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Gente comune
Chi non ha notato che, ogni volta che si assiste al
matrimonio di qualche vip, o al funerale di un personaggio noto, i
commentatori televisivi puntualmente ci informano che c’era Tizio, c’era
Caio, c’era Sempronio, e poi c’era molta “gente comune”?
Vale la pena di riflettere su questa frase. Secondo questi
commentatori, evidentemente, il mondo si divide in due categorie: da una
parte i personaggi famosi, o comunque noti, o comunque ancora - secondo i
loro parametri - importanti, dall’altra, appunto, la gente comune.
Non importa se poi questa gente comune, composta da
artigiani, operai, professionisti, imprenditori, commercianti, è
quella che tira avanti il paese e la società, magari spesso occupando
posizioni di rilievo, anche se di scarso interesse per i media.
La democrazia dovrebbe cominciare da qui: mettendo da parte
la piaggeria e la presunzione, e tributando a tutti indistintamente lo stesso
rispetto in quanto persone. Una domanda: chissà quei commentatori a
quale delle due categorie ritengono di appartenere?
Grilleide e
dintorni
Quando ho fatto notare ad alcuni amici che Beppe Grillo,
parlando della mafia, aveva detto che “non strangòla”
(con l’accento acuto sulla o) i suoi clienti, qualcuno mi ha detto: “Ma
vedrai che l’ha detto apposta, figurati se non sa che si dice “strangola”
(con l’accento sulla a).
Giorni fa, però, parlando via rete dei risultati
elettorali delle amministrative, Grillo ha detto che la politica si sta “liquefando”, proprio così, “liquefando”,
ripetendolo due volte (lasciamo perdere il seguito della frase, peraltro
ampiamente ripresa dai media, poco edificante e dal contenuto altamente
scatologico).
Eh no, stavolta siamo certi che non l’ha fatto apposta;
infatti, l’errore è stato sottolineato anche da qualche quotidiano a
tiratura nazionale.
Allora, forse, non l’ha fatto apposta neanche la volta
precedente.
Che le barriere della lingua italiana siano più alte
di quelle elettorali?
***
Commentando a caldo l’attentato subito dall’Amministratore
Delegato di Ansaldo Nucleare, il (la) Ministro(a) dell’Interno Cancellieri
non ha trovato di meglio che dire:”E’ una cosa che
preoccupa”.
Eh no, Signor(a) Ministro(a): “è una cosa che
preoccupa” lo diciamo noi, comuni cittadini, che la preoccupazione ce l’abbiamo già
da soli senza bisogno di quella di chi ci dovrebbe rassicurare.
Da Lei, con tutto il rispetto dovuto alla carica ed alla
persona, ci si aspetta ben altro, e cioè: “stiamo facendo questo per
prevenire, quest’altro per reprimere, quest’altro ancora perché non si ripeta
più ecc.”
Il Presidente della Repubblica, politico di lungo corso e di
vecchia scuola, se ne deve essere accorto, se è vero come è vero
che il giorno dopo ha sentito, opportunamente, il bisogno di dichiarare a
proposito dell’attentato che “certi atti non si ripeteranno, che coloro che
li compiono sono dei perdenti” ed altri concetti del genere.
La comunicazione è un’arte difficile: forse almeno in
questo i politici (con tutti i difetti che vengono loro, a torto o a ragione,
attribuiti) qualche punto ai tecnici lo possono ancora dare.
Antipolitica e italiano
Di Luciano Giuliani 30-4-2012
Beppe Grillo, nella foga di stupire, dice che la mafia, a differenza
del “sistema”, non strangola i suoi clienti, semmai chiede loro il 10 %.
Ovviamente, tutti si sono scandalizzati per queste dichiarazioni; a ben
guardare, però, Grillo ha ragione: per quanto è dato sapere, la
mafia non strangola i propri clienti, al massimo li scioglie nell’acido, li
interra nei piloni dei ponti o li ammazza con la lupara.
A noi, però, la boutade di Grillo scandalizza per un
altro motivo: lui ha detto “la mafia non strangòla”,
proprio così, con l’accento acuto sulla o (scusate ma la tastiera del
pc la “o” con l’accento acuto non ce l’ha).
Come fai a prendere per il c…o tutti (scusate il gergo grillesco, ma è per rendere l’idea) se poi
dimostri di non sapere l’italiano?
Caro Beppe, la credibilità è un traguardo
difficile, e passa anche attraverso le forche caudine della grammatica;
sempre che tu non sostenga che l’hai detto apposta o, secondo moda, a tua
insaputa.
30 aprile 2012
Luciano Giuliani
Di Luciano Giuliani 3-2-2012
Il nostro
Presidente del Consiglio è - finalmente - scivolato su una buccia di
banana: ha detto che il posto fisso è monotono, suscitando ire,
critiche e quant’altro.
La battuta,
certamente infelice, lo ha però umanizzato: da robot che parla con
voce uniforme (quella sì, monotona) e con cadenze lente, scandendo le
parole una per una per dare il tempo di capirle ai traduttori simultanei nei
consessi internazionali, a persona che può sbagliare, ricordando molto
da vicino la memorabile gaffe sui bamboccioni di Padoa
Schioppa.
Proprio
perché umano, però, possiamo permetterci di commentarlo (non di
criticarlo, per carità, perché di questi tempi non è cosa).
E allora,
vediamo che cosa sarebbe monotono.
Monotono
è …:
lavorare
sempre per lo stesso datore di lavoro;
ricevere
tutti i mesi una busta paga;
ricevere
tutti i mesi l’accredito dello stipendio;
andare tutte
le mattine nello stesso posto di lavoro;
vedere sempre
le facce degli stessi colleghi,
e via
annoiandosi.
Noi,
però, avendo la fortuna di conoscere qualcuno di quei pochissimi che
non vivono questa noiosissima vita ma che, orgogliosamente, si definiscono
“precari”, siamo in grado di dare alcuni consigli per provare la scarica di
adrenalina che dà, appunto, la precarietà.
E allora,
specie se avete avuto la sfortuna di trovare un posto fisso, cercate
affannosamente un lavoro a termine o un lavoro a progetto (non parliamo di un
job sharing o di un co.co.co., potrebbero darvi
alla testa): proverete l’inebriante emozione che dà l’esplorazione
dell’ignoto. Infatti non saprete:
se il mese
prossimo avrete ancora uno stipendio;
se nei
prossimi giorni, o settimane o, peggio, mesi, rivedrete ancora le facce
noiose dei vostri colleghi o magari riuscirete, invece, a fare interessanti
conoscenze con i frequentatori del parco più vicino;
se la vostra
banca vi concederà il mutuo per la prima casa;
se riuscirete
a pagare la rata della macchina o dovrete venderla e andare finalmente a
piedi, in un improvviso empito ecologista;
se i contributi
vi daranno una pensione sufficiente per i bruscolini.
Attenzione:
se amate la vita noiosa del posto fisso, siete out; se invece amate gli
eccitanti stimoli della precarietà, siete in. Regolatevi.
Luciano
Giuliani 3 febbraio 2012
Annosa
questione: la classe politica italiana è lo specchio fedele, nel bene
e nel male, della società italiana?
Oppure i
cittadini sono migliori e meriterebbero una classe politica più
onesta?
Il problema
è tuttora irrisolto e non abbiamo certo la pretesa di risolverlo noi.
Proviamo
quindi a ricordare insieme qualche episodio di cronaca recente, in modo che
ognuno possa trarre le sue conclusioni.
Esaminiamo
per primi alcuni fatti di cronaca che riguardano i politici; evitiamo di fare
nomi, primo perché qui non interessano i singoli (le cui
responsabilità, tra l’altro, in molti casi sono ancora tutte da
accertare), ma i politici come categoria; secondo, perché tanto tutti sanno
di chi si parla.
Uno compra
una casa e dice che gliela pagano a sua insaputa; un altro compra un
complesso immobiliare a 26 milioni di euro e dopo un’ora la rivende a 44
milioni; un altro ancora, accusato di aver sottratto 13 milioni alle casse
del partito di cui è tesoriere (invece di investirli, magari in
Tanzania secondo l’ultima moda), propone di restituirne 5; Tizio è
accusato di essere referente del clan tal dei tali, Caio del clan talaltro:
il primo se ne va in giro tranquillamente, l’altro ha fatto una breve visita
alle patrie galere, non ha gradito e adesso va in giro tranquillamente anche
lui; c’è anche chi, a quanto si dice, avrebbe comprato autostrade a
peso d’oro, per non dire di quelli meno originali che - sempre a quanto si
dice - barattano voti con lavori o con favori (in enigmistica si chiama
cambio di iniziale).
Veniamo ai
cittadini: il confronto è serrato, perché ce ne sono di quelli che a
questi politici, pur così ingegnosi, danno veramente del filo da
torcere.
Così,
abbiamo il luminare medico che, dietro il pagamento di una modica somma, ti
fa scalare un po’ di posti (e di mesi) nella graduatoria delle visite o degli
interventi; il cieco con la passione della guida, che si permette l’auto
grazie alla pensione di invalidità; l’orfano che, non volendo
rassegnarsi alla scomparsa della cara madre, rimuove il fenomeno e continua a
riscuotere la pensione; e che dire di quei fedeli militari (appartenenti ad
un corpo che dovrebbe far pagare le tasse) che tenevano bordone a chi
svuotava i video poker e le slot machine, in modo da farle trovare vuote ai
controlli e da evitare ai gestori l’incomodo di pagare le tasse?
E’ una bella
gara. Comunque, Prof. Monti, non si preoccupi: se quelli che abbiamo citato,
e tutti quelli come loro, non pagano, stia pure tranquillo: per pagare ci
siamo noi.
Luciano
Giuliani 1 febbraio 2012
Di Luciano Giuliani 17-1-2012
Chi ci
conosce sa che non amiamo il turpiloquio né le c.d. parolacce, quanto meno in
pubblico.
Ma certi
aspetti di cronaca e di costume impongono di approfondire un tema che non puo' che definirsi (e ce ne scusiamo fin d’ora) con il
termine "cazzate".
Intendiamo
dire che un sacco di gente, ormai, compie con sempre maggior frequenza atti,
gesti, azioni che non possono che definirsi con questo termine.
Ma questo
potrebbe anche essere accettato come un segno del progressivo elevarsi della
soglia della maturità, che magari per certuni può anche non
arrivare mai, se non fosse che questi atti (appunto, le cazzate) vengono
compiuti nel bel mezzo di attività serie, importanti e spesso
rischiose.
Alcuni
esempi: chi non ricorda il video di quel tizio che si era filmato alla guida
della propria auto, con lo stereo a palla e contorcendosi freneticamente al
volante a tempo di musica? Dopo un po' di tempo, provocò un incidente
mortale.
E. quei
medici del reparto malati terminali di un ospedale toscano (per carità
di patria non lo cito) che hanno messo in rete un video in cui cazzeggiano
allegramente per le corsie? Intorno, poveri cristi ricoverati più di
qua che di là.
Non risulta
che cotanti sanitari abbiano provocato danni alla salute dei pazienti, ma vi
fidereste ad essere curati da gente così?
Ricordate poi
quei piloti americani che per gioco, volendo passare tra i piloni di una
cabinovia sulle Alpi ed avendo sbagliato mira, causarono la morte di una
ventina di persone? Tra l’altro, furono rimpatriati in tutta fretta lasciando
il nostro paese dove erano di stanza, e non risulta che abbiano ricevuto in
patria la giusta punizione.
E infine,
veniamo ai fatti più recenti. Fermo restando che, per accertare le
responsabilità, occorre attendere l'esito delle inchieste in corso,
pare che all'origine del naufragio della Costa Concordia ci sia comunque il
vezzo di salutare qualcuno sull'Isola del Giglio: una cazzata bella e buona.
Decine di volte e' andata bene, stavolta e' andata male.
Ma da che
cosa nasce questa passione per le cazzate? Difficile dirlo; a voler essere
sintetici, si potrebbe dire che, in un mondo in cui l'ordinario, per quanto
importante e ben fatto, non dà visibilità, ma siccome oggi la
visibilità è tutto, uno - basta che sia un po’ labile di
comprendonio e di personalità - può essere portato a cercare di
conquistarsi un po' di visibilità facendo qualcosa, secondo lui, di
straordinario. E se uno e' mediocre, la dimensione
del suo straordinario è, appunto, la cazzata.
Il rimedio? A
livello sociale e' molto complicato: bisognerebbe
tirare in ballo i media, il linguaggio, la politica ecc.
A livello
individuale e' un po' più facile: basta
avere un po' di cervello e, possibilmente, farlo funzionare.
Luciano
Giuliani 17 gennaio 2012
Di Luciano Giuliani 14-1-2012
Allora, dopo
la fase 1, in pieno annuncio della fase 2 e, ciononostante, dopo il doppio
declassamento di S & P a danno dell’Italia (che pure è in ottima e
numerosa compagnia nel subire gli strali dell’agenzia di rating), proviamo a
fare un punto della situazione.
Quando gli sforzi
sono molti, ed i risultati scarsi, forse è il caso di chiedersi se si
sta intervenendo sulle priorità.
Dando per un
attimo per scontato che le misure che hanno contraddistinto la fase 1 fossero
urgenti ed inevitabili, a prescindere dalla loro indubbia ed incontestata
portata recessiva, proviamo a disegnare quello che, secondo noi, è
allo stato attuale il quadro delle priorità dell’Italia in materia
economica, distinguendo nettamente, però, tra interventi di contrasto
a ciò che è illegale (priorità 1) ed interventi di
regolazione di attività lecite e lecitamente svolte (priorità
2):
E quindi:
A.
Interventi a priorità 1:
A.1.
Contrasto delle attività economiche illegali
A. 2.
Contrasto dell’evasione fiscale
A.3.
Contrasto dell’evasione contributiva
B. Interventi
a priorità 2:
B.1.
Riduzione costi della politica a livello generale
B.2. Mercato
del lavoro
B.3.
Liberalizzazione grandi attività (energia, trasporti ecc.)
B.4.
Liberalizzazione altre attività (professioni, farmacie, taxi e via
enumerando).
Esaminiamo
ora un po’ più da vicino questo quadro, cercando di spiegarlo.
Anzitutto,
non si vede come qualunque governo (tecnico, politico o di altra categoria
ancora da inventare) possa pretendere con un minimo di decenza sacrifici dai
cittadini che rispettano la legge (benestanti o meno che siano) se non dando
prova, un attimo prima o almeno contemporaneamente, di intervenire con pari
efficacia (e cioè, visto che si parla di soldi, con pari risultato
economico), sulle attività di tipo illegale (quelle sopra indicate sub
A). Per spiegarsi meglio: non vorremmo più sentir parlare di sequestro
di beni alla criminalità organizzata per decine di milioni, ma per
decine di miliardi. E’ di questi giorni la notizia che la Mafia S.p.A.
è l’azienda italiana con il maggio fatturato: allora? Comprendiamo che
sia più facile aumentare le accise sulla benzina e tagliare le
pensioni oltre che (lo diciamo per non apparire populisti) tassare i suv e le barche: ma chi viaggia in auto, prende una
pensione o acquista un bene di lusso compie (fino a prova contraria)
attività legali. Perché non colpire prima, o almeno in contemporanea e
con pari determinazione, chi compie attività illegali? Sinceramente,
non si ha la sensazione che ciò stia avvenendo.
Lo stesso si
dica per l’evasione fiscale: alla caccia allo scontrino fuori dalla
panetteria (frustrante per chi la subisce e, immaginiamo, per chi la fa),
occorre affiancare, con risorse proporzionali, il capillare smascheramento
dei grandi evasori abituali, noti a tutti meno che, pare, a chi dovrebbe
rilevarli. Al di là delle operazioni di immagine di Cortina piuttosto
che di Via Condotti (che magari avranno anche un’efficacia educativa ma si
risolvono in pochi spiccioli), benedetti signori, avete tutti i dati
comodamente sui vostri computer, volete decidervi ad usarli?
E che dire
dell’evasione contributiva? Un esempio per tutti (tanti e notori): nei
periodi di raccolta dei vari prodotti agricoli, i campi sono pieni di poveri
cristi di colore scuro, visibili a migliaia di automobilisti che lungo questi
campi sfrecciano, senza che nessuno tra coloro che dovrebbero farlo si
preoccupi di andare a vedere se sono assunti regolarmente: viene il sospetto
che sia molto più semplice andare a fare ispezioni presso grandi
aziende, che però di solito assumono ed assicurano in maniera regolare
i propri dipendenti.
Sperando di
essere stati esaustivi sulle priorità1, passiamo alle priorità
2.
A furia di
sentir parlare degli stipendi di deputati e senatori, si rischia addirittura
di provare un moto di solidarietà per questi signori che, coscienti
non tanto di prendere troppo ma di produrre poco, non hanno il coraggio di
replicare. E allora ci permettiamo di farlo noi per loro: abbiamo idea di
quanti sono i consiglieri e gli assessori regionali, oltre che provinciali e
comunali? E quanto si potrebbe risparmiare intervenendo qui, oltre che sui
parlamentari? E che dire del fenomeno di “irizzazione”
diffusa (cioè costituzione di infiniti piccoli IRI - abolito da tempo
a livello nazionale – a livello locale per la gestione di attività
collegate ad enti pubblici locali), con tanto di migliaia di consigli e
consiglieri di amministrazione con relativi gettoni, amministratori con
relativi compensi, quasi sempre coincidenti con politici o ex politici? Di questo
non parla nessuno (ci ha provato qualche mese fa il leader della CISL Bonanni, ma qualcuno gli deve aver detto che non è
il caso, perché non l’ha più ripetuto), eppure sarebbe una fonte di
risparmio esponenziale rispetto al pur giusto contenimento del costo dei
parlamentari.
Mercato del
lavoro. Una sola osservazione: è possibile lanciare un’indagine su un
campione significativo di quei milioni di giovani precari che affollano il
mondo del lavoro attuale, e chiedere loro se preferiscono prendere
cinquecento euro al mese, senza diritti e tutele, con una contribuzione
irrisoria e la disoccupazione dietro l’angolo tra pochi mesi, o essere
assunti a tempo indeterminato, avere uno stipendio a livello quanto meno di
minimo contrattuale, riconoscimento di ferie, malattia ed una contribuzione
al 32%, ma senza la tutela dell’art. 18 dello statuto dei lavoratori?
Facciamo un gran parlare dei sacrifici di questa generazione in nome di
quelle future, ma quando si tratta di mollare qualcosa il discorso cambia.
Infine, le
liberalizzazioni. Ben vengano, ma a due condizioni. La prima, che si cominci
dalle attività economicamente più rilevanti, e quindi in grado
di liberare maggiori risorse. La seconda che, passando poi alle altre
attività, ci si renda conto di che cosa si parla e si proceda con
gradualità, traguardando il futuro e senza bisogno di mandare in
rovina chi si è costruito la propria esistenza a prezzo di sacrifici
e, senza sua colpa, agendo legittimamente in base alle regole preesistenti.
Attenzione, si tratta di soggetti che hanno agito nella legalità, e
non meritano di essere trattati come dovrebbero essere trattati (e ancora,
invece, non sono) come quelli di cui sopra elencati sotto la lettera A.
Luciano
Giuliani 14 gennaio 2012
Di Luciano Giuliani 5-12-2011
Il quotidiano
La Repubblica, non ritenendo ancora (e forse, al momento, ciò
può essere anche comprensibile) criticare apertamente la manovra del neonato
governo Monti, affida pudicamente, nel numero di domenica 4 dicembre, una
velata critica alla penna del noto e quotato commentatore economico del New
York Times, Paul Krugman, ospitandone un articolo; Krugman in estrema sintesi, in controtendenza con le
politiche economiche, tutte nel senso dell’austerità, delle
istituzioni europee e statunitensi, bolla dette politiche come recessive, ed
afferma che costituiscono un rimedio peggiore del male avendo in sé tutte le
potenzialità per condurre definitivamente alla rovina le economie
occidentali, al di qua e al di là dell’Atlantico.
L’articolista
non è il solo, tra gli economisti mondiali, a propugnare detta tesi.
Peraltro,
molto più modestamente, da tempo noi sosteniamo che non è
“togliendo i soldi di tasca alla gente”, e cioè riducendone la
capacità di spesa, tagliandone drasticamente i consumi, e
conseguentemente riducendo gli scambi, abbattendo la produzione
proporzionalmente alla caduta della domanda, riducendo di conseguenza la
produzione e, quindi, l’occupazione: innescando cioè un procedimento
perverso, un loop recessivo e depressivo, che si
risollevano le sorti economiche dell’Italia e dell’Europa (non abbiamo la
presunzione di parlare del mondo, ma abbiamo visto che altri molto più
autorevoli di noi ne parlano negli stessi termini).
E’ grazie
alle politiche di austerità che la crisi Lehman si è
velenosamente estesa a tutto il pianeta; che la crisi greca (secondo Krugman l’economia della Grecia sta a quella europea come
quella di Miami sta a quella degli Stati Uniti) è stata amplificata
fino a rischiare di travolgere l’Europa e la sua moneta; forse, si può
evitare il tracollo definitivo correggendo in corsa la manovra italiana e,
più in generale, le politiche europee votate all’austerità
più spinta (e, in quanto tale, suicida), limitandone la
severità ed introducendo vere misure espansive, che al contempo
scoraggino da un lato l’esportazione di capitali all’estero (la Svizzera sta
ringraziando a profusione) e il ritiro del denaro dalle banche (aggravandone
la pesante mancanza di liquidità), dall’altro favoriscano la ripresa
della domanda, della produzione e dell’occupazione, con il conseguente
aumento della base imponibile.
Per
concludere (notazione tutta nostra, dato che il fenomeno dell’evasione fiscale
è squisitamente italiano): possibile che si pensi veramente che
abbassando la soglia delle transazioni in contanti si faccia emergere il c.d.
“nero”? O non si ritiene invece che con una seria politica di indagine (che
non si limiti a chiedere lo scontrino alla casalinga che esce dalla
panetteria ma si rivolga a quei soggetti spesso noti ma altrettanto
indisturbati) e, soprattutto, attivando finalmente quel conflitto virtuoso di
cui da anni si parla a vuoto che consenta di detrarre buone parte delle spese
sostenute dai cittadini, si ottengano migliori risultati?
Luciano Giuliani 9-12-2011
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