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Marini
rinuncia, alle urne entro il 13 aprile
( da "Piccolo
di Trieste, Il" del
05-02-2008)
Abstract: alle urne entro il
13 aprile "Non c'è una significativa maggioranza per le riforme".
Oggi il governo Prodi indice il referendum ROMA Franco Marini non ce l'ha
fatta. Ieri sera è tornato al Quirinale e ha rimesso nella
mani di Giorgio Napolitano l'incarico di formare un governo per approvare una
nuova legge elettorale.
Il
presidente Napolitano domani dovrebbe sciogliere le Camere. Slitta il
referendum: oggi il governo fissa la data
( da "Stampa,
La" del 05-02-2008)
Abstract: occasione persa
sulle riforme. Berlusconi: le faremo dopo le urne "Ho rimesso l'incarico
affidatomi nelle mani del Presidente della Repubblica". Franco Marini
spiega: "C'è la volontà di modificare la legge elettorale, non ho
riscontrato però l'esistenza di una significativa maggioranza su una precisa
ipotesi di riforma elettorale".
Marini
si è arreso, decide il Colle: Tutti vogliono cambiare la legge elettorale, ma
una maggioranza non c'è ( da "Nazione, La (Nazionale)"
del 05-02-2008) + 1 altra fonte
Abstract: impossibilità di
trovare un accordo tra le principali forze politiche sul varo di un governo che
mettesse mano alla legge elettorale. Il presidente della Repubblica ringrazia e
riflette sulla prossima mossa, lo scioglimento, che dovrà essere preceduto dal
decreto con il quale si fissa la data per il referendum elettorale che poi
potrà essere, come prescrive la legge, rinviato di un anno.
Di
MARCO SASSANO - ROMA - E' FATTA. Il presidente del Senat
( da "Nazione,
La (Nazionale)" del
05-02-2008) + 1 altra fonte
Abstract: impossibilità di
trovare un accordo tra le principali forze politiche sul varo di un governo che
mettesse mano alla legge elettorale. Il presidente della Repubblica ringrazia e
riflette sulla prossima mossa, lo scioglimento, che dovrà essere preceduto dal
decreto con il quale si fissa la data per il referendum elettorale che poi
potrà essere, come prescrive la legge, rinviato di un anno.
Referendum,
oggi la data ma slitta al prossimo anno
( da "Repubblica,
La" del 05-02-2008)
Abstract: dei ministri
fisserà oggi la data del referendum sulla legge elettorale dichiarato
ammissibile dalla Corte costituzionale. "Un atto dovuto", spiega il
portavoce di Palazzo Chigi Silvio Sircana che segue
il normale iter previsto dalla Costituzione in materia referendaria. Un atto
che diventerà ininfluente nel momento in cui il presidente della Repubblica
scioglierà il Parlamento,
Napolitano
deluso: "un'occasione mancata" - giorgio battistini
( da "Repubblica,
La" del 05-02-2008)
Abstract: ingarbugliata
vicenda di questo scioglimento anticipato è "arricchito", stavolta,
da due problemi. Il referendum popolare già indetto contro la legge elettorale,
che andrà spostato di almeno un anno dopo le elezioni. E la sentenza della
Corte costituzionale che ha espresso forti dubbi sulla legge elettorale, quella
con la quale si andrà a votare fra due mesi.
Marini
rinuncia, elezioni più vicine
( da "Tirreno,
Il" del 05-02-2008) + 1 altra fonte
Abstract: dunque sbagliato "precipitare verso elezioni con
questa legge elettorale. C'è il rischio di coalizioni
eterogenee, confuse, di tanti partiti". Proprio per questo, anche
se è stato impossibile fare la riforma della legge elettorale, il Pd farà la
sua riforma politica, presentandosi da solo, con la propria identità e il
proprio programma.
Verso
il voto ( da "Tirreno, Il"
del 05-02-2008)
Abstract: di caduta di Prodi
saremmo dovuti subito tornare al voto, o sbaglio?).
L'ultima trovata di Veltroni è apparsa una ciliegina sulla torta. Senza
scomporsi ha proposto che il governo per le riforme si occupi, oltre che della
legge elettorale, anche della modifica dell'attuale bicameralismo perfetto, per
far sì che le leggi dello Stato vengano approvate da una sola delle due Camere (
Marini
ha rinunciato all'incarico "Non c'è maggioranza per le riforme" Verso
il voto in aprile, forse il 13 ( da "Quotidiano.net"
del 05-02-2008)
Abstract: potessero esserci
subordinate e che il suo mandato era limitato ad un Governo per la riforma
della legge elettorale, sostenuto da un ampio consenso politico. Nessun governicchio insomma, nemmeno mirato al solo referendum. Ed
ha ricevuto le risposte ormai già attese: il no secco di Forza Italia e An,
decisi ad andare al voto subito per mancanza di condizioni su soluzioni
alternative.
ESPLORATORE
AL CAPOLINEA Marini ci arriva: <Non c'è maggioranza>
( da "Libero"
del 05-02-2008)
Abstract: ha incaricato
Marini di verificare se riuscisse a formare un governo su una proposta di
riforma elettorale. Accettato il mandato più per spirito di servizio che per
convinzione, il presidente del Senato non ha mai nutrito illusioni su un esito
positivo della sua esplorazione supplementare, come ha confidato in questi
giorni a senatori di maggioranza e di opposizione.
Svp
spiazzata dal voto <Non ci schieriamo>
( da "Corriere
Alto Adige" del
05-02-2008)
Abstract: negativa" è che in aprile si andrà a votare con
l'attuale legge elettorale. Un problema che si preannuncia
complesso per la Stella Alpina in vista delle elezioni provinciali di fine
ottobre. "è un peccato che non si sia trovato un accordo
per riformare la legge elettorale - afferma Brugger -
a soffrirne ora sarà l'Italia.
Camere
sciolte? Resta il rischio ricorso
( da "Sole
24 Ore, Il" del
05-02-2008)
Abstract: poiché la legge
elettorale è quella che regola il modo di esercizio del voto e il meccanismo di
trasformazione dei voti in seggi, si dovrebbe fare la riforma per poter poi
votare sulla base delle nuove regole, e non votare per poi cambiare la legge,
sulla cui base sarebbe stato nel frattempo ormai già formato il Parlamento.
Il
Consiglio dei ministri si riunisce per indire il
referendum, ma si votera' nel 2009
( da "Rai
News 24" del 05-02-2008)
Abstract: indizione del referendum
popolare abrogativo di talune norme della legge elettorale. L'indizione del
referendum sulla legge elettorale da parte del Consiglio dei
ministri "e un atto dovuto", ha sottolineato il portavoce del
governo Silvio Sircana ricordando che l'ammissibilita della consultazione, dopo la raccolta delle
firme, e stata annunciata dalla Corte Costituzionale.
( da "Piccolo di Trieste, Il" del
05-02-2008)
Il presidente del Senato ha rimesso ieri sera al Quirinale
il mandato esplorativo che gli era stato assegnato da
Napolitano Marini rinuncia, alle urne entro il 13 aprile
"Non c'è una significativa maggioranza per le riforme". Oggi il
governo Prodi indice il referendum ROMA Franco Marini non ce l'ha fatta. Ieri sera è tornato al
Quirinale e ha rimesso nella mani di Giorgio
Napolitano l'incarico di formare un governo per approvare una nuova legge elettorale. Fra oggi e domani il Capo dello Stato, dopo aver sentito
i presidenti di Camera e Senato, e il presidente del Consiglio, dovrebbe
firmare il decreto di scioglimento delle Camere. A meno di due anni di
distanza, l'Italia tornerà al voto per nuove elezioni politiche. Con molta
probabilità il 13 e 14 aprile. È la cronaca dunque di una sconfitta annunciata.
Il Capo dello Stato prende atto e ringrazia il presidente del Senato per l'alto
senso di responsabilità. Ora il testimone passa di nuovo nelle sue mani. Sono ore
di riflessione per il Presidente della Repubblica, ma è molto probabile che tra
oggi e domani decida di sciogliere le Camere. Il che vorrebbe dire andare alle
urne tra fine marzo e la metà del mese successivo. Le date però in pole
position sono il 6 o il 13 aprile. Ed è immaginabile che proprio
l'organizzazione della tornata elettorale sia stata al
centro del colloquio del Capo dello Stato, che ha ricevuto anche il governatore
di Bankitalia Mario Draghi, con il ministro dell'interno Giuliano Amato. L'arrivo
del Governatore al Quirinale ha anche fatto immaginare in ambienti parlamentari
un estremo tentativo di formare un governo tecnico per le riforme, con
l'appoggio di alcuni settori del centrodestra. Scenario che è durato una
manciata di ore. Marini dopo aver sentito Silvio Berlusconi, Walter Veltroni e
Gianfranco Fini, nonchè i presidenti emeriti della
Repubblica, è andato a riferire a Napolitano e dopo circa mezz'ora di colloquio
al Quirinale, ha annunciato le sue conclusioni. Ha detto di aver riscontrato
fra le forze politiche la "diffusa consapevolezza della necessità di
modificare la legge elettorale",
ma anche di non aver riscontrato una "significativa maggioranza" su
una proposta di riforma. Marini si è rammaricato di aver constatato
l'impossibilità di raggiungere "un obiettivo che ritengo necessario per il
Paese", e per queste ragioni ha rimesso il suo incarico. Napolitano lo ha
ringraziato per "l'alto senso di responsabilità" dimostrato. Ma anche
Casini gli ha reso l'onore delle armi: "Si è comportato da galantuomo, la
sua esplorazione non è stata inutile, ha posto le basi per uno svelenimento nei rapporti tra le forze politiche e perché
la prossima legislatura sia costituente". Il referendum
elettorale, la politica di contrasto all'evasione
fiscale, ma anche le norme per la sicurezza sul posto di lavoro. Il governo
Prodi resterà in carica fino alle elezioni, con poteri ridotti e limitati, ma
ci sono alcune materie su cui deve mantenere vigile la propria attenzione. Lo
dice il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, a proposito della
sicurezza sui luoghi di lavoro, lo dice il viceministro Visco della lotta
all'evasione fiscale. Intanto oggi il Consiglio dei ministri
fissa la data del referendum elettorale.
"Un atto dovuto, nel rispetto del dettato costituzionale", chiarisce
il portavoce di Palazzo Chigi, Silvio Sircana. Di
fatto il referendum non si terrà nella data che il
governo sceglierà, con lo scioglimento delle Camere scatta l'impossibilità di
tenere la consultazione, che così slitta di almeno un anno. "Nel governo
qualcuno non ama i referendari - commenta Roberto Calderoli, Lega - la
convocazione del Consiglio dei ministri non va a loro
favore, bensì sancisce che il referendum slitterà di
un anno. Slittamento che è pacifico per quelli indetti, ma
altrettanto non lo è per quelli non ancora indetti". Come a dire
che se la data non fosse stabilita il referendum
potrebbe anche tenersi pochi mesi dopo le elezioni. "Di sicuro - dice
Mario Segni, uno dei promotori del referendum - c'è
che la consultazione con l'ammissibilità decretata dalla Corte Costituzionale
ormai è incardinato ed è impossibile non tenerlo".
( da "Stampa, La" del
05-02-2008)
Marini lascia, si vota ad aprile Veltroni: occasione persa sulle riforme. Berlusconi: le faremo dopo le urne
"Ho rimesso l'incarico affidatomi nelle mani del Presidente della
Repubblica". Franco Marini spiega: "C'è la volontà di modificare la legge elettorale, non ho riscontrato però l'esistenza di una significativa
maggioranza su una precisa ipotesi di riforma elettorale".
A Marini Silvio Berlusconi aveva ribadito la sua posizione, favorevole alle
elezioni, dopo le quali sarà possibile "la prosecuzione del dialogo".
Il leader del Pd Veltroni ha invece commentato dicendo che si tratta di
"un'occasione persa". Il ricorso alle urne pare ormai vicino: si
voterà entro il 13 aprile. DA PAG.
( da "Nazione, La (Nazionale)" del 05-02-2008)
Pubblicato anche in: (Giorno, Il
(Nazionale))
Marini si è arreso, decide il Colle: "Tutti vogliono
cambiare la legge elettorale,
ma una maggioranza non c'è" di MARCO SASSANO ?
ROMA ? E' FATTA. Il presidente del Senato Franco
Marini rinuncia all'incarico che Giorgio Napolitano gli aveva affidato perché ha
preso atto dell'impossibilità di trovare un accordo tra le
principali forze politiche sul varo di un governo che mettesse mano alla legge elettorale. Il presidente della Repubblica ringrazia e riflette sulla
prossima mossa, lo scioglimento, che dovrà essere preceduto dal decreto con il
quale si fissa la data per il referendum elettorale che poi
potrà essere, come prescrive la legge, rinviato di
un anno. Solo così si può infatti evitare che
la consultazione popolare si tenga a due mesi di distanza dall'insediamento del
nuovo Parlamento. VISTO QUESTO delicato problema il decreto di scioglimento si
potrà avere da domani pomeriggio in poi. E si andrà al voto a metà aprile con in carica il governo Prodi per il disbrigo degli affari
correnti: un successo aggiuntivo per Berlusconi e una sconfitta per Veltroni.
La quindicesima legislatura morirà così, avendo meno di due anni di vita.
Marini, ieri sera, è stato a colloquio con il Capo dello Stato per 35 minuti.
Al termine si è presentato davanti ai cronisti, nell'ampio corridoio davanti
allo Studio alla Vetrata, il segretario generale della Presidenza, Donato
Marra, leggendo uno stringatissimo comunicato. "Il Presidente della Repubblica ha ricevuto il Presidente del
Senato che gli ha riferito sull'esito dell'incarico conferitogli il 30 gennaio
scorso. Il Presidente della Repubblica ha preso atto
di quanto riferito dal presidente Marini e lo ha ringraziato per l'alto senso
di responsabilità con cui ha svolto il compito affidatogli". Marra
si ritira e appare Marini che fa il punto: "Il Presidente mi ha conferito
l'incarico di verificare le possibilità di consenso su una riforma della legge elettorale e di sostegno a un
governo funzionale all'approvazione di una tale riforma nell'assunzione delle
decisioni più urgenti". Si sarebbe trattato, in buona sostanza, di quel
"governo funzionale e finalizzato", la cui ipotesi ha rappresentato
la principale novità costituzionale di questa crisi. Subito dopo Marini ha
ricordato che nel corso di queste giornate di consultazioni ha incontrato
"le delegazioni delle forze politiche, i presidenti delle organizzazioni
imprenditoriali, i segretari delle organizzazioni sindacali più
rappresentative, nonché il comitato promotore del referendum
e il comitato per la riforma elettorale". Per Marini
"è diffusa tra le forze politiche la consapevolezza della necessità di
modificare la legge elettorale
vigente". Però "non ho riscontrato l'esistenza di una significativa
maggioranza su una precisa ipotesi di riforma elettorale".
Conclusione: "Nel rammaricarmi dell'impossibilità di
raggiungere un obiettivo che ritengo necessario per il Paese, voglio
ringraziare tutti coloro che hanno partecipato agli incontri. Per queste ragioni ho rimesso nelle mani del Presidente della
Repubblica l'incarico che mi è stato conferito". CHE NAPOLITANO si
prepari a compiere l'atto più difficile per un Capo dello Stato ? lo
scioglimento anticipato delle Camere ? è chiaro anche per i due incontri
ufficiali che ieri ha voluto avere: quello con il ministro degli Interni,
Giuliano Amato, e quello con il governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi.
Questa mattina, invece, ha deciso di intervenire alla cerimonia di
inaugurazione del nuovo anno giudiziario della Corte dei Conti per ascoltare la
relazione del presidente Tullio Lazzaro. - -->.
( da
"Nazione, La (Nazionale)"
del 05-02-2008)
Pubblicato anche in: (Giorno, Il
(Nazionale))
Di MARCO SASSANO ? ROMA ? E' FATTA. Il presidente del Senato Franco Marini rinuncia
all'incarico che Giorgio Napolitano gli aveva affidato perché ha preso atto
dell'impossibilità di trovare un accordo tra le principali
forze politiche sul varo di un governo che mettesse mano alla legge elettorale. Il presidente della Repubblica ringrazia e riflette sulla
prossima mossa, lo scioglimento, che dovrà essere preceduto dal decreto con il
quale si fissa la data per il referendum elettorale che poi
potrà essere, come prescrive la legge, rinviato di
un anno. Solo così si può infatti evitare che
la consultazione popolare si tenga a due mesi di distanza dall'insediamento del
nuovo Parlamento. VISTO QUESTO delicato problema il decreto di scioglimento si
potrà avere da domani pomeriggio in poi. E si andrà al voto a metà aprile con in carica il governo Prodi per il disbrigo degli affari
correnti: un successo aggiuntivo per Berlusconi e una sconfitta per Veltroni.
La quindicesima legislatura morirà così, avendo meno di due anni di vita.
Marini, ieri sera, è stato a colloquio con il Capo dello Stato per 35 minuti.
Al termine si è presentato davanti ai cronisti, nell'ampio corridoio davanti
allo Studio alla Vetrata, il segretario generale della Presidenza, Donato
Marra, leggendo uno stringatissimo comunicato. "Il Presidente della Repubblica ha ricevuto il Presidente del
Senato che gli ha riferito sull'esito dell'incarico conferitogli il 30 gennaio
scorso. Il Presidente della Repubblica ha preso atto
di quanto riferito dal presidente Marini e lo ha ringraziato per l'alto senso
di responsabilità con cui ha svolto il compito affidatogli". Marra
si ritira e appare Marini che fa il punto: "Il Presidente mi ha conferito
l'incarico di verificare le possibilità di consenso su una riforma della legge elettorale e di sostegno a un
governo funzionale all'approvazione di una tale riforma nell'assunzione delle
decisioni più urgenti". Si sarebbe trattato, in buona sostanza, di quel
"governo funzionale e finalizzato", la cui ipotesi ha rappresentato
la principale novità costituzionale di questa crisi. Subito dopo Marini ha
ricordato che nel corso di queste giornate di consultazioni ha incontrato
"le delegazioni delle forze politiche, i presidenti delle organizzazioni
imprenditoriali, i segretari delle organizzazioni sindacali più
rappresentative, nonché il comitato promotore del referendum
e il comitato per la riforma elettorale". Per
Marini "è diffusa tra le forze politiche la consapevolezza della necessità
di modificare la legge elettorale
vigente". Però "non ho riscontrato l'esistenza di una significativa
maggioranza su una precisa ipotesi di riforma elettorale".
Conclusione: "Nel rammaricarmi dell'impossibilità di
raggiungere un obiettivo che ritengo necessario per il Paese, voglio
ringraziare tutti coloro che hanno partecipato agli incontri. Per queste ragioni ho rimesso nelle mani del Presidente della
Repubblica l'incarico che mi è stato conferito". CHE NAPOLITANO si
prepari a compiere l'atto più difficile per un Capo dello Stato ? lo
scioglimento anticipato delle Camere ? è chiaro anche per i due incontri
ufficiali che ieri ha voluto avere: quello con il ministro degli Interni,
Giuliano Amato, e quello con il governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi.
Questa mattina, invece, ha deciso di intervenire alla cerimonia di
inaugurazione del nuovo anno giudiziario della Corte dei Conti per ascoltare la
relazione del presidente Tullio Lazzaro. - -->.
( da "Repubblica, La" del
05-02-2008)
ROMA - Il Consiglio dei
ministri fisserà oggi la data del referendum sulla legge elettorale dichiarato ammissibile dalla Corte costituzionale. "Un atto
dovuto", spiega il portavoce di Palazzo Chigi Silvio Sircana
che segue il normale iter previsto dalla Costituzione in materia referendaria.
Un atto che diventerà ininfluente nel momento in cui il presidente della
Repubblica scioglierà il Parlamento, facendo slittare il voto sui tre
quesiti al 2009. Tutto semplice, in apparenza. Ma in realtà la decisione del Consiglio dei ministri stoppa sul nascere polemiche su un
presunto dubbio interpretativo della legge sul referendum. Votando per le politiche il 13 aprile, ci si
chiede, il nuovo governo ha l'obbligo di far svolgere il referendum
entro il successivo 15 giugno? Molti rispondono no perché la norma appare
chiara: lo scioglimento rinvia tutto all'anno successivo. Anche in caso la data
del voto referendario non sia stata ancora fissata. Ad alimentare la polemica
ci pensa Roberto Calderoli, sicuro che a Palazzo Chigi qualcuno non ami i
referendari. La decisione del Cdm, dice il senatore
leghista, "sancisce che il referendum slitterà
all'anno prossimo, visto che la sospensione del referendum,
in caso si verifichi lo scioglimento delle Camere, è pacifica per quelli già
indetti ma altrettanto non lo è rispetto a quelli non ancora indetti". Pronta
la replica di Giovanni Guzzetta: "Non si chiude
nessuna porta, l'indizione del referendum è un atto
dovuto che lascia impregiudicato qualsiasi effetto, non modifica in nulla il
destino del referendum", dice il leader del
comitato.
( da "Repubblica, La" del
05-02-2008)
Napolitano deluso: "Un'occasione mancata" Marini
al Colle: "Giorgio mi spiace, il Cavaliere è stato irremovibile" Il
Quirinale Il presidente del Senato: "Ho trovato davanti a me posizioni già
preelettorali" GIORGIO BATTISTINI ROMA -
L'aspettava. Se l'aspettava. Quando Franco Marini l'ha chiamato nel pomeriggio
di ieri, Giorgio Napolitano già sapeva che il tentativo affidatogli il 30
gennaio scorso s'era esaurito in un nulla di fatto. Non una perdita di tempo,
quello no. Giacchè da molti mesi è apparso chiaro che
la coalizione di destra, quella che da quasi due anni, all'indomani delle
precedenti elezioni del 2006, va predicando elezioni anticipate, era
intenzionata a parlare di riforma elettorale
solo dopo aver incassato i nuovi rapporti di forza elettorali. Nella
certezza di un risultato largamente favorevole. Se l'aspettava,
il presidente. Ma c'è rimasto male, molto male. "Un'occasione
persa, davvero. Un'occasione quasi perfetta",
l'hanno sentito commentare. Perché mandare a casa un Parlamento prima
ancora che sia passata metà legislatura è sempre un atto spiacevole per un
presidente della Repubblica, come lo stesso Napolitano ebbe a dire al Quirinale
motivando le ragioni dell'incarico finalizzato a Marini. Il presidente del
resto, fin dal primo momento, ha avuto "perfetta consapevolezza delle
difficoltà del momento", come disse lui stesso a Marini. L'incontro tra i
due, nello studio alla Vetrata, dura poco più di mezz'ora. "Ho tentato di
tutto" ha detto il presidente del Senato al capo dello Stato che aveva
affidato a lui, antico sindacalista di matrice dc,
l'incarico di tentare l'impossibile. "Ho provato, ma ho trovato davanti a
me un muro impenetrabile. Posizioni rigide, bloccate".
Posizioni già preelettorali. Trentacinque minuti. Quanto basta per scambiarsi
le sconfortanti notizie sull'esito dell'incarico. Poi stendono insieme il
comunicato che davanti ai giornalisti leggerà il
presidente del Senato. "Il presidente della Repubblica mi ha conferito
l'incarico di verificare le possibilità di consenso su una riforma della legge elettorale e di sostegno a un
governo funzionale all'approvazione di una tale riforma, nell'assunzione delle
decisioni più urgenti". Il riferimento è a quel governo "funzionale e
finalizzato" che nell'intenzione del Quirinale avrebbe dovuto portare il
Paese alle elezioni, dopo aver corretto l'attuale legge
elettorale imposta dalla destra al governo sul finire
della scorsa legislatura. Marini ha letto da un foglietto il lungo elenco delle
persone e delle delegazioni incontrate. Però, ha spiegato con una punta di
amarezza nella voce, "non ho riscontrato l'esistenza di una significativa
maggioranza su una precisa ipotesi di riforma elettorale".
Ecco le ragioni per cui da ieri sera è cominciato il conto alla rovescia per la
fine della legislatura, che viaggia ormai a tappe forzate. In vista di elezioni
anticipate previste per il 6 o 13 aprile prossimi (la
scelta della data spetta al ministro dell'Interno). Si mette in moto adesso la
catena di montaggio degli adempimenti istituzionali. Già oggi il capo dello
Stato convocherà Marini e Bertinotti per comunicare loro lo scioglimento delle
assemblee in vista delle elezioni anticipate. Sempre oggi si riunisce il Consiglio dei ministri per il decreto che indice le elezioni
anticipate che poi lo stesso Napolitano controfirmerà, convalidandolo insieme
alla controfirma di Prodi. Poi la "convocazione dei comizi
elettorali", prevista dalla Costituzione, fra il settantesimo e il
quarantacinquesimo giorno dallo scioglimento delle Camere. E la convocazione
del nuovo Parlamento, venti giorni dopo il voto. Tutto considerato il nuovo
governo potrebbe arrivare a metà maggio. L'ingarbugliata
vicenda di questo scioglimento anticipato è "arricchito", stavolta,
da due problemi. Il referendum popolare già indetto contro la legge elettorale, che andrà spostato di almeno un anno dopo le elezioni. E la
sentenza della Corte costituzionale che ha espresso forti dubbi sulla legge elettorale, quella con la quale si andrà a votare fra due mesi.
Proprio quella legge che la destra non ha voluto toccare
"prima". Ma che la Consulta potrebbe concellare
"poi".
( da "Tirreno, Il" del
05-02-2008)
Pubblicato anche in: (Nuova Ferrara, La)
Sulla riforma elettorale
"non c'è una significativa maggioranza". Ora tocca al Quirinale: oggi
o forse domani lo scioglimento delle Camere Marini rinuncia,
elezioni più vicine Berlusconi: al voto subito, il dialogo dopo. Veltroni: occasione perduta Il leader del Pd: governo di tre mesi
per cambiare legge Fini il più intransigente ROMA.
Franco Marini non ce l'ha fatta. Ieri sera è tornato al Quirinale e ha rimesso nella mani di Giorgio Napolitano l'incarico di formare un
governo per approvare una nuova legge elettorale. Fra oggi e domani il capo dello Stato, dopo aver
sentito i presidenti di Camera e Senato, e il presidente del Consiglio,
dovrebbe firmare il decreto di scioglimento delle Camere. A meno di due anni di
distanza, l'Italia tornerà al voto per nuove elezioni politiche. Con molta
probabilità il 13 e 14 aprile. Nessun sorpresa, nessun ripensamento nell'ultimo
giorno, quello decisivo, dalle consultazioni di Marini. Fini e Berlusconi hanno
chiesto di andare al voto il prima possibile.
Cancellata qualsiasi subordinata o possibilità di compromesso. Per il Cavaliere
un nuovo governo, anche solo per approvare una legge elettorale capace di assicurare più stabilità, "sarebbe
una inutile, incomprensibile e dannosa perdita di
tempo". Si è quindi augurato che Napolitano indica subito nuove elezioni e
che "dopo il voto il dialogo continui". Walter Veltroni, dopo un
vertice con lo stato maggiore del Pd a cui ha partecipato anche Romano Prodi,
ha ribadito la richiesta di un governo di tre mesi per le riforme. E di fronte
all'ennesimo "no" del centrodestra ha sottolineato come questa rischi di essere "l'ultima occasione
mancata". Di fronte a Marini, ha infatti
sottolineato, sono sfilate 27 delegazioni di partiti: "Una situazione che
non esiste in alcun paese europeo". E' dunque sbagliato "precipitare verso elezioni con questa legge elettorale. C'è il rischio di coalizioni eterogenee,
confuse, di tanti partiti". Proprio per questo, anche se è stato
impossibile fare la riforma della legge elettorale, il Pd farà la sua riforma politica, presentandosi da solo, con
la propria identità e il proprio programma. Marini ieri pomeriggio ha
sentito anche i presidenti della Repubblica emeriti, Cossiga, Scalfaro e
Ciampi. L'unico a rilasciare dichiarazioni al termine del colloquio è stato
Cossiga che ha detto di aver consigliato Marini ad andare avanti, anche a costo
di andare in aula con un governo "semitecnico" e di farsi battere. "Dev'essere chiaro al Paese - ha infatti
sottolineato - chi vuole andare a votare con questa legge".
Una legge, ha aggiunto, "che è causa di grave
destabilizzazione e confusione in entrambi gli schieramenti". Marini non
ha però seguito il suo consiglio. Concluse le sue consultazioni, ha
sottolineato di aver preso seriamente l'esigenza di concludere il suo incarico
in "tempi stretti". Quindi è andato a riferire a Napolitano e dopo
circa mezz'ora di colloquio al Quirinale, ha annunciato le sue conclusioni. Ha
detto di aver riscontrato fra le forze politiche la "diffusa
consapevolezza della necessità di modificare la legge elettorale", ma anche di non aver riscontrato una
"significativa maggioranza" su una proposta di riforma. Marini si è
rammaricato di aver constatato l'impossibilità di raggiungere "un
obiettivo che ritengo necessario per il Paese", e per queste ragioni ha
rimesso il suo incarico. Napolitano lo ha ringraziato per "l'alto senso di
responsabilità" dimostrato. Ma anche Casini gli ha reso l'onore delle
armi: "Si è comportato da galantuomo, la sua esplorazione non è stata
inutile, ha posto le basi per uno svelenimento nei
rapporti tra le forze politiche e perché la prossima legislatura sia
costituente". Il primo a sbarrare la strada a Marini è stato ieri mattina
Gianfranco Fini, il più determinato in queste settimane a dire di
"no" a una riforma elettorale. "Abbiamo
invitato il presidente Marini a prendere atto dell'impossibilità della
situazione e a riferire in tal senso al Capo dello Stato", ha detto il
leader di An uscendo dall'incontro. Se non si trova un accordo, meglio andare a
votare subito, ha ribadito anche Luca di Montezemolo. Anche se, ha ripetuto,
"con questa legge non si può governare".
( da "Tirreno, Il" del
05-02-2008)
Attualità VERSO IL VOTO VERSO IL VOTO Perché Walter sogna
un altro governo Si può capire che Veltroni abbia fatto di tutto per allontare le elezioni che gli riserverebbero un'assai
probabile batosta. La via per evitare l'immediato ricorso alle urne sembrava
essere un governo a termine che s'ocupasse di
un'improbabile e non condivisa riforma elettorale (ma
i componenti del centrosinistra non andavano predicando che in caso di caduta di Prodi saremmo dovuti subito tornare al voto, o
sbaglio?). L'ultima trovata di Veltroni è apparsa una ciliegina sulla torta.
Senza scomporsi ha proposto che il governo per le riforme si occupi, oltre che
della legge elettorale, anche della modifica dell'attuale bicameralismo perfetto, per
far sì che le leggi dello Stato vengano approvate da una sola delle due Camere
(a me la vera priorità per il Paese sembra questa: sopravvivere).
Evidentemente gli fa difetto la memoria, poiché Veltroni stesso e la sua parte
politica si opposero strenuamente, e purtroppo con successo, a questa stessa
riforma proposta dal centrodestra con il referendum
del 2006 sulle riforme istituzionali che, grazie al fuoco di sbarramento del
centrosinistra, andò fallito. E poi una domanda: che ci fa ancora in giro
Veltroni? Non aveva annunciato che una volta concluso il mandato a sindaco di
Roma si sarebbe ritirato dalla vita politica e si sarebbe trasferito in Africa?
Conclusione: "Non ci sono poi molte differenze tra un
politico italiano e un immigrato cinese. Entrambi non muoiono mai!
Sabrina Mori Castellina Marittima (PI) VERSO IL VOTO
Perché non siamo un paese normale Alcuni mi hanno detto che, se non viene
modificata la legge elettorale,
la cosa migliore da fare è annullare la scheda scrivendo il nome di chi avremmo
scelto se fosse stato possibile esprimere la preferenza. Sarebbe un bel segnale
chiaro per urlare al paese l'iniquità di questo esproprio della sovranità
popolare. Ero d'accordo ma poi ho fatto anche questa riflessione: se il 30-40 o
50% dei votanti protestasse annullando la scheda, in un paese
"normale" chi uscisse vincitore da siffatte elezioni non le
accetterebbe, non si sentirebbe legittimato e non vorrebbe affrontare
mobilitazioni e manifestazioni di protesta. Ma l'Italia non è un paese normale,
perché se lo fosse non avrebbe potuto governare o candidarsi una persona che ha
anche un enorme potere economico e mediatico; perché chi dimostra di non saper
amministrare non si dimette, perché ci sono sempre più esempi di collusione fra
politica e mafia, perché il voto di scambio e clientelare in vaste aree è
prassi normale, perché è diventato legittimo far passare reati come non-reati
utilizzando anche leggi ad hoc, perché la giustizia non funziona, perché la
coerenza è un optional (Casini e Fini, caduto Prodi e sentito odore di potere,
si sono dimenticati di aver chiesto di ridare agli italiani il sacrosanto
diritto di scegliere chi eleggere e hanno dichiarato
di voler andare a elezioni subito, allineandosi a Berlusconi). Dentro di me è
sempre più forte l'idea che in questo paese "anormale" la battaglia
che ciascuno è chiamato a fare è non tanto per sostenere programmi di partito di
destra o sinistra, ma per la pulizia morale, coerenza e trasparenza degli
esponenti politici. Allora utilizziamo le nostre energie per modificare la legge e consentirci di sceglier chi riteniamo onesto e
capace. Se così non sarà, turiamoci il naso, tappiamoci la bocca ma non gli
occhi e scegliamo il meno peggio. Il pericolo di una
morbida, ottusa e mascherata dittatura è reale! Fabio Falchi Prato VERSO IL
VOTO Idea, diamo il premio di minoranza... Un'umile proposta da sottoporre a
costituzionalisti e parlamentari per uscire dall'impasse della legge elettorale. Il buon senso
impone una correzione della normativa in vigore, che molti deputati e senatori
non vogliono. Alla luce della recente motivazione di ammissibilità sul referendum elettorale da parte della
Corte costituzionale, la quale tra l'altro, precisa che "...l'assenza di una soglia minima per l'assegnazione del
premio di maggioranza è riscontrabile già nella normativa vigente...",
vorrei suggerire quanto segue. Perché non introdurre un semplice premio di
minoranza alla coalizione che uscirà sconfitta alle prossime consultazioni,
così da assicurarle la maggioranza dei seggi a disposizione? Una tale riforma elettorale dovrebbe essere approvata, a occhio, dall'attuale
maggioranza (data per sconfitta alle prossime politiche). In tempi brevi
avremmo un governo blindato nei due rami del Parlamento, capace di lavorare a
marce forzate lasciandosi alle spalle il chiacchiericcio di questi mesi.
Convinto che la mia proposta possa essere presa in considerazione, rinuncio fin
d'ora ai diritti di primogenitura sull'idea... Lorenzo Cordoni Pisa GALILEO Non
solo la Chiesa avversò le sue teorie Nel Medio Evo non era solo la Chiesa a
credere che il sole girasse intorno alla terra e non viceversa. Il potere
civile del tempo e lo stesso protestantesimo premevano sulla chiesa cattolica
affinché condannasse le teorie (non provate) del cattolico Galileo. Come tutti
sappiamo la condanna della Chiesa nei confronti di Galileo consisteva nella
recita dei salmi per tre anni. Luca Draper SPRECHI Ma
Alitalia costa un milione al giorno Leggo dichiarazioni di leghisti che
elargiscono le loro prediche al popolo bue che deve bere tutto, proprio ora che
la Lega di "Roma ladrona" sponsorizza
"Milano ladrona". Soprattutto per colpa di
Malpensa Alitalia ha bilanci in rosso da anni, rimette 1 milione di euro al
giorno (!): o la si lascia fallire o si cerca una soluzione sul mercato. Questa
c'è e comporterà una riduzione degli affari "lumbard"
e una cura dimagrante di posti, poltrone e altro per la Lega, che infatti pretende una moratoria di tre anni per Malpensa: un
miliardo di euro! E chi li pagherà? Berlusconi, campione del libero mercato,
tace in modo assordante. D'altra parte quel leghista è in compagnia di buoni
maestri come Bondi che trent'anni fa, sindaco komunista
di Fivizzano, predicava la bontà dell'ideologia
marxista e oggi, miracolato da Berlusconi, cerca di convincere il popolo bue
della bontà del suo nuovo credo. Così come Giuliano Ferrara che ai tempi di
Valle Giulia stava dalla parte dei contestatori e ora, di conversione in
conversione, è giunto alla richiesta di moratoria sull'aborto. Paolo Stefanini Pontedera.
( da "Quotidiano.net" del
05-02-2008)
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CRISI DI GOVERNO Marini ha rinunciato all'incarico
"Non c'è maggioranza per le riforme" Verso il voto in aprile, forse
il 13 Il presidente del Senato ha rimesso l'incarico al Capo dello Stato. Già
oggi Napolitano potrebbe dare il via all'iter per lo scioglimento delle Camere
per arrivare mercoledì all'atto finale Commenta Home succ
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dopo la caduta del governo Prodi Crisi di governo: la strada è sempre più
stretta La strada stretta di Marini (di Giancarlo Mazzuca)
Sei d'accordo con l'incarico a Franco Marini? Fini e
Berlusconi uniti: "Subito al voto" Veltroni: "Chiedo 3 mesi, non
30 anni" Stasera Marini riferisce a Napolitano Fini: "Veltroni è come
Crozza" La replica: "E lui è sor
tentenna" Roma, 4 febbraio 2008 - "è diffusa tra le forze politiche
la consapevolezza della necessità di modificare la legge
elettorale vigente. Non ho riscontrato però
l'esistenza di una significativa maggioranza su una precisa ipotesi di riforma elettorale. Nel rammaricarmi della impossibilità
di raggiungere un obiettivo che ritengo necessario per il paese, voglio
ringraziare tutti coloro che hanno partecipato agli incontri. Per queste ragioni ho rimesso nelle mani del presidente della
Repubblica l'incarico che mi è stato conferito". Lo ha affermato il
presidente del Senato Franco Marini dopo l'incontro al Quirinale con il
presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Quattro giorni per un mandato
difficile, poi fallito per il muro invalicabile messo su dal centrodestra.
Franco Marini rinuncia all'incarico che Giorgio Napolitano gli ha affidato
nella speranza di cambiare la legge elettorale,
e lo fa con rammarico, ancora convinto che la riforma
del sistema di voto fosse necessaria per il Paese. Che il compito fosse gravoso
Marini lo ha sempre ammesso, lasciando però sempre qualche spiraglio aperto.
Nei giorni scorsi il Presidente del Senato le ha tentate tutte, seppure
indirettamente, per convincere Berlusconi. Lo ha fatto lasciando intendere che
la bozza Bianco, da cui si partiva, potesse poi essere migliorata; e lo ha
fatto giocandosi la 'carta sociale', sperando in un pressing da parte delle
organizzazioni imprenditoriali, prima che sindacali. Ma è stato proprio sabato,
dopo che quelle consultazioni non producevano nessuno spostamento nel
centrodestra, che si è convinto che non c'erano più i margini. Per questo le
consultazioni di stamattina non sono state l'ultima tappa del suo tentativo, ma
la prima di un nuovo percorso, che porterà alle urne. Perché Marini, e questo
lo ha ripetuto a Fini, Berlusconi e Veltroni, si è detto convinto che, fallito
il tentativo, non potessero esserci subordinate e che il
suo mandato era limitato ad un Governo per la riforma della legge elettorale, sostenuto da un ampio consenso politico. Nessun governicchio insomma, nemmeno mirato al solo referendum. Ed ha ricevuto le risposte ormai già attese: il no secco di
Forza Italia e An, decisi ad andare al voto subito per mancanza di condizioni
su soluzioni alternative. Salvo poi, ma questo è il caso di Berlusconi,
considerare il dialogo solo in un secondo momento, appunto dopo il voto. Anche
nell'incontro con il Pd c'è stata una reciproca presa d'atto sul fatto che la
partita fosse ormai chiusa. Per Veltroni il no di Berlusconi ad un Governo
anche limitato rappresenta un'altra "occasione persa". Insomma, se
come ha detto Marini stasera al Quirinale, è stato impossibile individuare una
maggioranza per la riforma del voto, il Pd individua chiaramente in Silvio
Berlusconi il responsabile del fallimento. In ogni caso, ormai è aperta la
strada per il voto. E Marini, chiuso il giro di consultazioni con gli ex capi
di Stato ha chiesto subito di riferire a Napolitano, convinto che, quella di
stringere i tempi è, a questo punto, "un'esigenza del Paese". NUOVI
SCENARI Già domani il Capo dello Stato potrebbe dare il via all'iter per lo
scioglimento delle Camere per arrivare nella giornata di mercoledì all'atto
finale: la firma del decreto che manda in soffitta la quindicesima legislatura.
In un paio di giorni saranno sbrigati tutti i passaggi formali per aprire la
strada alle elezioni anticipate, invocate fin dal giorno della caduta del
governo Prodi, il 24 gennaio, da tutta l'opposizione e da qualche 'piccolo'
della maggioranza. La data su cui si sta concentrando l'attenzione per le
politiche è il 13 aprile, mentre già domani dovrebbe essere stabilita quella
per il referendum sulla legge
elettorale. La prassi costituzionale prevede che il referendum slitti se, una volta indetto, vengono sciolte le
Camere. Niente ha potuto l'esplorazione di Marini che Napolitano ha seguito
passo dopo passo, niente l'appello del presidente incaricato a Forza Italia,
niente la speranza di trovare un interlocutore nelle associazioni
imprenditoriali che all'indomani dell'apertura della crisi sembravano invocare,
con una dichiarazione del presidente di Confindustria Luca Cordero di
Montezemolo, un governo 'ponte' per la riforma della legge
elettorale. Ma adesso, dopo la rinuncia di Marini,
argomentata con l"impossibilità" di trovare una maggioranza su una
"precisa" riforma della legge elettorale, sul tavolo del presidente sembra esserci solo
l'ipotesi delle urne anticipate. Avvalendosi dei poteri che gli sono conferiti
dall'articolo 88 della Costituzione Napolitano potrà prendere, con ogni
probabilità mercoledì, "la decisione più impegnativa e grave affidata
dalla Costituzione al presidente della Repubblica". Una 'spia' delle
intenzioni del Colle è anche l'implicito riferimento ad uno scioglimento
anticipato delle Camere contenuto in una nota ufficiosa di oggi pomeriggio
nella quale Napolitano ha fatto sapere di avere chiesto che non decada la
legislazione in materia di sicurezza sul lavoro anche qualora finisca la
legislatura. Primo passo per lo scioglimento delle Camere sarà sentire i
presidenti di Camera e Senato, Fausto Bertinotti e Franco Marini, cosa che
potrebbe avvenire già domani dopo che Napolitano avrà presenziato, alle 11,
all'inaugurazione dell'anno giudiziario alla Corte dei Conti. Non è un mistero
che per Bertinotti la legislatura sia finita. Una volta firmato il decreto di scioglimento
delle Camere, che sarà controfirmato dal presidente del consiglio 'sfiduciato'
Romano Prodi, si dovrà fissare la data delle elezioni politiche (entro 70
giorni dallo scioglimento delle Camere) e quella della prima seduta delle
Camere per l'elezione dei nuovi presidenti (entro 20 giorni dalle elezioni).
Potrebbe bastare un solo decreto a stabilire queste scadenze ma più
probabilmente a quello di scioglimento delle Camere ne seguirà uno con la data
dei comizi elettorali, approvato dal Consiglio dei ministri.
Decidere lo scioglimento delle Camere dopo avere indetto il referendum
farà scattare lo slittamento della consultazione ed eviterà che questa avvenga
neanche due mesi dall'insediamento del nuovo Parlamento. La partita più
importante è ora decidere la data del voto che, calendario e conti alla mano,
dovrebbe essere il 13 aprile. Se le Camere fossero sciolte entro un paio di
giorni, domani o dopo domani, l'arco di tempo utile (fissato per legge tra 45 e 70 giorni dallo scioglimento) scadrebbe
intorno alla metà di aprile. Se le Camere fossero sciolte dopo e si avesse più
tempo il 20 aprile non sarebbe una data buona perchè
coinciderebbe con la Pasqua ebraica. Resta da vedere come regolarsi per la
tornata di amministrative, che per legge dovrebbero
tenersi tra il 15 aprile e il 15 giugno. Possibile una seconda data, magari a
maggio, ma anche un election day
che necessiterebbe di un decreto per i due giorni di anticipo. Argomenti che
potrebbero essere affrontati già domani nel Consiglio dei
ministri che indirrà la data per il referendum. Un atto dovuto, dopo la sentenza della Consulta,
e dunque il Governo procederà, indicato probabilmente la prima domenica di
giugno - l'otto -, salvo prevedere poi lo slittamento, di un anno, dopo lo
scioglimento delle Camere. GRAFICO Gli scenari possibili - ORA PER ORA La
giornata di lunedì - ROVATI "Prodi sarebbe un ottimo presidente" - 'IL GIORNALE' Silvio tenta Walter: "Uniamoci" -
BERTINOTTI "Mi candido a premier" - FINI "Veltroni come Crozza". "E lui è il sor tentenna"Crozza imita Veltroni: il partito 'Ma anchista'Prodi
sarebbe un buon presidente della Repubblica?.
( da "Libero" del
05-02-2008)
Anzitutto 05-02-2008 ESPLORATORE AL CAPOLINEA Marini ci
arriva: "Non c'è maggioranza" di BARBARA ROMANO ROMA Missione
fallita. "Una significativa maggioranza su una precisa ipotesi di riforma elettorale non c'è". Con queste parole, il presidente
del Senato, Franco Marini, ieri ha rimesso il suo mandato
"finalizzato" di premier al presidente della Repubblica.
Preannunciando di fatto l'imminen
te scioglimento delle Camere. L'atto formale spetterà a Giorgio Napolitano, che
già oggi potrebbe intonare, suo malgrado, il requiem della XV legislatura. Le
ha tentate proprio tutte il Capo dello Stato. È stato
lui stesso a dire che "sciogliere anticipatamente il Parlamento ha sempre
rappresentato la soluzione più grave affidata dalla Costituzione al presidente
della Repubblica" quando, mercoledì, ha incaricato
Marini di verificare se riuscisse a formare un governo su una proposta di
riforma elettorale. Accettato il mandato più per spirito di servizio che per
convinzione, il presidente del Senato non ha mai nutrito illusioni su un esito
positivo della sua esplorazione supplementare, come ha confidato in questi
giorni a senatori di maggioranza e di opposizione. MARINI AFFRETTA LA
CRISI Ieri, infatti, ha voluto affrettare il più possibile la sua risalita al
Colle, terminate le consultazioni, per porre fine a quella che a molti, non
solo nel centrodestra, è parsa una farsa. "È necessario rispettare i
"tempi stretti" auspicati dallo stesso Napolitano", ha
sottolineato Marini prima di andare al Quirinale, lasciando intendere quale
fosse lo sbocco della crisi. E a Napolitano non è rimasto che prenderne atto,
ringraziando Marini per "il suo senso di responsabilità". Essendosi
giocato la sua carta più alta (la seconda carica dello Stato), difficile
ipotizzare che faccia un altro tentativo. Sebbene proprio questo abbiano
lasciato supporre inizialmente le due visite che il Capo dello Stato ha
ricevuto ieri a ora di pranzo: il ministro dell'Interno, Giuliano Amato, e il
governatore di BankItalia Draghi. È durato quattro
giorni il mandato di Marini. Avviato mercoledì scorso alle 18, si è concluso
più o meno alla stessa ora di ieri. È stato il segretario generale della
Presidenza della Repubblica, Donato Marra, il primo ad affacciarsi alla Vetrata
per leggere uno stringato comunicato. Napolitano "ha ricevuto oggi al Palazzo del Quirinale il
presidente del Senato, Franco Marini, il quale gli ha riferito sull'esito
dell'incarico conferitogli il 30 gennaio scorso. Il
Presidente della Repubblica ha preso atto di quanto riferito dal presidente
Marini e lo ha ringraziato per l'alto senso si responsabilità con cui ha svolto
il compito affidatogli". Dopodiché, è uscito di scena. A dare la
notizia che era già nell'aria è stato lo stesso Marini, subito dopo,
ringraziando la stampa per la "precisione" con cui ha seguito
quest'ultima fase. E dopo aver ricapitolato le consultazioni, ha pronunciato la
sua decisione. "È diffusa tra le forze politiche la consapevolezza della
necessità di modificare la legge elettorale
vigente". Fin qui nulla di nuovo sotto il sole. È in un "però"
la sua sentenza di morte sul Parlamento: "Però non ho riscontrato l'esisten za di una significativa
maggioranza su una precisa ipotesi di riforma elettorale".
Conclusione: "Nel rammaricarmi della impossibilità
di raggiungere un obiettivo che ritengo necessario per il Paese, voglio
ringraziare tutti coloro che hanno partecipato agli incontri. Per queste ragioni ho rimesso nelle mani del Presidente della
Repubblica l'incarico che mi è stato conferito". PRODI
GUIDERÀ ALLE URNE Un colloquio brevissimo, quello tra le due più alte cariche
dello Stato, in cui Marini ha messo in pratica quanto annunciato ad alcuni
senatori di Forza Italia mercoledì sera ("farà quello che devo fare senza
esercitare alcuna forzatura. Poi, tra quattro, cinque giorni andrò da
Napolitano a dirgli che la maggioranza non c'è").
Detto fatto: "Ce l'ho messa tutta, ma non ci sono le
condizioni per fare una riforma elettorale. Una
maggioranza non l'ho trovata. Non c'era prima e non c'è
adesso", ha detto al Capo dello Stato Marini, che è rimasto sordo alle
sirene della sinistra che avevano provato a convincerlo a portare lui il
governo alle elezioni al posto di Romano Prodi, seppure sostenuto da una
maggioranza risicata. "Le cose sono andate come prevedibile e mi
spiace, ma ho già detto che a fare un governicchio io
non ci sto", ha ribadito ieri al presidente della Repubblica. Sarà quindi
il Professore a guidare il governo alle elezioni, come ha confermato ieri la
capogruppo del Pd al Senato, Anna Finocchiaro. Che la
fine fosse imminente si era capito anche dal discorso di Napolitano fatto poco
prima all'Associazio ne
nazionale mutilati e invalidi, ricevuta al Colle alle 15. Con i delegati dell'Anmi, infatti, il Capo dello Stato si era espresso affinché
possano essere adottati i decreti delegati della legge
sulla sicurezza del lavoro, anche nell'eventualità dello scioglimento delle
Camere. Prima di loro, Napolitano aveva ricevuto Amato e Draghi. Il che aveva
lasciato supporre che avesse un piano "B" per scongiurare le urne. Si
sarebbe trattato, invece, di "visite di ricognizione pre-elettorale", riferiscono fonti governative. Per
verificare con il capo del Viminale le possibili date per il voto: è il 13
aprile il giorno più probabile (ma si è parlato anche del 6). E per analizzare
con il Governatore gli eventuali contraccolpi economici della chiusura
anticipata della legislatura. Si apre, quindi, la via alle urne. Di questo ha
parlato Marini con il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, che ha
raggiunto venendo via dal Colle. I due danno ormai per scontata la fine della
legislatura, che Napolitano dovrebbe ufficializzare domani. Prima dello
scioglimento delle Camere c'è solo un passaggio formale: la salita al Quirinale
dei presidenti di Camera e Senato, che potrebbero essere convocati già oggi dal
Capo dello Stato. Foto: LO STOP Franco Marini, 75 anni, ha rimesso il mandato
nelle mani del Capo dello Stato. La sua "esplo
razione" secondo molti gli garantirà un occhio di riguardo anche nella
prossima legislatura [ansa] ADDIO FRANCO L'ex leader Cisl: "Sono
rammaricato, ma non ci sono le condizioni per un accordo sulla legge elettorale". Napolitano
potrebbe sciogliere le Camere domani, voto ad aprile Salvo per uso personale è vietato qualunque tipo di riproduzione delle notizie senza
autorizzazione.
( da "Corriere Alto Adige" del
05-02-2008)
Corriere dell'Alto Adige - BOLZANO - sezione: BOLZANOEPROV
- data: 2008-02-05 num: - pag: 4
categoria: REDAZIONALE Crisi di governo Marini fallisce. Peterlini: il
Paese ora è fermo Svp spiazzata dal voto "Non ci
schieriamo" Brugger: riforma elettorale
necessaria BOLZANO - La rinuncia a formare il nuovo governo da parte presidente
del senato Franco Marini non coglie di sorpresa i parlamentari ed i senatori
della Svp Siegfried Brugger
e Oskar Peterlini. Da giovedì scorso, dopo
l'incontro con il presidente incaricato, avevano percepito che ben
difficilmente il tentativo di evitare il ricorso alle urne sarebbe giunto in
porto. La nota "negativa" è che in aprile si andrà
a votare con l'attuale legge elettorale. Un problema che si preannuncia complesso per la Stella Alpina
in vista delle elezioni provinciali di fine ottobre. "è
un peccato che non si sia trovato un accordo per riformare la legge elettorale - afferma Brugger - a soffrirne ora sarà l'Italia. I problemi soprattutto quelli economici da risolvere ora resteranno
sul tappeto". Secondo Brugger
le colpe vanno ricercate sia nel centrosinistra che nel centrodestra, anche se
le responsabilità più grandi sono di questi ultimi: "Fini, Bossi, questi
aveva addirittura definito una porcata la legge elettorale, e Casini subito le elezioni del 2006 avevano
preso le distanze da Berlusconi - prosegue Brugger -
in questi ultimi giorni, invece, si sono ricompattati. Evidentemente la voglia di tornare al governo è troppa e Berlusconi
ha fretta di andare alle urne". L'esponente della Svp, dopo aver ascritto a beneficio di Romano Prodi il
merito di essere riuscito a tenere in piedi la coalizione nonostante la
litigiosità, non risparmia le critiche al centrosinistra: "è stato fatto poco per cercare di riformare la legge elettorale. Nel 2006 quando Tremonti avanzò l'ipotesi di una grande coalizione,
la maggioranza di governo rispose picche perché si disse: ora vogliamo
governare noi". All'interno della Svp Brugger ora sosterrà la linea
di equidistanza dai due schieramenti per mantenere la massima indipendenza in
campagna elettorale dalle due coalizioni, aprendo solo
la strada alla possibilità di accordo territoriale per il collegio senatoriale
di Bolzano- Bassa Atesina: "Dobbiamo sostenere
gli interessi del nostro territorio - ribadisce con forza - scegliendo dopo le
elezioni. Nella passata campagna elettorale
siamo stati, infatti, aspramente criticati dalla nostra base".
Un'analisi lucida con la quale concorda anche Oskar Peterlini
secondo cui al punto in cui sono giunti i rapporti tra i due schieramenti non
c'erano alternative allo scioglimento del Parlamento: "è
atto di grande irresponsabilità politica - puntualizza in senatore eletto nelle
file della Svp-Unione - del quale chi l'ha provocato
se ne assume la piena responsabilità perché ora il paese resterà fermo per
almeno un anno in un quadro internazionale alquanto delicato ". Per Peterlini la convocazione del consiglio
dei ministri per oggi per stabilire la data del referendum è un atto dovuto: "Sappiamo che, alla
fine, con lo scioglimento delle camere il discorso sarà rinviato di un anno con
la speranza che il nuovo esecutivo possa finalmente mettere mano alle riforme
per dare stabilità". Enrico Barone Ex Obmann
L'onorevole Siegfried Brugger ormai è un grande
conoscitore delle "dinamiche romane".
( da "Sole 24 Ore, Il" del
05-02-2008)
Il Sole-24 Ore sezione: IN PRIMO PIANO data: 2008-02-05 -
pag: 2 autore: ANALISI Camere sciolte? Resta il
rischio ricorso di Valerio Onida A quanto sembra, si
andrà al voto, senza che il Parlamento riesca prima a varare la riforma elettorale, di cui pur quasi tutte le forze politiche
affermano la necessità. Addirittura qualcuno che, fino a ieri, si era fatto
promotore e sostenitore del referendum volto a
modificare la legge attuale, oggi sostiene ( non si
capisce con quale coerenza) che si deve invece votare subito con questa legge. Si dice che sarà il nuovo Parlamento, eletto con
questa legge, ad approvare la riforma. In tutto ciò vi
è una vera inversione logica: poiché la legge elettorale è quella che regola il modo di esercizio del voto e il
meccanismo di trasformazione dei voti in seggi, si dovrebbe fare la riforma per
poter poi votare sulla base delle nuove regole, e non votare per poi cambiare
la legge, sulla cui base sarebbe stato nel frattempo ormai già formato il
Parlamento. A questa ragione logica (e, si direbbe, di buon senso) si
aggiunge una ragione istituzionale. La legge in vigore
non è solo criticabile, ma oggi è investita, si può
dire ufficialmente, da consistenti dubbi di conformità alla Costituzione. Infatti la Corte costituzionale, nelle sentenze con cui ha
dichiarato ammissibili i due referendum rivolti ad
abolire la facoltà delle liste di coalizzarsi fra loro al fine di conseguire il
premio di maggioranza, non si è limitata ad affermare che, in questa sede, essa
non poteva spingersi a valutare le ragioni di incostituzionalità avanzate nei
confronti delle norme in vigore e di quelle che uscirebbero dal referendum, perché tali ragioni potrebbero essere portate al
suo esame solo nei modi previsti per il controllo di costituzionalità delle
leggi; ma ha sentito "il dovere di segnalare al Parlamento l'esigenza di
considerare con attenzione gli aspetti problematici di una legislazione come
l'attuale, e come quella che uscirebbe dal referendum
che non subordina l'attribuzione del premio di maggioranza al raggiungimento di
una soglia minima di voti e/o di seggi". Ci si domanda però come si
possano oggi portare questi dubbi all'esame del Giudice costituzionale nei modi
dovuti. La difficoltà è data dal fatto che la nostra Costituzione attribuisce
alle Camere il compito di giudicare sulla regolarità della loro composizione, e
quindi, si ritiene in genere, anche sulla regolarità delle elezioni. Dovrebbe
essere dunque una Camera a sollevare la questione di costituzionalità: ma ciò
potrebbe avvenire solo dopo l'elezione, e comunque è poco credibile che
un'assemblea, eletta sulla base di certe regole – e quindi direttamente
interessata – contesti essa stessa la loro costituzionalità, così
auto-delegittimandosi. Le Camere non possono essere giudici "terzi e
imparziali" della legittimità della loro elezione. C'è tuttavia un altro
punto di vista possibile. La (eventuale) illegittimità costituzionale della legge elettorale non si traduce solo
in un vizio nella composizione delle Camere elette, ma può dar luogo ad una
violazione dei diritti degli elettori. Avere una buona e corretta legge elettorale non è problema
solo dei partiti, ma prima di tutto dei cittadini elettori. La Convenzione europea
dei diritti dell'uomo (le cui norme, come è stato chiarito da due recenti
pronunce della Corte costituzionale, condizionano la legittimità delle nostre
leggi) sancisce il "diritto alle libere elezioni", cioè ad avere
elezioni "in condizioni che assicurino la libera espressione dell'opinione
del popolo":condizioni che la Corte europea di
Strasburgo considera a loro volta "cruciali per lo stabilimento e il
mantenimento dei fondamenti di una vera democrazia retta dallo Stato di
diritto" (sentenza del 30 gennaio 2007, Yumak e Sadak contro Turchia). Tra queste condizioni dovrebbe
annoverarsi la ragionevolezza delle regole sulla cui base i voti si traducono
in seggi in Parlamento: sotto questo riguardo potrebbero sollevarsi i dubbi,
ricordati dalla Corte costituzionale, sulla legittimità della legge attuale. Se gruppi di elettori o di candidati alle
elezioni sollevassero (dopo lo scioglimento delle Camere) davanti ad un giudice
simili questioni di legittimità costituzionale, con riferimento anche alle
norme della Convenzione europea, si potrebbe pervenire a un giudizio della
Corte costituzionale, che dovrebbe, naturalmente, precedere il voto (nel
frattempo sospeso). C'è inoltre un'altra eventualità. Lo scioglimento delle
Camere produrrebbe frai suoi effetti l'automatica
sospensione per un anno del procedimento di referendum
già avviato. Ma il referendum tende proprio a
modificare la legge sulla cui base si dovrebbe votare,
e dunque il suo automatico differimento potrebbe risultare lesivo del diritto
dei promotori di ottenere una (tempestiva) pronuncia popolare. Dunque essi
potrebbero sollevare conflitto di attribuzioni davanti alla Corte
costituzionale, chiedendo in quella sede che la Corte sollevi davanti a se
stessa la questione di costituzionalità della norma di legge
che impone il rinvio della consultazione. Anche per questa via le eventuali
elezioni indette ora risulterebbero condizionate alla preventiva risoluzione
dei dubbi di costituzionalità sollevati. Si deve dunque concludere che, da
molteplici punti di vista, quello che si imporrebbe oggi non è la corsa a
"votare subito", ma un decisivo sforzo delle forze politiche per
giungere in Parlamento alla approvazione di una nuova legge elettorale. Ma coerenza e
logica hanno ancora posto nella politica italiana?.
( da "Rai News 24" del
05-02-2008)
Roma | 5 febbraio 2008 Il Consiglio dei
ministri si riunisce per indire il referendum,
ma si votera' nel 2009 Si votera'
prima per le elezioni politiche Il Consiglio dei ministri e' convocato per oggi
alle