Piccola Rassegna 8-1-2007


 

INDICE

Dal Corriere della Sera (8-1-2007) Bloccato dalla Bielorussia petrolio russo a Germania e Polonia  1

Da Il Sole 24 Ore (8-1-2007) Il conto dell'evasione in Italia Ogni anno sottratti al Fisco 115 miliardi di imposte di Salvatore Padula. 2

Da altrenotizie.org 8-1-2007  GLI SCENARI DEL MONDO  di Daniele John Angrisani 3

Da La Repubblica 8-1-2007 Allarme dagli Usa: così le specie esotiche migrano e rivoluzionano gli habitat 9

Da APCom 7-1-2007  'Independent': il petrolio iracheno andra' ai colossi stranieri 12

Da La Stampa 7/1/2007 (12:55)  "Israele prepara attacco atomico contro l'Iran" 13


Dal Corriere della Sera (8-1-2007) Bloccato dalla Bielorussia petrolio russo a Germania e Polonia

Fermo l'oleodotto Druzhba, che raggiunge i due Paesi passando per la Bielorussia. Il combustibile da questa notte, non arriva più

 

MOSCA (RUSSIA) - Riparte la guerra (economica) dell'energia in Europa. I rifornimenti petroliferi della Russia alla Polonia e alla Germania sono stati bloccati stanotte per cause ancora sconosciute. Si tratta dei rifornimenti che passano per l'oleodotto Druzhba, che parte dagli Urali e a sud raggiunge l'Ucraina, mentre a nord passa per la Bielorussia e arriva in Polonia e Germania.

OLEODOTTO BLOCCATO - «I rifornimenti che attraverso l'oleodotto Druzhba arrivano in Polonia e Germania - fa sapere il portavoce dell'oleodotto polacco Pern - sono stati interrotti stanotte. Abbiamo inviato una lettera alla Bielorussia per chiedere spiegazioni. Al momento non conosciamo le ragioni dell'arresto». Secondo la tv polacca Tvn24 i problemi nei rifornimenti sono collegati alla disputa sui prezzi dell'energia tra Minsk e Mosca. La Bielorussia ha ufficialmente richiesto un dazio di transito al petrolio russo diretto verso l'Europa. Una soluzione sembrava essere stata trovata nei giorni scorsi, ma il blocco di oggi potrebbe aver riaperto la crisi.

LA CRISI TRA MINSK E MOSCA - Il blocco dell'oleodotto potrebbe essere il primo atto della guerra del petrolio tra Russia e Bielorussia. Guerra di cui a farne le spese rischiano di essere i Paesi occidentali. Dopo aver raggiunto a fine dicembre un accordo sulle tariffe del gas venduto da Mosca, accordo conclusosi con un sostanzioso aumento dei prezzi, il dittatore bielorusso Alexander Lukashenko aveva infatti manifestato nei giorni scorsi l'intenzione di imporre una tassa sul petrolio che transita sul suo territorio, tassa necessaria per compensare l'aumento del prezzo del greggio disposto dai russi.
Lukashenko voleva infatti imporre una tassa di 45 dollari per tonnellata di petrolio circolante in Bielorussia, per guadagnare la cifra di 3 miliardi di dollari l'anno, in modo da compensare quasi del tutto l'aumento complessivo di 3,6 miliardi di dollari del prezzo del petrolio importato da Mosca. Dopo il no di Mosca alla richiesta di concedergli uno sconto sugli aumenti Lukashenko aveva minacciato ritorsioni per convincere il governo russo. Non escludendo il blocco del transito del petrolio che passa sul suo territorio.

08 gennaio 2007

 

 

 


Da Il Sole 24 Ore (8-1-2007) Il conto dell'evasione in Italia Ogni anno sottratti al Fisco 115 miliardi di imposte di Salvatore Padula

Le imposte e i contributi evasi hanno superato, nel 2006, i 115 miliardi di euro. Un po' come mettere l'una sull'altra - tanto per farsi un'idea - qualcosa come tre manovre del peso di quella appena approvata dal Parlamento. Roba da impallidire.
La buona notizia, per chi si accontenta, è che questo importo avrebbe potuto essere ben più elevato. Tanto da superare i 120 miliardi di euro, se l'inatteso boom del gettito tributario dello scorso anno (i 34 miliardi o più su cui Governo e opposizione stanno litigando per aggiudicarsene il merito), non avesse regalato all'Erario anche una quota "strutturale" di maggiori entrate pari a 5 miliardi,imputabile, secondo le valutazioni dell'Esecutivo, proprio ai primi risultati della lotta all'evasione.
I dati
Il Sole24 Ore del Lunedì ha aggiornato al 2006 le stime sulle imposte e i contributi evasi, vale a dire gli importi effettivamente sottratti al Fisco e non gli imponibili nascosti. L'analisi dice che il livello di evasione si collocatra un minimo di 106,6 e un massimo di 115,3 miliardi. Minimo e massimo sono calcolati tenendo conto sia dell'incidenza reale delle imposte versate, sia dei due valori forniti dall'Istat per quantificare l'underground economy: per il 2004,l'istituto ha fissato tra il 16,6 e il 17,7% del Pil il valore aggiunto imputabile all'area del sommerso economico (il livello più basso della forchetta indica quanta parte del Pil è sicuramente ascrivibile al sommerso;il più elevato, quanta parte del Pil è presumibilmente derivante dallo stesso fenomeno).
Così, considerato l'andamento della shadow economy negli ultimi anni, per il 2006 la forbice è stata "aggiornata" al 1718,1% del Pil: in pratica,lo scorso anno,una somma compresa tra i 250 e il 266 miliardi di euro è andata a incrementare il prodotto interno lordo, senza tuttavia subire alcun prelievo fiscale e/ o contributivo.
Proprio dai contributi sociali è derivato un terzo dell'evasione totale: complice la preoccupante diffusione del lavoro irregolare, non sono affluiti alle casse degli istituti previdenziali pubblici e privati somme comprese tra 37,7 e 40,7 miliardi di euro. Tra le grandi imposte, l'Irpef ha toccato i livelli più elevati di infedeltà fiscale (tra 28,9 e 31,2 miliardi), seguita dall'Iva, dall'Ires e dall'Irap. Rilevanti, infine, anche le quote sottratte alle autonomie locali e alle altre imposte indirette.
Rispetto al 2005,la stima del Sole 24 Ore del Lunedì registra una crescita dell'evasione di circa 13 miliardi (minimo e massimo erano risultati, rispettivamente, 88,8 e 102 miliardi). Il raffronto dei risultati richiede, tuttavia, qualche cautela: il metodo di calcolo è lo stesso, ma per il 2006 sono stati considerati anche i tributi locali, esclusi invece dalla precedente elaborazione. Un incremento così rilevante del "tesoro" dell'evasione si spiega anche sia con la crescita del Pil in valore assoluto sia con l'aggiornamento al 2004 delle quantificazioni sull'economia sommersa. Tutti elementi che, in realtà, rendono molto meno difformi le cifre del 2005 e quelle del 2006.
Gli scenari
L'anno che si è appena aperto rappresenta - nelle intenzioni del Governo - un momento di svolta sul fronte del ritorno alla legalità fiscale. La legge Finanziaria ora, e i decreti legge del 2006 prima, hanno fornito al Fisco un armamentario importante per avviare un'azione di mediolungo periodo che - come ha detto il presidente del Consiglio, Romano Prodi - dovrà ricondurre il fenomeno alla normalità entro 78 anni (addirittura tre per il ministro Padoa-Schioppa).
La revisione degli studi di settore, le misure antielusive, il potenziamento dell'attività di controllo con un massiccio ricorso all'informatica (dalla tracciabilità dei pagamenti alle nuove indagini bancarie), la riforma della riscossione fanno pensare a una strategia organica che,almeno in termini di deterrenza, potrebbe dare i frutti attesi.Ma i bilanci,come sempre, vanno fatti alla fine. Per ora si devono solo fare i conti con la realtà delle cifre: che dicono a chiare lettere come la strada da percorrere sia ancora incredibilmente lunga e piena di insidie.

 

 

Da altrenotizie.org 8-1-2007  GLI SCENARI DEL MONDO  di Daniele John Angrisani

 

All'inizio di ogni anno, sembra essere consuetudine fare il punto della situazione dell'anno passato e cercare di capire quali siano le prospettive per il nuovo anno. A un primo sguardo il 2007 sembra dover essere quello che viene definito "anno di transizione". Sarà infatti solo nel 2008 che sia la Federazione Russa che gli Stati Uniti d'America andranno alle urne per eleggere un nuovo presidente, e, pur con tutte le differenze del caso, in entrambi i casi si tratterà di un cambiamento molto delicato, in quanto sia Putin che Bush, ai sensi della Costituzione, non possono più essere rieletti. Ciò nonostante ciò che accadrà nel 2008 dipenderà molto dalla sequela di avvenimenti che si susseguirà questo anno, e da questo punto di vista possiamo ragionevolmente aspettarci delle novità su tutti i fronti. Proviamo ora ad analizzare per macro aree geografiche cosa ci possiamo ragionevolmente attendere da questo nuovo anno.

Negli Stati Uniti d'America il 2007 sarà di sicuro l'anno del Congresso tornato in mano democratica. Non appena insediato, i nuovi leader del Congresso, hanno infatti detto chiaramente al presidente "dimezzato" George W. Bush che il vento è cambiato e che non vi è alcun margine per aumentare il numero di truppe in Iraq. Anzi, come hanno ribadito, la politica deve essere quella di ridurre sostanzialmente il numero di truppe impegnato in quel Paese. Come hanno affermato Nancy Pelosi, il nuovo speaker democratici della Camera dei Rappresentanti, e Harry Reid, il nuovo leader della maggioranza democratico al Senato, in una lettera congiunta inviata al presidente Bush: "L'aumento delle forze impegnate in Iraq è una strategia che è stata già tentata e che già è fallita una volta. Come molti leader militari in servizio e non, crediamo fermamente che provare di nuovo a seguire una strategia del genere sia un serio errore. Inviare in Iraq altre truppe da combattimento servirà solo per mettere a rischio di vita altri cittadini americani, e portare le nostre forze militari al punto di rottura strategico". Addirittura l'aumento delle truppe proposto dal presidente Bush è stato accolto con tale ostilità, anche dagli stessi deputati e senatori repubblicani, che alcuni si sono chiesti se Bush fosse serio in questa proposta. E' ovvio che, con una situazione del genere, vi sono tutte le premesse per un anno di 'guerriglia' politica tra presidenza e potere legislativo negli Stati Uniti d'America.

Se nel suo stesso Paese il presidente Bush è costretto a convivere con una maggioranza ostile al Congresso, le cose di certo non vanno meglio al di fuori del suo Paese. Sulla base, infatti, di un sondaggio condotto dall'istituto internazionale di studi di opinioni sociali "Harris" nei confronti di cittadini americani e dell'Unione Europea il peggior uomo politico del 2006 e' risultato essere proprio il presidente americano George W. Bush, non visto di buon occhio dal 56% degli americani, dal 87% dei francesi e tedeschi e dall'88% degli spagnoli e degli italiani. Bush e' stato seguito nell'ordine dal presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad e dal suo collega russo Vladimir Putin, quest'ultimo amato dal 21% dei tedeschi e dal 18% degli americani. Questa ostilità si è trasformata, in America Latina, in vera e propria sfida al potere statunitense: dopo la vittoria di Ortega in Nicaragua, di Morales in Bolivia e la riconferma trionfale di Lula in Brasile e soprattutto di Chavez in Venezuela, in America Latina l'ondata di sinistra ha pressoché trionfato ovunque, tranne che nella Colombia di Alvaro Uribe, unico ferreo alleato degli Stati Uniti nel subcontinente sud-americano, dove la vera potenza regionale sembra essere diventato quel Venezuela tanto inviso alla superpotenza nord-americana.

In Medio Oriente le prospettive per la politica americana non sembrano essere migliori. In Iraq, come tutti sappiamo, è stato da poco giustiziato, dopo un processo farsa, l'ex dittatore iracheno Saddam Hussein. Eppure il cittadino iracheno medio ha ben poco da festeggiare, mentre il suo Paese è in preda alla guerra civile, le torture e le uccisioni hanno raggiunto livelli ancora più alti del già terrificante regime di Saddam, e non si vede all'orizzonte nessuna reale prospettiva di uscita dal tunnel. In questa condizione, è percepibile, persino da parte degli iracheni, la paura che l'eventuale ritiro degli americani dall'Iraq possa portare ad una guerra civile su scala ancora maggiore, con l'intervento diretto o indiretto delle altre potenze regionali: Arabia Saudita e Siria in difesa dei sunniti, Iran in difesa degli sciiti. E proprio l'Iran di Mahmoud Ahmadinejad sembra dover essere il grande protagonista, nel bene e nel male, del 2007 in Medio Oriente. Alla fine del 2006, infatti, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ha approvato una risoluzione che prevede sanzioni contro l'Iran in caso di prosecuzione del programma nucleare. Visto il totale rifiuto da parte dell'Iran di queste sanzioni, c'è da aspettarsi un ulteriore escalation della crisi durante questo anno. L'unica nota positiva, da questo punto di vista, è stata la sconfitta degli alleati radicali di Ahmadinejad nelle elezioni locali iraniane, che hanno visto il trionfo dei moderati guidati dall'ex presidente Rafsanjani, alleati con i riformisti. Quanto questo possa pesare sulle politiche iraniane in questo nuovo anno, si vedrà.

La situazione dei territori occupati da Israele risulta invece sempre essere pessima. Un barlume di speranza si è avuto ultimamente quando il primo ministro israeliano Ehud Olmert si è incontrato con il presidente palestinese Abu Mazen, a seguito della crisi che ha visto lo scioglimento del parlamento palestinese a maggioranza di Hamas ed il licenziamento del governo Haniyeh, da parte del presidente Abu Mazen. Per la metà del 2007 sono ora previste le nuove elezioni legislative e presidenziali anticipate, che secondo alcuni sondaggi, dovrebbero ridare la guida del governo a Fatah e riconfermare Abu Mazen alla presidenza. Anche in questo caso bisognerà vedere se basterà questo per far risorgere l'ormai defunto processo di pace, visto che troppe volte nel passato vi sono state speranze in tal senso, poi ogni volta naufragate. Dal canto suo, non sarà neppure facile per Olmert, al minimo della sua popolarità dopo la debacle in Libano, spiegare eventuali future concessioni ai palestinesi, ai suoi nuovi alleati nazionalisti al governo. Inoltre la minaccia, sempre più concreta con il passare del tempo, del nucleare iraniano, potrebbe spingere Israele a compiere una azione preventiva contro gli stabilimenti nucleari di quel Paese, cosa che rischierebbe di far deflagrare l'intero Medio Oriente, e con esso, le prospettive di pace.

Il 1 gennaio 2007 l'Unione Europea è arrivata a 27 membri, con l'ingresso di Romania e Bulgaria. Inoltre la Slovenia ha ufficialmente adottato l'euro, e sarà seguita l'anno prossimo da una serie di altri Stati dell'est europeo. Il processo di integrazione del continente europeo sembra quindi continuare con successo. Il problema è però che, in mancanza di serie riforme dell'ordinamento dell'Unione, con 27 Stati membri che su molti argomenti hanno ognuno il diritto di veto, l'Unione Europea rischia letteralmente la paralisi. Dopo la vittoria del NO ai referendum francese ed olandese del 2005, la Costituzione Europea sembra essere carta morta, e nulla si è mosso da allora. Data la contingenza politica, e soprattutto le elezioni presidenziali e legislative che si terranno in Francia nel maggio di quest'anno, è probabile che qualcosa si possa muovere da questo punto di vista entro la fine dell'anno. Se si vuole davvero dare all'Unione Europea un futuro di primo piano è di primaria importanza che il processo di integrazione riprenda a camminare anche dal punto di vista politico, dopo il successo dell'espansione ad est. Così come è di primaria importanza capire che tipo di relazioni l'Unione vuole avere con la Turchia, con cui è in essere un processo di eventuale adesione di questo Paese alla UE, e con la Russia, principale fornitore energetico dell'Unione e partner fondamentale dell'Unione nell'arena globale. Proprio con la Russia, il 2007 è molto probabilmente l'anno in cui verrà firmato un accordo di Partnership in campo economico e sociale che nel 2006 è stato bloccato dal veto polacco e dalla contingenza politica negativa creatasi dopo il barbaro assassinio di Anna Politkovskaja a Mosca e dell'ex spia sovietica Alexander Litvinenko a Londra.

Mentre i russi festeggiano il Natale ortodosso, in un clima di nostalgico ritorno alla 'grandeur' del periodo sovietico, grazie al boom economico causato dalle esportazioni di gas e petrolio all'estero, la questione che tutti si domandano a Mosca è: cosa farà Vladimir Putin? Nel 2008 scade il suo mandato, ed ai sensi della Costituzione russa, Putin non si può più ricandidare. In un Paese dove, dopo 7 anni di governo Putin, la stragrande maggioranza dei media, compreso tutte le televisioni del Paese, sono schierate con il Cremlino, ed è sempre più difficile lavorare per le organizzazioni non governative ed i movimenti di opposizione, vi sono molti che si attendono (o meglio dire sperano) un "golpe bianco" del Cremlino, per cambiare la Costituzione e permettere a Putin di ricandidarsi per la terza volta. La questione è di primaria importanza soprattutto per coloro che durante la presidenza Putin hanno fatto affari e controllato il Paese, vale a dire in modo particolare i "soloviki", gli ex cekisti, che di fatto hanno in mano oggi le redini del Paese. La loro paura, fondata, è che nel caso al Cremlino ci andasse qualcuno non controllabile da loro, rischierebbe di partire nei loro confronti una ondata di persecuzioni, così come sono stati perseguiti da Putin gli oligarchi dell'epoca Eltsin (vedasi Gusijnsky, Berezovsky e Khodorkovsky). Il tutto in un clima nel quale non sembra esistere nessuna reale opposizione al presidente Putin, e in cui una sola manifestazione di protesta tenuta a Mosca il 16 dicembre ha visto la presenza di un numero maggiore di poliziotti rispetto ai manifestanti. Il 2 dicembre 2007 sono previste le elezioni per la Duma. Sebbene nessuno si aspetti novità, anzi i sondaggi sono concordi nel ritenere che Russia Unita, il partito di Putin, prenderà ancora più seggi di quanti ne abbia ora in una Duma che è diventata semplicemente la cassa di risonanza delle decisioni del Cremlino, probabilmente solo allora si potrà capire qualcosa in più sulle intenzioni di Putin o sulla nomina del suo "successore".

In Africa il 2007 ha subito portato la prima guerra regionale. Da Mogadiscio si sono ritirate le Corti Islamiche, dopo una campagna durata meno di una settimana, che ha visto il trionfo delle truppe etiopi e del governo somalo "provvisorio" di Baidoa. Ma le Corti non si sono arrese ed hanno subito minacciato di intraprendere la tattica della guerriglia. Le prime avvisaglie si sono avute qualche giorno fa quando a Mogadiscio la polizia è dovuta intervenire per reprimere nel sangue una protesta contro la presenza delle truppe etiopi. Dall'altra parte del continente, in Nigeria, è in atto la guerriglia del Mend, il movimento di liberazione del Delta del Niger, che ha come obiettivo politico quello di nazionalizzare le immense risorse petrolifere della zona e cacciare via le grandi multinazionali occidentali, tra cui l'Agip e la Exxon. Negli ultimi mesi la guerriglia del Mend ha avuto un salto di qualità con i sequestri dei lavoratori occidentali e con l'uso delle autobombe per sabotare gli impianti petroliferi. In entrambi i casi, Somalia e Nigeria, l'inizio di questo 2007 non presuppone nulla di buono a venire, come, purtroppo, per la stragrande maggioranza del resto del continente africano dove ancora, nel 2007, i bambini, le donne e gli anziani, muoiono di fame e di malattie, senza che nessuno faccia qualcosa davvero per aiutarli.

In Asia il 2007 sicuramente vedrà continuare la grande marcia del drago cinese verso la supremazia economica mondiale, e la contestuale affermazione dell'India, nuova potenza crescente. E' proprio sul continente asiatico che in futuro si decideranno le sorti del pianeta ed è questo che trasforma in eventi di primaria importanza anche le elezioni in Paesi come il Turkmenistan. Dopo la morte del "satrapo" dittatore Saparmurat Nyazov, avvenuta nel dicembre 2006, ora il Turkmenistan si trova di fronte la possibilità di riformarsi e di aprirsi al resto del mondo. In questo contesto si terranno l'11 febbraio 2007 le prossime elezioni presidenziali in cui è assolutamente favorito l'attuale presidente ad interim, Gurbanguly Berdimuhammedow. Il Turkmenistan è di primaria importanza perché è la chiave per il controllo del petrolio dell’Asia centrale, assieme all'Afghanistan. Al centro della partita ci sono due lunghi serpenti d’acciaio. Per adesso ancora solo sulla carta, ma dovrebbero tagliare in due l’Afghanistan. In uno, viaggeranno ogni giorno un milione di barili di greggio proveniente dai giacimenti dell’Asia centrale ex sovietica, nel secondo correrà il gas che sgorga dai giacimenti di Dauletabad in Turkmenistan. Due arterie strategiche per rendere accessibile alle grandi compagnie petrolifere americane le immense riserve di idrocarburi dell’Asia centrale e controllare, potenzialmente, buona parte dell'afflusso energetico ai due giganti asiatici, India e Cina. Il successo di questa strategia dipenderà dai rapporti del nuovo presidente del Turkmenistan con l'Occidente, e dalla tenuta del regime di Hamid Karzai, appoggiato dalle truppe americane e della NATO, in Afghanistan.

Da non dimenticare infine un altro importante appuntamento che si terrà quest'anno. Il 21 gennaio 2007 si apriranno le urne per l'elezione del nuovo Parlamento in Serbia. Sarà il primo appuntamento importante di questo nuovo anno, in quanto il futuro della Serbia dipende dalla tenuta o meno dei partiti democratici al governo del Paese, e dal possibile successo del Partito Radicale Serbo guidato da quel Vojislav Šešelj che al momento è all'Aia sotto processo per crimini di guerra. Inoltre questo appuntamento è molto importante anche perché, in seguito a queste elezioni, bisognerà stabilire definitivamente lo status del Kosovo. La questione è parecchio delicata in quanto è la principale arma di propaganda del partito di Šešelj, che accusa l'attuale governo di aver "perso" il Kosovo. Nella provincia a maggioranza albanese invece l'opinione maggioritaria è a favore dell'indipendenza e questo potrebbe causare non pochi problemi in una regione uscita solo da pochi anni dalla spirale di una guerra fratricida che ha causato immensi dolori e tragedie in quella che una volta era la Yugoslavia. Nel corso del 2007 ci saranno inoltre le anche più importanti elezioni presidenziali che potrebbero confermare l'attuale presidente, Boris Tadiæ, leader del partito democratico. Il futuro della regione è quindi ora in mano agli elettori serbi, mentre la NATO ha deciso di aprire un ufficio a Belgrado e si parla persino di un possibile ingresso futuro della stessa Serbia all'interno dell'Alleanza Atlantica, in caso di vittoria dei democratici.

Concludendo quindi, il 2007 sembra essere un anno che, lungi dall'essere semplicemente transitorio rispetto ai grandi appuntamenti elettorali del 2008, potrebbe invece essere un anno caratterizzato da grosse novità, speranze o delusioni, a seconda dei punti di vista. Come persone che credono fermamente nei diritti umani e nello sviluppo della democrazia nel mondo, possiamo solo sperare che questo nuovo anno porti dei risultati migliori dell''"hannus horribilis" che è stato il 2006 sotto questo aspetto. Il risultato dipenderà, tra le altre cose, dalla pressione che l'opinione pubblica può porre sui propri governanti, affinché non prendano decisioni solo dettate dall'avidità o dagli interessi economici, ma tengano anche conto delle violazioni dei diritti umani e delle minacce alla democrazia ed alla libertà sin troppo presenti nel mondo di oggi. L'Unione Europea, ad esempio, dovrebbe essere molto chiara con la Russia, ed affermare con assoluta trasparenza che ogni futura collaborazione, economica, politica e sociale, con quel Paese, dipenderà dal suo rispetto dei diritti umani e dalla difesa delle libertà democratiche in quel Paese. Come ha ben dimostrato ciò che è accaduto in Iraq (e non solo) nel 2006, la democrazia non si esporta con le armi. Ma è dovere di tutti noi cittadini di Paesi che si dicono democratici, difendere in tutti i modi le conquiste sinora ottenute dai Paesi in via di sviluppo su questa strada ed aiutare coloro che nei propri Paesi di origine combattono a questo scopo. Solo così potremo davvero avere fiducia nel nostro futuro.


 

Da La Repubblica 8-1-2007 Allarme dagli Usa: così le specie esotiche migrano e rivoluzionano gli habitat
E in questo modo si moltiplicano i rischi per il mondo animale e per l'uomo

Le stagioni impazziscono. Invasione degli "alieni"

di MAC MARGOLIS

 

 

Grande e grossa, scura e brutta, l'achatina fulica non è proprio ciò che si vorrebbe ammirare sulla spiaggia di Ipanema. Da quando ha conquistato una testa di ponte in Brasile 19 anni fa questo poco adorabile mollusco, meglio noto come lumaca di terra gigante dell'Africa, si è rivelato inarrestabile. Importato alla chetichella nel 1988 come sostituto economico delle escargot, le lumache edibili, è divenuto una piaga che affligge il più grande Paese dell'America Latina come uno strano virus: può crescere fino a raggiungere le dimensioni di un pugno umano, arriva a pesare un chilo o più, depone 2.000 uova al giorno e mangia cibo per un decimo del suo peso, divorando di tutto, dall'insalata alle feci di topo, ai suoi stessi compagni morti. E può essere portatore della filaria dei ratti, un parassita che penetra nel cervello umano provocando la meningite. "Penetra nei giardini, si arrampica sui muri, striscia sul pavimento", dice Silvana Thiengo, esperta di lumache della Fondazione brasiliana Osvaldo Cruz. "E l'abbiamo trovata a Copacabana!".

La ripugnante lumacona del Brasile è solo una delle molteplici varietà di bestie e agenti patogeni che in tutto il mondo hanno abbandonato il loro habitat naturale. I biologi le chiamano "specie esotiche", mentre il resto del mondo le chiama per ciò che sono: "bioinvasori". Si tratta di esseri viventi di tutte le forme, dai microbi agli alberi, dalle zanzare alle manguste. In comune hanno un debole per la furtività: si spostano nel pianeta sulle ali degli uccelli migratori, annidati nei fili dei tessuti, nuotando nell'apparato circolatorio dell'uomo. I bioinvasori sono concorrenti feroci: al riparo dai predatori del loro habitat naturale prosperano nei territori vergini, monopolizzando le scorte di cibo e riproducendosi a un ritmo che fa impallidire i conigli. Una volta insediatisi in un nuovo territorio, le specie occupanti potrebbero non andarsene più.

Non c'è niente di nuovo né di catastrofico in sé nella fauna e nella flora selvatica che si spostano ed emigrano da sole. Senza questa millenaria forma di dislocazione, l'umanità non avrebbe di che nutrirsi e star bene. "Oltre il 90% delle culture, come il grano, il mais e il riso, e quasi tutte le specie di bestiame sono specie esotiche", dice David Pimentel della Cornell University. Ma la bioinvasione ha fatto passi da gigante in un mondo sempre più senza frontiere, nel quale miliardi di persone e tonnellate di merci attraversano il pianeta nel giro di poche ore, mentre le ispezioni doganali e le quarantene sono sempre più una pura formalità. In realtà le forze stesse che rendono prospera l'economia internazionale - commercio, viaggi, trasporti e turismo - la rendono vulnerabile per le specie invadenti.

Nel corso dell'ultimo mezzo secolo il commercio globale è cresciuto di 20 volte: le navi cargo, gli aerei e i camion forniscono un passaggio gratis a un numero sterminato d'insetti e germi, in un epico subbuglio genetico che Jeffrey NcNeely del World Conservation Union, ha denominato "il grande reshuffling", rimpasto. L'Accademia Nazionale delle Scienze ha riferito che ogni anno nei porti Usa sono intercettate 13.000 malattie delle piante. Eppure gli ispettori doganali esaminano appena il 2% dei cargo in ingresso e dei bagagli. "È il prezzo della globalizzazione", dice Charles Perrings, economista ambientale dell'Università Statale dell'Arizona.

Qualsiasi animale o insetto nocivo, straniero o no, può essere una seccatura, ma i bioinvasori sono particolarmente dannosi. alcuni sono in grado di far fuori interi raccolti, intasare le vie d'acqua, inaridire l'ambiente lasciando strada libera a roghi e incendi spontanei. Alcuni microbi letali sono in grado di scatenare pandemie, come la mucca pazza e l'Aids. Inoltre, perfino quando non sono una minaccia diretta, le piante, gli animali e gli agenti patogeni esotici impoveriscono la natura, emarginando una serie di specie locali o creando ibridi e incroci. Un numero sempre maggiore di studiosi concorda che la bioinvasione è la più immediata minaccia alla vita sul pianeta, dopo la deforestazione e lo sviluppo a rotta di collo. "Una volta che in un sistema ci s'imbatte in una pianta o in una specie animale non originaria è molto difficile ripristinare l'habitat come era in precedenza", dice Mark Spencer, esperto di bioinvasioni del Museo di Storia Naturale di Londra.

Secondo Pimentel, si calcola che negli Usa solo circa 50.000 bioinvasori provochino danni all'agricoltura, agli alberi e agli allevamenti di pesci per 120 miliardi di dollari. Sommando India, Regno Unito, Australia, Sudafrica e Brasile, i costi raddoppiano, arrivando a 228 miliardi di dollari. A livello globale lo scotto della bioinvasione per l'economia e l'ambiente (risultante da danni alle riserve idriche, degrado del suolo ed estinzione delle specie naturali) può raggiungere la sbalorditiva cifra di 1,4 trilioni di dollari l'anno. Se la maggioranza degli esperti ha ragione, la bioinvasione provocherà spese che potranno solo peggiorare.

Al pari di molte altre cose del mercato globale, il fardello della bioinvasione ricade in modo diverso sui vari Paesi. Il bilancio delle vittime è spesso devastante per i Paesi più poveri, dove un raccolto mancato può innescare una carestia. Gli agenti nocivi esotici più implacabili, come lo pseudococco della manioca, la macchia grigia delle foglie e l'erba strega, dimezzano da soli il raccolto dei Paesi più poveri, ponendo "una seria minaccia alla vita e alle condizioni di vita", dice Guy Preston del programma Working for Water.

Poiché le specie esotiche hanno la tendenza a prosperare in un clima più mite, il riscaldamento del pianeta ha allargato le frontiere di tutta una serie di organismi che amano il calore. "Le specie invadenti sono di certo in vantaggio in un mondo sempre più caldo", dice Pimentel.

Ma importare la natura può anche essere una benedizione. Una vespa parassita del Sudamerica ha contribuito a far sì che milioni di coltivatori africani potessero tenere sotto controllo lo pseudococco della manioca che devasta i raccolti, mentre l'Australia è riuscita a trasformare con successo un virus killer proveniente dalla Repubblica ceca in uno sterminatore dell'onnipresente e dilagante coniglio europeo. Spesso, però, la natura dà i suoi contraccolpi. La mangusta indiana spedita nelle Indie Occidentali per dare la caccia ai topi, ha finito col divorare tutto quello che striscia o gracchia. Una manciata di uccelli che nidificano al suolo e fino a una dozzina di rettili e anfibi sono quasi giunti all'estinzione.

In realtà il peggior lascito dei bioinvasori potrebbe essere la devastazione che implicano per qualsiasi altra forma di vita naturale. Negli Usa fino al 40% delle specie estinte è imputabile alle erbe, ai predatori o agli agenti patogeni invasori, secondo Pimentel. E liberarsi dei bioinvasori è assai problematico. Forse l'unico modo veramente sicuro per porre freno alla bioinvasione è sigillare i buchi che si allargano alle frontiere internazionali. Se le ispezioni doganali negli Usa sono poco meticolose, in buona parte del resto del mondo sono addirittura risibili. Solo nel 2005 l'India è arrivata a chiedere ai passeggeri in arrivo se trasportavano frutta, vegetali o piante, tutti importanti mezzi di trasmissione delle malattie. Ma i controlli doganali hanno pur sempre i loro limiti nell'economia globale. Grazie a severe e rigide leggi import l'Australia ha messo a punto una delle più efficaci difese contro la bioinvasione di qualsiasi altro Paese, eppure alla fine degli anni '90 gli allevatori canadesi di salmone hanno accusato l'Australia di avere normative doganali poco corrette. L'Organizzazione mondiale del commercio condivise le loro accuse costringendo l'Australia ad aprire il suo mercato, decisioni che potrebbero compromettere i regolamenti relativi alla quarantena.

E in un'epoca in cui i germi e gli agenti patogeni possono volare nei cieli e viaggiare sui mari, perfino i controlli più meticolosi alle frontiere potrebbero rivelarsi poco utili. Nella maggior parte dei Paesi le specie esotiche sono troppo ambientate per essere sradicate. Memori di ciò che diceva Ralph Waldo Emerson - "un'erba infestante è una pianta le cui virtù non sono state ancora scoperte" - alcuni studiosi stanno cercando di studiare i bioinvasori: in India un team di ricercatori sta aiutando le famiglie nelle campagne a trasformare la lantana camara, erbaccia infestante che invade i boschi, in un utile sostituto del bambù. Non tutte le specie nocive e gli agenti patogeni potranno prestarsi a un uso positivo, ma ciò non significa che gli studiosi debbano rinunciare. "Il vero problema non è arrestare la bioinvasione, ma comprenderla", dice Perrings. In definitiva significa imparare a convivere con il nemico.

Copyright Newsweek - Repubblica Traduzione di Anna Bissanti
(8 gennaio 2007)

 


 

Da APCom 7-1-2007  'Independent': il petrolio iracheno andra' ai colossi stranieri

 

Roma, 7 gen.(Apcom) - "Il futuro dell'Iraq: la divisione del bottino di guerra", ovvero "come l'Occidente distruggerà le riserve petrolifere dell'Iraq": con questo titolo "The Independent on Sunday", anticipa la controversa legge che sta per arrivare al Parlamento di Baghdad, e di cui ha visionato una bozza, che permetterà ai colossi stranieri, in particolare quelli statunitensi, di sfruttare la enormi riserve di oro nero dell'Iraq, le terze per dimensione del pianeta. A redigere il provvedimento ha partecipato la stessa amministrazione Usa, scrive l'edizione domenicale del quotidiano britannico. Una legge che assegnerà a colossi petroliferi come Bp, Shell e Exxon, contratti trentennali per estrarre il greggio iracheno, permettendo per la prima volta, dalla nazionalizzazione del settore nel 1972, il ritorno delle aziende petrolifere straniere sul suolo dell'Iraq. Torneranno allora in mente le parole del vice-presidente Usa Dick Cheney, che nel 1999, quando era ancora ad dell'azienda di servizi Halliburton, disse che "il mondo avrà bisogno di ulteriori 50 milioni di barili di petrolio al giorno entro il 2010". Da dove arriverà il petrolio? Si interrogava Cheney, poi affermando: "Il Medio Oriente, con due terzi del petrolio mondiale ai prezzi più bassi, è ancora il luogo dove si trova la ricompensa finale". Questa legge - scrive il quotidiano - darà peso alle voci critiche di quanti hanno sempre sostenuto che la guerra in Iraq fu combattuta per il petrolio. Secondo gli oppositiro, l'Iraq, la cui economia si basa per il 95% sul petrolio, è costretto a consegnare un'inaccettabile percentuale della sua sovranità agli stranieri. Secondo i vertici del settore e gli analisti - scrive il giornale britannico - questa misura, che nei primi anni di sfruttamento delle risorse petrolifere permettterà alle aziende occidentali di intascare tre quarti dei profitti, è l'unico modo per rimettere in piedi l'industria petrolifera dopo anni di sanzioni, guerra e fuga di esperti. Ma lo sfruttamento dei pozzi avverrà attraverso gli "accordi per la divisione della produzione" (production-sharing-agreements, o PSAs) per nulla diffusi in Medio Oriente, dove l'industria del petrolio in Arabia Saudita o Iran, i due maggiori produttori mondiali, è controllata dallo Stato.


 

Da La Stampa 7/1/2007 (12:55)  "Israele prepara attacco atomico contro l'Iran"

 

Secondo il "Sunday Times", che cita diverse fonti militari israeliane, militari israeliani stanno preparando un piano di attacco. Lo Stato ebraico smentisce

LONDRA
Israele ha preparato piani segreti per distruggere, utilizzando anche armi nucleari tattiche, gli impianti per l’arricchimento dell’uranio in Iran, secondo quanto afferma oggi (domenica) ilSunday Times’. Citando diverse fonti militari israeliane, il giornale scrive che due squadriglie dell’aeronautica dello Stato ebraico si stanno addestrando per far saltare in aria, con bombe atomiche anti-bunker di ridotto potenziale, un impianto per l’ arricchimento dell’uranio a Natanz.

LA SMENTITA
Hanno scatenato un putiferio le indiscrezioni, riportate dalSunday Times’, secondo cui gli israeliani hanno approntato dei piani segreti che prevedono il ricorso a armi atomiche tattiche per distruggere gli impianti nucleari iraniani. Lo Stato ebraico ha smentito categoricamente, mentre il regime degli ayatollah ha minacciato una reazione proporzionata. Il giornale britannico ha scritto oggi che i piloti di due squadriglie dell’aeronautica israeliana si sono esercitati in previsione di un attacco contro l’impianto iraniano di Natanz, usato per l’arricchimento dell’uranio (procedura preliminare alla fabbricazione di armi nucleari), con l’impiego di ordigni nucleari a basso potenziale. Contro altri due siti, quello di Arak, in cui viene prodotta acqua pesante, e quello di Isfahan, che serve per la conversione dell’uranio, dovrebbero essere usate bombe convenzionali. «Questa è una notizia assurda scritta da un giornale che già in passato si è distinto per per titoli sensazionalistici che si sono rivelati infondati», ha dichiarato una fonte accreditata del governo israeliano. «Pensare che potremmo lanciare un attacco atomico contro l’Iraq, e per di più che lo riveleremmo in anticipo a un giornale straniero, è doppiamente ridicolo», ha insistito. La smentita non è bastata a Teheran, soprattutto dopo che il mese scorso il premier israeliano Ehud Olmert è sembrato ammettere che lo Stato ebraico possiede l’atomica. «Qualsiasi azione contro la Repubblica islamica non resterà senza risposta e l’aggressore si pentirà molto presto delle sue azioni», ha commentato il portavoce del ministero degli Esteri, Mohammad Ali Hosseini. Tutto questo «convincerà l’opinione pubblica mondiale che il regime sionista (Israele ndr) è la principale minaccia per il mondo e per la Regione», ha aggiunto Hosseini.