento di dare l'assalto al vallo, se non avessero avuto la
possibilità di combattere. Poiché buona parte della mattinata se n'era già andata
senza che i nemici avessero dato alcun segnale di volersi muovere, il console
ordinò di avanzare. Quando l'esercito si mosse, Equi e Volsci
provarono sdegno vedendo che la difesa dei loro eserciti vittoriosi era
affidata a un vallo e non al coraggio e alle armi. Pertanto anch'essi chiesero
e ottennero dai loro comandanti il segnale di dar battaglia. Parte degli
uomini era già uscita dalle porte, seguita in ordine dagli altri che
andavano a occupare ciascuno la propria posizione, quando il console romano,
senza aspettare che lo schieramento nemico si rafforzasse completando i
ranghi, si buttò all'assalto. Avendo sferrato l'attacco quando non tutti gli
avversari erano ancora usciti e quelli che lo avevano già fatto
non si erano ancora dispiegati lungo la linea, piombò su una massa
fluttuante di disperati che correvano in tutte le direzioni e si lanciavano l'uno con
l'altro occhiate piene di sconforto. Le urla e l'impeto dei
Romani aggravarono poi la loro agitazione. Così, sulle prime, i
nemici furono costretti a retrocedere, ma dopo, quando ripresero animo e
sentirono da ogni parte i comandanti inferociti chiedere loro se avessero
intenzione di cedere a dei vinti, riuscirono a ristabilire le sorti della
battaglia. 61 Il console, dall'altra parte,
invitava i Romani a ricordarsi che quel giorno, per la prima volta,
combattevano da liberi per una libera Roma e che avrebbero vinto per se stessi, e
non per essere, da vincitori, il premio dei decemviri. Alla loro testa
non c'era Appio, bensì il console Valerio, discendente da uomini che
avevano liberato Roma e lui stesso liberatore. Che dimostrassero quindi
come gli insuccessi nelle precedenti battaglie fossero dovuti all'imperizia
dei comandanti e non a quella dei soldati. Sarebbe stato vergognoso aver
dimostrato più coraggio contro i concittadini che contro il nemico, e
aver temuto più la schiavitù interna che quella proveniente dall'esterno. In
tempo di pace era toccato alla sola Verginia veder minacciata la
propria castità, così come Appio era stato il solo cittadino la cui libidine
avesse costituito una minaccia. Se però la guerra avesse preso una
brutta piega, allora il pericolo per i figli di tutti sarebbe venuto da molte
migliaia di nemici. Ma non voleva presagire cose che né Giove né il padre
Marte avrebbero permesso in una città fondata con simili
auspici. Ricordando loro l'Aventino e il monte Sacro, li invitava a riportare intatto
il potere là dove pochi mesi prima era nata la libertà, a dimostrare
che nei soldati romani, dopo la cacciata dei decemviri, c'era l'identica tempra
di prima che i decemviri venissero eletti e, infine, che il valore del
popolo romano non era diminuito con l'uguaglianza dei diritti. Dopo aver
pronunciato queste parole, circondato dai vessilli della fanteria,
volò verso i cavalieri e disse loro: «Avanti, giovani, cercate di superare i fanti in
atti di valore, così come già li superate nel grado militare e nel ceto
sociale. Al primo scontro la fanteria ha costretto i nemici a
retrocedere. Adesso tocca a voi: caricateli coi cavalli e spazzateli via
dal campo. Non reggeranno l'urto, visto che anche ora temporeggiano
più che resistere.» Quelli spronano i cavalli, li lanciano contro i nemici,
già stravolti dallo scontro con i fanti, sfondano le linee e avanzano
fino alla retroguardia: una parte di loro aggira i nemici in campo aperto,
impedisce il ritorno all'accampamento al grosso degli Equi e
dei Volsci che già fuggiva da ogni parte e, cavalcando davanti a loro, li
respinge e li tiene lontani. La fanteria e il console, con tutte le
forze a disposizione, irrompono nell'accampamento e lo conquistano,
seminando la morte e portandosi via un grande bottino. La notizia di questa vittoria
arrivò non solo a Roma, ma anche all'altro esercito impegnato in territorio
sabino: in città fu celebrata con esplosioni di gioia, nell'accampamento
accese gli animi dei soldati, spingendoli a emulare quelle gesta
gloriose. Orazio, mettendoli alla prova con incursioni improvvise e scaramucce
di poco peso, li aveva abituati ad avere fiducia in se stessi, a
dimenticare le ignominie subite sotto il comando dei decemviri. E quei piccoli
scontri avevano riacceso in loro la speranza di avere la meglio nello
scontro finale. Ma neppure i Sabini, imbaldanziti dal successo dell'anno
precedente, lesinavano le provocazioni e le minacce. Soprattutto si
domandavano perché mai i Romani perdessero tutto quel tempo in modeste incursioni
e ritirate, degne di ladruncoli, e spezzassero tutta la guerra in una
serie di scaramucce. Perché non scendevano a combattere in campo
aperto, lasciando che la sorte decidesse una volta per tutte a chi doveva andare
la vittoria? 62 Oltre ad aver già recuperato
di per sé sufficiente fiducia nei propri mezzi, i Romani ardevano anche di
sdegno: mentre in quel momento l'altro esercito stava rientrando vittorioso a
Roma, loro erano ancora lì a farsi insultare e sbeffeggiare dal nemico. Ma
quando sarebbero stati all'altezza dei nemici, se non lo erano allora?
Appena il console si rese conto che tra gli uomini circolavano questi
mormorii, convocò l'adunata e disse: «Immagino, soldati, che abbiate sentito
come sono andate le cose sull'Algido. L'esercito si è
comportato come si addice all'esercito di un popolo libero. La vittoria è
arrivata grazie all'intelligenza del mio collega e al valore dei soldati. Quanto
a me, la mia strategia e il mio coraggio dipenderanno esclusivamente
dal vostro comportamento. Si può ritardare la guerra con vantaggio o
concluderla in fretta. Se si deve ritardarla io, continuando con la
tattica adottata sinora, farò in modo che, giorno dopo giorno, crescano le
vostre speranze e il vostro coraggio. Ma se invece siete già
sufficientemente coraggiosi e volete farla finita súbito con questa guerra, allora, a
testimonianza della vostra volontà di vittoria e del vostro sicuro valore,
alzate qui nell'accampamento il grido che alzereste sul campo di battaglia.»
Sull'onda dell'entusiasmo il grido non si fece attendere. Poi il console,
augurando il migliore esito all'impresa, disse che li avrebbe
assecondati e che il giorno successivo li avrebbe guidati in battaglia. Il
resto della giornata venne impiegato nella preparazione delle armi. Il giorno dopo, appena i Sabini, che
già da molto tempo erano impazienti di venire alle armi, videro i Romani
schierarsi, uscirono anch'essi allo scoperto. Fu una di quelle battaglie in
cui si scontrano due eserciti
animati dalla stessa fiducia nelle proprie capacità: se infatti
questo poteva vantare un'antica e ininterrotta
gloria, quello aveva il morale alle stelle per l'ultima, ancora
recente vittoria. I Sabini accrebbero la loro pericolosità con un
ingegnoso stratagemma: dopo aver infatti disposto lo schieramento su un fronte che aveva
la stessa estensione di quello avversario, fecero uscire dai ranghi
2.000 uomini perché, durante la battaglia, assalissero il fianco sinistro
dell'esercito romano. Ma quando con un attacco laterale stavano quasi
per accerchiare e sopraffare l'ala dell'esercito nemico, i cavalieri di
due legioni romane, circa seicento, scendono da cavallo e si buttano nelle
prime file dove i loro stavano già indietreggiando; si oppongono al nemico
e nello stesso tempo infiammano gli animi dei fanti, prima
condividendone il pericolo, poi puntando sul sentimento dell'onore. Era infatti
vergognoso che il cavaliere combattesse la propria e l'altrui battaglia e che
il fante non fosse all'altezza neppure del cavaliere sceso da cavallo. 63 I fanti ritornano al combattimento
che dalla loro parte era stato abbandonato e riconquistano la posizione
dalla quale si erano ritirati. E in un attimo non solo vennero
ristabilite le sorti della battaglia, ma l'ala sabina fu costretta a ripiegare.
I cavalieri, coperti dalle linee della fanteria, rimontano a cavallo.
Arrivati al galoppo dall'altra parte dello schieramento, comunicano ai
compagni la notizia della vittoria e nel contempo caricano i nemici, già
in preda al panico per la rotta della loro ala più forte. In quella
battaglia nessuno brillò per valore più dei cavalieri. Il console pensava a tutto:
distribuiva elogi ai forti e urlava improperi se in qualche parte la lotta
era più fiacca. Gli uomini su cui cadeva il suo biasimo sùbito si
trasformavano in valorosi, ed erano spinti dalla vergogna, quanto gli altri dalle
lodi. Dopo aver di nuovo alzato tutti insieme il grido di guerra, con
uno sforzo comune misero in fuga il nemico. E da quel momento in poi non fu
più possibile contenere l'impeto dei Romani. I Sabini vennero dispersi
per le campagne circostanti, e lasciarono l'accampamento in preda agli
avversari, che lì non recuperarono, come sull'Algido, i beni
degli alleati, ma si ripresero i propri, perduti durante le incursioni
nei loro campi. Per la doppia vittoria riportata in due
battaglie diverse, il senato meschinamente decretò soltanto
un giorno di ringraziamenti ufficiali in nome dei consoli. Ma il popolo,
contrariamente a quanto era stato disposto, andò in gran numero a
pregare anche il giorno successivo. E questa spontanea manifestazione di
popolo fu, a causa dell'entusiasmo generale, quasi più affollata
dell'altra. I consoli, di comune accordo, rientrarono in città proprio in
quei due giorni, e convocarono il senato in Campo Marzio. Lì, mentre
discutevano delle loro imprese, i senatori più autorevoli si lamentarono che il senato
fosse stato convocato in mezzo alle truppe col preciso intento di
spaventarli. I consoli allora, per non dare adito ad accuse infondate,
spostarono la seduta nei prati Flamini, cioè là dove oggi
c'è il santuario di Apollo e che era già chiamato Apollinare. E qui, poiché i senatori
concordi volevano rifiutare il trionfo, il tribuno della plebe Lucio
Icilio portò di fronte al popolo la questione riguardante il trionfo dei
consoli, benché molti si facessero avanti per dissuaderlo e più di
tutti Gaio Claudio. Egli urlava che i consoli volevano celebrare un trionfo
non sui nemici ma sui patrizi, e quello che chiedevano non era un
riconoscimento al valore quanto piuttosto un favore in cambio di un servizio reso
ai tribuni a titolo del tutto privato. Mai prima si era discusso del
trionfo con il popolo; valutare il merito e decretare quell'onore era
stato sempre cómpito del senato. Neppure i re avevano osato privare di
quella prerogativa il più alto ordine dello Stato. Che i tribuni non
dilatassero l'estensione del proprio potere a tal punto da non permettere
più l'esistenza di nessuna pubblica assemblea. Solo se ciascun ordine
avesse mantenuto le prerogative garantite dalla legge e la propria
autorità, la città sarebbe stata finalmente libera e le leggi uguali per
tutti. Dopo gli interventi anche degli altri senatori più anziani
che parlarono prolissamente per sostenere la stessa tesi, tutte le tribù
votarono per la proposta del tribuno. Fu in quell'occasione che un trionfo, pur non
avendo avuto l'autorizzazione del senato, venne per la prima volta
celebrato per volontà del popolo. 64 Questa volta la vittoria conquistata
dai tribuni e dalla plebe per poco non degenerò in un pericoloso
stato di sfrenatezza. Infatti i tribuni raggiunsero in segreto un accordo in
base al quale i detentori di quella magistratura sarebbero stati
riconfermati in carica. E inoltre, per evitare che la loro sete di potere
risultasse evidente, stabilirono di rinnovare il mandato anche ai consoli.
Il pretesto che veniva addotto era l'accordo realizzato dai senatori i
quali, con l'offesa arrecata ai consoli, avevano attentato ai diritti
della plebe. Che cosa sarebbe successo se, quando le leggi non erano
ancora consolidate, i consoli, appoggiati dalla loro fazione, avessero
assalito i nuovi tribuni? Perché di certo i consoli non sarebbero sempre
stati uomini dello stampo di Valerio e Orazio, che anteponevano ai
propri interessi la libertà della plebe! Ma in quella circostanza una
fortunata concomitanza di eventi volle che a presiedere alle elezioni la sorte
chiamasse Marco Duillio, uomo prudente e capace di prevedere il
risentimento che la rielezione degli stessi magistrati avrebbe provocato.
Quando Duillio si rifiutò di prendere in considerazione la candidatura dei
tribuni in carica, i suoi colleghi diedero battaglia perché concedesse il
voto libero alle singole tribù, oppure cedesse l'incarico di presiedere
alle elezioni ai colleghi, che le avrebbero tenute attenendosi alle leggi
e non secondo le indicazioni dei senatori. Nell'accesa discussione che
seguì, Duillio convocò i consoli presso i banchi delle tribune e chiese
loro che intenzioni avessero riguardo alle elezioni consolari.
Siccome essi risposero che avrebbero eletto nuovi consoli, Duillio, avendo
trovato il sostegno popolare a una proposta certo non popolare, si
presentò all'assemblea in compagnia dei consoli. Lì, quando furono di
fronte al popolo, gli venne chiesto come si sarebbero comportati se il popolo
romano, memore della libertà riconquistata in patria grazie a loro
nonché dei successi militari, li avesse riconfermati in carica. Siccome
i consoli risposero che non sarebbero tornati sulla propria
decisione, Duillio prima li elogiò per la fermezza con la quale si erano fino
all'ultimo sforzati di non assomigliare ai decemviri, e quindi
tenne i comizi. Eletti cinque tribuni, poiché, per la palese brama a essere
rieletti di nove tribuni, nessun altro candidato ottenne i voti
necessari, Duillio sciolse la seduta, senza più riconvocarla per le
elezioni. Disse che si era agito nel pieno rispetto della legge la quale in
nessuna parte definiva il numero, prescriveva solo che fossero eletti dei
tribuni e imponeva che i neoeletti si scegliessero i colleghi. Diede
quindi lettura della formula prevista dalla legge che diceva: «Se
proporrò la nomina di dieci tribuni della plebe e se oggi voi qui eleggerete meno
di dieci tribuni, quelli che gli eletti avranno cooptato come colleghi
per questa stessa legge siano legittimi tribuni della plebe,
così come lo sono quelli che oggi voi chiamerete a ricoprire tale carica.»
Duillio, sostenendo fino alla fine che la repubblica non poteva avere
quindici tribuni della plebe, ed essendo nel contempo riuscito ad avere
ragione dell'ingordigia politica dei colleghi, uscì di carica
dopo essersi reso gradito tanto ai patrizi quanto ai plebei. 65 I nuovi tribuni nella cooptazione
dei colleghi assecondarono i desideri degli aristocratici; infatti scelsero
anche Spurio Tarpeio e Aulo Aternio, due nobili che in passato erano stati
consoli. Quanto poi ai nuovi consoli, Spurio Erminio e Tito
Verginio, entrambi privi di particolari inclinazioni nei confronti della plebe
o del patriziato, mantennero la pace in patria e all'estero. Il tribuno
della plebe Lucio Trebonio, risentito nei confronti dei patrizi
perché sosteneva di esser stato da loro tratto in inganno e tradito dai
colleghi nella cooptazione dei tribuni, propose una legge in base alla
quale chi avesse convocato la plebe romana alle elezioni dei tribuni
avrebbe dovuto continuare a presiedere la seduta fino a quando non
fossero stati eletti i dieci tribuni della plebe previsti. Trebonio,
per tutta la durata del suo mandato, incalzò i patrizi con
una tale insistenza che gli fu dato il soprannome di Aspro. I consoli successivi Marco Geganio
Macerino e Gaio Giulio sedarono le contese sorte tra i tribuni e i giovani
nobili, senza accanirsi contro il potere di quei magistrati e conservando
il prestigio dei senatori. Per evitare poi che la plebe si lasciasse
andare a episodi di violenza, sospesero la leva militare indetta per
la guerra contro Volsci ed Equi, affermando che, se in città
regnava la pace, anche all'estero tutto rimaneva tranquillo, mentre le
discordie intestine facevano alzare la testa ai popoli vicini. La salvaguardia
della pace fu causa anche della concordia interna. Ma una delle due
classi era sempre pronta a sfruttare la moderazione dell'altra. E fu
così che, mentre la plebe era quieta, i giovani patrizi cominciarono a
commettere soprusi. Quando i tribuni tentavano di spalleggiare i più
deboli, il loro intervento approdava a poco. Poi neppure i tribuni riuscivano
a sottrarsi alla violenza fisica, specie negli ultimi mesi del mandato,
perché i più potenti si coalizzavano per imporre l'ingiustizia, ma anche
perché il potere di ogni magistratura verso la fine dell'anno solitamente
s'indebolisce. Ormai la plebe poteva riporre qualche speranza nel tribunato
soltanto a condizione di avere tribuni come Icilio, ma negli ultimi
due anni si erano avuti solo dei tribuni di nome. Dal canto loro, i
patrizi più anziani, pur sapendo che i loro giovani erano troppo violenti,
preferivano che - se da qualche parte si doveva superare la misura - gli
eccessi di animosità li facessero registrare i loro piuttosto che gli
avversari. Nella lotta per difendere la libertà la moderazione
è veramente difficile: infatti, pur ostentando di volere una forma di equilibrio,
ciascuno tende a innalzare se stesso soffocando gli altri. Cercando poi di
non essere intimoriti, alla fine gli uomini si trasformano nell'oggetto
delle altrui paure. E mentre il sopruso ci disgusta, come se fosse inevitabile
o commetterlo o subirlo, finisce che siamo noi a fare dei torti agli altri. 66 Vennero poi eletti consoli Tito
Quinzio Capitolino, per la quarta volta, e Agrippa Furio. A costoro non
toccarono né disordini interni né conflitti all'esterno, benché sia gli
uni, sia gli altri incombessero. Infatti non era più possibile
contenere la discordia civile, visto il risentimento nutrito da plebe e tribuni
nei confronti degli aristocratici, e in considerazione del fatto che i
processi a carico di questo o di quell'altro nobile provocavano sempre
nuovi disordini che turbavano le assemblee. Non appena si verificarono i
primi contrasti, come se fossero stati un segnale, Volsci ed Equi
presero le armi; i loro comandanti, avidi di bottino, li avevano persuasi che a
Roma nel biennio precedente non era stato possibile indire la leva perché
la plebe rifiutava ormai ogni tipo di disciplina: per quel motivo non era
stato inviato alcun esercito contro di loro. La dissolutezza aveva ormai
sbriciolato ogni tradizione militare, e Roma non era più la patria
comune. Tutta la rabbia e il rancore che un tempo avevano nei riguardi degli
stranieri, ora li riversavano su se stessi. Quella era l'occasione per
sterminare quei lupi accecati da una rabbia che li spingeva l'uno contro
l'altro. Così, dopo aver unito i propri eserciti, Volsci ed Equi
cominciarono col devastare le campagne latine. Poi, quando videro che nessuno
accorreva in aiuto di quelle popolazioni, fra l'esultanza di quanti
avevano fomentato la guerra, di razzia in razzia, arrivarono fin sotto
le mura di Roma in direzione della porta Esquilina, e qui cominciarono a
sbeffeggiare gli abitanti indicando
loro le campagne devastate. Dopo che si furono ritirati impuniti procedendo a passo di marcia in
direzione di Corbione e con il bottino bene in vista alla testa dello
schieramento, il console Quinzio convocò l'assemblea del popolo. 67 Lì - almeno a quanto ho
trovato io - parlò in questi termini: «Benché io sia conscio di non aver alcuna
colpa, o Quiriti, ciononostante è con estrema vergogna ch'io mi presento al
cospetto di questa assemblea. Voi sapete, e un giorno verrà
tramandato ai posteri, che, durante il quarto consolato di Tito Quinzio, Volsci ed
Equi - un tempo appena all'altezza degli Ernici - sono giunti impunemente
fin sotto le mura di Roma con le armi in pugno. Benché ormai da tempo la
situazione sia tale da non lasciar presagire nulla di buono,
ciononostante, se solo avessi saputo che l'anno ci riservava un episodio così
funesto, avrei evitato questa ignominia, anche a costo di andare in esilio o di
togliermi la vita, ove non mi restassero altri mezzi per sottrarmi a
questa carica. Se fossero stati uomini degni di questo nome quelli che
si sono presentati con le armi in pugno di fronte alle nostre porte, Roma
avrebbe potuto esser presa sotto il mio consolato! Avevo avuto onori a
sufficienza e vita a sufficienza, anzi fin troppo lunga: avrei dovuto
morire durante il mio terzo consolato. Ma a chi hanno riservato il loro
disprezzo i nostri più vili nemici? A noi consoli, oppure a voi, o Quiriti? Se la
colpa è nostra, allora privateci di un'autorità della quale non
siamo degni. E se poi questo non basta, aggiungete anche una punizione. Se
invece la responsabilità ricade su di voi, l'augurio è che né gli
dèi né gli uomini vi facciano pagare i vostri errori, ma siate soltanto voi stessi a
pentirvene. I nemici non hanno disprezzato la codardia che è in
voi, ma nemmeno riposto eccessiva fiducia nel proprio coraggio. A dir la
verità è toccato loro molte volte di essere sbaragliati e messi in fuga, privati
dell'accampamento e di parte del territorio, nonché di passare sotto il
giogo, e conoscono voi e se stessi! No, sono la discordia delle classi e
gli eterni contrasti - vero veleno di questa città - tra patrizi e
plebei, che hanno risollevato il loro animo, perché noi non moderiamo il nostro
potere e voi la vostra libertà, voi siete insofferenti nei confronti dei
patrizi e noi nei confronti delle magistrature plebee. Ma in nome degli
dèi, cosa volete? Morivate dalla voglia di avere dei tribuni della
plebe, in nome della concordia sociale ve li abbiamo concessi. Desideravate i
decemviri: ne abbiamo autorizzato
l'elezione. Vi siete stancati dei decemviri, li abbiamo costretti ad abbandonare la carica. Continuavate a
odiarli anche quando erano ormai tornati dei privati cittadini, abbiamo
tollerato che uomini molto nobili e onorati venissero condannati a morte e
all'esilio. Poi vi è di nuovo venuta la voglia di eleggere dei
tribuni, li avete eletti, e di nominare consoli dei membri della vostra parte e
noi, pur sembrandoci ingiusto nei confronti dell'aristocrazia, siamo
arrivati al punto di vedere quella grande magistratura patrizia offerta in
dono alla plebe. L'intromissione dei tribuni, l'appello di fronte al
popolo, i decreti approvati dalla plebe e imposti al patriziato, i nostri
diritti calpestati in nome dell'eguaglianza delle leggi, tutto
abbiamo sopportato e sopportiamo. In che modo potranno mai avere fine i
contrasti? Verrà mai il giorno in cui sarà possibile avere una sola
città unita e considerarla la patria comune? Noi, che ne usciamo sconfitti, accettiamo
la situazione con animo più sereno di quanto non facciate voi, che
pure siete i vincitori. Non vi basta che noi dobbiamo temervi? Contro
di noi è stato preso l'Aventino, contro di noi è stato occupato
il monte Sacro. Abbiamo visto l'Esquilino quasi preso dal nemico e i Volsci
apprestarsi a scalare le mura di Roma: nessuno ha avuto il coraggio di andarli
a ricacciare indietro. Solo contro di noi voi siete dei veri uomini, solo
contro di noi impugnate le armi. 68 Forza dunque: visto che siete
riusciti ad assediare la curia, a trasformare il foro in una tana di
insidie e a riempire le patrie prigioni di uomini eminenti, dimostrate la
stessa audacia, uscite dalla porta Esquilina. Ma se non siete neppure
all'altezza di un gesto del genere, allora andate a vedere dall'alto delle
mura i vostri campi messi a ferro e fuoco, le vostre cose portate via e il
fumo degli incendi che sale qua e là nel cielo dalle case in
fiamme. Ma voi potreste obiettare che chi sta peggio è lo Stato, con le
campagne che bruciano, la città assediata e la gloria militare lasciata solo ai
nemici. E con questo? Credete che i vostri interessi privati non si trovino
nella stessa situazione? Presto dalla campagna arriverà a
ciascuno di voi la notizia delle perdite subite. Che cosa c'è qui in patria, in
grado di risarcirle? Ci penseranno i tribuni a restituirvi quel che avete
perduto? Vi prodigheranno a sazietà parole e chiacchiere, accuse contro
cittadini in vista, leggi su leggi e concioni. Ma da quelle concioni nessuno
di voi è mai tornato a casa più ricco di beni e di denaro. O c'è
mai stato qualcuno che abbia riportato a moglie e figli altro che risentimento,
antipatie e gelosie pubbliche e private dalle quali siete stati
protetti non certo per il vostro valore e la vostra integrità, ma per
l'aiuto ricevuto da altri? Ma, per Ercole, quando eravate al servizio di noi
consoli e non dei tribuni, e nell'accampamento invece che nel Foro,
quando il vostro urlo spaventava il nemico in battaglia e non i senatori
romani in assemblea, dopo aver fatto bottino e dopo aver conquistato terre
al nemico, tornavate a casa, ai vostri Penati, carichi di preda,
coperti di gloria e di successi conquistati per la patria e per voi
stessi! Ora invece permettete che i nemici se ne vadano carichi delle
vostre ricchezze. Tenetevele strette le vostre assemblee e continuate pure a
vivere nel Foro: ma la necessità di prendere le armi - da cui rifuggite -
vi incalza. Vi pesava marciare contro Equi e Volsci? Ora la guerra
è alle porte. Se non si riuscirà ad allontanarla, presto si
trasferirà all'interno delle mura e salirà fino alla rocca del Campidoglio,
perseguitandovi anche dentro le case. Due anni or sono il senato bandì una leva
militare e poi diede ordine di condurre le truppe sull'Algido: noi ora ce ne
stiamo qui oziosi, litigando come donnicciole, contenti della pace del
momento e incapaci di prevedere che da questo breve periodo di tregua la
guerra risorgerà mille volte più grande. So benissimo che ci sono cose
molto più piacevoli a dirsi. Ma a parlare di cose vere anziché di
gradite, anche se non mi ci inducesse il mio carattere, mi obbliga la
necessità. Vorrei davvero piacervi, o Quiriti, ma preferisco di gran lunga
vedervi sani e salvi, qualunque sia il sentimento che nutrirete in futuro
nei miei confronti. Dalla natura è stato disposto così: chi parla
in pubblico per interesse personale è più gradito di chi ha invece al vertice dei
suoi pensieri solo l'interesse dell'intera comunità; a meno che
per caso non crediate che tutti questi adulatori del popolo e questi demagoghi
che oggi non vi permettono né di combattere né di starvene tranquilli vi
incitino e vi stimolino nel vostro interesse. La vostra agitazione
è per loro titolo di merito o ragione di profitto; e siccome quando regna la
concordia tra le classi essi sanno di non essere nulla, preferiscono mettersi
a capo di tumulti e sedizioni, preferiscono fare azioni malvage
piuttosto che nulla. Se esiste una possibilità che alla fine tutto
ciò arrivi a disgustarvi e che vogliate tornare alle vostre abitudini di un
tempo e a quelle dei vostri antenati, rinunciando alle funeste innovazioni,
vi autorizzo a punirmi se nel giro di pochi giorni non sarò
riuscito a sbaragliare questi devastatori delle nostre campagne dopo averli sradicati
dall'accampamento, e a trasferire da sotto le nostre mura alle loro
città questa paura di un conflitto che ora vi paralizza.» 69 Raramente, in altre occasioni, il
discorso di un tribuno popolare ebbe presso la plebe un'accoglienza
più entusiastica di quella toccata allora alla durissima requisitoria del
console. Perfino i giovani, che in situazioni così critiche avevano
di solito nella renitenza alla leva l'arma più affilata contro il
patriziato, guardavano invece con impazienza alle armi e alla guerra. E siccome i
contadini fuggiti dopo essere stati depredati e feriti mentre si trovavano
nella campagna riferivano di atrocità ben più gravi di
quelle che erano sotto gli occhi, un'ondata di sdegno travolse l'intera città.
Quando si riunì il senato, a dir la verità tutti si voltarono verso Quinzio,
guardandolo come il solo vendicatore della maestà di Roma. I senatori
più autorevoli dichiararono che il suo discorso era stato all'altezza
dell'autorità consolare, degno cioè dei molti consolati detenuti in passato e
dell'intera sua vita, che era stata piena di riconoscimenti a lui spesso
tributati e anche più spesso da lui meritati. Altri consoli avevano in
passato o adulato la plebe tradendo la dignità dei senatori oppure,
insistendo in un'accanita difesa dei diritti della loro classe, avevano esasperato
la massa cercando a tutti i costi di soggiogarla; nel suo discorso Tito
Quinzio aveva tenuto conto della dignità dei senatori, della
concordia tra le classi e - soprattutto - della situazione di fatto. Implorarono
lui e il suo collega di prendere in mano le redini dello Stato e pregarono
i tribuni di predisporsi ad agire di conserva con i consoli, nel
tentativo di allontanare la guerra dalle mura di Roma, supplicandoli anche di
fare in modo che in circostanze così allarmanti la plebe accettasse di
obbedire ai senatori. Dissero inoltre che la patria comune, vedendo le
devastazioni nelle campagne e la città quasi stretta d'assedio, si rivolgeva
ai tribuni invocandone l'aiuto. All'unanimità venne quindi
decretata e sùbito messa in pratica la leva militare. Di fronte all'assemblea i
consoli proclamarono che non c'era tempo per valutare i motivi per
esentare dal servizio, e dunque i più giovani - nessuno escluso - dovevano
presentarsi in campo Marzio all'alba del giorno successivo; solo a guerra
finita si sarebbe trovato il tempo di valutare la giustificazione di chi non
era andato ad arruolarsi; e quanti avessero addotto delle motivazioni poi
giudicate non sufficientemente valide avrebbero ricevuto il
trattamento riservato ai disertori. Il giorno successivo tutti i giovani si
presentarono. Ciascuna coorte si scelse autonomamente i propri centurioni e due
senatori vennero posti al comando di ognuna di esse. Ho trovato che
questi preparativi furono portati a termine così rapidamente che,
nel corso di quella stessa giornata, le insegne furono prelevate dai questori
nell'erario, trasferite in Campo Marzio e di là, alla quarta ora
del giorno si misero in movimento. E il nuovo esercito, scortato
volontariamente da poche coorti di veterani, alla sera si accampò a dieci miglia
da Roma. Il giorno successivo venne avvistato il nemico, e gli accampamenti
vennero a trovarsi uno a ridosso dell'altro, nei pressi di Corbione. Il
terzo giorno, dato che i Romani erano in preda alla rabbia e gli altri
- che si erano già più volte ribellati - consci delle proprie colpe
e disperati, nessuno tentò di ritardare in alcun modo la battaglia. 70 Benché nell'esercito romano i due
consoli avessero la stessa autorità, tuttavia in quell'occasione Agrippa
lasciò il comando supremo al collega, il che è molto utile quando si
devono prendere decisioni di estrema importanza. E il prescelto Tito Quinzio
ricambiò il generoso gesto comunicando al collega, che si era
posto volontariamente in sottordine, i propri piani, e condividendone i
meriti, e considerandolo a lui pari ancorché ormai inferiore di grado.
Nello schieramento sul campo Quinzio tenne l'ala destra e Agrippa la
sinistra. Al luogotenente Spurio Postumio Albo fu affidato il centro, a capo
della cavalleria fu posto Publio Sulpicio, l'altro luogotenente. All'ala
destra la fanteria si batté con estremo accanimento, ma la resistenza
dei Volsci non fu da meno. Publio Sulpicio fece breccia con la cavalleria
nel centro dello schieramento nemico. Avrebbe potuto rientrare nei
ranghi dalla stessa parte e prima che il nemico avesse avuto il tempo di
riformare le linee sconvolte: invece ritenne più opportuno prendere i
Volsci alle spalle. Caricandoli da dietro avrebbe disperso in un attimo i nemici
atterriti da due attacchi simultanei se i cavalieri dei Volsci e
degli Equi, impegnandolo separatamente, non lo avessero
contenuto per un po'. Ma in quell'istante Sulpicio gridò che non c'era
più tempo da perdere e che sarebbero stati circondati e tagliati fuori dal resto
dei compagni, se con tutte le loro forze non avessero concluso quello
scontro tra cavallerie. Non sarebbe stato sufficiente mettere in fuga i
nemici permettendo che ne uscissero incolumi: dovevano distruggere uomini e
cavalli, in maniera tale che nessuno potesse rituffarsi nello
scontro e dare nuovo vigore alla battaglia. I nemici non potevano certo
tener loro testa, se prima la schiera compatta dei fanti aveva dovuto
cedere al loro sfondamento. Non aveva parlato a sordi. Con un'unica
carica i Romani sbaragliarono l'intera cavalleria nemica: dopo avere
disarcionato moltissimi cavalieri, li trafissero insieme ai cavalli,
servendosi delle lance. Fu questa la conclusione della battaglia equestre.
Dopo essersi sùbito buttati all'assalto della fanteria, mandarono
dei messaggeri ai consoli per riferir loro del successo ottenuto,
mentre il fronte nemico già stava per cedere. La notizia aumentò
l'ardire dei Romani che stavano avendo la meglio, e seminò lo scompiglio
tra le fila degli Equi in ritirata. La loro rotta cominciò nel centro dello
schieramento, nel punto in cui l'irruzione della cavalleria aveva sconvolto le
linee. Poi però anche l'ala sinistra cominciò a cedere di fronte al
console Quinzio. Sul versante destro lo sforzo fu tremendo. Qui il giovane e
prestante Agrippa, vedendo che la battaglia ovunque aveva esiti migliori
che dalla sua parte, strappò le insegne ai vessilliferi e
cominciò a brandirle lui stesso, gettandone anche qualcuna tra le linee compatte
dei nemici. Allora i suoi uomini, spinti dal timore della vergogna, si
rovesciarono sugli avversari, e così la vittoria fu uguale in ogni settore.
In quel momento arrivò da Quinzio la notizia che egli, ormai vincitore,
stava già minacciando l'accampamento nemico, ma non voleva assaltarlo prima
di aver ricevuto la notizia che anche all'ala sinistra le cose erano
finite per il meglio. Se Agrippa aveva già sbaragliato i nemici,
allora che andasse ad unire le truppe alle sue, perché nel medesimo momento l'intero
esercito potesse mettere le mani sul bottino. E il vittorioso Agrippa
raggiunse il collega vittorioso di fronte all'accampamento nemico e
lì ci fu uno scambio di congratulazioni. Messi in fuga in un baleno i pochi
rimasti a presidiare il campo, i due consoli senza far uso delle armi
irrompono nelle trincee e riconducono in patria l'esercito carico di un ingente
bottino, e che inoltre aveva recuperato i propri beni andati perduti
durante il saccheggio delle campagne. Da quanto sono riuscito ad
appurare, né i consoli richiesero il trionfo né il senato lo decretò;
non ci viene tramandato il motivo per il quale un simile riconoscimento fu dai
vincitori disdegnato o non sperato. Per quanto posso arguire, dopo
così tanto tempo, siccome il trionfo era stato negato dal senato ai consoli
Valerio e Orazio i quali, oltre ad aver sconfitto Volsci ed Equi, si erano
coperti di gloria anche nella guerra contro i Sabini, Agrippa e Quinzio si
vergognarono di chiederlo per un'impresa ch'era metà di
quella; se lo avessero ottenuto, poteva sembrare che si fosse tenuto conto più
degli uomini che dei meriti. 71 L'onorevole vittoria conseguita sui
nemici fu inquinata a Roma da un'infame sentenza del popolo in merito
ai territori degli alleati. I cittadini di Ardea e di Aricia erano
spesso giunti allo scontro per una fascia di terra la cui appartenenza era
controversa; stanchi delle molte reciproche sconfitte, scelsero quale
giudice il popolo romano. Presentatisi in città per
perorare le rispettive cause ed essendo stata convocata dai magistrati l'assemblea,
si ebbe un'accanita disputa. E quando, dopo esser stati prodotti i
testimoni, si era ormai prossimi alla convocazione delle tribù e al
voto da parte del popolo, Publio Scapzio, un plebeo piuttosto anziano, si
alzò a parlare e disse: «Se mi è concesso, o consoli, di parlare nell'interesse del
paese, io non permetterò che in questa causa il popolo commetta un
errore.» I consoli dissero che, inattendibile qual era, non c'erano
ragioni per ascoltarlo, e dato che continuava a sbraitare che si tradiva
l'interesse del paese, avevano ordinato di allontanarlo. Ma egli si
appellò ai tribuni. Questi, abituati quasi sempre a essere guidati dalla
plebe anziché a guidarla, concessero alla folla impaziente di sentire quello
che Scapzio aveva in mente di dire. Il vecchio cominciò
così a parlare dicendo di avere 83 anni e di aver militato proprio nella zona che in
quel momento era al centro del dibattito, e non da giovane, ma come
uno che al tempo della campagna di Corioli aveva già vent'anni di
servizio alle spalle. Per questo si riferiva a un episodio che, pur essendo
ormai caduto nel dimenticatoio perché successo così indietro
nel tempo, si era comunque impresso nella sua memoria: la terra oggetto della
disputa era stata parte del territorio dei Coriolani. Poi, una volta presa
Corioli, era per diritto di guerra diventata proprietà del popolo
romano. Si meravigliava quindi moltissimo della sfrontatezza con la quale Aricini
e Ardeati speravano di togliere al popolo romano - trasformandolo da
proprietario in giudice - una fascia di terra sulla quale essi non avevano mai
esercitato alcun tipo di diritto quando lo stato di Corioli era ancora
indipendente. Gli restava poco da vivere, tuttavia non si poteva
convincere che, dopo aver fatto la sua parte di soldato nel conquistare con le
armi quella terra, ora da vecchio non dovesse difenderla con la parola,
la sola forza rimasta a sua disposizione. Perciò invitava
vivamente il popolo a non danneggiare la propria causa solo per un inutile
pudore. 72 Quando i consoli si accorsero che
Scapzio non solo era ascoltato in silenzio, ma anche otteneva consenso,
chiamando a testimoni gli dèi e gli uomini che si stava per commettere
un'enorme ingiustizia, fecero venire i senatori più autorevoli. E
andando con loro in giro tra le tribù, pregavano che, come giudici, non si
macchiassero di una simile infamia e non dessero un esempio ancora peggiore
risolvendo quella causa a loro vantaggio. Ammesso che fosse lecito a
un giudice badare al proprio interesse, appropriandosi della terra
contesa essi non venivano a guadagnare più di quanto in
realtà perdevano, dato che si sarebbero alienati con un sopruso le simpatie
degli alleati: la loro reputazione e la loro affidabilità avrebbero
subito danni ben maggiori del prevedibile. Il fatto lo avrebbero riferito in
patria gli inviati, si sarebbe divulgato, avrebbe raggiunto le
orecchie di alleati e nemici, con dolore per i primi e gioia per i secondi.
Credevano forse che i popoli confinanti ne avrebbero ritenuto responsabile
Scapzio, un vecchio ciarlatano assembleare? Certo per questo aspetto
Scapzio sarebbe diventato famoso, ma il popolo romano avrebbe fatto la
figura del delatore per interesse e del rapinatore. E infatti quale giudice,
nell'àmbito di una causa privata, era mai arrivato ad aggiudicare a se stesso
l'oggetto della controversia? Neppure Scapzio in persona, pur avendo
ormai superato ogni limite di decenza, sarebbe stato capace di tanto. Queste erano le cose che senatori e
consoli si sgolavano a dire, ma l'avidità e Scapzio, che tale
avidità aveva scatenato, ebbero la meglio. Le tribù chiamate al voto
decisero che la fascia di terra era pubblica proprietà del popolo romano. Non
si esclude che l'esito sarebbe stato il medesimo se altri fossero stati i
giudici. Ma nel presente caso, la bontà della causa non attenuò per
nulla l'infamia della sentenza, che non sembrò meno vergognosa e amara agli Aricini e
agli Ardeati di quanto non lo fosse stata ai senatori romani. Il resto
dell'anno trascorse quieto, senza disordini in città e
all'esterno. LIBRO IV 1 A questi uomini successero i consoli
Marco Genucio e Gaio Curzio. Fu un anno difficile, sia in patria sia
fuori. Infatti, all'inizio dell'anno, il tribuno della plebe Gaio Canuleio
presentò una proposta di legge sul matrimonio tra patrizi e plebei, con la
quale i patrizi pensavano si contaminasse il loro sangue e si
sovvertissero i diritti gentilizi. Inoltre, fu suggerita - prima molto
cautamente da parte dei tribuni - un'altra proposta in base alla quale
sarebbe stato lecito che uno dei consoli fosse di estrazione plebea. Ma
la cosa prese in séguito una tale consistenza da spingere ben nove
tribuni a presentare una proposta di legge che garantiva al popolo la
facoltà di nominare i consoli scegliendoli sia fra la plebe, sia tra
i patrizi. E questi ultimi credevano che, se ciò fosse
accaduto, non solo alla più alta carica avrebbero avuto accesso i più
infimi, ma essa sarebbe stata del tutto tolta agli aristocratici per affidarla
ai plebei. Perciò fu per i patrizi un grande sollievo sentire che il popolo
di Ardea si era ribellato per l'infamia con la quale gli era stata
portata via la terra, che i Veienti avevano messo a ferro e fuoco le
campagne alla frontiera romana e che Volsci ed Equi stavano fremendo per la
fortezza di Verrugine: i patrizi preferivano una guerra dall'esito
magari funesto a una pace vergognosa. Perciò, esagerando ancor
più queste notizie - per far cessare, nell'agitazione di tante guerre, le
iniziative dei tribuni -, ordinano di organizzare le leve e di preparare la
guerra e le armi, con il massimo impegno e, se possibile, con ancor
maggiore sollecitudine di quella con cui erano state preparate sotto il
console Tito Quinzio. Allora Gaio Canuleio, in poche frasi, dice ai
senatori che i consoli, continuando a spaventare senza motivo, non sarebbero
riusciti, né a distogliere la plebe dal pensiero delle nuove leggi, né a
realizzare, finché lui era vivo, la leva militare, almeno non prima che la
plebe avesse espresso il proprio voto sulle proposte di legge presentate
da lui e dai suoi colleghi. Detto questo, convocò súbito
l'assemblea. 2 Nello stesso tempo i consoli
istigavano il senato contro il tribuno, e il tribuno il popolo contro i consoli.
Questi ultimi sostenevano che non era possibile tollerare più a
lungo i colpi di testa dei tribuni: si era ormai arrivati a toccare il limite
estremo e c'erano più focolai di guerra all'interno della città che
all'esterno. E se adesso le cose stavano così, la colpa era tanto della plebe quanto
del patriziato e tanto dei tribuni quanto dei consoli. In ogni paese si
sviluppa col massimo incremento ciò che viene ricompensato: così,
sia in pace che in guerra, si formano i buoni cittadini. Ma a Roma ciò
che aveva maggiore successo erano le sedizioni: da sempre esse tornavano ad
onore sia dei singoli che della moltitudine. Che ricordassero la
maestà del senato quale l'avevano ricevuta dai loro padri e quale
l'avrebbero consegnata ai figli, e come invece la plebe potesse vantarsi di
aver accresciuto la propria autorità e importanza. Né si intravedeva una fine
a questo, nemmeno per il futuro, finché le sedizioni avessero continuato
ad aver fortuna e i loro autori avessero continuato a ricevere tanti
riconoscimenti. Quali iniziative aveva preso Gaio Canuleio, e quanto
importanti! Cercava di mescolare il sangue delle famiglie aristocratiche,
di creare confusione negli auspici pubblici e privati, perché niente di
puro, niente di incontaminato si salvasse, così che, soppressa
ogni distinzione, nessuno potesse essere in grado di riconoscere se stesso e i
suoi. Perché quale altro effetto possono avere i matrimoni misti, se non
la diffusione di accoppiamenti, come tra animali, di patrizi e plebei?
Così i figli nascendo non avrebbero saputo qual era il loro sangue, quale
il loro culto; sarebbero stati per metà patrizi e per metà
plebei, senza trovare accordo neppure dentro di loro. Ma che fosse completamente
sconvolto l'ordine delle cose divine e di quelle umane sembrava ancora poco: i
sobillatori del volgo puntavano già al consolato. E mentre in un primo tempo
avevano cercato di ottenere solo coi discorsi che uno dei consoli fosse
plebeo, ora presentavano la proposta che fosse il popolo a
eleggere, a suo piacimento, i consoli tra i patrizi o tra i plebei. E senza dubbio
avrebbero sempre eletto tra la plebe i più facinorosi: dunque
sarebbero diventati consoli dei Canulei e degli Icili. Ma Giove Ottimo Massimo
non avrebbe permesso che una carica investita di regale maestà
cadesse così in basso. Essi sarebbero morti mille volte piuttosto di tollerare che
si commettesse una simile infamia. Erano sicurissimi che anche i loro
antenati, se avessero potuto prevedere che, assecondando ogni richiesta della
plebe, l'avrebbero resa non più mite ma solo più dura, e che
alle prime concessioni avrebbero fatto séguito nuove e sempre più
ingiuste pretese, all'inizio avrebbero accettato di affrontare qualsiasi
scontro piuttosto che subire l'imposizione di quelle leggi. Ma
siccome avevano ceduto allora sulla questione dei tribuni, si dovette
cedere altre volte. I cedimenti non potevano aver fine se nella stessa
città continuavano a coesistere tribuni della plebe e patrizi: bisognava
eliminare quella classe o quella magistratura; bisognava opporsi -
meglio tardi che mai - all'arroganza e alla temerarietà. Com'era
possibile che, dopo aver fatto scoppiare le guerre con i vicini a forza di seminare
zizzania, avessero poi impedito alla città di armarsi per
difendersi dalle guerre che loro avevano fatto scoppiare? O ancora che, dopo aver
quasi invitato i nemici, in séguito non avessero permesso che si arruolassero
gli eserciti per affrontarli? E che Canuleio fosse così sfrontato da
dichiarare in senato che se i patrizi avessero impedito l'approvazione delle
leggi da lui proposte, come se fossero quelle di un trionfatore,
avrebbe impedito la realizzazione della leva militare? Cos'altro era quella se
non la minaccia di tradire il proprio paese, accettando che subisse
un attacco e finisse in mani nemiche? Quelle parole sì
sarebbero state un bell'incoraggiamento, ma non per la plebe, per Volsci, Equi e Veienti;
non avrebbero forse sperato di salire fino sul Campidoglio e sulla
cittadella con Canuleio alla testa? Se insieme ai diritti e alla
dignità i tribuni non avevano sottratto ai patrizi anche il coraggio, allora i
consoli erano pronti a guidare la lotta contro le scelleratezze dei
concittadini, prima ancora che contro le armi dei nemici. 3 Proprio mentre in senato era in pieno
svolgimento il dibattito su questi temi, Canuleio pronunciò questo
discorso in difesa delle sue proposte di legge e contro i consoli: «Quanto i
patrizi vi odino, o Quiriti, e come vi considerino indegni di vivere accanto a
loro all'interno delle mura di una stessa città, a esser sincero mi
sembra di averlo già rilevato più volte in passato. E ora più che mai,
poiché i patrizi dimostrano un livore senza precedenti nei confronti delle nostre
proposte di legge; ma noi cosa facciamo con esse se non avvertirli che
siamo loro concittadini e che, pur non avendo pari ricchezze, abitiamo
nella medesima patria? Con uno dei provvedimenti chiediamo il diritto a
quel matrimonio che si suole concedere ai popoli confinanti e agli
stranieri; noi abbiamo assicurato anche ai nemici vinti la cittadinanza,
che è ben più del diritto al matrimonio. Con il secondo non
chiediamo nulla di nuovo, ma ci limitiamo a esigere e rivendicare un diritto del
popolo, e cioè che il popolo romano possa eleggere i candidati che preferisce.
Ma allora per quali ragioni i patrizi hanno deciso di mettere
sottosopra cielo e terra? E perché mai poco fa io sono stato quasi assalito in
senato? Perché hanno dichiarato di non voler limitare il ricorso alla
forza, minacciando di violare la nostra sacrosanta autorità? Se al
popolo romano fosse garantita la libertà di voto, così che possa affidare il
consolato a chi desidera, e se anche il plebeo non fosse privato della speranza
di assurgere ai massimi onori - qualora ne fosse degno -, credete che
la stabilità di questo nostro paese risulterebbe compromessa? È la
fine per lo Stato romano? Che un plebeo possa diventare console, equivale forse
a dire che un console diventerà un liberto o un servo? Ma vi rendete conto
in mezzo a quanto disprezzo vivete? Se solo potessero, vi
porterebbero via anche parte della luce del giorno! Non sopportano che respiriate,
che parliate e che abbiate forma umana, e arrivano - pensate un po'! - a
definire sacrilega l'elezione di un console plebeo. Ora, ditemi, anche
se noi del popolo non siamo ammessi alla consultazione dei Fasti e dei
libri tenuti dai pontefici, forse per questo ignoriamo quello che anche gli
stranieri sanno, e cioè che i consoli presero il posto dei re e che
non hanno alcun diritto o autorità che non siano già stati dei re?
Pensate che nessuno abbia sentito parlare di Numa Pompilio, che, pur non essendo
patrizio e nemmeno cittadino romano, fu chiamato dalle campagne
della Sabina per volontà del popolo e regnò su Roma col beneplacito
dell'aristocrazia? Oppure che in séguito Lucio Tarquinio, il quale non
apparteneva a una stirpe romana né italica, figlio di Demarato di Corinto e immigrato
da Tarquinia, fu eletto re, anche se i figli di Anco erano ancora
vivi? O che dopo di lui Servio Tullio, figlio di una prigioniera di
Cornicolo, di padre ignoto e con una schiava per madre, riuscì a
reggere il regno grazie soltanto al suo ingegno e al suo valore? Per non
parlare di Tito Tazio, associato al potere da Romolo in persona, il padre
di questa città! Quando non si disdegnava alcuna stirpe nella quale
brillasse qualche virtù, la potenza di Roma continuò a crescere. E
ora non dovrebbe andarvi a genio un console plebeo, quando i nostri antenati non
rifiutarono re venuti da fuori e neppure dopo la cacciata dei re la
città chiuse le porte alla virtù straniera? Prendete la famiglia Claudia
che veniva dai Sabini: dopo la cacciata dei re, non solo l'abbiamo
accolta in città, ma l'abbiamo anche inclusa nel novero dei patrizi. Dunque
uno straniero può diventare prima patrizio e poi console, e invece un
cittadino romano, se proviene dalla plebe, sarà privato della
speranza di arrivare al consolato? Dobbiamo forse ritenere impossibile che un uomo
forte e coraggioso in pace e in guerra, simile a Numa, a Lucio Tarquinio
e a Servio Tullio, sia di estrazione plebea? Oppure, se ve ne
fosse uno, gli impediremo di arrivare al timone dello Stato e dovremo avere
consoli simili ai decemviri - i più turpi tra gli uomini, pur provenendo
tutti dai patrizi -, invece che simili ai migliori tra i re, anche se
venuti dal nulla? 4 Ma, in realtà, dai tempi della
cacciata dei re nessun plebeo è mai stato console. E allora? Non si deve
introdurre nessuna novità? E ciò che non è ancora stato fatto - e in un paese recente
le cose non ancora fatte sono certo moltissime - non bisogna farlo
nemmeno se è utile? Ai tempi del regno di Romolo non esistevano né
pontefici né àuguri: fu Pompilio a crearli. Non c'era censo né divisione
in centurie basata sul censo: li introdusse Servio Tullio. Non c'erano
mai stati dei consoli: furono creati dopo la cacciata dei re. Il nome e il
potere del dittatore non c'erano: cominciarono a esserci al tempo dei nostri
padri. Non esistevano né tribuni della plebe né edili, né
questori: si stabilì di averne. Nell'arco degli ultimi dieci anni, abbiamo eletto
decemviri incaricati di redigere le leggi e poi li abbiamo allontanati
dalla repubblica. Chi potrebbe dubitare che, in una città
fondata per durare in eterno e che cresce smisuratamente, si debbano istituire
nuovi poteri, nuovi sacerdoti e nuovi diritti delle genti e dei singoli
uomini? Questo stesso divieto di contrarre matrimoni tra patrizi e
plebei non lo introdussero i decemviri qualche anno or sono, causando pessimi
effetti sulla comunità e danneggiando ingiustamente la plebe?
Esiste forse affronto più grande e infamante di questo che considera una
parte della popolazione indegna del matrimonio, come se fosse infetta? Che
cos'è questa se non una segregazione all'interno delle mura
della propria città? I patrizi fanno di tutto per evitare che intrecciamo
rapporti con loro di affinità e di parentela, non vogliono che si mescoli
il sangue. E che? Se un simile contatto è in grado di
contaminare questa vostra nobiltà - che la maggior parte di voi, date le origini albane e
sabine, non possiede per lignaggio o per sangue, ma per essere stata
cooptata nel patriziato, o scelta dai re o per volontà del popolo dopo la
cacciata dei re -, non potevate mantenerla intatta con accorgimenti
privati, non prendendo in moglie donne plebee e impedendo che le vostre figlie
e sorelle sposassero uomini estranei all'aristocrazia? Nessun
plebeo violenterebbe mai una ragazza patrizia: è una libidine tipica
dei nobili. Nessuno costringerebbe un altro a stipulare un contratto
matrimoniale contro la sua volontà. Ma impedire con la legge matrimoni tra
patrizi e plebei, annullare quelli già celebrati, questo sì che
è un vero affronto alla plebe! Perché allora non proponete che non ci sia diritto di
matrimonio tra poveri e ricchi? Ciò che sempre e dovunque si è
lasciato alla decisione privata - ossia che una donna andasse in sposa nella casa dove
si era convenuto e che l'uomo potesse prendere moglie dalla casa in
cui aveva stretto l'accordo - voi volete assoggettarlo ai vincoli di una
legge dispotica, per creare una frattura all'interno della
società, spaccando in due lo Stato. Perché non decretate che il plebeo non possa stare
accanto al patrizio, non possa camminare per la stessa strada, non
possa sedersi alla stessa tavola né trovarsi nello stesso foro? Che
differenza ci può mai essere se un patrizio sposa una plebea o un plebeo
una patrizia? Contro quale diritto si andrebbe? I figli seguono naturalmente
i padri. Volendoci unire in matrimonio con voi, non chiediamo altro
che far parte del consesso umano e civile, e voi non avete nessuna buona
ragione per impedircelo, a meno che vi piaccia gareggiare a chi ci
oltraggia e ci umilia di più. 5 Ma infine il supremo potere
appartiene al popolo romano o a voi? La cacciata dei re ha fruttato la
tirannide a voi o un'uguale libertà a tutti? Al popolo romano, se questo
è il suo desiderio, deve essere consentito di votare una legge, oppure,
ogni qualvolta verrà presentata una nuova proposta, voi per reazione
indirete una leva militare? E non appena io, in qualità di
tribuno, chiamerò le tribù al voto, tu súbito, in qualità di console, costringerai
i più giovani a prestare il giuramento militare e li porterai al campo,
distribuendo minacce alla plebe e ai suoi tribuni? Che cosa succederebbe se non
aveste già sperimentato per ben due volte quanto poco valgano queste minacce
di fronte al consenso unanime della plebe? È - vero che avete
evitato di scontrarvi per venire incontro alle nostre esigenze, oppure non si
è combattuto perché la parte più forte era anche la più moderata? Non
ci sarà scontro neppure adesso, o Quiriti: i patrizi continueranno sempre a
saggiare il vostro coraggio, ma non arriveranno mai a mettere alla prova la
vostra forza. Perciò, o consoli, la plebe è pronta ad affrontare
queste guerre - vere o false che siano -, solo se voi, ripristinato il diritto al
matrimonio, finalmente riunirete questa città; se i plebei
potranno fondersi, unirsi e mescolarsi con voi in base a legami privati di parentela;
se ad uomini valorosi e forti sarà data la speranza di accedere alle
cariche pubbliche; se sarà consentito a tutti di partecipare alla gestione
della cosa pubblica; se, uguali nella libertà, si avrà
l'opportunità di governare e di obbedire a turno, secondo l'avvicendamento annuale delle
magistrature. Se qualcuno dovesse respingere queste condizioni, voi
consoli potrete parlare di guerre e moltiplicarle coi vostri discorsi:
nessuno di noi andrà a iscriversi, nessuno imbraccerà le armi,
nessuno combatterà per dei padroni arroganti, coi quali non ha nulla in comune: né
riconoscimenti nella vita pubblica, né matrimoni in quella privata.» 6 Anche i consoli si erano presentati a
parlare in assemblea e qui, dopo interminabili interventi, il dibattito
si trasformò in un alterco. Al tribuno che chiedeva perché mai un
plebeo non dovesse diventare console, Curiazio - forse giustamente, ma poco
opportunamente date le circostanze -, rispose che nessun plebeo aveva il
diritto di prendere gli auspici e che per questo i decemviri avevano
vietato i matrimoni misti, perché gli auspici non fossero turbati in caso di
discendenza incerta. Di fronte a queste parole, presa da grande
indignazione, la plebe s'infiammò, perché le si negava la possibilità di
trarre gli auspici, come se fosse in odio agli dèi immortali. Siccome la
plebe, che aveva trovato nel tribuno un difensore accanito della causa comune,
gareggiava con lui in ostinazione, lo scontro si concluse solo quando i
patrizi cedettero, accettando finalmente una proposta di legge sul
diritto di matrimonio; essi erano pienamente convinti che in tal modo i
tribuni avrebbero abbandonato definitivamente la questione dei
consoli plebei o almeno l'avrebbero rimandata alla fine della guerra, e che
la plebe, soddisfatta per il diritto di matrimonio, sarebbe stata
disposta ad arruolarsi. Essendo cresciuto molto il prestigio di
Canuleio per la vittoria sui patrizi e per il favore della plebe,
gli altri tribuni, incoraggiati alla lotta, si impegnano con tutte le forze
per far passare la loro proposta e impediscono la leva, benché ogni giorno
di più prendano consistenza le voci di guerra. I consoli, non potendo per
il veto dei tribuni far prendere deliberazioni al senato,
tenevano riunioni private con i membri più autorevoli. Era chiaro che
sarebbe stato inevitabile lasciare la vittoria o ai nemici o ai concittadini.
Tra gli ex-consoli soltanto Valerio e Orazio non prendevano parte a
quelle riunioni. Gaio Claudio parlava di armare i consoli contro i
tribuni, mentre i due Quinzi, Cincinnato e Capitolino, erano
assolutamente contrari a uccidere e usare violenza contro coloro che, in
virtù del patto stipulato con la plebe, avevano dichiarato sacri e inviolabili.
A séguito di queste riunioni si arrivò ad accordare l'elezione
di tribuni militari con potere consolare, da scegliersi indifferentemente tra
patrizi e plebei, mentre nulla doveva essere mutato per quanto riguardava
l'elezione dei consoli. Di questo furono contenti i tribuni e la plebe.
Vengono quindi indetti i comizi per l'elezione di tre tribuni con potere
consolare. Non appena ne fu annunciata la data, tutti quelli che
avevano detto o fatto qualcosa di sedizioso (e soprattutto gli
ex-tribuni), cominciarono a sollecitare la gente e, vestiti col bianco dei candidati,
andarono in giro per tutto il foro a caccia di voti. E lo fecero per
scoraggiare i patrizi che, in primo luogo non avevano alcuna speranza di
raggiungere quella carica per via dell'irritazione della plebe, e poi
erano indignati all'idea di dover dividere la magistratura con loro. Ma
alla fine furono costretti dai loro membri più autorevoli a scendere
in gara per non dar l'impressione di aver rinunciato al controllo della cosa
pubblica. L'esito delle elezioni dimostrò come sia diverso il
comportamento degli uomini quando lottano per la libertà e l'onore rispetto a
quando giudicano a mente fredda gli eventi, una volta deposte le contese.
Il popolo infatti elesse tre tribuni, tutti patrizi, bastandogli che
l'opinione dei plebei fosse stata presa in considerazione. Ma oggi dove
si potrebbe trovare in un solo individuo quel senso di equità,
quella moderazione e quella nobiltà d'animo che allora erano nell'intera
popolazione? 7 Nell'anno 310 dalla fondazione di
Roma, per la prima volta, entrano in carica, al posto dei consoli, i tribuni
militari: si chiamavano Aulo Sempronio Atratino, Lucio Atilio e Tito
Clelio. Durante il loro mandato, la concordia interna garantì la pace
anche all'esterno. Alcuni autori, sulla base di una guerra con Veio
venutasi ad aggiungere a quelle con Volsci ed Equi nonché alla ribellione
degli Ardeati, sostengono che i tre tribuni militari furono eletti proprio
perché i due consoli non sarebbero stati in grado di far fronte
contemporaneamente a tanti conflitti, e non fanno alcun accenno alla proposta di
legge sull'elezione di consoli plebei, pur menzionando però che
i tribuni ebbero l'autorità e le insegne dei consoli. In ogni caso, la nuova
magistratura non poggiava ancora su basi sicure perché, a soli tre mesi di
distanza dal giorno dell'investitura, i tre dovettero
rinunciare alla carica per decreto degli àuguri, come se la loro nomina
non fosse regolare, in quanto Gaio Curiazio, che aveva presieduto alle
elezioni, non aveva scelto il luogo giusto per la tenda augurale. Da Ardea arrivarono a Roma ambasciatori
per lamentarsi del torto subito; facevano però capire che, se
fosse stata loro restituita la terra, avrebbero continuato a essere alleati e
amici dei Romani. Il senato rispose loro di non avere la
facoltà di abrogare una sentenza del popolo, e non soltanto per la mancanza di
precedenti e di autorità specifica, ma anche a causa dell'armonia tra le
classi: se gli Ardeati volevano aspettare l'occasione propizia
affidando al senato la facoltà di decidere il modo con cui ripagarli dell'offesa
subita, un giorno si sarebbero rallegrati di aver controllato il
proprio risentimento e avrebbero capito quanto ai senatori stesse a cuore che
non si commettesse alcuna ingiustizia nei loro confronti, e che
quella che già c'era stata non durasse a lungo. Così, dopo aver
assicurato che avrebbero riferito la cosa nei particolari, gli ambasciatori
vennero cortesemente congedati. Siccome la repubblica era priva di
magistrature curuli, i patrizi si riunirono e nominarono un interré.
L'interregno durò parecchi giorni, perché non si riusciva a decidere se si
dovessero nominare i consoli o i tribuni militari. L'interré e il senato
volevano che si eleggessero i consoli, e invece i tribuni della plebe
e la plebe volevano i tribuni. Ebbero la meglio i senatori, sia perché
la plebe, che era disposta a dare entrambe le cariche ai patrizi, si
astenne dall'inutile lotta, sia perché i membri più autorevoli della
plebe preferivano i comizi dai quali erano esclusi come candidati a quelli in cui
potevano essere lasciati da parte come indegni. Anche i tribuni della
plebe abbandonarono una lotta per loro inutile per procurarsi un titolo di
merito di fronte ai senatori più eminenti. L'interré Tito Quinzio
Barbato nomina quindi consoli Lucio Papirio Mugillano e Lucio Sempronio
Atratino. Durante il loro consolato venne rinnovato il trattato con gli
Ardeati. Proprio questo episodio è l'unica prova che essi furono consoli
in quell'anno, visto che non se ne trova menzione negli antichi annali né
nelle liste dei magistrati. Personalmente credo che, essendoci i
tribuni militari all'inizio dell'anno, i nomi dei consoli eletti al
loro posto non sono stati registrati, come se i tribuni fossero
rimasti in carica per l'intera durata dell'anno. Licinio Macro attesta
che i nomi di quei consoli erano sia nel trattato con gli Ardeati sia
nei libri lintei conservati nel tempio di Giunone Moneta. La situazione
rimase tranquilla sia in città che all'esterno, nonostante le frequenti
minacce delle popolazioni dei dintorni. 8 Sia che ci fossero stati solo
tribuni, sia che i tribuni fossero stati successivamente sostituiti da consoli,
a quell'anno ne seguì un altro in cui si ebbero i consoli Marco Geganio
Macerino, per la seconda volta, e Tito Quinzio Capitolino, per la quinta.
Quello stesso anno vide l'avvio
della censura, carica modesta in origine, ma che acquistò in
séguito un tale prestigio da sottoporre alla
propria autorità il controllo dei costumi e della condotta dei Romani,
così come il giudizio sulla rettitudine o meno del senato e delle
centurie dei cavalieri. Ma alla discrezione di chi deteneva questa
carica erano affidati anche il diritto decisionale sulle proprietà
pubbliche e private e la cura dell'approvvigionamento alimentare del
popolo romano. La censura si era resa necessaria non solo perché non si
poteva più rimandare il censimento che da anni non veniva più
fatto, ma anche perché i consoli, incalzati dall'incombere di tante guerre, non
avevano il tempo per dedicarsi a questo ufficio. Fu presentata in senato
una proposta: l'operazione, laboriosa e poco pertinente ai consoli,
richiedeva una magistratura apposita, alla quale affidare i compiti
di cancelleria e la custodia dei registri e che doveva stabilire le
modalità del censimento. E pur trattandosi di una carica modesta, i
senatori la accolsero contenti perché avrebbe incrementato il numero di
magistrati patrizi all'interno della repubblica e inoltre, com'è mia
opinione per altro confermata da quello che accadde poi, perché pensavano che
in poco tempo il prestigio delle persone che la detenevano avrebbe
aggiunto alla carica autorità e rispettabilità. E anche i
tribuni, considerando quella magistratura più necessaria che onorifica - come infatti
era in quel tempo -, per evitare un inopportuno ostruzionismo in
questioni di poco conto, non fecero alcuna opposizione. Siccome i cittadini
più autorevoli disdegnarono la carica, il popolo decretò di affidare il
censimento a Papirio e a Sempronio (sul consolato dei quali persistono dubbi),
in maniera tale che con quella magistratura potessero integrare un
consolato incompleto. Dalla loro funzione presero il nome di censori. 9 Mentre a Roma succedevano queste
cose, arrivarono da Ardea ambasciatori a implorare aiuto per la loro
città sull'orlo della rovina, in nome dell'antichissima alleanza e del
trattato rinnovato di recente. Infatti non godevano più della pace,
saggiamente mantenuta invece con il popolo romano, a causa di una guerra civile
originata, per quel che se ne sa, dalla rivalità tra le fazioni,
che, per buona parte dei popoli, furono e saranno ben più esiziali delle
guerre esterne, delle carestie, delle pestilenze, e di tutte le altre cose,
calamità e pubblici disastri che vengono attribuiti all'ira divina. Una
ragazza di origini plebee, famosa per la sua bellezza, aveva due giovani
pretendenti: uno era della stessa condizione e contava sull'appoggio dei
tutori di lei, anch'essi della stessa classe, l'altro, nobile, era
attratto esclusivamente dalla bellezza. La causa di quest'ultimo era
appoggiata dal favore degli ottimati, e così la lotta tra
fazioni entrò anche nella casa della ragazza. La madre preferiva il nobile
perché voleva per sua figlia il più sontuoso dei matrimoni; i tutori,
invece, pensando anche in quella circostanza in termini di parte,
sostenevano il pretendente plebeo. Siccome la cosa non poté essere risolta
tra le mura domestiche, si ricorse al tribunale. Dopo aver ascoltato le
ragioni della madre e dei tutori, i magistrati stabilirono che spettasse
alla madre decidere ciò che riteneva più giusto riguardo alle nozze.
Ma la violenza ebbe il sopravvento. I tutori infatti, dopo aver arringato in
pieno foro gli uomini della loro parte, mettendo l'accento
sull'iniquità del verdetto, formarono un gruppo e rapirono la ragazza dalla casa della
madre. Contro di loro mosse una schiera di patrizi ancora più
inferociti e guidati dal giovane fuori di sé per l'oltraggio subito. Lo scontro fu
durissimo. La plebe respinta - in niente simile alla plebe romana - esce
armata dalla città, occupa un colle e di lì opera incursioni nelle
terre dei patrizi, le mette a ferro e fuoco. La plebe si prepara ad assediare
la città: l'intera corporazione degli artigiani, compresi quelli che
fino ad allora non avevano preso parte agli scontri, era stata
richiamata dalla speranza di bottino. E non mancava nessuno degli orrori bellici,
come se la città fosse stata contagiata dalla rabbia dei due giovani
che cercavano nozze funeste dalla rovina del loro paese. A nessuna delle
due parti parve che in patria ci fossero già abbastanza armi e
guerra: gli ottimati chiamarono i Romani in aiuto della città assediata, i
plebei si rivolsero ai Volsci per conquistare Ardea con il loro sostegno.
I Volsci comandati da Equo Cluilio arrivarono per primi ad Ardea e
costruirono una trincea davanti alle mura nemiche. Quando a Roma arrivò la
notizia, il console Marco Geganio partì immediatamente con l'esercito e, giunto a
tre miglia di distanza dal nemico, scelse un luogo adatto per
porre l'accampamento; poi, siccome stava rapidamente calando la notte,
diede ordine ai soldati di riposarsi. Alle tre di notte, si mise in movimento
e, iniziata la costruzione di una trincea, la completò così
velocemente che al sorgere del sole i Volsci si resero conto di essere stati circondati
dai Romani con una fortificazione più solida di quella da loro costruita
intorno alla città. In un settore il console aveva poi aggiunto un
terrapieno collegato alle mura di Ardea, in maniera tale che i suoi potessero
andare e venire dalla città al campo. 10 Il comandante dei Volsci, che fino ad
allora aveva sfamato i suoi col frumento preso giorno per giorno
razziando le campagne circostanti e non con scorte accumulate in precedenza,
quando, circondato dal vallo, all'improvviso si trovò del
tutto privo di risorse, invitò il console a colloquio e gli disse che, se i Romani
erano lì per liberare Ardea dall'assedio, lui avrebbe portato via i
Volsci. Il console replicò che i vinti devono subire le condizioni e non
dettarle. I Volsci erano venuti ad assediare gli alleati del popolo romano
di loro spontanea volontà, però ora non potevano andarsene nella stessa
maniera. Ordinò che consegnassero il comandante e che deponessero le
armi, dichiarandosi vinti e obbedienti ai suoi ordini. In caso contrario lui
sarebbe stato un nemico pericoloso sia per chi se ne andava, sia per chi
rimaneva, deciso com'era a riportare a Roma una vittoria sui Volsci
piuttosto che una pace incerta. I Volsci, non avendo altre vie d'uscita,
tentarono l'unica cosa che restava da fare, lo scontro armato. Siccome, oltre a
tutti gli altri svantaggi, si trovavano in un luogo poco adatto al
combattimento e ancor meno alla fuga, vennero massacrati da ogni parte.
Abbandonata la lotta per implorare invece salvezza, dopo aver consegnato
il comandante e cedute le armi, furono fatti passare sotto il giogo e
quindi, con addosso un solo indumento per ciascuno, rimandati in
patria carichi di vergogna per la disfatta. Accampatisi non lontano da
Tuscolo, inermi com'erano, furono sopraffatti dai Tuscolani, che da lungo
tempo li odiavano. Così dura fu la punizione che quasi non rimasero
superstiti a riferire la notizia del disastro. Ad Ardea il console romano
ristabilì l'ordine sconvolto dalla sedizione, facendo decapitare i capi e
confiscando i loro beni a beneficio dell'erario degli Ardeati. Questi
pensavano che il grande servigio prestato loro dal popolo romano avesse
riparato l'affronto del verdetto relativo alla terra contesa; ciò
nonostante al senato di Roma sembrava che ci fosse ancora qualcosa da fare per
cancellare il ricordo di quella avidità dello Stato romano. Il
console tornò a Roma in trionfo, facendo camminare davanti al suo carro il
comandante dei Volsci Cluilio e mettendo in mostra le spoglie strappate
all'esercito nemico che, disarmato, era stato da lui costretto a passare sotto
il giogo. Il console Quinzio, rimasto in patria,
riuscì ad eguagliare, cosa non facile, i riconoscimenti ottenuti dal
collega in campo militare: ebbe cura della pace e della concordia interne,
regolando i diritti dei cittadini dal ceto più umile al più
alto in modo tale che i patrizi lo considerarono un console energico e i plebei
abbastanza moderato. E anche nei rapporti coi tribuni ricorse alla sua
autorità piuttosto che allo scontro aperto. Cinque consolati esercitati sempre
nello stesso modo e tutta una vita degna di un console facevano sì
che l'uomo imponesse maggiore rispetto della carica. Perciò, durante
quel consolato, non si fece alcun accenno a tribuni militari. 11 Furono eletti consoli Marco Fabio
Vibulano e Postumio Ebuzio Corniceno. Questi due magistrati si rendevano
conto di succedere a uomini che si erano coperti di gloria con imprese
compiute in patria e fuori, e soprattutto giudicavano che l'anno
trascorso sarebbe rimasto memorabile, per i vicini alleati e per i nemici,
poiché con tanta sollecitudine si era intervenuti in soccorso degli Ardeati
in un momento per loro difficile; a maggior ragione i due consoli avevano
intenzione di impegnarsi per cancellare completamente dall'animo
degli uomini l'infamia della sentenza che aveva tolto agli Ardeati il loro
territorio. Proprio per questo fecero approvare dal senato un decreto in base
al quale, poiché la popolazione di Ardea era stata decimata dalla rivolta
intestina, sarebbero stati inviati dei coloni per difenderla dai Volsci.
Questo decreto fu registrato pubblicamente affinché al popolo e ai
tribuni sfuggisse il piano architettato per annullare la sentenza.
Ma i senatori avevano tra loro convenuto di iscrivere tra i coloni un
numero più cospicuo di Rutuli che di Romani e di non spartire alcuna
terra se non quella già in passato sottratta in séguito alla vergognosa
decisione. Infine avevano stabilito che a nessun romano doveva andare anche
una sola zolla, prima che tutti i Rutuli avessero avuto quanto spettava
loro. Così la terra tornò agli Ardeati. In qualità di triumviri
preposti alla fondazione della colonia di Ardea vennero designati Agrippa
Menenio, Tito Cluilio Siculo e Marco Ebuzio Elva. Questi, oltre a dover
svolgere un cómpito per nulla popolare, non solo offesero la plebe assegnando
agli alleati la terra che il popolo romano aveva già sancito essere
di sua proprietà, ma non riuscirono nemmeno a incontrare il favore dei
patrizi più eminenti perché non avevano compiuto favoritismi. E dunque,
avendoli i tribuni citati in giudizio di fronte al popolo, evitarono queste vessazioni,
rimanendo nella colonia che rappresentava la migliore testimonianza
della loro integrità e della loro giustizia. 12 Ci fu pace in città e
all'esterno in quell'anno e in quello successivo, durante il consolato di Gaio Furio
Paculo e di Marco Papirio Crasso. In quell'anno furono celebrati i giochi
promessi dai decemviri a séguito di un decreto del senato, ai tempi della
secessione dei plebei dai patrizi. Petelio cercò invano di far
scoppiare disordini: egli era stato nominato di nuovo tribuno della plebe,
preannunziando quel minaccioso programma, ma non riuscì a ottenere che i
consoli in senato proponessero di assegnare le terre alla plebe. E quando, dopo uno
scontro accesissimo, ottenne che si consultassero i senatori per sapere se
si dovevano tenere comizi per eleggere i consoli o i tribuni, fu
deciso di eleggere i consoli. Erano oggetto di scherno le minacce del
tribuno, di impedire la leva, perché i popoli confinanti se ne stavano quieti e
non c'era bisogno né di fare la guerra, né di prepararla. A questo periodo di tranquillità
seguì un anno, quello del consolato di Proculo Geganio Macerino e di Lucio
Menenio Lanato, caratterizzato da molte morti e da notevoli pericoli, da
rivolte, carestia; allettati da elargizioni, quasi si rischiò di
finire sotto il giogo della monarchia. Mancò solo una guerra esterna:
se essa fosse venuta ad aggravare la situazione, forse non sarebbe bastato
l'aiuto di tutti gli dèi per resistere. Tutti i mali cominciarono
con una spaventosa carestia, dovuta o all'annata poco propizia al raccolto o
all'abbandono delle campagne avvenuto per l'attrattiva esercitata
dalle assemblee e dalla vita cittadina: vengono infatti riportate
entrambe le cause. I patrizi accusavano la plebe d'indolenza, mentre
i tribuni della plebe accusavano ora di disonestà, ora d'incuria
i consoli. Infine, senza incontrare l'opposizione del senato, i tribuni
spinsero la plebe a eleggere prefetto dell'annona Lucio Minucio il quale, in
quella magistratura, doveva avere più successo nella salvaguardia
della libertà che nell'esercizio delle sue funzioni, anche se alla fine ottenne
gratitudine non immeritata e gloria per aver fatto calare il prezzo del
grano. Egli, nonostante avesse mandato per mare e per terra ambascerie ai
paesi confinanti, non era riuscito a migliorare la situazione annonaria,
fatta eccezione per una modesta quantità di frumento giunta
dall'Etruria. Perciò era tornato a distribuire lo scarso grano di cui disponeva,
costringendo la gente a dichiarare le scorte di frumento e a vendere la quantità
che eccedeva i bisogni di un mese. Diminuì la razione
giornaliera degli schiavi, incriminò i mercanti di frumento, esponendoli alla rabbia
popolare. Solo che, con i suoi metodi da inquisitore, invece di contenere la
carestia, la rivelò a tutti, e il risultato fu che molti plebei, perduta
ogni speranza, dopo essersi coperti il capo, si buttarono nel Tevere
piuttosto che soffrire continuando a vivere. 13 Allora Spurio Melio, che apparteneva
all'ordine equestre ed era molto ricco per quei tempi, prese
un'iniziativa utile di per sé, ma di pessimo esempio e ispirata da un disegno ancora
peggiore. Infatti, avendo a sue spese comprato grano in Etruria grazie
all'interessamento di amici e clienti - questa iniziativa credo che
abbia ostacolato i tentativi dello Stato per alleviare la carestia -
ordinò di distribuire frumento gratuitamente. Così, ammirato ed
esaltato oltre il limite consentito a un privato cittadino, ovunque andasse si
trascinava dietro la plebe sedotta dalla sua generosità; le
aspettative e il favore della plebe erano una garanzia quasi certa per il
conseguimento del consolato. Ma egli - l'animo umano non è mai sazio di ciò
che la fortuna gli promette - cominciò ad aspirare a traguardi ancora più
alti e irraggiungibili. Siccome anche il consolato avrebbe dovuto strapparlo
all'opposizione dei senatori, iniziò a pensare al regno: infatti soltanto il
trono sarebbe stato una ricompensa adeguata alla grandiosità dei
suoi progetti e alla dura fatica che avrebbe dovuto sostenere. I comizi per
l'elezione dei consoli erano ormai alle porte e questa scadenza lo sorprese
quando i suoi piani non erano ancora completi né sufficientemente
perfezionati. Fu eletto console per la sesta volta Tito Quinzio Capitolino, un uomo
davvero poco favorevole a chi aveva intenzioni rivoluzionarie. Come collega
gli fu assegnato Agrippa Menenio detto Lanato. Lucio Minucio fu o
rieletto prefetto dell'annona, oppure gli venne affidato l'incarico per un
periodo indeterminato, fino a quando la situazione lo richiedesse. Nient'altro
infatti risulta, se non che il suo nome è registrato nei libri
lintei nella lista dei magistrati, in qualità di prefetto dell'annona per entrambi
gli anni. Questo Minucio, che ufficialmente esercitava le stesse
funzioni che Melio esercitava in privato (e il medesimo tipo di
individui frequentava le case dell'uno e dell'altro), denunciò al senato
quello che aveva scoperto: che si raccoglievano armi a casa di Melio, che
egli vi teneva riunioni segrete e che sicuramente progettava di
restaurare la monarchia. Il momento dell'azione non era stato ancora
deciso, ma tutto il resto era già stato convenuto: col denaro erano stati
corrotti i tribuni perché tradissero la libertà e cómpiti specifici
erano stati assegnati ai capipopolo. Quanto a lui, aveva denunciato il complotto
forse più tardi di quel che la sicurezza avrebbe richiesto, per non
dare informazioni approssimative o infondate. Dopo aver sentito le parole
di Minucio, i senatori più influenti rimproverarono i consoli
dell'anno precedente per aver tollerato quelle elargizioni e quelle riunioni
della plebe in abitazioni private; ai consoli appena eletti rimproverarono di
aver aspettato che una macchinazione così preoccupante
venisse denunciata al senato dal prefetto dell'annona, quando invece sarebbe
stato cómpito del console non solo denunciarla, ma anche reprimerla.
Allora Quinzio replicò che si rimproveravano ingiustamente i consoli,
i quali, vincolati com'erano dalle leggi sul diritto di appello, approvate
solo per indebolire la loro autorità, non avevano forze
adeguate alla loro intenzione di punire quel crimine in ragione della sua
gravità: c'era bisogno di un uomo non soltanto forte, ma anche libero e
sciolto dai vincoli delle leggi. Per questo avrebbe proposto come dittatore
Lucio Quinzio, uomo dotato di un temperamento consono a quell'enorme
potere. Nonostante tutti approvassero la proposta, Quinzio sulle prime rifiutò
e chiese come potessero pensare di buttarlo, vecchio com'era, in uno
scontro così aspro. Ma poi, visto che da ogni parte gli dicevano che in
quella tempra di vecchio c'era non solo più saggezza, ma anche
più coraggio che in tutti gli altri, e che lo coprivano di elogi non certo
immeritati, siccome il console non desisteva, alla fine Cincinnato, dopo aver pregato
gli dèi immortali che la sua vecchiaia non portasse danno e disonore
alla repubblica in quelle delicate circostanze, fu proclamato dittatore
dal console. Cincinnato poi nominò maestro della cavalleria Gaio Servilio
Aala. 14 Il giorno successivo, dopo aver
disposto i presìdi, scese nel foro attirandosi gli sguardi della plebe
sorpresa e stupita. I seguaci di Melio e il loro stesso capo avevano capito
che l'onnipotenza di quella magistratura era diretta contro di
loro, e quelli che erano all'oscuro del complotto monarchico, si chiedevano
quale disordine, quale improvvisa guerra avessero resa necessaria
l'autorità di un dittatore o la nomina dell'ottantenne Quinzio a reggere la
repubblica. Il maestro della cavalleria Servilio, mandato dal
dittatore, disse a Melio: «Il dittatore ti convoca.» Quando Melio, in preda al
panico, chiese che cosa volesse da lui Cincinnato, Servilio gli rispose
che avrebbe dovuto perorare la propria causa difendendosi da un'accusa
presentata da Minucio di fronte al senato. Allora Melio, rifugiatosi nel
gruppo dei seguaci, cercò sulle prime di prendere tempo guardandosi
intorno. Ma poi, quando il littore inviato dal maestro della cavalleria
stava per condurlo via, fu sottratto all'arresto dall'intervento dei suoi.
Mentre tentava di scappare, chiedeva supplice la protezione del popolo
romano, sostenendo di essere vittima di una congiura dei patrizi per il bene
che aveva fatto alla plebe. Implorò i presenti di aiutarlo in quel pericolo
estremo e di non permettere che lo trucidassero davanti ai loro occhi. E
mentre così gridava, Aala Servilio lo raggiunse e lo uccise; poi, ancora
grondante di sangue e scortato da un gruppo di giovani patrizi,
riferì al dittatore che Melio, convocato a comparire alla sua presenza, aveva
respinto il littore e quindi aveva avuto la giusta pena mentre tentava di
sobillare il popolo. Allora il dittatore gli disse: «Gloria a te, Gaio
Servilio, perché hai liberato la repubblica!» 15 Poi, siccome la folla era in tumulto
non sapendo come interpretare l'accaduto, Cincinnato ordinò di
convocare l'assemblea del popolo. Lì dichiarò che l'uccisione di
Melio era stata legittima perché, anche se non fosse stato colpevole del crimine di
aspirare al regno, non si era presentato di fronte al dittatore
quando era stato convocato dal comandante della cavalleria. Disse
anche di essersi seduto in tribunale per istruire la causa: se il processo
avesse avuto luogo, a Melio sarebbe toccato un verdetto conforme agli esiti
del dibattito. Ma siccome Melio si preparava a ricorrere alla violenza per
evitare il processo, con la violenza era stato punito. E non
sarebbe stato giusto trattarlo come un cittadino perché, nato in un popolo
libero, con diritti e leggi, in una città da cui, come lui sapeva
benissimo, erano stati cacciati i re e dove, nel corso dello stesso anno, essendo
stata scoperta una congiura volta a riaccogliere in città i re,
erano stati fatti decapitare dal padre i figli della sorella del re e del console che
aveva liberato il paese, dove al console Tarquinio Collatino, soltanto
per l'odio verso il nome che portava, era stato imposto di
rinunciare alla magistratura e di andare in esilio, e dove, alcuni anni dopo, a
Spurio Cassio era stata comminata la pena capitale per aver ordito un
complotto per diventare re, dove di recente ai decemviri era toccata la
confisca dei beni, l'esilio e la pena di morte per essersi comportati con la
tracotanza dei re, Spurio Melio aveva nutrito, in quella stessa
città, la speranza di salire al trono. Ma che uomo era? Anche se nessuna
nobiltà, nessuna carica, nessun merito può spianare ad alcuno la strada alla
tirannide, almeno i Claudi e i Cassi avevano concepito ambizioni illecite
spinti dai consolati e dai decemvirati, dalle cariche ricoperte da
loro stessi e dai loro antenati. Spurio Melio, un ricco commerciante di
grano che avrebbe dovuto desiderare il tribunato della plebe più che
sperare di ottenerlo, si era illuso di aver comprato la libertà dei
suoi concittadini con due libbre di farro e aveva creduto, dando un po' di cibo, di
poter ridurre in schiavitù un popolo che aveva sottomesso tutti i
vicini. E tutto questo nella speranza che un paese, che era riuscito a
malapena a digerirlo come senatore, lo accettasse come re, investito del
potere e delle insegne del fondatore Romolo, che discendeva dagli dèi
e che agli dèi aveva fatto ritorno. Un fatto del genere doveva essere
considerato, più che un delitto, una vera mostruosità: e il sangue di
Melio non sarebbe bastato a espiarlo, se non venivano demoliti il tetto e le pareti
all'interno delle quali era stato concepito un proposito tanto insano e
se non si confiscavano quei beni contaminati dal denaro speso per
comprare il regno. Cincinnato ordinò poi ai questori di vendere quei beni e di
versare il ricavato nel pubblico erario. 16 Poi il dittatore ordinò di
radere súbito al suolo la casa di Melio, affinché l'area dove sorgeva ricordasse
perennemente il fallimento di quel nefasto progetto. Quel luogo fu
chiamato Equimelio. A Lucio Minucio venne donato fuori della porta Trigemina un
bue dalle corna dorate e senza che la plebe si opponesse, visto che
Minucio aveva distribuito ai plebei il frumento di Melio al prezzo di un asse
per moggio. Presso alcuni autori ho trovato che questo Minucio passò
dal patriziato alla plebe e che, dopo essere stato cooptato come undicesimo
tribuno della plebe, placò i disordini seguiti all'uccisione di
Melio. Ma sembra poco credibile che i senatori abbiano concesso di aumentare
il numero dei tribuni, che questo precedente sia stato introdotto proprio
da un patrizio, e che la plebe, ottenuta tale concessione, non l'abbia
conservata o almeno non abbia fatto di tutto per conservarla. Ma la prova
più schiacciante contro l'autenticità dell'iscrizione
posta sotto il suo ritratto è che pochi anni prima era stata emanata una legge che
vietava ai tribuni di cooptare un collega. Quinto Cecilio, Quinto Giunio e Sesto
Titinio furono gli unici membri del collegio dei tribuni a non sostenere la
legge sulle onorificenze da tributare a Minucio, e ad accusare di
fronte alla plebe ora Minucio stesso e ora Servilio, senza mai smettere di
lamentarsi per l'ingiusta fine di Melio. Così riuscirono a
ottenere che si tenessero i comizi per l'elezione dei tribuni militari invece che per
l'elezione dei consoli, sicuri com'erano che dei sei posti disponibili -
questo era già allora il numero consentito - qualcuno sarebbe toccato
ai plebei, se avessero promesso di vendicare la morte di Melio. La plebe,
benché in quell'anno fosse stata agitata da molti e vari disordini, non
elesse più di tre tribuni militari con potere consolare. Tra questi c'era
anche Lucio Quinzio, figlio di Cincinnato, all'odiata dittatura del
quale si faceva risalire la causa dei disordini. Quinzio fu preceduto per
numero di voti da Mamerco Emilio, un uomo di grande prestigio. Terzo fu
eletto Lucio Giulio. 17 Durante la loro magistratura, la
colonia romana di Fidene passò a Larte Tolumnio re dei Veienti. Ma alla
defezione si aggiunse un delitto ancora peggiore: infatti, su ordine di
Tolumnio, furono uccisi gli inviati romani Gaio Fulcino, Clelio Tullo, Spurio
Aurio e Lucio Roscio, venuti a chiedere il motivo di quella strana decisione.
Alcuni autori cercano di attenuare la responsabilità del re,
dicendo che una frase ambigua, da lui pronunciata dopo un colpo di dadi
fortunato, venne interpretata dai Fidenati come l'ordine di ucciderli:
questa sarebbe stata la causa della morte degli inviati. Ma sembra
piuttosto improbabile che all'arrivo dei Fidenati, i suoi nuovi alleati venuti a
chiedergli lumi su un assassinio destinato a infrangere il diritto delle
genti, il re non abbia distolto l'attenzione dal gioco, e che in
séguito non abbia attribuito il delitto a un malinteso. È più
facile credere che Tolumnio volesse coinvolgere i Fidenati nella responsabilità di
un crimine tanto atroce in modo che non avessero più alcuna speranza di
riconciliazione con i Romani. In memoria degli inviati uccisi a Fidene lo Stato
fece collocare a sue spese delle statue nei rostri. Con Veienti e Fidenati, non solo per la
vicinanza geografica a Roma, ma anche per l'atto esecrabile con il
quale avevano scatenato la guerra, si annunciava uno scontro durissimo. Di
conseguenza, poiché nell'interesse generale plebe e tribuni rimasero
tranquilli, non si ebbe alcuna opposizione all'elezione dei consoli
Marco Geganio Macrino, al suo terzo mandato, e Lucio Sergio Fidenate.
Questi fu così soprannominato, credo, dalla guerra che in séguito condusse.
Fu infatti lui il primo a combattere con successo, al di qua dell'Aniene,
contro il re dei Veienti, ma si trattò di una vittoria cruenta.
Così fu più grande il dolore per i cittadini caduti che la gioia per i
nemici vinti e il senato, com'è normale in circostanze difficili,
ordinò che Mamerco Emilio fosse nominato dittatore. E quest'ultimo nominò
maestro della cavalleria Lucio Quinzio Cincinnato, giovane degno del padre,
che l'anno precedente era stato suo collega in qualità di tribuno
militare con potere consolare. Alle truppe arruolate dai consoli furono aggiunti
dei centurioni che erano veterani di grande esperienza militare, e furono
colmati i vuoti aperti dall'ultima battaglia. Il dittatore ordinò a
Tito Quinzio Capitolino e a Marco Fabio Vibulano di seguirlo in qualità
di luogotenenti. Il maggiore potere e il prestigio dell'uomo che lo deteneva
indussero i nemici a ritirarsi dalla campagna romana, al di là
dell'Aniene; essi trasferirono il campo sulle colline tra Fidene e l'Aniene, e di
lì non scesero a valle prima che arrivassero le legioni inviate in loro
aiuto dai Falisci. Soltanto allora gli Etruschi si accamparono di fronte
alle mura di Fidene. Anche il dittatore romano si accampò
nelle immediate vicinanze, sulle rive dove i due fiumi confluiscono, in quel punto
dove la modesta distanza tra i due fiumi gli permise di costruire una
fortificazione tra sé e il nemico. Il giorno successivo schierò
l'esercito in ordine di battaglia. 18 Tra i nemici c'erano punti di vista
molto diversi. I Falisci volevano súbito lo scontro perché avevano
fiducia in se stessi e mal sopportavano di combattere lontano da casa. I
Veienti e i Fidenati riponevano invece maggiori speranze in un prolungamento
della guerra. Tolumnio, pur condividendo il parere dei suoi uomini,
per evitare che i Falisci dovessero sobbarcarsi a operazioni
destinate ad andare per le lunghe, annunciò che avrebbe affrontato
il nemico il giorno successivo. Intanto era cresciuto il coraggio nel dittatore
e nei Romani perché il nemico evitava lo scontro. Il giorno dopo,
quando i soldati sdegnati già minacciavano di assalire l'accampamento
e la città se non si offriva occasione per battersi, entrambi gli
eserciti avanzarono nello spazio di terra compreso tra i due accampamenti.
Siccome il capo dei Veienti disponeva di molti uomini, mandò
delle truppe ad aggirare le alture perché, nel corso della lotta,
prendessero alle spalle il campo romano. L'esercito dei tre popoli nemici era
schierato in modo che i Veienti tenessero l'ala destra, i Falisci la
sinistra e i Fidenati il centro. Il dittatore mosse sulla destra contro i
Falisci, Quinzio Capitolino sulla sinistra contro i Veienti. Il maestro
della cavalleria si dispose con i suoi cavalieri all'attacco del centro.
Per qualche tempo vi fu silenzio e quiete perché da una parte gli Etruschi
non avevano intenzione di lanciarsi nella battaglia, se non vi erano
costretti, e dall'altra il dittatore romano fissava con insistenza
la cittadella, da dove gli àuguri dovevano inviare il segnale convenuto,
non appena i presagi fossero stati propizi. Come vide il segnale, levato
il grido di guerra, lanciò contro il nemico per primi i cavalieri, seguiti
dalla schiera dei fanti che combatté con grande vigore. In nessuna parte le
legioni etrusche riuscirono a reggere l'urto romano: i loro cavalieri
offrivano la resistenza più tenace e il re in persona - il più
forte, in assoluto, di tutti i cavalieri - prolungava la lotta avventandosi contro
i Romani, mentre questi ultimi si sparpagliavano nella foga
dell'inseguimento. 19 Vi era allora, tra le fila dei
cavalieri, il tribuno militare Aulo Cornelio Cosso; la sua straordinaria
bellezza era pari al coraggio e alla forza. Orgoglioso del nome della sua
stirpe, che aveva ereditato già insigne, fece in modo che diventasse
per i suoi discendenti ancora più nobile e glorioso. Essendosi reso conto
che Tolumnio, dovunque si buttasse all'assalto, seminava lo scompiglio tra
gli squadroni romani, e avendolo riconosciuto mentre galoppava col suo
abito regale su e giù per la linea di battaglia, urlò: «È
lui che ha violato il patto stipulato tra gli uomini e infranto il diritto delle
genti? Allora, se gli dèi vogliono che su questa terra ci sia ancora qualcosa
di sacro, io lo offro come vittima sacrificale ai Mani degli ambasciatori
uccisi!» E, spronato il cavallo, si buttò, lancia in resta, contro
quel solo nemico. Dopo averlo colpito e disarcionato, facendo leva sulla
lancia, scese anch'egli da cavallo. E mentre il re cercava di rialzarsi,
Cosso lo gettò di nuovo a terra con lo scudo e poi, colpendolo ripetutamente,
lo inchiodò al suolo con la lancia. Allora, trionfante, mostrando le armi
tolte al cadavere e la testa mozzata infissa sulla punta dell'asta, volse in
fuga i nemici, terrorizzati dall'uccisione del re. Così
anche la cavalleria, che da sola aveva reso incerte le sorti dello scontro, fu
disfatta. Il dittatore si buttò all'inseguimento delle legioni in fuga
e, dopo averle spinte verso l'accampamento, le massacrò. La
maggior parte dei Fidenati, conoscendo i luoghi, riuscì a fuggire sulle
montagne. Cosso attraversò il Tevere con la cavalleria, riportando a Roma un
ingente bottino razziato nel territorio di Veio. Mentre la battaglia era in
pieno svolgimento, si combatté anche nei pressi dell'accampamento romano,
dove ci fu lo scontro con le truppe inviate, come già detto, da
Tolumnio proprio in quella direzione. Fabio Vibulano in un primo tempo difese la
trincea disponendo gli uomini a semicerchio. Poi, mentre i nemici erano
concentrati sul vallo, fece una sortita dalla porta principale sulla
destra con i triarii e assalì gli avversari all'improvviso. Il panico che
s'impossessò di loro provocò una strage minore che nella battaglia vera
e propria perché erano in pochi, ma la fuga non fu meno precipitosa. 20 Siccome l'impresa aveva avuto pieno
successo, per decreto del senato e per volontà del popolo, il
dittatore poté tornare a Roma in trionfo. Ma nel trionfo lo spettacolo più
grande fu la vista di Cosso che avanzava reggendo le spoglie opime del re
ucciso; in onore di Cosso i soldati cantavano rozzi inni nei quali lo
paragonavano a Romolo. Egli, con la dedica rituale, appese in dono le
spoglie nel tempio di Giove Feretrio, accanto a quelle conquistate da Romolo,
che erano state le prime, e fino a quel momento le uniche, ad essere
chiamate opime. Cosso si attirò gli sguardi dei cittadini distogliendoli
dal cocchio del dittatore, così che la gloria di quel giorno fu quasi tutta
sua. Per volontà del popolo, il dittatore offrì in dono a Giove
sul Campidoglio, a spese dello Stato, una corona d'oro del peso di una libbra. Seguendo tutti gli scrittori che mi
hanno preceduto, ho narrato come Aulo Cornelio Cosso abbia portato le seconde
spoglie opime nel tempio di Giove Feretrio avendo il grado di tribuno militare.
Ma, al di là del fatto che opime sono per tradizione soltanto le
spoglie strappate da un comandante a un altro comandante e che il solo che
noi riconosciamo come comandante è quello sotto i cui auspici viene
condotta una guerra, l'iscrizione stessa posta su quelle spoglie confuta la tesi
degli altri e la mia, dimostrando che Cosso quando le strappò era
console. Ma quando ho sentito Cesare Augusto, fondatore e restauratore di
tutti i nostri templi, raccontare di essere entrato nel santuario di Giove
Feretrio - da lui fatto ricostruire perché in rovina ormai con l'andar del
tempo - e di aver letto questa iscrizione sulla corazza di lino, ho
ritenuto quasi un sacrilegio privare Cosso della testimonianza che delle sue
spoglie dà Cesare, cioè proprio colui che fece restaurare il tempio.
Dove poi sia l'errore, per quale motivo tanto gli annali antichi quanto
le liste dei magistrati (quelle che, scritte su lino e conservate nel
tempio di Giunone Moneta, sono continuamente citate da Licinio Macro
come fonte) riportino il consolato di Aulo Cornelio Cosso insieme a Tito
Quinzio solo sei anni dopo, è una questione sulla quale è giusto
che ciascuno abbia una sua opinione personale. Ma un altro valido motivo
per non spostare in quell'anno una battaglia così famosa è
che il consolato di Aulo Cornelio cadde in un triennio nel quale non ci fu alcuna
guerra, a causa di una pestilenza e di una carestia, tanto che alcuni annali
riportano solo i nomi dei consoli, catalogando l'annata come funesta. Due
anni dopo il consolato, Cosso fu tribuno militare con potere consolare e
nello stesso anno maestro della cavalleria, e mentre ricopriva quella
carica combatté un'altra celebre battaglia equestre. Su questo punto
è possibile fare molte congetture, anche se a mio parere inutili. Ognuno
può credere quello che vuole, fatto sta che il vero protagonista del
combattimento, dopo aver deposto le spoglie appena conquistate nella sacra
sede alla presenza di Giove, cui erano state dedicate, e di Romolo -
testimoni che l'autore di un falso non può certo prendere alla leggera
-, si sottoscrisse: Aulo Cornelio Cosso console. 21 Durante il consolato di Marco
Cornelio Maluginense e Lucio Papirio Crasso, gli eserciti romani furono
condotti nelle campagne dei Veienti e dei Falisci, riportandone un
consistente bottino di uomini e di bestiame. In quelle zone non riuscirono mai a
imbattersi nei nemici e non ci furono occasioni di venire alle armi. Tuttavia
i centri abitati non vennero assediati perché una pestilenza si
abbatté sulla popolazione. E poi a Roma erano scoppiati dei disordini, privi
però di conseguenze: il tribuno della plebe Spurio Melio, il quale, per la
popolarità del suo nome, pensava di poter suscitare sommosse, aveva citato
in giudizio Minucio e proposto la
confisca dei beni di Servilio Aala, sostenendo che Melio era stato
vittima delle false accuse di Minucio e
incolpando Servilio dell'uccisione di un cittadino non ancora condannato. Queste
accuse ebbero presso il popolo minor credito dell'uomo che le
lanciava. Erano motivo di ben più grande preoccupazione il progressivo
aggravarsi dell'epidemia, e alcuni inquietanti prodigi, soprattutto perché
circolava notizia di case crollate nelle campagne per continue scosse di
terremoto. Per queste ragioni il popolo rivolse una supplica agli
dèi secondo la formula suggerita dai duumviri. L'anno successivo, sotto il consolato
di Gaio Giulio, al suo secondo mandato, e di Lucio Verginio, la
pestilenza si aggravò; tanto fu il terrore dello spopolamento da essa
creato a Roma e nelle campagne che nessuno usciva al di fuori del
territorio romano per compiere razzie; né patrizi né plebei pensavano a muovere
guerre; inoltre, come se non bastasse, i Fidenati, rimasti fino a
quel momento o sulle montagne o all'interno delle loro città
fortificate, scesero a saccheggiare il territorio romano. Dopo aver fatto
venire un esercito da Veio - i Falisci non si lasciarono convincere a
riprendere le ostilità né dalle calamità dei Romani, né dalle pressioni degli
alleati -, i due popoli attraversarono l'Aniene, avanzando fin
quasi sotto la porta Collina. In città non meno che nelle
campagne fu súbito il panico. Mentre il console Giulio dispone i suoi uomini sulla
cinta muraria e sul terrapieno, Verginio consulta il senato nel tempio
di Quirino. Si decide di nominare dittatore Quinto Servilio, che alcuni
sostengono fosse soprannominato Prisco e altri Strutto. Verginio prese
tempo per consultarsi col collega, e, ottenutone il consenso,
ratificò nella notte la nomina del dittatore. Questi nominò maestro della
cavalleria Postumio Ebuzio Elva. 22 Il dittatore ordinò a tutti
di trovarsi fuori dalla porta Collina alle prime luci del giorno. Quelli che
avevano forze sufficienti per portare armi si misero tutti a disposizione. Le
insegne vennero prese dall'erario e consegnate al dittatore. Mentre si
svolgevano tali preparativi, i nemici si ritirarono su posizioni più
elevate. Il dittatore puntò contro di loro con le truppe pronte a dare battaglia e
non lontano da Nomento si scontrò con le legioni etrusche mettendole in fuga.
Di lì le costrinse a riparare nella città di Fidene che
circondò con un vallo. Ma la città, alta e ben fortificata, non poteva essere presa
nemmeno con l'uso di scale, e l'assedio non serviva a nulla perché il
frumento precedentemente raccolto non solo bastava alle necessità
interne, ma avanzava. Perduta così ogni speranza sia di espugnare la
città, sia di costringerla alla resa, il dittatore - che conosceva benissimo
quella zona per la sua vicinanza a Roma - ordinò di scavare una
galleria verso la cittadella, partendo dalla parte opposta della città, che
risultava essere la meno vigilata essendo già ben protetta dalla sua
stessa configurazione naturale. Poi, avanzando contro la città da punti
diversissimi, dopo aver diviso in quattro gruppi le forze a disposizione - in maniera
tale che ciascuno di essi potesse avvicendare l'altro durante la
battaglia -, combattendo ininterrottamente giorno e notte il dittatore riuscì
a distrarre l'attenzione dei nemici dallo scavo. Finché, scavato tutto il
monte, fu aperto un passaggio dal campo alla cittadella. E mentre gli
Etruschi continuavano a concentrarsi su vane minacce, senza rendersi conto
del vero pericolo, l'urlo dei nemici sopra le loro teste fece loro capire
che la città era stata presa. Quell'anno i censori Gaio Furio Paculo
e Marco Geganio Macerino collaudarono in Campo Marzio un
edificio pubblico nel quale ebbe luogo per la prima volta il censimento della
popolazione. 23 Presso Licinio Macro ho trovato che
l'anno successivo furono rieletti gli stessi consoli: Giulio per la terza
volta, Verginio per la seconda. Valerio Anziate e Quinto Tuberone
riportano invece che i consoli di quell'anno furono Marco Manlio e Quinto
Sulpicio. Però, nonostante la discrepanza, sia Tuberone che Macro
citano come fonte i libri lintei. Inoltre nessuno di questi due autori
nasconde che gli antichi scrittori parlavano per quell'anno di tribuni
militari. Mentre Licinio segue, senza alcuna riserva, i libri lintei,
Tuberone è incerto su quale sia la verità. Perciò, tra le tante questioni
rimaste irrisolte, perché riguardano tempi lontani, mettiamoci anche questa. Dopo la presa di Fidene, l'Etruria
viveva in stato d'allarme: infatti, in séguito a un tale massacro, erano
terrorizzati non soltanto i Veienti, ma anche i Falisci, i quali, benché non li
avessero sostenuti quando avevano ripreso le ostilità, ricordavano
di essere stati al loro fianco agli inizi della guerra. Così, quando
questi due popoli inviarono ambasciatori alle dodici città confederate e
ottennero che si convocasse un raduno di tutte le genti etrusche presso il tempio di
Voltumna, il senato, presentendo gravi torbidi, ordinò di
nominare per la seconda volta dittatore Mamerco Emilio. Questi scelse Aulo Postumio
Tuberto come maestro della cavalleria.
Così si diede inizio ai preparativi di guerra con uno sforzo
tanto più grande della volta precedente, in
quanto maggiore era il pericolo provenendo dall'intera Etruria e non da
due popoli. 24 Ma questa faccenda finì per
essere più tranquilla di quanto tutti si aspettassero. Alcuni mercanti
riferirono che ai Veienti era stato negato ogni aiuto e che erano stati invitati a
proseguire unicamente con le loro forze la guerra che avevano scatenato
per iniziativa personale e a non cercare nelle avversità come
alleati coloro con i quali non avevano voluto dividere la speranza, non ancora
compromessa, di successo. Di conseguenza il dittatore, per dimostrare di non
essere stato eletto invano, pur non avendo più la possibilità
di conquistare gloria in guerra, ma desiderando compiere ugualmente in pace qualche
impresa che suggellasse per sempre nel ricordo la propria dittatura,
studiò il modo di indebolire la censura. E questo sia perché ne giudicava eccessivo il
potere, sia perché era infastidito, più ancora che
dall'importanza, dalla durata di quella carica. Così, dopo aver
convocato l'assemblea, disse che gli dèi immortali si erano assunti il cómpito di
provvedere all'interesse della repubblica all'esterno e di rendere tutto sicuro.
Quanto a lui, avrebbe fatto il necessario all'interno delle mura per
salvaguardare la libertà del popolo romano. Ora, la maggiore garanzia di
libertà era che le cariche più importanti non si protraessero troppo a
lungo e che si ponesse un limite di tempo a quelle magistrature delle
quali non si poteva limitare l'autorità. Mentre le altre
cariche erano annuali, la censura era invece quinquennale; era gravoso vivere per
tanti anni, per una gran parte dell'esistenza, sottoposti alle stesse
persone. Per questo egli avrebbe presentato una legge che riduceva la
durata della censura a non più di un anno e mezzo. Il giorno successivo,
quando la legge venne approvata col consenso quasi unanime del popolo, il
dittatore disse: «Perché voi, o Quiriti, abbiate la prova di quanto mi
siano sgraditi gli incarichi che durano troppo a lungo, rinuncio alla
dittatura.» Deposta la sua magistratura dopo aver fissato un
limite a quella altrui, fu riaccompagnato a casa tra le
dimostrazioni di gioia e il plauso del popolo. Ma avendo i censori sopportato
di malanimo che Mamerco avesse sminuito l'importanza di una magistratura
del popolo romano, lo radiarono dalla sua tribù e lo iscrissero
tra gli erarii, tassandolo per un censo otto volte maggiore. Riferiscono che
Mamerco abbia sopportato il colpo con grande forza d'animo, dando maggiore
importanza alla causa di quella umiliazione che non all'umiliazione
stessa. I capi dei patrizi, benché contrari a ridurre il potere della
censura, rimasero colpiti da questo esempio di durezza censoria, perché
ciascuno vedeva che sarebbe stato soggetto passivo della censura
più spesso e più a lungo che non soggetto attivo. Sta di fatto che - almeno
stando a quanto si racconta - l'indignazione del popolo arrivò
a un punto tale che dovette intervenire Mamerco, con la sua autorità,
per proteggere i censori dalla violenza della folla. 25 Continuando a frapporre ostacoli, i
tribuni della plebe riuscirono a impedire i comizi per le elezioni
consolari. E alla fine, quando si era ormai prossimi all'interregno, ebbero
la meglio ottenendo che si eleggessero i tribuni militari con
potere consolare. Ma quella vittoria non fu premiata, come si sperava,
dall'elezione di alcun plebeo: tutti gli eletti, Marco Fabio Vibulano, Marco
Folio e Lucio Sergio Fidenate, erano patrizi. Nel corso di quell'anno una
pestilenza distrasse l'attenzione da tutti gli altri problemi. Perché la
popolazione potesse guarire venne fatto voto di erigere un tempio ad
Apollo. I duumviri, consultando i libri sibillini, tentarono molte vie per
placare l'ira degli dèi e per allontanare dal popolo le cause
dell'epidemia. Ciononostante le perdite furono ingentissime in città e
nelle campagne, per il flagello che colpiva sia gli uomini sia il bestiame. Temendo
che all'epidemia seguisse anche la fame, visto che i contadini non erano
stati risparmiati dal contagio, si mandò a cercare frumento in
Etruria, nell'agro Pontino, a Cuma e alla fine anche in Sicilia. Non ci furono accenni
alle elezioni consolari; vennero eletti tribuni militari con potere
consolare Lucio Pinario Mamerco, Lucio Furio Medullino e Spurio Postumio Albo,
tutti patrizi. Quell'anno la violenza dell'epidemia diminuì e
non si rischiò nemmeno di rimanere senza frumento, grazie alle precauzioni prese
in anticipo. Nelle assemblee dei Volsci e degli Equi e in Etruria presso
il tempio di Voltumna in Etruria si parlò di muovere guerra. Ma
in quest'ultimo raduno si decise di rinviare le operazioni all'anno
successivo e si stabilì, con un decreto, di evitare ogni assemblea prima di
allora, benché i Veienti si fossero lamentati sostenendo che sulla loro
città incombeva la stessa sorte della distrutta Fidene. Nel frattempo a Roma i capi della
plebe, che già da tempo nutrivano la vana speranza di ottenere cariche
più importanti, mentre all'esterno vi era pace, cominciarono a organizzare
riunioni nelle case dei tribuni. Lì discutevano piani segreti e si
lamentavano di essere tenuti dalla plebe in così poco conto che, pur essendo
stati eletti per tanti anni dei tribuni militari con potere consolare, nessun
plebeo era mai arrivato a ricoprire quella carica. I loro antenati avevano
visto lontano impedendo ai patrizi di accedere alle magistrature plebee,
altrimenti si sarebbero trovati dei patrizi come tribuni; a tal punto erano
disistimati dai loro, ed erano disprezzati dalla plebe, non meno che
dai patrizi. Alcuni giustificavano la plebe scaricando ogni colpa sui
patrizi: si doveva ai loro intrighi elettorali e ai loro raggiri se alla
plebe era preclusa la strada verso quella magistratura. Se alla plebe
veniva concesso di riprender fiato dalle loro preghiere miste a minacce,
andando alle urne essa si sarebbe ricordata dei propri uomini e, ottenuto
il loro sostegno, sarebbe arrivata a conquistare anche il potere. Così, per eliminare gli intrighi
elettorali, si stabilì che i tribuni presentassero una legge che vietava ai
candidati di indossare vesti bianche. Oggi sembrerà una cosa
di poco conto e a stento si potrà prenderla sul serio. Ma in quei tempi
scatenò uno scontro furibondo tra patrizi e plebei. Alla fine i tribuni
riuscirono a far approvare la legge. Ed era evidente che la plebe irritata
avrebbe sostenuto i suoi. Ma perché non le fosse concesso di agire
liberamente, il senato decretò che si tenessero i comizi per l'elezione dei
consoli. 26 Il pretesto fu la rivolta di Volsci
ed Equi, riferita a Roma da Latini ed Ernici. Vennero eletti consoli Tito
Quinzio Cincinnato, figlio di Lucio - lo stesso a cui si aggiunge il
soprannome di Peno -, e Gneo Giulio Mentone. La guerra e le sue paure non
furono rimandate oltre. Fatta la leva militare ricorrendo a una legge
sacrata - che presso quei popoli era lo strumento di gran lunga più
efficace per l'arruolamento forzato delle truppe -, da entrambi i paesi si misero
in marcia due forti eserciti che si congiunsero sull'Algido. Qui Equi e
Volsci si accamparono in punti diversi e i rispettivi comandanti si
dedicavano con una meticolosità senza precedenti alla costruzione di
fortificazioni e all'addestramento degli uomini. E quando a Roma arrivarono
queste notizie, il panico si fece più grande. Il senato decise allora di
nominare un dittatore perché quei popoli, nonostante le numerose
sconfitte, si stavano adesso preparando a una nuova guerra con uno spiegamento di
mezzi senza precedenti; e poi una parte della gioventù romana se
l'era portata via la pestilenza. Le cose che spaventavano maggiormente erano i
difetti dei consoli, il loro disaccordo e i contrasti durante tutte
le assemblee. Secondo alcuni autori la ragione per la quale si
nominò un dittatore fu una sconfitta subita sull'Algido da quei consoli. Una cosa
risulta chiara: nonostante il dissenso su altri problemi, su di uno i
consoli avevano identiche vedute, e cioè nell'opporsi, contro il
volere dei senatori, alla nomina del dittatore. Ma quando arrivarono
notizie, una più terribile dell'altra, e i consoli non rispettavano le decisioni
del senato, Quinto Servilio Prisco, che aveva ricoperto egregiamente le
massime cariche, disse: «Data l'estrema gravità della
situazione, è a voi, o tribuni della plebe, che il senato fa appello perché in questo
momento così pericoloso per la repubblica, usando la vostra
autorità, costringiate i consoli a nominare un dittatore.» Sentendo queste parole,
i tribuni, convinti che si presentasse l'occasione per aumentare
la loro autorità, dopo essersi consultati a parte dichiararono a nome
del collegio che i consoli dovevano attenersi scrupolosamente alle
direttive del senato. Se poi i consoli avessero continuato a opporsi alla
volontà unanime del più importante tra gli ordini sociali, allora ne avrebbero
ordinato l'arresto. I consoli preferirono cedere ai tribuni piuttosto
che al senato. Ricordarono che i senatori avevano tradito le prerogative
della massima magistratura e che il consolato veniva fatto passare sotto
il giogo del potere tribunizio, dal momento che i consoli potevano
subire le imposizioni di un tribuno per via del suo potere, e perfino essere condotti
in carcere (e c'era forse qualcosa che un privato cittadino
potesse temere di più?). Siccome i colleghi non erano riusciti a
intendersi nemmeno su questo, il cómpito di nominare un dittatore toccò in
sorte a Tito Quinzio. Egli nominò il suocero Aulo Postumio Tuberto, un
comandante intransigente, il quale a sua volta designò come maestro della
cavalleria Lucio Giulio. Si ordinò subito la leva militare e la sospensione
dell'attività giudiziaria, e in città
non ci si occupò di altro che dei preparativi di guerra.
L'esame delle richieste di esonero dal servizio
militare viene rinviato a dopo la guerra. Così anche quelli che
erano incerti decidono di arruolarsi. A Ernici e Latini fu imposto di fornire
soldati ed entrambi i popoli obbedirono scrupolosamente al
dittatore. 27 Tutti questi preparativi furono
portati a termine con estrema rapidità. Il console Gneo Giulio venne lasciato a
difesa della città. Al maestro della cavalleria Lucio Giulio venne
invece affidato il cómpito di provvedere alle più immediate
necessità belliche, in modo che la mancanza di qualcosa non costringesse le truppe
a rimanere nell'accampamento. Il dittatore, ripetendo la formula
suggeritagli dal pontefice massimo Aulo Cornelio, promise in voto, per la
guerra appena scoppiata, di indire giochi solenni. Poi, dopo aver diviso
le truppe con il console Quinzio, lasciò Roma e raggiunse il
nemico. Appena videro che i due accampamenti dei nemici erano posti a poca distanza
l'uno dall'altro, i comandanti romani decisero anch'essi di accamparsi
a circa un miglio di distanza, il dittatore nella zona di Tuscolo e il
console verso Lanuvio. Così i quattro eserciti e le rispettive fortificazioni
avevano nel mezzo una pianura, abbastanza vasta non solo per le
scaramucce che precedono la battaglia, ma anche per lo spiegamento delle schiere
da entrambe le parti. Dal momento in cui gli accampamenti vennero posti
l'uno di fronte all'altro, fu un continuo susseguirsi di piccoli
scontri; il dittatore era contento che i suoi uomini misurassero le loro forze
e, sperimentando il successo in queste rapide sortite, nutrissero
speranze nella vittoria finale. I nemici, abbandonata ogni speranza di
avere la meglio in una battaglia regolare, nella notte assalirono
l'accampamento del console, affidandosi al caso e al rischio. Il clamore sorto
all'improvviso svegliò dal sonno non solo le sentinelle del console e
tutto il suo esercito, ma anche il dittatore. In quell'occasione, in cui
le circostanze richiedevano una reazione immediata, il console
dimostrò di non difettare né di coraggio né di accortezza: con parte dei suoi
uomini rinsaldò i posti di guardia agli ingressi e dispose in cerchio il resto
delle truppe a protezione della trincea. Nell'altro accampamento,
quello del dittatore, essendoci meno trambusto, fu più facile
considerare il da farsi. Vennero súbito inviati rinforzi al campo del console,
affidandone il comando al luogotenente Spurio Postumio Albo. Il dittatore
invece, a capo di un contingente, con una breve diversione raggiunge una
posizione defilata rispetto al luogo di attacco per assalire il nemico di
sorpresa. A comandare l'accampamento lascia il luogotenente Quinto Sulpicio,
mentre all'altro aiutante Marco Fabio affida la cavalleria,
ordinandogli però di non muoversi prima dell'alba, perché sarebbe stato
difficile mantenere il controllo di quelle truppe nella confusione della notte.
Tutte le cose che un capo militare saggio e sollecito avrebbe ordinato e
messo in pratica in una situazione del genere, il dittatore le
ordinò e le mise ordinatamente in pratica. Ma una singolare prova di coraggio, di
accortezza e di qualità non comuni fu l'avere mandato Marco Geganio con
coorti scelte ad attaccare l'accampamento nemico dal quale
risultassero usciti i nemici in maggior numero. Geganio, assaliti gli uomini
rimasti nel campo, mentre intenti a seguire la sorte dei compagni in
pericolo non si preoccupavano per se stessi e avevano trascurato di porre le
sentinelle e i posti di guardia, conquistò l'accampamento ancora
prima che i nemici si rendessero conto dell'attacco. Poi, com'era stato
convenuto, fu dato il segnale col fumo; quando il dittatore lo vide, urlò
che l'accampamento nemico era stato preso e ordinò di riferire
ovunque la notizia. 28 Già albeggiava e tutto era
chiaro davanti agli occhi. Fabio si era buttato alla carica con la cavalleria e
il console aveva fatto una sortita dal campo contro i nemici ormai in
preda al panico. Il dittatore invece, dall'altra parte, assaliti i rinforzi e
la seconda linea, aveva opposto ovunque al nemico che ripiegava
incalzato da grida confuse e attacchi improvvisi, la fanteria e la cavalleria
vittoriose. Ormai completamente circondati, avrebbero tutti pagato,
fino all'ultimo uomo, il prezzo della nuova aggressione, se non fosse stato
per Vezio Messio, un volsco famoso più per le sue gesta che per la
sua stirpe, il quale rimproverò i suoi compagni che già si disponevano
a cerchio: «Avete deciso,» gridò, «di offrirvi al ferro dei nemici senza
difendervi e senza vendicarvi? Ma allora perché mai avete preso le armi e
fatto scoppiare una guerra senza essere provocati, voi che siete
turbolenti in tempo di pace e fiacchi sul campo di battaglia? In che cosa sperate
rimanendo qui fermi? Credete che ci penserà qualche dio a
proteggervi e a portarvi via da qui? Con la spada bisogna aprirci la via. Avanti,
guardate dove vado io e seguitemi, se ci tenete a rivedere le vostre case, i
genitori, le mogli e i figli! Davanti non ci sono né muri né fortificazioni,
ma solo uomini armati come voi. Per
coraggio siete pari a loro, ma superiori per la forza della
disperazione, che è l'ultima e la più
potente arma.» Detto questo, mise súbito in pratica le sue parole. E i compagni,
alzando di nuovo il grido di guerra, gli tennero dietro lanciandosi
all'attacco là dove Postumio Albo aveva schierato le sue coorti. Riuscirono a
far arretrare i vincitori fino a quando non sopraggiunse il dittatore in
aiuto dei suoi che già si ritiravano: in quel luogo si
concentrò l'intera battaglia. Le sorti del nemico sono affidate a un solo uomo:
Messio. Da entrambe le parti molte sono le ferite, molte le stragi; ormai
neanche i comandanti romani combattono illesi. Tuttavia solo
Postumio, colpito da un sasso, lasciò la battaglia con il cranio fratturato. Ad
allontanare dalla battaglia così in bilico il dittatore non bastò
una ferita alla spalla, né furono sufficienti a Fabio un femore quasi
inchiodato nel fianco del cavallo e al console un braccio troncato. 29 Messio, trascinato dallo slancio
attraverso i corpi esanimi dei nemici, con un gruppo di giovani fortissimi
riuscì ad arrivare fino al campo dei Volsci che non era ancora stato preso.
In quella direzione ripiega tutto l'esercito. Il console insegue i nemici
mentre fuggono disordinatamente fino al vallo e assale il campo stesso
e il vallo. Ma anche il dittatore, proveniente da un'altra direzione,
conduce i suoi uomini in quel punto. L'assalto non è meno violento
della battaglia. Si tramanda che il console abbia scagliato l'insegna dentro al
vallo perché i soldati irrompessero con più ardore, e che sia stato
lanciato il primo assalto per recuperarla. Il dittatore, dopo aver fatto breccia
nella palizzata, aveva già spostato la battaglia all'interno
dell'accampamento. Allora i nemici cominciarono da tutte le parti a buttare le armi e
ad arrendersi. Così alla fine venne conquistato anche l'accampamento e
tutti i nemici, eccetto i senatori, furono venduti come schiavi. Fu
restituito a Latini ed Ernici quella parte del bottino che riconobbero come loro,
l'altra parte il dittatore la vendette all'asta. Lasciato il console
a capo dell'accampamento, il dittatore tornò poi in trionfo a
Roma dove rinunciò alla dittatura. Rendono triste il ricordo di questa
gloriosa dittatura quanti raccontano che Aulo Postumio fece decapitare il
figlio, pur vincitore, perché, attirato dall'occasione di farsi onore
combattendo, aveva abbandonato senza l'ordine il suo posto. Preferisco
non credere a una cosa simile, ed è lecito perché diverse sono le
versioni tramandate. E c'è un argomento a favore: esistono ordini chiamati
'manliani' e non 'postumiani', in quanto il primo a dare un esempio così
atroce era logicamente destinato a ottenere quel terribile titolo di
crudeltà. A Manlio fu dato anche il soprannome di 'Imperioso', mentre
Postumio non è marchiato da nessun funesto appellativo. Siccome il collega era assente, il
console Gneo Giulio inaugurò il tempio di Apollo senza ricorrere al sorteggio.
Quando, dopo aver congedato l'esercito, Quinzio fece ritorno a
Roma, prese a male la cosa, ma inutilmente si lamentò in
senato. In quell'anno, rimasto famoso per tali
eventi, va aggiunto un episodio che in quel tempo sembrò non avere
alcuna importanza per la potenza romana: i Cartaginesi, destinati a diventare
nostri acerrimi nemici, inviarono allora per la prima volta un esercito
in Sicilia per sostenere una delle due fazioni che si affrontavano nelle
lotte tra Siculi. 30 A Roma dai tribuni della plebe fu
agitata la questione relativa alla nomina di tribuni militari con potere
consolare, ma senza alcun successo. Furono eletti consoli Lucio Papirio
Crasso e Lucio Giulio. Gli ambasciatori inviati dai Volsci al
senato per chiedere un trattato d'alleanza, ricevendo in luogo del
trattato una proposta di resa, chiesero e ottennero una tregua di otto anni.
Oltre alla disfatta patita sull'Algido, i Volsci erano in quel
momento invischiati in uno scontro senza fine tra i fautori della pace e i
fautori della guerra, che provocò disordini e sedizioni: per i Romani
ciò significò pace da ogni parte. I consoli, venuti a sapere, grazie alla
denuncia di uno dei membri del collegio dei tribuni, che questi stavano
per presentare una legge, molto gradita al popolo, sulla determinazione
in denaro delle ammende, si affrettarono a proporla per primi. I consoli successivi furono Lucio
Sergio Fidenate, per la seconda volta, e Ostio Lucrezio Tricipitino. Durante il
loro consolato nulla accadde che sia degno di menzione. I successori
furono Aulo Cornelio Cosso e Tito Quinzio Peno, al secondo mandato. I
Veienti fecero delle incursioni in territorio romano. Corse voce che a quelle
scorrerie avessero preso parte alcuni giovani di Fidene, e l'indagine
sul fatto venne affidata a Lucio Sergio, a Quinto Servilio e a Mamerco
Emilio. Alcuni Fidenati furono confinati a Ostia perché non era
sufficientemente chiaro per qual motivo fossero assenti da Fidene proprio in
quei giorni. Fu aumentato il numero dei coloni ai quali venne assegnata la
terra dei caduti in guerra. Quell'anno la siccità
creò molti disagi e non soltanto vennero a mancare le piogge, ma anche la terra, privata della
sua naturale umidità, riuscì a malapena ad alimentare i fiumi perenni.
In alcuni luoghi la mancanza di acqua decimò, intorno alle fonti
e ai torrenti inariditi, il bestiame che moriva di sete. Altri animali furono
uccisi dalla scabbia, poi le malattie contagiarono gli uomini: prima
colpirono la gente di campagna e gli schiavi, poi la città ne fu
piena. Non soltanto i corpi furono infettati, ma anche le menti suggestionate da riti
magici di ogni genere di provenienza per lo più
straniera, perché coloro che speculano sugli animi vittime della superstizione, con i loro
vaticini riuscivano a introdurre nelle case strane cerimonie
sacrificali; finché dello scandalo ormai pubblico non si resero conto le
personalità più autorevoli della città, quando videro che in tutti i quartieri
e in tutti i tempietti venivano offerti dei sacrifici espiatori,
forestieri e insoliti, per implorare la benevolenza degli dèi.
Perciò diedero disposizione agli edili di controllare che non si venerassero
divinità al di fuori di quelle romane e che i riti fossero soltanto quelli
tramandati dai padri. La vendetta contro i Veienti fu rimandata
all'anno successivo, in cui furono consoli Gaio Servilio Aala e
Lucio Papirio Mugillano. Ma anche allora lo scrupolo religioso
impedì che si dichiarasse súbito guerra e che si inviassero truppe. Si decise di
mandare prima i feziali a chiedere soddisfazione. Coi Veienti ci si era
scontrati poco tempo prima a Nomento e Fidene, e a quell'episodio aveva
fatto séguito non la pace ma una tregua; il termine era ormai scaduto e,
prima del termine, quelli avevano ripreso le ostilità. Ciononostante
vennero inviati i feziali, ma quando questi, dopo aver giurato secondo il
rito dei padri, chiesero soddisfazione, le loro parole non
vennero nemmeno ascoltate. Si discusse allora se la guerra andava dichiarata
su decisione del popolo o se bastava un decreto del senato. I tribuni,
minacciando di impedire la leva, riuscirono a ottenere che il console
Quinzio portasse di fronte al popolo la questione della guerra. Votarono
tutte le centurie. La plebe ebbe la meglio anche su di un altro punto:
ottenne che non si eleggessero consoli per l'anno successivo. 31 Vennero così nominati quattro
tribuni militari con potere consolare: Tito Quinzio Peno, già console,
Gaio Furio, Marco Postumio e Aulo Cornelio Cosso. Di loro Cosso ebbe il governo
della città, mentre gli altri tre, portata a compimento la leva militare,
partirono alla volta di Veio e dimostrarono quanto in guerra sia
dannoso dividere il comando tra più persone. Ciascuno prediligeva il
proprio piano e siccome ognuno vedeva le cose in maniera diversa dagli altri,
finirono con l'offrire al nemico l'occasione di un colpo di mano.
Infatti, mentre le truppe erano disorientate perché c'era chi ordinava
di dare la carica e chi la ritirata, i Veienti li assalirono
sfruttando il momento propizio. Fuggendo disordinatamente i Romani ripararono
nel vicino accampamento: si patì il disonore più che la sconfitta.
La città, non abituata alle sconfitte, piombò nella costernazione; si
odiavano i tribuni, si chiedeva un dittatore nel quale riporre le speranze
di tutto il paese. Poiché anche in quella circostanza era di ostacolo lo
scrupolo religioso, non potendo il dittatore essere nominato se non dal
console, si consultarono gli àuguri che tolsero quello scrupolo. Aulo
Cornelio nominò dittatore Mamerco Emilio che a sua volta lo scelse come maestro
della cavalleria. Così, quando il paese ebbe veramente bisogno di un uomo
di qualità superiori, la punizione a suo tempo inflitta dai censori non
impedì che il timone dello Stato fosse affidato a una famiglia
ingiustamente bollata di infamia. Trascinati dal successo, i Veienti
mandarono messaggeri ai popoli dell'Etruria ad annunciare pomposamente
la loro vittoria su tre comandanti romani in una sola battaglia. Pur non
essendo riusciti a ottenere alcuna alleanza ufficiale dalla
confederazione, tuttavia attirarono da ogni parte volontari mossi dalla speranza del
bottino. Soltanto i Fidenati decisero di riaprire le ostilità e,
pensando che non fosse lecito iniziare una guerra se non con un delitto, come già
prima con gli ambasciatori così ora macchiarono le loro spade col sangue
dei nuovi coloni. Quindi si unirono ai Veienti. E poco dopo i capi dei due
popoli si consultarono per scegliere, tra Veio e Fidene, come
teatro di operazioni. Parve più opportuna Fidene, e i Veienti,
attraversato il Tevere, trasferirono a Fidene il loro apparato bellico. A Roma
regnava la paura. Richiamato da Veio l'esercito demoralizzato per la
sconfitta, si pose l'accampamento di fronte alla porta Collina, si
distribuirono uomini armati sulle mura, si sospese l'attività giudiziaria
nel foro e si chiusero le botteghe: cose queste che dettero a Roma l'aspetto di
un campo militare più che di una città. 32 E il dittatore,
mandati i banditori in giro per i quartieri, convocò in assemblea i cittadini
smarriti e li rimproverò di essersi persi d'animo per un così lieve
mutamento della sorte; per aver subito un piccolo scacco, oltretutto non dovuto
al valore dei nemici o all'ignavia dell'esercito romano, ma alla mancanza
di intesa tra i generali, avevano timore dei Veienti, da loro in passato
già sconfitti ben sei volte, e di Fidene, città più spesso
espugnata che assediata. Sia i Romani che i nemici erano gli stessi da molte
generazioni: stesso carattere, stessa forza fisica, stesse armi. E anche lui
era lo stesso dittatore Mamerco Emilio che, poco tempo prima, aveva
sbaragliato a Nomento gli eserciti di Veienti e Fidenati, ai quali si erano
uniti i Falisci; come maestro della cavalleria in campo di battaglia ci
sarebbe stato quello stesso Aulo Cornelio che nella guerra precedente,
come tribuno militare, aveva ucciso davanti a due eserciti il re dei
Veienti Larte Tolumnio, e ne aveva portato poi le spoglie opime nel tempio
di Giove Feretrio. Prendessero quindi le armi, ricordandosi che dalla
parte loro c'erano i trionfi, le spoglie e la vittoria, mentre da quella
del nemico l'orrendo assassinio degli ambasciatori uccisi contro il
diritto delle genti, il massacro in tempo di pace dei coloni di Fidene, la
rottura della tregua e la settima ribellione destinata a non avere
successo. Non appena i due eserciti si fossero trovati a contatto, quegli
infami nemici non si sarebbero rallegrati a lungo, ne era sicuro,
dell'umiliazione inflitta all'esercito romano e il popolo romano avrebbe
capito quanto più meritevoli verso la repubblica fossero quelli che lo
avevano nominato dittatore per la terza volta di coloro che avevano bollato di
infamia la sua seconda nomina, perché aveva tolto potere ai censori.
Quindi parte, dopo aver pronunciato solenni voti agli dèi, e si
accampa a un miglio e mezzo da Fidene, protetto dalle alture a destra e dal
fiume Tevere a sinistra. Al suo luogotenente Quinzio Peno ordina di
occupare i monti e di prendere posizione su di un colle situato alle
spalle dei nemici e fuori dalla loro vista. Il mattino dopo, quando gli Etruschi
avanzarono in ordine di battaglia, resi euforici dal successo del giorno
precedente, dovuto più alla fortuna che al valore, il dittatore
temporeggiò fino a quando le vedette gli riferirono che Quinzio aveva raggiunto
la sommità del colle vicino alla cittadella di Fidene. Allora diede
ordine di muoversi, guidando lui stesso a passo di carica la fanteria in
assetto di guerra contro il nemico. Al
maestro della cavalleria diede disposizione di combattere solo al suo comando: quando avesse avuto bisogno
dell'intervento della cavalleria avrebbe dato un segnale; allora
sì Aulo Cornelio avrebbe dovuto dimostrare sul campo di non aver dimenticato la
vittoria sul re etrusco, il dono opimo, Romolo e Giove Feretrio! Lo
scontro tra le due armate fu tremendo. Infiammati dall'odio, i Romani chiamano
traditori i Fidenati e predoni i Veienti; dicono che sono violatori di
tregue, macchiati del barbaro assassinio degli ambasciatori e con le
mani ancora sporche del sangue dei loro stessi coloni, alleati infidi e
nemici imbelli. Così, con i fatti e con le parole, saziano il loro odio. 33 Avevano fatto vacillare la
resistenza dei nemici già al primo urto, quando all'improvviso si spalancarono
le porte di Fidene e dalla città fuoriuscì uno strano esercito,
inaudito e inusitato fino a quel momento; un'immensa moltitudine armata di
fuochi, tutta sfavillante di torce ardenti che, lanciata in una corsa
folle, si riversò sul nemico. Per un momento quell'insolito modo di
combattere sbigottì i Romani. Allora il dittatore chiamò a sé il maestro
della cavalleria coi suoi uomini e Quinzio dalle alture. Quindi,
ravvivando egli stesso la battaglia, si precipitò all'ala sinistra che,
come se si fosse trovata nel mezzo di un incendio più che in un
combattimento, aveva cominciato a ripiegare terrorizzata dalle fiamme, e
gridò: «Vinti dal fumo come uno sciame di api, cacciati dalla vostra posizione,
cederete a un nemico senz'armi? Non volete spegnere il fuoco con la spada?
Se c'è da combattere col fuoco e non con le armi, perché non andate a
strappare tutte quelle torce e non attaccate il nemico con le sue stesse
armi? Avanti! Memori del nome di Roma e del coraggio dei vostri padri e
vostro: deviate quest'incendio sulla città nemica e distruggete
con le sue stesse fiamme Fidene, che con i vostri benefici non siete riusciti a
placare! Vi spingono a farlo il sangue dei vostri ambasciatori e dei
coloni e la vostra terra messa a ferro e fuoco!» Tutto l'esercito si
mise in moto agli ordini del dittatore. Raccolsero le torce che
erano state lanciate, altre le strapparono con la forza ai nemici,
così ora entrambi gli eserciti erano armati di fuoco. Il maestro della
cavalleria da parte sua escogita un nuovo tipo di battaglia equestre.
Ordina di togliere il morso ai cavalli, e per primo, dato di sprone, a briglia
sciolta si getta in mezzo alle fiamme; e gli altri cavalli, spronati a
correre senza più alcun impedimento, trascinano i cavalieri contro
il nemico. La polvere che si alza, mista al fumo delle torce,
offusca la vista a uomini e cavalli. Ma lo spettacolo inatteso che poco prima
aveva atterrito i soldati non atterrì i cavalli, così i
cavalieri seminarono morte e devastazione dovunque passavano. Si udì un
nuovo clamore di guerra che attirò l'attenzione di entrambi gli eserciti.
E il dittatore gridò allora che il luogotenente Quinzio aveva attaccato il
nemico alle spalle. Poi, lui stesso, ripetuto l'urlo di guerra, si
butta all'assalto con più accanimento. Due eserciti, con due
diversi modi di combattere, incalzavano e circondavano, di fronte e alle
spalle, gli Etruschi, che non avevano alcuna possibilità di ritirarsi
nell'accampamento o sulle alture, dove era spuntato a frapporsi un nuovo
contingente nemico. Mentre i cavalli, non più trattenuti dal morso,
avevano trascinato da ogni parte i cavalieri, la maggior parte dei Veienti
disordinatamente si dirige verso il Tevere, e i Fidenati superstiti cercano di
raggiungere la città di Fidene. La fuga porta quegli uomini terrorizzati
incontro alla morte: alcuni cadono trucidati sulle rive del fiume, altri,
costretti a buttarsi in acqua, vengono travolti dalla corrente. Anche
gli esperti nuotatori sono sopraffatti dallo sfinimento, dalle
ferite e dalla paura. Fra tanti solo pochi riescono a raggiungere a nuoto la
riva opposta. L'altra parte dell'esercito ripara in città
passando attraverso l'accampamento. Trascinati dall'impeto, anche i Romani
si buttano in quella direzione, specialmente Quinzio e i soldati che,
appena scesi con lui dalle alture, sono più freschi e pronti alle
fatiche, perché giunti alla fine dello scontro. 34 Entrati in città mescolati ai
nemici, gli uomini di Quinzio salgono sulle mura da dove danno ai compagni il
segnale che la città è stata presa. Appena il dittatore lo vide -
era anche lui già penetrato nell'accampamento deserto dei nemici -,
conduce verso la porta i soldati impazienti di precipitarsi sul bottino,
facendo loro balenare la speranza di ottenerne molto di più in
città. E, accolto all'interno delle mura, marcia senza indugi in direzione della
cittadella, dove vedeva riversarsi la massa scomposta dei fuggitivi. In
città il massacro non fu certo minore che in battaglia; infine i nemici,
gettate le armi, si consegnano al dittatore, chiedendo soltanto di aver
salva la vita. Città e accampamento vengono messi a sacco. Il giorno dopo,
tra cavalieri e centurioni venne sorteggiato un prigioniero a testa. Due
ne toccarono a quanti avevano dato prova di grandissimo valore. Il resto
dei nemici venne venduto all'asta e il dittatore ricondusse in trionfo a
Roma l'esercito vincitore e coperto di prede. Dopo aver ordinato al maestro
della cavalleria di dimettersi dalla carica, abdicò anche lui,
restituendo dopo quindici giorni in pace, quel potere che aveva accettato in
guerra, quando la situazione era critica. Alcuni nei loro annali hanno
riportato che presso Fidene ci fu anche una battaglia navale coi Veienti.
La cosa è però assai improbabile perché neppure oggi il fiume è
sufficientemente largo, e allora - come ci informano gli antichi - era assai
più stretto. A meno che, come spesso succede, lo scontro fortuito di alcune
navi che cercavano di impedire il guado del fiume, non sia stato
esagerato per attribuirsi il vanto, ingiustificato, di una vittoria navale. 35 L'anno successivo furono tribuni
militari con potere consolare Aulo Sempronio Atratino, Lucio Quinzio
Cincinnato, Lucio Furio Medullino e Lucio Orazio Barbato. Ai Veienti fu
concessa una tregua di vent'anni, agli Equi di tre, anche se la loro richiesta
era stata per un periodo più lungo; e le lotte interne ebbero
tregua. L'anno dopo, senza guerre all'esterno
né in città, fu reso memorabile dai giochi che si era fatto voto di indire
durante la guerra, e che furono allestiti con straordinario sfarzo dai
tribuni militari e richiamarono una grande quantità di gente dai
paesi vicini. I tribuni militari con potere consolare erano Appio Claudio Crasso,
Spurio Nauzio Rutilio, Lucio Sergio Fidenate e Sesto Giulio Iulo. Per la
cortese ospitalità di cui tutti si erano fatti carico, la manifestazione
riuscì molto gradita ai visitatori. A giochi conclusi, i tribuni della
plebe organizzarono dei comizi turbolenti nel corso dei quali si
scagliarono contro la moltitudine perché, subendo stupidamente il fascino
di coloro che in realtà odiava, continuava in eterno a mantenersi
schiava, e non solo non osava sperare di partecipare al consolato, ma persino
quando si trattava di eleggere i tribuni militari - magistratura aperta
a patrizi e a plebei - dimenticava se stessa e i propri candidati. Che
smettessero di domandarsi perché mai nessuno si preoccupava degli interessi
della plebe. Si fatica e si affronta il rischio solo quando
c'è la speranza di ricavarne vantaggio e onore. Non vi è nulla che gli
uomini non intraprendano se a chi tenta grandi imprese si riservano grandi
premi. Ma non si poteva certo pretendere, né sperare, che qualche
tribuno della plebe si buttasse alla cieca, con molto rischio e senza alcun
frutto, in scontri che gli avrebbero procurato l'implacabile
ostilità dei patrizi contro i quali lottava, mentre la plebe per la quale
combatteva non avrebbe minimamente aumentato la considerazione nei suoi
riguardi. Solo i grandi onori rendono grandi gli animi: nessuno dei plebei
avrebbe più disprezzato se stesso, se gli altri avessero cessato di
disprezzarlo. Con qualcuno bisognava pur sperimentare se c'era un plebeo in
grado di occupare un'alta carica, oppure l'esistenza di un uomo forte e
valoroso venuto fuori dalla plebe era un prodigio, un miracolo. Con uno
sforzo immenso si era arrivati a ottenere che i tribuni militari con
potere consolare venissero scelti anche tra la plebe. Avevano avanzato la
propria candidatura uomini di provate qualità civili e
militari: nei primi anni erano stati derisi, respinti e sbeffeggiati dai patrizi.
Poi alla fine avevano smesso di esporsi agli insulti. Non vedevano
perché non si dovesse abrogare quella legge che assicurava un diritto che non
avrebbe mai potuto realizzarsi. Certo per loro sarebbe stato meno
vergognoso venir esclusi per l'ingiustizia della legge e non perché
giudicati indegni. 36 Discorsi di questo genere, ascoltati
con viva partecipazione, spinsero alcuni a candidarsi al tribunato
militare e a promettere che una volta eletti avrebbero presentato questa o
quella proposta a favore della plebe. Si faceva balenare la speranza di
distribuire l'agro pubblico, di fondare colonie, di erogare per la paga dei
soldati una somma ottenuta imponendo un tributo ai possessori di terre. I
tribuni militari, allora, atteso il momento in cui molta gente era via
dalla città, dopo aver convocato i senatori con un avviso segreto per una
data stabilita, in assenza dei tribuni della plebe, fecero emanare dal
senato un decreto in base al quale, giacché circolava voce che i
Volsci avevano saccheggiato il territorio degli Ernici, i tribuni
militari dovevano andare a controllare la situazione, e si dovevano tenere i
comizi per le elezioni dei consoli. I tribuni partirono lasciando come
prefetto della città Appio Claudio, figlio del decemviro, un uomo molto
energico e, fin dalla culla, imbevuto di odio verso i tribuni della plebe.
Così i tribuni della plebe non poterono protestare né contro i
promotori del decreto del senato, perché erano assenti, né contro Appio, perché
ormai la cosa era approvata. 37 Furono eletti consoli Gaio Sempronio
Atratino e Quinto Fabio Vibulano. In quell'anno, a quanto si dice,
accadde un episodio che, pur riguardando un paese straniero, merita ugualmente
di essere menzionato. Volturno, la città etrusca oggi nota come
Capua, cadde in mano dei Sanniti e fu chiamata Capua dal loro comandante Capi
o, com'è più probabile, dal terreno pianeggiante in cui si trova. I
Sanniti la presero dopo esser stati in un primo tempo invitati dagli
Etruschi, stremati dalla guerra, a dividere con loro i benefici della
cittadinanza e la proprietà delle terre. Poi, nella notte successiva a un
giorno di festa, i nuovi coloni assalirono i vecchi abitanti immersi
nel sonno dopo le gozzoviglie, e li massacrarono. I consoli sopra menzionati entrarono in
carica alle idi di dicembre, dopo che erano avvenuti questi fatti. Ormai,
non soltanto gli uomini che erano stati inviati per informarsi erano
già ritornati con la notizia che i Volsci erano sul piede di guerra, ma
anche gli ambasciatori di Latini ed Ernici riferivano che mai i Volsci,
prima di allora, si erano tanto impegnati nella scelta dei comandanti e
nell'arruolamento di un esercito; la gente continuava a dire che
bisognava o dimenticare una volta per tutte le armi e la guerra sottomettendosi al
giogo nemico, oppure non essere inferiori per valore, resistenza e
disciplina militare a coloro con i quali si era in lotta per la
supremazia. Le informazioni rispondevano a verità, ma i patrizi non le
tennero nella dovuta considerazione. E Gaio Sempronio, a cui era toccata in sorte
quella provincia, confidando nella costanza della fortuna, giacché guidava
un popolo di vincitori contro dei vinti, dimostrò una
sconsideratezza e un'incuria tali che vi era più disciplina nell'esercito volsco che in
quello romano. Come spesso in altre occasioni, al valore si accompagnò
la fortuna. All'inizio della battaglia, affrontata da Sempronio con leggerezza
e imprudenza, si andò all'attacco senza aver rinforzato lo schieramento
con le riserve e senza aver disposto opportunamente la cavalleria. Il primo indizio
sugli esiti della battaglia fu l'urlo di guerra che si levò
forte e continuo dalla parte dei nemici, confuso, ineguale e ripetuto
fiaccamente da parte dei Romani. L'esercito, con quell'incerto grido, tradì
la paura degli animi. Perciò il nemico si buttò all'assalto con ancora
più accanimento, premendo con gli scudi e facendo lampeggiare le spade.
Dall'altra parte, ondeggiano gli elmi dei soldati che si guardano attorno, e, non
sapendo cosa fare, si agitano, si accalcano nel fitto della schiera. Le
insegne un po' restano sul posto abbandonate dai soldati della prima
fila, un po' sono riportate nell'interno dei manipoli. Non era
ancora una vera fuga, non era ancora una vittoria. I Romani, più che
combattere, cercavano di proteggersi. I Volsci si buttavano all'assalto,
premevano contro le truppe romane, ma vedevano più nemici morti che in
fuga. 38 Ormai si cede da ogni parte. Inutili
sono i rimproveri e gli incitamenti del console Sempronio. A
nulla servivano il potere e l'autorità, e presto i suoi
uomini avrebbero volto le spalle ai nemici, se Sesto Tempanio, un decurione di
cavalleria, non fosse intervenuto con grande prontezza di spirito quando
ormai la situazione stava per precipitare. Dopo aver urlato ai
cavalieri di scendere da cavallo, se volevano salvare la repubblica - e i
cavalieri di tutti gli squadroni avevano obbedito come a un comando del
console -, egli aggiunse: «Se questa coorte armata di piccoli scudi
non riesce a frenare l'impeto dei nemici, è la fine della nostra
supremazia. Seguite la punta della mia lancia come se fosse un vessillo.
Mostrate a Volsci e Romani che non c'è cavalleria che possa starvi a pari
quando siete in sella, né fanteria quando vi trasformate in fanti!»
Siccome al suo incitamento seguì un urlo di approvazione, Tempanio avanza
reggendo alta la punta della lancia. Dovunque passano, si fanno breccia con
la forza. Proteggendosi con gli scudi, accorrono dove vedono i compagni
in maggiore difficoltà. Le sorti della battaglia si risollevano in tutti
i punti dove il loro slancio li trascina. E se quel pugno di uomini
avesse potuto buttarsi dovunque simultaneamente, non c'era dubbio che i
nemici si sarebbero dati alla fuga. 39 Quando ormai da nessuna parte si
poteva resistere al loro attacco, il comandante dei Volsci ordina di lasciar
libero il passo a quella singolare coorte di nemici armati di scudi
leggeri finché, trascinata dal suo impeto, non si trovasse tagliata fuori
dai compagni. Allorché l'ordine venne eseguito, i cavalieri,
intrappolati, non riuscirono più a sfondare là dove erano passati, perché i
nemici erano andati a serrarsi proprio nel punto dove i cavalieri avevano fatto
breccia. Così, quando il console e le legioni romane non videro più
gli uomini che poco prima avevano protetto
l'intero esercito, tentarono il tutto per tutto per evitare che il
nemico annientasse, dopo averli intrappolati,
tanti valorosi soldati. I Volsci, divisi in due fronti, da una parte
tenevano testa al console e alle legioni e dall'altra incalzavano
Tempanio e i suoi cavalieri. Questi ultimi, nonostante i ripetuti
tentativi, non erano riusciti ad aprirsi un varco verso i compagni, e, occupata
un'altura, si difendevano disposti in cerchio, non senza ribattere colpo su
colpo. La battaglia durò fino al calar della notte. Anche il console
continuò a impegnare il nemico in uno scontro senza soste finché rimase un
barlume di luce. La notte separò i contendenti quando la battaglia era
ancora incerta. L'impossibilità di prevederne l'esito provocò in
entrambi gli accampamenti un tale terrore che tutti e due gli eserciti, dopo aver
abbandonato i feriti e gran parte dei bagagli, ripararono, come se
fossero stati vinti, sulle alture vicine. Tuttavia la collina fu assediata fino
oltre la mezzanotte. Ma quando agli assedianti arrivò notizia che il
loro accampamento era stato abbandonato, pensando che i compagni fossero stati
vinti, fuggirono anch'essi nelle tenebre, ognuno dove lo portava la
paura. Tempanio, temendo un'imboscata, tenne fermi i suoi fino all'alba. Poi,
sceso in ricognizione con pochi uomini, informandosi presso alcuni
nemici feriti, venne a sapere che l'accampamento dei Volsci era stato
abbandonato. Felice per questa notizia, gridò ai suoi uomini di
scendere dalla collina ed entrò nel campo romano. Ma avendo qui trovato tutto
deserto, abbandonato e nella stessa desolazione dell'accampamento nemico,
prima che i Volsci, rendendosi conto dell'errore, tornassero indietro, prese
con sé i feriti che gli era possibile trasportare e, ignorando in
che direzione fosse andato il console, si avviò per la strada
più breve verso la città. 40 Là era già arrivata
notizia della sconfitta e dell'abbandono dell'accampamento e, più di ogni
altra cosa, era stata accolta con manifestazioni di lutto pubblico e
privato la perdita dei cavalieri. Il console Fabio, siccome anche a Roma
regnava la paura, stava di guardia alle porte; quando in lontananza furono
avvistati i cavalieri, ci fu un momento di panico perché non si sapeva
chi fossero. Ma appena furono riconosciuti, trasformarono la paura in
una gioia così grande che la città tutta si riempì delle grida di
chi esultava per il ritorno dei cavalieri salvi e vittoriosi. E dalle case che
poco prima in lutto avevano pianto la morte dei loro, la gente si
riversò per le strade; le madri e le mogli trepidanti, dimentiche per la gioia del
loro decoro, corsero incontro allo squadrone e si abbandonarono, con
l'anima e col corpo, nelle braccia dei congiunti, riuscendo a stento a
controllarsi per la felicità. I tribuni della plebe, che avevano citato in
giudizio Marco Postumio e Tito Quinzio ritenendoli responsabili della
sconfitta subita presso Veio, colsero al volo l'occasione del recente
risentimento nei confronti di Sempronio per rinfocolare l'odio della gente verso di
loro. Così, convocata l'assemblea, andavano proclamando che a Veio la
repubblica era stata tradita dai suoi generali e che in séguito, visto che i
generali non erano stati puniti, anche il console aveva tradito l'esercito,
impegnato a combattere coi Volsci, mentre gli eroici cavalieri
erano stati esposti al massacro e l'accampamento vergognosamente
abbandonato. Allora Gaio Giunio ordinò di far chiamare il cavaliere Tempanio e,
una volta avutolo di fronte, gli disse: «Sesto Tempanio, io ti chiedo se
pensi che il console Sempronio sia entrato in battaglia al momento
opportuno, se abbia rinsaldato il suo schieramento con le riserve, e se abbia
in qualche modo adempiuto ai doveri di un buon console; se sei stato
proprio tu che, quando le legioni romane erano ormai vinte, di tua
iniziativa hai appiedato i cavalieri e risollevato le sorti della battaglia. E
poi, quando tu e i tuoi cavalieri siete rimasti tagliati fuori dal resto
delle nostre truppe, se il console è intervenuto di persona in
vostro aiuto o se ha mandato rinforzi. E ancora, se il giorno successivo hai
infine ricevuto qualche soccorso, o se tu e la tua coorte vi siete aperti la
strada verso il campo solo con il vostro valore. E se nell'accampamento
avete trovato traccia del console e dell'esercito, o soltanto soldati
feriti abbandonati in mezzo alla desolazione. Oggi devi dire queste
cose, in nome del tuo coraggio e della tua lealtà grazie ai quali
soltanto in questa guerra la repubblica non è crollata. Devi dire dove si trovano
adesso Gaio Sempronio e le nostre legioni, se sei stato abbandonato o se
tu hai abbandonato il console e l'esercito; e infine se siamo vinti o
vincitori.» 41 In risposta, si racconta, il
discorso di Tempanio fu senza fronzoli e serio, alla maniera dei militari; senza
vane lodi per sé, né compiacimento per le altrui colpe. Per quanto
riguardava la perizia bellica di Gaio Sempronio, disse che non spettava certo
a un soldato esprimere un giudizio su un generale, ma era spettato al
popolo romano quando nei comizi lo aveva scelto come console.
Perciò non era a lui che si doveva chiedere un giudizio sui piani di un comandante o
sulle astuzie di un console, cose queste che avrebbero richiesto una
profonda riflessione anche da parte di persone di grande cuore e intelligenza.
Ma poteva riferire quello che aveva visto. Prima di rimanere isolato
dal resto delle truppe, aveva visto il console combattere in prima linea,
incoraggiare i suoi e aggirarsi tra le insegne romane e i dardi nemici. In
séguito, tagliato fuori dalla vista dei suoi, dallo strepito e dalle urla
aveva capito che la battaglia era durata fino al calar della notte, e
riteneva che, data la gran quantità di nemici, non fosse stato possibile
sfondare in direzione della collina dove lui si era attestato. Ignorava dove si
trovasse l'esercito. Ma come nel momento critico lui e i compagni erano
andati a mettersi al riparo sfruttando le difese naturali della
posizione, supponeva che anche il console, per salvare l'esercito, fosse
andato ad accamparsi in un luogo più sicuro. A suo parere i
Volsci non versavano in condizioni migliori di quelle dei Romani. L'oscurità e
le circostanze avevano tratto in errore entrambi gli eserciti. E avendo infine
pregato che non lo trattenessero più a lungo, stremato com'era
dalla fatica e dalle ferite, fu congedato con grandi elogi, non solo per il
coraggio, ma anche per la moderazione. Nel frattempo il console era già
arrivato al tempio della Quiete sulla via Labicana. E lì dalla
città furono inviati carri e bestie da soma per riportare indietro l'esercito sfibrato
dalla battaglia e dalla marcia notturna. Poco dopo il console
entrò in città e si affrettò a ricoprire Tempanio di meritate lodi più
che a discolpare se stesso. Mentre la città era in angustie per l'insuccesso e
sdegnata nei confronti dei comandanti, Marco Postumio, che a Veio era stato
tribuno militare con potere consolare, fu offerto come imputato e
condannato al pagamento di 10.000 assi pesanti. Il suo collega Tito
Quinzio, che era uscito vincitore sia contro i Volsci come console sotto il
comando del dittatore Postumio Tuberto, sia contro Fidene come
luogotenente dell'altro dittatore Mamerco Emilio, riversando sul collega
già condannato tutta la responsabilità di quella giornata, fu assolto da tutte le
tribù. Si dice che gli siano stati di aiuto il ricordo del padre
Cincinnato, uomo degno di grande rispetto, e Quinzio Capitolino, allora già
molto avanti negli anni, il quale supplicava di evitare che proprio a
lui, che aveva poco da vivere, toccasse riferire a Cincinnato una
notizia così triste. 42 Il popolo elesse tribuni della
plebe, nonostante fossero assenti, Sesto Tempanio, Marco Asellio, Tiberio
Antistio e Spurio Pullio, che i cavalieri, su proposta di Tempanio,
avevano scelto come centurioni. Il senato, rendendosi conto che il
risentimento nei confronti di Sempronio aveva reso detestabile il nome di
console, decretò che si eleggessero dei tribuni militari con potere consolare.
Furono nominati Lucio Manlio Capitolino, Quinto Antonio Merenda e
Lucio Papirio Mugillano. All'inizio dell'anno, il tribuno della plebe Lucio
Ortensio citò in giudizio Gaio Sempronio, che era stato console l'anno
prima. Quattro colleghi lo implorarono di fronte a tutto il popolo
romano di non infierire sul loro incolpevole comandante, al quale non si
poteva imputare nulla eccetto la cattiva sorte; Ortensio si
irritò, pensando che volessero mettere alla prova la sua fermezza e che l'imputato
confidasse non tanto nelle suppliche dei tribuni, ostentate soltanto
per salvare le apparenze, quanto piuttosto nel loro appoggio legale. E
così, rivolgendosi a Sempronio, gli chiedeva dove fosse il famoso orgoglio
dei patrizi e dove l'animo sicuro e convinto della propria innocenza: un
ex-console si rifugiava sotto la protezione dei tribuni! E rivolgendosi
ai colleghi: «Quanto a voi, che cosa intendete fare se io proseguo
nell'accusa fino alla condanna? Volete privare il popolo dei suoi diritti o
distruggere il potere dei tribuni?» Ma essi ribatterono che il giudizio su
Sempronio e su chiunque altro spettava all'autorità assoluta
del popolo romano, e che essi non volevano e non potevano sopprimere il giudizio
del popolo. Ma, se le preghiere in favore del comandante, che per loro era
come un padre, non fossero servite, avrebbero indossato con lui la
veste da supplici. Allora Ortensio disse: «La plebe romana non
vedrà i suoi tribuni in gramaglie. Ritiro la mia accusa contro Gaio Sempronio, visto
che mentre comandava è riuscito a farsi amare così tanto dai suoi
soldati.» La compassione dei quattro tribuni non fu per la plebe e per i
senatori meno gradita dell'arrendevolezza di Ortensio di
fronte a giuste richieste. La buona sorte cessò di arridere
agli Equi, che avevano salutato come propria la dubbia vittoria conseguita
dai Volsci. 43 L'anno successivo divennero consoli Numerio Fabio
Vibulano e Tito Quinzio Capitolino, figlio di Capitolino. Sotto il comando di
Fabio, cui erano toccate in sorte le operazioni contro gli Equi, non ci
furono episodi degni di nota. Gli Equi erano appena riusciti a mettere in
mostra un timido schieramento di battaglia che i Romani li sbaragliarono,
senza quindi grande gloria per il console. Perciò gli venne negato
il trionfo, ma per aver cancellato l'onta della disfatta subita da Sempronio, gli
fu concesso di entrare in città con gli onori dell'ovazione. Mentre la guerra si era conclusa con
uno scontro di dimensioni ridotte rispetto a quanto si temeva, in
città la calma fu interrotta da contrasti di imprevista gravità tra plebei
e patrizi, dovuti alla proposta di raddoppiare il numero dei questori.
Questa proposta, che prevedeva si eleggessero, oltre ai due questori
urbani, altri due destinati ad assistere i consoli
nell'amministrazione bellica, era stata avanzata dai consoli, e i senatori l'avevano
appoggiata con entusiasmo. Ma i tribuni della plebe diedero battaglia perché
una parte dei nuovi questori, che fino a quel giorno erano stati eletti
solo fra i patrizi, fosse scelta tra la plebe. Sulle prime sia i consoli che
i senatori fecero di tutto per opporsi a questa rivendicazione. In
séguito concessero che, così come nell'elezione dei tribuni militari con
potere consolare, allo stesso modo nella nomina dei questori il popolo
avesse libertà assoluta di scelta. Poi, vedendo gli scarsi risultati
ottenuti, abbandonano del tutto la proposta di aumentare il numero dei
questori. I tribuni riprendono la proposta che era stata abbandonata, e
inoltre altre proposte sediziose, tra cui anche quella di una legge
agraria. A causa di tali contrasti il senato preferì eleggere i
consoli anziché i tribuni militari. Ma dato che l'intervento dei tribuni non permise di
emanare un decreto, la repubblica passò dal consolato
all'interregno. Nemmeno questo fu però esente da gravi disordini, perché i tribuni impedivano
ai senatori di riunirsi. La maggior parte dell'anno successivo si
trascinò in scontri tra i nuovi tribuni e alcuni interré: a seconda infatti del
momento, i tribuni impedivano ai senatori di riunirsi per nominare un
interré, o all'interré di emanare un decreto senatoriale sull'elezione dei
consoli. Alla fine fu nominato interré Lucio Papirio Mugillano il
quale, stigmatizzando sia i senatori, sia i tribuni della plebe, ricordava
che la repubblica, abbandonata e trascurata dagli uomini, ma sostenuta
dalla provvidenza e dalla cura degli dèi, continuava a reggersi in
piedi grazie alla tregua con i Veienti e alle esitazioni degli Equi. Tuttavia,
se da quella parte fossero arrivati allarmanti segnali, erano contenti che
la repubblica, priva di magistrati patrizi, venisse schiacciata? Che non
ci fossero né un esercito né un comandante per arruolarlo? O avrebbero
respinto una guerra esterna con una guerra civile? Se l'una e l'altra
fossero esplose insieme, a stento con l'aiuto degli dèi si sarebbe
potuto evitare che la potenza romana venisse travolta. Perché invece, rinunciando
ciascuno a una parte dei propri diritti, non si sforzavano di trovare
un accordo su una posizione intermedia, i senatori accettando che
al posto dei consoli fossero eletti i tribuni militari, e i tribuni della
plebe non opponendosi all'elezione di quattro questori scelti
indistintamente tra patrizi e plebei con il libero voto del popolo? 44 Si tennero prima i comizi per
l'elezione dei tribuni. Furono eletti tribuni con potere consolare Lucio
Quinzio Cincinnato, per la terza volta, Lucio Furio Medullino, per la seconda,
Marco Manlio e Aulo Sempronio Atratino, tutti patrizi. Quest'ultimo
tenne i comizi per le elezioni dei questori. Benché, tra i non pochi
plebei, aspirassero alla carica il figlio del tribuno della plebe Aulo
Antistio e il fratello dell'altro tribuno Sesto Pompilio, né
l'autorità e né l'appoggio di costoro poterono impedire che la gente desse la sua
preferenza, per la loro nobiltà, a uomini i cui padri e i cui antenati
aveva visto consoli. Tutti i tribuni erano fuori di sé, e in particolare
Pompilio e Antistio, indignati per lo scacco subito dai congiunti. Che cosa
significava l'accaduto? Com'era possibile che i servigi da loro
prestati, gli abusi compiuti dai patrizi o il piacere di esercitare un diritto che
prima non era mai stato concesso, non avessero indotto il popolo a
eleggere, se non un tribuno militare, almeno un solo questore plebeo! Non
erano dunque servite a nulla le preghiere di un padre per il figlio e
di un fratello per il fratello, pur essendo entrambi tribuni della plebe,
rivestiti di quel sacrosanto potere creato per la salvaguardia della
libertà. In tutta quella faccenda c'erano senz'altro degli imbrogli e Aulo
Sempronio nei comizi si era valso più dell'astuzia che della lealtà.
Sostenevano che i loro congiunti erano stati privati della carica per i
raggiri di Sempronio. Siccome non potevano attaccare lui personalmente,
protetto com'era dalla sua fama di onestà e dalla magistratura che
in quel momento deteneva, rivolsero la loro rabbia contro Gaio Sempronio,
cugino di Atratino, e, con l'appoggio del collega Marco Canuleio, lo citarono
in giudizio per l'umiliazione subita nella guerra contro i Volsci. In
séguito gli stessi tribuni portarono in senato la questione della
distribuzione delle terre, misura alla quale Gaio Sempronio si era sempre
opposto con accanimento; pensavano, e a ragione, che Sempronio o
avrebbe perso credito presso i patrizi abbandonando la causa, o
continuando a sostenerla fino al giorno del processo avrebbe scontentato la
plebe. Egli preferì esporsi all'odio e nuocere alla propria causa piuttosto
che all'interesse del paese, e rimase fedele all'opinione che non si dovesse
fare alcuna elargizione, perché ciò avrebbe solo aumentato la
popolarità dei tribuni. Questi ultimi non cercavano di ottenere terra per la
plebe, ma risentimento contro la sua persona. Egli avrebbe affrontato anche
quella tempesta con animo forte; quanto al senato, non doveva avere, nei
confronti suoi o di qualsiasi altro cittadino, tanto riguardo da
danneggiare la collettività per salvare un solo individuo. Con animo non meno
deciso, quando venne il giorno del processo, perorò di persona la
propria causa e, nonostante i molti tentativi fatti dai senatori per
placare la plebe, Sempronio fu condannato a una multa di 15.000 assi. Quello stesso anno la vergine Vestale
Postumia fu processata per amore sacrilego. Pur essendo innocente,
attirò su di sé i sospetti della gente per il suo modo di vestire troppo
raffinato e per il comportamento più libero di quanto convenisse a una
vergine. La causa fu prima rinviata, poi la donna fu assolta, ma il pontefice
massimo a nome di tutto il collegio le ordinò di astenersi dalle
frivolezze e di coltivare più la santità che l'eleganza. Nel corso di quello stesso
anno, i Campani conquistarono Cuma, città che allora era in mano dei
Greci. L'anno successivo ebbe come tribuni
militari con potere consolare Agrippa Menenio Lanato, Publio Lucrezio Tricipitino
e Spurio Nauzio Rutilio. 45 Grazie alla fortuna del popolo romano,
fu quello un anno memorabile più per il grande pericolo corso che per il
danno subito. Gli schiavi congiurarono di appiccare fuoco alla
città in punti tra loro distanti, e di occupare in armi la cittadella e il
Campidoglio mentre la gente era intenta qua e là a portar
soccorso alle case. Ma Giove sventò questi piani scellerati e, grazie alla delazione di
due partecipanti alla congiura, i colpevoli vennero arrestati e puniti. I
delatori furono ricompensati con 10.000 assi pesanti pagati dall'erario
- una somma allora considerata una vera fortuna - e con la concessione
della libertà. Gli Equi ricominciarono a fare preparativi
di guerra e da fonti degne di fede arrivò a Roma la notizia
che nuovi nemici, i Labicani, si erano alleati con quelli di un tempo.
All'ostilità degli Equi la città era ormai abituata come a un anniversario. Ma,
siccome la delegazione inviata a Labico era tornata con risposte
ambigue, dalle quali si intuiva che non preparavano ancora la guerra, ma che la
pace non sarebbe durata a lungo, i Romani affidarono ai Tuscolani il
cómpito di controllare che a Labico non sorgessero nuove minacce di guerra. I tribuni militari con potere consolare
per l'anno successivo, Lucio Sergio Fidenate, Marco Papirio Mugilano
e Gaio Servilio, figlio di Prisco, il dittatore che aveva conquistato
Fidene, súbito dopo essere entrati in carica, ricevettero la visita di
ambasciatori da Tuscolo. Riferivano che i Labicani avevano impugnato le armi e si
erano accampati sull'Algido, dopo aver devastato la campagna di Tuscolo
insieme a contingenti di Equi. Fu allora dichiarata guerra ai Labicani.
Avendo il senato decretato che due tribuni partissero per la guerra e che
uno rimanesse invece a capo della città, súbito scoppiò un
litigio fra i tribuni perché ciascuno vantava la
propria superiorità in campo militare e disprezzava il governo
della città, considerandolo un compito
sgradito e inglorioso. Mentre i senatori assistevano sbalorditi a quell'alterco
non certo decoroso tra colleghi, Quinto Servilio esclamò: «Visto
che non avete alcun rispetto né per questo consesso né per la repubblica,
dirimerà questa contesa l'autorità paterna: mio figlio governerà la
città senza che si debba ricorrere all'estrazione a sorte. Spero soltanto che chi aspira
al comando in guerra sappia usare maggiore ragionevolezza e concordia nel
reggerlo che nel desiderarlo.» 46 Si decise di non organizzare una leva militare che coinvo |