lunedì 15 gennaio 2007
Le
contraddizioni delle politiche domestiche ed internazionali del governo
repubblicano che comanda gli Stati Uniti dal gennaio
2001 spingono il leader della Casa Bianca a molte correzioni di rotta prima
dell’abbandono della carica datato 2008
Come è naturale, negli scenari economici e politici internazionali risulta
fondamentale il ruolo degli Stati Uniti, le cui scelte hanno riflessi decisivi
sul funzionamento di una parte preponderante dei sistemi finanziari e
produttivi del pianeta. Per cogliere diversi aspetti di questo ruolo è
indispensabile tenere presenti alcuni dati.
In primo luogo, il pesantissimo deficit commerciale, pari nel 2005 a 726
miliardi di dollari, con un incremento del 17,5% rispetto all’anno
prima. Nel corso del 2006 tale deficit ha superato ampiamente gli 800 miliardi
di dollari. Particolarmente gravoso risulta in tale ambito il disavanzo
commerciale nei confronti della Cina che nei primi
mesi del 2006 è stato pari a quasi 110 miliardi di dollari, un dato già
superiore all’intero valore del 2005. Il disavanzo complessivo verso l’estero
non è stato ridotto neppure dalla forte svalutazione del dollaro, che dal
gennaio 2002 al dicembre 2006 ha perso il 23% del suo valore, ed è dipeso in
gran parte dal fatto che tra il 1996 ed il 2004 la domanda interna reale degli
USA è cresciuta più del prodotto interno lordo, 39% contro 33%, un andamento
arrestatosi solo nel 2005 e nel 2006. Nel caso dei rapporti commerciali con la Cina, inoltre, ha pesato anche la debolezza dello yuan, svalutato del 40% in termini reali rispetto al
biglietto verde. Di fronte a questi squilibri, lo stesso Fondo Monetario sta
tentando di cambiare almeno in parte la propria natura per concentrare la sua
attenzione sulla “sostenibilità esterna” delle varie economie, prendendo in
esame i rapporti tra cambio, bilancia commerciale e attività estere nette.
A ciò si aggiunge il pesante indebitamento federale, in passato quasi del tutto
sconosciuto agli USA e salito tra il 2001 ed il 2004 dal 57,4 al 63,7% del PIL,
con un disavanzo stimato ormai intorno ai 250-270 miliardi di dollari, per
quanto in fase di parziale rientro, dopo essere stato nel 2004 intorno ai 410
miliardi, il 3,6% del PIL. Tale disavanzo ha fatto crescere il debito collocato
sul mercato dal 33 al 37,2 per cento del PIL. In un simile quadro si inserisce
anche il cosiddetto “tax gap”, il mancato pagamento
annuo di imposte da parte di imprese e di cittadini, valutato in circa 345
miliardi di dollari.
Questi elementi, per quanto in presenza di
fondamentali sostanzialmente sani (dati 2005: inflazione, depurata da
alimentari e energia, al 2%, disoccupazione al 4,75 e PIL intorno al 3,5%,
sceso nel 2006 a 2,6), tendono a porre in luce che gli USA non rappresentano
più un’economia “chiusa”, capace cioè di sostenere qualsiasi tipo di
concorrenza, ma subiscono ormai, al proprio interno, gli effetti di tale
concorrenza. Inoltre, tali elementi impongono un forte finanziamento che in
gran parte deriva dall’esterno ed è sempre più proveniente, oltre che dal
Giappone, dalla Cina (le cui riserve valutarie in
dollari hanno superato i 1000 miliardi, sono in parte investite in Treasury bond USA e servono a sostenere
l’emissione di yuan, visto che una porzione
significativa della moneta estera in ingresso viene “comprata” dalla Banca
centrale), dall’India ed anche dai paesi del Golfo Persico, Arabia Saudita in
primis, sotto forma di attività denominate in dollari, a cominciare dalla
sottoscrizione dei titoli del Tesoro Usa. Più debiti, commerciali e non,
significa quindi maggiore dipendenza dagli investimenti esteri e dalla dollarizzazione, con inevitabili tensioni sui tassi di
interesse che devono tener conto sia della esigenza di attrarre risorse
dall’estero sia della necessità di rilanciare l’USA. E’necessario infatti sempre più “convincere” il mondo dell’esigenza di
“investire americano” per sfruttare il global saving
glut, l’eccesso di risparmio
planetario, ormai non più necessariamente orientato verso gli States, dove il risparmio nazionale si sta rapidamente
esaurendo; era pari al 6,5% del PIL nel 1998, è sceso all’1,2 nel 2003, per
risalire leggermente all’1,8 nel 2004.
A preoccupare gli USA concorre in questo senso la progressiva affermazione
dell’euro come moneta internazionale. Nel 1994 le obbligazioni in dollari
erano pari a 8319 miliardi, mentre quelle in euro erano soltanto pari a 3364
miliardi; nel 2005 le obbligazioni in dollari sono salite a 21714 miliardi, ma
quelle in euro hanno raggiunto i 10254 miliardi. Tra le monete che hanno scelto
l’euro come riferimento figurano tra l’altro il real brasiliano, il dollaro
neozelandese e il rand sudafricano.
Contemporaneamente, Russia e paesi OPEC, nel giro di pochi mesi durante il
2006, hanno fatto scendere i loro investimenti in dollari dal 70 al 65%. Anche
l’Iran ha annunciato di voler calcolare le proprie entrate petrolifere e le
risorse sull’estero in euro anziché in dollari – forse un primo passo per uno
sganciamento dal biglietto verde - se non altro per evitare misure ritorsive e
da parte delle autorità finanziarie degli USA e per
non subire i contraccolpi della svalutazione del dollaro. Si tratta di un
fenomeno significativo sia per l’ammontare delle riserve valutarie iraniane,
pari a circa 45,5 miliardi di dollari, sia per l’effetto trascinamento sulle
riserve di paesi “vicini”, come Libia, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita,
Egitto, Kuwait, Yemen, Qatar, misurate in circa 170
miliardi di dollari. Un indirizzo simile sta seguendo il Venezuela che sta modificando la composizione dei 40 miliardi delle
proprie riverse, con una decisa crescita di quelle in euro, salite dal 5 al 15%
del totale, a danno degli USA.
L’indebolimento della posizione del dollaro come moneta internazionale
appare, alla luce di ciò, ben più rischioso per le autorità USA di quanto non
lo sia un dollaro debole che anzi può consentire un rilancio delle esportazioni
ed una almeno parziale risistemazione dei conti con
l’estero; ben il 30% dei profitti delle società dell’indice
S&P500 proviene dal fatturato estero e in casi assai significativi come Exxon, Texas Instruments, Intel, la percentuale di fatturato dall’estero sale al
70-80% del totale. Naturalmente, un perdurante dollaro debole costituisce un
elemento “destabilizzante” in un sistema monetario internazionale in cui Cina,
Hong Kong e Malesia hanno un cambio fisso nei confronti del biglietto verde,
mentre Indonesia, Tailandia e Singapore hanno adottato una politica di
fluttuazione “amministrata” molto legata agli andamenti del dollaro.
Esiste poi un ulteriore dato rappresentato dalla sproporzione tra ricchezza
e reddito, come ha notato Geminello Alvi, in
buona parte legata ad un eccesso di liquidità, generato anche dalla dollarizzazione, che ha fatto impennare i prezzi delle
attività e ridotto gli interessi a lunga. L’aumento del valore dei patrimoni è
decisamente eccessivo rispetto ai redditi da lavoro, sintomo di un colossale
accumulo di ricchezza, e ciò fa sì che l’indice dei prezzi dei patrimoni sia
ben superiore di quello dei prezzi al consumo, con rischi di bolla immobiliare
e soprattutto di rallentamento produttivo, nascosto ora dalla deflazione
garantita dall’economie emergenti.
La chiara percezione di questa dipendenza spinge gli USA a rafforzare la
propria influenza mondiale ma anche a chiudersi in se stessi attraverso varie
misure, a partire da un sistema sempre più protezionistico, testimoniato dalle normative
Buy American fino agli effetti economici e commerciali del Patriot Act, e ad una serie di atti singoli come
l’opposizione del Congresso all’acquisto da parte di Dubai
Ports di una società inglese, la P&O,
con diramazioni negli States, oppure come gli
ostacoli posti alla scalata della cinese Cnooc alla
società petrolifera USA Unocal.
Il successo dei democratici nelle elezioni di mid-term,
del novembre 2006, in entrambi i rami del Congresso tende ad accentuare
ulteriormente la sensibilità verso una politica che difenda
i posti di lavoro negli States. La chiusura, e le
conseguenti aperture appaiono, in realtà, in tale contesto sempre più mirate:
si apre il mercato interno a chi dollarizza e compra
titoli USA e si chiude ad altri, meno disponibili. Si lega a ciò il problema
degli sgravi fiscali alle imprese esportatrici in aperta violazione dei
deliberati WTO, come lo scontro Boeing-Airbus
dimostra. E’ bene ricordare peraltro, per cogliere meglio il senso di un
eventuale, ulteriore inasprimento delle chiusure USA, che nel 2006 il valore
complessivo delle esportazioni UE negli Stati Uniti è stato pari a circa 251
miliardi di euro e tale zona ha rappresentato di fatto
la sola rispetto alla quale la bilancia commerciale del Vecchio Continente è
rimasta in attivo.
Il “sistema” protezionistico, riconducibile al Patriot Act, unito all’inasprimento delle norme
relative alla contabilità finanziaria contenute nel Sarbanes-Oxley
Act, sembra però compromettere seriamente la
fondamentale capacità delle Borse americane di attrarre capitali esteri. Nel
2005, la crescita complessiva dei prestiti sindacati è stata del 54% nella City
e del 16% a Wall Street, mentre il valore delle
attività degli hedge fund,
dal 2003 al 2005, è cresciuto a Londra dell’80% contro il 28% di New York;
dati, questi ultimi, che mettono in luce anche la difficoltà delle piazze
finanziarie americane ad adattare i propri orari alla
giornata di lavoro delle sempre più decisive realtà dei mercati emergenti. Un
recente rapporto del Committee on capital markets regulation, un organo composto da 22 accademici che ha
svolto un’accurata indagine sul sistema finanziario USA con il benestare del
Segretario al Tesoro Henry Paulson, ha insistito proprio sulla
perdita di competitività delle Borse statunitensi, rilevando che ormai la quota
USA sulle offerte iniziali è crollata dal 50 al 5% ed è aumentato in maniera
significativa il numero delle imprese che decidono di cancellarsi dal listino e
di fare ricorso al mercato del private equità; solo nel 2006, il
fenomeno del delisting ha raggiunto un valore complessivo di 150 miliardi di dollari ed ha
riguardato in larga parte le Borse USA. Nella sostanza la Commissione ha
sottolineato l’esigenza di allentare i margini di prescrittività ed “invadenza”
posti in essere dal sistema regolatorio statunitense che è costato molto caro
alle società; nel 2005 le imprese e le banche hanno pagato sanzioni di natura
civile per 4,7 miliardi di dollari contro i soli 40,5 del Regno Unito, a cui vanno aggiunti altri 3,5 miliardi legati ai
risarcimenti delle class action. La globalizzazione dei mercati finanziari, in
questo senso, sembra aver scatenato una brutale concorrenza di cui fanno le
spese, prima di tutto, le regole.
Al “protezionismo” si è unita la crescita della spesa in alcuni settori
strategici: negli ultimi 6 anni la spesa militare è salita del 48%,
raggiungendo nel budget 2007 i 440 miliardi, a cui ne
vanno aggiunti altri 80 per l’Homeland security; tutti soldi destinati non solo alla
difesa, ma alla fondamentale industria delle armi, alla Ricerca e Sviluppo e
all’indotto. Tutto questo, peraltro, nell’ambito di un bilancio federale
complessivo di circa 2 mila miliardi di dollari che fanno dell’economia USA
quella in grado di ricevere il maggior flusso di denaro pubblico al mondo.
Una parte di tali somme “pubbliche” servono indubbiamente, tramite commesse più
o meno dirette, a contenere i sintomi di crisi di alcuni settori industriali,
di cui i circa 60 mila tagli varati solo da GM e Ford
sono espressione evidente; la stessa Ford ha
registrato nel 2006 perdite per oltre 7 miliardi di dollari e a poco è servita
la scelta del presidente Bill Ford di chiamare alla guida della società
Alan Mulally che fatica a smaltire i costi di una pesantissima ristrutturazione
destinata a “liquidare” 10 mila colletti bianchi e 75 mila
operai. Gravano sull’azienda il fondo sanitario dei dipendenti e la progressiva
erosione di liquidità, a testimonianza delle difficoltà incontrate dalle
imprese manifatturiere che hanno ancora stabilimenti in territorio nazionale.
In questo contesto, afflitto da un generale rallentamento della produttività e
dal deciso aumento del costo del lavoro per unità di
prodotto, stimato nel terzo trimestre 2006 in crescita del 5,3% - livello più
alto dal 1982 -, stanno riprendendo vigore le importazioni anche dal Giappone,
soprattutto di auto, che hanno ricondotto la bilancia commerciale ad un attivo
verso gli Stati Uniti vicino al record del 1985. Nel 2007 sembra assai
probabile che Toyota superi General
Motors - nonostante la crescita di quest’ultima in
America Latina - nel numero di auto prodotte, ben 9,45 milioni di unità, ben
400 mila in più del 2006. Una serie di difficoltà, sul piano interno, sta
scontando persino un colosso come Wal-Mart, con 312
miliardi di dollari di fatturato, 1,8 milioni di dipendenti e 11,4 miliardi di
dollari di utili, che, dopo aver dovuto abbandonare Germania e Corea, non
riesce a risollevare il proprio titolo dalla soglia dei 48 dollari, nonostante
le euforie borsistiche e ciò sembra dipendere in
larga misura dal rallentamento dei consumi “nazionali” USA; non è un caso
quindi che la società della famiglia Walton, ancora
proprietaria del 38% dell’impresa, si rivolga in maniera chiara alla Cina, dove i punti di vendita sono 66 con 36 mila
dipendenti in rapidissima crescita tanto che si stima un incremento nel giro di
pochi mesi fino a 150 mila unità. Anche in questo caso, il già ricordato
successo dei democratici nelle due Camere sembra destinato a introdurre dati di
tensione e ad accelerare le delocalizzazioni
vista la volontà di tale maggioranza di aumentare il salario minimo dei
lavoratori da 5,15 a 7,25 dollari l’ora.
Di fronte alle difficoltà produttive, l’economia USA si sta dunque quasi
completamente legando solo ad alcuni ambiti produttivi e soprattutto
finanziari; Exxon, Conoco e
Chevron, cioè le major petrolifere, hanno prodotto
utili per 63 miliardi di dollari ed hanno alimentato i corsi azionari e
obbligazionari. Tali società, peraltro, stanno concependo l’ipotesi di ampliare
il ventaglio dei propri interessi puntando anche al settore dei carburanti
ecologici e delle fonti rinnovabili, in larga misura per non subire
contraccolpi borsistici legati al varo di nuove
politiche energetiche su scala planetaria. Parallelamente, e non certo a caso,
si sta sviluppando in maniera esponenziale il business del “private equity”, che nel 2006 ha raccolto negli USA risorse per
circa 225 miliardi, cifra record mai raggiunta prima, ed è stato responsabile
di un quinto delle acquisizioni compiute negli Stati Uniti. Si tratta di 200 e
passa miliardi che se moltiplicati per l’effetto leva significano 600 miliardi
pronti per essere investiti in giro per il mondo e capaci di garantire ottimi
affari, spesso assai speculativi, ma di indubbia remunerazione, come nel caso
del fondo Riplewood in grado di moltiplicare per 14
l’investimento iniziale, comprando la fallita Long Term
Credit Bank, trasformandola nella Shinsei Bank e
portandola in Borsa. Quella del private equity è una gigantesca massa di soldi in larga parte in
mano a pochi grandi Fondi che raccolgono i risparmi di centinaia di migliaia di
americani e investono in tutto il pianeta. Il solo fondo Carlyle
gestisce 44,3 miliardi di dollari, Texas Pacific Group dispone invece di 20 miliardi, così come Apax Partners, mentre Blackstone amministra 28 miliardi di dollari. Sono i grandi
player che sostengono il mercato internazionale e, al
tempo stesso, “garantiscono” le pensioni e le polizze assicurative dei
cittadini convinti dalla serie dei rendimenti a mettere lì parti crescenti
delle loro retribuzioni e dei loro debiti. In realtà
si tratta non solo di singoli cittadini ma anche di enti locali nell’ambito di
una sinergia “finanziarizzata”; ben 498 fra Stati e
amministrazioni locali hanno deciso negli USA di mettere sul mercato bond per
finanziare opere pubbliche e la sola California ha provveduto
in tal senso per 43 miliardi di dollari. Una simile, rapida finanziarizzazione
sta dilagando anche attraverso le forme decisamente più rischiose del venture
capital che punta a collocarsi nel promettente e veloce mercato del networking, già interessato del resto dal private equity e dalle acquisizioni dei grandi gruppi; il colosso
del commercio elettronico eBay
ha comprato per 2,6 miliardi di dollari la società di tlc
on line Skype, mentre il motore di ricerca Google ha
rilevato il controllo del servizio video YouTube per
1,6 miliardi di dollari.
A questo proposito occorre fare una importante
considerazione; gli interessi finanziari sono tali soltanto per una porzione
limitata della popolazione USA, oppure, pur nell’ambito di una crescente polarizzazione
della ricchezza, risultano decisivi per i milioni di cittadini USA che
investono una parte significativa della loro retribuzione in azioni e in altri
prodotti finanziari, inseriti in previdenza pensionistica, polizze individuali
e in assistenza sanitaria? Per rispondere occorre avere chiaro che le attività
finanziarie USA sono, in valore, pari a 5-6 volte il PIL e il 60-70% delle
famiglie USA possiede titoli finanziari. Gli azionisti della Berkshire Hathaway che
partecipano ogni primo lunedì del mese di maggio alla convention annuale di Omaha, dove il loro guru Warren Buffet li aggiorna sui
rendimenti delle operazioni finanziarie compiute, sono spesso più di 20 mila.
Del resto gli sgravi di Bush su dividendi e
plusvalenze, che hanno toccato i 2 mila miliardi di dollari, sono
comprensibili, anche in relazione ai costi che impongono, solo appunto se si
valutano le ricadute che non possono essere circoscritte a fasce troppo
limitate di popolazione. Tra le due ipotesi sopra ventilate, quindi, l’opzione
più convincente è certo la seconda ed è ulteriormente confermata da alcune
attenzioni specifiche del governo Bush, come lo
sgravio di 65 miliardi di dollari per i terreni demaniali da cui si estrae
greggio, a cui vanno aggiunti 10 miliardi di mancato
introito per le trivellazioni nel Golfo del Messico. Tagli così estesi in
quattro anni – due volte il PIL italiano -, riduzione di cinque punti della
tassazione sui capital gains, varo del pacchetto Jobs and Growth che abbassa l’aliquota maggiore sulle società al
35%, con larghi benefici per la S-Corporation,
deducibilità degli investimenti fino a 100 mila dollari, ipotesi sempre più
concrete di flax tax con una aliquota secca, unica, per tutti i
contribuenti non possono non prefigurare un modello di società, nell’ambito
della quale se crescono i dividendi e le plusvalenze si determinano benefici
collettivi, a cui si aggiungono – si aggiungono e non sono prioritari - gli
oltre 2 miliardi di dollari prelevati dallo Stato sui 10 di profitti della Exxon. Di tale modello fanno parte anche una spesa militare
pari a 400 miliardi di dollari, pesanti sussidi alle acciaierie, alle case
farmaceutiche – attraverso la riforma del Medicare e il potenziamento di una assistenza privata - e alle compagnie aeree, rinnovo del
protezionismo agricolo con il Farmer Bill, guerre doganali tramite antidumping e norme “buy american”. E ancora, tassi d’interesse
bassi e dollaro debole, accordi regionali sostanzialmente
unilaterali, spostamento di fasi produttive all’estero ma anche
creazione di posti di lavoro in USA con l’afflusso decisivo di capitale estero.
Gli Stati Uniti di Bush hanno espresso questo
insieme di contraddizioni che, difficili da definire in modo organico,
hanno però modificato in profondità la fisionomia dell’economia internazionale.
Bush ha vinto le elezioni due volte presentando agli
americani un’America che guarda soprattutto a sé stessa ed in nome di ciò, al
di là degli efficacissimi messaggi sulla sicurezza nazionale, sulla missione
democratica e sul cristianesimo rinato, punta ad essere senza
remore molto pragmatica, non certo isolazionista. Non è facile capire
quanto la riconquista da parte dei democratici dei due rami del Congresso
segni un’inversione radicale di questa rappresentazione dell’America e quanto
non sia le reazione a fatti specifici, come la
disastrosa guerra in Iraq, l’assoluta impreparazione manifestata di fronte
all’uragano Katrina, i numerosi scandali, e
soprattutto agli eccessi di un “modello” che resta però nella sostanza
condiviso dalla maggioranza dei votanti.
Sicuramente tra le Americhe vicine a Bush ha
figurato a lungo quella agricola, caratterizzata da una crescita dei
raccolti dal 1940 del 5% annuo e da una bilancia dei pagamenti costantemente in
attivo negli ultimi 15 anni; un’agricoltura monopolistica in cui il 49% delle
terre è nelle mani di meno di 30 società e dove
risulta dominante lo spazio occupato dalla cerealicoltura da esportazione, pari
al 20% della produzione mondiale, ma saldamente al primo posto nel caso di mais
e soia, con una quota vicina al 50% del totale mondiale. E’ un’economia in cui
si associano gruppi di produttori agricoli e grandi società di
commercializzazione (Wal Mart)
e nella quale i grandi marchi comprano molti dei marchi
europei; si pensi ad Unilever e Nestlé.
Si tratta però di un sistema produttivo, quello agricolo-commerciale, che per diventare maggiormente
trainante necessita di alcune condizioni. E’ necessaria la sconfitta della
concorrenza di India e Cina, ed in questo senso l’ingresso nel WTO di tali
paesi li ha spinti in modo palese a divenire in larga prevalenza “industriali”.
Nel caso indiano, poi, il settore agricolo è stato messo in difficoltà
dall’adozione delle sementi geneticamente modificate, che hanno determinato
l’indebitamento del 49% dei contadini, senza garantire loro reali miglioramenti
in termini di produttività. La stessa India, peraltro, conserva pesantissimi
dazi doganali, risultando insieme a quella norvegese l’agricoltura più
protetta. Occorre poi il pieno accesso ai ricchi mercati europei. Sono
fondamentali in tal senso le battaglie per la riduzione delle tariffe ed
adozione degli standard di prodotto USA, in particolare l’abbandono del
principio di precauzione a vantaggio di quello
dell’equivalenza sostanziale e l’adozione Codex alimentarius. Serve infine l’apertura su larga scala dei
mercati internazionali alle sementi e alla produzioni
geneticamente modificate, di cui le grandi società USA detengono il
monopolio.
Anzianità,
cumulo, sistema contributivo, incentivi: la giungla dei termini tecnici
Le pensioni? Una
giungla, e non solo normativa. Anche lessicale. Ecco dunque un breve glossario per
capirne di più. Si parte con l’anzianità si chiude con vecchiaia e Tfr. I termini più gettonati in tempi di riforme...
ANZIANITÀ. È
la pensione che spetta a chi ha maturato 35 anni di contributi e 57 anni di età (58 anni gli autonomi). Oppure, a prescindere
dall'età, ha 39 anni di contributi (40 dal 2008) se lavora nel privato, o 40
anni se è un lavoratore autonomo.
ATTIVITÀ USURANTE.
E’ un lavoro il cui svolgimento richiede impegno psicofisico particolarmente
intenso e continuativo, condizionato da fattori che non possono essere
prevenuti con misure idonee.
COEFFICIENTI DI CONVERSIONE.
Sono coefficienti utilizzati nel metodo di calcolo contributivo. Si applicano
al montante contributivo in base all'età del pensionamento, che va da 57 a 65
anni. Secondo gli ultimi calcoli dovrebbero essere ridotti del 6-8% per
conseguire a regime un risparmio nell’ordine dei 30 miliardi di euro.
CONTRIBUTIVO.
Con questo sistema la pensione viene calcolata sulla
base di quanto il lavoratore ha versato nell'intera vita professionale e non in
percentuale sulle ultime retribuzioni (sistema retributivo). Introdotto per
sostituire gradualmente il sistema retributivo, si applica ai lavoratori privi
di anzianità contributiva al 1° gennaio 1996.
CUMULO. È la
possibilità di sommare, per intero o in modo parziale, l'importo della pensione
con il reddito da lavoro per chi dopo il pensionamento decide di continuare a
lavorare.
DISINCENTIVI.
Sono le penalizzazioni da applicare a chi va in pensione prima del tempo
fissato dalla legge. L’ipotesi tecnica circolata nelle passate settimane
prevede una decurtazione del 3,5% dell’assegno per ogni anno lavorato in meno
rispetto al tetto fissato dalla legge.
GOBBA. E’
l’impennata della spesa previdenziale che attorno al 2030-2035 dovrebbe toccare
il 15-16% del nostro prodotto interno lordo per il progressivo invecchiamento
della popolazione.
INCENTIVI.
Misure per favorire la permanenza al lavoro sulla falsariga del superbonus
introdotto da Maroni. Potrebbero valere l’1,5 per cento di pensione in più per
ogni anno lavorato oltre la soglia fissata dalla legge.
INTEGRATIVA.
E’ la pensione che si può ottenere grazie alla previdenza complementare,
attraverso investimenti in fondi aperti o chiusi (contrattuali).
MISTO. È il
sistema che somma la quota di pensione calcolata secondo il sistema retributivo
(corrispondente alle anzianità acquisite prima del 31 dicembre 1995) e della
quota calcolata secondo il sistema contributivo (corrispondente alle anzianità
acquisite dopo quella data).
MONTANTE. È
l'insieme dei contributi accreditati e rivalutati ai fini del calcolo della
pensione con il metodo contributivo in presenza di
determinate aliquote e tassi di rivalutazione.
RETRIBUTIVO.
Con questo sistema la pensione viene calcolata in proporzione alla media delle
retribuzioni (o dei redditi per i lavoratori autonomi) degli ultimi anni
lavorativi. Si applica ai lavoratori con almeno 18 anni di contributi al 31
dicembre 1995.
SCALONE. E’ il
«salto» introdotto dall’ultima riforma Maroni che a partire dal 2008 richiede
60 anni di età (anziché 57) e 35 anni di contributi per ottenere una pensione
di anzianità. A regime produce un risparmio di 9 miliardi di euro.
SUPERBONUS. È
il premio per i dipendenti privati che restano al lavoro pur avendo maturato il
diritto alla pensione. Chi decide di rinviare il pensionamento ottiene un
aumento in busta paga pari al 32,7% della retribuzione lorda.
TFR. E’ la
liquidazione che spetta ad ogni lavoratore al termine del rapporto di lavoro. Viene calcolata sulla base della retribuzione ordinaria e
rivalutate ogni anno dell'1,5% più il 75% dell'inflazione rilevata dall’Istat.
Dal 1° gennaio si può decidere di destinare il proprio Tfr
maturando ai fondi pensione, di lasciarlo in azienda o di destinarlo all’Inps.
VECCHIAIA. È
la pensione che spetta a chi ha compiuto 65 anni (uomini) o 60 (donne) e ha
versato almeno 20 anni di contributi.
Le origini
Le antichissime
origini di Napoli affondano nella leggenda, o meglio, in una serie di leggende.
Al centro di tutte, c'è la sirena Partenope, che,
affranta per l'astuzia di Ulisse sfuggito al potere del canto delle sirene, si sarebbe suicidata, e il suo corpo sarebbe andato alla deriva
fino ad incagliarsi sugli scogli dell'isoletta di Megaride,
dove oggi sorge il Castel dell'Ovo. Secondo una
versione meno leggendaria, Partenope sarebbe stata
invece una bellissima fanciulla, figlia del condottiero greco Eumelo Falevo partito alla volta
della costa campana, per fondarvi una colonia; ma una tempesta colpì la nave,
provocando la morte di Partenope, in tributo alla
quale fu dato il nome alla nascente città.
Dalle informazioni storiche, in effetti, si sa che coloni greci si insediarono
dapprima nell'isola di Ischia (IX secolo a.C.), per trasferirsi poi a Cuma e, solo nel VI secolo a.C., fondare la città di Partenope
sull'isola di Megaride. Si trattava più che altro di
uno scalo commerciale per mantenere i contatti con la madre patria, che, in un
secondo momento, si espanse sul vicino Monte Echia (Pizzofalcone), assumendo
la struttura di un piccolo centro urbano.
Napoli
greco-romana
Nel 470 a.C., i greci Cumani
decisero di fondare una vera e propria città, scegliendo una zona più ad
oriente della vecchia Partenope, zona che corrisponde
all'attuale centro storico; il nome prescelto fu quello di Neapolis
("città nuova"), per distinguerla dal precedente nucleo urbano (Palepolis, "città vecchia"). Probabilmente, in
questa fase, la città era una repubblica aristocratica retta da due arconti e
da un consiglio di nobili.
Urbanisticamente la città, come nella tradizione
delle città greche, era caratterizzata dalla presenza di cardi e decumani, ed
era ricca di edifici di culto e di pubblica utilità: templi, curia, teatro,
ippodromo; divenne una importante colonia della Magna
Grecia, insieme a Taranto e Cuma, e dalle tradizioni,
dalla cultura, dalla mentalità, dall'arte sviluppatesi in questo periodo
attinsero i romani nella successiva fase della vita della città.
Neapolis non era una città guerriera, ma dovette
presto difendersi da due scomodi vicini: i Sanniti, che nel 423 a.C.
conquistarono Cuma scacciandone gli abitanti, e i Romani,
determinati ad espandere verso sud il proprio dominio. I primi rapporti tra
Roma e Neapolis furono improntati all'amicizia e al
tentativo di stipulare accordi, ma, sotto le pressioni delle altre colonie, Neapolis fu poi spinta a rifiutare collaborazioni coi
romani; questo portò nel 326 a.C. ad un conflitto armato che, nonostante
l'alleanza dei partenopei con sanniti e nolani, si
concluse con la vittoria del console romano. La pace non fu tuttavia
disonorevole: fu creata una confederazione con Roma, e la città poté mantenere le proprie prerogative e istituzioni,
rivelandosi nel seguito una fedele alleata del sempre più potente vicino. Del
resto, Neapolis era per Roma un importante veicolo
della cultura e della civiltà greca: la città e i suoi dintorni divennero meta
privilegiata per le residenze estive dei patrizi romani, che costruirono tra Puteoli e Sorrento lussuose ville (Scipione l'Africano, Silla, Tiberio, Caligola,
Claudio, Nerone, Bruto e Lucullo, ad esempio,
scelsero queste terre per riposo e diletto; Cicerone, Orazio, Plinio il
Vecchio, Virgilio, trovarono qui ispirazione per il proprio genio artistico).
Napoli era insomma un centro di raffinata cultura, un lembo di Grecia nella
penisola italica, che i romani seppero sempre rispettare e apprezzare, evitando
di inquinarlo e opprimerlo.
Il ducato di
Napoli
La divisione
dell'Impero romano, le invasioni barbariche nella penisola, e poi la caduta
dell'Impero Romano d'Occidente (476 d.C.) determinarono la storia di Napoli
nell'Alto Medioevo. Nel 536 Giustiniano, imperatore
d'Oriente, inviò Belisario a conquistare la città, che pur si difese
valorosamente; poi, nel 542, Napoli fu invasa dai Goti, che sbaragliarono le
forze bizantine; queste, tuttavia, nel 553 si ripresero la città sotto il
comando di Narsete, che con una grande battaglia ai piedi del Vesuvio scacciò
definitivamente i Goti dalla Campania.
In seguito, pur sotto la sgradita dominazione bizantina, la città dovette
respingere forti e rozzi nemici come i Longobardi e i Vandali. Dopo un
tentativo di indipendenza nel 615, che portò a un governo autonomo di breve
vita, l'imperatore d'oriente nel 661 accolse le istanze dei napoletani,
nominando un duca napoletano a capo della città: Basilio. In questo modo, pur
dipendendo formalmente da Bisanzio, la città dispose
di un governo proprio, che fu dapprima nominato dai bizantini, poi divenne
elettivo, e infine ereditario. Ciò durò dal 661 al 1137, periodo di aspre lotte
in cui Napoli fu tutto sommato una delle poche isole di civiltà rimaste nella
penisola ormai soggiogata dalle popolazioni barbare.
Il dominio
normanno
Nei secoli di
governo ducale, Napoli si trovò spesso contrapposta ai Longobardi e ai
Saraceni, e per questo ricorse a volte al supporto di altre popolazioni,
chiamate in forma mercenaria ad aiutare le difese napoletane. Fu il caso dei
Normanni, a cui fu concesso il feudo di Aversa in cambio della resistenza alle mire
espansionistiche di Benevento. Ma questi, sotto la dinastia degli
Altavilla, ben presto non seppero più accontentarsi del loro ruolo, ed
intrapresero una serie di brillanti campagne che li portarono alla conquista
della Sicilia, da cui scacciarono gli arabi, e poi ad estendere le loro mire
sul sud Italia. Ruggiero II, fattosi proclamare re, occupò Salerno, Amalfi,
Capri, Ravello e Amalfi e nel 1137, con un accordo
col duca Sergio, impose di fatto il suo potere su
Napoli; alla morte del duca, Ruggiero riconobbe ampia autonomia alla città, e
nominò un supervisore ritornandosene a Palermo. Nel 1154, anche Ruggiero morì,
e gli succedette Guglielmo I, detto il Malo; a
dispetto del nome, questi fu un sovrano giusto e saggio, e da allora la storia
di Napoli si legò strettamente a quella di Palermo; fece costruire Castel Capuano, strinse
importanti alleanze con le Repubbliche Marinare, si guadagnò la stima degli
aristocratici napoletani. Dopo di lui, Guglielmo II, detto il Buono, governò
altrettanto saggiamente, e alla sua morte una assemblea
di nobili, prelati e rappresentanti del popolo, per evitare che il regno
cadesse in mano ai tedeschi che premevano alle frontiere, designò Tancredi
d'Altavilla come suo successore. Furono gli ultimi sprazzi di vita del regno
normanno, perché, dopo aver respinto l'assedio svevo
nel 1191, alla morte di Tancredi nel 1194 il sovrano tedesco Enrico VI si
impossessò del mezzogiorno d'Italia.
Napoli sveva
Dopo 3 anni di
regno di Enrico VI, non molto felici per la città, vi fu l'ascesa al trono di
Federico II, da molti considerato il più grande sovrano che sia
mai stato su un trono europeo. Con Napoli non ebbe da principio un buon
rapporto, tanto che nel primo periodo i partenopei appoggiarono diversi
tentativi di sovversione; poi i rapporti migliorarono e, quando tra il 1220 e
il 1222 il monarca visitò la città, ne rimase suggestionato, e promosse lavori
importanti di restauro e abbellimento. Uomo di gran cultura, creò per il suo
regno un forte potere centrale, riorganizzò la pubblica amministrazione, la
giustizia, l'esercito, il commercio; si rese protagonista di alcune imprese
militari di successo in Germania e a Gerusalemme, ma, soprattutto, si deve
ricordare che amò circondarsi di poeti, filosofi e letterati, e regalò proprio
alla città di Napoli la prima Università di stato della storia: il celebre
"Studium", che acquisì presto un gran
prestigio internazionale, eguagliato solo dalle università di Parigi e Bologna.
Alla morte di Federico, però, il suo successore Corrado incontrò non pochi
problemi ad essere accettato in città, e ci vollero diversi mesi di assedio per
vincere le resistenze, appoggiate anche dal pontefice Innocenzo IV. Nel 1254
morirono sia Corrado che il papa, e stavolta il nuovo pontefice Alessandro IV
non dette manforte a Napoli, che dovette accogliere il nuovo sovrano Corradino,
accompagnato e supportato, per la sua giovane età, dallo zio Manfredi.
Napoli angioina
Nel 1266,
chiamato in Italia dal papa, Carlo d'Angiò, fratello
del re di Francia, sconfisse Manfredi a Benevento e assunse la corona del regno
del Sud. Per decisione di Carlo, la città divenne capitale del regno
(nonostante le forti proteste siciliane), e la società fu organizzata in
Sedili, organismi democratici che fungevano da mediatori tra il monarca e gli
interessi del popolo. Nonostante una forte pressione fiscale, con la nuova
dominazione la città cambiò volto: sorsero splendide chiese, fabbriche
monumentali, ci fu uno sviluppo di artigianato e commercio, e la popolazione
aumentò a dismisura, cosicché Napoli divenne la prima metropoli d'Italia,
probabilmente seconda solo a Parigi in Europa. Tuttavia, le cose non furono
affatto facili per il sovrano: anzitutto dovette fronteggiare nel 1267 un nuovo
assalto di Corradino, che, sconfitto a Tagliacozzo,
fu fatto decapitare, poco più che adolescente, in piazza
Mercato; poi vi furono i Vespri Siciliani nel 1282, con la perdita della
Sicilia, e un tentativo di sommossa a Napoli nel 1284, ad opera dei ghibellini,
represso con l'aiuto dell'aristocrazia locale. Morto Carlo, nel 1285, gli
succedette Carlo II, che portò migliorie al patrimonio monumentale della città
(ampliamento delle mura, ristrutturazione del Castel
dell'Ovo, restyling del Maschio Angioino, costruito
dal padre), e si rivelò anche buon legislatore. Nel 1309, un altro grande
sovrano ascese al trono napoletano: Roberto d'Angiò,
detto il Saggio, amante delle lettere e dell'arte, che creò un clima
intellettuale notevole (Boccaccio, Giotto, Petrarca, Tino da Camaino risiedettero e lavorarono
qui in quel periodo), promosse gli studi legislativi, promosse
la costruzione della chiesa di S.Chiara (nella quale
vi è il suo monumento funebre), e una grande fioritura dello stile gotico
(chiese di S.Lorenzo, S.Paolo
Maggiore, dell'Incoronata, basilica di S.Domenico
Maggiore). Dopo la morte di Roberto (1343), la nipote
Giovanna creò non pochi problemi alla città con i suoi comportamenti frivoli e
dissennati; in questo periodo, epidemie di peste, sommosse e incursioni
ungheresi tormentarono la città; il trono di Giovanna cadde dopo quarant'anni di regno per mano del nipote Carlo Durazzo d'Angiò, che approfittò
della fiducia in lui riposta per assassinarla e prendere il suo posto, morendo
però pochi anni dopo.
La stirpe dei Durazzo, ramo secondario dei d'Angiò, portò sul trono di
Napoli, dopo Carlo, il giovane Ladislao; grosse ostilità vennero a questi da
Luigi II d'Angiò, che aveva pretese al trono, e che
portarono alla divisione della città in due fazioni. Tuttavia, Ladislao finì
per prevalere, e fu anche un buon sovrano; nel 1404, col desiderio di unificare
la penisola, conquistò Roma, ma dovette abbandonarla nel 1409. Morì appena quarantenne, lasciando il trono alla sorella
Giovanna, anch'essa dedita, come la sua omonima antenata, più alle tresche
amorose e agli scandali che alle attività di governo.
Napoli aragonese
Qualche anno prima di morire, Giovanna Durazzo,
sentendosi in pericolo, chiese aiuto ad Alfonso d'Aragona, re di Sicilia, e
l'adottò, legittimandone di fatto il diritto alla successione. In seguito tornò
sui suoi passi, designando Renato d'Angiò come erede,
ma ciò provocò la rabbia del sovrano aragonese, che
nel 1442 assediò ed espugnò Napoli. Fu l'inizio della dominazione aragonese, che portò sviluppo economico e civile alla
città, e presso la cui corte fu possibile la penetrazione degli ideali e
dell'arte rinascimentale: artisti come Giovanni Pontano,
Jacopo Sannazaro, Pietro Summonte,
Pietro Beccadelli e Lorenzo Valli poterono
manifestare il loro talento proprio grazie al clima virtuoso promosso da
Alfonso, che si meritò l'appellativo di Magnanimo. E grandiose testimonianze di
quel periodo ci rimangono nel patrimonio artistico della città: si pensi
all'arco marmoreo del Castel Nuovo (voluto proprio
dal sovrano per celebrare la conquista della città), alla chiesa di S.Anna dei Lombardi, a quella di S.Angelo
al Nilo, opere cui contribuirono grandi artisti quali il
Vasari e Donatello. Alla morte di Alfonso il Magnanimo, nel 1458, la
corona di Napoli passò al figlio Ferrante, mentre la Sicilia fu assegnata
all'altro figlio Giovanni. Sotto il regno di Ferrante, la città dovette
difendersi da nuove pretese angioine (contenute con
le vittorie a Sarno e nella battaglia navale di Ischia), combattere una guerra
contro Firenze (nel 1458), e il sovrano dovette anche fronteggiare numerosi
tentativi di congiura ordite dai Baroni del regno; Ferrante fu un buon re e un
fine legislatore, e durante il suo regno fu edificata la maestosa Porta Capuana. Nel 1493 questi morì, e sul trono salì Alfonso II, che tuttavia, sotto la pressione di un
possibile ritorno francese, appoggiato da molti contestatori interni, presto
abdicò in favore del figlio Ferrantino. Ferrantino non potè
però opporsi a lungo all'esercito francese di Carlo VIII, e dovette rifugiarsi
a Ischia mentre gli angioini
entravano in città; solo quando Carlo ritornò a Parigi, lasciando a Napoli
alcune guarnigioni, l'aragonese riuscì a rientrare in
città, e a riguadagnarsi i favori del popolo napoletano. Morì
però due anni dopo, tra i rimpianti dei napoletani, e la corona passò allo zio
Federico d'Altamura.
Il vicereame
spagnolo
Si attribuisce
questa definizione ai due secoli di dominazione colonialista compresi tra il
1503 e il 1707: la corona di Madrid esercitò il suo potere su Napoli e sul
regno con avidità e incapacità; uno stuolo di viceré si successe alla reggenza
della città, e si rese protagonista di angherie, furti di opere d'arte,
imposizione di imposte strozzanti. In questo periodo, per difendere il popolo
dalle prepotenze iberiche, nacque e si affermò il fenomeno della
"camorra", che in un primo tempo costituì quindi una sorta di società
segreta con fini di mutua assistenza. Numerosi eventi bellici contrassegnarono
quest'epoca: l'occupazione dei possedimenti pugliesi di Venezia, la spedizione
africana a Tunisi e quella celebre a Tripoli (in cui vi fu la vittoria di
Lepanto), la spedizione punitiva contro il pontefice Paolo IV, e, sul piano
difensivo, l'invasione francese respinta nel 1526, e le numerose incursioni dei
pirati arabi e turchi. Anche sul fronte interno, ci furono numerosi tentativi
di sollevazione popolare, dovuti all'insostenibile pressione fiscale e ai
tentativi di instaurazione dell'Inquisizione; la più celebre e ardita fu quella
del 1647, che vide come protagonista Masaniello a capo di una folla inferocita,
che tenne per oltre un anno in scacco i "padroni" spagnoli, fino alla
presa del Castello del Carmine, quartier generale degli insorti. Dal punto di
vista artistico, tuttavia, la città seppe anche in questo periodo esprimere
grandissime individualità in tutti i campi (Torquato Tasso, Giovambattista
Basile, Giambattista Marino in letteratura; Tommaso Campanella, Giordano Bruno
e Giambattista Vico in filosofia; Massimo Stanzione, Battistello Caracciolo, Bernardo Cavallino, Salvator Rosa, Luca Giordano, Mattia
Preti, Andrea da Salerno nella pittura; Pietro Bernini,
Michelangelo Naccherino, Giovanni da Nola e Girolamo
Santacroce nella scultura; Domenico Fontana e Cosimo Fanzago
in architettura); tra le opere più significative che ci rimangono
del tempo, vanno citati il Palazzo Reale, la Certosa di San Martino e la chiesa
del Gesù Nuovo.