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Documento inserito il 20-1-2007

 


 

Piccola Rassegna del  20-1-2007


 

INDICE

Da Soldi on line – Da LIBERTA' 20 gennaio 2007 Lotta al riciclaggio del denaroAssegni trasferibili verso il tramonto. 1

Da La Repubblica 20-1-2007 Cassazione: lecito scaricare file protetti basta non usarli a scopo di lucro. 2

Da Il Sole 24 Ore – 19-1-2007Geronzi torna in sella, Emanuele (Fondazione Cassa di Roma) va dagli avvocati 4

Da La Repubblica 19 -1- 2007 Spie Telecom, le indagini puntano ai vertici. Tronchetti: "Mai ordinato illegalità" 5

Da La Stampa 19-1-2007 Al via le città metropolitane. 6

Da La Stampa 19/1/2007 (13:47) Turchia, ucciso giornalista armeno. 7

Dal Corriere della Sera 18-1-2007 Uno studio di Harvard conferma l’aumento della quantità di nicotina presente nelle sigarette negli ultimi anni 8

 

 

 

 

 

LIBERTA' di sabato 20 gennaio 2007 Lotta al riciclaggio del denaroAssegni trasferibili verso il tramonto


MILANO - Assegni addio. Già messi a dura prova dal sopraggiungre dei pagamenti elettronici, i vecchi assegni rischiano di andare in pensione. Il ministero del Tesoro sta per accettare i consigli del Comitato antiriciclaggio e vuole preparare un decreto che dovrebbe mettere la parola fine agli assegni trasferibili. Si tratta dei normalissimi assegni che, tramite una serie di "girate" possono passare di mano in mano.
Questo sistema rende difficile la tracciabilità del denaro (non sempre le firme sono leggibili). Il governo, è vero, vuole combattere l'evasione fiscale eliminando (quasi) tutti i pagamenti per contanti, ma questo degli assegni è un caso diverso.
Qui non c'entra l'evasione di tasse e imposte, ma c'entrano le nuove normative europee in tema di riciclaggio del denaro. E' evidente che gli assegni che passano di mano "per girata" possono rappresentare un pericolo. Di qui la decisione di sostituirli con assegni "non trasferibili".
Attualmente sull'assegno c'è uno spazio dove, chi lo emette, può scrivere la dicitura "non trasferibile". Invece, per il futuro, le situazione dovrebbe ribaltarsi: gli assegni delle banche sarebbero tutti "non trasferibili" mentre quelli che si potranno ancora "girare" dovranno essere richiesti esplicitamente agli istituti di credito.
«Intendo mettere a punto al meglio la normativa - dice il sottosegretario al tesoro, Mario Lettieri - e sto pensando a un gruppo di lavoro per rendere più organica la disciplina, vedere quali adempimenti sono necessari e quali, invece, sono inutili a carico dei professionisti».
Lo stesso Lettieri, al contrario di quanto si era saputo ieri, ha assicurato che nulla è stato deciso circa su un'eventuale "tassa" che verrebbe messa sugli assegni trasferibili. «Non c'è nulla di deciso, anche perchè la materia è delicata e va concordata con l'Ufficio italiano cambi e la Banca d'Italia», dice il sottosegretario.
L'Abi (l'Associazione delle banche italiane) dice di essere all'oscuro di questo progetto ma da diverso tempo auspica una riduzione del numero degli assegni circolanti in Italia a favore della moneta elettronica.
In base ai dati di Bankitalia, nel nostro Paese gli assegni usati nel 2005 sono stati circa 500 mila, con un calo del 5,13% (sul 2004) per un ammontare di oltre un miliardo di euro.
L'uso degli assegni, un tempo unico modo di pagamento per cifre ingenti, va via via diminuendo se è vero che solo il 14,2% delle operazioni di pagamento è stata realizzata in questo modo. Invece è sempre più frequente l'uso di conti correnti via internet (comunque non senza rischi) che consentono di effettuare bonifici on line. Inoltre per molti pagamenti si usano carte di credito e le tessere del Bancomat che diventano "pagobancomat".
Oltre a limitare l'uso degli assegni trasferibili, l'Italia deve adeguarsi alle normative europee in tema di antiriciclaggio: per questo deve riconoscere nuovi reati e crare un'apposita autorithy. Per recepire le nuove norme Ue c'è tempo, comunque, fino ad agosto.

 


Da La Repubblica 20-1-2007 Cassazione: lecito scaricare file protetti basta non usarli a scopo di lucro

La sentenza dopo il ricorso di due studenti torinesi: non è reato "risparmiare" sui film
scagionati nonostante
avessero un programma per eliminare i dispositivi di protezione

Ma la sentenza si riferisce a un caso precedente alla legge del 2004 sul diritto d'autore

 

 

ROMA - Anche se c'è il copyright, si può scaricare lo stesso. Purché non si faccia a fini di lucro. Lo ha stabilito la III sezione penale Cassazione con una sentenza destinata a far discutere (è la numero 149/2007) con cui ha accolto il ricorso presentato da due studenti torinesi, condannati in appello ad una pena detentiva, sostituita da un'ammenda, per avere "duplicato abusivamente e distribuito" programmi illecitamente duplicati, giochi per psx, video cd e film, "immagazzinandoli" su un server del tipo Ftp (File transfer protocol) "dal quale potevano essere scaricati da utenti abilitati all'accesso tramite un codice identificativo e relativa password".
Una sentenza che fa discutere, anche se si riferisce a un caso precedente alla legge del 2004 sul diritto d'autore. La cosiddetta legge Urbani rende invece lo scaricamento di file protetti da copyright un diritto amministrativo e la loro condivisione un reato penale.

Ad uno dei due la sentenza della Corte d'appello del capoluogo piemontese datata 29 marzo 2005 (ora annullata "senza rinvio" dalla Suprema Corte) imputava anche il possesso, presso la propria abitazione, di software destinato "a consentire o facilitare la rimozione dei dispositivi di protezione "facilitare la rimozione dei dispositivi di protezione applicati a programmi per pc. Di fatto, i due studenti, avvalendosi di un computer in funzione presso l'associazione studentesca del Politecnico di Torino, avevano creato, gestito e curato la manutenzione di un archivio on line di dati e programmi, raggiungibile da un normale indirizzo ip, dal quale una "community" di utenti era libera di attingere in cambio, a sua volta, del rilascio di materiale informatico.
I reati contestati ai due ricorrenti erano quelli previsti dagli articoli 171 bis e 171 ter della legge sul diritto d'autore, la numero 633/41, sottoposta a tutta una serie di modifiche in anni recenti: nell'ultima formulazione, il primo prevede "la punibilità da sei mesi a tre anni, di chiunque abusivamente duplica, per trarne profitto, programmi per elaboratore o ai medesimi fini importa, distribuisce, vende, detiene a scopo commerciale o imprenditoriale o concede in locazione programmi contenuti in supporti non contrassegnati dalla Siae"; il secondo punisce con la reclusione da uno a quattro anni chi "riproduce, duplica, trasmette o diffonde abusivamente, vende o pone altrimenti in commercio, cede a qualsiasi titolo o importa abusivamente oltre cinquanta copie o esemplari di opere tutelate dal diritto d'autore e da diritti connessi".

Ebbene, per la Cassazione in primo luogo è da escludere per i due studenti la configurabilità del reato di duplicazione abusiva, attribuibile non a chi in origine aveva effettuato il download, ma a chi semmai si era salvato il programma dal server per poi farne delle copie. Ma soprattutto "deve essere escluso, nel caso in esame, che la condotta degli autori della violazione sia stata determinata da fini di lucro, emergendo dall'accertamento di merito che gli imputati non avevano tratto alcun vantaggio economico dalla predisposizione del server Ftp".

Per "fine di lucro", infatti, "deve intendersi un fine di guadagno economicamente apprezzabile o di incremento patrimoniale da parte dell'autore del fatto, che non può identificarsi con un qualsiasi vantaggio di genere; l'incremento patrimoniale può identificarsi con il mero risparmio di spesa derivante dall'uso di copie non autorizzate di programmi o altre opere dell'ingegno, al di fuori dello svolgimento di un'attività economica da parte dell'autore del fatto, anche se di diversa natura, che connoti l'abuso".

Anche con riferimento alla detenzione di un programma destinato a rimuovere o ad aggirare dispositivi di protezione "non emerge - avvertono i giudici - dall'accertamento di merito la finalità lucrativa cui sarebbe stata destinata la detenzione e, tanto meno, un eventuale fine di commercio della stessa".

(20 gennaio 2007)


Da Il Sole 24 Ore – 19-1-2007Geronzi torna in sella, Emanuele (Fondazione Cassa di Roma) va dagli avvocati

Cesare Geronzi confermato dall'assemblea dei soci al vertice di Capitalia (-0,32% a 6,95 euro la chiusura di settimana in Borsa) - con i consiglieri Roberto Colaninno ed Ernesto Monti - nonostante la condanna in primo grado nel crack Italcase-Bagaglino, ma non senza strascichi polemici. Favorevole al reintegro è stato il 37,2% del capitale, contrari azionisti per il 9,7% e astenuti per lo 0,98%. Al voto ha partecipato il 47,9% del capitale. Per effetto della votazione, ha annunciato il vicepresidente Paolo Savona, che presiedeva l'assemblea, i tre amministratori «riprenderanno le loro funzioni con effetto immediato». Quindi sin dal consiglio di amministrazione in programma nel pomeriggio di venerdì 19 gennaio.

Deminor, società che rappresenta alcuni fondi di investimento (0,39% del capitale), e la Fondazione Cassa di risparmio di Roma (secondo i dati Consob azionista numero due con il 7,186% dopo Abn Amro al 7,679%, pur non essendo nel patto di sindacato che controlla il 31,01%), hanno votato contro, una decisione - ha spiegato il rappresentante di Deminor - opportuna «per evitare le critiche e i sospetti sulla banca». Gli amministratori, ha aggiunto, «ai quali auguriamo di uscire in modo cristallino dalla vicenda, hanno il dovere di presentare le dimissioni».

La Fondazione, presieduta da Emmanuele Emanuele, ha ribadito le proprie «riserve» sull'opportunità di confermare le cariche definendosi «a favore della revoca», e ha anche dato mandato ai propri legali per verificare se le decisioni del patto di sindacato possano essere valutate come «evento generatore» di eventuali danni che possano derivare. Valutazione ribadita da Emanuele a margine dell'assemblea: «Il fatto che Geronzi sia stato condannato è già un danno d'immagine per la banca», da tempo al centro dei rumor su fusioni e acquisizioni. La Fondazione ha sottolineato «l'opportunità di revoca» nei confronti del presidente e degli altri amministratori che erano stati sospesi Colaninno (numero uno del gruppo Piaggio) e Monti, condannato per bancarotta preferenziale e per distrazione nel processo Trevitex (e sospeso venerdì dal cda di Finmeccanica). Geronzi, è stato condannato alla pena di un anno e otto mesi di reclusione, oltre alle realtive pene accessorie, per concorso nel reato di bancarotta semplice, Roberto Colaninno (sempre per Italcase), alla pena di quattro anni e un mese di reclusione, oltre alle relative pene accessorie per concorso nei reati di bancarotta preferenziale e di bancarotta semplice.

Tuttavia secondo il presidente del Patto di sindacato della banca, Vittorio Ripa di Meana, «Allo stato degli atti non sussistono motivi per mettere in discussione il rapporto di fiducia» con gli amministratori. «I manager - ha aggiunto Ripa di Meana - stanno gestendo la banca con effetti soddisfacenti ed il patto ha tenuto conto delle capacità nel confermare la fiducia e sul piano tecnico e giuridico bisogna attendere il giudizio definitivo, altrimenti entreremmo in un sistema che dopo una semplice iniziativa della magistratura o in presenza di sentenze di primo grano potrebbero creare delle vittime» alla luce dei risultati definitivi della vicenda. «È in questo contesto - ha concluso - che il patto di è mosso: sarebbe paradossale che i soci sindacati si riuniscano per esaminare le conseguenze di processi futuri».


 

Da La Repubblica 19 -1- 2007 Spie Telecom, le indagini puntano ai vertici. Tronchetti: "Mai ordinato illegalità"

L'inchiesta sulle intercettazioni illegali: nell'ordinanza del gip, che ha portato
a quattro arresti, si dice che i dossier erano preparati nell'interesse del proprietario

 

 

 

MILANO - Marco Tronchetti Provera, in una nota diffusa questa sera, dichiara ancora una volta la sua estraneità ai fatti: "Mai ordinato dossier o altre attività illegali", ribadisce l'ex presidente Telecom. Ma dagli atti dell'inchiesta sulle intercettazioni illegali emerge uno scenario inquietante: "Una gravissima intromissione nella vita privata delle persone", un tentativo di "captazione occulta di dati e notizie riservate, mossa da logiche puramente partigiane, nella contrapposizione tra blocchi di potere economico e finanziario". Logiche tendenti a beneficiare non l'azienda Telecom ma "colui che, in un dato momento storico, ne è proprietario di controllo".

Dunque puntano in alto, stando alle parole contenute nell'ordinanza del gip di Milano Giuseppe Gennari, le indagini sui dossier illegali, che ieri hanno portato ad altri quattro arresti. Due in carcere: il responsabile della Information Security Telecom, Fabio Ghioni, mentre un' altra ordinanza è stata notificata all'ex capo della sicurezza della compagnia telefonica, Giuliano Tavaroli, arrestato il 20 settembre scorso. Altre due ai domiciliari: i giornalista, ex Famiglia Cristiana, Guglielmo Sasinini, e il braccio destro di Ghioni, Rocco Lucia.

Indagini riguardanti Rcs, con incursioni nel sistema informatico dell'ad, Vittorio Colao, e del vicedirettore, Massimo Mucchetti, anche pedinato mentre da Brescia, dove abita, andava al lavoro a Milano. Indagini a tutto campo: "Per quanto riguarda Ghioni lo stesso mi ha sempre riferito di avere la possibilità di accesso anche a dati sensibili di altri gestori come Vodafone e Wind", racconta a verbale la 'gola profonda' dell' inchiesta, Marco Bernardini, che parla anche di accertamento sull' Authority sulla concorrenza.

"La Telecom aveva subito una multa molto consistente dal Garante Concorrenza e Mercato - spiega ai pm - e mio compito era quello di raccogliere elementi non solo sul dirigente dell' Autorithy, ma anche su tutto lo staff dirigenziale, per verificare se qualcuno di loro aveva preso soldi dai concorrenti, se erano comunque in contatto con dirigenti della concorrenza o infine di individuare possibili aspetti negativi sulle condotte di vita di ciascuno e ciò a mio avviso per poter poi avvicinarli ed esercitare pressioni".

Per il gip Gennari, "la notevole tecnologia di cui disponeva (e dispone) una grande azienda come Telecom poteva essere e veniva asservita al programma criminale". "E osserviamo anche emergere - scrive il giudice - una tipologia di investigazioni che (al di là di quanto dice Sasinini circa i report commissionati dalla presidenza) in modo difficilmente revocabile in dubbio, rispondevano ad esigenze dei vertici e della proprietà aziendale".

E' poi il testimone Patrizio Mapelli, dipendente della Value Partners, società che offriva consulenza a Telecom, a spiegare di aver ricevuto, nel gennaio-febbraio 2005, una telefonata da Tavaroli, in cui l'ex manager lo avvertiva che sarebbe stato citato in un rapporto su Rcs "destinato a Tronchetti". Sempre Bernardini, invece, parla di un interesse di Telecom nell'avere copia di un "contratto stipulato tra Tremonti e Bossi presso un notaio".

Un documento che l'ex Sisde, poi investigatore privato, non riuscì ad avere e che ambienti di Forza Italia identificano con il cosiddetto "accordo segreto", l'accordo politico-programmatico che legava Bossi a Berlusconi per le regionali 2000. Qell'ormai "leggendario documento politico", osserva Fi, peraltro, non fu stipulato da Tremonti, ma direttamente dallo stesso Berlusconi e da Umberto Bossi. I contenuti di quell' accordo divennero poi pubblici, fanno notare negli stessi ambienti, perchè inseriti nel programma elettorale delle regionali 2000.

 


 

Da La Stampa 19-1-2007 Al via le città metropolitane

19/1/2007 (16:22) - RIFORME

 

Individuate nel ’90, le aree di Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Bari e Napoli, sostituiranno le province

ROMA
Il Codice delle Autonomie, approvato oggi dal consiglio dei ministri, dà il via alle città metropolitane. Compito di promuoverle spetta agli stessi territori che, se vorranno, potranno richiedere la creazione di una città metropolitana nelle nove aree, già individuate nel ’90, di Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Bari e Napoli. L’iniziativa spetta al comune di capoluogo o al 30% dei comuni della provincia o delle province interessate, che rappresentino il 60% della relativa popolazione, oppure ad una o più province insieme al 30% dei comuni della provincia/e proponenti. Sulla proposta la Regione dovrà esprimere un parere e successivamente saranno chiamati ad esprimersi anche i cittadini con un referendum.

Referendum che non avrà quorum se il parere della Regione sarà favorevole, avrà un quorum del 30% se sarà contrario. «Nelle aree intorno alle città si può decidere di costituire al posto di una o più province una città metropolitana attraverso una procedura che parte dal territorio, con il consenso delle istituzioni e poi con un referendum», ha spiegato oggi il ministro degli Affari regionali e delle autonomie locali, Linda Lanzillotta. «Laddove viene costituita una città metropolitana la provincia scompare - ha spiegato il ministro - per lasciare il posto alla città metropolitana, che ha un perimetro stabilito dagli stessi enti locali e istituzioni che ne hanno voluto la costituzione. Il comune capoluogo viene articolato in municipalità, gli altri comuni resteranno gli stessi e svolgeranno funzioni di prossimità, di servizio diretto ai cittadini e alle imprese.

La stessa Regione è inoltre vincolata ad attribuire ai comuni funzioni che possono essere da loro meglio amministrate tanto che sono previsti anche meccanismi di garanzia per i comuni». «Una provincia troppo piccola perde la ragione della sua essenzialità costituzionale - ha affermato il ministro dell’Interno, Giuliano Amato - La revisione delle circoscrizioni provinciali che si prefigura non può avvenire se non c’è iniziativa dei comuni, senza il parere favorevole delle Regioni interessate e della stessa Conferenza Unificata».

 


 

Da La Stampa 19/1/2007 (13:47) Turchia, ucciso giornalista armeno

Era stato processato per offesa alla patria. Per le strade di Istanbul è caccia all'assasino

ISTANBUL
È caccia all’uomo per le strade di Istanbul. La polizia sta cercando l’assassino del giornalista turco di origine armena Hrant Dink, una delle voci più autorevoli del settore, direttore del settimanale bilingue turco-armeno Agos e più volte attaccato dagli ultranazionalisti e sotto processo per tradimento della patria per le sue dichiarazioni sul genocidio degli Armeni del 1915, in base al famigerato articolo 301 del codice penale turco, che l’Europa vorrebbe cancellato o quantomeno emendato. Per i colleghi giornalisti o per chi lo conosceva bene, la morte di Dink «è una perdita per la Turchia» e le pallottole che hanno colpito il suo corpo, hanno «colpito il Paese».

Sarebbe un ragazzo tra i 18 e i 19 anni, con un cappello bianco e una giacca di jeans, secondo le prime ricostruzioni, l’omocida dileguatosi dopo aver esploso quattro colpi di pistola, due dei quali hanno colpito alla testa il 53enne giornalista e lo hanno lasciato senza vita davanti all’entrata della sua redazione a Sisli, nella parte europea di Istanbul. La televisione Ntv riporta che la polizia turca è alla ricerca dell’assassino la cui identità rimane ancora sconosciuta. Per il quotidiano Hurriyet si potrebbe trattare di più di un uomo. Le forze dell’ordine hanno circondato la zona per precauzione. L’omicidio non è stato ancora rivendicato, ma secondo le prime ipotesi potrebbe essere stato commesso da un giovane estremista.

Un colpo al cuore per la Turchia, quella che vuole fortemente entrare in Europa e che adesso si trova con la patata bollente della libertà di espressione di nuovo sotto i riflettori europei. Dink, infatti, era stato preso di mira dagli ultranazionalisti, da quei lupi grigi che hanno pilotato la maggior parte dei processi per offesa all’identità turca secondo l’articolo 301. Dink, più volte alla sbarra, viveva con la spada di Damocle di quattro anni di prigione. L’accusa era in mano all’avvocato Kemal Kerencsiz, lo stesso che aveva trascinato in tribunale il premio Nobel Orhan Pamuk e la scrittrice Elif Shafak. L’udienza era stata aggiornata al prossimo 18 aprile, non senza imbarazzo da parte delle autorità turche, sotto pressione da parte di Bruxelles. Ma Dink, che aveva dichiarato di non volere vivere in un Paese che non lo vuole, non potrà difendersi.

 


 

Dal Corriere della Sera 18-1-2007 Uno studio di Harvard conferma l’aumento della quantità di nicotina presente nelle sigarette negli ultimi anni

Incremento anche nel numero di «tiri», e quindi anche della dipendenza

Fumo: smettere è sempre più difficile

BOSTON - Smettere di fumare è sempre più difficile. E non solo a causa della scarsa forza di volontà dei fumatori. Il problema è che i livelli di nicotina presenti nelle sigarette sono aumentati, e non per caso. Lo scrive uno studio pubblicato oggi dalla Harvard School of Public Health , che riapre le polemiche mai del tutto sopite tra enti regolatori americani e multinazionali del tabacco. Secondo i ricercatori di Boston – che hanno ripreso in mano i dati di una precedente analisi condotta dallo stato del Massachusetts, ampliandone portata e profondità – tra il 1997 e il 2005 la quantità di nicotina inalata attraverso le sigarette vendute in America è aumentata dell’11 per cento. E questo vale per tutti i tipi, compresi ultralight e mentolo.

UN AUMENTO NON CASUALE - Alla base dell’incremento di questa sostanza chiave delle sigarette – croce e delizia di ogni fumatore, poiché responsabile sia della sensazione di piacere procurata dal fumo sia della dipendenza indotta dallo stesso – sarebbe il tipo di tabacco utilizzato, forse una particolare parte della pianta, una specifica varietà o un tipo di trattamento. Di una cosa però lo studio sembra certo: l’iniezione extra di nicotina non è casuale. «Si è trattato di un aumento pervasivo, sistematico, che riguarda tutti i produttori e che è stato fatto di proposito», ha commentato Howard Koh, uno degli autori dello studio, al Boston

 Globe

. Ce n’è abbastanza per far saltare quella specie di tregua siglata nel 1998 tra industria del tabacco e autorità americane, in base alla quale le multinazionali del fumo si sarebbero dovute impegnare per ridurre il popolare vizio tra i più giovani.

PIU’ TIRI PER SIGARETTA - Lo studio ha anche dimostrato un aumento del numero di tiri per sigaretta, dovuto a cambiamenti nella progettazione della stessa. Insomma, difficile non tracciare la seguente equazione: più tiri, più inalazioni, più nicotina per numero di tiri, più dipendenza. E dunque più difficoltà a smettere, dal momento che l’astinenza da questa sostanza provoca sintomi quali insonnia, irritabilità, irrequietezza, deficit di concentrazione e via dicendo. Gli attivisti anti-fumo si sono subito appellati al governo federale affinché regolamenti e controlli il tabacco così come fa con i medicinali. La Philip Morris – la prima a rispondere tra le multinazionali chiamate in causa, nonché il maggior produttore americano di tabacco - ha contestato i risultati dello studio di Harvard, affermando che il livello di nicotina dei suoi prodotti di marca Marlboro ha semplicemente fluttuato negli ultimi anni. Ma per i ricercatori non c’è dubbio: il livello di nicotina è salito. E i tabagisti sono avvisati.

Carola Frediani

18 gennaio 2007