HOME    PRIVILEGIA NE IRROGANTO   di Mauro Novelli    

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Livio, Storia di Roma,

 

 Premessa                  

 

            

 

       PREFAZIONE

      

      Non so se valga davvero la pena raccontare fin dai primordi l'insieme

      della storia romana. Se anche lo sapessi, non oserei dirlo, perché mi

      rendo conto che si tratta di un'operazione tanto antica quanto praticata,

      mentre gli storici moderni o credono di poter portare qualche contributo

      più documentato nella narrazione dei fatti, o di poter superare la

      rozzezza degli antichi nel campo dello stile. Comunque vada, sarà pur

      sempre degno di gratitudine il fatto che io abbia provveduto, nei limiti

      delle mie possibilità, a perpetuare la memoria delle gesta compiute dal

      più grande popolo della terra. E se in mezzo a questa pletora di storici

      il mio nome rimarrà nell'ombra, troverò di che consolarmi nella nobiltà e

      nella grandezza di quanti avranno offuscato la mia fama. E poi si tratta

      di un'opera sterminata, perché deve ripercorrere più di settecento anni di

      storia che, pur prendendo le mosse da umili origini, è cresciuta a tal

      punto da sentirsi minacciata dalla sua stessa mole. Inoltre sono sicuro

      che la maggior parte dei lettori si annoierà di fronte all'esposizione

      delle prime origini e dei fatti immediatamente successivi, mentre sarà

      impaziente di arrivare a quegli avvenimenti più recenti nei quali si

      esauriscono da sé le forze di un popolo già da tempo in auge. Io, invece,

      cercherò di ottenere anche questa ricompensa al mio lavoro, cioè di

      distogliere lo sguardo da quegli spettacoli funesti di cui la nostra età

      ha continuato a essere testimone per così tanti anni, finché sarò

      impegnato, col pieno delle mie forze mentali, a ripercorrere quelle

      antiche vicende, libero da ogni forma di preoccupazione che, pur non

      potendo distogliere lo storico dal vero, tuttavia rischierebbe di turbarne

      la disposizione d'animo.

      Le leggende precedenti la fondazione di Roma o il progetto della sua

      fondazione, dato che si addicono più ai racconti fantasiosi dei poeti che

      alla documentazione rigorosa degli storici, non è mia intenzione né

      confermarle né smentirle. Sia concessa agli antichi la facoltà di

      nobilitare l'origine delle città mescolando l'umano col divino; e se si

      deve concedere a un popolo di consacrare le proprie origini e di

      ricondurle a un intervento degli dèi, questo vanto militare lo merita il

      popolo romano perché, riconnettendo a Marte più che a ogni altro la

      propria nascita e quella del proprio capostipite, il genere umano accetta

      un simile vezzo con lo stesso buon viso con cui ne sopporta l'autorità. Ma

      di questi aspetti e di altri della medesima natura, comunque saranno

      giudicati, da parte mia non ne terrò affatto conto: ciascuno, questo mi

      preme, li analizzi con grande attenzione e si soffermi su che tipo di vita

      e che abitudini ci siano state, grazie all'abilità di quali uomini, in

      pace e in guerra, l'impero sia stato creato e accresciuto; quindi

      consideri come, per un progressivo rilassamento del senso di disciplina, i

      costumi abbiano in un primo tempo seguito l'infiacchirsi del pensiero, poi

      siano decaduti sempre di più, e in séguito abbiano cominciato a franare a

      precipizio fino ad arrivare ai giorni nostri, nei quali tanto il vizio

      quanto i suoi rimedi sono intollerabili. Ciò che risulta più di ogni altra

      cosa utile e fecondo nello studio della storia è questo: avere sotto gli

      occhi esempi istruttivi d'ogni tipo contenuti nelle illustri memorie. Di

      lì si dovrà trarre quel che merita di essere imitato per il proprio bene e

      per quello dello Stato, nonché imparare a evitare ciò che è infamante

      tanto come progetto quanto come risultato. E poi, o mi inganna la passione

      per il lavoro intrapreso, o non è mai esistito uno Stato più grande, più

      puro, più ricco di nobili esempi, e neppure mai una civiltà nella quale

      siano penetrate così tardi l'avidità e la lussuria e dove la povertà e la

      parsimonia siano state onorate così tanto e per così tanto tempo. Perciò,

      meno cose c'erano, meno si desiderava: solo di recente le ricchezze hanno

      introdotto l'avidità, e l'abbondanza di piaceri a portata di mano ha a sua

      volta fatto conoscere il desiderio di perdersi e di lasciare che ogni cosa

      vada in rovina in un trionfo di sregolata dissolutezza. Ma, all'inizio di

      un'impresa di queste proporzioni, siano messe al bando le recriminazioni,

      destinate a non risultare gradite nemmeno quando saranno necessarie: se

      anche noi storici, come i poeti, avessimo l'abitudine di incominciare con

      buoni auspici, voti e preghiere rivolte a tutte le divinità, preferirei un

      attacco del genere, pregandoli di concedere grande successo alla mia

      impresa.

 


Libri 1-2: Dai Re alla Repubblica

 

      

      LIBRO I

      

      

      

      1 Un primo punto che trova quasi tutti dello stesso avviso è questo: dopo

      la caduta di Troia, ai superstiti troiani fu riservato un trattamento

      molto duro; gli Achei si astennero dall'applicare rigorosamente il codice

      militare di guerra solo nei confronti di due di essi, Enea e Antenore, sia

      per l'antica legge dell'ospitalità, sia perché essi erano sempre stati

      sostenitori della pace e della restituzione di Elena. Successivamente, per

      circostanze di varia natura, Antenore e un nutrito gruppo di Eneti, i

      quali, costretti ad abbandonare la Paflagonia a séguito di una sommossa

      interna ed essendo alla ricerca di un luogo dove stabilirsi e di qualcuno

      che li guidasse dopo aver perso a Troia il loro capo Pilemene, arrivarono

      nel golfo più profondo del mare Adriatico, scacciarono gli Euganei che

      abitavano tra mare e Alpi e, Troiani ed Eneti, si impossessarono di quelle

      terre. Il primo punto in cui sbarcarono lo chiamarono Troia e di lì deriva

      il nome di Troiano per il villaggio: l'intero popolo assunse la

      denominazione di Veneti. Di Enea, invece, si sa che, esule dalla patria a

      séguito dello stesso disastro, ma destinato per volontà del fato a dare il

      via a eventi di ben altra portata, arrivò in un primo tempo in Macedonia,

      quindi fu spinto verso la Sicilia sempre alla ricerca di una sede

      definitiva e dalla Sicilia approdò con la flotta nel territorio di

      Laurento. Anche a questo luogo viene dato il nome di Troia. I Troiani

      sbarcarono in quel punto. Privi com'erano, dopo il loro interminabile

      peregrinare, di tutto tranne che di armi e di navi, si misero a fare

      razzie nelle campagne e per questo motivo il re Latino e gli Aborigeni che

      allora regnavano su quelle terre accorsero armati dalle città e dai campi

      per respingere l'attacco degli stranieri. Del fatto si tramandano due

      versioni. Alcuni sostengono che Latino, vinto in battaglia, fece pace con

      Enea e strinse con lui legami di parentela. Altri, invece, raccontano che,

      una volta schieratisi gli eserciti in ordine di battaglia, prima che fosse

      dato il segnale di inizio, Latino avanzò tra i soldati delle prime file e

      invitò a un colloquio il comandante degli stranieri. Quindi si informò

      sulla loro provenienza, chiese da dove o a séguito di quale evento fossero

      partiti dal loro paese e cosa stessero cercando nel territorio di

      Laurento. Venne così a sapere che tutti quegli uomini erano Troiani, con a

      capo Enea figlio di Anchise e di Venere, esuli da una città finita nelle

      fiamme, e alla ricerca di una sede stabile per fondarvi la loro città.

      Quindi, pieno di ammirazione per la nobiltà d'animo di quel popolo e

      dell'uomo di fronte a lui e per la loro disposizione tanto alla guerra che

      alla pace, gli tese la mano destra e si impegnò per un'amicizia futura tra

      i due popoli. I due comandanti stipularono allora un trattato di alleanza,

      mentre i due eserciti si scambiarono un saluto. Enea fu ospitato presso

      Latino. Lì questi aggiunse un patto privato a quello pubblico dando in

      moglie a Enea sua figlia. Questo accordo rinforzò la speranza dei Troiani

      di vedere finite una volta per tutte le loro infinite peregrinazioni

      grazie a una sede stabile e definitiva. Fondano una città. Enea la chiama

      Lavinio dal nome della moglie. Dopo poco tempo, dal nuovo matrimonio

      nacque anche un figlio maschio cui i genitori diedero il nome di Ascanio.

      

      2 In séguito, Aborigeni e Troiani dovettero affrontare insieme una guerra.

      Il re dei Rutuli Turno, cui era stata promessa in sposa Lavinia prima

      dell'arrivo di Enea, poiché non accettava di buon grado che lo straniero

      gli fosse stato preferito, entrò in guerra contemporaneamente con Enea e

      con Latino. Nessuna delle due parti poté rallegrarsi dell'esito di quello

      scontro: i Rutuli furono vinti, ma Troiani e Aborigeni, benché vincitori,

      persero Latino, il loro comandante. Allora Turno e i Rutuli, sfiduciati

      per lo stato presente delle cose, ricorsero alle floride risorse degli

      Etruschi e del loro re Mesenzio, signore dell'allora ricca città di Cere.

      Questi, poiché già sin dagli inizi non aveva gioito della fondazione della

      nuova città e in quel momento pensava che la crescita della potenza

      troiana fosse una minaccia eccessiva per la sicurezza dei popoli vicini,

      non esitò ad allearsi militarmente con i Rutuli. Enea, terrorizzato di

      fronte a una simile guerra, per accattivarsi il favore degli Aborigeni e

      perché tutti risultassero uniti non solo sotto la stessa autorità ma anche

      sotto lo stesso nome, chiamò Latini l'uno e l'altro popolo; né d'allora in

      poi gli Aborigeni si dimostrarono inferiori ai Troiani quanto a devozione

      e lealtà. Ed Enea, forte di questi sentimenti e dell'affiatamento che

      sempre di più cresceva tra i due popoli col passare dei giorni, nonostante

      l'Etruria avesse una tale disponibilità di mezzi da raggiungere con la sua

      fama non solo la terra ma anche il mare per tutta l'estensione dell'Italia

      - dalle Alpi allo stretto di Sicilia -, fece scendere ugualmente in campo

      le sue truppe pur potendo respingere l'attacco dalle mura. Lo scontro fu

      il secondo per i Latini. Per Enea, invece, rappresentò l'ultima impresa da

      mortale. Comunque lo si voglia considerare, uomo o dio, è sepolto sulle

      rive del fiume Numico e la gente lo chiama Giove Indigete.

      

      3 Ascanio, il figlio di Enea, non era ancora maturo per comandare;

      tuttavia il potere rimase intatto finché egli non ebbe raggiunto la

      pubertà. Nell'intervallo di tempo, lo Stato latino e il regno che il

      ragazzo aveva ereditato dal padre e dagli avi gli vennero conservati sotto

      la tutela della madre (tali erano in Lavinia le qualità caratteriali). Non

      mi metterò a discutere - e chi infatti potrebbe dare come certa una cosa

      così antica? - se sia stato proprio questo Ascanio o uno più vecchio di

      lui, nato dalla madre Creusa quando Ilio era ancora in piedi e compagno

      del padre nella fuga di là, quello stesso Julo dal quale la famiglia

      Giulia sostiene derivi il proprio nome. Questo Ascanio, quali che fossero

      la madre e la patria d'origine, in ogni caso era figlio di Enea. Dal

      momento che la popolazione di Lavinio era in eccesso, lasciò alla madre, o

      alla matrigna, la città ricca e fiorente, e per conto suo ne fondò sotto

      il monte Albano una nuova che, dalla sua posizione allungata nel senso

      della dorsale montana, fu chiamata Alba Longa. Tra la fondazione di

      Lavinio e la deduzione della colonia di Alba Longa intercorsero press'a

      poco trent'anni. Ciò nonostante, specie dopo la sconfitta subita dagli

      Etruschi, la sua potenza era a tal punto in crescita che, neppure dopo la

      morte di Enea e in séguito sotto la reggenza di una donna e i primi passi

      del regno di un ragazzo, tanto Mesenzio e gli Etruschi quanto nessun'altra

      popolazione limitrofa osarono intraprendere iniziative militari. Il

      trattato di pace stabilì che per Etruschi e Latini il confine sarebbe

      stato rappresentato dal fiume Albula, il Tevere dei giorni nostri.

      Quindi regna Silvio, figlio di Ascanio, nato nei boschi per un qualche

      caso fortuito. Egli genera Enea Silvio che a sua volta mette al mondo

      Latino Silvio. Da quest'ultimo vennero fondate alcune colonie che furono

      chiamate dei Latini Prischi. In séguito il nome Silvio rimase a tutti

      coloro che regnarono ad Alba Longa. Da Latino nacque Alba, da Alba Atys,

      da Atys Capys, da Capys Capeto e da Capeto Tiberino il quale, essendo

      annegato durante l'attraversamento del fiume Albula, diede a esso il

      celebre nome passato ai posteri. Quindi regnò il figlio di Tiberino,

      Agrippa, il quale trasmise il potere al figlio Romolo Silvio. Questi,

      colpito da un fulmine, tramandò di mano in mano il regno ad Aventino il

      quale fu sepolto sul colle che oggi è parte di Roma e che porta il suo

      nome. Quindi regna Proca. Egli genera Numitore e Amulio. A Numitore, che

      era il più grande, lascia in eredità l'antico regno della dinastia Silvia.

      Ma la violenza poté più che la volontà del padre o la deferenza nei

      confronti della primogenitura: dopo aver estromesso il fratello, sale al

      trono Amulio. Questi commise un crimine dietro l'altro: i figli maschi del

      fratello li fece uccidere, mentre a Rea Silvia, la femmina, avendola

      nominata Vestale (cosa che egli fece passare come un'onorificenza), tolse

      la speranza di diventare madre condannandola a una verginità perpetua.

      

      4 Credo comunque che rientrassero in un disegno del destino tanto la

      nascita di una simile città quanto l'inizio della più grande potenza del

      mondo dopo quella degli dèi. La Vestale, vittima di uno stupro, diede alla

      luce due gemelli. Sia che fosse in buona fede, sia che intendesse rendere

      meno turpe la propria colpa attribuendone la responsabilità a un dio,

      dichiarò Marte padre della prole sospetta. Ma né gli dèi né gli uomini

      riescono a sottrarre lei e i figli alla crudeltà del re: questi dà ordine

      di arrestare e incatenare la sacerdotessa e di buttare i due neonati nella

      corrente del fiume. Per una qualche fortuita volontà divina, il Tevere,

      straripato in masse d'acqua stagnante, non era praticabile in nessun punto

      del suo letto normale, ma a chi li portava faceva sperare che i due

      neonati venissero ugualmente sommersi dall'acqua nonostante questa fosse

      poco impetuosa. Così, nella convinzione di aver eseguito l'ordine del re,

      espongono i bambini nel punto più vicino dello straripamento, là dove ora

      c'è il fico Ruminale (che, stando alla leggenda, un tempo si chiamava

      Romulare). Quei luoghi erano allora completamente deserti. Tutt'ora è viva

      la tradizione orale secondo la quale, quando l'acqua bassa lasciò in secco

      la cesta galleggiante nella quale erano stati abbandonati i bambini, una

      lupa assetata proveniente dai monti dei dintorni deviò la sua corsa in

      direzione del loro vagito e, accucciatasi, offrì loro il suo latte con una

      tale dolcezza che il pastore-capo del gregge reale - pare si chiamasse

      Faustolo - la trovò intenta a leccare i due neonati. Faustolo poi, tornato

      alle stalle, li diede alla moglie Larenzia affinché li allevasse. C'è

      anche chi crede che questa Larenzia i pastori la chiamassero lupa perché

      si prostituiva: da ciò lo spunto di questo racconto prodigioso. Così nati

      e cresciuti, non appena divennero grandi, cominciarono ad andare a caccia

      in giro per i boschi senza rammollirsi nelle stalle e dietro il gregge.

      Irrobustitisi così nel corpo e nello spirito, nonaffrontavano soltanto più

      le bestie feroci, ma assalivano i banditi carichi di bottino: dividevano

      tra i pastori il frutto delle rapine e condividevano con loro svaghi e

      lavoro, mentre il numero dei giovani aumentava giorno dopo giorno.

      

      5 Si dice che già allora sul Palatino si celebrasse il nostro Lupercale e

      che il monte fosse chiamato Pallanzio (in séguito Palatino) da Pallanteo,

      città dell'Arcadia. Là Evandro, il quale, originario di quella stirpe di

      Arcadi, aveva occupato la zona molto tempo prima, pare avesse introdotto

      importandola dall'Arcadia l'usanza che dei giovani corressero nudi

      celebrando con giochi licenziosi Pan Liceo, che i Romani in séguito

      chiamarono Inuo. Mentre erano intenti a questo spettacolo - dato che la

      ricorrenza era ben nota -, si dice che i banditi, per la rabbia di aver

      perso il bottino, organizzarono un'imboscata. Romolo si difese

      energicamente. Remo, invece, lo catturarono e lo consegnarono al re

      Amulio, accusandolo per giunta del furto. Soprattutto gli imputavano di

      aver compiuto delle incursioni nelle terre di Numitore e di aver raccolto

      un gruppo di giovinastri per darsi alle razzie come in tempo di guerra.

      Per questi motivi Remo viene consegnato a Numitore perché lo punisca. Già

      sin dall'inizio Faustolo aveva supposto che i bambini allevati in casa sua

      fossero di sangue reale: infatti sapeva che dei neonati erano stati

      abbandonati per volere del re e anche che il periodo in cui li aveva presi

      con sé coincideva con quel fatto. Però non aveva voluto che la cosa si

      venisse a sapere quando ancora non era il momento giusto (a meno che non

      si fossero presentate l'occasione propizia o una necessità urgente). Fu

      quest'ultima ipotesi a verificarsi per prima: spinto dalla paura, rivelò

      la cosa a Romolo. Per caso anche Numitore, mentre teneva prigioniero Remo

      e aveva saputo che erano fratelli gemelli, considerando la loro età e il

      carattere per niente servile, era stato toccato nell'intimo dal ricordo

      dei nipoti; e a forza di fare domande, arrivò a un punto tale che poco ci

      mancò riconoscesse Remo. Così venne architettato un doppio complotto ai

      danni del re. Romolo lo assale, però non col suo gruppo di ragazzi -

      infatti non sarebbe stato all'altezza di un vero proprio colpo di forza -,

      ma con altri pastori cui era stato ordinato di arrivare alla reggia in un

      momento prestabilito e secondo un altro percorso. Dalla casa di Numitore,

      invece, Remo accorre in aiuto con un'altra schiera di uomini che era

      riuscito a procurarsi. Così trucidano il re.

      

      6 Numitore, durante le prime fasi della sommossa, spargendo la voce che i

      nemici avevano invaso la città e stavano assaltando la reggia, aveva così

      attirato la gioventù albana a presidiare la rocca e a tenerla con le armi.

      Quando vide venire verso di sé i giovani esultanti, reduci dalla strage

      appena compiuta, convocata sùbito l'assemblea, rivelò i delitti commessi

      dal fratello nei suoi confronti, la nobile origine dei nipoti, la loro

      nascita, il modo in cui erano stati allevati, il sistema con cui erano

      stati riconosciuti, e infine l'uccisione del tiranno, della quale dichiarò

      di assumersi la piena responsabilità. Dopo che i due giovani, entrati con

      le loro truppe nel mezzo dell'assemblea, ebbero acclamato re il nonno,

      l'intera folla, con un grido unanime, confermò al re il titolo legittimo e

      l'autorità.

      Così, affidata Alba a Numitore, Romolo e Remo furono presi dal desiderio

      di fondare una città in quei luoghi in cui erano stati esposti e allevati.

      Inoltre la popolazione di Albani e Latini era in eccesso. A questo si

      erano anche aggiunti i pastori. Tutti insieme certamente nutrivano la

      speranza che Alba Longa e Lavinio sarebbero state piccole nei confronti

      della città che stava per essere fondata. Su questi progetti si innestò

      poi un tarlo ereditato dagli avi, cioè la sete di potere, e di lì nacque

      una contesa fatale dopo un inizio abbastanza tranquillo. Siccome erano

      gemelli e il rispetto per la primogenitura non poteva funzionare come

      criterio elettivo, toccava agli dèi che proteggevano quei luoghi indicare,

      attraverso gli auspici, chi avessero scelto per dare il nome alla nuova

      città e chi vi dovesse regnare dopo la fondazione. Così, per interpretare

      i segni augurali, Romolo scelse il Palatino e Remo l'Aventino.

      

      7 Il primo presagio, sei avvoltoi, si dice toccò a Remo. Dal momento che a

      Romolo ne erano apparsi il doppio quando ormai il presagio era stato

      annunciato, i rispettivi gruppi avevano proclamato re l'uno e l'altro

      contemporaneamente. Gli uni sostenevano di aver diritto al potere in base

      alla priorità nel tempo, gli altri in base al numero degli uccelli visti.

      Ne nacque una discussione e dal rabbioso scontro a parole si passò al

      sangue: Remo, colpito nella mischia, cadde a terra. È più nota la versione

      secondo la quale Remo, per prendere in giro il fratello, avrebbe

      scavalcato le mura appena erette e quindi Romolo, al colmo dell'ira,

      l'avrebbe ammazzato aggiungendo queste parole di sfida: «Così, d'ora in

      poi, possa morire chiunque osi scavalcare le mie mura.» In questo modo

      Romolo si impossessò da solo del potere e la città appena fondata prese il

      nome del suo fondatore.

      In primo luogo fortifica il Palatino, sul quale lui stesso era stato

      allevato. Offre sacrifici in onore degli altri dèi secondo il rito albano,

      e secondo quello greco in onore di Ercole, così com'erano stati istituiti

      da Evandro. Stando alla leggenda, proprio in questi luoghi Ercole uccise

      Gerione e gli portò via gli splendidi buoi. Perché questi riprendessero

      fiato e pascolassero nella quiete del verde e per riposarsi anche lui

      stremato dal cammino, si coricò in un prato vicino al Tevere, nel punto in

      cui aveva attraversato a nuoto il fiume spingendo il bestiame davanti a

      sé. Lì, appesantito dal vino e dal cibo, si addormentò profondamente. Un

      pastore della zona, un certo Caco, contando sulle proprie forze e colpito

      dalla bellezza dei buoi, pensò di portarsi via quella preda. Ma, dato che

      spingendo l'armento nella sua grotta le orme vi avrebbero condotto il

      padrone quando si fosse messo a cercarle, prese i buoi più belli per la

      coda e li trascinò all'indietro nella sua grotta. Al sorgere del sole,

      Ercole, emerso dal sonno, dopo aver esaminato attentamente il gregge ed

      essersi accorto che ne mancava una parte, si incamminò verso la grotta più

      vicina, caso mai le orme portassero in quella direzione. Quando vide che

      erano tutte rivolte verso l'esterno ed escludevano ogni altra direzione,

      cominciò a spingere l'armento lontano da quel luogo ostile. Ma poiché

      alcune tra quelle messe in movimento si misero a muggire, come succede,

      per rimpianto di quelle rimaste indietro, il verso proveniente dalle altre

      rimaste chiuse dentro la grotta fece girare Ercole. Caco cercò di

      impedirgli con la forza l'ingresso nella grotta. Ma mentre tentava invano

      di far intervenire gli altri pastori, stramazzò al suolo schiantato da un

      colpo di clava. In quel tempo governava la zona, più per prestigio

      personale che per un potere conferitogli, Evandro, esule dal Peloponneso,

      uomo degno di venerazione perché sapeva scrivere, cosa nuova e prodigiosa

      in mezzo a bifolchi del genere, e ancor più degno di venerazione per la

      supposta natura divina della madre Carmenta, che prima dell'arrivo in

      Italia della Sibilla aveva sbalordito quelle genti con le sue doti di

      profetessa. Evandro dunque, attirato dalla folla di pastori accorsi

      sbigottiti intorno allo straniero colto in flagrante omicidio, dopo aver

      ascoltato il racconto del delitto e delle sue cause, osservando

      attentamente le fattezze e la corporatura dell'individuo, più maestose e

      imponenti del normale, gli domandò chi fosse. Quando venne a sapere il

      nome, chi era suo padre e da dove veniva, disse: «Salute a te, Ercole,

      figlio di Giove. Mia madre, interprete veritiera degli dèi, mi ha

      vaticinato che tu andrai ad accrescere il numero degli immortali e qui ti

      verrà dedicato un altare che un giorno il popolo più potente della terra

      chiamerà Altare Massimo e venererà secondo il tuo rito.» Ercole, dopo aver

      teso la mano destra, disse che accettava l'augurio e che avrebbe portato a

      compimento la volontà del destino costruendo e consacrando l'altare. Lì,

      prendendo dal gregge un capo di straordinaria bellezza, fu per la prima

      volta compiuto un sacrificio in onore di Ercole. A occuparsi della

      cerimonia e del banchetto sacrificale furono chiamati Potizi e Pinari, in

      quel tempo le famiglie più illustri della zona. Per caso successe che i

      Potizi giungessero all'ora stabilita e le viscere degli animali vennero

      poste di fronte a loro, mentre i Pinari, quando ormai le viscere erano

      stae mangiate, arrivarono a banchetto cominciato. Così, finché durò in

      vita la stirpe dei Pinari, rimase in vigore la regola che essi non

      potessero cibarsi delle interiora dei sacrifici. I Potizi, istruiti da

      Evandro, furono per molte generazioni sacerdoti di questo rito sacro, fino

      al tempo in cui, affidato ai servi di Stato il solenne officio della

      famiglia, l'intera stirpe dei Potizi si estinse. Questi furono gli unici,

      fra tutti i riti di importazione, a essere allora accolti da Romolo, già

      in quel periodo conscio dell'immortalità che avrebbe ottenuto col valore e

      verso la quale lo conduceva il suo destino.

      

      8 Sistemata la sfera del divino in maniera conforme alle usanze religiose

      e convocata in assemblea la massa, che nulla, salvo il vincolo giuridico,

      poteva unire nel complesso di un solo popolo, diede loro un sistema di

      leggi. Pensando che esso sarebbe stato inviolabile per quei rozzi villici

      solo a patto di rendere se stesso degno di venerazione per i segni

      distintivi dell'autorità, diventò più maestoso sia nel resto della persona

      sia soprattutto grazie ai dodici littori di cui si circondò. Alcuni

      ritengono che egli adottò il numero in base a quello degli uccelli che,

      col loro augurio, gli avevano pronosticato il regno. A me non dispiace la

      tesi di quelli che sostengono importati dalla confinante Etruria (donde

      furono introdotte la sedia curule e la toga pretesta) tanto questo tipo di

      subalterni quanto il loro stesso numero. Essi ritengono che la cosa fosse

      così presso gli Etruschi dal momento che, una volta eletto il re

      dall'insieme dei dodici popoli, ciascuno di essi forniva un littore a

      testa.

      Nel frattempo la città cresceva in fortificazioni che abbracciavano dentro

      la loro cerchia sempre nuovi spazi: si costruiva più nella speranza di un

      incremento demografico negli anni a venire che per le proporzioni presenti

      della popolazione. In séguito, perché l'ampliamento della città non fosse

      fine a se stesso, col pretesto di aumentare la popolazione secondo

      l'antica idea di quanti fondavano città (i quali, radunando intorno a sé

      genti senza un passato alle spalle, facevano credere loro di essere

      autoctoni), creò un punto di raccolta là dove oggi, per chi voglia salire

      a vedere, c'è un recinto tra due boschi. Lì, dalle popolazioni confinanti,

      andò a riparare una massa eterogenea di individui - nessuna distinzione

      tra liberi e schiavi - avida di cose nuove: e questo fu il primo energico

      passo in direzione del progetto di ampliamento. Ormai soddisfatto di tali

      forze, provvede a dotarli di un'assemblea. Elegge cento senatori, sia

      perché questo numero era sufficiente, sia perché erano soltanto cento

      quelli che potevano ambire a una carica del genere. In ogni caso,

      quest'onore gli valse il titolo di padri, mentre i loro discendenti furono

      chiamati patrizi.

      

      9 Roma era ormai così potente che poteva permettersi di competere

      militarmente con qualunque popolo dei dintorni. Ma per la penuria di donne

      questa grandezza era destinata a durare una sola generazione, perché essi

      non potevano sperare di avere figli in patria né di sposarsi con donne

      della zona. Allora, su consiglio dei senatori, Romolo inviò ambasciatori

      alle genti limitrofe per stipulare un trattato di alleanza col nuovo

      popolo e per favorire la celebrazione di matrimoni. Essi dissero che anche

      le città, come il resto delle cose, nascono dal nulla; in séguito, grazie

      al loro valore e all'assistenza degli dèi, acquistano grande potenza e

      grande fama. Era un fatto assodato che alla nascita di Roma erano stati

      propizi gli dèi e che il valore non le sarebbe venuto a mancare. Per

      questo, in un rapporto da uomo a uomo, non dovevano disdegnare di

      mescolare il sangue e la stirpe. All'ambasceria non dette ascolto nessuno:

      tanto da una parte provavano un aperto disprezzo, quanto dall'altra

      temevano per sé e per i propri successori la crescita in mezzo a loro di

      una simile potenza. Nell'atto di congedarli, la maggior parte dei popoli

      consultati chiedeva se non avessero aperto anche per le donne un qualche

      luogo di rifugio (quella infatti sarebbe stata una forma di matrimonio

      alla pari). La gioventù romana non la prese di buon grado e la cosa

      cominciò a scivolare inevitabilmente verso la soluzione di forza. Per

      conferire a essa tempi e luoghi appropriati, Romolo, dissimulando il

      proprio risentimento, allestisce apposta dei giochi solenni in onore di

      Nettuno Equestre e li chiama Consualia. Quindi ordina di invitare allo

      spettacolo i popoli vicini. Per caricarli di interesse e attese, i giochi

      vengono pubblicizzati con tutti i mezzi disponibili all'epoca. Arrivò

      moltissima gente, an che per il desiderio di vedere la nuova città, e

      soprattutto chi abitava più vicino, cioè Ceninensi, Crustumini e

      Antemnati. I Sabini, poi, vennero al completo, con tanto di figli e

      consorti. Invitati ospitalmente nelle case, dopo aver visto la posizione

      della città, le mura fortificate e la grande quantità di abitazioni, si

      meravigliarono della rapidità con cui Roma era cresciuta. Quando arrivò il

      momento previsto per lo spettacolo e tutti erano concentratissimi sui

      giochi, allora, come convenuto, scoppiò un tumulto e la gioventù romana, a

      un preciso segnale, si mise a correre all'impazzata per rapire le ragazze.

      Molte finivano nelle mani del primo in cui si imbattevano: quelle che

      spiccavano sulle altre per bellezza, destinate ai senatori più insigni,

      venivano trascinate nelle loro case da plebei cui era stato affidato quel

      compito. Si racconta che una di esse, molto più carina di tutte le altre,

      fu rapita dal gruppo di un certo Talasio e, poiché in molti cercavano di

      sapere a chi mai la stessero portando, gridarono più volte che la

      portavano a Talasio perché nessuno le mettesse le mani addosso. Da

      quell'episodio deriva il nostro grido nuziale.

      Finito lo spettacolo nel terrore, i genitori delle fanciulle fuggono

      affranti, accusandoli di aver violato il patto di ospitalità e invocando

      il dio in onore del quale eran venuti a vedere il rito e i giochi solenni,

      vittime di un'eccessiva fiducia nella legge divina. Le donne rapite,

      d'altra parte, non avevano maggiori speranze circa se stesse né minore

      indignazione. Ma Romolo in persona si aggirava tra di loro e le informava

      che la cosa era successa per l'arroganza dei loro padri che avevano negato

      ai vicini la possibilità di contrarre matrimoni; le donne, comunque,

      sarebbero diventate loro spose, avrebbero condiviso tutti i loro beni, la

      loro patria e, cosa di cui niente è più caro agli esseri umani, i figli.

      Che ora dunque frenassero la collera e affidassero il cuore a chi la sorte

      aveva già dato il loro corpo. Spesso al risentimento di un affronto segue

      l'armonia dell'accordo. Ed esse avrebbero avuto dei mariti tanto migliori

      in quanto ciascuno di par suo si sarebbe sforzato, facendo il proprio

      dovere, di supplire alla mancanza dei genitori e della patria. A tutto

      questo si aggiungevano poi le attenzioni dei mariti (i quali

      giustificavano la cosa con il trasporto della passione), attenzioni che

      sono l'arma più efficace nei confronti dell'indole femminile.

      

      10 Ormai l'ira delle ragazze rapite si era del tutto placata. Fu però

      proprio in quel momento che i loro genitori, vestiti a lutto, cercavano di

      sensibilizzare i concittadini piangendo e lamentandosi dell'accaduto. E

      non si limitavano a manifestare in patria il proprio sdegno, ma da ogni

      parte si presentarono in gruppi di delegazioni a Tito Tazio, re dei

      Sabini, perché il suo prestigio in quelle zone era enorme. Quell'affronto

      riguardava in parte Ceninensi, Crustumini e Antemnati. Sembrò loro che

      Tito Tazio e i Sabini agissero con eccessiva flemma: perciò questi tre

      popoli si prepararono a combattere da soli. Ma, a giudicare dall'animosità

      e dall'ira dei Ceninensi, neppure Crustumini e Antemnati si muovevano con

      sufficiente prontezza. Così i Ceninensi invadono da soli il territorio

      romano. Ma mentre stavano devastando disordinatamente la zona, gli va

      incontro Romolo con l'esercito e, dopo una ridicola scaramuccia, dimostra

      loro la vanità dell'ira non sorretta da forze adeguate. Sbaraglia la

      schiera nemica, la mette in fuga e ne insegue i resti sbandati; quindi si

      scontra in duello col re, lo uccide e ne spoglia il cadavere. Dopo aver

      eliminato il comandante dei nemici, si impossessa della loro città al

      primo assalto. Ricondotto indietro l'esercito vincitore, dimostrò che il

      suo eroismo nel compiere le imprese non era inferiore alla capacità di

      valorizzarle: portando le spoglie del comandante nemico ucciso su una

      barella costruita all'occorrenza, salì sul Campidoglio. Lì, dopo averle

      deposte presso una quercia sacra ai pastori, insieme con l'offerta tracciò

      i confini del tempio di Giove e aggiunse un epiteto al nome del dio: «Io,

      Romolo, re vittorioso, offro a te, Giove Feretrio, queste armi di re, e

      consacro il tempio entro questi limiti che ho or ora tracciato secondo la

      mia volontà, in modo tale che diventi un luogo demandato alle spoglie

      opime che quanti verranno dopo di me, seguendo il mio esempio, porteranno

      qui dopo averle strappate a re e comandanti nemici uccisi in battaglia.»

      Questa è l'origine del primo tempio consacrato a Roma. Così, da quel

      giorno in poi, piacque agli dèi che fosse legge la parola del fondatore

      del tempio (e cioè che i posteri avrebbero dovuto portare lì le spoglie),

      e che la gloria di un tale dono non fosse svilita dal numero elevatissimo

      di chi la poteva ottenere. Da allora tanti anni sono passati e tante

      guerre sono state combattute. Ciò nonostante, altre due volte soltanto si

      presero spoglie opime: così rara fu la fortuna di quell'onore.

      

      11 Mentre i Romani si stavano occupando di queste cose, gli Antemnati,

      cogliendo al volo l'occasione offerta dalla loro assenza, compiono

      un'incursione armata nel nostro territorio. Ma le truppe romane, spinte a

      marce forzate anche in quella direzione, piombano loro addosso trovandoli

      sparpagliati nei campi. Fu così che bastò il primo urto accompagnato

      dall'urlo di guerra per sbaragliarli e conquistarne la città. Mentre

      Romolo era nel pieno dell'ovazione per il doppio trionfo, la moglie

      Ersilia, cedendo alle preghiere incessanti delle donne rapite, lo prega di

      perdonarne i genitori e di ammetterli all'interno della città (la cui

      potenza sarebbe così aumentata proprio grazie alla concordia interna).

      Egli acconsente facilmente. Quindi marcia contro i Crustumini che erano in

      procinto di attaccare. Ma la loro resistenza durò ancora meno di quella

      degli alleati: di fronte a disfatte del genere, non era rimasto troppo

      coraggio. In entrambi i paesi sottomessi furono inviati coloni. La maggior

      parte di essi, però, si iscrissero per Crustumino a causa della fertilità

      della terra. Dall'altra parte, invece, molte persone, soprattutto genitori

      e parenti delle donne rapite, vennero a stabilirsi a Roma.

      L'ultimo attacco Roma lo subì dai Sabini, e questa fu di gran lunga la più

      importante tra le guerre combattute fino a quel punto. Essi, infatti, non

      agirono sotto l'impulso del risentimento e dell'ambizione, né si

      lasciarono andare a dimostrazioni militari prima di dare il via alla

      guerra. Unirono la fraudolenza al sangue freddo. Spurio Tarpeio comandava

      la cittadella romana. Sua figlia, vergine vestale, viene corrotta con

      dell'oro da Tazio e costretta a fare entrare un drappello di armati nella

      fortezza. In quel preciso momento la ragazza era andata oltre le mura ad

      attingere acqua per i culti rituali. Dopo averla catturata, la

      schiacciarono sotto il peso delle loro armi e la uccisero, sia per dare

      l'idea che la cittadella era stata conquistata più con la forza che con

      qualsiasi altro mezzo, sia per fornire un esempio in modo che più nessun

      delatore potesse contare sulla parola data. La leggenda riguardante questi

      fatti vuole che, siccome i Sabini di solito portavano al braccio sinistro

      braccialetti d'oro massiccio e giravano con anelli tempestati di gemme di

      rara bellezza, la ragazza avesse pattuito come prezzo del suo tradimento

      ciò che essi portavano al braccio sinistro; e che al posto dell'oro

      promesso fosse rimasta schiacciata dal peso dei loro scudi. Alcuni

      sostengono che, avendo lei chiesto di scegliere come ricompensa quello che

      essi portavano al braccio sinistro, optò espressamente per gli scudi e che

      i Sabini, credendo li volesse tradire, l'uccisero proprio col compenso che

      aveva richiesto.

      

      12 Comunque sia, i Sabini si impossessarono della cittadella. Il giorno

      dopo, quando l'esercito romano aveva gremito, col suo schieramento al

      completo, lo spazio compreso tra il Palatino e il Campidoglio, i Sabini

      non calarono subito in pianura ma rimasero ad aspettare che l'indignazione

      e il desiderio di recuperare la rocca spingessero i Romani a risalire la

      china e ad affrontarli su in alto. I capi di entrambi gli schieramenti

      incitavano alla lotta: Mezio Curzio per i Sabini e Ostio Ostilio per i

      Romani. Quest'ultimo, nonostante la posizione svantaggiosa, teneva alto il

      morale con dimostrazioni di coraggio e di audacia nelle prime file. Ma,

      caduto lui, subito i Romani registrarono un netto cedimento e andarono a

      rifugiarsi presso la vecchia porta del Palatino. Romolo stesso, trascinato

      dalla massa dei soldati in ritirata, sollevando le armi al cielo, gridò:

      «O Giove, è per obbedire al tuo volere che ho gettato le prime fondamenta

      di Roma proprio qui sul Palatino. Ormai la cittadella è in mano ai Sabini

      che l'hanno conquistata nella più turpe delle maniere. Di lì, attraverso

      la vallata, stanno avanzando armati verso di noi. Ma tu, padre degli dèi e

      degli uomini, tieni lontani almeno da qui i nemici, libera i Romani dal

      terrore e frena questa loro vergognosa ritirata! Prometto che qui, o Giove

      Statore, io innalzerò un tempio per ricordare ai posteri che è stato il

      tuo aiuto inesauribile a salvare la città». Al termine della preghiera,

      come se avesse avuto la sensazione di essere stato esaudito, disse: «Qui,

      o Romani, Giove ottimo massimo vi ordina di fermarvi e di ricominciare a

      combattere». E i Romani si fermarono, proprio come se stessero obbedendo a

      un ordine piovuto dal cielo. Romolo in persona si lancia nelle prime file.

      Mezio Curzio, intanto, a capo dei Sabini, aveva guidato la carica

      dall'alto della cittadella e fatto il vuoto in mezzo alle fila romane,

      gettando lo scompiglio per tutto lo spazio occupato dal foro. E, ormai non

      lontano dalla porta del Palatino, gridava: «Li abbiamo battuti, ospiti

      malvagi e nemici codardi che non sono altro! Ora lo sanno che differenza

      passa tra rapire delle ragazze inermi e combattere contro degli uomini

      veri.» Mentre così si gloria, gli si avventa addosso, guidato da Romolo,

      un gruppo di giovani pronti a tutto. Per caso in quel momento Mezio stava

      combattendo a cavallo e fu così più facile respingerlo. Dopo averlo messo

      in fuga, i Romani proseguono sullo slancio e il resto dell'esercito,

      infiammato dall'audacia del re, riesce a sbaragliare i Sabini. Mezio fu

      trascinato in una palude dal suo cavallo, divenuto ingovernabile per lo

      strepito degli inseguitori e la cosa attirò l'attenzione anche dei Sabini

      che temevano di perdere una figura così carismatica: urlando e facendogli

      ampi gesti, gli dimostrarono il loro attaccamento ed egli riuscì a tirarsi

      fuori dalla melma. Romani e Sabini riprendono così a combattere nella

      valle che si estende tra le due colline. Ma i Romani continuavano ad avere

      la meglio.

      

      13 Fu in quel momento che le donne sabine, il cui rapimento aveva

      scatenato la guerra in corso, con le chiome al vento e i vestiti a

      brandelli, lasciarono che le disgrazie presenti avessero la meglio sulla

      loro timidezza di donne e non esitarono a buttarsi sotto una pioggia di

      proiettili e a irrompere dai lati tra le opposte fazioni per dividere i

      contendenti e placarne la collera. Da una parte supplicavano i mariti e

      dall'altra i padri. Li imploravano di non commettere un crimine orrendo

      macchiandosi del sangue di un suocero o di un genero e di non lasciare il

      marchio del parricidio nelle creature che esse avrebbero messo al mondo,

      figli per gli uni e nipoti per gli altri. «Se il rapporto di parentela che

      vi unisce e questi matrimoni non vi vanno a genio, rivolgete la vostra ira

      contro di noi: siamo noi la causa scatenante della guerra, noi le sole

      responsabili delle ferite e delle morti tanto dei mariti quanto dei

      genitori. Meglio morire che rimanere senza uno di voi due, o vedove od

      orfane.» L'episodio non tocca soltanto la massa dei soldati ma anche i

      comandanti, e su tutti cala improvvisa una quiete silenziosa. Poi vengono

      avanti i generali per stipulare un trattato e non si accordano

      esclusivamente sulla pace, ma varano anche l'unione dei due popoli.

      Associano i due regni, trasferendo però l'intero potere decisionale a Roma

      che vede così raddoppiata la sua popolazione. Tuttavia, per venire in

      qualche modo incontro ai Sabini, i cittadini romani presero il nome di

      Quiriti dalla città di Cures. E in memoria di quella battaglia chiamarono

      lago Curzio lo specchio d'acqua dove il cavallo di Curzio emerse dal

      profondo della melma e portò in salvo il suo cavaliere.

      A una guerra così catastrofica seguì improvvisamente un felice periodo di

      pace che rese le donne sabine più gradite ai loro mariti e ai loro

      genitori, ma, sopra tutti, a Romolo stesso. Così, quando questi divise la

      popolazione in trenta curie, diede a esse il nome delle donne. Senza

      dubbio il loro numero era in qualche modo superiore: la tradizione non ci

      informa se fu l'età, la loro classe sociale o quella dei mariti, oppure

      un'estrazione a sorte il criterio utilizzato per stabilire quali dovessero

      dare il nome alle curie. Nello stesso periodo vennero formate tre centurie

      di cavalieri. Ramnensi e Tiziensi devono i loro nomi a Romolo e a Tito

      Tazio. Quanto invece ai Luceri, nome e origine sono poco chiari. Di lì in

      poi, i due sovrani regnarono non solo in comune, ma anche in perfetto

      accordo.

      

      14 Alcuni anni dopo, certi parenti di Tito Tazio maltrattano gli

      ambasciatori dei Laurenti e, nonostante il loro appellarsi al diritto

      delle genti, Tito mostra di avere orecchie soltanto per le preghiere dei

      suoi. Così facendo, assume su di sé la responsabilità della loro mancanza.

      E infatti, un giorno che era andato a Lavinio per un sacrificio solenne,

      fu assassinato in un moto di piazza. Si narra che la cosa addolorò Romolo

      meno del dovuto, sia per la dubbia affidabilità di una simile divisione

      del potere, sia perché credeva che quella morte non fosse del tutto

      immeritata. Per questo evitò di far ricorso alla guerra. Tuttavia, per

      garantire l'espiazione della morte del re e dell'offesa ai danni degli

      ambasciatori, fece rinnovare il trattato tra Roma e Lavinio.

      Questa pace, a dir la verità, fu un evento al di sopra di ogni

      aspettativa. Invece scoppiò un'altra guerra, molto più vicina, anzi quasi

      alle porte di Roma. Gli abitanti di Fidene, ritenendo troppo vicina a loro

      una potenza in continua crescita, senza aspettare che diventasse forte

      come c'era da prevedere, si affrettano a scatenare il conflitto. Armano

      squadroni di giovani e li spediscono a devastare le campagne tra Roma e

      Fidene. Di lì piegano verso sinistra (a destra niente da fare, c'è il

      Tevere che blocca la strada) e compiono atti di vandalismo terrorizzando i

      contadini. L'improvviso trambusto creatosi nelle campagne arrivò fino in

      città e fu come una prima avvisaglia della guerra. Romolo, visto che non

      c'era un minuto da perdere con una guerra così vicina, esce immediatamente

      alla testa dell'esercito e si accampa a un miglio da Fidene. Dopo avervi

      lasciato una modesta guarnigione, si mette in moto col grosso delle

      truppe. Una parte di queste ordinò che si piazzasse, pronta a lanciare

      un'imboscata, in una zona tutto intorno criparata da fitti cespuglic. Poi,

      con il blocco più consistente dell'esercito e con tutta la cavalleria, si

      mise in marcia e, proprio come si era prefissato, riuscì ad attirare fuori

      il nemico adottando un tipo di tattica spericolata e minacciosa, con i

      cavalieri che scorrazzavano fin quasi sotto le porte. D'altra parte, per

      la fuga che doveva esser simulata, questo assalto a cavallo forniva un

      pretesto più verisimile. E quando non solo la cavalleria sembrava incerta

      tra il combattere e il fuggire, ma anche la fanteria si ritirava,

      all'improvviso si spalancarono le porte e le linee romane furono travolte

      dallo straripare dei nemici che, nella foga di darsi all'inseguimento,

      furono trascinati nel punto dell'imboscata. Lì i Romani saltano fuori a

      sorpresa e attaccano sul fianco la schiera dei nemici. Allo stupore si

      aggiunge la paura: dall'accampamento si vedono avanzare gli stendardi del

      presidio lasciato di guarnigione. Così i Fidenati, in preda al panico più

      totale, fanno dietro-front quasi prima ancora che Romolo e i suoi uomini

      riuscissero a girare i loro cavalli. E visto che si trattava di una fuga

      vera, riguadagnavano la città in maniera di gran lunga più disordinata di

      quelli che, poco prima, essi avevano inseguito ingannati dalla loro

      simulazione di fuga. Però non riuscirono a sfuggire al nemico: i Romani li

      incalzavano da dietro e, prima che le porte della città venissero chiuse,

      irruppero all'interno, quando ormai i due eserciti sembravano uno solo.

      

      15 La guerra scatenata dai Fidenati fu come una febbre contagiosa che

      colpì gli animi dei Veienti (i quali, oltretutto, vantavano anche legami

      etnici, visto che condividevano coi Fidenati l'origine etrusca). E in più

      c'era il pericolo dei confini, nel caso in cui la potenza romana si fosse

      rivolta ostilmente contro tutte le popolazioni limitrofe. Così si

      riversarono in territorio romano senza però seguire i piani di una

      regolare campagna militare ma piuttosto per saccheggiare i dintorni alla

      rinfusa. Non si accamparono né attesero l'arrivo dell'esercito nemico, ma

      tornarono a Veio portandosi via ciò che avevano razziato nelle campagne. I

      Romani, da parte loro, non avendo trovato il nemico nei campi,

      attraversarono il Tevere pronti e determinati a sferrare un attacco

      decisivo. Quando i Veienti vennero a sapere che i nemici si erano

      accampati e stavano per marciare contro la loro città, andarono loro

      incontro per decidere la battaglia in campo aperto piuttosto che dover

      combattere ostacolati dalle case e dalle mura. Nello scontro, senza far

      ricorso a particolari stratagemmi di supporto alle sue truppe, il re

      romano ebbe la meglio solo grazie alla fermezza dei suoi veterani:

      sbaragliò i nemici e li inseguì fino alle mura, ma dovette desistere

      dall'attaccare la città in quanto risultava ben protetta dalle

      fortificazioni e dalla sua stessa posizione. Sulla via del ritorno

      saccheggia le campagne, più per desiderio di vendetta che per fare razzia.

      E i Veienti, piegati da questo disastroso strascico non meno che dalla

      sconfitta in battaglia, inviano a Roma dei delegati per chiedere la pace.

      Ottennero una tregua di cent'anni in cambio della cessione di parte del

      loro territorio.

      Grosso modo furono questi i principali avvenimenti politici e militari

      durante il regno di Romolo. Nessuno di essi impedisce però di prestar fede

      alla sua origine divina e alla divinizzazione attribuitagli dopo la morte,

      né al coraggio dimostrato nel riconquistare il regno degli avi, né alla

      saggezza cui fece ricorso per fondare Roma e renderla forte grazie alle

      guerre e alla sua politica interna. Fu proprio in virtù di quanto egli le

      aveva fornito che Roma di lì in poi conobbe quarant'anni di stabilità

      nella pace. Tuttavia fu più amato dal popolo che dal senato e idolatrato

      dai suoi soldati come da nessun altro. Tenne per sé, e non solo in tempo

      di guerra, una scorta di trecento armati cui diede il nome di Celeri.

      

      16 Portati a termine questi atti destinati alla posterità, un giorno,

      mentre passava in rassegna l'esercito e parlava alle truppe vicino alla

      palude Capra, in Campo Marzio, scoppiò all'improvviso un temporale

      violentissimo con gran fragore di tuoni ed egli fu avvolto da una nuvola

      così compatta che scomparve alla vista dei suoi soldati. Da quel momento

      in poi, Romolo non riapparve più sulla terra. I giovani romani, appena

      rividero la luce di quel bel giorno di sole dopo l'imprevisto della

      tempesta, alla fine si ripresero dallo spavento. Ma quando si resero conto

      che la sedia del re era vuota, pur fidandosi dei senatori che, seduti

      accanto a lui, sostenevano di averlo visto trascinato verso l'alto dalla

      tempesta, ciò nonostante sprofondarono per qualche attimo in un silenzio

      di tomba, come invasi dal terrore di esser rimasti orfani. Poi, seguendo

      l'esempio di alcuni di essi, tutti in coro osannarono Romolo proclamandolo

      dio figlio di un dio, e re e padre di Roma. Con preghiere ne implorano la

      benevola assistenza e la continua protezione per i loro figli. Allora,

      credo, ci fu anche chi in segreto sosteneva la tesi che i senatori

      avessero fatto a pezzi il re con le loro stesse mani. La notizia si

      diffuse, anche se in termini non molto chiari. Ma fu resa nota l'altra

      versione, sia per l'ammirazione nei confronti di una simile figura, sia

      per la delicatezza della situazione. Si dice anche che ad aumentarne la

      credibilità contribuì l'astuta trovata di un singolo personaggio. Questi -

      un certo Giulio Proculo -, mentre la città era in lutto per la perdita del

      re e nutriva una certa ostilità nei confronti del senato, con tono grave,

      come se fosse stato testimone di un grande evento, si rivolse in questi

      termini all'assemblea: «Stamattina, o Quiriti, alle prime luci dell'alba,

      Romolo, padre di questa città, è improvvisamente sceso dal cielo ed è

      apparso alla mia vista. Io, in un misto di totale confusione e rispetto,

      l'ho pregato di accordarmi il permesso di guardarlo in faccia e lui mi ha

      risposto: "Va' e annuncia ai Romani che la volontà degli dèi celesti è che

      la mia Roma diventi la capitale del mondo. Quindi si impratichiscano

      nell'arte militare e sappiano e tramandino ai loro figli che nessuna umana

      potenza è in grado di resistere alle armi romane." Detto questo,» egli

      concluse, «è scomparso in cielo.» È incredibile quanto si prestò fede al

      racconto di quell'uomo e quanto giovò a placare lo sconforto della plebe e

      dell'esercito per la perdita di Romolo l'assicurazione della sua

      immortalità.

      

      17 Nel frattempo, tra i senatori, era in pieno svolgimento una lotta

      febbrile per la gestione del potere. Non si era però ancora giunti a

      candidature individuali perché nel nuovo popolo non c'era nessuna figura

      particolarmente di spicco: si trattava di uno scontro di diverse fazioni

      all'interno delle classi. I cittadini di origine sabina, dopo la morte di

      Tito Tazio, non avevano più avuto un loro re. Così, nel timore di dover

      rinunciare alla spartizione del potere pur continuando a godere degli

      stessi diritti politici, volevano che venisse eletto un re della loro

      etnia. Ma i Romani di vecchia data rifiutavano l'idea di avere un re

      forestiero. Pur nella pluralità di vedute, tutti volevano ugualmente

      essere sottoposti all'autorità di un monarca: infatti non avevano ancora

      assaporato il dolce piacere della libertà. Poi i senatori cominciarono a

      preoccuparsi seriamente, pensando che la città priva di un governo e

      l'esercito privo di un comandante in campo rischiassero un qualche attacco

      da fuori, visto che si trovavano in mezzo a una serie di vicini

      particolarmente maldisposti nei loro confronti. Erano quindi tutti

      d'accordo sulla necessità di avere qualcuno a capo, ma nessuno aveva in

      animo di rinunciare a favore dell'altro. Così i cento senatori decidono di

      governare collegialmente: creano dieci decurie e da ognuna di esse

      traggono un rappresentante destinato a gestire l'amministrazione dello

      stato. Governavano, quindi, in dieci, anche se uno solo aveva le insegne

      ed era scortato dai littori. Il potere di ciascuno di essi durava cinque

      giorni, poi passava a rotazione a tutti gli altri. Si trattò di un

      intervallo di un anno. Siccome intercorse tra due regni, fu chiamato

      interregno, termine ancor oggi in uso. Ma allora la plebe cominciò a

      lamentare l'aggravarsi del suo rapporto di sudditanza, visto che al posto

      di un padrone adesso gliene toccavano cento. Era chiaro che avrebbero al

      massimo sopportato un re e questo eletto secondo le loro preferenze.

      Quando i senatori si resero conto dell'andazzo, pensarono che sarebbe

      stato bene offrire spontaneamente ciò che era destino avrebbero perso. E

      così si guadagnarono il favore popolare concedendo il potere supremo,

      senza però elargire più prerogative di quante ne mantennero per sé.

      Infatti decretarono che il popolo avrebbe eletto il re, ma la nomina

      sarebbe stata valida solo dopo la loro ratifica. Ancor oggi, quando si

      votano le leggi e si eleggono i magistrati, viene esercitato questo

      diritto, anche se ormai privato della sua importanza: i senatori anno la

      loro ratifica prima che il popolo vada alle urne e quando non si conosce

      ancora l'esito del voto. In quell'occasione, il sovrano in carica convocò

      l'assemblea e disse: «La fortuna, la prosperità e la felicità possano

      assisterci! Quiriti, sceglietevi un re, questo è il volere dei senatori. E

      se chi eleggerete sarà degno di esser chiamato successore di Romolo, in

      quel caso vogliano confermare la vostra scelta.» La proposta fu talmente

      gradita al popolo che, per non sembrare da meno nella generosità, si

      limitò a decidere e a ordinare che fosse il senato a stabilire chi doveva

      regnare a Roma.

      

      18 In quel periodo Numa Pompilio godeva di grande rispetto per il suo

      senso di giustizia e di religiosità. Viveva a Cures, in terra sabina, ed

      era esperto, più di qualsiasi suo contemporaneo, di tutti gli aspetti del

      diritto divino e di quello umano. C'è chi sostiene, in assenza di altri

      nomi, ch'egli fosse debitore della propria cultura a Pitagora di Samo. La

      tesi è però un falso perché è noto a tutti che fu durante il regno di

      Servio Tullio (cioè più di cento anni dopo) e nell'estremo sud Italia -

      nei dintorni di Metaponto, Eraclea e Crotone - che Pitagora si circondò di

      gruppi di giovani ansiosi di conoscere a fondo le sue dottrine. E da quei

      lontani paesi, pur ammettendo che Pitagora fosse vissuto nello stesso

      periodo, la sua fama come avrebbe potuto raggiungere i Sabini? E in che

      lingua comune avrebbe potuto indurre qualcuno a farsi una cultura con lui?

      E sotto la scorta di chi un uomo avrebbe potuto compiere da solo quel

      viaggio attraverso così tanti popoli diversi per lingua e usanze? Per

      tutti questi motivi sono incline a credere che Numa fosse spiritualmente

      portato alla virtù per una sua naturale disposizione e che la sua cultura

      non avesse niente a che vedere con insegnamenti di stranieri, ma

      dipendesse dall'austera e severa educazione degli antichi Sabini, il

      popolo moralmente più puro dell'antichità. Non appena i senatori romani

      sentirono il nome di Numa, si resero conto che, con un re proveniente

      dalla loro etnia, l'ago della bilancia politica si sarebbe spostato verso

      i Sabini. Ciò nonostante, visto che nessuno avrebbe osato preferire a

      quell'uomo se stesso, uno della propria fazione o qualche altro senatore o

      privato cittadino, decidono all'unanimità di affidare il regno a Numa

      Pompilio. Convocato a Roma, egli ordinò che, così come Romolo solo dopo

      aver tratto gli auspici aveva fondato la sua città e ne aveva assunto il

      governo, allo stesso modo, anche nel suo caso, venissero consultati gli

      dèi. Quindi, preceduto da un augure (cui, da quella circostanza in poi,

      questa funzione onorifica rimase permanentemente una delle sue

      attribuzioni ufficiali), Numa fu condotto sulla cittadella e fatto sedere

      su una pietra con lo sguardo rivolto a meridione. L'augure, a capo coperto

      e reggendo con la destra un bastone ricurvo e privo di nodi il cui nome

      era lituus, prese posto alla sua sinistra. Quindi, dopo aver abbracciato

      con uno sguardo la città e le campagne intorno, invocò gli dèi e divise la

      volta del cielo, da oriente a occidente, con una linea ideale,

      specificando che le regioni a destra erano quelle meridionali e quelle di

      sinistra le settentrionali. Poi fissò mentalmente, nella parte di fronte a

      sé, un punto di riferimento il più lontano a cui potesse giungere con lo

      sguardo. Quindi, fatto passare il lituus nella mano sinistra e piazzata la

      destra sulla testa di Numa, rivolse questa preghiera: «O Giove padre, se è

      volontà del cielo che Numa Pompilio, qui presente e del quale io sto

      toccando la testa, sia re di Roma, dacci qualche segno manifesto entro i

      limiti che io ho or ora tracciato.» Poi specificò gli auspici che voleva

      venissero inviati. E quando questi apparvero, Numa fu dichiarato re e poté

      scendere dalla collina augurale.

      

      19 Roma era una città di recente fondazione, nata e cresciuta grazie alla

      forza delle armi: Numa, divenutone re nel modo che si è detto, si prepara

      a dotarla di un sistema giuridico e di un codice morale (fondamenti di cui

      fino a quel momento era stata priva). Ma rendendosi conto che chi passa la

      vita tra una guerra e l'altra non riesce ad abituarsi facilmente a queste

      cose perché l'atmosfera militare inselvatichisce i caratteri, pensò che

      fosse opportuno mitigare la ferocia del suo popolo disabituandolo all'uso

      delle armi. Per questo motivo fece costruire ai piedi dell'Argileto un

      tempio in onore di Giano elevandolo a simbolo della pace e della guerra:

      da aperto avrebbe indicato che la città era in stato di guerra, da chiuso

      che la pace regnava presso tutti i popoli dei dintorni. Dal regno di Numa

      in poi fu chiuso soltanto due volte: la prima al termine della prima

      guerra punica, durante il consolato di Tito Manlio, la seconda (e gli dèi

      hanno concesso alla nostra generazione di esserne testimoni oculari) dopo

      la battaglia di Azio, quando cioè l'imperatore Cesare Augusto ristabilì la

      pace per mare e per terra. Numa lo chiuse dopo essersi assicurato con

      trattati di alleanza la buona disposizione di tutte le popolazioni

      limitrofe ed eliminando le preoccupazioni di pericoli provenienti

      dall'esterno. Così facendo, però, si correva il rischio che animi resi

      vigili dalla disciplina militare e dalla continua paura del nemico si

      rammollissero in un ozio pericoloso. Per evitarlo, egli pensò che la prima

      cosa da fare fosse instillare in essi il timore reverenziale per gli dèi,

      espediente efficacissimo nei confronti di una massa ignorante e ancora

      rozza in quei primi anni. Dato che non poteva penetrare nelle loro menti

      senza far ricorso a qualche racconto prodigioso, si inventò di avere degli

      incontri notturni con la dea Egeria e riferì che quest'ultima lo aveva

      esortato a istituire dei rituali sacri particolarmente graditi agli dèi,

      nonché a preporre a ciascuno di essi certi officianti specifici. Prima di

      tutto, basandosi sul corso della luna, divide l'anno in dodici mesi. Ma

      dato che i singoli mesi lunari non si compongono di trenta giorni e che ce

      ne sono «undici» di differenza rispetto a un intero anno calcolato in base

      alla rivoluzione del sole, egli aggiunse dei mesi intercalari in maniera

      tale che il ventesimo anno si trovassero rispetto al sole nella stessa

      posizione dalla quale erano partiti e che così la durata di tutti gli anni

      tornasse perfettamente. Stabilì anche i giorni fasti e quelli nefasti,

      poiché sarebbe stato utile, di quando in quando, sospendere ogni attività

      pubblica.

      

      20 Quindi rivolse la sua attenzione ai sacerdoti: bisognava nominarli,

      nonostante egli stesso fosse preposto a parecchi riti sacri, soprattutto

      quelli che oggi sono di competenza del flamine Diale. Ma poiché riteneva

      che in un paese bellicoso i re del futuro sarebbero stati più simili a

      Romolo che non a Numa e sarebbero andati di persona a combattere, non

      voleva che passassero in secondo piano le attribuzioni sacerdotali del re.

      Quindi designò un flamine a sacerdote unico e perpetuo di Giove, dotandolo

      di una veste speciale e della sedia curule, simbolo dell'autorità regale.

      A lui aggiunse altri due flamini, uno per Marte e uno per Quirino. Inoltre

      sceglie delle vergini da porre al servizio di Vesta, sacerdozio questo di

      origine albana e in qualche modo connesso con la famiglia del fondatore.

      Per permettere loro di dedicarsi esclusivamente al servizio del tempio,

      fece assegnare a esse uno stipendio dallo stato e, a causa della verginità

      e di altre cerimonie rituali, le rese sacre e inviolabili. Scelse anche

      dodici Salii per Marte Gradivo e garantì loro la possibilità di

      distinguersi vestendo una tunica ricamata e provvista di una placca di

      bronzo sul petto. Inoltre ordinò loro di portare gli scudi caduti dal

      cielo (noti come ancilia) e di compiere processioni in città cantando inni

      accompagnati da solenni passi di danza in tre tempi. Poi nomina pontefice

      un senatore, Numa Marcio, figlio di Marcio, cui fornisce dettagliate

      istruzioni scritte per tutte le cerimonie sacre: i tipi di vittime, i

      giorni prescritti, i templi in cui celebrare i vari riti e le risorse cui

      fare capo per mantenerne le spese. Subordinò all'autorità del pontefice

      anche tutte le altre cerimonie di natura pubblica e privata, in modo tale

      che la gente comune avesse un qualche punto di riferimento e che nessun

      elemento della sfera religiosa dovesse subire alterazioni di sorta, dovute

      a negligenze dei riti nazionali o all'adozione di culti di importazione.

      Inoltre il pontefice doveva diventare un esperto e attento interprete non

      solo delle cerimonie legate alle divinità celesti, ma anche delle pratiche

      funerarie, di quelle di propiziazione dei mani e dell'interpretazione dei

      presagi legati ai fulmini o ad altre manifestazioni. Per desumere questi

      mistici segreti dallo spirito dei numi, innalzò sull'Aventino un altare in

      onore di Giove Eliio e fece consultare il dio attraverso degli auguri per

      vedere di quali prodigi si dovesse tener conto.

      

      21 L'attenzione per questi fenomeni celesti e la loro continua ricerca

      avevano distolto il popolo intero dalla violenza delle armi, fornendogli

      sempre qualcosa con cui tenere occupata la mente: il pensiero incessante

      della presenza divina e l'impressione che le potenze ultraterrene

      partecipassero dei casi umani avevano permeato di pietà religiosa gli

      animi così profondamente che la città era governata più dal rispetto per

      la solennità della fede che dalla paura suscitata dalle leggi e dalle

      pene. E come in città i sudditi uniformavano il proprio comportamento a

      quello del re, in qualità di unico esempio a loro disposizione, allo

      stesso modo anche i popoli vicini, che in passato avevano sempre visto

      Roma non come una città ma come un accampamento situato in mezzo a loro e

      destinato a destabilizzare la pace di tutti, cominciarono a nutrire per

      Roma una venerazione tale da considerare una violazione sacrilega

      attaccare un centro urbano così integralmente votato al culto degli dèi.

      C'era un bosco con al centro una grotta buia dalla quale sprigionava una

      fonte di acqua perenne. Poiché Numa vi si recava spessissimo senza

      testimoni e diceva di avere là i suoi appuntamenti con la dea, consacrò il

      bosco alle Camene sostenendo che queste ultime si vedevano in quella

      radura con la sua consorte Egeria. Istituì anche un culto solenne in onore

      della Fides e prescrisse che i Flamini si recassero a questo santuario con

      un carro coperto trainato da due cavalli e che celebrassero la cerimonia

      con le mani coperte fino alle dita, per indicare che la Fides non deve

      essere violata e che ha il suo santuario anche nella mano destra. Stabilì

      inoltre molti altri culti sacrificali e i luoghi a essi demandati, luoghi

      cui i pontefici diedero il nome di Argei. Tuttavia, tra tutti i servizi

      resi allo Stato, il più significativo fu questo: per l'intera durata del

      suo regno, consacrò ogni attenzione non meno a mantenere la pace che a

      tutelare il paese. Così, due re di séguito, anche se ciascuno per strade

      diverse, l'uno infatti con la pace, l'altro con la guerra, contribuirono

      ala grandezza di Roma. Romolo regnò trentasette anni, Numa quarantatré. E

      Roma, tanto in caso di guerra quanto nella normalità della pace, non aveva

      più problemi di organizzazione interna e di esperienza.

      

      22 Alla morte di Numa si tornò a un interregno. Poi il popolo elesse re -

      e il senato ratificò l'elezione - Tullo Ostilio, nipote di quell'Ostilio

      che si era distinto nella battaglia contro i Sabini ai piedi della

      cittadella. Il nuovo re non solo fu diversissimo rispetto al suo

      predecessore, ma fu anche più bellicoso di Romolo. La giovane età e la

      forza, unite all'aspirazione alla gloria ereditata dal nonno, erano un

      incentivo al suo ardore. Così, pensando che l'inattività prolungata

      avrebbe irreparabilmente sfiancato Roma, cercava dovunque pretesti per

      scatenare la guerra. Per puro caso successe che dei contadini romani

      andarono a fare razzia di bestiame in territorio albano e quelli della

      campagna di Alba gli restituirono subito il favore compiendo la stessa

      prodezza. In quell'epoca Alba era governata da Gaio Cluilio. Entrambe le

      parti in causa mandarono contemporaneamente degli inviati per riavere il

      maltolto. Tullo aveva ordinato ai suoi di compiere prima di tutto la loro

      missione. Era convinto che avrebbe ottenuto un rifiuto. In tal caso

      sarebbe stato suo diritto dichiarare guerra. I rappresentanti di Alba

      agirono invece con maggiore flemma. Ricevuti con amabile cortesia da

      Tullo, onorano con simpatia il banchetto offerto dal re. Nel frattempo

      quelli di parte romana li avevano presi sul tempo: la richiesta di

      risarcimento era già stata presentata. Di fronte a un secco rifiuto da

      parte albana avevano quindi avanzato una dichiarazione di guerra con

      decorrenza di lì a trenta giorni. Di ritorno a Roma ne riferiscono a

      Tullo. Questi allora invita i delegati albani a chiarire il motivo della

      loro missione. Ed essi, non essendo al corrente di nulla, cominciano

      perdendo tempo in formalità. Si scusarono di dover pronunciare parole

      probabilmente spiacevoli alle orecchie di Tullo, ma dissero che gli ordini

      erano ordini. Sostennero di esser venuti a rivendicare il maltolto e che

      gli era stato ingiunto di dichiarare guerra in caso di rifiuto. A queste

      parole Tullo replicò: «Andate dal vosro re e ditegli che il re di Roma

      chiama in causa gli dèi a testimoniare quale dei due popoli abbia per

      primo sdegnosamente congedato gli ambasciatori inviati a rivendicare

      quanto razziato, in modo tale che facciano ricadere su di lui tutti i

      disastri di questa guerra.»

      

      23 I rappresentanti di Alba se ne tornano indietro a riferire questa

      risposta. Entrambi i popoli si preparano con grandissimo ardore alla

      guerra, che si presentava come una vera e propria guerra civile,

      addirittura quasi uno scontro tra padri e figli: gli uni e gli altri erano

      di origine troiana in quanto Lavinio era stata fondata da Troia, Alba da

      Lavinio e i Romani discendevano dai re albani. Tuttavia l'esito della

      guerra rese lo scontro meno deplorevole: infatti non si combatterono

      battaglie e, quando le abitazioni di una sola delle due città furono

      distrutte, i due popoli si fusero in uno. Gli Albani scesero in campo per

      primi e invasero il territorio romano con un massiccio schieramento di

      forze. Pongono l'accampamento a non più di cinque miglia da Roma e lo

      circondano con un fossato (cui, per alcuni secoli, rimase il nome di fossa

      di Cluilio da quello del comandante, finché, col passare del tempo,

      scomparvero fossato e nome). In questo accampamento muore il re albano

      Cluilio e i suoi soldati eleggono dittatore Mezio Fufezio. Nel frattempo,

      il bellicoso Tullo, imbaldanzito dalla morte del re, sostenendo che

      l'onnipotenza divina si sarebbe vendicata del nome albano (e il re stesso

      era solo l'inizio) per la guerra criminale da lui scatenata, evitato

      nottetempo l'accampamento nemico, andò a riversarsi in territorio albano.

      Questa manovra costrinse Mezio a uscire dalle sue posizioni. Guidando

      l'esercito il più velocemente possibile in direzione del nemico, manda

      avanti un inviato a dire a Tullo che prima dello scontro egli ritiene

      necessario un colloquio tra i due comandanti in capo. Nel caso l'altro

      avesse accettato, era sicuro di poter avanzare delle proposte non meno

      interessanti per i Romani che per gli Albani. Tullo non rifiutò, anche se

      fece schierare le sue truppe in ordine di battaglia nel caso in cui le

      proposte si fossero dimostrate prive di interesse. Gli Albani vanno a

      disporsi dall'altra parte. Finite le manovre di schieramento dei due

      eserciti, i rispetivi comandanti, scortati da pochi maggiorenti, avanzano

      verso il centro del campo di battaglia. Il primo a parlare è l'albano: «Le

      razzie e il bottino non restituito nonostante le esplicite richieste in

      base al trattato mi sembra siano i pretesti che il nostro re Cluilio

      indicava come cause di questa guerra, né dubito Tullo che i tuoi siano

      tanto diversi. Ma se vogliamo dire la verità e non fare tanti giri di

      parole, è la sete di potere che spinge alle armi due popoli vicini e

      provenienti dalla stessa stirpe. Non sto a sbilanciarmi se con ragione o

      torto: la questione riguarda chi ha suscitato la guerra. Io sono soltanto

      un generale scelto dagli Albani per portare avanti le operazioni. Ma ecco,

      o Tullo, quello su cui vorrei attirare la tua attenzione: le proporzioni

      della potenza etrusca, che circonda noi ma soprattutto voi, le conosci

      meglio tu perché vivi più vicino a loro. Per terra dominano, ma per mare

      non hanno avversari. Quindi, nel momento in cui darai il segnale di

      battaglia, ricordati che gli Etruschi staranno a guardare i nostri due

      eserciti e, non appena saremo allo stremo delle forze, ne approfitteranno

      per assalire vincitori e vinti. Per questo, agli dèi piacendo, visto che

      non ci basta la sicurezza della libertà ma preferiamo abbandonarci

      all'incertezza tra il potere e la schiavitù, vediamo di stabilire quale

      dei due popoli governerà sull'altro senza grandi disastri e inutili

      spargimenti di sangue.» La proposta non dispiacque a Tullo, nonostante

      fosse più incline allo scontro sia per motivi di carattere che per la

      speranza di vittoria. Mentre entrambe le parti stavano cercando di

      risolvere la questione, la sorte stessa fornì loro una soluzione.

      

      24 Per puro caso in entrambi gli eserciti c'erano allora tre fratelli

      gemelli non troppo diversi né per età né per forza. Si trattava degli

      Orazi e dei Curiazi, ormai tutti lo sanno visto che è uno degli episodi

      più noti dei tempi antichi. Pur essendo però un fatto così celebre,

      permangono ancora dei seri dubbi sui popoli di rispettiva appartenenza di

      Orazi e Curiazi. Gli storici sono divisi, anche se vedo che la maggior

      parte di essi chiama romani gli Orazi e anch'io propendo per questa tesi.

      I re propongono ai tre gemelli un combattimento nel quale ciascuno si

      sarebbe battuto per la propria città: alla parte vittoriosa sarebbe

      toccata anche la supremazia. Nessuna obiezione. Si stabiliscono tempo e

      luogo. Prima però di dare il via allo scontro, Albani e Romani stipulano

      un trattato secondo il quale il popolo i cui campioni avessero avuto la

      meglio avrebbe esercitato un potere incondizionato sull'altro. Ogni

      trattato ha le sue clausole particolari, ma le procedure sono sempre le

      stesse. Nella circostanza presente sappiamo che fu strutturato in questi

      termini (ed è il più antico trattato di cui si abbia memoria): il feziale

      rivolse a Tullo questa domanda: «Mi ordini, o re, di stipulare un trattato

      col pater patratus del popolo albano?» Poiché il re rispose

      affermativamente, egli proseguì: «Io ti chiedo l'erba sacra.» Il re

      rispose: «Prendi dell'erba pura.» Allora il feziale andò a raccogliere

      l'erba pura sulla cittadella. Quindi rivolse al re questa domanda: «Re, mi

      nomini tu plenipotenziario reale del popolo romano dei Quiriti ed estendi

      questo carattere sacrale ai miei paramenti e ai miei assistenti?» Il re

      risponde: «Te lo concedo, purché non debba danneggiare né me né il popolo

      romano dei Quiriti.» Il feziale, Marco Valerio, nominò pater patratus

      Spurio Fusio toccandogli la testa e i capelli con un ramoscello sacro. Il

      compito del pater patratus è quello di pronunciare il giuramento, cioè di

      concludere solennemente il trattato. A questo fine egli pronuncia una

      specie di ampollosa formula liturgica che non vale la pena riportare.

      Quindi, dopo aver letto le clausole, il feziale dice: «Ascolta, o Giove;

      ascolta, o pater patratus del popolo albano e ascolta tu, popolo di Alba.

      Da queste clausole che, da queste tavolette e dalla cera, sono state

      pubblicamente lette dalla prima all'ultima parola e senza la malafede

      dell'inganno, e che sono state qui oggi perfettamente capite, da queste

      clausole il popolo romano non sarà il primo a recedere. E se lo farà, per

      una decisione ufficiale o con qualche subdolo scopo, allora tu, o Giove

      superno, colpsci il popolo romano come io ora vado a colpire questo maiale

      in questo giorno e in questo luogo. E tanto più forte possa essere il tuo

      colpo quanto più grande e forte è la tua potenza.» Detto questo, colpì il

      maiale con una selce. Allo stesso modo gli Albani, attraverso il loro

      comandante e alcuni loro sacerdoti, pronunciarono le formule rituali e il

      giuramento che li riguardavano.

      

      25 Concluso il trattato, i gemelli, come era stato convenuto, si armano di

      tutto punto. Da entrambe le parti i soldati incitavano i loro campioni.

      Gli ricordavano che gli dèi nazionali, la patria e i genitori, nonché

      tutti i concittadini rimasti a casa e quelli lì presenti tra le fila

      avevano gli occhi puntati sulle loro armi e sulle loro braccia. E i

      fratelli, pronti allo scontro non già solo per il tipo di carattere che

      avevano ma esaltati dalle urla di chi li incitava, avanzano nello spazio

      in mezzo alle due schiere. Gli uomini di entrambi gli eserciti si erano

      intanto seduti di fronte ai rispettivi accampamenti, tesissimi non tanto

      per qualche pericolo imminente, quanto perché era in ballo la supremazia

      legata solo al valore e alla buona sorte di pochi di loro. Così, sul chi

      vive e col fiato sospeso, si concentrano sullo spettacolo non certo

      rilassante. Viene dato il segnale e i sei giovani, come battaglioni

      opposti nello scontro, si buttano allo sbaraglio con lo spirito di due

      eserciti interi. Né gli uni né gli altri si preoccupano del proprio

      pericolo, ma pensano esclusivamente alla supremazia o alla subordinazione

      del proprio paese e alle sorti future della patria che loro soli possono

      condizionare. Al primo contatto l'urto delle armi e il bagliore delle lame

      fecero gelare il sangue nelle vene agli spettatori i quali, visto che

      nessuna delle due parti aveva avuto la meglio, trattenevano muti il

      respiro. Ma quando poi si giunse al corpo a corpo e gli occhi non vedevano

      solo più fisici in movimento e spade e scudi branditi nell'aria ma

      cominciò a grondare sangue dalle ferite, due dei Romani, colpiti a morte,

      caddero uno sull'altro, contro i tre Albani soltanto feriti. A tale vista,

      un urlo di gioia si levò tra le fila albane, mentre le legioni romane,

      persa ormai ogni speranza, seguivano terrorizzate il loro ultimo campione

      circondato dai tre Curiazi. Questi, che per puro caso era rimasto indenne,

      non poteva da solo affrontarli tutti insieme, ma era pronto a dare

      battaglia contro uno per volta. Quindi, er separarne l'attacco, si mise a

      correre pensando che lo avrebbero inseguito ciascuno con la velocità che

      le ferite gli avrebbero permesso. Si era già allontanato un po' dal punto

      in cui aveva avuto luogo lo scontro, quando, voltandosi, vide che lo

      stavano inseguendo piuttosto sgranati e che uno gli era quasi addosso. Si

      fermò aggredendolo con estrema violenza e, mentre i soldati albani

      urlavano ai Curiazi di correre in aiuto del fratello, Orazio aveva già

      ucciso l'avversario e si preparava al secondo duello. Allora, con un boato

      di voci - quello dei sostenitori per una vittoria insperata -, i Romani

      presero a incitare il loro campione che cercava di porre presto fine al

      combattimento. Prima che il terzo potesse sopraggiungere - e non era tanto

      lontano -, uccise il secondo. Ora lo scontro era numericamente alla pari,

      uno contro uno; ma lo squilibrio risultava nelle forze a disposizione e

      nelle speranze di vittoria. L'uno, illeso ed esaltato dal doppio successo,

      era pronto e fresco per un terzo scontro. L'altro, stremato dalle ferite e

      dalla corsa, si trascinava e, una volta davanti all'avversario eccitato

      dalle vittorie, era già un vinto, con negli occhi i fratelli appena

      caduti. Non fu un combattimento. Il Romano gridò esultando: «Ho già

      offerto due vittime ai mani dei miei fratelli: la terza la voglio offrire

      alla causa di questa guerra, che Roma possa regnare su Alba.» L'avversario

      riusciva a malapena a tenere in mano le armi. Orazio, con un colpo

      dall'alto verso il basso, gli infilò la spada nella gola e quindi ne

      spogliò il cadavere. I Romani lo accolsero con un'ovazione di gratitudine

      e la gioia era tanto più grande quanto più avevano sfiorato la

      disperazione. I due eserciti si accingono alla sepoltura dei rispettivi

      morti con sentimenti molto diversi, in quanto gli uni avevano adesso la

      supremazia, gli altri la sottomissione a un potere esterno. Le tombe

      esistono ancora, esattamente dove ciascuno è caduto: le due romane nello

      stesso punto, più vicino ad Alba, e le tre albane in direzione di Roma e

      con gli stessi intervalli che ci furono nello scontro.

      

      26 Prima di allontanarsi, Mezio, in base alle clausole del trattato,

      chiede quali siano gli ordini e Tullo gli ingiunge di tenere i giovani

      sotto le armi perché avrebbe avuto bisogno delle loro prestazioni in caso

      di guerra contro Veio. Quindi gli eserciti vengono ricondotti negli

      accampamenti. Alla testa dei Romani marciava Orazio col suo triplice

      bottino. Di fronte alla porta Capena gli andò incontro sua sorella, ancora

      nubile, che era stata promessa in sposa a uno dei Curiazi. Appena

      riconobbe sulle spalle del fratello la mantella militare del fidanzato che

      lei stessa aveva confezionato, si sciolse i capelli e in lacrime ripeté

      sommessamente il nome del caduto. Il suo pianto, proprio nel momento del

      tripudio pubblico per la vittoria, irrita l'animo del giovane impetuoso

      che, estratta la spada, trafigge la ragazza rivolgendole nel contempo

      queste parole di biasimo: «Vattene con la tua bambinesca infatuazione,

      vattene dal tuo fidanzato, tu che riesci a dimenticare i tuoi fratelli

      morti e quello vivo e addirittura la patria. Possa così morire ogni romana

      che piangerà il nemico.» L'atroce delitto sembrò orribile ai senatori e

      alla plebe, ma a ciò si contrapponeva la prodezza di poche ore prima. Fu

      comunque preso e portato di fronte al re per essere processato. Questi,

      non volendosi assumere l'intera responsabilità di una sentenza così penosa

      e impopolare nonché della condanna a morte che ne sarebbe seguita, convocò

      l'assemblea del popolo e disse: «Secondo quanto è prescritto dalla legge,

      nomino una commissione di duumviri e gli affido il compito di processare

      Orazio per lesa maestà.» Il testo della legge era spaventoso: «I delitti

      di lesa maestà siano giudicati dai duumviri. Se l'imputato ricorre in

      appello che l'appello dia luogo a una discussione. Nel caso prevalgano i

      duumviri, si proceda a coprirne il capo; quindi se ne leghi il corpo a un

      albero stecchito e lo si fustighi sia dentro sia fuori il pomerio.» In

      virtù di questa disposizione, vengono nominati i duumviri. Con una legge

      del genere sembrava loro impossibile assolvere anche un innocente. Così,

      dopo averlo giudicato colpevole, uno di essi disse: «Publio Orazio,ti

      condanno per lesa maestà. Vai littore, legagli le mani.» Il littore gli si

      era avvicinato e stava per mettergli il laccio, quando Orazio, su

      consiglio di Tullo, più clemente nell'interpretare la legge, disse:

      «Ricorro in appello.» Il dibattito si tenne così di fronte al popolo e la

      gente fu particolarmente influenzata dalla testimonianza del padre di

      Orazio il quale sostenne che la morte della figlia era stata giusta e

      aggiunse che in caso contrario egli avrebbe fatto ricorso alla sua

      autorità di padre e punito il figlio Orazio con le sue stesse mani. Poi

      implorò il popolo di non orbare anche dell'ultimo figlio un uomo che fino

      a poco tempo prima la gente aveva visto circondato da una notevole prole.

      Dicendo questo, il vecchio andò ad abbracciare il giovane e, indicando le

      spoglie dei Curiazi appese nel punto che ancor oggi si chiama Trofeo di

      Orazio, esclamò: «Quest'uomo che poco fa avete ammirato incedere

      nell'ovazione trionfale della vittoria, o Quiriti, ce la farete a vederlo

      legato e fustigato sotto una forca? Uno spettacolo così ingrato che a

      malapena gli Albani riuscirebbero a tollerarne la vista. Vai littore,

      incatena queste mani che poco fa hanno dato al popolo romano la

      supremazia. Vai, incappuccia la testa al liberatore di questa città e

      legalo a un albero stecchito. Fustigalo sia dentro il pomerio - e quindi

      tra i trofei e le spoglie nemiche -, sia fuori di esso - e quindi tra le

      tombe dei Curiazi. Dove potreste portarlo questo giovane senza che la sua

      gloria gridi vendetta per l'onta di un simile verdetto?» Il popolo,

      incapace di resistere alle lacrime del padre e alla fermezza incrollabile

      del figlio di fronte a ogni pericolo, assolse Orazio più per l'ammirazione

      suscitata dalla sua prodezza che per la bontà della sua causa. E così, per

      purificare malgrado tutto il delitto flagrante con una qualche espiazione,

      al padre venne ordinato di compiere l'espiazione per il figlio a pubbliche

      spese. Per questo motivo egli offrì dei sacrifici espiatori che da quel

      momento divennero una tradizione peculiare della famiglia Orazia. Quindi

      eresse nella pubblica via una struttura di travi e, come se si fosse

      trattato di un giogo vero e proprio, vi fece passare sotto il figlio a

      capo coperto. La cosa esiste ncora e di tanto in tanto viene rimessa in

      sesto a spese dello stato: si chiama trave sororia. Quanto all'Orazia, le

      fu innalzato un sepolcro di pietre squadrate nel punto in cui era caduta

      sotto i colpi del fratello.

      

      27 Ma la pace con Alba non durò a lungo. La gente era scontenta perché le

      sorti del paese erano state affidate a tre soli soldati. Questo influenzò

      l'indole volubile del dittatore. Così, visto che la saggezza non aveva

      avuto troppo successo, per riconquistare la popolarità perduta, egli

      adottò il metodo della malvagità. E come prima in tempo di guerra aveva

      cercato la pace, così adesso in tempo di pace si mise a cercare la guerra.

      Rendendosi però conto che la sua gente aveva sì coraggio ma ben poca

      forza, spinse altri popoli a dichiarare guerra apertamente e con tutti i

      crismi, e riservò ai suoi uomini la possibilità di tradire i Romani

      mostrando invece di voler essere al loro fianco. Gli abitanti di Fidene,

      colonia romana, e quelli di Veio (che erano stati messi a parte dei loro

      piani) vengono spinti a dare il via alle ostilità con la promessa di poter

      contare sull'appoggio di Alba durante il conflitto. Quando Fidene si

      ribellò senza mezzi termini, Tullo convocò Mezio e le sue truppe da Alba e

      mosse contro il nemico. Attraversato l'Aniene, si accampa alla confluenza

      dei due fiumi. Invece l'esercito dei Veienti aveva guadato il Tevere in un

      punto tra quella zona e Fidene. Lo schieramento per la battaglia era

      questo: all'ala destra, lungo il fiume, i Veienti, mentre alla sinistra,

      verso le montagne, i Fidenati. Tullo dirige i suoi contro quelli di Veio e

      piazza gli Albani a fronteggiare i Fidenati. Il coraggio e la lealtà non

      erano il punto forte del generale albano. Non osando quindi né tenere la

      posizione né disertare apertamente, prese ad avvicinarsi a poco a poco

      alla montagna. Quando ritenne di esservisi avvicinato a sufficienza,

      ancora incerto sul da farsi, fece spiegare le sue forze per guadagnare un

      po' di tempo. Il suo piano era questo: scendere in campo dalla parte di

      chi stava avendo la meglio. I Romani che si trovavano più vicini, quando

      si resero conto di avere i fianchi scoperti per la ritirata degli alleati,

      rimasero annichiliti. Allora un cavaliere partì al galoppo e andò a

      riferire al re dell ritirata albana in corso. Tullo, nel pieno della

      crisi, fa voto di creare dodici Salii e di innalzare dei santuari al

      Pallore e al Panico. Interpellando il cavaliere ad alta voce, in maniera

      da poter essere sentito dal nemico, gli ingiunge di tornare in prima

      linea. Non c'era motivo di panico. Lui stesso aveva ordinato alle truppe

      di Alba quella manovra di accerchiamento per prendere da dietro i fianchi

      scoperti dei Fidenati. Fa inoltre ordinare alla cavalleria di alzare le

      lance. Con questa mossa riuscì a nascondere a parte della fanteria romana

      la manovra di ripiegamento delle truppe albane. Chi se n'era reso conto si

      fidò di quel che aveva sentito dal re e si buttò con più foga nella

      mischia. Il terrore passò così dalla parte dei nemici, sia perché avevano

      sentito la frase pronunciata ad alta voce dal re, sia perché gran parte

      dei Fidenati, avendo avuto tra di loro dei Romani come coloni, sapevano il

      latino. Quindi, per evitare che un'improvvisa calata degli Albani dal

      fianco del monte chiudesse loro la strada in direzione della città,

      tornarono indietro. Tullo li insegue e, sbaragliata l'ala dei Fidenati,

      rinviene con più impeto su quella dei Veienti, demoralizzati dal panico

      degli alleati. Anch'essi evitarono lo scontro ma non riuscirono a fuggire

      alla spicciolata perché si trovarono l'ostacolo del fiume alle spalle.

      Quando arrivarono lì, alcuni, gettando ignominiosamente le armi, si

      buttavano in acqua alla cieca, altri, attardatisi sulla riva,

      nell'indecisione tra il fuggire e il combattere, si facevano uccidere. In

      nessuna battaglia precedente i Romani versarono così tanto sangue.

      

      28 Fu allora che l'esercito albano, spettatore dello scontro, riguadagnò

      la piana. Mezio si congratula con Tullo della vittoria sui nemici e Tullo

      gli risponde cortesemente. Quindi ordina agli Albani (e possa la cosa

      avere buon fine!) di unire il loro accampamento a quello dei Romani e poi

      prepara un sacrificio di purificazione per il giorno successivo. Quando

      all'alba tutto era pronto, convoca in assemblea i due eserciti. Gli

      araldi, avendo iniziato dal fondo del campo, chiamarono per primi gli

      Albani che, colpiti dall'assoluta novità della cosa, si andarono a

      piazzare vicino al re per non perderne il discorso. La legione romana,

      armata secondo quanto convenuto, li circonda. I centurioni avevano

      l'ordine tassativo di portare a termine senza indugi quello che gli era

      stato comandato. Allora Tullo prese la parola e disse: «O Romani, se mai

      prima di questa volta, in tutte le guerre da voi combattute, avete avuto

      ragione di rendere grazie prima agli dèi immortali e poi al vostro stesso

      valore, questo è successo nella battaglia di ieri. Infatti non avete

      combattuto solo col nemico, ma - e in questo sta la maggiore pericolosità

      della cosa - avete anche dovuto affrontare il subdolo tradimento degli

      alleati. Sia dunque chiaro: non è su mio ordine che gli Albani si sono

      spostati verso la montagna. Quello che avete sentito da me non è stato un

      mio comando ma una calcolata simulazione: volevo evitare che, rendendovi

      conto di essere stati abbandonati, vi distraeste dalla battaglia e nel

      contempo volevo scatenare panico e fuga tra i nemici facendo credere loro

      di essere stati aggirati. E non tutti gli Albani sono responsabili del

      crimine in questione: hanno seguito il loro comandante, come avreste fatto

      anche voi se vi avessi ordinato una qualche manovra sul campo. È Mezio che

      ha guidato quella diversione. Lo stesso Mezio che ha architettato questa

      guerra, lo stesso Mezio che ha infranto il trattato tra Romani e Albani.

      Che qualcun altro possa di qui in poi ripetere una simile prodezza, se io

      di costui non farò un clamoroso esempio per l'intero genere umano.» Quindi

      i centurioni, armi alla mano, circondano Mezio, mentre il re, con lo

      stesso tono con cui aveva iniziato, riprese: «Che la prosperità e la buona

      sorte siano col popolo romano, con me e anche con voi, o Albani. È mia

      intenzione trasferire tutta la gente di Alba a Roma, concedere la

      cittadinanza alle classi subalterne, eleggere senatori i nobili e avere

      una sola città e un solo stato. Come un tempo la civiltà albana fu divisa

      in due popoli, possa oggi riacquistare la sua unità.» A queste parole, i

      giovani albani, disarmati e circondati da armati, benché divisi nelle

      reazioni individuali al discorso, erano tuttavia uniti nel silenzio dovuto

      alla paura unanime. Allora Tullo disse: «Mezio Fufezio, se tu fossi in

      grado di apprendere la lealtà e il rispeto dei trattati, ti lascerei in

      vita e potresti venire a lezione da me. Ma siccome la tua è una

      disposizione caratteriale immodificabile, col tuo supplizio insegna al

      genere umano a mantenere i sacri vincoli che hai violato. Pertanto, come

      poco fa la tua mente era divisa tra Fidene e Roma, ora tocca al tuo corpo

      essere diviso.» Quindi chiede due quadrighe e vi fa legare Mezio teso nel

      mezzo. Poi incita i cavalli in direzioni diverse: ciascun carro si

      trascinò via pezzi del corpo maciullato, rimasti attaccati ai lacci che lo

      vincolavano da ambo le parti. Tutti distolsero lo sguardo da uno

      spettacolo così orribile. Quella fu la prima e ultima volta che i Romani

      ricorsero a un tipo di pena contraria a ogni umana legge. Per il resto

      possiamo infatti vantarci di non essere secondi a nessun popolo nella

      clemenza delle pene inflitte.

      

      29 Frattanto, vennero mandati ad Alba dei cavalieri per trasferire a Roma

      la popolazione. A essi seguirono poi le legioni per distruggere la città.

      Quando ne superarono le porte, non ci fu, a dire il vero, quel fuggi fuggi

      terrorizzato che è classico delle città conquistate, quando il nemico fa

      breccia negli ingressi, abbatte le mura a colpi d'ariete, assalta la

      cittadella e poi dilaga per le strade mettendo ogni cosa a ferro e fuoco

      in un boato di urla e di armi. Niente di tutto questo: solo un lugubre

      silenzio e un dolore senza voce. Tutti erano così depressi che, in balia

      della paura, non avevano più la lucidità di decidere cosa abbandonare lì e

      cosa portarsi dietro e si interpellavano a vicenda ora immobili di fronte

      alle porte, ora in un abulico vagare dentro le case che avrebbero visto

      per l'ultima volta. Poi, quando ormai i cavalieri gli urlavano di

      sbrigarsi a uscire, quando già si iniziava a sentire il fragore delle

      prime case demolite nei sobborghi e il polverone dei crolli nei quartieri

      lontani aveva coperto ogni cosa come una nuvola bassa e diffusa, allora

      ciascuno cercava di afferrare ciò che poteva uscendo dalla casa in cui era

      nato e cresciuto e in cui doveva lasciare lari e penati. Subito le strade

      si riempirono di una fila interminabile di sfollati i quali, specchiandosi

      nello stato miserando dei propri consanguinei, ricominciarono a piangere e

      urla strazianti di dolore (erano soprattutto donne) si levarono quando

      passarono davanti ai templi piantonati dai soldati armati in quanto sembrò

      loro di lasciare le divinità in mano al nemico. I Romani fanno uscire gli

      Albani dalla città e poi radono al suolo tutti gli edifici, pubblici e

      privati, e in un'ora soltanto azzerano i quattrocento anni di storia che

      Alba aveva alle spalle. L'unica cosa risparmiata, secondo le disposizioni

      del re, furono i templi.

      

      30 Con la distruzione di Alba, Roma si espande, raddoppia la sua

      popolazione. Il colle Celio viene inserito nella città e, per spingere la

      gente a sceglierlo come residenza, Tullo lo elegge a sede permanente della

      reggia da quel momento in poi. La nobiltà albana (Giuli, Servili, Quinzi,

      Gegani, Curiazi e Cleli) ottenne nomine senatoriali, così che anche quella

      parte dello Stato potesse avere un incremento numerico. E come sede

      consacrata per questo strato sociale che egli stesso aveva aumentato di

      proporzioni creò la curia, che continuava ad avere il nome di Curia

      Ostilia ancora ai tempi dei nostri padri. E perché tutte le classi

      potessero crescere numericamente grazie al nuovo popolo, arruolò dieci

      plotoni di cavalieri, completò i ranghi delle vecchie legioni e ne creò di

      nuove, sempre attingendo esclusivamente alle forze alleate.

      Confidando in queste forze, Tullo dichiara guerra ai Sabini che, in quel

      tempo, eran secondi soltanto agli Etruschi per disponibilità di uomini e

      di armi. Entrambe le parti avevano causato danni senza poi mai farvi

      seguire alcuna riparazione. Tullo lamentava la cattura di alcuni mercanti

      romani nel pieno di una fiera nei pressi del tempio di Feronia. I Sabini

      sostenevano invece che tempo prima alcuni dei loro concittadini erano

      andati a rifugiarsi nel bosco sacro del santuario ed erano stati

      trattenuti a Roma. Questi erano i pretesti addotti per la guerra. I

      Sabini, però, non trascuravano che parte delle loro forze era stata

      trasferita a Roma da Tazio e che la potenza romana era cresciuta grazie

      alla recente annessione del popolo albano. Per questi motivi, cominciarono

      anch'essi a cercare aiuti dall'estero. Gli Etruschi erano vicini, ma

      ancora più vicini erano i Veienti. Presso questi ultimi, essendo il

      rancore dovuto alle recenti guerre un incentivo fortissimo alla rivolta,

      riuscirono a mettere insieme dei volontari e ad assoldare degli

      avventurieri senza né arte né parte attratti soltanto dall'opportunità di

      fare due soldi. Non venne fornito alcun aiuto ufficiale: Veio (e a maggior

      ragione gli Etruschi) restava fedele al suo trattato concluso con Romolo.

      Mentre l'una e l'altra parte si preparavano scrupolosamente alla guerra e

      sembrava che avrebbe avuto la meglio chi avesse aggredito per primo, Tullo

      anticipa i nemici e invade il territorio dei Sabini. Ci fu uno scontro

      tremendo presso la selva Maliziosa. I Romani ebbero la meglio grazie sì

      alla forza d'urto della loro fanteria, ma soprattutto grazie alla recente

      immissione di effettivi nella cavalleria. Fu proprio una carica improvvisa

      di cavalieri a seminare il panico tra le fila sabine; da quel momento in

      poi non furono più in grado né di tenere la propria posizione in

      battaglia, né di districarsi con la fuga senza incappare in perdite

      massicce.

      

      31 Dopo la disfatta inflitta ai Sabini, e quando ormai il regno di Tullo e

      la potenza romana avevano raggiunto il vertice della gloria e della

      ricchezza, ecco che venne annunciato al re e ai senatori che sul monte

      Albano stavano piovendo pietre. Siccome la cosa non era molto verisimile,

      furono inviati dei messi a controllare il fenomeno. Essi riferirono di

      aver visto coi loro occhi una spessa pioggia di pietre che cadevano come

      chicchi di grandine ammucchiata dal vento sulla terra. Nel bosco che c'é

      in cima alla vetta era sembrato loro anche di sentire una voce possente la

      quale ordinava agli Albani di celebrare, secondo il rito tradizionale, i

      sacrifici che essi avevano lasciato cadere nell'oblio quando, con la

      città, avevano abbandonato anche i loro dèi e adottato culti romani o,

      come spesso succede, rinnegato i propri per un risentimento nei confronti

      del destino. Anche i Romani, a séguito di questo prodigio, proclamarono

      una novena ufficiale, sia per la voce celeste emessa dal monte Albano

      (così vuole la tradizione), sia su consiglio degli aruspici. In ogni modo,

      rimase un'usanza abituale: ogni qual volta si fosse ripetuto un fenomeno

      analogo, sarebbero seguiti nove giorni di festa.

      Non molto tempo dopo Roma fu colpita da un'epidemia cui fece séguito una

      riluttanza alle prestazioni militari. Ciò nonostante, il bellicoso re

      Tullo non dava tregua ai suoi sudditi, persuaso com'era che le

      esercitazioni militari fossero più salutari ai fisici dei giovani che

      l'aria di casa. Finché lui stesso non fu colpito da una malattia dal lungo

      decorso. E allora l'infermità ne minò simultaneamente il corpo e l'indole

      bellicosa a tal punto che uno come lui, in passato convintissimo che nulla

      fosse più indegno per un re che occuparsi della sfera religiosa,

      improvvisamente divenne vittima di ogni forma di piccola e grande

      superstizione e prese a imbottire la sua gente di scrupoli religiosi.

      Tutti ormai reclamavano un ritorno allo stato delle cose ai tempi di Numa,

      pensando che l'unico rimedio alla deperibilità dei loro corpi consistesse

      nella benevolenza e nel perdono degli dèi. Il re stesso, così vuole la

      tradizione, poiché consultando le memorie di Numa aveva trovato menzione

      di certi sacrifici occulti praticati in onore di Giove Elicio, vi si

      dedicò in segreto. Il fatto è che commise qualche errore nel preparare o

      nel celebrare il rito e quindi, non solo non ebbe alcuna visione divina,

      ma suscitò anche l'ira di Giove il quale, irritato dalla profanazione del

      culto, incenerì con un fulmine il re e il suo palazzo. Comunque, il

      glorioso regno di questo re guerriero durò trentadue anni.

      

      32 Alla morte di Tullo, il potere, in conformità alla regola stabilita sin

      dall'inizio, era tornato ai senatori i quali nominarono un interré. Questi

      convocò l'assemblea e il popolo elesse re Anco Marzio, con la ratifica del

      senato. Anco Marzio era nipote per parte di madre del re Numa Pompilio.

      Quando salì al trono, ricordandosi della gloria dell'avo, aveva la ferma

      convinzione che il regno precedente, tra le tante cose positive, avesse

      mostrato un'unica debolezza: i riti religiosi erano stati trascurati o

      praticati male. Perciò ritenne che la prima cosa da farsi fosse

      ristabilire le pubbliche cerimonie secondo il rituale fissato da Numa e a

      questo proposito ordinò al pontefice massimo di copiare tutte le

      prescrizioni cultuali dai taccuini del re su una tavoletta bianca da

      esporre poi in pubblico. Questo primo passo fece sperare ai Romani avidi

      di pace e ai popoli confinanti che il re avrebbe seguito le orme dell'avo

      tanto nel carattere quanto nel tipo di politica. Così i Latini, coi quali

      era stato firmato un trattato durante il regno di Tullo, ripresero

      coraggio e fecero un'incursione nel territorio romano. Quando i Romani

      gliene chiesero riparazione, essi risposero in maniera sprezzante,

      convinti che un re del genere avrebbe trascorso l'intera durata del suo

      regno dietro altari e santuari. Ma il carattere di Anco era perfettamente

      equilibrato, una via di mezzo tra Numa e Romolo. Inoltre pensava che

      durante il regno dell'avo ci fosse maggiore bisogno di pace perché il

      popolo era nuovo e indisciplinato, ma anche che gli sarebbe stato

      difficile ottenere quella tranquillità che l'avo era riuscito a ottenere

      senza eccessivi travagli. Adesso che mettevano alla prova la sua pazienza

      e poi la disprezzavano, per i tempi in corso, sul trono era meglio un

      Tullo che un Numa. Ma come Numa in tempo di pace aveva fornito un

      regolamento per le pratiche religiose, allo stesso modo egli adesso voleva

      istituire un cerimoniale di guerra, così che non ci si limitasse soltanto

      a fare le guerre ma le si dichiarasse anche secondo un qualche formulario

      fisso. E per approntarlo ricorse a una regola dell'antica tribù degli

      Equicoli, cui ancor oggi i feziali si attengono per presentare un reclamo.

      Quando l'inviato arriva alle frontiere del paese cui viene rivolto il

      reclamo, con il capo coperto da un berretto (dotato di un velo di lana),

      dice: «Ascolta, Giove; ascoltate, o frontiere,» e qui specifica del tale e

      del talaltro paese, «e mi ascolti anche il sacro diritto. Io sono il

      rappresentante ufficiale del popolo romano. Vengo per una missione giusta

      e santa: abbiate per questo fiducia nelle mie parole.» Quindi elenca i

      reclami e chiama a testimone Giove: «Se io non mi attengo a ciò che è

      santo e giusto nel reclamare che mi vengano consegnati questi uomini e

      queste cose, possa non ritrovare pù la mia terra.» Ripete questa formula

      quando attraversa il confine; la ripete al primo uomo che incontra, la

      ripete quando entra in città, la ripete facendo ingresso nel foro, con

      solo qualche piccola modifica nella forma e nell'invocazione del

      giuramento. Se l'oggetto del suo reclamo non viene restituito entro il

      trentatreesimo giorno (si tratta del termine convenzionale), dichiara

      guerra con questa formula: «Ascolta, Giove, e ascolta tu, o Giano Quirino,

      e voi tutte divinità del cielo, della terra e degli inferi, ascoltatemi.

      Io vi chiamo a testimoni che questo popolo,» e ne fa il nome, «è ingiusto

      e non ripara quanto deve. A questo proposito, chiederemo consiglio in

      patria, ai più anziani tra i nostri concittadini, su come ottenere quanto

      ci spetta di diritto.» Poi il messaggero torna a Roma per la decisione

      definitiva. E subito il re si consulta coi senatori grosso modo in questi

      termini: «A proposito degli oggetti, delle controversie e delle cause di

      cui il pater patratus del popolo romano ha discusso con il pater patratus

      dei Latini Prischi e con alcuni dei Latini Prischi, a proposito di ciò che

      non è stato consegnato, restituito e fatto di quello che doveva essere

      consegnato, restituito e fatto, dimmi,» rivolgendosi al primo che lo aveva

      consultato, «che cosa ne pensi?» E l'altro replica: «Penso sia giusto e

      sacrosanto riottenere il dovuto con la guerra: questi sono il mio pensiero

      e il mio voto.» Poi a turno vengono consultati gli altri. E una volta

      ottenuto il consenso della maggioranza, tutti si trovano d'accordo sulla

      guerra. Di solito il feziale porta ai confini con l'altra nazione una

      lancia dal puntale di ferro o temprato sul fuoco e, di fronte ad almeno

      tre adulti, dice: «Poiché i popoli dei Latini Prischi e alcuni dei Latini

      Prischi si sono resi responsabili di atti e offese contro il popolo romano

      dei Quiriti; poiché il popolo romano dei Quiriti ha dichiarato guerra ai

      Latini Prischi e il senato del popolo romano dei Quiriti ha votato,

      approvato e dato il suo consenso a questa guerra coi Latini Prischi, per i

      suddetti motivi, io - e quindi il popolo romano dei Quiriti - dichiaro

      guerra ai popoli dei Latini Prischi e ai cittadini dei Latini Prschi e la

      metto in pratica.» Detto ciò, scaglia la lancia nel loro territorio. Ecco

      dunque in che termini fu esposto il reclamo ai Latini e come fu loro

      dichiarata guerra: l'usanza è passata ai posteri.

      

      33 Anco, dopo aver lasciato ai Flamini e ad altri sacerdoti l'incarico di

      provvedere ai sacrifici, si mise in marcia con un esercito di recente

      formazione e conquistò di forza Politorio, città dei Latini. Quindi,

      seguendo l'usanza dei suoi predecessori sul trono, i quali avevano

      ingrandito Roma integrandovi i nemici fatti prigionieri, vi trasferì

      l'intera popolazione. E visto che i primi Romani avevano occupato il

      Palatino, i Sabini il Campidoglio e la cittadella, e gli Albani il monte

      Celio, al nuovo nucleo di stranieri fu assegnato l'Aventino, sul quale,

      non molto tempo dopo, vennero trasferiti gli abitanti anche di altre due

      città conquistate, Tellene e Ficana. In séguito Politorio fu attaccata una

      seconda volta perché i Latini Prischi l'avevano rioccupata dopo

      l'evacuazione. Ciò fornì ai Romani il pretesto per raderla al suolo: non

      avrebbe così più offerto rifugio ai nemici. Alla fine la guerra coi Latini

      si concentrò integralmente su Medullia, dove, per un po' di tempo, si

      combatté con un certo equilibrio e non era facile prevedere chi avrebbe

      avuto la meglio. Infatti la città era dotata di solide fortificazioni e

      difesa da una guarnigione piuttosto tenace. Inoltre, l'armata latina,

      accampata in aperta pianura, non perdeva occasione di venirsi a scontrare

      coi Romani. Alla fine, impegnando tutti gli uomini a disposizione, Anco

      ottenne la sua prima vittoria in battaglia e rientrò a Roma con un immenso

      bottino. Migliaia di Latini li integrò in città e, per unire Aventino e

      Palatino, diede loro come sede la zona intorno al tempio di Murcia.

      Integrò nella cerchia urbana anche il Gianicolo, non tanto per bisogno di

      spazio, quanto piuttosto per evitare che quella roccaforte potesse un

      giorno cadere in mano al nemico. Si decise non solo di munirlo di

      fortificazioni, ma anche di metterlo in comunicazione con il resto della

      città mediante un ponte di legno che ne avrebbe facilitato l'accesso e che

      fu il primo costruito sul Tevere. Anche la fossa dei Quiriti, difesa no

      trascurabile sul versante più esposto a incursioni dalle pianure, è opera

      di Anco. Con questi possenti incrementi umani, all'interno di una

      popolazione così numerosa era divenuto difficile distinguere il bene dal

      male e di conseguenza il crimine proliferava nell'ombra. Quindi, per

      scoraggiare la crescente illegalità, venne costruito un carcere in pieno

      centro, a due passi dal foro. Il regno di Anco non significò espansione

      soltanto per la città, ma anche per la campagna e i dintorni. Il bosco di

      Mesia, tolto ai Veienti, estese il dominio di Roma fino al mare, e alle

      foci del Tevere venne fondata Ostia, intorno alla quale furono create

      delle saline. Per celebrare invece i successi militari fece ingrandire il

      tempio di Giove Feretrio.

      

      34 Durante il regno di Anco, venne ad abitare a Roma Lucumone, personaggio

      intraprendente ed economicamente molto solido, attirato soprattutto

      dall'ambizione e dalla speranza di raggiungere posizioni di grande rilievo

      che non era riuscito a ottenere a Tarquinia (in quanto anche in quella

      città era uno straniero). Era figlio di Demarato di Corinto, il quale,

      fuggito dalla patria a séguito di disordini, si era stabilito per puro

      caso a Tarquinia e lì aveva preso moglie e messo al mondo due figli, i cui

      nomi erano Arrunte e Lucumone. Lucumone sopravvisse al padre e ne ereditò

      tutte le sostanze. Arrunte morì invece prima del genitore, lasciando la

      moglie incinta. Demarato non visse molto più a lungo del figlio e,

      ignorando che la nuora era incinta, morì senza ricordarsi del nipotino nel

      testamento. Il bambino nacque dopo la scomparsa del nonno e, non essendo

      destinato a ereditare, fu chiamato Egerio in ragione della sua miseranda

      condizione. In Lucumone, invece, nominato erede universale, la boriosa

      presupponenza dovuta alle sostanze ricevute aumentò ancora di più quando

      sposò un'esponente della più altolocata aristocrazia locale, Tanaquil, la

      quale non poteva ammettere che il suo matrimonio la declassasse dal rango

      in cui era nata. Gli Etruschi emarginavano Lucumone perché era straniero e

      figlio di un profugo. La moglie, non potendo tollerare quest'onta, mise da

      parte l'attaccamento innato per la patria e, pur di vedere onorato il

      marito, prese la decisione di emigrare da Tarquinia. Roma faceva in tutto

      al caso suo: in mezzo a gente nuova, dove si diventava nobili in fretta e

      in base ai meriti, ci sarebbe stato spazio per un uomo coraggioso e

      intraprendente. A Roma aveva regnato Tazio, un sabino; Numa, per farlo re,

      lo erano andati a cercare a Cures; Anco era figlio di madre sabina, e tra

      i ritratti degli antenati poteva vantare soltanto Numa. Non le è quindi

      difficile convincere un uomo ambizioso e per il quale Tarquinia era solo

      il luogo di nascita. Così, raccolte tutte le loro cose, partono alla volta

      di Roma. Quando arrivarono nei pressi del Gianicolo (un puro caso che

      successe lì), mentre erano seduti nel loro carro, un'aquila planò su di

      loro con una dolce cabrata e portò via il cappello a Lucumone. Poi,

      volteggiando sopra il carro ed emettendo versi acutissimi, come se stesse

      compiendo una qualche missione divina, si abbassò di nuovo e glielo rimise

      perfettamente in testa. Quindi sparì nell'alto del cielo. Si racconta che

      Tanaquil, essendo da buona etrusca una vera esperta di prodigi celesti,

      accolse con entusiasmo il presagio. Abbracciando il marito lo invita a

      sperare grandi cose, spiegandogli che quello era il senso dell'uccello,

      della parte del cielo da cui era arrivato e del dio da cui era stato

      inviato: segno che era stato tolto un ornamento posto sulla testa di un

      uomo, perché venisse ricollocato su ordine di un dio. Con in mente queste

      ottimistiche previsioni, entrarono a Roma. Lì trovarono casa e

      concordarono il nome da spacciare alla gente: Lucio Tarquinio Prisco. Agli

      occhi dei Romani faceva colpo per la sua provenienza e per la condizione

      economica. Lui, da par suo, aiutava la buona sorte rendendosi gradito a

      chiunque potesse grazie ai suoi modi affabili, alla generosa ospitalità e

      alla munificenza. A tal punto che la stima di cui era fatto oggetto arrivò

      fino alla reggia. E il re non lo apprezzò per quel che era finché la

      generosità e l'efficienza dimostrate nei servigi prestati non gli

      garantirono un posto tra gli amici più intimi, tanto da essere consultato

      per questioni di carattere pubblico e privato sia in pace che in guerra. E

      il re, dopo averlo messo alla prova in tutti i modi possibili, nel

      testamento lo nominò tutore dei propri figli.

      

      35 Anco regnò ventiquattro anni e non fu secondo a nessuno dei suoi

      predecessori per capacità specifiche e gloria acquisita in campo militare

      e civile. I suoi figli erano ormai quasi degli uomini fatti e per questo

      Tarquinio non perdeva l'occasione di sollecitare l'anticipo dell'assemblea

      popolare per l'elezione del re. Quando ne fu indetta la convocazione, egli

      mandò i ragazzi a una battuta di caccia. Pare che Tarquinio fu il primo a

      impegnarsi in una campagna per il trono e che pronunciò un discorso

      puntato a conquistare il favore popolare. Disse che il suo caso non era

      privo di precedenti e, per evitare che qualcuno potesse stupirsi e

      indignarsi, che lui non sarebbe stato il primo bensì il terzo straniero a

      puntare al trono di Roma. Tazio, addirittura, non solo era un re

      forestiero, ma proveniva da un paese nemico e Numa, pur non conoscendo

      affatto Roma e non avendo avanzato alcuna candidatura, era stato invitato

      ad assumere l'incarico. Quanto a se stesso, dal giorno in cui era

      diventato padrone della propria persona, era venuto a stabilirsi a Roma

      con la moglie e tutto quello che possedeva. E la parte di vita che di

      solito si dedica all'adempimento dei propri doveri di cittadini, lui

      l'aveva trascorsa a Roma e non nella sua città natale; quanto alla sfera

      civile e a quella militare, aveva appreso il diritto e i culti religiosi

      romani da un maestro assolutamente fuori del comune, cioè il re Anco in

      persona. Il suo ossequio e il suo rispetto per la persona del re non erano

      inferiori a quelli di nessuno; quanto poi a generosità verso il prossimo,

      solo il re stesso lo era stato più di lui. Il popolo romano, sentendo che

      non mentiva elencando questi aspetti, lo nominò re con un consenso

      unanime. Ed egli, una volta sul trono, non tradì tutti i sani principi

      morali che aveva pubblicizzato quando si era autocandidato. Impegnandosi

      non meno a rinforzare il proprio regno che a consolidare la potenza dello

      Stato, nomina cento nuovi senatori, noti di lì in poi come di secondo

      ordine, i quali divennero incrollabili sostenitori del re al cui favore

      dovevano la loro nomina in senato.

      La sua prima guerra fu contro i Latini: prese d'assalto la loro città di

      Apiole e, avendone riportato un bottino superiore a quanto ci si aspettava

      dalle prime voci, organizzò dei giochi più ricchi ed elaborati di quelli

      dei predecessori. Fu in questa occasione che venne scelto e delimitato lo

      spazio per il circo che oggi si chiama Circo Massimo. Divise tra senatori

      e cavalieri dei lotti di terra perché si costruissero dei palchi da

      utilizzare durante gli spettacoli. Detti palchi ebbero il nome di fori e

      poggiavano su sostegni sollevati di dodici piedi dal livello del terreno.

      La manifestazione ruotò intorno a gare di equitazione e a incontri di

      pugilato con atleti per la maggior parte etruschi. Da quell'occasione i

      giochi rimasero uno spettacolo regolarmente allestito ogni anno e a

      seconda dei casi vennero chiamati Giochi Romani o Grandi Giochi. Fu sempre

      Tarquinio a dividere tra i privati cittadini appezzamenti di terreno

      edificabile intorno al foro, i quali vennero utilizzati per la costruzione

      di portici e negozi.

      

      36 Stava anche preparandosi a dotare Roma di una cerchia muraria in

      pietra, quando una guerra coi Sabini si sovrappose ai suoi progetti. La

      cosa fu così improvvisa che i nemici attraversarono l'Aniene prima che

      l'esercito romano potesse mettersi in marcia e andargli a chiudere il

      passaggio. A Roma fu subito il panico. Sulle prime l'esito dello scontro

      fu incerto ed entrambe le parti ebbero parecchie perdite. Poi il nemico

      rientrò nell'accampamento, dando così ai Romani la possibilità di

      riorganizzarsi da capo per la guerra. Tarquinio pensava che le sue truppe

      avessero particolari carenze nei reparti di cavalleria e per questo, alle

      centurie dei Ramnensi, dei Tiziensi e dei Luceri che erano state arruolate

      da Romolo, egli stabilì di aggiungerne altre cui sarebbe rimasto legato il

      suo nome. Romolo però aveva agito soltanto dopo un'opportuna consultazione

      augurale e Atto Navio, famoso augure di quegli anni, disse che non si

      potevano apportare modifiche o introdurre innovazioni nella struttura

      dell'esercito senza l'approvazione degli uccelli. Il re reagì stizzito e,

      per ridicolizzarne la presunta scienza, disse: «Avanti, visto che sei un

      veggente, chiedi un po' ai tuoi uccelli se si può mettere in pratica

      quello a cui sto pensando in questo momento!» E quando Atto, dopo aver

      consultato il volo degli uccelli, disse che la cosa si sarebbe avverata di

      sicuro, il re ribatté: «Ben fatto! Il problema è che io stavo pensando che

      tu riuscissi a tagliare in due una pietra con un rasoio. Prendi i due

      oggetti e vedi di fare quello che secondo i tuoi uccelli è possibile.»

      Pare che a quel punto l'augure, senza un attimo di esitazione, tagliò in

      due la pietra. C'era una statua di Atto in piedi a capo velato nel luogo

      del miracolo, in pieno comizio e proprio sulle scale che portano alla

      parte sinistra della curia. Dicono che anche la pietra fu collocata nello

      stesso punto per ricordare il prodigio ai posteri. Sta di fatto che gli

      auguri e la loro professione acquistarono in séguito un tale prestigio,

      che tanto in pace quanto in guerra non si prese più nessuna iniziativa

      senza prima aver tratto gli auspici: assemblee popolari, chiamate alle

      armi, pratiche di estrema importanza, tutto veniva rimandato se non si

      aveva l'approvazione degli uccelli. Così nemmeno Tarquinio apportò delle

      modifiche alla procedura nel caso presente delle centurie di cavalleria:

      raddoppiò il loro numero di effettivi in maniera tale da avere

      milleottocento cavalieri distribuiti in tre centurie. Mantennero lo stesso

      nome delle centurie dove erano stati arruolati, salvo assumere la

      denominazione di Posteriori. Oggi, visto che ne sono state aggiunte altre

      tre, si chiamano le sei centurie.

      

      37 Una volta rinforzata questa parte dell'esercito, ci fu un secondo

      scontro con i Sabini. Ma, oltre che dall'incremento di effettivi,

      l'esercito romano fu aiutato anche da un astuto espediente: alcuni uomini

      vennero inviati a raccogliere una gran massa di fascine lungo la riva

      dell'Aniene e a gettarle nel fiume dopo avervi dato fuoco. La legna

      incendiata, spinta dal vento a favore, andò a finire per lo più sulle

      barche e sui supporti in legno del ponte che prese fuoco. Lo stesso

      espediente seminò il panico tra i Sabini nel pieno della battaglia e

      impedì loro la ritirata quando poi cominciò il fuggi fuggi. Molti

      riuscirono a evitare il nemico ma morirono nel fiume. Parte delle loro

      armi, galleggiando sull'acqua, furono riconosciute nel Tevere e diedero a

      Roma la notizia della grande vittoria ancora prima che arrivassero i

      messaggeri ad annunciarla. I protagonisti assoluti di questa battaglia

      furono i cavalieri: collocati ai due fianchi dei reparti, quando ormai il

      centro, composto di fanti, si stava ritirando, essi attaccarono da

      entrambi i lati con una tale energia che non solo riuscirono a frenare le

      legioni sabine che al momento stavano pressando gli altri Romani in

      ritirata, ma le misero anche in fuga. I Sabini si sparpagliarono

      disordinatamente verso le montagne, ma solo pochi di essi le raggiunsero.

      La maggior parte, come già detto prima, fu spinta nel fiume dai cavalieri.

      Tarquinio, pensando fosse opportuno insistere mentre gli avversari erano

      in preda al panico, inviò a Roma bottino e prigionieri; quindi, per

      realizzare un voto fatto a Vulcano, diede ordine di accatastare la grande

      quantità di armi sottratte al nemico e di darvi fuoco. Poi, alla testa

      dell'esercito, invase il territorio sabino. Nonostante la brutta batosta e

      le poche speranze di ribaltare le sorti ormai compromesse della battaglia,

      i Sabini, non avendo tempo a sufficienza per ponderare una decisione,

      scesero in campo con i resti raccogliticci delle loro truppe. Sconfitti

      però una seconda volta e allo stremo delle forze, chiesero la pace.

      

      38 Ai Sabini furono tolti Collazia e il territorio oltre Collazia. A

      governarla con una guarnigione rimase Egerio, nipote di Tarquinio. A

      quanto ne so, ecco in che termini e come avvenne la resa dei Collatini. Il

      re chiese: «Siete voi i legati e i portavoce mandati dai Collatini con

      l'incarico di consegnare voi stessi e il popolo collatino?» «Sì.» «Il

      popolo collatino è padrone di se stesso?» «Sì.» «Consegnate dunque voi

      stessi e il popolo collatino, la città, le campagne, l'acqua, i confini, i

      templi, la mobilia, e tutti gli oggetti sacri e profani all'autorità mia e

      del popolo romano?» «Sì.» «E io accetto.»

      Conclusa così la guerra coi Sabini, Tarquinio rientra a Roma in trionfo.

      In séguito combatté coi Latini Prischi. Ma durante questa guerra non si

      arrivò mai a uno scontro veramente decisivo: accerchiando, invece, di

      volta in volta le singole città, sottomise tutti i Latini. Furono

      conquistate: Cornicolo, Ficulea Vecchia, Cameria, Crustumeria, Ameriola,

      Medullia, Nomento, tutte città dei Latini Prischi o passate dalla loro

      parte durante la guerra. Poi fu conclusa la pace. In séguito il re si

      dedicò a massicce opere di pace con maggiore impegno di quanto ne avesse

      profuso nell'organizzare le guerre. Lo scopo era quello di evitare che la

      sua gente fosse meno impegnata adesso che ai tempi delle campagne

      militari. Così si ricomincia la fortificazione in pietra - abortita sul

      nascere per lo scoppio della guerra coi Sabini - di quella parte di Roma

      che ne era ancora priva. Poi, con un sistema di condotti in discesa verso

      il Tevere, fa bonificare le parti basse della città, le zone intorno al

      foro e le valli tra i colli, perché non era possibile far defluire le

      acque per la natura eccessivamente pianeggiante del terreno. Infine, già

      anticipando l'importanza che un giorno il luogo avrebbe assunto, fa

      gettare sul Campidoglio le ampie fondamenta di un tempio che, durante la

      guerra coi Sabini, aveva promesso di innalzare in onore di Giove.

      

      39 In quel periodo il palazzo reale assisté a un prodigio notevole per

      come si manifestò e per le conseguenze che ebbe. Mentre un bambino di nome

      Servio Tullio stava dormendo, furono in molti a vedergli la testa avvolta

      da fiamme. Le urla concitate che gridarono al miracolo attirarono la

      famiglia reale. Un servitore portò dell'acqua per spegnere le fiamme, ma

      la regina glielo impedì e fece cessare il chiasso intimando di non toccare

      il bambino finché non si fosse svegliato da solo. Appena questi aprì gli

      occhi, contemporaneamente le fiamme si estinsero. E allora Tanaquil,

      prendendo da parte il marito, gli disse: «Vedi questo bambino che stiamo

      tirando su in maniera così spartana? Sappi che un giorno sarà la nostra

      luce nei momenti più bui e il sostegno del trono durante i tempi di crisi.

      Quindi vediamo di allevare con cura chi sarà motivo di lustro per lo Stato

      tutto e per noi stessi.» Da quel momento in poi essi presero a trattarlo

      come un figlio e lo educarono secondo quei nobili principi che in genere

      portano a concepire grandi ideali. La cosa non fu difficile perché la

      volontà divina era dalla sua parte. Il giovane sviluppò qualità veramente

      regali. Quando poi Tarquinio dovette scegliere un genero, non essendoci a

      Roma altri giovani che potessero reggere al confronto con lui, il re gli

      diede in moglie la figlia. Questo grandissimo onore, per qualsivoglia

      natura conferitogli, impedisce di credere che egli fosse figlio di una

      schiava e schiavo lui stesso nella prima infanzia. Io sono più dalla parte

      di chi sostiene questa tesi: caduta Cornicolo, la moglie incinta di Servio

      Tullio, ucciso durante l'assedio e massima autorità cittadina, finì a Roma

      con le altre prigioniere. Qui la regina ne riconobbe i segni

      inconfondibili della nobiltà e non solo impedì che andasse a fare la

      schiava, ma le permise anche di mettere al mondo il suo bambino nel

      palazzo di Tarquinio Prisco. In séguito un simile gesto fece germogliare

      l'amicizia tra le due donne, e il bambino, come se fosse nato e cresciuto

      nella reggia, fu trattato con stima e affetto. È probabile che la tesi

      della sua origine servile fu costruita sulla sorte della madre, fatta

      prigioniera dal nemico dopo la rotta della città d'origine.

      

      40 Dopo quasi trentotto anni dall'inizio del regno di Tarquinio, Servio

      Tullio aveva conquistato la stima totale non solo del re ma anche dei

      senatori e del popolo. I due figli di Anco avevano sempre considerato il

      colmo dell'infamia il tiro mancino con cui il loro tutore li aveva privati

      del regno paterno e il fatto che a Roma regnasse uno straniero le cui

      origini non erano nemmeno italiche. In quel tempo erano più indignati

      ancora dalla prospettiva che nemmeno dopo Tarquinio il regno sarebbe

      toccato a loro, ma, subendo un ulteriore degrado, sarebbe finito in mano a

      un ex-servo. E in quella stessa Roma, dove quasi cent'anni prima Romolo,

      figlio di un dio e dio lui stesso, aveva regnato durante la sua permanenza

      in terra, ora sarebbe salito al trono un servo figlio di una serva.

      Sarebbe stata un'onta tremenda per tutti i Romani in generale e per il

      loro casato in particolare se, nonostante l'esistenza di discendenti

      maschi del re Anco, non solo degli stranieri, ma addirittura degli schiavi

      potessero arrivare a regnare su Roma. Decidono pertanto di evitare con le

      armi un simile affronto. Il risentimento per i torti subiti li spingeva

      più contro Tarquinio che contro Servio: in primo luogo perché se avessero

      risparmiato il re la sua vendetta sarebbe stata più implacabile di quella

      di un suo subalterno, e in secondo luogo, uccidendo Servio, Tarquinio era

      probabile lo avrebbe rimpiazzato con un genero qualunque destinato a

      ereditare il trono al suo posto. Per tutti questi motivi il complotto

      viene ordito ai danni del re. Come esecutori diretti vennero scelti due

      pastori senza scrupoli che, armati degli attrezzi di lavoro di tutti i

      giorni, organizzarono una finta rissa nel vestibolo della reggia e,

      facendo il maggior rumore possibile, cercarono di attirare i domestici del

      re. Poi, dato che entrambi volevano appellarsi al sovrano e il frastuono

      del loro litigio era arrivato fin dentro la reggia, Tarquinio li fece

      convocare. Sulle prime si misero a urlare cercando di prevaricare l'uno la

      voce dell'altro e la smetterono soltanto dopo l'intervento di un littore

      che ordinò loro di esporre a turno le rispettive ragioni. Allora uno di

      essi comincia a mettere insieme quanto precedentemente convenuto. Mentre

      il re lo stava ascoltando con grande attenzione, l'altro solleva la scure

      e lo colpisce alla testa. Quindi, lasciata l'arma nella ferita, i due si

      precipitano di corsa fuori dalle porte.

      

      41 Mentre quelli del séguito sorreggevano Tarquinio in fin di vita, i

      littori catturarono i due pastori che stavano cercando di darsela a gambe.

      Poi fu subito un gran trambusto di gente che accorreva per vedere cos'era

      successo. Tanaquil, nel pieno della calca, ordina di chiudere la reggia e

      fa uscire i testimoni oculari del delitto. Poi si procura il necessario

      per suturare la ferita, come se ci fosse ancora qualche speranza residua;

      contemporaneamente però, nel caso la speranza fosse venuta meno, prende

      altre precauzioni. Fa subito chiamare Servio, gli mostra il corpo quasi

      esanime del marito e quindi, prendendogli la mano, lo implora di non

      lasciare impunita la morte del suocero né di permettere che la suocera

      diventi lo zimbello dei nemici. «Se sei un uomo, Servio,» gli dice, «è a

      te che tocca il regno e non ai mandanti di questo atroce delitto. Animo,

      quindi, e affidati agli dèi che con quel fuoco intorno alla tua testa

      hanno già voluto preannunciare la fama che ti arriderà. Adesso è l'ora di

      trarre forza da quella fiamma! Adesso è ora di svegliarsi sul serio.

      Eravamo degli stranieri anche noi, eppure siamo arrivati a regnare: pensa

      a quello che sei, non a dove sei nato. Se per gli avvenimenti improvvisi

      non sai che decisione prendere, allora dai retta ai miei consigli.» Quando

      il frastuono e la ressa della gente toccarono il limite estremo della

      tollerabilità, Tanaquil, affacciandosi da una finestra del piano di sopra

      che dava sulla via Nuova (la residenza reale era infatti nei pressi del

      tempio di Giove Statore), arringò il popolo. Invitò i sudditi a stare

      tranquilli rassicurandoli che il re, stordito da un colpo a tradimento,

      era già tornato in sé perché il ferro non era penetrato molto in

      profondità. Inoltre la ferita era stata esaminata, l'emorragia bloccata e

      tutto il resto sembrava a posto. Presto, ne era sicura, lo avrebbero

      potuto rivedere. Nel frattempo, le sue disposizioni erano che obbedissero

      a Servio Tullio, il quale avrebbe amministrato la giustizia e svolto tutte

      le mansioni del re. Servio avanza con tanto di trabea e di littori, occupa

      la sedia del re ed emana verdetti a proposito di alcuni casi, fingendo

      invece di dover consultare il sovrano per altri. In questo modo, per

      alcuni giorni, pur essendo già Tarquinio passato a miglior vita, egli ne

      nascose la morte facendosi passare per un mero sostituto, quando invece

      stava consolidando il suo potere. Dopo un po' di giorni la gente fu

      finalmente informata del luttuoso evento dai pianti che si alzavano dalla

      reggia. Servio, protetto da una robusta scorta, fu il primo a regnare

      senza il consenso popolare ma solo con l'autorizzazione del senato. I

      figli di Anco, quando dopo l'arresto dei sicari da loro prezzolati vennero

      a sapere che il re era ancora vivo e che Servio godeva di così tanto

      favore, si erano già ritirati in volontario esilio a Suessa Pomezia.

       

      42 Servio, per consolidare la posizione di autorità ottenuta, ricorse

      tanto a misure politiche quanto alla sua abilità nel muoversi all'interno

      della sfera privata. Così, onde evitare che l'odio nutrito dai figli di

      Anco nei confronti di Tarquinio divenisse lo stesso sentimento nei suoi

      rapporti con la prole di Tarquinio stesso, diede in moglie le figlie ai

      due giovani rampolli reali Lucio e Arrunte Tarquinio. Ciò nonostante, con

      la sua dimostrazione di assennatezza, non riuscì a infrangere

      l'ineluttabilità del destino: l'invidia per il suo potere creò un clima di

      ostilità e perfidia tra i membri della casa reale.

      Particolarmente opportuna per mantenere lo stato di momentanea

      tranquillità fu una guerra intrapresa coi Veienti (la tregua era ormai

      scaduta) e con altre popolazioni etrusche. In questa guerra, Tullio brillò

      per coraggio e buona sorte. Una volta sbaragliate le ingenti forze

      nemiche, il re ritorna a Roma, conscio di essere ora in una posizione che

      non si prestava più a critiche né da parte dei senatori né da parte del

      popolo. Quindi si occupa di ciò che aveva la precedenza assoluta in campo

      civile: come Numa aveva codificato i regolamenti in materia di religione,

      così Servio è passato ai posteri per aver stabilito a Roma il sistema

      delle divisioni in classi con il quale si differenziavano nettamente i

      diversi gradi di dignità sociale e di possibilità economiche. Stabilì,

      cioè, il censo, cosa utilissima per un regno destinato a enormi

      ampliamenti, col quale i carichi fiscali in materia civile e militare non

      sarebbero più stati ripartiti pro capite, come in passato, ma a seconda

      del reddito. Quindi divise la popolazione in classi e centurie secondo

      questa distribuzione basata sul censo e valida tanto in tempo di pace

      quanto in tempo di guerra.

      

      43 Coloro i quali possedevano dai centomila assi in su formavano ottanta

      centurie, quaranta di anziani e quaranta di giovani, e andarono sotto il

      nome di prima classe. Gli anziani avevano il compito di proteggere

      militarmente la città, i giovani di combattere nelle guerre esterne. Il

      loro armamento di difesa doveva consistere in elmo, scudo rotondo,

      gambali, corazza, il tutto in bronzo; quello di offesa in lancia e spada.

      A questa classe ne vennero aggiunte due di genieri, esclusi dal servizio

      armato ma destinati al trasporto di macchine da guerra. La seconda classe

      era composta da quanti possedevano dai centomila ai settantacinquemila

      assi e contava, tra giovani e anziani, venti centurie. Il loro armamento

      di base consisteva in uno scudo oblungo al posto di quello rotondo e,

      salvo la corazza, era uguale in tutto il resto. La terza classe fu

      stabilito che avesse un censo di cinquantamila assi. Come la seconda,

      venne organizzata in venti centurie ed ebbe la stessa suddivisione per

      età. Quanto invece alle armi, la sola differenza era l'assenza dei

      gambali. Per appartenere alla quarta classe bisognava avere un censo di

      venticinquemila assi. Stesso numero di centurie ma armi diverse:

      nient'altro che asta e giavellotto. La quinta classe era quantitativamente

      più numerosa: formava infatti trenta centurie e prevedeva come armi fionde

      con proiettili di pietra. A essa facevano capo anche due centurie di

      suonatori di corno e di trombettieri. Il censo di questa classe doveva

      ammontare a undicimila assi. Chi era al di sotto di questa cifra - cioè il

      resto del popolo - venne organizzato in una sola centuria dispensata

      dall'assolvere agli obblighi militari. Dopo aver così organizzato e armato

      la fanteria, Servio Tullio reclutò dodici centurie di cavalieri dal fiore

      dell'aristocrazia cittadina. Ne formò altre sei al posto delle tre

      organizzate da Romolo, mantenendo però a esse gli stessi nomi assegnati al

      tempo delle consultazioni augurali. Per l'acquisto di cavalli l'erario di

      Stato stanziò diecimila assi annui per ogni centuria, mentre al

      mantenimento degli stessi designò le donne non sposate le quali dovevano

      provvedere con duemila assi annui ciascuna. Così tutti gli oneri fiscali

      venivano spostati dai poveri ai ricchi. In séguito però venne inserita una

      forma di compensazione: il suffragio universale, basato non più

      sull'uguaglianza di poteri e diritti, non fu ulteriormente concesso -

      secondo l'uso sancito da Romolo e poi mantenuto dai suoi successori - in

      maniera indistinta a tutti, ma vennero stabilite delle priorità che, pur

      non privando nessuno del diritto di voto, ciò nonostante mettevano la

      totalità del potere nelle mani dei cittadini più abbienti. Per primi

      votavano i cavalieri, seguiti dalle ottanta centurie della rima classe. Se

      c'era qualche disaccordo tra i due gruppi (cosa assai rara), fu stabilito

      che in quel caso avrebbe votato la seconda classe. Non si arrivò mai così

      in basso da coinvolgere le classi subalterne. Né ci si deve stupire se il

      nostro attuale sistema, strutturato dopo l'aumento del numero delle tribù

      a trentacinque e dopo il raddoppio delle centurie di giovani e anziani,

      non corrisponde più quantitativamente a quello varato da Servio Tullio.

      Egli infatti divise Roma in quattro parti, con i quartieri e i colli

      allora abitati, e le chiamò tribù facendo - secondo me - risalire il nome

      a tributo. Non a caso la contribuzione proporzionale al reddito è uno dei

      suoi provvedimenti ancora in vigore. E queste tribù non avevano niente a

      che vedere con la divisione in centurie e col loro numero.

      

      44 Dopo aver completato le pratiche del censo, facilitate da una legge che

      minacciava l'incarcerazione e la pena capitale per chi si fosse mostrato

      recalcitrante all'iscrizione, Servio convocò un'adunata per centurie di

      tutti i cittadini romani, da tenersi all'alba in Campo Marzio. Lì, di

      fronte all'intero esercito schierato, offrì in sacrificio di purificazione

      un maiale, una pecora e un toro, e la cerimonia prese il nome di lustro

      della chiusura perché era l'ultimo atto del censimento. Si dice che in

      quel lustro i cittadini censiti ammontassero a ottantamila. Fabio Pittore,

      uno degli storici più antichi, aggiunge che questo era il numero degli

      uomini potenzialmente mobilitabili. Con una popolazione simile, un

      ampliamento di Roma era inevitabile. Così Servio aggiunge altri due colli,

      il Quirinale e il Viminale, amplia l'Esquilino e, per dargli lustro, vi si

      trasferisce lui stesso. Dota Roma di un terrapieno, un fossato e una

      cerchia muraria, estendendo così i limiti del pomerio. Quanto poi a questa

      parola, chi non va più in là dell'etimologia, la interpreta come "il

      tratto oltre le mura". Il senso è invece un altro: significa "il tratto

      intorno alle mura", cioè quello spazio che anticamente gli Etruschi,

      all'atto di fondare una città, delimitavano in modo rigoroso per poi

      costruirvi le mura e quindi consacravano con cerimonie augurali. E questo

      perché all'interno di esso non ci fossero contatti tra edifici e mura

      (cosa che oggi è invece d'uso comune), e all'esterno rimanesse una

      striscia di terra non utilizzabile dall'uomo. Questo spazio,

      caratterizzato dal divieto assoluto di costruire e di coltivare, fu

      chiamato pomerio dai Romani sia perché si trova al di là del muro sia

      perché il muro si trova al di là di esso. E ogni qual volta Roma conosceva

      degli ampliamenti urbanistici, questi limiti consacrati subivano sempre le

      stesse modifiche delle mura.

      

      45 Dopo aver incrementato il prestigio di Roma aumentandone la superficie,

      dopo aver dotato i suoi sudditi di un'organizzazione ugualmente funzionale

      nella sfera civile e in quella militare, Servio, non volendo sempre

      ricorrere alle armi per accrescere la propria potenza, decise di farlo

      seguendo la strada della diplomazia, in maniera tale da conferire ancora

      più lustro alla città. Il tempio di Diana a Efeso era già allora parecchio

      rinomato e la tradizione voleva fosse stato costruito con la cooperazione

      delle città dell'Asia. Servio, parlando di fronte ai nobili latini, coi

      quali aveva in progetto di stringere relazioni di amicizia e ospitalità

      tanto sul piano ufficioso che su quello ufficiale, disse mirabilia di una

      simile intesa e di una simile condivisione di culto. Tornò così spesso

      sull'argomento che, alla fine, Romani e Latini edificarono insieme a Roma

      un tempio in onore di Diana. La questione se Roma fosse o meno la capitale

      dei dintorni - problema questo che così tante volte era stato motivo di

      scontri armati - ebbe quindi una soluzione di tacito consenso. Anche se i

      Latini avevano ormai smesso di occuparsi del contenzioso per i ripetuti

      scacchi subiti in guerra, tuttavia a uno dei Sabini sembrò offrirsi

      un'opportunità fortuita per riottenere, grazie a un'iniziativa

      individuale, la supremazia perduta. Pare che in una fattoria in terra

      sabina fosse nata una giovenca di bellezza e dimensioni assolutamente

      fuori del comune. Un tale spettacolo della natura che le corna furono

      appese nell'atrio del tempio di Diana dove sono rimaste per intere

      generazioni a testimonianza dell'evento. Si gridò al miracolo (in quanto

      era un miracolo!). Gli indovini vaticinarono che chi l'avesse immolata a

      Diana avrebbe automaticamente garantito la supremazia alla sua città di

      appartenenza e la profezia arrivò alle orecchie del sacerdote preposto al

      tempio di Diana. Il primo giorno che parve propizio per il sacrificio, il

      sabino portò a Roma l'animale e lo piazzò davanti all'altare. Lì, il

      sacerdote romano, colpito dalle dimensioni di quella vittima che tanto

      aveva fatto parlare, ricordandosi della profezia, disse al sabino:

      «Straniero, cosa credi di fare? Vorrai mica tu, impuro come sei, fare un

      sacrificio a Diana? Perché non cominci con un bagno di purificazione

      nell'acqua corrente? Qui in fondo alla valle scorre il Tevere.» Lo

      straniero, preso dallo scrupolo e volendo seguire il rituale canonico per

      mandare a effetto il prodigio, scese di corsa al Tevere. Nel frattempo il

      romano immola a Diana la giovenca, conquistandosi la gratitudine del re e

      del popolo tutto.

       

      46 Servio, col tempo e con l'uso, era ormai incontestabilmente padrone del

      potere. Ciò nonostante, sentendo che il giovane Tarquinio continuava a

      mettere in circolazione la voce che il suo regno non aveva avuto il

      beneplacito del popolo, si conciliò prima il favore della plebe

      distribuendo a ciascun cittadino parte delle terre tolte ai nemici e poi

      ebbe il coraggio di chiamare il popolo a esprimere un voto di fiducia nei

      suoi confronti. Fu un grande successo: mai nessun re prima di lui era

      stato eletto con una simile unanimità di consensi. Nemmeno questo episodio

      ridusse in Tarquinio la speranza di impadronirsi del regno. Al contrario,

      essendosi reso conto che la distribuzione di terre alla plebe aveva

      incontrato l'opposizione dei senatori, capì di avere la possibilità di

      diffamare Servio presso di loro e di acquistare credito in senato (lui era

      un giovane impetuoso e di carattere inquieto e per di più, in casa, era

      incitato dalla moglie Tullia). Così anche il palazzo reale di Roma fu

      teatro di un tragico fatto di sangue che accelerò, più della noia per la

      monarchia, l'avvento della libertà e fece sì che l'ultimo regno fosse il

      prodotto di un delitto. Questo Lucio Tarquinio - è poco chiaro se fosse il

      figlio o il nipote di Tarquinio Prisco, anche se la maggior parte degli

      storici propende per la prima tesi - aveva un fratello, Arrunte Tarquinio,

      giovane dal carattere piuttosto mite. Essi avevano sposato, come ho già

      detto, le due Tullie, figlie del re, ugualmente diversissime per

      temperamento. Caso volle che i due caratteri violenti non fossero finiti

      insieme (immagino perché la buona stella del popolo romano volle

      prolungare il regno di Servio e permettere che si consolidassero i

      fondamenti morali della società). La più arrogante delle figlie di Tullio

      non poteva darsi pace che il marito non avesse un briciolo di ambizione e

      intraprendenza. Di qui il suo essere tutta occhi e parole di ammirazione

      per l'altro Tarquinio, da lei definito un vero uomo e un autentico

      rampollo di re. Di qui pure il suo disprezzo per la sorella, a sua detta

      responsabile di appiattire il marito con una totale assenza di iniziativa

      femminile. Presto, come sempre succede, l'affinità reciproca li avvicinò,

      dato che il male può solo attirare il male, anche se però fu la donna la

      responsabile prima di tutto l'intrigo. Quest'ultima cominciò a vedersi in

      segreto col cognato e, durante questi incontri, non si esimeva

      dall'insultare il proprio marito (con il fratello di lui) e la propria

      sorella (con il marito di lei). Il punto su cui batteva di più era questo:

      per lei sarebbe stato meglio essere senza marito e per il cognato sarebbe

      stato meglio essere celibe piuttosto che stare con persone di livello

      inferiore e vedersi costretti a languire per loro ignavia. Se gli dèi le

      avessero fatto sposare l'uomo che meritava, non ci avrebbe messo molto a

      vedere nella sua casa il potere reale che ora vedeva in quella del padre.

      Si affretta così a instillare nel cuore del giovane l'audacia del suo

      progetto. Grazie a due decessi a catena ebbero via libera in casa per

      celebrare un nuovo matrimonio. Servio non si oppose alle nozze, ma non

      diede neppure il suo consenso.

      

      47 Da quel momento in poi la vecchiaia e il regno di Tullio furono di

      giorno in giorno sempre più in pericolo. Infatti, quella donna, dopo il

      primo delitto, non vedeva l'ora di commetterne un secondo e toglieva il

      fiato al marito giorno e notte perché non voleva che i suoi precedenti

      crimini rimanessero fini a se stessi. Non le era certo mancato l'uomo di

      cui si potesse dire che lei era la moglie e la rassegnata compagna di

      sottomissione. Le era mancato un uomo che si ritenesse degno del trono,

      che si ricordasse di esser figlio di Tarquinio Prisco e che preferisse

      avere il potere piuttosto che sperare di averlo. «Se sei tu l'uomo che io

      credo di aver sposato, allora ti chiamo marito e re. Se non lo sei, allora

      vuol dire che mi è andata di male in peggio perché in te oltre all'ignavia

      c'è anche la delinquenza. Perché non ti muovi? Non vieni mica da Tarquinia

      o da Corinto, come tuo padre, né devi andarti a conquistare un trono in

      terra straniera. Gli dèi di casa e della patria, il ritratto di tuo padre,

      il palazzo reale e il trono che vi si trova all'interno, il nome

      Tarquinio, ogni cosa ti vuole e ti chiama re. E se poi non hai abbastanza

      fegato, perché mai inganni la gente? Perché lasci che guardino a te come a

      un erede al trono? Tornatene a Tarquinia o a Corinto, risali i rami del

      tuo albero genealogico, visto che sei più della pasta di tuo fratello che

      non di quella di tuo padre.» Questo più o meno il sarcasmo con cui

      istigava il giovane. Una cosa invece non le dava pace: com'era possibile

      che Tanaquil, pur essendo una straniera, fosse riuscita a brigare tanto da

      far salire al trono, uno dopo l'altro, prima il marito e poi il genero, e

      invece lei che era figlia di un re contava meno di zero negli stessi

      giochi di potere ? Tarquinio, istigato dai furori della moglie, cominciò

      ad andare in giro in cerca di appoggio, specialmente presso i senatori del

      secondo ordine, ai quali, ricordando il gesto generoso del padre, faceva

      presente che era venuto il momento di ricambiarlo. Riempiva di regali i

      giovani. Così, sia grazie alle grandi promesse, sia grazie alla pessima

      pubblicità che faceva al re, la sua posizione acquistava credibilità a

      tutti i livelli. Alla fine, quando gli sembrò fosse tempo di agire, fece

      irruzione nel foro scortato da un drappello di armati. Quindi, nello

      sbalordimento generale, prese posto sul trono di fronte alla curia e,

      tramite un araldo, fece comunicare ai senatori che si presentassero in

      senato al cospetto del re Tarquini. Essi arrivarono subito: alcuni già

      preparati alla cosa, altri temendo di incappare in spiacevoli conseguenze

      mancando all'appuntamento, tutti però sconcertati dalla novità senza

      precedenti e convinti che Servio fosse finito. Tarquinio allora, andando

      molto indietro nel tempo, accusò Servio di essere uno schiavo figlio di

      una schiava il quale, dopo la morte indegna di suo padre, era salito al

      trono grazie al regalo di una donna e non aveva rispettato la tradizione

      (e cioè l'interregno, la convocazione dei comizi, il voto del popolo e la

      ratifica dei senatori). Con un simile albero genealogico e con una simile

      carriera politica alle spalle, aveva favorito le classi più abiette della

      società - cioè quelle dalle quali proveniva -, e per l'odio nei confronti

      di una classe alla quale non apparteneva, aveva tolto le proprietà

      terriere ai notabili per darle alla plebaglia. Gli oneri fiscali prima

      equamente distribuiti li aveva addossati nella loro totalità sulle spalle

      dei più abbienti. Aveva istituito il censo per convogliare l'invidia sulle

      fortune dei ricchi e per averle a portata di mano quando decideva di fare

      generose elargizioni ai nullatenenti.

       

      48 Servio, svegliato di soprassalto da un messaggero, arrivò nel bel mezzo

      di questa tirata e, dall'ingresso della curia, gridò fortissimo: «Che

      razza di storia è questa, Tarquinio? Avere il coraggio, con me vivo, di

      convocare i senatori e di sederti sul mio trono?» La risposta di Tarquinio

      fu estremamente insolente. Disse che stava occupando il trono di suo

      padre, trono che era di gran lunga preferibile finisse in mano all'erede

      legittimo (cioè lui in persona) piuttosto che a uno schiavo e che Servio

      aveva già insultato e preso in giro abbastanza i suoi padroni. Seguirono

      urla di consenso e di approvazione. Intanto la gente stava affluendo in

      massa sul posto ed era chiaro che il potere sarebbe andato al vincitore di

      quel giorno. Allora Tarquinio, costretto dalla situazione a giocarsi il

      tutto per tutto, favorito dall'età e dalla maggiore vigoria fisica,

      afferrò Servio all'altezza della vita, lo sollevò da terra e,

      trascinandolo fuori, lo scaraventò giù dalle scale. Quindi rientrò nella

      curia per evitare che i senatori si sparpagliassero. La scorta e il

      séguito del re se la diedero a gambe. Quanto poi al re stesso, mentre

      quasi in fin di vita stava rientrando a palazzo senza il suo séguito

      abituale, fu raggiunto e assassinato dai sicari di Tarquinio, i quali lo

      avevano pedinato. Sembra (e non stride poi troppo coi suoi precedenti

      delinquenziali) che la cosa porti la firma di Tullia. Su questo, invece,

      non ci sono dubbi: ella, arrivata in senato col suo cocchio, per niente

      intimorita dalla gran massa di persone, chiamò fuori dalla curia il marito

      e fu la prima a conferirgli il titolo di re. Tarquinio la pregò di

      allontanarsi da quel trambusto pericoloso. Allora Tullia, quando sulla via

      di casa arrivò in cima alla via Cipria (dove non molto tempo fa c'era il

      santuario di Diana), ordinò di piegare verso il Clivo Urbio e di portarla

      all'Esquilino. In quel momento il cocchiere bloccò la vettura con un colpo

      secco di redini e, pallido come uno straccio, indicò alla padrona il

      cadavere di Servio abbandonato per terra. Tradizione vuole che in quel

      luogo fu consumato un atto orrendo e disumano di cui la strada serba

      memoria nel nome (si chiama infatti via del Crimine): pare che Tullia,

      invasata dalle Furie vendicatrici della sorella e del marito, calpestò col

      cocchio il corpo del padre. Quindi, piena di schizzi lei stessa, ripartì

      sulla vettura che grondava sangue dopo quell'orrore commesso sul cadavere

      del padre, e si diresse a casa dove i penati suoi e del marito, adirati

      per il tragico esordio del regno, fecero sì che esso avesse una

      conclusione analoga.

      Servio Tullio regnò quarantaquattro anni e anche per un successore buono e

      moderato sarebbe stato arduo emularne la rettitudine. E poi, ad accrescere

      ulteriormente i suoi meriti, c'era anche questo motivo: con lui tramontava

      la figura del monarca giusto e legittimo. Inoltre, per quanto moderato e

      mite il suo regno potesse essere stato, era pur sempre il governo di un

      singolo. Per questo alcuni autori affermano che egli avrebbe avuto

      intenzione di rinunciarvi, se la delinquenza di un parente non si fosse

      sovrapposta al progetto di concedere la libertà al suo popolo.

      

      49 Da allora ebbe inizio il regno di Tarquinio, soprannominato il Superbo

      a causa della sua condotta. E a buon diritto, visto che, pur essendone il

      genero, non concesse a Servio la sepoltura sostenendo che anche Romolo non

      l'aveva avuta, e fece eliminare i senatori più importanti in quanto

      sospettati di aver parteggiato per Servio. Poi, rendendosi conto che

      l'indebita ascesa al trono avrebbe potuto diventare un precedente

      sfruttabile da altri nei suoi stessi confronti, si circondò di guardie del

      corpo. In effetti, l'unico diritto al trono che aveva era la forza, dato

      che stava regnando non solo senza il consenso del popolo ma anche senza

      ratifica del senato. In più si aggiungeva che, non potendo contare in

      alcun modo sull'aiuto dei cittadini, era costretto a salvaguardare il

      proprio potere col terrore. E per renderlo un sentimento diffuso, cominciò

      a istruire da solo, senza l'aiuto di consiglieri legali, le cause per

      delitti capitali: ne approfittava così per condannare a morte, per mandare

      in esilio, e per confiscare i beni non solo di chi era sospettato o

      malvisto, ma anche di chi poteva rappresentare una qualche opportunità di

      bottino. Soprattutto per questo, dopo aver decimato il numero dei

      senatori, stabilì che non se ne eleggessero altri, in modo tale da

      screditare l'ordine per l'inconsistenza degli effettivi e ridurne al

      massimo le eventuali rimostranze per la totale esclusione dalla gestione

      del potere. Tutti i suoi predecessori si erano sempre attenuti alla regola

      tradizionale di consultare il senato in ogni occasione: Tarquinio il

      Superbo fu il primo a rompere con questa consuetudine e resse lo Stato

      fondandosi solo sui consigli di famiglia: guerra, pace, trattati,

      alleanze, lui solo faceva e disfaceva a suo piacimento e con i consiglieri

      che voleva, senza mai consultare il popolo e i senatori. Cercava

      soprattutto di procurarsi l'amicizia dei Latini, perché l'appoggio

      straniero gli desse maggiore sicurezza in patria. Con la loro aristocrazia

      non stabiliva soltanto rapporti di ospitalità, ma organizzava anche

      matrimoni. Al tuscolano Ottavio Mamilio - di gran lunga il più

      rappresentativo tra i Latini e, se si presta fede alla leggenda,

      discendente di Ulisse e della dea Circe - diede in moglie la figlia e,

      grazie a questo matrimonio, si legò con molti amici e parenti di lui.

      

      50 Tarquinio vantava già una posizione di grande influenza presso i nobili

      latini, quando decise di convocarli un giorno preciso presso il bosco di

      Ferentina, sostenendo di voler discutere alcuni problemi di comune

      interesse. Alle prime luci dell'alba i Latini affluiscono in massa. Da

      parte sua Tarquinio, pur rispettando la data, si presentò solo poco prima

      del tramonto. Per tutta la durata del giorno, i partecipanti all'assemblea

      avevano parlato a lungo di vari argomenti. Turno Erdonio di Aricia aveva

      inveito violentemente contro Tarquinio, dicendo che non era poi tanto

      strano che a Roma lo avessero soprannominato il Superbo (nome questo ormai

      sulla bocca di tutti, anche se ancora circoscritto alla sfera clandestina

      del sussurro). Oppure c'era qualcosa di più superbo che prendere in giro

      il popolo latino in quella maniera ? Farne venire i capi così lontano dai

      loro paesi e poi disertare la riunione da lui stesso convocata? Era chiaro

      che voleva mettere alla prova la loro pazienza e poi, una volta constatato

      che si lasciavano mettere facilmente i piedi in testa, avrebbe abusato

      della loro sottomissione. A chi poteva infatti sfuggire che il piano di

      Tarquinio era ridurre i Latini in suo potere? Se i suoi sudditi avevan

      fatto bene ad affidarglielo, o se gli era stato affidato e non era il

      prodotto di un orrendo delitto, stessa cosa avrebbero dovuto fare i

      Latini, e neppure in questo caso si sarebbe trattato di uno straniero. Ma

      se i Romani non ne potevano più di lui, delle esecuzioni a catena, degli

      esili, delle confische di beni, i Latini potevano forse sperare in

      qualcosa di meglio una volta nella stessa situazione? Se volevano dare

      retta a lui, Turno, ciascuno avrebbe dovuto tornarsene a casa rispettando

      la data della riunione con la stessa precisione di chi l'aveva

      organizzata. Mentre il turbolento e facinoroso Turno, che doveva proprio a

      tali caratteristiche la posizione di grande rilievo occupata tra le genti

      latine, dissertava su questi argomenti, ecco che arrivò Tarquinio. Tutti

      si voltarono a salutarlo. Venne fatto silenzio e il re, invitato dai più

      vicini a fornire spiegazioni circa il ritardo con cui si era presentato,

      disse di esser stato scelto come arbitro in una disputa tra padre e figlio

      e di aver fatto trdi per il desiderio di riconciliare i due litiganti.

      Quindi, dato che il giorno se ne era andato in quella bega, rimandò la

      riunione al mattino successivo. Pare che Turno non accettò nemmeno questo

      senza replicare e sentenziò che non c'era niente di più facile da

      sistemare che un litigio tra padre e figlio; bastavano infatti due parole:

      o il figlio obbedisce al padre, o peggio per lui.

      

      51 Con questo sarcasmo diretto al re di Roma, il cittadino di Aricia

      abbandona l'assemblea. Tarquinio, incassando l'affronto peggio di quanto

      desse a vedere, inizia subito a cercare il modo per togliere di mezzo

      Turno, in maniera tale da ispirare nei Latini lo stesso terrore col quale

      in patria aveva oppresso gli animi dei suoi sudditi. E poiché non era

      nella posizione di eliminare il suo uomo di fronte agli occhi di tutti, lo

      schiacciò escogitando una falsa accusa che in realtà non aveva nulla a che

      vedere con lui. Grazie ad alcuni rappresentanti del partito

      all'opposizione di Aricia, riuscì a corrompere uno schiavo di Turno

      affinché lasciasse introdurre di nascosto una grande quantità di armi

      nella casa del padrone. Dato che bastò una notte per sistemare la cosa,

      Tarquinio, poco prima dell'alba, convocò in sua presenza i capi latini e,

      fingendo di aver ricevuto qualche notizia allarmante, disse loro che il

      ritardo del giorno prima era stato provvidenziale e aveva salvato loro e

      lui stesso. Infatti c'era stata una denuncia: Turno voleva eliminare lui e

      i capi più in vista del popolo latino per impadronirsi del potere

      assoluto. L'attentato avrebbe dovuto essere messo in pratica il giorno

      precedente durante l'assemblea, ma poi era stato rimandato per l'assenza

      del bersaglio principale, cioè l'ideatore del raduno. Di lì la violenta

      invettiva di Turno contro l'assente, il cui ritardo ne aveva deluso le

      speranze. Tarquinio aggiunse di esser sicuro che, se l'informazione

      ricevuta corrispondeva a verità, Turno, quando alle prime luci dell'alba

      essi si fossero radunati per l'assemblea, si sarebbe presentato con una

      banda di cospiratori armati fino ai denti. Gli avevano anche riferito,

      aggiunse, che a casa di Turno era stata trasportata una grande quantità di

      spade. E la fondatezza di quell'informazione si poteva verificare subito:

      bastava andassero con lui a casa di Turno. L'accusa sembrava veramente

      plausibile: vuoi l'aggressività di Turno nell'invettiva del giorno prima,

      vuoi il ritardo di Tarquinio che dava veramente l'impressione di aver

      fatto saltare l'attentato. Sta di fatto che si avviano disposti a credere

      alla storia, ma nel contempo pronti a considerarla tutta una montatura nel

      caso non ci fosse stata traccia delle spade. Arrivati a destinazione,

      svegliano di soprassalto Turno e lo fanno guardare a vista. Quando poi,

      immobilizzati gli schiavi che si preparavano a fare resistenza per

      attaccamento al padrone, cominciarono a tirar fuori spade su spade da ogni

      angolo della casa, non ci fu più nessun dubbio: Turno fu incatenato e nel

      gran trambusto venne subito convocata un'assemblea di tutti i Latini. Lì,

      le spade piazzate nel bel mezzo suscitarono un tale risentimento che

      Turno, senza nemmeno poter perorare la propria causa, fu sottoposto a un

      supplizio senza precedenti: lo fecero annegare immergendolo nella sorgente

      Ferentina con sopra la testa un graticcio coperto di sassi.

      

      52 Tarquinio quindi riconvocò i Latini in assemblea e si complimentò con

      loro per la fermezza con cui avevano inflitto a Turno, autore di un

      progettato colpo di stato, la giusta pena per il suo evidente reato. Poi

      affermò di potersi basare su un diritto molto antico per sostenere che

      tutti i Latini, essendo originari di Alba, rientravano nelle clausole di

      quel trattato dei tempi di Tullo col quale l'intera nazione albana e le

      sue colonie erano state annesse a Roma. Rinnovare quel trattato sarebbe

      stato un grosso vantaggio: più che altro - questo il suo pensiero - i

      Latini avrebbero partecipato dei successi del popolo romano, senza dover

      sempre rischiare o subire distruzioni e devastazioni di campagne com'era

      successo durante il regno di Anco e durante quello di suo padre Tarquinio

      Prisco. Non fu difficile persuadere i Latini anche se il trattato favoriva

      nettamente Roma. Inoltre, non solo i capi latini erano dalla parte del re

      e ne condividevano i punti di vista, ma proprio poco prima Turno aveva

      fornito loro una dimostrazione di cosa poteva toccare a chiunque avesse

      avuto in mente di opporsi. Il trattato venne così rinnovato e una delle

      clausole prevedeva che i giovani latini si presentassero il tal giorno

      armati di tutto punto nel bosco di Ferentina. Seguendo le disposizioni del

      re di Roma, essi si concentrarono dai diversi paesi di provenienza.

      Tarquinio, allora, per evitare che ogni gruppo avesse un proprio capo, un

      comando separato e insegne diverse dagli altri, creò manipoli misti di

      Latini e Romani con questo criterio: ne organizzò uno sommandone due e due

      dividendone uno. A capo dei manipoli così sdoppiati nominò dei centurioni.

      

      53 Tarquinio fu un re ingiusto coi suoi sudditi, ma abbastanza un buon

      generale quando si trattò di combattere. Anzi, in campo militare avrebbe

      raggiunto il livello di quanti lo avevano preceduto sul trono, se la sua

      degenerazione in tutto il resto non avesse offuscato anche questo merito.

      Fu lui a iniziare coi Volsci una guerra destinata a durare due secoli, e

      tolse loro con la forza Suessa Pomezia. Ne vendette il bottino e coi

      quaranta talenti d'argento ricavati concepì la costruzione di un tempio di

      Giove le cui dimensioni sarebbero state degne del re degli dèi e degli

      uomini, nonché della potenza romana e della sua stessa posizione maestosa.

      Il denaro proveniente dalla presa di Suessa fu messo da parte per la

      costruzione del tempio.

      In séguito si impegnò in una guerra più lunga del previsto con la vicina

      città di Gabi. Infatti tentò prima una fallimentare soluzione di forza;

      poi, respinto anche da sotto le mura dopo averne cercato l'assedio, alla

      fine ricorse a un espediente poco in sintonia con lo spirito romano, cioè

      l'astuzia dolosa e fraudolenta. Mentre dava a vedere di aver perso

      interesse nella guerra per concentrarsi sulla fondazione del tempio e su

      altre opere di natura urbanistica, Sesto, il più giovane dei suoi tre

      figli, con un preciso piano, riparò a Gabi lamentandosi del trattamento

      eccessivamente crudele riservatogli dal padre. Lì raccontò che

      quest'ultimo, dopo i sudditi, aveva adesso iniziato a tormentare i figli,

      che a sua detta erano fastidiosamente numerosi, e a cercare di riprodurre

      in casa il deserto che aveva fatto in senato, in modo tale da non lasciare

      né discendenti né un qualche erede al trono. Quanto a lui, sfuggito alle

      spade e ai pugnali del padre, era convinto che in nessun posto sarebbe

      stato così al sicuro come presso i nemici di Lucio Tarquinio. Circa la

      guerra che sembrava esser stata abbandonata, avevano poco da illudersi:

      era tutta una finta e, da un momento all'altro, lui li avrebbe attaccati

      quando meno se lo aspettavano. Se poi presso di loro non c'era posto per

      un supplice, allora avrebbe attraversato tutto il Lazio e quindi si

      sarebbe rivolto ai Volsci, agli Equi e agli Ernici, finché non avesse

      trovato gente disposta a proteggere un figlio dalle torture e dalle

      crudeltà inflittegli dal padre. Può darsi anche che avrebbe trovato gli

      stimoli per andare a combattere il più tirannico dei re e il più insolente

      dei popoli. Poiché era chiaro che, se avessero titubato, il giovane,

      infuriato com'era, se ne sarebbe andato, i Gabini gli diedero il

      benvenuto. Gli dissero di non meravigliarsi se il padre si era comportato

      coi figli nello stesso modo che coi sudditi e con gli alleati: avrebbe

      finito col rivolgere la propria crudeltà contro se stesso, una volta

      esaurito ogni bersaglio. Da parte loro, erano comunque contenti della sua

      venuta e confidavano, anche col suo aiuto, di spostare in breve tempo il

      teatro delle operazioni di guerra dalle porte di Gabi alle mura di Roma.

      

      54 In séguito Sesto fu ammesso alle riunioni di governo, durante le quali,

      sul resto delle questioni, si professava dello stesso avviso degli anziani

      di Gabi per la loro maggiore esperienza. Da parte sua, invece, non faceva

      che parlare di guerra e sosteneva di esserne un grande esperto in quanto

      conosceva le forze dei due popoli e sapeva che Tarquinio aveva raggiunto

      un punto tale di arroganza che non solo i cittadini ma i figli stessi non

      riuscivano più a tollerarlo. Così, con questa tecnica, riuscì piano piano

      a convincere i capi di Gabi a riaprire le ostilità. Avrebbe guidato lui in

      persona delle azioni di guerriglia con un gruppo di giovani

      particolarmente coraggiosi. Calcolando perfettamente ogni cosa che faceva

      e diceva, riuscì a incrementare a tal punto la malriposta fiducia nella

      sua persona, che alla fine gli affidarono il comando in capo delle

      operazioni. Siccome il popolo ignorava quel che stava realmente succedendo

      e le prime scaramucce tra Romani e Gabini vedevano quasi sempre prevalere

      questi ultimi, allora tutti, senza distinzioni di classe, cominciarono a

      credere che Sesto Tarquinio fosse l'uomo mandato dal cielo per guidare le

      loro truppe. E i soldati, vedendo che egli era sempre disposto a

      condividere rischi e fatiche ed era oltremodo generoso nella spartizione

      del bottino, gli si affezionarono a tal punto che non era meno potente lui

      a Gabi di quanto suo padre Tarquinio lo fosse a Roma. E così, quando Sesto

      capì di essere abbastanza forte per affrontare qualsiasi impresa, mandò a

      Roma un suo uomo per chiedere al padre cosa dovesse fare, visto che a Gabi

      gli dèi gli avevano concesso di esser padrone incontrastato della

      situazione politica. Al messaggero - suppongo per la scarsa fiducia che

      ispirava - non venne affidata una risposta a voce. Il re, dando a vedere

      di essere perplesso, si spostò nel giardino del suo palazzo e l'inviato

      del figlio gli andò dietro. Lì, passeggiando avanti e indietro in

      silenzio, pare che il re si mise a decapitare i papaveri a colpi di

      bacchetta. Il messaggero, stanco di fare domande senza ottenere risposte,

      ritornò a Gabi convinto di non aver compiuto la missione. Lì riferì ciò

      che aveva detto e ciò che aveva visto: il re, fosse per ira, per insolenza

      o per naturale disposizione all'arroganza, non aveva aperto bocca. Sesto,

      appena gli fu chiaro a cosa il padre volesse alludere con quei silenzi

      sibillini, eliminò i capi della città, accusandone alcuni davanti al

      popolo, e con altri facendo leva sull'impopolarità che si erano acquistati

      da soli. Per molti ci fu l'esecuzione sotto gli occhi di tutti. Certi

      invece, più difficili da mettere sotto accusa, vennero assassinati di

      nascosto. Altri ebbero il permesso di lasciare il paese o vennero

      esiliati. Le proprietà di tutti, morti o esiliati, subirono la stessa

      sorte: vennero confiscate e quindi distribuite in una corsa sfrenata

      all'accaparramento. Badando quindi solo all'interesse particolare, la

      gente perse il senso del disastro in cui la città era franata. Finché un

      bel giorno, rimasta priva di una direzione e di risorse, Gabi si onsegnò

      nelle mani del re di Roma senza opporre resistenza.

      

      55 Dopo essersi impadronito di Gabi, Tarquinio fece pace con gli Equi e

      rinnovò il trattato con gli Etruschi. Quindi si rivolse a progetti di

      edilizia urbana. Il primo era il tempio di Giove sul monte Tarpeio:

      sarebbe stato un monumento immortale al suo regno e al suo nome, e avrebbe

      ricordato che dei due Tarquini - entrambi re -, prima il padre aveva fatto

      il voto di costruirlo e poi il figlio lo aveva portato a compimento. E

      perché la zona venisse liberata da ogni precedente traccia di culto e

      dedicata esclusivamente a Giove e al suo tempio, ordinò di sconsacrare

      quelle cappelle e quei santuari che erano stati in un primo tempo dedicati

      agli dèi da Tazio nei momenti decisivi della battaglia contro Romolo e che

      in séguito erano stati consacrati e inaugurati. Proprio all'inizio dei

      lavori, tradizione vuole che gli dèi inviassero un segno per indicare la

      grandezza di quel potente regno. Infatti, mentre gli uccelli diedero il

      via libera alla sconsacrazione di tutti gli altri santuari, la stessa cosa

      non successe per quello di Termine. Il presagio augurale fu interpretato

      in questo modo: visto che il tempio di Termine rimaneva al suo posto ed

      era l'unica tra tutte le divinità a non essere allontanata dallo spazio a

      essa consacrato, ciò significava stabilità e solidità per lo Stato. Una

      volta ricevuto questo presagio di durata, ne seguì un altro che annunciava

      la grandezza dell'impero. Pare che durante gli scavi delle fondamenta del

      tempio venisse portata alla luce una testa di uomo con i lineamenti della

      faccia intatti. Il ritrovamento parlava chiaro: quel punto sarebbe

      diventato la cittadella dell'impero e la capitale del mondo. Questa fu

      l'interpretazione degli indovini, sia dei locali, sia di quelli fatti

      arrivare dall'Etruria per pronunciarsi sulla cosa.

      Nella mente del re c'era ormai spazio solo per le spese pubbliche: così,

      il ricavato del bottino di Pomezia, destinato a coprire la costruzione

      dell'intero edificio, bastò appena a pagare le fondamenta. Questo perché

      la mia fonte è nel caso presente Fabio, che è più antico, e secondo il

      quale il bottino fu soltanto di quaranta talenti, e non Pisone che invece

      parla di quarantamila libbre di pesante argento stanziate per l'opera. Una

      simile somma non è pensabile la si potesse all'epoca ricavare dal bottino

      di una sola città e non esiste edificio, neppure oggi come oggi, le cui

      fondamenta arrivino a costare così care. 56 Nel desiderio di portare a

      termine la costruzione del tempio, Tarquinio, dopo aver fatto venire

      operai da tutta l'Etruria, attinse non solo ai fondi di Stato stanziati

      per questo progetto, ma ricorse anche alla mano d'opera della plebe. Non

      era certo un lavoro da poco e in più c'era il servizio militare. Tuttavia,

      ai plebei pesava meno dover costruire i templi degli dèi con le proprie

      mani che essere impiegati, come poi in séguito successe, in lavori meno

      spettacolari ma molto più sfibranti (come la costruzione dei sedili del

      Circo o quella, da realizzarsi sotto terra, della Cloaca Massima,

      ricettacolo di tutto il liquame della città, opere queste al cui confronto

      la grandiosità dei giorni nostri ha ben poco da contrapporre). Dopo aver

      impegnato la plebe in queste grandi costruzioni, Tarquinio, pensando che

      una popolazione numerosa se disoccupata sarebbe stata per Roma un peso

      morto, e volendo nel contempo ampliare i confini del suo regno con la

      deduzione di colonie, inviò coloni a Signa e Circei per farne un giorno

      dei bastioni di Roma sulla terra e sul mare.

      Nel bel mezzo di queste iniziative, si assistette a un prodigio tremendo:

      da una colonna di legno sbucò fuori un serpente che gettò nel panico il

      palazzo reale. Quanto al re, la sua reazione non fu di improvviso terrore

      ma di ansia e preoccupazione. Per i prodigi di carattere pubblico

      Tarquinio consultava soltanto gli indovini etruschi. Ma in questo caso,

      spaventatissimo da un fenomeno che sembrava interessare la sua casa,

      stabilì che fosse interrogato l'oracolo di Delfi, il più famoso del mondo.

      Non osando però affidarne a nessun altro il responso, mandò due dei suoi

      figli in Grecia attraverso terre a quel tempo ignote e attraverso mari

      ancora più ignoti. Tito e Arrunte partirono. Al loro séguito si imbarcò

      anche Lucio Giunio Bruto, figlio di Tarquinia, sorella del re, giovane dal

      carattere completamente diverso da quello che dava a vedere. Quando era

      venuto a sapere che i personaggi più in vista della città, e tra questi

      suo fratello, erano stati eliminati dallo zio, aveva deciso di rinunciare

      a ogni atteggiamento e a ogni successo economico che avrebbero potuto

      innervosire il re o suscitarne l'invidia, e si era risolto a cercare la

      sicurezza nel disprezzo, visto che la giustizia offriva ormai ben poca

      protezione. Così, facendo apposta l'imbecille e lasciando che il re

      disponesse liberamente della sua persona e delle sue sostanze, non aveva

      rifiutato nemmeno il soprannome di Bruto, per mascherare il grande

      coraggio che, una volta scoccata l'ora fatale, lo avrebbe spinto a

      liberare il popolo romano. Era lui che i Tarquini si portavano a Delfi,

      più come una spassosa macchietta che come un compagno di viaggio: pare che

      il suo dono ad Apollo consistesse in un bastone d'oro racchiuso in un

      altro di corno che era stato scavato proprio con quell'intento, a

      rappresentazione simbolica del suo carattere. Una volta arrivati a Delfi e

      compiuta la missione per conto del padre, i giovani furono presi dal

      desiderio insopprimibile di sapere a chi di loro sarebbe toccato il regno

      di Roma. Pare che dal profondo dell'antro si sentì una voce pronunciare le

      seguenti parole: «A Roma regnerà, o giovani, il primo di voi che darà un

      bacio a sua madre.» I Tarquini, per far sì che Sesto, rimasto a Roma, non

      venisse a sapere del responso e restasse così tagliato fuori dal potere,

      impongono il segreto più assoluto sull'episodio. Di comune accordo

      lasciano che la sorte decida chi, una volta a Roma, bacerà per primo la

      madre. Bruto pensò invece che il responso della Pizia avesse un altro

      significato: per questo, facendo finta di scivolare, cadde a terra e vi

      appoggiò le labbra, considerando la terra madre comune di tutti i mortali.

      Quindi rientrarono a Roma, dove fervevano i preparativi per una guerra

      contro i Rutuli.

       

      57 Ardea apparteneva ai Rutuli, popolo che in quella regione e in

      quell'epoca spiccava per le sue ricchezze. La vera causa della guerra fu

      questa: il re di Roma, dopo essersi svenato con la sontuosità dei suoi

      progetti urbanistici, contava di riassestare il proprio bilancio e, nel

      contempo, facendo del bottino sperava di placare gli animi della gente,

      esacerbati non soltanto dalla sua ferocia, ma incapaci di perdonargli di

      essere stati così a lungo impegnati in lavori faticosi e servili. Si tentò

      di prendere Ardea al primo assalto. Visto il fallimento del tentativo, i

      Romani scelsero la via dell'assedio e scavarono una trincea intorno alla

      città nemica. In questa guerra di posizione, come sempre accade quando si

      tratta di una guerra più lunga che aspra, le licenze erano all'ordine del

      giorno, anche se ne beneficiavano più i capi che la truppa. I figli del

      re, tanto per fare un esempio, ammazzavano il tempo spassandosela in

      festini e bevute. Un giorno, mentre stavano gozzovigliando nella tenda di

      Sesto Tarquinio e c'era anche Tarquinio Collatino, figlio di Egerio, il

      discorso cadde per caso sulle mogli e ciascuno prese a dire mirabilia

      della propria. La discussione si animò e Collatino affermò che era inutile

      starne a parlare perché di lì a poche ore si sarebbero resi conto che

      nessuna poteva tener testa alla sua Lucrezia. «Giovani e forti come siamo,

      perché non saltiamo a cavallo e andiamo a verificare di persona la

      condotta delle nostre spose? La prova più sicura sarà ciò che ciascuno di

      noi vedrà all'arrivo inaspettato del marito». Infiammati dal vino,

      urlarono tutti: «D'accordo, andiamo!» Un colpo di speroni al cavallo e

      volano a Roma. Arrivarono alle prime luci della sera e di lì proseguirono

      alla volta di Collazia, dove trovarono Lucrezia in uno stato completamente

      diverso da quello delle nuore del re (sorprese a ingannare l'attesa nel

      pieno di un festino e in compagnia di coetanei): nonostante fosse notte

      fonda, Lucrezia invece era seduta nel centro dell'atrio e stava

      trafficando intorno alle sue lane insieme alle serve anche loro

      indaffarate. Si aggiudicò così la gara delle mogli. All'arrivo di

      Collatino e dei Tarquini, li accoglie con estrema gentilezza e il marito

      vincitore invita a cena i giovani principi. Fu allora che Sesto Tarquinio,

      provocato non solo dalla bellezza ma dalla provata castità di Lucrezia, fu

      preso dalla insana smania di averla a tutti i costi. Poi, dopouna notte

      passata a godersi le gioie della giovinezza, rientrarono alla base.

      

      58 Qualche giorno dopo, Sesto Tarquinio, all'insaputa di Collatino, andò a

      Collazia con un solo compare. Lì fu accolto ospitalmente perché nessuno

      era al corrente dei suoi progetti. Finita la cena, si andò a coricare

      nella camera degli ospiti. Invasato dalla passione, quando capì che c'era

      via libera e tutti erano nel primo sonno, sguainata la spada andò nella

      stanza di Lucrezia che stava dormendo: la immobilizzò con la mano puntata

      sul petto e disse: «Lucrezia, chiudi la bocca! Sono Sesto Tarquinio e sono

      armato. Una sola parola e sei morta!» La povera donna, svegliata dallo

      spavento, capì di essere a un passo dalla morte. Tarquinio cominciò allora

      a dichiarare il suo amore, ad alternare suppliche a minacce e a tentarle

      tutte per far cedere il suo animo di donna. Ma vedendo che Lucrezia era

      irremovibile e non cedeva nemmeno di fronte all'ipotesi della morte,

      allora aggiunse il disonore all'intimidazione e le disse che, una volta

      morta, avrebbe sgozzato un servo e glielo avrebbe messo nudo accanto, in

      modo che si dicesse che era stata uccisa nel degrado più basso

      dell'adulterio. Con questa spaventosa minaccia, la libidine di Tarquinio

      ebbe, per così dire, la meglio sull'ostinata castità di Lucrezia. Quindi,

      fiero di aver violato l'onore di una donna, ripartì. Lucrezia, affranta

      dalla grossa disavventura capitatale, manda un messaggero al padre a Roma

      e uno al marito ad Ardea pregandoli di venire da lei, ciascuno con un

      amico fidato, e di non perdere tempo perché era successa una cosa

      spaventosa. Arrivarono così Spurio Lucrezio con Publio Valerio, figlio di

      Voleso, e Collatino con Lucio Giunio Bruto (questi ultimi stavano per caso

      rientrando a Roma quando si erano imbattuti nel messaggero inviato da

      Lucrezia). La trovano seduta nella sua stanza e immersa in una profonda

      tristezza. Alla vista dei congiunti, scoppia a piangere. Il marito allora

      le chiede: «Tutto bene?» Lei gli risponde: «Come fa ad andare tutto bene a

      una donna che ha perduto l'onore? Nel tuo letto, Collatino, ci son le

      tracce di un altro uomo: solo il mio corpo è stato violato, il mio cuore è

      puro e te lo proverò con la mia morte. Ma giuratemi che l'adutero non

      rimarrà impunito. Si tratta di Sesto Tarquinio: è lui che ieri notte è

      venuto qui e, restituendo ostilità in cambio di ospitalità, armato e con

      la forza ha abusato di me. Se siete uomini veri, fate sì che quel rapporto

      non sia fatale solo a me ma anche a lui.» Uno dopo l'altro giurano tutti.

      Cercano quindi di consolarla con questi argomenti: in primo luogo la colpa

      ricadeva solo sull'autore di quell'azione abominevole e non su di lei che

      ne era stata la vittima; poi non è il corpo che pecca ma la mente e

      quindi, se manca l'intenzione, non si può parlare di colpa. Ma lei

      replica: «Sta a voi stabilire quel che si merita. Quanto a me, anche se mi

      assolvo dalla colpa, non significa che non avrò una punizione. E da oggi

      in poi, più nessuna donna, dopo l'esempio di Lucrezia, vivrà nel

      disonore!» Afferrato il coltello che teneva nascosto sotto la veste, se lo

      piantò nel cuore e, piegandosi sulla ferita, cadde a terra esanime tra le

      urla del marito e del padre.

      

      59 Bruto, mentre gli altri erano in preda allo sconforto, estrasse il

      coltello dalla ferita e, brandendolo ancora stillante di sangue, disse:

      «Su questo sangue, purissimo prima che un principe lo contaminasse, io

      giuro e chiamo voi a testimoni, o dèi, che di qui in poi perseguiterò

      Lucio Tarquinio Superbo e la sua scellerata moglie e tutta la sua stirpe

      col ferro e col fuoco e con qualunque mezzo mi sarà possibile e non

      permetterò che né loro né nessun altro regni più a Roma.» Quindi passa il

      coltello a Collatino e poi a Lucrezio e a Valerio, tutti sbalorditi

      dall'incredibile evento e incapaci di stabilire da dove Bruto prendesse

      tutta quella veemenza. Giurano com'era stato loro ordinato e, passati dal

      dolore alla rabbia, appena Bruto li invita a scagliarsi immediatamente

      contro il potere reale, non esitano a seguirlo come loro capo.

      Quindi trascinano fuori di casa il cadavere di Lucrezia e lo adagiano in

      pieno foro dove piano piano si accalca la gente, attratta, come di

      consueto, dalla stranezza della cosa e in più dalla sua nefandezza. Tutti

      si scagliano indignati contro la violenza criminale del principe. La loro

      commozione nasceva dalla tristezza del padre ma anche da Bruto che li

      invitava a smetterla con tutti quei pianti e li esortava a esser degni del

      proprio nome di uomini e di Romani e a prendere le armi contro chi aveva

      osato trattarli come nemici. I giovani più coraggiosi si armano e si

      offrono volontari, seguiti subito da tutto il resto della gioventù.

      Quindi, lasciato il padre di Lucrezia a guardia di Collazia e piazzate

      delle sentinelle per evitare che qualcuno andasse a riferire

      dell'insurrezione alla famiglia reale, il resto delle truppe fa rotta su

      Roma agli ordini di Bruto. Una volta lì, questa moltitudine armata semina

      dovunque il panico e lo sconcerto al suo passaggio. Ancora una volta,

      però, vedendo che alla testa c'erano i personaggi più in vista della

      città, l'opinione generale fu che, qualunque cosa stessero facendo, non

      poteva trattarsi di un'iniziativa sconsiderata. L'atroce episodio suscita

      a Roma non meno commozione di quanta ne avesse suscitata a Collazia e da

      ogni parte della città la gente si riversa nel foro. Una volta lì, un

      messo convocò il popolo di fronte al tribuno dei Celeri, magistratura

      tenuta casualmente in quel periodo proprio da Bruto. Egli allora pronunciò

      un discorso assolutamente non in sintonia con il carattere e gli

      atteggiamenti che fino a quel giorno aveva simulato di avere. Parlò della

      brutale libidine di Sesto Tarquinio, dello stupro infamante subito da

      Lucrezia, del suo commovente suicidio e del lutto solitario di Tricipitino

      che era più affranto e indignato per la causa che non per la morte stessa

      della figlia. Ricordò loro anche l'arroganza tirannica del re e lo stato

      miserando della plebe, costretta a schiantare di fatica a forza di scavi e

      di fogne da ripulire. A questo proposito aggiunse che i Romani, capaci di

      sottomettere ogni altro popolo dei dintorni, erano stati trasformati in

      manovali e tagliapietre da guerrieri che erano. Dopo aver citato l'indegna

      fine di Servio Tullio e l'episodio orrendo della figlia che ne calpestava

      il cadavere col cocchio, invocò gli dèi vendicatori dei crimini contro i

      genitori. Con questi argomenti e, credo, con altri ancora più atroci

      dettati dall'immediatezza dello sdegno, ma quasi mai facilmente

      ricostruibili da parte degli storici,infiammò il popolo e lo trascinò ad

      abbattere l'autorità del re e a esiliare Lucio Tarquinio con tanto di

      moglie e figli. Poi Bruto in persona arruolò i giovani che si offrivano

      volontari e, dopo averli dotati di armi, partì alla volta di Ardea per

      sollevare contro il re l'esercito là accampato. Lasciò il comando di Roma

      a Lucrezio, che poco tempo prima era già stato nominato prefetto della

      città dal re. Nel pieno di questo trambusto, Tullia scappò dal palazzo e,

      dovunque passava, la gente la subissò di maledizioni e di invocazioni alle

      furie vendicatrici dei crimini contro i genitori.

      

      60 Quando la notizia di questi avvenimenti arrivò all'accampamento, il re,

      allarmato dal pericolo inatteso, partì alla volta di Roma per reprimere

      l'insurrezione. Bruto, informato che il re si stava avvicinando, per

      evitare l'incontro fece una manovra di diversione. Anche se per strade

      diverse, Bruto e Tarquinio arrivarono quasi nello stesso momento ad Ardea

      e a Roma. A Tarquinio vennero chiuse in faccia le porte e comunicata la

      notizia dell'esilio. Il liberatore di Roma fu invece accolto con

      entusiasmo dagli uomini nell'accampamento, i quali poi ne espulsero i

      figli del re. Due di essi seguirono il padre nell'esilio a Cere, in terra

      etrusca. Sesto Tarquinio partì alla volta di Gabi, come se fosse stato un

      suo dominio, ma lì fu assassinato da quanti ne vendicarono le stragi e le

      razzie di un tempo.

      Lucio Tarquinio Superbo regnò venticinque anni. Il regime monarchico a

      Roma, dalla fondazione alla liberazione, durò duecentoquarantaquattro

      anni. In séguito, attenendosi a quanto scritto nei diari di Servio Tullio,

      i comizi centuriati, convocati dal prefetto della città, elessero due

      consoli: Lucio Giunio Bruto e Lucio Tarquinio Collatino.

      

      LIBRO II

      

      

      

      1 La nuova libertà del popolo romano, le sue conquiste in campo militare e

      civile, le magistrature annuali e il rafforzamento della norma legale in

      relazione all'arbitrio dell'individuo: questi saranno di qui in poi i miei

      temi. Dopo l'autoritarismo tirannico dell'ultimo re, questa libertà fu

      salutata con ancora più entusiasmo. Infatti i suoi predecessori avevano

      esercitato il potere in maniera tale da poter essere a buon diritto

      considerati, uno dopo l'altro, i fondatori di almeno parti di Roma, cioè

      di quei quartieri nuovi aggiunti per far fronte alla crescita demografica

      che essi stessi avevano voluto. E non c'è dubbio che addirittura Bruto,

      copertosi di gloria per l'espulsione del tirannico Tarquinio, avrebbe

      agito in modo dannosissimo per lo Stato, se il desiderio prematuro di

      libertà lo avesse trascinato a detronizzare qualcuno dei re precedenti.

      Infatti cosa ne sarebbe stato di quel branco di pastori e di avventurieri

      se, fuggiti dai loro paesi per cercare libertà o impunità nel recinto

      inviolabile di un tempio, si fossero liberati della paura di un re e

      avessero cominciato a lasciarsi scombussolare dalla virulenza dei

      demagoghi e a scontrarsi verbalmente coi senatori di una città che non era

      la loro, prima che l'amore coniugale, l'amore paterno e l'attaccamento

      alla terra stessa (sentimento questo legato alla lunga consuetudine) non

      avessero unito le loro aspirazioni? Lo Stato, minato dalla discordia, non

      sarebbe riuscito a muovere nemmeno i primi passi. Invece l'atmosfera di

      serenità e moderazione che accompagnò la gestione del potere ne influenzò

      a tal punto la crescita che, una volta raggiunta la piena maturità delle

      sue forze, poté esprimere i frutti migliori della libertà.

      E poi l'inizio della libertà risale a questa data non tanto perché il

      potere monarchico subì un qualche ridimensionamento, ma piuttosto perché

      fu stabilito che i consoli durassero in carica soltanto un anno. I primi a

      occupare questa magistratura mantennero tutte le attribuzioni e le insegne

      dei re, salvo che non ebbero contemporaneamente i fasci per non dare alla

      gente l'impressione di un terrore raddoppiato. Bruto, che col consenso del

      collega fu il primo ad averli, dimostrò di non essere meno attento nel

      preservare la libertà di quanto fosse stato determinato nel rivendicarla.

      In questa direzione ecco quale fu il suo primo provvedimento: per evitare

      che il popolo, tutto preso dalla novità di essere libero, potesse in

      séguito lasciarsi convincere dalle suppliche allettanti della casa reale,

      lo costrinse a giurare che non avrebbe permesso più a nessuno di diventare

      re a Roma. Poi, per rinforzare il senato ridotto ai minimi termini dalle

      esecuzioni a catena pretese dall'ultimo re, ne portò il totale degli

      effettivi a trecento nominando senatori i personaggi più in vista

      dell'ordine equestre. Di lì pare che entrò nell'uso di convocare per le

      sedute del senato padri e coscritti (dove è chiaro che con questo termine

      si alludeva agli ultimi eletti). Il provvedimento giovò straordinariamente

      all'armonia cittadina e al riavvicinamento della plebe alla classe

      senatoriale.

      

      2 Poi venne presa in esame la sfera religiosa. E poiché certe cerimonie di

      natura pubblica erano officiate dal re in persona, per evitare che se ne

      potesse in qualche modo rimpiangere la presenza, nominarono un re dei

      sacrifici. Questo sacerdozio fu però subordinato al pontefice, in modo

      tale che la carica unita al titolo non rappresentasse un'insidia per la

      libertà, che in quel momento era la cosa in assoluto più importante. Può

      anche darsi che in questo senso (la salvaguardia maniacale della libertà)

      si esagerò un po'. Infatti il solo torto dell'altro console fu quello di

      portare un nome odiato da tutti: i Tarquini erano troppo abituati a essere

      re. Il primo fu Tarquinio Prisco, poi lo scettro toccò a Servio Tullio e

      nemmeno questo intervallo fece dimenticare il trono a Tarquinio il

      Superbo; infatti se lo riprese con la violenza degna di un criminale,

      considerandolo un'eredità di famiglia e non la prerogativa di un altro.

      Dopo la cacciata di Tarquinio il Superbo, il potere era adesso nelle mani

      di Collatino. I Tarquini non erano in grado di vivere da privati

      cittadini. Alla gente non andava a genio il nome: era un pericolo per la

      libertà. Si cominciò così, mettendo in giro questi argomenti per tastare

      lo stato d'animo del popolo. Quando poi il sospetto inizia a creare

      inquietudine in più parti, Bruto convoca un'assemblea generale. Lì, prima

      di tutto, legge ad alta voce ciò che il popolo aveva giurato, e cioè di

      impedire che in futuro qualcuno potesse diventare re di Roma o

      rappresentare una minaccia alla libertà. Era quindi un dovere morale

      attenersi rigorosamente a quel giuramento e non trascurare nessun

      dettaglio che lo potesse in qualche modo riguardare. Gli dispiaceva

      alludere a qualcuno di preciso e avrebbe evitato di parlare se non fosse

      stato per il suo attaccamento alla patria. Non era convinto che il popolo

      romano avesse riconquistato in pieno la libertà: la famiglia reale e il

      suo nome non erano soltanto in città ma addirittura al governo, e ciò

      rappresentava un ostacolo insormontabile per la libertà. «Sta a te,»

      disse, «o Lucio Tarquinio, prendere l'iniziativa e dissipare questa paura.

      Certo, non bisogna dimenticarselo che hai cacciato i re. Vai fino in fondo

      col tuo nobile gesto e porta via da Roma il loro nome. Sulle tue proprietà

      non metterà le mani nessuno, ti do la mia parola. Anzi, se non sono

      adeguate, subiranno dei ritocchi munifici. Vattene da amico. Libera la

      gente da questa paura, può darsi del tutto infondata, ma nell'animo di

      tutti vi è questo convincimento: soltanto quando il nome dei Tarquini

      scomparirà da Roma, la monarchia sarà solo più un ricordo.» Sulle prime il

      console rimase senza parole di fronte a una cosa così sbalorditiva e

      imprevedibile. Poi, quando stava per replicare, viene circondato dai

      personaggi più influenti della città i quali gli rivolgono la stessa

      richiesta, anche se con scarso successo emotivo. Spurio Lucrezio, invece,

      univa il prestigio dell'anzianità allasua posizione di suocero: perciò,

      quando cominciò, passando dalla supplica alla persuasione, a convincerlo

      di piegarsi alla volontà unanime del popolo, Collatino, temendo che allo

      scadere del mandato consolare si sarebbe ritirato a vita privata senza più

      nulla in mano e con magari l'aggiunta di qualche altra ignominiosa

      aggravante, rinunciò alla sua carica e abbandonò Roma dopo aver trasferito

      a Lavinio tutti i suoi beni. Su delibera del senato, Bruto propose al

      popolo un decreto che sancisse l'esilio per tutti i membri della famiglia

      dei Tarquini. Con l'approvazione dei comizi centuriati nominò suo collega

      Publio Valerio, che era stato un valido aiuto nella cacciata dei re.

      

      3 Pur non essendoci dubbi che fosse imminente una guerra coi Tarquini,

      l'attacco fu sferrato più tardi di quanto si potesse prevedere. Invece, e

      questo nessuno poteva prevederlo, gli intrighi e i tradimenti per poco non

      privarono Roma della sua libertà. Tra i giovani romani ve n'erano alcuni,

      di condizioni non modeste, che in epoca monarchica avevano avuto meno

      difficoltà a vivere in maniera sregolata e che essendo coetanei e compagni

      dei giovani Tarquini erano cresciuti con abitudini principesche. Quindi,

      ora che tutti godevano di uguali diritti, rimpiangevano la licenziosità di

      un tempo e si lamentavano reciprocamente che la libertà degli altri fosse

      diventata la loro schiavitù. Il re era un uomo dal quale si poteva

      ottenere un favore, lecito o illecito che fosse; c'era spazio per

      l'appoggio e per il beneficio; poteva passare dalla collera al perdono, ma

      sapeva distinguere tra amici e nemici. La legge era invece un qualcosa di

      sordo e inesorabile, migliore e più vantaggiosa per l'indigente che per il

      benestante, ma priva di flessibilità e di indulgenza quando si passava la

      misura. Troppo pericoloso vivere di sola innocenza, visto che l'esistenza

      di un uomo è tutta una debolezza. Erano già quindi di per se stessi

      maldisposti intimamente quando arrivarono degli inviati da Tarquinio i

      quali non fecero accenno al rientro ma si limitarono a reclamarne le

      proprietà. Il senato diede loro ascolto e poi discusse la questione per

      alcuni giorni: un rifiuto avrebbe costituito un buon pretesto per la

      guerra, mentre una risposta affermativa una forma di sussidio e di

      assistenza per permettergli di portare avanti la guerra stessa. Nel

      frattempo gli inviati si mossero in un'altra direzione: col pretesto

      ufficiale di reclamare le proprietà della famiglia reale, sotto sotto

      tramavano per restaurare la monarchia e, pur dando a vedere di compiere la

      loro missione, saggiavano la disposizione psicologica dei giovani nobili.

      A tutti quelli che sembravano interessati alla cosa consegnarono una

      lettera dei Tarquini e organizzarono un complotto per farli rientrare

      segretamente in città durante la notte.

      

      4 I primi a essere messi al corrente del progetto furono i fratelli

      Vitelli e i fratelli Aquili. La sorella dei Vitelli aveva sposato il

      console Bruto e da quel matrimonio eran nati due figli, Tito e Tiberio,

      già piuttosto grandi. Gli zii coinvolsero anche loro nel complotto, oltre

      ad alcuni altri giovani nobili i cui nomi si son però persi col tempo.

      Dato che in senato avevano nel frattempo avuto la meglio quanti

      sostenevano la tesi della restituzione dei beni, gli inviati ebbero un

      pretesto in più per trattenersi a Roma in quanto i consoli gli concessero

      il tempo necessario per procurarsi i carri con cui portar via ciò che

      apparteneva alla famiglia reale. Trascorrono tutto questo tempo in

      conciliaboli con i congiurati e, a forza di insistere, ne ottengono una

      lettera da consegnare ai Tarquini (i quali altrimenti come avrebbero

      potuto fidarsi ciecamente dei loro inviati visto che si trattava di una

      questione così delicata?). Queste lettere, destinate a essere una garanzia

      di affidabilità, costituirono la prova concreta del complotto criminoso.

      Infatti, il giorno prima che gli inviati tornassero dai Tarquini, ci fu

      una cena, guarda caso, proprio dai Vitelli. Lì i congiurati, dopo aver

      congedato gli altri invitati (potenziali testimoni), chiacchierarono a

      lungo ovviamente sul recente progetto. I loro discorsi furono però

      intercettati da uno schiavo che aveva già prima subodorato quel che stava

      per succedere ma aspettava il momento della consegna delle lettere agli

      inviati per provare la fondatezza della sua accusa con l'intercettazione

      delle stesse. Quando vide che la consegna era avvenuta, andò a denunciarli

      ai consoli. Questi si precipitarono a casa dei Vitelli dove colsero in

      flagrante legati e congiurati e liquidarono la cosa senza troppo rumore,

      facendo attenzione soprattutto che non sparissero le lettere. I traditori

      furono arrestati immediatamente. Quanto invece ai legati, ci fu un attimo

      di esitazione: poi, pur ritenendo che meritassero un trattamento da

      nemici, prevalse il diritto delle genti.

      

      5 La restituzione delle proprietà reali, già approvata in precedenza, fu

      di nuovo messa in discussione di fronte al senato. Questa volta

      l'indignazione ebbe la meglio. Si votò contro la restituzione, ma anche

      contro la confisca da parte dello Stato: la plebe avrebbe avuto carta

      bianca sulle proprietà reali, in maniera tale da rinunciare per sempre,

      devastandole, all'idea di far pace coi discendenti dei Tarquini. Le loro

      terre, situate tra Roma e il Tevere, furono consacrate a Marte e in

      séguito divennero il Campo Marzio. Pare che al momento ci fosse solo grano

      e per giunta pronto per il raccolto. Siccome mangiare il grano del Campo

      Marzio sarebbe stato un sacrilegio, le spighe furono tagliate con tutto lo

      stelo da una gran massa di persone contemporaneamente e gettate in ceste

      di vimini nel Tevere che scorreva a basso regime d'acqua, come sempre

      succede in piena estate. Così le fascine di spighe, andandosi a impigliare

      dove l'acqua era meno profonda, si sarebbero depositate sul fango del

      fondale e di lì, a poco a poco e anche grazie ai detriti di altra natura

      che il fiume trascina accidentalmente a valle, si sarebbe formata

      un'isola. In séguito, suppongo, vennero aggiunti dei terrapieni e si

      lavorò manualmente per innalzare il livello del terreno e metterlo in

      condizione di ospitare templi e portici.

      Finita la devastazione delle proprietà reali, i traditori furono

      condannati e la loro esecuzione risultò ancora più notevole in quanto la

      carica di console costrinse il padre al compito ingrato di infliggere la

      condanna ai propri figli; infatti, mentre proprio Bruto avrebbe dovuto

      essere la persona esentata dall'assistere al loro supplizio, la fatalità

      della sorte lo designò invece come esecutore ultimo della pena. Legati al

      palo c'erano dei giovani tra i più nobili di Roma; ma gli altri, come se

      fossero stati delle persone qualunque, non attiravano minimamente

      l'attenzione: tutti avevano occhi soltanto per i figli del console e ne

      compativano la pena non meno del reato per cui l'avevano meritata. Proprio

      quello stesso anno che la patria aveva riconquistato la libertà e per

      merito del loro padre, lo stesso anno che il consolato era stato

      inaugurato dalla famiglia Giunia, quei giovani avevano avuto il coraggio

      di tradire senatori, plebe e tutto ciò che era romano in cielo e in terra,

      nonché di consegnare ogni cosa in mano a colui che prima era stato un re

      tirannico e che adesso rimaneva un nemico in esilio. I consoli presero

      posto sui loro seggi e diedero ordine ai littori di eseguire la sentenza.

      I colpevoli, completamente nudi, vennero flagellati con verghe e poi

      decapitati. Per l'intero corso dell'esecuzione gli occhi di tutti rimasero

      puntati sull'espressione del padre, sul cui volto di occasione per

      l'ufficialità della carica era segnato nettissimo il dolore paterno. A

      fine esecuzione, perché l'esempio potesse essere un deterrente doppiamente

      efficace nello scoraggiare il crimine, allo schiavo autore della denuncia

      venne assegnato un premio in denaro a spese dello Stato nonché concesse

      l'affrancatura e la cittadinanza. Si dice che egli fu il primo a essere

      liberato con la vindicta e addirittura c'è chi sostiene che l'etimologia

      di questo termine sia da ricondurre al nome di quello schiavo (che

      affermano si chiamasse Vindicio). Sta di fatto che, dopo di lui, divenne

      una prassi costante considerare cittadini a tutti gli effetti quanti

      venivano liberati con quel tipo di affrancatura.

      

      6 Quando Tarquinio venne a sapere com'erano andate le cose, non riuscì a

      contenere lo sconforto sia per il crollo di tutte le sue speranze sia per

      l'odio e la bile. Vedendo che la strada del piano doloso era completamente

      sbarrata, allora decise di ricorrere alla guerra aperta e cominciò ad

      andare in giro a supplicare le città etrusche dei dintorni, in particolar

      modo Tarquinia e Veio. Ricordava loro che era un etrusco anche lui con lo

      stesso sangue nelle vene, e li implorava che non lasciassero morire di

      fronte ai loro occhi i suoi figli e lui stesso, ora povero ma un tempo

      arrivato al massimo della potenza. Altri erano stati chiamati a regnare a

      Roma: lui, invece, quando era già sul trono e aveva ingrandito l'impero

      con le sue conquiste, era stato cacciato a séguito di un infame complotto

      ordito dai suoi parenti. Questi ultimi poi, vedendo che in città non c'era

      uno solo degno di diventare re, avevano messo le mani sul potere

      spartendoselo tra di loro e, perché nessuno rimanesse estraneo alla

      razzia, avevano consegnato i suoi beni in mano alla plebe che ne facesse

      scempio. Il suo unico desiderio era riprendersi terra e scettro e punire

      l'ingratitudine dei suoi sudditi. Quindi che lo aiutassero e lo

      assistessero. A loro volta si sarebbero vendicati degli affronti di un

      tempo, delle tante disfatte patite in battaglia e di tutta la terra

      perduta. Questi argomenti toccarono i Veienti e ciascuno per parte sua

      gridava in tono minaccioso che almeno agli ordini di un romano bisognava

      vendicare le umiliazioni subite e riprendersi quel che si era perso in

      guerra. A Tarquinia, invece, fanno presa il nome e la parentela: li

      attirava l'idea che a Roma regnasse uno dei loro.

      Così due città e due eserciti seguirono Tarquinio con l'intento di

      riconquistargli il regno e di vendicarsi militarmente dei Romani. Quando

      entrarono in territorio romano, i consoli avanzarono contro il nemico:

      Valerio guidava la fanteria disposta in ordine compatto mentre Bruto lo

      precedeva in esplorazione con la cavalleria. Anche nell'armata nemica il

      primo corpo era la fanteria, agli ordini di Arrunte Tarquinio figlio del

      re. Questi era dietro col resto delle truppe. Arrunte, individuando da

      lontano prima i littori, capì che il console era lì nei pressi. Poi,

      quando avvicinandosi riconobbe senza orma di dubbio i lineamenti di Bruto,

      infiammato dalla rabbia, urlò: «Ecco laggiù l'uomo che ci ha cacciati

      dalla terra in cui siamo nati. È proprio lui. Guardatelo come avanza

      tronfio delle nostre insegne! O dèi che vendicate i re, assisteteci!»

      Sprona il cavallo e si butta a testa bassa dritto contro il console. Bruto

      allora si sentì minacciato. Dato però che in quel tempo era motivo

      d'orgoglio per i comandanti buttarsi nella mischia in prima persona, Bruto

      per questo accetta la sfida senza pensarci un attimo. I due si scontrarono

      con un accanimento incredibile, preoccupandosi soltanto di colpire

      l'avversario e non di schivarne i colpi. Così, trafitti l'uno e l'altro

      dall'asta dell'avversario passata attraverso lo scudo, furono sbalzati da

      cavallo e franarono a terra in fin di vita. Nello stesso istante ebbe

      inizio anche lo scontro tra il resto delle due cavallerie e poco dopo

      toccò alle fanterie scendere in campo. Si combatté con alterno successo e

      l'esito della battaglia rimase legato a un filo. L'ala destra di entrambi

      gli schieramenti aveva la meglio, mentre la sinistra cedeva. I Veienti,

      abituati alla sconfitta con le truppe romane, furono sbaragliati e

      dispersi, I Tarquini, invece, avversario nuovo e sconosciuto, non si

      limitarono a reggere bene l'urto ma riuscirono anche a respingere quella

      parte dell'esercito romano che si trovava nel loro settore.

      

      7 Nonostante l'andamento incerto della battaglia, Tarquinio e gli Etruschi

      furono presi da un panico tale che abbandonarono l'impresa senza portarla

      a compimento e quella stessa notte entrambi gli eserciti, il veiente e il

      tarquiniense, se ne tornarono nei loro paesi. Il racconto di questa

      battaglia contiene anche del prodigioso: nel silenzio della notte

      successiva pare si sia sentita una voce proveniente dalla selva Arsia e

      identificata con quella del dio Silvano, la quale avrebbe detto: «Gli

      Etruschi hanno perso un uomo in più in battaglia, quindi la vittoria della

      guerra va ai Romani.» A ogni modo i Romani se ne andarono da vincitori,

      gli Etruschi da vinti. Infatti, quando alle prime luci del giorno non ci

      fu più l'ombra di un nemico in vista, il console Publio Valerio raccolse

      le spoglie e fece rientro a Roma in trionfo. Celebrò il funerale del

      collega nella maniera più sontuosa possibile per l'epoca. Quel che però fu

      ben più clamoroso per la sua memoria fu il lutto civile e, all'interno di

      esso, il fatto che le donne di Roma lo piansero per un anno, come se fosse

      stato un padre, per l'accanimento che aveva mostrato nel vendicare

      l'oltraggio alla castità femminile.

      In séguito, il console sopravvissuto alla battaglia, vittima della

      volubilità del volgo, vide crollare la propria popolarità nell'avversione

      e fu oggetto di sospetti e accuse abominevoli. Si vociferava che aspirasse

      a diventare re perché non aveva sostituito Bruto con un un nuovo collega e

      perché si stava facendo costruire una casa in cima alla Velia, una collina

      naturalmente fortificata che, così si diceva, sarebbe diventata per lui

      una rocca inespugnabile. Queste calunnie del popolino, cui si dava credito

      nonostante fossero infondate, esacerbarono il console che, convocata

      un'assemblea generale, salì sulla tribuna dopo aver fatto abbassare i

      fasci. Per la gente fu uno spettacolo graditissimo vedere abbassati

      davanti a lei i simboli del potere, a indicare esplicitamente che la

      maestà e l'autorità del popolo erano superiori a quelle del console.

      Quindi, dopo aver richiesto l'attenzione dell'uditorio, il console lodò la

      buona sorte del collega che, dopo aver liberato la patria ed esserne

      assurto ai sommi onori, era morto in battaglia per la repubblica, nel

      pieno della gloria e prima che questa potesse degenerare in impopolarità.

      Lui, sopravvivendo alla sua stessa gloria, adesso passava da una calunnia

      all'altra e da liberatore della patria era stato declassato al rango degli

      Aquili e dei Vitelli. «Sarà dunque mai possibile che con voi la virtù non

      finisca nel fango dell'oltraggio? Dovrei temere di essere accusato di

      aspirare al trono io, il nemico più acerrimo della monarchia? Anche se

      andassi ad abitare addirittura sulla rocca del Campidoglio, dovrei credere

      di incutere timore nei miei concittadini? Possibile che una banalità del

      genere riesca a rovinare la mia reputazione presso di voi? La vostra

      fiducia poggia su fondamenti così fragili che la collocazione della mia

      casa conta di più della mia persona? E sia: la casa di Publio Valerio non

      sarà una minaccia alla vostra libertà, o Quiriti: non abbiate paura per la

      Velia. Mi sposterò in pianura, anzi no, ai piedi di un colle in modo di

      abitare sotto di voi visto che sono un cittadino sospetto. Sulla Velia ci

      costruisca chi può dare maggiore affidamento per la libertà di quanto non

      ne offra Publio Valerio.» Fece subio spostare tutti i materiali tra la

      Velia e il punto dove oggi sorge il tempio di Vica Pota e lì, ai piedi del

      pendio, venne costruita la casa.

      

      8 In séguito furono presentate delle leggi che non solo affrancarono il

      console dal sospetto di voler restaurare la monarchia, ma che al contrario

      ebbero anche un effetto tale da renderlo addirittura popolare e da

      meritargli il soprannome di Publicola. Tra tutte le proposte, quella che

      permetteva di appellarsi contro un magistrato in presenza del popolo e

      quella che autorizzava l'anatema contro la persona e i beni di chiunque

      avesse nutrito aspirazioni monarchiche ebbero un'accoglienza

      particolarmente calorosa da parte del volgo. Dopo aver fatto passare

      queste leggi da solo (per non spartirne il merito con nessun altro),

      allora finalmente bandì delle elezioni per rimpiazzare il collega morto.

      Venne eletto console Spurio Lucrezio, il quale, troppo avanti negli anni

      per tenere testa ai molti compiti dell'ufficio, morì pochi giorni dopo. Lo

      si sostituì quindi con Marco Orazio Pulvillo. Vedo però che alcuni storici

      antichi non menzionano il consolato di Lucrezio e indicano in Orazio

      l'immediato successore di Bruto. Ho l'impressione che del mandato di

      Lucrezio se ne perse memoria perché durante quel periodo non successe

      nulla di importante.

      Il tempio di Giove sul Campidoglio non era ancora stato dedicato. I

      consoli Valerio e Orazio tirarono a sorte chi avrebbe dovuto assumersi

      quell'incarico. Uscì il nome di Orazio e Publicola partì per una campagna

      contro i Veienti. Che la consacrazione di un tempio così famoso fosse

      toccata a Orazio irritò oltremisura i parenti di Valerio che cercarono in

      tutti i modi di ostacolarla. Esaurita ogni risorsa, quando ormai il

      console aveva già la mano sul montante della porta ed era nel pieno della

      sua invocazione alle divinità, essi interruppero la cerimonia gridando

      l'agghiacciante notizia che Orazio aveva perso un figlio e che il padre di

      un morto non era nelle condizioni di consacrare un tempio. Se egli abbia

      reagito non dando credito alla cosa o dimostrando grande forza d'animo,

      non lo sappiamo con certezza né è facile fare delle congetture al

      riguardo. Sta di fatto che, senza lasciarsi distogliere dalla notizia se

      non per dare ordine di seppellire il cadavere, tenendo la mano sul

      montante, completò l'invocazione e consacrò il tempio.

      Furono questi gli avvenimenti politici e militari del primo anno di regime

      repubblicano.

      

      9 I consoli di quello successivo furono Publio Valerio (per la seconda

      volta) e Tito Lucrezio. In quel tempo i Tarquini si erano rifugiati presso

      Larte Porsenna, re di Chiusi. Là, in un misto di consigli e suppliche, lo

      pregavano di non lasciar stentare nell'indigenza dell'esilio gente ch'era

      di origine etrusca e aveva nelle vene il sangue della sua stessa razza,

      oppure, a seconda dei giorni, lo invitavano anche a sopprimere sul nascere

      la recente moda di detronizzare i re. La libertà era già abbastanza

      allettante di per se stessa. Se i re non difendevano i loro regni con la

      stessa forza con cui i sudditi cercavano di ottenere la libertà, non ci

      sarebbe più stata differenza tra l'alto e il basso, e gli Stati non

      avrebbero più avuto quel qualcosa di superiore capace di svettare al di

      sopra di tutto il resto. Sarebbe stata la fine della monarchia,

      l'istituzione più bella mai vista da uomini e dèi. Porsenna, pensando che

      sarebbe stato meglio per gli Etruschi se a Roma ci fosse non solo un re,

      ma un re di sangue etrusco, marciò su Roma con le sue truppe. Mai prima il

      senato aveva provato un panico simile, tante erano allora la potenza di

      Chiusi e la fama di Porsenna. E non temeva soltanto i nemici, ma gli

      stessi concittadini, perché la plebe romana, in preda al terrore, avrebbe

      potuto riammettere in città i re e accettarne il giogo, pur di avere la

      pace. Proprio in quell'occasione il senato fece di tutto per dimostrarsi

      attento alle esigenze della plebe: prima di ogni altra cosa si ebbe

      particolare cura dell'annona e vennero spediti degli emissari tanto ai

      Volsci quanto a Cuma con l'obiettivo di procurare frumento. E ancora, il

      commercio del sale, il cui prezzo era salito alle stelle, fu tolto ai

      privati e divenne monopolio di stato. La plebe godette dell'esonero dai

      dazi e dai tributi e le classi abbienti dovettero provvedere a quest'onere

      fiscale nella misura in cui erano in grado di farlo: i poveri bastava

      pagassero allevando i figli. Questa liberalità dei senatori, quando poi

      arrvarono i tempi duri dell'assedio e della fame, riuscì a creare

      un'unione tale tra le classi che il nome del re suscitò la stessa paura

      nei cittadini di bassa e di alta estrazione, e in séguito nessuno divenne

      tanto popolare grazie agli espedienti della demagogia, quanto lo fu

      l'intero senato per l'accorta moderazione del suo operato.

      

      10 Quando apparvero i nemici ci fu un fuggi fuggi generale dalle campagne

      a Roma e Roma stessa fu munita di presidi armati. Certe zone davan

      l'impressione di esser sicure per via delle fortificazioni, altre per

      l'ostacolo costituito dal Tevere. Il ponte Sublicio però avrebbe quasi

      offerto una breccia al nemico, se non fosse stato per un uomo solo, Orazio

      Coclite, il quale in quel giorno fece da sostegno alle sorti di Roma.

      Destinato per caso alla guardia del ponte, vide che i nemici si erano

      impossessati del Gianicolo con un attacco a sorpresa e da quel punto

      stavano correndo giù a rotta di collo, mentre i suoi compagni, in preda al

      panico più totale, rompevano le righe e buttavano le armi. Allora,

      trattenendoli uno per uno, bloccando loro la strada e chiamando a

      testimoni gli uomini e gli dèi, urlava che era inutile che fuggissero dopo

      aver abbandonato i loro posti: in un attimo sul Palatino e sul Campidoglio

      ci sarebbero stati più nemici che sul Gianicolo, se si fossero lasciati

      alle spalle il ponte incustodito. Così li esorta e li spinge a

      distruggerlo col ferro, col fuoco o con qualsiasi altro mezzo a loro

      disposizione: avrebbe retto lui l'urto dei nemici, nei limiti del

      possibile per un corpo solo. Quindi avanza a grandi passi verso l'ingresso

      del ponte, facendosi notare in mezzo alle schiere dei compagni che

      rinunciavano a scontrarsi e sbalordendo gli Etruschi con l'incredibile

      coraggio che dimostrava nell'affrontarli armi alla mano. Trattenuti dal

      senso dell'onore due restarono con lui: si trattava di Spurio Larcio e

      Tito Erminio, entrambi nobili per la nascita e per le imprese compiute. Fu

      con loro che egli sostenne per qualche tempo la prima pericolosissima

      ondata di Etruschi e le fasi più accese dello scontro. Poi, quando rimase

      in piedi solo un pezzo di ponte e quelli che lo stavano demolendo gli

      urlavano di ripiegare, costrinse anche loro a mettersi in salvo. Quindi,

      lanciando occhiate di fuoco ai capi etruschi, passava dallo sfidarli

      singolarmente a duello ad accusarli tutti insieme di essere schiavi

      dell'arroganza monarchica e di esser venuti a minacciare la libertà altrui

      senza pensare alla propria. Essi allora ebbero un attimo di incertezza, e

      si guardarono l'uno l'altro prima di attaccare. Poi, spinti dalla

      vergogna, si buttarono tutti insieme all'assalto e gridando a gran voce

      concentrarono i loro tiri contro quell'unico nemico. Ma Orazio riuscì a

      ripararsi con lo scudo da tutti i colpi e non si mosse di un centimetro

      dalla sua posizione di difesa a oltranza del ponte e quando gli Etruschi

      erano ormai sul punto di travolgerlo per farsi strada, il fragore del

      ponte che andava in pezzi e insieme l'esplosione di gioia dei Romani per

      aver portato rapidamente a termine l'operazione li spaventarono e ne

      contennero l'urto. In quel preciso momento Coclite gridò: «O padre

      Tiberino, io ti prego solennemente, accogli benigno nella tua corrente

      questo soldato con le sue armi!» Detto questo, si tuffò nel Tevere armato

      di tutto punto e sotto una pioggia fittissima di frecce arrivò indenne a

      nuoto fino dai suoi compagni, protagonista di una impresa destinata ad

      avere presso i posteri più fama che credito. Lo Stato ricompensò il suo

      eroismo con una statua in pieno comizio e con la concessione di tutta la

      terra che fosse riuscito ad arare nello spazio di un giorno. Accanto agli

      onori ufficiali ci furono anche manifestazioni di gratitudine da parte dei

      privati: infatti, nonostante il periodo di grande carestia, ogni

      cittadino, in proporzione alle proprie disponibilità, si privò di parte

      della sua razione di viveri per fargliene dono.

       

      11 Porsenna, respinto al primo attacco, modificò la sua strategia,

      passando dall'idea dell'assalto a quella dell'assedio. Piazzò una

      guarnigione armata sul Gianicolo e si accampò in pianura lungo le rive del

      Tevere. Quindi, mettendo insieme una flottiglia con le imbarcazioni

      reperibili nei dintorni, la impiegò per un blocco alle importazioni di

      grano a Roma e per permettere ai suoi uomini di compiere di tanto in tanto

      delle razzie, in questo o quel punto, dall'altra parte del fiume. In un

      breve lasso di tempo rese ogni zona della campagna romana così insicura

      che i contadini dovettero ricoverare all'interno delle mura non solo tutto

      ciò che avevano nei campi, ma anche il bestiame che nessuno più osava

      portare al pascolo fuori città. Tutta questa libertà concessa agli

      Etruschi non era tanto il risultato della paura quanto di un preciso

      disegno. Infatti il console Valerio, in attesa dell'occasione propizia per

      assalire di sorpresa un numero consistente di nemici quando questi fossero

      stati sparpagliati, lasciava correre le aggressioni di poco conto e si

      riservava una vendetta in grande per circostanze ben più significative.

      Così, per attirare i razziatori, con un bando fece ordinare ai suoi di

      uscire in massa con le greggi, il giorno successivo, dalla porta Esquilina

      (la più distante dalle posizioni nemiche), persuaso che gli Etruschi

      l'avrebbero sùbito saputo perché l'assedio e la carestia spingevano gli

      schiavi infedeli alla diserzione. E infatti fu da un disertore che lo

      vennero a sapere e così guadarono il Tevere in molti più del solito,

      sperando in un ricco bottino. Publio Valerio ordina allora a Tito Erminio

      di appostarsi con un modesto contingente sulla via Gabinia a due miglia da

      Roma; a Spurio Larcio, invece, di andare alla porta Collina con un corpo

      di giovani fanti armati alla leggera e di attendere il passaggio dei

      nemici per poi tagliare loro la via della ritirata facendo da diaframma

      tra essi e il fiume. Dei due consoli, Tito Lucrezio uscì dalla porta Nevia

      con alcuni manipoli, mentre Valerio guidò personalmente sul monte Celio

      delle truppe scelte che per prime sarebbero state viste dal nemico. Appena

      Erminio capì che lo scontro era iniziato, uscì dal suo nascondiglio e

      piombò sulle retrovie degli Etruschi che invece erano rivolti nella

      direzione di Lucrezio. A sinistra, dalla porta Collina, e a destra, da

      quella Nevia, gli rispose un coro di voci: i predatori furono circondati e

      fatti a pezzi, inferiori com'erano di numero ai Romani e oltretutto

      tagliati fuori da ogni possibile ritirata. Questo episodiosegnò la fine

      delle scorribande etrusche.

      

      12 L'assedio non era certo meno pressante, il frumento caro e scarso e

      Porsenna, insistendo con la sua tattica, nutriva speranze di espugnare

      Roma. Intanto, Caio Muzio, giovane di nobile famiglia, non poteva

      sopportare che il suo popolo, mai assediato da potenze straniere durante

      il periodo di schiavitù monarchica, una volta libero dovesse ora essere

      schiacciato dentro le mura dagli Etruschi che, in campo militare, con Roma

      avevano conosciuto solo sconfitte. Determinato a vendicare l'indegna

      situazione in atto con un qualche gesto audace, sulle prime decise, senza

      consultare nessuno, di penetrare nell'accampamento nemico. Ma in séguito,

      temendo che una missione priva dell'autorizzazione consolare e ignorata da

      tutti avrebbe potuto costargli l'arresto per diserzione se le sentinelle

      romane lo avessero sorpreso (accusa peraltro molto verisimile dati i tempi

      e il luogo), comparì di fronte al senato e disse: «Senatori, vorrei

      attraversare il Tevere e penetrare, se possibile, nell'accampamento

      nemico, ma non per fare razzia e ripagare il vandalismo con la stessa

      moneta. No, con l'aiuto degli dèi ho in mente qualcosa di più grande.» I

      senatori approvano e Muzio parte con una spada nascosta sotto la veste.

      Arrivato all'accampamento etrusco, si mescola nel fitto della folla di

      fronte al palco del re. Casualmente era giorno di paga per i soldati e

      c'era uno scrivano, seduto accanto al re e vestito press'a poco come lui,

      al quale si rivolgevano quasi tutti i soldati e che era estremamente

      affaccendato. Siccome Muzio non voleva chiedere quale dei due fosse

      Porsenna (perché ignorando una cosa del genere si sarebbe smascherato), si

      affidò alla sorte e sgozzò lo scrivano al posto del re. Poi si dileguò,

      facendosi largo con la spada insanguinata in mezzo alla folla in preda al

      panico. Appena però la gente cominciò a gridare all'impazzata, arrivarono

      da ogni parte le guardie reali e, dopo averlo catturato, lo portarono di

      fronte al palco del re. E lì, pur trattandosi di un situazione

      rischiosissima e continuando più a incutere paura che ad averne, disse:

      «Sono romano e il mio nome è Caio Muzio. Volevo uccidere un nemico da

      nemico, e morire non mi fa più paura di uccidere. Il coraggio nellagire e

      nel soffrire è cosa da Romani. E io non sono il solo ad avere questi

      sentimenti nei tuoi confronti: dopo di me è lunga la lista dei nomi di

      quelli che vorrebbero avere questo onore. Perciò, da oggi in poi, se ci

      tieni alla vita, prepàrati a difenderla a ogni ora del giorno e abìtuati

      all'idea di un nemico armato fin nel vestibolo della reggia. Questa è la

      guerra che la gioventù romana ti dichiara: niente scontri, niente

      battaglie, non temere. Sarà soltanto una cosa tra te e uno di noi.» Poiché

      il re, insieme furibondo e terrorizzato dal pericolo corso, minacciava di

      ordinare che lo mandassero al rogo se non si sbrigava a chiarire tutta

      quella serie di oscure minacce nei suoi confronti, Muzio esclamò:

      «Attento! Questo è il valore che dà al corpo chi aspira a una grande

      gloria!» E così dicendo infila la mano destra in un braciere acceso per un

      sacrificio e la lascia bruciare come se fosse stato privo di sensazioni.

      Il re allora, sbalordito dall'episodio senza precedenti, dopo essersi

      alzato di scatto dal suo scanno e aver fatto allontanare il giovane

      dall'altare, disse: «Vattene, sei libero: sei riuscito a infierire contro

      la tua persona più di quanto tu non abbia fatto con la mia. Onorerei il

      tuo coraggio se fosse al servizio del mio paese. Dato che le cose non

      stanno così, ti risparmio la corte marziale e ti lascio libero senza che

      ti si torca un capello.» Allora Muzio, quasi per ricambiarne la

      generosità, disse: «Visto che stimi il coraggio, ti dirò quel che non mi

      hai strappato con la minaccia: abbiamo giurato in trecento, il meglio

      della gioventù romana, di attentare alla tua vita in questo modo. Io sono

      stato sorteggiato per primo. Gli altri, qualunque sia la sorte di quelli

      che li hanno preceduti, faranno lo stesso, ciascuno quando sarà il suo

      turno, fino al giorno in cui il destino non ti esporrà ai nostri colpi.»

      

      13 Il rilascio di Muzio, poi soprannominato Scevola per la perdita della

      mano destra, fu seguito dall'invio di ambasciatori a Roma da parte di

      Porsenna. Il primo pericolo corso, ed evitato solo per un errore del

      sicario, e l'idea di dover affrontare la stessa situazione un numero di

      volte pari a quello dei futuri aggressori, lo avevano scosso al punto da

      arrivare a offrire spontaneamente la pace ai Romani. Tra le clausole della

      proposta c'era quella concernente la restaurazione dei Tarquini sul trono:

      pur sapendo che sarebbe stata un buco nell'acqua, Porsenna la avanzò, più

      perché non se la sentiva di dire di no ai Tarquini piuttosto che per

      ignoranza del sicuro rifiuto da parte romana. Ottenne invece la

      restituzione ai Veienti del loro territorio. Quanto ai Romani, dovevano

      consegnare degli ostaggi, se volevano che venisse ritirata la guarnigione

      armata dal Gianicolo. Conclusa la pace a queste condizioni, Porsenna

      ritirò le sue truppe dal Gianicolo e abbandonò il territorio romano. Per

      ricompensare il coraggio dimostrato, i senatori fecero dono a Caio Muzio

      di un terreno al di là del Tevere che in séguito prese il nome di Prati

      Muzi. Questi onori resi alle virtù virili spinsero anche le donne ad atti

      di patriottismo. Così, una ragazza di nome Clelia, cui era toccato di

      trovarsi nel numero degli ostaggi, siccome l'accampamento etrusco era

      situato casualmente vicino alla riva del Tevere, riuscì a sfuggire alle

      sentinelle, e, con al séguito un gruppo di coetanee, attraversò a nuoto il

      fiume sotto una pioggia di frecce, e le ricondusse sane e salve ai parenti

      in città. Appena il re lo venne a sapere, montò su tutte le furie e in un

      primo tempo mandò degli ambasciatori a Roma per chiedere la restituzione

      dell'ostaggio Clelia, senza preoccuparsi troppo di tutte le altre ragazze.

      Poi però, passato dalla collera all'ammirazione, disse che un'impresa del

      genere superava quelle dei Cocliti e dei Muzi e che il rifiuto di

      restituire l'ostaggio sarebbe stato considerato una violazione del

      trattato. Se invece gliel'avessero consegnata lui l'avrebbe restituita ai

      suoi senza farle alcun male. Entrambe le parti mantennero la parola: i

      Romani riconsegnarono il pegno di pace, come previsto dal trattato, e il

      re etrusco non solo protesse la ragazza, ma ne onorò il coraggio con

      questa forma di riconoscimento: le avrebbe donato parte degli ostaggi e

      lei stessa poteva scegliere quali portarsi con sé. Quando li ebbe tutti

      davanti, pare che abbia preferito gli adolescenti, sia perché la scelta

      era più in sintoni con la sua età, sia perché avrebbe probabilmente avuto

      l'approvazione degli ostaggi stessi, in quanto la cosa migliore era

      togliere al nemico chi si trovava nell'età maggiormente esposta a

      possibili rischi. Una volta ristabilita la pace, i Romani immortalarono

      quell'atto di coraggio nuovo in una donna con un onore anch'esso nuovo: in

      cima alla Via Sacra le fu dedicata una statua equestre che rappresentava

      una ragazza in groppa a un cavallo.

      

      14 Questa ritirata così pacifica degli Etruschi da Roma stride con

      l'usanza, giunta insieme ad altre fino ai giorni nostri dai tempi antichi,

      di «mettere in vendita i beni di Porsenna». È giocoforza che una pratica

      simile sia nata durante la guerra e poi sia stata mantenuta in tempo di

      pace, oppure abbia avuto origine a séguito di qualche episodio meno

      cruento dell'aggiudicazione dei beni tolti in guerra al nemico, cui la

      formula fa esplicito riferimento. La versione più verisimile tra quelle

      tramandate è questa: quando Porsenna evacuò il Gianicolo, abbandonò il suo

      accampamento ricco di vettovaglie provenienti dalla vicina e fertile

      campagna etrusca, e ne fece dono ai Romani, ridotti alla fame dal lungo

      assedio. Tutto quanto c'era fu venduto per evitare che il popolo lo

      razziasse come si razzia una terra nemica. Il nome che toccò a quegli

      oggetti -«beni di Porsenna» - fu più dovuto alla riconoscenza per il dono

      che a un'asta delle proprietà reali (le quali, per altro, non

      appartenevano neppure al popolo romano).

      Abbandonata la guerra con Roma, Porsenna, per non dare l'idea di aver

      portato le sue truppe invano in quella zona, invia il figlio Arrunte ad

      assediare Aricia con parte dell'esercito. Sulle prime l'attacco senza

      preavviso paralizzò gli abitanti di Aricia. Poi però, ricevuti rinforzi

      dalle tribù latine e da Cuma, acquisirono una tale fiducia nei propri

      mezzi che osavano affrontare il nemico in campo aperto. Lo scontro era

      soltanto agli inizi quando gli Etruschi sferrarono un attacco talmente

      poderoso da sbaragliare gli Aricini al primo vero urto. Le coorti venute

      da Cuma, opponendo la tattica alla forza bruta, operarono un lieve scarto

      laterale e si lasciarono superare dai nemici che avanzavano

      disordinatamente; quindi, tornando sui propri passi, li assalirono alle

      spalle. Così gli Etruschi, rimasti presi tra due fuochi, furono fatti a

      pezzi nonostante ormai avessero quasi in mano la vittoria. I pochissimi

      superstiti, privi del loro comandante e di un qualsiasi rifugio più

      vicino, si trascinarono fino a Roma, disarmati e nelle condizioni e

      nell'aspetto tipici dei supplici. Furono accolti benignamente e ospitati

      qua e là presso privati. Una volta rimessisi in sesto, alcuni tornarono a

      casa e riferirono l'accoglienza fraterna ricevuta. Molti invece rimasero a

      Roma, per l'affetto che li legava alla città e ai loro ospiti. Il

      quartiere, che venne loro assegnato perché vi abitassero, in séguito prese

      il nome di Vico Etrusco.

      

      15 Publio Lucrezio e Publio Valerio Publicola furono quindi eletti

      consoli. Quell'anno Porsenna fece l'ultimo tentativo diplomatico per

      restaurare i Tarquini sul trono. Poiché il senato rispose ai legati che

      avrebbe mandato un'ambasceria al re, furono subito inviati i senatori più

      eminenti. Non perché fosse difficile dare una risposta concisa («Niente re

      a Roma»), ma piuttosto perché era meglio che una delegazione del senato la

      desse a lui personalmente piuttosto che ai suoi legati a Roma. Con una

      mossa del genere l'annosa questione non si sarebbe più presentata, né si

      sarebbe corso il rischio di rovinare i buoni rapporti tra i due popoli con

      un'irritazione reciproca. Irritazione per altro giustificatissima in

      quanto Porsenna chiedeva qualcosa di lesivo della libertà romana, mentre i

      Romani, a meno di fare dell'aperto autolesionismo, dovevano dire di no

      alla richiesta di un uomo cui non avrebbero voluto negare nulla. A Roma il

      tempo dei re era finito: ora c'era la libertà repubblicana. Perciò si era

      deciso di aprire le porte ai propri nemici piuttosto che ai re. Questo era

      il voto unanime di tutti: la fine della libertà sarebbe stata anche la

      fine di Roma. Se quindi gli stava a cuore il bene di Roma, lo pregavano di

      non calpestare la loro libertà. Vinto dal senso del rispetto, il re

      rispose: «Siccome vi vedo assolutamente irremovibili, non vi importunerò

      più su una questione senza vie d'uscita né illuderò più i Tarquini con la

      speranza di un aiuto che non è in mio potere garantirgli. Qualunque siano

      le loro intenzioni, risolvere il problema con la guerra o con la

      diplomazia, dovranno cercarsi un'altra sede per il loro esilio, in modo

      che nulla possa incrinare i nostri rapporti.» Le sue parole furono seguite

      da ulteriori dimostrazioni di amicizia: restituì gli ultimi ostaggi e il

      territorio di Veio avuto a séguito del trattato stipulato sul Gianicolo.

      Tarquinio, invece, persa ogni speranza di poter rientrare, si ritirò in

      esilio a Tuscolo, presso il genero Ottavio Mamilio. Così, tra i Romani e

      Porsenna la pace non ebbe più ostacoli.

      

      16 Consoli Marco Valerio e Publio Postumio. Quell'anno si combatté con

      successo contro i Sabini e i due consoli ottennero il trionfo. Poi i

      Sabini si prepararono a una guerra di ben altre proporzioni. Per

      fronteggiare questo pericolo e per evitare altre imprevedibili minacce da

      parte degli abitanti di Tuscolo, i quali, pur senza aver dichiarato guerra

      sembrava avessero tutte le intenzioni di farlo, furono eletti consoli

      Publio Valerio, per la quarta volta, e Tito Lucrezio, alla sua seconda

      esperienza. In campo sabino, tra gli interventisti e i fautori della pace,

      esplose un contrasto e una buona parte di loro passò ai Romani. Infatti,

      Azio Clauso, in séguito conosciuto a Roma come Appio Claudio, capo del

      partito della pace, piegato dalle turbolenze degli interventisti e

      incapace di opporvi una qualche resistenza, abbandonò Inregillo e con un

      gruppo consistente di clienti si venne a stabilire a Roma. A loro fu

      concessa la cittadinanza e un appezzamento di terreno al di là

      dell'Aniene. In questa sede formarono quella che in séguito, grazie

      all'immissione di nuovi membri, venne chiamata la «vecchia tribù claudia».

      Appio, accolto in senato, in breve tempo ne divenne uno dei membri più

      autorevoli. I consoli guidarono una campagna militare in territorio

      sabino, e tanto le devastazioni prima, quanto poi le disfatte inflitte in

      campo aperto al nemico furono così clamorose da rassicurare del tutto

      circa possibili future ribellioni in quella zona. A fine campagna i

      consoli tornarono a Roma in trionfo.

      L'anno successivo, durante il consolato di Menenio Agrippa e Publio

      Postumio, morì Publio Valerio, universalmente considerato il migliore

      degli strateghi e degli statisti. Pur avendo raggiunto il massimo degli

      onori, era così povero da non potersi pagare nemmeno il funerale che fu

      celebrato a spese dello Stato. Le donne lo piansero come avevano pianto

      Bruto. Quello stesso anno, due colonie latine, Pomezia e Cora, defezionano

      passando dalla parte degli Aurunci. Fu subito guerra. Dopo la disfatta di

      un ingente esercito aurunco andato ad affrontare con determinazione le

      truppe consolari che ne avevano invaso il territorio, l'intero conflitto

      si concentrò su Pomezia. Non ci fu un attimo di requie né prima né durante

      la battaglia. Il numero dei caduti superò di gran lunga quello dei

      prigionieri. E questi ultimi vennero passati per le armi senza troppe

      sottigliezze. Nessuna pietà nemmeno per i trecento ostaggi che erano stati

      consegnati. Anche quell'anno Roma vide un trionfo.

      

      17 I consoli dell'anno successivo, Opitro Virginio e Spurio Cassio,

      tentarono di conquistare Pomezia prima con la forza e poi con delle vigne

      e con altri mezzi d'assalto. Durante l'assedio subirono un attacco degli

      Aurunci, i quali, spinti più dall'implacabilità dell'odio che da una

      qualche speranza di sfruttare favorevolmente l'occasione, li assalirono

      armati quasi tutti di tizzoni ardenti al posto delle spade e seminarono

      morte e incendi dappertutto. Diedero fuoco alle vigne, ferirono e uccisero

      molti nemici, e addirittura uno dei consoli - anche se nelle fonti non si

      specifica quale dei due - fu disarcionato, ferito gravemente e per poco

      non perse la vita. Dopo quella disfatta si fece ritorno a Roma. Moltissimi

      i feriti rimpatriati e con loro anche il console, sospeso tra la vita e la

      morte. Non molto tempo dopo - quanto ci volle per curare le ferite e

      rimettere in sesto i ranghi dell'esercito -, si tornò all'attacco di

      Pomezia, con più rabbia e determinazione e con un'armata più consistente.

      Avevano già riattato le vigne e le altre apparecchiature e gli uomini

      stavano per fare breccia nelle mura, quando la città si arrese. Per gli

      Aurunci non ci fu nessuna pietà: nonostante la resa, subirono la stessa

      sorte che sarebbe toccata loro se la città fosse caduta a séguito di un

      assalto. I personaggi più in vista furono decapitati, mentre il resto dei

      coloni vennero venduti come schiavi. La città fu rasa al suolo e la terra

      messa all'incanto. I consoli ebbero il trionfo più per aver vendicato

      implacabilmente gli affronti subiti che per l'importanza del successo

      ottenuto in guerra.

      

      18 L'anno successivo ebbe come consoli Postumio Cominio e Tito Largio.

      Durante la celebrazione dei giochi a Roma, dato che un gruppo di giovani

      sabini infoiati cercò di portarsi via delle prostitute, ci fu subito un

      assembramento di uomini e scoppiò una rissa così simile a una battaglia

      vera e propria da dar l'impressione di non essere un episodio

      insignificante bensì una minaccia di riapertura delle ostilità. Ma il

      pericolo di una nuova guerra coi Latini non era il solo allarme: infatti

      si sapeva ormai per certo che trenta città latine, istigate da Ottavio

      Mamilio, avevano formato una coalizione. La tensione generale dovuta a

      queste cupe notizie portò a suggerire per la prima volta la nomina di un

      dittatore. Circa l'anno e il nome dei consoli sospettati di essere

      «filotarquiniani» (si parla anche di questo) non c'è accordo tra le fonti,

      né si sa con certezza chi sia stato il primo dittatore. Tuttavia vedo che

      gli storici più antichi parlano di Tito Larcio come primo dittatore e di

      Spurio Cassio come maestro di cavalleria. Si propendeva per gli ex

      consoli: così prevedeva la legge presentata sull'elezione del dittatore.

      Proprio per questo motivo tendo personalmente a credere che come

      moderatore e mentore dei consoli venne scelto Larcio che era un ex console

      e non tanto Manio Valerio, figlio di Marco e nipote di Voleso, il quale

      console non lo era ancora stato. Se poi avessero voluto scegliere il

      dittatore proprio da quella famiglia, avrebbero dovuto nominare suo padre,

      Marco Valerio, uomo di specchiata virtù ed ex console.

      Dopo l'elezione del primo dittatore della storia di Roma, quando la gente

      lo vide preceduto dalle scuri, provò una paura tale da obbedire con più

      zelo alla sua parola. Infatti non era più possibile, come nel caso dei

      consoli, i quali dividevano equamente il potere, ricorrere o appellarsi al

      collega, né esisteva altra forma di comportamento che l'obbedienza

      scrupolosa. Anche i Sabini furono presi dal panico quando seppero che a

      Roma era stato nominato un dittatore, tanto più perché credevano fosse

      stato nominato per causa loro. Quindi inviarono ambasciatori con proposte

      di pace. Quando questi chiesero al dittatore e al senato di perdonare

      l'errore commesso da dei giovani, fu loro risposto che ai giovani si

      poteva perdonare, ma non a degli adulti che continuavano a fomentare una

      guerra dopo l'altra. Tuttavia, si intavolarono trattative: la pace sarebbe

      stata garantita se i Sabini avessero acconsentito a indennizzare Roma per

      le spese di preparazione della guerra; questa fu la richiesta. Fu

      dichiarata guerra, ma un tacito accordo mantenne la pace per un anno.

      

      19 Consoli Servio Sulpicio e M. Tullio. Niente di notevole da segnalare.

      Quindi fu la volta di Tito Ebuzio e di Caio Vetusio. Durante il loro

      consolato Fidene fu assediata e Crustumeria conquistata; Preneste passò

      dai Latini ai Romani e non fu più possibile rimandare una guerra coi

      Latini dopo anni di tentennamenti. Aulo Postumio, dittatore, e Tito

      Ebuzio, maestro di cavalleria, si misero in marcia con un massiccio

      schieramento di fanti e cavalieri e incontrarono il nemico presso il lago

      Regillo, nel territorio di Tuscolo. La notizia della presenza dei Tarquini

      tra le fila latine suscitò un'indignazione tale nei Romani da non poter

      rimandare ulteriormente lo scontro. Per questo la battaglia non ebbe

      precedenti quanto a ferocia e accanimento. Infatti i comandanti non si

      limitarono a dirigere le operazioni, ma si buttarono di persona nella

      mischia e quasi nessun membro dei due stati maggiori, salvo il dittatore

      romano, uscì indenne dallo scontro. Postumio era in prima linea a dirigere

      e incoraggiare i suoi uomini, quando Tarquinio il Superbo, nonostante

      l'età e il fisico indebolito, si lanciò al galoppo contro di lui, ma

      rimediò una ferita al fianco e riuscì a scamparla solo grazie

      all'intervento tempestivo dei suoi uomini. All'ala opposta dello

      schieramento, Ebuzio, il maestro di cavalleria, aveva attaccato Ottavio

      Mamilio. La manovra non era però sfuggita al comandante di Tuscolo il

      quale a sua volta gli si era lanciato contro al galoppo. L'urto delle loro

      lance fu così violento che Ebuzio rimase con un braccio trapassato e

      Mamilio fu colpito al petto. I Latini lo coprirono portandolo in seconda

      linea, mentre Ebuzio, che col braccio in quello stato non era più in grado

      di maneggiare un'arma, abbandonò il campo di battaglia. Il comandante

      latino, assolutamente noncurante della ferita, cercava di riaccendere lo

      scontro e, notando un cedimento dei suoi, fece intervenire il battaglione

      degli esuli romani guidati da un figlio di Lucio Tarquinio. Il loro

      accanimento, raddoppiato dall'indignazione per la perdita della patria e

      dei beni, riuscì per un attimo a ristabilire la situazione.

      

      20 Mentre i Romani da quella parte erano già in piena ritirata, Marco

      Valerio, fratello di Publicola, vide che il giovane Tarquinio si stava

      esponendo nelle prime file degli esuli; infiammato dalla gloria della sua

      famiglia, e volendo che dopo l'onore di aver cacciato i re le toccasse ora

      anche quello di averli uccisi, spronò il cavallo e con la lancia in resta

      piombò su Tarquinio. Questi, per evitare la carica forsennata

      dell'avversario, si ritirò in mezzo ai compagni. Mentre Valerio stava

      piombando a testa bassa contro il battaglione degli esuli, uno di essi lo

      centrò lateralmente passandolo da parte a parte. La ferita del cavaliere

      non rallentò l'impeto del cavallo e il giovane romano franò a terra in fin

      di vita coperto dalle armi. Quando il dittatore Postumio si rese conto di

      una simile perdita e vide che gli esuli stavano caricando con una foga

      inaudita mentre i suoi iniziavano a perdere terreno, ordinò alla sua

      coorte (un nucleo speciale di uomini che gli faceva da guardia del corpo)

      di trattare alla stregua di nemici chiunque avesse visto fuggire. La

      doppia paura distolse così i Romani dalla fuga e li respinse contro il

      nemico, risollevando le sorti della battaglia. La coorte del dittatore

      entrò solo allora nel vivo della mischia: fresca com'era di forze e col

      morale intatto, piombò sugli esuli ormai sfiancati e li fece a pezzi. In

      quel momento ci fu un altro scontro fra i capi. Il comandante latino,

      vedendo che il battaglione degli esuli stava per essere circondato dal

      dittatore romano, prese con sé alcuni manipoli della riserva e si lanciò

      in prima linea. Tito Erminio, il comandante in seconda, li vide arrivare e

      riconobbe in mezzo a loro Mamilio, inconfondibile per la tenuta e per le

      armi che portava. Attaccò così il generale avversario con molta più forza

      di quanto non avesse fatto prima il maestro di cavalleria e lo uccise con

      un colpo solo trapassandolo da parte a parte. Nell'attimo in cui stava

      spogliandone il cadavere, fu però anche lui colpito da un'asta nemica.

      Trasportato al campo da vincitore, morì mentre gli venivano somministrate

      le prime cure. Allora il dittatore, vedendo che i fanti erano sfiniti,

      vola in direzione dei cavalieri e li invita a smontare da cavallo e a

      gettarsi nella mischia. Obbediscono alla consegna: saltano a terra, si

      precipitano in prima linea e riparano gli antesignani coi loro scudi. Il

      morale dei fanti, vedendo che il meglio dei giovani nobili combatteva alla

      loro stregua e ne condivideva i rischi, riprende sùbito coraggio. Soltanto

      allora l'urto dei Latini fu contenuto e la loro linea di battaglia si

      disunì perdendo terreno. I cavalieri rimontarono in sella per lanciarsi

      all'inseguimento del nemico. La fanteria dietro. In quel momento, si narra

      che il dittatore, per non trascurare alcun aiuto divino o umano, dedicò un

      tempio a Castore e promise dei premi ai primi due soldati che fossero

      entrati nell'accampamento nemico. I Romani si lanciarono con una foga tale

      che con un unico assalto sbaragliarono il nemico e ne conquistarono il

      campo. Così andarono le cose al lago Regillo. Il dittatore e il maestro di

      cavalleria tornarono a Roma in trionfo.

      

      21 I tre anni successivi non furono caratterizzati né dalla stabilità

      della pace né dalla guerra. Prima furono consoli Quinto Clelio e Tito

      Larcio, poi Aulo Sempronio e Marco Minucio. Durante il consolato di questi

      ultimi venne consacrato il tempio di Saturno e istituita la festività dei

      Saturnali. I consoli successivi furono Aulo Postumio e Tito Verginio. Vedo

      che alcuni autori collocano la battaglia del lago Regillo solo in questa

      data e sostengono che Aulo Postumio, diffidando apertamente del proprio

      collega, avrebbe rinunciato alla carica e sarebbe quindi stato eletto

      dittatore. Visto che ogni storico adotta un criterio arbitrario in materia

      di cronologie e di liste di magistrati, ne consegue che è quasi

      impossibile riferire con esattezza la successione dei consoli e le date

      degli eventi, quando non solo i fatti ma anche gli autori stessi sono

      avvolti nelle nebbie del passato.

      I consoli successivi furono Appio Claudio e Publio Servilio. Fu un anno

      memorabile per l'annuncio della morte di Tarquinio. Questi si spense a

      Cuma, alla corte del tiranno Aristodemo che lo aveva accolto dopo la

      disfatta delle forze latine. La notizia entusiasmò tanto il senato quanto

      la plebe. I senatori, però, esagerarono nelle loro manifestazioni di

      giubilo e la plebe, fino a quel giorno fatta oggetto di ogni premurosa

      attenzione, cominciò a subire il potere soffocante del patriziato. Quello

      stesso anno, la colonia di Signa, voluta da Tarquinio, venne rifondata con

      l'invio di un nuovo contingente di coloni. A Roma il numero delle tribù fu

      portato a ventuno e il quindici di maggio fu consacrato il tempio di

      Mercurio.

      

      22 Con i Volsci non c'era stata, durante la guerra latina, né pace né

      aperta ostilità. Infatti sia i Volsci avevano messo insieme dei rinforzi

      armati che avrebbero inviato ai Latini se il dittatore romano non avesse

      accelerato le operazioni, sia quest'ultimo le accelerò per non doversi

      trovare a combattere contemporaneamente con Volsci e Latini. Indignati per

      questo comportamento, i consoli spinsero le legioni nel territorio dei

      Volsci. E i Volsci, non potendo prevedere una spedizione punitiva così

      immediata, furono presi alla sprovvista. Senza nemmeno abbozzare una

      reazione, consegnano come ostaggi trecento rampolli dell'aristocrazia di

      Cora e Pomezia. Così le legioni lasciarono il paese senza combattimenti.

      Ma non molto tempo dopo, i Volsci, una volta ripresisi dalla paura,

      tornano al loro comportamento abituale: si alleano militarmente con gli

      Ernici e fanno di nuovo preparativi segreti per la guerra. Mandano anche

      degli emissari qua e là per il Lazio a istigarne le popolazioni alla

      ribellione. Ma i Latini, dopo la disfatta del lago Regillo, avevano un

      solo sentimento nei confronti di chi avanzava proposte di guerra: l'odio

      più esasperato. Quindi non ebbero rispetto nemmeno per gli ambasciatori

      dei Volsci: li arrestarono e li portarono a Roma. Lì, dopo averli

      consegnati ai consoli, denunciarono i preparativi di guerra che Volsci ed

      Ernici stavano effettuando col progetto di aggredire Roma. All'annuncio

      della notizia i senatori ebbero una reazione così entusiastica da arrivare

      a rilasciare seduta stante seimila prigionieri latini e a rinviare ai

      nuovi magistrati il progetto di un trattato che in precedenza era stato

      negato per sempre. È ovvio che per i Latini fu una grande soddisfazione: i

      protagonisti di quella missione diplomatica ebbero riconoscimenti fuori

      del comune. Mandarono una corona d'oro in dono a Giove Capitolino. Insieme

      agli inviati che la portavano arrivò anche la massa debordante dei

      prigionieri restituiti ai loro cari. Dirigendosi verso le case dove

      ciascuno aveva prestato servizio, ringraziano della benigna accoglienza

      ricevuta durante il tempo della loro disgrazia e quindi instaurano

      rapporti di ospitalità con gli ex-padroni. Prima di quell'episodio, non

      c'era mai stata un'unione così profonda, sia in campo politico che in

      quello privato, tra la gente latina e lo Stato romano.

      

      23 Mentre la guerra coi Volsci era alle porte, a Roma infuriava lo scontro

      intestino tra le classi: patrizi e plebei si trovavano ai ferri corti e la

      causa prima era rappresentata dagli schiavi per debiti. Questi i termini

      della loro protesta: mentre prestavano servizio militare attivo per lo

      Stato, in patria erano oppressi e fatti schiavi; i plebei si sentivano più

      sicuri in guerra che in pace, più liberi tra i nemici che tra i

      concittadini. Il malcontento si stava già spontaneamente diffondendo,

      quando un episodio sconcertante fece traboccare il vaso. Un uomo già

      piuttosto attempato e segnato dalle molte sofferenze irruppe nel foro. Era

      vestito di stracci lerci. Fisicamente stava ancora peggio: pallido e

      smunto come un cadavere e con barba e capelli incolti che gli davano

      un'aria selvaggia. Benché sfigurato, la gente lo riconosceva: correva voce

      che fosse stato un ufficiale superiore e quelli che lo commiseravano gli

      attribuivano anche altri onori militari; lui stesso, a riprova della sua

      onesta militanza in varie battaglie, mostrava le ferite riportate in pieno

      petto. Quando gli chiesero come mai fosse così mal ridotto e sfigurato -

      nel frattempo l'assembramento di gente aveva assunto le proporzioni di

      un'assemblea - egli rispose che, durante la sua militanza nella guerra

      sabina, i nemici non si eran limitati a razziargli il raccolto, ma gli

      avevano anche incendiato la fattoria e portato via il bestiame; poi, nel

      pieno del suo rovescio, erano arrivate le tasse e si era così coperto di

      debiti. Il resto lo avevan fatto gli interessi da pagare sui debiti

      contratti: aveva prima perso il podere appartenuto a suo padre e a suo

      nonno, quindi il resto dei beni e infine, espandendosi al corpo come

      un'infezione, il suo creditore lo aveva costretto non alla schiavitù, ma

      alla prigione e alla camera di tortura. Dicendo questo, mostrò agli

      astanti la schiena orrendamente segnata da ferite recenti. Tale vista,

      unita a quanto appena sentito, fu salutata da un coro di voci sgomente e

      da un'agitazione collettiva che non si limitò soltanto al foro ma si

      espanse a macchia d'olio in tutti i quartieri della città. I debitori, sia

      quelli già fatti schiavi sia quelli ancora liberi, sciamano da ogni parte

      per le strade, implorano la protezione dei Quiriti e in ogni angolo

      trovano volontari pronti a unirsi a loro. Da ogni parte, urlando, si corre

      a gruppi verso il foro. Fu un bel rischio per quei senatori che,

      trovandosi casualmente in zona, finirono nel pieno della mischia. E la

      situazione non sarebbe tornata sotto controllo, se i consoli Publio

      Servilio e Appio Claudio non fossero intervenuti a sedare la sommossa. I

      dimostranti si girarono allora verso di loro e cominciarono a mostrare

      catene e altre orrende mutilazioni, gridando che quella era la ricompensa

      alle campagne cui ciascuno di essi aveva preso parte nel tale e nel

      talaltro paese. Reclamarono, con un tono che aveva più della minaccia che

      della supplica, la convocazione del senato e circondarono la curia per

      controllare e regolare dipersona le deliberazioni ufficiali. I consoli

      misero insieme giusto quei pochi senatori che casualmente erano lì

      intorno. Gli altri erano terrorizzati all'idea non solo di entrare nella

      curia, ma anche nel foro, e il senato non poteva fare nulla per

      l'insufficienza numerica dei presenti. Allora i dimostranti cominciarono a

      credere che li stessero prendendo in giro e cercassero di guadagnare

      tempo: pensavano che l'assenza dei senatori non fosse dovuta al puro caso

      o al panico, ma a una precisa volontà ostruzionistica, ed erano certi,

      vedendo che i senatori menavano il can per l'aia, che ci si stesse

      prendendo gioco della loro miseranda condizione. Quando ormai sembrava che

      anche l'autorità consolare non avesse più alcun potere coercitivo su

      quella massa di gente imbestialita, ecco che finalmente arrivarono quei

      senatori rosi dal dubbio se si rischiasse di più standosene al coperto o

      comparendo in senato. Raggiunto così il numero legale dei presenti, né i

      senatori né tantomeno i consoli riuscivano a mettersi d'accordo su una

      soluzione possibile. Appio, che aveva un carattere impulsivo, era

      dell'opinione di risolvere la cosa con l'impiego dell'autorità consolare:

      con un paio di arresti, gli altri si sarebbero calmati. Servilio, invece,

      più incline ad adottare misure di compromesso, era dell'opinione che fosse

      più sicuro, oltre che più semplice, assecondare la rabbia dei dimostranti

      piuttosto che ricorrere alla repressione.

      

      24 Nel frattempo ecco una notizia ancor più minacciosa: dei cavalieri

      latini arrivarono al galoppo e seminarono il panico annunciando che

      l'esercito dei Volsci era in marcia su Roma. La frattura intestina tra le

      classi era così profonda che plebe e senato ebbero una reazione

      completamente antitetica all'annuncio di quella notizia. I plebei

      esultarono, sostenendo che gli dèi si stavano vendicando dell'arroganza

      dei senatori. Si esortavano reciprocamente a non arruolarsi: sarebbe stato

      meglio morire tutti insieme che da soli. In prima linea ci andassero i

      senatori, prendessero loro le armi e i pericoli toccassero a chi ne traeva

      vantaggio. I membri della curia, invece, scoraggiati e in preda a un

      doppio terrore, provocato dai concittadini e dai nemici, supplicarono il

      console Servilio, più popolare del collega presso le classi subalterne, di

      tirar fuori lo Stato dal vicolo cieco in cui si era venuto a trovare.

      Allora il console, dopo aver aggiornato la seduta, si presenta di fronte

      al popolo. Gli dimostrò che il senato era preoccupato degli interessi

      della plebe; tuttavia la deliberazione che riguardava la maggior parte dei

      cittadini, ma pur sempre soltanto una parte di essi, doveva lasciare la

      precedenza al pericolo che interessava l'intera cittadinanza. Col nemico

      pressoché alle porte, tutto passa in secondo piano rispetto alla guerra.

      Se poi si fosse fatta qualche concessione, non sarebbe stato onesto per la

      plebe pretendere una ricompensa prima di aver combattuto per la patria, né

      troppo decoroso per i senatori farsi trascinare dalla paura a prendere

      delle misure concernenti il miglioramento delle condizioni di vita dei

      loro concittadini, piuttosto che adottare in séguito gli stessi

      provvedimenti però di loro spontanea volontà. Suggellò il suo discorso con

      un editto: più nessun cittadino romano poteva essere messo in catene o

      imprigionato, e dunque non gli poteva essere tolta la facoltà di iscrivere

      il proprio nome nella lista di arruolamento dei consoli; nessuno poteva

      impossessarsi dei beni di un soldato, impegnato in guerra, né venderli, né

      trattenere i suoi figli e i suoi nipoti. Appena l'editto venne pubblicato,

      diedero subito il proprio nome per arruolarsi i debitori che erano lì sul

      posto; gli altri, da ogni quartiere della città, abbandonarono le case dei

      privati che non avevano più diritto di trattenerli e si ammassarono nel

      foro per prestare giuramento. Formarono un contingente massiccio e nella

      guerra contro i Volsci non ebbero rivali per coraggio e determinazione.

      

      25 Il console guida le truppe contro il nemico e si accampa a poca

      distanza da esso. La notte successiva, i Volsci, sperando che la discordia

      venutasi a creare a Roma favorisse diserzioni e tradimenti nelle tenebre,

      attaccano l'accampamento nemico. La cosa non sfuggì alle sentinelle che

      diedero subito l'allarme e, al primo segnale, tutti si precipitarono alle

      armi, vanificando così la sortita dei Volsci. Il resto della notte fu

      dedicato al sonno da entrambe le parti. Il giorno dopo, alle prime luci

      dell'alba, i Volsci riempiono i fossati e invadono le trincee. Quando

      stavano già per abbattere l'intera palizzata, il console, benché tutti gli

      uomini - e i debitori più di ogni altro - lo supplicassero di dare il

      segnale, indugiò qualche momento per metterne alla prova il coraggio.

      Quando non c'era più alcun dubbio sull'incrollabilità del loro ardore,

      diede finalmente il segnale d'attacco e fece uscire le sue truppe,

      impazienti di buttarsi nella mischia. Bastò il primo assalto per

      respingere il nemico. I fanti si lanciarono all'inseguimento dei

      fuggitivi, incalzandoli da dietro finché fu loro possibile. Il resto lo

      fecero i cavalieri, costringendoli a retrocedere, terrorizzati, fino

      all'accampamento. L'accampamento stesso, circondato dalle legioni e

      abbandonato dai Volsci in preda al panico, fu preso e devastato.

      L'indomani le truppe furono condotte contro Suessa Pomezia, dove i nemici

      si erano rifugiati: nello spazio di pochi giorni la città fu conquistata e

      si diede via libera alla razzia. Ciò permise ai soldati più indigenti di

      migliorare un po' la loro condizione. Il console, carico di gloria,

      ricondusse a Roma l'esercito vincitore. Sulla strada una delegazione di

      Volsci di Ecetra, preoccupati per la propria sorte dopo la rotta di

      Pomezia, incontrò il console che si stava allontanando in direzione di

      Roma. Su decreto del senato venne loro concessa la pace, ma tolto il

      territorio.

      

      26 Subito anche i Sabini misero in allarme i Romani: ma in effetti si

      trattò più di una scorreria che di una guerra vera e propria. Nel pieno

      della notte arrivò la notizia che un contingente di razziatori sabini si

      trovava nei pressi dell'Aniene e stava saccheggiando e incendiando a

      casaccio le fattorie dei dintorni. Immediatamente venne inviato sul posto

      con tutta la cavalleria Aulo Postumio, il dittatore della guerra latina.

      Il console Servilio gli tenne dietro con dei corpi scelti di fanteria. La

      maggior parte dei nemici, sbandati com'erano, fu circondata dalla

      cavalleria e, quando sopraggiunse la colonna dei fanti, le truppe sabine

      non opposero resistenza. Stremati non solo dalla marcia ma dalla nottata

      di razzie, buona parte dei nemici, pieni di vino e cibo rastrellati nelle

      fattorie, riuscirono giusto a scappare con le poche energie che erano loro

      rimaste.

      Dopo che nell'arco di una sola notte erano venuti a sapere della guerra

      coi Sabini e l'avevano portata a termine, il giorno dopo, quando ormai si

      poteva contare su una pace generale, il senato ricevette una legazione

      degli Aurunci; costoro dissero che avrebbero dichiarato guerra a Roma se

      non fosse stato evacuato il territorio dei Volsci. L'esercito si era messo

      in movimento con loro e la notizia che era già stato avvistato non lontano

      da Aricia gettò i Romani in un tale stato di confusione che, non potendo

      portare, come di consuetudine, la questione di fronte al senato né

      rispondere con calma a un popolo che era già sul piede di guerra, si

      armarono anche loro. Marciarono su Aricia a ranghi compatti: la battaglia

      avvenne nei pressi della città e la guerra durò un solo scontro.

      

      27 Dopo aver sbaragliato gli Aurunci, i Romani, reduci da un gran numero

      di successi militari in così pochi giorni, contavano sulle promesse dei

      consoli e sulla parola del senato, quando Appio, parte per la naturale

      arroganza del suo carattere e parte per screditare il collega, intervenne

      in maniera quanto mai dura in materia di debiti. La conseguenza fu che gli

      ex-debitori insolventi furono riconsegnati ai creditori e dei nuovi furono

      messi ai ferri. Ogni qualvolta si trattava di un soldato, questi

      interpellava il collega. Intorno a Servilio c'era sempre un assembramento

      di gente: tutti gli ricordavano le promesse fatte e gli mostravano gli

      attestati militari nonché le ferite riportate in battaglia. Gli

      chiedevano, o di portare la questione di fronte al senato, o di rendersi

      utile dando una mano come console ai concittadini e come generale ai

      militari. Pur essendo toccato da quella supplica, la situazione lo

      costringeva a temporeggiare, perché l'opposizione era fortissima, avendo

      dalla sua parte non soltanto il collega ma l'intera nobiltà. Tenendo così

      una posizione di sostanziale neutralità, non riuscì né a evitare l'odio

      dei plebei né a conciliarsi il favore dei senatori. Infatti, per questi

      ultimi era un console senza polso e un agitatore, mentre per i primi uno

      che faceva il furbo. Presto apparve chiaro che era odiato al pari di

      Appio. I consoli si contendevano l'onore di consacrare il tempio di

      Mercurio e il senato girò la questione al popolo: a chi dei due fosse

      toccato, per volontà del popolo stesso, l'onore della consacrazione,

      sarebbe andata anche l'amministrazione dell'annona e il compito di formare

      una corporazione di commercianti, nonché di celebrare i riti solenni di

      fronte al pontefice massimo. Il popolo assegnò la consacrazione del tempio

      a Marco Letorio, centurione primipilo, con un intento chiarissimo: non si

      trattava cioè tanto di onorare quest'uomo - troppo grande la sproporzione

      tra l'incarico e la sua posizione nella vita di tutti i giorni -, quanto

      di un'offesa alle persone dei consoli. Inevitabile conseguenza fu un

      ulteriore inasprimento da parte di uno dei due consoli e dei senatori. Ma

      i plebei si erano fatti forza e stavano seguendo una tattica ben diversa

      da quella adottata prima. Infatti, perduta ogni speranza nell'intervento

      dei consoli e del senato, appena vedevano un debitore trascinato in

      giudizio, intervenivano da ogni parte. La sentenza del console,

      sopraffatta dal trambusto delle voci, non arrivò agli astanti e poi, anche

      quando fu pronunciata, nessuno obbedì. La sola legge era la violenza: la

      paura in tutte le sue forme e il rischio di essere catturati passarono dai

      debitori ai creditori, mentre questi, sotto gli occhi del console,

      venivano presi da parte e aggrediti da interi gruppi. Nel pieno di questo

      marasma venne a inserirsi una guerra contro i Sabini. Fu bandita una leva,

      ma nessuno si iscrisse. Appio era fuori di sé. Imprecava contro

      l'ambizione del collega, reo di aver tradito lo Stato per rendersi

      popolare con la sua politica dell'inerzia e, non soddisfatto di aver

      sospeso il giudizio sui verdetti concernenti i debiti, non era in grado

      nemmeno di mettere in pratica la leva stabilita dal decreto del senato.

      Ciò nonostante, lo Stato non era proprio del tutto alla deriva né

      l'autorità consolare era completamente decaduta: ci avrebbe pensato lui,

      da solo, a salvaguardare la credibilità sua e del senato. Mentre era

      circondato dalla solita folla di ceffi esaltati, ordinò di arrestarne uno

      che era un ben noto trascinatore. Mentre i littori lo stvano portando via,

      questi si appellò. E il console non glielo avrebbe concesso (cosa poteva

      infatti scegliere il popolo?) se la sua ostinazione non si fosse piegata

      più davanti all'esperienza e all'autorità dei maggiorenti che alle urla

      del popolo, tanta era la forza che aveva ancora in corpo per sfidare

      l'impopolarità. Da quel momento in poi i dissapori peggiorarono giorno

      dopo giorno, non solo con manifestazioni pubbliche ma, sintomo ben più

      grave, con riunioni appartate e colloqui segreti. Alla fine, i consoli,

      così odiati dalla plebe, completarono il loro mandato: Servilio non

      incontrò i favori di nessuna delle due parti, Appio invece fu osannato dai

      senatori.

      

      28 Entrarono allora in carica Aulo Verginio e Tito Vetusio. La plebe,

      quindi, non sapendo che tipo di consoli sarebbero stati, tenne delle

      riunioni notturne - parte sull'Esquilino e parte sull'Aventino - per

      evitare di prendere nel foro delle decisioni precipitose e lasciare che

      tutto avvenisse all'insegna della più avventata casualità. I consoli,

      pensando che si trattasse, come in effetti era, di una situazione

      veramente pericolosa, ne misero al corrente il senato, ma la denuncia non

      poté essere esaminata come il regolamento imponeva: infatti la notizia fu

      accolta da un coro di urla scomposte dei senatori, indignati che

      scaricassero sul senato l'impopolarità di un provvedimento che invece

      rientrava nella sfera delle loro competenze. Era chiaro che se Roma avesse

      avuto dei magistrati come si deve, le sole assemblee sarebbero state

      quelle ufficiali. Al momento presente, invece, il governo dello Stato era

      frammentato in una dispersione di migliaia di assemblee e di

      contro-senati. Un uomo solo - e santo dio si trattava di qualcosa di più

      di un console! - della statura di Appio Claudio avrebbe spazzato via in un

      attimo tutte quelle conventicole di gente. I consoli incassarono le

      critiche e chiesero lumi sul da farsi, dichiarandosi disponibili ad agire

      con tutta la determinazione e il polso che il senato avrebbe considerato

      necessari. Fu ordinato loro di mettere in pratica la leva militare con la

      maggiore energia possibile, perché proprio nell'inattività la plebe

      diventava insolente. Dopo l'aggiornamento della seduta, i consoli salgono

      sulla tribuna e fanno l'appello dei giovani. Visto che nessuno rispondeva

      al proprio nome, la folla, accalcata intorno ai due magistrati come

      durante un comizio pubblico, dichiarò che non ci si sarebbe più fatti

      gioco della plebe e che Roma non avrebbe avuto più un solo soldato se non

      si fossero mantenute le promesse ufficiali: bisognava restituire a

      ciascuno la libertà prima di mettergli in mano le armi, in modo che

      combattesse per la patria e i propri concittadini e non per dei padroni. I

      consoli avevano capito benissimo quello che era stato ordinato loro dai

      senatori; solo che tra quanti li avevano aggrediti verbalmente all'interno

      della curia, lì fuori non ce n'era uno a condividere con loro quel momento

      di impopolarità, ed era chiaro che lo scontro con la plebe sarebbe stato

      durissimo. Così, prima di giocarsi il tutto per tutto, pensarono bene di

      interpellare di nuovo il senato. Allora i senatori più giovani,

      avventandosi minacciosamente verso gli scranni dei consoli, intimarono

      loro di rassegnare le dimissioni e di rinunciare a quel potere che, per

      mancanza di temperamento, non riuscivano a far rispettare.

      

      29 Avendo battuto a sufficienza entrambe le strade percorribili, alla fine

      i consoli dichiararono: «Perché non dobbiate, o senatori, sostenere di non

      esser stati avvertiti, sappiate che ora siamo sull'orlo di una grande

      sommossa. A chi ci ha aggredito dandoci brutalmente dei codardi noi

      chiediamo di venire ad assisterci nelle pratiche della leva. Visto che

      questo è il vostro desiderio, agiremo uniformandoci alla volontà dei più

      inflessibili tra voi.» Quindi tornano in tribunale e ordinano apposta di

      chiamare per nome uno degli astanti. Siccome questi non rispondeva e se ne

      stava in mezzo a un crocchio che lo aveva circondato per proteggerlo da

      eventuali violenze, i consoli mandarono un littore a prelevarlo. Ma dato

      che la folla lo respinse, i senatori venuti ad assistere i consoli,

      gridando che si trattava di una violazione indegna, si precipitarono giù

      dai banchi del tribunale per dare man forte al littore. La folla allora,

      lasciando da parte il pubblico ufficiale, cui era stato semplicemente

      proibito l'arresto di quell'uomo, rivolse la sua carica aggressiva contro

      i senatori e soltanto l'intervento dei consoli riuscì a sedare la rissa,

      fatta non tanto di sassi e armi vere e proprie, quanto di un chiassoso

      scambio di idee più che di violenze. La seduta del senato avvenne in un

      clima di grande confusione, che raggiunse il suo apice al momento di

      adottare una delibera: le vittime dell'aggressione esigevano un'inchiesta

      e i membri più violenti la approvavano non tanto con regolari interventi

      quanto con un boato di urla. Una volta placatisi gli animi, i consoli

      deplorarono che in piena curia ci fossero minori manifestazioni di

      assennatezza di quante essi ne avessero viste in mezzo alla folla del

      foro. Detto questo, si poté procedere a un regolare dibattito. Ci furono

      tre interventi. Publio Verginio era contrario a ogni forma di

      generalizzazione: la sua proposta era di prendere in esame soltanto coloro

      i quali, fidandosi della parola del console Publio Servilio, avevano

      militato nelle campagne contro Volsci, Aurunci e Sabini. Tito Larcio,

      invece, sosteneva che in un momento come quello era impensabile

      ricompensare soltanto i reduci di guerra: la plebe tutta era immersa nei

      debiti fino al collo e l'unico rimedio credibile sarebbe stato un

      provvedimento a carattere generale. Eventuali sperequazioni, poi,

      all'interno della stessa classe, avrebbero acuito la tensione invece di

      ridurla. Appio Claudio, il cui carattere aggressivo trovava un valido

      incentivo ora nell'odio della plebe ora negli applausi dei senatori, disse

      che la causa di quelle sommosse popolari non era tanto la miseria quanto

      la permissività e inoltre che la plebe era più insolente che feroce. Tutto

      il male veniva soltanto dal diritto d'appello: i consoli, infatti,

      potevano minacciare ma non avere una reale autorità, visto che ai

      colpevoli era lecito comparire di fronte ai loro stessi complici. «Diamoci

      da fare,» disse, «eleggiamo un dittatore il quale non è sottoposto al

      diritto d'appello; cesserà così, una buona volta, questo furore che ha

      infiammato ogni cosa. E voglio un po' vedere se qualcuno oserà ancora

      mettere le mani su un littore, sapendo di avere schiena e vita in completa

      balia di colui di cui ha violato la maestà.»

      

      30 La maggior parte dei senatori trovarono eccessivamente spietata, come

      infatti era, la proposta di Appio. Al contrario, quelle di Verginio e di

      Larcio non sembrarono molto praticabili: la prima perché avrebbe creato un

      precedente, la seconda perché avrebbe tolto ogni fiducia. La miglior

      soluzione di compromesso per entrambi i contendenti sembrava comunque

      quella di Verginio. Ma lo spirito di parte e la priorità degli interessi

      particolari, che hanno sempre danneggiato e sempre danneggeranno le

      deliberazioni pubbliche, fecero prevalere Appio: poco mancò che venisse

      addirittura eletto dittatore, cosa che avrebbe del tutto alienato la plebe

      in quei momenti di grandissimo rischio (il caso voleva, infatti, che

      Volsci, Equi e Sabini fossero contemporaneamente in armi). Ma i consoli e

      i senatori più anziani, preoccupandosi che quella carica, di per sé vicina

      all'onnipotenza, finisse in mano a una persona dal carattere mite,

      eleggono dittatore M. Valerio, figlio di Voleso. La plebe, pur rendendosi

      conto che la nomina di un dittatore avveniva a suo discapito, tuttavia da

      quella famiglia non temeva tristi sorprese o repressioni visto che era

      stato proprio un fratello del neoeletto a far varare la legge sul diritto

      d'appello. In séguito un editto del dittatore confermò queste buone

      disposizioni perché riproduceva a grandi linee quello del console

      Servilio. Ma pensando che la miglior cosa fosse aver fiducia sia nell'uomo

      che nella sua carica, abbandonarono l'ostruzionismo e si arruolarono. Mai

      prima di allora ci fu un numero così alto di effettivi: vennero formate

      dieci legioni. Ogni console ne ebbe tre ai suoi ordini, mentre quattro

      andarono al dittatore.

      La guerra non si poteva più rimandare. Gli Equi avevano invaso il

      territorio latino. Ambasciatori latini chiedevano al senato o un invio di

      rinforzi o l'autorizzazione a prendere le armi per proteggere il proprio

      paese. Difendere i Latini inermi sembrò più sicuro che permettere loro di

      riprendere le armi. Venne inviato il console Vetusio, il quale pose fine

      alle razzie. Gli Equi evacuarono la campagna e, fidando maggiormente nella

      posizione che nelle armi, se ne stavano in attesa sulle cime dei rilievi.

      L'altro console marcia contro i Volsci e, anche lui per non perdere tempo,

      comincia a devastare metodicamente le campagne per spingere il nemico ad

      accamparsi più vicino e costringerlo allo scontro. I due eserciti si

      schierarono ciascuno di fronte alla propria trincea, in una piana compresa

      tra i due accampamenti. I Volsci erano numericamente di gran lunga

      superiori: per questo si buttarono sprezzanti allo sbaraglio. Il console

      romano non si mosse né permise di rispondere all'urlo di guerra, ma ordinò

      ai suoi di stare fermi e con le aste piantate a terra: soltanto quando il

      nemico fosse arrivato a distanza ravvicinata, avrebbero dovuto assalirlo

      con tutte le loro forze e risolvere la cosa con le spade. Quando i Volsci,

      affaticati dalla corsa e dal gran gridare, arrivarono sui Romani,

      apparentemente atterriti alla loro vista, e si resero conto del

      contrattacco in atto vedendo il bagliore delle spade, come se fossero

      finiti in un'imboscata, fecero dietro-front spaventati. Ma non avevano più

      la forza nemmeno di fuggire, perché si erano gettati in battaglia

      correndo. I Romani, invece, rimasti fermi nelle fasi iniziali, erano

      freschissimi: non fu quindi difficile per loro piombare sui nemici sfiniti

      e catturarne l'accampamento. Di lì inseguirono i Volsci rifugiatisi a

      Velitra, dove vincitori e vinti irruppero come se fossero stati un

      esercito solo. Là, in un massacro generale e senza distinzioni, versarono

      più sangue che nella battaglia vera e propria. Vennero risparmiati

      soltanto quei pochi che si arresero inermi.

      

      31 Durante questa campagna contro i Volsci, il dittatore, mette in rotta i

      Sabini - di gran lunga il nemico numero uno per Roma - conquistandone

      l'accampamento. Lanciatosi all'attacco con la cavalleria, aveva fatto il

      vuoto nel centro dell'esercito nemico, rimasto troppo scoperto per

      l'eccessiva apertura a ventaglio delle due ali. Nel bel mezzo di questo

      disordine subentrarono i fanti all'assalto. Con un solo e unico attacco

      presero l'accampamento e misero fine alla campagna. Dopo quella del lago

      Regillo, nessun'altra battaglia, in quegli anni, fu più famosa. Il

      dittatore tornò a Roma in trionfo. Oltre agli onori di rito, fu riservato

      un posto a lui e ai suoi discendenti per assistere ai ludi nel circo, e lì

      fu sistemata una sedia curule. A séguito di questa sconfitta i Volsci

      persero il territorio di Velitra; la città, popolata da coloni inviati da

      Roma, divenne colonia. Poco tempo dopo si combatté con gli Equi, anche se

      il console era contrario perché si trattava di abbordare il nemico da

      posizione sfavorevole. Ma i suoi uomini lo accusavano di tirare per le

      lunghe la cosa per lasciare che scadesse il mandato del dittatore prima

      del loro rientro a Roma e far così cadere nel nulla le sue promesse, come

      era già prima successo con quelle del console. Quindi lo forzarono a una

      mossa sconsiderata e del tutto affidata al caso: spingere le truppe sul

      versante della montagna di fronte a loro. Fu solo grazie alla codardia dei

      nemici che questa manovra, di per sé malcongegnata, ebbe un esito

      favorevole: i Romani non erano ancora arrivati a distanza di tiro che

      essi, scoraggiati da una simile dimostrazione di audacia, abbandonarono il

      loro accampamento piazzato in una posizione quasi inespugnabile e si

      dileguarono nei valloni dell'altro versante. Si trattò di un bottino non

      trascurabile e di una vittoria senza perdite.

      Malgrado questo triplice successo militare, plebe e senato non avevano

      smesso di preoccuparsi della soluzione dei problemi interni. E gli usurai,

      con un assiduo lavorio da veri esperti, si erano dotati degli strumenti

      per frustrare le iniziative non solo della plebe ma anche del dittatore

      stesso. Infatti Valerio, dopo il rientro del console Vetusio, diede

      precedenza assoluta alla causa del popolo vincitore, portandola

      all'attenzione del senato e chiedendo un pronunciamento definitivo sugli

      insolventi per debiti. Visto che la richiesta non fu approvata, disse: «Io

      non vi vado a genio perché cerco di ricomporre la frattura. Tra pochi

      giorni, ve lo garantisco, desidererete che la plebe abbia dei difensori

      come me. Per quel che mi riguarda, non ho intenzione di prendere

      ulteriormente in giro i miei concittadini né di continuare a fare il

      dittatore solo in teoria. Questa magistratura era l'unica soluzione per

      uno Stato diviso tra urti interni e una guerra da combattere all'esterno:

      fuori è tornata la pace, mentre in città si fa di tutto per ostacolarla.

      Interverrò nei disordini da privato cittadino piuttosto che da dittatore.»

      Uscì quindi dalla curia e rassegnò le dimissioni. La plebe capì benissimo

      che un gesto simile era stato dettato dal risentimento per i torti che

      essa subiva. E così, come se egli avesse mantenuto la parola - non era

      colpa sua se l'impegno non era stato onorato -, lo seguirono mentre

      rientrava a casa e gli manifestarono la loro gratitudine con un lungo

      applauso.

      

      32 Allora i senatori cominciarono a temere che, congedando l'esercito, si

      sarebbe tornati alle riunioni segrete e alle cospirazioni. Così, pur

      essendo stati arruolati per ordine del dittatore, tuttavia, siccome

      avevano giurato nelle mani dei consoli, si pensava che i soldati fossero

      ancora legati a quel giuramento. Quindi, col pretesto di una ripresa di

      ostilità da parte degli Equi, ordinarono che le legioni venissero condotte

      fuori città. Ma questo provvedimento accelerò la rivolta. Sulle prime pare

      si fosse parlato di assassinare i consoli per svincolarsi dagli obblighi

      del giuramento. Quando però fu spiegato loro che non c'era delitto che

      potesse liberare da un vincolo sacro, allora le truppe, su proposta di un

      certo Sicinio, si ammutinarono all'autorità dei consoli e si ritirarono

      sul monte Sacro, sulla riva destra dell'Aniene, a tre miglia da Roma.

      Questa è la versione più accreditata. Stando invece a quella adottata da

      Pisone, la secessione sarebbe avvenuta sull'Aventino. Lì, senza nessuno

      che li guidasse, fortificarono in tutta calma il campo con fossati e

      palizzate limitandosi ad andare in cerca di cibo e, per alcuni giorni, non

      subirono attacchi né attaccarono a loro volta. Roma era nel panico più

      totale e il clima di mutua apprensione teneva tutto in sospeso. La plebe,

      abbandonata al suo destino, temeva un'azione di forza organizzata dal

      senato; i senatori temevano la parte di plebe rimasta in città, ed erano

      incerti se fosse preferibile che essa rimanesse o se ne andasse. E poi,

      quanto sarebbe durata la calma dei secessionisti? Che cosa sarebbe

      successo se nel frattempo fosse scoppiata una guerra con qualche paese

      straniero? La sola speranza era rappresentata dalla concordia interna: per

      il bene dello Stato andava restaurata e a qualunque costo.

      Si decise allora di mandare alla plebe come portavoce Menenio Agrippa,

      uomo dotato di straordinaria dialettica e ben visto per le sue origini

      popolari. Una volta introdotto nel campo, pare che raccontò questo apologo

      con lo stile un po' rozzo tipico degli antichi: «quando le membra del

      corpo umano non costituivano ancora un tutt'uno armonico, ma ciascuna di

      esse aveva un suo linguaggio e un suo modo di pensare autonomi, tutte le

      altre parti erano indignate di dover sgobbare a destra e a sinistra per

      provvedere a ogni necessità dello stomaco, mentre questo se ne stava zitto

      zitto lì nel mezzo a godersi il bendidio che gli veniva dato. Allora,

      decisero di accordarsi così: le mani non avrebbero più portato il cibo

      alla bocca, la bocca non si sarebbe più aperta per prenderlo, né i denti

      lo avrebbero più masticato. Mentre, arrabbiate, credevano di far morire di

      fame lo stomaco, le membra stesse e il corpo tutto eran ridotti pelle e

      ossa. In quel momento capirono che anche lo stomaco aveva una sua funzione

      e non se ne stava inoperoso: nutriva tanto quanto era nutrito e a tutte le

      parti del corpo restituiva, distribuito equamente per le vene e arricchito

      dal cibo digerito, il sangue che ci dà vita e forza». Mettendo in

      parallelo la ribellione interna delle parti del corpo e la rabbia della

      plebe nei confronti del senato, Menenio riuscì a farli ragionare.

      

      33 Venne allora affrontato il tema della riconciliazione e si giunse al

      seguente compromesso: la plebe avrebbe avuto dei magistrati sacri e

      inviolabili il cui compito sarebbe stato quello di prendere le sue difese

      contro i consoli, e nessun patrizio avrebbe potuto avere quest'incarico.

      Quindi furono eletti due tribuni della plebe, Caio Licinio e Lucio Albino.

      A loro volta essi si scelsero tre colleghi, uno dei quali era Sicinio, il

      promotore della rivolta. Sui nomi degli altri due ci sono parecchie

      incertezze. Alcuni autori sostengono che sul monte Sacro vennero eletti

      soltanto due tribuni e che lì fu proposta la legge sull'inviolabilità.

      Durante la secessione della plebe, Spurio Cassio e Postumio Cominio erano

      diventati consoli. Nel corso del loro mandato fu stipulato un trattato di

      alleanza con le popolazioni latine. Per concluderlo, uno dei consoli

      rimase a Roma. Il suo collega, invece, incaricato di una campagna contro i

      Volsci, sbaragliò e disperse i Volsci di Anzio; quindi, costringendoli a

      rifugiarsi a Longula, li inseguì ed espugnò la città. Subito dopo

      conquistò Polusca, altra città dei Volsci. Poi attaccò con estrema

      decisione Corioli. Tra i giovani nobili c'era allora arruolato Gneo

      Marzio, tipo sveglio e risoluto, che in séguito fu soprannominato

      Coriolano. Mentre l'esercito romano era intento all'assedio di Corioli e

      teneva gli occhi puntati sugli abitanti compressi all'interno delle mura,

      senza alcuna preoccupazione di un eventuale attacco dall'esterno, fu

      all'improvviso assalito da un contingente di Volsci partiti da Anzio e

      contemporaneamente sorpreso da una sortita degli assediati. Per caso

      Marzio era di guardia. Con un pugno di soldati scelti non solo tamponò la

      sortita, ma ebbe anche il coraggio di buttarsi oltre la porta dove compì

      un massacro nei quartieri più vicini e, trovandosi del fuoco per le mani,

      incendiò gli edifici che sovrastavano il muro. Il panico dei cittadini

      che, come sempre succede, seguì, misto ai pianti delle donne e dei

      bambini, la prima reazione degli assediati, tonificò i Romani e

      demoralizzò i Volsci, ovviamente sconsolati dalla resa della città cui

      eran venuti in soccorso. Così furono sbaragliati i Volsci di Anzio e

      conquistata la città di Corioli. L'impresa di Marzio eclissò la gloria del

      console al punto che, se il trattato coi Latini, concluso dal solo Spurio

      Cassio in assenza del collega, non fosse rimasto inciso a perenne memoria

      su una colonna di bronzo, nessuno si ricorderebbe che Postumio Cominio

      combatté contro i Volsci.

      Quello stesso anno morì Menenio Agrippa, l'uomo che in vita era stato

      ugualmente caro alla plebe e ai senatori e che dopo la secessione sul

      monte Sacro fu più caro alla plebe. L'uomo che aveva fatto da mediatore e

      da interprete della riconciliazione tra i cittadini, che era stato

      l'ambasciatore del senato presso la plebe e colui che l'aveva ricondotta a

      Roma, non lasciò il denaro sufficiente per pagarsi il funerale: ci pensò

      così la plebe, con una sottoscrizione di un sesto di asse a testa.

      

      34 I consoli successivi furono Tito Geganio e Publio Minucio. Quell'anno,

      non essendoci più nessuna preoccupazione militare ed essendo stato

      composto ogni motivo di urto all'interno, una calamità di ben altra

      portata si abbatté su Roma: la mancanza di generi alimentari, dovuta al

      fatto che i campi erano rimasti incolti durante la secessione della plebe,

      poi la fame, come succede alle città in stato d'assedio. Per gli schiavi e

      soprattutto per la plebe avrebbe voluto dire morte se i consoli non

      avessero provveduto mandando degli emissari a racimolare frumento

      dovunque, non solo lungo la costa etrusca a nord di Ostia e a sud

      superando via mare le terre dei Volsci fino giù a Cuma, ma addirittura in

      Sicilia, tanto lontano li aveva costretti a cercare aiuto l'odio dei

      popoli confinanti. A Cuma, una volta acquistato il grano, le navi furono

      trattenute dal tiranno Aristodemo come indennizzo delle proprietà dei

      Tarquini di cui egli era l'erede. Presso i Volsci e nel Pontino non si

      riuscì nemmeno ad acquistarne: i compratori di grano rischiarono

      addirittura di esser assaliti dai locali. Dall'Etruria ne arrivò invece

      via fiume, lungo il Tevere, e bastò per sfamare la plebe. In quel disastro

      generale si sarebbe venuta ad aggiungere una quanto mai intempestiva

      guerra, se sui Volsci, già pronti a scendere in campo, non si fosse

      abbattuta una tremenda pestilenza. Vedendo il terrore che una simile

      decimazione aveva seminato, i Romani, per far sì che il nemico non

      riuscisse a liberarsi completamente della paura anche una volta uscito

      dall'epidemia, potenziarono con nuovi invii la colonia di Velitra e ne

      fondarono una nuova a Norba, sulle montagne, per avere una roccaforte nel

      Pontino.

      Sotto il consolato di Marco Minucio e di Aulo Sempronio ci fu una

      massiccia importazione di grano dalla Sicilia e il senato discusse il

      prezzo a cui avrebbe dovuto esser venduto alla plebe. Molti pensavano

      fosse arrivato il tempo di dare un giro di vite alla plebe e di recuperare

      i diritti che essa aveva estorto ai senatori con le violenze della

      secessione. Uno dei più accesi, Marzio Coriolano, nemico della potestà

      tribunizia, disse: «Se vogliono il grano al prezzo di una volta,

      restituiscano ai senatori i loro antichi diritti. È mai possibile che io

      debba vedere dei plebei magistrati e un Sicinio dotato di poteri, io che

      son passato sotto il giogo e sono stato riscattato da questa specie di

      delinquenti? Dovrò sopportare più a lungo del necessario delle infamie del

      genere? Io che non avrei tollerato Tarquinio come re, dovrei sopportare un

      Sicinio? Ci vada lui ora in secessione e si porti la plebe con sé. La

      strada che porta al monte Sacro e agli altri colli è libera. Rubino pure

      il frumento dai nostri campi come due anni fa. Si godano la carestia

      frutto della loro follia. Non ho paura di affermare che, domati da questa

      piaga, preferiranno andare a lavorare i campi piuttosto che, come fecero

      durante la secessione, impedire con la violenza che gli altri lavorino.»

      Io credo che i patrizi avrebbero potuto, mettendo delle condizioni

      all'abbassamento dei prezzi, liberarsi del potere dei tribuni e di tutti

      quei diritti concessi loro malgrado. Solo che non è altrettanto facile

      dire se avrebbero dovuto farlo.

      

      35 Il discorso sembrò eccessivamente duro anche al senato. Nei plebei

      suscitò una reazione così violenta da farli quasi ricorrere alle armi.

      Sostenevano che li si stava prendendo per fame come fossero nemici, e che

      li si stava privando dei generi di prima necessità per la sopravvivenza:

      avrebbero tolto loro di bocca anche quel frumento di importazione, il solo

      alimento che un inatteso colpo di fortuna aveva regalato, se i tribuni non

      si fossero consegnati in catene a Gneo Marzio e se non gli si fosse data

      la possibilità di rifarsi sulla pelle della plebe. Ai loro occhi era lui

      il nuovo boia saltato fuori a costringerli a una scelta obbligata tra la

      morte e la schiavitù. E gli sarebbero saltati addosso fuori dell'ingresso

      della curia, se i tribuni, quanto mai tempestivamente, non lo avessero

      citato in giudizio. Il provvedimento sedò la rabbia: ciascuno si vedeva

      già giudice del nemico e padrone di scegliere per lui tra la vita e la

      morte. All'inizio Marzio stette ad ascoltare con aria sprezzante le

      minacce dei tribuni, sostenendo che essi erano dei magistrati di supporto

      e non avevano alcuna autorità penale, cioè appunto si trattava di tribuni

      della plebe e non di senatori. Ma la plebe aveva il dente così avvelenato

      che i senatori dovettero sacrificare un loro membro per placarne l'ira.

      Ciò nonostante tennero testa all'odio degli avversari facendo ricorso alle

      capacità dei singoli e alle risorse dell'intero ordine. La prima mossa fu

      questa: mandarono in giro dei loro clienti col compito di prendere da

      parte i singoli e di dissuaderli dal partecipare alle riunioni e agli

      assembramenti, nella speranza che potessero mandarne all'aria i piani. Poi

      l'intero ordine senatoriale si presentò in pubblico (tutti senza

      eccezioni, come se avessero dovuto rispondere di qualche reato)

      supplicando la plebe di restituirgli un solo cittadino, un senatore: se

      poi non lo volevano assolvere, almeno gli facessero la grazia di

      rimandarlo indietro come colpevole. Visto che però alla data stabilita

      Marzio non ricomparve, la rabbia divenne incontenibile. Condannato in

      contumacia, andò in esilio presso i Volsci lanciando minacce al suo paese,

      verso il quale già da allora era ostile.

      I Volsci lo accolsero amichevolmente e la loro buona disposizione nei suoi

      confronti cresceva di giorno in giorno in proporzione al progressivo

      aumento della rabbia di Marzio verso la sua terra d'origine, alla quale

      riservava ora nostalgici lamenti ora minacce. Era ospite di Azio Tullio,

      all'epoca una delle personalità eminenti del popolo volsco e un

      anti-romano di antica data. Così, spinti uno dall'odio di sempre e l'altro

      dal recente risentimento, studiano insieme una guerra contro Roma.

      Sapevano che sarebbe stato difficile convincere la loro gente a riprendere

      le armi per combattere un avversario che già le aveva procurato tanti

      dispiaceri. Prima la serie di guerre e poi la pestilenza ne avevano

      fiaccato gli entusiasmi portandosi via il meglio della gioventù. L'odio

      risaliva ormai al passato: bisognava ingegnarsi per trovare qualche nuovo

      motivo di risentimento che ravvivasse gli antichi furori.

      

      36 Casualmente a Roma si stavano facendo i preparativi per ricominciare da

      capo i Ludi Magni. E li si ricominciava per questa ragione: la mattina dei

      giochi, prima dell'inizio dello spettacolo, un padrone non meglio

      identificato aveva fatto passare nel mezzo del circo uno schiavo con forca

      al collo e lo aveva frustato. I giochi erano poi cominciati, come se

      quell'episodio non avesse nulla a che vedere con l'aspetto cerimoniale

      della manifestazione. Non molto tempo dopo, un plebeo di nome Tito Latinio

      fece un sogno: vide Giove che gli diceva di non aver gradito il primo

      ballerino ai giochi e che la città sarebbe stata in pericolo se i giochi

      stessi non fossero stati ricominciati da capo in modo grandioso. Quindi

      gli disse di andare a riferire la cosa ai consoli. Benché il suo animo non

      fosse esente da scrupoli religiosi, il timore reverenziale nei confronti

      dell'autorità consolare ebbe in lui la meglio sulla paura di diventare lo

      zimbello di tutti. Questa esitazione gli costò cara: nel giro di pochi

      giorni gli morì un figlio. E perché non ci fosse nessun dubbio sulla

      natura della disgrazia, nel pieno del lutto gli apparve di nuovo in sogno

      quella stessa figura che gli domandò se il suo disprezzo per la divinità

      era stato adeguatamente ricompensato e gli disse che era previsto un

      rincaro della dose se non si fosse sbrigato a riferire ai consoli. La cosa

      incalzava ormai pericolosamente. Tuttavia insistette nell'indugiare,

      finché lo colpì una malattia implacabile accompagnata da un'improvvisa

      debolezza. Solo allora l'ira degli dèi lo fece ragionare. Quindi,

      prostrato dalle disgrazie passate e presenti, convocò una riunione di

      famiglia durante la quale espose ai congiunti ciò che aveva visto e

      sentito, e cioè le diverse apparizioni di Giove in sogno e le sue

      disgrazie personali seguite all'ira e alle minacce della divinità. Quindi,

      con l'approvazione di tutti i parenti convenuti, si fece trasportare su

      una lettiga in foro davanti ai consoli, i quali gli concessero di entrare

      nella curia. Lì, mentre tra lo stupore dei senatori ripeteva lo stesso

      racconto, ci fu un nuovo prodigio: si racconta che l'uomo, completamente

      paralizzato e trasportato a braccia in senato, una volta compiuta la

      propria missione, se ne tornò a casa con le proprie gambe.

      

      37 Il senato decretò che venissero celebrati dei giochi con la maggior

      sontuosità possibile. Su suggerimento di Azio Tullio, vi prese parte una

      nutrita delegazione di Volsci. Prima dell'inizio della manifestazione,

      Tullio, seguendo il piano concertato con Marcio a casa sua, si presentò ai

      consoli e disse di voler discutere segretamente di una questione di

      pubblico interesse. Una volta allontanati gli estranei, disse: «Mi

      rincresce dover dire dei miei concittadini cose che non li mettono in

      buona luce. Tuttavia non sono venuto a denunciarli per aver commesso

      qualche reato, ma per evitare che lo commettano. Il carattere volubile del

      nostro popolo è superiore anche ai miei desideri. Prova ne sia il numero

      delle nostre disfatte militari: se esistiamo ancora non è merito nostro ma

      della vostra tolleranza. Attualmente ci sono parecchi Volsci a Roma; ci

      sono i giochi; i cittadini saranno concentratissimi sullo spettacolo.

      Ricordo benissimo la bravata dei giovani sabini, sempre qui a Roma e in

      concomitanza di un'analoga occasione. Ciò che mi spaventa è la possibilità

      di qualche gesto imprevedibile e sconsiderato. Per questo, nel nostro

      comune interesse, ho ritenuto opportuno, o consoli, mettervi sul chi vive

      riguardo a questa eventualità. Quanto a me, ho intenzione di tornarmene

      subito a casa: non voglio, restando qui, farmi complice di quel che si fa

      o si dice.» Detto questo, se ne andò. I consoli riferirono al senato

      l'incerta informazione (proveniente però da fonte certissima) e, come

      sempre succede in casi del genere, fu più l'autorità della fonte che la

      notizia stessa a spingerli a prendere misure precauzionali superiori alle

      reali necessità. Un decreto del senato ingiunse ai Volsci di abbandonare

      Roma. Tramite degli araldi venne loro ordinato di partire prima del calare

      della notte. La reazione immediata fu il panico: si misero a correre

      all'impazzata per andarsi a riprendere la loro roba nelle pensioni

      dov'erano alloggiati. Poi, mentre erano già per strada, subentrò

      l'indignazione: li avevano trattati alla stregua di criminali e

      scellerati, cacciandoli dai giochi in quei giorni di festa e, in qualche

      modo, anche dal consesso degli dèi e degli uomini.

      

      38 Mentre procedevano in una fila quasi ininterrotta, Tullio, il quale li

      aveva preceduti alla fonte Ferentina e lì li stava aspettando, andò

      incontro ai concittadini più in vista man mano che arrivavano e,

      rivolgendo loro parole di sdegno e indignazione (ma adattissime alla loro

      grande rabbia per l'accaduto), grazie all'influenza che essi esercitavano

      sugli altri, riuscì a condurli tutti in un terreno che si trovava sotto la

      strada. Lì, parlando come se fosse stato in un'assemblea, disse:

      «Dimentichiamoci pure tutto il resto, gli affronti del passato e le

      disastrose disfatte militari inflitte ai Volsci dal popolo romano: ma

      com'è possibile lasciar correre lo sfregio di oggi e permettere che il

      nostro disonore sia sfruttato come cerimonia di apertura dei giochi?

      Oppure non vi siete accorti che per loro oggi è stato un trionfo su di

      voi? E che la vostra espulsione ha dato spettacolo a tutti, cittadini e

      stranieri e a molti dei popoli con cui confiniamo? Che le vostre mogli e i

      vostri figli sono sulla bocca di tutti? E quelli che han sentito le parole

      degli araldi, quelli che hanno assistito alla nostra partenza, quelli che

      per strada si sono imbattuti in questa colonna della vergogna, cosa

      credete che abbiano pensato se non che dovevamo aver di certo commesso una

      grave colpa, per la quale, con la nostra presenza allo spettacolo, avremmo

      profanato i giochi e che eravamo stati espulsi onde evitare che sedessimo

      accanto alla gente pia e partecipassimo alla loro riunione? E poi, non vi

      rendete conto che siamo vivi perché non ci abbiamo pensato due volte a

      partire? Ammettendo che non si tratti di fuga. E non vi sembra di dover

      considerare questa città una tana di nemici, dato che un solo giorno di

      permanenza sarebbe costato a tutti la vita? Vi è stata dichiarata guerra:

      tanto peggio per chi l'ha dichiarata, se voi siete degli uomini.» Così,

      già di per sé indignati ed eccitati da quelle parole, rientrarono nelle

      rispettive città e ciascuno infiammò a tal punto la propria gente da

      causare la rivolta dell'intera razza volsca.

      

      39 All'unanimità tutti i popoli scelsero quali comandanti in capo per

      quella guerra Azio Tullio e Gneo Marzio, l'esule romano, nel quale

      riponevano ancora maggiori speranze. Ed egli non le deluse, dimostrando

      chiaramente che il punto di forza di Roma non erano tanto le sue truppe

      quanto i suoi generali. Il primo bersaglio fu Circei: ne cacciò i coloni

      romani e restituì la città, ora libera, ai Volsci. Quindi conquistò

      Satrico, Longula, Polusca, Corioli, Mugilla, tutte città recentemente

      sottomesse dai Romani. Poi riprese Lavinio e di lì, raggiungendo la via

      Latina tramite delle scorciatoie, catturò una dopo l'altra Corbione,

      Vetelia, Trebio, Labico, Pedo. Infine da Pedo marciò su Roma e si accampò

      presso le fosse Cluilie, a cinque miglia dalla città. Facendo base in

      questo punto, devastò l'agro romano nei dintorni, preoccupandosi di

      inviare coi guastatori anche degli uomini incaricati di salvaguardare le

      proprietà terriere dei patrizi. Due le ragioni di questa mossa: dimostrare

      che la sua rabbia era maggiormente diretta contro la plebe, e fare in modo

      di creare un nuovo urto tra le due classi. E così sarebbe stato: infatti i

      tribuni, con le loro invettive, stavano facendo di tutto per istigare la

      plebe, già di per sé infuriata, contro i patrizi. Solo la paura del

      nemico, massimo vincolo di concordia nonostante la diffidenza reciproca,

      riusciva a tenere uniti gli animi di tutti. Su una questione non erano

      d'accordo: il senato e i consoli non vedevano altre speranze che nelle

      armi, mentre la plebe avrebbe scelto qualsiasi altra cosa piuttosto che la

      guerra. I consoli in carica erano Spurio Nauzio e Sesto Furio. Mentre

      stavano passando in rassegna le legioni e piazzando delle guarnigioni

      sulle mura e nei punti in cui avevano stabilito di collocare dei posti di

      guardia e delle sentinelle, una folla di dimostranti favorevoli alla pace,

      in un primo tempo li spaventò con grida di rivolta e quindi li costrinse a

      convocare il senato perché inviasse degli ambasciatori a Gneo Marzio. I

      senatori accolsero la proposta quando si accorsero che il morale della

      plebe stava precipitando e mandarono a Marzio degli inviati per trattare

      la pace. La risposta che riportarono fu terribile: se il territorio dei

      Volsci veniva restituito, in quel caso si poteva parlare di pace; ma se

      volevano la pace solo per godersi il bottino di guerra, allora lui,

      Marzio, memore dell'ingiustizia subita in patria e del'ospitalità

      offertagli in terra straniera, avrebbe dimostrato che l'esilio aveva

      raddoppiato, e non infiacchito, le sue energie. Gli inviati fecero un

      secondo tentativo ma non furono nemmeno ammessi all'interno

      dell'accampamento. Pare che addirittura i sacerdoti, con tutti i loro

      paramenti, si presentarono supplici all'accampamento nemico ma che, come

      già gli ambasciatori, non riuscirono a far cambiare idea a Marzio.

      

      40 Allora le donne sposate andarono in massa a trovare Veturia e Volumnia,

      rispettivamente madre e moglie di Coriolano. Non mi è stato possibile

      ricostruire se ci fu un preciso ordine ufficiale o semplicemente la paura

      delle donne. In ogni modo convinsero l'anziana Veturia e Volumnia, con al

      suo séguito i due bambini avuti da Marzio, ad accompagnarle

      nell'accampamento nemico: se Roma non la si poteva difendere con le armi

      degli uomini, allora l'avrebbero difesa le donne con le loro lacrime e le

      loro suppliche. Quando arrivarono all'accampamento e venne annunciata a

      Coriolano la presenza di una massiccia schiera di donne, egli,

      irremovibile di fronte alla maestà dei rappresentanti dello Stato nonché

      di fronte all'aspetto venerando dei sacerdoti - che tanto può sugli occhi

      e sullo spirito -, in un primo tempo si mostrò ancora più ostinato nei

      confronti delle lacrime di quelle donne. Poi, uno dei suoi amici più

      intimi, riconosciuta Veturia che spiccava tra le altre per mestizia ed era

      in piedi tra la nuora e i nipotini, gli disse: «Se la vista non m'inganna,

      quelli là sono tua madre, tua moglie e i tuoi bambini.» Coriolano saltò

      giù come una furia dal suo sedile e corse incontro alla madre per

      abbracciarla. Lei però, passata dalle suppliche alla collera, gli disse:

      «Fermo lì, prima di abbracciarmi: voglio sapere se qui ci troviamo da un

      nemico o da un figlio e se nel tuo accampamento devo considerarmi una

      prigioniera o una madre. Ecco fino a che punto mi hanno trascinato questa

      mia lunga vita e questa infelice vecchiaia: son costretta a vederti in

      esilio e addirittura nostro nemico. Come hai potuto devastare questa terra

      che ti ha generato e nutrito? Anche se eri partito con animo ostile e

      minaccioso, possibile non ti si sia sbollita la rabbia una volta superati

      i confini? Possibile che con Roma davanti agli occhi non ti sia venuto in

      mente di pensare "Dentro quelle mura c'è tutto quello che mi appartiene,

      casa, penati, madre, moglie, figli"? Allora, se io non ti avessi messo al

      mondo, Roma adesso non sarebbe assediata. Se non avessi avuto figli, sarei

      morta libera in una libera patria. D'altra parte, oramai non mi attende

      più nulla che possa peggiorare la mia miseria e il tuo disonore: se ho

      toccato il fondo della disgrazia non ho più molto tempo per rimanerci. È a

      loro che devi pensare: se ti ostini in questa direzione, gli toccherà o

      una morte immatura o una lunga servitù.» Allora la moglie e i figli lo

      abbracciarono e il pianto levatosi da tutte le donne e i loro lamenti per

      la patria e se stesse alla fine piegarono l'irremovibilità di Marzio.

      Abbracciò la sua famiglia rimandandola a casa; quanto a lui, tolse

      l'accampamento da sotto le mura, evacuò l'agro romano delle sue truppe e

      pare rimase ucciso proprio in quella zona, vittima dell'odio che si era

      procurato. Non c'è accordo sulle cause della morte: presso Fabio, di gran

      lunga la fonte più antica, ho trovato che morì di vecchiaia. In ogni modo,

      egli riferisce che quando ormai era un vecchio, Coriolano ripeteva

      spessissimo che l'esilio è ancora più duro se si è avanti con gli anni.

      Gli uomini romani non invidiarono le donne per il loro nobile gesto (tanto

      lontani si era allora dal vivere nell'invidia della gloria altrui). Anzi,

      a ricordo dell'episodio, fu costruito e consacrato un tempio alla Fortuna

      delle donne.

      In séguito i Volsci, alleatisi con gli Equi, invasero di nuovo l'agro

      romano, ma gli Equi non accettarono più Tullo Azio come comandante in

      capo. La questione - a chi cioè affidare il comando dei due eserciti uniti

      - creò prima un aperto contrasto per poi finire in un bagno di sangue. In

      quel caso la buona stella del popolo romano annientò due eserciti nemici

      in una battaglia non meno rovinosa che accanita.

      Consoli Tito Sicinio e Caio Aquilio. A Sicinio toccarono i Volsci, ad

      Aquilio gli Ernici, scesi anche loro in campo. Quell'anno gli Ernici

      furono sconfitti. La guerra coi Volsci, dopo alterne fortune, si risolse

      in un nulla di fatto.

      

      41 I consoli successivi furono Spurio Cassio e Proculo Verginio. Fu

      stipulato un trattato con gli Ernici in base al quale Roma si annetteva i

      due terzi del loro territorio. Il console Cassio era dell'avviso di darne

      metà ai Latini e metà ai plebei. E a questa donazione voleva aggiungere

      parte della terra che teoricamente risultava essere di demanio pubblico e

      che invece, secondo la sua accusa, era detenuta abusivamente da privati.

      Questa proposta terrorizzava molti senatori che, essendo essi stessi i

      proprietari, si vedevano minacciati nelle proprie sostanze. Ma i senatori,

      visto il ruolo da essi ricoperto in ambito pubblico, temevano che con

      quella donazione il console potesse acquistare un'influenza pericolosa per

      la libertà. Allora, per la prima volta, fu promulgata una legge agraria:

      da quella data fino ai giorni nostri non c'è stata volta che il ritorno

      sulla stessa questione non abbia causato gravi disordini politici. L'altro

      console si opponeva alla donazione e aveva dalla sua parte i senatori

      senza nel contempo trovarsi di fronte l'ostilità di tutta la plebe, la

      quale aveva sùbito mostrato di non gradire che la donazione fosse stata

      estesa dai cittadini ai semplici alleati. E in più sentiva spesso che il

      console Verginio denunciava pubblicamente la perniciosità della

      elargizione proposta dal collega, sostenendo che quella terra avrebbe

      ridotto in schiavitù chiunque ne avesse beneficiato e avrebbe

      rappresentato una strada diretta verso la monarchia. Che ragioni c'erano

      di includere nella spartizione gli alleati e il popolo latino? A che pro

      rendere agli Ernici, fino a ieri nemici, un terzo della terra conquistata,

      se non perché quelle genti al posto di Coriolano avessero Cassio? Da quel

      momento, lui che era stato l'oppositore della legge agraria, cominciò a

      diventare popolare. In séguito, tra i due consoli, si assistette quasi a

      una gara di attenzioni verso la plebe: Verginio si diceva pronto ad

      accettare la donazione a patto che interessasse soltanto i cittadini

      romani; Cassio, poiché con la promessa di donazione agraria si era reso

      popolare presso gli alleati, conquistandosi però lantipatia dei suoi

      concittadini, per riconciliarsene i favori con un altro dono, ordinò di

      rimborsare al popolo il denaro pagato per il frumento siciliano. Ma la

      plebe respinse sdegnosamente l'offerta giudicandola un tentativo di

      comprarsi in contanti il potere monarchico. E per questo sospetto

      istintivo voltavano sprezzanti le spalle ai suoi doni, come se avessero

      tutto in eccesso. A fine mandato - è un fatto su cui non ci sono dubbi -,

      fu condannato a morte e ucciso. Alcuni sostengono che l'esecutore

      materiale della sentenza fu suo padre: istituita la causa a domicilio, lo

      avrebbe fatto frustare a morte e ne avrebbe consacrato i beni a Cerere.

      Poi avrebbe fatto scolpire una statua con questa iscrizione: «Dono della

      famiglia Cassia.» Presso alcuni autori ho trovato una versione diversa ma

      più aderente alla realtà: i questori Cesone Fabio e Lucio Valerio lo

      avrebbero accusato di alto tradimento, il popolo lo avrebbe riconosciuto

      colpevole e lo Stato avrebbe fatto radere al suolo la casa. È la zona

      antistante al tempio della Terra. Sta di fatto che la condanna, frutto di

      un processo pubblico o privato, fu pronunciata durante il consolato di

      Servio Cornelio e Quinto Fabio.

      

      42 Il risentimento popolare nei confronti di Cassio non durò a lungo. La

      legge agraria, già allettante di per se stessa, ora che era scomparso il

      suo promulgatore, affascinava tutti e il desiderio che se ne provava fu

      accresciuto dalla meschinità dei senatori, i quali, quell'anno, dopo una

      vittoria sui Volsci e sugli Ernici, privarono i soldati del bottino. Tutto

      ciò che fu tolto al nemico il console Fabio lo mise all'incanto e ne

      trasferì i proventi nelle casse dello Stato.

      Il nome dei Fabi era impopolarissimo proprio a causa di quest'ultimo

      console. Ciò nonostante, i consoli riuscirono a ottenere che insieme a

      Lucio Emilio venisse eletto console Cesone Fabio. Questo incrementò il

      rancore dei plebei che, a séguito dei disordini causati in patria, fecero

      scoppiare un conflitto all'estero. E con la guerra le discordie civili

      conobbero una tregua: patrizi e plebei uniti, agli ordini di Emilio con

      una brillante vittoria sedarono una ribellione dei Volsci e degli Equi. I

      nemici, tuttavia, ebbero più perdite durante la ritirata che durante lo

      scontro, tanta fu l'ostinazione con la quale i cavalieri li inseguirono

      mentre fuggivano sparpagliati. Il quindici luglio di quello stesso anno

      venne consacrato a Castore il tempio promesso dal dittatore Postumio

      durante la guerra latina: lo dedicò suo figlio, eletto duumviro

      espressamente per questo ufficio.

      Anche quell'anno la plebe cedette al richiamo allettante della legge

      agraria. I tribuni della plebe cercavano di rinforzare la loro autorità

      popolare con una legge popolare: i senatori, trovando che era già

      sufficiente la violenza spontanea della plebe, vedevano le donazioni come

      un rischioso stimolo alla temerarietà. I fautori più accesi

      dell'opposizione senatoriale furono i consoli. Così la spuntarono proprio

      questi ultimi, e non solo nella circostanza presente: infatti, l'anno

      successivo, riuscirono anche a portare al consolato Marco Fabio, fratello

      di Cesone, e un personaggio ancora più impopolare, Lucio Valerio, l'uomo

      cioè che aveva accusato Spurio Cassio.

      Anche in quell'anno ci fu una grande battaglia coi tribuni. La legge subì

      uno scacco totale, così come lo subirono quanti l'avevano proposta

      promettendo cose immantenibili. La famiglia dei Fabi si conquistò una

      grande stima con quei tre consolati consecutivi, tutti caratterizzati da

      continui conflitti coi tribuni. Così, visto che era considerato in mani

      sicure, l'incarico rimase abbastanza a lungo presso quella famiglia. In

      séguito scoppiò una guerra con Veio e i Volsci si ribellarono. Ma visto

      che per i conflitti esterni c'era un eccesso di forze, le si impiegò

      malamente in quelli interni. Al malessere generale vennero anche ad

      aggiungersi dei prodigi divini che, quasi ogni giorno, si manifestavano a

      Roma e nelle campagne minacciando sventure. Secondo le interpretazioni

      pubbliche e private, basate sulle viscere degli animali e sul volo degli

      uccelli, l'ira degli dèi aveva una sola spiegazione possibile: nelle

      cerimonie religiose non ci si era attenuti alle prescrizioni rituali.

      Tutte queste paure non portarono ad altro che alla condanna della vestale

      Oppia, accusata di aver violato il voto di castità.

      

      43 Quinto Fabio e Caio Giulio furono in séguito eletti consoli. Quell'anno

      la lotta di classe che dilaniava la città non fu meno accanita e accesa

      della guerra combattuta al l'estero. Gli Equi presero le armi; le

      scorribande dei Veienti arrivarono fino all'agro romano. La crescente

      inquietudine dovuta a queste campagne è l'atmosfera in cui vengono eletti

      consoli Cesone Fabio e Spurio Furio. Gli Equi stavano assediando Ortona,

      una città latina. I Veienti, già carichi di bottino, minacciavano di

      attaccare Roma stessa. Tutti questi campanelli d'allarme, invece di sedare

      l'animosità dei plebei, la incrementarono ulteriormente. E ricominciarono

      con la politica del boicottaggio del servizio militare, anche se non

      spontaneamente: infatti il tribuno della plebe Spurio Licinio, vedendo

      nella crisi del momento un'occasione propizia per imporre ai patrizi la

      promulgazione di una legge agraria, si era messo in testa di ostacolare i

      preparativi di guerra. Da quel momento in poi il tradizionale odio nei

      confronti del tribunato si concentrò esclusivamente sulla sua persona: i

      consoli non lo attaccarono meno animosamente dei suoi stessi colleghi e fu

      proprio grazie al loro sostegno che riuscirono a organizzare la leva

      militare.

      Si reclutarono truppe per due campagne contemporanee: Fabio sarebbe stato

      il comandante della spedizione contro gli Equi, Furio di quella contro i

      Veienti. Quest'ultima non fece registrare niente che meriti di essere

      ricordato. Nella campagna contro gli Equi, Fabio ebbe in qualche modo più

      problemi con i suoi effettivi che con i nemici. Fu soltanto quella grande

      figura, il console stesso, che resse le sorti dello Stato, tradito in

      tutti i modi possibili dai soldati i quali lo detestavano. Un solo

      esempio: dopo aver dimostrato in molte altre occasioni grande abilità

      nella strategia e nella condotta delle operazioni, quando il console operò

      una mossa che gli permise di sbaragliare le linee nemiche con un assalto

      della sola cavalleria, la fanteria si rifiutò di lanciarsi

      all'inseguimento dei fuggiaschi; e né l'incitamento dell'odiato generale,

      né il disonore loro e la vergogna che in quel momento ricadeva su tutti,

      né il rischio che il nemico potesse riprendere coraggio e tornare sui

      propri passi, nessuno di questi fattori li spinse ad accelerare l'andatura

      o, se non altro, a mantenersi allineati. Così, nonostante gli ordini,

      ritornarono indietro e, con facce che avresti detto di vinti, rientrano

      alla base maledicendo a turno il generale e l'efficienza della cavalleria.

      Il comandante non riuscì a rimediare in nessun modo a questo episodio, per

      quanto rovinoso fosse stato, e ciò dimostra che le menti superiori hanno

      spesso maggiori problemi a imporre la propria volontà politica ai

      cittadini che la propria legge militare ai nemici. Il console ritorna

      quindi a Roma, non tanto carico di gloria conquistata sul campo, quanto

      dell'odio esacerbato e dell'esasperazione dei soldati nei suoi confronti.

      Ciò nonostante, i senatori ottennero che il consolato rimanesse presso la

      famiglia dei Fabi; nominano console Marco Fabio cui viene affiancato come

      collega Gneo Manlio.

      

      44 Quell'anno vide un tribuno, Tiberio Pontificio, proporre la legge

      agraria: seguendo pari passo le orme di Spurio Licinio - come se a lui

      fosse andata bene -, per un certo periodo riuscì a ostacolare la leva. Di

      fronte al rinnovarsi delle preoccupazioni senatoriali, Appio Claudio disse

      che l'anno prima si era avuta la meglio sul potere dei tribuni e che la

      vittoria in quella precisa occasione potenzialmente valeva anche per i

      giorni a venire, in quanto allora si era scoperto che esso poteva essere

      annientato proprio con le sue stesse forze. Infatti ci sarebbe sempre

      stato un tribuno desideroso di ottenere un successo personale ai danni del

      collega e disposto a conquistarsi il favore del patriziato rendendo un

      servizio allo Stato. E, all'occorrenza, un numero più consistente di

      tribuni non avrebbe esitato a spalleggiare il console; d'altra parte

      sarebbe bastato uno contro tutti. La sola cosa che i consoli e i senatori

      più in vista dovevano fare era questa: cercare di portare, se non tutti,

      almeno qualcuno dei tribuni dalla parte dello Stato e del senato. L'intero

      ordine senatoriale, seguendo le istruzioni di Appio, cominciò a dimostrare

      ai tribuni gentilezza e disponibilità; e gli ex consoli, contando

      sull'influenza che ciascuno di essi vantava sui singoli, in parte con

      favori personali, in parte con l'autorità di cui disponevano, fecero in

      modo che i tribuni mettessero i loro poteri al servizio dello Stato. Così,

      quattro di essi, contro un solo e ostinato avversario dell'interesse

      generale, collaborarono coi consoli nella realizzazione della leva.

      Fatto questo, partì la spedizione armata contro Veio, dove si erano

      concentrati dei contingenti provenienti da tutta l'Etruria, non tanto per

      sostenere la causa dei Veienti, quanto piuttosto perché c'era la speranza

      che le discordie interne potessero accelerare il crollo della potenza

      romana. I capi di tutte le genti etrusche si scalmanavano nelle assemblee

      sostenendo che l'egemonia di Roma sarebbe durata in eterno, se essi non

      avessero smesso di sbranarsi tra di loro in tutte quelle lotte fratricide.

      Quello era l'unico veleno, la sola rovina delle società fiorenti, nata per

      far conoscere ai grandi potentati il senso della caducità. A lungo

      contenuto, vuoi per l'accorta gestione dei senatori, vuoi per la

      rassegnazione della plebe, il male stava ormai dilagando in maniera

      incontrollabile. Di uno stato se n'erano fatti due, con tanto di leggi e

      magistrati autonomi in ciascuno di essi. Nei primi tempi c'era

      un'opposizione accesa e sistematica alla leva e poi, quando si trattava di

      combattere, erano pronti a obbedire ai comandanti. Qualunque fosse la

      situazione interna, bastava reggesse la disciplina militare per tenere in

      piedi tutto. Ma adesso disobbedire ai magistrati era diventata una moda

      che aveva coinvolto anche il mondo militare romano. Che considerassero

      l'ultima guerra da loro combattuta: quando lo schieramento allineato era

      già nel pieno dello scontro, ecco che tutti i soldati avevano deciso di

      comune accordo di rimettere la vittoria nelle mani degli ormai vinti Equi,

      di liberarsi delle insegne, di abbandonare il comandante sul campo e di

      rientrare alla base contro ogni ordine ricevuto. Nessun dubbio che se gli

      Equi avessero fatto ancora uno sforzo Roma sarebbe crollata sotto i colpi

      dei suoi stessi soldati. Non ci voleva molto: una semplice dichiarazione

      di guerra e una dimostrazione di efficienza militare. Al resto avrebbero

      pensato il destino e il volere degli dèi. Queste speranze spinsero gli

      Etruschi a scendere in guerra, nonostante la lunga sequenza di alterne

      vittorie e sconfitte.

      

      45 I consoli romani, a loro volta, non temevano nulla quanto le proprie

      forze e le proprie truppe. Memori del deplorevole incidente occorso

      nell'ultima guerra, eran terrorizzati all'idea di scendere in campo per

      affrontare contemporaneamente la minaccia di due eserciti. Così

      stazionavano all'interno dell'accampamento, paralizzati dall'imminenza di

      quel doppio pericolo. Non era escluso che il tempo e i casi della vita

      avrebbero ridotto la tensione degli uomini e riportato il buon senso. Ma

      proprio per questo i loro nemici, Etruschi e Veienti, stavano accelerando

      al massimo le operazioni: sulle prime li provocarono a scendere in campo

      cavalcando nei pressi dell'accampamento e sfidandoli a uscire; poi, visto

      il nulla di fatto, presero a insultare a turno i consoli e la truppa.

      Dicevano che la storia della lotta di classe era un pretesto per coprire

      la paura e che il dubbio più grande dei consoli non era rappresentato

      tanto dalla lealtà quanto dal valore dei loro uomini. Che razza di

      ammutinamento poteva essere una rivolta di soldati di leva tutti buoni e

      silenziosi? A queste frecciate ne aggiungevano altre, più o meno fondate,

      circa le recenti origini della loro razza. I consoli non reagivano a

      questi insulti provenienti proprio da sotto il fossato e le porte. La

      moltitudine, invece, meno portata a simulare, passava dall'indignazione

      all'umiliazione più profonda e si dimenticava degli attriti sociali:

      voleva farla pagare ai nemici e nel contempo non voleva che i consoli e il

      patriziato potessero vantare una vittoria. Il conflitto psicologico era

      tra l'odio per la classe avversaria e quello per il nemico. Alla fin fine

      ebbe la meglio il secondo, tanto insolente e arrogante era diventato lo

      scherno dei nemici. Si accalcano davanti al pretorio, reclamano la

      battaglia, chiedono che si dia il segnale. I consoli confabulano, come se

      fossero in piena riunione di consiglio. La discussione dura a lungo. Il

      loro desiderio era combattere; nel contempo, però, frenavano e

      dissimulavano il desiderio stesso in odo tale che crescesse l'impeto dei

      soldati ostacolati e trattenuti. Gli uomini si sentirono rispondere che

      attaccare sarebbe stato prematuro perché gli sviluppi della situazione non

      erano ancora arrivati al punto giusto. Quindi che rimanessero

      nell'accampamento. Seguì l'ordine di astenersi dal combattere: se

      qualcuno, violando la consegna, avesse combattuto sarebbe stato trattato

      come un nemico. Con queste parole li congedarono: ma il loro apparente

      rifiuto fece crescere negli uomini l'impazienza di buttarsi all'assalto.

      Quando i nemici vennero a sapere che il console aveva interdetto ai suoi

      di scendere in campo, si accanirono ulteriormente nella provocazione,

      infiammando così ancora di più i soldati romani. Era evidente che li

      potevano schernire senza correre rischi: godevano di così poca fiducia che

      venivano negate loro persino le armi. La conclusione sarebbe stato un

      ammutinamento generale con il conseguente crollo della potenza romana.

      Forti di queste convinzioni, vanno a lanciare grida di scherno davanti

      alle porte dell'accampamento e si trattengono a stento dall'assalirlo. A

      quel punto i Romani non poterono sopportare oltre gli insulti e da tutti i

      punti del campo si riversarono di corsa davanti ai consoli: le loro non

      erano più come prima richieste disciplinate e presentate per bocca dei

      primi centurioni, ma un coro di voci scomposte. La cosa era matura:

      tuttavia i consoli tergiversavano. Alla fine, Fabio, vedendo che il

      collega, di fronte a quel crescente tumulto, era sul punto di cedere per

      paura di una sommossa, chiamò un trombettiere per imporre il silenzio e

      poi disse: «Questi uomini, Gneo Manlio, possono vincere, te lo assicuro;

      che lo vogliano, ho qualche dubbio, e per colpa loro. Quindi sono deciso a

      non dare il segnale di battaglia se prima non giurano di ritornare

      vincitori. Le truppe, durante le fasi di uno scontro, han tradito una

      volta il console romano: gli dèi non li tradiranno mai». A quel punto, un

      centurione di nome Marco Flavoleio, tra i più accaniti nel reclamare la

      battaglia, disse: «Tornerò vincitore, o Marco Fabio!» Augurò che l'ira del

      padre Giove, di Marte Gradivo e degli altri dèi potesse abbattersi su di

      lui in caso di fallimento. A seguire giurarono tuti gli altri uomini,

      ripetendo ciascuno lo stesso augurio nei propri confronti. Finito il

      giuramento si sente il segnale e tutti corrono ad armarsi, pronti a

      scendere in campo con una carica di rabbioso ottimismo. Ora sfidano gli

      Etruschi a fare i gradassi, ora ognuno sfida quelle male lingue a farsi

      sotto, ad affrontare il nemico adesso che è armato di tutto punto! Quel

      giorno, patrizi e plebei senza differenze, brillarono tutti per il grande

      coraggio dimostrato. Al di sopra di ogni altro, però, il nome dei Fabi:

      con quella battaglia essi riguadagnarono il favore popolare perso nel

      corso della lunga sequenza di lotte politiche a Roma.

      

      46 L'esercito viene schierato e né i Veienti né le legioni etrusche si

      tirano indietro. La loro certezza quasi assoluta era questa: i Romani non

      li avrebbero affrontati con maggiore determinazione di quanta ne avevano

      dimostrata con gli Equi; oltretutto, vista l'esasperazione degli animi e

      la totale incertezza dello scontro, non era escluso che commettessero

      qualche nuovo e imprevedibile errore. Ma le cose andarono in tutt'altra

      maniera: in nessuna delle guerre del passato i Romani si erano prodotti in

      un attacco così violento, tanto li avevano esasperati sia gli insulti del

      nemico sia gli indugi dei consoli. Gli Etruschi avevano appena avuto il

      tempo di spiegare il proprio schieramento che i Romani, nel pieno della

      concitazione iniziale, prima avevano lanciato a caso le aste più che

      prendendo la mira, e poi erano arrivati al corpo a corpo con la spada,

      cioè proprio il tipo più pericoloso di duello. Nelle prime file le

      prodezze straordinarie dei Fabi erano un esempio per i concittadini. Uno

      di essi, quel Quinto Fabio che era stato console due anni prima, stava

      guidando l'attacco contro un gruppo compatto di Veienti, quando un etrusco

      fortissimo e particolarmente esperto nel maneggiare le armi lo sorprese

      mentre incautamente si spingeva tra un nugolo di nemici e lo passò da

      parte a parte in pieno petto. E una volta estratta la spada, Fabio crollò

      a terra riverso sulla ferita. Anche se si trattava di un uomo solo, la

      notizia della sua morte fece scalpore in entrambi gli schieramenti e i

      Romani stavano già per cedere, quando il console Marco Fabio,

      scavalcandone il cadavere e proteggendosi con lo scudo, gridò: «È questo

      che avete giurato, soldati? Fuggire e ritornare al campo? Allora vuol dire

      che temete quei gran codardi dei nemici più di Giove o Marte, in nome dei

      quali avete giurato? Benissimo: io non ho giurato, eppure o tornerò

      indietro vincitore o cadrò battendomi qui accanto a te, Quinto Fabio!»

      Alle parole del console replicò allora Cesone Fabio, console l'anno

      precedente: «Credi, fratello, che diano retta alle tue parole e tornino a

      combattere? Daranno retta agli dèi, è su di loro che han giurato. Quanto a

      noi, per il rango sociale che occupiamo e per il nome che portiamo (siamo

      o non siamo dei Fabi?), è nostro dovere infiammare l'animo dei soldati più

      con l'esempio concreto che con tanti discorsi». Detto questo, i due Fabi

      volarono in prima linea con le lance in resta e si trascinarono dietro

      tutto l'esercito.

      

      47 Così furono risollevate le sorti della battaglia da quella parte.

      Dall'altra ala dello schieramento il console Gneo Manlio stava

      impegnandosi con non meno ardore a sostenere il combattimento, quando

      accadde un episodio quasi del tutto analogo. Infatti, come prima Quinto

      Fabio all'ala opposta, così adesso da questa parte Manlio, mentre stava

      guidando l'attacco impetuoso dei suoi soldati contro il nemico già quasi

      allo sbaraglio, fu ferito gravemente e dovette abbandonare la battaglia.

      La truppa, credendolo morto, cominciò a vacillare e avrebbe ceduto la

      posizione se l'altro console, arrivato al galoppo da quella parte con

      alcuni squadroni di cavalieri, gridando che il suo collega era vivo e che

      egli stesso aveva piegato e messo in fuga i nemici dall'altro versante

      dello schieramento, non avesse raddrizzato la situazione. Anche Manlio,

      facendosi vedere in mezzo a loro, contribuisce a rimettere in sesto la

      linea di battaglia. E il morale degli uomini riprende sùbito quota appena

      riconoscono i lineamenti dei due consoli. Nello stesso istante si riduce

      anche la pressione del nemico perché essi, contando sulla superiorità

      numerica, avevano ritirato le riserve e le avevano mandate ad attaccare

      l'accampamento romano. Lì la resistenza è di breve durata, nonostante la

      violenza relativamente modesta dell'urto. Mentre però i nemici si davano

      da fare col bottino più che preoccuparsi degli sviluppi della battaglia, i

      triarii romani, che non erano stati capaci di sostenere l'impeto iniziale,

      mandarono dei messaggeri per riferire ai consoli come andavano le cose;

      quindi, riunitisi di nuovo nei pressi del pretorio, lanciarono un

      contrattacco senza aspettare i rinforzi e di loro spontanea volontà. Nel

      frattempo il console Manlio era rientrato nell'accampamento e, piazzando

      degli uomini in corrispondenza di tutte le porte, aveva tagliato al nemico

      ogni via d'uscita. Gli Etruschi allora, in quella situazione disperata,

      invece di dare una dimostrazione di coraggio, persero la testa. Infatti,

      dopo aver più volte tentato invano di sfondare dove speravano che fosse

      possibile una sortita, un gruppo compatto di giovani si lanciò dritto sul

      console, dopo averlo individuato per il tipo di armamento che aveva

      addosso. I primi colpi furono parati dai soldati del suo séguito, ma

      l'urto era troppo violento per poterlo reggere più a lungo; e il console

      cadde, ferito a morte, mentre gli uomini del suo presidio personale

      fuggirono. Gli Etruschi ripresero allora coraggio e il panico si impadronì

      dei Romani che correvano all'impazzata per l'accampamento: la situazione

      sarebbe veramente precipitata, se alcuni ufficiali superiori, dopo essersi

      impadroniti del corpo del console, non avessero dato via libera ai nemici

      da una delle porte. Fu di lì che si lanciarono fuori, andando però a

      cozzare senza più nessun ordine nel console vincitore che li massacrò di

      nuovo e quindi li disperse.

      Fu una grande vittoria, anche se funestata dalla morte di due uomini di

      quella statura. Così il console, quando il senato autorizzò il trionfo,

      disse in risposta che se le truppe lo potevano celebrare senza il loro

      generale, egli avrebbe dato volentieri il proprio consenso per

      l'eccellente prestazione da esse offerta in quella guerra. Quanto a se

      stesso, con la famiglia in pieno lutto per la morte del fratello Quinto

      Fabio e lo Stato mutilato in una delle sue parti per la perdita dell'altro

      console, non avrebbe potuto accettare la corona d'alloro in quel momento

      di grande cordoglio pubblico e privato. Il rifiuto del trionfo fu un

      titolo di merito superiore a qualsiasi altro trionfo mai celebrato, com'è

      vero che rifiutare la gloria al momento giusto significa raddoppiarla col

      tempo. Poi celebrò uno dopo l'altro i funerali del collega e del fratello,

      e in entrambi i casi pronunciò l'orazione funebre: pur non togliendo ai

      due uomini alcun merito, riuscì a concentrare su se stesso buona parte

      delle lodi. E senza perdere di vista quella politica di riconciliazione

      con la plebe che era stata uno dei suoi obiettivi principali all'inizio

      del consolato, affidò ai patrizi il compito di curare i soldati feriti. La

      maggior parte toccò ai Fabi e le attenzioni che essi ricevettero in questa

      casa non ebbero uguali nel resto della città. Da quel momento i Fabi

      cominciarono a essere popolari presso la plebe e fu soltanto servendo lo

      Stato che essi raggiunsero un simile obiettivo.

      

      48 Poi entrambe le parti, patrizi e plebei, mostrano un'uguale propensione

      nel voler nominare console Cesone Fabio accanto a Tito Verginio. Il primo,

      all'inizio del suo mandato, lasciando da parte guerra, leva militare e

      ogni altro problema governativo, si concentrò esclusivamente sulla

      realizzazione del suo progetto, fino a quel momento solo abbozzato, della

      riconciliazione tra plebe e patriziato. Così, nei primi mesi di

      quell'anno, per evitare che un qualche tribuno saltasse fuori con proposte

      di legge agraria, suggerì ai senatori di giocare d'anticipo e di agire

      autonomamente distribuendo alla plebe la terra conquistata e facendolo

      nella massima imparzialità possibile. Era giusto diventasse proprietà di

      quanti avevano dato sangue e sudore per conquistarla. I senatori

      bocciarono la proposta e, anzi, alcuni di loro arrivarono a dire che

      l'eccesso di gloria aveva insuperbito e offuscato la mente di Cesone una

      volta molto lucida.

      In séguito il conflitto tra le classi urbane conobbe un periodo di stallo.

      I Latini erano tormentati dalle incursioni degli Equi. Cesone si recò

      allora con un esercito nel territorio degli Equi per compiervi delle

      razzie. Gli Equi si arroccarono nella loro città, al riparo delle

      fortificazioni, e fu per questo che non ci fu nessuno scontro

      particolarmente memorabile. Coi Veienti, invece, si registrò una disfatta

      solo a causa della temerarietà dell'altro console: l'esercito sarebbe

      stato distrutto, se Cesone Fabio non fosse arrivato per tempo in aiuto.

      Dopo questo episodio, i rapporti coi Veienti non furono né pacifici né

      bellicosi, ma si limitarono a una sorta di reciproca scorrettezza. Di

      fronte alle legioni romane, si arroccavano nelle loro città; quando

      vedevano che le legioni si erano ritirate, allora uscivano e facevano

      delle scorrerie nelle campagne, eludendo alternativamente la guerra con

      una sorta di pace e la pace con la guerra. In modo tale che la cosa non

      poteva né essere abbandonata né esser portata a compimento. Quanto ai

      rapporti con gli altri popoli, si era di fronte o a guerre imminenti (per

      esempio con Equi e Volsci, la cui inattività non poteva durare più del

      tempo necessario per digerire il dolore, ancora bruciante, per l'ultima

      disfatta) o a guerre destinate a scoppiare di lì a poco (con i Sabini

      sempre ostili e con l'intera Etruria). Ma i Veienti, tipo di nemici più

      ostinati che insidiosi e portati maggiormente a provocare che a creare

      pericoli, faceva tenere il fiato in sospeso perché non lo si poteva mai

      perdere di vista e impediva di rivolgere altrove l'attenzione. Allora la

      gente Fabia si presentò di fronte al senato e il console parlò a nome

      della propria famiglia: «Nella guerra contro Veio, come voi sapete, o

      padri coscritti, la costanza dello sforzo militare conta più della

      quantità di uomini impiegati. Voi occupatevi delle altre guerre e lasciate

      che i Fabi se la vedano coi Veienti. Per quel che ci concerne, vi

      garantiamo di tutelare l'onore del popolo romano: è nostra ferma

      intenzione trattare questa guerra alla stregua di una questione di

      famiglia e di accollarcene tutte le spese: lo Stato non deve preoccuparsi

      né dei soldati né del denaro.» Seguì un coro unanime di ringraziamenti. Il

      console uscì dalla curia e se ne tornò a casa scortato da un nutrito

      drappello di Fabi, i quali avevano aspettato il verdetto del senato nel

      vestibolo della curia. Quindi, ricevuto l'ordin di trovarsi il giorno

      dopo, armati di tutto punto, di fronte alla porta del console, rientrarono

      tutti nelle proprie case.

      

      49 La notizia fece il giro della città e i Fabi vennero portati alle

      stelle: una famiglia si era assunta da sola l'onere di sostenere lo Stato

      e la guerra contro i Veienti si era trasformata in una faccenda privata e

      combattuta con armi private. Se in città ci fossero state altre due

      famiglie così forti, una si sarebbe occupata dei Volsci e l'altra degli

      Equi e il popolo romano si sarebbe goduto beatamente la pace una volta

      sottomessi tutti i vicini. Il giorno successivo i Fabi si presentano

      all'appuntamento armati di tutto punto. Il console, uscito nel vestibolo

      in uniforme da guerra, vede schierati tutti i membri della sua famiglia e,

      postovisi a capo, dà ordine di mettersi in marcia. Per le vie di Roma non

      sfilò mai in passato nessun altro esercito meno numeroso ma nel contempo

      così acclamato e ammirato dalla gente. Trecentosei soldati, tutti patrizi,

      tutti della stessa famiglia, ciascuno dei quali più che degno di esserne

      al comando, e capaci insieme di formare, in qualsiasi momento,

      un'eccellente assemblea, avanzarono a passo di marcia minacciando

      l'esistenza del popolo di Veio con le forze di una sola famiglia. Li

      seguiva una folla in parte costituita da parenti e amici - gente

      straordinaria che volgeva l'animo non alla speranza o alla preoccupazione,

      ma solo a sentimenti sublimi - e in parte da gente qualunque spinta

      dall'ansia di partecipare e piena di entusiasmo e ammirazione. Tutti

      auguravano loro di essere sostenuti dal coraggio e dalla fortuna e di

      riportare un successo degno dell'impresa. E una volta di nuovo in patria,

      avrebbero potuto contare su consolati e trionfi, e su ogni forma di premio

      e riconoscimento. Quando passarono davanti al Campidoglio, alla cittadella

      e agli altri templi, supplicarono tutte le divinità che sfilavano davanti

      ai loro occhi, e quelle che venivano loro in mente, di accordare a quella

      schiera favore e fortuna e di restituirla intatta e in breve tempo alla

      patria e ai parenti. Ma vane furono le preghiere. Partiti lungo la Via

      Infelice e passati dall'arcata destra della porta Carmentale, arrivarono

      alla riva del torrnte Cremera, posizione che sembrò indicata per la

      costruzione di un campo fortificato.

      Dopo questi episodi furono eletti consoli Lucio Emilio e Caio Servilio.

      Finché si trattò soltanto di razzie, i Fabi non solo garantirono una

      sicura protezione al loro campo fortificato, ma in tutta l'area di confine

      tra la campagna romana e quella etrusca resero sicura la propria zona e,

      con continui sconfinamenti, crearono un clima di pericolo costante nel

      territorio nemico. Quindi le razzie cessarono per un breve tempo, finché i

      Veienti, reclutato un esercito in Etruria, attaccarono il presidio di

      Cremera e le legioni romane agli ordini del console Lucio Emilio li

      affrontarono in uno scontro all'arma bianca. A dir la verità, i Veienti

      ebbero così poco tempo per schierarsi in ordine di battaglia che, quando

      nel disordine delle manovre iniziali era in corso l'allineamento dietro le

      insegne e la collocazione dei riservisti al loro posto, la cavalleria

      romana li caricò all'improvviso sul fianco, togliendo loro la possibilità

      non solo di attaccare per primi, ma anche di mantenere la posizione.

      Respinti in fuga fino al loro accampamento a Saxa Rubra, implorarono la

      pace. Ma per la debolezza tipica del loro carattere, si pentirono di

      averla ottenuta prima che la guarnigione romana avesse evacuato il campo

      di Cremera.

      

      50 Il popolo di Veio si trovò di nuovo nella necessità di vedersela coi

      Fabi, senza però essere meglio preparato alla guerra. E non si trattava

      più soltanto di razzie nelle campagne e di repentine rappresaglie contro i

      razziatori, ma si combatté non poche volte in campo aperto e a ranghi

      serrati, e una famiglia romana, pur misurandosi da sola, ebbe più volte la

      meglio su quella città etrusca allora potentissima. Sulle prime ai Veienti

      ciò parve umiliante e penoso. Poi però, studiando la situazione, decisero

      di giocare d'astuzia contro quel nemico irriducibile, anche perché

      vedevano con piacere che i reiterati successi avevano raddoppiato

      l'audacia dei Fabi. Così, parecchie volte, quando questi ultimi si

      avventuravano in razzie, facevano trovare loro, come per pura coincidenza,

      del bestiame sulla strada; vaste estensioni di terra venivano abbandonate

      dai proprietari e i distaccamenti inviati ad arginare le razzie fuggivano

      con un terrore più spesso simulato che reale. E ormai i Fabi si erano

      fatti un'idea tale del nemico da non ritenerlo in grado di sostenere le

      loro armi vittoriose, qualunque fossero stati l'occasione e il luogo dello

      scontro. Quest'illusione li portò ad uscire allo scoperto, nonostante la

      presenza in zona del nemico, per catturare una mandria avvistata a

      notevole distanza dal campo di Cremera. Dopo aver superato, senza però

      rendersene conto vista la velocità con cui procedevano, un'imboscata

      proprio sulla loro strada, si dispersero nel tentativo di catturare il

      bestiame che, come sempre succede quando reagisce spaventato, correva

      all'impazzata in tutte le direzioni. Proprio in quel momento, si trovarono

      all'improvviso di fronte i nemici saltati fuori dovunque dai loro

      nascondigli. Prima fu il terrore per l'urlo di guerra levatosi intorno a

      loro, poi cominciarono a volare proiettili da ogni parte. E mentre gli

      Etruschi con una manovra centripeta li chiusero in una fila ininterrotta

      di uomini, in modo che a ogni loro passo avanti corrispondeva una

      riduzione dello spazio concentrico in cui i Romani si potevano muovere,

      questa mossa ne mise in chiara luce l'inconsistenza numerica esaltando

      invece la massa compatta degli Etruschi che sembravano il doppio in quella

      stretta fascia di terra. Allora, rinunciando alla resistenza che avevano

      sostenuto in tutti i settori, si concentrarono in un unico punto dove,

      grazie alla forza d'urto e alla loro perizia militare, riuscirono a fare

      breccia con una formazione a cuneo. In quella direzione arrivarono a

      un'altura appena accennata, dove in un primo tempo riuscirono a resistere.

      Poi, dato che la posizione sopraelevata permise loro di tirare il fiato e

      di riprendersi dal grande spavento, respinsero anche i nemici che

      pressavano da sotto. Quel pugno di uomini stava avendo la meglio grazie

      alla posizione vantaggiosa, quando i Veienti spediti ad aggirare l'altura

      emersero da dietro sulla cima e permisero ai compagni di riprendere in

      mano la situazione. I Fabi vennero massacrati dal primo all'ultimo e il

      loro campo venne espugnato. Nessun dubbio: morirono in trecentosei; se ne

      salvò soltanto uno, pco più di un ragazzo, destinato a mantenere in vita

      la stirpe dei Fabi e a diventare per Roma, nei momenti più cupi in pace e

      in guerra, un sostegno fondamentale.

      

      51 Al momento di questo disastro, Gaio Orazio e Tito Menenio erano già

      consoli. Menenio fu subito inviato a fronteggiare gli Etruschi esaltati

      dalla vittoria. Ancora una volta la spedizione ebbe un esito sfavorevole e

      i nemici occuparono il Gianicolo. E avrebbero addirittura assediato Roma,

      messa alle strette non solo dalla guerra ma da una carestia in atto

      (infatti gli Etruschi avevano attraversato il Tevere), se il console

      Orazio non fosse stato richiamato dal paese dei Volsci. La guerra stava

      minacciando le mura così da vicino che avevano già avuto luogo una prima

      battaglia dall'esito incerto presso il tempio della Speranza e una seconda

      davanti alla porta Collina. Lì, i Romani ebbero la meglio, anche se di

      poco; tuttavia questa battaglia restituì ai soldati il coraggio dei giorni

      migliori in vista degli scontri a venire.

      Aulo Verginio e Spurio Servilio diventano consoli. Dopo la sconfitta

      subita di recente, i Veienti evitarono il confronto in campo aperto e

      optarono per la tecnica della scorribanda: utilizzando il Gianicolo come

      campo base, facevano incursioni qua e là nella campagna romana e tutti,

      bestiame e contadini, erano in pericolo. Ma dopo un po' di tempo furono

      vittime della stessa trappola nella quale erano caduti i Fabi: mentre

      stavano inseguendo i capi di bestiame utilizzati intenzionalmente come

      esca, caddero in un'imboscata; siccome però eran più numerosi dei Fabi, le

      proporzioni del massacro furono maggiori. Questo disastro, suscitando la

      loro rabbiosa reazione, rappresentò l'inizio e la causa di una ben più

      grave disfatta. Infatti, attraversato il Tevere in piena notte, si

      buttarono all'assalto del campo del console Servilio. Respinti però con

      ingenti perdite, riuscirono a riparare faticosamente sul Gianicolo. Senza

      indugiare un attimo, il console passò a sua volta il Tevere e piazzò un

      campo fortificato sotto il Gianicolo. All'alba del giorno successivo,

      esaltato in parte dal successo del giorno prima, ma soprattutto costretto

      dalla carestia a optare per soluzioni spericolate purché di rapido

      effetto, arrivò a una tale temerarietà da spingere le sue truppe su per le

      pendici del Gianicolo fino al campo nemico: la sconfitta fu peggiore di

      quella subita dai Veienti il giorno precedente e, soltanto grazie

      all'intervento del collega, lui e le sue truppe ne uscirono incolumi. Gli

      Etruschi, presi tra due eserciti, dovendo dare le spalle ora all'uno ora

      all'altro, subirono un vero massacro. Così, grazie a un'imprudenza dalle

      conseguenze fortunate, la guerra contro Veio venne soffocata.

      

      52 A Roma, col ritorno della pace, anche i prezzi degli alimentari

      tornarono a un livello ragionevole, sia per l'importazione di frumento

      dalla Campania sia perché, una volta cessato in tutti il terrore di una

      nuova carestia, vennero rimesse in circolazione le derrate nascoste

      durante i tempi bui. Però, con l'abbondanza e l'inattività tornò di nuovo

      negli animi un'atmosfera di malessere e, visto che all'estero non c'era

      più nulla che potesse impensierire, si presero a rispolverare in patria

      gli attriti di un tempo. I tribuni sobillavano i plebei con il veleno di

      sempre, cioè la legge agraria; li incitavano contro la resistenza del

      patriziato, e non solo contro l'intera classe, ma anche contro i singoli

      individui. Quinto Considio e Tito Genucio, promotori della legge agraria,

      citarono in giudizio Tito Menenio. Lo si accusava di aver abbandonato la

      roccaforte di Cremera, quando lui, in qualità di console, aveva un

      accampamento fisso non lontano da quel punto. Questo episodio gli costò

      carissimo, pur essendosi i senatori fatti in quattro per lui non meno che

      per Coriolano e pur essendo ancora solidissima la popolarità di suo padre

      Agrippa. Nella richiesta della pena i tribuni non vollero esagerare:

      nonostante avessero chiesto la pena di morte, si limitarono tuttavia a

      condannarlo a un'ammenda di duemila assi. Questo gli costò comunque la

      vita: si dice che non riuscendo a sopportare un disonore così doloroso, si

      ammalò e ne morì.

      Durante il consolato di Caio Nauzio e Publio Valerio, proprio all'inizio

      dell'anno, ci fu un altro processo, questa volta ai danni di Spurio

      Servilio, appena uscito di carica. Citato in giudizio dai tribuni Lucio

      Cedicio e Tito Stazio, contrariamente a Menenio che aveva adottato come

      linea di difesa le suppliche sue e dei senatori, Servilio parò le accuse

      dei tribuni con la grande fiducia nella propria innocenza e nel favore che

      vantava presso il popolo. Anche lui era accusato per la battaglia con gli

      Etruschi lungo le pendici del Gianicolo. Ma, dimostrandosi uomo di grande

      temperamento non meno nel perorare la propria causa che nella difesa della

      patria, con un discorso coraggiosissimo confutò non solo le accuse dei

      tribuni ma anche la plebe; a essa rinfacciò di aver preteso la condanna a

      morte di Tito Menenio quando era proprio grazie a suo padre che i plebei

      tempo addietro erano stati ricondotti a Roma e avevano ottenuto quei

      magistrati e quelle stesse leggi di cui ora abusavano. E fu proprio la sua

      audacia a salvarlo. Un grande aiuto lo ebbe anche dal collega Verginio

      che, prodotto in qualità di teste, divise con lui i propri meriti. Ma

      l'orientamento dell'opinione pubblica era così cambiato che l'elemento

      decisivo a suo discapito fu la condanna di Menenio.

      

      53 Niente più lotte di classe a Roma e di nuovo guerra contro i Veienti,

      questa volta coalizzati coi Sabini. Il console Publio Valerio fu inviato a

      Veio a fronteggiarli con le sue truppe e con reparti ausiliari forniti da

      Ernici e Latini. Avendo sùbito assalito l'accampamento sabino situato di

      fronte alle mura nemiche, vi gettò un tale scompiglio che, mentre le

      compagnie uscivano alla rinfusa per respingere l'attacco nemico, egli si

      impadronì di quella stessa porta che era stata il primo obiettivo della

      sua azione di forza. Quel che seguì all'interno del campo non fu una

      battaglia quanto un vero massacro. Il grande trambusto arrivò di lì fino

      alla città e gli abitanti, in preda al panico come se Veio fosse stata

      catturata, corsero alle armi. Parte di essi andò in soccorso ai Sabini,

      parte si buttò a corpo morto sui Romani che, concentrati esclusivamente su

      quanto avveniva all'interno del campo, ebbero un momentaneo

      disorientamento. Poi, dopo che essi si furono stabilizzati in una

      posizione di doppio contenimento, sopraggiunse la cavalleria agli ordini

      del console e disperse gli Etruschi costringendoli alla ritirata. Nello

      stesso momento gli eserciti dei due vicini più potenti erano stati

      sconfitti. Mentre erano in corso queste operazioni contro Veio, i Volsci e

      gli Equi si erano accampati nel territorio latino e avevano razziato i

      dintorni. I Latini, soltanto con i propri mezzi e il sostegno degli

      Ernici, senza ricevere da Roma né un comandante né truppe di rinforzo, li

      scacciarono dall'accampamento e, oltre a recuperare quello che apparteneva

      loro, si impossessarono di un grande bottino. Da Roma, tuttavia, fu

      inviato contro i Volsci il console Gaio Nauzio. Non era gradito, credo,

      che gli alleati decidessero e conducessero le guerre da soli, senza un

      esercito e un generale romani. Nei confronti dei Volsci non si andò per il

      sottile con le distruzioni e le provocazioni: ciò nonostante, risultò

      impossibile costringerli a uno scontro aperto.

      

      54 I consoli successivi furono Lucio Furio e Gaio Manilio. A quest'ultimo

      toccarono i Veienti. Tuttavia non si arrivò a combattere in quanto, su

      loro espressa richiesta, venne concessa una tregua di quarant'anni in

      cambio di denaro e frumento. Alla pace con l'estero successe

      immediatamente una ripresa dei disordini interni. I tribuni aizzavano la

      plebe con l'arma della legge agraria. I consoli, per nulla spaventati al

      ricordo della condanna di Menenio e del pericolo corso da Servilio,

      resistevano con grande forza. Al termine però del loro mandato, il tribuno

      della plebe Gneo Genucio li trascinò in giudizio.

      Lucio Emilio e Opitro Verginio entrano quindi in carica come consoli. In

      alcuni annali ho trovato Vopisco Giulio al posto di Verginio. In

      quell'anno - chiunque fossero i consoli - Furio e Manilio, accusati di

      fronte al popolo, andarono in giro vestiti a lutto visitando non meno i

      plebei che i giovani senatori. Li mettevano in guardia e li dissuadevano

      dall'assumere cariche onorifiche e dal lasciarsi invischiare nella

      gestione dello Stato; cercavano di far capire loro che le fasce consolari,

      la toga pretesta e la sella curule non erano nient'altro che accessori da

      pompe funebri: quegli splendidi ornamenti valevano le bende sulla fronte

      delle vittime, e portarli significava avviarsi alla morte. Se il consolato

      li affascinava tanto, almeno si rendessero conto che ormai esso era

      ostaggio e schiavo dello strapotere tribunizio e che il console, ridotto

      al rango di subalterno dei tribuni, era costretto a subordinare ogni suo

      movimento al cenno e agli ordini dei tribuni stessi; qualunque suo

      movimento, qualunque segno di reverenza nei confronti dei senatori,

      qualunque concezione che non contemplasse la plebe come unica presenza

      all'interno dello Stato, avrebbe dovuto fare i conti con l'esilio di Gneo

      Marzio e con la condanna a morte di Menenio. Infiammati da queste parole,

      i senatori cominciarono a tenere riunioni che non avevano carattere

      pubblico ma si svolgevano in privato e all'insaputa della maggior parte

      dei cittadini. Durante questi incontri una sola era la parola d'ordine:

      gli imputati andavano sottratti al giudizio ricorrendo a procedure lecite

      o meno; di conseguenza, più una proposta era turbolenta, più incontrava il

      favore dei convenuti e non mancavano anche i fautori di gesti

      assolutamente temerari. Così, il giorno del giudizio, con la plebe in

      piedi nel foro (nessuno osava fiatare nell'attesa), sulle prime ci fu

      un'ondata di stupore per la mancata comparsa del tribuno e poi, quando la

      sorpresa si trasformò in sospetto, tutti cominciarono a pensare che il

      magistrato si fosse venduto ai patrizi e avesse proditoriamente

      abbandonato la causa dello Stato. Alla fine, quelli che erano andati ad

      aspettare il tribuno davanti alla porta tornarono dicendo che lo avevano

      trovato morto in casa. Appena la notizia si diffuse in tutta l'assemblea,

      come un esercito che si squaglia quando il comandante cade sul campo, così

      la folla si disperse in tutte le direzioni. I più terrorizzati erano però

      i tribuni, perché la morte del collega aveva chiaramente dimostrato la

      scarsa protezione che veniva loro garantita dalla legge

      sull'inviolabilità. Né i senatori riuscirono a mascherare la propria

      soddisfazione: il crimine commesso suscitò così pochi sensi di colpa che

      addirittura gli innocenti volevano far vedere di avervi preso parte e

      tutti ormai parlavano della violenza come unico antidoto al potere dei

      trbuni.

      

      55 Subito dopo questa vittoria, che costituiva un pericoloso avvertimento,

      viene bandita una leva militare che i consoli riescono a portare a termine

      senza la minima opposizione da parte degli spaventatissimi tribuni. In

      quell'occasione la plebe andò su tutte le furie più per il silenzio dei

      tribuni che per l'autorità dei consoli e cominciò a sostenere che la sua

      non era più libertà, che si era tornati ai soprusi di una volta e che con

      Genucio il potere tribunizio era morto e sepolto in un colpo solo. Per

      resistere ai patrizi bisognava adottare e impiegare una tecnica diversa.

      La sola via praticabile sembrava però questa: difendersi da soli visto che

      mancava ogni altra forma di aiuto. La scorta dei consoli consisteva di

      ventiquattro littori e anch'essi erano uomini del popolo. Niente più

      disprezzabile e più instabile di costoro, se solo ci fosse stato qualcuno

      capace di disprezzarli. Era l'idea che ciascuno si era fatta di loro a

      renderli imponenti e inquietanti. Quando ormai gli uni e gli altri si

      erano reciprocamente infiammati con questi discorsi, i consoli mandarono

      un littore ad arrestare Volerone Publilio, un plebeo che non voleva essere

      arruolato come soldato semplice in quanto sosteneva di essere stato

      centurione. Volerone si appella ai tribuni. Ma dato che nessuno di essi si

      presentò a sostenere la sua causa, i consoli ordinarono di spogliarlo e di

      farlo frustare. Allora Volerone disse: «Mi appello al popolo, perché i

      tribuni preferiscono assistere alla fustigazione di un cittadino romano

      piuttosto che lasciarsi trucidare da voi nel loro stesso letto». E più si

      agitava e dava in escandescenze, più il littore si accaniva a spogliarlo e

      a strappargli le vesti. Allora Volerone, già di per sé possente e in più

      coadiuvato da quanti aveva fatto intervenire in suo soccorso, si scrollò

      di dosso il littore e, andandosi a rifugiare nel mezzo della mischia tra

      quelli che urlavano con più accanimento, disse: «Mi appello al popolo e

      invoco la sua protezione! Aiuto, concittadini! Aiuto, commilitoni! Non

      contate sui tribuni: sono loro che han bisogno del vostro aiuto!» La

      gente, quanto mai eccitata, si prepara come per andare in battaglia: era

      chiaro ce la situazione poteva avere qualsiasi tipo di sviluppo e che

      nessun diritto pubblico o privato sarebbe stato rispettato. I consoli,

      dopo aver tenuto testa a quella bufera, si resero conto di quanto sia

      insicura l'autorità senza l'impiego della forza. I littori furono

      malmenati e i loro fasci fatti a pezzi; quanto poi ai consoli stessi,

      vennero spinti dal foro nella curia, senza sapere fino a che punto

      Volerone avrebbe voluto sfruttare quella vittoria. Quando poi, a disordini

      finiti, essi convocarono il senato, si lamentarono dell'affronto subito,

      della violenza popolare e della sfrontatezza di Volerone. Nonostante molti

      interventi veementi, ebbe la meglio la volontà dei più anziani, ai quali

      non andava affatto a genio uno scontro tra la rabbia dei senatori e

      l'irrazionalità della plebe.

      

      56 Alle elezioni successive, Volerone, divenuto un beniamino della plebe,

      fu nominato suo tribuno per quell'anno che ebbe come consoli Lucio Pinario

      e Publio Furio. Contrariamente a quanto tutti si aspettavano, e cioè che

      egli avrebbe usufruito della carica per dare addosso ai consoli uscenti,

      Volerone diede invece la precedenza all'interesse popolare rispetto al

      risentimento privato e, senza il benché minimo attacco verbale ai consoli,

      presentò al popolo un progetto di legge secondo il quale i magistrati

      della plebe avrebbero dovuto essere eletti dai comizi tributi. Benché a

      prima vista sembrasse un provvedimento del tutto innocuo, si trattava di

      cosa serissima perché avrebbe tolto al patriziato la possibilità di far

      eleggere i tribuni di suo gradimento attraverso il voto dei clienti.

      Questa proposta, salutata con entusiasmo dalla plebe, si scontrò con

      l'opposizione incrollabile dei senatori; dato però che né l'influenza dei

      consoli né quella dei cittadini più in vista riuscì a ottenere il veto di

      uno dei membri del collegio (ed era questo l'unico tipo di ostruzionismo

      praticabile), la questione, a causa della sua intrinseca delicatezza, fu

      il principale argomento di discussione per l'intera durata dell'anno. La

      plebe rielegge Volerone tribuno: i senatori, pensando che si sarebbe

      arrivati ai ferri corti, eleggono console Appio Claudio, figlio di Appio e

      già subito detestato e malvisto dalla plebe per le battaglie

      antidemocratiche sostenute dal padre. Come collega gli assegnano Tito

      Quinzio.

      All'inizio dell'anno non si parlava d'altro che di quella legge. E come

      Volerone ne era stato il promotore, così il suo collega Letorio la

      sosteneva con ancora più entusiasmo e pertinacia. Era fierissimo del suo

      prestigioso servizio militare perché come soldato dava dei punti a tutti i

      coetanei. Mentre Volerone non aveva altro argomento che la legge ma si

      asteneva da ogni forma di attacco contro le persone dei consoli, Letorio,

      invece, lanciatosi in una filippica contro Appio e le crudeltà

      antipopolari della sua arrogantissima famiglia, arrivò ad accusare i

      patrizi di aver eletto non un console ma un carnefice chiamato a torturare

      e a fare a pezzi la plebe; solo che la rozzezza del suo linguaggio da

      caserma non era in grado di sostenere la franchezza del suo sentire. Così,

      mancandogli le parole, disse: «Visto che i gran discorsi non sono il mio

      forte, o Quiriti, vediamo di mettere in pratica quel che ho detto e

      troviamoci qui domani. Quanto a me, o vi morirò davanti agli occhi, o farò

      passare la legge.» Il giorno successivo i tribuni occupano i rostri,

      mentre i consoli e i patrizi rimangono in piedi in mezzo alla gente, col

      preciso intento di impedire l'approvazione della legge. Letorio ordina di

      allontanare tutti i non aventi diritto di voto. I giovani nobili

      rimanevano al loro posto senza dar retta agli uscieri. Allora Letorio

      ordina di arrestarne qualcuno. Il console Appio replicò che l'autorità dei

      tribuni era ristretta alla plebe in quanto non si trattava di una

      magistratura del popolo ma della plebe; se anche poi si fosse trattato di

      una magistratura del popolo, stando alla tradizione, non aveva alcun

      diritto di ordinare l'allontanamento di nessuno in quanto la formula era

      questa: «Se non vi dispiace, Quiriti, allontanatevi.» Spostando la