Piccola Rassegna 16-1-2007

 


INDICE

Da La Stampa 16/1/2007 (7:19) - Oggi patto di Capitalia: Emanuele contro Geronzi "Meglio se si dimette" Francesco Manacorda. 1

Da Repubblica 15-1-2007- Il mondo è scettico sulle strategie di Bush: "Doveva tenere conto del rapporto Baker" 2

Da lalente.net. 3     George W. Bush in cerca di una exit strategy dal proprio fallimento.. 3

Da La Stampa 15/1/2007 (7:57) - PENSIONI Il glossario della previdenza. 8

Da Napoli.com  La Storia di Napoli 9

 


 

 

Da La Stampa 16/1/2007 (7:19) - OGGI PATTO DI CAPITALIA Emanuele contro Geronzi "Meglio se si dimette" FRANCESCO MANACORDA

 

 

Ma gli olandesi di Abn Amro voteranno per il reintegro

MILANO
Oggi il patto di sindacato Capitalia, venerdм l’assemblea. И appeso alle due scadenze il destino del presidente Cesare Geronzi. Se l’appuntamento odierno dei grandi soci per la revoca della sospensione di Geronzi e di altri due consiglieri non и destinato a riservare sorprese e si avvia verso un voto favorevole al loro reintegro, visto che anche gli olandesi di Abn Amro non si schiereranno contro, qualche voce contrastante и destinata invece a levarsi proprio in assemblea. Tra i «no» piщ sonori al rientro di Geronzi dovrebbe sentirsi innanzi tutto quello della Cassa di Risparmio di Roma, titolare di un 5% della banca, che proprio ieri ha chiesto - a sorpresa - le dimissioni degli amministratori.

La questione del contendere и la sentenza di primo grado per i crac di Bagaglino e Trevitex che ha visto condannati Geronzi e i due consiglieri di Capitalia Roberto Colaninno ed Ernesto Monti. Dopo la sentenza i tre sono stati immediatamente sospesi, come richiede la legge, in attesa che si accertasse il persistere dei requisiti di onorabilitа previsti per chi guida le banche. Oggi spetta al patto di sindacato che controlla il 31% del capitale dare un’indicazione di voto in vista dell’assemblea, che si tiene il 18 in prima convocazione ma che con ogni probabilitа si terrа in seconda battuta venerdм. In quella sede, poi, ci sarа il voto vero e proprio e anche se un ribaltamento della posizione che oggi esprimerа il patto appare impossibile, il dissenso potrebbe emergere in modo piщ netto. Oltre alla Fondazione Cassa di Roma ci sarebbero infatti alcuni fondi di investimento, specie anglosassoni, orientati a non riconfermare gli amministratori condannati in primo grado. Ma l’entitа del capitale in mano a eventuali fondi «dissenzienti», tutti con quote sotto il 2%, non и nota.

Sulla posizione degli olandesi di Abn Amro si и discusso a lungo: soci forti ma un po’ negletti di Capitalia, con l’8,6%, gli olandesi hanno giа votato per il reintegro di Geronzi lo scorso anno, dopo una sospensione di due mesi decisa dalla magistratura di Parma. Qualche settimana dopo il presidente ha rivendicato davanti ai manager di Capitalia di aver rispedito al mittente le offerte di Abn per un’acquisizione della banca romana. Offerta che peraltro Abn non ha mai ammesso di aver fatto. Abbastanza per rompere il sodalizio pluriennale tra i banchieri olandesi e quello capitolino? Evidentemente no, visto che le indicazioni che si raccoglievano ieri in ambienti vicini ad Abn indicavano un voto favorevole al reintegro nella riunione del patto. Il numero uno della banca Rijckman Groenink, in un’intervista al Corriere della Sera domenica scorsa, ha detto che «questa и una situazione legale molto complessa», ma che «da parte dei regolatori non c’и stata alcuna indicazione. Quindi noi procederemo secondo quello che la legge italiana prevede». Tradotto significa che, siccome dalla Banca d’Italia non sono arrivate indicazioni in proposito, Abn voterа come gli altri soci del patto e quindi - con ogni probabilitа - per il pieno reintegro di Geronzi e degli altri due consiglieri. Piщ remota sembra invece l’ipotesi di un’astensione degli olandesi sul tema che non avrebbe peraltro effetti pratici sull’indicazione del patto.

A guastare la vigilia di festa per Geronzi и perт intervenuto ieri Emmanuele Emanuele, storico nemico del presidente di Capitalia. La Fondazione Cassa di Risparmio di Roma, azionista forte ma fuori dal patto di sindacato, «pur nel rispetto della presunzione d’innocenza, auspica le dimissioni spontanee dei tre componenti del cda a tutela dell’immagine del gruppo bancario, degli interessi degli azionisti e dei risparmiatori». Se i tre consiglieri non si dimettessero spontaneamente - dice ancora la Fondazione guidata da Emanuele - toccherebbe al patto di sindacato spingere per questa soluzione «tenendo nel dovuto conto la responsabilitа civile che la sentenza del Tribunale di Brescia ha attribuito a Capitalia». Parole che susciteranno qualche preoccupazione in piщ ai membri del patto che oggi si riuniscono, ma che non paiono assolutamente in grado di cambiare il loro orientamento.

 

 


Da Repubblica 15-1-2007- Il mondo è scettico sulle strategie di Bush: "Doveva tenere conto del rapporto Baker"

A concordare sulle scelte del presidente americano, Israele e parte del mondo arabo
L'arma migliore secondo gli interpellati sarebbe la diplomazia e il dialogo con Siria e Iran

Inchiesta del New York Times: gli opinionisti bocciano il presidente

 

 

LONDRA - La strategia di Bush sulla guerra in Iraq non convince il mondo. Creando dibattiti interminabili, anche tra i suoi alleati. Sono pochi gli stati che concordano con la decisione di inviare più truppe di sostegno. La maggior parte ritiene che produrrebbe frutti migliori stabilire un dialogo sia con le forze politiche che animano l'Iraq, che con nazioni come la Siria e l'Iran, strategia peraltro consigliata dal rapporto Baker. E' quanto risulta da una serie di interviste condotte dal New York

 Times

 nell'articolo "In Europa e altrove, la nuova guerra di Bush è vista con scetticismo", in cui ha sondato le opinioni di una serie di rappresentanti politici e opinionisti della scena internazionale, aggiungendo una breve rassegna stampa di quanto pubblicato al riguardo.

L'Inghilterra ad esempio, storico alleato di Bush, ha risposto ambiguamente all'idea di inviare altri soldati, aggiungendo di non voler incrementare il proprio contingente. L'Olanda invece è convinta che non cambierà nulla, mentre il quotidiano Le Monde ha pubblicato una vignetta in cui il presidente Bush è ritratto come un bulldozer intento a spalare i cadaveri dei soldati americani al'interno di una fossa sagomata secondo i confini dell'Iraq. Dal ministero degli esteri francese fanno sapere che l'unica cosa da fare è cercare di far ritrovare stabilità al paese. Opinione condivisa dalla Spagna che ritiene che l'unica possibilità per stabilizzare l'Iraq sia quella del dialogo politico. Per la stampa liberale giapponese invece le nuove truppe sono "una scommessa pericolosa".

Israele e buona parte del mondo arabo, quasi a sorpresa, sembrano schierati sulle medesime posizioni: per entrambi è impensabile che gli Usa si ritirino dall'Iraq. L'unico risultato sarebbe, secondo le rispettive diplomazie, che il paese sprofonderebbe nel caos mentre gli Usa darebbero dimostrazione di debolezza arretrando davanti al terrorismo islamico, che così potrebbe sentirsi rinvigorito. Diversa l'opinione italiana che il New York Times cita nella chiusura dell'articolo, e che ricalca le posizioni espresse all'inizio: "Bush avrebbe dovuto tenere conto del rapporto Baker e dell'opinione pubblica". Parole del premier Prodi.

(15 gennaio 2007)

 

 


 

 

Da lalente.net

George W. Bush in cerca di una exit strategy dal proprio fallimento

   

lunedì 15 gennaio 2007

Le contraddizioni delle politiche domestiche ed internazionali del governo repubblicano che comanda gli Stati Uniti dal gennaio 2001 spingono il leader della Casa Bianca a molte correzioni di rotta prima dell’abbandono della carica datato 2008


Come è naturale, negli scenari economici e politici internazionali risulta fondamentale il ruolo degli Stati Uniti, le cui scelte hanno riflessi decisivi sul funzionamento di una parte preponderante dei sistemi finanziari e produttivi del pianeta. Per cogliere diversi aspetti di questo ruolo è indispensabile tenere presenti alcuni dati.

In primo luogo, il pesantissimo deficit commerciale, pari nel 2005 a 726 miliardi di dollari, con un incremento del 17,5% rispetto all’anno prima. Nel corso del 2006 tale deficit ha superato ampiamente gli 800 miliardi di dollari. Particolarmente gravoso risulta in tale ambito il disavanzo commerciale nei confronti della Cina che nei primi mesi del 2006 è stato pari a quasi 110 miliardi di dollari, un dato già superiore all’intero valore del 2005. Il disavanzo complessivo verso l’estero non è stato ridotto neppure dalla forte svalutazione del dollaro, che dal gennaio 2002 al dicembre 2006 ha perso il 23% del suo valore, ed è dipeso in gran parte dal fatto che tra il 1996 ed il 2004 la domanda interna reale degli USA è cresciuta più del prodotto interno lordo, 39% contro 33%, un andamento arrestatosi solo nel 2005 e nel 2006. Nel caso dei rapporti commerciali con la Cina, inoltre, ha pesato anche la debolezza dello yuan, svalutato del 40% in termini reali rispetto al biglietto verde. Di fronte a questi squilibri, lo stesso Fondo Monetario sta tentando di cambiare almeno in parte la propria natura per concentrare la sua attenzione sulla “sostenibilità esterna” delle varie economie, prendendo in esame i rapporti tra cambio, bilancia commerciale e attività estere nette.

A ciò si aggiunge il pesante indebitamento federale, in passato quasi del tutto sconosciuto agli USA e salito tra il 2001 ed il 2004 dal 57,4 al 63,7% del PIL, con un disavanzo stimato ormai intorno ai 250-270 miliardi di dollari, per quanto in fase di parziale rientro, dopo essere stato nel 2004 intorno ai 410 miliardi, il 3,6% del PIL. Tale disavanzo ha fatto crescere il debito collocato sul mercato dal 33 al 37,2 per cento del PIL. In un simile quadro si inserisce anche il cosiddetto “tax gap”, il mancato pagamento annuo di imposte da parte di imprese e di cittadini, valutato in circa 345 miliardi di dollari.

Questi elementi, per quanto in presenza di fondamentali sostanzialmente sani (dati 2005: inflazione, depurata da alimentari e energia, al 2%, disoccupazione al 4,75 e PIL intorno al 3,5%, sceso nel 2006 a 2,6), tendono a porre in luce che gli USA non rappresentano più un’economia “chiusa”, capace cioè di sostenere qualsiasi tipo di concorrenza, ma subiscono ormai, al proprio interno, gli effetti di tale concorrenza. Inoltre, tali elementi impongono un forte finanziamento che in gran parte deriva dall’esterno ed è sempre più proveniente, oltre che dal Giappone, dalla Cina (le cui riserve valutarie in dollari hanno superato i 1000 miliardi, sono in parte investite in
Treasury bond USA e servono a sostenere l’emissione di yuan, visto che una porzione significativa della moneta estera in ingresso viene “comprata” dalla Banca centrale), dall’India ed anche dai paesi del Golfo Persico, Arabia Saudita in primis, sotto forma di attività denominate in dollari, a cominciare dalla sottoscrizione dei titoli del Tesoro Usa. Più debiti, commerciali e non, significa quindi maggiore dipendenza dagli investimenti esteri e dalla dollarizzazione, con inevitabili tensioni sui tassi di interesse che devono tener conto sia della esigenza di attrarre risorse dall’estero sia della necessità di rilanciare l’USA. E’necessario infatti sempre più “convincere” il mondo dell’esigenza di “investire americano” per sfruttare il global saving glut, l’eccesso di risparmio planetario, ormai non più necessariamente orientato verso gli States, dove il risparmio nazionale si sta rapidamente esaurendo; era pari al 6,5% del PIL nel 1998, è sceso all’1,2 nel 2003, per risalire leggermente all’1,8 nel 2004.

A preoccupare gli USA concorre in questo senso la progressiva affermazione dell’euro come moneta internazionale. Nel 1994 le obbligazioni in dollari erano pari a 8319 miliardi, mentre quelle in euro erano soltanto pari a 3364 miliardi; nel 2005 le obbligazioni in dollari sono salite a 21714 miliardi, ma quelle in euro hanno raggiunto i 10254 miliardi. Tra le monete che hanno scelto l’euro come riferimento figurano tra l’altro il real brasiliano, il dollaro neozelandese e il rand sudafricano. Contemporaneamente, Russia e paesi OPEC, nel giro di pochi mesi durante il 2006, hanno fatto scendere i loro investimenti in dollari dal 70 al 65%. Anche l’Iran ha annunciato di voler calcolare le proprie entrate petrolifere e le risorse sull’estero in euro anziché in dollari – forse un primo passo per uno sganciamento dal biglietto verde - se non altro per evitare misure ritorsive e da parte delle autorità finanziarie degli USA e per non subire i contraccolpi della svalutazione del dollaro. Si tratta di un fenomeno significativo sia per l’ammontare delle riserve valutarie iraniane, pari a circa 45,5 miliardi di dollari, sia per l’effetto trascinamento sulle riserve di paesi “vicini”, come Libia, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Egitto, Kuwait, Yemen, Qatar, misurate in circa 170 miliardi di dollari. Un indirizzo simile sta seguendo il Venezuela che sta modificando la composizione dei 40 miliardi delle proprie riverse, con una decisa crescita di quelle in euro, salite dal 5 al 15% del totale, a danno degli USA.

L’indebolimento della posizione del dollaro come moneta internazionale appare, alla luce di ciò, ben più rischioso per le autorità USA di quanto non lo sia un dollaro debole che anzi può consentire un rilancio delle esportazioni ed una almeno parziale risistemazione dei conti con l’estero; ben il 30% dei profitti delle società dell’indice S&P500 proviene dal fatturato estero e in casi assai significativi come Exxon, Texas Instruments, Intel, la percentuale di fatturato dall’estero sale al 70-80% del totale. Naturalmente, un perdurante dollaro debole costituisce un elemento “destabilizzante” in un sistema monetario internazionale in cui Cina, Hong Kong e Malesia hanno un cambio fisso nei confronti del biglietto verde, mentre Indonesia, Tailandia e Singapore hanno adottato una politica di fluttuazione “amministrata” molto legata agli andamenti del dollaro.

Esiste poi un ulteriore dato rappresentato dalla sproporzione tra ricchezza e reddito, come ha notato Geminello Alvi, in buona parte legata ad un eccesso di liquidità, generato anche dalla dollarizzazione, che ha fatto impennare i prezzi delle attività e ridotto gli interessi a lunga. L’aumento del valore dei patrimoni è decisamente eccessivo rispetto ai redditi da lavoro, sintomo di un colossale accumulo di ricchezza, e ciò fa sì che l’indice dei prezzi dei patrimoni sia ben superiore di quello dei prezzi al consumo, con rischi di bolla immobiliare e soprattutto di rallentamento produttivo, nascosto ora dalla deflazione garantita dall’economie emergenti.

La chiara percezione di questa dipendenza spinge gli USA a rafforzare la propria influenza mondiale ma anche a chiudersi in se stessi attraverso varie misure, a partire da un sistema sempre più protezionistico, testimoniato dalle normative
Buy American fino agli effetti economici e commerciali del Patriot Act, e ad una serie di atti singoli come l’opposizione del Congresso all’acquisto da parte di Dubai Ports di una società inglese, la P&O, con diramazioni negli States, oppure come gli ostacoli posti alla scalata della cinese Cnooc alla società petrolifera USA Unocal.

Il successo dei democratici nelle elezioni di mid-term, del novembre 2006, in entrambi i rami del Congresso tende ad accentuare ulteriormente la sensibilità verso una politica che difenda i posti di lavoro negli States. La chiusura, e le conseguenti aperture appaiono, in realtà, in tale contesto sempre più mirate: si apre il mercato interno a chi dollarizza e compra titoli USA e si chiude ad altri, meno disponibili. Si lega a ciò il problema degli sgravi fiscali alle imprese esportatrici in aperta violazione dei deliberati WTO, come lo scontro Boeing-Airbus dimostra. E’ bene ricordare peraltro, per cogliere meglio il senso di un eventuale, ulteriore inasprimento delle chiusure USA, che nel 2006 il valore complessivo delle esportazioni UE negli Stati Uniti è stato pari a circa 251 miliardi di euro e tale zona ha rappresentato di fatto la sola rispetto alla quale la bilancia commerciale del Vecchio Continente è rimasta in attivo.

Il “sistema” protezionistico, riconducibile al
Patriot Act, unito all’inasprimento delle norme relative alla contabilità finanziaria contenute nel Sarbanes-Oxley Act, sembra però compromettere seriamente la fondamentale capacità delle Borse americane di attrarre capitali esteri. Nel 2005, la crescita complessiva dei prestiti sindacati è stata del 54% nella City e del 16% a Wall Street, mentre il valore delle attività degli hedge fund, dal 2003 al 2005, è cresciuto a Londra dell’80% contro il 28% di New York; dati, questi ultimi, che mettono in luce anche la difficoltà delle piazze finanziarie americane ad adattare i propri orari alla giornata di lavoro delle sempre più decisive realtà dei mercati emergenti. Un recente rapporto del Committee on capital markets regulation, un organo composto da 22 accademici che ha svolto un’accurata indagine sul sistema finanziario USA con il benestare del Segretario al Tesoro Henry Paulson, ha insistito proprio sulla perdita di competitività delle Borse statunitensi, rilevando che ormai la quota USA sulle offerte iniziali è crollata dal 50 al 5% ed è aumentato in maniera significativa il numero delle imprese che decidono di cancellarsi dal listino e di fare ricorso al mercato del private equità; solo nel 2006, il fenomeno del delisting ha raggiunto un valore complessivo di 150 miliardi di dollari ed ha riguardato in larga parte le Borse USA. Nella sostanza la Commissione ha sottolineato l’esigenza di allentare i margini di prescrittività ed “invadenza” posti in essere dal sistema regolatorio statunitense che è costato molto caro alle società; nel 2005 le imprese e le banche hanno pagato sanzioni di natura civile per 4,7 miliardi di dollari contro i soli 40,5 del Regno Unito, a cui vanno aggiunti altri 3,5 miliardi legati ai risarcimenti delle class action. La globalizzazione dei mercati finanziari, in questo senso, sembra aver scatenato una brutale concorrenza di cui fanno le spese, prima di tutto, le regole.

Al “protezionismo” si è unita la crescita della spesa in alcuni settori strategici: negli ultimi 6 anni la spesa militare è salita del 48%, raggiungendo nel budget 2007 i 440 miliardi, a cui ne vanno aggiunti altri 80 per l’
Homeland security; tutti soldi destinati non solo alla difesa, ma alla fondamentale industria delle armi, alla Ricerca e Sviluppo e all’indotto. Tutto questo, peraltro, nell’ambito di un bilancio federale complessivo di circa 2 mila miliardi di dollari che fanno dell’economia USA quella in grado di ricevere il maggior flusso di denaro pubblico al mondo.

Una parte di tali somme “pubbliche” servono indubbiamente, tramite commesse più o meno dirette, a contenere i sintomi di crisi di alcuni settori industriali, di cui i circa 60 mila tagli varati solo da GM e Ford sono espressione evidente; la stessa Ford ha registrato nel 2006 perdite per oltre 7 miliardi di dollari e a poco è servita la scelta del presidente
Bill Ford di chiamare alla guida della società Alan Mulally che fatica a smaltire i costi di una pesantissima ristrutturazione destinata a “liquidare” 10 mila colletti bianchi e 75 mila operai. Gravano sull’azienda il fondo sanitario dei dipendenti e la progressiva erosione di liquidità, a testimonianza delle difficoltà incontrate dalle imprese manifatturiere che hanno ancora stabilimenti in territorio nazionale. In questo contesto, afflitto da un generale rallentamento della produttività e dal deciso aumento del costo del lavoro per unità di prodotto, stimato nel terzo trimestre 2006 in crescita del 5,3% - livello più alto dal 1982 -, stanno riprendendo vigore le importazioni anche dal Giappone, soprattutto di auto, che hanno ricondotto la bilancia commerciale ad un attivo verso gli Stati Uniti vicino al record del 1985. Nel 2007 sembra assai probabile che Toyota superi General Motors - nonostante la crescita di quest’ultima in America Latina - nel numero di auto prodotte, ben 9,45 milioni di unità, ben 400 mila in più del 2006. Una serie di difficoltà, sul piano interno, sta scontando persino un colosso come Wal-Mart, con 312 miliardi di dollari di fatturato, 1,8 milioni di dipendenti e 11,4 miliardi di dollari di utili, che, dopo aver dovuto abbandonare Germania e Corea, non riesce a risollevare il proprio titolo dalla soglia dei 48 dollari, nonostante le euforie borsistiche e ciò sembra dipendere in larga misura dal rallentamento dei consumi “nazionali” USA; non è un caso quindi che la società della famiglia Walton, ancora proprietaria del 38% dell’impresa, si rivolga in maniera chiara alla Cina, dove i punti di vendita sono 66 con 36 mila dipendenti in rapidissima crescita tanto che si stima un incremento nel giro di pochi mesi fino a 150 mila unità. Anche in questo caso, il già ricordato successo dei democratici nelle due Camere sembra destinato a introdurre dati di tensione e ad accelerare le delocalizzazioni vista la volontà di tale maggioranza di aumentare il salario minimo dei lavoratori da 5,15 a 7,25 dollari l’ora.

Di fronte alle difficoltà produttive, l’economia USA si sta dunque quasi completamente legando solo ad alcuni ambiti produttivi e soprattutto finanziari; Exxon, Conoco e Chevron, cioè le major petrolifere, hanno prodotto utili per 63 miliardi di dollari ed hanno alimentato i corsi azionari e obbligazionari. Tali società, peraltro, stanno concependo l’ipotesi di ampliare il ventaglio dei propri interessi puntando anche al settore dei carburanti ecologici e delle fonti rinnovabili, in larga misura per non subire contraccolpi borsistici legati al varo di nuove politiche energetiche su scala planetaria. Parallelamente, e non certo a caso, si sta sviluppando in maniera esponenziale il business del “private equity”, che nel 2006 ha raccolto negli USA risorse per circa 225 miliardi, cifra record mai raggiunta prima, ed è stato responsabile di un quinto delle acquisizioni compiute negli Stati Uniti. Si tratta di 200 e passa miliardi che se moltiplicati per l’effetto leva significano 600 miliardi pronti per essere investiti in giro per il mondo e capaci di garantire ottimi affari, spesso assai speculativi, ma di indubbia remunerazione, come nel caso del fondo Riplewood in grado di moltiplicare per 14 l’investimento iniziale, comprando la fallita Long Term Credit Bank, trasformandola nella Shinsei Bank e portandola in Borsa. Quella del private equity è una gigantesca massa di soldi in larga parte in mano a pochi grandi Fondi che raccolgono i risparmi di centinaia di migliaia di americani e investono in tutto il pianeta. Il solo fondo Carlyle gestisce 44,3 miliardi di dollari, Texas Pacific Group dispone invece di 20 miliardi, così come Apax Partners, mentre Blackstone amministra 28 miliardi di dollari. Sono i grandi player che sostengono il mercato internazionale e, al tempo stesso, “garantiscono” le pensioni e le polizze assicurative dei cittadini convinti dalla serie dei rendimenti a mettere lì parti crescenti delle loro retribuzioni e dei loro debiti. In realtà si tratta non solo di singoli cittadini ma anche di enti locali nell’ambito di una sinergia “finanziarizzata”; ben 498 fra Stati e amministrazioni locali hanno deciso negli USA di mettere sul mercato bond per finanziare opere pubbliche e la sola California ha provveduto in tal senso per 43 miliardi di dollari. Una simile, rapida finanziarizzazione sta dilagando anche attraverso le forme decisamente più rischiose del venture capital che punta a collocarsi nel promettente e veloce mercato del networking, già interessato del resto dal private equity e dalle acquisizioni dei grandi gruppi; il colosso del commercio elettronico eBay ha comprato per 2,6 miliardi di dollari la società di tlc on line Skype, mentre il motore di ricerca Google ha rilevato il controllo del servizio video YouTube per 1,6 miliardi di dollari.

A questo proposito occorre fare una importante considerazione; gli interessi finanziari sono tali soltanto per una porzione limitata della popolazione USA, oppure, pur nell’ambito di una crescente polarizzazione della ricchezza, risultano decisivi per i milioni di cittadini USA che investono una parte significativa della loro retribuzione in azioni e in altri prodotti finanziari, inseriti in previdenza pensionistica, polizze individuali e in assistenza sanitaria? Per rispondere occorre avere chiaro che le attività finanziarie USA sono, in valore, pari a 5-6 volte il PIL e il 60-70% delle famiglie USA possiede titoli finanziari. Gli azionisti della Berkshire Hathaway che partecipano ogni primo lunedì del mese di maggio alla convention annuale di Omaha, dove il loro guru
Warren Buffet li aggiorna sui rendimenti delle operazioni finanziarie compiute, sono spesso più di 20 mila. Del resto gli sgravi di Bush su dividendi e plusvalenze, che hanno toccato i 2 mila miliardi di dollari, sono comprensibili, anche in relazione ai costi che impongono, solo appunto se si valutano le ricadute che non possono essere circoscritte a fasce troppo limitate di popolazione. Tra le due ipotesi sopra ventilate, quindi, l’opzione più convincente è certo la seconda ed è ulteriormente confermata da alcune attenzioni specifiche del governo Bush, come lo sgravio di 65 miliardi di dollari per i terreni demaniali da cui si estrae greggio, a cui vanno aggiunti 10 miliardi di mancato introito per le trivellazioni nel Golfo del Messico. Tagli così estesi in quattro anni – due volte il PIL italiano -, riduzione di cinque punti della tassazione sui capital gains, varo del pacchetto Jobs and Growth che abbassa l’aliquota maggiore sulle società al 35%, con larghi benefici per la S-Corporation, deducibilità degli investimenti fino a 100 mila dollari, ipotesi sempre più concrete di flax tax con una aliquota secca, unica, per tutti i contribuenti non possono non prefigurare un modello di società, nell’ambito della quale se crescono i dividendi e le plusvalenze si determinano benefici collettivi, a cui si aggiungono – si aggiungono e non sono prioritari - gli oltre 2 miliardi di dollari prelevati dallo Stato sui 10 di profitti della Exxon. Di tale modello fanno parte anche una spesa militare pari a 400 miliardi di dollari, pesanti sussidi alle acciaierie, alle case farmaceutiche – attraverso la riforma del Medicare e il potenziamento di una assistenza privata - e alle compagnie aeree, rinnovo del protezionismo agricolo con il Farmer Bill, guerre doganali tramite antidumping e norme “buy american”. E ancora, tassi d’interesse bassi e dollaro debole, accordi regionali sostanzialmente unilaterali, spostamento di fasi produttive all’estero ma anche creazione di posti di lavoro in USA con l’afflusso decisivo di capitale estero.

Gli Stati Uniti di Bush hanno espresso questo insieme di contraddizioni che, difficili da definire in modo organico, hanno però modificato in profondità la fisionomia dell’economia internazionale. Bush ha vinto le elezioni due volte presentando agli americani un’America che guarda soprattutto a sé stessa ed in nome di ciò, al di là degli efficacissimi messaggi sulla sicurezza nazionale, sulla missione democratica e sul cristianesimo rinato, punta ad essere senza remore molto pragmatica, non certo isolazionista. Non è facile capire quanto la riconquista da parte dei democratici dei due rami del Congresso segni un’inversione radicale di questa rappresentazione dell’America e quanto non sia le reazione a fatti specifici, come la disastrosa guerra in Iraq, l’assoluta impreparazione manifestata di fronte all’uragano Katrina, i numerosi scandali, e soprattutto agli eccessi di un “modello” che resta però nella sostanza condiviso dalla maggioranza dei votanti.

Sicuramente tra le Americhe vicine a Bush ha figurato a lungo quella agricola, caratterizzata da una crescita dei raccolti dal 1940 del 5% annuo e da una bilancia dei pagamenti costantemente in attivo negli ultimi 15 anni; un’agricoltura monopolistica in cui il 49% delle terre è nelle mani di meno di 30 società e dove risulta dominante lo spazio occupato dalla cerealicoltura da esportazione, pari al 20% della produzione mondiale, ma saldamente al primo posto nel caso di mais e soia, con una quota vicina al 50% del totale mondiale. E’ un’economia in cui si associano gruppi di produttori agricoli e grandi società di commercializzazione (Wal Mart) e nella quale i grandi marchi comprano molti dei marchi europei; si pensi ad Unilever e Nestlé. Si tratta però di un sistema produttivo, quello agricolo-commerciale, che per diventare maggiormente trainante necessita di alcune condizioni. E’ necessaria la sconfitta della concorrenza di India e Cina, ed in questo senso l’ingresso nel WTO di tali paesi li ha spinti in modo palese a divenire in larga prevalenza “industriali”. Nel caso indiano, poi, il settore agricolo è stato messo in difficoltà dall’adozione delle sementi geneticamente modificate, che hanno determinato l’indebitamento del 49% dei contadini, senza garantire loro reali miglioramenti in termini di produttività. La stessa India, peraltro, conserva pesantissimi dazi doganali, risultando insieme a quella norvegese l’agricoltura più protetta. Occorre poi il pieno accesso ai ricchi mercati europei. Sono fondamentali in tal senso le battaglie per la riduzione delle tariffe ed adozione degli standard di prodotto USA, in particolare l’abbandono del principio di precauzione a vantaggio di quello dell’equivalenza sostanziale e l’adozione Codex alimentarius. Serve infine l’apertura su larga scala dei mercati internazionali alle sementi e alla produzioni geneticamente modificate, di cui le grandi società USA detengono il monopolio.

 

 

Da La Stampa 15/1/2007 (7:57) - PENSIONI Il glossario della previdenza

Anzianità, cumulo, sistema contributivo, incentivi: la giungla dei termini tecnici

Le pensioni? Una giungla, e non solo normativa. Anche lessicale. Ecco dunque un breve glossario per capirne di più. Si parte con l’anzianità si chiude con vecchiaia e Tfr. I termini più gettonati in tempi di riforme...


ANZIANITÀ. È la pensione che spetta a chi ha maturato 35 anni di contributi e 57 anni di età (58 anni gli autonomi). Oppure, a prescindere dall'età, ha 39 anni di contributi (40 dal 2008) se lavora nel privato, o 40 anni se è un lavoratore autonomo.

ATTIVITÀ USURANTE. E’ un lavoro il cui svolgimento richiede impegno psicofisico particolarmente intenso e continuativo, condizionato da fattori che non possono essere prevenuti con misure idonee.

COEFFICIENTI DI CONVERSIONE. Sono coefficienti utilizzati nel metodo di calcolo contributivo. Si applicano al montante contributivo in base all'età del pensionamento, che va da 57 a 65 anni. Secondo gli ultimi calcoli dovrebbero essere ridotti del 6-8% per conseguire a regime un risparmio nell’ordine dei 30 miliardi di euro.

CONTRIBUTIVO. Con questo sistema la pensione viene calcolata sulla base di quanto il lavoratore ha versato nell'intera vita professionale e non in percentuale sulle ultime retribuzioni (sistema retributivo). Introdotto per sostituire gradualmente il sistema retributivo, si applica ai lavoratori privi di anzianità contributiva al 1° gennaio 1996.

CUMULO. È la possibilità di sommare, per intero o in modo parziale, l'importo della pensione con il reddito da lavoro per chi dopo il pensionamento decide di continuare a lavorare.

DISINCENTIVI. Sono le penalizzazioni da applicare a chi va in pensione prima del tempo fissato dalla legge. L’ipotesi tecnica circolata nelle passate settimane prevede una decurtazione del 3,5% dell’assegno per ogni anno lavorato in meno rispetto al tetto fissato dalla legge.

GOBBA. E’ l’impennata della spesa previdenziale che attorno al 2030-2035 dovrebbe toccare il 15-16% del nostro prodotto interno lordo per il progressivo invecchiamento della popolazione.

INCENTIVI. Misure per favorire la permanenza al lavoro sulla falsariga del superbonus introdotto da Maroni. Potrebbero valere l’1,5 per cento di pensione in più per ogni anno lavorato oltre la soglia fissata dalla legge.

INTEGRATIVA. E’ la pensione che si può ottenere grazie alla previdenza complementare, attraverso investimenti in fondi aperti o chiusi (contrattuali).

MISTO. È il sistema che somma la quota di pensione calcolata secondo il sistema retributivo (corrispondente alle anzianità acquisite prima del 31 dicembre 1995) e della quota calcolata secondo il sistema contributivo (corrispondente alle anzianità acquisite dopo quella data).

MONTANTE. È l'insieme dei contributi accreditati e rivalutati ai fini del calcolo della pensione con il metodo contributivo in presenza di determinate aliquote e tassi di rivalutazione.

RETRIBUTIVO. Con questo sistema la pensione viene calcolata in proporzione alla media delle retribuzioni (o dei redditi per i lavoratori autonomi) degli ultimi anni lavorativi. Si applica ai lavoratori con almeno 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995.

SCALONE. E’ il «salto» introdotto dall’ultima riforma Maroni che a partire dal 2008 richiede 60 anni di età (anziché 57) e 35 anni di contributi per ottenere una pensione di anzianità. A regime produce un risparmio di 9 miliardi di euro.

SUPERBONUS. È il premio per i dipendenti privati che restano al lavoro pur avendo maturato il diritto alla pensione. Chi decide di rinviare il pensionamento ottiene un aumento in busta paga pari al 32,7% della retribuzione lorda.

TFR. E’ la liquidazione che spetta ad ogni lavoratore al termine del rapporto di lavoro. Viene calcolata sulla base della retribuzione ordinaria e rivalutate ogni anno dell'1,5% più il 75% dell'inflazione rilevata dall’Istat. Dal 1° gennaio si può decidere di destinare il proprio Tfr maturando ai fondi pensione, di lasciarlo in azienda o di destinarlo all’Inps.

VECCHIAIA. È la pensione che spetta a chi ha compiuto 65 anni (uomini) o 60 (donne) e ha versato almeno 20 anni di contributi.

 

 

Da Napoli.com  La Storia di Napoli

Le origini

Le antichissime origini di Napoli affondano nella leggenda, o meglio, in una serie di leggende. Al centro di tutte, c'è la sirena Partenope, che, affranta per l'astuzia di Ulisse sfuggito al potere del canto delle sirene, si sarebbe suicidata, e il suo corpo sarebbe andato alla deriva fino ad incagliarsi sugli scogli dell'isoletta di Megaride, dove oggi sorge il Castel dell'Ovo. Secondo una versione meno leggendaria, Partenope sarebbe stata invece una bellissima fanciulla, figlia del condottiero greco Eumelo Falevo partito alla volta della costa campana, per fondarvi una colonia; ma una tempesta colpì la nave, provocando la morte di Partenope, in tributo alla quale fu dato il nome alla nascente città.
Dalle informazioni storiche, in effetti, si sa che coloni greci si insediarono dapprima nell'isola di Ischia (IX secolo a.C.), per trasferirsi poi a Cuma e, solo nel VI secolo a.C., fondare la città di Partenope sull'isola di Megaride. Si trattava più che altro di uno scalo commerciale per mantenere i contatti con la madre patria, che, in un secondo momento, si espanse sul vicino Monte Echia (Pizzofalcone), assumendo la struttura di un piccolo centro urbano.

Napoli greco-romana

Nel 470 a.C., i greci Cumani decisero di fondare una vera e propria città, scegliendo una zona più ad oriente della vecchia Partenope, zona che corrisponde all'attuale centro storico; il nome prescelto fu quello di Neapolis ("città nuova"), per distinguerla dal precedente nucleo urbano (Palepolis, "città vecchia"). Probabilmente, in questa fase, la città era una repubblica aristocratica retta da due arconti e da un consiglio di nobili.
Urbanisticamente la città, come nella tradizione delle città greche, era caratterizzata dalla presenza di cardi e decumani, ed era ricca di edifici di culto e di pubblica utilità: templi, curia, teatro, ippodromo; divenne una importante colonia della Magna Grecia, insieme a Taranto e Cuma, e dalle tradizioni, dalla cultura, dalla mentalità, dall'arte sviluppatesi in questo periodo attinsero i romani nella successiva fase della vita della città.

Neapolis non era una città guerriera, ma dovette presto difendersi da due scomodi vicini: i Sanniti, che nel 423 a.C. conquistarono Cuma scacciandone gli abitanti, e i Romani, determinati ad espandere verso sud il proprio dominio. I primi rapporti tra Roma e Neapolis furono improntati all'amicizia e al tentativo di stipulare accordi, ma, sotto le pressioni delle altre colonie, Neapolis fu poi spinta a rifiutare collaborazioni coi romani; questo portò nel 326 a.C. ad un conflitto armato che, nonostante l'alleanza dei partenopei con sanniti e nolani, si concluse con la vittoria del console romano. La pace non fu tuttavia disonorevole: fu creata una confederazione con Roma, e la città poté mantenere le proprie prerogative e istituzioni, rivelandosi nel seguito una fedele alleata del sempre più potente vicino. Del resto, Neapolis era per Roma un importante veicolo della cultura e della civiltà greca: la città e i suoi dintorni divennero meta privilegiata per le residenze estive dei patrizi romani, che costruirono tra Puteoli e Sorrento lussuose ville (Scipione l'Africano, Silla, Tiberio, Caligola, Claudio, Nerone, Bruto e Lucullo, ad esempio, scelsero queste terre per riposo e diletto; Cicerone, Orazio, Plinio il Vecchio, Virgilio, trovarono qui ispirazione per il proprio genio artistico). Napoli era insomma un centro di raffinata cultura, un lembo di Grecia nella penisola italica, che i romani seppero sempre rispettare e apprezzare, evitando di inquinarlo e opprimerlo.

Il ducato di Napoli

La divisione dell'Impero romano, le invasioni barbariche nella penisola, e poi la caduta dell'Impero Romano d'Occidente (476 d.C.) determinarono la storia di Napoli nell'Alto Medioevo. Nel 536 Giustiniano, imperatore d'Oriente, inviò Belisario a conquistare la città, che pur si difese valorosamente; poi, nel 542, Napoli fu invasa dai Goti, che sbaragliarono le forze bizantine; queste, tuttavia, nel 553 si ripresero la città sotto il comando di Narsete, che con una grande battaglia ai piedi del Vesuvio scacciò definitivamente i Goti dalla Campania.
In seguito, pur sotto la sgradita dominazione bizantina, la città dovette respingere forti e rozzi nemici come i Longobardi e i Vandali.
Dopo un tentativo di indipendenza nel 615, che portò a un governo autonomo di breve vita, l'imperatore d'oriente nel 661 accolse le istanze dei napoletani, nominando un duca napoletano a capo della città: Basilio. In questo modo, pur dipendendo formalmente da Bisanzio, la città dispose di un governo proprio, che fu dapprima nominato dai bizantini, poi divenne elettivo, e infine ereditario. Ciò durò dal 661 al 1137, periodo di aspre lotte in cui Napoli fu tutto sommato una delle poche isole di civiltà rimaste nella penisola ormai soggiogata dalle popolazioni barbare.

Il dominio normanno

Nei secoli di governo ducale, Napoli si trovò spesso contrapposta ai Longobardi e ai Saraceni, e per questo ricorse a volte al supporto di altre popolazioni, chiamate in forma mercenaria ad aiutare le difese napoletane. Fu il caso dei Normanni, a cui fu concesso il feudo di Aversa in cambio della resistenza alle mire espansionistiche di Benevento. Ma questi, sotto la dinastia degli Altavilla, ben presto non seppero più accontentarsi del loro ruolo, ed intrapresero una serie di brillanti campagne che li portarono alla conquista della Sicilia, da cui scacciarono gli arabi, e poi ad estendere le loro mire sul sud Italia. Ruggiero II, fattosi proclamare re, occupò Salerno, Amalfi, Capri, Ravello e Amalfi e nel 1137, con un accordo col duca Sergio, impose di fatto il suo potere su Napoli; alla morte del duca, Ruggiero riconobbe ampia autonomia alla città, e nominò un supervisore ritornandosene a Palermo. Nel 1154, anche Ruggiero morì, e gli succedette Guglielmo I, detto il Malo; a dispetto del nome, questi fu un sovrano giusto e saggio, e da allora la storia di Napoli si legò strettamente a quella di Palermo; fece costruire Castel Capuano, strinse importanti alleanze con le Repubbliche Marinare, si guadagnò la stima degli aristocratici napoletani. Dopo di lui, Guglielmo II, detto il Buono, governò altrettanto saggiamente, e alla sua morte una assemblea di nobili, prelati e rappresentanti del popolo, per evitare che il regno cadesse in mano ai tedeschi che premevano alle frontiere, designò Tancredi d'Altavilla come suo successore. Furono gli ultimi sprazzi di vita del regno normanno, perché, dopo aver respinto l'assedio svevo nel 1191, alla morte di Tancredi nel 1194 il sovrano tedesco Enrico VI si impossessò del mezzogiorno d'Italia.

Napoli sveva

Dopo 3 anni di regno di Enrico VI, non molto felici per la città, vi fu l'ascesa al trono di Federico II, da molti considerato il più grande sovrano che sia mai stato su un trono europeo. Con Napoli non ebbe da principio un buon rapporto, tanto che nel primo periodo i partenopei appoggiarono diversi tentativi di sovversione; poi i rapporti migliorarono e, quando tra il 1220 e il 1222 il monarca visitò la città, ne rimase suggestionato, e promosse lavori importanti di restauro e abbellimento. Uomo di gran cultura, creò per il suo regno un forte potere centrale, riorganizzò la pubblica amministrazione, la giustizia, l'esercito, il commercio; si rese protagonista di alcune imprese militari di successo in Germania e a Gerusalemme, ma, soprattutto, si deve ricordare che amò circondarsi di poeti, filosofi e letterati, e regalò proprio alla città di Napoli la prima Università di stato della storia: il celebre "Studium", che acquisì presto un gran prestigio internazionale, eguagliato solo dalle università di Parigi e Bologna. Alla morte di Federico, però, il suo successore Corrado incontrò non pochi problemi ad essere accettato in città, e ci vollero diversi mesi di assedio per vincere le resistenze, appoggiate anche dal pontefice Innocenzo IV. Nel 1254 morirono sia Corrado che il papa, e stavolta il nuovo pontefice Alessandro IV non dette manforte a Napoli, che dovette accogliere il nuovo sovrano Corradino, accompagnato e supportato, per la sua giovane età, dallo zio Manfredi.

Napoli angioina

Nel 1266, chiamato in Italia dal papa, Carlo d'Angiò, fratello del re di Francia, sconfisse Manfredi a Benevento e assunse la corona del regno del Sud. Per decisione di Carlo, la città divenne capitale del regno (nonostante le forti proteste siciliane), e la società fu organizzata in Sedili, organismi democratici che fungevano da mediatori tra il monarca e gli interessi del popolo. Nonostante una forte pressione fiscale, con la nuova dominazione la città cambiò volto: sorsero splendide chiese, fabbriche monumentali, ci fu uno sviluppo di artigianato e commercio, e la popolazione aumentò a dismisura, cosicché Napoli divenne la prima metropoli d'Italia, probabilmente seconda solo a Parigi in Europa. Tuttavia, le cose non furono affatto facili per il sovrano: anzitutto dovette fronteggiare nel 1267 un nuovo assalto di Corradino, che, sconfitto a Tagliacozzo, fu fatto decapitare, poco più che adolescente, in piazza Mercato; poi vi furono i Vespri Siciliani nel 1282, con la perdita della Sicilia, e un tentativo di sommossa a Napoli nel 1284, ad opera dei ghibellini, represso con l'aiuto dell'aristocrazia locale. Morto Carlo, nel 1285, gli succedette Carlo II, che portò migliorie al patrimonio monumentale della città (ampliamento delle mura, ristrutturazione del Castel dell'Ovo, restyling del Maschio Angioino, costruito dal padre), e si rivelò anche buon legislatore. Nel 1309, un altro grande sovrano ascese al trono napoletano: Roberto d'Angiò, detto il Saggio, amante delle lettere e dell'arte, che creò un clima intellettuale notevole (Boccaccio, Giotto, Petrarca, Tino da Camaino risiedettero e lavorarono qui in quel periodo), promosse gli studi legislativi, promosse la costruzione della chiesa di S.Chiara (nella quale vi è il suo monumento funebre), e una grande fioritura dello stile gotico (chiese di S.Lorenzo, S.Paolo Maggiore, dell'Incoronata, basilica di S.Domenico Maggiore). Dopo la morte di Roberto (1343), la nipote Giovanna creò non pochi problemi alla città con i suoi comportamenti frivoli e dissennati; in questo periodo, epidemie di peste, sommosse e incursioni ungheresi tormentarono la città; il trono di Giovanna cadde dopo quarant'anni di regno per mano del nipote Carlo Durazzo d'Angiò, che approfittò della fiducia in lui riposta per assassinarla e prendere il suo posto, morendo però pochi anni dopo.
La stirpe dei Durazzo, ramo secondario dei d'Angiò, portò sul trono di Napoli, dopo Carlo, il giovane Ladislao; grosse ostilità vennero a questi da Luigi II d'Angiò, che aveva pretese al trono, e che portarono alla divisione della città in due fazioni. Tuttavia, Ladislao finì per prevalere, e fu anche un buon sovrano; nel 1404, col desiderio di unificare la penisola, conquistò Roma, ma dovette abbandonarla nel 1409. Morì appena quarantenne, lasciando il trono alla sorella Giovanna, anch'essa dedita, come la sua omonima antenata, più alle tresche amorose e agli scandali che alle attività di governo.

Napoli aragonese

Qualche anno prima di morire, Giovanna Durazzo, sentendosi in pericolo, chiese aiuto ad Alfonso d'Aragona, re di Sicilia, e l'adottò, legittimandone di fatto il diritto alla successione. In seguito tornò sui suoi passi, designando Renato d'Angiò come erede, ma ciò provocò la rabbia del sovrano aragonese, che nel 1442 assediò ed espugnò Napoli. Fu l'inizio della dominazione aragonese, che portò sviluppo economico e civile alla città, e presso la cui corte fu possibile la penetrazione degli ideali e dell'arte rinascimentale: artisti come Giovanni Pontano, Jacopo Sannazaro, Pietro Summonte, Pietro Beccadelli e Lorenzo Valli poterono manifestare il loro talento proprio grazie al clima virtuoso promosso da Alfonso, che si meritò l'appellativo di Magnanimo. E grandiose testimonianze di quel periodo ci rimangono nel patrimonio artistico della città: si pensi all'arco marmoreo del Castel Nuovo (voluto proprio dal sovrano per celebrare la conquista della città), alla chiesa di S.Anna dei Lombardi, a quella di S.Angelo al Nilo, opere cui contribuirono grandi artisti quali il Vasari e Donatello. Alla morte di Alfonso il Magnanimo, nel 1458, la corona di Napoli passò al figlio Ferrante, mentre la Sicilia fu assegnata all'altro figlio Giovanni. Sotto il regno di Ferrante, la città dovette difendersi da nuove pretese angioine (contenute con le vittorie a Sarno e nella battaglia navale di Ischia), combattere una guerra contro Firenze (nel 1458), e il sovrano dovette anche fronteggiare numerosi tentativi di congiura ordite dai Baroni del regno; Ferrante fu un buon re e un fine legislatore, e durante il suo regno fu edificata la maestosa Porta Capuana. Nel 1493 questi morì, e sul trono salì Alfonso II, che tuttavia, sotto la pressione di un possibile ritorno francese, appoggiato da molti contestatori interni, presto abdicò in favore del figlio Ferrantino. Ferrantino non potè però opporsi a lungo all'esercito francese di Carlo VIII, e dovette rifugiarsi a Ischia mentre gli angioini entravano in città; solo quando Carlo ritornò a Parigi, lasciando a Napoli alcune guarnigioni, l'aragonese riuscì a rientrare in città, e a riguadagnarsi i favori del popolo napoletano. Morì però due anni dopo, tra i rimpianti dei napoletani, e la corona passò allo zio Federico d'Altamura.

Il vicereame spagnolo

Si attribuisce questa definizione ai due secoli di dominazione colonialista compresi tra il 1503 e il 1707: la corona di Madrid esercitò il suo potere su Napoli e sul regno con avidità e incapacità; uno stuolo di viceré si successe alla reggenza della città, e si rese protagonista di angherie, furti di opere d'arte, imposizione di imposte strozzanti. In questo periodo, per difendere il popolo dalle prepotenze iberiche, nacque e si affermò il fenomeno della "camorra", che in un primo tempo costituì quindi una sorta di società segreta con fini di mutua assistenza. Numerosi eventi bellici contrassegnarono quest'epoca: l'occupazione dei possedimenti pugliesi di Venezia, la spedizione africana a Tunisi e quella celebre a Tripoli (in cui vi fu la vittoria di Lepanto), la spedizione punitiva contro il pontefice Paolo IV, e, sul piano difensivo, l'invasione francese respinta nel 1526, e le numerose incursioni dei pirati arabi e turchi. Anche sul fronte interno, ci furono numerosi tentativi di sollevazione popolare, dovuti all'insostenibile pressione fiscale e ai tentativi di instaurazione dell'Inquisizione; la più celebre e ardita fu quella del 1647, che vide come protagonista Masaniello a capo di una folla inferocita, che tenne per oltre un anno in scacco i "padroni" spagnoli, fino alla presa del Castello del Carmine, quartier generale degli insorti. Dal punto di vista artistico, tuttavia, la città seppe anche in questo periodo esprimere grandissime individualità in tutti i campi (Torquato Tasso, Giovambattista Basile, Giambattista Marino in letteratura; Tommaso Campanella, Giordano Bruno e Giambattista Vico in filosofia; Massimo Stanzione, Battistello Caracciolo, Bernardo Cavallino, Salvator Rosa, Luca Giordano, Mattia Preti, Andrea da Salerno nella pittura; Pietro Bernini, Michelangelo Naccherino, Giovanni da Nola e Girolamo Santacroce nella scultura; Domenico Fontana e Cosimo Fanzago in architettura); tra le opere più significative che ci rimangono del tempo, vanno citati il Palazzo Reale, la Certosa di San Martino e la chiesa del Gesù Nuovo.