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Piccola rassegna 20-12-2006

 

 

INDICE

Da La Repubblica 20-12-2006. Nel 2006 scoperti settemila evasori totali. Nascosti allo Stato redditi per 15,3 miliardi

Da La Stampa 20-12-2006 Il colpo di spugna scuote l’Unione. Si cerca la "manina" che scrisse la norma bloccata. 1

Da La Repubblica 19-12-2006. 3  Gianfranco Tatozzi 3 Si dimette il commissario anticorruzione "Impossibile una politica seria" 3

Da L’Espresso 19-12-2006. 5 Dopo l’Iran anche il Venezuela dice addio al dollaro. 5

Da La Repubblica (19-12-2006).  Usa, nasce il movimento anti shopping. 6

 


Da La Repubblica 20-12-2006

Presentato il rapporto annuale della guardia di finanza sulla lotta all'evasione
Svelate anche truffe all'amministrazione e alla Ue per oltre un miliardo

Nel 2006 scoperti settemila evasori totali. Nascosti allo Stato redditi per 15,3 miliardi

 


ROMA - Sono stati poco meno di settemila (6950) gli evasori totali scoperti dalla guardia di finanza nel 2006. Un esercito che ha nascosto allo Stato redditi per 15,3 miliardi di euro. Sono questi di due dati più eclatanti del rapporto sulla lotta all'evasione fiscale condotta dalle Fiamme gialle presentati oggi dal comandante del corpo, Generale Roberto Speciale. L'evasione dell'Iva ammonta invece a 3,5 miliardi di euro, un dato cresciuto del 40% rispetto allo scorso anno.

Il peso dell'economia sommersa nell'ambito dell'evasione, sottolinea la Finanza, "rimane abbastanza rilevante e non accenna a diminuire". A testimonianza di ciò anche il fatto che nel corso dei controlli in cantieri e aziende sono stati scoperti oltre 28 mila lavoratori in nero. Allarmanti anche i risultati per quanto riguarda il contrasto alle frodi ai danni dello Stato e dell'Unione europea. Nel 2006 la guardia di finanza ha scoperto frodi di aiuti comunitari all'agricoltura e illeciti finanziamenti dei fondi strutturali Ue per 433 milioni di euro. Altri 421 milioni sono stati truffati allo Stato italiano e 216 milioni sono i danni per truffe al sistema sanitario nazionale, ben il 70% in più rispetto all'anno scorso.


Davanti a questo quadro, ha assicurato il comandante generale Roberto Speciale, "la guardia di finanza impegnerà ogni mezzo disponibile per rispondere agli indirizzi del parlamento e del governo" sulla lotta all'evasione fiscale "per il risanamento dei conti pubblici".

 


 

Da La Stampa 20-12-2006

 

Il colpo di spugna scuote l’Unione. Si cerca la "manina" che scrisse la norma bloccata AMEDEO LA MATTINA

ROMA
Le tracce partono dal Senato e arrivano a Palazzo Chigi. «Ma a Palazzo Chigi mi giurano e spergiurano che è stato un errore materiale. Io però so per certo che quell’emendamento Fuda uscito dal portone di Palazzo Madama è entrato dalla finestra del governo. Chi è stato? Se lo sapessi lo strozzerei con le mie mani». Talleur nero con bordini rossi, Anna Finocchiaro è persona informata dei fatti: forse sa ma non può dire perchè sospetti e sospettati portano al gruppo dell’Ulivo che lei presiede. Non si dà ancora pace la Finocchiaro su come sia finita nel maxi-emedamento della Finanziaria quella norma che retrodata la prescrizione per i reati contabili e amministrativi commessi da pubblici amministratori. E non è l’unica ad essere infuriata. Anche il Presidente della Repubblica ha puntato la sua attenzione sul caso. Lunedì ha ricevuto al Quirinale Romano Prodi e oltre a sollecitare che venisse subito annunciata la seduta del consiglio dei ministri nella quale sarà licenziato il decreto che pone riparo al «pasticcio», ha chiesto al premier chi ne fosse stato l’autore. Prodi ha tergiversato, evitando una risposta diretta.

«Anche il sottosegretario Micheli - racconta il capogruppo dell’Udeur alla Camera, Mauro Fabris - è fuori dalla grazia di Dio. Ce l’ha con il ministro Padoa-Schioppa, che fa tanto lo scienziato, e poi gli passano sotto il naso cose del genere». Più che un giallo, sembra una vicenda pirandelliana, con uno, nessuno, centomila indizi che rimbalzano dai Ds alla Margherita e viceversa, senza una risposta definitiva. E c’è chi invita a guardare dentro il suo stesso partito. «Chi è stato? Io lo so: è stato “Zorro”», dice il senatore Manzione, della Margherita. E chi è «Zorro»? «Luigi Zanda che si è mosso su mandato dei senatori calabresi della Margherita e dei Ds». E il nome di Zanda rimanda a quello di Rutelli tirato in ballo dai leghisti che parlano di norma «salva-Rutelli», suscitando una sdegnata reazione del vicepremier. Ma Zanda, vicecapogruppo margheritino dell’Ulivo, è così potente da inserire una norma che era stata cassata dalla cabina di regia del Senato? «Urca, è un uomo di Rutelli e dell’Opus Dei! Figuriamoci - dicono gli informatori dei Ds - se non ha amici nelle alte sfere ministero dell’Economia! Chissà se Paolo De Ioanna ne sa qualcosa...». Ecco chiamato in causa via XX Settembre. In effetti, risulta che il capo di gabinetto di Tps, De Ioanna si sia rivolto al sottosegretario Enrico Letta per fargli presente che Zanda stava insistendo molto: «Che dobbiamo fare?». «Quella norma deve rimare fuori», è stata la risposta di Letta.

Ma
nella notte di lunedì, 11 dicembre, quella norma una manina l’ha infilata là. Il punto rimane: chi sarebbe stato il terminale di Zanda al tavolo di Palazzo Chigi. Il venticello caldo delle insinuazioni fa volare in aria il nome di Gianpaolo D’Andrea, sottosegretario ai rapporti con il Parlamento. Ma D’Andrea, con la fedina penale pulita, insiste sulla teoria dell’errore materiale. «Non avete idea con quale concitazione si scrivono i maxi-emendamenti, fino a notte fonda, con una montagna di carte sui tavoli. Magari un funzionario, sbagliando, ha messo quell’emendamento, che è diverso da quello originario di Fuda. E alla fine, in mezz’ora, chi si legge tutta quella roba per vedere se c’è qualcosa che non va? Si sta montando una tempesta in un bicchiere d’acqua».

Ecco, ritorniamo al senatore calabrese Fuda. Si era ipotizzato l’interesse di amministratori calabresi, del quale si era fatto latore il governatore Agazio Loiero. Il presidente della Regione, qualche giorno prima di quella notte, era andato da Romano Prodi: il veleno delle supposizioni riporta la voce di un pressing sul premier affinché quella norma venisse inserita. Anche perché, se così non fosse stato, Fuda non avrebbe votato la fiducia sulla Finanziaria. E la crisi della giunta calabrese non si sarebbe risolta. Andiamo da Fuda. Chi è stato? La prende alla larga. Dice che a volere una nuova regola garantista per i reati contabili sono «decine di migliaia di amministratori locali». «Secondo voi l’Anci è estranea a tutto questo?», lascia cadere lì il senatore calabrese.

L’Anci di Domenici? La palla ora è dall’altra parte del campo: i calabresi lasciano filtrare il sospetto su ambienti Ds. Dicono che anche il ministro Vannino Chiti o perfino il viceministro Vincenzo Visco potrebbero essere i colpevoli. «E se qualcuno del governo ha voluto mettere la versione “colpo di spugna” per affossare definitivamente la versione garantista di Fuda?», si chiede il sottosegretario ai Rapporti col Parlamento Naccarato. Il giallo si infittisce, il colpevole non salta fuori. E il Capo dello Stato aspetta ancora una risposta.

Da Repubblica 19-12-06

 


Da La repubblica 19-12-2006

Gianfranco Tatozzi, nominato nel 2004, ha scritto a Romano Prodi
Già nei giorni scorsi aveva lamentato "l'insensibilità nella lotta alla corruzione"

Si dimette il commissario anticorruzione "Impossibile una politica seria"

Pesanti accuse all'esecutivo: "Vogliono cancellare l'ufficio"

ROMA - Con una lettera inviata al presidente del Consiglio, l'Alto Commissario per la lotta alla corruzione Gianfranco Tatozzi, si è dimesso. Una decisione che lo stesso Tatozzi definisce "irrevocabile".
"Con l'applicazione del decreto Bersani - spiega il commissario - finiranno per sopprimere definitivamente l'ufficio. In Italia, una seria politica anticorruzione non è possibile".

Tatozzi, ex magistrato di Cassazione, è stato nominato nell'ottobre 2004, su proposta del precedente governo. Tra i compiti del suo organismo "la prevenzione e il contrasto della corruzione e delle altre forme di illecito nella pubblica amministrazione". Fiore all'occhiello dell'ufficio, le due inchieste sulle gare d'appalto dell'Anas, l'indagine sull'Asl di Vibo Valentia e sui concorsi universitari e le vendite di immobili Inps. In corso anche un'inchiesta sulla Federazione Italiana Gioco Calcio.

"Il budget del mio ufficio - spiega Tatozzi - è di 6,5 milioni all'anno eppure io, sia nel 2005 che nel 2006, ho contenuto le spese a 3 milioni di euro perchè sono sensibile al problema del taglio delle spese, ma non posso sopportare che l'esecutivo cancelli definitivamente il Commissariato. Quarantatrè dipendenti più tre magistrati per combattere la corruzione, eppure il primo ministro attuale neppure mi ha mai incontrato. E se qualcuno adesso dice che devo andare via perchè mi ha proposto Berlusconi e adesso c'è un premier diverso, allora io dico: che ci mettano qualcun altro a dirigere 'sto ufficio e vedremo poi i risultati".

Due giorni fa - in coincidenza con le polemiche suscitate dalla norma contenuta nel maxi-emendamento alla Finanziaria che avrebbe comportato una sorta di 'colpo di spugna' per i reati contabili - Tatozzi aveva già lamentato una "allarmante insensibilità alla lotta alla corruzione".

Tatozzi ha più volte puntato l'indice contro "i reiterati e ostinati tentativi" di arrivare alla soppressione dell'alto commissario Anticorruzione. Un primo tentativo, poi fallito, era riconducibile al ddl Nicolais sulla semplificazione che prevedeva la cancellazione della struttura. Ma il rischio imminente di chiusura è ora rappresentato - ha più volte lamentato Tatozzi - dall'articolo 29 del decreto Bersani, che prevede la chiusura degli enti che entro il prossimo 4 gennaio non provvedono a un riordino con Dpr. "Non c'è sicuramente tempo per noi - aveva detto - questo è un tentativo silente e surrettizio per cancellare l'alto commissario Anticorruzione".

(19 dicembre 2006)

 



Da L’Espresso 19-12-2006

 Dopo l’Iran anche il Venezuela dice addio al dollaro


MILANO - Il leader del Venezuela, Hugo Chavez, sta dirottando una quota crescente dei profitti petroliferi del paese verso l'euro, vista la discesa del dollaro e dei prezzi del petrolio. Il dollaro, sceso quest’anno del 9,5% rispetto all'euro, potrebbe soffrire ancora di più nel 2007 e questo perché il Venezuela e i produttori di petrolio, dagli Emirati Arabi Uniti all'Indonesia, vogliono investire più capitali nella valuta comune europea.

Anche il governo iraniano ha ordinato alla banca centrale di convertire in euro le attività denominate in dollari detenute all'estero e di rimpiazzare la divisa Usa con quella europea negli scambi internazionali. Lo ha annunciato il portavoce del governo Gholam Hossein Elham. Anche se la decisione è stata adottata dal governo di Teheran per rispondere alle pressioni degli Stati Uniti sulle Nazioni Unite per adottare sanzioni contro l'Iran per il suo controverso programma nucleare, tale scelta politica si inquadra perfettamente nella tendenza a scegliere la moneta unica come valuta di riferimento. Elham ha inoltre aggiunto che anche il budget dell'Iran sarà calcolato in euro. 'Le risorse dall'estero e le entrate petrolifere saranno calcolate in euro e le riceveremo in euro per mettere fine alla dipendenza dal dollaro", precisa un portavoce del governo iraniano, secondo il quale "procederemo anche al cambio dei nostri averi all'estero, il che include sia le entrate delle esportazioni, sia le fonti di finanziamento internazionali".

Tornando al Venezuela, Domingo Maza Zavala, uno dei sette componenti del consiglio della Banca centrale del Venezuela, ha spiegato in questi termini la decisione di convertire in euro una quota sempre maggiore dei profitti del suo paese: "Il dollaro americano ha subito un lungo processo di deterioramento. La strategia di diversificazione è iniziata quest'anno."

Il Banco Central de Venezuela ha ridotto la percentuale dei 35,9 miliardi di dollari di riserve investita in dollari e oro all'80%, una decisione significativa se si considera che una anno fa le riserve in dollari erano pari al 95%. D’altra parte, la nazione sudamericana, quinto produttore mondiale di petrolio, ha aumentato le attività denominate in euro al 15%, da meno del 5%, nello stesso arco di tempo.

La quota di depositi in valuta estera detenuta in dollari da parte dei membri dell'organizzazione dei paesi produttori ed esportatori di petrolio e della Russia, è scesa nel secondo trimestre al 65% dal 67% del trimestre precedente toccando il minimo da due anni, secondo i dati diffusi nella scorsa settimana dalla banca dei regolamenti internazionali.

Il Venezuela potrebbe anche essere spinto dall'ostilità nei confronti degli Usa, osserva Rick Arney, capo strategista valutario di Barclays Global Investors, che gestisce 1.700 miliardi di dollari di asset a San Francisco. Secondo alcuni analisti, lo spostamento dei paesi produttori di petrolio verso l'euro non dovrebbe indebolire il dollaro. Le nazioni Opec hanno ridotto i depositi in dollari di 5,3 miliardi di dollari nel secondo trimestre, rispetto al totale di 632 miliardi di dollari di attività globali.

19/12/2006 - 12:45

 


 

 

Da Repubblica 19-12-2006

 

Usa, nasce il movimento anti shopping - di Vittorio Zucconi
Martedì, 19 dicembre 2006

 

Pare che ce l'abbiano fatta, i Nuovi Puritani dello shopping, ad attraversare vergini l'oceano delle tentazioni e ad approdare a un Natale senza Babbo Natale. Mancano pochi giorni al traguardo della loro astinenza dagli acquisti e se resisteranno alla carica finale delle campanelline e delle slitte volanti, a quella sindrome da 24 dicembre che sgretola nell'ansia anche i voti anticonsumistici più convinti, i mille e 800 San Francescani che nella città della California non comperano nulla di nuovo dal primo gennaio di quest'anno avranno dimostrato che si può vivere senza shopping.

Partito 354 giorni or sono con appena dieci aderenti, in un empito di nausea al pensiero di un altro anno di acquisti, di consumi, di usa e getta, il viaggio di questi nuovi "Padri e Madri Pellegrini" si ispira esplicitamente a quei severi progenitori che sbarcarono in America nel 1620 per sfuggire alla corrotta Inghilterra e costruire la casta città di Dio. Il voto anti consumistico stipulato fra di loro si chiama infatti Compact.

Che non è un'automobile utilitaria, ma è il "patto" solenne stipulato fra i Puritani del XVII secolo, e fra i San Francescani del 2006 per vivere e allevare i figli senza mai comperare nulla di nuovo, ma scambiandosi, riciclando, riutilizzando, recuperando abiti, oggetti, a volte addirittura cibo, con gli altri membri di questa che non si può non definire una "setta".

Quando il San Francisco Chronicle annunciò il varo di questa impresa eroica e controcorrente, oltre che vagamente eretica in una nazione dove i consumi privati rappresentano il Verbo e producono i due terzi del prodotto interno, non poca ironia circondava il loro "patto". Persino nella California che colleziona ogni campionario di diversità e stravaganze, l'idea che dieci e poi duemila famiglie potessero vivere per un anno senza mai comperare nulla di nuovo e limitandosi a forme moderne di economia di baratto pareva impossibile.

L'America è la frontiera del new and improved, del "nuovo e migliore", dove anche il solito detersivo prodotto identico da mezzo secolo deve essere presentato come una novità e quindici tipi diversi di dentifrici sono lanciati ogni anno, per fare quello che ogni dentifricio fa da sempre, e il "nuovo" è una fede.

E invece, quando i giornali e le tv locali sono tornati a visitare la colonia dei Pellegrini a San Francisco, anche gli scettici hanno dovuto ammettere che hanno mantenuto i patti. I loro abiti, dalle scarpine dei neonati ai completi per uomini, vengono dai centri vendita dell'Esercito della Salvezza o dalle Godwill Industrie, una sorta di San Vincenzo laica che raccoglie beni e panni smessi.

Televisori, computer e ciarpame elettronico vario sono tutti di seconda e terza mano, come lo sono le bici e caschi, le automobili e i giocattoli. Racconta al Washington Post Rob Picciotto, che per calmare i due bambini adottati li porta nel grande magazzino Target dove giocano con gli ultimi arrivi sugli scaffali, "e poi tornano a casa contenti".
Meno contenti sono il manager e il personale di Target, che sono pagati a commissione sulle vendite.

Il pensiero che qualcuno abbia dovuto produrre e comperare quella merce che loro poi si scambiano non turba i puritani, che inseguono il sogno del riciclaggio universale come i pellegrini della Mayflower sbarcati nel New England sognavano la comunità senza peccato.

Respingono l'etichetta di fanatici e ammettono che non sempre, e non tutto, può essere recuperato ed riusato. "È impossibile trovare una scatola di lucido per scarpe usato" riconosce uno dei fondatori, Shann Rossenmoss, e molti compromessi con la realtà sono inevitabili.

Intense discussioni e articolati dibattiti si aprono nelle loro riunioni quando si tratta ad esempio di cambiare la batteria esaurita del telefonino (naturalmente usato). È più ideologicamente corretto comperare un'altra, costosissima, batteria o invece inghiottire l'orgoglio e prendere un telefonino nuovo offerto a costo zero dalle società di telefonia mobile?

Acquistare calze nuove, soprattutto da parte di signore che si trovino con smagliature improvvise, rappresenta un'eresia o una necessità scusabile? La biancheria intima può essere nuova, come vorrebbe l'igiene o deve essere usata, come imporrebbe il compact? Preservativi? Nuovi, s'intende, ma scambiati con altri beni fungibili, da chi, per ragioni non indagate, ne ha accumulati troppi. Segue dibattito.

Sono i problemi contro i quali ogni comunità votata ad alti ideali e a convinte ideologie invariabilmente sbatte, aprendo il solito rischio di scismi, secessioni, frazionismi e "puri più puri dei puri", soprattutto ora che dai dieci partiti nel gennaio scorso si è arrivati a quasi due mila adepti e il numero di persone che fanno acquisti o scambi via Internet di merci usate - per scelta di vita o per limitazioni di soldi - è a due milioni e mezzo.

Proteste ha sollevato la scoperta che ad esempio i fedeli non disdegnano di prendere pasti al ristorante, una cosa che ha indignato la gran madre dell'astinenza da shopping, Judith Levine, che in un libro raccontò il proprio anno di vita a Brooklyn totalmente senza acquisti, biglietti del metrò eccettuati.

Ma il viaggio contro i venti del consumo piace, stuzzica i talk show televisivi che invitano i leader a spiegare a un pubblico attonito come si possa vivere un anno intero senza mai cadere in tentazione, e ora la pausa per pubblicizzare quei prodotti che voi non comprate.

Sostengono che non è poi così difficile sfuggire alla trappola americana del "new and improved", del tutto nuovo e migliore che poi nell'arco di pochi giorni diventa obsoleto e scadente, basta volerlo.

Lo shopping è un vizio come altri, una addiction dalle quale si può guarire, e le signore nel pubblico annuiscono serie, pensando intanto a quale altra strenna comperare in questi ultimi cinque giorni di acquisti.

Gli inserzionisti inorridiscono, i Babbi Natale e i commessi pagati a percentuale tremano e noi peccatori della strenna, che traffichiamo col demonio delle compere nel sabba natalizio, ci auguriamo di non fare la fine che i Puritani riservavano alle streghe, bruciate.

da www.repubblica.it