Piccola rassegna 14-1-2007

INDICE

L'India pronta a sorpassare la Cina: produzione industriale +14,4 per cento. 1

Da La Stampa 14/1/2007 (11:10). Iraq, D'Alema boccia il piano-Bush. 1

Da Corriere della Sera.it 13-1-2007 Strage di Marzabotto, 10 ergastoli in contumacia. 2

Da Il Sole 24 Ore 12-1-2007 Eurispes: due italiani su tre bocciano l'indulto di Nicoletta Cottone  4

La Stampa 13-1-2007 Il condominio delle sacre beghe. Sei Chiese in lite per l'uscita di sicurezza al Santo Sepolcro. Carla Reschia. 6

 


Da Il Sole 24 Ore L'India pronta a sorpassare la Cina: produzione industriale +14,4 per cento

Nel novembre dello scorso anno la produzione industriale in India ha registrato una crescita del 14,4%, ai massimi da undici anni a questa parte e secondo le previsioni l' economia dovrebbe superare quest' anno per tasso di sviluppo la Cina, con un aumento del 10,0% del prodotto nazionale lordo.
A novembre la produzione ha avuto un' impennata, considerato che il mese precedente si era avuto un incremento del 4,4%, sostenuta dal 'boom' della domanda nel settori dell' auto, della telefonia mobile e delle abitazioni. Tutto questo come conseguenza del fatto che le retribuzioni salariali sono arrivate a livelli-record, mentre anche i finanziamenti hanno contribuito a far correre l' economia. In questo contesto, la preoccupazione è legata adesso all' andamento dell' inflazione, che potrebbe spingere la banca centrale a fine gennaio ad un rialzo del costo del denaro.
Il mese scorso gli analisti di Credit Suisse hanno stimato per l' India un tasso di crescita 2007 appunto nell' ordine del 10,0% contro il 9,9% della Cina. Proprio oggi 12 gennaio 2007 sono stati diffusi i dati relativi alla crescita di Pechino nel 2006, pari a +10,5%, in leggero rallentamento rispetto alle indicazioni venute a metà anno.

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Da La Stampa 14/1/2007 (11:10). Iraq, D'Alema boccia il piano-Bush

Il ministro degli Esteri: «L'aumento delle truppe non risolve la crisi»

DOHA
«Rimane forte l'impressione che l'aspetto fondamentale continui a essere quello dell’azione militare, e di un rafforzamento dell’azione militare: e questo aspetto non ci convince». Il ministro degli Esteri Massimo D'Alema, in Qatar per la seconda tappa della sua missione nel Golfo risponde così ai giornalisti che gli chiedono un commento sul nuovo piano della Casa Bianca per l'Iraq.

«IL NODO È IL RAFFORZAMENTO DELLE ISTITUZIONI IRACHENE»
È convinzione di D'Alema, come lui stesso ha sottolineato in conferenza stampa con il capo della diplomazia qatariota, Hamad bin Jassim Al Thani, oggi a Doha, che «la ricerca di una via di uscita dalla situazione irachena non passi attraverso un incremento della pressione militare, quanto piuttosto di un rafforzamento delle istituzioni irachene, e di forze armate e di polizia che abbiano un carattere multietnico e multireligioso».

Soltanto loro, infatti, sarebbero «in grado di prevenire lo scontro di carattere etnico e religioso che davvero non si capisce come possa essere impedito dall’azione di un esercito straniero», ha proseguito il vicepremier. Da D’Alema è arrivato quindi un nuovo «incoraggiamento al dialogo nazionale, che sia in grado di isolare il terrorismo anche offrendo alla comunità sunnita la piena integrazione nella vita pubblica e nelle istituzioni del nuovo Stato». Nel piano di George W. Bush, ha precisato il ministro degli Esteri, «ci sono - comunque - certamente aspetti apprezzabili, come l’intento di disarmare le milizie» presenti in Iraq.


Da Corriere della Sera.it 13-1-2007 Strage di Marzabotto, 10 ergastoli in contumacia

 

Sette imputati sono stati assolti per non aver commesso il fatto

Si è concluso al tribunale militare di La Spezia il primo vero processo per una delle azioni più efferate delle SS in Italia: oltre 1.800 morti

 

 

 

LA SPEZIA - Il primo vero processo per la strage nazista di Marzabotto si è concluso, 62 anni dopo l'efferata azione delle SS in cui morirono 1.836 persone, tra cui anche donne e bambini. Il tribunale militare della Spezia ha condannato all'ergastolo dieci dei diciassette imputati, tutti contumaci. Gli altri sono stati assolti per non aver commesso il fatto. Si tratta della prima sentenza di condanna per la strage compiuta nel 1944, se si esclude l'ergastolo dato al maggiore Walter Reder nel 1951, poi graziato su intercessione dell'Austria e morto nel suo Paese.

CONDANNATI E ASSOLTI - Condannati al carcere a vita Paul Albers, 88 anni, aiutante maggiore di Reder; il sergente comandante di plotone Josef Baumann, 82 anni; il maresciallo delle SS Hubert Bichler, 87 anni; i sergenti Max Roithmeier, 85 anni, Max Schneider, 81, Heinz Fritz Traeger, 84, Georg Wache, 86, Helmut Wulf, 84; il maresciallo capo Adolf Schneider, 87 anni; il soldato Kurt Spieler, 81 anni. Tutti sono stati ritenuti colpevoli di concorso in violenza con omicidio contro privati nemici, pluriaggravata e continuata. Sono stati invece assolti per non aver commesso il fatto il caporale Franz Stockinger, 81 anni; il caporalmaggiore Gunther Finster, 82; i caporali Albert Piepenschneider, 83, ed Ernst Gude, 80; il sergente SS Hermann Becker, 87 anni; il caporalmaggiore Otto Erhart Tiegel, 81 anni e il sergente Wilhelm Kusterer, 84. Il Tribunale ha poi deciso la pena dell'isolamento diurno per tutti i condannati, per un periodo variabile tra uno e tre anni, e il risarcimento dei danni in favore delle parti civili per una somma complessiva di oltre 100 milioni di euro.

 

NESSUN TESTE TEDESCO - Il processo, il quinto sulle stragi nazifasciste dopo quello relativo a Certosa di Farneta, Sant'Anna di Stazzema, Branzolino San Tomè e Falzano di Cortona, si è celebrato a tredici anni di distanza dalla scoperta a Roma dell'«armadio della vergogna», dove vennero occultati per cinquant'anni 273 fascicoli relativi alle stragi nazifasciste perpetrate in Italia nel '43 e '44. Su almeno una trentina di questi documenti ha lavorato per anni la procura militare spezzina, con grandi difficoltà dovute alla distanza temporale dai fatti oggetto delle indagini. Nel corso delle udienze sono stati ascoltati una cinquantina di testimoni italiani, mentre non si è presentato alcun teste tedesco.

MILLEOTTOCENTO MORTI - La vicenda risale al 1944, tra il 29 settembre e il 5 ottobre, più di 1.800 le vittime. Quella di Marzabotto fu una delle stragi più efferate compiute dalla 16esima divisione SS Panzergrenadier Reichsfurher. Lo scopo era quello di annientare la Brigata Partigiana «Stella Rossa» che dal '43 operava sulle colline bolognesi. All'alba del 29 settembre i tedeschi accerchiarono tutta la zona; tra le vittime donne, bambini e cinque sacerdoti, di cui è stata avviata la causa di beatificazione. Una tragedia di proporzioni incommensurabili, una vera «caccia all'uomo» che non escluse neppure i luoghi sacri. A Casaglia i civili si erano rifugiati in chiesa: il parroco fu ucciso sull'altare e i parrocchiani vicino al cimitero. Nell'oratorio di Cerpiano a Monzuno altre 49 vittime, tra cui 20 bambini uccisi con bombe a mano.

UNA SCIA DI SANGUE - La strage di Marzabotto fu la tappa finale di una «marcia della morte» che era iniziata in Versilia. Il maresciallo Albert Kesserling, per proteggersi dai partigiani, aveva ordinato di fare terra bruciata alle sue spalle. Fu dunque il mandante di una strage che nessun'altra superò per dimensioni e per ferocia e che assunse simbolicamente il nome di Marzabotto, anche se i paesi colpiti furono molti di più. L'esecutore era proprio Walter Reder. Era un maggiore delle SS soprannominato «il monco» perché aveva lasciato l'avambraccio sinistro a Charkov, sul fronte orientale. Al comando del 16esimo Panzergrenadier Reichsfuhrer, Reder iniziò il 12 agosto una marcia che lo porterà dalla Versilia alla Lunigiana e al Bolognese lasciando dietro di sé una scia insanguinata di tremila corpi straziati: uomini, donne, vecchi e bambini. In Lunigiana si erano uniti alle SS anche elementi delle Brigate nere di Carrara.

REDER GRAZIATO - A fine settembre «il monco» si spinse in Emilia ai piedi del monte Sole, dove si trovava la brigata partigiana «Stella Rossa». Per tre giorni, a Marzabotto, Grizzana e Vado di Monzuno, Reder compì la più tremenda delle sue rappresaglie. Infine, la morte nascosta: prima di andarsene Reder fece disseminare il territorio di mine che continuarono a uccidere fino al 1966 altre 55 persone. Complessivamente, le vittime di Marzabotto, Grizzano e Vado di Monzuno furono 1.836. Dopo la liberazione Reder, che era riuscito a raggiungere la Baviera, fu catturato dagli americani. Estradato in Italia, è stato processato dal tribunale militare di Bologna nel 1951 e condannato all'ergastolo. Dopo molti anni trascorsi nel carcere di Gaeta, è stato graziato per intercessione del governo austriaco. È morto pochi anni dopo in Austria.

13 gennaio 2007

 


 

Da Il Sole 24 Ore 12-1-2007 Eurispes: due italiani su tre bocciano l'indulto di Nicoletta Cottone

 

Due italiani su tre sono contrari all’indulto, più della metà lo ritiene un provvedimento non indispensabile. Dalle prime anticipazioni dei contenuti del «Rapporto Italia 2007» dell’Eurispes, che sarà presentato a Roma il 26 gennaio, emerge che il provvedimento di clemenza ha rappresentato nel comune sentire una lesione profonda del sistema di giustizia nazionale. «La legge sull’indulto - spiega Gian Maria Fara, presidente dell’Eurispes - ha sicuramente fornito un contributo non irrilevante alla disaffezione istituzionale avvertita da gran parte dell’opinione pubblica». Per il 59,7% del campione il provvedimento ha influito negativamente sulla fiducia dei cittadini nella giustizia, il 59,2% ritiene che il provvedimento di clemenza, mettendo in libertà un alto numero di detenuti, abbia generato seri problemi di sicurezza per i cittadini. La sfiducia nella giustizia e il crescente senso di insicurezza riguardano gli elettori di tutti gli schieramenti politici con una oscillazione che va dall’80% degli elettori di destra e di centro al 60% di quelli di sinistra. Il condono ha riscosso più consensi nel Centro Italia (20,3%) e nelle isole (17,4%), piuttosto che al Sud (9,5%) e al Nord (13 per cento).
Mentre il Guardasigilli Clemente Mastella annuncia dal seminario di Caserta l’impegno per la riforma dell’ordinamento giudiziario entro il 31 luglio 2007, la giustizia appare al collasso: la durata media dei processi è pari a 35 mesi per il giudizio di primo grado e a 65 per quello di appello. Nel periodo 2001-2004 le cause civili dinanzi ai giudici di pace sono aumentare del 64%, quelle in Corte d’appello del 122%, quelle in Corte di cassazione del 33 per cento. Le cause penali sono aumentate del 16% in istruttoria, del 60% in prima istanza, del 24% in appello e del 4% in Cassazione. Dieci milioni i processi pendenti, 4 milioni civili e 6 milioni penali, 700mila le condanne definitive non eseguite. Dai dati emerge che la macchina della giustizia è fortemente indebitata, i mezzi finanziari a disposizione sono inadeguati al fabbisogno ordinario delle procure, il debito complessivo del ministero della Giustizia ammonta a 250 milioni di euro.
Nel 2005 oltre l’80% delle condanne sono risultate pari o inferiori a 3 anni o a 10mila euro di pena pecuniaria, dunque circa 4/5 dei processi pendenti per reati commessi entro il 2 maggio 2006 si concluderanno in caso di condanna con la formula «pena interamente condonata». Lo studio dell’Eurispes precisa che la mole dei provvedimenti che rientrano nell’indulto non potrà essere definita prima dei 5 anni. Fra il 1996 e il 2006 la popolazione carceraria ha avuto un incremento del 25,3 per cento. Il giorno prima dell’entrata in vigore dell’indulto la popolazione carceraria registrava 60.710 detenuti, il 33% stranieri, il 27,1% tossicodipendenti, a fronte di una capienza di 43.213 unità.
A distanza di un mese erano stati scarcerati 16.568 detenuti, compresi un migliaio in semilibertà. Altri 7.178 erano stati scarcerato essendo in custodia cautelare nei mesi di applicazione dell’indulto. Altri 17.423 erano già fuori dal carcere per misure alternative, cessate per effetto dell’indulto. Inoltre 4.757 hanno usufruito del provvedimento di clemenza per uno o più titoli di detenzione, ma sono rimasti in carcere per altre condanne. Sono stati, inoltre, 480 i detenuti ammessi a misure alternative per effetto del provvedimento.
Gli effetti positivi del provvedimenti sono stati quelli di alleggerire la pressione sull’apparato carcerario, riportando la popolazione carceraria al di sotto di circa 4mila unità rispetto alla capienza regolamentare, accanto a quelli economici, visto che ogni detenuto costa allo Stato circa 120 euro al giorno. Alla data del 9 novembre 2006 sono risultati rientrati in carcere il 6,5% di coloro che avevano usufruito dell’indulto, pari a 1.570 persone, cifra ritenuta fisiologica dagli esperti.
Nell’intero territorio nazionale è stata registrata una lieve flessione dei reati nel trimestre successivo all’indulto, mentre nelle 4 metropoli più critiche dal punto di vista della criminalità urbana è stato registrato un aumento (da 82.770 reato a 100.344). Flessione a Milano, aumenti non allarmanti a Roma e Palermo, aumento forte a Napoli: nel capoluogo campano i reati sono aumentati da 24.394 del periodo agosto-ottobre 2005 ai 44.034 del periodo corrispondente del 2006.

nicoletta.cottone@ilsole24ore.com

 


 

La Stampa 13-1-2007 Il condominio delle sacre beghe. Sei Chiese in lite per l'uscita di sicurezza al Santo Sepolcro. Carla Reschia

 

L’ingresso, con la pietra dell’Unzione che tradizione vuole abbia accolto il corpo di Cristo prima della sepoltura (una piccolissima targa precisa trattarsi di una copia del IV sec. d. C.), è condiviso. Ma basta addentrarsi nei labirintici meandri del Santo Sepolcro di Gerusalemme per capire come l’unità dei cristiani sia per ora solo un’ipotesi ecumenica.

 Il santuario lottizzato
Gli spazi sono divisi e rigorosamente lottizzati dalle molteplici anime della cristianità. Chiesa Ortodossa Greca, Chiesa Apostolica Armena, Chiesa Cattolica Romana, Chiesa Ortodossa Copta, Chiesa Ortodossa Etiope e Chiesa Ortodossa Siriaca celebrano qui, a ore severamente regolamentate, i propri riti in cappelle che s’affiancano, s’affollano, talvolta si sovrappongono. Perché ogni confessione vanta antichi legami e diritti con un luogo che ospita fianco a fianco, in poche centinaia di metri quadri, il Golgota, il sepolcro di Cristo, quello di San Giovanni di Arimatea, ma anche quelli di Goffredo di Buglione e di Adamo. Oltre al «compas», un omphalos che secondo remote consuetudini forse precristiane rappresenta il centro del mondo, al sito dove Elena, madre dell’imperatore Costantino trovò le reliquie della Vera Croce e a quello dove il Cristo apparve alla Madonna dopo la resurrezione. Quadro suggestivo, ma meno armonico di quanto appaia perché, come in ogni condominio, il tasso di litigiosità è altissimo. Da tempi remoti, tanto che nel 1192 il Saladino, per mantenere la pace tra le fazioni cristiane, decise di affidare la chiave del santuario a una terza parte neutrale, la famiglia musulmana Nuseibeh, che tuttora la custodisce. La cura e la custodia del santo luogo, invece, sono disciplinate da un editto della Sublime Porta datato 1852, lo «Status quo».

 Se manca il quorum
La tutela islamica, però, non è mai bastata a evitare litigi. Molti dei quali vertono - di nuovo il paragone con il condominio non paia blasfemo - sui lavori di manutenzione ordinaria e straordinaria. Da chi deve fare le pulizie a chi ha diritto esclusivo su un certo angolo di tetto (nel 2002 per discuterne 11 monaci copti finirono in ospedale). Ma il dato più clamoroso è che il Santo Sepolcro non è «a norma»: manca l’uscita di sicurezza. Ogni luogo pubblico, fosse l’ultimo cinema di periferia, ne ha una. Il Santo Sepolcro no. Lo stretto ingresso nel transetto sud è, dalle crociate, l’unico da cui entrano ed escono i visitatori, ottomila al giorno. Su di loro pesa la tragedia del 1834, quando nel fuggi fuggi da un incendio divampato per le troppe candele accese trecento pellegrini greco-ortodossi furono calpestati a morte. Oggi, le condizioni sono esattamente le stesse. Il problema, in teoria, dovrebbe essere stato risolto dal 20 giugno 1999, quando tutti gli occupanti concordarono sulla necessità di una seconda porta. Già, ma dove? Chi dovrebbe sacrificare uno scampolo del proprio territorio, e perché? Discuti, discuti, si è arrivati a oggi, senza esito.
Il governo israeliano, fin qui, ha portato pazienza. Dopotutto, gli ebrei sono figli di una tradizione d’interminabili dispute tra saggi, tanto da considerare un miracolo la cosiddetta Bibbia dei Settanta, la traduzione greca del Vecchio Testamento ebraico ordinata dall’imperatore ellenistico Tolomeo II, perché i 70 traduttori che la tradizione vuole incaricati dell’opera, riuscirono a terminarla in 72 giorni senza scannarsi. Ora però gli sono saltati i nervi, tanto più che gli interventi dei vigili del fuoco sono a loro carico. Il premier Ehud Olmert ha convocato i responsabili della sicurezza e il ministro per Gerusalemme, Yaakov Edri, per un ultimatum: «La porta - è stato detto - dev’essere aperta. Se nessuno è in grado di prendere questa decisione lo faremo noi, iniziando i lavori d’autorità». Ma le decisioni unilaterali non portano fortuna a Israele, perché i litiganti su una cosa sola concordano: nessuno deve mettere il naso nei loro affari. Certo, l’opera è necessaria, dicono, i cattolici come gli ortodossi, ma non può nascere che da un accordo. È complesso, sì, ma il governo israeliano non se ne deve immischiare lo stesso.

Padre Jerome Murphy- O’Connor, un sacerdote cattolico cugino dell’arcivescovo di Westminster, l’unico disposto ad affidare agli israeliani il compito, ricorda sul «Times» il precedente del 1947, quando il governo britannico intervenne per rinsaldare il santuario scosso da un sisma (le putrele sono tuttora in loco). Avrebbe già individuato una serie di possibili uscite di sicurezza che, assicura, rispettano i diritti di tutti. Ma è difficile procedere quando persino la semplice apertura in contemporanea dei due battenti dell’ingresso esistente richiede la presenza e l’accordo dei tre sacrestani «dominanti» - cattolico, greco e armeno - più il custode musulmano. «Il vero miracolo - dice padre Murphy - è che in questi anni non sia morto nessuno».