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"lastampa.it"
del 08-10-2011 |
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Argomenti: Proposte di
legge
Sottotitolo: Ventimila persone a Milano.
Saviano: "Rivendichiamo il nostro diritto alla felicità"
MILANO "Pare di essere su un monte e
la nebbia che ricopre le valli e la pianura vada dissolversi nel vento".
Questa una parte della citazione di Carlo Levi fatta in apertura della
manifestazione dell' associazione Libertà e Giustizia dal presidente Sandra
Bonsanti di fronte a circa 20mila manifestanti riuniti all' Arco della pace di
Milano. Un corteo voluto da Leg (Libertà e Giustizia) per protestare contro la legge bavaglio e il lavoro che uccide con
riferimento all' episodio drammatico di Barletta alle cui vittime è stato
dedicato un minuto di silenzio. Un' iniziativa per chiedere agli italiani di
pensare al "dopo Berlusconi e mostrare al mondo di che stoffa è fatto
questo paese", ha sottolineato dal palco Bonsanti. Filo rosso è il
manifesto "Ricucire l' Italia" stilato dal presidente emerito della
Consulta Gustavo Zagrebelsky, fondatore dell' associazione. Le sue motivazioni
sono chiare: "Il bisogno di ricucire la rottura fra i cittadini e la
politica per portare avanti quel cambiamento di cui l' Italia non può più farne
a meno", ha spiegato il presidente. Sul palco è salito anche il sindaco di
Milano Giuliano Pisapia il quale ha sottolineato che "l' Italia sta
offrendo uno spettacolo vergognoso e avvilente con un governo lacerato al suo
interno che pensa solo a difendere Berlusconi e non riesce a fare le riforme e a nominare il governatore della Banca
d' Italia. E la domanda che ci viene rivolta è perché gli italiani si tengono
questo governo". Un interrogativo cui il sindaco di Milano risponde
ricordando che il Paese "sta già cambiando e chiede una politica fatta da
tutti e per tutti e non da pochi per tutti. Ci sono tante persone che vogliono
un cambiamento e che ci riusciranno". Anche se per imprimere davvero una
svolta, ha continuato Pisapia,"ci vuole più unità per il bene comune e
dobbiamo essere più uniti contro chi ha distrutto il Paese". "Ormai
il governo lacerato pensa solo a salvare il
presidente del Consiglio per mettersi al riparo da una fine politica ormai
imminente", ha concluso il primo cittadino. Al termine del sue intervento
ha preso la parola il costituzionalista Valerio Onida che ha spiegato la
tecnicalità e l' importanza del referendum
per chiedere la modifica della legge elettorale.
Infine, è stata la volta del videomessaggio di Roberto Saviano che ha
dichiarato la propria adesione al manifesto e ha rivendicato "il diritto
alla felicità", che "non può che avvenire in una società di
diritto". Lo scrittore si è poi soffermato sulle operaie morte a Barletta,
cui è stato dedicato un minuto di silenzio in apertura di manifestazione.
"Il lavoro nero sta proteggendo l' Italia dalla crisi - ha proseguito
Saviano - spesso i padroni sono ex lavoratori in nero a loro volta che vivono
in queste condizioni". In un simile panorama "trovarsi insieme è un
modo di non perdere la speranza, di resistere all' idea che il talento non
serva nulla, che vale una segnalazione". "Se ragioniamo - ha spiegato
Saviano -così hanno già vinto loro, chi è in questo momento al governo, cerca
di far passare l' adagio che siamo tutti uguali e che chi critica è ipocrita,
perchè si comporta nello stesso modo e vuole solo la nostra poltrona". A
tutto questo, secondo l' autore di Gomorra, "si risponde trovando la
possibilità di coinvolgere le persone in un grande progetto di riforme per cambiare passo e superare questa
realtà ossidata".
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"larepubblica.it"
del 08-10-2011 |
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Argomenti: Proposte di
legge
Sottotitolo: Il presidente della Camera:
"Berlusconi si dimetta. Serve un governo sostenuto dalla maggioranza che
ha vinto le elezioni e aperto al contributo di altri". "Non se ne può
più di videomessaggi, di annunci e promesse non mantenute"
PALERMO - "La legge
sulle intercettazioni non è la migliore legge
per l' interesse nazionale ma forse per l' interesse personale di
qualcuno". Gianfranco Fini, dal palco della convention di Fli a Palermo,
boccia il testo che Cavaliere e maggioranza vogliono fortemente e che contiene
norme in grado di depotenziare un indispensabile strumento di indagine. E
sempre sulla questione giustizia lancia una nuova frecciata al premier:
"Un giorno serve il processo breve e un giorno il processo lungo a seconda
di quello che conviene". Al Cavaliere che grida al complotto delle toghe,
Fini manda a dire che "solo quando non si hanno argomenti si grida al
complotto, si danno le colpe ai magistrati e ai giornalisti". Dal palco
Fini non risparmia nulla a Berlusconi. Persino un riferimento, velenoso, al
rapporto tra il Cavaliere e le donne che "non vogliono essere giudicate in
base alla loro avvenenza". Berlusconi, incalza Fini, "se amasse l'
Italia dovrebbe passare la mano", perché "non se ne può più di
videomessaggi 2 , di annunci e promesse non mantenute. Il governo non governa e
il premier è in tutt' altre faccende affaccendato". Ed allora Fini pensa a
un altro esecutivo: "Non un governo del ribaltone, ma sostenuto dalla
maggioranza che ha vinto le elezioni e aperto al contributo di altri".
Perché di una cosa il leader di Fli è certo: "'E' finita l' era del
berlusconismo e del bipolarismo". Al premier il presidente della Camera
consiglia "un bagno di umiltà e realismo" e ricorda "che non è
più tempo di 'Adesso ci penso io' o 'Faccio tutto io'". Poi tocca alla
Lega. E i toni si fanno irridenti. "Quelli della Lega danno il meglio
quando a Pontida si vestono da Unni e Barbari. la secessione? Fuori dalla
storia". E anche il federalismo finisce nel mirino di Fini: "Mi
dispiace dirlo ma il federalismo ha aumentato il prelievo fiscale. Era stato
caricato di attese miracolistiche, come se fosse la panacea di tutti i
mali". Legge elettorale
. "Va cambiata, ma c' è un "paradosso: si va a votare con una legge fatta dal parlamento,
o dal referendum o, ancora peggio, con quella attuale? - dice Fini - Che
logica è fare la legge elettorale senza sapere quale sarà il numero dei parlamentari domani, o
se il senato continuerà a mantenere l' assetto attuale, che è lo stesso del
1948?". E' giunto il momento di tagliare, rilancia il presidente
della Camera: "Come è possibile continuare ad avere 945 parlamentari,
centinaia di consiglieri e deputati regionali con costi a volte piu" alti
di quelli nazionali e poi, Comuni, consorzi. C' è un reticolo e un apparto che
è diventato insopportabile. E' lì che si deve disboscare". La crisi
economica. E' la credibilità del governo che rende possibile la patrimoniale,
come disse Einaudi già nel 1946" incalza Fini . Che si dice favorevole ad
un innalzamento dell' età pensionabile. Ad una condizione: "Che quello che
lo Stato risparmierebbe vada a costituire un fondo per l' ingresso dei giovani
nel mondo del lavoro e per migliorare la loro professionalità" . Caso
Romano. Nella scelta di votare la fiducia al ministro per le Politiche
agricole, Saverio Romano, la maggioranza ha perso un' occasione perchè per
"opportunità politica" avrebbe potuto esprimersi diversamente.
"Credo - aggiunge Fini, rispondendo agli imprenditori che gli chiedevano
'di non candidare rinviati a giudizio' - che non occorra fare una legge, dovrebbero essere i partiti a valutare
l' opportunità politica nei singoli casi". Il futuro "Il vizio della
politica italiana è quello di usare lo specchietto retrovisore o pensare solo
al presente. Non ci si chiede quale sarà lo scenario tra 10 anni. Ieri Draghi
ha detto che l' Italia rischia di bruciare una generazione, in quanto abbiamo
il più alto tasso di giovani che non lavorano e non studiano nell' Unione
europea. Vogliamo affrontare questo problema? - si domanda Fini - Guardiamo
alla Germania che ha deciso che per i prossimi 15 anni chiunque governi avrà
nel bilancio alla voce della ricerca sempre il segno più".
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"libero.it"
del 08-10-2011 |
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Argomenti: Proposte di
legge
Sottotitolo: L' Ingegnere avverte:
"Governo a fine corsa, lo faranno mollare". Duro con Marchionne:
"La Fiat sta uscendo dall' Italia"
P iù che un parere o una previsione, pare
una minaccia. I cronisti chiedono a Carlo De Benedetti un giudizio sul governo
Berlusconi e l' editore di Repubblica ed Espresso prima va giù piatto, sullo
stile politico del suo prodotto: "Mi pare evidente che questo governo sia
a fine corsa". Quindi diventa sibillino: "Se mi si chiede se
Berlusconi farà un passo indietro, conoscendolo, la mia risposta è no. Se mi si
chiede se sarà costretto a farlo, la mia risposta è sì". Non è chiaro chi
costringerà il premier a fare un passo indietro. I poteri non troppo occulti
della finanza? Il combinato Montezemolo-Marcegaglia? La congiura degli ex Dc?
Interpellato alla cerimonia per la commemorazione dei 50 anni della morte di
Luigi Einaudi, De Benedetti si è esibito in un raffinato editoriale: "L'
Italia si trova in una situazione assolutamente difficile, c' è la necessità
che qualcosa venga cambiato perché quello che è avvenuto fino adesso, al di la
della crisi mondiale, ha caratteristiche peculiari che riguardano l' Italia e
non gli altri paesi europei". Secondo De Benedetti le forze in grado di
cambiare l' attuale situazione sono i cittadini. "Lo dimostra il successo
registrato dai referendum, quelli dei
mesi scorsi e il milione e 200mila firme raccolte in pochi giorni per l' ultimo referendum
sulla legge elettorale, questo dimostra che coloro che devono esserci ci sono e
quelli che devono esserci sono i cittadini". Dall' imprenditore nemico
giurato del Cavaliere arrivano anche parole dure rivolte a Sergio Marchionne.
L' uscita della Fiat da Confindustria "è un errore, in
realtà la Fiat sta uscendo dall' Italia non dalla Confindustria". "Lo
penso un errore - continua - perché certamente la Fiat ha fatto molto per
questo paese ma credo che il paese abbia fatto di più per la Fiat di quanto la
Fiat ha fatto per il paese. Anche nei momenti di difficoltà - prosegue l'
ingegnere - il dialogo è possibile e non credo si possa addossare al sistema
Italia la responsabilità, per esempio, della mancanza di modelli o che ci
facciamo portare via le persone migliori da Volkswagen e da Audi. I problemi
sono più complessi - ha concluso De Benedetti - e non si risolvono certo
uscendo da Confindustria".
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"libero.it"
del 08-10-2011 |
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Argomenti: Proposte di
legge
Sottotitolo: Politica.
( (Adnkronos) - "L' Italia -ha proseguito
De Benedetti- si trova in una situazione assolutamente difficile, c' e' la
necessita' che qualcosa venga cambiato perche' quello che e' avvenuto fino
adesso, al di la della crisi mondiale, ha caratteristiche peculiari che
riguardano l' Italia e non gli altri paesi europei". "Non ci si puo'
nascondere dunque dietro alla crisi internazionale -ha proseguito- ci sono
problemi peculiari e specifici del nostro paese che non risalgono ad oggi ma
che negli ultimi anni non hanno avuto un miglioramento". Secondo Carlo De
Benedetti le forze in grado di cambiare l' attuale situazione sono i cittadini.
"Per il cambiamento le forze sono i cittadini -ha sottolineato- lo
dimostra il successo registrato dai referendum, quelli dei mesi scorsi e il milione e 200 mila firme
raccolte in pochi giorni per l' ultimo referendum
sulla legge elettorale, questo dimostra che coloro che devono esserci ci sono e
quelli che devono esserci sono i cittadini".
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"Avvenire"
del 08-10-2011 |
CRONACA |
Pagina: 9 |
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Argomenti: Proposte di
legge
GIANFRANCO FINI (FLI) «Il fardello del Paese
è il Cavaliere» «Berlusconi dice che governare è un fardello? Anche gli
italiani vorrebbero liberarsi del fardello di questo esecutivo. Nel nostro
Paese bisognerebbe occuparsi di ciò che interessa tutti,
non delle intercettazioni. È giusto - conclude - cambiare la legge
elettorale, ma gli onorevoli non hanno coraggio. Al contempo, però,
bisogna ridurre il numero dei parlamentari».
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"Avvenire"
del 08-10-2011 |
PRIMA |
Pagina: 1 |
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Argomenti: Proposte di
legge
Occhiello: Draghi.
Draghi «Riforme
radicali Basta precarietà e savia flessibilità» Il governatore della Banca d'
Italia interviene al seminario dell' intergruppo per la sussidiarietà:
prioritario puntare sui giovani per crescere. «Servono cambiamenti impopolari a
inizio legislatura con misure di compensazione. Vanno ridisegnati gli strumenti
di sostegno al reddito». Proposto anche un sussidio
per tutti quelli che cercano lavoro. Soprattutto le famiglie con figli hanno
visto aggravarsi la condizione di povertà. «Occorre rimuovere vincoli e
restrizioni alla concorrenza. E tagliare i costi di apertura delle nuove
imprese». FATIGANTE E RICCARDI 5.
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"libero.it"
del 08-10-2011 |
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Argomenti: Proposte di
legge
Sottotitolo: Berlusconi vola dall' amico
Vladimir per dimenticare le amarezze: "La Russia è un Paese civile, magari
avessi i poteri del premier"
I n valigia un po' di invidia.
Ammirazione più che invidia. La dacia di Vladimir Putin è mega: «Lussuosissima.
Altro che Villa Certosa...». Ma è soprattutto l' agibilità politica dello zar
che fa gola a Silvio Berlusconi. Lo confessava l' altro giorno ai suoi
deputati, a poche ore dalla partenza: «Andrò a Mosca dal mio amico Putin, starò
via tre giorni». L' occasione è quella del compleanno numero 59 del collega. Ed
è sempre con un certo piacere che il Cavaliere si imbarca in questi viaggi
verso Est: «La Russia è un paese civile, magari il presidente del Consiglio
italiano avesse i poteri del premier russo», ha sospirato Silvio. Perché in
Italia chi siede a Palazzo Chigi non conta niente, è il suo cruccio: «Il capo
del governo non ha alcun potere e lo dimostra il fatto che tutti gli esecutivi
precedenti sono durati in media undici mesi». Anche se Napolitano, parlando a
Cuneo, fa capire che la divisione dei poteri tra Quirinale e Palazzo Chigi è
già bene equilibrata. Comunque vanno fatte le riforme:
Berlusconi lo annuncia in un messaggio ai Promotori della libertà registrato
prima della partenza. Va portata fino in fondo la legislatura, il Cavaliere
ammette che gli pesa («Stare al governo è un fardello di cui mi libererei
volentieri») ma allontana la tentazione del voto anticipato: «Non servirebbe a
nulla», se non ad alimentare «instabilità» e «speculazione finanziaria». «Solo
la sinistra» desidera le urne perché «vuole il potere» e non pensa «all'
interesse dell' Italia». L' opposizione «si occupa solo della mia poltrona»,
chiede «ossessivamente ogni giorno che io faccia un passo indietro», vuole le elezioni
o «un governo tecnico». Tutto purché lui se ne vada. Stanno freschi, Berlusconi
non molla («Non c' è alternativa a questo governo»), anzi lascia intravedere
anche la prospettiva di una ricandidatura alle prossime elezioni: «Nel 2013 gli
italiani potranno scegliere se essere ancora governati
da chi in questi anni di crisi ha realizzato riforme
importanti». Altre ancora sono in cantiere: quella della «architettura
istituzionale», «la legge elettorale» e l' ordinamento giudiziario. «Se questa riforma
non si realizzasse, la stessa sorte che è toccata a me», ossia l' accanimento
dei pm, «toccherebbe ad altri leader politici». In serata c' è il
ricevimento in onore di Putin. Lo zar Vladimir ha voluto festeggiare con due
vecchi amici, il premier italiano Berlusconi e l' ex cancelliere tedesco
Schroeder. A rovinare la trasferta, quando in Russia è già tardo pomeriggio, la
notizia che Fitch ha declassato il rating italiano. Evento scontato dopo Moody'
s e S&P che non coglie di sorpresa Silvio: «Ma rispetto alle altre agenzie,
almeno quest' ultima riconosce lo sforzo del governo per il risanamento dei
conti pubblici». Al rientro Silvio troverà ancora il dossier economico ad
aspettarlo: «Entro metà ottobre presenteremo il decreto per lo sviluppo, con le
ultime manovre abbiamo somministrato gli antibiotici, adesso stiamo preparando
le vitamine». Lo afferma il premier in un messaggio inviato al ministro
Rotondi. Era in programma un collegamento audio con il convegno dei Dc a
Saint-Vincent, ma la linea dalla Russia continua a cascare. E arriva la carta
scritta: «Nel 2013 vinceremo le elezioni e continueremo a governare», annuncia
Berlusconi, come uno che non ha affatto voglia di farsi da parte. Ma i problemi
del momento sono altri. I contenuti del decreto sviluppo, per esempio: condono
sì o no? Palazzo Chigi, con una nota, smentisce l' ipotesi ma l' altro giorno
Silvio, con i deputati, era stato possibilista: «Molti cittadini si sentono
perseguitati da Equitalia, qualcosa va fatto». Una sanatoria, ma non subito.
Più prudente aspettare il 2012. Silvio sorvola sul rischio fronde interne. Non
si preoccupa: come gli ha spiegato Verdini, scorrendo i nomi degli eretici,
«nessuno di questi ha le palle per far cadere il governo». Tremonti? «Con
Giulio sono costretto a convivere», ha sospirato Berlusconi. D' altronde Putin
può permettersi di dimissionare il ministro del Tesoro Alexei Kudrin alzando un
sopracciglio, lui no. di Salvatore Dama.
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"corriere.it"
del 08-10-2011 |
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Argomenti: Proposte di
legge
Occhiello: Settegiorni.
Sottotitolo: Il "corteggiamento"
alla Marcegaglia.
A lle urne, e senza cambiare la legge elettorale:
non è Silvio Berlusconi a dirlo, è Pier Ferdinando Casini ad auspicarlo. Perché
il leader dell' Udc non crede fino in fondo alle manovre in corso nel
centrodestra per spodestare il Cavaliere, teme piuttosto un pasticciaccio
brutto sul sistema di voto, un "porcellissimum" con cui Pdl e Pd
farebbero fuori il Terzo polo. Se così stanno le cose, meglio pararsi il fianco
e puntare alle elezioni nel 2012. Nell' Udc già si scommette sulla data: il 15
e 16 di aprile. Non è dato sapere su cosa riponga tanta sicurezza Casini, se abbia
preso per buone le confidenze di Giulio Tremonti, secondo cui "il governo
non potrà arrivare al 2013, viste le scelte economiche impopolari e
pesanti" che ha dovuto fare. Di certo il capo dei centristi si sta
attrezzando già per la bisogna, siccome è scettico sulla possibilità che si
arrivi a un cambio di governo nel finale della legislatura. A suo modo di
vedere, infatti, "non ci sono le condizioni politiche" per
realizzarlo. E tuttavia attende che si consumi l' ultima possibilità, affidata
a due "vecchi amici" che militano nel fronte berlusconiano. Beppe
Pisanu e Claudio Scajola hanno dna democristiano come il suo, ma ciò non basta
a rassicurarlo: "Avranno i numeri e la forza di staccarsi dal Pdl e di
costituire gruppi parlamentari autonomi? E soprattutto saranno pronti a votare
la sfiducia al governo? Perché questo dovranno fare, altrimenti il premier non
si dimetterà per un incidente di percorso". Sono domande che restano per
ora appese, ma per le quali Casini attende risposta a stretto giro, "entro
una settimana, dieci giorni al massimo", ha spiegato ai suoi
interlocutori. Evocando le elezioni anticipate, il capo dei centristi prova a
esercitare una pressione sugli "indignados" del centrodestra, e cerca
di capire se è sincera la loro volontà di porre fine alla stagione del
Cavaliere o se è un escamotage per concludere una trattativa interna al Pdl,
garantendosi posti e ruoli nel partito: "E fino a prova
contraria...". I dubbi di Casini sono gli stessi di Francesco Rutelli e
Gianfranco Fini, secondo cui "non accadrà purtroppo nulla". Mai dire
mai in politica. Però è sempre meglio non farsi trovare impreparati. E il
leader dell' Udc si sta muovendo come fosse già in campagna elettorale,
punta sull' attuale sistema di voto, dopo che Silvio Berlusconi "non ha
accettato la nostra proposta", togliere
cioè il premio di maggioranza e introdurre le preferenze: "Se fosse stato
intelligente...". Questione di punti di vista. E comunque, piuttosto di
ritrovarsi con un "porcellissimum" che spazzerebbe via il terzo polo
nelle urne, è preferibile il "porcellum", con cui scegliersi
candidati fedelissimi e puntare a conquistare al Senato i seggi necessari per
essere determinanti nella formazione di qualsiasi maggioranza di governo. I
sondaggi in tal senso sono al momento confortanti: la coalizione di Casini
viene quotata appena sotto il 13%. D' altronde con Berlusconi a palazzo Chigi
non c' è possibilità che il terzo polo si allei con il Pdl, ma nemmeno con il
Pd. Anche i sondaggi sconsigliano al capo dei centristi un abbraccio con i
Democrat: secondo i test che ha commissionato, finirebbe addirittura per
perdere dal Cavaliere. "Meglio soli", dunque. Anzi, meglio scegliersi
la compagnia . E da tempo il capo dei centristi corteggia Emma Marcegaglia,
nella speranza che - lasciata Confindustria - accetti di essere lei la leader
del terzo polo alle urne. È vero che i test sono favorevoli a Casini, insieme a
Di Pietro "il leader più apprezzato", come sostiene l' ultimo report
dell' Osservatorio politico nazionale: è lui infatti a trainare il terzo polo
che "continua a soffrire l' effetto Fini". La candidatura della
presidente uscente degli industriali sarebbe però un modo per dirimere la
questione del candidato premier con i leader di Fli e dell' Api, e
consentirebbe a Casini di non compromettersi troppo nella competizione elettorale. È preferibile mantenere un profilo
istituzionale per chi vuole in prospettiva gareggiare per la presidenza della
Camera, e poi per quella della Repubblica... Casini è così convinto dell' idea
da aver fatto testare la Marcegaglia, e secondo alcuni istituti di ricerca una
donna imprenditrice sarebbe una novità che raccoglierebbe voti dal serbatoio
degli indecisi e drenerebbe consensi dagli schieramenti avversari. In più
sarebbe una candidatura ideale "in funzione anti montezemoliana", si
è detto nelle riunioni riservate del terzo polo, dove sono stati analizzati
anche dei sondaggi sull' attuale presidente della Ferrari, che "in questa
fase di nuovismo" incontra "i favori dell' opinione pubblica", e
vanta - secondo la Lorien Consulting - il 26,9% dei giudizi positivi. Appena
quattro punti in meno di Casini. In campagna elettorale
non bisogna lasciare nulla al caso e il leader dell' Udc si sente già in
competizione, al punto che starebbero decidendo anche le candidature, e il
presidente della Camera avrebbe deciso di optare per il Senato. Formalmente
Casini aspetta di sapere come si concluderà l' operazione frondista nel Pdl. In
cuor suo però ha deciso: preferisce le urne l' anno prossimo e con questa legge elettorale,
avendo in tal caso chiara la strategia dopo il voto. Vuol costringere all'
accordo di governo il centrosinistra e provare a disarticolare il centrodestra,
con il Pdl in rotta e orfano del Cavaliere. Lo schema è semplice in questo
quadro politico bloccato: se cambiasse il governo, invece, cambierebbe lo
scenario. E Casini vuole giocarsi la partita in proprio, piuttosto che
condividerla con altri, fossero anche dei "vecchi amici".
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di Lorenzo Fuccaro twitter@Lorenzo_Fuccaro. |
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"corriere.it"
del 08-10-2011 |
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Argomenti: Proposte di
legge
Occhiello: I NODEI DEL GOVERNO.
Sottotitolo: Berlusconi: nel 2013 vinceremo.
All' Italia serve stabilità All' opposizione.
ROMA - Nessun passo indietro, nessuno
voto anticipato, restare mi costa ma non c' è alternativa a questo governo che,
parola di Silvio Berlusconi, concluderà la legislatura nel 2013 portando il
Paese fuori dalla crisi e lasciando in eredità a chi verrà - il sottinteso è
che sarà l' attuale maggioranza a vincere di nuovo - la riforma
dell' architettura istituzionale, quella elettorale,
la riforma della giustizia e
anche quelle delle intercettazioni. Ma per fare tutto questo, insiste, occorre
riunificare sotto la comune bandiera del Ppe tutti i moderati che sono la
maggioranza ma che ora sono divisi. Prima di volare in Russia per festeggiare
il compleanno dell' amico Vladimir Putin, il Cavaliere fa sentire alta la sua
voce attraverso due "canali" non coinvolti in alcuna fronda interna
al Pdl: fa diffondere un video dal sito dei Promotori della libertà, il gruppo
di Michela Vittoria Brambilla e un messaggio alla convention promossa da
Gianfranco Rotondi. Attacca la sinistra ma, ed è una novità perché finora ha
usato parole sprezzanti nei confronti dell' Udc, invita "a superare le
divisioni tra le forze politiche moderate e rafforzare la grande alleanza di
centrodestra, che è un' alleanza ispirata ai valori e al programma del Partito
popolare europeo", rilancia cioè la proposta
di Angelino Alfano di una "costituente popolare". L' opposizione,
assecondata da qualche giornale e qualche tv, sostiene il premier, "chiede
ossessivamente ogni giorno che io faccia un passo indietro, vuole che il
governo si dimetta, che si vada a elezioni oppure che si formi un cosiddetto
governo tecnico. Dicono che qualsiasi soluzione andrebbe bene per loro purché
Berlusconi lasci libera la poltrona di premier". Ebbene, adesso, "l'
Italia ha bisogno di stabilità politica". Stare al governo ora, ammette il
premier, "comporta per me e per tutti i ministri un grande sacrificio
personale e un fardello del quale personalmente mi libererei volentieri se non
fosse che una crisi di governo sarebbe l' ultima cosa di cui l' Italia ha
bisogno in questo momento". Chiedere il voto anticipato come fa la
sinistra convinta di vincere "è una pretesa assurda, che creerebbe solo
instabilità e che aprirebbe nuovi spazi alla speculazione finanziaria.
Noi abbiamo i numeri per arrivare fino in fondo alla legislatura". E
andremo avanti per completare il nostro programma di riforme".
Ora in primo piano c' è "il decreto sulla crescita". Poi faremo il
riordino istituzionale con il corollario della legge
elettorale che confermi il sistema bipolare, la riforma della giustizia e vareremo nuove regole
per le intercettazioni. Insomma, "non c' è un' alternativa al nostro
governo. E gli italiani sono troppo maturi per pensare di affidare le sorti del
Paese a un governo formato dal trio Bersani-Di Pietro-Vendola, che sarebbe una
riedizione, in termini direi ancor più grotteschi, dell' Ulivo di Prodi".
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"Libero"
del 08-10-2011 |
Pagina: 7 |
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Argomenti: Proposte di
legge
pato: «Non servirebbe a nulla», se non ad
alimentare «instabilità» e «speculazione finanziaria». «Solo la sinistra» desidera
le urne perché «vuole il potere» e non pensa «all' interes se dell' Italia». L'
opposizione «si occupa solo della mia poltrona», chiede «ossessivamente ogni
giorno che io faccia un passo indietro», vuole le elezioni o «un governo
tecnico». Tutto purché lui se ne vada. Stanno freschi, Berlusconi non molla
(«Non c' è alternativa a questo governo»), anzi lascia intravedere anche la
prospettiva di una ricandidatura alle prossime elezioni:
«Nel 2013 gli italiani potranno scegliere se essere ancora governati da chi
inquesti anni dicrisi harealizzato riforme
importanti». Altre ancora sono in cantiere: quella della «architettura
istituzionale», «la legge elettorale» e l' ordinamento giudiziario. «Se questa riforma
non si realizzasse, la stessa sorte che è toccata a me», ossia l'
accanimento dei pm, «toccherebbe ad altri leader politici». In serata c' è il
ricevimento in onore di Putin. Lo zar Vladimir ha voluto festeggiare con due
vecchi amici, il premier italiano Berlusconi e l' ex cancelliere tedesco Schroeder.
A rovinare la trasferta, quando in Russia è già tardo pomeriggio, la notizia
che Fitch ha declassato il rating italiano. Evento scontato dopo Moody' s e
S&P che non coglie di sorpresa Silvio: «Ma rispetto alle altre agenzie,
almeno quest' ultima riconosce lo sforzo del governo.
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"Il
Sole 24 Ore" del
08-10-2011 |
Commenti e inchieste |
Pagina: 22 |
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Argomenti: Proposte di
legge
Occhiello: PRESIDENZIALI USA 2012.
di Christian Rocca Ora che il governatore
del New Jersey Chris Christie e l' eroina conservatrice Sarah Palin hanno
ribadito il loro no alla candidatura presidenziale alle primarie repubblicane
di gennaio, il campo degli sfidanti di Barack Obama dovrebbe essere definito. A
questo punto è difficile che a qualcun altro, ammesso che ci sia, venga in
mente di candidarsi. Il tempo è quasi scaduto. Le possibilità di organizzare
una campagna nazionale credibile sono svanite. I grandi finanziatori si sono
già impegnati, compreso quel gruppo di milionari pro Christie che, dopo il «no»
del governatore, si è comodamente riposizionato su Mitt Romney. Il governatore
del Texas Rick Perry era l' uomo che avrebbe dovuto scalzare Romney dal ruolo
di favorito, e per qualche settimana c' è anche riuscito. Perry sembrava l'
unico dotato di argomenti per tenere sotto la stessa tenda i patriarchi del
partito e gli antistatalisti dei Tea Party, l' establishment e i ribelli, un'
impresa riuscita soltanto a Ronald Reagan e a George W. Bush. Ma sono stati
sufficienti un paio di dibattiti televisivi (il prossimo è martedì) per sopire
gli entusiasmi. Perry non è sembrato all' altezza del compito, i sondaggi sono
in picchiata e adesso è stato superato da Herman Cain, il fondatore della
catena The Godfather Pizza. Perry resta comunque l' avversario principale di
Romney, anche per le maggiori capacità di finanziamento rispetto agli altri. Il
ruolo di favorito è di nuovo di Romney. L' ex businessman mormone è ormai il candidato
inevitabile, l' alfiere della Right Nation che però non riesce a scaldare i
cuori e le menti della base elettorale, dei big del
partito, degli intellettuali conservatori. A partiti invertiti si sta ripetendo
la campagna del 2004. Allora c' era un presidente, Bush, molto criticato e
indebolito dalle polemiche. I democratici trascorsero l' estate e l' autunno
precedente le primarie del 2004 a cercare un' alternativa al loro candidato
inevitabile, il senatore John Kerry, anch' egli del Massachusetts come Romney.
Il movimentista di sinistra Howard Dean aveva entusiasmato i ragazzi
organizzati su Internet, il neopopulismo centrista di John Edwards aveva
affascinato gli intellettuali delle due coste, ma alla fine prevalse il
candidato mediano, quello più sicuro, quello privo di posizioni estremiste e
urticanti, l' unico che non avrebbe alienato i moderati e gli indipendenti il
giorno del voto. John Kerry era noto per una serie di ondivaghe prese di
posizione (flip, flop), a cominciare dalla guerra in Iraq, ma tutto sommato era
un candidato serio, preparato, affidabile. Il ritratto di Kerry 2004 è identico
a quello di Romney di quest' anno. Romney è in corsa per la presidenza da
quattro anni, da quando si è candidato alle precedenti primarie ed è stato sconfitto
da John McCain. Da quel momento non ha smesso di girare il paese, di
ricalibrare la sua organizzazione, di affinare la raccolta fondi. Quattro anni
dopo, Romney è un candidato migliore, più sicuro, con una proposta
politica più definita e con maggiori capacità comunicative. Non si è fatto
mancare altri flip flop, altri cambiamenti di posizione per inseguire i
sondaggi, e non è mai riuscito a togliersi l' imbarazzo di aver ispirato l' Obamacare, la detestata riforma
sanitaria del presidente, con la sua legge
di estensione universale della copertura sanitaria approvata ai tempi in cui
era il Governatore del Massachusetts. Anche sui temi della politica estera,
Romney ha sbandato. L' anno politico è iniziato con una sua
posizione in sintonia con la tradizionale ala isolazionista del mondo
conservatore e con la richiesta di disimpegno dall' Afghanistan. Ora, grazie a
una rinnovata squadra di consiglieri e intellettuali dell' era Bush, si propone
come il campione dell' eccezionalismo americano, come il presidente del Nuovo
Secolo Americano, come il continuatore di una politica estera a metà tra il
classico nazionalismo conservatore e l' idealismo neoconservatore. Vedremo se
durerà, con Romney non è detto. Ma ora, dopo il discorso pronunciato ieri in
South Carolina, Romney è ufficialmente il candidato dell' ala pro America della
già molto patriottica politica americana. Il paradosso per Romney è che oggi l'
alfiere di questa politica estera liberale, ma aggredita dalla realtà
mediorientale, è l' attuale Comandante in capo Barack Obama. www.camilloblog.it
© RIPRODUZIONE RISERVATA.
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"Il
Sole 24 Ore" del
08-10-2011 |
Commenti e inchieste |
Pagina: 22 |
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Argomenti: Esempi
esteri
Occhiello: INTERNAZIONALIZZAZIONE.
Alla fine del mese si concluderanno gli
stati generali del commercio estero, che dovranno gettare
le basi - si spera - per la nascita di una nuova agenzia pubblica di sostegno
all' internazionalizzazione delle imprese. Riformare
l' Ice, renderlo più efficiente e ramificato soprattutto sui mercati emergenti
e tagliarne le numerose diseconomie, era da anni un dovere sacrosanto.
Sopprimerlo frettolosamente per decreto, come è accaduto in luglio, non è stata
però un' idea brillante, soprattutto perché non c' era, e non c' è ancora, un
piano B. È stato come togliere la terra sotto i piedi a migliaia di imprese che
all' Ice, nel bene e nel male, si appoggiavano: per trovare partner affidabili
nella distribuzione dei loro prodotti in Brasile o Uzbekistan, per partecipare
a fiere internazionali e eventi promozionali che sono il pane quotidiano di chi
vive di esportazioni. Non sarà stato il massimo, probabilmente, ma almeno c'
era. Adesso che non c' è più, molte manifestazioni sono a rischio per
improvvisa mancanza di copertura finanziaria. Un Paese di esportatori non può
permettersi il lusso di restare sei mesi (tanti ne
passeranno, se tutto andrà bene, prima che prenda forma l' Ice2) senza una
struttura pubblica di supporto. Se ne avvantaggiano i nostri principali
competitor, Francia e Germania, dove un simile pasticcio sarebbe inconcepibile.
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"lastampa.it"
del 08-10-2011 |
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Argomenti: Proposte di
legge
Sottotitolo: "I punti forti: l' avvio
degli interventi anti-crisi e la riforma della legge elettorale"
ROMA Il Pd non vuole le elezioni anticipate.
E non le vuole - o non dovrebbe volerle - per un mucchio di ragioni che Walter
Veltroni, stavolta, elenca con un puntiglio e una pignoleria che ricordano
assai poco le sue sperimentate capacità affabulatorie. Si comincia dalle
elezioni e dal Pd perché, ad esser onesti, il Partito democratico è apparso
visibilmente oscillante, sul punto: a seconda di questo o quel dirigente, un
giorno è meglio andare a votare e quello dopo - invece - diventa preferibile un
nuovo governo variamente definito (di transizione, di decantazione, tecnico,
etc). Molte manovre - a partire dalle candidature alla premiership - si
intrecciano intorno alla data del voto: e così, a dirla tutta, perfino le
conclusioni dell' ultima Direzione del Pd sarebbero state - secondo alcuni -
assai ambigue, sul punto. Walter Veltroni c' era: chiediamo a lui, dunque, come
stanno le cose. Fuori da ogni ironia: è possibile capire qual è, sul punto, la
linea emersa in Direzione? "Al di là della posizione favorevole alle
elezioni anticipate legittimamente espressa da qualcuno, come La Torre, le
conclusioni sono state chiare: il Pd si impegna a costruire le condizioni per
la nascita di un governo di transizione e considera per ragioni che se vuole
poi le illustrerò - il voto anticipato come soluzione estrema". Le
illustri pure, così diradiamo qualche nebbia. "Guardi, lo ha detto bene
Montezemolo, l' altro giorno: il Paese è a un passo dal baratro. E se la
situazione è questa - ed è certamente questa noi non possiamo rispondere né con
"forza gnocca" né precipitando l' Italia verso elezioni che sarebbero
precedute, nel pieno di questa devastante crisi, da mesi di confusione e rissa
politica". Dunque, meglio lasciare in carica il governo che c' è?
"Questo è quel che pensa Berlusconi, magari, non noi. Il Pd - e non solo
il Pd - ritiene che quel che occorre sia un governo di transizione che abbia in
agenda tre cose: il varo degli interventi economico-sociali più urgenti per
fronteggiare la crisi; l' avvio di almeno alcune delle riforme
suggerite all' Italia dalla Bce e di quei provvedimenti strutturali richiamati
proprio oggi da Mario Draghi; l' approvazione di una nuova legge
elettorale. Già queste poche cose, da sole,
raffredderebbero le tensioni che attraversano il Paese e ci ridarebbero
prestigio all' estero". E' un anno che chiedete l' avvento di un governo
diverso, senza cavar fuori - come si dice - un ragno dal buco. "Non sono
d' accordo. E' cronaca di questi giorni, di queste ore: qualche risultato
inizia a vedersi e qualcosa comincia a muoversi. La consapevolezza che così non
si possa andare avanti è molto cresciuta anche tra le forze di maggioranza. Io
ne scrivevo già un anno fa, e con Beppe Pisanu ci sono tornato più di recente.
Naturalmente, il processo che può portare alla nascita di un nuovo governo
diventa tanto più difficile quanto più si evocano le elezioni. Anzi, il solo
parlarne è il modo migliore per blindare Berlusconi lì dov' è". Per la
verità, qualcuno sostiene che il Pd - prigioniero delle sue manovre - avrebbe
rinunciato a chiedere il voto anticipato perché non pronto all' appuntamento:
né sul piano delle alleanze con cui andare alle elezioni né su quello della
scelta del candidato premier. Come risponde? "Sono due questioni distinte.
Sulle alleanze io resto della mia idea: la strada è partire dalle cose da fare.
Siamo d' accordo che in politica estera, per esempio, la partecipazione alle
nostre missioni in corso all' estero resta un impegno da rispettare? E ancora:
c' è intesa sul fatto che in questo Paese i diritti civili di tutti e delle
donne in particolare vadano difesi dove attaccati ed estesi ove necessario?
Oppure: si concorda sul fatto che l' accordo del 28 giugno tra Confindustria e
sindacati traccia una via che è giusto seguire?". Perché fa questo elenco?
"Perché nella prossima legislatura il governo eletto avrà da fare sei o
sette cose ormai decisive per il Paese, e la prima è certamente un radicale
abbattimento del debito che ci strozza. Ecco: io dico che delle alleanze
bisogna fare una funzione, non una priorità. In fondo, è l' idea centrale della
cosiddetta vocazione maggioritaria, che non è mai stata voler andar da soli a
tutti i costi". E lei pensa che sulle questioni elencate sia possibile
metter d' accordo Vendola, Di Pietro e Casini? Finora non è accaduto: e forse
anche non esser riusciti a offrire una via alternativa dentro la crisi è una
bella responsabilità... "Questo è il vero problema politico. E cioè:
perché perfino nel pieno del declino del berlusconismo - privato e di governo -
le forze riformiste non riescono a mettere
in campo scelte programmatiche chiare e un profilo credibilmente innovatore?
Naturalmente non è un problema che nasce oggi, visto che in questo Paese il
centrosinistra, anche quando ha vinto le elezioni, non è mai stato davvero
maggioranza...". Da settimane, però, i sondaggi dicono che siete in
vantaggio. "Sì, ma quel che sorprende e preoccupa è che, come tutte le
analisi confermano, il passaggio di consensi dalla maggioranza all' opposizione
è minimo, di fatto inesistente: i voti in uscita dalla destra finiscono nel
Grande Magazzino dell' Astensionismo. Dobbiamo riuscire a tirarli fuori dal lì,
altrimenti rischiamo un paradosso che alcuni già profetizzano: che tornino ad
un centrodestra liberato da Berlusconi". E questo non dovrebbe spingervi a
chiedere elezioni nel tempo più breve possibile? "Una delle regioni per le
quali sono contrario al voto anticipato è che non si può tornare alle urne con
questa legge per avere un altro
"Parlamento dei nominati". So che dire questo può sembrare far l'
occhiolino alla cosiddetta antipolitica: ma bisognerebbe ricordare che l'
antipolitica non nasce dal nulla, ma dalla cattiva politica. Io chiedo: andiamo
a votare con questa legge dopo che un milione
e 300mila italiani hanno firmato per un referendum
che chiede di abolirla? Commetteremmo un errore molto grave". Nulla ci
dice, però, della candidatura a premier del centrosinistra, che è un altro bel
problema. Perché? A parte Bersani, si candidano tutti: Vendola, Serracchiani,
Renzi...? "Non ne parlo perché, visto che non vogliamo le elezioni
anticipate, penso sia più utile dedicarsi a cose concrete. E dunque su questo,
almeno a me, non strapperà una sola parola...".
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"L'Unità"
del 08-10-2011 |
Pagina: 37 |
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Argomenti: Proposte di
legge
Sky Italia ha annunciato di aver superato
i 5 milioni di abbonati, «un numeroche porta laplatea di ascolti a superare i
15 milioni di persone». Per celebrare il risultato, Sky donerà un impianto satellitare
e il relativo abbonamento (canali news e documentari) alle scuole medie pubbliche che ne faranno richiesta entro il 31 dicembre. Una
«pagina bianca» in Piazza Duomo NANEROTTOLI Una buona porcata Toni Jop
Calderoli è un uomo o un quaquaraqua? Passiamo la domanda all' interessato.
Adesso Bossi dice: prima la riforma
della legge elettorale, poi si va al voto. Ma a Ponte di Legno,
qualche mese fa, lo stesso Bossi disse più o meno:lo so che tu Calderoli hai
detto che questa è una legge porcata, tuttavia
sbagli perché è un' ottima QUADRO DI LEONARDO A RISCHIO Il capolavoro di
Leonardo, «Sant' Anna, la Madonna ed il Bambino», è in pericolo:il restauro del
quadro in corso al Louvre diParigi rischia di cancellare dal volto dellaVergine
e del Bambin Gesù il famoso sfumato realizzato dal genio toscano nel '500. È l'
allarme lanciato a Parigi da alcuni esperti francesi che ritengono troppo
aggressivo l' intervento dei restauratori. legge
e dobbiamo tenercela stretta, e nessuno ne parli più male. Il fatto è che
Calderoli stava davanti a lui e tutto accadeva davanti a centinaia di militanti
- alloraancora in festaper imagnifici destini del Carroccio - con la salsiccia
tra i denti. Buffetto sulla guancia e Calderoli rise senza far rumore, come un
bimbo «sistemato». Ma adesso? Adesso che il gran leader si è ravveduto e accusa
il colpo di non aver provveduto per tempo a riformare
laporcata? ForzaCalderoli, hai detto una sola cosa giusta in tutta la tua vita
eti sei anche fatto sgridarein pubblico per questo. ?
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"L'Unità"
del 08-10-2011 |
Pagina: 7 |
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Argomenti: Proposte di
legge
Sottotitolo: Elezioni anticipate «Non si può
lasciare il Paese a Bersani, Vendola e Di Pietro»
Telecamere davanti a Palazzo Chigi Niente
voto anticipato, il governo va avanti perché non ha alternative, torneremo a
vincere nel 2013. Berlusconi si riposiziona sulla scena e avverte i
«congiurati» Pdl che progettano il dopo. Tutto Ok, quindi. E vola da Putin.
NINNI ANDRIOLO Questa volta nemmeno il disturbo di contrabbandare il party in
onore di Wladimir per una due giorni di noiosi colloqui tra capi di Stato
costretti a farsi carico dei problemi del Pianeta perfino in occasione del
compleanno di uno di loro. Tra Putin e Berlusconi, chiarisce Dmitri Peskov,
portavoce del Cremlino, «non sonoprevisti colloqui ufficiali». L' anno scorso,
quando Silvio volò a Pietroburgo nel pieno della bufera bunga bunga per
festeggiare Putin, i tradizionalmente parsimoniosi servizi moscoviti fornirono
alle agenzie di stampa una valanga di notizie sui defaticanti colloqui in dacia
tra il capo di governo russo e quello italiano.I malignipensarono ad unregalino
di Wladimir per aiutare Silvio a sgombrare il campo da pruriginose illazioni
italiane. Ma le indiscrezioni non si placarono ugualmente e quest' anno il
viaggio di Silvio per la festa di compleanno di Putin viene presentato per
quello che è: un fatto «privato». Che costringe Berlusconi all' estero mentre,
dopo Strandard& Poor' seMoody' s, ancheFitch declassa l' Italia.
Collegamenti difficili, ieri, con il Cavaliere. Aveva promesso un collegamento
telefonico con il convegno organizzato dal ministro Rotondi, ma la linea Saint
Vincent-Mosca si è rivelata interrotta. Il premier, però, ha fatto conoscere
ugualmente il suo pensiero con un testo autografo piovuto da non si sa dove e
sbucato fuori all' improvviso quando è apparso chiaro che la linea non poteva
essere ripristinata. A scanso di equivoci, però, prima di volare in Russia il
Cavaliere aveva fatto sapere in giro il suo pensiero sulla crisi. Silvio non
molla, tanto per andare al sodo. La guida del Paese «è un fardello di cui
personalmente mi libererei molto volentieri», spiega, ma una crisi di governo
«sarebbe l' ultima cosa di cui l' Italia in questo momento ha bisogno».Berlusconi
costretto al sacrificio, quindi, e suo malgrado. Parole indirizzate al Paese
ma, soprattutto, alla scalpitante coalizione di governo quelle del premier. Nel
Pdl si diffondono i mal di pancia, mentre la Lega non dà garanzie di tenuta. E
se Bossi non eslcude pubblicamente le elezioni anticipate, Berlusconi ripete
che «non servirebbero a nulla» e che «la sinistra» - ma soprattutto i suoi...-
deve rassegnarsi perché «non c' è un' alternativa al nostro governo». Un avviso
ai «naviganti» del Pdl, quello del premier. Pisanu, Scajola, Pera e molti altri
accelerano sul dopo Berlusconi e il Cavaliere si ripropone al centro della
scena. «Noi abbiamo i numeri per arrivare fino in fondo alla legislatura, come
prevede la nostra Costituzione - avverte - E andremo avanti per completare il
nostro programma di riforme». Il richiamo alla
ragione sociale del suo popolo che dà segnali di disaffezione. «Gli italiani
sono troppo maturi per pensare di affidare le sorti del Paese ad un governo
formato dal trio Bersani-Di Pietro-Vendola - avverte il Cavaliere - Sarebbe una
riedizione, in termini più grotteschi, dell' Ulivo di Prodi». Attenti, perché
siamo ancora forti e ancora tanti, cerca di incoraggiare Belrusconi.
«Nonostante tutto, ricordiamocelo, gli elettori moderatirappresentano ancora
oggi la maggioranza degli elettori. E se mai si arrivasse alle urne, non
commetterebbero certamente mai l' errore di consegnare il governo nelle mani di
una sinistra che abbiamo già vista all' opera e che non sa governare né assicurare
all' Italia la stabilità necessaria». Attacco all' opposizione, quindi. Per far
sapere anche ai responsabili in che mani possono finire e per smontare il
pressing mediatico su un esecutivo debole e su un premier incapace di
governare. «Il teatrino della politica, con le sue chiacchiere vuote,
rilanciate e ampliate in maniera ossessiva da quotidiani e reti online, non ci
interessa - afferma il premier - Noi continuiamo a lavorare per portare avanti le riforme
del fisco, dell' architettura istituzionale e della giustizia». Le
intercettazioni, poi, e una nuova legge
elettorale che garantisca il bipolarismo e «nonsvuoti la garanzia della
stabilità dei governi». Ma per garantirsi gli ultimi due anni di legislatura,
Silvio «dopo gli antibiotici» della manovra promette «le
vitamine» della crescita economica. «Entro la metà di ottobre presenteremo il
decreto per lo sviluppo che opererà con misure concrete ed efficaci nell'
interesse dei cittadini, delle famiglie e delle imprese», annuncia. Poi cerca
di ridare smalto a un Pdl smarrito. «Andiamo avanti sereni spiega - Nel 2013
vinceremo ancora le elezioni e continueremo a governare per il bene del Paese».
?
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"Corriere
delle Alpi" del
08-10-2011 |
Cronaca |
Pagina: 13 |
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Argomenti: Proposte di
legge
Occhiello: REFERENDUM.
BELLUNO. «Al limite ci rivolgeremo alla
Corte di giustizia europea». Si allarga l' adesione del territorio al ricorso
per il referendum provinciale di
passaggio al Trentino Alto Adige. Dopo il no della Cassazione, che ha impedito
ai bellunesi di potersi pronunciare sul distacco dal Veneto e l' annessione ai
vicini "speciali", sulla base dell' art. 132 della Costituzione, l'
ente Provincia ha presentato ricorso al capo dello Stato. Su invito del
Comitato promotore del referendum, da qualche
tempo altri enti stanno approvando delibere di giunta che rafforzano il ricorso
appoggiandolo. Moreno Broccon, portavoce del comitato, spiega che: «Sono ormai
una ventina i Comuni che hanno approvato queste delibere. Il Comune di Feltre
ha deciso di organizzare anche un consiglio comunale apposta il 13 ottobre. A
questi si aggiungono due Comunità montane (Agordina e Feltrina), la Federazione
Ladina, alcune associazioni e i sindacati provinciali di Cisl e Uil, mentre la
Cgil pare che non sia intenzionata». Nell' invito del Comitato si legge: «Nella certezza di aver subito, con la
decisione assunta dall' Ufficio centrale per il referendum,
una grave ingiustizia, chiediamo di unirsi ad adiuvandum al ricorso presentato
dalla Provincia al presidente della Repubblica. Crediamo infatti che in questo
particolare momento sia fondamentale far sentire, a quanti non ci hanno
consentito di esercitare un fondamentale diritto democratico, la nostra voce
unita a sostegno e difesa della nostra terra di montagna per poter contribuire,
ancora di più e meglio, allo sviluppo del paese». Broccon conclude: «Siamo
molto contenti della risposta del territorio. Se il capo dello Stato non
dovesse darci ascolto, comunque, non ci fermeremo».
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di MARTA DASSÙ. |
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"lastampa.it"
del 08-10-2011 |
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Argomenti: Esempi
esteri
Praga è più bella ancora di quanto la ricordi,
prima e dopo. E di quanto la rilegga, una volta di più, nelle pagine rosa di
Angelo Maria Ripellino. In questo inizio d' ottobre, non sa di nebbia e di
malinconia; il cielo su Malá Strana è azzurro, quasi romano. L' aria è secca,
mentre camminiamo verso il Museo di Kampa, nel piccolo lembo oltre la Moldova.
L' incontro è lì, in quelle sale dove l' ex segretario di Stato americano,
Madeleine Albright, ritrova il suo nome da ragazza: Maria Korbel. Riannodando
così il filo di una storia, anche sua. La prima donna ad avere guidato il
Dipartimento di Stato, figlia di un diplomatico cecoslovacco rifugiatosi negli
Stati Uniti, è a Kampa, con noi europei, per gettare le basi di un futuro Aspen
Institute Prague. Tenere insieme Praga e Washington, Boemia e Colorado, non è
impresa difficile. Per la Repubblica Ceca, l' America è ancora la grande alleata nella battaglia per la libertà
dal sistema sovietico. L'
America, vista da Praga, non è controversa. L' Europa lo era e lo è. La gravità
della crisi dell' euro ha rafforzato le tesi scettiche alla Vaclav Klaus. Il
presidente della Repubblica Ceca, scrivendo sul Wall Street Journal pochi mesi
fa, ha interpretato il rischio default della Grecia come una conferma plateale
delle proprie idee di sempre: la moneta unica - ha ribadito Klaus l'
euro-scettico - è un «progetto pericoloso» perché genera (al meglio) tensioni
insostenibili e finisce (al peggio) per azzerare la sovranità democratica dei
paesi membri. Atene può uscire o subire, fallendo comunque. Il mio vicino di
tavolo al Museo di Kampa, un diplomatico di carriera, dice che Klaus esagera un
po' ma non tanto. L' opinione pubblica, dopo gli sforzi compiuti per l'
ingresso nell' Ue, nel 2004, è già molto delusa. La Repubblica Ceca ha tirato
il freno, o di più, sull' adesione all' euro. In un suo recente documento, la
Banca centrale ha messo nero su bianco che l' adozione dell' euro non dipenderà
solo dalle riforme a casa; ma anche e
soprattutto da «come l' area dell' euro affronterà le sfide che la riguardano e
che ne mettono in discussione il funzionamento». Cosa ragionevole, mi pare; ma
che, rispetto alla lettera dei Trattati europei, introduce una condizione non
prevista, dal momento che per nulla previsto era stato lo scenario - la crisi,
rapida e traumatica, della moneta unica. Con i suoi costi: l' esperienza dei
fratelli separati slovacchi (nell' euro ma euro-scettici) si fa sentire. Mentre
cominciano i brindisi, una giovane economista attira la mia attenzione sul
fatto che il governo ceco ha ormai deciso di rinunciare a fissare obiettivi
temporali per un eventuale ingresso nell' euro. Prima si parlava del 2010, poi
si è parlato del 2014; oggi non se ne parla proprio più, sottolinea con un fare
fra il rassegnato e il divertito. Perché la realtà, chiude salutandomi, è che
tenerci la Corona conviene: ci aiuta un po' nelle esportazioni; e la nostra
economia, per rallentata che sia, continua a vivere di questo. Lo stesso sta
accadendo in Polonia. Presidente di turno dell' Unione europea, Varsavia aveva
inizialmente pensato di puntare le proprie carte su un' adesione all' euro
attorno alla metà di questo decennio. Ancora a luglio di quest' anno, il primo
ministro Donald Tusk aveva chiesto che la Polonia fosse ammessa ai vertici
dell' Eurogruppo pur non essendo membro dell' euro. Il collasso della Grecia e
i rischi di contagio hanno spazzato via istanze del genere: secondo Jan
Vincent-Rostowski, ministro delle Finanze con studi e inclinazioni
anglosassoni, l' adesione della Polonia alla moneta unica non va più data per scontata.
Per ragioni economiche ovvie, rafforzate da ragioni politiche: per potere
aderire all' euro, la Polonia dovrebbe modificare la Costituzione. Ma è un
passaggio difficile da affrontare, quale che sia la maggioranza che uscirà
dalle urne dopo le elezioni di domani. Nel frattempo, l' opinione interna si è
raffreddata: meno di un terzo dell' elettorato, oggi, si dichiara disposto ad
abbandonare lo zloty. E' rinata così, fra la Moldova e il Mar Baltico, una
seconda Europa: nel senso che questa parte dell' Ue sta tornando a pensarsi
come tale, come un pezzo a sé stante del Vecchio Continente, con un piede
dentro e un piede fuori dall' euro. L' effetto centripeto messo in moto dall'
allargamento è stato arrestato, spezzato, dall' implosione greca. E' una seconda
Europa che guarda ancora verso l' America di Maria Korbel, appunto; che crede
(diffidandone) che la Germania sia tedesca,
prima che europea; e che sta cercando di crearsi, per ragioni geopolitiche ed
economiche, una propria area di influenza nella Mitteleuropa e verso Est, verso
l' Ucraina e i suoi vicini. E' il progetto della Polonia, in particolare,
frustrata dagli scarsi risultati del «triangolo di Weimar» (il tavolo fra
Varsavia, Berlino, Parigi) e preoccupata che il rapporto Germania-Russia
tolga spazio alle proprie ambizioni. A differenza di Londra, Praga e Varsavia
mantengono però una buona dose di ambiguità sulla prospettiva di un' Europa «a
più velocità». David Cameron può ormai invocare l' unione
fiscale fra i Paesi dell' euro - come unica soluzione credibile a una crisi
dannosa e rischiosa per tutte le economie occidentali - proprio perché nella
sua concezione la Gran Bretagna resterà in ogni caso al di fuori di un «nucleo duro» quasi
federale: l' Europa a più velocità, dal punto di vista dei conservatori
inglesi, è un buon compromesso (non lo era per Tony Blair, che ancora puntava a
condizionare da Londra l' Unione Europea nel suo insieme). Per Praga e
Varsavia, accettare la nuova equazione britannica è assai meno semplice: in
entrambi i Paesi, se la crisi dell' euro fosse superata, il problema di aderire
alla moneta unica tornerebbe a proporsi. Ma in termini che, nel frattempo,
saranno diventati molto più impegnativi di oggi. La mia precisa sensazione,
insomma, è che nella psicologia dell' Europa un tempo «sequestrata», poi
ritrovata, poi allontanata dalla crisi dell' euro, non esista solo la
tentazione a pensarsi come un mondo sé; ma sia sempre in agguato anche un
complesso di esclusione. Un complesso che noi italiani ben conosciamo: il timore
di essere lasciati fuori, «out in the cold». Ma a Kampa l' aria è ancora
tiepida, quando il Museo chiude e torniamo verso Ponte Carlo.
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"Italia
Oggi" del 08-10-2011 |
I COMMENTI |
Pagina: 2 |
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Argomenti: Proposte di
legge
La principale abilità che aveva caratterizzato
Silvio Berlusconi fin dall' origine della sua esperienza politica è stata la
capacità di aggregare alleanze attorno alla sua guida. Cominciò con un'
operazione funambolica, la costruzione di un' alleanza con la Lega nel Nord e
con Alleanza nazionale nel Centrosud, in una fase in cui queste due formazioni
non avevano quasi nulla in comune. All' interno del suo partito diede ricovero
alla destra democristiana di Pierferdinando Casini che non aveva voluto seguire
Mino Martinazzoli nell' avventura solitaria del Partito popolare e a una
nutrita schiera di socialisti sopravvissuti al naufragio del Psi di Bettino
Craxi. Ora, però, bisogna constatare che di questa forza di aggregazione non
restano che flebili tracce. Casini prima e Gianfranco Fini poi, si sono
distaccati dalla coalizione di centro-destra e la Lega sta cercando di
divincolarsi, ma per farlo ha bisogno di una legge
elettorale che non la penalizzi. Bisogna capire
ora se il bipolarismo e le forme elettorali
maggioritarie che ne sono state la forma istituzionale, che hanno avuto in
Berlusconi il principale interprete, sono destinate a sopravvivere al
berlusconismo in crisi oppure no. Fino a poche settimane fa erano le
opposizioni a reclamare una riforma del meccanismo di
voto prima del ricorso alle urne. Ora Pierluigi Bersani ne è assai meno
convinto anche perché non vuole dare tempo ai suoi avversari interni di tessere
la trama che tende ad escluderlo dalla candidatura a palazzo Chigi, mentre a
insistere sull' esigenza di cambiare legge
elettorale prima del voto è soprattutto Umberto
Bossi. Se sotto la sua pressione il centro-destra riuscirà a trovare una
formula accettabile da tutte le sue componenti, probabilmente il governo durerà
fino al voto, la prossima primavera o quella successiva. Se invece questo
obiettivo della Lega non troverà il consenso necessario nel quadro politico
attuale, si apre la possibilità che sia proprio Bossi a promuovere un esecutivo
di larghe intese con l' incarico di stilare la nuova legge
elettorale, a quel punto di carattere
proporzionale come chiede l' Udc. D' altra parte anche al Popolo della libertà
conviene esaminare con serietà le varie ipotesi di cambiamento del meccanismo
di voto, visto che nelle circostanze attuali quello in vigore lo
penalizzerebbe. Il fatto che al mutare delle circostanze l' atteggiamento delle
forze politiche in una materia istituzionale tanto delicata muti così
radicalmente dovrebbe convincerle che guardare a temi di questo tipo con una
ristretta ottica utilitaria finisce con l' essere controproducente. D' altra
parte tutti quelli che hanno cambiato una legge
elettorale hanno perso le elezioni successive,
a cominciare da Alcide De Gasperi.
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"Italia
Oggi" del 08-10-2011 |
PRIMO PIANO |
Pagina: 10 |
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Argomenti: Esempi
esteri
Angela Merkel boccia la bocciatura di
Moody' s all' Italia. Non è cosa da poco perché interrompe la ripetizione d' uno
scenario, quello del 1992-1993, conclusosi con la rapina dell' industria di
stato, sotto la direzione di Goldman&Sachs (il cui senior advisor era
Romano Prodi) e della Deutsche Bank. ItaliaOggi ricordò più volte il ruolo dei
pluripensionati d' oro, Carlo Azeglio Ciampi e Giuliano Amato. Il 1992-1993 si
annunciò con la delegittimazione del parlamento, del governo e dei partiti che
avrebbero potuto contrastare la rapina delle ricchezze italiane. Le mai
convincentemente spiegate dimissioni dal Quirinale di Francesco
Cossiga, interdirono palazzo Chigi a Craxi, aprendo la porta a Tangentopoli,
risoltasi nel paradossale scioglimento della Dc e del Psi con la cooptazione
delle loro sinistre nelle formazioni assoggettate al Pci che andava
trasformandosi in Ds, Pds e Pd; come i collaborazionisti che mutano
continuamente casacca per non essere smascherati. Francesco
Cossiga scrisse la prefazione per Antonio Di Pietro, autore d' un libro sulla
Costituzione, legittimandolo e conferendogli dignità politica, mentre le bocciature
di Moody' s e Standard&Poor' s si susseguirono con accanimento di gran lunga più feroce di quello poi usato ai
Tango Bond argentini, questi sì vera spazzatura, tenuti, non di meno, a mezz'
acqua finché non furono piazzati; poi inutilmente bocciati a default partito.
L' Italia, nel 1992-93, non era al default: lo dicono i bilanci e,
paradossalmente, gli sciali successivi. Gli staff sono organismi imbecilli,
vocati alla ripetitività. Non stupisce pertanto che, anche questa volta, si
ricominci con la delegittimazione del governo e del parlamento (sia pure con
massicce dosi d' autolesionismo dei diretti interessati) per indebolire il
paese in vista di rapinare i risparmi, l' oro della Banca d' Italia e le
industrie ad alto valore aggiunto, come Finmeccanica ed Eni. C' è tuttavia un
inceppamento: la Germania, che nel 1992
ebbe diretto interesse a farci la festa per farci pagare caro l' euro e
piazzare i marchi spazzatura della Germania
Est, questa volta si distingue da Usa, Gran
Bretagna e Francia. Rimane una data critica: l' elezione del prossimo
presidente della repubblica nel 2013. Da quando Aldo Moro fu ucciso per
chiudergli le porte del Quirinale, il Colle è cruciale e di gran
lunga più influente del governo e del parlamento. Romano Prodi,
col favore non disinteressato di Londra e Parigi, è già candidato al Quirinale
con la sua proposta di espropriazione dell' oro della Banca d' Italia. Una
situazione confusa come quella che portò Oscar Luigi Scalfaro sul Colle non è
facilmente ripetibile a meno che non si verifichino disordini devastanti nell'
ordine pubblico, come Roberto Maroni sa. In quanto ai nemici esterni,
l' alto là di Angela Merkel a Moody' s certifica che l' unicità di intenti del
1992 non c' è. Nel 2013 ritornerà con ogni probabilità Vladimir Putin al
Cremlino. Washington, Londra e Parigi, le cui economie sono più fragili che nel
1992, hanno fretta e sono maldestri. L' autocandidatura di Prodi che porge la
coppa con l' oro della Banca d' Italia, sia pure, come dice lui, per mettere in
sicurezza l' Italia, è segno che qualcun altro e qualcos' altro lo incalza da
tergo a quota pericolosa.
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"Italia
Oggi" del 08-10-2011 |
I COMMENTI |
Pagina: 2 |
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Argomenti: Proposte di
legge
L' insistenza di Silvio Berlusconi sulla volontà
di arrivare al termine della legislatura è facile da spiegare: c' è il timore
che si possa presto giungere a una crisi, con le ovvie conseguenze politiche e
istituzionali. D' altro canto, dalla rottura finiana
a oggi si assiste a un comportamento costante del Cav, di contro a voci,
tensioni, proteste e proposte che potremmo perfino definire quotidiane. Il presidente del
Consiglio ripete che il governo durerà fino all' ultimo ed elenca le riforme
che s' impegna a realizzare. In contrapposizione, si amplia il
numero di coloro che gli chiedono, se non di lasciare la mano a un altro,
almeno di succedere a sé stesso. Alle opposizioni tutte, si sono aggiunti
singoli esponenti del Pdl: ormai si potrebbe dire pure interi gruppi interni,
organizzati o in via di organizzazione. La Lega, a sua volta, gli dice di
restare, ma visibilmente insiste nel ritenere di corto respiro la prospettiva
del gabinetto in carica. Qual è il vero e pericoloso limite di Berlusconi? Lo
scorrere del tempo, nel senso che passano i giorni, e anzi i mesi, mentre le riforme restano, quando va bene, meri progetti.
Insieme, e questo è l' aspetto deteriore, sono invece finite sulla Gazzetta
Ufficiale leggi oggi in vigore, che
hanno prodotto esclusivamente perdita di popolarità sia al Pdl, sia alla
maggioranza, sia al governo, sia (in maniera accentuata) allo stesso Cav. D'
altronde, la teorica capacità dell' imprenditore di capitanare il «governo del
fare» si scontra, agli occhi di tutti, con l' incapacità di nominare il
governatore della Banca d' Italia (la designazione di Mario Draghi alla Bce
risale alla fine di giugno) e con la stasi del decreto sviluppo. Anzi, e ciò è
ancor più grave in termini di potenziale e arduo recupero di simpatie, incombe
la sgradevole prospettiva di realizzare uno sviluppo coi fichi secchi, come da
Berlusconi stesso confessato. © Riproduzione riservata.
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"Italia
Oggi" del 08-10-2011 |
FEDAGRI
CONFCOOPERATIVE |
Pagina: 29 |
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Argomenti: Proposte di
legge
La Commissione europea ha pubblicato da qualche
giorno i risultati del sondaggio pubblico sull' agricoltura che vorrebbero i
cittadini europei. Il famigerato Eurobarometro ha dato il suo responso
intervistando oltre 26.000 cittadini. Quasi la metà degli interpellati si è
dichiarata a favore della fissazione di un tetto massimo di contributi
concedibili per azienda e che occorrerebbe rendere pubblici i nomi dei
beneficiari della Pac. La gran parte dei cittadini si è poi dichiarata a favore
di un maggior legame della politica agricola con le
tematiche della salvaguardia ambientale. Infine, 9 europei su 10 pensano che
debba essere incentivato l' acquisto di prodotti locali e soprattutto quelli di
montagna. Il sondaggio è un elogio delle proposte
di riforma della Pac che la Commissione presenterà ufficialmente
il 12 ottobre. Fin qui nulla di male ma il punto è che da un sondaggio
popolare, considerato il suo carattere appunto «popolare», ci si possono
aspettare risposte a volte un po' demagogiche ma da una riforma
di una politica che ha più di 60 anni di storia ci si aspetterebbe qualcosa di
più razionale ed innovativo. Leggendo le risposte del
sondaggio si ha la spiacevole sensazione che l' Unione europea non sia stata in
grado di spiegare ai cittadini che cosa realmente sia la politica agricola
comune. Il fatto che sia la stessa Commissione poi a chiedere se il cittadino
sia d' accordo a tagliare gli aiuti alle grandi aziende e a pubblicare i nomi
dei beneficiari è quasi offensivo, come se il sostegno all' agricoltura fosse
un regalo alle aziende di cui dovrebbero vergognarsi. Andrebbe piuttosto
spiegato al cittadino in primo luogo che i dati sui beneficiari della Pac non
sono affatto segreti visto che il registro dei titoli è pubblico, poi
soprattutto che quei soldi servono a garantire sicurezza, salubrità,
mantenimento dell' ambiente, degli spazi rurali e soprattutto prezzi dei
prodotti alimentari di qualità accessibili a tutti. Altra cosa che andrebbe
comunicata al cittadino è che per i prossimi 20 anni vivremo in una continua
emergenza alimentare poiché ciò che produciamo non è sufficiente a sfamare una
popolazione mondiale in continua crescita mentre la Commissione europea ha proposto, nel nome della salvaguardia dell'
ambiente, di premiare in pratica coloro che non producono e lasciano incolti i
campi e peggio ancora ha imposto pratiche agronomiche, come quelle della
compresenza di tre colture nello stesso anno, le quali, è vero, salvaguardano
la biodiversità, ma aumentano i costi e l' utilizzo di agrofarmaci sui terreni.
Non meritano poi neanche un commento i risultati del sondaggio sull' acquisto
dei prodotti locali o quelli dei prodotti di montagna che ciascuno di noi
vorrebbe acquistare a prezzi bassi. Peccato che in tutta Europa gli acquisti
nella distribuzione organizzata moderna e soprattutto nei discount,
storicamente privi di questi prodotti, è oggi ai massimi livelli, con trend
costantemente in rialzo.
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"Corriere
di Bologna" del
08-10-2011 |
Primo Piano |
Pagina: 2 |
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Argomenti: Proposte di
legge
Occhiello: La proposta di Confindustria Emilia-Romagna
alla Regione. E sulla crisi: «La stretta del credito è un problema serio».
Carisbo: «Nessuna revisione delle erogazioni»
«Visto che
l' abolizione delle Province è una riforma
prevista ma che si fa fatica a realizzare si potrebbe cominciare a togliere
alcune deleghe». La proposta è firmata dal numero uno di Confindustria Emilia-Romagna,
Gaetano Maccaferri. Il progetto fa parte di un pacchetto anticrisi che gli
imprenditori consegneranno in Regione quando si discuterà del
piano triennale delle attività produttive. «È un provvedimento che potrebbe
essere preso subito e a costo zero - ha proseguito Maccaferri -. Potrebbe
essere una riforma che contribuisce a
ripensare il modello istituzionale». Il numero uno di via Barberia è entrato
nel merito: «Le deleghe che potrebbero essere tolte alle Province riguardano i
processi autorizzativi, la pianificazione territoriale, l' ambiente, l'
energia, i regolamenti sulle attività delle imprese: tutti passaggi che
potrebbero essere assorbiti a livello regionale». Dal canto suo, la Provincia -
nell' occhio del ciclone da quest' estate prima con l' annunciata abrogazione
promessa dal governo e poi con l' idea del sindaco, Virginio Merola, sulla
federazione di Comuni - ha fatto buon viso a cattivo gioco: «Mi riservo di leggere bene la proposta
del presidente Maccaferri prima di commentarla - ha spiegato la presidente di
Palazzo Malvezzi, Beatrice Draghetti -. La prossima settimana ci sarà un
convegno dell' Anci sul governo della città metropolitana e parleremo anche di
questo». Ma non crede che il dibattito sull' abolizione delle Province dovrebbe
essere condotto con più serietà? «Condivido, ma l' ha detto lei». Intanto,
continua a tenere banco il tema del credit crunch, la stretta delle erogazioni
bancarie a favore di imprese e famiglie che ha monopolizzato anche la
presentazione dei dati dell' indagine congiunturale realizzata da Unioncamere
Emilia-Romagna. Secondo le previsioni, l' anno prossimo lungo la via Emilia il
pil regionale dovrebbe crescere dello 0,5%. Numeri risibili che la gelata del
credito potrebbe ridurre ancora di più. «Senza voler fare allarmismo, i segnali
che abbiamo sono di preoccupazione - ha affermato Maccaferri -: vengono
revocati gli affidamenti non utilizzati, i plafond vengono abbassati, c' è il
rientro dei fidi: è un problema grave perché senza credito le imprese non
possono lavorare». Le banche, invece, continuano a ripetere il loro messaggio
tranquillizzante: «La crisi c' è e il mondo è cambiato ma noi non abbiamo
problemi di liquidità - ha detto Giuseppe Feliziani, direttore regionale di
Intesa Sanpaolo -. Alle imprese meritevoli continuiamo a dare credito e non
abbiamo dato nessun segnale di fermo alle nostre macchine». Per il banchiere
«noi continuano a fare il nostro mestiere: abbiamo rivisto alcuni parametri, ma
non le quantità erogate». Marco Madonia RIPRODUZIONE RISERVATA.
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di EMANUELE DI CARO SEGRETARIO PROVINCIALE
PDBRA. |
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"La
Stampa (ed. Cuneo)" del 08-10-2011 |
Cuneo |
Pagina: 82-83 |
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Argomenti: Proposte di
legge
Spesso la fretta e la impellente voglia
di apparire fa fare, anche a politici altrimenti attenti, affermazioni distanti
dalla realtà. È il caso del consigliere regionale dell' Idv Tullio Ponso, che rispetto
all' esito della raccolta firme in sostegno del referendum per l' abrogazione della legge
elettorale, non ha trovato di meglio che attaccare il Pd e i suoi
esponenti. Se volessimo replicare al consigliere Ponso che accusa il Pd di non
aver partecipato alla raccolta firme e di voler ora salire sul «carro dei
vincitori», potremmo ricordargli che il sostegno al referendum da parte del Partito Democratico
cuneese è stato deliberato all' unanimità durante un' assemblea provinciale.
Potremmo fargli l' elenco dei banchetti allestiti dal Pd nel capoluogo e in
tutta la provincia, potremmo ricordargli che proprio Boselli e Scavino, che lui
cita nella sua lettera, si sono dichiarati a sostegno del referendum
fin dalla prima ora. E potremmo infine ribadirgli che il Pd cuneese ha appreso
«con sommo piacere» il raggiungimento di un gran numero di firme, perché
pensiamo che quando i cittadini si esprimono, e lo fanno in così tanti, è
sempre un bene per la democrazia. Ecco perché teniamo tanto ai processi
democratici anche per la scelta delle candidature (quelle primarie a cui l' Idv
cuneese si è sottratta, con una scelta per noi rispettabile ma non
condivisibile), ed ecco perché all' interno del nostro partito spesso ci sono
posizioni diverse, perché tendiamo alla sintesi ed alla mediazione, non all'
imposizione del volere unico del leader del partito. Ma lo diremmo se avessimo
voglia di replicare al consigliere Ponso, se non avessimo altro da fare che
cercare la nostra visibilità attaccando gli alleati più che il consenso per
sconfiggere gli avversari, se il nostro obiettivo non fosse quello di dare una
guida politica al territorio, ma quello di limare punti percentuali a chi ci
siede a fianco. Una cosa però proprio non riusciamo a capirla: quando Ponso si
rivolge ai dirigenti democratici ricordando loro che il Pd «recentemente è
anche stato al governo e avrebbe potuto mettere mano a una legge
elettorale che tutti i partiti non hanno
esitato a definire porcata», si riferisce all' esperienza di governo in cui Di
Pietro era ministro e il suo partito in maggioranza?
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"Corriere
dell'Alto Adige" del 08-10-2011 |
Bolzano e Provincia |
Pagina: 10 |
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Argomenti: Proposte di
legge
Occhiello: Ci scrivono.
RIFORME Comprare l' autonomia
L' assessore provinciale Widmann si lamenta di questo governo ma si guarda bene
da sponsorizzare un' alternativa e chiede invece la piena autonomia. Se il
centro destra non ride, a sinistra si piange. Mentre la Lega Nord resta stabile
nei sondaggi elettorali settimanalmente
diffusi dal Tg di Mentana, il centro destra fa un punto più o un punto in meno,
è a sinistra che la colonnina al rialzo non sfonda. Perché non hanno trovato un
vero leader, perché Di Pietro e Vendola sono controproducenti per la sinistra riformista e moderata che ha perduto la sua
vecchia ideologia senza riuscire a rifondarsi, come invece è riuscito a quasi
tutte le altre socialdemocrazie europee. Le nostre sinistre si esaltano, oggi,
con le primarie e con i voti che riescono a mobilitare
per un referendum. Ma non sono nemmeno capaci di decidere quale sia il buon
sistema elettorale che propongono. Cosa ce ne facciamo poi dei nostri onorevoli
altoatesini a Roma? Da sinistra a destra, siedono tra gli scranni del
Parlamento senza poter decidere nulla. Sono gli ultimi a sapere quando
tolgono soldi all' autonomia o se si tratta sui monumenti per un voto di
scambio. Per la provincia di Bolzano servono nuove competenze: treni e poste. A
costo di pagarceli. Ma da tempo piacerebbe anche avere un governatore che ci
dica in faccia ogni anno quanto ci farà pagare di tasse, senza dover lanciare i
soliti anatemi verso Roma. Sul piatto della piena autonomia ci sono benefici
per tutti. Da una parte ci sono treni da adeguare agli standard europei e posta
da consegnare con puntualità. Dall' altra, stipendi adeguati per postini e
ferrovieri. Anche la Polizia locale potrebbe diventare una realtà. La Questura
di Bolzano ha già molti dirigenti italiani dotati di patentino di bilinguismo,
pronti ad intraprendere una carriera con stipendi e certezza di un
pensionamento provinciale. Una semplice sanatoria provinciale poi garantirebbe
a tutti quei lavoratori attualmente sprovvisti di patentino, il posto di lavoro
e l' avanzamento di carriera nel passaggio tra Stato e Provincia. Claudio
Degasperi BOLZANO ADDIZIONALE IRPEF Incongruenze Il presidente della Provincia
Luis Durnwalder ripete continuamente che l' abolizione o riduzione dell'
addizionale provinciale Irpef non è finanziabile per mancanza di soldi,ma nel
contempo il vice-Obmann della SVP Thomas Widmann propone di «comperare nuove
competenze» dal governo centrale e di pagarle addirittura con più soldi di
quanto «chiederebbe» Roma. A chi credere? Kurt Pancheri BOLZANO.
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"Corriere
della Sera" del
08-10-2011 |
Pagina: 42 |
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Argomenti: Esempi
esteri
Sono anni che si dice che la posta
elettronica è morta. Lo sosteneva già nel 2004 Lawrence Lessig, mente acuta
sulle cose della Rete. Intervistato da Wired , l' avvocato americano raccontava
di come l' email fosse sull' orlo della «bancarotta»: «Non è questione di spam
o altro, il problema è che la gente ne abusa. Si scrivono troppe email, più di
quante se ne riesca a leggere. Dunque il sistema
è avviato verso il collasso». Pensare che all' epoca in cui il fondatore di
Creative Commons esprimeva la sentenza di morte era lontana l' abnorme
diffusione dei social network, i cui sistemi
interni di comunicazione (insieme ai software di instant messaging e all'
utilizzo mai in calo, soprattutto in Italia, degli sms) sono ora i principali
indiziati per l' eventuale pensionamento della posta elettronica. Alla vigilia
del quarantesimo anno di attività - il primo messaggio viene fatto risalire al
1972 - l' email, pur mostrando segni di vecchiaia (se ne scrivono e,
soprattutto, ricevono davvero troppe), sembra però tutt' altro che intenzionata
ad abbandonare le nostre giornate. La conferma arriva dallo «European email
marketing consumer report», appuntamento annuale commissionato da ContactLab. I
dati, anticipati al Corriere , ci raccontano di 5,3 miliardi di messaggi di
posta scambiati ogni giorno nei 5 Paesi europei presi in esame: Gran Bretagna, Germania, Francia, Spagna e Italia. Cifra da far girare la testa che si
traduce con 21,6 mail ricevute ogni giorno in Italia, in media, da ogni
cittadino maggiorenne e attivo sulla Rete. Ossia 2,5 in più rispetto al 2009,
quando il numero di caselle attive nel nostro Paese era di 56
milioni contro gli attuali 63. Il che fa una media di 2,47 indirizzi mail a
testa. Altro che pensione. Vitadigitale.corriere.it RIPRODUZIONE RISERVATA.
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"Corriere
della Sera" del
08-10-2011 |
Primo Piano |
Pagina: 8 |
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Argomenti: Proposte di
legge
Sottotitolo: Berlusconi: nel 2013 vinceremo.
All' Italia serve stabilità.
ROMA - Nessun passo indietro, nessuno
voto anticipato, restare mi costa ma non c' è alternativa a questo governo che,
parola di Silvio Berlusconi, concluderà la legislatura nel 2013 portando il
Paese fuori dalla crisi e lasciando in eredità a chi verrà - il sottinteso è
che sarà l' attuale maggioranza a vincere di nuovo - la riforma
dell' architettura istituzionale, quella elettorale,
la riforma della giustizia e
anche quelle delle intercettazioni. Ma per fare tutto questo, insiste, occorre
riunificare sotto la comune bandiera del Ppe tutti i moderati che sono la
maggioranza ma che ora sono divisi. Prima di volare in Russia per festeggiare
il compleanno dell' amico Vladimir Putin, il Cavaliere fa sentire alta la sua
voce attraverso due «canali» non coinvolti in alcuna fronda interna al Pdl: fa
diffondere un video dal sito dei Promotori della libertà, il gruppo di Michela Vittoria
Brambilla e un messaggio alla convention promossa da Gianfranco Rotondi.
Attacca la sinistra ma, ed è una novità perché finora ha usato parole
sprezzanti nei confronti dell' Udc, invita «a superare le divisioni tra le
forze politiche moderate e rafforzare la grande alleanza di centrodestra, che è
un' alleanza ispirata ai valori e al programma del Partito popolare europeo»,
rilancia cioè la proposta di Angelino
Alfano di una «costituente popolare». L' opposizione, assecondata da qualche
giornale e qualche tv, sostiene il premier, «chiede ossessivamente ogni giorno
che io faccia un passo indietro, vuole che il governo si dimetta, che si vada a
elezioni oppure che si formi un cosiddetto governo tecnico. Dicono che
qualsiasi soluzione andrebbe bene per loro purché Berlusconi lasci libera la
poltrona di premier». Ebbene, adesso, «l' Italia ha bisogno di stabilità
politica». Stare al governo ora, ammette il premier, «comporta per me e per
tutti i ministri un grande sacrificio personale e un fardello del quale
personalmente mi libererei volentieri se non fosse che una crisi di governo
sarebbe l' ultima cosa di cui l' Italia ha bisogno in questo momento». Chiedere
il voto anticipato come fa la sinistra convinta di vincere «è una pretesa
assurda, che creerebbe solo instabilità e che aprirebbe nuovi spazi alla
speculazione finanziaria. Noi abbiamo i numeri per arrivare fino in fondo alla legislatura». E andremo avanti per
completare il nostro programma di riforme».
Ora in primo piano c' è «il decreto sulla crescita». Poi faremo il riordino
istituzionale con il corollario della legge
elettorale che confermi il sistema bipolare, la riforma
della giustizia e vareremo nuove regole per le intercettazioni.
Insomma, «non c' è un' alternativa al nostro governo. E gli italiani sono
troppo maturi per pensare di affidare le sorti del Paese a un governo formato
dal trio Bersani-Di Pietro-Vendola, che sarebbe una riedizione, in termini
direi ancor più grotteschi, dell' Ulivo di Prodi». Lorenzo Fuccaro
twitter@Lorenzo_Fuccaro RIPRODUZIONE RISERVATA.
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"Corriere
della Sera" del
08-10-2011 |
Primo Piano |
Pagina: 5 |
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Argomenti: Esempi
esteri
Sottotitolo: Deficit inglese all' 8,8% ma conserva
la tripla A. Confronti e paradossi del rating.
MILANO - Perché la Gran
Bretagna si porta a casa nove A di rating (AAA
da Standard & Poor' s, AAA da Moody' s e AAA da Fitch), mentre l' Italia
riesce a malapena a incassarne tre (A da Standard & Poor' s, A2 da Moody' s
e A+ da Fitch)? Perché queste sei A di differenza, quando il Regno Unito
dovrebbe chiudere il 2011 con un disavanzo che vale, in percentuale, più del
doppio di quello italiano (8,8% contro 3,7%)? E quando l' economia italiana,
nel secondo trimestre dell' anno, è cresciuta più di quella britannica (+0,8%
contro +0,6%)? 32 mila miliardi Delle motivazioni per la bocciatura del debito
pubblico italiano a lungo termine, è stato ampiamente scritto. Ma quali sono le
considerazioni che hanno portato alla promozione inglese? Prendiamo Standard
& Poor' s, quartier generale europeo a Londra, nel distretto finanziario di
Canary Wharf, poco lontano dal cuore economico (la City) e politico
(Westminster) della Gran Bretagna.
S&P' s - si legge sul sito - «è nota come una società indipendente che
assegna rating (valutazioni, ndr) sul credito» e sotto la sua lente ci sono 32
mila miliardi di debito. Lo scorso tre ottobre ha confermato il suo trenta e
lode al debito pubblico britannico (AAA e outlook stabile, meglio non si può),
nonostante il boom del deficit, per «un' economia in salute, aperta e
diversificata - ha scritto S&P' s - sostenuta da un sistema
politico e da una struttura di misure macroeconomiche ben consolidati». «Un'
economia - insomma - che può rispondere velocemente alle sfide». Nel dettaglio,
gli analisti di S&P' s hanno lodato - per esempio
- le strategie dell' esecutivo di Sua Maestà per ridurre il deficit, a cui si
aggiunge «un grande e liquido mercato
per i titoli di Stato». Poi ci sono - spulciando tra i dati - il debito, in
salita ma più basso del nostro, o la crescita del Pil, che sta accelerando
mentre noi rallentiamo. E alla fine, tra economia, politica e cascata di A,
Londra paga sul suo debito un tasso d' interesse più basso di oltre tre punti
percentuali rispetto a Roma. I confronti Sono invece sullo stesso livello -
rating identico - l' Italia e la Spagna? No, Madrid ci batte su tutti e tre i
fronti, conquistando, nelle diverse sfumature, la doppia A tanto di S&P' s
quanto di Moody' s e Fitch. Allora forse il pareggio è con il Belgio, altro
Stato dell' Eurozona con un debito non da poco? No, anche Bruxelles ci
surclassa sei (A) a tre. Per arrivare a un Paese dell' Eurozona che abbia le
stesse nostre pagelle bisogna scendere sotto la vicina Slovenia (anche qui è un
sei a tre), la Slovacchia e l' Estonia (che ci battono per S&P' s e Moody'
s, mentre per Fitch è pareggio). Ricordandoci - per esempio
- che il Paese baltico ha un debito che vale solo il 6,7% del Pil (il nostro è
quasi diciotto volte tanto). E poi, finalmente, si arriva all' Italia, a pari
merito perfetto (stessi voti da tutti e tre i «maestri») con Malta. Con La
Valletta, Roma spartisce la dodicesima e la tredicesima posizione su un totale
di 17. In una classe, quella dell' Eurozona, in cui svettano la tripla-tripla A
(AAA, AAA e AAA) di Austria, Finlandia, Francia,
Germania, Paesi Bassi e Lussemburgo. I quali,
dopo il declassamento estivo degli Stati Uniti da parte di Standard & Poor'
s, battono anche Washington. Ansia da rating Che cosa succederà adesso?
Difficile dirlo, visto che l' ultimo maxi declassamento di Moody' s ha «portato
fortuna» tanto a Piazza Affari (la risposta sono state tre sedute frizzanti)
quanto al debito (gli spread sui Bund tedeschi si sono assottigliati). Il
motivo? Forse il mercato aveva già scontato la bocciatura, forse l'«ansia da
rating» - tra gli investitori - non è più quella di una volta, o forse gli
errori del passato delle agenzie fanno sperare, anche questa volta, in nuovi
errori. E, magari, veloci revisioni al rialzo. Allora, per esempio
su Lehman Brothers, alcuni voti si erano rivelati decisamente troppo generosi.
Oggi potrebbe essere il contrario? L' ultima parola spetta al mercato: per ora,
purtroppo, la risposta degli investitori sembra essere un chiaro no (basta
vedere l' impennata dei tassi sui Btp decennali nell' ultimo anno). Le
scintillanti parole della pagella britannica, insomma, sono ancora lontane.
Giovanni Stringa RIPRODUZIONE RISERVATA.
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"Corriere
della Sera" del
08-10-2011 |
Primo Piano |
Pagina: 9 |
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Argomenti: Proposte di
legge
Occhiello: Dietro le quinte Nell' Udc si
scommette sulla data: 15 e 16 aprile.
Sottotitolo: Il «corteggiamento» alla
Marcegaglia.
SEGUE DALLA PRIMA Se così stanno le cose,
meglio pararsi il fianco e puntare alle elezioni nel 2012. Nell' Udc già si
scommette sulla data: il 15 e 16 di aprile. Non è dato sapere su cosa riponga
tanta sicurezza Casini, se abbia preso per buone le confidenze di Giulio
Tremonti, secondo cui «il governo non potrà arrivare al 2013, viste le scelte
economiche impopolari e pesanti» che ha dovuto fare. Di certo il capo dei
centristi si sta attrezzando già per la bisogna, siccome è scettico sulla
possibilità che si arrivi a un cambio di governo nel finale della legislatura.
A suo modo di vedere, infatti, «non ci sono le condizioni politiche» per
realizzarlo. E tuttavia attende che si consumi l' ultima possibilità, affidata
a due «vecchi amici» che militano nel fronte berlusconiano. Beppe Pisanu e
Claudio Scajola hanno dna democristiano come il suo, ma ciò non basta a
rassicurarlo: «Avranno i numeri e la forza di staccarsi dal Pdl e di costituire
gruppi parlamentari autonomi? E soprattutto saranno pronti a votare la sfiducia
al governo? Perché questo dovranno fare, altrimenti il premier non si dimetterà
per un incidente di percorso». Sono domande che restano per ora appese, ma per
le quali Casini attende risposta a stretto giro, «entro una settimana, dieci
giorni al massimo», ha spiegato ai suoi interlocutori. Evocando le elezioni
anticipate, il capo dei centristi prova a esercitare una pressione sugli
«indignados» del centrodestra, e cerca di capire se è sincera la loro volontà
di porre fine alla stagione del Cavaliere o se è un escamotage per concludere
una trattativa interna al Pdl, garantendosi posti e ruoli nel partito: «E fino
a prova contraria...». I dubbi di Casini sono gli stessi di Francesco Rutelli e
Gianfranco Fini, secondo cui «non accadrà purtroppo nulla». Mai dire mai in
politica. Però è sempre meglio non farsi trovare impreparati. E il leader dell'
Udc si sta muovendo come fosse già in campagna elettorale,
punta sull' attuale sistema di voto, dopo che Silvio Berlusconi «non ha
accettato la nostra proposta», togliere cioè
il premio di maggioranza e introdurre le preferenze: «Se fosse stato
intelligente...». Questione di punti di vista. E comunque, piuttosto di
ritrovarsi con un «porcellissimum» che spazzerebbe via il terzo polo nelle
urne, è preferibile il «porcellum», con cui scegliersi candidati fedelissimi e
puntare a conquistare al Senato i seggi necessari per essere determinanti nella
formazione di qualsiasi maggioranza di governo. I sondaggi in tal senso sono al
momento confortanti: la coalizione di Casini viene quotata appena sotto il 13%.
D' altronde con Berlusconi a palazzo Chigi non c' è possibilità che il terzo
polo si allei con il Pdl, ma nemmeno con il Pd. Anche i sondaggi sconsigliano
al capo dei centristi un abbraccio con i Democrat: secondo i test che ha
commissionato, finirebbe addirittura per perdere dal Cavaliere. «Meglio soli»,
dunque. Anzi, meglio scegliersi la compagnia. E da tempo il capo dei centristi
corteggia Emma Marcegaglia, nella speranza che - lasciata Confindustria -
accetti di essere lei la leader del terzo polo alle urne. È vero che i test
sono favorevoli a Casini, insieme a Di Pietro «il leader più apprezzato», come
sostiene l' ultimo report dell' Osservatorio politico nazionale: è lui infatti
a trainare il terzo polo che «continua a soffrire l' effetto Fini». La candidatura
della presidente uscente degli industriali sarebbe però un modo per dirimere la
questione del candidato premier con i leader di Fli e dell' Api, e
consentirebbe a Casini di non compromettersi troppo nella competizione elettorale. È preferibile mantenere un profilo
istituzionale per chi vuole in prospettiva gareggiare per la presidenza della
Camera, e poi per quella della Repubblica... Casini è così convinto dell' idea
da aver fatto testare la Marcegaglia, e secondo alcuni istituti di ricerca una
donna imprenditrice sarebbe una novità che raccoglierebbe voti dal serbatoio
degli indecisi e drenerebbe consensi dagli schieramenti avversari. In più
sarebbe una candidatura ideale «in funzione anti montezemoliana», si è detto
nelle riunioni riservate del terzo polo, dove sono stati analizzati anche dei
sondaggi sull' attuale presidente della Ferrari, che «in questa fase di
nuovismo» incontra «i favori dell' opinione pubblica», e vanta - secondo la
Lorien Consulting - il 26,9% dei giudizi positivi. Appena quattro punti in meno
di Casini. In campagna elettorale non bisogna
lasciare nulla al caso e il leader dell' Udc si sente già in competizione, al
punto che starebbero decidendo anche le candidature, e il presidente della
Camera avrebbe deciso di optare per il Senato. Formalmente Casini aspetta di
sapere come si concluderà l' operazione frondista nel Pdl. In cuor suo però ha
deciso: preferisce le urne l' anno prossimo e con questa legge
elettorale, avendo in tal caso chiara la
strategia dopo il voto. Vuol costringere all' accordo di governo il
centrosinistra e provare a disarticolare il centrodestra, con il Pdl in rotta e
orfano del Cavaliere. Lo schema è semplice in questo quadro politico bloccato:
se cambiasse il governo, invece, cambierebbe lo scenario. E Casini vuole
giocarsi la partita in proprio, piuttosto che condividerla con altri, fossero
anche dei «vecchi amici». Francesco Verderami RIPRODUZIONE RISERVATA.
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di FEDERICO GEREMICCA. |
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"La
Stampa" del 08-10-2011 |
Italia |
Pagina: 12-13 |
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Argomenti: Proposte di
legge
Occhiello: OPPOSIZIONE LE NUOVE STRATEGIE.
Sottotitolo: "I punti forti: l' avvio
degli interventi anti-crisi e la riforma della legge elettorale"
IL REFERENDUM
«Ma come si fa ad andare alle urne per eleggere un Parlamento dei nominati?»
MONTEZEMOLO «E' vero, il baratro è vicino Non possiamo rispondere con Forza
gnocca» EPPUR SI MUOVE «La consapevolezza che si deve fare qualcosa è cresciuta
anche nel Pdl» Intervista Il Pd non vuole le elezioni anticipate. E non le
vuole - o non dovrebbe volerle - per un mucchio di ragioni che Walter Veltroni,
stavolta, elenca con un puntiglio e una pignoleria che ricordano assai poco le
sue sperimentate capacità affabulatorie. Si comincia dalle elezioni e dal Pd
perché, ad esser onesti, il Partito democratico è apparso visibilmente
oscillante, sul punto: a seconda di questo o quel dirigente, un giorno è meglio
andare a votare e quello dopo - invece - diventa preferibile un nuovo governo
variamente definito (di transizione, di decantazione, tecnico, etc). Molte
manovre - a partire dalle candidature alla premiership - si intrecciano intorno
alla data del voto: e così, a dirla tutta, perfino le conclusioni dell' ultima
Direzione del Pd sarebbero state - secondo alcuni - assai ambigue, sul punto.
Walter Veltroni c' era: chiediamo a lui, dunque, come stanno le cose. Fuori da
ogni ironia: è possibile capire qual è, sul punto, la linea emersa in
Direzione? «Al di là della posizione favorevole alle elezioni anticipate
legittimamente espressa da qualcuno, come La Torre, le conclusioni sono state
chiare: il Pd si impegna a costruire le condizioni per la nascita di un governo
di transizione e considera per ragioni che se vuole poi le illustrerò - il voto
anticipato come soluzione estrema». Le illustri pure, così diradiamo qualche
nebbia. «Guardi, lo ha detto bene Montezemolo, l' altro giorno: il Paese è a un
passo dal baratro. E se la situazione è questa - ed è certamente questa noi non
possiamo rispondere né con "forza gnocca" né precipitando l' Italia
verso elezioni che sarebbero precedute, nel pieno di questa devastante crisi,
da mesi di confusione e rissa politica». Dunque, meglio lasciare in carica il
governo che c' è? «Questo è quel che pensa Berlusconi, magari, non noi. Il Pd -
e non solo il Pd - ritiene che quel che occorre sia un governo di transizione
che abbia in agenda tre cose: il varo degli interventi economico-sociali più
urgenti per fronteggiare la crisi; l' avvio di almeno alcune delle riforme suggerite all' Italia dalla Bce e di
quei provvedimenti strutturali richiamati proprio oggi da Mario Draghi; l'
approvazione di una nuova legge elettorale.
Già queste poche cose, da sole, raffredderebbero le tensioni che attraversano
il Paese e ci ridarebbero prestigio all' estero». E' un anno che chiedete l'
avvento di un governo diverso, senza cavar fuori - come si dice - un ragno dal
buco. «Non sono d' accordo. E' cronaca di questi giorni, di queste ore: qualche
risultato inizia a vedersi e qualcosa comincia a muoversi. La consapevolezza
che così non si possa andare avanti è molto cresciuta anche tra le forze di
maggioranza. Io ne scrivevo già un anno fa, e con Beppe Pisanu ci sono tornato
più di recente. Naturalmente, il processo che può portare alla nascita di un
nuovo governo diventa tanto più difficile quanto più si evocano le elezioni.
Anzi, il solo parlarne è il modo migliore per blindare Berlusconi lì dov' è».
Per la verità, qualcuno sostiene che il Pd - prigioniero delle sue manovre -
avrebbe rinunciato a chiedere il voto anticipato perché non pronto all'
appuntamento: né sul piano delle alleanze con cui andare alle elezioni né su
quello della scelta del candidato premier. Come risponde? «Sono due questioni
distinte. Sulle alleanze io resto della mia idea: la strada è partire dalle
cose da fare. Siamo d' accordo che in politica estera, per esempio, la
partecipazione alle nostre missioni in corso all' estero resta un impegno da
rispettare? E ancora: c' è intesa sul fatto che in questo Paese i diritti
civili di tutti e delle donne in particolare vadano difesi dove attaccati ed
estesi ove necessario? Oppure: si concorda sul fatto che l' accordo del 28
giugno tra Confindustria e sindacati traccia una via che è giusto seguire?».
Perché fa questo elenco? «Perché nella prossima legislatura il governo eletto
avrà da fare sei o sette cose ormai decisive per il Paese, e la prima è
certamente un radicale abbattimento del debito che ci strozza. Ecco: io dico
che delle alleanze bisogna fare una funzione, non una priorità. In fondo, è l'
idea centrale della cosiddetta vocazione maggioritaria, che non è mai stata
voler andar da soli a tutti i costi». E lei pensa che sulle questioni elencate
sia possibile metter d' accordo Vendola, Di Pietro e Casini? Finora non è
accaduto: e forse anche non esser riusciti a offrire una via alternativa dentro
la crisi è una bella responsabilità... «Questo è il vero problema politico. E
cioè: perché perfino nel pieno del declino del berlusconismo - privato e di
governo - le forze riformiste non riescono a
mettere in campo scelte programmatiche chiare e un profilo credibilmente
innovatore? Naturalmente non è un problema che nasce oggi, visto che in questo
Paese il centrosinistra, anche quando ha vinto le elezioni, non è mai stato davvero
maggioranza...». Da settimane, però, i sondaggi dicono che siete in vantaggio.
«Sì, ma quel che sorprende e preoccupa è che, come tutte le analisi confermano,
il passaggio di consensi dalla maggioranza all' opposizione è minimo, di fatto
inesistente: i voti in uscita dalla destra finiscono nel Grande Magazzino dell'
Astensionismo. Dobbiamo riuscire a tirarli fuori dal lì, altrimenti rischiamo
un paradosso che alcuni già profetizzano: che tornino ad un centrodestra
liberato da Berlusconi». E questo non dovrebbe spingervi a chiedere elezioni
nel tempo più breve possibile? «Una delle regioni per le quali sono contrario
al voto anticipato è che non si può tornare alle urne con questa legge per avere un altro "Parlamento dei
nominati". So che dire questo può sembrare far l' occhiolino alla
cosiddetta antipolitica: ma bisognerebbe ricordare che l' antipolitica non
nasce dal nulla, ma dalla cattiva politica. Io chiedo: andiamo a votare con
questa legge dopo che un milione
e 300mila italiani hanno firmato per un referendum
che chiede di abolirla? Commetteremmo un errore molto grave». Nulla ci dice,
però, della candidatura a premier del centrosinistra, che è un altro bel
problema. Perché? A parte Bersani, si candidano tutti: Vendola, Serracchiani,
Renzi...? «Non ne parlo perché, visto che non vogliamo le elezioni anticipate,
penso sia più utile dedicarsi a cose concrete. E dunque su questo, almeno a me,
non strapperà una sola parola...».
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di MARTA DASSÙ. |
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"La
Stampa" del 08-10-2011 |
Cultura |
Pagina: 34-35 |
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Argomenti: Esempi
esteri
Praga è più bella ancora di quanto la ricordi,
prima e dopo. E di quanto la rilegga, una volta di più, nelle pagine rosa di
Angelo Maria Ripellino. In questo inizio d' ottobre, non sa di nebbia e di
malinconia; il cielo su Malá Strana è azzurro, quasi romano. L' aria è secca,
mentre camminiamo verso il Museo di Kampa, nel piccolo lembo oltre la Moldova.
L' incontro è lì, in quelle sale dove l' ex segretario di Stato americano,
Madeleine Albright, ritrova il suo nome da ragazza: Maria Korbel. Riannodando
così il filo di una storia, anche sua. La prima donna ad avere guidato il
Dipartimento di Stato, figlia di un diplomatico cecoslovacco rifugiatosi negli
Stati Uniti, è a Kampa, con noi europei, per gettare le basi di un futuro Aspen
Institute Prague. Tenere insieme Praga e Washington, Boemia e Colorado, non è
impresa difficile. Per la Repubblica Ceca, l' America è ancora la grande alleata nella battaglia per la libertà
dal sistema sovietico. L'
America, vista da Praga, non è controversa. L' Europa lo era e lo è. La gravità
della crisi dell' euro ha rafforzato le tesi scettiche alla Vaclav Klaus. Il
presidente della Repubblica Ceca, scrivendo sul Wall Street Journal pochi mesi
fa, ha interpretato il rischio default della Grecia come una conferma plateale
delle proprie idee di sempre: la moneta unica - ha ribadito Klaus l'
euro-scettico - è un «progetto pericoloso» perché genera (al meglio) tensioni
insostenibili e finisce (al peggio) per azzerare la sovranità democratica dei
paesi membri. Atene può uscire o subire, fallendo comunque. Il mio vicino di
tavolo al Museo di Kampa, un diplomatico di carriera, dice che Klaus esagera un
po' ma non tanto. L' opinione pubblica, dopo gli sforzi compiuti per l'
ingresso nell' Ue, nel 2004, è già molto delusa. La Repubblica Ceca ha tirato
il freno, o di più, sull' adesione all' euro. In un suo recente documento, la
Banca centrale ha messo nero su bianco che l' adozione dell' euro non dipenderà
solo dalle riforme a casa; ma anche e
soprattutto da «come l' area dell' euro affronterà le sfide che la riguardano e
che ne mettono in discussione il funzionamento». Cosa ragionevole, mi pare; ma
che, rispetto alla lettera dei Trattati europei, introduce una condizione non
prevista, dal momento che per nulla previsto era stato lo scenario - la crisi,
rapida e traumatica, della moneta unica. Con i suoi costi: l' esperienza dei
fratelli separati slovacchi (nell' euro ma euro-scettici) si fa sentire. Mentre
cominciano i brindisi, una giovane economista attira la mia attenzione sul
fatto che il governo ceco ha ormai deciso di rinunciare a fissare obiettivi
temporali per un eventuale ingresso nell' euro. Prima si parlava del 2010, poi
si è parlato del 2014; oggi non se ne parla proprio più, sottolinea con un fare
fra il rassegnato e il divertito. Perché la realtà, chiude salutandomi, è che
tenerci la Corona conviene: ci aiuta un po' nelle esportazioni; e la nostra
economia, per rallentata che sia, continua a vivere di questo. Lo stesso sta
accadendo in Polonia. Presidente di turno dell' Unione europea, Varsavia aveva
inizialmente pensato di puntare le proprie carte su un' adesione all' euro
attorno alla metà di questo decennio. Ancora a luglio di quest' anno, il primo
ministro Donald Tusk aveva chiesto che la Polonia fosse ammessa ai vertici
dell' Eurogruppo pur non essendo membro dell' euro. Il collasso della Grecia e
i rischi di contagio hanno spazzato via istanze del genere: secondo Jan
Vincent-Rostowski, ministro delle Finanze con studi e inclinazioni
anglosassoni, l' adesione della Polonia alla moneta unica non va più data per scontata.
Per ragioni economiche ovvie, rafforzate da ragioni politiche: per potere
aderire all' euro, la Polonia dovrebbe modificare la Costituzione. Ma è un
passaggio difficile da affrontare, quale che sia la maggioranza che uscirà
dalle urne dopo le elezioni di domani. Nel frattempo, l' opinione interna si è
raffreddata: meno di un terzo dell' elettorato, oggi, si dichiara disposto ad
abbandonare lo zloty. E' rinata così, fra la Moldova e il Mar Baltico, una
seconda Europa: nel senso che questa parte dell' Ue sta tornando a pensarsi
come tale, come un pezzo a sé stante del Vecchio Continente, con un piede
dentro e un piede fuori dall' euro. L' effetto centripeto messo in moto dall'
allargamento è stato arrestato, spezzato, dall' implosione greca. E' una seconda
Europa che guarda ancora verso l' America di Maria Korbel, appunto; che crede
(diffidandone) che la Germania sia tedesca,
prima che europea; e che sta cercando di crearsi, per ragioni geopolitiche ed
economiche, una propria area di influenza nella Mitteleuropa e verso Est, verso
l' Ucraina e i suoi vicini. E' il progetto della Polonia, in particolare,
frustrata dagli scarsi risultati del «triangolo di Weimar» (il tavolo fra
Varsavia, Berlino, Parigi) e preoccupata che il rapporto Germania-Russia
tolga spazio alle proprie ambizioni. A differenza di Londra, Praga e Varsavia
mantengono però una buona dose di ambiguità sulla prospettiva di un' Europa «a
più velocità». David Cameron può ormai invocare l' unione
fiscale fra i Paesi dell' euro - come unica soluzione credibile a una crisi
dannosa e rischiosa per tutte le economie occidentali proprio perché nella sua
concezione la Gran Bretagna resterà in ogni caso al di fuori di un «nucleo duro» quasi
federale: l' Europa a più velocità, dal punto di vista dei conservatori
inglesi, è un buon compromesso (non lo era per Tony Blair, che ancora puntava a
condizionare da Londra l' Unione Europea nel suo insieme). Per Praga e
Varsavia, accettare la nuova equazione britannica è assai meno semplice: in
entrambi i Paesi, se la crisi dell' euro fosse superata, il problema di aderire
alla moneta unica tornerebbe a proporsi. Ma in termini che, nel frattempo,
saranno diventati molto più impegnativi di oggi. La mia precisa sensazione,
insomma, è che nella psicologia dell' Europa un tempo «sequestrata», poi
ritrovata, poi allontanata dalla crisi dell' euro, non esista solo la
tentazione a pensarsi come un mondo sé; ma sia sempre in agguato anche un
complesso di esclusione. Un complesso che noi italiani ben conosciamo: il
timore di essere lasciati fuori, «out in the cold». Ma a Kampa l' aria è ancora
tiepida, quando il Museo chiude e torniamo verso Ponte Carlo.
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"Il
Giornale" del 08-10-2011 |
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Argomenti: Esempi
esteri
Occhiello: LE MISURE ANTI CRISI.
Palazzo Chigi smentisce le indiscrezioni
però nel Pdl si preme per il provvedimento Il «no»di Calderoli: «Roba da
repubblica delle banane, solo parlarne crea danno» Fabrizio de Feo Roma Nessuno
spiraglio, nessuna concessione, nessuna apertura. L' ipotesi di un
condono-fiscale o nella sua forma «soft» di concordato preventivo come nel 2004
- è al momento soltanto una suggestione, una carta che una parte del Pdl
vorrebbe giocarsi per uscire dallo stallo e mettere insieme un tesoretto con
cui dare sostanza al decreto sviluppo. Ma non convinceaffatto Palazzo Chigi che
nel tardo pomeriggio la respinge attraverso un comunicato dai toni perentori.
«Il governo non ha preso e non prende in considerazione ipotesi di condono» si
legge in un comunicato. «Indiscrezioni al riguardo sono prive di fondamento e
vengono escluse nel modo più totale ». Di certo al ministero dello Sviluppo
economico il gruppo di lavoro incaricato di ricercare strumenti con cui
finanziare il decreto è pienamente operativo. Con ogni probabilità lunedì Paolo
Romani consegnerà un appunto ai colleghi di governo in cui metterà nero su
bianco il suo parere negativo all' ipotesi condono, ritenuto dannoso in termini
di immagine e foriero di problemi tecnico-applicativi. Una posizione sposata
anche da Roberto Calderoli per il quale il condono è «roba da Repubblica delle
Banane ».«Già il fatto di parlarne, crea danno perché per le prossime scadenze
determina un crollo del gettito» ha argomentato il ministro leghista. Martedì,
poi, in un vertice di maggioranza allargato ai Responsabili, si arriverà alla
decisione definitiva sulle vie da percorrere per il finanziamento del decreto.
In queste ore, ad esempio,
è allo studio la possibilità di stringere un accordo con la Svizzera sul
modello di quelli stipulati da Francia,
Germania e Gran Bretagna per una ritenuta alla fonte sui redditi degli esuli fiscali.
Molti parlamentari del Pdl - e anche alcuni ministri - però non condividono l'
avversione leghista all' ipotesi condono. «Sarebbe sbagliato
escludere a priori delle misure. Ritengo sbagliato lanciarla come certezza così
come sarebbe sbagliato escludere ogni misura con altrettanta certezza» dice il
ministro Raffaele Fitto. «Possiamo considerare tutte le misure, che possono
essere fiscali, di condono, e di vendita di immobili, se collegate a un'
operazione storica di riduzione del debito e non iniziative spot» aggiunge
Maurizio Gasparri. Osvaldo Napoli precisa che le entrate sarebbero «dirottate a
finanziare la crescita e non a chiudere i buchi di bilancio».E c' è chi come
Amedeo Laboccetta e Antonio Mazzocchi ha ormai raccoltooltre quaranta firme di
parlamentari favorevoli all' adozione di uno strumento che, secondo loro,
potrebbe valere 35 miliardi di euro. La partita, insomma, anche se chiusa a
livello governativo potrebbe riaprirsi a livello parlamentare, probabilmente in
sede di conversione del decreto. Difficile, però,ipotizzare un«blitz»che possa
ribaltare l' indicazione dell' esecutivo. RACCOLTA FIRME Già una quarantina i
parlamentari favorevoli alla misura straordinaria PERPLESSITÀ Il ministro
Fitto: «A priori è meglio non escludere nessuna ipotesi»
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"Il
Giornale" del 08-10-2011 |
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Argomenti: Esempi
esteri
Occhiello: L' ASSALTO DEI POTERI FORTI.
La presidente scrive un' accorata lettera
ai consociati di Viale dell' Astronomia: «Restate con noi» Gian Maria De Francesco «Restate con noi». Non è l' invito di
un presentatore televisivo prima della pausa
pubblicitaria, ma il senso dell' accorato appello rivolto dal numero uno di
Confindustria, Emma Marcegaglia, ai presidenti del sistema
che ruota attorno a Viale dell' Astronomia. Il blitz di Sergio Marchionne, che
ha deciso di dire basta ai compromessi col sindacato, ha fatto
male.L' esempio è già stato
seguito da alcune imprese come le Cartiere Pigna, i tessili di Prato e la
Gallozzi Group di Salerno. E l' emorragia potrebbe proseguire senza un qualche
intervento. Così Emma Marcegaglia ha preso in mano carta e penna e si è
lasciata andare ad alcune considerazioni. «Dobbiamo essere più che mai forti e
uniti per affrontare una grave crisi internazionale e per aiutare il nostro Paese
a uscirne a testa alta », ha rilevato aggiungendo che vi sono «vantaggi
evidenti» a stare «dentro il sistema associativo». Che
sono più o meno gli stessi dell' adesione a un qualsiasi programma- fedeltà a
punti (sconti sulle tariffe energetiche, sulle consulenze fiscali, eccetera)
senza il famoso articolo 8 della manovra di Ferragosto che dà maggiore
flessibilità ai rapporti di lavoro.L' aver sottoscritto l' accordo sulla
contrattazione con Cgil, Cisl e Uil, «non impedisce alle aziende associate un pieno
accesso agli strumenti» dell' articolo 8, cioè la derogabilità alle norme
previste dagli accordi nazionali. Sono tutte osservazioni che non modificano la
realtà, ma la descrivono. E che manifestano, a tre giorni dal «gran rifiuto» di Marchionne, quanta rabbia covi
ancora dentro per aver perso l' associato più prestigioso della confederazione.
La scelta di Fiat va «rispettata», ha chiosato,ma«non posso non esprimere il
mio disappunto per le motivazioni ».Secondo il presidente,infatti, la scelta
del Lingotto farebbe emergere «una qualche oggettiva convenienza a stare fuori
dal nostro sistema». Ovverosia,
sconfesserebbe in toto l' operato di Marcegaglia nel suo quadriennio alla
guida. Ecco perché ella non può non ripetere l' invito «restate con noi»
citando la testimonianza del ministro del Lavoro Sacconi il quale aveva
precisato come l' accordo interconfederale non pregiudicasse i contenuti della
manovra in materia di lavoro. In fondo, anche in quell' intesa ci sono delle
novità come l' esigibilità degli accordi ( ovvero un rafforzamento dell'
obbligo ad adempiere da parte dei lavoratori) e la possibilità di modificare in
sede aziendale il contratto nazionale. Tutto vero. Come è vero che quel
protocollo sancisce ufficialmente il ruolo del sindacato come interlocutore
unico dell' azienda. Una morsa alla quale l' amministratore italo- canadese di
Fiat ha voluto sottrarsi. «Insieme - ha concluso - potremo cogliere appieno
tutte le opportunità che in questi anni difficili siamo stati capaci di
costruire ». Il contenuto stesso della lettera pare appunto rivolgersi al
passato più che al futuro: Marcegaglia, al termine del suo mandato, non vuole
consegnarsi alla storia come il presidente di Confindustria che, nell' ordine,
ha visto ridursi il peso «politico » della confederazione, ha perso l' iscritto
numero uno e l' ha condannata a un abbraccio mortale con il sindacato «rosso»,
la Cgil. Il futuro, però, è gia cominciato. E se qualcuno se ne fosse
dimenticato ci ha pensato il presidente di Telecom, Franco
Bernabé, a ricordarlo. «Alberto Bombassei è il candidato giusto per questa fase
di vita della Confindustria», ha dichiarato ieri inaugurando di fatto la
campagna elettorale al di là delle
discese in campo più o meno ufficiali. Non è un endorsement di poco
contogiacché il numero uno del principale operatore telefonico italiano è un
manager che proviene dalla scuola Iri e che rappresenta un trait d' union fra
finanza e politica. In realtà, il presidente di Brembo non si è nascosto dietro
un dito e in recenti interviste ha dato la propria disponibilità alla
successione. È molto amato dalla base del manifatturiero che ogni giorno lo
tira per la giacca, è uno stimato e autorevole imprenditore, conosce
Confindustria ed è la «vittima» principale del sistema-Marcegaglia
essendo stata la sua autonomia nella confederazione fortemente limitata dalla
filo- sindacalista Emma. Se la dovrà vedere con Giorgio Squinzi di
Mapei,più«continuista » rispetto all' attuale linea. La corsa è solo all'
inizio. Marcegaglia è già il passato. LA SUCCESSIONE Partito il totonomine con
le candidature di Bombassei e di Squinzi DEFEZIONI Dopo la Fiat se ne sono
andati Pigna, i tessili di Prato e la Gallozzi Group ALLO SBANDO Emma
Marcegaglia e Luca Cordero di Montezemolo. La prima deve fronteggiare il
rischio di un' emorragia di associati da Confindustria, il secondo, pur essendo
un emblema del capitalismo e della classe dirigente, si vuol mettere alla testa
di un movimento popolare [Ansa]
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di CARMELO LOPAPA. |
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"La
Repubblica" del
08-10-2011 |
Interni |
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Argomenti: Proposte di
legge
Occhiello: L´unità dei moderati.
Sottotitolo: Casini: la strada giusta è
quella di Pisanu Una provocazione l´appello di Silvio all´unità dei moderati,
sa bene che l´ostacolo maggiore è proprio lui.
ROMA - Una «provocazione», quell´appello
di Silvio Berlusconi all´unità dei moderati. Pier Ferdinando Casini, che nel
sondaggio Crespi è balzato in testa alla classifica dei leader di partito più
apprezzati, si trova a Malaga per la presentazione del programma elettorale del Partito popolare, in vista delle
elezioni spagnole del 20 novembre. In Italia di elezioni invece non se ne
parla, per ora. «Eppure, l´unica cosa credibile che il premier possa fare è
farsi da parte: non certo per andare in esilio, ma per concorrere in modo
diverso alla vita democratica. È giunto il momento in cui le forze più serie di
destra e sinistra si facciano carica di un governo di responsabilità
nazionale». Presidente Casini, Berlusconi ha appena ribadito che non lo
accetterà mai. «Mi trovo in Spagna e tutto il mondo ha capito perché lo spread
tra titoli spagnoli e tedeschi sia diminuito mentre quello italiano è
cresciuto. Qui Zapatero, con grande dignità, ha preferito dimettersi e
difendere il Paese, piuttosto che il suo posto». Qui in Italia invece si
andrebbe al voto nel 2013, a sentire Berlusconi. «Il presidente del Consiglio
sa benissimo che le elezioni saranno nel 2012, la situazione cosi com´è non può
andare avanti. E infatti mi risulta che il Pdl si stia preparando per quella
data». Intanto il premier vi lancia l´ennesimo appello: insieme come nel Ppe.
Ci sono le condizioni? «Io resto ogni giorno più allibito, sorpreso. L´unità
dei moderati è un tema suggestivo, ma dubito fortemente che Berlusconi l´abbia
a cuore. Come può non pensare che è proprio lui, dopo aver spaccato il fronte
dei moderati, l´ostacolo maggiore? È lui che ha cacciato l´Udc dalla sua
maggioranza, è lui che ha espulso Fini dal partito, è lui che ha emarginato le
figure più moderate e autorevoli all´interno del Pdl». Alfano sostiene che il
loro obiettivo è costruire proprio un Ppe italiano. «Il segretario è animato da
buone intenzioni. Ma il Pdl deve far chiarezza al suo interno. Il passo
indietro di Berlusconi è l´unica cosa credibile. Alfano non merita di essere
ridicolizzato. Il premier gli dia sul serio ali per volare. Sono convinto che
in Parlamento si possano creare le condizioni per portare a termine la
legislatura e realizzare le riforme, il resto si
vedrà». Bersani forse non farà salti di gioia nell´apprendere la sua
disponibilità al dialogo col Pdl in caso di passo indietro
di Berlusconi. «Non è il momento per parlare di alleanze, tanto più senza
conoscere la legge elettorale con cui voteremo. Quel che è certo è che il terzo polo
esiste e ci sarà. Una cosa però agli amici del Pd la voglio dire: la ricetta di
Vasto (dove si sono incontrati Bersani, Vendola e Di Pietro, ndr)
non è adatta a risolvere i nodi italiani, rischiamo di passare dalla padella
alla brace. I problemi del Paese non si dissolvono con le dimissioni del
premier. O ci si rende conto che la lettera della Bce e l´accordo delle parti
sociali costituisce la base di discussione per il dopo Berlusconi, oppure, chi
vagheggia cose diverse se non opposte fallisce in partenza». Intanto anche il
Pdl scricchiola. Pisanu, Scajola, altri. Anche lei li ha incontrati nei giorni
scorsi. Vi attendete la spallata? «Qui non si tratta di dare una spallata ma di
evitare quella che il Paese rischia di subire. Le forze sociali, le sigle
sindacali, settori sempre più consistenti della maggioranza denunciano
l´immobilismo, il discredito internazionale è ormai totale. L´unico che resiste
è Berlusconi. Cos´altro deve accadere perché se ne renda conto?» Pisanu sembra
stia lavorando a un progetto alternativo al Pdl, una forza liberale che
aggreghi cattolici e laici. Sareste voi gli interlocutori privilegi. «Questo è
il modo giusto per discutere con il terzo polo e con l´Udc. Chi propone
annessioni a scoppio ritardato rischia di mostrare solo uno spiccato senso
dell´umorismo». Lei coi popolari a Malaga, Berlusconi a San Pietroburgo per il "Putin
party". «Speriamo che riceva consigli utili per il provvedimento sulla
crescita. Penserà ad altro. Eppure mi piacerebbe un presidente del Consiglio
che avesse la dignità di porre il problema delle minacce russe alla Georgia,
come ha fatto Sarkozy».
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di ANNALISA CUZZOCREA. |
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"La
Repubblica" del
08-10-2011 |
Interni |
Pagina: 15 |
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Argomenti: Proposte di
legge
Sottotitolo: Oggi a Milano la manifestazione
di Libertà&Giustizia: "Questo governo è finito" Videomessaggio dello
scrittore di "Gomorra" Bonsanti: la società civile vuol pesare.
ROMA - C´è un filo rosso che collega la
manifestazione del Palasharp del 5 febbraio scorso e l´iniziativa di questo
pomeriggio all´Arco della Pace, sempre a Milano. Allora, Libertà e Giustizia e
intellettuali come Umberto Eco, Maurizio Pollini, Salvatore Veca, avevano
chiesto le dimissioni di Silvio Berlusconi. Ora escono dal
palazzetto per essere in piazza con la società civile, e lanciano proposte
che servono a ricostruire, a rimettere insieme i lembi stracciati di dignità e
diritti, certezze e valori. C´era e c´è il presidente emerito della Consulta
Gustavo Zagrebelsky, che lì aveva lanciato una parola d´ordine ancora valida:
«Non chiediamo niente per noi, ma tutto per tutti». C´era - e ci sarà con un
messaggio video - lo scrittore Roberto Saviano, che a Repubblica anticipa il
senso del suo intervento: «Oggi la difficoltà sta in questo: nel non cedere
alla certezza che niente possa cambiare, che vivere onestamente sia inutile.
Nel non cedere allo sconforto che nessun merito riuscirà mai a farsi largo, ma
vincerà l´alleanza sul talento, la segnalazione sulla bravura, la furbizia
sull´impegno». Entra nel merito, Saviano. Parla dell´oggi, e di quel che
bisogna fare: «Questo governo da lungo tempo è politicamente finito, ma questa
lunga agonia si regge sull´incapacità di coinvolgere un nuovo grande e
trasversale consenso popolare in nuovi progetti, in riforme
credibili. Non ci resta altro che osare di più dinanzi a questa ossidata
quotidianità che sembra immutabile, per scorgere ancora una possibilità di bene
e dargli spazio. Sul brandello di stoffa vorrei scriverci come diritto da
difendere: "il diritto alla felicità", ora manca ovunque e spesso
coincide, per meridionali e più in genere italiani, con l´emigrazione».
L´appuntamento di Libertà e Giustizia per chi vuole «Ricucire l´Italia» è alle
14 e 30. La manifestazione andrà avanti tre ore, e vedrà avvicendarsi sul palco
- moderati da Luisella Costamagna - gli storici Paul Ginsborg e Salvatore Veca,
gli ex magistrati Bruno Tinti e Giuliano Turone, il sociologo Marco Revelli, il
presidente dell´Anpi Carlo Smuraglia, Claudio Fava per Libera, il giornalista e
autore televisivo Michele Serra, il segretario della Federazione nazionale
della stampa Franco Siddi; i costituzionalisti Lorenza Carlassare e Valerio
Onida. Chiuderanno Gustavo Zagrebelsky con i giornalisti Lirio Abbate e Marco
Travaglio. Ad aprire, invece, ci sarà il sindaco di Milano Giuliano Pisapia. E
ci sarà ovviamente la presidente dell´associazione Sandra Bonsanti. «Ho fiducia
che verranno in molti, perché ho l´impressione che più forte della delusione e
della disaffezione sia la certezza che la mobilitazione e la partecipazione
servano», ci dice. «Le manifestazioni dei giovani, quelle per la libertà di
stampa, il Palasharp, il milione di donne in piazza del 13 febbraio, sono state
il vento che ha portato alle vittorie referendarie di giugno. Un´onda lunga che
è proseguita con la raccolta delle firme per il referendum
anti-porcellum, oltre un milione e duecentomila, un traguardo incredibile. È un
peccato che il Pd non ci abbia creduto fino in fondo». A chi dice che no, nulla
è servito, Sandra Bonsanti risponde: «Come si fa a dirlo? Ora il centrodestra è
consapevole di non avere la maggioranza nel Paese. E l´opposizione sa che
quando si andrà a votare sarà obbligata a portare un volto rinnovato. Noi non
faremo i portatori d´acqua, la società civile vuole pesare, troveremo il modo».
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"L'Unità"
del 07-10-2011 |
Pagina: 13 |
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Argomenti: Esempi
esteri
Sottotitolo: La mappa Giappone e Belgio nel sistema.
Ma il primato resta alla Svizzera.
Il rapporto di Tax Justice Network, che
ha per scopo di smascherare i meccanismi che inquinano la finanza
internazionale, parla chiaro: i paradisi fiscali non sono le piccole isole
lontane ma le nazioni ricche. GABRIEL BERTINETTO Cosa sono i paradisi fiscali
nell' immaginario collettivo? «Posti al sole per gente che vuol restare nell'
ombra». Togliamoci dalla mente questo stereotipo, suggerisce l' ultimo rapporto
dell' associazione Tax Justice Network, con sede a Londra, che ha per scopo di
smascherare e combattere i meccanismi fraudolenti di segretezza che inquinano
la finanza internazionale. «La storia è molto più complicata -si legge nel
documento diffuso dal direttore di Tax Justice, John Christensen-. I soggetti
più importanti nel sistema globale che
favorisce la segretezza delleoperazioni finanziarie,non sono le minuscole e
lontane isole care alla fantasia popolare (i cosiddetti paradisi fiscali), ma
le nazioni ricche». Nella classifica redatta dagli esperti dell' associazione
londinese, il primato spetta alla Svizzera,
gli Stati Uniti sono al quinto posto, e fra le prime quindici troviamo Paesi
che non avremmo sospettato: dal Giappone alla Germania,
dalla Gran Bretagna al Belgio. Certo non mancano le isole meta delle proverbiali
operazioni off-shore, dotate di tropicali palme come le Cayman, o esposti ai
freddi venti della Manica, come Jersey. Ma sono solo parte di un
gigantesco sistema di opacità che
viene alimentato in primo luogo dai Paesi più sviluppati, che ne sono anche i
principali beneficiari. Segretezza è cosa diversa dalla giusta riservatezza,
spiega il rapporto. Segretezza significa negare le informazioni alle autorità
legittime, in primo luogo alla magistratura. Questo avviene a vari livelli. I
vincoli normativi che permettono all' esportatore di capitali di depositare
denaro nelle banche di Lugano o Zurigo, senza che la titolarità del conto
diventi nota al fisco del suo Paese, sono un esempio
del primo e più semplice livello di segretezza. Più raffinata è «la creazione
di entità (trust, corporazioni, fondazioni, anstalt, etc.) di cui vengono
tenuti nascostil' appartenenza, il funzionamento, le finalità». Professionisti
del sotterfugio (avvocati ed economisti specializzati in materia) fungono da
prestanome e sanno come resistere alle pressioni di eventuali inquirenti. È a
questo livello che entrano in ballo le società off-shore. Ma a partorirle,
sottolinea Tax Justice, sono agenzie con sede nei Paesi sviluppati, avvalendosi
delle facilitazioni consentite dalle leggi dei loro stessi Paesi. È sbagliato
ritenere che il marcio stia solo negli ordinamenti dei lontani paradisi
fiscali. Sono le leggi stesse degli Usa ad esempio,
e di alcuni Stati in particolare come il Nevada, il Delaware o il Wyoming, a
consentire le più ardite acrobazie pereludere ilfisco. Leggi fatte apposta per
violarne altre insomma. La segretezza è il motore dell' evasione d' imposta e
delle transazioni commerciali e creditizie fruadolente. Gli sconvolgimenti in
borsa e i fallimenti bancari degli ultimi anni ne sono diretta conseguenza,
«Paesi europei come Grecia, Portogallo e Italia -si legge nel documento-
sonostati messi inginocchio da decenni di segretezza ed evasione fiscale». Due
anni fa il vertice del G20 a Londra dichiarò guerra ai paradisi fiscali e
proclamò che «l' era della segretezza bancaria era finita». Ma l' anno
successivo a Seul gli stessi governi derubricarono il loro impegno «alla
continuazione del lavoro per prevenire e contrastare la corruzione». Un
linguaggio meno baldanzoso, che corrisponde alla realtà di un' azione
scarsamente incisiva. Vengono individuati come bersagli i trasferimenti di
denaro per foraggiare gruppi terroristici o riciclare i pro.
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"Italia
Oggi" del 07-10-2011 |
PRIMO PIANO |
Pagina: 6 |
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Argomenti: Esempi
esteri
Per non aver commesso il fatto, hanno
scontato 4 anni 4 di galera. È la foto della giustizia italiana sputtanata sui circuiti internazionali. Il Cavaliere non c' entra. Il
processo di Perugia, liberati Amanda e Raffaele, prosegue negli Stati Uniti e Gran
Bretagna, che, in concorso con Francia
e Germania, inquinano il nostro sistema
giudiziario. La stampa Usa plaude la sentenza che assolve; quella britannica
sputa bile. Oggi discordano, dopo aver concordato sulla
preminenza delle procure per mettere ordine in Italia; contrapposizione
deliziosa ma anche, allo stesso tempo, opportunistica. Le pressioni mediatiche
e diplomatiche, mentre Washington e Londra si dichiaravano «fiduciosi nella
giustizia italiana», svelano la loro sapiente sfiducia. Allo stesso tempo, c' è
da complimentarsi con l' assise perugina di togati e popolari: hanno emesso un
giudizio nitido, «per non aver commesso il fatto», nonostante la mansuetudine
coloniale con cui le pressioni sono state subìte dai nostri poteri
costituzionali e dal nostro sistema giudiziario.
Questo caso conferma che abbiamo giudici affidabili nonostante Gran Bretagna,
Stati Uniti, Francia e l' ultima
arrivata, Germania, esercitino un
tutoraggio non solo sull' economia italiana, ma anche sulla nostra giustizia.
Una ospita terroristi, li tutela e li porta al sicuro. Un' altra ci ammonisce
sullo svolgimento del processo. La terza mette alla berlina le indagini. Un'
altra ospita le n' drine calabresi e nessuno pone domande. Indietro con la
memoria, qualcuno pensa che la terrorista Silvia Baraldini sarebbe tornata in
Italia con ricco stipendio da consulente del clintonofilo Walter Veltroni, se
Clinton e signora non fossero stati d' accordo? Provate a chiedere alle
famiglie dei morti del Cermis che cos' è la subordinazione d' un paese. Il caso
ha messo Usa contro Gran Bretagna
e non poteva spiegarci meglio perché Silvio Berlusconi sbaglia grottescamente
quando attacca i «magistrati comunisti». Taluni lo furono e sono per questo
condizionabili, ma non meno di politici, magistrati mestatori vari, presenti in
tutto il tessuto istituzionale del paese, al governo e all' opposizione,
rispondendo a osservanze esterne, che amano essere
tutelate senza discussioni, a prescindere dalla tessera di partito. Con
costoro, la grande maggioranza dei
magistrati non ha nulla a che vedere e non devono essere offesi sparando nel
mucchio, mescolandoli a quelli che portano verso il nulla le inchieste sulle
stragi, sul terrorismo, che tacciono sui patteggiamenti con la mafia, che
rispondono a interessi inquinati, inquinanti e contrapposti ai poteri
democratici e agli interessi strategici nazionali. Berlusconi, ogni volta che
supera la soglia di un' aula di giustizia, deve prendersela con se stesso:
affidò la commissione Mitrokhin a un incapace e la riforma
della giustizia ai suoi avvocati. Quella finì nel ridicolo, questa non è mai
partita. Adesso dobbiamo sorbirci i libri dei magistrati, in pensione e non,
che come i generali rincitrulliti di un tempo, che giustificano le loro
Caporetto con la malvagità del nemico, senza spiegare il sistema
che dà loro pane e burro, rendendo fallimentari oramai non solo le inchieste per
le stragi ma anche quelle per omicidi, un tempo risolte da un semplice
maresciallo dei carabinieri, a Perugia, come ad Avetrana, a Bergamo come a
Palermo. La giustizia italiana è allo sprofondo perché taluni suoi settori non
rispondono alla Costituzione. È l' altra faccia della medaglia che ci rende
vulnerabili alle scorribande predatorie che mirano a espropriarci di Eni,
Finmeccanica e dei nostri risparmi. Altro che comunisti, Berlusconi.
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"lastampa.it"
del 06-10-2011 |
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Argomenti: Esempi
esteri
Sottotitolo: Sistema energetico meno evoluto,
più inquinante.
Roma, 6 ott. (TMNews) - Le campagne sono
spesso considerate un' alternativa ecologica alle metropoli. Per quanto riguarda
le emissioni di gas serra, però, le cose non stanno esattamente così: spesso
nelle aree rurali il sistema energetico è meno
evoluto e quindi più inquinante. Ridurre le emissioni di queste aree è un
aspetto finora sottovalutato ma indispensabile per raggiungere gli obiettivi
fissati a livello internazionale per la tutela del
clima. Sono le conclusioni del rapporto "Rural Energy in Europe",
realizzato dalla società di consulenza Ecofys per conto della rete Future of
Rural Energy in Europe (FREE). L' indagine ha preso in esame le aree rurali di
5 dei principali Paesi europei (Francia,
Germania, Gran Bretagna, Italia e Polonia.), che rappresentano il 61%
della popolazione dell' Unione Europea, il 61% dei consumi di energia e il 62%
delle emissioni di anidride carbonica da combustibili fossili. In generale,
nelle aree rurali è maggiore il ricorso a fonti di energia come l' olio
combustibile, ottenuto dal petrolio e svantaggioso in termini di emissioni,
mentre è minore l' uso del gas naturale, una fonte relativamente più pulita.
Inoltre il petrolio è sfruttato ampiamente per alimentare i generatori di
elettricità e le macchine agricole, come i trattori. In alcuni casi poi,
principalmente in Polonia, molte comunità rurali fanno anche un uso massiccio
del carbone. Per migliorare la qualità di questo mix energetico, conclude il
rapporto, sono però necessarie iniziative politiche specifiche. Ad esempio, se è vero che estendere nelle campagne
la rete del gas può risultare laborioso e costoso, si possono privilegiare le
fonti rinnovabili: sono ancora più ecosostenibili e oltretutto in molti casi la
generazione di energia avviene presso le stesse zone di consumo. TM News.
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"libero.it"
del 06-10-2011 |
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Argomenti: Esempi
esteri
Sottotitolo: Cronaca.
M ilano, 6 ott. (Adnkronos) - "Siamo
impegnati a promuovere partnership strategiche con la Bretagna
per lo sviluppo di un sistema che permetta di
reagire al meglio alla crisi attraverso la collaborazione tra le piccole e
medie imprese dei due Paesi". A dirlo oggi l' assessore al Commercio,
Attivita' produttive, Turismo, Marketing territoriale del Comune di Milano, Franco D' Alfonso, durante l' inaugurazione nel
capoluogo lombardo del 12° incontro internazionale della missione economica
Union de Enterprises 35. L' appuntamento e' stato organizzato in collaborazione
con Assolombarda, Bretagne International e
Comune di Milano per incrementare la collaborazione e gli scambi economici e
commerciali tra i Francia e Italia. "In
uno scenario internazionale che fatica a dare segnali di ripresa - ha detto l'
assessore - appuntamenti come questo ribadiscono l' impegno dell' Amministrazione
nel favorire la relazione e il confronto con tutte quelle realta' economiche e
con quei paese che stanno dimostrando di reggere alla crisi meglio di
altri". Sono circa 150 le imprese, in rappresentanza di tutti i settori
produttivi del dipartimento Ille et Vilaine regione Bretagna
(nord ovest della Francia) che partecipano a
questo annuale incontro internazionale.
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"L'Unità"
del 06-10-2011 |
Pagina: 15 |
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Argomenti: Proposte di
legge
Sottotitolo: Dimissioni di Bersani? Non le ho
mai chieste Ho svelato solo una contraddizione.
Capirsi è quasi sempre difficile. Non
capirsi facilissimo. Basta non ascoltarsi o non leggersi.
È quello che è capitato appunto a proposito della mia richiesta di dimissioni
di Bersani. Quali dimissioni? Niente di più inesatto. Non foss' altro perché
nessuno le ha chieste. E non le ha chieste innanzitutto perché nella forma
presidenziale di investitura diretta del Segretario che governa il Pd non si
possono chiedere. E poi perché con la solidarietà del gruppo dirigente attuale
non si potrebbero comunque ottenere. Non si parli poi dell' inopportunità di
farlo in questo momento. Quello che ho detto è che se nel partito, invece dell'
attuale sistema presidenziale, vigesse quel sistema di «flessibilità istituzionale
e politica», che «di fronte ad una caduta di consensi fa cadere i governi
riproposto ieri da Bersani, lui stesso avrebbe dovuto presentarsi dimissionario
per contrastare democraticamente l' accusa di aver inferto un grave danno al
partito con una linea che si è dimostrata radicalmente sbagliata». Come si vede
ho contestato il modello riproposto dal Segretario proprio nella Direzione di
ieri, chiedendo di chiudere con la stagione apertasi «quindici anni fa quando
davanti al vuoto ed alla deligittimazione della politica, l' Italia non ha
avuto la forza di scegliere una riforma
della democrazia rappresentativa e ha scelto invece una illusoria scorciatoia
populista». Ho voluto così sollevare la contraddizione palese tra l' invito al
ritorno ad un sistema fondato sulla delega e la pratica di un sistema aperto
alla investitura diretta al quale anche noi, per nostra scelta, e, non solo
Berlusconi, abbiamo ispirato la nostra azione. Ho colto l' occasione per
rilevare la distanza tra il modello che il gruppo dirigente propone per il
Paese e quello che viene praticato nel Partito. Possiamo mai andare avanti a
forza di primarie e Nuovi Ulivi, esaltare la partecipazione diretta dei
cittadini in tutte le sue forme, evocare come base della legittimazione della
leadership i milioni di elettori votanti, riempire le stazioni di manifesti col
volto di leader che si rimboccano le maniche e allo stesso tempo rinnovare come
«parola d' ordine: via i nomi dai simboli» come ho appunto sentito ieri? Questo
è il problema che ho sollevato. Molto di più e molto diverso di una banale e
velleitaria richiesta di dimissioni. È di questo che dobbiamo discutere.
Semmai, se proprio una proposta praticabile anche
nel quadro delle regole oggi vigenti, ho lasciato agli atti è quella che
riguarda me. «In un partito quale quello che voi pensate di costruire o di
avere costruito - ho lasciato scritto noi dovremmo essere deferiti agli organi
di disciplina per la grave disubbidienza ai deliberati ufficiali». Come infatti
definire se non un grave atto di indisciplina il comportamento di chi, come
noi, pur sconfitti nell' ultima direzione da una maggioranza di 166 persone su
173 con 3 contrari e 4 astenuti, non si attiene alla delibera che nella
precedente riunione del 19 luglio aveva invitato i dirigenti ad astenersi da
ogni inziativa referendaria dichiarando «che non si possa sostenere
contestualmente la modifica della legge
elettorale in vigore da parte del Parlamento e
la presentazione di un Referendum in materia». Mi
dispiace che questo l' Unità lo abbia omesso. Così come non ha dato conto della
sostanziale assenza nella relazione del Segretario di una riflessione adeguata
sul tema che nella stessa giornata era al centro del dibattito sui giornali. Si
puó dedicare, dico io, in una relazione di 26.300 battute, solo «una parentesi»
di sei righe a qualche minuto dalla fine per rivendicare il merito di essere
riusciti ad evitare «che il Pd finisse diviso tra i sostenitori di diversi referendum» come se il problema principale
fosse salvaguardare l' unità del gruppo dirigente e non
invece di battersi in tempo contro la ben più grave separazione tra Parlamento
e Paese, tra eletti ed elettori prodotta da questa legge
elettorale. Senza riuscire a spiegare perché, dopo aver invitato a non
partecipare ad alcun referendum, il Partito è finito trascinato in un Referendum promosso da altri partiti che non ha
scelto, e, aggiungo, giustamente, perché il referendum
è sostenitore di una linea, nella quale io e centinaia di migliaia di cittadini
che hanno votato Pd ci riconosciamo ma che e' completamente diversa da quella
perseguita dal gruppo dirigente? Su questo sì che mi farebbe piacere che l'
Unità aprisse un confronto visto che non è stato proposto
né sviluppato nella ultima Direzione. Un dibattito non fatto di aggettivi e di
punzecchiature, di retroscena, di ricostruzioni capziose come quelle che
inevitabilmente si moltiplicano sui giornali quando, invece di affrontare in
modo serio un tema serio come questo, si preferisce girarci attorno limitandosi
ad un generico invito all' unità imputando chi come me non condivide la linea
della segreteria di atteggiamenti polemici «pretestuosi e pericolosi» come, per
firma di Luigi Cancrini, l' Unità oggi mi accusa.
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"L'Unità"
del 06-10-2011 |
Pagina: 38 |
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Argomenti: Esempi
esteri
Nel 2009 gli impiegati nei diversi
settori della cultura erano 89.400, pari l' 1,1% del totaledei lavoratoriitaliani
(un po' meno della media europea: 1,7%). A confronto: in Francia
145.400lavoratori nella cultura, in Germania
412.900, in Gran
Bretagna 186.900 e in Spagna 71.200. Nel 2007il fatturato del settore
editoria in Italia è stato di 3, 865 milioni di euro; in Francia
di 5,737, in Germania di 9,870 in Gran
Bretagna di 11,990 e in Spagna di 3,502.
Lefontideidatiinquestapagina: rapporti di Oecd, Eurostat, Giving Usa e
Federculture.
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"Italia
Oggi" del 06-10-2011 |
TRIBUTARISTI - ANCIT
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Pagina: 30 |
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Argomenti: Esempi
esteri
Con il voto alla Camera del 15 ottobre si
è chiusa finalmente la commedia poco brillante (che forse sarebbe più adeguato
definire «operetta») sulla Manovra finanziaria bis ma, come nei migliori sequel
televisivi, sui titoli di coda già scorreva il trailer della manovra ter. Se
fossimo stati in un teatro di provincia, non sarebbero mancati i fischi e il
lancio di ortaggi per la pessima interpretazione degli attori e per l' ennesima
dimostrazione di una classe politica improvvisata e incapace non solo di
ascoltare i cittadini, ma anche, e cosa più grave, di assolvere con giudizio al
compito che è stata chiamata a svolgere. Non voglio commentare le notizie che
circolano sul web relative ai privilegi della «casta» e nemmeno commentare le
dichiarazioni dei rappresentanti di questo o quello schieramento, poiché
servirebbe solo ad aggiungere scoramento e depressione a scoramento e
depressione. La realtà è che proprio nell' anno del 150° anniversario dell'
Unità d' Italia siamo stati per settimane lo zimbello del mondo, abbiamo
triplicato lo spread nei confronti dei paesi europei che viaggiano spediti
verso una crescita industriale ed economica notevole e rischiamo di diventare
un paese dell' Euro/b. L' errore strategico compiuto nel disegnare la politica
economica degli ultimi anni è sotto gli occhi di tutti. Non credo che la colpa
sia esclusivamente del ministro dell' Economia (anche se sue, a mio avviso,
sono le responsabilità maggiori), poiché, se così fosse, non avremmo bisogno di
vice ministri, sottosegretari, dirigenti, economisti e consulenti di governo.
Purtroppo però la parola «corresponsabilità» è assolutamente sconosciuta,
ignorata, dimenticata ai giorni nostri. Chi ha munto fino a ieri le mammelle
della grassa Amministrazione, appena la barca comincia a traballare, si
dissocia, si dice estraneo, all' oscuro di traffici e trame. Nessuno risponde
mai del proprio operato. Noi non siamo la Germania.
Non disponendo di grandi materie prime,
siamo degli eccellenti trasformatori. Sul palazzo della Civiltà Italiana all'
Eur campeggia la scritta: «Un popolo di poeti di artisti di eroi, di santi, di
pensatori, di scienziati, di navigatori di trasmigratori»: non una parola su
qualcosa di tangibile (e la costruzione risale al 1938, non a questa o alla
passata legislatura). Se però la storia italiana è fondata sulla grande capacità intellettuale del nostro
popolo, com' è che i cervelli migliori non ce li teniamo in casa? Com' è che i
migliori tecnici o ricercatori se ne vanno all' estero?
Com' è che i migliori sviluppatori di software sono in giro per il mondo? Com'
è che non puntiamo la nostra economia anche sulle attività intellettuali? Le
famose liberalizzazioni con le quali sentiamo da anni (direi decenni)
autorevoli esponenti sciacquarsi la bocca, che fine hanno fatto? Uniche tracce
nel testo della manovra: formazione obbligatoria, assicurazione e compensi,
pubblicità. Tutte cose trite e ritrite. Scelte che non scontentano nessuno
perché questo è il nodo centrale della questione: il consenso. La nostra
politica, e non solo quella economica, si basa sul consenso, non sul
raggiungimento del bene comune dei cittadini La ricetta per uscire da questo
stallo sono le grandi riforme
strutturali. Non lo scopro di certo io. Tutte le parti politiche sanno che questa è l' unica strada per dare un futuro all' Italia;
il problema sta nel fatto che le riforme
strutturali sono impopolari, scontentano tutti quelli che godono di benefici,
di privilegi, di riserve e questo popolo di scontenti è la base elettorale ed allora per non scontentare la base, che alla prossima
tornata elettorale potrebbe
cambiare il proprio voto, si preferisce guardare la punta delle scarpe
piuttosto che l' orizzonte. I politici sanno che una volta votate le grandi riforme,
difficilmente vedranno riaprirsi le porte di Montecitorio o di Palazzo Madama,
a meno di mantenere l' attuale Legge elettorale
definita «porcellum» non certo da me, ma da chi l' ha ideata e appoggiata in
parlamento. Varare provvedimenti come quelli nella Manovra bis serve solo a
tappare i buchi più evidenti, non certo a rimettere in piedi l' economia
italiana. A questa manovra ne dovrà seguire un' altra e forse un' altra ancora
perché fin che non si cambierà registro, volgendo lo sguardo verso il futuro,
sarà come applicare un cerotto su una gamba di legno. Per ridare fiducia agli
italiani e al mondo internazionale servono provvedimenti severi, coordinati e
con obiettivi ben chiari e definiti che guardino non ai futuri tre anni ma
almeno ai prossimi 15 -20. Se qualcuno proponesse un progetto serio di
rifondazione complessiva, facendone comprendere i motivi, la strada e i
benefici futuri, agendo in prima persona come esempio
da seguire, sono certo che gli italiani capirebbero ed affronterebbero i
sacrifici con uno spirito di partecipazione e di speranza, invece di subirli
con rabbia e rassegnazione come accade oggi. Intanto che sogniamo questo mondo,
ci dobbiamo confrontare con questo provvedimento da 54 miliardi di euro che ci
farà pagare un po' di più e ci darà un po' meno servizi di ieri.
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"libero.it"
del 05-10-2011 |
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Argomenti: Esempi
esteri
Sottotitolo: La crisi non aspetta, ma intanto
si discute su proporzionale e preferenze: un dibattito surreale. E oggi in
Camera il ddl intercettazioni.
P orcellum, Mattarellum, referendum, voto
anticipato, Padania sì, Padania no, intercettazioni (se ne discute oggi)
Saccomanni o Grilli: cos' è successo nelle ultime due settimane? Forse non c' è
più la crisi? Eppure il differenziale tra il Bund tedesco e i Btp italiani
rimane a livelli fuori dal normale e tra l' altro il cosiddetto spread resta
costantemente più alto rispetto a quello spagnolo. Questo "premio"
che l' Italia sborsa per essere più a rischio della Germania
poi lo pagano i consumatori che vanno in banca ad accendere un mutuo. Perché è
vero che i tassi sono bassi, ma le banche tricolore devono spendere di più per
approvvigionarsi di denaro, per cui alla fine i clienti devono sopperire con
rate più care. Questa è la crisi e i dati che quotidianamente escono ci dicono
che il futuro è tutt' altro che roseo, almeno nel breve termine. Solo ieri l'
agenzia di rating Fitch ha detto che nel 2012 il nostro Pil crescerà solo dello
0,2%. Non ci vuole quindi una scienza per capire che il rapporto deficit/Pil
difficilmente sarà pari a zero nel 2013. Come ha scritto la Bce nella famosa lettera
inviata al governo serve di più. Serve un salto di credibilità e fiducia. Due
ingredienti che non si conquistano con l' introduzione delle preferenze all'
attuale legge elettorale o innescando un
dibattito su elezioni nel 2012 o nel 2013. Soprattutto se la solita Casta
promette di tagliarsi ma finisce col parlare in politichese sperando che gli
elettori dimentichino che l' Iva al 21% fa danni più del previsto alle tasche
dei contribuenti. I palazzi romani probabilmente non lo sanno, perché viaggiano
con l' auto blu, ma la benzina - nonostante il continuo calo del petrolio - si
mantiene sopra gli 1,6 euro, a causa del rincaro delle accise con relativo
ingrassamento dell' imposta sul valore aggiunto. Ora, non è che bisogna
piangersi addosso e fare i negativisti. Però non si capisce perché le decisioni
anti-debito, come per esempio la valorizzazione
del patrimonio pubblico, rimangano sempre lì sul tavolo. E perché il cosiddetto
federalismo fiscale non parte? Per quanto tempo dovremo aspettare che le varie
commissioni incaricate indichino i costi standard per iniziare a far
risparmiare la sanità? Se per fare la seconda manovra ci sono voluti tre
giorni, prima di Ferragosto, cosa ci vuole per accelerare con le riforme che chiunque, anche chi non si interessa
di politica, aspetta almeno da vent' anni? Più il tempo passa e più la
situazione peggiora. Avete visto cos' è successo in Grecia? Nonostante le mille
rassicurazioni di Francia,
Germania, Commissione Ue e Bce, il governo di Atene ha detto che non
riuscirà a rispettare gli impegni presi. Prima conseguenza sarà quindi il
licenziamento di trentamila statali, con inevitabile caos sociale. Ma anche
negli Stati Uniti non stanno a guardare che la crisi passi da sola.
Obama, che ora non è più sicuro di essere rieletto, è pronto a vendere strade e
ponti, mentre il premier inglese Cameron vuole fare cassa cedendo le case
popolari per costruirne di nuove e far ripartire l' economia. Noi? Porcellum,
Mattarellum, referendum. E il redditum? di Giuliano Zulin.
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"Avvenire"
del 05-10-2011 |
CRONACA |
Pagina: 10 |
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Argomenti: Proposte di
legge
Referendum, il Pdl punta sul «no»
della Corte legge elettorale
Per la maggioranza restano prioritarie le riforme
istituzionali E non è affatto scontato che i giudici costituzionali ritengano
ammissibili i due quesiti presentati dai comitati promotori di Parisi e
compagni dopo la raccolta di firme DA ROMA N on ci pensa proprio il
centrodestra a cambiare la legge elettorale.
L' attenzione di Pdl e Lega è alle riforme
istituzionali, prima di riscrivere le regole del voto. Così, senza giri di
parole, il capogruppo Fabrizio Cicchitto affida le proprie speranze alla
bocciatura da parte della Consulta del quesito. E sul pronunciamento della
Corte costituzionale si apre la partita, con una buona fetta del centrosinistra
convinta di spuntarla e il resto delle opposizioni in attesa, pronte piuttosto
a tornare a votare, nell' impossibilità di trovare una maggioranza disposta a sostenere
un sistema proporzionale alla tedesca. Ma la peculiarità del quesito di Parisi
e compagni non dà certezze sull' esito. «Vediamo con sorpresa che si dà quasi
per scontato che la Corte Costituzionale darà il via libera al referendum», spiega Cicchitto. Ma, per il
presidente dei deputati del Pdl, i «quesiti proposti
si basano sul principio della cosiddetta 'reviviscenza legislativa', in base
alla quale l' abrogazione di una norma abrogata comporta la 'resurrezione'
della norma precedente». Un «miracolo » che per Cicchitto, «nel nostro diritto
non si può verificare ». E allora Pdl e Lega si guardano bene dal mettere i
testi presentati in Parlamento all' ordine del giorno. Ma a pensarla come
Cicchitto c' è anche l' ex presidente ds della Camera Luciano Violante. «In
base ai precedenti della Corte mi sembra molto difficile pensare ad un'
ammissibilità: si rischia di aprire un meccanismo di instabilità permanente
dell' ordinamento giuridico», dice. Non ci sta il capogruppo dell' Idv Massino
Donadi; «Nessun mezzuccio per scavalcare il referendum:
si deve dare la parola ai cittadini e andare al voto con la nuova legge elettorale».
Dunque, dice, «Cicchitto non s' illuda, i quesiti referendari sono
ammissibili». Va oltre, invece, il presidente del Copasir, per il quale «il referendum sulla legge
elettorale può accelerare la fine del governo
Berlusconi ». Secondo Massimo D' Alema la grande raccolta di firme e il
dibattito sulla riforma elettorale
possono diventare una nuova non facile prova per il premier, fino a portare ad
una fine anticipata della legislatura». I dubbi di Violante (Pd): «In base ai
precedenti arduo pensare all' ok della Consulta. Si rischia l' instabilità
permanente»
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"libero.it"
del 05-10-2011 |
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Argomenti: Esempi
esteri
Sottotitolo: La crisi non aspetta, ma intanto
si discute su proporzionale e preferenze: un dibattito surreale. E l' Iva al
21% fa danni.
P orcellum, Mattarellum, referendum, voto
anticipato, Padania sì, Padania no, intercettazioni, Saccomanni o Grilli: cos'
è successo nelle ultime due settimane? Forse non c' è più la crisi? Eppure il
differenziale tra il Bund tedesco e i Btp italiani rimane a livelli fuori dal
normale e tra l' altro il cosiddetto spread resta costantemente più alto
rispetto a quello spagnolo. Questo "premio" che l' Italia sborsa per
essere più a rischio della Germania poi lo pagano i
consumatori che vanno in banca ad accendere un mutuo. Perché è vero che i tassi
sono bassi, ma le banche tricolore devono spendere di più per approvvigionarsi
di denaro, per cui alla fine i clienti devono sopperire con rate più care.
Questa è la crisi e i dati che quotidianamente escono ci dicono che il futuro è
tutt' altro che roseo, almeno nel breve termine. Solo ieri l' agenzia di rating
Fitch ha detto che nel 2012 il nostro Pil crescerà solo dello 0,2%. Non ci
vuole quindi una scienza per capire che il rapporto deficit/Pil difficilmente
sarà pari a zero nel 2013. Come ha scritto la Bce nella famosa lettera inviata
al governo serve di più. Serve un salto di credibilità e fiducia. Due
ingredienti che non si conquistano con l' introduzione delle preferenze all'
attuale legge elettorale o innescando un
dibattito su elezioni nel 2012 o nel 2013. Soprattutto se la solita Casta
promette di tagliarsi ma finisce col parlare in politichese sperando che gli
elettori dimentichino che l' Iva al 21% fa danni più del previsto alle tasche
dei contribuenti. I palazzi romani probabilmente non lo sanno, perché viaggiano
con l' auto blu, ma la benzina - nonostante il continuo calo del petrolio - si
mantiene sopra gli 1,6 euro, a causa del rincaro delle accise con relativo ingrassamento
dell' imposta sul valore aggiunto. Ora, non è che bisogna piangersi addosso e
fare i negativisti. Però non si capisce perché le decisioni anti-debito, come
per esempio la valorizzazione
del patrimonio pubblico, rimangano sempre lì sul tavolo. E perché il cosiddetto
federalismo fiscale non parte? Per quanto tempo dovremo aspettare che le varie
commissioni incaricate indichino i costi standard per iniziare a far
risparmiare la sanità? Se per fare la seconda manovra ci sono voluti tre giorni, prima di Ferragosto, cosa ci vuole per accelerare con le riforme
che chiunque, anche chi non si interessa di politica, aspetta almeno da vent'
anni? Più il tempo passa e più la situazione peggiora. Avete visto cos' è
successo in Grecia? Nonostante le mille rassicurazioni di Francia,
Germania,
Commissione Ue e Bce, il governo di Atene ha detto che non riuscirà a
rispettare gli impegni presi. Prima conseguenza sarà quindi il licenziamento di
trentamila statali, con inevitabile caos sociale. Ma anche negli Stati Uniti
non stanno a guardare che la crisi passi da sola. Obama, che ora non è più
sicuro di essere rieletto, è pronto a vendere strade e ponti, mentre il premier
inglese Cameron vuole fare cassa cedendo le case popolari per costruirne di
nuove e far ripartire l' economia. Noi? Porcellum, Mattarellum, referendum. E
il redditum? di Giuliano Zulin.
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"Il
Sole 24 Ore (Centro-Nord)" del 05-10-2011 |
In primo piano |
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Argomenti: Esempi
esteri
Occhiello: Exploit delle imprese tra Firenze
e Arezzo.
La ricerca del lusso spinge l' export del
sistema moda toscano. Dal distretto fiorentino
della pelle ai cluster del tessile e dell' abbigliamento di Prato ed Empoli la
crescita viaggia su percentuali a due cifre, grazie alla crescente domanda del
made in Italy di qualità dai Paesi in forte sviluppo. Balzi in avanti che in
alcuni casi hanno già consentito alle imprese di superare i livelli pre-crisi.
«Nel primo trimestre dell' anno - spiega il presidente degli industriali di
Prato, Riccardo Marini - abbiamo raggiunto risultati molto positivi. Nel
secondo trimestre c' è stato un lieve rallentamento, ma questo solo perché la
stagione degli acquisti è stata anticipata. Una questione tecnica: le aziende
hanno cercato di ripararsi dalle turbolenze del mercato delle materie prime».
Proprio il distretto di Prato, al terzo posto in regione per il valore delle esportazioni
(oltre 1,4 miliardi nel 2010 a fronte dei quasi 5,7 miliardi dell' intero sistema moda della regione) nel primo semestre
2011 ha messo a segno un +13%, confermando un trend ininterrotto dal 2010.
Tanto che oggi la produzione destinata all' estero
ha superato del 4,1% la soglia raggiunta prima dell' esplosione della crisi
mondiale, nel 2008. Meglio ancora ha fatto il polo fiorentino della pelle (con
oltre 1,7 miliardi di export 2010 è al primo posto nella classifica delle
esportazioni dei distretti toscani). L' aumento superiore al 30% ha consentito
alle imprese del cluster del capoluogo regionale di superare del 18,8% la quota
di export precedente la crisi. Un andamento che riguarda anche le aziende del
distretto delle calzature e degli articoli in pelle di Arezzo. In questo caso i
numeri sono ancora piccoli (quasi 227 milioni nel 2010) ma le imprese sono in
corsa, con un incremento record del 58,8% nel primo semestre di quest' anno. Il
risultato è che la moda made in Tuscany non solo guida la forte ripresa delle
esportazioni del Granducato ma brilla
anche, nello scenario nazionale, per una crescita complessiva del 20%, quasi 5
punti in più rispetto agli altri distretti italiani della moda. «Ci
posizioniamo - prosegue Marini - sul mercato della qualità e non della
quantità, nel quale, se si esclude la Francia,
non abbiamo a livello internazionale grandi
competitor». Per quanto riguarda i bacini di domanda, l' Europa è quasi ferma, con l' eccezione della Germania,
della Gran Bretagna e, in parte, della Francia.
Ed è ancora debole la richiesta di lusso toscano da parte degli Usa. Viaggia
invece spedita la domanda dell' area Bricst e soprattutto dell' estremo
Oriente, con una forte richiesta proveniente da Corea del Sud,
Giappone e Cina. «Il mercato della pelletteria di alta gamma è in grande crescita - spiega Gian Franco Lotti, responsabile sezione pelletteria
di Confindustria Firenze - mentre un discorso diverso riguarda la la
pelletteria medio-bassa che soffre la concorrenza di altri paesi produttori». ©
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"Il
Sole 24 Ore" del
05-10-2011 |
Primo piano |
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Argomenti: Esempi
esteri
Sottotitolo: CRESME-UNIONCAMERE - L'
Osservatorio compie dieci anni: nel 2002 i bandi di gara per la partecipazione
privata fermi a 1,4 miliardi, quest' anno a 13,5 miliardi.
ROMA. Cresce la spinta delle
amministrazioni a far entrare partner privati nel processo di finanziamento,
realizzazione e gestione di opere pubbliche, ma questa spinta, che si esprime
nella crescita dei bandi di gara, ha difficoltà a tradursi in infrastrutture
realizzate. Tutto questo mentre il Governo mette a punto il decreto con cui si
dovrebbero definire nuove regole e incentivi fiscali per realizzare davvero le
opere in project financing. A fare il punto sulla situazione è il Rapporto
Cresme-Unioncamere, giunto alla decima edizione e presentato ieri a Roma. Il
mercato del partenariato pubblico privato (Ppp) è passato dalle 339 gare per un
importo di 1,4 miliardi del 2002 alle tremila gare per 13,5 miliardi stimati
per il 2011. Il dato gennaio-settembre 2011 evidenzia che ormai il Ppp
rappresenta il 44% del mercato complessivo delle opere pubbliche messe in gara.
I numeri fotografano l' esplosione della richiesta di partnership da parte di
soggetti pubblici ma anche da parte di soggetti privati, quando la procedura è
messa in moto dal "promotore". Lorenzo Bellicini, direttore del
Cresme, ha evidenziato il «cambiamento strutturale del mercato», con il
prevalere dei «nuovi mercati» che vanno oltre il semplice appalto di
costruzione e rappresentano oggi il 68% del totale. Bellicini afferma però, che
«alla grande domanda di project
financing non corrisponde ancora una capacità di offerta adeguata e manca
tuttora una guida alla testa di questo processo». «Il partenariato pubblico
privato - ha commentato Ferruccio Dardanello, presidente di Unioncamere - è una
grande opportunità per uscire dalle secche
della crisi modernizzando il sistema infrastrutturale
del Paese. Gli enti locali lo hanno capito e la domanda cresce, come conferma
l' Osservatorio nazionale. Dal lato dell' offerta però c' è bisogno di favorire
questo strumento con una normativa più fluida e puntando sulle istituzioni del
territorio, come le Camere di commercio, per mettere a fuoco le priorità e
concentrare le risorse, locali e nazionali, sulle opere che davvero servono
alle imprese». Paolo Buzzetti, presidente Ance, ha denunciato il «contesto
disastroso» per le opere pubbliche. «Se non c' è un cambio di regìa, le cose
finiranno male», ha detto con riferimento al decreto legge allo studio del
Governo. «Se il Governo pensa di cavarsela con una piccola operazione di
maquillage normativo - ha aggiunto Buzzetti - sbaglia. Senza un fee di denaro
pubblico non decolla neanche il project financing». Il presidente della
commissione Lavori pubblici del Senato, Luigi Grillo, ha rivendicato il diritto
di prelazione del promotore, prima cancellata per evitare la procedura d'
infrazione Ue poi reintrodotta con il decreto sviluppo di maggio, e ha difeso
la disciplina che consente ai privati di presentare opere fuori della
programmazione delle amministrazioni pubbliche. Cristina Giorgiantonio, area
ricerca economica di Bankitalia, ha invitato invece a leggere i dati con
prudenza e ha ricordato che solo il 2-3% delle opere pubbliche è in Ppp se,
anziché prendere il momento del bando di gara, si prende quello
del financial closing. Siamo indietro rispetto a Gran
Bretagna (53%), Spagna (12%), Francia
(5-6%) e Germania (4-5%). Dati citati anche da Mario Draghi nella relazione
che aveva tenuto nel seminario organizzato lo scorso marzo da Bankitalia.
Occorre evitare un uso improprio del project financing, per esempio perché ha deficit di
concorrenza. Anche il capo del Dipartimento economico di Palazzo Chigi, Paolo
Emilio Signorini, ha sottolineato l' alta mortalità delle opere lungo il
cammino dal bando di gara al closing finanziario. «Il know how morde quando si
chiude», ha detto spiegando che l' analisi delle banche si fa stringente quando
l' impegno diventa effettivo. «Dobbiamo introdurre gli interlocutori bancari
nel processo - ha detto - ma specifichino loro a quale livello è giusto
entrare». Giuseppe Cerroni, direttore generale relazioni istituzionali e
comunicazione di Autogrill, ha evidenziato che nelle concessioni autostradali e
aeroportuali, visto il perdurare della crisi economica, le royalties dovrebbero
essere riviste al ribasso, la durata delle concessioni allungata per permettere
al retail di investire e infine il rischio variazione di traffico condiviso tra
chi concede l' area di servizio in concessione e il soggetto che la gestisce. ©
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di Nicoletta Cottone. |
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"ilsole24ore.com"
del 04-10-2011 |
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Argomenti: Proposte di
legge
Per Fabrizio Cicchitto , capogruppo Pdl
alla Camera, non è scontato il sì della Corte costituzionale al referendum. Per il senatore Pdl, Carlo Vizzini,
presidente della commissione Affari costituzionali del Senato, non si può scippare il referendum
"al milione duecentomila cittadini che lo hanno sottoscritto". Il
ministro della Semplificazione, Roberto Calderoli , chiede invece di mettere
mano prima di parlare di legge
elettorale a complesse riforme
costituzionali. Insomma la legge
elettorale agita la maggioranza, ma non ha effetto
diverso nell' opposizione: c' è chi vede le elezioni anticipatedietro l'
angolo, chi propone di fare una riforma
in Parlamento, chi invita ad aspettare l' esito del referendum
per andare a votare con il Porcellum riveduto e corretto.
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"unita.it"
del 04-10-2011 |
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Argomenti: Esempi
esteri
(ANSA) - ROMA, 4 OTT - L' inflazione nei Paesi
Ocse ad agosto e' salita al 3,2% dopo il 3,1% di luglio, secondo quanto
comunica l' organizzazione parigina. I prezzi al consumo ad agosto hanno visto un' accelerazione in Canada (3,1% dal 2,7% di
luglio) e in Francia (2,2% dall' 1,9% del mese precedente). Aumenti piu'
contenuti si sono anche registrati negli Stati Uniti, (3,8% dal 3,6% di
luglio), in Italia (2,8% dal 2,7%), Gran
Bretagna (4,5% dal 4,4%). E' rimasta stabile in Germania
(2,4%) e Giappone (0,2%). (ANSA).
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"unita.it"
del 04-10-2011 |
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Argomenti: Esempi
esteri
(ANSA) - ROMA, 4 OTT - L' Italia e' un
Paese 'formica' nella spesa sanitaria per il diabete. Spende, infatti, meno di Francia, Germania,
Spagna e Gran Bretagna
ma a fronte di una maggiore efficienza economica eroga ai pazienti assistenza
adeguata. E' quanto emerge da uno studio della London School of Economics
presentato nel corso di un incontro promosso dall' Italian Barometer Diabetes
Observatory al Senato. La spesa sanitaria italiana per il diabete e' pari al
5,6% del totale della spesa sanitaria. In Germania
e' il 16,7%, in Gran Bretagna
il 12,1%, in Francia il 5,9% e in
Spagna il 5,7%. L' Italia, assieme alla Spagna, spende meno per questa malattia
che colpisce 3 milioni di persone anche in rapporto al Pil: lo 0,38% (Germania 1%, Gran
Bretagna 0,67% e Francia
0,38%). ''Come testimoniano i dati clinici - afferma Antonio Nicolucci,
responsabile del dipartimento di Farmacologia del Consorzio Mario Negri e
coordinatore del board per l' analisi dei dati dell' Italian Barometer Diabetes
Observatory - il livello di controllo della malattia e i le cure prestate sono
di assoluto valore''. Anche nei costi diretti per paziente, l' Italia e'
seconda solo alla Spagna per efficienza di spesa, con 2.783 euro/paziente
(Spagna 1.708 euro, Francia 5.432 euro, Gran Bretagna
5.470 euro e Germania 5.899 euro). Il
motivo risiede, secondo l' osservatorio, nella diffusa presenza di servizi
specialistici e centri di diabetologia pediatrici. Il rapporto dell' Italian
Barometer Diabetes mette in risalto criticita' tuttora esistenti nel
trattamento dei malati. Il 35% degli italiani con diabete non ha ancora
contatti con la rete dei centri specialistici. A cio' si aggiungono ''disomogeneita'
di efficienza tra i servizi sul territorio''. (ANSA).
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"Avvenire"
del 04-10-2011 |
CRONACA |
Pagina: 9 |
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Argomenti: Esempi
esteri
«Referendum? Mi occupo della crisi» Berlusconi
snobba le polemiche ed esclude difficoltà a partire dalla riforma
elettorale Frattini: valore dei quesiti è
politico, va rispettato. Dico no alle alchimie per bypassarlo DA ROMA GIANNI
SANTAMARIA « N on mi sto interessando della legge elettorale.
Quello che mi sta a cuore in questo momento è continuare a lavorare per portare
l' Italia al riparo dall' attacco al nostro debito pubblico e fuori dalla crisi
finanziaria globale». Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi affida a
una nota il suo scarso entusiasmo per le ipotesi di modifica del sistema di voto e per il dibattito su di esse,
che ha preso la piega di un ennesimo presagio di fine anticipata della
legislatura. Sulle regole per le urne anche all' interno del Pdl le voci non
sono univoche. Tra chi vuole mantenere il meccanismo della preferenze temendo
un ritorno al malcostume della prima Repubblica - e chi, invece, ci starebbe
pu- re a un cambio: ma, sottolinea, introducendo la designazione diretta del
capo del governo. Ha firmato per i quesiti referendari, «non essendo stato
ascoltato come posizione politica » il sottosegretario Guido Crosetto. Si
allinea al premier Margherita Boniver, presidente del Comitato Schengen: prima
viene l' economia. Per discutere di «una modifica della legge elettorale che assicuri l' alternanza, la
funzionalità e la rappresentatività ma per la discussione abbiamo ancora
tempo». Maggiori poteri al premier chiede il capogruppo di Popolo e territorio
alla Camera Silvano Moffa. Contrarissimo alle preferenze si proclama Enrico La
Loggia, del Pdl, presidente della commissione per l' Attuazione del
federalismo, il quale non ritiene che il passaggio dei referendum porti
immancabilmente al ritorno in vigore del Mattarellum. Decidere spetterà al
Parlamento. Ma non con degli escamotage. Non bisogna «cercare alchimie per
bypassarlo, ma modifiche per andare incontro al quesito. Altrimenti si voti».
Ad appoggiare le ragioni dei referendari è intervenuto ieri a sorpresa il
ministro degli esteri Franco
Frattini. «Quando si chiamano i cittadini a parlare - ha spiegato - serve
rispetto e proprio perché il quesito è politico la risposta non può essere
burocratica». Frattini ha poi detto di non sapere se vi saranno elezioni
anticipate, ma «il cuore del quesito non è far finire la legislatura, ma
permettere che, quando si voterà, i cittadini possano scegliere da chi sono
governati». Ipotesi che naturalmente sia gli esponenti del partito sia il
Cavaliere non vedono di buon occhio. Ci sono da risolvere le numerose
incombenze economiche. «Per questo - riprende la nota di Berlusconi - Governo e
maggioranza stanno lavorando a un nuovo decreto legge, con misure concrete ed
efficaci che ridiano fiducia ai cittadini, alle famiglie e alle imprese. Lo
presenteremo entro la metà di questo mese, come ci siamo impegnati a fare».
Dunque, il premier rilancia e replica a chi sta cercando di cavalcare il
referendum in chiave di spallata. E a chi evoca, a questo scopo, tentazioni di
staccare la spina per evitare la consultazione anche nel centrodestra. Ma in
cima ai suoi pensieri, tiene a far sapere il numero uno dell' esecutivo, c' è
una sola crisi, quella economica. «Tutto il resto sono le solite chiacchiere
del teatrino quotidiano della politica, che, purtroppo, va in scena tutti i
giorni sui quotidiani, nelle tv e on line e che produce solamente confusione e
demoralizzazione nella gente». Perciò niente Mattarellum, Porcellum,
uninominale e proporzionale. Palazzo Chigi si cimenta con altre riforme: «Quelle del fisco, della architettura
istituzionale, della giustizia» che sono «il completamento » di quelle «attuate
in questi tre anni». Su questi temi, «pur con il limite degli inesistenti
poteri attribuiti dalla Costituzione al premier, sto spronando la maggioranza a
lavorare presto e bene in Parlamento». In conclusione l' immancabile stoccata
agli avversari, sotto forma di appello alla collaborazione: «Su queste riforme decisive per il presente e per il
futuro del Paese, sarebbe auspicabile un contributo fattivo dalle opposizioni,
se pensassero davvero al bene comune e non solo alla mia poltrona di premier ».
Il premier Silvio Berlusconi.
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"Libero"
del 04-10-2011 |
Pagina: 30 |
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Argomenti: Esempi
esteri
Occhiello: LEGGE ELETTORALE/2.
Sulla riforma
della legge elettorale il teatrino
della politica è arrivato alle comiche. Prendendo spunto della "volontà
del popolo" di modificare il sistema
elettorale, c' è chi vuole nuove elezioni e chi
ritiene non "abilitato" il governo a gestire il problema. Il popolo
si era già espresso, in particolare sulla riduzione dei partiti e dei deputati.
Io ho deciso di non partecipare a questa seconda presa in giro, perché tale
sarà sino a che la presente Costituzione non verrà resa più consona ai tempi di
un dinamismo politico internazionale. Gaetano Banfi Varese.
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di Barbara Fiammeri. |
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"ilsole24ore.com"
del 04-10-2011 |
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Argomenti: Proposte di
legge
ROMA. Silvio Berlusconi fa sapere di non
essere interessato alla riforma della legge elettorale:
"Non è materia sulla quale mi sto esercitando". Il premier si mostra
indifferente al confronto apertosi anche nella maggioranza all' indomani della
copiosa raccolta di firme per l' abolizione del Porcellum, bollando commenti e
retroscena come "le solite chiacchiere del teatrino quotidiano della
politica". Un po' quello che ribadisce Umberto Bossi , quando ci tiene a
far sapere che tra i suoi ci sono troppi che "parlano a vanvera". Il
Cavaliere e il Senatur tentano di mettere le briglie a una parte sempre più
estesa di Pdl e Lega che non vogliono rimanere travolti dal tramonto dei
rispettivi leader. Le voci insistenti che vedrebbero avvicinarsi le elezioni
anticipate, pur di evitare il referendum elettorale e la scomparsa del Porcellum,
inquietano allo stesso modo tanto Berlusconi che Bossi. Il leader della Lega
ieri a via Bellerio ha riunito come ogni lunedì lo stato maggiore del partito,
compreso Roberto Maroni che ha smentito di essere a favore di uno scioglimento
anticipato delle Camere: "Io mi riferivo esclusivamente al referendum, il resto sono retroscena
infondati".
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"Il
Sole 24 Ore" del
04-10-2011 |
Norme e tributi |
Pagina: 35 |
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Argomenti: Esempi
esteri
Occhiello: Cassazione. Bocciato il
trasferimento in Delaware della sede di una srl poi in stato di insolvenza.
Sottotitolo: Fallimento in Italia anche con centro
di interessi in Gran Bretagna.
MILANO No allo shopping giuridico di
comodo. Anche se indirizzato verso sedi la cui convenienza è indubbia, ma il
timing è sospetto. È su questi presupposti che la Corte di cassazione, sezioni
unite civili, sentenza n. 20144 depositata il 3 ottobre, ha affermato la
giurisdizione della magistratura italiana a proposito della dichiarazione di
fallimento richiesta, fra gli altri, da Equitalia nei confronti di una società
a responsabilità limitata inizialmente iscritta nel Registro imprese di Roma.
La società aveva trasferito la sede legale negli Stati Uniti, e segnatamente
nello stato, il Delaware, che vanta una delle legislazioni societarie più
indulgenti nei confronti degli amministrati (qui ha sede legale circa il 50% delle
grandi companies americane). Un trasferimento
verificatosi comunque prima della presentazione delle istanze di fallimento. Il
"centro di interessi", invece, era stato collocato a a Southampton, Gran Bretagna,
dove secondo i legali della società andrebbe fissata la giurisdizione. La
Cassazione osserva, innanzitutto, che un trasferimento all' estero
della sede legale, ma anche del "centro di interessi", di una società
non motiva di per sè stesso un impedimento all' affermazione della competenza
del giudice italiano. Neppure quando cronologicamente è avvenuto prima del
deposito dell' istanza di fallimento. Da valutare c' è invece la strumentalità
dell' operazione. Questa sì decisiva. Nel caso preso in esame la liceità della
ricerca, di per sè legittima, della legislazione più favorevole per l'
installazione di una società, va esclusa. Sulla base di un duplice ordine di
considerazioni. La natura fittizia dell' operazione architettata emerge così,
nelle argomentazioni della Cassazione, come primo elemento dall' ingiustificata
scissione del trasferimento tra sede legale, nel Delaware, dove per ammissione
della stessa Srl non è stato spostato il centro dell' attività direttiva,
amministrativa e organizzativa dell' impresa, e la sede operativa in Gran Bretagna,
a Southampton, dove, a migliaia di chilometri di distanza dalla sede legale, è
stato collocato il centro di questa attività. «Con la conseguenza -
sottolineano i giudici - che non avendo fatto seguito al trasferimento all' estero della sede legale (Delaware) nè l'
effettivo esercizio di attività imprenditoriale nella nuova sede, nè lo
spostamento presso di essa del centro dell' attività direttiva, amministrativa
e organizzativa dell' impresa, la presunzione di coincidenza della sede
effettiva con la nuova indicata sede legale è da considerarsi vinta». Inoltre,
ricorda la sentenza, il trasferimento negli Stati Uniti è stato deliberato ed
effettivamente eseguito in una data tanto vicina alla presentazione delle
istanze di fallimento, quando la situazione di insolvenza era già ampiamente in
atto, da far supporre ai giudici che in realtà si è trattato di un espediente
architettato in vista della probabile apertura della procedura di insolvenza
piuttosto che di una scelta reale decisa sulla base di effettive ragioni
imprenditoriali che non sono peraltro mai state illustrate con un minimo di
dettaglio da parte dei legali della società. Di conseguenza, anche alla luce
dei principi ribaditi in occasione della recente riforma
del diritto fallimentare, va confermata la competenza della magistratura
italiana a dichiarare il fallimento, perchè in Italia era stata collocata l'
iniziale sede legale. © RIPRODUZIONE RISERVATA www.ilsole24ore.com/norme Il
testo delle sentenze La vicenda 01 | IL TRASFERIMENTO Una società a responsabilità
limitata inizialmente iscritta al Registro imprese di Roma ha trasferito nel
Delaware, Usa, la sede legale e collocato in Gran
Bretagna il «centro di interessi» dell'
attività 02 | IL FALLIMENTO Equitalia ha presentato istanza di fallimento nei
confronti della Srl, i cui legali hanno però chiesto di negare la competenza
dell' autorità giudiziaria italiana 03 | LA DECISIONE Le sezioni Unite della
Cassazione hanno affermato la competenza dei giudici italiani mettendo in
evidenza l' opacità di una scelta imprenditorialmente ingiustificata.
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"Il
Sole 24 Ore" del
04-10-2011 |
Prima |
Pagina: 1 |
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Argomenti: Proposte di
legge , Esempi esteri
Occhiello: SISTEMI A CONFRONTO.
di Roberto D' Alimonte Dopo il successo
nella raccolta delle firme per il referendum
e le parole del capo dello Stato sui difetti dell' attuale sistema
di voto sembra che si siano create le condizioni per
una riforma della deprecata legge
Calderoli. Ma è bene non farsi facili illusioni. Tra tutte le riforme
quella elettorale è la più difficile perché tocca troppi interessi vitali del
ceto politico. Continua u pagina 19 u Continua da pagina 1 Soprattutto è
difficile cambiare la legge elettorale in maniera condivisa in una fase in cui il sistema dei partiti è fortemente instabile. Il
punto di partenza per ragionare su qualunque riforma
è sempre lo status quo. A chi giova mantenere l' attuale sistema
di voto? Certamente al Pdl. Fino a quando Berlusconi resterà dell' idea che il
bipolarismo gli conviene, per lui non esiste sistema
migliore di questo. Anche il collegio uninominale che i referendari vorrebbero
reintrodurre con la resurrezione della vecchia legge
Mattarella assicura una competizione bipolare, ma il collegio non piace al
Cavaliere. L' esperienza ha dimostrato che una parte dei suoi elettori si
rifiuta di votare i candidati comuni della sua coalizione e questo lo
danneggia. Meglio un maggioritario di lista. Ogni elettore vota il partito
preferito e quel voto si trasferisce automaticamente alla coalizione. È un sistema che minimizza le defezioni elettorali e massimizza la raccolta di voti di
lista per l' assegnazione del premio di maggioranza. Gli elettori leghisti non
devono votare candidati pidiellini e viceversa. E tutti votano la coalizione.
Il problema di questo sistema di voto sono le
liste bloccate. Naturalmente anche questo elemento piace molto a Berlusconi. In
fondo scegliersi gli eletti non è cosa da poco. Ed è uno dei motivi della
solidità della sua maggioranza parlamentare anche in questi tempi difficili. Ma
oggi è diventato uno strumento indifendibile. Tant' è che nel centrodestra si
parla ormai apertamente di voto di preferenza. Per il Pdl pare che questa sia
l' unica riforma da fare. Come se
il problema di un Senato in cui 17 premi regionali rendono l' esito del voto
una sorta di lotteria non esistesse. Per non parlare di altri difetti dell'
attuale legge. Insomma al
Cavaliere conviene il mantenimento dello status quo con l' aggiunta del voto di
preferenza. E alla Lega? Il Carroccio è in alto mare. A sentire Maroni
sembrerebbe che i collegi uninominali potrebbero anche andare bene. Questo è
curioso. Quanti collegi potrebbe conquistare la Lega correndo da sola alle prossime
elezioni? Nel 1996 andò bene. Ma non è detto che la storia si ripeta. È vero
che il Carroccio ha un voto territorialmente concentrato e quindi potrebbe
vincere seggi anche da sola, a differenza per esempio
dell' Idv o di Sel, ma il rischio di non essere competitivo è elevato. Nel caso
peggiore potrebbe addirittura sparire dal Parlamento. L' alternativa meno
rischiosa è l' alleanza con il Pdl, cioè mettersi d' accordo su candidati
comuni e spartizione dei collegi. Rispetto all' attuale sistema
di voto sarebbe però un passo indietro. In molti collegi i leghisti dovrebbero
votare i candidati del Pdl. Fino a quando Bossi deciderà che l' alleanza con
Berlusconi è nell' interesse della Lega il mantenimento dello status quo è
anche per lui la soluzione migliore. Dopo si vedrà. Potrebbe andare bene anche
un sistema proporzionale.
Quello che ha le idee più chiare di tutti è Casini. Da quando ha lasciato il
Cavaliere alla vigilia delle elezioni del 2008 la sua strategia politica è
stata chiarissima: fare di tutto per tornare ad un sistema
che non costringa i partiti a scegliere alleati ingombranti prima del voto.
Quindi un proporzionale tipo Prima Repubblica, magari camuffato da sistema tedesco o spagnolo. In realtà è quello
che voleva fin dal 2005, quando insieme a Berlusconi disegnarono gli elementi
essenziali della riforma elettorale
(Calderoli fu solo un compiacente esecutore). Anche allora dopo la
cancellazione dei collegi uninominali avrebbe voluto un sistema
proporzionale senza premio di maggioranza e con le preferenze. Il Cavaliere non
gli diede né l' uno né l' altro. Si dovette accontentare della sparizione dei
collegi. E non fu poca cosa. La loro scomparsa ha restituito all' Udc
autonomia. Con il collegio uninominale Casini sarebbe ancora nel centrodestra. A
sinistra la situazione è apparentemente paradossale. I più convinti sostenitori
del referendum e quindi a
rigor di logica del maggioritario di collegio sono la Sel e l' Idv, cioè due
piccoli partiti che non avrebbero nessuna chance di vincere alcun seggio maggioritario
correndo da soli. Ma non sbagliano a preferire il maggioritario al
proporzionale. Sanno che con il collegio il Pd deve fare i conti con loro se
vuole essere competitivo, a meno di non fare accordi con l' Udc, cosa che in
realtà il collegio rende più difficile. In un sistema
frammentato come il nostro il bipolarismo paradossalmente avvantaggia i piccoli
partiti concedendogli un potere di condizionamento dei partiti più grandi. Le coalizioni pre-elettorali
hanno bisogno di loro. Forse è per questo che il Pd è spaccato tra bipolaristi
e proporzionalisti. In fondo è l' unico partito che ancora non ha fatto una
scelta chiara. Pur di non scegliere ha presentato in Parlamento una proposta in cui c' è di tutto: collegi
uninominali, doppio turno, proporzionale e diritto di tribuna. È una specie di
modello ungherese che accontenta per ora le varie anime del partito ma che
difficilmente può rappresentare una alternativa all' attuale sistema
elettorale. Se si arriverà alla resa dei conti
il Pd dovrà scegliere e molti dentro il partito - probabilmente la maggioranza
- potrebbero preferire un sistema proporzionale di
tipo tedesco o spagnolo. Questo è il quadro oggi. La conclusione è che il
pallino è nelle mani del Cavaliere. Se non cambierà idea sul bipolarismo e se
Bossi continuerà a sostenerlo la strada della riforma
passa per piccole modifiche dell' attuale sistema
elettorale. Ma l' incognita vera a questo punto
è la Consulta. Se a gennaio ammetterà il referendum
e se l' introduzione del voto di preferenza nell' attuale sistema
non servirà a scongiurarlo, allora si aprirà la strada verso le elezioni
anticipate. Perché una cosa è chiarissima. Se non cambia il vento per il
Cavaliere sarà comunque meglio affrontare la sfida delle urne con questo sistema elettorale
e non con il Mattarellum. Poi chi vincerà - se ci sarà un vincitore - deciderà
cosa fare. © RIPRODUZIONE RISERVATA.
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"Italia
Oggi" del 04-10-2011 |
PRIMO PIANO |
Pagina: 7 |
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Argomenti: Proposte di
legge
L' articolo 75 della nostra Costituzione
indica le materie escluse dalla consultazione referendaria: «leggi
tributarie e di bilancio, di amnistia e indulto, di autorizzazione a ratificare
trattati internazionali». Tra queste non figura dunque la legge
elettorale. Avrebbe invece dovuto esserci e
quindi essere esclusa dal referendum. Nella seduta
plenaria pomeridiana del 16 ottobre 1947 dell' Assemblea costituente, erano in
discussione appunto le materie da sottrarre a
referendum popolare. Il presidente dell' Assemblea, Umberto Terracini,
comunica la proposta dei deputati comunisti Maria Maddalena Rossi, Antonio
Giolitti, Ruggero Grieco e altri «di comprendere tra le leggi
escluse dal referendum abrogativo anche le leggi
elettorali», e invita Meuccio Ruini, presidente della
Commissione per la Costituzione, a manifestare il relativo parere. Parere
contrario; argomenta Ruini che «se c' è qualche cosa in cui il popolo può
manifestare la sua volontà, è proprio il sistema elettorale».
Si vota e la proposta dei deputati
comunisti, malgrado il parere contrario di Ruini, è approvata. L' allora
articolo 72 del testo costituzionale in discussione (sarebbe diventato il 75)
comportò dunque esplicitamente il divieto di sottoporre a referendum
le leggi elettorali;
il relativo verbale dell' Assemblea costituente è chiarissimo: «L' articolo 72
risulta così approvato nel suo complesso: «Non è ammesso referendum
per le leggi tributarie, di
approvazione di bilanci, di concessione di amnistia e indulto, elettorali, e di autorizzazione alla ratifica
di trattati internazionali». Dall' approvazione di questo articolo a quella del
testo definitivo della Costituzione da parte dell' Assemblea costituente
qualcosa di poco chiaro dovette accadere (dopo l' approvazione, i testi
legislativi passavano al «coordinamento formale»): le leggi
«elettorali» sparirono dal novero di quelle
escluse dal referendum. Da allora s'
iniziò a cercare responsabilità e responsabili di un gesto assai poco
commendevole come quello di andar contro un esplicito voto dell' Assemblea
costituente (pessimo viatico costituzionale, tanto più agli inizi della vita
democratica). Uno dei testimoni del tempo, Giulio Andreotti (che votò a favore
dell' emendamento), parlò a più riprese nel 1990 e nel 2002 di «scippo" da
parte di Ruini. Costituzionalisti e storici, da Fulco Lanchester a Elio
Lodolini, avrebbero confermato l' ipotesi (e qualcosa di più d' una semplice
ipotesi) della responsabilità di Ruini con la corresponsabilità di funzionari
dell' Assemblea. Escluso l' errore materiale, resta il problema storico e, se
si vuole, morale: si opera oggi sulla base della corruzione filologico-politica
del testo costituzionale. Paradossalmente, a godere di quello
"scippo" o come lo si voglia definire, sono gli eredi della cultura
politica che ne fu la prima vittima. Paradosso o propriamente nemesi?
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"Corriere
della Sera" del
04-10-2011 |
Lettere |
Pagina: 49 |
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Argomenti: Esempi
esteri
Occhiello: Risponde Sergio Romano.
Ho letto l' intervista a Matteo Colaninno,
ministro ombra dell' economia. Già, il governo ombra, di cui non si è più
sentito parlare subito dopo la sua costituzione, uno dei tanti esempi, purtroppo, dell' inconsistenza della
nostra opposizione. Forse, se ci fosse tale governo, sarebbe anche più facile
valutare il lavoro dell' opposizione e andare a votare più serenamente, potendo
confrontare due chiare proposte alternative. Marco Peserico m.peserico@
spolverato.com Caro Peserico, I l «governo ombra» è la istituzione a cui le
opposizioni italiane ricorrono periodicamente per dimostrare al Paese che non
daranno tregua all' esecutivo e assolveranno al loro compito con efficacia,
competenza, precisione. Ma qualche settimana dopo l' annuncio, la formula viene
puntualmente dimenticata e ignorata. Questo non significa che l' opposizione
sia priva di persone competenti, capaci di contrapporre le loro proposte e i
loro argomenti a quelli dei ministri in carica. Ma nel Parlamento italiano questo accade soprattutto nelle commissioni. La formula
funziona in Inghilterra perché il sistema
politico del Regno Unito ha caratteri alquanto diversi da quelli delle maggiori
democrazie dell' Occidente. Il primo di essi è il ruolo del Parlamento. In Gran
Bretagna i partiti hanno un' importante funzione
nazionale, ma i loro leader sono davvero tali, agli occhi del Paese, quando si
alzano alla Camera dei comuni per difendere o criticare il governo. Anche i
partiti inglesi hanno segreterie, strutture territoriali, militanti. Ma
svolgono soprattutto funzioni organizzative nelle fasi che precedono la
convocazione dei congressi e le campagne elettorali.
I veri partiti, nel corso della legislatura, sono i gruppi parlamentari. La
politica britannica, in altre parole, si fa nell' aula di Westminster molto più
di quanto non si faccia nelle sedi dei partiti. I deputati ricevono le
istruzioni dal loro «whip» (la parola significa frusta e appartiene alla
tradizione delle cacce a cavallo) e sono tenuti a rispettarle, ma vi sono
circostanze in cui il gruppo parlamentare assume un ruolo decisivo. Accade ad esempio ogniqualvolta occorre congedare il
leader e sceglierne un altro. La Gran
Bretagna non è mai stata totalmente
bipartitica, ma la geografia della Camera dei comuni (una grande
sala rettangolare) favorisce lo scontro e il confronto. Westminster è uno
stadio in cui le due squadre sono schierate in formazione, l' una di fronte
all' altra. Per giocare la partita hanno bisogno di un arbitro (lo speaker), di
due capitani (il Primo ministro e il leader dell' opposizione) e di giocatori a
cui vengono affidati compiti specifici fra cui quello di marcarsi a vicenda.
Nel Parlamento italiano invece le squadre sono molte, l' opposizione è
policefala, quindi potenzialmente anarchica, i partiti sono ancora centri di
potere e il presidente del Consiglio preferisce lavorare a Palazzo Grazioli
piuttosto che a Palazzo Chigi e a Montecitorio. Sono queste le ragioni per cui
il governo ombra, in Italia, è soltanto una formula verbale. RIPRODUZIONE
RISERVATA.
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"Corriere
della Sera" del
04-10-2011 |
Idee e Opinioni |
Pagina: 48 |
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Argomenti: Proposte di
legge , Esempi esteri
Occhiello: DOPO IL MILIONE DI FIRME.
Sottotitolo: di INNOCENZO CIPOLLETTA.
Caro direttore, il referendum
per abrogare il Porcellum ha trionfato. La gente ha risposto in massa. La grande maggioranza dei sottoscrittori non ha
neanche riflettuto su quale sarebbe stato il sistema
elettorale che sarebbe uscito da questo referendum. Non importava. L' obiettivo era
abolire quello attuale che è pessimo, sia per come è stato pensato (una porcata
l' ha definita il suo estensore Calderoli), sia per come è stato utilizzato:
mettendo nelle liste bloccate, e poi nel governo, personaggi discutibili e
incapaci. L' abolizione del Porcellum è stato lo slogan della campagna
referendaria. E questo è stato l' obiettivo di chi ha firmato. Anche di chi, come
il sottoscritto, aveva sostenuto un altro referendum, quello di Passigli, che avrebbe portato a una diversa
soluzione elettorale. Ma, per non generare una guerra di referendum che avrebbe disorientato la gente, avevamo sospeso la
raccolta delle firme. Ora è necessario che si formi un vero movimento per la riforma
del sistema elettorale.
Un referendum abrogativo non
riesce a produrre una buona legge elettorale.
Ne abbiamo avuto di esempi nel corso degli
ultimi venti anni. Dobbiamo costruire un sistema
elettorale che resti nel tempo e che non
necessiti di continue modifiche. Perché ciò avvenga, è necessario che i partiti
politici di opposizione, interessati a un buon sistema
elettorale, facciano la loro parte elaborando
una proposta comune. Quelli
dell' attuale maggioranza hanno poco titolo a farlo perché hanno sostenuto a
spada tratta questo sistema elettorale,
sicché ogni loro eventuale proposta sembrerà solo un
escamotage per evitare il referendum. Ed è
necessario che ci sia un movimento di persone vasto a sostegno di una riforma del sistema
elettorale. Solo in questa maniera i partiti
politici potranno mettersi d' accordo su un sistema
valido, come ce ne sono in altri Paesi. Tanto più nell' eventualità che il referendum non superi il vaglio della Corte Costituzionale,
come ha paventato Sartori su questo giornale (ieri). Convergere su un nuovo sistema elettorale,
puntare a farlo approvare in Parlamento, comunque impegnarsi nella prossima
legislatura ad adottarlo immediatamente, rappresenterebbe una novità politica
di grande rilievo. Se non ci
sarà questo scatto d' orgoglio da parte dei partiti di opposizione, il referendum rischierà di essere l' ennesima
espressione di antipolitica di questo Paese. Un' espressione pericolosa perché
fa di ogni erba un fascio e condanna tutta la politica e tutti i politici come
inadeguati. Sarebbe un errore fatale che non deve essere compiuto, proprio da
parte di chi ha sottoscritto il referendum
e ha preteso di scegliere i propri rappresentanti al Parlamento. Anche oggi, di
fronte alla situazione italiana, non si può genericamente parlare di fallimento
della politica. Ci sono quanti hanno delle responsabilità grosse e quanti hanno
invece operato onestamente. Ognuno di noi deve avere il dovere e il coraggio di
indicare chi ha sbagliato e chi non deve più essere eletto. Senza paura di
doversi schierare. Senza l' italica tentazione di dare un colpo al cerchio e
uno alla botte nell' attesa di vedere chi vincerà. Solo assumendo questo dovere
si sarà in grado di eleggere domani i migliori come nostri rappresentanti.
Invece, il discredito generalizzato sull' intera classe politica porta molti
elettori ad astenersi dal voto. Proprio ciò che vogliono i sostenitori delle
liste bloccate. Infatti, se gli elettori liberi e disinteressati si asterranno
dal voto, voteranno solo quelli ideologicamente compromessi e interessati per i
propri affari. Il risultato sarà un Parlamento composto principalmente da
quanti hanno nella politica interessi non dichiarabili. Così il discredito
della politica continuerà e con esso l' astensione degli onesti, in un circolo
vizioso che porta il Paese nelle mani di faccendieri e politicanti. Scegliere è
l' essenza di un sistema elettorale
libero. Scegliere e distinguere sono anche il dovere di chi, oggi, vuole invertire
una deriva pericolosa per il nostro Paese, assumendosi l' onere di indicare
colpe e colpevoli. Presidente dell' Università di Trento icipoll@tin.it
RIPRODUZIONE RISERVATA.
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"La
Repubblica (ed. Firenze)" del 04-10-2011 |
Firenze |
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Argomenti: Proposte di
legge
Sottotitolo: Il capogruppo Bugli: tempi
stretti per il testo di riforma in Toscana Dopo gli esiti della raccolta firme
per il referendum si prova ad accelerare: "Ci stiamo lavorando, ancora poche
settimane e tireremo fuori la nostra proposta"
«Scegliamo i prossimi parlamentari con le
primarie. Uscenti compresi», chiede dalla direzione nazionale il segretario
toscano Andrea Manciulli. Mentre il capogruppo regionale Vittorio Bugli
annuncia «prima di Natale» un testo di riforma
della legge elettorale
toscana, da tutti riconosciuta come «madre» del Porcellum di Calderoli. Il Pd
toscano sente odore di elezioni e prova ad accelerare. A cominciare dalla riforma elettorale,
ora che un milione di italiani chiede di tenere il referendum
e cancellare una volta per tutte una legge
che promuove solo i prescelti dalle segreterie dei partiti. Che aspetta il Pd a
cambiare la legge toscana, che si
tenga il referendum? «Ci stiamo lavorando,
ancora poche settimane e tireremo fuori la nostra proposta»,
dice Bugli. Che sta lavorando ad un´ipotesi che vede il ritorno ai collegi
uninominali, con un recupero proporzionale per garantire le minoranze. Buttando
di nuovo a mare l´idea delle preferenze. Ma perché tanta lentezza? Non è il
caso di cambiare la legge che piace a
Calderoli? «E´ ingeneroso dire che tutto parte dalla Toscana, quando abbiamo
tolto le preferenze abbiamo introdotto la facoltà delle primarie pagate dalla
Regione. Se poi non le fa nessuno, non è che possiamo dare la colpa alla legge», se la cava il capogruppo regionale.
Aggiungendo però: «Alla fine meglio che non abbiamo ancora una proposta, la finanziaria prevede ora solo 40
consiglieri regionali». Solo un´indicazione, niente di obbligatorio: «Ma
l´abbiamo accettata e rilancia subito prima di tutti gli altri. Voglio vedere
cosa faranno le altre Regioni», dice Bugli. Glissando sul balletto aritmetico
di questi anni: prima 50, poi l´aumento a 65 frutto dell´accordicchio col Pdl
nell´era Martini, quindi il ripensamento e il ritorno a 55. Infine, l´ipotesi
di una riduzione a 50 eletti e ora, come chiede nella finanziaria il governo
Berlusconi, a 40 eletti. Numeri che fanno la differenza, per una legge elettorale:
i vecchi collegi toscani della Camera erano 29. Troppi per un sistema che
prevede una parte di consiglieri (si parla di almeno il 40 per cento) eletti
con il metodo proporzionale. E l´idea che per il momento circola in casa Pd è
quella di 24 collegi uninominali (ovvero, il 60 per cento degli eletti), tutti
da disegnare e assemblare sulla mappa della Toscana. Chi sceglierà i candidati
da far correre nei collegi uninominali? Il segretario Manciulli taglia la testa
al toro: «Primarie». Tanto più se si dovesse tenere il referendum
abrogativo del Porcellum e si spalancasse così la strada al ritorno del
Mattarellum, cioè ai vecchi collegi più la parte proporzionale: «Le primarie
andrebbero fatte per evitare il rischio-paracadutati», dice Manciulli. Ovvero i
Lamberto Dini, i Vittorio Cecchi Gori e pure gli Antonio Di Pietro che in
passato sono stati candidati nei collegi fiorentini della Camera e del Senato.
Ma in ogni caso, dice il segretario, anche gli attuali parlamentari dovranno
passare l´esame delle primarie, se intendono ricandidarsi: nessun posto
garantito per nessuno. Intervenendo alla direzione nazionale del Pd, il
segretario toscano Manciulli, ha parlato soprattutto della crisi economica:
«C´è ormai una fase due, nella crisi che si è aperta tanto tempo fa: anche le
aziende migliori stanno entrando in difficoltà perché non reggono più
l´indebitamento con le banche. E sempre più serve una politica che decide, come
si è fatto in Toscana al tempo del taglio delle piccole strutture sanitari e
dei piccoli ospedali. Quello che non serve è invece una politica che ricerca
solo il consenso immediato». (m.v.)
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di Redazione Online. |
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"corriere.it"
del 03-10-2011 |
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Argomenti: Esempi
esteri
Occhiello: IL DIBATTITO SUL SISTEMA
ELETTORALE.
Sottotitolo: Il ministro degli Esteri:
"È un fatto politico"
IL DIBATTITO SUL SISTEMA
ELETTORALE Frattini: il referendum si rispetta
Il ministro degli Esteri: "È un fatto
politico" Il ministro degli Esteri
Frattini (Epa) MILANO - Un dato politico da rispettare, qualunque esso sia:
"Il quesito referendario è politico, va rispettato, cercare delle alchimie
per bypassarlo". Parola del ministro degli Esteri,
Franco Frattini, che invita a prendere in seria
considerazione la consultazione referendaria sul sistema
elettorale, evitando scappatoie in extremis
come la modifica del Porcellum ventilata nel Pdl da La Russa e Cicchitto,
sebbene con toni diversi: "Quando si chiamano i cittadini a parlare - ha
spiegato Frattini - serve rispetto e proprio perché il quesito è politico la
risposta non può essere burocratica". Il ministro rispondendo a una
domanda, ha detto di non sapere se vi saranno elezioni anticipate, ma "il
cuore del quesito non è far finire la legislatura ma permettere che quando si
voterà i cittadini possano scegliere da chi sono governati". E MARONI
CORREGGE IL TIRO - Il ministro dell' Interno è contrario al voto anticipato.
Maroni ha voluto chiarire che dietro le dichiarazioni rilasciate a seguito
della consegna delle firme non c' è alcun intento di andare al voto anticipato:
"Sono tutti retroscena infondati. Io ho detto solo quello che ho detto. Le
interpretazioni sono frutto della libera fantasia di chi interpreta. io ho
detto un' altra cosa: ho parlato solo del referendum", ha detto Maroni
uscendo dalla sede di via Bellerio, dove ha incontrato Umberto Bossi.
Interpellato poi sulle parole di Bossi secondo cui molti nella Lega
"parlano a vanvera", il ministro dell' Interno ha evitato di
rispondere.
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"ilsole24ore.com"
del 03-10-2011 |
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Argomenti: Proposte di
legge
Prima prenota il salotto tv di Bruno
Vespa, Porta a Porta, per mercoledì sera. Poi, a stretto giro la disdetta
"per sopravvenuti impegni di governo". Quindi Silvio Berlusconi
sceglie di affidare a una nota la sua road map. "Non mi sto interessando
della legge elettorale
. Quello che mi sta a cuore in questo momento è continuare a lavorare per
portare l' Italia al riparo dall' attacco al nostro debito pubblico e fuori
dalla crisi finanziaria globale". Il premier stoppa così il dibattito
nella maggioranza sul riassetto del Porcellum, ma soprattutto tenta di spazzare
via le voci che raccontano di un premier sintonizzato sulla necessità di
rivedere rapidamente la legge elettorale
per disinnescare gli effetti esplosivi del
referendum per il ritorno al Mattarellum . Berlusconi stoppa i suoi:
non penso alla legge elettorale "La riforma
del sistema elettorale - dice Berlusconi in una nota - non è materia sulla quale mi
sto esercitando. Le riforme che mi interessano in questo momento sono quelle del fisco,
della architettura istituzionale, della giustizia, che sono il
completamento delle riforme attuate in questi
tre anni. Su questi temi, pur con il limite degli inesistenti poteri attribuiti
dalla Costituzione al premier - prosegue il premier - sto spronando la
maggioranza a lavorare presto e bene in Parlamento. Su queste riforme decisive per il presente e per il
futuro del Paese, sarebbe auspicabile un contributo fattivo dalle opposizioni,
se pensassero davvero al bene comune e non solo alla mia poltrona di
premier"
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"unita.it"
del 03-10-2011 |
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Argomenti: Esempi
esteri
(ANSA) - ROMA, 3 OTT - 'La riforma del sistema
elettorale - dice Berlusconi in una nota - non
e' materia sulla quale mi sto esercitando. Le riforme
che mi interessano in questo momento sono quelle del fisco, della architettura
istituzionale, della giustizia, che sono il completamento delle riforme attuate in questi tre anni''.
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"corriere.it"
del 03-10-2011 |
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Argomenti: Esempi
esteri
Occhiello: CRONACHE e POLITICA.
(ANSA) - ROMA - 'La riforma
del sistema elettorale
- dice Berlusconi in una nota - non e' materia sulla quale mi sto esercitando.
Le riforme che mi interessano
in questo momento sono quelle del fisco, della architettura istituzionale,
della giustizia, che sono il completamento delle riforme
attuate in questi tre anni''.
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"unita.it"
del 03-10-2011 |
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Argomenti: Esempi
esteri
(ANSA) - ROMA, 3 OTT - ''Dubito che in
questo Parlamento si possa determinare una maggioranza capace di riformare il sistema
elettorale, sarebbe semplicemente l' impegno di
chi vuole prolungare l' agonia del Governo Berlusconi''. Lo ha detto il leader
di Sinistra Ecologia e Liberta (Sel) e presidente della Regione Puglia, Nichi
Vendola, commentando la possibilita' di modificare l' attuale legge elettorale ripristinando le preferenze.
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"larepubblica.it"
del 03-10-2011 |
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Argomenti: Proposte di
legge
Sottotitolo: La relazione durante la
direzione del partito. "Il nostro orizzonte sono le elezioni ma non ci
sottraiamo al governo d' emergenza". "Non servono scorciatoie
populistiche ma una buona politica". Sul referendum malumori di alcuni
esponenti di Areadem.
ROMA - "Il nostro orizzonte sono le
elezioni ma non ci sottraiamo al governo d' emergenza, che aiuti a fare una
nuova legge elettorale
e a uscire dalla crisi". Così Pier Luigi Bersani alla direzione del pd
mette in chiaro la posizione del partito su una possibile crisi di governo.
"Intorno a noi - avverte Bersani - vediamo tatticismi di ogni
genere". Sempre a proposito di orizzonti, il segretario del Pd traccia
quello delle alleanze. Ovvero "promuovere un incontro delle forze moderate
e progressiste per la ricostruzione dell' Italia". Poi mette in chiaro:
"noi non abbiamo un pregiudizio di partenza su quello che chiamiamo nuovo
Ulivo". La scadenza è la metà di dicembre quando il Pd terrà una
convenzione per lanciare il suo progetto per l' Italia. Ma Bersani deve
incassare il duro affondo di Arturo Parisi che lo accusa di non avere schierato
il partito sul referendum. Arrivando a
chiedere le dimissioni. E sempre sul fronte referendario c' è da registrare il
malumore di alcuni esponenti di Areadem a cui non è andato giù il non esplicito
sostegno portato avanti da Bersani. Durante la riunione diversi esponenti di
Areadem hanno ricordato l' intervista di Franceschini del 31 agosto e quindi le
parole del capogruppo al coordinamento del 1 settembre: l' invito era quello di
schierare il partito senza ambiguità sul sostegno al referendum.
"Se Bersani ci avesse dato retta -si spiega- ora avremmo
potuto raccogliere i frutti del successo del referendum
con più nettezza...". Bersani non ci sta e difende l' autonomia del Pd in
tema di legge elettorale: "Potevamo anche non avere il nostro progetto di riforma
elettorale e accodarci al referendum.
Noi abbiamo scelto di avere una posizione e di aiutare la
raccolta delle firme". Ma Arturo Parisi incalza e sferra un durissimo
attacco al segretario, rivendicando anche i meriti del successo della campagna
referendaria. Arrivando a chiedere le dimissioni del segretario: "In un
sistema quale quello che voi proponete per il governo del Paese il segretario
dovrebbe presentarsi dimissionario per difendersi dall' accusa di aver inferto
un grave danno al partito proponendo una linea che si è dimostrata radicalmente
sbagliata". Pariosi legge il verbale della
direzione del Pd in cui l' ordine del giorno 'contrario' al sostegno esplicito
al referendum ha avuto 176
voti a favore, tre contrari e 4 astenuti. "La segreteria è rimasta
abbarbicata ad un progetto e ad un metodo di tipo 'bulgaro - attacca Parisi -
C' è stata un rivendicazione scomposta dei meriti forse qualcuno pensava che il
referendum fosse la 'Dolce euchessina'. Per
quelli che non hanno capito che il partito è esso stesso movimento: il partito
che abbiamo in mente non si accontenta di non essersi fatto male". Ed
ancora: "Come si fa a non riconoscere la distanza spaventosa che esiste
tra il deliberato proposto dal vertice del
Partito, e, purtroppo accettato alla unanimità dalla Direzione, e il fiume di
firme che ci ha travolto?". Per il vicesegretario Enrico Letta, invece, la
legge elettorale
va cambiata in Parlamento: "L' occasione c' è, le forze politiche si
assumano la loro responsabilità". Bersani, poi, è tornato sulla crisi
economica. Dicendosi "certo" che l' Italia ce la farà", partendo
dalla "ricostruzione della fiducia e della speranza". Il momento, per
il leader democratico, è importante: "Ci troviamo davanti ad una
responsabilità storica. Siamo dinanzi alla crisi più profonda dal dopoguerra ad
oggi" e quindi "dobbiamo rafforzare l' asse della nostra politica
mettendola all' altezza dei problemi. Dobbiamo riabilitare l' Italia e ridare
il buon nome all' Italia". Perché "se Berlusconi è inchiodato alla
sedia è perchè l' Italia si è inchiodata a lui. Si è scelta una scorciatoia
illusoria. Ma salvatori della patria non ce ne sono, bisogna chiedere e
ottenere una buona politica e fare quel che non si è fatto in questi anni: riforme per uno Stato più leggero,
una nuova legge elettorale,
un nuovo sistema fiscale, un nuovo patto sociale. Le scorciatoie populiste non
servono".
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"corriere.it"
del 03-10-2011 |
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Argomenti: Esempi
esteri
Occhiello: CRONACHE e POLITICA.
(ANSA) - ROMA - ''Dubito che in questo
Parlamento si possa determinare una maggioranza capace di riformare
il sistema elettorale,
sarebbe semplicemente l' impegno di chi vuole prolungare l' agonia del Governo
Berlusconi''. Lo ha detto il leader di Sinistra Ecologia e Liberta (Sel) e
presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, commentando la possibilita' di
modificare l' attuale legge elettorale ripristinando
le preferenze.
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"libero.it"
del 03-10-2011 |
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Argomenti: Esempi
esteri
Sottotitolo: Il ministro chiude all' ipotesi
di elezioni anticipate e spiega la sua verità: "Sinistra? Ci aiutò senza
dire proprio nulla"
L 'apertura del ministro dell' Interno
Roberto Maroni sul referndum era stata da più parti interpretata come un
segnale chiaro, come la spia dell' ineluttabilità del fatto che si andrà ad
elezioni prima del termine della Legislatura nel 2013. Una secca smentita è
arrivata da un altro esponente leghista di primo piano, Roberto Calderoli, che
ai microfoni del Tg1 ha spiegato che al voto anticipato non ci si pensa
nemmeno. "Credo che ci sia davanti un grosso obiettivo, trasformare l'
attuale Legislatura in una Legislatura costituente. C' è uno scenario
preoccupante - ha aggiunto il ministro della Semplificazione Normativa. Il nord
che cresce alla velocità della Germania e il sud che decresce alla velocità della Grecia. C' è una unica
ricetta, ed è il federalismo". Tra Porcellum e Mattarellum - Calderoli è
spettatore interessato e coinvolto sulla disputa relativa alla legge elettorale per la quale si invoca una riforma.
Fu lo stesso esponente del Carroccio a scriverla per poi
ribattezzarla Porcellum. Lo stesso Calderoli insomma la aveva disconosciuta, e
al Tg1 ha aggiunto che all' epoca della nascita dell' attuale legge elettorale "la Lega ed il sottoscritto
erano a favore del Mattarellum", il sistema
elettorale precedente e che di fatto
rientrerebbe in vigore nel caso in cui passasse il referendum appena presentato
in Cassazione. "Fummo ricattati da Casini e dall' Udc - svela Calderoli -
per introdurre un sistema proporzionale, da
Fini che voleva le liste bloccate e Berlusconi che voleva il premio di
maggioranza". E la sinistra? Diede la sua "collaborazione non dicendo
nulla".
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"libero.it"
del 03-10-2011 |
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Argomenti: Proposte di
legge
Sottotitolo: Politica.
M atera, 3 ott. (Adnkronos) - "Il
tema della legge elettorale
e' ineludibile, perche' andando a votare con questa legge
perpetriamo una situazione in cui i parlamentari sono scelti dall' alto. Il referendum ha avuto -se verra' ammesso- il
grande merito di porre alla luce del sole e sotto gli occhi di tutti questa
situazione". Lo ha detto il presidente della Camera, Gianfranco Fini
parlando con i giornalisti a Matera al termine della cerimonia di inaugurazione
dell' anno scolastico in Basilicata.
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"unita.it"
del 03-10-2011 |
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Argomenti: Proposte di
legge
Matera, 3 ott. (TMNews) - "Il tema
della legge elettorale
è un tema ineludibile, perché se andiamo a votare con questa legge
perpetriamo una situazione in cui i parlamentari non sono eletti, ma scelti
dall' alto". Lo ha detto il presidente della Camera, Gianfranco Fini,
argomentando la sua opinione secondo cui "se il governo on cambia
registro, è meglio tornare al voto".
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"libero.it"
del 03-10-2011 |
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Argomenti: Esempi
esteri
Sottotitolo: Calderoli chiude alle consultazioni
anticipate e svela la sua verità sulla legge elettorale porcata.
L 'apertura del ministro dell' Interno
Roberto Maroni sul referndum era stata da più parti interpretata come un
segnale chiaro, come la spia dell' ineluttabilità del fatto che si andrà ad
elezioni prima del termine della Legislatura nel 2013. Una secca smentita è
arrivata da un altro esponente leghista di primo piano, Roberto Calderoli, che
ai microfoni del Tg1 ha spiegato che al voto anticipato non ci si pensa
nemmeno. "Credo che ci sia davanti un grosso obiettivo, trasformare l'
attuale Legislatura in una Legislatura costituente. C' è uno scenario
preoccupante - ha aggiunto il ministro della Semplificazione Normativa. Il nord
che cresce alla velocità della Germania e il sud che decresce
alla velocità della Grecia. C' è una unica ricetta, ed è il
federalismo". Tra Porcellum e Mattarellum - Calderoli è spettatore
interessato e coinvolto sulla disputa relativa alla legge elettorale per la quale si invoca una riforma.
Fu lo stesso esponente del Carroccio a scriverla per poi ribattezzarla
Porcellum. Lo stesso Calderoli insomma la aveva disconosciuta, e
al Tg1 ha aggiunto che all' epoca della nascita dell' attuale legge elettorale "la Lega ed il sottoscritto
erano a favore del Mattarellum", il sistema
elettorale precedente e che di fatto
rientrerebbe in vigore nel caso in cui passasse il referendum appena presentato
in Cassazione. "Fummo ricattati da Casini e dall' Udc - svela Calderoli -
per introdurre un sistema proporzionale, da
Fini che voleva le liste bloccate e Berlusconi che voleva il premio di
maggioranza". E la sinistra? Diede la sua "collaborazione non dicendo
nulla".
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"libero.it"
del 03-10-2011 |
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Argomenti: Esempi
esteri
Sottotitolo: Il ministro leghista chiude alle
consultazioni anticipate e svela la sua verità sulla legge elettorale porcata.
L 'apertura del ministro dell' Interno Roberto
Maroni sul referndum era stata da più parti interpretata come un segnale
chiaro, come la spia dell' ineluttabilità del fatto che si andrà ad elezioni
prima del termine della Legislatura nel 2013. Una secca smentita è arrivata da
un altro esponente leghista di primo piano, Roberto Calderoli, che ai microfoni
del Tg1 ha spiegato che al voto anticipato non ci si pensa nemmeno. "Credo
che ci sia davanti un grosso obiettivo, trasformare l' attuale Legislatura in
una Legislatura costituente. C' è uno scenario preoccupante - ha aggiunto il
ministro della Semplificazione Normativa. Il nord che cresce alla velocità
della Germania e il sud che
decresce alla velocità della Grecia. C' è una unica ricetta, ed
è il federalismo". Tra Porcellum e Mattarellum - Calderoli è spettatore
interessato e coinvolto sulla disputa relativa alla legge elettorale per la quale si invoca una riforma.
Fu lo stesso esponente del Carroccio a scriverla per poi ribattezzarla
Porcellum. Lo stesso Calderoli insomma la aveva disconosciuta, e
al Tg1 ha aggiunto che all' epoca della nascita dell' attuale legge elettorale "la Lega ed il sottoscritto
erano a favore del Mattarellum", il sistema
elettorale precedente e che di fatto
rientrerebbe in vigore nel caso in cui passasse il referendum appena presentato
in Cassazione. "Fummo ricattati da Casini e dall' Udc - svela Calderoli -
per introdurre un sistema proporzionale, da
Fini che voleva le liste bloccate e Berlusconi che voleva il premio di
maggioranza". E la sinistra? Diede la sua "collaborazione non dicendo
nulla".
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"Il
Sole 24 Ore (Lunedì)" del 03-10-2011 |
Politica e societa' |
Pagina: 18 |
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Argomenti: Esempi
esteri
Occhiello: Riforma elettorale. La minaccia
del referendum può ridare vigore al dibattito parlamentare su come modificare
la legge Calderoli.
Sottotitolo: Tra i partiti c' è chi
sponsorizza il «Mattarellum» e chi guarda a soluzioni straniere.
Con la presentazione venerdì scorso delle
firme in Cassazione da parte del comitato referendario contro il Porcellum, si
è aperto il dibattito sulla riforma elettorale.
Rimasto in sonno finora, nonostante in Parlamento ci siano numerose proposte di
legge di modifica della legge Calderoli, il confronto sui meccanismi per
eleggere Camere e Senato riprende vigore. Il pungolo del referendum - che dopo
quello della Suprema corte dovrà affrontare il ben più impegnativo vaglio della
Consulta, la quale entro gli inizi del 2012 dovrà decidere se ammettere o meno i
quesiti - rafforzato dalle parole del presidente della Repubblica, Giorgio
Napolitano, sulla necessità di un cambiamento, è assai probabile ridia fiato
alla riforma parlamentare.
Anche se la prospettiva è gravata da due incognite. La prima è legata alla
tenuta dell' attuale maggioranza e, dunque, alla durata della legislatura. La riforma elettorale
non rientrava, fino a qualche settimana fa, nelle priorità del Governo. Se ha
trovato un posto nell' agenda del Pdl è perché l' affluenza ai banchetti dei
referendari ha fatto capire che il traguardo delle 500mila firme era alla
portata. Tant' è che venerdì sui tavoli della Cassazione di firme ne sono state
depositate 1,2 milioni. Nonostante l' agenda politica del centro-destra sia
stata aggiornata in tutta fretta, la riforma
elettorale continua comunque a non essere tra
gli interventi più urgenti, sopravanzata dalle misure anti-deficit e di
sviluppo e da quelle in materia di giustizia. Non è, però, solo in casa Pdl che
la prospettiva del referendum ha portato fibrillazione. Anche nell' opposizione
la riforma elettorale
è ritornata prepotentemente alla ribalta. Dal terzo polo al Pd, che con ritardo
e divergenze ha sostenuto la raccolta di firme, la revisione della legge elettorale ha trovato nuovo vigore. Ma con
posizioni molto distanti. E ciò rappresenta la seconda incognita. Perché se si
decidesse di percorrere la strada parlamentare, al momento appare assai
complicato individuare, tra i sistemi elettorali
più papabili, un candidato che accontenti tutti. L' ipotesi di ritorno al
Mattarellum - sponsorizzata dai referendari e attorno alla quale si sono
stretti Idv, Sel, partito liberale e Unione popolare, oltre a deputati Pd come
Arturo Parisi e Mario Barbi, nonché Mario Segni - riesce a mettere d' accordo
solo una parte delle forze politiche. Tutte d' accordo sulla necessità di
voltare pagina, ma tutte con in tasca una propria soluzione, spesso antitetica
rispetto a quella degli altri. Il Pdl ha fatto sapere pochi giorni fa per bocca
del suo segretario Angelino Alfano di essere favorevole a cambiare il sistema elettorale,
ma di non voler ritornare al Mattarellum. Ciò a cui si guarda è, semmai, il sistema spagnolo, che di base è proporzionale
ma, per via della dimensione delle circoscrizioni composte mediamente da 7
seggi, arriva a determinare effetti tipici del meccanismo maggioritario.
Riuscirebbe, pertanto, a salvaguardare il bipolarismo, a cui il Pdl tiene, e
dunque a favorire il formarsi di coalizioni. Allo stesso tempo, si eviterebbero
le liste bloccate, meccanismo ormai inviso ai più, perché non consente di
scegliere i propri rappresentanti. L' Udc, invece, vede di buon occhio il sistema tedesco, che, in un' eventuale
prospettiva di divorzio da Berlusconi, potrebbe non dispiacere anche alla Lega.
Qualche estimatore lo si trova pure in casa Pd, dove, però, non si fatica a
rintracciare anche tifosi delle procedure francesi
e di quelle spagnole. Segno di una mancanza di uniformità di vedute.
Ufficialmente il partito democratico guarda all' Ungheria e al suo sistema misto che potrebbe non creare troppi
scontenti. Perché accontentare tutti è impresa ardua. E se questo vale per un
partito, seppur grande, figuriamoci quando
si tratterà di mettere d' accordo l' intero Parlamento. © RIPRODUZIONE
RISERVATA Si tratta di un sistema proporzionale con
premio di maggioranza. I partiti possono formare coalizioni fra loro. Il voto
dato a una delle liste va automaticamente anche alla coalizione per l'
assegnazione del premio di maggioranza. Le liste sono bloccate: l' elettore
cioè esprime solo un voto alla lista, mentre non può selezionare i singoli
candidati usando la preferenza. Per quanto riguarda la Camera, 617 seggi (tutti
meno i 12 degli italiani all' estero e quello spettante
alla Valle d' Aosta) vengono attribuiti alle coalizioni e alle liste mediante
una distribuzione proporzionale a livello nazionale (con il metodo del
quoziente naturale). Alla lista o alla coalizione che ottiene più voti spetta
un minimo di 340 seggi (il 54% della Camera). I seggi restanti vengono
distribuiti proporzionalmente alle altre liste e coalizioni. Per accedere alla
rappresentanza, le liste non coalizzate devono prendere il 4% dei voti, quelle
coalizzate il 2% purché la coalizione abbia ottenuto almeno il 10 per cento.
Per ogni coalizione viene inoltre ripescato il primo partito al di sotto del 2
per cento. Al Senato la situazione è resa molto più articolata dalla previsione
di 17 premi di maggioranza diversi (uno per ciascuna regione, salvo Molise, Trentino-Alto
Adige e Valle d' Aosta). In ognuna delle 17 regioni, al partito o alla
coalizione che ottiene la maggioranza relativa dei voti spetta il 55% dei
seggi. I seggi residui vengono distribuiti alle altre liste e coalizioni. Anche
le soglie sono calcolate su base regionale: l' 8% per le liste non coalizzate,
il 3% per le liste coalizzate purché la coalizione abbia raggiunto il 20 per
cento. Il sistema del Senato si
configura come una vera e propria lotteria: non solo non c' è la certezza di
una maggioranza salda, ma non è nemmeno sicuro che la maggioranza dei seggi
vada alla coalizione che ha ottenuto più voti delle altre, e nemmeno che vada
alla stessa coalizione che ha vinto alla Camera. © RIPRODUZIONE RISERVATA 01|A
CHI PIACE La legge Calderoli, più conosciuta come Porcellum (dalla definizione
che ne diede lo stesso autore), ha un solo difensore: Silvio Berlusconi
02|PERCHÉ PIACE Al Cavaliere l' attuale meccanismo di voto piace perché prevede
liste bloccate (e quindi gli consente di scegliere i candidati), assicura il
bipolarismo attraverso coalizioni preelettorali, all' interno delle quali,
però, rimane l' autonomia, nel senso che compaiono i simboli di ciascun partito
e non si devono, dunque, presentare candidati comuni Alla Camera il territorio
nazionale è suddiviso in 26 circoscrizioni, all' interno di ciascuna delle
quali vengono assegnati i tre quarti dei seggi (475) con un sistema
maggioritario plurality ai candidati vincitori in collegi uninominali. Il
restante quarto dei seggi (155) si ripartisce proporzionalmente a livello
nazionale con la formula Hare fra le liste che hanno superato lo sbarramento
del 4% nazionale. Ciascun candidato deve essere collegato ad almeno una lista.
Le elezioni si svolgono in un turno unico. L' elettore dispone di due voti da
esprimere in due schede: uno per scegliere il candidato nel collegio, l' altro
per una lista della circoscrizione (senza poter esprimere preferenze). Non vi è
alcun collegamento fra i due voti, per cui è possibile il voto disgiunto. Viene
previsto un meccanismo volto a compensare le sconfitte nei collegi: lo
scorporo. Dal totale dei voti proporzionali di ciascuna lista è sottratto il
numero di voti aumentato di uno del candidato secondo classificato in ciascun
collegio conquistato da un candidato collegato alla lista in questione. Al
Senato vi sono alcune differenze rilevanti, pur persistendo l' impianto misto
(75% seggi uninominali plurality e 25% proporzionale). L' elettore ha un solo
voto, da esprimere su un' unica scheda, per il candidato del collegio. Sono
possibili candidature indipendenti, ovvero senza collegamento con liste. La
ripartizione dei seggi proporzionali avviene su base regionale, con metodo d'
Hondt e senza alcuna soglia di sbarramento, anche se vi è una soglia implicita
variabile a seconda del numero di seggi proporzionali assegnati alla regione e
generalmente superiore al 4 per cento. Risultano eletti nella parte
proporzionale i candidati sconfitti nei collegi che abbiano ottenuto i migliori
risultati percentuali, fino a quanti ne spettano al gruppo (partito o
coalizione) cui appartengono. Lo scorporo è integrale: si sottrae dai voti dei
diversi gruppi il totale dei voti ottenuti dai propri candidati vincitori di
collegio. © RIPRODUZIONE RISERVATA 01 | A CHI PIACE Il Mattarellum, la legge
che prende il nome da Sergio Mattarella e che ha regolato le elezioni dal 1994
al 2001, piace sicuramente a chi ha proposto il referendum. Dunque, Idv, Sel,
Unione popolare e partito liberale. Oltre a parte del Pd, in particolare a
deputati come Arturo Parisi e Mario Barbi, rappresentanti del comitato
referendario 02 | PERCHÉ PIACE È il sistema
elettorale precedente al Porcellum che non
prevede il vituperato meccanismo delle liste bloccate (le quali restano solo
per una quota del 25% alla Camera) Per l' elezione dei 577 deputati dell'
Assemblée nationale, la Francia adotta un sistema maggioritario a doppio turno, detto
majority. Il territorio del Paese è suddiviso in tanti collegi uninominali
quanti sono i seggi da assegnare. Si svolge un primo turno di votazioni, nel
quale vengono eletti i candidati che raggiungono la maggioranza assoluta dei
voti validi (il 50% + 1). Nei collegi in cui nessun candidato ottiene tale
soglia si procede, dopo due settimane, a un secondo turno di votazioni, nel
quale sono ammessi solo i candidati che al primo turno hanno ottenuto un numero
di voti pari al 12,5% degli aventi diritto, e non dei voti validi (una soglia
molto alta, soprattutto in caso di elevato astensionismo). Al secondo turno, il
candidato che ottiene più voti, anche senza raggiungere la maggioranza
assoluta, conquista il seggio. La presenza di un primo turno non
necessariamente decisivo (di solito non più del 20% dei seggi è assegnato in
questa tornata) consente agli elettori di votare liberamente anche per
candidati minori, senza preoccuparsi troppo dell' esito della competizione che
sarà deciso quasi sempre al secondo turno. Questo permette ai partiti di
"contarsi" e avviare le trattative tra primo e secondo turno,
instaurando un complesso gioco di appoggi e ritiri strategici fra i candidati
dei vari partiti. Tale sistema ha garantito,
nella Francia della Quinta
Repubblica, la persistenza di una dinamica bipolare, la presenza di un formato
partitico di pluralismo limitato, con un numero contenuto di forze politiche in
Parlamento e la possibilità per il cittadino di scegliere il proprio
rappresentante (instaurando un meccanismo di responsabilità tra eletto ed
elettore). Esso ha infine prodotto la sistematica
sottorappresentazione dei partiti estremi di destra (il Front national di Le
Pen) e di sinistra (il Partito comunista francese)
a tutto vantaggio delle componenti moderate delle due aree politiche. ©
RIPRODUZIONE RISERVATA 01 | A CHI PIACE Ufficialmente il sistema
trova una sponda all' interno di tutto il Pd. In realtà, è soprattutto una
parte del partito democratico a vederlo di buon occhio 02 | PERCHÉ PIACE Il sistema favorisce i partiti più grandi e, dunque, garantisce un quadro
bipolare, anche per effetto del gioco delle alleanze che si instaurano tra primo
e secondo turno. Allo stesso tempo, il meccanismo francese
non prevede le liste bloccate e, pertanto, l' elettore può scegliere i propri
rappresentanti In Germania vige un sistema definito "proporzionale
personalizzato": i 598 seggi del Bundestag vengono ripartiti per metà
(299) in collegi uninominali a turno unico e per metà con un sistema
proporzionale a lista bloccata strutturato in circoscrizioni corrispondenti ai
16 Länder, con una soglia di sbarramento del 5% a livello nazionale. Il sistema è misto in quanto elegge metà
rappresentanti con formula maggioritaria e metà con formula proporzionale, ma
riguardo ai criteri di distribuzione dei seggi tra i partiti ha effetti
sostanzialmente proporzionali. L' elettore, infatti, ha a disposizione due voti,
uno per il candidato del collegio e uno per il partito nella parte
proporzionale. Ma è il voto di lista che determina quanti seggi
complessivamente spettano a ciascun partito a livello nazionale. Il sistema presenta due peculiarità. Se un partito
ottiene, nei singoli Länder, più seggi nei collegi uninominali di quanti gliene
spetterebbero sulla base del riparto proporzionale, mantiene quei seggi
addizionali, accrescendo in tal modo il numero di seggi totali di cui è
composto il Bundestag (ad esempio, in seguito alle
elezioni del 2009, i deputati sono 622, 24 in più rispetto ai 598 previsti). In
secondo luogo, se un partito che non raggiunge il 5% nella parte proporzionale
elegge almeno 3 candidati in altrettanti collegi, guadagna una rappresentanza
in Parlamento pari alla percentuale ottenuta al proporzionale. Questo sistema garantisce la possibilità per i
cittadini di selezionare una parte del personale politico grazie all' esistenza
dei collegi. © RIPRODUZIONE RISERVATA 01|A CHI PIACE Lo sponsor più accreditato
del sistema tedesco è l' Udc
di Pier Ferdinando Casini. Anche la Lega potrebbe essere tra i suoi estimatori,
ma in uno scenario in cui non è più conveniente correre con il Pdl. Pure nel Pd
c' è chi lo preferisce e anche Idv e Sel potrebbero non disdegnarlo se la
soglia di sbarramento scendesse al 3 per cento 02|PERCHÉ PIACE Le coalizioni
preelettorali non rappresentano un incentivo: si aprirebbero, pertanto, scenari lontani dal bipolarismo Il sistema
spagnolo è un esempio di sistema proporzionale i cui effetti si avvicinano a quelli prodotti
dai sistemi maggioritari. L' elemento centrale è la dimensione ridotta
delle circoscrizioni elettorali: mediamente 7 seggi, con quasi tre quarti dei deputati
eletti in circoscrizioni con meno di 10 seggi. Ciò innalza significativamente
in ciascuna circoscrizione la soglia di rappresentanza ben oltre quella legale
fissata al 3 per cento. Infatti minore è il numero di candidati da eleggere,
maggiore è la percentuale di voti necessaria per ottenere un seggio. Questo
meccanismo avvantaggia fortemente i partiti più grandi.
Al contrario, i partiti più piccoli con un consenso uniforme sul territorio
nazionale sono penalizzati, mentre si salvano i partiti regionalisti, che
risultano spesso sovrarappresentati in virtù della concentrazione geografica
del loro voto. Il territorio nazionale è diviso in 52 circoscrizioni
coincidenti con le province, in ciascuna delle quali è ripartito, tra liste
concorrenti, il numero di seggi spettanti in base alla popolazione. Il totale
dei seggi è di 350 e le liste sono bloccate, quindi senza voto di preferenza.
Per la ripartizione dei seggi in ogni circoscrizione viene utilizzato il metodo
d' Hondt, in base al quale si dividono i totali di voto di ciascuna lista per
1, 2, 3, e così via e si assegnano i seggi in corrispondenza dei più alti fra i
quozienti così ottenuti, fino a coprire il numero di seggi spettanti alla
circoscrizione. A livello circoscrizionale è inoltre fissata per legge una
soglia di sbarramento al 3%, di fatto applicata solo nelle due province più grandi, quelle di Madrid (35 seggi) e di
Barcellona (31), dove i partiti minori riescono ad accedere alla rappresentanza
conquistandosi il proprio diritto di tribuna. © RIPRODUZIONE RISERVATA 01 | A
CHI PIACE Il Pdl ha già dato a intendere che il sistema
spagnolo potrebbe essere una buona base di partenza. Anche all' interno del
partito democratico c' è chi lo apprezza 02 | PERCHÉ PIACE È un sistema proporzionale ma che, almeno in Spagna,
sortisce gli effetti del maggioritario. E questo perché le ciroscrizioni sono
molto piccole. Nella versione italiana si potrebbe pensare di introdurre il
voto di preferenza (che in Spagna non c' è). Nella versione originaria non è
possibile il candidato premier Si tratta di un sistema
elettorale misto, nel quale coesistono
candidati in collegi uninominali, liste circoscrizionali, e liste nazionali di
compensazione. Alla Camera, le circoscrizioni elettorali
attuali vengono ulteriormente suddivise in collegi. Ogni partito (o coalizione
di partiti con un simbolo unico) presenta propri candidati di collegio,
collegati a liste circoscrizionali, collegate a loro volta a una lista
nazionale. L' elettore esprime un solo voto, a favore del candidato, e in tal
modo seleziona anche il partito che lo sostiene. Il 70% dei seggi è attribuito
nei collegi uninominali con sistema maggioritario a
doppio turno. Se nessun candidato supera il 50% dei voti validi già al primo
turno, due settimane dopo si svolge un secondo turno al quale hanno diritto di
partecipare i candidati che al primo turno hanno ottenuto più del 10% degli
aventi diritto (e non dei voti validi). Il 28% dei seggi viene attribuito
proporzionalmente a livello circoscrizionale. Le cifre elettorali
dei partiti corrispondono alla somma dei voti ottenuti dai loro candidati nei
collegi ed è prevista una soglia di accesso pari al 5% dei voti
circoscrizionali. Come nella Mattarella, a ciascun partito vengono detratti i
voti ottenuti dai propri candidati di collegio vincenti (scorporo totale). Il
rimanente 2% dei seggi garantisce il cosiddetto "diritto di tribuna"
e viene distribuito a livello nazionale alle liste nazionali dei soli partiti
che non hanno ottenuto eletti nei collegi e nelle circoscrizioni (a patto che
si siano presentati in almeno 5 circoscrizioni e che abbiano ottenuto almeno il
2% nazionale). Al Senato cambia poco: le circoscrizioni sono regionali e manca
la quota di seggi garante del "diritto di tribuna". © RIPRODUZIONE
RISERVATA 01|A CHI PIACE Il partito democratico ne ha fatto il proprio punto di
riferimento, formalizzando la scelta in un disegno di legge presentato al
Parlamento 02|PERCHÉ PIACE Nel sistema ungherese c' è un
po' di tutto: i collegi uninominali, il voto di preferenza attraverso il quale
si sceglie anche il partito (non è possibile il voto disgiunto), il diritto di
tribuna, la possibilità di presentare coalizioni, il doppio turno. In questo
modo si potrebbe riuscire ad accontentare le varie anime del Pd.
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"Il
Sole 24 Ore (Lunedì)" del 03-10-2011 |
Economia e imprese |
Pagina: 23 |
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Argomenti: Esempi
esteri
Occhiello: Bilancio Ue. Mercoledì il
dibattito in Commissione: tra le novità un premio a chi è più efficiente e la
creazione di una fascia intermedia di regioni.
Sottotitolo: Sul tavolo la sospensione
automatica da Bruxelles in caso di sforamento del Patto di stabilità - CORSIA
PREFERENZIALE - Innovazione, ricerca ed efficienza energetica delle piccole e
medie aziende saranno considerati obiettivi prioritari.
PAGINA A CURA DI Chiara Bussi Fondi
strutturali solo per i Paesi virtuosi. Con la chiusura automatica dei rubinetti
in caso di allarme rosso su deficit e debito oltre le soglie consentite dal
Patto di Stabilità europeo. È questo il piatto forte del dibattito che si terrà
dopodomani, mercoledì 5 ottobre, alla Commissione Ue. L' esito delle
discussioni porterà alla proposta di riforma
delle politiche strutturali per il 2014-2020. Il menù, ancora provvisorio,
prevede anche un premio alla qualità e all' efficienza nell' utilizzo dei
fondi, con una corsia preferenziale per le Pmi. Un' altra novità dovrebbe
riguardare la creazione di una terza fascia di regioni intermedie e la
possibile estensione del fondo di globalizzazione al settore agricolo. Dopo la grande cornice del Quadro finanziario
pluriennale approvata dalla Commissione a fine giugno e ora al vaglio dei vari
Paesi, la proposta sui fondi strutturali è un tassello aggiuntivo del puzzle.
Non di poco conto, perché le risorse previste riguardano una torta di 376
miliardi euro, oltre un terzo del bilancio europeo. La parola d' ordine -
spiegano fonti dell' esecutivo europeo - sarà «condizionalità», nel bilancio
pubblico come nella gestione dei fondi strutturali. Sul primo punto la
discussione è ancora aperta, mentre sul secondo i Commissari sembrano già d'
accordo. Se passerà, il principio che lega l' allocazione dei fondi allo stato
di salute del bilancio pubblico sarà un incentivo in più per i Paesi sotto
stress, come l' Italia, a rispettare gli impegni presi. Un vincolo che diventa
ancora più stretto alla luce della nuova governance economica europea appena
approvata dall' Europarlamento e domani sotto la lente del Consiglio Ecofin (si
veda a pagina 9). Questo significa che chi non riporta il deficit sotto la
soglia del 3% e il debito sotto la barra del 60% del Pil rischierebbe non solo
le sanzioni automatiche della Commissione, che con le nuove regole diventano
ancora più stringenti, ma anche la sospensione dei contributi europei. Era
invece atteso da tempo il giro di vite legato all' efficienza della gestione
dei fondi, annunciato anche nell' ambito nella proposta sul bilancio 2014-2020.
A fine novembre nell' ambito della Quinta relazione della Commissione sulla
coesione economica, Bruxelles aveva ipotizzato di «offrire incentivi per
rendere il più efficiente e ambiziosa possibile l' attuazione dei programmi.
Una quota di finanziamenti - si legge nel documento - potrebbe venire
accantonata e messa a disposizione delle amministrazioni nazionali in funzione
della qualità dei programmi e dei progressi compiuti». Se passerà, come sembra,
anche in questo caso per l' Italia potrà essere una scossa per uno scatto in
avanti: secondo una rilevazione dell' esecutivo Ue aggiornata a metà settembre
con una media del 18,1% delle risorse spese rispetto a quelle allocate, la
Penisola è al terzultimo posto come "tasso di assorbimento" dei fondi
strutturali. Fanno peggio solo Romania (14,7%) e Bulgaria (18,6%). Al polo
opposto Lituania (42%), Estonia (40,3%) e Irlanda (38,3%). Dovrebbe trovare d'
accordo tutti i Commissari anche l' ipotesi di inserire come obiettivo
prioritario di destinazione i progetti legati a innovazione, ricerca ed
efficienza energetica delle Pmi. Sembra anche trovare consensi l' idea di
creare una terza fascia di regioni intermedie tra quelle ex Obiettivo 1 ed ex
Obiettivo 2, per sostituire l' attuale sistema
transitorio. Per l' Italia rientrerebbero Abruzzo, Molise,
Basilicata e Sardegna, con una popolazione inferiore ai 4 milioni di abitanti,
mentre sarebbero favorite Francia,
Spagna, Germania e Gran Bretagna che hanno regioni importanti e popolose e potrebbero quindi
aggiudicarsi maggiori risorse. Tra i temi sul tappeto anche l' ipotesi,
cara alla Francia, di estendere al
settore agricolo il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (Feg), a
sostegno dei lavoratori che hanno perso il lavoro in seguito alla crisi o alla
delocalizzazione. © RIPRODUZIONE RISERVATA Le ipotesi Tra le ipotesi sul tavolo
della discussione il principio della macrocondizionalità. Prevede la
sospensione automatica dei fondi europei per i Paesi che violano le regole del
Patto di Stabilità, con un deficit oltre il 3% del Pil e un debito oltre il 60%
del Pil Allo studio anche il principio di condizionalità legata alla qualità
delle spesa e all' efficienza nell' utilizzo. Così i Paesi che spendono meglio
riescono a ottenere maggiori fondi, mentre quelli più negligenti rischiano la
chiusura dei rubinetti Sembra esserci già l' accordo da parte dei Commissari
sulla necessità di riservare una corsia preferenziale per l' utilizzo dei fondi
strutturali da parte delle piccole e medie imprese a favore di progetti di
innovazione, ricerca ed efficienza energetica C' è l' ipotesi di creare una
nuova fascia intermedia di regioni tra quelle di competitività e quelle di
convergenza. Comprenderebbe le aree con un Pil tra il 75% e il 90% di quello medio
Ue. Per l' Italia rientrerebbero Basilicata, Abruzzo, Sardegna e Molise Si
pensa di estendere al settore agricolo il Feg (Fondo europeo di adeguamento
alla globalizzazione). Aiuta chi ha perso il posto di lavoro in seguito alla
crisi o alla delocalizzazione dell' impresa a riqualificarsi e trovare un nuovo
impiego.
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"Corriere
della Sera" del
03-10-2011 |
Lettere |
Pagina: 35 |
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Argomenti: Esempi
esteri
Occhiello: Risponde Sergio Romano.
Leggo alquanto meravigliato che alla fine
degli anni Sessanta l' Associazione Ffdjf (Figli e figlie dei deportati ebrei
di Francia) aveva condotto
una campagna contro il cancelliere Kurt Georg Kiesinger, perché era stato un
alto dirigente della propaganda hitleriana. Come si concili questo suo passato
con la brillante carriera politica successiva e come sia stato persino
insignito di una delle più alte onorificenze italiane quale il cavalierato di «Gran Croce Ordine al Merito della Repubblica
italiana» non me lo spiego proprio. Umberto Brusco scobru49@gmail.com Caro
Brusco, D ue integrazioni, anzitutto, per rendere la sua lettera più comprensibile
ai lettori. L' onorificenza italiana fu data a Kurt Georg Kiesinger nel
febbraio del 1968, quando fece una visita di Stato a Roma con Willy Brandt,
allora vice-cancelliere e ministro degli Esteri
della Repubblica Federale. Ricordo la visita perché in quel periodo lavoravo al
Quirinale, dove ero stato distaccato dal ministero degli
Esteri, e assistetti a un incontro molto disteso e cordiale di
Giuseppe Saragat con i due ospiti tedeschi. Il presidente della Repubblica
aveva una particolare affinità con Brandt a cui attribuiva due grandi
meriti: quello di avere reso il socialismo tedesco schiettamente riformatore (la «svolta di Bad Godesberg») e di avere
fatto uno sforzo generoso per ricucire i rapporti della Germania
con la Polonia. Quanto a Kiesinger, ricordo un uomo affabile e ragionevole che
aveva fama di avere coperto le spalle del suo ministro degli Esteri
impedendo alla destra cristiano-democratica di silurare la sua Ostpolitik. Seconda
integrazione. La denuncia dell' associazione ebraica culminò in un clamoroso
incidente durante il congresso della Cdu (la Dc tedesca) qualche mese dopo il
viaggio a Roma, quando Beate Klarsfeld, moglie di Serge e promotrice di molte
campagne per la ricerca dei criminali di guerra, lo schiaffeggiò urlando
«Kiesinger! Nazi! Se ne vada!». Meritava quello schiaffo? Nato nel 1904 in una
cittadina del Württemberg (quando il Land era ancora un regno), Kiesinger aveva
fatto studi giuridici a Berlino, si era iscritto a un' associazione cattolica
ed era diventato membro del partito nazista nel 1933. Dopo lo scoppio della
guerra, nel 1940, lavorò in un servizio del ministero degli Esteri
che si occupava di propaganda radiofonica e fu responsabile per i rapporti con
il ministero della Propaganda. Dopo la guerra fu internato in un campo di
prigionia per le persone soggette a indagini, ma si trattò, a quanto pare, di
un errore di identità. Gli giovò, quando divenne cancelliere, il rinvenimento
di un rapporto negli archivi dell' Ufficio centrale per la sicurezza del Reich
da cui risultava che aveva cercato d' intralciare i provvedimenti anti-semiti
del ministero degli Esteri. La sua carriera
politica cominciò nella Cdu e nel parlamento di Bonn dopo la fine del conflitto
e gli assicurò la presidenza del Land in cui era nato. Era impeccabilmente
democratico, conosceva bene i problemi internazionali e nei dibattiti politici
aveva una «lingua d' argento», vale a dire una oratoria accattivante e uno
stile persuasivo. Quando terminò l' era di Ludwig Erhardt (il successore di
Adenauer), fu considerato l' uomo più adatto a presiedere il partito e quindi,
dopo le elezioni del 1966, a costituire con i social-democratici un governo di
«grande coalizione». Nelle sue memorie Brandt
disse che «era troppo abile e ben educato per essere stato un nazista al di là
della semplice iscrizione al partito. Non ha mai negato di avere ceduto sul
principio, come molti altri, ai vaneggiamenti del regime e non ha mai preteso
di avere partecipato alla resistenza. Il suo pathos democratico del dopoguerra
non incontrava il gusto di tutti, ma non c' era alcuna ragione di dubitare
delle basi spirituali del suo impegno politico». Nel processo morale che i
coniugi Klarsfeld cercarono d' intentare a Kiesinger, Brandt, militante
anti-nazista sin dal 1933, fu un efficace testimone per la difesa. RIPRODUZIONE
RISERVATA.
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"Corriere
della Sera" del
03-10-2011 |
Idee e Opinioni |
Pagina: 33 |
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Argomenti: Esempi
esteri
Occhiello: CRISI E CRESCITA.
Sottotitolo: di GIULIO SAPELLI.
SEGUE DALLA PRIMA Quello che però conta è
che ora essi si presentano in gran parte sotto l'
aspetto di disoccupazione strutturale di lunga durata, ossia una condizione
sociale destinata a modellare sotto il suo peso le stesse forme morali delle
società mondiali. E questo va al di là del numero dei disoccupati Paese per
Paese. Mi spiego. Se si guarda al rapporto tra disoccupati di lungo periodo e
disoccupati in generale, si vedrà che la Spagna, con il numero di disoccupati
più alto in Europa - il 21,2% - ha una percentuale di disoccupazione
strutturale di lungo periodo - il 40% - che è minore del 47% della Germania, che pure è una delle nazioni che ha
abbastanza resistito all' avvento della disoccupazione totale, facendo
registrare un tasso del 7%. Questo peso specifico della disoccupazione
strutturale segnala una divisione profondissima che può crearsi nelle carni
stesse delle società al di là dei tassi di crescita: questo è il punto
fondamentale. Gli ultimi rimangono sempre ultimi. Quando, poi, dilaga la
disoccupazione giovanile, essa viene formando delle «isole sociali» che si
autoriproducono e imprigionano i soggetti in un habitus morale impermeabile
rispetto ai valori del lavoro e della speranza. Un fenomeno che si presenta in
forme drammatiche in primo luogo nelle nazioni a capitalismo avanzato, ossia
post o neoindustriale. Il 41,7% della disoccupazione tra i 15 e i 24 anni in
Spagna si accompagna, sempre nella stessa fascia di età, al 27,9 dell' Irlanda
e al 27,8 dell' Italia, al 23,3 della Francia,
al 19,5 del Regno Unito, al 10,1 della Germania.
Se guardiamo oltre l' Europa, ecco gli Usa con il 18,4 e il Brasile (che pure
continua a essere un' economia in crescita) con 16,1 e il triste, stagnante,
Giappone con il 9,3%. Gli Usa sono esemplari
a questo riguardo. Anche Wall Street è stata invasa da disoccupati, lavoratori
e sindacalisti: è l' inizio di un movimento che si svilupperà con effetti
imprevedibili. Se si vuole avere un' idea di quale sia la situazione nei Paesi
emergenti dei nuovi continenti di cui tanto si decanta la crescita, basterà
guardare il Sud Africa, che pure è soggetto a una tenuta economica spettacolosa
in questi ultimi anni, ma che registra una disoccupazione giovanile del 50,5%.
È noto a tutti che questo dato è esemplificativo
di una realtà che riguarda l' India come la Cina e molti Paesi dell' Africa
Nera e ha una specifica versione in Egitto, Tunisia, Marocco, Siria, financo
Israele. La spinta del sistema economico mondiale
di creare occupazione sembra essersi esaurita. Se guardiamo alla forza lavoro
globale, planetaria, il rapporto esistente su scala mondiale tra coloro che
sono occupati a tempo pieno - 40% - e coloro che invece hanno creato
occupazione da sé, ossia coloro che sono definiti self employed full time - 31%
- è significativo: la stragrande maggioranza del self help lavorativo è
relegato in occupazioni misere, precarie, umilianti e prossime alla condizione
d' indigenza, come è dimostrato da tutte le analisi esistenti in proposito.
Esso rappresenta in larga misura uno strumento che i poveri hanno nelle loro
mani per auto-organizzare la loro vita e sfuggire alla marginalità (i fiori
della speranza). Su tutto spicca, infatti, il dato allarmante del 7% della
popolazione disoccupata rispetto alla forza lavoro globale. Se non vi fossero
il self help e il part-time (che incide per il 22% degli occupati mondiali), i
dati sarebbero molto più drammatici di quanto non siano. Se poniamo a confronto
i dati con quelli della disuguaglianza sociale, infine, ben si comprende come
questa situazione abbia generato ciò che io chiamo la scomparsa del senso di
giustizia. Se consideriamo la disuguaglianza in base al reddito percepito
indicando con l' indice zero la completa uguaglianza e con l' indice 1 la
completa disuguaglianza, i risultati sono sconcertanti: Francia,
Germania, Irlanda, Spagna si attestano tutte attorno al valore 3,
mentre Giappone, Italia, Gran
Bretagna lo superano abbondantemente, lasciando aperta la via agli
Usa con circa il 3,8 e al Messico con il 4,8. Ma ciò non solleva alcuna rivolta
morale degna di questo nome, anzi: più personalmente s' incarna
la disuguaglianza, più si è socialmente premiati. La disoccupazione si rivela
in tal modo una sorta di pantano morale in cui ci si abitua a vivere. E dal
pantano non cresce il grano. Possono, però,
spuntare i fiori: quelli della speranza. Nonostante tutto. RIPRODUZIONE
RISERVATA.
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"Corriere
della Sera" del
03-10-2011 |
Primo Piano |
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Argomenti: Proposte di
legge
Sottotitolo: L' ipotesi è correggere l'
attuale legge solo sulle liste bloccate. Il «distacco» del premier.
ROMA - La linea ufficiale è quella,
attendista, che ripeteva anche ieri Fabrizio Cicchitto: «Vogliamo portare
avanti le riforme
costituzionali e votarle almeno in prima lettura. Poi penseremo alla legge
elettorale». Parole caute, se si pensa che la bomba referendum - con il suo carico di umori antigovernativi -, potrebbe far
esplodere il governo. Così ci si chiede: possibile che il centrodestra affronti
l' appuntamento referendario senza una proposta
nero su bianco che faccia da testo base ai distinguo degli uni e degli altri, e
si muova in ordine sparso, come dimostra la frattura nella Lega dove Maroni si
dice favorevole a far svolgere la consultazione e Calderoli contrario? Può
darsi, come dice Pier Ferdinando Casini, che la realtà sia proprio quella che si
vede: non c' è un' idea, non c' è il clima, la legge
elettorale «non si farà mai» e quindi molto
meglio andare a votare per il referendum «come dice
Maroni». Ma può darsi anche che la soluzione per uscire dall' impasse sia già
lì, sotto il naso di tutti, pronta a essere tirata fuori ufficialmente dopo un
po' di discussioni più o meno inconcludenti. E che sia proprio questa l' arma
con la quale il centrodestra pensa di sterilizzare il referendum.
Lo dice con chiarezza Ignazio La Russa: «Se si vuole un' intesa vera e solida,
siamo disponibili a siglarla. Siamo d' accordo in molti nel mio partito, anche
Alfano: chi ha firmato il referendum voleva cambiare
questa legge nel punto più
contestato, e cioè le liste bloccate, la gente ci chiede di poter scegliere i propri
eletti. Bene, allora - come ha proposto per primo Nania -
emendiamo l' attuale legge introducendo le
preferenze, e il problema è risolto». Se invece, avverte La Russa, «il problema
è un altro», e cioè «si vuole usare il referendum
come cavallo di Troia per smontare il bipolarismo, beh non ci staremo mai». È
insomma questa la tentazione del centrodestra, nonostante ancora siano molte le
voci dissonanti all' interno della coalizione: limitarsi a una correzione
piccola piccola, per evitare di essere travolti da un' onda i cui effetti sono
al momento difficilmente immaginabili. Certo, che non sia facile lo sanno bene
nell' entourage di un Berlusconi apparso ai suoi piuttosto distaccato rispetto
al tema: ieri il premier ha passato la giornata con i figli e ha rimandato a
martedì - quando dovrebbe tenersi un vertice di maggioranza con i capigruppo a
palazzo Grazioli - tutti i nodi da sciogliere, dal decreto sviluppo a
Bankitalia alla legge sulle
intercettazioni. «Se siamo pronti a procedere anche a maggioranza sulla legge elettorale?
È presto per dirlo...», frena La Russa. E nessuno nasconde che il mero
inserimento delle preferenze nel Porcellum può portare a sbattere, perché -
sostiene il fli Benedetto Della Vedova - è «evidente che tale modifica non
rispetterebbe lo spirito del quesito proposto
e non sarebbe sufficiente a sospendere la consultazione referendaria». Ma
questi sono, dicono nel Pdl, problemi del dopo. Adesso si devono evitare spinte
centrifughe per tenere vivo il governo, e spaccarsi sulla legge
elettorale impedirebbe di ottenere il
risultato. Paola Di Caro RIPRODUZIONE RISERVATA.
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"Corriere
Economia" del 03-10-2011 |
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Argomenti: Esempi
esteri
I n un quadro complicato
di finanza pubblica che impone tagli vigorosi, per l' Italia è l' ora delle scelte
sulle riforme strutturali prioritarie. Rimandare un profondo ripensamento
della previdenza è impossibile. Sullo sfondo, l' esempio
della Grecia: taglio del 20% indiscriminato per le pensioni sopra i 1.200 euro
e un colpo di forbice agli assegni previdenziali di chi è andato in pensione
prima dei 55 anni. Le riforme che negli ultimi
anni sono state varate in Italia hanno cercato di riequilibrare il quadro (e
ottenuto il plauso dell' Ocse); lodevole è stata la decisione di agganciare i
trattamenti alle aspettative di vita e aver anticipato al 2014 l' innalzamento
graduale a 65 anni del pensionamento di vecchiaia per le donne. Tuttavia i
conti continuano a non tornare. Anche perché non abbiamo rimosso almeno tre
reali emergenze. La prima è legata alle finanze pubbliche. Le pensioni
continuano ad avere sulla spesa un' incidenza enorme. Solo nel 2009 quella
pensionistica ha superato i 250 miliardi di euro, quasi il 17% del Pil. La
seconda emergenza è legata al fatto che esiste una scarsa programmazione per il
ricambio generazionale da parte dei datori di lavoro e una carenza di talenti
per rimpiazzare il gran numero di figli del
boom demografico che ora si stanno avviando verso la fine della propria
carriera lavorativa. I nostri clienti spesso ci spiegano che la loro
competitività è messa a rischio dall' impoverimento in termini di competenze e
conoscenze che si verifica quando devono sostituire un lavoratore anziano. Ecco
che un allungamento dell' età pensionabile dovrebbe andare di pari passo con la
capacità delle imprese di pianificare il ricambio sulla base di una
segmentazione delle mansioni aziendali in funzione della loro criticità nel
raggiungere i propri obiettivi di rendimento. Bisogna lavorare affinché le
competenze individuali rimangano contemporanee e prevedano sempre un percorso
di transizione verso ruoli produttivi più adatti alle qualifiche esistenti
preservando il patrimonio di conoscenze aziendali. La terza emergenza resta il
respiro corto del nostro sistema. Guardare alla
previdenza con gli occhi dei giovani, di chi oggi ha trenta o quarant' anni, è
l' esercizio più doloroso. Il sistema continua ad essere
sbilanciato, sovra-tutelando le generazioni passate. I giovani, infatti,
rischiano di andare in pensione con il 40% o addirittura il 30% dell' ultimo
stipendio, considerando che la loro vita lavorativa è maggiormente connotata da
momenti di discontinuità e da un tema salariale spesso inadeguato. Sono valori
non sostenibili in uno Stato in cui le pensioni si sono rivelate un fattore
essenziale di stabilizzazione dei redditi delle famiglie. Bisognerebbe anche
chiedersi per quale motivo la previdenza complementare ha avuto uno scarsissimo
tasso di adesione (non più del 26% dei lavoratori) e sono relativamente
anziani, con un' età spesso intorno ai 45 anni, mentre all' estero
i primi versamenti vengono fatti spesso intorno ai vent' anni. L' Italia ha
oggi un patrimonio relativo dei fondi pensione inferiore a quello di Nigeria,
Costarica, Ungheria e Portogallo. Il sistema
pensionistico è un meccanismo redistributivo. Pertanto, per affrontare in
termini equitativi questi temi, bisognerà intervenire sulla fiscalità generale
sia abbassando i contributi a carico dei giovani, sia agganciando l' intero sistema pensionistico al metodo contributivo
che recuperando risorse tassando le rendite. *Presidente e amministratore
delegato ManpowerGroup.
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di AMEDEO LA MATTINA. |
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"La
Stampa" del 03-10-2011 |
Italia |
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Argomenti: Proposte di
legge
Occhiello: Intervista.
Sottotitolo: "A Palermo rischiamo, basta
scontri centrodestra-centrosinistra"
Carlo Vizzini Senatore del Pdl, è
presidente della commissione Affari costituzionali del Senato Carlo Vizzini,
presidente della commissione Affari Costituzionali del Senato, ha firmato per
il referendum elettorale che sta provocando scompiglio nei
fragili equilibri della maggioranza. In questi giorni è impegnato nella
raccolta delle firme (sono finora 3100) per presentare alle comunali della sua
città (maggio 2012) una lista con il nome «Oltre le appartenenze per una
primavera di Palermo». E' convinto che il Pdl non basti più e che un candidato
a sindaco di questo partito sia destinato alla sconfitta, come è successo a
Milano e Napoli. «I partiti tradizionali non sono in grado di intercettare i
fermenti che ci sono nella società. Palermo è sull' orlo della bancarotta e non
è il caso di scimmiottare lo scontro tra centrosinistra e centrodestra. Sarebbe
la morte di un malato grave». Senatore, si è chiamato fuori dal Pdl anche lei?
La segretaria di Alfano non la convince? «Per favore non scriva "Vizzini
lascia il Pdl". Il problema è più complesso: vivo questa fase con un
profondo malessere. Non condivido la politica economica del governo che non
tassa i grandi patrimoni e si accanisce sui soliti noti del reddito fisso. Da
laico non condivido le proposte sul testamento
biologico. Non è possibile approvare una legge
sull' omofobia. Coloro che dissentono dalla linea del partito sono destinati all'
emarginazione. Forza Italia era una grande stanza con tante finestre aperte in
cui confluirono le culture politiche che hanno fatto dell' Italia una grande
potenze mondiale. Che c' erano pure i Radicali di Pannella». Ora cosa è
diventato il Pdl? «Lo trovo troppo confessionale. Vedo che avanza un progetto
che mi sembra una riedizione involuta della Dc. Io al modello Ppe in versione
Cl non ci sto. Intanto a Palermo vado per la mia strada con un esperimento
libero. Sono convinto che si arriverà all' implosione del Pdl come del Pd». Il
suo non è un addio ma poco ci manca. E' così critico perché il Pdl non vuole
candidarla a sindaco di Palermo? «Guardi, se domani Alfano mi dice "ok,
sarai tu il nostro candidato", io gli direi di no perché qualunque
candidato del Pdl non ce la farebbe. Come a Napoli e Milano». Lei deve
difendersi dall' accusa di aver preso tangenti provenienti dal patrimonio dell'
ex sindaco mafioso Ciancimino. Si è dimesso dagli incarichi del Pdl e Alfano ha
respinto le dimissioni. Al di là delle formalità, si è sentito lasciato solo?
«Il Pdl mi ha espresso solidarietà ma non ho bisogno di sostegno politico, non
devo chiedere nulla perché voglio comportarmi come un comune cittadino. Ho
consegnato ai magistratitutto il materiale necessario a dimostrare la mia
innocenza. Non mi nascondo dietro le prerogative parlamentari. Io difendo le
procure di Palermo e Caltanissetta che indagano sulla trattativa tra Stato e
mafia. Hanno toccato nervi scoperti, vanno protetti. L' isolamento ha portato
sempre a grandi delitti di mafia». La presidenza degli Affari costituzionali è
un osservatorio privilegiato. Si arriverà a riformare
la legge elettorale?
«Mi sembra difficile. Nessuno può pensare di scippare un referendum
firmato da 1,2 milioni di cittadini. Nell' epoca dei partiti personali, i
personaggi scomodi non vengono candidati ed emergono i fedelissimi. L' attuale legge elettorale
esaspera questo meccanismo. Si vada al referendum.
Ci sarà una valanga di Sì». Ora tutti parlano di riforme
costituzionali. Nella commissione che lei presiede avverte un certo attivismo?
«Noi stiamo lavorando da tempo per ridurre il numero dei parlamentari. I
termini per presentare gli emendamenti sono scaduti e non ho ancora visto il
testo di riforma
del ministro Calderoli. Aspetto che ci venga a dire cosa vuole fare il governo.
Sulla legge elettorale ci sono una trentina di proposte
di singoli senatori, ma nessuna dei gruppi. C' è immobilismo. Si ha paura dei referendum». IL J' ACCUSE «Chi protesta nel partito viene sempre
emarginato» RIFORME?
«La verità è che c' è immobilismo e paura della consultazione popolare»
|
di CARLO BERTINI. |
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"La
Stampa" del 03-10-2011 |
Italia |
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Argomenti: Esempi esteri
Occhiello: MAGGIORANZA L' ULTIMA EMERGENZA.
Sottotitolo: Il ministro delle Riforme:
"Ora è il momento della fase costituente". Ma anche Casini apre alle
urne.
«Fare le riforme
in questa fine legislatura Lo scenario è preoccupante: il Nord cresce alla velocità della Germania
il Sud decresce alla velocità della Grecia. L' unica ricetta è il federalismo»
Roberto Calderoli ministro per le Riforme
La Lega Lo stato maggiore del partito riflette la divisione tra Roberto Maroni
e Calderoli: il primo apre al referendum il secondo stoppa e frena Mentre il
mondo intero si preoccupa delle sorti dell' euro e i mercati si
organizzano per il rischio default della Grecia, alla vigilia di una settimana
che vede in agenda oggi la ripresa del processo Ruby e mercoledì lo scontro in
aula alla Camera sulle intercettazioni, i partiti si aggrovigliano sulla legge elettorale, ben sapendo che un' intesa per
evitare il referendum è impossibile. Allora, Casini dice: «Vi sorprenderò ma
sono d' accordo con Maroni, perché con questa maggioranza è impensabile fare
una nuova legge elettorale condivisa e
dunque, pur senza nostalgie per il Mattarellum, meglio dare la parola al
popolo». Lanciando così due segnali: meglio votare subito o in subordine
lasciare esprimere i cittadini con il referendum che potrebbe essere davvero la
mazzata finale per un governo già traballante. Convinto che, comunque vada,
«Terzo Polo e Udc con qualsiasi sistema
elettorale, saranno decisivi per governare l'
Italia». Insomma, fiutando la valanga in arrivo, Casini non intende finire
impallinato osteggiando il referendum controcorrente. Calderoli invece stoppa
Maroni e la sua presunta voglia di andare a votare subito, sostenendo che
«questa deve diventare una legislatura costituente», riportando così le lancette
al 2013. Perché bisogna «completare il federalismo fiscale e la riforma costituzionale che è al Senato la
prossima settimana». E sconfessa la sua «legge porcata» con l' argomento che la
Lega «era a favore del Mattarellum ma fu ricattata da Casini che voleva il
proporzionale e da Fini che voleva la lista bloccata». Provando così a far
intendere che se il referendum stravincerà nessuno della Lega si sarà messo di
traverso. Bersani è invece convinto che «al 2013 non ci si arriva perché tutte
le volte che Berlusconi e i suoi lo dicono schizza in alto lo spread», insomma
i mercati si innervosiscono e non lo permetteranno. E comunque sia, «il
Mattarellum è diecimila volte meglio del Porcellum». Di Pietro è d' accordo,
«una volta tanto sia con Casini che con Maroni, i tempi sono maturi per andare
a elezioni, quindi o voto subito, o referendum, perché questo Parlamento
screditato non rappresenta più gli italiani». I colonnelli del Pdl, come La
Russa e Formigoni, vorrebbero disinnescare la «bomba referendaria» infilando le
preferenze nel sistema di voto attuale,
il «porcellum». Con l' evidente intenzione di andare avanti fino al 2013 con
questa maggioranza e questo premier. Ma per districarsi nel groviglio di parole
emesse nel giro di 48 ore ci sono alcuni punti fermi: primo, la condanna
piovuta tre giorni fa dal Colle sull' attuale legge elettorale,
ben evidenziata con la lode esplicita dei benefici del vecchio Mattarellum;
secondo, la maggioranza dei cittadini preferisce votare il referendum più che
vedere risolta la pratica di una nuova legge dai partiti; terzo, gli ultimi
sondaggi confermano che Pd, Sel e Idv sono in testa di gran
lunga su Pdl e Lega, ma quest' ultima non subisce un tracollo di consensi nelle
intenzioni di voto. Ecco, questi fattori messi insieme rendono evidente intanto
che sarà difficile aggirare il voto referendario con piccoli escamotage se la
Cassazione in gennaio ammetterà i quesiti. I sondaggi poi fanno capire chi sia
pronto ad andare a votare subito e chi meno: nella prima categoria vanno iscritti
centrosinistra e terzo Polo, ma forse anche la Lega, non il Pdl. Che per
questo, a detta di suoi autorevoli dirigenti, proverà a tirar dritto, fissando
il referendum a metà giugno del 2012 per evitare che si possa andare a votare
prima del 2013. Anche perché solo nell' ottobre del 2012 un terzo dei
parlamentari in carica maturerà il diritto al famoso vitalizio... Bersani
sicuro «In questa situazione non possiamo arrivare al 2013»
|
di Bertini, |
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"La
Stampa" del 03-10-2011 |
Prima pagina |
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Argomenti: Proposte di
legge
Occhiello: Il leader Udc d' accordo con
Maroni dopo l' apertura sul referendum. Il Pdl: resti il Porcellum.
Sottotitolo: Casini: sì, votiamo. Calderoli:
meglio una fase costituente.
Il dibattito sulla legge
elettorale divide la politica. Dopo l' apertura
di Maroni al referendum, Casini, a
sorpresa, si iscrive al partito del voto: «Tanto la riforma
non si farà mai». Di tutt' altro avviso Calderoli: «Meglio una fase
costituente». Coro di no dal Pdl: «Resti il Porcellum». Bresolin e La Mattina
ALLE PAG. 4 E 5.
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"Il
Giornale" del 03-10-2011 |
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Argomenti: Proposte di
legge
Occhiello: MENTRE LA LEGA SI DIVIDE SULLA
LEGGE ELETTORALE EFFETTO PARALISI.
di Marcello Veneziani Il referendum sulla legge
elettorale è una truffa perché viene venduto
per ciò che non è. La gente ha firmato contro la casta e i costi della
politica, per tagliare, rinnovare e per scegliere i suoi rappresentanti mentre
il referendum (...) segue a
pagina 5 Bracalini e Cottone alle pagine 4 e 5 FURBETTI DEL VOTO Rosy Bindi,
Antonio Di Pietro e Pierluigi Bersani: pronti ad approfittare del referendum-truffa.
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di (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) CLAUDIO TITO. |
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"La
Repubblica" del
03-10-2011 |
Interni |
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Argomenti: Aspetti
Legali
Sottotitolo: Il premier studia l´addio al
Pdl. Ex Dc e ex An in rivolta Una parte del Popolo della libertà pronto a
un´altra lista se Silvio tornerà a Fi La Lega teme la trappola sulla riforma
elettorale Maroni: "Reagiamo se ci attaccano"
Silvio Berlusconi se ne sta facendo una
ragione. E un fattore determinante è rappresentato dal referendum elettorale. Che in primavera potrebbe
scardinare il sistema di potere su cui è
stato costruito negli ultimi cinque anni il centrodestra. Anche perché il suo
principale alleato, la Lega, non può accettare una riforma
elettorale che danneggi i piccoli e medi
partiti. E così sulla scrivania del Cavaliere è improvvisamente comparso un
dossier che aveva ostentatamente archiviato. Una cartellina dal titolo
asettico: "Campagna elettorale". La
procedura è già stata messa in moto. Gli studi delle agenzie di sondaggi e i
focus group hanno già prodotto i primi risultati. Con una parola chiave che
ritorna come un refrain in ogni documento: "Antipolitica". Il premier
sa che l´umore del Paese sembra replicare quello del ´94. Le firme raccolte per
cancellare il "Porcellum" ne sono un segnale. Ma anche il manifesto
di Diego Della Valle - per il presidente del consiglio - costituisce un chiaro
indicatore di tendenza. Come 17 anni fa, allora, vuole provare a cavalcare la
medesima onda per uscire dall´angolo. Usare l´"antipolitica" e in
qualche modo ritornare a Forza Italia. Un nuovo "predellino" insomma
che in un attimo dissolva la creatura partorita solo tre anni fa: ossia il
Popolo delle libertà. «Ci vorrebbe un movimento leggero, senza strutture. Qualcosa
che assomigli ai Tea party americani - ragiona il Cavaliere con i suoi
fedelissimi -. Un soggetto capace di cogliere il vento». Basti pensare agli
ultimi cartelloni 3x6 piazzati nelle strade di tutto il Paese: "Dai FORZA
all´ITALIA, iscriviti al Pdl". Con le parole "Forza Italia" in
bella vista. Per il capo del governo, dunque, le liturgie partitiche - a
cominciare dalla convention degli eletti che si è svolta sabato scorso a Milano
- sembrano un bagaglio troppo pesante. Gli organismi dirigenti, le tessere, le
sezioni. Un assetto che poco si attaglia alla bufera che soffia contro i
partiti. Anche perché il Cavaliere è consapevole della premessa da cui partono
tutte le ricerche demoscopiche: la sua immagine è profondamente appannata. E
per ricostruirla «serve un cambio di marcia, una rivoluzione. O perdiamo
tutto». Non solo. Nel week-end - prima del pranzo di ieri sul lago Maggiore con
i figli - il capo del governo ha tracciato con il gruppo ristretto dei suoi
collaboratori la possibile "election strategy". La Corte costituzionale dovrebbe decidere sulla
costituzionalità del referendum intorno al 20 gennaio. A quel punto ogni
finestra può diventare utile per una crisi di governo. «Anche perché i peones,
i Responsabili - è il suo ragionamento - sanno che possono tornare
in parlamento solo con il Porcellum. Qualsiasi altra legge elettorale li taglierà fuori». Non a caso dentro il Pdl le idee sulla riforma
elettorale sono piuttosto confuse. L´ipotesi di costruire un sistema
sulla base dei collegi del Senato e con "mini-liste" di tre candidati
non convince tutto il partito. E men che meno la Lega. «Se
vogliono danneggiarci con la riforma elettorale
- ha avvertito Roberto Maroni - noi ci difenderemo». Ed è per questo che il
ministro degli Interni minaccia il ricorso al voto referendario. Il Carroccio
vive il confronto sul Porcellum come un´«estorsione» e preferisce di gran lunga
il voto anticipato ad aprile. Una "estorsione" che sta condizionando
anche lo scontro interno incrinando la tregua che lo stesso Maroni e Roberto
Calderoli aveva siglato in vista della stagione congressuale del Carroccio.
Molti, nel partito di Bossi, ricordano il tentativo effettuato da Bettino Craxi
nel 1991 di introdurre una soglia di sbarramento (del 5 per cento) in tutte le
circoscrizioni proprio per tagliare le formazioni minori. E temono che quel
tentativo possa rinnovarsi nel campo del Pdl. Per di più le critiche del
Quirinale alla "Padania" sono state lette dallo stato maggiore
lumbard proprio come una «via libera ad attaccare la Lega». «Le parole di
Napolitano - si è sfogato il Senatur - sono l´ultimo tentativo di dar vita a un
governo tecnico. Colpiscono noi per colpire Silvio». Un sospetto che coltiva
anche il premier. Non a caso da giorni ripete ossessivamente: «Dobbiamo
resistere fino a Natale, poi si vedrà. Da dicembre in poi, sono possibili le
elezioni e un altro governo non ha alcuna chance di nascere». E a quel punto
l´inquilino di Palazzo Chigi proverà a giocare la carta
dell´"antipolitica". Una strada però che rischia di provocare una
guerra di "secessione" dentro il Pdl. La componente ex democristiana
ed ex An, infatti, è già pronta ad alzare le barricate contro il "partito
di plastica". Uomini come Roberto Formigoni, Gianni Alemanno, e Beppe
Pisanu sono decisi comunque a lavorare per un "Nuovo centro", una
sorta di Ppe, con l´Udc di Casini e la base cattolica che attraverso il
presidente della Cei, Angelo Bagnasco, ha fatto sentire la sua voce. «Se vuole
- diceva nei giorni scorsi il governatore lombardo - Silvio può farsi una sua
lista. Ma noi non possiamo più starci». E del resto, anche il segretario Pdl,
Angelino Alfano, spinge per dar vita ad un Ppe italiano fondendo il suo partito
con l´Udc di Casini. «Solo così del resto - dicono esplicitamente gli avversari
di Alfano nel Pdl - può aspirare a fare il candidato premier». Ma anche il
"delfino" del Cavaliere sa che solo se si vota nella prossima
primavera può convincere il leader centrista ad accettare un´alleanza
prospettandogli la pole position per il Quirinale nel 2013. Una circostanza di
cui è consapevole anche Berlusconi: «Se non glielo diciamo subito, Pier
preferirà andare a sinistra». Ma, è il suo interrogativo, «davvero può essere
conveniente costruire un´alleanza che non posso controllare al 100%?». Per
questo il progetto di una lista "leggera" che assecondi
l´"antipolitica" sta avendo la meglio a palazzo Grazioli.
|
di FRANCESCO BEI. |
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"La
Repubblica" del
03-10-2011 |
Interni |
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Argomenti: Proposte di
legge
Sottotitolo: E La Russa difende il Porcellum:
con le preferenze è ok Lo scontro Nel Pd attacca ancora Bersani:
"All´inizio c´era il divieto di raccogliere firme". Il leader dei
democratici: "Non tocca ai partiti proporre referendum"
ROMA - Dopo Maroni, Casini. A sorpresa
anche il leader dell´Udc gela il Pdl e dichiara la sua preferenza per il
quesito ammazza-Porcellum. «Vi sorprenderò - scrive sul suo blog - ma trovo che
Maroni abbia perfettamente ragione. Con una maggioranza come questa, in stato
confusionale, fare una legge elettorale
seria e condivisa è come scalare l´Everest a piedi nudi. Molto meglio dare la
parola ai cittadini, che è sempre un grande fattore di democrazia». Una
dichiarazione che, nei fatti, allontana ancora di più la prospettiva di una
«legislatura costituente» lanciata ieri dal ministro Calderoli. E rende più
concreta l´ipotesi di elezioni anticipate nel 2012. Il ministro della
Semplificazione, l´autore della legge
attuale, ha intanto sconfessato la sua creatura, rivelando il presunto
retroscena del Porcellum. «La Lega e il sottoscritto - ricorda Calderoli al Tg1
- erano a favore della vecchia legge elettorale,
il Mattarellum. Fummo ricattati da Casini per introdurre un sistema
proporzionale, da Fini che voleva le liste bloccate e da Berlusconi che voleva
il premio di maggioranza». Quindi Calderoli rilancia: «Credo che ci sia davanti
un grosso obiettivo, trasformare quella attuale in una legislatura
costituente». Una prospettiva opposta a quella offerta da Maroni con il
benestare al referendum. Ma la proposta di Calderoli, oltre a mostrare la
divisione al vertice del Carroccio, affonda nello scetticismo generale. Se «la
Lega vuole davvero che si proceda a riforme
serie - afferma il Pd Vannino Chiti - allora stacchi la spina all´attuale
governo e si impegni per un governo di responsabilità nazionale». Italo
Bocchino chiede invece a Bossi di «fare chiarezza» tra Maroni e Calderoli,
perché il primo apre appunto al referendum
mentre il secondo «parla di un´improbabile stagione costituente alle porte,
cosa impossibile sia per il clima di scontro tra le coalizioni sia per il poco
tempo che resta». Ma anche dal Pdl salgono voci critiche, come quella di Gianni
Alemanno. «Dopo il clamoroso successo della
raccolta di firme - dice il sindaco di Roma - e dopo le prese di posizione dei
ministri della Lega, il Pdl non può più stare fermo e deve mettere subito sul
piatto un proposta di riforma elettorale». Tuttavia, all´interno del Pdl, ancora si arranca dietro
una visione minimalista, di mero lifting del Porcellum. È la
strada indicata ad esempio da Ignazio La Russa: «La legge
elettorale che abbiamo adesso è un´ottima legge solo che si introducano le preferenze».
«Cambiamo l´attuale legge elettorale
in questo senso - insiste La Russa - non buttiamo il bambino con l´acqua
sporca». No invece a chi punta a una legge
«che faccia vincere chi abbia un voto in meno e non un voto in più come dice
l´attuale legge». In sintonia con La
Russa anche il ministro Saverio Romano, per il quale «è opportuno lasciare la legge elettorale
attuale introducendo le preferenze». Ma dal Terzo Polo Benedetto Della Vedova
bolla come «analfabeti» i teorici del lifting: «Proporre la modifica del
Porcellum con l´introduzione delle preferenze, per evitare il referendum, è da analfabeti. Al di là del
merito, è evidente che tale modifica non rispetterebbe lo spirito del quesito proposto e non sarebbe sufficiente a sospendere
la consultazione referendaria». Per arrivare a una posizione univoca il Pdl si
riunirà domani a Palazzo Grazioli. Un vertice convocato per parlare del decreto
sviluppo, ma che darà modo a Denis Verdini di illustrare una nuova ipotesi di riforma elettorale.
Sul referendum intanto è
polemica tra Arturo Parisi e i vertici del Pd. Il professore ricorda «il divieto
di raccogliere le firme all´inizio» e «questa scomposta gara a chi se ne
attribuisce il merito adesso». Replica Bersani: «I referendum
li fanno i comitati referendari non i partiti. Quando ho detto non ci metto il
cappello ma ci metto il banchetto intendevo dire proprio questo».
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di GIOVANNA CASADIO. |
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"La
Repubblica" del
03-10-2011 |
Interni |
Pagina: 2 |
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Argomenti: Proposte di
legge
Occhiello: Rosy Bindi, presidente del Pd:
Maroni e Calderoli diano prova di affidabilità.
Sottotitolo: Dopo Berlusconi non daremo certo
il potere agli imprenditori. È ora di badare agli interessi di tutti, non di
una parte.
ROMA - Onorevole Bindi, Calderoli vi
sfida a una fase costituente. Il Pd potrebbe starci? «Mi chiedo chi può
prendere sul serio un ministro che propone riforme
facendo parte di un governo che per tre anni non è stato in grado di avviare
alcun processo di riforma e quello
intrapreso con il federalismo fiscale lo ha poi affossato con le manovre
economiche. Detto questo, Maroni che accetta la sfida del referendum
e Calderoli che rinnega il Porcellum e vuole aprire la fase costituente sono il
segnale delle difficoltà e dei ripensamenti della Lega. Sono segnali
interessanti». E quindi, come rispondete? «Noi non cambiamo linea e abbiamo una
faccia sola. Ripetiamo che questo paese ha bisogno di riforme.
Abbiamo sostenuto la raccolta delle firme per il referendum
(senza i banchetti alle feste del Pd non ci sarebbe stato questo risultato);
presentato un disegno di legge di riforma elettorale;
chiesto una sessione dedicata alle riforme
della politica. Ma il presupposto restano le dimissioni di Berlusconi e la
formazione di un governo di responsabilità nazionale». Quella di Calderoli è
insomma una grande bugia? Come anche dire che il Carroccio fu ricattato da Udc
e Berlusconi per ottenere il Porcellum e che la sinistra fu silenziosa? «La
sinistra si oppose con determinazione al Porcellum. Oltre a fare fatica a
considerare affidabile l´interlocutore, con questo governo in carica non è
possibile alcuna fase di riforme condivise. Quando
abbiamo presentato la mozione di sfiducia a Berlusconi il 14 dicembre 2010,
chiedevamo un governo di transizione come lo chiediamo oggi. È evidente che chi
sta giocando a sfasciare il paese e sta usando l´arma delle elezioni è il
centrodestra. Sanno benissimo che non potranno reggere fino al 2013: o
accettano la nostra proposta
di governo di transizione o all´orizzonte ci sono le elezioni anticipate e lo
hanno capito anche loro». Urne più vicine dopo l´uscita di Maroni pro referendum? «Maroni si rende conto che questa legge
elettorale non consente ciò che la Lega ha in testa, ovvero non
presentarsi con Berlusconi alle prossime elezioni. L´altra strada
per smarcarsi è quella di Calderoli che ripudia il Porcellum perché ci sono le
liste bloccate, il premio di maggioranza. Due segnali precisi che i leghisti
vogliono una nuova legge elettorale
che lasci al Carroccio le mani libere». Anche per abbattere l´attuale legge-porcata e farne una nuova ci vuole un
altro governo? «Un governo affidato da Napolitano a una personalità di
prestigio, perché c´è da gestire l´emergenza economica. Se la maggioranza non
accoglie questo invito è evidente che ci sono solo le elezioni: che siano prima
della fine dell´anno o dopo, dipende dal fatto che Berlusconi decida di fare un
colpo di teatro o si affidi al logorio quotidiano». L´inserzione-appello di
Della Valle, che lei ha criticato, è una picconata al governo? «Certo è una
ulteriore picconata a Berlusconi, ma è anche una delegittimazione della
politica per noi inaccettabile. Né possiamo pensare che, dopo Berlusconi, ci
sia il governo degli imprenditori. Vogliamo una fase di transizione per fare le
riforme e anche per rilegittimare la politica.
Come dice il presidente Napolitano, la politica siamo tutti noi. Non c´è
affatto bisogno ora che qualcuno picconi qualcun altro e, dopo Berlusconi, ci
vuole un governo che curi gli interessi di tutti, non di una parte».
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"unita.it"
del 03-10-2011 |
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Argomenti: Proposte di
legge
Roma, 3 ott. (TMNews) - Dopo le aperture
del ministro Roberto Maroni all' idea di celebrare il referendum
sulla legge elettorale,
tira il freno Roberto Calderoli, coordinatore leghista e ministro. Calderoli
non ha mai finto di essere orgoglioso della legge
elettorale da lui elaborata: fu lui stesso a
definirla una 'porcata', facendola passare alla storia come il 'Porcellum'.
Ieri ne ha preso le distanze in modo definitivo, accusando Casini, Fini e
Berlusconi di averla voluta. Parlando al Tg1, Calderoli ha provato a dribblare
l' alternativa secca tra riforma elettorale,
benedetta dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, e referendum, al quale ha aperto a sorpresa il
suo collega di partito Maroni.
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"unita.it"
del 02-10-2011 |
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Argomenti: Proposte di
legge
Roma, 2 ott. (TMNews) - Roberto
Calderoli, coordinatore leghista e ministro, non ha mai finto di essere
orgoglioso della legge elettorale
da lui elaborata: fu lui stesso a definirla una 'porcata', facendola passare
alla storia come il 'Porcellum'. Oggi ne prende le distanze in modo definitivo,
accusando Casini, Fini e Berlusconi di averla voluta. Parlando al Tg1,
Calderoli prova a dribblare l' alternativa secca tra riforma
elettorale, benedetta ieri dal presidente della
Repubblica Giorgio Napolitano, e referendum,
al quale ha aperto a sorpresa il suo collega di partito Roberto Maroni.
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"libero.it"
del 02-10-2011 |
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Argomenti: Proposte di
legge
Sottotitolo: Politica.
M ilano, 2 ott. (Adnkronos) - "I referendum li fanno i comitati referendari. Noi
non ci abbiamo messo il cappello, ma i banchetti si'". Cosi' Pierluigi
Bersani, segretario del Pd, risponde alle domande di Fabio Fazio a 'Che tempo
che fa' sulle firme raccolte per il referendum,
per modificare la legge elettorale.
Se anche lui abbia firmato o no, questo Bersani non lo precisa. Quel che
sottolinea, invece, e' che "noi del Pd abbiamo presentato un nostro
progetto di riforma elettorale,
che non e' esattamente il Mattarellum. Quali altri partiti hanno presentato una
loro proposta?". A chi ha
promosso la raccolta di firme "abbiamo messo a disposizione le nostre
feste, e non siamo stati secondi a nessuno nel raccogliere le firme".
Detto questo Bersani ribadisce di avere "la testarda idea in base alla
quale i partiti devono fare il loro mestiere, fare da infrastrutture alla
societa' civile". Ma "i referendum
li fanno i comitati referendari".
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"unita.it"
del 02-10-2011 |
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Argomenti: Esempi
esteri
«Credo che ci sia davanti un grosso obiettivo,
trasformare quella attuale in una legislatura costituente». Per Roberto
Calderoli, dunque, all' orizzonte non si profilano elezioni anticipate, come
conseguenza della spinta referendaria. «C' è uno scenario preoccupante - dice
il ministro della Semplificazione, intervistato dal Tg1 - con il Nord che
cresce alla velocità della Germania e il Sud che
decresce alla velocità della Grecia. C' è una unica ricetta: il federalismo.
Completiamo il federalismo fiscale e la riforma
costituzionale che è al Senato la prossima settimana. Decideremo - osserva l'
esponente leghista - se ci sarà un Sud che vuole trascinare il Nord in basso o
viceversa». Il padre del Porcellum disconosce la creatura e rivela: la Lega lo
accettò sotto ricatto. Il ministro leghista ha affermato che
all' epoca della nascita dell' attuale legge elettorale
«la Lega ed il sottoscritto erano a favore del Mattarellum». Il Mattarellum è
il sistema elettorale che rientrerebbe di fatto in vigore qualora passasse il
referendum appena presentato in Cassazione. «Fummo ricattati da Casini e dall'
Udc», punta adesso l' indice Calderoli, «per instrodurre un sistema proporzionale, da Fini che voleva le
liste bloccate e Berlusconi che voleva il premio di maggioranza». Quanto alla
sinistra, dette la sua «collaborazione non dicendo nulla». A rafforzare il
disconoscimento, Calderoli ricorda di essere stato lui, l' autore della legge,
ad affibbiarle in nomignolo con il quale è passata ai libri di storia:
«porcata».
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"libero.it"
del 02-10-2011 |
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Argomenti: Proposte di
legge
Sottotitolo: Politica.
R oma, 2 ott. - (Adnkronos) - "Se
anche il creatore, almeno nominale, del Porcellum, il ministro Calderoli, disconosce
la sua creatura, e' veramente tempo di archiviare
questo sistema elettorale. Dopo il clamoroso successo della raccolta di firme
referendarie e dopo le prese di posizione dei Ministri della Lega Nord, il
Popolo della Liberta' non puo' piu' stare fermo e deve mettere subito sul
piatto un proposta di riforma elettorale".
E' quanto dichiara il sindaco di Roma, Gianni Alemanno. "Attraverso i
collegi, le preferenze e le primarie bisogna ricostruire il rapporto tra
elettore e de eletto, escludendo ogni ipotesi di liste bloccate calate dall'
alto", conclude.
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"larepubblica.it"
del 02-10-2011 |
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Argomenti: Proposte di
legge , Esempi esteri
Sottotitolo: L' autore del 'Porcellum':
"La Lega e io volevamo il Mattarellum, ma fummo ricattati da Udc, Fini e
Berlusconi. E la sinistra fu complice". La Russa, appoggiato da Romano e
Formigoni: "Quella attuale è un' ottima legge elettorale, vanno introdotte
preferenze".
ROMA - Voto anticipato? Il ministro della
Semplificazione Normativa Roberto Calderoli ai microfoni del Tg1 allontana l'
ipotesi. "Credo che ci sia davanti un grosso obiettivo - spiega -
trasformare l' attuale legislatura in una legislatura costituente".
"C' è uno scenario preoccupante - prosegue -. Il Nord che cresce alla
velocità della Germania, il Sud che
decresce alla velocità della Grecia. C' è una unica ricetta ed è il federalismo".
Le parole del ministro arrivano dopo l' apertura a
sorpresa di Maroni sul referendum elettorale, che ha avuto contrastanti interpretazioni. E dopo che
qualcuno, nel Pdl e nella Lega, ha letto la posizione del titolare dell'
Interno come un' implicita apertura al voto anticipato. "Completiamo il
federalismo fiscale e la riforma
costituzionale - dice Calderoli - che è al Senato la prossima
settimana. Decideremo se ci sarà un sud che vuole trascinare il nord in basso o
viceversa". Poi il ministro, padre del 'Porcellum' ammette: "La Lega
e il sottoscritto eravamo a favore della legge
precedente, il Mattarellum. Ma fummo ricattati da Casini, che voleva il
proporzionale, da Fini che voleva la lista bloccata, e da Berlusconi che voleva
il premio di maggioranza, con la complicità della sinistra, che non fece nulla
per fermare la nuova legge e poi, salita al
governo, non l' ha cambiata. Per questo fui il primo a definire quella legge una porcata". È convinto che quella
in vigore sia un' ottima legge elettorale,
ma che abbia bisogno di integrazioni il ministro della Difesa Ignazio La Russa
: "La legge elettorale
che abbiamo adesso è un' ottima legge
solo che si introducano le preferenze. L' opinione pubblica - ha detto il
ministro - ormai si è convinta, giustamente, che i cittadini devono scegliere
anche in tutto o in parte i parlamentari. E allora, cambiamo l' attuale legge elettorale
in questo senso, non buttiamo il bambino con l' acqua sporca. La legge che abbiamo adesso è un' ottima legge; si faccia solo questo cambiamento.
Semmai bisognerebbe cambiare il sistema
del premio di maggioranza al Senato, ma qui andiamo sul tecnicismo".
"La cosa che interessa ai cittadini - ha aggiunto - è scrivere sulla
scheda, come fanno alle Europee, alle Regionali e alle Comunali anche il nome
del deputato che piace loro. Ma i cittadini vogliono anche continuare a sapere
prima delle elezioni chi è il candidato presidente del consiglio, qual è la
coalizione che si candida a governare e qual è il suo programma. Non vogliono tornare
ai meccanismi antichi quando loro votavano in un modo e i partiti, dopo,
decidevano come volevano". E ha precisato: "Se si ritiene, dunque, di
ritornare alle preferenze, in 24 ore possiamo metterci d' accordo. Se qualcuno,
invece, pensa di spacciare questo cambiamento come un cavallo di Troia per
ottenere altri risultati: primo, impedire ai cittadini di scegliere il
presidente del consiglio e di tornare ad avere dieci governo in dieci anni; se
si pensa di fare una legge che faccia vincere
chi abbia un voto in meno e non un voto in più come dice l' attuale legge, allora noi non siamo assolutamente d'
accordo". Al ministro della Difesa fa eco il ministro per le Politiche
agricole, Saverio Romano : "Sono d' accordo con il ministro La Russa: è
opportuno lasciare la legge elettorale
attuale introducendo le preferenze. Cosi si può recuperare il rapporto elettore
eletto". "Sin dal 2006 e poi di nuovo nel 2008 ho depositato una proposta di legge
per la reintroduzione delle preferenze che garantisca da un lato il permanere
del bipolarismo e la scelta del premier e dall' altro la possibilità degli
elettori di scegliersi e determinare i propri rappresentanti. A tutti coloro
che chiedono a gran voce il recupero del
rapporto elettore-eletto, dico che basta prendere o il mio disegno di legge o qualsiasi altro simile al mio e
portarlo subito in Parlamento". E l' ipotesi di un 'Porcellum' con le
preferenze è sostenuta dal governatore della Lombardia Roberto Formigoni .
"Resterebbe una legge maggioritaria, col
premio di maggioranza che impone ai partiti di coalizzarsi prima delle elezioni
e resterebbe una legge in cui l' elettore
sceglie il premier, la coalizione attorno al premier e, in più, con la mia proposta, anche il deputato e il senatore che
preferisce". "Questa riforma - aggiunge - può
essere fatta in tempi rapidissimi, volendo in 2 settimane, e smina il referendum".
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"unita.it"
del 02-10-2011 |
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Argomenti: Proposte di
legge
Roma, 2 ott. (TMNews) - Son davvero più
vicine le elezioni, dopo le parole di ieri del ministro Maroni che ha
apprezzato il referendum sulla legge elettorale?
"Io penso che abbiamo davanti un grande obiettivo" che è quello di
decidere se quella in corso può esser ancora una legislatura costituente che
vari la "legge costituzionale sul
federalismo". Così il ministro per la semplificazione, Roberto Calderoli,
risponde al tg1; quanto al referendum elettorale, Calderoli ricorda che la Lega era a
favore del 'Mattarellum', ma, aggiunge, "fummo ricattati da Casini che
voleva un meccanismo proporzionale, da Fini che voleva la lista bloccata, e da
Berlusconi che voleva il premio di maggioranza". Il tutto con la
complicità della sinistra che, quando andò al governo "non fece nulla per
cambiarla". Non a caso, sottolinea Calderoli, "fui io il primo a
definirla 'una porcata'", da cui il nomignolo (coniato da Giovanni
Sartori) 'Porcellum'.
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"Avvenire"
del 02-10-2011 |
CRONACA |
Pagina: 9 |
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Argomenti: Proposte di
legge
Referendum elettorale
Maroni apre: si faccia «Tante firme, impossibile non tenerne conto» DA ROMA
GIOVANNI GRASSO N el dibattito su referendum
e legge elettorale
piomba come un macigno il via libera forte e chiaro del ministro dell' Interno
Roberto Maroni. Il quale si dice positivamente impressionato dal grande numero
di firme (circa un milione e duecentomila) depositate in Cassazione. E si
schiera decisamente affinché la consultazione referendaria, una volta passato
il doppio vaglio Cassazione-Corte Costituzionale, si svolga liberamente. Ma,
soprattutto, chiede che l' eventuale riforma
elettorale in Parlamento si indirizzi verso il
quesito referendario, che vorrebbe la reintroduzione del Mattarellum. «Sono rimasto
impressionato - ha detto il titolare del Viminale - dal numero di firme
raccolte in così poco tempo: anche questo è un segnale forte,
sono dell' opinione che vada ascoltato e che si debba procedere al referendum». Poi ha aggiunto: «Non so se il Parlamento si metterà a riformare la legge elettorale, ma se lo fa dovrebbe riformarla
nel senso del referendum ». Maroni prende dunque una posizione decisa.
Non solo contro l' attuale Porcellum, peraltro ideato proprio da un suo
compagno di partito, Roberto Calderoli. Ma anche a favore dell' uninominale
maggioritario con recupero proporzionale. Un sistema che polarizza sulle ali
destra-sinistra, rendendo praticamente vana l' utilità marginale di una terza
forza centrale, come ben ricordano gli ex-Popolari di Martinazzoli. Ma che
rende anche più ardua la possibilità dei leghisti di correre da soli al Nord.
L' esternazione di Maroni ha trovato un immediato controcanto proprio da parte
Calderoli, che ha proposto di approvare
prima la riforma della forma di
Stato, il bicameralismo e la riduzione del numero dei parlamentari; e, nelle
more del lungo esame che la riforma della Costituzione
impone, procedere con «la riforma della legge elettorale,
necessaria non tanto per evitare il referendum
quanto per adeguare il sistema elettorale ai principi
della nuova forma di Stato e di governo conseguenti alla riforma
costituzionale». Con lui si sono immediatamente schierati Fabrizio Cicchitto e
Gaetano Quagliariello, due degli uomini più vicini a Silvio Berlusconi. E non è
certo un caso, visto che proprio il premier, nell' ultimo vertice del Pdl, ha
dato mandato ai suoi di studiare una riforma
della legge elettorale,
capace di attirare nell' orbita del Pdl anche l' Udc di Pier Ferdinando Casini.
Quagliariello, che boccia l' idea di reintrodurre le preferenze, si dice invece
d' accordo con Calderoli per «arrivare al varo di una nuova legge
elettorale dopo la prima lettura al Senato e
alla Camera del progetto di revisione costituzionale ». E così anche Cicchitto.
Al coro si è aggiunto il ministro 'responsabile' Saverio Romano, per il quale
bisogna evitare «l' abuso dello strumento referendario su questioni che sono di
naturale competenza del legislatore». La partita sulla legge
elettorale è strettamente legata alla durata
della legislatura e alla leadership e al futuro del centrodestra. Berlusconi e
i suoi (con qualche eccezione, come il portavoce Capezzone, radicale e
referendario della prima ora e Osvaldo Napoli, in chiave antiproporzionale) non
fanno mistero di considerare il referendum
come fumo negli occhi. Hanno infatti il timore - come è successo già di recente
per le ultime consultazioni su acqua, nucleare e legittimo impedimento - che si
trasformi in una sorta di plebiscito anti-Cavaliere, con conseguenti delegittimazione
delle Camere, elette con il Porcellum, ed elezioni anticipate nel peggiore dei
modi. Del resto, qualcuno che conta, all' interno del Pdl, ha ricordato in
questi giorni che la fine di Craxi e della Prima Repubblica fu accelerata
proprio dal referendum di Segni sulla
preferenza. La prospettiva, invece, di mettere mano alle riforme
costituzionali dello Stato (e di neutralizzare il referendum
cambiando in Parlamento la legge elettorale)
potrebbe essere un serio motivo per arrivare senza troppi scossoni a fine
legislatura. Il punto è che sulla nuova legge
elettorale da approvare, all' interno dei
partiti c' è una vera e propria babele di lingue. Per questo Casini si dice
convinto che, pur di evitare il referendum
e di votare con l' attuale legge, alla fine il
centrodestra porterà il Paese alle urne anticipate. Mentre il ministro Palma
(con il già citato Napoli), in controtendenza, si dice scettico sulla
possibilità di una riforma in Parlamento e si
esprime a favore del referendum. Da Cicchitto,
Quagliariello e Calderoli arriva però uno stop immediato: modifichiamo il
Porcellum in Parlamento, ma solo dopo il varo delle riforme
costituzionali Il ministro leghista, Roberto Maroni.
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"Il
Sole 24 Ore" del
02-10-2011 |
Politica e societa' |
Pagina: 16 |
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Argomenti: Aspetti
Legali , Proposte di legge , Esempi esteri
Occhiello: Legge elettorale. Il ministro:
firme segnale importante, si vada al voto - Alfano: ok ma resti il bipolarismo.
Sottotitolo: Schifani: riforma in Parlamento
- Fini: fare anche le modifiche alla Costituzione - LA POLEMICA - Nel Pdl sono
in molti a pensare che «l' uscita» del ministro padano punti a far cadere il
Governo e andare alle urne con questa legge.
ROMA. Quella di Roberto Maroni sembra
quasi una provocazione lanciata dentro una maggioranza sull' orlo di una crisi
di nervi. E lui, con il suo appoggio al referendum,
la crisi la scatena. «Sono rimasto impressionato dal numero di firme raccolte
in così poco tempo: anche questo è un segnale forte, sono dell' opinione che
vada ascoltato e che si debba procedere al referendum».
Così il ministro dell' Interno dà il suo endorsement anti-Porcellum: una mossa
che molti big del Pdl considerano l' ennesimo scossone di Maroni per far cadere
Silvio Berlusconi e andare alle urne con questa legge,
molto conveniente per la Lega. Ma c' è chi queste sue parole con una postilla
interpretiva in più: puntare allo strappo e insieme dare uno stop a Calderoli -
autore del Porcellum "bocciato" dal milione di firme - e ultimamente
molto attivo nella scalata alla leadership padana. «Non so se il Parlamento
riformerà la legge elettorale
- insiste Maroni - ma se lo fa dovrebbe farlo nel senso del referendum».
Provocazioni su provocazioni che confermano quanto Maroni voglia ritagliarsi un
ruolo autonomo ed essere lui a disegnare l' exit strategy leghista. E infatti
dentro la maggioranza è un fuoco di sbarramento al referendum
i cui effetti sono assai temuti dalla gran
parte dei parlamentari "nominati" e non eletti che con la vittoria
del sì al referendum rischierebbero
lo scranno da deputato. Dunque, nel Pdl c' è stata tutta una corsa a
rassicurare e a garantire che sarà il Parlamento a fare una nuova legge che riporti le preferenze ma mantenga il
bipolarismo e l' indicazione del candidato premier, come dice per esempio Angelino Alfano o anche La Russa. Ma
soprattutto quella che avanza è la proposta
di mettere insieme regole elettorali e riforme costituzionali. È questa la strada che propone Fabrizio Cicchitto,
presidente deputati del Pdl, che dà ragione a Roberto Calderoli, il primo a
proporre l' abbinamento. Abbinamento utile a prendere tempo e a rinviare tutto
fino alla fine della legislatura. «Si potrebbero fare le due cose
insieme e riuscire ad approvarle nella primavera 2012», dice un ottimista
Calderoli autore forse pentito del Porcellum. «È compito del Parlamento farsi
carico di individuare delle soluzioni che risolvono il problema del rapporto
tra eletto ed elettore», diceva pure Renato Schifani riprendendo le parole del
Quirinale e rafforzando le dichiarazioni di Cicchitto e Gaetano Quagliariello,
propensi a unire riforme costituzionali
e nuova legge. Ma è Gianfranco
Fini a individuare quale potrebbe essere - e forse sarà - la vera scappatoia di
un Parlamento terrorizzato dal referendum. «Ci può essere
la scappatoia di chi dice che è meglio andare a votare con questa legge», dice il presidente della Camera e
siccome anche lui teme un voto anticipato si spende per la soluzione "costituzionale": «La legge
elettorale è importante, ma non si può fare se
prima non si fa una riforma complessiva delle
istituzioni». Sempre dal terzo polo ma con idee diverse e forse più
pragmatiche, Pier Ferdinando Casini lo dice chiaro: «Si andrà al voto, non si
farà né il referendum né una nuova legge». Già perché solo lo scioglimento anticipato
della legislatura - a patto che la Consulta dia il via libera al referendum - farebbe saltare il quesito
impedendo ai cittadini di votare il quesito. Intanto nel Pd si litiga. Arturo
Parisi - tra i promotori della prima ora insieme ai democratici Salvatore
Vassallo e Stefano Ceccanti - oggi portato in trionfo per il successo di firme,
punta il dito contro Pierluigi Bersani: «Prodi ha messo la sua limpida firma
sul quesito, Bersani no». Ma il segretario del Pd cerca di spiegare come mai
non ha schierato il partito e nemmeno se stesso. «È una vicenda in cui abbiamo
messo ordine, abbiamo aiutato la raccolta firme, abbiamo fatto un disegno di legge elettorale,
siamo andati incontro a qualcosa che si era mosso prima di noi. Il partito che
ho in testa si comporta così». Ma l' insoddisfazione dentro e fuori il Pd è
tanta per essere stati un passo indietro mentre Di Pietro e Vendola - al solito
- sono stati in prima linea. E autoconsolatorio appare anche Angelino Alfano il
quale tenta un paragone forse non felicissimo tra Pdl e lumache: «Come noi
vanno sull' asciutto e sul bagnato: noi siamo idonei a vincere con ogni sistema elettorale».
E così apre a un sitema di regole nuovo «purché salvi il bipolarismo e l'
indicazione del premier». © RIPRODUZIONE RISERVATA LUNEDÌ SUL SOLE 24 ORE Nel
numero in edicola domani una ricognizione sulla posizione dei partiti in
materia elettorale: dalla legge Mattarella al sistema
ungherese, scelto dal Partito democratico Le posizioni dei partiti sul sistema di voto Pdl, sì a preferenze ma nel
bipolarismo Favorevoli al sistema spagnolo Il
segretario del Pdl Angelino Alfano ha delineato le linee guida per una riforma elettorale:
ritorno alle preferenze per ridare agli elettori il diritto di scegliersi i
parlamentari ma conservando il bipolarismo. Tra i modelli il Pdl guarda con
interesse al sistema spagnolo Al
Carroccio piace il proporzionale Germania
o Spagna i riferimenti La Lega è in teoria favorevole a un sistema
proporzionale (soprattuto in uno scenario di corsa senza Pdl): quando a maggio
il Carroccio sondò le opposizioni per capire la disponibilità ad una riforma della legge
elettorale, si ricominciò a parlare del modello
tedesco e spagnolo L' Udc schierata sul modello tedesco Riforma
da fare in Parlamento Due i riferimenti del partito di Casini: superamento del
bipolarismo e sistema proprorzionale con
preferenze. Per questo i centristi sono da sempre sostenitori del sistema tedesco. La riforma
va realizzata in Parlamento e non attraverso il referendum
Per i democratici sistema ungherese
Ripartizione mista Il partito ha una posizione ufficiale formalizzata in
Parlamento che ricalca il modello ungherese: il 70% dei seggi è assegnato in
collegi uninominali maggioritari a doppio turno, il 30% con metodo
proporzionale. Esponenti del Pd sono tra i promotori del referendum
Ritorno al Mattarellum con il voto popolare Tra i promotori insieme a Sel Il
partito di Antonio Di Pietro è, con Sel di Nichi Vendola, tra i promotori del referendum elettorale
che, nel caso di vittoria dei sì, avrebbe l' effetto di cancellare il
«Porcellum» e riportare in vita il «Mattarellum», sistema
misto (75% maggioritario, 25% proporzionale) No alle preferenze, sì a collegi
uninominali No al proporzionale puro Gianfranco Fini è schierato per il
superamento dell' attuale bipolarismo garantendo però l' alternanza. No a un sistema proporzionale puro e alle preferenze,
sì al ritorno ai collegi uninominali. Il partito sostiene il referendum.
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"Libero"
del 02-10-2011 |
Pagina: 2 |
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Argomenti: Proposte di
legge
prima è quella della legge
elettorale, che tanto è imposta dal referendum. La seconda è quella di accorciare
le legislature da5 a 4 anni perché non reggono più per tanto tempo. Guardi, i
parlamentari tanto non li taglieranno mai. Ma questa riforma
si può fare. E Berlusconi può uscire così con l' ono re delle armi. E dare
tempo al suo partito di ristrutturarsi». Così fermerebbe i vari Della Valle?
«Forse sì, anche perché tutto il resto mi sembra in bambola. Per il Pdl
basterebbe ricostruirsi con l' unico modello di partito vero:la Dc.Nonperfare
ilpartitodei cattolici, anzi. Ma un partito vero. Così fermerebbero gli
indignados conunprodotto politicovero. Che è l' unica alternativa a quel che c'
è adesso». E Della Valle? «Magari avrà il merito di mettere in moto tutto
questo». E magari pensa pure di mettersene alla testa. Ma questo Mastella non
lo dice.
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"Il
Sole 24 Ore" del
02-10-2011 |
Politica e societa' |
Pagina: 16 |
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Argomenti: Esempi
esteri
Germania o Spagna i riferimenti
La Lega è in teoria favorevole a un sistema
proporzionale (soprattuto in uno scenario di corsa senza Pdl): quando a maggio
il Carroccio sondò le opposizioni per capire la disponibilità ad una riforma della legge elettorale,
si ricominciò a parlare del modello tedesco e spagnolo.
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di Lina Palmerin. |
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"Il
Sole 24 Ore" del
02-10-2011 |
Politica e societa' |
Pagina: 16 |
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Argomenti: Aspetti
Legali , Proposte di legge , Esempi esteri
Sottotitolo: Legge elettorale. Il ministro: firme
segnale importante, si vada al voto - Alfano: ok ma resti il bipolarismo Maroni
apre sul referendum Schifani: riforma in Parlamento - Fini: fare anche le
modifiche alla Costituzione LA POLEMICA Nel Pdl sono in molti a pensare che «l'
uscita» del ministro padano punti a far cadere il Governo e andare alle urne
con questa legge.
ROMA. Quella di Roberto Maroni sembra
quasi una provocazione lanciata dentro una maggioranza sull' orlo di una crisi
di nervi. E lui, con il suo appoggio al referendum,
la crisi la scatena. «Sono rimasto impressionato dal numero di firme raccolte
in così poco tempo: anche questo è un segnale forte, sono dell' opinione che
vada ascoltato e che si debba procedere al referendum».
Così il ministro dell' Interno dà il suo endorsement anti-Porcellum: una mossa
che molti big del Pdl considerano l' ennesimo scossone di Maroni per far cadere
Silvio Berlusconi e andare alle urne con questa legge,
molto conveniente per la Lega. Ma c' è chi queste sue parole con una postilla
interpretiva in più: puntare allo strappo e insieme dare uno stop a Calderoli -
autore del Porcellum "bocciato" dal milione di firme - e ultimamente
molto attivo nella scalata alla leadership padana. «Non so se il Parlamento
riformerà la legge elettorale
- insiste Maroni - ma se lo fa dovrebbe farlo nel senso del referendum».
Provocazioni su provocazioni che confermano quanto Maroni voglia ritagliarsi un
ruolo autonomo ed essere lui a disegnare l' exit strategy leghista. E infatti
dentro la maggioranza è un fuoco di sbarramento al referendum
i cui effetti sono assai temuti dalla gran
parte dei parlamentari "nominati" e non eletti che con la vittoria
del sì al referendum rischierebbero
lo scranno da deputato. Dunque, nel Pdl c' è stata tutta una corsa a
rassicurare e a garantire che sarà il Parlamento a fare una nuova legge che riporti le preferenze ma mantenga il
bipolarismo e l' indicazione del candidato premier, come dice per esempio Angelino Alfano o anche La Russa. Ma soprattutto quella che avanza è la proposta
di mettere insieme regole elettorali
e riforme costituzionali. È questa la strada che propone Fabrizio Cicchitto,
presidente deputati del Pdl, che dà ragione a Roberto Calderoli, il primo a
proporre l' abbinamento. Abbinamento utile a prendere tempo e a rinviare
tutto fino alla fine della legislatura. «Si potrebbero fare le due cose insieme
e riuscire ad approvarle nella primavera 2012», dice un ottimista Calderoli
autore forse pentito del Porcellum. «È compito del Parlamento farsi carico di
individuare delle soluzioni che risolvono il problema del rapporto tra eletto
ed elettore», diceva pure Renato Schifani riprendendo le parole del Quirinale e
rafforzando le dichiarazioni di Cicchitto e Gaetano Quagliariello, propensi a
unire riforme costituzionali
e nuova legge. Ma è Gianfranco
Fini a individuare quale potrebbe essere - e forse sarà - la vera scappatoia di
un Parlamento terrorizzato dal referendum. «Ci può essere
la scappatoia di chi dice che è meglio andare a votare con questa legge», dice il presidente della Camera e
siccome anche lui teme un voto anticipato si spende per la soluzione "costituzionale": «La legge
elettorale è importante, ma non si può fare se
prima non si fa una riforma complessiva delle
istituzioni». Sempre dal terzo polo ma con idee diverse e forse più
pragmatiche, Pier Ferdinando Casini lo dice chiaro: «Si andrà al voto, non si
farà né il referendum né una nuova legge». Già perché solo lo scioglimento
anticipato della legislatura - a patto che la Consulta dia il via libera al referendum - farebbe saltare il quesito
impedendo ai cittadini di votare il quesito. Intanto nel Pd si litiga. Arturo
Parisi - tra i promotori della prima ora insieme ai democratici Salvatore
Vassallo e Stefano Ceccanti - oggi portato in trionfo per il successo di firme,
punta il dito contro Pierluigi Bersani: «Prodi ha messo la sua limpida firma
sul quesito, Bersani no». Ma il segretario del Pd cerca di spiegare come mai
non ha schierato il partito e nemmeno se stesso. «È una vicenda in cui abbiamo
messo ordine, abbiamo aiutato la raccolta firme, abbiamo fatto un disegno di legge elettorale,
siamo andati incontro a qualcosa che si era mosso prima di noi. Il partito che
ho in testa si comporta così». Ma l' insoddisfazione dentro e fuori il Pd è
tanta per essere stati un passo indietro mentre Di Pietro e Vendola - al solito
- sono stati in prima linea. E autoconsolatorio appare anche Angelino Alfano il
quale tenta un paragone forse non felicissimo tra Pdl e lumache: «Come noi
vanno sull' asciutto e sul bagnato: noi siamo idonei a vincere con ogni sistema elettorale».
E così apre a un sitema di regole nuovo «purché salvi il bipolarismo e l'
indicazione del premier». © RIPRODUZIONE RISERVATA LUNEDÌ SUL SOLE 24 ORE Nel
numero in edicola domani una ricognizione sulla posizione dei partiti in
materia elettorale: dalla legge Mattarella al sistema
ungherese, scelto dal Partito democratico.
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"Il
Sole 24 Ore" del
02-10-2011 |
Politica e societa' |
Pagina: 16 |
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Argomenti: Esempi
esteri
Favorevoli al sistema
spagnolo Il segretario del Pdl Angelino Alfano ha delineato le linee guida per
una riforma elettorale:
ritorno alle preferenze per ridare agli elettori il diritto di scegliersi i
parlamentari ma conservando il bipolarismo. Tra i modelli il Pdl guarda con
interesse al sistema spagnolo.
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"Il
Sole 24 Ore" del
02-10-2011 |
Prima |
Pagina: 1 |
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Argomenti: Proposte di
legge
Apprezzamento di Roberto Maroni sul referendum che mira a modificare la legge elettorale:
«Impressionato dal numero di firme, è un segnale forte che va ascoltato, credo
che si debba procedere» ha detto il ministro leghista. Per il presidente del
Senato Renato Schifani la riforma va fatta in
Parlamento, mentre per quello della Camera Gianfranco Fini deve andare di pari
passo con le modifiche alla Costituzione. Il segretario Pdl Angelino Alfano:
salvare il bipolarismo.u pagina 16.
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"L'Unità"
del 02-10-2011 |
Pagina: 3 |
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Argomenti: Proposte di
legge
Occhiello: «Il messaggio va ascoltato si
proceda al voto». Fini: riformiamo la legge con scelte condivise.
Sottotitolo: Staino.
Il ministro dell' Interno Roberto Maroni referendum - possa «staccare la spina»
solleticando gli ambienti Pdl convinti che sia «più lucroso» votare nel 2012
con il Porcellum, prima che «il referendum
imponga il ritorno al vecchio sistema». Dalle parti del Cavaliere, però, le
risposte agli interrogativi suscitati dalle parole di Maroni non sono univoche
e volte «al pessimismo». Se per Mario Landolfi «Berlusconi deve scavallare il referendum e definiresubito unanuova legge elettorale
che piaccia a Bossi e Casini, tenendo presente che il premio di maggioranza è
la linea Maginot del Pdl», per Giorgio Stracquadanio «bisogna definire un'
intesa anche con il Pd senza contrapporsi al milione e passa di referendari».
dubbisullereali intenzionidella Lega, «che vuole un sistema che le consenta di
andare da sola al voto», e i «niet» di Casini - «che vede il Pdl in affanno e
cerca di porsi nella condizione migliore per lucrare voti» - iniettano nel
Cavaliere la convinzione«che mancano oggi le condizioni politiche per una riforma Il premier cambia strategia I Una
cartolina per la manifestazione Pd del 5 novembre. C' è scritto: «Dimissioni»
duecentomila italiani, tra i quali si contano molti nostri elettori».
Individuata «la trappola», in sostanza, il Cavaliere mette in guardia i suoi:
«non possiamo più difendere l' attuale legge
elettorale». L' obiettivo è quello di
«neutralizzare l' equazione referendum=fine di
Berlusconi» mettendo nel conto che una riforma
si può definire «dopo la consultazione se non ci si riesce prima». Da questo
punto di vista, sperano gli ottimisti berlusco.
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"lastampa.it"
del 02-10-2011 |
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Argomenti: Esempi
esteri
Sottotitolo: Pochi mesi per le nuove regole o
si torna al "Mattarellum"
ROMA Nessuno è perfetto e ciò vale in special
modo per i sistemi elettorali.
Se con il "porcellum" frotte di candidati "romani-de Roma"
figurano eletti in Sicilia e se ad esempio
la catanese Anna Finocchiaro figura eletta in Emilia, si capisce perché un
milione e duecento mila italiani sono ansiosi di eliminare questa stortura. Ma
anche il cosidetto "mattarellum" aveva le sue pecche: alcuni
ricordano ancora il piatto fumante di spaghetti all' amatriciana che dieci anni
fa il margheritino Piscitello si fece preparare alle tre del mattino per affrontare
meglio lo scontro finale con comunisti e diessini sui posti migliori. Perché
quando si votava col "mattarellum", i partiti erano usi ad un
preliminare "mercato delle vacche", come veniva bonariamente detto,
per piazzare i loro candidati nei collegi rigorosamente divisi per fasce: 1)
sicuri, 2)incerti, 3)rischiosi. Fatte le liste, la palla passava sì ai
candidati che dovevano vedersela sul campo, ma il più era fatto. La scelta
degli eletti Per capire quanto sia difficile che il referendum sia evitato con
un' intesa in zona Cesarini tra i partiti su un nuovo sistema
di voto, basta guardare l' elenco delle proposte depositate al Senato e puntare
i riflettori sulle due esigenze che ogni sistema
elettorale deve soddisfare: la scelta del
rappresentante del popolo e la scelta del governo. Per soddisfare la prima, ci
sono tre sistemi: il collegio
uninominale, dove un candidato vince in ogni collegio, consentendo ai cittadini
di individuare il rappresentante del territorio. Secondo, la lista bloccata,
cioè una serie di nomi dietro un simbolo di partito. E' la principale anomalia
del "porcellum", dove passano i primi 20-30 eletti di queste
maxi-liste affisse sui cartelloni fuori dai seggi ma non sulle schede elettorali. Terzo, le preferenze della prima
Repubblica, quando sulla scheda c' era il partito e accanto al simbolo si
potevano indicare i candidati preferiti. I quali, per farsi pubblicità e
vincere la competition interna, avevano bisogno di spendere e spandere, con
tutti i rischi connessi al bisogno di finanziamenti e di pratiche clientelari.
La scelta del governo Su questo fronte, ci sono due filosofie: la prima è
produrre una fotografia esatta del voto degli elettori, lasciando ai partiti l'
onere di allearsi dopo le elezioni. E' il sistema
proporzionale in voga in Germania,
dove la Merkel fu però costretta alla grande
coalizione democristiani-socialdemocratici perché non si poteva stabilire un
vincitore. La seconda è interpretata dagli altri sistemi
elettorali che fanno in modo che il voto degli elettori
venga "curvato" per avere una maggioranza di governo. Sempre con un
premio di maggioranza, più o meno nascosto ai partiti più grandi,
sia col "mattarellum", che col sistema
spagnolo o francese. Con il
"porcellum", il maxi-premio di maggioranza garantisce alla coalizione
vincitrice il 54% dei seggi alla Camera e il 55% in ogni regione al Senato.
Tradotto, se uno schieramento vince col 35% ha 340 deputati e tutti gli altri
schieramenti perdenti solo 278, più i 12 eletti all' estero
da ripartire. Con il Mattarellum, il 75% dei seggi vengono assegnati in collegi
uninominali maggioritari, dove chi prende più voti viene eletto. Mentre l'
altro 25% viene assegnato con un recupero proporzionale che garantisce la
presenza anche dei piccoli partiti. Il difetto grave è la frammentazione,
perché le coalizioni si spartiscono preventivamente i collegi, il che favorisce
il potere di veto di piccole formazioni. Sistema
spagnolo o "magiaro"? A questo punto, le forze politiche hanno di
fronte tre ipotesi: il centrodestra non vuole le preferenze, nè i collegi
uninominali. E propende per il modello spagnolo che consente liste bloccate più
piccole con collegi corrispondenti a una provincia, mentre oggi hanno l'
ampiezza di mezza regione alla Camera e di una al Senato. L' Udc vorrebbe le
preferenze e il Pd invece i collegi uniminali, possibilmente a doppio turno. Il
sistema ungherese o "magiaro"
indicato dal Pd prevede il 70% di collegi uninominali assegnati col
maggioritario a doppio turno e il 30% con il proporzionale. Per garantire la
governabilità, il centrodestra vorrebbe tenere il premio di maggioranza ma
ridotto, il Pd il doppio turno, dove chi arriva primo ha la maggioranza. E l'
Udc vuole il proporzionale per fare l' ago della bilancia dopo il voto.
Esigenze in rotta di collisione tra loro, ma di sicuro dopo la condanna piovuta
dal Colle sul "porcellum", sono in pochi a credere possibile che si
voti in primavera. "E inoltre - mette le mani avanti il costituzionalista
del Pd Stefano Ceccanti - se credono di bloccare il referendum introducendo
solo le preferenze al "porcellum" si sbagliano di grosso..."
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"Corriere
della Sera" del
02-10-2011 |
Primo Piano |
Pagina: 2 |
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Argomenti: Proposte di
legge
Sottotitolo: «Nuova legge elettorale». La Russa:
si fa in 48 ore.
ROMA - Quella valanga di firme per il referendum elettorale,
un milione e 210 mila, non poteva restare ignorata. Come un sasso nello stagno
ieri ha scosso i partiti e il primo a battere un colpo è stato il ministro
dell' Interno, Roberto Maroni: «Sono rimasto impressionato dal numero di firme
raccolte in così poco tempo, quindi è un segnale forte che va ascoltato e credo
che si debba procedere al referendum. Non so se il
Parlamento si metterà a riformare la legge elettorale, ma se lo fa dovrebbe riformarla
nel senso del referendum». Un' uscita a sorpresa, quella del ministro leghista,
suonata a molti anche come un' indiretta sconfessione del «Porcellum»,
architettato anche dal suo amico e collega di partito Roberto Calderoli.
Il «Porcellum», lo ricordiamo, è il sistema elettorale
vigente: proporzionale con liste bloccate, in cui l' elettore cioè non può
esprimere preferenze e i candidati vengono eletti secondo l' ordine di
presentazione, in base ai seggi ottenuti dalla singola lista. Il referendum vorrebbe ripristinare invece il
«Mattarellum» che c' era prima: un sistema misto in cui, però, per la parte
maggioritaria, che è prevalente, viene eletto il candidato che ottiene più
voti. Comunque sia, sospinta da questa montagna di firme e invocata due giorni
fa pure da Giorgio Napolitano, la nuova legge
elettorale adesso tiene banco. Il presidente
del Senato, Renato Schifani, è categorico: «Quello del Capo dello Stato è un
appello che non può restare inascoltato ed è compito del Parlamento farsene
carico, individuare delle soluzioni che risolvano il problema grave della
disaffezione dell' elettore nei confronti della politica». Tradotto: prima del
voto popolare, ci pensi la politica. Anche se Daniele Capezzone, radicale in
gioventù e oggi portavoce del Pdl, dice: «Sbaglia chi demonizza il referendum». Di certo, il dibattito nella
maggioranza, dopo le parole di Maroni, ha subìto un' accelerata. Per il
ministro della Difesa, Ignazio La Russa, in Parlamento non ci vorranno per
forza tempi biblici: «Se si vuole cambiare la legge
elettorale solo per introdurre le preferenze,
mantenendone l' impianto, lo si può fare in 48 ore...». Plaude il
vicepresidente del Senato, Domenico Nania: «Un semplice emendamento di poche
righe consentirebbe a questa legge (il Porcellum, ndr )
di essere la più democratica in circolazione». Il vicecapogruppo del Pdl alla
Camera, Osvaldo Napoli, sembra invece pensarla come Maroni: «La volontà dei
cittadini va rispettata e sotto questo aspetto la permanenza del governo
Berlusconi ne è la migliore garanzia». E qual è l' opinione del ministro
Calderoli, cioè colui che, insieme ad altri, escogitò il «Porcellum» o «legge porcata» che dir si voglia? «La riforma della legge
elettorale potrebbe essere approvata nella
primavera del 2012. Ma non per evitare il referendum...»,
sottolinea il ministro della Semplificazione, che in Parlamento - spiega - l'
anno prossimo vorrebbe riuscire a tagliare anche il difficile traguardo della riforma costituzionale. E' d' accordo con lui
Fabrizio Cicchitto, il capogruppo del Pdl a Montecitorio: «Quanto al metodo elettorale, però, io dico no al sistema delle
preferenze, che fu una delle cause della crisi della Prima Repubblica». Il
presidente della Camera, Gianfranco Fini, osserva malizioso: «Ci può essere la
scappatoia di chi dice che è meglio andare a votare con questa legge», cioè con il «Porcellum» già l' anno
prossimo, nel 2012, mandando tutto all' aria. Pensiero condiviso dal leader
dell' Udc, Pier Ferdinando Casini, secondo il quale non ci sarà il referendum e neppure la riforma
parlamentare: «Si andrà al voto». Anticipato, naturalmente. Dal centrosinistra,
invece, arrivano soprattutto attestati di apprezzamento per Maroni: «Le sue mi
sembrano parole oneste», dice Arturo Parisi, coordinatore politico del Comitato
referendario. Più incalzante Rosy Bindi, la presidente del Pd: «Maroni fa bene
a prendere sul serio il referendum, ma ora deve
essere capace di controllare i suoi amici della maggioranza, perché non siano
tentati di sciogliere le Camere. Un milione di firme sono una cosa seria, ma se
anche Maroni fa sul serio, allora deve aiutare a creare le condizioni per un
governo di responsabilità nazionale. Che è l' unico modo per fare in Parlamento
una legge elettorale
condivisa». Fabrizio Caccia RIPRODUZIONE RISERVATA.
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"Corriere
della Sera" del
02-10-2011 |
Primo Piano |
Pagina: 3 |
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Argomenti: Proposte di
legge
Occhiello: Dietro le quinte Sospetti sul
ministro: uscita sorprendente.
ROMA - Dopo l' ennesima settimana di fuoco,
Silvio Berlusconi si prende una pausa, vola a Milanello, carica i rossoneri in
vista del match di stasera con la Juve ed entra in ritiro pure lui per
concentrarsi su Banca d' Italia e decreto sviluppo. Se ne parlerà a inizio
settimana, martedì o mercoledì, in un vertice di maggioranza ufficialmente
convocato per discutere di «economia», in realtà per mettere a punto la scelta
per Palazzo Koch e respingere l' offensiva che arriva - sempre più pressante -
dal fronte imprenditoriale. Il Cavaliere - raccontano - vive come una sorta di
ingiusto tradimento le critiche durissime che gli arrivano dagli industriali, e
certo non ha gradito il manifesto di Diego Della Valle contro i politici che
non pensano al bene del Paese. Ma - dicono i suoi - non sono queste le mine che
vede disseminate sul suo cammino: «Anche Napolitano ha preso le distanze dall'
antipolitica» e non saranno dunque Della Valle o Montezemolo «a far cadere un
governo che gode della fiducia del Parlamento». E che, è la sua fermissima
intenzione, deve «andare avanti fino al 2013» per «raggiungere il pareggio di
bilancio», varare «una grande riforma fiscale» e dare al
Paese «una nuova architettura istituzionale». Ma se questi sono gli obiettivi
massimi, non si perdono di vista quelli minimi e immediati. Il primo dei quali
è superare lo snodo del referendum, che potrebbe
rappresentare sia l' àncora di salvezza per il governo, sia la mannaia che ne
decreta la fine. È infatti giudicata «sorprendente» l' uscita di Bobo Maroni
sul referendum (va fatto svolgere
e va bene una legge come il
Mattarellum). C' è chi, nella stessa cerchia ristretta dei collaboratori del
premier, ritiene che «Bobo si sia solo voluto mettere al centro della scena,
intercettando un sentimento popolare». E c' è chi invece ritiene che il calcolo
del ministro sia più sottile: «Vuole andare al voto anticipato, per spezzare l'
asse tra Bossi e Berlusconi e prendersi la Lega». In ogni caso, le
diverse lingue parlate dalla Lega sul referendum,
nonché le proposte in ordine sparso che fioccano nella maggioranza su un'
ipotesi di nuova legge elettorale, fanno ritenere molto difficile il varo di una riforma
che impedisca lo svolgimento della consultazione. Ufficialmente,
sia la Lega con Calderoli sia il Pdl con Cicchitto e Quagliariello indicano la
strada da seguire: prima si dovrà votare la riforma
istituzionale, poi la si completerà con la legge
elettorale. Ma i dubbi di Osvaldo Napoli («È
verosimile che tutto ciò accada entro maggio, con questo clima?») sono gli
stessi che nutre Berlusconi. Che si starebbe convincendo dell' impossibilità di
impedire il voto sul referendum, ma anche della
relativa utilità che si potrebbe trarre dal non mettersi di traverso alla
consultazione referendaria: se - è il ragionamento che si fa nel suo entourage
- si fissa il voto sul referendum a giugno, si
lavorerà dopo l' estate ad una nuova legge,
e il governo potrà andare avanti senza scossoni. Sempre che lo «scossone» non
arrivi da altri fronti: economia, giustizia, o il tanto temuto «incidente» che
porterebbe a questo punto - teme il premier - più a un governo tecnico o
istituzionale che al voto. Per questo, bisogna comunque tenere caldo il tema
delle riforme e della legge elettorale,
mostrarsi attivi e al lavoro. E soprattutto pronti ad adattare la strategia alla
situazione contingente, perché «bisogna andare avanti fino al 2013». Paola Di
Caro RIPRODUZIONE RISERVATA.
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"Corriere
della Sera" del
02-10-2011 |
Primo Piano |
Pagina: 5 |
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Argomenti: Proposte di
legge
Sottotitolo: Timori sui contatti Pdl-Udc.
Maroni: noi trattati come appestati.
MILANO - Nel giorno dei «segnali forti», la
Lega proclama il proprio. E attraverso Roberto Maroni recapita il suo avviso ai
naviganti: nessuno pensi a stranezze sulla legge
elettorale. E men che mai qualcuno si illuda di
far fuori il Carroccio attraverso le alchimie di un nuovo sistema. In caso contrario,
meglio il referendum. Meglio il
Mattarellum. Giusto una settimana fa, all' indomani dell' apertura del
segretario pdl Angelino Alfano riguardo alla revisione della materia elettorale, Maroni aveva tirato dritto: «Non ho
letto i giornali». Sette giorni dopo, quasi non c' è bisogno di porger la
battuta: «Sono rimasto impressionato - scandisce il ministro - dal numero di
firme raccolte in così poco tempo. Anche questo è
un segnale forte e sono dell' opinione che vada ascoltato e che si debba
procedere al referendum». La coda è polposa: «Non so se il Parlamento si rimetterà a
riformare la legge elettorale. Ma se lo fa, dovrebbe farlo nel senso del referendum». Nessuno spazio per avventure dall' esito incerto, o il
Carroccio - è il sottinteso - farà saltare il banco. Una presa di
posizione condivisa con Roberto Calderoli. In effetti, in soli sette giorni
molto è cambiato. C' è stato il «senza risposte lasceremo i tavoli» di Emma
Marcegaglia e della Confindustria. I cui giovani associati - altro «segnale forte»
- non hanno invitato sul palco del tradizionale appuntamento di Capri alcun
esponente politico. C' è stato, ancora, il «segnale forte» della paginata a
pagamento sui giornali («Politici ora basta») di Diego Della Valle. Maroni
ritiene necessario «tenerne conto», anche se è attento a chiarire che «ciò non
significa disponibilità a strane operazioni politiche, ma solo la presa d' atto
di un appello che non si può ignorare, proprio perché viene da uno dei più
grandi imprenditori italiani». Ma c' è stato, soprattutto, il «segnale più
forte di tutti»: il durissimo richiamo di Giorgio Napolitano al Carroccio, con
parallelo appello al metter mano, rieccola lì, alla legge
elettorale. E in sottofondo, un basso continuo
che i leghisti ascoltano imbronciati: le dichiarazioni di corteggiamento del
Pdl nei confronti dell' Udc; i «bisogna ridimensionare la Lega» di Gianni
Alemanno. Un clima - per dirla con Maroni - che «tende sostanzialmente a
presentare noi leghisti come degli appestati». Tuttavia, ricorda il ministro,
«noi non possiamo sottovalutare il fatto che con le leggi
elettorali si fanno la vita e la morte dei
partiti». Ed è dunque ovvio che se l' argomento è questione di vita o di morte,
il Carroccio non subirà passivamente. È vero però che, a dispetto degli
innumerevoli e poco rassicuranti «segnali forti», la Lega non ha certo deposto
l' ambizione di metter mano all' assetto istituzionale, Senato delle Regioni in
primis. Roberto Calderoli ieri ha proposto
uno dei suoi «cronoprogrammi», che appare più ottimistico rispetto alle
preoccupazioni di Maroni: «La settimana prossima la proposta
di riforma costituzionale
verrà trasmessa al Senato: dedichiamo i due mesi per l' esame in commissione e,
ragionevolmente, la si potrà approvare in aula entro dicembre 2011». La Camera
potrebbe approvare la riforma in prima lettura
entro marzo e a quel punto, suggerisce Calderoli, «utilizziamo i novanta giorni
di intervallo previsti tra la prima e la seconda lettura per approvare una riforma della legge
elettorale». Insomma, secondo il ministro alla
Semplificazione il menù più ambizioso potrebbe arrivare in tavola entro l'
estate. Né perfettamente coincidenti con il Maroni-pensiero appaiono le
considerazioni del capogruppo alla Camera, Marco Reguzzoni, che sembra temere
più le attuali opposizioni che non le mosse degli alleati: «Non vorrei che le
polemiche di questi giorni avessero come unico obiettivo quello di favorire l'
avvento di un governo tecnico con lo scopo di fermare le riforme,
fare una bella patrimoniale e cambiare la legge
elettorale». Un disegno che, secondo il capo
dei deputati, unisce «la sinistra, Fini, Di Pietro, Casini e i vari Della
Valle. Un' operazione gattopardesca tesa a cambiare tutto per non cambiare
niente». Eppure, in gran parte del Carroccio rimane ferma la convinzione che il
periodo cruciale resti quello a cavallo tra gennaio e febbraio. Là si saprà se
la Consulta ha ammesso o respinto il quesito referendario, là sarà chiaro se
esiste o meno lo spazio per cambiare la legge
elettorale in Parlamento (e soprattutto, come
cambiarla). Là, in definitiva, il Carroccio deciderà se staccare la spina al
governo per evitare il rischio di leggi
elettorali che nel movimento vengono chiamate,
in purissimo maccheronico, «ad partitum, o meglio, versus partitum». Marco Cremonesi
RIPRODUZIONE RISERVATA.
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di RAFFAELLO MASCI. |
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"La
Stampa" del 02-10-2011 |
Italia |
Pagina: 4-5 |
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Argomenti: Proposte di
legge
Occhiello: LEGGE ELETTORALE PARLAMENTO ALLE
CORDE.
Sottotitolo: "Ci sono tante firme, è un
segnale forte". Alfano però avverte: "No a regole truffa"
Il ministro dell' Interno Roberto Maroni
«Sono rimasto impressionato dal numero di firme raccolte in così poco tempo: anche questo è un segnale forte, sono dell' opinione che
vada ascoltato e che si debba procedere al referendum».
Adesso che la valanga di firme anti-porcellum è arrivata e la riforma
della legge elettorale si è imposta come la cosa più urgente, il ministro dell'
Interno, Roberto Maroni, leghista ascoltato e di peso nel governo
e nel partito, ha dato la linea, appropriandosi del gioco quando ancora il
Carroccio, la maggioranza e lo stesso governo, stanno pensando a che cosa fare.
Con una avvertenza ulteriore: «Se il Parlamento si metterà a riformare
la legge elettorale
dovrebbe riformarla nel senso del referendum». L' uscita così determinata del
ministro ha scosso la maggioranza, per almeno due motivi: il primo è che il
«Porcellum», oggetto del referendum abrogativo, è
una creatura nata in ambito leghista e che porta la firma del ministro
Calderoli, la seconda è che il ritorno al «Mattarellum» (la legge
elettorale precedente) comporterebbe una certa
difficoltà per la Lega se decidesse di correre da sola. Ed è per questo che il
vicepresidente della Camera Rosy Bindi (Pd), ha incoraggiato Maroni affinché
faccia sentire la sua voce nel governo ed eviti che per non dover scegliere si
ricorra allo scioglimento delle camere. Roberto Calderoli è stato più cauto e
ha rilanciato l' ipotesi di un legge elettorale
nuova che «potrebbe essere approvata nella primavera del 2012» ma che dovrebbe
essere inserita nell' ambito di una generale riforma
della Costituzione. La cosa, però, non appare semplice. Perché se da un lato fa
ormai testo la posizione di Maroni, dall' altro autorevoli esponenti della
maggioranza fanno fatica all' idea di ritornare supinamente al sistema delle
preferenze: «Esistono sistemi - ha detto Fabrizio Cicchitto - che consentono di
avvicinare i cittadini elettori e di scegliere oltre al premier e allo
schieramento, anche gli eletti senza tornare al sistema delle preferenze che fu
una delle cause di crisi della prima repubblica». La posizione del capogruppo,
è condivisa anche dai ministri Gianfranco Rotondi («Al Sud le preferenze sono
una festa per le camorre e le mafie») e Altero Matteoli («le preferenze non
esistono nei sistemi di voto dei Paesi europei»). E comunque - ha chiosato il
ministro Ignazio la Russa - se anche si decidesse di reintrodurre le
preferenze, la cosa potrebbe essere risolta con un emendamento «in meno di 48
ore». Prudente, in questi marosi, la linea del segretario del Pdl Angelino
Alfano: «Siamo pronti a votare con ogni sistema ma una cosa non consentiremo,
che con la scusa delle preferenze si dia il voto per eleggere il parlamentare e
si tolga quello per il presidente del Consiglio: sarebbe una truffa». Tutto
questo sempre che il referendum si debba fare,
ma a non è affatto detto che la cosa evolva in questa direzione, come aveva già
fatto notare il presidente della Camera Gianfranco Fini, ricordando che l'
avallo della Consulta ai quesiti referendari non è scontato e che quindi non è
detto che si debba o votare il referendum oppure
modificare la legge, «ci può essere la
scappatoia di chi dice che è meglio andare a votare con questa legge». Pierferdinando Casini la vede
esattamente come lui, ma con un' aggiunta aperturista verso la reintroduzione
delle preferenze. Il referendum e le sue
implicazioni fanno soffrire anche la casa democratica che ha seguito la
raccolta delle firme con differenti entusiasmi. L' altra sera il segretario
Pierluigi Bersani aveva rivendicato il ruolo del Pd nella battaglia,
rivendicando di essere stato un paladino della prima ora, e la cosa non è
piaciuta ad Arturo Parisi: «Lasciamo perdere - ha commentato l' esponente del
Pd -. La domanda da fare a Bersani è una sola: ha messo la sua firma?». Antonio
Di Pietro, vero vincitore di questa partita, è entrato nella disputa con un'
unica istanza: «No a leggi truffa che
servirebbero soltanto a bloccare la risposta referendaria». Sul resto si può
trattare. Calderoli tenta: la legge elettorale
potrebbe essere approvata nella primavera del 2012 Nel Pd i parisiani contro
Bersani: «L' unica cosa da chiedergli è: ha messo la firma?»
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di CARLO BERTINI. |
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"La
Stampa" del 02-10-2011 |
Italia |
Pagina: 4-5 |
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Argomenti: Esempi
esteri
Nessuno è perfetto e ciò vale in special
modo per i sistemi elettorali.
Se con il «porcellum» frotte di candidati "romani-de Roma" figurano
eletti in Sicilia e se ad esempio la catanese Anna
Finocchiaro figura eletta in Emilia, si capisce perché un milione e duecento
mila italiani sono ansiosi di eliminare questa stortura. Ma anche il cosidetto
«mattarellum» aveva le sue pecche: alcuni ricordano ancora il piatto fumante di
spaghetti all' amatriciana che dieci anni fa il margheritino Piscitello si fece
preparare alle tre del mattino per affrontare meglio lo scontro finale con comunisti
e diessini sui posti migliori. Perché quando si votava col «mattarellum», i
partiti erano usi ad un preliminare «mercato delle vacche», come veniva
bonariamente detto, per piazzare i loro candidati nei collegi rigorosamente
divisi per fasce: 1) sicuri, 2)incerti, 3)rischiosi. Fatte le liste, la palla
passava sì ai candidati che dovevano vedersela sul campo, ma il più era fatto.
La scelta degli eletti Per capire quanto sia difficile che il referendum sia
evitato con un' intesa in zona Cesarini tra i partiti su un nuovo sistema di voto, basta guardare l' elenco delle
proposte depositate al Senato e puntare i riflettori sulle due esigenze che
ogni sistema elettorale
deve soddisfare: la scelta del rappresentante del popolo e la scelta del
governo. Per soddisfare la prima, ci sono tre sistemi:
il collegio uninominale, dove un candidato vince in ogni collegio, consentendo
ai cittadini di individuare il rappresentante del territorio. Secondo, la lista
bloccata, cioè una serie di nomi dietro un simbolo di partito. E' la principale
anomalia del «porcellum», dove passano i primi 20-30 eletti di queste
maxi-liste affisse sui cartelloni fuori dai seggi ma non sulle schede elettorali. Terzo, le preferenze della prima
Repubblica, quando sulla scheda c' era il partito e accanto al simbolo si
potevano indicare i candidati preferiti. I quali, per farsi pubblicità e
vincere la competition interna, avevano bisogno di spendere e spandere, con
tutti i rischi connessi al bisogno di finanziamenti e di pratiche clientelari. La
scelta del governo Su questo fronte, ci sono due filosofie: la prima è produrre
una fotografia esatta del voto degli elettori, lasciando ai partiti l' onere di
allearsi dopo le elezioni. E' il sistema
proporzionale in voga in Germania, dove la Merkel
fu però costretta alla grande coalizione
democristiani-socialdemocratici perché non si poteva stabilire un vincitore. La
seconda è interpretata dagli altri sistemi
elettorali che fanno in modo che il voto degli
elettori venga «curvato» per avere una maggioranza di governo. Sempre con un
premio di maggioranza, più o meno nascosto ai partiti più grandi,
sia col «mattarellum», che col sistema spagnolo o francese. Con il «porcellum», il maxi-premio di
maggioranza garantisce alla coalizione vincitrice il 54% dei seggi alla Camera
e il 55% in ogni regione al Senato. Tradotto, se uno schieramento vince col 35%
ha 340 deputati e tutti gli altri schieramenti perdenti solo 278, più i 12
eletti all' estero da ripartire. Con
il Mattarellum, il 75% dei seggi vengono assegnati in collegi uninominali
maggioritari, dove chi prende più voti viene eletto. Mentre l' altro 25% viene
assegnato con un recupero proporzionale che garantisce la presenza anche dei
piccoli partiti. Il difetto grave è la frammentazione, perché le coalizioni si
spartiscono preventivamente i collegi, il che favorisce il potere di veto di
piccole formazioni. Sistema spagnolo o
«magiaro»? A questo punto, le forze politiche hanno di fronte tre ipotesi: il
centrodestra non vuole le preferenze, nè i collegi uninominali. E propende per
il modello spagnolo che consente liste bloccate più piccole con collegi
corrispondenti a una provincia, mentre oggi hanno l' ampiezza di mezza regione
alla Camera e di una al Senato. L' Udc vorrebbe le preferenze e il Pd invece i
collegi uniminali, possibilmente a doppio turno. Il sistema
ungherese o «magiaro» indicato dal Pd prevede il 70% di collegi uninominali
assegnati col maggioritario a doppio turno e il 30% con il proporzionale. Per
garantire la governabilità, il centrodestra vorrebbe tenere il premio di
maggioranza ma ridotto, il Pd il doppio turno, dove chi arriva primo ha la
maggioranza. E l' Udc vuole il proporzionale per fare l' ago della bilancia
dopo il voto. Esigenze in rotta di collisione tra loro, ma di sicuro dopo la condanna
piovuta dal Colle sul «porcellum», sono in pochi a credere possibile che si
voti in primavera. «E inoltre - mette le mani avanti il costituzionalista del
Pd Stefano Ceccanti - se credono di bloccare il referendum introducendo solo le
preferenze al "porcellum" si sbagliano di grosso...» PARTITA A TRE Il
centrodestra dice no a collegi uninominali (amati dal Pd) e preferenze (gradite
all' Udc)
|
di GABRIELE RIZZARDI. |
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"Corriere
delle Alpi" del
02-10-2011 |
Attualità |
Pagina: 4 |
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Argomenti: Proposte di
legge
Sottotitolo: Il ministro spiazza la maggioranza:
«Impressionato dalla valanga di firme» LO SCONTRO POLITICO Di Pietro: no a
leggi truffa dell' ultim' ora Partiti divisi sul sistema delle preferenze.
ROMA. Sulla legge
elettorale, Roberto Maroni prende le distanze
da Bossi, Calderoli e Berlusconi, boccia il "Porcellum" e apre al referendum. Il ministro dell' Interno ammette
di essere rimasto «impressionato» dalla valanga di firme raccolte in pochi
giorni e spiana la strada alla consultazione popolare. «Un milione e
duecentomila firme sono un segnale forte che va ascoltato e credo che si debba
procedere al referendum» spiega il
titolare del Viminale che si dice scettico sulla possibilità che il Parlamento
riesca a modificare il sistema di voto e precisa che se ci riuscisse «la legge dovrebbe essere riformata
nel senso del referendum». Il varco
aperto da Maroni nella maggioranza viene subito capitalizzato dalle
opposizioni. Rosy Bindi chiede al ministro di dire sì ad un governo delle
larghe intese o di essere capace di «controllare» i suoi amici del Pdl e della
Lega che pur di evitare la consultazione potrebbero essere tentati di
sciogliere le Camere e andare al voto nel 2012. Un' ipotesi, questa, che
Berlusconi terrebbe in seria considerazione. Quel che è certo è che la strada
che porta ad una nuova legge sembra davvero
impervia anche perché i partiti sono profondamente divisi al loro interno.
Renato Schifani e Gianfranco Fini chiedono che ci sia una larga intesa in
Parlamento. Il presidente della Camera auspica che la legge
venga fatta in modo quanto più condiviso possibile ma tiene aperta anche la
porta al referendum e dice no alle
«scappatoie» di chi vorrebbe andare a votare in primavera con il
"Porcellum". Le resistenze maggiori vengono comunque dalla Lega che,
con Calderoli, propone di inserire la riforma
della legge elettorale
nel "pacchetto" delle riforme
costituzionali. Soluzione che ieri è stata sponsorizzata anche da Fini: «La legge elettorale
è importante ma non si può fare se prima non si fa una riforma
complessiva delle istituzioni». Contro il sistema delle preferenze si schierano
i capigruppo della Lega e del Pdl a Montecitorio. Marco Reguzzoni (fedelissimo
di Bossi) vede solo manovre per fare un governo tecnico e spiega che la legge elettorale
non è una priorità: «Cosa andiamo a raccontare ai giovani, alle famiglie e alle
imprese in difficoltà? Che il rimedio è cambiare la legge
elettorale? Non credo proprio...». A favore
delle liste bloccate si schiera invece Fabrizio Cicchitto per il quale il
sistema delle preferenze «fu una delle cause della crisi della prima Repubblica
perché costringono inevitabilmente i candidati a ricercare risorse molto
rilevanti». A non pensarla allo stesso modo è Angelino Alfano per il quale
occorre restituire ai cittadini il «diritto» di indicare il proprio parlamentare
e soprattutto il presidente del consiglio. Il segretario del Pdl si mostra
comunque sicuro e scommette che quando si arriverà al voto, il partito di
Berlusconi vincerà ancora: «Noi siamo come Schumacher, vinciamo sull' asciutto
e sul bagnato». A favore di un sistema elettorale
che preveda la possibilità di scrivere sulla scheda elettorale
il nome del prorio candidato è anche il leader dell' Udc, Pier Ferdinando
Casini: «Napolitano ha detto una cosa giusta: che si stava meglio quando si
stava peggio e cioè quando c' era un rapporto diretto tra eletto ed elettore».
Contro i tentativi di cambiare la legge
elettorale saltando il referendum
si schiera con forza Antonio Di Pietro: «Combatteremo con tutte le nostre forze
contro una legge elettorale
truffa dell' ultima ora che servirebbe soltanto per bloccare la risposta
referendaria». © RIPRODUZIONE RISERVATA.
|
di GIOVANNA CASADIO. |
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"La
Repubblica" del
02-10-2011 |
Interni |
Pagina: 10 |
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Argomenti: Proposte di
legge
Sottotitolo: Calderoli: meglio una riforma.
Alfano: servono le preferenze Lite tra Bersani e Parisi sulle firme per il
referendum Fini: prima le riforme istituzionali.
ROMA - Maroni a sorpresa si scopre tifoso
del referendum anti-Porcellum.
Sottoscritto da un milione e duecentomila cittadini, una tale valanga di firme
- ammette - sono «un segnale forte che va ascoltato e penso che si debba
procedere con il referendum». L´uscita del
ministro dell´Interno scompagina la maggioranza,
spiazza la Lega e il Pdl. Maroni dichiara di essere rimasto «impressionato» da
tutto questo consenso popolare, ma soprattutto avverte: «Non so se il
Parlamento si metterà a riformare la legge elettorale, ma se lo fa dovrebbe riformarla
nel senso del referendum...». Una previsione minacciosa per la
coalizione di governo? Il leader leghista spiegherà dopo, di temere un accordo
su una leggina che penalizzi i
partiti piccoli e medi. Alt quindi a escamotage e diversivi. Come quelli già
annunciati dal ministro Ignazio La Russa e apprezzati da Angelino Alfano, il
segretario del Pdl. La Russa infatti, per ripristinare il rapporto tra elettore
ed eletto evitando che ci sia nuovamente un Parlamento di nominati, lancia
l´idea di introdurre le preferenze, con una leggina
che si potrebbe approvare in 48 ore. Non dispiace affatto ad Alfano, che pone
solo una condizione: di poter indicare anche il presidente del Consiglio.
«Giusto esprimere una preferenza, a patto dell´indicazione del premier». Il
segretario Pdl punta ora a «una nuova legge»,
sostenendo tuttavia: «Noi vinciamo con ogni sistema elettorale».
Ma sulle preferenze è scontro nel centrodestra. Il capogruppo Pdl, Fabrizio
Cicchitto, ad esempio, le boccia: «Fu una delle cause della crisi della Prima
Repubblica». Non piacciono al ministro Altero Matteoli. Gianfranco Rotondi
definisce le preferenze «al Sud, la festa della camorra e delle mafie». Carlo
Vizzini invece, il presidente della commissione Affari costituzionali del Pdl,
incita: «Il referendum va fatto». Il
successo dei referendari trova Pdl e Lega impreparati e in ordine sparso. Se
Maroni apre, il Guardasigilli Francesco Nitto Palma sollecita «la politica a
riflettere, e poi si prenderà la strada del referendum».
In casa leghista poi, il ministro Roberto Calderoli, l´ideatore del Porcellum,
ritiene che non vada messo il carro davanti ai buoi, quindi prima riforme istituzionali con il Senato federale e
poi si pensa alla legge elettorale.
Anche il presidente della Camera, Gianfranco Fini, leader di Fli, è
dell´opinione che prima andrebbe approvata una riforma
complessiva delle istituzioni. Lancia inoltre l´allarme: qualcuno cercherà la
scappatoia del voto, quindi «meglio fare una nuova legge
elettorale in Parlamento che sia la più
condivisa possibile». Caustico Pier Ferdinando Casini, leader dell´Udc, a
proposito delle preferenze: «Si stava meglio quando si stava peggio». Nel
centrosinistra è il momento dell´esultanza con qualche polemica nel Pd. Di
Pietro è sulle barricate: «No a leggi-truffa
per bloccare la risposta referendaria». L´altro leader referendario Artuto
Parisi apprezza «le parole oneste di Maroni». Ma sia il responsabile del
Viminale che Alfano - afferma Parisi - sembrano storditi. Alfano ha finalmente
«riconosciuto che ai cittadini è stato rubato qualcosa; ha dimenticato di dire:
"da noi"». Rosy Bindi precisa che Maroni deve stare soprattutto
«attento ai suoi amici della maggioranza» che contro il referendum
potrebbero essere tentati di sciogliere le Camere e andare a votare con
l´attuale legge porcata. «Se davvero
vuole raccogliere la sfida dei referendari - è il pressing della presidente Pd
- contribuisca alla formazione di un governo di responsabilità nazionale». Nico
Stumpo, responsabile organizzazione del Pd, trova «piene di acrimonia» le
parole di Parisi a proposito di Prodi che ha firmato e Bersani che non l´ha
fatto. «La riforma in Parlamento» è
l´invito del presidente del Senato, Schifani.
|
"libero.it"
del 01-10-2011 |
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Argomenti: Esempi
esteri
Sottotitolo: Politica.
T aranto, 1 ott. - (Adnkronos) - "Se
si continua a parlare solo di legge elettorale,
il che e' inevitabile, non si parlera' piu', e quindi non si riformera'
piu', la composizione del nostro Parlamento. Che fine fa la volonta', secondo
me giusta, di ridurre il numero dei parlamentari? Non e' la politica che costa
ma sono gli apparati che costano". Lo ha detto il presidente della Camera
Gianfranco Fini, intervenendo a un meeting
organizzato a Castellaneta, in provincia di Taranto, sul tema dei rapporti su
etica e politica. "Non vorrei francamente
-ha aggiunto- che il gran parlare che adesso si fa sulla nuova legge elettorale finisse per far uscire dall' agenda del Parlamento e della
politica una questione che era arrivata prepotentemente,
largamente condivisa, e che se fosse diventata non solo enunciazione ma pratica
e concreta realizzazione, secondo me, avrebbe dimostrato che c' e'
consapevolezza del fatto che bisogna essere esempio.
Se discutiamo unicamente di legge elettorale
-ha spiegato meglio Fini- non si puo' contemporaneamente discutere di quanti
sono i parlamentari. Facciamo una riforma
elettorale -si e' chiesto- senza sapere se il
Senato o la Camera hanno o meno le stesse funzioni di oggi? Come si puo'
discutere di legge elettorale se sparisce la riforma delle istituzioni? Non commettiamo l'
errore di chi guarda il dito invece della luna".
|
"ilsole24ore.com"
del 01-10-2011 |
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Argomenti: Proposte di
legge
Sulla riforma
della legge elettorale,
l' Idv annuncia di voler osteggiare normative "truffa" dell' ultima
ora per bloccare la risposta referendaria. Per Antonio Di Pietro "il
successo della raccolta delle firme referendarie ha messo di fronte alle
proprie responsabilità le parti politiche in ordine alla necessità di cambiare
una legge elettorale
che finora ha dimostrato di aver mandato in Parlamento soltanto le classi
politiche non all' altezza del proprio compito e irresponsabili nei confronti
degli elettori. È un successo che noi referendari abbiamo ottenuto, ma su cui
non vogliamo campare negli allori nè accettare che ora venga stravolta da una legge elettorale
truffa dell' ultima ora che servirebbe soltanto per bloccare la risposta
referendaria".
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"ilsole24ore.com"
del 01-10-2011 |
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Argomenti: Proposte di
legge
"Sono rimasto impressionato dal
numero di firme raccolte in così poco tempo : è un segnale forte che va
ascoltato e penso che si debba procedere al referendum".
È quanto ha dichiarato il ministro dell' Interno Roberto Maroni, lasciando il
santuario del Sacromonte di Varese, in merito alle firme raccolte per il referendum per abrogare l' attuale legge elettorale.
"Non so se il Parlamento - ha concluso Maroni che
ha partecipato a una messa nella ricorrenza del patrono della Polizia - si
metterà a riformare la legge elettorale, ma se lo fa dovrebbe riformarla
nel senso del referendum". Con Confindustria discutiamo tutto, tranne l'
abolizione delle pensioni di anzianità Con Confindustria, ha detto Maroni
riferendosi al Manifesto delle imprese per l' Italia presentato
ieri dagli imprenditori "si può discutere in maniera intensa su tutto
tranne che su un punto: l' abolizione delle pensioni di anzianitá che sono il
loro chiodo fisso". Secondo Maroni "la previdenza pensionistica in
Italia è stabile e di tutto c' è bisogno tranne che intervenire su questo
campo. È una cosa ideologica e credo che la richiesta di discussione su tutti
gli altri temi da parte di Confindustria sia sacrosanta, non sulle
pensioni".
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"larepubblica.it"
del 01-10-2011 |
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Argomenti: Proposte di
legge
Sottotitolo: Svolta nella posizione del
Carroccio sulla possibilità di cancellare il "porcellum" chiamando al
voto i cittadini. Intanto lo straordinario risultato dei referendari agita le
acque in casa Pd.
ROMA - "Sono rimasto impressionato
dal numero di firme raccolte in così poco tempo: anche questo è un segnale
forte, sono dell' opinione che vada ascoltato e che si debba procedere al referendum". Così il ministro dell'
Interno, Roberto Maroni, ha commentato il
deposito delle firme in Cassazione per l' abolizione del 'Porcellum'. "Non
so se il Parlamento si metterà a riformare
la legge elettorale, ma se lo fa - ha proseguito il ministro - dovrebbe riformarla nel senso del referendum".
Parole sorprendenti in quanto sembrano segnare una svolta nell' atteggiamento
tenuto sin qui dalla Lega. Non solo perché autore del " porcellum "
che i referendari vogliono abolire è il ministro leghista Roberto Calderoli, ma
anche per il fatto che senza il varo di una nuova legge
in caso di consultazione popolare e di un eventuale successo dei sì il
risultato immediato sarebbe il ritorno al " mattarellum ", un sistema
prevalentemente maggioritario che penalizzerebbe la possibilità del Carroccio
di correre da solo. SCHEDA: SISTEMI ELETTORALI
A CONFRONTO Dal presidente della Camera Gianfranco Fini arriva però un
avvertimento: non è detto che se la Corte Costituzionale ammetta il referendum le uniche due opzioni siano votare
per il referendum o fare una legge in Parlamento perché "ci può essere
la scappatoia di chi dice che è meglio andare a votare con questa legge". La questione del referednum elettorale contribuisce poi a tenere alta la
tensione in casa democratica. Ieri sera parlando in pubblico il segretario
Bersani ha rivendicato che si è trattato di "una vicenda in cui abbiamo
messo ordine, abbiamo aiutato la raccolta firme, abbiamo fatto un disegno di legge elettorale,
siamo andati incontro a qualcosa che si era mosso prima di noi. Il partito che
ho in testa - ha concluso - si comporta così". Parole che ai referendari
della prima ora come Arturo Parisi sono suonate però come un volersi attribuire
meriti non propri. "Lasciamo perdere - ha commentato l' esponente del Pd -
La domanda da fare a Bersani è una sola: ha messo la sua firma? Visto che mi
chiede di Prodi posso dirle che dopo vent' anni che camminiamo insieme è stato
facile fare festa con lui per la limpida vittoria dei cittadini, così come
limpida è stata la firma che lui ha messo nel suo comune. Sarei stato ancora
più lieto se oggi avessi potuto condividere con Bersani la stessa gioia per la
stessa vittoria". Sul tema della riforma
elettorale lo straordinario successo del
movimento referendario non è però l' unica novità. La presentazione delle firme
raccolte per l' abolizione del porcellum ha suggerito ieri l' intervento del
presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per spingere i politici a
cambiare le regole, ritrovando il rapporto di fiducia con i cittadini.
"Napolitano ha detto una cosa giusta: che si stava meglio quando si stava
peggio e cioè quando c' era un rapporto diretto tra eletto ed elettore",
ha commentato il leader dell' Udc Pierferdinando Casini. Quello del capo dello
Stato, ha aggiunto il presidente del Senato Renato Schifani "è un monito
che non può essere inascoltato. È compito del Parlamento farsene carico
individuando le soluzioni che risolvano questo problema, cioè la disaffezione
dell' elettore nei confronti della politica".
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"libero.it"
del 01-10-2011 |
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Argomenti: Proposte di
legge
Sottotitolo: Il mininstro:
"Impressionato dal numero di firme raccolte in poco tempo". Pensioni:
"Quelle di anzianità non si toccano"
L e firme raccolte per chiedere il referendum sul sistema elettorale
hanno stupito anche Roberto Maroni. "Sono rimasto impressionato dal numero
di firme raccolte in così poco tempo - ha commentato il ministro dell' Interno
-: anche questo è un segnale forte, sono dell' opinione che vada ascoltato e
che si debba procedere al referendum".
"Con Napolitano tutto ok" - "Non so se
il Parlamento si metterà a riformare
la legge elettorale, ma se lo farà - ha proseguito Maroni - dovrebbe riformarla nel senso del referendum".
Il ministro ha poi cercato di gettare acqua sul fuoco delle polemiche accese
dalle dichiarazioni al vetriolo di Giorgio Napolitano su Lega e secssione :
"Ciò che ha detto non incrina i nostri rapporti". Le
pensioni non si toccano - Infine il titolare del Viminale è tornato sul tema
delle misure necessarie per frenare la crisi economica. "Si può discutere
in maniera intensa su tutto tranne che su un punto, l' abolizione delle
pensioni di anzianità - ha puntualizzato -, che è il chiodo fisso di
Confindustria ma è una cosa ideologica". Questa la risposta fornita da
Maroni ha chi lo ha interpellato sulle richieste definite comunque
"sacrosante" avanzate dagli industriali per lo sviluppo.
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"unita.it"
del 01-10-2011 |
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Argomenti: Proposte di
legge
Varese, 1 ott. (TMNews) - "Sono
rimasto impressionato dal numero di firme raccolte in così poco tempo: è un segnale
forte che va ascoltato e penso che si debba procedere al
referendum". È quanto ha dichiarato il ministro dell' Interno
Roberto Maroni, lasciando il santuario del Sacromonte di Varese, in merito alle
firme raccolte per il referendum per abrogare l' attuale legge
elettorale.
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di Redazione Online. |
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"corriere.it"
del 01-10-2011 |
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Argomenti: Proposte di
legge
Occhiello: PORCELLUM.
Sottotitolo: Legge elettorale, il ministro:
stupito dal numero di firme.
MILANO - Un milione 210mile firme per
chiedere il referendum sul sistema elettorale hanno meravigliato anche Roberto
Maroni: "Sono rimasto impressionato dal numero di firme raccolte in così
poco tempo: anche questo è un segnale forte, sono dell' opinione che vada
ascoltato e che si debba procedere al referendum",
ha detto il ministro dell' Interno, commentando il deposito delle firme in
Cassazione per l' abolizione del Porcellum: "Non so se
il Parlamento si mettera a riformare
la legge elettorale, ma se lo fa - ha proseguito il ministro - dovrebbe riformarla nel senso del referendum".
E su Napolitano che aveva espresso parole durissime contro gli intenti
secessionisti della Lega che di tanto in tanto riemergono: "Ciò che ha
detto non incrina i nostri rapporti". LE PENSIONI - Maroni è
poi tornato sul tema delle misure per arginare la crisi economica: "Si può
discutere in maniera intensa su tutto tranne che su un punto, l' abolizione
delle pensioni di anzianità, che è il chiodo fisso di Confindustria ma è una
cosa ideologica". Lo ha detto Roberto Maroni interpellato sulle richieste
comunque "sacrosante" degli industriali per lo sviluppo.
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"unita.it"
del 01-10-2011 |
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Argomenti: Proposte di
legge
«Sono rimasto impressionato dal numero di
firme raccolte in così poco tempo, quindi è un segnale forte che va ascoltato e
credo che si debba procedere al referendum».
Così il ministro dell' Interno Roberto Maroni ha commentato il numero di firme
raccolte per il referendum per cambiare la
legge elettorale.
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"libero.it"
del 01-10-2011 |
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Argomenti: Proposte di
legge
Sottotitolo: Politica.
P ero (Milano), 1 ott. (Adnkronos) - La legge elettorale
si puo' cambiare, ma bisogna prestare grande attenzione a che eventuali
modifiche non siano "la festa delle camorre e delle mafie che cosi'
condizionano la scelta degli elettori". Ad affermarlo il ministro per l'
Attuazione del programma, Gianfranco Rotondi, a margine della prima assemblea
regionale del Pdl lombardo. A chi gli domanda se e' verosimile la possibilita'
di modificare la legge elettorale,
dice: "il Parlamento e' sovrano. I tempi ci sono sempre per cambiare la legge
elettorale". Ma, domanda il ministro, "siamo sicuri che le leggi
proposte siano migliori di quella che c' e' ora?". "Si puo'
cambiare -afferma- ma attenti alle sirene di chi con il pretesto di un rapporto
con il territorio invoca sistemi che non hanno giovato alla politica, tant' e'
che sono stati fatti i referendum per
cambiarli". E prova ne sono "i collegi uninominali e le preferenze,
che nel Sud fanno la festa delle camorre e delle mafie che cosi' condizionano
la scelta degli elettori".
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di Roberto D' Alimonte. |
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"Il
Sole 24 Ore" del
01-10-2011 |
Politica e societa' |
Pagina: 17 |
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Argomenti: Proposte di
legge
Sarà così anche oggi dopo che sono state raccolte
oltre un milione di firme a favore del ritorno alla vecchia legge
Mattarella? Nel 2007 la risposta dei partiti furono la "bozza Chiti"
e la "bozza Calderoli". Restarono solo delle bozze. Si sa come andò a
finire. Il governo Prodi cadde. L' iniziativa referendaria contribuì alla sua
caduta spaventando i piccoli partiti dell' Unione che vedevano in pericolo la
loro sopravvivenza se fosse passato il referendum.
Si andò a votare nel 2008 e il referendum slittò. Lo
scenario potrebbe ripetersi. Oggi però il quadro non è quello del 2007 anche se
ci sono delle analogie. L' attuale referendum
spaventa molti sia nel centro-sinistra che nel centro-destra. I collegi
uninominali piacciono a pochi. Sicuramente non piacciono a Berlusconi. Non gli
sono mai piaciuti. La loro abolizione è stato il vero movente della riforma elettorale
del 2005 che li ha sostituiti con il premio di maggioranza. Collegio
uninominale e premio non sono la stessa cosa ma hanno in comune il fatto di
essere potenti incentivi alla formazione di coalizioni pre-elettorali
e quindi al mantenimento di un assetto bipolare della competizione. Senza
collegio uninominale e senza premio il bipolarismo è a rischio. Questo nel
centro-destra lo sanno, o dovrebbero saperlo. E allora a quale riforma elettorale
stanno pensando Alfano e Calderoli? Arrivati a questo punto alla Lega un
sistema proporzionale senza premio di maggioranza potrebbe anche andare bene.
La libererebbe dall' abbraccio con il Pdl lasciandola libera di tornare a
cavalcare i suoi temi preferiti. Ma al Pdl converrebbe un simile sistema?
Stando alle recenti dichiarazioni di Alfano la risposta è negativa. Per il
segretario del Pdl «non si fanno passi indietro di 20 anni, pretenderemo la
salvaguardia del bipolarismo: occorrerà scegliere il parlamentare, il premier e
dire da quale coalizione è sostenuto e con quale coalizione sarà al governo.
Occorre restituire il diritto di scelta del deputato senza negare la scelta del
premier». Con queste parole Alfano pare aver fissato i confini della riforma preferita dal suo partito. In pratica
ha descritto l' attuale sistema elettorale
con una sola modifica: il voto di preferenza al posto della lista bloccata. E
allora si capisce il rifiuto di Casini. Al leader dell' Udc vanno benissimo le
preferenze ma non basta. Quello che Casini vuole fortemente è l' abolizione del
premio di maggioranza. Vuole il ritorno a un sistema in cui i partiti siano
liberi di presentarsi agli elettori senza vincoli pre-elettorali.
A quanto pare il Pdl non è disposto - almeno per ora - a concedere questa riforma pur di allargare la sua base
parlamentare. Questa è la conclusione cui si arriva mettendo insieme i pezzi
del puzzle elettorale. Infatti non si
possono imporre le coalizioni per legge.
I partiti si alleano prima del voto se esistono incentivi istituzionali a
farlo. Questi incentivi - lo ripetiamo - sono stati il collegio uninominale tra
il 1994 e il 2001 e il premio di maggioranza tra il 2006 e il 2008. Visto che i
collegi il Pdl non li vuole, se diamo retta a Alfano il premio di maggioranza
dovrebbe sopravvivere. Quindi la vera modifica dovrebbe essere il superamento
della lista bloccata e - magari - l' eliminazione delle
pluricandidature. Non sono affatto riforme
complicate. Il voto di preferenza si può inserire nell' attuale legge
elettorale senza problemi. Tutt' al più si potrebbe aumentare il numero
delle circoscrizioni elettorali in modo da ridurre il numero di candidati da eleggere in
ciascuna di esse e favorire un rapporto più ravvicinato tra
candidati e elettori andando incontro anche gli auspici del Presidente della
Repubblica. Queste modifiche però non bastano a rendere agibile un sistema di
voto che pur non essendo una "porcata" è comunque pieno di difetti.
Se si vuole mantenerlo occorre riformarne anche altri
elementi e soprattutto occorre cambiare il Senato e la procedura di elezione
del presidente della Repubblica. È tempo che si faccia una vera riforma elettorale
che tenga conto di tutti gli aspetti del sistema istituzionale in cui deve
essere inserita. Invece di procedere per referendum
o riforme affrettate e parziali. Ma non ci
illudiamo.
|
"Il
Sole 24 Ore" del
01-10-2011 |
Prima |
Pagina: 1 |
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Argomenti: Proposte di
legge
Occhiello: REGOLE DEL VOTO.
di Roberto D' Alimonte Non è la prima
volta che una iniziativa referendaria per cambiare la legge
elettorale "stimola" i partiti a
prevenirne gli effetti tentando di fare la riforma
del sistema di voto vigente per via parlamentare. Fu così nel 2007 con il "referendum Guzzetta". Continua u pagina 17
Sarà così anche oggi dopo che sono state raccolte oltre un milione di firme a
favore del ritorno alla vecchia legge
Mattarella? Nel 2007 la risposta dei partiti furono la "bozza Chiti"
e la "bozza Calderoli". Restarono solo delle bozze. Si sa come andò a
finire. Il governo Prodi cadde. L' iniziativa referendaria contribuì alla sua
caduta spaventando i piccoli partiti dell' Unione che vedevano in pericolo la
loro sopravvivenza se fosse passato il referendum.
Si andò a votare nel 2008 e il referendum slittò. Lo
scenario potrebbe ripetersi. Oggi però il quadro non è quello del 2007 anche se
ci sono delle analogie. L' attuale referendum
spaventa molti sia nel centro-sinistra che nel centro-destra. I collegi
uninominali piacciono a pochi. Sicuramente non piacciono a Berlusconi. Non gli
sono mai piaciuti. La loro abolizione è stato il vero movente della riforma elettorale
del 2005 che li ha sostituiti con il premio di maggioranza. Collegio
uninominale e premio non sono la stessa cosa ma hanno in comune il fatto di
essere potenti incentivi alla formazione di coalizioni pre-elettorali
e quindi al mantenimento di un assetto bipolare della competizione. Senza
collegio uninominale e senza premio il bipolarismo è a rischio. Questo nel
centro-destra lo sanno, o dovrebbero saperlo. E allora a quale riforma elettorale
stanno pensando Alfano e Calderoli? Arrivati a questo punto alla Lega un
sistema proporzionale senza premio di maggioranza potrebbe anche andare bene.
La libererebbe dall' abbraccio con il Pdl lasciandola libera di tornare a
cavalcare i suoi temi preferiti. Ma al Pdl converrebbe un simile sistema?
Stando alle recenti dichiarazioni di Alfano la risposta è negativa. Per il
segretario del Pdl «non si fanno passi indietro di 20 anni, pretenderemo la
salvaguardia del bipolarismo: occorrerà scegliere il parlamentare, il premier e
dire da quale coalizione è sostenuto e con quale coalizione sarà al governo.
Occorre restituire il diritto di scelta del deputato senza negare la scelta del
premier». Con queste parole Alfano pare aver fissato i confini della riforma preferita dal suo partito. In pratica
ha descritto l' attuale sistema elettorale
con una sola modifica: il voto di preferenza al posto della lista bloccata. E
allora si capisce il rifiuto di Casini. Al leader dell' Udc vanno benissimo le
preferenze ma non basta. Quello che Casini vuole fortemente è l' abolizione del
premio di maggioranza. Vuole il ritorno a un sistema in cui i partiti siano
liberi di presentarsi agli elettori senza vincoli pre-elettorali.
A quanto pare il Pdl non è disposto - almeno per ora - a concedere questa riforma pur di allargare la sua base
parlamentare. Questa è la conclusione cui si arriva mettendo insieme i pezzi
del puzzle elettorale. Infatti non si
possono imporre le coalizioni per legge.
I partiti si alleano prima del voto se esistono incentivi istituzionali a
farlo. Questi incentivi - lo ripetiamo - sono stati il collegio uninominale tra
il 1994 e il 2001 e il premio di maggioranza tra il 2006 e il 2008. Visto che i
collegi il Pdl non li vuole, se diamo retta a Alfano il premio di maggioranza
dovrebbe sopravvivere. Quindi la vera modifica dovrebbe essere il superamento
della lista bloccata e - magari - l' eliminazione delle pluricandidature. Non sono
affatto riforme complicate. Il
voto di preferenza si può inserire nell' attuale legge
elettorale senza problemi. Tutt' al più si
potrebbe aumentare il numero delle circoscrizioni elettorali
in modo da ridurre il numero di candidati da eleggere in ciascuna di esse e
favorire un rapporto più ravvicinato tra candidati e elettori andando incontro
anche gli auspici del Presidente della Repubblica. Queste modifiche però non
bastano a rendere agibile un sistema di voto che pur non essendo una "porcata"
è comunque pieno di difetti. Se si vuole mantenerlo occorre riformarne
anche altri elementi e soprattutto occorre cambiare il Senato e la procedura di
elezione del presidente della Repubblica. È tempo che si faccia una vera riforma elettorale
che tenga conto di tutti gli aspetti del sistema istituzionale in cui deve
essere inserita. Invece di procedere per referendum
o riforme affrettate e parziali. Ma non ci
illudiamo. Roberto D' Alimonte.
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"L'Unità"
del 01-10-2011 |
Pagina: 15 |
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Argomenti: Esempi
esteri
Che messaggio lancerà dalla piazza? «La
parola chiave della piazza sarà "Ora tocca a noi". Non è solo un richiamo
alla nostra gente. Per accompagnare il berlusconismo al capolinea e per
seppellirela seconda repubblica dobbiamo essere consapevoli dei nostri doveri
che agganciano una speranza. C' è un popolo largo, ormai maggioritario, che ci
chiede di aprire il cantiere dell' alternativa. Il nostro primo dovere è
sfidare l' impossibile, come abbiamo fatto con il referendum elettorale,
che tanti snobbavano. Io sono orgoglioso di aver raccolto le firme contro l'
aberrazione del Porcellum. Ma per me sfidare l' im«Mi piacciono molte cose che
dice sul rilancio del progetto europeista o sul multipolarismo, meno la difesa
della lettera Bce» possibilevuol dire innanzitutto sfidare l' Europa
monetarista e liberista, l' Europa di Trichet, che sta mandando al macello il popolo
greco. Un' Europa del pareggio di bilancio, senz' anima, in cui le istituzioni
democratiche sono sostanzialmente commissariate». «Siamo di fronte a un' Europa
che taglia le protezioni sociali, precarizza il mercato del lavoro, si blinda
come una fortezza nei confronti dei migranti. Una nuova sinistra dovrebbe
alzare la bandiera degli Stati Uniti d' Europa, e costruire alleanze forti in
tutto il continente, lavorare per la rifondazionedell' europeismo a
partiRitiene che possa essere questo il cuore di un programma di alternativa ?
re da una riforma fiscale, del
lavoro e del welfare su scala continentale».
«In tutto il socialismo europeo sono in crisi i modelli recenti di "messa
in equilibrio" tra sinistra e liberismo. In Gran
Bretagna, Francia, Germania e Spagna si tiene conto del protagonismo della società
civile e dei movimenti giovanili. Pd, Sel e Idv sono solo il nucleo politico
di una coalizione che si deve arricchire con ilvocabolario e le idee dei
movimenti, dai precari alle donne. Berlusconi ha rappresentato la più grande forma di privatizzazione della politica,
per consegnarlo agli archivi dobbiamo essere un gigantesco processo popolare di
ripoliticizzazione della società italiana». «Mi piacciono molto le cose dice
Prodi sul rilancio di un progetto europeista, sul multipolarismo, sul successo
degli uomini di sinistra che in questi anni sono andati in tv a dire cose di Il
centrosinistra avrà le spalle così forti per contrastare le linee guida della
Bce? Nelle passate esperienze di governo,l' Ulivoèstatoalfieredell' ingresso
dell' euro... Dallesueultimemossesicoglieuncerto feeling con Prodi e l' area
del Pd intorno a lui, a partire dalla raccolta di firme sui referendum.
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"Italia
Oggi" del 01-10-2011 |
ESTERO - LE NOTIZIE
MAI LETTE IN ITALIA |
Pagina: 12 |
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Argomenti: Esempi
esteri
Il voto del Bundestag per salvare la Grecia
e l' euro ha fatto trascurare un' altra decisione del parlamento tedesco,
almeno all' estero. I deputati hanno
approvato la proposta del governo di modificare la legge elettorale,
e subito l' opposizione ha annunciato di voler ricorrere alla Corte costituzionale.
Al centro del dibattito gli Überhangmandaten, cioè i seggi supplementari che
vengono assegnati a causa del meccanismo di voto. Complicato da spiegare, ma è
una delle basi del sistema democratico della
repubblica federale, che forse meriterebbe più attenzione da parte italiana. In
estrema sintesi, ogni cittadino ha due voti a disposizione: uno per il partito
e l' altro per il candidato, che può appartenere a una formazione diversa. Un
buon compromesso tra la lista chiusa presentata dai segretari dei partiti, come
da noi, e la libera scelta individuale. Ma se il cosiddetto splitting, possiamo
dire il voto schizofrenico, viene portato all' eccesso, si finisce per eleggere
più deputati di quanto era previsto. Ad esempio,
nel 2009 dovevano essere nominati 598 rappresentanti, e oggi il parlamento ne
ospita invece 623. Il doppio voto costringe i partiti a non mettere in lista
delle nullità, se non vogliono essere puniti dagli elettori. Questi ultimi
hanno la possibilità di «salvare» un candidato che stimano, anche se milita in
un piccolo partito. E, indirettamente, può indicare la coalizione preferita.
Nessun sistema è perfetto, e le
due schede finiscono inevitabilmente per avvantaggiare i grandi
partiti. Per questo, la Corte costituzionale, nel 2008, invitò il governo a
modificare il sistema entro il giugno di
quest' anno. La Merkel, occupata da ben altri problemi, ha sforato di tre mesi.
La modifica salva il doppio voto, ma la «conta» viene fatta a livello
nazionale, e non, come adesso, su base regionale, fatto che può portare a
distorsioni più gravi. Proprio la Cdu di Frau Angela, nel 2005, ottenne quattro
mandati supplementari nella sua roccaforte del Baden-Würrtemberg. I
socialdemocratici protestarono chiedendo la riforma,
ma nel 2002 erano stati proprio loro ad avvantaggiarsi: Schröder vinse per
pochi voti, e sarebbe stata inevitabile una Grosse Koalition, ma in extremis
ottenne nove mandati supplementari e una comoda maggioranza. Inevitabile che a
chiedere la riforma sia chi, di volta
in volta, perde. Oggi i socialdemocratici e i verdi chiedono la totale
abolizione dei mandati supplementari. Ma perché non l' hanno fatto loro quando
erano al potere? La Corte costituzionale si accontenterà del ritocco di Frau
Angela? Il sistema però non andrebbe
cancellato del tutto: consente di rendere più flessibile il meccanismo elettorale. Ad esempio,
un partito deve superare il 5% per entrare al Bundestag, ma se almeno tre suoi
candidati vengono eletti direttamente nelle loro circoscrizioni, lo sbarramento
non vale più. Un premio che costringe i leader politici a mettere in squadra
uomini e donne di prestigio. Perché l' Italia non copia dalla Germania della signora Merkel?
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"Italia
Oggi" del 01-10-2011 |
PRIMO PIANO |
Pagina: 9 |
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Argomenti: Proposte di
legge
Prove di nuovo Ulivo. A Bologna, città di
Romano Prodi, arriva Nichi Vendola e sono salamelecchi. Si abbracciano, si
chiudono a parlare, elargiscono sorrisi. Prodi e Vendola si esibiscono al
cinema Nosadella. Con loro c' è Pierluigi Stefanini, padre-padrone di Unipol,
polmone finanziario della cooperazione di sinistra, main sponsor dell'
embrasson nous. Il brindisi è collettivo: si alzano i calici al referendum sulla legge
elettorale, sicuri che si farà, e al nuovo
Ulivo, longa manus politica di questa avventura referendaria, non a caso
pensata, programmata e organizzata da Arturo Parisi, che fu l' ispiratore
politico della discesa in campo del Professore e della prima versione dell'
Ulivo. Docente all' università di Bologna e ministro della Difesa nel governo
Prodi, Parisi cadde in disgrazia dopo avere clamorosamente sbagliato i calcoli
sul match tra Prodi e Fausto Bertinotti. Egli era sicuro della vittoria del
Professore, che invece franò portandosi dietro la distruzione dell' Ulivo e
della sinistra radicale, aprendo la strada al ritorno di Silvio Berlusconi. I
due non si parlarono per un po' ma in politica, si sa, il rancore è meglio che
duri lo spazio d' un mattino. Ed ecco infatti ora Parisi progettare il referendum e Prodi sponsorizzarlo col peso
politico che possiede all' interno del Pd, tanto da riuscire a spostare Pier
Luigi Bersani dal rifiuto del referendum a un più blando
astensionismo. Ieri col deposito in Cassazione di 1,2 milione di firme, Parisi
era raggiante e sembrava tornato ai bei tempi del tandem con Prodi. Mentre
Vendola assicura che si accelererà l' avvio del nuovo Ulivo perché il referendum «rappresenta la spallata decisiva al
già traballante governo Berlusconi» e Prodi, che pur continua a ripetere di avere chiuso con la politica, sbotta: «È un trionfo ed è
il segno di un grande desiderio di cambiamento e di farla finita con una legge
elettorale che ha umiliato i cittadini». Parisi è pronto a ripartire
sulla scia del successo pro-referendum
e a mettersi a capo di una proposta
che intende promuovere l' alleanza tra Pd, Idv, Sel, Partito
liberale, Popolari (ex asinello) e Rete referendaria di Segni . «Il prossimo
Parlamento», dice, «non deve essere eletto con l' attuale legge
elettorale». Un' eventuale crisi di governo,
con le elezioni e non il governo tecnico, cancellerebbe però questo auspicio ed
è la paura di Parisi: «Sì, il rischio esiste. Abbiamo il problema di un governo
che non riesce a governare e di un Parlamento che non è rispettato e non riesce
a prendere decisioni per oggi e per domani. Vedremo». Nessun dubbio invece che
1,2 milioni di firme mettano al riparo i promotori da sorprese: il referendum si farà: «Guai se dovesse ripetersi
come troppe volte è avvenuto il tradimento del voto popolare», afferma Parisi,
«Sentendosi privati anche del mezzo straordinario del referendum,
i cittadini, che sono già privati dello strumento ordinario di una compiuta
rappresentanza parlamentare, si troverebbero pericolosamente spinti a dubitare
delle istituzioni e della stessa democrazia». Però Pier Luigi Bersani non ha
firmato_ «Peccato, se ha firmato Carlo Vizzini del Pdl poteva firmare anche
Pier Luigi Bersani, ma oggi è l' ora della vittoria non delle polemiche». Poi
Arturo Parisi racconta: «Ricordo con crescente rabbia ed impotenza prima la
veglia in piazza Montecitorio per denunciare il disastro che, nel 2005, sotto
l' accorta guida della Presidenza Casini, stava precipitando alla Camera; poi
il referendum con Segni e
Guzzetta. Girano ancora le nostre foto con gli scatoloni delle firme e insieme
a noi i Bocchino, ora nel Terzo polo, che sorridono esultanti. E infine la
sconfitta al referendum del 2009. Da
piangere!». Adesso incomincia la campagna referendaria, anche se dovrà
pronunciarsi innanzi tutto la Cassazione sulla regolarità delle firme. Lo
slogan sarà: «Basta con la Casta». «La casta», dice Parisi, «è un gruppo di
persone, separate dai cittadini, che gode di privilegi. Questa legge elettorale
ha costituito una casta, ha separato gli eletti dagli elettori e il Parlamento
dal popolo, col referendum si volta
pagina». Ma il referendum, per Parisi,
servirà anche per rimescolare il quadro politico: «I restauratori finiranno per
dover disvelare il loro progetto di restaurazione, e i riformatori
saranno costretti ad onorare nei fatti il loro progetto di riforma».
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di [L.M.] |
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"La
Stampa (ed. Savona)" del 01-10-2011 |
Savona |
Pagina: 68-69 |
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Argomenti: Proposte di
legge
Occhiello: Idv.
Si è chiusacon un grande successo la
raccolta firme organizzata da Italia dei Valori per i due referendum
abrogativi riguardanti la legge elettorale
e il mantenimento delle Province. «Il numero di adesioni a questa campagna è
stato nettamente superiore alle aspettative», ha sottolineato il segretario
provinciale Idv, Christian Bagozzi .
|
"Corriere
della Sera" del
01-10-2011 |
Primo Piano |
Pagina: 6 |
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Argomenti: Aspetti
Legali
Sottotitolo: Timori per l' uscita «a freddo»
del Colle. Critiche a Marcegaglia.
ROMA - Poteva andarci più piano. Non è
che Berlusconi non sia d' accordo con Napolitano, con l' esigenza di ribadire principi
e caposaldi unitari, ma il tono e la scelta delle parole del presidente della
Repubblica gli sono sembrati un tantino sopra le righe: un' uscita «a freddo»,
secondo quanto raccolto dall' agenzia TMNews, che per il Cavaliere rischia di
complicare ancora di più il percorso del governo. Ovviamente a Palazzo
Grazioli, come a Palazzo Chigi, ieri non erano disposti a commentare le parole
del capo dello Stato. Almeno ufficialmente. Ma che l' intervento avesse i
tratti di una grana ulteriore per l' esecutivo, in grado di destabilizzarne
ulteriormente la navigazione, quantomeno nel rapporto fra la Lega e gli
alleati, non si faceva mistero. Di tutto in questo momento Berlusconi sente il
bisogno, tranne che di una dialettica lacerante fra il Quirinale e Bossi. E di
tutto si può dire, a giudizio di Berlusconi, dei suoi alleati leghisti: che
facciano propaganda spesso sopra le righe, talvolta dai toni rozzi, ma
osservando un doppio registro rispetto all' azione di governo, che si è sempre
svolta dentro una cornice istituzionale e costituzionale,
in modo perfettamente democratico. Del resto il Cavaliere si è sempre
considerato un «garante» del tasso di costituzionalità del partito del Senatur.
Lo considera come un suo merito storico, e la riforma
del federalismo, apprezzata anche da Napolitano, ne sarebbe la dimostrazione.
Altro argomento, meno spinoso, almeno nel breve termine, è quello della legge elettorale. Su questo punto, almeno a parole, il premier è
perfettamente d' accordo con la prima carica dello Stato. È stato
lui stesso a dire a Verdini e al resto dei dirigenti del Pdl di studiare una
nuova legge. È stato sempre lui a fissare dei paletti: che sia bipolare e
maggioritaria («anche perché quando non ci sarò più c' è il rischio di tornare
a dieci partiti»), pur restituendo voce in capitolo agli elettori, così come
chiede Napolitano, e dunque abolendo la figura di parlamentari «nominati» nelle
segreterie dei partiti. Eppure se chiedete oggi a Berlusconi se una nuova legge
elettorale vedrà la luce, prima di tornare al
voto, lui stesso si mostra scettico. Con più interlocutori, data la situazione
politica e il fiato corto della maggioranza di governo, negli ultimi giorni non
ha fatto mistero della possibilità che le prossime Politiche si tengano nel
2012, e non alla scadenza naturale della legislatura. Ovviamente sono
ragionamenti ancora ipotetici, con più variabili, ma quasi tutte legate al
referendum dell' anno prossimo sul sistema
elettorale vigente: votare prima avrebbe l'
effetto di «sterilizzare» la consultazione referendaria e sottovoce, nel Pdl
così come nella Lega, nonostante il calo dei consensi e la crisi d' immagine
del governo, ammettono che l' occasione di rivotare con questo sistema potrebbe essere presa al balzo. Non
hanno suscitato sorpresa invece, nello staff del capo del governo, le ennesime
parole dure di Emma Marcegaglia. Delle misure proposte da Confindustria per lo
sviluppo, «se percorribili e concrete, alcune saranno certamente accolte», si
dice dalle parti di Berlusconi. Ma resta la sensazione diffusa, intorno al
premier, che quella di Confindustria sia più una partita politica che una
sincera azione di stimolo dell' esecutivo. Il Cavaliere si è lasciato scappare
una battuta sulla Marcegaglia: «Vuole fare Prodi in gonnella». E certamente molte
delle considerazioni che si raccolgono, intorno al premier, rimarcano che il
presidente degli industriali è a fine mandato e rappresenta una categoria che
teme di perdere molte agevolazioni fiscali con il riordino del sistema tributario che il governo dovrebbe
affrontare l' anno prossimo. Si aggiungono considerazioni sulla presunta
«ingratitudine» della Marcegaglia: si cita da ultimo l' approvazione dell'
articolo 8 nell' ultima manovra, che dà maggiore flessibilità in uscita al
mercato del lavoro; e non si dimentica l' offerta, rifiutata, che lo stesso
Berlusconi avanzò al presidente di Confindustria, chiedendo un suo ingresso al
governo. Marco Galluzzo RIPRODUZIONE RISERVATA.