HOME    PRIVILEGIA NE IRROGANTO   di Mauro Novelli    

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Livio, Storia di Roma,

 

 Premessa                  

 

            

 

       PREFAZIONE

      

      Non so se valga davvero la pena raccontare fin dai primordi l'insieme

      della storia romana. Se anche lo sapessi, non oserei dirlo, perché mi

      rendo conto che si tratta di un'operazione tanto antica quanto praticata,

      mentre gli storici moderni o credono di poter portare qualche contributo

      più documentato nella narrazione dei fatti, o di poter superare la

      rozzezza degli antichi nel campo dello stile. Comunque vada, sarà pur

      sempre degno di gratitudine il fatto che io abbia provveduto, nei limiti

      delle mie possibilità, a perpetuare la memoria delle gesta compiute dal

      più grande popolo della terra. E se in mezzo a questa pletora di storici

      il mio nome rimarrà nell'ombra, troverò di che consolarmi nella nobiltà e

      nella grandezza di quanti avranno offuscato la mia fama. E poi si tratta

      di un'opera sterminata, perché deve ripercorrere più di settecento anni di

      storia che, pur prendendo le mosse da umili origini, è cresciuta a tal

      punto da sentirsi minacciata dalla sua stessa mole. Inoltre sono sicuro

      che la maggior parte dei lettori si annoierà di fronte all'esposizione

      delle prime origini e dei fatti immediatamente successivi, mentre sarà

      impaziente di arrivare a quegli avvenimenti più recenti nei quali si

      esauriscono da sé le forze di un popolo già da tempo in auge. Io, invece,

      cercherò di ottenere anche questa ricompensa al mio lavoro, cioè di

      distogliere lo sguardo da quegli spettacoli funesti di cui la nostra età

      ha continuato a essere testimone per così tanti anni, finché sarò

      impegnato, col pieno delle mie forze mentali, a ripercorrere quelle

      antiche vicende, libero da ogni forma di preoccupazione che, pur non

      potendo distogliere lo storico dal vero, tuttavia rischierebbe di turbarne

      la disposizione d'animo.

      Le leggende precedenti la fondazione di Roma o il progetto della sua

      fondazione, dato che si addicono più ai racconti fantasiosi dei poeti che

      alla documentazione rigorosa degli storici, non è mia intenzione né

      confermarle né smentirle. Sia concessa agli antichi la facoltà di

      nobilitare l'origine delle città mescolando l'umano col divino; e se si

      deve concedere a un popolo di consacrare le proprie origini e di

      ricondurle a un intervento degli dèi, questo vanto militare lo merita il

      popolo romano perché, riconnettendo a Marte più che a ogni altro la

      propria nascita e quella del proprio capostipite, il genere umano accetta

      un simile vezzo con lo stesso buon viso con cui ne sopporta l'autorità. Ma

      di questi aspetti e di altri della medesima natura, comunque saranno

      giudicati, da parte mia non ne terrò affatto conto: ciascuno, questo mi

      preme, li analizzi con grande attenzione e si soffermi su che tipo di vita

      e che abitudini ci siano state, grazie all'abilità di quali uomini, in

      pace e in guerra, l'impero sia stato creato e accresciuto; quindi

      consideri come, per un progressivo rilassamento del senso di disciplina, i

      costumi abbiano in un primo tempo seguito l'infiacchirsi del pensiero, poi

      siano decaduti sempre di più, e in séguito abbiano cominciato a franare a

      precipizio fino ad arrivare ai giorni nostri, nei quali tanto il vizio

      quanto i suoi rimedi sono intollerabili. Ciò che risulta più di ogni altra

      cosa utile e fecondo nello studio della storia è questo: avere sotto gli

      occhi esempi istruttivi d'ogni tipo contenuti nelle illustri memorie. Di

      lì si dovrà trarre quel che merita di essere imitato per il proprio bene e

      per quello dello Stato, nonché imparare a evitare ciò che è infamante

      tanto come progetto quanto come risultato. E poi, o mi inganna la passione

      per il lavoro intrapreso, o non è mai esistito uno Stato più grande, più

      puro, più ricco di nobili esempi, e neppure mai una civiltà nella quale

      siano penetrate così tardi l'avidità e la lussuria e dove la povertà e la

      parsimonia siano state onorate così tanto e per così tanto tempo. Perciò,

      meno cose c'erano, meno si desiderava: solo di recente le ricchezze hanno

      introdotto l'avidità, e l'abbondanza di piaceri a portata di mano ha a sua

      volta fatto conoscere il desiderio di perdersi e di lasciare che ogni cosa

      vada in rovina in un trionfo di sregolata dissolutezza. Ma, all'inizio di

      un'impresa di queste proporzioni, siano messe al bando le recriminazioni,

      destinate a non risultare gradite nemmeno quando saranno necessarie: se

      anche noi storici, come i poeti, avessimo l'abitudine di incominciare con

      buoni auspici, voti e preghiere rivolte a tutte le divinità, preferirei un

      attacco del genere, pregandoli di concedere grande successo alla mia

      impresa.

 


Libri 1-2: Dai Re alla Repubblica

 

      

      LIBRO I

      

      

      

      1 Un primo punto che trova quasi tutti dello stesso avviso è questo: dopo

      la caduta di Troia, ai superstiti troiani fu riservato un trattamento

      molto duro; gli Achei si astennero dall'applicare rigorosamente il codice

      militare di guerra solo nei confronti di due di essi, Enea e Antenore, sia

      per l'antica legge dell'ospitalità, sia perché essi erano sempre stati

      sostenitori della pace e della restituzione di Elena. Successivamente, per

      circostanze di varia natura, Antenore e un nutrito gruppo di Eneti, i

      quali, costretti ad abbandonare la Paflagonia a séguito di una sommossa

      interna ed essendo alla ricerca di un luogo dove stabilirsi e di qualcuno

      che li guidasse dopo aver perso a Troia il loro capo Pilemene, arrivarono

      nel golfo più profondo del mare Adriatico, scacciarono gli Euganei che

      abitavano tra mare e Alpi e, Troiani ed Eneti, si impossessarono di quelle

      terre. Il primo punto in cui sbarcarono lo chiamarono Troia e di lì deriva

      il nome di Troiano per il villaggio: l'intero popolo assunse la

      denominazione di Veneti. Di Enea, invece, si sa che, esule dalla patria a

      séguito dello stesso disastro, ma destinato per volontà del fato a dare il

      via a eventi di ben altra portata, arrivò in un primo tempo in Macedonia,

      quindi fu spinto verso la Sicilia sempre alla ricerca di una sede

      definitiva e dalla Sicilia approdò con la flotta nel territorio di

      Laurento. Anche a questo luogo viene dato il nome di Troia. I Troiani

      sbarcarono in quel punto. Privi com'erano, dopo il loro interminabile

      peregrinare, di tutto tranne che di armi e di navi, si misero a fare

      razzie nelle campagne e per questo motivo il re Latino e gli Aborigeni che

      allora regnavano su quelle terre accorsero armati dalle città e dai campi

      per respingere l'attacco degli stranieri. Del fatto si tramandano due

      versioni. Alcuni sostengono che Latino, vinto in battaglia, fece pace con

      Enea e strinse con lui legami di parentela. Altri, invece, raccontano che,

      una volta schieratisi gli eserciti in ordine di battaglia, prima che fosse

      dato il segnale di inizio, Latino avanzò tra i soldati delle prime file e

      invitò a un colloquio il comandante degli stranieri. Quindi si informò

      sulla loro provenienza, chiese da dove o a séguito di quale evento fossero

      partiti dal loro paese e cosa stessero cercando nel territorio di

      Laurento. Venne così a sapere che tutti quegli uomini erano Troiani, con a

      capo Enea figlio di Anchise e di Venere, esuli da una città finita nelle

      fiamme, e alla ricerca di una sede stabile per fondarvi la loro città.

      Quindi, pieno di ammirazione per la nobiltà d'animo di quel popolo e

      dell'uomo di fronte a lui e per la loro disposizione tanto alla guerra che

      alla pace, gli tese la mano destra e si impegnò per un'amicizia futura tra

      i due popoli. I due comandanti stipularono allora un trattato di alleanza,

      mentre i due eserciti si scambiarono un saluto. Enea fu ospitato presso

      Latino. Lì questi aggiunse un patto privato a quello pubblico dando in

      moglie a Enea sua figlia. Questo accordo rinforzò la speranza dei Troiani

      di vedere finite una volta per tutte le loro infinite peregrinazioni

      grazie a una sede stabile e definitiva. Fondano una città. Enea la chiama

      Lavinio dal nome della moglie. Dopo poco tempo, dal nuovo matrimonio

      nacque anche un figlio maschio cui i genitori diedero il nome di Ascanio.

      

      2 In séguito, Aborigeni e Troiani dovettero affrontare insieme una guerra.

      Il re dei Rutuli Turno, cui era stata promessa in sposa Lavinia prima

      dell'arrivo di Enea, poiché non accettava di buon grado che lo straniero

      gli fosse stato preferito, entrò in guerra contemporaneamente con Enea e

      con Latino. Nessuna delle due parti poté rallegrarsi dell'esito di quello

      scontro: i Rutuli furono vinti, ma Troiani e Aborigeni, benché vincitori,

      persero Latino, il loro comandante. Allora Turno e i Rutuli, sfiduciati

      per lo stato presente delle cose, ricorsero alle floride risorse degli

      Etruschi e del loro re Mesenzio, signore dell'allora ricca città di Cere.

      Questi, poiché già sin dagli inizi non aveva gioito della fondazione della

      nuova città e in quel momento pensava che la crescita della potenza

      troiana fosse una minaccia eccessiva per la sicurezza dei popoli vicini,

      non esitò ad allearsi militarmente con i Rutuli. Enea, terrorizzato di

      fronte a una simile guerra, per accattivarsi il favore degli Aborigeni e

      perché tutti risultassero uniti non solo sotto la stessa autorità ma anche

      sotto lo stesso nome, chiamò Latini l'uno e l'altro popolo; né d'allora in

      poi gli Aborigeni si dimostrarono inferiori ai Troiani quanto a devozione

      e lealtà. Ed Enea, forte di questi sentimenti e dell'affiatamento che

      sempre di più cresceva tra i due popoli col passare dei giorni, nonostante

      l'Etruria avesse una tale disponibilità di mezzi da raggiungere con la sua

      fama non solo la terra ma anche il mare per tutta l'estensione dell'Italia

      - dalle Alpi allo stretto di Sicilia -, fece scendere ugualmente in campo

      le sue truppe pur potendo respingere l'attacco dalle mura. Lo scontro fu

      il secondo per i Latini. Per Enea, invece, rappresentò l'ultima impresa da

      mortale. Comunque lo si voglia considerare, uomo o dio, è sepolto sulle

      rive del fiume Numico e la gente lo chiama Giove Indigete.

      

      3 Ascanio, il figlio di Enea, non era ancora maturo per comandare;

      tuttavia il potere rimase intatto finché egli non ebbe raggiunto la

      pubertà. Nell'intervallo di tempo, lo Stato latino e il regno che il

      ragazzo aveva ereditato dal padre e dagli avi gli vennero conservati sotto

      la tutela della madre (tali erano in Lavinia le qualità caratteriali). Non

      mi metterò a discutere - e chi infatti potrebbe dare come certa una cosa

      così antica? - se sia stato proprio questo Ascanio o uno più vecchio di

      lui, nato dalla madre Creusa quando Ilio era ancora in piedi e compagno

      del padre nella fuga di là, quello stesso Julo dal quale la famiglia

      Giulia sostiene derivi il proprio nome. Questo Ascanio, quali che fossero

      la madre e la patria d'origine, in ogni caso era figlio di Enea. Dal

      momento che la popolazione di Lavinio era in eccesso, lasciò alla madre, o

      alla matrigna, la città ricca e fiorente, e per conto suo ne fondò sotto

      il monte Albano una nuova che, dalla sua posizione allungata nel senso

      della dorsale montana, fu chiamata Alba Longa. Tra la fondazione di

      Lavinio e la deduzione della colonia di Alba Longa intercorsero press'a

      poco trent'anni. Ciò nonostante, specie dopo la sconfitta subita dagli

      Etruschi, la sua potenza era a tal punto in crescita che, neppure dopo la

      morte di Enea e in séguito sotto la reggenza di una donna e i primi passi

      del regno di un ragazzo, tanto Mesenzio e gli Etruschi quanto nessun'altra

      popolazione limitrofa osarono intraprendere iniziative militari. Il

      trattato di pace stabilì che per Etruschi e Latini il confine sarebbe

      stato rappresentato dal fiume Albula, il Tevere dei giorni nostri.

      Quindi regna Silvio, figlio di Ascanio, nato nei boschi per un qualche

      caso fortuito. Egli genera Enea Silvio che a sua volta mette al mondo

      Latino Silvio. Da quest'ultimo vennero fondate alcune colonie che furono

      chiamate dei Latini Prischi. In séguito il nome Silvio rimase a tutti

      coloro che regnarono ad Alba Longa. Da Latino nacque Alba, da Alba Atys,

      da Atys Capys, da Capys Capeto e da Capeto Tiberino il quale, essendo

      annegato durante l'attraversamento del fiume Albula, diede a esso il

      celebre nome passato ai posteri. Quindi regnò il figlio di Tiberino,

      Agrippa, il quale trasmise il potere al figlio Romolo Silvio. Questi,

      colpito da un fulmine, tramandò di mano in mano il regno ad Aventino il

      quale fu sepolto sul colle che oggi è parte di Roma e che porta il suo

      nome. Quindi regna Proca. Egli genera Numitore e Amulio. A Numitore, che

      era il più grande, lascia in eredità l'antico regno della dinastia Silvia.

      Ma la violenza poté più che la volontà del padre o la deferenza nei

      confronti della primogenitura: dopo aver estromesso il fratello, sale al

      trono Amulio. Questi commise un crimine dietro l'altro: i figli maschi del

      fratello li fece uccidere, mentre a Rea Silvia, la femmina, avendola

      nominata Vestale (cosa che egli fece passare come un'onorificenza), tolse

      la speranza di diventare madre condannandola a una verginità perpetua.

      

      4 Credo comunque che rientrassero in un disegno del destino tanto la

      nascita di una simile città quanto l'inizio della più grande potenza del

      mondo dopo quella degli dèi. La Vestale, vittima di uno stupro, diede alla

      luce due gemelli. Sia che fosse in buona fede, sia che intendesse rendere

      meno turpe la propria colpa attribuendone la responsabilità a un dio,

      dichiarò Marte padre della prole sospetta. Ma né gli dèi né gli uomini

      riescono a sottrarre lei e i figli alla crudeltà del re: questi dà ordine

      di arrestare e incatenare la sacerdotessa e di buttare i due neonati nella

      corrente del fiume. Per una qualche fortuita volontà divina, il Tevere,

      straripato in masse d'acqua stagnante, non era praticabile in nessun punto

      del suo letto normale, ma a chi li portava faceva sperare che i due

      neonati venissero ugualmente sommersi dall'acqua nonostante questa fosse

      poco impetuosa. Così, nella convinzione di aver eseguito l'ordine del re,

      espongono i bambini nel punto più vicino dello straripamento, là dove ora

      c'è il fico Ruminale (che, stando alla leggenda, un tempo si chiamava

      Romulare). Quei luoghi erano allora completamente deserti. Tutt'ora è viva

      la tradizione orale secondo la quale, quando l'acqua bassa lasciò in secco

      la cesta galleggiante nella quale erano stati abbandonati i bambini, una

      lupa assetata proveniente dai monti dei dintorni deviò la sua corsa in

      direzione del loro vagito e, accucciatasi, offrì loro il suo latte con una

      tale dolcezza che il pastore-capo del gregge reale - pare si chiamasse

      Faustolo - la trovò intenta a leccare i due neonati. Faustolo poi, tornato

      alle stalle, li diede alla moglie Larenzia affinché li allevasse. C'è

      anche chi crede che questa Larenzia i pastori la chiamassero lupa perché

      si prostituiva: da ciò lo spunto di questo racconto prodigioso. Così nati

      e cresciuti, non appena divennero grandi, cominciarono ad andare a caccia

      in giro per i boschi senza rammollirsi nelle stalle e dietro il gregge.

      Irrobustitisi così nel corpo e nello spirito, nonaffrontavano soltanto più

      le bestie feroci, ma assalivano i banditi carichi di bottino: dividevano

      tra i pastori il frutto delle rapine e condividevano con loro svaghi e

      lavoro, mentre il numero dei giovani aumentava giorno dopo giorno.

      

      5 Si dice che già allora sul Palatino si celebrasse il nostro Lupercale e

      che il monte fosse chiamato Pallanzio (in séguito Palatino) da Pallanteo,

      città dell'Arcadia. Là Evandro, il quale, originario di quella stirpe di

      Arcadi, aveva occupato la zona molto tempo prima, pare avesse introdotto

      importandola dall'Arcadia l'usanza che dei giovani corressero nudi

      celebrando con giochi licenziosi Pan Liceo, che i Romani in séguito

      chiamarono Inuo. Mentre erano intenti a questo spettacolo - dato che la

      ricorrenza era ben nota -, si dice che i banditi, per la rabbia di aver

      perso il bottino, organizzarono un'imboscata. Romolo si difese

      energicamente. Remo, invece, lo catturarono e lo consegnarono al re

      Amulio, accusandolo per giunta del furto. Soprattutto gli imputavano di

      aver compiuto delle incursioni nelle terre di Numitore e di aver raccolto

      un gruppo di giovinastri per darsi alle razzie come in tempo di guerra.

      Per questi motivi Remo viene consegnato a Numitore perché lo punisca. Già

      sin dall'inizio Faustolo aveva supposto che i bambini allevati in casa sua

      fossero di sangue reale: infatti sapeva che dei neonati erano stati

      abbandonati per volere del re e anche che il periodo in cui li aveva presi

      con sé coincideva con quel fatto. Però non aveva voluto che la cosa si

      venisse a sapere quando ancora non era il momento giusto (a meno che non

      si fossero presentate l'occasione propizia o una necessità urgente). Fu

      quest'ultima ipotesi a verificarsi per prima: spinto dalla paura, rivelò

      la cosa a Romolo. Per caso anche Numitore, mentre teneva prigioniero Remo

      e aveva saputo che erano fratelli gemelli, considerando la loro età e il

      carattere per niente servile, era stato toccato nell'intimo dal ricordo

      dei nipoti; e a forza di fare domande, arrivò a un punto tale che poco ci

      mancò riconoscesse Remo. Così venne architettato un doppio complotto ai

      danni del re. Romolo lo assale, però non col suo gruppo di ragazzi -

      infatti non sarebbe stato all'altezza di un vero proprio colpo di forza -,

      ma con altri pastori cui era stato ordinato di arrivare alla reggia in un

      momento prestabilito e secondo un altro percorso. Dalla casa di Numitore,

      invece, Remo accorre in aiuto con un'altra schiera di uomini che era

      riuscito a procurarsi. Così trucidano il re.

      

      6 Numitore, durante le prime fasi della sommossa, spargendo la voce che i

      nemici avevano invaso la città e stavano assaltando la reggia, aveva così

      attirato la gioventù albana a presidiare la rocca e a tenerla con le armi.

      Quando vide venire verso di sé i giovani esultanti, reduci dalla strage

      appena compiuta, convocata sùbito l'assemblea, rivelò i delitti commessi

      dal fratello nei suoi confronti, la nobile origine dei nipoti, la loro

      nascita, il modo in cui erano stati allevati, il sistema con cui erano

      stati riconosciuti, e infine l'uccisione del tiranno, della quale dichiarò

      di assumersi la piena responsabilità. Dopo che i due giovani, entrati con

      le loro truppe nel mezzo dell'assemblea, ebbero acclamato re il nonno,

      l'intera folla, con un grido unanime, confermò al re il titolo legittimo e

      l'autorità.

      Così, affidata Alba a Numitore, Romolo e Remo furono presi dal desiderio

      di fondare una città in quei luoghi in cui erano stati esposti e allevati.

      Inoltre la popolazione di Albani e Latini era in eccesso. A questo si

      erano anche aggiunti i pastori. Tutti insieme certamente nutrivano la

      speranza che Alba Longa e Lavinio sarebbero state piccole nei confronti

      della città che stava per essere fondata. Su questi progetti si innestò

      poi un tarlo ereditato dagli avi, cioè la sete di potere, e di lì nacque

      una contesa fatale dopo un inizio abbastanza tranquillo. Siccome erano

      gemelli e il rispetto per la primogenitura non poteva funzionare come

      criterio elettivo, toccava agli dèi che proteggevano quei luoghi indicare,

      attraverso gli auspici, chi avessero scelto per dare il nome alla nuova

      città e chi vi dovesse regnare dopo la fondazione. Così, per interpretare

      i segni augurali, Romolo scelse il Palatino e Remo l'Aventino.

      

      7 Il primo presagio, sei avvoltoi, si dice toccò a Remo. Dal momento che a

      Romolo ne erano apparsi il doppio quando ormai il presagio era stato

      annunciato, i rispettivi gruppi avevano proclamato re l'uno e l'altro

      contemporaneamente. Gli uni sostenevano di aver diritto al potere in base

      alla priorità nel tempo, gli altri in base al numero degli uccelli visti.

      Ne nacque una discussione e dal rabbioso scontro a parole si passò al

      sangue: Remo, colpito nella mischia, cadde a terra. È più nota la versione

      secondo la quale Remo, per prendere in giro il fratello, avrebbe

      scavalcato le mura appena erette e quindi Romolo, al colmo dell'ira,

      l'avrebbe ammazzato aggiungendo queste parole di sfida: «Così, d'ora in

      poi, possa morire chiunque osi scavalcare le mie mura.» In questo modo

      Romolo si impossessò da solo del potere e la città appena fondata prese il

      nome del suo fondatore.

      In primo luogo fortifica il Palatino, sul quale lui stesso era stato

      allevato. Offre sacrifici in onore degli altri dèi secondo il rito albano,

      e secondo quello greco in onore di Ercole, così com'erano stati istituiti

      da Evandro. Stando alla leggenda, proprio in questi luoghi Ercole uccise

      Gerione e gli portò via gli splendidi buoi. Perché questi riprendessero

      fiato e pascolassero nella quiete del verde e per riposarsi anche lui

      stremato dal cammino, si coricò in un prato vicino al Tevere, nel punto in

      cui aveva attraversato a nuoto il fiume spingendo il bestiame davanti a

      sé. Lì, appesantito dal vino e dal cibo, si addormentò profondamente. Un

      pastore della zona, un certo Caco, contando sulle proprie forze e colpito

      dalla bellezza dei buoi, pensò di portarsi via quella preda. Ma, dato che

      spingendo l'armento nella sua grotta le orme vi avrebbero condotto il

      padrone quando si fosse messo a cercarle, prese i buoi più belli per la

      coda e li trascinò all'indietro nella sua grotta. Al sorgere del sole,

      Ercole, emerso dal sonno, dopo aver esaminato attentamente il gregge ed

      essersi accorto che ne mancava una parte, si incamminò verso la grotta più

      vicina, caso mai le orme portassero in quella direzione. Quando vide che

      erano tutte rivolte verso l'esterno ed escludevano ogni altra direzione,

      cominciò a spingere l'armento lontano da quel luogo ostile. Ma poiché

      alcune tra quelle messe in movimento si misero a muggire, come succede,

      per rimpianto di quelle rimaste indietro, il verso proveniente dalle altre

      rimaste chiuse dentro la grotta fece girare Ercole. Caco cercò di

      impedirgli con la forza l'ingresso nella grotta. Ma mentre tentava invano

      di far intervenire gli altri pastori, stramazzò al suolo schiantato da un

      colpo di clava. In quel tempo governava la zona, più per prestigio

      personale che per un potere conferitogli, Evandro, esule dal Peloponneso,

      uomo degno di venerazione perché sapeva scrivere, cosa nuova e prodigiosa

      in mezzo a bifolchi del genere, e ancor più degno di venerazione per la

      supposta natura divina della madre Carmenta, che prima dell'arrivo in

      Italia della Sibilla aveva sbalordito quelle genti con le sue doti di

      profetessa. Evandro dunque, attirato dalla folla di pastori accorsi

      sbigottiti intorno allo straniero colto in flagrante omicidio, dopo aver

      ascoltato il racconto del delitto e delle sue cause, osservando

      attentamente le fattezze e la corporatura dell'individuo, più maestose e

      imponenti del normale, gli domandò chi fosse. Quando venne a sapere il

      nome, chi era suo padre e da dove veniva, disse: «Salute a te, Ercole,

      figlio di Giove. Mia madre, interprete veritiera degli dèi, mi ha

      vaticinato che tu andrai ad accrescere il numero degli immortali e qui ti

      verrà dedicato un altare che un giorno il popolo più potente della terra

      chiamerà Altare Massimo e venererà secondo il tuo rito.» Ercole, dopo aver

      teso la mano destra, disse che accettava l'augurio e che avrebbe portato a

      compimento la volontà del destino costruendo e consacrando l'altare. Lì,

      prendendo dal gregge un capo di straordinaria bellezza, fu per la prima

      volta compiuto un sacrificio in onore di Ercole. A occuparsi della

      cerimonia e del banchetto sacrificale furono chiamati Potizi e Pinari, in

      quel tempo le famiglie più illustri della zona. Per caso successe che i

      Potizi giungessero all'ora stabilita e le viscere degli animali vennero

      poste di fronte a loro, mentre i Pinari, quando ormai le viscere erano

      stae mangiate, arrivarono a banchetto cominciato. Così, finché durò in

      vita la stirpe dei Pinari, rimase in vigore la regola che essi non

      potessero cibarsi delle interiora dei sacrifici. I Potizi, istruiti da

      Evandro, furono per molte generazioni sacerdoti di questo rito sacro, fino

      al tempo in cui, affidato ai servi di Stato il solenne officio della

      famiglia, l'intera stirpe dei Potizi si estinse. Questi furono gli unici,

      fra tutti i riti di importazione, a essere allora accolti da Romolo, già

      in quel periodo conscio dell'immortalità che avrebbe ottenuto col valore e

      verso la quale lo conduceva il suo destino.

      

      8 Sistemata la sfera del divino in maniera conforme alle usanze religiose

      e convocata in assemblea la massa, che nulla, salvo il vincolo giuridico,

      poteva unire nel complesso di un solo popolo, diede loro un sistema di

      leggi. Pensando che esso sarebbe stato inviolabile per quei rozzi villici

      solo a patto di rendere se stesso degno di venerazione per i segni

      distintivi dell'autorità, diventò più maestoso sia nel resto della persona

      sia soprattutto grazie ai dodici littori di cui si circondò. Alcuni

      ritengono che egli adottò il numero in base a quello degli uccelli che,

      col loro augurio, gli avevano pronosticato il regno. A me non dispiace la

      tesi di quelli che sostengono importati dalla confinante Etruria (donde

      furono introdotte la sedia curule e la toga pretesta) tanto questo tipo di

      subalterni quanto il loro stesso numero. Essi ritengono che la cosa fosse

      così presso gli Etruschi dal momento che, una volta eletto il re

      dall'insieme dei dodici popoli, ciascuno di essi forniva un littore a

      testa.

      Nel frattempo la città cresceva in fortificazioni che abbracciavano dentro

      la loro cerchia sempre nuovi spazi: si costruiva più nella speranza di un

      incremento demografico negli anni a venire che per le proporzioni presenti

      della popolazione. In séguito, perché l'ampliamento della città non fosse

      fine a se stesso, col pretesto di aumentare la popolazione secondo

      l'antica idea di quanti fondavano città (i quali, radunando intorno a sé

      genti senza un passato alle spalle, facevano credere loro di essere

      autoctoni), creò un punto di raccolta là dove oggi, per chi voglia salire

      a vedere, c'è un recinto tra due boschi. Lì, dalle popolazioni confinanti,

      andò a riparare una massa eterogenea di individui - nessuna distinzione

      tra liberi e schiavi - avida di cose nuove: e questo fu il primo energico

      passo in direzione del progetto di ampliamento. Ormai soddisfatto di tali

      forze, provvede a dotarli di un'assemblea. Elegge cento senatori, sia

      perché questo numero era sufficiente, sia perché erano soltanto cento

      quelli che potevano ambire a una carica del genere. In ogni caso,

      quest'onore gli valse il titolo di padri, mentre i loro discendenti furono

      chiamati patrizi.

      

      9 Roma era ormai così potente che poteva permettersi di competere

      militarmente con qualunque popolo dei dintorni. Ma per la penuria di donne

      questa grandezza era destinata a durare una sola generazione, perché essi

      non potevano sperare di avere figli in patria né di sposarsi con donne

      della zona. Allora, su consiglio dei senatori, Romolo inviò ambasciatori

      alle genti limitrofe per stipulare un trattato di alleanza col nuovo

      popolo e per favorire la celebrazione di matrimoni. Essi dissero che anche

      le città, come il resto delle cose, nascono dal nulla; in séguito, grazie

      al loro valore e all'assistenza degli dèi, acquistano grande potenza e

      grande fama. Era un fatto assodato che alla nascita di Roma erano stati

      propizi gli dèi e che il valore non le sarebbe venuto a mancare. Per

      questo, in un rapporto da uomo a uomo, non dovevano disdegnare di

      mescolare il sangue e la stirpe. All'ambasceria non dette ascolto nessuno:

      tanto da una parte provavano un aperto disprezzo, quanto dall'altra

      temevano per sé e per i propri successori la crescita in mezzo a loro di

      una simile potenza. Nell'atto di congedarli, la maggior parte dei popoli

      consultati chiedeva se non avessero aperto anche per le donne un qualche

      luogo di rifugio (quella infatti sarebbe stata una forma di matrimonio

      alla pari). La gioventù romana non la prese di buon grado e la cosa

      cominciò a scivolare inevitabilmente verso la soluzione di forza. Per

      conferire a essa tempi e luoghi appropriati, Romolo, dissimulando il

      proprio risentimento, allestisce apposta dei giochi solenni in onore di

      Nettuno Equestre e li chiama Consualia. Quindi ordina di invitare allo

      spettacolo i popoli vicini. Per caricarli di interesse e attese, i giochi

      vengono pubblicizzati con tutti i mezzi disponibili all'epoca. Arrivò

      moltissima gente, an che per il desiderio di vedere la nuova città, e

      soprattutto chi abitava più vicino, cioè Ceninensi, Crustumini e

      Antemnati. I Sabini, poi, vennero al completo, con tanto di figli e

      consorti. Invitati ospitalmente nelle case, dopo aver visto la posizione

      della città, le mura fortificate e la grande quantità di abitazioni, si

      meravigliarono della rapidità con cui Roma era cresciuta. Quando arrivò il

      momento previsto per lo spettacolo e tutti erano concentratissimi sui

      giochi, allora, come convenuto, scoppiò un tumulto e la gioventù romana, a

      un preciso segnale, si mise a correre all'impazzata per rapire le ragazze.

      Molte finivano nelle mani del primo in cui si imbattevano: quelle che

      spiccavano sulle altre per bellezza, destinate ai senatori più insigni,

      venivano trascinate nelle loro case da plebei cui era stato affidato quel

      compito. Si racconta che una di esse, molto più carina di tutte le altre,

      fu rapita dal gruppo di un certo Talasio e, poiché in molti cercavano di

      sapere a chi mai la stessero portando, gridarono più volte che la

      portavano a Talasio perché nessuno le mettesse le mani addosso. Da

      quell'episodio deriva il nostro grido nuziale.

      Finito lo spettacolo nel terrore, i genitori delle fanciulle fuggono

      affranti, accusandoli di aver violato il patto di ospitalità e invocando

      il dio in onore del quale eran venuti a vedere il rito e i giochi solenni,

      vittime di un'eccessiva fiducia nella legge divina. Le donne rapite,

      d'altra parte, non avevano maggiori speranze circa se stesse né minore

      indignazione. Ma Romolo in persona si aggirava tra di loro e le informava

      che la cosa era successa per l'arroganza dei loro padri che avevano negato

      ai vicini la possibilità di contrarre matrimoni; le donne, comunque,

      sarebbero diventate loro spose, avrebbero condiviso tutti i loro beni, la

      loro patria e, cosa di cui niente è più caro agli esseri umani, i figli.

      Che ora dunque frenassero la collera e affidassero il cuore a chi la sorte

      aveva già dato il loro corpo. Spesso al risentimento di un affronto segue

      l'armonia dell'accordo. Ed esse avrebbero avuto dei mariti tanto migliori

      in quanto ciascuno di par suo si sarebbe sforzato, facendo il proprio

      dovere, di supplire alla mancanza dei genitori e della patria. A tutto

      questo si aggiungevano poi le attenzioni dei mariti (i quali

      giustificavano la cosa con il trasporto della passione), attenzioni che

      sono l'arma più efficace nei confronti dell'indole femminile.

      

      10 Ormai l'ira delle ragazze rapite si era del tutto placata. Fu però

      proprio in quel momento che i loro genitori, vestiti a lutto, cercavano di

      sensibilizzare i concittadini piangendo e lamentandosi dell'accaduto. E

      non si limitavano a manifestare in patria il proprio sdegno, ma da ogni

      parte si presentarono in gruppi di delegazioni a Tito Tazio, re dei

      Sabini, perché il suo prestigio in quelle zone era enorme. Quell'affronto

      riguardava in parte Ceninensi, Crustumini e Antemnati. Sembrò loro che

      Tito Tazio e i Sabini agissero con eccessiva flemma: perciò questi tre

      popoli si prepararono a combattere da soli. Ma, a giudicare dall'animosità

      e dall'ira dei Ceninensi, neppure Crustumini e Antemnati si muovevano con

      sufficiente prontezza. Così i Ceninensi invadono da soli il territorio

      romano. Ma mentre stavano devastando disordinatamente la zona, gli va

      incontro Romolo con l'esercito e, dopo una ridicola scaramuccia, dimostra

      loro la vanità dell'ira non sorretta da forze adeguate. Sbaraglia la

      schiera nemica, la mette in fuga e ne insegue i resti sbandati; quindi si

      scontra in duello col re, lo uccide e ne spoglia il cadavere. Dopo aver

      eliminato il comandante dei nemici, si impossessa della loro città al

      primo assalto. Ricondotto indietro l'esercito vincitore, dimostrò che il

      suo eroismo nel compiere le imprese non era inferiore alla capacità di

      valorizzarle: portando le spoglie del comandante nemico ucciso su una

      barella costruita all'occorrenza, salì sul Campidoglio. Lì, dopo averle

      deposte presso una quercia sacra ai pastori, insieme con l'offerta tracciò

      i confini del tempio di Giove e aggiunse un epiteto al nome del dio: «Io,

      Romolo, re vittorioso, offro a te, Giove Feretrio, queste armi di re, e

      consacro il tempio entro questi limiti che ho or ora tracciato secondo la

      mia volontà, in modo tale che diventi un luogo demandato alle spoglie

      opime che quanti verranno dopo di me, seguendo il mio esempio, porteranno

      qui dopo averle strappate a re e comandanti nemici uccisi in battaglia.»

      Questa è l'origine del primo tempio consacrato a Roma. Così, da quel

      giorno in poi, piacque agli dèi che fosse legge la parola del fondatore

      del tempio (e cioè che i posteri avrebbero dovuto portare lì le spoglie),

      e che la gloria di un tale dono non fosse svilita dal numero elevatissimo

      di chi la poteva ottenere. Da allora tanti anni sono passati e tante

      guerre sono state combattute. Ciò nonostante, altre due volte soltanto si

      presero spoglie opime: così rara fu la fortuna di quell'onore.

      

      11 Mentre i Romani si stavano occupando di queste cose, gli Antemnati,

      cogliendo al volo l'occasione offerta dalla loro assenza, compiono

      un'incursione armata nel nostro territorio. Ma le truppe romane, spinte a

      marce forzate anche in quella direzione, piombano loro addosso trovandoli

      sparpagliati nei campi. Fu così che bastò il primo urto accompagnato

      dall'urlo di guerra per sbaragliarli e conquistarne la città. Mentre

      Romolo era nel pieno dell'ovazione per il doppio trionfo, la moglie

      Ersilia, cedendo alle preghiere incessanti delle donne rapite, lo prega di

      perdonarne i genitori e di ammetterli all'interno della città (la cui

      potenza sarebbe così aumentata proprio grazie alla concordia interna).

      Egli acconsente facilmente. Quindi marcia contro i Crustumini che erano in

      procinto di attaccare. Ma la loro resistenza durò ancora meno di quella

      degli alleati: di fronte a disfatte del genere, non era rimasto troppo

      coraggio. In entrambi i paesi sottomessi furono inviati coloni. La maggior

      parte di essi, però, si iscrissero per Crustumino a causa della fertilità

      della terra. Dall'altra parte, invece, molte persone, soprattutto genitori

      e parenti delle donne rapite, vennero a stabilirsi a Roma.

      L'ultimo attacco Roma lo subì dai Sabini, e questa fu di gran lunga la più

      importante tra le guerre combattute fino a quel punto. Essi, infatti, non

      agirono sotto l'impulso del risentimento e dell'ambizione, né si

      lasciarono andare a dimostrazioni militari prima di dare il via alla

      guerra. Unirono la fraudolenza al sangue freddo. Spurio Tarpeio comandava

      la cittadella romana. Sua figlia, vergine vestale, viene corrotta con

      dell'oro da Tazio e costretta a fare entrare un drappello di armati nella

      fortezza. In quel preciso momento la ragazza era andata oltre le mura ad

      attingere acqua per i culti rituali. Dopo averla catturata, la

      schiacciarono sotto il peso delle loro armi e la uccisero, sia per dare

      l'idea che la cittadella era stata conquistata più con la forza che con

      qualsiasi altro mezzo, sia per fornire un esempio in modo che più nessun

      delatore potesse contare sulla parola data. La leggenda riguardante questi

      fatti vuole che, siccome i Sabini di solito portavano al braccio sinistro

      braccialetti d'oro massiccio e giravano con anelli tempestati di gemme di

      rara bellezza, la ragazza avesse pattuito come prezzo del suo tradimento

      ciò che essi portavano al braccio sinistro; e che al posto dell'oro

      promesso fosse rimasta schiacciata dal peso dei loro scudi. Alcuni

      sostengono che, avendo lei chiesto di scegliere come ricompensa quello che

      essi portavano al braccio sinistro, optò espressamente per gli scudi e che

      i Sabini, credendo li volesse tradire, l'uccisero proprio col compenso che

      aveva richiesto.

      

      12 Comunque sia, i Sabini si impossessarono della cittadella. Il giorno

      dopo, quando l'esercito romano aveva gremito, col suo schieramento al

      completo, lo spazio compreso tra il Palatino e il Campidoglio, i Sabini

      non calarono subito in pianura ma rimasero ad aspettare che l'indignazione

      e il desiderio di recuperare la rocca spingessero i Romani a risalire la

      china e ad affrontarli su in alto. I capi di entrambi gli schieramenti

      incitavano alla lotta: Mezio Curzio per i Sabini e Ostio Ostilio per i

      Romani. Quest'ultimo, nonostante la posizione svantaggiosa, teneva alto il

      morale con dimostrazioni di coraggio e di audacia nelle prime file. Ma,

      caduto lui, subito i Romani registrarono un netto cedimento e andarono a

      rifugiarsi presso la vecchia porta del Palatino. Romolo stesso, trascinato

      dalla massa dei soldati in ritirata, sollevando le armi al cielo, gridò:

      «O Giove, è per obbedire al tuo volere che ho gettato le prime fondamenta

      di Roma proprio qui sul Palatino. Ormai la cittadella è in mano ai Sabini

      che l'hanno conquistata nella più turpe delle maniere. Di lì, attraverso

      la vallata, stanno avanzando armati verso di noi. Ma tu, padre degli dèi e

      degli uomini, tieni lontani almeno da qui i nemici, libera i Romani dal

      terrore e frena questa loro vergognosa ritirata! Prometto che qui, o Giove

      Statore, io innalzerò un tempio per ricordare ai posteri che è stato il

      tuo aiuto inesauribile a salvare la città». Al termine della preghiera,

      come se avesse avuto la sensazione di essere stato esaudito, disse: «Qui,

      o Romani, Giove ottimo massimo vi ordina di fermarvi e di ricominciare a

      combattere». E i Romani si fermarono, proprio come se stessero obbedendo a

      un ordine piovuto dal cielo. Romolo in persona si lancia nelle prime file.

      Mezio Curzio, intanto, a capo dei Sabini, aveva guidato la carica

      dall'alto della cittadella e fatto il vuoto in mezzo alle fila romane,

      gettando lo scompiglio per tutto lo spazio occupato dal foro. E, ormai non

      lontano dalla porta del Palatino, gridava: «Li abbiamo battuti, ospiti

      malvagi e nemici codardi che non sono altro! Ora lo sanno che differenza

      passa tra rapire delle ragazze inermi e combattere contro degli uomini

      veri.» Mentre così si gloria, gli si avventa addosso, guidato da Romolo,

      un gruppo di giovani pronti a tutto. Per caso in quel momento Mezio stava

      combattendo a cavallo e fu così più facile respingerlo. Dopo averlo messo

      in fuga, i Romani proseguono sullo slancio e il resto dell'esercito,

      infiammato dall'audacia del re, riesce a sbaragliare i Sabini. Mezio fu

      trascinato in una palude dal suo cavallo, divenuto ingovernabile per lo

      strepito degli inseguitori e la cosa attirò l'attenzione anche dei Sabini

      che temevano di perdere una figura così carismatica: urlando e facendogli

      ampi gesti, gli dimostrarono il loro attaccamento ed egli riuscì a tirarsi

      fuori dalla melma. Romani e Sabini riprendono così a combattere nella

      valle che si estende tra le due colline. Ma i Romani continuavano ad avere

      la meglio.

      

      13 Fu in quel momento che le donne sabine, il cui rapimento aveva

      scatenato la guerra in corso, con le chiome al vento e i vestiti a

      brandelli, lasciarono che le disgrazie presenti avessero la meglio sulla

      loro timidezza di donne e non esitarono a buttarsi sotto una pioggia di

      proiettili e a irrompere dai lati tra le opposte fazioni per dividere i

      contendenti e placarne la collera. Da una parte supplicavano i mariti e

      dall'altra i padri. Li imploravano di non commettere un crimine orrendo

      macchiandosi del sangue di un suocero o di un genero e di non lasciare il

      marchio del parricidio nelle creature che esse avrebbero messo al mondo,

      figli per gli uni e nipoti per gli altri. «Se il rapporto di parentela che

      vi unisce e questi matrimoni non vi vanno a genio, rivolgete la vostra ira

      contro di noi: siamo noi la causa scatenante della guerra, noi le sole

      responsabili delle ferite e delle morti tanto dei mariti quanto dei

      genitori. Meglio morire che rimanere senza uno di voi due, o vedove od

      orfane.» L'episodio non tocca soltanto la massa dei soldati ma anche i

      comandanti, e su tutti cala improvvisa una quiete silenziosa. Poi vengono

      avanti i generali per stipulare un trattato e non si accordano

      esclusivamente sulla pace, ma varano anche l'unione dei due popoli.

      Associano i due regni, trasferendo però l'intero potere decisionale a Roma

      che vede così raddoppiata la sua popolazione. Tuttavia, per venire in

      qualche modo incontro ai Sabini, i cittadini romani presero il nome di

      Quiriti dalla città di Cures. E in memoria di quella battaglia chiamarono

      lago Curzio lo specchio d'acqua dove il cavallo di Curzio emerse dal

      profondo della melma e portò in salvo il suo cavaliere.

      A una guerra così catastrofica seguì improvvisamente un felice periodo di

      pace che rese le donne sabine più gradite ai loro mariti e ai loro

      genitori, ma, sopra tutti, a Romolo stesso. Così, quando questi divise la

      popolazione in trenta curie, diede a esse il nome delle donne. Senza

      dubbio il loro numero era in qualche modo superiore: la tradizione non ci

      informa se fu l'età, la loro classe sociale o quella dei mariti, oppure

      un'estrazione a sorte il criterio utilizzato per stabilire quali dovessero

      dare il nome alle curie. Nello stesso periodo vennero formate tre centurie

      di cavalieri. Ramnensi e Tiziensi devono i loro nomi a Romolo e a Tito

      Tazio. Quanto invece ai Luceri, nome e origine sono poco chiari. Di lì in

      poi, i due sovrani regnarono non solo in comune, ma anche in perfetto

      accordo.

      

      14 Alcuni anni dopo, certi parenti di Tito Tazio maltrattano gli

      ambasciatori dei Laurenti e, nonostante il loro appellarsi al diritto

      delle genti, Tito mostra di avere orecchie soltanto per le preghiere dei

      suoi. Così facendo, assume su di sé la responsabilità della loro mancanza.

      E infatti, un giorno che era andato a Lavinio per un sacrificio solenne,

      fu assassinato in un moto di piazza. Si narra che la cosa addolorò Romolo

      meno del dovuto, sia per la dubbia affidabilità di una simile divisione

      del potere, sia perché credeva che quella morte non fosse del tutto

      immeritata. Per questo evitò di far ricorso alla guerra. Tuttavia, per

      garantire l'espiazione della morte del re e dell'offesa ai danni degli

      ambasciatori, fece rinnovare il trattato tra Roma e Lavinio.

      Questa pace, a dir la verità, fu un evento al di sopra di ogni

      aspettativa. Invece scoppiò un'altra guerra, molto più vicina, anzi quasi

      alle porte di Roma. Gli abitanti di Fidene, ritenendo troppo vicina a loro

      una potenza in continua crescita, senza aspettare che diventasse forte

      come c'era da prevedere, si affrettano a scatenare il conflitto. Armano

      squadroni di giovani e li spediscono a devastare le campagne tra Roma e

      Fidene. Di lì piegano verso sinistra (a destra niente da fare, c'è il

      Tevere che blocca la strada) e compiono atti di vandalismo terrorizzando i

      contadini. L'improvviso trambusto creatosi nelle campagne arrivò fino in

      città e fu come una prima avvisaglia della guerra. Romolo, visto che non

      c'era un minuto da perdere con una guerra così vicina, esce immediatamente

      alla testa dell'esercito e si accampa a un miglio da Fidene. Dopo avervi

      lasciato una modesta guarnigione, si mette in moto col grosso delle

      truppe. Una parte di queste ordinò che si piazzasse, pronta a lanciare

      un'imboscata, in una zona tutto intorno criparata da fitti cespuglic. Poi,

      con il blocco più consistente dell'esercito e con tutta la cavalleria, si

      mise in marcia e, proprio come si era prefissato, riuscì ad attirare fuori

      il nemico adottando un tipo di tattica spericolata e minacciosa, con i

      cavalieri che scorrazzavano fin quasi sotto le porte. D'altra parte, per

      la fuga che doveva esser simulata, questo assalto a cavallo forniva un

      pretesto più verisimile. E quando non solo la cavalleria sembrava incerta

      tra il combattere e il fuggire, ma anche la fanteria si ritirava,

      all'improvviso si spalancarono le porte e le linee romane furono travolte

      dallo straripare dei nemici che, nella foga di darsi all'inseguimento,

      furono trascinati nel punto dell'imboscata. Lì i Romani saltano fuori a

      sorpresa e attaccano sul fianco la schiera dei nemici. Allo stupore si

      aggiunge la paura: dall'accampamento si vedono avanzare gli stendardi del

      presidio lasciato di guarnigione. Così i Fidenati, in preda al panico più

      totale, fanno dietro-front quasi prima ancora che Romolo e i suoi uomini

      riuscissero a girare i loro cavalli. E visto che si trattava di una fuga

      vera, riguadagnavano la città in maniera di gran lunga più disordinata di

      quelli che, poco prima, essi avevano inseguito ingannati dalla loro

      simulazione di fuga. Però non riuscirono a sfuggire al nemico: i Romani li

      incalzavano da dietro e, prima che le porte della città venissero chiuse,

      irruppero all'interno, quando ormai i due eserciti sembravano uno solo.

      

      15 La guerra scatenata dai Fidenati fu come una febbre contagiosa che

      colpì gli animi dei Veienti (i quali, oltretutto, vantavano anche legami

      etnici, visto che condividevano coi Fidenati l'origine etrusca). E in più

      c'era il pericolo dei confini, nel caso in cui la potenza romana si fosse

      rivolta ostilmente contro tutte le popolazioni limitrofe. Così si

      riversarono in territorio romano senza però seguire i piani di una

      regolare campagna militare ma piuttosto per saccheggiare i dintorni alla

      rinfusa. Non si accamparono né attesero l'arrivo dell'esercito nemico, ma

      tornarono a Veio portandosi via ciò che avevano razziato nelle campagne. I

      Romani, da parte loro, non avendo trovato il nemico nei campi,

      attraversarono il Tevere pronti e determinati a sferrare un attacco

      decisivo. Quando i Veienti vennero a sapere che i nemici si erano

      accampati e stavano per marciare contro la loro città, andarono loro

      incontro per decidere la battaglia in campo aperto piuttosto che dover

      combattere ostacolati dalle case e dalle mura. Nello scontro, senza far

      ricorso a particolari stratagemmi di supporto alle sue truppe, il re

      romano ebbe la meglio solo grazie alla fermezza dei suoi veterani:

      sbaragliò i nemici e li inseguì fino alle mura, ma dovette desistere

      dall'attaccare la città in quanto risultava ben protetta dalle

      fortificazioni e dalla sua stessa posizione. Sulla via del ritorno

      saccheggia le campagne, più per desiderio di vendetta che per fare razzia.

      E i Veienti, piegati da questo disastroso strascico non meno che dalla

      sconfitta in battaglia, inviano a Roma dei delegati per chiedere la pace.

      Ottennero una tregua di cent'anni in cambio della cessione di parte del

      loro territorio.

      Grosso modo furono questi i principali avvenimenti politici e militari

      durante il regno di Romolo. Nessuno di essi impedisce però di prestar fede

      alla sua origine divina e alla divinizzazione attribuitagli dopo la morte,

      né al coraggio dimostrato nel riconquistare il regno degli avi, né alla

      saggezza cui fece ricorso per fondare Roma e renderla forte grazie alle

      guerre e alla sua politica interna. Fu proprio in virtù di quanto egli le

      aveva fornito che Roma di lì in poi conobbe quarant'anni di stabilità

      nella pace. Tuttavia fu più amato dal popolo che dal senato e idolatrato

      dai suoi soldati come da nessun altro. Tenne per sé, e non solo in tempo

      di guerra, una scorta di trecento armati cui diede il nome di Celeri.

      

      16 Portati a termine questi atti destinati alla posterità, un giorno,

      mentre passava in rassegna l'esercito e parlava alle truppe vicino alla

      palude Capra, in Campo Marzio, scoppiò all'improvviso un temporale

      violentissimo con gran fragore di tuoni ed egli fu avvolto da una nuvola

      così compatta che scomparve alla vista dei suoi soldati. Da quel momento

      in poi, Romolo non riapparve più sulla terra. I giovani romani, appena

      rividero la luce di quel bel giorno di sole dopo l'imprevisto della

      tempesta, alla fine si ripresero dallo spavento. Ma quando si resero conto

      che la sedia del re era vuota, pur fidandosi dei senatori che, seduti

      accanto a lui, sostenevano di averlo visto trascinato verso l'alto dalla

      tempesta, ciò nonostante sprofondarono per qualche attimo in un silenzio

      di tomba, come invasi dal terrore di esser rimasti orfani. Poi, seguendo

      l'esempio di alcuni di essi, tutti in coro osannarono Romolo proclamandolo

      dio figlio di un dio, e re e padre di Roma. Con preghiere ne implorano la

      benevola assistenza e la continua protezione per i loro figli. Allora,

      credo, ci fu anche chi in segreto sosteneva la tesi che i senatori

      avessero fatto a pezzi il re con le loro stesse mani. La notizia si

      diffuse, anche se in termini non molto chiari. Ma fu resa nota l'altra

      versione, sia per l'ammirazione nei confronti di una simile figura, sia

      per la delicatezza della situazione. Si dice anche che ad aumentarne la

      credibilità contribuì l'astuta trovata di un singolo personaggio. Questi -

      un certo Giulio Proculo -, mentre la città era in lutto per la perdita del

      re e nutriva una certa ostilità nei confronti del senato, con tono grave,

      come se fosse stato testimone di un grande evento, si rivolse in questi

      termini all'assemblea: «Stamattina, o Quiriti, alle prime luci dell'alba,

      Romolo, padre di questa città, è improvvisamente sceso dal cielo ed è

      apparso alla mia vista. Io, in un misto di totale confusione e rispetto,

      l'ho pregato di accordarmi il permesso di guardarlo in faccia e lui mi ha

      risposto: "Va' e annuncia ai Romani che la volontà degli dèi celesti è che

      la mia Roma diventi la capitale del mondo. Quindi si impratichiscano

      nell'arte militare e sappiano e tramandino ai loro figli che nessuna umana

      potenza è in grado di resistere alle armi romane." Detto questo,» egli

      concluse, «è scomparso in cielo.» È incredibile quanto si prestò fede al

      racconto di quell'uomo e quanto giovò a placare lo sconforto della plebe e

      dell'esercito per la perdita di Romolo l'assicurazione della sua

      immortalità.

      

      17 Nel frattempo, tra i senatori, era in pieno svolgimento una lotta

      febbrile per la gestione del potere. Non si era però ancora giunti a

      candidature individuali perché nel nuovo popolo non c'era nessuna figura

      particolarmente di spicco: si trattava di uno scontro di diverse fazioni

      all'interno delle classi. I cittadini di origine sabina, dopo la morte di

      Tito Tazio, non avevano più avuto un loro re. Così, nel timore di dover

      rinunciare alla spartizione del potere pur continuando a godere degli

      stessi diritti politici, volevano che venisse eletto un re della loro

      etnia. Ma i Romani di vecchia data rifiutavano l'idea di avere un re

      forestiero. Pur nella pluralità di vedute, tutti volevano ugualmente

      essere sottoposti all'autorità di un monarca: infatti non avevano ancora

      assaporato il dolce piacere della libertà. Poi i senatori cominciarono a

      preoccuparsi seriamente, pensando che la città priva di un governo e

      l'esercito privo di un comandante in campo rischiassero un qualche attacco

      da fuori, visto che si trovavano in mezzo a una serie di vicini

      particolarmente maldisposti nei loro confronti. Erano quindi tutti

      d'accordo sulla necessità di avere qualcuno a capo, ma nessuno aveva in

      animo di rinunciare a favore dell'altro. Così i cento senatori decidono di

      governare collegialmente: creano dieci decurie e da ognuna di esse

      traggono un rappresentante destinato a gestire l'amministrazione dello

      stato. Governavano, quindi, in dieci, anche se uno solo aveva le insegne

      ed era scortato dai littori. Il potere di ciascuno di essi durava cinque

      giorni, poi passava a rotazione a tutti gli altri. Si trattò di un

      intervallo di un anno. Siccome intercorse tra due regni, fu chiamato

      interregno, termine ancor oggi in uso. Ma allora la plebe cominciò a

      lamentare l'aggravarsi del suo rapporto di sudditanza, visto che al posto

      di un padrone adesso gliene toccavano cento. Era chiaro che avrebbero al

      massimo sopportato un re e questo eletto secondo le loro preferenze.

      Quando i senatori si resero conto dell'andazzo, pensarono che sarebbe

      stato bene offrire spontaneamente ciò che era destino avrebbero perso. E

      così si guadagnarono il favore popolare concedendo il potere supremo,

      senza però elargire più prerogative di quante ne mantennero per sé.

      Infatti decretarono che il popolo avrebbe eletto il re, ma la nomina

      sarebbe stata valida solo dopo la loro ratifica. Ancor oggi, quando si

      votano le leggi e si eleggono i magistrati, viene esercitato questo

      diritto, anche se ormai privato della sua importanza: i senatori anno la

      loro ratifica prima che il popolo vada alle urne e quando non si conosce

      ancora l'esito del voto. In quell'occasione, il sovrano in carica convocò

      l'assemblea e disse: «La fortuna, la prosperità e la felicità possano

      assisterci! Quiriti, sceglietevi un re, questo è il volere dei senatori. E

      se chi eleggerete sarà degno di esser chiamato successore di Romolo, in

      quel caso vogliano confermare la vostra scelta.» La proposta fu talmente

      gradita al popolo che, per non sembrare da meno nella generosità, si

      limitò a decidere e a ordinare che fosse il senato a stabilire chi doveva

      regnare a Roma.

      

      18 In quel periodo Numa Pompilio godeva di grande rispetto per il suo

      senso di giustizia e di religiosità. Viveva a Cures, in terra sabina, ed

      era esperto, più di qualsiasi suo contemporaneo, di tutti gli aspetti del

      diritto divino e di quello umano. C'è chi sostiene, in assenza di altri

      nomi, ch'egli fosse debitore della propria cultura a Pitagora di Samo. La

      tesi è però un falso perché è noto a tutti che fu durante il regno di

      Servio Tullio (cioè più di cento anni dopo) e nell'estremo sud Italia -

      nei dintorni di Metaponto, Eraclea e Crotone - che Pitagora si circondò di

      gruppi di giovani ansiosi di conoscere a fondo le sue dottrine. E da quei

      lontani paesi, pur ammettendo che Pitagora fosse vissuto nello stesso

      periodo, la sua fama come avrebbe potuto raggiungere i Sabini? E in che

      lingua comune avrebbe potuto indurre qualcuno a farsi una cultura con lui?

      E sotto la scorta di chi un uomo avrebbe potuto compiere da solo quel

      viaggio attraverso così tanti popoli diversi per lingua e usanze? Per

      tutti questi motivi sono incline a credere che Numa fosse spiritualmente

      portato alla virtù per una sua naturale disposizione e che la sua cultura

      non avesse niente a che vedere con insegnamenti di stranieri, ma

      dipendesse dall'austera e severa educazione degli antichi Sabini, il

      popolo moralmente più puro dell'antichità. Non appena i senatori romani

      sentirono il nome di Numa, si resero conto che, con un re proveniente

      dalla loro etnia, l'ago della bilancia politica si sarebbe spostato verso

      i Sabini. Ciò nonostante, visto che nessuno avrebbe osato preferire a

      quell'uomo se stesso, uno della propria fazione o qualche altro senatore o

      privato cittadino, decidono all'unanimità di affidare il regno a Numa

      Pompilio. Convocato a Roma, egli ordinò che, così come Romolo solo dopo

      aver tratto gli auspici aveva fondato la sua città e ne aveva assunto il

      governo, allo stesso modo, anche nel suo caso, venissero consultati gli

      dèi. Quindi, preceduto da un augure (cui, da quella circostanza in poi,

      questa funzione onorifica rimase permanentemente una delle sue

      attribuzioni ufficiali), Numa fu condotto sulla cittadella e fatto sedere

      su una pietra con lo sguardo rivolto a meridione. L'augure, a capo coperto

      e reggendo con la destra un bastone ricurvo e privo di nodi il cui nome

      era lituus, prese posto alla sua sinistra. Quindi, dopo aver abbracciato

      con uno sguardo la città e le campagne intorno, invocò gli dèi e divise la

      volta del cielo, da oriente a occidente, con una linea ideale,

      specificando che le regioni a destra erano quelle meridionali e quelle di

      sinistra le settentrionali. Poi fissò mentalmente, nella parte di fronte a

      sé, un punto di riferimento il più lontano a cui potesse giungere con lo

      sguardo. Quindi, fatto passare il lituus nella mano sinistra e piazzata la

      destra sulla testa di Numa, rivolse questa preghiera: «O Giove padre, se è

      volontà del cielo che Numa Pompilio, qui presente e del quale io sto

      toccando la testa, sia re di Roma, dacci qualche segno manifesto entro i

      limiti che io ho or ora tracciato.» Poi specificò gli auspici che voleva

      venissero inviati. E quando questi apparvero, Numa fu dichiarato re e poté

      scendere dalla collina augurale.

      

      19 Roma era una città di recente fondazione, nata e cresciuta grazie alla

      forza delle armi: Numa, divenutone re nel modo che si è detto, si prepara

      a dotarla di un sistema giuridico e di un codice morale (fondamenti di cui

      fino a quel momento era stata priva). Ma rendendosi conto che chi passa la

      vita tra una guerra e l'altra non riesce ad abituarsi facilmente a queste

      cose perché l'atmosfera militare inselvatichisce i caratteri, pensò che

      fosse opportuno mitigare la ferocia del suo popolo disabituandolo all'uso

      delle armi. Per questo motivo fece costruire ai piedi dell'Argileto un

      tempio in onore di Giano elevandolo a simbolo della pace e della guerra:

      da aperto avrebbe indicato che la città era in stato di guerra, da chiuso

      che la pace regnava presso tutti i popoli dei dintorni. Dal regno di Numa

      in poi fu chiuso soltanto due volte: la prima al termine della prima

      guerra punica, durante il consolato di Tito Manlio, la seconda (e gli dèi

      hanno concesso alla nostra generazione di esserne testimoni oculari) dopo

      la battaglia di Azio, quando cioè l'imperatore Cesare Augusto ristabilì la

      pace per mare e per terra. Numa lo chiuse dopo essersi assicurato con

      trattati di alleanza la buona disposizione di tutte le popolazioni

      limitrofe ed eliminando le preoccupazioni di pericoli provenienti

      dall'esterno. Così facendo, però, si correva il rischio che animi resi

      vigili dalla disciplina militare e dalla continua paura del nemico si

      rammollissero in un ozio pericoloso. Per evitarlo, egli pensò che la prima

      cosa da fare fosse instillare in essi il timore reverenziale per gli dèi,

      espediente efficacissimo nei confronti di una massa ignorante e ancora

      rozza in quei primi anni. Dato che non poteva penetrare nelle loro menti

      senza far ricorso a qualche racconto prodigioso, si inventò di avere degli

      incontri notturni con la dea Egeria e riferì che quest'ultima lo aveva

      esortato a istituire dei rituali sacri particolarmente graditi agli dèi,

      nonché a preporre a ciascuno di essi certi officianti specifici. Prima di

      tutto, basandosi sul corso della luna, divide l'anno in dodici mesi. Ma

      dato che i singoli mesi lunari non si compongono di trenta giorni e che ce

      ne sono «undici» di differenza rispetto a un intero anno calcolato in base

      alla rivoluzione del sole, egli aggiunse dei mesi intercalari in maniera

      tale che il ventesimo anno si trovassero rispetto al sole nella stessa

      posizione dalla quale erano partiti e che così la durata di tutti gli anni

      tornasse perfettamente. Stabilì anche i giorni fasti e quelli nefasti,

      poiché sarebbe stato utile, di quando in quando, sospendere ogni attività

      pubblica.

      

      20 Quindi rivolse la sua attenzione ai sacerdoti: bisognava nominarli,

      nonostante egli stesso fosse preposto a parecchi riti sacri, soprattutto

      quelli che oggi sono di competenza del flamine Diale. Ma poiché riteneva

      che in un paese bellicoso i re del futuro sarebbero stati più simili a

      Romolo che non a Numa e sarebbero andati di persona a combattere, non

      voleva che passassero in secondo piano le attribuzioni sacerdotali del re.

      Quindi designò un flamine a sacerdote unico e perpetuo di Giove, dotandolo

      di una veste speciale e della sedia curule, simbolo dell'autorità regale.

      A lui aggiunse altri due flamini, uno per Marte e uno per Quirino. Inoltre

      sceglie delle vergini da porre al servizio di Vesta, sacerdozio questo di

      origine albana e in qualche modo connesso con la famiglia del fondatore.

      Per permettere loro di dedicarsi esclusivamente al servizio del tempio,

      fece assegnare a esse uno stipendio dallo stato e, a causa della verginità

      e di altre cerimonie rituali, le rese sacre e inviolabili. Scelse anche

      dodici Salii per Marte Gradivo e garantì loro la possibilità di

      distinguersi vestendo una tunica ricamata e provvista di una placca di

      bronzo sul petto. Inoltre ordinò loro di portare gli scudi caduti dal

      cielo (noti come ancilia) e di compiere processioni in città cantando inni

      accompagnati da solenni passi di danza in tre tempi. Poi nomina pontefice

      un senatore, Numa Marcio, figlio di Marcio, cui fornisce dettagliate

      istruzioni scritte per tutte le cerimonie sacre: i tipi di vittime, i

      giorni prescritti, i templi in cui celebrare i vari riti e le risorse cui

      fare capo per mantenerne le spese. Subordinò all'autorità del pontefice

      anche tutte le altre cerimonie di natura pubblica e privata, in modo tale

      che la gente comune avesse un qualche punto di riferimento e che nessun

      elemento della sfera religiosa dovesse subire alterazioni di sorta, dovute

      a negligenze dei riti nazionali o all'adozione di culti di importazione.

      Inoltre il pontefice doveva diventare un esperto e attento interprete non

      solo delle cerimonie legate alle divinità celesti, ma anche delle pratiche

      funerarie, di quelle di propiziazione dei mani e dell'interpretazione dei

      presagi legati ai fulmini o ad altre manifestazioni. Per desumere questi

      mistici segreti dallo spirito dei numi, innalzò sull'Aventino un altare in

      onore di Giove Eliio e fece consultare il dio attraverso degli auguri per

      vedere di quali prodigi si dovesse tener conto.

      

      21 L'attenzione per questi fenomeni celesti e la loro continua ricerca

      avevano distolto il popolo intero dalla violenza delle armi, fornendogli

      sempre qualcosa con cui tenere occupata la mente: il pensiero incessante

      della presenza divina e l'impressione che le potenze ultraterrene

      partecipassero dei casi umani avevano permeato di pietà religiosa gli

      animi così profondamente che la città era governata più dal rispetto per

      la solennità della fede che dalla paura suscitata dalle leggi e dalle

      pene. E come in città i sudditi uniformavano il proprio comportamento a

      quello del re, in qualità di unico esempio a loro disposizione, allo

      stesso modo anche i popoli vicini, che in passato avevano sempre visto

      Roma non come una città ma come un accampamento situato in mezzo a loro e

      destinato a destabilizzare la pace di tutti, cominciarono a nutrire per

      Roma una venerazione tale da considerare una violazione sacrilega

      attaccare un centro urbano così integralmente votato al culto degli dèi.

      C'era un bosco con al centro una grotta buia dalla quale sprigionava una

      fonte di acqua perenne. Poiché Numa vi si recava spessissimo senza

      testimoni e diceva di avere là i suoi appuntamenti con la dea, consacrò il

      bosco alle Camene sostenendo che queste ultime si vedevano in quella

      radura con la sua consorte Egeria. Istituì anche un culto solenne in onore

      della Fides e prescrisse che i Flamini si recassero a questo santuario con

      un carro coperto trainato da due cavalli e che celebrassero la cerimonia

      con le mani coperte fino alle dita, per indicare che la Fides non deve

      essere violata e che ha il suo santuario anche nella mano destra. Stabilì

      inoltre molti altri culti sacrificali e i luoghi a essi demandati, luoghi

      cui i pontefici diedero il nome di Argei. Tuttavia, tra tutti i servizi

      resi allo Stato, il più significativo fu questo: per l'intera durata del

      suo regno, consacrò ogni attenzione non meno a mantenere la pace che a

      tutelare il paese. Così, due re di séguito, anche se ciascuno per strade

      diverse, l'uno infatti con la pace, l'altro con la guerra, contribuirono

      ala grandezza di Roma. Romolo regnò trentasette anni, Numa quarantatré. E

      Roma, tanto in caso di guerra quanto nella normalità della pace, non aveva

      più problemi di organizzazione interna e di esperienza.

      

      22 Alla morte di Numa si tornò a un interregno. Poi il popolo elesse re -

      e il senato ratificò l'elezione - Tullo Ostilio, nipote di quell'Ostilio

      che si era distinto nella battaglia contro i Sabini ai piedi della

      cittadella. Il nuovo re non solo fu diversissimo rispetto al suo

      predecessore, ma fu anche più bellicoso di Romolo. La giovane età e la

      forza, unite all'aspirazione alla gloria ereditata dal nonno, erano un

      incentivo al suo ardore. Così, pensando che l'inattività prolungata

      avrebbe irreparabilmente sfiancato Roma, cercava dovunque pretesti per

      scatenare la guerra. Per puro caso successe che dei contadini romani

      andarono a fare razzia di bestiame in territorio albano e quelli della

      campagna di Alba gli restituirono subito il favore compiendo la stessa

      prodezza. In quell'epoca Alba era governata da Gaio Cluilio. Entrambe le

      parti in causa mandarono contemporaneamente degli inviati per riavere il

      maltolto. Tullo aveva ordinato ai suoi di compiere prima di tutto la loro

      missione. Era convinto che avrebbe ottenuto un rifiuto. In tal caso

      sarebbe stato suo diritto dichiarare guerra. I rappresentanti di Alba

      agirono invece con maggiore flemma. Ricevuti con amabile cortesia da

      Tullo, onorano con simpatia il banchetto offerto dal re. Nel frattempo

      quelli di parte romana li avevano presi sul tempo: la richiesta di

      risarcimento era già stata presentata. Di fronte a un secco rifiuto da

      parte albana avevano quindi avanzato una dichiarazione di guerra con

      decorrenza di lì a trenta giorni. Di ritorno a Roma ne riferiscono a

      Tullo. Questi allora invita i delegati albani a chiarire il motivo della

      loro missione. Ed essi, non essendo al corrente di nulla, cominciano

      perdendo tempo in formalità. Si scusarono di dover pronunciare parole

      probabilmente spiacevoli alle orecchie di Tullo, ma dissero che gli ordini

      erano ordini. Sostennero di esser venuti a rivendicare il maltolto e che

      gli era stato ingiunto di dichiarare guerra in caso di rifiuto. A queste

      parole Tullo replicò: «Andate dal vosro re e ditegli che il re di Roma

      chiama in causa gli dèi a testimoniare quale dei due popoli abbia per

      primo sdegnosamente congedato gli ambasciatori inviati a rivendicare

      quanto razziato, in modo tale che facciano ricadere su di lui tutti i

      disastri di questa guerra.»

      

      23 I rappresentanti di Alba se ne tornano indietro a riferire questa

      risposta. Entrambi i popoli si preparano con grandissimo ardore alla

      guerra, che si presentava come una vera e propria guerra civile,

      addirittura quasi uno scontro tra padri e figli: gli uni e gli altri erano

      di origine troiana in quanto Lavinio era stata fondata da Troia, Alba da

      Lavinio e i Romani discendevano dai re albani. Tuttavia l'esito della

      guerra rese lo scontro meno deplorevole: infatti non si combatterono

      battaglie e, quando le abitazioni di una sola delle due città furono

      distrutte, i due popoli si fusero in uno. Gli Albani scesero in campo per

      primi e invasero il territorio romano con un massiccio schieramento di

      forze. Pongono l'accampamento a non più di cinque miglia da Roma e lo

      circondano con un fossato (cui, per alcuni secoli, rimase il nome di fossa

      di Cluilio da quello del comandante, finché, col passare del tempo,

      scomparvero fossato e nome). In questo accampamento muore il re albano

      Cluilio e i suoi soldati eleggono dittatore Mezio Fufezio. Nel frattempo,

      il bellicoso Tullo, imbaldanzito dalla morte del re, sostenendo che

      l'onnipotenza divina si sarebbe vendicata del nome albano (e il re stesso

      era solo l'inizio) per la guerra criminale da lui scatenata, evitato

      nottetempo l'accampamento nemico, andò a riversarsi in territorio albano.

      Questa manovra costrinse Mezio a uscire dalle sue posizioni. Guidando

      l'esercito il più velocemente possibile in direzione del nemico, manda

      avanti un inviato a dire a Tullo che prima dello scontro egli ritiene

      necessario un colloquio tra i due comandanti in capo. Nel caso l'altro

      avesse accettato, era sicuro di poter avanzare delle proposte non meno

      interessanti per i Romani che per gli Albani. Tullo non rifiutò, anche se

      fece schierare le sue truppe in ordine di battaglia nel caso in cui le

      proposte si fossero dimostrate prive di interesse. Gli Albani vanno a

      disporsi dall'altra parte. Finite le manovre di schieramento dei due

      eserciti, i rispetivi comandanti, scortati da pochi maggiorenti, avanzano

      verso il centro del campo di battaglia. Il primo a parlare è l'albano: «Le

      razzie e il bottino non restituito nonostante le esplicite richieste in

      base al trattato mi sembra siano i pretesti che il nostro re Cluilio

      indicava come cause di questa guerra, né dubito Tullo che i tuoi siano

      tanto diversi. Ma se vogliamo dire la verità e non fare tanti giri di

      parole, è la sete di potere che spinge alle armi due popoli vicini e

      provenienti dalla stessa stirpe. Non sto a sbilanciarmi se con ragione o

      torto: la questione riguarda chi ha suscitato la guerra. Io sono soltanto

      un generale scelto dagli Albani per portare avanti le operazioni. Ma ecco,

      o Tullo, quello su cui vorrei attirare la tua attenzione: le proporzioni

      della potenza etrusca, che circonda noi ma soprattutto voi, le conosci

      meglio tu perché vivi più vicino a loro. Per terra dominano, ma per mare

      non hanno avversari. Quindi, nel momento in cui darai il segnale di

      battaglia, ricordati che gli Etruschi staranno a guardare i nostri due

      eserciti e, non appena saremo allo stremo delle forze, ne approfitteranno

      per assalire vincitori e vinti. Per questo, agli dèi piacendo, visto che

      non ci basta la sicurezza della libertà ma preferiamo abbandonarci

      all'incertezza tra il potere e la schiavitù, vediamo di stabilire quale

      dei due popoli governerà sull'altro senza grandi disastri e inutili

      spargimenti di sangue.» La proposta non dispiacque a Tullo, nonostante

      fosse più incline allo scontro sia per motivi di carattere che per la

      speranza di vittoria. Mentre entrambe le parti stavano cercando di

      risolvere la questione, la sorte stessa fornì loro una soluzione.

      

      24 Per puro caso in entrambi gli eserciti c'erano allora tre fratelli

      gemelli non troppo diversi né per età né per forza. Si trattava degli

      Orazi e dei Curiazi, ormai tutti lo sanno visto che è uno degli episodi

      più noti dei tempi antichi. Pur essendo però un fatto così celebre,

      permangono ancora dei seri dubbi sui popoli di rispettiva appartenenza di

      Orazi e Curiazi. Gli storici sono divisi, anche se vedo che la maggior

      parte di essi chiama romani gli Orazi e anch'io propendo per questa tesi.

      I re propongono ai tre gemelli un combattimento nel quale ciascuno si

      sarebbe battuto per la propria città: alla parte vittoriosa sarebbe

      toccata anche la supremazia. Nessuna obiezione. Si stabiliscono tempo e

      luogo. Prima però di dare il via allo scontro, Albani e Romani stipulano

      un trattato secondo il quale il popolo i cui campioni avessero avuto la

      meglio avrebbe esercitato un potere incondizionato sull'altro. Ogni

      trattato ha le sue clausole particolari, ma le procedure sono sempre le

      stesse. Nella circostanza presente sappiamo che fu strutturato in questi

      termini (ed è il più antico trattato di cui si abbia memoria): il feziale

      rivolse a Tullo questa domanda: «Mi ordini, o re, di stipulare un trattato

      col pater patratus del popolo albano?» Poiché il re rispose

      affermativamente, egli proseguì: «Io ti chiedo l'erba sacra.» Il re

      rispose: «Prendi dell'erba pura.» Allora il feziale andò a raccogliere

      l'erba pura sulla cittadella. Quindi rivolse al re questa domanda: «Re, mi

      nomini tu plenipotenziario reale del popolo romano dei Quiriti ed estendi

      questo carattere sacrale ai miei paramenti e ai miei assistenti?» Il re

      risponde: «Te lo concedo, purché non debba danneggiare né me né il popolo

      romano dei Quiriti.» Il feziale, Marco Valerio, nominò pater patratus

      Spurio Fusio toccandogli la testa e i capelli con un ramoscello sacro. Il

      compito del pater patratus è quello di pronunciare il giuramento, cioè di

      concludere solennemente il trattato. A questo fine egli pronuncia una

      specie di ampollosa formula liturgica che non vale la pena riportare.

      Quindi, dopo aver letto le clausole, il feziale dice: «Ascolta, o Giove;

      ascolta, o pater patratus del popolo albano e ascolta tu, popolo di Alba.

      Da queste clausole che, da queste tavolette e dalla cera, sono state

      pubblicamente lette dalla prima all'ultima parola e senza la malafede

      dell'inganno, e che sono state qui oggi perfettamente capite, da queste

      clausole il popolo romano non sarà il primo a recedere. E se lo farà, per

      una decisione ufficiale o con qualche subdolo scopo, allora tu, o Giove

      superno, colpsci il popolo romano come io ora vado a colpire questo maiale

      in questo giorno e in questo luogo. E tanto più forte possa essere il tuo

      colpo quanto più grande e forte è la tua potenza.» Detto questo, colpì il

      maiale con una selce. Allo stesso modo gli Albani, attraverso il loro

      comandante e alcuni loro sacerdoti, pronunciarono le formule rituali e il

      giuramento che li riguardavano.

      

      25 Concluso il trattato, i gemelli, come era stato convenuto, si armano di

      tutto punto. Da entrambe le parti i soldati incitavano i loro campioni.

      Gli ricordavano che gli dèi nazionali, la patria e i genitori, nonché

      tutti i concittadini rimasti a casa e quelli lì presenti tra le fila

      avevano gli occhi puntati sulle loro armi e sulle loro braccia. E i

      fratelli, pronti allo scontro non già solo per il tipo di carattere che

      avevano ma esaltati dalle urla di chi li incitava, avanzano nello spazio

      in mezzo alle due schiere. Gli uomini di entrambi gli eserciti si erano

      intanto seduti di fronte ai rispettivi accampamenti, tesissimi non tanto

      per qualche pericolo imminente, quanto perché era in ballo la supremazia

      legata solo al valore e alla buona sorte di pochi di loro. Così, sul chi

      vive e col fiato sospeso, si concentrano sullo spettacolo non certo

      rilassante. Viene dato il segnale e i sei giovani, come battaglioni

      opposti nello scontro, si buttano allo sbaraglio con lo spirito di due

      eserciti interi. Né gli uni né gli altri si preoccupano del proprio

      pericolo, ma pensano esclusivamente alla supremazia o alla subordinazione

      del proprio paese e alle sorti future della patria che loro soli possono

      condizionare. Al primo contatto l'urto delle armi e il bagliore delle lame

      fecero gelare il sangue nelle vene agli spettatori i quali, visto che

      nessuna delle due parti aveva avuto la meglio, trattenevano muti il

      respiro. Ma quando poi si giunse al corpo a corpo e gli occhi non vedevano

      solo più fisici in movimento e spade e scudi branditi nell'aria ma

      cominciò a grondare sangue dalle ferite, due dei Romani, colpiti a morte,

      caddero uno sull'altro, contro i tre Albani soltanto feriti. A tale vista,

      un urlo di gioia si levò tra le fila albane, mentre le legioni romane,

      persa ormai ogni speranza, seguivano terrorizzate il loro ultimo campione

      circondato dai tre Curiazi. Questi, che per puro caso era rimasto indenne,

      non poteva da solo affrontarli tutti insieme, ma era pronto a dare

      battaglia contro uno per volta. Quindi, er separarne l'attacco, si mise a

      correre pensando che lo avrebbero inseguito ciascuno con la velocità che

      le ferite gli avrebbero permesso. Si era già allontanato un po' dal punto

      in cui aveva avuto luogo lo scontro, quando, voltandosi, vide che lo

      stavano inseguendo piuttosto sgranati e che uno gli era quasi addosso. Si

      fermò aggredendolo con estrema violenza e, mentre i soldati albani

      urlavano ai Curiazi di correre in aiuto del fratello, Orazio aveva già

      ucciso l'avversario e si preparava al secondo duello. Allora, con un boato

      di voci - quello dei sostenitori per una vittoria insperata -, i Romani

      presero a incitare il loro campione che cercava di porre presto fine al

      combattimento. Prima che il terzo potesse sopraggiungere - e non era tanto

      lontano -, uccise il secondo. Ora lo scontro era numericamente alla pari,

      uno contro uno; ma lo squilibrio risultava nelle forze a disposizione e

      nelle speranze di vittoria. L'uno, illeso ed esaltato dal doppio successo,

      era pronto e fresco per un terzo scontro. L'altro, stremato dalle ferite e

      dalla corsa, si trascinava e, una volta davanti all'avversario eccitato

      dalle vittorie, era già un vinto, con negli occhi i fratelli appena

      caduti. Non fu un combattimento. Il Romano gridò esultando: «Ho già

      offerto due vittime ai mani dei miei fratelli: la terza la voglio offrire

      alla causa di questa guerra, che Roma possa regnare su Alba.» L'avversario

      riusciva a malapena a tenere in mano le armi. Orazio, con un colpo

      dall'alto verso il basso, gli infilò la spada nella gola e quindi ne

      spogliò il cadavere. I Romani lo accolsero con un'ovazione di gratitudine

      e la gioia era tanto più grande quanto più avevano sfiorato la

      disperazione. I due eserciti si accingono alla sepoltura dei rispettivi

      morti con sentimenti molto diversi, in quanto gli uni avevano adesso la

      supremazia, gli altri la sottomissione a un potere esterno. Le tombe

      esistono ancora, esattamente dove ciascuno è caduto: le due romane nello

      stesso punto, più vicino ad Alba, e le tre albane in direzione di Roma e

      con gli stessi intervalli che ci furono nello scontro.

      

      26 Prima di allontanarsi, Mezio, in base alle clausole del trattato,

      chiede quali siano gli ordini e Tullo gli ingiunge di tenere i giovani

      sotto le armi perché avrebbe avuto bisogno delle loro prestazioni in caso

      di guerra contro Veio. Quindi gli eserciti vengono ricondotti negli

      accampamenti. Alla testa dei Romani marciava Orazio col suo triplice

      bottino. Di fronte alla porta Capena gli andò incontro sua sorella, ancora

      nubile, che era stata promessa in sposa a uno dei Curiazi. Appena

      riconobbe sulle spalle del fratello la mantella militare del fidanzato che

      lei stessa aveva confezionato, si sciolse i capelli e in lacrime ripeté

      sommessamente il nome del caduto. Il suo pianto, proprio nel momento del

      tripudio pubblico per la vittoria, irrita l'animo del giovane impetuoso

      che, estratta la spada, trafigge la ragazza rivolgendole nel contempo

      queste parole di biasimo: «Vattene con la tua bambinesca infatuazione,

      vattene dal tuo fidanzato, tu che riesci a dimenticare i tuoi fratelli

      morti e quello vivo e addirittura la patria. Possa così morire ogni romana

      che piangerà il nemico.» L'atroce delitto sembrò orribile ai senatori e

      alla plebe, ma a ciò si contrapponeva la prodezza di poche ore prima. Fu

      comunque preso e portato di fronte al re per essere processato. Questi,

      non volendosi assumere l'intera responsabilità di una sentenza così penosa

      e impopolare nonché della condanna a morte che ne sarebbe seguita, convocò

      l'assemblea del popolo e disse: «Secondo quanto è prescritto dalla legge,

      nomino una commissione di duumviri e gli affido il compito di processare

      Orazio per lesa maestà.» Il testo della legge era spaventoso: «I delitti

      di lesa maestà siano giudicati dai duumviri. Se l'imputato ricorre in

      appello che l'appello dia luogo a una discussione. Nel caso prevalgano i

      duumviri, si proceda a coprirne il capo; quindi se ne leghi il corpo a un

      albero stecchito e lo si fustighi sia dentro sia fuori il pomerio.» In

      virtù di questa disposizione, vengono nominati i duumviri. Con una legge

      del genere sembrava loro impossibile assolvere anche un innocente. Così,

      dopo averlo giudicato colpevole, uno di essi disse: «Publio Orazio,ti

      condanno per lesa maestà. Vai littore, legagli le mani.» Il littore gli si

      era avvicinato e stava per mettergli il laccio, quando Orazio, su

      consiglio di Tullo, più clemente nell'interpretare la legge, disse:

      «Ricorro in appello.» Il dibattito si tenne così di fronte al popolo e la

      gente fu particolarmente influenzata dalla testimonianza del padre di

      Orazio il quale sostenne che la morte della figlia era stata giusta e

      aggiunse che in caso contrario egli avrebbe fatto ricorso alla sua

      autorità di padre e punito il figlio Orazio con le sue stesse mani. Poi

      implorò il popolo di non orbare anche dell'ultimo figlio un uomo che fino

      a poco tempo prima la gente aveva visto circondato da una notevole prole.

      Dicendo questo, il vecchio andò ad abbracciare il giovane e, indicando le

      spoglie dei Curiazi appese nel punto che ancor oggi si chiama Trofeo di

      Orazio, esclamò: «Quest'uomo che poco fa avete ammirato incedere

      nell'ovazione trionfale della vittoria, o Quiriti, ce la farete a vederlo

      legato e fustigato sotto una forca? Uno spettacolo così ingrato che a

      malapena gli Albani riuscirebbero a tollerarne la vista. Vai littore,

      incatena queste mani che poco fa hanno dato al popolo romano la

      supremazia. Vai, incappuccia la testa al liberatore di questa città e

      legalo a un albero stecchito. Fustigalo sia dentro il pomerio - e quindi

      tra i trofei e le spoglie nemiche -, sia fuori di esso - e quindi tra le

      tombe dei Curiazi. Dove potreste portarlo questo giovane senza che la sua

      gloria gridi vendetta per l'onta di un simile verdetto?» Il popolo,

      incapace di resistere alle lacrime del padre e alla fermezza incrollabile

      del figlio di fronte a ogni pericolo, assolse Orazio più per l'ammirazione

      suscitata dalla sua prodezza che per la bontà della sua causa. E così, per

      purificare malgrado tutto il delitto flagrante con una qualche espiazione,

      al padre venne ordinato di compiere l'espiazione per il figlio a pubbliche

      spese. Per questo motivo egli offrì dei sacrifici espiatori che da quel

      momento divennero una tradizione peculiare della famiglia Orazia. Quindi

      eresse nella pubblica via una struttura di travi e, come se si fosse

      trattato di un giogo vero e proprio, vi fece passare sotto il figlio a

      capo coperto. La cosa esiste ncora e di tanto in tanto viene rimessa in

      sesto a spese dello stato: si chiama trave sororia. Quanto all'Orazia, le

      fu innalzato un sepolcro di pietre squadrate nel punto in cui era caduta

      sotto i colpi del fratello.

      

      27 Ma la pace con Alba non durò a lungo. La gente era scontenta perché le

      sorti del paese erano state affidate a tre soli soldati. Questo influenzò

      l'indole volubile del dittatore. Così, visto che la saggezza non aveva

      avuto troppo successo, per riconquistare la popolarità perduta, egli

      adottò il metodo della malvagità. E come prima in tempo di guerra aveva

      cercato la pace, così adesso in tempo di pace si mise a cercare la guerra.

      Rendendosi però conto che la sua gente aveva sì coraggio ma ben poca

      forza, spinse altri popoli a dichiarare guerra apertamente e con tutti i

      crismi, e riservò ai suoi uomini la possibilità di tradire i Romani

      mostrando invece di voler essere al loro fianco. Gli abitanti di Fidene,

      colonia romana, e quelli di Veio (che erano stati messi a parte dei loro

      piani) vengono spinti a dare il via alle ostilità con la promessa di poter

      contare sull'appoggio di Alba durante il conflitto. Quando Fidene si

      ribellò senza mezzi termini, Tullo convocò Mezio e le sue truppe da Alba e

      mosse contro il nemico. Attraversato l'Aniene, si accampa alla confluenza

      dei due fiumi. Invece l'esercito dei Veienti aveva guadato il Tevere in un

      punto tra quella zona e Fidene. Lo schieramento per la battaglia era

      questo: all'ala destra, lungo il fiume, i Veienti, mentre alla sinistra,

      verso le montagne, i Fidenati. Tullo dirige i suoi contro quelli di Veio e

      piazza gli Albani a fronteggiare i Fidenati. Il coraggio e la lealtà non

      erano il punto forte del generale albano. Non osando quindi né tenere la

      posizione né disertare apertamente, prese ad avvicinarsi a poco a poco

      alla montagna. Quando ritenne di esservisi avvicinato a sufficienza,

      ancora incerto sul da farsi, fece spiegare le sue forze per guadagnare un

      po' di tempo. Il suo piano era questo: scendere in campo dalla parte di

      chi stava avendo la meglio. I Romani che si trovavano più vicini, quando

      si resero conto di avere i fianchi scoperti per la ritirata degli alleati,

      rimasero annichiliti. Allora un cavaliere partì al galoppo e andò a

      riferire al re dell ritirata albana in corso. Tullo, nel pieno della

      crisi, fa voto di creare dodici Salii e di innalzare dei santuari al

      Pallore e al Panico. Interpellando il cavaliere ad alta voce, in maniera

      da poter essere sentito dal nemico, gli ingiunge di tornare in prima

      linea. Non c'era motivo di panico. Lui stesso aveva ordinato alle truppe

      di Alba quella manovra di accerchiamento per prendere da dietro i fianchi

      scoperti dei Fidenati. Fa inoltre ordinare alla cavalleria di alzare le

      lance. Con questa mossa riuscì a nascondere a parte della fanteria romana

      la manovra di ripiegamento delle truppe albane. Chi se n'era reso conto si

      fidò di quel che aveva sentito dal re e si buttò con più foga nella

      mischia. Il terrore passò così dalla parte dei nemici, sia perché avevano

      sentito la frase pronunciata ad alta voce dal re, sia perché gran parte

      dei Fidenati, avendo avuto tra di loro dei Romani come coloni, sapevano il

      latino. Quindi, per evitare che un'improvvisa calata degli Albani dal

      fianco del monte chiudesse loro la strada in direzione della città,

      tornarono indietro. Tullo li insegue e, sbaragliata l'ala dei Fidenati,

      rinviene con più impeto su quella dei Veienti, demoralizzati dal panico

      degli alleati. Anch'essi evitarono lo scontro ma non riuscirono a fuggire

      alla spicciolata perché si trovarono l'ostacolo del fiume alle spalle.

      Quando arrivarono lì, alcuni, gettando ignominiosamente le armi, si

      buttavano in acqua alla cieca, altri, attardatisi sulla riva,

      nell'indecisione tra il fuggire e il combattere, si facevano uccidere. In

      nessuna battaglia precedente i Romani versarono così tanto sangue.

      

      28 Fu allora che l'esercito albano, spettatore dello scontro, riguadagnò

      la piana. Mezio si congratula con Tullo della vittoria sui nemici e Tullo

      gli risponde cortesemente. Quindi ordina agli Albani (e possa la cosa

      avere buon fine!) di unire il loro accampamento a quello dei Romani e poi

      prepara un sacrificio di purificazione per il giorno successivo. Quando

      all'alba tutto era pronto, convoca in assemblea i due eserciti. Gli

      araldi, avendo iniziato dal fondo del campo, chiamarono per primi gli

      Albani che, colpiti dall'assoluta novità della cosa, si andarono a

      piazzare vicino al re per non perderne il discorso. La legione romana,

      armata secondo quanto convenuto, li circonda. I centurioni avevano

      l'ordine tassativo di portare a termine senza indugi quello che gli era

      stato comandato. Allora Tullo prese la parola e disse: «O Romani, se mai

      prima di questa volta, in tutte le guerre da voi combattute, avete avuto

      ragione di rendere grazie prima agli dèi immortali e poi al vostro stesso

      valore, questo è successo nella battaglia di ieri. Infatti non avete

      combattuto solo col nemico, ma - e in questo sta la maggiore pericolosità

      della cosa - avete anche dovuto affrontare il subdolo tradimento degli

      alleati. Sia dunque chiaro: non è su mio ordine che gli Albani si sono

      spostati verso la montagna. Quello che avete sentito da me non è stato un

      mio comando ma una calcolata simulazione: volevo evitare che, rendendovi

      conto di essere stati abbandonati, vi distraeste dalla battaglia e nel

      contempo volevo scatenare panico e fuga tra i nemici facendo credere loro

      di essere stati aggirati. E non tutti gli Albani sono responsabili del

      crimine in questione: hanno seguito il loro comandante, come avreste fatto

      anche voi se vi avessi ordinato una qualche manovra sul campo. È Mezio che

      ha guidato quella diversione. Lo stesso Mezio che ha architettato questa

      guerra, lo stesso Mezio che ha infranto il trattato tra Romani e Albani.

      Che qualcun altro possa di qui in poi ripetere una simile prodezza, se io

      di costui non farò un clamoroso esempio per l'intero genere umano.» Quindi

      i centurioni, armi alla mano, circondano Mezio, mentre il re, con lo

      stesso tono con cui aveva iniziato, riprese: «Che la prosperità e la buona

      sorte siano col popolo romano, con me e anche con voi, o Albani. È mia

      intenzione trasferire tutta la gente di Alba a Roma, concedere la

      cittadinanza alle classi subalterne, eleggere senatori i nobili e avere

      una sola città e un solo stato. Come un tempo la civiltà albana fu divisa

      in due popoli, possa oggi riacquistare la sua unità.» A queste parole, i

      giovani albani, disarmati e circondati da armati, benché divisi nelle

      reazioni individuali al discorso, erano tuttavia uniti nel silenzio dovuto

      alla paura unanime. Allora Tullo disse: «Mezio Fufezio, se tu fossi in

      grado di apprendere la lealtà e il rispeto dei trattati, ti lascerei in

      vita e potresti venire a lezione da me. Ma siccome la tua è una

      disposizione caratteriale immodificabile, col tuo supplizio insegna al

      genere umano a mantenere i sacri vincoli che hai violato. Pertanto, come

      poco fa la tua mente era divisa tra Fidene e Roma, ora tocca al tuo corpo

      essere diviso.» Quindi chiede due quadrighe e vi fa legare Mezio teso nel

      mezzo. Poi incita i cavalli in direzioni diverse: ciascun carro si

      trascinò via pezzi del corpo maciullato, rimasti attaccati ai lacci che lo

      vincolavano da ambo le parti. Tutti distolsero lo sguardo da uno

      spettacolo così orribile. Quella fu la prima e ultima volta che i Romani

      ricorsero a un tipo di pena contraria a ogni umana legge. Per il resto

      possiamo infatti vantarci di non essere secondi a nessun popolo nella

      clemenza delle pene inflitte.

      

      29 Frattanto, vennero mandati ad Alba dei cavalieri per trasferire a Roma

      la popolazione. A essi seguirono poi le legioni per distruggere la città.

      Quando ne superarono le porte, non ci fu, a dire il vero, quel fuggi fuggi

      terrorizzato che è classico delle città conquistate, quando il nemico fa

      breccia negli ingressi, abbatte le mura a colpi d'ariete, assalta la

      cittadella e poi dilaga per le strade mettendo ogni cosa a ferro e fuoco

      in un boato di urla e di armi. Niente di tutto questo: solo un lugubre

      silenzio e un dolore senza voce. Tutti erano così depressi che, in balia

      della paura, non avevano più la lucidità di decidere cosa abbandonare lì e

      cosa portarsi dietro e si interpellavano a vicenda ora immobili di fronte

      alle porte, ora in un abulico vagare dentro le case che avrebbero visto

      per l'ultima volta. Poi, quando ormai i cavalieri gli urlavano di

      sbrigarsi a uscire, quando già si iniziava a sentire il fragore delle

      prime case demolite nei sobborghi e il polverone dei crolli nei quartieri

      lontani aveva coperto ogni cosa come una nuvola bassa e diffusa, allora

      ciascuno cercava di afferrare ciò che poteva uscendo dalla casa in cui era

      nato e cresciuto e in cui doveva lasciare lari e penati. Subito le strade

      si riempirono di una fila interminabile di sfollati i quali, specchiandosi

      nello stato miserando dei propri consanguinei, ricominciarono a piangere e

      urla strazianti di dolore (erano soprattutto donne) si levarono quando

      passarono davanti ai templi piantonati dai soldati armati in quanto sembrò

      loro di lasciare le divinità in mano al nemico. I Romani fanno uscire gli

      Albani dalla città e poi radono al suolo tutti gli edifici, pubblici e

      privati, e in un'ora soltanto azzerano i quattrocento anni di storia che

      Alba aveva alle spalle. L'unica cosa risparmiata, secondo le disposizioni

      del re, furono i templi.

      

      30 Con la distruzione di Alba, Roma si espande, raddoppia la sua

      popolazione. Il colle Celio viene inserito nella città e, per spingere la

      gente a sceglierlo come residenza, Tullo lo elegge a sede permanente della

      reggia da quel momento in poi. La nobiltà albana (Giuli, Servili, Quinzi,

      Gegani, Curiazi e Cleli) ottenne nomine senatoriali, così che anche quella

      parte dello Stato potesse avere un incremento numerico. E come sede

      consacrata per questo strato sociale che egli stesso aveva aumentato di

      proporzioni creò la curia, che continuava ad avere il nome di Curia

      Ostilia ancora ai tempi dei nostri padri. E perché tutte le classi

      potessero crescere numericamente grazie al nuovo popolo, arruolò dieci

      plotoni di cavalieri, completò i ranghi delle vecchie legioni e ne creò di

      nuove, sempre attingendo esclusivamente alle forze alleate.

      Confidando in queste forze, Tullo dichiara guerra ai Sabini che, in quel

      tempo, eran secondi soltanto agli Etruschi per disponibilità di uomini e

      di armi. Entrambe le parti avevano causato danni senza poi mai farvi

      seguire alcuna riparazione. Tullo lamentava la cattura di alcuni mercanti

      romani nel pieno di una fiera nei pressi del tempio di Feronia. I Sabini

      sostenevano invece che tempo prima alcuni dei loro concittadini erano

      andati a rifugiarsi nel bosco sacro del santuario ed erano stati

      trattenuti a Roma. Questi erano i pretesti addotti per la guerra. I

      Sabini, però, non trascuravano che parte delle loro forze era stata

      trasferita a Roma da Tazio e che la potenza romana era cresciuta grazie

      alla recente annessione del popolo albano. Per questi motivi, cominciarono

      anch'essi a cercare aiuti dall'estero. Gli Etruschi erano vicini, ma

      ancora più vicini erano i Veienti. Presso questi ultimi, essendo il

      rancore dovuto alle recenti guerre un incentivo fortissimo alla rivolta,

      riuscirono a mettere insieme dei volontari e ad assoldare degli

      avventurieri senza né arte né parte attratti soltanto dall'opportunità di

      fare due soldi. Non venne fornito alcun aiuto ufficiale: Veio (e a maggior

      ragione gli Etruschi) restava fedele al suo trattato concluso con Romolo.

      Mentre l'una e l'altra parte si preparavano scrupolosamente alla guerra e

      sembrava che avrebbe avuto la meglio chi avesse aggredito per primo, Tullo

      anticipa i nemici e invade il territorio dei Sabini. Ci fu uno scontro

      tremendo presso la selva Maliziosa. I Romani ebbero la meglio grazie sì

      alla forza d'urto della loro fanteria, ma soprattutto grazie alla recente

      immissione di effettivi nella cavalleria. Fu proprio una carica improvvisa

      di cavalieri a seminare il panico tra le fila sabine; da quel momento in

      poi non furono più in grado né di tenere la propria posizione in

      battaglia, né di districarsi con la fuga senza incappare in perdite

      massicce.

      

      31 Dopo la disfatta inflitta ai Sabini, e quando ormai il regno di Tullo e

      la potenza romana avevano raggiunto il vertice della gloria e della

      ricchezza, ecco che venne annunciato al re e ai senatori che sul monte

      Albano stavano piovendo pietre. Siccome la cosa non era molto verisimile,

      furono inviati dei messi a controllare il fenomeno. Essi riferirono di

      aver visto coi loro occhi una spessa pioggia di pietre che cadevano come

      chicchi di grandine ammucchiata dal vento sulla terra. Nel bosco che c'é

      in cima alla vetta era sembrato loro anche di sentire una voce possente la

      quale ordinava agli Albani di celebrare, secondo il rito tradizionale, i

      sacrifici che essi avevano lasciato cadere nell'oblio quando, con la

      città, avevano abbandonato anche i loro dèi e adottato culti romani o,

      come spesso succede, rinnegato i propri per un risentimento nei confronti

      del destino. Anche i Romani, a séguito di questo prodigio, proclamarono

      una novena ufficiale, sia per la voce celeste emessa dal monte Albano

      (così vuole la tradizione), sia su consiglio degli aruspici. In ogni modo,

      rimase un'usanza abituale: ogni qual volta si fosse ripetuto un fenomeno

      analogo, sarebbero seguiti nove giorni di festa.

      Non molto tempo dopo Roma fu colpita da un'epidemia cui fece séguito una

      riluttanza alle prestazioni militari. Ciò nonostante, il bellicoso re

      Tullo non dava tregua ai suoi sudditi, persuaso com'era che le

      esercitazioni militari fossero più salutari ai fisici dei giovani che

      l'aria di casa. Finché lui stesso non fu colpito da una malattia dal lungo

      decorso. E allora l'infermità ne minò simultaneamente il corpo e l'indole

      bellicosa a tal punto che uno come lui, in passato convintissimo che nulla

      fosse più indegno per un re che occuparsi della sfera religiosa,

      improvvisamente divenne vittima di ogni forma di piccola e grande

      superstizione e prese a imbottire la sua gente di scrupoli religiosi.

      Tutti ormai reclamavano un ritorno allo stato delle cose ai tempi di Numa,

      pensando che l'unico rimedio alla deperibilità dei loro corpi consistesse

      nella benevolenza e nel perdono degli dèi. Il re stesso, così vuole la

      tradizione, poiché consultando le memorie di Numa aveva trovato menzione

      di certi sacrifici occulti praticati in onore di Giove Elicio, vi si

      dedicò in segreto. Il fatto è che commise qualche errore nel preparare o

      nel celebrare il rito e quindi, non solo non ebbe alcuna visione divina,

      ma suscitò anche l'ira di Giove il quale, irritato dalla profanazione del

      culto, incenerì con un fulmine il re e il suo palazzo. Comunque, il

      glorioso regno di questo re guerriero durò trentadue anni.

      

      32 Alla morte di Tullo, il potere, in conformità alla regola stabilita sin

      dall'inizio, era tornato ai senatori i quali nominarono un interré. Questi

      convocò l'assemblea e il popolo elesse re Anco Marzio, con la ratifica del

      senato. Anco Marzio era nipote per parte di madre del re Numa Pompilio.

      Quando salì al trono, ricordandosi della gloria dell'avo, aveva la ferma

      convinzione che il regno precedente, tra le tante cose positive, avesse

      mostrato un'unica debolezza: i riti religiosi erano stati trascurati o

      praticati male. Perciò ritenne che la prima cosa da farsi fosse

      ristabilire le pubbliche cerimonie secondo il rituale fissato da Numa e a

      questo proposito ordinò al pontefice massimo di copiare tutte le

      prescrizioni cultuali dai taccuini del re su una tavoletta bianca da

      esporre poi in pubblico. Questo primo passo fece sperare ai Romani avidi

      di pace e ai popoli confinanti che il re avrebbe seguito le orme dell'avo

      tanto nel carattere quanto nel tipo di politica. Così i Latini, coi quali

      era stato firmato un trattato durante il regno di Tullo, ripresero

      coraggio e fecero un'incursione nel territorio romano. Quando i Romani

      gliene chiesero riparazione, essi risposero in maniera sprezzante,

      convinti che un re del genere avrebbe trascorso l'intera durata del suo

      regno dietro altari e santuari. Ma il carattere di Anco era perfettamente

      equilibrato, una via di mezzo tra Numa e Romolo. Inoltre pensava che

      durante il regno dell'avo ci fosse maggiore bisogno di pace perché il

      popolo era nuovo e indisciplinato, ma anche che gli sarebbe stato

      difficile ottenere quella tranquillità che l'avo era riuscito a ottenere

      senza eccessivi travagli. Adesso che mettevano alla prova la sua pazienza

      e poi la disprezzavano, per i tempi in corso, sul trono era meglio un

      Tullo che un Numa. Ma come Numa in tempo di pace aveva fornito un

      regolamento per le pratiche religiose, allo stesso modo egli adesso voleva

      istituire un cerimoniale di guerra, così che non ci si limitasse soltanto

      a fare le guerre ma le si dichiarasse anche secondo un qualche formulario

      fisso. E per approntarlo ricorse a una regola dell'antica tribù degli

      Equicoli, cui ancor oggi i feziali si attengono per presentare un reclamo.

      Quando l'inviato arriva alle frontiere del paese cui viene rivolto il

      reclamo, con il capo coperto da un berretto (dotato di un velo di lana),

      dice: «Ascolta, Giove; ascoltate, o frontiere,» e qui specifica del tale e

      del talaltro paese, «e mi ascolti anche il sacro diritto. Io sono il

      rappresentante ufficiale del popolo romano. Vengo per una missione giusta

      e santa: abbiate per questo fiducia nelle mie parole.» Quindi elenca i

      reclami e chiama a testimone Giove: «Se io non mi attengo a ciò che è

      santo e giusto nel reclamare che mi vengano consegnati questi uomini e

      queste cose, possa non ritrovare pù la mia terra.» Ripete questa formula

      quando attraversa il confine; la ripete al primo uomo che incontra, la

      ripete quando entra in città, la ripete facendo ingresso nel foro, con

      solo qualche piccola modifica nella forma e nell'invocazione del

      giuramento. Se l'oggetto del suo reclamo non viene restituito entro il

      trentatreesimo giorno (si tratta del termine convenzionale), dichiara

      guerra con questa formula: «Ascolta, Giove, e ascolta tu, o Giano Quirino,

      e voi tutte divinità del cielo, della terra e degli inferi, ascoltatemi.

      Io vi chiamo a testimoni che questo popolo,» e ne fa il nome, «è ingiusto

      e non ripara quanto deve. A questo proposito, chiederemo consiglio in

      patria, ai più anziani tra i nostri concittadini, su come ottenere quanto

      ci spetta di diritto.» Poi il messaggero torna a Roma per la decisione

      definitiva. E subito il re si consulta coi senatori grosso modo in questi

      termini: «A proposito degli oggetti, delle controversie e delle cause di

      cui il pater patratus del popolo romano ha discusso con il pater patratus

      dei Latini Prischi e con alcuni dei Latini Prischi, a proposito di ciò che

      non è stato consegnato, restituito e fatto di quello che doveva essere

      consegnato, restituito e fatto, dimmi,» rivolgendosi al primo che lo aveva

      consultato, «che cosa ne pensi?» E l'altro replica: «Penso sia giusto e

      sacrosanto riottenere il dovuto con la guerra: questi sono il mio pensiero

      e il mio voto.» Poi a turno vengono consultati gli altri. E una volta

      ottenuto il consenso della maggioranza, tutti si trovano d'accordo sulla

      guerra. Di solito il feziale porta ai confini con l'altra nazione una

      lancia dal puntale di ferro o temprato sul fuoco e, di fronte ad almeno

      tre adulti, dice: «Poiché i popoli dei Latini Prischi e alcuni dei Latini

      Prischi si sono resi responsabili di atti e offese contro il popolo romano

      dei Quiriti; poiché il popolo romano dei Quiriti ha dichiarato guerra ai

      Latini Prischi e il senato del popolo romano dei Quiriti ha votato,

      approvato e dato il suo consenso a questa guerra coi Latini Prischi, per i

      suddetti motivi, io - e quindi il popolo romano dei Quiriti - dichiaro

      guerra ai popoli dei Latini Prischi e ai cittadini dei Latini Prschi e la

      metto in pratica.» Detto ciò, scaglia la lancia nel loro territorio. Ecco

      dunque in che termini fu esposto il reclamo ai Latini e come fu loro

      dichiarata guerra: l'usanza è passata ai posteri.

      

      33 Anco, dopo aver lasciato ai Flamini e ad altri sacerdoti l'incarico di

      provvedere ai sacrifici, si mise in marcia con un esercito di recente

      formazione e conquistò di forza Politorio, città dei Latini. Quindi,

      seguendo l'usanza dei suoi predecessori sul trono, i quali avevano

      ingrandito Roma integrandovi i nemici fatti prigionieri, vi trasferì

      l'intera popolazione. E visto che i primi Romani avevano occupato il

      Palatino, i Sabini il Campidoglio e la cittadella, e gli Albani il monte

      Celio, al nuovo nucleo di stranieri fu assegnato l'Aventino, sul quale,

      non molto tempo dopo, vennero trasferiti gli abitanti anche di altre due

      città conquistate, Tellene e Ficana. In séguito Politorio fu attaccata una

      seconda volta perché i Latini Prischi l'avevano rioccupata dopo

      l'evacuazione. Ciò fornì ai Romani il pretesto per raderla al suolo: non

      avrebbe così più offerto rifugio ai nemici. Alla fine la guerra coi Latini

      si concentrò integralmente su Medullia, dove, per un po' di tempo, si

      combatté con un certo equilibrio e non era facile prevedere chi avrebbe

      avuto la meglio. Infatti la città era dotata di solide fortificazioni e

      difesa da una guarnigione piuttosto tenace. Inoltre, l'armata latina,

      accampata in aperta pianura, non perdeva occasione di venirsi a scontrare

      coi Romani. Alla fine, impegnando tutti gli uomini a disposizione, Anco

      ottenne la sua prima vittoria in battaglia e rientrò a Roma con un immenso

      bottino. Migliaia di Latini li integrò in città e, per unire Aventino e

      Palatino, diede loro come sede la zona intorno al tempio di Murcia.

      Integrò nella cerchia urbana anche il Gianicolo, non tanto per bisogno di

      spazio, quanto piuttosto per evitare che quella roccaforte potesse un

      giorno cadere in mano al nemico. Si decise non solo di munirlo di

      fortificazioni, ma anche di metterlo in comunicazione con il resto della

      città mediante un ponte di legno che ne avrebbe facilitato l'accesso e che

      fu il primo costruito sul Tevere. Anche la fossa dei Quiriti, difesa no

      trascurabile sul versante più esposto a incursioni dalle pianure, è opera

      di Anco. Con questi possenti incrementi umani, all'interno di una

      popolazione così numerosa era divenuto difficile distinguere il bene dal

      male e di conseguenza il crimine proliferava nell'ombra. Quindi, per

      scoraggiare la crescente illegalità, venne costruito un carcere in pieno

      centro, a due passi dal foro. Il regno di Anco non significò espansione

      soltanto per la città, ma anche per la campagna e i dintorni. Il bosco di

      Mesia, tolto ai Veienti, estese il dominio di Roma fino al mare, e alle

      foci del Tevere venne fondata Ostia, intorno alla quale furono create

      delle saline. Per celebrare invece i successi militari fece ingrandire il

      tempio di Giove Feretrio.

      

      34 Durante il regno di Anco, venne ad abitare a Roma Lucumone, personaggio

      intraprendente ed economicamente molto solido, attirato soprattutto

      dall'ambizione e dalla speranza di raggiungere posizioni di grande rilievo

      che non era riuscito a ottenere a Tarquinia (in quanto anche in quella

      città era uno straniero). Era figlio di Demarato di Corinto, il quale,

      fuggito dalla patria a séguito di disordini, si era stabilito per puro

      caso a Tarquinia e lì aveva preso moglie e messo al mondo due figli, i cui

      nomi erano Arrunte e Lucumone. Lucumone sopravvisse al padre e ne ereditò

      tutte le sostanze. Arrunte morì invece prima del genitore, lasciando la

      moglie incinta. Demarato non visse molto più a lungo del figlio e,

      ignorando che la nuora era incinta, morì senza ricordarsi del nipotino nel

      testamento. Il bambino nacque dopo la scomparsa del nonno e, non essendo

      destinato a ereditare, fu chiamato Egerio in ragione della sua miseranda

      condizione. In Lucumone, invece, nominato erede universale, la boriosa

      presupponenza dovuta alle sostanze ricevute aumentò ancora di più quando

      sposò un'esponente della più altolocata aristocrazia locale, Tanaquil, la

      quale non poteva ammettere che il suo matrimonio la declassasse dal rango

      in cui era nata. Gli Etruschi emarginavano Lucumone perché era straniero e

      figlio di un profugo. La moglie, non potendo tollerare quest'onta, mise da

      parte l'attaccamento innato per la patria e, pur di vedere onorato il

      marito, prese la decisione di emigrare da Tarquinia. Roma faceva in tutto

      al caso suo: in mezzo a gente nuova, dove si diventava nobili in fretta e

      in base ai meriti, ci sarebbe stato spazio per un uomo coraggioso e

      intraprendente. A Roma aveva regnato Tazio, un sabino; Numa, per farlo re,

      lo erano andati a cercare a Cures; Anco era figlio di madre sabina, e tra

      i ritratti degli antenati poteva vantare soltanto Numa. Non le è quindi

      difficile convincere un uomo ambizioso e per il quale Tarquinia era solo

      il luogo di nascita. Così, raccolte tutte le loro cose, partono alla volta

      di Roma. Quando arrivarono nei pressi del Gianicolo (un puro caso che

      successe lì), mentre erano seduti nel loro carro, un'aquila planò su di

      loro con una dolce cabrata e portò via il cappello a Lucumone. Poi,

      volteggiando sopra il carro ed emettendo versi acutissimi, come se stesse

      compiendo una qualche missione divina, si abbassò di nuovo e glielo rimise

      perfettamente in testa. Quindi sparì nell'alto del cielo. Si racconta che

      Tanaquil, essendo da buona etrusca una vera esperta di prodigi celesti,

      accolse con entusiasmo il presagio. Abbracciando il marito lo invita a

      sperare grandi cose, spiegandogli che quello era il senso dell'uccello,

      della parte del cielo da cui era arrivato e del dio da cui era stato

      inviato: segno che era stato tolto un ornamento posto sulla testa di un

      uomo, perché venisse ricollocato su ordine di un dio. Con in mente queste

      ottimistiche previsioni, entrarono a Roma. Lì trovarono casa e

      concordarono il nome da spacciare alla gente: Lucio Tarquinio Prisco. Agli

      occhi dei Romani faceva colpo per la sua provenienza e per la condizione

      economica. Lui, da par suo, aiutava la buona sorte rendendosi gradito a

      chiunque potesse grazie ai suoi modi affabili, alla generosa ospitalità e

      alla munificenza. A tal punto che la stima di cui era fatto oggetto arrivò

      fino alla reggia. E il re non lo apprezzò per quel che era finché la

      generosità e l'efficienza dimostrate nei servigi prestati non gli

      garantirono un posto tra gli amici più intimi, tanto da essere consultato

      per questioni di carattere pubblico e privato sia in pace che in guerra. E

      il re, dopo averlo messo alla prova in tutti i modi possibili, nel

      testamento lo nominò tutore dei propri figli.

      

      35 Anco regnò ventiquattro anni e non fu secondo a nessuno dei suoi

      predecessori per capacità specifiche e gloria acquisita in campo militare

      e civile. I suoi figli erano ormai quasi degli uomini fatti e per questo

      Tarquinio non perdeva l'occasione di sollecitare l'anticipo dell'assemblea

      popolare per l'elezione del re. Quando ne fu indetta la convocazione, egli

      mandò i ragazzi a una battuta di caccia. Pare che Tarquinio fu il primo a

      impegnarsi in una campagna per il trono e che pronunciò un discorso

      puntato a conquistare il favore popolare. Disse che il suo caso non era

      privo di precedenti e, per evitare che qualcuno potesse stupirsi e

      indignarsi, che lui non sarebbe stato il primo bensì il terzo straniero a

      puntare al trono di Roma. Tazio, addirittura, non solo era un re

      forestiero, ma proveniva da un paese nemico e Numa, pur non conoscendo

      affatto Roma e non avendo avanzato alcuna candidatura, era stato invitato

      ad assumere l'incarico. Quanto a se stesso, dal giorno in cui era

      diventato padrone della propria persona, era venuto a stabilirsi a Roma

      con la moglie e tutto quello che possedeva. E la parte di vita che di

      solito si dedica all'adempimento dei propri doveri di cittadini, lui

      l'aveva trascorsa a Roma e non nella sua città natale; quanto alla sfera

      civile e a quella militare, aveva appreso il diritto e i culti religiosi

      romani da un maestro assolutamente fuori del comune, cioè il re Anco in

      persona. Il suo ossequio e il suo rispetto per la persona del re non erano

      inferiori a quelli di nessuno; quanto poi a generosità verso il prossimo,

      solo il re stesso lo era stato più di lui. Il popolo romano, sentendo che

      non mentiva elencando questi aspetti, lo nominò re con un consenso

      unanime. Ed egli, una volta sul trono, non tradì tutti i sani principi

      morali che aveva pubblicizzato quando si era autocandidato. Impegnandosi

      non meno a rinforzare il proprio regno che a consolidare la potenza dello

      Stato, nomina cento nuovi senatori, noti di lì in poi come di secondo

      ordine, i quali divennero incrollabili sostenitori del re al cui favore

      dovevano la loro nomina in senato.

      La sua prima guerra fu contro i Latini: prese d'assalto la loro città di

      Apiole e, avendone riportato un bottino superiore a quanto ci si aspettava

      dalle prime voci, organizzò dei giochi più ricchi ed elaborati di quelli

      dei predecessori. Fu in questa occasione che venne scelto e delimitato lo

      spazio per il circo che oggi si chiama Circo Massimo. Divise tra senatori

      e cavalieri dei lotti di terra perché si costruissero dei palchi da

      utilizzare durante gli spettacoli. Detti palchi ebbero il nome di fori e

      poggiavano su sostegni sollevati di dodici piedi dal livello del terreno.

      La manifestazione ruotò intorno a gare di equitazione e a incontri di

      pugilato con atleti per la maggior parte etruschi. Da quell'occasione i

      giochi rimasero uno spettacolo regolarmente allestito ogni anno e a

      seconda dei casi vennero chiamati Giochi Romani o Grandi Giochi. Fu sempre

      Tarquinio a dividere tra i privati cittadini appezzamenti di terreno

      edificabile intorno al foro, i quali vennero utilizzati per la costruzione

      di portici e negozi.

      

      36 Stava anche preparandosi a dotare Roma di una cerchia muraria in

      pietra, quando una guerra coi Sabini si sovrappose ai suoi progetti. La

      cosa fu così improvvisa che i nemici attraversarono l'Aniene prima che

      l'esercito romano potesse mettersi in marcia e andargli a chiudere il

      passaggio. A Roma fu subito il panico. Sulle prime l'esito dello scontro

      fu incerto ed entrambe le parti ebbero parecchie perdite. Poi il nemico

      rientrò nell'accampamento, dando così ai Romani la possibilità di

      riorganizzarsi da capo per la guerra. Tarquinio pensava che le sue truppe

      avessero particolari carenze nei reparti di cavalleria e per questo, alle

      centurie dei Ramnensi, dei Tiziensi e dei Luceri che erano state arruolate

      da Romolo, egli stabilì di aggiungerne altre cui sarebbe rimasto legato il

      suo nome. Romolo però aveva agito soltanto dopo un'opportuna consultazione

      augurale e Atto Navio, famoso augure di quegli anni, disse che non si

      potevano apportare modifiche o introdurre innovazioni nella struttura

      dell'esercito senza l'approvazione degli uccelli. Il re reagì stizzito e,

      per ridicolizzarne la presunta scienza, disse: «Avanti, visto che sei un

      veggente, chiedi un po' ai tuoi uccelli se si può mettere in pratica

      quello a cui sto pensando in questo momento!» E quando Atto, dopo aver

      consultato il volo degli uccelli, disse che la cosa si sarebbe avverata di

      sicuro, il re ribatté: «Ben fatto! Il problema è che io stavo pensando che

      tu riuscissi a tagliare in due una pietra con un rasoio. Prendi i due

      oggetti e vedi di fare quello che secondo i tuoi uccelli è possibile.»

      Pare che a quel punto l'augure, senza un attimo di esitazione, tagliò in

      due la pietra. C'era una statua di Atto in piedi a capo velato nel luogo

      del miracolo, in pieno comizio e proprio sulle scale che portano alla

      parte sinistra della curia. Dicono che anche la pietra fu collocata nello

      stesso punto per ricordare il prodigio ai posteri. Sta di fatto che gli

      auguri e la loro professione acquistarono in séguito un tale prestigio,

      che tanto in pace quanto in guerra non si prese più nessuna iniziativa

      senza prima aver tratto gli auspici: assemblee popolari, chiamate alle

      armi, pratiche di estrema importanza, tutto veniva rimandato se non si

      aveva l'approvazione degli uccelli. Così nemmeno Tarquinio apportò delle

      modifiche alla procedura nel caso presente delle centurie di cavalleria:

      raddoppiò il loro numero di effettivi in maniera tale da avere

      milleottocento cavalieri distribuiti in tre centurie. Mantennero lo stesso

      nome delle centurie dove erano stati arruolati, salvo assumere la

      denominazione di Posteriori. Oggi, visto che ne sono state aggiunte altre

      tre, si chiamano le sei centurie.

      

      37 Una volta rinforzata questa parte dell'esercito, ci fu un secondo

      scontro con i Sabini. Ma, oltre che dall'incremento di effettivi,

      l'esercito romano fu aiutato anche da un astuto espediente: alcuni uomini

      vennero inviati a raccogliere una gran massa di fascine lungo la riva

      dell'Aniene e a gettarle nel fiume dopo avervi dato fuoco. La legna

      incendiata, spinta dal vento a favore, andò a finire per lo più sulle

      barche e sui supporti in legno del ponte che prese fuoco. Lo stesso

      espediente seminò il panico tra i Sabini nel pieno della battaglia e

      impedì loro la ritirata quando poi cominciò il fuggi fuggi. Molti

      riuscirono a evitare il nemico ma morirono nel fiume. Parte delle loro

      armi, galleggiando sull'acqua, furono riconosciute nel Tevere e diedero a

      Roma la notizia della grande vittoria ancora prima che arrivassero i

      messaggeri ad annunciarla. I protagonisti assoluti di questa battaglia

      furono i cavalieri: collocati ai due fianchi dei reparti, quando ormai il

      centro, composto di fanti, si stava ritirando, essi attaccarono da

      entrambi i lati con una tale energia che non solo riuscirono a frenare le

      legioni sabine che al momento stavano pressando gli altri Romani in

      ritirata, ma le misero anche in fuga. I Sabini si sparpagliarono

      disordinatamente verso le montagne, ma solo pochi di essi le raggiunsero.

      La maggior parte, come già detto prima, fu spinta nel fiume dai cavalieri.

      Tarquinio, pensando fosse opportuno insistere mentre gli avversari erano

      in preda al panico, inviò a Roma bottino e prigionieri; quindi, per

      realizzare un voto fatto a Vulcano, diede ordine di accatastare la grande

      quantità di armi sottratte al nemico e di darvi fuoco. Poi, alla testa

      dell'esercito, invase il territorio sabino. Nonostante la brutta batosta e

      le poche speranze di ribaltare le sorti ormai compromesse della battaglia,

      i Sabini, non avendo tempo a sufficienza per ponderare una decisione,

      scesero in campo con i resti raccogliticci delle loro truppe. Sconfitti

      però una seconda volta e allo stremo delle forze, chiesero la pace.

      

      38 Ai Sabini furono tolti Collazia e il territorio oltre Collazia. A

      governarla con una guarnigione rimase Egerio, nipote di Tarquinio. A

      quanto ne so, ecco in che termini e come avvenne la resa dei Collatini. Il

      re chiese: «Siete voi i legati e i portavoce mandati dai Collatini con

      l'incarico di consegnare voi stessi e il popolo collatino?» «Sì.» «Il

      popolo collatino è padrone di se stesso?» «Sì.» «Consegnate dunque voi

      stessi e il popolo collatino, la città, le campagne, l'acqua, i confini, i

      templi, la mobilia, e tutti gli oggetti sacri e profani all'autorità mia e

      del popolo romano?» «Sì.» «E io accetto.»

      Conclusa così la guerra coi Sabini, Tarquinio rientra a Roma in trionfo.

      In séguito combatté coi Latini Prischi. Ma durante questa guerra non si

      arrivò mai a uno scontro veramente decisivo: accerchiando, invece, di

      volta in volta le singole città, sottomise tutti i Latini. Furono

      conquistate: Cornicolo, Ficulea Vecchia, Cameria, Crustumeria, Ameriola,

      Medullia, Nomento, tutte città dei Latini Prischi o passate dalla loro

      parte durante la guerra. Poi fu conclusa la pace. In séguito il re si

      dedicò a massicce opere di pace con maggiore impegno di quanto ne avesse

      profuso nell'organizzare le guerre. Lo scopo era quello di evitare che la

      sua gente fosse meno impegnata adesso che ai tempi delle campagne

      militari. Così si ricomincia la fortificazione in pietra - abortita sul

      nascere per lo scoppio della guerra coi Sabini - di quella parte di Roma

      che ne era ancora priva. Poi, con un sistema di condotti in discesa verso

      il Tevere, fa bonificare le parti basse della città, le zone intorno al

      foro e le valli tra i colli, perché non era possibile far defluire le

      acque per la natura eccessivamente pianeggiante del terreno. Infine, già

      anticipando l'importanza che un giorno il luogo avrebbe assunto, fa

      gettare sul Campidoglio le ampie fondamenta di un tempio che, durante la

      guerra coi Sabini, aveva promesso di innalzare in onore di Giove.

      

      39 In quel periodo il palazzo reale assisté a un prodigio notevole per

      come si manifestò e per le conseguenze che ebbe. Mentre un bambino di nome

      Servio Tullio stava dormendo, furono in molti a vedergli la testa avvolta

      da fiamme. Le urla concitate che gridarono al miracolo attirarono la

      famiglia reale. Un servitore portò dell'acqua per spegnere le fiamme, ma

      la regina glielo impedì e fece cessare il chiasso intimando di non toccare

      il bambino finché non si fosse svegliato da solo. Appena questi aprì gli

      occhi, contemporaneamente le fiamme si estinsero. E allora Tanaquil,

      prendendo da parte il marito, gli disse: «Vedi questo bambino che stiamo

      tirando su in maniera così spartana? Sappi che un giorno sarà la nostra

      luce nei momenti più bui e il sostegno del trono durante i tempi di crisi.

      Quindi vediamo di allevare con cura chi sarà motivo di lustro per lo Stato

      tutto e per noi stessi.» Da quel momento in poi essi presero a trattarlo

      come un figlio e lo educarono secondo quei nobili principi che in genere

      portano a concepire grandi ideali. La cosa non fu difficile perché la

      volontà divina era dalla sua parte. Il giovane sviluppò qualità veramente

      regali. Quando poi Tarquinio dovette scegliere un genero, non essendoci a

      Roma altri giovani che potessero reggere al confronto con lui, il re gli

      diede in moglie la figlia. Questo grandissimo onore, per qualsivoglia

      natura conferitogli, impedisce di credere che egli fosse figlio di una

      schiava e schiavo lui stesso nella prima infanzia. Io sono più dalla parte

      di chi sostiene questa tesi: caduta Cornicolo, la moglie incinta di Servio

      Tullio, ucciso durante l'assedio e massima autorità cittadina, finì a Roma

      con le altre prigioniere. Qui la regina ne riconobbe i segni

      inconfondibili della nobiltà e non solo impedì che andasse a fare la

      schiava, ma le permise anche di mettere al mondo il suo bambino nel

      palazzo di Tarquinio Prisco. In séguito un simile gesto fece germogliare

      l'amicizia tra le due donne, e il bambino, come se fosse nato e cresciuto

      nella reggia, fu trattato con stima e affetto. È probabile che la tesi

      della sua origine servile fu costruita sulla sorte della madre, fatta

      prigioniera dal nemico dopo la rotta della città d'origine.

      

      40 Dopo quasi trentotto anni dall'inizio del regno di Tarquinio, Servio

      Tullio aveva conquistato la stima totale non solo del re ma anche dei

      senatori e del popolo. I due figli di Anco avevano sempre considerato il

      colmo dell'infamia il tiro mancino con cui il loro tutore li aveva privati

      del regno paterno e il fatto che a Roma regnasse uno straniero le cui

      origini non erano nemmeno italiche. In quel tempo erano più indignati

      ancora dalla prospettiva che nemmeno dopo Tarquinio il regno sarebbe

      toccato a loro, ma, subendo un ulteriore degrado, sarebbe finito in mano a

      un ex-servo. E in quella stessa Roma, dove quasi cent'anni prima Romolo,

      figlio di un dio e dio lui stesso, aveva regnato durante la sua permanenza

      in terra, ora sarebbe salito al trono un servo figlio di una serva.

      Sarebbe stata un'onta tremenda per tutti i Romani in generale e per il

      loro casato in particolare se, nonostante l'esistenza di discendenti

      maschi del re Anco, non solo degli stranieri, ma addirittura degli schiavi

      potessero arrivare a regnare su Roma. Decidono pertanto di evitare con le

      armi un simile affronto. Il risentimento per i torti subiti li spingeva

      più contro Tarquinio che contro Servio: in primo luogo perché se avessero

      risparmiato il re la sua vendetta sarebbe stata più implacabile di quella

      di un suo subalterno, e in secondo luogo, uccidendo Servio, Tarquinio era

      probabile lo avrebbe rimpiazzato con un genero qualunque destinato a

      ereditare il trono al suo posto. Per tutti questi motivi il complotto

      viene ordito ai danni del re. Come esecutori diretti vennero scelti due

      pastori senza scrupoli che, armati degli attrezzi di lavoro di tutti i

      giorni, organizzarono una finta rissa nel vestibolo della reggia e,

      facendo il maggior rumore possibile, cercarono di attirare i domestici del

      re. Poi, dato che entrambi volevano appellarsi al sovrano e il frastuono

      del loro litigio era arrivato fin dentro la reggia, Tarquinio li fece

      convocare. Sulle prime si misero a urlare cercando di prevaricare l'uno la

      voce dell'altro e la smetterono soltanto dopo l'intervento di un littore

      che ordinò loro di esporre a turno le rispettive ragioni. Allora uno di

      essi comincia a mettere insieme quanto precedentemente convenuto. Mentre

      il re lo stava ascoltando con grande attenzione, l'altro solleva la scure

      e lo colpisce alla testa. Quindi, lasciata l'arma nella ferita, i due si

      precipitano di corsa fuori dalle porte.

      

      41 Mentre quelli del séguito sorreggevano Tarquinio in fin di vita, i

      littori catturarono i due pastori che stavano cercando di darsela a gambe.

      Poi fu subito un gran trambusto di gente che accorreva per vedere cos'era

      successo. Tanaquil, nel pieno della calca, ordina di chiudere la reggia e

      fa uscire i testimoni oculari del delitto. Poi si procura il necessario

      per suturare la ferita, come se ci fosse ancora qualche speranza residua;

      contemporaneamente però, nel caso la speranza fosse venuta meno, prende

      altre precauzioni. Fa subito chiamare Servio, gli mostra il corpo quasi

      esanime del marito e quindi, prendendogli la mano, lo implora di non

      lasciare impunita la morte del suocero né di permettere che la suocera

      diventi lo zimbello dei nemici. «Se sei un uomo, Servio,» gli dice, «è a

      te che tocca il regno e non ai mandanti di questo atroce delitto. Animo,

      quindi, e affidati agli dèi che con quel fuoco intorno alla tua testa

      hanno già voluto preannunciare la fama che ti arriderà. Adesso è l'ora di

      trarre forza da quella fiamma! Adesso è ora di svegliarsi sul serio.

      Eravamo degli stranieri anche noi, eppure siamo arrivati a regnare: pensa

      a quello che sei, non a dove sei nato. Se per gli avvenimenti improvvisi

      non sai che decisione prendere, allora dai retta ai miei consigli.» Quando

      il frastuono e la ressa della gente toccarono il limite estremo della

      tollerabilità, Tanaquil, affacciandosi da una finestra del piano di sopra

      che dava sulla via Nuova (la residenza reale era infatti nei pressi del

      tempio di Giove Statore), arringò il popolo. Invitò i sudditi a stare

      tranquilli rassicurandoli che il re, stordito da un colpo a tradimento,

      era già tornato in sé perché il ferro non era penetrato molto in

      profondità. Inoltre la ferita era stata esaminata, l'emorragia bloccata e

      tutto il resto sembrava a posto. Presto, ne era sicura, lo avrebbero

      potuto rivedere. Nel frattempo, le sue disposizioni erano che obbedissero

      a Servio Tullio, il quale avrebbe amministrato la giustizia e svolto tutte

      le mansioni del re. Servio avanza con tanto di trabea e di littori, occupa

      la sedia del re ed emana verdetti a proposito di alcuni casi, fingendo

      invece di dover consultare il sovrano per altri. In questo modo, per

      alcuni giorni, pur essendo già Tarquinio passato a miglior vita, egli ne

      nascose la morte facendosi passare per un mero sostituto, quando invece

      stava consolidando il suo potere. Dopo un po' di giorni la gente fu

      finalmente informata del luttuoso evento dai pianti che si alzavano dalla

      reggia. Servio, protetto da una robusta scorta, fu il primo a regnare

      senza il consenso popolare ma solo con l'autorizzazione del senato. I

      figli di Anco, quando dopo l'arresto dei sicari da loro prezzolati vennero

      a sapere che il re era ancora vivo e che Servio godeva di così tanto

      favore, si erano già ritirati in volontario esilio a Suessa Pomezia.

       

      42 Servio, per consolidare la posizione di autorità ottenuta, ricorse

      tanto a misure politiche quanto alla sua abilità nel muoversi all'interno

      della sfera privata. Così, onde evitare che l'odio nutrito dai figli di

      Anco nei confronti di Tarquinio divenisse lo stesso sentimento nei suoi

      rapporti con la prole di Tarquinio stesso, diede in moglie le figlie ai

      due giovani rampolli reali Lucio e Arrunte Tarquinio. Ciò nonostante, con

      la sua dimostrazione di assennatezza, non riuscì a infrangere

      l'ineluttabilità del destino: l'invidia per il suo potere creò un clima di

      ostilità e perfidia tra i membri della casa reale.

      Particolarmente opportuna per mantenere lo stato di momentanea

      tranquillità fu una guerra intrapresa coi Veienti (la tregua era ormai

      scaduta) e con altre popolazioni etrusche. In questa guerra, Tullio brillò

      per coraggio e buona sorte. Una volta sbaragliate le ingenti forze

      nemiche, il re ritorna a Roma, conscio di essere ora in una posizione che

      non si prestava più a critiche né da parte dei senatori né da parte del

      popolo. Quindi si occupa di ciò che aveva la precedenza assoluta in campo

      civile: come Numa aveva codificato i regolamenti in materia di religione,

      così Servio è passato ai posteri per aver stabilito a Roma il sistema

      delle divisioni in classi con il quale si differenziavano nettamente i

      diversi gradi di dignità sociale e di possibilità economiche. Stabilì,

      cioè, il censo, cosa utilissima per un regno destinato a enormi

      ampliamenti, col quale i carichi fiscali in materia civile e militare non

      sarebbero più stati ripartiti pro capite, come in passato, ma a seconda

      del reddito. Quindi divise la popolazione in classi e centurie secondo

      questa distribuzione basata sul censo e valida tanto in tempo di pace

      quanto in tempo di guerra.

      

      43 Coloro i quali possedevano dai centomila assi in su formavano ottanta

      centurie, quaranta di anziani e quaranta di giovani, e andarono sotto il

      nome di prima classe. Gli anziani avevano il compito di proteggere

      militarmente la città, i giovani di combattere nelle guerre esterne. Il

      loro armamento di difesa doveva consistere in elmo, scudo rotondo,

      gambali, corazza, il tutto in bronzo; quello di offesa in lancia e spada.

      A questa classe ne vennero aggiunte due di genieri, esclusi dal servizio

      armato ma destinati al trasporto di macchine da guerra. La seconda classe

      era composta da quanti possedevano dai centomila ai settantacinquemila

      assi e contava, tra giovani e anziani, venti centurie. Il loro armamento

      di base consisteva in uno scudo oblungo al posto di quello rotondo e,

      salvo la corazza, era uguale in tutto il resto. La terza classe fu

      stabilito che avesse un censo di cinquantamila assi. Come la seconda,

      venne organizzata in venti centurie ed ebbe la stessa suddivisione per

      età. Quanto invece alle armi, la sola differenza era l'assenza dei

      gambali. Per appartenere alla quarta classe bisognava avere un censo di

      venticinquemila assi. Stesso numero di centurie ma armi diverse:

      nient'altro che asta e giavellotto. La quinta classe era quantitativamente

      più numerosa: formava infatti trenta centurie e prevedeva come armi fionde

      con proiettili di pietra. A essa facevano capo anche due centurie di

      suonatori di corno e di trombettieri. Il censo di questa classe doveva

      ammontare a undicimila assi. Chi era al di sotto di questa cifra - cioè il

      resto del popolo - venne organizzato in una sola centuria dispensata

      dall'assolvere agli obblighi militari. Dopo aver così organizzato e armato

      la fanteria, Servio Tullio reclutò dodici centurie di cavalieri dal fiore

      dell'aristocrazia cittadina. Ne formò altre sei al posto delle tre

      organizzate da Romolo, mantenendo però a esse gli stessi nomi assegnati al

      tempo delle consultazioni augurali. Per l'acquisto di cavalli l'erario di

      Stato stanziò diecimila assi annui per ogni centuria, mentre al

      mantenimento degli stessi designò le donne non sposate le quali dovevano

      provvedere con duemila assi annui ciascuna. Così tutti gli oneri fiscali

      venivano spostati dai poveri ai ricchi. In séguito però venne inserita una

      forma di compensazione: il suffragio universale, basato non più

      sull'uguaglianza di poteri e diritti, non fu ulteriormente concesso -

      secondo l'uso sancito da Romolo e poi mantenuto dai suoi successori - in

      maniera indistinta a tutti, ma vennero stabilite delle priorità che, pur

      non privando nessuno del diritto di voto, ciò nonostante mettevano la

      totalità del potere nelle mani dei cittadini più abbienti. Per primi

      votavano i cavalieri, seguiti dalle ottanta centurie della rima classe. Se

      c'era qualche disaccordo tra i due gruppi (cosa assai rara), fu stabilito

      che in quel caso avrebbe votato la seconda classe. Non si arrivò mai così

      in basso da coinvolgere le classi subalterne. Né ci si deve stupire se il

      nostro attuale sistema, strutturato dopo l'aumento del numero delle tribù

      a trentacinque e dopo il raddoppio delle centurie di giovani e anziani,

      non corrisponde più quantitativamente a quello varato da Servio Tullio.

      Egli infatti divise Roma in quattro parti, con i quartieri e i colli

      allora abitati, e le chiamò tribù facendo - secondo me - risalire il nome

      a tributo. Non a caso la contribuzione proporzionale al reddito è uno dei

      suoi provvedimenti ancora in vigore. E queste tribù non avevano niente a

      che vedere con la divisione in centurie e col loro numero.

      

      44 Dopo aver completato le pratiche del censo, facilitate da una legge che

      minacciava l'incarcerazione e la pena capitale per chi si fosse mostrato

      recalcitrante all'iscrizione, Servio convocò un'adunata per centurie di

      tutti i cittadini romani, da tenersi all'alba in Campo Marzio. Lì, di

      fronte all'intero esercito schierato, offrì in sacrificio di purificazione

      un maiale, una pecora e un toro, e la cerimonia prese il nome di lustro

      della chiusura perché era l'ultimo atto del censimento. Si dice che in

      quel lustro i cittadini censiti ammontassero a ottantamila. Fabio Pittore,

      uno degli storici più antichi, aggiunge che questo era il numero degli

      uomini potenzialmente mobilitabili. Con una popolazione simile, un

      ampliamento di Roma era inevitabile. Così Servio aggiunge altri due colli,

      il Quirinale e il Viminale, amplia l'Esquilino e, per dargli lustro, vi si

      trasferisce lui stesso. Dota Roma di un terrapieno, un fossato e una

      cerchia muraria, estendendo così i limiti del pomerio. Quanto poi a questa

      parola, chi non va più in là dell'etimologia, la interpreta come "il

      tratto oltre le mura". Il senso è invece un altro: significa "il tratto

      intorno alle mura", cioè quello spazio che anticamente gli Etruschi,

      all'atto di fondare una città, delimitavano in modo rigoroso per poi

      costruirvi le mura e quindi consacravano con cerimonie augurali. E questo

      perché all'interno di esso non ci fossero contatti tra edifici e mura

      (cosa che oggi è invece d'uso comune), e all'esterno rimanesse una

      striscia di terra non utilizzabile dall'uomo. Questo spazio,

      caratterizzato dal divieto assoluto di costruire e di coltivare, fu

      chiamato pomerio dai Romani sia perché si trova al di là del muro sia

      perché il muro si trova al di là di esso. E ogni qual volta Roma conosceva

      degli ampliamenti urbanistici, questi limiti consacrati subivano sempre le

      stesse modifiche delle mura.

      

      45 Dopo aver incrementato il prestigio di Roma aumentandone la superficie,

      dopo aver dotato i suoi sudditi di un'organizzazione ugualmente funzionale

      nella sfera civile e in quella militare, Servio, non volendo sempre

      ricorrere alle armi per accrescere la propria potenza, decise di farlo

      seguendo la strada della diplomazia, in maniera tale da conferire ancora

      più lustro alla città. Il tempio di Diana a Efeso era già allora parecchio

      rinomato e la tradizione voleva fosse stato costruito con la cooperazione

      delle città dell'Asia. Servio, parlando di fronte ai nobili latini, coi

      quali aveva in progetto di stringere relazioni di amicizia e ospitalità

      tanto sul piano ufficioso che su quello ufficiale, disse mirabilia di una

      simile intesa e di una simile condivisione di culto. Tornò così spesso

      sull'argomento che, alla fine, Romani e Latini edificarono insieme a Roma

      un tempio in onore di Diana. La questione se Roma fosse o meno la capitale

      dei dintorni - problema questo che così tante volte era stato motivo di

      scontri armati - ebbe quindi una soluzione di tacito consenso. Anche se i

      Latini avevano ormai smesso di occuparsi del contenzioso per i ripetuti

      scacchi subiti in guerra, tuttavia a uno dei Sabini sembrò offrirsi

      un'opportunità fortuita per riottenere, grazie a un'iniziativa

      individuale, la supremazia perduta. Pare che in una fattoria in terra

      sabina fosse nata una giovenca di bellezza e dimensioni assolutamente

      fuori del comune. Un tale spettacolo della natura che le corna furono

      appese nell'atrio del tempio di Diana dove sono rimaste per intere

      generazioni a testimonianza dell'evento. Si gridò al miracolo (in quanto

      era un miracolo!). Gli indovini vaticinarono che chi l'avesse immolata a

      Diana avrebbe automaticamente garantito la supremazia alla sua città di

      appartenenza e la profezia arrivò alle orecchie del sacerdote preposto al

      tempio di Diana. Il primo giorno che parve propizio per il sacrificio, il

      sabino portò a Roma l'animale e lo piazzò davanti all'altare. Lì, il

      sacerdote romano, colpito dalle dimensioni di quella vittima che tanto

      aveva fatto parlare, ricordandosi della profezia, disse al sabino:

      «Straniero, cosa credi di fare? Vorrai mica tu, impuro come sei, fare un

      sacrificio a Diana? Perché non cominci con un bagno di purificazione

      nell'acqua corrente? Qui in fondo alla valle scorre il Tevere.» Lo

      straniero, preso dallo scrupolo e volendo seguire il rituale canonico per

      mandare a effetto il prodigio, scese di corsa al Tevere. Nel frattempo il

      romano immola a Diana la giovenca, conquistandosi la gratitudine del re e

      del popolo tutto.

       

      46 Servio, col tempo e con l'uso, era ormai incontestabilmente padrone del

      potere. Ciò nonostante, sentendo che il giovane Tarquinio continuava a

      mettere in circolazione la voce che il suo regno non aveva avuto il

      beneplacito del popolo, si conciliò prima il favore della plebe

      distribuendo a ciascun cittadino parte delle terre tolte ai nemici e poi

      ebbe il coraggio di chiamare il popolo a esprimere un voto di fiducia nei

      suoi confronti. Fu un grande successo: mai nessun re prima di lui era

      stato eletto con una simile unanimità di consensi. Nemmeno questo episodio

      ridusse in Tarquinio la speranza di impadronirsi del regno. Al contrario,

      essendosi reso conto che la distribuzione di terre alla plebe aveva

      incontrato l'opposizione dei senatori, capì di avere la possibilità di

      diffamare Servio presso di loro e di acquistare credito in senato (lui era

      un giovane impetuoso e di carattere inquieto e per di più, in casa, era

      incitato dalla moglie Tullia). Così anche il palazzo reale di Roma fu

      teatro di un tragico fatto di sangue che accelerò, più della noia per la

      monarchia, l'avvento della libertà e fece sì che l'ultimo regno fosse il

      prodotto di un delitto. Questo Lucio Tarquinio - è poco chiaro se fosse il

      figlio o il nipote di Tarquinio Prisco, anche se la maggior parte degli

      storici propende per la prima tesi - aveva un fratello, Arrunte Tarquinio,

      giovane dal carattere piuttosto mite. Essi avevano sposato, come ho già

      detto, le due Tullie, figlie del re, ugualmente diversissime per

      temperamento. Caso volle che i due caratteri violenti non fossero finiti

      insieme (immagino perché la buona stella del popolo romano volle

      prolungare il regno di Servio e permettere che si consolidassero i

      fondamenti morali della società). La più arrogante delle figlie di Tullio

      non poteva darsi pace che il marito non avesse un briciolo di ambizione e

      intraprendenza. Di qui il suo essere tutta occhi e parole di ammirazione

      per l'altro Tarquinio, da lei definito un vero uomo e un autentico

      rampollo di re. Di qui pure il suo disprezzo per la sorella, a sua detta

      responsabile di appiattire il marito con una totale assenza di iniziativa

      femminile. Presto, come sempre succede, l'affinità reciproca li avvicinò,

      dato che il male può solo attirare il male, anche se però fu la donna la

      responsabile prima di tutto l'intrigo. Quest'ultima cominciò a vedersi in

      segreto col cognato e, durante questi incontri, non si esimeva

      dall'insultare il proprio marito (con il fratello di lui) e la propria

      sorella (con il marito di lei). Il punto su cui batteva di più era questo:

      per lei sarebbe stato meglio essere senza marito e per il cognato sarebbe

      stato meglio essere celibe piuttosto che stare con persone di livello

      inferiore e vedersi costretti a languire per loro ignavia. Se gli dèi le

      avessero fatto sposare l'uomo che meritava, non ci avrebbe messo molto a

      vedere nella sua casa il potere reale che ora vedeva in quella del padre.

      Si affretta così a instillare nel cuore del giovane l'audacia del suo

      progetto. Grazie a due decessi a catena ebbero via libera in casa per

      celebrare un nuovo matrimonio. Servio non si oppose alle nozze, ma non

      diede neppure il suo consenso.

      

      47 Da quel momento in poi la vecchiaia e il regno di Tullio furono di

      giorno in giorno sempre più in pericolo. Infatti, quella donna, dopo il

      primo delitto, non vedeva l'ora di commetterne un secondo e toglieva il

      fiato al marito giorno e notte perché non voleva che i suoi precedenti

      crimini rimanessero fini a se stessi. Non le era certo mancato l'uomo di

      cui si potesse dire che lei era la moglie e la rassegnata compagna di

      sottomissione. Le era mancato un uomo che si ritenesse degno del trono,

      che si ricordasse di esser figlio di Tarquinio Prisco e che preferisse

      avere il potere piuttosto che sperare di averlo. «Se sei tu l'uomo che io

      credo di aver sposato, allora ti chiamo marito e re. Se non lo sei, allora

      vuol dire che mi è andata di male in peggio perché in te oltre all'ignavia

      c'è anche la delinquenza. Perché non ti muovi? Non vieni mica da Tarquinia

      o da Corinto, come tuo padre, né devi andarti a conquistare un trono in

      terra straniera. Gli dèi di casa e della patria, il ritratto di tuo padre,

      il palazzo reale e il trono che vi si trova all'interno, il nome

      Tarquinio, ogni cosa ti vuole e ti chiama re. E se poi non hai abbastanza

      fegato, perché mai inganni la gente? Perché lasci che guardino a te come a

      un erede al trono? Tornatene a Tarquinia o a Corinto, risali i rami del

      tuo albero genealogico, visto che sei più della pasta di tuo fratello che

      non di quella di tuo padre.» Questo più o meno il sarcasmo con cui

      istigava il giovane. Una cosa invece non le dava pace: com'era possibile

      che Tanaquil, pur essendo una straniera, fosse riuscita a brigare tanto da

      far salire al trono, uno dopo l'altro, prima il marito e poi il genero, e

      invece lei che era figlia di un re contava meno di zero negli stessi

      giochi di potere ? Tarquinio, istigato dai furori della moglie, cominciò

      ad andare in giro in cerca di appoggio, specialmente presso i senatori del

      secondo ordine, ai quali, ricordando il gesto generoso del padre, faceva

      presente che era venuto il momento di ricambiarlo. Riempiva di regali i

      giovani. Così, sia grazie alle grandi promesse, sia grazie alla pessima

      pubblicità che faceva al re, la sua posizione acquistava credibilità a

      tutti i livelli. Alla fine, quando gli sembrò fosse tempo di agire, fece

      irruzione nel foro scortato da un drappello di armati. Quindi, nello

      sbalordimento generale, prese posto sul trono di fronte alla curia e,

      tramite un araldo, fece comunicare ai senatori che si presentassero in

      senato al cospetto del re Tarquini. Essi arrivarono subito: alcuni già

      preparati alla cosa, altri temendo di incappare in spiacevoli conseguenze

      mancando all'appuntamento, tutti però sconcertati dalla novità senza

      precedenti e convinti che Servio fosse finito. Tarquinio allora, andando

      molto indietro nel tempo, accusò Servio di essere uno schiavo figlio di

      una schiava il quale, dopo la morte indegna di suo padre, era salito al

      trono grazie al regalo di una donna e non aveva rispettato la tradizione

      (e cioè l'interregno, la convocazione dei comizi, il voto del popolo e la

      ratifica dei senatori). Con un simile albero genealogico e con una simile

      carriera politica alle spalle, aveva favorito le classi più abiette della

      società - cioè quelle dalle quali proveniva -, e per l'odio nei confronti

      di una classe alla quale non apparteneva, aveva tolto le proprietà

      terriere ai notabili per darle alla plebaglia. Gli oneri fiscali prima

      equamente distribuiti li aveva addossati nella loro totalità sulle spalle

      dei più abbienti. Aveva istituito il censo per convogliare l'invidia sulle

      fortune dei ricchi e per averle a portata di mano quando decideva di fare

      generose elargizioni ai nullatenenti.

       

      48 Servio, svegliato di soprassalto da un messaggero, arrivò nel bel mezzo

      di questa tirata e, dall'ingresso della curia, gridò fortissimo: «Che

      razza di storia è questa, Tarquinio? Avere il coraggio, con me vivo, di

      convocare i senatori e di sederti sul mio trono?» La risposta di Tarquinio

      fu estremamente insolente. Disse che stava occupando il trono di suo

      padre, trono che era di gran lunga preferibile finisse in mano all'erede

      legittimo (cioè lui in persona) piuttosto che a uno schiavo e che Servio

      aveva già insultato e preso in giro abbastanza i suoi padroni. Seguirono

      urla di consenso e di approvazione. Intanto la gente stava affluendo in

      massa sul posto ed era chiaro che il potere sarebbe andato al vincitore di

      quel giorno. Allora Tarquinio, costretto dalla situazione a giocarsi il

      tutto per tutto, favorito dall'età e dalla maggiore vigoria fisica,

      afferrò Servio all'altezza della vita, lo sollevò da terra e,

      trascinandolo fuori, lo scaraventò giù dalle scale. Quindi rientrò nella

      curia per evitare che i senatori si sparpagliassero. La scorta e il

      séguito del re se la diedero a gambe. Quanto poi al re stesso, mentre

      quasi in fin di vita stava rientrando a palazzo senza il suo séguito

      abituale, fu raggiunto e assassinato dai sicari di Tarquinio, i quali lo

      avevano pedinato. Sembra (e non stride poi troppo coi suoi precedenti

      delinquenziali) che la cosa porti la firma di Tullia. Su questo, invece,

      non ci sono dubbi: ella, arrivata in senato col suo cocchio, per niente

      intimorita dalla gran massa di persone, chiamò fuori dalla curia il marito

      e fu la prima a conferirgli il titolo di re. Tarquinio la pregò di

      allontanarsi da quel trambusto pericoloso. Allora Tullia, quando sulla via

      di casa arrivò in cima alla via Cipria (dove non molto tempo fa c'era il

      santuario di Diana), ordinò di piegare verso il Clivo Urbio e di portarla

      all'Esquilino. In quel momento il cocchiere bloccò la vettura con un colpo

      secco di redini e, pallido come uno straccio, indicò alla padrona il

      cadavere di Servio abbandonato per terra. Tradizione vuole che in quel

      luogo fu consumato un atto orrendo e disumano di cui la strada serba

      memoria nel nome (si chiama infatti via del Crimine): pare che Tullia,

      invasata dalle Furie vendicatrici della sorella e del marito, calpestò col

      cocchio il corpo del padre. Quindi, piena di schizzi lei stessa, ripartì

      sulla vettura che grondava sangue dopo quell'orrore commesso sul cadavere

      del padre, e si diresse a casa dove i penati suoi e del marito, adirati

      per il tragico esordio del regno, fecero sì che esso avesse una

      conclusione analoga.

      Servio Tullio regnò quarantaquattro anni e anche per un successore buono e

      moderato sarebbe stato arduo emularne la rettitudine. E poi, ad accrescere

      ulteriormente i suoi meriti, c'era anche questo motivo: con lui tramontava

      la figura del monarca giusto e legittimo. Inoltre, per quanto moderato e

      mite il suo regno potesse essere stato, era pur sempre il governo di un

      singolo. Per questo alcuni autori affermano che egli avrebbe avuto

      intenzione di rinunciarvi, se la delinquenza di un parente non si fosse

      sovrapposta al progetto di concedere la libertà al suo popolo.

      

      49 Da allora ebbe inizio il regno di Tarquinio, soprannominato il Superbo

      a causa della sua condotta. E a buon diritto, visto che, pur essendone il

      genero, non concesse a Servio la sepoltura sostenendo che anche Romolo non

      l'aveva avuta, e fece eliminare i senatori più importanti in quanto

      sospettati di aver parteggiato per Servio. Poi, rendendosi conto che

      l'indebita ascesa al trono avrebbe potuto diventare un precedente

      sfruttabile da altri nei suoi stessi confronti, si circondò di guardie del

      corpo. In effetti, l'unico diritto al trono che aveva era la forza, dato

      che stava regnando non solo senza il consenso del popolo ma anche senza

      ratifica del senato. In più si aggiungeva che, non potendo contare in

      alcun modo sull'aiuto dei cittadini, era costretto a salvaguardare il

      proprio potere col terrore. E per renderlo un sentimento diffuso, cominciò

      a istruire da solo, senza l'aiuto di consiglieri legali, le cause per

      delitti capitali: ne approfittava così per condannare a morte, per mandare

      in esilio, e per confiscare i beni non solo di chi era sospettato o

      malvisto, ma anche di chi poteva rappresentare una qualche opportunità di

      bottino. Soprattutto per questo, dopo aver decimato il numero dei

      senatori, stabilì che non se ne eleggessero altri, in modo tale da

      screditare l'ordine per l'inconsistenza degli effettivi e ridurne al

      massimo le eventuali rimostranze per la totale esclusione dalla gestione

      del potere. Tutti i suoi predecessori si erano sempre attenuti alla regola

      tradizionale di consultare il senato in ogni occasione: Tarquinio il

      Superbo fu il primo a rompere con questa consuetudine e resse lo Stato

      fondandosi solo sui consigli di famiglia: guerra, pace, trattati,

      alleanze, lui solo faceva e disfaceva a suo piacimento e con i consiglieri

      che voleva, senza mai consultare il popolo e i senatori. Cercava

      soprattutto di procurarsi l'amicizia dei Latini, perché l'appoggio

      straniero gli desse maggiore sicurezza in patria. Con la loro aristocrazia

      non stabiliva soltanto rapporti di ospitalità, ma organizzava anche

      matrimoni. Al tuscolano Ottavio Mamilio - di gran lunga il più

      rappresentativo tra i Latini e, se si presta fede alla leggenda,

      discendente di Ulisse e della dea Circe - diede in moglie la figlia e,

      grazie a questo matrimonio, si legò con molti amici e parenti di lui.

      

      50 Tarquinio vantava già una posizione di grande influenza presso i nobili

      latini, quando decise di convocarli un giorno preciso presso il bosco di

      Ferentina, sostenendo di voler discutere alcuni problemi di comune

      interesse. Alle prime luci dell'alba i Latini affluiscono in massa. Da

      parte sua Tarquinio, pur rispettando la data, si presentò solo poco prima

      del tramonto. Per tutta la durata del giorno, i partecipanti all'assemblea

      avevano parlato a lungo di vari argomenti. Turno Erdonio di Aricia aveva

      inveito violentemente contro Tarquinio, dicendo che non era poi tanto

      strano che a Roma lo avessero soprannominato il Superbo (nome questo ormai

      sulla bocca di tutti, anche se ancora circoscritto alla sfera clandestina

      del sussurro). Oppure c'era qualcosa di più superbo che prendere in giro

      il popolo latino in quella maniera ? Farne venire i capi così lontano dai

      loro paesi e poi disertare la riunione da lui stesso convocata? Era chiaro

      che voleva mettere alla prova la loro pazienza e poi, una volta constatato

      che si lasciavano mettere facilmente i piedi in testa, avrebbe abusato

      della loro sottomissione. A chi poteva infatti sfuggire che il piano di

      Tarquinio era ridurre i Latini in suo potere? Se i suoi sudditi avevan

      fatto bene ad affidarglielo, o se gli era stato affidato e non era il

      prodotto di un orrendo delitto, stessa cosa avrebbero dovuto fare i

      Latini, e neppure in questo caso si sarebbe trattato di uno straniero. Ma

      se i Romani non ne potevano più di lui, delle esecuzioni a catena, degli

      esili, delle confische di beni, i Latini potevano forse sperare in

      qualcosa di meglio una volta nella stessa situazione? Se volevano dare

      retta a lui, Turno, ciascuno avrebbe dovuto tornarsene a casa rispettando

      la data della riunione con la stessa precisione di chi l'aveva

      organizzata. Mentre il turbolento e facinoroso Turno, che doveva proprio a

      tali caratteristiche la posizione di grande rilievo occupata tra le genti

      latine, dissertava su questi argomenti, ecco che arrivò Tarquinio. Tutti

      si voltarono a salutarlo. Venne fatto silenzio e il re, invitato dai più

      vicini a fornire spiegazioni circa il ritardo con cui si era presentato,

      disse di esser stato scelto come arbitro in una disputa tra padre e figlio

      e di aver fatto trdi per il desiderio di riconciliare i due litiganti.

      Quindi, dato che il giorno se ne era andato in quella bega, rimandò la

      riunione al mattino successivo. Pare che Turno non accettò nemmeno questo

      senza replicare e sentenziò che non c'era niente di più facile da

      sistemare che un litigio tra padre e figlio; bastavano infatti due parole:

      o il figlio obbedisce al padre, o peggio per lui.

      

      51 Con questo sarcasmo diretto al re di Roma, il cittadino di Aricia

      abbandona l'assemblea. Tarquinio, incassando l'affronto peggio di quanto

      desse a vedere, inizia subito a cercare il modo per togliere di mezzo

      Turno, in maniera tale da ispirare nei Latini lo stesso terrore col quale

      in patria aveva oppresso gli animi dei suoi sudditi. E poiché non era

      nella posizione di eliminare il suo uomo di fronte agli occhi di tutti, lo

      schiacciò escogitando una falsa accusa che in realtà non aveva nulla a che

      vedere con lui. Grazie ad alcuni rappresentanti del partito

      all'opposizione di Aricia, riuscì a corrompere uno schiavo di Turno

      affinché lasciasse introdurre di nascosto una grande quantità di armi

      nella casa del padrone. Dato che bastò una notte per sistemare la cosa,

      Tarquinio, poco prima dell'alba, convocò in sua presenza i capi latini e,

      fingendo di aver ricevuto qualche notizia allarmante, disse loro che il

      ritardo del giorno prima era stato provvidenziale e aveva salvato loro e

      lui stesso. Infatti c'era stata una denuncia: Turno voleva eliminare lui e

      i capi più in vista del popolo latino per impadronirsi del potere

      assoluto. L'attentato avrebbe dovuto essere messo in pratica il giorno

      precedente durante l'assemblea, ma poi era stato rimandato per l'assenza

      del bersaglio principale, cioè l'ideatore del raduno. Di lì la violenta

      invettiva di Turno contro l'assente, il cui ritardo ne aveva deluso le

      speranze. Tarquinio aggiunse di esser sicuro che, se l'informazione

      ricevuta corrispondeva a verità, Turno, quando alle prime luci dell'alba

      essi si fossero radunati per l'assemblea, si sarebbe presentato con una

      banda di cospiratori armati fino ai denti. Gli avevano anche riferito,

      aggiunse, che a casa di Turno era stata trasportata una grande quantità di

      spade. E la fondatezza di quell'informazione si poteva verificare subito:

      bastava andassero con lui a casa di Turno. L'accusa sembrava veramente

      plausibile: vuoi l'aggressività di Turno nell'invettiva del giorno prima,

      vuoi il ritardo di Tarquinio che dava veramente l'impressione di aver

      fatto saltare l'attentato. Sta di fatto che si avviano disposti a credere

      alla storia, ma nel contempo pronti a considerarla tutta una montatura nel

      caso non ci fosse stata traccia delle spade. Arrivati a destinazione,

      svegliano di soprassalto Turno e lo fanno guardare a vista. Quando poi,

      immobilizzati gli schiavi che si preparavano a fare resistenza per

      attaccamento al padrone, cominciarono a tirar fuori spade su spade da ogni

      angolo della casa, non ci fu più nessun dubbio: Turno fu incatenato e nel

      gran trambusto venne subito convocata un'assemblea di tutti i Latini. Lì,

      le spade piazzate nel bel mezzo suscitarono un tale risentimento che

      Turno, senza nemmeno poter perorare la propria causa, fu sottoposto a un

      supplizio senza precedenti: lo fecero annegare immergendolo nella sorgente

      Ferentina con sopra la testa un graticcio coperto di sassi.

      

      52 Tarquinio quindi riconvocò i Latini in assemblea e si complimentò con

      loro per la fermezza con cui avevano inflitto a Turno, autore di un

      progettato colpo di stato, la giusta pena per il suo evidente reato. Poi

      affermò di potersi basare su un diritto molto antico per sostenere che

      tutti i Latini, essendo originari di Alba, rientravano nelle clausole di

      quel trattato dei tempi di Tullo col quale l'intera nazione albana e le

      sue colonie erano state annesse a Roma. Rinnovare quel trattato sarebbe

      stato un grosso vantaggio: più che altro - questo il suo pensiero - i

      Latini avrebbero partecipato dei successi del popolo romano, senza dover

      sempre rischiare o subire distruzioni e devastazioni di campagne com'era

      successo durante il regno di Anco e durante quello di suo padre Tarquinio

      Prisco. Non fu difficile persuadere i Latini anche se il trattato favoriva

      nettamente Roma. Inoltre, non solo i capi latini erano dalla parte del re

      e ne condividevano i punti di vista, ma proprio poco prima Turno aveva

      fornito loro una dimostrazione di cosa poteva toccare a chiunque avesse

      avuto in mente di opporsi. Il trattato venne così rinnovato e una delle

      clausole prevedeva che i giovani latini si presentassero il tal giorno

      armati di tutto punto nel bosco di Ferentina. Seguendo le disposizioni del

      re di Roma, essi si concentrarono dai diversi paesi di provenienza.

      Tarquinio, allora, per evitare che ogni gruppo avesse un proprio capo, un

      comando separato e insegne diverse dagli altri, creò manipoli misti di

      Latini e Romani con questo criterio: ne organizzò uno sommandone due e due

      dividendone uno. A capo dei manipoli così sdoppiati nominò dei centurioni.

      

      53 Tarquinio fu un re ingiusto coi suoi sudditi, ma abbastanza un buon

      generale quando si trattò di combattere. Anzi, in campo militare avrebbe

      raggiunto il livello di quanti lo avevano preceduto sul trono, se la sua

      degenerazione in tutto il resto non avesse offuscato anche questo merito.

      Fu lui a iniziare coi Volsci una guerra destinata a durare due secoli, e

      tolse loro con la forza Suessa Pomezia. Ne vendette il bottino e coi

      quaranta talenti d'argento ricavati concepì la costruzione di un tempio di

      Giove le cui dimensioni sarebbero state degne del re degli dèi e degli

      uomini, nonché della potenza romana e della sua stessa posizione maestosa.

      Il denaro proveniente dalla presa di Suessa fu messo da parte per la

      costruzione del tempio.

      In séguito si impegnò in una guerra più lunga del previsto con la vicina

      città di Gabi. Infatti tentò prima una fallimentare soluzione di forza;

      poi, respinto anche da sotto le mura dopo averne cercato l'assedio, alla

      fine ricorse a un espediente poco in sintonia con lo spirito romano, cioè

      l'astuzia dolosa e fraudolenta. Mentre dava a vedere di aver perso

      interesse nella guerra per concentrarsi sulla fondazione del tempio e su

      altre opere di natura urbanistica, Sesto, il più giovane dei suoi tre

      figli, con un preciso piano, riparò a Gabi lamentandosi del trattamento

      eccessivamente crudele riservatogli dal padre. Lì raccontò che

      quest'ultimo, dopo i sudditi, aveva adesso iniziato a tormentare i figli,

      che a sua detta erano fastidiosamente numerosi, e a cercare di riprodurre

      in casa il deserto che aveva fatto in senato, in modo tale da non lasciare

      né discendenti né un qualche erede al trono. Quanto a lui, sfuggito alle

      spade e ai pugnali del padre, era convinto che in nessun posto sarebbe

      stato così al sicuro come presso i nemici di Lucio Tarquinio. Circa la

      guerra che sembrava esser stata abbandonata, avevano poco da illudersi:

      era tutta una finta e, da un momento all'altro, lui li avrebbe attaccati

      quando meno se lo aspettavano. Se poi presso di loro non c'era posto per

      un supplice, allora avrebbe attraversato tutto il Lazio e quindi si

      sarebbe rivolto ai Volsci, agli Equi e agli Ernici, finché non avesse

      trovato gente disposta a proteggere un figlio dalle torture e dalle

      crudeltà inflittegli dal padre. Può darsi anche che avrebbe trovato gli

      stimoli per andare a combattere il più tirannico dei re e il più insolente

      dei popoli. Poiché era chiaro che, se avessero titubato, il giovane,

      infuriato com'era, se ne sarebbe andato, i Gabini gli diedero il

      benvenuto. Gli dissero di non meravigliarsi se il padre si era comportato

      coi figli nello stesso modo che coi sudditi e con gli alleati: avrebbe

      finito col rivolgere la propria crudeltà contro se stesso, una volta

      esaurito ogni bersaglio. Da parte loro, erano comunque contenti della sua

      venuta e confidavano, anche col suo aiuto, di spostare in breve tempo il

      teatro delle operazioni di guerra dalle porte di Gabi alle mura di Roma.

      

      54 In séguito Sesto fu ammesso alle riunioni di governo, durante le quali,

      sul resto delle questioni, si professava dello stesso avviso degli anziani

      di Gabi per la loro maggiore esperienza. Da parte sua, invece, non faceva

      che parlare di guerra e sosteneva di esserne un grande esperto in quanto

      conosceva le forze dei due popoli e sapeva che Tarquinio aveva raggiunto

      un punto tale di arroganza che non solo i cittadini ma i figli stessi non

      riuscivano più a tollerarlo. Così, con questa tecnica, riuscì piano piano

      a convincere i capi di Gabi a riaprire le ostilità. Avrebbe guidato lui in

      persona delle azioni di guerriglia con un gruppo di giovani

      particolarmente coraggiosi. Calcolando perfettamente ogni cosa che faceva

      e diceva, riuscì a incrementare a tal punto la malriposta fiducia nella

      sua persona, che alla fine gli affidarono il comando in capo delle

      operazioni. Siccome il popolo ignorava quel che stava realmente succedendo

      e le prime scaramucce tra Romani e Gabini vedevano quasi sempre prevalere

      questi ultimi, allora tutti, senza distinzioni di classe, cominciarono a

      credere che Sesto Tarquinio fosse l'uomo mandato dal cielo per guidare le

      loro truppe. E i soldati, vedendo che egli era sempre disposto a

      condividere rischi e fatiche ed era oltremodo generoso nella spartizione

      del bottino, gli si affezionarono a tal punto che non era meno potente lui

      a Gabi di quanto suo padre Tarquinio lo fosse a Roma. E così, quando Sesto

      capì di essere abbastanza forte per affrontare qualsiasi impresa, mandò a

      Roma un suo uomo per chiedere al padre cosa dovesse fare, visto che a Gabi

      gli dèi gli avevano concesso di esser padrone incontrastato della

      situazione politica. Al messaggero - suppongo per la scarsa fiducia che

      ispirava - non venne affidata una risposta a voce. Il re, dando a vedere

      di essere perplesso, si spostò nel giardino del suo palazzo e l'inviato

      del figlio gli andò dietro. Lì, passeggiando avanti e indietro in

      silenzio, pare che il re si mise a decapitare i papaveri a colpi di

      bacchetta. Il messaggero, stanco di fare domande senza ottenere risposte,

      ritornò a Gabi convinto di non aver compiuto la missione. Lì riferì ciò

      che aveva detto e ciò che aveva visto: il re, fosse per ira, per insolenza

      o per naturale disposizione all'arroganza, non aveva aperto bocca. Sesto,

      appena gli fu chiaro a cosa il padre volesse alludere con quei silenzi

      sibillini, eliminò i capi della città, accusandone alcuni davanti al

      popolo, e con altri facendo leva sull'impopolarità che si erano acquistati

      da soli. Per molti ci fu l'esecuzione sotto gli occhi di tutti. Certi

      invece, più difficili da mettere sotto accusa, vennero assassinati di

      nascosto. Altri ebbero il permesso di lasciare il paese o vennero

      esiliati. Le proprietà di tutti, morti o esiliati, subirono la stessa

      sorte: vennero confiscate e quindi distribuite in una corsa sfrenata

      all'accaparramento. Badando quindi solo all'interesse particolare, la

      gente perse il senso del disastro in cui la città era franata. Finché un

      bel giorno, rimasta priva di una direzione e di risorse, Gabi si onsegnò

      nelle mani del re di Roma senza opporre resistenza.

      

      55 Dopo essersi impadronito di Gabi, Tarquinio fece pace con gli Equi e

      rinnovò il trattato con gli Etruschi. Quindi si rivolse a progetti di

      edilizia urbana. Il primo era il tempio di Giove sul monte Tarpeio:

      sarebbe stato un monumento immortale al suo regno e al suo nome, e avrebbe

      ricordato che dei due Tarquini - entrambi re -, prima il padre aveva fatto

      il voto di costruirlo e poi il figlio lo aveva portato a compimento. E

      perché la zona venisse liberata da ogni precedente traccia di culto e

      dedicata esclusivamente a Giove e al suo tempio, ordinò di sconsacrare

      quelle cappelle e quei santuari che erano stati in un primo tempo dedicati

      agli dèi da Tazio nei momenti decisivi della battaglia contro Romolo e che

      in séguito erano stati consacrati e inaugurati. Proprio all'inizio dei

      lavori, tradizione vuole che gli dèi inviassero un segno per indicare la

      grandezza di quel potente regno. Infatti, mentre gli uccelli diedero il

      via libera alla sconsacrazione di tutti gli altri santuari, la stessa cosa

      non successe per quello di Termine. Il presagio augurale fu interpretato

      in questo modo: visto che il tempio di Termine rimaneva al suo posto ed

      era l'unica tra tutte le divinità a non essere allontanata dallo spazio a

      essa consacrato, ciò significava stabilità e solidità per lo Stato. Una

      volta ricevuto questo presagio di durata, ne seguì un altro che annunciava

      la grandezza dell'impero. Pare che durante gli scavi delle fondamenta del

      tempio venisse portata alla luce una testa di uomo con i lineamenti della

      faccia intatti. Il ritrovamento parlava chiaro: quel punto sarebbe

      diventato la cittadella dell'impero e la capitale del mondo. Questa fu

      l'interpretazione degli indovini, sia dei locali, sia di quelli fatti

      arrivare dall'Etruria per pronunciarsi sulla cosa.

      Nella mente del re c'era ormai spazio solo per le spese pubbliche: così,

      il ricavato del bottino di Pomezia, destinato a coprire la costruzione

      dell'intero edificio, bastò appena a pagare le fondamenta. Questo perché

      la mia fonte è nel caso presente Fabio, che è più antico, e secondo il

      quale il bottino fu soltanto di quaranta talenti, e non Pisone che invece

      parla di quarantamila libbre di pesante argento stanziate per l'opera. Una

      simile somma non è pensabile la si potesse all'epoca ricavare dal bottino

      di una sola città e non esiste edificio, neppure oggi come oggi, le cui

      fondamenta arrivino a costare così care. 56 Nel desiderio di portare a

      termine la costruzione del tempio, Tarquinio, dopo aver fatto venire

      operai da tutta l'Etruria, attinse non solo ai fondi di Stato stanziati

      per questo progetto, ma ricorse anche alla mano d'opera della plebe. Non

      era certo un lavoro da poco e in più c'era il servizio militare. Tuttavia,

      ai plebei pesava meno dover costruire i templi degli dèi con le proprie

      mani che essere impiegati, come poi in séguito successe, in lavori meno

      spettacolari ma molto più sfibranti (come la costruzione dei sedili del

      Circo o quella, da realizzarsi sotto terra, della Cloaca Massima,

      ricettacolo di tutto il liquame della città, opere queste al cui confronto

      la grandiosità dei giorni nostri ha ben poco da contrapporre). Dopo aver

      impegnato la plebe in queste grandi costruzioni, Tarquinio, pensando che

      una popolazione numerosa se disoccupata sarebbe stata per Roma un peso

      morto, e volendo nel contempo ampliare i confini del suo regno con la

      deduzione di colonie, inviò coloni a Signa e Circei per farne un giorno

      dei bastioni di Roma sulla terra e sul mare.

      Nel bel mezzo di queste iniziative, si assistette a un prodigio tremendo:

      da una colonna di legno sbucò fuori un serpente che gettò nel panico il

      palazzo reale. Quanto al re, la sua reazione non fu di improvviso terrore

      ma di ansia e preoccupazione. Per i prodigi di carattere pubblico

      Tarquinio consultava soltanto gli indovini etruschi. Ma in questo caso,

      spaventatissimo da un fenomeno che sembrava interessare la sua casa,

      stabilì che fosse interrogato l'oracolo di Delfi, il più famoso del mondo.

      Non osando però affidarne a nessun altro il responso, mandò due dei suoi

      figli in Grecia attraverso terre a quel tempo ignote e attraverso mari

      ancora più ignoti. Tito e Arrunte partirono. Al loro séguito si imbarcò

      anche Lucio Giunio Bruto, figlio di Tarquinia, sorella del re, giovane dal

      carattere completamente diverso da quello che dava a vedere. Quando era

      venuto a sapere che i personaggi più in vista della città, e tra questi

      suo fratello, erano stati eliminati dallo zio, aveva deciso di rinunciare

      a ogni atteggiamento e a ogni successo economico che avrebbero potuto

      innervosire il re o suscitarne l'invidia, e si era risolto a cercare la

      sicurezza nel disprezzo, visto che la giustizia offriva ormai ben poca

      protezione. Così, facendo apposta l'imbecille e lasciando che il re

      disponesse liberamente della sua persona e delle sue sostanze, non aveva

      rifiutato nemmeno il soprannome di Bruto, per mascherare il grande

      coraggio che, una volta scoccata l'ora fatale, lo avrebbe spinto a

      liberare il popolo romano. Era lui che i Tarquini si portavano a Delfi,

      più come una spassosa macchietta che come un compagno di viaggio: pare che

      il suo dono ad Apollo consistesse in un bastone d'oro racchiuso in un

      altro di corno che era stato scavato proprio con quell'intento, a

      rappresentazione simbolica del suo carattere. Una volta arrivati a Delfi e

      compiuta la missione per conto del padre, i giovani furono presi dal

      desiderio insopprimibile di sapere a chi di loro sarebbe toccato il regno

      di Roma. Pare che dal profondo dell'antro si sentì una voce pronunciare le

      seguenti parole: «A Roma regnerà, o giovani, il primo di voi che darà un

      bacio a sua madre.» I Tarquini, per far sì che Sesto, rimasto a Roma, non

      venisse a sapere del responso e restasse così tagliato fuori dal potere,

      impongono il segreto più assoluto sull'episodio. Di comune accordo

      lasciano che la sorte decida chi, una volta a Roma, bacerà per primo la

      madre. Bruto pensò invece che il responso della Pizia avesse un altro

      significato: per questo, facendo finta di scivolare, cadde a terra e vi

      appoggiò le labbra, considerando la terra madre comune di tutti i mortali.

      Quindi rientrarono a Roma, dove fervevano i preparativi per una guerra

      contro i Rutuli.

       

      57 Ardea apparteneva ai Rutuli, popolo che in quella regione e in

      quell'epoca spiccava per le sue ricchezze. La vera causa della guerra fu

      questa: il re di Roma, dopo essersi svenato con la sontuosità dei suoi

      progetti urbanistici, contava di riassestare il proprio bilancio e, nel

      contempo, facendo del bottino sperava di placare gli animi della gente,

      esacerbati non soltanto dalla sua ferocia, ma incapaci di perdonargli di

      essere stati così a lungo impegnati in lavori faticosi e servili. Si tentò

      di prendere Ardea al primo assalto. Visto il fallimento del tentativo, i

      Romani scelsero la via dell'assedio e scavarono una trincea intorno alla

      città nemica. In questa guerra di posizione, come sempre accade quando si

      tratta di una guerra più lunga che aspra, le licenze erano all'ordine del

      giorno, anche se ne beneficiavano più i capi che la truppa. I figli del

      re, tanto per fare un esempio, ammazzavano il tempo spassandosela in

      festini e bevute. Un giorno, mentre stavano gozzovigliando nella tenda di

      Sesto Tarquinio e c'era anche Tarquinio Collatino, figlio di Egerio, il

      discorso cadde per caso sulle mogli e ciascuno prese a dire mirabilia

      della propria. La discussione si animò e Collatino affermò che era inutile

      starne a parlare perché di lì a poche ore si sarebbero resi conto che

      nessuna poteva tener testa alla sua Lucrezia. «Giovani e forti come siamo,

      perché non saltiamo a cavallo e andiamo a verificare di persona la

      condotta delle nostre spose? La prova più sicura sarà ciò che ciascuno di

      noi vedrà all'arrivo inaspettato del marito». Infiammati dal vino,

      urlarono tutti: «D'accordo, andiamo!» Un colpo di speroni al cavallo e

      volano a Roma. Arrivarono alle prime luci della sera e di lì proseguirono

      alla volta di Collazia, dove trovarono Lucrezia in uno stato completamente

      diverso da quello delle nuore del re (sorprese a ingannare l'attesa nel

      pieno di un festino e in compagnia di coetanei): nonostante fosse notte

      fonda, Lucrezia invece era seduta nel centro dell'atrio e stava

      trafficando intorno alle sue lane insieme alle serve anche loro

      indaffarate. Si aggiudicò così la gara delle mogli. All'arrivo di

      Collatino e dei Tarquini, li accoglie con estrema gentilezza e il marito

      vincitore invita a cena i giovani principi. Fu allora che Sesto Tarquinio,

      provocato non solo dalla bellezza ma dalla provata castità di Lucrezia, fu

      preso dalla insana smania di averla a tutti i costi. Poi, dopouna notte

      passata a godersi le gioie della giovinezza, rientrarono alla base.

      

      58 Qualche giorno dopo, Sesto Tarquinio, all'insaputa di Collatino, andò a

      Collazia con un solo compare. Lì fu accolto ospitalmente perché nessuno

      era al corrente dei suoi progetti. Finita la cena, si andò a coricare

      nella camera degli ospiti. Invasato dalla passione, quando capì che c'era

      via libera e tutti erano nel primo sonno, sguainata la spada andò nella

      stanza di Lucrezia che stava dormendo: la immobilizzò con la mano puntata

      sul petto e disse: «Lucrezia, chiudi la bocca! Sono Sesto Tarquinio e sono

      armato. Una sola parola e sei morta!» La povera donna, svegliata dallo

      spavento, capì di essere a un passo dalla morte. Tarquinio cominciò allora

      a dichiarare il suo amore, ad alternare suppliche a minacce e a tentarle

      tutte per far cedere il suo animo di donna. Ma vedendo che Lucrezia era

      irremovibile e non cedeva nemmeno di fronte all'ipotesi della morte,

      allora aggiunse il disonore all'intimidazione e le disse che, una volta

      morta, avrebbe sgozzato un servo e glielo avrebbe messo nudo accanto, in

      modo che si dicesse che era stata uccisa nel degrado più basso

      dell'adulterio. Con questa spaventosa minaccia, la libidine di Tarquinio

      ebbe, per così dire, la meglio sull'ostinata castità di Lucrezia. Quindi,

      fiero di aver violato l'onore di una donna, ripartì. Lucrezia, affranta

      dalla grossa disavventura capitatale, manda un messaggero al padre a Roma

      e uno al marito ad Ardea pregandoli di venire da lei, ciascuno con un

      amico fidato, e di non perdere tempo perché era successa una cosa

      spaventosa. Arrivarono così Spurio Lucrezio con Publio Valerio, figlio di

      Voleso, e Collatino con Lucio Giunio Bruto (questi ultimi stavano per caso

      rientrando a Roma quando si erano imbattuti nel messaggero inviato da

      Lucrezia). La trovano seduta nella sua stanza e immersa in una profonda

      tristezza. Alla vista dei congiunti, scoppia a piangere. Il marito allora

      le chiede: «Tutto bene?» Lei gli risponde: «Come fa ad andare tutto bene a

      una donna che ha perduto l'onore? Nel tuo letto, Collatino, ci son le

      tracce di un altro uomo: solo il mio corpo è stato violato, il mio cuore è

      puro e te lo proverò con la mia morte. Ma giuratemi che l'adutero non

      rimarrà impunito. Si tratta di Sesto Tarquinio: è lui che ieri notte è

      venuto qui e, restituendo ostilità in cambio di ospitalità, armato e con

      la forza ha abusato di me. Se siete uomini veri, fate sì che quel rapporto

      non sia fatale solo a me ma anche a lui.» Uno dopo l'altro giurano tutti.

      Cercano quindi di consolarla con questi argomenti: in primo luogo la colpa

      ricadeva solo sull'autore di quell'azione abominevole e non su di lei che

      ne era stata la vittima; poi non è il corpo che pecca ma la mente e

      quindi, se manca l'intenzione, non si può parlare di colpa. Ma lei

      replica: «Sta a voi stabilire quel che si merita. Quanto a me, anche se mi

      assolvo dalla colpa, non significa che non avrò una punizione. E da oggi

      in poi, più nessuna donna, dopo l'esempio di Lucrezia, vivrà nel

      disonore!» Afferrato il coltello che teneva nascosto sotto la veste, se lo

      piantò nel cuore e, piegandosi sulla ferita, cadde a terra esanime tra le

      urla del marito e del padre.

      

      59 Bruto, mentre gli altri erano in preda allo sconforto, estrasse il

      coltello dalla ferita e, brandendolo ancora stillante di sangue, disse:

      «Su questo sangue, purissimo prima che un principe lo contaminasse, io

      giuro e chiamo voi a testimoni, o dèi, che di qui in poi perseguiterò

      Lucio Tarquinio Superbo e la sua scellerata moglie e tutta la sua stirpe

      col ferro e col fuoco e con qualunque mezzo mi sarà possibile e non

      permetterò che né loro né nessun altro regni più a Roma.» Quindi passa il

      coltello a Collatino e poi a Lucrezio e a Valerio, tutti sbalorditi

      dall'incredibile evento e incapaci di stabilire da dove Bruto prendesse

      tutta quella veemenza. Giurano com'era stato loro ordinato e, passati dal

      dolore alla rabbia, appena Bruto li invita a scagliarsi immediatamente

      contro il potere reale, non esitano a seguirlo come loro capo.

      Quindi trascinano fuori di casa il cadavere di Lucrezia e lo adagiano in

      pieno foro dove piano piano si accalca la gente, attratta, come di

      consueto, dalla stranezza della cosa e in più dalla sua nefandezza. Tutti

      si scagliano indignati contro la violenza criminale del principe. La loro

      commozione nasceva dalla tristezza del padre ma anche da Bruto che li

      invitava a smetterla con tutti quei pianti e li esortava a esser degni del

      proprio nome di uomini e di Romani e a prendere le armi contro chi aveva

      osato trattarli come nemici. I giovani più coraggiosi si armano e si

      offrono volontari, seguiti subito da tutto il resto della gioventù.

      Quindi, lasciato il padre di Lucrezia a guardia di Collazia e piazzate

      delle sentinelle per evitare che qualcuno andasse a riferire

      dell'insurrezione alla famiglia reale, il resto delle truppe fa rotta su

      Roma agli ordini di Bruto. Una volta lì, questa moltitudine armata semina

      dovunque il panico e lo sconcerto al suo passaggio. Ancora una volta,

      però, vedendo che alla testa c'erano i personaggi più in vista della

      città, l'opinione generale fu che, qualunque cosa stessero facendo, non

      poteva trattarsi di un'iniziativa sconsiderata. L'atroce episodio suscita

      a Roma non meno commozione di quanta ne avesse suscitata a Collazia e da

      ogni parte della città la gente si riversa nel foro. Una volta lì, un

      messo convocò il popolo di fronte al tribuno dei Celeri, magistratura

      tenuta casualmente in quel periodo proprio da Bruto. Egli allora pronunciò

      un discorso assolutamente non in sintonia con il carattere e gli

      atteggiamenti che fino a quel giorno aveva simulato di avere. Parlò della

      brutale libidine di Sesto Tarquinio, dello stupro infamante subito da

      Lucrezia, del suo commovente suicidio e del lutto solitario di Tricipitino

      che era più affranto e indignato per la causa che non per la morte stessa

      della figlia. Ricordò loro anche l'arroganza tirannica del re e lo stato

      miserando della plebe, costretta a schiantare di fatica a forza di scavi e

      di fogne da ripulire. A questo proposito aggiunse che i Romani, capaci di

      sottomettere ogni altro popolo dei dintorni, erano stati trasformati in

      manovali e tagliapietre da guerrieri che erano. Dopo aver citato l'indegna

      fine di Servio Tullio e l'episodio orrendo della figlia che ne calpestava

      il cadavere col cocchio, invocò gli dèi vendicatori dei crimini contro i

      genitori. Con questi argomenti e, credo, con altri ancora più atroci

      dettati dall'immediatezza dello sdegno, ma quasi mai facilmente

      ricostruibili da parte degli storici,infiammò il popolo e lo trascinò ad

      abbattere l'autorità del re e a esiliare Lucio Tarquinio con tanto di

      moglie e figli. Poi Bruto in persona arruolò i giovani che si offrivano

      volontari e, dopo averli dotati di armi, partì alla volta di Ardea per

      sollevare contro il re l'esercito là accampato. Lasciò il comando di Roma

      a Lucrezio, che poco tempo prima era già stato nominato prefetto della

      città dal re. Nel pieno di questo trambusto, Tullia scappò dal palazzo e,

      dovunque passava, la gente la subissò di maledizioni e di invocazioni alle

      furie vendicatrici dei crimini contro i genitori.

      

      60 Quando la notizia di questi avvenimenti arrivò all'accampamento, il re,

      allarmato dal pericolo inatteso, partì alla volta di Roma per reprimere

      l'insurrezione. Bruto, informato che il re si stava avvicinando, per

      evitare l'incontro fece una manovra di diversione. Anche se per strade

      diverse, Bruto e Tarquinio arrivarono quasi nello stesso momento ad Ardea

      e a Roma. A Tarquinio vennero chiuse in faccia le porte e comunicata la

      notizia dell'esilio. Il liberatore di Roma fu invece accolto con

      entusiasmo dagli uomini nell'accampamento, i quali poi ne espulsero i

      figli del re. Due di essi seguirono il padre nell'esilio a Cere, in terra

      etrusca. Sesto Tarquinio partì alla volta di Gabi, come se fosse stato un

      suo dominio, ma lì fu assassinato da quanti ne vendicarono le stragi e le

      razzie di un tempo.

      Lucio Tarquinio Superbo regnò venticinque anni. Il regime monarchico a

      Roma, dalla fondazione alla liberazione, durò duecentoquarantaquattro

      anni. In séguito, attenendosi a quanto scritto nei diari di Servio Tullio,

      i comizi centuriati, convocati dal prefetto della città, elessero due

      consoli: Lucio Giunio Bruto e Lucio Tarquinio Collatino.

      

      LIBRO II

      

      

      

      1 La nuova libertà del popolo romano, le sue conquiste in campo militare e

      civile, le magistrature annuali e il rafforzamento della norma legale in

      relazione all'arbitrio dell'individuo: questi saranno di qui in poi i miei

      temi. Dopo l'autoritarismo tirannico dell'ultimo re, questa libertà fu

      salutata con ancora più entusiasmo. Infatti i suoi predecessori avevano

      esercitato il potere in maniera tale da poter essere a buon diritto

      considerati, uno dopo l'altro, i fondatori di almeno parti di Roma, cioè

      di quei quartieri nuovi aggiunti per far fronte alla crescita demografica

      che essi stessi avevano voluto. E non c'è dubbio che addirittura Bruto,

      copertosi di gloria per l'espulsione del tirannico Tarquinio, avrebbe

      agito in modo dannosissimo per lo Stato, se il desiderio prematuro di

      libertà lo avesse trascinato a detronizzare qualcuno dei re precedenti.

      Infatti cosa ne sarebbe stato di quel branco di pastori e di avventurieri

      se, fuggiti dai loro paesi per cercare libertà o impunità nel recinto

      inviolabile di un tempio, si fossero liberati della paura di un re e

      avessero cominciato a lasciarsi scombussolare dalla virulenza dei

      demagoghi e a scontrarsi verbalmente coi senatori di una città che non era

      la loro, prima che l'amore coniugale, l'amore paterno e l'attaccamento

      alla terra stessa (sentimento questo legato alla lunga consuetudine) non

      avessero unito le loro aspirazioni? Lo Stato, minato dalla discordia, non

      sarebbe riuscito a muovere nemmeno i primi passi. Invece l'atmosfera di

      serenità e moderazione che accompagnò la gestione del potere ne influenzò

      a tal punto la crescita che, una volta raggiunta la piena maturità delle

      sue forze, poté esprimere i frutti migliori della libertà.

      E poi l'inizio della libertà risale a questa data non tanto perché il

      potere monarchico subì un qualche ridimensionamento, ma piuttosto perché

      fu stabilito che i consoli durassero in carica soltanto un anno. I primi a

      occupare questa magistratura mantennero tutte le attribuzioni e le insegne

      dei re, salvo che non ebbero contemporaneamente i fasci per non dare alla

      gente l'impressione di un terrore raddoppiato. Bruto, che col consenso del

      collega fu il primo ad averli, dimostrò di non essere meno attento nel

      preservare la libertà di quanto fosse stato determinato nel rivendicarla.

      In questa direzione ecco quale fu il suo primo provvedimento: per evitare

      che il popolo, tutto preso dalla novità di essere libero, potesse in

      séguito lasciarsi convincere dalle suppliche allettanti della casa reale,

      lo costrinse a giurare che non avrebbe permesso più a nessuno di diventare

      re a Roma. Poi, per rinforzare il senato ridotto ai minimi termini dalle

      esecuzioni a catena pretese dall'ultimo re, ne portò il totale degli

      effettivi a trecento nominando senatori i personaggi più in vista

      dell'ordine equestre. Di lì pare che entrò nell'uso di convocare per le

      sedute del senato padri e coscritti (dove è chiaro che con questo termine

      si alludeva agli ultimi eletti). Il provvedimento giovò straordinariamente

      all'armonia cittadina e al riavvicinamento della plebe alla classe

      senatoriale.

      

      2 Poi venne presa in esame la sfera religiosa. E poiché certe cerimonie di

      natura pubblica erano officiate dal re in persona, per evitare che se ne

      potesse in qualche modo rimpiangere la presenza, nominarono un re dei

      sacrifici. Questo sacerdozio fu però subordinato al pontefice, in modo

      tale che la carica unita al titolo non rappresentasse un'insidia per la

      libertà, che in quel momento era la cosa in assoluto più importante. Può

      anche darsi che in questo senso (la salvaguardia maniacale della libertà)

      si esagerò un po'. Infatti il solo torto dell'altro console fu quello di

      portare un nome odiato da tutti: i Tarquini erano troppo abituati a essere

      re. Il primo fu Tarquinio Prisco, poi lo scettro toccò a Servio Tullio e

      nemmeno questo intervallo fece dimenticare il trono a Tarquinio il

      Superbo; infatti se lo riprese con la violenza degna di un criminale,

      considerandolo un'eredità di famiglia e non la prerogativa di un altro.

      Dopo la cacciata di Tarquinio il Superbo, il potere era adesso nelle mani

      di Collatino. I Tarquini non erano in grado di vivere da privati

      cittadini. Alla gente non andava a genio il nome: era un pericolo per la

      libertà. Si cominciò così, mettendo in giro questi argomenti per tastare

      lo stato d'animo del popolo. Quando poi il sospetto inizia a creare

      inquietudine in più parti, Bruto convoca un'assemblea generale. Lì, prima

      di tutto, legge ad alta voce ciò che il popolo aveva giurato, e cioè di

      impedire che in futuro qualcuno potesse diventare re di Roma o

      rappresentare una minaccia alla libertà. Era quindi un dovere morale

      attenersi rigorosamente a quel giuramento e non trascurare nessun

      dettaglio che lo potesse in qualche modo riguardare. Gli dispiaceva

      alludere a qualcuno di preciso e avrebbe evitato di parlare se non fosse

      stato per il suo attaccamento alla patria. Non era convinto che il popolo

      romano avesse riconquistato in pieno la libertà: la famiglia reale e il

      suo nome non erano soltanto in città ma addirittura al governo, e ciò

      rappresentava un ostacolo insormontabile per la libertà. «Sta a te,»

      disse, «o Lucio Tarquinio, prendere l'iniziativa e dissipare questa paura.

      Certo, non bisogna dimenticarselo che hai cacciato i re. Vai fino in fondo

      col tuo nobile gesto e porta via da Roma il loro nome. Sulle tue proprietà

      non metterà le mani nessuno, ti do la mia parola. Anzi, se non sono

      adeguate, subiranno dei ritocchi munifici. Vattene da amico. Libera la

      gente da questa paura, può darsi del tutto infondata, ma nell'animo di

      tutti vi è questo convincimento: soltanto quando il nome dei Tarquini

      scomparirà da Roma, la monarchia sarà solo più un ricordo.» Sulle prime il

      console rimase senza parole di fronte a una cosa così sbalorditiva e

      imprevedibile. Poi, quando stava per replicare, viene circondato dai

      personaggi più influenti della città i quali gli rivolgono la stessa

      richiesta, anche se con scarso successo emotivo. Spurio Lucrezio, invece,

      univa il prestigio dell'anzianità allasua posizione di suocero: perciò,

      quando cominciò, passando dalla supplica alla persuasione, a convincerlo

      di piegarsi alla volontà unanime del popolo, Collatino, temendo che allo

      scadere del mandato consolare si sarebbe ritirato a vita privata senza più

      nulla in mano e con magari l'aggiunta di qualche altra ignominiosa

      aggravante, rinunciò alla sua carica e abbandonò Roma dopo aver trasferito

      a Lavinio tutti i suoi beni. Su delibera del senato, Bruto propose al

      popolo un decreto che sancisse l'esilio per tutti i membri della famiglia

      dei Tarquini. Con l'approvazione dei comizi centuriati nominò suo collega

      Publio Valerio, che era stato un valido aiuto nella cacciata dei re.

      

      3 Pur non essendoci dubbi che fosse imminente una guerra coi Tarquini,

      l'attacco fu sferrato più tardi di quanto si potesse prevedere. Invece, e

      questo nessuno poteva prevederlo, gli intrighi e i tradimenti per poco non

      privarono Roma della sua libertà. Tra i giovani romani ve n'erano alcuni,

      di condizioni non modeste, che in epoca monarchica avevano avuto meno

      difficoltà a vivere in maniera sregolata e che essendo coetanei e compagni

      dei giovani Tarquini erano cresciuti con abitudini principesche. Quindi,

      ora che tutti godevano di uguali diritti, rimpiangevano la licenziosità di

      un tempo e si lamentavano reciprocamente che la libertà degli altri fosse

      diventata la loro schiavitù. Il re era un uomo dal quale si poteva

      ottenere un favore, lecito o illecito che fosse; c'era spazio per

      l'appoggio e per il beneficio; poteva passare dalla collera al perdono, ma

      sapeva distinguere tra amici e nemici. La legge era invece un qualcosa di

      sordo e inesorabile, migliore e più vantaggiosa per l'indigente che per il

      benestante, ma priva di flessibilità e di indulgenza quando si passava la

      misura. Troppo pericoloso vivere di sola innocenza, visto che l'esistenza

      di un uomo è tutta una debolezza. Erano già quindi di per se stessi

      maldisposti intimamente quando arrivarono degli inviati da Tarquinio i

      quali non fecero accenno al rientro ma si limitarono a reclamarne le

      proprietà. Il senato diede loro ascolto e poi discusse la questione per

      alcuni giorni: un rifiuto avrebbe costituito un buon pretesto per la

      guerra, mentre una risposta affermativa una forma di sussidio e di

      assistenza per permettergli di portare avanti la guerra stessa. Nel

      frattempo gli inviati si mossero in un'altra direzione: col pretesto

      ufficiale di reclamare le proprietà della famiglia reale, sotto sotto

      tramavano per restaurare la monarchia e, pur dando a vedere di compiere la

      loro missione, saggiavano la disposizione psicologica dei giovani nobili.

      A tutti quelli che sembravano interessati alla cosa consegnarono una

      lettera dei Tarquini e organizzarono un complotto per farli rientrare

      segretamente in città durante la notte.

      

      4 I primi a essere messi al corrente del progetto furono i fratelli

      Vitelli e i fratelli Aquili. La sorella dei Vitelli aveva sposato il

      console Bruto e da quel matrimonio eran nati due figli, Tito e Tiberio,

      già piuttosto grandi. Gli zii coinvolsero anche loro nel complotto, oltre

      ad alcuni altri giovani nobili i cui nomi si son però persi col tempo.

      Dato che in senato avevano nel frattempo avuto la meglio quanti

      sostenevano la tesi della restituzione dei beni, gli inviati ebbero un

      pretesto in più per trattenersi a Roma in quanto i consoli gli concessero

      il tempo necessario per procurarsi i carri con cui portar via ciò che

      apparteneva alla famiglia reale. Trascorrono tutto questo tempo in

      conciliaboli con i congiurati e, a forza di insistere, ne ottengono una

      lettera da consegnare ai Tarquini (i quali altrimenti come avrebbero

      potuto fidarsi ciecamente dei loro inviati visto che si trattava di una

      questione così delicata?). Queste lettere, destinate a essere una garanzia

      di affidabilità, costituirono la prova concreta del complotto criminoso.

      Infatti, il giorno prima che gli inviati tornassero dai Tarquini, ci fu

      una cena, guarda caso, proprio dai Vitelli. Lì i congiurati, dopo aver

      congedato gli altri invitati (potenziali testimoni), chiacchierarono a

      lungo ovviamente sul recente progetto. I loro discorsi furono però

      intercettati da uno schiavo che aveva già prima subodorato quel che stava

      per succedere ma aspettava il momento della consegna delle lettere agli

      inviati per provare la fondatezza della sua accusa con l'intercettazione

      delle stesse. Quando vide che la consegna era avvenuta, andò a denunciarli

      ai consoli. Questi si precipitarono a casa dei Vitelli dove colsero in

      flagrante legati e congiurati e liquidarono la cosa senza troppo rumore,

      facendo attenzione soprattutto che non sparissero le lettere. I traditori

      furono arrestati immediatamente. Quanto invece ai legati, ci fu un attimo

      di esitazione: poi, pur ritenendo che meritassero un trattamento da

      nemici, prevalse il diritto delle genti.

      

      5 La restituzione delle proprietà reali, già approvata in precedenza, fu

      di nuovo messa in discussione di fronte al senato. Questa volta

      l'indignazione ebbe la meglio. Si votò contro la restituzione, ma anche

      contro la confisca da parte dello Stato: la plebe avrebbe avuto carta

      bianca sulle proprietà reali, in maniera tale da rinunciare per sempre,

      devastandole, all'idea di far pace coi discendenti dei Tarquini. Le loro

      terre, situate tra Roma e il Tevere, furono consacrate a Marte e in

      séguito divennero il Campo Marzio. Pare che al momento ci fosse solo grano

      e per giunta pronto per il raccolto. Siccome mangiare il grano del Campo

      Marzio sarebbe stato un sacrilegio, le spighe furono tagliate con tutto lo

      stelo da una gran massa di persone contemporaneamente e gettate in ceste

      di vimini nel Tevere che scorreva a basso regime d'acqua, come sempre

      succede in piena estate. Così le fascine di spighe, andandosi a impigliare

      dove l'acqua era meno profonda, si sarebbero depositate sul fango del

      fondale e di lì, a poco a poco e anche grazie ai detriti di altra natura

      che il fiume trascina accidentalmente a valle, si sarebbe formata

      un'isola. In séguito, suppongo, vennero aggiunti dei terrapieni e si

      lavorò manualmente per innalzare il livello del terreno e metterlo in

      condizione di ospitare templi e portici.

      Finita la devastazione delle proprietà reali, i traditori furono

      condannati e la loro esecuzione risultò ancora più notevole in quanto la

      carica di console costrinse il padre al compito ingrato di infliggere la

      condanna ai propri figli; infatti, mentre proprio Bruto avrebbe dovuto

      essere la persona esentata dall'assistere al loro supplizio, la fatalità

      della sorte lo designò invece come esecutore ultimo della pena. Legati al

      palo c'erano dei giovani tra i più nobili di Roma; ma gli altri, come se

      fossero stati delle persone qualunque, non attiravano minimamente

      l'attenzione: tutti avevano occhi soltanto per i figli del console e ne

      compativano la pena non meno del reato per cui l'avevano meritata. Proprio

      quello stesso anno che la patria aveva riconquistato la libertà e per

      merito del loro padre, lo stesso anno che il consolato era stato

      inaugurato dalla famiglia Giunia, quei giovani avevano avuto il coraggio

      di tradire senatori, plebe e tutto ciò che era romano in cielo e in terra,

      nonché di consegnare ogni cosa in mano a colui che prima era stato un re

      tirannico e che adesso rimaneva un nemico in esilio. I consoli presero

      posto sui loro seggi e diedero ordine ai littori di eseguire la sentenza.

      I colpevoli, completamente nudi, vennero flagellati con verghe e poi

      decapitati. Per l'intero corso dell'esecuzione gli occhi di tutti rimasero

      puntati sull'espressione del padre, sul cui volto di occasione per

      l'ufficialità della carica era segnato nettissimo il dolore paterno. A

      fine esecuzione, perché l'esempio potesse essere un deterrente doppiamente

      efficace nello scoraggiare il crimine, allo schiavo autore della denuncia

      venne assegnato un premio in denaro a spese dello Stato nonché concesse

      l'affrancatura e la cittadinanza. Si dice che egli fu il primo a essere

      liberato con la vindicta e addirittura c'è chi sostiene che l'etimologia

      di questo termine sia da ricondurre al nome di quello schiavo (che

      affermano si chiamasse Vindicio). Sta di fatto che, dopo di lui, divenne

      una prassi costante considerare cittadini a tutti gli effetti quanti

      venivano liberati con quel tipo di affrancatura.

      

      6 Quando Tarquinio venne a sapere com'erano andate le cose, non riuscì a

      contenere lo sconforto sia per il crollo di tutte le sue speranze sia per

      l'odio e la bile. Vedendo che la strada del piano doloso era completamente

      sbarrata, allora decise di ricorrere alla guerra aperta e cominciò ad

      andare in giro a supplicare le città etrusche dei dintorni, in particolar

      modo Tarquinia e Veio. Ricordava loro che era un etrusco anche lui con lo

      stesso sangue nelle vene, e li implorava che non lasciassero morire di

      fronte ai loro occhi i suoi figli e lui stesso, ora povero ma un tempo

      arrivato al massimo della potenza. Altri erano stati chiamati a regnare a

      Roma: lui, invece, quando era già sul trono e aveva ingrandito l'impero

      con le sue conquiste, era stato cacciato a séguito di un infame complotto

      ordito dai suoi parenti. Questi ultimi poi, vedendo che in città non c'era

      uno solo degno di diventare re, avevano messo le mani sul potere

      spartendoselo tra di loro e, perché nessuno rimanesse estraneo alla

      razzia, avevano consegnato i suoi beni in mano alla plebe che ne facesse

      scempio. Il suo unico desiderio era riprendersi terra e scettro e punire

      l'ingratitudine dei suoi sudditi. Quindi che lo aiutassero e lo

      assistessero. A loro volta si sarebbero vendicati degli affronti di un

      tempo, delle tante disfatte patite in battaglia e di tutta la terra

      perduta. Questi argomenti toccarono i Veienti e ciascuno per parte sua

      gridava in tono minaccioso che almeno agli ordini di un romano bisognava

      vendicare le umiliazioni subite e riprendersi quel che si era perso in

      guerra. A Tarquinia, invece, fanno presa il nome e la parentela: li

      attirava l'idea che a Roma regnasse uno dei loro.

      Così due città e due eserciti seguirono Tarquinio con l'intento di

      riconquistargli il regno e di vendicarsi militarmente dei Romani. Quando

      entrarono in territorio romano, i consoli avanzarono contro il nemico:

      Valerio guidava la fanteria disposta in ordine compatto mentre Bruto lo

      precedeva in esplorazione con la cavalleria. Anche nell'armata nemica il

      primo corpo era la fanteria, agli ordini di Arrunte Tarquinio figlio del

      re. Questi era dietro col resto delle truppe. Arrunte, individuando da

      lontano prima i littori, capì che il console era lì nei pressi. Poi,

      quando avvicinandosi riconobbe senza orma di dubbio i lineamenti di Bruto,

      infiammato dalla rabbia, urlò: «Ecco laggiù l'uomo che ci ha cacciati

      dalla terra in cui siamo nati. È proprio lui. Guardatelo come avanza

      tronfio delle nostre insegne! O dèi che vendicate i re, assisteteci!»

      Sprona il cavallo e si butta a testa bassa dritto contro il console. Bruto

      allora si sentì minacciato. Dato però che in quel tempo era motivo

      d'orgoglio per i comandanti buttarsi nella mischia in prima persona, Bruto

      per questo accetta la sfida senza pensarci un attimo. I due si scontrarono

      con un accanimento incredibile, preoccupandosi soltanto di colpire

      l'avversario e non di schivarne i colpi. Così, trafitti l'uno e l'altro

      dall'asta dell'avversario passata attraverso lo scudo, furono sbalzati da

      cavallo e franarono a terra in fin di vita. Nello stesso istante ebbe

      inizio anche lo scontro tra il resto delle due cavallerie e poco dopo

      toccò alle fanterie scendere in campo. Si combatté con alterno successo e

      l'esito della battaglia rimase legato a un filo. L'ala destra di entrambi

      gli schieramenti aveva la meglio, mentre la sinistra cedeva. I Veienti,

      abituati alla sconfitta con le truppe romane, furono sbaragliati e

      dispersi, I Tarquini, invece, avversario nuovo e sconosciuto, non si

      limitarono a reggere bene l'urto ma riuscirono anche a respingere quella

      parte dell'esercito romano che si trovava nel loro settore.

      

      7 Nonostante l'andamento incerto della battaglia, Tarquinio e gli Etruschi

      furono presi da un panico tale che abbandonarono l'impresa senza portarla

      a compimento e quella stessa notte entrambi gli eserciti, il veiente e il

      tarquiniense, se ne tornarono nei loro paesi. Il racconto di questa

      battaglia contiene anche del prodigioso: nel silenzio della notte

      successiva pare si sia sentita una voce proveniente dalla selva Arsia e

      identificata con quella del dio Silvano, la quale avrebbe detto: «Gli

      Etruschi hanno perso un uomo in più in battaglia, quindi la vittoria della

      guerra va ai Romani.» A ogni modo i Romani se ne andarono da vincitori,

      gli Etruschi da vinti. Infatti, quando alle prime luci del giorno non ci

      fu più l'ombra di un nemico in vista, il console Publio Valerio raccolse

      le spoglie e fece rientro a Roma in trionfo. Celebrò il funerale del

      collega nella maniera più sontuosa possibile per l'epoca. Quel che però fu

      ben più clamoroso per la sua memoria fu il lutto civile e, all'interno di

      esso, il fatto che le donne di Roma lo piansero per un anno, come se fosse

      stato un padre, per l'accanimento che aveva mostrato nel vendicare

      l'oltraggio alla castità femminile.

      In séguito, il console sopravvissuto alla battaglia, vittima della

      volubilità del volgo, vide crollare la propria popolarità nell'avversione

      e fu oggetto di sospetti e accuse abominevoli. Si vociferava che aspirasse

      a diventare re perché non aveva sostituito Bruto con un un nuovo collega e

      perché si stava facendo costruire una casa in cima alla Velia, una collina

      naturalmente fortificata che, così si diceva, sarebbe diventata per lui

      una rocca inespugnabile. Queste calunnie del popolino, cui si dava credito

      nonostante fossero infondate, esacerbarono il console che, convocata

      un'assemblea generale, salì sulla tribuna dopo aver fatto abbassare i

      fasci. Per la gente fu uno spettacolo graditissimo vedere abbassati

      davanti a lei i simboli del potere, a indicare esplicitamente che la

      maestà e l'autorità del popolo erano superiori a quelle del console.

      Quindi, dopo aver richiesto l'attenzione dell'uditorio, il console lodò la

      buona sorte del collega che, dopo aver liberato la patria ed esserne

      assurto ai sommi onori, era morto in battaglia per la repubblica, nel

      pieno della gloria e prima che questa potesse degenerare in impopolarità.

      Lui, sopravvivendo alla sua stessa gloria, adesso passava da una calunnia

      all'altra e da liberatore della patria era stato declassato al rango degli

      Aquili e dei Vitelli. «Sarà dunque mai possibile che con voi la virtù non

      finisca nel fango dell'oltraggio? Dovrei temere di essere accusato di

      aspirare al trono io, il nemico più acerrimo della monarchia? Anche se

      andassi ad abitare addirittura sulla rocca del Campidoglio, dovrei credere

      di incutere timore nei miei concittadini? Possibile che una banalità del

      genere riesca a rovinare la mia reputazione presso di voi? La vostra

      fiducia poggia su fondamenti così fragili che la collocazione della mia

      casa conta di più della mia persona? E sia: la casa di Publio Valerio non

      sarà una minaccia alla vostra libertà, o Quiriti: non abbiate paura per la

      Velia. Mi sposterò in pianura, anzi no, ai piedi di un colle in modo di

      abitare sotto di voi visto che sono un cittadino sospetto. Sulla Velia ci

      costruisca chi può dare maggiore affidamento per la libertà di quanto non

      ne offra Publio Valerio.» Fece subio spostare tutti i materiali tra la

      Velia e il punto dove oggi sorge il tempio di Vica Pota e lì, ai piedi del

      pendio, venne costruita la casa.

      

      8 In séguito furono presentate delle leggi che non solo affrancarono il

      console dal sospetto di voler restaurare la monarchia, ma che al contrario

      ebbero anche un effetto tale da renderlo addirittura popolare e da

      meritargli il soprannome di Publicola. Tra tutte le proposte, quella che

      permetteva di appellarsi contro un magistrato in presenza del popolo e

      quella che autorizzava l'anatema contro la persona e i beni di chiunque

      avesse nutrito aspirazioni monarchiche ebbero un'accoglienza

      particolarmente calorosa da parte del volgo. Dopo aver fatto passare

      queste leggi da solo (per non spartirne il merito con nessun altro),

      allora finalmente bandì delle elezioni per rimpiazzare il collega morto.

      Venne eletto console Spurio Lucrezio, il quale, troppo avanti negli anni

      per tenere testa ai molti compiti dell'ufficio, morì pochi giorni dopo. Lo

      si sostituì quindi con Marco Orazio Pulvillo. Vedo però che alcuni storici

      antichi non menzionano il consolato di Lucrezio e indicano in Orazio

      l'immediato successore di Bruto. Ho l'impressione che del mandato di

      Lucrezio se ne perse memoria perché durante quel periodo non successe

      nulla di importante.

      Il tempio di Giove sul Campidoglio non era ancora stato dedicato. I

      consoli Valerio e Orazio tirarono a sorte chi avrebbe dovuto assumersi

      quell'incarico. Uscì il nome di Orazio e Publicola partì per una campagna

      contro i Veienti. Che la consacrazione di un tempio così famoso fosse

      toccata a Orazio irritò oltremisura i parenti di Valerio che cercarono in

      tutti i modi di ostacolarla. Esaurita ogni risorsa, quando ormai il

      console aveva già la mano sul montante della porta ed era nel pieno della

      sua invocazione alle divinità, essi interruppero la cerimonia gridando

      l'agghiacciante notizia che Orazio aveva perso un figlio e che il padre di

      un morto non era nelle condizioni di consacrare un tempio. Se egli abbia

      reagito non dando credito alla cosa o dimostrando grande forza d'animo,

      non lo sappiamo con certezza né è facile fare delle congetture al

      riguardo. Sta di fatto che, senza lasciarsi distogliere dalla notizia se

      non per dare ordine di seppellire il cadavere, tenendo la mano sul

      montante, completò l'invocazione e consacrò il tempio.

      Furono questi gli avvenimenti politici e militari del primo anno di regime

      repubblicano.

      

      9 I consoli di quello successivo furono Publio Valerio (per la seconda

      volta) e Tito Lucrezio. In quel tempo i Tarquini si erano rifugiati presso

      Larte Porsenna, re di Chiusi. Là, in un misto di consigli e suppliche, lo

      pregavano di non lasciar stentare nell'indigenza dell'esilio gente ch'era

      di origine etrusca e aveva nelle vene il sangue della sua stessa razza,

      oppure, a seconda dei giorni, lo invitavano anche a sopprimere sul nascere

      la recente moda di detronizzare i re. La libertà era già abbastanza

      allettante di per se stessa. Se i re non difendevano i loro regni con la

      stessa forza con cui i sudditi cercavano di ottenere la libertà, non ci

      sarebbe più stata differenza tra l'alto e il basso, e gli Stati non

      avrebbero più avuto quel qualcosa di superiore capace di svettare al di

      sopra di tutto il resto. Sarebbe stata la fine della monarchia,

      l'istituzione più bella mai vista da uomini e dèi. Porsenna, pensando che

      sarebbe stato meglio per gli Etruschi se a Roma ci fosse non solo un re,

      ma un re di sangue etrusco, marciò su Roma con le sue truppe. Mai prima il

      senato aveva provato un panico simile, tante erano allora la potenza di

      Chiusi e la fama di Porsenna. E non temeva soltanto i nemici, ma gli

      stessi concittadini, perché la plebe romana, in preda al terrore, avrebbe

      potuto riammettere in città i re e accettarne il giogo, pur di avere la

      pace. Proprio in quell'occasione il senato fece di tutto per dimostrarsi

      attento alle esigenze della plebe: prima di ogni altra cosa si ebbe

      particolare cura dell'annona e vennero spediti degli emissari tanto ai

      Volsci quanto a Cuma con l'obiettivo di procurare frumento. E ancora, il

      commercio del sale, il cui prezzo era salito alle stelle, fu tolto ai

      privati e divenne monopolio di stato. La plebe godette dell'esonero dai

      dazi e dai tributi e le classi abbienti dovettero provvedere a quest'onere

      fiscale nella misura in cui erano in grado di farlo: i poveri bastava

      pagassero allevando i figli. Questa liberalità dei senatori, quando poi

      arrvarono i tempi duri dell'assedio e della fame, riuscì a creare

      un'unione tale tra le classi che il nome del re suscitò la stessa paura

      nei cittadini di bassa e di alta estrazione, e in séguito nessuno divenne

      tanto popolare grazie agli espedienti della demagogia, quanto lo fu

      l'intero senato per l'accorta moderazione del suo operato.

      

      10 Quando apparvero i nemici ci fu un fuggi fuggi generale dalle campagne

      a Roma e Roma stessa fu munita di presidi armati. Certe zone davan

      l'impressione di esser sicure per via delle fortificazioni, altre per

      l'ostacolo costituito dal Tevere. Il ponte Sublicio però avrebbe quasi

      offerto una breccia al nemico, se non fosse stato per un uomo solo, Orazio

      Coclite, il quale in quel giorno fece da sostegno alle sorti di Roma.

      Destinato per caso alla guardia del ponte, vide che i nemici si erano

      impossessati del Gianicolo con un attacco a sorpresa e da quel punto

      stavano correndo giù a rotta di collo, mentre i suoi compagni, in preda al

      panico più totale, rompevano le righe e buttavano le armi. Allora,

      trattenendoli uno per uno, bloccando loro la strada e chiamando a

      testimoni gli uomini e gli dèi, urlava che era inutile che fuggissero dopo

      aver abbandonato i loro posti: in un attimo sul Palatino e sul Campidoglio

      ci sarebbero stati più nemici che sul Gianicolo, se si fossero lasciati

      alle spalle il ponte incustodito. Così li esorta e li spinge a

      distruggerlo col ferro, col fuoco o con qualsiasi altro mezzo a loro

      disposizione: avrebbe retto lui l'urto dei nemici, nei limiti del

      possibile per un corpo solo. Quindi avanza a grandi passi verso l'ingresso

      del ponte, facendosi notare in mezzo alle schiere dei compagni che

      rinunciavano a scontrarsi e sbalordendo gli Etruschi con l'incredibile

      coraggio che dimostrava nell'affrontarli armi alla mano. Trattenuti dal

      senso dell'onore due restarono con lui: si trattava di Spurio Larcio e

      Tito Erminio, entrambi nobili per la nascita e per le imprese compiute. Fu

      con loro che egli sostenne per qualche tempo la prima pericolosissima

      ondata di Etruschi e le fasi più accese dello scontro. Poi, quando rimase

      in piedi solo un pezzo di ponte e quelli che lo stavano demolendo gli

      urlavano di ripiegare, costrinse anche loro a mettersi in salvo. Quindi,

      lanciando occhiate di fuoco ai capi etruschi, passava dallo sfidarli

      singolarmente a duello ad accusarli tutti insieme di essere schiavi

      dell'arroganza monarchica e di esser venuti a minacciare la libertà altrui

      senza pensare alla propria. Essi allora ebbero un attimo di incertezza, e

      si guardarono l'uno l'altro prima di attaccare. Poi, spinti dalla

      vergogna, si buttarono tutti insieme all'assalto e gridando a gran voce

      concentrarono i loro tiri contro quell'unico nemico. Ma Orazio riuscì a

      ripararsi con lo scudo da tutti i colpi e non si mosse di un centimetro

      dalla sua posizione di difesa a oltranza del ponte e quando gli Etruschi

      erano ormai sul punto di travolgerlo per farsi strada, il fragore del

      ponte che andava in pezzi e insieme l'esplosione di gioia dei Romani per

      aver portato rapidamente a termine l'operazione li spaventarono e ne

      contennero l'urto. In quel preciso momento Coclite gridò: «O padre

      Tiberino, io ti prego solennemente, accogli benigno nella tua corrente

      questo soldato con le sue armi!» Detto questo, si tuffò nel Tevere armato

      di tutto punto e sotto una pioggia fittissima di frecce arrivò indenne a

      nuoto fino dai suoi compagni, protagonista di una impresa destinata ad

      avere presso i posteri più fama che credito. Lo Stato ricompensò il suo

      eroismo con una statua in pieno comizio e con la concessione di tutta la

      terra che fosse riuscito ad arare nello spazio di un giorno. Accanto agli

      onori ufficiali ci furono anche manifestazioni di gratitudine da parte dei

      privati: infatti, nonostante il periodo di grande carestia, ogni

      cittadino, in proporzione alle proprie disponibilità, si privò di parte

      della sua razione di viveri per fargliene dono.

       

      11 Porsenna, respinto al primo attacco, modificò la sua strategia,

      passando dall'idea dell'assalto a quella dell'assedio. Piazzò una

      guarnigione armata sul Gianicolo e si accampò in pianura lungo le rive del

      Tevere. Quindi, mettendo insieme una flottiglia con le imbarcazioni

      reperibili nei dintorni, la impiegò per un blocco alle importazioni di

      grano a Roma e per permettere ai suoi uomini di compiere di tanto in tanto

      delle razzie, in questo o quel punto, dall'altra parte del fiume. In un

      breve lasso di tempo rese ogni zona della campagna romana così insicura

      che i contadini dovettero ricoverare all'interno delle mura non solo tutto

      ciò che avevano nei campi, ma anche il bestiame che nessuno più osava

      portare al pascolo fuori città. Tutta questa libertà concessa agli

      Etruschi non era tanto il risultato della paura quanto di un preciso

      disegno. Infatti il console Valerio, in attesa dell'occasione propizia per

      assalire di sorpresa un numero consistente di nemici quando questi fossero

      stati sparpagliati, lasciava correre le aggressioni di poco conto e si

      riservava una vendetta in grande per circostanze ben più significative.

      Così, per attirare i razziatori, con un bando fece ordinare ai suoi di

      uscire in massa con le greggi, il giorno successivo, dalla porta Esquilina

      (la più distante dalle posizioni nemiche), persuaso che gli Etruschi

      l'avrebbero sùbito saputo perché l'assedio e la carestia spingevano gli

      schiavi infedeli alla diserzione. E infatti fu da un disertore che lo

      vennero a sapere e così guadarono il Tevere in molti più del solito,

      sperando in un ricco bottino. Publio Valerio ordina allora a Tito Erminio

      di appostarsi con un modesto contingente sulla via Gabinia a due miglia da

      Roma; a Spurio Larcio, invece, di andare alla porta Collina con un corpo

      di giovani fanti armati alla leggera e di attendere il passaggio dei

      nemici per poi tagliare loro la via della ritirata facendo da diaframma

      tra essi e il fiume. Dei due consoli, Tito Lucrezio uscì dalla porta Nevia

      con alcuni manipoli, mentre Valerio guidò personalmente sul monte Celio

      delle truppe scelte che per prime sarebbero state viste dal nemico. Appena

      Erminio capì che lo scontro era iniziato, uscì dal suo nascondiglio e

      piombò sulle retrovie degli Etruschi che invece erano rivolti nella

      direzione di Lucrezio. A sinistra, dalla porta Collina, e a destra, da

      quella Nevia, gli rispose un coro di voci: i predatori furono circondati e

      fatti a pezzi, inferiori com'erano di numero ai Romani e oltretutto

      tagliati fuori da ogni possibile ritirata. Questo episodiosegnò la fine

      delle scorribande etrusche.

      

      12 L'assedio non era certo meno pressante, il frumento caro e scarso e

      Porsenna, insistendo con la sua tattica, nutriva speranze di espugnare

      Roma. Intanto, Caio Muzio, giovane di nobile famiglia, non poteva

      sopportare che il suo popolo, mai assediato da potenze straniere durante

      il periodo di schiavitù monarchica, una volta libero dovesse ora essere

      schiacciato dentro le mura dagli Etruschi che, in campo militare, con Roma

      avevano conosciuto solo sconfitte. Determinato a vendicare l'indegna

      situazione in atto con un qualche gesto audace, sulle prime decise, senza

      consultare nessuno, di penetrare nell'accampamento nemico. Ma in séguito,

      temendo che una missione priva dell'autorizzazione consolare e ignorata da

      tutti avrebbe potuto costargli l'arresto per diserzione se le sentinelle

      romane lo avessero sorpreso (accusa peraltro molto verisimile dati i tempi

      e il luogo), comparì di fronte al senato e disse: «Senatori, vorrei

      attraversare il Tevere e penetrare, se possibile, nell'accampamento

      nemico, ma non per fare razzia e ripagare il vandalismo con la stessa

      moneta. No, con l'aiuto degli dèi ho in mente qualcosa di più grande.» I

      senatori approvano e Muzio parte con una spada nascosta sotto la veste.

      Arrivato all'accampamento etrusco, si mescola nel fitto della folla di

      fronte al palco del re. Casualmente era giorno di paga per i soldati e

      c'era uno scrivano, seduto accanto al re e vestito press'a poco come lui,

      al quale si rivolgevano quasi tutti i soldati e che era estremamente

      affaccendato. Siccome Muzio non voleva chiedere quale dei due fosse

      Porsenna (perché ignorando una cosa del genere si sarebbe smascherato), si

      affidò alla sorte e sgozzò lo scrivano al posto del re. Poi si dileguò,

      facendosi largo con la spada insanguinata in mezzo alla folla in preda al

      panico. Appena però la gente cominciò a gridare all'impazzata, arrivarono

      da ogni parte le guardie reali e, dopo averlo catturato, lo portarono di

      fronte al palco del re. E lì, pur trattandosi di un situazione

      rischiosissima e continuando più a incutere paura che ad averne, disse:

      «Sono romano e il mio nome è Caio Muzio. Volevo uccidere un nemico da

      nemico, e morire non mi fa più paura di uccidere. Il coraggio nellagire e

      nel soffrire è cosa da Romani. E io non sono il solo ad avere questi

      sentimenti nei tuoi confronti: dopo di me è lunga la lista dei nomi di

      quelli che vorrebbero avere questo onore. Perciò, da oggi in poi, se ci

      tieni alla vita, prepàrati a difenderla a ogni ora del giorno e abìtuati

      all'idea di un nemico armato fin nel vestibolo della reggia. Questa è la

      guerra che la gioventù romana ti dichiara: niente scontri, niente

      battaglie, non temere. Sarà soltanto una cosa tra te e uno di noi.» Poiché

      il re, insieme furibondo e terrorizzato dal pericolo corso, minacciava di

      ordinare che lo mandassero al rogo se non si sbrigava a chiarire tutta

      quella serie di oscure minacce nei suoi confronti, Muzio esclamò:

      «Attento! Questo è il valore che dà al corpo chi aspira a una grande

      gloria!» E così dicendo infila la mano destra in un braciere acceso per un

      sacrificio e la lascia bruciare come se fosse stato privo di sensazioni.

      Il re allora, sbalordito dall'episodio senza precedenti, dopo essersi

      alzato di scatto dal suo scanno e aver fatto allontanare il giovane

      dall'altare, disse: «Vattene, sei libero: sei riuscito a infierire contro

      la tua persona più di quanto tu non abbia fatto con la mia. Onorerei il

      tuo coraggio se fosse al servizio del mio paese. Dato che le cose non

      stanno così, ti risparmio la corte marziale e ti lascio libero senza che

      ti si torca un capello.» Allora Muzio, quasi per ricambiarne la

      generosità, disse: «Visto che stimi il coraggio, ti dirò quel che non mi

      hai strappato con la minaccia: abbiamo giurato in trecento, il meglio

      della gioventù romana, di attentare alla tua vita in questo modo. Io sono

      stato sorteggiato per primo. Gli altri, qualunque sia la sorte di quelli

      che li hanno preceduti, faranno lo stesso, ciascuno quando sarà il suo

      turno, fino al giorno in cui il destino non ti esporrà ai nostri colpi.»

      

      13 Il rilascio di Muzio, poi soprannominato Scevola per la perdita della

      mano destra, fu seguito dall'invio di ambasciatori a Roma da parte di

      Porsenna. Il primo pericolo corso, ed evitato solo per un errore del

      sicario, e l'idea di dover affrontare la stessa situazione un numero di

      volte pari a quello dei futuri aggressori, lo avevano scosso al punto da

      arrivare a offrire spontaneamente la pace ai Romani. Tra le clausole della

      proposta c'era quella concernente la restaurazione dei Tarquini sul trono:

      pur sapendo che sarebbe stata un buco nell'acqua, Porsenna la avanzò, più

      perché non se la sentiva di dire di no ai Tarquini piuttosto che per

      ignoranza del sicuro rifiuto da parte romana. Ottenne invece la

      restituzione ai Veienti del loro territorio. Quanto ai Romani, dovevano

      consegnare degli ostaggi, se volevano che venisse ritirata la guarnigione

      armata dal Gianicolo. Conclusa la pace a queste condizioni, Porsenna

      ritirò le sue truppe dal Gianicolo e abbandonò il territorio romano. Per

      ricompensare il coraggio dimostrato, i senatori fecero dono a Caio Muzio

      di un terreno al di là del Tevere che in séguito prese il nome di Prati

      Muzi. Questi onori resi alle virtù virili spinsero anche le donne ad atti

      di patriottismo. Così, una ragazza di nome Clelia, cui era toccato di

      trovarsi nel numero degli ostaggi, siccome l'accampamento etrusco era

      situato casualmente vicino alla riva del Tevere, riuscì a sfuggire alle

      sentinelle, e, con al séguito un gruppo di coetanee, attraversò a nuoto il

      fiume sotto una pioggia di frecce, e le ricondusse sane e salve ai parenti

      in città. Appena il re lo venne a sapere, montò su tutte le furie e in un

      primo tempo mandò degli ambasciatori a Roma per chiedere la restituzione

      dell'ostaggio Clelia, senza preoccuparsi troppo di tutte le altre ragazze.

      Poi però, passato dalla collera all'ammirazione, disse che un'impresa del

      genere superava quelle dei Cocliti e dei Muzi e che il rifiuto di

      restituire l'ostaggio sarebbe stato considerato una violazione del

      trattato. Se invece gliel'avessero consegnata lui l'avrebbe restituita ai

      suoi senza farle alcun male. Entrambe le parti mantennero la parola: i

      Romani riconsegnarono il pegno di pace, come previsto dal trattato, e il

      re etrusco non solo protesse la ragazza, ma ne onorò il coraggio con

      questa forma di riconoscimento: le avrebbe donato parte degli ostaggi e

      lei stessa poteva scegliere quali portarsi con sé. Quando li ebbe tutti

      davanti, pare che abbia preferito gli adolescenti, sia perché la scelta

      era più in sintoni con la sua età, sia perché avrebbe probabilmente avuto

      l'approvazione degli ostaggi stessi, in quanto la cosa migliore era

      togliere al nemico chi si trovava nell'età maggiormente esposta a

      possibili rischi. Una volta ristabilita la pace, i Romani immortalarono

      quell'atto di coraggio nuovo in una donna con un onore anch'esso nuovo: in

      cima alla Via Sacra le fu dedicata una statua equestre che rappresentava

      una ragazza in groppa a un cavallo.

      

      14 Questa ritirata così pacifica degli Etruschi da Roma stride con

      l'usanza, giunta insieme ad altre fino ai giorni nostri dai tempi antichi,

      di «mettere in vendita i beni di Porsenna». È giocoforza che una pratica

      simile sia nata durante la guerra e poi sia stata mantenuta in tempo di

      pace, oppure abbia avuto origine a séguito di qualche episodio meno

      cruento dell'aggiudicazione dei beni tolti in guerra al nemico, cui la

      formula fa esplicito riferimento. La versione più verisimile tra quelle

      tramandate è questa: quando Porsenna evacuò il Gianicolo, abbandonò il suo

      accampamento ricco di vettovaglie provenienti dalla vicina e fertile

      campagna etrusca, e ne fece dono ai Romani, ridotti alla fame dal lungo

      assedio. Tutto quanto c'era fu venduto per evitare che il popolo lo

      razziasse come si razzia una terra nemica. Il nome che toccò a quegli

      oggetti -«beni di Porsenna» - fu più dovuto alla riconoscenza per il dono

      che a un'asta delle proprietà reali (le quali, per altro, non

      appartenevano neppure al popolo romano).

      Abbandonata la guerra con Roma, Porsenna, per non dare l'idea di aver

      portato le sue truppe invano in quella zona, invia il figlio Arrunte ad

      assediare Aricia con parte dell'esercito. Sulle prime l'attacco senza

      preavviso paralizzò gli abitanti di Aricia. Poi però, ricevuti rinforzi

      dalle tribù latine e da Cuma, acquisirono una tale fiducia nei propri

      mezzi che osavano affrontare il nemico in campo aperto. Lo scontro era

      soltanto agli inizi quando gli Etruschi sferrarono un attacco talmente

      poderoso da sbaragliare gli Aricini al primo vero urto. Le coorti venute

      da Cuma, opponendo la tattica alla forza bruta, operarono un lieve scarto

      laterale e si lasciarono superare dai nemici che avanzavano

      disordinatamente; quindi, tornando sui propri passi, li assalirono alle

      spalle. Così gli Etruschi, rimasti presi tra due fuochi, furono fatti a

      pezzi nonostante ormai avessero quasi in mano la vittoria. I pochissimi

      superstiti, privi del loro comandante e di un qualsiasi rifugio più

      vicino, si trascinarono fino a Roma, disarmati e nelle condizioni e

      nell'aspetto tipici dei supplici. Furono accolti benignamente e ospitati

      qua e là presso privati. Una volta rimessisi in sesto, alcuni tornarono a

      casa e riferirono l'accoglienza fraterna ricevuta. Molti invece rimasero a

      Roma, per l'affetto che li legava alla città e ai loro ospiti. Il

      quartiere, che venne loro assegnato perché vi abitassero, in séguito prese

      il nome di Vico Etrusco.

      

      15 Publio Lucrezio e Publio Valerio Publicola furono quindi eletti

      consoli. Quell'anno Porsenna fece l'ultimo tentativo diplomatico per

      restaurare i Tarquini sul trono. Poiché il senato rispose ai legati che

      avrebbe mandato un'ambasceria al re, furono subito inviati i senatori più

      eminenti. Non perché fosse difficile dare una risposta concisa («Niente re

      a Roma»), ma piuttosto perché era meglio che una delegazione del senato la

      desse a lui personalmente piuttosto che ai suoi legati a Roma. Con una

      mossa del genere l'annosa questione non si sarebbe più presentata, né si

      sarebbe corso il rischio di rovinare i buoni rapporti tra i due popoli con

      un'irritazione reciproca. Irritazione per altro giustificatissima in

      quanto Porsenna chiedeva qualcosa di lesivo della libertà romana, mentre i

      Romani, a meno di fare dell'aperto autolesionismo, dovevano dire di no

      alla richiesta di un uomo cui non avrebbero voluto negare nulla. A Roma il

      tempo dei re era finito: ora c'era la libertà repubblicana. Perciò si era

      deciso di aprire le porte ai propri nemici piuttosto che ai re. Questo era

      il voto unanime di tutti: la fine della libertà sarebbe stata anche la

      fine di Roma. Se quindi gli stava a cuore il bene di Roma, lo pregavano di

      non calpestare la loro libertà. Vinto dal senso del rispetto, il re

      rispose: «Siccome vi vedo assolutamente irremovibili, non vi importunerò

      più su una questione senza vie d'uscita né illuderò più i Tarquini con la

      speranza di un aiuto che non è in mio potere garantirgli. Qualunque siano

      le loro intenzioni, risolvere il problema con la guerra o con la

      diplomazia, dovranno cercarsi un'altra sede per il loro esilio, in modo

      che nulla possa incrinare i nostri rapporti.» Le sue parole furono seguite

      da ulteriori dimostrazioni di amicizia: restituì gli ultimi ostaggi e il

      territorio di Veio avuto a séguito del trattato stipulato sul Gianicolo.

      Tarquinio, invece, persa ogni speranza di poter rientrare, si ritirò in

      esilio a Tuscolo, presso il genero Ottavio Mamilio. Così, tra i Romani e

      Porsenna la pace non ebbe più ostacoli.

      

      16 Consoli Marco Valerio e Publio Postumio. Quell'anno si combatté con

      successo contro i Sabini e i due consoli ottennero il trionfo. Poi i

      Sabini si prepararono a una guerra di ben altre proporzioni. Per

      fronteggiare questo pericolo e per evitare altre imprevedibili minacce da

      parte degli abitanti di Tuscolo, i quali, pur senza aver dichiarato guerra

      sembrava avessero tutte le intenzioni di farlo, furono eletti consoli

      Publio Valerio, per la quarta volta, e Tito Lucrezio, alla sua seconda

      esperienza. In campo sabino, tra gli interventisti e i fautori della pace,

      esplose un contrasto e una buona parte di loro passò ai Romani. Infatti,

      Azio Clauso, in séguito conosciuto a Roma come Appio Claudio, capo del

      partito della pace, piegato dalle turbolenze degli interventisti e

      incapace di opporvi una qualche resistenza, abbandonò Inregillo e con un

      gruppo consistente di clienti si venne a stabilire a Roma. A loro fu

      concessa la cittadinanza e un appezzamento di terreno al di là

      dell'Aniene. In questa sede formarono quella che in séguito, grazie

      all'immissione di nuovi membri, venne chiamata la «vecchia tribù claudia».

      Appio, accolto in senato, in breve tempo ne divenne uno dei membri più

      autorevoli. I consoli guidarono una campagna militare in territorio

      sabino, e tanto le devastazioni prima, quanto poi le disfatte inflitte in

      campo aperto al nemico furono così clamorose da rassicurare del tutto

      circa possibili future ribellioni in quella zona. A fine campagna i

      consoli tornarono a Roma in trionfo.

      L'anno successivo, durante il consolato di Menenio Agrippa e Publio

      Postumio, morì Publio Valerio, universalmente considerato il migliore

      degli strateghi e degli statisti. Pur avendo raggiunto il massimo degli

      onori, era così povero da non potersi pagare nemmeno il funerale che fu

      celebrato a spese dello Stato. Le donne lo piansero come avevano pianto

      Bruto. Quello stesso anno, due colonie latine, Pomezia e Cora, defezionano

      passando dalla parte degli Aurunci. Fu subito guerra. Dopo la disfatta di

      un ingente esercito aurunco andato ad affrontare con determinazione le

      truppe consolari che ne avevano invaso il territorio, l'intero conflitto

      si concentrò su Pomezia. Non ci fu un attimo di requie né prima né durante

      la battaglia. Il numero dei caduti superò di gran lunga quello dei

      prigionieri. E questi ultimi vennero passati per le armi senza troppe

      sottigliezze. Nessuna pietà nemmeno per i trecento ostaggi che erano stati

      consegnati. Anche quell'anno Roma vide un trionfo.

      

      17 I consoli dell'anno successivo, Opitro Virginio e Spurio Cassio,

      tentarono di conquistare Pomezia prima con la forza e poi con delle vigne

      e con altri mezzi d'assalto. Durante l'assedio subirono un attacco degli

      Aurunci, i quali, spinti più dall'implacabilità dell'odio che da una

      qualche speranza di sfruttare favorevolmente l'occasione, li assalirono

      armati quasi tutti di tizzoni ardenti al posto delle spade e seminarono

      morte e incendi dappertutto. Diedero fuoco alle vigne, ferirono e uccisero

      molti nemici, e addirittura uno dei consoli - anche se nelle fonti non si

      specifica quale dei due - fu disarcionato, ferito gravemente e per poco

      non perse la vita. Dopo quella disfatta si fece ritorno a Roma. Moltissimi

      i feriti rimpatriati e con loro anche il console, sospeso tra la vita e la

      morte. Non molto tempo dopo - quanto ci volle per curare le ferite e

      rimettere in sesto i ranghi dell'esercito -, si tornò all'attacco di

      Pomezia, con più rabbia e determinazione e con un'armata più consistente.

      Avevano già riattato le vigne e le altre apparecchiature e gli uomini

      stavano per fare breccia nelle mura, quando la città si arrese. Per gli

      Aurunci non ci fu nessuna pietà: nonostante la resa, subirono la stessa

      sorte che sarebbe toccata loro se la città fosse caduta a séguito di un

      assalto. I personaggi più in vista furono decapitati, mentre il resto dei

      coloni vennero venduti come schiavi. La città fu rasa al suolo e la terra

      messa all'incanto. I consoli ebbero il trionfo più per aver vendicato

      implacabilmente gli affronti subiti che per l'importanza del successo

      ottenuto in guerra.

      

      18 L'anno successivo ebbe come consoli Postumio Cominio e Tito Largio.

      Durante la celebrazione dei giochi a Roma, dato che un gruppo di giovani

      sabini infoiati cercò di portarsi via delle prostitute, ci fu subito un

      assembramento di uomini e scoppiò una rissa così simile a una battaglia

      vera e propria da dar l'impressione di non essere un episodio

      insignificante bensì una minaccia di riapertura delle ostilità. Ma il

      pericolo di una nuova guerra coi Latini non era il solo allarme: infatti

      si sapeva ormai per certo che trenta città latine, istigate da Ottavio

      Mamilio, avevano formato una coalizione. La tensione generale dovuta a

      queste cupe notizie portò a suggerire per la prima volta la nomina di un

      dittatore. Circa l'anno e il nome dei consoli sospettati di essere

      «filotarquiniani» (si parla anche di questo) non c'è accordo tra le fonti,

      né si sa con certezza chi sia stato il primo dittatore. Tuttavia vedo che

      gli storici più antichi parlano di Tito Larcio come primo dittatore e di

      Spurio Cassio come maestro di cavalleria. Si propendeva per gli ex

      consoli: così prevedeva la legge presentata sull'elezione del dittatore.

      Proprio per questo motivo tendo personalmente a credere che come

      moderatore e mentore dei consoli venne scelto Larcio che era un ex console

      e non tanto Manio Valerio, figlio di Marco e nipote di Voleso, il quale

      console non lo era ancora stato. Se poi avessero voluto scegliere il

      dittatore proprio da quella famiglia, avrebbero dovuto nominare suo padre,

      Marco Valerio, uomo di specchiata virtù ed ex console.

      Dopo l'elezione del primo dittatore della storia di Roma, quando la gente

      lo vide preceduto dalle scuri, provò una paura tale da obbedire con più

      zelo alla sua parola. Infatti non era più possibile, come nel caso dei

      consoli, i quali dividevano equamente il potere, ricorrere o appellarsi al

      collega, né esisteva altra forma di comportamento che l'obbedienza

      scrupolosa. Anche i Sabini furono presi dal panico quando seppero che a

      Roma era stato nominato un dittatore, tanto più perché credevano fosse

      stato nominato per causa loro. Quindi inviarono ambasciatori con proposte

      di pace. Quando questi chiesero al dittatore e al senato di perdonare

      l'errore commesso da dei giovani, fu loro risposto che ai giovani si

      poteva perdonare, ma non a degli adulti che continuavano a fomentare una

      guerra dopo l'altra. Tuttavia, si intavolarono trattative: la pace sarebbe

      stata garantita se i Sabini avessero acconsentito a indennizzare Roma per

      le spese di preparazione della guerra; questa fu la richiesta. Fu

      dichiarata guerra, ma un tacito accordo mantenne la pace per un anno.

      

      19 Consoli Servio Sulpicio e M. Tullio. Niente di notevole da segnalare.

      Quindi fu la volta di Tito Ebuzio e di Caio Vetusio. Durante il loro

      consolato Fidene fu assediata e Crustumeria conquistata; Preneste passò

      dai Latini ai Romani e non fu più possibile rimandare una guerra coi

      Latini dopo anni di tentennamenti. Aulo Postumio, dittatore, e Tito

      Ebuzio, maestro di cavalleria, si misero in marcia con un massiccio

      schieramento di fanti e cavalieri e incontrarono il nemico presso il lago

      Regillo, nel territorio di Tuscolo. La notizia della presenza dei Tarquini

      tra le fila latine suscitò un'indignazione tale nei Romani da non poter

      rimandare ulteriormente lo scontro. Per questo la battaglia non ebbe

      precedenti quanto a ferocia e accanimento. Infatti i comandanti non si

      limitarono a dirigere le operazioni, ma si buttarono di persona nella

      mischia e quasi nessun membro dei due stati maggiori, salvo il dittatore

      romano, uscì indenne dallo scontro. Postumio era in prima linea a dirigere

      e incoraggiare i suoi uomini, quando Tarquinio il Superbo, nonostante

      l'età e il fisico indebolito, si lanciò al galoppo contro di lui, ma

      rimediò una ferita al fianco e riuscì a scamparla solo grazie

      all'intervento tempestivo dei suoi uomini. All'ala opposta dello

      schieramento, Ebuzio, il maestro di cavalleria, aveva attaccato Ottavio

      Mamilio. La manovra non era però sfuggita al comandante di Tuscolo il

      quale a sua volta gli si era lanciato contro al galoppo. L'urto delle loro

      lance fu così violento che Ebuzio rimase con un braccio trapassato e

      Mamilio fu colpito al petto. I Latini lo coprirono portandolo in seconda

      linea, mentre Ebuzio, che col braccio in quello stato non era più in grado

      di maneggiare un'arma, abbandonò il campo di battaglia. Il comandante

      latino, assolutamente noncurante della ferita, cercava di riaccendere lo

      scontro e, notando un cedimento dei suoi, fece intervenire il battaglione

      degli esuli romani guidati da un figlio di Lucio Tarquinio. Il loro

      accanimento, raddoppiato dall'indignazione per la perdita della patria e

      dei beni, riuscì per un attimo a ristabilire la situazione.

      

      20 Mentre i Romani da quella parte erano già in piena ritirata, Marco

      Valerio, fratello di Publicola, vide che il giovane Tarquinio si stava

      esponendo nelle prime file degli esuli; infiammato dalla gloria della sua

      famiglia, e volendo che dopo l'onore di aver cacciato i re le toccasse ora

      anche quello di averli uccisi, spronò il cavallo e con la lancia in resta

      piombò su Tarquinio. Questi, per evitare la carica forsennata

      dell'avversario, si ritirò in mezzo ai compagni. Mentre Valerio stava

      piombando a testa bassa contro il battaglione degli esuli, uno di essi lo

      centrò lateralmente passandolo da parte a parte. La ferita del cavaliere

      non rallentò l'impeto del cavallo e il giovane romano franò a terra in fin

      di vita coperto dalle armi. Quando il dittatore Postumio si rese conto di

      una simile perdita e vide che gli esuli stavano caricando con una foga

      inaudita mentre i suoi iniziavano a perdere terreno, ordinò alla sua

      coorte (un nucleo speciale di uomini che gli faceva da guardia del corpo)

      di trattare alla stregua di nemici chiunque avesse visto fuggire. La

      doppia paura distolse così i Romani dalla fuga e li respinse contro il

      nemico, risollevando le sorti della battaglia. La coorte del dittatore

      entrò solo allora nel vivo della mischia: fresca com'era di forze e col

      morale intatto, piombò sugli esuli ormai sfiancati e li fece a pezzi. In

      quel momento ci fu un altro scontro fra i capi. Il comandante latino,

      vedendo che il battaglione degli esuli stava per essere circondato dal

      dittatore romano, prese con sé alcuni manipoli della riserva e si lanciò

      in prima linea. Tito Erminio, il comandante in seconda, li vide arrivare e

      riconobbe in mezzo a loro Mamilio, inconfondibile per la tenuta e per le

      armi che portava. Attaccò così il generale avversario con molta più forza

      di quanto non avesse fatto prima il maestro di cavalleria e lo uccise con

      un colpo solo trapassandolo da parte a parte. Nell'attimo in cui stava

      spogliandone il cadavere, fu però anche lui colpito da un'asta nemica.

      Trasportato al campo da vincitore, morì mentre gli venivano somministrate

      le prime cure. Allora il dittatore, vedendo che i fanti erano sfiniti,

      vola in direzione dei cavalieri e li invita a smontare da cavallo e a

      gettarsi nella mischia. Obbediscono alla consegna: saltano a terra, si

      precipitano in prima linea e riparano gli antesignani coi loro scudi. Il

      morale dei fanti, vedendo che il meglio dei giovani nobili combatteva alla

      loro stregua e ne condivideva i rischi, riprende sùbito coraggio. Soltanto

      allora l'urto dei Latini fu contenuto e la loro linea di battaglia si

      disunì perdendo terreno. I cavalieri rimontarono in sella per lanciarsi

      all'inseguimento del nemico. La fanteria dietro. In quel momento, si narra

      che il dittatore, per non trascurare alcun aiuto divino o umano, dedicò un

      tempio a Castore e promise dei premi ai primi due soldati che fossero

      entrati nell'accampamento nemico. I Romani si lanciarono con una foga tale

      che con un unico assalto sbaragliarono il nemico e ne conquistarono il

      campo. Così andarono le cose al lago Regillo. Il dittatore e il maestro di

      cavalleria tornarono a Roma in trionfo.

      

      21 I tre anni successivi non furono caratterizzati né dalla stabilità

      della pace né dalla guerra. Prima furono consoli Quinto Clelio e Tito

      Larcio, poi Aulo Sempronio e Marco Minucio. Durante il consolato di questi

      ultimi venne consacrato il tempio di Saturno e istituita la festività dei

      Saturnali. I consoli successivi furono Aulo Postumio e Tito Verginio. Vedo

      che alcuni autori collocano la battaglia del lago Regillo solo in questa

      data e sostengono che Aulo Postumio, diffidando apertamente del proprio

      collega, avrebbe rinunciato alla carica e sarebbe quindi stato eletto

      dittatore. Visto che ogni storico adotta un criterio arbitrario in materia

      di cronologie e di liste di magistrati, ne consegue che è quasi

      impossibile riferire con esattezza la successione dei consoli e le date

      degli eventi, quando non solo i fatti ma anche gli autori stessi sono

      avvolti nelle nebbie del passato.

      I consoli successivi furono Appio Claudio e Publio Servilio. Fu un anno

      memorabile per l'annuncio della morte di Tarquinio. Questi si spense a

      Cuma, alla corte del tiranno Aristodemo che lo aveva accolto dopo la

      disfatta delle forze latine. La notizia entusiasmò tanto il senato quanto

      la plebe. I senatori, però, esagerarono nelle loro manifestazioni di

      giubilo e la plebe, fino a quel giorno fatta oggetto di ogni premurosa

      attenzione, cominciò a subire il potere soffocante del patriziato. Quello

      stesso anno, la colonia di Signa, voluta da Tarquinio, venne rifondata con

      l'invio di un nuovo contingente di coloni. A Roma il numero delle tribù fu

      portato a ventuno e il quindici di maggio fu consacrato il tempio di

      Mercurio.

      

      22 Con i Volsci non c'era stata, durante la guerra latina, né pace né

      aperta ostilità. Infatti sia i Volsci avevano messo insieme dei rinforzi

      armati che avrebbero inviato ai Latini se il dittatore romano non avesse

      accelerato le operazioni, sia quest'ultimo le accelerò per non doversi

      trovare a combattere contemporaneamente con Volsci e Latini. Indignati per

      questo comportamento, i consoli spinsero le legioni nel territorio dei

      Volsci. E i Volsci, non potendo prevedere una spedizione punitiva così

      immediata, furono presi alla sprovvista. Senza nemmeno abbozzare una

      reazione, consegnano come ostaggi trecento rampolli dell'aristocrazia di

      Cora e Pomezia. Così le legioni lasciarono il paese senza combattimenti.

      Ma non molto tempo dopo, i Volsci, una volta ripresisi dalla paura,

      tornano al loro comportamento abituale: si alleano militarmente con gli

      Ernici e fanno di nuovo preparativi segreti per la guerra. Mandano anche

      degli emissari qua e là per il Lazio a istigarne le popolazioni alla

      ribellione. Ma i Latini, dopo la disfatta del lago Regillo, avevano un

      solo sentimento nei confronti di chi avanzava proposte di guerra: l'odio

      più esasperato. Quindi non ebbero rispetto nemmeno per gli ambasciatori

      dei Volsci: li arrestarono e li portarono a Roma. Lì, dopo averli

      consegnati ai consoli, denunciarono i preparativi di guerra che Volsci ed

      Ernici stavano effettuando col progetto di aggredire Roma. All'annuncio

      della notizia i senatori ebbero una reazione così entusiastica da arrivare

      a rilasciare seduta stante seimila prigionieri latini e a rinviare ai

      nuovi magistrati il progetto di un trattato che in precedenza era stato

      negato per sempre. È ovvio che per i Latini fu una grande soddisfazione: i

      protagonisti di quella missione diplomatica ebbero riconoscimenti fuori

      del comune. Mandarono una corona d'oro in dono a Giove Capitolino. Insieme

      agli inviati che la portavano arrivò anche la massa debordante dei

      prigionieri restituiti ai loro cari. Dirigendosi verso le case dove

      ciascuno aveva prestato servizio, ringraziano della benigna accoglienza

      ricevuta durante il tempo della loro disgrazia e quindi instaurano

      rapporti di ospitalità con gli ex-padroni. Prima di quell'episodio, non

      c'era mai stata un'unione così profonda, sia in campo politico che in

      quello privato, tra la gente latina e lo Stato romano.

      

      23 Mentre la guerra coi Volsci era alle porte, a Roma infuriava lo scontro

      intestino tra le classi: patrizi e plebei si trovavano ai ferri corti e la

      causa prima era rappresentata dagli schiavi per debiti. Questi i termini

      della loro protesta: mentre prestavano servizio militare attivo per lo

      Stato, in patria erano oppressi e fatti schiavi; i plebei si sentivano più

      sicuri in guerra che in pace, più liberi tra i nemici che tra i

      concittadini. Il malcontento si stava già spontaneamente diffondendo,

      quando un episodio sconcertante fece traboccare il vaso. Un uomo già

      piuttosto attempato e segnato dalle molte sofferenze irruppe nel foro. Era

      vestito di stracci lerci. Fisicamente stava ancora peggio: pallido e

      smunto come un cadavere e con barba e capelli incolti che gli davano

      un'aria selvaggia. Benché sfigurato, la gente lo riconosceva: correva voce

      che fosse stato un ufficiale superiore e quelli che lo commiseravano gli

      attribuivano anche altri onori militari; lui stesso, a riprova della sua

      onesta militanza in varie battaglie, mostrava le ferite riportate in pieno

      petto. Quando gli chiesero come mai fosse così mal ridotto e sfigurato -

      nel frattempo l'assembramento di gente aveva assunto le proporzioni di

      un'assemblea - egli rispose che, durante la sua militanza nella guerra

      sabina, i nemici non si eran limitati a razziargli il raccolto, ma gli

      avevano anche incendiato la fattoria e portato via il bestiame; poi, nel

      pieno del suo rovescio, erano arrivate le tasse e si era così coperto di

      debiti. Il resto lo avevan fatto gli interessi da pagare sui debiti

      contratti: aveva prima perso il podere appartenuto a suo padre e a suo

      nonno, quindi il resto dei beni e infine, espandendosi al corpo come

      un'infezione, il suo creditore lo aveva costretto non alla schiavitù, ma

      alla prigione e alla camera di tortura. Dicendo questo, mostrò agli

      astanti la schiena orrendamente segnata da ferite recenti. Tale vista,

      unita a quanto appena sentito, fu salutata da un coro di voci sgomente e

      da un'agitazione collettiva che non si limitò soltanto al foro ma si

      espanse a macchia d'olio in tutti i quartieri della città. I debitori, sia

      quelli già fatti schiavi sia quelli ancora liberi, sciamano da ogni parte

      per le strade, implorano la protezione dei Quiriti e in ogni angolo

      trovano volontari pronti a unirsi a loro. Da ogni parte, urlando, si corre

      a gruppi verso il foro. Fu un bel rischio per quei senatori che,

      trovandosi casualmente in zona, finirono nel pieno della mischia. E la

      situazione non sarebbe tornata sotto controllo, se i consoli Publio

      Servilio e Appio Claudio non fossero intervenuti a sedare la sommossa. I

      dimostranti si girarono allora verso di loro e cominciarono a mostrare

      catene e altre orrende mutilazioni, gridando che quella era la ricompensa

      alle campagne cui ciascuno di essi aveva preso parte nel tale e nel

      talaltro paese. Reclamarono, con un tono che aveva più della minaccia che

      della supplica, la convocazione del senato e circondarono la curia per

      controllare e regolare dipersona le deliberazioni ufficiali. I consoli

      misero insieme giusto quei pochi senatori che casualmente erano lì

      intorno. Gli altri erano terrorizzati all'idea non solo di entrare nella

      curia, ma anche nel foro, e il senato non poteva fare nulla per

      l'insufficienza numerica dei presenti. Allora i dimostranti cominciarono a

      credere che li stessero prendendo in giro e cercassero di guadagnare

      tempo: pensavano che l'assenza dei senatori non fosse dovuta al puro caso

      o al panico, ma a una precisa volontà ostruzionistica, ed erano certi,

      vedendo che i senatori menavano il can per l'aia, che ci si stesse

      prendendo gioco della loro miseranda condizione. Quando ormai sembrava che

      anche l'autorità consolare non avesse più alcun potere coercitivo su

      quella massa di gente imbestialita, ecco che finalmente arrivarono quei

      senatori rosi dal dubbio se si rischiasse di più standosene al coperto o

      comparendo in senato. Raggiunto così il numero legale dei presenti, né i

      senatori né tantomeno i consoli riuscivano a mettersi d'accordo su una

      soluzione possibile. Appio, che aveva un carattere impulsivo, era

      dell'opinione di risolvere la cosa con l'impiego dell'autorità consolare:

      con un paio di arresti, gli altri si sarebbero calmati. Servilio, invece,

      più incline ad adottare misure di compromesso, era dell'opinione che fosse

      più sicuro, oltre che più semplice, assecondare la rabbia dei dimostranti

      piuttosto che ricorrere alla repressione.

      

      24 Nel frattempo ecco una notizia ancor più minacciosa: dei cavalieri

      latini arrivarono al galoppo e seminarono il panico annunciando che

      l'esercito dei Volsci era in marcia su Roma. La frattura intestina tra le

      classi era così profonda che plebe e senato ebbero una reazione

      completamente antitetica all'annuncio di quella notizia. I plebei

      esultarono, sostenendo che gli dèi si stavano vendicando dell'arroganza

      dei senatori. Si esortavano reciprocamente a non arruolarsi: sarebbe stato

      meglio morire tutti insieme che da soli. In prima linea ci andassero i

      senatori, prendessero loro le armi e i pericoli toccassero a chi ne traeva

      vantaggio. I membri della curia, invece, scoraggiati e in preda a un

      doppio terrore, provocato dai concittadini e dai nemici, supplicarono il

      console Servilio, più popolare del collega presso le classi subalterne, di

      tirar fuori lo Stato dal vicolo cieco in cui si era venuto a trovare.

      Allora il console, dopo aver aggiornato la seduta, si presenta di fronte

      al popolo. Gli dimostrò che il senato era preoccupato degli interessi

      della plebe; tuttavia la deliberazione che riguardava la maggior parte dei

      cittadini, ma pur sempre soltanto una parte di essi, doveva lasciare la

      precedenza al pericolo che interessava l'intera cittadinanza. Col nemico

      pressoché alle porte, tutto passa in secondo piano rispetto alla guerra.

      Se poi si fosse fatta qualche concessione, non sarebbe stato onesto per la

      plebe pretendere una ricompensa prima di aver combattuto per la patria, né

      troppo decoroso per i senatori farsi trascinare dalla paura a prendere

      delle misure concernenti il miglioramento delle condizioni di vita dei

      loro concittadini, piuttosto che adottare in séguito gli stessi

      provvedimenti però di loro spontanea volontà. Suggellò il suo discorso con

      un editto: più nessun cittadino romano poteva essere messo in catene o

      imprigionato, e dunque non gli poteva essere tolta la facoltà di iscrivere

      il proprio nome nella lista di arruolamento dei consoli; nessuno poteva

      impossessarsi dei beni di un soldato, impegnato in guerra, né venderli, né

      trattenere i suoi figli e i suoi nipoti. Appena l'editto venne pubblicato,

      diedero subito il proprio nome per arruolarsi i debitori che erano lì sul

      posto; gli altri, da ogni quartiere della città, abbandonarono le case dei

      privati che non avevano più diritto di trattenerli e si ammassarono nel

      foro per prestare giuramento. Formarono un contingente massiccio e nella

      guerra contro i Volsci non ebbero rivali per coraggio e determinazione.

      

      25 Il console guida le truppe contro il nemico e si accampa a poca

      distanza da esso. La notte successiva, i Volsci, sperando che la discordia

      venutasi a creare a Roma favorisse diserzioni e tradimenti nelle tenebre,

      attaccano l'accampamento nemico. La cosa non sfuggì alle sentinelle che

      diedero subito l'allarme e, al primo segnale, tutti si precipitarono alle

      armi, vanificando così la sortita dei Volsci. Il resto della notte fu

      dedicato al sonno da entrambe le parti. Il giorno dopo, alle prime luci

      dell'alba, i Volsci riempiono i fossati e invadono le trincee. Quando

      stavano già per abbattere l'intera palizzata, il console, benché tutti gli

      uomini - e i debitori più di ogni altro - lo supplicassero di dare il

      segnale, indugiò qualche momento per metterne alla prova il coraggio.

      Quando non c'era più alcun dubbio sull'incrollabilità del loro ardore,

      diede finalmente il segnale d'attacco e fece uscire le sue truppe,

      impazienti di buttarsi nella mischia. Bastò il primo assalto per

      respingere il nemico. I fanti si lanciarono all'inseguimento dei

      fuggitivi, incalzandoli da dietro finché fu loro possibile. Il resto lo

      fecero i cavalieri, costringendoli a retrocedere, terrorizzati, fino

      all'accampamento. L'accampamento stesso, circondato dalle legioni e

      abbandonato dai Volsci in preda al panico, fu preso e devastato.

      L'indomani le truppe furono condotte contro Suessa Pomezia, dove i nemici

      si erano rifugiati: nello spazio di pochi giorni la città fu conquistata e

      si diede via libera alla razzia. Ciò permise ai soldati più indigenti di

      migliorare un po' la loro condizione. Il console, carico di gloria,

      ricondusse a Roma l'esercito vincitore. Sulla strada una delegazione di

      Volsci di Ecetra, preoccupati per la propria sorte dopo la rotta di

      Pomezia, incontrò il console che si stava allontanando in direzione di

      Roma. Su decreto del senato venne loro concessa la pace, ma tolto il

      territorio.

      

      26 Subito anche i Sabini misero in allarme i Romani: ma in effetti si

      trattò più di una scorreria che di una guerra vera e propria. Nel pieno

      della notte arrivò la notizia che un contingente di razziatori sabini si

      trovava nei pressi dell'Aniene e stava saccheggiando e incendiando a

      casaccio le fattorie dei dintorni. Immediatamente venne inviato sul posto

      con tutta la cavalleria Aulo Postumio, il dittatore della guerra latina.

      Il console Servilio gli tenne dietro con dei corpi scelti di fanteria. La

      maggior parte dei nemici, sbandati com'erano, fu circondata dalla

      cavalleria e, quando sopraggiunse la colonna dei fanti, le truppe sabine

      non opposero resistenza. Stremati non solo dalla marcia ma dalla nottata

      di razzie, buona parte dei nemici, pieni di vino e cibo rastrellati nelle

      fattorie, riuscirono giusto a scappare con le poche energie che erano loro

      rimaste.

      Dopo che nell'arco di una sola notte erano venuti a sapere della guerra

      coi Sabini e l'avevano portata a termine, il giorno dopo, quando ormai si

      poteva contare su una pace generale, il senato ricevette una legazione

      degli Aurunci; costoro dissero che avrebbero dichiarato guerra a Roma se

      non fosse stato evacuato il territorio dei Volsci. L'esercito si era messo

      in movimento con loro e la notizia che era già stato avvistato non lontano

      da Aricia gettò i Romani in un tale stato di confusione che, non potendo

      portare, come di consuetudine, la questione di fronte al senato né

      rispondere con calma a un popolo che era già sul piede di guerra, si

      armarono anche loro. Marciarono su Aricia a ranghi compatti: la battaglia

      avvenne nei pressi della città e la guerra durò un solo scontro.

      

      27 Dopo aver sbaragliato gli Aurunci, i Romani, reduci da un gran numero

      di successi militari in così pochi giorni, contavano sulle promesse dei

      consoli e sulla parola del senato, quando Appio, parte per la naturale

      arroganza del suo carattere e parte per screditare il collega, intervenne

      in maniera quanto mai dura in materia di debiti. La conseguenza fu che gli

      ex-debitori insolventi furono riconsegnati ai creditori e dei nuovi furono

      messi ai ferri. Ogni qualvolta si trattava di un soldato, questi

      interpellava il collega. Intorno a Servilio c'era sempre un assembramento

      di gente: tutti gli ricordavano le promesse fatte e gli mostravano gli

      attestati militari nonché le ferite riportate in battaglia. Gli

      chiedevano, o di portare la questione di fronte al senato, o di rendersi

      utile dando una mano come console ai concittadini e come generale ai

      militari. Pur essendo toccato da quella supplica, la situazione lo

      costringeva a temporeggiare, perché l'opposizione era fortissima, avendo

      dalla sua parte non soltanto il collega ma l'intera nobiltà. Tenendo così

      una posizione di sostanziale neutralità, non riuscì né a evitare l'odio

      dei plebei né a conciliarsi il favore dei senatori. Infatti, per questi

      ultimi era un console senza polso e un agitatore, mentre per i primi uno

      che faceva il furbo. Presto apparve chiaro che era odiato al pari di

      Appio. I consoli si contendevano l'onore di consacrare il tempio di

      Mercurio e il senato girò la questione al popolo: a chi dei due fosse

      toccato, per volontà del popolo stesso, l'onore della consacrazione,

      sarebbe andata anche l'amministrazione dell'annona e il compito di formare

      una corporazione di commercianti, nonché di celebrare i riti solenni di

      fronte al pontefice massimo. Il popolo assegnò la consacrazione del tempio

      a Marco Letorio, centurione primipilo, con un intento chiarissimo: non si

      trattava cioè tanto di onorare quest'uomo - troppo grande la sproporzione

      tra l'incarico e la sua posizione nella vita di tutti i giorni -, quanto

      di un'offesa alle persone dei consoli. Inevitabile conseguenza fu un

      ulteriore inasprimento da parte di uno dei due consoli e dei senatori. Ma

      i plebei si erano fatti forza e stavano seguendo una tattica ben diversa

      da quella adottata prima. Infatti, perduta ogni speranza nell'intervento

      dei consoli e del senato, appena vedevano un debitore trascinato in

      giudizio, intervenivano da ogni parte. La sentenza del console,

      sopraffatta dal trambusto delle voci, non arrivò agli astanti e poi, anche

      quando fu pronunciata, nessuno obbedì. La sola legge era la violenza: la

      paura in tutte le sue forme e il rischio di essere catturati passarono dai

      debitori ai creditori, mentre questi, sotto gli occhi del console,

      venivano presi da parte e aggrediti da interi gruppi. Nel pieno di questo

      marasma venne a inserirsi una guerra contro i Sabini. Fu bandita una leva,

      ma nessuno si iscrisse. Appio era fuori di sé. Imprecava contro

      l'ambizione del collega, reo di aver tradito lo Stato per rendersi

      popolare con la sua politica dell'inerzia e, non soddisfatto di aver

      sospeso il giudizio sui verdetti concernenti i debiti, non era in grado

      nemmeno di mettere in pratica la leva stabilita dal decreto del senato.

      Ciò nonostante, lo Stato non era proprio del tutto alla deriva né

      l'autorità consolare era completamente decaduta: ci avrebbe pensato lui,

      da solo, a salvaguardare la credibilità sua e del senato. Mentre era

      circondato dalla solita folla di ceffi esaltati, ordinò di arrestarne uno

      che era un ben noto trascinatore. Mentre i littori lo stvano portando via,

      questi si appellò. E il console non glielo avrebbe concesso (cosa poteva

      infatti scegliere il popolo?) se la sua ostinazione non si fosse piegata

      più davanti all'esperienza e all'autorità dei maggiorenti che alle urla

      del popolo, tanta era la forza che aveva ancora in corpo per sfidare

      l'impopolarità. Da quel momento in poi i dissapori peggiorarono giorno

      dopo giorno, non solo con manifestazioni pubbliche ma, sintomo ben più

      grave, con riunioni appartate e colloqui segreti. Alla fine, i consoli,

      così odiati dalla plebe, completarono il loro mandato: Servilio non

      incontrò i favori di nessuna delle due parti, Appio invece fu osannato dai

      senatori.

      

      28 Entrarono allora in carica Aulo Verginio e Tito Vetusio. La plebe,

      quindi, non sapendo che tipo di consoli sarebbero stati, tenne delle

      riunioni notturne - parte sull'Esquilino e parte sull'Aventino - per

      evitare di prendere nel foro delle decisioni precipitose e lasciare che

      tutto avvenisse all'insegna della più avventata casualità. I consoli,

      pensando che si trattasse, come in effetti era, di una situazione

      veramente pericolosa, ne misero al corrente il senato, ma la denuncia non

      poté essere esaminata come il regolamento imponeva: infatti la notizia fu

      accolta da un coro di urla scomposte dei senatori, indignati che

      scaricassero sul senato l'impopolarità di un provvedimento che invece

      rientrava nella sfera delle loro competenze. Era chiaro che se Roma avesse

      avuto dei magistrati come si deve, le sole assemblee sarebbero state

      quelle ufficiali. Al momento presente, invece, il governo dello Stato era

      frammentato in una dispersione di migliaia di assemblee e di

      contro-senati. Un uomo solo - e santo dio si trattava di qualcosa di più

      di un console! - della statura di Appio Claudio avrebbe spazzato via in un

      attimo tutte quelle conventicole di gente. I consoli incassarono le

      critiche e chiesero lumi sul da farsi, dichiarandosi disponibili ad agire

      con tutta la determinazione e il polso che il senato avrebbe considerato

      necessari. Fu ordinato loro di mettere in pratica la leva militare con la

      maggiore energia possibile, perché proprio nell'inattività la plebe

      diventava insolente. Dopo l'aggiornamento della seduta, i consoli salgono

      sulla tribuna e fanno l'appello dei giovani. Visto che nessuno rispondeva

      al proprio nome, la folla, accalcata intorno ai due magistrati come

      durante un comizio pubblico, dichiarò che non ci si sarebbe più fatti

      gioco della plebe e che Roma non avrebbe avuto più un solo soldato se non

      si fossero mantenute le promesse ufficiali: bisognava restituire a

      ciascuno la libertà prima di mettergli in mano le armi, in modo che

      combattesse per la patria e i propri concittadini e non per dei padroni. I

      consoli avevano capito benissimo quello che era stato ordinato loro dai

      senatori; solo che tra quanti li avevano aggrediti verbalmente all'interno

      della curia, lì fuori non ce n'era uno a condividere con loro quel momento

      di impopolarità, ed era chiaro che lo scontro con la plebe sarebbe stato

      durissimo. Così, prima di giocarsi il tutto per tutto, pensarono bene di

      interpellare di nuovo il senato. Allora i senatori più giovani,

      avventandosi minacciosamente verso gli scranni dei consoli, intimarono

      loro di rassegnare le dimissioni e di rinunciare a quel potere che, per

      mancanza di temperamento, non riuscivano a far rispettare.

      

      29 Avendo battuto a sufficienza entrambe le strade percorribili, alla fine

      i consoli dichiararono: «Perché non dobbiate, o senatori, sostenere di non

      esser stati avvertiti, sappiate che ora siamo sull'orlo di una grande

      sommossa. A chi ci ha aggredito dandoci brutalmente dei codardi noi

      chiediamo di venire ad assisterci nelle pratiche della leva. Visto che

      questo è il vostro desiderio, agiremo uniformandoci alla volontà dei più

      inflessibili tra voi.» Quindi tornano in tribunale e ordinano apposta di

      chiamare per nome uno degli astanti. Siccome questi non rispondeva e se ne

      stava in mezzo a un crocchio che lo aveva circondato per proteggerlo da

      eventuali violenze, i consoli mandarono un littore a prelevarlo. Ma dato

      che la folla lo respinse, i senatori venuti ad assistere i consoli,

      gridando che si trattava di una violazione indegna, si precipitarono giù

      dai banchi del tribunale per dare man forte al littore. La folla allora,

      lasciando da parte il pubblico ufficiale, cui era stato semplicemente

      proibito l'arresto di quell'uomo, rivolse la sua carica aggressiva contro

      i senatori e soltanto l'intervento dei consoli riuscì a sedare la rissa,

      fatta non tanto di sassi e armi vere e proprie, quanto di un chiassoso

      scambio di idee più che di violenze. La seduta del senato avvenne in un

      clima di grande confusione, che raggiunse il suo apice al momento di

      adottare una delibera: le vittime dell'aggressione esigevano un'inchiesta

      e i membri più violenti la approvavano non tanto con regolari interventi

      quanto con un boato di urla. Una volta placatisi gli animi, i consoli

      deplorarono che in piena curia ci fossero minori manifestazioni di

      assennatezza di quante essi ne avessero viste in mezzo alla folla del

      foro. Detto questo, si poté procedere a un regolare dibattito. Ci furono

      tre interventi. Publio Verginio era contrario a ogni forma di

      generalizzazione: la sua proposta era di prendere in esame soltanto coloro

      i quali, fidandosi della parola del console Publio Servilio, avevano

      militato nelle campagne contro Volsci, Aurunci e Sabini. Tito Larcio,

      invece, sosteneva che in un momento come quello era impensabile

      ricompensare soltanto i reduci di guerra: la plebe tutta era immersa nei

      debiti fino al collo e l'unico rimedio credibile sarebbe stato un

      provvedimento a carattere generale. Eventuali sperequazioni, poi,

      all'interno della stessa classe, avrebbero acuito la tensione invece di

      ridurla. Appio Claudio, il cui carattere aggressivo trovava un valido

      incentivo ora nell'odio della plebe ora negli applausi dei senatori, disse

      che la causa di quelle sommosse popolari non era tanto la miseria quanto

      la permissività e inoltre che la plebe era più insolente che feroce. Tutto

      il male veniva soltanto dal diritto d'appello: i consoli, infatti,

      potevano minacciare ma non avere una reale autorità, visto che ai

      colpevoli era lecito comparire di fronte ai loro stessi complici. «Diamoci

      da fare,» disse, «eleggiamo un dittatore il quale non è sottoposto al

      diritto d'appello; cesserà così, una buona volta, questo furore che ha

      infiammato ogni cosa. E voglio un po' vedere se qualcuno oserà ancora

      mettere le mani su un littore, sapendo di avere schiena e vita in completa

      balia di colui di cui ha violato la maestà.»

      

      30 La maggior parte dei senatori trovarono eccessivamente spietata, come

      infatti era, la proposta di Appio. Al contrario, quelle di Verginio e di

      Larcio non sembrarono molto praticabili: la prima perché avrebbe creato un

      precedente, la seconda perché avrebbe tolto ogni fiducia. La miglior

      soluzione di compromesso per entrambi i contendenti sembrava comunque

      quella di Verginio. Ma lo spirito di parte e la priorità degli interessi

      particolari, che hanno sempre danneggiato e sempre danneggeranno le

      deliberazioni pubbliche, fecero prevalere Appio: poco mancò che venisse

      addirittura eletto dittatore, cosa che avrebbe del tutto alienato la plebe

      in quei momenti di grandissimo rischio (il caso voleva, infatti, che

      Volsci, Equi e Sabini fossero contemporaneamente in armi). Ma i consoli e

      i senatori più anziani, preoccupandosi che quella carica, di per sé vicina

      all'onnipotenza, finisse in mano a una persona dal carattere mite,

      eleggono dittatore M. Valerio, figlio di Voleso. La plebe, pur rendendosi

      conto che la nomina di un dittatore avveniva a suo discapito, tuttavia da

      quella famiglia non temeva tristi sorprese o repressioni visto che era

      stato proprio un fratello del neoeletto a far varare la legge sul diritto

      d'appello. In séguito un editto del dittatore confermò queste buone

      disposizioni perché riproduceva a grandi linee quello del console

      Servilio. Ma pensando che la miglior cosa fosse aver fiducia sia nell'uomo

      che nella sua carica, abbandonarono l'ostruzionismo e si arruolarono. Mai

      prima di allora ci fu un numero così alto di effettivi: vennero formate

      dieci legioni. Ogni console ne ebbe tre ai suoi ordini, mentre quattro

      andarono al dittatore.

      La guerra non si poteva più rimandare. Gli Equi avevano invaso il

      territorio latino. Ambasciatori latini chiedevano al senato o un invio di

      rinforzi o l'autorizzazione a prendere le armi per proteggere il proprio

      paese. Difendere i Latini inermi sembrò più sicuro che permettere loro di

      riprendere le armi. Venne inviato il console Vetusio, il quale pose fine

      alle razzie. Gli Equi evacuarono la campagna e, fidando maggiormente nella

      posizione che nelle armi, se ne stavano in attesa sulle cime dei rilievi.

      L'altro console marcia contro i Volsci e, anche lui per non perdere tempo,

      comincia a devastare metodicamente le campagne per spingere il nemico ad

      accamparsi più vicino e costringerlo allo scontro. I due eserciti si

      schierarono ciascuno di fronte alla propria trincea, in una piana compresa

      tra i due accampamenti. I Volsci erano numericamente di gran lunga

      superiori: per questo si buttarono sprezzanti allo sbaraglio. Il console

      romano non si mosse né permise di rispondere all'urlo di guerra, ma ordinò

      ai suoi di stare fermi e con le aste piantate a terra: soltanto quando il

      nemico fosse arrivato a distanza ravvicinata, avrebbero dovuto assalirlo

      con tutte le loro forze e risolvere la cosa con le spade. Quando i Volsci,

      affaticati dalla corsa e dal gran gridare, arrivarono sui Romani,

      apparentemente atterriti alla loro vista, e si resero conto del

      contrattacco in atto vedendo il bagliore delle spade, come se fossero

      finiti in un'imboscata, fecero dietro-front spaventati. Ma non avevano più

      la forza nemmeno di fuggire, perché si erano gettati in battaglia

      correndo. I Romani, invece, rimasti fermi nelle fasi iniziali, erano

      freschissimi: non fu quindi difficile per loro piombare sui nemici sfiniti

      e catturarne l'accampamento. Di lì inseguirono i Volsci rifugiatisi a

      Velitra, dove vincitori e vinti irruppero come se fossero stati un

      esercito solo. Là, in un massacro generale e senza distinzioni, versarono

      più sangue che nella battaglia vera e propria. Vennero risparmiati

      soltanto quei pochi che si arresero inermi.

      

      31 Durante questa campagna contro i Volsci, il dittatore, mette in rotta i

      Sabini - di gran lunga il nemico numero uno per Roma - conquistandone

      l'accampamento. Lanciatosi all'attacco con la cavalleria, aveva fatto il

      vuoto nel centro dell'esercito nemico, rimasto troppo scoperto per

      l'eccessiva apertura a ventaglio delle due ali. Nel bel mezzo di questo

      disordine subentrarono i fanti all'assalto. Con un solo e unico attacco

      presero l'accampamento e misero fine alla campagna. Dopo quella del lago

      Regillo, nessun'altra battaglia, in quegli anni, fu più famosa. Il

      dittatore tornò a Roma in trionfo. Oltre agli onori di rito, fu riservato

      un posto a lui e ai suoi discendenti per assistere ai ludi nel circo, e lì

      fu sistemata una sedia curule. A séguito di questa sconfitta i Volsci

      persero il territorio di Velitra; la città, popolata da coloni inviati da

      Roma, divenne colonia. Poco tempo dopo si combatté con gli Equi, anche se

      il console era contrario perché si trattava di abbordare il nemico da

      posizione sfavorevole. Ma i suoi uomini lo accusavano di tirare per le

      lunghe la cosa per lasciare che scadesse il mandato del dittatore prima

      del loro rientro a Roma e far così cadere nel nulla le sue promesse, come

      era già prima successo con quelle del console. Quindi lo forzarono a una

      mossa sconsiderata e del tutto affidata al caso: spingere le truppe sul

      versante della montagna di fronte a loro. Fu solo grazie alla codardia dei

      nemici che questa manovra, di per sé malcongegnata, ebbe un esito

      favorevole: i Romani non erano ancora arrivati a distanza di tiro che

      essi, scoraggiati da una simile dimostrazione di audacia, abbandonarono il

      loro accampamento piazzato in una posizione quasi inespugnabile e si

      dileguarono nei valloni dell'altro versante. Si trattò di un bottino non

      trascurabile e di una vittoria senza perdite.

      Malgrado questo triplice successo militare, plebe e senato non avevano

      smesso di preoccuparsi della soluzione dei problemi interni. E gli usurai,

      con un assiduo lavorio da veri esperti, si erano dotati degli strumenti

      per frustrare le iniziative non solo della plebe ma anche del dittatore

      stesso. Infatti Valerio, dopo il rientro del console Vetusio, diede

      precedenza assoluta alla causa del popolo vincitore, portandola

      all'attenzione del senato e chiedendo un pronunciamento definitivo sugli

      insolventi per debiti. Visto che la richiesta non fu approvata, disse: «Io

      non vi vado a genio perché cerco di ricomporre la frattura. Tra pochi

      giorni, ve lo garantisco, desidererete che la plebe abbia dei difensori

      come me. Per quel che mi riguarda, non ho intenzione di prendere

      ulteriormente in giro i miei concittadini né di continuare a fare il

      dittatore solo in teoria. Questa magistratura era l'unica soluzione per

      uno Stato diviso tra urti interni e una guerra da combattere all'esterno:

      fuori è tornata la pace, mentre in città si fa di tutto per ostacolarla.

      Interverrò nei disordini da privato cittadino piuttosto che da dittatore.»

      Uscì quindi dalla curia e rassegnò le dimissioni. La plebe capì benissimo

      che un gesto simile era stato dettato dal risentimento per i torti che

      essa subiva. E così, come se egli avesse mantenuto la parola - non era

      colpa sua se l'impegno non era stato onorato -, lo seguirono mentre

      rientrava a casa e gli manifestarono la loro gratitudine con un lungo

      applauso.

      

      32 Allora i senatori cominciarono a temere che, congedando l'esercito, si

      sarebbe tornati alle riunioni segrete e alle cospirazioni. Così, pur

      essendo stati arruolati per ordine del dittatore, tuttavia, siccome

      avevano giurato nelle mani dei consoli, si pensava che i soldati fossero

      ancora legati a quel giuramento. Quindi, col pretesto di una ripresa di

      ostilità da parte degli Equi, ordinarono che le legioni venissero condotte

      fuori città. Ma questo provvedimento accelerò la rivolta. Sulle prime pare

      si fosse parlato di assassinare i consoli per svincolarsi dagli obblighi

      del giuramento. Quando però fu spiegato loro che non c'era delitto che

      potesse liberare da un vincolo sacro, allora le truppe, su proposta di un

      certo Sicinio, si ammutinarono all'autorità dei consoli e si ritirarono

      sul monte Sacro, sulla riva destra dell'Aniene, a tre miglia da Roma.

      Questa è la versione più accreditata. Stando invece a quella adottata da

      Pisone, la secessione sarebbe avvenuta sull'Aventino. Lì, senza nessuno

      che li guidasse, fortificarono in tutta calma il campo con fossati e

      palizzate limitandosi ad andare in cerca di cibo e, per alcuni giorni, non

      subirono attacchi né attaccarono a loro volta. Roma era nel panico più

      totale e il clima di mutua apprensione teneva tutto in sospeso. La plebe,

      abbandonata al suo destino, temeva un'azione di forza organizzata dal

      senato; i senatori temevano la parte di plebe rimasta in città, ed erano

      incerti se fosse preferibile che essa rimanesse o se ne andasse. E poi,

      quanto sarebbe durata la calma dei secessionisti? Che cosa sarebbe

      successo se nel frattempo fosse scoppiata una guerra con qualche paese

      straniero? La sola speranza era rappresentata dalla concordia interna: per

      il bene dello Stato andava restaurata e a qualunque costo.

      Si decise allora di mandare alla plebe come portavoce Menenio Agrippa,

      uomo dotato di straordinaria dialettica e ben visto per le sue origini

      popolari. Una volta introdotto nel campo, pare che raccontò questo apologo

      con lo stile un po' rozzo tipico degli antichi: «quando le membra del

      corpo umano non costituivano ancora un tutt'uno armonico, ma ciascuna di

      esse aveva un suo linguaggio e un suo modo di pensare autonomi, tutte le

      altre parti erano indignate di dover sgobbare a destra e a sinistra per

      provvedere a ogni necessità dello stomaco, mentre questo se ne stava zitto

      zitto lì nel mezzo a godersi il bendidio che gli veniva dato. Allora,

      decisero di accordarsi così: le mani non avrebbero più portato il cibo

      alla bocca, la bocca non si sarebbe più aperta per prenderlo, né i denti

      lo avrebbero più masticato. Mentre, arrabbiate, credevano di far morire di

      fame lo stomaco, le membra stesse e il corpo tutto eran ridotti pelle e

      ossa. In quel momento capirono che anche lo stomaco aveva una sua funzione

      e non se ne stava inoperoso: nutriva tanto quanto era nutrito e a tutte le

      parti del corpo restituiva, distribuito equamente per le vene e arricchito

      dal cibo digerito, il sangue che ci dà vita e forza». Mettendo in

      parallelo la ribellione interna delle parti del corpo e la rabbia della

      plebe nei confronti del senato, Menenio riuscì a farli ragionare.

      

      33 Venne allora affrontato il tema della riconciliazione e si giunse al

      seguente compromesso: la plebe avrebbe avuto dei magistrati sacri e

      inviolabili il cui compito sarebbe stato quello di prendere le sue difese

      contro i consoli, e nessun patrizio avrebbe potuto avere quest'incarico.

      Quindi furono eletti due tribuni della plebe, Caio Licinio e Lucio Albino.

      A loro volta essi si scelsero tre colleghi, uno dei quali era Sicinio, il

      promotore della rivolta. Sui nomi degli altri due ci sono parecchie

      incertezze. Alcuni autori sostengono che sul monte Sacro vennero eletti

      soltanto due tribuni e che lì fu proposta la legge sull'inviolabilità.

      Durante la secessione della plebe, Spurio Cassio e Postumio Cominio erano

      diventati consoli. Nel corso del loro mandato fu stipulato un trattato di

      alleanza con le popolazioni latine. Per concluderlo, uno dei consoli

      rimase a Roma. Il suo collega, invece, incaricato di una campagna contro i

      Volsci, sbaragliò e disperse i Volsci di Anzio; quindi, costringendoli a

      rifugiarsi a Longula, li inseguì ed espugnò la città. Subito dopo

      conquistò Polusca, altra città dei Volsci. Poi attaccò con estrema

      decisione Corioli. Tra i giovani nobili c'era allora arruolato Gneo

      Marzio, tipo sveglio e risoluto, che in séguito fu soprannominato

      Coriolano. Mentre l'esercito romano era intento all'assedio di Corioli e

      teneva gli occhi puntati sugli abitanti compressi all'interno delle mura,

      senza alcuna preoccupazione di un eventuale attacco dall'esterno, fu

      all'improvviso assalito da un contingente di Volsci partiti da Anzio e

      contemporaneamente sorpreso da una sortita degli assediati. Per caso

      Marzio era di guardia. Con un pugno di soldati scelti non solo tamponò la

      sortita, ma ebbe anche il coraggio di buttarsi oltre la porta dove compì

      un massacro nei quartieri più vicini e, trovandosi del fuoco per le mani,

      incendiò gli edifici che sovrastavano il muro. Il panico dei cittadini

      che, come sempre succede, seguì, misto ai pianti delle donne e dei

      bambini, la prima reazione degli assediati, tonificò i Romani e

      demoralizzò i Volsci, ovviamente sconsolati dalla resa della città cui

      eran venuti in soccorso. Così furono sbaragliati i Volsci di Anzio e

      conquistata la città di Corioli. L'impresa di Marzio eclissò la gloria del

      console al punto che, se il trattato coi Latini, concluso dal solo Spurio

      Cassio in assenza del collega, non fosse rimasto inciso a perenne memoria

      su una colonna di bronzo, nessuno si ricorderebbe che Postumio Cominio

      combatté contro i Volsci.

      Quello stesso anno morì Menenio Agrippa, l'uomo che in vita era stato

      ugualmente caro alla plebe e ai senatori e che dopo la secessione sul

      monte Sacro fu più caro alla plebe. L'uomo che aveva fatto da mediatore e

      da interprete della riconciliazione tra i cittadini, che era stato

      l'ambasciatore del senato presso la plebe e colui che l'aveva ricondotta a

      Roma, non lasciò il denaro sufficiente per pagarsi il funerale: ci pensò

      così la plebe, con una sottoscrizione di un sesto di asse a testa.

      

      34 I consoli successivi furono Tito Geganio e Publio Minucio. Quell'anno,

      non essendoci più nessuna preoccupazione militare ed essendo stato

      composto ogni motivo di urto all'interno, una calamità di ben altra

      portata si abbatté su Roma: la mancanza di generi alimentari, dovuta al

      fatto che i campi erano rimasti incolti durante la secessione della plebe,

      poi la fame, come succede alle città in stato d'assedio. Per gli schiavi e

      soprattutto per la plebe avrebbe voluto dire morte se i consoli non

      avessero provveduto mandando degli emissari a racimolare frumento

      dovunque, non solo lungo la costa etrusca a nord di Ostia e a sud

      superando via mare le terre dei Volsci fino giù a Cuma, ma addirittura in

      Sicilia, tanto lontano li aveva costretti a cercare aiuto l'odio dei

      popoli confinanti. A Cuma, una volta acquistato il grano, le navi furono

      trattenute dal tiranno Aristodemo come indennizzo delle proprietà dei

      Tarquini di cui egli era l'erede. Presso i Volsci e nel Pontino non si

      riuscì nemmeno ad acquistarne: i compratori di grano rischiarono

      addirittura di esser assaliti dai locali. Dall'Etruria ne arrivò invece

      via fiume, lungo il Tevere, e bastò per sfamare la plebe. In quel disastro

      generale si sarebbe venuta ad aggiungere una quanto mai intempestiva

      guerra, se sui Volsci, già pronti a scendere in campo, non si fosse

      abbattuta una tremenda pestilenza. Vedendo il terrore che una simile

      decimazione aveva seminato, i Romani, per far sì che il nemico non

      riuscisse a liberarsi completamente della paura anche una volta uscito

      dall'epidemia, potenziarono con nuovi invii la colonia di Velitra e ne

      fondarono una nuova a Norba, sulle montagne, per avere una roccaforte nel

      Pontino.

      Sotto il consolato di Marco Minucio e di Aulo Sempronio ci fu una

      massiccia importazione di grano dalla Sicilia e il senato discusse il

      prezzo a cui avrebbe dovuto esser venduto alla plebe. Molti pensavano

      fosse arrivato il tempo di dare un giro di vite alla plebe e di recuperare

      i diritti che essa aveva estorto ai senatori con le violenze della

      secessione. Uno dei più accesi, Marzio Coriolano, nemico della potestà

      tribunizia, disse: «Se vogliono il grano al prezzo di una volta,

      restituiscano ai senatori i loro antichi diritti. È mai possibile che io

      debba vedere dei plebei magistrati e un Sicinio dotato di poteri, io che

      son passato sotto il giogo e sono stato riscattato da questa specie di

      delinquenti? Dovrò sopportare più a lungo del necessario delle infamie del

      genere? Io che non avrei tollerato Tarquinio come re, dovrei sopportare un

      Sicinio? Ci vada lui ora in secessione e si porti la plebe con sé. La

      strada che porta al monte Sacro e agli altri colli è libera. Rubino pure

      il frumento dai nostri campi come due anni fa. Si godano la carestia

      frutto della loro follia. Non ho paura di affermare che, domati da questa

      piaga, preferiranno andare a lavorare i campi piuttosto che, come fecero

      durante la secessione, impedire con la violenza che gli altri lavorino.»

      Io credo che i patrizi avrebbero potuto, mettendo delle condizioni

      all'abbassamento dei prezzi, liberarsi del potere dei tribuni e di tutti

      quei diritti concessi loro malgrado. Solo che non è altrettanto facile

      dire se avrebbero dovuto farlo.

      

      35 Il discorso sembrò eccessivamente duro anche al senato. Nei plebei

      suscitò una reazione così violenta da farli quasi ricorrere alle armi.

      Sostenevano che li si stava prendendo per fame come fossero nemici, e che

      li si stava privando dei generi di prima necessità per la sopravvivenza:

      avrebbero tolto loro di bocca anche quel frumento di importazione, il solo

      alimento che un inatteso colpo di fortuna aveva regalato, se i tribuni non

      si fossero consegnati in catene a Gneo Marzio e se non gli si fosse data

      la possibilità di rifarsi sulla pelle della plebe. Ai loro occhi era lui

      il nuovo boia saltato fuori a costringerli a una scelta obbligata tra la

      morte e la schiavitù. E gli sarebbero saltati addosso fuori dell'ingresso

      della curia, se i tribuni, quanto mai tempestivamente, non lo avessero

      citato in giudizio. Il provvedimento sedò la rabbia: ciascuno si vedeva

      già giudice del nemico e padrone di scegliere per lui tra la vita e la

      morte. All'inizio Marzio stette ad ascoltare con aria sprezzante le

      minacce dei tribuni, sostenendo che essi erano dei magistrati di supporto

      e non avevano alcuna autorità penale, cioè appunto si trattava di tribuni

      della plebe e non di senatori. Ma la plebe aveva il dente così avvelenato

      che i senatori dovettero sacrificare un loro membro per placarne l'ira.

      Ciò nonostante tennero testa all'odio degli avversari facendo ricorso alle

      capacità dei singoli e alle risorse dell'intero ordine. La prima mossa fu

      questa: mandarono in giro dei loro clienti col compito di prendere da

      parte i singoli e di dissuaderli dal partecipare alle riunioni e agli

      assembramenti, nella speranza che potessero mandarne all'aria i piani. Poi

      l'intero ordine senatoriale si presentò in pubblico (tutti senza

      eccezioni, come se avessero dovuto rispondere di qualche reato)

      supplicando la plebe di restituirgli un solo cittadino, un senatore: se

      poi non lo volevano assolvere, almeno gli facessero la grazia di

      rimandarlo indietro come colpevole. Visto che però alla data stabilita

      Marzio non ricomparve, la rabbia divenne incontenibile. Condannato in

      contumacia, andò in esilio presso i Volsci lanciando minacce al suo paese,

      verso il quale già da allora era ostile.

      I Volsci lo accolsero amichevolmente e la loro buona disposizione nei suoi

      confronti cresceva di giorno in giorno in proporzione al progressivo

      aumento della rabbia di Marzio verso la sua terra d'origine, alla quale

      riservava ora nostalgici lamenti ora minacce. Era ospite di Azio Tullio,

      all'epoca una delle personalità eminenti del popolo volsco e un

      anti-romano di antica data. Così, spinti uno dall'odio di sempre e l'altro

      dal recente risentimento, studiano insieme una guerra contro Roma.

      Sapevano che sarebbe stato difficile convincere la loro gente a riprendere

      le armi per combattere un avversario che già le aveva procurato tanti

      dispiaceri. Prima la serie di guerre e poi la pestilenza ne avevano

      fiaccato gli entusiasmi portandosi via il meglio della gioventù. L'odio

      risaliva ormai al passato: bisognava ingegnarsi per trovare qualche nuovo

      motivo di risentimento che ravvivasse gli antichi furori.

      

      36 Casualmente a Roma si stavano facendo i preparativi per ricominciare da

      capo i Ludi Magni. E li si ricominciava per questa ragione: la mattina dei

      giochi, prima dell'inizio dello spettacolo, un padrone non meglio

      identificato aveva fatto passare nel mezzo del circo uno schiavo con forca

      al collo e lo aveva frustato. I giochi erano poi cominciati, come se

      quell'episodio non avesse nulla a che vedere con l'aspetto cerimoniale

      della manifestazione. Non molto tempo dopo, un plebeo di nome Tito Latinio

      fece un sogno: vide Giove che gli diceva di non aver gradito il primo

      ballerino ai giochi e che la città sarebbe stata in pericolo se i giochi

      stessi non fossero stati ricominciati da capo in modo grandioso. Quindi

      gli disse di andare a riferire la cosa ai consoli. Benché il suo animo non

      fosse esente da scrupoli religiosi, il timore reverenziale nei confronti

      dell'autorità consolare ebbe in lui la meglio sulla paura di diventare lo

      zimbello di tutti. Questa esitazione gli costò cara: nel giro di pochi

      giorni gli morì un figlio. E perché non ci fosse nessun dubbio sulla

      natura della disgrazia, nel pieno del lutto gli apparve di nuovo in sogno

      quella stessa figura che gli domandò se il suo disprezzo per la divinità

      era stato adeguatamente ricompensato e gli disse che era previsto un

      rincaro della dose se non si fosse sbrigato a riferire ai consoli. La cosa

      incalzava ormai pericolosamente. Tuttavia insistette nell'indugiare,

      finché lo colpì una malattia implacabile accompagnata da un'improvvisa

      debolezza. Solo allora l'ira degli dèi lo fece ragionare. Quindi,

      prostrato dalle disgrazie passate e presenti, convocò una riunione di

      famiglia durante la quale espose ai congiunti ciò che aveva visto e

      sentito, e cioè le diverse apparizioni di Giove in sogno e le sue

      disgrazie personali seguite all'ira e alle minacce della divinità. Quindi,

      con l'approvazione di tutti i parenti convenuti, si fece trasportare su

      una lettiga in foro davanti ai consoli, i quali gli concessero di entrare

      nella curia. Lì, mentre tra lo stupore dei senatori ripeteva lo stesso

      racconto, ci fu un nuovo prodigio: si racconta che l'uomo, completamente

      paralizzato e trasportato a braccia in senato, una volta compiuta la

      propria missione, se ne tornò a casa con le proprie gambe.

      

      37 Il senato decretò che venissero celebrati dei giochi con la maggior

      sontuosità possibile. Su suggerimento di Azio Tullio, vi prese parte una

      nutrita delegazione di Volsci. Prima dell'inizio della manifestazione,

      Tullio, seguendo il piano concertato con Marcio a casa sua, si presentò ai

      consoli e disse di voler discutere segretamente di una questione di

      pubblico interesse. Una volta allontanati gli estranei, disse: «Mi

      rincresce dover dire dei miei concittadini cose che non li mettono in

      buona luce. Tuttavia non sono venuto a denunciarli per aver commesso

      qualche reato, ma per evitare che lo commettano. Il carattere volubile del

      nostro popolo è superiore anche ai miei desideri. Prova ne sia il numero

      delle nostre disfatte militari: se esistiamo ancora non è merito nostro ma

      della vostra tolleranza. Attualmente ci sono parecchi Volsci a Roma; ci

      sono i giochi; i cittadini saranno concentratissimi sullo spettacolo.

      Ricordo benissimo la bravata dei giovani sabini, sempre qui a Roma e in

      concomitanza di un'analoga occasione. Ciò che mi spaventa è la possibilità

      di qualche gesto imprevedibile e sconsiderato. Per questo, nel nostro

      comune interesse, ho ritenuto opportuno, o consoli, mettervi sul chi vive

      riguardo a questa eventualità. Quanto a me, ho intenzione di tornarmene

      subito a casa: non voglio, restando qui, farmi complice di quel che si fa

      o si dice.» Detto questo, se ne andò. I consoli riferirono al senato

      l'incerta informazione (proveniente però da fonte certissima) e, come

      sempre succede in casi del genere, fu più l'autorità della fonte che la

      notizia stessa a spingerli a prendere misure precauzionali superiori alle

      reali necessità. Un decreto del senato ingiunse ai Volsci di abbandonare

      Roma. Tramite degli araldi venne loro ordinato di partire prima del calare

      della notte. La reazione immediata fu il panico: si misero a correre

      all'impazzata per andarsi a riprendere la loro roba nelle pensioni

      dov'erano alloggiati. Poi, mentre erano già per strada, subentrò

      l'indignazione: li avevano trattati alla stregua di criminali e

      scellerati, cacciandoli dai giochi in quei giorni di festa e, in qualche

      modo, anche dal consesso degli dèi e degli uomini.

      

      38 Mentre procedevano in una fila quasi ininterrotta, Tullio, il quale li

      aveva preceduti alla fonte Ferentina e lì li stava aspettando, andò

      incontro ai concittadini più in vista man mano che arrivavano e,

      rivolgendo loro parole di sdegno e indignazione (ma adattissime alla loro

      grande rabbia per l'accaduto), grazie all'influenza che essi esercitavano

      sugli altri, riuscì a condurli tutti in un terreno che si trovava sotto la

      strada. Lì, parlando come se fosse stato in un'assemblea, disse:

      «Dimentichiamoci pure tutto il resto, gli affronti del passato e le

      disastrose disfatte militari inflitte ai Volsci dal popolo romano: ma

      com'è possibile lasciar correre lo sfregio di oggi e permettere che il

      nostro disonore sia sfruttato come cerimonia di apertura dei giochi?

      Oppure non vi siete accorti che per loro oggi è stato un trionfo su di

      voi? E che la vostra espulsione ha dato spettacolo a tutti, cittadini e

      stranieri e a molti dei popoli con cui confiniamo? Che le vostre mogli e i

      vostri figli sono sulla bocca di tutti? E quelli che han sentito le parole

      degli araldi, quelli che hanno assistito alla nostra partenza, quelli che

      per strada si sono imbattuti in questa colonna della vergogna, cosa

      credete che abbiano pensato se non che dovevamo aver di certo commesso una

      grave colpa, per la quale, con la nostra presenza allo spettacolo, avremmo

      profanato i giochi e che eravamo stati espulsi onde evitare che sedessimo

      accanto alla gente pia e partecipassimo alla loro riunione? E poi, non vi

      rendete conto che siamo vivi perché non ci abbiamo pensato due volte a

      partire? Ammettendo che non si tratti di fuga. E non vi sembra di dover

      considerare questa città una tana di nemici, dato che un solo giorno di

      permanenza sarebbe costato a tutti la vita? Vi è stata dichiarata guerra:

      tanto peggio per chi l'ha dichiarata, se voi siete degli uomini.» Così,

      già di per sé indignati ed eccitati da quelle parole, rientrarono nelle

      rispettive città e ciascuno infiammò a tal punto la propria gente da

      causare la rivolta dell'intera razza volsca.

      

      39 All'unanimità tutti i popoli scelsero quali comandanti in capo per

      quella guerra Azio Tullio e Gneo Marzio, l'esule romano, nel quale

      riponevano ancora maggiori speranze. Ed egli non le deluse, dimostrando

      chiaramente che il punto di forza di Roma non erano tanto le sue truppe

      quanto i suoi generali. Il primo bersaglio fu Circei: ne cacciò i coloni

      romani e restituì la città, ora libera, ai Volsci. Quindi conquistò

      Satrico, Longula, Polusca, Corioli, Mugilla, tutte città recentemente

      sottomesse dai Romani. Poi riprese Lavinio e di lì, raggiungendo la via

      Latina tramite delle scorciatoie, catturò una dopo l'altra Corbione,

      Vetelia, Trebio, Labico, Pedo. Infine da Pedo marciò su Roma e si accampò

      presso le fosse Cluilie, a cinque miglia dalla città. Facendo base in

      questo punto, devastò l'agro romano nei dintorni, preoccupandosi di

      inviare coi guastatori anche degli uomini incaricati di salvaguardare le

      proprietà terriere dei patrizi. Due le ragioni di questa mossa: dimostrare

      che la sua rabbia era maggiormente diretta contro la plebe, e fare in modo

      di creare un nuovo urto tra le due classi. E così sarebbe stato: infatti i

      tribuni, con le loro invettive, stavano facendo di tutto per istigare la

      plebe, già di per sé infuriata, contro i patrizi. Solo la paura del

      nemico, massimo vincolo di concordia nonostante la diffidenza reciproca,

      riusciva a tenere uniti gli animi di tutti. Su una questione non erano

      d'accordo: il senato e i consoli non vedevano altre speranze che nelle

      armi, mentre la plebe avrebbe scelto qualsiasi altra cosa piuttosto che la

      guerra. I consoli in carica erano Spurio Nauzio e Sesto Furio. Mentre

      stavano passando in rassegna le legioni e piazzando delle guarnigioni

      sulle mura e nei punti in cui avevano stabilito di collocare dei posti di

      guardia e delle sentinelle, una folla di dimostranti favorevoli alla pace,

      in un primo tempo li spaventò con grida di rivolta e quindi li costrinse a

      convocare il senato perché inviasse degli ambasciatori a Gneo Marzio. I

      senatori accolsero la proposta quando si accorsero che il morale della

      plebe stava precipitando e mandarono a Marzio degli inviati per trattare

      la pace. La risposta che riportarono fu terribile: se il territorio dei

      Volsci veniva restituito, in quel caso si poteva parlare di pace; ma se

      volevano la pace solo per godersi il bottino di guerra, allora lui,

      Marzio, memore dell'ingiustizia subita in patria e del'ospitalità

      offertagli in terra straniera, avrebbe dimostrato che l'esilio aveva

      raddoppiato, e non infiacchito, le sue energie. Gli inviati fecero un

      secondo tentativo ma non furono nemmeno ammessi all'interno

      dell'accampamento. Pare che addirittura i sacerdoti, con tutti i loro

      paramenti, si presentarono supplici all'accampamento nemico ma che, come

      già gli ambasciatori, non riuscirono a far cambiare idea a Marzio.

      

      40 Allora le donne sposate andarono in massa a trovare Veturia e Volumnia,

      rispettivamente madre e moglie di Coriolano. Non mi è stato possibile

      ricostruire se ci fu un preciso ordine ufficiale o semplicemente la paura

      delle donne. In ogni modo convinsero l'anziana Veturia e Volumnia, con al

      suo séguito i due bambini avuti da Marzio, ad accompagnarle

      nell'accampamento nemico: se Roma non la si poteva difendere con le armi

      degli uomini, allora l'avrebbero difesa le donne con le loro lacrime e le

      loro suppliche. Quando arrivarono all'accampamento e venne annunciata a

      Coriolano la presenza di una massiccia schiera di donne, egli,

      irremovibile di fronte alla maestà dei rappresentanti dello Stato nonché

      di fronte all'aspetto venerando dei sacerdoti - che tanto può sugli occhi

      e sullo spirito -, in un primo tempo si mostrò ancora più ostinato nei

      confronti delle lacrime di quelle donne. Poi, uno dei suoi amici più

      intimi, riconosciuta Veturia che spiccava tra le altre per mestizia ed era

      in piedi tra la nuora e i nipotini, gli disse: «Se la vista non m'inganna,

      quelli là sono tua madre, tua moglie e i tuoi bambini.» Coriolano saltò

      giù come una furia dal suo sedile e corse incontro alla madre per

      abbracciarla. Lei però, passata dalle suppliche alla collera, gli disse:

      «Fermo lì, prima di abbracciarmi: voglio sapere se qui ci troviamo da un

      nemico o da un figlio e se nel tuo accampamento devo considerarmi una

      prigioniera o una madre. Ecco fino a che punto mi hanno trascinato questa

      mia lunga vita e questa infelice vecchiaia: son costretta a vederti in

      esilio e addirittura nostro nemico. Come hai potuto devastare questa terra

      che ti ha generato e nutrito? Anche se eri partito con animo ostile e

      minaccioso, possibile non ti si sia sbollita la rabbia una volta superati

      i confini? Possibile che con Roma davanti agli occhi non ti sia venuto in

      mente di pensare "Dentro quelle mura c'è tutto quello che mi appartiene,

      casa, penati, madre, moglie, figli"? Allora, se io non ti avessi messo al

      mondo, Roma adesso non sarebbe assediata. Se non avessi avuto figli, sarei

      morta libera in una libera patria. D'altra parte, oramai non mi attende

      più nulla che possa peggiorare la mia miseria e il tuo disonore: se ho

      toccato il fondo della disgrazia non ho più molto tempo per rimanerci. È a

      loro che devi pensare: se ti ostini in questa direzione, gli toccherà o

      una morte immatura o una lunga servitù.» Allora la moglie e i figli lo

      abbracciarono e il pianto levatosi da tutte le donne e i loro lamenti per

      la patria e se stesse alla fine piegarono l'irremovibilità di Marzio.

      Abbracciò la sua famiglia rimandandola a casa; quanto a lui, tolse

      l'accampamento da sotto le mura, evacuò l'agro romano delle sue truppe e

      pare rimase ucciso proprio in quella zona, vittima dell'odio che si era

      procurato. Non c'è accordo sulle cause della morte: presso Fabio, di gran

      lunga la fonte più antica, ho trovato che morì di vecchiaia. In ogni modo,

      egli riferisce che quando ormai era un vecchio, Coriolano ripeteva

      spessissimo che l'esilio è ancora più duro se si è avanti con gli anni.

      Gli uomini romani non invidiarono le donne per il loro nobile gesto (tanto

      lontani si era allora dal vivere nell'invidia della gloria altrui). Anzi,

      a ricordo dell'episodio, fu costruito e consacrato un tempio alla Fortuna

      delle donne.

      In séguito i Volsci, alleatisi con gli Equi, invasero di nuovo l'agro

      romano, ma gli Equi non accettarono più Tullo Azio come comandante in

      capo. La questione - a chi cioè affidare il comando dei due eserciti uniti

      - creò prima un aperto contrasto per poi finire in un bagno di sangue. In

      quel caso la buona stella del popolo romano annientò due eserciti nemici

      in una battaglia non meno rovinosa che accanita.

      Consoli Tito Sicinio e Caio Aquilio. A Sicinio toccarono i Volsci, ad

      Aquilio gli Ernici, scesi anche loro in campo. Quell'anno gli Ernici

      furono sconfitti. La guerra coi Volsci, dopo alterne fortune, si risolse

      in un nulla di fatto.

      

      41 I consoli successivi furono Spurio Cassio e Proculo Verginio. Fu

      stipulato un trattato con gli Ernici in base al quale Roma si annetteva i

      due terzi del loro territorio. Il console Cassio era dell'avviso di darne

      metà ai Latini e metà ai plebei. E a questa donazione voleva aggiungere

      parte della terra che teoricamente risultava essere di demanio pubblico e

      che invece, secondo la sua accusa, era detenuta abusivamente da privati.

      Questa proposta terrorizzava molti senatori che, essendo essi stessi i

      proprietari, si vedevano minacciati nelle proprie sostanze. Ma i senatori,

      visto il ruolo da essi ricoperto in ambito pubblico, temevano che con

      quella donazione il console potesse acquistare un'influenza pericolosa per

      la libertà. Allora, per la prima volta, fu promulgata una legge agraria:

      da quella data fino ai giorni nostri non c'è stata volta che il ritorno

      sulla stessa questione non abbia causato gravi disordini politici. L'altro

      console si opponeva alla donazione e aveva dalla sua parte i senatori

      senza nel contempo trovarsi di fronte l'ostilità di tutta la plebe, la

      quale aveva sùbito mostrato di non gradire che la donazione fosse stata

      estesa dai cittadini ai semplici alleati. E in più sentiva spesso che il

      console Verginio denunciava pubblicamente la perniciosità della

      elargizione proposta dal collega, sostenendo che quella terra avrebbe

      ridotto in schiavitù chiunque ne avesse beneficiato e avrebbe

      rappresentato una strada diretta verso la monarchia. Che ragioni c'erano

      di includere nella spartizione gli alleati e il popolo latino? A che pro

      rendere agli Ernici, fino a ieri nemici, un terzo della terra conquistata,

      se non perché quelle genti al posto di Coriolano avessero Cassio? Da quel

      momento, lui che era stato l'oppositore della legge agraria, cominciò a

      diventare popolare. In séguito, tra i due consoli, si assistette quasi a

      una gara di attenzioni verso la plebe: Verginio si diceva pronto ad

      accettare la donazione a patto che interessasse soltanto i cittadini

      romani; Cassio, poiché con la promessa di donazione agraria si era reso

      popolare presso gli alleati, conquistandosi però lantipatia dei suoi

      concittadini, per riconciliarsene i favori con un altro dono, ordinò di

      rimborsare al popolo il denaro pagato per il frumento siciliano. Ma la

      plebe respinse sdegnosamente l'offerta giudicandola un tentativo di

      comprarsi in contanti il potere monarchico. E per questo sospetto

      istintivo voltavano sprezzanti le spalle ai suoi doni, come se avessero

      tutto in eccesso. A fine mandato - è un fatto su cui non ci sono dubbi -,

      fu condannato a morte e ucciso. Alcuni sostengono che l'esecutore

      materiale della sentenza fu suo padre: istituita la causa a domicilio, lo

      avrebbe fatto frustare a morte e ne avrebbe consacrato i beni a Cerere.

      Poi avrebbe fatto scolpire una statua con questa iscrizione: «Dono della

      famiglia Cassia.» Presso alcuni autori ho trovato una versione diversa ma

      più aderente alla realtà: i questori Cesone Fabio e Lucio Valerio lo

      avrebbero accusato di alto tradimento, il popolo lo avrebbe riconosciuto

      colpevole e lo Stato avrebbe fatto radere al suolo la casa. È la zona

      antistante al tempio della Terra. Sta di fatto che la condanna, frutto di

      un processo pubblico o privato, fu pronunciata durante il consolato di

      Servio Cornelio e Quinto Fabio.

      

      42 Il risentimento popolare nei confronti di Cassio non durò a lungo. La

      legge agraria, già allettante di per se stessa, ora che era scomparso il

      suo promulgatore, affascinava tutti e il desiderio che se ne provava fu

      accresciuto dalla meschinità dei senatori, i quali, quell'anno, dopo una

      vittoria sui Volsci e sugli Ernici, privarono i soldati del bottino. Tutto

      ciò che fu tolto al nemico il console Fabio lo mise all'incanto e ne

      trasferì i proventi nelle casse dello Stato.

      Il nome dei Fabi era impopolarissimo proprio a causa di quest'ultimo

      console. Ciò nonostante, i consoli riuscirono a ottenere che insieme a

      Lucio Emilio venisse eletto console Cesone Fabio. Questo incrementò il

      rancore dei plebei che, a séguito dei disordini causati in patria, fecero

      scoppiare un conflitto all'estero. E con la guerra le discordie civili

      conobbero una tregua: patrizi e plebei uniti, agli ordini di Emilio con

      una brillante vittoria sedarono una ribellione dei Volsci e degli Equi. I

      nemici, tuttavia, ebbero più perdite durante la ritirata che durante lo

      scontro, tanta fu l'ostinazione con la quale i cavalieri li inseguirono

      mentre fuggivano sparpagliati. Il quindici luglio di quello stesso anno

      venne consacrato a Castore il tempio promesso dal dittatore Postumio

      durante la guerra latina: lo dedicò suo figlio, eletto duumviro

      espressamente per questo ufficio.

      Anche quell'anno la plebe cedette al richiamo allettante della legge

      agraria. I tribuni della plebe cercavano di rinforzare la loro autorità

      popolare con una legge popolare: i senatori, trovando che era già

      sufficiente la violenza spontanea della plebe, vedevano le donazioni come

      un rischioso stimolo alla temerarietà. I fautori più accesi

      dell'opposizione senatoriale furono i consoli. Così la spuntarono proprio

      questi ultimi, e non solo nella circostanza presente: infatti, l'anno

      successivo, riuscirono anche a portare al consolato Marco Fabio, fratello

      di Cesone, e un personaggio ancora più impopolare, Lucio Valerio, l'uomo

      cioè che aveva accusato Spurio Cassio.

      Anche in quell'anno ci fu una grande battaglia coi tribuni. La legge subì

      uno scacco totale, così come lo subirono quanti l'avevano proposta

      promettendo cose immantenibili. La famiglia dei Fabi si conquistò una

      grande stima con quei tre consolati consecutivi, tutti caratterizzati da

      continui conflitti coi tribuni. Così, visto che era considerato in mani

      sicure, l'incarico rimase abbastanza a lungo presso quella famiglia. In

      séguito scoppiò una guerra con Veio e i Volsci si ribellarono. Ma visto

      che per i conflitti esterni c'era un eccesso di forze, le si impiegò

      malamente in quelli interni. Al malessere generale vennero anche ad

      aggiungersi dei prodigi divini che, quasi ogni giorno, si manifestavano a

      Roma e nelle campagne minacciando sventure. Secondo le interpretazioni

      pubbliche e private, basate sulle viscere degli animali e sul volo degli

      uccelli, l'ira degli dèi aveva una sola spiegazione possibile: nelle

      cerimonie religiose non ci si era attenuti alle prescrizioni rituali.

      Tutte queste paure non portarono ad altro che alla condanna della vestale

      Oppia, accusata di aver violato il voto di castità.

      

      43 Quinto Fabio e Caio Giulio furono in séguito eletti consoli. Quell'anno

      la lotta di classe che dilaniava la città non fu meno accanita e accesa

      della guerra combattuta al l'estero. Gli Equi presero le armi; le

      scorribande dei Veienti arrivarono fino all'agro romano. La crescente

      inquietudine dovuta a queste campagne è l'atmosfera in cui vengono eletti

      consoli Cesone Fabio e Spurio Furio. Gli Equi stavano assediando Ortona,

      una città latina. I Veienti, già carichi di bottino, minacciavano di

      attaccare Roma stessa. Tutti questi campanelli d'allarme, invece di sedare

      l'animosità dei plebei, la incrementarono ulteriormente. E ricominciarono

      con la politica del boicottaggio del servizio militare, anche se non

      spontaneamente: infatti il tribuno della plebe Spurio Licinio, vedendo

      nella crisi del momento un'occasione propizia per imporre ai patrizi la

      promulgazione di una legge agraria, si era messo in testa di ostacolare i

      preparativi di guerra. Da quel momento in poi il tradizionale odio nei

      confronti del tribunato si concentrò esclusivamente sulla sua persona: i

      consoli non lo attaccarono meno animosamente dei suoi stessi colleghi e fu

      proprio grazie al loro sostegno che riuscirono a organizzare la leva

      militare.

      Si reclutarono truppe per due campagne contemporanee: Fabio sarebbe stato

      il comandante della spedizione contro gli Equi, Furio di quella contro i

      Veienti. Quest'ultima non fece registrare niente che meriti di essere

      ricordato. Nella campagna contro gli Equi, Fabio ebbe in qualche modo più

      problemi con i suoi effettivi che con i nemici. Fu soltanto quella grande

      figura, il console stesso, che resse le sorti dello Stato, tradito in

      tutti i modi possibili dai soldati i quali lo detestavano. Un solo

      esempio: dopo aver dimostrato in molte altre occasioni grande abilità

      nella strategia e nella condotta delle operazioni, quando il console operò

      una mossa che gli permise di sbaragliare le linee nemiche con un assalto

      della sola cavalleria, la fanteria si rifiutò di lanciarsi

      all'inseguimento dei fuggiaschi; e né l'incitamento dell'odiato generale,

      né il disonore loro e la vergogna che in quel momento ricadeva su tutti,

      né il rischio che il nemico potesse riprendere coraggio e tornare sui

      propri passi, nessuno di questi fattori li spinse ad accelerare l'andatura

      o, se non altro, a mantenersi allineati. Così, nonostante gli ordini,

      ritornarono indietro e, con facce che avresti detto di vinti, rientrano

      alla base maledicendo a turno il generale e l'efficienza della cavalleria.

      Il comandante non riuscì a rimediare in nessun modo a questo episodio, per

      quanto rovinoso fosse stato, e ciò dimostra che le menti superiori hanno

      spesso maggiori problemi a imporre la propria volontà politica ai

      cittadini che la propria legge militare ai nemici. Il console ritorna

      quindi a Roma, non tanto carico di gloria conquistata sul campo, quanto

      dell'odio esacerbato e dell'esasperazione dei soldati nei suoi confronti.

      Ciò nonostante, i senatori ottennero che il consolato rimanesse presso la

      famiglia dei Fabi; nominano console Marco Fabio cui viene affiancato come

      collega Gneo Manlio.

      

      44 Quell'anno vide un tribuno, Tiberio Pontificio, proporre la legge

      agraria: seguendo pari passo le orme di Spurio Licinio - come se a lui

      fosse andata bene -, per un certo periodo riuscì a ostacolare la leva. Di

      fronte al rinnovarsi delle preoccupazioni senatoriali, Appio Claudio disse

      che l'anno prima si era avuta la meglio sul potere dei tribuni e che la

      vittoria in quella precisa occasione potenzialmente valeva anche per i

      giorni a venire, in quanto allora si era scoperto che esso poteva essere

      annientato proprio con le sue stesse forze. Infatti ci sarebbe sempre

      stato un tribuno desideroso di ottenere un successo personale ai danni del

      collega e disposto a conquistarsi il favore del patriziato rendendo un

      servizio allo Stato. E, all'occorrenza, un numero più consistente di

      tribuni non avrebbe esitato a spalleggiare il console; d'altra parte

      sarebbe bastato uno contro tutti. La sola cosa che i consoli e i senatori

      più in vista dovevano fare era questa: cercare di portare, se non tutti,

      almeno qualcuno dei tribuni dalla parte dello Stato e del senato. L'intero

      ordine senatoriale, seguendo le istruzioni di Appio, cominciò a dimostrare

      ai tribuni gentilezza e disponibilità; e gli ex consoli, contando

      sull'influenza che ciascuno di essi vantava sui singoli, in parte con

      favori personali, in parte con l'autorità di cui disponevano, fecero in

      modo che i tribuni mettessero i loro poteri al servizio dello Stato. Così,

      quattro di essi, contro un solo e ostinato avversario dell'interesse

      generale, collaborarono coi consoli nella realizzazione della leva.

      Fatto questo, partì la spedizione armata contro Veio, dove si erano

      concentrati dei contingenti provenienti da tutta l'Etruria, non tanto per

      sostenere la causa dei Veienti, quanto piuttosto perché c'era la speranza

      che le discordie interne potessero accelerare il crollo della potenza

      romana. I capi di tutte le genti etrusche si scalmanavano nelle assemblee

      sostenendo che l'egemonia di Roma sarebbe durata in eterno, se essi non

      avessero smesso di sbranarsi tra di loro in tutte quelle lotte fratricide.

      Quello era l'unico veleno, la sola rovina delle società fiorenti, nata per

      far conoscere ai grandi potentati il senso della caducità. A lungo

      contenuto, vuoi per l'accorta gestione dei senatori, vuoi per la

      rassegnazione della plebe, il male stava ormai dilagando in maniera

      incontrollabile. Di uno stato se n'erano fatti due, con tanto di leggi e

      magistrati autonomi in ciascuno di essi. Nei primi tempi c'era

      un'opposizione accesa e sistematica alla leva e poi, quando si trattava di

      combattere, erano pronti a obbedire ai comandanti. Qualunque fosse la

      situazione interna, bastava reggesse la disciplina militare per tenere in

      piedi tutto. Ma adesso disobbedire ai magistrati era diventata una moda

      che aveva coinvolto anche il mondo militare romano. Che considerassero

      l'ultima guerra da loro combattuta: quando lo schieramento allineato era

      già nel pieno dello scontro, ecco che tutti i soldati avevano deciso di

      comune accordo di rimettere la vittoria nelle mani degli ormai vinti Equi,

      di liberarsi delle insegne, di abbandonare il comandante sul campo e di

      rientrare alla base contro ogni ordine ricevuto. Nessun dubbio che se gli

      Equi avessero fatto ancora uno sforzo Roma sarebbe crollata sotto i colpi

      dei suoi stessi soldati. Non ci voleva molto: una semplice dichiarazione

      di guerra e una dimostrazione di efficienza militare. Al resto avrebbero

      pensato il destino e il volere degli dèi. Queste speranze spinsero gli

      Etruschi a scendere in guerra, nonostante la lunga sequenza di alterne

      vittorie e sconfitte.

      

      45 I consoli romani, a loro volta, non temevano nulla quanto le proprie

      forze e le proprie truppe. Memori del deplorevole incidente occorso

      nell'ultima guerra, eran terrorizzati all'idea di scendere in campo per

      affrontare contemporaneamente la minaccia di due eserciti. Così

      stazionavano all'interno dell'accampamento, paralizzati dall'imminenza di

      quel doppio pericolo. Non era escluso che il tempo e i casi della vita

      avrebbero ridotto la tensione degli uomini e riportato il buon senso. Ma

      proprio per questo i loro nemici, Etruschi e Veienti, stavano accelerando

      al massimo le operazioni: sulle prime li provocarono a scendere in campo

      cavalcando nei pressi dell'accampamento e sfidandoli a uscire; poi, visto

      il nulla di fatto, presero a insultare a turno i consoli e la truppa.

      Dicevano che la storia della lotta di classe era un pretesto per coprire

      la paura e che il dubbio più grande dei consoli non era rappresentato

      tanto dalla lealtà quanto dal valore dei loro uomini. Che razza di

      ammutinamento poteva essere una rivolta di soldati di leva tutti buoni e

      silenziosi? A queste frecciate ne aggiungevano altre, più o meno fondate,

      circa le recenti origini della loro razza. I consoli non reagivano a

      questi insulti provenienti proprio da sotto il fossato e le porte. La

      moltitudine, invece, meno portata a simulare, passava dall'indignazione

      all'umiliazione più profonda e si dimenticava degli attriti sociali:

      voleva farla pagare ai nemici e nel contempo non voleva che i consoli e il

      patriziato potessero vantare una vittoria. Il conflitto psicologico era

      tra l'odio per la classe avversaria e quello per il nemico. Alla fin fine

      ebbe la meglio il secondo, tanto insolente e arrogante era diventato lo

      scherno dei nemici. Si accalcano davanti al pretorio, reclamano la

      battaglia, chiedono che si dia il segnale. I consoli confabulano, come se

      fossero in piena riunione di consiglio. La discussione dura a lungo. Il

      loro desiderio era combattere; nel contempo, però, frenavano e

      dissimulavano il desiderio stesso in odo tale che crescesse l'impeto dei

      soldati ostacolati e trattenuti. Gli uomini si sentirono rispondere che

      attaccare sarebbe stato prematuro perché gli sviluppi della situazione non

      erano ancora arrivati al punto giusto. Quindi che rimanessero

      nell'accampamento. Seguì l'ordine di astenersi dal combattere: se

      qualcuno, violando la consegna, avesse combattuto sarebbe stato trattato

      come un nemico. Con queste parole li congedarono: ma il loro apparente

      rifiuto fece crescere negli uomini l'impazienza di buttarsi all'assalto.

      Quando i nemici vennero a sapere che il console aveva interdetto ai suoi

      di scendere in campo, si accanirono ulteriormente nella provocazione,

      infiammando così ancora di più i soldati romani. Era evidente che li

      potevano schernire senza correre rischi: godevano di così poca fiducia che

      venivano negate loro persino le armi. La conclusione sarebbe stato un

      ammutinamento generale con il conseguente crollo della potenza romana.

      Forti di queste convinzioni, vanno a lanciare grida di scherno davanti

      alle porte dell'accampamento e si trattengono a stento dall'assalirlo. A

      quel punto i Romani non poterono sopportare oltre gli insulti e da tutti i

      punti del campo si riversarono di corsa davanti ai consoli: le loro non

      erano più come prima richieste disciplinate e presentate per bocca dei

      primi centurioni, ma un coro di voci scomposte. La cosa era matura:

      tuttavia i consoli tergiversavano. Alla fine, Fabio, vedendo che il

      collega, di fronte a quel crescente tumulto, era sul punto di cedere per

      paura di una sommossa, chiamò un trombettiere per imporre il silenzio e

      poi disse: «Questi uomini, Gneo Manlio, possono vincere, te lo assicuro;

      che lo vogliano, ho qualche dubbio, e per colpa loro. Quindi sono deciso a

      non dare il segnale di battaglia se prima non giurano di ritornare

      vincitori. Le truppe, durante le fasi di uno scontro, han tradito una

      volta il console romano: gli dèi non li tradiranno mai». A quel punto, un

      centurione di nome Marco Flavoleio, tra i più accaniti nel reclamare la

      battaglia, disse: «Tornerò vincitore, o Marco Fabio!» Augurò che l'ira del

      padre Giove, di Marte Gradivo e degli altri dèi potesse abbattersi su di

      lui in caso di fallimento. A seguire giurarono tuti gli altri uomini,

      ripetendo ciascuno lo stesso augurio nei propri confronti. Finito il

      giuramento si sente il segnale e tutti corrono ad armarsi, pronti a

      scendere in campo con una carica di rabbioso ottimismo. Ora sfidano gli

      Etruschi a fare i gradassi, ora ognuno sfida quelle male lingue a farsi

      sotto, ad affrontare il nemico adesso che è armato di tutto punto! Quel

      giorno, patrizi e plebei senza differenze, brillarono tutti per il grande

      coraggio dimostrato. Al di sopra di ogni altro, però, il nome dei Fabi:

      con quella battaglia essi riguadagnarono il favore popolare perso nel

      corso della lunga sequenza di lotte politiche a Roma.

      

      46 L'esercito viene schierato e né i Veienti né le legioni etrusche si

      tirano indietro. La loro certezza quasi assoluta era questa: i Romani non

      li avrebbero affrontati con maggiore determinazione di quanta ne avevano

      dimostrata con gli Equi; oltretutto, vista l'esasperazione degli animi e

      la totale incertezza dello scontro, non era escluso che commettessero

      qualche nuovo e imprevedibile errore. Ma le cose andarono in tutt'altra

      maniera: in nessuna delle guerre del passato i Romani si erano prodotti in

      un attacco così violento, tanto li avevano esasperati sia gli insulti del

      nemico sia gli indugi dei consoli. Gli Etruschi avevano appena avuto il

      tempo di spiegare il proprio schieramento che i Romani, nel pieno della

      concitazione iniziale, prima avevano lanciato a caso le aste più che

      prendendo la mira, e poi erano arrivati al corpo a corpo con la spada,

      cioè proprio il tipo più pericoloso di duello. Nelle prime file le

      prodezze straordinarie dei Fabi erano un esempio per i concittadini. Uno

      di essi, quel Quinto Fabio che era stato console due anni prima, stava

      guidando l'attacco contro un gruppo compatto di Veienti, quando un etrusco

      fortissimo e particolarmente esperto nel maneggiare le armi lo sorprese

      mentre incautamente si spingeva tra un nugolo di nemici e lo passò da

      parte a parte in pieno petto. E una volta estratta la spada, Fabio crollò

      a terra riverso sulla ferita. Anche se si trattava di un uomo solo, la

      notizia della sua morte fece scalpore in entrambi gli schieramenti e i

      Romani stavano già per cedere, quando il console Marco Fabio,

      scavalcandone il cadavere e proteggendosi con lo scudo, gridò: «È questo

      che avete giurato, soldati? Fuggire e ritornare al campo? Allora vuol dire

      che temete quei gran codardi dei nemici più di Giove o Marte, in nome dei

      quali avete giurato? Benissimo: io non ho giurato, eppure o tornerò

      indietro vincitore o cadrò battendomi qui accanto a te, Quinto Fabio!»

      Alle parole del console replicò allora Cesone Fabio, console l'anno

      precedente: «Credi, fratello, che diano retta alle tue parole e tornino a

      combattere? Daranno retta agli dèi, è su di loro che han giurato. Quanto a

      noi, per il rango sociale che occupiamo e per il nome che portiamo (siamo

      o non siamo dei Fabi?), è nostro dovere infiammare l'animo dei soldati più

      con l'esempio concreto che con tanti discorsi». Detto questo, i due Fabi

      volarono in prima linea con le lance in resta e si trascinarono dietro

      tutto l'esercito.

      

      47 Così furono risollevate le sorti della battaglia da quella parte.

      Dall'altra ala dello schieramento il console Gneo Manlio stava

      impegnandosi con non meno ardore a sostenere il combattimento, quando

      accadde un episodio quasi del tutto analogo. Infatti, come prima Quinto

      Fabio all'ala opposta, così adesso da questa parte Manlio, mentre stava

      guidando l'attacco impetuoso dei suoi soldati contro il nemico già quasi

      allo sbaraglio, fu ferito gravemente e dovette abbandonare la battaglia.

      La truppa, credendolo morto, cominciò a vacillare e avrebbe ceduto la

      posizione se l'altro console, arrivato al galoppo da quella parte con

      alcuni squadroni di cavalieri, gridando che il suo collega era vivo e che

      egli stesso aveva piegato e messo in fuga i nemici dall'altro versante

      dello schieramento, non avesse raddrizzato la situazione. Anche Manlio,

      facendosi vedere in mezzo a loro, contribuisce a rimettere in sesto la

      linea di battaglia. E il morale degli uomini riprende sùbito quota appena

      riconoscono i lineamenti dei due consoli. Nello stesso istante si riduce

      anche la pressione del nemico perché essi, contando sulla superiorità

      numerica, avevano ritirato le riserve e le avevano mandate ad attaccare

      l'accampamento romano. Lì la resistenza è di breve durata, nonostante la

      violenza relativamente modesta dell'urto. Mentre però i nemici si davano

      da fare col bottino più che preoccuparsi degli sviluppi della battaglia, i

      triarii romani, che non erano stati capaci di sostenere l'impeto iniziale,

      mandarono dei messaggeri per riferire ai consoli come andavano le cose;

      quindi, riunitisi di nuovo nei pressi del pretorio, lanciarono un

      contrattacco senza aspettare i rinforzi e di loro spontanea volontà. Nel

      frattempo il console Manlio era rientrato nell'accampamento e, piazzando

      degli uomini in corrispondenza di tutte le porte, aveva tagliato al nemico

      ogni via d'uscita. Gli Etruschi allora, in quella situazione disperata,

      invece di dare una dimostrazione di coraggio, persero la testa. Infatti,

      dopo aver più volte tentato invano di sfondare dove speravano che fosse

      possibile una sortita, un gruppo compatto di giovani si lanciò dritto sul

      console, dopo averlo individuato per il tipo di armamento che aveva

      addosso. I primi colpi furono parati dai soldati del suo séguito, ma

      l'urto era troppo violento per poterlo reggere più a lungo; e il console

      cadde, ferito a morte, mentre gli uomini del suo presidio personale

      fuggirono. Gli Etruschi ripresero allora coraggio e il panico si impadronì

      dei Romani che correvano all'impazzata per l'accampamento: la situazione

      sarebbe veramente precipitata, se alcuni ufficiali superiori, dopo essersi

      impadroniti del corpo del console, non avessero dato via libera ai nemici

      da una delle porte. Fu di lì che si lanciarono fuori, andando però a

      cozzare senza più nessun ordine nel console vincitore che li massacrò di

      nuovo e quindi li disperse.

      Fu una grande vittoria, anche se funestata dalla morte di due uomini di

      quella statura. Così il console, quando il senato autorizzò il trionfo,

      disse in risposta che se le truppe lo potevano celebrare senza il loro

      generale, egli avrebbe dato volentieri il proprio consenso per

      l'eccellente prestazione da esse offerta in quella guerra. Quanto a se

      stesso, con la famiglia in pieno lutto per la morte del fratello Quinto

      Fabio e lo Stato mutilato in una delle sue parti per la perdita dell'altro

      console, non avrebbe potuto accettare la corona d'alloro in quel momento

      di grande cordoglio pubblico e privato. Il rifiuto del trionfo fu un

      titolo di merito superiore a qualsiasi altro trionfo mai celebrato, com'è

      vero che rifiutare la gloria al momento giusto significa raddoppiarla col

      tempo. Poi celebrò uno dopo l'altro i funerali del collega e del fratello,

      e in entrambi i casi pronunciò l'orazione funebre: pur non togliendo ai

      due uomini alcun merito, riuscì a concentrare su se stesso buona parte

      delle lodi. E senza perdere di vista quella politica di riconciliazione

      con la plebe che era stata uno dei suoi obiettivi principali all'inizio

      del consolato, affidò ai patrizi il compito di curare i soldati feriti. La

      maggior parte toccò ai Fabi e le attenzioni che essi ricevettero in questa

      casa non ebbero uguali nel resto della città. Da quel momento i Fabi

      cominciarono a essere popolari presso la plebe e fu soltanto servendo lo

      Stato che essi raggiunsero un simile obiettivo.

      

      48 Poi entrambe le parti, patrizi e plebei, mostrano un'uguale propensione

      nel voler nominare console Cesone Fabio accanto a Tito Verginio. Il primo,

      all'inizio del suo mandato, lasciando da parte guerra, leva militare e

      ogni altro problema governativo, si concentrò esclusivamente sulla

      realizzazione del suo progetto, fino a quel momento solo abbozzato, della

      riconciliazione tra plebe e patriziato. Così, nei primi mesi di

      quell'anno, per evitare che un qualche tribuno saltasse fuori con proposte

      di legge agraria, suggerì ai senatori di giocare d'anticipo e di agire

      autonomamente distribuendo alla plebe la terra conquistata e facendolo

      nella massima imparzialità possibile. Era giusto diventasse proprietà di

      quanti avevano dato sangue e sudore per conquistarla. I senatori

      bocciarono la proposta e, anzi, alcuni di loro arrivarono a dire che

      l'eccesso di gloria aveva insuperbito e offuscato la mente di Cesone una

      volta molto lucida.

      In séguito il conflitto tra le classi urbane conobbe un periodo di stallo.

      I Latini erano tormentati dalle incursioni degli Equi. Cesone si recò

      allora con un esercito nel territorio degli Equi per compiervi delle

      razzie. Gli Equi si arroccarono nella loro città, al riparo delle

      fortificazioni, e fu per questo che non ci fu nessuno scontro

      particolarmente memorabile. Coi Veienti, invece, si registrò una disfatta

      solo a causa della temerarietà dell'altro console: l'esercito sarebbe

      stato distrutto, se Cesone Fabio non fosse arrivato per tempo in aiuto.

      Dopo questo episodio, i rapporti coi Veienti non furono né pacifici né

      bellicosi, ma si limitarono a una sorta di reciproca scorrettezza. Di

      fronte alle legioni romane, si arroccavano nelle loro città; quando

      vedevano che le legioni si erano ritirate, allora uscivano e facevano

      delle scorrerie nelle campagne, eludendo alternativamente la guerra con

      una sorta di pace e la pace con la guerra. In modo tale che la cosa non

      poteva né essere abbandonata né esser portata a compimento. Quanto ai

      rapporti con gli altri popoli, si era di fronte o a guerre imminenti (per

      esempio con Equi e Volsci, la cui inattività non poteva durare più del

      tempo necessario per digerire il dolore, ancora bruciante, per l'ultima

      disfatta) o a guerre destinate a scoppiare di lì a poco (con i Sabini

      sempre ostili e con l'intera Etruria). Ma i Veienti, tipo di nemici più

      ostinati che insidiosi e portati maggiormente a provocare che a creare

      pericoli, faceva tenere il fiato in sospeso perché non lo si poteva mai

      perdere di vista e impediva di rivolgere altrove l'attenzione. Allora la

      gente Fabia si presentò di fronte al senato e il console parlò a nome

      della propria famiglia: «Nella guerra contro Veio, come voi sapete, o

      padri coscritti, la costanza dello sforzo militare conta più della

      quantità di uomini impiegati. Voi occupatevi delle altre guerre e lasciate

      che i Fabi se la vedano coi Veienti. Per quel che ci concerne, vi

      garantiamo di tutelare l'onore del popolo romano: è nostra ferma

      intenzione trattare questa guerra alla stregua di una questione di

      famiglia e di accollarcene tutte le spese: lo Stato non deve preoccuparsi

      né dei soldati né del denaro.» Seguì un coro unanime di ringraziamenti. Il

      console uscì dalla curia e se ne tornò a casa scortato da un nutrito

      drappello di Fabi, i quali avevano aspettato il verdetto del senato nel

      vestibolo della curia. Quindi, ricevuto l'ordin di trovarsi il giorno

      dopo, armati di tutto punto, di fronte alla porta del console, rientrarono

      tutti nelle proprie case.

      

      49 La notizia fece il giro della città e i Fabi vennero portati alle

      stelle: una famiglia si era assunta da sola l'onere di sostenere lo Stato

      e la guerra contro i Veienti si era trasformata in una faccenda privata e

      combattuta con armi private. Se in città ci fossero state altre due

      famiglie così forti, una si sarebbe occupata dei Volsci e l'altra degli

      Equi e il popolo romano si sarebbe goduto beatamente la pace una volta

      sottomessi tutti i vicini. Il giorno successivo i Fabi si presentano

      all'appuntamento armati di tutto punto. Il console, uscito nel vestibolo

      in uniforme da guerra, vede schierati tutti i membri della sua famiglia e,

      postovisi a capo, dà ordine di mettersi in marcia. Per le vie di Roma non

      sfilò mai in passato nessun altro esercito meno numeroso ma nel contempo

      così acclamato e ammirato dalla gente. Trecentosei soldati, tutti patrizi,

      tutti della stessa famiglia, ciascuno dei quali più che degno di esserne

      al comando, e capaci insieme di formare, in qualsiasi momento,

      un'eccellente assemblea, avanzarono a passo di marcia minacciando

      l'esistenza del popolo di Veio con le forze di una sola famiglia. Li

      seguiva una folla in parte costituita da parenti e amici - gente

      straordinaria che volgeva l'animo non alla speranza o alla preoccupazione,

      ma solo a sentimenti sublimi - e in parte da gente qualunque spinta

      dall'ansia di partecipare e piena di entusiasmo e ammirazione. Tutti

      auguravano loro di essere sostenuti dal coraggio e dalla fortuna e di

      riportare un successo degno dell'impresa. E una volta di nuovo in patria,

      avrebbero potuto contare su consolati e trionfi, e su ogni forma di premio

      e riconoscimento. Quando passarono davanti al Campidoglio, alla cittadella

      e agli altri templi, supplicarono tutte le divinità che sfilavano davanti

      ai loro occhi, e quelle che venivano loro in mente, di accordare a quella

      schiera favore e fortuna e di restituirla intatta e in breve tempo alla

      patria e ai parenti. Ma vane furono le preghiere. Partiti lungo la Via

      Infelice e passati dall'arcata destra della porta Carmentale, arrivarono

      alla riva del torrnte Cremera, posizione che sembrò indicata per la

      costruzione di un campo fortificato.

      Dopo questi episodi furono eletti consoli Lucio Emilio e Caio Servilio.

      Finché si trattò soltanto di razzie, i Fabi non solo garantirono una

      sicura protezione al loro campo fortificato, ma in tutta l'area di confine

      tra la campagna romana e quella etrusca resero sicura la propria zona e,

      con continui sconfinamenti, crearono un clima di pericolo costante nel

      territorio nemico. Quindi le razzie cessarono per un breve tempo, finché i

      Veienti, reclutato un esercito in Etruria, attaccarono il presidio di

      Cremera e le legioni romane agli ordini del console Lucio Emilio li

      affrontarono in uno scontro all'arma bianca. A dir la verità, i Veienti

      ebbero così poco tempo per schierarsi in ordine di battaglia che, quando

      nel disordine delle manovre iniziali era in corso l'allineamento dietro le

      insegne e la collocazione dei riservisti al loro posto, la cavalleria

      romana li caricò all'improvviso sul fianco, togliendo loro la possibilità

      non solo di attaccare per primi, ma anche di mantenere la posizione.

      Respinti in fuga fino al loro accampamento a Saxa Rubra, implorarono la

      pace. Ma per la debolezza tipica del loro carattere, si pentirono di

      averla ottenuta prima che la guarnigione romana avesse evacuato il campo

      di Cremera.

      

      50 Il popolo di Veio si trovò di nuovo nella necessità di vedersela coi

      Fabi, senza però essere meglio preparato alla guerra. E non si trattava

      più soltanto di razzie nelle campagne e di repentine rappresaglie contro i

      razziatori, ma si combatté non poche volte in campo aperto e a ranghi

      serrati, e una famiglia romana, pur misurandosi da sola, ebbe più volte la

      meglio su quella città etrusca allora potentissima. Sulle prime ai Veienti

      ciò parve umiliante e penoso. Poi però, studiando la situazione, decisero

      di giocare d'astuzia contro quel nemico irriducibile, anche perché

      vedevano con piacere che i reiterati successi avevano raddoppiato

      l'audacia dei Fabi. Così, parecchie volte, quando questi ultimi si

      avventuravano in razzie, facevano trovare loro, come per pura coincidenza,

      del bestiame sulla strada; vaste estensioni di terra venivano abbandonate

      dai proprietari e i distaccamenti inviati ad arginare le razzie fuggivano

      con un terrore più spesso simulato che reale. E ormai i Fabi si erano

      fatti un'idea tale del nemico da non ritenerlo in grado di sostenere le

      loro armi vittoriose, qualunque fossero stati l'occasione e il luogo dello

      scontro. Quest'illusione li portò ad uscire allo scoperto, nonostante la

      presenza in zona del nemico, per catturare una mandria avvistata a

      notevole distanza dal campo di Cremera. Dopo aver superato, senza però

      rendersene conto vista la velocità con cui procedevano, un'imboscata

      proprio sulla loro strada, si dispersero nel tentativo di catturare il

      bestiame che, come sempre succede quando reagisce spaventato, correva

      all'impazzata in tutte le direzioni. Proprio in quel momento, si trovarono

      all'improvviso di fronte i nemici saltati fuori dovunque dai loro

      nascondigli. Prima fu il terrore per l'urlo di guerra levatosi intorno a

      loro, poi cominciarono a volare proiettili da ogni parte. E mentre gli

      Etruschi con una manovra centripeta li chiusero in una fila ininterrotta

      di uomini, in modo che a ogni loro passo avanti corrispondeva una

      riduzione dello spazio concentrico in cui i Romani si potevano muovere,

      questa mossa ne mise in chiara luce l'inconsistenza numerica esaltando

      invece la massa compatta degli Etruschi che sembravano il doppio in quella

      stretta fascia di terra. Allora, rinunciando alla resistenza che avevano

      sostenuto in tutti i settori, si concentrarono in un unico punto dove,

      grazie alla forza d'urto e alla loro perizia militare, riuscirono a fare

      breccia con una formazione a cuneo. In quella direzione arrivarono a

      un'altura appena accennata, dove in un primo tempo riuscirono a resistere.

      Poi, dato che la posizione sopraelevata permise loro di tirare il fiato e

      di riprendersi dal grande spavento, respinsero anche i nemici che

      pressavano da sotto. Quel pugno di uomini stava avendo la meglio grazie

      alla posizione vantaggiosa, quando i Veienti spediti ad aggirare l'altura

      emersero da dietro sulla cima e permisero ai compagni di riprendere in

      mano la situazione. I Fabi vennero massacrati dal primo all'ultimo e il

      loro campo venne espugnato. Nessun dubbio: morirono in trecentosei; se ne

      salvò soltanto uno, pco più di un ragazzo, destinato a mantenere in vita

      la stirpe dei Fabi e a diventare per Roma, nei momenti più cupi in pace e

      in guerra, un sostegno fondamentale.

      

      51 Al momento di questo disastro, Gaio Orazio e Tito Menenio erano già

      consoli. Menenio fu subito inviato a fronteggiare gli Etruschi esaltati

      dalla vittoria. Ancora una volta la spedizione ebbe un esito sfavorevole e

      i nemici occuparono il Gianicolo. E avrebbero addirittura assediato Roma,

      messa alle strette non solo dalla guerra ma da una carestia in atto

      (infatti gli Etruschi avevano attraversato il Tevere), se il console

      Orazio non fosse stato richiamato dal paese dei Volsci. La guerra stava

      minacciando le mura così da vicino che avevano già avuto luogo una prima

      battaglia dall'esito incerto presso il tempio della Speranza e una seconda

      davanti alla porta Collina. Lì, i Romani ebbero la meglio, anche se di

      poco; tuttavia questa battaglia restituì ai soldati il coraggio dei giorni

      migliori in vista degli scontri a venire.

      Aulo Verginio e Spurio Servilio diventano consoli. Dopo la sconfitta

      subita di recente, i Veienti evitarono il confronto in campo aperto e

      optarono per la tecnica della scorribanda: utilizzando il Gianicolo come

      campo base, facevano incursioni qua e là nella campagna romana e tutti,

      bestiame e contadini, erano in pericolo. Ma dopo un po' di tempo furono

      vittime della stessa trappola nella quale erano caduti i Fabi: mentre

      stavano inseguendo i capi di bestiame utilizzati intenzionalmente come

      esca, caddero in un'imboscata; siccome però eran più numerosi dei Fabi, le

      proporzioni del massacro furono maggiori. Questo disastro, suscitando la

      loro rabbiosa reazione, rappresentò l'inizio e la causa di una ben più

      grave disfatta. Infatti, attraversato il Tevere in piena notte, si

      buttarono all'assalto del campo del console Servilio. Respinti però con

      ingenti perdite, riuscirono a riparare faticosamente sul Gianicolo. Senza

      indugiare un attimo, il console passò a sua volta il Tevere e piazzò un

      campo fortificato sotto il Gianicolo. All'alba del giorno successivo,

      esaltato in parte dal successo del giorno prima, ma soprattutto costretto

      dalla carestia a optare per soluzioni spericolate purché di rapido

      effetto, arrivò a una tale temerarietà da spingere le sue truppe su per le

      pendici del Gianicolo fino al campo nemico: la sconfitta fu peggiore di

      quella subita dai Veienti il giorno precedente e, soltanto grazie

      all'intervento del collega, lui e le sue truppe ne uscirono incolumi. Gli

      Etruschi, presi tra due eserciti, dovendo dare le spalle ora all'uno ora

      all'altro, subirono un vero massacro. Così, grazie a un'imprudenza dalle

      conseguenze fortunate, la guerra contro Veio venne soffocata.

      

      52 A Roma, col ritorno della pace, anche i prezzi degli alimentari

      tornarono a un livello ragionevole, sia per l'importazione di frumento

      dalla Campania sia perché, una volta cessato in tutti il terrore di una

      nuova carestia, vennero rimesse in circolazione le derrate nascoste

      durante i tempi bui. Però, con l'abbondanza e l'inattività tornò di nuovo

      negli animi un'atmosfera di malessere e, visto che all'estero non c'era

      più nulla che potesse impensierire, si presero a rispolverare in patria

      gli attriti di un tempo. I tribuni sobillavano i plebei con il veleno di

      sempre, cioè la legge agraria; li incitavano contro la resistenza del

      patriziato, e non solo contro l'intera classe, ma anche contro i singoli

      individui. Quinto Considio e Tito Genucio, promotori della legge agraria,

      citarono in giudizio Tito Menenio. Lo si accusava di aver abbandonato la

      roccaforte di Cremera, quando lui, in qualità di console, aveva un

      accampamento fisso non lontano da quel punto. Questo episodio gli costò

      carissimo, pur essendosi i senatori fatti in quattro per lui non meno che

      per Coriolano e pur essendo ancora solidissima la popolarità di suo padre

      Agrippa. Nella richiesta della pena i tribuni non vollero esagerare:

      nonostante avessero chiesto la pena di morte, si limitarono tuttavia a

      condannarlo a un'ammenda di duemila assi. Questo gli costò comunque la

      vita: si dice che non riuscendo a sopportare un disonore così doloroso, si

      ammalò e ne morì.

      Durante il consolato di Caio Nauzio e Publio Valerio, proprio all'inizio

      dell'anno, ci fu un altro processo, questa volta ai danni di Spurio

      Servilio, appena uscito di carica. Citato in giudizio dai tribuni Lucio

      Cedicio e Tito Stazio, contrariamente a Menenio che aveva adottato come

      linea di difesa le suppliche sue e dei senatori, Servilio parò le accuse

      dei tribuni con la grande fiducia nella propria innocenza e nel favore che

      vantava presso il popolo. Anche lui era accusato per la battaglia con gli

      Etruschi lungo le pendici del Gianicolo. Ma, dimostrandosi uomo di grande

      temperamento non meno nel perorare la propria causa che nella difesa della

      patria, con un discorso coraggiosissimo confutò non solo le accuse dei

      tribuni ma anche la plebe; a essa rinfacciò di aver preteso la condanna a

      morte di Tito Menenio quando era proprio grazie a suo padre che i plebei

      tempo addietro erano stati ricondotti a Roma e avevano ottenuto quei

      magistrati e quelle stesse leggi di cui ora abusavano. E fu proprio la sua

      audacia a salvarlo. Un grande aiuto lo ebbe anche dal collega Verginio

      che, prodotto in qualità di teste, divise con lui i propri meriti. Ma

      l'orientamento dell'opinione pubblica era così cambiato che l'elemento

      decisivo a suo discapito fu la condanna di Menenio.

      

      53 Niente più lotte di classe a Roma e di nuovo guerra contro i Veienti,

      questa volta coalizzati coi Sabini. Il console Publio Valerio fu inviato a

      Veio a fronteggiarli con le sue truppe e con reparti ausiliari forniti da

      Ernici e Latini. Avendo sùbito assalito l'accampamento sabino situato di

      fronte alle mura nemiche, vi gettò un tale scompiglio che, mentre le

      compagnie uscivano alla rinfusa per respingere l'attacco nemico, egli si

      impadronì di quella stessa porta che era stata il primo obiettivo della

      sua azione di forza. Quel che seguì all'interno del campo non fu una

      battaglia quanto un vero massacro. Il grande trambusto arrivò di lì fino

      alla città e gli abitanti, in preda al panico come se Veio fosse stata

      catturata, corsero alle armi. Parte di essi andò in soccorso ai Sabini,

      parte si buttò a corpo morto sui Romani che, concentrati esclusivamente su

      quanto avveniva all'interno del campo, ebbero un momentaneo

      disorientamento. Poi, dopo che essi si furono stabilizzati in una

      posizione di doppio contenimento, sopraggiunse la cavalleria agli ordini

      del console e disperse gli Etruschi costringendoli alla ritirata. Nello

      stesso momento gli eserciti dei due vicini più potenti erano stati

      sconfitti. Mentre erano in corso queste operazioni contro Veio, i Volsci e

      gli Equi si erano accampati nel territorio latino e avevano razziato i

      dintorni. I Latini, soltanto con i propri mezzi e il sostegno degli

      Ernici, senza ricevere da Roma né un comandante né truppe di rinforzo, li

      scacciarono dall'accampamento e, oltre a recuperare quello che apparteneva

      loro, si impossessarono di un grande bottino. Da Roma, tuttavia, fu

      inviato contro i Volsci il console Gaio Nauzio. Non era gradito, credo,

      che gli alleati decidessero e conducessero le guerre da soli, senza un

      esercito e un generale romani. Nei confronti dei Volsci non si andò per il

      sottile con le distruzioni e le provocazioni: ciò nonostante, risultò

      impossibile costringerli a uno scontro aperto.

      

      54 I consoli successivi furono Lucio Furio e Gaio Manilio. A quest'ultimo

      toccarono i Veienti. Tuttavia non si arrivò a combattere in quanto, su

      loro espressa richiesta, venne concessa una tregua di quarant'anni in

      cambio di denaro e frumento. Alla pace con l'estero successe

      immediatamente una ripresa dei disordini interni. I tribuni aizzavano la

      plebe con l'arma della legge agraria. I consoli, per nulla spaventati al

      ricordo della condanna di Menenio e del pericolo corso da Servilio,

      resistevano con grande forza. Al termine però del loro mandato, il tribuno

      della plebe Gneo Genucio li trascinò in giudizio.

      Lucio Emilio e Opitro Verginio entrano quindi in carica come consoli. In

      alcuni annali ho trovato Vopisco Giulio al posto di Verginio. In

      quell'anno - chiunque fossero i consoli - Furio e Manilio, accusati di

      fronte al popolo, andarono in giro vestiti a lutto visitando non meno i

      plebei che i giovani senatori. Li mettevano in guardia e li dissuadevano

      dall'assumere cariche onorifiche e dal lasciarsi invischiare nella

      gestione dello Stato; cercavano di far capire loro che le fasce consolari,

      la toga pretesta e la sella curule non erano nient'altro che accessori da

      pompe funebri: quegli splendidi ornamenti valevano le bende sulla fronte

      delle vittime, e portarli significava avviarsi alla morte. Se il consolato

      li affascinava tanto, almeno si rendessero conto che ormai esso era

      ostaggio e schiavo dello strapotere tribunizio e che il console, ridotto

      al rango di subalterno dei tribuni, era costretto a subordinare ogni suo

      movimento al cenno e agli ordini dei tribuni stessi; qualunque suo

      movimento, qualunque segno di reverenza nei confronti dei senatori,

      qualunque concezione che non contemplasse la plebe come unica presenza

      all'interno dello Stato, avrebbe dovuto fare i conti con l'esilio di Gneo

      Marzio e con la condanna a morte di Menenio. Infiammati da queste parole,

      i senatori cominciarono a tenere riunioni che non avevano carattere

      pubblico ma si svolgevano in privato e all'insaputa della maggior parte

      dei cittadini. Durante questi incontri una sola era la parola d'ordine:

      gli imputati andavano sottratti al giudizio ricorrendo a procedure lecite

      o meno; di conseguenza, più una proposta era turbolenta, più incontrava il

      favore dei convenuti e non mancavano anche i fautori di gesti

      assolutamente temerari. Così, il giorno del giudizio, con la plebe in

      piedi nel foro (nessuno osava fiatare nell'attesa), sulle prime ci fu

      un'ondata di stupore per la mancata comparsa del tribuno e poi, quando la

      sorpresa si trasformò in sospetto, tutti cominciarono a pensare che il

      magistrato si fosse venduto ai patrizi e avesse proditoriamente

      abbandonato la causa dello Stato. Alla fine, quelli che erano andati ad

      aspettare il tribuno davanti alla porta tornarono dicendo che lo avevano

      trovato morto in casa. Appena la notizia si diffuse in tutta l'assemblea,

      come un esercito che si squaglia quando il comandante cade sul campo, così

      la folla si disperse in tutte le direzioni. I più terrorizzati erano però

      i tribuni, perché la morte del collega aveva chiaramente dimostrato la

      scarsa protezione che veniva loro garantita dalla legge

      sull'inviolabilità. Né i senatori riuscirono a mascherare la propria

      soddisfazione: il crimine commesso suscitò così pochi sensi di colpa che

      addirittura gli innocenti volevano far vedere di avervi preso parte e

      tutti ormai parlavano della violenza come unico antidoto al potere dei

      trbuni.

      

      55 Subito dopo questa vittoria, che costituiva un pericoloso avvertimento,

      viene bandita una leva militare che i consoli riescono a portare a termine

      senza la minima opposizione da parte degli spaventatissimi tribuni. In

      quell'occasione la plebe andò su tutte le furie più per il silenzio dei

      tribuni che per l'autorità dei consoli e cominciò a sostenere che la sua

      non era più libertà, che si era tornati ai soprusi di una volta e che con

      Genucio il potere tribunizio era morto e sepolto in un colpo solo. Per

      resistere ai patrizi bisognava adottare e impiegare una tecnica diversa.

      La sola via praticabile sembrava però questa: difendersi da soli visto che

      mancava ogni altra forma di aiuto. La scorta dei consoli consisteva di

      ventiquattro littori e anch'essi erano uomini del popolo. Niente più

      disprezzabile e più instabile di costoro, se solo ci fosse stato qualcuno

      capace di disprezzarli. Era l'idea che ciascuno si era fatta di loro a

      renderli imponenti e inquietanti. Quando ormai gli uni e gli altri si

      erano reciprocamente infiammati con questi discorsi, i consoli mandarono

      un littore ad arrestare Volerone Publilio, un plebeo che non voleva essere

      arruolato come soldato semplice in quanto sosteneva di essere stato

      centurione. Volerone si appella ai tribuni. Ma dato che nessuno di essi si

      presentò a sostenere la sua causa, i consoli ordinarono di spogliarlo e di

      farlo frustare. Allora Volerone disse: «Mi appello al popolo, perché i

      tribuni preferiscono assistere alla fustigazione di un cittadino romano

      piuttosto che lasciarsi trucidare da voi nel loro stesso letto». E più si

      agitava e dava in escandescenze, più il littore si accaniva a spogliarlo e

      a strappargli le vesti. Allora Volerone, già di per sé possente e in più

      coadiuvato da quanti aveva fatto intervenire in suo soccorso, si scrollò

      di dosso il littore e, andandosi a rifugiare nel mezzo della mischia tra

      quelli che urlavano con più accanimento, disse: «Mi appello al popolo e

      invoco la sua protezione! Aiuto, concittadini! Aiuto, commilitoni! Non

      contate sui tribuni: sono loro che han bisogno del vostro aiuto!» La

      gente, quanto mai eccitata, si prepara come per andare in battaglia: era

      chiaro ce la situazione poteva avere qualsiasi tipo di sviluppo e che

      nessun diritto pubblico o privato sarebbe stato rispettato. I consoli,

      dopo aver tenuto testa a quella bufera, si resero conto di quanto sia

      insicura l'autorità senza l'impiego della forza. I littori furono

      malmenati e i loro fasci fatti a pezzi; quanto poi ai consoli stessi,

      vennero spinti dal foro nella curia, senza sapere fino a che punto

      Volerone avrebbe voluto sfruttare quella vittoria. Quando poi, a disordini

      finiti, essi convocarono il senato, si lamentarono dell'affronto subito,

      della violenza popolare e della sfrontatezza di Volerone. Nonostante molti

      interventi veementi, ebbe la meglio la volontà dei più anziani, ai quali

      non andava affatto a genio uno scontro tra la rabbia dei senatori e

      l'irrazionalità della plebe.

      

      56 Alle elezioni successive, Volerone, divenuto un beniamino della plebe,

      fu nominato suo tribuno per quell'anno che ebbe come consoli Lucio Pinario

      e Publio Furio. Contrariamente a quanto tutti si aspettavano, e cioè che

      egli avrebbe usufruito della carica per dare addosso ai consoli uscenti,

      Volerone diede invece la precedenza all'interesse popolare rispetto al

      risentimento privato e, senza il benché minimo attacco verbale ai consoli,

      presentò al popolo un progetto di legge secondo il quale i magistrati

      della plebe avrebbero dovuto essere eletti dai comizi tributi. Benché a

      prima vista sembrasse un provvedimento del tutto innocuo, si trattava di

      cosa serissima perché avrebbe tolto al patriziato la possibilità di far

      eleggere i tribuni di suo gradimento attraverso il voto dei clienti.

      Questa proposta, salutata con entusiasmo dalla plebe, si scontrò con

      l'opposizione incrollabile dei senatori; dato però che né l'influenza dei

      consoli né quella dei cittadini più in vista riuscì a ottenere il veto di

      uno dei membri del collegio (ed era questo l'unico tipo di ostruzionismo

      praticabile), la questione, a causa della sua intrinseca delicatezza, fu

      il principale argomento di discussione per l'intera durata dell'anno. La

      plebe rielegge Volerone tribuno: i senatori, pensando che si sarebbe

      arrivati ai ferri corti, eleggono console Appio Claudio, figlio di Appio e

      già subito detestato e malvisto dalla plebe per le battaglie

      antidemocratiche sostenute dal padre. Come collega gli assegnano Tito

      Quinzio.

      All'inizio dell'anno non si parlava d'altro che di quella legge. E come

      Volerone ne era stato il promotore, così il suo collega Letorio la

      sosteneva con ancora più entusiasmo e pertinacia. Era fierissimo del suo

      prestigioso servizio militare perché come soldato dava dei punti a tutti i

      coetanei. Mentre Volerone non aveva altro argomento che la legge ma si

      asteneva da ogni forma di attacco contro le persone dei consoli, Letorio,

      invece, lanciatosi in una filippica contro Appio e le crudeltà

      antipopolari della sua arrogantissima famiglia, arrivò ad accusare i

      patrizi di aver eletto non un console ma un carnefice chiamato a torturare

      e a fare a pezzi la plebe; solo che la rozzezza del suo linguaggio da

      caserma non era in grado di sostenere la franchezza del suo sentire. Così,

      mancandogli le parole, disse: «Visto che i gran discorsi non sono il mio

      forte, o Quiriti, vediamo di mettere in pratica quel che ho detto e

      troviamoci qui domani. Quanto a me, o vi morirò davanti agli occhi, o farò

      passare la legge.» Il giorno successivo i tribuni occupano i rostri,

      mentre i consoli e i patrizi rimangono in piedi in mezzo alla gente, col

      preciso intento di impedire l'approvazione della legge. Letorio ordina di

      allontanare tutti i non aventi diritto di voto. I giovani nobili

      rimanevano al loro posto senza dar retta agli uscieri. Allora Letorio

      ordina di arrestarne qualcuno. Il console Appio replicò che l'autorità dei

      tribuni era ristretta alla plebe in quanto non si trattava di una

      magistratura del popolo ma della plebe; se anche poi si fosse trattato di

      una magistratura del popolo, stando alla tradizione, non aveva alcun

      diritto di ordinare l'allontanamento di nessuno in quanto la formula era

      questa: «Se non vi dispiace, Quiriti, allontanatevi.» Spostando la

      discussione sulla sfera del diritto e facendolo in maniera sprezzante,

      Appio poteva facilmente provocare Letorio. Così, livido dalla rabbia, il

      tribuno inviò il suo messo al console, mentre quest'ultimo gli mandò un

      littore gridando che Letorio era soltanto un privato cittadino senza alcun

      potere o magistratura. E il tribuno avrebbe pero la propria inviolabilità,

      se l'intera assemblea non avesse preso le sue parti dando minacciosamente

      addosso al console, e una folla coi nervi a fior di pelle non si fosse

      riversata nel foro da tutti i quartieri della città. Ciò nonostante, Appio

      si ostinava a tener testa a un tumulto di quelle proporzioni e la cosa

      sarebbe finita in un bagno di sangue se Quinzio, l'altro console, non

      avesse incaricato gli ex-consoli di afferrare il collega e di trascinarlo

      fuori dal foro con la forza (nel caso fosse stato necessario), e se egli

      stesso non avesse ora supplicato la folla di calmarsi ora richiesto ai

      tribuni di aggiornare la seduta, in modo da far sbollire i furori. Il

      tempo non li avrebbe privati della forza: anzi, ad essa avrebbe aggiunto

      la capacità di riflettere e i senatori avrebbero fatto la volontà del

      popolo come il console quella del senato.

      

      57 Fu difficile per Quinzio placare la folla, ma ancora più difficile fu

      per i senatori placare l'altro console. Aggiornata finalmente l'assemblea

      popolare, i consoli convocarono il senato. Durante la seduta, ci furono

      interventi di senso opposto, a seconda del prevalere ora della rabbia ora

      della prudenza. Col passare del tempo, però, l'animosità si trasformò in

      riflessione e tutti rinunciarono alla spigolosità dell'inizio: a tal punto

      che arrivarono a ringraziare Quinzio per aver placato con il suo

      intervento i furori della folla. Ad Appio si richiese di accettare che

      l'autorità dei consoli non superasse il limite di tollerabilità

      all'interno di un paese caratterizzato dall'armonia: finché i tribuni e i

      consoli accentravano ogni cosa nelle proprie persone, c'era un vuoto di

      forze nel mezzo e lo Stato si riduceva a contrasti e a divisioni interne,

      visto che il problema centrale non era come garantire la sicurezza ma in

      quali mani stesse il potere. Da parte sua Appio, invocando la

      testimonianza degli dèi e degli uomini, dichiarò che era colpa della

      codardia se lo Stato stava andando alla deriva abbandonato a se stesso;

      che non era il console a mancare al senato ma il senato a mancare al

      console e infine che si stavano accettando condizioni più dure di quelle

      accettate sul monte Sacro. Tuttavia, piegato alla fine dall'unanimità dei

      senatori, si placò e la legge passò senza particolari opposizioni.

      

      58 Allora, per la prima volta, i tribuni vennero eletti dai comizi

      tributi. Stando a quanto si trova in Pisone, il loro numero fu aumentato

      di tre, come se in passato fossero stati due. Ci riferisce anche i nomi

      dei neoeletti: Gneo Siccio, Lucio Numitorio, Marco Duilio, Spurio Icilio,

      Lucio Mecilio.

      Mentre Roma era in piena sedizione, scoppiò una guerra coi Volsci e con

      gli Equi. Essi avevano devastato le campagne in maniera da poter offrire

      asilo alla plebe nel caso di qualche secessione. Una volta però compostasi

      la controversia, ritirarono le loro truppe. Appio Claudio fu mandato

      contro i Volsci, mentre a Quinzio toccarono gli Equi. Appio dimostrò di

      avere in campo militare lo stesso rigore che aveva a Roma in quello

      politico, e qui godeva anche di maggiore libertà perché non era frenato

      dalle interferenze dei tribuni. Odiava la plebe ancor più di quanto non

      l'avesse odiata suo padre: ne era stato sconfitto; durante il suo mandato

      di console eletto appositamente per fronteggiare la plebe era stata

      approvata una legge che i consoli precedenti, sui quali il senato non

      faceva troppo affidamento, erano riusciti a non far passare senza

      affannarsi eccessivamente. L'ira repressa e l'indignazione istigavano il

      suo carattere aggressivo a imporsi alle truppe con un'autorità soffocante.

      La violenza non fu sufficiente a domarle, in quell'ubriacatura di odio

      reciproco. Mettevano in pratica ogni disposizione con pigrizia, lentezza,

      negligenza e ostinazione: non c'erano amor proprio e paura capaci di

      metterli in riga. Se lui dava ordine di accelerare il passo, i soldati

      rallentavano apposta; se andava di persona a esortarli sul lavoro,

      smettevano subito tutti ciò che avevano spontaneamente intrapreso. In sua

      presenza abbassavano gli occhi, al suo passaggio lo maledivano sotto voce,

      così che l'animo di quell'uomo, irremovibile nel suo odio verso la plebe,

      ne era a volte scosso. Dopo aver sperimentato senza risultati tutte le

      sfumature del suo rigore, non voleva più avere nulla a che fare con la

      truppa: diceva che era colpa dei centurioni se l'esercito era corrotto e

      ogni tanto, per deriderli, li chiamava «tribuni della plebe» e «Voleroni».

      

      59 I Volsci, al corrente di tutti questi aspetti, aumentarono così la

      pressione sperando che l'esercito romano manifestasse nei confronti di

      Appio la stessa disposizione all'ammutinamento mostrata nei confronti del

      console Fabio. Ma gli uomini furono molto più duri con Appio che con

      Fabio. Infatti non si limitarono, come nel caso di quest'ultimo, a non

      volere la vittoria, bensì desiderarono la sconfitta. Una volta schierati

      in ordine di battaglia, riguadagnarono l'accampamento con una vergognosa

      fuga e si fermarono soltanto quando videro i Volsci lanciarsi all'attacco

      delle loro fortificazioni e seminare la morte nella retroguardia. Fu

      allora che i soldati romani, respingendo a viva forza dalla trincea il

      nemico già vincitore, dimostrarono che la sola cosa che stesse loro

      veramente a cuore era salvare l'accampamento, ma per il resto salutarono

      con entusiasmo la disfatta subita e la vergogna. Queste cose non

      scoraggiarono minimamente l'aggressività di Appio. Quando però decise di

      ricorrere a mezzi ancora più rigidi sul piano disciplinare e di convocare

      l'adunata, i suoi diretti subalterni e i tribuni accorsero a frotte da lui

      e gli consigliarono di non fare ricorso a un'autorità il cui fondamento

      risiedeva nel consenso di quelli che dovevano obbedire. Pare che i soldati

      non volessero comparire in adunata e qua e là si sentissero voci di chi

      reclamava l'evacuazione del territorio dei Volsci. Il nemico vincitore era

      poco tempo prima arrivato a due passi dagli ingressi e dalla trincea e un

      disastro di enormi proporzioni non era più soltanto un'ipotesi probabile

      ma una realtà concreta di fronte ai loro occhi. Alla fine cedette, ma la

      punizione dei colpevoli era soltanto rimandata; quindi, dopo aver sospeso

      l'adunata, diede ordine di mettersi in marcia il giorno successivo. Alle

      prime luci dell'alba, il trombettiere diede il segnale di partenza.

      Proprio quando la colonna stava uscendo dal campo, i Volsci, come

      svegliati di soprassalto da quello stesso segnale, piombarono sulle

      retrovie. Di qui il disordine si diffuse tra le prime linee; drappelli e

      compagnie erano in preda a un terrore tale che non era più possibile né

      sentire gli ordini né allinearsi. Il pensiero di tutti fu la fuga. ra

      mucchi di corpi e di armi abbandonate il fuggi-fuggi generale fu così

      disordinato che l'inseguimento dei nemici cessò prima della ritirata dei

      Romani. Quando al termine di quella rotta scomposta i soldati ritrovarono

      un assetto, il console, che li aveva seguiti tentando invano di

      richiamarli al proprio dovere, li fece accampare in una zona sicura. Poi,

      convocata l'adunata, se la prese - e non a torto - con la truppa per

      l'insubordinazione alla disciplina militare e per l'abbandono delle

      insegne. Rivolgendosi ai singoli uomini, domandava che fine avessero fatto

      le insegne e le armi. I soldati privi di armi, i signiferi che avevano

      perso l'insegna e inoltre i centurioni e i duplicari colpevoli di aver

      abbandonato la propria posizione furono fustigati e quindi decapitati.

      Quanto alla massa dei soldati semplici, uno su dieci fu estratto a sorte e

      giustiziato.

      

      60 Nella campagna contro gli Equi, al contrario, si assistette a una gara

      di gentilezze e di buoni propositi tra console e truppa. Quinzio aveva un

      carattere più mite, e, visti i pessimi risultati dell'autoritarismo del

      collega, era ancora più soddisfatto della propria indole. Gli Equi, di

      fronte a una simile sintonia tra comandante e truppa, non osarono scendere

      in campo e lasciarono che il nemico devastasse e razziasse in lungo e in

      largo le loro campagne. Infatti, in nessun'altra guerra del passato si era

      messo insieme un bottino così ricco. Tutto fu dato alla truppa; si

      aggiunsero anche gli elogi, che - si sa - toccano l'anima del soldato non

      meno delle ricompense. Al rientro dell'esercito, non solo il comandante,

      ma grazie al comandante addirittura i senatori erano visti in una luce

      diversa, in quanto gli uomini sostenevano di aver avuto dal senato un

      padre e non un tiranno come l'altra parte dell'armata.

      In questa altalena di incerti episodi militari e di disordini a Roma e

      all'estero, l'anno appena concluso si segnalò soprattutto per la creazione

      dei comizi tributi, evento ben più importante per l'esito favorevole della

      lotta che per i suoi risultati pratici. Infatti la riduzione di prestigio

      dei comizi, dovuta all'allontanamento dei patrizi, fu più significativa

      che il reale aumento di forze da parte della plebe o la sottrazione di

      esse al patriziato.

      

      61 L'anno successivo, sotto i consoli Lucio Valerio e Tito Emilio, ci

      furono disordini più gravi, dovuti tanto allo scontro tra le classi in

      materia di legge agraria, quanto al processo a carico di Appio Claudio.

      Acerrimo avversario della legge e sostenitore della causa di coloro che

      avevano il possesso dell'agro pubblico, come se fosse stato un terzo

      console, fu citato in giudizio da Marco Duilio e da Gneo Siccio. Di fronte

      al popolo, in passato, non era mai stato processato nessun imputato così

      inviso alla plebe e carico come lui era del risentimento procuratosi di

      persona e di quello suscitato dal padre. I patrizi, da parte loro, non si

      erano mai dati tanto da fare per nessun altro. E non a caso, visto che in

      lui vedevano il difensore del senato, il guardiano della loro autorità e

      l'uomo che si era opposto a tutte le agitazioni dei tribuni e dei plebei,

      lo stesso personaggio che in quel momento era esposto alle ire della

      plebe, soltanto per avere oltrepassato la misura nel mezzo dello scontro.

      Uno solo tra i senatori, lo stesso Appio Claudio, aveva un atteggiamento

      di completa indifferenza nei confronti dei tribuni, della plebe e del suo

      processo. Né le minacce della plebe né le suppliche del senato ebbero su

      di lui alcun effetto: infatti non soltanto rimase vestito com'era e

      rifiutò di andare a implorare la pietà della gente, ma, all'atto di

      presentare la propria difesa di fronte all'assemblea, non si peritò

      neppure di smorzare o almeno di contenere la sua notissima virulenza

      verbale. Stessa espressione disegnata sul viso, stessa smorfia arrogante

      sulle labbra e stessa veemenza infiammata nella parola: il tutto così

      esasperato che gran parte della plebe temeva Appio da imputato non meno di

      quanto lo avesse temuto da console. Perorò la propria causa in una sola

      circostanza, ma con quello stesso tono accusatorio che era la sua

      caratteristica peculiare in ogni circostanza. E la fermezza dimostrata

      impressionò a tal punto plebe e tribuni da portarli ad aggiornare la

      seduta di propria spontanea volontà e a permettere che la pratica si

      trascinasse per le lunghe. Non passò tuttavia molto tempo:prima però della

      data stabilita, Appio si ammalò gravemente e morì. Dato che un tribuno

      cercò di impedire che se ne pronunciasse l'orazione funebre, la plebe non

      volle che una personalità simile fosse privata dell'onore solenne proprio

      l'ultimo giorno e non solo ne ascoltò il suo elogio funebre con la stessa

      attenzione con cui aveva ascoltato l'accusa contro di lui quando era vivo,

      ma partecipò in massa al suo funerale.

      

      62 Quello stesso anno il console Valerio guidò una spedizione contro gli

      Equi. Visto però che non riusciva a portare il nemico a uno scontro

      aperto, si dispose ad attaccarne l'accampamento, ma fu bloccato da una

      tremenda tempesta con grandine e tuoni rovesciati giù dal cielo. Le

      sorprese non erano però finite: infatti, non appena venne dato il segnale

      della ritirata, il tempo ritornò così calmo e sereno che, come se una

      divinità avesse voluto proteggere l'accampamento, la superstizione li

      dissuase dal rinnovare l'attacco. Tutta la furia della guerra si volse a

      devastare le campagne. L'altro console, Emilio, guidò una campagna contro

      i Sabini. Anche lì, siccome il nemico se ne stava rintanato all'interno

      delle mura, il territorio fu razziato. Solo quando venne dato fuoco non

      solo ad alcune fattorie ma anche a villaggi popolosi, i Sabini, usciti

      all'aperto, si imbatterono nei predatori e, dopo uno scontro dall'esito

      incerto, il giorno successivo spostarono l'accampamento in una zona più

      sicura. Il console, considerata questa mossa un pretesto sufficiente per

      ritenere il nemico battuto e abbandonarlo sul posto, si ritirò senza

      essere arrivato a un punto decisivo della campagna.

      

      63 Durante queste guerre e con gli scontri di classe ancora in atto a

      Roma, vennero eletti consoli Tito Numicio Prisco e Aulo Verginio. Era

      chiaro che la plebe non avrebbe tollerato ulteriori dilazioni alla legge

      agraria e si sarebbe decisa a un'azione di forza definitiva, quando le

      colonne di fumo che si alzavano dalle fattorie in fiamme e il fuggi-fuggi

      dei contadini preannunciarono l'avvicinarsi dei Volsci. Questa notizia

      soffocò sul nascere i fermenti di rivolta ormai prossimi a un'imminente

      esplosione. I consoli, chiamati d'urgenza dal senato a occuparsi della

      spedizione difensiva, guidando fuori Roma la gioventù, contribuirono a

      portare una certa tranquillità nel resto della plebe. Quanto ai nemici,

      dopo essersi limitati a mettere i Romani sul chi vive con un falso

      allarme, si ritirarono a marce forzate. Numicio fece rotta su Anzio contro

      i Volsci, Verginio guidò le truppe contro gli Equi. In questa campagna si

      sfiorò il massacro a séguito di un'imboscata, ma il coraggio dei soldati

      riuscì a rimettere in piedi la situazione compromessa dalla negligenza del

      console. Le operazioni contro i Volsci furono condotte con maggiore

      scrupolo: i nemici, sbaragliati al primo scontro, furono messi in fuga e

      costretti a riparare ad Anzio, all'epoca uno dei centri più ricchi dei

      dintorni. Non osando per questo attaccarla, il console tolse agli Anziati

      un'altra città, Cenone, però molto meno prospera. Mentre Equi e Volsci

      tenevano occupate le truppe romane, i Sabini arrivarono fino alle porte di

      Roma con le loro scorribande. Pochi giorni dopo, però, quando entrambi i

      consoli invasero infuriati il loro territorio, subirono dai due eserciti

      più perdite di quelle che avevano causato.

      

      64 L'anno si chiuse con uno spiraglio di pace, ma, come in tutte le

      precedenti occasioni, si trattò di una situazione appesa a un filo per la

      rivalità tra patrizi e plebei. La plebe, indignata, non volle prendere

      parte ai comizi consolari; grazie ai voti dei senatori e dei loro clienti

      vennero nominati consoli Tito Quinzio e Quinto Servilio. L'anno del loro

      mandato assomigliò a quello appena trascorso: disordini all'inizio, e alla

      fine una guerra esterna a mettere a posto ogni cosa. I Sabini,

      attraversando a marce forzate i campi Crustumini, seminarono morte e

      devastazione intorno al fiume Aniene; furono respinti soltanto a due passi

      dalla porta Collina e dalle mura, non prima però di aver messo insieme un

      consistente bottino di prigionieri e di bestiame. Il console Servilio,

      buttatosi all'inseguimento con un contingente armato, non riuscendo a

      raggiungere le loro schiere in un punto pianeggiante, si diede a devastare

      la zona con una tale meticolosità che nulla venne risparmiato e egli

      ritornò con un bottino nemmeno lontanamente paragonabile a quello fatto

      dai Sabini.

      Nella campagna contro i Volsci brillarono per efficienza tanto il

      comandante quanto i soldati. Sulle prime ci fu uno scontro in aperta

      pianura ed entrambe le formazioni lamentarono moltissime perdite e un gran

      numero di feriti. E i Romani, colpiti più a fondo da quelle perdite a

      causa dell'inferiorità numerica, avrebbero cominciato a ritirarsi, se il

      console, ricorrendo a una coraggiosa menzogna, non avesse ridato forza e

      convinzione urlando che il nemico stava fuggendo dall'altra parte dello

      schieramento. Si buttarono così al contrattacco e, credendosi vincitori,

      ottennero la vittoria. Il console, ritenendo che un inseguimento troppo

      insistito avrebbe riacceso la battaglia, fece dare il segnale della

      ritirata. Per qualche giorno, in una specie di tacito accordo, entrambe le

      parti non si mossero. Nel frattempo, un ingente schieramento di rinforzi

      reclutato tra tutte le tribù dei Volsci e degli Equi raggiunse il loro

      accampamento, con la certezza che i Romani sarebbero partiti nel cuore

      della notte se lo fossero venuti a sapere. Così, intorno a mezzanotte,

      mossero all'attacco dell'accampamento. Quinzio, dopo aver placato il

      trambusto seguito all'improvviso spavento, diede ordine ai soldati di

      rimanere tranquillamente nelle proprie tende; quindi guidò sugli avamposti

      una coorte di Ernici e, dopo aver fatto montare a cavallo i suonatori di

      corno e i trombettieri, ordinò di suonare i loro strumenti di fronte alla

      trincea e di tenere il nemico sul chi vive fino all'alba. Per il resto

      della notte, nell'accampamento la calma fu così totale che anche i Romani

      riuscirono a dormire. Quanto ai Volsci, intravedendo quelle figure di

      fanti armati (che essi ritenevano molto più numerosi e romani) e sentendo

      il nitrito e lo scalpitare dei cavalli imbizzarriti per la novità della

      cavalcatura e per quel suono assordante nelle orecchie, rimasero in stato

      di allerta come di fronte all'imminenza di un attacco nemico.

      

      65 Alle prime luci del giorno, i Romani, freschissimi e riposati dopo il

      sonno, vennero disposti in ordine di battaglia per fronteggiare i Volsci,

      i quali invece erano stremati per la notte passata in piedi e a occhi

      aperti: vennero così sbaragliati al primo urto, anche se a dir la verità

      non si trattò di una vera e propria disfatta ma di una sorta di ritirata

      in quanto si trovarono alle spalle delle alture dove, con la copertura

      delle prime linee, si andarono a mettere al sicuro i resti intatti del

      loro esercito. Il console, dato che era arrivato in un luogo sfavorevole,

      ordinò di fermarsi. Gli uomini, trattenuti a stento, reclamavano a gran

      voce l'autorizzazione di incalzare il nemico già in ginocchio. E i

      cavalieri erano ancora più accaniti: accalcandosi intorno al comandante,

      gridavano di volersi spingere oltre le insegne. Mentre il console

      tentennava, sicuro del valore dei propri uomini ma poco convinto della

      posizione, essi gridarono che sarebbero andati e le urla furono subito

      seguite dall'azione. Piantate le lance a terra, in modo da essere più

      leggeri in salita, vanno su di corsa. I Volsci, avendo utilizzato le loro

      armi a lunga gittata durante il primo scontro, lanciarono addosso ai

      nemici i sassi che si trovavano tra i piedi e riuscirono a disunirli con

      una pioggia di colpi dalla loro posizione sopraelevata. E l'ala sinistra

      della cavalleria romana sarebbe stata schiacciata, se il console,

      chiamando quelli che stavano indietreggiando ora codardi ora scriteriati,

      non avesse ridato loro coraggio facendo leva sul senso dell'onore. Si

      fermarono immediatamente, decisi a resistere a ogni costo. Quindi, vedendo

      che col mantenere quella posizione riprendevano forza, osarono anche

      spingersi avanti e, alzando di nuovo il grido di guerra, si misero in

      movimento tutti insieme. Quindi, con un ulteriore slancio, si buttarono

      all'assalto ed ebbero ragione della posizione sfavorevole. Ormai erano a

      un passo dalla vetta, quando i nemici volsero le spalle: lanciatisi in una

      corsa disordinata, fuggiaschi e inseguitori arrivarono mescolati

      all'accampamento dei Volsci e lo catturarono nel pieno del panico. I

      Volsci che riuscirono a fuggire si rifugiarono ad Anzio. Anche i Romani

      marciarono su Anzio. Dopo qualche giorno d'assedio, la città si arrese,

      non per qualche nuova azione di forza da parte degli assedianti, ma per la

      demoralizzazione seguita all'infelice battagla e alla perdita

      dell'accampamento.

 


Libri 3-4: Lotte civili e conquiste militari

       

      

      LIBRO III

      

      

      

      1 Dopo la presa di Anzio, vengono eletti consoli Tito Emilio e Quinto

      Fabio. Quest'ultimo era quel Fabio unico superstite della famiglia andata

      distrutta presso il Cremera. Nel suo precedente consolato, Emilio si era

      già fatto promotore della donazione di terre alla plebe; e proprio per

      questo, anche durante il suo secondo mandato, i fautori della

      distribuzione agraria avevano ricominciato a sperare nella legge e i

      tribuni, pensando di poter ottenere con l'aiuto di un console quello che

      non avevano ottenuto per l'opposizione dei consoli, li sostenevano. Tito

      Emilio rimaneva della sua idea. I proprietari terrieri e gran parte dei

      senatori, lamentandosi che il più autorevole cittadino assumesse

      atteggiamenti tribunizi e si conquistasse la popolarità con elargizioni di

      proprietà altrui, avevano trasferito dalle persone dei tribuni a quella

      del console il risentimento provocato dall'intera faccenda. E di lì a poco

      lo scontro sarebbe diventato durissimo, se Fabio non avesse risolto la

      questione con una proposta che non scontentava nessuna delle parti in

      causa: sotto il comando e gli auspici di Tito Quinzio, l'anno prima era

      stata tolta ai Volsci una notevole porzione di terra. Ad Anzio, centro

      strategico sulla vicina costa, si poteva fondare una colonia. Così facendo

      la plebe avrebbe ottenuto la terra senza suscitare le proteste dei

      proprietari e per la città sarebbe stata la pace interna. Questa proposta

      fu accolta. In qualità di triumviri addetti alla distribuzione delle terre

      Fabio nomina Tito Quinzio, Aulo Verginio e Publio Furio. L'ordine era che

      gli interessati all'assegnazione di un appezzamento andassero a dare il

      proprio nome. Ma, come spesso accade, l'abbondanza delle terre a

      disposizione creò una sorta di ripulsa e le iscrizioni furono così

      limitate che si dovettero aggiungere dei coloni volsci per completare il

      numero. Il resto del popolo preferì chiedere la terra a Roma piuttosto che

      riceverne altrove. Gli Equi cercarono di ottenere la pace da Quinto Fabio

      - egli era giunto là con l'esercito -, ma poi furono loro stessi a mandare

      tutto in fumo con un'improvvisa incursione in terra latina.

      

      2 Quinto Servilio, inviato l'anno successivo contro gli Equi - era infatti

      console insieme a Spurio Postumio - pose un accampamento permanente in

      terra latina, dove una pestilenza costrinse l'esercito a una sosta

      forzata. Quando diventarono consoli Quinto Fabio e Tito Quinzio la guerra

      entrava nel suo terzo anno. L'incarico di condurla venne affidato in via

      del tutto straordinaria a Fabio, in quanto era stato proprio lui a

      concedere la pace agli Equi dopo averli vinti. Partito con la precisa

      convinzione che la fama legata al suo nome avrebbe placato gli Equi,

      ordinò agli ambasciatori inviati all'assemblea di quel popolo di riferire

      questo messaggio: il console Quinto Fabio mandava a dire che, dopo aver

      portato la pace dagli Equi a Roma, ora portava la guerra da Roma agli Equi

      con quella stessa mano - adesso armata - che prima era stata tesa loro in

      segno di amicizia. Ciò accadeva per la loro malafede e la loro perfidia:

      gli dèi ne erano adesso i testimoni e presto ne sarebbero stati i

      vendicatori. Quanto a lui, comunque fosse andata la cosa, preferiva che

      gli Equi si pentissero adesso piuttosto che costringerli a subire un

      trattamento da nemici. Se si fossero pentiti, avrebbero potuto trovare un

      rifugio sicuro nella clemenza romana già precedentemente sperimentata. Se

      invece avessero continuato a compiacersi della propria malafede, si

      sarebbero trovati a combattere l'ira degli dèi ancor più che i nemici.

      Queste parole ebbero così scarsa presa sui presenti che gli ambasciatori

      vennero quasi malmenati e l'esercito inviato sull'Algido per affrontare i

      Romani. Quando queste cose furono annunciate a Roma, l'oltraggio, più che

      l'effettivo pericolo, fece uscire dalla città l'altro console. Così due

      eserciti consolari schierati in ordine di battaglia marciavano alla volta

      del nemico con lo scopo di affrontarlo sùbito. Ma dato che per caso stava

      già quasi per fare buio, dalla postazione dei nemici ci fu uno che gridò:

      «Questo, o Romani, è un'esibizione che non ha nulla a che vedere con la

      guerra vera e propria. Vi siete messi in ordine di battaglia con la notte

      alle porte: ma per uno scontro come quello che si annuncia abbiamo bisogno

      di più ore di luce. Tornate a schierarvi domattina all'alba. Occasioni per

      combattere ce ne saranno a migliaia, non temete.» Irritati da queste

      parole, i soldati vengono ricondotti al campo nell'attesa del giorno

      successivo, con in mente l'idea che la notte imminente - destinata a fare

      da preambolo alla battaglia - sarebbe stata molto lunga. Intanto si

      ristorarono con cibo e sonno. Quando apparve l'alba del giorno successivo,

      l'esercito romano si schierò in ordine di battaglia con un buon anticipo.

      Alla fine si fecero vedere anche gli Equi. Si combatté accanitamente da

      entrambe le parti: i Romani si buttarono nella mischia con la forza

      dell'odio e della rabbia; quanto agli Equi, erano costretti a tentare il

      tutto per tutto, sapendo di esser responsabili del pericolo in cui si

      trovavano ed essendo quasi certi che in futuro nessuno avrebbe prestato

      loro fede. Tuttavia gli Equi non riuscirono a sostenere l'attacco romano.

      E, dopo essersi ritirata nel proprio territorio in séguito alla sconfitta,

      la moltitudine bellicosa e per niente incline alla pace se la prese con i

      comandanti rinfacciando loro di aver accettato la battaglia in campo

      aperto nella quale i Romani eccellevano; invece gli Equi erano più portati

      alle scorrerie e alle razzie e molte unità sparse avrebbero condotto la

      guerra meglio che non la mole ingombrante di un solo esercito.

      

      3 Lasciato quindi un presidio armato nell'accampamento, gli Equi fecero

      un'incursione così profonda in territorio romano da seminare il terrore

      addirittura a Roma. E un gesto così inaspettato incrementò l'apprensione,

      perché non c'era nulla di più inquietante di un nemico che, pur essendo

      vinto e quasi assediato all'interno del proprio accampamento, si faceva

      venire in mente l'idea di un'incursione. La gente di campagna, spinta

      dalla gran paura a riversarsi attraverso le porte, non riferiva di

      saccheggi e di piccole bande di razziatori, ma, ingigantendo ogni cosa per

      il terrore, andava in giro urlando che intere armate in assetto di guerra

      si precipitavano sulla città. Quelli che si trovavano lì riferivano ancor

      più dilatate le imprecise notizie udite da costoro. La corsa disordinata e

      il trambusto di quelli che gridavano «Alle armi!» non erano molto diversi

      dal terrore che regna in una città caduta in mani nemiche. Il caso volle

      che il console Quinzio fosse rientrato a Roma dall'Algido. E fu proprio

      questo il rimedio contro la paura. Placato il tumulto, Quinzio disse

      indignato che il nemico tanto temuto era stato vinto e collocò dei presidi

      in prossimità delle porte. Quindi convocò il senato, e con un decreto

      votato dai senatori, proclamò la sospensione delle attività giudiziarie.

      Poi, dopo aver lasciato Quinto Servilio in qualità di prefetto della

      città, partì per difendere i confini, senza però trovare traccia del

      nemico nelle campagne attraversate. L'altro console condusse le cose

      egregiamente: prevedendo il punto dove il nemico sarebbe passato, lo

      assalì mentre arrancava oberato dal peso del bottino, rendendo ben funesto

      agli Equi il loro saccheggio. Furono in pochi i nemici che riuscirono a

      scampare all'imboscata. Quanto invece al bottino, esso fu tutto

      recuperato. Col ritorno in città del console Quinzio ebbe fine anche la

      sospensione delle attività giudiziarie, rimasta in vigore per quattro

      giorni. In séguito venne fatto il censimento e Quinzio ne celebrò il

      sacrificio conclusivo. Pare che i cittadini registrati - fatta eccezione

      per orfani e vedove - ammontassero a 104.714. Dopo questi avvenimenti, nel

      territorio degli Equi non ci fu alcuna iniziativa degna di esser

      menzionata: la gente si rifugiò nelle città, lasciando che la propria

      campagna fosse devastata e data alle fiamme. Il console, dopo aver

      compiuto con le sue schiere alcune sortite per saccheggiare il territorio

      nemico in tutta la sua estensione, ritornò a Roma coperto di gloria e di

      bottino.

      

      4 I consoli successivi furono Aulo Postumio Albo e Spurio Furio Fuso

      (alcuni autori scrivono Fusio al posto di Furio: ne faccio menzione perché

      nessuno debba prendere per una sostituzione di uomini quella che invece è

      una semplice questione di nomi). Non c'erano dubbi che uno dei consoli

      avrebbe fatto guerra agli Equi i quali, di conseguenza, si rivolsero ai

      Volsci di Ecetra per ottenere appoggio militare. Siccome esso venne

      concesso con grande slancio - tale era infatti l'odio che i due popoli da

      sempre nutrivano nei confronti del nemico romano - i preparativi di guerra

      fervevano febbrili. Gli Ernici lo vennero a sapere e comunicarono

      preventivamente ai Romani che la gente di Ecetra era passata dalla parte

      degli Equi. Sospetta divenne anche la colonia di Anzio, visto che al tempo

      della presa della città moltissimi si erano rifugiati presso gli Equi. E

      infatti, durante la guerra con i Volsci, gli Anziati combatterono con

      estremo accanimento. Quando poi gli Equi vennero ricacciati nelle loro

      città fortificate, questa massa di sbandati fece ritorno ad Anzio e lì

      rese avversi ai Romani quei coloni che erano già di per sé infidi. Dato

      che al senato venne riferito che si stava preparando una defezione, anche

      se la cosa non era ancora matura, i consoli ebbero l'ordine di convocare a

      Roma i notabili della colonia per chiedere loro notizie sulla situazione.

      Questi si presentarono senza fare difficoltà, ma alle domande che vennero

      loro rivolte una volta introdotti dai consoli in senato, risposero in

      maniera tale che, all'atto della partenza, risultarono più sospetti di

      quanto non fossero parsi al momento dell'arrivo. Di lì in poi non ci

      furono più dubbi sulla guerra. Spurio Furio, uno dei consoli, al quale era

      toccato quest'incarico, partì per affrontare gli Equi. Nel territorio

      degli Ernici trovò i nemici intenti a saccheggiare. Ignorandone però il

      numero - non li si era infatti mai visti prima tutti insieme -, espose

      avventatamente alla battaglia l'esercito, inferiore per forze. Respinto al

      primo assalto, dovette riparare all'interno dell'accampamento. Ma questa

      mossa non pose fine allo stato d'allarme. Infatti, sia quella notte che il

      giorno successivo l'accampamento venne assediato e assalito con tanto

      accanimento che nemmeno un messaggero poté uscire per andare a Roma. Gli

      Ernici riferirono che lo scontro aveva avuto un cattivo esito e che il

      console e le sue truppe erano assediati. Il racconto terrorizzò i senatori

      a tal punto che si diede all'altro console Postumio l'incarico di

      provvedere perché la Repubblica non patisse alcun danno; questa forma di

      deliberazione del senato veniva sempre adottata in situazioni di estrema

      necessità. La migliore delle risoluzioni sembrò che il console stesso

      rimanesse a Roma ad arruolare tutti coloro che fossero in grado di portare

      le armi. In soccorso all'accampamento assediato sarebbe stato invece

      inviato Tito Quinzio, dotato di poteri consolari, con una formazione di

      alleati. Per completarne i ranghi, Latini, Ernici e la colonia di Anzio

      ebbero ordine di fornire a Quinzio dei contingenti d'emergenza (questo il

      nome dato allora agli ausiliari arruolati su due piedi).

      

      5 Nei giorni che seguirono ci fu un gran numero di manovre e di assalti da

      una parte e dall'altra: i nemici infatti, forti della superiorità

      numerica, cominciarono a tormentare con continui attacchi da ogni

      direzione le forze romane, nella speranza che queste non sarebbero bastate

      a tutto. E mentre cingevano d'assedio l'accampamento, nel contempo parte

      delle truppe venne inviata a saccheggiare le campagne romane e ad

      attaccare Roma stessa, qualora se ne fosse presentata l'opportunità. Lucio

      Valerio fu lasciato a difesa della città. Il console Postumio venne invece

      inviato a proteggere i confini da eventuali incursioni. Vigilanza e sforzi

      rivolti alla difesa non furono trascurati in nessun punto: sentinelle

      furono disposte in città, corpi di guardia di fronte alle porte, presidi

      armati lungo le mura e - cosa necessaria in mezzo a una confusione di quel

      genere - per alcuni giorni fu sospesa l'attività giudiziaria. Nel

      frattempo il console Furio, dopo aver sulle prime subito in maniera

      passiva l'assedio all'interno dell'accampamento, fece una sortita

      improvvisa dalla porta decumana, piombando sul nemico che non si aspettava

      una simile manovra. Ma poi, pur potendo buttarsi all'inseguimento, si

      fermò per paura che il campo rimanesse esposto a un possibile attacco

      dalla parte opposta. La corsa trascinò troppo in là il luogotenente Furio,

      fratello del console: nello slancio dell'inseguimento non si accorse che i

      suoi si stavano ritirando e che i nemici rivenivano su di lui da tergo.

      Tagliato così fuori dalla ritirata, dopo svariati ma vani tentativi di

      aprirsi una breccia in direzione del campo, cadde combattendo con

      accanimento. Quando il console venne informato che il fratello era stato

      accerchiato, si buttò nella mischia con maggior temerarietà che

      accortezza. La vista di lui ferito, sollevato da terra e portato in salvo

      a fatica da quelli che gli stavano vicino, gettò nello sconforto i suoi

      uomini e rese più accaniti i nemici. Infiammati dalla morte del

      luogotenente e dalla ferita inflitta al console, essi da quel momento in

      poi divennero così incontenibili da schiacciare di nuovo i Romani

      nell'accampamento, con prospettive e risorse non certo equilibrate tra i

      due schieramenti. Addirittura l'esito finale dell'intera guerra avrebbe

      rischiato di essere compromesso, se non fosse sopraggiunto Tito Quinzio

      con dei contingenti stranieri - composti cioè di Ernici e Latini. Avendo

      trovato gli Equi intenti ad assediare il campo romano e a mostrare con

      arroganza la testa del luogotenente, li assalì alle spalle proprio mentre

      quelli dell'accampamento si producevano in una sortita a un segnale da lui

      dato quando si trovava ancora lontano, riuscendo così a circondarne una

      grande quantità. Gli Equi che si trovavano in territorio romano subirono

      una disfatta di minori proporzioni ma dovettero impegnarsi in una fuga più

      prolungata: mentre stavano saccheggiando la zona sparpagliati in gruppi,

      vennero attaccati da Postumio in alcuni punti dove aveva opportunamente

      collocato delle guarnigioni armate. Lanciatisi quindi in una fuga

      disordinata e priva di meta, i saccheggiatori si imbatterono in Quinzio

      che tornava vincitore insieme al console ferito. Fu allora che con una

      gloriosa battaglia le truppe consolari vendicarono la ferita del loro

      comandante insieme al massacro del luogotenente e delle sue coorti. In

      quei giorni entrambe le parti inflissero e subirono gravi perdite: risulta

      difficile, trattandosi di un episodio così remoto, stabilire in maniera

      esatta il numero preciso dei combattenti e dei caduti. Ciononostante

      Valerio Anziate si avventura a fornire cifre precise: dice che nel

      territorio degli Ernici i Romani lasciarono 5800 uomini e che degli Equi

      che vagavano saccheggiando all'interno dei confini romani 2400 vennero

      uccisi dal console Aulo Postumio. Quanto invece al resto della spedizione

      andata a cozzare nelle truppe di Quinzio, Valerio sostiene che essa subì

      un massacro senza precedenti: dei suoi componenti - e qui si arriva a

      spaccare il capello - ne vennero abbattuti 4230.

      Quando l'esercito rientrò a Roma e venne ripristinato il normale corso

      della giustizia, si videro ovunque fuochi nel cielo, mentre altri prodigi

      o vennero realmente individuati da occhi umani o furono la vana illusione

      di osservatori suggestionati dalla paura. Per stornare il panico

      collettivo vennero indetti tre giorni di festa durante i quali tutti i

      templi furono invasi da folle di uomini e donne che imploravano la

      benevolenza degli dèi. In séguito le coorti di Latini e di Ernici vennero

      rinviate in patria, dopo aver ricevuto il ringraziamento del senato per

      l'abnegazione dimostrata durante la campagna. Mille soldati di Anzio, rei

      di essere corsi in aiuto quando ormai la battaglia era finita, furono

      invece rispediti a casa quasi con il bollo dell'infamia.

      

      6 Dalle successive elezioni uscirono consoli Lucio Ebuzio e Publio

      Servilio. Il primo agosto - data che allora rappresentava l'inizio

      dell'anno - entrano in carica. Si era nella stagione malsana e il caso

      volle che quello fosse un anno di pestilenza tanto a Roma quanto nelle

      campagne, e sia per gli uomini che per il bestiame. Ad accrescere la

      virulenza dell'epidemia contribuì poi la gente che, terrorizzata da

      possibili saccheggi, cominciò a ricoverare in città mandrie e relativi

      pastori. Questo miscuglio eterogeneo di animali tormentava col suo

      insolito odore i cittadini, mentre la gente di campagna, stipata in dimore

      anguste, soffriva per il caldo e la mancanza di sonno. E poi lo scambio di

      servizi e il contatto stesso contribuivano a diffondere l'infezione.

      Proprio in quel momento - e cioè con i Romani appena in grado di

      sopportare il peso di queste calamità - arrivarono dagli Ernici degli

      ambasciatori ad annunciare che gli eserciti congiunti di Volsci ed Equi si

      erano accampati nel loro territorio e che da quella base saccheggiavano le

      campagne con un impressionante spiegamento di forze. Non solo lo scarso

      numero di senatori rimasti rendeva manifesto agli alleati che la città era

      prostrata dalla pestilenza, ma mesta fu anche la risposta che ebbero: gli

      Ernici, insieme con i Latini, difendessero da soli i loro possedimenti

      perché Roma, per l'improvvisa ira degli dèi, era devastata dall'epidemia.

      Se quel male si fosse placato, allora sarebbero intervenuti in aiuto degli

      alleati, come nell'anno precedente e in tutte le altre occasioni. Gli

      alleati partirono riportando in patria in cambio di un triste annuncio uno

      ancora più triste: il loro popolo doveva infatti affrontare da solo una

      guerra che avrebbe sostenuto a fatica anche col potente sostegno dei

      Romani. I nemici non si trattennero più a lungo nel territorio degli

      Ernici. Di lì avanzarono infatti con intenti bellicosi nella campagna

      romana che subì danni e devastazioni anche senza le violenze della guerra.

      Nessuno si fece loro incontro - nemmeno un uomo disarmato - e poterono

      così penetrare in un territorio privo ormai non solo di guarnigioni

      armate, ma anche di campi coltivati; Volsci ed Equi arrivarono fino al

      terzo miglio della Via Gabinia. Il console Ebuzio era morto. Per il suo

      collega Servilio c'erano ben poche speranze. Il contagio aveva colpito

      quasi tutti i maggiorenti, buona parte dei senatori e pressappoco la

      totalità di quanti erano in età militare. Così il loro numero non solo non

      bastava per le spedizioni rese necessarie dalla situazione allarmante, ma

      arrivava appena a coprire l'organico dei posti di guardia. Il servizio di

      vigilanza toccò allora a quei senatori che per età e condizioni di salute

      erano in grado di prestarlo. Le ronde armate toccarono invece agli edili

      della plebe, ai quali erano passati anche il potere supremo e l'autorità

      consolare.

      

      7 Senza un capo e senza forze, la città spopolata fu protetta dai suoi

      numi tutelari e dalla sua buona stella, che ispirò a Volsci ed Equi un

      comportamento da predoni più che da nemici. Infatti il loro animo era così

      lontano dal nutrire una qualche speranza non solo di conquistare ma

      addirittura di avvicinarsi alle mura di Roma e la vista da lontano dei

      tetti e dei colli sovrastanti aveva fuorviato le loro menti tanto, che

      l'intero esercito cominciò a esser percorso da mormorii di

      disapprovazione: si domandavano perché dovessero sprecare il tempo

      inoperosi in un'area desolata e abbandonata, dove non c'erano opportunità

      di bottino, ma solo cadaveri di uomini e di bestie, mentre avrebbero

      potuto invadere una terra ricca di ogni ben di Dio e inviolata quale la

      zona di Tuscolo. Per questo si misero rapidamente in marcia e per vie

      traverse che passavano in mezzo alla campagna labicana si spostarono sulle

      colline di Tuscolo per concentrarvi tutto l'impeto e la furia della

      guerra. Nel frattempo Ernici e Latini, spinti non solo dalla pietà ma

      anche dalla vergogna che certo avrebbero provato se non si fossero opposti

      ai nemici comuni lanciatisi in assetto di guerra contro Roma e non fossero

      intervenuti a fianco degli alleati stretti d'assedio, unirono i propri

      eserciti e si misero in marcia verso Roma. Qui, non avendo trovato nemici

      ma fidandosi delle informazioni avute per strada e seguendo le tracce del

      loro passaggio, li incontrarono mentre da Tuscolo stavano scendendo nella

      valle di Alba. Si combatté con forze impari e la loro lealtà per il

      momento portò poca fortuna agli alleati. A Roma la strage dovuta

      all'epidemia non fu di proporzioni minori di quella patita dagli alleati a

      colpi di spada. L'unico console rimasto era nel frattempo deceduto. Così

      come morti erano pure altri personaggi illustri quali gli àuguri Marco

      Valerio e Tito Verginio Rutulo e il capo delle curie Servio Sulpicio. La

      malattia aveva colpito con tutta la sua violenza anche la folla anonima. E

      il senato, non potendo più contare sull'aiuto degli uomini, spinse il

      popolo a rivolgere le preghiere agli dèi, ordinando che tutti, con mogli e

      bambini, andassero nei templi a supplicare il cielo e a chiedere la pace.

      Così, indotti dall'autorità pubblica a fare le cose a cui già li

      costringevano le proprie sventure, i cittadini si affollarono in tutti i

      santuari. Dovunque le matrone, piegate a spazzare coi capelli sciolti i

      pavimenti dei templi, implorano gli dèi adirati e li supplicano di porre

      fine alla pestilenza.

      

      8 Da quel momento in poi, a poco a poco, sia per la pace ottenuta dagli

      dèi sia per il progressivo esaurirsi della stagione malsana, i corpi nei

      quali il corso della malattia si era compiuto cominciavano a tornare in

      salute, mentre le menti si rivolgevano ai problemi dello Stato. Dopo

      alcuni interregni, Publio Valerio Publicola, il terzo giorno del suo

      interregno, nomina consoli Lucio Lucrezio Tricipitino e Tito Veturio

      Gemino (o Vetusio, se questo era il suo nome). Entrano in carica tre

      giorni prima delle idi del mese Sestile, con il paese in condizioni di

      salute ormai così rassicuranti da potersi permettere non solo di allestire

      una difesa armata ma addirittura di lanciare delle offensive. Perciò,

      quando gli Ernici vennero ad annunciare che i nemici avevano varcato i

      loro confini, senza alcuna esitazione fu loro promesso aiuto. Una volta

      arruolati due eserciti consolari, Veturio fu inviato a portare la guerra

      nel territorio dei Volsci. Tricipitino invece, incaricato di salvaguardare

      quello alleato da incursioni selvagge, non si spinge più in là della terra

      degli Ernici. Veturio sbaraglia e mette in fuga i nemici al primo scontro.

      A Lucrezio sfuggì invece un contingente di predoni nemici che dalle alture

      di Preneste marciava in direzione delle campagne. Dopo aver devastato i

      terreni coltivati intorno a Preneste e Gabi, questo gruppo di guastatori

      piegò dalla zona di Gabi verso i colli di Tuscolo. La cosa fu motivo di

      grande apprensione pure a Roma, anche se più per l'imprevedibilità della

      mossa che per l'effettiva penuria di risorse difensive. A capo della città

      c'era in quel frangente Quinto Fabio: armando i giovani e disponendo

      presidi nei punti nevralgici, rese ogni cosa tranquilla e sicura. Così i

      nemici, dopo aver fatto razzie negli immediati dintorni, non osarono

      avvicinarsi a Roma e ripresero, sia pur con diversioni, la strada di casa.

      Mentre cresceva in loro un senso di sicurezza a mano a mano che aumentava

      la distanza da Roma, si imbatterono nel console Lucrezio che, già al

      corrente della direzione di marcia scelta dai nemici, li attendeva pronto

      a dare battaglia. Così i Romani, pur essendo in inferiorità numerica,

      attaccarono con giusta disposizione d'animo i nemici in preda invece a un

      improvviso attacco di paura. Quindi, dopo averne sbaragliato il possente

      schieramento e averli messi in fuga verso certe valli poco spaziose da

      dove era difficile sfuggire, li accerchiarono. Lì poco mancò che il nome

      dei Volsci venisse cancellato dalla faccia della terra. In alcuni annali

      ho trovato che tra fuga e battaglia ci furono 13.470 morti, che 1750

      vennero catturati vivi e che le insegne conquistate ammontarono a 27.

      Anche se tali cifre risentono di una certa tendenza all'esagerazione,

      ciononostante si trattò indubbiamente di un grande massacro. Il console

      vincitore tornò con un enorme bottino all'accampamento. Allora i due

      consoli si accamparono insieme, mentre Volsci ed Equi facevano confluire

      in un unico esercito i propri decimati reparti. La battaglia che seguì fu

      la terza nel corso dell'anno. La vittoria arrivò grazie alla stessa buona

      sorte: dopo aver disperso i nemici, ne conquistarono anche l'accampamento.

      

      9 La potenza romana tornò così alla situazione di un tempo e l'esito

      favorevole della guerra suscitò all'improvviso dei contrasti interni in

      città. Quell'anno Gaio Terentilio Arsa era tribuno della plebe. Pensando

      che l'assenza dei consoli fosse per i tribuni la migliore occasione per

      darsi da fare, egli passò alcuni giorni a lagnarsi presso la plebe

      dell'arroganza patrizia, inveendo soprattutto contro l'autorità consolare,

      ritenuta eccessiva e intollerabile per un libero Stato. Tale potere era

      infatti a sua detta solo formalmente meno detestabile - ma di fatto più

      crudele - di quello dei re: al posto di un padrone adesso ne avevano due

      che, godendo di un'autorità priva di restrizioni e vivendo in uno stato di

      sfrenatezza non sottoposta a controlli, rovesciavano sulla plebe il

      terrore suscitato dalle leggi e dalle punizioni. Perché i consoli non

      dovessero godere in eterno di quella condizione privilegiata, il tribuno

      disse di voler far passare una legge che prevedesse la nomina di cinque

      magistrati con l'incarico di approntare delle leggi che regolassero

      l'autorità consolare. I consoli avrebbero così goduto del potere assegnato

      loro dal popolo, ma non avrebbero potuto trasformare in legge quello che

      invece era il loro capriccio o il loro arbitrio. In séguito alla

      presentazione di questa legge, siccome i senatori temevano che l'assenza

      dei consoli li costringesse a sottostare a un simile giogo, il prefetto

      della città convocò il senato e lì attaccò la proposta e il suo autore con

      una tale veemenza che, se entrambi i consoli fossero stati presenti e

      avessero circondato il tribuno in maniera ostile, non avrebbero potuto

      aggiungere nulla alla virulenza delle sue minacce. Chi davvero a sua detta

      rappresentava un'insidia concreta per il paese era Terentilio, reo di

      esser passato all'attacco sfruttando le circostanze. Se l'anno prima -

      quando cioè la pestilenza e la guerra infuriavano sulla città - la rabbia

      divina avesse imposto un tribuno simile a lui, la situazione sarebbe stata

      insostenibile. Coi due consoli morti e la città in preda all'infuriare del

      morbo e alla confusione generale, Terentilio avrebbe proposto una legge

      volta a privare lo Stato del potere consolare e avrebbe guidato Equi e

      Volsci all'assedio di Roma. Ma alla fin fine dove voleva arrivare? Se i

      consoli si erano macchiati di arroganza o di crudeltà nei confronti di

      qualche cittadino, non era forse lecito trascinarli in giudizio e

      accusarli di fronte a un corpo giudicante che annoverasse tra i suoi

      membri chi aveva subito l'ingiustizia? Non il potere dei consoli, ma

      l'autorità dei tribuni Terentilio rendeva invisa e insopportabile. Quella

      stessa autorità che si era pacificata e riconciliata col senato, adesso

      ricadeva di nuovo negli antichi mali. Ciononostante Fabio non lo avrebbe

      pregato di abbandonare quanto intrapreso. «Esorto,» gridò, «voialtri

      tribuni a riflettere sul fatto che questa autorità vi è stata assegnata

      per soccorrere i singoli individui e non per danneggiare la comunità

      tutta. Voi siete stati eletti tribuni della plebe, non nemici del senato.

      Che lo Stato privo dei suoi difensori subisca attacchi è triste per noi,

      ma odioso per voi. Non diminuirete le vostre prerogative, ma la vostra

      impopolarità, se farete in modo che il vostro collega rinvii fino al

      ritorno dei consoli la questione nei termini in cui oggi si trova. Quando

      l'anno passato l'epidemia ci privò dei consoli, anche Equi e Volsci ci

      risparmiarono una guerra crudele e impietosa.» I tribuni fanno pressione

      su Terentilio. Quindi, dopo un apparente rinvio della proposta di legge

      trasformatosi poi in aperto ritiro, vennero immediatamente convocati i

      consoli.

      

      10 Lucrezio tornò con un enorme bottino e con ancora maggiore gloria.

      Questa subì poi un ulteriore incremento quando, una volta arrivato, egli

      espose per tre giorni il bottino lungo tutta l'estensione del Campo

      Marzio, in maniera tale che ciascuno potesse ritirare ciò che riconosceva

      come proprio. Gli oggetti che non furono rivendicati dai legittimi

      proprietari vennero messi all'incanto. Sul fatto che il console meritasse

      il trionfo erano d'accordo tutti: la cosa fu però rinviata per la proposta

      avanzata dal tribuno che, agli occhi di Lucrezio, appariva di primaria

      importanza. Del provvedimento si discusse per alcuni giorni prima in

      senato e poi di fronte al popolo. Alla fine il tribuno decise di

      sottostare all'autorità del console e lasciò perdere. Solo allora

      l'esercito e il comandante ricevettero gli onori dovuti: Lucrezio ottenne

      il trionfo su Volsci ed Equi e nel corteo trionfale venne accompagnato

      dalle sue legioni. All'altro console fu concesso di entrare a Roma con gli

      onori dell'ovazione ma privo dei soldati.

      L'anno successivo la legge terentiliana venne di nuovo presentata

      dall'intero collegio dei tribuni contro i consoli appena eletti Publio

      Volumnio e Sergio Sulpicio. Quell'anno si videro prodigi di fuoco nel

      cielo e la terra venne sconvolta da un terremoto di notevole intensità. Si

      credette che una vacca avesse parlato, cosa a cui nell'anno precedente

      nessuno aveva prestato fede. Tra gli altri eventi prodigiosi si assistette

      anche a una pioggia di carne che, a quanto pare, venne intercettata da un

      enorme stormo di uccelli finito in volo proprio lì nel mezzo. Quel che

      invece cadde a terra rimase sparpagliato sul suolo per alcuni giorni senza

      però imputridire. I duumviri addetti ai riti sacri consultarono i libri

      sibillini e predissero che un gruppo di stranieri sarebbe stato motivo di

      pericolo e avrebbe sferrato un attacco alla cittadella con conseguente

      spargimento di sangue. Ammonirono anche di astenersi dagli scontri tra

      fazioni. I tribuni li accusavano di averlo suggerito per ostacolare la

      legge e lo scontro si annunciava senza esclusione di colpi. Ma poi - ogni

      anno si ripetono le stesse cose - ecco arrivare gli Ernici con l'annuncio

      che Volsci ed Equi, pur dopo le recenti perdite, stavano rimettendo in

      sesto i rispettivi eserciti, che Anzio era il centro delle operazioni, che

      a Ecetra coloni di Anzio tenevano apertamente delle riunioni; quello era

      il punto di riferimento, quelle le forze della guerra. Una volta ascoltate

      queste comunicazioni in senato, si indice una leva militare. Quanto poi

      alla gestione della guerra, i consoli ricevono l'ordine di organizzarla in

      maniera tale da occuparsi uno dei Volsci e l'altro degli Equi. I tribuni

      si misero invece a urlare in pieno foro che la guerra contro i Volsci era

      solo una commedia inscenata apposta e che gli Ernici erano stati preparati

      per recitarvi una parte. Ormai la libertà del popolo romano non era come

      un tempo soffocata a séguito di uno scontro leale, ma veniva ignorata con

      espedienti. Dato che non si poteva più far credere che Volsci ed Equi -

      quasi totalmente annientati - decidessero spontaneamente di mettersi sul

      piede di guerra, si andavano a cercare nuovi nemici e una colonia vicina e

      leale veniva infamata. Si dichiarava guerra agli innocenti Anziati, ma in

      realtà si faceva guerra alla plebe romana: i consoli infatti l'avrebbero

      caricata di armi e condotta a marce forzate fuori della città; si

      sarebbero così vendicati dei tribuni mandando in esilio e relegando i

      cittadini. I plebei dovevano convincersi che l'unico scopo di tutto questo

      era mettere a tacere la legge e che ciò si poteva evitare - finché le cose

      erano agli inizi ed essi si trovavano ancora in patria in abiti civili -

      operando in modo da non essere esclusi dal controllo della città e da non

      piegarsi al giogo. Se solo avessero osato farlo, certo non sarebbe venuto

      loro meno l'aiuto, dato che i tribuni erano tutti dello stesso avviso. Non

      c'erano minacce esterne, né pericoli in vista. L'anno prima gli dèi

      avevano fatto in modo che la libertà potesse esser difesa senza correre

      rischi. Queste furono le parole dei tribuni.

      

      11 Dall'altra parte i consoli, posti i loro sedili di fronte ai tribuni,

      facevano la leva. I tribuni arrivano di corsa trascinandosi dietro la

      folla. Non appena - quasi si volesse tastare il terreno - vengono fatti i

      nomi di alcuni cittadini, ecco che scoppiano sùbito disordini. Ogni

      qualvolta il littore, su ordine del console, ne prendeva uno, un tribuno

      ordinava di rilasciarlo. E la condotta di ognuno non era regolata da un

      diritto effettivo, ma dalla fiducia nei propri mezzi fisici: di

      conseguenza quello che si aveva in mente lo si doveva ottenere con la

      forza.

      All'ostruzionismo praticato dai tribuni per ostacolare la leva militare i

      senatori contrapposero un atteggiamento di aperta ostilità alla legge che

      veniva riproposta tutti i giorni dedicati alle assemblee. La rissa

      scoppiava quando i tribuni ordinavano alla gente di separarsi per votare e

      i patrizi non permettevano che li si allontanasse. I senatori più anziani

      quasi non prendevano parte alla cosa perché non si poteva venirne a capo

      con l'uso della ragione, ma tutto era affidato all'avventatezza e alla

      temerarietà. Anche i consoli cercavano di non lasciarsi coinvolgere per

      evitare che nel trambusto generale la solennità del ruolo rivestito

      potesse essere esposta all'ingiuria di qualcuno. C'era un giovane, Cesone

      Quinzio, imbaldanzito non solo dai nobili natali ma anche dalla sua

      struttura possente e dalla sua forza fisica. A questi doni piovuti dal

      cielo egli aveva aggiunto molte imprese gloriose in guerra e una tale

      dialettica forense, da non essere ritenuto inferiore a nessuno in città

      per prontezza tanto di mano quanto di lingua. Piantato in mezzo al gruppo

      di senatori e sovrastandoli come se stesse brandendo con la voce e con la

      forza tutto il potere dei dittatori e dei consoli, Cesone riusciva a

      sostenere da solo l'attacco dei tribuni e l'impeto disordinato della

      folla. Con lui alla testa degli aristocratici, i tribuni vennero più volte

      allontanati dal foro e la plebe addirittura sbaragliata e dispersa. Chi se

      lo trovava per caso faccia a faccia finiva malmenato e senza uno straccio

      addosso. Ed era chiaro che se le cose continuavano così, per la legge

      c'erano ben poche speranze. Allora, quando ormai gli altri tribuni avevano

      subito diverse forme di intimidazione, un membro del loro collegio, un

      certo Aulo Verginio, trascina Cesone in tribunale chiedendo per lui la

      pena capitale. Ma, invece di terrorizzare Cesone, questa iniziativa accese

      il suo animo fiero, portandolo a ostacolare la legge con maggiore

      accanimento, e a stuzzicare la plebe e ad attaccare i tribuni come se si

      fosse trattato di una guerra vera e propria. L'accusatore lasciava che

      l'accusato si rovinasse da sé, attizzando il risentimento popolare e

      fornendo così nuova materia alle proprie incriminazioni. Nel frattempo

      continuava a insistere sulla legge, non tanto nella speranza di vederla

      passare, quanto per spingere Cesone a commettere qualche gesto avventato.

      In quei frangenti, molte delle cose dette e fatte a sproposito dai giovani

      aristocratici ricaddero sulla sola persona di Cesone a causa dei sospetti

      ingenerati dalla sua indole. Ciononostante egli continuava a opporsi alla

      legge. E Aulo Verginio insisteva, rivolgendosi alla plebe in questi

      termini: «Immagino che vi rendiate ormai perfettamente conto, o Quiriti,

      di non potere avere nel contempo Cesone come concittadino e la legge che

      tanto desiderate. Ma perché poi parlo di legge? È alla libertà che costui

      cerca di opporsi, superando in arroganza l'intera genia dei Tarquini.

      Aspettate che quest'uomo diventi console o dittatore, lui che già ora, pur

      essendo un privato cittadino, ci mette i piedi in testa a colpi di soprusi

      e insolenze.» Molti che si lamentavano delle percosse subite erano

      d'accordo e incitavano il tribuno a portare la cosa fino in fondo.

       

      12 Il giorno del processo si avvicinava ed era ormai chiaro che, a

      giudizio di tutti, la libertà dipendeva dalla condanna di Cesone. Questi

      allora, pur considerandola un'iniziativa spregevole, fu alla fine

      costretto a cercare l'appoggio dei singoli. Al suo séguito c'erano gli

      amici, e cioè le personalità più in vista dell'intero paese. Tito Quinzio

      Capitolino, che in passato era stato per tre volte console, parlando dei

      molti onori toccati a lui stesso e alla sua famiglia, sosteneva che, né

      all'interno della gens Quinzia, né nel resto della cittadinanza romana, si

      era mai vista una personalità così spiccata e provvista di tante assennate

      qualità. Cesone era stato il suo migliore soldato: spesso lo aveva visto

      lanciarsi contro il nemico proprio davanti ai suoi occhi. Spurio Furio

      rilasciò questa testimonianza: inviatogli da Quinzio Capitolino, Cesone

      era intervenuto in suo aiuto in una situazione pericolosa. A sua detta non

      c'era nessun altro che, al pari di Cesone, avesse contribuito a

      ristabilire le sorti dello scontro. Lucio Lucrezio, console l'anno

      precedente e nel fulgore della recente gloria, divideva i propri meriti

      con Cesone, ne ricordava le azioni militari, ne menzionava le non comuni

      imprese, tanto nel corso delle spedizioni, quanto nei combattimenti. Ed

      esortava la gente a preferire che quel giovane straordinario, provvisto

      d'ogni dono fornito dalla natura e dalla sorte, nonché capace di diventare

      il punto di forza di qualunque paese lo avesse accolto, fosse un

      concittadino loro piuttosto che di altri. Ciò che in lui poteva

      infastidire (eccesso di ardore e impulsività) col passare degli anni si

      sarebbe attenuato. Ciò che invece gli mancava (ossia la prudenza) sarebbe

      cresciuto giorno dopo giorno. La gente avrebbe dovuto accettare che un

      uomo simile - nel quale l'intensità dei difetti era destinata ad

      affievolirsi insieme al progressivo maturare delle virtù - invecchiasse

      nel pieno possesso della cittadinanza romana. Tra i suoi difensori c'era

      anche il padre, Lucio Quinzio, soprannominato Cincinnato. Questi, evitando

      di ribadire gli elogi rivolti al figlio per non accrescerne

      l'impopolarità, ma implorando clemenza per errori imputabili alla giovane

      età, chiedeva al popolo di assolvere il figlio come favore dovuto al padre

      che non aveva mai offeso nessuno, né con gli atti, né con le parole. Ma

      alcuni, o per imbarazzo o per paura, si rifiutavano di dare ascolto alle

      sue implorazioni, mentre altri, lamentandosi delle percosse subite o di

      quelle toccate agli amici, facevano capire con interventi durissimi il

      voto che avrebbero espresso.

      

      13 Oltre alla diffusa impopolarità, un'accusa pesava in maniera

      particolare sull'imputato: un testimone oculare, Marco Volscio Fittore,

      che era stato tribuno della plebe alcuni anni addietro, sosteneva di

      essersi imbattuto - non molto tempo dopo che la pestilenza aveva colpito

      la città - in un gruppo di giovani che imperversava con violenza nella

      Suburra. Lì era scoppiata una rissa e suo fratello maggiore, non ancora

      pienamente guarito dalla malattia, era stramazzato al suolo colpito da un

      pugno di Cesone. Trasportato a casa in fin di vita, a detta di Volscio,

      era poi morto a séguito di quel colpo. Tramite i consoli degli anni

      precedenti non gli era stato possibile avere soddisfazione di un gesto

      tanto efferato. Le parole concitate di Volscio infiammarono gli animi

      della gente a tal punto che Cesone per poco non fu vittima della furia

      popolare. Verginio dà ordine di arrestarlo e di chiuderlo in prigione. I

      patrizi rispondono con la forza alla forza. Tito Quinzio urla che un uomo

      su cui pende un'imputazione passibile della pena capitale, e che tra breve

      dovrà comparire in tribunale, non può essere sottoposto a violenza prima

      di essere condannato, prima ancora di aver subito un regolare processo. Ma

      il tribuno replica di non volerlo punire senza prima averlo processato.

      Tuttavia sostiene che lo si debba tenere in prigione fino al giorno del

      processo, in maniera tale che al popolo romano venga data facoltà di

      punire un uomo colpevole di omicidio. Ma i tribuni ai quali ci si appella

      decidono di esercitare il proprio diritto di veto, proponendo una

      soluzione di compromesso: proibiscono che l'imputato sia incarcerato;

      esigono che questi compaia in giudizio e versi al popolo una cauzione per

      il caso in cui non compaia. Siccome non era chiaro quale fosse la somma

      giusta da concordare, la questione viene portata di fronte al senato. In

      attesa che i senatori decidano, Cesone viene guardato a vista. Si stabilì

      di nominare dei mallevadori, fissando la cauzione a 3.000 assi per

      ciascuno di loro. Ai tribuni venne lasciata la facoltà di determinare il

      numero dei mallevadori: decisero che fossero dieci. E tanti furono i

      mallevadori che diedero all'accusatore le dovute garanzie. Quello di

      Cesone fu il primo caso di impegno cauzionale in attesa del processo.

      Essendogli stato concesso di abbandonare il foro, la notte successiva

      partì per l'esilio in terra etrusca. Il giorno del processo, l'assenza di

      Cesone venne giustificata, adducendo la tesi dell'esilio volontario, ma

      ugualmente Verginio tentò di convocare l'assemblea, che fu invece

      invalidata a séguito di un appello presentato ai suoi colleghi. La

      cauzione venne pretesa senza alcuna pietà dal padre di Cesone che,

      costretto a vendere tutti i propri beni, per un certo periodo andò a

      vivere come un esiliato in un tugurio fuori mano al di là del Tevere.

      

      14 Mentre sul fronte esterno tutto taceva, la città era in preda a

      continue agitazioni per il processo in corso e per la promulgazione della

      legge. I tribuni, visto il brutto colpo subito dai patrizi con l'esilio di

      Cesone, credevano di essere usciti vincitori e pensavano che il passaggio

      della legge fosse a quel punto quasi scontato. E se per parte loro i

      senatori più anziani avevano ormai abbandonato ogni pretesa di controllo

      del paese, i più giovani - in special modo quelli che avevano fatto parte

      del sodalizio di Cesone - aumentarono il proprio risentimento nei

      confronti della plebe, senza mai perdersi d'animo. Ma ottennero i

      risultati migliori sforzandosi di moderare in qualche maniera i loro

      attacchi. Quando la legge venne ripresentata per la prima volta dopo

      l'esilio di Cesone, si fecero trovare pronti allo scontro e con una

      massiccia schiera di clienti aggredirono i tribuni non appena questi ne

      offrirono l'occasione cercando di allontanarli: nell'assalto nessuno

      riuscì a primeggiare per gloria o per impopolarità, ma la plebe si

      lamentava che al posto di un solo Cesone adesso ce ne fossero mille. Nei

      giorni di intervallo nei quali i tribuni non si occupavano della legge,

      niente era più pacifico e tranquillo di loro: salutavano educatamente i

      plebei, si fermavano a chiacchierare, li invitavano a casa, li difendevano

      nel foro e addirittura permettevano, senza interferire, che i tribuni

      tenessero altre assemblee. Non avevano mai atteggiamenti arroganti né in

      pubblico né in privato, eccetto quando saltava fuori la questione della

      legge. In altre occasioni agivano in maniera apertamente democratica. I

      tribuni non si limitarono soltanto a portare avanti senza intralci le

      altre loro iniziative, ma vennero anche rieletti per l'anno successivo. I

      giovani senatori non alzavano neppure la voce, né tantomeno arrivavano

      alla violenza fisica. Così, agendo con delicatezza e tatto calcolati,

      riuscirono ad ammansire la plebe. Grazie a questi espedienti, la legge

      venne schivata per l'intera durata dell'anno.

      

      15 I consoli Gaio Claudio, figlio di Appio, e Publio Valerio Publicola

      ricevono una città più tranquilla. L'anno nuovo non aveva portato novità.

      Una doppia preoccupazione regnava in Roma: da una parte l'ansia di veder

      passare la legge, dall'altra il terrore di doverne accettare

      l'approvazione. Quanto più i giovani senatori cercavano di ingraziarsi il

      favore della plebe, tanto più i tribuni si sforzavano di renderli sospetti

      agli occhi della plebe stessa, accumulando accuse a loro carico. Era stata

      nel frattempo ordita una congiura: Cesone si trovava a Roma, il piano era

      quello di eliminare i tribuni e di massacrare la plebe. I senatori più

      anziani avevano affidato ai giovani il cómpito di abolire la potestà

      tribunizia facendo sì che la città ritornasse alle condizioni esistenti

      prima della secessione sul monte Sacro. C'era poi anche la paura suscitata

      da Volsci ed Equi, il cui attacco si era ormai trasformato in una

      ricorrenza quasi puntuale e fissata. Ma una nuova inaspettata sciagura

      arrivò da una zona ben più vicina a Roma: un contingente di 2.500 esuli e

      schiavi, agli ordini del sabino Appio Erdonio, occupò nottetempo il

      Campidoglio e la cittadella. Qui fecero súbito strage di quelli che si

      rifiutavano di prendere parte attiva alla congiura, combattendo al loro

      fianco. Alcuni, però, sfruttando il grande trambusto, riuscirono a

      sfuggire al massacro e in preda al panico si buttarono di corsa in

      direzione del foro. Si udivano varie voci gridare: «Alle armi!» o «Il

      nemico è in città!». I consoli, ignorando la provenienza di quell'attacco

      repentino (lo avevano lanciato degli stranieri o dei Romani?), e non

      potendolo quindi attribuire con certezza al risentimento della plebe o a

      un'insurrezione di schiavi, non sapevano se convenisse o meno armare il

      popolo. Tentavano di sedare la rivolta, anche se coi loro sforzi la

      fomentavano ulteriormente: l'autorità di cui erano investiti non era

      infatti sufficiente per controllare la folla in preda al panico e allo

      spavento. Ciononostante le armi vennero consegnate, anche se non proprio a

      tutti, ma in maniera tale che, nell'incertezza legata all'identificazione

      del nemico, si potesse contare su una guarnigione sufficientemente sicura

      e pronta a ogni evenienza. In preda all'ansia e all'incertezza intorno

      alla provenienza e alle proporzioni numeriche del nemico, questi reparti

      impiegarono il resto della notte ad allestire picchetti armati in tutti i

      punti strategici della città. La luce del giorno poi rivelò quale guerra

      fosse e chi la guidasse. Dal Campidoglio Appio Erdonio incitava gli

      schiavi a conquistare la libertà: si era addossato la causa di tutti i

      diseredati per ricondurre in patria gli esuli ingiustamente banditi e

      affrancare gli schiavi dal giogo opprimente della schiavitù. Certo

      preferiva che tutto accadesse con l'approvazione del popolo romano: se

      però da quella parte non c'erano speranze, allora avrebbe chiamato in

      causa Volsci ed Equi, deciso a non scartare le soluzioni estreme.

      

      16 La situazione divenne così più chiara per i senatori e i consoli. Oltre

      a tutto ciò che incombeva minacciosamente sul paese, essi temevano che si

      trattasse di un'iniziativa dei Veienti o dei Sabini, e che, con tutti quei

      nemici in città, le truppe etrusche e sabine potessero arrivare da un

      momento all'altro, a compimento di un piano preordinato; o ancora che i

      nemici di sempre, Volsci ed Equi, si rifacessero vivi, non più come prima

      solo per saccheggiare le campagne romane, ma spingendosi fino a Roma,

      considerata ormai quasi conquistata. Molteplici e diversi erano quindi i

      motivi di forte apprensione. Tra tutti spiccava però per intensità quello

      suscitato dal problema degli schiavi: ognuno sospettava di avere un nemico

      in casa, di cui non era sicuro continuare a fidarsi; e d'altronde,

      togliendogli la fiducia, c'era il rischio di accrescerne l'ostilità.

      Sembrava che neppure con la concordia si sarebbe potuto rimediare alle

      difficoltà. Le disgrazie del momento superavano e offuscavano tutto il

      resto in maniera così netta che ormai nessuno temeva più i tribuni e la

      plebe: questo male minore, sempre pronto a saltar fuori tra una disgrazia

      e l'altra, ora sembrava essere stato placato dal terrore seguito

      all'attacco straniero. E invece fu proprio questo annoso problema a farsi

      sentire in quei momenti critici: infatti i tribuni arrivarono a un punto

      tale di dissennata esaltazione da sostenere che il Campidoglio non era

      stato oggetto di un vero e proprio attacco militare, ma di una finta

      guerra inscenata per distogliere gli animi della plebe dal pensiero fisso

      della legge. Se la legge fosse passata, gli amici e i clienti dei patrizi

      si sarebbero resi conto dell'inutilità di quella messinscena e se ne

      sarebbero ritornati a casa ancora più silenziosamente di come erano

      venuti. Perciò, dopo aver richiamato il popolo sottraendolo agli obblighi

      militari, convocarono un'assemblea con l'intento di far approvare la

      legge. Nel frattempo i consoli, certo più preoccupati dalle mosse dei

      tribuni che non dall'attacco notturno dei nemici, tennero una seduta del

      senato.

      

      17 Quando arrivò la notizia che gli uomini stavano abbandonando le armi e

      i posti di guardia, Publio Valerio, dopo aver lasciato al collega il

      cómpito di impedire ai senatori di abbandonare la seduta, si precipitò

      fuori dalla curia diretto al luogo dove i tribuni stavano tenendo la loro

      assemblea. E lì disse loro: «Tribuni, cosa significa tutto questo? Avete

      intenzione di mettervi agli ordini di Appio Erdonio e di sovvertire sotto

      la sua guida l'ordine costituito? È riuscito così bene a corrompere voi

      uno che non è stato nemmeno in grado di far sollevare degli schiavi?

      Possibile che col nemico sopra le teste vi venga in mente di buttare le

      armi e di mettervi a proporre leggi?» Poi, rivolgendosi alla folla, disse:

      «Se la situazione in cui versa la vostra città, o Quiriti, non desta in

      voi la benché minima preoccupazione, abbiate almeno rispetto dei vostri

      dèi finiti in mano al nemico! Giove Ottimo Massimo, Giunone Regina e

      Minerva, insieme a tutte le altre divinità, si trovano in stato d'assedio;

      un campo di schiavi circonda i vostri Penati. Vi sembra questa una

      condizione normale per una città? Abbiamo torme di nemici dappertutto: non

      solo all'interno delle mura, ma anche sulla cittadella e al di sopra del

      foro e della curia. Nel frattempo il popolo è riunito in assemblea nel

      foro, mentre nella curia è in corso una seduta del senato: come in pieno

      regime di pace, i senatori stanno esprimendo la loro opinione e gli altri

      Quiriti vanno al voto. Non sarebbe giusto che tutti insieme, patrizi e

      plebei dal primo all'ultimo, e consoli, tribuni, uomini e dèi unissero le

      proprie forze e, una volta armati, corressero in Campidoglio per riportare

      pace e libertà nella venerabile dimora di Giove Ottimo Massimo? O padre

      Romolo, infondi nei tuoi discendenti quell'energia inesauribile con la

      quale un giorno riconquistasti la cittadella finita nelle mani di questi

      stessi Sabini con l'inganno dell'oro! Ordina loro di seguire la via

      percorsa dalle tue truppe con te al comando! Ecco, io che sono il console,

      sarò il primo - per quel poco che un mortale può nell'emulare un dio - a

      seguire te e le tue orme!» Per finire disse che sarebbe andato ad armarsi

      e incitò tutti i Quiriti a fare altrettanto. Se qualcuno avesse opposto

      resistenza, egli non avrebbe più tenuto conto dell'autorità consolare, né

      della potestà tribunizia o delle leggi garantite dai vincoli della

      sacralità: chiunque fosse stato renitente e dovunque si fosse trovato, in

      Campidoglio o nel foro, avrebbe avuto il trattamento riservato ai nemici.

      I tribuni, siccome avevano proibito di attaccare Appio Erdonio,

      ordinassero pure alla plebe di rivolgere le armi contro il console Publio

      Valerio: questi non avrebbe esitato a scagliarsi contro i tribuni, così

      come il capostipite della sua famiglia non aveva esitato a farlo contro i

      re. Era chiaro che presto si sarebbe arrivati all'uso della forza e che i

      Romani avrebbero offerto ai nemici lo spettacolo di uno scontro intestino.

      Così, né fu possibile far passare la legge, né il console riuscì a salire

      sul Campidoglio. La notte pose fine allo scontro. Al calar delle tenebre,

      i tribuni si ritirarono, impauriti dallo schieramento di forze mostrato

      dai consoli. Una volta allontanatisi i veri responsabili della sommossa, i

      senatori si andarono a mischiare alla gente comune e, inserendosi

      all'interno di vari gruppi, si rivolgevano alla gente con toni e parole

      appropriati alla delicatezza della situazione e invitavano gli

      interlocutori a considerare lo stato di estremo pericolo nel quale il loro

      comportamento aveva trascinato l'intero paese. Cercavano di far capire

      loro che non si trattava di uno scontro tra patrizi e plebei, ma che

      patrizi e plebei insieme, la cittadella, i santuari degli dèi, i Penati

      dello Stato e delle case private, tutto rischiava di finire in mano ai

      nemici. Mentre nel foro i senatori si sforzavano di sedare la discordia

      con questi discorsi, i consoli, temendo che Sabini e Veienti si mettessero

      in movimento, erano in giro a ispezionare le porte e le mura.

      

      18 Quella stessa notte anche a Tuscolo arrivò la notizia che la cittadella

      era stata conquistata, che il Campidoglio si trovava in stato d'assedio e

      che nel resto di Roma regnava il disordine. Lucio Mamilio era allora

      dittatore a Tuscolo. Dopo aver immediatamente convocato il senato e aver

      fatto entrare in sala i messaggeri, sostenne con calore che non si doveva

      aspettare l'arrivo da Roma di inviati con richieste d'aiuto: lo esigevano

      la situazione di grave pericolo, le divinità che sancivano il vincolo di

      alleanza e la fedeltà ai patti. Gli dèi non avrebbero più offerto

      un'occasione così propizia di guadagnarsi la gratitudine di una città

      tanto potente e vicina. Si decide quindi di portare aiuto e con questo

      scopo si organizza una leva di giovani e si danno loro delle armi. Quando

      alle prime luci del giorno le truppe di Tuscolo vennero avvistate da

      lontano in assetto di marcia, furono scambiate per contingenti nemici.

      Sembrò che Equi e Volsci stessero arrivando. Una volta però dissipati i

      falsi timori, gli uomini di Mamilio sono accolti in città e incolonnati

      scendono al foro. Qui Publio Valerio, affidato al collega il presidio

      delle porte, stava già schierando le truppe. Con il peso della sua

      autorità, il console aveva convinto il popolo con queste dichiarazioni.

      Una volta riconquistato il Campidoglio e ristabilita la pace in città, se

      solo gli fosse stato concesso di smascherare l'inganno celato nella legge

      proposta dai tribuni, memore dei propri antenati e del soprannome col

      quale essi gli avevano tramandato come in eredità il dovere di

      preoccuparsi del popolo, non avrebbe impedito l'assemblea della plebe.

      Seguendolo quindi come loro comandante, nonostante le vane proteste dei

      tribuni, gli uomini cominciano a salire su per il colle del Campidoglio. A

      loro si aggiunge la legione di Tuscolo. Tra alleati e Romani fu allora una

      vera gara di valore per vedere a chi sarebbe toccato l'onore di

      riconquistare la cittadella. I comandanti dei due schieramenti esortavano

      a gran voce le proprie truppe. In quel momento i nemici si fecero prendere

      dall'affanno perché non potevano contare che sulla posizione occupata.

      Mentre il panico serpeggiava tra le loro file, ecco arrivare l'attacco di

      Romani e alleati. Gli attaccanti erano già penetrati nel vestibolo del

      tempio, quando Publio Valerio rimase ucciso proprio mentre guidava

      l'assalto nelle prime file. L'ex-console Publio Volumnio lo vide cadere.

      Dopo aver ordinato ai suoi di proteggerne il corpo, si butta a occupare la

      posizione tenuta dal console. Nell'ardore dell'impeto i soldati non si

      accorsero nemmeno di un fatto così clamoroso e arrivarono a conquistare la

      vittoria ancor prima di essersi resi conto di combattere ormai privi del

      comandante. Il sangue dei molti esuli massacrati insozzò le pareti dei

      templi: parecchi furono catturati vivi, mentre Erdonio rimase ucciso. Fu

      così che il Campidoglio tornò in mani romane. Quanto ai prigionieri, a

      ciascuno di essi toccò una pena commisurata alla loro condizione, a

      seconda che si trattasse di uomini liberi o di schiavi. I Tuscolani

      vennero ringraziati e il Campidoglio fu purificato con riti espiatori.

      Pare che i plebei andassero a gettare un quadrante a testa nella casa del

      console morto, perché fosse sepolto con esequie più sontuose.

      

      19 Una volta ristabilita la pace, i tribuni cominciarono a incalzare i

      senatori chiedendo loro di mantenere la promessa fatta da Publio Valerio.

      A Gaio Claudio rivolgevano invece l'invito a liberare gli dèi Mani del

      collega dall'ombra dell'inganno, permettendo così di riavviare la

      discussione sulla legge. Ma il console replicò che non avrebbe permesso di

      ricominciare il dibattito sulla legge fino a quando non gli fosse stato

      affiancato un collega regolarmente eletto. Queste schermaglie tennero

      banco fino alle elezioni consolari. A dicembre, grazie allo straordinario

      zelo dimostrato dai senatori, Lucio Quinzio Cincinnato, padre di Cesone,

      viene nominato console ed entra immediatamente in carica. La plebe era

      spaventata all'idea di avere un console accecato dal rancore nei suoi

      confronti, e oltretutto forte del favore senatoriale e del proprio valore,

      nonché di altri tre figli, nessuno dei quali era inferiore a Cesone per

      abnegazione e coraggio, ma tutti superiori a lui nella capacità di usare

      la moderazione e l'assennatezza nelle occasioni in cui erano necessarie.

      Appena entrato in carica, Cincinnato non perdeva occasione di arringare la

      gente dai banchi del tribunale, e mostrava nel reprimere la plebe

      un'energia pari a quella mostrata nel muovere aspre censure al senato. A

      sua detta, proprio a causa dell'apatia dell'ordine senatoriale i tribuni

      della plebe esercitavano ormai una sorta di tirannide permanente, a parole

      e con azioni nefaste, lecita in una casa privata ormai allo sfacelo, ma

      non nella gestione degli affari del popolo romano. Con suo figlio Cesone,

      il coraggio, la forza e tutte le nobili qualità della gioventù in pace e

      in guerra erano state cacciate da Roma e messe in fuga. E invece, dei

      parolai pronti solo a seminare zizzania e sedizioni erano stati eletti

      tribuni per una seconda e una terza volta e vivevano con magnificenza

      regale, grazie alle loro pessime arti. «Aulo Verginio,» disse, «che sul

      Campidoglio non c'era, meritava forse una punizione più lieve di quella

      toccata ad Appio Erdonio? Se si considera attentamente l'andamento dei

      fatti, per Ercole, ne meriterebbe una molto più dura! Erdonio, se non

      altro, professandosi nemico, in qualche modo vi intimò di prendere le

      armi. Costui invece, sostenendo che non ci fosse una guerra in atto, vi

      tolse di mano le armi esponendovi inermi ai vostri schiavi e agli esuli. E

      non è forse vero - sia detto questo con buona pace di Gaio Claudio e del

      defunto Publio Valerio - che vi buttaste all'attacco su per il Campidoglio

      prima di aver liberato il foro dai nemici? Una vergogna di fronte agli dèi

      e agli uomini. Quando sulla cittadella e sul Campidoglio c'erano i nemici

      e il capo degli esuli e degli schiavi si era installato, per colmo di

      profanazione, addirittura nei penetrali del tempio di Giove Ottimo

      Massimo, i Tuscolani avevano preso le armi prima dei Romani. Quanto poi

      alla liberazione della cittadella, si è arrivati a dubitare se essa vada

      attribuita a Lucio Mamilio comandante delle truppe di Tuscolo oppure ai

      consoli Publio Valerio e Gaio Claudio. E noi che prima di quell'episodio

      non avevamo mai permesso ai Latini di mettere le mani sulle armi, neppure

      in caso di autodifesa o di fronte a un'invasione nemica, in quel frangente

      saremmo stati catturati e distrutti se i Latini non fossero intervenuti di

      loro spontanea volontà. Ma è questo, o tribuni, quello che voi chiamate

      soccorrere la plebe, e cioè consegnare della gente inerme in pasto al

      nemico? È ovvio che se il più insignificante membro della vostra plebe -

      cioè di quella porzione di popolazione che voi avete trasformato in una

      vostra patria, in una cosa vostra, dopo averla sradicata dal resto del

      popolo -, se uno di questi individui fosse venuto a riferirvi di avere la

      casa assediata dai propri schiavi armati, voi vi sareste sentiti in dovere

      di intervenire in suo aiuto: ma Giove Ottimo Massimo assediato da una

      banda armata di esuli e schiavi non meritava forse il soccorso degli

      uomini? E costoro pretendono poi di essere considerati sacri e

      inviolabili, quando ai loro occhi neppure gli dèi in persona lo sono! E

      infatti, pur essendovi macchiati di orrende colpe nei confronti di uomini

      e dèi, vi ostinate a ripetere che quest'anno voi farete passare la legge.

      Ma, per Ercole, il giorno che sono stato eletto console diventerà una data

      funesta per il paese, ancor più di quella in cui morì il console Publio

      Valerio, se riuscirete a far passare la legge! Prima di ogni altra cosa,»

      concluse, «io e il mio collega abbiamo in mente di guidare le legioni

      contro Volsci ed Equi. Non so per quale destino il favore degli dèi ci

      arride più quando siamo sul piede di guerra che non in tempo di pace. Il

      pericolo che questi popoli avrebbero potuto rappresentare se fossero

      venuti a sapere dell'assedio del Campidoglio da parte degli esuli è meglio

      cercare di desumerlo dalle esperienze passate piuttosto che sperimentarlo

      dal vivo.»

      

      20 Il discorso del console aveva impressionato la plebe. E i senatori,

      rinfrancati, pensavano che lo Stato fosse tornato alla stabilità di un

      tempo. L'altro console, che per indole era incline più a collaborare con

      passione ad iniziative altrui che a proporne di nuove, pur accettando di

      buon grado che il collega lo avesse preceduto nella presentazione di

      misure così importanti, ciononostante, reclamava per sé, all'atto della

      loro realizzazione pratica, la sua parte di potere consolare. I tribuni

      allora, facendosi beffe del discorso di Quinzio come se le sue fossero

      state parole prive di efficacia, cominciarono ad andare in giro a chiedere

      in che modo i consoli avrebbero messo insieme un esercito da portare in

      guerra, quando a nessuno passava per la testa di permettere loro

      l'effettuazione di una leva. «Non abbiamo bisogno di nessuna leva,» disse

      Quinzio, «perché quando Publio Valerio armò la plebe per riconquistare il

      Campidoglio, tutti giurarono che si sarebbero presentati attenendosi agli

      ordini del console e che senza il suo ordine non se ne sarebbero andati.

      Pertanto le nostre disposizioni sono queste: voi tutti che avete prestato

      giuramento domani trovatevi armati al lago Regillo.» Allora i tribuni,

      volendo liberare il popolo dalla sacralità dell'impegno assunto, trovarono

      dei cavilli; dicevano che Quinzio era un privato cittadino quando essi

      avevano prestato giuramento. Ma allora non si era ancora imposto quel

      disprezzo per gli dèi che domina invece ai giorni nostri e nessuno cercava

      di adattare alle proprie esigenze leggi e giuramenti, ma piuttosto si

      sforzava di conformare a questi ultimi il proprio comportamento. Pertanto

      i tribuni, siccome non c'era nessuna speranza di riuscire a ostacolare

      l'iniziativa, si impegnarono nel tentativo di ritardare la partenza.

      Correva voce che agli àuguri fosse stato ordinato di presentarsi al lago

      Regillo per consacrare uno spazio dove fosse lecito convocare il popolo,

      dopo aver tratto i regolari auspici. Il tutto per far sì che in quel

      contesto potesse essere abrogato dai comizi centuriati tutto ciò che a

      Roma aveva ottenuto l'approvazione per la violenza dei tribuni. Tutti

      dichiararono che si sarebbero conformati alla volontà del console. E

      infatti, trovandosi a più di un miglio di distanza da Roma, non esisteva

      possibilità d'appello e anche i tribuni, qualora si fossero presentati lì,

      sarebbero stati soggetti all'autorità dei consoli come tutti gli altri

      Quiriti. Queste cose facevano paura. Ma quel che spaventava di più gli

      animi era che Quinzio avesse più volte dichiarato di non voler tenere le

      elezioni consolari. La città versava ormai in condizioni così gravi che

      non era possibile pensare di poterla curare ricorrendo ai rimedi consueti:

      la repubblica aveva bisogno di un dittatore, in modo che chiunque si fosse

      mosso per suscitare la rivolta nella città sapesse che la dittatura non

      prevedeva possibilità d'appello.

      

      21 Il senato si trovava in Campidoglio. Qui viene raggiunto dai tribuni e

      dalla plebe in preda all'agitazione. Con un coro di voci disordinate, la

      moltitudine implora la protezione ora dei consoli, ora dei senatori. Ma

      non riuscirono a distogliere il console dal suo fermo proposito, prima che

      i tribuni avessero promesso di sottomettersi in futuro all'autorità dei

      senatori. Dopo che il console ebbe riferito le richieste dei tribuni e

      della plebe, il senato stabilì che i tribuni quell'anno non avrebbero

      ripresentato la legge, e che i consoli non avrebbero guidato un esercito

      fuori dalla città. Inoltre, per quanto concerneva i giorni a venire, il

      senato giudicò dannoso per lo Stato che le magistrature potessero essere

      prolungate nel tempo e che gli stessi tribuni venissero rieletti. I

      consoli si piegarono all'autorità dei senatori, ma i tribuni, nonostante

      le proteste dei consoli, furono rieletti. Anche i patrizi, per non fare

      alcuna concessione alla plebe, desideravano il rinnovo della magistratura

      a Lucio Quinzio, che pronunciò un discorso di una durezza mai dimostrata

      in nessun'altra occasione nell'intero arco dell'anno. «E io dovrei

      stupirmi,» disse Quinzio, «o senatori, se il vostro potere non ha alcuna

      efficacia sulla plebe? Ma se siete voi che lo screditate quando, di fronte

      alla plebe che viola il decreto senatoriale sul prolungamento delle

      magistrature, vi mettete anche voi a violarlo per tener dietro

      all'impudenza della folla, come se l'essere più incostanti o l'agire in

      maniera più arbitraria nei confronti della legge significasse gestire

      maggiore potere all'interno della città. Infatti è certo un comportamento

      più irresponsabile e stupido violare i propri decreti e le proprie

      risoluzioni piuttosto che quelli degli altri. Imitate pure, o senatori, la

      folla inconsulta e, anche se dovreste essere voi d'esempio agli altri,

      continuate a sbagliare adeguandovi all'esempio altrui, invece di far sì

      che gli altri operino rettamente seguendo il vostro. Io però, se non vi

      spiace, non ho intenzione di imitare i tribuni né di farmi rieleggere

      console contro la volontà del senato. Quanto a te, Gaio Claudio, ti esorto

      affinché tu faccia il possibile per liberare il popolo romano dal dilagare

      dell'arbitrio e ti prego di credere che, per quanto mi riguarda, non sei

      stato un ostacolo alla mia carica, ma hai contribuito a incrementare il

      peso del mio rifiuto e che, così facendo, l'impopolarità destinata a

      seguire l'eventuale rinnovo della magistratura ora non rappresenta più un

      rischio.» Quindi, di comune accordo, decretano che nessuno voti Lucio

      Quinzio come console. Se qualcuno l'avesse fatto, non avrebbero tenuto

      conto di quel voto.

      

      22 Vennero eletti consoli Quinto Fabio Vibulano (per la terza volta) e

      Lucio Cornelio Maluginense. Quell'anno venne effettuato un censimento

      della popolazione, ma a causa della presa del Campidoglio e della morte

      del console fu considerato un atto sacrilego il concluderlo con il

      tradizionale rito di purificazione.

      Il consolato di Quinto Fabio e Lucio Cornelio nacque all'insegna del

      disordine: i tribuni istigavano la plebe, mentre Latini ed Ernici

      annunciavano che Volsci ed Equi erano in procinto di lanciare un grande

      attacco e che ad Anzio c'erano già delle legioni di Volsci. Oltretutto era

      diffuso il timore di una defezione da parte della colonia stessa di Anzio

      e con enorme fatica si ottenne dai tribuni che lasciassero la precedenza

      alla guerra. Poi i consoli si spartirono i còmpiti: a Fabio venne dato

      l'incarico di guidare le legioni ad Anzio, mentre a Cornelio venne

      affidato quello di difendere Roma con le armi, per evitare che una parte

      dei nemici - com'era abitudine degli Equi - venisse a saccheggiare. Ad

      Ernici e Latini fu invece dato ordine di fornire dei contingenti armati

      secondo le clausole contenute nel trattato, così che alla fine l'esercito

      risultò formato per due terzi da alleati e per un terzo da cittadini

      romani. Quando il giorno prestabilito arrivarono gli alleati, il console

      decise di accamparsi fuori della porta Capena. Di lì, dopo aver purificato

      l'esercito con un sacrificio rituale, partì alla volta di Anzio e si

      appostò non lontano dalla città e dal quartier generale dei nemici. I

      Volsci in quel momento non osavano affrontare uno scontro perché privi dei

      contingenti degli Equi che non li avevano ancora raggiunti, così cercarono

      di proteggersi restando tranquilli al riparo di una trincea fortificata.

      Il giorno dopo Fabio, invece di mescolare Romani e alleati in un'unica

      schiera, ne piazzò intorno alla trincea nemica tre, rispettivamente

      formate da contingenti dei tre diversi popoli, riservando per se stesso e

      per le legioni romane il centro dello spiegamento. Quindi ordinò loro di

      aspettare il segnale, in maniera tale che alleati e Romani dessero inizio

      in sincronia all'operazione e fossero pronti a ritirarsi insieme, qualora

      venisse suonata la ritirata. Inoltre collocò la cavalleria dietro le prime

      file di ciascuna schiera. Lanciatosi così all'assalto da tre direzioni

      diverse, circondò l'accampamento e, incalzandoli da ogni parte, scacciò

      dalla trincea i Volsci incapaci di sostenere l'urto. Quindi, una volta

      superate le fortificazioni, allontana dall'accampamento la massa

      spaventata dei nemici che ripiega in un'unica direzione. Allora i

      cavalieri, che per la difficoltà di superare la trincea avevano assistito

      da spettatori alla battaglia, non avendo più davanti a sé alcun tipo di

      ostacolo, si conquistarono parte del merito della vittoria abbattendosi

      sui nemici terrorizzati. Il massacro dei fuggitivi fu tremendo sia

      all'interno dell'accampamento che oltre le fortificazioni. Ma ancora più

      grande fu il bottino: i nemici riuscirono a portare con sé a malapena le

      armi. E anche il loro esercito sarebbe stato distrutto se il bosco non

      avesse offerto riparo a chi fuggiva.

      

      23 Mentre ciò accadeva nei pressi di Anzio, gli Equi, mandato avanti il

      meglio dei loro giovani, con un'improvvisa sortita notturna si

      impossessano della cittadella di Tuscolo. Con il resto dell'esercito si

      attestano non lontano dalle mura della città per impegnare su più fronti

      le truppe nemiche. Quando queste notizie - dopo aver velocemente raggiunto

      Roma - arrivarono all'accampamento nei pressi di Anzio, i Romani ne furono

      sconvolti come se fosse stata annunciata l'occupazione del Campidoglio. Il

      ricordo del recente gesto meritorio compiuto dai Tuscolani e l'analoga

      situazione di pericolo esigevano che si contraccambiasse l'aiuto da loro

      prestato. Fabio, mettendo in secondo piano ogni altra cosa, trasporta

      rapidamente il bottino dall'accampamento ad Anzio e, lasciato qui un

      modesto presidio armato, a marce forzate si precipita a Tuscolo. Ai

      soldati non permise di prendere con sé nient'altro che le armi e il cibo

      già pronto e a portata di mano (gli approvvigionamenti li trasportò

      infatti il console Cornelio da Roma). La guerra di Tuscolo durò alcuni

      mesi. Con parte dell'esercito il console assediava l'accampamento degli

      Equi, mentre un'altra parte l'aveva affidata ai Tuscolani per

      riconquistare la cittadella. Ma in questo punto non si riuscì mai a

      entrare con la forza: fu la fame che alla fine scacciò i nemici di là.

      Quando furono allo stremo, i Tuscolani li costrinsero tutti, senza armi e

      nudi, a passare sotto il giogo. E mentre con una fuga vergognosa cercavano

      di riparare in patria, il console romano li intercettò sul monte Algido

      uccidendoli dal primo all'ultimo. Il vincitore, fatto ritirare l'esercito,

      si accampa presso Colume (questo è il nome del luogo). L'altro console,

      dopo che la sconfitta nemica aveva allontanato il pericolo dalle mura di

      Roma, si mise in marcia anche lui dalla città. Così, entrati nei territori

      nemici da due direzioni, i consoli con un'aspra lotta devastarono da una

      parte le terre dei Volsci e dall'altra quelle degli Equi. Presso la

      maggior parte degli autori ho trovato che in quello stesso anno ci fu una

      rivolta degli Anziati; avrebbe condotto la guerra contro di loro e preso

      la città il console Cornelio. Ma a dir la verità non me la sento di

      confermare la notizia perché gli storici più antichi non menzionano

      l'episodio.

      

      24 Appena finita questa guerra, un'altra, suscitata in patria dai tribuni,

      semina il panico tra i patrizi. I tribuni protestavano a gran voce che era

      una truffa tener lontano dalla città l'esercito: quello era un espediente

      per boicottare la legge. Essi si impegnavano a portare a compimento

      l'iniziativa. Ciononostante, il prefetto della città Lucio Lucrezio

      ottenne che i tribuni procrastinassero ogni loro mossa fino all'arrivo dei

      consoli. Era sorta una nuova ragione di discordia: i questori Aulo

      Cornelio e Quinto Servilio avevano citato in giudizio Marco Volscio,

      accusandolo di testimonianza indubbiamente falsa nel processo a carico di

      Cesone. Era emerso da numerose prove che il fratello di Volscio, da quando

      si era ammalato, non soltanto non era mai stato visto in giro, ma non si

      era mai ristabilito e si era spento consumato da un male durato molti

      mesi; e che nei giorni in cui il testimone aveva collocato il delitto,

      Cesone non era stato visto a Roma (come affermavano i suoi commilitoni, i

      quali sostenevano che in quel periodo egli era sempre stato con loro al

      fronte, senza mai beneficiare di licenze). Per provare la veridicità di

      queste affermazioni, molti erano disposti a proporre a Volscio un arbitro

      privato. Ma siccome egli non osava comparire in giudizio, tutti questi

      elementi insieme congiurarono contro di lui, rendendo la condanna di

      Volscio non meno dubbia di quanto lo era stata quella di Cesone dopo la

      testimonianza di Volscio. I tribuni prendevano tempo e dicevano che non

      avrebbero permesso ai questori di tenere comizi sull'accusato se prima non

      si tenevano quelli sulla legge. Così entrambe le questioni vennero

      rinviate fino all'arrivo dei consoli. Quando questi entrarono in città con

      l'esercito vincitore, siccome non si parlava affatto della legge, molta

      gente pensò che i tribuni si fossero dati per vinti. Ma i tribuni, visto

      che l'anno era ormai agli sgoccioli, puntando a essere riconfermati nella

      carica per la quarta volta, avevano concentrato tutti i loro sforzi sui

      comizi elettorali, e nonostante l'accesa opposizione dei consoli - i quali

      si accanivano contro la riconferma dei tribuni con non meno livore di

      quanto ne avrebbero dimostrato se si fosse trattato di una legge volta a

      diminuire la loro autorità -, nello scontro ebbero la meglio i tribuni.

      In quello stesso anno gli Equi chiesero e ottennero la pace. Venne portato

      a termine il censimento iniziato l'anno precedente. Pare che quello fosse

      il decimo sacrificio lustrale compiuto dalla fondazione di Roma. I

      cittadini censiti risultarono essere 117.319. Per i consoli fu un anno di

      grande gloria tanto in politica interna che in àmbito militare: infatti,

      durante il loro mandato, non soltanto si arrivò ad ottenere la pace coi

      popoli confinanti, ma anche in città, pur non arrivando a una perfetta

      armonia tra le parti, ci furono meno tensioni del solito tra le classi.

      

      25 Lucio Minucio e Gaio Nauzio, eletti consoli, ricevettero in eredità le

      due questioni lasciate in sospeso l'anno precedente. Come già successo in

      passato, i consoli cercavano di insabbiare la legge e i tribuni il

      processo a carico di Volscio. Ma i nuovi questori erano uomini di

      tutt'altro temperamento e influenza. Collega del questore Marco Valerio,

      figlio di Manio e nipote di Voleso, era Tito Quinzio Capitolino, già tre

      volte console in passato. Questi, non potendo restituire Cesone alla

      famiglia, né un giovane così eccezionalmente dotato al paese, si era

      impegnato in una guerra giusta e sacrosanta contro il falso testimone che

      aveva impedito a un innocente di perorare la propria causa. Mentre fra i

      tribuni soprattutto Verginio si impegnava di più per quella legge, ai

      consoli vennero dati due mesi di tempo per esaminarla in maniera tale che,

      dopo aver spiegato alla gente quali insidie nascondeva, potessero dare il

      via alle operazioni di voto. La concessione di questo intervallo riportò

      la calma in città. Ma gli Equi non lasciarono che la pace durasse troppo a

      lungo: violando infatti il trattato stipulato coi Romani l'anno

      precedente, affidano il comando a Gracco Clelio, allora la personalità di

      gran lunga più in vista tra gli Equi.

      Guidati da Gracco, invadono e saccheggiano senza pietà prima la zona di

      Labico e quindi quella di Tuscolo, per poi andarsi ad accampare, carichi

      del bottino, sull'Algido. Da Roma giunsero in quel campo in qualità di

      inviati Quinto Fabio, Publio Volumnio e Aulo Postumio per chiedere ragione

      delle offese arrecate e per pretendere, come previsto dal trattato, la

      restituzione di quanto razziato. Ma il comandante degli Equi intimò loro

      di andare a riferire alla quercia qualunque messaggio avessero ricevuto

      dal senato di Roma nel mentre egli si sarebbe occupato d'altro. Un'enorme

      quercia sovrastava il pretorio che aveva sede sotto la sua densa ombra.

      Allora uno dei legati, ormai sul punto di andarsene, disse: «Che questa

      quercia sacra e le presenze divine del luogo - qualunque esse siano -

      sentano che siete stati voi a violare il trattato. Possano essere

      favorevoli ora alle nostre lamentele e presto alle nostre armi, quando

      vendicheremo la vostra contemporanea violazione dei diritti divini e

      umani.» Quando gli ambasciatori rientrarono a Roma, il senato ordinò che

      uno dei consoli guidasse l'esercito sull'Algido, contro Gracco, mentre

      all'altro diede l'incarico di mettere a ferro e fuoco il territorio degli

      Equi. I tribuni, com'era ormai loro abitudine, si misero a ostacolare la

      leva. E questa volta ce l'avrebbero quasi fatta se non fosse sopraggiunto

      all'improvviso un nuovo e inquietante allarme. 26 Ingenti forze sabine si

      spinsero a razziare fin sotto le mura: le campagne vennero devastate e in

      città fu súbito il terrore. Allora la plebe prese di buon grado le armi e,

      tra le vane proteste dei tribuni, vennero arruolati due grandi eserciti.

      Con uno di essi Nauzio attaccò i Sabini. Dopo aver sistemato

      l'accampamento a Ereto, sfruttando per lo più la tecnica delle incursioni

      notturne affidate a pattuglie armate, provocò tali devastazioni nella

      campagna sabina che, al confronto, quella romana sembrava quasi non aver

      risentito della guerra. Minucio non ebbe invece, nel corso della campagna,

      la stessa buona sorte, né dimostrò analogo temperamento. Infatti, dopo

      essersi accampato non lontano dal nemico, pur non avendo subìto alcuna

      grave sconfitta, continuava a rimanere pavidamente all'interno

      dell'accampamento. Quando i nemici se ne resero conto, la loro audacia

      crebbe, come sempre succede, per i timori dell'avversario e, nel cuore

      della notte, assalirono l'accampamento. Fallito però l'attacco diretto, il

      giorno successivo circondano il luogo con fortificazioni. Ma prima che

      queste, erette lungo tutto il perimetro della trincea, potessero

      precludere ogni via d'uscita, cinque cavalieri riuscirono a incunearsi

      attraverso le postazioni nemiche e portarono a Roma la notizia che il

      console e l'esercito eran stretti d'assedio. In quel frangente non poteva

      succedere nulla di più inopinato e imprevedibile. Il panico e lo

      smarrimento furono così grandi, come se i nemici assediassero la città e

      non l'accampamento. Fu richiamato il console Nauzio. Ma siccome la sua

      protezione non sembrava sufficiente e alla gente andava a genio la nomina

      di un dittatore capace di rimediare a una situazione più che critica,

      tutti si trovarono d'accordo sul nome di Lucio Quinzio Cincinnato.

      Quanto segue merita l'attenzione di quelli che, eccetto il denaro,

      disprezzano tutte le cose umane e credono che non ci sia spazio per i

      grandi onori e per le virtù se non dove c'è profusione di ricchezze. Lucio

      Quinzio, unica speranza rimasta al popolo romano per l'affermazione del

      proprio dominio, coltivava un appezzamento di quattro iugeri al di là del

      Tevere (zona oggi nota come Prati Quinzi), proprio di fronte al luogo dove

      adesso ci sono i cantieri navali. E lì fu trovato dagli inviati: se poi

      stesse scavando una fossa piegato sulla pala oppure stesse arando, una

      cosa è certa, e ben nota a tutti: era intento a un lavoro agricolo. Dopo

      uno scambio di saluti, gli venne chiesto di mettersi la toga e di

      ascoltare quello che il senato gli mandava a dire, sperando che ciò si

      risolvesse nel bene suo e in quello della repubblica. Stupito domandò: «Va

      tutto bene, vero?» Quindi ordinò alla moglie Racilia di andare súbito a

      prendere la sua toga dentro la capanna. Ripulitosi dalla polvere e deterso

      il sudore, si fece avanti con la toga addosso. Gli inviati lo salutano

      dittatore, si congratulano, lo invitano a tornare in città e gli

      illustrano l'allarmante situazione in cui versa l'esercito. Ad attenderlo

      era pronta una imbarcazione allestita a spese dello Stato. Dopo aver

      attraversato il fiume, sulla riva opposta gli andarono incontro i tre

      figli, seguiti da altri parenti e amici e poi dalla maggior parte dei

      senatori. Accompagnato da quella folla e preceduto dai littori, venne

      quindi scortato a casa sua. Accorsero numerosi anche i plebei; ma non

      gioirono troppo alla vista di Quinzio, perché ritenevano eccessivo il

      potere dittatoriale, e troppo autoritario l'uomo a cui quel potere era

      stato affidato. E quella notte in città non si fece altro che vegliare.

      

      27 Il giorno successivo il dittatore si presentò nel foro prima dell'alba

      e qui nominò maestro di cavalleria Lucio Tarquinio che, pur vantando

      origini patrizie, a causa della sua povertà aveva militato tra i fanti,

      meritandosi però sul campo la palma del migliore tra la gioventù romana.

      Arrivato in assemblea col suo nuovo maestro di cavalleria, il dittatore

      sospende l'attività giudiziaria, ordina la chiusura di tutte le botteghe

      cittadine e vieta a chiunque di occuparsi di qualsiasi faccenda privata.

      Inoltre tutti coloro che erano in età militare dovevano presentarsi in

      Campo Marzio con viveri per cinque giorni e dodici pioli a testa. A quelli

      che per l'età troppo avanzata non erano in grado di prestare servizio

      militare, ordinò di preparare il rancio caldo ai vicini mobilitati, mentre

      questi ispezionavano le armi e cercavano i pioli. Così i giovani si

      buttarono alla ricerca dei pioli: ciascuno li andò a prendere nel punto

      più vicino, senza mai trovare resistenza nella gente. E tutti furono

      puntualmente a disposizione come richiesto dal dittatore. Così, una volta

      organizzati gli uomini in maniera tale da averli pronti tanto alla marcia

      quanto al combattimento, qualora ce ne fosse stata la necessità, il

      dittatore in persona si mise a capo delle legioni, mentre il maestro di

      cavalleria andò a porsi alla testa dei suoi cavalieri. In entrambi gli

      schieramenti si udivano le incitazioni che le circostanze richiedevano.

      L'ordine era: accelerare il passo; bisognava fare presto per arrivare a

      contatto col nemico entro la notte. Il console e l'esercito romano erano

      intanto circondati dal nemico e ormai si trattava del terzo giorno

      dall'inizio dell'assedio. Cosa ogni giorno e ogni notte portino è

      difficile prevederlo. E il semplice istante rappresenta spesso la svolta

      per eventi di grandissima importanza. Anche i soldati, per compiacere i

      rispettivi comandanti, si gridavano tra di loro frasi come:

      «Portabandiera, accelera!» o «Uomini, seguitemi!». A mezzanotte arrivano

      sull'Algido e, intuendo di essere ormai prossimi al nemico, si fermano.

       

      28 Lì il dittatore andò a ispezionare a cavallo l'estensione e la

      conformazione dell'accampamento, per quanto si poteva vedere di notte.

      Quindi ingiunse ai tribuni militari di far ammassare in un unico punto i

      bagagli e di far ritornare poi gli uomini nei rispettivi ranghi coi

      paletti e le armi. Quando i comandi furono eseguiti, egli, continuando a

      mantenere lo stesso ordine tenuto durante la marcia, con l'intero esercito

      inquadrato in lunghe colonne circonda l'accampamento nemico. Quindi ordina

      che tutti, a un determinato segnale, gridino con quanta voce hanno in gola

      e, dopo aver gridato, scavino un buco di fronte alla propria posizione e

      infine piantino dentro un paletto. All'ordine seguì sùbito il segnale. I

      soldati mettono in atto le parole del dittatore e le loro voci risuonano

      tutt'intorno al nemico, arrivando fino all'accampamento del console, dopo

      aver attraversato quello avversario. L'urlo semina da una parte il

      terrore, mentre dall'altra scatena un'immensa gioia. I Romani assediati,

      rendendosi conto che a gridare erano dei loro concittadini e che quindi

      erano arrivati i soccorsi, si rallegrarono e ricominciarono a spaventare i

      nemici dai posti di guardia e dalle altane. Il console disse che non c'era

      un minuto da perdere: quell'urlo non indicava soltanto l'arrivo dei

      rinforzi, ma anche che questi ultimi avevano iniziato a combattere. Anzi

      sarebbe stato strano se essi non avessero già assalito alle spalle

      l'accampamento nemico. Perciò ordina ai suoi di prendere le armi e di

      seguirlo. Quando si buttarono nella mischia era notte fonda: con un urlo

      fecero capire alle legioni del dittatore che anche da quella parte era

      cominciato lo scontro. Gli Equi si stavano già preparando a impedire

      l'accerchiamento delle fortificazioni, quando si videro investiti dagli

      assediati. Per evitare una sortita attraverso il loro accampamento,

      girarono la schiena a quelli che stavano costruendo la palizzata e si

      concentrarono sull'attacco proveniente dall'interno, lasciando che la

      costruzione procedesse indisturbata per il resto della notte e combattendo

      contro le truppe del console fino alle prime luci dell'alba. Quando fu

      giorno, erano ormai chiusi dal vallo del dittatore e riuscivano a malapena

      a tener testa a un solo esercito. Allora gli uomini di Quinzio, tornati

      rapidamente alle armi dopo aver finito la costruzione, si buttano

      all'assalto della trincea nemica. Qui ci fu una nuova battaglia, mentre

      l'altra cominciata prima continuava a infuriare. E allora i nemici,

      pressati dalla doppia minaccia che incombeva su di loro e passati

      dall'assalto armato alle più disperate implorazioni, supplicavano ora il

      dittatore, ora il console di non trasformare la vittoria in un massacro,

      ma di lasciarli andar via di lì senza le armi. Il console ordinò loro di

      andare dal dittatore che, in un accesso di rabbia, aggiunse condizioni

      infamanti. Cincinnato ordina infatti di condurgli in catene il comandante

      Gracco Clelio e gli altri capi, e di evacuare la città di Corbione. Disse

      che del sangue degli Equi poteva benissimo fare a meno; avrebbe concesso

      loro di andarsene, ma, perché finalmente ammettessero che il loro popolo

      era stato sottomesso e domato, essi avrebbero dovuto passare sotto il

      giogo. Venne allestito un giogo con tre aste, due erano piantate nel

      terreno, mentre la terza era legata di traverso sopra le altre. Sotto a

      questo giogo il dittatore fece passare gli Equi.

      

      29 Dopo essersi impossessato dell'accampamento nemico che straripava

      d'ogni bendidio perché i suoi occupanti ne erano stati cacciati senza

      nulla addosso, Cincinnato divise l'intero bottino esclusivamente tra i

      suoi uomini. Poi, rimproverando l'esercito del console e il console

      stesso, disse: «Voi, o soldati, non parteciperete alla spartizione del

      bottino di quel nemico che per poco non ha fatto di voi la sua preda.

      Quanto a te, Lucio Minucio, finché non comincerai ad avere un animo degno

      di un console, comanderai queste legioni col grado di luogotenente.»

      Minucio rinuncia così al consolato, pur rimanendo con l'esercito in

      ottemperanza all'ordine ricevuto. Ma gli animi erano così pacificamente

      rivolti a obbedire ai comandi del migliore che l'esercito, memore dei

      benefici ricevuti più che dell'umiliazione subita, decretò al dittatore

      una corona d'oro del peso di una libbra: il giorno della sua partenza le

      truppe lo salutarono come loro protettore. A Roma intanto, in una seduta

      convocata dal prefetto della città Quinto Fabio, il senato ordinò a

      Quinzio di fare un ingresso trionfale in città con le sue truppe. Davanti

      al carro vennero fatti avanzare i comandanti nemici e le insegne militari

      conquistate. Dietro li seguiva l'esercito carico di bottino. Stando a

      quanto si dice, di fronte a tutte le case furono imbandite delle tavole e

      i soldati, innalzando l'inno trionfale e scambiandosi le tradizionali

      battute mentre marciavano festosi, seguirono il carro come se fossero in

      piena baldoria. Quel giorno Lucio Mamilio Tuscolano ottenne la

      cittadinanza con l'approvazione di tutti. Il dittatore avrebbe

      immediatamente rinunciato all'incarico, se il processo per falsa

      testimonianza a carico di Marco Volscio non lo avesse costretto a

      rimandare la propria decisione. Il timore del dittatore indusse i tribuni

      a non interferire nella cosa. Volscio fu condannato e andò in esilio a

      Lanuvio. A sedici giorni di distanza dalla nomina, Quinzio rinunciò alla

      dittatura che aveva assunto per un semestre. In quel periodo il console

      Nauzio combatté valorosamente ad Ereto contro i Sabini, così alla

      devastazione dei campi si aggiunse per i Sabini questa sconfitta. Fabio

      venne inviato sull'Algido come successore di Minucio. Verso la fine

      dell'anno ci furono altre agitazioni provocate dai tribuni per la

      questione della legge. Ma data la contemporanea assenza dei due eserciti,

      i senatori ottennero che nessuna proposta venisse portata di fronte al

      popolo. La plebe riuscì invece a far eleggere per la quinta volta gli

      stessi tribuni. Pare che sul Campidoglio furono visti dei lupi inseguiti

      da cani e che per tale prodigio il Campidoglio stesso venne sottoposto a

      un rito di purificazione. Questo è quanto accadde quell'anno.

      

      30 I consoli successivi furono Quinto Minucio e Marco Orazio Pulvillo.

      All'inizio dell'anno, mentre coi paesi stranieri regnava la pace, in

      patria gli stessi tribuni e la stessa legge continuavano invece a causare

      disordini. E si sarebbe arrivati a chissà quali estremi - tanta era

      l'eccitazione degli animi - se, quasi a farlo apposta, non fosse arrivata

      la notizia che il presidio armato di Corbione era finito in mano agli Equi

      a séguito di un assalto notturno. I consoli convocano il senato; fu dato

      loro l'ordine di arruolare un esercito in fretta e furia e di condurlo

      sull'Algido. Accantonato quindi lo scontro sulla legge, ecco saltar fuori

      una nuova contesa sul problema della leva. E l'autorità dei consoli stava

      per avere la peggio per l'intervento dei tribuni, quando si venne ad

      aggiungere un nuovo terrore: un esercito sabino era calato in territorio

      romano per compiervi razzie e di là si dirigeva verso Roma. Questa notizia

      suscitò uno spavento tale che i tribuni permisero l'arruolamento, non

      senza aver prima ottenuto - siccome per cinque anni erano stati presi in

      giro riuscendo così di ben poco aiuto alla plebe - la garanzia che in

      futuro sarebbero stati eletti dieci tribuni. I patrizi furono costretti ad

      accettare, assicurandosi però con una clausola di non rivedere più, da

      quel giorno in poi, gli stessi tribuni. Si passò poi sùbito alla nomina

      dei tribuni, per evitare che quella promessa, come tutte le altre in

      passato, non venisse mantenuta una volta finita la guerra. A 36 anni di

      distanza dai primi, furono allora nominati dieci tribuni, due per ciascuna

      classe, e si stabilì che in futuro l'elezione avrebbe seguito la stessa

      procedura. Una volta effettuata la leva, Minucio marciò contro i Sabini,

      ma non trovò tracce del nemico. Orazio, siccome gli Equi, dopo aver

      eliminato il presidio di Corbione, avevano conquistato anche Ortona, li

      affronta sull'Algido, uccidendone una gran quantità e riuscendo a

      cacciarli non solo dall'Algido ma anche da Corbione e da Ortona. Corbione

      la rase addirittura al suolo per aver consegnato il presidio al nemico.

      

      31 Vennero in séguito eletti consoli Marco Valerio e Spurio Verginio. La

      situazione si mantenne tranquilla in città e all'estero. Ci furono però

      problemi di approvvigionamento alimentare dovuti all'eccesso di piogge.

      Venne approvata una legge sull'apertura dell'Aventino all'insediamento

      privato. I tribuni della plebe furono riconfermati in carica. L'anno

      successivo, sotto il consolato di Tito Romilio e Gaio Veturio, in tutti i

      comizi tenuti non perdevano occasione per riportare il discorso sul tema

      della legge. Dicevano che si sarebbero vergognati dell'aumento di

      effettivi assegnato alla loro magistratura, se la legge durante il biennio

      del mandato avesse continuato a dormire com'era successo nei cinque anni

      precedenti. Mentre perseguivano questo scopo con determinazione, arrivano

      da Tuscolo dei messaggeri che in preda all'agitazione annunciano la

      presenza di Equi nel territorio di Tuscolo. Per le recenti benemerenze di

      quel popolo si ebbe ritegno a ritardare gli aiuti. Inviati entrambi i

      consoli con un esercito, essi trovarono il nemico nel suo solito

      alloggiamento sul monte Algido. Lo scontro avvenne lì. Più di 7.000 nemici

      furono uccisi, gli altri messi in fuga. L'ingente bottino, per le pessime

      condizioni finanziarie del paese, fu posto all'incanto dai consoli. La

      cosa creò tuttavia malcontento nelle file dell'esercito, fornendo così ai

      tribuni materia per accusare i consoli di fronte alla plebe.

      Per questo, quando allo scadere del loro mandato divennero consoli Spurio

      Tarpeio e Aulo Aternio, Romilio e Veturio vennero trascinati in tribunale

      rispettivamente dal tribuno della plebe Gaio Calvio Cicerone e dall'edile

      della plebe Lucio Alieno. Con grande indignazione dei patrizi, furono

      entrambi condannati a pene pecuniarie: Romilio a 10.000 assi e Veturio a

      15.000. La disavventura dei predecessori non aveva comunque affievolito

      l'energia dei nuovi consoli: sostenevano che avrebbero sì potuto subire

      una condanna, ma di certo i tribuni e la plebe non sarebbero riusciti a

      far passare la legge. I tribuni, lasciata da parte la legge che a forza di

      essere presentata aveva ormai perso tutto il suo potere d'urto, adottarono

      maggiore moderazione nei confronti dei patrizi, invitandoli a porre fine

      agli scontri. Se le leggi proposte dai plebei non andavano a genio ai

      patrizi, questi avrebbero dovuto almeno consentire l'elezione collegiale

      di legislatori provenienti sia dalla plebe sia dal patriziato, in maniera

      tale che le proposte risultassero vantaggiose per entrambe le parti e

      assicurassero una pari libertà. I patrizi non disprezzavano l'iniziativa,

      ma sostenevano che le leggi non le poteva presentare nessuno che non fosse

      patrizio. Siccome c'era accordo sulle leggi, ma non su chi doveva

      proporle, vennero inviati ad Atene Spurio Postumio Albo, Aulo Manlio e

      Publio Sulpicio Camerino con l'ordine di trascrivere le celebri leggi di

      Solone e di studiare a fondo le istituzioni, i costumi e i principi

      giuridici delle altre città greche.

      

      32 Se quell'anno non venne turbato da guerre con paesi stranieri, l'anno

      successivo - sotto il consolato di Publio Curiazio e Sesto Quintilio - fu

      ancora più povero di conflitti per il lungo silenzio dei tribuni dovuto

      innanzitutto all'attesa del ritorno dei legati che erano andati ad Atene e

      delle leggi straniere che essi avrebbero portato con sé, e in secondo

      luogo per due atroci calamità abbattutesi contemporaneamente, cioè la fame

      e una pestilenza, funesta tanto per gli uomini quanto per gli animali. Le

      campagne si spopolarono, mentre la città si svuota per i continui

      funerali; molte famose famiglie erano in lutto. Morì il flàmine di Quirino

      Servio Cornelio e l'àugure Gaio Orazio Pulvillo, al cui posto il collegio

      degli àuguri nominò con entusiamo Gaio Veturio perché era stato condannato

      per volere della plebe. Morirono il console Quintilio e quattro tribuni

      della plebe. L'anno fu funestato da molte sciagure ma il nemico rimase

      tranquillo. I consoli successivi furono Gaio Menenio e Publio Sestio

      Capitolino. Neppure quell'anno vi furono guerre con paesi stranieri, ma

      scoppiarono disordini interni. Nel frattempo gli inviati erano tornati con

      le leggi dell'Attica. E proprio per questo i tribuni insistevano con

      sempre maggiore accanimento affinché si arrivasse finalmente a una

      codificazione scritta delle leggi. Si decise di nominare dei decemviri non

      soggetti al diritto d'appello e di non avere quell'anno nessun altro

      magistrato al di fuori di loro. Se i plebei avessero dovuto o meno

      prendere parte alla cosa fu argomento a lungo dibattuto. Alla fine ebbero

      la meglio i patrizi, a patto però che non venissero abrogate la legge

      Icilia riguardante l'Aventino e le altre leggi sacrate.

      

      33 L'anno 302 dalla fondazione segnò per Roma una nuova trasformazione

      dell'assetto costituzionale: il potere supremo passò dai consoli ai

      decemviri, così come in precedenza era passato dai re ai consoli. Non si

      trattò di un cambiamento particolarmente significativo perché fu di breve

      durata. Dopo un felice inizio tale magistratura conobbe degli eccessi e,

      di conseguenza, l'innovazione tramontò rapidamente, ripristinando così

      l'uso di affidare a due uomini il titolo e l'autorità di consoli.

      Decemviri furono eletti Appio Claudio, Tito Genucio, Publio Sestio, Tito

      Veturio, Gaio Giulio, Aulo Manlio, Publio Sulpicio, Publio Curiazio, Tito

      Romilio e Spurio Postumio. A Claudio e a Genucio, dato che erano stati

      eletti consoli per quell'anno, la carica venne assegnata come

      compensazione dell'altra. Sestio, uno dei consoli dell'anno precedente,

      ebbe invece la nomina per aver portato l'iniziativa di fronte al senato

      nonostante l'opposizione del collega. Accanto a essi ebbero il privilegio

      di questa magistratura i tre senatori inviati ad Atene: la loro nomina non

      era soltanto il riconoscimento per una missione in terre tanto lontane, ma

      anche la garanzia che l'approfondimento delle leggi straniere maturato

      laggiù sarebbe stato di grande utilità nell'elaborazione di un nuovo

      sistema giuridico. Gli altri quattro eletti servirono a completare il

      numero. Si dice che le ultime nomine vennero affidate a uomini piuttosto

      anziani perché si opponessero con meno energia alle misure proposte dagli

      altri. Grazie al favore della plebe, il collegio dei decemviri era

      praticamente guidato da Appio: egli aveva mutato il suo carattere così

      nettamente che, dopo un passato da violento e inflessibile avversatore del

      popolo, da un giorno all'altro divenne un fedele amico della plebe,

      attentissimo a captarne gli alterni umori. A turno, ogni dieci giorni,

      ciascun magistrato amministrava la giustizia di fronte al popolo: in quel

      giorno, chi presiedeva la corte aveva diritto ai dodici fasci, mentre a

      ciascuno dei suoi nove colleghi toccava un unico messo. Dalla singolare

      armonia tra loro - accordo che talvolta non è di alcuna utilità per i

      privati cittadini - derivava la loro estrema equità nei confronti degli

      altri. A riprova di questa moderazione, sarà sufficiente citare un unico

      esempio. Pur essendo stati eletti a una magistratura che non prevedeva

      diritto d'appello, quando venne rinvenuto e portato di fronte

      all'assemblea un cadavere sepolto nella casa di Lucio Sestio, un patrizio,

      data l'atrocità manifesta della cosa, il decemviro Gaio Giulio citò Sestio

      in giudizio, accusandolo di fronte al popolo di un reato di cui era

      giudice legittimo, e rinunciò così a un suo diritto, che egli tolse al

      potere del magistrato per accrescere la libertà del popolo.

      

      34 Mentre tutti i cittadini - dal più autorevole al meno in vista e senza

      alcuna parzialità - accoglievano questa giustizia tempestiva e

      incontaminata come se provenisse da un oracolo, i decemviri erano nel

      contempo alle prese con la rifondazione di un nuovo codice. Fra la grande

      attesa della gente, dopo aver esposto dieci tavole, convocarono il popolo

      in assemblea. E, augurandosi che ciò fosse buono e fausto per la

      repubblica, per loro e per i loro figli, ordinarono a tutti di andare a

      consultare di persona le leggi proposte. Per quanto era stato possibile

      alle capacità intellettuali di dieci uomini, dissero di aver messo sullo

      stesso piano i diritti di tutti, dai cittadini più altolocati a quelli

      meno in vista. Certo le menti e le proposte di molti avrebbero sortito

      esiti più efficaci. Che si considerasse dunque ogni singolo punto, se ne

      discutesse e alla fine si venisse a esporre di fronte a tutti gli eccessi

      e le inadeguatezze eventualmente riscontrati nei singoli articoli. Il

      popolo romano doveva avere delle leggi che sembrassero non solo essere

      state approvate, ma addirittura proposte dal consenso unanime della

      comunità.

      Quando sembrò che le leggi avessero subito sufficienti emendamenti alla

      luce delle opinioni espresse dalla gente sulle singole sezioni, i comizi

      centuriati approvarono e adottarono definitivamente le Leggi delle X

      Tavole, che ancor oggi, in questo immenso guazzabuglio di leggi

      accatastate caoticamente l'una sull'altra, restano la fonte di tutto il

      diritto pubblico e privato.

      In séguito cominciò a circolare la voce che mancassero ancora due tavole,

      aggiunte le quali il corpo del diritto romano si sarebbe potuto definire

      realizzato. Con le elezioni ormai alle porte, la speranza di completare le

      leggi fece crescere nella gente il desiderio di eleggere di nuovo dei

      decemviri. La plebe, al di là del fatto che detestava il nome dei consoli

      almeno tanto quanto quello dei re, ormai non andava nemmeno più a cercare

      l'aiuto dei tribuni, visto che in caso di appello i decemviri cedevano

      reciprocamente l'uno nei confronti dell'altro.

      

      35 Ma quando venne annunciato che le elezioni dei decemviri si sarebbero

      tenute il terzo giorno di mercato, si scatenarono a tal punto le ambizioni

      che anche i cittadini più in vista - credo per paura che un simile potere,

      una volta lasciato libero il campo, potesse finire in mani non

      sufficientemente degne - cominciarono a sollecitare gli elettori,

      implorando da quella stessa plebe, con la quale avevano avuto non pochi

      scontri, una carica che avevano avversato con ogni mezzo. La prospettiva

      di dover lasciare in quel momento la posizione raggiunta, alla sua età, e

      dopo le cariche occupate, spronava Appio Claudio. Non si sapeva se

      annoverarlo tra i decemviri o tra i candidati. A volte si comportava come

      un aspirante alla magistratura e non come chi già la deteneva; diffamava

      gli ottimati, portava alle stelle i candidati più insignificanti e di

      bassi natali, andava girando qua e là per il foro in compagnia di

      ex-tribuni, con Duilii e Icilii, facendosi raccomandare da questi ultimi

      alla plebe. Finché anche i colleghi, i quali fino ad allora avevano

      dimostrato una straordinaria devozione nei suoi confronti, cominciarono a

      guardarlo stupiti, domandandosi che cosa gli passasse per la testa. Era

      chiaro che non agiva sinceramente: in un'indole così altezzosa tanta

      affabilità non era di certo senza scopo. Il suo troppo abbassarsi e il

      mescolarsi con privati cittadini non erano tanto gli atteggiamenti di uno

      ansioso di abbandonare una magistratura, quanto di uno che cercasse la

      strada migliore per prorogare la sua carica. Non osando opporsi

      apertamente alla sua sfrenata ambizione, cercano di frenarne gli slanci,

      assecondandolo. Essendo egli il collega più giovane, concordemente gli

      impongono di convocare i comizi. Si trattava di uno stratagemma per

      impedirgli di autoeleggersi, cosa che al di fuori dei tribuni della plebe

      - e questo era di per sé il peggiore dei precedenti - non aveva mai osato

      fare nessuno. Ma Appio, in realtà, pur avendo promesso con una preghiera

      augurale di presiedere le elezioni, riuscì a trasformare un ostacolo in

      un'occasione propizia. In un primo tempo, grazie ad alleanze elettorali,

      mise da parte nella corsa alla candidatura i due Quinzi, Capitolino e

      Cincinnato, suo zio paterno Gaio Claudio, da sempre partigiano della causa

      aristocratica, nonché altri cittadini dello stesso rango. Proclamò

      decemviri invece degli individui che per eccellenza di vita non stavano

      alla pari degli esclusi, e primo se stesso, cosa questa che i cittadini

      onesti disapprovarono: nessuno avrebbe creduto che osasse arrivare a

      tanto. Insieme a lui furono eletti Marco Cornelio Maluginense, Marco

      Sergio, Lucio Minucio, Quinto Fabio Vibulano, Quinto Petilio, Tito Antonio

      Merenda, Cesone Duilio, Spurio Oppio Cornicino e Manio Rabuleio.

      

      36 Fu allora che Appio depose la maschera. Da quel momento in poi

      ricominciò a essere se stesso e a plasmare a sua immagine e somiglianza i

      nuovi colleghi, ancor prima che entrassero in carica. Si incontravano

      tutti i giorni lontano dagli sguardi indiscreti e mettevano a punto

      programmi spregiudicati che maturavano in segreto. Ormai non cercavano

      nemmeno più di nascondere la loro arroganza, si lasciavano avvicinare di

      rado e facevano i difficili con chi rivolgeva loro la parola: così

      continuarono fino alle Idi di maggio. In quel tempo le Idi di maggio erano

      la data tradizionale per l'inizio delle magistrature. Così, appena assunto

      il potere, essi resero memorabile il primo giorno di magistratura con

      un'iniziativa terribilmente minacciosa. Infatti, mentre i predecessori nel

      decemvirato si erano attenuti con scrupolo alla disposizione secondo la

      quale soltanto un membro del collegio aveva diritto a portare i fasci e

      questa insegna regale doveva passare a turno a ciascuno di loro, i nuovi

      eletti si presentarono all'improvviso in pubblico ciascuno con dodici

      fasci. I 120 littori avevano invaso il foro brandendo davanti a sé le

      scuri tenute insieme dai fasci. I decemviri spiegarono che non c'era

      nessuna ragione di rimuovere le scuri perché la magistratura cui erano

      stati nominati non contemplava il diritto d'appello. Sembravano dieci re e

      ciò accrebbe il terrore non solo nei cittadini più umili, ma anche nei

      membri più influenti del senato, i quali sospettavano che i decemviri

      stessero cercando qualche pretesto per procedere a una strage: se qualcuno

      avesse osato, in senato o di fronte al popolo, intervenire in favore della

      libertà, verghe e scuri sarebbero state sciolte, magari solo per

      intimorire il resto della gente. Il popolo non aveva più alcuna garanzia

      dopo la soppressione del diritto d'appello; come se non bastasse,

      all'unanimità i decemviri eliminarono anche il diritto di opposizione

      interna, mentre i predecessori avevano tollerato che le sentenze da loro

      emesse venissero modificate su richiesta di un collega, accettando anche

      che talune cause, apparentemente di stretta competenza dei decemviri,

      venissero portate di fronte al popolo. Per un certo periodo il terrore fu

      uguale per tutti. Poi, a poco a poco, cominciò a concentrarsi interamente

      sulla plebe: i patrizi venivano lasciati in pace; i decemviri infierivano

      sui più umili con arbitraria crudeltà. Era tutta questione di persone, non

      di cause, visto che per quegli individui, invece dell'equità, contava

      l'influenza esercitata dal singolo. Manipolavano in privato le sentenze

      per poi andarle a pronunciare nel foro. Se qualcuno si appellava a uno di

      loro, se ne veniva via da quello a cui si era rivolto, pentendosi di non

      aver accettato la sentenza del primo. Nel frattempo si era anche diffusa

      una diceria di provenienza non accertata, secondo la quale i decemviri non

      si sarebbero limitati a concertare un operato criminoso per la sola durata

      della carica, ma, grazie a un patto giurato in segreto, avrebbero anche

      deciso di non tenere le elezioni e di conservare per sempre il potere

      conquistato una volta per tutte, protraendo così all'infinito il

      decemvirato.

       

      37 Allora i plebei cominciarono a studiare con circospezione i volti dei

      patrizi, cercando di captare un soffio di libertà proprio in quella parte

      di cittadinanza che, per aver fatto loro balenare lo spettro della

      schiavitù, li aveva portati a ridurre il paese in quello stato. I capi

      dell'aristocrazia odiavano sia i decemviri sia la plebe. Non approvavano

      certo quello che si faceva, ma credevano anche che quel che accadeva la

      gente se lo meritasse. Non avevano alcuna intenzione di aiutare quanti,

      lanciati in una corsa dissennata verso la libertà, erano invece scivolati

      nella schiavitù, non volevano nemmeno aggiungere altri soprusi, nella

      speranza che il disgusto per la situazione facesse nascere il desiderio

      del ritorno ai due consoli e allo stato delle cose di un tempo. L'anno era

      ormai quasi alla fine, alle dieci tavole dell'anno precedente se n'erano

      aggiunte altre due, né c'era più alcun bisogno di considerare necessaria

      al paese quella magistratura, specie se quelle stesse leggi venivano

      approvate dai comizi centuriati. Si viveva nell'attesa che venissero

      indette le elezioni dei consoli. La plebe invece aveva un solo pensiero:

      trovare il modo di ristabilire l'autorità dei tribuni, che era la vera

      roccaforte della sua libertà e che in quel periodo era sospesa. Nel

      frattempo non si faceva alcun accenno a possibili elezioni. E i decemviri,

      che all'inizio - per la popolarità di un simile gesto - si erano fatti

      vedere dalla plebe in compagnia di ex-tribuni, ora si circondavano di

      giovani patrizi le cui bande stazionavano di fronte ai tribunali.

      Trattavano con impudenza la plebe e ne saccheggiavano le proprietà, visto

      che era sempre il più forte ad avere ragione, qualunque capriccio gli

      fosse passato per la testa. Ormai non avevano più rispetto nemmeno per le

      persone: si frustava e persino si decapitava. Perché poi la crudeltà non

      fosse fine a se stessa, all'esecuzione del proprietario seguiva la

      confisca dei beni. Corrotti da questi allettamenti, i giovani nobili non

      solo non si opponevano ai soprusi, ma dimostravano di preferire la propria

      sfrenatezza alla libertà di tutti.

      

      38 Le Idi di maggio arrivarono. Senza preoccuparsi di far eleggere altri

      magistrati al loro posto, i decemviri - ora privati cittadini - apparvero

      in pubblico facendo capire di non voler assolutamente rinunciare alla

      gestione del potere, né di volersi privare delle insegne che erano il

      distintivo della carica. Senza dubbio il loro sembrava un vero e proprio

      dispotismo. Si piange la libertà come perduta per sempre; non c'è, e

      sembra che non ci possa essere nemmeno in futuro, chi sappia rivendicarla.

      Non si trattava soltanto di uno scoramento generale della popolazione: i

      paesi dei dintorni avevano infatti cominciato a disprezzare i Romani,

      ritenendo indegno che l'egemonia toccasse a un popolo privo di libertà. I

      Sabini fecero un'incursione in territorio romano con un largo spiegamento

      di truppe. Dopo aver devastato la campagna in lungo e in largo, riuscirono

      a portarsi via il bottino di uomini e bestiame, in tutta sicurezza.

      Quindi, al termine di varie scorrerie nel circondario, si andarono a

      chiudere ad Ereto, dove si accamparono, nella speranza che le discordie a

      Roma ostacolassero l'arruolamento. A creare scompiglio e agitazione non

      contribuivano soltanto i messaggeri in arrivo, ma anche le masse di

      contadini riversatesi in città dalle campagne. I decemviri, abbandonati al

      loro destino dall'odio tanto dei patrizi quanto dei plebei, si interrogano

      sul da farsi. La cattiva sorte aggiunse un altro motivo di terrore: gli

      Equi, provenienti da un'altra direzione, si andarono ad accampare

      sull'Algido e di lì, con rapide incursioni, si misero a devastare la zona

      di Tuscolo. Queste notizie arrivarono a Roma con i messaggeri inviati da

      Tuscolo per implorare aiuto. I decemviri furono così spaventati - due

      guerre contemporaneamente incombevano sulla città - che convocarono il

      senato. Ordinano di far chiamare i senatori nella curia, pur non ignorando

      quale ondata di risentimento covava nei loro confronti: tutti li avrebbero

      ritenuti responsabili delle devastazioni subite dalle campagne e dei

      pericoli che incombevano. Ciò avrebbe portato al tentativo di abolire la

      loro magistratura, se di comune accordo non avessero opposto resistenza e

      se, esercitando pesantemente la loro autorità nei confronti dei pochi

      veramente accaniti, non avessero represso le velleità degli altri. Quando

      nel foro si sentì la voce del banditore convocare i senatori nella curia

      presso i decemviri come se fosse una novità - l'usanza di consultare il

      senato era stata da tempo abbandonata - questo annuncio attirò una folla

      stupita che si domandava cosa mai fosse successo per spingere i decemviri

      a ripristinare una pratica da tempo desueta. Bisognava dire grazie ai

      nemici e alla guerra se succedeva qualcosa di assolutamente normale per

      una città libera. Si guardava in tutte le parti del foro per individuare

      dei senatori, ma raramente se ne vedeva qualcuno. Poi si guardava dentro

      la curia dove i decemviri se ne stavano tutti soli. Si interpretava in

      maniera diversa il fatto che i senatori non si fossero presentati: i

      decemviri sostenevano che ciò dipendesse dall'odio unanime nei confronti

      della loro carica, mentre la plebe sosteneva che i decemviri, essendo dei

      privati cittadini, non avevano il diritto di convocare il senato. Un vero

      passo avanti coloro che rivendicavano la libertà lo avrebbero fatto se la

      plebe avesse collaborato col senato, e se, come i senatori che non si

      erano presentati in senato, pur essendo stati convocati, così la plebe

      avesse rifiutato di arruolarsi. Questo vociferava la gente. Quasi nessuno

      dei senatori era nel foro, pochi erano presenti in città. Indignati per la

      situazione, si erano ritirati in campagna, e si curavano dei loro affari

      privati trascurando invece l'interesse della comunità. I senatori

      pensavano infatti che tanto più sarebbero stati sicuri quanto più avessero

      evitato contatti e rapporti con i tirannici padroni al potere. Quando,

      nonostante la convocazione, essi non si presentarono, vennero inviati alle

      loro case dei pubblici ufficiali con il duplice cómpito di effettuare

      pignoramenti a titolo di sanzione e di chiedere se quelle assenze erano

      deliberate. I messi tornarono riferendo che i senatori erano in campagna.

      I decemviri accolsero la notizia con maggiore piacere di quanto ne

      avrebbero avuto se fosse stato annunciato loro che si trovavano in città,

      ma non avevano intenzione di attenersi alle disposizioni. Ordinano quindi

      una convocazione generale e fissano una seduta del senato per il giorno

      successivo; e i senatori vennero più numerosi di quanto essi non avessero

      sperato. Ma proprio per questo motivo la plebe pensava che la libertà era

      stata tradita dai senatori: essi, come se l'ingiunzione fosse legale,

      avevano obbedito a uomini che non erano più magistrati e che, senza l'uso

      della forza, sarebbero stati dei privati cittadini.

      

      39 Ma l'obbedienza dimostrata nel presentarsi in senato fu, a quanto si

      dice, superiore alla remissività con la quale esposero il proprio punto di

      vista. Si racconta che Lucio Valerio Potito, dopo la proposta avanzata da

      Appio Claudio e prima che i senatori venissero chiamati in successione a

      esporre le proprie opinioni, chiese di essere autorizzato a parlare della

      situazione in cui versava lo Stato. Ma siccome i decemviri cercavano di

      impedirglielo ricorrendo all'intimidazione, Valerio fece scoppiare un

      pandemonio dichiarando di volersi presentare di fronte al popolo. Nel

      dibattito Marco Orazio Barbato non dimostrò minor veemenza: chiamò i

      decemviri dieci Tarquini, ricordando loro che erano stati i Valeri e gli

      Orazi a scacciare i re. E non era stato il nome di re ciò che allora aveva

      disgustato la gente, in quanto proprio con quel nome era consuetudine

      chiamare Giove, così come Romolo, fondatore della città, e in séguito i

      suoi successori, e il nome poi si era mantenuto come titolo solenne in

      àmbito religioso. No, quello che il popolo aveva detestato nelle persone

      dei re erano state l'arroganza e la crudeltà. E se queste caratteristiche

      si erano allora rivelate insopportabili in un re o nel figlio di un re,

      adesso chi le avrebbe potute tollerare in tanti privati cittadini? Che

      stessero quindi bene attenti a non privare della libertà di parola i

      presenti in curia, costringendoli ad alzare la voce fuori dalla curia. E

      poi non riusciva a vedere come fosse meno lecito a lui - un privato

      cittadino - convocare il popolo in assemblea di quanto non lo fosse a loro

      costringere il senato. Avrebbero potuto verificare in qualsiasi momento

      quanto più forte potesse essere l'esasperazione di un uomo chiamato a

      rivendicare la propria libertà rispetto alla smodata ingordigia di chi

      difende un potere fondato sull'ingiustizia. E loro, i decemviri, venivano

      poi a parlare della guerra contro i Sabini, come se per il popolo romano

      qualunque guerra potesse essere più importante di quella da combattersi

      contro coloro che, eletti proprio per proporre delle leggi, non avevano

      lasciato nemmeno le tracce della legalità all'interno del paese, spazzando

      via le regolari assemblee, le magistrature annue, l'avvicendamento del

      potere - unica garanzia di uguale libertà -, arrivando fino a insignirsi

      delle fasce e del potere dei re, pur essendo privati cittadini. Dopo la

      cacciata dei re, c'erano stati dei magistrati patrizi, mentre a séguito

      della secessione della plebe la nomina era toccata anche ai plebei: ma

      loro, i decemviri - si domandava Valerio -, di quale parte erano?

      Popolare? Ma cosa avevano mai fatto per il popolo? O erano forse degli

      aristocratici? Loro che, per quasi un anno, non avevano convocato il

      senato, ora che lo avevano riunito impedivano di dibattere il problema

      dello Stato? Che non ponessero troppa speranza nell'altrui terrore: quello

      di cui ora soffriva sembrava ormai alla gente più gravoso di quello che

      temeva per il futuro.

      

      40 Di fronte all'attacco di Orazio, i decemviri non sapevano se era il

      caso di indignarsi o di lasciar perdere, e non capivano quale piega

      avrebbe preso la cosa. Gaio Claudio, che era lo zio paterno di Appio

      Claudio, pronunciò un discorso più simile a un'implorazione che a una

      requisitoria. In nome dei Mani di suo fratello, padre di Appio, supplicò

      il nipote di ricordarsi del consorzio civile all'interno del quale era

      nato piuttosto che dello scellerato patto stipulato insieme ai colleghi.

      Questa supplica gliela rivolgeva più nel suo interesse che non in quello

      del paese. Perché la repubblica avrebbe rivendicato il proprio diritto

      contro la loro volontà, se i decemviri non erano in grado di garantirlo

      spontaneamente. Ma grandi scontri di solito generano grandi rancori: e

      Claudio ne temeva gli esiti. Benché i decemviri volessero evitare che il

      dibattito si spostasse su temi estranei a quelli posti all'ordine del

      giorno, tuttavia non ebbero il coraggio di interrompere Claudio. Egli

      quindi espresse il parere che il senato non doveva prendere alcuna

      decisione. Così tutti compresero che Claudio riteneva i decemviri privati

      cittadini. E molti degli ex-consoli si dimostrarono d'accordo. Un'altra

      proposta, apparentemente più spregiudicata ma di fatto molto meno drastica

      della precedente, invitava i patrizi a riunirsi per nominare un interré.

      Varando infatti un qualsiasi provvedimento, venivano riconosciuti

      magistrati quelli che avevano convocato il senato, mentre sarebbero

      rimasti privati cittadini se invece si accettava la proposta di chi

      caldeggiava la completa astensione dall'attività. Mentre la posizione dei

      decemviri era sempre più in bilico, Lucio Cornelio Maluginense, fratello

      del decemviro Marco Cornelio, cui era stato intenzionalmente riservato

      l'ultimo intervento nel dibattito, in un primo tempo si mise a difendere

      il fratello e il resto del collegio fingendo di essere in apprensione per

      la guerra, e poi disse di essersi curiosamente domandato in base a quale

      fatalità avesse potuto succedere che contro i decemviri si fossero

      scagliati - soltanto o soprattutto - proprio quelli che avevano puntato al

      decemvirato; e perché mai, mentre nel corso di tutti quei mesi di pace

      interna nessuno di loro aveva posto in discussione la legittimità dei

      magistrati preposti alle più alte cariche, e soltanto adesso, coi nemici

      ormai quasi alle porte, si mettessero ad alimentare dissensi tra i

      cittadini; a meno che non pensassero che in uno stato di confusione i

      reali motivi del loro comportamento si sarebbero rivelati meno perspicui.

      Quanto al resto, non era forse meglio non pregiudicare una questione tanto

      importante quando le menti erano occupate da un pensiero ben più grave?

      Intorno all'accusa mossa da Valerio e Orazio secondo la quale i decemviri

      avrebbero dovuto uscire di carica prima delle Idi di maggio, Cornelio

      disse che a suo parere la questione andava dibattuta in senato, non prima

      però di aver posto fine alle guerre incombenti e di aver riportato la pace

      nello Stato. Appio Claudio si tenesse pronto già fin da allora a rendere

      conto dei comizi per elezioni dei decemviri che egli stesso, un decemviro,

      aveva presieduto: se erano stati nominati per un anno oppure fino a quando

      non fossero state approvate le leggi mancanti. Quanto poi al presente,

      l'opinione di Cornelio era che ci si dovesse occupare esclusivamente della

      guerra. Se poi le voci riguardanti la guerra si dimostravano infondate e i

      senatori ritenevano che non solo i messaggeri romani ma anche gli

      ambasciatori dei Tuscolani avessero riferito delle notizie prive di senso,

      allora - questo quanto lui suggeriva - sarebbe stato necessario inviare

      sul posto delle pattuglie di ricognizione perché riportassero informazioni

      più sicure dopo aver attentamente esaminato la situazione. Se invece si

      prestava fede ai messaggeri romani e agli ambasciatori, si facesse al più

      presto la leva, i decemviri guidassero gli eserciti dove sarebbe parso più

      opportuno a ciascuno di loro; si desse alla guerra la precedenza assoluta

      su ogni altra questione.

      

      41 I giovani senatori erano ormai riusciti a far prevalere questa

      proposta. Allora Valerio e Orazio, con maggior furore, chiesero gridando

      che fosse loro concesso di parlare sulla situazione dello Stato. Avrebbero

      parlato al popolo, se con raggiri non fosse stato loro concesso di farlo

      in senato. Infatti dei privati cittadini non potevano certo opporsi né

      nella curia né nell'assemblea: essi non si sarebbero fermati di fronte ai

      loro fasci che rappresentavano un potere del tutto inesistente. Appio

      allora, pensando che la sua autorità avesse ormai i minuti contati, se non

      reagiva con audacia pari alla loro violenza, disse: «Fareste bene ad

      aprire bocca soltanto sugli argomenti sui quali vi consultiamo!» E siccome

      Valerio sosteneva di non poter essere zittito da un privato cittadino,

      Appio ordinò a un littore di mettersi al suo fianco. E mentre Valerio dal

      fondo della curia implorava l'aiuto dei Quiriti, Lucio Cornelio andò a

      trattenere Appio e, fingendo di intervenire a favore dell'altro, pose fine

      alla contesa. Così, grazie a Cornelio, a Valerio fu concesso di trattare i

      temi che più gli stavano a cuore; ma poiché non ebbe altra libertà che

      quella di parlare, i decemviri ottennero ciò che si erano prefissati.

      Perfino gli ex-consoli e i senatori più anziani, a causa dell'odio che

      continuavano a nutrire nei confronti del potere dei tribuni - a loro detta

      rimpianto dalla plebe più del potere consolare -, preferivano che col

      tempo i decemviri rinunciassero volontariamente alla carica piuttosto che

      il risentimento nei loro confronti portasse a una nuova insurrezione della

      plebe. Se il potere fosse tornato ai consoli gradatamente e senza tumulti

      di piazza, essi, grazie allo scoppio di qualche guerra o in virtù della

      moderazione dimostrata dai consoli nell'esercizio delle proprie funzioni

      di comando, sarebbero riusciti a far dimenticare alla plebe i tribuni.

      Viene bandita la leva senza opposizioni da parte dei senatori. Siccome il

      decemvirato non ammetteva il diritto d'appello, i giovani rispondono alla

      chiamata. Una volta arruolate le legioni, i decemviri si consultano tra di

      loro per decidere chi debba andare in guerra e a chi tocchi il comando

      delle truppe. Tra i decemviri più autorevoli erano Quinto Fabio e Appio

      Claudio. Ma la guerra intestina dava l'impressione di essere più

      preoccupante di quella col nemico. Il carattere impetuoso di Appio sembrò

      loro più adatto a reprimere le sommosse cittadine. L'indole di Fabio era

      invece più incostante nel bene che solerte nel male. E Fabio - distintosi

      in passato tanto per meriti civili quanto militari - era stato trasformato

      in maniera così profonda dalla carica di decemviro e dai colleghi che

      adesso preferiva essere simile ad Appio piuttosto che a se stesso. Gli

      venne affidata la campagna contro i Sabini e come colleghi ebbe Manio

      Rabuleio e Quinto Petelio. Marco Cornelio fu invece inviato sull'Algido

      insieme a Lucio Minucio, Tito Antonio, Cesone Duilio e Marco Sergio. Ad

      Appio Claudio affidarono come aiutante nella difesa di Roma Spurio Oppio,

      conferendo lo stesso potere a tutti i decemviri.

      

      42 Il paese, adesso che era in guerra, non conobbe una gestione migliore

      di quella avuta in tempo di pace. La sola colpa dei comandanti fu quella

      di essersi resi invisi agli occhi dei cittadini. Il resto della

      responsabilità gravava quasi per intero sulle spalle dei soldati i quali,

      volendo evitare che sotto la guida e gli auspici dei decemviri qualunque

      iniziativa avesse esito favorevole, si lasciavano sconfiggere di

      proposito, coprendo di ignominia se stessi e i loro comandanti. Gli

      eserciti vennero così sbaragliati sia dai Sabini a Ereto, sia dagli Equi

      sull'Algido. Da Ereto, fuggendo nel silenzio della notte, si andarono ad

      accampare nei pressi di Roma, in un punto leggermente rialzato a metà

      strada tra Fidene e Crustumeria. Incalzati dai nemici, non si

      avventuravano mai a combattere in campo aperto, ma si facevano difendere

      dalla natura del luogo e dalla trincea, non dal loro valore e dalle armi.

      Sul monte Algido il disonore fu ancora più grande e più grave la

      sconfitta: perduto l'accampamento e privati di tutto l'equipaggiamento, i

      soldati ripararono a Tuscolo, sperando nel sostegno e nella sincera

      compassione degli ospiti che in verità non vennero loro a mancare. A Roma

      erano arrivate notizie così allarmanti che i patrizi, lasciando da parte

      l'odio verso i decemviri, ritennero opportuno disporre delle sentinelle in

      città e ordinare che tutti gli uomini in età di portare le armi andassero

      a proteggere le mura e costituissero posti di guardia in prossimità delle

      porte. Quindi decisero che s'inviassero rinforzi a Tuscolo, che i

      decemviri scendessero dalla cittadella di Tuscolo e trattenessero i

      soldati nell'accampamento, che l'altro campo fosse spostato da Fidene alla

      campagna sabina; il ritorno all'offensiva avrebbe distolto il nemico dal

      proposito di assediare Roma.

      

      43 Ai disastri dovuti al nemico, i decemviri aggiunsero anche due orrendi

      crimini, sul campo di battaglia e in patria. Nelle truppe opposte ai

      Sabini militava Lucio Siccio. Questi, facendo leva sul risentimento nei

      confronti dei decemviri, si sarebbe messo a solleticare la massa dei

      soldati arringandoli in segreto con discorsi sulla necessità di eleggere

      dei tribuni e di ripetere la secessione. Per questo i comandanti lo

      mandarono a cercare un luogo adatto all'accampamento, dando disposizione

      agli uomini scelti per accompagnarlo nella spedizione di eliminarlo non

      appena si fossero trovati in una zona adatta. Ma Siccio non morì senza

      vendicarsi. Infatti, mentre cercava di difendersi battendosi come poteva,

      sul campo rimasero accanto al suo i cadaveri di alcuni dei sicari, perché,

      pur essendo stato circondato, era fortissimo e lottava con un coraggio

      pari alla gagliardia fisica. Gli scampati, al ritorno nell'accampamento,

      riferirono di esser caduti in un'imboscata, sottolineando che Siccio era

      morto combattendo valorosamente e che con lui erano caduti anche altri.

      Sulle prime si credette a questa versione dei fatti. Quando in séguito,

      col permesso dei decemviri, gli uomini di una coorte vennero inviati sul

      luogo dell'imboscata per seppellire i cadaveri, notando che i corpi non

      presentavano tracce di spoliazione e che quello di Siccio giaceva armato

      nel mezzo con tutti gli altri disposti intorno e rivolti verso il suo, e

      vedendo che non c'erano cadaveri di nemici né tracce della loro ritirata,

      ne riportarono indietro la salma, affermando con assoluta certezza che era

      stato ucciso dai suoi stessi compagni. L'indignazione pervase

      l'accampamento: e anche se tutti erano dell'avviso che il corpo di Siccio

      dovesse essere immediatamente portato a Roma, i decemviri si affrettarono

      a far celebrare un funerale militare a spese dello Stato. Siccio venne

      sepolto nel cordoglio generale, e la fama dei decemviri peggiorò agli

      occhi di tutti.

      

      44 A questo orribile episodio ne seguì in città un altro, nato dalla

      libidine. Le conseguenze non furono tuttavia meno disastrose di quelle

      che, a causa dello stupro e del suicidio di Lucrezia, avevano in passato

      portato alla cacciata dei Tarquini dal trono e da Roma. Così non soltanto

      la fine dei decemviri e dei re fu uguale, ma uguale fu anche la causa

      della perdita del potere. Appio Claudio venne preso dalla smania di

      possedere una vergine plebea. Il padre della ragazza, un uomo esemplare in

      pace e in guerra, comandava con onore una centuria sull'Algido. Nello

      stesso modo era stata educata sua moglie e la stessa educazione ricevevano

      i figli. Egli aveva promesso in sposa la figlia all'ex-tribuno Lucio

      Icilio, un uomo risoluto e di provato coraggio nelle lotte a favore della

      plebe. Appio, innamorato pazzo della ragazza - ormai adulta e

      straordinariamente bella - tentò di sedurla con proposte di denaro e con

      promesse. Ma, quando si rese conto che il pudore della ragazza gli

      precludeva ogni via, decise di ricorrere a una crudele e arrogante

      violenza. Diede disposizione a un suo cliente di nome Marco Claudio di

      andare a reclamare la ragazza come sua schiava e di non cedere di fronte a

      chi ne chiedesse la libertà provvisoria, pensando che l'assenza del padre

      fosse una circostanza favorevole a quel sopruso. Così, mentre la ragazza

      si stava recando nel foro - dove, nei padiglioni, avevano sede le scuole -

      il mezzano della libidine del decemviro le mise le mani addosso dicendo

      che era una schiava, figlia di una sua schiava, e le ordinò di seguirlo:

      se avesse opposto resistenza l'avrebbe trascinata via con la forza. La

      ragazza, sbigottita, rimase senza parole, ma le urla della nutrice, che

      implorava a gran voce la protezione dei Quiriti, fecero súbito accorrere

      molta gente. I nomi di Verginio, il padre, e di Icilio, il fidanzato,

      erano sulla bocca di tutti. Per la stima di cui essi godevano presero le

      parti della ragazza i conoscenti, per l'indegnità dell'affronto la folla.

      La ragazza era ormai al sicuro dalla violenza, quando colui che la

      reclamava protestò dicendo che tutta quella gente non aveva alcun motivo

      di agitarsi: egli procedeva legalmente e non con la forza. Quindi citò la

      ragazza in giudizio. Siccome gli astanti che l'avevano aiutata le

      consigliarono di seguirlo, si presentarono tutti di fronte al tribunale di

      Appio. Lì l'accusatore inscenò una commedia ben nota al giudice - proprio

      lui ne aveva congegnato la trama -: la ragazza, nata nella sua casa, era

      in séguito stata rapita e portata in quella di Verginio, al quale era

      stata fatta passare per figlia sua. Diceva di avere le prove e di essere

      in grado di dimostrarlo al giudice, anche se fosse stato Verginio in

      persona, al quale toccava il danno maggiore. Per il momento era giusto che

      la schiava seguisse il padrone. I difensori della ragazza dissero che

      Verginio non era in città perché serviva la repubblica: se fosse stato

      informato, tempo due giorni, si sarebbe presentato. Siccome era ingiusto

      che si trovasse coinvolto in una controversia legata ai figli proprio

      durante la sua assenza, chiesero ad Appio di sospendere il giudizio fino

      al ritorno del padre, in maniera tale che, in base alla legge fatta

      approvare proprio da lui, si garantisse la libertà provvisoria alla

      ragazza, e non si permettesse così che la reputazione di una giovane

      illibata potesse esser messa in pericolo ancor prima che venisse emanato

      un giudizio circa la sua libertà.

      

      45 Appio prima di pronunziarsi sottolineò quanto egli fosse favorevole

      alla libertà: lo dimostrava proprio la legge invocata dagli amici di

      Verginio per sostenere la loro richiesta. Tuttavia tale legge avrebbe

      continuato a essere una garanzia sicura per la libertà, solo a patto che

      non subisse modifiche a seconda delle situazioni e delle persone: infatti

      nei casi di rivendicazione della libertà - visto che chiunque poteva

      intentare una simile azione legale - la libertà provvisoria era un diritto

      garantito. Ma, nel caso di una donna che si trovava sotto l'autorità

      paterna, allora la sola persona a favore della quale il padrone doveva

      rinunciare al possesso era appunto il padre. Di conseguenza sentenziò di

      farlo chiamare. Nel frattempo colui che la rivendicava non avrebbe dovuto

      esser privato del diritto di portarsi a casa la ragazza, promettendo però

      di farla comparire una volta che fosse arrivata la persona che sosteneva

      di esserne il padre.

      Contro l'ingiustizia della decisione si levò un mormorio di

      disapprovazione, senza però che neppure uno osasse opporvisi apertamente.

      A questo punto arrivarono Publio Numitorio, lo zio materno della ragazza,

      e il fidanzato Icilio. La folla fece loro largo poiché pensava che Icilio,

      col suo intervento, potesse opporsi ad Appio; un littore disse che ormai

      il verdetto era stato emesso e allontanò con la forza Icilio che

      protestava a gran voce. Un affronto tanto crudele avrebbe infiammato anche

      un temperamento mite. «Se vuoi cacciarmi via di qua, o Appio, sperando di

      far passare sotto silenzio ciò che non vuoi venga alla luce,» gridò

      Icilio, «dovrai ricorrere alle armi. Questa ragazza diventerà mia moglie e

      per ciò io voglio che sia pura il giorno delle nozze. Dunque chiama pure

      tutti i littori, anche quelli dei colleghi, ordina che si tengano pronti

      con le verghe e con le scuri, ma stai pur sicuro che la promessa sposa di

      Icilio non passerà la notte fuori dalla casa di suo padre. Se siete

      riusciti a togliere alla plebe romana il sostegno dei tribuni e il diritto

      di appello, due baluardi a difesa della libertà, non per questo è stato

      concesso alla vostra lussuria pieno potere sui nostri figli e sulle nostre

      mogli. Infierite pure sulle nostre spalle e sulle nostre teste, ma almeno

      lasciate stare la castità delle donne. Se invece cercherete di violarla

      con l'uso della forza, allora a difesa della mia promessa sposa io

      invocherò l'aiuto dei Quiriti qui presenti, Verginio, per proteggere la

      sua unica figlia, quello dei commilitoni e tutti noi quello degli dèi e

      degli uomini, mentre tu non riuscirai a eseguire questa sentenza senza

      versare il nostro sangue. Io ti chiedo, Appio, di valutare con estrema

      attenzione la strada che hai intenzione di percorrere. Verginio deciderà

      cosa fare per la figlia non appena sarà qui. Ma di una cosa soltanto stai

      pur certo: se si piegherà alle pretese di quest'uomo, dovrà cercare un

      altro marito per la figlia. Quanto a me, nel rivendicare la libertà della

      mia promessa sposa, rinuncerò prima alla vita che alla parola data.» 46 La

      folla era in fermento e sembrava imminente uno scontro. I littori avevano

      circondato Icilio, pur senza spingersi al di là delle minacce, benché

      Appio dicesse che lo scopo di Icilio non era di difendere Verginia ma, da

      uomo turbolento e ribollente di spirito tribunizio, di cercare un pretesto

      per suscitare disordini. Lui, quel giorno, non gliene avrebbe comunque

      fornito l'occasione. Ma sapesse sin da ora che il trattamento di favore

      veniva concesso non alla sua insolenza, ma all'assenza di Verginio, al

      nome di padre e alla libertà. Lui, Appio, quel giorno non avrebbe emanato

      un verdetto né anticipato alcuna decisione; avrebbe chiesto a Marco

      Claudio di rinunciare al suo diritto e di lasciare libera la ragazza fino

      al giorno seguente. Se poi l'indomani il padre non si fosse presentato,

      rendeva noto a Icilio e a quelli come lui che né il legislatore sarebbe

      venuto meno alla propria legge né la fermezza sarebbe venuta meno al

      decemviro. Non avrebbe fatto ricorso ai littori dei colleghi: per domare i

      responsabili dei disordini sarebbero bastati i suoi.

      Dato che il sopruso era stato differito e i difensori della ragazza se ne

      erano andati, si decise che prima di tutto il fratello di Icilio e il

      figlio di Numitorio, due giovani risoluti, si dirigessero in fretta verso

      la porta della città e poi corressero all'accampamento a chiamare

      Verginio. La salvezza della ragazza era legata al suo presentarsi il

      giorno seguente a vendicare il torto subìto. Partiti al galoppo con questa

      missione da compiere, i due giovani riferiscono il messaggio a Verginio.

      Siccome l'individuo che rivendicava la ragazza insisteva perché Icilio ne

      richiedesse la libertà provvisoria e desse dei garanti e Icilio rispondeva

      che stava occupandosi proprio di quello - anche se a dir la verità faceva

      del suo meglio per prendere tempo, in modo tale che i messaggeri inviati

      all'accampamento potessero guadagnare del vantaggio - tra la folla si

      alzarono mani da ogni parte e tutti si dichiararono pronti a farsi

      mallevadori per Icilio. Egli, in preda alla commozione, disse: «Vi sono

      riconoscente: domani ci sarà bisogno del vostro aiuto. Di garanti ora ne

      ho più che a sufficienza.» Così, grazie alla malleveria dei congiunti, a

      Verginia venne garantita la libertà provvisoria. Appio aspettò un poco,

      per non dare l'impressione di essersi seduto solo per quella causa.

      Quindi, visto che non si presentava più nessuno (la gente, avendo

      dimenticato tutto il resto, aveva ormai un solo pensiero per la testa), se

      ne tornò a casa dove scrisse una lettera ai colleghi che si trovavano

      nell'accampamento, pregandoli di non concedere licenze a Verginio e di

      metterlo addirittura agli arresti. Ma il suo piano malvagio venne - come

      giustamente meritava - messo in pratica troppo tardi: Verginio aveva già

      ottenuto il permesso ed era partito all'imbrunire, mentre la lettera che

      gli doveva impedire la partenza fu consegnata inutilmente la mattina

      successiva.

      

      47 A Roma stava albeggiando quando la gente, in piedi in trepida attesa

      nel foro, vide arrivare insieme a una folla di sostenitori Verginio

      vestito a lutto e con al braccio la figlia - anche lei vestita senza la

      minima cura -, e accompagnati da alcune matrone. Lì egli cominciò ad

      andare in giro in mezzo alla folla e a sollecitare i singoli, non

      limitandosi a chiedere aiuto per misericordia, ma esigendolo come cosa

      dovuta. Diceva di essere ogni giorno in prima linea a difesa dei loro

      figli e delle loro mogli, e sosteneva che di nessun altro soldato si

      potevano menzionare gesta più coraggiose e audaci compiute in guerra. A

      cosa giovava se, in una città incolume, i suoi figli dovevano subire gli

      estremi mali che si temono in una città conquistata? Si aggirava tra la

      gente dicendo queste cose come se fosse stato nel pieno di un'arringa.

      Appelli del tutto simili venivano lanciati da Icilio. Ma il pianto

      silenzioso delle donne che li accompagnavano commuoveva più di qualsiasi

      discorso. Di fronte a tutte queste manifestazioni, Appio, con un pensiero

      fisso - tanta era la forza della follia, non dell'amore, che gli aveva

      sconvolto la mente -, salì sul banco del tribunale. E mentre colui che

      rivendicava la ragazza si stava brevemente lamentando perché il giorno

      precedente non gli era stata resa giustizia per brighe illegali, prima

      ancora che avesse completato la richiesta o Verginio avesse avuto

      l'opportunità di ribattere, Appio lo interruppe. Forse qualche versione

      tramandata dagli antichi autori del discorso che egli premise alla

      sentenza risponde al vero. Ma dato che, per l'enormità della sentenza, non

      mi è stato possibile trovarne una che fosse plausibile, mi sembra

      opportuno riferire i nudi fatti riconosciuti da tutti; cioè che Appio

      accordò la schiavitù provvisoria. Dapprima lo stupore destato da una

      simile atrocità paralizzò tutti e per qualche minuto fu il silenzio

      generale. Poi, quando Marco Claudio, che si era fatto largo tra le matrone

      per afferrare la ragazza, venne accolto dal coro di singhiozzi e di

      lacrime delle donne, Verginio, minacciando Appio con il pugno chiuso,

      gridò: «Mia figlia, Appio, l'ho promessa a Icilio e non a te, e l'ho

      allevata per le nozze, non per lo stupro. A te piace fare come le bestie e

      gli animali selvatici che si accoppiano a caso? Se questa gente lo

      permetterà, non lo so: ma spero che non lo permetteranno quelli che

      possiedono le armi!»

      Quando l'individuo che reclamava la ragazza venne respinto dal gruppo di

      donne e di conoscenti che le stavano attorno, un araldo ordinò di fare

      silenzio. 48 Il decemviro allora, pazzo di libidine, dicendo di non

      basarsi soltanto sugli schiamazzi di Icilio del giorno prima e sulla

      violenza di Verginio (di cui era stato testimone il popolo romano), ma

      avvalendosi anche di certe informazioni avute, affermò di sapere per certo

      che durante tutta la notte si erano tenute in città delle riunioni con

      l'intento di organizzare una rivolta. Essendo quindi al corrente di quel

      progetto bellicoso, era sceso nel foro accompagnato da una scorta armata,

      certo non per usare violenza ai cittadini pacifici, ma, conformandosi alle

      attribuzioni della sua carica, per schiacciare chi turbava la quiete

      pubblica. «Da questo momento in poi, sarà meglio non agitarsi troppo. Vai,

      littore,» gridò quindi, «allontana la folla e lascia libero il passaggio

      al padrone perché possa prendere la sua schiava!» Dopo che Appio ebbe

      rabbiosamente tuonato queste parole, la folla si disperse spontaneamente,

      e la ragazza rimase sola, preda dell'ingiustizia. Allora Verginio,

      rendendosi conto di non poter più contare su alcun sostegno, disse:

      «Innanzitutto, Appio, ti prego di perdonare il dolore di un padre se poco

      fa ho inveito contro di te con molta durezza. In secondo luogo permettimi

      di domandare alla nutrice, qui in presenza della ragazza, come stanno le

      cose, cosicché se mi si è dato del padre e non era vero, almeno io possa

      andarmene con l'animo un po' più sollevato.» Ottenuto il permesso, prese

      con sé figlia e nutrice e le portò presso il tempio di Venere Cloacina,

      vicino alle botteghe che adesso si chiamano Nuove. Lì, dopo aver afferrato

      un coltello da macellaio, disse: «Così, figlia mia, io rivendico la tua

      libertà nell'unico modo a mia disposizione!» Detto questo, trafisse il

      petto della ragazza e quindi, rivolgendo lo sguardo al tribunale, gridò:

      «Con questo sangue, Appio, io consegno te e la tua testa alla vendetta

      degli dèi!» L'urlo che seguì questo atroce episodio attirò l'attenzione di

      Appio il quale ordinò l'arresto di Verginio. Questi però, facendosi largo

      col ferro dovunque passava e con la protezione della folla che gli faceva

      da scorta, riuscì a raggiungere la porta della città. Icilio e Numitorio

      sollevarono il corpo esanime della ragazza e lo mostrarono al popolo,

      lamentando la scelleratezza di Appio, la bellezza funesta di Verginia e la

      necessità che aveva portato il padre a un simile gesto. Dietro di loro le

      urla disperate delle matrone che in lacrime si domandavano se fossero

      quelle le condizioni nelle quali i bambini venivano messi al mondo e se

      fosse quello il premio della castità. E insieme a queste aggiungevano

      altre parole che il dolore infonde nelle donne in simili frangenti, un

      dolore tanto più degno di compassione quanto più emerge triste da un animo

      debole. Gli uomini, invece, e soprattutto Icilio, si richiamavano

      all'autorità tribunizia, al diritto d'appello al popolo, soppresso a

      forza, alle manifestazioni di sdegno pubblico.

      

      49 L'agitazione della folla era dovuta in parte all'atrocità del delitto e

      in parte alla speranza di sfruttare l'occasione per riconquistare la

      libertà. Appio in un primo tempo ordina di far chiamare Icilio, poi, visto

      che questi si opponeva alla convocazione, ingiunge di arrestarlo. Ma alla

      fine, siccome i suoi subalterni non potevano passare, si slancia egli

      stesso in mezzo alla folla alla testa di una schiera di giovani patrizi, e

      ordina di condurlo in prigione. In quel frangente Icilio aveva dalla sua

      parte non solo il popolo, ma anche i suoi capi: Lucio Valerio e Marco

      Orazio, i quali respinsero il littore sostenendo che se Appio agiva nel

      rispetto della legge, essi proteggevano Icilio dalle pretese di un

      privato. Se si ricorreva alla forza, anche in quel caso non sarebbero

      stati da meno. Queste parole fecero scoppiare una rissa tremenda. Il

      littore del decemviro si avventa su Valerio e Orazio, ma la gente fracassa

      i fasci. Appio allora sale sulla tribuna seguito da Valerio e Orazio. La

      folla ascolta questi ultimi, ma disturba le parole del decemviro. E

      Valerio, come se fosse investito del potere, stava ordinando ai littori di

      allontanarsi da un privato cittadino, quando Appio, in preda al panico e

      temendo per la sua vita, si coprì la testa e, senza farsi notare dagli

      avversari, andò a rifugiarsi in una casa vicina al foro. Spurio Oppio, per

      dare aiuto al collega, irruppe nel foro dalla parte opposta, ma si rese

      conto che l'autorità dei decemviri stava soccombendo davanti alla

      violenza. Considerati poi i molti suggerimenti che gli venivano da ogni

      parte e non sapendo a quale affidarsi, finì con l'ordinare la convocazione

      del senato. Questa decisione - giacché l'operato dei decemviri sembrava

      non incontrare il favore di buona parte dei senatori - contribuì a placare

      la folla, facendo balenare la speranza che i senatori ponessero fine a

      quella magistratura. Il senato ritenne opportuno non esasperare la plebe

      ed evitare che il rientro di Verginio provocasse disordini all'interno

      delle truppe. 50 Per questo motivo, vennero inviati all'accampamento,

      situato in quel momento sul monte Vecilio, alcuni giovani senatori, che

      avvertirono i decemviri di impedire a tutti i costi ai soldati di

      sollevarsi.

      Ma lì Verginio fece scoppiare disordini ben più gravi di quelli che aveva

      lasciato a Roma. Non solo era stato visto arrivare con una scorta di 400

      uomini che, indignati per l'ingiustizia, si erano offerti di andare con

      lui, ma con il coltello ancora in mano e gli schizzi di sangue sul corpo,

      e questo aveva attirato l'attenzione dell'intero accampamento. E poi, la

      vista di toghe un po' in tutti i punti del campo aveva fatto apparire il

      numero di civili lì presenti molto più alto di quanto realmente non fosse.

      A chi gli domandava cosa fosse accaduto, Verginio per lungo tempo non

      riuscì a rispondere, soffocato com'era dal pianto. Ma alla fine, quando

      cessò lo scompiglio della folla che a poco a poco si era venuta radunando

      e ci fu silenzio, Verginio raccontò l'accaduto secondo l'ordine dei fatti.

      Poi, alzando le mani al cielo come se stesse pregando, e rivolgendosi ai

      commilitoni, li supplicò di non attribuire a lui il crimine, ma a Appio

      Claudio, e di non respingerlo alla stregua di chi aveva ammazzato i propri

      figli. La vita della figlia gli sarebbe stata più a cuore della sua, se la

      ragazza avesse avuto la possibilità di vivere libera e pura. Ma quando se

      l'era vista portar via come una schiava destinata allo stupro, pensando

      che fosse meglio esser privati dei figli dalla morte piuttosto che

      dall'oltraggio, la compassione lo aveva portato a commettere un atto in

      apparenza crudele. Non sarebbe però sopravvissuto alla figlia, se non

      avesse sperato di poterne vendicare la morte con l'aiuto dei commilitoni.

      Anche loro avevano figlie, sorelle e mogli: la libidine di Appio non si

      era certo spenta insieme con sua figlia, ma sarebbe divenuta più sfrenata

      se non fosse stato punito. La disgrazia toccata a un altro avvertiva

      ognuno di loro che stesse in guardia da un simile sopruso. Quanto poi a

      lui, la moglie gliel'aveva portata via il destino, mentre la figlia, visto

      che non avrebbe più potuto vivere conservando la castità, era andata

      incontro alla morte triste, ma onorata. Nella sua casa non c'era più posto

      per la libidine di Appio: da altre violenze di costui, avrebbe difeso la

      propria persona con lo stesso animo con cui aveva difeso la figlia. Che

      gli altri provvedessero quindi a se stessi e ai propri figli.

      Mentre Verginio urlava queste cose, la folla gridava che non avrebbe

      dimenticato il suo dolore, né mancato di difendere la propria libertà. E i

      civili, mescolati alla massa dei soldati, ripetevano le stesse cose,

      insistendo su quanto più indegni sarebbero loro parsi i fatti se, invece

      di sentirseli raccontare, li avessero visti coi propri occhi, e dicendo

      che a Roma i decemviri avevano ormai le ore contate. Ma nel frattempo

      l'arrivo di altri civili con la notizia che Appio aveva quasi perso la

      vita ed era andato in esilio indusse gli uomini a gridare «Alle armi», a

      prendere le insegne e a partire alla volta di Roma. I decemviri allora,

      turbati non solo da quello che avevano sotto gli occhi ma anche da quanto

      si riferiva fosse successo a Roma, cominciarono a girare per il campo -

      uno da una parte e uno dall'altra - nel tentativo di sedare i disordini

      appena scoppiati. A quelli di loro che agivano con cautela non si

      rispondeva. Se però qualcuno si azzardava a fare ricorso all'autorità, gli

      rispondevano che loro erano uomini e che erano armati. Marciano quindi i

      soldati inquadrati alla volta di Roma e prendono possesso dell'Aventino,

      esortando ogni plebeo che incontravano a riconquistare la libertà e a

      rieleggere i tribuni della plebe. Non si udì in giro nessun'altra proposta

      violenta. Spurio Oppio convoca il senato. Si decide di non usare alcun

      rigore, dato che i responsabili della sommossa erano proprio loro. Tre

      ex-consoli - Spurio Tarpeio, Gaio Giulio e Publio Sulpicio - vengono

      inviati a chiedere a nome del senato per ordine di chi avessero lasciato

      l'accampamento, e che cosa si prefiggessero occupando l'Aventino con le

      armi e abbandonando la guerra contro il nemico per catturare la propria

      patria. Le risposte non mancavano di certo: quel che mancava era chi

      avesse il cómpito di darle, visto che non esisteva ancora un capo vero e

      proprio e i singoli non osavano esporsi a possibili rappresaglie. Ma dalla

      folla si alzò un grido unanime: che fossero mandati Marco Orazio e Lucio

      Valerio; a loro avrebbero dato le loro risposte.

      

      51 Congedati i tre inviati, Verginio fa notare ai soldati che, pur

      essendosi trattato di una questione di importanza non grandissima, poco

      prima c'era stata una gran confusione perché la moltitudine non aveva

      ancora un capo. Anche se poi la risposta data era stata soddisfacente,

      ciononostante si era trattato di un fortuito consenso più che di una

      decisione comune. La sua idea era quella di eleggere dieci uomini da porre

      ai vertici del comando e da insignire del grado militare di tribuni dei

      soldati. Siccome il primo cui si voleva conferire questa carica era

      proprio Verginio, egli disse: «Questi segni di apprezzamento nei miei

      confronti riservateli a tempi migliori per me e per voi. Quanto a me, non

      c'è titolo che possa rendermi felice fino al giorno in cui la morte di mia

      figlia non sarà vendicata. Né può risultare di grande utilità che in

      questo momento di crisi per il paese vi guidino degli individui

      inevitabilmente destinati a essere impopolari. Se posso essere in qualche

      modo utile alla causa comune, non lo sarò certo di meno come privato

      cittadino.» Così nominano dieci tribuni militari.

      Ma neppure in terra sabina l'esercito romano rimase inerte. Anche lì, su

      istigazione di Icilio e Numitorio, scoppiò una rivolta contro i decemviri:

      infiammò gli animi il ricordo dell'assassinio di Siccio, inasprito dalla

      recente notizia della ragazza così vergognosamente disonorata per

      soddisfare la libidine. Quando Icilio venne a sapere che sull'Aventino

      avevano nominato dei tribuni militari, per evitare che le assemblee

      cittadine si allineassero alle scelte di quelle militari, eleggendo

      tribuni della plebe gli stessi uomini, essendo esperto di questioni legate

      al popolo e aspirando egli stesso a quella carica, fece in modo che prima

      di marciare alla volta di Roma i suoi ne eleggessero un ugual numero e con

      uguale potere. Entrati in città dalla porta Collina con le insegne,

      raggiunsero l'Aventino attraversando incolonnati il centro della città.

      Dopo essersi lì ricongiunti con l'altro esercito, affidarono ai venti

      tribuni militari il cómpito di nominarne due all'interno di loro, ai quali

      poi delegare il potere assoluto. La scelta cadde su Marco Oppio e Sesto

      Manilio.

      I senatori, in allarme per la situazione generale, tenevano ogni giorno

      una seduta, ma molto spesso si perdevano in battibecchi invece di

      deliberare. Ai decemviri rinfacciavano l'uccisione di Siccio, la libidine

      di Appio e le disonorevoli azioni militari. Si decideva di inviare Valerio

      e Orazio sull'Aventino, ma essi si rifiutavano, se i decemviri non

      abbandonavano le insegne di quella magistratura dalla quale erano decaduti

      già nel corso dell'anno precedente. I decemviri, lamentandosi di venir

      sottoposti a una vera degradazione, decidevano che non avrebbero

      rinunciato al potere prima dell'approvazione di quelle leggi per redigere

      le quali erano stati eletti.

      

      52 Informata da Marco Duillio, un ex-tribuno della plebe, che dagli

      interminabili battibecchi non veniva fuori nulla, la plebe si spostò

      dall'Aventino sul monte Sacro; lo stesso Duillio affermava che i patrizi

      non si sarebbero preoccupati fino a quando non avessero visto la città

      abbandonata. Il monte Sacro avrebbe ricordato loro quanto incrollabile

      fosse la volontà della plebe, e si sarebbero finalmente resi conto che il

      ritorno alla concordia civile non era possibile se non si ristabiliva

      l'autorità dei tribuni. Partiti lungo la via Nomentana, che allora si

      chiamava Ficulense, si accamparono sul monte Sacro e, imitando la

      moderazione dei loro antenati, evitarono ogni devastazione. All'esercito

      tenne dietro la plebe, e nessuno tra quelli cui l'età lo permetteva si

      rifiutò di andare. Li accompagnarono sino alle porte anche i figli e le

      mogli, che, tra i lamenti, chiedevano a chi avessero lasciato il cómpito

      di difenderli in una città dove ormai neppure la libertà e la castità

      erano sacre.

      A Roma lo spopolamento aveva reso la città una desolazione e nel foro si

      vedeva solo qualche vecchio. Quando, nel corso di una seduta del senato,

      il foro apparve ancora più deserto ai senatori, furono in molti - oltre a

      Orazio e Valerio - a esprimere il proprio malcontento. «Che cosa state

      aspettando, padri coscritti? Se i decemviri persistono nella loro

      ostinazione, intendete tollerare che tutto si deteriori e vada in rovina?

      E che cos'è mai, decemviri, questo potere a cui vi aggrappate tanto?

      Volete dettar legge a tetti e muri? Non vi vergognate vedendo che nel foro

      i vostri littori sono più numerosi degli altri cittadini? Cosa fareste se

      il nemico attaccasse la città? Oppure se tra breve la plebe ci assalisse

      armi alla mano, rendendosi conto che anche con la secessione non riesce a

      ottenere gran che? Volete che il vostro potere finisca col crollo della

      città? Eppure bisogna, o non avere la plebe, o accettare i tribuni della

      plebe. Verranno meno prima a noi i magistrati patrizi che a loro quelli

      plebei. Quando riuscirono a strapparlo con la forza ai nostri padri, il

      tribunato era un potere nuovo e non ancora sperimentato. Ma ora, dopo

      averne assaporato una volta il fascino, sarà ancora più difficile per loro

      non desiderarlo, tanto più che noi non moderiamo il nostro potere, in modo

      che i plebei sentano meno la necessità di un aiuto.» Dato che queste cose

      venivano ripetute da ogni parte, i decemviri, sopraffatti dalla volontà

      comune, affermarono che, se quella era giudicata la soluzione migliore,

      essi si sarebbero assoggettati all'autorità dei senatori. Questa soltanto

      fu la loro richiesta e la loro raccomandazione: essere protetti dal

      risentimento popolare, perché con il loro sangue la plebe non si abituasse

      a punire i senatori.

      

      53 A Valerio e a Orazio venne allora affidato il cómpito di riportare in

      città la plebe alle condizioni che fossero loro parse più opportune,

      nonché quello di rimettere a posto le cose e di proteggere i decemviri

      dalla rabbia e dalla violenza della gente. Partiti alla volta

      dell'accampamento, sono accolti dalla plebe con grandi manifestazioni di

      gioia, come liberatori, sia per aver dato inizio alla rivolta, sia per

      l'esito della stessa. Per questi motivi, non appena misero piede nel

      campo, furono ringraziati. Icilio prese la parola a nome di tutti. Quando

      poi si passò a discutere delle condizioni fissate e gli inviati

      domandarono quali fossero le richieste della plebe, Icilio stesso,

      attenendosi a quanto stabilito di comune accordo prima dell'arrivo dei

      legati, pose i termini della questione in maniera tale da far risultare

      con evidenza che le speranze dei plebei erano riposte molto più

      sull'equità delle proposte che non sul ricorso alle armi. Chiedevano fosse

      ripristinato il potere dei tribuni e il diritto d'appello - cose queste

      che erano state il sostegno della plebe prima dell'elezione dei decemviri.

      E inoltre che a nessuno recasse danno l'aver incitato i soldati o la plebe

      a riconquistarsi, con la secessione, la libertà. Una sola richiesta fu

      durissima: quella riguardante la pena da infliggere ai decemviri. I plebei

      ritenevano infatti giusto che i decemviri venissero loro consegnati e

      minacciavano di bruciarli vivi. I legati allora risposero: «Le vostre

      richieste - dettate certo dal giudizio - sono così ragionevoli che

      avrebbero dovuto già trovare soddisfazione. Perché con queste richieste

      voi esigete delle garanzie di libertà e non l'autorizzazione arbitraria ad

      assalire gli altri. La vostra rabbia deve essere più scusata che

      assecondata: per l'odio della crudeltà precipitate nella crudeltà, e ancor

      prima di essere liberi voi stessi volete già tiranneggiare sugli

      avversari. Ma per la nostra città verrà mai il giorno in cui cesseranno le

      condanne inflitte dai patrizi alla plebe o dalla plebe ai patrizi? Più che

      una spada a voi serve uno scudo. È già abbastanza, o fin troppo, abbassato

      chi vive in una città dove tutti hanno gli stessi diritti, senza subire e

      senza infliggere ingiustizie. E anche se un giorno arriverete a farvi

      temere, quando, dopo aver recuperato le vostre magistrature e le vostre

      leggi, avrete l'autorità di giudicare le nostre persone e i nostri beni,

      allora emetterete i vostri giudizi valutando caso per caso. Ora è

      sufficiente riconquistare la libertà.» 54 Siccome venne loro concesso di

      agire come ritenevano più opportuno, i legati dichiararono che sarebbero

      ritornati dopo aver concluso l'accordo. Quindi partirono ed esposero ai

      senatori le richieste della plebe. Gli altri decemviri, quando si resero

      conto che, al di là di ogni speranza, non si accennava minimamente a

      punizioni nei loro confronti, non fecero alcuna obiezione; ma Appio, che

      era violento di natura e sapeva di essere particolarmente impopolare,

      misurando l'odio degli altri verso di lui dall'odio che egli nutriva nei

      loro riguardi, disse: «Non sono certo ignaro della sorte che mi attende.

      Mi rendo però conto che l'attacco contro di noi sarà ritardato fino al

      momento in cui le armi verranno consegnate ai nostri avversari. L'odio

      vuole il suo sangue. Tuttavia non esiterò neppure io a rinunciare al

      decemvirato.» Il senato approvò quindi un decreto in base al quale i

      decemviri avrebbero dovuto dimettersi al più presto, al pontefice massimo

      Quinto Furio sarebbe toccato il cómpito di nominare i tribuni della plebe

      e nessuno avrebbe dovuto subire delle conseguenze a séguito della

      secessione delle truppe e della plebe.

      Approvati questi decreti e sciolta la seduta, i decemviri si presentano di

      fronte all'assemblea popolare e rinunciano alla propria magistratura fra

      il tripudio generale. La notizia è riferita alla plebe. Tutti quelli che

      erano rimasti in città accompagnano gli inviati. A questa folla andò

      incontro un'altra folla festante che veniva dall'accampamento. Si

      congratularono reciprocamente per il ritorno del paese alla libertà e alla

      concordia. Gli inviati di fronte all'assemblea dissero: «Perché il bene,

      la buona sorte e la felicità possano di nuovo essere con voi e la

      repubblica, tornate in patria, alle vostre case, dalle mogli e dai figli!

      Ma visto che vi siete comportati con moderazione qui, dove nessuna

      proprietà è stata violata nonostante che molte fossero le cose necessarie

      a un così elevato numero di persone, ebbene, portate la stessa moderazione

      in città. Tornate sull'Aventino da dove siete venuti. In quel fausto

      luogo, da dove avete mosso i primi passi verso la libertà, potrete

      nominare dei tribuni della plebe. Per tenere i comizi avrete a

      disposizione il pontefice massimo.» Grande fu il consenso, unanime

      l'entusiasmo. Levano le insegne e partono alla volta di Roma, facendo a

      gara in manifestazioni di allegria con la gente che incontrano. Armati

      attraversano la città e in silenzio raggiungono l'Aventino. Qui, durante i

      comizi sùbito tenuti dal pontefice massimo, elessero i tribuni. Il primo

      degli eletti fu Lucio Verginio, al quale fecero poi séguito Lucio Icilio e

      Publio Numitorio, zio materno di Verginia, cioè i due artefici della

      secessione. Quindi Gaio Sicinio, discendente di quel Sicinio che, stando

      alla tradizione, sarebbe stato il primo a essere eletto tribuno della

      plebe sul monte Sacro, e Marco Duillio, figura di spicco come tribuno

      prima dell'avvento dei decemviri e che non aveva mai abbandonato la plebe

      negli scontri coi decemviri stessi. Infine, non per i meriti ma per quello

      che si sperava da loro, vennero eletti Marco Titinio, Marco Pomponio, Gaio

      Apronio, Appio Villio e Gaio Oppio. Entrato in carica, Icilio propose e

      fece approvare alla plebe che a nessuno fosse imputata come colpa la

      secessione contro i decemviri. Súbito dopo Marco Duillio presentò una

      proposta di legge che prevedeva l'elezione di consoli il cui potere fosse

      limitato dal diritto d'appello. Tutto questo venne portato a termine

      dall'assemblea della plebe tenutasi nei prati Flamini, prati che oggi si

      chiamano Circo Flaminio.

      

      55 Poi, tramite l'interré, vennero eletti consoli Lucio Valerio e Marco

      Orazio che entrarono immediatamente in carica. Il loro consolato, di

      orientamento popolare, non fece alcuna ingiustizia nei riguardi dei

      patrizi, tuttavia provocò il loro malcontento. Infatti, qualunque cosa si

      facesse per la libertà della plebe, essi credevano che diminuisse il loro

      potere. Prima di tutto, poiché era controverso giuridicamente se i

      senatori dovessero attenersi ai decreti della plebe, i consoli

      presentarono nei comizi centuriati una legge in base alla quale ciò che la

      plebe aveva approvato nei comizi tributi vincolava tutta la popolazione.

      Questa legge diede alle richieste dei tribuni un'arma assai temibile.

      Quanto poi all'altra legge - quella cioè relativa al diritto d'appello,

      unica garanzia di libertà abolita dai decemviri -, non solo fu

      ripristinata, ma resa più efficace per il futuro con una nuova legge in

      base alla quale non sarebbe stato più possibile nominare i magistrati non

      soggetti al diritto d'appello. Chiunque avesse violato tale disposizione,

      avrebbe potuto essere ucciso secondo le leggi umane e divine, e per quel

      crimine non vi sarebbe stata la pena di morte. Dopo aver fornito alla

      plebe sufficienti garanzie sia col diritto d'appello sia con l'aiuto dei

      tribuni, i consoli, nell'interesse dei tribuni stessi, ristabilirono il

      principio della loro inviolabilità, cosa di cui ormai si era persa

      memoria, riattivando le cerimonie rituali abbandonate da lungo tempo: li

      resero infatti inviolabili non solo sul piano religioso ma anche con una

      legge, in base alla quale coloro che avessero recato danno ai tribuni

      della plebe, agli edili, e ai giudici decemviri sarebbero stati maledetti

      e affidati alla vendetta di Giove e i loro beni sarebbero stati venduti al

      tempio di Cerere, Libero e Libera.

      Oggi i giuristi sostengono che in base a questa legge nessuno era

      veramente sacro e inviolabile, ma che essa semplicemente sanciva la

      maledizione per chi avesse oltraggiato una delle predette autorità. Un

      edile poteva essere arrestato e imprigionato da magistrati di rango

      superiore. Questa procedura, pur essendo illegittima (infatti danneggiava

      chi, in base a detta legge, non era lecito danneggiare), tuttavia

      costituisce la prova che un edile non era sacro e inviolabile. Invece i

      tribuni lo erano, in base all'antico giuramento fatto dalla plebe quando

      per la prima volta creò quella magistratura. Ma ci fu pure chi argomentò

      che per la stessa legge Orazia anche consoli e pretori godevano della

      medesima protezione, visto che questi ultimi venivano eletti con gli

      stessi auspici consultati per la nomina dei consoli. E infatti un tempo i

      consoli erano chiamati giudici. Tale tesi è però confutata dal fatto che

      in quel periodo non c'era ancora l'abitudine di chiamare giudice il

      console, bensì pretore.

      Furono queste le leggi proposte dai consoli, i quali stabilirono anche che

      i decreti del senato venissero affidati agli edili della plebe nel tempio

      di Cerere, mentre in passato venivano occultati o falsificati secondo

      l'arbitrio dei consoli. In séguito il tribuno della plebe Marco Duillio

      propose alla plebe, e la plebe lo approvò, un provvedimento in base al

      quale chi avesse lasciato la plebe senza tribuni o avesse eletto dei

      magistrati il cui potere non fosse limitato dal diritto d'appello veniva

      condannato alla fustigazione o alla decapitazione. Tutte queste misure,

      pur non avendo ottenuto il consenso dei patrizi, vennero comunque

      approvate senza incontrare opposizione da parte loro, perché fino a quel

      momento non si infieriva ancora contro nessuno in particolare.

      

      56 In séguito, consolidata l'autorità tribunizia e la libertà della plebe,

      i tribuni, pensando che ormai fosse arrivato il tempo di procedere contro

      i singoli senza correre eccessivi rischi, scelsero Verginio come primo

      accusatore e Appio come primo imputato. Verginio citò quindi Appio in

      giudizio. E quando Appio si presentò nel foro scortato da una schiera di

      giovani aristocratici, appena la gente se lo trovò davanti agli occhi

      insieme alle sue guardie del corpo, si rinnovò súbito nella memoria di

      tutti il ricordo di quell'infame potere. Allora Verginio disse:

      «L'oratoria è stata inventata per le cause incerte: perciò, né io starò a

      perdere tempo sciorinandovi le accuse a carico di un uomo dalla cui

      crudeltà vi siete liberati da soli con le armi, né permetterò che costui

      aggiunga agli altri suoi crimini l'impudenza di difendersi. Dunque ti

      faccio grazia, Appio Claudio, di tutte le turpi ed empie nefandezze che,

      una dopo l'altra, hai osato compiere nel corso di due anni. Ma per una

      sola di esse io ordinerò di metterti in prigione, se non sceglierai un

      giudice e gli dimostrerai di aver a buon diritto negata la libertà

      provvisoria a una libera cittadina rivendicata come schiava.» Appio non

      riponeva alcuna speranza né nell'aiuto dei tribuni, né nel verdetto del

      popolo. Ciononostante si appellò ai tribuni e, quando una guardia lo

      afferrò, senza che nessuno si opponesse, Appio disse: «Mi appello al

      popolo.» Quella parola, che da sola garantisce la libertà, uscita dalla

      bocca da cui poco tempo prima era stata pronunciata una sentenza contro la

      libertà, provocò un grande silenzio. Dentro di sé ciascuno mormorava che

      alla fin fine gli dèi esistevano e non trascuravano i casi umani; che,

      anche se in ritardo, tuttavia pene non lievi colpivano l'arroganza e la

      crudeltà; che si appellava colui che l'appello aveva abolito; che invocava

      il popolo colui che aveva privato il popolo di ogni diritto; che era

      incarcerato e privato della libertà colui che aveva condannato alla

      schiavitù una persona libera. Tra il mormorio dell'assemblea si udì la

      voce dello stesso Appio implorare la protezione del popolo romano.

      Ricordava i servigi resi alla patria dai suoi antenati in pace e in

      guerra, la sua sfortunata opera a favore della plebe romana, in

      conseguenza della quale, per rendere le leggi uguali per tutti, aveva

      rinunciato al consolato con grande rammarico dei patrizi, e infine le sue

      leggi, che erano ancora in vigore mentre si conduceva in carcere chi le

      aveva proposte. Quanto poi al bene e al male commessi, Appio disse che li

      avrebbe presi in esame quando gli fosse stata concessa l'opportunità di

      perorare la propria causa. Per il momento, in qualità di cittadino romano,

      secondo il comune diritto di cittadinanza, Appio chiese che, fissata la

      data, gli fosse permesso di parlare in propria difesa per poi affrontare

      il giudizio del popolo romano. Non temeva l'odio nei suoi confronti tanto

      da non riporre più alcuna speranza nell'equità e nella compassione dei

      suoi concittadini. Se invece fosse finito in carcere senza che gli fosse

      accordato di difendersi, allora si sarebbe di nuovo appellato ai tribuni

      della plebe, avvertendoli di non imitare quelli che essi avevano

      detestato. Se poi i tribuni si dicevano obbligati a negargli l'appello in

      base all'accordo che essi rimproveravano ai decemviri di aver preso in

      segreto, allora si sarebbe appellato al popolo, chiamando in causa le

      leggi sul diritto d'appello proposte quello stesso anno sia dai consoli

      che dai tribuni. Chi infatti poteva ricorrere in appello, se questo

      diritto non era concesso a un cittadino che non era ancora stato giudicato

      e del quale non si era sentita la difesa? Quale plebeo, quale modesto

      cittadino avrebbe potuto trovare sostegno nelle leggi, se esse non lo

      garantivano ad Appio Claudio? Il suo caso avrebbe stabilito se con le

      nuove leggi si era consolidata la tirannide oppure la libertà, e se il

      diritto d'appello al popolo e il ricorso contro le ingiustizie dei

      magistrati erano veramente concessi o erano chiacchiere senza fondamento.

      

      57 Ma Verginio replicò che Appio Claudio era l'unico uomo a trovarsi al di

      là della legge e a non avere alcun rapporto col consorzio umano e civile.

      Invitò poi la gente a rivolgere lo sguardo al tribunale, ricettacolo di

      ogni crimine: lì quel decemviro a vita, acerrimo nemico dei cittadini e

      dei loro beni, delle loro persone e del loro sangue, che minacciava tutti

      con verghe e scuri, senza portare alcun rispetto a dèi e uomini.

      Circondato com'era non di littori ma di carnefici, aveva ormai spostato i

      suoi interessi dalle razzie e dagli assassini alla libidine: così, di

      fronte agli occhi di tutto il popolo romano, aveva strappato dalle braccia

      del padre una ragazza di condizione libera e, trattandola alla stregua di

      una prigioniera di guerra, l'aveva data in dono a un cliente che in casa

      sua gli faceva da cameriere. Sui banchi di quel tribunale Appio, con una

      sentenza disumana e un'assegnazione nefanda, aveva armato la mano destra

      di un padre contro la figlia. Sempre in quel tribunale, mentre il

      fidanzato e lo zio sollevavano da terra il corpo esanime della giovane,

      aveva ordinato che fossero imprigionati, infuriato più per l'impedimento

      dello stupro che per l'uccisione della ragazza. Anche per Appio era stato

      costruito quel carcere che lui amava definire residenza del popolo romano.

      Perciò, anche se avesse continuato ad appellarsi all'infinito,

      all'infinito Verginio gli avrebbe intimato di presentarsi di fronte a un

      giudice per dimostrare di non aver pronunciato una sentenza di schiavitù

      provvisoria nei riguardi di una libera cittadina. Se poi Appio non fosse

      comparso di fronte al giudice, allora avrebbe dato ordine di portarlo in

      prigione come se fosse stato condannato. Fu condotto in carcere; anche se

      nessuno si alzò per esprimere disapprovazione, ciononostante grande fu il

      disagio, perché la punizione di una personalità così importante faceva

      sembrare alla plebe eccessiva la sua stessa libertà. Il tribuno aggiornò

      la causa.

      Nel frattempo Latini ed Ernici inviarono a Roma ambasciatori per

      congratularsi dell'accordo tra patrizi e plebei e per questo accordo

      portarono in dono a Giove Ottimo Massimo sul Campidoglio una corona d'oro

      non molto pesante perché non c'erano allora molte ricchezze e le cerimonie

      religiose erano celebrate più con la devozione che con la sontuosità. Da

      questa stessa delegazione si venne a sapere che Equi e Volsci si stavano

      preparando alla guerra con grande impegno. Perciò ai consoli fu ordinato

      di spartirsi gli incarichi: a Orazio toccarono i Sabini, a Valerio gli

      Equi. Quando bandirono la leva in previsione di quei conflitti, fu tanto

      il favore della plebe che, non solo i più giovani, ma anche una grande

      quantità di volontari tra i militari in congedo si misero a disposizione

      dando i propri nomi ai consoli, in modo tale che l'esercito, grazie

      all'immissione dei veterani, si rinforzò sia per il numero, sia per la

      qualità dei soldati. Prima che l'esercito lasciasse la città, furono

      esposte in pubblico, incise sul bronzo, le leggi nate per volontà dei

      decemviri, conosciute come Leggi delle XII Tavole. Alcuni autori scrivono

      che quell'incarico sarebbe toccato agli edili su ordine dei tribuni.

      

      58 Gaio Claudio, aborrendo i crimini dei decemviri e particolarmente

      ostile all'arroganza del nipote, si era ritirato a Regillo, luogo

      d'origine della sua famiglia. Pur essendo ormai avanti negli anni, era

      tornato a Roma per tentare di salvare proprio l'uomo i cui vizi lo avevano

      indotto a fuggire. Accompagnato da familiari e clienti, andando in giro

      per il foro vestito a lutto, fermava uno per uno i cittadini e li

      supplicava di non permettere che alla famiglia Claudia toccasse il marchio

      infamante di aver meritato l'arresto e la detenzione. Un uomo la cui

      immagine sarebbe stata fatta oggetto dei più alti onori da parte delle

      generazioni future, il legislatore e il fondatore del diritto romano, in

      quel momento giaceva incatenato tra ladri notturni e tagliagole comuni.

      Per il momento rivolgessero l'animo dall'ira alla comprensione e alla

      riflessione e, di fronte alle preghiere di tanti Claudi, ne perdonassero

      uno solo, piuttosto che respingere un numero così alto di suppliche,

      esclusivamente per l'odio verso quell'uno. Claudio aggiunse che lui stesso

      compiva quel gesto per il buon nome della famiglia, ma che non si era

      riconciliato con l'uomo al quale cercava di portare soccorso nella mala

      sorte. Col coraggio era stata riconquistata la libertà, con l'indulgenza

      si poteva ristabilire l'armonia tra le classi sociali. Alcuni furono

      toccati più dal suo attaccamento alla famiglia che dalla causa di colui

      per il quale si stava adoperando. Ma Verginio li invitava ad aver

      compassione piuttosto di lui e di sua figlia, pregandoli di dare ascolto

      più che alle suppliche della famiglia Claudia, che si era arrogata il

      diritto di tiranneggiare la plebe, a quelle dei parenti di Verginia, e

      cioè i tre tribuni che, eletti per sostenere la plebe, ora dalla plebe

      imploravano sostegno e protezione. Alla gente sembrò che queste lacrime

      fossero più giuste. Persa quindi ogni speranza, Appio si suicidò prima che

      arrivasse il giorno fissato per il processo.

      Sùbito dopo Publio Numitorio fece arrestare Spurio Oppio, il più odiato

      dei decemviri dopo Appio, perché presente in città quando il collega aveva

      pronunciato l'ingiusta sentenza di schiavitù provvisoria. A dir la verità

      provocarono il risentimento popolare nei confronti di Oppio più i misfatti

      commessi che quelli che non aveva impedito. Venne prodotto un teste che

      passò in rassegna le ventisette campagne militari a cui aveva partecipato

      meritandosi otto volte decorazioni speciali; dopo aver esibito queste

      decorazioni davanti al popolo, si strappò la tunica mostrando la schiena

      straziata dalla frusta e dichiarò che, se l'imputato era in grado di

      menzionare qualche sua colpa, scatenasse di nuovo, benché ora privato

      cittadino, la sua rabbia su di lui. Così anche Oppio finì in carcere, dove

      si tolse la vita prima del giorno del processo. I tribuni confiscarono le

      proprietà di Claudio e di Oppio. Gli ex-colleghi di decemvirato andarono

      in esilio e i loro beni vennero confiscati. Anche Marco Claudio, l'uomo

      che aveva rivendicato la proprietà di Verginia, fu processato e

      condannato. Essendogli stata risparmiata la pena di morte per

      l'intercessione dello stesso Verginio, fu rilasciato e andò in esilio a

      Tivoli. Così i Mani di Verginia - certo più fortunata da morta che da viva

      -, dopo aver vagato tra tante case per chiedere vendetta, ora che nessun

      colpevole era rimasto impunito, ebbero finalmente pace.

      

      59 I patrizi erano ormai in preda al panico e i tribuni cominciavano ad

      assomigliare sempre più ai decemviri, quando il tribuno della plebe Marco

      Duillio decise di porre un salutare freno a quell'eccessivo potere.

      «Accontentiamoci della nostra libertà e delle pene inflitte ai nemici di

      un tempo,» dichiarò Duillio. «Perciò, nel corso di quest'anno, non

      permetterò che alcuno sia citato in giudizio, né che sia incarcerato. Non

      è infatti giusto andare a ricercare vecchie colpe di cui non ci si ricorda

      nemmeno più, dato che i reati recenti sono stati espiati con le condanne

      inflitte ai decemviri, e dato che le energie continuamente profuse da

      entrambi i consoli per proteggere la vostra libertà ci possono garantire

      che non verranno commessi crimini di tale gravità da richiedere

      l'intervento dell'autorità tribunizia.» Questa moderazione da parte del

      tribuno liberò innanzitutto i patrizi dalla paura, ma incrementò anche il

      loro risentimento nei confronti dei consoli, perché avevano dimostrato un

      tale attaccamento alla causa della plebe, che l'incolumità e la libertà

      dei patrizi era stata più a cuore a un magistrato plebeo che a uno

      patrizio; e poi perché i loro nemici si erano saziati di infliggere

      condanne, prima che i consoli avessero dato l'impressione di volersi

      opporre alle loro sfrenatezze. Molti dissero che avevano agito senza il

      necessario rigore perché proprio i senatori avevano votato le leggi

      proposte dai consoli, e non c'era dubbio che, in quel difficile momento in

      cui si era venuta a trovare la repubblica, i senatori si erano piegati

      alle circostanze.

      

      60 Sistemata la situazione in città e consolidata la posizione della

      plebe, i consoli partirono per le rispettive destinazioni. Valerio,

      incaricato di fronteggiare Volsci ed Equi, che nel frattempo avevano già

      unito le proprie truppe sull'Algido, di proposito ritardò l'inizio delle

      ostilità. Se infatti avesse sùbito tentato la sorte, nel diverso stato

      d'animo in cui si trovavano allora i nemici e i Romani, dopo le disastrose

      imprese dei decemviri, non so se il combattimento non si sarebbe risolto

      in una grave sconfitta. Dunque, posto l'accampamento a un miglio di

      distanza dagli avversari, vi trattenne le truppe. I nemici si andarono più

      volte a schierare nello spazio di terra tra i due accampamenti, ma nessuno

      dei Romani raccolse le provocazioni. Alla fine, stanchi di attendere

      invano l'inizio delle ostilità, Equi e Volsci, credendo che i Romani

      avessero quasi quasi rinunziato alla vittoria, se ne andarono a razziare

      parte i territori latini e parte quelli degli Ernici, lasciandosi alle

      spalle un contingente più adatto a presidiare l'accampamento che non a

      sostenere lo scontro. Quando il console se ne rese conto, schierò le

      truppe in ordine di battaglia e prese a provocare i nemici,

      terrorizzandoli come prima era stato terrorizzato lui. Poiché quelli,

      consci di non avere forze sufficienti, evitavano di venire alle armi,

      súbito crebbe il coraggio nei Romani che davano già per vinti i nemici

      rannicchiati dentro il vallo. Dopo esser stati pronti a battersi per tutto

      il giorno, al calar della notte si ritirarono. E mentre da una parte i

      Romani, pieni di speranza, si rifocillavano, dall'altra parte, animati da

      tutt'altro spirito, i nemici preoccupati inviarono messaggeri in varie

      direzioni per richiamare quanti si erano dati alle razzie. Fu possibile

      far tornare chi si trovava nelle vicinanze, ma quelli che erano andati più

      lontano non riuscirono a raggiungerli. Alle prime luci del giorno i Romani

      uscirono dall'accampamento con l'intento di dare l'assalto al vallo, se

      non avessero avuto la possibilità di combattere. Poiché buona parte della

      mattinata se n'era già andata senza che i nemici avessero dato alcun

      segnale di volersi muovere, il console ordinò di avanzare. Quando

      l'esercito si mosse, Equi e Volsci provarono sdegno vedendo che la difesa

      dei loro eserciti vittoriosi era affidata a un vallo e non al coraggio e

      alle armi. Pertanto anch'essi chiesero e ottennero dai loro comandanti il

      segnale di dar battaglia. Parte degli uomini era già uscita dalle porte,

      seguita in ordine dagli altri che andavano a occupare ciascuno la propria

      posizione, quando il console romano, senza aspettare che lo schieramento

      nemico si rafforzasse completando i ranghi, si buttò all'assalto. Avendo

      sferrato l'attacco quando non tutti gli avversari erano ancora usciti e

      quelli che lo avevano già fatto non si erano ancora dispiegati lungo la

      linea, piombò su una massa fluttuante di disperati che correvano in tutte

      le direzioni e si lanciavano l'uno con l'altro occhiate piene di

      sconforto. Le urla e l'impeto dei Romani aggravarono poi la loro

      agitazione. Così, sulle prime, i nemici furono costretti a retrocedere, ma

      dopo, quando ripresero animo e sentirono da ogni parte i comandanti

      inferociti chiedere loro se avessero intenzione di cedere a dei vinti,

      riuscirono a ristabilire le sorti della battaglia.

      

      61 Il console, dall'altra parte, invitava i Romani a ricordarsi che quel

      giorno, per la prima volta, combattevano da liberi per una libera Roma e

      che avrebbero vinto per se stessi, e non per essere, da vincitori, il

      premio dei decemviri. Alla loro testa non c'era Appio, bensì il console

      Valerio, discendente da uomini che avevano liberato Roma e lui stesso

      liberatore. Che dimostrassero quindi come gli insuccessi nelle precedenti

      battaglie fossero dovuti all'imperizia dei comandanti e non a quella dei

      soldati. Sarebbe stato vergognoso aver dimostrato più coraggio contro i

      concittadini che contro il nemico, e aver temuto più la schiavitù interna

      che quella proveniente dall'esterno. In tempo di pace era toccato alla

      sola Verginia veder minacciata la propria castità, così come Appio era

      stato il solo cittadino la cui libidine avesse costituito una minaccia. Se

      però la guerra avesse preso una brutta piega, allora il pericolo per i

      figli di tutti sarebbe venuto da molte migliaia di nemici. Ma non voleva

      presagire cose che né Giove né il padre Marte avrebbero permesso in una

      città fondata con simili auspici. Ricordando loro l'Aventino e il monte

      Sacro, li invitava a riportare intatto il potere là dove pochi mesi prima

      era nata la libertà, a dimostrare che nei soldati romani, dopo la cacciata

      dei decemviri, c'era l'identica tempra di prima che i decemviri venissero

      eletti e, infine, che il valore del popolo romano non era diminuito con

      l'uguaglianza dei diritti. Dopo aver pronunciato queste parole, circondato

      dai vessilli della fanteria, volò verso i cavalieri e disse loro: «Avanti,

      giovani, cercate di superare i fanti in atti di valore, così come già li

      superate nel grado militare e nel ceto sociale. Al primo scontro la

      fanteria ha costretto i nemici a retrocedere. Adesso tocca a voi:

      caricateli coi cavalli e spazzateli via dal campo. Non reggeranno l'urto,

      visto che anche ora temporeggiano più che resistere.» Quelli spronano i

      cavalli, li lanciano contro i nemici, già stravolti dallo scontro con i

      fanti, sfondano le linee e avanzano fino alla retroguardia: una parte di

      loro aggira i nemici in campo aperto, impedisce il ritorno

      all'accampamento al grosso degli Equi e dei Volsci che già fuggiva da ogni

      parte e, cavalcando davanti a loro, li respinge e li tiene lontani. La

      fanteria e il console, con tutte le forze a disposizione, irrompono

      nell'accampamento e lo conquistano, seminando la morte e portandosi via un

      grande bottino.

      La notizia di questa vittoria arrivò non solo a Roma, ma anche all'altro

      esercito impegnato in territorio sabino: in città fu celebrata con

      esplosioni di gioia, nell'accampamento accese gli animi dei soldati,

      spingendoli a emulare quelle gesta gloriose. Orazio, mettendoli alla prova

      con incursioni improvvise e scaramucce di poco peso, li aveva abituati ad

      avere fiducia in se stessi, a dimenticare le ignominie subite sotto il

      comando dei decemviri. E quei piccoli scontri avevano riacceso in loro la

      speranza di avere la meglio nello scontro finale. Ma neppure i Sabini,

      imbaldanziti dal successo dell'anno precedente, lesinavano le provocazioni

      e le minacce. Soprattutto si domandavano perché mai i Romani perdessero

      tutto quel tempo in modeste incursioni e ritirate, degne di ladruncoli, e

      spezzassero tutta la guerra in una serie di scaramucce. Perché non

      scendevano a combattere in campo aperto, lasciando che la sorte decidesse

      una volta per tutte a chi doveva andare la vittoria?

      

      62 Oltre ad aver già recuperato di per sé sufficiente fiducia nei propri

      mezzi, i Romani ardevano anche di sdegno: mentre in quel momento l'altro

      esercito stava rientrando vittorioso a Roma, loro erano ancora lì a farsi

      insultare e sbeffeggiare dal nemico. Ma quando sarebbero stati all'altezza

      dei nemici, se non lo erano allora? Appena il console si rese conto che

      tra gli uomini circolavano questi mormorii, convocò l'adunata e disse:

      «Immagino, soldati, che abbiate sentito come sono andate le cose

      sull'Algido. L'esercito si è comportato come si addice all'esercito di un

      popolo libero. La vittoria è arrivata grazie all'intelligenza del mio

      collega e al valore dei soldati. Quanto a me, la mia strategia e il mio

      coraggio dipenderanno esclusivamente dal vostro comportamento. Si può

      ritardare la guerra con vantaggio o concluderla in fretta. Se si deve

      ritardarla io, continuando con la tattica adottata sinora, farò in modo

      che, giorno dopo giorno, crescano le vostre speranze e il vostro coraggio.

      Ma se invece siete già sufficientemente coraggiosi e volete farla finita

      súbito con questa guerra, allora, a testimonianza della vostra volontà di

      vittoria e del vostro sicuro valore, alzate qui nell'accampamento il grido

      che alzereste sul campo di battaglia.» Sull'onda dell'entusiasmo il grido

      non si fece attendere. Poi il console, augurando il migliore esito

      all'impresa, disse che li avrebbe assecondati e che il giorno successivo

      li avrebbe guidati in battaglia. Il resto della giornata venne impiegato

      nella preparazione delle armi.

      Il giorno dopo, appena i Sabini, che già da molto tempo erano impazienti

      di venire alle armi, videro i Romani schierarsi, uscirono anch'essi allo

      scoperto. Fu una di quelle battaglie in cui si scontrano due eserciti

      animati dalla stessa fiducia nelle proprie capacità: se infatti questo

      poteva vantare un'antica e ininterrotta gloria, quello aveva il morale

      alle stelle per l'ultima, ancora recente vittoria. I Sabini accrebbero la

      loro pericolosità con un ingegnoso stratagemma: dopo aver infatti disposto

      lo schieramento su un fronte che aveva la stessa estensione di quello

      avversario, fecero uscire dai ranghi 2.000 uomini perché, durante la

      battaglia, assalissero il fianco sinistro dell'esercito romano. Ma quando

      con un attacco laterale stavano quasi per accerchiare e sopraffare l'ala

      dell'esercito nemico, i cavalieri di due legioni romane, circa seicento,

      scendono da cavallo e si buttano nelle prime file dove i loro stavano già

      indietreggiando; si oppongono al nemico e nello stesso tempo infiammano

      gli animi dei fanti, prima condividendone il pericolo, poi puntando sul

      sentimento dell'onore. Era infatti vergognoso che il cavaliere combattesse

      la propria e l'altrui battaglia e che il fante non fosse all'altezza

      neppure del cavaliere sceso da cavallo.

      

      63 I fanti ritornano al combattimento che dalla loro parte era stato

      abbandonato e riconquistano la posizione dalla quale si erano ritirati. E

      in un attimo non solo vennero ristabilite le sorti della battaglia, ma

      l'ala sabina fu costretta a ripiegare. I cavalieri, coperti dalle linee

      della fanteria, rimontano a cavallo. Arrivati al galoppo dall'altra parte

      dello schieramento, comunicano ai compagni la notizia della vittoria e nel

      contempo caricano i nemici, già in preda al panico per la rotta della loro

      ala più forte. In quella battaglia nessuno brillò per valore più dei

      cavalieri. Il console pensava a tutto: distribuiva elogi ai forti e urlava

      improperi se in qualche parte la lotta era più fiacca. Gli uomini su cui

      cadeva il suo biasimo sùbito si trasformavano in valorosi, ed erano spinti

      dalla vergogna, quanto gli altri dalle lodi. Dopo aver di nuovo alzato

      tutti insieme il grido di guerra, con uno sforzo comune misero in fuga il

      nemico. E da quel momento in poi non fu più possibile contenere l'impeto

      dei Romani. I Sabini vennero dispersi per le campagne circostanti, e

      lasciarono l'accampamento in preda agli avversari, che lì non

      recuperarono, come sull'Algido, i beni degli alleati, ma si ripresero i

      propri, perduti durante le incursioni nei loro campi.

      Per la doppia vittoria riportata in due battaglie diverse, il senato

      meschinamente decretò soltanto un giorno di ringraziamenti ufficiali in

      nome dei consoli. Ma il popolo, contrariamente a quanto era stato

      disposto, andò in gran numero a pregare anche il giorno successivo. E

      questa spontanea manifestazione di popolo fu, a causa dell'entusiasmo

      generale, quasi più affollata dell'altra. I consoli, di comune accordo,

      rientrarono in città proprio in quei due giorni, e convocarono il senato

      in Campo Marzio. Lì, mentre discutevano delle loro imprese, i senatori più

      autorevoli si lamentarono che il senato fosse stato convocato in mezzo

      alle truppe col preciso intento di spaventarli. I consoli allora, per non

      dare adito ad accuse infondate, spostarono la seduta nei prati Flamini,

      cioè là dove oggi c'è il santuario di Apollo e che era già chiamato

      Apollinare. E qui, poiché i senatori concordi volevano rifiutare il

      trionfo, il tribuno della plebe Lucio Icilio portò di fronte al popolo la

      questione riguardante il trionfo dei consoli, benché molti si facessero

      avanti per dissuaderlo e più di tutti Gaio Claudio. Egli urlava che i

      consoli volevano celebrare un trionfo non sui nemici ma sui patrizi, e

      quello che chiedevano non era un riconoscimento al valore quanto piuttosto

      un favore in cambio di un servizio reso ai tribuni a titolo del tutto

      privato. Mai prima si era discusso del trionfo con il popolo; valutare il

      merito e decretare quell'onore era stato sempre cómpito del senato.

      Neppure i re avevano osato privare di quella prerogativa il più alto

      ordine dello Stato. Che i tribuni non dilatassero l'estensione del proprio

      potere a tal punto da non permettere più l'esistenza di nessuna pubblica

      assemblea. Solo se ciascun ordine avesse mantenuto le prerogative

      garantite dalla legge e la propria autorità, la città sarebbe stata

      finalmente libera e le leggi uguali per tutti. Dopo gli interventi anche

      degli altri senatori più anziani che parlarono prolissamente per sostenere

      la stessa tesi, tutte le tribù votarono per la proposta del tribuno. Fu in

      quell'occasione che un trionfo, pur non avendo avuto l'autorizzazione del

      senato, venne per la prima volta celebrato per volontà del popolo.

      

      64 Questa volta la vittoria conquistata dai tribuni e dalla plebe per poco

      non degenerò in un pericoloso stato di sfrenatezza. Infatti i tribuni

      raggiunsero in segreto un accordo in base al quale i detentori di quella

      magistratura sarebbero stati riconfermati in carica. E inoltre, per

      evitare che la loro sete di potere risultasse evidente, stabilirono di

      rinnovare il mandato anche ai consoli. Il pretesto che veniva addotto era

      l'accordo realizzato dai senatori i quali, con l'offesa arrecata ai

      consoli, avevano attentato ai diritti della plebe. Che cosa sarebbe

      successo se, quando le leggi non erano ancora consolidate, i consoli,

      appoggiati dalla loro fazione, avessero assalito i nuovi tribuni? Perché

      di certo i consoli non sarebbero sempre stati uomini dello stampo di

      Valerio e Orazio, che anteponevano ai propri interessi la libertà della

      plebe! Ma in quella circostanza una fortunata concomitanza di eventi volle

      che a presiedere alle elezioni la sorte chiamasse Marco Duillio, uomo

      prudente e capace di prevedere il risentimento che la rielezione degli

      stessi magistrati avrebbe provocato. Quando Duillio si rifiutò di prendere

      in considerazione la candidatura dei tribuni in carica, i suoi colleghi

      diedero battaglia perché concedesse il voto libero alle singole tribù,

      oppure cedesse l'incarico di presiedere alle elezioni ai colleghi, che le

      avrebbero tenute attenendosi alle leggi e non secondo le indicazioni dei

      senatori. Nell'accesa discussione che seguì, Duillio convocò i consoli

      presso i banchi delle tribune e chiese loro che intenzioni avessero

      riguardo alle elezioni consolari. Siccome essi risposero che avrebbero

      eletto nuovi consoli, Duillio, avendo trovato il sostegno popolare a una

      proposta certo non popolare, si presentò all'assemblea in compagnia dei

      consoli. Lì, quando furono di fronte al popolo, gli venne chiesto come si

      sarebbero comportati se il popolo romano, memore della libertà

      riconquistata in patria grazie a loro nonché dei successi militari, li

      avesse riconfermati in carica. Siccome i consoli risposero che non

      sarebbero tornati sulla propria decisione, Duillio prima li elogiò per la

      fermezza con la quale si erano fino all'ultimo sforzati di non

      assomigliare ai decemviri, e quindi tenne i comizi. Eletti cinque tribuni,

      poiché, per la palese brama a essere rieletti di nove tribuni, nessun

      altro candidato ottenne i voti necessari, Duillio sciolse la seduta, senza

      più riconvocarla per le elezioni. Disse che si era agito nel pieno

      rispetto della legge la quale in nessuna parte definiva il numero,

      prescriveva solo che fossero eletti dei tribuni e imponeva che i neoeletti

      si scegliessero i colleghi. Diede quindi lettura della formula prevista

      dalla legge che diceva: «Se proporrò la nomina di dieci tribuni della

      plebe e se oggi voi qui eleggerete meno di dieci tribuni, quelli che gli

      eletti avranno cooptato come colleghi per questa stessa legge siano

      legittimi tribuni della plebe, così come lo sono quelli che oggi voi

      chiamerete a ricoprire tale carica.» Duillio, sostenendo fino alla fine

      che la repubblica non poteva avere quindici tribuni della plebe, ed

      essendo nel contempo riuscito ad avere ragione dell'ingordigia politica

      dei colleghi, uscì di carica dopo essersi reso gradito tanto ai patrizi

      quanto ai plebei.

      

      65 I nuovi tribuni nella cooptazione dei colleghi assecondarono i desideri

      degli aristocratici; infatti scelsero anche Spurio Tarpeio e Aulo Aternio,

      due nobili che in passato erano stati consoli. Quanto poi ai nuovi

      consoli, Spurio Erminio e Tito Verginio, entrambi privi di particolari

      inclinazioni nei confronti della plebe o del patriziato, mantennero la

      pace in patria e all'estero. Il tribuno della plebe Lucio Trebonio,

      risentito nei confronti dei patrizi perché sosteneva di esser stato da

      loro tratto in inganno e tradito dai colleghi nella cooptazione dei

      tribuni, propose una legge in base alla quale chi avesse convocato la

      plebe romana alle elezioni dei tribuni avrebbe dovuto continuare a

      presiedere la seduta fino a quando non fossero stati eletti i dieci

      tribuni della plebe previsti. Trebonio, per tutta la durata del suo

      mandato, incalzò i patrizi con una tale insistenza che gli fu dato il

      soprannome di Aspro.

      I consoli successivi Marco Geganio Macerino e Gaio Giulio sedarono le

      contese sorte tra i tribuni e i giovani nobili, senza accanirsi contro il

      potere di quei magistrati e conservando il prestigio dei senatori. Per

      evitare poi che la plebe si lasciasse andare a episodi di violenza,

      sospesero la leva militare indetta per la guerra contro Volsci ed Equi,

      affermando che, se in città regnava la pace, anche all'estero tutto

      rimaneva tranquillo, mentre le discordie intestine facevano alzare la

      testa ai popoli vicini. La salvaguardia della pace fu causa anche della

      concordia interna. Ma una delle due classi era sempre pronta a sfruttare

      la moderazione dell'altra. E fu così che, mentre la plebe era quieta, i

      giovani patrizi cominciarono a commettere soprusi. Quando i tribuni

      tentavano di spalleggiare i più deboli, il loro intervento approdava a

      poco. Poi neppure i tribuni riuscivano a sottrarsi alla violenza fisica,

      specie negli ultimi mesi del mandato, perché i più potenti si coalizzavano

      per imporre l'ingiustizia, ma anche perché il potere di ogni magistratura

      verso la fine dell'anno solitamente s'indebolisce. Ormai la plebe poteva

      riporre qualche speranza nel tribunato soltanto a condizione di avere

      tribuni come Icilio, ma negli ultimi due anni si erano avuti solo dei

      tribuni di nome. Dal canto loro, i patrizi più anziani, pur sapendo che i

      loro giovani erano troppo violenti, preferivano che - se da qualche parte

      si doveva superare la misura - gli eccessi di animosità li facessero

      registrare i loro piuttosto che gli avversari. Nella lotta per difendere

      la libertà la moderazione è veramente difficile: infatti, pur ostentando

      di volere una forma di equilibrio, ciascuno tende a innalzare se stesso

      soffocando gli altri. Cercando poi di non essere intimoriti, alla fine gli

      uomini si trasformano nell'oggetto delle altrui paure. E mentre il sopruso

      ci disgusta, come se fosse inevitabile o commetterlo o subirlo, finisce

      che siamo noi a fare dei torti agli altri.

      

      66 Vennero poi eletti consoli Tito Quinzio Capitolino, per la quarta

      volta, e Agrippa Furio. A costoro non toccarono né disordini interni né

      conflitti all'esterno, benché sia gli uni, sia gli altri incombessero.

      Infatti non era più possibile contenere la discordia civile, visto il

      risentimento nutrito da plebe e tribuni nei confronti degli aristocratici,

      e in considerazione del fatto che i processi a carico di questo o di

      quell'altro nobile provocavano sempre nuovi disordini che turbavano le

      assemblee. Non appena si verificarono i primi contrasti, come se fossero

      stati un segnale, Volsci ed Equi presero le armi; i loro comandanti, avidi

      di bottino, li avevano persuasi che a Roma nel biennio precedente non era

      stato possibile indire la leva perché la plebe rifiutava ormai ogni tipo

      di disciplina: per quel motivo non era stato inviato alcun esercito contro

      di loro. La dissolutezza aveva ormai sbriciolato ogni tradizione militare,

      e Roma non era più la patria comune. Tutta la rabbia e il rancore che un

      tempo avevano nei riguardi degli stranieri, ora li riversavano su se

      stessi. Quella era l'occasione per sterminare quei lupi accecati da una

      rabbia che li spingeva l'uno contro l'altro. Così, dopo aver unito i

      propri eserciti, Volsci ed Equi cominciarono col devastare le campagne

      latine. Poi, quando videro che nessuno accorreva in aiuto di quelle

      popolazioni, fra l'esultanza di quanti avevano fomentato la guerra, di

      razzia in razzia, arrivarono fin sotto le mura di Roma in direzione della

      porta Esquilina, e qui cominciarono a sbeffeggiare gli abitanti indicando

      loro le campagne devastate. Dopo che si furono ritirati impuniti

      procedendo a passo di marcia in direzione di Corbione e con il bottino

      bene in vista alla testa dello schieramento, il console Quinzio convocò

      l'assemblea del popolo.

      

      67 Lì - almeno a quanto ho trovato io - parlò in questi termini: «Benché

      io sia conscio di non aver alcuna colpa, o Quiriti, ciononostante è con

      estrema vergogna ch'io mi presento al cospetto di questa assemblea. Voi

      sapete, e un giorno verrà tramandato ai posteri, che, durante il quarto

      consolato di Tito Quinzio, Volsci ed Equi - un tempo appena all'altezza

      degli Ernici - sono giunti impunemente fin sotto le mura di Roma con le

      armi in pugno. Benché ormai da tempo la situazione sia tale da non lasciar

      presagire nulla di buono, ciononostante, se solo avessi saputo che l'anno

      ci riservava un episodio così funesto, avrei evitato questa ignominia,

      anche a costo di andare in esilio o di togliermi la vita, ove non mi

      restassero altri mezzi per sottrarmi a questa carica. Se fossero stati

      uomini degni di questo nome quelli che si sono presentati con le armi in

      pugno di fronte alle nostre porte, Roma avrebbe potuto esser presa sotto

      il mio consolato! Avevo avuto onori a sufficienza e vita a sufficienza,

      anzi fin troppo lunga: avrei dovuto morire durante il mio terzo consolato.

      Ma a chi hanno riservato il loro disprezzo i nostri più vili nemici? A noi

      consoli, oppure a voi, o Quiriti? Se la colpa è nostra, allora privateci

      di un'autorità della quale non siamo degni. E se poi questo non basta,

      aggiungete anche una punizione. Se invece la responsabilità ricade su di

      voi, l'augurio è che né gli dèi né gli uomini vi facciano pagare i vostri

      errori, ma siate soltanto voi stessi a pentirvene. I nemici non hanno

      disprezzato la codardia che è in voi, ma nemmeno riposto eccessiva fiducia

      nel proprio coraggio. A dir la verità è toccato loro molte volte di essere

      sbaragliati e messi in fuga, privati dell'accampamento e di parte del

      territorio, nonché di passare sotto il giogo, e conoscono voi e se stessi!

      No, sono la discordia delle classi e gli eterni contrasti - vero veleno di

      questa città - tra patrizi e plebei, che hanno risollevato il loro animo,

      perché noi non moderiamo il nostro potere e voi la vostra libertà, voi

      siete insofferenti nei confronti dei patrizi e noi nei confronti delle

      magistrature plebee. Ma in nome degli dèi, cosa volete? Morivate dalla

      voglia di avere dei tribuni della plebe, in nome della concordia sociale

      ve li abbiamo concessi. Desideravate i decemviri: ne abbiamo autorizzato

      l'elezione. Vi siete stancati dei decemviri, li abbiamo costretti ad

      abbandonare la carica. Continuavate a odiarli anche quando erano ormai

      tornati dei privati cittadini, abbiamo tollerato che uomini molto nobili e

      onorati venissero condannati a morte e all'esilio. Poi vi è di nuovo

      venuta la voglia di eleggere dei tribuni, li avete eletti, e di nominare

      consoli dei membri della vostra parte e noi, pur sembrandoci ingiusto nei

      confronti dell'aristocrazia, siamo arrivati al punto di vedere quella

      grande magistratura patrizia offerta in dono alla plebe. L'intromissione

      dei tribuni, l'appello di fronte al popolo, i decreti approvati dalla

      plebe e imposti al patriziato, i nostri diritti calpestati in nome

      dell'eguaglianza delle leggi, tutto abbiamo sopportato e sopportiamo. In

      che modo potranno mai avere fine i contrasti? Verrà mai il giorno in cui

      sarà possibile avere una sola città unita e considerarla la patria comune?

      Noi, che ne usciamo sconfitti, accettiamo la situazione con animo più

      sereno di quanto non facciate voi, che pure siete i vincitori. Non vi

      basta che noi dobbiamo temervi? Contro di noi è stato preso l'Aventino,

      contro di noi è stato occupato il monte Sacro. Abbiamo visto l'Esquilino

      quasi preso dal nemico e i Volsci apprestarsi a scalare le mura di Roma:

      nessuno ha avuto il coraggio di andarli a ricacciare indietro. Solo contro

      di noi voi siete dei veri uomini, solo contro di noi impugnate le armi.

      

      68 Forza dunque: visto che siete riusciti ad assediare la curia, a

      trasformare il foro in una tana di insidie e a riempire le patrie prigioni

      di uomini eminenti, dimostrate la stessa audacia, uscite dalla porta

      Esquilina. Ma se non siete neppure all'altezza di un gesto del genere,

      allora andate a vedere dall'alto delle mura i vostri campi messi a ferro e

      fuoco, le vostre cose portate via e il fumo degli incendi che sale qua e

      là nel cielo dalle case in fiamme. Ma voi potreste obiettare che chi sta

      peggio è lo Stato, con le campagne che bruciano, la città assediata e la

      gloria militare lasciata solo ai nemici. E con questo? Credete che i

      vostri interessi privati non si trovino nella stessa situazione? Presto

      dalla campagna arriverà a ciascuno di voi la notizia delle perdite subite.

      Che cosa c'è qui in patria, in grado di risarcirle? Ci penseranno i

      tribuni a restituirvi quel che avete perduto? Vi prodigheranno a sazietà

      parole e chiacchiere, accuse contro cittadini in vista, leggi su leggi e

      concioni. Ma da quelle concioni nessuno di voi è mai tornato a casa più

      ricco di beni e di denaro. O c'è mai stato qualcuno che abbia riportato a

      moglie e figli altro che risentimento, antipatie e gelosie pubbliche e

      private dalle quali siete stati protetti non certo per il vostro valore e

      la vostra integrità, ma per l'aiuto ricevuto da altri? Ma, per Ercole,

      quando eravate al servizio di noi consoli e non dei tribuni, e

      nell'accampamento invece che nel Foro, quando il vostro urlo spaventava il

      nemico in battaglia e non i senatori romani in assemblea, dopo aver fatto

      bottino e dopo aver conquistato terre al nemico, tornavate a casa, ai

      vostri Penati, carichi di preda, coperti di gloria e di successi

      conquistati per la patria e per voi stessi! Ora invece permettete che i

      nemici se ne vadano carichi delle vostre ricchezze. Tenetevele strette le

      vostre assemblee e continuate pure a vivere nel Foro: ma la necessità di

      prendere le armi - da cui rifuggite - vi incalza. Vi pesava marciare

      contro Equi e Volsci? Ora la guerra è alle porte. Se non si riuscirà ad

      allontanarla, presto si trasferirà all'interno delle mura e salirà fino

      alla rocca del Campidoglio, perseguitandovi anche dentro le case. Due anni

      or sono il senato bandì una leva militare e poi diede ordine di condurre

      le truppe sull'Algido: noi ora ce ne stiamo qui oziosi, litigando come

      donnicciole, contenti della pace del momento e incapaci di prevedere che

      da questo breve periodo di tregua la guerra risorgerà mille volte più

      grande. So benissimo che ci sono cose molto più piacevoli a dirsi. Ma a

      parlare di cose vere anziché di gradite, anche se non mi ci inducesse il

      mio carattere, mi obbliga la necessità. Vorrei davvero piacervi, o

      Quiriti, ma preferisco di gran lunga vedervi sani e salvi, qualunque sia

      il sentimento che nutrirete in futuro nei miei confronti. Dalla natura è

      stato disposto così: chi parla in pubblico per interesse personale è più

      gradito di chi ha invece al vertice dei suoi pensieri solo l'interesse

      dell'intera comunità; a meno che per caso non crediate che tutti questi

      adulatori del popolo e questi demagoghi che oggi non vi permettono né di

      combattere né di starvene tranquilli vi incitino e vi stimolino nel vostro

      interesse. La vostra agitazione è per loro titolo di merito o ragione di

      profitto; e siccome quando regna la concordia tra le classi essi sanno di

      non essere nulla, preferiscono mettersi a capo di tumulti e sedizioni,

      preferiscono fare azioni malvage piuttosto che nulla. Se esiste una

      possibilità che alla fine tutto ciò arrivi a disgustarvi e che vogliate

      tornare alle vostre abitudini di un tempo e a quelle dei vostri antenati,

      rinunciando alle funeste innovazioni, vi autorizzo a punirmi se nel giro

      di pochi giorni non sarò riuscito a sbaragliare questi devastatori delle

      nostre campagne dopo averli sradicati dall'accampamento, e a trasferire da

      sotto le nostre mura alle loro città questa paura di un conflitto che ora

      vi paralizza.»

      

      69 Raramente, in altre occasioni, il discorso di un tribuno popolare ebbe

      presso la plebe un'accoglienza più entusiastica di quella toccata allora

      alla durissima requisitoria del console. Perfino i giovani, che in

      situazioni così critiche avevano di solito nella renitenza alla leva

      l'arma più affilata contro il patriziato, guardavano invece con impazienza

      alle armi e alla guerra. E siccome i contadini fuggiti dopo essere stati

      depredati e feriti mentre si trovavano nella campagna riferivano di

      atrocità ben più gravi di quelle che erano sotto gli occhi, un'ondata di

      sdegno travolse l'intera città. Quando si riunì il senato, a dir la verità

      tutti si voltarono verso Quinzio, guardandolo come il solo vendicatore

      della maestà di Roma. I senatori più autorevoli dichiararono che il suo

      discorso era stato all'altezza dell'autorità consolare, degno cioè dei

      molti consolati detenuti in passato e dell'intera sua vita, che era stata

      piena di riconoscimenti a lui spesso tributati e anche più spesso da lui

      meritati. Altri consoli avevano in passato o adulato la plebe tradendo la

      dignità dei senatori oppure, insistendo in un'accanita difesa dei diritti

      della loro classe, avevano esasperato la massa cercando a tutti i costi di

      soggiogarla; nel suo discorso Tito Quinzio aveva tenuto conto della

      dignità dei senatori, della concordia tra le classi e - soprattutto -

      della situazione di fatto. Implorarono lui e il suo collega di prendere in

      mano le redini dello Stato e pregarono i tribuni di predisporsi ad agire

      di conserva con i consoli, nel tentativo di allontanare la guerra dalle

      mura di Roma, supplicandoli anche di fare in modo che in circostanze così

      allarmanti la plebe accettasse di obbedire ai senatori. Dissero inoltre

      che la patria comune, vedendo le devastazioni nelle campagne e la città

      quasi stretta d'assedio, si rivolgeva ai tribuni invocandone l'aiuto.

      All'unanimità venne quindi decretata e sùbito messa in pratica la leva

      militare. Di fronte all'assemblea i consoli proclamarono che non c'era

      tempo per valutare i motivi per esentare dal servizio, e dunque i più

      giovani - nessuno escluso - dovevano presentarsi in campo Marzio all'alba

      del giorno successivo; solo a guerra finita si sarebbe trovato il tempo di

      valutare la giustificazione di chi non era andato ad arruolarsi; e quanti

      avessero addotto delle motivazioni poi giudicate non sufficientemente

      valide avrebbero ricevuto il trattamento riservato ai disertori. Il giorno

      successivo tutti i giovani si presentarono. Ciascuna coorte si scelse

      autonomamente i propri centurioni e due senatori vennero posti al comando

      di ognuna di esse. Ho trovato che questi preparativi furono portati a

      termine così rapidamente che, nel corso di quella stessa giornata, le

      insegne furono prelevate dai questori nell'erario, trasferite in Campo

      Marzio e di là, alla quarta ora del giorno si misero in movimento. E il

      nuovo esercito, scortato volontariamente da poche coorti di veterani, alla

      sera si accampò a dieci miglia da Roma. Il giorno successivo venne

      avvistato il nemico, e gli accampamenti vennero a trovarsi uno a ridosso

      dell'altro, nei pressi di Corbione. Il terzo giorno, dato che i Romani

      erano in preda alla rabbia e gli altri - che si erano già più volte

      ribellati - consci delle proprie colpe e disperati, nessuno tentò di

      ritardare in alcun modo la battaglia.

      

      70 Benché nell'esercito romano i due consoli avessero la stessa autorità,

      tuttavia in quell'occasione Agrippa lasciò il comando supremo al collega,

      il che è molto utile quando si devono prendere decisioni di estrema

      importanza. E il prescelto Tito Quinzio ricambiò il generoso gesto

      comunicando al collega, che si era posto volontariamente in sottordine, i

      propri piani, e condividendone i meriti, e considerandolo a lui pari

      ancorché ormai inferiore di grado. Nello schieramento sul campo Quinzio

      tenne l'ala destra e Agrippa la sinistra. Al luogotenente Spurio Postumio

      Albo fu affidato il centro, a capo della cavalleria fu posto Publio

      Sulpicio, l'altro luogotenente. All'ala destra la fanteria si batté con

      estremo accanimento, ma la resistenza dei Volsci non fu da meno. Publio

      Sulpicio fece breccia con la cavalleria nel centro dello schieramento

      nemico. Avrebbe potuto rientrare nei ranghi dalla stessa parte e prima che

      il nemico avesse avuto il tempo di riformare le linee sconvolte: invece

      ritenne più opportuno prendere i Volsci alle spalle. Caricandoli da dietro

      avrebbe disperso in un attimo i nemici atterriti da due attacchi

      simultanei se i cavalieri dei Volsci e degli Equi, impegnandolo

      separatamente, non lo avessero contenuto per un po'. Ma in quell'istante

      Sulpicio gridò che non c'era più tempo da perdere e che sarebbero stati

      circondati e tagliati fuori dal resto dei compagni, se con tutte le loro

      forze non avessero concluso quello scontro tra cavallerie. Non sarebbe

      stato sufficiente mettere in fuga i nemici permettendo che ne uscissero

      incolumi: dovevano distruggere uomini e cavalli, in maniera tale che

      nessuno potesse rituffarsi nello scontro e dare nuovo vigore alla

      battaglia. I nemici non potevano certo tener loro testa, se prima la

      schiera compatta dei fanti aveva dovuto cedere al loro sfondamento. Non

      aveva parlato a sordi. Con un'unica carica i Romani sbaragliarono l'intera

      cavalleria nemica: dopo avere disarcionato moltissimi cavalieri, li

      trafissero insieme ai cavalli, servendosi delle lance. Fu questa la

      conclusione della battaglia equestre. Dopo essersi sùbito buttati

      all'assalto della fanteria, mandarono dei messaggeri ai consoli per

      riferir loro del successo ottenuto, mentre il fronte nemico già stava per

      cedere. La notizia aumentò l'ardire dei Romani che stavano avendo la

      meglio, e seminò lo scompiglio tra le fila degli Equi in ritirata. La loro

      rotta cominciò nel centro dello schieramento, nel punto in cui l'irruzione

      della cavalleria aveva sconvolto le linee. Poi però anche l'ala sinistra

      cominciò a cedere di fronte al console Quinzio. Sul versante destro lo

      sforzo fu tremendo. Qui il giovane e prestante Agrippa, vedendo che la

      battaglia ovunque aveva esiti migliori che dalla sua parte, strappò le

      insegne ai vessilliferi e cominciò a brandirle lui stesso, gettandone

      anche qualcuna tra le linee compatte dei nemici. Allora i suoi uomini,

      spinti dal timore della vergogna, si rovesciarono sugli avversari, e così

      la vittoria fu uguale in ogni settore. In quel momento arrivò da Quinzio

      la notizia che egli, ormai vincitore, stava già minacciando l'accampamento

      nemico, ma non voleva assaltarlo prima di aver ricevuto la notizia che

      anche all'ala sinistra le cose erano finite per il meglio. Se Agrippa

      aveva già sbaragliato i nemici, allora che andasse ad unire le truppe alle

      sue, perché nel medesimo momento l'intero esercito potesse mettere le mani

      sul bottino. E il vittorioso Agrippa raggiunse il collega vittorioso di

      fronte all'accampamento nemico e lì ci fu uno scambio di congratulazioni.

      Messi in fuga in un baleno i pochi rimasti a presidiare il campo, i due

      consoli senza far uso delle armi irrompono nelle trincee e riconducono in

      patria l'esercito carico di un ingente bottino, e che inoltre aveva

      recuperato i propri beni andati perduti durante il saccheggio delle

      campagne. Da quanto sono riuscito ad appurare, né i consoli richiesero il

      trionfo né il senato lo decretò; non ci viene tramandato il motivo per il

      quale un simile riconoscimento fu dai vincitori disdegnato o non sperato.

      Per quanto posso arguire, dopo così tanto tempo, siccome il trionfo era

      stato negato dal senato ai consoli Valerio e Orazio i quali, oltre ad aver

      sconfitto Volsci ed Equi, si erano coperti di gloria anche nella guerra

      contro i Sabini, Agrippa e Quinzio si vergognarono di chiederlo per

      un'impresa ch'era metà di quella; se lo avessero ottenuto, poteva sembrare

      che si fosse tenuto conto più degli uomini che dei meriti.

      

      71 L'onorevole vittoria conseguita sui nemici fu inquinata a Roma da

      un'infame sentenza del popolo in merito ai territori degli alleati. I

      cittadini di Ardea e di Aricia erano spesso giunti allo scontro per una

      fascia di terra la cui appartenenza era controversa; stanchi delle molte

      reciproche sconfitte, scelsero quale giudice il popolo romano.

      Presentatisi in città per perorare le rispettive cause ed essendo stata

      convocata dai magistrati l'assemblea, si ebbe un'accanita disputa. E

      quando, dopo esser stati prodotti i testimoni, si era ormai prossimi alla

      convocazione delle tribù e al voto da parte del popolo, Publio Scapzio, un

      plebeo piuttosto anziano, si alzò a parlare e disse: «Se mi è concesso, o

      consoli, di parlare nell'interesse del paese, io non permetterò che in

      questa causa il popolo commetta un errore.» I consoli dissero che,

      inattendibile qual era, non c'erano ragioni per ascoltarlo, e dato che

      continuava a sbraitare che si tradiva l'interesse del paese, avevano

      ordinato di allontanarlo. Ma egli si appellò ai tribuni. Questi, abituati

      quasi sempre a essere guidati dalla plebe anziché a guidarla, concessero

      alla folla impaziente di sentire quello che Scapzio aveva in mente di

      dire. Il vecchio cominciò così a parlare dicendo di avere 83 anni e di

      aver militato proprio nella zona che in quel momento era al centro del

      dibattito, e non da giovane, ma come uno che al tempo della campagna di

      Corioli aveva già vent'anni di servizio alle spalle. Per questo si

      riferiva a un episodio che, pur essendo ormai caduto nel dimenticatoio

      perché successo così indietro nel tempo, si era comunque impresso nella

      sua memoria: la terra oggetto della disputa era stata parte del territorio

      dei Coriolani. Poi, una volta presa Corioli, era per diritto di guerra

      diventata proprietà del popolo romano. Si meravigliava quindi moltissimo

      della sfrontatezza con la quale Aricini e Ardeati speravano di togliere al

      popolo romano - trasformandolo da proprietario in giudice - una fascia di

      terra sulla quale essi non avevano mai esercitato alcun tipo di diritto

      quando lo stato di Corioli era ancora indipendente. Gli restava poco da

      vivere, tuttavia non si poteva convincere che, dopo aver fatto la sua

      parte di soldato nel conquistare con le armi quella terra, ora da vecchio

      non dovesse difenderla con la parola, la sola forza rimasta a sua

      disposizione. Perciò invitava vivamente il popolo a non danneggiare la

      propria causa solo per un inutile pudore.

      

      72 Quando i consoli si accorsero che Scapzio non solo era ascoltato in

      silenzio, ma anche otteneva consenso, chiamando a testimoni gli dèi e gli

      uomini che si stava per commettere un'enorme ingiustizia, fecero venire i

      senatori più autorevoli. E andando con loro in giro tra le tribù,

      pregavano che, come giudici, non si macchiassero di una simile infamia e

      non dessero un esempio ancora peggiore risolvendo quella causa a loro

      vantaggio. Ammesso che fosse lecito a un giudice badare al proprio

      interesse, appropriandosi della terra contesa essi non venivano a

      guadagnare più di quanto in realtà perdevano, dato che si sarebbero

      alienati con un sopruso le simpatie degli alleati: la loro reputazione e

      la loro affidabilità avrebbero subito danni ben maggiori del prevedibile.

      Il fatto lo avrebbero riferito in patria gli inviati, si sarebbe

      divulgato, avrebbe raggiunto le orecchie di alleati e nemici, con dolore

      per i primi e gioia per i secondi. Credevano forse che i popoli confinanti

      ne avrebbero ritenuto responsabile Scapzio, un vecchio ciarlatano

      assembleare? Certo per questo aspetto Scapzio sarebbe diventato famoso, ma

      il popolo romano avrebbe fatto la figura del delatore per interesse e del

      rapinatore. E infatti quale giudice, nell'àmbito di una causa privata, era

      mai arrivato ad aggiudicare a se stesso l'oggetto della controversia?

      Neppure Scapzio in persona, pur avendo ormai superato ogni limite di

      decenza, sarebbe stato capace di tanto.

      Queste erano le cose che senatori e consoli si sgolavano a dire, ma

      l'avidità e Scapzio, che tale avidità aveva scatenato, ebbero la meglio.

      Le tribù chiamate al voto decisero che la fascia di terra era pubblica

      proprietà del popolo romano. Non si esclude che l'esito sarebbe stato il

      medesimo se altri fossero stati i giudici. Ma nel presente caso, la bontà

      della causa non attenuò per nulla l'infamia della sentenza, che non sembrò

      meno vergognosa e amara agli Aricini e agli Ardeati di quanto non lo fosse

      stata ai senatori romani. Il resto dell'anno trascorse quieto, senza

      disordini in città e all'esterno.

      

      LIBRO IV

      

      

      

      1 A questi uomini successero i consoli Marco Genucio e Gaio Curzio. Fu un

      anno difficile, sia in patria sia fuori. Infatti, all'inizio dell'anno, il

      tribuno della plebe Gaio Canuleio presentò una proposta di legge sul

      matrimonio tra patrizi e plebei, con la quale i patrizi pensavano si

      contaminasse il loro sangue e si sovvertissero i diritti gentilizi.

      Inoltre, fu suggerita - prima molto cautamente da parte dei tribuni -

      un'altra proposta in base alla quale sarebbe stato lecito che uno dei

      consoli fosse di estrazione plebea. Ma la cosa prese in séguito una tale

      consistenza da spingere ben nove tribuni a presentare una proposta di

      legge che garantiva al popolo la facoltà di nominare i consoli

      scegliendoli sia fra la plebe, sia tra i patrizi. E questi ultimi

      credevano che, se ciò fosse accaduto, non solo alla più alta carica

      avrebbero avuto accesso i più infimi, ma essa sarebbe stata del tutto

      tolta agli aristocratici per affidarla ai plebei. Perciò fu per i patrizi

      un grande sollievo sentire che il popolo di Ardea si era ribellato per

      l'infamia con la quale gli era stata portata via la terra, che i Veienti

      avevano messo a ferro e fuoco le campagne alla frontiera romana e che

      Volsci ed Equi stavano fremendo per la fortezza di Verrugine: i patrizi

      preferivano una guerra dall'esito magari funesto a una pace vergognosa.

      Perciò, esagerando ancor più queste notizie - per far cessare,

      nell'agitazione di tante guerre, le iniziative dei tribuni -, ordinano di

      organizzare le leve e di preparare la guerra e le armi, con il massimo

      impegno e, se possibile, con ancor maggiore sollecitudine di quella con

      cui erano state preparate sotto il console Tito Quinzio. Allora Gaio

      Canuleio, in poche frasi, dice ai senatori che i consoli, continuando a

      spaventare senza motivo, non sarebbero riusciti, né a distogliere la plebe

      dal pensiero delle nuove leggi, né a realizzare, finché lui era vivo, la

      leva militare, almeno non prima che la plebe avesse espresso il proprio

      voto sulle proposte di legge presentate da lui e dai suoi colleghi. Detto

      questo, convocò súbito l'assemblea.

      

      2 Nello stesso tempo i consoli istigavano il senato contro il tribuno, e

      il tribuno il popolo contro i consoli. Questi ultimi sostenevano che non

      era possibile tollerare più a lungo i colpi di testa dei tribuni: si era

      ormai arrivati a toccare il limite estremo e c'erano più focolai di guerra

      all'interno della città che all'esterno. E se adesso le cose stavano così,

      la colpa era tanto della plebe quanto del patriziato e tanto dei tribuni

      quanto dei consoli. In ogni paese si sviluppa col massimo incremento ciò

      che viene ricompensato: così, sia in pace che in guerra, si formano i

      buoni cittadini. Ma a Roma ciò che aveva maggiore successo erano le

      sedizioni: da sempre esse tornavano ad onore sia dei singoli che della

      moltitudine. Che ricordassero la maestà del senato quale l'avevano

      ricevuta dai loro padri e quale l'avrebbero consegnata ai figli, e come

      invece la plebe potesse vantarsi di aver accresciuto la propria autorità e

      importanza. Né si intravedeva una fine a questo, nemmeno per il futuro,

      finché le sedizioni avessero continuato ad aver fortuna e i loro autori

      avessero continuato a ricevere tanti riconoscimenti. Quali iniziative

      aveva preso Gaio Canuleio, e quanto importanti! Cercava di mescolare il

      sangue delle famiglie aristocratiche, di creare confusione negli auspici

      pubblici e privati, perché niente di puro, niente di incontaminato si

      salvasse, così che, soppressa ogni distinzione, nessuno potesse essere in

      grado di riconoscere se stesso e i suoi. Perché quale altro effetto

      possono avere i matrimoni misti, se non la diffusione di accoppiamenti,

      come tra animali, di patrizi e plebei? Così i figli nascendo non avrebbero

      saputo qual era il loro sangue, quale il loro culto; sarebbero stati per

      metà patrizi e per metà plebei, senza trovare accordo neppure dentro di

      loro. Ma che fosse completamente sconvolto l'ordine delle cose divine e di

      quelle umane sembrava ancora poco: i sobillatori del volgo puntavano già

      al consolato. E mentre in un primo tempo avevano cercato di ottenere solo

      coi discorsi che uno dei consoli fosse plebeo, ora presentavano la

      proposta che fosse il popolo a eleggere, a suo piacimento, i consoli tra i

      patrizi o tra i plebei. E senza dubbio avrebbero sempre eletto tra la

      plebe i più facinorosi: dunque sarebbero diventati consoli dei Canulei e

      degli Icili. Ma Giove Ottimo Massimo non avrebbe permesso che una carica

      investita di regale maestà cadesse così in basso. Essi sarebbero morti

      mille volte piuttosto di tollerare che si commettesse una simile infamia.

      Erano sicurissimi che anche i loro antenati, se avessero potuto prevedere

      che, assecondando ogni richiesta della plebe, l'avrebbero resa non più

      mite ma solo più dura, e che alle prime concessioni avrebbero fatto

      séguito nuove e sempre più ingiuste pretese, all'inizio avrebbero

      accettato di affrontare qualsiasi scontro piuttosto che subire

      l'imposizione di quelle leggi. Ma siccome avevano ceduto allora sulla

      questione dei tribuni, si dovette cedere altre volte. I cedimenti non

      potevano aver fine se nella stessa città continuavano a coesistere tribuni

      della plebe e patrizi: bisognava eliminare quella classe o quella

      magistratura; bisognava opporsi - meglio tardi che mai - all'arroganza e

      alla temerarietà. Com'era possibile che, dopo aver fatto scoppiare le

      guerre con i vicini a forza di seminare zizzania, avessero poi impedito

      alla città di armarsi per difendersi dalle guerre che loro avevano fatto

      scoppiare? O ancora che, dopo aver quasi invitato i nemici, in séguito non

      avessero permesso che si arruolassero gli eserciti per affrontarli? E che

      Canuleio fosse così sfrontato da dichiarare in senato che se i patrizi

      avessero impedito l'approvazione delle leggi da lui proposte, come se

      fossero quelle di un trionfatore, avrebbe impedito la realizzazione della

      leva militare? Cos'altro era quella se non la minaccia di tradire il

      proprio paese, accettando che subisse un attacco e finisse in mani

      nemiche? Quelle parole sì sarebbero state un bell'incoraggiamento, ma non

      per la plebe, per Volsci, Equi e Veienti; non avrebbero forse sperato di

      salire fino sul Campidoglio e sulla cittadella con Canuleio alla testa? Se

      insieme ai diritti e alla dignità i tribuni non avevano sottratto ai

      patrizi anche il coraggio, allora i consoli erano pronti a guidare la

      lotta contro le scelleratezze dei concittadini, prima ancora che contro le

      armi dei nemici.

      

      3 Proprio mentre in senato era in pieno svolgimento il dibattito su questi

      temi, Canuleio pronunciò questo discorso in difesa delle sue proposte di

      legge e contro i consoli: «Quanto i patrizi vi odino, o Quiriti, e come vi

      considerino indegni di vivere accanto a loro all'interno delle mura di una

      stessa città, a esser sincero mi sembra di averlo già rilevato più volte

      in passato. E ora più che mai, poiché i patrizi dimostrano un livore senza

      precedenti nei confronti delle nostre proposte di legge; ma noi cosa

      facciamo con esse se non avvertirli che siamo loro concittadini e che, pur

      non avendo pari ricchezze, abitiamo nella medesima patria? Con uno dei

      provvedimenti chiediamo il diritto a quel matrimonio che si suole

      concedere ai popoli confinanti e agli stranieri; noi abbiamo assicurato

      anche ai nemici vinti la cittadinanza, che è ben più del diritto al

      matrimonio. Con il secondo non chiediamo nulla di nuovo, ma ci limitiamo a

      esigere e rivendicare un diritto del popolo, e cioè che il popolo romano

      possa eleggere i candidati che preferisce. Ma allora per quali ragioni i

      patrizi hanno deciso di mettere sottosopra cielo e terra? E perché mai

      poco fa io sono stato quasi assalito in senato? Perché hanno dichiarato di

      non voler limitare il ricorso alla forza, minacciando di violare la nostra

      sacrosanta autorità? Se al popolo romano fosse garantita la libertà di

      voto, così che possa affidare il consolato a chi desidera, e se anche il

      plebeo non fosse privato della speranza di assurgere ai massimi onori -

      qualora ne fosse degno -, credete che la stabilità di questo nostro paese

      risulterebbe compromessa? È la fine per lo Stato romano? Che un plebeo

      possa diventare console, equivale forse a dire che un console diventerà un

      liberto o un servo? Ma vi rendete conto in mezzo a quanto disprezzo

      vivete? Se solo potessero, vi porterebbero via anche parte della luce del

      giorno! Non sopportano che respiriate, che parliate e che abbiate forma

      umana, e arrivano - pensate un po'! - a definire sacrilega l'elezione di

      un console plebeo. Ora, ditemi, anche se noi del popolo non siamo ammessi

      alla consultazione dei Fasti e dei libri tenuti dai pontefici, forse per

      questo ignoriamo quello che anche gli stranieri sanno, e cioè che i

      consoli presero il posto dei re e che non hanno alcun diritto o autorità

      che non siano già stati dei re? Pensate che nessuno abbia sentito parlare

      di Numa Pompilio, che, pur non essendo patrizio e nemmeno cittadino

      romano, fu chiamato dalle campagne della Sabina per volontà del popolo e

      regnò su Roma col beneplacito dell'aristocrazia? Oppure che in séguito

      Lucio Tarquinio, il quale non apparteneva a una stirpe romana né italica,

      figlio di Demarato di Corinto e immigrato da Tarquinia, fu eletto re,

      anche se i figli di Anco erano ancora vivi? O che dopo di lui Servio

      Tullio, figlio di una prigioniera di Cornicolo, di padre ignoto e con una

      schiava per madre, riuscì a reggere il regno grazie soltanto al suo

      ingegno e al suo valore? Per non parlare di Tito Tazio, associato al

      potere da Romolo in persona, il padre di questa città! Quando non si

      disdegnava alcuna stirpe nella quale brillasse qualche virtù, la potenza

      di Roma continuò a crescere. E ora non dovrebbe andarvi a genio un console

      plebeo, quando i nostri antenati non rifiutarono re venuti da fuori e

      neppure dopo la cacciata dei re la città chiuse le porte alla virtù

      straniera? Prendete la famiglia Claudia che veniva dai Sabini: dopo la

      cacciata dei re, non solo l'abbiamo accolta in città, ma l'abbiamo anche

      inclusa nel novero dei patrizi. Dunque uno straniero può diventare prima

      patrizio e poi console, e invece un cittadino romano, se proviene dalla

      plebe, sarà privato della speranza di arrivare al consolato? Dobbiamo

      forse ritenere impossibile che un uomo forte e coraggioso in pace e in

      guerra, simile a Numa, a Lucio Tarquinio e a Servio Tullio, sia di

      estrazione plebea? Oppure, se ve ne fosse uno, gli impediremo di arrivare

      al timone dello Stato e dovremo avere consoli simili ai decemviri - i più

      turpi tra gli uomini, pur provenendo tutti dai patrizi -, invece che

      simili ai migliori tra i re, anche se venuti dal nulla?

      

      4 Ma, in realtà, dai tempi della cacciata dei re nessun plebeo è mai stato

      console. E allora? Non si deve introdurre nessuna novità? E ciò che non è

      ancora stato fatto - e in un paese recente le cose non ancora fatte sono

      certo moltissime - non bisogna farlo nemmeno se è utile? Ai tempi del

      regno di Romolo non esistevano né pontefici né àuguri: fu Pompilio a

      crearli. Non c'era censo né divisione in centurie basata sul censo: li

      introdusse Servio Tullio. Non c'erano mai stati dei consoli: furono creati

      dopo la cacciata dei re. Il nome e il potere del dittatore non c'erano:

      cominciarono a esserci al tempo dei nostri padri. Non esistevano né

      tribuni della plebe né edili, né questori: si stabilì di averne. Nell'arco

      degli ultimi dieci anni, abbiamo eletto decemviri incaricati di redigere

      le leggi e poi li abbiamo allontanati dalla repubblica. Chi potrebbe

      dubitare che, in una città fondata per durare in eterno e che cresce

      smisuratamente, si debbano istituire nuovi poteri, nuovi sacerdoti e nuovi

      diritti delle genti e dei singoli uomini? Questo stesso divieto di

      contrarre matrimoni tra patrizi e plebei non lo introdussero i decemviri

      qualche anno or sono, causando pessimi effetti sulla comunità e

      danneggiando ingiustamente la plebe? Esiste forse affronto più grande e

      infamante di questo che considera una parte della popolazione indegna del

      matrimonio, come se fosse infetta? Che cos'è questa se non una

      segregazione all'interno delle mura della propria città? I patrizi fanno

      di tutto per evitare che intrecciamo rapporti con loro di affinità e di

      parentela, non vogliono che si mescoli il sangue. E che? Se un simile

      contatto è in grado di contaminare questa vostra nobiltà - che la maggior

      parte di voi, date le origini albane e sabine, non possiede per lignaggio

      o per sangue, ma per essere stata cooptata nel patriziato, o scelta dai re

      o per volontà del popolo dopo la cacciata dei re -, non potevate

      mantenerla intatta con accorgimenti privati, non prendendo in moglie donne

      plebee e impedendo che le vostre figlie e sorelle sposassero uomini

      estranei all'aristocrazia? Nessun plebeo violenterebbe mai una ragazza

      patrizia: è una libidine tipica dei nobili. Nessuno costringerebbe un

      altro a stipulare un contratto matrimoniale contro la sua volontà. Ma

      impedire con la legge matrimoni tra patrizi e plebei, annullare quelli già

      celebrati, questo sì che è un vero affronto alla plebe! Perché allora non

      proponete che non ci sia diritto di matrimonio tra poveri e ricchi? Ciò

      che sempre e dovunque si è lasciato alla decisione privata - ossia che una

      donna andasse in sposa nella casa dove si era convenuto e che l'uomo

      potesse prendere moglie dalla casa in cui aveva stretto l'accordo - voi

      volete assoggettarlo ai vincoli di una legge dispotica, per creare una

      frattura all'interno della società, spaccando in due lo Stato. Perché non

      decretate che il plebeo non possa stare accanto al patrizio, non possa

      camminare per la stessa strada, non possa sedersi alla stessa tavola né

      trovarsi nello stesso foro? Che differenza ci può mai essere se un

      patrizio sposa una plebea o un plebeo una patrizia? Contro quale diritto

      si andrebbe? I figli seguono naturalmente i padri. Volendoci unire in

      matrimonio con voi, non chiediamo altro che far parte del consesso umano e

      civile, e voi non avete nessuna buona ragione per impedircelo, a meno che

      vi piaccia gareggiare a chi ci oltraggia e ci umilia di più.

      

      5 Ma infine il supremo potere appartiene al popolo romano o a voi? La

      cacciata dei re ha fruttato la tirannide a voi o un'uguale libertà a

      tutti? Al popolo romano, se questo è il suo desiderio, deve essere

      consentito di votare una legge, oppure, ogni qualvolta verrà presentata

      una nuova proposta, voi per reazione indirete una leva militare? E non

      appena io, in qualità di tribuno, chiamerò le tribù al voto, tu súbito, in

      qualità di console, costringerai i più giovani a prestare il giuramento

      militare e li porterai al campo, distribuendo minacce alla plebe e ai suoi

      tribuni? Che cosa succederebbe se non aveste già sperimentato per ben due

      volte quanto poco valgano queste minacce di fronte al consenso unanime

      della plebe? È - vero che avete evitato di scontrarvi per venire incontro

      alle nostre esigenze, oppure non si è combattuto perché la parte più forte

      era anche la più moderata? Non ci sarà scontro neppure adesso, o Quiriti:

      i patrizi continueranno sempre a saggiare il vostro coraggio, ma non

      arriveranno mai a mettere alla prova la vostra forza. Perciò, o consoli,

      la plebe è pronta ad affrontare queste guerre - vere o false che siano -,

      solo se voi, ripristinato il diritto al matrimonio, finalmente riunirete

      questa città; se i plebei potranno fondersi, unirsi e mescolarsi con voi

      in base a legami privati di parentela; se ad uomini valorosi e forti sarà

      data la speranza di accedere alle cariche pubbliche; se sarà consentito a

      tutti di partecipare alla gestione della cosa pubblica; se, uguali nella

      libertà, si avrà l'opportunità di governare e di obbedire a turno, secondo

      l'avvicendamento annuale delle magistrature. Se qualcuno dovesse

      respingere queste condizioni, voi consoli potrete parlare di guerre e

      moltiplicarle coi vostri discorsi: nessuno di noi andrà a iscriversi,

      nessuno imbraccerà le armi, nessuno combatterà per dei padroni arroganti,

      coi quali non ha nulla in comune: né riconoscimenti nella vita pubblica,

      né matrimoni in quella privata.»

      

      6 Anche i consoli si erano presentati a parlare in assemblea e qui, dopo

      interminabili interventi, il dibattito si trasformò in un alterco. Al

      tribuno che chiedeva perché mai un plebeo non dovesse diventare console,

      Curiazio - forse giustamente, ma poco opportunamente date le circostanze

      -, rispose che nessun plebeo aveva il diritto di prendere gli auspici e

      che per questo i decemviri avevano vietato i matrimoni misti, perché gli

      auspici non fossero turbati in caso di discendenza incerta. Di fronte a

      queste parole, presa da grande indignazione, la plebe s'infiammò, perché

      le si negava la possibilità di trarre gli auspici, come se fosse in odio

      agli dèi immortali. Siccome la plebe, che aveva trovato nel tribuno un

      difensore accanito della causa comune, gareggiava con lui in ostinazione,

      lo scontro si concluse solo quando i patrizi cedettero, accettando

      finalmente una proposta di legge sul diritto di matrimonio; essi erano

      pienamente convinti che in tal modo i tribuni avrebbero abbandonato

      definitivamente la questione dei consoli plebei o almeno l'avrebbero

      rimandata alla fine della guerra, e che la plebe, soddisfatta per il

      diritto di matrimonio, sarebbe stata disposta ad arruolarsi.

      Essendo cresciuto molto il prestigio di Canuleio per la vittoria sui

      patrizi e per il favore della plebe, gli altri tribuni, incoraggiati alla

      lotta, si impegnano con tutte le forze per far passare la loro proposta e

      impediscono la leva, benché ogni giorno di più prendano consistenza le

      voci di guerra. I consoli, non potendo per il veto dei tribuni far

      prendere deliberazioni al senato, tenevano riunioni private con i membri

      più autorevoli. Era chiaro che sarebbe stato inevitabile lasciare la

      vittoria o ai nemici o ai concittadini. Tra gli ex-consoli soltanto

      Valerio e Orazio non prendevano parte a quelle riunioni. Gaio Claudio

      parlava di armare i consoli contro i tribuni, mentre i due Quinzi,

      Cincinnato e Capitolino, erano assolutamente contrari a uccidere e usare

      violenza contro coloro che, in virtù del patto stipulato con la plebe,

      avevano dichiarato sacri e inviolabili. A séguito di queste riunioni si

      arrivò ad accordare l'elezione di tribuni militari con potere consolare,

      da scegliersi indifferentemente tra patrizi e plebei, mentre nulla doveva

      essere mutato per quanto riguardava l'elezione dei consoli. Di questo

      furono contenti i tribuni e la plebe. Vengono quindi indetti i comizi per

      l'elezione di tre tribuni con potere consolare. Non appena ne fu

      annunciata la data, tutti quelli che avevano detto o fatto qualcosa di

      sedizioso (e soprattutto gli ex-tribuni), cominciarono a sollecitare la

      gente e, vestiti col bianco dei candidati, andarono in giro per tutto il

      foro a caccia di voti. E lo fecero per scoraggiare i patrizi che, in primo

      luogo non avevano alcuna speranza di raggiungere quella carica per via

      dell'irritazione della plebe, e poi erano indignati all'idea di dover

      dividere la magistratura con loro. Ma alla fine furono costretti dai loro

      membri più autorevoli a scendere in gara per non dar l'impressione di aver

      rinunciato al controllo della cosa pubblica. L'esito delle elezioni

      dimostrò come sia diverso il comportamento degli uomini quando lottano per

      la libertà e l'onore rispetto a quando giudicano a mente fredda gli

      eventi, una volta deposte le contese. Il popolo infatti elesse tre

      tribuni, tutti patrizi, bastandogli che l'opinione dei plebei fosse stata

      presa in considerazione. Ma oggi dove si potrebbe trovare in un solo

      individuo quel senso di equità, quella moderazione e quella nobiltà

      d'animo che allora erano nell'intera popolazione?

      

      7 Nell'anno 310 dalla fondazione di Roma, per la prima volta, entrano in

      carica, al posto dei consoli, i tribuni militari: si chiamavano Aulo

      Sempronio Atratino, Lucio Atilio e Tito Clelio. Durante il loro mandato,

      la concordia interna garantì la pace anche all'esterno. Alcuni autori,

      sulla base di una guerra con Veio venutasi ad aggiungere a quelle con

      Volsci ed Equi nonché alla ribellione degli Ardeati, sostengono che i tre

      tribuni militari furono eletti proprio perché i due consoli non sarebbero

      stati in grado di far fronte contemporaneamente a tanti conflitti, e non

      fanno alcun accenno alla proposta di legge sull'elezione di consoli

      plebei, pur menzionando però che i tribuni ebbero l'autorità e le insegne

      dei consoli. In ogni caso, la nuova magistratura non poggiava ancora su

      basi sicure perché, a soli tre mesi di distanza dal giorno

      dell'investitura, i tre dovettero rinunciare alla carica per decreto degli

      àuguri, come se la loro nomina non fosse regolare, in quanto Gaio

      Curiazio, che aveva presieduto alle elezioni, non aveva scelto il luogo

      giusto per la tenda augurale.

      Da Ardea arrivarono a Roma ambasciatori per lamentarsi del torto subito;

      facevano però capire che, se fosse stata loro restituita la terra,

      avrebbero continuato a essere alleati e amici dei Romani. Il senato

      rispose loro di non avere la facoltà di abrogare una sentenza del popolo,

      e non soltanto per la mancanza di precedenti e di autorità specifica, ma

      anche a causa dell'armonia tra le classi: se gli Ardeati volevano

      aspettare l'occasione propizia affidando al senato la facoltà di decidere

      il modo con cui ripagarli dell'offesa subita, un giorno si sarebbero

      rallegrati di aver controllato il proprio risentimento e avrebbero capito

      quanto ai senatori stesse a cuore che non si commettesse alcuna

      ingiustizia nei loro confronti, e che quella che già c'era stata non

      durasse a lungo. Così, dopo aver assicurato che avrebbero riferito la cosa

      nei particolari, gli ambasciatori vennero cortesemente congedati.

      Siccome la repubblica era priva di magistrature curuli, i patrizi si

      riunirono e nominarono un interré. L'interregno durò parecchi giorni,

      perché non si riusciva a decidere se si dovessero nominare i consoli o i

      tribuni militari. L'interré e il senato volevano che si eleggessero i

      consoli, e invece i tribuni della plebe e la plebe volevano i tribuni.

      Ebbero la meglio i senatori, sia perché la plebe, che era disposta a dare

      entrambe le cariche ai patrizi, si astenne dall'inutile lotta, sia perché

      i membri più autorevoli della plebe preferivano i comizi dai quali erano

      esclusi come candidati a quelli in cui potevano essere lasciati da parte

      come indegni. Anche i tribuni della plebe abbandonarono una lotta per loro

      inutile per procurarsi un titolo di merito di fronte ai senatori più

      eminenti. L'interré Tito Quinzio Barbato nomina quindi consoli Lucio

      Papirio Mugillano e Lucio Sempronio Atratino. Durante il loro consolato

      venne rinnovato il trattato con gli Ardeati. Proprio questo episodio è

      l'unica prova che essi furono consoli in quell'anno, visto che non se ne

      trova menzione negli antichi annali né nelle liste dei magistrati.

      Personalmente credo che, essendoci i tribuni militari all'inizio

      dell'anno, i nomi dei consoli eletti al loro posto non sono stati

      registrati, come se i tribuni fossero rimasti in carica per l'intera

      durata dell'anno. Licinio Macro attesta che i nomi di quei consoli erano

      sia nel trattato con gli Ardeati sia nei libri lintei conservati nel

      tempio di Giunone Moneta. La situazione rimase tranquilla sia in città che

      all'esterno, nonostante le frequenti minacce delle popolazioni dei

      dintorni.

      

      8 Sia che ci fossero stati solo tribuni, sia che i tribuni fossero stati

      successivamente sostituiti da consoli, a quell'anno ne seguì un altro in

      cui si ebbero i consoli Marco Geganio Macerino, per la seconda volta, e

      Tito Quinzio Capitolino, per la quinta. Quello stesso anno vide l'avvio

      della censura, carica modesta in origine, ma che acquistò in séguito un

      tale prestigio da sottoporre alla propria autorità il controllo dei

      costumi e della condotta dei Romani, così come il giudizio sulla

      rettitudine o meno del senato e delle centurie dei cavalieri. Ma alla

      discrezione di chi deteneva questa carica erano affidati anche il diritto

      decisionale sulle proprietà pubbliche e private e la cura

      dell'approvvigionamento alimentare del popolo romano. La censura si era

      resa necessaria non solo perché non si poteva più rimandare il censimento

      che da anni non veniva più fatto, ma anche perché i consoli, incalzati

      dall'incombere di tante guerre, non avevano il tempo per dedicarsi a

      questo ufficio. Fu presentata in senato una proposta: l'operazione,

      laboriosa e poco pertinente ai consoli, richiedeva una magistratura

      apposita, alla quale affidare i compiti di cancelleria e la custodia dei

      registri e che doveva stabilire le modalità del censimento. E pur

      trattandosi di una carica modesta, i senatori la accolsero contenti perché

      avrebbe incrementato il numero di magistrati patrizi all'interno della

      repubblica e inoltre, com'è mia opinione per altro confermata da quello

      che accadde poi, perché pensavano che in poco tempo il prestigio delle

      persone che la detenevano avrebbe aggiunto alla carica autorità e

      rispettabilità. E anche i tribuni, considerando quella magistratura più

      necessaria che onorifica - come infatti era in quel tempo -, per evitare

      un inopportuno ostruzionismo in questioni di poco conto, non fecero alcuna

      opposizione. Siccome i cittadini più autorevoli disdegnarono la carica, il

      popolo decretò di affidare il censimento a Papirio e a Sempronio (sul

      consolato dei quali persistono dubbi), in maniera tale che con quella

      magistratura potessero integrare un consolato incompleto. Dalla loro

      funzione presero il nome di censori.

      

      9 Mentre a Roma succedevano queste cose, arrivarono da Ardea ambasciatori

      a implorare aiuto per la loro città sull'orlo della rovina, in nome

      dell'antichissima alleanza e del trattato rinnovato di recente. Infatti

      non godevano più della pace, saggiamente mantenuta invece con il popolo

      romano, a causa di una guerra civile originata, per quel che se ne sa,

      dalla rivalità tra le fazioni, che, per buona parte dei popoli, furono e

      saranno ben più esiziali delle guerre esterne, delle carestie, delle

      pestilenze, e di tutte le altre cose, calamità e pubblici disastri che

      vengono attribuiti all'ira divina. Una ragazza di origini plebee, famosa

      per la sua bellezza, aveva due giovani pretendenti: uno era della stessa

      condizione e contava sull'appoggio dei tutori di lei, anch'essi della

      stessa classe, l'altro, nobile, era attratto esclusivamente dalla

      bellezza. La causa di quest'ultimo era appoggiata dal favore degli

      ottimati, e così la lotta tra fazioni entrò anche nella casa della

      ragazza. La madre preferiva il nobile perché voleva per sua figlia il più

      sontuoso dei matrimoni; i tutori, invece, pensando anche in quella

      circostanza in termini di parte, sostenevano il pretendente plebeo.

      Siccome la cosa non poté essere risolta tra le mura domestiche, si ricorse

      al tribunale. Dopo aver ascoltato le ragioni della madre e dei tutori, i

      magistrati stabilirono che spettasse alla madre decidere ciò che riteneva

      più giusto riguardo alle nozze. Ma la violenza ebbe il sopravvento. I

      tutori infatti, dopo aver arringato in pieno foro gli uomini della loro

      parte, mettendo l'accento sull'iniquità del verdetto, formarono un gruppo

      e rapirono la ragazza dalla casa della madre. Contro di loro mosse una

      schiera di patrizi ancora più inferociti e guidati dal giovane fuori di sé

      per l'oltraggio subito. Lo scontro fu durissimo. La plebe respinta - in

      niente simile alla plebe romana - esce armata dalla città, occupa un colle

      e di lì opera incursioni nelle terre dei patrizi, le mette a ferro e

      fuoco. La plebe si prepara ad assediare la città: l'intera corporazione

      degli artigiani, compresi quelli che fino ad allora non avevano preso

      parte agli scontri, era stata richiamata dalla speranza di bottino. E non

      mancava nessuno degli orrori bellici, come se la città fosse stata

      contagiata dalla rabbia dei due giovani che cercavano nozze funeste dalla

      rovina del loro paese. A nessuna delle due parti parve che in patria ci

      fossero già abbastanza armi e guerra: gli ottimati chiamarono i Romani in

      aiuto della città assediata, i plebei si rivolsero ai Volsci per

      conquistare Ardea con il loro sostegno. I Volsci comandati da Equo Cluilio

      arrivarono per primi ad Ardea e costruirono una trincea davanti alle mura

      nemiche. Quando a Roma arrivò la notizia, il console Marco Geganio partì

      immediatamente con l'esercito e, giunto a tre miglia di distanza dal

      nemico, scelse un luogo adatto per porre l'accampamento; poi, siccome

      stava rapidamente calando la notte, diede ordine ai soldati di riposarsi.

      Alle tre di notte, si mise in movimento e, iniziata la costruzione di una

      trincea, la completò così velocemente che al sorgere del sole i Volsci si

      resero conto di essere stati circondati dai Romani con una fortificazione

      più solida di quella da loro costruita intorno alla città. In un settore

      il console aveva poi aggiunto un terrapieno collegato alle mura di Ardea,

      in maniera tale che i suoi potessero andare e venire dalla città al campo.

      

      10 Il comandante dei Volsci, che fino ad allora aveva sfamato i suoi col

      frumento preso giorno per giorno razziando le campagne circostanti e non

      con scorte accumulate in precedenza, quando, circondato dal vallo,

      all'improvviso si trovò del tutto privo di risorse, invitò il console a

      colloquio e gli disse che, se i Romani erano lì per liberare Ardea

      dall'assedio, lui avrebbe portato via i Volsci. Il console replicò che i

      vinti devono subire le condizioni e non dettarle. I Volsci erano venuti ad

      assediare gli alleati del popolo romano di loro spontanea volontà, però

      ora non potevano andarsene nella stessa maniera. Ordinò che consegnassero

      il comandante e che deponessero le armi, dichiarandosi vinti e obbedienti

      ai suoi ordini. In caso contrario lui sarebbe stato un nemico pericoloso

      sia per chi se ne andava, sia per chi rimaneva, deciso com'era a riportare

      a Roma una vittoria sui Volsci piuttosto che una pace incerta. I Volsci,

      non avendo altre vie d'uscita, tentarono l'unica cosa che restava da fare,

      lo scontro armato. Siccome, oltre a tutti gli altri svantaggi, si

      trovavano in un luogo poco adatto al combattimento e ancor meno alla fuga,

      vennero massacrati da ogni parte. Abbandonata la lotta per implorare

      invece salvezza, dopo aver consegnato il comandante e cedute le armi,

      furono fatti passare sotto il giogo e quindi, con addosso un solo

      indumento per ciascuno, rimandati in patria carichi di vergogna per la

      disfatta. Accampatisi non lontano da Tuscolo, inermi com'erano, furono

      sopraffatti dai Tuscolani, che da lungo tempo li odiavano. Così dura fu la

      punizione che quasi non rimasero superstiti a riferire la notizia del

      disastro. Ad Ardea il console romano ristabilì l'ordine sconvolto dalla

      sedizione, facendo decapitare i capi e confiscando i loro beni a beneficio

      dell'erario degli Ardeati. Questi pensavano che il grande servigio

      prestato loro dal popolo romano avesse riparato l'affronto del verdetto

      relativo alla terra contesa; ciò nonostante al senato di Roma sembrava che

      ci fosse ancora qualcosa da fare per cancellare il ricordo di quella

      avidità dello Stato romano. Il console tornò a Roma in trionfo, facendo

      camminare davanti al suo carro il comandante dei Volsci Cluilio e mettendo

      in mostra le spoglie strappate all'esercito nemico che, disarmato, era

      stato da lui costretto a passare sotto il giogo.

      Il console Quinzio, rimasto in patria, riuscì ad eguagliare, cosa non

      facile, i riconoscimenti ottenuti dal collega in campo militare: ebbe cura

      della pace e della concordia interne, regolando i diritti dei cittadini

      dal ceto più umile al più alto in modo tale che i patrizi lo considerarono

      un console energico e i plebei abbastanza moderato. E anche nei rapporti

      coi tribuni ricorse alla sua autorità piuttosto che allo scontro aperto.

      Cinque consolati esercitati sempre nello stesso modo e tutta una vita

      degna di un console facevano sì che l'uomo imponesse maggiore rispetto

      della carica. Perciò, durante quel consolato, non si fece alcun accenno a

      tribuni militari.

      

      11 Furono eletti consoli Marco Fabio Vibulano e Postumio Ebuzio Corniceno.

      Questi due magistrati si rendevano conto di succedere a uomini che si

      erano coperti di gloria con imprese compiute in patria e fuori, e

      soprattutto giudicavano che l'anno trascorso sarebbe rimasto memorabile,

      per i vicini alleati e per i nemici, poiché con tanta sollecitudine si era

      intervenuti in soccorso degli Ardeati in un momento per loro difficile; a

      maggior ragione i due consoli avevano intenzione di impegnarsi per

      cancellare completamente dall'animo degli uomini l'infamia della sentenza

      che aveva tolto agli Ardeati il loro territorio. Proprio per questo fecero

      approvare dal senato un decreto in base al quale, poiché la popolazione di

      Ardea era stata decimata dalla rivolta intestina, sarebbero stati inviati

      dei coloni per difenderla dai Volsci. Questo decreto fu registrato

      pubblicamente affinché al popolo e ai tribuni sfuggisse il piano

      architettato per annullare la sentenza. Ma i senatori avevano tra loro

      convenuto di iscrivere tra i coloni un numero più cospicuo di Rutuli che

      di Romani e di non spartire alcuna terra se non quella già in passato

      sottratta in séguito alla vergognosa decisione. Infine avevano stabilito

      che a nessun romano doveva andare anche una sola zolla, prima che tutti i

      Rutuli avessero avuto quanto spettava loro. Così la terra tornò agli

      Ardeati. In qualità di triumviri preposti alla fondazione della colonia di

      Ardea vennero designati Agrippa Menenio, Tito Cluilio Siculo e Marco

      Ebuzio Elva. Questi, oltre a dover svolgere un cómpito per nulla popolare,

      non solo offesero la plebe assegnando agli alleati la terra che il popolo

      romano aveva già sancito essere di sua proprietà, ma non riuscirono

      nemmeno a incontrare il favore dei patrizi più eminenti perché non avevano

      compiuto favoritismi. E dunque, avendoli i tribuni citati in giudizio di

      fronte al popolo, evitarono queste vessazioni, rimanendo nella colonia che

      rappresentava la migliore testimonianza della loro integrità e della loro

      giustizia.

      

      12 Ci fu pace in città e all'esterno in quell'anno e in quello successivo,

      durante il consolato di Gaio Furio Paculo e di Marco Papirio Crasso. In

      quell'anno furono celebrati i giochi promessi dai decemviri a séguito di

      un decreto del senato, ai tempi della secessione dei plebei dai patrizi.

      Petelio cercò invano di far scoppiare disordini: egli era stato nominato

      di nuovo tribuno della plebe, preannunziando quel minaccioso programma, ma

      non riuscì a ottenere che i consoli in senato proponessero di assegnare le

      terre alla plebe. E quando, dopo uno scontro accesissimo, ottenne che si

      consultassero i senatori per sapere se si dovevano tenere comizi per

      eleggere i consoli o i tribuni, fu deciso di eleggere i consoli. Erano

      oggetto di scherno le minacce del tribuno, di impedire la leva, perché i

      popoli confinanti se ne stavano quieti e non c'era bisogno né di fare la

      guerra, né di prepararla.

      A questo periodo di tranquillità seguì un anno, quello del consolato di

      Proculo Geganio Macerino e di Lucio Menenio Lanato, caratterizzato da

      molte morti e da notevoli pericoli, da rivolte, carestia; allettati da

      elargizioni, quasi si rischiò di finire sotto il giogo della monarchia.

      Mancò solo una guerra esterna: se essa fosse venuta ad aggravare la

      situazione, forse non sarebbe bastato l'aiuto di tutti gli dèi per

      resistere. Tutti i mali cominciarono con una spaventosa carestia, dovuta o

      all'annata poco propizia al raccolto o all'abbandono delle campagne

      avvenuto per l'attrattiva esercitata dalle assemblee e dalla vita

      cittadina: vengono infatti riportate entrambe le cause. I patrizi

      accusavano la plebe d'indolenza, mentre i tribuni della plebe accusavano

      ora di disonestà, ora d'incuria i consoli. Infine, senza incontrare

      l'opposizione del senato, i tribuni spinsero la plebe a eleggere prefetto

      dell'annona Lucio Minucio il quale, in quella magistratura, doveva avere

      più successo nella salvaguardia della libertà che nell'esercizio delle sue

      funzioni, anche se alla fine ottenne gratitudine non immeritata e gloria

      per aver fatto calare il prezzo del grano. Egli, nonostante avesse mandato

      per mare e per terra ambascerie ai paesi confinanti, non era riuscito a

      migliorare la situazione annonaria, fatta eccezione per una modesta

      quantità di frumento giunta dall'Etruria. Perciò era tornato a distribuire

      lo scarso grano di cui disponeva, costringendo la gente a dichiarare le

      scorte di frumento e a vendere la quantità che eccedeva i bisogni di un

      mese. Diminuì la razione giornaliera degli schiavi, incriminò i mercanti

      di frumento, esponendoli alla rabbia popolare. Solo che, con i suoi metodi

      da inquisitore, invece di contenere la carestia, la rivelò a tutti, e il

      risultato fu che molti plebei, perduta ogni speranza, dopo essersi coperti

      il capo, si buttarono nel Tevere piuttosto che soffrire continuando a

      vivere.

      

      13 Allora Spurio Melio, che apparteneva all'ordine equestre ed era molto

      ricco per quei tempi, prese un'iniziativa utile di per sé, ma di pessimo

      esempio e ispirata da un disegno ancora peggiore. Infatti, avendo a sue

      spese comprato grano in Etruria grazie all'interessamento di amici e

      clienti - questa iniziativa credo che abbia ostacolato i tentativi dello

      Stato per alleviare la carestia - ordinò di distribuire frumento

      gratuitamente. Così, ammirato ed esaltato oltre il limite consentito a un

      privato cittadino, ovunque andasse si trascinava dietro la plebe sedotta

      dalla sua generosità; le aspettative e il favore della plebe erano una

      garanzia quasi certa per il conseguimento del consolato. Ma egli - l'animo

      umano non è mai sazio di ciò che la fortuna gli promette - cominciò ad

      aspirare a traguardi ancora più alti e irraggiungibili. Siccome anche il

      consolato avrebbe dovuto strapparlo all'opposizione dei senatori, iniziò a

      pensare al regno: infatti soltanto il trono sarebbe stato una ricompensa

      adeguata alla grandiosità dei suoi progetti e alla dura fatica che avrebbe

      dovuto sostenere. I comizi per l'elezione dei consoli erano ormai alle

      porte e questa scadenza lo sorprese quando i suoi piani non erano ancora

      completi né sufficientemente perfezionati. Fu eletto console per la sesta

      volta Tito Quinzio Capitolino, un uomo davvero poco favorevole a chi aveva

      intenzioni rivoluzionarie. Come collega gli fu assegnato Agrippa Menenio

      detto Lanato. Lucio Minucio fu o rieletto prefetto dell'annona, oppure gli

      venne affidato l'incarico per un periodo indeterminato, fino a quando la

      situazione lo richiedesse. Nient'altro infatti risulta, se non che il suo

      nome è registrato nei libri lintei nella lista dei magistrati, in qualità

      di prefetto dell'annona per entrambi gli anni. Questo Minucio, che

      ufficialmente esercitava le stesse funzioni che Melio esercitava in

      privato (e il medesimo tipo di individui frequentava le case dell'uno e

      dell'altro), denunciò al senato quello che aveva scoperto: che si

      raccoglievano armi a casa di Melio, che egli vi teneva riunioni segrete e

      che sicuramente progettava di restaurare la monarchia. Il momento

      dell'azione non era stato ancora deciso, ma tutto il resto era già stato

      convenuto: col denaro erano stati corrotti i tribuni perché tradissero la

      libertà e cómpiti specifici erano stati assegnati ai capipopolo. Quanto a

      lui, aveva denunciato il complotto forse più tardi di quel che la

      sicurezza avrebbe richiesto, per non dare informazioni approssimative o

      infondate. Dopo aver sentito le parole di Minucio, i senatori più

      influenti rimproverarono i consoli dell'anno precedente per aver tollerato

      quelle elargizioni e quelle riunioni della plebe in abitazioni private; ai

      consoli appena eletti rimproverarono di aver aspettato che una

      macchinazione così preoccupante venisse denunciata al senato dal prefetto

      dell'annona, quando invece sarebbe stato cómpito del console non solo

      denunciarla, ma anche reprimerla. Allora Quinzio replicò che si

      rimproveravano ingiustamente i consoli, i quali, vincolati com'erano dalle

      leggi sul diritto di appello, approvate solo per indebolire la loro

      autorità, non avevano forze adeguate alla loro intenzione di punire quel

      crimine in ragione della sua gravità: c'era bisogno di un uomo non

      soltanto forte, ma anche libero e sciolto dai vincoli delle leggi. Per

      questo avrebbe proposto come dittatore Lucio Quinzio, uomo dotato di un

      temperamento consono a quell'enorme potere. Nonostante tutti approvassero

      la proposta, Quinzio sulle prime rifiutò e chiese come potessero pensare

      di buttarlo, vecchio com'era, in uno scontro così aspro. Ma poi, visto che

      da ogni parte gli dicevano che in quella tempra di vecchio c'era non solo

      più saggezza, ma anche più coraggio che in tutti gli altri, e che lo

      coprivano di elogi non certo immeritati, siccome il console non desisteva,

      alla fine Cincinnato, dopo aver pregato gli dèi immortali che la sua

      vecchiaia non portasse danno e disonore alla repubblica in quelle delicate

      circostanze, fu proclamato dittatore dal console. Cincinnato poi nominò

      maestro della cavalleria Gaio Servilio Aala.

      

      14 Il giorno successivo, dopo aver disposto i presìdi, scese nel foro

      attirandosi gli sguardi della plebe sorpresa e stupita. I seguaci di Melio

      e il loro stesso capo avevano capito che l'onnipotenza di quella

      magistratura era diretta contro di loro, e quelli che erano all'oscuro del

      complotto monarchico, si chiedevano quale disordine, quale improvvisa

      guerra avessero resa necessaria l'autorità di un dittatore o la nomina

      dell'ottantenne Quinzio a reggere la repubblica. Il maestro della

      cavalleria Servilio, mandato dal dittatore, disse a Melio: «Il dittatore

      ti convoca.» Quando Melio, in preda al panico, chiese che cosa volesse da

      lui Cincinnato, Servilio gli rispose che avrebbe dovuto perorare la

      propria causa difendendosi da un'accusa presentata da Minucio di fronte al

      senato. Allora Melio, rifugiatosi nel gruppo dei seguaci, cercò sulle

      prime di prendere tempo guardandosi intorno. Ma poi, quando il littore

      inviato dal maestro della cavalleria stava per condurlo via, fu sottratto

      all'arresto dall'intervento dei suoi. Mentre tentava di scappare, chiedeva

      supplice la protezione del popolo romano, sostenendo di essere vittima di

      una congiura dei patrizi per il bene che aveva fatto alla plebe. Implorò i

      presenti di aiutarlo in quel pericolo estremo e di non permettere che lo

      trucidassero davanti ai loro occhi. E mentre così gridava, Aala Servilio

      lo raggiunse e lo uccise; poi, ancora grondante di sangue e scortato da un

      gruppo di giovani patrizi, riferì al dittatore che Melio, convocato a

      comparire alla sua presenza, aveva respinto il littore e quindi aveva

      avuto la giusta pena mentre tentava di sobillare il popolo. Allora il

      dittatore gli disse: «Gloria a te, Gaio Servilio, perché hai liberato la

      repubblica!»

      

      15 Poi, siccome la folla era in tumulto non sapendo come interpretare

      l'accaduto, Cincinnato ordinò di convocare l'assemblea del popolo. Lì

      dichiarò che l'uccisione di Melio era stata legittima perché, anche se non

      fosse stato colpevole del crimine di aspirare al regno, non si era

      presentato di fronte al dittatore quando era stato convocato dal

      comandante della cavalleria. Disse anche di essersi seduto in tribunale

      per istruire la causa: se il processo avesse avuto luogo, a Melio sarebbe

      toccato un verdetto conforme agli esiti del dibattito. Ma siccome Melio si

      preparava a ricorrere alla violenza per evitare il processo, con la

      violenza era stato punito. E non sarebbe stato giusto trattarlo come un

      cittadino perché, nato in un popolo libero, con diritti e leggi, in una

      città da cui, come lui sapeva benissimo, erano stati cacciati i re e dove,

      nel corso dello stesso anno, essendo stata scoperta una congiura volta a

      riaccogliere in città i re, erano stati fatti decapitare dal padre i figli

      della sorella del re e del console che aveva liberato il paese, dove al

      console Tarquinio Collatino, soltanto per l'odio verso il nome che

      portava, era stato imposto di rinunciare alla magistratura e di andare in

      esilio, e dove, alcuni anni dopo, a Spurio Cassio era stata comminata la

      pena capitale per aver ordito un complotto per diventare re, dove di

      recente ai decemviri era toccata la confisca dei beni, l'esilio e la pena

      di morte per essersi comportati con la tracotanza dei re, Spurio Melio

      aveva nutrito, in quella stessa città, la speranza di salire al trono. Ma

      che uomo era? Anche se nessuna nobiltà, nessuna carica, nessun merito può

      spianare ad alcuno la strada alla tirannide, almeno i Claudi e i Cassi

      avevano concepito ambizioni illecite spinti dai consolati e dai

      decemvirati, dalle cariche ricoperte da loro stessi e dai loro antenati.

      Spurio Melio, un ricco commerciante di grano che avrebbe dovuto desiderare

      il tribunato della plebe più che sperare di ottenerlo, si era illuso di

      aver comprato la libertà dei suoi concittadini con due libbre di farro e

      aveva creduto, dando un po' di cibo, di poter ridurre in schiavitù un

      popolo che aveva sottomesso tutti i vicini. E tutto questo nella speranza

      che un paese, che era riuscito a malapena a digerirlo come senatore, lo

      accettasse come re, investito del potere e delle insegne del fondatore

      Romolo, che discendeva dagli dèi e che agli dèi aveva fatto ritorno. Un

      fatto del genere doveva essere considerato, più che un delitto, una vera

      mostruosità: e il sangue di Melio non sarebbe bastato a espiarlo, se non

      venivano demoliti il tetto e le pareti all'interno delle quali era stato

      concepito un proposito tanto insano e se non si confiscavano quei beni

      contaminati dal denaro speso per comprare il regno. Cincinnato ordinò poi

      ai questori di vendere quei beni e di versare il ricavato nel pubblico

      erario.

      

      16 Poi il dittatore ordinò di radere súbito al suolo la casa di Melio,

      affinché l'area dove sorgeva ricordasse perennemente il fallimento di quel

      nefasto progetto. Quel luogo fu chiamato Equimelio. A Lucio Minucio venne

      donato fuori della porta Trigemina un bue dalle corna dorate e senza che

      la plebe si opponesse, visto che Minucio aveva distribuito ai plebei il

      frumento di Melio al prezzo di un asse per moggio. Presso alcuni autori ho

      trovato che questo Minucio passò dal patriziato alla plebe e che, dopo

      essere stato cooptato come undicesimo tribuno della plebe, placò i

      disordini seguiti all'uccisione di Melio. Ma sembra poco credibile che i

      senatori abbiano concesso di aumentare il numero dei tribuni, che questo

      precedente sia stato introdotto proprio da un patrizio, e che la plebe,

      ottenuta tale concessione, non l'abbia conservata o almeno non abbia fatto

      di tutto per conservarla. Ma la prova più schiacciante contro

      l'autenticità dell'iscrizione posta sotto il suo ritratto è che pochi anni

      prima era stata emanata una legge che vietava ai tribuni di cooptare un

      collega.

      Quinto Cecilio, Quinto Giunio e Sesto Titinio furono gli unici membri del

      collegio dei tribuni a non sostenere la legge sulle onorificenze da

      tributare a Minucio, e ad accusare di fronte alla plebe ora Minucio stesso

      e ora Servilio, senza mai smettere di lamentarsi per l'ingiusta fine di

      Melio. Così riuscirono a ottenere che si tenessero i comizi per l'elezione

      dei tribuni militari invece che per l'elezione dei consoli, sicuri

      com'erano che dei sei posti disponibili - questo era già allora il numero

      consentito - qualcuno sarebbe toccato ai plebei, se avessero promesso di

      vendicare la morte di Melio. La plebe, benché in quell'anno fosse stata

      agitata da molti e vari disordini, non elesse più di tre tribuni militari

      con potere consolare. Tra questi c'era anche Lucio Quinzio, figlio di

      Cincinnato, all'odiata dittatura del quale si faceva risalire la causa dei

      disordini. Quinzio fu preceduto per numero di voti da Mamerco Emilio, un

      uomo di grande prestigio. Terzo fu eletto Lucio Giulio.

      

      17 Durante la loro magistratura, la colonia romana di Fidene passò a Larte

      Tolumnio re dei Veienti. Ma alla defezione si aggiunse un delitto ancora

      peggiore: infatti, su ordine di Tolumnio, furono uccisi gli inviati romani

      Gaio Fulcino, Clelio Tullo, Spurio Aurio e Lucio Roscio, venuti a chiedere

      il motivo di quella strana decisione. Alcuni autori cercano di attenuare

      la responsabilità del re, dicendo che una frase ambigua, da lui

      pronunciata dopo un colpo di dadi fortunato, venne interpretata dai

      Fidenati come l'ordine di ucciderli: questa sarebbe stata la causa della

      morte degli inviati. Ma sembra piuttosto improbabile che all'arrivo dei

      Fidenati, i suoi nuovi alleati venuti a chiedergli lumi su un assassinio

      destinato a infrangere il diritto delle genti, il re non abbia distolto

      l'attenzione dal gioco, e che in séguito non abbia attribuito il delitto a

      un malinteso. È più facile credere che Tolumnio volesse coinvolgere i

      Fidenati nella responsabilità di un crimine tanto atroce in modo che non

      avessero più alcuna speranza di riconciliazione con i Romani. In memoria

      degli inviati uccisi a Fidene lo Stato fece collocare a sue spese delle

      statue nei rostri.

      Con Veienti e Fidenati, non solo per la vicinanza geografica a Roma, ma

      anche per l'atto esecrabile con il quale avevano scatenato la guerra, si

      annunciava uno scontro durissimo. Di conseguenza, poiché nell'interesse

      generale plebe e tribuni rimasero tranquilli, non si ebbe alcuna

      opposizione all'elezione dei consoli Marco Geganio Macrino, al suo terzo

      mandato, e Lucio Sergio Fidenate. Questi fu così soprannominato, credo,

      dalla guerra che in séguito condusse. Fu infatti lui il primo a combattere

      con successo, al di qua dell'Aniene, contro il re dei Veienti, ma si

      trattò di una vittoria cruenta. Così fu più grande il dolore per i

      cittadini caduti che la gioia per i nemici vinti e il senato, com'è

      normale in circostanze difficili, ordinò che Mamerco Emilio fosse nominato

      dittatore. E quest'ultimo nominò maestro della cavalleria Lucio Quinzio

      Cincinnato, giovane degno del padre, che l'anno precedente era stato suo

      collega in qualità di tribuno militare con potere consolare. Alle truppe

      arruolate dai consoli furono aggiunti dei centurioni che erano veterani di

      grande esperienza militare, e furono colmati i vuoti aperti dall'ultima

      battaglia. Il dittatore ordinò a Tito Quinzio Capitolino e a Marco Fabio

      Vibulano di seguirlo in qualità di luogotenenti. Il maggiore potere e il

      prestigio dell'uomo che lo deteneva indussero i nemici a ritirarsi dalla

      campagna romana, al di là dell'Aniene; essi trasferirono il campo sulle

      colline tra Fidene e l'Aniene, e di lì non scesero a valle prima che

      arrivassero le legioni inviate in loro aiuto dai Falisci. Soltanto allora

      gli Etruschi si accamparono di fronte alle mura di Fidene. Anche il

      dittatore romano si accampò nelle immediate vicinanze, sulle rive dove i

      due fiumi confluiscono, in quel punto dove la modesta distanza tra i due

      fiumi gli permise di costruire una fortificazione tra sé e il nemico. Il

      giorno successivo schierò l'esercito in ordine di battaglia.

      

      18 Tra i nemici c'erano punti di vista molto diversi. I Falisci volevano

      súbito lo scontro perché avevano fiducia in se stessi e mal sopportavano

      di combattere lontano da casa. I Veienti e i Fidenati riponevano invece

      maggiori speranze in un prolungamento della guerra. Tolumnio, pur

      condividendo il parere dei suoi uomini, per evitare che i Falisci

      dovessero sobbarcarsi a operazioni destinate ad andare per le lunghe,

      annunciò che avrebbe affrontato il nemico il giorno successivo. Intanto

      era cresciuto il coraggio nel dittatore e nei Romani perché il nemico

      evitava lo scontro. Il giorno dopo, quando i soldati sdegnati già

      minacciavano di assalire l'accampamento e la città se non si offriva

      occasione per battersi, entrambi gli eserciti avanzarono nello spazio di

      terra compreso tra i due accampamenti. Siccome il capo dei Veienti

      disponeva di molti uomini, mandò delle truppe ad aggirare le alture

      perché, nel corso della lotta, prendessero alle spalle il campo romano.

      L'esercito dei tre popoli nemici era schierato in modo che i Veienti

      tenessero l'ala destra, i Falisci la sinistra e i Fidenati il centro. Il

      dittatore mosse sulla destra contro i Falisci, Quinzio Capitolino sulla

      sinistra contro i Veienti. Il maestro della cavalleria si dispose con i

      suoi cavalieri all'attacco del centro. Per qualche tempo vi fu silenzio e

      quiete perché da una parte gli Etruschi non avevano intenzione di

      lanciarsi nella battaglia, se non vi erano costretti, e dall'altra il

      dittatore romano fissava con insistenza la cittadella, da dove gli àuguri

      dovevano inviare il segnale convenuto, non appena i presagi fossero stati

      propizi. Come vide il segnale, levato il grido di guerra, lanciò contro il

      nemico per primi i cavalieri, seguiti dalla schiera dei fanti che combatté

      con grande vigore. In nessuna parte le legioni etrusche riuscirono a

      reggere l'urto romano: i loro cavalieri offrivano la resistenza più tenace

      e il re in persona - il più forte, in assoluto, di tutti i cavalieri -

      prolungava la lotta avventandosi contro i Romani, mentre questi ultimi si

      sparpagliavano nella foga dell'inseguimento.

      

      19 Vi era allora, tra le fila dei cavalieri, il tribuno militare Aulo

      Cornelio Cosso; la sua straordinaria bellezza era pari al coraggio e alla

      forza. Orgoglioso del nome della sua stirpe, che aveva ereditato già

      insigne, fece in modo che diventasse per i suoi discendenti ancora più

      nobile e glorioso. Essendosi reso conto che Tolumnio, dovunque si buttasse

      all'assalto, seminava lo scompiglio tra gli squadroni romani, e avendolo

      riconosciuto mentre galoppava col suo abito regale su e giù per la linea

      di battaglia, urlò: «È lui che ha violato il patto stipulato tra gli

      uomini e infranto il diritto delle genti? Allora, se gli dèi vogliono che

      su questa terra ci sia ancora qualcosa di sacro, io lo offro come vittima

      sacrificale ai Mani degli ambasciatori uccisi!» E, spronato il cavallo, si

      buttò, lancia in resta, contro quel solo nemico. Dopo averlo colpito e

      disarcionato, facendo leva sulla lancia, scese anch'egli da cavallo. E

      mentre il re cercava di rialzarsi, Cosso lo gettò di nuovo a terra con lo

      scudo e poi, colpendolo ripetutamente, lo inchiodò al suolo con la lancia.

      Allora, trionfante, mostrando le armi tolte al cadavere e la testa mozzata

      infissa sulla punta dell'asta, volse in fuga i nemici, terrorizzati

      dall'uccisione del re. Così anche la cavalleria, che da sola aveva reso

      incerte le sorti dello scontro, fu disfatta. Il dittatore si buttò

      all'inseguimento delle legioni in fuga e, dopo averle spinte verso

      l'accampamento, le massacrò. La maggior parte dei Fidenati, conoscendo i

      luoghi, riuscì a fuggire sulle montagne. Cosso attraversò il Tevere con la

      cavalleria, riportando a Roma un ingente bottino razziato nel territorio

      di Veio. Mentre la battaglia era in pieno svolgimento, si combatté anche

      nei pressi dell'accampamento romano, dove ci fu lo scontro con le truppe

      inviate, come già detto, da Tolumnio proprio in quella direzione. Fabio

      Vibulano in un primo tempo difese la trincea disponendo gli uomini a

      semicerchio. Poi, mentre i nemici erano concentrati sul vallo, fece una

      sortita dalla porta principale sulla destra con i triarii e assalì gli

      avversari all'improvviso. Il panico che s'impossessò di loro provocò una

      strage minore che nella battaglia vera e propria perché erano in pochi, ma

      la fuga non fu meno precipitosa.

      

      20 Siccome l'impresa aveva avuto pieno successo, per decreto del senato e

      per volontà del popolo, il dittatore poté tornare a Roma in trionfo. Ma

      nel trionfo lo spettacolo più grande fu la vista di Cosso che avanzava

      reggendo le spoglie opime del re ucciso; in onore di Cosso i soldati

      cantavano rozzi inni nei quali lo paragonavano a Romolo. Egli, con la

      dedica rituale, appese in dono le spoglie nel tempio di Giove Feretrio,

      accanto a quelle conquistate da Romolo, che erano state le prime, e fino a

      quel momento le uniche, ad essere chiamate opime. Cosso si attirò gli

      sguardi dei cittadini distogliendoli dal cocchio del dittatore, così che

      la gloria di quel giorno fu quasi tutta sua. Per volontà del popolo, il

      dittatore offrì in dono a Giove sul Campidoglio, a spese dello Stato, una

      corona d'oro del peso di una libbra.

      Seguendo tutti gli scrittori che mi hanno preceduto, ho narrato come Aulo

      Cornelio Cosso abbia portato le seconde spoglie opime nel tempio di Giove

      Feretrio avendo il grado di tribuno militare. Ma, al di là del fatto che

      opime sono per tradizione soltanto le spoglie strappate da un comandante a

      un altro comandante e che il solo che noi riconosciamo come comandante è

      quello sotto i cui auspici viene condotta una guerra, l'iscrizione stessa

      posta su quelle spoglie confuta la tesi degli altri e la mia, dimostrando

      che Cosso quando le strappò era console. Ma quando ho sentito Cesare

      Augusto, fondatore e restauratore di tutti i nostri templi, raccontare di

      essere entrato nel santuario di Giove Feretrio - da lui fatto ricostruire

      perché in rovina ormai con l'andar del tempo - e di aver letto questa

      iscrizione sulla corazza di lino, ho ritenuto quasi un sacrilegio privare

      Cosso della testimonianza che delle sue spoglie dà Cesare, cioè proprio

      colui che fece restaurare il tempio. Dove poi sia l'errore, per quale

      motivo tanto gli annali antichi quanto le liste dei magistrati (quelle

      che, scritte su lino e conservate nel tempio di Giunone Moneta, sono

      continuamente citate da Licinio Macro come fonte) riportino il consolato

      di Aulo Cornelio Cosso insieme a Tito Quinzio solo sei anni dopo, è una

      questione sulla quale è giusto che ciascuno abbia una sua opinione

      personale. Ma un altro valido motivo per non spostare in quell'anno una

      battaglia così famosa è che il consolato di Aulo Cornelio cadde in un

      triennio nel quale non ci fu alcuna guerra, a causa di una pestilenza e di

      una carestia, tanto che alcuni annali riportano solo i nomi dei consoli,

      catalogando l'annata come funesta. Due anni dopo il consolato, Cosso fu

      tribuno militare con potere consolare e nello stesso anno maestro della

      cavalleria, e mentre ricopriva quella carica combatté un'altra celebre

      battaglia equestre. Su questo punto è possibile fare molte congetture,

      anche se a mio parere inutili. Ognuno può credere quello che vuole, fatto

      sta che il vero protagonista del combattimento, dopo aver deposto le

      spoglie appena conquistate nella sacra sede alla presenza di Giove, cui

      erano state dedicate, e di Romolo - testimoni che l'autore di un falso non

      può certo prendere alla leggera -, si sottoscrisse: Aulo Cornelio Cosso

      console.

      

      21 Durante il consolato di Marco Cornelio Maluginense e Lucio Papirio

      Crasso, gli eserciti romani furono condotti nelle campagne dei Veienti e

      dei Falisci, riportandone un consistente bottino di uomini e di bestiame.

      In quelle zone non riuscirono mai a imbattersi nei nemici e non ci furono

      occasioni di venire alle armi. Tuttavia i centri abitati non vennero

      assediati perché una pestilenza si abbatté sulla popolazione. E poi a Roma

      erano scoppiati dei disordini, privi però di conseguenze: il tribuno della

      plebe Spurio Melio, il quale, per la popolarità del suo nome, pensava di

      poter suscitare sommosse, aveva citato in giudizio Minucio e proposto la

      confisca dei beni di Servilio Aala, sostenendo che Melio era stato vittima

      delle false accuse di Minucio e incolpando Servilio dell'uccisione di un

      cittadino non ancora condannato. Queste accuse ebbero presso il popolo

      minor credito dell'uomo che le lanciava. Erano motivo di ben più grande

      preoccupazione il progressivo aggravarsi dell'epidemia, e alcuni

      inquietanti prodigi, soprattutto perché circolava notizia di case crollate

      nelle campagne per continue scosse di terremoto. Per queste ragioni il

      popolo rivolse una supplica agli dèi secondo la formula suggerita dai

      duumviri.

      L'anno successivo, sotto il consolato di Gaio Giulio, al suo secondo

      mandato, e di Lucio Verginio, la pestilenza si aggravò; tanto fu il

      terrore dello spopolamento da essa creato a Roma e nelle campagne che

      nessuno usciva al di fuori del territorio romano per compiere razzie; né

      patrizi né plebei pensavano a muovere guerre; inoltre, come se non

      bastasse, i Fidenati, rimasti fino a quel momento o sulle montagne o

      all'interno delle loro città fortificate, scesero a saccheggiare il

      territorio romano. Dopo aver fatto venire un esercito da Veio - i Falisci

      non si lasciarono convincere a riprendere le ostilità né dalle calamità

      dei Romani, né dalle pressioni degli alleati -, i due popoli

      attraversarono l'Aniene, avanzando fin quasi sotto la porta Collina. In

      città non meno che nelle campagne fu súbito il panico. Mentre il console

      Giulio dispone i suoi uomini sulla cinta muraria e sul terrapieno,

      Verginio consulta il senato nel tempio di Quirino. Si decide di nominare

      dittatore Quinto Servilio, che alcuni sostengono fosse soprannominato

      Prisco e altri Strutto. Verginio prese tempo per consultarsi col collega,

      e, ottenutone il consenso, ratificò nella notte la nomina del dittatore.

      Questi nominò maestro della cavalleria Postumio Ebuzio Elva.

      

      22 Il dittatore ordinò a tutti di trovarsi fuori dalla porta Collina alle

      prime luci del giorno. Quelli che avevano forze sufficienti per portare

      armi si misero tutti a disposizione. Le insegne vennero prese dall'erario

      e consegnate al dittatore. Mentre si svolgevano tali preparativi, i nemici

      si ritirarono su posizioni più elevate. Il dittatore puntò contro di loro

      con le truppe pronte a dare battaglia e non lontano da Nomento si scontrò

      con le legioni etrusche mettendole in fuga. Di lì le costrinse a riparare

      nella città di Fidene che circondò con un vallo. Ma la città, alta e ben

      fortificata, non poteva essere presa nemmeno con l'uso di scale, e

      l'assedio non serviva a nulla perché il frumento precedentemente raccolto

      non solo bastava alle necessità interne, ma avanzava. Perduta così ogni

      speranza sia di espugnare la città, sia di costringerla alla resa, il

      dittatore - che conosceva benissimo quella zona per la sua vicinanza a

      Roma - ordinò di scavare una galleria verso la cittadella, partendo dalla

      parte opposta della città, che risultava essere la meno vigilata essendo

      già ben protetta dalla sua stessa configurazione naturale. Poi, avanzando

      contro la città da punti diversissimi, dopo aver diviso in quattro gruppi

      le forze a disposizione - in maniera tale che ciascuno di essi potesse

      avvicendare l'altro durante la battaglia -, combattendo ininterrottamente

      giorno e notte il dittatore riuscì a distrarre l'attenzione dei nemici

      dallo scavo. Finché, scavato tutto il monte, fu aperto un passaggio dal

      campo alla cittadella. E mentre gli Etruschi continuavano a concentrarsi

      su vane minacce, senza rendersi conto del vero pericolo, l'urlo dei nemici

      sopra le loro teste fece loro capire che la città era stata presa.

      Quell'anno i censori Gaio Furio Paculo e Marco Geganio Macerino

      collaudarono in Campo Marzio un edificio pubblico nel quale ebbe luogo per

      la prima volta il censimento della popolazione.

      

      23 Presso Licinio Macro ho trovato che l'anno successivo furono rieletti

      gli stessi consoli: Giulio per la terza volta, Verginio per la seconda.

      Valerio Anziate e Quinto Tuberone riportano invece che i consoli di

      quell'anno furono Marco Manlio e Quinto Sulpicio. Però, nonostante la

      discrepanza, sia Tuberone che Macro citano come fonte i libri lintei.

      Inoltre nessuno di questi due autori nasconde che gli antichi scrittori

      parlavano per quell'anno di tribuni militari. Mentre Licinio segue, senza

      alcuna riserva, i libri lintei, Tuberone è incerto su quale sia la verità.

      Perciò, tra le tante questioni rimaste irrisolte, perché riguardano tempi

      lontani, mettiamoci anche questa.

      Dopo la presa di Fidene, l'Etruria viveva in stato d'allarme: infatti, in

      séguito a un tale massacro, erano terrorizzati non soltanto i Veienti, ma

      anche i Falisci, i quali, benché non li avessero sostenuti quando avevano

      ripreso le ostilità, ricordavano di essere stati al loro fianco agli inizi

      della guerra. Così, quando questi due popoli inviarono ambasciatori alle

      dodici città confederate e ottennero che si convocasse un raduno di tutte

      le genti etrusche presso il tempio di Voltumna, il senato, presentendo

      gravi torbidi, ordinò di nominare per la seconda volta dittatore Mamerco

      Emilio. Questi scelse Aulo Postumio Tuberto come maestro della cavalleria.

      Così si diede inizio ai preparativi di guerra con uno sforzo tanto più

      grande della volta precedente, in quanto maggiore era il pericolo

      provenendo dall'intera Etruria e non da due popoli.

      

      24 Ma questa faccenda finì per essere più tranquilla di quanto tutti si

      aspettassero. Alcuni mercanti riferirono che ai Veienti era stato negato

      ogni aiuto e che erano stati invitati a proseguire unicamente con le loro

      forze la guerra che avevano scatenato per iniziativa personale e a non

      cercare nelle avversità come alleati coloro con i quali non avevano voluto

      dividere la speranza, non ancora compromessa, di successo. Di conseguenza

      il dittatore, per dimostrare di non essere stato eletto invano, pur non

      avendo più la possibilità di conquistare gloria in guerra, ma desiderando

      compiere ugualmente in pace qualche impresa che suggellasse per sempre nel

      ricordo la propria dittatura, studiò il modo di indebolire la censura. E

      questo sia perché ne giudicava eccessivo il potere, sia perché era

      infastidito, più ancora che dall'importanza, dalla durata di quella

      carica. Così, dopo aver convocato l'assemblea, disse che gli dèi immortali

      si erano assunti il cómpito di provvedere all'interesse della repubblica

      all'esterno e di rendere tutto sicuro. Quanto a lui, avrebbe fatto il

      necessario all'interno delle mura per salvaguardare la libertà del popolo

      romano. Ora, la maggiore garanzia di libertà era che le cariche più

      importanti non si protraessero troppo a lungo e che si ponesse un limite

      di tempo a quelle magistrature delle quali non si poteva limitare

      l'autorità. Mentre le altre cariche erano annuali, la censura era invece

      quinquennale; era gravoso vivere per tanti anni, per una gran parte

      dell'esistenza, sottoposti alle stesse persone. Per questo egli avrebbe

      presentato una legge che riduceva la durata della censura a non più di un

      anno e mezzo. Il giorno successivo, quando la legge venne approvata col

      consenso quasi unanime del popolo, il dittatore disse: «Perché voi, o

      Quiriti, abbiate la prova di quanto mi siano sgraditi gli incarichi che

      durano troppo a lungo, rinuncio alla dittatura.» Deposta la sua

      magistratura dopo aver fissato un limite a quella altrui, fu

      riaccompagnato a casa tra le dimostrazioni di gioia e il plauso del

      popolo. Ma avendo i censori sopportato di malanimo che Mamerco avesse

      sminuito l'importanza di una magistratura del popolo romano, lo radiarono

      dalla sua tribù e lo iscrissero tra gli erarii, tassandolo per un censo

      otto volte maggiore. Riferiscono che Mamerco abbia sopportato il colpo con

      grande forza d'animo, dando maggiore importanza alla causa di quella

      umiliazione che non all'umiliazione stessa. I capi dei patrizi, benché

      contrari a ridurre il potere della censura, rimasero colpiti da questo

      esempio di durezza censoria, perché ciascuno vedeva che sarebbe stato

      soggetto passivo della censura più spesso e più a lungo che non soggetto

      attivo. Sta di fatto che - almeno stando a quanto si racconta -

      l'indignazione del popolo arrivò a un punto tale che dovette intervenire

      Mamerco, con la sua autorità, per proteggere i censori dalla violenza

      della folla.

      

      25 Continuando a frapporre ostacoli, i tribuni della plebe riuscirono a

      impedire i comizi per le elezioni consolari. E alla fine, quando si era

      ormai prossimi all'interregno, ebbero la meglio ottenendo che si

      eleggessero i tribuni militari con potere consolare. Ma quella vittoria

      non fu premiata, come si sperava, dall'elezione di alcun plebeo: tutti gli

      eletti, Marco Fabio Vibulano, Marco Folio e Lucio Sergio Fidenate, erano

      patrizi. Nel corso di quell'anno una pestilenza distrasse l'attenzione da

      tutti gli altri problemi. Perché la popolazione potesse guarire venne

      fatto voto di erigere un tempio ad Apollo. I duumviri, consultando i libri

      sibillini, tentarono molte vie per placare l'ira degli dèi e per

      allontanare dal popolo le cause dell'epidemia. Ciononostante le perdite

      furono ingentissime in città e nelle campagne, per il flagello che colpiva

      sia gli uomini sia il bestiame. Temendo che all'epidemia seguisse anche la

      fame, visto che i contadini non erano stati risparmiati dal contagio, si

      mandò a cercare frumento in Etruria, nell'agro Pontino, a Cuma e alla fine

      anche in Sicilia. Non ci furono accenni alle elezioni consolari; vennero

      eletti tribuni militari con potere consolare Lucio Pinario Mamerco, Lucio

      Furio Medullino e Spurio Postumio Albo, tutti patrizi. Quell'anno la

      violenza dell'epidemia diminuì e non si rischiò nemmeno di rimanere senza

      frumento, grazie alle precauzioni prese in anticipo. Nelle assemblee dei

      Volsci e degli Equi e in Etruria presso il tempio di Voltumna in Etruria

      si parlò di muovere guerra. Ma in quest'ultimo raduno si decise di

      rinviare le operazioni all'anno successivo e si stabilì, con un decreto,

      di evitare ogni assemblea prima di allora, benché i Veienti si fossero

      lamentati sostenendo che sulla loro città incombeva la stessa sorte della

      distrutta Fidene.

      Nel frattempo a Roma i capi della plebe, che già da tempo nutrivano la

      vana speranza di ottenere cariche più importanti, mentre all'esterno vi

      era pace, cominciarono a organizzare riunioni nelle case dei tribuni. Lì

      discutevano piani segreti e si lamentavano di essere tenuti dalla plebe in

      così poco conto che, pur essendo stati eletti per tanti anni dei tribuni

      militari con potere consolare, nessun plebeo era mai arrivato a ricoprire

      quella carica. I loro antenati avevano visto lontano impedendo ai patrizi

      di accedere alle magistrature plebee, altrimenti si sarebbero trovati dei

      patrizi come tribuni; a tal punto erano disistimati dai loro, ed erano

      disprezzati dalla plebe, non meno che dai patrizi. Alcuni giustificavano

      la plebe scaricando ogni colpa sui patrizi: si doveva ai loro intrighi

      elettorali e ai loro raggiri se alla plebe era preclusa la strada verso

      quella magistratura. Se alla plebe veniva concesso di riprender fiato

      dalle loro preghiere miste a minacce, andando alle urne essa si sarebbe

      ricordata dei propri uomini e, ottenuto il loro sostegno, sarebbe arrivata

      a conquistare anche il potere.

      Così, per eliminare gli intrighi elettorali, si stabilì che i tribuni

      presentassero una legge che vietava ai candidati di indossare vesti

      bianche. Oggi sembrerà una cosa di poco conto e a stento si potrà

      prenderla sul serio. Ma in quei tempi scatenò uno scontro furibondo tra

      patrizi e plebei. Alla fine i tribuni riuscirono a far approvare la legge.

      Ed era evidente che la plebe irritata avrebbe sostenuto i suoi. Ma perché

      non le fosse concesso di agire liberamente, il senato decretò che si

      tenessero i comizi per l'elezione dei consoli.

      

      26 Il pretesto fu la rivolta di Volsci ed Equi, riferita a Roma da Latini

      ed Ernici. Vennero eletti consoli Tito Quinzio Cincinnato, figlio di Lucio

      - lo stesso a cui si aggiunge il soprannome di Peno -, e Gneo Giulio

      Mentone. La guerra e le sue paure non furono rimandate oltre. Fatta la

      leva militare ricorrendo a una legge sacrata - che presso quei popoli era

      lo strumento di gran lunga più efficace per l'arruolamento forzato delle

      truppe -, da entrambi i paesi si misero in marcia due forti eserciti che

      si congiunsero sull'Algido. Qui Equi e Volsci si accamparono in punti

      diversi e i rispettivi comandanti si dedicavano con una meticolosità senza

      precedenti alla costruzione di fortificazioni e all'addestramento degli

      uomini. E quando a Roma arrivarono queste notizie, il panico si fece più

      grande. Il senato decise allora di nominare un dittatore perché quei

      popoli, nonostante le numerose sconfitte, si stavano adesso preparando a

      una nuova guerra con uno spiegamento di mezzi senza precedenti; e poi una

      parte della gioventù romana se l'era portata via la pestilenza. Le cose

      che spaventavano maggiormente erano i difetti dei consoli, il loro

      disaccordo e i contrasti durante tutte le assemblee. Secondo alcuni autori

      la ragione per la quale si nominò un dittatore fu una sconfitta subita

      sull'Algido da quei consoli. Una cosa risulta chiara: nonostante il

      dissenso su altri problemi, su di uno i consoli avevano identiche vedute,

      e cioè nell'opporsi, contro il volere dei senatori, alla nomina del

      dittatore. Ma quando arrivarono notizie, una più terribile dell'altra, e i

      consoli non rispettavano le decisioni del senato, Quinto Servilio Prisco,

      che aveva ricoperto egregiamente le massime cariche, disse: «Data

      l'estrema gravità della situazione, è a voi, o tribuni della plebe, che il

      senato fa appello perché in questo momento così pericoloso per la

      repubblica, usando la vostra autorità, costringiate i consoli a nominare

      un dittatore.» Sentendo queste parole, i tribuni, convinti che si

      presentasse l'occasione per aumentare la loro autorità, dopo essersi

      consultati a parte dichiararono a nome del collegio che i consoli dovevano

      attenersi scrupolosamente alle direttive del senato. Se poi i consoli

      avessero continuato a opporsi alla volontà unanime del più importante tra

      gli ordini sociali, allora ne avrebbero ordinato l'arresto. I consoli

      preferirono cedere ai tribuni piuttosto che al senato. Ricordarono che i

      senatori avevano tradito le prerogative della massima magistratura e che

      il consolato veniva fatto passare sotto il giogo del potere tribunizio,

      dal momento che i consoli potevano subire le imposizioni di un tribuno per

      via del suo potere, e perfino essere condotti in carcere (e c'era forse

      qualcosa che un privato cittadino potesse temere di più?). Siccome i

      colleghi non erano riusciti a intendersi nemmeno su questo, il cómpito di

      nominare un dittatore toccò in sorte a Tito Quinzio. Egli nominò il

      suocero Aulo Postumio Tuberto, un comandante intransigente, il quale a sua

      volta designò come maestro della cavalleria Lucio Giulio. Si ordinò subito

      la leva militare e la sospensione dell'attività giudiziaria, e in città

      non ci si occupò di altro che dei preparativi di guerra. L'esame delle

      richieste di esonero dal servizio militare viene rinviato a dopo la

      guerra. Così anche quelli che erano incerti decidono di arruolarsi. A

      Ernici e Latini fu imposto di fornire soldati ed entrambi i popoli

      obbedirono scrupolosamente al dittatore.

      

      27 Tutti questi preparativi furono portati a termine con estrema rapidità.

      Il console Gneo Giulio venne lasciato a difesa della città. Al maestro

      della cavalleria Lucio Giulio venne invece affidato il cómpito di

      provvedere alle più immediate necessità belliche, in modo che la mancanza

      di qualcosa non costringesse le truppe a rimanere nell'accampamento. Il

      dittatore, ripetendo la formula suggeritagli dal pontefice massimo Aulo

      Cornelio, promise in voto, per la guerra appena scoppiata, di indire

      giochi solenni. Poi, dopo aver diviso le truppe con il console Quinzio,

      lasciò Roma e raggiunse il nemico. Appena videro che i due accampamenti

      dei nemici erano posti a poca distanza l'uno dall'altro, i comandanti

      romani decisero anch'essi di accamparsi a circa un miglio di distanza, il

      dittatore nella zona di Tuscolo e il console verso Lanuvio. Così i quattro

      eserciti e le rispettive fortificazioni avevano nel mezzo una pianura,

      abbastanza vasta non solo per le scaramucce che precedono la battaglia, ma

      anche per lo spiegamento delle schiere da entrambe le parti. Dal momento

      in cui gli accampamenti vennero posti l'uno di fronte all'altro, fu un

      continuo susseguirsi di piccoli scontri; il dittatore era contento che i

      suoi uomini misurassero le loro forze e, sperimentando il successo in

      queste rapide sortite, nutrissero speranze nella vittoria finale. I

      nemici, abbandonata ogni speranza di avere la meglio in una battaglia

      regolare, nella notte assalirono l'accampamento del console, affidandosi

      al caso e al rischio. Il clamore sorto all'improvviso svegliò dal sonno

      non solo le sentinelle del console e tutto il suo esercito, ma anche il

      dittatore. In quell'occasione, in cui le circostanze richiedevano una

      reazione immediata, il console dimostrò di non difettare né di coraggio né

      di accortezza: con parte dei suoi uomini rinsaldò i posti di guardia agli

      ingressi e dispose in cerchio il resto delle truppe a protezione della

      trincea. Nell'altro accampamento, quello del dittatore, essendoci meno

      trambusto, fu più facile considerare il da farsi. Vennero súbito inviati

      rinforzi al campo del console, affidandone il comando al luogotenente

      Spurio Postumio Albo. Il dittatore invece, a capo di un contingente, con

      una breve diversione raggiunge una posizione defilata rispetto al luogo di

      attacco per assalire il nemico di sorpresa. A comandare l'accampamento

      lascia il luogotenente Quinto Sulpicio, mentre all'altro aiutante Marco

      Fabio affida la cavalleria, ordinandogli però di non muoversi prima

      dell'alba, perché sarebbe stato difficile mantenere il controllo di quelle

      truppe nella confusione della notte. Tutte le cose che un capo militare

      saggio e sollecito avrebbe ordinato e messo in pratica in una situazione

      del genere, il dittatore le ordinò e le mise ordinatamente in pratica. Ma

      una singolare prova di coraggio, di accortezza e di qualità non comuni fu

      l'avere mandato Marco Geganio con coorti scelte ad attaccare

      l'accampamento nemico dal quale risultassero usciti i nemici in maggior

      numero. Geganio, assaliti gli uomini rimasti nel campo, mentre intenti a

      seguire la sorte dei compagni in pericolo non si preoccupavano per se

      stessi e avevano trascurato di porre le sentinelle e i posti di guardia,

      conquistò l'accampamento ancora prima che i nemici si rendessero conto

      dell'attacco. Poi, com'era stato convenuto, fu dato il segnale col fumo;

      quando il dittatore lo vide, urlò che l'accampamento nemico era stato

      preso e ordinò di riferire ovunque la notizia.

      

      28 Già albeggiava e tutto era chiaro davanti agli occhi. Fabio si era

      buttato alla carica con la cavalleria e il console aveva fatto una sortita

      dal campo contro i nemici ormai in preda al panico. Il dittatore invece,

      dall'altra parte, assaliti i rinforzi e la seconda linea, aveva opposto

      ovunque al nemico che ripiegava incalzato da grida confuse e attacchi

      improvvisi, la fanteria e la cavalleria vittoriose. Ormai completamente

      circondati, avrebbero tutti pagato, fino all'ultimo uomo, il prezzo della

      nuova aggressione, se non fosse stato per Vezio Messio, un volsco famoso

      più per le sue gesta che per la sua stirpe, il quale rimproverò i suoi

      compagni che già si disponevano a cerchio: «Avete deciso,» gridò, «di

      offrirvi al ferro dei nemici senza difendervi e senza vendicarvi? Ma

      allora perché mai avete preso le armi e fatto scoppiare una guerra senza

      essere provocati, voi che siete turbolenti in tempo di pace e fiacchi sul

      campo di battaglia? In che cosa sperate rimanendo qui fermi? Credete che

      ci penserà qualche dio a proteggervi e a portarvi via da qui? Con la spada

      bisogna aprirci la via. Avanti, guardate dove vado io e seguitemi, se ci

      tenete a rivedere le vostre case, i genitori, le mogli e i figli! Davanti

      non ci sono né muri né fortificazioni, ma solo uomini armati come voi. Per

      coraggio siete pari a loro, ma superiori per la forza della disperazione,

      che è l'ultima e la più potente arma.» Detto questo, mise súbito in

      pratica le sue parole. E i compagni, alzando di nuovo il grido di guerra,

      gli tennero dietro lanciandosi all'attacco là dove Postumio Albo aveva

      schierato le sue coorti. Riuscirono a far arretrare i vincitori fino a

      quando non sopraggiunse il dittatore in aiuto dei suoi che già si

      ritiravano: in quel luogo si concentrò l'intera battaglia. Le sorti del

      nemico sono affidate a un solo uomo: Messio. Da entrambe le parti molte

      sono le ferite, molte le stragi; ormai neanche i comandanti romani

      combattono illesi. Tuttavia solo Postumio, colpito da un sasso, lasciò la

      battaglia con il cranio fratturato. Ad allontanare dalla battaglia così in

      bilico il dittatore non bastò una ferita alla spalla, né furono

      sufficienti a Fabio un femore quasi inchiodato nel fianco del cavallo e al

      console un braccio troncato.

      

      29 Messio, trascinato dallo slancio attraverso i corpi esanimi dei nemici,

      con un gruppo di giovani fortissimi riuscì ad arrivare fino al campo dei

      Volsci che non era ancora stato preso. In quella direzione ripiega tutto

      l'esercito. Il console insegue i nemici mentre fuggono disordinatamente

      fino al vallo e assale il campo stesso e il vallo. Ma anche il dittatore,

      proveniente da un'altra direzione, conduce i suoi uomini in quel punto.

      L'assalto non è meno violento della battaglia. Si tramanda che il console

      abbia scagliato l'insegna dentro al vallo perché i soldati irrompessero

      con più ardore, e che sia stato lanciato il primo assalto per recuperarla.

      Il dittatore, dopo aver fatto breccia nella palizzata, aveva già spostato

      la battaglia all'interno dell'accampamento. Allora i nemici cominciarono

      da tutte le parti a buttare le armi e ad arrendersi. Così alla fine venne

      conquistato anche l'accampamento e tutti i nemici, eccetto i senatori,

      furono venduti come schiavi. Fu restituito a Latini ed Ernici quella parte

      del bottino che riconobbero come loro, l'altra parte il dittatore la

      vendette all'asta. Lasciato il console a capo dell'accampamento, il

      dittatore tornò poi in trionfo a Roma dove rinunciò alla dittatura.

      Rendono triste il ricordo di questa gloriosa dittatura quanti raccontano

      che Aulo Postumio fece decapitare il figlio, pur vincitore, perché,

      attirato dall'occasione di farsi onore combattendo, aveva abbandonato

      senza l'ordine il suo posto. Preferisco non credere a una cosa simile, ed

      è lecito perché diverse sono le versioni tramandate. E c'è un argomento a

      favore: esistono ordini chiamati 'manliani' e non 'postumiani', in quanto

      il primo a dare un esempio così atroce era logicamente destinato a

      ottenere quel terribile titolo di crudeltà. A Manlio fu dato anche il

      soprannome di 'Imperioso', mentre Postumio non è marchiato da nessun

      funesto appellativo.

      Siccome il collega era assente, il console Gneo Giulio inaugurò il tempio

      di Apollo senza ricorrere al sorteggio. Quando, dopo aver congedato

      l'esercito, Quinzio fece ritorno a Roma, prese a male la cosa, ma

      inutilmente si lamentò in senato.

      In quell'anno, rimasto famoso per tali eventi, va aggiunto un episodio che

      in quel tempo sembrò non avere alcuna importanza per la potenza romana: i

      Cartaginesi, destinati a diventare nostri acerrimi nemici, inviarono

      allora per la prima volta un esercito in Sicilia per sostenere una delle

      due fazioni che si affrontavano nelle lotte tra Siculi.

      

      30 A Roma dai tribuni della plebe fu agitata la questione relativa alla

      nomina di tribuni militari con potere consolare, ma senza alcun successo.

      Furono eletti consoli Lucio Papirio Crasso e Lucio Giulio. Gli

      ambasciatori inviati dai Volsci al senato per chiedere un trattato

      d'alleanza, ricevendo in luogo del trattato una proposta di resa, chiesero

      e ottennero una tregua di otto anni. Oltre alla disfatta patita

      sull'Algido, i Volsci erano in quel momento invischiati in uno scontro

      senza fine tra i fautori della pace e i fautori della guerra, che provocò

      disordini e sedizioni: per i Romani ciò significò pace da ogni parte. I

      consoli, venuti a sapere, grazie alla denuncia di uno dei membri del

      collegio dei tribuni, che questi stavano per presentare una legge, molto

      gradita al popolo, sulla determinazione in denaro delle ammende, si

      affrettarono a proporla per primi.

      I consoli successivi furono Lucio Sergio Fidenate, per la seconda volta, e

      Ostio Lucrezio Tricipitino. Durante il loro consolato nulla accadde che

      sia degno di menzione. I successori furono Aulo Cornelio Cosso e Tito

      Quinzio Peno, al secondo mandato. I Veienti fecero delle incursioni in

      territorio romano. Corse voce che a quelle scorrerie avessero preso parte

      alcuni giovani di Fidene, e l'indagine sul fatto venne affidata a Lucio

      Sergio, a Quinto Servilio e a Mamerco Emilio. Alcuni Fidenati furono

      confinati a Ostia perché non era sufficientemente chiaro per qual motivo

      fossero assenti da Fidene proprio in quei giorni. Fu aumentato il numero

      dei coloni ai quali venne assegnata la terra dei caduti in guerra.

      Quell'anno la siccità creò molti disagi e non soltanto vennero a mancare

      le piogge, ma anche la terra, privata della sua naturale umidità, riuscì a

      malapena ad alimentare i fiumi perenni. In alcuni luoghi la mancanza di

      acqua decimò, intorno alle fonti e ai torrenti inariditi, il bestiame che

      moriva di sete. Altri animali furono uccisi dalla scabbia, poi le malattie

      contagiarono gli uomini: prima colpirono la gente di campagna e gli

      schiavi, poi la città ne fu piena. Non soltanto i corpi furono infettati,

      ma anche le menti suggestionate da riti magici di ogni genere di

      provenienza per lo più straniera, perché coloro che speculano sugli animi

      vittime della superstizione, con i loro vaticini riuscivano a introdurre

      nelle case strane cerimonie sacrificali; finché dello scandalo ormai

      pubblico non si resero conto le personalità più autorevoli della città,

      quando videro che in tutti i quartieri e in tutti i tempietti venivano

      offerti dei sacrifici espiatori, forestieri e insoliti, per implorare la

      benevolenza degli dèi. Perciò diedero disposizione agli edili di

      controllare che non si venerassero divinità al di fuori di quelle romane e

      che i riti fossero soltanto quelli tramandati dai padri.

      La vendetta contro i Veienti fu rimandata all'anno successivo, in cui

      furono consoli Gaio Servilio Aala e Lucio Papirio Mugillano. Ma anche

      allora lo scrupolo religioso impedì che si dichiarasse súbito guerra e che

      si inviassero truppe. Si decise di mandare prima i feziali a chiedere

      soddisfazione. Coi Veienti ci si era scontrati poco tempo prima a Nomento

      e Fidene, e a quell'episodio aveva fatto séguito non la pace ma una

      tregua; il termine era ormai scaduto e, prima del termine, quelli avevano

      ripreso le ostilità. Ciononostante vennero inviati i feziali, ma quando

      questi, dopo aver giurato secondo il rito dei padri, chiesero

      soddisfazione, le loro parole non vennero nemmeno ascoltate. Si discusse

      allora se la guerra andava dichiarata su decisione del popolo o se bastava

      un decreto del senato. I tribuni, minacciando di impedire la leva,

      riuscirono a ottenere che il console Quinzio portasse di fronte al popolo

      la questione della guerra. Votarono tutte le centurie. La plebe ebbe la

      meglio anche su di un altro punto: ottenne che non si eleggessero consoli

      per l'anno successivo.

      

      31 Vennero così nominati quattro tribuni militari con potere consolare:

      Tito Quinzio Peno, già console, Gaio Furio, Marco Postumio e Aulo Cornelio

      Cosso. Di loro Cosso ebbe il governo della città, mentre gli altri tre,

      portata a compimento la leva militare, partirono alla volta di Veio e

      dimostrarono quanto in guerra sia dannoso dividere il comando tra più

      persone. Ciascuno prediligeva il proprio piano e siccome ognuno vedeva le

      cose in maniera diversa dagli altri, finirono con l'offrire al nemico

      l'occasione di un colpo di mano. Infatti, mentre le truppe erano

      disorientate perché c'era chi ordinava di dare la carica e chi la

      ritirata, i Veienti li assalirono sfruttando il momento propizio. Fuggendo

      disordinatamente i Romani ripararono nel vicino accampamento: si patì il

      disonore più che la sconfitta. La città, non abituata alle sconfitte,

      piombò nella costernazione; si odiavano i tribuni, si chiedeva un

      dittatore nel quale riporre le speranze di tutto il paese. Poiché anche in

      quella circostanza era di ostacolo lo scrupolo religioso, non potendo il

      dittatore essere nominato se non dal console, si consultarono gli àuguri

      che tolsero quello scrupolo. Aulo Cornelio nominò dittatore Mamerco Emilio

      che a sua volta lo scelse come maestro della cavalleria. Così, quando il

      paese ebbe veramente bisogno di un uomo di qualità superiori, la punizione

      a suo tempo inflitta dai censori non impedì che il timone dello Stato

      fosse affidato a una famiglia ingiustamente bollata di infamia.

      Trascinati dal successo, i Veienti mandarono messaggeri ai popoli

      dell'Etruria ad annunciare pomposamente la loro vittoria su tre comandanti

      romani in una sola battaglia. Pur non essendo riusciti a ottenere alcuna

      alleanza ufficiale dalla confederazione, tuttavia attirarono da ogni parte

      volontari mossi dalla speranza del bottino. Soltanto i Fidenati decisero

      di riaprire le ostilità e, pensando che non fosse lecito iniziare una

      guerra se non con un delitto, come già prima con gli ambasciatori così ora

      macchiarono le loro spade col sangue dei nuovi coloni. Quindi si unirono

      ai Veienti. E poco dopo i capi dei due popoli si consultarono per

      scegliere, tra Veio e Fidene, come teatro di operazioni. Parve più

      opportuna Fidene, e i Veienti, attraversato il Tevere, trasferirono a

      Fidene il loro apparato bellico. A Roma regnava la paura. Richiamato da

      Veio l'esercito demoralizzato per la sconfitta, si pose l'accampamento di

      fronte alla porta Collina, si distribuirono uomini armati sulle mura, si

      sospese l'attività giudiziaria nel foro e si chiusero le botteghe: cose

      queste che dettero a Roma l'aspetto di un campo militare più che di una

      città. 32 E il dittatore, mandati i banditori in giro per i quartieri,

      convocò in assemblea i cittadini smarriti e li rimproverò di essersi persi

      d'animo per un così lieve mutamento della sorte; per aver subito un

      piccolo scacco, oltretutto non dovuto al valore dei nemici o all'ignavia

      dell'esercito romano, ma alla mancanza di intesa tra i generali, avevano

      timore dei Veienti, da loro in passato già sconfitti ben sei volte, e di

      Fidene, città più spesso espugnata che assediata. Sia i Romani che i

      nemici erano gli stessi da molte generazioni: stesso carattere, stessa

      forza fisica, stesse armi. E anche lui era lo stesso dittatore Mamerco

      Emilio che, poco tempo prima, aveva sbaragliato a Nomento gli eserciti di

      Veienti e Fidenati, ai quali si erano uniti i Falisci; come maestro della

      cavalleria in campo di battaglia ci sarebbe stato quello stesso Aulo

      Cornelio che nella guerra precedente, come tribuno militare, aveva ucciso

      davanti a due eserciti il re dei Veienti Larte Tolumnio, e ne aveva

      portato poi le spoglie opime nel tempio di Giove Feretrio. Prendessero

      quindi le armi, ricordandosi che dalla parte loro c'erano i trionfi, le

      spoglie e la vittoria, mentre da quella del nemico l'orrendo assassinio

      degli ambasciatori uccisi contro il diritto delle genti, il massacro in

      tempo di pace dei coloni di Fidene, la rottura della tregua e la settima

      ribellione destinata a non avere successo. Non appena i due eserciti si

      fossero trovati a contatto, quegli infami nemici non si sarebbero

      rallegrati a lungo, ne era sicuro, dell'umiliazione inflitta all'esercito

      romano e il popolo romano avrebbe capito quanto più meritevoli verso la

      repubblica fossero quelli che lo avevano nominato dittatore per la terza

      volta di coloro che avevano bollato di infamia la sua seconda nomina,

      perché aveva tolto potere ai censori. Quindi parte, dopo aver pronunciato

      solenni voti agli dèi, e si accampa a un miglio e mezzo da Fidene,

      protetto dalle alture a destra e dal fiume Tevere a sinistra. Al suo

      luogotenente Quinzio Peno ordina di occupare i monti e di prendere

      posizione su di un colle situato alle spalle dei nemici e fuori dalla loro

      vista.

      Il mattino dopo, quando gli Etruschi avanzarono in ordine di battaglia,

      resi euforici dal successo del giorno precedente, dovuto più alla fortuna

      che al valore, il dittatore temporeggiò fino a quando le vedette gli

      riferirono che Quinzio aveva raggiunto la sommità del colle vicino alla

      cittadella di Fidene. Allora diede ordine di muoversi, guidando lui stesso

      a passo di carica la fanteria in assetto di guerra contro il nemico. Al

      maestro della cavalleria diede disposizione di combattere solo al suo

      comando: quando avesse avuto bisogno dell'intervento della cavalleria

      avrebbe dato un segnale; allora sì Aulo Cornelio avrebbe dovuto dimostrare

      sul campo di non aver dimenticato la vittoria sul re etrusco, il dono

      opimo, Romolo e Giove Feretrio! Lo scontro tra le due armate fu tremendo.

      Infiammati dall'odio, i Romani chiamano traditori i Fidenati e predoni i

      Veienti; dicono che sono violatori di tregue, macchiati del barbaro

      assassinio degli ambasciatori e con le mani ancora sporche del sangue dei

      loro stessi coloni, alleati infidi e nemici imbelli. Così, con i fatti e

      con le parole, saziano il loro odio.

      

      33 Avevano fatto vacillare la resistenza dei nemici già al primo urto,

      quando all'improvviso si spalancarono le porte di Fidene e dalla città

      fuoriuscì uno strano esercito, inaudito e inusitato fino a quel momento;

      un'immensa moltitudine armata di fuochi, tutta sfavillante di torce

      ardenti che, lanciata in una corsa folle, si riversò sul nemico. Per un

      momento quell'insolito modo di combattere sbigottì i Romani. Allora il

      dittatore chiamò a sé il maestro della cavalleria coi suoi uomini e

      Quinzio dalle alture. Quindi, ravvivando egli stesso la battaglia, si

      precipitò all'ala sinistra che, come se si fosse trovata nel mezzo di un

      incendio più che in un combattimento, aveva cominciato a ripiegare

      terrorizzata dalle fiamme, e gridò: «Vinti dal fumo come uno sciame di

      api, cacciati dalla vostra posizione, cederete a un nemico senz'armi? Non

      volete spegnere il fuoco con la spada? Se c'è da combattere col fuoco e

      non con le armi, perché non andate a strappare tutte quelle torce e non

      attaccate il nemico con le sue stesse armi? Avanti! Memori del nome di

      Roma e del coraggio dei vostri padri e vostro: deviate quest'incendio

      sulla città nemica e distruggete con le sue stesse fiamme Fidene, che con

      i vostri benefici non siete riusciti a placare! Vi spingono a farlo il

      sangue dei vostri ambasciatori e dei coloni e la vostra terra messa a

      ferro e fuoco!» Tutto l'esercito si mise in moto agli ordini del

      dittatore. Raccolsero le torce che erano state lanciate, altre le

      strapparono con la forza ai nemici, così ora entrambi gli eserciti erano

      armati di fuoco. Il maestro della cavalleria da parte sua escogita un

      nuovo tipo di battaglia equestre. Ordina di togliere il morso ai cavalli,

      e per primo, dato di sprone, a briglia sciolta si getta in mezzo alle

      fiamme; e gli altri cavalli, spronati a correre senza più alcun

      impedimento, trascinano i cavalieri contro il nemico. La polvere che si

      alza, mista al fumo delle torce, offusca la vista a uomini e cavalli. Ma

      lo spettacolo inatteso che poco prima aveva atterrito i soldati non

      atterrì i cavalli, così i cavalieri seminarono morte e devastazione

      dovunque passavano. Si udì un nuovo clamore di guerra che attirò

      l'attenzione di entrambi gli eserciti. E il dittatore gridò allora che il

      luogotenente Quinzio aveva attaccato il nemico alle spalle. Poi, lui

      stesso, ripetuto l'urlo di guerra, si butta all'assalto con più

      accanimento. Due eserciti, con due diversi modi di combattere, incalzavano

      e circondavano, di fronte e alle spalle, gli Etruschi, che non avevano

      alcuna possibilità di ritirarsi nell'accampamento o sulle alture, dove era

      spuntato a frapporsi un nuovo contingente nemico. Mentre i cavalli, non

      più trattenuti dal morso, avevano trascinato da ogni parte i cavalieri, la

      maggior parte dei Veienti disordinatamente si dirige verso il Tevere, e i

      Fidenati superstiti cercano di raggiungere la città di Fidene. La fuga

      porta quegli uomini terrorizzati incontro alla morte: alcuni cadono

      trucidati sulle rive del fiume, altri, costretti a buttarsi in acqua,

      vengono travolti dalla corrente. Anche gli esperti nuotatori sono

      sopraffatti dallo sfinimento, dalle ferite e dalla paura. Fra tanti solo

      pochi riescono a raggiungere a nuoto la riva opposta. L'altra parte

      dell'esercito ripara in città passando attraverso l'accampamento.

      Trascinati dall'impeto, anche i Romani si buttano in quella direzione,

      specialmente Quinzio e i soldati che, appena scesi con lui dalle alture,

      sono più freschi e pronti alle fatiche, perché giunti alla fine dello

      scontro.

      

      34 Entrati in città mescolati ai nemici, gli uomini di Quinzio salgono

      sulle mura da dove danno ai compagni il segnale che la città è stata

      presa. Appena il dittatore lo vide - era anche lui già penetrato

      nell'accampamento deserto dei nemici -, conduce verso la porta i soldati

      impazienti di precipitarsi sul bottino, facendo loro balenare la speranza

      di ottenerne molto di più in città. E, accolto all'interno delle mura,

      marcia senza indugi in direzione della cittadella, dove vedeva riversarsi

      la massa scomposta dei fuggitivi. In città il massacro non fu certo minore

      che in battaglia; infine i nemici, gettate le armi, si consegnano al

      dittatore, chiedendo soltanto di aver salva la vita. Città e accampamento

      vengono messi a sacco. Il giorno dopo, tra cavalieri e centurioni venne

      sorteggiato un prigioniero a testa. Due ne toccarono a quanti avevano dato

      prova di grandissimo valore. Il resto dei nemici venne venduto all'asta e

      il dittatore ricondusse in trionfo a Roma l'esercito vincitore e coperto

      di prede. Dopo aver ordinato al maestro della cavalleria di dimettersi

      dalla carica, abdicò anche lui, restituendo dopo quindici giorni in pace,

      quel potere che aveva accettato in guerra, quando la situazione era

      critica. Alcuni nei loro annali hanno riportato che presso Fidene ci fu

      anche una battaglia navale coi Veienti. La cosa è però assai improbabile

      perché neppure oggi il fiume è sufficientemente largo, e allora - come ci

      informano gli antichi - era assai più stretto. A meno che, come spesso

      succede, lo scontro fortuito di alcune navi che cercavano di impedire il

      guado del fiume, non sia stato esagerato per attribuirsi il vanto,

      ingiustificato, di una vittoria navale.

      

      35 L'anno successivo furono tribuni militari con potere consolare Aulo

      Sempronio Atratino, Lucio Quinzio Cincinnato, Lucio Furio Medullino e

      Lucio Orazio Barbato. Ai Veienti fu concessa una tregua di vent'anni, agli

      Equi di tre, anche se la loro richiesta era stata per un periodo più

      lungo; e le lotte interne ebbero tregua.

      L'anno dopo, senza guerre all'esterno né in città, fu reso memorabile dai

      giochi che si era fatto voto di indire durante la guerra, e che furono

      allestiti con straordinario sfarzo dai tribuni militari e richiamarono una

      grande quantità di gente dai paesi vicini. I tribuni militari con potere

      consolare erano Appio Claudio Crasso, Spurio Nauzio Rutilio, Lucio Sergio

      Fidenate e Sesto Giulio Iulo. Per la cortese ospitalità di cui tutti si

      erano fatti carico, la manifestazione riuscì molto gradita ai visitatori.

      A giochi conclusi, i tribuni della plebe organizzarono dei comizi

      turbolenti nel corso dei quali si scagliarono contro la moltitudine

      perché, subendo stupidamente il fascino di coloro che in realtà odiava,

      continuava in eterno a mantenersi schiava, e non solo non osava sperare di

      partecipare al consolato, ma persino quando si trattava di eleggere i

      tribuni militari - magistratura aperta a patrizi e a plebei - dimenticava

      se stessa e i propri candidati. Che smettessero di domandarsi perché mai

      nessuno si preoccupava degli interessi della plebe. Si fatica e si

      affronta il rischio solo quando c'è la speranza di ricavarne vantaggio e

      onore. Non vi è nulla che gli uomini non intraprendano se a chi tenta

      grandi imprese si riservano grandi premi. Ma non si poteva certo

      pretendere, né sperare, che qualche tribuno della plebe si buttasse alla

      cieca, con molto rischio e senza alcun frutto, in scontri che gli

      avrebbero procurato l'implacabile ostilità dei patrizi contro i quali

      lottava, mentre la plebe per la quale combatteva non avrebbe minimamente

      aumentato la considerazione nei suoi riguardi. Solo i grandi onori rendono

      grandi gli animi: nessuno dei plebei avrebbe più disprezzato se stesso, se

      gli altri avessero cessato di disprezzarlo. Con qualcuno bisognava pur

      sperimentare se c'era un plebeo in grado di occupare un'alta carica,

      oppure l'esistenza di un uomo forte e valoroso venuto fuori dalla plebe

      era un prodigio, un miracolo. Con uno sforzo immenso si era arrivati a

      ottenere che i tribuni militari con potere consolare venissero scelti

      anche tra la plebe. Avevano avanzato la propria candidatura uomini di

      provate qualità civili e militari: nei primi anni erano stati derisi,

      respinti e sbeffeggiati dai patrizi. Poi alla fine avevano smesso di

      esporsi agli insulti. Non vedevano perché non si dovesse abrogare quella

      legge che assicurava un diritto che non avrebbe mai potuto realizzarsi.

      Certo per loro sarebbe stato meno vergognoso venir esclusi per

      l'ingiustizia della legge e non perché giudicati indegni.

      

      36 Discorsi di questo genere, ascoltati con viva partecipazione, spinsero

      alcuni a candidarsi al tribunato militare e a promettere che una volta

      eletti avrebbero presentato questa o quella proposta a favore della plebe.

      Si faceva balenare la speranza di distribuire l'agro pubblico, di fondare

      colonie, di erogare per la paga dei soldati una somma ottenuta imponendo

      un tributo ai possessori di terre. I tribuni militari, allora, atteso il

      momento in cui molta gente era via dalla città, dopo aver convocato i

      senatori con un avviso segreto per una data stabilita, in assenza dei

      tribuni della plebe, fecero emanare dal senato un decreto in base al

      quale, giacché circolava voce che i Volsci avevano saccheggiato il

      territorio degli Ernici, i tribuni militari dovevano andare a controllare

      la situazione, e si dovevano tenere i comizi per le elezioni dei consoli.

      I tribuni partirono lasciando come prefetto della città Appio Claudio,

      figlio del decemviro, un uomo molto energico e, fin dalla culla, imbevuto

      di odio verso i tribuni della plebe. Così i tribuni della plebe non

      poterono protestare né contro i promotori del decreto del senato, perché

      erano assenti, né contro Appio, perché ormai la cosa era approvata.

      

      37 Furono eletti consoli Gaio Sempronio Atratino e Quinto Fabio Vibulano.

      In quell'anno, a quanto si dice, accadde un episodio che, pur riguardando

      un paese straniero, merita ugualmente di essere menzionato. Volturno, la

      città etrusca oggi nota come Capua, cadde in mano dei Sanniti e fu

      chiamata Capua dal loro comandante Capi o, com'è più probabile, dal

      terreno pianeggiante in cui si trova. I Sanniti la presero dopo esser

      stati in un primo tempo invitati dagli Etruschi, stremati dalla guerra, a

      dividere con loro i benefici della cittadinanza e la proprietà delle

      terre. Poi, nella notte successiva a un giorno di festa, i nuovi coloni

      assalirono i vecchi abitanti immersi nel sonno dopo le gozzoviglie, e li

      massacrarono.

      I consoli sopra menzionati entrarono in carica alle idi di dicembre, dopo

      che erano avvenuti questi fatti. Ormai, non soltanto gli uomini che erano

      stati inviati per informarsi erano già ritornati con la notizia che i

      Volsci erano sul piede di guerra, ma anche gli ambasciatori di Latini ed

      Ernici riferivano che mai i Volsci, prima di allora, si erano tanto

      impegnati nella scelta dei comandanti e nell'arruolamento di un esercito;

      la gente continuava a dire che bisognava o dimenticare una volta per tutte

      le armi e la guerra sottomettendosi al giogo nemico, oppure non essere

      inferiori per valore, resistenza e disciplina militare a coloro con i

      quali si era in lotta per la supremazia. Le informazioni rispondevano a

      verità, ma i patrizi non le tennero nella dovuta considerazione. E Gaio

      Sempronio, a cui era toccata in sorte quella provincia, confidando nella

      costanza della fortuna, giacché guidava un popolo di vincitori contro dei

      vinti, dimostrò una sconsideratezza e un'incuria tali che vi era più

      disciplina nell'esercito volsco che in quello romano. Come spesso in altre

      occasioni, al valore si accompagnò la fortuna. All'inizio della battaglia,

      affrontata da Sempronio con leggerezza e imprudenza, si andò all'attacco

      senza aver rinforzato lo schieramento con le riserve e senza aver disposto

      opportunamente la cavalleria. Il primo indizio sugli esiti della battaglia

      fu l'urlo di guerra che si levò forte e continuo dalla parte dei nemici,

      confuso, ineguale e ripetuto fiaccamente da parte dei Romani. L'esercito,

      con quell'incerto grido, tradì la paura degli animi. Perciò il nemico si

      buttò all'assalto con ancora più accanimento, premendo con gli scudi e

      facendo lampeggiare le spade. Dall'altra parte, ondeggiano gli elmi dei

      soldati che si guardano attorno, e, non sapendo cosa fare, si agitano, si

      accalcano nel fitto della schiera. Le insegne un po' restano sul posto

      abbandonate dai soldati della prima fila, un po' sono riportate

      nell'interno dei manipoli. Non era ancora una vera fuga, non era ancora

      una vittoria. I Romani, più che combattere, cercavano di proteggersi. I

      Volsci si buttavano all'assalto, premevano contro le truppe romane, ma

      vedevano più nemici morti che in fuga.

      

      38 Ormai si cede da ogni parte. Inutili sono i rimproveri e gli

      incitamenti del console Sempronio. A nulla servivano il potere e

      l'autorità, e presto i suoi uomini avrebbero volto le spalle ai nemici, se

      Sesto Tempanio, un decurione di cavalleria, non fosse intervenuto con

      grande prontezza di spirito quando ormai la situazione stava per

      precipitare. Dopo aver urlato ai cavalieri di scendere da cavallo, se

      volevano salvare la repubblica - e i cavalieri di tutti gli squadroni

      avevano obbedito come a un comando del console -, egli aggiunse: «Se

      questa coorte armata di piccoli scudi non riesce a frenare l'impeto dei

      nemici, è la fine della nostra supremazia. Seguite la punta della mia

      lancia come se fosse un vessillo. Mostrate a Volsci e Romani che non c'è

      cavalleria che possa starvi a pari quando siete in sella, né fanteria

      quando vi trasformate in fanti!» Siccome al suo incitamento seguì un urlo

      di approvazione, Tempanio avanza reggendo alta la punta della lancia.

      Dovunque passano, si fanno breccia con la forza. Proteggendosi con gli

      scudi, accorrono dove vedono i compagni in maggiore difficoltà. Le sorti

      della battaglia si risollevano in tutti i punti dove il loro slancio li

      trascina. E se quel pugno di uomini avesse potuto buttarsi dovunque

      simultaneamente, non c'era dubbio che i nemici si sarebbero dati alla

fuga.

      

      39 Quando ormai da nessuna parte si poteva resistere al loro attacco, il

      comandante dei Volsci ordina di lasciar libero il passo a quella singolare

      coorte di nemici armati di scudi leggeri finché, trascinata dal suo

      impeto, non si trovasse tagliata fuori dai compagni. Allorché l'ordine

      venne eseguito, i cavalieri, intrappolati, non riuscirono più a sfondare

      là dove erano passati, perché i nemici erano andati a serrarsi proprio nel

      punto dove i cavalieri avevano fatto breccia. Così, quando il console e le

      legioni romane non videro più gli uomini che poco prima avevano protetto

      l'intero esercito, tentarono il tutto per tutto per evitare che il nemico

      annientasse, dopo averli intrappolati, tanti valorosi soldati. I Volsci,

      divisi in due fronti, da una parte tenevano testa al console e alle

      legioni e dall'altra incalzavano Tempanio e i suoi cavalieri. Questi

      ultimi, nonostante i ripetuti tentativi, non erano riusciti ad aprirsi un

      varco verso i compagni, e, occupata un'altura, si difendevano disposti in

      cerchio, non senza ribattere colpo su colpo. La battaglia durò fino al

      calar della notte. Anche il console continuò a impegnare il nemico in uno

      scontro senza soste finché rimase un barlume di luce. La notte separò i

      contendenti quando la battaglia era ancora incerta. L'impossibilità di

      prevederne l'esito provocò in entrambi gli accampamenti un tale terrore

      che tutti e due gli eserciti, dopo aver abbandonato i feriti e gran parte

      dei bagagli, ripararono, come se fossero stati vinti, sulle alture vicine.

      Tuttavia la collina fu assediata fino oltre la mezzanotte. Ma quando agli

      assedianti arrivò notizia che il loro accampamento era stato abbandonato,

      pensando che i compagni fossero stati vinti, fuggirono anch'essi nelle

      tenebre, ognuno dove lo portava la paura. Tempanio, temendo un'imboscata,

      tenne fermi i suoi fino all'alba. Poi, sceso in ricognizione con pochi

      uomini, informandosi presso alcuni nemici feriti, venne a sapere che

      l'accampamento dei Volsci era stato abbandonato. Felice per questa

      notizia, gridò ai suoi uomini di scendere dalla collina ed entrò nel campo

      romano. Ma avendo qui trovato tutto deserto, abbandonato e nella stessa

      desolazione dell'accampamento nemico, prima che i Volsci, rendendosi conto

      dell'errore, tornassero indietro, prese con sé i feriti che gli era

      possibile trasportare e, ignorando in che direzione fosse andato il

      console, si avviò per la strada più breve verso la città.

      

      40 Là era già arrivata notizia della sconfitta e dell'abbandono

      dell'accampamento e, più di ogni altra cosa, era stata accolta con

      manifestazioni di lutto pubblico e privato la perdita dei cavalieri. Il

      console Fabio, siccome anche a Roma regnava la paura, stava di guardia

      alle porte; quando in lontananza furono avvistati i cavalieri, ci fu un

      momento di panico perché non si sapeva chi fossero. Ma appena furono

      riconosciuti, trasformarono la paura in una gioia così grande che la città

      tutta si riempì delle grida di chi esultava per il ritorno dei cavalieri

      salvi e vittoriosi. E dalle case che poco prima in lutto avevano pianto la

      morte dei loro, la gente si riversò per le strade; le madri e le mogli

      trepidanti, dimentiche per la gioia del loro decoro, corsero incontro allo

      squadrone e si abbandonarono, con l'anima e col corpo, nelle braccia dei

      congiunti, riuscendo a stento a controllarsi per la felicità. I tribuni

      della plebe, che avevano citato in giudizio Marco Postumio e Tito Quinzio

      ritenendoli responsabili della sconfitta subita presso Veio, colsero al

      volo l'occasione del recente risentimento nei confronti di Sempronio per

      rinfocolare l'odio della gente verso di loro. Così, convocata l'assemblea,

      andavano proclamando che a Veio la repubblica era stata tradita dai suoi

      generali e che in séguito, visto che i generali non erano stati puniti,

      anche il console aveva tradito l'esercito, impegnato a combattere coi

      Volsci, mentre gli eroici cavalieri erano stati esposti al massacro e

      l'accampamento vergognosamente abbandonato. Allora Gaio Giunio ordinò di

      far chiamare il cavaliere Tempanio e, una volta avutolo di fronte, gli

      disse: «Sesto Tempanio, io ti chiedo se pensi che il console Sempronio sia

      entrato in battaglia al momento opportuno, se abbia rinsaldato il suo

      schieramento con le riserve, e se abbia in qualche modo adempiuto ai

      doveri di un buon console; se sei stato proprio tu che, quando le legioni

      romane erano ormai vinte, di tua iniziativa hai appiedato i cavalieri e

      risollevato le sorti della battaglia. E poi, quando tu e i tuoi cavalieri

      siete rimasti tagliati fuori dal resto delle nostre truppe, se il console

      è intervenuto di persona in vostro aiuto o se ha mandato rinforzi. E

      ancora, se il giorno successivo hai infine ricevuto qualche soccorso, o se

      tu e la tua coorte vi siete aperti la strada verso il campo solo con il

      vostro valore. E se nell'accampamento avete trovato traccia del console e

      dell'esercito, o soltanto soldati feriti abbandonati in mezzo alla

      desolazione. Oggi devi dire queste cose, in nome del tuo coraggio e della

      tua lealtà grazie ai quali soltanto in questa guerra la repubblica non è

      crollata. Devi dire dove si trovano adesso Gaio Sempronio e le nostre

      legioni, se sei stato abbandonato o se tu hai abbandonato il console e

      l'esercito; e infine se siamo vinti o vincitori.»

      

      41 In risposta, si racconta, il discorso di Tempanio fu senza fronzoli e

      serio, alla maniera dei militari; senza vane lodi per sé, né compiacimento

      per le altrui colpe. Per quanto riguardava la perizia bellica di Gaio

      Sempronio, disse che non spettava certo a un soldato esprimere un giudizio

      su un generale, ma era spettato al popolo romano quando nei comizi lo

      aveva scelto come console. Perciò non era a lui che si doveva chiedere un

      giudizio sui piani di un comandante o sulle astuzie di un console, cose

      queste che avrebbero richiesto una profonda riflessione anche da parte di

      persone di grande cuore e intelligenza. Ma poteva riferire quello che

      aveva visto. Prima di rimanere isolato dal resto delle truppe, aveva visto

      il console combattere in prima linea, incoraggiare i suoi e aggirarsi tra

      le insegne romane e i dardi nemici. In séguito, tagliato fuori dalla vista

      dei suoi, dallo strepito e dalle urla aveva capito che la battaglia era

      durata fino al calar della notte, e riteneva che, data la gran quantità di

      nemici, non fosse stato possibile sfondare in direzione della collina dove

      lui si era attestato. Ignorava dove si trovasse l'esercito. Ma come nel

      momento critico lui e i compagni erano andati a mettersi al riparo

      sfruttando le difese naturali della posizione, supponeva che anche il

      console, per salvare l'esercito, fosse andato ad accamparsi in un luogo

      più sicuro. A suo parere i Volsci non versavano in condizioni migliori di

      quelle dei Romani. L'oscurità e le circostanze avevano tratto in errore

      entrambi gli eserciti. E avendo infine pregato che non lo trattenessero

      più a lungo, stremato com'era dalla fatica e dalle ferite, fu congedato

      con grandi elogi, non solo per il coraggio, ma anche per la moderazione.

      Nel frattempo il console era già arrivato al tempio della Quiete sulla via

      Labicana. E lì dalla città furono inviati carri e bestie da soma per

      riportare indietro l'esercito sfibrato dalla battaglia e dalla marcia

      notturna. Poco dopo il console entrò in città e si affrettò a ricoprire

      Tempanio di meritate lodi più che a discolpare se stesso. Mentre la città

      era in angustie per l'insuccesso e sdegnata nei confronti dei comandanti,

      Marco Postumio, che a Veio era stato tribuno militare con potere

      consolare, fu offerto come imputato e condannato al pagamento di 10.000

      assi pesanti. Il suo collega Tito Quinzio, che era uscito vincitore sia

      contro i Volsci come console sotto il comando del dittatore Postumio

      Tuberto, sia contro Fidene come luogotenente dell'altro dittatore Mamerco

      Emilio, riversando sul collega già condannato tutta la responsabilità di

      quella giornata, fu assolto da tutte le tribù. Si dice che gli siano stati

      di aiuto il ricordo del padre Cincinnato, uomo degno di grande rispetto, e

      Quinzio Capitolino, allora già molto avanti negli anni, il quale

      supplicava di evitare che proprio a lui, che aveva poco da vivere,

      toccasse riferire a Cincinnato una notizia così triste.

      

      42 Il popolo elesse tribuni della plebe, nonostante fossero assenti, Sesto

      Tempanio, Marco Asellio, Tiberio Antistio e Spurio Pullio, che i

      cavalieri, su proposta di Tempanio, avevano scelto come centurioni. Il

      senato, rendendosi conto che il risentimento nei confronti di Sempronio

      aveva reso detestabile il nome di console, decretò che si eleggessero dei

      tribuni militari con potere consolare. Furono nominati Lucio Manlio

      Capitolino, Quinto Antonio Merenda e Lucio Papirio Mugillano. All'inizio

      dell'anno, il tribuno della plebe Lucio Ortensio citò in giudizio Gaio

      Sempronio, che era stato console l'anno prima. Quattro colleghi lo

      implorarono di fronte a tutto il popolo romano di non infierire sul loro

      incolpevole comandante, al quale non si poteva imputare nulla eccetto la

      cattiva sorte; Ortensio si irritò, pensando che volessero mettere alla

      prova la sua fermezza e che l'imputato confidasse non tanto nelle

      suppliche dei tribuni, ostentate soltanto per salvare le apparenze, quanto

      piuttosto nel loro appoggio legale. E così, rivolgendosi a Sempronio, gli

      chiedeva dove fosse il famoso orgoglio dei patrizi e dove l'animo sicuro e

      convinto della propria innocenza: un ex-console si rifugiava sotto la

      protezione dei tribuni! E rivolgendosi ai colleghi: «Quanto a voi, che

      cosa intendete fare se io proseguo nell'accusa fino alla condanna? Volete

      privare il popolo dei suoi diritti o distruggere il potere dei tribuni?»

      Ma essi ribatterono che il giudizio su Sempronio e su chiunque altro

      spettava all'autorità assoluta del popolo romano, e che essi non volevano

      e non potevano sopprimere il giudizio del popolo. Ma, se le preghiere in

      favore del comandante, che per loro era come un padre, non fossero

      servite, avrebbero indossato con lui la veste da supplici. Allora Ortensio

      disse: «La plebe romana non vedrà i suoi tribuni in gramaglie. Ritiro la

      mia accusa contro Gaio Sempronio, visto che mentre comandava è riuscito a

      farsi amare così tanto dai suoi soldati.» La compassione dei quattro

      tribuni non fu per la plebe e per i senatori meno gradita

      dell'arrendevolezza di Ortensio di fronte a giuste richieste.

      La buona sorte cessò di arridere agli Equi, che avevano salutato come

      propria la dubbia vittoria conseguita dai Volsci. 43 L'anno successivo

      divennero consoli Numerio Fabio Vibulano e Tito Quinzio Capitolino, figlio

      di Capitolino. Sotto il comando di Fabio, cui erano toccate in sorte le

      operazioni contro gli Equi, non ci furono episodi degni di nota. Gli Equi

      erano appena riusciti a mettere in mostra un timido schieramento di

      battaglia che i Romani li sbaragliarono, senza quindi grande gloria per il

      console. Perciò gli venne negato il trionfo, ma per aver cancellato l'onta

      della disfatta subita da Sempronio, gli fu concesso di entrare in città

      con gli onori dell'ovazione.

      Mentre la guerra si era conclusa con uno scontro di dimensioni ridotte

      rispetto a quanto si temeva, in città la calma fu interrotta da contrasti

      di imprevista gravità tra plebei e patrizi, dovuti alla proposta di

      raddoppiare il numero dei questori. Questa proposta, che prevedeva si

      eleggessero, oltre ai due questori urbani, altri due destinati ad

      assistere i consoli nell'amministrazione bellica, era stata avanzata dai

      consoli, e i senatori l'avevano appoggiata con entusiasmo. Ma i tribuni

      della plebe diedero battaglia perché una parte dei nuovi questori, che

      fino a quel giorno erano stati eletti solo fra i patrizi, fosse scelta tra

      la plebe. Sulle prime sia i consoli che i senatori fecero di tutto per

      opporsi a questa rivendicazione. In séguito concessero che, così come

      nell'elezione dei tribuni militari con potere consolare, allo stesso modo

      nella nomina dei questori il popolo avesse libertà assoluta di scelta.

      Poi, vedendo gli scarsi risultati ottenuti, abbandonano del tutto la

      proposta di aumentare il numero dei questori. I tribuni riprendono la

      proposta che era stata abbandonata, e inoltre altre proposte sediziose,

      tra cui anche quella di una legge agraria. A causa di tali contrasti il

      senato preferì eleggere i consoli anziché i tribuni militari. Ma dato che

      l'intervento dei tribuni non permise di emanare un decreto, la repubblica

      passò dal consolato all'interregno. Nemmeno questo fu però esente da gravi

      disordini, perché i tribuni impedivano ai senatori di riunirsi. La maggior

      parte dell'anno successivo si trascinò in scontri tra i nuovi tribuni e

      alcuni interré: a seconda infatti del momento, i tribuni impedivano ai

      senatori di riunirsi per nominare un interré, o all'interré di emanare un

      decreto senatoriale sull'elezione dei consoli. Alla fine fu nominato

      interré Lucio Papirio Mugillano il quale, stigmatizzando sia i senatori,

      sia i tribuni della plebe, ricordava che la repubblica, abbandonata e

      trascurata dagli uomini, ma sostenuta dalla provvidenza e dalla cura degli

      dèi, continuava a reggersi in piedi grazie alla tregua con i Veienti e

      alle esitazioni degli Equi. Tuttavia, se da quella parte fossero arrivati

      allarmanti segnali, erano contenti che la repubblica, priva di magistrati

      patrizi, venisse schiacciata? Che non ci fossero né un esercito né un

      comandante per arruolarlo? O avrebbero respinto una guerra esterna con una

      guerra civile? Se l'una e l'altra fossero esplose insieme, a stento con

      l'aiuto degli dèi si sarebbe potuto evitare che la potenza romana venisse

      travolta. Perché invece, rinunciando ciascuno a una parte dei propri

      diritti, non si sforzavano di trovare un accordo su una posizione

      intermedia, i senatori accettando che al posto dei consoli fossero eletti

      i tribuni militari, e i tribuni della plebe non opponendosi all'elezione

      di quattro questori scelti indistintamente tra patrizi e plebei con il

      libero voto del popolo?

      

      44 Si tennero prima i comizi per l'elezione dei tribuni. Furono eletti

      tribuni con potere consolare Lucio Quinzio Cincinnato, per la terza volta,

      Lucio Furio Medullino, per la seconda, Marco Manlio e Aulo Sempronio

      Atratino, tutti patrizi. Quest'ultimo tenne i comizi per le elezioni dei

      questori. Benché, tra i non pochi plebei, aspirassero alla carica il

      figlio del tribuno della plebe Aulo Antistio e il fratello dell'altro

      tribuno Sesto Pompilio, né l'autorità e né l'appoggio di costoro poterono

      impedire che la gente desse la sua preferenza, per la loro nobiltà, a

      uomini i cui padri e i cui antenati aveva visto consoli. Tutti i tribuni

      erano fuori di sé, e in particolare Pompilio e Antistio, indignati per lo

      scacco subito dai congiunti. Che cosa significava l'accaduto? Com'era

      possibile che i servigi da loro prestati, gli abusi compiuti dai patrizi o

      il piacere di esercitare un diritto che prima non era mai stato concesso,

      non avessero indotto il popolo a eleggere, se non un tribuno militare,

      almeno un solo questore plebeo! Non erano dunque servite a nulla le

      preghiere di un padre per il figlio e di un fratello per il fratello, pur

      essendo entrambi tribuni della plebe, rivestiti di quel sacrosanto potere

      creato per la salvaguardia della libertà. In tutta quella faccenda c'erano

      senz'altro degli imbrogli e Aulo Sempronio nei comizi si era valso più

      dell'astuzia che della lealtà. Sostenevano che i loro congiunti erano

      stati privati della carica per i raggiri di Sempronio. Siccome non

      potevano attaccare lui personalmente, protetto com'era dalla sua fama di

      onestà e dalla magistratura che in quel momento deteneva, rivolsero la

      loro rabbia contro Gaio Sempronio, cugino di Atratino, e, con l'appoggio

      del collega Marco Canuleio, lo citarono in giudizio per l'umiliazione

      subita nella guerra contro i Volsci. In séguito gli stessi tribuni

      portarono in senato la questione della distribuzione delle terre, misura

      alla quale Gaio Sempronio si era sempre opposto con accanimento;

      pensavano, e a ragione, che Sempronio o avrebbe perso credito presso i

      patrizi abbandonando la causa, o continuando a sostenerla fino al giorno

      del processo avrebbe scontentato la plebe. Egli preferì esporsi all'odio e

      nuocere alla propria causa piuttosto che all'interesse del paese, e rimase

      fedele all'opinione che non si dovesse fare alcuna elargizione, perché ciò

      avrebbe solo aumentato la popolarità dei tribuni. Questi ultimi non

      cercavano di ottenere terra per la plebe, ma risentimento contro la sua

      persona. Egli avrebbe affrontato anche quella tempesta con animo forte;

      quanto al senato, non doveva avere, nei confronti suoi o di qualsiasi

      altro cittadino, tanto riguardo da danneggiare la collettività per salvare

      un solo individuo. Con animo non meno deciso, quando venne il giorno del

      processo, perorò di persona la propria causa e, nonostante i molti

      tentativi fatti dai senatori per placare la plebe, Sempronio fu condannato

      a una multa di 15.000 assi.

      Quello stesso anno la vergine Vestale Postumia fu processata per amore

      sacrilego. Pur essendo innocente, attirò su di sé i sospetti della gente

      per il suo modo di vestire troppo raffinato e per il comportamento più

      libero di quanto convenisse a una vergine. La causa fu prima rinviata, poi

      la donna fu assolta, ma il pontefice massimo a nome di tutto il collegio

      le ordinò di astenersi dalle frivolezze e di coltivare più la santità che

      l'eleganza. Nel corso di quello stesso anno, i Campani conquistarono Cuma,

      città che allora era in mano dei Greci.

      L'anno successivo ebbe come tribuni militari con potere consolare Agrippa

      Menenio Lanato, Publio Lucrezio Tricipitino e Spurio Nauzio Rutilio. 45

      Grazie alla fortuna del popolo romano, fu quello un anno memorabile più

      per il grande pericolo corso che per il danno subito. Gli schiavi

      congiurarono di appiccare fuoco alla città in punti tra loro distanti, e

      di occupare in armi la cittadella e il Campidoglio mentre la gente era

      intenta qua e là a portar soccorso alle case. Ma Giove sventò questi piani

      scellerati e, grazie alla delazione di due partecipanti alla congiura, i

      colpevoli vennero arrestati e puniti. I delatori furono ricompensati con

      10.000 assi pesanti pagati dall'erario - una somma allora considerata una

      vera fortuna - e con la concessione della libertà.

      Gli Equi ricominciarono a fare preparativi di guerra e da fonti degne di

      fede arrivò a Roma la notizia che nuovi nemici, i Labicani, si erano

      alleati con quelli di un tempo. All'ostilità degli Equi la città era ormai

      abituata come a un anniversario. Ma, siccome la delegazione inviata a

      Labico era tornata con risposte ambigue, dalle quali si intuiva che non

      preparavano ancora la guerra, ma che la pace non sarebbe durata a lungo, i

      Romani affidarono ai Tuscolani il cómpito di controllare che a Labico non

      sorgessero nuove minacce di guerra.

      I tribuni militari con potere consolare per l'anno successivo, Lucio

      Sergio Fidenate, Marco Papirio Mugilano e Gaio Servilio, figlio di Prisco,

      il dittatore che aveva conquistato Fidene, súbito dopo essere entrati in

      carica, ricevettero la visita di ambasciatori da Tuscolo. Riferivano che i

      Labicani avevano impugnato le armi e si erano accampati sull'Algido, dopo

      aver devastato la campagna di Tuscolo insieme a contingenti di Equi. Fu

      allora dichiarata guerra ai Labicani. Avendo il senato decretato che due

      tribuni partissero per la guerra e che uno rimanesse invece a capo della

      città, súbito scoppiò un litigio fra i tribuni perché ciascuno vantava la

      propria superiorità in campo militare e disprezzava il governo della

      città, considerandolo un compito sgradito e inglorioso. Mentre i senatori

      assistevano sbalorditi a quell'alterco non certo decoroso tra colleghi,

      Quinto Servilio esclamò: «Visto che non avete alcun rispetto né per questo

      consesso né per la repubblica, dirimerà questa contesa l'autorità paterna:

      mio figlio governerà la città senza che si debba ricorrere all'estrazione

      a sorte. Spero soltanto che chi aspira al comando in guerra sappia usare

      maggiore ragionevolezza e concordia nel reggerlo che nel desiderarlo.»

      

      46 Si decise di non organizzare una leva militare che coinvo