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DOSSIER “LAICI & CHIERICI”

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ARCHIVIO GENERALE  DEL DOSSIER  

TUTTI I DOSSIER


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Instrumentum regni? No grazie ( da "EUROPA.it" del 01-02-2008)

Abstract: che vanno allargando sempre più l'ambito dei propri privilegi a scapito dei diritti dello stato. Che sono i diritti di tutti i cittadini, e che noi, come laici, difendiamo". Posizione specularmente rovesciata rispetto a quella della crociata contro le donne; o rispetto a quella di Sarkozy "venuto a Roma ? dice Bernard-Hénri Levi ?

I vescovi contro Zapatero "Spagnoli, non votatelo" ( da "Stampa, La" del 01-02-2008)

Abstract: questo atteggiamento ha avuto il risultato di rafforzare il laicato cattolico spagnolo. Si potrebbe dire che Zapatero ha contribuito a riempire le nostre chiese". Vi diranno che così aiutate il centrodestra... "Lo diranno, ma anche con il Partito popolare non c'è una identificazione con la Chiesa spagnola: anche loro, ad esempio, purché si elimini solo il termine "matrimonio",

Guala, sorprese e certezze "vince il volontariato la politica è in ribasso" ( da "Repubblica, La" del 01-02-2008)

Abstract: Laici e no, nessuno si salva. Angelo Bagnasco nel 2007 ha ricevuto berretta cardinalizia e presidenza della Cei, non sono incarichi di basso profilo. "L'arcivescovo è meno noto, nonostante sia il presidente della Conferenza Episcopale Italiana.

BREVI ( da "Secolo XIX, Il" del 01-02-2008)

Abstract: Il confronto è tra i cattolico-conservatori da una parte e i laici (liberali, social-comunisti, cattolici-liberali e le minoranze religiose non cattoliche), dall'altra. Destra e sinistra non hanno più senso. È quasi sicuro che le elezioni, dal mio punto di vista, si perderanno: però, almeno, in Parlamento avremo finalmente un partito laico unito.

Coppie di fattoBindi frena Genova: <Ci pensi lo Stato> ( da "Secolo XIX, Il" del 01-02-2008)

Abstract: sbagliata perché in contrasto con principi laici della Costituzione che vedono la famiglia come un'unione tra un uomo e una donna. Siamo cattolici e quindi crediamo anche ad un principio tradizionale della famiglia - ha aggiunto - ma basta fare riferimento a testi assolutamente laici come la Costituzione voluta anche da Togliatti.

Il prete che scrisse a berlinguer ( da "Repubblica, La" del 01-02-2008)

Abstract: Alla fine del '66 viene nominato vescovo di Ivrea, dove è tuttora vescovo emerito. è stato presidente di Pax Christi. Nel '75 il suo carteggio con il segretario del Pci sul dialogo fra laici e cattolici fece epoca. Vive a Ivrea ma è spesso a Bologna, dove ha una sorella.

Rutelli in campo per il campidoglio - giovanna vitale ( da "Repubblica, La" del 01-02-2008)

Abstract: ma pure con una serie di mondi che rappresentano il tessuto vivo e vitale dell'Urbe: imprenditori e parrocchie, associazioni laiche e cattoliche, sindacati e categorie professionali. Alla ricerca di una conferma che il suo nome non incontrerà resistenze. Sono giorni che le voci di un possibile ritorno dell'ex sindaco sull'acropoli capitolina si rincorrono a ondate.

Un grande grazie ai pochi che salvano l'Italia Cara Unità, era fin troppo prev ( da "Unita, L'" del 01-02-2008)

Abstract: di leggi laiche e civilissime basate sul rispetto individuale di tutti i cittadini, della straordinaria rinascita economica della Spagna, ho spento la televisione e non ho potuto impedirmi di chiedermi che cosa la Spagna abbia di più dell'Italia e mi sono resa conto che forse loro hanno qualche cosa di meno, e che queste "assenze"

Eraclito e il pericolo del pensiero teologico integrale ( da "Manifesto, Il" del 01-02-2008)

Abstract: Che siano in molti casi fatti di quella pasta laica di una volta che, a modellarla, sembra sia stata la mano di un Dio avveduto e un po complice. Un Dio che, anziché far levitare i suoi emissari, preferisce di gran lunga far lievitare le coscienze. Un grande.

Il '68 alla rovescia del cattolico Messori ( da "Giornale.it, Il" del 01-02-2008)

Abstract: né soprattutto i suoi maestri laici all'università di Torino, città dove Messori è diventato grande. Gente del calibro di Norberto Bobbio, Alessandro Galante Garrone, Luigi Firpo. Le premesse, gli studi, le frequentazioni, la formazione laica - se proprio di libri era destino che si occupasse - facevano di lui il candidato ideale alla scuderia dell'Einaudi.

ALDO BALESTRA SESSANT'ANNI FA, NEL 1948, IL PRIMO COMIZIO POLITICO. A CASSANO IRPINO, UN PIC ( da "Mattino, Il (Nazionale)" del 01-02-2008)

Abstract: cattolico e credente assai, che si batteva per una visione laica della politica, furono i vescovi della zona, contrari all'accordo di centrosinistra con i socialisti. "Spiegai - ricorda - al vescovo di Ariano Irpino, il compianto monsignor Venezia, che potevo ubbidirgli per motivi di prudenza, ma in cambio gli chiedevo di dire che la nostra posizione politica non era eretica.

VESCOVI IN CAMPAGNA ELETTORALE: NON VOTATE ZAPATERO ( da "Mattino, Il (Nazionale)" del 01-02-2008)

Abstract: Un'argomentazione, quella dei vescovi, che i socialisti liquidano come "ipocrita e malintenzionata". E ricordano che la stragrande maggioranza degli spagnoli "difende lo Stato costituzionale e una società laica". L'86% - stando ai sondaggi on-line di ieri - è contraria all'interferenza della Chiesa nella politica.


Articoli

Instrumentum regni? No grazie (sezione: Laici e chierici)

( da "EUROPA.it" del 01-02-2008)

 

LIB Instrumentum regni? No grazie FEDERICO ORLANDO Il cardinale Ruini dice che la chiesa non incita "alla rivolta" contro la 194. Giusto, visto che l'unica rivolta di cui si corre il rischio è quella di milioni di donne stanche di sentirsi dare dell'omicida e dell'assassina. (Gunther Grass prevede un nuovo Sessantotto anche in Germania). Proprio in questi giorni si succedono pronunciamenti laici, dal convegno dei liberal del Pd a Roma, al volume monografico di Micromega su Sessantotto: mito e realtà, con articoli che s'intitolano, tanto per andarci soft, "La persecuzione di Ratzinger" o "La Chiesa e le donne assassine". A me liberale laico ma ? crocianamente ? non massone, immanentista ma non irreligioso (la "religione della libertà", e l'etica e la vita morale che ne conseguono), tutto ciò non piace. Non piace che la religione sia di nuovo trasformata in instrumentum regni dal grande fratello Ferrara o dal piccolo g o l l i s t a Sarkozy in caduta libera di consensi (al "Cinismo religioso di Monsieur Sarkozy" il Co r r i e r e della Sera ha dedicato un robusto articolo di Bernard-Hénri Levi). E non mi piaceva neanche 50 anni fa quando sconfitto De Gasperi, la difesa del laicismo liberale fu impugnata dal Partito radicale di Carandini, Cattani, Ferarra, Villabruna, Antoni, Olivetti, Rossi e i giovanissimi Pannella, Scalfari, Romeo?, ricordato dal Sole-24 Ore nell'inserto culturale della domenica. Il quotidiano milanese ha preso lo spunto dal ritrovamento di una lettera che il fondatore del Mondo, Mario Pannunzio, indirizzava a un lettore timoroso che il laicismo liberale scivolasse in un vetero-anticlericalismo socialista alla Podrecca. Pannunzio gli scriveva: "La nostra non è una campagna di carattere religioso. È sul piano politico che contrastiamo l'invadenza clericale (?) Tra tutti i concordati, pessimo è proprio il nostro, che Mussolini, da buon dittatore, aveva firmato per non rispettarlo. Oggi a non rispettarlo sono gli altri contraenti, che vanno allargando sempre più l'ambito dei propri privilegi a scapito dei diritti dello stato. Che sono i diritti di tutti i cittadini, e che noi, come laici, difendiamo". Posizione specularmente rovesciata rispetto a quella della crociata contro le donne; o rispetto a quella di Sarkozy "venuto a Roma ? dice Bernard-Hénri Levi ? con freddo calcolato cinismo a fare un giro dalle parti dei cattolici, prima di farne altri dalle parti degli ebrei, dei massoni, dei musulmani".

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I vescovi contro Zapatero "Spagnoli, non votatelo" (sezione: Laici e chierici)

( da "Stampa, La" del 01-02-2008)

 

Intervista Don Bru, direttore della radio cattolica NO AL DIALOGO CON L'ETA I vescovi contro Zapatero "Spagnoli, non votatelo" Il primo ministro si difende: la maggioranza è dalla mia parte "La Chiesa ha tutto il diritto di criticare leggi antireligiose" "Non si può trattare con dei terroristi che non rispettano la vita umana" DALL'INVIATO A MADRID [FIRMA]LUIGI LA SPINA INVIATO A MADRID Il ministero della Sanità fronteggia uno dei più belli e noti viali di Madrid, il Paseo del Prado. Sulla facciata spiccano tre enormi fotografie con i volti di alcuni fra gli uomini più conosciuti della Spagna: un famoso giudice, uno scrittore e un presentatore tv. Sono, tutti e tre, gay dichiarati e, sotto i loro sorrisi, c'è un messaggio esplicito: "Noi usiamo il preservativo". Basterebbe pensare a una trasposizione italica di tale scena, con gli effetti che avrebbe nella nostra società, per capire come, nonostante le apparenze, Madrid sia molto più lontana dalle nostre città delle due ore scarse che un aereo impiega per collegare i nostri due paesi latini. E per capire come il capo di governo di una nazione nominalmente cattolica come la Spagna possa affrontare senza troppi timori, senza imbarazzate giustificazioni, soprattutto senza palinodie un attacco così duro come quello che, ieri, i vescovi spagnoli gli hanno sferrato. Eppure, si stimano ancora in 8-10 milioni gli spagnoli praticanti. Persino nel suo partito, il Psoe, Luis Rodriguez Zapatero può trovare tra gli uno e i due milioni di sostenitori che si dichiarano cattolici. La Spagna, erede di un impero unitario dalla fine del Quattrocento, conta su un senso dello Stato orgogliosamente difeso da tutti i suoi cittadini. Una separazione con la Chiesa tranquillamente rivendicata dall'intera classe politica, anche quella del centrodestra. E' significativo, a questo proposito, che i leader del Partito popolare, lo schieramento che cercherà, il 9 marzo, di ottenere i voti per scalzare Zapatero dal palazzo presidenziale della Moncloa, non abbiano promesso, ad esempio, di cancellare tutte quelle riforme introdotte da colui che, in Italia, viene dipinto come un pericoloso e incosciente mangiapreti. Vogliono solamente togliere la dizione "matrimonio" alle unioni tra gay, ma non si sognano di abolire una legislazione di protezione giuridica ben più estesa di quella che era prevista nei cosiddetti "Dico", la proposta avanzata timidamente dal centrosinistra italiano e subito naufragata per i dissidi interni all'Unione. Così le riforme approvate da Zapatero nel campo dei diritti civili, quelle più contundenti nei confronti della Chiesa, hanno ottenuto un consenso valutato, dai sondaggi dell'epoca, tra il 70 e l'80 per cento della popolazione. Ecco perché nel ritratto che traccia Suso de Toro nell'ultimo libro sul leader spagnolo, Zapatero rivendica di "non essere affatto un radicale" e di aver sempre interpretato il pensiero e la volontà della maggioranza dei suoi compatrioti. Maria Teresa Fernandez de la Vega, vicepresidente del suo governo, peraltro composto per la metà da donne, forse caso unico al mondo, riassume la personalità del premier spagnolo con una formula molto efficace: "Una miscela di idealismo e pragmatismo". Zapatero è uno strano leader carismatico che deve smentire la sua fama di "timido", una caratteristica inadatta alla figura del capo di un partito moderno, ma si compiace di presentarsi come "reservado" e "austero". Una attitudine a frenare l'eccessiva esibizione di sé, che lui stesso definisce, con un termine difficilmente traducibile con una solo parola italiana "contencion". "La principale virtù - afferma il premier - di chi ha anche molto potere". Perché un capo di governo che autodescrive la propria personalità a tinte così poco rutilanti abbia puntato la gran parte del suo primo mandato su un tale allargamento dei diritti individuali da suscitare la furibonda opposizione della Chiesa, in un paese, comunque, di antica tradizione cattolica, è spiegato da lui stesso con queste parole, sempre affidate al suo biografo: "Teoricamente il principio di uguaglianza tra uomo e donna non era una questione prioritaria della socialdemocrazia classica, così come lo era la difesa dei lavoratori, l'educazione, l'accesso alla sanità. Oggi, invece, è prioritaria, perché è un fattore di democratizzazione sociale. La sinistra operaia mancò di capire, ed è comprensibile per l'epoca, che il soggetto di cambio della storia, soprattutto nel XXI° secolo,... è la cittadinanza. Questo significa un'ampia espansione dei diritti, di libertà. Diritti sociali, economici e individuali". Zapatero è consapevole, dunque, che la sua proposta ai partiti riformisti dell'Europa si differenzia notevolmente dai canoni della socialdemocrazia classica. E' la variante iberica, applicata con la massima coerenza e con la massima decisione. Una parte della società spagnola, appoggiata dai vescovi, è rimasta traumatizzata dall'esperimento. Il 9 marzo sapremo se la maggioranza dei cittadini di questo paese riterrà che l' esperimento possa continuare.\Con un po' di simpatetica irriverenza si potrebbe definire don Manuel Bru un prete-pesca. Come il frutto, infatti, il direttore per i temi religiosi della rete cattolica COPE, la seconda radio generalista della Spagna, è paffutello, morbido e suadente, aperto e disponibile. Del resto, è un perfetto uomo di comunicazione. Ma, dentro, è del tutto inflessibile sui principi della morale e battagliero nel difendere il diritto della Chiesa a propagandarli nella società iberica, anche in campo politico. E' l'uomo giusto, insomma, per spiegare i motivi del duro attacco dei vescovi spagnoli a Zapatero. Come mai, don Manuel, la commissione permanente della Conferenza episcopale entra, in modo così diretto, nella campagna elettorale? "Madrid -on è una novità. C'è sempre stato, in tutte le campagne elettorali, un intervento simile dei vescovi spagnoli". Non così pesante e non così esplicitamente contro uno schieramento. "Guardi, le vere novità del documento sono solo due: la prima è l'appello perché non ci sia una trattativa, né palese né mascherata, con l'Eta. Con una organizzazione terroristica, che non rispetta la vita umana, non si può negoziare. Finora, questa raccomandazione non era mai stata fatta perché non c'era mai stato un governo che avesse intrapreso un tale tentativo, ora ammesso, invece, da Zapatero". Ma così la Chiesa cattolica non diventa un soggetto politico, anzi partitico? "La rivendicazione della libertà dei vescovi di parlare, anche in campo politico, è, appunto, la seconda novità del documento. La Chiesa ha il diritto, ma anche il dovere, di giudicare ingiuste e incompatibili, con la nostra fede e con la nostra morale, alcune leggi". Perché si è arrivati a un tale scontro tra la Chiesa e Zapatero? "Lui ha pagato il prezzo di essere stato eletto con il condizionamento determinante di gruppi estremisti, in prevalenza insegnanti ed educatori, che lo hanno spinto a una concezione radicale dei diritti degli individui. In un processo di avanzata secolarizzazione della nostra società, paradossalmente, questo atteggiamento ha avuto il risultato di rafforzare il laicato cattolico spagnolo. Si potrebbe dire che Zapatero ha contribuito a riempire le nostre chiese". Vi diranno che così aiutate il centrodestra... "Lo diranno, ma anche con il Partito popolare non c'è una identificazione con la Chiesa spagnola: anche loro, ad esempio, purché si elimini solo il termine "matrimonio", sono favorevoli alle unioni gay. L'unico vero punto di accordo con il Pp è il giudizio negativo sulla cosiddetta legge di "educazione alla cittadinanza", una materia obbligatoria nelle scuole, che è un vero corso di indottrinamento socialista e laicista".\.

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Guala, sorprese e certezze "vince il volontariato la politica è in ribasso" (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 01-02-2008)

 

Pagina V - Genova IL SOCIOLOGO "Ma su Internet votano i più scolarizzati e i gruppi organizzati" Guala, sorprese e certezze "Vince il volontariato la politica è in ribasso" "Non può stupire la vittoria del creatore del "V-day": è tra i primi dieci "European Heroes" nella graduatoria stilata da Time" "Ogni sondaggio è interessante perché esprime come si muove una popolazione. Certo, chi è legato a fatti di cronaca ha più attenzione" è carnevale, professor Guala. Ci si può aspettare di tutto. Ogni scherzo vale, anche nei sondaggi. Sociologo, già assessore nella giunta Sansa, Chito Guala insegna Sociologia e Metodologia delle scienze sociali alla facoltà di Scienze Politiche di Torino. Sorprendente. Sindaco e cardinale - sembra Mistero Buffo di Dario Fo - clamorosamente espulsi dal vertice della classifica. Se è concesso un aggettivo irriverente, preso dal lessico della politica, trombati. "Occorre premettere che questi sondaggi sono in qualche modo riservati a persone avvezze all'uso delle tecnologie, che navigano sul web, dunque sono anche autoselezionate. Un conto sono i sondaggi basati su interviste telefoniche, dunque a distanza, un conto quelle organizzate sui siti Internet, che tra gli addetti ai lavori sono considerate con diversa attendibilità, perché escludono chi non sa usare il computer e chi non è dotato di un collegamento alla rete". Va bene. Ha vinto Grillo. "è un personaggio che ha grandissima visibilità, quando è iniziato il sondaggio di Repubblica aveva appena raggiunto il massimo risultato di popolarità con la sua polemica contro la politica, del resto è tra i primi dieci nella graduatoria stilata da Time degli "European Heroes", personaggi che nel 2007 hanno fatto qualcosa per migliorare il mondo". Il medico: non proprio visibile, il dottor Testino. "Anche qui, altra premessa: contano molto, in questi casi, le reti di relazioni tra gruppi che tra loro collaborano, insomma una sorta di tifo organizzato. Questo avviene con maggior intensità se all'interno di reti di volontariato vi sono gruppi capaci di rendere visibile un personaggio, portatori di un qualche interesse, aspetto che attira l'attenzione di realtà organizzate". Tutto chiaro, professore. Adesso viene il difficile: spieghi il tonfo di Marta Vincenzi e di Angelo Bagnasco. "Cominciamo dal sindaco. Il pubblico della Vincenzi, se è un pubblico popolare, è diffuso anche tra i ceti meno scolarizzati, che allora in una situazione del genere rimangono un po' fuori. è il discorso di Internet, a pesare. Tuttavia non è solo questo: la classe politica sconta un disinteresse. Se guardiamo ad altri sondaggi su istituzioni nel cuore della gente, la politica è in basso. E questo dato è pendant con quello di Beppe Grillo, premia l'antipolitica". Laici e no, nessuno si salva. Angelo Bagnasco nel 2007 ha ricevuto berretta cardinalizia e presidenza della Cei, non sono incarichi di basso profilo. "L'arcivescovo è meno noto, nonostante sia il presidente della Conferenza Episcopale Italiana. è conosciuto più dagli addetti ai lavori, e i cattolici impegnati non voterebbero per lui". Ma hanno votato don Traverso. "è diverso, intorno a una comunità, come quella di San Siro, ruota da tempo una realtà di volontariato, e nel volontariato Genova è un centro molto attivo, anche in questo caso vale il discorso delle forme di sostegno organizzate". Il profilo dei votanti. Dipende poi se le scelte del sondaggio sono libere o predeterminate, se i candidati li ha scelti tutti il committente - in questo caso i meccanismi sono quelli della campagna elettorale - o se sono espressione libera. I sondaggi sono comunque interessanti perché esprimono i movimenti in atto delle popolazioni, sono confini particolari, certamente, come accennato, autoselezionati, ma dipende anche dagli interessi del momento. Se un dato personaggio compare più spesso perché la sua attività è legata a fatti di cronaca, l'attenzione può essere influenzata. Come nel caso di Beppe Grillo e del suo V-day". (s. b.).

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BREVI (sezione: Laici e chierici)

( da "Secolo XIX, Il" del 01-02-2008)

 

No alla scelta di Napolitano: ignora il volere del popolo In regime di democrazia vorrei poter esprimere il mio dissenso, anzi, più che altro, un grande rammarico, per la scelta del presidente Napolitano che ha affidato a Marini l'incarico di formare un nuovo governo. Tanto è stato virtuoso, da parte di Marini, accettare l'incarico che fino a poche ore prima andava dichiarando che non avrebbe accettato (!), tanto sarà per lui arduo, se non impossibile, provare a mettere d'accordo fazioni che - fino a ieri - si sono ampiamente dimostrate in totale disaccordo su tutto, a iniziare dalla riforma elettorale. Certo, sapevamo che Napolitano era espressione di una certa parte politica, ma credevo che in lui avrebbe prevalso il realismo applicato al senso dello Stato, piuttosto che l'idea di tentare l'ultima cura per rianimare un Parlamento inficiato dalla sfiducia a Prodi e scaduto da tempo alla fiducia degli italiani. Indugiare con terapie inefficaci, se non sbagliate, si traduce - per il malato - nel più deleterio accanimento terapeutico. Cambiare direttore d'orchestra serve a poco quando gli strumentisti suonano ognuno per conto loro dando luogo a improponibili stonature. Dopotutto lo stesso Napolitano, all'indomani della prima caduta del governo Prodi (21 febbraio 2007), nel rimandarlo alle Camere tre giorni dopo ebbe a sottolineare che, se il governo non avesse tenuto politicamente, avrebbe ridato voce agli italiani. Questo anche perché il leader della coalizione di centrosinistra - voluto e votato dal popolo - era stato Prodi. E posto che Prodi al Senato non ha mai avuto una vera maggioranza politica e ha avuto costante bisogno dei senatori a vita, dopo la sfiducia di questi giorni, confidavo che il Capo dello Stato avrebbe agito di conseguenza. Mi sembra insomma che Napolitano abbia dimenticato fra le sue consultazioni, quella più importante: quella del popolo italiano. Angelo Toscano tosc.angelo@tiscali.it Cattolici-conservatori e laici è questo il confronto in atto Adesso che è caduto il governo più laico che, oggi, potessimo avere, dobbiamo arrivare alle elezioni nel miglior modo possibile. Fortunatamente, ora, è chiaro il vero confronto politico, che c'è oggi, in Italia. Questo è un passo avanti. Il confronto è tra i cattolico-conservatori da una parte e i laici (liberali, social-comunisti, cattolici-liberali e le minoranze religiose non cattoliche), dall'altra. Destra e sinistra non hanno più senso. È quasi sicuro che le elezioni, dal mio punto di vista, si perderanno: però, almeno, in Parlamento avremo finalmente un partito laico unito. Compatto. Era così prima della marcia su Roma, ai tempi di Turati e di Giolitti che non sono riusciti ad andare d'accordo: Montanelli diceva che è per questo che lo Stato laico è fallito. È difficile per i laici andare d'accordo, ma bisogna farlo perchéè nell'interesse di tutti. Il nostro problema è la diffidenza reciproca. Secondo me è questo che ci ha sempre fregato. L'unico modo per vincere la diffidenza è che uno si faccia avanti e dimostri che ci si può fidare di lui. Vale per tutti. È ovvio che la diffidenza non si vince solo a parole. In comune abbiamo il Risorgimento e la Resistenza: penso che dovremmo partire da queste tradizioni, che sono le tradizioni dello Stato italiano. Ci sono diffidenze riguardo all'economia - e anche equivoci. Gli operai pensano che il libero mercato li danneggi? Attenzione: in Italia il capitalismo è protezionista. Il libero mercato c'è, a esempio, in Danimarca dove le aziende hanno la possibilità di licenziare, ma per i disoccupati c'è un sussidio, dato dallo Stato, che permette di non finire in miseria. Queste cose le diceva l'economista Milton Friedman: penso sia stato uno sbaglio farlo passare per reazionario. Lo stesso vale per Montanelli. Sono equivoci. Lo stesso per Che Guevara e altri. Per quanto riguarda i problemi religiosi, penso che la parificazione tra tutte le confessioni religiose nei confronti dello Stato, che deve essere indipendente, faccia del bene a tutti: a cominciare dai cattolici. Per chi non ci crede basta chiedere ai cattolici che vivono, a esempio, nei paesi protestanti: Stati Uniti e così via. Non se la passano poi così male. Atteggiamenti intransigenti per colpa dell'intolleranza che c'è nei paesi islamici (non tutti), non dovrebbero essere accettati, perché siamo uno Stato democratico. Non è una "crociata" contro la chiesa cattolica. Non siamo più nell'ottocento ai tempi del "caso" Mortara. Però, se oggi il Vaticano crede nella democrazia, lo si deve alla breccia di Porta Pia. Probabilmente sto sognando a occhi aperti. Però, secondo me, se non si inizia, di risultati non se ne ottengono. I mezzi ci sono, credo. Bisogna essere realisti, però. Ivano Dallagiacoma Genova Il solito grottesco balletto per un'esplorazione inutile Non pago delle esplorazioni per giorni condotte personalmente, Napolitano ha nominato un nuovo esploratore, le cui esplorazioni si concluderanno nel nulla. Ex-comunisti, Napolitano e Veltroni, fanno e disfano a loro piacimento, con la regìa accorta e occulta di Massimo D'Alema, vero ispiratore, concertatore e direttore d'orchestra. Ci impongono la triste ritualità del ridicolo balletto delle consultazioni, costringono i cittadini a subire procedure grottesche di cui tutti hanno le scatole piene. Espongono l'Italia, con gli infiniti giri di valzer, all'incredulità attonita, alla derisione e al disprezzo dei nostri partner europei. C'è di che vergognarsi a essere italiani. Giovanni Bertei La Spezia I monarchici con la sinistra perché il re è sopra le parti In questi giorni d'intenso dibattito politico desidero soltanto ricordare che la sinistra è sostenuta anche da una parte consistente dei monarchici. Questo perché la Monarchia costituzionale è alternativa istituzionale, non politica. Rimane al di sopra della lotta fra partiti e garantisce la libertà d'espressione. Mantenendosi estraneo alla lotta partitica e indipendente dai relativi interessi, il re è in grado d'impedire gli eccessi della classe politica, agendo liberamente secondo il dettato costituzionale. Durante gli 85 anni del Regno d'Italia, trentadue governi su sessantacinque furono di sinistra. Il primo fu quello condotto da Rattazzi, nominato meno di un anno dopo la proclamazione del Regno. Ancora oggi, però, sembra che questi concetti fondamentali non siano stati compresi da molti. I quali, con il loro acritico sostegno a certe avventure politiche, minano alla base la credibilità dell'alternativa istituzionale monarchica, non rendendo certamente un bel servizio all'Italia o a Casa Savoia. Alberto Casirati Azzano San Paolo (BG) 01/02/2008.

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Coppie di fattoBindi frena Genova: <Ci pensi lo Stato> (sezione: Laici e chierici)

( da "Secolo XIX, Il" del 01-02-2008)

 

Coppie di fattoBindi frena Genova: "Ci pensi lo Stato" l'anagrafe delle unioni civili Regione, lite tra il diniano Monteleone e Costa (Pd)Gasparri: nel capoluogo ligure ci sono altre priorità NON VUOLE pronunciarsi Lamberto Dini, leader di Ld ieri impegnato con Franco Marini nella ricerca di un accordo sul futuro governo: del resto è un tema di cui non si è mai occupato. Sarà per la prossima volta, per ora non supporta le dichiarazioni di Rosario Monteleone, ex Margherita e ora suo referente ligure per il partito dei liberal democratici. Monteleone ha speso parole favorevoli al progetto allo studio del Comune di Genova di istituire un'anagrafe per le coppie di fatto e ha criticato "l'ipocrisia" del vicepresidente della Giunta regionale Massimiliano Costa (Margherita). "Lo giudico un ipocrita e un falso moralista, un anno e mezzo fa , prima delle elezioni politiche, ha posto lui la questione facendo approvare un testo che riconosce i diritti alle coppie di fatto", ha spiegato Monteleone. Neppure Francesco Rutelli è reperibile, inutile insistere. Rosy Bindi non si sottrae, invece, al dibattito che si è scatenato sul caso Genova. Bindi ribadisce una posizione già tenuta a Roma, quando il Comune guidato da Veltroni, ha di fatto bocciato la proposta di creare un registro delle coppie di fatto avanzata da Rifondazione, Rosa nel Pugno e Sinistra democratica. Secondo il ministro della Famiglia Bindi (firmataria con Barbara Pollastrini anche della proposta di legge sui Dico, poi bocciata) occorre che "i Comuni non procedano in ordine sparso". Coerente con l'impegno profuso nel voler regolamentare le coppie di fatto (dette Dico, poi Pacs e infine Cus), l'esponente della Margherita dice che è"indispensabile una legge nazionale che consenta finalmente ai Comuni di lavorare con maggiore efficacia giuridica". Sono proposte sacrosante, insomma, e l'anagrafe delle coppie di fatto ha un grande valore simbolico (il che non è poco), ma senza una legge accade che poi la coppia non abbia alcun effettivo diritto. Intanto la Giunta comunale di Genova è corsa ai ripari: dopo aver compreso che il certificato per le unioni di fatto non avrebbe avuto un riconoscimento politico di tutti gli alleati della maggioranza, ha corretto il tiro. Invece del certificato il Comune potrebbe autorizzate l'emissione di un attestato di convivenza, poco più di un'autocertificazione il cui valore legale è nullo. Chi non ha dubbi è l'esponente di Alleanza Nazionale Maurizio Gasparri. "Una proposta sbagliata fatta fuori tempo", dice Gasparri commentando proprio il dibattito circa la possibilità di istituire un registro anagrafico delle coppie di fatto nel Comune del capoluogo ligure. Dibattito che sta creando forti scontri anche nel Pd ligure. "Ritengo che sia una proposta che creerà solo lacerazioni nel loro fronte, come è stata di impaccio, causa non secondaria delle difficoltà di Prodi - ha proseguito Gasparri, ieri a Genova per presentare il suo libro "Il cuore a destra" - Credo che potrà essere causa di impaccio, politicamente parlando, per il Comune, che penso abbia altre priorità da affrontare". Secondo Gasparri la proposta è"sbagliata perché in contrasto con principi laici della Costituzione che vedono la famiglia come un'unione tra un uomo e una donna. Siamo cattolici e quindi crediamo anche ad un principio tradizionale della famiglia - ha aggiunto - ma basta fare riferimento a testi assolutamente laici come la Costituzione voluta anche da Togliatti. Aveva ragione il cardinal Bertone che diceva che era meglio Togliatti di quelli di oggi. Quando arrivarono di fronte ad alcune cose, i comunisti del dopoguerra si fermarono". La Federazione Giovanile dei Comunisti Italiani apprezza, invece, "l'apertura del dibattito in merito all'istituzione di un registro anagrafico delle coppie di fatto". E si augura che "si apra una discussione seria e costruttiva e che anche Genova possa essere un esempio per tutto il paese". "Riteniamo - si legge in una nota - che questo sia uno strumento utile che va incontro alle esigenze di tanti giovani e non, che scelgono la convivenza come scelta di vita e che oggi non si sentono adeguatamente tutelati dalle istituzioni, come invece avviene nella maggior parte dei Paesi europei". silvia neonato 01/02/2008 ' 01/02/2008 posizionidi principioI Comuni non devono andare avanti in ordine sparso. Serve una legge per dare dei diritti reali Rosy Bindiministro della Famiglia 01/02/2008 ' 01/02/2008 giudizionegativoUna proposta sbagliata perché contrasta i principi laici della Costituzione maurizio gasparriesponente di An 01/02/2008.

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Il prete che scrisse a berlinguer (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 01-02-2008)

 

Pagina XI - Bologna CHI è Il prete che scrisse a Berlinguer La storia d'Italia (e anche le gerarchie, con meno entusiasmo) lo ricordano come "il vescovo che scrisse a Berlinguer". Grande figura del cattolicesimo conciliare e avanzato, Luigi Bettazzi nasce a Treviso nel 1923. Segue la famiglia a Bologna, dove viene ordinato sacerdote dal vescovo nel 1946. Dopo le lauree in teologia e filosofia, il cardinal Lercaro lo nomina suo vescovo ausiliare nel 1963. Col cardinale, Giuseppe Dossetti e Giovanni Catti partecipa ai lavori del Conciclio Vaticano II. Alla fine del '66 viene nominato vescovo di Ivrea, dove è tuttora vescovo emerito. è stato presidente di Pax Christi. Nel '75 il suo carteggio con il segretario del Pci sul dialogo fra laici e cattolici fece epoca. Vive a Ivrea ma è spesso a Bologna, dove ha una sorella.

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Rutelli in campo per il campidoglio - giovanna vitale (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 01-02-2008)

 

Rutelli in campo per il Campidoglio Il vicepremier tentato: "Non è il mio progetto ma ci penserò" Il centrosinistra GIOVANNA VITALE ROMA - Ripassa dal via, Francesco Rutelli. Nel Monopoli della politica italiana, l'ex presidente della Margherita tenta di ricominciare da dove era partito: il Campidoglio. "Non ha ancora sciolto la riserva", rivela uno dei fedelissimi, "ma siamo tutti convinti che alla fine accetterà". Salvo sorprese dell'ultima ora, dunque, sarà lui il candidato alla successione di Veltroni, l'uomo sul quale il Pd punta per impedire che Roma finisca nelle mani del centrodestra. Certo, Rutelli nutre ancora qualche dubbio. A colloquio con il segretario dei Democratici nello studio con vista sui Fori che fu prima suo, accolto ieri da uscieri e impiegati come se non se ne fosse andato mai, l'ha fatto capire con chiarezza. "Non dico di no, ma potrei dire di no", ha ragionato a quattr'occhi con Veltroni. "Tornare qui non è il mio progetto, prometto però che ci penserò. Devo riflettere molto seriamente". Una risposta interlocutoria al forcing messo in atto dai big del Pd. Prima di pronunciare il fatidico sì, il vicepremier vuol misurare la risposta della città, capirne gli umori, avviare una campagna di privatissime consultazioni. Con gli altri partiti del centrosinistra, innanzitutto, ma pure con una serie di mondi che rappresentano il tessuto vivo e vitale dell'Urbe: imprenditori e parrocchie, associazioni laiche e cattoliche, sindacati e categorie professionali. Alla ricerca di una conferma che il suo nome non incontrerà resistenze. Sono giorni che le voci di un possibile ritorno dell'ex sindaco sull'acropoli capitolina si rincorrono a ondate. Prima sì, poi no, poi forse, chissà. Tuttavia nelle ultime 36 ore, con la caduta del governo Prodi e l'approssimarsi delle dimissioni di Veltroni per evitare che il Campidoglio resti commissariato sino al 2009, il pressing su Rutelli ha subìto un'improvvisa accelerazione. Mercoledì sera, a illustrare in una lunga telefonata la necessità e anche la forza di una sua candidatura, ci aveva provato Goffredo Bettini, gran regista e king maker della politica cittadina, colui che nel '93 lo lanciò come possibile sindaco di Roma contro Gianfranco Fini, all'epoca sponsorizzato da un Silvio Berlusconi appena affacciatosi alla politica. "Incoronarti con le primarie", gli ha spiegato il coordinatore nazionale del Pd, "a questo punto sarebbe francamente impossibile: non c'è più tempo, occorre fare in fretta". Se tutto andrà come deve, infatti, Roma potrebbe tornare alle urne già in primavera: il 25 maggio è la data più accreditata per il primo turno delle comunali. E quando il vicepremier ha fatto osservare che pure Bettini, dato nei giorni scorsi fra i papabili, sarebbe stato un autorevole candidato, il coordinatore nazionale del Pd ha replicato con la consueta schiettezza: "Mi sono dimesso da senatore proprio per costruire il nuovo partito insieme a Veltroni, non posso lasciare nella fase più delicata, alle porte di una campagna elettorale che si preannuncia durissima". L'ora dei tatticismi è scaduta, è stato il messaggio lanciato tra ieri e l'altro ieri dal vertice democratico, bisogna fare qualcosa, e subito: perdere Roma, soprattutto in una fase come questa, è un rischio che non si vuole neppure prendere in considerazione. Ecco perché Rutelli, che pure "ama la sua città e il mestiere di sindaco come niente al mondo" osservano al suo quartier generale, sarebbe tanto tormentato. L'ultima cosa che vorrebbe, nel caso decidesse di tirarsi indietro, è che gli venisse addebitata un'eventuale sconfitta. Che viceversa, con lui in corsa - secondo sondaggi riservati - verrebbe scongiurata. Senza contare che Roma, negli ultimi quindici anni, ha sfornato due candidati premier di centrosinistra su tre: uno dei quali è proprio lui.

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Un grande grazie ai pochi che salvano l'Italia Cara Unità, era fin troppo prev (sezione: Laici e chierici)

( da "Unita, L'" del 01-02-2008)

 

Stai consultando l'edizione del Un grande grazie ai pochi che salvano l'Italia Cara Unità, era fin troppo prevedibile che il governo Prodi con quella maggioranza non sarebbe arrivato a fine legislatura. La speranza che qualcosa potesse cambiare c'era e forse c'è ancora, ma sinceramente non mi sono mai illuso! Certo, i cambiamenti sono inesorabilmente lenti, ma per avanzare devono avere continuità politica, ma soprattutto continuità culturale. Mi sembra di scorgere, nella maggior parte dei trentenni, sentimenti di disillusione, atteggiamenti di disimpegno e di qualunquismo endemico. Vedo intorno nuove generazioni di fantasmi: tutti uguali, tutti vestiti allo stesso modo. Purtroppo la cultura da grande fratello, oggi più che mai è ancora maggioranza... Questo è ciò che vedo, tutti i giorni, da una postazione privilegiata: il mio lavoro in un'azienda di giovani dove l'età media è 35 anni. Comunque, dopo questa delusione , ho rafforzato ancor più l'idea che il mondo stia ancora in piedi grazie a poche persone: grazie a quelli che hanno ancora il coraggio di denunciare la camorra, nonostante siano nati in zone dove tutto è camorra. Grazie a quelli che continuano a lottare per i diritti dei lavoratori. Grazie a quelli che continuano a credere nella politica e nei valori, nonostante la corruzione e l'impotenza della politica. Grazie a quei ricercatori, che nonostante tutto, non sono ancora scappati all'estero. Grazie a quelli che, ancora, credono che le persone si valutano per quel che fanno e non per la macchina che comprano. Forse sono questi che hanno salvato, e continuano a salvare, l'Italia: sono le eccellenze. E in Italia le eccellenze sono, da sempre, i tanti intellettuali: dai giovani scrittori come Saviano ai tanti scrittori rimpianti come Pasolini e Biagi, dai registi attuali come Benigni agli storici Visconti e De Sica, tanto per citarne alcuni. La forza di questo Paese sta da sempre in queste eccellenze, in queste culture. Mi aggrappo ancor più all'Italia migliore, all'Italia anticonformista di cui mi sento nel mio piccolo parte, che continua a resistere nonostante il nulla che avanza. Giuseppe Mantegazza, Milano Il Silvio assolto per la legge che si è fatto da solo Cara Unità, dunque ieri il sig. Berlusconi è stato assolto dall'accusa di falso in bilancio perché, grazie ad una delle prime leggi volute dal suo governo, falsificare i bilanci di una società e fregare gli azionisti non è un reato in Italia. Ma che cosa cavolo sono serviti i voti dati a Prodi se non ha provveduto ad eliminare quella legge scriteriata? Oppure organizzate un incontro con Prodi e chiedete a lui le ragioni, noi elettori abbiamo il diritto di saperlo e lui il dovere di dircelo.Sandro, Bologna L'ondivago Fini ha cambiato idea ancora una volta Cara Unità, come fidarsi di Fini? Ho visto Fini a Porta a Porta con Fassino dove ha profuso tutto il suo cinismo. Si insiste a dire che Fini è una persona per bene, intelligente, che parla bene, ecc, ecc. Ora la mia opinione è che - gratta gratta - sotto c'è sempre l'impulso reazionario. Come si fa a credere ad una persona che ha fatto diventar matti tutti per fare il referendum ed ora invece butta tutto alle ortiche. Come si fa ancora a credere ad uno che predicava contro il Cavaliere dicendo siamo alle comiche ed ora invece è tutto culo e camicia con lui. Basta con questa persona che cambia atteggiamento e pensiero ad ogni pie' sospinto, che dice con assoluto cinismo che fa gli interessi del Paese mentre fa tutto per per convenienza. Gustavo Salsa La Chiesa ordina, il politico esegue Cara Unità, nella trasmissione L'infedele (La7 - 30 gennaio) Maurizio Lupi (Forza Italia) si accalorava nell'affermare che le indicazioni della Chiesa per i fedeli non sono ordini e che ognuno agisce secondo la propria coscienza. Leggiamo questi passi tratti dal documento Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, approvato (28 marzo 2003) da Giovanni Paolo II e firmato dal cardinale Joseph Ratzinger, Prefetto, e da Angelo Amato, Segretario: "Le presenti Considerazioni... hanno anche come fine di illuminare l'attività degli uomini politici cattolici, per i quali si indicano le linee di condotta coerenti con la coscienza cristiana quando essi sono posti di fronte a progetti di legge concernenti questo problema" (n.1); "Nel caso in cui si proponga per la prima volta all'Assemblea legislativa un progetto di legge favorevole al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, il parlamentare cattolico ha il dovere morale di esprimere chiaramente e pubblicamente il suo disaccordo e votare contro il progetto di legge. Concedere il suffragio del proprio voto ad un testo legislativo così nocivo per il bene comune della società è un atto gravemente immorale" (n.10). È evidente che è la Chiesa a decidere quale debba essere la coscienza dei fedeli; e che un cattolico che non segue pedissequamente le indicazioni della gerarchia, è indotto a sentirsi in peccato e fuori dalla Chiesa. Elisa Merlo Ho visto Zapatero in televisione... cosa manca all'Italia? Cara Unità, un paio di mattine fa la televisione spagnola TVE ospitava il primo ministro Zapatero: dopo averlo sentito parlare con pacatezza, con cortesia, senza quella arroganza che spesso contraddistingue le esternazioni dei nostri politici, del suo paese, di leggi laiche e civilissime basate sul rispetto individuale di tutti i cittadini, della straordinaria rinascita economica della Spagna, ho spento la televisione e non ho potuto impedirmi di chiedermi che cosa la Spagna abbia di più dell'Italia e mi sono resa conto che forse loro hanno qualche cosa di meno, e che queste "assenze" hanno reso possibile la trasformazione della Spagna in un modello da seguire: loro non hanno il Vaticano e, soprattutto, non hanno la criminalità organizzata che sembra essere il vero motore immobile di tutte le vicende italiane. Le poche azioni a livello politico intraprese per debellare le varie mafie si sono dimostrate inefficaci, anzi a volte si ha l'impressione che sia la politica stessa a piegarsi a logiche criminali, il nostro povero Stato assente apre varchi alla delinquenza, siamo un paese bloccato perché una politica debole come la nostra è la maggiore garanzia di prosperità per la criminalità organizzata, perché la corruzione è parte integrante del nostro sistema di gestione dello Stato: dalla sanità alle opere pubbliche allo smaltimento dei rifiuti. Sono colta da un senso di sconfitta perché non riesco ad intravedere uno spiraglio, perché non mi fido più, perché non riesco ad immaginare come faremo ad uscire da tutto questo, ad attuare una vera rivoluzione etica, a ridare alla politica la dignità e la moralità necessarie per una nuova prosperità di tutto il paese. Antonella Dalle Ave.

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Eraclito e il pericolo del pensiero teologico integrale (sezione: Laici e chierici)

( da "Manifesto, Il" del 01-02-2008)

 

L'opinione Eraclito e il pericolo del pensiero teologico integrale Massimo Arcangeli Qualche tempo fa Gianni Riotta, in risposta alle critiche di alcuni quotidiani sulla sovraesposizione mediatica di cui godrebbe l'augusta persona del papa nei tg, ci aveva fatto sapere che nei primi sei mesi del 2007 la percentuale dei servizi dedicati all'informazione di carattere religioso dal tg1 è stata appena del 2,44%. Che strano, pensavo fosse di molto inferiore. Avranno forse contribuito a innalzare il dato - bisognerà domandarlo ai responsabili del sondaggio - le aperture dedicate a Benedetto XVI dal tg1 in quei sei mesi; avranno senz'altro contato di più dei servizi cui non è toccato il privilegio della copertina. Certo si poteva pensare di estendere il calcolo anche al secondo semestre; un punticino in meno, data la scarsa attenzione riservata alle ingerenze vaticane in quel periodo, ci sarebbe sicuramente stato. Se non altro si sarebbero messi a tacere i soliti maligni, Pannella in testa, che hanno calcolato in un esagerato 30% l'occupazione di suolo informativo pubblico da parte di Benedetto XVI e delle gerarchie ecclesiastiche. Giuliano Ferrara prima si proclama "ateo devoto", promuovendo dalle pagine del Foglio una moratoria sull'aborto "omicidio perfetto", quindi annuncia la sua partecipazione alle veglie espiatorie di preparazione all'Angelus domenicale sponsorizzato dal cardinal Ruini. A quando la sua prossima, stupefacente incarnazione? Ci dobbiamo aspettare il "cattolico miscredente"? O magari il "fustigatore penitente", doppione simbolico di una senatrice Binetti che ha sposato la tortura del cilicio alle metaforiche frustate inferte a avversari e tiepidi difensori della bandiera dell'orgoglio cristiano? Uno spassionato consiglio: non sarebbe meglio di antiestetiche e costringenti cinture di setole equine annodate, che riempiono di piaghe il girovita, un bel piercing anellare, in stile taurino, alla base del naso? Non sarà così cool ma almeno, fatto il buco nella cartilagine, non si soffre più. Livio Fanzaga, conduttore dell'inquietante Radio Maria, ha messo in guardia i suoi radioascoltatori, qualora fossero mai intenzionati a prendere (o intraprendere), anziché la via di Damasco, la strada dell'università italiana, dalla presenza incombente del male in aule e corridoi: si aggirerebero negli atenei gruppuscoli di giovani "al limite del satanismo" e "professori cornuti con tanto di tridente e di coda" che, a spruzzargli addosso dell'acqua santa, "esce fuori il fuoco" e "fumano". Ho provato a fare la prova sul mio corpo ma non è successo niente. Forse in me, "ateista impenitente", il Maligno ha pensato bene di non stare a dimora; altrimenti sarebbe andata a finire - non bastassero i sintomi di "astinenza dalla ricerca" (per mancanza di fondi) - che mi sarei dovuto sottoporre a un esorcismo. Ma forse Belzebù staziona per ora nella sola "Sapienza", del resto quel 67 - tanti sono stati i docenti contrari alla lectio magistralis che il Papa avrebbe dovuto tenere proprio lì - non può mancare di turbare: non è 666 il numero della Bestia? e non sono forse 7 i peccati capitali? Le risate intanto si sprecano tra i 500 e più autori dei messaggi che si possono leggere su You Tube a commento delle amenità di padre Fanzaga; il quale, probabilmente, ha fumato lui (scambiando Maria con la maria). Il Süddeutsche Zeitung ha ribaltato su Benedetto XVI le accuse di intolleranza: come si può accettare, questa la tesi del quotidiano tedesco, che nell'università più antica e prestigiosa di quella Roma che ha condannato al rogo Giordano Bruno si pretenda di sostenere che le antiche contese per la ricerca della verità siano state un'"ppassionante competizione" fra teologia e filosofia? Un po' indelicati, però, i tedeschi. Hanno dimenticato quell'intervento del Santo Padre a casa loro, all'università di Ratisbona (12 settembre 2006), nel quale si menzionava un dialogo tra Manuele II Paleologo e un dotto persiano in cui l'imperatore bizantino, trattando di jihad, diceva a un certo punto al suo interlocutore "Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava"? Fuor d'ironia. Già agli albori della civiltà occidentale un filosofo (Eraclito) ci ha messo in guardia dal pericolo del pensiero teologico "integrale" appellandosi alla ragione, che sa ancora tenere separate, fortunatamente, la giustizia e l'ingiustizia. Giustizia e ingiustizia sono cosa ben diversa dal bene e dal male, da sempre disuniti e l'un contro l'altro armati, e la verità scientifica è cosa ben diversa da quella per fede. ÃÆ un'assurdità aver voluto invitare un papa a tenere in una pubblica università italiana non un discorso qualunque ma la relazione di apertura dell'anno accademico, una relazione nella quale si sarebbe detto che la "verità significa più che sapere: ha come scopo la conoscenza del bene"; che è quanto di più stravagante si possa sostenere di fronte a un pubblico di persone che hanno deciso di dedicare la loro vita alla ricerca. E se qualcuno volesse saperne di più sulle idee in materia di scienza e di fede dell'attuale pontefice vada per favore a leggersi la sua "Svolta per l'Europa? Chiesa e modernità nell'Europa dei rivolgimenti" (Roma, Edizioni Paoline, 1992). Intanto monta la protesta tra i professori universitari italiani solidali con il "gruppo dei 67". Il recente appello di alcuni di loro è stato pubblicato sulle pagine di questo stesso giornale. Quanto a me, vorrei rispondere alle provocazioni dei vari Ruini, Bertone, Bagnasco - e della solita, ipocrita politica che ha sfilato a San Pietro per puro calcolo elettorale - con una frase che ho trovato impressa sulla fascetta pubblicitaria di un volume di Giulio Giorello ("Di nessuna chiesa. La libertà del laico", Milano, Cortina, 2005): "I laici tendono a difendersi, è tempo di attaccare". Valga la stessa cosa per i ricercatori e i professori universitari, e per gli insegnanti della scuola secondaria ed elementare. ÃÆ tempo di cominciare a rendere duri i tempi per chiunque pretenda di sostituire quel che resta del magistero di antichi educatori in nome di ragioni che con la ragione, la formazione pubblica e la scienza non hanno nulla a che spartire. ÃÆ tempo di controbattere a chi può permettersi impunemente di definire un ateneo come "La Sapienza" un luogo di "asineria e marginalità sociale di generazioni di studenti" (Ferrara, ancora lui); chi scrive, in quella università ci ha studiato e gli è toccato in sorte di avere ottimi "buoni maestri". Chissà che, in questa battaglia di elementare civiltà , si possa trovare sostegno proprio tra i nostri studenti. Chissà che ne sappiano anzi più di noi. Che stiano già guardando oltre con occhi nuovi e coraggiosi, appena un po' lucidi di quell'inquieta incertezza che sarebbe oggi davvero un potente antidoto al perentorio, quotidiano squadernamento dell'Unica Teoria dell'Indiscussa Verità Superiore. Che siano in molti casi fatti di quella pasta laica di una volta che, a modellarla, sembra sia stata la mano di un Dio avveduto e un po' complice. Un Dio che, anziché far levitare i suoi emissari, preferisce di gran lunga far lievitare le coscienze. Un grande.

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Il '68 alla rovescia del cattolico Messori (sezione: Laici e chierici)

( da "Giornale.it, Il" del 01-02-2008)

 

Di Luciano Gulli - venerdì 01 febbraio 2008, 08:56 Brescia - Se un giorno avessero detto a Vittorio Messori che sarebbe finito ginocchioni, a baciare l'anello pastorale di due papi, e a farsela tra preti, vescovi e cardinali, non ci avrebbe creduto nessuno. Non lui, che nei suoi vent'anni era un mangiapreti e un liberal agnostico con simpatie per il Pci; né la sua famiglia, di fascisti emiliani non rinnegati; né soprattutto i suoi maestri laici all'università di Torino, città dove Messori è diventato grande. Gente del calibro di Norberto Bobbio, Alessandro Galante Garrone, Luigi Firpo. Le premesse, gli studi, le frequentazioni, la formazione laica - se proprio di libri era destino che si occupasse - facevano di lui il candidato ideale alla scuderia dell'Einaudi. E invece è finito al soldo - fino a quando lo strepitoso successo dei suoi libri non lo ha affrancato dagli obblighi della redazione - delle Edizioni Paoline, quelle di Famiglia Cristiana. Sicché, nel suo caso (ammetterà volentieri anche lui) non si può dire che non ci sia stato un intervento deciso, ma proprio a gamba tesa, della Divina Provvidenza. Messori riceve come un padre guardiano nei vasti silenzi della millenaria abbazia di Maguzzano, tra gli olivi e i cipressi che fanno da cornice al lago di Garda. In una sala dell'abbazia, di cui lo scrittore (che vi ha uno studiolo appartenuto un tempo al monaco cellerario) è diventato il Gran Custode, campeggia una foto di Gabriele D'Annunzio - lui sciarpitissimo, come sempre - tra due umili frati. La data è quella del 19 settembre 1922. "All'epoca - mi racconta Messori, ghignando - i giornali di tutto il mondo parlarono di una conversione del Vate, se non già di una sua intenzione di farsi religioso in questo convento. Lui rispose che sì... monaco... perché no? Ma nel senso di cultore della mona. I frati ci rimasero male, puoi capire...". La conversione di Messori è del 1964, quattro anni prima del mitico Sessantotto, di cui ora parleremo. Fu allora, per non dispiacere troppo ai Galante Garrone, ai Bobbio e ai suoi familiari, che Messori cominciò ad andare a messa di nascosto. "Fu l'inizio di un'avventura interiore. “Secretum meum mihi”, diceva Sant'Agostino: “il mio segreto è soltanto mio”. Così, anch'io, nel mio piccolo, rispondo a chi mi domanda come accadde. Intendiamoci però: io non ho mai rinnegato la cultura laica. Rifiuto il laicismo, l'ideologia. Io sono andato semplicemente oltre. Mi resi conto, a un tratto, che quella laica è una cultura insufficiente. Risponde alle domande penultime: quelle politiche, culturali. Ma non ha risposte per le domande ultime, sul senso della vita e della morte".

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ALDO BALESTRA SESSANT'ANNI FA, NEL 1948, IL PRIMO COMIZIO POLITICO. A CASSANO IRPINO, UN PIC (sezione: Laici e chierici)

( da "Mattino, Il (Nazionale)" del 01-02-2008)

 

ALDO BALESTRA Sessant'anni fa, nel 1948, il primo comizio politico. A Cassano Irpino, un piccolo comune non lontano dalla sua Nusco, Ciriaco De Mita parlava da una specie di loggione, vicino alla chiesa. Non c'erano microfoni, ma la voce di quel ragazzo di vent'anni era già ferma. Seppe tenere la piazza. Fischi? "No, niente fischi. E non ne ho mai avuti dopo", afferma con orgoglio. Chissà se oggi, che ha sicuramente perso il conto dei comizi, De Mita pensa più a quell'anniversario o a festeggiare i suoi ottanta anni, che compirà domani. Certo è che il dipanarsi di dodici lustri di attività politica gli scorre davanti con nitidezza assoluta, come se ricordasse cosa è accaduto nelle ultime dodici ore. E se gli si domanda cosa farà ora, l'uomo dei "ragionamenti", sviluppati nelle lunghe passeggiate in Transatlantico e nei tanti congressi di partito, colui che Agnelli definì "l'intellettuale della Magna Grecia", risponde che ad ottanta anni è - ancora - il momento di "ricominciare daccapo". Ricominciare, per De Mita, significa avere intatta "la capacità di misurarsi con il futuro. Ho sempre pensato - spiega nella sua casa romana - che quando le persone si fermano, quelle sì, sono morte. Finchè si riesce ad avere lo sguardo oltre il domani ci si misura con la vita. Certo, non è una garanzia. Ma un rischio che si può correre". Ed allora, giocare oggi con i sette nipotini, per De Mita, non costituisce la consolazione per il nonno che invecchia, ma l'occasione per stupirsi delle sorprese che i bambini sanno regalare. "E per me - ammette - è anche la riscoperta, attraverso i discendenti, del rapporto con i figli, ai quali purtroppo, quand'erano in tenera età, non ho potuto dedicare troppo tempo. Intanto, stavolta, per la prima volta mi sono piegato a loro". Lui, infatti, non voleva celebrazioni per gli 80 anni. É stato Giuseppe, unico maschio dei quattro figli, ad organizzare la festa di domani sera. Chi verrà a casa, quanti saranno? "Non so, dicono che è tutta una sorpresa", svicola Ciriaco. E i regali? "Sono dettagli, le scelte hanno sempre oscillato tra libri e cravatte. Stavolta mi stupirò di più per un atto di amicizia, di solidarietà, per un gesto gentile". Leggere, aggiornarsi - parola di De Mita - "è la vera ricetta per vivere bene". Smentito chi pensava alle proverbiali partite a tressette, il suo svago preferito, "quello è solo un modo per far riposare il cervello, esercitando la memoria visiva. Chi vuol provare a battermi sa che deve distrarmi". Per il resto, è un condensato di attenzione e passione, votate esclusivamente alla politica. Il curriculum di quest'ottuagenario che non dimostra gli anni che ha, soprattutto per freschezza intellettuale, è corposo assai. Figlio di don Peppino, sarto di Nusco, e laureato alla Cattolica di Milano, fu tra i protagonisti dell'esperienza della Sinistra di base Dc, partita dall'Irpinia con il gruppo dei "magnifici sette": con De Mita c'erano Mancino, Gargani, Bianco, De Vito, Biagio Agnes ed il giornalista "Nacchettino" Aurigemma, scomparso appena domenica scorsa. Per una sola volta, proprio all'inizio della carriera, nel 1958, De Mita fallì l'approdo a Montecitorio. A sbarrare la strada a questo giovanotto, cattolico e credente assai, che si batteva per una visione laica della politica, furono i vescovi della zona, contrari all'accordo di centrosinistra con i socialisti. "Spiegai - ricorda - al vescovo di Ariano Irpino, il compianto monsignor Venezia, che potevo ubbidirgli per motivi di prudenza, ma in cambio gli chiedevo di dire che la nostra posizione politica non era eretica. Obiettò: "Vuoi forse insegnarmi a fare il vescovo?". Gli risposi: "E lei vuol forse insegnarmi a fare politica?". Capito il trentenne di Nusco? Quella volta De Mita non fu eletto per una manciata di voti, è vero. Ma dal 1963 in poi è sempre entrato a Montecitorio, saltando solo la dodicesima legislatura. Quando nel '96 l'Ulivo di Prodi gli pose il veto perchè bisognava dare discontinuità alle liste, si candidò da popolare e con il simbolo fai da te "Democrazia e libertà". Fu un successo: 33mila voti e il 47% dei consensi. De Mita, nella sua lunga carriera politica, è stato soprattutto uomo di partito, della Dc, ma anche di governo. Tre volte ministro - dell'Industria (nel '73-74, gli anni dell'impennata inflazionistica, "ma il blocco dei prezzi - ricorda - non risolse la questione", e della crisi petrolifera con le domeniche a piedi), del Commercio Estero ('74-76) e del Mezzogiorno ('76). Nel 1982 cominciò il famoso "settennato De Mita", che si concluderà con un doppio incarico che ne fece, per un periodo, uno tra gli uomini più potenti d'Italia. Prima la conquista della segreteria democristiana, con il partito che scontava ancora i postumi del dramma dell'uccisione di Aldo Moro. Sei anni a piazza Del Gesù, quelli dell'ostica verifica elettorale e del dualismo esasperato con Craxi (clamoroso il ritiro dei ministri democristiani in occasione della legge Mammì) e poi per due anni, dall'88 all'89, la contemporanea presidenza del Consiglio: giuramento il 13 aprile '88 (vicepresidente De Michelis). Due giorni dopo le Brigate Rosse assassinarono il suo amico consigliere per le Riforme Istituzionali, Roberto Ruffilli. Per De Mita fu uno schianto di dolore. "Il tratto più vero della mia esperienza politica - osserva - è stato quella di segretario nazionale della Dc. Agli inizi degli anni '80 mi battevo per proposte che sono ancora attuali, dentro e fuori i partiti. E se andiamo al 1968, alle contestazioni che furono un fenomeno vero con una successiva lettura sbagliata, troviamo - quaranta anni dopo - una drammatica similitudine con la crisi della politica di oggi. Siccome non si sa dare una spiegazione del disastro odierno, si finisce con il dire che il problema non esiste. Certo, c'è anche l'urgenza della legge elettorale, ma il problema principale è caricare gli amministratori del dovere di recuperare il governo dei territori, programmando correttamente. La politica non è mai stata così vuota, così inutile. Perchè, nel momento in cui tutti proclamano di volerla rinnovare, essa non compie atti concreti per il rinnovamento". De Mita, della politica italiana, ha attraversato in sessant'anni anche polemiche istituzionali (tagliente fu il giudizio complessivo di Scalfaro sulla ricostruzione e industrializzazione post-terremoto in Irpinia, all'epoca della Commissione d'inchiesta) e indagini giudiziarie (dalle quali è uscito indenne), il ciclone "Mani Pulite" e la fine della Dc con la trasformazione in Ppi, poi Margherita (di cui è stato coordinatore regionale campano) fino alla problematica e recente adesione al Partito Democratico. In mezzo, gli anni da eurodeputato mentre dilagava il berlusconismo, i giudizi taglienti sul Cavaliere ("Un gran venditore di tappeti, ma l'unico ad intercettare meglio le emozioni della gente"). Da qualche anno è protagonista della politica in Campania: lo accusano di diarchia e insieme di spietata lotta per il potere con Bassolino, con il quale ha però avuto duri scontri. E qualche giorno fa, agli uomini del Pd campano che discettavano sul problema in maggioranza alla Regione con l'Udeur del suo ex allievo Mastella, tagliava corto dicendo "non vi preoccupate, tanto andranno via da soli". "É singolare - chiosa ora De Mita - che avendo avanzato da tempo osservazioni sul rischio che il sistema politico alla Regione entrasse in difficoltà, chi era rimasto sordo o lo aveva difeso immagini di cambiarlo con il semplice desiderio o, peggio, limitandosi ad una denuncia che sa, però, d'impotenza". Dal suo seggio parlamentare - per la verità premonitore nel centrosinistra - ha assistito alla fine del governo Prodi. Il premier, che proprio lui scelse all'epoca come presidente dell'Iri, è stato per De Mita "vittima delle sue stesse, troppe mediazioni". E ora Ciriaco guarda ai complicatissimi tentativi di formare un governo da parte del suo vecchio amico Franco Marini: "Certo che gli parlo, e che l'ho sentito in queste ore. Ma che domande mi fa? Lo conosco da sempre". Chissà se Marini ce la farà. Ma appena si voterà, quando si voterà, si ricandiderà ancora l'ottantenne Ciriaco, che spesso ama dire che "si va dove ti cercano"? "Non lo so, per davvero. Stavolta - conclude De Mita - sono incerto. Eppure non c'è stato mai un momento in cui io non abbia saputo quale fosse la scelta da fare. Non perché siano state scelte vincenti, ma almeno avevano insieme la capacità di collocarsi nel futuro e di individuare le condizioni per un percorso. Ora ho la sensazione del pantano politico. Dove le persone esistono per il fango che muovono, non per la speranza che alimentano".

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VESCOVI IN CAMPAGNA ELETTORALE: NON VOTATE ZAPATERO (sezione: Laici e chierici)

( da "Mattino, Il (Nazionale)" del 01-02-2008)

 

Vescovi in campagna elettorale: non votate Zapatero PAOLA DEL VECCHIO Madrid. Un voto per partiti e programmi "compatibili con la fede e le esigenze della vita cristiana". Un voto per il "male minore" o per "il bene superiore, che è l'altra faccia della medaglia". In ogni caso, un "voto morale" contro "le varie leggi gravemente ingiuste vigenti in Spagna, che devono essere cambiate perché ledono diritti fondamentali". Il documento col quale la Conferenza episcopale spagnola è entrata ieri ufficialmente nella campagna elettorale non poteva essere più esplicito. Nel presentare la "Nota della Commissione permanente della Cee in vista delle elezioni politiche del 9 marzo", il portavoce Juan Antonio Martinez Camino non ha mai pronunciato il nome di José Luis Zapatero. Ma l'avversione contro l'attuale governo socialista è tutta condensata nelle "considerazioni" con le quali i vescovi attaccano ancora una volta matrimoni gay, l'educazione alla cittadinanza, aborto, eutanasia e finanche i negoziati con l'Eta. Nell'appello a un "esercizio responsabile del voto", Martinez Camino ha messo in guardia contro le leggi che, allontanandosi dalla "retta ragione" e dalla dimensione morale, "degenerano senza rimedio in dittatura, discriminazione e disordine" e portano a una società "invertebrata, disorientata, facile vittima della manipolazione, della corruzione e dell'autoritarismo". E c'è di più. La lotta contro il laicismo che conduce alla "dissoluzione della democrazia", di cui aveva parlato l'arcivescovo di Valencia, Garcia Gasco, nella mobilitazione delle famiglie cattoliche il 30 dicembre scorso, suscitando la dura reazione del premier, non è solo espressione dell'ala più conservatrice della gerarchia cattolica. Quelle parole, ha sottolineato il portavoce della Cee, riflettono "ciò che pensa l'assemblea plenaria" dei vescovi spagnoli. I quali criticano "le difficoltà per incorporare lo studio della religione cattolica curricolare nella scuola pubblica" e perfino la materia Educazione alla cittadinanza, che lederebbe "il diritto dei genitori a formare i propri figli secondo le proprie convinzioni religiose". Per concludere che "non si può riconoscere un'organizzazione terrorista come rappresentante di nessun settore della popolazione, né come interlocutore politico". Zapatero, da Maiorca dov'era al vertice bilaterale col cancelliere tedesco Merkel, ha affidato la replica a una nota dell'esecutivo socialista: "È immorale che i vescovi, come il Pp, utilizzino il tema del terrorismo per fare campagna elettorale. Se non bisogna votare i partiti che hanno dialogato con l'Eta - si osserva - non si può votare nessuno. Con questo criterio, non si sarebbe potuto votare Adolfo Suarez, né Felipe Gonzalez, né José Maria Aznar, che dialogò con Eta usando a un vescovo come intermediario". Un'argomentazione, quella dei vescovi, che i socialisti liquidano come "ipocrita e malintenzionata". E ricordano che la stragrande maggioranza degli spagnoli "difende lo Stato costituzionale e una società laica". L'86% - stando ai sondaggi on-line di ieri - è contraria all'interferenza della Chiesa nella politica.

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