PRIVILEGIA
NE IRROGANTO di Mauro Novelli
Il PuntO
n° 81.
Pensioni. Un problema (quasi)
inventato? [quarta puntata].
Una deviazione obbligata: il TFR
e il meccanismo di rivalutazione
Di Mauro Novelli
9-10-2006
Questa quarta puntata ha il solo scopo di evidenziare che il gran
calderone del minestrone della pensione dell’INPS
potrebbe acquisire un nuovo immissario: un pezzo di TFR, circa 5 miliardi di
euro. L’iniziativa, in questo momento di conti fuori Europa, non fa altro che utilizzare l’INPS
per poter dimostrare che i debiti dello Stato scendono di quell’importo.
Successivamente, ci scommettiamo, servirà per dimostrare che i
meccanismi pensionistici si sono ulteriormente aggravati e che l’INPS non
ce la fa più.
Abbiamo visto che questa soluzione dell’utilizzo del
calderone del minestrone della pensione è stato
usato più volte nei decenni passati. Quindi, non può neanche
aspirare al blasone di finanza creativa.
Non brilla in originalità; tanto meno in correttezza
giuridica: è vero che le somme accantonate sono dei lavoratori
dipendenti e non delle aziende (ma neanche dell’INPS), che il monte TFR
pregresso rimane in azienda, ma è anche vero che, immettendo parte dei
flussi TFR verso l’INPS, i contenuti finanziari di un contratto privato
(dipendente/datore di lavoro) vengono promossi a
capitolo della contabilità dello Stato. Un mostro giuridico-contabile,
disgraziatamente non in via di estinzione.
La levata di scudi delle aziende, ci ha costretto ad approfondire
la questione.
Due sono state le scoperte interessanti:
Le aziende hanno prestiti a tassi ridicoli da parte dei
dipendenti: curioso, per i fautori del mercato fare affari con rendimenti fuori
mercato. Ma forse pretendiamo troppo.
I sindacati non hanno mai premuto sul legislatore perché
rivedesse i termini della rivalutazione, quanto meno in periodi di inflazione
galoppante. Si poteva approfittare della innovazione del 1982 con la quale si introdusse la possibilità di utilizzare
parte del TFR per cure e per l’acquisto della prima casa. Ma anche con l’inflazione
quasi al 20 per cento, si preferì non affrontare il problema.
La deviazione è d’obbligo.
Coefficienti di rivalutazione per il TFR
I
coefficienti riportati nella tavola seguente determinano la rivalutazione del
trattamento di fine rapporto maturato nel periodo indicato attraverso
l’adeguamento della quota accantonata al 31 dicembre dell’anno
precedente.
Il calcolo
sottostante è previsto dall’articolo 2120 del codice
civile (comma 4° novellato - 1982): al tasso fisso definito dal codice pari
all’1,5% su base annua, si somma
il 75% dell’aumento del costo della vita per gli operai e gli
impiegati accertato dall’ISTAT.
Al 31 dicembre di ogni anno, la somma complessiva delle quote
accantonate, con esclusione della quota relativa all’anno
di calcolo, viene rivalutata mediante tale meccanismo di indicizzazione a base composta
(nel senso che non solo le quote, ma anche gli interessi maturati e
capitalizzati sono oggetto di rivalutazione).
Ribadiamo che le somme
maturate nell’anno verranno rivalutate solo il
31/12 dell’anno successivo a quello di maturazione.
In conclusione, oltre al regalo di un anno e mezzo di
rivalutazione alle aziende (infatti, la quota accantonata a gennaio 2003, verrà remunerata dopo due anni, al dicembre 2004;
quella del dicembre 2003 si rivaluterà dopo un anno, sempre a dicembre 2004. In media un anno e
mezzo di tasso zero.), i dipendenti prestano soldi al datore di lavoro “all’ 1,5 per cento più tre quarti
dell’inflazione”. Potrebbero più convenientemente essere
investiti dal proprietario in titoli di Stato. In periodi di tassi di mercato
attorno al 2 o 3 per cento, con inflazione conseguentemente bassa, il prestito
del TFR è remunerato ad un tasso che non si discosta molto dai rendimenti
dei titoli di Stato. Ma in periodi di alta inflazione quel rendimento risulta
ridicolo. Ad esempio, nel 1982 i Bot rendevano il 18 per cento; l’inflazione
era di poco superiore. Col dicembre 1983, il monte TFR (1982 e precedenti) fu
rivalutato dell’ 11,064 per cento: semplicemente
ridicolo.
Abbiamo calcolato la differenza tra il risultato del meccanismo di
remunerazione come definito dall’ art. 2120 del c.c., e quello che sarebbe accaduto se quelle somme fossero
state investite dal proprietario in titoli di Stato. Abbiamo preso, anno per anno, il rendimento dei BOT a 12 mesi definito
dall’asta di dicembre di ogni anno. La scelta di questo titolo è
derivata esclusivamente dalla disponibilità dei rendimenti storici degli
ultimi 25 anni. Il calcolo della rivalutazione con tali rendimenti è in
realtà nettamente inferiore a quello che si sarebbe
ottenuto valutando i rendimenti di titoli più idonei come i BTP,
o prendendo come fattore la media dei rendimenti dei titoli di Stato.
Partendo da 1.000 euro maturati a fine 1981, i risultati della
rivalutazione con i due parametri, mostrano come il risultato del calcolo
ufficiale (art.
2120 - comma 4° del codice civile) sia di quasi due volte e mezza inferiore
a quello ottenuto rivalutando con l’applicazione dei rendimenti lordi
dei BOT a 12 mesi (aste di fine
dicembre). Nel caso ufficiale, il risultato dal 1981 al 2005 si attesta a 3.234
euro; nel caso di un investimento in BOT, il risultato giunge a 7.634 euro.
Non inferiamo colla proposta di prendere come parametro di
rivalutazione un tasso di mercato, ad esempio il tasso bancario passivo medio
applicato agli affidamenti bancari ottenuti dalla aziende.
Ci limitiamo ad applicare il Prime rate Abi quale
parametro di rivalutazione. Il risultato è pari a 12.139,13 euro,
nonostante non sia stato possibile calcolare la rivalutazione del 2005 poiché Abi ha cessato le rilevazioni col
dicembre 2005.
|
periodo
DI validita’
|
RIVALUTAZIONE
UFFICIALE su somme al 31-12 dell’anno preced.
|
BOT 12 MESI
Rendimento
semplice lordo
|
PRIME
RATE ABI
|
|
|
|
|
|
|
|
ANNO
1982
|
12-
1982
|
8,391704
|
18,55
|
20,75
|
|
ANNO
1983
|
12-
1983
|
11,064776
|
17,46
|
18,75
|
|
ANNO
1984
|
12-
1984
|
8,097866
|
14,68
|
18,00
|
|
ANNO
1985
|
12-
1985
|
7,935643
|
13,14
|
15,875
|
|
ANNO
1986
|
12-
1986
|
4,760869
|
10,01
|
13,00
|
|
ANNO
1987
|
12-
1987
|
5,319445
|
11,33
|
13,00
|
|
ANNO
1988
|
12-
1988
|
5,596916
|
11,51
|
13,00
|
|
ANNO
1989
|
12-
1989
|
6,387218
|
12,99
|
14,00
|
|
ANNO
1990
|
12-
1990
|
6,280234
|
12,99
|
13,00
|
|
ANNO
1991
|
12-
1991
|
6,032967
|
12,93
|
13,00
|
|
ANNO
1992
|
12-
1982
|
5,068057
|
13,83
|
14,00
|
|
ANNO
1993
|
12-
1993
|
4,491335
|
8,52
|
9,875
|
|
ANNO
1994
|
12-
1994
|
4,542454
|
10,53
|
9,375
|
|
ANNO
1995
|
12-
1995
|
5,851768
|
10,38
|
11,50
|
|
ANNO
1996
|
12-
1996
|
3,422172
|
6,55
|
9,875
|
|
ANNO
1997
|
12-
1997
|
2,643947
|
4,93
|
8,875
|
|
ANNO
1998
|
12-
1998
|
2,626760
|
3,16
|
6,376
|
|
ANNO
1999
|
12-
1999
|
3,095745
|
3,69
|
6,250
|
|
ANNO
2000
|
12-
2000
|
3,538043
|
4,64
|
8,00
|
|
ANNO
2001
|
12-
2001
|
3,219577
|
3,20
|
7,25
|
|
ANNO
2002
|
12-
2002
|
3,504310
|
2,76
|
7,375
|
|
ANNO
2003
|
12-
2003
|
3,200252
|
2,30
|
7,125
|
|
ANNO
2004
|
12-
2004
|
2,793103
|
2,16
|
7,125
|
|
ANNO
2005
|
12-
2005
|
2,952785
|
2,64
|
(*)
|
|
|
|
|
|
|
|
RIVALUTAZIONE
DI € 1.000 DEL 1981
|
€
3.234,369
|
€
7.634,530
|
€
12.139,13 (*)
|
Il calcolo riportato è relativo alla rivalutazione
di una sola annualità di TFR (nell’esempio, i 1000 euro sono
maturati al dicembre 1981) e abbiamo visto gli scostamenti fino al 2005. Ma per
completare le nostre valutazioni, dovremmo valutare gli scostamenti del TFR
maturato al 12-1982 e rivalutato fino al 2005; poi calcolare per il TFR
maturato nel 1983 e così via, fino a valutare il TFR maturato a dicembre
2003 e rivalutato dal dicembre 2004.
In altri termini, occorre calcolare e sommare le
rivalutazioni:
TFR 1981: dal 1982 al 2005
TFR 1982: dal 1983 al 2005
TFR 1983: dal 1984 al 2005
E così via fino al
TFR 2003: dal 2004 al 2005.
E’ evidente come
il risultato di tale calcolo darà risultati che si discosteranno
enormemente con l’adozione dei tre parametri: rivalutazione ufficiale (art. 2120
c.c.), rendimento dei Bot un anno e del prime rate Abi.
Per concludere, tornando alle nostre pensioni: è una
aberrazione applicare al calderone del minestrone della pensione
dell’INPS l’ennesimo immissario e il conseguente emissario, con la
riserva mentale di possibili ritocchini futuri “perché il sistema
pensionistico, così com’è strutturato, non è proprio
più sostenibile”.
Ma è altrettanto aberrante che a quelle somme,
prestate dai dipendenti alle loro aziende, siano applicati meccanismi di
rivalutazione a tassi manifestamente fuori mercato.
(Fine della quarta puntata. Continua)
Seguono
le prime tre puntate de Il PuntO sulle
Pensioni.
Il
PuntO (n° 78 + n° 79 + n° 80) sulle
Pensioni: un problema (quasi) inventato ?
Di Mauro Novelli (30-09-2006)
INDICE
A)
TUTTO NASCE DAI BILANCI DELL’INPS
B)
LA PELOSA CONFUSIONE TRA “VITA MEDIA “ E “SPERANZA DI
VITA”
C)
LE PRESTAZIONI INPS E LE STATISTICHE UE SULLA SPESA SOCIALE NEI VARI PAESI
A) TUTTO NASCE DAI BILANCI DELL’INPS
E’ nostra intenzione
analizzare la problematica relativa alle pensioni, argomento sempre
chiacchierato, mai approfondito. Cercheremo di comprendere le dinamiche di un
fenomeno coinvolgente un numero crescente di cittadini (considerati
“deboli” e, per questo, oggetto delle attenzioni pelose di politici
ed entità addirittura internazionali).
Attraverso i bilanci INPS, valuteremo le incombenze
crescenti, comunque poco o per nulla collegati alle pensioni, e impropriamente
imposte all’Istituto di Previdenza, costretto, negli ultimi 40 anni, a
far fronte ad attività che hanno deciso di affidargli un
legislatore furbo ma poco intelligente e forze sociali che si sono accomodate
al desco.
BILANCIO CONSUNTIVO 2005
Il bilancio consuntivo 2005 dell’Istituto (approvato
nella riunione del19 luglio 2006) ci fornisce alcuni macrodati molto
interessanti:
- USCITE COMPLESSIVE: 176,807 miliardi di euro di
prestazioni istituzionali, con un incremento di 5,764 miliardi (+3,4%) rispetto
ai 171,042 miliardi del consuntivo 2004.
- ENTRATE CONTRIBUTIVE: 116,764 miliardi di euro, con un
incremento di 2,930 miliardi (+2,6%) rispetto a 113,834 miliardi
dell’esercizio 2004.
Se facessimo l’errore di limitarci a questi dati, la
conclusione sarebbe scontata: oltre 60 miliardi di euro (quasi 117 mila
miliardi di vecchie lire) di sbilancio sono effettivamente insostenibili.
Scopriamo però che le uscite per il pagamento delle
pensioni è di oltre 24,5 miliardi di euro più basso (quasi
48 mila miliardi di lire) rispetto alle uscite definite pudicamente
“istituzionali”. Infatti:
- SPESA PER PENSIONI: 152,230 miliardi di euro (147,668
milioni nel 2004), con un incremento di 4,562 miliardi di euro (+3,1%).
L’Inps informa inoltre che “sono state
eliminate 1.113.314 pensioni di importo medio mensile di 540 euro, mentre sono
state liquidate 1.165.264 nuove pensioni di importo medio 635 euro. Così
a fronte di un aumento contenuto nel numero delle pensioni vigenti (+51.950
rispetto al 2004 – pari a +0,3%) è corrisposto un aumento del 3,4%
rispetto al 2004 della spesa per prestazioni istituzionali, dovuto anche, tra
l’altro, alla perequazione pari a +1,9%. “ (Vedremo di che si
tratta).
Insomma, lo sbilancio “contributi previdenziali meno
pensioni erogate” si riduce da oltre 60 miliardi di euro, utilizzati come
una clava per dimostrare che occorre “intervenire sulle
pensioni”, a meno di 35,5 miliardi.
Chiediamoci: perché le prestazioni
“istituzionali” dell’Inps sono state dilatate fino a gravare
sulle sue casse per quasi 25 miliardi di euro (2005) oltre la spesa per
pensioni ? Che cosa deve finanziare oltre le pensioni? E perché deve
farlo l’Inps?
Ma le sorprese da chiarire non sono finite.
Il bilancio Inps ci informa che:
DISAVANZO FINANZIARIO DI COMPETENZA: 431 milioni di
euro;
APPORTI COMPLESSIVI NETTI DELLO STATO: 71,531 miliardi in
termini finanziari di cassa, con un incremento di 8,252 miliardi di euro
rispetto al consuntivo 2004 (miliardi 63,279).
Vien da chiedersi: perché, a fronte di uno sbilancio
di poco oltre 60 miliardi, lo Stato finanzia le casse dell’Istituto di
Previdenza con oltre 71,5 miliardi?
AVANZO ECONOMICO DI ESERCIZIO: 2,033 miliardi di euro.
AVANZO PATRIMONIALE NETTO DELL’INPS: 24,281 miliardi
di euro, per effetto del positivo risultato economico di esercizio (commenta
l’Inps).
Ma come? L’Inps non ce la fa più, ma
vanta risultati positivi, tanto da portare l’Istituto ad un avanzo
economico di esercizio pari a 2 miliardi di euro ed un avanzo patrimoniale di
oltre 24 ?
Cercheremo di capirci di più.
BILANCIO PREVENTIVO 2006.
Intanto, il bilancio preventivo 2006 dell’Inps,
rivisto ed aggiornato al 1° giugno 2006, conferma il trend
dell’anno precedente, con alcuni miglioramenti. Ecco i dati previsionali
rivisti:
USCITE COMPLESSIVE: 180,381 miliardi di euro di prestazioni
istituzionali, con un incremento di 191 milioni rispetto alle previsioni
iniziali;
ENTRATE CONTRIBUTIVE: 120,976 miliardi di euro di, con un
incremento di 754 milioni rispetto alle previsioni originarie;
SPESA PER PENSIONI: 155,653 miliardi, con un incremento di
68 milioni rispetto alle previsioni originarie;
APPORTI COMPLESSIVI DELLO STATO: 74,929 miliardi di euro
di, in termini finanziari di cassa, con un incremento di 2,244 miliardi
rispetto alle previsioni iniziali.
AVANZO ECONOMICO: 1,394 miliardi di euro di con un
miglioramento di 668 milioni di euro rispetto ai 726 milioni delle previsioni
iniziali;
Per effetto del previsto risultato economico di esercizio,
il patrimonio netto dell’Inps al 31 dicembre 2006 è aggiornato in
25,784 milioni di euro.
Se dovessero confermarsi i valori di bilancio preventivati,
il disavanzo complessivo, tra prestazioni “istituzionali” ed
entrate contributive, sarebbe pari a 59,405 miliardi di euro, ma se si
considera solo l’uscita per il pagamento delle pensioni, il vero
disavanzo pensionistico (“contributi previdenziali meno pensioni
erogate”) da 59,4 miliardi (drammatizzati – al solito - per
convincere della ineluttabilità di drastici interventi sui meccanismi
pensionistici) si riduce a 34,677 miliardi. In calo rispetto ai
35,5 miliardi del 2005.
In conclusione, rispetto al 2005, aumentano le Entrate
contributive (+3,61 %) e diminuisce la Spesa per erogazione di pensioni (- 1,06
%).
Da rimarcare, inoltre, l’apporto finanziario dello
Stato: in aumento di 3,4 miliardi di euro rispetto al 2005, nonostante il
2006 lasci ipotizzare il miglioramento di fondamentali poste di bilancio
rispetto all’anno precedente.
RICAPITOLIAMO LE VARIAZIONI 2006/2005
Sintetizziamole voci più interessanti dei bilanci
INPS con l’andamento 2005/2006, nell’ipotesi che vengano confermati
i valori di preventivo rivisti nel giugno 2006:
Bilanci INPS con l’andamento 2005/2006
E’ doveroso – oltre che interessante -
approfondire la questione.
Cercheremo di valutare le eventuali incombenze
improprie accollate all’Inps e di
scoprire “perché e da quando” i contributi pagati dai
lavoratori non sono più stati sufficienti al pagamento delle pensioni.
Anticipiamo un solo dato sulla Cassa integrazione
guadagni, il cui pagamento è stato “assegnato” alle casse
dell’INPS: dal 1° gennaio 1977 al 28 febbraio 2002, a fronte di
6.372.929.914 ore di Cassa integrazione guadagni straordinaria erogate in
Italia, l’Istituto ha sborsato 238mila miliardi di lire, pari a circa 123
miliardi di euro. (Dal libro:“Fiat, ma quanto ci
costi?” di Michele De Lucia.). In media, 8.207 miliardi di lire (4,24 miliardi di euro) l’anno per 29 anni. [Il dato di Michele De Lucia andrebbe aggiornato ad oggi.]
Dice: “Ma paga lo Stato..
ripianando i bilanci dell’INPS …”.
Certo, ma poiché compare come deficit del
bilancio INPS, è passato il messaggio che bisogna rivedere le
pensioni…
Diciamola meglio: se il legislatore dovesse assegnare
all’INPS il pagamento quotidiano di cornetto, cappuccino e giornale
a tutti i posteggiatori d’Italia, il deficit dell’istituto
aumenterebbe: ve la sentite di suggerire
che bisognerebbe rivedere i parametri delle pensioni ?
B) LA PELOSA CONFUSIONE
TRA “VITA MEDIA “ E “SPERANZA DI VITA”
Prima ancora di analizzare la struttura delle uscite e
delle entrate dei bilanci INPS, ci corre l’obbligo di confutare una delle
argomentazioni principe portata avanti da quanti sostengono che le pensioni
devono essere riviste.
“Ormai la vita media si aggira sugli 80 anni.
Se tizio va in pensione a 60, vuol dire che ne campa 20 a spese dello Stato
(sappiamo tutti quanto sia modesta la percentuale della pensione dovuta ai suoi
contributi). Su 35 di lavoro è un po’ tanto!
[ da www.rosanelpugno.it/rosanelpugno/node/10601].
In soldoni, il messaggio che si vuol far passare
è questo: mezzo secolo fa si campava 60 anni, quindi un pensionato
percepiva la pensione per non più di quattro cinque anni. Oggi si campa
80 anni (circa 77 i maschi, circa 83 le femmine), quindi un pensionato
verrà “pagato” per venti anni.
Non sappiamo se tale grossolano inganno sia anche un
autoinganno. Sta di fatto che il gioco delle due carte tra “vita
media” e “speranza di vita ad una certa età”è
fin troppo grossolano. Vediamo perché.
La distinzione tra vita media e speranza di vita è
concettualmente fondamentale.
La vita media è il numero di anni di vita che la
statistica annette ad una popolazione: se l’universo considerato è
di due neonati di cui uno muore alla nascita e l’altro vive 100 anni, la
vita media sarà di 50 anni. E’ evidente che ciò non vuol
dire che l’eventuale terzo nato debba morire verso i 50 anni.
La speranza di vita è il numero medio di anni
che (sempre statisticamente) restano da vivere ai sopravviventi
all’età X. Mentre quindi la speranza di vita alla nascita coincide
con la vita media, con l’andare avanti negli anni la speranza di
vita sommata alla età anagrafica va oltre la vita media. Ad
esempio, nel 2002, a 65 anni, superate le occasioni di morte della
neonatalità, dell’adolescenza, della maturità, un maschio
ha speranza di vita pari a 16,8 anni ed una femmina pari a 20,8 anni,
nonostante la vita media sia di 76,8 per il primo e 82,9 per la seconda.
Ma attenzione: nel 1950, con una vita media di 63,7 per gli
uomini e di 67,2 per le donne, un 65enne aveva speranza di vita pari a
12,6 anni se maschio, e di 13,7 anni se femmina,
Per tornare all’esempio grossolano di Tizio, dobbiamo
paragonare la speranza di vita di 50 anni fa al momento del pensionamento, e lo
stesso parametro di oggi al momento del pensionamento.
La tabella è illuminante:
SPERANZA DI VITA (in anni)
-Fonte Istat - (dato 2002: fornito nel giugno 2006)
|
|
Alla nascita
(corrisponde alla vita media)
|
A 65 anni
|
|
|
M
|
F
|
M
|
F
|
|
1950-53
|
63,7
|
67,2
|
12,6
|
13,7
|
|
1960-62
|
67,2
|
72,3
|
13,2
|
15,2
|
|
1970-72
|
69,0
|
74,9
|
13,3
|
16,2
|
|
1979-83
|
71,0
|
77,3
|
13,4
|
17,2
|
|
1989-93
|
73,9
|
80,4
|
15,0
|
19,0
|
|
1999
|
76,0
|
82,1
|
16,2
|
20,2
|
|
2002
|
76,8
|
82,9
|
16,8
|
20,8
|
|
DIFFERENZA 2002/1950
|
+ 13,1
|
+ 15,7
|
+ 4,2
|
+7,1
|
Il dato è a 65 anni (ma chi opera nel
Palazzo è in grado di perfezionare la rilevazione con età
più congruenti col pensionamento): Tizio, pensionato di oggi, non campa
20 anni in più del Tizio pensionato di mezzo secolo fa, ma poco
più di 4 anni e, se compariamo la speranza di vita delle signore
Tizie, Tizia di oggi vive 7 anni in più rispetto alla Tizia degli
anni ‘50.
Lasciamo questa argomentazione ai neodem (demagoghi di
migliore caratura).
C) LE PRESTAZIONI INPS E LE STATISTICHE UE SULLA
SPESA SOCIALE NEI VARI PAESI
E’ opportuno approfondire l’argomento
attraverso dati quantitativi che ne definiscano ambiti e dimensioni.
Le pensioni possono essere di tipo previdenziale o
assistenziale e sono classificate in quattro tipologie secondo il criterio
giuridico-amministrativo:
- pensioni di invalidità, vecchiaia e superstiti
(Ivs) del settore privato, erogate dall’Inps;
- pensioni di invalidità, vecchiaia e superstiti
(Ivs) del settore pubblico erogate dall’Inpdap e dagli enti di previdenza
minori;
- pensioni indennitarie, erogate dall’Inail e da
altri enti minori;
- pensioni assistenziali, erogate dall’Inps e dal
Ministero dell’economia e delle finanze.
Ma quante sono le pensioni erogate in Italia
complessivamente?
Nel 2004, questa era la situazione (fonte INPS-ISTAT):

Nel 2004, quindi, venivano erogate 23.147.978 pensioni di
cui:
- 19.571.461 a carico dell’INPS [+enti minori]
(15.875.693 del comparto privato, 3.695.768 assistenziali);
- 2.498.097 a carico dell’INPDAP [+ enti
minori] per il comparto pubblico;
- 1.078.420 a carico dell’INAIL per indennizzi sia
del comparto pubblico che privato.
Va rimarcata la differenza negli importi medi delle
pensioni per settori: la pensione media erogata dal settore privato è
pari a 8.762 euro l’anno; quella erogata dal settore pubblico è di
17.520 euro: esattamente il doppio.
Tale differenza spiega la premurosa cura che i governanti
hanno dimostrato nei confronti dell’INPDAP (pensioni pubbliche) a danno
dell’INPS: ogni iniziativa “sociale” è stata messa a
carico di quest’ultimo, anche se poco o nulla aveva a che fare con la
previdenza (si pensi alle cosiddette “pensioni assistenziali”), mentre
solo oggi si comincia a parlare di un accorpamento dei due enti.
Elenchiamo le incombenze aggiuntive a carico
dell’INPS, anche in assenza (allora) di contributi:
Coltivatori diretti, coloni e mezzadri
I coltivatori diretti e i coloni e mezzadri con legge 22
novembre 1954 n. 1136 vengono riconosciuti, sul piano giuridico come categoria
autonoma e viene estesa ad essi l’assistenza malattia. Successivamente,
con la legge 26 ottobre 1957 n. 1047 viene estesa alla categoria
l’assicurazione per l’invalidità e la vecchiaia. Il riordino
dell’intera normativa in materia di previdenza dei lavoratori autonomi ha
rimodulato il sistema impositivo per l’invalidità e la vecchiaia
ed ha introdotto quattro fasce di reddito convenzionale individuate in base
alla tabella "D" allegata alla legge 233/1990.
Artigiani
L’assicurazione, nata nel 1956 contro la malattia,
dal 1959 è obbligatoria anche per la pensione. Dalla stessa data
è stata quindi istituita, presso l’Inps, la gestione speciale per
l’assicurazione obbligatoria invalidità, vecchiaia e superstiti.
L’attività artigiana è stata regolamentata, da ultimo, con
l’approvazione nel 1985 di una legge quadro sull’artigianato (legge
443 dell’8 agosto 1985).
Commercianti
L’assicurazione, nata nel 1960 contro la malattia,
dal 1965 è obbligatoria anche per la pensione. Dalla stessa data
è stata quindi istituita, presso l’Inps, la gestione speciale per
l’assicurazione obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia
e i superstiti.
Nel 1968 (momentacci politici) si decise per la pensione
retributiva, cioè funzione delle ultime retribuzioni.
Nel 1969 si affidò all’INPS il pagamento delle
pensioni (chiamiamole così) sociali.
Nel 1969 (continuando i momentacci politici) si decise che
l’INPS si sarebbe dovuto far carico del pagamento della Cassa Integrazione
Guadagni.
Nel 1980 venne istituito il Sistema Sanitario Nazionale.
Sono stati affidati all’INPS la riscossione dei contributi di malattia e
il pagamento delle relative indennità, compiti assolti in precedenza da
altri enti.
Certamente fu pianificata una sorta di saccheggio
dell’ Istituto: il serbatoio INPS aveva in entrata il flusso dei
contributi, ma al rubinetto in uscita delle pensioni (propriamente dette) si
affiancarono altre decine di rubinetti indebiti, che lo avrebbero prosciugato.
Tranquilli: al deficit avrebbe pensato lo Stato.
Quanto alla vicenda della Cassa integrazione, la ponderata
accettazione di Confindustria e la compita soddisfazione dei sindacati
avrebbero dovuto far riflettere i più accorti. Sta di fatto che quei
radicali cambiamenti fecero comodo a tutti: destra, centro e sinistra, partiti
e sindacati, maggioranza e opposizione, intellettuali e braccianti, lavoratori
dipendenti e autonomi, datori di lavoro e subordinati.
Ricordiamo che dal 1° gennaio 1977 al 28 febbraio 2002,
a fronte di 6.372.929.914 ore di Cassa integrazione guadagni straordinaria
erogate in Italia, l’Istituto ha sborsato 238mila miliardi di lire, pari
a circa 123 miliardi di euro. (Dal libro:“Fiat, ma quanto ci
costi?” di Michele De Lucia.). In media, 8.207 miliardi di lire (4,24
miliardi di euro) l’anno per 29 anni. [Il dato di Michele De Lucia andrebbe
aggiornato ad oggi.]
Come finanziare le uscite causate dall’apertura dei
nuovi rubinetti “sociali” imposti all’ Istituto e non
solo? Semplice: con la gestione del debito pubblico. Fu sufficiente stampare -
non carta moneta, trito sistema ottocentesco - ma BTP, CCT ecc., rinnovandoli
di continuo alla scadenza, con collocazioni a tassi altamente remunerativi. Il
Ministero del Tesoro divenne il più grande banchiere del paese. E gli
Italiani tra i più indebitati del pianeta. Ed oggi, col debito pubblico,
siamo nei guai. [Per i problemi relativi si veda: ☞ Il
PuntO n° 75 e ☞ Il PuntO
n° 77]
Dice: “E l’Inpdap? “. Non scherziamo:
l’Inpdap è uno scrigno che deve mantenere il consenso dei
pensionati statali fino alla tomba, e non va guastato.
Ricordate? Gli statali andavano in pensione con 15 anni+6
mesi+1 giorno di anzianità.
Ma il limite era nominale: ci fu una dipendente pubblica
che con scivoli, vantaggini e aiutini se ne andò in pensione con 7 anni
di anzianità.
Più che uno scandalo, fu oggetto di invidia.
Una appena ventilata proposta di accorpamento con
l’INPS ha ricevuto la secca opposizione dei sindacati e non solo.
Dice: “Ma se il legislatore (in un momentaccio
politico) decide di raddoppiare le pensioni sociali?”. Bene! Se ne
dovrà far carico l’ INPS, e si dimostrerà una volta di
più che, visto il deficit dell’Istituto, il meccanismo
pensionistico così com’è non è proprio più
sostenibile.
Dice: “Forse occorrerebbe una istituzione specifica
per l’assistenza…”.
Bravo! Così poi come faremo a sostenere che i
pensionati sono il ventre obeso di questa società, che si sono abituati
a vivere anche 20 anni alle spalle dello Stato, e che è doveroso
metterli a dieta?
Intanto, una curiosità: ecco le definizioni di spesa
pensionistica dei Paesi membri UE.
A differenza delle più o meno ampie articolazioni
degli altri membri, noi mettiamo tutto nel calderone del minestrone della
pensione (da: http://www.cermlab.it/):

Tale definizione di spesa pensionistica dà luogo
alle seguenti rilevazioni (Eurostat) circa la spesa sociale nella UE dei 15
(anno 2000, ma il trend è in peggioramento):

Per l’Italia, tutto va a carico della voce
“pensioni”: 63,4 per cento della nostra spesa sociale, mentre per nessuno
degli altri Paesi supera il 50 per cento. Ma siamo terzultimi per la spesa
sanitaria; siamo quartultimi per i supporti all’handicap; siamo
penultimi per il sostegno alle famiglie ed all’infanzia – su
questo fronte è ultima la Spagna che però risulta prima per i
sussidi alla disoccupazione; siamo ultimi (ultimi) per i
contributi alla disoccupazione; siamo ultimi (ultimi)
per la contribuzione per la casa e per l’esclusione sociale.
Desolante? Si ma anche molto sottile.
Proviamo a scomporre gli ingredienti del minestrone. Forse
scopriremo che non è tutta colpa del coriaceo e testardo attaccamento
alla vita dei nostri pensionati.
Riportiamo l’elenco dei rubinetti in uscita dal
serbatoio INPS, (da www.inps.it):
1) LE PRESTAZIONI INPS A SOSTEGNO DEL REDDITO
L’assegno
per il nucleo familiare
E’ una prestazione che è stata istituita per
aiutare le famiglie dei lavoratori dipendenti e dei pensionati da lavoro
dipendente, i cui nuclei familiari siano composti da più persone e i cui
redditi siano al di sotto delle fasce reddituali stabilite di anno in anno
dalla legge. Dal 1° gennaio 1998 spetta anche ai lavoratori parasubordinati
(collaboratori coordinati e continuativi e liberi professionisti iscritti alla
gestione separata dell’Inps) a particolari condizioni.
L’assegno
per il nucleo familiare per i lavoratori parasubordinati
La disciplina dell’assegno per il nucleo familiare
prevista per i lavoratori dipendenti è stata estesa agli iscritti alla
gestione separata dei lavoratori autonomi (collaboratori coordinati e
continuativi, venditori porta a porta, liberi professionisti e coloro che a
partire dal 24 ottobre 2003 sono inquadrati in un progetto, programma o fasi di
essi).
Gli
assegni familiari
Gli assegni familiari spettano ad alcune categorie di
lavoratori escluse dalla normativa dell’assegno per il nucleo familiare.
L’indennità
di mobilità
E’ una prestazione che spetta ai lavoratori che sono
stati collocati in mobilità dalla loro azienda a seguito di: esaurimento
della cassa integrazione straordinaria; licenziamento per riduzione di
personale o trasformazione di attività o di lavoro; licenziamento per
cessazione dell’attività da parte dell’azienda.
La
cassa integrazione guadagni ordinaria
La cassa integrazione guadagni ordinaria è un
intervento a sostegno delle imprese in difficoltà che garantisce al
lavoratore un reddito sostitutivo della retribuzione.
La
cassa integrazione guadagni straordinaria
La cassa integrazione guadagni straordinaria è un
intervento a sostegno delle imprese in difficoltà che garantisce al
lavoratore un reddito sostitutivo della retribuzione.
Le
integrazioni salariali in agricoltura
E’ un intervento che vuole sostenere le aziende
quando non sia possibile lo svolgimento dell’attività lavorativa;
e garantire al lavoratore un reddito sostitutivo della retribuzione.
L’indennità
di malattia
E’ un’indennità sostitutiva della
retribuzione che è pagata ai lavoratori in caso di malattia, a partire
dal 4° giorno. Non sono pagati i primi 3 giorni.
L’indennità
di malattia dei lavoratori parasubordinati
La legge ha esteso l’indennità di malattia, in
caso di ricovero ospedaliero, ai lavoratori parasubordinati (collaboratori
coordinati e continuativi, venditori porta a porta, liberi professionisti ecc.)
a decorrere dal 1° gennaio 2000.
L’indennità
di maternità
E’ un’indennità sostitutiva della
retribuzione che viene pagata alle lavoratrici assenti dal servizio per
gravidanza e puerperio.
L’indennità
di maternità dei lavoratori parasubordinati
Le lavoratrici iscritte alla gestione separata versano
all’Inps, dal 1° gennaio 2006, il contributo del 18,20% comprensivo
dello 0,50%, quota utilizzata a finanziare la maternità, gli assegni per
il nucleo familiare e la malattia. Tali lavoratrici possono fruire
dell’astensione obbligatoria per maternità per la durata di due
mesi prima della data presunta del parto e tre mesi dopo la nascita del
bambino.
Le
indennità antitubercolari
Sono indennità sostitutive o integrative della
retribuzione che vengono pagate, a determinate condizioni, al lavoratore
dipendente e ai suoi familiari (coniuge, figli, fratelli, sorelle, genitori)
malati di tubercolosi. Non è necessario che i familiari siano
assicurati. L’Inps paga le indennità economiche, mentre
l’assistenza sanitaria è a carico del Servizio Sanitario
Nazionale.
Le
cure termali
E’ una prestazione che l’Inps può
concedere per evitare, ritardare o rimuovere uno stato di invalidità.
Hanno diritto alle cure termali tutti i lavoratori dipendenti e autonomi
iscritti all’Inps.
La prestazione non spetta né ai familiari degli
assicurati né ai titolari di pensione di qualsiasi tipo, a meno che non
siano titolari di assegno di invalidità.
L’indennità
di richiamo alle armi
E’ un’indennità sostitutiva della
retribuzione che viene pagata ai lavoratori richiamati alle armi, dopo il
servizio di leva, per qualunque esigenza delle Forze Armate (per esempio, per
corsi di addestramento e aggiornamento).
L’assegno
per il congedo matrimoniale
E’ un assegno che viene concesso in occasione del
matrimonio.
Il
trattamento di fine rapporto
Il trattamento di fine rapporto è una somma che spetta
ai lavoratori che si siano dimessi o che siano stati licenziati da un datore di
lavoro nei confronti del quale siano state messe in atto le seguenti procedure
concorsuali: fallimento, liquidazione coatta amministrativa, amministrazione
straordinaria e concordato preventivo. Spetta inoltre ai lavoratori ex
dipendenti da datori di lavoro (privati, piccole imprese) che non possono
essere sottoposti ad una di tali procedure e nei cui confronti sia stata
attuata l’esecuzione forzata. Il trattamento di fine rapporto e i crediti
di lavoro (ultime tre mensilità) sono somme che vengono pagate dal
datore di lavoro. Sono pagate dall’Inps solo quando il datore di lavoro
non può adempiere a questo obbligo.
2) LE PRESTAZIONI INPS A SOSTEGNO DELLA DISOCCUPAZIONE
L’indennità
ordinaria
E’ un’indennità che spetta ai lavoratori
assicurati contro la disoccupazione involontaria, che siano stati licenziati.
Non è più riconosciuta nei confronti di chi si dimette
volontariamente (fanno eccezione le lavoratrici in
maternità).L’indennità è riconosciuta quando le
dimissioni derivano da giusta causa (mancato pagamento della retribuzione,
molestie sessuali, modifica delle mansioni, mobbing). Dal 17 marzo 2005 spetta
anche ai lavoratori che sono stati sospesi da aziende colpite da eventi
temporanei non causati né dai lavoratori né dal datore di lavoro.
L’indennità
ordinaria con i requisiti ridotti
I lavoratori che non possono far valere 52 contributi
settimanali negli ultimi due anni e hanno lavorato per almeno 78 giornate
nell’anno precedente, hanno diritto all’indennità ordinaria
di disoccupazione con i requisiti ridotti. L’indennità non
è più riconosciuta nei confronti di chi si dimette
volontariamente, ma soltanto in caso di licenziamento (fanno eccezione le
lavoratrici in maternità).L’indennità è riconosciuta
quando le dimissioni derivano da giusta causa (mancato pagamento della
retribuzione, molestie sessuali, modifica delle mansioni, mobbing).
L’indennità
ordinaria per gli operai agricoli
Sia gli operai iscritti negli elenchi nominativi dei
lavoratori agricoli sia coloro che hanno lavorato come operai agricoli a tempo
indeterminato per parte dell’anno, hanno diritto ad una particolare
indennità di disoccupazione. Tale indennità non è
più riconosciuta nei confronti di chi si dimette volontariamente, ma
soltanto in caso di licenziamento (fanno eccezione le lavoratrici in
maternità). L’indennità è riconosciuta quando le
dimissioni derivano da giusta causa (mancato pagamento della retribuzione,
molestie sessuali e modifica delle mansioni).
Trattamenti
speciali per gli operai agricoli
E’ uno speciale trattamento che spetta ai lavoratori
iscritti negli elenchi nominativi dei lavoratori agricoli. Tale trattamento non
è più riconosciuto nei confronti di chi si dimette
volontariamente, ma soltanto in caso di licenziamento (fanno eccezione le
lavoratrici in maternità).
Trattamento
speciale per l’edilizia
Il trattamento speciale di disoccupazione per
l’edilizia è una prestazione riservata ai lavoratori del settore
dell’edilizia che sono stati licenziati, quando si verificano:
cessazione dell’attività aziendale;
ultimazione del cantiere o delle singole fasi lavorative; riduzione di
personale.
Tale trattamento non è più riconosciuto nei
confronti di chi si dimette volontariamente, ma soltanto in caso di
licenziamento (fanno eccezione le lavoratrici in maternità).
Per concludere, facciamo notare che, vista l’assoluta
assenza di italici ammortizzatori sociali – come dimostra la precedente
tabella – la “pensione del vecchio” è in molte
famiglie diventata l’unica fonte certa di reddito del nucleo
familiare il quale, a sua volta e vista la totale assenza di ammortizzatori,
è il cardine sociale di sopravvivenza.
Nel giro di 20 anni, il ruolo del pensionato è stato
rivoluzionato: da emarginato a unica stampella finanziaria di molte famiglie.
Attenzione quindi a politiche di revisione settoriale
(sempre miopi): potrebbero essere addirittura disarticolanti per una
società, come la nostra, dove il cardine di sopravvivenza fa perno
esclusivamente sulla famiglia e non sullo stato sociale. E’ il privato
che sopperisce all’assenza di accorte politiche di supporto da parte di
chi ci “amministra” e, visto il momentaccio, oggi non consuma
(soluzione di breve periodo) e non fa più figli (soluzione di lungo
periodo). Ecco le soluzioni del privato, al quale la stitichezza della domanda
interna proprio non può interessare.
Da noi, lo “stato sociale” si confonde con
“rendite di posizione”: è più comodo rivedere le
pensioni che smantellare quelle rendite.
(Fine terza puntata. Continua)
D) Una deviazione obbligata: il TFR e il meccanismo di
rivalutazione
Di Mauro
Novelli 9-10-2006
Questa quarta puntata ha il solo scopo di evidenziare che
il gran calderone del minestrone della pensione dell’INPS potrebbe
acquisire un nuovo immissario: un pezzo di TFR, circa 5 miliardi di euro.
L’iniziativa, in questo momento di conti fuori Europa, non fa altro che utilizzare l’INPS
per poter dimostrare che i debiti dello Stato scendono di quell’importo.
Successivamente, ci scommettiamo, servirà per dimostrare che i
meccanismi pensionistici si sono ulteriormente aggravati e che l’INPS non
ce la fa più.
Abbiamo visto che questa soluzione dell’utilizzo del
calderone del minestrone della pensione è stato usato più volte
nei decenni passati. Quindi, non può neanche aspirare al blasone di
finanza creativa.
Non brilla in originalità; tanto meno in correttezza
giuridica: è vero che le somme accantonate sono dei lavoratori
dipendenti e non delle aziende (ma neanche dell’INPS), che il monte TFR
pregresso rimane in azienda, ma è anche vero che, immettendo parte dei
flussi TFR verso l’INPS, i contenuti finanziari di un contratto privato
(dipendente/datore di lavoro) vengono promossi a capitolo della
contabilità dello Stato. Un mostro giuridico-contabile, disgraziatamente
non in via di estinzione.
La levata di scudi delle aziende, ci ha costretto ad
approfondire la questione.
Due sono state le scoperte interessanti:
Le aziende hanno prestiti a tassi ridicoli da parte dei
dipendenti: curioso, per i fautori del mercato fare affari con rendimenti fuori
mercato. Ma forse pretendiamo troppo.
I sindacati non hanno mai premuto sul legislatore
perché rivedesse i termini della rivalutazione, quanto meno in periodi di
inflazione galoppante. Si poteva approfittare della innovazione del 1982 con la
quale si introdusse la possibilità di utilizzare parte del TFR per cure
e per l’acquisto della prima casa. Ma anche con l’inflazione quasi
al 20 per cento, si preferì non affrontare il problema.
La deviazione è d’obbligo.
Coefficienti di rivalutazione per il TFR
I coefficienti riportati nella tavola seguente determinano
la rivalutazione del trattamento di fine rapporto maturato nel periodo indicato
attraverso l’adeguamento della quota accantonata al 31 dicembre
dell’anno precedente.
Il calcolo
sottostante è previsto dall’articolo 2120 del codice civile
(comma 4° novellato - 1982): al tasso fisso definito dal codice pari
all’1,5% su base annua, si somma
il 75% dell’aumento del costo della vita per gli operai e gli
impiegati accertato dall’ISTAT.
Al 31 dicembre di ogni anno, la somma complessiva delle
quote accantonate, con esclusione della quota relativa all’anno di
calcolo, viene rivalutata mediante tale meccanismo di indicizzazione a base
composta (nel senso che non solo le quote, ma anche gli interessi maturati e
capitalizzati sono oggetto di rivalutazione).
Ribadiamo che
le somme maturate nell’anno verranno rivalutate solo il 31/12 dell’anno
successivo a quello di maturazione.
In conclusione, oltre al regalo di un anno e mezzo di
rivalutazione alle aziende (infatti, la quota accantonata a gennaio 2003,
verrà remunerata dopo due anni, al dicembre 2004; quella del dicembre
2003 si rivaluterà dopo un anno, sempre a dicembre 2004. In media un
anno e mezzo di tasso zero.), i dipendenti prestano soldi al datore di lavoro
all’ 1,5 per cento più tre quarti dell’inflazione.
Potrebbero più convenientemente essere investiti dal proprietario in
titoli di Stato. In periodi di tassi di mercato attorno al 2 o 3 per cento, con
inflazione conseguentemente bassa, il prestito del TFR è remunerato ad
un tasso che non si discosta molto dai rendimenti dei titoli di Stato. Ma in
periodi di alta inflazione quel rendimento risulta ridicolo. Ad esempio, nel
1982 i Bot rendevano il 18 per cento;
l’inflazione era di poco superiore. Col dicembre 1983, il monte
TFR (1982 e precedenti) fu rivalutato dell’ 11,064 per cento:
semplicemente ridicolo.
Abbiamo calcolato la differenza tra il risultato del
meccanismo di remunerazione come definito dall’ art. 2120 del c.c., e
quello che sarebbe accaduto se quelle somme fossero state investite dal
proprietario in titoli di Stato. Abbiamo preso, anno per anno, il rendimento
dei BOT a 12 mesi definito dall’asta di dicembre di ogni anno. La scelta
di questo titolo è derivata esclusivamente dalla disponibilità
dei rendimenti storici degli ultimi 25 anni. Il calcolo della rivalutazione con
tali rendimenti è in realtà nettamente inferiore a quello che si
sarebbe ottenuto valutando i rendimenti di titoli più idonei come i BTP,
o prendendo come fattore la media dei rendimenti dei titoli di Stato.
Partendo da 1.000 euro maturati a fine 1981, i risultati
della rivalutazione con i due parametri, mostrano come il risultato del calcolo
ufficiale (art. 2120 - comma 4°
del codice civile) sia di quasi due volte e mezza inferiore a quello ottenuto
rivalutando con l’applicazione dei rendimenti lordi dei BOT a 12 mesi (aste di fine dicembre).
Nel caso ufficiale, il risultato dal 1981 al 2005 si attesta a 3.234 euro; nel
caso di un investimento in BOT, il risultato giunge a 7.634 euro.
Non inferiamo colla proposta di prendere come parametro di
rivalutazione un tasso di mercato, ad esempio il tasso bancario passivo medio
applicato agli affidamenti bancari ottenuti dalla aziende. Ci limitiamo ad
applicare il Prime rate Abi quale parametro di rivalutazione. Il risultato
è pari a 12.139,13 euro, nonostante non sia stato possibile calcolare la
rivalutazione del 2005 poiché Abi ha cessato le rilevazioni col dicembre
2005.
|
periodo DI validita’
|
RIVALUTAZIONE UFFICIALE su somme al 31-12 dell’anno
preced.
|
BOT
12 MESI
Rendimento semplice lordo
|
PRIME RATE ABI
|
|
|
|
|
|
|
|
ANNO
1982
|
12-
1982
|
8,391704
|
18,55
|
20,75
|
|
ANNO
1983
|
12-
1983
|
11,064776
|
17,46
|
18,75
|
|
ANNO
1984
|
12-
1984
|
8,097866
|
14,68
|
18,00
|
|
ANNO
1985
|
12-
1985
|
7,935643
|
13,14
|
15,875
|
|
ANNO
1986
|
12-
1986
|
4,760869
|
10,01
|
13,00
|
|
ANNO
1987
|
12-
1987
|
5,319445
|
11,33
|
13,00
|
|
ANNO
1988
|
12-
1988
|
5,596916
|
11,51
|
13,00
|
|
ANNO
1989
|
12-
1989
|
6,387218
|
12,99
|
14,00
|
|
ANNO
1990
|
12-
1990
|
6,280234
|
12,99
|
13,00
|
|
ANNO
1991
|
12-
1991
|
6,032967
|
12,93
|
13,00
|
|
ANNO
1992
|
12-
1982
|
5,068057
|
13,83
|
14,00
|
|
ANNO
1993
|
12-
1993
|
4,491335
|
8,52
|
9,875
|
|
ANNO
1994
|
12-
1994
|
4,542454
|
10,53
|
9,375
|
|
ANNO
1995
|
12-
1995
|
5,851768
|
10,38
|
11,50
|
|
ANNO
1996
|
12-
1996
|
3,422172
|
6,55
|
9,875
|
|
ANNO
1997
|
12-
1997
|
2,643947
|
4,93
|
8,875
|
|
ANNO
1998
|
12-
1998
|
2,626760
|
3,16
|
6,376
|
|
ANNO
1999
|
12-
1999
|
3,095745
|
3,69
|
6,250
|
|
ANNO
2000
|
12-
2000
|
3,538043
|
4,64
|
8,00
|
|
ANNO
2001
|
12-
2001
|
3,219577
|
3,20
|
7,25
|
|
ANNO
2002
|
12-
2002
|
3,504310
|
2,76
|
7,375
|
|
ANNO
2003
|
12-
2003
|
3,200252
|
2,30
|
7,125
|
|
ANNO
2004
|
12-
2004
|
2,793103
|
2,16
|
7,125
|
|
ANNO
2005
|
12-
2005
|
2,952785
|
2,64
|
(*)
|
|
|
|
|
|
|
|
RIVALUTAZIONE DI
€ 1.000 DEL 1981
|
|
€
3.234,369
|
€
7.634,530
|
€ 12.139,13 (*)
|
Per concludere. E’ una aberrazione applicare al
calderone del minestrone della pensione dell’INPS l’ennesimo
immissario e il conseguente emissario, con la riserva mentale di possibili
ritocchini futuri “perché il sistema pensionistico non è
proprio più sostenibile”. Ma è altrettanto aberrante che a
quelle somme, prestate dai dipendenti alle loro aziende, siano applicati
meccanismi di rivalutazione a tassi manifestamente fuori mercato.