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PROTAGONISTI A
QUARANT'ANNI DALLA MORTE DEL GIORNALISTA CHE FONDO' IL MONDO 0 La Terza Italia
di Pannunzio. Controogni integralismo
( da "Resto
del Carlino, Il (Nazionale)" del
09-02-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: secondo una linea laica e di 'terza forza' tesa ad arginare da un lato l'egemonia democristiana scaturita dal voto del 18 aprile 1948 e più ancora l'integralismo cattolico, dall'altro l'ideologia comunista filo-sovietica: apertura alle voci del dissenso, al confronto, al dialogo, sulla base di un europeismo convinto e anticipatore,
"dai
preti forte aiuto alla roma povera" il sindaco fa l'elogio della chiesa
sociale - orazio la rocca ( da "Repubblica, La"
del 09-02-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: gelosi della propria libertà contro ogni "confessionalismo": quello di chi vuole servirsi di Chiesa e valori cristiani e addirittura cattolici per conservare potere e quello detto "laico", in realtà iperconfessionalmente antireligioso, matrice libertaria o veteromarxista che esclude ogni valenza della coscienza religiosa in ambito politico e sociale".
Segue
dalla prima pd e centro ( da "Riformista, Il"
del 09-02-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: laico", in particolare rispetto al Psoe. Premesso che l'immagine di quest'ultimo non può essere ridotta a una caricatura, sia dai suoi ammiratori italiani sia dai suoi demonizzatori (non ha denunciato gli accordi con la Chiesa, ha aumentato dal 5,5 al 7 per mille l'Irpef destinabile alla Chiesa, le scuole cattoliche nel sistema pubblico sono lautamente finanziate,
Morti
bianche, se la Fiat non va al ministero La sinistra è buona solo per gli enti
locali? Torino, uno stimolo per ripartire dal lavoro
( da "Liberazione"
del 09-02-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: Stato non è laico? Cara "Liberazione", una questione che riguarda il principio supremo della laicità dello Stato e quindi la stessa garanzia della vita democratica non può essere risolta per via di maggioranze. Infatti se anche il 100% degli italiani fossero cattolici, cosa che non è, lo Stato non potrebbe farsi propagatore della confessione della chiesa romana e del suo simbolo.
Sicurezza
sul lavoro Montezemolo non c'era Cara "Liberazione", mentre il mondo
del lavoro ha pagato anche giovedì il suo tributo di sangue al progresso con
altri due morti (dopo i ( da "Liberazione"
del 09-02-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: Stato non è laico? Cara "Liberazione", una questione che riguarda il principio supremo della laicità dello Stato e quindi la stessa garanzia della vita democratica non può essere risolta per via di maggioranze. Infatti se anche il 100% degli italiani fossero cattolici, cosa che non è, lo Stato non potrebbe farsi propagatore della confessione della chiesa romana e del suo simbolo.
RITRATTO
DI DOSSETTI NEL 1946 UN TEOCRATICO-DEMOCRATICO
( da "Corriere
della Sera" del 09-02-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: cattolici adulti" o "cattolici democratici" del Partito Democratico, e di cui è un caposaldo la Costituzione laica, quale rivelazione quasi-divina nel tempo e per il tempo -, è insorto quasi contestando non dico la autenticità, ma la veridicità di queste fonti, non potendo certo mettere in dubbio l'onestà intellettuale del Sale.
<È
in questi anni che nasce la questione femminile>
( da "Corriere
della Sera" del 09-02-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: Vi militano fianco a fianco socialiste, cattoliche, ebree, laiche, borghesi e nobildonne con il sogno di una nuova società e un modello di cittadinanza in cui lo stato abbia maggiori doveri. Tra le figure più significative di questa Belle Epoque - prosegue Bravo - c'è Ersilia Maino, la fondatrice del famoso asilo Mariuccia.
Spello,
dall'Umbria spirituale parte la campagna di Walter
( da "Manifesto,
Il" del 09-02-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: anima laica del Pd 'ma anche' a quella cattolica e apostolica. In questi stessi giorni la cittadina è anche sede, insieme a Perugia, di una mostra del pittore Pinturicchio, originario del posto. Splendida location, dunque, per una cerimonia che si annunciata esclusiva e rispettosa dello stile del luogo, con qualche giornalista e pochissimi invitati.
Nessun ingresso nel Popolo della Libertà. Non se ne parla proprio. Pierferdinando Casini è deciso ad
andare avanti per la sua strada, costi quel che costi. In attesa della
direzione nazionale dell'Udc, convocata per giovedì prossimo, l'ex presidente
della Camera ha fatto sapere ai suoi più stretti collaboratori che non prende
nemmeno in considerazione l'offerta-minaccia di Berlusconi-Fini di entrare nel
Pdl. Dopo tutto quello che è accaduto nei mesi scorsi - spiegano in Via Due
Macelli - sarebbe impossibile. Un'umiliazione inaccettabile. E così le uniche
due opzioni possibile sono convincere Berlusconi ad accettare un'alleanza modello
Lega (in cui il simbolo della vela resterebbe sulla scheda elettorale accanto a
quello del Pdl) o la corsa solitaria. I pontieri sono al lavoro per tentare di
convincere Silvio.
Forza Italia però è spaccata. Una parte di azzurri - gli ex socialisti, i liberal e chi non
ha un passato nella Prima Repubblica - spinge per abbandonare definitivamente
l'alleato. Ma gli ex democristiani - in testa Pisanu e il governatore della
Lombardia Formigoni - stanno cercando di ammorbidire la posizione del Cavaliere
e farlo retrocedere rispetto all'aut aut 'o nel Pdl o fuori dall'alleanza'. Si
parla anche di pressioni da parte delle gerarchie vaticane, in particolare del
cardinale Ruini, affinché il listone Berlusconi-Fini accetti l'apparentamento
con l'Udc. A tenere aperto un canale, come sempre, l'ex sottosegretario alla
presidenza del Consiglio Gianni Letta. Molto, però, dipende dai sondaggi che il
leader azzurro avrà in mano solo la settimana prossima. A quel punto capirà se
scaricare i centristi comporta il rischio di perdere le elezioni.
O meglio, di non avere un'ampia maggioranza al Senato.
L'altra opzione per Casini è presentarsi da solo. Escluso un riavvicinamento con la Rosa Bianca di Tabacci e
Baccini, che, dicono, sta già strizzando l'occhio al Partito Democratico.
Scarata anche l'ipotesi di un accordo con l'Italia dei Valori. Troppo distanti
le posizioni con Di Pietro, che comunque è a un passo da chiudere l'intesa con
Veltroni. Certo che la corsa solitaria per l'Udc presenta molti rischi. La
legge elettorale prevede uno sbarramento del 4% alla Camera e gli ultimi
sondaggi danno i centristi tra il 3 (i più pessimisti) e il 5 per cento (i più
ottimisti). A Palazzo Madama, poi, la soglia è dell'8% su base regionale.
Praticamente, numeri alla mano, superabile solo in Sicilia.
( da "Resto del Carlino, Il (Nazionale)" del
09-02-2008)
Argomenti: Laicita'
PROTAGONISTI A QUARANT'ANNI DALLA MORTE DEL GIORNALISTA
CHE FONDO' "IL MONDO" La Terza Italia di Pannunzio. Controogni
integralismo di COSIMO CECCUTI ANCORA OGGI, quando si deve portare l'esempio di
un giornale libero e anticonformista, si ricorda "Il Mondo" di Mario
Pannunzio (nella foto), settimanale che vide la luce l'11 febbraio 1949.
Rifiuto della retorica, innesto fra politica e cultura, dissacrazione dei
potenti (quelle vignette di Mino Maccari!), secondo una
linea laica e di 'terza forza' tesa ad arginare da un lato l'egemonia
democristiana scaturita dal voto del 18 aprile 1948 e più ancora l'integralismo
cattolico, dall'altro l'ideologia comunista filo-sovietica: apertura alle voci
del dissenso, al confronto, al dialogo, sulla base di un europeismo convinto e
anticipatore, denuncia e dibattito sui problemi reali del paese,
impegnato nella ricostruzione post-bellica. NELLE PAGINE del periodico i grandi
nomi dell'antifascismo, quali Sturzo, Einaudi, Croce, Salvemini, Sforza,
Calamandrei, si affiancavano a quelli dei grandi poeti e scrittori: Bacchelli e
Brancati, Alvaro e Landolfi, Moravia, Montale, Thomas Mann. Ma lo spazio andava
anche ai giovani talenti, di cui Pannunzio era alla costante ricerca: un nome
per tutti, quello del ventiquattrenne Giovanni Spadolini. Questo fu "Il
Mondo" e molto altro ancora... MENTE e anima della testata fu il suo
direttore, Mario Pannunzio, uomo di stile peculiare e di convinzioni rigide,
che non confondeva l'obiettività di giudizio con la rinuncia all'opinione, che
scriveva pochissimo ma leggeva tutto e rispondeva personalmente ad ogni
collaboratore. Pannunzio, scomparso quarant'anni fa, il 10 febbraio 1968, era
nato a Lucca nel 1910 da famiglia aristocratica: aveva studiato a Roma,
frequentando gli ambienti culturali e artistici della capitale negli anni
Trenta. Dopo aver dato vita, nel 1932, alla rivista "Oggi", chiusa
dopo pochi numeri per ragioni politiche, Pannunzio si era formato, come
giornalista, alla scuola di Leo Longanesi, partecipando all'esperienza del
primo rotocalco italiano, "Omnibus", destinato anch'esso a vita breve
per intervento della censura fascista. Così come accadde per le due iniziative
successive, i settimanali diretti insieme ad Arrigo Benedetti,
"Tutto" e "Oggi". Antifascista, prese parte alla Resistenza
e alla rinascita del Partito Liberale. Dopo la Liberazione aveva diretto
Risorgimento liberale, uno dei più autorevoli quotidiani politici del
dopoguerra, redatto con un tono e uno stile di grande eleganza e consapevole
misura. CREDEVA nell'innesto fra giornalismo e impegno civile; non vedeva
antitesi fra la sua azione di militante politico (esponente della sinistra
liberale prima e poi leader della secessione radicale poi, nel 1955) e la sua
attività di direttore e commentatore politico. Giornalismo di intervento, il
suo, non di distaccata registrazione dei fatti. L'Italia cui guardava era
laica, civile, rispettosa di tutte le fedi. Aborriva ogni forma di
clericalismo, di qualunque natura e colore. Il suo monito era volto alla
conquista e alla difesa della libertà, contro facili unanimismi e interessate
assuefazioni a regimi che svuotano le capacità di iniziativa e la volontà di
opposizione e di resistenza. "La libertà è una passione morale, un
istinto, una forza sentimentale che ha bisogno di essere combattuta per vivere
e rafforzarsi". La sua severa lezione, di esemplare onestà, si compendiava
in una frase che più volte amava ripetere, di fronte a certe degenerazioni del
mondo politico: "Non prepariamo liste per le trattorie
dell'avvenire". - -->.
( da "Repubblica, La" del 09-02-2008)
Argomenti: Laicita'
Prefazione al libro sul centenario della casa accoglienza
per ragazze disabili di don Guanella "Dai preti forte aiuto alla Roma
povera" il sindaco fa l'elogio della Chiesa sociale Ricordata l'ospitalità
offerta dal sacerdote agli ebrei ricercati dai nazisti Il sindaco ricorda
l'ospitalità offerta dal sacerdote agli ebrei ricercati dai nazisti ORAZIO LA
ROCCA ROMA - Se Roma è cresciuta ed è cambiata è merito anche della "forte
ed importante presenza della Chiesa cattolica, delle comunità parrocchiali, di
centri di aggregazione sociale e spirituale". Tributo al ruolo dei cattolici nelle trasformazioni sociali della capitale.
Arriva da Walter Veltroni - che ieri ha incassato anche i complimenti del
quotidiano cattolico Avvenire per aver chiuso la porta ai Radicali - nella
presentazione scritta per il libro edito dalla San Paolo sul centenario della
casa di accoglienza per ragazze disabili "San Pancrazio", fondata a
Roma il 30 gennaio 1908 da don Luigi Guanella. Il volume si intitola
"Quelle di nessuno" ed è stato scritto dal
professor Augusto D'Angelo, della Comunità di S. Egidio, e da suor Michela
Carrozzino, direttrice del Centro Studi guanelliani. Nel suo intervento,
Veltroni elogia il ruolo dei cattolici di Roma,
specialmente durante "le trasformazioni avvenute tra la fine del secolo
XIX ed oggi" che "hanno determinato uno sviluppo complesso, a tratti
disordinato ed esplosivo, spingendo la città ad accogliere centinaia di
migliaia di nuovi abitanti, prima dalle altre regioni d'Italia e poi da tante
parti povere del mondo". "Dalla fine dell'Ottocento - ricorda
Veltroni - la Chiesa ha contato molto sulle famiglie e congregazioni religiose
che, come quella di don Guanella, a Roma hanno fondato nuove parrocchie,
istituzioni di carità, opere educative". "Ci sono interi quartieri -
sottolinea il candidato premier del Pd - che hanno trovato nella presenza di
comunità religiose un elemento di aggregazione, un centro di educazione e di
accoglienza, una nuova identità, un aiuto nel momento del bisogno, il conforto
di fronte a momenti difficili o dolorosi". Tra i tanti esempi citati nel
libro, il sindaco ricorda "quando Roma era occupata dai tedeschi, le porte
delle case guanelliane (e di tante altre congregazioni) si sono aperte agli
ebrei che, in quel frangente, erano i più deboli di tutti, ricercati, prede di
una spietata caccia". "L'esperienza di don Guanella a Roma, così come
di molti fondatori di congregazioni religiose, costituisce - così scrive
Veltroni - un importante documento sociale e storico e ci permette di conoscere
un aspetto peculiare della città". Inutile dire che simili giudizi sono
destinati a non lasciare indifferente il mondo cattolico, non solo romano, ed
in particolare le alte gerarchie ecclesiali, specialmente in periodo
preelettorale. Come dimostra l'entusiastico corsivo che Avvenire ha dedicato
proprio ieri al mancato accordo tra i radicali di Marco Pannella e il Pd di Veltroni.
L'autore del corsivo è il teologo Gianni Gennari, che cura la seguitissima
rubrica "Lupus in pagina-Rosso Malpelo". "Fuori Pannella e
radicali dal Pd che va da solo al voto! In questa Italia confusa e balbettante
- si leggeva ieri nella rubrica - due decisioni coraggiose e liberanti per
tante coscienze di cittadini, credenti o no, gelosi della
propria libertà contro ogni "confessionalismo": quello di chi vuole
servirsi di Chiesa e valori cristiani e addirittura cattolici per
conservare potere e quello detto "laico", in realtà
iperconfessionalmente antireligioso, matrice libertaria o veteromarxista che
esclude ogni valenza della coscienza religiosa in ambito politico e
sociale".
( da "Riformista, Il" del 09-02-2008)
Argomenti: Laicita'
Segue dalla prima pd e centro di Stefano Ceccanti Dal
punto di vista ideale, infine, non vedo perché non considerare il Pd un
equivalente funzionale dei vari partiti europei che da sinistra cercano di
occupare il centro e perché non si colga che i mutamenti che sta provocando sul
piano programmatico rispetto alle tradizioni riformiste di provenienza siano
del tutto analoghe. Colgo in Franchi due obiezioni. La prima è nominalistica,
che non si sia adottato il nome di "socialista". Pur consapevole
dell'importanza dei nomi, non mi sembra risolutiva. Il partito che ha vissuto
un analogo cambiamento di sistema, quello francese, poté chiamarsi socialista
riunificando i riformismi perché prima del 1971 il suo predecessore non si
chiamava socialista, ma Sezione Francese dell'Internazionale Operaia (Sfio).
Siccome prima di allora quel nome non era di nessuno, tutti potevano sentirsi
di aver costruito una nuova casa. In Italia, invece, socialista è il nome di
una parte dei riformisti che si sarebbe imposta ad altri. La seconda obiezione
è di contenuto: il Pd non sarebbe sufficientemente "laico",
in particolare rispetto al Psoe. Premesso che l'immagine di quest'ultimo non
può essere ridotta a una caricatura, sia dai suoi ammiratori italiani sia dai
suoi demonizzatori (non ha denunciato gli accordi con la Chiesa, ha aumentato
dal 5,5 al 7 per mille l'Irpef destinabile alla Chiesa, le scuole cattoliche
nel sistema pubblico sono lautamente finanziate, ecc.), andare verso gli
elettori di centro significa cose diverse a seconda dei contesti. Non c'è
dubbio, ad esempio, e lo rilevava un socialista non credente come Martinet,
ambasciatore a Roma, che una forza di centrosinistra in Italia deve tenere
conto del particolare radicamento dei cattolicesimo. Il che non significa,
evidentemente, che il programma politico non abbia anche dei punti di frizione
con alcune posizioni della Chiesa cattolica, ma esso non può fondarsi
aprioristicamente sulla ricerca della frizione, come notava Giovagnoli.
Viceversa nel caso spagnolo non solo il Psoe ma anche lo stesso Pp appaiono
decisamente lontani dalle posizioni prevalenti nella Chiesa spagnola giacché in
quel contesto (se si escludono i Paesi Baschi e la Catalogna) quelle posizioni
ecclesiali coprono un elettorato che è al tempo stesso molto più piccolo per
quantità e molto più estremo verso destra. I cattolici
che rispecchiano gli umori profondi dell'elettorato in Italia si situano in
larga parte tra i praticanti regolari, in Spagna (eccetto paesi Baschi e
Catalogna) tra gli irregolari o tra i cattolici non
praticanti. Cambia il contesto e cambiano le apparenze, ma non cambia
l'incrocio di ascolto reciproco tra ispirazioni anche religiose e autonomia
della politica. Alla fine la garanzia di quest'ultima è data soprattutto dalla
dimensione del partito che se ne fa garante: fuori dalla vocazione
maggioritaria finisce per prevalere la volontà di piantare bandierine
fondamentaliste, sia in nome della laicità sia in nome della fede, cioè opposte
vocazioni minoritarie. 09/02/2008.
( da "Liberazione" del 09-02-2008)
Argomenti: Laicita'
Sicurezza sul lavoro Montezemolo non c'era Cara
"Liberazione", mentre il mondo del lavoro ha pagato anche giovedì il
suo tributo di sangue al progresso con altri due morti (dopo i cinque di
mercoledì) e mentre il ministro del Lavoro Damiano ha ribadito con un alto
senso del dovere politico la volontà di concludere l'iter della legge 123 sulla
salute e sicurezza sul lavoro adottando i decreti legislativi ancora mancanti
"anche a Camere sciolte", per tentare di arginare il più possibile il
fenomeno delle "morti bianche", per tutta risposta l'industria
italiana più importante ha pensato bene di non presentarsi al tavolo sulla sicurezza
convocato presso il ministero della Salute. Rispetto a questo chiedo al
presidente della Fiat ( perché di questo gruppo e non di altri parliamo),
nonché presidente di Confindustria (ed anche della Fiera di Bologna, Ferrari ed
altro ancora), Luca Cordero di Montezemolo se non ha nulla da dichiarare in
merito visto il suo ruolo "istituzionale", se condivide la scelta del
dirigenti del gruppo che presiede, anche alla luce del tanto più volte da lui
ribadito "impegno" degli industriali italiani in materia di
sicurezza. Coerenza vorrebbe un comportamento diverso e soprattutto conseguente
tra quanto si dice in momenti di sovraesposizione mediatica come nel caso della
strage di Torino dove tutti (lui compreso) si sono "prodigati"
davanti alle telecamere nel ribadire volontà ed impegno, rispetto a quello che
poi materialmente si fa nel segreto degli stabilimenti; la retorica non aiuta a
salvare le persone, soprattutto quando diventa "ipocrisia" e la
"responsabilità sociale" che compete alle imprese avrebbe bisogno di
comportamenti più "corretti" in particolare da parte dei
rappresentanti dell'impresa privata più importante. A questo punto credo che la
"qualità delle persone" non sia solo un problema esclusivo della
classe politica e mi piacerebbe che tutti traessero le opportune conseguenze.
Claudio Gandolfi Bologna I morti sul lavoro sono tutti uguali? Caro dr.
Sansonetti, riporto alcune parole tratte da un articolo di Mario Cervi apparso
oggi (ieri, ndr) su "Il Giornale" che giustamente, a mio parere,
stigmatizza il vostro comportamento e il vostro metro di giudizio sulle diverse
"morti bianche": "Ma della strage di Castiglione in Teverina
alla stampa progressista importa poco. L'"Unità" si è limitata a un
richiamo a una colonna, in fondo alla prima pagina. Sulla stessa linea
"Liberazione", di solito iraconda, che non è andata al di là d'un
titolino minuscolo". Voglio dire con franchezza che la noncuranza
progressista per la strage da fuochi mi è sembrata un brutto segno. Vanno bene,
vanno benissimo le accuse alla Thyssen se davvero - e i sospetti sono forti -
non ha tutelato i suoi operai. Ma il rogo in cui hanno perso la vita i Cignelli
(zio, nipote, e le rispettive mogli) pone anch'esso interrogativi, cui è giusto
rispondere. Messa di fronte a questa tragedia, la sinistra - o almeno la stampa
di sinistra - è sembrata distratta. Dando l'impressione che le morti bianche
contino solo se consentono di mettere sul banco degli imputati i
"padroni" sfruttatori". Come per altre occasioni, morti palestinesi
morti israeliane, confido sulla sua sensibilità e il suo buon senso: le morti
sul lavoro non sono tutte uguali? La 626 e la sua applicazione non fa sconti a
nessuno! Purtroppo talvolta la fatalità o l'errore umano giocano un ruolo
fondamentale: ma aldilà della giusta ricerca della verità e delle
responsabilità è un dovere civile e morale inchinarsi con rispetto e commozione
di fronte a tutte queste morti e non differenziarle! Giuseppe Casarini Binasco
(Mi) Ha ragione. Piero Sansonetti Elezioni Il matrimonio benedetto Caro
direttore, è ormai leggibile, anche nelle catene del Dna, che le elezioni del
13 aprile porteranno a compimento la mutazione genetica di una parte politica
che una volta fu di sinistra. Con il definitivo spostamento su posizioni
centiste e moderate si completa il processo evolutivo degli ex diessini, oggi
perfettamente integrati e allineati alle posizioni tradizionali degli ex
democristiani, transitati a loro volta nella più delicata, ma non meno
clericalmente radicata, Margherita. Un'unione di fatto, pardon, un
"matrimonio" benedetto da "papà sindacato" e "mamma
Confindustria": due genitori premurosi e speranzosi che queste nozze
possano gettare, in un futuro non troppo lontano, le basi per la tanto agognata
grande coalizione con l'avversario di ieri, miracolosamente trasformato
nell'alleato di domani. Il tutto ammantato, giusto per tranquillizzare le
coscienze dei più riottosi dell'una e dell'altra parte, dall'alibi del
"profondo senso di responsabilità nei confronti del supremo interesse
dello Stato e dei cittadini". E anche se nelle intenzioni dichiarate si
dice ben altro, in attesa di tempi migliori e del maturare degli eventi, questo
resta uno dei possibili panorami che si staglia sull'orizzonte post-elettorale.
Per carità, nulla di illegittimo in tutto questo. Sarebbe solo più corretto
dirlo con chiarezza agli elettori, ma anche a tanti candidati, prima del voto e
non dopo. O quanto meno, qualora si riuscisse a dire con altrettanta chiarezza
di scartare anche la sola ipotesi di grande coalizione, bisognerebbe comunque
spiegare agli italiani perché le alleanze politiche con la sinistra, buone e
vincenti per amministrare gli enti locali, non vanno bene anche per il governo
centrale! Giovanni Renella Napoli Rifondazione Ripartiamo da Torino Cara "Liberazione",
l'Assemblea operaia di Torino deve rappresentare una nuova partenza per tutto
il Partito se non la si vuole ridurre in mera kermesse elettorale. Deve essere
il fulcro di una campagna che accompagni il corpo militante del Prc e che
rimetta al centro dell'azione politica la contraddizione capitale/lavoro.
Un'azione che non si fermi a qualche sporadica manifestazione né a volantinaggi
saltuari davanti alle fabbriche ma che sia costante, seria e approfondita.
Occorre quindi un intervento concreto per ricostruire, rilanciare e potenziare
la nostra presenza organizzata nei luoghi di lavoro (circolo aziendale o
interaziendale), partendo dal radicamento nelle fabbriche di dimensioni
maggiori. Dai dati della Confindustria emerge che le medie imprese (100-500 addetti)
sono oltre 2mila e occupano complessivamente 400mila addetti. Poi vi sono altre
168 aziende medio-grandi, cioè con addetti che vanno da
( da "Liberazione" del 09-02-2008)
Argomenti: Laicita'
Morti bianche, se la Fiat non va al ministero La sinistra
è buona solo per gli enti locali? Torino, uno stimolo per ripartire dal lavoro
Sicurezza sul lavoro Montezemolo non c'era Cara "Liberazione", mentre
il mondo del lavoro ha pagato anche giovedì il suo tributo di sangue al
progresso con altri due morti (dopo i cinque di mercoledì) e mentre il ministro
del Lavoro Damiano ha ribadito con un alto senso del dovere politico la volontà
di concludere l'iter della legge 123 sulla salute e sicurezza sul lavoro
adottando i decreti legislativi ancora mancanti "anche a Camere
sciolte", per tentare di arginare il più possibile il fenomeno delle
"morti bianche", per tutta risposta l'industria italiana più
importante ha pensato bene di non presentarsi al tavolo sulla sicurezza
convocato presso il ministero della Salute. Rispetto a questo chiedo al
presidente della Fiat ( perché di questo gruppo e non di altri parliamo),
nonché presidente di Confindustria (ed anche della Fiera di Bologna, Ferrari ed
altro ancora), Luca Cordero di Montezemolo se non ha nulla da dichiarare in
merito visto il suo ruolo "istituzionale", se condivide la scelta del
dirigenti del gruppo che presiede, anche alla luce del tanto più volte da lui
ribadito "impegno" degli industriali italiani in materia di
sicurezza. Coerenza vorrebbe un comportamento diverso e soprattutto conseguente
tra quanto si dice in momenti di sovraesposizione mediatica come nel caso della
strage di Torino dove tutti (lui compreso) si sono "prodigati"
davanti alle telecamere nel ribadire volontà ed impegno, rispetto a quello che
poi materialmente si fa nel segreto degli stabilimenti; la retorica non aiuta a
salvare le persone, soprattutto quando diventa "ipocrisia" e la
"responsabilità sociale" che compete alle imprese avrebbe bisogno di
comportamenti più "corretti" in particolare da parte dei
rappresentanti dell'impresa privata più importante. A questo punto credo che la
"qualità delle persone" non sia solo un problema esclusivo della
classe politica e mi piacerebbe che tutti traessero le opportune conseguenze.
Claudio Gandolfi Bologna I morti sul lavoro sono tutti uguali? Caro dr. Sansonetti,
riporto alcune parole tratte da un articolo di Mario Cervi apparso oggi (ieri,
ndr) su "Il Giornale" che giustamente, a mio parere, stigmatizza il
vostro comportamento e il vostro metro di giudizio sulle diverse "morti
bianche": "Ma della strage di Castiglione in Teverina alla stampa
progressista importa poco. L'"Unità" si è limitata a un richiamo a
una colonna, in fondo alla prima pagina. Sulla stessa linea
"Liberazione", di solito iraconda, che non è andata al di là d'un
titolino minuscolo". Voglio dire con franchezza che la noncuranza
progressista per la strage da fuochi mi è sembrata un brutto segno. Vanno bene,
vanno benissimo le accuse alla Thyssen se davvero - e i sospetti sono forti -
non ha tutelato i suoi operai. Ma il rogo in cui hanno perso la vita i Cignelli
(zio, nipote, e le rispettive mogli) pone anch'esso interrogativi, cui è giusto
rispondere. Messa di fronte a questa tragedia, la sinistra - o almeno la stampa
di sinistra - è sembrata distratta. Dando l'impressione che le morti bianche
contino solo se consentono di mettere sul banco degli imputati i
"padroni" sfruttatori". Come per altre occasioni, morti
palestinesi morti israeliane, confido sulla sua sensibilità e il suo buon
senso: le morti sul lavoro non sono tutte uguali? La 626 e la sua applicazione
non fa sconti a nessuno! Purtroppo talvolta la fatalità o l'errore umano
giocano un ruolo fondamentale: ma aldilà della giusta ricerca della verità e
delle responsabilità è un dovere civile e morale inchinarsi con rispetto e
commozione di fronte a tutte queste morti e non differenziarle! Giuseppe
Casarini Binasco (Mi) Ha ragione. Piero Sansonetti Elezioni Il matrimonio
benedetto Caro direttore, è ormai leggibile, anche nelle catene del Dna, che le
elezioni del 13 aprile porteranno a compimento la mutazione genetica di una
parte politica che una volta fu di sinistra. Con il definitivo spostamento su
posizioni centiste e moderate si completa il processo evolutivo degli ex
diessini, oggi perfettamente integrati e allineati alle posizioni tradizionali
degli ex democristiani, transitati a loro volta nella più delicata, ma non meno
clericalmente radicata, Margherita. Un'unione di fatto, pardon, un
"matrimonio" benedetto da "papà sindacato" e "mamma
Confindustria": due genitori premurosi e speranzosi che queste nozze
possano gettare, in un futuro non troppo lontano, le basi per la tanto agognata
grande coalizione con l'avversario di ieri, miracolosamente trasformato
nell'alleato di domani. Il tutto ammantato, giusto per tranquillizzare le
coscienze dei più riottosi dell'una e dell'altra parte, dall'alibi del
"profondo senso di responsabilità nei confronti del supremo interesse
dello Stato e dei cittadini". E anche se nelle intenzioni dichiarate si
dice ben altro, in attesa di tempi migliori e del maturare degli eventi, questo
resta uno dei possibili panorami che si staglia sull'orizzonte post-elettorale.
Per carità, nulla di illegittimo in tutto questo. Sarebbe solo più corretto
dirlo con chiarezza agli elettori, ma anche a tanti candidati, prima del voto e
non dopo. O quanto meno, qualora si riuscisse a dire con altrettanta chiarezza
di scartare anche la sola ipotesi di grande coalizione, bisognerebbe comunque
spiegare agli italiani perché le alleanze politiche con la sinistra, buone e
vincenti per amministrare gli enti locali, non vanno bene anche per il governo
centrale! Giovanni Renella Napoli Rifondazione Ripartiamo da Torino Cara
"Liberazione", l'Assemblea operaia di Torino deve rappresentare una
nuova partenza per tutto il Partito se non la si vuole ridurre in mera kermesse
elettorale. Deve essere il fulcro di una campagna che accompagni il corpo
militante del Prc e che rimetta al centro dell'azione politica la
contraddizione capitale/lavoro. Un'azione che non si fermi a qualche sporadica
manifestazione né a volantinaggi saltuari davanti alle fabbriche ma che sia
costante, seria e approfondita. Occorre quindi un intervento concreto per
ricostruire, rilanciare e potenziare la nostra presenza organizzata nei luoghi
di lavoro (circolo aziendale o interaziendale), partendo dal radicamento nelle
fabbriche di dimensioni maggiori. Dai dati della Confindustria emerge che le
medie imprese (100-500 addetti) sono oltre 2mila e occupano complessivamente
400mila addetti. Poi vi sono altre 168 aziende medio-grandi, cioè con addetti
che vanno da
( da "Corriere della Sera" del 09-02-2008)
Argomenti: Laicita'
Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Lettere al
Corriere - data: 2008-02-09 num: - pag: 41 categoria: REDAZIONALE Risponde
Sergio Romano RITRATTO DI DOSSETTI NEL 1946 UN TEOCRATICO-DEMOCRATICO Sul
penultimo numero di Civiltà Cattolica, in un chiaro articolo, il mio
conterraneo e quasi confratello (da giovane avevo l'idea di entrare nella
Compagnia di Gesù: e forse meglio sarebbe stato e per
me e per il Paese!) Padre Sale, SJ, grande ricercatore e storico, fa una chiara
sintesi del suo libro di prossima pubblicazione sui rapporti tra la Santa Sede
e in particolare la Segreteria di Stato e l'on. Giuseppe Dossetti, sulla base
delle carte custodite negli archivi vaticani, e dalle quali risulta che il
Dossetti aveva quotidiani rapporti con le autorità vaticane quando era membro
dell'Assemblea Costituente e da esse riceveva direttive. Qualche seguace del
"Dossetti seconda maniera" - il cui pensiero costituisce la base
ideologica del "prodismo" e dei "cattolici
adulti" o "cattolici democratici" del Partito Democratico, e di cui è un
caposaldo la Costituzione laica, quale rivelazione quasi-divina nel tempo e per
il tempo -, è insorto quasi contestando non dico la autenticità, ma la
veridicità di queste fonti, non potendo certo mettere in dubbio l'onestà
intellettuale del Sale. Ho conosciuto "Pippo" Dossetti dal
1946, e da quella data ho fatto parte con tra gli altri in Sardegna, Celestino
Segni, Nino Giagu De Martini, Vincenzo Saba, Paolo Dettori e Ernesto Dessy dei
Gruppi Servire che costituivano il reticolato del Movimento di Comunità Umana.
Gli fui sempre molto affezionato e con lui ebbi sempre una forte relazione, ma
non lo seguii più sul piano dottrinale. Non mi sembra assolutamente strano
quanto rivelato da Padre Sale, sia per motivi istituzionali sia per motivi
ideologici: per motivi istituzionali, perché egli, come si diceva allora, era
un "laico consacrato", e cioè un appartenente a uno degli
"istituti secolari" istituiti da Papa Pio XII, cui egli era
profondamente legato, e di cui lui scrisse la carta fondante, e cioè la
Costituzione Apostolica Provida Mater Ecclesia, e quindi era legato dai voti
non solo di povertà e di castità, ma anche di obbedienza non solo al proprio
superiore laico ma al Santo Padre; ma anche per motivi ideologici, in quanto
egli, singolare figura di solitario pensatore teologico-politico, aveva una
concezione distinta ma unitaria di Chiesa e Stato, della Città di Dio e della
Città dell'Uomo: "Lo Stato nella Chiesa", tale da poter essere
definito un teocratico-democratico risolutamente nemico del liberalismo e in
particolare dei cattolici liberali. Era quindi giusto
che egli considerasse del tutto naturale che la Chiesa gli dettasse le
posizioni da assumere in materia di diritti, libertà e di rapporti tra Stato e
Chiesa: sua fu la formula dell'art. 7 della Costituzione, così come di Aldo
Moro fu la formula della "Repubblica fondata sul lavoro", compromesso
tra la proposta senza dubbio più pregnante di Palmiro Togliatti: "La
Repubblica è uno stato democratico fondato sui
lavoratori" e quella di Tupini ed altri: "fondata sulla persona e la
libertà". Poi "Pippo" Dossetti si fece sacerdote e indi monaco,
fu eletto Papa Giovanni Battista Montini, di una famiglia cattolica liberale,
che aveva un concetto del Concilio Vaticano II quale "concilio di
rinnovamento nella continuità della tradizione" e non di
"rottura", diede vita alla Scuola teologica di Bologna dell'amico
Giuseppe Alberigo, e così avemmo il Dossetti "seconda maniera":
perché un laico deve obbedire al Papa, un sacerdote, e ancora di più, e oggi si
vede, eccome!, un vescovo e un cardinale, no! Ma questo è un altro discorso.
Francesco Cossiga Caro Presidente, G razie per la sua lettera, molto
interessante. Vi sarebbero state quindi nel pensiero politico di Dossetti due
fasi distinte. Nella prima sarebbe stato soprattutto
uno dei principali redattori della Costituzione italiana. Mentre nella seconda
avrebbe ispirato la linea politica di Romano Prodi e di quei cattolici
democratici che hanno creduto nell'alleanza con la sinistra radicale.
Ascoltando le dichiarazioni con cui Prodi ha annunciato che non si presenterà
alle prossime elezioni, mi sono chiesto se non riconoscesse implicitamente il
fallimento del progetto dossettiano e non facesse un gesto simile a quello con
cui Dossetti, deluso dalla sua esperienza, lasciò la vita politica. Prodi non
prenderà i voti, naturalmente. Ma non credo che rimarrà con le mani in mano. Sarà
interessante seguirlo nella sua prossima incarnazione.
( da "Corriere della Sera" del 09-02-2008)
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Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Eventi - data:
2008-02-09 num: - pag: 48 categoria: REDAZIONALE La società La storica Anna
Bravo: "Fu il lavoro a dare una svolta nel cammino verso
l'emancipazione" "è in questi anni che nasce la questione
femminile" I n città l'epoca bella ha il ritmo leggero dei café-chantant
(il primo, il salone Margherita di Napoli, nasce nel 1890), delle canzonette di
Lina Cavalieri, delle seducenti danze della Bella Otero. Le vetrine delle
boutique e le réclame dei grandi magazzini (quello della ditta Bocconi a Milano
s'inaugura nel 1889) solleticano il consumismo delle frivolezze. Ma se appena
ci si sposta nelle campagne, è tutta un'altra musica. Qui invece di eleganti
signore col cagnolino e sinuose attricette ci sono le contadine, le
spigolatrici, le allevatrici di bachi da seta e di animali da cortile. "La
fine dell'Ottocento e i primi anni del nuovo secolo rappresentano una fase di
grande cambiamento per le donne", dice la storica Anna Bravo, studiosa dei
movimenti sociali e attenta alla questione femminile. "è un'epoca di
transizione verso la società di massa, tutto comincia a essere pensato per i
grandi numeri. Nelle campagne le contadine lavorano duramente, e spesso
all'interno di aziende familiari dove il loro contributo non è riconosciuto.
Proprio in questi anni aumenta l'esodo verso le città dove con lo sviluppo
dell'industria e dei commerci, i crescenti compiti dello stato
e le conquiste della tecnica (l'invenzione del telefono, per esempio) nascono
una serie di nuovi impieghi: alle maestre si affiancano le centraliniste, le
segretarie, le commesse". L'immaginario della Belle Epoque, con tutto il
suo armamentario di mondanità, paltoncini "serrés à la taille", lusso
civettuolo e sogni di celluloide alimenta culturalmente l'emancipazione
femminile ma il grosso lo fa proprio il lavoro. "Il lavoro porta in mezzo
alla gente, spinge le donne a confrontarsi, a vestirsi in un certo modo per
uscire di casa, e soprattutto può renderle economicamente indipendenti: molte
per esempio cominciano a pensare che il matrimonio non sia un passo
obbligato". La prima ondata di industrializzazione in Italia è piuttosto
selvaggia e spesso chi arriva nelle grandi città dalle campagne rischia di non
trovare una collocazione e di finire ai margini. "Per venire incontro ai
bisogni delle donne, perché la città non sia percepita come nemica, a Milano,
per esempio, nel 1899 nasce l'Unione nazionale femminile, uno dei fari
dell'emancipazionismo. Vi militano fianco a fianco
socialiste, cattoliche, ebree, laiche, borghesi e nobildonne con il sogno di
una nuova società e un modello di cittadinanza in cui lo stato abbia maggiori doveri. Tra le figure più significative di questa
Belle Epoque - prosegue Bravo - c'è Ersilia Maino, la fondatrice del famoso
asilo Mariuccia. Una signora dell'élite milanese che si preoccupava di
togliere dalla strada le ragazze sbandate. Sempre in questi anni, si può citare
l'esperienza della scrittrice Sibilla Aleramo, che con un gruppo di colleghi
aveva fondato una scuola per l'alfabetizzazione degli adulti nell'Agro
Romano". Lo scoppio della prima Guerra Mondiale polverizza la Belle Epoque
e segna un punto di non ritorno per la condizione femminile: "Le donne
sostituiscono gli uomini chiamati a combattere. Molte vanno nei campi,
moltissime nelle fabbriche, fino a questo momento considerate un territorio
prevalentemente maschile. Le italiane sperimentano il lavoro collettivo, fanno
gli scioperi, sono in prima fila nelle manifestazioni contro la guerra. è vero che
dopo quattro anni vengono rispedite al loro posto, ma ormai non sono più le
stesse". Carlotta Niccolini Vite comuni Un'operaia del tessile e una
contadina. Nelle fabbriche o nei campi, la donna acquista a fine '800
importanza in ambito lavorativo. Un peso che si accentuerà durante la Prima
guerra mondiale (foto archivio Touring).
( da "Manifesto, Il" del 09-02-2008)
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Veltrontour Spello, dall'Umbria spirituale parte la
campagna di Walter Per la campagna delle primarie Pd aveva scelto di partire
dalla scuola di Barbiana, quella di don Lorenzo Milani. Per la campagna
elettorale Walter Veltroni sceglie un altro luogo-simbolo del cattolicesimo
povero e 'disobbediente', la cittadina umbra Spello (Perugia). Il luogo della
"spiritualità del silenzio", sede della comunità Charles de Foucauld,
eremita, geografo, trappista, fondatore della comunità dei Piccoli fratelli che
fu di Carlo Carretto ed è di Arturo Paoli. Domenica mattina il segretario del
partito democratico pronuncerà il suo "discorso per l'Italia" (così
lo ha definito), primo appuntamento di una campagna elettorale che ufficialmente
partirà la settimana successiva, domenica