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Decalogo
anti-Zap dei vescovi: <Non votate il Psoe>
( da "EUROPA.it" del
02-02-2008)
Abstract: approccio laico
sui temi etici ? eutanasia e aborto ? esibito dal Psoe, al divorzio: la nota diffusa ieri dalla conferenza
episcopale spagnola è un condensato di stoccate, durissime. Il lessico
episcopale non lascia d'altronde spazio a dubbi. Nel documento si parla di
"leggi gravemente ingiuste" e si afferma che "non tutti i
programmi sono ugualmente compatibili con la fede cristiana "
Laicità,
un gioco faticoso ( da "EUROPA.it"
del 02-02-2008)
Abstract: Ruini su La 7: "Gli ultimi laici sono i pochi che si
arrabbiano ancora. Perché la laicità non è un'ideologia ma un
atteggiamento? laicità è un gioco adulto che in Italia
non si è giocato mai, se non con Cavour e poi con De Gasperi, cattolico ma laicissimo".
D'accordo. Ma noi aggiungeremmo, fra gli altri, anche Moro e Prodi.
Arriva
in Italiala pillola abortiva
( da "Secolo
XIX, Il" del
02-02-2008)
Abstract: Gran parte dei
politici cattolici, la Chiesa, pezzi importanti del mondo laico, da tempo
vedono infatti nella possibilità di abortire con una
semplice pillola chimica un ulteriore attacco alla sacralità della vita umana.
"So che il ministro della Salute Livia Turco - spiega Viale - ha chiesto
un parere al Consiglio superiore della sanità sulla compatibilità all'
Napolitano:
"paese agitato e confuso" - marco politi
( da "Repubblica,
La" del 02-02-2008)
Abstract: E vanno superate
le "divisioni inutili tra laici e cattolici". Temi che fanno da filo conduttore nel faccia a faccia di venticinque
minuti, che Napolitano e Bertone hanno avuto in una
saletta del palazzo. Il Vaticano è preoccupato dello "sfilacciamento"
del Paese, il presidente rifiuta divisioni tra guelfi e ghibellini.
La
sfida quasi impossibiledei progressisti italiani
( da "Secolo
XIX, Il" del
02-02-2008)
Abstract: Per questo
ciascuno dovrebbe "laicamente" rivendicare la libertà, e quindi la
responsabilità, delle sue scelte, le cui ragioni profonde risalgono al senso
stesso che intende dare alla propria vita. 02/02/2008 GIULIANO GALLETTA
02/02/2008 Il farmaco abortivo è usato in tutto il mondo e consente di evitare
la via chirurgica 02/02/2008.
Padre
Maciel, il potere della Legione di Cristo
( da "Manifesto,
Il" del 02-02-2008)
Abstract: 500 seminaristi e
65mila membri laici. La sua missione? Niente meno che evangelizzare l'intero
orbe terracqueo, conquistando le future classi dirigenti e i decision makers all'ideale
dell'ultima - e definitiva - crociata cattolica. Lasciate che i pargoli vengano
a me Originario dello stato messicano di Michoacán,
l'87enne Marcial Maciel Degollado,
La
legione dei Vip ( da "Manifesto, Il"
del 02-02-2008)
Abstract: il braccio laico
dei Legionari, ma la sua simpatia verso la congregazione di Marcial
Maciel è di dominio pubblico. Come quella di Angel Acebes, ex ministro dell'interno, di José Maria Michavila, titolare alla giustizia (e come tale
responsabile dei rapporti con la Chiesa cattolica) e di Francisco Camps, presidente popolare della regione di Valencia.
Santa
sede dibattito nel dicastero che fu di ratzinger
( da "Riformista,
Il" del 02-02-2008)
Abstract: associazione laica di cultura biblica, e che s'intitola:
"Alle origini di una separazione: ebrei e cristiani tra il I e il II
secolo". Un seminario che parte dalla domanda di sempre, quella
esposta novant'anni fa da Joseph Klausner, il
pioniere degli studi ebraici su Gesù: "Come avvenne che Gesù vivesse
totalmente all'interno del giudaismo e tuttavia fu all'
Periscopio
in merito alle affermazioni di ravasi negli ultimi
giorni ( da "Riformista, Il"
del 02-02-2008)
Abstract: reticenze tutti i
modi di pensare e i comportamenti che umiliano nei fatti la laicità invocata a
parole. A questa -interessata? - timidezza culturale e civile non vorremmo
rassegnarci. Tanto più quando la laicità e la cultura del dialogo che essa
ispira sono svilite da un'istituzione come la Chiesa cattolica. Il cui peso
nella storia del nostro Paese non ha bisogno di essere ricordato.
( da "EUROPA.it" del 02-02-2008)
Decalogo anti-Zap dei vescovi:
"Non votate il Psoe"
L'affondo non è diretto. Ma è evidente il destinatario: José Luis Zapatero. I
vescovi spagnoli entrano a gamba tesa nella campagna elettorale e a poco più di
un mese dal voto di marzo, quando i cittadini verranno chiamati alle urne per
rinnovare il parlamento, pubblicano una nota che rassomiglia a un decalogo
contro le politiche dispiegate nel corso dell'ultima legislatura dal governo
socialista. Le scelte di Zapatero, una a una, vengono stroncate duramente.
Dalla legge sui matrimoni gay all'approccio laico sui temi
etici ? eutanasia e aborto ? esibito dal Psoe, al divorzio: la nota diffusa ieri dalla conferenza
episcopale spagnola è un condensato di stoccate, durissime. Il lessico
episcopale non lascia d'altronde spazio a dubbi. Nel documento si parla di
"leggi gravemente ingiuste" e si afferma che "non tutti i
programmi sono ugualmente compatibili con la fede cristiana ". I
prelati attaccano anche le leggi sulla riforma dell'ordinamento scolastico
licenziate da Zapatero, argomentando che l'insegnamento dell'educazione civica,
fortemente voluto dall'esecutivo socialista "danneggia il diritto dei
padri ? e della scuola che con loro collabora ? a crescere i figli secondo le
proprie convinzioni religiose e morali". Non è finita: la conferenza
episcopale sottolinea inoltre come "diventa sempre più difficile ? si
legge nella nota ? inserire lo studio libero della religione cattolica nei curricula degli studenti della scuola pubblica". Il
decalogo va oltre i temi che stanno storicamente a cuore alla chiesa. Nel
mirino dei vescovi finiscono anche il dialogo intessuto dal governo con l'Eta, il gruppo separatista basco. I vescovi, riprendendo
una precedente lettera pastorale approvata nel novembre del 2006, si rivolgono
"ai cattolici e ai cittadini che vogliano agire
responsabilmente" invitandoli a sostenere quei partiti che non riconoscono
"esplicitamente o implicitamente un'organizzazione
terrorista come interlocutore politico".
( da "EUROPA.it" del 02-02-2008)
CATTO Laicità, un gioco faticoso ANGELO BERTANI La
Costituzione italiana, che tuttora rappresenta il principale fondamento
dell'unità nazionale e della collaborazione di tutte le varie componenti
culturali e sociali per il bene comune del nostro paese, nacque proprio dal
dialogo e dalla collaborazione tra cattolici e laici
(di tradizione liberale ed anche marxista). Lo ricorda il gesuita Giovanni Sale
(Jesus, gennaio 2008; anche Civiltà cattolica n. 3782)) sottolineando il coraggio di De Gasperi e soprattutto di
Dossetti, Moro, La Pira e Lazzati. E spiega: "La
convergenza tra le posizioni del gruppo dossettiano e
una parte della sinistra storica si fondava non semplicemente (come ritengono
molti) sullo scambio politico, ma sul comune cammino ? etico e culturale
insieme ? portato avanti fino a quel momento dai maggiori partiti popolari del
paese per consolidare la democrazia ". La recente riedizione anastatica
integrale di Cronache sociali 1947- 1951, curata dall'Istituto per le scienze
religiose di Bologna, offre l'occasione di ricordare e approfondire quella
grande vicenda. Oggi è facile riconoscere ai cattolici
democratici e progressisti di allora questo coraggio e questo merito. Per
alcuni di loro adesso è in corso addirittura il processo di beatificazione
(com'è accaduto per Rosmini). Ma non si può
dimenticare che a quel tempo larga parte del mondo cattolico e dell'episcopato
non li apprezzava affatto. La Pira, prima di essere il "sindaco santo
" era considerato un "comunistello di
sagrestia". De Gasperi pagò cara la sua autonomia quando non obbedì al
papa e non volle far fronte comune con monarchici e missini. Moro dovette
superare i "punti fermi" e la mezza scomunica dell'allora presidente
dei vescovi italiani per poter realizzare il centrosinistra. Spesso ? e forse
anche in questi giorni ? i laici cattolici impegnati
in politica se sono onesti e lungimiranti hanno non solo la difficoltà di
competere e collaborare con le altre forze, ma anche incomprensioni e vincoli
nella comunità ecclesiale, non sempre limpida e lungimirante quanto
converrebbe. La questione di fondo è quella della laicità, cioè dell'attitudine
a "prendere sul serio" le realtà temporali, rispettandone
l'autonomia, la serietà, la nobiltà, il rischio. Lo dice
anche Massimo Gramellini ("Eminence
e no", La Stampa, 29 gennaio) a proposito del dialogo Ferrara-Ruini su La 7: "Gli ultimi
laici sono i pochi che si arrabbiano ancora.
Perché la laicità non è un'ideologia ma un atteggiamento? laicità
è un gioco adulto che in Italia non si è giocato mai, se non con Cavour e poi
con De Gasperi, cattolico ma laicissimo". D'accordo. Ma noi aggiungeremmo,
fra gli altri, anche Moro e Prodi.
( da "Secolo XIX, Il" del
02-02-2008)
Il ginecologo Viale: via libera il 19 febbraio. Ma si
prevedono polemiche "IL 19 FEBBRAIO anche per l'Italia dovrebbe arrivare
il via libera all'utilizzo ospedaliero della Ru486, la pillola abortiva".
A dare la notizia, in questo colloquio con Il Secolo XIX è Silvio Viale, il
ginecologo radicale che all'ospedale Sant'Anna di Torino ha avuto la
responsabilità della sperimentazione sull'utilizzo della pillola per abortire
in ospedale (la Ru486, a base di Mifepristone, viene
impiegata per l'aborto chimico nei primi due mesi di gravidanza);
sperimentazione autorizzata dalla Regione Piemonte nell'estate del 2004 e poi
sospesa a seguito di un'ordinanza dell'allora ministro della Salute Francesco Storace.
"Ormai - spiega Viale al nostro giornale - siamo in fase di conclusione,
la richiesta per il via libera all'utilizzo in Italia della pillola abortiva
Ru486 è stato depositato dalla casa farmaceutica
francese che la produce, la Exelgyn,
il 6 novembre
( da "Repubblica, La" del
02-02-2008)
Napolitano: "Paese agitato e confuso"
"Valori alti per chi vuol dedicarsi al bene comune". 20 minuti a
colloquio con Bertone MARCO POLITI ROMA - Doppia
benedizione, papale e repubblicana, per i quarant'anni della Comunità di
Sant'Egidio. "Siete un'oasi nell'Italia agitata e confusa", esclama
il presidente Napolitano, intervenendo al ricevimento nel palazzo del Laterano.
"Sant'Egidio ha ascoltato e fatto suo il dramma delle tante lacerazioni e
si è impegnata per favorire l'unità e la pace", afferma simmetricamente il
Segretario di Stato vaticano, cardinale Bertone,
celebrando messa nella cattedrale. Andrea Riccardi,
il fondatore, porta il suo impegno di credente nel vivo della fibrillazione
attuale. In Italia, sostiene, c'è necessità di "superare i vantaggi di
parte" e di lavorare uniti per la ripresa. E vanno
superate le "divisioni inutili tra laici e cattolici".
Temi che fanno da filo conduttore nel faccia a faccia
di venticinque minuti, che Napolitano e Bertone hanno
avuto in una saletta del palazzo. Il Vaticano è preoccupato dello
"sfilacciamento" del Paese, il presidente rifiuta divisioni tra
guelfi e ghibellini. E' un momento di grande festa per la comunità, nata
nel '68 da un gruppo di studenti riunitisi intorno ad Andrea Riccardi. "Animati da passione cristiana e da grande
intelligenza delle cose", li definisce il capo dello Stato. Primo atto
dell'anniversario è la celebrazione solenne nella cattedrale di San Giovanni in
Laterano. Nella madre di tutte le chiese il cardinale Bertone
porta sorridendo il verbo di Woody Allen. "Dio è morto, Marx è morto e anch'io non mi sento molto bene", esordisce
con l'omelia. La platea di eccellenze è presa alla sprovvista dalla verve
salesiana del porporato. C'è in prima fila Prodi e la moglie Flavia, Veltroni
accanto a Gianni Letta, c'è l'ex presidente Ciampi e il vicepremier Rutelli con
Fassino, Fioroni, Buttiglione. E una folta schiera di cardinali. L'esordio con
Woody Allen serve a Bertone per accennare all'epoca
contemporanea "apparentemente isnsoddisfatta e
sempre meno fiduciosa del futuro". Ma il cardinale non vuole spaventare -
"guardate l'omelia", dirà poi ai giornalisti che gli chiedono della
crisi italiana - bensì indicare "in questo periodo turbolento" quanto
di costruttivo si può fare partendo dalla fede cristiana. Lungo è l'elogio
dell'impegno sociale e di preghiera della comunità di Sant'Egidio, ripetuti i
richiami all' "incoraggiamento" e alle
benedizioni, che papa Ratzinger vuole siano trasmessi agli aderenti e ai
sostenitori per le tante iniziative del movimento: dalla moratoria della pena
di morte alla lotta all'Aids, ai convegni sul dialogo interreligioso. Messaggi
giungono anche dal presidente della Camera Bertinotti e dal patriarca Alessio
II. Terminata la messa, la sacrestia della cattedrale ospita l'ultimo vertice
del governo morente con il "primo ministro" del Vaticano. Prodi e
Rutelli si incontrano con il cardinale Bertone. Poi
il porporato si ritira in una saletta con Napolitano. Infine il presidente
rimane a conversare per un po' con monsignor Paglia, guida spirituale della
comunità. Al ricevimento la parola finale spetta proprio al capo
dello Stato: "Siete energie su cui si può contare per nutrire maggiore
speranza e fiducia nell'avvenire. Siete anche una
preziosa risorsa per la diplomazia italiana". "Ora basta -
conclude scherzando - altrimenti al ministero degli Esteri mi chiamano e dicono
che ho esagerato".
( da "Secolo XIX, Il" del
02-02-2008)
LUISELLA BATTAGLIA L'annuncio del "via libera"
all'utilizzo ospedaliero della RU486 - la pillola impiegata per l'aborto
chimico nei primi due mesi di gravidanza - provocherà, è facile prevederlo,
aspre polemiche specialmente da parte di coloro che sono contrari all'aborto
per ragioni di principio. Una posizione certo rispettabile e da molti condivisa
ma che non dovrebbe, a mio avviso, influire in alcun modo sulle decisioni di
tipo tecnico relative a tale problema. Vediamo di
riportare la questione ai suoi termini reali. Innanzitutto, autorizzare o meno la pillola non significa pronunciarsi sulla liceità
etica dell'aborto ma semplicemente decidere su una modalità? farmacologica
anziché chirurgica - concernente la sua attuazione, così come previsto dalla
legge 194. Sappiamo che l'aborto è un peccato gravissimo per la Chiesa e che il
Vaticano ha definito la pillola RU486 "un atto contro la vita" ma,
occorre ribadirlo, l'aborto non è un "reato" per lo Stato italiano.
Se e finché esiste una legge che prevede la possibilità di abortire entro certi
limiti e a determinate condizioni, perché, ci si dovrebbe chiedere, obbligare
una donna a usare la sola via chirurgica, indubbiamente più rischiosa e
traumatica? Forte è il sospetto che si tratti di un atteggiamento punitivo che
potrebbe condensarsi nella condanna: "Abortirai con dolore!". In
realtà, l'interruzione della gravidanza è un dramma e un lutto , e per chi lo avverte come tale, la pillola non può certo
considerarsi un rimedio indolore, uno strumento di banalizzazione del problema
angoscioso che si trova ad affrontare. Se, da un lato, è comprensibile il
timore che l'aborto per via farmaceutica diventi un mezzo di contraccezione più
facile ed efficace, dall'altro non sembra corretto, da parte dell'ortodossia
cattolica, oltreché del rumoroso corteggio di atei devoti, prendere a pretesto
la questione della pillola e le condizioni della sua sperimentazione per
rimettere in discussione la legge 194. Sarebbe grave e irresponsabile che la
pillola diventasse oggetto di uno scontro ideologico, come ai tempi del
referendum, in cui ci si doveva schierare pro o contro la legge sull'aborto.
Ancora una volta, le eventuali ricadute negative, sul piano sociale, di un
ritrovato scientifico non possono annullare i diritti di cittadinanza, rendendo
illecito un mezzo idoneo al raggiungimento di un fine giuridicamente lecito. La
somministrazione della pillola RU486 costituisce una tecnica alternativa
all'intervento chirurgico: perché, dunque, demonizzarla e parlare, com'è stato fatto, di "crudele e ipocrita cultura di
morte"? Poiché la legge, approvata da una larghissima maggioranza degli
italiani, non specifica quali metodi usare, ogni procedura, se validata e
sottoposta ai previsti controlli - com'è appunto il caso della RU486, farmaco
già utilizzato in Europa e compreso nell'elenco dei medicinali essenziali
dell'Organizzazione Mondiale della Sanità? dovrebbe
venire ammessa, soprattutto se più sicura per la salute psico-fisica della
donna. Non si vedono, in effetti, plausibili motivi per escludere una tecnica
largamente usata nel mondo. Sarebbe sufficiente appellarsi al diritto alla
salute, dichiarato fondamentale dall'articolo 32 della Costituzione italiana.
Oggi, possiamo aggiungere, la tutela della persona riguarda la sua
"integrità fisica e psichica", come afferma esplicitamente l'articolo
3 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea. Un'indicazione,
questa, che rinvia alla definizione di salute proposta dall'Organizzazione
Mondiale della Sanità, e ormai universalmente accettata, come pieno
"benessere fisico, psichico e sociale". Garantire uno spazio pubblico
per questo dibattito dovrebbe essere tra i compiti alti di una politica capace
di accostarsi alla vita delle persone con la discrezione e il rispetto che essa
merita. Un compito cruciale in un Paese, come il nostro, in cui è sempre più
inascoltato il richiamo alla sobrietà e il confronto civile delle opinioni
appare sopraffatto dal tumulto chiassoso dei banditori di improprie
"moratorie". Che dire, infine, delle parole del cardinale Ruini,
della sua visione della RU486 come "un ulteriore passo in avanti nel
percorso che tende a non far percepire la natura reale dell'aborto che è e
rimane soppressione di una vita umana innocente?". Chi si occupa di
bioetica sa bene che la questione tecnica riguardante il "come"
abortire non può in alcun modo assorbire in sé quella etica riguardante la
scelta tragica "se" abortire o meno. In
altri termini, non è tanto importante per la coscienza morale decidere le
modalità? farmaceutiche o chirurgiche - di un certo
atto quanto affrontare la domanda ineludibile del "perché" compiere o
no quell'atto. La liceità etica, lo si è ripetuto molte volte, non può essere
confusa con la mera possibilità tecnica. Per questo
ciascuno dovrebbe "laicamente" rivendicare la libertà, e quindi la
responsabilità, delle sue scelte, le cui ragioni profonde risalgono al senso
stesso che intende dare alla propria vita. 02/02/2008 GIULIANO GALLETTA
02/02/2008 Il farmaco abortivo è usato in tutto il mondo e consente di evitare
la via chirurgica 02/02/2008.
( da "Manifesto, Il" del
02-02-2008)
Sì è spento a 87 anni in un ospedale di Houston padre Marcial Maciel Degollado, il fondatore dei Legionari di Cristo, un piccolo
impero del cattolicesimo oltranzista sparso in 20 paesi. Accusato di pedofilia
dalle sue vittime diventate adulte, era stato sospeso. Silenzio in Vaticano Gianni Proiettis Città del Messico Il sacerdote messicano Marcial Maciel, fondatore
dell'ordine dei Legionari di Cristo, è morto mercoledì 30 gennaio a Houston,
Texas, all'età di 87 anni. L'ultima volta che l'alto prelato aveva fatto
notizia era stato nel maggio 2006 per la sospensione a
divinis impostagli da papa Ratzinger. Si chiudeva così un processo cominciato
nel 1956 e durato mezzo secolo, in cui il religioso era accusato di aver
commesso abusi sessuali su bambini e adolescenti affidati alla sua tutela in un
arco di più di trent'anni. Il provvedimento papale, che raccomandava a padre Maciel il ritiro in preghiera, fu commentato all'epoca sia
perché costituiva un segnale delle future politiche revisioniste di Benedetto
XVI sia per il merito della questione - la pratica della pederastia nel clero -
che sarebbe diventata di sempre più bruciante attualità nella Chiesa cattolica.
La popolarità di Marcial Maciel
Degollado negli ambienti dell'estrema destra
cattolica, al potere attualmente in Messico, è tale che l'informazione
filogovernativa messicana - cioè la quasi totalità - nasconde pudicamente in
questi giorni la storia della pederastia e della sanzione pontificia e si
profonde in fioriti necrologi. Ma la personalità di padre Maciel,
un prelato di primo piano fin dai tempi di Pio XII, e il peso economico e
politico dei Legionari di Cristo, la congregazione da lui fondata nel 1941,
richiamano l'attenzione. I Legionari di Cristo sono presenti in una ventina di
paesi - fra cui Italia, Messico, Cile, Brasile, Argentina, Usa, Canada,
Svizzera, Irlanda, Austria, Colombia, Spagna e Venezuela -, possiedono 615
centri educativi, di cui una dozzina sono università private, hanno fondato e
controllano vari movimenti laici - il più antico e famoso è il Regnum Christi - e gestiscono
un'agenzia di stampa, la Zenit, che diffonde in sei
lingue la voce del Vaticano nel mondo. Vero e proprio impero transnazionale,
che in Messico si è guadagnato il nomignolo di Millonarios
de Cristo, la congregazione vanta circa 600 sacerdoti, 2.500
seminaristi e 65mila membri laici. La sua missione? Niente meno che
evangelizzare l'intero orbe terracqueo, conquistando le future classi dirigenti
e i decision makers
all'ideale dell'ultima - e definitiva - crociata cattolica. Lasciate che i
pargoli vengano a me Originario dello stato messicano di
Michoacán, l'87enne Marcial
Maciel Degollado,
che i suoi seguaci chiamavano affettuosamente Mon
Père, sembrava uscito da una novella noire.
Pederasta, morfinomane e affarista di successo, riuscì ad affascinare due papi
epocali come Pacelli e Wojtyla, che gli garantirono protezione illimitata. E
dire che i suoi inizi furono tutt'altro che promettenti. Espulso in gioventù da
ben due seminari - per ragioni mai rese pubbliche - Marcial
Maciel, che vantava vari vescovi in famiglia, divenne
sacerdote a 24 anni, nel 1944. Ma, straordinariamente, tre anni prima, nel
1941, era già riuscito a fondare un ordine religioso: i Legionari di Cristo,
appunto, che da allora non smetteranno di crescere ed espandersi. Oggi sono 700
sacerdoti e 2.500 seminaristi presenti in quattro continenti, come ricorda con
certo orgoglio il loro sito, www.legionariesofchrist.org. Malgrado
i vizietti privati, ampiamente documentati in decine di denunce, il prelato
messicano riscuoteva consensi e simpatie grazie a un programma di abbagliante
semplicità: estendere il Regno - con la maiuscola - di Cristo. Un messaggio
destinato a entusiasmare anche i difensori laici dell'Occidente - sempre con la
maiuscola - cristiano. In effetti, nel 1946, padre Maciel
approda in Spagna per invito di importanti sostenitori, come l'industriale Iñigo de Oriol e Alberto Martín Artajo, ministro degli
esteri di Franco. Pur mettendo radici fra gli ultras cattolici
"che contano", i piani espansionisti di padre Maciel
conoscono un battuta d'arresto nel 1956, quando le
prime denunce sulle sue pratiche sessuali e sulla sua assuefazione alla morfina
arrivano in Vaticano e gli provocano una prima sospensione a divinis. Un
provvedimento che durerà solo un paio d'anni, perché Maciel
ha altissimi protettori, come il cardinale Angelo Sodano, segretario di stato della Santa Sede. Per discolparsi del consumo di Dolantin - la morfina in fiale, che portava sempre con sé
in un'elegante 24 ore di coccodrillo - padre Maciel esibiva un certificato medico, senza data, firmato
dal dottor Galeazzi Lisi, l'archiatra di papa Pacelli. Quanto alla sua passione
omosessuale per i giovani seminaristi, da cui amava farsi masturbare, si
giustificava con loro dicendo che gli serviva per "alleviare i suoi
intensi dolori" e che quelle pratiche gli erano state autorizzate, secondo
lui, dallo stesso Pio XII. Poi, comunque, assolveva le sue vittime in
confessione, raccomandando il silenzio. Ripresosi da quello e da altri scandali
minori, subito messi a tacere - come quando fu arrestato
in Spagna mentre acquistava varie dosi di morfina - Marcial
Maciel tornò saldamente in sella alla testa dei
Legionari e continuò la sua opera di conquista delle anime di potenti e
milionari. Educazione paramilitare, obbedienza cieca, obbligo di segretezza e
"discrezione", uniti al culto della
personalità del fondatore, sono sempre stati i valori centrali dell'ordine.
Oltre a una visione teocratica della società, da imporre, se necessario, con la
forza e, manco a dirlo, a un anticomunismo feroce. Chi crede che gli
integralisti aggressivi si annidano solo in campo
musulmano dovrebbe documentarsi un tantino sui Legionari di Cristo, che stavano
spingendo ultimamente per santificare in futuro il loro fondatore, sull'esempio
di José Maria Escrivá de Balaguer,
fondatore dell'Opus Dei. Il diavolo fa le pentole... Nel novembre 1997, però,
la lapide che copre i peccati di padre Maciel viene
nuovamente sollevata: otto ex-legionari, che hanno subìto le pratiche del religioso
nella loro adolescenza, di fronte ai continui insabbiamenti, lo denunciano
direttamente al papa Giovanni Paolo II. Non si tratta di pesi leggeri: sono
tutti avvocati, dottori, ingegneri di solida fama e ottima reputazione. Uno di
loro, Juan Manuel Fernández Amenabar, che era stato rettore dell'università Anáhuac,
fondata in Messico da Maciel, fece addirittura la sua
denuncia sul letto di morte, nel febbraio 1995, supplicando che venisse resa
pubblica Uno dei denuncianti, il dottor José Barba Martín,
cattedratico del prestigioso Instituto Tecnológico Autónomo de México, dichiarò: "Nel rivelare tutto questo, assolvo a un'obbligazione di coscienza, perché voglio far
parte di una Chiesa coerente". Sembrava che questa volta la Santa Sede, di
fronte a testimonianze così numerose e coincidenti, non potesse più adottare la
politica dello struzzo. Eppure il cardinale Ratzinger, allora
responsabile della Congregazione per la Dottrina della Fede, fece dormire la
pratica per anni e, nel 1999, confidò al vescovo messicano Carlos Talavera, che insisteva per arrivare a un processo:
"Mi spiace molto, monsignore; il caso di padre Maciel
non si può aprire, perché è una persona molto amata dal Santo Padre (Giovanni
Paolo II) e ha fatto molto bene alla Chiesa. Non è
prudente, mi dispiace". Dovettero passare altri sette anni perché
lo stesso Ratzinger, diventato papa Benedetto XVI, si risolvesse a prendere una
decisione, giudicata da molti vaga e insufficiente, in cui si dedicava perfino
un elogio all'opera dei Legionari. In particolare, i denuncianti del
potentissimo padre Maciel, che era protetto anche dal
cardinale primate del Messico, Norberto Rivera, e dall'ex-nunzio apostolico
Girolamo Prigione, nell'apprendere che il processo veniva definitivamente
insabbiato nel 2006, si dichiararono "scandalizzati dall'evidente
patteggiamento fra il Vaticano e un criminale". In quell'occasione
annunciarono che avrebbero portato il caso di fronte a qualche organismo
internazionale di diritti umani. In dichiarazioni al quotidiano messicano La Jornada, le antiche vittime di Marcial
Maciel hanno messo in contrasto la grande clemenza
verso il fondatore dei Legionari con la severa condanna che ha colpito nel 2005
il sacerdote italiano Gino Burresi, fondatore dei
Servi del Cuore Immacolato di Maria, un pedofilo con tanto di stimmate. A padre
Maciel, invece, venne risparmiato il processo
"in considerazione della sua età e del suo stato
di salute", invitandolo a dedicarsi a "una vita riservata di orazione
e penitenza, rinunciando a qualsiasi ministero pubblico". Non una parola
per le vittime degli abusi, come se non esistessero. E i traumi esistenziali
provocati da quelle violenze infantili? E il valore civile di quelle denunce,
ribadite per anni nella speranza di impedire nuovi abusi? Seccature che è
meglio ignorare, per il Vaticano. L'importante è rimanere in buona con i
Legionari di Cristo, gente seria che fa un ottimo lavoro. Dal 2005, comunque,
la congregazione era diretta dal 50enne sacerdote Alvaro Corcuera.
( da "Manifesto, Il" del
02-02-2008)
Dalle ex first ladies Aznar e
Fox ai magnati della birra Non siamo ancora ai livelli dell'Opus Dei - con cui
mantiene un teso braccio di ferro per il potere (terreno) - ma tra ministri,
spose di Presidenti, magnati e giornalisti la lista dei simpatizzanti dei
Legionari di Cristo è piena zeppa di gente che conta in America Latina ed in
Spagna. Ana Botella, moglie
di Aznar e assessore comunale a Madrid per il Pp, ha
negato anche dalle pagine di Vogue la sua appartenenza a Regnum
Christi, il braccio laico dei Legionari,
ma la sua simpatia verso la congregazione di Marcial Maciel è di dominio pubblico. Come quella di Angel Acebes, ex ministro dell'interno, di José Maria Michavila, titolare alla giustizia (e come tale
responsabile dei rapporti con la Chiesa cattolica) e di Francisco Camps, presidente popolare della regione di Valencia.
Anche la moglie dell'ex Presidente messicano Vicente
Fox, Marta Sahagun, ha un debole per i Legionari, al
pari di Carlos Slim Helù,
l'uomo più ricco del pianeta (Bill Gates permettendo), e di Viviana Corcuera, del gruppo mediatico Televisa.
In Colombia i Legionari contano con Julio Mario Santo Domingo, magnate della
birra ed in Colombia su quello della comunicazione Gustavo Cisneros,
acerrimo nemico di Chavez.
( da "Riformista, Il" del
02-02-2008)
Santa sede dibattito nel dicastero che fu di ratzinger Il mistero di Israele resiste ancora in Vaticano
La presenza del cardinale Schönborn e di Garrigues Il motivo della presenza in questi giorni a Roma
del cardinale Christoph Schönborn,
arcivescovo di Vienna, non risiede esclusivamente nella necessità (manifestata
l'altro ieri) di presentare nella sala stampa della Santa Sede il primo
congresso mondiale della Misericordia che si svolgerà dal 2 al 6 aprile in
Vaticano, a tre anni esatti dalla morte di Giovanni Paolo II avvenuta - appunto
- alla vigilia della Festa della Divina Misericordia: "Penso - ha detto
due giorni fa il cardinale austriaco - che quello della misericordia sia oggi
un kairos", ovvero "un momento giusto, per
evangelizzazione e missione". Come accade di routine una volta ogni due
anni (ma, a seconda delle esigenze, anche più spesso) Schönborn
è arrivato da Roma a Vienna anche per partecipare alla sessione plenaria della
congregazione per la dottrina della fede. Si tratta, in sostanza, di un
appuntamento cui sono invitati i dipendenti del "ministero" della
Santa Sede che si occupa di promuovere e di tutelare la dottrina della fede e i
costumi in tutto l'orbe cattolico, i 23 suoi membri tra cardinali, arcivescovi
e vescovi provenienti da 14 diverse nazioni e un'équipe di esperti nelle varie
discipline ecclesiastiche provenienti da tutto il mondo. Sul tavolo della
plenaria andata in scena questa settimana c'erano vari argomenti. Li ha
sintetizzati Benedetto XVI l'altro ieri mattina: chiarezza nel dialogo
ecumenico e in quello con le culture e religioni, rilancio dell'azione
missionaria ed evangelizzatrice, difesa della dignità dell'uomo di fronte ai
problemi posti dal progresso delle scienze biomediche.
E per quanto riguarda il rapporto tra cristianesimo e altre religioni - il Papa
non ha fatto accenno alla cosa - è toccato al teologo domenicano francese Jean-Miguel Garrigues esporre una
relazione su un aspetto del tema tanto affascinate quanto difficile: la
riflessione paolina, espletata nella Lettera ai Romani, sul mistero del popolo
ebraico e sulla sua non accoglienza del messaggio del Vangelo. È, infatti,
all'interno della Lettera ai Romani che Paolo insiste sull'idea che la salvezza
(la giustizia, nel linguaggio paolino) non possa venire dalla legge mosaica, ma
solo dalla fede in Cristo. Sta qui, per Paolo, la radice dell'indurimento di
Israele. Eppure Dio continua ad avere un progetto di salvezza su Israele. Lo
dice bene l'apostolo in Romani 11, 1-10 laddove spiega come Dio non abbia
affatto rifiutato il suo popolo, e, in ogni caso, non lo abbia rifiutato per
sempre. E, ancora, lo dice bene Paolo laddove svolge il paragone dell'olivo
buono e dell'olivastro per simboleggiare i "buoni" e i
"cattivi", paragone che evidenzia la vittoria della misericordia di
Dio e insieme il suo progetto positivo anche nei confronti dell'Israele
incredulo: "Allora tutto Israele sarà salvato", recita Romani 11,26.
Il significato del popolo ebraico all'interno del disegno salvifico portato da
Cristo resta comunque un argomento difficile e sul quale nei secoli illustri teologi
ed esperti non hanno mancato di dire la loro. Ma, forse, la più completa
sintesi l'hanno data, nella pratica, le esistenze di quegli ebrei convertiti al
cristianesimo che mai hanno rinnegato l'alleanza, il patto, che Dio, secondo la
Sacra Scrittura, ha sancito con il popolo eletto. Tra questi, senz'altro,
spicca la figura del cardinale Jean-Marie Lustiger. Fu lui, nel libro La promesse (Parole et Silence, 2002), a offrire una
delle riflessioni più complete sui rapporti tra cristianesimo e giudaismo. Lui
che, convertito dall'ebraismo all'età di 14 anni, poi prete cattolico, è dovuto
passare attraverso la terribile esperienza della morte della madre in quel di
Auschwitz. Per Lustiger le promesse del Signore fatte
nell'elezione santa del popolo ebraico sono irrevocabili, nonostante le umane
infedeltà e cadute compiute nel corso della storia. E la loro irrevocabilità
giustificherebbe in qualche modo anche la nascita dello Stato d'Israele: la
costituzione dello Stato d'Israele, scrisse Lustiger,
è "legittima e necessaria". Proprio da ieri, sul
tema, in concomitanza con la plenaria della congregazione per la dottrina della
fede, è stato indetto a Ostuni anche un seminario
promosso da Biblia, un'associazione
laica di cultura biblica, e che s'intitola: "Alle origini di una
separazione: ebrei e cristiani tra il I e il II secolo". Un seminario che parte dalla domanda di sempre, quella esposta
novant'anni fa da Joseph Klausner, il pioniere degli
studi ebraici su Gesù: "Come avvenne che Gesù vivesse totalmente
all'interno del giudaismo e tuttavia fu all'origine di un movimento che
si separò dal giudaismo?". Forse, anche il silenzio in merito da parte di
Benedetto XVI nel discorso di due giorni fa ai partecipanti alla plenaria della
dottrina della fede, sta a significare come una riposta completa sia lontana
dall'essere stata trovata. Insomma, per tutti vale ancora quanto espletato dal
Concilio vaticano II nella dichiarazione del 28 ottobre 1965 circa le relazioni
della Chiesa con le religioni non cristiane: la Nostra aetate
. 02/02/2008.
( da "Riformista, Il" del
02-02-2008)
Periscopio in merito alle affermazioni di ravasi negli ultimi giorni Se per la chiesa il pluralismo è
uno sterile rigetto della fede Tutti lodano la laicità ma poi ne hanno una
visione monolitica e di comodo. Le gerarchie ecclesiastiche non cercano un vero
dialogo e sono reticenti verso la modernità. Gli atei devoti difendono
l'operosità poco critica dei neo-integralisti cattolici
Alla laicità arride ormai uno strano destino. Tutti la lodano. E riconoscono
che la sua carenza compromette non solo il normale confronto etico-politico, ma anche il pluralismo tutelato dalla
Costituzione. Eppure ben pochi si mostrano disposti a criticare sempre e senza reticenze tutti i modi di pensare e i comportamenti che umiliano
nei fatti la laicità invocata a parole. A questa -interessata? - timidezza
culturale e civile non vorremmo rassegnarci. Tanto più quando la laicità e la
cultura del dialogo che essa ispira sono svilite da un'istituzione come la
Chiesa cattolica. Il cui peso nella storia del nostro Paese non ha bisogno di
essere ricordato. Ma tornata negli ultimi tempi a rivendicare un ruolo
pubblico - e valori non negoziabili - su cui è interesse di tutti dire parole
chiare. E mosse come sempre da quello spirito di confronto alto e costruttivo
cui opportunamente ha invitato anche monsignor Ravasi
nella bella intervista concessa a questo giornale (31-1). Lo snodo ineludibile
è dunque il seguente: la gerarchia cattolica è oggi impegnata veramente a
praticare, per usare le toccanti parole di Ravasi,
quel "dialogo profondo" e quel "vero incontro tra persone
diverse" da cui ogni laico autentico si sente sempre arricchito? Per
carità: nessuna pretesa di suggerire ai pastori come vada testimoniata la fede
e costruito il regno di Dio da parte di chi crede nella Sua promessa. Ma l'interrogativo
rimane. E obbliga a rispondere che, tanto più in Italia, la condotta pubblica
della gerarchia va in direzione esattamente inversa. Si muove insomma secondo
questo schema, ribadito praticamente in ogni circostanza dai suoi massimi
rappresentanti: noi siamo depositari di verità e valori universali, chi non ci
segue ha rinunciato a cercare la prima ed è accecato da un relativismo
nichilista e antiumano quanto ai secondi. Se possibile, a livello più
immediatamente etico-politico e di pressing parlamentare,
lo schema diventa persino più convinto e aggressivo. La Chiesa viene presentata
come titolare e garante della vera dignità dell'uomo, gli altri protagonisti
della sfera pubblica, dai parlamentari che discutono dei Dico e del testamento
biologico alle coppie di fatto, costituiscono addirittura una minaccia non solo
per la stessa idea di umanità, ma persino per la pace nel mondo. Almeno
oggettivamente. Tutti sappiamo che nel passato più recente le prese di posizione ufficiali e i comportamenti della gerarchia si
sono ispirati ad un simile schema. L'unico -si badi-
che può far ritenere non negoziabili i propri valori. E inevitabile l'appello
rivolto da papa Ratzinger alla cultura moderna "preoccupata della sua
laicità": se proprio non si "riesce a trovare la via
dell'accettazione di Dio", bisogna vivere e indirizzare la propria vita veluti si Deus daretur, come se
Dio ci fosse. Al punto che ostinarsi a non voler seguire questo consiglio,
vorrebbe dire semplicemente dar prova di scarsa sollecitudine per "un
umanesimo autentico" (Ruini). Personalmente non ho nulla contro gli atei
devoti che evidentemente sentono arricchita la propria umanità e rettitudine da
una simile integrazione della loro incredulità con valori, precetti e divieti
suggeriti dalla gerarchia. Ma di nuovo: un simile ruolo pubblico della
gerarchia è veramente prova di esercizio critico della ragione e di sana e
dialogica laicità? In coscienza e sperando di non essere subito tacciato di
laicismo anticlericale o scientista, a me sembra una conferma della pochezza
culturale di una strategia neointegralista. Indubbiamente coerente con lo
schema appena richiamato. Ma incapace di un vero dialogo con le ragioni e i
valori etico-politici di cui sa essere portatrice la
coscienza moderna che al mondo e all'uomo ha imparato a guardare al di fuori di
ogni sovrumana verità di fede. Una strategia destinata perciò non a favorire,
bensì soltanto a ostacolare quel confronto-scontro che non si riduce mai a
"sterile rigetto" evocato anche da Ravasi.
E di cui si nutrono il pluralismo e i diritti civili
riconosciuti e tutelati dalle nostre società liberali. Con i quali non a
caso la gerarchia entra sempre più spesso in rotta di collisione. Le
convinzioni e le domande dei laici non sono mai polemiche, ma sempre e solo
costruttive e segno di apertura a una ricerca comune. Tuttavia, della laicità e
del dialogo cui essa educa sono nemici non solo gli
schematismi ideologici, i fanatismi religiosi e l'integralismo cattolico. Ma
anche la reticenza che, quando non è strumentale, porta comunque alla penosa
sterilità del dialogo tra sordi. Provare a scongiurare almeno quest'ultima
beffa, gioverebbe a tutti. Ai vari cantieri politici attualmente aperti. Ai
cittadini di ogni orientamento ma interessati ad un clima culturale e a
un'attività legislativa che non mortifichi le convinzioni e i diritti di
nessuno. E forse anche a ricordare ai cattolici e agli
atei devoti il valore di una testimonianza di fede effettivamente adulta e
laica. Per il resto, seppure col garbo che non diventa mai scontro
intollerante, proprio la reticenza è solo inutile esercizio di un parlare che
non riesce ad ascoltarsi. Un aborto della laicità, cui non vogliamo
rassegnarci. E ancor meno contribuire. 02/02/2008.