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I
liberali e l'alleanza coi radicali
( da "EUROPA.it" del 08-02-2008)
Abstract: è una parentesi di tre secoli, quelli dell'Illuminismo, e
all'interno di quella parentesi ce n'è una più piccola, i 50-100 anni
dell'Italia liberale: un niente, per di più già concluso, nei 1600-1700 anni
del dominio cristiano dell'Italia. Sicché il problema vero è ora chiudere
la parentesi grande, appunto l'Illuminismo.
Quei
laici a Campo Marzio ( da "EUROPA.it"
del 08-02-2008)
Abstract: odierno
antiabortista "cattolico romano") e i giovanissimi
Eugenio Scalfari, Giovanni Spadolini, Vittorio De Capraris,
Francesco Compagna. E c'erano i laici ex azionisti (Salvatorelli,
La Malfa) e i salveminiani (lo stesso Salvemini e
Ernesto Rossi). Talvolta s'incontravano da Rosati in via Veneto (La sera
andavamo in via Veneto,
LE
INCOGNITE DEL VOTO PLANETARIO ( da "Stampa, La"
del 08-02-2008)
Abstract: intransigente
laicismo individualista di Zapatero, ha spinto la Chiesa a sostituirsi al partito
afono di Rajoy che essa critica e disprezza. I
vescovi hanno deciso scendere in piazza, supplendo con la politica d'urto la
mancata scomunica vaticana di Zapatero, dopo essersi accorti che i sondaggi
assegnano al partito socialista un vantaggio per ora incolmabile:
Boicottaggio
ingiustificato Guardo con estremo interesse alla Fiera di Torino dedicata a I
( da "Stampa,
La" del 08-02-2008)
Abstract: Ho trovato posto
in un ospedale cattolico, quindi obietto").
Vorrei comunque far presente che l'obiezione di coscienza è uno strumento
ambivalente, che può essere manifestato e fatto valere da entrambe le parti. Se
i laici cominciassero a "obiettare coscienza" nei confronti dei
medici (e degli altri professionisti) che antepongono le ragioni
CON
TUTTO il rispetto e l'attenzione verso i "fratelli ma
( da "Resto
del Carlino, Il (Nazionale)" del 08-02-2008)
Abstract: inquietante
sintonia tra la posizione ebraica e un certo laicismo giacobino italiano,
entrambe allergiche alla pretesa di Cristo e alla sua permanenza contemporanea
nel mondo. "Dialogo - ha ripetuto Benedetto XVI nell'incontro col clero romano
di ieri - vuol dire rispetto dell'altro, ma questa dimensione del dialogo, cosi necessario, non esclude l'annuncio del Vangelo,
Paure,
trame e pentimenti nella diaspora della Quercia pag.1
( da "Giornale.it, Il"
del 08-02-2008)
Abstract: migliorista
emiliano già della Lega Coop, non ha mai fatto, ponendosi da anni come faro del
laicismo illuminato e conquistandosi galloni di socialista a prova di bomba.
Definizione difficile da applicare per il napoletano Roberto Barbieri o per il
fondatore dell'Arcigay Franco Grillini, che si sono intruppati con Boselli
assieme ad Angius.
Delirio
antisemita Su un blog l'elenco dei"professori ebrei"
( da "Stampa,
La" del 08-02-2008)
Abstract: anche nomi di
docenti cattolici o laici (come Gian Enrico Rusconi e Chiara Saraceno,
editorialisti della Stampa). Una roba sconclusionata e manicomiale, ma che in
ogni caso nessuno vuole sottovalutare. Intanto perché, fra il successo degli
storici negazionisti, le polemiche attorno alla Fiera del libro di Torino e
anche qualche marginale ma stupefacente presa di posizione politica,
Pannunziani
immaginari ( da "Stampa, La"
del 08-02-2008)
Abstract: politici vogliono
accreditarsi come eredi del grande laico-liberale,
richiamarne alla memoria la singolarità umana ed intellettuale che rende vane
tutte le rivendicazioni di continuità con Il Mondo, di cui Pannunzio
fu iniziatore, regista e leader carismatico. Si è soliti qualificare Pannunzio grande direttore, maestro di giornalismo,
raffinato uomo di cultura e continuatore dello "
Ferrara:
lista Formigoni per la vita ( da "Corriere della Sera"
del 08-02-2008)
Abstract: Una lista di scopo per la moratoria sull'aborto guidata
dal governatore della laica e progredita Lombardia, un cattolico con i
fiocchi". Su Panorama in edicola oggi, Ferrara definisce Roberto
Formigoni (in basso) "l'uomo giusto" e prevede un "risultato
sicuro: apparentata con la coalizione di centrodestra, questa lista prenderebbe
molti buoni voti".
Cellula
dei collettivi contesta il vescovo E lui fa l'elogio del '68
( da "Corriere
della Sera" del
08-02-2008)
Abstract: Noi siamo
funzionari dello Stato e dobbiamo applicare le regole. Per
cambiarle ci sono altre sedi". A quel punto non è restato che riarrotolare lo striscione pro scuola laica, consegnare un
paio di volantini ai poliziotti e andarsene affidando la propria rabbia alla
versione postmoderna del ciclostilato in proprio, un comunicato via e-mail per
denunciare "
Foibe
Non infangate la memoria Cara "Liberazione", apprendiamo con viva
soddisfazione che il comune di Roma ha vietato l'uso del Teatro Brancaccio alla
Consulta Studentesca, egemon
( da "Liberazione"
del 08-02-2008)
Abstract: I No Vat erano stati tra i protagonisti della manifestazione
contro la visita di papa Ratzinger all'università La Sapienza di Roma, un mese
fa (in particolare della Frocessione laica del
pomeriggio). Facciamo Breccia via e-mail Nichi Vendola La precisazione di Merlo Caro direttore Sansonetti, sono contento di potermi leggere su Liberazione,
( da "EUROPA.it" del 08-02-2008)
LIB I liberali e l'alleanza coi radicali
FEDERICO ORLANDO L'Italia si sta spaccando sui temi bioetici e c'è chi
teme che, se una destra vittoriosa innesterà la retromarcia legislativa verso
il medioevo, "gli italiani si ribelleranno", come dice la ministra
Livia Turco facendosi uscire il fiato (La Stampa). Nelle
stesse ore, all'Auditorium di Roma, il presidente Scalfaro diceva della
Costituzione: "Parlare di religione di stato è una bestemmia. Lo
stato non ha religione. Lo stato è laico: me lo hanno insegnato
non i massoni, ma i preti a catechismo" (l'Unità, fascia rossa).
Infine, mentre il papa proclamava a San Pietro "Difendere la vita prima
della nascita", Carlo Casini, Movimento per la vita, diceva che i medici
uccidono i prematuri mettendoli fuori della finestra (deve aver letto in
gioventù L'Innocente di D'Annunzio); e a Cassino Ferrara e Binetti
venivano contestati da studenti contrari alla guerra contro "Le donne
senza voce" (Miriam Mafai, la Repubblica). Dove l'unica cosa misteriosa è
perché mai le donne abbiano perso la voce (quella propria, intendo, non quella
nostra). La stessa cosa si potrebbe dire dei liberali del Pd: ma c'è una
differenza, le donne sono metà della popolazione italiana, e se s'incavolano
saranno i loro persecutori a finire stavolta sulla graticola; i liberali,
invece, sono flatus vocis, e anche se s'incavolano non succede niente, salvo la
fine del "pluralismo" del Pd. Naturalmente, i senzavoce
rendono più veristica l'opinione del clericale Liberal,
edito da Adornato. Egli stima che nella civiltà cristiana c'è una parentesi di tre secoli, quelli dell'Illuminismo, e
all'interno di quella parentesi ce n'è una più piccola, i 50-100 anni
dell'Italia liberale: un niente, per di più già concluso, nei 1600-1700 anni
del dominio cristiano dell'Italia. Sicché il problema vero è ora chiudere la
parentesi grande, appunto l'Illuminismo. "Quante se ne devono fare
per mangiare", sentivamo dire da bambini. Forse è per questo che al franco
dispiegarsi di tesi clericali (manca solo, ma aspettate dopo le elezioni, che
dalla 194 si passi al divorzio), fa riscontro il mutismo degli eredi di Baslini, di Fortuna, tutti impegnati ? dicesi in sala
stampa ? ad assicurarsi un altro posto in parlamento. Pannella sostiene che per
quei posti c'è un veto su di lui: "Coerentemente dubito ? ha detto infatti la senatrice Binetti ? che ci possa essere
omogeneità programmatica coi radicali" (Corriere della sera). Non v'è
dubbio, infatti alla Binetti
non c'è da obbiettare. Ma a Bianco, Maccanico, Zanone,
D'Amico, Amato, Bassanini, Salvati, e agli altri che
sono o si dichiarano liberali, il veto sembra "coerente"? Restiamo in
attesa.
( da "EUROPA.it" del 08-02-2008)
MARIO PANNUNZIO Il 10 febbraio quarant'anni dalla morte
Quei laici a Campo Marzio "Il Mondo", de nito
"uno dei frutti più alti della cultura liberale del Novecento", sognò
la "terza via" fra centrismo e Fronte popolare FEDERICO ORLANDO I
gatti che ogni venerdì ci vedevano arrivare prima dell'alba alla stazione della
Piccola Città, alla fine non scappavano più: avevano imparato le nostre
immagini , tre o quattro studenti universitari di area
liberale, che una volta alla settimana cadevamo dal letto per trovarci al treno
in arrivo da Roma alle 5. Tra i giornali, c'era il pacchetto del Mondo, sette-otto copie, tante se ne vendevano nella Piccola
Città, e trentamila in tutta Italia. La storia era cominciata dopo la
grandinata di De Gasperi il 18 aprile 1948: i laici (generica e impropria
etichettatura per liberali, repubblicani e socialdemocratici) avevano cuore e
cervello divisi a metà, una guardava al leader trentino nel centrismo,
antagonista del fronte popolare e della destra nostalgica; l'altra alla nostra
condizione di "figli del risorgimento", ridotti in estrema minoranza
fra democristiani e comunisti. La sinistra liberale non perse tempo: mentre il
vecchio partito mandava i suoi uomini del prefascismo nel governo centrista, i
"crociani" aprivano in Campo Marzio la redazione del Mondo, fondatore
e direttore Mario Pannunzio: che già aveva fondato e
diretto (1944-47) Risorgimento liberale. C'erano Carandini, Paggi, Villabruna, Libonati, Panfilo Gentile, Mario Ferrara (il nonno dell'odierno antiabortista "cattolico romano") e i giovanissimi Eugenio Scalfari, Giovanni Spadolini,
Vittorio De Capraris, Francesco Compagna. E c'erano i
laici ex azionisti (Salvatorelli, La Malfa) e i salveminiani (lo stesso Salvemini e Ernesto Rossi).
Talvolta s'incontravano da Rosati in via Veneto (La sera andavamo in via
Veneto, rievocherà Scalfari). Il primo numero del Mondo uscì nel gennaio
( da "Stampa, La" del
08-02-2008)
Enzo Bettiza LE INCOGNITE DEL
VOTO PLANETARIO Non s'era ancora vista una rincorsa di appuntamenti elettorali
estesi, in un solo anno, su un arco planetario dall'Atlantico al Mediterraneo e
poi dal Danubio fino alle coste del Pacifico russo. Si è appena votato in
Serbia, si voterà a marzo in Russia e in Spagna, quindi il 13 aprile in Italia.
Gli americani andranno in novembre all'urna di una decisione finale che però,
sotto tanti aspetti vistosi, si è già preannunciata nel Supermartedì dominato
dal duello stretto e non risolto tra Hillary Clinton e Barack
Obama. Il superspettacolo americano, trionfando nei
media mondiali, ha finito comunque per mettere in ombra i minori e più
prevedibili circhi europei. Da tempo non si assisteva a una kermesse così vivida
d'imprevisti e di tripudi etnici, sciali finanziari, stilettate e endorsement trasversali a sorpresa. Ha travolto la scena
l'apparizione di personaggi storicamente inediti: la moglie famosa di un ex
Presidente, un sopravvissuto del Vietnam, un cristiano nero, giovanile,
rivelatosi un genio della comunicazione di massa, sulla cui riuscita nessun
sondaggista avrebbe scommesso mezzo dollaro ancora un mese fa. Invece il duello
tra il nero in strepitosa ascesa e la candidata bianca in difficoltà ha dato l'impressione
di svolgersi, più che all'interno del partito democratico, già alle soglie
della Casa Bianca. La campagna, neanche a metà strada del suo lungo percorso, è
stata di fatto monopolizzata mediaticamente dalla contrapposizione Hillary-Obama: non più star di un medesimo partito, bensì
Presidenti in pectore di due partiti antagonisti. Il senatore repubblicano McCain, seppure ben piazzato, ha dato
al confronto l'impressione di arrancare onorevolmente in salita come l'astro
nascente di un terzo partito. Si è visto emergere dall'anonimato soprattutto
l'astro ormai fulgido, hollywoodiano di Obama,
idolatrato dai giovani d'ogni tinta e sostenuto da oltre il 40 per cento degli
elettori bianchi. L'outsider erede nell'immaginario collettivo di Belafonte e di Luther King,
legittimato dalla dinastia Kennedy, dal New York Times,
dall'aggressivo e implacabile Murdoch, ha rotto il muro del suono in tredici
Stati con percentuali da capogiro nel Sud. Nel New
England clintoniano con Bob De Niro, su Internet con
la canzone tratta dal suo celebre discorso "Yes we
can", Obama ha sovrastato Hillary, se non nel
conteggio confuso dei numeri, certamente nell'impatto d'immagine e perfino nei
sostegni finanziari. È divenuto lui, in poche settimane, il vero protagonista
delle elezioni. La stima del pubblico continua a confortare i discorsi
competenti e lucidi di Hillary; ma l'entusiasmo irrazionale, l'ebbrezza
infantile delle folle, ruotano intorno alla figura snella e alle parole
seducenti del grande comunicatore che, rivolgendosi a "tutti i fratelli
americani", parla di cambiamento, di futuro, di riconquista delle
frontiere perdute. Comunque vada a finire, milioni di bianchi e neri vedono Obama già seduto, da Presidente demiurgico, nello studio
ovale che fu di Roosevelt e di Kennedy. Mentre sulla scena americana
predominano le novità di una democrazia spregiudicata e vitale, la Russia si
prepara al voto del 2 marzo in un clima, opposto, di grigia farsa democratica.
Tutto vi è stato meticolosamente preparato per consegnare Putin all'eternità.
Nessun brivido, nessuna svolta all'orizzonte. Le brutte sorprese eliminate, i
concorrenti pericolosi imbavagliati, televisioni confiscate e giornali
allineati, Putin succederà per la terza volta a Putin in veste di onnipotente
primo ministro al fianco di un Presidente di cartapesta. Costui, per chi non lo
sapesse, si chiama Dmitry Medvedev,
ha quarantadue anni ed esibisce le stimmate del perfetto palafreniere del
Presidente uscente. "Uomo della forza" dell'onnipervasivo
clan putiniano di Pietroburgo, presidente del colosso
energetico Gazprom, primo vice primo ministro, egli
deve tutto ciò che è al protettore che lo ha fatto nominare candidato alle
presidenziali dal partito di maggioranza Russia Unita. La sceneggiata pseudoliberale ha avuto inizio con una sorta di giuramento
aulico pronunciato in pubblico da Medvedev: "Se
diventerò il capo dello Stato, offrirò a Vladimir Vladimirovic
Putin la guida del governo". Non esistono motivi che possano farci
dubitare della solenne promessa. Escogitata per aggirare la Costituzione che
non gli consente, almeno per ora, un terzo mandato, essa offrirà a Putin la
possibilità di restare, mimetizzato o meno,
l'autentico zar del Cremlino sostenuto peraltro da un altissimo tasso di
popolarità. Insomma, l'elezione a Mosca si è chiusa prima d'incominciare.
Rispetto al presente pietrificato in Russia, al futuro in attesa negli Stati
Uniti, la Spagna si prepara a fare una volta di più i conti, il 9 marzo, con i
fantasmi del suo passato. Il confronto elettorale in atto, più che tra il
partito socialista di Zapatero e quello popolare di Rajoy,
sta assumendo i connotati inquietanti di uno scontro diretto tra lo zapaterismo ideologico e i vescovi madrileni che lo
combattono e ripudiano. Sono noti gli impegni presi quattro anni fa dal governo
di Zapatero, poi rigorosamente mantenuti, nel campo dei diritti civili e
individuali. Matrimoni gay, aborto, eutanasia, divorzio istantaneo, educazione
libertaria nelle scuole: tutti censurati dall'episcopato che ha mobilitato la piazza cattolica e diffuso perfino una sorta di manifesto
contro la "almodovarizzazione" di una
nazione di antiche radici cristiane. Zapatero, un falso timido, col suo ultralaicismo blindato in un ferreo quadro legislativo, non ha
receduto di un passo nel corso del quadriennio. Di più, non ha trovato nel
leader del partito contendente, il conservatore Mariano Rajoy,
esangue controfigura di Aznar, un avversario capace di affrontarlo con armi
culturalmente adeguate su un terreno dove la grande posta è, più dell'economia
o dei rapporti con l'Eta, l'esistenza profonda delle
persone e della società: la vita, la morte, la nascita, la parità fra i sessi e
la totale libertà omosessuale legalizzata dal rito matrimoniale. L'assenza di
una risposta politica, all'altezza dell'intransigente laicismo individualista di Zapatero, ha spinto la Chiesa a sostituirsi al
partito afono di Rajoy che essa critica e disprezza.
I vescovi hanno deciso scendere in piazza, supplendo con la politica d'urto la
mancata scomunica vaticana di Zapatero, dopo essersi accorti che i sondaggi
assegnano al partito socialista un vantaggio per ora incolmabile: 44,5
percento (due in più rispetto al 2004) contro il 38,7 dei popolari. Ora, il
punto allarmante di questo scontro scoperto, privo di intermediazioni, tra
Chiesa e partito socialista, riporta alla memoria di tanti spagnoli moderati i
tempi della guerra civile: tempi tristi, in cui Franco sposava la spada
all'altare mentre, sulla trincea repubblicana, socialisti anticlericali e anarcosindacalisti non andavano per il sottile nella caccia
ai preti e alle suore. Se Zapatero vincerà, com'è probabile, non potrà non
cercare di spegnere quei brutti ricordi, serpeggianti nel sottofondo di una
campagna dominata e pericolosamente avvelenata dai temi etici. Zapatero, pur
fermissimo nelle sue idee discutibili, si è mostrato tutt'altro che un politico
ottuso o un vincitore arrogante. Non è da escludere che, se giungerà al
traguardo una seconda volta, tirerà fuori la carta di un accordo flessibile con
i vescovi madrileni, alla cui militanza politica si oppongono, fra l'altro,
diversi porporati catalani, baschi e galiziani. Per questi, forse più dello
scontro sui cosiddetti temi etici sensibili, contano le promesse socialiste sul
federalismo e la linea di trattativa coi terroristi dell'Eta.
Che dire, a questo punto, del 13 aprile italiano, al di là di tutto ciò che
abbiamo visto nel video, ascoltato nei dibattiti, letto nei giornali?
"Berlusconi again!", esclama sardonico l'Economist non potendo più dire "never
again". La Serbia è uscita dalle urne più
bloccata che mai, con un Presidente rieletto che lancia saluti all'Europa,
mentre il suo primo ministro, il coriaceo Kostunica, già lo contraddice
parlando di una "truffa europea" ordita alle spalle di Belgrado con l'invio
di una missione civile nel Kosovo secessionista. Se i Balcani minacciano di
restare balcanizzati, speriamo che in aprile, a prescindere da Berlusconi,
l'Italia esca dall'autobalcanizzazione degli ultimi
anni e dal blocco parlamentare degli ultimi diciannove mesi. Le buone
intenzioni trapelano di giorno in giorno, sia dal centrodestra che dal
centrosinistra. Ma con le sole buone intenzioni, diceva il poeta, non si fa
buona letteratura. Sarebbe auspicabile che, dopo il voto d'aprile, vincitori e
vinti estendessero quella raccomandazione scettica e austera in una dimensione
extraletteraria. Quando le ottime intenzioni non diventano azioni, non si fa
altro che pestare nel vuoto di una pessima politica. CONTINUA A PAGINA 33.
( da "Stampa, La" del
08-02-2008)
Sraele. Trovo il
boicottaggio ingiustificato: non credo proprio che tutti gli scrittori ebrei
appoggino la politica d'Israele, ma soprattutto molti scrittori israeliani sono
indiscutibilmente migliori della politica del loro Paese. DONATELLA TULLI
L'orrore della Shoah a FestivalStoria Rinviando a un
più meditato articolo una mia analisi e proposta in merito all'ormai vexata quaestio della Fiera del Libro, non posso lasciar
passare in silenzio alcune delle pesanti insinuazioni contenute nell'intervento
di Gadi Luzzatto Voghera (La Stampa di ieri). Al di là delle oscure allusioni
ad ambienti torinesi nei quali la critica a Israele sarebbe uno schermo di un vetero, ineliminabile antisemitismo, mi riferisco
all'attacco a FestivalStoria, da me ideato e diretto,
accusato di non aver dato spazio al "dibattito" sul tema del rapporto
tra politica, etnos e religione in Israele. Ribadito
che il terreno della Storia è quello della conoscenza, ossia dell'accertamento
dei fatti, attraverso testi e documenti; precisato che in occasione
dell'incontro posto "sotto accusa" la presenza in sala sconsigliava
dibattiti onde evitare di trasformarli in risse da talk show televisivo; mi
corre l'obbligo di ricordar che in quell'evento a cui partecipavano uno
scrittore palestinese, una giornalista svedese e due analisti israeliani (che si
sono definiti in esordio, e ripetutamente, "patrioti"), sono stati
forniti dati di fatto, cifre ed elementi non contestabili se non sulla base di
quel "pregiudizio ideologico" che si vuole imputare a "certa
sinistra". Aggiungo, infine, che negli oltre trenta eventi di cui si
componeva la passata edizione (la III) del Festival - che hanno visto la
partecipazione di molti israeliti, come le precedenti: nella II abbiamo
inaugurato con la presenza del rabbino capo di Torino, il dr. Szomech - il tema più frequente è stata la Shoah e l'orrore
che rappresenta nella Storia di ogni tempo, con precisa denuncia delle
responsabilità di tutti i persecutori. ANGELO D'ORSI I post-marxisti italiani e
le ragioni di Israele Ci fa molto piacere che l'on. Fassino, con la sua lettera
al Corriere, abbia contestato l'indegno boicottaggio
avvenuto alla Fiera del Libro di Torino contro la letteratura ebraica e quindi
contro Israele. Ci aveva fatto altresì molto piacere che un vecchio comunista
non pentito come Valentino Parlato avesse usato argomenti analoghi sul
Manifesto. La nostra impressione purtroppo è che, nonostante i convincimenti di
Fassino e Parlato, la sinistra italiana di origine marxista non comprenda
ancora le ragioni di Israele e tanto meno la questione politica che pone la
difesa dello Stato ebraico. È per questo motivo che ci troviamo davanti a
indegnità come quelle della Fiera di Torino: Fassino e Parlato appaiono in
minoranza all'interno della loro area politica. Del resto non ci si può stupire
se la terza autorità dello Stato, durante la trasmissione di Lucia Annunziata,
dice impunemente che Israele è un luogo dell'anima. Al contrario dell'on.
Bertinotti io credo fermamente che Israele esiste ed
è, con grande evidenza, il luogo della democrazia in Medio Oriente. Chi non
capisce questo concetto e non lo sostiene si fa portatore di antidemocrazia.
FRANCESCO NUCARA SEGRETARIO PARTITO REPUBBLICANO ITALIANO Se il Pd non si allea
con i radicali È il nuovo Partito democratico. Al punto tale da escludere dalle
sue possibili alleanze l'unica forza politica autenticamente laica e liberale:
quella radicale. Gli italiani hanno bisogno di chiarezza, dice Veltroni. E io
ne sono più che mai convinto! RENATO PATELLI, VERONA Obiezione di coscienza
verso i medici obiettori Ho letto con interesse e sgomento la vicenda della
signora che si è vista rifiutare da numerose strutture ospedaliere della
Capitale la somministrazione della "pillola del giorno dopo",
normalmente acquistabile, anche senza prescrizione medica, in molti paesi
civili. Non trovo consolante che in molti dei casi riportati l'obiezione di
coscienza sia probabilmente strumentale o "di scambio" ("Ho trovato posto in un ospedale cattolico, quindi obietto").
Vorrei comunque far presente che l'obiezione di coscienza è uno strumento
ambivalente, che può essere manifestato e fatto
valere da entrambe le parti. Se i laici cominciassero a "obiettare
coscienza" nei confronti dei medici (e degli altri professionisti) che
antepongono le ragioni (?) della fede al corretto e umano svolgimento
dei propri compiti, si creerebbe una salutare frattura. Gli uomini di scienza
potrebbero lavorare adeguandosi alle spinte propulsive e alle nuove scoperte
della libera ricerca; gli altri potrebbero tranquillamente proseguire a curare
i pazienti coi pannicelli caldi e le novene, evitandosi il disturbo di opporre
rifiuti giustificati con l'obiezione. I pazienti da chi sceglierebbero di farsi
curare? GIUSEPPE BURGIO, TREVISO Lo Stabile di Catania da Baudo a Buttafuoco
Porca miseria, giusto ieri che proprio La Stampa pubblicava il borsino dei
teatri d'Italia con Catania in crescita, giusto adesso che mi è stato ordinato dai padroni - da Scapagnini
e dalla sua volpe, Lombardo - di ridurre e mettere in scena uno dei tanti
febbrili libri di Alfio Caruso, questo se ne usciva con un commento sulle
stesse pagine denunciando il tradimento di libertà e autonomia dello Stabile,
fogna di lottizzazione inarrestabile (come se il mio predecessore, Pippo Baudo,
non fosse stato nominato dagli stessi)? PIETRANGELO
BUTTAFUOCO PRESIDENTE DEL TEATRO STABILE DI CATANIA A
differenza di Buttafuoco, Pippo Baudo mai ha firmato la prefazione a un libro
apologetico su Lombardo (quelle malelingue dei catanesi ne hanno approfittato
per definire Buttafuoco "il biografo del biografo"), né ha invitato
in una sua trasmissione Lombardo in concomitanza con la propria nomina a
presidente dello Stabile. \.
( da "Resto del Carlino, Il (Nazionale)" del 08-02-2008)
Ggiori", e alla
luce dell'attenzione di Paolo VI verso il mondo
ebraico e della preghiera di Giovanni Paolo II al Muro del Pianto, la polemica
esplosa su una riformulazione del messale quaresimale appare
francamente "lunare". Nel messale di San Pio X e fino a quello
di Giovanni XXIII, i cattolici pregavano, nel periodo di Quaresima e Pasqua,
anche per "la conversione dei perfidi ebrei". Nel "motu proprio" di Benedetto XVI sulla possibilità
straordinaria di celebrare il rito eucaristico secondo il messale latino, non
era stata prevista alcuna riformulazione della preghiera! Con l'inizio della
Quaresima, il Santo Padre ha reso noto che, laddove si fosse usato straordinariamente
il messale latino per le celebrazioni quaresimali, si sarebbe
dovuto togliere da quella preghiera di conversione il termine
"perfido". Una decisione, quella vaticana, che ad occhio nudo va
incontro alla sensibilità degli ebrei e, per inciso, ha mandato su tutte le
furie i cattolici tradizionalisti. Il significato latino della parola, infatti,
è totalmente diverso dall'accezione italiana: perfido significa senza fede,
incredulo, non certo crudele o perverso. UN GESTO di amorevolezza, quindi, che
si scambia come una mina esplosiva per il dialogo ecumenico? E' vero che
ultimamente si gioca a tiro a segno con le parole del Papa, che l'Italia ha
recentemente dimostrato la sua intolleranza verso Benedetto XVI. Però, anche
alla palese strumentalizzazione c'è un limite. Con il popolo ebraico c'è un
dialogo speciale, diverso da quello con i musulmani; ciò detto, i fedeli
dell'Antico Testamento non possono pretendere che i cristiani rinuncino al
Nuovo. Perché pretendere di abolire tutta la preghiera significa, appunto,
chiedere ai cattolici di non riconoscere in Cristo Gesù colui che è la via, la
verità, la vita. "Ciò che abbiamo di più caro è Cristo stesso", è la
risposta dello Staretz Giovanni, nell'anticristo di Solov'ev; è la medesima risposta
di Pietro e dei discepoli al primo arresto, negli Atti degli Apostoli: "non possiamo che raccontare ciò che abbiamo visto". A
nessun cattolico verrebbe in mente di pretendere l'incendio dei libri della
Torah in tutte le sinagoghe, come precondizione a un qualsiasi dialogo.
Colpisce e amareggia l'inquietante sintonia tra la
posizione ebraica e un certo laicismo giacobino italiano,
entrambe allergiche alla pretesa di Cristo e alla sua permanenza contemporanea
nel mondo. "Dialogo - ha ripetuto Benedetto XVI nell'incontro col clero
romano di ieri - vuol dire rispetto dell'altro, ma questa dimensione del
dialogo, cosi necessario, non esclude l'annuncio del
Vangelo, dono di verità che non possiamo avere solo per noi stessi, ma
dobbiamo offrire agli altri". PERCIÒ, pregare in Quaresima, affidare a Jahvè la conversione, la luce per tutti, non può offendere
nessuno. C'è da scommetterci che alcuni omuncoli laicisti prenderanno spunto
dalle polemiche ebraiche ed eviteranno di soffermarsi su altri temi affrontati
dal Papa, come la distruzione mondiale prodotta da nazismo e comunismo, e gli
argomenti del peccato, dell'infermo e del giudizio. Eppure, sui loro giornali
ha trovato comoda casa quel Ramadan che guida il
boicottaggio di Israele alla Fiera del Libro di Torino. Ha ragione il Papa,
allora: "Chi non lavora per il Paradiso, non lavora nemmeno per il bene
degli uomini sulla terra". E Dio solo sa quanto bisogno ci sia di questo
bene. * Capogruppo Udc alla Camera dei Deputati - -->.
( da "Giornale.it, Il" del
08-02-2008)
Paure, trame e pentimenti nella diaspora della Quercia di
Roberto Scafuri - venerdì 08 febbraio 2008, 07:00
Scelta compiuta invece da Gavino Angius, già comunista di rito strettamente dalemiano, quando ha lasciato i Ds all'ultimo congresso.
"Purtroppo pretende oggi di darci lezioni di socialismo", ne lamenta
la spregiudicatezza un parlamentare di spicco dello Sdi. Errore che uno come
Lanfranco Turci, migliorista emiliano già della Lega Coop,
non ha mai fatto, ponendosi da anni come faro del laicismo illuminato
e conquistandosi galloni di socialista a prova di bomba. Definizione difficile
da applicare per il napoletano Roberto Barbieri o per il fondatore dell'Arcigay
Franco Grillini, che si sono intruppati con Boselli assieme ad Angius.
Un vero peccato, visto che posti per ricandidarli in Parlamento non ce ne
saranno. A meno che non tornino da Walter con il capo cosparso di cenere (ci
stanno pensando). Nulla di grave, rispetto allo psicodramma che vivono in
queste ore gli uomini di Fabio Mussi, un prudente postcomunista veltroniano che ha scoperto il socialismo negli ultimi
mesi. La sua Sinistra democratica doveva essere lievito della sinistra unita,
ma per ora di ingrossato è soltanto il fegato. Speravano di restare il trait-d'-union tra la sinistra bertinottiana e i soliti compagni di una vita, ma la scelta
di Veltroni di tagliare i ponti li ha spiazzati. Qualcuno, come Famiano Crucianelli o il
sindacalista Nerozzi, ha già fatto dietrofront.
Altri, come la capogruppo Titti Di Salvo o la deputata Marisa Nicchi, si
stracciano le vesti. "Come può Walter farci questo, lasciarci nelle mani
di questi pericolosi comunisti?". Il bello è che i postcomunisti non si
fidano affatto dei comunisti che militano in Rifondazione o Pdci. Seggi a
disposizione nisba, e si sa poi quanto poco piacciano i "rinnegati".
Mussi ha cercato di rappresentare le difficoltà dei suoi negli incontri della
Sinistra Arcobaleno, provando persino a mettere i bastoni fra le ruote a
Bertinotti. "I nostri elettori ds faticano ad amare Fausto", ha buttato
lì. Oltre a un'alzata di spalle, ha ottenuto soltanto la richiesta di incontro
con Veltroni per chiedere venia: "Walter, non lasciarci da soli, è un
suicidio collettivo". "Soltanto un modo per stanarlo",
interpreta la mossa un altro comunista avveduto, Antonello Falomi,
tra i primi assieme a Pietro Folena a riparare nella rete bertinottiana.
( da "Stampa, La" del
08-02-2008)
IL SITO INTERNET DI UN ANONIMO
Delirio antisemita Su un blog l'elenco dei"professori ebrei" ROMA
"Elenco professori universitari ebrei". Volete sapere per quale
motivo Papa Ratzinger non è potuto andare alla Sapienza? E perché il Vaticano è
sotto schiaffo dal mondo laicista? Risposta: in Italia esiste una potentissima
lobby ebraica, specialmente di estrazione accademica, che dirige il mondo verso
il peccato più immondo. La teoria - con annesso elenco di ebrei
"cattivi" - è espressa in un blog dai contorni deliranti
(http://re.ilcannocchiale.it) il cui titolare è naturalmente anonimo.
L'esistenza e la diffusione della lista ha ovviamente mandato in fibrillazione
la comunità ebraica romana, e ieri sono partite le denunce alla polizia
postale. E questo malgrado la questione sia poi
apparsa meno seria di quanto sembrasse a prima vista. Anzitutto, il blog (di
estrazione cattolica, ma di una variante prossima alla follia) non appartiene a
un'associazione, ma a un'unica persona. In secondo luogo, è pressoché privo di
seguito. Ai suoi post (dai titoli come "boicotta Israele - Strappa la
piattola dal culo del mondo") non corrispondono quasi mai commenti di
visitatori, se non di scherno. Poi, l'elenco dei professori ebrei non è un
elenco di professori ebrei, ma di sottoscrittori di una recente petizione
contro il negazionismo, e pertanto contiene anche nomi di
docenti cattolici o laici (come Gian Enrico Rusconi e Chiara Saraceno,
editorialisti della Stampa). Una roba sconclusionata e manicomiale, ma che in
ogni caso nessuno vuole sottovalutare. Intanto perché, fra il successo degli
storici negazionisti, le polemiche attorno alla Fiera del libro di Torino e
anche qualche marginale ma stupefacente presa di posizione politica, il
clima attorno alla comunità giustifica un'attenzione costante. E poi perché il
proliferare di siti di questa natura è impressionante. Quello in oggetto, per
quanto frutto di una fantasia non del tutto equilibrata, sbandiera tutte le
teorie e tutti i toni che in altre epoche hanno trovato seguaci, prima di
nicchia e poi crescenti. Si esalta il dibattito nato dal negazionismo, si
pubblicano raccapriccianti fotografie di palestinesi trucidati (sostiene il
blog) dall'esercito sionista, si ridimensiona parecchio l'eccidio delle Fosse Ardeatine, e di conseguenza si chiede la
grazia per l'esecutore, Erich Priebke. All'armamentario non manca nulla:
gli ebrei come guerrafondai, strozzini globali, importatori di prostitute ed
esportatori di morte. \.
( da "Stampa, La" del
08-02-2008)
E' mancato un uomo "intransigentemente
antifascista in nome dell'intelligenza, intransigentemente
anticomunista in nome della libertà, intransigentemente
anticlericale in nome della ragione": così scrissero La Stampa, Le Monde e
The Times alla morte di Mario Pannunzio,
quarant'anni fa. Si rende necessario oggi, nel momento in cui tanti giornalisti
e politici vogliono accreditarsi come eredi del grande laico-liberale, richiamarne alla memoria la singolarità
umana ed intellettuale che rende vane tutte le rivendicazioni di continuità con
Il Mondo, di cui Pannunzio fu iniziatore, regista e
leader carismatico. Si è soliti qualificare Pannunzio
grande direttore, maestro di giornalismo, raffinato uomo di cultura e
continuatore dello "stile Longanesi". Attribuzioni tutte che
hanno qualcosa di vero, insufficienti però a cogliere
il nucleo più profondo ed autentico dell'opera sua, nitidamente iscritta nelle
pagine di Risorgimento liberale (1944-47) e del Mondo (1949-66). Il direttore
fu a tutto tondo un intellettuale antitotalitario che avvertì il dovere morale
di farsi uomo politico per parlare alto e forte, in nome della libertà e della
verità, contro gli integralismi e gli opportunismi: "L'uomo politico, se
non vuole essere un puro faccendiere, è anch'esso un intellettuale, che vive
pubblicamente e che fa con naturalezza la sua parte nella società".
L'energia di Pannunzio si indirizzò soprattutto a
rendere possibile il "miracolo politico" di colmare il grande vuoto
della Repubblica, ossia la formazione di una terza forza liberale e democratica
in grado di dare risposte europee ed occidentali all'Italia in trasformazione.
Tale impresa, che non riuscì né agli azionisti, né ai liberali che si
attestarono sulla sponda conservatrice, né ai socialisti democratici e ai repubblicani
che coltivarono gelosamente le radici storiche, finalmente trovò ne Il Mondo il suo alto laboratorio. Solo Pannunzio riuscì a mettere insieme nelle pagine della
rivista una terza forza che espresse, prima con l'appoggio critico al centrismo
e poi nei prodromi del centro-sinistra, una linea pragmatica liberaldemocratica
e riformatrice capace di confrontarsi con i giganti democristiani e comunisti e
con i nani conservatori e reazionari. Certo Pannunzio
diede vita solo ad una rivista, ma attraverso di essa e con i collegati
convegni a tema (1955-62), fu possibile la preparazione di una piattaforma
politica concreta, niente affatto utopistica o illuministica, che si addiceva
ai bisogni del tempo, anche se poi fu tradita dal centro-sinistra. È vero, si
trattò di un gruppo di pressione privo di quell'esercito partitico ed
elettorale che fu sempre destinato al fallimento. Ma senza la determinazione
intellettuale, la chiarezza politica e la forza carismatica di Pannunzio non sarebbe neppure esistito quell'isola
liberaldemocratica in grado di mettere insieme persone di diversi orizzonti
ideali - crociani e salveminiani, idealisti ed
empiristi, cattolici liberali ed anticlericali
volterriani. Continuano a circolare diversi luoghi comuni sul mito di Pannunzio. Ma il suo a-fascismo degli anni Trenta non ebbe
nulla a che fare con il frondismo di Longanesi che
nel dopoguerra divenne l'avversario qualunquista e Borghese del Mondo. Il suo
anticomunismo non fece sconti agli "utili idioti" che fiancheggiavano
il Pci calpestando la libertà e l'autonomia della cultura. Ed il suo laicismo
ebbe come bersaglio quei clericali che anche allora volevano indicare cosa è la
"vera laicità": sicché viene oggi da sorridere quando un esponente di
Forza Italia, che ha espresso il giudizio secondo cui "il laicismo è
peggiore del nazismo e del comunismo", pretende di parlare sull'origine tocquevilliana del liberalismo di Pannunzio.
A quarant'anni dalla scomparsa è meglio stendere un velo su
quanti si proclamano eredi, e dedicarsi piuttosto a rileggere testualmente il
legato del grande antitotalitario: "Per anni abbiamo sollecitato
socialisti e repubblicani, liberali autentici ed indipendenti, a costruire
alleanze democratiche, fronti laici, terze forze; abbiamo denunciato l'invadenza
clericale, il sottogoverno delle maggioranze, i connubi tra mondo politico e
mondo economico. Abbiamo deplorato con ostinazione la
chiusura irrimediabile del mondo comunista alle sollecitazioni della
libertà". Era il 1966, eppure sembra quasi la parola giusta per
l'oggi.
( da "Corriere della Sera" del
08-02-2008)
Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Primo Piano -
data: 2008-02-08 num: - pag: 6
categoria: REDAZIONALE La proposta Ferrara: lista Formigoni per la vita
MILANO - Giuliano Ferrara (foto in alto) lancia la sua proposta: "Una lista di scopo per la moratoria sull'aborto guidata dal
governatore della laica e progredita Lombardia, un cattolico con i
fiocchi". Su Panorama in edicola oggi, Ferrara definisce Roberto Formigoni
(in basso) "l'uomo giusto" e prevede un "risultato sicuro: apparentata
con la coalizione di centrodestra, questa lista prenderebbe molti buoni
voti". "Formigoni e la sua lista saprebbero mediare con tutti
- spiega -, associare il dissenso laico dei radicali come Lorenzo Strik Lievers e di noialtri non
credenti", ma darebbe anche "uno sbocco a tanta parte del pensiero
cattolico".
( da "Corriere della Sera" del
08-02-2008)
Corriere della Sera - MILANO - sezione: Lombardia - data:
2008-02-08 num: - pag: 12 categoria:
REDAZIONALE Mantova Mons. Busti incontra i dirigenti scolastici. La polizia
tiene lontani gli attivisti di "Aca Toro"
Cellula dei collettivi contesta il vescovo E lui fa l'elogio del '68 Un
gruppetto di studenti manifesta per la laicità della scuola mentre il vescovo
incontra i presidi MANTOVA - Li avessero lasciati incontrare, forse avrebbe
spiazzato anche loro, gli studenti di ultrasinistra con dreadlocks
e kefiah d'ordinanza, che l'hanno aspettato invano per mezz'ora davanti al
cancello della scuola, mentre lui entrava da un'altra parte. Perché un giudizio
così sul '68, stile "formidabili, quegli anni!", te lo saresti
aspettato da un Mario Capanna o qualche altro ex del Movimento, mica dal
vescovo di Mantova. Invece, ricordando i suoi tredici anni, '68 e '77 compresi,
da insegnante di religione in una sezione staccata dell'Itis
Feltrinelli di Milano, monsignor Roberto Busti se ne è uscito papale papale: "So che i
giudizi su quel periodo oggi sono contrastanti. Eppure, anche
se a parlare di religione a quei tempi, in quelle classi, ti pareva quasi di
bestemmiare, per me sono stati anni belli, perché ci si è confrontati su cose
che contavano davvero". Già, chissà come avrebbero reagito Enrico,
Giulia, Vittoria, Andrea, Silvia e Marco, ossia la delegazione dei collettivi
"Aca Toro" e "Colpo di streghe"
in missione controinformativa. Erano arrivati davanti
ai cancelli dell'istituto "Bonomi-Mazzolari
", teatro ieri mattina dell'incontro fra il vescovo e i dirigenti
scolastici convocati dall'Aisam (Associazione
istituti scolastici autonomi mantovani) con 10 minuti d'anticipo e una speranza
nel cuore, poter dire la loro, davanti a quella platea, sull'ora di religione
(in sintesi: "è uno strumento di controllo
sociale, attraverso il quale posso venire veicolate impostazioni dogmatiche in
materia scientifica, etica e sessuale""). Invece, visto lo
schieramento di poliziotti e carabinieri che manco fossimo nel Sessantotto
vero, si sono dovuti limitare a 20 minuti d'inutile tira e molla: "Dai,
fateci entrare, siamo venuti apposta in pochi, per far capire che non vogliamo
impedire al vescovo di parlare, ma solo dire la nostra". Niente da fare. A liquidarli arriva il presidente Aisam
Ernesto Flisi: "Io potrei anche pensarla come
voi. Qui però stamattina non si parla di Concordato, ma di come attuare
al meglio le norme sull'ora di religione. Noi siamo
funzionari dello Stato e dobbiamo applicare le regole. Per
cambiarle ci sono altre sedi". A quel punto non è restato che riarrotolare lo
striscione pro scuola laica, consegnare un paio di volantini ai
poliziotti e andarsene affidando la propria rabbia alla versione postmoderna
del ciclostilato in proprio, un comunicato via e-mail per denunciare "l'ennesima
conferma del clima di ingerenze ecclesiastiche e genuflessioni politiche".
Dentro, intanto, monsignor vescovo (che ai giovani contestatori
manda a dire "Fissino un appuntamento, li riceverò volentieri") è
finito a parlare di India, dove i suoi amici gesuiti, che va spesso a trovare,
non si dannano più di tanto a separare studenti indù, musulmani e cattolici. Oddio, monsignore: avrà mica
anche l'eskimo nell'armadio? Il prelato con l'eskimo "Per me furono anni
difficili ma belli: ero insegnante di religione e con i miei alunni ci si
confrontava su problemi che contavano davvero" Dentro e fuori Monsignor
Busti all'incontro coi presidi sull'ora di religione (in alto a sinistra) e i
giovani dei collettivi (Foto 2000) Luca Angelini.
( da "Liberazione" del
08-02-2008)
Roma è, e rimane, democratica e antifascista Lavoro,
approvate il Testo unico per la sicurezza In piazza per la libertà femminile e
per la 194 Foibe Non infangate la memoria Cara "Liberazione",
apprendiamo con viva soddisfazione che il comune di Roma ha vietato l'uso del
Teatro Brancaccio alla Consulta Studentesca, egemonizzata dalla destra, per
un'iniziativa indetta per domani, 8 febbraio (oggi ndr), dal titolo
"Istria, Slovenia, Dalmazia; anche le pietre parlano italiano".
Questo ennesimo tentativo di strumentalizzare la storia e infangare la memoria
dell'antifascismo e della Resistenza con il pretesto di "commemorare i
martiri delle foibe", con la partecipazione dei gruppi neofascisti della
capitale, ha suscitato le proteste delle forze politiche e sociali che vivono
nella Roma democratica e antifascista, alla quale si deve la giusta decisione
del comune. Ribadendo la nostra solidarietà con i docenti e gli studenti
antifascisti, con le madri per Roma Città Aperta, con tutti coloro che si
impegnano per far vivere la memoria più alta della nostra città e del nostro
Paese, smascherando ogni tentativo di legittimazione neofascista, confidiamo
nel doveroso impegno dei responsabili della sicurezza per prevenire e bloccare
manifestazioni e cortei in camicia nera che violano apertamente le leggi contro
l'apologia di fascismo e la ricostituzione del partito fascista in qualsiasi
forma. Partito della Rifondazione Comunista Federazione di Roma Elezioni E se
candidassimo don Gallo? Carissime e carissimi, amici,
amiche e compagni/e, da alcune parti si avanzano (per ora proposte
individuali), pre-candidature per le elezioni del
prossimo aprile. Una notevole proposta è quella del prete "di strada"
Don Andrea Gallo della Comunità di S. Benedetto al
Porto di Genova. Per il sottoscritto questa è una ottima
candidatura: è un compagno da sempre impegnato nella lotta (anche in polemica
con le gerarchie della "sua" Chiesa Cattolica) per la pace ed i
diritti civili, contro il fascismo nelle sue varie forme "nuove e
vecchie", per il disarmo e la fine delle guerre Usa in Irak
e in Afghanistan. E' stato un animatore e sostenitore
del Genoa Social Forum dalla sua nascita nel 2003. E' sempre pronto a far del
bene nei confronti dei giovani "sbandati" e/o bisognosi di aiuto. Non
è mai stato impastoiato in lobbies
locali. E' un sostenitore della svolta della Chiesa Cattolica, compiuta con il
Concilio Vaticano 2°, per il confronto positivo con le altre religioni nonché
per il riconoscimento dei "valori" dei non credenti nella vita
pubblica. La sua candidatura potrà far riflettere molti elettori cattolici (ed intellettuali di vario orientamento del mondo
cattolico) su quale "cul de sac"
li stà cacciando la politica
del Partito democratico di Veltroni con il suo diniego ad accordarsi su punti
strategici con le forze della Sinistra e con i vari movimenti pacifisti ed
ambientalisti. Ugo Montecchi già dirigente Fiom Cgil e della Camera del Lavoro
di Genova Porcellum e primarie Caro
direttore, il centro-destra ci ha penalizzati con il porcellum
e il rissoso centro-sinistra è stato incapace di
liberarcene. Ora dovremmo tornare a votare con una legge che non garantisce la
governabilità e ci sottrae il diritto costituzionale di scegliere i nostri
rappresentanti. Diritto costituzionale, infatti, l'art. 1 della Costituzione
garantisce che "la sovranità appartiene al popolo" e l'art 48 che
"il diritto di voto non può essere limitato". E' stato
più che limitato, dimezzato. Le segreterie dei partiti ci hanno sottratto metà
della nostra sovranità. L'elettore, che vuole e ha diritto di essere libero
nell'esercizio della sua sovranità, è ridotto a complice delle altrui scelte.
Non capiamo perché non ne è stata investita la Corte Costituzionale, ma una
cosa possiamo e dobbiamo chiederla: che si facciano le primarie. I partiti sono
avvertiti: il rischio dell'astensionismo di massa è reale. La misura è colma,
la casta è nuda. Ezio Pelino via e-mail Unione Europea Aiuti per pochi Caro
direttore, dopo che tenute reali quali quelle di
regina d'Inghilterra o del principe di Monaco, o multinazionali del calibro di
Nestlè, Philip Morris e Royal
Dutch Shell, hanno ricevuto
sostanziosi aiuti Ue alla produzione, è toccato stavolta alla Fondazione del
ricchissimo principe del Liecthenstein, che ha
percepito più di 1,7 milioni di euro di incentivi comunitari. Vale a dire uno
dei contributi diretti più alti d'Europa e il maggiore tra quelli erogati in
Austria. Credo che si debba meditare sugli attuali meccanismi di distribuzione
degli aiuti (!) europei che creano diffuse iniquità, ignorate ai più. Infatti è paradossale che l'80% delle sovvenzioni finisca in
saccoccia di soltanto il 22% delle aziende agricole. Ciò significa, e questo
riguarda tutti i settori, che i piccoli e medi operatori subiscono effetti
distortivi e gli squilibri di un mercato di per sé drogato. Ma tutta l'economia
è così. Ci si deve assumere prioritariamente l'assunto che le eventuali
sovvenzioni Ue non debbano essere patrimonio disponibile e privilegio esclusivo
di chi è già ricco o ricchissimo, mentre a chi ne ha veramente necessità
arrivano solo le briciole. Per chi non lo sapesse il sopraccitato principe del Liecthenstein possiede il gruppo bancario Lgt Bank e può contare su un
patrimonio personale stimato in oltre tre mld di
euro. Non se la passano poi così male i regnanti d'Europa! Fabio Furlan Vazzola (Tv) Lavoro
Approvate il Testo Unico Caro Presidente del Consiglio, approvate, anche a
camere sciolte e senza peggioramenti, il Testo Unico per la sicurezza sul
lavoro, in modo che questo grande lavoro non sia gettato al vento (la delega
scadrà a maggio). Sappiamo bene tutti che senza i decreti attuativi, questa
delega (legge 123/2007) conta poco. Marco Bazzoni
Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza No Vat
Sabato si ritorna in piazza Cara "Liberazione", sabato il ritorno in
piazza dei No Vat, sempre nella capitale. E' la risposta
del coordinamento Facciamo Breccia alla campagna elettorale d'Oltretevere e a quella per modificare la legge 194
sull'aborto. La manifestazione sarà infatti centrata
quest'anno sugli attacchi alla libertà femminile. La manifestazione partirà
alle 14 da piazzale Ostiense e si concluderà a Campo de' Fiori. Il corteo sarà
aperto da uno spezzone lesbico e femminista e chiuso dalla componente più
partitica e istituzionali. Numerose le adesioni da tutta Italia, soprattutto da
realtà autorganizzate. I No Vat erano stati tra i protagonisti della manifestazione
contro la visita di papa Ratzinger all'università La Sapienza di Roma, un mese
fa (in particolare della Frocessione laica del
pomeriggio). Facciamo Breccia via e-mail Nichi Vendola La precisazione di Merlo Caro direttore Sansonetti, sono contento di potermi leggere su
Liberazione, uno dei miei giornali di riferimento, e la ringrazio. Mi
dispiace però che abbiate pubblicato la bozza dell'intervista che il presidente
Vendola mi ha concesso e non la versione definitiva
che è andata in pagina sul Foglio di mercoledì e che io avevo tempestivamente
inviato ad Antonio Rolli, collaboratore di Nichi Vendola. In proposito mi fa fede l'email
spedita alle 18.06 di martedì, ben due ore prima della chiusura del numero,
intervallo di tempo durante il quale non ho ricevuto alcuna comunicazione.
Confesso che in questa versione ho tralasciato un passaggio, forse decisivo,
riguardante la moratoria dell'aborto. Ma le assicuro, come ho personalmente
assicurato al presidente, che ciò non è avvenuto affatto per volontà
manipolatoria bensì forse per un eccesso di sun
pathos, ovvero la proiezione della sincera simpatia che provo per Nichi Vendola. Cordialmente suo
Salvatore Merlo via e-mail Nessun problema. I giornali si fanno così, correndo
contro il tempo e talvolta esce qualche pasticcio. Sapesse quanti ne ho fatti
io! Il motivo per il quale ieri ho pubblicato la bozza di Vandola
è chiarissimo: evitare un equivoco sulla sua posizione sulla moratoria che
sarebbe stata molto grave. Tutto qui. Piero Sansonetti
08/02/2008.