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MILANO - Assegni addio. Già messi a dura prova dal sopraggiungre dei pagamenti elettronici, i vecchi assegni
rischiano di andare in pensione. Il ministero del Tesoro sta per accettare i
consigli del Comitato antiriciclaggio e vuole preparare un decreto che
dovrebbe mettere la parola fine agli assegni trasferibili. Si tratta dei normalissimi
assegni che, tramite una serie di "girate" possono passare di mano
in mano.
Questo sistema rende difficile la tracciabilità del denaro (non sempre
le firme sono leggibili). Il governo, è vero, vuole combattere
l'evasione fiscale eliminando (quasi) tutti i pagamenti per contanti, ma
questo degli assegni è un caso diverso.
Qui non c'entra l'evasione di tasse e imposte, ma c'entrano le nuove
normative europee in tema di riciclaggio del denaro. E' evidente che gli
assegni che passano di mano "per girata" possono rappresentare un
pericolo. Di qui la decisione di sostituirli con assegni "non
trasferibili".
Attualmente sull'assegno c'è uno spazio dove,
chi lo emette, può scrivere la dicitura "non trasferibile".
Invece, per il futuro, le situazione dovrebbe ribaltarsi:
gli assegni delle banche sarebbero tutti "non trasferibili" mentre
quelli che si potranno ancora "girare" dovranno essere richiesti
esplicitamente agli istituti di credito.
«Intendo mettere a punto al meglio la normativa - dice il sottosegretario al
tesoro, Mario Lettieri - e sto pensando a un
gruppo di lavoro per rendere più organica la disciplina, vedere quali
adempimenti sono necessari e quali, invece, sono inutili a carico dei
professionisti».
Lo stesso Lettieri, al contrario di quanto
si era saputo ieri, ha assicurato che nulla è stato deciso circa su
un'eventuale "tassa" che verrebbe messa sugli assegni trasferibili.
«Non c'è nulla di deciso, anche perchè la materia è
delicata e va concordata con l'Ufficio italiano cambi e la Banca d'Italia»,
dice il sottosegretario.
L'Abi (l'Associazione delle banche italiane) dice di essere all'oscuro di
questo progetto ma da diverso tempo auspica una
riduzione del numero degli assegni circolanti in Italia a favore della moneta
elettronica.
In base ai dati di Bankitalia, nel nostro Paese gli assegni usati nel 2005
sono stati circa 500 mila, con un calo del 5,13% (sul 2004) per un ammontare
di oltre un miliardo di euro.
L'uso degli assegni, un tempo unico modo di pagamento per cifre ingenti, va
via via diminuendo se è vero che solo il
14,2% delle operazioni di pagamento è stata realizzata in questo modo.
Invece è sempre più frequente l'uso di conti correnti via
internet (comunque non senza rischi) che consentono di effettuare bonifici on
line. Inoltre per molti pagamenti si usano carte di credito e le tessere del
Bancomat che diventano "pagobancomat".
Oltre a limitare l'uso degli assegni trasferibili, l'Italia deve adeguarsi
alle normative europee in tema di antiriciclaggio: per questo deve
riconoscere nuovi reati e crare un'apposita autorithy. Per recepire le nuove norme Ue c'è tempo, comunque, fino ad agosto.
Da La Repubblica 20-1-2007
Cassazione: lecito scaricare file protetti basta non usarli a scopo di lucro
ROMA - Anche se c'è il copyright, si può
scaricare lo stesso. Purché non si faccia a fini di lucro. Lo ha stabilito la
III sezione penale Cassazione con una sentenza destinata a far discutere
(è la numero 149/2007) con cui ha accolto il ricorso presentato da due
studenti torinesi, condannati in appello ad una pena detentiva, sostituita da
un'ammenda, per avere "duplicato abusivamente e distribuito"
programmi illecitamente duplicati, giochi per psx,
video cd e film, "immagazzinandoli" su un server del tipo Ftp (File
transfer protocol) "dal quale potevano essere
scaricati da utenti abilitati all'accesso tramite un codice identificativo e
relativa password".
Una sentenza che fa discutere, anche se si riferisce a un caso precedente
alla legge del 2004 sul diritto d'autore. La cosiddetta
legge Urbani rende invece lo scaricamento di file protetti da
copyright un diritto amministrativo e la loro condivisione un reato penale.
Ad uno dei due la sentenza della Corte d'appello del capoluogo piemontese
datata 29 marzo 2005 (ora annullata "senza rinvio" dalla Suprema
Corte) imputava anche il possesso, presso la propria abitazione, di software
destinato "a consentire o facilitare la rimozione dei dispositivi di
protezione "facilitare la rimozione dei dispositivi di protezione
applicati a programmi per pc. Di fatto, i due
studenti, avvalendosi di un computer in funzione presso l'associazione
studentesca del Politecnico di Torino, avevano creato, gestito e curato la
manutenzione di un archivio on line di dati e programmi, raggiungibile da un
normale indirizzo ip, dal quale una
"community" di utenti era libera di attingere in cambio, a sua
volta, del rilascio di materiale informatico.
I reati contestati ai due ricorrenti erano quelli previsti dagli articoli 171
bis e 171 ter della legge sul diritto d'autore, la
numero 633/41, sottoposta a tutta una serie di modifiche in anni recenti:
nell'ultima formulazione, il primo prevede "la punibilità da sei
mesi a tre anni, di chiunque abusivamente duplica, per trarne profitto, programmi
per elaboratore o ai medesimi fini importa, distribuisce, vende, detiene a
scopo commerciale o imprenditoriale o concede in locazione programmi
contenuti in supporti non contrassegnati dalla Siae";
il secondo punisce con la reclusione da uno a quattro anni chi
"riproduce, duplica, trasmette o diffonde abusivamente, vende o pone
altrimenti in commercio, cede a qualsiasi titolo o importa abusivamente oltre
cinquanta copie o esemplari di opere tutelate dal diritto d'autore e da diritti connessi".
Ebbene, per la Cassazione in primo luogo è da escludere per i due
studenti la configurabilità del reato di duplicazione abusiva,
attribuibile non a chi in origine aveva effettuato il download,
ma a chi semmai si era salvato il programma dal server per poi farne delle
copie. Ma soprattutto "deve essere escluso, nel caso in esame, che la
condotta degli autori della violazione sia stata determinata da fini di
lucro, emergendo dall'accertamento di merito che gli imputati non avevano
tratto alcun vantaggio economico dalla predisposizione del server Ftp".
Per "fine di lucro", infatti, "deve intendersi un fine di
guadagno economicamente apprezzabile o di incremento patrimoniale da parte
dell'autore del fatto, che non può
identificarsi con un qualsiasi vantaggio di genere; nè
l'incremento patrimoniale può identificarsi con il mero risparmio di
spesa derivante dall'uso di copie non autorizzate di programmi o altre opere
dell'ingegno, al di fuori dello svolgimento di un'attività economica
da parte dell'autore del fatto, anche se di diversa natura, che connoti
l'abuso".
Anche con riferimento alla detenzione di un programma
destinato a rimuovere o ad aggirare dispositivi di protezione "non
emerge - avvertono i giudici - dall'accertamento di merito la finalità
lucrativa cui sarebbe stata destinata la detenzione e, tanto meno, un
eventuale fine di commercio della stessa".
(20
gennaio 2007)
Da Il Sole 24 Ore –
19-1-2007Geronzi torna in sella, Emanuele (Fondazione Cassa di Roma) va dagli
avvocati
Cesare
Geronzi confermato dall'assemblea dei soci al vertice di Capitalia (-0,32% a
6,95 euro la chiusura di settimana in Borsa) - con i consiglieri Roberto
Colaninno ed Ernesto Monti - nonostante la condanna in primo grado nel crack Italcase-Bagaglino, ma non senza strascichi polemici.
Favorevole al reintegro è stato il 37,2% del capitale, contrari
azionisti per il 9,7% e astenuti per lo 0,98%. Al voto ha partecipato il
47,9% del capitale. Per effetto della votazione, ha annunciato il
vicepresidente Paolo Savona, che presiedeva l'assemblea, i tre amministratori
«riprenderanno le loro funzioni con effetto immediato». Quindi sin dal
consiglio di amministrazione in programma nel pomeriggio di venerdì 19
gennaio.
Deminor, società che rappresenta alcuni
fondi di investimento (0,39% del capitale), e la Fondazione Cassa di risparmio
di Roma (secondo i dati Consob azionista numero due con il 7,186% dopo Abn
Amro al 7,679%, pur non essendo nel patto di sindacato che controlla il
31,01%), hanno votato contro, una decisione - ha spiegato il rappresentante
di Deminor - opportuna «per evitare le critiche e i
sospetti sulla banca». Gli amministratori, ha aggiunto, «ai quali auguriamo
di uscire in modo cristallino dalla vicenda, hanno il dovere di presentare le
dimissioni».
La Fondazione, presieduta da Emmanuele Emanuele, ha ribadito le proprie
«riserve» sull'opportunità di confermare le cariche definendosi «a
favore della revoca», e ha anche dato mandato ai propri legali per verificare
se le decisioni del patto di sindacato possano
essere valutate come «evento generatore» di eventuali danni che possano
derivare. Valutazione ribadita da Emanuele a margine dell'assemblea: «Il
fatto che Geronzi sia stato condannato è già un danno
d'immagine per la banca», da tempo al centro dei rumor
su fusioni e acquisizioni. La Fondazione ha sottolineato
«l'opportunità di revoca» nei confronti del presidente e degli altri
amministratori che erano stati sospesi Colaninno (numero uno del gruppo
Piaggio) e Monti, condannato per bancarotta preferenziale e per distrazione
nel processo Trevitex (e sospeso venerdì dal
cda di Finmeccanica).
Geronzi, è stato condannato alla pena di un anno e otto mesi di
reclusione, oltre alle realtive pene accessorie,
per concorso nel reato di bancarotta semplice, Roberto Colaninno (sempre per Italcase), alla pena di quattro anni e un mese di
reclusione, oltre alle relative pene accessorie per concorso nei reati di
bancarotta preferenziale e di bancarotta semplice.
Tuttavia secondo il presidente del Patto di sindacato della banca, Vittorio
Ripa di Meana, «Allo stato
degli atti non sussistono motivi per mettere in discussione il rapporto di
fiducia» con gli amministratori. «I manager - ha aggiunto Ripa di Meana - stanno gestendo la banca con effetti
soddisfacenti ed il patto ha tenuto conto delle capacità nel
confermare la fiducia e sul piano tecnico e giuridico bisogna attendere il
giudizio definitivo, altrimenti entreremmo in un sistema che dopo una
semplice iniziativa della magistratura o in presenza
di sentenze di primo grano potrebbero creare delle vittime» alla luce dei
risultati definitivi della vicenda. «È in questo contesto - ha
concluso - che il patto di è mosso: sarebbe paradossale che i soci
sindacati si riuniscano per esaminare le conseguenze di processi futuri».
Da La Repubblica 19
-1- 2007 Spie Telecom, le indagini
puntano ai vertici. Tronchetti: "Mai ordinato
illegalità"
L'inchiesta sulle intercettazioni illegali:
nell'ordinanza del gip, che ha portato
a quattro arresti, si dice che i dossier erano preparati nell'interesse del proprietario
MILANO - Marco Tronchetti Provera, in
una nota diffusa questa sera, dichiara ancora una volta la sua
estraneità ai fatti: "Mai ordinato dossier o altre
attività illegali", ribadisce l'ex presidente Telecom. Ma dagli
atti dell'inchiesta sulle intercettazioni illegali emerge uno scenario
inquietante: "Una gravissima intromissione nella vita privata delle
persone", un tentativo di "captazione occulta di dati e notizie
riservate, mossa da logiche puramente partigiane, nella contrapposizione tra
blocchi di potere economico e finanziario". Logiche tendenti a
beneficiare non l'azienda Telecom ma "colui che, in un dato momento
storico, ne è proprietario di controllo".
Dunque puntano in alto, stando alle parole contenute nell'ordinanza del gip di Milano Giuseppe Gennari,
le indagini sui dossier illegali, che ieri hanno portato ad altri quattro
arresti. Due in carcere: il responsabile della Information
Security Telecom, Fabio Ghioni,
mentre un' altra ordinanza è stata notificata
all'ex capo della sicurezza della compagnia telefonica, Giuliano Tavaroli, arrestato il 20 settembre scorso. Altre due ai
domiciliari: i giornalista, ex Famiglia Cristiana,
Guglielmo Sasinini, e il braccio destro di Ghioni, Rocco Lucia.
Indagini riguardanti Rcs, con incursioni nel sistema informatico dell'ad, Vittorio Colao, e del
vicedirettore, Massimo Mucchetti, anche pedinato
mentre da Brescia, dove abita, andava al lavoro a Milano. Indagini a tutto
campo: "Per quanto riguarda Ghioni lo stesso
mi ha sempre riferito di avere la possibilità di accesso anche a dati
sensibili di altri gestori come Vodafone e Wind", racconta a verbale la 'gola profonda' dell' inchiesta, Marco
Bernardini, che parla anche di accertamento sull' Authority
sulla concorrenza.
"La Telecom aveva subito una multa molto consistente dal
Garante Concorrenza e Mercato - spiega ai pm
- e mio compito era quello di raccogliere elementi non solo sul dirigente
dell' Autorithy, ma anche su tutto lo staff
dirigenziale, per verificare se qualcuno di loro aveva preso soldi dai concorrenti,
se erano comunque in contatto con dirigenti della concorrenza o infine di
individuare possibili aspetti negativi sulle condotte di vita di ciascuno e
ciò a mio avviso per poter poi avvicinarli ed esercitare
pressioni".
Per il gip Gennari,
"la notevole tecnologia di cui disponeva (e dispone) una grande azienda
come Telecom poteva essere e veniva asservita al
programma criminale". "E osserviamo anche emergere - scrive il
giudice - una tipologia di investigazioni che (al di là di quanto dice
Sasinini circa i report
commissionati dalla presidenza) in modo difficilmente revocabile in dubbio,
rispondevano ad esigenze dei vertici e della proprietà
aziendale".
E' poi il testimone Patrizio Mapelli, dipendente
della Value Partners,
società che offriva consulenza a Telecom, a spiegare di aver ricevuto,
nel gennaio-febbraio 2005, una telefonata da Tavaroli,
in cui l'ex manager lo avvertiva che sarebbe stato citato in un rapporto su
Rcs "destinato a Tronchetti". Sempre Bernardini, invece, parla di
un interesse di Telecom nell'avere copia di un "contratto stipulato
tra Tremonti e Bossi presso un notaio".
Un documento che l'ex Sisde, poi investigatore
privato, non riuscì ad avere e che ambienti di Forza Italia
identificano con il cosiddetto "accordo segreto", l'accordo politico-programmatico che legava Bossi a
Berlusconi per le regionali 2000. Qell'ormai
"leggendario documento politico", osserva Fi,
peraltro, non fu stipulato da Tremonti, ma direttamente dallo stesso
Berlusconi e da Umberto Bossi. I contenuti di quell' accordo
divennero poi pubblici, fanno notare negli stessi ambienti, perchè
inseriti nel programma elettorale delle regionali 2000.
Da La Stampa
19-1-2007 Al via le città metropolitane
19/1/2007 (16:22)
- RIFORME
Individuate nel ’90, le aree di
Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Bari e Napoli,
sostituiranno le province
ROMA
Il Codice delle Autonomie, approvato oggi dal consiglio dei ministri,
dà il via alle città metropolitane. Compito di promuoverle
spetta agli stessi territori che, se vorranno, potranno richiedere la
creazione di una città metropolitana nelle nove aree, già
individuate nel ’90, di Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze,
Roma, Bari e Napoli. L’iniziativa spetta al comune di capoluogo o al 30% dei
comuni della provincia o delle province interessate, che rappresentino
il 60% della relativa popolazione, oppure ad una o più province
insieme al 30% dei comuni della provincia/e proponenti. Sulla proposta la
Regione dovrà esprimere un parere e successivamente saranno chiamati
ad esprimersi anche i cittadini con un referendum.
Referendum che non avrà
quorum se il parere della Regione sarà favorevole, avrà un
quorum del 30% se sarà contrario. «Nelle aree intorno alle
città si può decidere di costituire al posto di una o
più province una città metropolitana
attraverso una procedura che parte dal territorio, con il consenso delle
istituzioni e poi con un referendum», ha spiegato oggi il ministro degli
Affari regionali e delle autonomie locali, Linda Lanzillotta.
«Laddove viene costituita una città
metropolitana la provincia scompare - ha spiegato il ministro - per lasciare
il posto alla città metropolitana, che ha un perimetro stabilito dagli
stessi enti locali e istituzioni che ne hanno voluto la costituzione. Il
comune capoluogo viene articolato in
municipalità, gli altri comuni resteranno gli stessi e svolgeranno
funzioni di prossimità, di servizio diretto ai cittadini e alle
imprese.
La stessa Regione è
inoltre vincolata ad attribuire ai comuni funzioni che possono essere da loro
meglio amministrate tanto che sono previsti anche meccanismi di garanzia per
i comuni». «Una provincia troppo piccola perde la ragione della sua
essenzialità costituzionale - ha affermato il ministro dell’Interno,
Giuliano Amato - La revisione delle circoscrizioni provinciali che si
prefigura non può avvenire se non c’è iniziativa dei comuni,
senza il parere favorevole delle Regioni interessate e della stessa
Conferenza Unificata».
Da La Stampa
19/1/2007 (13:47) Turchia, ucciso giornalista armeno
Era stato processato per offesa
alla patria. Per le strade di Istanbul è caccia all'assasino
ISTANBUL
È caccia all’uomo per le strade di Istanbul. La polizia sta cercando
l’assassino del giornalista turco di origine armena Hrant
Dink, una delle voci più autorevoli del
settore, direttore del settimanale bilingue turco-armeno Agos e più volte attaccato dagli
ultranazionalisti e sotto processo per tradimento della patria per le sue
dichiarazioni sul genocidio degli Armeni del 1915, in base al
famigerato articolo 301 del codice penale turco, che l’Europa vorrebbe
cancellato o quantomeno emendato. Per i colleghi giornalisti o per chi lo
conosceva bene, la morte di Dink «è una
perdita per la Turchia» e le pallottole che hanno colpito il suo corpo, hanno
«colpito il Paese».
Sarebbe un ragazzo tra i 18 e i 19 anni, con un cappello bianco e una giacca
di jeans, secondo le prime ricostruzioni, l’omocida
dileguatosi dopo aver esploso quattro colpi di pistola, due dei quali hanno
colpito alla testa il 53enne giornalista e lo hanno lasciato senza vita
davanti all’entrata della sua redazione a Sisli,
nella parte europea di Istanbul. La televisione Ntv
riporta che la polizia turca è alla ricerca dell’assassino la cui
identità rimane ancora sconosciuta. Per il quotidiano Hurriyet si potrebbe trattare di più di un uomo.
Le forze dell’ordine hanno circondato la zona per precauzione. L’omicidio non
è stato ancora rivendicato, ma secondo le prime ipotesi potrebbe
essere stato commesso da un giovane estremista.
Un colpo al cuore per la Turchia, quella che vuole fortemente entrare in
Europa e che adesso si trova con la patata bollente della libertà di
espressione di nuovo sotto i riflettori europei. Dink, infatti, era stato preso di mira dagli
ultranazionalisti, da quei lupi grigi che hanno pilotato
la maggior parte dei processi per offesa all’identità turca secondo
l’articolo 301. Dink, più volte alla sbarra,
viveva con la spada di Damocle di quattro anni di prigione. L’accusa era in mano all’avvocato Kemal Kerencsiz, lo stesso che
aveva trascinato in tribunale il premio Nobel Orhan
Pamuk e la scrittrice Elif
Shafak. L’udienza era stata aggiornata al prossimo
18 aprile, non senza imbarazzo da parte delle autorità turche, sotto
pressione da parte di Bruxelles. Ma Dink, che aveva dichiarato di non volere vivere in un Paese che non
lo vuole, non potrà difendersi.
Dal Corriere della Sera
18-1-2007 Uno studio di Harvard
conferma l’aumento della quantità di nicotina presente nelle sigarette
negli ultimi anni
Incremento
anche nel numero di «tiri», e quindi anche della dipendenza
Fumo:
smettere è sempre più difficile
BOSTON - Smettere di fumare è sempre più difficile.
E non solo a causa della scarsa forza di volontà dei
fumatori. Il problema è che i livelli di nicotina presenti nelle
sigarette sono aumentati, e non per caso. Lo scrive uno studio pubblicato
oggi dalla Harvard School
of Public Health , che
riapre le polemiche mai del tutto sopite tra enti regolatori americani e
multinazionali del tabacco. Secondo i ricercatori di Boston – che hanno
ripreso in mano i dati di una precedente analisi condotta dallo stato del Massachusetts, ampliandone portata e profondità
– tra il 1997 e il 2005 la quantità di nicotina inalata attraverso le
sigarette vendute in America è aumentata dell’11 per cento. E questo
vale per tutti i tipi, compresi ultralight e mentolo.
UN AUMENTO NON CASUALE - Alla base dell’incremento di questa sostanza chiave delle
sigarette – croce e delizia di ogni fumatore, poiché responsabile sia della sensazione di piacere procurata dal fumo sia
della dipendenza indotta dallo stesso – sarebbe il tipo di tabacco
utilizzato, forse una particolare parte della pianta, una specifica
varietà o un tipo di trattamento. Di una cosa però lo studio
sembra certo: l’iniezione extra di nicotina non è casuale. «Si
è trattato di un aumento pervasivo,
sistematico, che riguarda tutti i produttori e che è stato fatto di
proposito», ha commentato Howard Koh, uno degli autori dello studio, al Boston
Globe
. Ce n’è
abbastanza per far saltare quella specie di tregua
siglata nel 1998 tra industria del tabacco e autorità americane, in
base alla quale le multinazionali del fumo si sarebbero dovute impegnare per
ridurre il popolare vizio tra i più giovani.
PIU’ TIRI PER SIGARETTA -
Lo studio ha anche dimostrato un aumento del numero di tiri per sigaretta,
dovuto a cambiamenti nella progettazione della stessa. Insomma, difficile non
tracciare la seguente equazione: più tiri, più inalazioni,
più nicotina per numero di tiri, più
dipendenza. E dunque più difficoltà a smettere, dal momento che
l’astinenza da questa sostanza provoca sintomi quali insonnia,
irritabilità, irrequietezza, deficit di concentrazione e via dicendo.
Gli attivisti anti-fumo si sono subito appellati al governo federale affinché
regolamenti e controlli il tabacco così come
fa con i medicinali. La Philip Morris
– la prima a rispondere tra le multinazionali chiamate in causa, nonché il
maggior produttore americano di tabacco - ha contestato i risultati dello
studio di Harvard, affermando che il livello di
nicotina dei suoi prodotti di marca Marlboro ha semplicemente fluttuato negli ultimi anni. Ma
per i ricercatori non c’è dubbio: il livello di nicotina è
salito. E i tabagisti sono avvisati.
Carola
Frediani
18
gennaio 2007
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