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Instrumentum
regni? No grazie ( da "EUROPA.it"
del 01-02-2008)
Abstract: che vanno
allargando sempre più l'ambito dei propri privilegi a scapito dei diritti dello
stato. Che sono i diritti di tutti i cittadini, e che noi,
come laici, difendiamo". Posizione specularmente rovesciata
rispetto a quella della crociata contro le donne; o rispetto a quella di Sarkozy "venuto a Roma ? dice Bernard-Hénri
Levi ?
I
vescovi contro Zapatero "Spagnoli, non votatelo"
( da "Stampa,
La" del 01-02-2008)
Abstract: questo
atteggiamento ha avuto il risultato di rafforzare il laicato cattolico
spagnolo. Si potrebbe dire che Zapatero ha contribuito a
riempire le nostre chiese". Vi diranno che così aiutate il
centrodestra... "Lo diranno, ma anche con il Partito popolare non c'è una identificazione con la Chiesa spagnola: anche loro, ad
esempio, purché si elimini solo il termine "matrimonio",
Guala,
sorprese e certezze "vince il volontariato la politica è in ribasso"
( da "Repubblica,
La" del 01-02-2008)
Abstract: Laici e no,
nessuno si salva. Angelo Bagnasco nel
BREVI
( da "Secolo
XIX, Il" del
01-02-2008)
Abstract: Il confronto è tra
i cattolico-conservatori da una parte e i laici (liberali, social-comunisti,
cattolici-liberali e le minoranze religiose non cattoliche), dall'altra. Destra
e sinistra non hanno più senso. È quasi sicuro che le elezioni, dal mio punto
di vista, si perderanno: però, almeno, in Parlamento avremo finalmente un
partito laico unito.
Coppie
di fattoBindi frena Genova:
<Ci pensi lo Stato> ( da "Secolo XIX, Il"
del 01-02-2008)
Abstract: sbagliata perché in
contrasto con principi laici della Costituzione che vedono la famiglia come
un'unione tra un uomo e una donna. Siamo cattolici e quindi crediamo anche ad
un principio tradizionale della famiglia - ha aggiunto - ma basta fare
riferimento a testi assolutamente laici come la Costituzione voluta anche da
Togliatti.
Il
prete che scrisse a berlinguer
( da "Repubblica,
La" del 01-02-2008)
Abstract: Alla fine del '66
viene nominato vescovo di Ivrea, dove è tuttora vescovo emerito. è stato presidente di Pax Christi.
Nel '75 il suo carteggio con il segretario del Pci sul dialogo fra laici e
cattolici fece epoca. Vive a Ivrea ma è spesso a Bologna, dove ha una sorella.
Rutelli
in campo per il campidoglio - giovanna vitale
( da "Repubblica,
La" del 01-02-2008)
Abstract: ma pure con una serie di mondi che rappresentano il
tessuto vivo e vitale dell'Urbe: imprenditori e parrocchie, associazioni laiche
e cattoliche, sindacati e categorie professionali. Alla ricerca di
una conferma che il suo nome non incontrerà resistenze. Sono giorni che le voci
di un possibile ritorno dell'ex sindaco sull'acropoli capitolina si rincorrono
a ondate.
Un
grande grazie ai pochi che salvano l'Italia Cara Unità, era fin troppo prev ( da "Unita, L'"
del 01-02-2008)
Abstract: di leggi laiche e
civilissime basate sul rispetto individuale di tutti i cittadini, della
straordinaria rinascita economica della Spagna, ho spento la televisione e non
ho potuto impedirmi di chiedermi che cosa la Spagna abbia di più dell'Italia e
mi sono resa conto che forse loro hanno qualche cosa di meno, e che queste
"assenze"
Eraclito
e il pericolo del pensiero teologico integrale
( da "Manifesto,
Il" del 01-02-2008)
Abstract: Che siano in molti
casi fatti di quella pasta laica di una volta che, a modellarla, sembra sia
stata la mano di un Dio avveduto e un po complice. Un
Dio che, anziché far levitare i suoi emissari,
preferisce di gran lunga far lievitare le coscienze. Un grande.
Il
'68 alla rovescia del cattolico Messori
( da "Giornale.it, Il"
del 01-02-2008)
Abstract: né soprattutto i
suoi maestri laici all'università di Torino, città dove Messori
è diventato grande. Gente del calibro di Norberto Bobbio, Alessandro Galante
Garrone, Luigi Firpo. Le premesse, gli studi, le
frequentazioni, la formazione laica - se proprio di libri era destino che si
occupasse - facevano di lui il candidato ideale alla scuderia dell'Einaudi.
ALDO
BALESTRA SESSANT'ANNI FA, NEL 1948, IL PRIMO COMIZIO POLITICO. A CASSANO
IRPINO, UN PIC ( da "Mattino, Il (Nazionale)"
del 01-02-2008)
Abstract: cattolico e
credente assai, che si batteva per una visione laica della politica, furono i
vescovi della zona, contrari all'accordo di centrosinistra con i socialisti. "Spiegai - ricorda - al vescovo di Ariano Irpino,
il compianto monsignor Venezia, che potevo ubbidirgli per motivi di prudenza,
ma in cambio gli chiedevo di dire che la nostra posizione politica non era
eretica.
VESCOVI
IN CAMPAGNA ELETTORALE: NON VOTATE ZAPATERO
( da "Mattino,
Il (Nazionale)" del
01-02-2008)
Abstract: Un'argomentazione,
quella dei vescovi, che i socialisti liquidano come "ipocrita e
malintenzionata". E ricordano che la stragrande maggioranza degli spagnoli
"difende lo Stato costituzionale e una società laica". L'86% - stando
ai sondaggi on-line di ieri - è contraria
all'interferenza della Chiesa nella politica.
( da
"EUROPA.it"
del 01-02-2008)
LIB Instrumentum regni? No grazie FEDERICO ORLANDO Il
cardinale Ruini dice che la chiesa non incita "alla rivolta" contro
la 194. Giusto, visto che l'unica rivolta di cui si corre il rischio è quella
di milioni di donne stanche di sentirsi dare dell'omicida e dell'assassina. (Gunther Grass
prevede un nuovo Sessantotto anche in Germania). Proprio in questi giorni si
succedono pronunciamenti laici, dal convegno dei liberal
del Pd a Roma, al volume monografico di Micromega su
Sessantotto: mito e realtà, con articoli che s'intitolano, tanto per andarci
soft, "La persecuzione di Ratzinger" o "La Chiesa e le donne
assassine". A me liberale laico ma ? crocianamente
? non massone, immanentista ma non irreligioso (la "religione della
libertà", e l'etica e la vita morale che ne conseguono), tutto ciò non
piace. Non piace che la religione sia di nuovo trasformata in instrumentum
regni dal grande fratello Ferrara o dal piccolo g o l l i s t a Sarkozy in
caduta libera di consensi (al "Cinismo religioso di Monsieur Sarkozy" il Co r r i e r e
della Sera ha dedicato un robusto articolo di Bernard-Hénri
Levi). E non mi piaceva neanche 50 anni fa quando sconfitto De Gasperi, la
difesa del laicismo liberale fu impugnata dal Partito radicale di Carandini, Cattani, Ferarra, Villabruna, Antoni, Olivetti, Rossi e i giovanissimi Pannella,
Scalfari, Romeo?, ricordato dal Sole-24 Ore
nell'inserto culturale della domenica. Il quotidiano milanese ha preso lo
spunto dal ritrovamento di una lettera che il fondatore del Mondo, Mario Pannunzio, indirizzava a un lettore timoroso che il
laicismo liberale scivolasse in un vetero-anticlericalismo
socialista alla Podrecca. Pannunzio gli scriveva: "La
nostra non è una campagna di carattere religioso. È sul piano politico
che contrastiamo l'invadenza clericale (?) Tra tutti i concordati, pessimo è proprio il nostro, che Mussolini, da buon
dittatore, aveva firmato per non rispettarlo. Oggi a non rispettarlo sono gli
altri contraenti, che vanno allargando sempre più l'ambito
dei propri privilegi a scapito dei diritti dello stato. Che sono i diritti di tutti i cittadini, e che noi, come laici,
difendiamo". Posizione specularmente rovesciata rispetto a quella
della crociata contro le donne; o rispetto a quella di Sarkozy
"venuto a Roma ? dice Bernard-Hénri Levi ?
con freddo calcolato cinismo a fare un giro dalle parti dei cattolici,
prima di farne altri dalle parti degli ebrei, dei massoni, dei musulmani".
( da "Stampa, La" del
01-02-2008)
Intervista Don Bru, direttore
della radio cattolica NO AL DIALOGO CON L'ETA I vescovi contro Zapatero
"Spagnoli, non votatelo" Il primo ministro si difende: la maggioranza
è dalla mia parte "La Chiesa ha tutto il diritto di criticare leggi
antireligiose" "Non si può trattare con dei terroristi che non
rispettano la vita umana" DALL'INVIATO A MADRID [FIRMA]LUIGI LA SPINA
INVIATO A MADRID Il ministero della Sanità fronteggia uno dei più belli e noti
viali di Madrid, il Paseo del Prado.
Sulla facciata spiccano tre enormi fotografie con i volti di alcuni fra gli
uomini più conosciuti della Spagna: un famoso giudice, uno scrittore e un
presentatore tv. Sono, tutti e tre, gay dichiarati e, sotto i loro sorrisi, c'è
un messaggio esplicito: "Noi usiamo il preservativo". Basterebbe
pensare a una trasposizione italica di tale scena, con gli effetti che avrebbe
nella nostra società, per capire come, nonostante le apparenze, Madrid sia
molto più lontana dalle nostre città delle due ore scarse che un aereo impiega per
collegare i nostri due paesi latini. E per capire come il capo di governo di
una nazione nominalmente cattolica come la Spagna possa affrontare senza troppi
timori, senza imbarazzate giustificazioni, soprattutto senza palinodie un
attacco così duro come quello che, ieri, i vescovi spagnoli gli hanno sferrato.
Eppure, si stimano ancora in 8-10 milioni gli spagnoli praticanti. Persino nel
suo partito, il Psoe, Luis
Rodriguez Zapatero può trovare tra gli uno e i due milioni di sostenitori che
si dichiarano cattolici. La Spagna, erede di un impero
unitario dalla fine del Quattrocento, conta su un senso dello Stato
orgogliosamente difeso da tutti i suoi cittadini. Una separazione con la Chiesa
tranquillamente rivendicata dall'intera classe politica, anche quella del
centrodestra. E' significativo, a questo proposito, che i leader del Partito
popolare, lo schieramento che cercherà, il 9 marzo, di ottenere i voti per
scalzare Zapatero dal palazzo presidenziale della Moncloa,
non abbiano promesso, ad esempio, di cancellare tutte quelle riforme introdotte
da colui che, in Italia, viene dipinto come un pericoloso e incosciente
mangiapreti. Vogliono solamente togliere la dizione "matrimonio" alle
unioni tra gay, ma non si sognano di abolire una legislazione di protezione giuridica
ben più estesa di quella che era prevista nei cosiddetti "Dico", la
proposta avanzata timidamente dal centrosinistra italiano e subito naufragata
per i dissidi interni all'Unione. Così le riforme approvate da Zapatero nel
campo dei diritti civili, quelle più contundenti nei confronti della Chiesa,
hanno ottenuto un consenso valutato, dai sondaggi dell'epoca, tra il 70 e l'80
per cento della popolazione. Ecco perché nel ritratto che traccia Suso de Toro nell'ultimo libro sul leader spagnolo,
Zapatero rivendica di "non essere affatto un radicale" e di aver
sempre interpretato il pensiero e la volontà della maggioranza dei suoi
compatrioti. Maria Teresa Fernandez de la Vega,
vicepresidente del suo governo, peraltro composto per la metà da donne, forse caso
unico al mondo, riassume la personalità del premier spagnolo con una formula
molto efficace: "Una miscela di idealismo e pragmatismo". Zapatero è
uno strano leader carismatico che deve smentire la sua fama di
"timido", una caratteristica inadatta alla figura del capo di un
partito moderno, ma si compiace di presentarsi come "reservado"
e "austero". Una attitudine a frenare
l'eccessiva esibizione di sé, che lui stesso definisce, con un termine
difficilmente traducibile con una solo parola italiana "contencion". "La principale virtù - afferma il
premier - di chi ha anche molto potere". Perché un capo
di governo che autodescrive la propria personalità a
tinte così poco rutilanti abbia puntato la gran parte del suo primo mandato su
un tale allargamento dei diritti individuali da suscitare la furibonda
opposizione della Chiesa, in un paese, comunque, di antica tradizione
cattolica, è spiegato da lui stesso con queste parole, sempre affidate al suo
biografo: "Teoricamente il principio di uguaglianza tra uomo e donna non
era una questione prioritaria della socialdemocrazia classica, così come lo era
la difesa dei lavoratori, l'educazione, l'accesso alla sanità. Oggi,
invece, è prioritaria, perché è un fattore di democratizzazione sociale. La
sinistra operaia mancò di capire, ed è comprensibile per l'epoca, che il
soggetto di cambio della storia, soprattutto nel XXI° secolo,... è la cittadinanza. Questo significa
un'ampia espansione dei diritti, di libertà. Diritti sociali,
economici e individuali". Zapatero è consapevole, dunque, che la
sua proposta ai partiti riformisti dell'Europa si differenzia notevolmente dai
canoni della socialdemocrazia classica. E' la variante iberica, applicata con
la massima coerenza e con la massima decisione. Una parte della società spagnola,
appoggiata dai vescovi, è rimasta traumatizzata dall'esperimento. Il 9 marzo
sapremo se la maggioranza dei cittadini di questo paese riterrà che l' esperimento possa continuare.\Con un po' di simpatetica
irriverenza si potrebbe definire don Manuel Bru
un prete-pesca. Come il frutto, infatti, il direttore per i temi religiosi
della rete cattolica COPE, la seconda radio generalista della Spagna, è
paffutello, morbido e suadente, aperto e disponibile. Del resto, è un perfetto
uomo di comunicazione. Ma, dentro, è del tutto inflessibile sui principi della
morale e battagliero nel difendere il diritto della Chiesa a propagandarli
nella società iberica, anche in campo politico. E' l'uomo giusto, insomma, per
spiegare i motivi del duro attacco dei vescovi spagnoli a Zapatero. Come mai,
don Manuel, la commissione permanente della Conferenza episcopale entra, in
modo così diretto, nella campagna elettorale? "Madrid
-on è una novità. C'è sempre stato,
in tutte le campagne elettorali, un intervento simile dei vescovi
spagnoli". Non così pesante e non così esplicitamente contro uno
schieramento. "Guardi, le vere novità del documento sono
solo due: la prima è l'appello perché non ci sia una trattativa, né palese né
mascherata, con l'Eta. Con una
organizzazione terroristica, che non rispetta la vita umana, non si può
negoziare. Finora, questa raccomandazione non era mai stata
fatta perché non c'era mai stato un governo che avesse
intrapreso un tale tentativo, ora ammesso, invece, da Zapatero". Ma
così la Chiesa cattolica non diventa un soggetto politico, anzi partitico? "La rivendicazione della libertà dei vescovi di parlare, anche
in campo politico, è, appunto, la seconda novità del documento. La Chiesa ha il diritto, ma anche il dovere, di giudicare ingiuste
e incompatibili, con la nostra fede e con la nostra morale, alcune leggi".
Perché si è arrivati a un tale scontro tra la Chiesa e Zapatero? "Lui ha pagato il prezzo di essere stato
eletto con il condizionamento determinante di gruppi estremisti, in prevalenza
insegnanti ed educatori, che lo hanno spinto a una concezione radicale dei
diritti degli individui. In un processo di avanzata secolarizzazione
della nostra società, paradossalmente, questo atteggiamento
ha avuto il risultato di rafforzare il laicato cattolico spagnolo. Si potrebbe dire che Zapatero ha contribuito a riempire le nostre
chiese". Vi diranno che così aiutate il centrodestra... "Lo
diranno, ma anche con il Partito popolare non c'è una identificazione
con la Chiesa spagnola: anche loro, ad esempio, purché si elimini solo il
termine "matrimonio", sono favorevoli alle unioni gay. L'unico vero punto di accordo con il Pp è
il giudizio negativo sulla cosiddetta legge di "educazione alla
cittadinanza", una materia obbligatoria nelle scuole, che è un vero corso
di indottrinamento socialista e laicista".\.
( da "Repubblica, La" del
01-02-2008)
Pagina V - Genova IL SOCIOLOGO "Ma
su Internet votano i più scolarizzati e i gruppi organizzati" Guala, sorprese e certezze "Vince il volontariato la
politica è in ribasso" "Non può stupire la vittoria del creatore del
"V-day": è tra i primi dieci "European Heroes" nella
graduatoria stilata da Time" "Ogni
sondaggio è interessante perché esprime come si muove una popolazione. Certo, chi è legato a fatti di cronaca ha più attenzione" è
carnevale, professor Guala. Ci si può aspettare
di tutto. Ogni scherzo vale, anche nei sondaggi. Sociologo, già assessore nella
giunta Sansa, Chito Guala
insegna Sociologia e Metodologia delle scienze sociali alla facoltà di Scienze
Politiche di Torino. Sorprendente. Sindaco e cardinale - sembra Mistero Buffo
di Dario Fo - clamorosamente espulsi dal vertice della classifica. Se è
concesso un aggettivo irriverente, preso dal lessico della politica, trombati. "Occorre premettere che questi sondaggi sono in qualche modo
riservati a persone avvezze all'uso delle tecnologie, che navigano sul web,
dunque sono anche autoselezionate. Un conto sono i sondaggi basati su interviste telefoniche, dunque a
distanza, un conto quelle organizzate sui siti Internet, che tra gli addetti ai
lavori sono considerate con diversa attendibilità, perché escludono chi non sa
usare il computer e chi non è dotato di un collegamento alla rete".
Va bene. Ha vinto Grillo. "è un personaggio che ha grandissima visibilità,
quando è iniziato il sondaggio di Repubblica aveva appena raggiunto il massimo
risultato di popolarità con la sua polemica contro la politica, del resto è tra
i primi dieci nella graduatoria stilata da Time degli
"European Heroes",
personaggi che nel 2007 hanno fatto qualcosa per migliorare il mondo". Il
medico: non proprio visibile, il dottor Testino. "Anche
qui, altra premessa: contano molto, in questi casi, le reti di relazioni tra
gruppi che tra loro collaborano, insomma una sorta di tifo organizzato.
Questo avviene con maggior intensità se all'interno di reti di volontariato vi sono gruppi capaci di rendere visibile un personaggio,
portatori di un qualche interesse, aspetto che attira l'attenzione di realtà
organizzate". Tutto chiaro, professore. Adesso viene il difficile: spieghi
il tonfo di Marta Vincenzi e di Angelo Bagnasco. "Cominciamo dal sindaco. Il pubblico della Vincenzi, se è un pubblico popolare, è diffuso anche tra i
ceti meno scolarizzati, che allora in una situazione del genere rimangono un
po' fuori. è il discorso di Internet, a pesare.
Tuttavia non è solo questo: la classe politica sconta un disinteresse. Se
guardiamo ad altri sondaggi su istituzioni nel cuore della gente, la politica è
in basso. E questo dato è pendant con quello di Beppe Grillo,
premia l'antipolitica". Laici e no, nessuno si
salva. Angelo Bagnasco nel
( da "Secolo XIX, Il" del
01-02-2008)
No alla scelta di Napolitano: ignora il volere del popolo
In regime di democrazia vorrei poter esprimere il mio dissenso, anzi, più che
altro, un grande rammarico, per la scelta del presidente Napolitano che ha
affidato a Marini l'incarico di formare un nuovo governo. Tanto è stato virtuoso, da parte di Marini, accettare l'incarico che
fino a poche ore prima andava dichiarando che non avrebbe accettato (!), tanto
sarà per lui arduo, se non impossibile, provare a mettere d'accordo fazioni che
- fino a ieri - si sono ampiamente dimostrate in totale disaccordo su tutto, a
iniziare dalla riforma elettorale. Certo, sapevamo che Napolitano era
espressione di una certa parte politica, ma credevo che in lui avrebbe prevalso
il realismo applicato al senso dello Stato, piuttosto che l'idea di tentare
l'ultima cura per rianimare un Parlamento inficiato dalla sfiducia a Prodi e
scaduto da tempo alla fiducia degli italiani. Indugiare con terapie inefficaci,
se non sbagliate, si traduce - per il malato - nel più deleterio accanimento
terapeutico. Cambiare direttore d'orchestra serve a poco quando gli
strumentisti suonano ognuno per conto loro dando luogo a improponibili
stonature. Dopotutto lo stesso Napolitano, all'indomani della prima caduta del
governo Prodi (21 febbraio 2007), nel rimandarlo alle Camere tre giorni dopo
ebbe a sottolineare che, se il governo non avesse tenuto politicamente, avrebbe
ridato voce agli italiani. Questo anche perché il leader della coalizione di
centrosinistra - voluto e votato dal popolo - era stato
Prodi. E posto che Prodi al Senato non ha mai avuto una vera maggioranza
politica e ha avuto costante bisogno dei senatori a vita, dopo la sfiducia di
questi giorni, confidavo che il Capo dello Stato avrebbe agito di conseguenza.
Mi sembra insomma che Napolitano abbia dimenticato fra le sue consultazioni,
quella più importante: quella del popolo italiano. Angelo Toscano
tosc.angelo@tiscali.it Cattolici-conservatori e laici
è questo il confronto in atto Adesso che è caduto il governo più laico che,
oggi, potessimo avere, dobbiamo arrivare alle elezioni nel miglior modo
possibile. Fortunatamente, ora, è chiaro il vero confronto politico, che c'è
oggi, in Italia. Questo è un passo avanti. Il confronto è
tra i cattolico-conservatori da una parte e i laici (liberali, social-comunisti, cattolici-liberali
e le minoranze religiose non cattoliche), dall'altra. Destra e sinistra non
hanno più senso. È quasi sicuro che le elezioni, dal mio punto di vista, si
perderanno: però, almeno, in Parlamento avremo finalmente un partito laico
unito. Compatto. Era così prima della marcia su Roma, ai tempi di Turati
e di Giolitti che non sono riusciti ad andare d'accordo: Montanelli diceva che
è per questo che lo Stato laico è fallito. È difficile per i laici andare
d'accordo, ma bisogna farlo perchéè nell'interesse di
tutti. Il nostro problema è la diffidenza reciproca. Secondo me è questo che ci
ha sempre fregato. L'unico modo per vincere la diffidenza è che uno si faccia
avanti e dimostri che ci si può fidare di lui. Vale per tutti. È ovvio che la
diffidenza non si vince solo a parole. In comune
abbiamo il Risorgimento e la Resistenza: penso che dovremmo partire da queste
tradizioni, che sono le tradizioni dello Stato italiano. Ci sono diffidenze
riguardo all'economia - e anche equivoci. Gli operai pensano che il libero
mercato li danneggi? Attenzione: in Italia il capitalismo è protezionista. Il
libero mercato c'è, a esempio, in Danimarca dove le aziende hanno la
possibilità di licenziare, ma per i disoccupati c'è un sussidio, dato dallo
Stato, che permette di non finire in miseria. Queste cose le diceva
l'economista Milton Friedman: penso sia stato uno sbaglio
farlo passare per reazionario. Lo stesso vale per Montanelli. Sono equivoci. Lo
stesso per Che Guevara e altri. Per quanto riguarda i problemi religiosi, penso
che la parificazione tra tutte le confessioni religiose nei confronti dello
Stato, che deve essere indipendente, faccia del bene a tutti: a cominciare dai cattolici. Per chi non ci crede basta chiedere ai cattolici che vivono, a esempio, nei paesi protestanti:
Stati Uniti e così via. Non se la passano poi così male. Atteggiamenti
intransigenti per colpa dell'intolleranza che c'è nei paesi islamici (non
tutti), non dovrebbero essere accettati, perché siamo uno Stato democratico.
Non è una "crociata" contro la chiesa cattolica. Non siamo più
nell'ottocento ai tempi del "caso" Mortara. Però, se oggi il Vaticano
crede nella democrazia, lo si deve alla breccia di Porta Pia. Probabilmente sto
sognando a occhi aperti. Però, secondo me, se non si inizia, di risultati non
se ne ottengono. I mezzi ci sono, credo. Bisogna essere realisti, però. Ivano Dallagiacoma Genova Il solito grottesco balletto per
un'esplorazione inutile Non pago delle esplorazioni per giorni condotte
personalmente, Napolitano ha nominato un nuovo esploratore, le cui esplorazioni
si concluderanno nel nulla. Ex-comunisti, Napolitano
e Veltroni, fanno e disfano a loro piacimento, con la regìa
accorta e occulta di Massimo D'Alema, vero ispiratore, concertatore e direttore
d'orchestra. Ci impongono la triste ritualità del ridicolo balletto delle
consultazioni, costringono i cittadini a subire procedure grottesche di cui
tutti hanno le scatole piene. Espongono l'Italia, con gli infiniti giri di
valzer, all'incredulità attonita, alla derisione e al disprezzo dei nostri
partner europei. C'è di che vergognarsi a essere italiani. Giovanni Bertei La Spezia I monarchici con la sinistra perché il re
è sopra le parti In questi giorni d'intenso dibattito politico desidero
soltanto ricordare che la sinistra è sostenuta anche da una parte consistente
dei monarchici. Questo perché la Monarchia costituzionale è alternativa
istituzionale, non politica. Rimane al di sopra della lotta fra partiti e
garantisce la libertà d'espressione. Mantenendosi estraneo alla lotta partitica
e indipendente dai relativi interessi, il re è in grado d'impedire gli eccessi
della classe politica, agendo liberamente secondo il dettato costituzionale.
Durante gli 85 anni del Regno d'Italia, trentadue governi su sessantacinque
furono di sinistra. Il primo fu quello condotto da Rattazzi,
nominato meno di un anno dopo la proclamazione del Regno. Ancora oggi, però,
sembra che questi concetti fondamentali non siano stati compresi da molti. I
quali, con il loro acritico sostegno a certe avventure politiche, minano alla
base la credibilità dell'alternativa istituzionale monarchica, non rendendo
certamente un bel servizio all'Italia o a Casa Savoia. Alberto Casirati Azzano San Paolo (BG)
01/02/2008.
( da "Secolo XIX, Il" del
01-02-2008)
Coppie di fattoBindi
frena Genova: "Ci pensi lo Stato" l'anagrafe delle unioni civili
Regione, lite tra il diniano Monteleone
e Costa (Pd)Gasparri: nel capoluogo ligure ci sono altre priorità NON VUOLE
pronunciarsi Lamberto Dini, leader di Ld ieri
impegnato con Franco Marini nella ricerca di un accordo sul futuro governo: del
resto è un tema di cui non si è mai occupato. Sarà per la prossima volta, per
ora non supporta le dichiarazioni di Rosario Monteleone,
ex Margherita e ora suo referente ligure per il partito dei liberal
democratici. Monteleone ha speso parole favorevoli al
progetto allo studio del Comune di Genova di istituire un'anagrafe per le
coppie di fatto e ha criticato "l'ipocrisia" del vicepresidente della
Giunta regionale Massimiliano Costa (Margherita). "Lo giudico un ipocrita
e un falso moralista, un anno e mezzo fa , prima delle
elezioni politiche, ha posto lui la questione facendo approvare un testo che
riconosce i diritti alle coppie di fatto", ha spiegato Monteleone.
Neppure Francesco Rutelli è reperibile, inutile insistere. Rosy Bindi non si
sottrae, invece, al dibattito che si è scatenato sul caso Genova. Bindi
ribadisce una posizione già tenuta a Roma, quando il Comune guidato da
Veltroni, ha di fatto bocciato la proposta di creare
un registro delle coppie di fatto avanzata da Rifondazione, Rosa nel Pugno e
Sinistra democratica. Secondo il ministro della Famiglia Bindi (firmataria con
Barbara Pollastrini anche della proposta di legge sui
Dico, poi bocciata) occorre che "i Comuni non procedano in ordine
sparso". Coerente con l'impegno profuso nel voler regolamentare le coppie
di fatto (dette Dico, poi Pacs e infine Cus), l'esponente della Margherita dice che
è"indispensabile una legge nazionale che consenta finalmente ai Comuni di
lavorare con maggiore efficacia giuridica". Sono proposte sacrosante,
insomma, e l'anagrafe delle coppie di fatto ha un grande valore simbolico (il
che non è poco), ma senza una legge accade che poi la coppia non abbia alcun
effettivo diritto. Intanto la Giunta comunale di Genova è corsa ai ripari: dopo
aver compreso che il certificato per le unioni di fatto non avrebbe avuto un
riconoscimento politico di tutti gli alleati della maggioranza, ha corretto il
tiro. Invece del certificato il Comune potrebbe autorizzate l'emissione di un
attestato di convivenza, poco più di
un'autocertificazione il cui valore legale è nullo. Chi non ha dubbi è l'esponente
di Alleanza Nazionale Maurizio Gasparri. "Una proposta sbagliata fatta
fuori tempo", dice Gasparri commentando proprio il dibattito circa la
possibilità di istituire un registro anagrafico delle coppie di fatto nel
Comune del capoluogo ligure. Dibattito che sta creando forti scontri anche nel
Pd ligure. "Ritengo che sia una proposta che creerà solo lacerazioni nel
loro fronte, come è stata di impaccio, causa non secondaria delle difficoltà di
Prodi - ha proseguito Gasparri, ieri a Genova per presentare il suo libro
"Il cuore a destra" - Credo che potrà essere causa di impaccio,
politicamente parlando, per il Comune, che penso abbia altre priorità da
affrontare". Secondo Gasparri la proposta è"sbagliata perché in contrasto con principi laici della
Costituzione che vedono la famiglia come un'unione tra un uomo e una donna. Siamo cattolici e quindi crediamo anche ad un principio tradizionale della
famiglia - ha aggiunto - ma basta fare riferimento a testi assolutamente laici
come la Costituzione voluta anche da Togliatti. Aveva ragione il
cardinal Bertone che diceva che era meglio Togliatti
di quelli di oggi. Quando arrivarono di fronte ad alcune
cose, i comunisti del dopoguerra si fermarono". La Federazione
Giovanile dei Comunisti Italiani apprezza, invece, "l'apertura del
dibattito in merito all'istituzione di un registro anagrafico delle coppie di
fatto". E si augura che "si apra una discussione seria e costruttiva
e che anche Genova possa essere un esempio per tutto il paese".
"Riteniamo - si legge in una nota - che questo sia uno strumento utile che
va incontro alle esigenze di tanti giovani e non, che scelgono la convivenza
come scelta di vita e che oggi non si sentono adeguatamente tutelati dalle
istituzioni, come invece avviene nella maggior parte dei Paesi europei". silvia neonato 01/02/2008 ' 01/02/2008 posizionidi
principioI Comuni non devono andare avanti in ordine
sparso. Serve una legge per dare dei diritti reali Rosy Bindiministro
della Famiglia 01/02/2008 ' 01/02/2008 giudizionegativoUna proposta sbagliata perché contrasta i
principi laici della Costituzione maurizio gasparriesponente di An 01/02/2008.
( da "Repubblica, La" del
01-02-2008)
Pagina XI - Bologna CHI è Il prete che scrisse a
Berlinguer La storia d'Italia (e anche le gerarchie, con meno entusiasmo) lo
ricordano come "il vescovo che scrisse a Berlinguer". Grande figura
del cattolicesimo conciliare e avanzato, Luigi Bettazzi
nasce a Treviso nel 1923. Segue la famiglia a Bologna, dove viene ordinato
sacerdote dal vescovo nel 1946. Dopo le lauree in teologia e filosofia, il
cardinal Lercaro lo nomina
suo vescovo ausiliare nel 1963. Col cardinale, Giuseppe Dossetti e Giovanni Catti partecipa ai lavori del Conciclio
Vaticano II. Alla fine del '66 viene nominato vescovo di
Ivrea, dove è tuttora vescovo emerito. è stato presidente di Pax Christi. Nel '75 il
suo carteggio con il segretario del Pci sul dialogo fra laici e cattolici fece epoca. Vive a Ivrea ma è spesso a Bologna, dove ha una
sorella.
( da "Repubblica, La" del
01-02-2008)
Rutelli in campo per il Campidoglio Il vicepremier
tentato: "Non è il mio progetto ma ci penserò" Il centrosinistra GIOVANNA
VITALE ROMA - Ripassa dal via, Francesco Rutelli. Nel
Monopoli della politica italiana, l'ex presidente della Margherita tenta di
ricominciare da dove era partito: il Campidoglio. "Non ha ancora sciolto
la riserva", rivela uno dei fedelissimi, "ma siamo tutti convinti che
alla fine accetterà". Salvo sorprese dell'ultima ora, dunque, sarà lui il
candidato alla successione di Veltroni, l'uomo sul quale il Pd punta per
impedire che Roma finisca nelle mani del centrodestra. Certo, Rutelli nutre ancora
qualche dubbio. A colloquio con il segretario dei Democratici nello studio con
vista sui Fori che fu prima suo, accolto ieri da uscieri e impiegati come se
non se ne fosse andato mai, l'ha fatto capire con chiarezza. "Non dico di
no, ma potrei dire di no", ha ragionato a quattr'occhi con Veltroni. "Tornare qui non è il mio progetto, prometto però che ci
penserò. Devo riflettere molto seriamente".
Una risposta interlocutoria al forcing messo in atto dai big del Pd. Prima di
pronunciare il fatidico sì, il vicepremier vuol misurare la risposta della
città, capirne gli umori, avviare una campagna di privatissime consultazioni.
Con gli altri partiti del centrosinistra, innanzitutto, ma
pure con una serie di mondi che rappresentano il tessuto vivo e vitale dell'Urbe:
imprenditori e parrocchie, associazioni laiche e cattoliche,
sindacati e categorie professionali. Alla ricerca di una conferma che il
suo nome non incontrerà resistenze. Sono giorni che le voci di un possibile
ritorno dell'ex sindaco sull'acropoli capitolina si rincorrono a ondate.
Prima sì, poi no, poi forse, chissà. Tuttavia nelle ultime 36 ore, con la
caduta del governo Prodi e l'approssimarsi delle dimissioni di Veltroni per
evitare che il Campidoglio resti commissariato sino al 2009, il pressing su Rutelli
ha subìto un'improvvisa accelerazione. Mercoledì sera, a illustrare in una
lunga telefonata la necessità e anche la forza di una sua candidatura, ci aveva
provato Goffredo Bettini, gran regista e king maker della politica cittadina, colui che nel '93 lo
lanciò come possibile sindaco di Roma contro Gianfranco Fini, all'epoca
sponsorizzato da un Silvio Berlusconi appena affacciatosi alla politica.
"Incoronarti con le primarie", gli ha spiegato il coordinatore
nazionale del Pd, "a questo punto sarebbe francamente impossibile: non c'è
più tempo, occorre fare in fretta". Se tutto andrà come deve, infatti,
Roma potrebbe tornare alle urne già in primavera: il 25 maggio è la data più
accreditata per il primo turno delle comunali. E quando il vicepremier ha fatto
osservare che pure Bettini, dato nei giorni scorsi
fra i papabili, sarebbe stato un autorevole candidato,
il coordinatore nazionale del Pd ha replicato con la consueta schiettezza:
"Mi sono dimesso da senatore proprio per costruire il nuovo partito insieme
a Veltroni, non posso lasciare nella fase più delicata, alle porte di una
campagna elettorale che si preannuncia durissima". L'ora dei tatticismi è
scaduta, è stato il messaggio lanciato tra ieri e
l'altro ieri dal vertice democratico, bisogna fare qualcosa, e subito: perdere
Roma, soprattutto in una fase come questa, è un rischio che non si vuole
neppure prendere in considerazione. Ecco perché Rutelli, che pure "ama la
sua città e il mestiere di sindaco come niente al mondo" osservano al suo
quartier generale, sarebbe tanto tormentato. L'ultima cosa che vorrebbe, nel
caso decidesse di tirarsi indietro, è che gli venisse addebitata un'eventuale
sconfitta. Che viceversa, con lui in corsa - secondo sondaggi riservati -
verrebbe scongiurata. Senza contare che Roma, negli ultimi quindici anni, ha
sfornato due candidati premier di centrosinistra su tre: uno dei quali è
proprio lui.
( da "Unita, L'" del
01-02-2008)
Stai consultando l'edizione del Un
grande grazie ai pochi che salvano l'Italia Cara Unità, era fin troppo
prevedibile che il governo Prodi con quella maggioranza non sarebbe arrivato a
fine legislatura. La speranza che qualcosa potesse cambiare c'era e forse c'è
ancora, ma sinceramente non mi sono mai illuso! Certo, i cambiamenti sono
inesorabilmente lenti, ma per avanzare devono avere continuità politica, ma
soprattutto continuità culturale. Mi sembra di scorgere, nella maggior parte
dei trentenni, sentimenti di disillusione, atteggiamenti di disimpegno e di
qualunquismo endemico. Vedo intorno nuove generazioni
di fantasmi: tutti uguali, tutti vestiti allo stesso modo. Purtroppo la cultura
da grande fratello, oggi più che mai è ancora maggioranza... Questo è ciò che
vedo, tutti i giorni, da una postazione privilegiata: il mio lavoro in
un'azienda di giovani dove l'età media è 35 anni. Comunque, dopo questa
delusione , ho rafforzato ancor più l'idea che il
mondo stia ancora in piedi grazie a poche persone: grazie a quelli che hanno
ancora il coraggio di denunciare la camorra, nonostante siano nati in zone dove
tutto è camorra. Grazie a quelli che continuano a lottare per i diritti dei
lavoratori. Grazie a quelli che continuano a credere nella politica e nei
valori, nonostante la corruzione e l'impotenza della politica. Grazie a quei
ricercatori, che nonostante tutto, non sono ancora scappati all'estero. Grazie
a quelli che, ancora, credono che le persone si valutano
per quel che fanno e non per la macchina che comprano. Forse sono questi che
hanno salvato, e continuano a salvare, l'Italia: sono le eccellenze. E in
Italia le eccellenze sono, da sempre, i tanti intellettuali: dai giovani
scrittori come Saviano ai tanti scrittori rimpianti
come Pasolini e Biagi, dai registi attuali come Benigni agli storici Visconti e
De Sica, tanto per citarne alcuni. La forza di questo Paese sta da sempre in
queste eccellenze, in queste culture. Mi aggrappo ancor più all'Italia
migliore, all'Italia anticonformista di cui mi sento nel mio
piccolo parte, che continua a resistere nonostante il nulla che avanza.
Giuseppe Mantegazza, Milano Il Silvio assolto per la
legge che si è fatto da solo Cara Unità, dunque ieri il sig. Berlusconi è stato assolto dall'accusa di falso in bilancio perché,
grazie ad una delle prime leggi volute dal suo governo, falsificare i bilanci
di una società e fregare gli azionisti non è un reato in Italia. Ma che cosa
cavolo sono serviti i voti dati a Prodi se non ha provveduto ad eliminare
quella legge scriteriata? Oppure organizzate un incontro con Prodi e chiedete a
lui le ragioni, noi elettori abbiamo il diritto di saperlo e lui il dovere di dircelo.Sandro, Bologna L'ondivago
Fini ha cambiato idea ancora una volta Cara Unità, come fidarsi di Fini? Ho
visto Fini a Porta a Porta con Fassino dove ha profuso tutto il suo cinismo. Si
insiste a dire che Fini è una persona per bene, intelligente, che parla bene,
ecc, ecc. Ora la mia opinione è che - gratta gratta - sotto c'è sempre l'impulso reazionario.
Come si fa a credere ad una persona che ha fatto diventar matti tutti per fare
il referendum ed ora invece butta tutto alle ortiche. Come si fa ancora a
credere ad uno che predicava contro il Cavaliere
dicendo siamo alle comiche ed ora invece è tutto culo e camicia con lui. Basta
con questa persona che cambia atteggiamento e pensiero ad ogni pie' sospinto, che dice con assoluto cinismo che fa gli
interessi del Paese mentre fa tutto per per
convenienza. Gustavo Salsa La Chiesa ordina, il politico esegue Cara Unità,
nella trasmissione L'infedele (La7 - 30 gennaio) Maurizio Lupi (Forza Italia)
si accalorava nell'affermare che le indicazioni della Chiesa per i fedeli non
sono ordini e che ognuno agisce secondo la propria coscienza. Leggiamo questi passi tratti dal documento Considerazioni circa i
progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali,
approvato (28 marzo 2003) da Giovanni Paolo II e firmato dal cardinale Joseph
Ratzinger, Prefetto, e da Angelo Amato, Segretario: "Le presenti
Considerazioni... hanno anche come fine di illuminare l'attività degli uomini
politici cattolici, per i quali si indicano le linee
di condotta coerenti con la coscienza cristiana quando essi sono posti di
fronte a progetti di legge concernenti questo problema" (n.1); "Nel
caso in cui si proponga per la prima volta all'Assemblea legislativa un
progetto di legge favorevole al riconoscimento legale delle unioni omosessuali,
il parlamentare cattolico ha il dovere morale di esprimere chiaramente e
pubblicamente il suo disaccordo e votare contro il progetto di legge. Concedere il suffragio del proprio voto ad un testo legislativo
così nocivo per il bene comune della società è un atto gravemente
immorale" (n.10). È evidente che è la Chiesa a decidere quale debba
essere la coscienza dei fedeli; e che un cattolico che non segue
pedissequamente le indicazioni della gerarchia, è indotto a sentirsi in peccato
e fuori dalla Chiesa. Elisa Merlo Ho visto Zapatero in televisione... cosa
manca all'Italia? Cara Unità, un paio di mattine fa la
televisione spagnola TVE ospitava il primo ministro Zapatero: dopo averlo
sentito parlare con pacatezza, con cortesia, senza quella arroganza che spesso
contraddistingue le esternazioni dei nostri politici, del suo paese, di leggi laiche e civilissime basate sul rispetto individuale di
tutti i cittadini, della straordinaria rinascita economica della Spagna, ho
spento la televisione e non ho potuto impedirmi di chiedermi che cosa la Spagna
abbia di più dell'Italia e mi sono resa conto che forse loro hanno qualche cosa
di meno, e che queste "assenze" hanno reso possibile la
trasformazione della Spagna in un modello da seguire: loro non hanno il
Vaticano e, soprattutto, non hanno la criminalità organizzata che sembra essere
il vero motore immobile di tutte le vicende italiane. Le poche azioni a
livello politico intraprese per debellare le varie mafie si sono dimostrate
inefficaci, anzi a volte si ha l'impressione che sia la politica stessa a
piegarsi a logiche criminali, il nostro povero Stato assente apre varchi alla
delinquenza, siamo un paese bloccato perché una politica debole come la nostra
è la maggiore garanzia di prosperità per la criminalità organizzata, perché la
corruzione è parte integrante del nostro sistema di gestione dello Stato: dalla
sanità alle opere pubbliche allo smaltimento dei rifiuti. Sono colta da un senso
di sconfitta perché non riesco ad intravedere uno spiraglio, perché non mi fido
più, perché non riesco ad immaginare come faremo ad uscire da tutto questo, ad
attuare una vera rivoluzione etica, a ridare alla politica la dignità e la
moralità necessarie per una nuova prosperità di tutto il paese. Antonella Dalle
Ave.
( da "Manifesto, Il" del
01-02-2008)
L'opinione Eraclito e il pericolo del pensiero teologico
integrale Massimo Arcangeli Qualche tempo fa Gianni Riotta, in risposta alle
critiche di alcuni quotidiani sulla sovraesposizione mediatica di cui godrebbe
l'augusta persona del papa nei tg, ci aveva fatto
sapere che nei primi sei mesi del 2007 la percentuale dei servizi dedicati
all'informazione di carattere religioso dal tg1 è
stata appena del 2,44%. Che strano, pensavo fosse di molto inferiore. Avranno
forse contribuito a innalzare il dato - bisognerÃ
domandarlo ai responsabili del sondaggio - le aperture dedicate a Benedetto XVI
dal tg1 in quei sei mesi; avranno senz'altro contato di più
dei servizi cui non è toccato il privilegio della
copertina. Certo si poteva pensare di estendere il calcolo anche al secondo
semestre; un punticino in meno, data la scarsa
attenzione riservata alle ingerenze vaticane in quel periodo, ci sarebbe
sicuramente stato. Se non altro si sarebbero messi a
tacere i soliti maligni, Pannella in testa, che hanno calcolato in un esagerato
30% l'occupazione di suolo informativo pubblico da parte di Benedetto XVI e
delle gerarchie ecclesiastiche. Giuliano Ferrara prima si proclama "ateo
devoto", promuovendo dalle pagine del Foglio una moratoria sull'aborto
"omicidio perfetto", quindi annuncia la sua partecipazione alle
veglie espiatorie di preparazione all'Angelus domenicale sponsorizzato dal
cardinal Ruini. A quando la sua prossima, stupefacente incarnazione? Ci
dobbiamo aspettare il "cattolico miscredente"? O magari il
"fustigatore penitente", doppione simbolico di una senatrice Binetti che ha sposato la tortura del cilicio alle
metaforiche frustate inferte a avversari e tiepidi difensori della bandiera
dell'orgoglio cristiano? Uno spassionato consiglio: non sarebbe meglio di
antiestetiche e costringenti cinture di setole equine annodate, che riempiono
di piaghe il girovita, un bel piercing anellare, in
stile taurino, alla base del naso? Non sarà così cool ma almeno, fatto il
buco nella cartilagine, non si soffre più. Livio Fanzaga, conduttore dell'inquietante Radio Maria, ha messo
in guardia i suoi radioascoltatori, qualora fossero mai intenzionati a prendere
(o intraprendere), anziché la via di Damasco, la
strada dell'università italiana, dalla presenza
incombente del male in aule e corridoi: si aggirerebero
negli atenei gruppuscoli di giovani "al limite del satanismo" e
"professori cornuti con tanto di tridente e di coda" che, a
spruzzargli addosso dell'acqua santa, "esce fuori il fuoco" e
"fumano". Ho provato a fare la prova sul mio corpo ma non è successo niente. Forse in me, "ateista
impenitente", il Maligno ha pensato bene di non stare a
dimora; altrimenti sarebbe andata a finire - non bastassero i sintomi di
"astinenza dalla ricerca" (per mancanza di fondi) - che mi sarei
dovuto sottoporre a un esorcismo. Ma forse Belzebù
staziona per ora nella sola "Sapienza", del resto quel 67 - tanti
sono stati i docenti contrari alla lectio magistralis
che il Papa avrebbe dovuto tenere proprio lì - non può mancare di turbare: non è
666 il numero della Bestia? e non sono forse 7 i
peccati capitali? Le risate intanto si sprecano tra i 500 e più
autori dei messaggi che si possono leggere su You
Tube a commento delle amenità di padre Fanzaga; il quale, probabilmente, ha fumato lui (scambiando
Maria con la maria). Il Süddeutsche
Zeitung ha ribaltato su Benedetto XVI le accuse di
intolleranza: come si può accettare, questa la tesi del quotidiano tedesco, che nell'universitÃ
più antica e prestigiosa di quella Roma che ha
condannato al rogo Giordano Bruno si pretenda di sostenere che le antiche
contese per la ricerca della verità siano state
un'"ppassionante competizione" fra teologia
e filosofia? Un po' indelicati, però, i tedeschi.
Hanno dimenticato quell'intervento del Santo Padre a casa loro, all'università di Ratisbona (12
settembre 2006), nel quale si menzionava un dialogo tra Manuele II Paleologo e un dotto persiano in cui l'imperatore
bizantino, trattando di jihad, diceva a un certo punto al suo interlocutore
"Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di
nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua
direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava"?
Fuor d'ironia. Già agli albori della civiltà occidentale un filosofo (Eraclito) ci ha messo in
guardia dal pericolo del pensiero teologico "integrale" appellandosi
alla ragione, che sa ancora tenere separate, fortunatamente, la giustizia e
l'ingiustizia. Giustizia e ingiustizia sono cosa ben diversa dal bene e dal
male, da sempre disuniti e l'un contro l'altro armati,
e la verità scientifica è
cosa ben diversa da quella per fede. ÃÆ un'assurditÃ
aver voluto invitare un papa a tenere in una pubblica universitÃ
italiana non un discorso qualunque ma la relazione di apertura dell'anno
accademico, una relazione nella quale si sarebbe detto che la "verità significa più che sapere:
ha come scopo la conoscenza del bene"; che è
quanto di più stravagante si possa sostenere di
fronte a un pubblico di persone che hanno deciso di dedicare la loro vita alla
ricerca. E se qualcuno volesse saperne di più
sulle idee in materia di scienza e di fede dell'attuale pontefice vada per
favore a leggersi la sua "Svolta per l'Europa? Chiesa
e modernità nell'Europa dei rivolgimenti" (Roma,
Edizioni Paoline, 1992). Intanto monta la protesta tra i professori
universitari italiani solidali con il "gruppo dei 67". Il recente
appello di alcuni di loro è stato
pubblicato sulle pagine di questo stesso giornale. Quanto a
me, vorrei rispondere alle provocazioni dei vari Ruini, Bertone,
Bagnasco - e della solita, ipocrita politica che ha sfilato a San Pietro per
puro calcolo elettorale - con una frase che ho trovato impressa sulla fascetta
pubblicitaria di un volume di Giulio Giorello
("Di nessuna chiesa. La libertÃ
del laico", Milano, Cortina, 2005): "I laici tendono a difendersi, è tempo di attaccare". Valga la stessa cosa
per i ricercatori e i professori universitari, e per gli insegnanti della
scuola secondaria ed elementare. ÃÆ tempo di cominciare a rendere duri i tempi
per chiunque pretenda di sostituire quel che resta del magistero di antichi
educatori in nome di ragioni che con la ragione, la formazione pubblica e la
scienza non hanno nulla a che spartire. ÃÆ tempo di controbattere a chi può permettersi impunemente di definire un ateneo come
"La Sapienza" un luogo di "asineria e marginalitÃ
sociale di generazioni di studenti" (Ferrara, ancora lui); chi scrive, in
quella università ci ha studiato e gli è toccato in sorte di avere ottimi "buoni
maestri". Chissà che, in questa battaglia di
elementare civiltà , si
possa trovare sostegno proprio tra i nostri studenti. ChissÃ
che ne sappiano anzi più di noi. Che stiano già guardando oltre con occhi nuovi e coraggiosi, appena un
po' lucidi di quell'inquieta incertezza che sarebbe oggi davvero un potente
antidoto al perentorio, quotidiano squadernamento
dell'Unica Teoria dell'Indiscussa Verità Superiore.
Che siano in molti casi fatti di quella pasta laica di una volta che, a
modellarla, sembra sia stata la mano di un Dio avveduto e un po' complice. Un
Dio che, anziché far levitare i suoi emissari,
preferisce di gran lunga far lievitare le coscienze. Un grande.
( da "Giornale.it, Il" del
01-02-2008)
Di Luciano Gulli - venerdì 01
febbraio 2008, 08:56 Brescia - Se un giorno avessero detto a Vittorio Messori che sarebbe finito ginocchioni, a baciare l'anello
pastorale di due papi, e a farsela tra preti, vescovi e cardinali, non ci
avrebbe creduto nessuno. Non lui, che nei suoi vent'anni era un mangiapreti e
un liberal agnostico con simpatie per il Pci; né la
sua famiglia, di fascisti emiliani non rinnegati; né soprattutto i suoi maestri laici all'università di Torino,
città dove Messori è diventato grande. Gente del
calibro di Norberto Bobbio, Alessandro Galante Garrone, Luigi Firpo. Le premesse, gli studi, le frequentazioni, la
formazione laica - se proprio di libri era destino che si occupasse - facevano
di lui il candidato ideale alla scuderia dell'Einaudi. E invece è finito
al soldo - fino a quando lo strepitoso successo dei suoi libri non lo ha affrancato
dagli obblighi della redazione - delle Edizioni Paoline, quelle di Famiglia
Cristiana. Sicché, nel suo caso (ammetterà volentieri anche lui) non si può
dire che non ci sia stato un intervento deciso, ma
proprio a gamba tesa, della Divina Provvidenza. Messori
riceve come un padre guardiano nei vasti silenzi della millenaria abbazia di Maguzzano, tra gli olivi e i cipressi che fanno da cornice
al lago di Garda. In una sala dell'abbazia, di cui lo scrittore (che vi ha uno
studiolo appartenuto un tempo al monaco cellerario) è diventato il Gran
Custode, campeggia una foto di Gabriele D'Annunzio - lui sciarpitissimo,
come sempre - tra due umili frati. La data è quella del 19 settembre 1922. "All'epoca - mi racconta Messori,
ghignando - i giornali di tutto il mondo parlarono di una conversione del Vate,
se non già di una sua intenzione di farsi religioso in questo convento.
Lui rispose che sì... monaco... perché no? Ma nel senso di cultore della mona. I frati ci rimasero male, puoi capire...". La conversione di Messori
è del 1964, quattro anni prima del mitico Sessantotto, di cui ora parleremo. Fu
allora, per non dispiacere troppo ai Galante Garrone, ai
Bobbio e ai suoi familiari, che Messori cominciò ad
andare a messa di nascosto. "Fu l'inizio di un'avventura interiore. “Secretum meum mihi”,
diceva Sant'Agostino: “il mio segreto è soltanto mio”.
Così, anch'io, nel mio piccolo, rispondo a chi mi domanda come accadde.
Intendiamoci però: io non ho mai rinnegato la cultura laica. Rifiuto il
laicismo, l'ideologia. Io sono andato semplicemente oltre. Mi resi conto, a un
tratto, che quella laica è una cultura insufficiente. Risponde alle domande
penultime: quelle politiche, culturali. Ma non ha risposte
per le domande ultime, sul senso della vita e della morte".
( da
"Mattino, Il (Nazionale)"
del 01-02-2008)
ALDO BALESTRA Sessant'anni fa, nel 1948, il primo comizio
politico. A Cassano Irpino, un piccolo comune non
lontano dalla sua Nusco, Ciriaco De Mita parlava da
una specie di loggione, vicino alla chiesa. Non c'erano microfoni, ma la voce
di quel ragazzo di vent'anni era già ferma. Seppe tenere la piazza. Fischi? "No, niente fischi. E non ne ho mai
avuti dopo", afferma con orgoglio. Chissà se oggi, che ha
sicuramente perso il conto dei comizi, De Mita pensa più a quell'anniversario o
a festeggiare i suoi ottanta anni, che compirà domani. Certo è che il dipanarsi
di dodici lustri di attività politica gli scorre davanti con nitidezza
assoluta, come se ricordasse cosa è accaduto nelle ultime dodici ore. E se gli
si domanda cosa farà ora, l'uomo dei "ragionamenti", sviluppati nelle
lunghe passeggiate in Transatlantico e nei tanti congressi di partito, colui
che Agnelli definì "l'intellettuale della Magna Grecia", risponde che
ad ottanta anni è - ancora - il momento di "ricominciare daccapo". Ricominciare, per De Mita, significa avere intatta "la
capacità di misurarsi con il futuro. Ho sempre pensato - spiega nella
sua casa romana - che quando le persone si fermano, quelle sì, sono morte. Finchè si riesce ad avere lo sguardo oltre il domani ci si misura con la vita. Certo, non è una garanzia. Ma un rischio che si può correre". Ed allora, giocare
oggi con i sette nipotini, per De Mita, non costituisce la consolazione per il
nonno che invecchia, ma l'occasione per stupirsi delle sorprese che i bambini
sanno regalare. "E per me - ammette - è anche la
riscoperta, attraverso i discendenti, del rapporto con i figli, ai quali
purtroppo, quand'erano in tenera età, non ho potuto dedicare troppo tempo.
Intanto, stavolta, per la prima volta mi sono piegato a
loro". Lui, infatti, non voleva celebrazioni per gli 80 anni. É stato Giuseppe, unico maschio dei quattro figli, ad
organizzare la festa di domani sera. Chi verrà a casa, quanti saranno?
"Non so, dicono che è tutta una sorpresa", svicola Ciriaco. E i
regali? "Sono dettagli, le scelte hanno sempre oscillato
tra libri e cravatte. Stavolta mi stupirò di più per
un atto di amicizia, di solidarietà, per un gesto gentile".
Leggere, aggiornarsi - parola di De Mita - "è la vera ricetta per vivere
bene". Smentito chi pensava alle proverbiali partite a
tressette, il suo svago preferito, "quello è solo un modo per far riposare
il cervello, esercitando la memoria visiva. Chi vuol
provare a battermi sa che deve distrarmi". Per il resto, è un
condensato di attenzione e passione, votate esclusivamente alla politica. Il
curriculum di quest'ottuagenario che non dimostra gli anni che ha, soprattutto
per freschezza intellettuale, è corposo assai. Figlio di don Peppino, sarto di Nusco, e laureato alla Cattolica di Milano, fu tra i
protagonisti dell'esperienza della Sinistra di base Dc, partita dall'Irpinia
con il gruppo dei "magnifici sette": con De Mita c'erano Mancino, Gargani, Bianco, De Vito, Biagio Agnes ed il giornalista
"Nacchettino" Aurigemma,
scomparso appena domenica scorsa. Per una sola volta, proprio all'inizio della
carriera, nel 1958, De Mita fallì l'approdo a Montecitorio. A sbarrare la
strada a questo giovanotto, cattolico e credente assai, che
si batteva per una visione laica della politica, furono i vescovi della zona,
contrari all'accordo di centrosinistra con i socialisti. "Spiegai
- ricorda - al vescovo di Ariano Irpino, il compianto
monsignor Venezia, che potevo ubbidirgli per motivi di prudenza, ma in cambio
gli chiedevo di dire che la nostra posizione politica non era eretica.
Obiettò: "Vuoi forse insegnarmi a fare il vescovo?". Gli risposi:
"E lei vuol forse insegnarmi a fare politica?". Capito il trentenne
di Nusco? Quella volta De Mita non fu eletto per una
manciata di voti, è vero. Ma dal
( da "Mattino, Il (Nazionale)" del 01-02-2008)
Vescovi in campagna elettorale: non votate Zapatero PAOLA
DEL VECCHIO Madrid. Un voto per partiti e programmi "compatibili con la
fede e le esigenze della vita cristiana". Un voto per il "male
minore" o per "il bene superiore, che è l'altra faccia della medaglia".
In ogni caso, un "voto morale" contro "le varie leggi gravemente
ingiuste vigenti in Spagna, che devono essere cambiate perché ledono diritti
fondamentali". Il documento col quale la Conferenza episcopale spagnola è
entrata ieri ufficialmente nella campagna elettorale non poteva essere più
esplicito. Nel presentare la "Nota della Commissione permanente della Cee in vista delle elezioni politiche del 9 marzo", il
portavoce Juan Antonio Martinez Camino non ha mai
pronunciato il nome di José Luis Zapatero. Ma l'avversione contro l'attuale
governo socialista è tutta condensata nelle "considerazioni" con le
quali i vescovi attaccano ancora una volta matrimoni gay, l'educazione alla
cittadinanza, aborto, eutanasia e finanche i negoziati con l'Eta. Nell'appello a un "esercizio responsabile del
voto", Martinez Camino ha messo in guardia
contro le leggi che, allontanandosi dalla "retta ragione" e dalla
dimensione morale, "degenerano senza rimedio in dittatura, discriminazione
e disordine" e portano a una società "invertebrata, disorientata,
facile vittima della manipolazione, della corruzione e
dell'autoritarismo". E c'è di più. La lotta contro il laicismo che conduce
alla "dissoluzione della democrazia", di cui aveva parlato
l'arcivescovo di Valencia, Garcia Gasco, nella
mobilitazione delle famiglie cattoliche il 30 dicembre scorso, suscitando la
dura reazione del premier, non è solo espressione dell'ala più conservatrice
della gerarchia cattolica. Quelle parole, ha sottolineato il portavoce della Cee, riflettono "ciò che pensa l'assemblea
plenaria" dei vescovi spagnoli. I quali criticano "le difficoltà per
incorporare lo studio della religione cattolica curricolare nella scuola
pubblica" e perfino la materia Educazione alla cittadinanza, che lederebbe
"il diritto dei genitori a formare i propri figli secondo le proprie
convinzioni religiose". Per concludere che "non si può riconoscere
un'organizzazione terrorista come rappresentante di nessun settore della
popolazione, né come interlocutore politico". Zapatero,
da Maiorca dov'era al vertice bilaterale col cancelliere tedesco Merkel, ha affidato la replica a una nota dell'esecutivo
socialista: "È immorale che i vescovi, come il Pp,
utilizzino il tema del terrorismo per fare campagna elettorale. Se non
bisogna votare i partiti che hanno dialogato con l'Eta
- si osserva - non si può votare nessuno. Con questo
criterio, non si sarebbe potuto votare Adolfo Suarez, né Felipe Gonzalez, né José Maria Aznar, che dialogò con Eta usando a un vescovo come intermediario". Un'argomentazione, quella dei vescovi, che i socialisti liquidano
come "ipocrita e malintenzionata". E ricordano che la stragrande
maggioranza degli spagnoli "difende lo Stato costituzionale e una società
laica". L'86% - stando ai sondaggi on-line di
ieri - è contraria all'interferenza della Chiesa nella politica.