INDICE
Dal Corriere della Sera
(8-1-2007) Bloccato dalla Bielorussia petrolio russo a Germania e Polonia
Da altrenotizie.org
8-1-2007 GLI SCENARI DEL MONDO di
Daniele John Angrisani
Da APCom 7-1-2007 'Independent': il petrolio iracheno andra' ai
colossi stranieri
Da La Stampa 7/1/2007
(12:55) "Israele prepara attacco
atomico contro l'Iran"
Fermo
l'oleodotto Druzhba, che raggiunge i due Paesi
passando per la Bielorussia. Il combustibile da
questa notte, non arriva più
MOSCA
(RUSSIA) - Riparte la guerra (economica) dell'energia in Europa. I rifornimenti
petroliferi della Russia alla Polonia e alla Germania
sono stati bloccati stanotte per cause ancora sconosciute. Si tratta dei
rifornimenti che passano per l'oleodotto Druzhba, che
parte dagli Urali e a sud raggiunge l'Ucraina, mentre a nord passa per la Bielorussia e arriva in Polonia e Germania.
OLEODOTTO
BLOCCATO - «I rifornimenti che attraverso l'oleodotto Druzhba
arrivano in Polonia e Germania - fa sapere il portavoce dell'oleodotto polacco Pern - sono stati interrotti stanotte. Abbiamo inviato una
lettera alla Bielorussia per chiedere spiegazioni. Al
momento non conosciamo le ragioni dell'arresto». Secondo la tv polacca Tvn24 i
problemi nei rifornimenti sono collegati alla disputa sui prezzi dell'energia
tra Minsk e Mosca. La Bielorussia
ha ufficialmente richiesto un dazio di transito al petrolio russo diretto verso
l'Europa. Una soluzione sembrava essere stata trovata nei giorni scorsi, ma il
blocco di oggi potrebbe aver riaperto la crisi.
LA
CRISI TRA MINSK E MOSCA - Il blocco dell'oleodotto potrebbe essere il primo
atto della guerra del petrolio tra Russia e Bielorussia.
Guerra di cui a farne le spese rischiano di essere i Paesi occidentali. Dopo
aver raggiunto a fine dicembre un accordo sulle tariffe del gas venduto da
Mosca, accordo conclusosi con un sostanzioso aumento dei prezzi, il dittatore bielorusso Alexander Lukashenko aveva infatti
manifestato nei giorni scorsi l'intenzione di imporre una tassa sul petrolio
che transita sul suo territorio, tassa necessaria per compensare l'aumento del
prezzo del greggio disposto dai russi.
Lukashenko voleva infatti
imporre una tassa di 45 dollari per tonnellata di petrolio circolante in Bielorussia, per guadagnare la cifra di 3 miliardi di
dollari l'anno, in modo da compensare quasi del tutto l'aumento complessivo di
3,6 miliardi di dollari del prezzo del petrolio importato da Mosca. Dopo il no
di Mosca alla richiesta di concedergli uno sconto sugli aumenti Lukashenko aveva minacciato ritorsioni per convincere il
governo russo. Non escludendo il blocco del transito del petrolio che passa sul
suo territorio.
08
gennaio 2007
Le
imposte e i contributi evasi hanno superato, nel 2006, i 115 miliardi di euro.
Un po' come mettere l'una sull'altra - tanto per farsi un'idea - qualcosa come
tre manovre del peso di quella appena approvata dal Parlamento. Roba da
impallidire.
La buona notizia, per chi si accontenta, è che questo importo avrebbe potuto essere ben più elevato. Tanto da
superare i 120 miliardi di euro, se l'inatteso boom del gettito tributario
dello scorso anno (i 34 miliardi o più su cui Governo e opposizione
stanno litigando per aggiudicarsene il merito), non
avesse regalato all'Erario anche una quota "strutturale" di maggiori
entrate pari a 5 miliardi,imputabile, secondo le valutazioni dell'Esecutivo,
proprio ai primi risultati della lotta all'evasione.
I dati
Il Sole24 Ore del Lunedì ha aggiornato al 2006 le stime sulle imposte e
i contributi evasi, vale a dire gli importi effettivamente sottratti al Fisco e
non gli imponibili nascosti. L'analisi dice che il livello di evasione si collocatra un minimo di 106,6 e un massimo di 115,3
miliardi. Minimo e massimo sono calcolati tenendo conto sia dell'incidenza
reale delle imposte versate, sia dei due valori forniti dall'Istat per
quantificare l'underground economy: per il 2004,l'istituto ha fissato tra il 16,6 e il 17,7% del Pil il valore aggiunto imputabile all'area del sommerso
economico (il livello più basso della forchetta indica quanta parte del Pil è sicuramente ascrivibile al sommerso;il
più elevato, quanta parte del Pil è
presumibilmente derivante dallo stesso fenomeno).
Così, considerato l'andamento della shadow economy negli ultimi anni, per il 2006 la forbice è
stata "aggiornata" al 1718,1% del Pil: in
pratica,lo scorso anno,una somma compresa tra i 250 e il 266 miliardi di euro
è andata a incrementare il prodotto interno lordo, senza tuttavia subire
alcun prelievo fiscale e/ o contributivo.
Proprio dai contributi sociali è derivato un terzo dell'evasione totale:
complice la preoccupante diffusione del lavoro irregolare, non sono affluiti
alle casse degli istituti previdenziali pubblici e privati
somme comprese tra 37,7 e 40,7 miliardi di euro. Tra le grandi imposte,
l'Irpef ha toccato i livelli più elevati di
infedeltà fiscale (tra 28,9 e 31,2 miliardi), seguita dall'Iva,
dall'Ires e dall'Irap. Rilevanti, infine, anche le
quote sottratte alle autonomie locali e alle altre imposte indirette.
Rispetto al 2005,la stima del Sole 24 Ore del
Lunedì registra una crescita dell'evasione di circa 13 miliardi (minimo
e massimo erano risultati, rispettivamente, 88,8 e 102 miliardi). Il raffronto
dei risultati richiede, tuttavia, qualche cautela: il metodo di calcolo
è lo stesso, ma per il 2006 sono stati considerati anche i tributi
locali, esclusi invece dalla precedente elaborazione. Un incremento così
rilevante del "tesoro" dell'evasione si spiega anche sia con la crescita
del Pil in valore assoluto sia con l'aggiornamento al
2004 delle quantificazioni sull'economia sommersa. Tutti elementi che, in
realtà, rendono molto meno difformi le cifre del 2005 e quelle del 2006.
Gli scenari
L'anno che si è appena aperto rappresenta - nelle intenzioni del Governo
- un momento di svolta sul fronte del ritorno alla legalità fiscale. La
legge Finanziaria ora, e i decreti legge del 2006 prima, hanno fornito al Fisco
un armamentario importante per avviare un'azione di mediolungo
periodo che - come ha detto il presidente del Consiglio, Romano Prodi -
dovrà ricondurre il fenomeno alla normalità entro 78 anni
(addirittura tre per il ministro Padoa-Schioppa).
La revisione degli studi di settore, le misure antielusive, il potenziamento
dell'attività di controllo con un massiccio ricorso all'informatica
(dalla tracciabilità dei pagamenti alle nuove indagini bancarie), la
riforma della riscossione fanno pensare a una strategia organica che,almeno in termini di deterrenza, potrebbe dare i frutti
attesi.Ma i bilanci,come
sempre, vanno fatti alla fine. Per ora si devono solo fare i conti con la
realtà delle cifre: che dicono a chiare lettere come la strada da
percorrere sia ancora incredibilmente lunga e piena di insidie.
All'inizio di ogni anno, sembra essere consuetudine
fare il punto della situazione dell'anno passato e cercare di capire quali siano le prospettive per il nuovo anno. A un primo sguardo
il 2007 sembra dover essere quello che viene definito
"anno di transizione". Sarà infatti
solo nel 2008 che sia la Federazione Russa che gli Stati Uniti d'America
andranno alle urne per eleggere un nuovo presidente, e, pur con tutte le
differenze del caso, in entrambi i casi si tratterà di un cambiamento
molto delicato, in quanto sia Putin che Bush, ai sensi della Costituzione, non possono più
essere rieletti. Ciò nonostante ciò che accadrà nel 2008 dipenderà molto dalla sequela di avvenimenti che si
susseguirà questo anno, e da questo punto di
vista possiamo ragionevolmente aspettarci delle novità su tutti i fronti.
Proviamo ora ad analizzare per macro aree geografiche cosa ci possiamo
ragionevolmente attendere da questo nuovo anno.
Negli Stati Uniti d'America il 2007 sarà di sicuro l'anno del Congresso
tornato in mano democratica. Non appena insediato, i nuovi leader del
Congresso, hanno infatti detto chiaramente al
presidente "dimezzato" George W. Bush che il vento è
cambiato e che non vi è alcun margine per aumentare il numero di truppe
in Iraq. Anzi, come hanno ribadito, la politica deve essere quella di ridurre
sostanzialmente il numero di truppe impegnato in quel Paese. Come hanno
affermato Nancy Pelosi, il nuovo speaker democratici della Camera dei
Rappresentanti, e Harry Reid,
il nuovo leader della maggioranza democratico al Senato, in una lettera
congiunta inviata al presidente Bush: "L'aumento
delle forze impegnate in Iraq è una strategia che è stata
già tentata e che già è fallita una volta. Come molti
leader militari in servizio e non, crediamo fermamente che provare di nuovo a
seguire una strategia del genere sia un serio errore. Inviare in Iraq altre
truppe da combattimento servirà solo per mettere a rischio di vita altri
cittadini americani, e portare le nostre forze militari al punto di rottura
strategico". Addirittura l'aumento delle truppe proposto dal presidente Bush è stato accolto con tale ostilità, anche
dagli stessi deputati e senatori repubblicani, che alcuni si sono chiesti se Bush fosse serio in questa
proposta. E' ovvio che, con una situazione del genere, vi sono tutte le
premesse per un anno di 'guerriglia' politica tra presidenza e potere
legislativo negli Stati Uniti d'America.
Se nel suo stesso Paese il presidente Bush è
costretto a convivere con una maggioranza ostile al Congresso, le cose di certo
non vanno meglio al di fuori del suo Paese. Sulla base, infatti, di un
sondaggio condotto dall'istituto internazionale di studi di opinioni sociali
"Harris" nei confronti di cittadini
americani e dell'Unione Europea il peggior uomo politico del 2006 e' risultato
essere proprio il presidente americano George W. Bush, non visto di buon occhio
dal 56% degli americani, dal 87% dei francesi e tedeschi e dall'88% degli
spagnoli e degli italiani. Bush e' stato seguito
nell'ordine dal presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad e dal suo collega russo Vladimir Putin, quest'ultimo amato dal 21% dei tedeschi e dal 18%
degli americani. Questa ostilità si è trasformata, in America
Latina, in vera e propria sfida al potere statunitense: dopo la vittoria di Ortega in Nicaragua, di Morales
in Bolivia e la riconferma trionfale di Lula in
Brasile e soprattutto di Chavez in Venezuela, in
America Latina l'ondata di sinistra ha pressoché trionfato ovunque, tranne che
nella Colombia di Alvaro Uribe, unico ferreo alleato
degli Stati Uniti nel subcontinente sud-americano, dove la vera potenza
regionale sembra essere diventato quel Venezuela tanto inviso alla superpotenza
nord-americana.
In Medio Oriente le prospettive per la politica americana non sembrano essere
migliori. In Iraq, come tutti sappiamo, è stato da poco giustiziato,
dopo un processo farsa, l'ex dittatore iracheno Saddam Hussein. Eppure il
cittadino iracheno medio ha ben poco da festeggiare, mentre il suo Paese
è in preda alla guerra civile, le torture e le uccisioni hanno raggiunto
livelli ancora più alti del già terrificante regime di Saddam, e
non si vede all'orizzonte nessuna reale prospettiva di
uscita dal tunnel. In questa condizione, è percepibile, persino da parte
degli iracheni, la paura che l'eventuale ritiro degli americani dall'Iraq possa
portare ad una guerra civile su scala ancora maggiore, con l'intervento diretto
o indiretto delle altre potenze regionali: Arabia Saudita e Siria in difesa dei sunniti, Iran in difesa degli sciiti. E proprio l'Iran
di Mahmoud Ahmadinejad
sembra dover essere il grande protagonista, nel bene e nel male, del
La situazione dei territori occupati da Israele risulta invece sempre essere
pessima. Un barlume di speranza si è avuto ultimamente
quando il primo ministro israeliano Ehud Olmert si è incontrato con il presidente palestinese
Abu Mazen, a seguito della
crisi che ha visto lo scioglimento del parlamento palestinese a maggioranza di Hamas ed il licenziamento del governo Haniyeh,
da parte del presidente Abu Mazen.
Per la metà del 2007 sono ora previste le nuove elezioni legislative e
presidenziali anticipate, che secondo alcuni sondaggi, dovrebbero ridare la
guida del governo a Fatah e riconfermare Abu Mazen alla presidenza. Anche
in questo caso bisognerà vedere se basterà questo per far
risorgere l'ormai defunto processo di pace, visto che troppe volte nel passato
vi sono state speranze in tal senso, poi ogni volta naufragate. Dal canto suo,
non sarà neppure facile per Olmert, al minimo
della sua popolarità dopo la debacle in Libano, spiegare eventuali
future concessioni ai palestinesi, ai suoi nuovi alleati nazionalisti al
governo. Inoltre la minaccia, sempre più concreta con il passare del
tempo, del nucleare iraniano, potrebbe spingere Israele a compiere una azione preventiva contro gli stabilimenti nucleari di
quel Paese, cosa che rischierebbe di far deflagrare l'intero Medio Oriente, e
con esso, le prospettive di pace.
Il 1 gennaio
Mentre i russi festeggiano il Natale ortodosso, in un clima di nostalgico
ritorno alla 'grandeur' del periodo sovietico, grazie
al boom economico causato dalle esportazioni di gas e petrolio all'estero, la
questione che tutti si domandano a Mosca è: cosa farà Vladimir Putin? Nel 2008 scade il suo mandato, ed ai sensi della
Costituzione russa, Putin non si può
più ricandidare. In un Paese dove, dopo 7 anni
di governo Putin, la stragrande maggioranza dei media, compreso tutte le televisioni del Paese, sono
schierate con il Cremlino, ed è sempre
più difficile lavorare per le organizzazioni non governative ed i
movimenti di opposizione, vi sono molti che si attendono (o meglio dire
sperano) un "golpe bianco" del Cremlino,
per cambiare la Costituzione e permettere a Putin di ricandidarsi per la terza volta. La questione è di
primaria importanza soprattutto per coloro che durante la presidenza Putin hanno fatto affari e controllato il Paese, vale a
dire in modo particolare i "soloviki", gli
ex cekisti, che di fatto hanno
in mano oggi le redini del Paese. La loro paura, fondata, è che nel caso
al Cremlino ci andasse
qualcuno non controllabile da loro, rischierebbe di partire nei loro confronti
una ondata di persecuzioni, così come sono stati perseguiti da Putin gli oligarchi dell'epoca Eltsin
(vedasi Gusijnsky, Berezovsky
e Khodorkovsky). Il tutto in un clima nel quale non
sembra esistere nessuna reale opposizione al presidente Putin,
e in cui una sola manifestazione di protesta tenuta a Mosca il 16 dicembre ha
visto la presenza di un numero maggiore di poliziotti rispetto ai manifestanti.
Il 2 dicembre 2007 sono previste le elezioni per la Duma.
Sebbene nessuno si aspetti novità, anzi i
sondaggi sono concordi nel ritenere che Russia Unita, il partito di Putin, prenderà ancora più seggi di quanti ne
abbia ora in una Duma che è diventata
semplicemente la cassa di risonanza delle decisioni del Cremlino,
probabilmente solo allora si potrà capire qualcosa in più sulle
intenzioni di Putin o sulla nomina del suo
"successore".
In Africa il
In Asia il 2007 sicuramente vedrà continuare la grande marcia del drago
cinese verso la supremazia economica mondiale, e la contestuale affermazione
dell'India, nuova potenza crescente. E' proprio sul continente asiatico che in
futuro si decideranno le sorti del pianeta ed è questo che trasforma in
eventi di primaria importanza anche le elezioni in Paesi come il Turkmenistan. Dopo la morte del "satrapo"
dittatore Saparmurat Nyazov,
avvenuta nel dicembre 2006, ora il Turkmenistan si
trova di fronte la possibilità di riformarsi e di aprirsi al resto del
mondo. In questo contesto si terranno l'11 febbraio 2007 le prossime elezioni
presidenziali in cui è assolutamente favorito l'attuale presidente ad
interim, Gurbanguly Berdimuhammedow.
Il Turkmenistan è di primaria importanza perché
è la chiave per il controllo del petrolio dell’Asia centrale, assieme
all'Afghanistan. Al centro della partita ci sono due lunghi serpenti d’acciaio.
Per adesso ancora solo sulla carta, ma dovrebbero tagliare in due
l’Afghanistan. In uno, viaggeranno ogni giorno un milione di barili di greggio
proveniente dai giacimenti dell’Asia centrale ex
sovietica, nel secondo correrà il gas che sgorga dai giacimenti di Dauletabad in Turkmenistan. Due arterie strategiche per
rendere accessibile alle grandi compagnie petrolifere americane le immense
riserve di idrocarburi dell’Asia centrale e controllare, potenzialmente, buona
parte dell'afflusso energetico ai due giganti asiatici, India e Cina. Il
successo di questa strategia dipenderà dai
rapporti del nuovo presidente del Turkmenistan con
l'Occidente, e dalla tenuta del regime di Hamid Karzai, appoggiato dalle truppe americane e della NATO, in
Afghanistan.
Da non dimenticare infine un altro importante appuntamento che si terrà
quest'anno. Il 21 gennaio 2007 si apriranno le urne per l'elezione del nuovo
Parlamento in Serbia. Sarà il primo appuntamento importante di questo
nuovo anno, in quanto il futuro della Serbia dipende dalla tenuta o meno dei
partiti democratici al governo del Paese, e dal possibile successo del Partito
Radicale Serbo guidato da quel Vojislav Šešelj che al momento è all'Aia sotto processo per
crimini di guerra. Inoltre questo appuntamento è molto importante anche
perché, in seguito a queste elezioni, bisognerà stabilire
definitivamente lo status del Kosovo. La questione
è parecchio delicata in quanto è la principale arma di propaganda
del partito di Šešelj, che
accusa l'attuale governo di aver "perso" il Kosovo.
Nella provincia a maggioranza albanese invece l'opinione maggioritaria è
a favore dell'indipendenza e questo potrebbe causare non pochi problemi in una
regione uscita solo da pochi anni dalla spirale di una guerra fratricida che ha
causato immensi dolori e tragedie in quella che una volta era la Yugoslavia. Nel corso del 2007 ci saranno inoltre le anche
più importanti elezioni presidenziali che potrebbero
confermare l'attuale presidente, Boris Tadiæ, leader
del partito democratico. Il futuro della regione è quindi ora in mano
agli elettori serbi, mentre la NATO ha deciso di
aprire un ufficio a Belgrado e si parla persino di un possibile ingresso futuro
della stessa Serbia all'interno dell'Alleanza Atlantica, in caso di vittoria
dei democratici.
Concludendo quindi, il 2007 sembra essere un anno che, lungi dall'essere
semplicemente transitorio rispetto ai grandi appuntamenti elettorali del 2008,
potrebbe invece essere un anno caratterizzato da grosse novità, speranze
o delusioni, a seconda dei punti di vista. Come persone che credono fermamente
nei diritti umani e nello sviluppo della democrazia nel mondo, possiamo solo
sperare che questo nuovo anno porti dei risultati migliori dell''"hannus horribilis" che
è stato il 2006 sotto questo aspetto. Il risultato dipenderà,
tra le altre cose, dalla pressione che l'opinione pubblica può porre sui
propri governanti, affinché non prendano decisioni solo dettate
dall'avidità o dagli interessi economici, ma tengano anche conto delle
violazioni dei diritti umani e delle minacce alla democrazia ed alla
libertà sin troppo presenti nel mondo di oggi. L'Unione Europea, ad
esempio, dovrebbe essere molto chiara con la Russia, ed affermare con assoluta
trasparenza che ogni futura collaborazione, economica, politica e sociale, con
quel Paese, dipenderà dal suo rispetto dei
diritti umani e dalla difesa delle libertà democratiche in quel Paese.
Come ha ben dimostrato ciò che è accaduto in Iraq (e non solo)
nel 2006, la democrazia non si esporta con le armi. Ma è dovere di tutti
noi cittadini di Paesi che si dicono democratici, difendere in tutti i modi le
conquiste sinora ottenute dai Paesi in via di sviluppo su questa strada ed
aiutare coloro che nei propri Paesi di origine combattono a questo scopo. Solo
così potremo davvero avere fiducia nel nostro futuro.
Da La Repubblica 8-1-2007 Allarme dagli Usa: così le
specie esotiche migrano e rivoluzionano gli habitat
E in questo modo si moltiplicano i rischi per il mondo animale e per l'uomo
Le stagioni
impazziscono. Invasione degli "alieni"
di MAC MARGOLIS
Grande e grossa, scura e
brutta, l'achatina fulica
non è proprio ciò che si vorrebbe ammirare sulla spiaggia di Ipanema. Da quando ha conquistato una testa di ponte in
Brasile 19 anni fa questo poco adorabile mollusco, meglio noto come lumaca di
terra gigante dell'Africa, si è rivelato inarrestabile. Importato alla
chetichella nel 1988 come sostituto economico delle escargot,
le lumache edibili, è divenuto una piaga che
affligge il più grande Paese dell'America Latina come uno strano virus:
può crescere fino a raggiungere le dimensioni di un pugno umano, arriva
a pesare un chilo o più, depone 2.000 uova al
giorno e mangia cibo per un decimo del suo peso, divorando di tutto,
dall'insalata alle feci di topo, ai suoi stessi compagni morti. E può
essere portatore della filaria dei ratti, un parassita che penetra nel cervello
umano provocando la meningite. "Penetra nei giardini, si arrampica sui
muri, striscia sul pavimento", dice Silvana Thiengo,
esperta di lumache della Fondazione brasiliana Osvaldo Cruz.
"E l'abbiamo trovata a Copacabana!".
La ripugnante lumacona del Brasile è solo una delle molteplici
varietà di bestie e agenti patogeni che in tutto il mondo hanno
abbandonato il loro habitat naturale. I biologi le chiamano "specie esotiche", mentre il resto del mondo le chiama per
ciò che sono: "bioinvasori". Si
tratta di esseri viventi di tutte le forme, dai microbi agli alberi, dalle
zanzare alle manguste. In comune hanno un debole per la furtività:
si spostano nel pianeta sulle ali degli uccelli migratori, annidati nei fili
dei tessuti, nuotando nell'apparato circolatorio dell'uomo. I bioinvasori sono concorrenti feroci: al riparo dai
predatori del loro habitat naturale prosperano nei territori vergini,
monopolizzando le scorte di cibo e riproducendosi a un ritmo che fa impallidire
i conigli. Una volta insediatisi in un nuovo territorio, le specie occupanti
potrebbero non andarsene più.
Non c'è niente di nuovo né di catastrofico in sé nella
fauna e nella flora selvatica che si spostano ed emigrano da sole. Senza questa
millenaria forma di dislocazione, l'umanità non avrebbe di che nutrirsi
e star bene. "Oltre il 90% delle culture, come il grano, il mais e il riso, e quasi tutte le specie di bestiame sono
specie esotiche", dice David Pimentel della Cornell University. Ma la bioinvasione
ha fatto passi da gigante in un mondo sempre più senza frontiere, nel
quale miliardi di persone e tonnellate di merci attraversano il pianeta nel
giro di poche ore, mentre le ispezioni doganali e le quarantene sono sempre
più una pura formalità. In realtà le forze stesse che
rendono prospera l'economia internazionale - commercio, viaggi, trasporti e
turismo - la rendono vulnerabile per le specie invadenti.
Nel corso dell'ultimo mezzo secolo il commercio globale è cresciuto di
20 volte: le navi cargo, gli aerei e i camion forniscono un passaggio gratis a
un numero sterminato d'insetti e germi, in un epico subbuglio genetico che Jeffrey NcNeely del World Conservation Union, ha denominato "il grande reshuffling", rimpasto. L'Accademia Nazionale delle
Scienze ha riferito che ogni anno nei porti Usa sono intercettate 13.000
malattie delle piante. Eppure gli ispettori doganali esaminano appena il 2% dei
cargo in ingresso e dei bagagli. "È il prezzo della globalizzazione",
dice Charles Perrings,
economista ambientale dell'Università Statale dell'Arizona.
Qualsiasi animale o insetto nocivo, straniero o no, può essere una
seccatura, ma i bioinvasori sono particolarmente
dannosi. alcuni sono in grado di far fuori interi
raccolti, intasare le vie d'acqua, inaridire l'ambiente lasciando strada libera
a roghi e incendi spontanei. Alcuni microbi letali sono in grado di scatenare
pandemie, come la mucca pazza e l'Aids. Inoltre, perfino quando non sono una
minaccia diretta, le piante, gli animali e gli agenti patogeni esotici
impoveriscono la natura, emarginando una serie di specie locali o creando
ibridi e incroci. Un numero sempre maggiore di studiosi concorda che la bioinvasione è la più immediata minaccia alla
vita sul pianeta, dopo la deforestazione e lo sviluppo a rotta di collo.
"Una volta che in un sistema ci s'imbatte in una pianta o in una specie
animale non originaria è molto difficile ripristinare l'habitat come era
in precedenza", dice Mark Spencer, esperto di bioinvasioni
del Museo di Storia Naturale di Londra.
Secondo Pimentel, si calcola che negli Usa solo circa
50.000 bioinvasori provochino danni all'agricoltura,
agli alberi e agli allevamenti di pesci per 120 miliardi di dollari. Sommando
India, Regno Unito, Australia, Sudafrica e Brasile, i costi raddoppiano,
arrivando a 228 miliardi di dollari. A livello globale lo scotto della bioinvasione per l'economia e l'ambiente (risultante da
danni alle riserve idriche, degrado del suolo ed estinzione delle specie
naturali) può raggiungere la sbalorditiva cifra di 1,4 trilioni di
dollari l'anno. Se la maggioranza degli esperti ha ragione, la bioinvasione provocherà spese che potranno solo
peggiorare.
Al pari di molte altre cose del mercato globale, il fardello della bioinvasione ricade in modo diverso sui vari Paesi. Il
bilancio delle vittime è spesso devastante per i Paesi più
poveri, dove un raccolto mancato può innescare una carestia. Gli agenti
nocivi esotici più implacabili, come lo pseudococco
della manioca, la macchia grigia delle foglie e l'erba strega, dimezzano da
soli il raccolto dei Paesi più poveri, ponendo "una seria minaccia
alla vita e alle condizioni di vita", dice Guy Preston del programma Working
for Water.
Poiché le specie esotiche hanno la tendenza a prosperare in un clima più
mite, il riscaldamento del pianeta ha allargato le frontiere di tutta una serie
di organismi che amano il calore. "Le specie invadenti sono di certo in
vantaggio in un mondo sempre più caldo", dice Pimentel.
Ma importare la natura può anche essere una benedizione. Una vespa
parassita del Sudamerica ha contribuito a far
sì che milioni di coltivatori africani potessero tenere sotto controllo
lo pseudococco della manioca che devasta i raccolti,
mentre l'Australia è riuscita a trasformare con successo un virus killer
proveniente dalla Repubblica ceca in uno sterminatore dell'onnipresente e
dilagante coniglio europeo. Spesso, però, la natura dà i suoi
contraccolpi. La mangusta indiana spedita nelle Indie Occidentali per dare la
caccia ai topi, ha finito col divorare tutto quello che striscia o gracchia.
Una manciata di uccelli che nidificano al suolo e fino a una dozzina di rettili
e anfibi sono quasi giunti all'estinzione.
In realtà il peggior lascito dei bioinvasori
potrebbe essere la devastazione che implicano per qualsiasi altra forma di vita
naturale. Negli Usa fino al 40% delle specie estinte è imputabile alle
erbe, ai predatori o agli agenti patogeni invasori, secondo Pimentel.
E liberarsi dei bioinvasori è assai problematico.
Forse l'unico modo veramente sicuro per porre freno alla bioinvasione
è sigillare i buchi che si allargano alle frontiere internazionali. Se
le ispezioni doganali negli Usa sono poco meticolose, in buona parte del resto
del mondo sono addirittura risibili. Solo nel
E in un'epoca in cui i germi e gli agenti patogeni possono volare nei cieli e
viaggiare sui mari, perfino i controlli più meticolosi alle frontiere
potrebbero rivelarsi poco utili. Nella maggior parte dei Paesi le specie
esotiche sono troppo ambientate per essere sradicate. Memori di ciò che
diceva Ralph Waldo Emerson
- "un'erba infestante è una pianta le cui virtù non sono
state ancora scoperte" - alcuni studiosi stanno cercando di studiare i bioinvasori: in India un team di ricercatori sta aiutando
le famiglie nelle campagne a trasformare la lantana camara,
erbaccia infestante che invade i boschi, in un utile sostituto del
bambù. Non tutte le specie nocive e gli agenti patogeni potranno
prestarsi a un uso positivo, ma ciò non significa che gli studiosi debbano rinunciare. "Il vero problema non è
arrestare la bioinvasione, ma comprenderla",
dice Perrings. In definitiva significa imparare a
convivere con il nemico.
Copyright Newsweek - Repubblica Traduzione di Anna
Bissanti
(8 gennaio 2007)
Roma,
7 gen.(Apcom) - "Il futuro dell'Iraq: la
divisione del bottino di guerra", ovvero "come l'Occidente distruggerà le riserve petrolifere dell'Iraq":
con questo titolo "The Independent on Sunday", anticipa la controversa legge che sta per
arrivare al Parlamento di Baghdad, e di cui ha visionato una bozza, che permetterà ai colossi stranieri, in particolare
quelli statunitensi, di sfruttare la enormi riserve di oro nero dell'Iraq, le
terze per dimensione del pianeta. A redigere il provvedimento ha partecipato la
stessa amministrazione Usa, scrive l'edizione domenicale del quotidiano
britannico. Una legge che assegnerà a colossi petroliferi come Bp, Shell e Exxon,
contratti trentennali per estrarre il greggio iracheno, permettendo per la
prima volta, dalla nazionalizzazione del settore nel 1972, il ritorno delle
aziende petrolifere straniere sul suolo dell'Iraq. Torneranno allora in mente
le parole del vice-presidente Usa Dick Cheney, che nel 1999, quando era ancora ad
dell'azienda di servizi Halliburton, disse che
"il mondo avrà bisogno di ulteriori 50 milioni di barili di
petrolio al giorno entro il 2010". Da dove arriverà il petrolio? Si
interrogava Cheney, poi affermando: "Il Medio
Oriente, con due terzi del petrolio mondiale ai prezzi più bassi,
è ancora il luogo dove si trova la ricompensa finale". Questa legge
- scrive il quotidiano - darà peso alle voci critiche di quanti hanno
sempre sostenuto che la guerra in Iraq fu combattuta per il petrolio. Secondo
gli oppositiro, l'Iraq, la cui economia si basa per
il 95% sul petrolio, è costretto a consegnare un'inaccettabile
percentuale della sua sovranità agli stranieri. Secondo i vertici del
settore e gli analisti - scrive il giornale britannico - questa misura, che nei
primi anni di sfruttamento delle risorse petrolifere permettterà
alle aziende occidentali di intascare tre quarti dei profitti, è l'unico
modo per rimettere in piedi l'industria petrolifera dopo anni di sanzioni,
guerra e fuga di esperti. Ma lo sfruttamento dei pozzi avverrà
attraverso gli "accordi per la divisione della produzione" (production-sharing-agreements, o PSAs) per nulla diffusi in Medio Oriente, dove l'industria
del petrolio in Arabia Saudita o Iran, i due maggiori produttori mondiali,
è controllata dallo Stato.
Secondo
il "Sunday Times",
che cita diverse fonti militari israeliane, militari israeliani
stanno preparando un piano di attacco. Lo Stato ebraico smentisce
LONDRA
Israele ha preparato piani segreti per distruggere, utilizzando anche armi
nucleari tattiche, gli impianti per l’arricchimento dell’uranio in Iran,
secondo quanto afferma oggi (domenica) il ’Sunday Times’. Citando diverse
fonti militari israeliane, il giornale scrive che due squadriglie
dell’aeronautica dello Stato ebraico si stanno addestrando per far saltare in
aria, con bombe atomiche anti-bunker di ridotto potenziale, un impianto per l’ arricchimento dell’uranio a Natanz.
LA
SMENTITA
Hanno scatenato un putiferio le indiscrezioni, riportate dal
’Sunday Times’,
secondo cui gli israeliani hanno approntato dei piani segreti che prevedono il
ricorso a armi atomiche tattiche per distruggere gli impianti nucleari
iraniani. Lo Stato ebraico ha smentito categoricamente, mentre il regime degli
ayatollah ha minacciato una reazione proporzionata. Il giornale britannico ha
scritto oggi che i piloti di due squadriglie dell’aeronautica israeliana si
sono esercitati in previsione di un attacco contro l’impianto iraniano di Natanz, usato per l’arricchimento dell’uranio (procedura
preliminare alla fabbricazione di armi nucleari), con l’impiego di ordigni nucleari a basso potenziale. Contro altri due siti, quello
di Arak, in cui viene
prodotta acqua pesante, e quello di Isfahan, che
serve per la conversione dell’uranio, dovrebbero essere usate bombe
convenzionali. «Questa è una notizia assurda scritta da un giornale che
già in passato si è distinto per per titoli sensazionalistici
che si sono rivelati infondati», ha dichiarato una fonte accreditata del
governo israeliano. «Pensare che potremmo lanciare un attacco atomico contro
l’Iraq, e per di più che lo riveleremmo in anticipo a un giornale straniero,
è doppiamente ridicolo», ha insistito. La smentita non è bastata
a Teheran, soprattutto dopo che il mese scorso il
premier israeliano Ehud Olmert
è sembrato ammettere che lo Stato ebraico possiede l’atomica. «Qualsiasi
azione contro la Repubblica islamica non resterà senza risposta e
l’aggressore si pentirà molto presto delle sue
azioni», ha commentato il portavoce del ministero degli Esteri, Mohammad Ali Hosseini. Tutto
questo «convincerà l’opinione pubblica
mondiale che il regime sionista (Israele ndr) è la principale minaccia
per il mondo e per la Regione», ha aggiunto Hosseini.