Dal
Corriere della Sera 11-1-2007 Strage di
Ustica, processo senza colpevoli – La scheda
Da
Repubblica 10-1-2007 Strage di Ustica 27 anni di misteri
La
Stampa 10-1-2007-01-09 Torna l'esclusività per i primari, niente
attività privata
Dal
Corriere della Sera 10 gennaio 2007 «Tfr entro gennaio anche per gli statali»
La Cassazione dichiara inammissibile
il ricorso contro l'assoluzione dei generali Lamberto Bertolucci
e Franco Ferri
ROMA - La strage
di Ustica si chiude senza nessun colpevole con l'assoluzione definitiva e con
formula piena per i generali Lamberto Bertolucci e
Franco Ferri, processati per alto tradimento nell'ambito del disastro avvenuto il 27 giugno del 1980 che
costò la vita a 81 persone. È il risultato della decisione della
prima sezione penale della Cassazione che ha dichiarato inammissibile il
ricorso della Procura generale, rigettando anche il ricorso presentato dal
governo. Con la bocciatura dei ricorsi, dunque, dopo 27 anni si chiude il
processo penale della strage e si toglie la possibilità ai familiari
delle vittime di poter chiedere, in sede civile, il risarcimento dei danni
morali.
«IL FATTO NON SUSSISTE» - Resta confermata la sentenza della Corte d'Appello di Roma del 15 dicembre
2005 che aveva assolto con la formula «perché il fatto non sussiste»
i due alti ufficiali dell'Aeronautica dall'accusa di alto tradimento in
relazione a presunti depistaggi delle indagini
relative alla tragedia di Ustica. Al cambiamento della formula puntava invece
la Procura generale e anche il governo difeso dall'Avvocatura dello Stato che
chiedevano di modificare la formula «perché il fatto non sussiste» con un
«perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato». La
prima sezione penale presieduta da Torquato Gemelli ha invece optato per
lasciare l'assoluzione piena e definitiva ai generali, precludendo in questo
modo la possibilità di chiedere almeno un risarcimento per via
giudiziaria (va ricordato che la Finanziaria 2007 prevede comunque al comma
REAZIONI
- Dopola decisione della Cassazione, l'avvocato di
alcuni dei familiari delle vittime, Alfredo Galasso,
ha espresso «profonda amarezza e indignazione per ciò che è
accaduto. Una vicenda anomala sulla quale in 27 anni non è stata fatta
luce. Una vicenda su cui però noi conosciamo la verità, e
cioè che fu un atto di pirateria aerea per la quale non ha pagato
nessuno». Diverso lo stato d'animo del generale Bartolucci,
«soddisfatto per la riconosciuta estraneità e per quella che è
ormai una incontestata e accertata verità ». Per il generale Ferri
«è la fine di un incubo, finalmente la mia onestà è stata
riconosciuta definitivamente».
11
gennaio 2007
La Scheda
MILANO - Il 27
giugno
IL MISTERO - passato
oltre un quarto di secolo, e le cause della strage restano ignote. È
Anche se le prime ricostruzioni parlarono di cedimento strutturale del
velivolo, fin da subito si ipotizzò che a causare il disastro fossero
stati una bomba, un missile o una collisione con un altro aereo. Nell'estate dell'86
si iniziò il recupero del relitto e nel giugno del '97 sul tavolo del
giudice istruttore Rosario Priore arrivò il dossier completo delle
indagini da cui emerse che il Dc9, la sera dell'incidente, volò per
un'ora all'interno di uno scenario di guerra. Un supplemento di perizia
confermò l'affollamento di velivoli nei cieli italiani.
IL PROCESSO - Il 31 luglio 1998 i pubblici
ministeri romani Nebbioso, Roselli e Salvi chiesero
il rinvio a giudizio per i generali dell'Aeronautica Bartolucci,
Tascio, Melillo e Ferri e
per altri cinque ufficiali. Secondo l'accusa, in particolare, i generali
Lamberto Bartolucci e Franco Ferri omisero di
comunicare al governo informazioni sul disastro aereo (nella richiesta si legge
che non si proceda «in ordine al delitto di strage perché ignoti gli autori del
reato»).
TRA PRESCRIZIONE E ASSOLUZIONE - Il reato
contestato ai generali, prescritto per i giudici in primo grado e per il quale
furono invece assolti in appello, oggi non esiste più, dopo la riforma
dell'articolo 289 c.p. («attentato contro organi costituzionali») attuata con
la legge n.85 del 2006. I giudici della terza Corte
d'assise della Capitale derubricarono il reato, con
l'applicazione del secondo comma del suddetto articolo, ritenendo che
l'imputazione contestata avesse soltanto 'turbato' (e non 'impedito' come
sostenuto dall'accusa) l'esercizio delle prerogative del Governo nel chiarire
quanto accaduto al Dc9, e dunque dichiarando il non doversi procedere per
intervenuta prescrizione del reato. I giudici d'appello assolsero invece i
generali «perché il fatto non sussiste» ai sensi dell'articolo 530 c.p.p., secondo comma (equivalente alla vecchia formula
dell'insufficienza di prove), ritenendo che contro gli imputati ci fossero
«deduzioni, ipotesi, verosimiglianze, 'non poteva non sapere',
'rilievi di ordine logico' ma nulla - si legge nella
sentenza - che abbia la veste non solo di una prova ma anche di un indizio».
L'ULTIMA STRADA - Nel febbraio scorso, dopo la
sentenza della Corte d'assise d'appello ma prima della pubblicazione delle sue
motivazioni, è entrata in vigore la nuova legge, secondo la quale
può essere accusato di attentato contro organi costituzionali «chiunque
commette 'atti violenti' diretti ad impedire, in
tutto o in parte, anche temporaneamente l'esercizio delle loro funzioni» al
Presidente della Repubblica o al Governo, nonchè
alle Camere, alla Consulta e alle assemblee regionali. Atti violenti, dunque,
che di certo non sono contestati ai due imputati. Alla luce di ciò, la
Procura generale di Roma, rappresentata dai pm
Erminio Amelio e Maria Monteleone e dal pg Salvatore Vecchione, nel
ricorrere alla Suprema Corte chiede di sostituire la formula assolutoria
pronunciata nel dicembre 2005 con quella secondo cui «il fatto contestato non
è più previsto dalla legge come reato». In tal modo, spiega
l'avvocato Alfredo Galasso, legale di parte civile
per i familiari della vittime, sarebbe rimasta aperta la possibilità di
promuovere un'azione civile per i risarcimenti. Con la decisione della
Cassazione, però, anche quest'ultima strada viene chiusa
definitivamente.
10 gennaio 2007
ROMA - La notte del 27 giugno
Ecco le principali tappe della vicenda in 27 anni di indagini e misteri che
hanno preceduto la sentenza di assoluzione del generale Lamberto Bartolucci, ex capo di stato maggiore dell'Aeronautica, e
del suo vice generale Franco Ferri.
27 giugno 1980 Ore 20.59'.45". Il Dc9 I-Tigi Itavia in volo da Bologna
a Palermo partito con due ore di ritardo, si inabissa a nord di Ustica.
Ottantuno le vittime fra passeggeri ed equipaggio: tra loro 13 bambini, due dei
quali non avevavo ancora compiuto due mesi.
Il gruppo neofascista dei Nar rivendica la strage:
per i giudici si tratterà di un vero e proprio depistaggio
operato dal cosiddetto Super Sismi.
Luglio 1980 Il ministro socialista della Difesa Lelio Lagorio riferisce in Senato sul disastro, escludendo il
coinvolgimento di aerei militari. Le autorità aeronautiche sostengono
l'ipotesi del "cedimento strutturale" del velivolo. Il generale
Romolo Mangani, comandante del Centro operativo regionale di Martina Franca,
responsabile del controllo radar dei cieli del sud verrà accusato di
"alto tradimento per aver depistato le indagini".
Luglio 1980 Sui monti della Sila viene trovato un Mig
23 libico, forse caduto la notte del 27 giugno, la stessa della tragedia del
Dc9. Il maresciallo Mario Alberto Dettori, radarista
della base di Poggio Ballone (Grosseto), confessa
alla moglie: "Quella notte è successo un casino, per poco non
scoppia la guerra". Dettori morirà
suicida nel marzo dell'87 ossessionato da una frase che, dice, non lo abbandona
mai: "Il silenzio è d'oro e uccide".
Dicembre
Marzo 1982 La prima commissione d'inchiesta parlamentare (presidente
Carlo Luzzati) sostiene che senza l'esame del relitto
non è possibile chiarire se il Dc9 cadde per esplosione interna (bomba)
o esterna (missile).
Agosto 1986 Il presidente della Repubblica Francesco Cossiga
chiede al presidente del Consiglio Bettino Craxi di
disporre il recupero del relitto.
Marzo 1989 Dopo cinque anni di lavoro sul relitto, i periti della
commissione Blasi concludono che il Dc9 è
stato abbattuto da un missile.
Maggio
Marzo 1993 Alexj Pavlov,
ex colonnello del Kgb, rivela la sua verità:
il Dc9 fu abbattuto da missili americani, i sovietici videro tutto dalla base
militare segreta che nascondevano vicino a Tripoli: "Fummo costretti a non
rivelare quanto sapevamo per non scoprire il nostro punto di osservazione.
Quella notte furono fatte allontanare tutte le unità sovietiche della
zona perché sapevamo che ci sarebbe stata un'esercitazione a fuoco delle forze
americane".
Dicembre 1993 Andrea Crociani, imprenditore
toscano, viene interrogato dal giudice Rosario Priore, titolare dell'inchiesta.
Crociani rivela le confessioni a lui fatte da Mario Naldini, il tenente colonnello che prestava servizio
all'aeroporto di Grosseto e che la sera del 27 giugno si alzò in volo
con il suo caccia Tf140 per un'esercitazione Nato. "Mario mi disse: Quella
notte c'erano tre aerei. Uno autorizzato, due no. Li avevamo intercettati
quando ci dissero di rientrare. All'aeroporto di Grosseto, dopo l'atterraggio,
ci informarono della tragedia del Dc9". Naldini
era il capo squadriglia delle Frecce Tricolori, morto a Ramstein
nell'agosto dell'88 durante la disastrosa esibizione che causò la morte
di 51 persone. Dieci giorni dopo doveva essere ascoltato da Priore per i fatti
di Ustica.
26 novembre 2003 La tragedia di Ustica non fu certamente provocata dal
cedimento strutturale del Dc9 dell'Itavia, ma
probabilmente da un missile esploso dall'esterno dell'aereo. Il tribunale di
Roma, a 23 anni dalla tragedia, dichiara responsabili i ministeri dei
Trasporti, della Difesa e dell'Interno, e li condanna in solido a risarcire
all'Itavia i danni, quantificati in circa 108 milioni
di euro (210 miliardi delle vecchie lire).
30 aprile 2004 La terza sezione della Corte d'Assise di Roma assolve da
tutte le accuse contestate i generali dell'Aeronautica Lamberto Bartolucci, Franco Ferri, Zeno Tascio
e Corrado Melillo individuando responsabilità
nelle condotte dei generali Bartolucci e Ferri in
merito alle informazioni che i due militari fornirono, in maniera errata, alle
autorità politiche.
15 dicembre 2005 Bartolucci e Ferri sono
assolti in appello.
10 gennaio 2007 La prima sezione penale della Corte di Cassazione si
pronuncia definitivamente sul processo confermando la sentenza di assoluzione
pronunciata in appello e cancellando quindi la possibilità ai famigliari
delle vittime di chiedere un risarcimento.
L’annuncio sul ’ritornò dell’obbligo di esclusiva anche
per i vertici sanitari è arrivato oggi al termine dell’incontro fra
Livia Turco e Fabio Mussi
ROMA
Torna l’esclusività di rapporto con il Servizio sanitario nazionale per
i dirigenti di struttura complessa del Ssn,
cioè ex primari e attuali capi dipartimento, che potranno comunque
svolgere attività libero professionale ma solo in regime di intramoenia. Una esclusività legata alla durata
dell’incarico e quindi reversibile. L’annuncio sul ’ritornò dell’obbligo
di esclusiva anche per i vertici sanitari è arrivato oggi al termine
dell’incontro fra i ministri della Salute Livia Turco e dell’Università
e della Ricerca Fabio Mussi, convocato per affrontare la questione dei rapporti
tra Sistema universitario e Servizio sanitario nazionale. L’abolizione
dell’obbligo di esclusiva per i camici bianchi con incarichi di vertice era stata
prevista da una norma del Dl sulle emergenze sanitarie nel 2004, quando al
ministero della Salute sedeva Girolamo Sirchia.
Una «vecchia storia», che configura «soltanto posizioni
ideologiche, che non rispecchiano l’intento di migliorare i servizi per i
cittadini». Senza mezzi termini il presidente dell’Associazione nazionale
primari ospedalieri (Anpo), Raffaele Perrone Donnorso, bolla in questo
modo la decisione presa oggi dai ministri Livia Turco e Fabio Mussi sul ritorno
dell’obbligo di esclusività di rapporto con il Ssn
per i dirigenti di struttura complessa, cioè gli ex primari e attuali
capi di dipartimento. I due responsabili dei dicasteri della Salute e della
Ricerca e università hanno stabilito questa mattina il ’ritorno all’anticò che era stato abolito nel 2004 dall’allora
ministro Girolamo Sirchia. «L’Anpo
- spiega Perrone Donnorso
all’ADNKRONOS SALUTE - è ovviamente contraria alla decisione, che mina
nelle fondamenta l’esercizio di una professione per sua natura liberale, nel
senso che ogni cittadino ha il diritto di scegliere da chi e dove vuole essere
curato. A questo punto - accusa - non ci resta che attendere un altro Governo
che legiferi in maniera differente».
L’affondo dell’Anpo all’esecutivo di
centrosinistra non finisce qui. «È una decisione che ci piove sulla
testa, senza che qualcuno ci abbia seriamente interpellati. Il ministro Mussi -
incalza - non lo abbiamo mai visto, neppure da lontano. E quanto ai
responsabili della salute, abbiamo incontrato mesi fa solo il sottosegretario Serafino
Zucchelli che ci aveva solo vagamente accennato alla
possibilità di una decisione in tal senso. Ora aspettiamo di leggere il
testo del provvedimento, nero su bianco, prima di mettere in campo eventuali
misure di protesta
10/1/2007 (7:12)
Per il ministro delle Riforme la
nuova normativa si applicherà da subito
Nicolais: «Siamo prossimi entro la fine del mese ad avere il Tfr anche per i dipendenti pubblici»
ROMA - Un
cambiamento epocale per tre milioni di dipendenti pubblici. Entro la fine del
mese la nuova normativa sul Tfr dovrebbe essere
estesa anche ai lavoratori del pubblico impiego. Lo ha detto il ministro per le
Riforme, Luigi Nicolais, aggiungendo che nel governo
si sta lavorando in questo senso. «C'è un gruppo di lavoro con il
Ministero del Tesoro - ha confermato - la Commissione dovrebbe completare il
lavoro in un paio di giorni, quindi siamo prossimi entro la fine del mese ad
avere il Tfr anche per i dipendenti pubblici».
Tranne nel caso della scuola i
dipendenti pubblici non hanno al momento fondi di previdenza integrativa
di categoria. Non è chiaro ancora se la nuova normativa ne
imporrà la creazione o se i lavoratori pubblici saranno costretti a
scegliere fondi aperti.
La previsione di Nicolais sembra confermata anche dal
segretario generale della Uil Luigi Angeletti: «Stiamo discutendo in modo approfondito di
alcuni aspetti, ma credo che l'accordo sia vicino, pertanto penso che è
questione di qualche settimana». La possibilità di un'intesa con i
sindacati potrebbe aprire la strada alla creazione in tempi brevi dei fondi di
categoria.
10 gennaio 2007