PICCOLA
RASSEGNA 5-1-2007
INDICE
MEMO: Da Il Sole 24
Ore 14-9-2006 - I dischi blindati e i diritti dei consumatori di Mario
Cianflone
Dal Corriere della
sera (4-12-2007) - L'elisir di lunga vita? Studiare a lungo
Da
L’Unità 4-1-2007 - Francia: entro il 2012 mai più
senzatetto. Una legge per dare casa a tutti
La bimba è malata al cervello e i
medici, d'accordo coi genitori, ne fermano la crescita
Ma negli Stati Uniti è polemica. La madre e il padre rispondono
alle critiche su un blog
WASHINGTON - Il Limbo esiste e ora conosciamo chi lo
abita. È il luogo triste e immobile nel quale vive "l'angelo del
cuscino", Ashley, una bambina sospesa per il
resto della sua vita tra l'infanzia e la pubertà, per scelta di genitori
e medici che hanno deciso di congelare per sempre il suo orologio biologico
all'età di sei anni.
Non importa quanto a lungo lei potrà vivere. Anche se morisse fra 90
anni, Ashley morirebbe come
una vecchia di sei anni. Eppure è una bellissima bambina, perfettamente
sviluppata per i suoi anni, che anagraficamente sono
nove, a un metro e trenta di altezza e 35 chili di
peso, con occhi sereni e intelligenti che nascondono un cervello
inspiegabilmente ma irreversibilmente leso e un corpo
che comincia a mostrare i segni di quello sviluppo che i suoi hanno deciso di
troncare. Poco dopo la nascita, del tutto normale, Ashley
fu diagnosticata con una grave lesione cerebrale che ne avrebbe impedito lo
sviluppo psicologico, chiamata "encefalite statica". Per nove anni,
mentre il suo corpo cresceva normalmente, il suo
cervello restava quello di una neonata.
Dovunque la posino, sul letto, sui divani, sui cuscini, sta, giace e sorride,
incapace di fare altro. Il padre e a madre l'hanno soprannominata "the Pillow Angel", l'angelo del
cuscino.
Fu quando si manifestarono i segni della
pubertà imminente, che i genitori, in accordo con medici nello stato di
Washington dove Ashley "X" esiste, fecero
una scelta di infinita pietà o di incomprensibile crudeltà.
Decisero di bloccare il progresso fisico della loro figlia con interventi
chirurgici e con terapie di estrogeni perché non si sviluppasse oltre
l'età fisica che aveva raggiunto e perché rimanesse per sempre bambina
nel corpo, oltre che nella mente. All'Ospedale dei Bambini di Seattle, la
principale città dello stato di Washington sul Pacifico, i medici le
asportarono gli organi genitali, le bloccarono le sviluppo
del seno, la imbottirono di ormoni. E ne hanno riportato indietro l'orologio
biologico fissandolo per sempre all'età di sei anni. Secondo l'anagrafe,
ha compiuto nove anni. Secondo il suo corpo, ne ha sei.
La spiegazione che i genitori, due professionisti istruiti, offrono nel sito
Internet che segue e racconta l'esistenza della loro figlia intrappolata nel
Limbo dell'infanzia eterna, è che la condanna di Ashley
alla sospensione dello sviluppo è un atto di amore e di pietà. Se
lei si fosse sviluppata, se fosse diventata una donna adulta di un metro e 65
di altezza e di peso corporeo corrispondente, come era stato pronosticato,
prendersi cura di lei sarebbe stato un calvario. Il suo corpo appesantito e
adulto, ma perennemente costretto su un letto, avrebbe subito piaghe e
abrasioni.
Invecchiando, perché sarebbe invecchiata avendo una attesa
di vita uguale a ogni altra donna, l'assistenza si sarebbe fatta sempre
più difficile, nell'incubo di tutti i genitori di figli disabili al
pensiero di quando loro non ci saranno più. Sono stati loro a convincere
i medici del "Childrens' Hospital" che mantenerla bambina, dunque piccola,
leggera, libera dalla condizione e dai problemi di una donna adulta, sarebbe stata
la scelta più affettuosa e pratica. Una bambina rinchiusa in un corpo
attraente di donna, incapace di muoversi da letto, di difendersi e di reagire
in un istituto o in una corsia, era uno degli incubi della madre.
Le tecniche e le procedure seguite per rinchiudere Ashley
nel limbo della sua infanzia sono state pubblicate sull'ultimo numero degli
"Archivi di pediatria e di medicina adolescenziale" americani,
firmati dai due medici curanti, se curare è la
parola giusta, i dottori Daniel Gunther e Douglas Diekema e le reazioni
sono state violente. Il sito internet di Ashley, dal
quale lei sorride abbracciata a un animale di pelouche,
è stato inondato di lettere di insulti e di accuse di
"eugenetica", di pratiche per sterilizzare i "deficienti e gli
idioti", secondo le leggi naziste e difendere così la razza dai
"difettosi".
Altri pediatri, medici e chirurghi hanno chiarito che loro mai, in nessun caso
si presterebbero a quello che in sostanza è un esperimento su una cavia
umana, condotto a tentoni senza precedenti, senza
protocolli e senza alcuna garanzia che il "congelamento" dello
sviluppo realmente protegga la vittima da complicanze future.
"Se davvero vogliamo risparmiare alle famiglie di persone come Ashley decisioni così atroci ed evitare trattamenti
così sconvolgenti", ha scritto uno specialista
dell'Università di Miami, il dottor Bosco, "dobbiamo affrontare il
problema come società nel suo insieme e garantire a padri e madri
disperati che le loro creature saranno accudite e rispettate per il resto della
loro vita. E' troppo comodo, e troppo vile, accusarli di pratiche eugenetiche e
di avere creato una piccola Frankenstein perché
soltanto loro vivono la realtà quotidiana di una figlia come Ashley".
"Siamo la solita cultura della scappatoia facile e comoda, della convenience, della comodità", hanno tuonato i
moralisti ai quali ha tentato, con una lunga lettera - confessione anonima -
perché il nome della famiglia resta coperto dalla privacy anche nella
letteratura medica - il padre: "Qualcuno ci rimprovera di avere violato la
volontà di Dio, ma io penso che il Dio nel
quale credo voglia da noi che facciamo tutto quanto umanamente possibile per
limitare le sofferenze di Ashley come avviene ogni
giorno negli ospedali per altri pazienti e malati, salvati e curati senza che
si invochi la volontà di Dio. Lasciarla diventare una donna adulta non
avrebbe fatto null'altro che esporla a dolori e indegnità senza scopo.
E' questo che Dio avrebbe voluto da noi, che siamo i
suoi genitori?". La risposta non è pervenuta.
(5 gennaio 2007)
Mancato
rispetto delle regole. Sotto accusa medici e infermieri
I casi sarebbero evitabili con semplici gesti. In 20 anni nulla è
cambiato
I
dati di uno studio nazionale dell'istituto Spallanzani.
E 7 su 10 si ammalano in corsia
ROMA - Le infezioni ospedaliere in Italia provocano ogni anno
tra i 4.500 e i 7mila decessi: un numero di vittime perfino superiore a quello
degli incidenti stradali. E le ultime analisi del comportamento di medici e
infermieri - tra le altre, quella pubblicata sull'International journal of infectious diseases nel 2005 -
rivelano che solo 4 su 10 si lavano correttamente le mani prima di visitare o
intervenire su un paziente. "Può sembrare incredibile, eppure
è così", ammette Antonio Cassone, direttore del dipartimento
di malattie infettive dell'Istituto superiore di
sanità. "In medicina oggi sappiamo eseguire interventi
incredibilmente complessi, usiamo tecnologie inimmaginabili. Eppure non
riusciamo a lavarci le mani come si deve". E anche le più
elementari regole igieniche spesso non vengono
rispettate, come dimostra la serie di foto scattate da Repubblica attorno agli
ospedali di 4 grandi città.
Una circolare del ministero della Sanità nel 1985 raccomandava
l'istituzione di un Comitato di lotta contro le infezioni in ogni ospedale.
Eppure nel 2002 una struttura su 10 ne era ancora sprovvista, rivela lo studio Inf Nos 2 dell'Istituto per le
malattie infettive Spallanzani di Roma.
"Applicando le normali procedure d'igiene riusciremmo a ridurre di un
terzo le infezioni" rivela il direttore scientifico Giuseppe Ippolito.
Lavarsi le mani, ma anche indossare guanti, pulire bene la pelle dei pazienti
prima di inserire dei cateteri venosi o urinari e
ridurre al massimo il loro tempo di applicazione. Gli anglosassoni, che hanno
l'abitudine di visitare in giacca e senza camice, puntano il dito anche contro
la cravatta, crogiolo di microbi. Queste normali raccomandazioni possono
salvare la vita a 2mila pazienti l'anno.
Uno studio del New England Journal of
Medicine appena uscito ha rivelato che un rigoroso lavaggio delle mani, l'uso
di maschere e guanti in alcuni reparti di rianimazione del
Michigan è bastato a ridurre il tasso di infezioni del 66% in 18
mesi.
Nella lista nera dei portatori di microbi, i medici surclassano gli infermieri.
Secondo i dati raccolti nel 2005 dal Centro gestione del rischio clinico della
Regione Toscana, il 79% dei medici non eseguiva correttamente le procedure di
pulizia delle mani prima di visitare un paziente,
contro il 68% degli infermieri e il 50% dei giovani dottori in formazione.
"Oggi non c'è grande differenza da quello che succedeva a
metà dell'800 - spiega Ippolito - quando il
medico Semmelweiss scoprì che erano proprio i
suoi colleghi a diffondere la febbre puerperale non lavandosi le mani. La
situazione rimane grave ancor oggi e da alcune rilevazioni sembra che ad
applicare le regole dell'igiene meno di tutti siano proprio i medici".
Ad aggravare l'impatto delle infezioni ospedaliere c'è il fenomeno della farmaco-resistenza. Per combattere i batteri si
utilizzano antibiotici. E a poco a poco in un ambiente così ristretto
come il reparto la selezione darwiniana fa sviluppare
i ceppi di microbi più robusti.
"Cancellare gli agenti patogeni dagli ospedali non è realistico - precisa Cassone - ma trovare armi più efficienti per
combatterli non sarebbe difficile. I mezzi esistono. Il problema è che
non sono ancora diffusi in tutte le strutture sanitarie. Un laboratorio
d'analisi ben organizzato, per esempio, è in grado d'individuare in
poche ore il microrganismo responsabile di un'infezione, suggerendo al medico
la terapia più efficace. Contro i batteri molto virulenti, sono poi allo
studio dei vaccini preventivi". Un terzo delle infezioni ospedaliere
è facilmente evitabile; eppure dal
(5
gennaio 2007)
La notizia è rimbalzata fra i blog e i post della Rete e poi ripresa dalle principali
agenzie di stampa internazionali, la settimana scorsa. Il fatto di essere in
pieno periodo vacanziero non ha però impedito che la stessa notizia
avesse grande risalto negli ambienti legati alle tecnologie video di nuova
generazione. Un hacker, tale Muslix64, ha pubblicato sul Web un filmato con i dettagli tecnici
utili a “craccare i Dvd ad
alta definizione, sbloccando il codice criptato Aacs (Advanced
Access Content System) che previene la
possibilità di fare copie illegali dei dischi ottici Blu-ray
e Hd Dvd. Detto che i primi
film oggetto di violazione sono stati Full Metal
Racket (Warner Bros) e Van Helsing (Universal
Studios) l’azione dell’hacker
pone subito una domanda di assoluta rilevanza: il sistema di protezione e di
controllo dei contenuti digitali messo a punto dai colossi dell’hi-tech (Intel, Microsoft, Toshiba e Sony fra queste) e dalle major (Walt
Disney) per contrastare la pirateria è quindi
vulnerabile? Se il codice criptato fosse stato
effettivamente “bypassato” significherebbe che i Dvd ad alta definizione potrebbero essere copiati usando la
chiave di Muslix64, con tutte le conseguenze del caso per l’industria
cinematografica, i cerca di nuovi orizzonti per
rimpolpare le vendite (a crescita piatta) dei Dvd
tradizionali. Le prime reazioni dell’Aacs sono state
all’insegna del cauto ottimismo ma l’idea che qualcuno
abbia predisposto un programma di decodifica in Java (BackupHDDVD,
di cui è disponibile il codice sorgente) capace di copiare un film in
formato Hd Dvd non deve
certo far dormire sonni tranquilli agli illustri esponenti della Aacs Licensing Authority.
Come documentato dal sito punto-informatico, BackupHDDVD
sembra utilizzare una metodologia simile a quella di DeCSS,
il tool con cui il celebre hacker
Jon Lech Johansen riuscì nel
Se li conosci li eviti e li lasci sullo scaffale. Sono i Dvd
prodotti da Sony con i quali la multinazionale
conferma la sua vocazione a ostacolare i diritti dei consumatori. Proprio lei,
che dopo l'introduzione del Betamax fronteggiò
e vinse una causa intentata dalla potente lobby della Riaa
dalla quale scaturì il principio del giusto uso e della
possibilità di copia privata. Diritto che ora viene
duramente messo a repentaglio dal sistema anticopia Arccos
con il quale Sony blinda i suoi dvd
e anche quelli di altre major del cinema. Si dirà che in questo modo si
lotta contro la pirateria, ma in realtà i pirati quelli veri, quelli che
producono cd e dvd contraffati da vendere nelle
bancarelle, hanno ben altri mezzi. Sistemi anticopia di questo genere complicano però la vita all'utente che legittimamente
vuole fare un back-up del prezioso Dvd. Facoltà, questa, prevista dal compenso (leggasi
gabella) di copia privata per il quale l'utente paga
alla Siae, e dunque ad autori e produttori, una
valanga di quattrini su ogni tipo di supporto e strumento di registrazione in
cambio della possibilità di replicare, per uso personale, Cd/Dvd. E poco importa se masterizzatori,
memory card e dischi ottici siano usati per le foto o
le riprese video in spiaggia oppure per le fatture del
commercialista: la Siae chiede - e ottiene - la
"sua" parte. E da tempo ci si chiede chi sia
effettivamente il pirata in tutto questo. Il consumatore, buono
buono, paga, e pure tanto, del resto non
può opporsi, ma il suo diritto viene regolarmente calpestato perché di
fatto gli viene impedito l'esercizio della copia privata per il quale gli sono
stati prelevati soldi. E in tutto questo Sony, che
già aveva fatto figure più che barbine con i Cd taroccati da
sistema Key2Audio e più recentemente con uno strumento che apriva in
Windows una falla ai virus, torna alla carica con Arccoss
e impedisce ai consumatori di copiare un dvd anche
per back-up personale. Nulla di male in fondo, ma a
questo punto perché bisogna pagare il compenso di copia privata, che diventa un
balzello ancora più odioso che si accanisce contro i soggetti più
deboli, i consumatori, per compensare altri dai danni prodotti da
organizzazioni criminali. Si salvano - meno male - solo le imprese alle quali
è data la possibilità di chiedere un rimborso. Il modulo si trova
online, sul sito di Siae, è un po' noioso da
compilare, ma in questo modo almeno le aziende possono chiedere indietro i
soldi indebitamente pagati se i supporti sono usati per scopi relativi
archiviazione di dati e documenti propri dell'impresa. Chissà quando
sarà data una simile possibilità a tutti quelli che usano una
scheda per memorizzare le foto del proprio bambino e non per depredare le casse
dei detentori di diritto d'autore, casse ora più gonfie grazie anche ai
proventi delle suonerie, i costosi gadget dell'era dei contenuti mobili.
Anche la coesione sociale gioca un ruolo
decisivo
Lo dicono economisti sanitari citati dal New York Times. Una buona
educazione insegna a «lavorare» per il proprio futuro
NEW YORK - Volete vivere a
lungo? Studiate a lungo.
Pare infatti che la durata degli studi sia in assoluto
il fattore che favorisce di più la longevità. Lo dice un articolo
apparso sul New York