Piccola Rassegna 4-1-2007

 

 

INDICE

Da Il Sole 24 Ore 4-1-2007 Cedola record per Berlusconi. di Marigia Mangano 1

Da La Stampa  4/1/2007  Col cappio continua la guerra.  Giovanni De Luna 3

Da www.ccsnews.it/   Tribunale di guerra non dimentichiamolo. Una condanna espressa in modo veloce e affrettato. 5

Da Panorama 3/1/2007   Adsl italiane troppo care? Non è questo il problema.  di  Giulio Boresa. 6

Da La Stampa 3/1/2007 (20:43)  «Provai la cocaina», ombre su Obama. 7

 


Da Il Sole 24 Ore 4-1-2007 Cedola record per Berlusconi di Marigia Mangano

Il 2006 sarà ricordato per due motivi da Silvio Berlusconi: sul fronte politico è stato l'anno che ha segnato il passaggio all'opposizione, sul fronte finanziario quello che ha regalato un record assoluto alle «entrate personali» del Cavaliere. Nel 2006 l'assegno staccato dalle quattro holding di proprietà diretta di Berlusconi (la holding italiana prima, seconda, terza e ottava che controllano il 61,13% della Fininvest) è stato pari a 215 milioni di euro, il doppio rispetto a un anno prima. Un prelievo «importante» se si pensa che nel 2005 l'intero "sistema holding",formato dalle sette casseforti che custodiscono il 100% del gruppo di via Paleocapa,ha distribuito alla famiglia 141 milioni di euro a fronte di un utile di 172,9 milioni (nel 2004 il monte dividendi aveva raggiunto appena i 79 milioni di euro). La decisione di fare cassa (seguita anche da Piersilvio e Marina che nel 2005 avevano invece rinunciato al dividendo) non ha prosciugato le riserve liquide delle holding del Cavaliere che possono ancora contare su 270 milioni di euro depositati in banca.

Maxidividendo al Cavaliere
Ad Arcore la scelta è stata duplice: distribuire integralmente gli utili (record) macinati dalle sette finanziarie che controllano la Fininvest e attingere alle «riserve» disponibili. Quanto basta per far sì che il 2006 sia ricordato in casa Berlusconi come l'anno delle maxi cedole. Le quattro holding del Cavaliere hanno inanellato un altro record storico sul fronte dei dividendi e dei profitti. Nel 2006, tutte insieme hanno registrato un utile di 135 milioni contro i 106 milioni del 2005.Ma a esplodere sono state le cedole:215 milioni a titolo personale contro i 107 milioni dello scorso anno. La holding italiana prima per esempio, a cui fa capo il 17,5% della Fininvest, ha segnato un utile di 41,4 milioni,ma ha distribuito al Cavaliere 64,9 milioni, attingendone una ventina di milioni dalla riserva straordinaria. Copione simile per le altre holding personali: la holding italiana seconda ha archiviato il 2006 con un utile di 33 milioni, ma ne ha distribuiti 54,9; la holding italiana ottava ha registrato profitti per 45 milioni, ma ha staccato una cedola di 84 milioni. Solo la holding terza, a fronte di utile di 16 milioni, ha versato nelle casse del Cavaliere solo 11,7 milioni.

Cedola a Marina e Piersilvio
La scelta di «fare cassa» è stata seguita anche dai figli Piersilvio e Marina che hanno incassato 16 milioni a testa a fronte di un utile complessivo della due holding di proprietà ( holding italiana quarta e holding italiana quinta) pari a 32,3 milioni. Questo dopo che lo scorso anno gli stessi avevano rinunciato alla cedola, accantonando i13 milioni di utili registrati dalle loro holding nel 2005. Non solo. Le due finanziarie hanno registrato ottimi risultati anche sul fronte delle gestioni patrimoniali affidate a Morgan Stanley e a Banca Arner.
Per la holding italiana quinta di Piersilvio, il saldo delle operazioni su titoli e cambi è stato positivo per 740 mila euro, mentre la finanziaria che fa capo a Marina ha segnato un saldo positivo per 300 mila euro. Mancano all'appello, in quanto i documenti non sono stati depositati, i numeri della holding italiana quattordicesima che fa capo ai tre figli più piccoli di Berlusconi, Eleonora, Luigi e Barbara.

Parte immobiliare Dueville
Tra le altre curiosità dei bilanci emerge,inoltre,che neocostituita Immobiliare Dueville sembra ora pronta a concretizzare qualche mossa nel mondo immobiliare. La società, infatti, nata alla fine del 2005 ha messo in cantiere un aumento di capitale di 1,5 milioni di euro a cui la holding italiana prima e la holding italiana ottava,che detengono il 30%ciascuna del capitale, hanno partecipato versando 450 mila euro a testa. Infine, il capitolo donazioni. Nei bilanci di riferimento delle quattro holding del Cavaliere si scopre infatti che anche lo scorso anno sono proseguiti gli «aiuti» nei confronti degli enti no profit. La holding italiana prima, per esempio, ha versato attraverso la Comunità Incontro di don Pierino Gelmini 350mila euro a sostegno delle popolazioni del Sudest Asiatico, mentre per la holding ottava l'assegno è stato di 100 mila euro.

 

 

Da La Stampa  4/1/2007  Col cappio continua la guerra GIOVANNI DE LUNA

 

Le immagini dell’esecuzione di Saddam sono l’esecuzione di Saddam. Di questa realtà erano consapevoli le autorità irachene che avevano un loro operatore ufficiale per riprendere la scena e lo sono ora i milioni di spettatori che sulla rete inseguono gli ultimi istanti del dittatore immortalate dai telefonini dei boia. Basterebbe solo questo riferimento al contesto tecnologico dell’esecuzione per collocarla nella nostra più stretta contemporaneità, rendendo incongrui tutti i riferimenti al passato, sia a quello di Mussolini maldestramente evocato da al Maliki, sia in generale ai molti esempi di tirannicidio che si rincorrono nei secoli della nostra storia.

Diciamolo subito: ghigliottinare Luigi XVI in una piazza di Parigi gremita di folla aveva un immediato significato politico. Il vecchio potere era morto; dalle sue ceneri ne nasceva un altro, pienamente legittimo, che manifestava pubblicamente questa sua legittimità rivoluzionaria attraverso l’atto sacrificale della messa a morte del vecchio sovrano. Per Mussolini non è stato così. Piazzale Loreto si colloca in quella terra di nessuno che si spalanca quando il vecchio potere statuale si è dissolto e il nuovo non si è ancora insediato. È la fase dell’«interregno»: si spezza il monopolio statuale della violenza legale, i cittadini si riappropriano del diritto di uccidere e farsi uccidere che avevano delegato allo Stato nel «patto» su cui si è fondata la politica dello Stato moderno, per un attimo provano l’ebbrezza di godere pienamente di uno degli attributi fondamentali della sovranità statuale, quello di decidere della vita e della morte degli altri. Fu questa la situazione di Milano nei giorni successivi al 25 aprile.

A maggio tutto era finito e il nuovo ordine repubblicano era pronto a legittimarsi pienamente attraverso un percorso che avrebbe avuto la sua sanzione legale nel referendum del 2 giugno 1946.

In Iraq oggi non c’è nessun «interregno». Formalmente c’è un governo in carica, legittimato anche dal consenso elettorale che si presume, quindi, in grado di dispiegare la sua sovranità senza remore, imprimendone il sigillo anche alla messa in scena «rituale» dell’esecuzione di Saddam, quella codificata dalla tradizione: un patibolo da ascendere, un boia impassibile che adempie una funzione istituzionale, il pubblico, la benda sugli occhi, ecc... Non è andata così. Saddam è stato giustiziato in una stanza dei servizi segreti prima usata per le torture; il boia erano tanti boia, mascherati, attenti a camuffarsi per non farsi riconoscere, un’accolita di invasati che urlava insulti. In quelle immagini non c’è un potere statuale legittimo e sovrano che celebra se stesso ma una banda che mette a morte il capo della fazione rivale. È la guerra civile irachena che è andata in scena ed è una guerra civile che ci restituisce la realtà totalmente postnovecentesca di quella esecuzione.

Quello che voglio dire è che il confronto non è tanto con i tirannicidi del passato, ma con le altre immagini che ci sono piovute addosso dall’Iraq, con le altre esecuzioni diffuse in Internet che hanno mostrato il loro orrore in diretta alla sterminata platea di un’umanità massificata dalla tecnologia, unificata dalle reti informatiche. Il loro contesto è quello della più dispiegata modernità, appartengono a un genere nuovo, inaugurato dopo l’11 settembre 2001 dalla decapitazione del giornalista Daniel Pearl, in Pakistan, filmata nel febbraio 2002. Non è più il campo di battaglia o il patibolo il «luogo» dello scempio, ma un set televisivo o una rappresentazione fotografica. Quei corpi non sono più condannati a morte, ma sono messaggi. E quei messaggi incorporano riti e simboli, segnalano che nel passaggio del millennio è affiorata di nuovo una concezione salvifica della violenza. Si dispiega una radicale volontà di impiegarla come strumento di rigenerazione spirituale del mondo sminuendo le vite dei singoli, fino ad annullarle in un progetto che prevede non solo l’eliminazione fisica delle persone che rappresentano il Nemico, ma anche la pubblica, clamorosa profanazione dei loro cadaveri.

I nuovi rituali annunciano in primo luogo «la necessità dello spettacolo, o in generale della rappresentazione» poiché, in particolare nel caso di messe in scena dell’estremo, ha scritto il grande esperto di «sacrifici», Georges Bataille, «senza la loro ripetizione potremmo, faccia a faccia con la morte, rimanere estranei, ignoranti».

Per dare forza ed efficacia ai loro messaggi, i carnefici degli ostaggi in Iraq hanno trasformato quei set improvvisati in terrificanti are sacrificali, con un rituale maniacalmente ripetitivo: le tute arancioni delle vittime (macabro contrappasso di Guantanamo), i cappucci neri dei boia, le didascalie, lo sgozzamento, e, alla fine, l’esibizione delle teste mozzate; con il cappio ostentato al centro della scena, il corpo di Saddam messo in mostra, le preghiere e le imprecazioni e un’applicazione feroce della «legge del taglione», il governo iracheno ne ha replicato sia i comportamenti che i messaggi.

 

 

Da www.ccsnews.it/   TRIBUNALE DI GUERRA NON DIMENTICHIAMOLO. Una condanna espressa in modo veloce e affrettato.

                                   
La condanna di Saddam è nata dall’esigenza forse di una democrazia che stenta a nascere.
Ma soprattutto è stato uno dei primi atti di un nuovo governo che vuole voltare pagina, legittimarsi, distinguersi dall’Occidente, rendersene autonomo ed indipendente.
Le critiche degli Stati europei non hanno fatto che approfondire le incomprensioni tra il Vecchio continente e il Medioriente, che di storia autonoma se ne è fatta davvero poca dopo la colonizzazione.
 
L’esigenza era quella di far capire a tutti che adesso c’è un governo autonomo al potere in Iraq.
Non sprechiamo la nostra voce, certo.
Fa bene dichiarare la propria posizione e stabilire dei confini netti tra noi e loro.
Ma non dimentichiamo che non stiamo, noi. Che ci sono loro in Iraq, e da venti anni non si vede che morte, e eguerra.
 
Il Paese è cambiato tantissimo. Non era una roccaforte musulmana. Non era un covo di terroristi e di fondamentalisi islamici.
Ha combattuto, rendendo un grande favore all’Occidente, l’Iran della Rivoluzione dopo il 1979, l’Iran della Repubblica Islamica.
Lo ha fatto per otto anni consecutivi e con metodi tutt’altro che convenzionali, che l’Europa e gli Stati Uniti foraggiavano con armi, finanziamenti, sostegno politico. L’iraq era laico. L’iraq era un alleato dei nostri governi.
L’iraq era una terra ricca e splendente. Un paese arabo, certo, fino alla fine, ma un paese in cui c’erano diverse etnie che convivevano dentro gli stessi confini, senza grandi problemi.
 
Possiamo immaginare la rabbia di chi ha visto il proprio paese trasformarsi nell’ammmasso di rovine che è oggi, quando gli attentati sono diventati eventi quotidiani e il fanatismo religioso insieme all’odio razziale hanno profondamente modificato il volto dell’Iraq, rendendolo una polveriera che nessuno riuscirà a spegnere nei prossim anni.
 
C’è però anche una guerra civile in corso e non mancano gli attori esterni.
Protagonisti sono gli iracheni, ma special guest restano le truppe americane. 
Tremila i morti fra i soldati americani dal 19 marzo 2003 ad oggi, ma 16 mila le vittime civili in Iraq nell’ultima guerra, la guerra civile seguita alla finta vittoria americana che avrebbe dovuto metter fine alla Seconda guerra del Golfo.
Non credo di aver trovato stime delle vittime dal 1980 ad oggi in Iraq, ma devono essere state davvero troppe.
Saddam ha condotto feroci rappresaglie contro curdi e sciiti, e guarda caso il Presidente della Repubblica del nuovo governo, Talabani, è il rappresentante del popolo curdo, mentre il Primo Ministro fa parte della maggioranza sciita.
 
Per noi la pena di morte resta aberrante. La condanniamo, quasi tutti.
C’è ancora chi si ostina a accettarla ed a promuoverla ma restano per fortuna in pochi.
Nessuno in Europa, molti ancora nel resto del mondo. George W. Bush non si è distinto neanche questa volta, approvando il gesto del nuovo governo Iracheno.
Che in questo modo non ha affatto purtroppo affermato la propria indipendenza ma ha fatto un grande favore a quel pezzo di storia dell’umanità che voleva onorare la morte di Saddam Hussein.
Con la morte del Raiss non finisce un bel niente, è ancora una volta un atto codardo e troppo facile di fronte al garbuglio iracheno.
 

di Anna Cristina Trifilio

 


Da Panorama 3/1/2007   Adsl italiane troppo care? Non è questo il problema      di  Giulio Boresa    


 
È una cosa che leggo spesso: associazioni dei consumatori e giornalisti, quando vogliono denunciare il fatto che le nostre Adsl costano troppo, presentano le offerte francesi a comprova. Basta andare oltralpe per trovare Adsl super veloci a metà prezzo, con illimitate telefonate incluse nel canone - si vedano per esempio le offerte di Free.

In realtà, questa è un'argomentazione demagogica. A ben vedere, non sono le Adsl italiane a essere troppo care. Ma sono quelle francesi a essere un record: non solo in Europa, ma nel mondo. Tempo fa ne lessi sul Wall Street Journal: un giornalista americano invidiava i francesi. Diceva che le loro Adsl riuscivano a battere (per prezzi e prestazioni) anche quelle americane.

Il record francese continua a crescere: è appena cominciata la guerra dei prezzi anche per le offerte su fibra ottica. Fino a qualche mese fa, i collegamenti in fibra erano venduti agli utenti residenziali solo da France Telecom: 50 Mbps per 70 euro al mese, con le telefonate a numeri di rete fissa e l'Ip Tv inclusi. Quest'inverno è arrivato Free anche nel mercato della fibra, con offerte a partire da 20 euro al mese. E, più di recente, anche Erenis, che in questo stesso prezzo include 60 Mbps, le telefonate gratis verso 100 Paesi e la Tv.

I prezzi delle Adsl italiane, soprattutto dopo il salto a 2 Megabit (a fronte di un canone restato a 19,95 euro al mese- 16,90, con Tele2), si difendono bene, sulla carta. Sono tra le più economiche in Europa. È in Spagna e in Europa dell'Est che i consumatori farebbero bene a protestare per i prezzi alti. Nel Regno Unito è difficile, invece, trovare Adsl che siano vere flat.

Di solito, le offerte britanniche includono una quantità limite di GB scaricabili al mese. Segno che è un mercato più evoluto del nostro: i provider non hanno più bisogno di fondare il proprio business attirando i consumatori che fanno molto peer to peer.

Il problema della banda larga italiana è in realtà un altro: la pochezza delle infrastrutture alternative
. Domina la rete in rame di Telecom, come mezzo per la banda larga. La fibra di Fastweb copre l'ultimo miglio di pochi utenti, in grandi città.

Non c'è una rete via cavo coassiale (a differenza di quasi tutti gli altri Paesi europei). Il WiMax, banda larga wireless, non è stato ancora lanciato (caso unico in Europa). Ne derivano due conseguenze negative: livelli di copertura banda larga inferiori alla media europea e grosse differenze tra le velocità reali e quelle pubblicizzate (di picco).

Sui problemi di copertura, certo, incidono altri fattori (l'orografia, la struttura della nostra rete che è molto parcellizzata). Ma il solo antidoto è favorire la creazione di altre infrastrutture. Crescerebbe così anche la concorrenza vera, quella cioè più indipendente dalle infrastrutture di Telecom Italia e sarà incoraggiato l'arrivo di Adsl che siano veloci non solo sulla carta ma anche nella realtà.

        


 

Da La Stampa 3/1/2007 (20:43)  «Provai la cocaina», ombre su Obama

WASHINGTON
Durante la corsa alla Casa Bianca, Bill Clinton ammise di aver tenuto una "canna" tra le labbra, ma assicurò di non aver aspirato. Anni più tardi George W. Bush riconobbe di aver avuto una gioventù scapestrata e di aver esagerato con il bere. Ma fino alla candida ammissione di Barack Obama nessun candidato si sarebbe sognato di confessare di aver provato la cocaina se non voleva veder svanire in un istante le proprie ambizioni. Oggi gli analisti studiano quali potranno essere gli effetti della storia raccontata dal potenziale candidato democratico nella corsa alla Casa Bianca nell’autobiografia "Sogni da mio padre", pubblicata 11 anni fa.

Il racconto di come Obama superò le diffidenze razziali e conquistò la direzione della rivista di giurisprudenza di Harvard domina le classifiche di vendita insieme al suo secondo libro, "L’audacia della speranza", ma può trasformarsi in una minaccia. «Credo che il Paese sia alla ricerca di qualcuno che sia aperto, onesto e trasparente piuttosto che di qualcuno costantemente guidato dai sondaggi e dai focus group» ha detto il portavoce di Obama, Robert Gibbs, che ha trovato a dargli ragione Alex Vogel, consulente dei Repubblicani. «Non è il tipo di libro che ci si aspetterebbe da un politico» ha detto Vogel, «chiunque punti a una carriera simile si preoccupa di quello che c’è nel proprio passato, ma senza dubbio gli americani hanno una passione per le storie di redenzione».

Nel suo libro, Obama si dilunga nella descrizione delle difficoltà di essere figlio di un africano di colore che all’età di due anni lo aveva abbandonato alle Hawaii con la madre, bianca del Kansas. Il neosenatore dell’Illinois racconta della crisi di identità scatenata dal fatto di crescere in una famiglia bianca piena di amore, ma anche in una società che gli attribuiva tutti gli stereotipi legati al fatto di essere un giovane di colore. Momenti duri in cui, si legge nel libro, «l’erba aiutava. Anche qualche bella bevuta e, quando ci si riusciva, una sniffata. Ma mai l’eroina».